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CONSIGLIO REDAZIONALE
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1Rivista mensile n. 2/2016 (febbraio) Direttore responsabile
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La Terza Guerra
MONDIALE?
TE R ZO FEST I VAL DI L I MES Genova, Palazzo Ducale, 4-6 marzo 2016 Dal 4 al 6 marzo il Palazzo Ducale di Genova ospita l’appuntamento annuale con il Festival di Limes, organizzato in collaborazione con la Fondazione per la Cultura Palazzo Ducale. Quest’anno la rassegna ha come titolo: La terza guerra mondiale a pezzi? Partendo dalla suggestione di papa Francesco, i nostri esperti analizzeranno le dinamiche militari, economiche, sociali, demografche, geopolitiche che concorrono a determinare l’attuale fase di instabilità globale. Lo faranno coadiuvati dalle carte di Limes, che saranno anche oggetto di una mostra allestita nei locali del Palazzo. Gli incontri saranno aperti al pubblico (senza obbligo di prenotazione) e verranno trasmessi in diretta sul sito Limesonline.
venerdì 4 marzo
ore 10 Limes incontra le scuole: Chi sono i terroristi? - Lucio Caracciolo, Lorenzo Trombetta ore 18 La terza guerra mondiale? - Romano Prodi dialoga con Lucio Caracciolo ore 21 La guerra al “califo” vista da dentro: Mattia Toaldo, Omar Abdulaziz Hallaj, Mowafak Al Rubaie
sabato 5 marzo
ore 10.30 Guerra al terrore: i fronti esterni - Mattia Toaldo, Lorenzo Trombetta, Margherita Paolini, Marco Carnelos ore 12 Il pianeta stretto - Fabrizio Maronta, Massimo Livi Bacci, Roberto Cingolani ore 16.30 Guerra al terrore: il fronte interno-Lucio Caracciolo, Emma Bonino, Paolo Scotto, Germano Dottori, Pascal Gauchon ore 18 Quante divisioni ha Francesco? - Piero Schiavazzi, Fulvio Scaglione, Marco Ansaldo ore 21 La mia Turchia infelice perde la democrazia - Elif Shafak dialoga con Marco Ansaldo
domenica 6 marzo
ore 10.30 Come e dove si combatte oggi la guerra - Virgilio Ilari, Carlo Jean, Giuseppe Cucchi, Nicola Pedde ore 12 Le guerre economico-fnanziarie - Brunello Rosa, Alessandro Pansa, Giorgio Arfaras, Massimo Nicolazzi ore 16 Cina vs Usa: Dario Fabbri, John Hulsman, Fabio Mini ore 17.30 Occidente vs Russia: Lucio Caracciolo, John Hulsman, Adriano Roccucci, Ivan Timofeev
Ci vediamo a Genova! Un grato saluto ai nostri lettori
SOMMARIO n. 2/2016 EDITORIALE 7
Non è la fine del mondo ECONOMIA GLOBALE=GUERRA GLOBALE?
PARTE I 29
Brunello ROSA - Le radici economico-finanziarie della prossima guerra mondiale
43
Giorgio ARFARAS - Le Borse non sono eserciti
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Fabrizio MARONTA - Gli usi geopolitici del commercio
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Alessandro ARESU - Se l’Italia riscopre l’interesse nazionale
PARTE II
FOCOLAI NUOVI E ANTICHI
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Virgilio ILARI - La ‘terza guerra mondiale a pezzi’
75
Federico PETRONI - Atlante geopolitico dell’Europa di mezzo
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Mattia TOALDO - In Libia facciamolo strano
89
Margherita PAOLINI - De Bello Libyco. Se la scintilla petrolifera dà fuoco al pagliaio
97
Eric R. TERZUOLO - L’atomica come arma normale
PARTE III
IL PUZZLE DELLE CINQUE POTENZE
Dossier USA 107
Rodger BAKER - Per gli Stati Uniti l’ascesa cinese è la sfida decisiva
115
John (Pat) WILLERTON - Mosca è nostra nemica perché non la capiamo
123
Dario FABBRI - Washington contro Berlino, la guerra civile ‘tedesca’
133
John C. HULSMAN - Ankara balla da sola Dossier CINA
139
MU Chunshan - Perché Pechino non vuole la guerra con gli Usa
145
HOU Aijun - Pechino e Mosca, la coppia ribelle creata da Washington
151
Chunchun HU - Monologo tedesco ovvero perché non capite noi cinesi
163
Giorgio CUSCITO - La Cina e l’ossimoro turco
Dossier RUSSIA 171
Andrej KORTUNOV - Perché noi russi non riusciamo a capirci con gli americani
181
Vasilij KAŠIN - Russia e Cina, amici-nemici
187
Fëdor LUK’JANOV - Mosca, Berlino e il ritorno della geopolitica
193
Sergej MARKEDONOV - Non cadiamo nella trappola di Erdoğan Dossier GERMANIA
199
Hans KUNDNANI - La Germania ‘normale’ non ama l’America
207
Eva HULSMAN-KNOLL - Per Berlino la Cina è un buon piano B
211
Michael STÜRMER - Noi e i russi. La parabola dell’ambiguità
219
Yaşar AYDIN - A Berlino basta una Turchia presentabile Dossier TURCHIA
227
Tolga TANIŞ - Così Erdoğan rischia di far esplodere l’alleanza con gli Stati Uniti
235
Daniele SANTORO - Fra Ankara e Pechino non mettere l’uiguro
251
Habibe ÖZDAL - La partnership turco-russa è sprofondata nella palude siriana
261
Gokhan BACIK - I tedeschi nello specchio turco: amici o nemici?
AUTORI 269 LA STORIA IN CARTE 271
a cura di Edoardo BORIA
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Non è la fine del mondo G
1. UERRA MONDIALE NON SI NASCE, SI DIVENTA. È STATO COSÌ per la prima, sorta come grande guerra europea, mondializzata nel 1917 dal decisivo intervento americano. E per la seconda, prodotta nel 1941 dalla fusione fra i teatri eurasiatico e pacifico. La terza, avverte il papa, è già in corso. «A pezzi», come profetizzato nell’agosto 2014, o tout court, stando alla sua più recente stima1. In attesa che gli storici futuri stabiliscano se questo sia davvero tempo di guerra mondiale, vogliamo qui servirci dell’intuizione di Francesco a scopo di discernimento. Per decifrare il corso dominante della geopolitica attuale estraniandoci per quanto possibile dal rumore della cronaca. Schivando il surplus di narrazione ideologica diffuso dal fuoco incrociato di propagande e contropropagande. Attingeremo al consiglio di Carlo Ginzburg: «Per capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco». Prenderne le distanze, osservandolo con un cannocchiale rovesciato: «Alla fine l’attualità emergerà di nuovo, ma in un contesto diverso, inaspettato»2. 1. Cfr. M. ANSALDO, «Il Papa: “La terza guerra mondiale è già iniziata”, 18/8/2014, www.repubblica.it. Qui Francesco dichiara: «Siamo entrati nella terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli». Poi, l’8 febbraio 2016, precisa: «Io ho parlato di terza guerra mondiale a pezzi. In realtà non è a pezzi: è proprio una guerra», cfr. M. FRANCO, «Il mio abbraccio ai fratelli ortodossi», Corriere della Sera, 8/2/2016. 2. C. GINZBURG, «Rileggere Hobbes oggi», saggio contenuto nel suo volume Paura, reverenza, terrore, Milano 2015, Adelphi, p. 53.
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NON È LA FINE DEL MONDO
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Se immergiamo gli elementi della geopolitica corrente nel passato, rileviamo meglio il senso della provocazione papale. Non si tratta qui di terza guerra mondiale in senso banalmente militare. Altrimenti scadremmo nel mero computo di morti e feriti o nella disputa nominalistica intorno a come battezzare l’insieme dei conflitti in corso. Assumiamo invece la metafora pontificale come scandaglio geopolitico. E quale monito: la corrente sembra trascinarci all’apocalisse, ma se ne intuiamo la rotta, possiamo invertirla. In questa prospettiva, la domanda decisiva: se questa è la terza guerra mondiale in fieri, come si differenzia dalle due precedenti? Di qui la prima tesi: prima e seconda vertevano sulla redistribuzione della potenza fra i principali attori mondiali, questa minaccia di scaturire dalla loro relativa impotenza. L’ambiente geopolitico in cui operano determina il profilo dei protagonisti più di quanto questi riescano a incidervi, per ridisegnarvi le rispettive aree di dominio o di influenza. La cifra prevalente è la deriva anomica. L’ordine mondiale è utopia di ieri, ormai improponibile in carenza di Stati sufficientemente attrezzati per concordarne le regole. L’ultimo tentativo di gestione del puzzle globale fu la guerra fredda. Scaduta la quale, osserviamo il diffondersi a macchia d’olio di territori non governati o a bassissima pressione istituzionale, rappresentati nel fluido spazio di Caoslandia (carta a colori 1). Dove si concentrano i «pezzi» del conflitto mondiale secondo Francesco, quasi sempre prodotto di guerre civili, in cui l’obiettivo dei duellanti è di colmare i vuoti di potenza, dunque di controllo sul territorio, a proprio vantaggio. Qui regna il caos sistemico. Di norma l’anomia ha suscitato nella storia una domanda di ordine. Chi è stato in grado di rispondervi è diventato egemone. Al momento, non si vede quale potenza o insieme di potenze sia in grado di assumersi tanto onere e il conseguente rango. Ne discende la seconda tesi: la terza guerra mondiale sarà una galassia di guerre civili o non sarà. Se la prima e la seconda si condensarono per aggregazione di conflitti fra Stati, la terza si avvicina per effetto della loro disgregazione – ieri Unione Sovietica e Jugoslavia, oggi Siria, Iraq, Ucraina, (dopo)domani forse Russia o Cina. La meccanica in grado di produrre il salto di qualità, trasmutando la guerra mondiale a pezzi in guerra mondiale e basta, parrebbe procedere lungo
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
una sequenza in tre fasi. La prima consiste nella guerra civile, grado bellico del collasso statuale. La seconda scatta con l’intervento di potenze esterne, che facendo leva su attori domestici innescano parallele guerre per procura, di cui presto perdono il controllo, non fosse che per la determinazione dei protagonisti autoctoni, per i quali la posta in gioco è totale, a somma zero. Sicché gli agenti esterni da manipolatori scadono a manipolati. Infine, dopo aver scavato in profondità piccoli o grandi buchi neri in quello che una volta era territorio dell’ordine, gli spazi dilaniati si fondono in conflitti regionali, eventualmente determinando la massa critica che consentirà agli storici, dall’alto del loro sguardo postero, di battezzare l’insieme «guerra mondiale». Infine, la terza tesi: la fase geopolitica attuale, per la quale non si è escogitata migliore definizione di «dopo-guerra fredda» o in alternativa «nuova guerra fredda» (a proposito di proiezioni del passato sul presente), durerà finché non emergeranno, almeno nelle aree strategiche del pianeta, autorevoli riduttori della complessità. Nuove potenze o costellazioni di potenze regionali. Non per ricreare un ordine mondiale paragonabile al concerto di Vienna o al paradigma di Jalta – in un pianeta prevedibilmente abitato a fine secolo da oltre undici miliardi di umani la reductio ad unum appare distopica – ma per consolidare isole di stabilità in grado di formare pacifici sottosistemi regionali. Restringendo Caoslandia a favore dello spazio dell’ordine. Il punto è se il cambio di paradigma avverrà in tempo utile per evitare la reazione a catena di cui alla tesi precedente. O se sarà invece il marchio del terzo dopoguerra. La vera terza guerra mondiale, non quella a pezzi ma quella che ridurrebbe in pezzi l’intero pianeta, non è destino. Evitarla implica sottrarsi alle narrazioni apocalittiche intorno alla prossima fine del mondo, alla pulsione forse inconscia per cui l’unica alternativa all’orrore senza fine sarebbe una fine orribile. La sfida è tra apocalissi quale profezia autoavverante e rinascita di un pragmatismo positivo orientato al compromesso per il bene della propria comunità (non è questo tempo di disegni salvifici universali). Sempre che l’ora della politica non sia trascorsa. 2. Per valutare le probabilità di espandere lo spazio dell’ordine, quindi della pace, rispetto ai teatri del caos, conviene tratteggiare lo
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NON È LA FINE DEL MONDO
sfondo su cui le partite geopolitiche – i pezzi di guerra mondiale, nella metafora papale – si svolgono. Cercando di coglierne gli aspetti strutturali, distinguendoli dai più caduchi, mutevoli, imprevedibili. L’approccio geodemografico è essenziale. Perché illustra la complessificazione dello spazio in cui viviamo: la superficie della Terra – al netto della sua variabile utilità – è costante, mentre la popolazione cresce. Abitiamo un pianeta nel quale rispetto a diecimila anni fa, agli esordi dell’èra agricola, lo spazio disponibile per ciascuno di noi si è ristretto di mille volte. Seguiamo qui i dati Onu sulla popolazione mondiale – pari oggi a circa 7 miliardi e 300 milioni di anime, proiettati a 9 miliardi e 725 milioni nel 2050 e a 11 miliardi e 213 milioni nel 2100, con distribuzione sempre più diseguale (tabella 1) – e la lezione di Massimo Livi Bacci sul «pianeta stretto»3. Alla vigilia delle due guerre mondiali, nel mondo eurocentrico degli imperi dinastici, gli umani censiti erano per oltre metà bianchi del Vecchio Continente e del Nordamerica: circa 800 milioni su poco meno di 1 miliardo e 600 milioni4. Oggi europei e nordamericani superano appena il miliardo, poco meno degli africani, quattro volte meno degli asiatici. Le previsioni demografiche – meno inattendibili di quelle economiche – ci informano che lo squilibrio fra continenti si accentuerà, a danno della nostra Europa sempre più anziana e infeconda. Oltre la sponda mediterranea ecco la giovane Africa, che raddoppierà a metà secolo la popolazione attuale, per quadruplicarla nel 2100. Quanto a noi europei, abbiamo già imboccato la parabola discendente. La gloria demografica dell’Occidente sarà molto parzialmente riscattata dalla crescita nordamericana (mezzo miliardo a fine secolo). A complicare la governabilità del mondo, la tendenza a crescere dei popoli più poveri, con relativo incremento dello scarto fra paesi del benessere e territori in miseria. Inoltre, dal 2007 per la prima volta nella storia la popolazione urbana supera quella rurale. Le megalopoli da decine di milioni di anime sono quasi ingovernabili, persino incartografabili. Il «restringimento» del pianeta per via della crescente densità umana implica il parallelo incremento dei consumi di energia e dei gas serra nell’atmosfera. Quindi l’accentuazione dei mutamenti climatici, specie nelle aree tropicali di Caoslandia, assai sensibili all’au-
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3. M. LIVI BACCI, Il pianeta stretto, Bologna 2015, il Mulino. 4. Così ad esempio stimava il Calendario Atlante De Agostini del 1907.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Tabella 1 - LA CRESCITA DELLA POPOLAZIONE MONDIALE 2015-2100 (proiezione mediana)
AREA Mondo
POPOLAZIONE (milioni) 2015
2030
2050
2100
7.349
8.501
9.725
11.213
Africa
1.186
1.679
2.478
4.387
Asia
4.393
4.923
5.267
4 .889
Europa
738
734
707
646
America Latina e Caraibi
634
721
784
721
America Settentrionale
358
396
433
500
Oceania
39
47
57
71
Fonte: United Nations, Department of Economic and Social Afairs, Population Division (2015). World Population Prospects: The 2015 Revision. New York: United Nations.
mento delle temperature medie. Ad alimentare le migrazioni di massa dai Sud minacciati dalle siccità verso i Nord più temperati. In termini geopolitici, gli indicatori demografico-ambientali ci avvertono che nella latenza della politica l’espansione delle terre dell’ordine – indicatore decisivo per misurare la relativa pacificazione del pianeta – resta irrealizzabile. Tendenza confermata dal clima economico. La credibilità delle predizioni in questo campo è inversamente proporzionale alla pretesa scientificità della disciplina. Tuttavia, alcuni macroindicatori aiutano a intendere l’impatto dei fattori economici e finanziari sull’accentuata conflittualità geopolitica, almeno nel breve-medio periodo. Diversi analisti discettano intorno alla fine di un’èra economica fondata sulla narrazione della crescita illimitata, puntando l’indice sulla crisi della domanda globale come possibile innesco di guerre commerciali e monetarie. Altri osservano come l’eurocrisi d’inizio decennio sia stata solo sedata senza rimuoverne le cause. Sicché ne immaginano la riesplosione in un contesto infragilito dalla scarsità delle munizioni ancora a disposizione della Bce, dal disordine nel sistema bancario, dalla sfiducia reciproca fra i governi dell’Eurozona. E soprattutto dalla deflazione, mostro contro il quale teoria e prassi economica devono ancora escogitare un rimedio. Infine, il crollo del prezzo del petrolio sconvolge i bilanci dei produttori e minaccia la stabilità di paesi come Russia e Arabia Saudita, per i quali la rendita energetica è quasi questione di vita o di morte.
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NON È LA FINE DEL MONDO
Per quanto riguarda Caoslandia, il nesso economico-geopolitico vi si esprime in tre fenomeni correlati. Il primo è la contendibilità di beni che la teoria economica classica battezza comuni – ossia disponibili a tutti, senza limiti – ma la realtà vuole scarsi, a partire dall’acqua. Il secondo è la proliferazione dei traffici informali operati da mafie locali e/o transnazionali – alcune dotate di formidabile liquidità, con bilanci invidiabili per molti Stati – compresi gruppi jihadisti che infestano l’ecumene musulmana. Il terzo, all’intersezione del primo e del secondo, produce rigogliose economie belliche, che sfuggono alle statistiche ufficiali mentre sostanziano e prolungano i conflitti, alla cui continuazione vegliano le dirigenze delle parti in causa. Nemiche per autorappresentazione, complici nel comune interesse a perseguire la guerra come strumento economico. In altre parole, la pace non conviene a nessuno dei potenti in conflitto, forse nemmeno a quote rilevanti delle rispettive popolazioni. I più visionari vorranno infine trarre dalla finanziarizzazione dell’economia il segno del passaggio da un ciclo capitalistico all’altro, della transizione fra due fasi egemoniche – come ad esempio da quella britannica tra metà Settecento e inizio Novecento a quella americana, che sarebbe ormai in via di scadimento. Questa lettura marxisteggiante dell’accumulazione per via di transazione finanziaria diretta (DD’) resta incardinata nella dialettica egemonia-crisi-nuova (superiore) egemonia. Pur sempre una filosofia progressista della storia. Lusso che la geopolitica – confitta nello studio del presente illuminato dal passato, riluttante alla scienza, dunque alla predizione del futuro per mezzo di leggi universali – proprio non può concedersi.
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3. Riprendiamo in mano il planisfero che evidenzia Caoslandia e proviamo a individuarvi, sullo sfondo demografico, ambientale ed economico appena schizzato, le linee di faglia intorno alle quali può scaturire una conflagrazione bellica (semi)globale. Insomma, i «pezzi» di Francesco. Salvo poi studiarvi le posture dei protagonisti della scena strategica planetaria, per capire se e come potrebbero anche inavvertitamente fonderli in terza guerra mondiale, lungo il piano inclinato delle tre fasi belliche – civile, per procura, regionale – ad essa propedeutiche. Un sommario e più che opinabile catalogo dei «pezzi» ne censisce una trentina (carta a colori 1). Solo due meritano però la qualifica di
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
potenziali catalizzatori di un conflitto mondiale – Ucraina e Siraq. Qui e non altrove troviamo riuniti, sia pure a diversa intensità bellica, l’intreccio fra guerra civile e per procura, e il suo elevamento al grado regionale – tiepido nel primo caso, rovente nel secondo. Oltre al coinvolgimento, più o meno diretto, delle massime potenze nucleari del pianeta, Stati Uniti e Russia. Il teatro ucraino è strategico per tre ragioni: la contiguità alla maldefinita frontiera con la Russia; la prossimità fra militari russi e atlantici, questi ultimi appartenenti ai paesi più russofobi della Nato, lungo quello che si rivela, nel cannocchiale rovesciato di Ginzburg, quale asse storico della conflittualità euro-russa che corre dal Mar Baltico al Mar Nero (Intermarium); la convinzione diffusa sia nel campo di Mosca che in quello di Kiev, ma anche fra i satelliti nord-orientali dello schieramento militare a guida americana – dalla Svezia alla Romania, passando per la Polonia e i tre Stati baltici minori (Estonia, Lettonia, Lituania) – che la posta in gioco sia esistenziale. Se si perde, si sparisce dalla carta geografica. Fattore decisivo nel temperare e delimitare lo scontro militare, per aprire la strada al suo congelamento. Il teatro siro-iracheno rileva per altrettanti caratteri: la sua centralità per la coppia dei grandi rivali del Golfo, Arabia Saudita e Iran, che si disputano l’egemonia sui tesori energetici della regione all’ombra di incomponibili rivalità etno-politico-religiose; il suo valore per le velleità neo-ottomane e neo-califfali di Erdoãan, agitatore sempre meno prevedibile del fronte meridionale della Nato; l’intervento della Russia in Siria, che cogliendo di sorpresa gli Stati Uniti ha alterato la correlazione delle forze in campo a favore del singolare allineamento composto da Mosca insieme ai partner sciiti (la costellazione Baghdad-Damasco più Õizbullåh libanese, imperniata su Teheran). Non consideriamo invece strategico il ruolo dello Stato Islamico, perché incomparabilmente più debole sotto il profilo economico e militare rispetto alle potenze della regione, come dimostrano anche i recenti arretramenti nella sua area di elezione siro-irachena (carta a colori 2). Il «califfo» era e rimane «mostro provvidenziale» (carta 1). Il suo grado di pericolosità non è intrinseco, ma funzione dell’uso che vorranno farne o non farne i veri protagonisti della mischia. A differenza del caso ucraino, nessuno degli Stati che si combattono per procura su questo teatro si considera a imminente rischio scom-
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DIPARTIMENTO DELLE FINANZE
Finanzia le operazioni dell’organizzazione, riscuote le tasse e gestisce i bottini di guerra co
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CONSIGLIO MILITARE
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CONSIGLIO DELLA ŠURA
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CONSIGLIO DEI MEDIA
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Cura la disseminazione dell’ideologia salafta e jihadista; elabora le dichiarazioni pubbliche da difondere in rete e nel Califato
ORGANIZZAZIONE AMMINISTRATIVA
I territori conquistati vengono riorganizzati in province
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CONSIGLIO DI SICUREZZA
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Gestisce la sicurezza e l’intelligence
1 - STRUTTURA ORGANIZZATIVA DEL CALIFFATO
Formato dai decisori che defniscono le politiche, è un’istituzione politica storica nell’islam
CONSIGLIO DELLA ŠARI’A
Ahl al-hall wa’l-‘aqd
Organo giudiziario: gestisce i tribunali e la giustizia, previene i crimini e promuove i comportamenti virtuosi
Dipartimento preposto alla predicazione, al reclutamento, al controllo e alla difusione dei media
Ha natura teologica e giuridica, agisce tramite due dipartimenti.
Gruppo esteso che comprende i comandanti e gli emiri.
È l’organo più importante. Gestisce tutti gli aspetti militari: strategia, pianifcazione, armamenti, bottini di guerra, operazioni e forze militari
NON È LA FINE DEL MONDO
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
parsa. Ciò aiuta a spiegare il furore dei combattimenti, affidati per buona parte a milizie locali o irregolari, con immenso spargimento di sangue fra le popolazioni civili che ancora non sono riuscite a fuggire dai campi di guerra o non intendono farlo. La tabella 2 sintetizza la varietà dei combattenti, che spesso non sono in grado di stabilire se nel mirino sia finito un amico o un nemico. In che modo questi due conflitti possono innescare la reazione a catena da cui germinerebbe una guerra mondiale a tutto tondo? In Ucraina si profilano scenari di rischio in stile guerra fredda. Il più pericoloso è l’incidente. Ad esempio, un comandante locale russo o atlantico suscita involontariamente un allarme tale da provocare in semiautomatico l’innesco del conflitto. Probabilità da non sottovalutare considerando che la comunicazione fra i due schieramenti è inferiore rispetto al mezzo secolo del bipolarismo. Inoltre gli attori europei del Patto Atlantico sono oggi meno controllabili da Washington, anche perché meno certi di esserne protetti. Quanto alla verticale del potere che da Putin porta all’ultimo sergente e viceversa, è piuttosto frastagliata, attraversata da diagonali, punteggiata di nodi che potrebbero deviare o bloccare anche l’ukaz più perentorio. La retorica bellicista che impazza su entrambi i fronti dell’Intermarium spinge a non minimizzare l’ipotesi della guerra mondiale «per caso». Minimo invece il rischio di manipolazione delle superpotenze nucleari per opera dei rispettivi agenti locali, ovvero le nuove/vecchie cleptocrazie di Kiev e le bande di riferimento del Cremlino radicate nel Donbas, con il supporto decisivo di militari e spie russe (carta a colori 3). Nel Siraq il salto di qualità avverrebbe con l’invasione della Turchia nella Siria settentrionale, allo scopo di eliminarvi i «terroristi» curdi, recuperare un territorio canonico ottomano – il vilayet di Aleppo – e di lì minacciare Damasco. Erdoãan non ha nascosto il sogno di pregare nella Grande Moschea damascena degli omayyadi. All’inizio della guerra civile siriana era certo di accedervi nel giro di settimane. Oggi che il conflitto ha assunto dimensioni incontrollate, sulla strada del suo pellegrinaggio a Damasco incrocia la coalizione russo-iraniana (carta 2). È possibile che la crisi russo-turca, scatenata dall’abbattimento il 24 novembre scorso del Sukhoj russo colpevole secondo Ankara di aver violato il suo spazio aereo, scateni l’ennesimo duello fra gli eredi della
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NON È LA FINE DEL MONDO
Tabella 2 - CHI STA CON CHI IN SIRIA
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A cura di Lorenzo Trombetta
FAZIONE
INTERNAZIONALE
REGIONALE
NAZIONALE
LOCALE
FILO-ASAD
Russia, Cina
Iran, Iraq, Algeria, Hizbullah, milizie irachene, afghane e di altri paesi vicini all’Iran e con consistenti comunità sciite
Governativi, Forze difesa nazionale (Fdn)
Milizie locali che fanno capo a signori della guerra, imprenditori legati al regime e siriani della diaspora, miliziani di comunità che si sentono minacciati da sunniti (alauiti, ismailiti, cristiani ortodossi e di altre chiese)
AMBIGUI
Stati Uniti (sostengono la coalizione “Forze democratiche siriane” guidata da curdi Ypg ma formata anche da uno sparuto numero di arabi), Germania, Regno Unito, Italia, Spagna, Brics
E.A.U., Kuwait, Oman, Egitto, Marocco, Tunisia, governo curdo-iracheno di Barzani
Curdi Ypg, Is
Milizie assiro-cristiane dell’area di Qāmišlī/Hasaka a maggioranza curda; milizie druse dell’area di Suwaydā’
ANTI-ASAD
Francia
Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein
Coalizioni operative nel Nord (filo-turchi); Sud (filo-giordani, sauditi, israeliani); attorno a Damasco (Gayš al-Islām filo-sauditi)
Milizie arabe e turcomanne sostenute a vari livelli da Turchia, A. Saudita, Qatar, Bahrein; miliziani locali Hims/Hamā; al confine col Libano
Seconda e della Terza Roma? In questo caso da tale scontro si rischierebbe di slittare via articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico alla guerra Nato-Russia. Erdoãan fa di tutto per coinvolgere gli americani nella sua escalation levantino-mesopotamica. Obama resiste. Se però ai turchi dovessero affiancarsi i sauditi, che si ostentano pronti all’intervento su terra per abbattere al-Asad, la mondializzazione del conflitto potrebbe scattare anche senza l’immediata partecipazione americana. Sul terreno siracheno – e probabilmente oltre – si determinerebbe infatti l’incrocio di due doppie coppie di superiore calibro: Turchia e Arabia Saudita (con al seguito gli alleati del Golfo) contro Russia e Iran, senza contare le milizie ribelli, jihadiste e curde. E le altre forze autoctone ed extraregionali già impantanate nella regione, compresi i nostri contingenti in Libano, Iraq e Afghanistan.
STATI UNITI
C A OS
Guerra civile siro-irachena Insurrezione di Boko Haram (Nigeria, Niger, Ciad, Camerun) Guerra in Afghanistan Guerra curdo-turca (Turchia, Siria, Iraq) Guerra civile somala Insurrezione islamista in Pakistan Guerra della droga Guerra civile libica Guerra in Yemen Insurrezione in Sinai Guerra in Sud Sudan Guerra civile ucraina Guerra nel Kashmir Guerra del Balucistan (Pakistan e Iran) Insurrezioni nel Myanmar Conflitto tra governo e guerriglie in Colombia (da poco in vigore il cessate il fuoco) Tensione israelo-palestinese Guerra civile nel Nord del Mali Instabilità nel Sahel (gruppi islamisti e mafe del deserto) Cellula dello Stato Islamico in Libia
LE GUERRE NEL MONDO
1 - CAOSLANDIA
IA
DI
A
O CA
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I
CINA
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D
SLA
CAOSLA
A
LAN
Conflitto dell’Ogaden (Etiopia) Guerra civile nel Centrafrica Guerra nella Repubblica Democratica del Congo Guerra nel Burundi Insurrezione islamista nel Caucaso del Nord Rivolta nel Xinjiang (Cina) Guerra del Dārfūr Conflitti locali in India (Stati dell’Andra Pradesh e del Chhattisgarh) Insurrezione islamista/separatista nelle Filippine e in Malaysia Guerra della droga (basi logistiche dei cartelli messicani della droga)
CAOSLA N
FASCIA SAHELIANA
FAGLIA MEDITERRANEA Confne tra il mondo dell’ordine e Caoslandia
FEDERAZIONE RUSSA
LIMES INTERMARIUM Linea di faglia tra Nato e Russia compresa tra il Mar Baltico e il Mar Nero
LA
ND
IA
TURCHIA
GERMANIA
Coprotagonisti:
CINA
FED. RUSSA
STATI UNITI
Attori protagonisti:
Area di crisi dei Mari Cinesi
Area di crisi del Levante
Area di crisi Nato-Russia
Corea del Nord Minaccia imponderabile
©Limes
CAOSLANDIA Area di massima concentrazione dei confitti, del terrorismo e della dissoluzione degli Stati
CA OS
D
al-Rutba .
Albūkamāl
Mayādīn
Dayr al-Zawr
Šaddādī
Situazione nelle città siriane Città contesa per base aerea militare lealista (Dayr al-Zawr) Città contese tra varie fazioni
L’Is ha bloccato la strada tra Aleppo e Hamā. . Intensi bombardamenti governativi e russi sono in corso per sbloccare la strada
Fonte: www.syria.liveuamap.com e autori di Limes sul terreno
Strade importanti
Aree anti-governative, Miliziani anti-regime . tra cui qaidisti della Gabhat al-Nusra . Alture del Golan
Aree controllate dai governativi e Hizbullāh .
Territorio dell’Is e Siria
GIORDANIA
SIRIA
Raqqa
Palmira al-Qaryatayn
Damasco
Hims . .
p Aleppo
L’Is perde terreno vicino Šaddādī a favore delle forze curde Mosul
zio
tru
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Fallūğa Fallū ll
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rate
Euf
IRAQ
Tigri
KUWAIT
Curdi Curdi siriani Curdi iracheni Curdi turchi e iraniani
IRAN
Golfo Persico ©Limes
Città curde Città controllate dal governo iracheno Città irachene sotto il controllo del governo Territorio dei curdi siriani Kurdistan siriano (Rojava)
Territorio dei curdi iracheni Kurdistan iracheno
Città contese tra l’Is e i governativi iracheni
Città sotto il controllo dell’Is
Aree sotto controllo Is
Territorio dell’Is e Iraq
2 - LO STATO ISLAMICO Interrotto collegamento territoriale dell’Is tra Singār e Mosul
Baghdad
Kirkūk
n
Sā Sāmarrā’
Ti Tikrīt
nc os
dit ai
sa u
ARABIA SAUDITA
ro
Mu
Città dove l’Is rimane in piccole sacche
ta
Arbīl
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Karbalā)
ādī Ramādī
Baygī
Città riconquistata dai governativi
Hadīta .
Singār
Kur
o
ISRAELE
LIBANO Beirut
Hamā .
TURCHIA
en
Mar Mediterraneo
Le forze curde hanno guadagnato terreno varcando l’Eufrate verso Aleppo
L’Is perde terreno ad est di Aleppo a favore dei lealisti
r h ac
3 - RUSSIA CONTRO OCCIDENTE
Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva + fondatori Unione Economica Eurasiatica (2015) Paesi Ue Paesi Nato Ucraina di interesse prioritario russo Aree di frizione Russia-Nato Area controllata dai ribelli anti-Kiev Gruppo del Nord Teste di ponte russe anti-Nato/Ue Transnistria Abkhazia Ossezia del Sud
Mar Glaciale Artico
Porti strategici russi nel Mediterraneo Balcani occidentali Kazakistan
Federazione Russa Finlandia Estonia
Norvegia
Lett. Svezia
Regno Unito
Polonia
Danimarca Paesi Bassi Irlanda
Armenia
Ucraina Sebastopoli
Germania Belgio Luss.
Francia Oceano Atlantico
Georgia
Lit. Bielorussia
Siria
Rep. Ceca Slov. Austria
Ungheria
Romania
Turchia
Tartūs
Bulg.
Serbia Slov. Bosnia E. Mac. Croazia Grecia Alb. Italia
Cipro
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Latakia
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Malta
Portogallo
©Limes
Murzuq
Misurata
Sabhā
Sirte
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A
SARĪR
Harīqa .
Terminal di Harīqa e giacimenti . collegati, sotto il controllo di Tobruk, sono in funzione
©Limes
LIF
Giacimenti di gas Gasdotti Gasdotto chiuso (Greenstream) Giacimenti di petrolio Oleodotti
RO NA PET
Tobruk
Impianti gnl Raffinerie Terminal petroliferi Centrale elettrica SARĪR Nomi di alcuni giacimenti
ZZALU
Marsā al-Burayqa
al-Zuwaytīna
Ci rena i ca
Mezzaluna petrolifera zona contesa e attività energetiche bloccate
ME
Rā’s Lānūf
Bengasi
M e d i t e r r a n e o
Fezzan (Tuareg e Tibū)
Zintān
al-Sidra
Tanker Terminal e impianto Gnl fermi
Controllo logistica impianti e condotte
L I B I A
al-Hums
Trip olitania
Zāwiya
Tripoli
F e z z a n
Zintān
Millīta
M a r
4 - LIBIA, UN CAPITALE ENERGETICO BLOCCATO
Greenstream (gasdotto per l’Italia - CHIUSO)
MALTA
Fonti: per il petrolio e il gas - Petroleum Economist; Per le divisioni geopolitiche del territorio: Wolfgang Pusztai
AL-FĪL (ELEPHANT)
WAFĀ’
Ġadāmis
TUNISIA
TIbū
Tuareg
Federalisti (I. Gadran) .
Stato Islamico
Operazione Dignità
Operazione Alba libica
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
2 - IL MONDO DI ERDOGAN SE
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Kuala Lumpur Lahore
MYANMAR
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Mecca , La ina ed M te ien Or A
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A
ANGOLA
C’è un terzo possibile scenario di transizione alla guerra mondiale. È il conflitto, per ora semifreddo, intorno alla sovranità sui Mari Cinesi Orientale e Meridionale. La disputa palese verte su arcipelaghi, isolotti e scogli, coinvolgendo tutti gli Stati della regione, a partire da Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam. Gli obiettivi meno propagandati ma decisivi riguardano l’accesso ad acque strategiche per i commerci e i rifornimenti energetici dell’Estremo Oriente, ricche di risorse minerarie e ittiche. Qui non vige il paradigma del trittico bellico applicato ai casi precedenti. Non si tratta di guerre civili né per procura. I protagonisti si affrontano a viso aperto, senza lesinare fiammeggianti proclami a uso degli ultranazionalismi domestici. In febbraio, la Repubblica Popolare ha provveduto ad alzare la temperatura del confronto, schierando missili terra-aria e aerei da combattimento sull’isola artificiale di Woody (Yongxing), nell’arcipelago delle Paracelso, conteso con Brunei, Malaysia, Vietnam, Filippine e Taiwan. A battezzare nostrum il Mar Cinese Meridionale, che Pechino è pronta a difendere con le armi.
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NON È LA FINE DEL MONDO
Se qui si dovesse tralignare verso la guerra calda, il rischio che essa ecceda la dimensione regionale consiste nell’interesse vitale degli Stati Uniti a consolidarsi come potenza residente in Asia-Pacifico e a mantenere il controllo globale delle vie marittime. Il contenimento della Repubblica Popolare, parafrasato nella mite locuzione del «perno asiatico» (pivot to Asia), implica la pressione anticinese – sorretta dalla panoplia aeronavale a stelle e strisce – della catena di paesi che fronteggiano Pechino fra gli stretti di Malacca e Corea.
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4. Mondiale sarebbe per certo la guerra che impegnasse gli Stati Uniti contro almeno uno dei due protagonisti che li seguono, a considerevole distanza, nella gerarchia delle potenze: Cina o/e Russia. I «pezzi» di Francesco possono accendersi per autocombustione, ma senza l’intervento dei primattori non eccederebbero i rispettivi perimetri regionali. Decisivo è dunque valutare lo stato delle relazioni fra gli attori principali sulla scena mondiale. Ne abbiamo scelti cinque, dedicando gran parte di questo volume a incrociarne i punti di vista, che abbiamo poi riassunto, sulla base di nostre speriamo non troppo arbitrarie valutazioni, nella tabella 3. Il quintetto è composto da Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e Turchia. Perché proprio questi e non anche, ad esempio, la terza o quarta (a seconda dei parametri) potenza economica globale, il Giappone, il colosso demografico India, o forse il pur barcollante Brasile? Ferma restando la priorità del trio americano-sino-russo, l’opzione turca e quella tedesca ci paiono più rilevanti delle altre al fine della nostra analisi. La Turchia in quanto strategica nel caos siracheno, dove ne abbiamo rimarcato le potenzialità incendiarie. La Germania quale protagonista sottotraccia della crisi in Ucraina, dove si è spesa prima per sanare le dispute intraucraine (mentre Washington le acuiva), fallendo, poi per ricomporre gli esiti della frattura russo-atlantica, con qualche successo. Leggendo tra le righe della partita Nato-Russia si decifra la causa prima del coinvolgimento di Obama in quella che per noi è periferia orientale d’Europa, per Washington ala occidentale d’Eurasia. Gli Stati Uniti non hanno investito a Kiev cinque miliardi di dollari oltre a notevoli risorse diplomatiche e d’intelligence solo per cacciarvi un presidente discutibilmente considerato filorusso e insediarvi un potere, pe-
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Tabella 3 - GLI INCROCI DELLE CINQUE POTENZE RUSSIA
CINA
USA
GERMANIA
TURCHIA
RUSSIA
CINA
USA
GERMANIA
TURCHIA
Fotografa molto provvisoria dei rapporti fra i cinque maggiori attori mondiali, sulla base della caratteristica attualmente prevalente nei rispettivi rapporti di coppia.
Legenda: A = Allineati C = Confittuali I = Intermedi
raltro rissoso e inefficiente, altrettanto opinabilmente classificato filoccidentale. La ratio geostrategica americana in Eurasia era e rimane la priorità di allentare i fili delle intese russo-tedesche – più latamente russo-europee – quando tendono troppo a stringersi. Ancora una volta, nulla di nuovo sotto il sole. Non è nuova, anzi plurisecolare, la promiscuità fra Russia e Germania (o Prussia). Pura geopolitica, oliata con l’economia, a prescindere da regimi e ideologie. Nel tardo Ottocento Bismarck curava «il filo con Pietroburgo»; al tempo di Weimar Rathenau stipulava con i bolscevichi il trattato di Rapallo (1922); nel 1939 Hitler s’intendeva con Stalin per spartirsi la Polonia; nel 1970 Brandt scambiava con Brežnev tubi contro gas; all’alba di questo secolo Schröder allineava Berlino a Mosca contro l’invasione
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americana dell’Iraq e intrecciava con Putin – «democratico ineccepibile» – una proficua amicizia personale. E se oggi tra presidente russo e cancelliera germanica non corre simpatia, mentre sanzioni e controsanzioni intaccano le sostanziose relazioni commerciali fra i due paesi, nondimeno il «filo con Mosca» resiste. A differenza dei baltici, la Bundesrepublik continua a coltivare il negoziato con la Federazione Russa, sfociato nei precari e ambigui accordi di Minsk, maldigeriti dagli oltranzisti atlantici, dagli ultranazionalisti ucraini e dai separatisti del Donbas, mentre appena possibile scavalca con agili triangolazioni gli ostacoli sanzionatori al commercio russo-germanico. Del fiume di parole che sta avvelenando il clima fra Russia e America, due sole resisteranno all’usura della storia: «Fuck the EU!» (sottotesto: «Fuck Germany!»), copyright dell’assistente segretario di Stato Victoria Nuland. Noi europei consideriamo la Germania determinante nel Vecchio Continente, mentre tendiamo a trascurarne la proiezione asiatica, che non sfugge invece agli americani. Berlino non è solo leader in Europa, è anche potenza mondiale, grazie all’irradiamento globale delle sue esportazioni. Specie verso la Cina. Da Kohl a Merkel, i tedeschi si sono lanciati nel varco aperto dalle riforme di Deng, stabilendo una relazione privilegiata con la Repubblica Popolare. Non solo economia e commercio. Si consideri la postura geopolitica assunta da Berlino in diverse crisi internazionali, che per l’approccio non-interventista e vagamente neutralista ha indotto qualche analista ad assimilarla ai Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). E noi ad assegnarle il grado intermedio – non allineato né conflittuale – in tutte e quattro le relazioni con le altre potenze catalogate nella tabella 3. Né si possono trascurare i frequenti viaggi di Merkel a Pechino, con annessa schiera di imprenditori e supermanager. Certamente se ne prende buona nota a Washington. Il fatto che il cellulare della cancelliera, come quello del suo predecessore, fosse (sia?) controllato dall’intelligence americana, non era (è?) un capriccio della Casa Bianca. Dove non ci si è troppo dispiaciuti per la fuga di notizie su questo peculiare spionaggio ai danni del massimo alleato europeo. Evidente il messaggio: cara Angela, attenta che ti conosciamo bene. Se l’intesa russo-tedesca è la linea rossa della geopolitica eurasiatica di Washington, l’aggancio cinese a questa coppia per effetto delle strutturate interdipendenze geoeconomiche con Berlino – destinate a
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
3 - ARSENALI ATOMICI NEL MONDO
STATI UNITI 8.500
Numero di missili Più di 1.000
REGNO UNITO 225 FRANCIA 300 ISRAELE 80
FEDERAZIONE RUSSA 10.000
CINA 240
COREA DEL NORD <10*
INDIA 80-100 PAKISTAN 90-110
Tra 151 e 1.000 Da 0 a 150
* L’esistenza di un arsenale nucleare nordcoreano non è stata confermata
evolversi nello scenario delle «nuove vie della seta» – e del forzoso avvicinamento di Mosca a Pechino per la tempesta ucraina equivarrebbe a scompaginare l’intero spettro delle priorità globali coltivate dagli Stati Uniti nel loro primo secolo di egemonia. Quanto al decisivo terzetto Usa-Cina-Russia, valutiamo conflittuali i loro rapporti. Questo non è affatto un dato storico. È novità recentissima. Maturata durante il doppio mandato di Obama. Le responsabilità per la contemporanea ostilità sino-russo-americana sono divise fra i tre protagonisti. Ma le maggiori spettano agli Usa. Sia in quanto potenza superiore, quindi più autorevole. Sia soprattutto perché a differenza dei leader russi e cinesi, che hanno sperato e forse tuttora sperano di stabilire in futuro relazioni cooperative con l’America, l’esiguo establishment che orienta la politica estera statunitense non si è sforzato di strutturare rapporti fiduciari con i potenziali partner. Soprattutto, non pare interessato a leggerne le intenzioni. Sicché i russi restano i nemici di sempre e i cinesi l’unico ostacolo al «secondo secolo americano». A differenza del suo predecessore, di cui in Cina si apprezzava il pragmatismo e l’assenza di animosità, Obama non è riuscito a far
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avanzare in nulla il rapporto con Pechino – moine sull’ambiente a parte. La posta in gioco è il diritto della Cina di partecipare su un piede di parità alla riscrittura delle regole economico-finanziarie globali, essendo da tempo scaduto lo schema di Bretton Woods. Sul rifiuto di tale intesa Washington non transige. Ha anzi configurato un’area di integrazione commerciale asiatico-pacifica (Trans-Pacific Partnership) senza la Cina. Obiettivo: farne il braccio geoeconomico del contenimento strategico dello sfidante in ascesa. Xi Jinping risponde con ambiziose controiniziative come la Asian Infrastructure and Investment Bank e le nuove «vie della seta». Mentre cavalca l’orgoglio nazionale, come nel caso dei Mari Cinesi, pur schivando la trappola della sovraesposizione strategica che deriverebbe dall’impantanamento nelle crisi e nelle guerre in atto, dove rischierebbe lo scontro con la superpotenza. Di qui una certezza: il tempo del G2 è trascorso. La prospettiva del condominio sino-americano sarà difficilmente resuscitabile. Sul versante russo, la crisi con Washington è precipitata due anni fa dopo il colpo di Stato a Kiev – che Mosca attribuisce agli americani – il conseguente ratto della Crimea e la guerra ibrida nel Donbas. Dove Putin ha prima mandato truppe a sostegno dei ribelli, salvo poi finire in buona misura prigioniero delle loro ambizioni territoriali. Ora vorrebbe districarsi da un impegno che gli sta costando caro, ma non sa come farlo senza perdere la faccia. E il posto. Il contrasto russo-americano è destinato a durare perché frutto dell’incomprensione statunitense degli interessi e della mentalità russa, cui corrisponde la frustrazione del Cremlino, umiliato dalla postura della superpotenza con la quale, esaurita la stagione sovietica, Putin per primo sperava di ingaggiare un rapporto di fiducia. Non più. Henry Kissinger ha mirabilmente dipinto il «divario fondamentale nella concezione storica» di americani e russi: «Per gli Stati Uniti, la fine della guerra fredda sembrava provare la loro tradizionale fede nell’inevitabile rivoluzione democratica. E apriva la prospettiva dell’espansione di un sistema internazionale governato da regole essenzialmente legali. Ma l’esperienza storica russa è più complicata. Per un paese attraversato nei secoli da eserciti stranieri sia da est che da ovest, la sicurezza avrà sempre bisogno di un fondamento geopolitico, così come legale. Quando il suo confine di sicurezza si sposta di mille miglia dall’Elba verso est, in direzione di Mosca, la percezio-
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
ne russa dell’ordine mondiale conterrà sempre una componente inevitabilmente strategica. La sfida del nostro tempo è di fondere le due prospettive – la legale e la geopolitica – in un concetto coerente»5. Ne siamo lontanissimi. Il paradosso è che nessuno dei tre primattori vuole lo scontro con gli altri due, ma tutti e tre sembrano averlo interiorizzato quasi dato di natura. Purché naturalmente non sfiori il grado bellico, esiziale fra potenze nucleari (carta 3). Scenario irrazionale. Ma quante volte le guerre, mondiali incluse, sono scaturite non per effetto di geometrici piani bellici, ma per l’incapacità dei decisori di interpretare le mosse altrui e di calcolare le conseguenze delle proprie? Putin giudica «folle» la sola idea di una guerra contro la Nato6. E Obama non ha vocazione per i fatti d’arme, persino meno che per gli affari internazionali. Ma proprio l’assenza di pianificazione strategica, insieme all’incapacità di decrittare le logiche del rivale, può provocare catastrofi non volute. Nessuno dei tre grandi conosce le vere linee rosse degli altri – forse nemmeno le proprie. Quelle che se oltrepassate implicano risposta armata. Nulla garantisce rispetto al rischio che America, Russia o Cina, intervenendo anche solo per procura in un’area che battezzano secondaria ma che per il rivale è vitale, possano produrre il corto circuito capace di scatenare la terza guerra mondiale. 5. L’Europa, soggetto delle due prime guerre mondiali, in caso di terza ne sarebbe oggetto. Dopo aver esportato guerre sue in continenti altrui, ora potrebbe reimportarle. Con gli interessi. Vediamo perché. In Europa non esistono potenze nazional/imperiali a tutto tondo, avvicinabili alla Cina o anche alla Russia – tacciamo degli Stati Uniti – fosse solo per la rinuncia o l’impossibilità di dotarsi di credibili strutture della forza e per l’indisponibilità al pro patria mori. Tantomeno si profila quel global player comunitario evocato dalla fanfara europeista. Il trasferimento di sovranità dallo Stato nazionale all’Unione Europea è fallito, ammesso sia stato tentato. Nell’anomia che preme alle nostre porte le voci degli europei suonano flebili o velleitarie. Producendo stridenti cacofonie. 5. H. KISSINGER, «Russia Should Be Perceived as an Essential Element of Any New Global Equilibrium», The National Interest, 7/2/2016, nationalinterest.org 6. Cfr. l’intervista di P. VALENTINO a V. PUTIN, «Non sono un aggressore, patto con l’Europa e parità con gli Usa», Corriere della Sera, 6/6/2015.
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Forse non siamo perfettamente consapevoli di trovarci al margine fra terre dell’ordine e Caoslandia. E ci culliamo nel consolante sogno del continente immune da guerre, certificato nel 2012 dal premio Nobel per la pace assegnato all’Ue, quasi fosse una personalità o un soggetto geopolitico. Abbiamo rimosso che la radice della lunga pace post-hitleriana era la guerra fredda, ovvero il controllo che sovietici e americani esercitavano sulle rispettive porzioni d’Europa per evitarne la collisione. Tanto che appena esaurito quell’ordine sono scoppiate le guerre jugoslave, di cui ci sfuggiva il senso sistemico: a determinarle e a lasciarle incrudelire per anni fu il disinteresse dell’allora superpotenza unica, l’avvitamento su se stessa della Russia e la carenza di un soggetto europeo, o almeno di un concerto francotedesco-britannico che lo surrogasse. In questa fase storica il pericolo per l’Europa scaturisce dall’intreccio fra la nostra impotenza, la violenza dei vortici bellici intorno a noi e il relativo disinteresse degli Stati Uniti per il continente che li tenne fin troppo impegnati per quasi tutto il Novecento, dalle cui periodiche convulsioni speravano essersi emancipati allo scadere della guerra fredda. Consideriamo in questa luce l’incrocio fra le guerre alla nostra periferia orientale (Ucraina) e meridionale (dalla Libia al Siraq), l’incubo terroristico che dopo Parigi svela i nostri nervi scoperti e la pressione migratoria che espone la porosità delle frontiere esterne Ue mentre ci spinge a erigere barriere fra soci comunitari onde scaricare gli aspiranti rifugiati sul vicino. Nell’illusione si tratti solo di emergenza, non anche di flussi dettati nel lungo periodo dalla geodemografia. E osserviamo la collocazione dell’Italia nell’occhio di tanti convergenti cicloni. Per trarne il senso della nostra incoscienza rispetto alla prospettiva, per niente immaginifica, di finire risucchiati in Caoslandia. Insieme ai greci e alle altre labili appendici mediterranee dell’Ue, che qualche leader nord-europeo vorrebbe trasformare in immensi campi profughi. Assegnando a noi i compiti un tempo delegati a Gheddafi. Per non perder tempo, eccoci pronti a sbarcare di nuovo in Libia a caccia dello Stato Islamico, mostro ingigantito dai media e da alcuni governi europei – Parigi in testa – interessati a coltivare l’ideologia (e la prassi) della «guerra al terrorismo», nella speranza di rispondere così alla domanda di sicurezza che sale dai loro elettori. Trascurando che
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
a profittare del bellicismo sono gli stessi terroristi. I quali vivono della nostra paura di loro. E della consapevolezza che sul terreno dello scontro asimmetrico ci sono superiori (carta a colori 4). 6. C’è nello spirito del tempo una paradossale rassegnazione alla guerra. Financo una pulsione neofuturista verso la «sola igiene del mondo», riletta in chiave nichilista. A nutrire la rassegnazione e a legittimare la pulsione, un determinismo bellico per cui il riduttore della caotica complessità di cui sentiamo l’urgenza non sarà la politica, saranno le armi. La terza guerra mondiale come guerra definitiva. Armageddon. La fine della storia come destino prossimo è il carburante ideologico che può incendiare i «pezzi» di Francesco. La coscienza storica è il solo rimedio, almeno per chi non confida nell’intervento divino. Ma è lo stesso papa a esprimersi contro il determinismo bellico, nelle parole e negli atti. A disegnare una «geopolitica della misericordia», antidoto alla narrazione apocalittica che si offre come irrimediabile profezia. Il linguaggio è religioso, l’obiettivo terreno. Come spiega Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, nella sua esegesi della geopolitica papale, Francesco si batte contro i teorici del clash of civilizations su entrambi i fronti della presunta battaglia finale tra cristianesimo, abusivamente declassato a ideologia dell’Occidente, e islam, altrettanto arbitrariamente ridotto a breviario per terroristi. Infatti, il papa gesuita «svuota di senso» sia «la macchina narrativa del “califfato”» sia «il millenarismo apocalittico che intende denominarsi “cristiano” e che si pone come giustificazione della guerra contro quello che viene definito in termini religiosi ed etici “l’asse del Male”. Francesco intende smontare questa doppia narrativa dello scontro finale dall’amaro gusto religioso, che nutre la narrativa del terrore e alimenta l’immaginario di jihadisti e neo-crociati»7. Di più, il papa smantella l’idea del cattolicesimo come «ultimo impero», erede di Roma. Sulle orme del teologo gesuita tedesco-polacco Erich Przywara, ispiratore di Hans Urs von Balthasar, Francesco «postula la fine dell’epoca costantiniana, rifiutando radicalmente l’idea dell’attuazione 7. Cfr. A. SPADARO, «La diplomazia di Francesco. La misericordia come processo politico», La Civiltà Cattolica, vol. 1, 2016, p. 218.
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NON È LA FINE DEL MONDO
del regno di Dio sulla Terra, che era stata alla base del Sacro Romano Impero e di tutte le forme politiche e istituzionali similari, fino alla dimensione del “partito”»8. La papale strategia della misericordia, osteggiata dal «califfo» come dai teocon, ha molto a che vedere con l’aritmetica paradossale dei classici russi, quel «due per due fa cinque» inscritto nelle Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, una delle letture preferite da Francesco9. Approccio flessibile, insofferente alle teologie del Bene e del Male, alle stenografie moralistiche che dipingono il mondo in bianco e nero, finendo per giustificare guerre che si vorrebbero ultime salvo sempre svelarsi penultime. Fino alla provocazione di riferirsi ai terroristi come «povera gente criminale»10. E alla determinazione ad aprire con successo ponti diplomatici verso persone e nazioni spesso demonizzate in Occidente, dalla Russia di Putin alla Cina di Xi Jinping, dalla Cuba dei fratelli Castro all’Iran di Khamenei e Rohani. La dottrina di Francesco è informata al realismo. A una geopolitica non deterministica, che scruta i segni oscuri dei tempi non per rassegnarvisi, ma per intenderli e, per quanto possibile, sovvertirli. La terza guerra mondiale non ci sarà. Se non la vorremo.
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8. Ibidem. 9. Cfr. al riguardo l’editoriale «Due per due fa cinque?», Limes, «Il mondo di Putin», n. 1/2016, pp. 7-26. 10. Così il papa nell’incontro con rifugiati e disabili presso la chiesa cattolica latina di Betania, il 24 maggio 2014, come ricorda A. SPADARO in op. cit., p. 219, nota 21.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Parte I ECONOMIA GLOBALE
=
GUERRA GLOBALE?
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
LE RADICI ECONOMICO-FINANZIARIE DELLA POSSIBILE GUERRA MONDIALE L’analisi storica rivela l’escalation dei maggiori conflitti armati a partire da dispute economiche. La competizione per le risorse e il declino dei beni comuni. Lo scontro delle valute e i rischi della deflazione, malattia ancora senza rimedio. di Brunello ROSA
C
I STIAMO AVVIANDO VERSO LA TERZA
guerra mondiale? Per rispondere a questa domanda, filo conduttore di questo volume, bisogna partire dalla constatazione che la guerra guerreggiata, quella con bombe e cannoni, è solo l’ultimo atto di un processo più lungo, di cui si possono evidenziare tre momenti principali: la battaglia per le risorse economiche e quindi finanziarie, la sfida tecnologica e, infine, l’escalation militare 1. Pertanto, lo scontro bellico tra paesi (o blocchi di paesi), ovvero la guerra per come tradizionalmente la si intende, rappresenta soltanto la parte più visibile, culminante di un processo. Aderendo a questa interpretazione un po’ vetusta non si fanno però passi avanti nel trovare una risposta alla domanda di fondo. Ripensiamo per esempio a come si è giunti sia alla prima sia alla seconda guerra mondiale 2. La deflagrazione della Grande guerra nel luglio 1914 fu la conclusione di un processo iniziato molto prima, durante la fase «pacifica» iniziata nel 1814-15 con il Congresso di Vienna, in cui le principali potenze europee avevano dato vita a una guerra per le risorse economiche mondiali, che al1. Questo approccio consente di ricomprendere alcune delle più note «teorie della guerra» o della conquista. Il grande storico Carlo M. Cipolla, nel chiedersi come mai fossero stati gli europei ad andare in America, piuttosto che gli americani in Europa, rispondeva con due parole: «Vele e cannoni» – e cioè risorse economiche capaci di produrre tecnologia (del trasporto) e mezzi militari. Anche Carl von Clausewitz, nel descrivere la guerra come continuazione della politica con altri mezzi, di fatto si riferiva alle due fasi con cui si intende piegare il nemico: quella politica (della sfida economico-finanziaria e tecnologica) e quella del dispiegamento dei mezzi militari nel frattempo accumulati. 2. Ma un discorso analogo potrebbe essere fatto per descrivere il processo che portò a quella che Winston Churchill considerò essere la «vera» prima guerra mondiale in senso moderno, e cioè la guerra dei Sette anni (dal 1756 al 1763, che ebbe un preambolo nel 1755 e un’appendice fino al 1764), che vide scontrarsi i principali paesi del mondo sia in Europa sia nelle colonie, dall’Africa all’America e all’Asia.
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LE RADICI ECONOMICO-FINANZIARIE DELLA POSSIBILE GUERRA MONDIALE
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l’epoca si potevano identificare con le colonie – da intendersi sia come fonte di materie prime e manodopera sia come mercati di sbocco di manufatti finiti. La principale potenza mondiale era la Gran Bretagna, che dominava su vaste aree del mondo per via di una superiorità acquisita in campo economico, tecnologico e finanziario, che le derivavano dall’essere la nazione culla della rivoluzione industriale e il centro degli scambi commerciali e finanziari mondiali, regolati dal meccanismo del gold standard, imperniato sulla sterlina. La tecnologia a cui all’epoca tutti aspiravano per guadagnare un vantaggio informativo sull’avversario era l’aeroplano, che fece le sue prime apparizioni belliche (a fini di ricognizione) nella guerra di Libia (1911) e in quelle balcaniche (1912-13). Potersi alzare in volo e vedere (anche se all’epoca non attaccare) oltre le linee nemiche grazie a questa rivoluzionaria tecnologia rappresentava un vantaggio informativo essenziale, base del successivo scontro bellico mondiale, deflagrato quando le sfere di influenza costituite attorno ai grandi imperi continentali europei e mediorientali entrarono in rotta di collisione. Le fasi che portarono allo scoppio della seconda guerra mondiale seguirono un canovaccio simile. La potenza egemone dopo la bancarotta inglese del 1917 e il collasso del gold standard erano gli Stati Uniti d’America, che avevano superato anche la Gran Bretagna come primo paese industriale del mondo e avevano dato vita a un mercato dei prodotti finanziari che aveva permesso uno sviluppo tumultuoso, ma fragile, negli anni Venti, che si interruppe bruscamente con lo scoppio della bolla azionaria di Wall Street nel 1929. Il meccanismo di contagio della catastrofe finanziaria americana verso il resto del mondo fu il cosiddetto «circuito finanziario degli anni Venti», incentrato sui flussi innescati dal piano Dawes del 1924 che permettevano ai tedeschi di ripagare con denaro preso a prestito dagli americani le ingenti riparazioni di guerra sciaguratamente inflitte alla Germania con il trattato di Versailles del 1919. Il collasso finanziario e la conseguente grande depressione economica che colpì prima gli Stati Uniti e poi l’Europa furono il detonatore della seconda guerra mondiale, ma l’esplosivo venne ancora una volta fornito dalla sfida tecnologica, che si giocò su due fronti. Un fronte «quantitativo», e cioè la capacità di produrre su vasta scala la tecnologia (a quel punto diventata «tradizionale»: cannoni, aerei, carri armati, missili a lunga gittata, navi e portaerei) che poteva sostenere il conflitto bellico. Il riarmo della Germania di Hitler nel momento in cui gli Stati Uniti ancora faticavano a trovare la ricetta economica per uscire dalla grande crisi rappresenta una fase cruciale di questa guerra, prima ancora che un singolo proiettile fosse sparato. E un fronte «informativo» con gli sviluppi della crittografia tedesca (simboleggiati dalla macchina Enigma), che gli alleati si trovarono a dover contrastare in corsa tramite l’invenzione delle macchine di Turing (i progenitori del computer). Ancora una volta, la capacità di avere, o scambiarsi, informazioni in modo tecnologicamente superiore si rivelava la chiave di accesso alla vittoria finale. L’invenzione della bomba atomica nel 1945 avvenne a guerra già finita, quando la superiore capacità industriale degli
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Stati Uniti e la decodifica dei codici militari tedeschi da parte degli inglesi avevano già fatto girare le sorti del conflitto a vantaggio degli alleati 3.
Le guerre economico-finanziarie, preludio alla terza guerra mondiale? Seguendo questo schema interpretativo (tabella), ci proponiamo di indagare quali siano le guerre economico-finanziarie ora in corso che potrebbero sfociare in un possibile (certamente non auspicabile e probabilmente ancora evitabile) conflitto mondiale. La guerra economico-finaziaria ora in corso si combatte su cinque fronti principali, ovviamente interconnessi e con sottofronti interni. I fronti principali sono: a) risorse essenziali; b) deflazione; c) tassi di interesse; d) monete; e) azioni e credito.
Il fronte delle risorse essenziali Il concetto di guerra è gia insito nei concetti fondamentali della teoria economica, che sono quelli di scelta/consumo e produzione/sviluppo. Infatti i due assunti alla base di questi due concetti sono quello della scarsità (scarcity) delle risorse (tra cui si sceglie e con cui si produce) e «non sazietà locale» (local non-satiation), tale per cui si desidera sempre di più (entro certi limiti – cioè «localmente») di un certo bene o servizio 4. Nella teoria economica tradizionale non si dà scelta tra beni liberamente disponibili in quantità illimitata o di cui non si sente la necessità. Ugualmente non si producono beni infinitamente disponibili o inutili. Beni o servizi con tali caratterstiche sarebbero di natura «non economica». Il problema sorge quando anche tali beni e servizi (capaci di fornire utilità atte al soddisfacimento di bisogni), che una volta si potevano considerare disponibili in quantità illimitata (l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, le cure materne), diventano «economici» e perciò stesso soggetti e portatori di conflitto. Si può iniziare a pensare che la terza, o al più tardi la quarta, guerra mondiale si combatterà su beni «non economici», divenuti improvvisamente scarsi. In precedenti volumi di Limes si è indagato il fenomeno della desertificazione, del collasso dell’agricoltura sostenibile, della riduzione dell’acqua potabile in ampie regio3. Ma l’invenzione della bomba atomica fu la chiave della successiva «guerra mondiale», cioè la guerra fredda tra Stati Uniti e loro alleati della Nato e paesi del Patto di Varsavia, che ancora una volta si può interpretare con la sequenza economia/finanza, tecnologia (e informazione), scontro bellico. Laddove la guerra per le risorse tornava ad essere sulle aree di influenza di Usa e Urss e sul petrolio dei paesi mediorientali, la tecnologia distruttiva era costituita dalla bomba atomica, il vantaggio informativo lo si cercava attraverso l’uso dei satelliti e gli scontri bellici avvenivano per mezzo delle proxy wars in giro per il mondo. 4. In estrema semplificazione, se non c’è scarsità e non c’è sazietà, tutti vorrebbero più mele e più arance, ma il meccanismo fondamentale che fa scattare l’analisi economica (del consumo) si basa sulla domanda chiave: a quante mele sei disposto a rinunciare per avere un’arancia in più? Oppure (nell’analisi della produzione): a quante ore di tempo libero sei disposto a rinunciare per produrre un’arancia in più?
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LE RADICI ECONOMICO-FINANZIARIE DELLA POSSIBILE GUERRA MONDIALE
SCHEMA DELLE VARIE FASI DEI CONFLITTI MONDIALI
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FASI DEL CONFLITTO
ECONOMICO FINANZIARIA
TECNOLOGICO INFORMATIVA
MILITARE
PRIMA GUERRA MONDIALE
• Guerre coloniali (1814-1914) • Rivoluzioni industriali (1750-1870, 1870-1920) • Gold standard incentrato sulla sterlina britannica (1844-1914)
• Aereo da ricognizione (1910-14) • Aereo da battaglia (dal 1915)
Principalmente Europa e Medio Oriente (1914-18)
SECONDA GUERRA MONDIALE
• Apparato industriale su vasta scala (dal 1920) • Mercato fnanziario sviluppato centrato su Wall Street (1920-38)
• Tecnologia “quantitativa” • Enigma vs macchine di Turing
Europa, Africa, Asia (Est e Ovest), Medio Oriente (1939-45)
GUERRA FREDDA
• Risorse e mercati nelle rispettive aree di infuenza geopolitica (1945-89) • Petrolio (con shock nel 1973 e nel 1979)
• Bomba atomica (1945) • Bomba atomica (come deterrente) • Satelliti (dal 1957) • Arpanet (1963)
Proxy wars in varie parti del mondo
TERZA GUERRA MONDIALE?
• Risorse essenziali (migrazioni) • Infazione (petrolio, lavoro, salari) • Monete • Tassi • Azioni e credito
• Satelliti • Tecnologie produttive knowledge intensive ma labor-saving • Cyberwarfare (controllo dello spazio elettromagnetico) • Tecnologie belliche convenzionali, nucleari, biologiche
• Terrorismo di matrice islamica • Guerre e guerre civili in Africa e Nordafrica • Medio Oriente • crisi dei migranti • Russia/Ucraina • Mar Cinese Meridionale • Crisi Unione Europea
sorse una volta ritenute «beni comuni». Questi fenomeni sfociano sia in guerre (civili e tra Stati) sia in fenomeni di migrazione di massa che rischiano di investire continenti, come l’Europa centrale e occidentale, la cui pace, coesione sociale e solidarietà sono ora ridotte ai minimi termini, e pertanto a rischio di rotture, foriere di ulteriore instabilità. Inoltre, il tentativo dell’Europa di risolvere il problema affidandosi a soggetti esterni (la Turchia di Erdoãan, per esempio; ma in futuro potrebbe essere l’Egitto di al-Søsø) tende a complicare ulteriormente il quadro, tramite la creazione di legami e quindi di possibili tensioni con regioni a già elevato rischio di instabilità geopolitica.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Il fronte della deflazione Non c’è bisogno di richiamare l’iperinflazione degli anni Venti e quella seguita agli shock petroliferi degli anni Settanta e Ottanta per comprendere con immediatezza il legame strettissimo tra dinamica dei prezzi e guerre. Abbiamo in precedenza ricordato 5 come il debasamento (cioè la riduzione del contenuto aureo o argenteo) della valuta fosse la tipica mossa del sovrano per finanziare le sue guerre. In questa fase, ci troviamo di fronte a una guerra più subdola, combattuta contro un nemico ancora più insidioso dell’inflazione, e cioè la deflazione, ossia la caduta, o stagnazione, dei prezzi. Un nemico contro cui non si è ancora trovata un’arma veramente efficace, come lo è invece una stretta monetaria per piegare fenomeni iperinflazionistici. Il fronte della deflazione (dei prezzi, mentre di «deflazione dei debiti» parleremo in fondo a questo articolo) si dirama in due sottofronti, che possiamo identificare con le due nozioni di inflazione maggiormente usate: headline e core. L’inflazione core corrisponde all’inflazione headline depurata delle sue componenti più volatili – ossia i prezzi dell’energia e del cibo (che sono correlati tra loro 6). Pertanto quando si parla di inflazione headline, si fa generalmente riferimento alla dinamica dei prezzi energetici e quindi del petrolio in particolare. L’inflazione headline è bassa e in calo in quasi tutto il mondo a causa del crollo del prezzo del petrolio e di altre materie prime (grafico 1) avvenuto a partire dal terzo trimestre 2014. Tra le cause del crollo c’è la «guerra tra produttori» e la «politica dei prezzi predatori» da parte dei paesi produttori oligopolisti (e già la terminologia utilizzata descrive la natura bellicosa di queste relazioni economiche). Si sta assistendo a un nuovo tipo di shock petrolifero. Negli anni Settanta e Ottanta l’Arabia Saudita e la costituenda Opec intendevano punire i paesi importatori e consumatori di petrolio per il loro coinvolgimento indiretto al fianco di Israele nella guerra del Kippur. Pertanto tagliarono la produzione per far salire i prezzi petroliferi, mettendo in difficoltà i paesi industrializzati. Adesso i paesi del Golfo intendono punire altri paesi produttori, per mantenere la loro quota di mercato o per impedire ad altri (come l’Iran) di entrare e sopravvivere nel mercato. Sicché mantengono inalterata o incrementano la produzione per tagliare le gambe (undercut) ai concorrenti di mercato, con una politica dei prezzi predatoria. Avendo prezzi di estrazione notevolmente più bassi, l’Arabia Saudita e i suoi alleati nel Golfo stanno tenendo la produzione artificialmente alta (oltre la domanda mondiale) e quindi i prezzi artificialmente bassi in modo da mettere in difficoltà i paesi con prezzi di estrazione più alti, come gli Stati Uniti (che usano tecnologia fracking), il Brasile (che deve estrarre da acque profonde), la Russia (che deve perforare le profondità siberiane) o il Venezuela (per una combinazione di orografia sfavorevole, tecnologia obsoleta e inefficien5. Nell’articolo «La guerra delle valute», Limes, «Moneta e impero», n. 2/2015. 6. Il famoso prezzo della zucchina che aumenta in periodi freddi, quando maggiore energia deve essere impiegata per riscaldare le serre.
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LE RADICI ECONOMICO-FINANZIARIE DELLA POSSIBILE GUERRA MONDIALE
Grafico 1 - IL CROLLO DEL PREZZO DEL PETROLIO 120 100 80 60 40 20 0 gen 14
apr 14
lug 14
ott 14
gen 15
apr 15
lug 15
ott 15
gen 16
Prezzo petrolio ($ per barile) Fonte: Bloomberg
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za/corruzione del sistema). È già in corso pertanto una guerra energetica mondiale tra paesi produttori che sta mettendo in ginocchio diverse economie (il Venezuela si avvia al default, il Brasile vive una fase di drammatica recessione che si intreccia alle dispute politiche, legate peraltro proprio all’azienda nazionale di estrazione del petrolio, Petrobras). Ma c’è anche un risvolto da potenziale guerra civile. Infatti i paesi produttori e con politiche predatorie (per esempio l’Arabia Saudita) usano i proventi della vendita del petrolio per finanziare le loro spese sociali e mantenere la pace sociale. Un crollo dei prezzi petroliferi li costringe pertanto a misure di austerità fiscale che rischiano di sfociare (in paesi con enormi sacche di povertà, disuguaglianze paurose e tendenza al radicalismo politico e religioso) in rivolte se non vere e proprie rivoluzioni o guerre civili, che si sommerebbero a quelle, potenziali, tra Stati in un’ipotetica terza guerra mondiale. La componente di gran lunga più importante dell’inflazione core è la dinamica salariale, ferma – nella migliore delle ipotesi – ormai da molto tempo (grafico 2), nonostante i tentativi di rianimarla con politiche di adozione o aumento del salario minimo, come recentemente accaduto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. La bassa dinamica salariale, se non addirittura il crollo dei salari nominali come accaduto in alcuni paesi, è il frutto di una vera e propria guerra che si sta combattendo in tutto il mondo sul terreno del lavoro, con l’«esercito di riserva dei lavoratori» (per usare l’espressione profetica di Karl Marx, ossia quello dei disoccupati o sottoccupati disposti a lavorare per salari inferiori alla media e quindi in grado di esercitare una forte pressione al ribas-
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Grafico 2 - I SALARI NOMINALI IN STALLO O IN CALO 8 6 4 2 0 -2 -4 -6 -8 2007
2008
Stati Uniti
2009
2010
Regno Unito
2011
2012
2013
Eurozona
2014
2015
Giappone
Fonte: Haver Analytics
so sui salari nominali) ormai talmente imponente da essere tanto grosso quanto l’“esercito regolare” dei lavoratori occupati. Cosa impedisce ai salari di crescere e quindi di esercitare la pressione al rialzo sui prezzi? Ci sono vari fattori che contribuiscono al fenomeno. Anzitutto, con eccessi di capacità produttiva e larghi output gaps, i lavoratori non posseggono l’argomento chiave per richiedere aumenti. In secondo luogo, i sindacati sono stati notevolmente indeboliti dalle iniziative legislative volte a incrementare la flessibilità in entrata e in uscita dal mondo del lavoro e pertanto il loro potere negoziale tende a concentrarsi nella difesa dei posti di lavoro piuttosto che in richieste di aumento salariale, in pieno accordo con le attuali preferenze dei lavoratori. Questo anche per rispondere alla concorrenza feroce derivante dai lavoratori del Sud-Est asiatico, privi di diritti e di tutele. In terzo luogo, l’allungamento dell’età lavorativa dovuto alle riforme pensionistiche finisce per costituire degli ampi strati di lavoratori a fine carriera, meno produttivi e meno interessati ad aumenti salariali dei giovani. Infine, le innovazioni tecnologiche hanno portato a modelli produttivi basati sempre più sulla conoscenza e sempre meno sul lavoro (knowledge-intensive e labour-saving), che hanno portato al licenziamento di ampie schiere di colletti blu e adesso anche di colletti bianchi. Il tutto risultando in un incremento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza che costituiscono uno degli ingredienti fondamentali della secular stagnation di cui ha parlato Larry Summers. Nell’Eurozona, ai fattori adesso indicati si aggiungono le politiche di austerità, che hanno con-
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LE RADICI ECONOMICO-FINANZIARIE DELLA POSSIBILE GUERRA MONDIALE
Grafico 3 - TASSI DI INTERESSE INTERNAZIONALI 2,0 1,5 1,0 0,5 0,0 -0,5 -1,0 -1,5 -2,0 giu-09
dic-09
giu-10
dic-10
giu-11
Stati Uniti
dic-11
giu-12
dic-12
Germania
giu-13
dic-13
giu-14
dic-14
giu-15
dic-15
Regno Unito
Tassi di interesse reali con maturità dieci anni, derivati da infation-linked bonds Fonte: Bloomberg
dotto a processi di svalutazione interna, in gran parte attuati tramite tagli salariali nella pubblica amministrazione 7.
Il fronte dei tassi di interesse In un mondo deflazionistico a causa del crollo del prezzo delle materie prime (tra cui il petrolio) e della manodopera, la battaglia delle Banche centrali consiste nell’individuare un tasso di interesse (reale) sufficientemente basso da riuscire a equilibrare domanda e offerta sui vari mercati, compresi quello del lavoro e della moneta. Purtroppo l’eccesso di capacità produttiva descritto sopra ha prodotto un crollo degli investimenti (investment slump), mentre le incertezze legate alle prospettive future hanno generato un eccesso di risparmio (savings glut), con la conseguenza di deprimere il tasso di interesse reale di equilibrio a livello internazionale vicino allo zero, se non sotto lo zero (grafico 3).
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7. Come il lavoro sarà organizzato, remunerato e distribuito internazionalmente sarà uno dei temi cruciali di questo secolo, e una delle variabili chiave per capire se si andrà verso una stagnazione secolare o verso «guerre tra poveri» nel pianeta. I partiti progressisti a livello internazionale hanno avuto difficoltà a conciliare gli sconvolgimenti avvenuti nel mondo del lavoro con le rivendicazioni tradizionali basate sui concetti di diritto, tutela e incremento salariale. È invece probabile che i partiti progressisti nel XXI secolo dovrebbero basare la difesa del lavoro a partire dalla rivendicazione del legame chiave, ancora vigente nonostante gli sconvolgimenti degli ultimi quarant’anni, tra lavoro e dignità della persona, e cioè del lavoro come mezzo di espressione della personalità.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Motivo per cui le Banche centrali internazionali hanno ingaggiato una guerra senza esclusione di colpi nel tentativo di portare i loro tassi di policy nominali ai livelli più bassi possibili, tali da far sì che i tassi di policy reali risultassero ampiamente negativi. Per questo motivo le Banche centrali hanno inventato (o rivitalizzato) strumenti di policy tra i più esoterici, compresi il quantitative easing (l’acquisto di titoli di debito pubblico e privato), la forward guidance (la promessa di mantenere politiche espansive per tempi prolungati, per aggiustare le aspettative degli operatori), i tassi di deposito perfino sui pronti-contro-termine negativi. Questa guerra è veramente senza esclusione di colpi in quanto i gradi di accomodamento monetario sono relativi e non assoluti. Pertanto, se una Banca centrale di uno dei paesi principali si muove in una certa direzione, le altre devono muoversi nella stessa direzione, spesso con intensità maggiore. Questa rincorsa verso il basso alla ricerca del tasso di policy più accomodante ha indotto tutte le curve dei rendimenti a volgere verso il basso, spesso in territorio negativo, con due conseguenze principali. Anzitutto, il risparmiatore subisce un danno a favore del debitore, talvolta giustificabile, in taluni casi opinabile in quanto percepibile come punizione degli atteggiamenti più virtuosi e premio di quelli più rischiosi. In secondo luogo, ha spinto anche attori molto prudenti (come i fondi pensione) a ricercare i rendimenti necessari ad assicurare le prestazioni promesse salendo molto nella scala della rischiosità, aumentando perciò il grado di fragilità finanziaria del sistema.
La guerra delle valute A questo tema abbiamo dedicato un articolo specifico in un precedente volume 8, constatando come le Banche centrali, dopo aver portato i tassi di policy allo zero se non negativi, hanno usato l’espansione dei loro bilanci come proxy war per la svalutazione delle monete, cosicché da dare una valvola di sfogo a economie in difficoltà. Rispetto a quel momento vanno registrate due fondamentali novità, che stanno a indicare un’intensificazione delle currency wars. Anzitutto il progressivo deprezzamento del renminbi cinese verso il dollaro americano (grafico 4), che è stato all’origine dei crolli di Borsa registrati ad agosto 2015 e gennaio 2016. Gli operatori leggevano in queste successive svalutazioni i segnali di un imminente crollo dell’economia cinese, capace di generare ondate di panico sul mercato. Si inserisce tuttavia nello stesso filone l’inclusione, decisa dal Fondo monetario internazionale, dello yuan nel paniere delle valute dei diritti speciali di prelievo (special drawing rights, di fatto la moneta del Fondo). Questa mossa deve essere letta come il tentativo da parte delle autorità internazionali di normalizzare i rapporti con la Cina, procedendo a una pacificazione prima che una guerra valutaria porti danni a tutti i contendenti. Mossa cui è tuttavia seguita la decisione da parte 8. Cfr. nota 5.
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LE RADICI ECONOMICO-FINANZIARIE DELLA POSSIBILE GUERRA MONDIALE
Grafico 4 - LA SVALUTAZIONE DELLO YUAN VERSO IL DOLLARO
(Usd/Cny)
6,7 6,6 6,5 6,4 6,3 6,2 6,1 6 gen-14
apr-14
lug-14
ott-14
gen-15
apr-15
lug-15
ott-15
gen-16
Fonte: Bloomberg
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delle autorità politiche di Pechino di agganciare (peg) in maniera più forte il valore della valuta cinese a un paniere di valute (tra cui l’euro e lo yen giapponese) piuttosto che optare per il semplice aggancio al dollaro, in un momento in cui le prime si deprezzano e il secondo si apprezza. Resta pertanto intatta la volontà della Cina di permettere allo yuan di svalutarsi, anche se probabilmente in misura minore di quanto tema il mercato. L’altro sviluppo fondamentale è la tensione che si è sviluppata sui pegs dei paesi esportatori di petrolio, primi tra tutti quelli dell’Arabia Saudita. Chi ricorda gli effetti sul mercato dell’abbandano del floor (una forma più debole del peg) da parte della Banca centrale svizzera nel gennaio 2015 non potrà non temere come un cataclisma l’abbandono del peg dei sauditi. Ricordiamo che tale aggancio tra il riyål e il dollaro serve tecnicamente a immunizzare i proventi della vendita del petrolio da parte dei sauditi dalle fluttuazioni del dollaro (valuta in cui avviene lo scambio del greggio), ma rappresenta al tempo stesso il legame fortissimo tra l’amministrazione americana e il regno saudita, scelto a suo tempo come alleato privilegiato nel Golfo Persico. Una rottura di questo peg, messo sotto pressione dal crollo del prezzo del petrolio, rappresenterebbe pertanto un cataclisma geopolitico dalle dimensioni difficilmente descrivibili, aprendo scenari ancor più difficili da prevedere. Al tempo stesso, la monarchia saudita deve fare un’attenta analisi costi/opportunità, in quanto impedendo l’aggiustamento nominale alla caduta del prezzo del petrolio tramite una svalutazione del cambio (per esempio fissando il peg a un valore più alto del 3,75 corrente) è costretta a fare un doloroso aggiustamento reale, tramite l’introduzione di misure di austerità fiscale (con aumento di tasse, taglio dei sussidi e delle prestazioni) in modo da colmare il bu-
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Grafico 5 - DEFICIT SAUDITA E CRESCITA DEL CDS SUL DEBITO PUBBLICO IN ASSENZA DI SVALUTAZIONE DELLA VALUTA 200
20
180
15 10
160
5
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0
120
-5
100
-10
80 60
-15 dic-11
giu-12
dic-12
giu-13
10y Cds (bps, scala sinistra)
dic-13
giu-14
dic-14
giu-15
dic-15
-20
Defcit di bilancio (% del pil, scala destra)
Fonte: Bloomberg
co di bilancio (con un deficit che ha raggiunto ormai il 15% del pil – grafico 5) che si è nel frattempo aperto. Laddove il petrolio finanziava la pace sociale, legittimando la monarchia, adesso il crollo del prezzo del greggio mette tale convivenza pacifica a rischio, minando alle basi il potere dei sauditi 9. Non c’è bisogno di evidenziare che un regime change in Arabia Saudita a causa di un tracollo economico-finanziario aprirebbe una stagione di enorme instabilità geopolitica nella regione, molto probabilmente accompagnata da diversi anni di guerre, rivoluzioni e guerre civili.
Il fronte dei mercati azionari e del credito Niente evoca la guerra mondiale più di bruschi crolli dei mercati azionari, per analogia con la crisi del 1929. E su questo fronte le notizie non sono incoraggianti, come hanno dimostrato i bruschi cali azionari dei primi giorni di gennaio. La Borsa americana mostra chiari segnali di inversione di tendenza (grafico 6), dopo sette anni di crescita quasi ininterrotta spinta dalle potenti iniezioni di liquidità della Federal Reserve. Ma adesso i timori sulla solidità della crescita america9. Si può leggere in quest’ottica l’esecuzione di un leader sciita, l’imam al-Nimr, da parte del regime saudita. La minoranza sciita si trova concentrata nelle zone ricche di petrolio dell’Arabia Saudita, con popolazioni in subbuglio per il calo del prezzo del greggio e la conseguente stretta sui sussidi di cui la popolazione gode. Il regime potrebbe aver mandato un segnale di cosa è disposto a fare per reprimere l’escalation di tali tensioni.
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LE RADICI ECONOMICO-FINANZIARIE DELLA POSSIBILE GUERRA MONDIALE
Grafico 6 - IL PICCO DELLA BORSA AMERICANA E IL CROLLO DI QUELLA CINESE 5.500
2.200
5.000
2.100
4.500 4.000
2.000
3.500 1.900
3.000 2.500
1.800
2.000 1.500 gen--14
apr--14
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Shanghai Stock Exchange A-share Index (scala sinistra)
apr--15
lug--15
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1.700
S&P 500 (scala destra)
Fonte: Bloomberg
na iniziano ad aumentare, spinti da sviluppi negativi sul fronte del credito. Le molte società impegnate nell’estrazione dello shale gas si sono indebitate emettendo titoli spazzatura, junk bonds – o con terminologia meno pittoresca, speculative grade o high yield. Col crollo del prezzo del petrolio molte di queste aziende sono a rischio bancarotta, potendo diventare il detonatore di una crisi come a suo tempo lo furono i mutui subprime. Uno scoppio della bolla azionaria o del credito corporate legato al prezzo del petrolio innescherebbe una nuova fase di deflazione da debiti 10, che fu l’anticamera della Grande depressione (avendo l’effetto di rafforzare le dinamiche di deflazione dei prezzi discusse in precedenza, e le loro implicazioni) e della seconda guerra mondiale. Ma gli Stati Uniti potrebbero non essere l’unico epicentro di una possibile crisi. La Borsa cinese sta da mesi attraversando una fase di sgonfiamento della bolla azionaria, che le autorità stesse avevano contribuito a creare in modo da fornire un mercato di sbocco per l’eccesso di risparmio delle famiglie e una fonte alternativa di capitali alle imprese, rispetto alle banche statali, inefficienti e corrotte. Lo scoppio della bolla cinese non preoccupa tanto per le sue dimensioni sistemiche, in quanto il meccanismo di propagazione, ossia il coinvolgimento delle banche commerciali, è ridotto. Preoccupa piuttosto per la sua capacità di rivelare l’incapacità delle autorità cinesi di gestire i meccanismi di mercato che pure vorrebbero introdurre, o l’incoerenza delle scelte di policy, che ha messo in
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10. L’espressione fu coniata nel 1933 dal grande economista Irving Fisher, nel celebre contributo «The Debt-deflation Theory of Great Depressions»
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
serio dubbio la capacità delle autorità di guidare la crescita cinese verso livelli più bassi ma più sostenibili nel lungo periodo. Per finire, anche le imprese cinesi hanno accumulato un enorme debito in valuta estera (in particolare dollari) che potrebbe diventare presto fonte di altri scossoni alla finanza internazionale, se il rafforzamento della valuta americana continuerà: un episodio di debt deflation con epicentro la Cina avrebbe effetti sistemici su tutto il mercato dei capitali internazionali, potendo trasformarsi in fonte di instabilità geopolitica.
Conclusione Le pagine precedenti hanno discusso i vari fronti della guerra mondiale economico-finanziaria ora in corso. Come ricordato all’inizio, tale guerra tende a essere l’inizio di un processo di escalation che porta infine alla deflagrazione di conflitti bellici mondiali. Forse esiste un’ineluttabilità di questi fenomeni, dovuti alla scarsità delle risorse con cui alla fine l’umanità dovrà fare i conti, in una visione malthusiana dell’economia. Al tempo stesso, numerose politiche prudenziali di salvaguardia del sistema possono essere messe in campo da parte delle autorità politiche e di policy internazionali. Riuscire anche semplicemente a rallentare i meccanismi già in corso sarebbe un primo passo importante. Ma perché questo avvenga serve che le autorità politiche si rendano conto della gravità della situazione. Di questo, oggi, ci permettiamo di dubitare.
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
LE BORSE NON SONO ESERCITI
di Giorgio ARFARAS
Fascino e limiti della tesi della ‘guerra valutaria’. I mercati finanziari vivono di vita propria, quali processi senza eroi. Il ruolo dell’inflazione e del rendimento delle obbligazioni. Perché il crollo del prezzo del petrolio non ha dato impulso alle nostre economie.
L’
1. ANDAMENTO DEI MERCATI FINANZIARI è spesso commentato come se ci fosse una guerra in corso. Per meglio dire, come se ci fosse una volontà da parte delle classi dirigenti dei diversi paesi nello spingere in una direzione. In questa tipologia di commenti la direzione è quella di spingere la propria crescita a danno di quella altrui. Lo strumento maggiore è la svalutazione del proprio cambio – la cosiddetta «guerra valutaria» – volta a guadagnare quote di beni e servizi nei mercati reali. La finanza è quindi uno strumento per giungere allo scopo, ossia, in questo modo di vedere le cose, essa non ha «vita propria». Gli agglomerati maggiori sono gli Stati Uniti, l’Eurozona e la Cina, ognuna con la propria moneta. Le loro economie hanno circa la stessa dimensione, mentre è diverso il loro reddito pro capite. Quest’ultimo è simile negli Stati Uniti e nell’Eurozona, ed è di molto inferiore in Cina. Anche i tassi di crescita sono diversi: il più elevato è quello cinese, seguito da quello statunitense, con quello dell’Eurozona in coda. I protagonisti diventano quattro quando si arriva al petrolio, perché si aggiunge l’Arabia Saudita. Il Giappone, il Regno Unito e la Svizzera compaiono di tanto in tanto nei ragionamenti, ma sempre con un ruolo minore. La Russia, infine, è difficile da collocare: la sua economia è grande all’incirca come quella italiana, ma è una potenza energetica e nucleare. Abbiamo così degli attori (i succitati paesi) che secondo questa interpretazione agiscono come se ci fosse all’interno di ognuno una volontà unica – un solo punto di vista della classe dirigente di ogni agglomerato – per spingere nella direzione della propria potenza. Il mondo, soprattutto quello economico, diventa «ordinato», ossia i processi sono «governati», che è un altro modo di dire che non sono il frutto di andamenti indipendenti e casuali.
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LE BORSE NON SONO ESERCITI
Di seguito provo a esporre la tesi opposta. Il mondo è caotico e quindi non governabile. Volendo etichettare questo punto di vista, qui si va oltre la contrapposizione terra-mare, casa-nave, per porre l’accento sull’aria, come globalizzazione che crea un mondo a sé stante, e che vive di logica propria 1. Il punto di osservazione sono i mercati finanziari. Per rendere in qualche modo preciso e quindi «falsificabile» il mio ragionamento, lo svolgo analizzando le ultime vicende. L’obiettivo è quello di mostrare come i mercati finanziari vivano di vita propria – essi sono processi senza eroi. Si hanno gli shock esterni, si ha o non si ha la capacità di assorbire facilmente questi shock, con le vicende valutarie che si muovono sulla spinta delle differenze di inflazione e di rendimento delle obbligazioni. Vediamo. 2. Un approccio molto seguito nel commentare i mercati finanziari è quello che possiamo definire della «causa esterna». Senza shock esterni i mercati finanziari sono in equilibrio o vi tendono. Possono quindi rompere l’equilibrio solo per l’arrivo di eventi esterni inattesi, ossia non scontati, ovvero non anticipati dai prezzi. Quest’anno i due eventi esterni sono la caduta della Borsa cinese insieme alla svalutazione della moneta cinese il tutto combinato con il crollo del prezzo del petrolio. La caduta della Borsa cinese era prevedibile. Prima del crollo di agosto essa aveva la classica forma della «bolla» 2. Come accade a un mercato quando è in bolla, le sue quotazioni diventano astronomiche. Nel caso cinese, il rapporto prezzo-utili mediano – quello che sta in mezzo e quindi non risente del peso delle imprese maggiori – era ben tre volte maggiore di quello di altri paesi 3. È difficile pensare che le prospettive delle imprese cinesi siano tre volte maggiori di quelle degli altri paesi. Anche la svalutazione della moneta cinese era prevedibile. All’origine si ha la maggiore inflazione relativa della Cina, che negli ultimi anni si è cumulata per circa il 30% 4, rendendo meno competitive le sue merci – i maggiori costi cumulati non hanno potuto, infatti, scaricarsi attraverso il cambio. Il deprezzamento «guidato» dello yuan è perciò volto a riacquistare una parte della competitività perduta. La svalutazione era quindi prevedibile, mentre lo è meno il percorso. Ecco la complicazione. Se l’aspettativa è quella di una caduta del cambio, allora gli operatori desiderano anticiparla, e quindi vendono massicciamente la propria moneta per comprare quella estera. Ultimamente escono dalla Cina circa 100 miliardi di dollari al mese. Gli acquisti della Banca centrale di moneta cinese per frenare la caduta «disordinata» dello yuan non riescono a fermare la corsa delle vendite. L’ulteriore caduta del prezzo del petrolio era meno prevedibile. Fino allo scorso anno il prezzo del barile – nella previsione dei mercati dei futuri – era
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1. C. SCHMITT, Stato, grande spazio, nomos, Milano 2015, Adelphi. 2. goo.gl/tXeqya 3. goo.gl/yNOOu0 4. goo.gl/i2PsUh
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
nell’ordine dei 50-60 dollari, il doppio di oggi. Il prezzo del barile a questi livelli – livelli che potrebbero mantenersi a lungo – crea degli squilibri molto forti, non solo economici, in molti paesi, fra cui la Russia 5. Gli squilibri economici causati dal petrolio nei paesi emersi sono il frutto di tre andamenti – domanda per consumi, per investimenti ed esportazioni. Quando il prezzo del petrolio iniziò la sua caduta le attese erano di una forte spinta all’economia 6. Un anno dopo la spinta non si è palesata. Come mai? Se cade il prezzo del petrolio, cade il prezzo della benzina. La caduta è però tanto minore quanto maggiori sono le accise. Se si spende meno per fare il pieno, si hanno due vie d’uscita: a) si spende da altre parti – per esempio si va in pizzeria; b) non si spende, ma si risparmia, ciò che avviene se le famiglie sono indebitate o timorose. In questo secondo caso, l’effetto della caduta del prezzo della benzina è nullo. Se cade il prezzo del petrolio, sono tagliati gli investimenti – la stima è di 400 miliardi di dollari a livello mondiale 7 – per la ricerca di nuovi pozzi. Cadono perciò gli investimenti. La caduta del prezzo del petrolio riduce il potere d’acquisto dei paesi esportatori di questa materia prima. Ecco che si riducono le loro importazioni dai paesi consumatori. Conclusione: se si risparmia il maggior potere d’acquisto, se gli investimenti in campo energetico sono tagliati, e se si riducono le esportazioni, allora la caduta del prezzo del petrolio ha degli effetti negativi sul pil dei paesi consumatori. Se poi osserviamo la variazione dei prezzi le cose peggiorano. Se l’inflazione in partenza è bassa, la caduta del prezzo del petrolio la schiaccia ancora di più. L’inflazione diventa nulla. L’inflazione nulla, se attesa tale, non incentiva la spesa, ciò che sarebbe avvenuto se si fossero anticipati dei prezzi maggiori nel futuro. Insomma, la caduta del prezzo del petrolio non è la cornucopia che alcuni si attendevano l’anno scorso, e anzi alimenta le difficoltà economiche e politiche. 3. Se prendiamo il rendimento delle obbligazioni (mondiali dei Tesori e private) che si aveva nel 2000 e lo si confronta con quello che si ha oggi, si scopre che allora dopo cinque anni si otteneva un rendimento cumulato alla scadenza del 30%, mentre oggi si ottiene dopo sei anni un rendimento cumulato alla scadenza del 15%. In due parole, la capacità di assorbimento delle perdite in campo azionario grazie al rendimento delle obbligazioni oggi è la metà. Se poi si calcola quanto i mercati azionari si muovano di conserva (la correlazione), emerge che oggi, rispetto al 2000, essi sono ben tre volte più simili nei movimenti. In breve, la diversificazione fra paesi oggi funziona molto poco. Il rischio oggigiorno è molto più difficile da assorbire, perciò si è molto nervosi quando si ha una crisi di provenienza esterna e quindi si tende ad amplificarne la portata 8. 5. goo.gl/gGQBeJ 6. goo.gl/yc2Y1L 7. goo.gl/fYKDWs 8. goo.gl/pdN41w
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LE BORSE NON SONO ESERCITI
Questo ragionamento sulla capacità di assorbire porta subito a un altro ragionamento. Va bene la scarsa capacità di assorbire gli shock, ma quali sono i livelli delle quotazioni? In termini generali, le azioni hanno un rendimento (dividendo su prezzo) in linea con le medie storiche, mentre le obbligazioni hanno un rendimento (cedola su prezzo) decisamente inferiore alle proprie medie storiche, specificatamente quelle emesse dai Tesori rendono da un quarto alla metà 9. Le azioni statunitensi ed europee non sono troppo care, ma gli utili «arrancano». Negli Stati Uniti sono in leggera flessione, mentre in Europa sono fermi. Il ciclo di Borsa sano è quello che vede scendere il rendimento delle obbligazioni (il fattore di sconto), mentre salgono gli utili (il reddito per gli investitori). Oggi, invece, i rendimenti non possono scendere ancora, perché sono quasi nulli, mentre gli utili si muovono poco. Non abbiamo perciò le premesse di un mercato finanziario «sano», intanto che il rischio, come abbiamo visto, è più difficile da assorbire. 4. Alla lunga, ma proprio alla lunga, i cambi si muovono a seconda di come si muovono le inflazioni rispettive. Questo molto alla lunga, perché nel breve si hanno altre influenze. Abbiamo la bilancia commerciale e i movimenti dei capitali. Nel caso dell’Eurozona, la bilancia commerciale è decisamente in surplus. Il cambio dell’euro verso il dollaro che, per la presenza di questo surplus, non può che salire, finisce per dipendere, per il suo risultato finale, dai movimenti dei capitali. Se questi non escono dall’Eurozona, ecco che l’euro vola, e viceversa. Da qualche tempo – a fronte di una bilancia commerciale sempre in largo surplus – i movimenti di portafoglio sono nella direzione dell’uscita dall’Eurozona. La ragione è da ricercarsi nel ciclo economico: nell’Eurozona esso è ancora debole e quindi «comanda» dei tassi e dei rendimenti bassi, mentre negli Stati Uniti avviene il contrario. La fuoriuscita di capitali dall’Eurozona è stata quasi tutta in campo obbligazionario. Il rendimento delle obbligazioni biennali statunitensi è diventato maggiore di quello delle obbligazioni biennali dell’Eurozona. Le obbligazioni biennali sono quelle che meglio riflettono le aspettative sui tassi praticati dalle Banche centrali. All’ampliarsi della differenza dei rendimenti, il cambio del dollaro si rafforza. Insomma, l’euro «commerciale» è fortissimo, non fosse che la restrizione monetaria negli Stati Uniti e l’espansione nell’Eurozona, alimentando la fuoriuscita dei capitali, lo hanno indebolito. L’euro «finanziario» è diventato debole. Ma quanto debole? Torniamo alla premessa, ossia al cambio come si forma nel lungo termine, ossia al cambio definito secondo i differenziali di inflazione. Attualmente l’euro è sottovalutato del 10%. Si svaluterà ancora? Dipende dai differenziali. Il differenziale di rendimento dei titoli a due anni è oggi pari alla differenza fra quello statunitense che tende all’1% e quello tedesco che tende al -0,5%. Ossia un 1,5%.
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9. goo.gl/CCiNV9
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Un numero, alla fine, modesto. Se l’euro si rivalutasse appena per una settimana, il differenziale di rendimento sarebbe tosto «mangiato». La tesi che sostengo qui è che il grosso del movimento di portafoglio verso il dollaro, basato sull’attesa di politiche monetarie divaricate, c’è già stato, per cui un ulteriore movimento avrebbe bisogno di differenziali di rendimento ben maggiori di quelli correnti. 5. La guerra di potenza passa – secondo alcuni – dalla svalutazione della moneta. Se svaluto, le mie merci costano meno e quelle straniere di più. Si arguisce che così venderò di più. In passato la Germania perseguiva il cambio forte. In questo modo si aveva una politica industriale «indiretta», perché le imprese tedesche dovevano competere sulla qualità. Perciò il perseguimento della potenza non passa necessariamente da una moneta debole. In Italia la moneta debole era il modo per recuperare una dinamica salariale, mantenendo le stesse «relazioni industriali». In breve 10 i salari crescevano più della produttività. A un certo punto le merci italiane diventavano meno competitive, dunque o si fermava la crescita salariale o si investiva in tecnologie superiori, come in Germania, che avrebbero «protetto» la crescita del costo del lavoro. La svalutazione della lira diventava la più semplice delle soluzioni, perché le merci italiane tornavano temporaneamente appetibili, mentre non si toccava la dinamica salariale, ossia si lasciavano intatte le «relazioni industriali». Questo percorso non richiedeva – almeno nel breve termine – che la tecnologia salisse di livello – una cosa peraltro regolarmente mai avvenuta, neppure nel periodo più lungo.
10. goo.gl/xWZyWp
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
GLI USI GEOPOLITICI DEL COMMERCIO
di Fabrizio MARONTA
Le grandi partite fra Cina, Stati Uniti e Unione Europea. Che cosa significa concedere a Pechino il titolo di ‘economia di mercato’. Ttip e Tpp, le larghe braccia dell’egemonia Usa. Ma nella crisi della domanda globale rischiamo di perdere tutti.
C
1. ORREVA L’ANNO 2001. UNDICI DICEMBRE. Esattamente tre mesi prima gli attentati di New York e Washington avevano innescato una catena di reazioni destinate ad alterare profondamente gli equilibri globali. Ma al Centro William Rappard di Ginevra, sede dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto nell’acronimo inglese), andava in scena un evento non meno gravido di conseguenze. Quel giorno la Cina diveniva ufficialmente il 143° Stato membro della Wto e un negoziatore europeo, evidentemente conscio dell’enormità del fatto, si chiedeva se fosse «la Cina a entrare nella Wto o la Wto ad aderire alla Cina» 1. Quell’interrogativo riecheggia forte oggi, alla vigilia di un ulteriore passo che se dovesse concretizzarsi altererebbe irrimediabilmente la fisionomia del commercio europeo e, in prospettiva, globale. Il 2 febbraio i ministri europei competenti in materia di commercio si sono riuniti per discutere l’eventuale concessione alla Cina, entro la fine del 2016, dello status di «economia di mercato». La notizia dice poco ai più, ma la prospettiva equivale a un terremoto economico-commerciale e su di essa si combatterà nei prossimi mesi una dura battaglia diplomatica. Facciamo un passo indietro. Il protocollo d’accesso della Cina alla Wto consente agli altri membri dell’organizzazione di «ignorare i prezzi e i costi cinesi nelle procedure antidumping, usando piuttosto come termine di paragone prezzi e costi esterni». Tradotto: nelle numerose procedure per concorrenza sleale (dumping) intentate da paesi della Wto che con la Cina commerciano, la prova che Pechino sovvenzioni indebitamente le sue merci d’esportazione è relativamente facile da produrre. Basta prendere a riferimento i costi di produzione e i prezzi finali di analoghi prodotti fatti 1. Citato in A. CERRETELLI, «I dubbi dell’Europa e la tagliola cinese», Il Sole-24 Ore, 14/1/2016.
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GLI USI GEOPOLITICI DEL COMMERCIO
in altri paesi con economie simili (cosiddetto principio del «paese analogo»). Tali valori, di norma più alti, stanno a dimostrare che la Cina vende sottocosto: una procedura vietata dalla Wto e pertanto sanzionabile. Pechino sostiene, in questo contestata da più parti 2, che il protocollo d’accesso imponga agli altri membri della Wto di accordarle lo status di economia di mercato entro l’11 dicembre 2016, ovvero a 15 anni dall’ingresso nell’organizzazione. Se ciò avvenisse, la musica cambierebbe. Un’economia di mercato gode infatti della presunzione d’innocenza: chi commercia con essa deve cioè presumere che la sua struttura di costi e prezzi sia determinata dalle forze di mercato. Ne deriva che in caso di sospetto dumping, il paragone non è fatto con paesi terzi, ma con il costo del bene in questione nel mercato interno del paese produttore (in questo caso la Cina). Il risultato sarebbe un abbattimento sostanziale – in molti casi un azzeramento – dei dazi imposti sui prodotti indebitamente sovvenzionati dal governo cinese. Per avere un’idea concreta della posta in gioco, valgano alcuni dati tratti da un recente rapporto 3 dell’Economic Policy Institute (Epi), centro studi di Washington a orientamento progressista che suona l’allarme sul definitivo sdoganamento dell’economia cinese. Dopo aver premesso che, pur senza lo status di market economy, la Cina ha visto quintuplicare in tre lustri le sue esportazioni verso l’Ue (dai 74,6 miliardi di euro del 2000 ai 359,6 del 2015), a fronte di un import nettamente più contenuto dall’Europa (il cui deficit commerciale verso Pechino è dunque esploso a 182,8 miliardi, contro i 49 scarsi del 2000), lo studio avanza le seguenti stime «per difetto». L’import di merci dalla Cina salirebbe di un valore compreso tra 71 e 142 miliardi di euro, riducendo il pil comunitario tra l’1 e il 2% (114-228 miliardi) e mettendo a rischio tra 1,7 e 3,5 milioni posti di lavoro (0,9-1,8% del totale), tra impieghi direttamente minacciati e indotto. Ad essere colpiti, almeno inizialmente, non sarebbero però tutti i settori e i paesi allo stesso modo. Nell’immediato gli ambiti più a rischio sono, è ovvio, quelli maggiormente esposti alla concorrenza cinese: tessile e abbigliamento innanzi tutto, ma anche acciaio, ceramica, pannelli solari, ottica, mobili, manufatti metallici (soprattutto biciclette), elettronica di consumo. Questo elenco disegna la mappa dei paesi europei in prima linea. Non è un caso se, come riporta una nota informativa 4 della direzione generale Commercio della Commissione, il 79% dei 234 mila impieghi europei (indotto escluso) attualmente tutelati dalle misure antidumping dell’Ue verso la Cina sono ubicati in Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Polonia e Germania.
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2. G.C. HUFBAUER, C. CIMINO, Looming US-China Trade Battles? Market Economy Status (Part II), Peterson Institute for International Economics, 6/3/2015; J. MIRANDA, «Interpreting Paragraph 15 of China’s Protocol of Accession», Global Trade and Customs Journal, 9/2014; B. O’CONNOR, «Market-Economy Status for China Is not Automatic», Center for Economic Policy Research, 27/11/2011. 3. R.E. SCOTT, X. JIANG, Unilateral Grant of Market Economy Status To China Would Put Millions Of EU Jobs At Risk, Economic Policy Institute, 18/9/2015. 4. «Information note on China MES», Commission DG Trade TRADE H Trade defence and H.1, goo.gl/8MaEjs
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
TRANS-PACIFIC PARTNERSHIP (TPP)
Canada
Stati Uniti
Giappone Bangladesh India Laos Vietnam Thailandia Malaysia
Corea del Sud Taiwan
Messico
Filippine Cambogia Brunei Indonesia Singapore
Colombia Perú
Australia Cile Nuova Zelanda Paesi frmatari Paesi che hanno espresso interesse
Non stupisce dunque che l’Ue arrivi divisa all’appuntamento. Schierati a favore di Pechino (anche se con una punta di dubbio in più rispetto a qualche mese fa) figurano Regno Unito, paesi nordici e Olanda, secondo cui gli allarmismi sono ingiustificati; anche perché l’apertura spianerebbe la strada agli investimenti delle industrie europee in Cina e a quelli cinesi in infrastrutture europee, compensando eventuali impatti su industria e mercato del lavoro comunitari. Capofila del no sono invece Italia e Francia, insieme a Spagna e Polonia. La proposta sulla concessione del nuovo status alla Cina, che la Commissione si è impegnata a presentare entro la primavera, dovrà essere votata all’unanimità. Pertanto, ogni capitale europea ha potere di veto. Eppure, rilevante – se non determinate – sarà la posizione della Germania. Per ora Merkel, in piena fase elettorale e in difficoltà sull’accoglienza ai migranti, ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte. A ottobre, durante l’ultima visita di Stato in Cina, la Kanzle-
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GLI USI GEOPOLITICI DEL COMMERCIO
rin si è detta «teoricamente propensa» a concedere la patente di mercato maturo al paese, salvo poi ammettere che tale status è «una lama a doppio taglio» e che Pechino «ha ancora molta strada da fare, specie nel campo degli appalti pubblici» 5. La posizione salomonica, mirante a rabbonire tanto l’omologo cinese Li Keqiang quanto gli industriali tedeschi, illustra bene il dilemma che attanaglia Berlino. Dilemma a sua volta figlio del mercantilismo esibito dalla stessa Germania, il cui enorme attivo commerciale (oltre 250 miliardi di dollari, pari al 7% del pil) è oggi per il 70% verso economie esterne all’Eurozona e all’Europa stessa 6. Insomma: dal punto di vista commerciale la Cina è al contempo una sfida e una risorsa per una grande economia esportatrice e a Berlino sono ancora indecisi se a prevalere sarà la prima o la seconda. 2. Non è una coincidenza se uno degli allarmi più ascoltati e ripresi sul pericolo per l’Europa di una concorrenza cinese sregolata provenga da Washington. In particolare da un centro studi, l’Epi, afferente alla sinistra democratica e al mondo sindacale statunitense, zoccolo duro dell’elettorato di Obama. Ammonimenti dello stesso tenore sono venuti direttamente da esponenti dell’amministrazione, secondo i quali la concessione a Pechino dello status di economia di mercato equivarrebbe a un «disarmo unilaterale» delle difese commerciali europee 7, svendute in cambio dei miliardari investimenti cinesi cui Bruxelles demanderebbe paradossalmente quello stimolo keynesiano a lungo invocato da Washington e negato dall’austerità tedesca. La sollecitudine statunitense trova ragione nello stretto collegamento che intercorre tra la battaglia politico-commerciale che gli europei si apprestano a combattere tra di loro e con la Cina, e il grande disegno geoeconomico con cui l’attuale amministrazione ha deciso di (provare a) imbrigliare l’ambizione cinese e il revanscismo russo. Quel disegno affonda le sue radici nella strategia di sicurezza nazionale – «la crescente forza economica dell’America è il fondamento della nostra sicurezza nazionale e una fonte cruciale della nostra influenza all’estero» 8 – e trova compimento in primo luogo in due ambiziosi trattati commerciali: Tpp (Trans-Pacific Partnership) e Ttip (Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership). Il primo siglato il 5 ottobre scorso con altre 11 economie del Pacifico – Cina esclusa! – e in attesa di ratifica; il secondo attualmente in fase di negoziazione con l’Unione Europea e, come il primo, illeggibile alla luce della sola logica economico-commerciale. La Ttip prende le mosse da due constatazioni. Primo: il legame tra le due sponde dell’Atlantico forgiato durante la guerra fredda e incarnato in primo luogo dalla Nato si va progressivamente sfilacciando. Secondo: sebbene l’Europa
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5. C. OLIVER, M. POOLER, «Europe Split over whether to Grant China Market Economy Status», Financial Times, 28/12/2015. 6. M. SANDBU, «Free Lunch: Germany’s Incredible Shrinking Surplus», Financial Times, 9/12/2015. 7. C. OLIVER, S. DONNAN, T. MITCHELL, «US Warns Europe over Granting Market Economy Status to China», Financial Times, 28/12/2015. 8. National Security Strategy, Casa Bianca, febbraio 2015.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Grafico 1 - PIL 2014-16, VARIAZIONE ANNUALE
Russia
(dati consolidati e previsioni)
Arabia Saudita
Iraq
E.A.U.
Venezuela
Nigeria
Algeria
Colombia
Azerbaigian
Ecuador
Libia
10 5 0 -5 -10
2014
16
Angola 10 5 0 -5 -10
2014
16
-24
Fonte: Fmi, Bp Statistical Review; Thomson Reuter Datastream
non sia più al centro dell’orizzonte strategico americano, Washington non può prescinderne. Non strategicamente: l’Ue affaccia su Russia (e spazio ex sovietico), Nordafrica e Medio Oriente, aree che ad occhi americani concentrano più problemi che opportunità, ma che proprio per questo non possono essere neglette. Non economicamente: malgrado le turbolenze dell’economia mondiale, Stati Uniti ed Europa restano l’una per l’altra i principali mercati di riferimento. L’interscambio euro-statunitense vale circa 650 miliardi di dollari e dà lavoro a oltre 15 milioni di persone. Nel 2015 gli Stati Uniti hanno esportato per oltre 2 mila miliardi di dollari e circa un quarto di questi era verso l’Ue. Ben 45 Stati federati su 50 esportano più nell’Ue che in Cina. Insieme, Unione Europea e Stati Uniti generano oltre il 50% del pil, metà del commercio e tre quarti delle capitalizzazioni di Borsa mondiali 9. La Ttip non è un’idea nuova: se ne discute da almeno vent’anni. In questo lasso di tempo, a bloccare ogni seria iniziativa è stato soprattutto il timore che un grande accordo regionale come questo uccidesse le intese generali siglate in senso alla Wto. Il problema si è autorisolto: lo scorso dicembre, a Ginevra è stato uf9. D.S. HAMILTON, J.P QUINLAN, The Transatlantic Economy 2014: Annual Survey of Jobs, Trade and Investment between the United States and Europe, Center for Transatlantic Relations, Washington DC 2014; U.S. International Trade in Goods and Services, U.S. Census Bureau, 6/1/2016.
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F
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16,95 15,88 1,44 1,96 0,77
21 7,5 4,3 1,85 2,52
t E
t t US C
Efta (Norvegia, Islanda, Svizzera, Liechtenstein)
Nafta (Canada, Usa, Messico)
Ttip (Ue e Usa)
2015
miliardi di euro
Import 2.093
miliardi di euro
STATI UNITI Export 1.740
Fonte: Unactad, elaborazioni Limes, 2014
Ue Usa Canada Messico Efta
20,60 24,88 3,88 0,38 2,66
% pil mondiale % Ide mondiali % Ide mondiali (ppp, 2014) in entrata in uscita
Messico
Stati Uniti
Canada
TTIP, EFTA E NAFTA A CONFRONTO
2014
miliardi di euro
Efta
Import 1.685
miliardi di euro
EUROPA Export 1.703
Svizzera
Islanda
Liechtenstein
Norvegia
GLI USI GEOPOLITICI DEL COMMERCIO
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
ficialmente celebrato il funerale del Doha Round, il negoziato per la liberalizzazione del commercio mondiale lanciato nel 2001 con grande fanfara ma poca convinzione. Di fatto in stallo dal 2008, l’ambiziosa iniziativa è caduta vittima dei protezionismi nazionali (specie in ambito agricolo) e della spettacolare ascesa cinese, che ha cambiato le carte in tavola trasformando Pechino in un peso massimo dell’economia globale. Se la Tpp è un cordone sanitario steso intorno alla Cina 10, la Ttip è stata ribattezzata – forse con eccesso di enfasi e di semplificazione – «Nato economica», il suo scopo strategico essendo quello di ribadire tanto alla Cina quanto (soprattutto) alla Russia che l’America conserva un forte ascendente su un’area per essa strategicamente periferica, ma ancora economicamente e diplomaticamente importante. Specie ora che, grazie allo shale, è caduto il bando all’export di gas e petrolio made in Usa: la legge americana proibisce infatti di vendere idrocarburi (fatte salve onerose licenze) ad aree e paesi con cui gli Stati Uniti non abbiano un accordo di libero scambio. Dunque, la Ttip sarebbe per Washington anche uno strumento per attenuare la dipendenza europea dal gas russo, di cui il progettato raddoppio di Nord Stream è un segnale preoccupante. Non mancano le critiche a tale impostazione strategica, come quella secondo cui il «contenimento» economico-finanziario della Russia passa per altri elementi: la denominazione del debito russo in dollari (e in misura minore in euro), il crollo del prezzo del greggio i cui proventi finanziano il servizio di detto debito, la svalutazione del rublo sul dollaro, le sanzioni imposte dopo l’annessione della Crimea e la fuga dei capitali dalla Russia come risultante di tutti questi fattori. O quella che vede la Tpp destinata al fallimento, perché un accordo commerciale asiatico senza la Cina è un nonsenso e Pechino ha le risorse finanziarie e diplomatiche per reagire, come dimostrerebbe la rapidità con cui gli europei hanno aderito alla Asian Infrastructure and Investment Bank (Aiib) 11. Resta il fatto che se e quando i due trattati dovessero arrivare a ratifica ed entrare in vigore, gli Stati Uniti si troverebbero al centro di una rete di alleanze economiche estesa su due terzi dell’economia mondiale. E che di tale rete l’America sarebbe il punto di congiunzione, la qual cosa le conferirebbe un oggettivo vantaggio strategico. Senza contare che, nel vasto e acceso dibattito sull’impatto economico del Ttip12, alcune stime accreditate danno per gli Stati Uniti un incremento strutturale del pil di 95 miliardi (0,4%)13.
10. F. MARONTA, «Unire l’Asia senza la Cina, l’ultima utopia americana», Limes, «Cina Russia Germania unite da Obama», n. 8/2014, pp. 199-209. 11. S. SUPPAN, Trade Policy Removal of Regulatory «Irritants»: An Effective Geopolitical Tool?, Institute for Agriculture and Trade Policy, giugno 2015. 12. Una cui sintesi è fornita da S. BERNICK, «Does TTIP Really Make (Economic) Sense?», The NEF blog, 24/4/2015. 13. J. FRANCOIS (a cura di), Reducing Transatlantic Barriers to Trade and Investment: An Economic Assessment, Centre for Economic Policy Research (Londra) per conto della Commissione europea, marzo 2013.
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GLI USI GEOPOLITICI DEL COMMERCIO
3. L’uso del commercio in chiave geopolitica abbisogna di un presupposto fondamentale: che vi sia di che spendere. Perché il potenziale moltiplicativo – in termini di volumi e valori scambiati – delle misure di liberalizzazione degli scambi rischia di essere vanificato da un’economia mondiale fragile, in cui l’aumento della concorrenza indotto dalla riduzione del protezionismo genera pressioni insostenibili su apparati produttivi nazionali alle prese con domande interne ed estere insufficienti. La classica idea liberista alla base della trade diplomacy è infatti che l’aumento dei legami commerciali rafforza l’interdipendenza e, dunque, la comunanza di interessi strategici dei paesi. Ma se le industrie nazionali si contendono mercati di sbocco asfittici e incapaci di assorbirne la produzione, il risultato in prospettiva può essere opposto: una guerra tra poveri. Negli ultimi mesi l’attenzione si è concentrata, giustamente, sui prezzi del petrolio in picchiata. Meno notizia ha fatto la china altrettanto ripida imboccata dal Baltic Dry Index, che misura il costo di trasporto via mare di materie prime quali carbone, metalli e fertilizzanti. A metà gennaio, quest’indice ha toccato quota 400 per la prima volta da quando è stato creato, nel 1985. L’estate scorsa era ben sopra 1.000 e nel 2010 misurava quattro volte tanto. In altri termini: spedire cemento o petrolio via mare costa oggi un decimo rispetto a poco più di cinque anni fa 14. Se questa caduta spettacolare fosse solo o principalmente frutto del progresso tecnologico (navi porta container più grandi ed efficienti, incremento della capacità portuale) che aumenta le economie di scala, se ne potrebbe gioire. Purtroppo, è invece il risultato di un’enorme sovraccapacità di carico rispetto alle esigenze di un commercio internazionale dai volumi nettamente inferiori al previsto. Negli ultimi dieci anni le compagnie di trasporto, dall’Europa all’Asia, hanno investito pesantemente nell’espansione delle flotte: sia perché il credito era facile ed economico sia perché era convinzione diffusa che gli scambi avrebbero continuato a crescere in modo sostenuto. Quanto sostenuto? Nel periodo 1998-2008, il commercio internazionale è cresciuto in media del 7% l’anno. Ma dal 2008 l’incremento medio è stato inferiore al 3% annuo, ovvero in linea con l’aumento del pil globale. E continua a diminuire. Il risultato è che oggi si può spedire un container con una capesize – le navi più grandi, che eccedono le capacità dei canali di Suez e Panamá – per circa 5 mila dollari, a fronte di costi di esercizio per gli armatori di 8 mila dollari a container. Il problema della sovraccapacità è oggi la cifra di larghi comparti dell’industria mondiale. Il paese che meglio lo esemplifica è proprio la Cina. Il caso limite è quello dell’acciaio. Nel 2015 Pechino ne ha prodotto 800 milioni di tonnellate: il quadruplo di quanto qualsiasi altro grande produttore abbia mai sfornato. Stante la flessione della domanda mondiale, metà dell’acciaio cinese giace invenduto: 400 milioni di tonnellate, più della produzione dell’intera Europa 15. Situazioni simili si registrano in una molteplicità di comparti: dal vetro al cemento, passando
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14. G. TETT, «Shipping’s Globalisation Woes», Financial Times, 14/1/2016. 15. H. TAN, «Why China Steel Prices Hit Record Lows», Cnbc, 18/11/2015.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Grafico 2 - RISERVE DI VALUTA ESTERA, 2014-OGGI Russia
(% annuale)
Arabia Saudita
Iraq
E.A.U.
Venezuela
Nigeria
Algeria
Colombia
Azerbaigian
Ecuador
Libia
100 50 0 -50 2014
16 Angola
100 50 0 -50 2014
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Fonte: Imf, Bp Statistical Review; Thomson Reuter Datastream
per la gomma, i pannelli solari e la vitamina C, di cui la sola Cina produce una quantità pari al 90% del fabbisogno globale 16. È in questo contesto che cadono gli ultimi numeri della Wto, la quale ha tagliato le stime di crescita del commercio internazionale. Nel comunicato stampa 17 dello scorso settembre, l’organizzazione individua nei mercati emergenti il punto dolente dell’economia globale: la somma del rallentamento cinese e del dazio che il petrolio debole sta imponendo ai paesi esportatori sta deprimendo la domanda mondiale, contraendo i mercati di sbocco su cui le economie sviluppate puntavano per uscire definitivamente dalla grande recessione. A ciò si aggiungano gli effetti del tapering (rientro dallo stimolo monetario) della Federal Reserve, che continua a drenare capitali da quegli stessi paesi in via di sviluppo su cui nell’ultimo quindicennio si era riversato l’eccesso di investimenti statunitensi. Sicché i promettenti mercati asiatici, africani e latinoamericani sono ora investiti da un doppio shock – petrolifero e finanziario – che ne riduce la capacità d’assorbimento, a fronte di una domanda americana e (soprattutto) europea non propriamente esuberante. 16. A. BACK, «Vitamin C in China: Too Much of a Good Thing?», Wall Street Journal, 30/12/2009. 17. «Falling Import Demand, Lower Commodity Prices Push Down Trade Growth Prospects», comunicato stampa della Wto, 30/9/2015.
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GLI USI GEOPOLITICI DEL COMMERCIO
Alle previsioni della Wto si è aggiunta di recente la voce del Fondo monetario internazionale: il suo direttore Christine Lagarde ha ammonito che i sistemi internazionali di risposta agli shock economici devono essere rafforzati in previsione delle crisi all’orizzonte nelle economie emergenti 18. Lagarde ha citato in particolare Nigeria e Azerbaigian (due Stati petroliferi par excellence), che finora non hanno chiesto l’aiuto del Fondo ma che secondo molti sono sul punto di farlo (o comunque dovrebbero). Ma Abuja e Baku sono in ottima compagnia: anche Ecuador e Venezuela potrebbero presto ricorrere alla dolorosa assistenza dell’Fmi, mentre le petromonarchie del Golfo vedono assottigliarsi le loro pur doviziose riserve e la Russia sta valutando la privatizzazione di Aeroflot (la gloriosa compagnia di bandiera) e Rosneft’ (petrolio). L’amara verità è dunque che al momento manca un ingrediente essenziale alla crescita dell’economia mondiale: la domanda. Infatti, non c’è oggi economia sulla faccia della Terra la cui crescita, più o meno modesta, sia frutto di un aumento del reddito disponibile. Il boom cinese, che pure ha strappato milioni di persone alla povertà, è stato in gran parte alimentato da politiche dirigistiche miranti a incoraggiare un eccesso d’investimento e a mantenere bassi i salari, per incrementare l’occupazione e rendere competitivo l’export. Le poche grandi economie che continuano a sostenere deficit commerciali, come l’America o il Regno Unito, semplicemente non possono assorbire tutto quello che gli esportatori netti – o aspiranti tali – hanno da vendere. Questa situazione rende estremamente difficile un uso virtuoso delle politiche commerciali in chiave geostrategica. Il rischio di innescare ritorsioni commerciali e monetarie è alto e in uno scenario di instabilità globale diffusa, il gioco si fa assai pericoloso.
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18. S. DONNAN, «Lagarde Urges Overhaul of Crisis», Financial Times, 4/2/2016.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
SE L’ITALIA RISCOPRE L’INTERESSE NAZIONALE
di Alessandro ARESU
Il nostro paese è chiamato a scelte selettive e coerenti, in base a una gerarchia di priorità. La necessità dello Stato. La rappresentazione dello scontro con Bruxelles e l’illusione di Mamma America. Il monito di San Paolo. L’esempio della Darpa.
N
1. ON SIAMO IN GUERRA CON LO STATO Islamico, ma con Bruxelles: il ruolo dell’Italia nella «terza guerra mondiale a pezzi» sembra potersi riassumere così. La bussola della prudenza va in vacanza quando si affrontano burocrazie e negoziati, perlomeno nella narrazione giornalistica. Se sono un investitore o un diplomatico che cerca di capire qualcosa dell’Italia e faccio una passeggiata tra i media nostrani (WikiLeaks ci ha mostrato che così avviene la tipica produzione del dossier «classificato»), capisco che non esiste uno scontro di civiltà con l’islam, ma è in corso uno scontro a muso duro dove è in ballo la civiltà europea, a Palazzo Berlaymont. Bisogna verificare l’agenda di Federica Mogherini. Occorre monitorare il linguaggio del corpo di Manfred Weber, giammai scordando l’ultimo virgolettato di Jeroen Dijsselbloem. Nella nostra analisi sull’Italia cercheremo di andare oltre questi aspetti concentrandoci su un concetto, il ritorno dell’interesse nazionale, attraverso lo specchio di due grandi pensatori degli Stati Uniti, Hans Morgenthau e Walter Lippmann. Una premessa sull’orizzonte: il 2016 dell’Europa somiglia all’estate sui mercati. Siccome tutti sono concentrati sul 2017, anno elettorale per Francia, Germania e per l’identità del Regno Unito, gli acquisti e le vendite sul mercato politico europeo fanno più male, e aumenta la possibilità di eventi estremi. In generale, lo scenario economico internazionale va peggiorando, come mostrato dai moniti sempre più negativi di Maersk 1, un indicatore cruciale dello stato del commercio globale. L’Italia è esposta al caos dal rilievo economico del commercio 1. Si vedano C. WIENBERG, «Global GDP Worse than Official Forecasts Show, Maersk Says», Bloomberg.com, 8/11/2015, disponibile su goo.gl/0uFjiu; R. MILNE, «Maersk Warns Global Trade now Worse than During Financial Crisis», Financial Times, 10/2/2016, disponibile su goo.gl/jggHmW
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SE L’ITALIA RISCOPRE L’INTERESSE NAZIONALE
globale e della fiducia europea per la nostra industria, oltre che ovviamente dalla nostra posizione geografica. È in questo contesto che avviene la riscoperta dell’interesse nazionale da parte della nostra leadership politica. Il ministro degli Esteri e il presidente del Consiglio amano questa espressione: «Dobbiamo recuperare senza vergognarcene un concetto semplicissimo: l’interesse nazionale» 2; «l’interesse nazionale non è una parolaccia» 3. È una scoperta per la cultura politica della sinistra, perché «interesse nazionale» non veniva pronunciato senza vergogna nel dopoguerra, prima della fine della guerra fredda (con la parziale eccezione di Togliatti). Se è vero che in quel tempo esisteva la cultura politica, non dobbiamo dimenticare che sussurrare «interesse nazionale» o avanzare un discorso pubblico sulla nazione voleva dire parlare come i fascisti. Lo stesso Nino Andreatta, pur autore di stupende riflessioni sul concetto di «partito nazionale» (la Democrazia cristiana) 4, disprezzava l’espressione «interesse nazionale» e preferiva parlare di interesse generale o interesse collettivo. Come lui Raffaele Mattioli: non era solo un tratto democristiano. 2. La grande riflessione di metà Novecento sulla politica estera degli Stati Uniti è intimamente legata al concetto di interesse nazionale. Scrivendo In Defence of the National Interest (1951), Hans Morgenthau ricordava l’importanza di agire in base a princìpi derivati dalla realtà politica, non da essa divorziati. Secondo Walter Lippmann, «il principio di ogni corretta politica estera è quello per cui si possono prendere decisioni, si possono dirimere controversie e si può raggiungere un accordo solo quando si elabora una politica che metta in equilibrio i dossier in cui si è impegnati e il potere che si ha di realizzarli» 5. Possiamo utilizzare la bussola di Morgenthau e Lippmann per elaborare una concezione realistica dell’interesse nazionale italiano, per dissipare alcune illusioni, per giudicare la nostra posizione attuale e le nostre sfide. Il primo passaggio è fornire un adeguato ritratto dell’Italia, per chiarire il nostro ruolo nei sistemi di crisi in cui siamo inseriti, l’Europa e il Mediterraneo. Lo specchio dell’Italia, per non divorziare dalla realtà politica, deve uscire dalla cappa di autolesionismo che spesso ci ha caratterizzato, per riconoscere con franchezza i nostri pregi e difetti. Tra di essi l’elevato debito pubblico e la sua diffusione finanziaria, la forza della nostra manifattura, la scarsa produttività e qualità (non solo quantità) del lavoro, la qualità della nostra sanità, i divari interni sui servizi. Tutti i talk-show per fare ascolti continueranno a bombardare con le pensioni, e non possiamo divorziare da quest’altra realtà politica, ma in
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2. «Gentiloni: “Dalla Russia alla Libia privilegiare l’interesse nazionale”», Il Messaggero, 2/12/2014. 3. «Europa, Renzi: “Macché bizze, l’interesse nazionale non è una parolaccia”», L’Unità, 23/1/2016. 4. Si vedano su questo tema numerosi suoi interventi nel volume «Andreatta politico», La Rivista dell’Arel, 3-2015/1-2016. Andreatta ribadì tale convinzione anche nei suoi contributi ai primi numeri di Limes, giudicando negativamente l’utilizzo dell’espressione da parte della nostra rivista. 5. W. LIPPMANN, U.S. Foreign Policy: Shield of the Republic, New York 1943, Little, Brown and Company, pp. 6 ss.
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ogni caso noi spendiamo in pensioni quasi il doppio della media Ocse, mentre in istruzione (nonostante i recenti aumenti) e ricerca (nonostante i recenti tagli) investiamo cifre risibili. Così abbiamo costruito il nostro futuro. Fanno parte dello specchio dell’interesse nazionale i particolarismi che influenzano le principali partite economico-finanziarie private (il sistema bancario ma anche, per esempio, il «piccolo scacchiere» sino-russo in Pirelli, l’uscita di Mario Greco da Generali, la difficoltà di trovare un modus vivendi di Luxottica, la paura tutt’altro che velata delle incursioni francesi) nel momento in cui diventano incertezze per il sistema di potere italiano. L’interesse nazionale è strettamente legato all’efficacia delle istituzioni, perché solo corpi dello Stato vitali e non autoreferenziali possono gestire le trasformazioni della sovranità senza deteriorarsi, indicando una strada capace di oltrepassare i particolarismi. Sul nostro modo di rappresentarci occorre tenere sempre presente il monito di Guido Melis: ci raccontiamo da decenni di essere improvvisatori geniali, ma la verità è che ci manca il senso storico delle istituzioni. L’interesse nazionale, come modalità per rapportarci al mondo sapendo chi siamo, si fonda sulla distinzione tra la consapevolezza dei propri interessi, taciuta dalla cultura della repubblica dei partiti e dalla vulgata del vincolo esterno, e il rischio della vanagloria che, come notava Hobbes, «consiste nel fingere e supporre in noi stessi abilità che non sono presenti». Tra queste abilità c’è l’ubiquità. Interesse nazionale non è pensarci parallelamente atlantisti di ferro con Washington ma anche portaerei della cinese via della seta e fraterni amici di Mosca, in prima linea per l’Iran e nella torre di controllo con gli Emirati, lontani da Bruxelles e guida dell’Europa, alleati di ferro della Germania e critici di Berlino. Troppe incarnazioni. Alcune sono dettate dal pragmatismo e possono convivere, se non vengono rivendicate, ma dissimulate. Altre sono incompatibili e devono tornare sullo sfondo. Ricordiamo Lippmann: occorre scegliere. 3. Seconda tappa dell’interesse nazionale: la posizione dell’Italia rispetto agli Stati Uniti. Mamma America è tuttora percepita come una via di fuga per l’Italia sia rispetto all’appartenenza europea sia alle responsabilità nazionali, come il vincolo che ci eleva: in breve, ci libera dalle pastoie europee e ci consente di stare in un limbo in cui ci sentiamo al sicuro. Tuttavia, anche questo è un divorzio dalla realtà politica. L’Italia, volente o nolente, è inserita nelle faglie di crisi euromediterranee, che non sono state un interesse degli Stati Uniti di Obama e non saranno un interesse vitale degli Stati Uniti di chiunque. Non possiamo scappare da questa storia e da questa geografia, sopravvalutando la volontà americana di influire sul contesto europeo o la tempistica degli interventi di Washington. Inoltre, il fatto che la risposta alla crisi degli Stati Uniti (throw the money) si addica agli obiettivi dell’Italia non vuol dire che possa essere adottata da noi, né che Roma possa diventare una clava di Washington contro Berlino. Sono illusioni. Seguendo il percorso dell’illusione americana, ci siamo anche inventati che il Ttip sia la partita più importante della storia, il crocevia del futuro. Altro divorzio dalla
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realtà politica. Il Ttip ha una dimensione strategica, superiore alla sua rilevanza economica, ma non è certo la leva con cui l’Italia diventerà un membro degli Stati Uniti d’America, anche per la ridotta influenza della nostra posizione nel contesto europeo: l’Italia sostiene da tempo e con forza il trattato, eppure – visto che le famiglie politiche europee hanno di fatto cessato di esistere – la nostra posizione non cambia lo scetticismo francotedesco. Non a caso, un velato riferimento all’abbaglio americano è venuto di recente dal presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, custode del rapporto con gli Stati Uniti più di ogni altra figura politica. Nella sua lezione per l’accettazione del premio Spinelli a fine gennaio 2016, che è stata l’occasione per l’approfondito commento di un’attualità «che per più versi» lo preoccupava, Napolitano non ha mai citato gli Stati Uniti, mentre ha insistito sul ruolo dell’Italia, assieme ai paesi fondatori, per la tenuta dell’Unione Europea, sottolineando che «tra Roma e Bruxelles non c’è nessuna resa dei conti in vista, se non nei titoli a sensazione di qualche giornale» 6. 4. Veniamo quindi al punto centrale: l’Italia in Europa. Partiamo da una visione realistica dello stato presente delle vicende europee. L’Europa è in declino, per ragioni demografiche, economiche ma soprattutto politiche. L’euro e l’Unione Europea sono state scommesse geopolitiche e ideologiche legittime, ma negli ultimi dieci anni hanno mostrato i loro limiti. Con l’euro si voleva indebolire o vincolare la Germania. Non è accaduto. L’Unione Europea scommetteva sulla fine dello Stato, sul tramonto dei confini, sulla sostituzione della forza con direttive, regolamenti e lobbisti. È successo il contrario. Ci svegliamo nell’epoca dell’ambiguo ritorno dello Stato, l’unica forza che rivendica l’ordine (spesso un ordine molto discutibile, citofonare al-Søsø) nel caos. L’ideologia europea scommetteva sul ruolo salvifico delle crisi per trasformare in realtà i sogni dei padri fondatori. Questo non avviene, anche perché non esiste chiarezza sulla destinazione del progetto. Ai confini dell’Europa non vi è pace, ma caos. All’interno, i muri si moltiplicano. La generazione Erasmus è priva di divisioni per combattere la battaglia delle idee. L’opinione pubblica europea è un fantasma: assistiamo a questo processo di dissoluzione come se non ce ne importasse nulla. A parte Houellebecq in Sottomissione, non è nemmeno nata una letteratura interessante sull’infinita crisi europea. La Banca centrale europea, da whatever it takes alla guerra churchilliana contro l’inflazione, è sola. La recessione arriva in Finlandia, il bilancio austriaco fa quasi la stessa fine di quello dei paesi mediterranei. Su tutte le principali partite, in particolare in materia di sicurezza e immigrazione, il centrorientale gruppo di Visegrád ha una sua soggettività geopolitica che a volte fa a
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6. G. NAPOLITANO, «La mia idea di Europa: unita, sovranazionale, orientata in senso federale», L’Unità, 24/1/2016. Per un’analisi rimando a A. ARESU, «Il vincolo esterno come unico argine al peggio degli italiani? Produce deresponsabilizzazione», Il Foglio, 26/1/2016, disponibile su goo.gl/M73OvW. Si veda anche l’intervista a Napolitano di S. FOLLI, «Intese più larghe per rilanciare l’Ue. Renzi non escluda Merkel e popolari», la Repubblica, 8/2/2016.
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meno perfino delle direttive tedesche, costituendo un blocco di ipersovranità interno all’Unione Europea, con valori propri. In sintesi, il declino europeo ci smaschera, e sotto la maschera rischiamo di scoprire un volto estraneo alla democrazia e alle costituzioni del dopoguerra, seppellite dall’incapacità di rispondere alle sfide demografiche. Queste costituzioni potrebbero raggiungere presto in cimitero ciò che più è morto tra i vari morti che si aggirano per l’Europa: la socialdemocrazia. Alla fine di questo lamento, che cosa facciamo? L’interesse nazionale è l’esigenza di compiere un passaggio successivo. Una volta che abbiamo considerato l’Europa «come esiste realmente» (Ralf Dahrendorf), occorre definire la nostra posizione, i nostri interessi, i nostri obiettivi, derivandoli dalla realtà politica. Questa è la logica dell’interesse nazionale. Per esempio, vogliamo che il calderone europeo incontri la sua definitiva dissoluzione, perché riteniamo più utile per l’interesse nazionale la sua spartizione da parte di attori esterni? È realmente questo il nostro interesse? O il nostro interesse è la dissoluzione dell’euro, a prescindere dal costo dell’operazione, perché riteniamo che la priorità per la nostra manifattura sia avere una moneta diversa dalla Germania, nonostante vi sia una simbiosi manifatturiera 7 nelle catene del valore? Oppure riteniamo veramente – non a parole, non nella ripetizione della solfa «dobbiamo stare insieme per competere e contare nella globalizzazione» – che il nostro interesse sia l’unione politica dell’Europa? Se davvero è così, occorre vedere le condizioni che la possono rendere effettivamente realizzabile, prima delle celebrazioni per il centenario della morte di Altiero Spinelli. Anzitutto, dobbiamo prendere sul serio la realtà della differenziazione dell’Europa, smettere di raccontarci che possiamo procedere verso l’unione politica tutti insieme: è impossibile, perché approfondimento e allargamento erano, sono e saranno in contraddizione. In futuro o saremo di meno, e dovremo lavorare insieme di più per governare il caos, oppure saremo più estranei. Di sicuro, quando si tratta delle vicende europee, dobbiamo metterci in testa che non viviamo in un’epoca moderata, ma estremista, quindi può succedere realmente di tutto. Ma, anche se può succedere di tutto, l’Italia non può fare tutto. È ancora il principio di Lippmann: il nostro spazio d’azione, per essere efficace, deve essere limitato. Per questo, la debolezza della strategia italiana, per come è stata delineata, non sta nella confusione tra la politica interna e la politica estera. Pensarlo e dirlo fa parte della nostra cappa di autolesionismo. È così per tutti gli altri paesi, non è che noi pensiamo alle scadenze elettorali mentre gli altri governi pensano a farsi mandare a casa, non prendiamoci in giro. Il problema sta piuttosto nel numero eccessivo di fronti aperti e nelle alleanze che ne derivano. Come insegna la vicenda di Barack Obama, ormai consegnata alla storia, chi si propone di change the way something works non ci riesce, mentre i risultati concreti possono avvenire, fuor di retorica, dentro il sistema. Accadrà così anche 7. Si veda tra l’altro P. BRICCO, «Eppure, Berlino ci serve», Il Sole-24 Ore, 12/5/2014, disponibile su goo.gl/zGZsEY
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nell’Europa-negoziato: i risultati avverranno dentro il negoziato, spesso su dossier separati (con più o meno capitale politico), a meno di deflagrazione. La nostra posizione rispetto all’Europa-negoziato è il punto centrale: l’Italia è indebolita da una distinzione tra interessi vitali, interessi generali e interessi trascurabili, che fa parte della logica dell’interesse nazionale. Questa è una distinzione essenziale tra la politica interna e la politica estera perché, se è vero che in politica interna un tema trascurabile può impadronirsi dell’agenda e diventare vitale, ingoiando tutto il resto, le dinamiche della politica estera e soprattutto della politica europea sono diverse. In particolare, l’aumento e la dispersione degli obiettivi e dei tavoli su cui si interviene indeboliscono il nostro potere negoziale. In sintesi, l’Italia deve essere preparata sia a un grand bargain in cui tutti gli elementi sollevati trovano una soluzione accettabile grazie a un accordo politico generale, sia a operare in modo distinto e secondo una gerarchia degli interessi. Proviamo quindi ad abbozzare una possibile gerarchia (che può essere rovesciata, ma solo da progetti che non mettano tutto sullo stesso piano). Il fronte energetico è un vaso di Pandora che non è il caso di schiudere. Il rapporto con la Turchia è un interesse elettorale tedesco: non si può deteriorare la vicinanza alla Germania sulla politica estera e l’immigrazione, ma è interesse dell’Italia aggiungervi uno sforzo straordinario verso Giordania, Libano e Tunisia. Visto che il riferimento al piano Marshall è stato utilizzato perfino da Schäuble, chiamiamolo pure «Piano Schäuble» 8. I nostri interessi vitali nel 2016 sono invece due: nell’ambito economico, la stabilità del nostro sistema finanziario e del nostro risparmio; una gestione adeguata della crisi migratoria, in vista dell’estate. Su questo occorre concentrare tutte le energie, con unità d’intenti. Sugli interlocutori, contare sulla debolezza politica degli altri – se si tratta di Germania e Francia – non è incisivo. Angela Merkel è il nuovo simbolo della volatilità politica in Europa, essendo passata in due mesi per il Financial Times da persona dell’anno a persona che non sarà più al governo alla fine dell’anno. Ma l’importanza della leadership, la ricerca di nuovi padri fondatori, la fame di discorsi churchilliani non devono farci dimenticare che Germania e Francia contengono uno «Stato profondo» e una visione degli interessi nazionali che sono riusciti, finora, a trovare una composizione capace di prescindere dal rischio politico. Lo «Stato profondo» è più forte della dialettica politica: con Marine Le Pen presidente, la Francia non diventerà certo una provincia della Federazione Russa 9. Per l’Italia, scommettere sulla deflagrazione della Germania non ha senso. Per noi il mondo dopo Merkel sarà peggiore. In caso di implosione o di «guerre» con la Germania, la sceneggiatura sarà scritta da Schäuble o da suoi epigoni, se-
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8. J. DELCKER, «Berlin Wants EU Incentives for Middle East Help on Refugees», Politico.eu, 21/1/2016, disponibile su goo.gl/QOxiRD. Per un precedente riferimento italiano, si veda P. GENTILONI, «Crises across the Mediterranean: Confronting Common Challenges», Chatham House, 14/9/2015, disponibile su goo.gl/qnMvMV 9. Anche in una presidenza Le Pen, Le Point potrebbe riprodurre la copertina-segreto di Pulcinella dedicata a Hollande: il «colpo di Stato silenzioso» della burocrazia francese che ha più potere di lui.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
condo il copione Kerneuropa, quindi il nostro obiettivo è non essere sbattuti fuori da euronuclei presenti e futuri, diventando parte attiva di un euronucleo compatibile con i nostri interessi. Il rapporto con la Francia è più complesso. Alla chiamata alle armi del mondo dopo Parigi l’Italia ha risposto con prudenza e con l’invito a non ripetere il disastro libico, a evitare i vuoti di potere che alimentano il caos. Il nostro rapporto controverso con la Francia viene, oltre che dagli ultimi effetti della presenza di Parigi nel Mediterraneo, dall’attivismo industriale francese, soprattutto di un francese. Il gruppo di Vincent Bolloré è noto in Italia soprattutto per gli investimenti in Generali, Mediobanca e in Telecom Italia. Quest’ultimo presenta ora come deuteragonista Xavier Niel, il quale ha annunciato il suo ingresso nella compagnia di telecomunicazioni il 29 ottobre 2015, casualmente due giorni dopo la visita del ministro dell’Economia Emmanuel Macron alla sua scuola di programmazione e tecnologia, École 42 10. Ma Bolloré ha una geopolitica più ampia. La sua presenza nel «salotto buono» italiano fa spesso dimenticare il suo ruolo centrale nell’attuale Françafrique, visto che la maggior parte dei profitti del suo gruppo vengono dal settore trasporti e logistica, con la più grande rete logistica integrata del continente africano (con ricavi di 2,5 miliardi di euro nel 2014, in crescita dell’1,2% nonostante le incertezze relative al settore minerario). In Africa, Bolloré è il maggiore attore privato in termini di forza lavoro, presente in 45 paesi, nonché il primo operatore per la partnership tra pubblico e privato. Anche questo è un aspetto da considerare per l’Italia che inserisce l’Africa tra le priorità della sua politica estera. Eppure, anche quando ci rapportiamo con la Francia, la verità è che si tratta sempre di noi, dello specchio dell’Italia, dei nostri interessi, dei nostri obiettivi. Dobbiamo nuovamente fare un esercizio di distinzioni e gerarchie, procedendo a definire cosa è strategico per noi, perché se tutto è strategico, nulla è strategico 11. E allo stesso tempo dobbiamo chiederci: cosa vogliamo fare, nell’inevitabile consolidamento europeo di alcuni settori, come la difesa e le comunicazioni? Vogliamo perdere treni, come in passato? Vogliamo recitare un ruolo attivo? Se sì, quale? Per esempio, invece di limitarci a celebrare i nostri scienziati quando giungono al vertice delle classifiche dei libri o di istituzioni internazionali, potremmo promuovere la creazione di una Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) 12 europea, un polo diffuso tra i paesi dell’euro dedicato a ricerca e alta tecnologia per la difesa, conseguendo tre obiettivi: in primo luogo, ragionare e 10. Il duetto tra Macron e Niel si è riproposto perfino sulla Cnn: durante un segmento del programma di Fareed Zakaria registrato a Davos e andato in onda il 23 gennaio 2016, mentre Macron parlava della Francia come patria dell’imprenditorialità, passava in sovraimpressione l’iniziativa di formazione e tecnologia di Niel. 11. Si veda su questo tema A. ARESU, «Cassa depositi e prestiti: il nostro “fondo sovrano”», Limes, «Moneta e impero», n. 2/2015, pp. 119-126. 12. Sulla celebre agenzia di ricerca avanzata per la difesa degli Stati Uniti, si veda ora A. JACOBSEN, The Pentagon’s Brain: An Uncensored History of DARPA, America’s Top-Secret Military Research Agency, New York 2015, Little, Brown and Company.
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SE L’ITALIA RISCOPRE L’INTERESSE NAZIONALE
agire sul rapporto tra tecnologia e potere a livello europeo, cercando in questo modo di affrontare l’enorme gap che ci separa dagli Stati Uniti in materia; in secondo luogo, realizzare l’unione dei ricercatori prima di quella dei servizi segreti, che chiaramente avverrà per ultima; infine, affrontare il tema della cybersecurity in modo più lungimirante rispetto alla creazione di nuove agenzie in Italia, evitando l’eccesso di riforme nell’intelligence 13, la proliferazione di enti e sottoenti nonché le polemiche personali. 5. Cos’è quindi l’interesse nazionale, per l’Italia di oggi? È uno sforzo di franchezza e maturazione nel metodo, che ci riguarda tutti (classe dirigente, media, opinione pubblica), perché tutti dobbiamo vivere il difficile passaggio sintetizzato da San Paolo: «Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato» (1 Corinzi 13,11). L’interesse nazionale è la passione inattuale per lo Stato, per l’efficacia delle sue istituzioni, per la «retificazione» con le realtà europee e internazionali. In questo senso, la sua costruzione ha sempre a che fare con la mappa del potere italiano e con il reticolato delle istituzioni formali e informali in cui, come è stato notato in riferimento alla Banca d’Italia e alla Farnesina 14, sono avvenuti alcuni cambiamenti significativi. Tra queste istituzioni dell’interesse nazionale nel sistema europeo vi sono anche i partiti. Da questo punto di vista, l’Italia ha perso un’occasione dopo il risultato delle elezioni europee del 2014 e nel corso del 2015, perché per varie ragioni il capitale politico-elettorale non si è trasformato nella rianimazione della socialdemocrazia europea. Un’impresa improba, ma che meritava molta più energia, anche per avere un rapporto più stretto con paesi come l’Austria, che svolgono un ruolo di prim’ordine nella crisi migratoria. Questa crisi, siccome riguarda i confini, dà del resto un senso di centralità a ogni paese che viene definito periferia. Ralf Dahrendorf, che negava la possibilità della democrazia oltre lo Stato ma lodava la «traducibilità» dell’Europa in cui viveva, ci ha sempre ricordato, nelle sue opere e nella sua vita, l’importanza del gesto di attraversare i confini, di andare oltre i confini. Questo gesto, in un’altra Europa, era in grado di tradurre le nostre differenze, invece di accentuarle. E tocca ancora alle istituzioni-ponte della democrazia, compresi i partiti politici e i parlamenti, compiere quel gesto decisivo di oltrepassare i confini senza negarli.*
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13. Che in Francia ha avuto effetti negativi, come mostrato in L. MAINOLDI, «Nel labirinto delle spie francesi», Limes, «La strategia della paura», n. 11/2015, pp. 217-224. 14. «E. GALLI DELLA LOGGIA, “Renzi rompe gli equilibri in un paese che cambia”», Corriere della Sera, 25/1/2016. * Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non coinvolgono in nessun modo gli enti di appartenenza.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Parte II FOCOLAI NUOVI e ANTICHI
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
LA ‘TERZA GUERRA MONDIALE A PEZZI’
di Virgilio ILARI
Il concetto di ‘guerra mondiale’ è nato solo nel 1941. La linea di unione tra i ‘pezzi’ corrisponde alla linea di collisione tra l’impero più esteso e impotente del mondo e l’impero più potente della storia. Siamo nella fase terminale di un conflitto iniziato duecento anni fa. Znajut turki nas i švedy. (Ci conoscono i turchi e gli svedesi.) Inno del Reggimento Preobraženskij, 1716
L
1. A «TERZA GUERRA MONDIALE A PEZZI» di papa Bergoglio non è un’esternazione estemporanea, ma, per quanto rozza e involuta, una vera e propria lettura del presente. Pronunciata il 18 agosto 2014, in una conversazione con i giornalisti a bordo dell’aereo che lo riportava a Roma da Seoul, la frase è stata ripetuta il 13 settembre al Sacrario di Redipuglia, e poi ancora il 6 giugno 2015 nel discorso allo stadio di Sarajevo, il 14 novembre commentando a Tv2000 la strage di Parigi e il 15 dicembre per la Giornata della pace. A parte le esegesi apocalittiche, la frase è scivolata nei media senza approfondimenti e quasi senza critiche 1. Mentre nei media occidentali si è dato per scontato che il papa si riferisse al terrorismo islamico, a Mosca la frase è piaciuta 2 perché sembra accreditare la tesi russa di un collegamento oggettivo tra le varie crisi, e in particolare tra Ucraina e Siria, collegamento che gli Stati Uniti e i loro alleati non intendono riconoscere. Del resto è sintomatico che la questione del rapporto tra le aree di crisi non trovi spazio nelle narrazioni occidentali, dalle quali sono scomparsi pure gli accenni del 2014 alla nuova guerra fredda (Cold War 2.0), mentre trova spazio la questione («tucididea», ma prematura) se sia evitabile il conflitto tra Stati Uniti e Cina 3. In realtà la frase del papa è un giudizio storico in nuce. E meno candido del giudizio di Angela Merkel su Putin «uomo di un altro mondo» 4, come se riesumare da parte anglo-americana Great Game e Intermarium fosse coerente con l’i1. A. SING, «No Pope Francis, There Is No Third World War», Fair Observer, 20/12/2015, online. 2. Russia Today, 6/6/2015, online. 3. E. GIN, «The Thucydides Trap», Quaderno Sism 2016 Future Wars (in corso di stampa). 4. Il 3 marzo 2014, riferendo a Obama una conversazione telefonica con Putin.
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LA ‘TERZA GUERRA MONDIALE A PEZZI’
dea europea del XXI secolo. Entrambe le frasi sono spie della difficoltà occidentale non solo a concepire la guerra, ma a percepire storicamente il tempo che viviamo. La tesi della «fine della storia» non era una sciocchezza, ma la constatazione di un mutamento culturale: il ripudio dello storicismo, soppiantato da altre ideologie. Accettiamo infatti le profezie (geopolitiche, tecnologiche) sul futuro ignoto (The Next 100, 200 Years…) ma dal nostro orizzonte è scomparsa la «profezia sul passato», ossia la lettura storica del presente 5. 2. Peccato, perché potremmo imparare qualcosa da una riflessione storica sulla frase del papa. Tanto per cominciare, chiedendoci cosa vuol dire «guerra mondiale». I nomi delle guerre non sono mere convenzioni storiografiche, ma giudizi storici condensati. E perciò non di rado una guerra ha nomi molteplici a seconda dei punti di vista e dell’uso politico della memoria, che possono pure mutare in conseguenza di esperienze successive. Come osserva Patrick Cronin, «le guerre mondiali del XX secolo non cominciarono come tali, ma lo divennero» 6. Grazie alla certosina ricerca di Tim Sherratt, ora sappiamo che l’espressione «guerra mondiale» non è nata nel 1914 o nel 1917, e nemmeno nel 1939, ma nel 1941 7. Immaginata dalla letteratura di anticipazione pre-1914 come Great War e Armageddon 8, la «guerra per porre termine alla guerra» 9 fu inizialmente chiamata «guerra europea» o «delle nazioni», poi «Grande guerra». Oggi anche chi rigetta la tesi di Ernst Nolte della «guerra civile europea», accetta che «prima» e «seconda» siano due round della stessa guerra, tanto che nella storiografia anglofona è invalsa la convenzione di indicare i periodi 1871-1914 e 1919-1939 come «antebellum» e «interwar». Eppure negli anni della mia formazione, durante le contrapposizioni ideologiche della guerra fredda, questa tesi sarebbe stata addirittura impensabile, perché avrebbe proiettato l’analisi geopolitica (parzialmente tollerata per il 1914-18) anche sul 1939-45, relativizzando l’enfasi valoriale (crociata democratica e lotta antifascista) e il giudizio sulla «responsabilità della guerra» (Kriegschuldfrage 10). E la teoria di Eric Hobsbawm del «secolo
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5. V. ILARI, «Megatrend», Limes, luglio 2014, pp. 55-62. 6. P.M. CRONIN, The Impenetrable Fog of War: Reflections on Modern Warfare and Strategic Surprise, Westport 2008, Praeger Security International, p. 69. 7.Cfr. T. SHERRATT, «When Did the “Great War” Become the “First World War”», 29/8/2011, online nel sito discontents. Sherratt lo ha dimostrato con una certosina ricerca online delle ricorrenze lessicali relative al periodo 1900-54. Tuttavia The First World War ricorre per la prima volta nel titolo di una raccolta di fotografie del veterano americano Laurence Tucker Stalling (1898-1968) pubblicata nel 1933, da cui nel 1935 fu tratto l’omonimo film della Fox Production, una compilazione di spezzoni di film di guerra di varie nazioni (Sunday Times, 26/5/1935). 8. M. MOORCOCK, Before Armageddon, an Anthology of Victorian and Edwardian Imaginative Fiction Published before 1914, London 1975, W.H. Allen; M.F. BOEMEKE, R. CHICKERING, S. FÖRSTER, Anticipating Total War: The German and American Experiences, 1871-1914, Cambridge 1999, Cambridge University Press; A.J. ECHEVARRIA II, Imagining Future Wars: The West’s Technological Revolution and Visions of the War To Come, 1880-1914, Westport 2007, Praeger Security International. 9. H.G. WELLS, The War That Will End War, London, October 1914, Frank and Cecil Palmer. 10. La Repubblica Federale Germania ha ufficialmente riconosciuto la propria responsabilità solo per la guerra hitleriana. La Repubblica di Weimar respinse invece la tesi della responsabilità gugliel-
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
QUANDO “LA GRANDE GUERRA” DIVENNE ”PRIMA GUERRA MONDIALE” 1
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1920 “The Great War”
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“First World War”
Fonte: Tim Sherratt, «When did the ‘Great War’ become the ‘First World War’», August 29, 2011, online nel sito discontents
breve» 11 è stata ripresa da Philip Bobbitt come «the long war 1914-1989», considerando la guerra fredda come prosecuzione geopolitica e non ideologica delle guerre mondiali 12. L’aggettivo «mondiale» racchiude significati complessi. In primo luogo geografico: indica una guerra a scala globale. Ma neppure di questo abbiamo chiara coscienza, se due anni fa, volendo celebrare il centenario di una guerra combattuta pure in Asia e in Africa e col concorso di America e Oceania, il Parlamento europeo si è dimenticato di invitare Russia, Turchia e Stati Uniti. In secondo luogo, «mondiale» ha assunto un significato storico-analogico. Come è avvenuto nel 1941 nei confronti della Grande guerra, l’aggettivo può essere proiettato all’indietro per reinterpretare i grandi conflitti del passato. Ed è stato fatto, anche se da storici comparativi, geopolitici o semplicemente irregolari come Arnold D. Harvey, il cui primo esordio letterario fu non a caso una dissacrazione di Oxford. Harvey è stato infatti il primo autore ad applicare l’aggettivo «mondiale» alle guerre del 1792mina per la prima. Questa fu sostenuta nel 1959 da Fritz Fischer, molto apprezzato perciò dalla maggior parte dei colleghi anglofoni, ma non in patria, dove le sue tesi suscitarono un’accesa «controversia» durata fino al 1985. M. SPITZ, Die Fischer-Kontroverse: Kriegschuldfrage, München 2009, GRIN Verlag. 11. E.J. HOBSBAWM, Age of Extreme. The Short Twentieth Century, London 1994, Michael Joseph. 12. PH. BOBBITT, The Shield of Achilles; War, Peace and the Course of History, London 2002, Allen Lane.
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LA ‘TERZA GUERRA MONDIALE A PEZZI’
1815 13, note all’accademia come «guerre della rivoluzione e dell’impero francese»; e anche se non ha poi sviluppato questa intuizione, ha indotto altri storici a riesaminare la connessione – fino ad allora sorprendentemente ignorata dalla storiografia – con la guerra anglo-americana del 1812-15 14 (in fin dei conti gli incendi di Mosca e di Washington furono quasi contemporanei). Si sono pure moltiplicati i paragoni tra le guerre mondiali del XX secolo e conflitti del passato come la guerra del Peloponneso 15, le guerre puniche e la guerra dei Trent’anni, che Bobbitt definisce «epocali» 16 e sulle quali Manus Midlarsky ha elaborato la teoria politologica della guerra «sistemica» 17. Infine «mondiale» ha un significato geopolitico, che involge cause remote e conseguenze di lunga durata. Circa le conseguenze, l’unica iniziativa italiana e forse europea che le abbia messe, sia pur parzialmente, in risalto è, a mia scienza, il numero di Limes del maggio 2014, che interpreta le crisi di oggi come nemesi della dissoluzione dei grandi imperi austriaco, russo e ottomano e riabilita l’eroico giudizio storico di Benedetto XV sul «suicidio dell’Europa civile» 18. In questa prospettiva le crisi attuali (i «pezzi» di papa Bergoglio) non sono che la prosecuzione della Grande guerra, ibernata per quarant’anni dalla guerra fredda. Una tesi che richiama l’interpretazione di Fromkin sulla fine dell’impero ottomano come «la pace per porre termine a ogni pace» 19 e la teoria «della guerra degli Ottant’anni» enunciata nel 2001 da Osama bin Laden 20, rovesciando la tesi kemalista dell’«indipendenza turca» e quella britannica del «risveglio arabo». Le cause remote sconvolgono pure le periodizzazioni ottusamente incentrate sull’histoire-traité. Gian Enrico Rusconi ha sottolineato il ruolo della guerra di Libia, e dunque la responsabilità italiana, nella destabilizzazione del sistema balcanico sfociata nell’attentato di Sarajevo 21, per cui bisognerebbe retrodatare l’inizio della Grande guerra al 1911. George F. Kennan l’ha retrodatato al 1894, data della «fatale alleanza» franco-russa 22. Ma non meno fatale fu l’aggressione giapponese alla Cina del 1895, perché innescò la guerra russo-giapponese, oggi considerata la «World War Zero» 23; una guerra per procura della Gran Bretagna che affrettò il collasso dell’impero zarista.
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13. A.D. HARVEY, Collision of Empires: Britain in Three World Wars, 1793-1945, 1992, Bloomsbury Academic. 14. J.P. RILEY, Napoleon and the World War of 1813: Lessons in Coalition Warfighting, New York 2000, Routledge. 15. L.A. TRITLE, The Peloponnesian War, Westport 2004, Greenwood. 16. PH. BOBBITT, op. cit. 17. M.I. MIDLARSKY, The Onset of World War (1988), New York 2014, Routledge. 18. «Le radici delle crisi d’oggi, cent’anni fa», Limes, «2014-1914: l’eredità dei grandi imperi», n. 5/2014. 19. D. FROMKIN, A Peace to End All Peace: The Fall of the Ottoman Empire, New York 2010, Macmillan. 20. Secondo D. WARSH («The 80-Year Problem», Oilcompanies.net, 14/10/2001) Osama bin Laden si riferiva agli ottant’anni lunari allora trascorsi dall’abolizione del califfato (1924). 21. G.E. RUSCONI, L’azzardo del 1915. Come l’Italia decise la sua guerra, Bologna 2005, il Mulino. 22. G.F. KENNAN, The Fateful Alliance. France, Russia, and the Coming of the First World War, Manchester 1984, Manchester University Press. 23. D. WOLFF ET AL. (a cura di), The Russo-Japanese War in Global Perspective, World War Zero, Leiden-Boston 2007, Brill.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
DA CHE PARTE STARÀ L’ITALIA ANNO
1886
AUTORE
(secondo la Future Warfction angloamericana 1886-1913)
TITOLO
RISPETTO ALL’ITALIA
BLEILERa
Nemici
Alleati
N.
p.
Catlin
Bietigheim
G, A, R
E, F, J, Sp, T, US
203
65
1892
Lehmann
Who’d Be A Sailor b
E
A, F, G, R
1306
434
1893
Colomb
The Great War of 189-
F, R, S
A, B, E, G
455
150
1893
Grifth
The Angel of Revolution
E, G, US
F, R
929
303
1894
Le Queux
The Great war in England
F, R
E, G
1330
439
1898
M.P. Shiel
The Yellow Danger
E
F, G, R
2025
679
1898
Waterloo
Armageddon
E, J, US
A, F, G, R
2307
790
1899
Grifth
The Great Pirate Syndicate
E, J, T, US
A, F, G, R
937
305
1907
Grantof
Armageddon 190 c
E, F
G, R
1991
663
1911
Grifth
The Lord of Labour
G, A, R
E, F, J, T
950
310
1913
M.P. Shiel
The Dragon
F, R
E, G
2029
682
A = Austria, B = Bulgaria, E = Inghilterra, F = Francia, G = Germania, J = Giappone, R = Russia, S = Serbia, Sp = Spagna, T = Turchia, US = Stati Uniti a Everett F. Bleiler, Science-Fiction: The Early Years, The Kent State U. P., 1990 b Punch’s Prize Novel. Randolph Churchill, padre di Winston, diventa ministro degli Esteri e scatena la guerra insultando
gli ambasciatori di A, F, G, It, R e... Andorra.
c Sestern [alias Ferdinand H. Grantof], Der Zusammenbruch der alten Welt, 1905, trad. Armageddon 190, Kegan Paul, Trench and Teubner, 1907.
3. Cercare le cause remote delle guerre non è un futile risalire a ritroso una catena di eventi casuali che solo ex post ci appaiono fatali, ma far emergere la struttura profonda dei conflitti di lunga durata com’è quello di cui stiamo vivendo una nuova fase. Certamente la guerra 1914-45 verteva sull’aspirazione tedesca al condominio mondiale con la Gran Bretagna e sul timore anglo-americano di un asse russo-tedesco. Risalire al 1895 mostra però che la causa originaria stava nella rivalità anglo-russa per la Cina, mistificata in America e in Europa sotto forma di «pericolo giallo» 24. E che questa rivalità rappresentava a sua volta la prosecuzione verso l’Estremo Oriente della secolare collisione tra imperi per l’Asia centrale, passata alla storia come «Grande Gioco» (1807-1907). Suona familiare? Ben si comprende che, nel loro interesse, gli Stati Uniti vogliano oggi mantenere accuratamente separati i dossier diplomatici relativi ai singoli «pezzi di guerra»; ma che siano oggettivamente connessi è evidente dal punto di vista storico e 24. E. PIANA, «Yellow Peril», Quaderno Sism 2016 Future Wars (in corso di pubblicazione).
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LA ‘TERZA GUERRA MONDIALE A PEZZI’
geopolitico, e dipende dal fatto che sono tutti collocati sulla linea di collisione tra l’impero (continentale) più esteso e impotente del mondo e l’impero (marittimo) più potente della storia. La rivalità anglo-russa risale in realtà alla politica di Caterina II verso la Turchia e le Tredici colonie ribelli, ma diventa una vera cesura epocale nel 1854, quando la resa di Napoleone III pose termine a due secoli di conflittualità anglofrancese. È in quel momento che la linea delle guerre «epocali» o «sistemiche» si sposta dall’Atlantico e dal Mediterraneo all’Intermarium e all’Asia centrale. Dal 1763 al 1945 Russia e America furono amiche, e perfino alleate, e contro l’Inghilterra prima che contro la Germania 25. L’inimicizia data dal 1945, e a determinarla non fu l’ideologia, ma la successione americana nell’impero britannico. La fase che viviamo dal 1991 è la fase terminale, più incerta e pericolosa, di quel conflitto. Nel 1921 l’Unione Sovietica salvò in forme nuove l’unità dell’impero, ma entrando in stato d’assedio. Gli unici guadagni del 1945 furono il recupero di un rango paritario con l’impero antagonista e una turbolenta zona di frenaggio davanti ai bastioni. Entrambi furono perduti nel 1991, anche se inizialmente gli Stati Uniti si astennero dall’occupare l’intero spazio. La nuova guerra fredda di cui si è parlato non è più possibile: la guerra fredda, infatti, congelava le crisi e manteneva il dialogo. Adesso invece la guerra è de majestate: riguarda la definitiva affermazione della supremazia americana e la sopravvivenza della Russia. Sorprendentemente la Russia, che sembrava ridotta come Cartagine alla vigilia della terza punica, ha recuperato profondità nel Caspio, in Asia centrale e nel Vicino Oriente, dove è in corso una guerra regionale per il momento a bassa intensità, ma dove il rischio di una collisione diretta tra Nato e Russia è maggiore che in Ucraina. L’esito è ignoto, ma la crisi sta scalando, forse al di là del voluto e del governabile. E il destino dell’Europa dipende da quello della Russia.
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25. V. ILARI, «Our Northern Neighbour», Limes, «Il mondo di Putin», n. 1/2016, pp. 145-152.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
ATLANTE GEOPOLITICO DELL’EUROPA DI MEZZO
di Federico PETRONI
Viaggio attraverso le faglie nella porzione centrorientale del Vecchio Continente. La fragile e complessa regione compresa tra Baltico e Mar Nero è terreno di scontro tra grandi potenze. Peso e strategie degli attori locali tra investimenti, migranti, gas, storia e memoria.
T
1. RA MOSCA E BERLINO, QUALCOSA È tornato ad accendersi. Nello spazio racchiuso fra la Moscova e la Sprea, là dove la sbornia post-guerra fredda e l’ingenua euforia dell’allargamento europeo erano fino a poco fa moneta corrente, le potenze esterne all’area e gli stessi Stati che la costellano hanno innescato competizioni, rivalità, strategie di corteggiamento e di bilanciamento. In questo nuovo teatro di conflitto cozzano i progetti e le proiezioni di alcune grandi potenze che vi riverberano le tensioni reciproche maturate in altri scacchieri, intrecciandosi con le manipolazioni degli attori locali. L’innesco di una simile tettonica a zolle è dovuto a due eventi rivelatori di fenomeni di lungo periodo 1. Primo, la crisi finanziaria dell’Unione Europea del 2008, miccia dell’apertura di una serie di dossier problematici mai archiviati – di cui Grecia, Brexit e rifugiati sono solo le ultime incarnazioni – grazie ai quali i 28 si segmentano in sottoregioni centrifughe. A est, per esempio, è palese la sfiducia dei leader nazionali che nell’ambito dell’Ue non solo si trovino soluzioni, ma anche si mantengano le promesse di prosperità implicite nell’allargamento a oriente (2004-13). Secondo, la guerra d’Ucraina ha a sua volta palesato – oltre alla non neutralità dei progetti d’espansione europei – due necessità: quella della Russia di tenere ancorati a sé i pochi alleati e satelliti di cui dispone (o d’impedire i flirt altrui) e quella dei paesi a est di Berlino di garantirsi un protettore. La combinazione tra i due fattori annacqua e svuota di senso l’Ue, spianando la strada alla ricerca di alternative degli attori locali e alla caccia dell’influenza delle grandi potenze. Delimitare lo spazio dove sono in azione questi ingranaggi è ardua impresa. I teatri di queste dinamiche sono stati variamente rubricati come Europa so1. Cfr. G. FRIEDMAN, Flashpoints: The Emerging Crisis in Europe, New York 2015, Doubleday.
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ATLANTE GEOPOLITICO DELL’EUROPA DI MEZZO
cialista, ex sovietica, centrale, orientale, centrorientale, mediana o Mitteleuropa. Qui si propone un’altra definizione, centrata nella competizione su e per questo spazio, dunque eminentemente geopolitica: Europa di mezzo. Nel senso di quello spicchio di continente nato (statualmente parlando) dalla prima guerra mondiale che si trova nel guado fra Germania e Russia. Fra la locomotiva tedesca, traino del progetto soprattutto geoeconomico di espandere agli ex satelliti sovietici la famiglia (leggi: azienda) europea, e l’aquila bicefala russa, obiettivo del contenimento made in Usa ispirato all’Intermarium del maresciallo Piłsudski 2. Mentre a nord il sigillo è il Baltico, i confini meridionali dell’Europa di mezzo sono più sfumati: scolorano nella Penisola balcanica – dove la competizione è meno netta ma la cui storia d’instabilità non autorizza sottovalutazioni – e si spingono fino al Caucaso. 2. Sono Stati Uniti, Russia, Germania e Turchia le potenze che cercano di ritagliarsi sfere d’influenza nell’Europa di mezzo (carta a colori 1). Il maggiore interesse strategico della Russia è garantirsi profondità strategica, ossia mettere quanta più distanza possibile tra sé e i primi avamposti militari dell’Europa occidentale. Motivo per cui da secoli l’Europa di mezzo assiste a continue riscritture delle frontiere, nelle ondate e risacche di chi di volta in volta siede al Cremlino. Se non può costruire cuscinetti territoriali come al tempo degli zar, Mosca ricorre all’uso dei satelliti. In epoca sovietica, la vittoria nella «grande guerra patriottica» (la nostra seconda guerra mondiale) e la concreta minaccia del ricorso alla forza garantivano il collante del Patto di Varsavia. Oggi, la leva militare è più sfumata ma non per questo assente: lo dimostrano il colpo di mano con cui il Cremlino s’è preso la Crimea e il sostegno fornito ai separatismi filorussi nell’ex Urss, dalla Transnistria ai ribelli del Donbas, dall’Abkhazia all’Ossezia del Sud. Invece, la chiave per mantenere alleati – molto più delle forniture di energia, insufficienti da sole a tenersi stretto un paese, come svela il «tradimento» ucraino – è la simbiosi con l’economia russa. È il caso di Bielorussia e Armenia, la cui partecipazione all’Unione Economica Eurasiatica ne suggella lo stato di semivassallaggio 3. Gli Stati Uniti intervengono contro questi disegni, che percepiscono come il tentativo di creare una sfera egemonica russa. Per contenerla, offrono il loro ombrello protettivo all’Europa di mezzo, facendo perno sulla storica fobia del russo e sul fiero senso di alterità della Polonia, delle tre repubbliche baltiche e della Romania. Cui da fine 2014 si aggiungono anche paesi tradizionalmente meno assertivi nei confronti di Mosca come Bulgaria, Slovacchia e Repubblica Ceca, dettisi a favore del rinnovo delle sanzioni e dello schieramento di truppe dell’Alleanza Atlantica a est. Proprio per impedire che questi paesi slittino decisamente ver-
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2. Si veda D. FABBRI, «Obama non vuole la guerra grande dunque la prepara», Limes, «Dopo Parigi, che guerra fa», n. 1/2015, pp. 113-120, goo.gl/sv2zNA 3. La Bielorussia dipende per il 47,7% dall’interscambio dalla Russia. Per l’Armenia il dato è del 22,7%. Fonte: atlas.media.mit.edu/en
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
so il campo occidentale, la Russia compie investimenti selettivi nei settori bancario, nucleare e del gas per comprarsi influenza politica. Lo sforzo ha maggiore successo in Ungheria, che al contrario dei suoi vicini definisce Mosca come terzo partner per importanza. Le manovre a stelle e strisce sono soprattutto un esercizio di diplomazia militare volto a rassicurare gli alleati: sfoggio di retorica della Nato, rotazione di soldati, esercitazioni, invio di materiale bellico. In breve, uso strategico dello strumento militare. Scambiato però al Cremlino per provocazione. O, peggio, per preparativi di guerra. È in questa erronea chiave che vengono letti per esempio l’aumento di quattro volte (da 789 milioni a 3,4 miliardi di dollari) del budget richiesto dal Pentagono per le iniziative europee o la classificazione della «Russia revanscista» come unico conflitto, assieme alle «dispute territoriali», all’interno dell’area di operazioni dello U.S. Europe Command 4. Lo stesso accade con le dichiarazioni del generale Ben Hodges, capo dell’Esercito americano in Europa, sulla possibilità che la Russia chiuda l’accesso al Baltico o isoli Lettonia, Lituania ed Estonia colmando la «breccia di Suwałki», i 65 chilometri in linea d’aria che separano Kaliningrad dalla Bielorussia 5. Tuttavia, chi è in grado di leggere le dinamiche degli apparati statunitensi sa che si tratta di gesticolazioni burocratiche. La narrazione del Pentagono per mantenere Forze armate ben finanziate ed equipaggiate è costruita attorno alle capacità belliche di quattro nemici: Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Certo, le ambiguità di Washington non aiutano. È il caso dello scudo antimissile in Europa, ufficialmente ombrello contro l’Iran, ma usato come riconoscimento per due attori chiave nel contenimento antirusso: Polonia e Romania. Qui sono state installate alcune componenti del nascente sistema di difesa dai missili balistici – le altre sono a Rota in Spagna e a Kürecik in Turchia. Impossibile non vederlo anche come deterrente e protezione nei confronti di Mosca, nonostante le smentite ufficiali. Interpretazione avvalorata dal capo degli Stati maggiori riuniti a stelle e strisce Joseph Dunford, che dalla sua promozione ha impostato il dibattito strategico interno sulle strutture di comando e controllo di cui dotarsi per affrontare quelli che definisce «conflitti transregionali, multifunzionali e multisettore», che richiedono «capacità congiunte» 6. Uno scudo antimissile dislocato tra Mediterraneo e Baltico non può che soddisfare questi criteri. La Germania possiede soprattutto una sfera d’influenza geoeconomica. Le élite di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria riconoscono unanimemente a Berlino il ruolo di principale partner 7. Ciò è dovuto al fatto che – assie4. Theater Strategy, U.S. Europe Command, ottobre 2015, p. 2. 5. Cfr. «Russia Could Block Access to Baltic Sea, US General Says», Defense One, 9/12/2015, goo.gl/RND7YP e «Meet the New Fulda Gap», Foreign Policy, 29/9/2015, goo.gl/bGezbw 6. «General Dunford’s Remarks and Q&A at the CNAS Inaugural National Security Forum», 14/12/2015, goo.gl/3Me6I9 7. V. DOSTAL, «Trends of Viségrad Foreign Policy», Asociace pro mezinárodní otázky, pp. 22-23, goo.gl/uRMIKC
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ATLANTE GEOPOLITICO DELL’EUROPA DI MEZZO
me ad Austria e Croazia – sono di fatto tasselli della filiera produttiva tedesca, grazie alla libera circolazione di persone, merci e capitali permessa dall’architettura europea. La cui sopravvivenza incarna al contempo il maggiore interesse nazionale e un’apprezzabile fragilità della Germania. Lo dimostrano lo sbigottimento e le inquietudini del governo di Angela Merkel per la percepita deriva illiberale di Varsavia dopo il ritorno al potere del partito Diritto e giustizia di Kaczyński8. Ulteriore smentita all’idea che l’interdipendenza scongiuri le tensioni reciproche. Essa è anzi la condizione che fa pensare all’attore più potente di avere voce in capitolo negli sviluppi interni del partner, aumentandone l’ostilità. La Turchia dispone della proiezione più debole. Nei Balcani, Ankara sfrutta il neo-ottomanesimo per recuperare influenza soprattutto cultural-religiosa in Bosnia-Erzegovina e Albania. Nel Mar Nero il vettore è quello navale, adoperato in ambito Nato per costruire rapporti con Bulgaria e Romania. Proprio in virtù di questo fattore e del ruolo di custode dei Dardanelli, il paese anatolico può essere incluso nel contenimento antirusso o corteggiato da una Polonia che cerca di rompere il suo isolamento. Senza però farsi troppe illusioni: la collocazione geografica all’incrocio dei progetti energetico-commerciali eurasiatici e le velleità della sua classe dirigente rendono la Turchia un soggetto irriducibile al mero rango di fedele alleato. 3. Non bisogna tuttavia commettere l’errore di ritenere l’Europa di mezzo solo un oggetto delle altrui rivalità. Solo negli ex satelliti dell’Urss più repubbliche baltiche abitano quasi 100 milioni di persone; aggiungendo i 42 milioni di ucraini si sfiora la popolazione della Russia. Peso demografico sufficiente a far emergere specifiche – ma sempre plurali – soggettività, strategie e percezioni in grado di orientare o quantomeno influenzare quelle degli attori esterni. Sicuramente quelle dell’Ue, come il Partenariato orientale, per anni appaltato ai paesi dell’Est dell’Unione. Proprio fra Bruxelles e i membri eurorientali dell’Ue si sta aprendo una vistosa faglia (carta a colori 2). Le relazioni tra le istituzioni europee e alcune cancellerie sono apertamente ostili, come dimostra l’animosità nei confronti degli sviluppi politici interni dell’Ungheria di Orbán e delle maldigerite riforme della giustizia e dei media della Polonia di Beata Szydło. Contro i quali però organi come la Commissione o il Consiglio hanno dimostrato di non potere granché, al di là di aprire inchieste a uso stampa o di minacciare la requisizione di voti ai singoli paesi – l’espulsione continua a essere un tabù. A loro volta, l’assenza di concrete contromisure dall’Ue alimenta la forza centrifuga delle singole iniziative nazionali, facendola evolvere in una rissosa e disfunzionale famiglia dove abbondano le decisioni unilaterali e quelle comuni languiscono – ma non si disereda nessuno. La non-politica sui rifugiati ne è l’esempio più lampante. Il clivage che divide il tentativo tedesco di ottenere solidarietà sui migranti e la strenua opposizione al
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8. «Warsaw’s EU Spat Stalls German-Polish Engine», Politico, 14/1/2016, goo.gl/h8mmqP
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
programma di ricollocamento di 160 mila richiedenti asilo (circa il 15% delle persone arrivate in Europa nel 2015) corre grossomodo lungo la vecchia cortina di ferro. Così, a est i governi minacciano di citare in giudizio Bruxelles (lo slovacco Fico), aborriscono l’accoglienza dei musulmani con farneticazioni sull’integrazione (il ceco Zeman) o si rifiutano di accettare qualunque rifugiato (la Polonia dopo il 13 novembre). Per tacere delle barriere esistenti in Ungheria e Bulgaria e di quelle che s’ergeranno quando il «tiro allo Schengen» spingerà i migranti a cambiare rotta, magari verso Romania o Albania, ponte per l’Italia. Il «fronte del no» eurorientale emerge anche in un’altra partita, quella energetica (carta a colori 3). Qui l’oggetto del contendere non è un programma dell’Ue, ma un progetto discretamente egoistico del suo principale motore: il raddoppio della portata di Nord Stream, il gasdotto che collega Russia e Germania, tacciato dagli oppositori di inaugurare il dominio tedesco sul mercato del gas continentale. Nonché di aggirare l’Ucraina appositamente per eliminarne il potere di ricatto nei confronti di Mosca. I timori dell’Europa di mezzo sono variegati. Per baltici e polacchi, i nuovi tubi puzzano di patto Ribbentrop-Molotov. Slovacchia, Ungheria e Polonia vedrebbero ridursi la possibilità di girare gas di Gazprom sottobanco a Kiev con il reverse flow. Secondo quanto sostenuto dal lobbying contro Nord Stream dell’ex premier ceco Topolanek presso la Commissione europea 9, Romania, Bulgaria e Moldova perderebbero lo status di paese di transito e i connessi introiti e l’Ucraina non riuscirebbe a mantenere in funzione la rete di condotte di Ukrtranshaz. Risultato: oltre all’uso selettivo e tutto geopolitico delle regole energetiche europee 10, la stessa Commissione, guidata dal vicepresidente slovacco Maroš Šef0ovi0, sta cercando di ampliare i suoi poteri per validare gli accordi energetici dei singoli paesi prima che siano stipulati e ha richiesto di esaminare tutti i contratti di Gazprom con le aziende eurorientali 11. 4. Alla base di questa inquietudine c’è una ragione storica. I regimi dell’Europa di mezzo poggiano su fragili basi di legittimità. D’altronde, gli Stati che governano sono frammenti d’Europa 12 lasciati sui campi di battaglia della grande guerra dalla dissoluzione degli imperi centrali fra 1917 e 1918 (carta a colori 4). Per di più, nelle mobili terre d’Oriente il primo conflitto mondiale non è finito con la conferenza di Versailles, ma s’è continuato a combattere fino al 1923. Non è la mera giovinezza di queste nuove creature a determinare le instabilità e le paranoie della regione. Raramente si considera che fra 1917 e 1993 questi paesi hanno conosciuto nove cambi di confine e quattro diversi sistemi politici, pas9. «Seven EU Countries Oppose Nord Stream», Euractiv, 30/11/2015, goo.gl/4I76ja 10. Cfr. M. PAOLINI, «Nord Stream 2, colpo doppio oppure a salve?», Limes, «Il mondo di Putin», n. 1/2016, pp. 103-112. 11. «EU Seeks New Power to Vet Member State Energy Deals», Euractiv, 26/1/2016, goo.gl/aZbxRb e «EU Wants to See Gazprom Contracts with European Clients, According to German Newspaper», Euractiv, 3/2/2016, goo.gl/UjGkdJ 12. L’espressione è ripresa da M. FOUCHER (a cura di), Fragments d’Europe, Atlas de l’Europe médiane et orientale, Paris 1998, Fayard.
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ATLANTE GEOPOLITICO DELL’EUROPA DI MEZZO
sando dalle architetture imperiali all’indipendenza e dalla cattura sovietica all’autonomia post-guerra fredda. Per ovviare al senso di precarietà, i regimi locali hanno sostituito al concetto di comunità politica quello di comunità etnica 13. Il fattore etnocratico – unito all’anestetizzazione della classe dirigente operata dai regimi socialisti durante la guerra fredda – si palesa oggi con l’obbligato ricorso alla retorica nazionalista e dell’accerchiamento quali leve di consenso. Mentre sfoggiano legittimazioni etnocentriche con popolazioni sotto questo profilo tutto fuorché omogenee – basti pensare alle minoranze in Slovacchia, Romania, Bulgaria o Moldova – ai regimi locali sfugge il doppio potenziale sovversivo che questa retorica offre al ricatto delle potenze esterne. La Russia ha conoscenze da vendere sia nel sostegno ai separatismi che nel sovvenzionare le destre ultranazionaliste dell’Europa centrale. Chi fosse interessato a incendiare i focolai di crisi e i paesi contesi di cui la regione abbonda ha solo da prendere appunti.
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13. Per ampliare la riflessione, si veda S. BIANCHINI, «Atlante geopolitico dell’Europa centrorientale», Limes, «I nuovi muri», n. 1/1996.
Paesi contesi Potenziali focolai di crisi
Sfera d’infuenza turca Recupero dell’infuenza ottomana e proiezione sul Mar Nero
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©Limes
KAZAKISTAN
Limes Intermarium
Sfera d’infuenza americana Rapporto geostrategico con gli Usa e paesi perno del contenimento russo
Paesi alleati e satelliti semi-indipendenti (rapporto strategico)
Sfera d’infuenza russa Nucleo (Russia e Kaliningrad)
1 - SFERE D’INFLUENZA NELL’EUROPA DI MEZZO
LITUANIA Vilnius Kaliningrad
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Amsterdam
PAESI BASSI
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Stoccolma
Paesi con rapporti geoeconomici (membri della fliera industriale SVEZIA e produttiva tedesca)
Sfera d’infuenza tedesca Nucleo (Germania)
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Alcune delle isole greche dove arriva la maggior parte dei migranti siriani
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Possibili altre rotte della migrazione
Rotte migratorie
Paesi area Schengen che hanno ripristinato controlli alle frontiere
Barriere intorno ai passaggi di frontiera
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Alleati e satelliti di Mosca Presenza di partiti florussi
Paesi in crisi con Bruxelles
Nemici di Mosca
Fronte del NO alla politica Ue sui rifugiati
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Barriere costruite o in costruzione
Barriere anti-migranti e anti-russe Barriere in progetto
2 - L’EUROPA DI MEZZO FRA RUSSIA E UE
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La Turchia cerca alternative per diminuire la dipendenza dal gas russo Fronte del NO al Nord Stream NO (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria) UCRAINA Circuito via Ucraina (Moldova, Romania, Bulgaria)
ITALIA Paesi che vorrebbero avere una parte nel circuito commerciale Nord Stream 2 (Regno Unito e Italia)
GERMANIA Paesi facenti parte del“circuito commerciale Nord Stream 2” (Germania, Paesi Bassi, Francia e Austria)
Grandi hub del gas in Europa
Progetto gasdotto“Tesla”
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Progetto raddoppio Nord Stream 2
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3 - NUOVE VIE PER IL GAS RUSSO
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8 Guerra polacco-ucraina per la Galizia orientale 1918-1919
7 Guerra d’indipendenza ucraina 1917-1921
6 Guerra polacco-lituana 1920
5 Guerra sovietico-lituana 1918-1919
4 Guerra civile fnlandese 1918
3 Guerra civile in Russia 1918-1923
Vienna
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Mar Caspio
Fino al 1929 Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni
I nuovi Stati nati dopo la Grande guerra
Acquisizioni territoriali dell’Urss dopo la seconda guerra mondiale
Impero austro-ungarico (1914)
Impero tedesco (1914)
15 Invasione dell’Armata rossa nel Caucaso 1920-1921
13 Guerra armeno-azera 1918-1920 IRAQ 14 Guerra turco-armena 1920
12 Guerra armeno-georgiana 1918
10 Guerra d’indipendenza estone 1918-1920 IRAN 11 Guerra d’indipendenza lettone 1918-1920
9 Rivoluzione e controrivoluzione
ARM.
GEORGIA
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Impero russo (1914)
4 - FRAMMENTI D’EUROPA
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Berlino
DANIMARCA
Guerre locali oltre la Grande guerra 1 Guerra russo-polacca 1919-1921 Roma 2 Guerra greco-turca 1919-1922
FRANCIA
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
IN LIBIA FACCIAMOLO STRANO
di Mattia TOALDO
Mentre il paese nordafricano si sbriciola e lo Stato Islamico ne profitta per avanzare, gli Usa e altri occidentali cominciano le operazioni militari in sordina. Lo stallo del processo politico. Che cosa (non) può fare l’Italia.
L’
ATTACCO AMERICANO DEL 19 FEBBRAIO
contro una base dello Stato Islamico (Is) a Âabråta può sembrare l’inizio di una nuova guerra. In realtà i piani di intervento in Libia hanno almeno un anno. Era infatti il febbraio del 2015 quando lo Stato Islamico (Is) rapì e decapitò 21 migranti, di cui la maggioranza erano egiziani copti. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti rilasciò un’intervista al Messaggero dicendo che l’Italia era pronta a inviare i suoi soldati per combattere il terrorismo islamico nel paese nordafricano. L’Egitto conduceva alcuni raid disastrosi sulla cittadina di Derna, allora occupata dai miliziani dello Stato Islamico, mentre al-Søsø si muoveva alle Nazioni Unite per farsi dare un mandato per intervenire in Libia. Di fronte al rifiuto occidentale il dittatore egiziano puntava a far sollevare l’embargo sulle armi per il governo amico di Tobruk. Entrambi i tentativi fallirono, così come gli ardori interventisti della Pinotti che dopo alcuni giorni veniva bloccata da Renzi. Di intervento in Libia si sarebbe riparlato dopo i grandi naufragi delle navi piene di migranti nel mese di aprile. Il nuovo coniglio uscito dal cappello era una missione militare contro i trafficanti di esseri umani. Questa volta il tentativo avrebbe avuto un moderato successo con la creazione della missione oggi chiamata Sofia che opera in acque internazionali e che è sempre in attesa dell’autorizzazione di un qualche governo libico per condurre operazioni nelle acque territoriali del paese e addirittura a terra. Nella primavera del 2015 erano le milizie di Misurata a fornire l’unico contrasto a terra contro l’Is, il cui controllo si era esteso alla cittadina di Sirte, culla del gheddafismo e dopo la caduta del dittatore base del gruppo jihadista autoctono Anâår al-4arø‘a. Dispiegando lì la brigata 166, i misuratini speravano di ingraziarsi l’Occidente e di diventare i «curdi di Libia». Delusi dalla mancanza di sostegno americano ed europeo e soggetti ad attacchi dentro Misurata stessa, i
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IN LIBIA FACCIAMOLO STRANO
miliziani misuratini si ritirarono agli inizi di giugno lasciando di fatto il controllo della città all’Is. Nelle settimane in cui l’Organizzazione dello Stato (come viene chiamato l’Is dai libici) prendeva il controllo della cittadina sulla costa centrale mediterranea, essa veniva cacciata da Derna dove aveva sempre dovuto convivere con l’organizzazione jihadista locale, la brigata Abû Saløm, e dove i suoi eccessi nell’applicazione della legge islamica le avevano alienato il consenso della popolazione. Era proprio da un’alleanza tra alcune famiglie di Derna e i jihadisti locali che originava l’unica sconfitta subita fino a quel momento dall’Organizzazione in Libia. Tra l’estate e l’autunno dello scorso anno l’Is estendeva il proprio controllo su quasi 300 chilometri della costa centrale libica approfittando dell’assenza di rivali in armi. Un paradosso se si pensa all’abbondanza di gruppi armati nel paese.
La guerra informale americana In parallelo con l’avanzata dell’Is, cominciava la guerra informale americana. Sempre nel mese di giugno, gli Usa conducevano un raid nei pressi di Aãdåbiyå rivendicando l’uccisione del terrorista algerino Muœtår Bilmuœtår, poi rivelatosi ancora vivo. Il 14 novembre un altro bombardamento a Derna era seguito dalla rivendicazione dell’uccisione del presunto capo dell’Is in Libia, Abû Nabøl. Da diversi mesi, poi, più di una fonte riporta la presenza di corpi speciali americani sul terreno in Libia sia nella città di Misurata sia in collaborazione con l’Esercito nazionale libico (Lna) controllato, si fa per dire, dal generale Œaløfa Õaftar. A metà dicembre un gruppo di soldati speciali americani veniva fotografato nella base di al-Wa¿iyya, prima che le milizie che controllavano l’aeroporto (teoricamente parte dell’Lna di Õaftar) li rispedissero poco cortesemente a casa. Agli inizi di gennaio l’Is lanciava un’offensiva all’Est, verso la cosiddetta Mezzaluna petrolifera, dove si trova una parte notevole delle installazioni energetiche del paese, e all’Ovest, con l’attentato di Zaløtan in cui, in un centro di addestramento del dipartimento per la Lotta all’immigrazione clandestina, morivano decine di reclute della guardia costiera. Era l’attacco terroristico più grave in Libia dalla morte di Gheddafi. Il 4 gennaio il Comando Africa del Pentagono (Africom) pubblicava sul proprio sito un comunicato nel quale indicava la Libia come una delle cinque priorità nella lotta per distruggere l’Is usando parole note a chi si è occupato dell’intervento in Siria e Iraq – «contain and degrade» 1. Il resto è cronaca delle ultime settimane: le notizie sempre in aumento sulla presenza di truppe speciali occidentali nel paese e gli articoli della stampa americana che descrivono Obama come sempre più isolato nella propria amministrazione nel fare resistenza contro l’estensione alla Libia della campagna attualmente condotta in Siria e in Iraq.
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1. J. GARAMONE, «Africom Campaign Plan Targets Terror Groups», U.S. Department of Defense, goo.gl/qrE3yD
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
In fondo, l’establishment della Difesa americano non ha bisogno di un’esplicita autorizzazione presidenziale per condurre un’altra delle sue guerre informali, sulla falsariga di quanto già fatto in Somalia, Yemen o Pakistan. La guerra al terrorismo 2.0, sotto Obama, è fatta di qualche raid aereo contro la leadership jihadista, dell’uso di droni in combinazione con forze speciali sul terreno che aiutano a individuare gli obiettivi, di missioni di addestramento o armi per forze locali. Certo, per tutto ciò c’è bisogno di soldi e l’estensione alla Libia della guerra informale è anche un motivo per chiederne di più: e infatti agli inizi di febbraio il Pentagono ha richiesto 200 milioni di dollari proprio per operazioni di controterrorismo in Libia quest’anno 2. I candidati repubblicani alla Casa Bianca si sono dichiarati tutti d’accordo ed è difficile che il Congresso ostacoli queste operazioni.
Il non-governo di unità nazionale E gli europei come si pongono di fronte alla guerra informale americana? In tutte le capitali che contano (e la Libia è forse l’unico caso in cui conta anche Roma) c’è una divisione tra ministri della Difesa interventisti e diplomatici che mettono in guardia dall’ennesima guerra senza strategia politica. Il punto di equilibrio trovato sinora, appoggiato dal segretario di Stato Usa John Kerry, è quello di aspettare la formazione di un governo di unità nazionale in Libia, fase importante del «dialogo politico» gestito dall’Onu e dal suo inviato speciale, il tedesco Martin Kobler. Questo processo negoziale è iniziato nell’autunno del 2014 sotto la gestione dello spagnolo Bernardino León. L’obiettivo era allora mettere d’accordo il parlamento di Tobruk, la Camera dei rappresentanti, e quello di Tripoli, il Congresso generale nazionale (Gnc). Ogni parlamento aveva il suo governo ma la comunità internazionale riconosceva solo quello di Tobruk perché risultato delle elezioni del giugno 2014. Tripoli e Tobruk rappresentavano due coalizioni militari. Nella capitale erano entrati nell’estate di quell’anno le milizie di Alba libica, che metteva insieme islamisti di varia natura, anti-gheddafiani di Misurata e di altre città della Tripolitania, nonché milizie delle cittadine berbere. Nell’Est del paese era invece basata l’Operazione Dignità di Õaftar, ex generale dell’esercito gheddafiano, sconfitto in Ciad negli anni Ottanta e poi trasferitosi negli Usa. Nel 2011, Õaftar si era schierato con i generali dell’esercito ufficiale che avevano scelto l’opposizione a Gheddafi. La sua Operazione Dignità si ispirava all’esempio dei militari egiziani e puntava a sradicare la presenza islamista dalla Libia. L’esercito di cui Õaftar è in teoria il comandante (l’Lna) è in realtà composto in gran parte da civili e le sue insegne sono spesso utilizzate da milizie tribali o di determinate città come Zintån. 2. L. BALDOR, «Pentagon Seeks Funding for Libya, Africa Military Operations», Associated Press, 9/2/2016, goo.gl/HYsNFV
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I due campi che sembravano così ben delimitati nell’autunno del 2014 sono andati via via frammentandosi, anche grazie a una specifica strategia dell’inviato speciale León che mirava a separare i pragmatici di Misurata dagli islamisti di Tripoli (come scrisse rassicurante ai suoi attuali datori di lavoro negli Emirati) mentre all’Est la personalità ingombrante di Õaftar ha via via spezzato il suo campo. Attualmente il generale controlla effettivamente solo una piccola forza aerea e un fazzoletto di terra tra il suo quartiere generale ad al-Marã (a est di Bengasi) e la città di Tobruk dove, non a caso, si trova la Camera dei rappresentanti riconosciuta dalla comunità internazionale anche grazie alle costanti pressioni dei padrini egiziani ed emiratini. Il resto dell’ex Operazione Dignità ha spesso in comune con Õaftar solo la fonte del proprio sostegno esterno (tra il Cairo e Abu Dhabi) ma non risponde al suo comando o lo fa solo in parte. È questo il caso delle milizie di Zintån sulle montagne attorno a Tripoli, ospiti del figlio più potente di Gheddafi, Sayf alIslåm. Molto freddi con Õaftar sono anche i comandanti dell’Lna di Bengasi, che gli rimproverano strategie militari completamente fallimentari. Le guardie petrolifere di Ibråhøm Ãaîrån e i federalisti della Cirenaica completano il quadro delle forze anti-islamiste ma ostili a Õaftar. Nessuna di queste forze è rappresentata veramente da Tobruk, il cui parlamento ha dimostrato più volte di essere il braccio politico del generale. Allo stesso modo, il parlamento di Tripoli (Gnc) rappresenta solo una minoranza di estremisti raccolti intorno ad alcune figure chiave: il presidente del parlamento Abû Sahmayn, figura ambigua e sotto ricatto degli irriducibili per un video sessuale di qualche anno fa; il mufti salafita al-Ôaryånø; le milizie del «fronte della fermezza» di Âalåõ Bådø. Rimangono periferiche e sempre più estranee al Gnc le forze di Misurata, i cui alleati in Tripolitania nell’ultimo anno hanno stretto una fitta rete di cessate-il-fuoco locali con le città a loro ostili – Zintån ma anche l’«esercito delle tribù» che faceva parte dell’Operazione Dignità. E così il dialogo politico, incentrato da León sui due parlamenti, lascia oggi fuori molte forze sia all’Est che all’Ovest della Libia, alcune delle quali sarebbero cruciali nella lotta all’Is: i misuratini, le guardie petrolifere di Ibråhøm Ãaîrån, i generali dell’Lna di Bengasi. Forze accomunate dalla minaccia jihadista e dalla diffidenza, in alcuni casi ostilità, verso Õaftar. Anche avendo lasciato fuori tanta gente, il dialogo politico marchiato Onu ha fatto fatica. A novembre, León se n’è andato tra le polemiche per il lavoro ben pagato che aveva già negoziato con il governo degli Emirati Arabi Uniti, tra i maggiori sostenitori di Tobruk. Il quotidiano inglese The Guardian ha pubblicato mail, di cui alcune addirittura del dicembre 2014, in cui lo spagnolo prometteva ai suoi futuri datori di stipendio che avrebbe fatto scrivere le sue proposte agli uomini da loro indicati. E infatti il «dialogo politico» è un gioco un po’ truccato: oltre ai succitati problemi di rappresentatività, si basa sul riconoscimento internazionale del parlamento di Tobruk controllato da Õaftar. La Camera dei rappresentanti non è mai
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stata eletta al completo: mancano per esempio i deputati delle minoranze tebu, tuareg e imazighen (berberi). In più circa una sessantina di parlamentari ne boicotta le sedute. Questo parlamento ha sede in una base militare, guarda caso dell’Lna. Quando alcune settimane fa uno dei «boicottatori» di Misurata ha deciso di partecipare a una seduta, è stato subito rapito. Gli europei continuano a insistere sull’urgenza di avere un governo di unità nazionale che scaturisca dall’accordo firmato (a titolo individuale) dai partecipanti al dialogo politico nella cittadina marocchina di al-Âaœøråt a dicembre. Tobruk ha già fatto capire, con voti e dichiarazioni, che non vuole un governo ostile a Õaftar. Il generale sa di poter chiedere il massimo, e cioè la sua riconferma e un ministro della Difesa a lui fedele – oppure nessun ministro, così da essere più libero. Fin quando tutto il processo sarà basato sul parlamento di Tobruk nella sua composizione attuale, il gioco sarà truccato. Tanto più che gli egiziani hanno fatto capire di non voler abbandonare l’uomo che si ritiene «il Søsø di Libia». Il rischio è che il Cairo e i suoi clientes libici vincano per sfinimento dell’altra parte: gli occidentali potrebbero decidere che è meglio avere un governo libico purchessia, l’importante è che in qualche maniera lo si possa chiamare di «unità nazionale». E se il prezzo da pagare è confermare tutto l’attuale potere di Õaftar, va bene. Servirebbe comunque per avere qualcuno da poter invitare ai vertici sull’immigrazione, per nominare ambasciatori e per – questo il desiderio di molti tra l’Europa e Washington – richiedere un intervento internazionale contro l’Is o l’estensione dell’Operazione Sofia anche alle coste libiche. Si tratterebbe in questo caso di un governo «Tobruk plus», che risponderebbe agli interessi degli egiziani e dei loro alleati libici ma che includerebbe chi ci vuole stare delle altre fazioni, in cambio del riconoscimento occidentale con tutte le succitate briciole di potere che questo comporta. Fuori da questo schema resterebbe sicuramente chi oggi controlla Tripoli ma probabilmente anche la gran parte delle milizie di Misurata e dell’Ovest della Libia così come quelle forze dell’Est che sono diffidenti con Õaftar. Vorrebbe dire, alla fine, ritornare quasi al punto di partenza: un non-governo che non riuscirebbe mai a installarsi nella capitale Tripoli e quindi a controllare ministeri, agenzie governative, istituzioni economiche, confini. Qualcosa di più di quello che era l’Alleanza del Nord nell’Afghanistan dei taliban. Nel frattempo, la Libia continuerebbe a dare parecchi grattacapi all’Italia e in misura minore ai nostri alleati occidentali. Continuerebbe e si approfondirebbe la divisione di fatto del paese, non tanto in due o tre parti (si è visto sopra come la divisione Tripoli-Tobruk sia solo parte della storia) quanto in mille pezzetti sempre più piccoli e con catene di comando sempre meno chiare. Questo avrebbe ripercussioni sull’immigrazione. L’Italia rimarrebbe senza nessun vero interlocutore mentre l’Europa si concentrerebbe sempre di più solo sulla rotta che porta dalla Turchia alla Germania via Balcani. Ma l’assenza di un vero governo (perché il «Tobruk plus» ha la stessa valenza di un processo bloccato) sarebbe un favore per lo Stato Islamico che continuerebbe a sfruttare il vuoto
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che c’è al centro del paese e che tuttalpiù sarebbe soggetto alla guerra informale americana – e forse francese. Difficile che questo da solo porti a risultati significativi, ma bisogna capire bene di che intervento parliamo.
Due tipi di intervento, uno più probabile
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Per quasi un anno, la versione ufficiale di tutti i governi occidentali era che fossero pronti a sostenere anche militarmente il nuovo governo libico. Scartata l’ipotesi di una missione di peacekeeping a Tripoli, troppo rischiosa di questi tempi, ci si era ridiretti verso l’invio di una forza occidentale che avrebbe addestrato le forze di sicurezza fedeli al nuovo governo. A questo scopo, i giornali europei e americani avevano fatto cifre diverse: 5 mila soldati italiani, mille britannici, alcune centinaia di tedeschi e poi possibile partecipazione del Marocco o di altri paesi della regione. Ma questo tipo di presenza non verrà dispiegata presto. Se anche si dovessero miracolosamente superare gli ostacoli politici descritti sopra, il governo di unità nazionale dovrebbe poi effettivamente muoversi a Tripoli e il governo attualmente a Tripoli (quello che fa riferimento al Gnc) dovrebbe accettare di sciogliersi. In un successivo grado di improbabilità, il governo di unità nazionale installatosi a Tripoli dovrebbe poi decidere quali sono le forze a esso fedeli da sottoporre all’addestramento occidentale, concordare un piano con l’Occidente e farlo partire. Nel frattempo, è difficile che a Washington come in Europa stiano con le mani in mano guardando l’avanzata dell’Is nel paese. La scelta è quindi tra l’intervento informale americano descritto sopra (con la possibilità per gli europei di aggiungersi) e l’inclusione della Libia nell’intervento anti-Is in Siria e in Iraq, o quasi. In entrambi i casi ci sarebbero effetti sulle forze libiche sul terreno e sul processo politico, per quanto sentiremo ripetere allo sfinimento che le operazioni militari sono di supporto al dialogo politico. Qualunque operazione occidentale dovrà appoggiarsi a delle forze libiche e questo cambierà i rapporti tra le fazioni al tavolo delle trattative. Per esempio, se qualcuno decidesse di utilizzare alcune strutture dell’Lna ne approfitterebbe per rafforzare ulteriormente la posizione di Õaftar. Un appoggio occidentale a Misurata potrebbe alienare alcuni dei gruppi con i quali questa intrattiene un difficile cessate-il-fuoco, a partire da alcune forze tribali. In molte capitali europee, poi, si perderebbe un grande incentivo a sostenere il processo politico. Lo scalino tra l’intervento informale e quello più in grande stile, in assenza di un governo libico che faccia richiesta di assistenza militare, potrebbe essere rappresentato da un’«emergenza»: un attentato terroristico in Europa che origini dalla Libia, una nuova e più decisiva offensiva contro installazioni petrolifere. La partecipazione dei paesi della regione potrebbe essere uno degli elementi più controversi. L’Egitto ha in più di un’occasione condotto raid in Libia. Lo farebbe tanto più nel caso di un intervento occidentale. Tutto in nome della lotta contro
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l’Is. Ma non è detto che sarebbe un bene, visto cosa hanno combinato i russi con la stessa scusa.
Cosa può fare l’Italia Tra molte critiche possibili anche sulla gestione della vicenda libica negli ultimi due anni, bisogna dare atto al governo italiano di aver provato a resistere alle spinte interventiste. Ma questa resistenza si scontra con due realtà. In primo luogo, l’indissolubilità per l’Italia del legame con l’Egitto. Ciò che non è stato incrinato dal caso Regeni non verrà incrinato dalla Libia. L’Italia può fare e già fa molte pressioni su al-Søsø perché non sia di ostacolo alla nascita di un governo di unità nazionale in Libia. Ma non arriverà a fare la voce grossa, anche perché rimarrebbe isolata sia in Europa sia oltre Atlantico. E proprio a Washington c’è il secondo ostacolo per ogni iniziativa italiana: la scarsa rilevanza di Roma di fronte a decisioni prese a Washington – un’irrilevanza che non cambierebbe neanche se l’Italia decidesse di partecipare alle operazioni anti-Is per «influenzarne il corso». Il Pentagono non si fa influenzare dalla Casa Bianca, figuriamoci da Palazzo Chigi. Per tutte le dichiarazioni sul «ruolo guida italiano», questo era previsto nel caso della missione di addestramento delle forze libiche, che è difficile possa avvenire nel breve periodo. Per tutti gli altri tipi di intervento le decisioni vere verranno prese negli Usa o tutt’al più in Francia. Finora la linea che subordina operazioni in grande stile contro l’Is all’esistenza di un governo libico unitario l’ha avuta vinta per una combinazione di debolezze negli altri paesi. Per gli Usa la Libia non è cruciale e quindi non vale la pena spendersi oltre la guerra informale, se non in caso la minaccia del «califfo» diventi seria. La ratio che guida gli americani è che si cura la malattia Stato Islamico ma non il malato Libia. Quindi si assegnano risorse di conseguenza. La Francia è in overstretch avendo dispiegato forze militari tra l’Iraq e la Repubblica Centrafricana. Parigi ha altre priorità in Africa e semmai in Siria alla luce degli attentati del 2015. Il premier inglese David Cameron è bloccato da dinamiche interne: la lotta per evitare il Brexit monopolizzerà tutte le sue attenzioni fino a giugno; insieme, sa di non poter rischiare un altro voto alla Camera dei Comuni su un intervento militare in Medio Oriente senza che qualcuno gli chieda come sta andando quello in Siria. Ma senza sbloccare il processo politico, i fautori dell’intervento in grande stile torneranno alla carica, tanto più se si verificasse una delle emergenze di cui sopra. L’Italia farebbe bene a promuovere una «riforma del processo politico» prima che questo diventi un soprammobile. Si può chiedere di spostare il parlamento in una zona più neutrale di Tobruk, diminuire il peso specifico di Õaftar e allo stesso tempo, allargando la discussione a tutti gli attori esclusi dal piano ideato a suo tempo da León, trattare con chi conta veramente sul terreno. Il tutto richiede non solo capacità inventive ma anche tanto investimento politico.
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DE BELLO LIBYCO SE LA SCINTILLA PETROLIFERA di Margherita PAOLINI DÀ FUOCO AL PAGLIAIO La principale posta in gioco nelle partite libiche è il controllo delle esportazioni di petrolio e della relativa rendita. Il puzzle giuridico e geopolitico che ne deriva è emergenza da affrontare subito. Il conflitto fra le due Noc. Il bluff del ‘califfato’ di Sirte.
L’
1. ULTIMA NOVITÀ DELLO SCENARIO LIBICO non è il fallimento scontato dei negoziati Onu: il governo di riconciliazione nazionale messo faticosamente in piedi dal delegato per la Libia Martin Kobler, insieme a una manciata di libici volenterosi, è stato respinto per l’ennesima volta dalle parti in causa. A riprova del palese disinteresse dei libici a confrontarsi su una simulazione di accordo impostata dal di fuori. Un accordo che non corrisponde alla matrice complessa di personaggi, tribù e milizie che in parte sostengono gli schieramenti di Tripoli e Tobruk e in parte li ricattano. Una simulazione che ha trascurato questioni spinose, da affrontare e risolvere nel contesto dello schema politico di transizione ipotizzato. Nel frattempo, viste le pressioni internazionali, si sono create divisioni all’interno degli stessi schieramenti libici Est-Ovest ritenuti finora indisponibili a trattare tra loro. Tali schieramenti preferirebbero ora un dialogo interno, pur di non trovarsi alla mercé di interessi stranieri. Si riscontrano crepe all’interno del frammentato schieramento cirenaico, diviso tra ipotesi federaliste e tentazioni autoritarie antislamiste (non solo antijihadiste) che fanno capo al generale Õaløfa Õaftar, uomo forte sponsorizzato e sostenuto dal Cairo. Circolano infatti voci che comandanti di contingenti delle cosiddette «Forze armate libiche» (Libian National Army) dell’Ovest siano pronte a emarginare il generale Õaftar supportando la candidatura di al-Mahdø alBarôañø – che la mediazione Onu ha nominato ministro della Difesa del nuovo governo di conciliazione nazionale – a capo della brigata 204 delle forze blindate motorizzate. Si tratterebbe di uno schieramento favorevole alle pressioni occidentali per un governo di conciliazione nazionale, cui aderirebbero anche le milizie addette al controllo dei terminali e dei giacimenti del bacino della Sirte, pagate dalla Libyan National Oil Corporation.
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La vera novità di questi ultimi tempi, che ormai non può essere ignorata per la sua complessità giuridica anche internazionale, è lo scontro frontale tra gli schieramenti di Tripoli e Tobruk per il controllo esclusivo della rendita petrolifera. Uno scontro che tocca aspetti concreti legati alla contrattistica e ai canali finanziari delle esportazioni petrolifere che entrambi i governi vogliono attivare con urgenza per il loro disperato bisogno di fondi. La contesa verte sulla legittimità della gestione e del controllo dell’export di greggio, che ciascuno dei due governi rivendica a sé e che concerne le tre istituzioni nazionali attraverso i cui canali passano i proventi delle risorse petrolifere: la National Oil Corporation (Noc) con le sue affiliate, la Central Bank of Libya (Cbl) che ha riserve ufficiali di 76 miliardi di dollari (stimate oggi intorno ai 60 miliardi) e la Libyan Investment Authority (Lia), il fondo sovrano che gestisce asset in Libia e all’estero (67 miliardi di dollari). Dopo la caduta di Gheddafi, questo casus belli ha contribuito in maniera determinante a frammentare gli interessi territoriali nel paese. In maniera latente prima, sempre più apertamente negli ultimi tre anni. Al punto che i conflitti locali, mirati all’appropriazione delle strutture di esportazione o a sabotarle per danneggiare economicamente la parte avversa, hanno finito per provocare a più riprese il crollo della rendita petrolifera. Paradossalmente, la Noc ha continuato a pagare indennità di guerra e salari anche alla miriade di milizie armate contrapposte. Contribuendo così a rafforzarle. Dal 2013 i conflitti interni hanno privato il paese di entrate per oltre 68 miliardi di dollari. In particolare, il blocco a singhiozzo e poi totale di quattro dei cinque terminali della regione orientale, quelli sulla costa della Sirte, ha inciso per circa la metà della perdita. La produzione che nel 2012 era tornata quasi ai livelli pre-conflitto (1,5 milioni di barili/giorno) è crollata nel corso del 2013 e del 2014, oscillando fra i 300 mila e i 450 mila barili/giorno, non tanto per questioni di sicurezza quanto per l’impossibilità di esportarla dai terminali: perfino le quantità già stoccate sono rimaste nei depositi. E dire che la Libia ha il vantaggio di esportare la maggior parte di quello che produce, e si è ampiamente attrezzata per questo, visto che per la scarsa densità di popolazione il fabbisogno nazionale non supera i 150 mila b/g. La guerra di posizione nel tratto di costa tra al-Sidra e Marså al-Burayqa (che delimita la cosiddetta Mezzaluna petrolifera) fra le milizie contrapposte di Misurata e della Cirenaica, incluse quelle sul libro paga della Noc deputate a vigilare su giacimenti e impianti – le Petroleum Defense Guards (Pdg) della Sirte – era in atto già da due anni quando è uscito dal cappello il fantasma del «califfato» made in Libya. Piuttosto che cercare di appropriarsi delle infrastrutture, questa organizzazione ha perseguito la strategia del sabotaggio delle esportazioni, con incursioni mirate a incendiare gli stoccaggi di greggio e a creare un cordone di insicurezza esterna al perimetro degli impianti. Quello che colpisce è la relativa facilità con cui le improvvisate milizie del «califfato» nella Sirte hanno potuto inserirsi in quell’area strategica e operarvi
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quasi senza resistenza, in confronto alle ben maggiori difficoltà incontrate dalle milizie che si disputavano il controllo dei terminali prima dell’apparizione del sedicente Stato Islamico. Le bellicose milizie di Misurata che avevano tentato di occupare il perimetro degli impianti per farli riaprire alle attività della Noc di Tripoli (nel quadro dell’Operazione Alba) si erano infatti appena ritirate dall’area. Quanto alle Petroleum Defense Guards che ad esse si erano opposte con successo, si sono limitate a lanciare richieste di aiuto sostenendo di non avere sufficienti munizioni per contrastare gli attacchi del «califfato» ai depositi e al personale delle compagnie di servizi. 2. Che la manifestazione del «califfato» nella Sirte sia funzionale ai disegni di ciascuna delle parti in conflitto per nuocere a quella avversa è un dubbio legittimo. Nonostante sia portato da reduci libici delle guerre di Siria e Iraq, il vessillo di Då‘i4 copre un sottoprodotto locale cui ha dato legittimità e una provvidenziale ridenominazione. Potrebbe trattarsi di una delle fantomatiche milizie che si sono distaccate dal movimento di ispirazione qaidista Anâår al-4arø‘a che, su commissione o per propria iniziativa, hanno enfatizzato la loro affiliazione allo Stato Islamico. Quanto ad Anâår al-4arø‘a «doc», che ha una presenza diffusa in Cirenaica ma anche in Tripolitania, si dà per certo che intrattenga nebulosi rapporti con alcune milizie di Misurata, con cui ha un nemico comune: l’uomo forte di Tobruk, il generale Õaftar, che aspira a diventare il Søsø libico e che le bombarda quotidianamente nelle loro roccaforti. In ciò supportato dall’aviazione egiziana, in nome dell’obiettivo di «disinfestare il paese dai jihadisti». Mentre il lavoro delle intelligence occidentali e dei cecchini delle Sas britanniche elimina chirurgicamente gli esperti di rango che il «califfato» invia per tenere in piedi la wilåya della Sirte, la controffensiva che da Misurata si minaccia di giorno in giorno deve ancora manifestarsi. Nel frattempo, però, la compagnia nazionale Noc con base a Tripoli deve fronteggiare l’urgenza di recuperare maggior liquidità possibile, visto che continua a drenare riserve monetarie per pagare i salari. Il suo problema non è quello di far riprendere la produzione dei giacimenti ma di mantenere e attivare contratti di esportazione, assicurando flussi e stoccaggi di greggio ai terminali costieri. Visto che quelli della Sirte restano bloccati, per esportare petrolio dall’entroterra non resta che stipulare contratti con consegna al terminale di Marså al-Õarøqa, nella Cirenaica nord-orientale, l’unico ancora attivo. In questi termini la Noc ha impostato un accordo con il grande trader internazionale Glencore. Si è quindi impegnata a fornire la metà delle esportazioni libiche, attingendole dai giacimenti della Sirte e in particolare da quello di Sarir, che ancora produce 140 mila barili/g (a fronte di una capacità di 300 mila b/g). Ma Marså al-Õarøqa è lo stesso terminale da cui il governo di Tobruk intende promuovere l’avvio di una propria politica di gestione petrolifera, attivando al più presto una fornitura mensile sollecitata dall’Egitto. Nonostante il governo di Tobruk proclami che la Noc parallela stabilita in Cirenaica, con conto corrente al Cairo per le transazioni, sia l’unica legittima e mi-
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nacci di bloccare i cargo che andranno a caricare petrolio al terminale di al-Õarøqa per conto di Tripoli, aziende e traders internazionali preferiscono continuare a trattare con la Noc ufficiale, con cui hanno rapporti consolidati. A maggior ragione è urgente per Tobruk concretizzare l’intesa con il Cairo, che prevede di esportare da Marså al-Õarøqa 2 milioni di barili/mese di petrolio leggero del giacimento di Sarør. Ma non si tratta solo di far decollare una prima linea commerciale: il presidente egiziano al-Søsø sostiene politicamente (e militarmente se del caso) il governo di Tobruk attraverso il suo alleato generale Õaftar. E al-Søsø tiene particolarmente a questa fornitura poiché considera la Cirenaica una provincia dell’Egitto, non solo «storica» ma soprattutto attuale in quanto permette di attingere petrolio della Sirte a condizioni convenienti, magari in cambio di armi. Le importazioni di petrolio che l’Egitto compra con valuta estera incidono infatti pesantemente sulla bilancia dei pagamenti. E questo spiega perché con una spedizione ad hoc il generale Õaftar si sia spinto fino ai giacimenti di Sarør, lasciandovi un suo contingente supplementare di sicurezza.
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3. Il 6 febbraio la Noc di Tripoli ha lanciato un monito formale tramite i circuiti londinesi alla International Association of Independent Tanker Owners (Intertanko) affinché non trasporti quei carichi di barili di petrolio libico che vengono esportati con contratti «illegali». Al tempo stesso ha rivolto un appello alla comunità internazionale «perché blocchi acquisti illeciti» di petrolio libico, denunciando contestualmente i tentativi di Tobruk di dare legittimità alla Noc parallela che è stata istituita per poter monopolizzare il terminale di al-Õarøqa. Su cui, si sostiene, è invece la Noc di Tripoli ad avere titolo di controllo e gestione in quanto riconosciuta a livello internazionale. La Noc denuncia inoltre i tentativi «illegali» di vendere partite di greggio libico dai porti di al-Sidra e Ra’s Lånûf, mentre agli stessi terminali le Petroleum Defense Guards negano per «problemi di sicurezza» gli attracchi a cargo che vengono a ritirare forniture contrattate con Tripoli. Questi ultimi episodi confermano che Ibråhøm Ãaîrån, il comandante delle Pdg della Sirte, è un personaggio chiave che, con differenziate e ambigue alleanze politiche e tribali, ha gestito spesso in proprio il blocco dei terminali della Mezzaluna petrolifera. Detonatore la rendita petrolifera, si è venuta ormai a creare una situazione esplosiva nei rapporti tra l’Est e l’Ovest del paese, con parcellizzazioni conflittuali sul territorio. I tentativi di mediazione internazionale, tardivi quanto frettolosi nelle soluzioni proposte, non hanno preso in considerazione la problematica del decentramento territoriale della rendita petrolifera. In compenso, lo sventolare del vessillo del «califfato» sulla Sirte ha subito suscitato in Occidente un allarme generale. Come se non fossero più che noti gli intrecci tra criminalità organizzata e jihadismo di varia matrice che divorano da tempo le frontiere occidentali e meridionali della Libia. Basta pensare all’operazione di alto livello contro l’impianto algerino di In Amønås nel 2013, condotta usufruendo del retroterra libico. C’è da chiedersi perché non si sia tentato di coinvolgere Algeria
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1 - CACCIA AL TESORO BŪRĪ BAHR AL-SALĀM
Mar Mediterraneo
TUNISIA Tripoli
Bengasi
Misurata
Tobrūk
Bacino della Cirenaica
Sirte
Bacino Ġadāmis AL FĪL BŪ AL-TIFL
L
I
B
I
A
Bacino della Sirte
Bacino Murzuq Bacino di al-Kufra
Bacini di esplorazione importanti
C
Concessioni di esplorazione Eni Altre concessioni
I
A
D
©Limes
e Tunisia, direttamente interessate alla stabilizzazione della Libia e al controllo delle frontiere, preferendo lasciare spazi di «mediazione» al Qatar e agli Emirati Arabi Uniti, che invece hanno contribuito, sostenendo loro pedine locali, alla frammentazione geopolitica del paese. In questo contesto, c’è inoltre da chiedersi quali obiettivi potrebbe darsi un intervento esterno. Se si tratta di limitarsi a liberare la fascia costiera della Sirte dalla presenza posticcia del «califfato», occorre anzitutto stabilire con chi allearsi sul terreno. E poi a quale autorità istituzionale affidare la gestione degli impianti petroliferi per il loro legittimo utilizzo. Certo non a milizie, anche se temporaneamente alleate, vista la natura del contendere. Un intervento esterno che abbia finalità meramente antiterroristiche non risolverebbe il problema di fondo anche se eviterebbe di dare carta bianca al generale Õaftar, che ha l’abitudine di sparare nel mucchio. Il rischio è di aprire la porta a una guerra dei cent’anni.
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©Limes
AL-FĪL (Elephant)
WAFĀ’
Ġadāmis
TUNISIA
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Misurata
Sabhā
Sirte al-Sidra
Terminal di Harīqa e giacimenti . collegati, sotto il controllo di Tobruk, in funzione
Mezzaluna petrolifera zona contesa e attività energetiche bloccate
Fezzan (tuareg e tubū)
Zintān
ME
ZZALU
LIF
ER
A
Tobruk Harīqa .
Impianti gnl Raffinerie Terminal petroliferi Centrale elettrica SARĪR Nomi di alcuni giacimenti
SARĪR
Ci rena i ca
Giacimenti di gas Gasdotti Gasdotto chiuso (Greenstream) Giacimenti di petrolio Oleodotti
NA
O PETR
Marsā alBurayqa
al-Zuwaytīna
Bengasi
M e d i t e r r a n e o
2 - UN CAPITALE ENERGETICO
Rās Lānūf
M a r
Tanker Terminal e impianto gnl fermi
Controllo di impianti e condotte
L I B I A
al-Hums -
Tr ip olitan ia
Zāwiya
Tripoli
F e z z a n
Zintān
Millīta
Greenstream (gasdotto per l’Italia - CHIUSO)
MALTA
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Occorre invece affrontare subito e al massimo livello di competenza, insieme alle controparti libiche, il puzzle giuridico-amministrativo che si è venuto a creare intorno alla gestione dell’export petrolifero. C’è un governo riconosciuto a livello internazionale a Tobruk che gestisce una Noc parallela con cui nessuno vuole lavorare; c’è la Noc di Tripoli con cui le compagnie petrolifere internazionali operano ma che è gestita da un governo che non è riconosciuto legittimo. È un nodo che non può restare irrisolto e che fa apparire più funzionale una prospettiva federale. Ma il problema della ridistribuzione territoriale della rendita petrolifera resta, tenuto conto della mappatura dei giacimenti libici. Si corre il rischio di creare precedenti che a livello internazionale contribuirebbero ad aumentare il disordine. Pur in una situazione di eccesso di offerta petrolifera e con il barile a quota 30 dollari, l’interesse delle compagnie petrolifere per i giacimenti libici resta alto. Oggi le Big Oil devono stringere la cinghia sugli investimenti ma non possono permettersi di abbandonare l’upstream, soprattutto se si tratta di operare su riserve accertate. Quelle degli idrocarburi libici sono cospicue, di buona qualità e con costi estrattivi molto competitivi. E sono vicine al mercato dei raffinatori europei che gradiscono lavorare petroli leggeri. Le compagnie sanno che il petrolio risalirà e ritengono che il momento sia buono per rinegoziare, rilevare o acquisire nuove concessioni a condizioni favorevoli, approfittando di governi deboli o in difficoltà finanziarie. Per rendersi conto della posta in gioco, basta osservare la carta 1, che offre il quadro del potenziale delle risorse libiche emerso con le grandi concessioni rilasciate prima della caduta di Gheddafi, mentre la carta 2 schematizza la scacchiera logistica dei principali oleodotti e dei terminali di esportazione.
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L’ATOMICA COME ARMA NORMALE
di Eric R. TERZUOLO
Il discrimine tra potenze nucleari legittime e non, sancito dal Tnp del 1968, è insidiato dal progresso tecnologico. Dai nordcoreani ai sauditi, passando per India, Israele, Iran, Pakistan e Giappone, è corsa alla Bomba ‘spendibile’. Ma Washington continua a vigilare.
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1. L 2016 NON È INIZIATO BENE. UN TEST nucleare nordcoreano. L’Iran che, finite le sanzioni, riceverà una marea di soldi, per fare chi sa cosa, a scapito delle provocazioni missilistiche di fine 2015. Obama straordinariamente paziente e tollerante, che mette in crisi vecchi (anche se non proprio raccomandabili) alleati come l’Arabia Saudita, potenziali nuovi membri del club nucleare. Insomma, fine del sogno (sempre scarsamente concreto) della denuclearizzazione. Stiamo assistendo alla progressiva «normalizzazione» delle armi nucleari: la crescente accettazione del ruolo che tali armi hanno avuto e conserveranno nel cosiddetto sistema internazionale. Uno strumento come altri per proteggere territori e popolazioni, ma anche un paravento per gli Stati che cercano di promuovere i loro interessi. Quasi non si parla più di armi di distruzione di massa, grande spauracchio dai primi anni Novanta 1. Questo è un bene, dato che accomunare armi nucleari, chimiche, biologiche e le cosiddette bombe sporche in un’unica categoria non ha mai avuto molto senso. Erano troppo diverse le caratteristiche, e soprattutto l’utilità militare di questi mezzi. Il concetto di armi di distruzione di massa ha sempre avuto una base prevalentemente psicologica, nelle paure generiche di un pubblico scarsamente informato. È vero che a novembre il presidente Obama ha riconfermato lo stato d’emergenza nazionale derivante dalla proliferazione delle armi di distruzione di massa, dichiarato originariamente nel 1994 2, ma l’atto risultava puramente formale. Obama aveva già segnalato che le armi chimiche non 1. E.R. TERZUOLO, NATO and Weapons of Mass Destruction: Regional Alliance, Global Threats, New York 2006, Routledge. 2. «Notice: Continuation of the National Emergency with Respect to Weapons of Mass Destruction», Casa Bianca, Ufficio Stampa, 12/11/2015.
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erano poi così speciali e ne aveva dedotto, con sollievo, che l’uccisione nel 2014 di circa 1.400 siriani con tali armi non richiedesse un intervento armato contro il barbaro regime di al-Asad. Del resto, nemmeno l’uccisione di forse 200 mila persone con mezzi meno insoliti aveva spinto a intervenire. Le uniche armi di distruzione di massa che contano veramente dal 1945 a oggi sono quelle nucleari e bisogna ragionarci sopra senza troppi appelli alle emozioni o alla moralità. Stiamo anche vedendo l’erosione, per il momento più implicita che esplicita, di concetti alla base del regime internazionale di non proliferazione. Il Trattato di non proliferazione (Tnp) del 1968 (in vigore dal 1970) è un accordo internazionale piuttosto strano, con Stati parte di serie A (militarmente nuclearizzati prima del 1967) e di serie B (privi di armi atomiche). Anche se non dichiaratamente, le cinque potenze nucleari legittimate dal trattato – Cina, Francia, Regno Unito, Russia, e Stati Uniti – storicamente sono state ritenute le uniche in grado di gestire responsabilmente le armi nucleari. Il Tnp si basa inoltre sul concetto di un rapporto inverso tra sicurezza internazionale e numero di paesi in possesso di armi nucleari: maggiori i secondi, minore la prima. Tali concetti possono anche apparire sensati, ma probabilmente non sono mai stati politicamente sostenibili in eterno, data la sempre più rapida diffusione delle tecnologie avanzate (o almeno relativamente avanzate). È anche vero che diversi Stati che all’inizio degli anni Sessanta sembravano destinati a entrare nel club nucleare hanno rinunciato (tra questi l’Italia). Lo hanno fatto per il potere taumaturgico del diritto internazionale? No, lo hanno fatto perché altri Stati erano in grado di stendere su di loro il proprio deterrente atomico, come gli Stati Uniti con gli alleati Nato. 2. Da sempre, un punto debole del regime internazionale di non proliferazione è che la partecipazione è volontaria. Le quattro potenze nucleari di fatto – India, Pakistan, Israele e Corea del Nord – non aderiscono al Tnp in quanto si ritengono costrette a provvedere alla propria sicurezza con mezzi nucleari e le pressioni internazionali contano poco. I quattro paesi si trovano in posizioni geostrategiche instabili e almeno potenzialmente pericolose. Hanno leadership molto determinate, che percepiscono minacce esistenziali allo Stato, o quantomeno al regime politico vigente. Non dovremmo aspettarci grandi novità da parte d’Israele, che sembra giunto da tempo alla saturazione nucleare. Le scorte israeliane di plutonio venivano stimate in 545-775 kg alla fine del 2014, sufficienti per fabbricare tra 90 e 290 ordigni, cioè almeno per raddoppiare, o forse quasi quintuplicare, l’arsenale esistente: una scelta che francamente avrebbe dell’inverosimile. Inoltre, il paese già possiede vettori adeguati alle proprie esigenze strategiche: missili balistici, forse anche Cruise, oltre a velivoli nuclear-capable 3.
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3. D. ALBRIGHT, Israel’s Military Plutonium Inventory, Institute for Science and International Security, 19/11/2015.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Nell’Asia meridionale, invece, sembra più probabile un’espansione degli arsenali atomici. L’India, che nel 2015 disponeva probabilmente di 110 ordigni nucleari, sta costruendo un prototipo di reattore autofertilizzante a neutroni veloci e intende costruire un secondo reattore tradizionale per produrre plutonio 4. Il Pakistan possiede ben quattro impianti per la produzione di materiale fissile (sia plutonio sia uranio arricchito) ed entro il 2025 potrebbe quasi raddoppiare l’arsenale nucleare, raggiungendo le 220-250 testate 5. Ambedue i paesi proseguono con energici programmi per sviluppare e dispiegare nuovi vettori: missili balistici e Cruise di varia gittata per Islamabad; per Delhi invece, missili balistici a gittata intermedia (3.500-5.500 chilometri) basati a terra e missili a gittata più modesta da montare su sottomarini. I due paesi sembrano avere raggiunto un accettabile equilibrio deterrente, anche se ciò può lasciare aperta la strada a scontri con armi convenzionali, come avvenne nel 1999 con l’incursione pakistana nella parte del Kashmir controllata dall’India. (I rispettivi test nucleari erano avvenuti nel 1998.) Ci possiamo anche chiedere se in questi paesi sia garantito un sicuro e sensato controllo sull’impiego operativo delle forze nucleari. Pare che in India il sistema sia più incentrato sulle autorità politiche civili, mentre in Pakistan i militari esercitano il ruolo prioritario 6. Ma non significa automaticamente che le scelte indiane saranno più sagge. Nell’immediato, è la Corea del Nord a destare maggior preoccupazione. Il regime ha dimostrato che si può recedere dal Tnp senza pagare costi politici o economici insostenibili: dal 2003 non partecipa più al regime di non proliferazione e il primo test nucleare è avvenuto nel 2006. P’y$ngyang potrebbe sensibilmente ampliare il proprio arsenale entro il 2020: da meno di 10 ordigni a forse 20, nella migliore delle ipotesi, ma potenzialmente 50 o 100, secondo la quantità addizionale di plutonio che riesce a produrre 7. Più preoccupante delle cifre per sé è il comportamento volutamente aggressivo e destabilizzante di Kim Ch$ngŭn. Sembra poco probabile che l’ordigno fatto esplodere il 6 gennaio fosse veramente di tipo termonucleare (cioè una bomba all’idrogeno). Più probabilmente, i nordcoreani vogliono creare una bomba atomica più efficiente, iniettando materiali utilizzati anche nelle armi termonucleari. Un’eventuale arma atomica più piccola sarebbe più facilmente utilizzabile in una testata. La Corea del Nord già possiede inoltre una vasta gamma di vettori missilistici, di tutte le possibili gittate, forse idonei all’impiego di armi nucleari. Il KN-08, 4. H.M. KRISTENSEN, R.S. NORRIS, «Indian Nuclear Forces, 2015», Bulletin of the Atomic Scientists, vol. 71, n. 5, settembre 2015, p. 77. 5. H.M. KRISTENSEN, R.S. NORRIS, «Pakistani Nuclear Forces: 2015», Bulletin of the Atomic Scientists, vol. 71, n. 6, novembre-dicembre 2015, p. 1. 6. N. KHAN, «India’s Nuclear Command and Control and Its Implications for Strategic Stability in South Asia», Atlantic Council, 23/6/2015. 7. D. ALBRIGHT, Future Directions in the DPRK’s Nuclear Weapons Program: Three Scenarios for 2020, Institute for Science and International Security, 26/2/2015.
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già in servizio, sembra in grado di colpire buona parte degli Stati Uniti e dell’Europa ed è in cantiere il Taepo Dong 2, con gittata anche maggiore (10 mila chilometri) 8. Il test nucleare del 6 gennaio ha suscitato forte critiche internazionali, anche da parte russa, ma non è ancora chiaro se le Nazioni Unite riusciranno a dare una risposta minimamente incisiva. La Cina non sembra capace (disponibile?) ad esercitare un’influenza decisiva sugli amici nordcoreani. 3. Chi detiene legittimamente armi nucleari, comprensibilmente se le tiene ben strette. Non a caso nel 2015, alla conferenza quinquennale delle parti per esaminare il funzionamento del Tnp, gli Stati non militarmente nucleari si sono lamentati per il lento progresso del disarmo 9. Soltanto la Cina ha un arsenale nucleare chiaramente in crescita, stimato attualmente in 260 testate 10 (che possono sembrare poche date le dimensioni, la forza economica e il peso geopolitico del paese). All’inizio del 2015, il presidente francese Hollande (socialista) ha confermato un tetto di 300 ordigni nucleari, annunciato inizialmente dal gollista Sarkozy nel 2008 11. Nella nuova National Security Strategy and Strategic Defence and Security Review 2015 12, il governo britannico invece ha confermato l’intenzione di eliminare, nel corso dei prossimi dieci anni, circa 45 testate, portando l’arsenale a 180 unità. Per adempiere al New Strategic Arms Reduction Treaty (New Start) del 2011, gli Stati Uniti segnalano d’aver eliminato 158 testate dal loro arsenale (ancora molto ampio) e di prevedere ulteriori riduzioni del numero di vettori 13. Con la Russia (non c’è da sorprendersi) ci sono problemi di trasparenza e sembra che tra il 2014 e il 2015 il numero di testate dispiegate sia cresciuto modestamente (circa 180 unità) grazie all’entrata in servizio di una nuova classe di sottomarini armati di missili balistici 14. Ma queste cifre segnalano una situazione sostanzialmente stabile e non sono un segnale d’allarme. Tutte le potenze atomiche ufficiali stanno però facendo investimenti importanti per garantire i propri deterrenti nucleari in futuro. Il Regno Unito si è impegnato a modernizzare i missili Trident. La Russia sta sostituendo tutti i sistemi missilistici ereditati dall’Unione Sovietica. La Cina ha già messo, o presto metterà in servizio, nuovi missili balistici intercontinentali, uno lanciato da basi terrestri,
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8. J. BENDER, «North Korea Has Developed Nuclear-Capable Missiles Capable of Hitting the US», Business Insider, 2/11/2015. 9. «Nuclear Nonproliferation Treaty Review Conference Outcome a Warning Sign, Say Arms Control Experts», Arms Control Association, 22/5/2015. 10. H.M. KRISTENSEN, R.S. NORRIS, «Chinese Nuclear Forces, 2015», Bulletin of the Atomic Scientists, vol. 71, n. 4, 2015, p. 77. 11. Country Profile: France, Nuclear Threat Initiative, www.nti.org 12. National Security Strategy and Strategic Defence and Security Review 2015: A Secure and Prosperous United Kingdom, Governo britannico, novembre 2015. 13. H.M. KRISTENSEN, R.S. NORRIS, «US Nuclear Forces, 2015», Bulletin of the Atomic Scientists, vol. 71, n. 2, 2015, pp. 107-109. 14. H.M. KRISTENSEN, R.S. NORRIS, «Russian Nuclear Forces, 2015», Bulletin of the Atomic Scientists, 2015, p. 1.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Tabella 1 - ARMI NUCLEARI 2015 PAESI
TOTALE
Cina
260
Corea del Nord
<10
Francia
300
India
110
Israele
80
Pakistan
120
Regno Unito
225
Russia
7.200
2.700
×
Stati Uniti
7.100
2.340
×
NON ATTIVE
TERMONUCLEARI
TENDENZA
×
×
×
Fonte: “Nuclear Notebook,” Bulletin of the Atomic Scientists. Le stime riportate da altri esperti non si distaccano in modo signifcativo
l’altro da sottomarini. La Francia si sta dotando di nuovi aerei nuclear-capable Rafale F3 e sta caricando nuovi missili M51 sui sottomarini. Gli Stati Uniti potrebbero spendere ben mille miliardi di dollari nel trentennio 2015-45 per modernizzare sostanzialmente tutti gli elementi del loro deterrente nucleare: missili balistici, Cruise, bombardieri e sottomarini, oltre a bombe e testate 15. Nell’autunno scorso, gli Stati Uniti hanno provato una nuova versione dell’ormai classica bomba B-61. La B61-12 sembra avere un sistema interno di navigazione e una nuova coda, con pinne mobili, per sterzare verso il bersaglio. È prevista anche la possibilità di scegliere tra ben quattro potenze esplosive. Insomma, tutto fa pensare a un’arma molto più spendibile. Ex alti funzionari dell’amministrazione Obama hanno espresso la preoccupazione che le nuove armi possano aprire la strada a una guerra nucleare limitata, anche se il governo nega di avere tali intenzioni 16. Ma per distruggere certi obiettivi militari, per esempio strutture sotterranee, occorrerebbe avere ordigni nucleari ad altissima precisione. Più importante ancora per la «normalizzazione» delle armi nucleari è il caso Iran. Stato non militarmente nucleare e parte del Tnp dal 1970, l’Iran ha lavorato 15. «US Nuclear Modernization Programs», Arms Control Association, dicembre 2015. 16. W.J. BROAD, D.E. SANGER, «As U.S. Modernizes Nuclear Weapons, “Smaller” Leaves Some Uneasy», The New York Times, 11/1/2016.
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L’ATOMICA COME ARMA NORMALE
clandestinamente alla costruzione di meccanismi per armi nucleari, come ha documentato l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) nonostante i molti ostacoli frapposti da Teheran in oltre 10 anni 17. Ma con l’accordo del luglio 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action) tra l’Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania e l’Unione Europea, la comunità internazionale ha perdonato a Teheran i peccati del passato, senza neanche una confessione dettagliata ed esauriente. Tutto il processo negoziale e decisionale, culminato il 16 gennaio nell’applicazione dell’accordo (Implementation Day), è stato orchestrato in modo da non ostacolare il reinserimento dell’Iran tra gli Stati normali. Malgrado i test missilistici iraniani condotti nell’autunno 2015 e contrari alla risoluzione Onu che ha convalidato l’accordo (le sanzioni unilaterali annunciate da Obama a gennaio erano simboliche, intese principalmente a coprire il fianco politico del presidente). Indubbiamente è positivo che l’Iran abbia smantellato gran parte del proprio apparato (almeno quello noto) per la produzione di materiale fissile e ridotto sensibilmente le scorte di uranio arricchito. Mentre però, da un lato, la Casa Bianca rassicura che l’applicazione dell’accordo rende impossibile a Teheran dotarsi dell’atomica, dall’altro afferma che ora, per entrare nel club militare nucleare, l’Iran avrà bisogno di ben 12 mesi, contro i 2-3 mesi di prima 18. Messo in questo modo, il risultato può sembrare un po’ magro. Ma è proprio in questa dichiarazione che traspare finalmente un po’ di onestà, una disponibilità a parlare chiaramente del mondo reale. Nel gettonatissimo discorso di Praga dell’aprile 2009 19, Obama ha ripetuto le solite vecchie promesse, impegnandosi a lavorare per un mondo senza armi atomiche. Nei 67 anni successivi, il presidente sembra aver imparato qualche lezione, anche dura. La normalizzazione di fatto dei rapporti con l’Iran, come anche quella in corso con il regime castrista che regna tuttora all’Avana, è un atto non di ingenuità, ma di accettazione del fatto che manca a Washington la volontà, oltre forse alla capacità materiale, di cambiare in modo fondamentale le realtà politiche interne di altri paesi. 4. Certo, la normalizzazione con l’Iran non fa piacere ad alcuni vecchi amici di Washington, a cominciare dall’Arabia Saudita: non c’è da sorprendersi che Riyad tenti di contrastare con la forza la crescente influenza iraniana. L’Arabia Saudita è parte del Tnp come Stato militarmente non nucleare, ma c’è chi teme un’eventuale Bomba saudita. Un’ipotesi inverosimile, secondo Fareed Zakaria, che ci ricorda come il paese non è stato finora in grado di costruire un’automobile, figuriamoci un’arma atomica 20. Jeffrey Lewis sottolinea invece che le tecnolo-
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17. Y. AMANO, «Introductory Statement to the Board of Governors», Aiea, 15/12/2015. 18. Cfr. www.whitehouse.gov/issues/foreign-policy/iran-deal 19. «Remarks by President Barack Obama in Prague as Delivered», Casa Bianca, Ufficio Stampa, 5/4/2009. 20. «Why Saudi Arabia Can’t Get a Nuclear Weapon», The Washington Post, 11/6/2015.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Tabella 2 - VETTORI PER ORDIGNI NUCLEARI PAESI
MISSILI BALISTICI Tbm
Cina Corea del Nord
x
Srbm
Mrbm
x
x
x
x
Irbm
CRUISE Icbm
Slbm
Sbbm
x x
x
x
Francia India
x x
x
Israele Pakistan
VELIVOLI
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
Regno Unito Russia Stati Uniti
x
x
x
x
TBM = tactical ballistic missile (gittata 150-300 km); SRBM = short-range ballistic missile (300-1.000 km); MRBM = medium-range ballistic missile (1.000-3.500 km); IRBM = intermediate-range ballistic missile (3.500-5.500 km), detto anche long-range ballistic missile (LRBM); ICBM = intercontinental ballistic missile (>5.500 km); SLBM = submarine-launched ballistic missile (>5.500 km): SBBM = sea-based ballistic missile (gittata variabile) Il raggio d’azione dei missili Cruise può variare notevolmente. Possono essere lanciati da terra, mare o da aerei in volo. Fonte: “Nuclear Notebook,” Bulletin of the Atomic Scientists
gie nucleari sono ormai consolidate e non particolarmente sofisticate. Il requisito fondamentale è la volontà politica e alla fine anche Lewis non ritiene altamente probabile che Riyad entri nel club nucleare 21. Il Giappone, che è stato più volte sorvolato dai missili nordcoreani, possiede elevate capacità tecnologiche e ampie scorte di plutonio, prodotto nelle centrali nucleari civili. Si potrebbe dotare dell’atomica in tempi brevi, ma sarebbe un passo più che drammatico. Nel 70° anniversario del bombardamento di Hiroshima, il primo ministro Abe infatti ha ribadito l’impegno del Giappone a lavorare per la denuclearizzazione totale 22. Ma lo stesso Abe ha segnalato in passato una disponibilità a riesaminare la politica nucleare giapponese e a modificare l’articolo 9 21. J. LEWIS, «Sorry, Fareed: Saudi Arabia Can Build a Bomb Any Damn Time It Wants To», Foreign Policy, 21/6/2015. 22. A. FIFIELD, «70 Years after Bomb, Japan’s Abe Calls for a World without Nuclear Weapons», The Washington Post, 6/8/2015.
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L’ATOMICA COME ARMA NORMALE
della costituzione, che rinuncia alla guerra come legittimo strumento dello Stato. Sembra che anche a T§ky§ ci si renda conto che la normalizzazione del nucleare militare è nell’aria. I casi più preoccupanti rimangono per il momento la Corea del Nord e l’Iran. Se non lo hanno già fatto, gli Stati Uniti dovranno chiarire a P’y$ngyang che sono pronti a utilizzare la forza militare per bloccare l’emergente minaccia nucleare nordcoreana 23. Nel 2016 bisognerà poi valutare attentamente il grado di collaborazione dell’Iran con gli ispettori Aiea, specie se gli ultimi riterranno di dover ispezionare qualche sito non dichiarato da Teheran. D’altronde, è da più di vent’anni che le efficaci sfide di questi due Stati al regime multilaterale di non proliferazione ci spingono verso impostazioni di classica Realpolitik. Gli Stati Uniti conserveranno un ruolo determinante per l’azione dei paesi ancora interessati a contrastare in qualche modo la proliferazione e forse proseguire nella politica attuale è la migliore delle possibili ipotesi. Ma Hillary Clinton, che malgrado i grandi difetti di carattere conosce bene i dossier internazionali, sta avendo difficoltà a sconfiggere nelle primarie un sedicente socialista democratico con (forse) una vena di pacifismo. I più gettonati candidati repubblicani alla Casa Bianca sono spiriti bollenti, certo non animati da grande pragmatismo. Insomma, occhio a Teheran e a P’yongyang nel 2016, ma anche all’Ohio, lo Stato che generalmente decide chi sarà il presidente americano.
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23. M. WALLERSTEIN, «The Price of Neglecting North Korea», The Washington Post, 20/12/2015.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Parte III il PUZZLE delle CINQUE POTENZE
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
PER GLI STATI UNITI L’ASCESA CINESE È LA SFIDA DECISIVA
la CINA vista dall’ AMERICA
di Rodger BAKER
Gli imperativi strategici spingono fatalmente i due paesi al confronto, che in èra di globalizzazione non è però un gioco a somma zero. La tutela dello heartland. La sfida marittima. Tra le conseguenze involontarie dell’ascesa cinese c’è il risveglio del Giappone.
S
1. U ENTRAMBE LE SPONDE DEL PACIFICO È diffusa la percezione di una Cina in ascesa e di un’America in declino. I cambiamenti, in termini sia assoluti sia relativi, acuiscono l’incertezza, i travisamenti e le paure da ambo le parti. In ambito territoriale, marittimo, finanziario e commerciale questa visione tende ad accreditare l’idea di un gioco a somma zero tra Washington e Pechino, simile alla competizione tra Unione Sovietica e Stati Uniti ai tempi della guerra fredda. Negli Stati Uniti, la Cina è vista come una potenza interessata a sovvertire l’ordine internazionale per erodere l’influenza e il potere statunitensi. Dal punto di vista cinese, l’America cerca invece di ostacolare la naturale ascesa della Cina, onde scongiurare qualsiasi alternativa a un mondo americanocentrico. La dinamica delle relazioni sino-americane dista tuttavia anni luce da quella dello scontro Usa-Urss, che vedeva le due superpotenze presiedere altrettante sfere d’influenza e competere per il dominio del mondo. Oggi i commerci, gli investimenti e la cooperazione tra Washington e Pechino vanno di pari passo con le frizioni, l’espansionismo militare e la competizione. L’ascesa cinese non è tanto il frutto di un impulso ideologico a esportare il proprio sistema, quanto la naturale evoluzione di un paese che ha sperimentato profonde metamorfosi e un’impetuosa crescita economica, trasformandosi da sistema chiuso e autoreferenziale in economia fortemente integrata con il resto del mondo. A sua volta, la risposta dell’America è dettata più dalla necessità di rispondere alle sfide strategiche poste da una Cina emergente che dalla semplice volontà di difendere la propria egemonia. Di certo, a Pechino e a Washington vi sono molti che vedono nell’ideologia e nella visione del mondo le determinanti principali della crescente competizione sino-statunitense e l’ideologia svolge sicuramente un ruolo nella definizione della
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PER GLI STATI UNITI L’ASCESA CINESE È LA SFIDA DECISIVA
politica estera. Ma esistono correnti geopolitiche più profonde che agitano le acque tra le due potenze. Per capire la realtà odierna della relazione bilaterale e le sue possibili evoluzioni future, è utile riflettere sugli imperativi dei due paesi: imperativi radicati nella geografia e affinati dalla storia. Questo paragone può aiutare ad evidenziare tensioni di fondo, a spiegare perché alcune aree sono oggetto di un’accesa competizione e a individuare ciò che muove le azioni dei due attori.
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2. Cominciamo con gli imperativi strategici degli Stati Uniti, che possono essere così sintetizzati. Primo: proteggere il fiume Mississippi, che dà alle popolazioni costiere accesso alle risorse dell’interno agricolo in modo economico ed efficiente. È questo collegamento che consente agli Stati Uniti di esistere come potenza di taglia continentale. Secondo: assicurarsi che nessuna potenza continentale, da sola o con l’aiuto di terzi, possa contendere all’America il controllo del suddetto fiume. In particolare, ciò implica proteggere New Orleans e il delta. La dottrina Monroe, la guerra del 1812 e persino la battaglia di San Jacinto sono tutte connesse a questo imperativo. Terzo: proteggere le acque adiacenti al territorio nazionale. L’essere un paese grande e relativamente poco popoloso è al contempo motivo di forza e di debolezza. Impedire alle potenze straniere di ostacolare il vitale commercio intra-americano, mettendo così a repentaglio l’unità del continente, richiede sia una strategia politica che la presenza di un’adeguata forza navale. Si tratta di un corollario del secondo imperativo e comporta un saldo controllo, o quanto meno una minimizzazione delle ingerenze esterne, nei Caraibi e lungo le coste statunitensi. La guerra di secessione ha evidenziato i potenziali rischi dell’intervento straniero: in quel periodo, alla massiccia crescita della Marina da guerra americana fece da contraltare il collasso della flotta commerciale, in quanto il commercio intercontinentale del paese era dominato da potenze straniere tra embarghi e guerra. Quarto: pattugliare gli oceani del mondo. Questo appare un passo azzardato, ma una volta riusciti a sfruttare le loro eccedenze agricole e poi la capacità industriale, gli Stati Uniti videro crescere la propria dipendenza dal commercio estero. Di conseguenza, l’accesso incondizionato delle merci americane (e di alcune materie prime) ai mercati stranieri divenne imperativo. Il controllo degli oceani conferì inoltre all’America la capacità di perseguire più efficacemente il terzo imperativo, assicurando che nessuna potenza mettesse seriamente a repentaglio la sicurezza delle coste. Il fine ultimo, dunque, è sempre lo stesso: aumentare lo spazio strategico di manovra, impedendo che la massa continentale sottopopolata sia sfruttata da interessi stranieri. Il quinto imperativo scaturisce dai precedenti, ma ne differisce leggermente. Una volta creato e consolidato uno spazio di sicurezza, l’obiettivo diviene impedire che qualsiasi altra grande potenza possa dominare una singola regione, specie la massa euroasiatica. Gli interventi statunitensi nella prima e nella seconda
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guerra mondiale, la condotta durante la guerra fredda e finanche le azioni oltremare successive al crollo dell’Urss sono spesso dettate da questo imperativo. Fintanto che l’Europa resta divisa al suo interno, non presenta una minaccia strategica agli interessi o al territorio dell’America. Nell’esito vittorioso della guerra d’indipendenza, il fatto che le truppe inglesi fossero assorbite anche dalle rivalità europee non fu meno determinante delle azioni dei soldati americani. Questa lezione resta valida. Inoltre, impedire il sorgere di egemonie regionali aiuta a garantire la libertà dei mari e l’accesso a risorse e a mercati. Questa strategia comporta di accettare un certo grado d’instabilità e i costi di interventi occasionali, ma non implica che gli Stati Uniti debbano conquistare nazioni straniere; si tratta solo di effettuare attacchi preventivi volti a scongiurare minacce sostanziali. Al di là dei mari, le moderne tecnologie hanno esteso a spazio e ciberspazio gli ambiti che l’America è obbligata a mantenere liberi, ostacolando qualsiasi forma di egemonia concorrente. Queste nuove realtà ricadono facilmente negli imperativi classici della politica estera statunitense, che pertanto restano orientati allo svolgimento di un ruolo globale volto a mantenere la capacità del paese di sfruttare le proprie risorse interne. Non si tratta di difendere acriticamente l’operato statunitense, né di sostenere una visione deterministica della geopolitica come perseguimento di pure ambizioni imperiali. Piuttosto, è un modo di individuare le forze che prescindono dalle singole amministrazioni e dai singoli eventi, alimentando o frenando lo sviluppo della nazione. 3. Gli imperativi cinesi hanno avuto uno sviluppo diverso e fino a poco tempo fa erano di natura continentale, più che marittima. Il primo consiste nel preservare l’unità han. Il cuore della Cina han si dipana attorno al Fiume Giallo e allo Yangtze: è qui che si concentra il grosso della popolazione e, se si aggiunge il Fiume delle Perle, della produzione agricola e industriale. Questo enorme sistema fluviale è per la Cina ciò che il Mississippi è per gli Stati Uniti. Secondo: istituire e controllare regioni cuscinetto. Una delle sfide per la sedentaria civiltà agricola han è stata l’essere circondata a nord e a ovest da tribù nomadi, e a sud da confini mutevoli con le popolazioni che vivevano sulle montagne e nelle dense foreste. Per preservare il centro han, storicamente la Cina combatté (e in alcuni momenti fu sovrastata da) i suoi vicini, rendendoli tributari per evitare che si trasformassero in minaccia. Questa politica richiedeva un esiguo dispiegamento di forza militare, ma anche l’esercizio di un controllo e di un potere minimi. La Cina moderna ha una serie di regioni cuscinetto, che vanno dalla Manciuria nel Nord-Est allo Yunnan nel Sud, passando per la Mongolia interna, il Xinjiang e il Tibet. Questi territori forniscono profondità strategica, ma la loro composizione etnica pone sfide alla coesione nazionale. Tre: proteggere le coste. Per gran parte della sua storia, la Cina è stata ampiamente autosufficiente dal punto di vista delle risorse. Ciò che non aveva, se lo procurava attraverso la via della seta. Le coste erano spesso insidiate dai pirati e da occasionali attacchi stranieri, ma data l’enorme massa continentale e la diver-
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sità etnica, il paese si concentrò poco sulla costruzione di una forza navale. Gli sforzi furono invece indirizzati alla difesa delle coste o alla ricerca di alternative alla navigazione costiera, da cui la costruzione del Canale imperiale. Anche la Cina moderna, pur dotandosi di una Marina militare, concepisce quest’ultima in chiave prettamente difensiva. Fino alla fine del XX secolo, questi tre imperativi sono rimasti al centro della strategia interna e internazionale del paese. Ma la crescita economica cinese ha creato un nuovo imperativo, perché ha strappato la Cina al suo semi-isolamento e l’ha resa vulnerabile alle dinamiche internazionali. Ora Pechino ha dunque una quarta priorità: proteggere le rotte commerciali strategiche, le risorse e i mercati dall’interdizione straniera. Oggi la Cina importa molte più materie prime essenziali alla sua economia di quante non ne produca; il commercio estero resta un ambito fondamentale dell’attività economica cinese, anche se il governo sta cercando di spostare il modello di sviluppo sui consumi interni. Ciò ha imposto a Pechino di cercare modi per tutelare le vulnerabili linee di rifornimento, espandendo la sua presenza marittima e il suo peso finanziario e politico sulla scena internazionale. È questa nuova esigenza ad aver alterato sensibilmente la relazione sino-statunitense, perché rappresenta un inedito nella storia cinese.
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4. Nell’ottica degli imperativi strategici che spingono le nazioni in certe direzioni per tutelare i loro interessi man mano che si sviluppano, non stupisce che Stati Uniti e Cina intrattengano ora una relazione così complessa, in cui l’interdipendenza economica si intreccia alla competizione. Un imperativo strategico è più di un semplice interesse, più di un obiettivo politico. È una forza potente che orienta l’agire di un paese, pur non forzando necessariamente le singole decisioni. Esso determina limiti e pulsioni: non assecondarlo comporta dei costi. Non tutti gli imperativi sono realizzabili e non tutti sono considerati auspicabili. Ma sotto la superficie indirizzano popoli e leader e creano i presupposti delle frizioni interne, nonché della cooperazione. Dato che la Cina si sente obbligata ad assumere un ruolo globale più attivo, ancorché cautamente, essa si è messa in rotta di collisione con un imperativo statunitense. Il dominio globale dei mari da parte dell’America è ora percepito come una minaccia concreta al commercio marittimo cinese, dunque al benessere economico e strategico della Cina. Pechino vede la potenza militare e le intenzioni americane. Costruendo una forza navale volta a scoraggiare qualsiasi intervento statunitense nel Mar Cinese Meridionale e Orientale – una mossa perfettamente logica dal punto di vista cinese – la Cina manda agli Stati Uniti un segnale uguale e contrario: i loro interessi sono ora minacciati, perché la libertà di navigazione in queste acque potrebbe non essere garantita. Dunque l’America mira a contrastare la Cina e la Cina interpreta ciò come contenimento, prendendo contromisure. Nessuna delle due parti è necessariamente l’aggressore, ma entrambe valutano le capacità altrui e gli altrui intenti, guidate dalle rispettive preoccupazioni strategiche.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Lo sviluppo della Marina cinese, i suoi progressi nella missilistica antinave, l’aggressiva rivendicazione di quelle che considera le sue isole e le sue scogliere nel Mar Cinese Meridionale: tutto ciò è visto dagli Stati Uniti come un comportamento aggressivo da parte di una Cina in ascesa. Pechino, a sua volta, le considera misure difensive contro lo strapotere americano. Entrambe hanno ragione e torto allo stesso tempo. Tali preoccupazioni possono concorrere a plasmare l’azione diplomatica o iniziative specifiche, ma sono le realtà di fondo a orientare la politica estera. La geopolitica non detta le risposte, ma inquadra le opzioni e i costi dell’azione o dell’inazione. La competizione sino-statunitense non si limita però agli sviluppi navali nel Mar Cinese Meridionale o alla difesa missilistica in Asia. Le reti e i vincoli economici internazionali hanno reso sempre più difficile a Pechino mantenere le vecchie politiche di non interferenza. Più aumentano la taglia e l’attivismo economico della Cina, meno gli altri paesi saranno propensi a considerare innocue le azioni del gigante asiatico. Il paese fronteggia sfide politiche e di sicurezza ai suoi investimenti e ai suoi interessi economici in Africa, America Latina, Asia meridionale, centrale e oltre. Nella sua ricerca di tecnologie avanzate per restare al passo con le altre potenze economiche globali, Pechino si vede ostacolata per ragioni politiche, di sicurezza nazionale e di concorrenza economica. Anche nelle tecnologie non di punta, come l’acciaio e la cantieristica navale, le dimensioni della Cina hanno un impatto enorme, che innesca conseguenze e risposte spesso non volute, ma non meno importanti. La produzione cinese di acciaio, spinta sia dai massicci programmi infrastrutturali interni che dal desiderio dei governi locali di rispettare gli obiettivi d’occupazione, ha fatto schizzare alle stelle il costo dei minerali di ferro sul mercato internazionale. Sebbene è probabile che Pechino non intendesse far collassare il mercato mondiale dell’acciaio, la combinazione di alti costi di produzione ed eccesso d’offerta ha fatto crollare i prezzi, mettendo in seria difficoltà altri produttori. Impatti altrettanto forti su nazioni terze ha avuto l’irruzione massiccia della Cina nel mercato navale, in quello dei pannelli solari e in quello del legno, di cui è divenuta uno dei primi importatori. La sete cinese di risorse plasma la realtà internazionale anche in altri modi. Dal momento che la Cina è spesso carente dal punto di vista tecnologico, la sua competitività in campo minerario o infrastrutturale riposa su due fattori: prezzi e noncuranza politica. Sul primo fronte, i cinesi offrono spesso più dei loro concorrenti o effettuano i ribassi d’asta maggiori grazie a un esteso, sebbene a volte ufficioso, sostegno governativo. Ma Pechino è anche disposta a chiudere un occhio sulle condizioni politiche e lavora in paesi con cui l’Occidente è sovente impossibilitato a fare affari. Questi due fattori, insieme, aumentano la portata e l’influenza della presenza cinese e a tratti frustrano i tentativi americani di plasmare la condotta internazionale attraverso mezzi non militari. Ma la Cina sta andando ben oltre, acquisendo un ruolo crescente anche nella finanza internazionale. Uno dei fattori di forza degli Stati Uniti è l’ubiquità del
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P r e ss io n
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REPUBBLICA CENTRAFRICANA
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Mezzaluna fertile del jihadismo da monitorare
Lettonia, Lituania, Regno Unito
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Consistente modernizzazione delle Forze armate
Perni del contenimento della Cina
Perni del contenimento della Russia
Sbarramento missili Iskander
Rivali strategici
Aree d’instabilità strategica
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GEOSTRATEGIA DEL PENTAGONO
PER GLI STATI UNITI L’ASCESA CINESE È LA SFIDA DECISIVA
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
dollaro e il ruolo importante che gioca in molti aspetti del commercio internazionale. Ciò dal punto di vista cinese configura un rischio strategico, perché è l’America a fissare le regole dell’economia globale, costringendo Pechino in una posizione difensiva. La recente creazione dell’Asian Infrastructure and Investment Bank (Aiib), l’inclusione del renminbi tra le valute di riserva (Diritti speciali di prelievo) dell’Fmi, gli accordi commerciali regionali, la fondazione della Banca dei Brics che presta in yuan a bassi tassi d’interesse: tutte queste iniziative riflettono un tentativo di controbilanciare, se non di aggirare, l’influenza degli Stati Uniti sulla finanza internazionale. Ironicamente, se la Cina riuscisse a compiere una vera rottura, creando un sistema internazionale e finanziario alternativo, perderebbe in parte la protezione garantitale da un singolo sistema globale, il cui livello d’integrazione impedisce a Washington di operare verso Pechino una vera politica di contenimento, analoga a quella messa in atto con l’Urss. Vi sono molti altri esempi di azioni militari, economiche e politiche da parte di Cina e Stati Uniti che vedono i due paesi in conflitto; la maggior parte di tali episodi si spiega soprattutto con il contrasto dei rispettivi interessi strategici. Quando i fondamentali, più che la semplice ideologia o le convenienze politiche, si definiscono, la posta in gioco cresce e il costo dell’inazione supera quello dell’azione. Sebbene entrambi i paesi presentino le rispettive posizioni in termini di ideologia, diritto internazionale o qualità dei sistemi politici ed economici, questa è una cortina che cela la dura realtà geopolitica. La Cina sente l’urgenza di cambiare il proprio comportamento per sfuggire al rischio dell’inazione. Date le sue dimensioni e la sua storia, è improbabile che accetti passivamente il ruolo di comprimario in un sistema di stampo americano, con tutti i rischi e le debolezze che ciò comporta. A loro volta gli Stati Uniti, di fronte al cambiamento degli equilibri asiatici e al nuovo attivismo cinese, non si limiteranno a sperare che essi non pongano minacce ai propri interessi; l’emergere di un vero egemone asiatico violerebbe infatti uno degli imperativi strategici dell’America. Se Washington può impedire tale esito, lo farà: il costo dell’inazione infatti è troppo alto. 5. Occorre ricordare che Cina e Stati Uniti non fluttuano nel vuoto. Le loro azioni producono contraccolpi, spesso involontari e controproducenti. L’espansione marittima della Cina, ad esempio, ha contribuito al risveglio del Giappone. Dopo la seconda guerra mondiale, T§ky§ accettò la garanzia di sicurezza statunitense in cambio di una relativa libertà economica. Nel 1992 tutto questo è finito: il paese era ancora una grande economia, ma con la fine della guerra fredda i suoi interessi di sicurezza non erano più garantiti completamente dall’America e la sua forza economica non rappresentava più una sfida seria per quest’ultima. Il Giappone è così entrato nel suo ventennio perduto. Molti piccoli eventi hanno cominciato a scuotere il paese dal suo torpore, ma l’ascesa economica della Cina e le politiche marittime sempre più aggressive di Pechino l’hanno obbligato a riconsiderare la situazione.
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PER GLI STATI UNITI L’ASCESA CINESE È LA SFIDA DECISIVA
Il contrasto dell’influenza marittima statunitense da parte della Cina nel Mar Cinese Orientale e Meridionale ha sollevato una nuova minaccia per T§ky§, fortemente dipendente dalle medesime rotte navali per quasi tutte le sue materie prime. L’ascesa della Cina ha risvegliato l’antica rivalità sino-giapponese e il contrasto di quella che Pechino percepisce ora come minaccia statunitense, in virtù dei suoi nuovi imperativi strategici, ha involontariamente accelerato il processo di revisione della costituzione postbellica del Giappone, con il superamento del pacifismo nominale in favore di un ruolo militare più attivo nella regione. In questa direzione ha spinto anche il fatto che l’America, dopo oltre dieci anni di guerra in Afghanistan e in Iraq, ha deciso di affidare agli alleati un ruolo maggiore nel controbilanciare le potenze regionali, evitando così di intervenire direttamente. In Corea del Sud, nelle Filippine, in India, Russia, Regno Unito, Venezuela o Iran – in breve: nel mondo – si avvertono i contraccolpi delle mutate priorità cinesi e del loro contrasto con quelle americane. Non è un gioco a somma zero che determinerà chi sarà l’unica superpotenza nel prossimo secolo; è uno scontro di interessi che richiederà di modificare le strategie e che non necessariamente porterà a un assetto in cui entrambe le parti si sentano sicure. Le politiche e le azioni della Cina sono estremamente variabili, dati i profondi cambiamenti economici e politici in corso nel paese. Quanto agli Stati Uniti, dopo oltre dieci anni di impegno militare all’estero devono fare i conti con i loro limiti. Gli imperativi geopolitici di Washington e Pechino ci forniscono indizi sui possibili terreni di scontro, su dove i rispettivi interessi collidono, su chi potrebbe risultarne coinvolto e sulle eventuali ricadute. Le politiche specifiche e la loro efficacia saranno invece determinate dai dettagli, dai vincoli economici, militari, sociali e politici presenti sullo scacchiere geopolitico. (traduzione di Fabrizio Maronta)
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
la RUSSIA vista dall’ AMERICA
MOSCA È NOSTRA NEMICA PERCHÉ NON LA CAPIAMO di John (Pat) WILLERTON Fra Mosca e Washington è in corso un conflitto di lungo periodo legittimato da opposte narrazioni storiche e soggetto a eventi incontrollabili. Il rifiuto del ‘senso dell’onore’ russo fondato su slavismo, ortodossia e sfera d’influenza eurasiatica genera mostri.
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L CONTRARIO DI QUANTO COMUNEMENTE
si crede, la guerra fredda tra Russia e Stati Uniti non è mai finita. I loro interessi strategici collidono in tutto il globo, i politici dei due paesi inveiscono l’uno contro l’altro e le rispettive opinioni pubbliche posseggono un giudizio nettamente ostile dell’altra parte. Sono le due superpotenze militari che alimentano maggiormente le dispute regionali – vuoi alla luce del giorno vuoi dietro le quinte – a partire da Siria e Ucraina. Negli ultimi anni, la già litigiosa relazione bilaterale russo-americana è peggiorata, nonostante i presupposti siano sempre stati problematici, fondati sulla rivalità di potenza e su una profonda incomprensione reciproca. I «dividendi della pace» preconizzati prima dal roll back dell’impero sovietico e poi dal crollo dell’Urss non si sono mai materializzati. La storia non è «finita», come aveva previsto una celebre teoria politica americana 1. Dall’universale disseminazione della democrazia all’americana non è emersa la pace, come suggeriva un’altra influente formulazione accademica, la «teoria della pace democratica» 2. È tempo di un’onesta riflessione sul perché gli americani e gli altri occidentali non abbiano compreso il significato e i risultati dei cambiamenti di potere della fine degli anni Ottanta. È anche tempo di riconsiderare l’evoluzione postsovietica della Russia, per rifletterne più accuratamente la storia, i valori, le preferenze. Piaccia o meno, essa è stata ed è una grande potenza eurasiatica – e globale – i cui interessi devono essere riconosciuti e soddisfatti. Ogni valutazione delle relazioni fra le due superpotenze e del loro impatto geopolitico deve essere sottoposta al vaglio di una «scomoda verità»: russi e 1. F. FUKUYAMA, The End of History and the Last Man, New York 1992, Free Press. 2. W.J. DIXON, «Democracy and the Management of International Conflict,» Journal of Conflict Resolution, 37, 1, marzo 1993, pp. 42-68.
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MOSCA È NOSTRA NEMICA PERCHÉ NON LA CAPIAMO
americani hanno visioni diametralmente opposte 1) del collasso dell’Urss in Europa, 2) della fine del sistema politico-economico sovietico e 3) delle attuali posizioni russe in Eurasia. Parimenti, vedono in modo molto diverso il sistema di potere mondiale post-1991 e il ruolo statunitense in esso. Mentre gli americani ritengono la loro inattaccabile posizione di potenza globale come una condizione necessaria per la stabilità internazionale e persino per la pace, i russi vivono con apprensione e diffidenza quella che percepiscono come una pax americana 3. Allo stesso modo, nel sistema globale post-sovietico la posizione della Russia in Eurasia e nel mondo e i diritti a esprimere i suoi interessi di potenza non sono mai stati chiari. Rispetto al 1992, la riemersione della potenza di una Russia sempre più assertiva e sicura di sé ha cambiato la sua capacità di proiettare oltreconfine i suoi valori e i suoi interessi geostrategici, mentre è rimasto immutato il modo in cui Mosca vede i suoi interessi e il suo ruolo nel mondo. Il 2014 è stato un anno decisivo nella ricerca di un’«idea nazionale» post-sovietica. Dopo gli anni Novanta, un periodo che i russi ricordano come «il tempo dei torbidi» – l’espressione connota un’epoca di caos politico e socioeconomico unito all’intrusione straniera 4 – la Russia è tornata al suo tradizionale ruolo di potenza eurasiatica, promotrice dei valori slavi e protettrice dell’ortodossia orientale. Nell’arco dello stesso tempo, invece, la visione degli Stati Uniti e le loro aspettative sulla Russia non sono cambiate. Ritenendola sconfitta nella guerra fredda, ci si aspettava che Mosca rinunciasse alle sue pretese di disporre di una sfera d’influenza, allo stesso modo in cui dopo il 1945 vincitori e sconfitti tra Europa e Giappone avevano accettato i loro nuovi ruoli nel sistema globale. Tuttavia, è diminuita la capacità di Washington, che pure resta la potenza militare predominante e il leader in campo economico, di plasmare unilateralmente la realtà internazionale. In questo quadro, la Russia non accetterà più una posizione gregaria e non subordinerà i suoi interessi eurasiatici a quelli dei paesi confinanti, Stati Uniti compresi. L’odierna guerra fredda russo-americana non è un fatto nuovo e non si risolverà nel prossimo futuro. Per chi vuole vedere il bicchiere delle complesse relazioni bilaterali mezzo pieno, la capacità di russi e americani di accordarsi sulle armi nucleari strategiche e sul programma nucleare iraniano fa sperare che i due rivali possano trovare un’intesa su alcune specifiche aree di policy. Nel complesso, tuttavia, le rispettive posizioni geostrategiche e i giudizi e le percezioni dei due attori su di sé e sul proprio rivale indicano lo scontro di potenza come logico scenario di lungo termine.
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3. Questo è al cuore dell’idea di Putin secondo cui il crollo dell’Urss è stata la maggiore calamità del XX secolo, perché da esso è emersa l’incontrollata egemonia statunitense. 4. I russi riconoscono altri due «tempi dei torbidi», quello attorno all’invasione polacco-lituana d’inizio XVII secolo e il secondo legato alla guerra civile e alla rivoluzione d’inizio XX secolo.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Fraintendere la Russia Una guerra fredda bilaterale implica che i due rivali st assumano la responsabilità dello stato delle relazioni e si sforzino di lenire le incomprensioni, le tensioni e le possibilità di conflitto. In questa sede è impossibile rendere conto della miriade di sviluppi che hanno sommerso i rapporti russo-americani dal 1992. Mi limito a proporre alcune osservazioni legate alle realtà che hanno complicato le relazioni bilaterali dopo il crollo dell’Urss. Queste annotazioni scaturiscono dall’idea secondo la quale Washington e i suoi alleati hanno profondamente frainteso la Russia, le sue condizioni domestiche, i suoi interessi geostrategici, il suo pensiero e gli obiettivi che hanno guidato la sua politica interna ed estera. Si può dibattere se questo fraintendimento sia stato accidentale o intenzionale, ma non c’è dubbio che la scarsa comprensione sia stata alle fondamenta della nostra interpretazione delle azioni russe, che a sua volta ha pienamente legittimato una linea geopolitica incompatibile con un accomodamento degli interessi di quel paese. Le mie osservazioni per punti. 1) I russi non vedono la fine della guerra fredda come una loro sconfitta e non si percepiscono come potenza perdente. Non si sono comportati come tali, benché i gravi problemi domestici e i limiti nell’esercizio della potenza negli anni Novanta avessero richiesto grande cautela. È stato Mikhail Gorba0ëv a imporre il «nuovo pensiero» che ha portato allo scioglimento del Patto di Varsavia e al ritiro delle truppe sovietiche dall’Europa orientale 5. Per come la vedono i russi, sono i russi stessi ad aver staccato la spina all’impero sovietico in Europa. 2) Allo stesso modo, i russi ritengono di essere stati loro, attraverso i propri funzionari e attivisti, ad aver posto fine al sistema sovietico in patria. Sono state la leadership e la popolazione a scegliere di adottare rapidamente l’economia di mercato e un modello politico democratico per inserirsi nel sistema globale. 3) I russi pensano anche che siano stati gli sviluppi interni al loro paese e le loro scelte domestiche a condurre alla nascita di 15 Stati sovrani, tra cui la Federazione Russa, dalle ceneri dell’Urss. Non ambiscono a un ritorno del sistema sovietico, di cui riconoscono i crimini interni e all’estero. I presidenti russi, Putin compreso, hanno esplicitamente denunciato la natura dello stalinismo e rinunciato all’oppressione imposta all’ex blocco sovietico 6. 4) Di fronte a uno Stato da decenni sull’orlo del fallimento, i russi hanno intrapreso una quadrupla rivoluzione a livello politico, economico, sociale, più la ricerca di una «nuova idea nazionale» 7. Nonostante il cambiamento sia scaturito dall’interno, i russi hanno avuto profonde difficoltà con tutti e quattro i 5. M. GORBACHEV, Perestroika: New Thinking for Our Country and the World, New York 1987, Harper and Row. 6. Si vedano per esempio gli espliciti commenti di Putin nel suo intervento il 16/4/2015 su Direct Line, visto da decine di milioni di russi, disponibile su en.kremlin.ru/events/president/news/49261 7. J.P. WILLERTON, «The Putin Legacy: Russian-Style Democratization Confronts a “Failing State”», The Soviet and Post-Soviet Review, 34, 1, novembre 2007, pp. 33-54.
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suoi aspetti, specialmente con l’ultimo. Il febbraio 2014, a quasi un quarto di secolo dalla dissoluzione dell’Urss, è stato un passaggio decisivo: il successo dei Giochi di So0i e il collasso politico in Ucraina hanno confermato un’«idea nazionale» post-sovietica russa 8. 5) I russi si percepiscono, come in epoca zarista e sovietica, quali leader naturali in Eurasia, dotati di una sfera d’influenza in cui i loro interessi fondamentali di sicurezza devono essere rispettati, quali promotori dei valori culturali slavi e quali difensori dell’ortodossia orientale. Un attento studio della politica estera russa dal 1800 a oggi enfatizza un «senso dell’onore» russo di lungo periodo articolato attorno a questi tre pilastri 9. Da secoli esso è al cuore delle percezioni di sé, del pensiero strategico e delle azioni geopolitiche della Russia. Le élite e l’opinione pubblica non l’hanno mai rinnegato e non vi hanno rinunciato nemmeno con il crollo dell’Urss. Queste cinque osservazioni compongono una chiave interpretativa che i russi adoperano per capire il passato e per imbastire le politiche interne ed estere successive al 1991. Tuttavia, gli Stati Uniti la rigettano del tutto 10, proponendone una in cui l’Occidente ha vinto la guerra fredda, la Russia si è riformata nel solco dell’esperienza e dei valori occidentali e ha accettato un nuovo assetto geostrategico (quello della Nato e dell’Ue) che comporterebbe la fine delle sfere d’influenza russe e della tradizione delle «relazioni speciali» con i suoi vicini. Le (in)azioni del governo di El’cin sembravano confermare che Mosca avesse accettato il suo nuovo ruolo nel mondo. In realtà, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno profondamente frainteso la Russia. Gli sviluppi dell’ultimo decennio e i recenti focolai di crisi rivelano l’ampia distanza tra la prospettiva russa e quella americana. Almeno a Mosca, una guerra fredda bilaterale stava covando sotto le ceneri. Ora, a più di 15 anni dall’alba dell’èra Putin, durante la quale a Washington si sono succeduti Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama, la faglia geostrategica tra russi e americani è molto pronunciata, legittimata da interpretazioni e narrazioni storiche contrastanti e soggetta all’imprevedibilità di eventi che spesso i rispettivi attori non controllano. Non capendo la Russia e non riconoscendole il posto che essa pensa di meritare in quello che George H.W. Bush aveva definito «nuovo ordine mondiale», gli Usa rigettano l’idea di una potenza sempre più determinata a rivendicare un ruolo leader in Eurasia e una quota azionaria importante nel sistema globale.
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8. Assieme a Mikhail Beznosov e Patrick McGovern sto completando un libro su questi temi dal titolo provvisorio di Vladimir Putin and Russia’s Search for a National Idea. 9. A.P. TSYGANKOV, Russia and the West. From Alexander to Putin: Honor in International Relations, Cambridge 2014, Cambridge University Press. 10. Le lamentele dei russi per l’ingiusto trattamento riservato dall’Occidente sono viste negli Usa come poco più che piagnucolii e tentativi di giustificare la loro belligeranza e le loro aggressioni.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
I dilemmi del contenimento dell’assertività russa In passato, gli statunitensi hanno risposto alle minacce sovietiche con una politica del contenimento che ha limitato l’espansione del blocco avverso. Nel periodo 1945-91, l’Urss disponeva di una grande sfera d’influenza che rifletteva sia l’eredità imperiale zarista che le successive avanzate. I tentativi sovietici di espandersi ulteriormente si sono rivelati inefficaci e pure quelli di mantenere la presa sui propri satelliti hanno conosciuto difficoltà – nel tempo, molti membri del blocco hanno guadagnato sempre più margine di manovra nei confronti di Mosca. Non sorprende che, una volta crollata l’Urss, alcune delle altre 14 ex repubbliche sovietiche abbiano cercato nuove soluzioni per proteggersi da un futuro ritorno della Russia. Il tacito accordo tra i leader sovietici e gli alti funzionari occidentali in virtù del quale la Nato e gli americani non sarebbero piombati sulle ex sfere d’influenza sovietiche è stato quasi immediatamente ignorato 11. L’amministrazione Clinton (1993-2001) si è dimostrata particolarmente solerte nel promuovere l’espansione dell’Alleanza Atlantica e nel far affluire ingenti risorse a stelle e strisce. Ugualmente ambiziosa è stata l’Ue, portando nel proprio alveo diversi ex membri della storica sfera d’influenza russa. Nel frattempo, a Mosca non venivano offerti che modesti legami con la Nato e Bruxelles, di certo non in grado di rispondere alle sue preoccupazioni regionali. In sostanza, senza alcuna dichiarazione pubblica è stata mantenuta la politica di limitare l’influenza estera russa. In realtà, il contenimento della Russia non era destinato a durare. Non si possono elencare tutti gli eventi degli ultimi decenni, ma si può notare, oltre all’allargamento di Nato e Ue, come molti paesi eurasiatici un tempo dominati dalla Russia abbiano messo in piedi meccanismi per rafforzare la loro sovranità nei confronti di Mosca 12. La democratica Finlandia ha prosperato politicamente ed economicamente durante gli anni della cosiddetta finlandizzazione, aderito all’Ue e continuato a temere una resurrezione russa senza entrare nella Nato 13. Estonia, Lettonia e Lituania, al contrario, si sono affrettate ad aderire all’Alleanza Atlantica. La Bielorussia, benché retta da un sistema autoritario, ha cercato di stringere relazioni forti e non minacciose con la Russia. L’Ucraina simboleggia invece una costante della maggior parte degli ex membri dell’Urss o del blocco sovietico: un complesso tira e molla tra le forze filorusse e quelle filoccidentali. Dal punto di vista di Mosca, nello spazio eurasiatico tradizionalmente soggetto ai propri interessi nazionali e di sicurezza si stavano concentrando considerevoli risorse e pressioni occidentali e soprattutto americane, così lontane dalle rispettive sfere 11. Il presidente Putin ha detto in un’intervista del 6/1/2016 rilasciata al quotidiano tedesco Bild di aver visto vari documenti che confermano un simile tacito accordo. Il testo è disponibile su en.kremlin.ru/events/president/news/51154 12. Alcuni paesi confinanti sono comprensibilmente preoccupati dalla resurrezione russa, vista lastoria dell’impero zarista e dell’Urss. Questi Stati avevano ragioni legittime per stabilire forti legami con gli Usa e i loro alleati al fine di controbilanciare quello che loro percepivano come un egemone regionale. 13. Un ringraziamento speciale all’ex ministro degli Esteri finlandese Keijo Korhonen per i suoi preziosi commenti sulle sfumature della storia delle relazioni russo-finniche.
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d’influenza. Gli eventi del 2013-14 in Ucraina hanno rappresentato il momento di rottura, uno sviluppo già previsto dieci anni prima dal decano degli specialisti di Russia, George Kennan 14. La deposizione del presidente democraticamente eletto Viktor Janukovy0 ha effettivamente mandato in frantumi il complesso e ventennale bilanciamento tra le forze filoccidentali e filorusse, innestando l’idea che quella che i russi del XIX secolo chiamavano «piccola Russia» sarebbe entrata nell’Ue e nella Nato separandosi del tutto da Mosca 15. La conseguenza più tangibile è stata l’annessione della Crimea, che ha riscosso un quasi universale sostegno in Russia e una quasi universale condanna in Occidente, ma non nel resto del mondo. Non tutti si sono accodati alle ritorsioni contro Mosca, come rivelato dal voto per condannare la Russia nel giugno 2014 all’Assemblea Generale dell’Onu, che ha incontrato l’opposizione di Brasile, India, Cina, Sudafrica e addirittura Israele 16. Nel frattempo, l’istituzione delle sanzioni scatenava la corsa degli altri paesi a negoziare lucrosi accordi commerciali con Mosca. Molti eventi degli ultimi anni, verificatisi durante l’egemonia dell’assertivo Vladimir Putin, hanno agevolato il ritorno delle relazioni russo-americane a uno stato di guerra fredda. La posizione cooperativa di Putin dopo l’11 settembre 2001 per aiutare gli Stati Uniti contro il terrorismo islamico si è evoluta prima in diffidenza con la guerra georgiana del 2008 e poi in aperta opposizione con gli sviluppi del conflitto in Libia del 2011. Il crescente coinvolgimento russo nella guerra civile siriana ha di tanto in tanto spazientito gli americani, ma è la crisi ucraina che ha avuto le conseguenze maggiori. Nel corso degli ultimi anni, con una Russia sempre più determinata, prendersela con Putin è diventato uno sport nazionale americano, logica conseguenza della costante pubblicazione di nuove accuse e «rivelazioni» sull’inquilino del Cremlino a pochi mesi di distanza le une dalle altre. Per i decisori statunitensi, è dunque quasi impossibile anche solo coinvolgere la Russia: l’ostilità legittimata dal paragone tra Putin e Hitler esclude per qualunque leader americano l’opzione di lavorare con il presidente russo, per paura di passare per il Neville Chamberlain di turno 17. Accanto a questa utile demonizzazione, la sfera pubblica statunitense snobba o ignora i progressi domestici della Russia, mentre i suoi problemi sono enfatizzati o esagerati 18. In realtà, politici e opinione pubblica sanno
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14. Cit. in J.G. MEARSHEIMER, «Why the Ukraine Crisis is the West’s Fault», Foreign Affairs, 93, 5, settembre-ottobre 2014, pp. 1-12. 15. Come l’assistente al segretario di Stato americano Victoria Nuland ha commentato nella famosa conversazione telefonica del 7/2/2014 trapelata alla stampa, gli Usa avevano almeno qualcosa da mostrare dopo aver investito 5 miliardi di dollari negli sforzi per democratizzare l’Ucraina. 16. L’Assemblea Generale dell’Onu ha condannato l’annessione della Crimea con un voto 100-11, ma 82 membri hanno scelto di astenersi. 17. Breve campionario delle accuse a Putin: assassino, pedofilo, mentalmente squilibrato, essere l’uomo più ricco del mondo grazie alla cleptocrazia. Dopo che un’inchiesta governatica britannica del gennaio 2016 ha concluso che Putin ha «probabilmente approvato» l’avvelenamento dell’ex disertore del Kgb Aleksandr Litvinenko, basandosi su prove circostanziali, i russi scherzano su tutti i problemi del loro paese che «Putin ha probabilmente approvato». 18. A volte il presidente Obama ha dipinto un fittizio declino economico russo a partire dall’ascesa di Putin nel 2000.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
incredibilmente poco della Russia di Putin 19. Nel frattempo, la superpotenza militare russa, il nemico tradizionale, svolge il comodo ruolo dell’antagonista: un avversario molto più convincente degli estremisti islamici che, con i loro limitati mezzi, si affidano a metodi medioevali per spaventare gli occidentali. Sono spariti i dubbi sull’utilità della Nato e sul costo del complesso militare-industriale. Il prossimo presidente statunitense quasi certamente aumenterà una spesa bellica che, secondo stime prudenti, già oggi assomma quelle delle successive otto potenze mondiali ma che, se si considera anche l’esborso per l’intelligence, probabilmente pareggia quella del resto del mondo. A inizio XIX secolo, gli Stati Uniti enunciarono la dottrina Monroe per giustificare la loro sfera d’influenza. Altri, tra cui l’Urss, ne hanno emulato la logica per legittimare le proprie 20. Si può dibattere se le potenze del XXI secolo abbiano il diritto di salvaguardare le loro percepite sfere d’influenza, ma non c’è dubbio che lo facciano. A duecento anni dalla dottrina Monroe, Canada e Messico godono del grado di indipendenza e sovranità nazionale che Washington concede loro. Non faranno mai parte di un blocco militare o economico che escluda gli Stati Uniti, i quali a loro volta non permetteranno mai l’installazione di basi militari rivali attorno ai propri confini. La questione è cosa accetterà la Russia del XXI secolo. Ci sono basi Nato nei paesi baltici, a meno di mezz’ora d’aereo da San Pietroburgo. L’Ucraina potrebbe un giorno ospitare forze dell’Alleanza Atlantica. Nonostante il suo crepuscolo, l’amministrazione Obama aumenta a 3,4 miliardi di dollari la spesa per il 2017 in sofisticati armamenti militari destinati ai membri Nato dell’Europa centrorientale. E i suoi successori promettono di più. Sin dal suo ritorno al Cremlino nel 2012, Putin ha adottato un’attenta postura e dimostrato una volontà di coinvolgere gli Stati Uniti, sia in Ucraina sia in Siria 21. Per converso, Washington stigmatizza il suo ruolo in queste e altre crisi: qualunque mossa del machiavellico Putin deve essere prontamente fermata. Gli americani ignorano pure il successo del presidente russo nel supervisionare il trasferimento delle armi chimiche fuori dalla Siria. La posizione mondiale degli Stati Uniti nei confronti della Russia è forte, sostenuta dagli alleati tradizionali, ma generalmente ignorata dai Brics e dai paesi dell’emisfero Sud. Mosca sembra parzialmente messa all’angolo, ma cerca di aggirare il suo contenimento – con esiti incerti. La situazione è dinamica, imprevedibile e spesso fuori dal controllo di Mosca e Washington. Chi avrebbe 19. L’eccessiva attenzione americana agli «scandali» su Putin, come l’avvelenamento dell’ex agente del Kgb Aleksandr Litvinenko, oscura la conoscenza di importanti sviluppi come la massiccia crescita della classe media o l’aumento del tasso di natalità. Pochi statunitensi sanno che fu Putin il primo leader straniero a chiamare George W. Bush dopo l’11 settembre per esprimere la sua solidarietà al popolo americano. 20. Cfr. T.M. FRANCK, E. WEISBAND, Word Politics: Verbal Strategy Among the Superpowers, New York 1972, Oxford University Press. 21. Cfr. le apparizioni annuali di Putin al Valdai International Discussion Club, per esempio il 22/10/2015, disponibile su en.kremlin.ru/events/president/news/50548
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MOSCA È NOSTRA NEMICA PERCHÉ NON LA CAPIAMO
previsto che l’ex presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili – il prediletto dell’establishment politico americano che nel 2008 lanciò l’attacco contro le forze russe in Ossezia del Sud – sarebbe caduto in disgrazia e fuggito dal suo paese con un mandato d’arresto a suo nome, per poi finire in Ucraina, ottenerne la cittadinanza, diventare governatore di Odessa ed essere ora visto come potenziale futuro primo ministro? Russi e americani possono anche arrivare a stringere un frammentato accordo su alcune specifiche politiche, come il riscaldamento globale o la proliferazione nucleare. Ma lo scontro continua. Se la priorità numero uno per Washington è arginare la percepita belligeranza russa 22 e per Mosca è riprendersi la tradizionale leadership eurasiatica, slava e ortodossa, per tutti gli altri l’esigenza più impellente è contenere questa guerra fredda.* (traduzione di Federico Petroni)
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22. Illuminante la caratterizzazione della Russia come principale minaccia alla sicurezza nazionale fatta dal segretario alla Difesa Ash Carter nel febbraio 2016. * Si ringraziano Mikhail Beznosov, Faten Ghosn e Patrick McGovern per gli incisivi suggerimenti nell’elaborazione di questo saggio.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
WASHINGTON CONTRO BERLINO LA GUERRA CIVILE ‘TEDESCA’
la GERMANIA vista dall’ AMERICA
I tedeschi sono il gruppo etnico più rilevante negli Stati Uniti d’America. Fra i German-Americans e la loro patria d’Oltreoceano si è dipanata una storia intima, ricca di acuti contrasti. Oggi la Germania riunita tende a fare da sola, suscitando le reazioni Usa. di Dario FABBRI
Q
1. UANDO NEL 1682 L’INGLESE WILLIAM PENN, proprietario dell’eponima provincia della Pennsylvania, si recò in Vestfalia e in Palatinato non immaginava che nell’occasione avrebbe incontrato il ventre dell’America. Alla ricerca di immigrati per popolare il suo territorio e di correligionari da sottrarre alle persecuzioni, l’ereditiere quacchero raggiunse le protestanti marche tedesche per persuadere gli abitanti ad attraversare l’Atlantico. Ad anabattisti, mennoniti e pietisti promise terra da coltivare, assoluta libertà di fede e un panorama che ricordava i clivi dell’Eifel 1. L’appello fu raccolto da Abraham op den Graeff e da altri dodici residenti di Krefeld, in Vestfalia, che il 6 ottobre 1683 a bordo della nave Concord sbarcarono in Pennsylvania. Fu l’inizio del più imponente esodo verso il Nuovo Mondo. Gli original thirteen fondarono la città di Germantown, oggi cuore di Philadelphia, e cinque anni dopo ispirarono il movimento antischiavista. Soprattutto inaugurarono una rotta che nel corso dei secoli avrebbe condotto sul continente nordamericano oltre sette milioni di connazionali, di ogni confessione ed estrazione sociale. Renani, vestfaliani, sassoni, bavaresi, brandeburghesi, pomerani, turingi, svizzeri, asburgici, germanici del Volga che, quasi per inerzia, hanno plasmato la cultura americana. E tramutato la nazione tedesca nel destino degli Stati Uniti. Giacché la Germania è stata a lungo l’unica potenza simultaneamente in grado di dominare l’Eurasia e dilaniare l’America dall’interno. Più pericolosa di Giappone e Unione Sovietica, perché dotata di una (potenziale) quinta colonna impiantata Oltreoceano. Per annullarne i propositi egemonici e 1. Cfr. R.S. DUNN, M.M. DUNN, The World of William Penn, Philadelphia 1986, University of Pennsylvania Press.
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WASHINGTON CONTRO BERLINO, LA GUERRA CIVILE ‘TEDESCA’
impedirne la congiunzione con la Russia, nel XX secolo gli Stati Uniti hanno combattuto due conflitti mondiali e posto Bonn al centro della loro strategia per il restante periodo della guerra fredda. Sancendo la forzata assimilazione dei Deutschamerikaner e di fatto tramutando le campagne d’Europa in guerre civili «tedesche». Neppure la fine dell’èra bipolare ha estinto la conflittuale e contradditoria relazione tra le due nazioni. Secondo esportatore mondiale e fisiologicamente tendente a est, la Germania è per gli Stati Uniti allo stesso tempo uno storico partner e un avversario strategico. Con Washington tuttora impegnata a recidere il legame tra Berlino e Mosca e a costringere la Repubblica Federale nel fronte occidentale. Nell’ambito di una manovra intrinseca al mantenimento della supremazia Usa. 2. I tedeschi costituiscono la più diffusa etnia d’America. Oggi 55 milioni di cittadini statunitensi vantano una diretta discendenza teutonica e circa 100 milioni hanno almeno un avo proveniente dalla Germania 2. Molto più di inglesi, irlandesi o messicani. Sotto la patina anglofona che confonde gli osservatori stranieri, Oltreoceano pulsa un’anima profondamente germanica. Nel tempo milioni di Deutschamerikaner hanno anglicizzato il loro cognome per eludere i pregiudizi e integrarsi nella società d’adozione, ma stando al censimento del 2010 rappresentano il primo o il secondo ceppo demografico in ben 32 Stati su 50: dalla California al Texas; dall’Illinois alla Pennsylvania; dalla Florida alla Alaska 3. Esiste una cintura tedesca che, senza soluzione di continuità, attraversa l’intero continente estendendosi dal Delaware all’Oregon. Non stupisce dunque che siano tedeschi simboli e artefici della cultura e dell’industria statunitense. A partire dalla cucina. Il celeberrimo hamburger fu introdotto in Ohio dai sassoni Frank e Robert Menches; l’hot dog commercializzato a New York dal francofortese Charles Feltman (per questo anche detto «frank»); il pretzel venduto per la prima volta a Philadelphia da immigrati svizzeri; la Pepsi-Cola, lanciata a livello nazionale dai «tedeschi» Charles Guth e Walter Mack. Analogamente sono di impronta teutonica alcuni tra i marchi più famosi d’America (e del mondo). Tra questi: Levi Strauss fondata dal bavarese Löb Strauß,; la Apple del siro-tedesco Steve Jobs (vero cognome: JandaliSchieble); l’Ibm del renano Herman Hollerith; la Dell costituita da Michael Dell (all’anagrafe: Thal-Langfan); la Chrysler di Walter Greisler, autoctono del Palatinato; la catena alberghiera Waldorf Astoria del renano Jacob Astor; la Heinz di John Heinz proveniente da Kallstadt; la Boeing fondata da William Boeing, originario di Hagen-Hohenlimburg in Vestfalia; la Kraft del mennonita James Kraft; la Rockfeller della famiglia Rockenfeller, anch’essa nativa del Palatinato.
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2. Census Bureau’s 2010 American Community Survey, www.census.gov/programs-surveys/acs/data/race-aian.html 3. Ivi.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Furono (ebrei) tedeschi a creare l’industria del cinema americano, scegliendo la luce di Hollywood come location delle loro pellicole e trasformandola nel sostrato del soft power Usa. In particolare Karl Lämmle fondò la Universal; Marcus Löw la Metro-Goldwyn-Mayer; Joe Brandt e Harry Cohn la Columbia Pictures. Altri immigrati tedeschi hanno segnato eventi epocali della storia americana. Peter Minuit, vestafaliano di Wesel, strappò l’isola di Manhattan agli indiani lanape per 60 fiorini; il barone prussiano Friedrich Wilhelm von Steuben, già al servizio del casato di Hohenzollern, fu stratega e amico personale di George Washington durante la rivoluzione antibritannica e a lui è dedicata l’annuale parata dei GermanAmerican; i turingi John e Washington Röbling progettarono e costruirono il ponte di Brooklyn; George Custer, generale del Palatinato il cui cognome originario era Küster, fu uno degli eroi di Gettysburg; i sudditi del ducato di Brunswick, Henry Hammel e Andrew Denker, fino al 1900 furono gli unici proprietari della città di Beverly Hills, massimo esempio dell’opulenza americana; il prussiano George Herman «Babe» Ruth è ritenuto il più grande campione nella storia del baseball, passatempo nazionale della superpotenza. Nel XX secolo sono stati eletti presidenti diversi Deutschamerikaner: dal quacchero vurttemburghese Herbert Hoover (Hüber-Burkhart nella dizione originale) al saariano Dwight «Ike» Eisenhower (Eisenhauer); dall’altrettanto quacchero Richard Milhous Nixon (Melhausen Nixon) a Bush padre e figlio (principalmente inglesi e tedeschi del Palatinato) 4. Perfino Obama possiede origini tedesche da parte materna, risalenti a Besigheim nel Baden-Württemberg5. Inoltre negli ultimi decenni sono stati nominati segretari di Stato soprattutto cittadini di origine germanica, quasi spettasse soltanto a loro rappresentare gli Stati Uniti nel mondo. Nel secondo dopoguerra, in successione cronologica: Christian Herter; David Rusk (Clotfelter Rusk); il bavarese Heinz (Henry) Kissinger; George P. Shultz (Schultz); Lawrence Eagleburger; Warren Lemen Christopher; Madeleine Albright (Korbel); John Kerry (Kohn). Ormai del tutto assimilati, i «tedeschi» costituiscono la fibra della società americana. L’accento del Midwest, terra di pressoché esclusiva colonizzazione germanica, è considerato standard e quotidianamente gli statunitensi utilizzano espressioni mutuate dalla lingua tedesca, come mox nix (macht nichts, «non fa nulla»). Le elezioni presidenziali, rito popolare in cui l’America interroga se stessa, si aprono nel tedeschissimo Iowa (quasi il 40% di cittadini originari della Germania contro il 13% di irlandesi, secondo ceppo locale) per poi decidersi solitamente in Ohio, lo Stato in cui circa 300 mila persone parlano ancora il renano dei mennoniti. Come appare logico che in questa fase Donald Trump, il cui vero cognome Drumpf proviene dal Palatinato 6, sia il difensore dell’old stock contro ogni contaminazione allogena. 4. Ancestry of George W. Bush compiled by genealogist William Addams Reitwiesner, www.wargs.com/political/bush.html 5. Cfr. «Researchers: Obama has German roots», Usa Today, 4/6/2009. 6. Cfr. G. BLAIR, The Trumps: Three Generations that Built an Empire, New York 2000, Simon & Schuster.
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WASHINGTON CONTRO BERLINO, LA GUERRA CIVILE ‘TEDESCA’
3. Eppure a inizio Novecento la condizione dei Deutschamerikaner era assai diversa. Giunti dall’Europa nel secolo precedente, questi si iscrivevano soprattutto alle associazioni etniche (Vereine) e respingevano i costumi americani. Ancora nel 1917 i giovani di Indianapolis intonavano lo star-spangled banner in tedesco e nelle chiese luterane si celebrava messa esclusivamente nella lingua di Kant. Sicché quando nel 1914 esplose il primo conflitto mondiale, con la Germania guglielmina che attentava all’egemonia anglosassone, gli Stati Uniti si trovarono improvvisamente costretti ad affrontare un pericolo esistenziale di contemporanea natura endogena ed esogena. Da un lato il rischio che il Reich potesse dominare la massa eurasiatica e gli oceani. Dall’altro la possibilità che i Deutschamerikaner si schierassero con la madrepatria, frantumando il tessuto sociale statunitense e minando la proiezione militare di Washington. Era esplosa la questione tedesca, che da allora avrebbe fatalmente deciso la storia americana. Dati l’isolazionismo dell’opinione pubblica, la pochezza delle Forze armate e l’alterità dei German-American, all’alba della grande guerra l’amministrazione Wilson fu costretta a scegliere la neutralità. Del resto nel 1914 il sottosegretario di Stato tedesco Arthur Zimmermann aveva avvertito l’ambasciatore a Berlino, James Gerard, che 500 mila riservisti di origine germanica erano pronti a lasciare il Nuovo Mondo per combattere nelle file del Reich 7. Il 27 gennaio 1916 migliaia di tedeschi si riversarono nelle strade di Chicago per festeggiare il genetliaco del Kaiser 8, finché l’incapacità dei franco-britannici di aggiudicarsi la guerra, gli attacchi dei sottomarini tedeschi contro le imbarcazioni statunitensi e l’uscita di scena della Russia zarista, non persuasero Wilson della necessità per l’America di affrontare il «nemico» esterno ed interno. Con l’obiettivo di rompere in proprio favore l’impasse etnica, la Casa Bianca tramutò il conflitto in una (parziale) guerra civile «tedesca», spedendo nelle trincee europee centinaia di migliaia di German-Americans e affidando le operazioni a comandanti di chiara origine teutonica. Ai Deutschamerikaner fu imposta l’assimilazione, attraverso la repressione e il sacrificio bellico. A partire dal 6 aprile 1917, giorno in cui il congresso Usa dichiarò guerra agli imperi centrali, i residenti nati in Germania furono obbligati a notificare ogni spostamento alle forze di polizia e oltre duemila furono rinchiusi nei campi di concentramento di Fort Douglas, nello Utah, e Fort Oglethorpe, in Georgia 9. Per sfuggire a sospetti e linciaggi moltissimi cittadini anglicizzarono il loro cognome: Schmidt, Braun, Müller, Rauh o Schneider (sarto in tedesco) divennero rispettivamente Smith, Brown, Miller, Row e Taylor (sarto in inglese). Il patronimico von scomparve dai registri anagrafici. Intanto giunsero in Europa cir-
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7. Citato in J.W. GERARD, My Four Years in Germany, New York 1917, George H. Doran Company, p. 237. 8. Cfr. L.V. TISCHAUSER, The Burden of Ethnicity: The German Question in Chicago, 1914-1941, London 1990, Taylor & Francis, pp. 21-23. 9. Cfr. D. FABBRI, «La guerra al Kaiser liquida l’America tedesca e vara la superpotenza», Limes, «20141914, l’eredità dei grandi imperi», n. 5/2014, pp. 43-54.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
ca due milioni e 500 mila soldati statunitensi (doughboys), di cui circa un milione di origine germanica e 177 mila nati nel Reich 10. Alla loro guida fu scientificamente posto il generale John «Black Jack» Pershing, di famiglia vestfaliana sbarcata come Persching. Proprio il sopraggiungere dei rinforzi d’Oltreoceano impedì all’impero guglielmino di assorbire le forze e in pochi mesi lo costrinse alla resa. Ancorché vittoriosa, al termine della grande guerra l’America tornò all’isolazionismo. Non immaginava che la (percepita) duplicità della popolazione tedesca si sarebbe palesata ancora. Tra il 1929 e il 1933 fu presidente Herbert Hoover e le misure adottate durante il precedente conflitto determinarono la parziale assimilazione degli immigrati, ma l’ascesa del nazismo e il suo militarismo minacciarono nuovamente la tenuta degli Stati Uniti. Negli anni Trenta circa 200 mila 11 Deutschamerikaner si iscrissero al German American Bund (Amerikadeutscher Volksbund), la locale organizzazione aderente al partito nazista guidata da Fritz Julius Kuhn. Nel momento di massima espansione il Bund poteva contare su numerosi campi di addestramento sparsi per gli Stati Uniti: in New Jersey (Camp Nordland e Camp Bergwald); nello Stato di New York (Camp Siegfried e Camp Highland); nel Wisconsin (Camp Hindenburg); in Pennsylvania (Camp Deutschhorst) 12. Addirittura il 20 febbraio 1939 circa 50 mila newyorkesi parteciparono alla parata del Bund nei pressi del Madison Square Garden 13. Per evidenti ragioni di natura etnica, anche all’inizio della seconda guerra mondiale Washington scelse la non belligeranza. Per poi prendere parte ai combattimenti in seguito all’attacco di Pearl Harbor e alla dichiarazione di guerra tedesca dell’11 dicembre 1941. Potenza di irradiamento globale, gli Stati Uniti risposero al tentativo giapponese di dominare il Pacifico e all’invasione nazista dell’Unione Sovietica che poteva garantire a Hitler il dominio sull’Eurasia. Come capitato nel 1917, l’amministrazione federale represse l’alterità dei tedeschi e trasformò le ostilità in un conflitto «pangermanico». Nel 1942 11.507 cittadini statunitensi di discendenza teutonica furono internati nei campi di concentramento di Crystal City, Kenedy e Seagoville in Texas; Camp Blanding in Florida, Stringtown in Oklahoma; Fort Lincoln in North Dakota; Camp Forrest in Tennessee. Nelle parole di Roosevelt riferite al ministro per la Giustizia Francis Biddle: «Non mi importa degli italo-americani. Sono cantanti d’opera. I tedeschi invece sono pericolosi» 14. Tre milioni 15 di German-Americans furono spediti al fronte per combattere i nazisti, in una sorta di seconda guerra civile tedesca. 10. Ivi. Vedi anche K. WUSTENBECKER, Deutsch-Amerikaner im Ersten Weltkrieg, Stuttgart 2007, Franz Steiner Verlag. 11. Cfr. S. FRATER, Hell Above Earth: The Incredible True Story of an American WWII Bomber Commander and the Copilot Ordered to Kill Him, New York 2012, St. Martin’s Press. 12. C. WILHELMS, Bewegung oder Verein? Nationalsozialistische Volkspolitik in den USA., Stuttgart 1998, Franz Steiner Verlag. 13. Cfr. L. HUSTON, «Bund Activities Widespread; Evidence Taken by Dies Committee Throws Light on Meaning of the Garden Rally», The New York Times, 26/2/1939. 14. Citato in J. RUSSELL, «5 Surprises About America’s Imprisoning People During World War II», Business Insider, 21/1/2015. 15. Cfr. S. FRATER, op. cit.
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WASHINGTON CONTRO BERLINO, LA GUERRA CIVILE ‘TEDESCA’
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Alcuni casi sono sbalorditivi. Werner Göring, nato a Salt Lake City e figlio del fratello di Hermann Göring, fu pilota dell’aviazione Usa di stanza nella base inglese di Molesworth. Secondo il copilota Jack Rencher, Göring non trattenne le lacrime al momento di bombardare Colonia, città natale di sua nonna 16. Patrick Hitler, nipote del Führer emigrato negli Stati Uniti, si arruolò nella Marina americana grazie a una speciale autorizzazione della Casa Bianca e, ferito durante le operazioni belliche, ottenne il purple heart. Allo stesso modo alla guida della campagna alleata furono posti soprattutto statunitensi di origine tedesca. Il generale Dwight Eisenhower fu nominato comandante supremo delle forze alleate; il generale «sassone» Carl «Tooey» Spaatz fu comandante delle forze aeree; Chester W. Nimitz, ammiraglio texano discendente da una famiglia di Brema, fu comandante delle forze navali; il generale Henry «Hap» Arnold fu capo di Stato maggiore dell’Aviazione Usa. 4. Con la fine della seconda guerra mondiale si esaurì definitivamente l’endogena insidia dei Deutschamerikaner. Eroi di guerra, ormai giunti alla quartaquinta generazione, i tedeschi d’America smisero per sempre i panni degli alieni per incarnare i mores d’Oltreoceano. Tuttavia la Germania restò priorità della strategia statunitense. Nei calcoli di Washington, il possibile dominio di Mosca sull’Europa occidentale e la congiunzione tra l’industria della Repubblica Federale e gli idrocarburi siberiani avrebbero consentito all’Unione Sovietica di sconfiggere gli Stati Uniti. Era necessario difendere il confine tra le due Germanie e allo stesso tempo incentivare l’economia locale per favorire il riarmo di Bonn e del continente. Da tali specifiche esigenze geopolitiche germinarono il piano Marshall e il protezionismo inverso con cui gli americani contingentarono l’esportazione dei loro manufatti. Negli anni del secondo dopoguerra Washington pose le fondamenta del nuovo Stato tedesco, rendendole funzionali ai suoi interessi. Nel 1955 furono create le Forze armate federali (Bundeswehr), ancillari a quelle statunitensi, e l’anno successivo nacque il servizio di intelligence (Bundesnachrichtendienst, in acronimo BND), cui fu imposto di rispondere direttamente alla Cia. Per proteggere Bonn, il Pentagono costruì ben 251 istallazioni militari in territorio tedesco e perfino durante gli anni più drammatici della guerra del Vietnam si rifiutò di trasferire mezzi e uomini dall’Europa all’Indocina. Così per mantenere la Repubblica Federale nel blocco occidentale, nel 1970 Kissinger accettò controvoglia l’Ostpolitik perseguita da Egon Bahr, segretario di Stato, sebbene temesse che un tale approccio rappresentasse il teutonico scarrellare verso oriente e potesse risultare nella finlandizzazione della Germania. La dimensione strategica fornita dagli americani al dossier tedesco trovò quindi conferma nella caduta del Muro di Berlino, l’evento che pose fine all’èra bipolare. Gli Stati Uniti non avevano mai abbandonato il proposito di «riconqui16. Ivi.
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stare» la Germania orientale e nel 1989 l’amministrazione Bush si schierò immediatamente per la riunificazione. Gran Bretagna e Francia erano contrarie – in particolare la Thatcher temeva che una Germania unita avrebbe alterato l’equilibrio continentale e guardava con sospetto proprio all’influenza dei Deutschamerinaker nella politica estera Usa 17 – ma Washington impose l’annessione della DDR, perché così avrebbe dominato l’intero continente proiettandosi nell’ex spazio sovietico. Nella convinzione che il controllo sugli apparati tedeschi avrebbe indotto la Germania riunificata a conformarsi ai movimenti della superpotenza, rinunciando a una postura realmente indipendente. Per di più, con Mosca sull’orlo del collasso, il binomio russo-teutonico appariva impraticabile. In realtà nel corso degli anni Novanta la grande industria tedesca cominciò a influenzare massicciamente la strategia della Repubblica Federale, determinando un inesorabile allentamento del suo atlantismo. In piena sbornia da fine della storia, le varie amministrazioni Usa non se ne curarono. Neppure l’opposizione del governo Schröder alla guerra irachena del 2003 causò apprensione. In un nuovo scontro intragermanico Donald Rumsfeld, capo del Pentagono e discendente di una famiglia della Bassa Sassonia 18, bollò la Repubblica Federale come «vecchia Europa», ma lo Stato profondo tedesco partecipò attivamente all’invasione dell’Iraq e questo convinse Washington della lealtà dell’alleato. Nello specifico la Deutsche Marine difese la rotta utilizzata dalle navi statunitensi per raggiungere il Golfo Persico; il BND fornì alla Cia le dichiarazioni della fonte irachena Curveball in merito alla (presunta) presenza di armi di distruzione di massa e due suoi agenti di stanza a Baghdad furono posti al servizio del generale americano Tommy Franks. 5. Fu piuttosto alla fine degli anni Duemila che gli Stati Uniti tornarono a considerare la Germania un avversario strategico. In concomitanza con lo scoppio della crisi finanziaria del 2008, il successivo deragliare del progetto comunitario, l’invasione russa della Georgia e la realizzazione del gasdotto Nord Stream. Forte della propria stabilità economica, allora Berlino respingeva platealmente l’approccio anglosassone al capitalismo, rifiutandosi di accogliere le richieste americane per una politica fiscale espansiva. Incurante degli effetti negativi che una prolungata recessione europea avrebbe avuto sugli Stati Uniti. Non solo. Il governo Merkel si mostrava assai freddo nei confronti dell’accordo di libero scambio concepito da Obama per legare il benessere americano a quello del Vecchio Continente (Ttip) e manteneva una rigorosa neutralità in ambito interna-
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17. Il 24 marzo 1990 Margaret Thatcher convocò nella sua residenza di Chequers alcuni fra i più augusti studiosi della Germania per analizzare con loro il «carattere nazionale» tedesco, di cui aveva una percezione profondamente negativa. Il resoconto del seminario, che conferma i timori britannici riguardo alla riunificazione tedesca, in P. SALMON, K. HAMILTON, S. TWIGGE, (a cura di), Documents on British Policy Overseas, series III, vol. VII, London-New York 2010, Routledge, pp. 502-509. 18. Rumsfeld, di origine tedesca sia da parte di padre che di madre (Husted), racconta che nell’Illinois degli anni Quaranta era stato ribattezzato «lo svizzero tosto». Cfr. B. Graham, By His Own Rules: The Ambitions, Successes, and Ultimate Failures of Donald Rumsfeld, New York 2010, PublicAffairs.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
zionale, astenendosi dall’intervenire in Libia. Mentre l’entrata in funzione della pipeline Vyborg-Greifswald ne segnalava la ritrovata simbiosi con la Federazione Russa e l’incidenza ormai irresistibile della manifattura nazionale. La Germania aveva rispolverato la Mittellage, posizione mediana tra Est e Ovest, che ne aveva caratterizzato la politica estera nel secolo precedente. Troppo per Washington che, responsabile per la sicurezza del continente europeo, reclama Berlino nel campo occidentale, possibilmente separata da Mosca. All’inizio degli anni Dieci l’amministrazione Usa si industria per redimere l’alleato teutonico. La svolta avviene con la crisi ucraina, allestita da baltici e tedeschi per attrarre Kiev verso Occidente. Nell’occasione, oltre a penetrare il russo estero vicino, Obama smaschera l’acrobatica iniziativa con cui la Merkel improvvidamente puntava a estendere la sua influenza sul paese e a mantenere i buoni rapporti con il Cremlino. Nel marzo del 2014 l’azione statunitense elimina Vitalij Kli0ko, candidato costruito in laboratorio dalla Fondazione Adenauer per governare l’Ucraina. E quando la cancelliera raggiunge un compromesso con il presidente ucraino Viktor Janukovy0, l’inviato Victoria Nuland si lascia andare a un colorito «fuck the Eu!», ovvero «fuck Germany!». Sorpreso dalla risolutezza americana, nelle settimane successive il governo tedesco è costretto ad approvare effettive sanzioni ai danni della Russia e a rinnegare i programmi di cooperazione militare approntati con il Cremlino. Colpita sul vivo e aizzata dagli industriali, la Merkel prova a mostrare i muscoli. Nel successivo luglio un agente del BND e un dipendente del ministero della Difesa vengono arrestati con l’accusa di controspionaggio in favore degli Stati Uniti, mentre al capo della stazione Cia di Berlino viene intimato di lasciare il paese. È il nadir delle relazioni bilaterali. Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale il governo tedesco rivendica la piena sovranità. Di nuovo l’amministrazione Obama reagisce in forma coperta. Prima si esime dal gestire l’afflusso di profughi che dal Medio Oriente in fiamme raggiungono l’Europa, quindi attacca proprio la grande industria tedesca e il teutonico complesso di superiorità culturale. Nel settembre del 2015 l’agenzia Usa per la protezione ambientale (Epa) annuncia che la Volkswagen ha violato la normativa in materia di emissioni grazie a un software truccato installato su circa 600 mila vetture commercializzate Oltreoceano. Oltre a essere una delle industrie più importanti del paese in termini di indotto e dipendenti, la Volkswagen è profondamente legata al vicecancelliere e leader del socialdemocratici Sigmar Gabriel che è stato consigliere d’amministrazione dell’azienda e presidente della Bassa Sassonia, il Land in cui ha sede il gruppo automobilistico. Anche questa volta ci sono soprattutto due German-Americans alla testa dell’offensiva statunitense. Si tratta del giudice del Michigan Gerald Rosen e dell’attorney general dello Stato di New York, Eric Schneiderman, che conducono materialmente l’azione legale ai danni della società. Nelle intenzioni degli americani quanto accaduto dovrebbe confutare la presunta perfezione dei regolamenti tedeschi e suggerire a Berlino di sostenere il Ttip.
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WASHINGTON CONTRO BERLINO, LA GUERRA CIVILE ‘TEDESCA’
Assai indebolita dalla crisi dei migranti, nelle ultime settimane Merkel sembra aver ammorbidito la sua posizione – a metà gennaio ha sorprendentemente definito altissimi gli standard sociali dell’accordo di libero scambio19 – ma la partita tra Stati Uniti e Germania resta tutta da giocare. 6. Finiti gli anni del post-guerra fredda, in questa fase la superpotenza pretende dal partner tedesco una precisa scelta di campo e un maggiore contributo al mantenimento dell’ordine internazionale. Membro della Nato e interlocutore strategico della Russia, Berlino dovrebbe sposare definitivamente la West-bindung, la fedeltà all’Occidente. Non più potenza a cavallo di due mondi, che profitta dell’ombrello militare statunitense, ma socio responsabile della pax americana. La Repubblica Federale è chiamata a mostrarsi maggiormente attiva nei teatri bellici e a ridurre il surplus commerciale per scongiurare la disintegrazione dell’Europa, penisola inglobata nella sfera di influenza americana. Se non fosse che la classe dirigente tedesca appare alquanto restia a collocarsi stabilmente nel campo occidentale. (Super)potenza commerciale, destinataria degli idrocarburi russi e approdo della nuova via della seta cinese, la Germania guarda a oriente e preferisce sottrarsi agli impegni militari. Così, in pieno regime sanzionatorio, Gabriel sigla con il Cremlino la nascita del nuovo gasdotto Nord Stream 2. E il presidente della Baviera e leader della CSU, Horst Seehofer, vola da Putin per discutere di migranti e prospettive economiche, proprio nei giorni in cui Merkel si dichiara inorridita dai bombardamenti russi sulla Siria. Peraltro l’attuale governo non ha alcuna intenzione di risolvere le asimmetrie macroeconomiche che stanno determinando l’implosione dell’architettura comunitaria, con grave scorno degli Stati Uniti che provvedono alla difesa del continente e ne chiedono l’unità. Ne deriva uno stato di endemica conflittualità tra Washington e Berlino, destinato nei prossimi anni a mantenersi costante. Specie perché legato alla perdurante pressione della superpotenza ai danni della Russia. Gli americani continueranno a sfruttare la dedizione degli apparati per influenzare la condotta del governo teutonico e piegare la resistenza del settore economico. Mentre i tedeschi, che non intendono rinnegare il loro sistema di sviluppo, cercheranno di acquisire ulteriore margine di manovra, magari aggirando le sanzioni anti-russe e aprendosi maggiormente all’Asia. Finché non si raggiungerà il punto di rottura. Quando, sopraffatta dalla pressione americana e dall’avvitarsi della crisi europea, Berlino potrebbe essere costretta a ripensare il suo ruolo nel continente e sullo scacchiere internazionale. Nell’ennesimo capitolo della guerra civile «tedesca». Con i Deutschamerikaner ancora una volta schierati contro i loro avi di Germania.
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19. Citato in C. Rach, «Merkel Says Advantages of EU-U.S Trade Deal Outweigh Drawbacks», Bloomberg, 9/1/2016.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
la TURCHIA vista dall’ AMERICA
ANKARA BALLA DA SOLA
di John C. HULSMAN
Sfumato il filoatlantismo acritico della guerra fredda, ora la Turchia fa una politica estera di pura convenienza. Dai tre miliardi per fermare i rifugiati alla guerra all’Is in chiave anticurda, Erdoãan non dà niente per niente. Ma Washington stenta a capirlo.
L
1. A SEMPLICE RAGIONE PER CUI NESSUNO, nei circoli della politica estera di Washington, vuole parlare dell’imbarazzante trasformazione del presidente turco Recep Tayyip Erdoãan da stretto alleato in qualcosa di molto diverso, è che di fatto non ci si può fare granché. Meglio ignorare l’ovvietà strategica di un alleato alla deriva che esplicitare a parole quale calamità strategica per la politica estera statunitense ciò rappresenti. Il presidente Obama, tanto bravo nell’analisi della politica estera quanto maldestro nella sua messa in pratica, ha toccato con mano questa inedita mancanza di controllo del mondo da parte dell’America. Da realista sui generis, egli ha istintivamente compreso che in un mondo sempre più multipolare è inevitabile che le potenze emergenti (Brasile, Sudafrica, India, Indonesia, Russia, Iran, Cina e sì, Turchia) abbiano, quasi per definizione, maggiore voce in capitolo sulle dinamiche del loro intorno geografico rispetto all’èra bipolare o al fugace «momento unipolare» americano. In quanto unico paese con una proiezione davvero globale, gli Stati Uniti – come l’Inghilterra di Lord Salisbury sul finire dell’Ottocento – restano di gran lunga la principale potenza del mondo, ma per quanto onnipresenti essi non sono onnipotenti. Sebbene l’America assommi più forza militare, economica e culturale di qualsiasi altra nazione, anno dopo anno va perdendo quote del mercato globale, a causa dell’inevitabile ascesa altrui. Inoltre, come chiaramente dimostrato dalla crisi ucraina e dalla vicenda della Crimea, se nel complesso gli Stati Uniti risultano più forti di qualsiasi contendente regionale che ne insidi gli interessi in un determinato ambito, sulle questioni specifiche le potenze locali possono risultare più determinate – dunque pronte a investire più uomini e mezzi di quanti l’America sia disposta a impegnare – e più pratiche del terreno rispetto alla remota Washington. Essere i più forti non garan-
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tisce agli Stati Uniti di avere sempre la meglio nel mondo, specie di fronte ad avversari regionali con maggiori interessi in ballo. Un’altra limitazione strutturale della politica estera americana nel nuovo contesto multipolare è costituita dalla tendenza delle potenze emergenti ad affrancarsi dalle tradizionali superpotenze di riferimento; una dinamica perfettamente ovvia in un’ottica realista. È stata questa una costante dell’èra di Obama: l’Europa ha guidato (ancorché in modo non proprio efficace) lo sforzo volto a respingere l’offensiva russa nell’Est; la Cina si è mostrata aggressiva e minacciosa nel suo rinnovato protagonismo nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. Tanto gli ex alleati (Europa, Turchia) quanto i nuovi avversari (Russia, Cina) sono sempre più consapevoli che non c’è più uno sceriffo globale a contrastare il loro – comprensibile – tentativo di promuovere i propri interessi nazionali all’estero. Si tratta di tendenze generali, che si ripropongono ogni qualvolta il mondo passa da un equilibrio unipolare a uno multipolare. In questa cornice non sorprende che la Turchia, da potenza mediorientale qual è, sia spinta ad allontanarsi dagli Stati Uniti su un ampio ventaglio di questioni. È naturale, eppure risulta profondamente indigesto alle élite di Washington, abituate in genere a veder prevalere la loro linea nel mondo.
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2. Ad assecondare fortemente questa naturale evoluzione è intervenuta poi la grande strategia di Obama, il cosiddetto perno asiatico (pivot to Asia). Concentrare l’attenzione dell’America sulla regione che racchiude le maggiori promesse (in termini di futura crescita economica) e le maggiori incognite (l’ascesa di Pechino, in prospettiva l’unico serio avversario degli Stati Uniti nel Pacifico) implica giustamente per Obama distogliere risorse da altre aree. In particolare, Washington intende delegare molto di più all’Europa (che ormai dovrebbe decisamente essere in grado di cavarsela da sola) riguardo alle sfide poste dalla Russia, alla biblica crisi dei rifugiati e ai dilemmi connessi alla moneta unica. In nessuno di questi ambiti, tutti di primaria importanza per gli europei, l’America vuole o può assumersi un ruolo guida. Analogamente, in un impietoso Medio Oriente – tomba di varie presidenze americane negli ultimi decenni – gli Stati Uniti intendono passare dall’attuale sovraesposizione (spesso inconcludente) al ruolo più passivo di arbitro esterno. In termini squisitamente realistici di interesse nazionale non vi è sufficiente tornaconto per l’America nel restare ostaggio di una delle regioni più instabili del mondo. Il graduale sfilamento dal Medio Oriente dovrebbe, nel medio periodo, favorire l’emergere di un naturale equilibrio di potere tra le potenze regionali emergenti: Egitto, Arabia Saudita, Israele, Iran e Turchia. Washington interverrà militarmente più di adesso solo laddove vi sia una chiara e imminente minaccia agli interessi vitali dell’America, come un’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz. Tutto questo ha perfettamente senso in un’ottica geopolitica – come la maggior parte dei ragionamenti astratti del presidente – ma vi sono due pericoli sottaciuti che incombono su questo brillante pensiero strategico, ognuno dei quali è
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in grado di sabotare gli sforzi dell’amministrazione per aggiornare la politica estera americana ai tempi. Innanzitutto, per impellenti ragioni di politica interna, la nuova politica estera di Obama è stata condotta sotto mentite spoglie. Accusato spregiativamente di realismo dai settori più ideologici della politica americana – quei neoconservatori che, malgrado il disastro dell’Iraq, ancora dominano il Partito repubblicano, nonché i wilsoniani che in gran parte dominano ancora il campo democratico – Obama ha tatticamente evitato un’aspra e deleteria battaglia con le due scuole di pensiero sulla direzione futura della politica estera americana. Siccome il presidente sarebbe stato costretto ad ammettere che l’attuale realtà internazionale pone all’America limiti inediti e dato che la puerile classe dirigente del paese (per non parlare della sua opinione pubblica) non è ancora pronta a recepire questa verità, Obama ha scelto cautamente di tacere ai suoi connazionali che i tempi sono cambiati. Essendo pressoché certo che a novembre la Casa Bianca andrà alla wilsoniana Hillary Clinton o a qualche repubblicano neocon, la consapevolezza di Obama sulla natura del nuovo ordine mondiale dovrà essere riacquisita daccapo, a scapito degli Stati Uniti e del resto del mondo. In secondo luogo, non vi è alcun indizio del fatto che il presidente in persona (o più in generale la sua amministrazione) si sia degnato di metter a parte le potenze emergenti dei suoi rivoluzionari disegni, men che meno di coordinarsi con loro per gestire l’ordine nel nuovo contesto globale. Piuttosto, analogamente a quanto fatto in patria, la Casa Bianca sembra sperare che nel tempo le suddette potenze arrivino da sole a comprendere la situazione, senza l’inutile corredo di spiegazioni da parte di Washington. In effetti c’è stata (più all’estero che in America) una graduale presa di coscienza del fatto che il ruolo degli Stati Uniti nel mondo è radicalmente cambiato. Questa problematica cognizione sta dietro ai timori sauditi e israeliani circa il recente accordo sul nucleare con l’Iran, una vaga ma corretta consapevolezza che lo scopo ultimo dell’esercizio era reintegrare diplomaticamente Teheran, per consentire all’America di limitare il proprio coinvolgimento in Medio Oriente. Il problema pratico per l’amministrazione Obama non è aiutare il resto del mondo a capire ciò che ha fatto; è che invece di favorire una transizione graduale da un modello a un altro in stretto contatto con le potenze regionali emergenti chiamate a fare di più, con il loro goffo silenzio gli Stati Uniti hanno innescato il caos globale. Le potenze regionali hanno realizzato di avere maggiore autonomia in politica estera e ovviamente intendono usarla per perseguire i propri interessi nazionali; il tutto però senza alcuna forma di coordinamento (posta in essere dall’America con il loro concorso) per gestire i mille focolai di crisi che rischiano di divampare. Questo è il motivo del generale sconforto che regna nel mondo: non tanto i molti piccoli incendi che affrontiamo, quanto la mancanza di pompieri. Infine, la decisione di concentrarsi sull’Asia a scapito del Medio Oriente è destinata a scontentare le potenze regionali di ambo le aree: se i cinesi temono
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che gli Stati Uniti contrastino la loro ascesa, sauditi e israeliani paventano viceversa il disinteresse di Washington nei loro confronti. Queste posizioni hanno una matrice comune: la nuova grande strategia dell’amministrazione americana, i cui effetti disarticolati spetta alle potenze regionali fronteggiare. Ciò rende molto più difficile ogni futuro coordinamento per risolvere problemi comuni. La rinnovata baldanza turca dev’essere vista nel contesto di questa inedita realtà strutturale, che condiziona in misura crescente la politica estera di Ankara. È certamente vero che la Turchia ha in gran parte abdicato al suo tradizionale ruolo di bastione della Nato (leggi: dell’America) nella regione, ma alla luce di quanto sopra la cosa non deve sorprendere.
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3. Come tutte le relazioni disfunzionali, il melodramma turco-statunitense durante gli anni di Erdoãan è passato da un estremo all’altro, oscillando tra l’iperottimismo e i presagi di sventura. Al principio, la classe dirigente americana temeva fortemente l’ascesa del presidente e del suo partito islamista. Il primo leader estraneo all’élite cosmopolita e occidentalizzata di Istanbul (e islamista fino al midollo) rappresentava un cambiamento preoccupante per gli analisti abituati alla prevedibilità della politica interna turca. Ricordo bene una serie di simulazioni condotte dall’intelligence statunitense in cui si provava a capire se Erdoãan si sarebbe trasformato nel prossimo Khomeini: uno scenario da incubo. Devo dare atto a quegli esercizi di aver visto giusto: alla fine la risposta fu che no, Erdoãan era un islamista relativamente moderato che non bisognava temere. Piuttosto, il pericolo stava nel suo acceso nazionalismo e nel desiderio, al tempo già evidente, di conquistare maggiori spazi di autonomia per la politica estera turca: una tendenza che se non incanalata poteva nuocere alla Nato e al dialogo con l’Unione Europea. Questo avvertimento tempestivo e in gran parte ignorato si è rivelato esatto. Dopo di che è stata la volta della luna di miele: erano gli anni in cui la Turchia esibiva una crescita record, trasformandosi da caso clinico in elogiato mercato emergente. Insieme ai successi economici Erdoãan ha portato l’agognata stabilità al panorama politico turco, domando incredibilmente gli onnipotenti generali e le altre vestigia dello «Stato profondo» che aveva governato il paese per decenni. La Turchia era divenuta l’esempio di ciò che l’Occidente voleva per il resto del Medio Oriente. Fino allo scoppio della «primavera araba», gli analisti occidentali (compreso il sottoscritto) erano intenti a configurare una politica che consentisse al resto della regione di assomigliare ad Ankara: democratica, islamista, relativamente aperta, economicamente dinamica e passabilmente filoccidentale. «Diventare come la Turchia» era divenuto il motto che sintetizzava l’esito auspicato di ogni «primavera araba». Sotto Erdoãan, la Turchia si era trasformata da minaccia in traguardo. Se Erdoãan non era Khomeini, non era però nemmeno un leader europeo come gli altri, che potesse fungere da ponte tra il lato «illuminato» del Medio Oriente e un’Europa moderna. In realtà era un volitivo leader nazionalista, che
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nel corso del tempo ha agito in modo sempre più istintivo e che, oltre ad annientare il pernicioso «Stato profondo» turco, ha eliminato praticamente tutti gli altri contropoteri del paese. Quando è entrata in carica la nuova e più remissiva amministrazione Obama, un Erdoãan sempre più disamorato dell’Unione Europea ha preso a vedere l’Occidente come una potenza declinante, facilmente ignorabile e manipolabile da una Turchia più audace in politica estera. Ed è proprio questa la lettura più corretta del «sultano», come il nostro è appropriatamente chiamato. La Turchia è divenuta un amico-nemico dell’Occidente: un paese apparentemente amichevole, ma in realtà nostro acerrimo rivale. Con il tramonto della guerra fredda, che era un gioco essenzialmente a due, le categorie amico/nemico non bastano più a spiegare il mondo in cui viviamo, dal momento che la maggior parte degli Stati ha posizioni più sfumate. 4. Ben prima dell’amministrazione Obama, Erdoãan ha realizzato che l’approccio più distaccato degli Stati Uniti al Medio Oriente implica, paradossalmente, che ora la Turchia è più importante per l’America: sia per conservare una parvenza di ordine nella regione, sia per assorbire gli shock mediorientali, da ultimo l’esodo biblico di rifugiati verso l’Europa prodotto dalla guerra di Siria. Di conseguenza, il presidente turco ha alzato il prezzo richiesto all’Occidente per continuare a svolgere il ruolo di utile partner. Appaiono lontani i tempi della solidarietà incondizionata in nome della lotta all’Unione Sovietica; la Turchia continuerà ad aiutare l’Occidente, ma solo previo pagamento anticipato. E anche in tal caso, l’«aiuto» strategico sarà prestato alle condizioni turche. Il segno del cambiamento è dato dalla decisione turca di «sostenere» l’Occidente sulla questione dei rifugiati e nella guerra allo Stato Islamico. Dietro ai titoli confortanti si celano infatti sviluppi più interessanti e perniciosi (per noi). L’improvvida e totalmente improvvisata apertura delle frontiere decisa da Angela Merkel ha portato, nel solo 2015, a 1,1 milioni di ingressi in Germania. Ovviamente, al momento di prendere la fatidica decisione la Merkel si è guardata bene dal negoziare alcunché con chicchessia. La Turchia, più di qualsiasi altro paese, ha approfittato della caotica situazione, comprendendo rapidamente che se l’Europa vuole sventare questa minaccia esistenziale ai suoi equilibri – quando ad essere in forse è lo stesso spazio di libera circolazione – deve affidarsi ad Ankara. Erdoãan è pronto ad aiutare, ma non gratis. Primo, alla vigilia delle cruciali elezioni parlamentari dello scorso 1° novembre (in cui l’Akp si è confermato primo partito, rafforzando le velleità presidenzialistiche di Erdoãan) il presidente ha messo a tacere le lamentele europee per il suo autoritarismo e si è tolto lo sfizio di obbligare la Merkel a fargli visita con il cappello in mano, per implorare aiuto sulla crisi dei rifugiati. Il penoso spettacolo ne ha risollevato le sorti elettorali, in quel momento piuttosto incerte. L’Europa non ha battuto ciglio di fronte alla repressione della stampa, ai processi sommari e al crescente disprezzo per lo Stato di diritto esibito da Erdoãan: le annose
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preoccupazioni europee per la condizione dei diritti in Turchia si sono come volatilizzate da quando l’Europa ha di nuovo bisogno di Ankara. La dilettantesca politica migratoria di Angela Merkel consiste dunque in questo: pagare la Turchia perché tenga più profughi possibile lontano dall’Europa, sollecitando al contempo altri Stati membri a farsi carico, in nome della «solidarietà», di una quota crescente di arrivi: appello che finora non ha sortito grandi effetti. Tutto ciò per tacitare il primo vero dissenso verso la sua leadership in dieci anni. Alla Turchia sono stati promessi 3 miliardi di euro per fare da guardiano alle frontiere europee, più l’alleggerimento del sistema dei visti per i cittadini turchi diretti in Europa e la ripresa dei colloqui di adesione all’Ue. Si tratta di risultati concreti che Erdoãan può esibire alla sua opinione pubblica come prova concreta della nuova indipendenza turca in politica estera. Dato il marcato peggioramento dell’economia, la moneta del nazionalismo è particolarmente spendibile. Il regime dei visti è una concessione tangibile presentabile da Erdoãan come universalmente vantaggiosa e sebbene nessuno che io conosca ritiene possibile un ingresso di Ankara nell’Ue, la ripresa dei negoziati è comunque un successo propagandistico, perché dà l’idea che sia la Turchia, e non Bruxelles, a dettare i tempi del dialogo. Il tardivo «aiuto» turco nel contenimento dell’Is, a lungo bramato dall’America, risulta altrettanto vantaggioso. Per battere veramente il «califfato», l’Occidente necessita di alleati sunniti che facciano il lavoro sporco sul terreno in Siria e Iraq. Il prezzo di questo coinvolgimento sarà un impegno ancor più esplicito dell’Occidente a disfarsi del sanguinario regime alauita di Baššår al-Asad. Ankara ha infine realizzato che per raggiungere questo obiettivo strategico è meglio militare nell’alleanza anti-Is a guida americana che tramare standone fuori. Ciò è tanto più vero alla luce del fatto che i curdi siriani, sotto le insegne delle Ypg (le Unità di protezione popolare), si sono dimostrati gli avversari più temibili dell’Is sul campo, conquistandosi il rispetto di Washington. Per Erdoãan, le Ypg altro non sono che un braccio del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), considerato da Ankara alla stregua di un’organizzazione terroristica. Da qui i timori di un eccessivo avvicinamento all’America. L’ingresso della Turchia nella coalizione serve dunque a disinnescare questa pericolosa alleanza, oltre a fornire una scusa ai caccia turchi per attaccare direttamente le Ypg (con grande imbarazzo per l’America), per impedire loro di formare un’enclave di fatto indipendente a ridosso del confine turco-siriano. Come per i rifugiati, l’aiuto turco in Siria ha insomma a che fare più con gli scopi della politica estera turca che con lo Stato Islamico. Alla luce di tutto questo, è giunto il momento di apportare sostanziali modifiche alla grande strategia di Obama, teoricamente ineccepibile ma praticamente fallace. L’America deve tornare a coinvolgere gli alleati regionali nel mondo su basi squisitamente realistiche, parlando in termini di interessi condivisi: l’unico linguaggio universale in un mondo con molte potenze.
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(traduzione di Fabrizio Maronta)
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
PERCHÉ PECHINO NON VUOLE LA GUERRA CON GLI USA
l’ AMERICA vista dalla CINA
di MU Chunshan
Pechino considera lo sviluppo di relazioni pacifiche e paritarie con gli Stati Uniti fondamentale per continuare a crescere. Ma Washington non capisce quale direzione prenderà l’ascesa della Repubblica Popolare e ciò complica il rapporto bilaterale.
S
1. ULLA BASE DELLA TEORIA MARXISTA, CUI I leader cinesi credono, l’economia determina la politica. Nei prossimi vent’anni la Cina diventerà quasi certamente la prima potenza economica al mondo, superando gli Stati Uniti. Ciò significa che anche gli equilibri geopolitici globali subiranno un enorme cambiamento. Pertanto gli Usa, a prescindere dalla loro volontà, dovranno dividere alcuni dei loro interessi con la Cina. Bisogna prendere questa tendenza come punto di partenza per analizzare le relazioni tra i due paesi. Come potenza in ascesa, la Cina non vuole che nei prossimi decenni scoppi un conflitto con l’America, poiché ciò potrebbe influenzare la sua crescita. Gli Stati Uniti (la potenza in declino) cercheranno molto probabilmente di impedire in qualsiasi modo il rafforzamento della Repubblica Popolare e ciò influenzerà la visione cinese, perché la considerazione che la Cina ha degli Usa dipende da come questi la giudicano. A fine ottobre 2015, nel Mar Cinese Meridionale il cacciatorpediniere statunitense Lassen è entrato nella zona vietata delle isole artificiali cinesi, suscitando le forti proteste di Pechino e della popolazione. Ciò significa che gli Usa non accettano il comportamento della Cina in queste acque. Pechino considera il Mar Cinese Meridionale (come il Tibet, il Xinjiang e Taiwan) «un interesse fondamentale». In altre parole, il valore di queste acque per la Repubblica Popolare equivale a quello delle isole Hawaii per gli Stati Uniti. Il conflitto tra i due paesi nel Mar Cinese Meridionale deriva in fondo dalla strategia americana del Rebalancing to Asia. Questa strategia è stata presentata nel 2011 dal presidente Barack Obama con il nome originario di Pivot to Asia. L’ex segretario di Stato americano Hillary Clinton, che corre per la presidenza, una volta disse: «Per l’America il XXI secolo sarà quello del Pacifico», per cui gli Usa dovranno concentrarsi sull’Asia, anziché sulle vecchie alleanze atlantiche.
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Senza alcun dubbio il Rebalancing to Asia si concentra sull’ascesa della Cina: per questo Pechino ha elevato il livello di allarme. In questi anni i centri di ricerca cinesi hanno analizzato la strategia degli Stati Uniti, poiché la ritengono il simbolo del quarto grande aggiustamento nella storia del rapporto tra i due paesi. Ma esploriamo innanzitutto i primi tre. La visita del presidente americano Richard Nixon nel 1972 ha segnato la prima svolta nelle relazioni sino-statunitensi dal 1949, anno di fondazione della Repubblica Popolare Cinese. A causa della minaccia comune rappresentata dall’Unione Sovietica, il presidente comunista Mao Zedong abbandonò la politica filosovietica e di opposizione agli Usa e si schierò con Nixon, un realista. Pechino e Washington, prima nemici, divennero partner. Nel giugno 1989 si verificarono i fatti di piazza Tiananmen e l’Occidente adottò delle sanzioni diplomatiche ed economiche verso la Repubblica Popolare. La luna di miele durata più di dieci anni era finita: Pechino e Washington erano tornate rivali. Deng Xiaoping e gli altri leader cinesi compresero che tra i due paesi esisteva una divergenza fondamentale e inconciliabile a livello ideologico. Gli Usa non hanno mai allentato la presa sul metodo di sviluppo pacifico della Cina. Per di più, con il crollo dell’Urss era svanita la minaccia comune. La pressione di Washington su Pechino diventava sempre più forte e l’amicizia percepita durante il viaggio di Deng Xiaoping in America nel 1979 era svanita completamente. Negli anni successivi si sono verificati fatti molto importanti nei rapporti tra i due paesi, che per poco non hanno portato a un conflitto armato. L’8 maggio 1999 la Nato, guidata dagli Stati Uniti, lanciò a sorpresa cinque missili contro l’ambasciata cinese a Belgrado in Serbia, provocando la morte di funzionari e giornalisti. La protesta della Cina fu senza precedenti. All’epoca facevo l’università a Pechino e ricordo molto bene che quella mattina la radio trasmise a ripetizione l’inno della Repubblica Popolare e L’internazionale fino a mezzogiorno. Dopo, migliaia di studenti protestarono davanti all’ambasciata americana, due chilometri a est di piazza Tiananmen. Ovviamente anche altre università fecero la stessa cosa. Lanciavamo pietre contro l’edificio per esprimere la nostra rabbia e in molti volevano dichiarare guerra agli Usa. Nell’aprile 2001 si verificò la collisione tra un aereo cinese e uno americano. Il velivolo da ricognizione Usa EP-3 si trovava nei cieli sopra l’isola di Hainan e Pechino mandò i suoi caccia per allontanarlo. In seguito allo scontro, l’aereo statunitense fu costretto a un atterraggio d’emergenza ad Hainan, quello cinese precipitò e il pilota morì. Pechino pretendeva fortemente che Washington chiedesse scusa; nelle università cinesi l’antiamericanismo aumentava. L’opinione sull’America non era mai stata così negativa e anche il giudizio del mondo accademico tendeva ad aggravarsi. Poi si sono verificati i fatti dell’11 settembre. La politica estera degli Stati Uniti si è concentrata da un giorno all’altro sulla lotta al terrorismo. Il giudizio sui rapporti con l’America è cambiato: Pechino ha cominciato ad appoggiare le attività antiterrorismo statunitensi all’estero. Il crollo delle Torri Gemelle a New York
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
ha rappresentato un fatto simbolico e ha determinato il terzo aggiustamento nei rapporti tra i due paesi, che hanno ripreso a collaborare. Dal 2001 al 2010 gli Stati Uniti si sono concentrati sulla lotta al terrorismo, mentre la Repubblica Popolare ha consolidato la sua potenza economica. In questo periodo il tasso di crescita del pil cinese è stato in media del 9/10% e il divario tra i due paesi si è ridotto. La posizione internazionale di Pechino e la sua influenza nell’Asia-Pacifico sono diventati una minaccia per Washington. Per questo Obama ha promosso il Pivot to Asia. La summenzionata questione del Mar Cinese Meridionale è solo un esempio di conflitto nell’ambito del quarto aggiustamento dei rapporti sino-statunitensi. La strategia di Washington rischia di essere vista come l’inizio dell’ennesimo passaggio da collaborazione a ostilità. Tuttavia non ci troviamo in guerra (fredda) né in un periodo di lotta al terrorismo su larga scala come in passato. Quindi fondamentalmente tra Cina e Usa non può esservi un «gioco a somma zero». Si tratta di una fase incerta, fatta al contempo di cooperazione e rivalità. 2. Sembrava che Xi Jinping, appena diventato presidente, sperasse nel quinto aggiustamento per porre fine a questa situazione equivoca. Per questo, già durante la sua visita negli Stati Uniti del febbraio 2012 (quando era ancora vicepresidente) Xi aveva dichiarato che tra i due paesi si deve costruire un «nuovo tipo di relazioni tra grandi potenze che non avrà eguali». Nel novembre dello stesso anno, il rapporto del 18° Congresso del Partito comunista – il documento più importante in Cina – ribadiva la necessità di «promuovere lo sviluppo di lungo termine, stabile e sano» di questo modello. Proprio durante il congresso, Xi è diventato presidente. Ciò lasciava intendere che questa sarebbe stata la linea guida nei rapporti con l’America durante il suo mandato. Effettivamente è andata così. Dal 2012 a oggi, il presidente ha parlato del «nuovo tipo di relazioni tra grandi potenze» in ogni incontro con i rappresentanti governativi americani, a vario livello. I presupposti di questa formula sono «nessun conflitto, nessuno scontro, mutuo rispetto, collaborazione e benefici reciproci». È evidente che si tratta di una strategia importante per evitare il conflitto, nonché una misura necessaria per evitare che la strategia del Rebalancing to Asia sia diretta contro la Cina e generi errori di valutazione. Ma il punto più importante è che le «nuove relazioni» implicano che gli Stati Uniti riconoscano la Cina come «grande potenza». Ciò significa porsi sullo stesso livello e condividere gli interessi. Perché solo se due grandi paesi si pongono sullo stesso piano sono in grado di instaurare una relazione diversa dal passato. Se uno è forte e l’altro è debole, il primo non è disposto a parlare con il secondo. L’America si trova attualmente in una posizione di forza, per questo non accetta ufficialmente il «nuovo tipo di relazione» promosso dalla Cina. Washington ne riconosce solo alcuni elementi. Ma la Repubblica Popolare sta crescendo e tiene molto all’atteggiamento statunitense.
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PERCHÉ PECHINO NON VUOLE LA GUERRA CON GLI USA
Pechino si è mostrata impotente di fronte al fatto che Washington non accetti la sua visione strategica. La Casa Bianca ha certamente i suoi motivi. Per esempio, se Obama avallasse questa formula forse «declasserebbe», ancorché involontariamente, il rapporto con gli altri paesi. Gli Stati Uniti hanno bisogno di salvaguardare le relazioni con gli alleati in Europa e in Asia-Pacifico per i propri interessi strategici globali. Inoltre, l’espressione «nuovo tipo di relazioni tra grandi potenze» è cinese. Washington teme che se la usasse una parte dei politici e della popolazione potrebbe non sentirla propria. Ciò potrebbe influenzare l’opinione pubblica e persino i risultati elettorali. Per gli Usa restare nel vago su tale questione è una tattica facile e intelligente. La potenza economica cinese si è consolidata molto negli ultimi decenni, mentre il contributo degli Usa alla crescita del pianeta è diminuito. Pechino è anche più attiva sulla questione delle isole nel Mar Cinese Meridionale, sul nucleare nella penisola coreana, sulla crisi in Siria e su altre importanti questioni internazionali. Tutto ciò è percepito come una minaccia da Washington, che non sa con certezza quale sarà la direzione dello sviluppo cinese. La Casa Bianca quindi ha bisogno di mantenere un atteggiamento prudente prima che la fiducia tra i due paesi tocchi un livello più alto. Questo gioco a scacchi sulla formula «nuovo tipo di relazioni tra grandi potenze» evidenzia quanto siano complessi gli equilibri sino-statunitensi. Da questo punto di vista sembra che Washington davvero non voglia diventare un partner di Pechino.
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3. Gli Stati Uniti devono comprendere che la Cina vuole sviluppare un rapporto amichevole con loro. Tuttavia l’esitazione di Washington ha creato grandi divergenze d’opinione nella parte cinese, influenzandone la politica. Alcuni esempi evidenziano come le relazioni con l’America siano le più importanti per Pechino. Prima del 2014 i documenti ufficiali sui rapporti diplomatici della Repubblica Popolare avevano il seguente ordine di priorità: relazioni con i paesi confinanti, con i paesi in via di sviluppo, con le grandi potenze, diplomazia multilaterale. Nel 2015 il rapporto con le grandi potenze (in primis gli Stati Uniti) è stato spostato al primo posto. Ciò è stato dimostrato in modo evidente anche dalle attività diplomatiche cinesi del 2015, che hanno riguardato fondamentalmente i rapporti con Usa, Russia, Ue, Giappone e India. Quelli con Washington sono ovviamente i più importanti. Ogni volta che sta per svolgersi un incontro tra Xi Jinping e Obama i media istituzionali devono «riscaldarsi» e invitare esperti e studiosi per analizzare gli interessi comuni tra Cina e Usa e il significato di questo rapporto per ambo le parti. Prima del vertice vero e proprio tra i due leader, questi si incontrano privatamente in un posto non ufficiale ma molto elegante. È diventato un «marchio» dei summit tra Obama e Xi. Ciò significa che il governo cinese dà particolare importanza allo sviluppo del rapporto con l’America e che tale rapporto non è parago-
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
nabile a quello con gli altri paesi. Le relazioni sino-russe sono considerate un modello, ma la diffusione delle notizie in Cina al riguardo (soprattutto per quanto concerne gli incontri tra Xi e Putin) è meno dettagliata, nonostante i toni calorosi. Non risponde a un’organizzazione articolata come per il vertice con Obama, considerato il più importante. Un altro esempio: sebbene la Cina sia alleata con la Corea del Nord, Xi Jinping non ha mai incontrato Kim Ch$ngŭn. Si dice che uno dei motivi per cui il leader nordcoreano è scontento è che il presidente cinese – un «fratello socialista» – non cerca di coltivare un buon rapporto con P’y$ngyang e fa di tutto per adulare gli Usa, il paese più imperialista al mondo. In merito all’esperimento nucleare nordcoreano l’atteggiamento cinese è stato molto duro e Xi è stato persino d’accordo nell’imporre sanzioni al regime. Dall’atteggiamento dei leader cinesi si deduce che l’Impero del Centro spera davvero di poter essere un partner degli Stati Uniti ed evitare di diventare ai loro occhi un’altra Unione Sovietica. Del resto l’America è il paese che più influenza gli interessi della Cina e un conflitto potrebbe interrompere il processo di sviluppo economico e politico della Repubblica Popolare. Inoltre tale posizione è conforme con la politica estera pacifica adottata dal governo cinese. Dopo il conflitto scoppiato con il Vietnam nel Mar Cinese Meridionale tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, la Cina non ha più fatto la guerra con altri paesi e ciò è molto raro per le grandi potenze. Quindi, da lungo tempo Pechino ha una forte inclinazione al pacifismo. Tuttavia, lo sviluppo economico e il consolidamento della potenza militare cinese potrebbe determinare un ulteriore aggiustamento nei rapporti con Washington. Questa percepisce tale orientamento e ciò rende il suo giudizio verso la Cina sempre più incerto. L’esitazione americana a sua volta alimenta la preoccupazione cinese. Questa competitività, in cui non vi è amicizia né antagonismo, forse rappresenterà per un certo periodo la norma nel rapporto bilaterale. (traduzione di Giorgio Cuscito)
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
PECHINO E MOSCA LA COPPIA RIBELLE CREATA DA WASHINGTON
la RUSSIA vista dalla CINA
di HOU Aijun
Cina e Russia sarebbero i paesi più filoamericani al mondo se gli Usa non li trattassero da nemici. Putin è l’eroe di molti cinesi per la sua reazione all’aggressività occidentale: un plauso polemico verso il proprio governo, troppo accomodante nelle dispute sui Mari Cinesi.
L
1. E RELAZIONI TRA CINA E RUSSIA SONO condizionate inevitabilmente da quelle con gli Usa. La prima potenza al mondo non confina con questi due Stati, anche se in un certo senso può considerarsi un loro «vicino». Inoltre nel corso della storia raramente i contatti sono stati negativi. Il popolo cinese e quello russo hanno sempre avuto una buona impressione della collaborazione dei loro rispettivi governi con gli Stati Uniti in tempo di guerra. Molte indagini dimostrano che larga parte delle due nazioni – soprattutto i giovani – è attratta dagli Stati Uniti e dalla loro cultura. Se non fosse per la pressione strategica esercitata dall’Occidente contro Cina e Russia, questi sarebbero molto probabilmente i paesi più filoamericani al mondo. Entrambi hanno infatti avuto una passione per gli Usa. All’inizio degli anni Novanta, l’entusiasmo dell’élite e del popolo russo verso l’Occidente ha raggiunto il culmine. Al contrario, quest’ultimo ha criticato la Russia su tante questioni. Con la guerra in Cecenia nel 1994-96, Mosca ha dimostrato la sua potenza al mondo occidentale. La Cina, dopo l’attuazione della politica di «riforma e apertura», si è impegnata per integrarsi con il resto del mondo e ha promosso una politica amichevole verso tutti i paesi, occidentali inclusi. Ma l’incidente del bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado in Serbia, nel maggio 1999, ha provocato nella Repubblica Popolare l’emergere del nazionalismo e del patriottismo e il silenzio dei liberali e dei filoamericani. È proprio la pressione degli Usa ad aver spinto Cina e Russia a riavvicinarsi e a diventare loro rivali. In seguito al crollo dell’Unione Sovietica, Pechino e Mosca hanno ritenuto l’alleanza militare e politica un residuo della guerra fredda. Per di più entrambi i governi non volevano essere coinvolti in conflitti con altri Stati. Gli Usa invece non hanno mai rinunciato alla Nato, anzi l’hanno addirittura rafforzata.
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PECHINO E MOSCA, LA COPPIA RIBELLE CREATA DA WASHINGTON
Oggi Cina e Russia promuovono un sistema multipolare e hanno la stessa posizione riguardo alla salvaguardia dell’unità nazionale e alla lotta al terrorismo. C’è anche un altro punto in comune: da molti anni in entrambi i paesi è diventata popolare la teoria del «complotto americano» come spiegazione a certi eventi: in Russia lo scioglimento dell’Unione Sovietica, la crisi cecena, l’incidente del sottomarino Kursk, il forte abbassamento del prezzo del petrolio e così via; in Cina la crisi a cavallo dello Stretto di Taiwan, la notevole fluttuazione della moneta e della Borsa, la questione del mais ogm e le rivoluzioni colorate. È difficile stabilire se questa teoria sia vera o falsa, ma sembra avere un forte potere esplicativo di fronte a situazioni complesse e di difficile comprensione.
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2. Allo stesso tempo, sia in Cina sia in Russia il filoamericanismo è incompatibile con l’amicizia tra Pechino e Mosca. Tra questi due grandi paesi confinanti l’instaurarsi di un rapporto di fiducia è complicato. Le esperienze passate dimostrano che in entrambi la tendenza filoamericana aumenta quando il rispettivo governo sviluppa delle relazioni positive con Washington. In quel caso si comincia a sostenere che è necessario prendere le distanze dalla potenza confinante (arrivando persino a incoraggiare l’antipatia verso di essa), ripristinare un buon rapporto con i potenti e ricchi Usa e avvicinarsi all’Occidente. In Cina c’è sempre qualcuno che sostiene che la Federazione Russa è un alleato inaffidabile per via del passato tortuoso e complesso che lega i due paesi. Allo stesso tempo, in Russia esistono varie teorie sul «pericolo cinese». Sicché la Repubblica Popolare starebbe «espandendosi silenziosamente» in Estremo Oriente e in Siberia e invadendo l’Asia centrale (il cortile della Russia) per cacciarne Mosca. I liberali russi provano ostilità verso il sistema politico della Cina e dimostrano perplessità verso la politica estera di Pechino. I cinesi pensano le stesse cose della Russia. È evidente che le tradizioni e la cultura dei due paesi sono diverse. Nella Repubblica Popolare, gran parte dell’élite e della gente comune non ha visto di buon grado il fatto che nel 2008, dopo la guerra dei Cinque giorni, la Russia abbia sostenuto l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia; né ha sostenuto l’annessione della Crimea da parte di Mosca, poiché ciò è contro la tradizione cinese, contro i princìpi e la posizione di Pechino. Allo stesso tempo Mosca ha messo la Repubblica Popolare in una posizione imbarazzante: avendo buoni rapporti con Russia, Georgia e Ucraina questa non sa con chi schierarsi. La Cina evidentemente sa che l’annessione della Crimea è stata una conseguenza del sostegno dell’Occidente alla «rivoluzione arancione» (che danneggiava gli interessi russi) e non dell’aggravamento del rapporto tra Mosca e Kiev. Pertanto, il 3 marzo 2014 il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Qin Gang ha affermato: «Ci sono delle ragioni per cui oggi la situazione in Ucraina è questa». Molti cinesi hanno realizzato che la bellicosità della Russia è dipesa largamente dal fatto che l’Occidente l’ha messa in un angolo. Mosca è stata obbligata a passare all’attacco per difendersi e a «bloccare i nemici fuori dalla por-
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
ta». Trovandosi sotto accusa da parte dei paesi occidentali, la Russia considera prezioso il sostegno cinese. L’invio delle truppe in Siria da parte di Mosca, che ha lo scopo di contrastare il terrorismo e salvaguardare le basi militari all’estero, ha anche dimostrato che questa ha già perso fiducia nei confronti dell’Occidente. L’élite russa è convinta che gli Usa combattano il jihadismo in Medio Oriente per tutelare i propri interessi (applicando due pesi e due misure, usando i militanti islamici e persino appoggiandoli per minacciare la Russia) e che alla fine indirettamente o direttamente danneggeranno gli interessi di Mosca. È interessante notare che sul Web la dura posizione russa verso il mondo occidentale abbia trovato l’appoggio di molti cinesi. Ciò riflette parzialmente il malcontento dei cittadini nei confronti della politica ufficiale di Pechino: la Cina sta affrontando nel Mar Cinese Orientale e Meridionale un’enorme pressione da parte dei paesi vicini appoggiati dagli Usa. Il pacifismo promosso per molti anni dalla Repubblica Popolare non garantisce più gli interessi nazionali. L’attuazione del Rebalancing to Asia da parte di Washington ha provocato qui il rafforzamento del sentimento antiamericano, che a sua volta ha alimentato la pressione verso il governo di Pechino, colpevole di «non aver mostrato i muscoli» nel Mar Cinese Orientale e Meridionale. Al contrario, l’azione decisa della Russia ha suscitato fermento e ha eccitato il plauso dei giovani cinesi politicamente attivi. Per loro il presidente russo Vladimir Putin è diventato un simbolo politico in chiave anti-Usa. Tutto ciò conferma che è stata Washington ad avvicinare Pechino e Mosca, fino al punto da renderle quasi partner geopolitici e strategici. Il grado di avvicinamento tra i due governi è proporzionale alla pressione strategica degli Usa su di essi. 3. Come ha affermato Immanuel Wallerstein, Washington ha costruito un sistema di attacco globale. Nella logica di un paese egemonico non esiste il concetto di uguaglianza. Il mondo si divide in bianco e nero: da una parte ci sono gli alleati e i servitori degli Usa, dall’altra il resto del mondo, obiettivo della crociata guidata da Washington, che, se necessario, guida la prima contro la seconda. Da questo punto di vista gli Stati Uniti non sono mai stati leader di tutto il mondo, ma solo della metà occidentale. Tutti i paesi e le regioni che non accettano questo «capo» sono considerati di una specie diversa. Se gli Usa non mantenessero questa strategia espansionistica, la loro esistenza non avrebbe significato. Come è stato per l’impero romano, l’assenza di una minaccia esterna o di una spedizione militare da intraprendere segnerebbe il declino dell’America. Quest’ansia per l’espansione e la sfida ha fatto cadere gli Usa in un circolo vizioso. Come ha detto un vecchio saggio cinese, «ci vuole un principe virtuoso per essere in grado, con un grande paese, di occuparsi anche di uno piccolo». E «ci vuole un principe saggio per essere in grado, con un paese piccolo, di servirne uno grande». Quindi, «colui che con un grande Stato serve uno piccolo, com-
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PECHINO E MOSCA, LA COPPIA RIBELLE CREATA DA WASHINGTON
piace il cielo; colui che con un piccolo Stato ne serve uno grande, vive nel timore del cielo. Il primo può ordinare tutto il mondo, il secondo può proteggere il proprio paese». Gli Usa sicuramente non hanno questo tipo di esperienza e di cultura politica. Per salvaguardare l’ordine mondiale occorrono non solo risorse militari e politiche, ma anche morali. Invece la politica estera degli Usa non è «virtuosa» né «saggia». Ai paesi più piccoli che non obbediscono, Washington mostra la sua forza; contro quelli grandi applica la tattica del «rischio calcolato» e usa metodi politici, economici e la pressione dell’opinione pubblica per farli crollare. La dipendenza dell’America da questa politica estera la porterà a perdere flessibilità. Il triangolo strategico Cina-Russia-Usa naturalmente dovrebbe essere un fondamento del sistema politico internazionale, ma oggi non è equilibrato. Come sostenuto prima, sono gli Stati Uniti che hanno stabilito la forma di questo triangolo. Per Washington la situazione ideale è che Pechino e Mosca (che dell’America hanno bisogno) cerchino di mantenere con essa un rapporto amichevole e allo stesso tempo si limitino reciprocamente. Nessuno dei due ha l’ambizione e la possibilità di sostituire gli Stati Uniti. Tuttavia l’egoismo della geopolitica americana ha danneggiato il suo prestigio e la sua credibilità.
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4. L’atteggiamento dell’America è molto contraddittorio: svolge un ruolo egemone in quanto paese leader, ma allo stesso tempo mira a capovolgere in continuazione la base dell’ordine mondiale definito con gli accordi di Jalta. Da molti anni gli Usa usano la guerra e le rivoluzioni per rovesciare la sovranità negli altri paesi, addomesticare a proprio favore le potenze vacillanti e marginali, contenere e minacciare la Cina, l’Iran, la Russia e altri Stati. Washington trasforma delle zone periferiche in schegge politiche, le rovina e le fa cadere nell’instabilità. Il cosiddetto «caos controllato» è diventato parte della sua strategia. Invece, Cina e Russia da anni sperano di salvaguardare lo status quo, che riflette la loro politica costruttiva. Questi due paesi rappresentano una forza conservatrice che può garantire l’ordine mondiale attuale. Le due potenze, che hanno rispettivamente la popolazione e il territorio più grande al mondo, sperano di mantenere la propria stabilità, che costituisce l’elemento più importante degli equilibri mondiali. Allo stesso tempo, entrambi i paesi desiderano che i vicini e le regioni con cui condividono interessi siano stabili; si veda per esempio il Caucaso, l’Asia centrale, il Vicino Oriente, l’Africa settentrionale eccetera. Con la globalizzazione, infatti, gli interessi di Pechino e Mosca si sono ampliati al resto del mondo. La crescita della Cina e della Russia è un percorso naturale che non può essere fermato. I paesi emarginati come Iran, Cuba e Corea del Nord sono sopravvissuti alle sanzioni economiche (quelle contro le prime due sono state da poco rimosse) e alla repressione dell’Occidente – politiche che hanno persino rafforzato la legittimità del loro potere e la loro capacità di sopravvivenza; figuriamoci se le sanzioni possono ostacolare Pechino e Mosca.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
DI CHE COSA VIVE L’INDUSTRIA SIBERIANA RUS S I A Circolo P
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Blagoveščensk
Khabarovsk
Ulan-Ude
Ulan Bator CINA MO NG OLIA
Koz’mino Vladivostok
Nessun paese al mondo oggi prova un senso di sicurezza assoluta. Questo vale non solo per la Siria, l’Iraq e la Corea del Nord, ma anche per gli Usa. La forza di uno Stato non si basa solo sulla capacità di sconfiggere i nemici, ma anche sul trasformarli in alleati e sul non crearsi nuovi nemici. Tale mancanza di sicurezza ha reso Cina e Russia dei ribelli nell’ordine mondiale attuale. Questo stato delle cose deve essere migliorato (non rovesciato) con la partecipazione di tutti i paesi, anziché con l’azione di una o alcune potenze. (traduzione di Giorgio Cuscito)
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
MONOLOGO TEDESCO OVVERO PERCHÉ NON CAPITE NOI CINESI
la GERMANIA vista dalla CINA
di Chunchun HU
Da Leibniz a Foucault, passando per Montesquieu, Herder e Guglielmo II, la visione tedesca della Cina si fonda su tabù e ideali europei. Il mito illuministico dell’impero imbalsamato e il razzismo di stampo hegeliano. Il ‘pericolo giallo’ sopravvive nei media.
A
1. D ESSERE SINCERI, NON SO SE SIA UNA buona idea scegliere volutamente di riflettere su cultura cinese, cultura tedesca e loro relazioni reciproche. Si tratta di un argomento molto serio, anzi serissimo, tanto in tedesco (Kultur) quanto in cinese (wénhuà). Per amor del cielo! Non è forse noto che già Schiller identificava la grandezza della Germania nella cultura tedesca, la quale poi nei due secoli successivi, lentamente ma necessariamente, avrebbe finito col coincidere con il «destino della nazione»? Il fatto che il sentimento di orgoglio e riscatto che questa «nazione in ritardo» ha covato durante fasi infelici e drammatiche della sua storia sia stato proiettato nella sfera della cultura, e che nel solco di questa tradizione ciò avvenga tuttora in modo più o meno analogo, costituisce una di quelle peculiarità tedesche su cui il resto del mondo continuerà a interrogarsi ancora per un po’. Solo per citare un esempio tra i tanti: nel trattato stilato per la riunificazione – che in un tedesco burocratico privo di afflati culturali reca la denominazione ufficiale di Trattato tra la Repubblica Federale Germania e la Repubblica Democratica Tedesca per la realizzazione dell’unità della Germania – la futura Germania viene definita un Kulturstaat, uno «Stato di cultura». Viene da domandarsi, allora, quanto sia estendibile e applicabile il concetto tedesco di cultura e dove, da questo punto di vista, siano da collocare quarant’anni di socialismo reale, a meno che questi non debbano essere cancellati dall’oggi al domani dal paesaggio della nuova nazione tedesca. Altrettanto contraddittorio appare il discorso sulla cultura in Cina. Quella che fu un tempo una fiera Kulturnation – l’Impero di Mezzo – dopo la dolorosa esperienza di umiliazione vissuta con l’imperialismo coloniale e l’ammissione del pieno fallimento in termini di sviluppo sociale ha sviluppato una tale forma di autodisprezzo da non provare più il benché minimo interesse per la propria tra-
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MONOLOGO TEDESCO OVVERO PERCHÉ NON CAPITE NOI CINESI
dizione culturale. Durante la cosiddetta Grande rivoluzione culturale proletaria (1966-76) si tentò di realizzare addirittura fisicamente il proposito di un autosuperamento inteso, dapprima, in senso ideale e metaforico: nemmeno la tomba di Confucio venne risparmiata dalla furia distruttrice dei devoti alla causa del progresso, che si rivolse in primo luogo contro il patrimonio culturale. Degli ultimi cent’anni di folle odissea non restano che un cumulo di macerie e una cultura martoriata, incapace di radicarsi tanto nella propria tradizione che nella modernità di impronta occidentale. L’ironia della storia, tuttavia, vuole che i neoconfuciani, il Partito comunista e la maggioranza della popolazione abbiano cominciato a riconciliarsi e a tornare agli antichi valori. La Cina culturale deve farsi carico di diffondere forza identitaria e fornire, al contempo, una spiegazione convincente dell’ascesa economica del paese: il tutto in nome di una ritrovata e sempre più forte coscienza nazionale. Se questo non è postmoderno… Se queste due autoproclamate «nazioni di cultura» vengono a trovarsi l’una di fronte all’altra, occorrerà senz’altro fare i conti con malintesi, tensioni, conflitti. Che cosa pensavano, e cosa pensano oggi l’una dell’altra? Ciò che interessa qui è indagare dunque le reciproche sensibilità.
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2. Se vogliamo prestare fede alle descrizioni ottimistiche delle attuali relazioni culturali tra Germania e Cina, i due paesi si trovano sulla medesima lunghezza d’onda: da una parte si trae «un bilancio positivo del 2012 quale anno della cultura cinese in Germania» e dalla presenza della Cina quale ospite d’onore alla Fiera del libro di Francoforte del 2009; dall’altra, il ciclo di manifestazioni dedicato a «Germania e Cina – insieme in movimento», svoltosi tra il 2007 e il 2010 e considerato la più grande presentazione della Germania all’estero finora realizzata, ha visto nelle metropoli cinesi circa 1,8 milioni di partecipazioni. Il principale prodotto d’esportazione tedesco prende la via della Cina: degli 8 mila libri o prodotti culturali in lingua tedesca i cui diritti sono stati venduti all’estero, ben 1.072 sono andati alla Cina. Anche se non sono in grado né di comprendersi, né di sopportarsi, giornalisti cinesi e tedeschi si incontrano ogni anno in una sorta di summit sino-tedesco dei media. Sulla pagina Web del ministero degli Esteri tedesco si tessono le lodi dell’impegno cinese per lo scambio culturale con la Germania, facendo riferimento tra l’altro all’apertura di ben quindici Istituti Confucio in Germania, nonché alle numerose iniziative culturali congiunte e alla mediazione culturale tedesca in Cina. Vi si trovano anche notizie sulla prima mostra estera ospitata dal nuovo Museo nazionale di Pechino, ristrutturato da architetti tedeschi. Questa mostra, concepita e preparata nel corso di svariati anni da tre grandi musei d’arte tedeschi in collaborazione con colleghi cinesi e intitolata L’arte dell’illuminismo (per inciso, la più grande e costosa esposizione tedesca all’estero), ha registrato fino alla sua chiusura nel marzo 2012 circa 450 mila visitatori. Tutti successi, dunque, testimonianze di un’alta considerazione reciproca? Come ha vivamente consigliato l’ex cancelliere Helmut Schmidt, di recente scom-
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
parso e molto stimato in Cina, è necessario occuparsi di più del «nostro nuovo grande vicino» e conoscere il suo punto di vista sul mondo. Ma fermiamoci un momento. Esiste un altro racconto della stessa storia che non fa uso di formule diplomatiche e che non teme lo scontro. Al riguardo è consigliabile tornare alla già citata mostra sull’illuminismo quale esempio paradigmatico dell’impegno profuso da entrambe le parti per lo scambio e il dialogo culturale, impegno che però involontariamente – eppure prevedibilmente – sfocia in una situazione assai imbarazzante, contribuendo ad accrescere la distanza. In modo analogo a quanto avvenuto alla vigilia dei Giochi olimpici di Pechino, in Germania alla mostra si è accompagnato fin da subito il sentimento di una missione politica: cinesi, guardate, vi presentiamo l’illuminismo, il biglietto d’ingresso in un mondo perfetto. Se non sapete afferrare il valore della nostra mostra, che tanto denaro è costata al nostro Stato e alla nostra economia, e non sapete cogliere il sistema di valori che essa implica, allora la ritiriamo! Basta un rapido sguardo ai titoli apparsi su Internet per ricostruire il vero volto dei rapporti culturali che emergono da questa vicenda: «Grandi ambizioni nel luogo sbagliato», «Noi organizzatori non siamo liberi di prendere le nostre decisioni», «Tedeschi amanti delle dittature», «Pechino a lezione di recupero?», «Dialogo a qualunque costo?», «Occorre aumentare la pressione», «Non possiamo cominciare a giocare con la verità», «Ritirandosi adesso non si ottiene nulla». E così via, all’insegna di un unico interrogativo: avviare contatti con la Cina è di per sé politicamente scorretto? O non è meglio (soprattutto per tutelare la propria coscienza) rompere con effetto immediato tale mésalliance, specie dopo l’arresto di Ai Weiwei, il più noto dissidente cinese e beniamino della stampa tedesca, avvenuto all’indomani dell’inaugurazione della mostra? L’aspetto interessante e insieme deludente di questa controversia così caricata di emozioni da parte degli opinionisti tedeschi è il fatto che i cinesi non sono venuti a sapere granché del dibattito interno tedesco, sebbene nelle intenzioni si mirasse a un «illuminismo nel dialogo», come aveva annunciato il titolo di una serie di manifestazioni organizzate dalla Fondazione Mercator in collaborazione con il Museo nazionale cinese. È difficile sottrarsi all’impressione che il grande sforzo profuso in questa mostra sia servito più a confermare che a sconfessare gli stereotipi reciproci. Da parte tedesca pochi si sono confrontati con questo classico caso di comunicazione interculturale fallita. Michael Kahn-Ackermann, conoscitore di questioni cinesi e collaboratore del programma di accompagnamento alla mostra, ha dichiarato con rammarico, su una rivista cinese di arte, che le opinioni e le posizioni cinesi circa gli aspetti più o meno positivi dell’illuminismo non hanno trovato ascolto o suscitato alcun interesse nei media tedeschi, e che dunque è andata «sprecata» un’ottima occasione di scambio diretto (ma perché nessun giornale tedesco ha voluto pubblicare questa critica?). Il fatto che il filosofo Gan Yang – lo studioso ed esperto cinese di Heidegger la cui critica dell’illuminismo ricalca luoghi comuni – venga considerato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung un «difen-
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MONOLOGO TEDESCO OVVERO PERCHÉ NON CAPITE NOI CINESI
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sore del regime», non fa che confermare tra le élite intellettuali cinesi il dubbio su chi abbia, qui, davvero urgente bisogno di lezioni supplementari di illuminismo (e perché in Cina la lettura di Heidegger è d’obbligo per ogni aspirante filosofo?) Alla fine, tra rabbia e frustrazione, i due partner si sono separati. E una flebile vocina cinese si è levata a chiedere in tutta innocenza, come il bambino che scopre che il re è nudo: come mai non ci capiamo? Questa domanda non riguarda certo Ai Weiwei. L’artista concettuale lanciato nel 2007 al rango di superstar, che in sintonia con il mainstream dei media tedeschi aveva chiesto a gran voce la chiusura della mostra, sa servirsi in maniera eloquente del linguaggio internazionale. Egli rappresenta la prova vivente che l’arte in quanto atto di resistenza contro l’ingiustizia debba e possa ancora farsi carico, sotto una dittatura, di un mandato politico-sociale (a scanso di equivoci: la frase è ironica). Che egli in Cina appartenga al gruppo dei privilegiati del sistema e che la sua arte rappresenti solo un piccolo aspetto della poliedrica e immensa vita culturale cinese è un dato che in Germania si tende volutamente a ignorare. Nel frattempo, è professore ospite dell’Università delle Arti di Berlino; la sua attività artistica attira persino l’attenzione dello Spiegel e della terza pagina della Frankfurter Allgemeine Zeitung. Di questo passo, tra poco si potrà fregiare del titolo di ospite regolare della Bild, il più diffuso tabloid tedesco: ha senz’altro tutte le carte in regola (sua la frase «l’arte è come il sesso: per quanto se ne possa fare si continua a non capirci niente», riportata sulla Süddeutsche Zeitung del 2 novembre 2015). In questo modo Ai Weiwei entrerebbe definitivamente a far parte della cultura tedesca, e certo non rinuncerebbe a mettere in scena un gigantesco dito medio orientato in direzione della Cina. Arte, appunto. Il caso Ai Weiwei mostra tutta l’ampiezza delle differenze che esistono tra due concezioni di cultura radicate nelle rispettive e diverse esperienze storiche e distinte nei differenti accenti che pongono. Per la Cina è impossibile comunicare alla Germania la propria brama confuciano-autoritaria – talora confinante con la paranoia e la schizofrenia – di «armonia» sociale (o è paura del disordine incontrollato, del caos?) senza imbrigliarsi in formule vuote e antiquate, oppure arenarsi in contraddizioni concettuali. Di contro, circola nel discorso tedesco un modello narrativo ormai abusato in cui la Cina viene strumentalizzata per rappresentare l’altro, l’estraneo, l’antieuropeo: un autoritratto al negativo più che un soggetto autonomo, mentre le esperienze occidentali di modernità vengono poste come assolute e universali. In questo contesto, può essere utile gettare un rapido sguardo alle concezioni e percezioni che le due culture hanno avuto storicamente l’una dell’altra. Dato che, secondo lo studio condotto nel 2014 per conto del gruppo industriale tecnologico cinese Huawei da istituti di ricerca tedeschi quali GIGA (German Institute of Global and Area Studies) e TNS Emnid, la maggioranza dei tedeschi (57%) percepisce la cultura cinese come «molto distante», partiamo dall’immagine tedesca della Cina.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
3. La storia dello sguardo tedesco sulla Cina vorrei introdurla con l’immagine di un francese che ride, ma che al contempo è meravigliato, anzi addirittura sconvolto: Michel Foucault, negli anni Sessanta. Il suo legame diretto con la Germania verrà chiarito più avanti. Nelle pagine dello scrittore argentino Jorge Luis Borges, Foucault ha incontrato una «certa enciclopedia cinese», secondo cui il mondo animale è suddiviso come segue: a) appartenenti all’imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) maialini da latte, e) sirene, f) favolosi, g) cani in libertà, h) inclusi nella presente classificazione, i) che si agitano follemente, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello, l) eccetera, m) che fanno l’amore, n) che da lontano sembrano mosche 1. A una prima lettura, questa tassonomia suscita in Foucault una viva ilarità. Ma la risata, se si vuole anche un’ammissione di imbarazzo dovuto a ignoranza e dunque segno di un proprio limite intellettuale, non gli basta. La sua convinzione della riconoscibilità dell’ordine del mondo ne viene talmente scossa da provocare una crisi filosofica, per quanto produttiva. Per Foucault si tratta di un riso che, provocato dalla lettura, va scombussolando «tutte le familiarità del pensiero – del nostro, cioè: di quello che ha la nostra età e la nostra geografia – sconvolgendo tutte le superfici ordinate e tutti i piani che placano ai nostri occhi il rigoglio degli esseri, facendo vacillare e rendendo a lungo inquieta la nostra pratica millenaria del Medesimo e dell’Altro» 2. La questione se su questa presunta interfaccia tra due differenti sistemi di pensiero si potesse leggere il confine del «nostro pensiero», ovvero di quello europeo, continuò a interessare Foucault. Il risultato fu la pubblicazione, nel 1966, del volume Les mots et les choses (Le parole e le cose), dove il filosofo si confronta con i modelli di sapere, ovvero «discorsi» impliciti nei diversi sistemi di ordine, dal Rinascimento fino alla modernità. Qui tuttavia, della riflessione di Foucault interessa in particolare il ruolo attribuito alla Cina, che non si limita certo a quello di fattore scatenante. Perché proprio la Cina? Il mondo delle civiltà non europee è notoriamente più vasto. Nella prefazione a Le parole e le cose Foucault offre la spiegazione; e proprio qui il discorso si fa interessante, al punto che non esito a citare per intero questo passo. «Alla distorsione della classificazione che ci vieta di pensarla, al quadro senza spazio corrente, Borges dà per patria mitica una regione precisa il cui solo nome costituisce per l’Occidente un grande serbatoio d’utopie. La Cina, nel nostro sogno, non è appunto il luogo privilegiato dello spazio? Per il nostro sistema immaginario la cultura cinese è la più meticolosa, la più gerarchizzata, la più sorda agli eventi del tempo, la più legata al puro svolgersi dell’estensione; pensiamo ad essa come a una civiltà di dighe e di sbarramenti sotto il volto eterno del cielo; la vediamo diffusa e rappresa sull’intera superficie di un continente cinto di muraglie. La sua stessa scrittura non riproduce in righe orizzontali il volo fuggente 1. M. FOUCAULT, Le parole e le cose, trad. it. di E. Panaitescu, Milano 1996, Bur, p. 5. 2. Ibidem.
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della voce; erige in colonne l’immagine immobile e ancora riconoscibile delle cose stesse. L’enciclopedia cinese menzionata da Borges, e la tassonomia che essa propone, conducono pertanto a un pensiero senza spazio, a parole e a categorie senza focolare o luogo, ma fondate, in fin dei conti, sopra uno spazio solenne, interamente sovraccarico di figure complesse, di sentieri aggrovigliati, di siti strani, di passaggi segreti e di comunicazioni impreviste; esisterebbe quindi all’altro estremo della terra che abitiamo, una cultura interamente votata all’ordinamento dell’estensione, ma tale da non distribuire la proliferazione degli esseri in nessuno degli spazi entro cui ci è possibile nominare, parlare, pensare» 3. Per riassumere con Foucault: al contrario dell’utopia, la Cina rappresenta una fantastica eterotopia, dunque il luogo che è altro. In questo concetto foucaultiano è compreso il più importante elemento comune alle rappresentazioni europee della Cina. La Cina, ovvero la cultura cinese, dal punto di vista europeo è così diversa che i cinesi appaiono «gente di un altro pianeta», come scrive Leibniz in una lettera del 1705. Attraverso Foucault e Leibniz si giunge al cuore dell’approccio conoscitivo dell’Europa nei confronti della Cina: si cerca – e si trova – in Cina il polo opposto all’Europa, come più tardi, con Hegel, risulterà in maniera evidente. 4. Anche se l’immaginario europeo medievale della Cina, in virtù del suo esotismo, protrarrà il proprio influsso fino a tutto il XIX secolo (se non addirittura fino a oggi), dal punto di vista scientifico le fonti non risultano del tutto attendibili, a partire dagli stessi resoconti di viaggio. Tra i più famosi diari dalla Cina figura quello di Marco Polo, presumibilmente un veneziano, che nel XIII secolo avrebbe soggiornato nel paese per quasi vent’anni. La Cina del suo diario somiglia piuttosto a una sorta di Wunderkammer (camera delle meraviglie) di straordinaria ricchezza, com’era del resto tipico dell’epoca. Interessante appare in questo contesto un commento del segretario imperiale Massimiliano Transilvano dell’anno 1522, il quale a seguito di colloqui avuti con marinai portoghesi giunse alla conclusione che i portoghesi avessero scoperto nei cinesi «un popolo dalla pelle bianca con un altissimo senso della comunità, simile a quello dei nostri tedeschi». Oggi si può guardare con una certa nostalgia e ammirazione ai primi contatti ufficiali tra Europa e Cina, avvenuti attraverso l’opera dei gesuiti. Per i missionari gesuiti, l’attività missionaria in Cina si rivelò estremamente complicata. Qui infatti si trovarono ad avere a che fare, secondo la metafora coniata dal sinologo francese François Jullien, con un «mondo pieno», a paragone delle esperienze avute in altre terre di recente scoperte. La Cina era infatti una civiltà altamente sviluppata, che imponeva ai missionari l’acculturazione: l’apprendimento della lingua parlata e scritta, il rispetto dei riti, lo studio e la traduzione dei classici. Prima che i cinesi venissero convertiti dai gesuiti al cristianesimo, furono gli stessi gesuiti a diventare cinesi.
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3. Ivi, pp. 8-9.
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Nel campo delle scienze naturali, della matematica e della tecnica i missionari erano in grado di fare una certa impressione agli intellettuali cinesi, in primo luogo agli imperatori delle dinastie Ming e Qing. Per tramite dei gesuiti un’Europa curiosa e avida di sapere, che si stava affacciando alle soglie della modernità, venne a conoscenza per la prima volta e in maniera sistematica del nucleo confuciano della cultura cinese, rimasto fino a allora nascosto agli europei. Tra i più famosi missionari gesuiti vi furono tra gli altri l’italiano Matteo Ricci (Lì Mǎdòu, 1552-1610), il tedesco Johann Adam Schall von Bell (Tāng Ruòwàng, 1592-1666) e il belga Ferdinand Verbiest (Nán Huáirén, 1623-88). I primi contatti non sarebbero falliti così presto – come di fatto avvenne già all’inizio del XVIII secolo – se la pratica gesuita dell’accomodamento nei confronti di riti millenari non fosse stata respinta definitivamente nel 1704 da papa Clemente XI nell’ambito della cosiddetta «disputa dei riti». Ciò significava in concreto che ai cinesi neoconvertiti al cristianesimo veniva proibito di continuare a praticare gli antichi riti e cerimonie, incluso il culto degli antenati. Il fallimento del programma missionario in Cina influenzò anche la percezione della Cina in Europa. Il principio della tolleranza religiosa – impersonata in special modo dall’imperatore Kangxi – nonché la filosofia e la forma statale confuciana valsero alla Cina l’ammirazione di molti intellettuali europei del primo illuminismo (in questo senso la mostra tedesca sull’illuminismo a Pechino è da vedere come un atto di presunzione e ignoranza). È lecito parlare di un’euforia sinofila, rappresentata specialmente da Leibniz (1646-1716), l’ultimo erudito dalla cultura universale. Leibniz si interessò profondamente alla cultura cinese. In qualità di bibliotecario ad Hannover ebbe accesso a più di settanta volumi sull’argomento, che in rapporto alle conoscenze diffuse all’epoca in Europa sulla Cina costituivano una notevole mole di informazioni. Inoltre Leibniz era in contatto con missionari che intrattenevano relazioni con la Cina. La sua visione positiva del paese, ovvero della cultura cinese, trovò espressione anche nel volume da lui curato nel 1697 Novissima Sinica (Ultime novità dalla Cina): «Ma chi avrebbe mai creduto un tempo che sulla terra esistesse un popolo capace di superarci, noi che ci crediamo educati a tutti i più raffinati costumi, in quanto a regole di vita civile? E tuttavia questo è quanto vediamo adesso presso i cinesi, da quando questo popolo ci è più familiare». In entrambe le culture, in quella cinese come in quella europea, sostiene Leibniz, si registrano imprese grandiose. «E dunque, laddove nelle capacità artigianali siamo alla pari e nelle scienze teoriche superiori, sicuramente siamo inferiori – e quasi mi vergogno a dirlo – nel campo della filosofia pratica, ovvero nelle dottrine dell’etica e della politica, che sono rivolte alla vita e alle attività quotidiane degli esseri umani». Leibniz riteneva che la filosofia pratica dei cinesi avrebbe potuto rappresentare per la cultura europea un’integrazione fruttuosa, al punto da auspicare un’eventuale «opera missionaria» in direzione contraria. Con tutto il rispetto per la visione leibniziana di uno scambio culturale tra Europa e Cina, occorre tuttavia sottolineare che il suo punto di partenza rimane
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Esportazioni dalla Germania alla Cina
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quello di una missione mondiale: la «causa cristiana» rimane, cioè, sempre al centro delle sue riflessioni. Un altro celebre sostenitore della posizione leibniziana è il filosofo Christian Wolff (1679-1754), che riteneva di aver trovato nell’antico Stato cinese lo Stato ideale. Nel complesso, fino alla metà del XVIII secolo in Germania l’immagine della Cina era connotata da umanità, saggezza ed eticità di costumi. Con lo sviluppo della libertà individuale, l’affermarsi della ragione e la critica all’assolutismo all’insegna dell’illuminismo – oppure, per dirla con Max Weber, del «disincantamento del mondo» – l’immagine della Cina sperimenta una progressiva squalificazione, che giunge all’estremo con l’assunto universalistico e totalitario europeo proprio dell’imperialismo e della filosofia della storia di matrice hegeliana. Alla metà del XVIII secolo un altro tra i grandi del pensiero europeo, Montesquieu, nella sua teoria dello Stato guardava con estremo scetticismo all’essenza della civiltà cinese. Nel suo De l’esprit des loix (Lo spirito delle leggi), del 1748, egli sostiene che la Cina sia, come gli altri grandi imperi asiatici, un «dispotismo orientale»: una definizione teorica che equivale a un severo giudizio di valore e che, attraverso Hegel fino allo studio del 1957 Oriental Despotism del sinologo e sociologo tedesco-americano Karl August Wittfogel, ha messo ormai radici nel gergo accademico. Il fatto che la Cina non sia precisamente il candidato ideale a rappresentare la sua tipologia di governo dispotico sembra non disturbare affatto Montesquieu, che cerca una spiegazione del dispotismo cinese anche nelle condizioni climatiche, oltre che nelle caratteristiche naturali del paese. Questa posizione estremamente critica nei confronti della Cina venne lievemente attenuata, da parte tedesca, dalla voce di Herder, seppure in maniera complessa e non priva di contraddizioni. Herder si sforzò di giungere a un’immagine della Cina per così dire autentica, la quale, grazie alle nuove conoscenze acquisite, potesse porsi quale «via di mezzo tra un eccesso di lode e un eccesso di critica» (Idee per la filosofia della storia dell’umanità, 1787). Una metafora herderiana, spesso citata, ben riassume la sua immagine della Cina: «L’impero è una mummia imbalsamata, decorata di geroglifici e fasciata di seta. La sua circolazione sanguigna è come quella degli animali durante il letargo invernale». Se da un lato Herder partiva dall’idea della parità di valore tra tutti i popoli e le culture, dall’altro considerava la Cina una cultura rimasta allo stadio «infantile» dell’umanità. A suo parere, a causa dei loro costumi, rigidi e antiquati quanto i loro princìpi morali, la loro costituzione e addirittura la loro scrittura, ai cinesi mancava «pressoché in tutte le arti ogni forma di progresso spirituale e di impulso al miglioramento». Questo giudizio di Herder sulla civiltà cinese sfocia nel secolo a seguire nella celebre affermazione – ormai entrata a far parte delle premesse agli studi sulla Cina – dello storico Leopold von Ranke, secondo cui i cinesi sono il popolo dell’«eterno immobilismo». A tale processo di svilimento dell’immagine della Cina contribuirono infine le relazioni generalmente negative della delegazione britannica guidata da George Macartney, la cui missione in Cina negli anni 1793-94 si risolse in un fiasco.
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Non dobbiamo poi dimenticare un fenomeno parallelo al crescente sentimento di superiorità europea quale la teoria della razza, che si svilupperà a partire dall’età moderna. Mentre in nessuno dei resoconti europei sulla Cina del periodo tra il XVI e il XVIII secolo la pelle dei cinesi era stata definita gialla, ma semmai bianca, nel corso del Settecento la teoria dei colori europea relativa all’aspetto umano si modificò in maniera radicale: ai cinesi venne negato il predicato di «bianchi», in quanto si trovavano su un gradino più basso dello sviluppo della civiltà rispetto al progresso dell’ Europa «bianca». L’Europa del XIX secolo non si accontentò di ampliare le conoscenze sulla Cina. Nei suoi scritti di filosofia della storia Hegel colloca lo «Stato su base familiare» all’inizio del capitolo sul «Corso della storia mondiale». In sintesi: la storia mondiale rappresenta un «divenire sempre più spirituale» nel superamento della natura. Dunque la storia passa lungo una sequenza temporale dal mondo orientale a quello greco e poi a quello romano, fino a quello germanico. E si può considerare una fortuna che la Cina, considerata da Hegel «orientale in maniera molto particolare», finisca ciononostante per rientrare nella sua costruzione di filosofia della storia: la Cina, infatti, giace «per così dire ancora fuori della storia mondiale» 4. La mancanza di soggettività fa sì che la Cina non presenti alcun principio spirituale, senza il quale non è possibile la storia. «Già presto vediamo la Cina crescere fino alla condizione nella quale si trova oggi. Ancora vi manca il contrasto fra l’essere oggettivo e il movimento soggettivo; così ogni possibilità di mutamento è esclusa, e l’elemento statico, che riappare eternamente, sostituisce quel che noi chiameremmo l’elemento storico» 5. La Cina non ignora soltanto divenire storico e sviluppo; anche «tutto quanto appartiene allo spirito, libera morale concreta, moralità, profondità d’animo, religione interiore, scienza e arte vera e propria» 6 vi è assente. Per Hegel la Cina rappresenta il contraltare negativo, arretrato, di un’Europa di progresso. Il suo verdetto culmina nell’annuncio del «destino necessario dei regni asiatici»: sottomettersi agli europei. «La Cina sarà costretta un giorno ad adattarsi [a questo destino]» 7. Questo è tuttavia da intendersi in senso spirituale. In seguito molti studiosi della Cina non condivideranno questa rappresentazione del paese. 5. Nel XX secolo l’immagine europea e tedesca della Cina ricalca a mio avviso quella del secolo precedente. Per ciò che riguarda lo sviluppo delle idee ha ragione lo storico britannico Eric Hobsbawm, con le sue lapidarie conclusioni a proposito degli ultimi duecento anni: il XIX secolo è stato molto lungo, il XX secolo al contrario molto breve. La fondazione della Repubblica Popolare e il conseguente «silenzio stampa» tra questa e l’Europa occidentale non hanno cambiato
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4. G.W.F. HEGEL, Lezioni sulla filosofia della storia, a cura di G. BONACINA e L. SICHIROLLO, Roma-Bari 2004, Laterza, p. 101. 5. Ibidem. 6. Ivi, p. 119. 7. Ivi, p. 123.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
molto la percezione europea della Cina. Per tale motivo non è necessario soffermarsi sul Novecento, se non a proposito di due parole chiave che nel contesto tedesco continuano a svolgere un ruolo non indifferente e che per questo meritano attenzione. La prima è «pericolo giallo». Per la maggior parte degli europei si tratta certamente di «acqua passata», come premette Heinz Gollwitzer nel suo puntuale studio Die Gelbe Gefahr (Il pericolo giallo, 1962) sulla storia di questa espressione. Pertanto l’attenzione che le dedichiamo va intesa come una sorta di ammonimento di fronte al rischio di una interiorizzazione e banalizzazione dei modelli di pensiero un tempo in questa compresi. Il concetto di pericolo giallo, in origine una «fantasmogonia» europea sviluppatasi soprattutto sotto il segno dell’imperialismo e del razzismo, trovò in Germania un humus ideale grazie all’efficace e incisiva raffigurazione di Hermann Knackfuß, il dipinto intitolato Völker Europas, wahrt eure heiligsten Güter (Popoli europei, preservate i vostri beni più sacri), nonché alla cosiddetta Hunnenrede, il «discorso degli unni» tenuto nel 1900 dall’imperatore Guglielmo II. Anche il quadro di Knackfuß sarebbe stato realizzato a partire da un abbozzo dell’imperatore. Nel contesto europeo in realtà non occorre alcuna discussione sul presunto pericolo giallo proveniente dalla Cina. Basta guardare alla storia e rispondere alla facile domanda su chi e quando abbia realmente minacciato chi. Ancora più sorprendente e incomprensibile appare perciò il fatto che il settimanale Der Spiegel abbia dedicato al presunto assalto cinese alla tecnologia, al know-how, al benessere e all’intero sistema tedesco il servizio di copertina del suo numero 35/2007, intitolandolo «Le spie gialle». A prescindere dal contenuto dell’articolo, appare chiaro che è necessaria estrema prudenza nell’uso del termine «giallo», ormai così marcato dal punto di vista storico e ideologico. Quell’articolo rappresenta ancora oggi un brutto ricordo per molti cinesi ed è la riprova della funzione disgregante di molti media apparentemente liberi. La seconda parola chiave è «rivoluzione culturale» ed ha a che fare con l’antico ideale di sinistra di una società giusta. A mio parere anche l’immagine, o per meglio dire la trasformazione dell’immagine della rivoluzione culturale nei circoli della sinistra tedesca ha contribuito a sviluppare notevoli riserve nei confronti della Cina, se non addirittura un rifiuto totale della realtà cinese, che non di rado è sfociato in una dura critica del cosiddetto turbocapitalismo. A partire dagli anni Ottanta si assiste in Europa a una nuova fase di alti e bassi nella percezione della Cina. Anche gli sviluppi economici altrimenti neutrali del paese vengono recepiti di volta in volta in Germania con ammirazione o timore. Una spiegazione illuminante di questa rappresentazione polarizzante della Cina viene fornita nel volume del 1967 del docente a Oxford Raymond Dawson, The Chinese Chameleon, secondo cui il mutamento – talvolta radicale – della concezione europea della Cina ha a che fare più con la trasformazione della storia delle idee europee che con quella della società cinese, la quale dovrebbe invece essere oggetto di analisi scientifiche.
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In ragione della rapidità dei cambiamenti verificatisi in Cina, con una buona dose di autoironia britannica Dawson propone di sostituire il simbolo del drago con quello del camaleonte. In altre parole, l’immagine europea della Cina non ha necessariamente a che vedere con la Cina reale, bensì con l’Europa reale. Nelle concezioni e nell’immagine della Cina si proiettano sogni, paure, ideali e abiure che riflettono le esperienze europee vissute soprattutto nell’orizzonte della modernità. Un confronto neutrale, oggettivo con la cultura cinese, capace di tenere in considerazione anche il punto di vista cinese, non avviene quasi mai. Vista così, l’«arte dell’illuminismo» configura una faccenda esclusivamente tedesca, concepita da tedeschi per i tedeschi, e in cui i cinesi figurano da cornice necessaria per confermare e consolidare l’autoconsapevolezza tedesca. In ultima analisi, un monologo tedesco. (traduzione di Monica Lumachi)
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
la TURCHIA vista dalla CINA
LA CINA E L’OSSIMORO TURCO
di Giorgio CUSCITO
Pechino non si fida di Ankara per il suo legame con gli uiguri, ma il paese della Mezzaluna è uno snodo fondamentale lungo le vie della seta. Con gli investimenti, Xi può convincere Erdoãan a cooperare per prevenire il terrorismo di ritorno dal Siraq.
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ECHINO E ANKARA DISTANO QUASI
settemila chilometri, eppure nell’antichità le rispettive civiltà vivevano a stretto contatto. Nel terzo secolo a.C. i nomadi turchi, da cui discendono gli abitanti del paese della Mezzaluna, vivevano nell’attuale Mongolia. Il rapporto con l’Impero del Centro era segnato dal commercio e dalla guerra. Dopo la fine della dinastia Tang (618-906) i turchi si sono spostati progressivamente verso occidente e nella seconda metà dell’XI secolo hanno raggiunto l’Anatolia. Questa è diventata in seguito il centro geografico dell’impero ottomano e dal 1923 il nucleo della repubblica con capitale Ankara. Tali elementi storici hanno una certa rilevanza nei rapporti attuali tra Cina e Turchia, che dalla prospettiva di Pechino sono conflittuali e cooperativi allo stesso tempo. Qui esploreremo tre importanti ambiti in cui la Cina rispettivamente si scontra, è in disaccordo e coopera con Ankara: la questione uigura, la crisi siriana e le nuove vie della seta.
Il problema degli uiguri Secondo il Global Times, quotidiano vicino a Pechino, «l’intervento turco nelle questioni riguardanti gli uiguri e il Xinjiang “è innescato da un mix di panturchismo di vecchia data, panislamismo e riconoscimento di valori occidentali. (…) L’idea sbagliata secondo cui gli uiguri sono oppressi in Cina è sfortunatamente dominante in Turchia» e «l’enorme influenza di queste incomprensioni ha un forte impatto sulla politica estera e domestica» di questo paese 1. Tali affermazioni 1. WEN DAO, «Turkey, China Can Partner on Business, Anti-terror», Global Times, 29/7/2015, goo.gl/5XZ4G8
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LA CINA E L’OSSIMORO TURCO
lasciano intendere quanto questo dossier sia scomodo per il governo cinese e quale peso abbia sull’andamento dei rapporti sino-turchi. Gli uiguri, turcofoni e musulmani, discendono da una delle menzionate tribù turche che viveva in Mongolia e che nell’860 d.C. si è spostata nel bacino del Tarim. Nel 1884 questi sono stati sottomessi dai manciù (dinastia Qing), i quali hanno chiamato questo territorio Xinjiang, che in cinese significa «Nuova frontiera». Nel 1933 e nel 1944 gli uiguri hanno cercato di ottenere l’indipendenza dalla Cina creando la Repubblica del Turkestan (la «terra dei turchi») Orientale. Cinque anni dopo la regione è stata definitivamente annessa alla neoproclamata Repubblica Popolare Cinese. Pechino tenta da anni di consolidare il controllo sul Xinjiang poiché è ricco di petrolio ed è la porta di accesso all’Asia centrale e al Medio Oriente. A tal fine ha portato avanti una vera opera di sinizzazione, intensificatasi dal 2000, invitando con incentivi governativi i cinesi di etnia han (la più grande del paese) a popolare la regione. Di fatto questi ultimi ne hanno colonizzato il Nord, dove si trova la maggior parte dei giacimenti di greggio. La difficile convivenza con gli uiguri ha provocato diversi episodi di violenza interetnica e la nascita del Movimento islamico del Turkestan Orientale (conosciuto con l’acronimo inglese Etim), che ha come obiettivo l’indipendenza della regione. Pechino lo considera un gruppo terroristico affiliato ad al-Qå‘ida e sostiene che un migliaio di uiguri si addestrino in Pakistan. Nel 2009 gli scontri tra han e uiguri a Ürümqi (capoluogo del Xinjiang) hanno provocato la morte di 150 persone. L’allora primo ministro – oggi presidente – Recep Tayyip Erdoãan prese le parti della minoranza e definì l’accaduto come «genocidio». La Cina mal tollera il fatto che gli uiguri percepiscano un legame culturale e spirituale con la Turchia e perciò in passato ha cercato di non associare questo paese al Turkestan. Non a caso, la traslitterazione più comune in mandarino della «terra dei turchi» non è Tuerqisidan, sulla base del nome moderno del paese della Mezzaluna (in cinese Tuerqi), ma Tujuesidan. Tujue è il nome con cui l’Impero del Centro identificava i nomadi turchi della moderna Mongolia; stesso discorso vale per il termine «panturchismo», che in cinese è solitamente traslitterato come fantujuezhuyi, anziché fantuerqizhuyi 2. Pechino ovviamente non ha mai gradito il fatto che la Turchia ospiti rifugiati uiguri sin dagli anni Cinquanta. Nel 1995 Erdoãan, allora sindaco di Istanbul, ha dedicato a Isa Yusuf Alptekin, leader della menzionata Repubblica del Turkestan Orientale (cui era stato offerto asilo in passato), una sezione del parco di Sultan Ahmet. Il governo cinese ha chiesto ad Ankara di rimuovere il nome e smantellare il monumento commemorativo, incassando un secco rifiuto. Le autorità della Repubblica Popolare sostengono che gli appartenenti alla minoranza etnica in Turchia siano 100 mila, ma nel 2011, l’allora ambasciatore
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2. Y. SHICHOR, «Ethno-Diplomacy: The Uyghur Hitch in Sino-Turkish Relations», East-West Center, 2009.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
turco in Cina Murat Salim Esenli ne stimava 200 mila in più. Pechino accusa l’Etim e il Partito del Turkestan islamico (Tip, suo successore) di aver condotto diversi attentati in Cina e per questo due anni fa ha lanciato una campagna antiterrorismo (ancora in corso) nel Xinjiang. Secondo il governo cinese, nel 2014 la campagna ha portato allo smantellamento di quasi 200 gruppi terroristici e all’esecuzione di 49 persone. Inoltre, il governo locale ha imposto diverse restrizioni ai musulmani considerate necessarie per «deradicalizzare» 3 la regione: alle moschee è stato proibito di chiamare alla preghiera i fedeli 4; a questi ultimi è stato vietato di celebrare il Ramadan; in alcune città alle donne non è consentito di indossare il velo e agli uomini di portare la barba. A queste misure sono state abbinate attività ricreative come balli di gruppo e spettacoli di vario genere «in stile han», che non hanno riscosso grande successo presso la minoranza. La politica di Pechino inasprisce ulteriormente il rapporto con gli uiguri e spinge molti ad abbandonare la Cina per dirigersi in Turchia, paese con cui condividono credo religioso e cultura. Dalla fine del 2014 circa mille si sarebbero rifugiati nella città turca di Kayseri 5. Per arrivare a destinazione gli uiguri evitano di attraversare il Medio Oriente e seguono una rotta più lunga: dal Xinjiang si dirigono verso la costa orientale della Cina; poi varcano il confine meridionale, passano per Vietnam, Laos, Cambogia, Thailandia e Myanmar e raggiungono la Malaysia; da qui salpano verso la Turchia. Il Global Times scoraggia indirettamente gli uiguri dall’intraprendere un simile viaggio, raccontando che una volta arrivati gli esuli «spesso scoprono che la Turchia è più laica di quanto immaginavano e che sono anche considerati come un fattore destabilizzante» nei rapporti sino-turchi 6. Lo scorso anno, il governo di Bangkok ne ha fermati circa 300. In estate, circa 170 sono stati identificati come cittadini turchi e hanno ottenuto il permesso di raggiungere la loro destinazione finale, mentre oltre 100 sono stati rispediti in Cina. Il loro rimpatrio ha provocato le proteste di un centinaio di turchi davanti all’ambasciata della Repubblica Popolare ad Ankara e al consolato thailandese a İstanbul. Pechino ha di conseguenza invitato i cittadini cinesi in Turchia a stare attenti. Ad agosto nel centro di Bangkok, in prossimità di un santuario induista, si è verificato un attentato che la polizia locale ha attribuito a un individuo di etnia uigura 7. Tra i venti morti vi erano cinque cinesi e due abitanti di Hong 3. «Xinjiang adotta misure per promuovere la deradicalizzazione religiosa» («Xinjiang duo cuo bingju tuijin zongjiao “qu jiduan hua”»), Renmin ribao, 11/11/2014, goo.gl/15TUWn 4. A. JACOBS, «Xinjiang Seethes Under Chinese Crackdown», The New York Times, 2/1/2016, nyti.ms/1o27cwk 5. «Some Uyghurs Travel to Turkey to Connect with Local Culture, Religion, but Fail to Find what They Hoped», Global Times, 24/8/2015, goo.gl/tbppQy 6. Vedi nota 5. 7. T. FULLER, E. WONG, «Thailand Blames Uighur Militants for Bombing at Bangkok Shrine», The New York Times, 15/9/2015, goo.gl/nMoLGR
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Kong. Rimangono molti dubbi sulle responsabilità dell’attacco, mai rivendicato da alcun gruppo terrorista, ma se le autorità avessero ragione potrebbe trattarsi del primo attentato di matrice uigura fuori dalla Repubblica Popolare. Il mobilitarsi di jihadisti appartenenti a questa etnia nel Sud-Est asiatico sarebbe confermato anche dal fatto che alcuni di loro avrebbero raggiunto l’Indonesia per unirsi a un gruppo terroristico legato allo Stato Islamico (Is). Un uiguro è stato fermato a fine dicembre dal governo di Giacarta con l’accusa di preparare un attentato suicida 8. Ragion per cui Cina e Indonesia stanno consolidando la loro collaborazione in chiave antiterrorismo. Pechino ha accusato in più di un’occasione Ankara di aver fornito passaporti falsi a uiguri per aiutarli a fuggire dal paese e permettere loro di raggiungere la Siria per combattere contro il regime di Baššår al-Asad. Secondo Tong Bishan, capo divisione del dipartimento per l’Investigazione criminale del ministero per la Sicurezza pubblica cinese, una volta raggiunta la Turchia gli uiguri sarebbero venduti come «carne da macello» a gruppi terroristici 9. Pechino sostiene infatti che circa 300 uiguri si sarebbero arruolati nelle file dello Stato Islamico. Inoltre, il Partito islamico del Turkestan starebbe combattendo il regime di Damasco in Siria con l’appoggio della Turchia e dell’Arabia Saudita 10 e circa 3.500 appartenenti a questa minoranza si sarebbero installati in un villaggio vicino a Ãisr al-Šagûr 11. La Cina teme che gli uiguri che combattono in Medio Oriente, sia nel Tip sia nell’Is, possano un giorno far ritorno in Cina per condurre attentati e premere per l’indipendenza del «Turkestan Orientale». Circa un mese fa l’agenzia di stampa Reuters ha pubblicato un reportage sulle pressioni e i ricatti di Pechino ai danni degli appartenenti alla minoranza che vivono negli Stati Uniti, in Europa e in Australia affinché spiino le loro rispettive comunità e i loro leader fuori dai confini della Repubblica Popolare. L’articolo si sofferma su alcuni casi specifici come quello di Monaco in Germania, dove un uiguro è stato processato per spionaggio al servizio dell’intelligence cinese 12. La Turchia, malgrado sia meta privilegiata del flusso migratorio dal Xinjiang, non è curiosamente menzionata. Inoltre, lo scorso gennaio la Cina ha adottato la sua prima legge antiterrorismo. Il provvedimento prevede una serie di novità, tra cui la possibilità per Pechino di effettuare missioni all’estero con il consenso dei «paesi interessati» 13.
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8. «Uighur Arrested by Densus 88 Suspected to Be Preparing for Suicide Bombing», Jakarta Globe, 24/12/2015, goo.gl/HNPwJO 9. B. BLANCHARD, «China Says Uighurs Being Sold as “Cannon Fodder” for Extremist Groups», Reuters, 11/7/2015. 10. G. MEZZOFIORE, «Syria: Saudi-Turkish Alliance Backs “Conquest Army” Rebels to Defeat Bashar al-Assad», Business Times, 7/5/2015, goo.gl/aQVVJg 11. C. LIN, «If Assad Asks, China Can Deploy Troops to Syria», Times of Israel, 19/9/2015, goo.gl/CYmhvL 12. P. MOONEY, D. LAGUE, «Holding the Fate of Families in Its Hands, China Controls Refugees Abroad», Reuters, 30/12/2015, goo.gl/rn22R6 13. «Legge anti-terrorismo della Repubblica Popolare Cinese (2015)», («Zhonghua renmin gongheguo fan kongbu zhuyi fa [2015]»), 27/12/2015, goo.gl/kaNXCj
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
L’Impero del Centro non solo non allenterà la presa sul Xinjiang, ma è formalmente pronto a condurre operazioni all’estero per tutelare i propri interessi. Del resto per Pechino la politica di non interferenza negli affari di altri paesi non implica la passività riguardo i suoi cosiddetti «interessi fondamentali» (hexin liyi): la sovranità dello Stato; la sicurezza nazionale; l’integrità territoriale; la riunificazione nazionale; la stabilità del sistema politico sancito nella costituzione e quella sociale; garanzie di base per assicurare lo sviluppo economico e sociale sostenibile 14. Arginare l’instabilità interna nel Xinjiang è certamente in linea con tali obiettivi. Il governo cinese potrebbe puntare sul parallelismo tra gli uiguri e i curdi in Turchia per suscitare maggiore empatia da parte di Ankara. Oppure, come in passato, potrebbe minacciarla di servirsi di questi ultimi come arma. È rilevante in tale contesto il fatto che gli accademici cinesi stiano dedicando una certa attenzione al caso curdo 15. A ciò si aggiunga che recentemente un cittadino cinese di etnia han si è aggregato all’Unità di protezione popolare (acronimo Ypg), una milizia curda impegnata nella lotta allo Stato Islamico in Siria.
Pechino tra Ankara e Mosca nella crisi siriana La guerra in Siria e in Iraq è un dossier su cui Cina e Turchia sono evidentemente in disaccordo, a prescindere dalla presenza di jihadisti uiguri. Erdoãan vorrebbe veder crollare il regime di al-Asad per fare passi in avanti nei suoi progetti egemonici regionali e limitare le aspirazioni indipendentiste curde. Xi sostiene la politica di non interferenza negli affari interni di Baghdad e Damasco, il raggiungimento di una soluzione pacifica e una maggiore cooperazione internazionale in chiave antiterrorismo. In occasione del recente abbattimento del caccia russo da parte della Turchia, Pechino si è mostrata nuovamente neutrale per non danneggiare gli interessi che la legano a Mosca e ad Ankara. Il portavoce del ministro degli Esteri cinese Hong Lei si è limitato a dire che il governo stava seguendo la vicenda con molta attenzione e che erano necessari ulteriori chiarimenti. Tradotto: in questo momento la Cina non intende mediare tra i due paesi e rimanere coinvolta nella disputa. La strategia «pacifica» di Xi è emersa anche a gennaio durante il suo primo viaggio in Medio Oriente, dove ha visitato Arabia Saudita, Egitto e Iran. Il presidente cinese ha firmato sia con il sovrano Salmån a Riyad sia con Rohani a Teheran un «partenariato strategico globale», concluso importanti accordi energetici e probabilmente invitato i due leader a dialogare per impedire l’escalation tra le due potenze regionali, rispettivamente primo e sesto fornitore di petrolio dell’Impero del Centro. 14. Libro bianco dello sviluppo pacifico cinese (Zhongguo de heping fazhan baipishu), Ufficio informazione del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, 9/2011, goo.gl/nEqPGr 15. «China Sees Potential in Turkey but Lack of Trust still a Problem», Hürriyet Daily, 27/7/2015, goo.gl/hFexRV
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Presunto attentato di matrice uigura a Bangkok (agosto 2015)
Presenza Partito del Turkestan islamico (Tip)
Principali attentati 2013-14 Base addestramento terroristi uiguri Flussi migratori uiguri
Idlib
Latakia
T U R C H I A Kayseri
IRAQ
300 uiguri nelle fle dell'Is in Siraq
SIRIA
Città che ospita un migliaio di uiguri
LE ROTTE DEGLI UIGURI
O c e a n o
Mar Arabico
PA K I S TA N
Nord Waziristan
Baia del Bengala
M YA N M A R
3
X INJIANG
Mar Cinese Meridionale
CAMBOGIA
M A L AY S I A
Belitung
Guangzhou
Pechino
VIETNAM Ho Chi Minh
Kunming LAOS Chiang Rai
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C I N A
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T H A I L A N D I A Bangkok Sa Kaeo Un centinaio di uiguri rimandati in Cina e 170 autorizzati a raggiungere la Turchia Ranong (luglio 2015) Songkhla
Kashi
Ürümqi
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LA CINA E L’OSSIMORO TURCO
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Le potenzialità commerciali delle vie della seta Il commercio è il settore in cui la Cina ha sviluppato una maggiore sintonia con la Turchia. I rapporti economici tra i due paesi si sono notevolmente consolidati dal 2010, quando hanno stabilito una partnership strategica. La Repubblica Popolare è il terzo partner commerciale di Ankara e nel 2014 l’interscambio ha raggiunto i 28 miliardi di dollari, 22 dei quali costituiti da importazioni turche. Inoltre, Pechino considera la Turchia uno snodo fondamentale del progetto infrastrutturale e commerciale «una cintura, una via», che rielabora in chiave moderna le antiche vie della seta terrestre e marittima al fine di collegare l’Impero del Centro all’Europa passando per Asia centrale, Medio Oriente e Africa. Agli occhi della Cina, la Turchia ha tutte le carte in regola per essere un partner commerciale ideale: è una potenza mediorientale di media grandezza; è il punto di raccordo con il Vecchio Continente; è stabile politicamente e, come la Repubblica Popolare, ha un passato imperiale. Non a caso durante il G20 di Antalya, Turchia e Cina hanno sottoscritto una serie di accordi governativi, tra cui uno per la «cooperazione ferroviaria» e un protocollo d’intesa per «l’armonizzazione» del progetto «una cintura, una via» con «l’iniziativa del corridoio di mezzo». Quest’ultimo è il piano di Ankara per sfruttare le vie della seta e collegare il paese all’Asia centrale. Proprio questa regione ha un ruolo fondamentale nelle strategie energetica, commerciale e securitaria della Cina poiché è vicina geograficamente, ricca di idrocarburi e terreno fertile per il terrorismo; usando le parole del generale dell’Esercito popolare di liberazione Liu Yazhou, è «la più sottile fetta di torta donata dal cielo alla Cina moderna» 16. Ankara riconosce l’importanza geostrategica della regione e vorrebbe ricostruirvi nel lungo periodo la sfera d’influenza panturca in linea con la dottrina della «profondità strategica» elaborata nel 2001 dall’attuale primo ministro turco Ahmet Davutoãlu. Un’ipotesi che Pechino certamente non gradisce. Consapevole dell’importanza geostrategica del paese della Mezzaluna, la Cina l’ha coinvolto anche nell’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), la banca per le infrastrutture lanciata da Xi Jinping e diventata pienamente operativa lo scorso 16 gennaio. L’Aiib, considerata l’antagonista della Banca mondiale e dell’Asian Development Bank guidate da Usa e Giappone, include molti alleati di Washington tra cui Regno Unito, Francia e Italia. Un ruolo di rilievo in quest’ambito spetta anche al Silk Road Investment Fund, in cui Pechino ha versato 40 miliardi di dollari per sostenere gli investimenti e i finanziamenti nei paesi che partecipano alle vie della seta. Come confermato dal China Daily, è «una buona notizia per le aziende cinesi che vogliono investire in Turchia»17. 16. J. KUCERA, «China’s Relations in the Asia-Pacific: Central Asia», The Diplomat, 10/2/2011, goo.gl/nazzEi 17. «Turkey Values Silk Road Relationships», China Daily, 30/7/2015, goo.gl/SbXolN
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LA CINA E L’OSSIMORO TURCO
La leva economica di Xi Sul piano economico, la Cina ha il coltello dalla parte del manico. In primo luogo, Ankara ha bisogno dei beni intermedi cinesi; in secondo luogo, integrandosi nei progetti commerciali e infrastrutturali di Pechino può attrarre maggiori investimenti e far crescere la propria economia. Nonostante ciò, la Turchia ha cancellato l’intesa per acquistare il sistema di difesa antimissile made in China, le cui negoziazioni erano cominciate nel 2013. Secondo Ankara, Pechino non avrebbe soddisfatto le sue richieste in merito al trasferimento di know-how, ma è probabile che la pressione degli Stati Uniti e della Nato sia stata determinante nello scoraggiare Erdoãan dal portare a termine l’accordo. La Cina potrebbe usare il suo peso economico per chiedere maggiore collaborazione alla Turchia nella gestione della questione uigura e nella lotta al terrorismo. Il governo di Ankara ha cercato sin qui di sfruttare l’Is per perseguire i suoi interessi in Siria e in Iraq, dichiarando al tempo stesso di opporsi al jihadismo. Tuttavia, gli attentati terroristici avvenuti in Turchia nell’ultimo anno, in particolare quello di gennaio a İstanbul, potrebbero indicare un cambio di tattica da parte dello Stato Islamico, infastidito dal doppio gioco di Erdoãan. Ciò potrebbe spingere Ankara a modificare la sua strategia. Un’ipotesi che Pechino gradirebbe.
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
l’ AMERICA vista dalla RUSSIA
PERCHÉ NOI RUSSI NON RIUSCIAMO A CAPIRCI di Andrej KORTUNOV CON GLI AMERICANI La crisi tra Russia e Stati Uniti è molto peggiore che ai tempi della guerra fredda, perché manca totalmente la fiducia reciproca e la capacità di leggere le mosse altrui. Non bisogna aspettare il successore di Obama ma muoverci subito per impedire il peggio.
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GGI LE RELAZIONI TRA MOSCA E WASHINGTON
stanno vivendo la crisi più profonda di tutta la storia post-sovietica della Russia. Certamente anche in passato la collaborazione russo-americana ha avuto le sue nubi, è stata messa a dura prova dall’intervento americano nell’ex Jugoslavia e in Iraq, dall’allargamento della Nato e dalla guerra nel Caucaso meridionale. Tuttavia la crisi odierna ha un carattere molto più acuto, fondamentale e universale. Con ogni evidenza sarà anche la crisi più lunga degli ultimi decenni. Per il prossimo futuro non si vedono infatti vie d’uscita.
La seconda guerra fredda? Negli ultimi tempi è di moda parlare dell’inizio di una «seconda guerra fredda», facendo un parallelo tra l’odierna contrapposizione tra Mosca e Washington e lo scontro sovietico-americano degli anni Cinquanta-Ottanta del secolo scorso. Un simile parallelo non è corretto: se negli anni della guerra fredda i rapporti tra Cremlino e Casa Bianca costituivano l’asse portante della politica mondiale, nel XXI secolo sono sì un elemento importante, ma assolutamente non determinante nel sistema internazionale globale. Il mondo non è più bipolare e non è possibile ricondurlo a quel rigido canone della guerra fredda. Inoltre, nella contrapposizione russo-americana manca oggi quel fondamento ideologico (comunismo contro democrazia liberale) che aveva determinato la «totalità» del contrasto. Se nel mondo moderno esiste un conflitto antagonista tra civiltà, non è sicuramente tra Usa e Russia, bensì tra liberalismo occidentale e fondamentalismo islamico. Infine la Russia per il suo potenziale resta sì una grande potenza, ma non è più l’Unione Sovietica e non può competere alla pari con gli Stati Uniti in tut-
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PERCHÉ NOI RUSSI NON RIUSCIAMO A CAPIRCI CON GLI AMERICANI
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ti i campi, soprattutto nell’economia e nelle moderne tecnologie. Dal punto di vista economico il paese che più si avvicina a una versione moderna dell’Unione Sovietica non è certo la Russia, ma la Cina (naturalmente con la notevole differenza che oggi tra Usa e Cina esiste una profonda interdipendenza, come mai c’è stata tra Urss e America, che inevitabilmente funge da deterrente nella competizione sino-americana). Questo non significa che lo stato delle relazioni bilaterali sia oggi meno pericoloso di quanto fosse nel periodo della guerra fredda. Al contrario. Nei lunghi decenni di guerra fredda, Mosca e Washington hanno saputo elaborare, concordare e consolidare determinate regole del gioco che hanno consentito di moderare i rischi di uno scontro incontrollato. Grazie a sforzi comuni è stata creata un’intera infrastruttura di canali di comunicazione, di meccanismi di consultazione, di accordi bilaterali e multilaterali, destinati a incrementare la prevedibilità e la governabilità delle relazioni. In altre parole il sistema della guerra fredda era nel complesso un sistema stabile tanto da conservarsi praticamente immutato per un periodo piuttosto lungo. La situazione odierna è ben lontana dalla stabililità. Praticamente tutti i canali di comunicazione tra Mosca e Washington sono interrotti. Il quadro giuridico-negoziale delle relazioni russo-americane si sta sfaldando davanti ai nostri occhi e non c’è un’interpretazione reciprocamente accettabile delle regole del gioco nella politica mondiale. Obiettivamente cresce il rischio di insorgenza di conflitti provocati da casualità, da avarie tecniche o da un’errata interpretazione delle azioni della parte contrapposta. Sempre più spesso invece assumono importanza primaria aspetti psicologici individuali nei rapporti tra i leader dei due paesi. Questo fenomeno diventa particolarmente pericoloso nel quadro di un incremento della generale instabilità del sistema internazionale: i conflitti regionali in costante aumento, l’intensificazione del terrorismo internazionale, la crescente minaccia di diffusione delle armi di distruzione di massa eccetera. Gli eventi dell’ultimissimo periodo nelle relazioni russo-americane consentono di desumere che Mosca e Washington cominciano a capire la portata delle minacce legate alla situazione esistente e alla sua dinamica. È stato compiuto un certo progresso nelle consultazioni bilaterali sull’Ucraina. Si è finalmente sbloccata la cooperazione sulle questioni della transizione politica in Siria. Russia e Usa mantengono la stessa posizione nei confronti del dossier nucleare iraniano – specie dopo la firma del relativo accordo – e della diffusione dell’arma nucleare nella penisola coreana. Tuttavia parlare oggi di stabilizzazione dei rapporti – seppure a un livello minimo – sarebbe palesemente prematuro. Un’ulteriore complicazione è costituita dall’avviata campagna elettorale presidenziale negli Usa, che riduce drasticamente gli orizzonti della pianificazione di politica estera della Casa Bianca e incrementa i fattori di indeterminatezza sia per i partner americani nell’arena mondiale sia per gli oppositori di Washington. Nel complesso, i presupposti per un «gioco al rialzo» nelle relazioni russo-americane sono piuttosto scarsi.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Rifacendoci al noto aforisma di Otto von Bismarck secondo il quale «la politica è l’arte del possibile» proveremo a definire cosa è possibile e cosa è impossibile nei rapporti russo-americani in un prossimo futuro.
Nel campo della fantapolitica: un nuovo ‘reset’? A giudicare dalla situazione, le parti non riusciranno a raggiungere presto l’obiettivo più importante: ripristinare la fiducia reciproca. Nessun incontro al massimo livello, nessuna «diplomazia parallela», nessun accordo su singole, seppur importanti questioni può risolvere il problema di una profonda reciproca diffidenza né cancellare dall’ordine del giorno le numerose pretese e offese reciproche. La fiducia tra Mosca e Washington può essere ristabilita solo sulla base di azioni comuni, della collaborazione nella soluzione di problemi essenziali per entrambe le parti. Ma le probabilità che questa collaborazione si realizzi oggi e in un futuro prossimo sono molto, molto limitate. In secondo luogo Russia e Usa non hanno, e difficilmente avranno, una visione comune degli indirizzi fondamentali dello sviluppo mondiale, delle forze motrici di questo sviluppo, del futuro ordine mondiale, della sorte auspicabile delle organizzazioni internazionali, delle riforme del diritto internazionale eccetera. Tra Cremlino e Casa Bianca esistono profonde differenze nella concezione di quello che è «legale», «giusto», «etico» nella politica mondiale. In questo senso si può constatare «il divario valoriale» tra le élite politiche russe e americane, anche se, a livello dei valori di base delle rispettive società, questo divario non è, a mio parere, poi così profondo. In terzo luogo a causa della mancanza di fiducia e di una visione comune, lo scenario di un altro «reset» delle relazioni russo-americane si presenta irrealizzabile. Indipendentemente da chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca dal gennaio del prossimo anno. Il «reset» è stato possibile in una situazione di convergenza eccezionale di condizioni storiche favorevoli, ma anche in quella convergenza si è esaurito velocemente senza produrre un progresso irreversibile nelle relazioni, né una loro trasformazione qualitativa. Per esempio il trattato Start-3, meritatamente considerato uno dei maggiori successi del «reset», con tutto il suo valore positivo non va al di là della vecchia cultura strategica del periodo della guerra fredda: quel documento sarebbe potuto tranquillamente essere firmato da Leonid Brežnev e Richard Nixon. Oggi, quando le condizioni storiche favorevoli si sono trasformate nel loro opposto, le chance di un nuovo progresso qualitativo sono ancora inferiori. È possibile ipotizzare tre scenari nei quali un progresso positivo nelle relazioni tra Mosca e Washington diventi una prospettiva reale. Il primo scenario è quello di una sconfitta effettiva degli Usa causata da un’eccessiva tensione imperiale, dall’aggravamento del conflitto con la Cina e dalla necessità di ridurre i propri obblighi internazionali. Nel caso del ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente, del significativo indebolimento della Nato, del minore coinvolgimento americano nella
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NICARAGUA
CUBA
BRASILE
VENEZUELA
SIRIA
ARMENIA
BIELORUSSIA
IRAN
PAKISTAN
AFGHANISTAN
UZBEKISTAN
KAZAKISTAN
AMICI E ALLEATI DELLA RUSSIA NEL MONDO
INDIA
TAGIKISTAN
KIRGHIZISTAN
FEDERAZIONE RUSSA
Altri paesi che hanno rapporti strategici con il Cremlino
Sco Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai Membri osservatori
Csto Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva Membri osservatori
Uee Unione Economica Eurasiatica
CINA
MONGOLIA
PERCHÉ NOI RUSSI NON RIUSCIAMO A CAPIRCI CON GLI AMERICANI
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
crisi ucraina, del congelamento del progetto di scudo spaziale in Europa, Mosca potrebbe imporre a Washington la proprie regole del gioco nelle relazioni bilaterali. La probabilità che questo scenario si verifichi è molto, molto limitata. Il secondo scenario è costruito sull’ipotesi contraria di un’eventuale sconfitta geopolitica, o come minimo, di un arretramento strategico della Russia. L’ulteriore riacutizzarsi dei problemi economici, aggravato dal mantenimento del regime sanzionatorio occidentale, la crescita della tensione sociale, il rilancio dell’opposizione politica, tutto questo porterebbe se non a un cambiamento completo del regime politico almeno a una trasformazione radicale dell’attuale politica estera del Cremlino, con la rinuncia a contrastare attivamente l’America e il ritorno al massimo avvicinamento all’Occidente sul modello degli anni Novanta del secolo scorso, anche con grandi concessioni unilaterali da parte di Mosca (convenzionalmente nota come «linea Kozyrev»). Come si può ben immaginare anche la possibilità di questo scenario è prossima allo zero. E infine la terza ipotesi: in un futuro non lontano la Russia e gli Stati Uniti potrebbero scontrarsi con una minaccia di tale portata che, al confronto, le odierne controversie sembreranno inessenziali o almeno non fondamentali. I sostenitori di questo scenario trovano analogie con l’alleanza sovietico-americana negli anni della seconda guerra mondiale quando Josif Stalin e Franklin Delano Roosevelt furono costretti a superare i pregiudizi e le diffidenze reciproche al fine di combattere il comune mortale nemico. Nel ruolo del nazismo hitleriano si propongono diverse minacce attuali: dai catastrofici mutamenti climatici globali all’inarrestabile espansione del terrorismo internazionale. Il terzo scenario a mio parere merita un’attenzione maggiore rispetto ai primi due. Nonostante questo, anch’esso in un prossimo futuro appare poco probabile. Purtroppo la comparsa sulla scena mondiale di una nuova rete terroristica, estremamente pericolosa per tutti, il cosiddetto «Stato Islamico» (Is), per il momento non solo non ha portato a una svolta radicale nelle relazioni russo-americane nel loro complesso, ma non ha neanche favorito una qualche forma di collaborazione sistematica fra i due paesi nella questione concreta. La collaborazione tra Usa e Russia nella lotta all’Is nel migliore dei casi ha un carattere tattico, mentre ciascuna delle parti accusa costantemente l’altra di palese od occulto sostegno al nemico comune. Vorremmo sperare che in futuro questa situazione possa cambiare, ma per il momento non ci sono particolari motivi per essere ottimisti. Che cosa può essere ricondotto alla categoria del «possibile» nelle relazioni russo-americane? Con ogni evidenza, per rispondere a questa domanda bisogna rivolgersi a quelle sfere delle relazioni internazionali in cui il ruolo della Russia e degli Stati Uniti a breve termine resterà significativo e nelle quali, senza un’attiva interazione tra Cremlino e Casa Bianca, ciascuna delle parti si scontrerà con problemi crescenti. È chiaro che il coinvolgimento di Mosca e Washington nella politica globale e nell’economia è asimmetrico, né è uguale il livello della loro influenza su queste o quelle sfere delle relazioni internazionali. Tuttavia i settori in cui gli interessi si incrociano sono piuttosto vasti.
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PERCHÉ NOI RUSSI NON RIUSCIAMO A CAPIRCI CON GLI AMERICANI
Gli imperativi degli interessi comuni
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Prima di tutto, nonostante le opinioni divergenti sul futuro ordine mondiale, Russia e Usa non sono interessate all’annientamento totale e radicale dell’attuale assetto. Entrambe le potenze restano attori orientati nel complesso a mantenere lo status quo globale. In un nuovo ordine mondiale, qualunque forma possa assumere, il ruolo di Mosca e di Washington sarà meno significativo di quello esistente. Per questo la collaborazione russo-americana per la tutela «dell’impianto portante» del sistema internazionale mondiale (in primo luogo il sistema Onu) con ogni evidenza proseguirà. Entrambi i paesi sono interessati ad ampliare l’agenda del G20. Rimangono poi le possibilità di una collaborazione positiva, seppur limitata, tra i due paesi nella tutela e nello sviluppo delle organizzazioni regionali (per esempio Osce, Apec o Consiglio Artico). È altresì evidente che Russia e Usa sono e saranno unite dal comune interesse di evitare un conflitto nucleare. Nonostante l’importanza dell’arsenale nucleare di paesi terzi, oggi nel mondo, così come negli anni della guerra fredda, esistono solo due superpotenze nucleari e questa situazione rimarrà tale come minimo fino alla metà del XXI secolo. Tanto più che Mosca e Washington hanno già avviato un nuovo round nella corsa agli armamenti nucleari che acquisisce una propria logica e un proprio cospicuo abbrivio in entrambi i paesi. Non è difficile prevedere che le parti tentino di limitare in qualche modo gli indirizzi più costosi e destabilizzanti della competizione militare. Per questo in una prospettiva a medio termine è assolutamente probabile il ripristino di meccanismi di controllo sugli armamenti. Facendo una molto approssimativa analogia con i tempi della guerra fredda è possibile supporre che Mosca e Washington si trovino in una situazione uguale a quella della fine degli anni Sessanta del secolo scorso (all’indomani dell’incontro di Glassboro tra Aleksej Kosygin e Lyndon Johnson, nel giugno 1967): la necessità di un controllo bilaterale sulle armi nucleari era già evidente, ma lo scenario esterno poco favorevole – l’escalation nella guerra del Vietnam, i fatti della Cecoslovacchia nel 1968 – impedirono ancora per qualche anno di avviare negoziati sostanziali. Gli interessi russi e americani coincidono anche nel contrasto della diffusione delle armi di distruzione di massa e nella lotta al terrorismo internazionale. Ricordiamo che un’attiva collaborazione bilaterale nelle questioni delle armi chimiche siriane e del dossier nucleare iraniano è proseguita anche nei momenti più aspri della crisi ucraina. Certamente la mancanza di fiducia reciproca limiterà la portata e la profondità della collaborazione. E tuttavia questa collaborazione si evolverà sicuramente soprattutto nel caso di un ulteriore attivismo dei gruppi terroristici sul territorio dei due paesi («effetto 11 settembre»). Gli Usa e la Russia sono rispettivamente il primo e il secondo esportatore mondiale di armi. I rapporti in questo ambito saranno prevalentemente basati sulla concorrenza. Ma l’obiettivo di regolare il mercato delle armi resta di attua-
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
lità per entrambi i paesi. La mancanza di meccanismi efficaci di regolazione può provocare gravi conseguenze negative per gli interessi americani e russi. A causa di alcune circostanze storiche, economiche, geografiche e di altra natura, Mosca e Washington sono rimaste coinvolte in numerosi conflitti scoppiati lungo l’arco d’instabilità eurasiatico: dai Balcani e dal Medio Oriente all’Afghanistan e alla penisola coreana. Le strategie russa e americana nelle concrete crisi regionali sono ben lungi dal coincidere completamente, ma una sfera di interessi comuni o coincidenti senza dubbio esiste. Per esempio è estremamente improbabile che Mosca si sia posta l’obiettivo di estromettere Washington dal Medio Oriente visto che l’esito più probabile di un ritiro americano dalla regione sarebbe la distruzione degli equilibri regionali, la disintegrazione degli Stati e la creazione di un vuoto che sarebbe colmato dal’estremismo politico. Ci sono altri evidenti punti di incontro degli interessi dei due paesi. I territori di Usa e Russia rimangono quelli con la più grande immigrazione al mondo. Un efficace regime internazionale di gestione dei flussi migratori è impossibile senza un’attiva collaborazione russo-americana nel formato bilaterale o multilaterale. I nostri due paesi sono tra i leader mondiali nella produzione di risorse energetiche. Hanno grande responsabilità nei cambiamenti climatici globali. L’azione complessiva dei due paesi sui mercati mondiali dell’alimentare non è meno importante. Si può supporre che la collaborazione di Russia e Stati Uniti (o la mancanza di questa collaborazione) diventerà uno dei fattori determinanti per il successo o il fallimento della comunità mondiale nella lotta con la ciber-criminalità transnazionale.
Da dove iniziare? Si ritiene che un qualsiasi progresso nelle relazioni russo-americane sia possibile solo dopo che a Washington si sarà insediata una nuova amministrazione, cioè non prima del gennaio 2017. Di fatto, se si calcolano anche i tempi necessari alla formazione di una nuova squadra presidenziale, ogni iniziativa di rilievo deve essere rinviata all’estate se non addirittura all’autunno del prossimo anno. Quanto è giustificato questo approccio attendista? In primo luogo non è il caso di attribuire troppa importanza alle controversie tra partiti nell’elaborazione e nella attuazione della politica estera degli Usa. La nuova amministrazione americana (soprattutto se le elezioni saranno vinte dal Partito repubblicano) si distinguerà dalle precedenti per stile, soluzioni tattiche ma non per visione degli interessi nazionali fondamentali. Non sarà comunque possibile girare pagina, fare tabula rasa e iniziare un nuovo capitolo delle relazioni tra Mosca e Washington. Al contrario, tanto più sostanzioso sarà l’operato positivo che erediteranno i successori di Barak Obama, tanto più facile sarà fare passi avanti. L’«argomento Russia», nella misura in cui sarà presente nella fase finale della campagna elettorale nell’estate e nell’autunno di quest’anno, avrà purtroppo un
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corollario negativo per Mosca: si perderà tempo a discutere di quanta ingenuità e mollezza abbia dimostrato l’amministrazione Obama nei rapporti con i vertici russi. Per questo sarebbe nell’interesse del futuro sviluppo delle relazioni bilaterali smorzare il più possibile questo argomento ottenendo un progresso anche simbolico in due importantissime direzioni: Siria e Ucraina. Inoltre la situazione internazionale in rapida evoluzione fa sì che qualsiasi interruzione del dialogo russo-americano costituisca un inqualificabile lusso. È assolutamente evidente che ogni interruzione porterebbe a un ulteriore aggravamento delle situazioni di crisi in diverse regioni del mondo, a un aumento del rischio di uno scontro militare diretto tra Usa e Russia, al rafforzamento in entrambi i paesi delle posizioni dei sostenitori dello scontro. Il tempo gioca a nostro sfavore. Su cosa converrebbe cominciare a lavorare in un futuro il più possibile prossimo? In primo luogo è necessario ripristinare il dialogo russo-americano a tutto campo (o almeno il più ampio campo possibile nelle condizioni attuali). A livelli diversi e con attori diversi: dai militari ai parlamentari, dai funzionari statali ai rappresentanti dei servizi segreti. La ripresa del dialogo non è un cedimento di una delle parti all’altra né tantomeno sottintende un’approvazione della politica dell’altra parte. La mancanza di dialogo invece produrrà inevitabilmente sfiducia e paure e produrrà altri rischi. In secondo luogo è oltremodo importante mitigare i toni della retorica ostile, almeno a livello ufficiale. Infatti questa retorica ispira i cliché utilizzati poi dai mass media, influenza l’opinione pubblica, fa appello a obsoleti complessi e a oscuri istinti di identità nazionale. Inoltre acquisisce una propria logica e un proprio cospicuo abbrivio dai quali è sempre più difficile fare marcia indietro. In terzo luogo è necessario tutelare al massimo gli aspetti positivi superstiti delle relazioni russo-americane dall’azione negativa esercitata dalla crisi attuale. Questo riguarda per esempio la collaborazione bilaterale sui problemi dell’Artico, alcuni progetti scientifici prioritari per entrambi i paesi, il partenariato tra università o la collaborazione tra municipalità dei due paesi. Sarà certamente difficile isolare completamente tutti questi aspetti dal generale contesto politico negativo, ma tentare di farlo è possibile e necessario. In quarto luogo l’alto livello dello scontro russo-americano può essere abbassato con la partecipazione di entrambi i paesi a formati multilaterali, quali G20, Apec, istituzioni economiche e finanziarie internazionali. Non è casuale che proprio in un formato multilaterale sia stato ottenuto un progresso nella soluzione del problema nucleare iraniano; i negoziati con la Corea del Nord si svolgono in formato multilaterale così come quelli sulla Siria. Questo formato consente ad entrambe le parti di mostrare maggiore flessibilità, evitando la visibilità dei cedimenti unilaterali e basandosi sul consenso multilaterale. Al quinto posto, di grande rilevanza, dovrebbe esserci, anche se non è facile, il rilancio e lo sviluppo del dialogo tra le società civili russa e americana. Da questo punto di vista probabilmente entrambe le parti potrebbero apportare alcune modifiche alle loro posizioni: la Russia potrebbe rinunciare a considerare
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
ogni organizzazione no-profit americana un ennesimo strumento nelle mani del Dipartimento di Stato o della Cia, mentre gli Stati Uniti potrebbero smettere di ridurre la società civile russa all’esiguo numero dei suoi tradizionali partner che non di rado tendono a un’opposizione politica antisistema. In sesto luogo un obiettivo di grande attualità è quello di rafforzare e sviluppare la russistica negli Usa e l’americanistica in Russia. Le associazioni professionali in entrambi i paesi soffrono da tempo di notevoli difficoltà economiche alle quali oggi si aggiunge anche un contesto politico distorsivo. Il confine tra un esperto e un propagandista, tra scienza accademica e pubblicistica pseudoscientifica è spesso labile. Analisi indipendenti qualitativamente inferiori oppure una scarsa richiesta di seri approfondimenti analitici riducono le chance di far confluire le relazioni russo-americane in un alveo costruttivo. L’uscita dalla crisi attuale nelle relazioni russo-americane non è prospettiva troppo vicina. Nelle condizioni odierne l’obiettivo più urgente deve essere quello di modificare la dinamica della crisi da negativa a positiva. Questo creerà le condizioni preliminari necessarie per impostare obiettivi più ambiziosi nella prossima fase. (traduzione di Marina Bottazzi)
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
la CINA vista dalla
RUSSIA
RUSSIA E CINA AMICI-NEMICI
di Vasilij KAŠIN
In Asia centrale Mosca e Pechino alternano rivalità e collaborazione su molti fronti, a cominciare dall’economia. La geografia dei commerci e la minaccia terroristica. La prospettata invasione cinese è un mito: la vera incognita resta la sicurezza.
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1. A QUESTIONE DELLA NATURA DELLE relazioni russo-cinesi nel campo della sicurezza acquisisce una rilevanza particolare nella misura in cui la Repubblica Popolare Cinese assume il ruolo di grande potenza non solo nella dimensione economica, ma anche in quella politico-militare. L’attenzione per la collaborazione russo-cinese è cresciuta soprattutto all’inizio della crisi ucraina e dopo che Mosca ha lanciato la sua politica di «svolta a oriente». In termini generali, la complessa storia delle relazioni russo-cinesi nel campo della sicurezza porterebbe a concludere che un vero partenariato tra Mosca e Pechino sia impossibile. L’Occidente, seguendo un’antica tradizione, persiste nel travisare e sopravvalutare le paure russe rispetto alla Cina. Questo fenomeno si spiega in gran parte con un’inadeguata conoscenza dell’Estremo Oriente russo e della natura della politica estera cinese. Naturalmente, la possibilità che la Cina, in determinate circostanze, diventi fonte di minaccia militare alla sicurezza della Russia non può essere completamente esclusa. Entrambi i paesi elaborano piani militari e politici da attuare nel caso di tale deterioramento delle relazioni. Si tratta comunque di uno scenario ipotetico molto improbabile. Tra l’altro, dagli anni Novanta le parti hanno ottenuto grandi successi nel rafforzamento della fiducia in campo militare. Nel 1997 la Cina e quattro Stati post-sovietici – Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan – hanno firmato un accordo sulla riduzione delle truppe nella zona di confine. L’accordo prevede la limitazione del numero di effettivi nella striscia di 100 chilometri lungo il confine e introduce un efficace meccanismo di reciproche ispezioni militari. Oltre allo scambio regolare di delegazioni militari e alle esercitazioni congiunte, c’è un buono scambio di informazioni relativamente alle condizioni e alle prospettive di sviluppo delle rispettive Forze armate.
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RUSSIA E CINA, AMICI-NEMICI
Nel complesso, uno scontro diretto tra Russia e Cina resta poco probabile. Questa minaccia non svolge un ruolo determinante nell’elaborazione della politica russa. D’altra parte, il futuro ruolo della Russia nel processo di inevitabile crescita geopolitica della Cina è oggetto di discussioni e di scontro diplomatico. 2. Non solo in Occidente, ma spesso anche in Russia è invalsa l’abitudine di considerare le zone della Siberia e dell’Estremo Oriente, al confine con la Cina, una riserva gigantesca e quasi disabitata di favolose ricchezze naturali. Si parte dal presupposto che tali ricchezze, che susciterebbero l’invidia dei vicini e quindi il desiderio di impossessarsene o di metterle sotto controllo, siano toccate alla Russia a seguito degli accordi del XIX secolo, spesso definiti «ineguali» in Cina. Simili opinioni compaiono non di rado sulle pagine di pubblicazioni americane. «La Cina ricorda ancora le vecchie offese geopolitiche ricevute dalla Russia. Perché la Cina dovrebbe comprare merci dal Priamur’e (Manciuria esterna), la regione consegnata alla Russia nel XIX secolo a seguito di una serie di trattati umilianti che la Russia impose alla Cina?», scrive la politologa Lilija Ševcova sulle pagine di The American Interest 1. L’amara verità è invece che le risorse naturali trasformabili e richieste dal mercato si trovano soltanto in una piccola parte della Siberia e dell’Estremo Oriente e sono quasi completamente assenti dal Priamur’e. I grandi giacimenti di gas e petrolio della Russia sono a migliaia di chilometri dalla frontiera cinese, soprattutto nella Siberia occidentale. La distanza geografica dei giacimenti russi, insieme a condizioni ambientali estreme, è l’ostacolo essenziale ai progetti della parte russa di incrementare celermente le esportazioni in Cina: ogni nuovo progetto di export richiede molti miliardi di investimenti e implica enormi rischi tecnici. Solo una fascia relativamente stretta di poche centinaia di chilometri lungo la frontiera cinese è adatta all’agricoltura, ma anche qui la produttività non sarebbe molto alta. Anche nella provincia del Primorie, la regione con il clima più clemente dell’Estremo Oriente russo, la temperatura invernale, in gennaio, oscilla tra -8 e -18 gradi centigradi nell’area costiera, mentre nelle zone interne raggiunge facilmente i -40. I territori russi confinanti con la Cina sono dunque un’area con condizioni climatiche estreme e per giunta povera di risorse naturali. Il clima severo, unitamente al rapido incremento del tenore di vita in Cina e al processo avviato nel 2012 di riduzione della forza lavoro (la popolazione dai 15 ai 59 anni secondo la concezione cinese), smentiscono anche le paure di un’espansione demografica cinese in Siberia e nell’Estremo Oriente. Nel complesso i cinesi non ardono dal desiderio di trasferirsi in quelle terre aspre e povere. Il numero di cinesi residenti in Russia per un periodo relativamente lungo si limita a poche centinaia di migliaia di persone (secondo la maggioranza delle sti-
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1. L. ŠEVCOVA, «Bad Romance», Brookings Institution, 15/7/2015.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
me non si superano le 400 mila unità 2), la gran parte dei quali non vive in Estremo Oriente, ma nelle regioni più ricche e popolose della Russia europea. Nonostante l’attuale crisi economica, il pil pro capite russo, a parità di potere d’acquisto, rimane due volte superiore a quello cinese. In termini nominali invece, dopo la grande svalutazione del rublo iniziata nel 2014, il pil della Russia e quello della Cina sono quasi alla pari, mentre nelle grandi città cinesi gli stipendi, espressi in dollari, sono superiori a quelli russi. Questo fatto spegne gli ultimi stimoli di una migrazione di massa di cinesi in Russia. In un futuro prossimo la diaspora cinese, essenzialmente occupata nei servizi di supporto alle relazioni economiche bilaterali o nelle piccole imprese (ristoranti, medicina orientale eccetera), sarà numericamente limitata e non avrà alcun ruolo politico. Le caratteristiche geografiche dell’Estremo Oriente russo sono tali per cui se i cinesi volessero impadronirsi delle ricche risorse della regione sarebbero costretti a penetrare nel territorio russo per migliaia di chilometri, attraversando luoghi accidentati e disabitati con un clima estremamente ostile e quasi privi di infrastrutture. Una tale impresa sarebbe tecnicamente complessa anche nel caso non incontrasse una resistenza organizzata. Se poi si pensa al fatto che la Russia è una potenza nucleare e possiede Forze armate convenzionali tra le più forti al mondo, risulta evidente che per la Cina il rischio di uno scontro militare con la Russia non porterebbe alcun vantaggio sostanziale. 3. La visione cinese delle relazioni ideali con la Russia si ispira al modello dei rapporti tra Canada e Stati Uniti, nell’ambito dei quali la Russia svolgerebbe il ruolo di affidabile retrovia e fornitore sicuro delle più importanti materie prime in Cina. I vertici cinesi sono preoccupati per la dipendenza del loro paese dall’unica linea marittima di comunicazione che collega la Cina al Medio Oriente, all’Africa e all’Europa. Il precedente leader cinese Hu Jintao definì questa dipendenza dell’economia cinese dalla navigazione attraverso il Mar Cinese Meridionale, lo Stretto di Malacca e l’Oceano Indiano «il dilemma Malacca». Per questa rotta la Cina importa infatti gran parte delle risorse energetiche ed esporta una parte considerevole della propria produzione. Lo sviluppo della collaborazione economica con la Russia e i paesi post-sovietici dell’Asia centrale consente di contenere questa dipendenza. La Cina tenta di importare una parte significativa delle materie prime – risorse energetiche, prodotti minerari e alimentari – direttamente dai fornitori lungo rotte terrestri che non possono essere chiuse o bloccate da nessuna potenza straniera. Parallelamente, cerca di creare corridoi terrestri supplementari che potrebbero collegarla al Medio Oriente e all’Europa ed essere utilizzati in caso di crisi. Pechino tende inoltre a legare economicamente a sé il più possibile le ex repubbliche sovieti2. A.G. LARIN, Immigrati cinesi in Russia. Storia e attualità, (Kitajskie migranty v Rossii. Istorija i sovremennost’), Istituto dell’Estremo Oriente dell’Accademia russa delle scienze, 2009, Libro d’Oriente, p. 151.
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che, al fine di garantirsi la sicurezza dei confini settentrionali e l’accesso a risorse d’importanza strategica anche nel caso di un brusco peggioramento delle sue relazioni con l’Occidente. L’iniziativa globale di Xi Jinping, nota come «Cintura economica della via della seta», è finalizzata essenzialmente al raggiungimento di questi obiettivi. Oggi la sfida principale che la politica russa deve affrontare in Oriente non consiste nel contrastare le immaginarie minacce provenienti dalla Cina, bensì nel cercare forme di collaborazione che aiutino la modernizzazione della Russia senza comportare un’eccessiva dipendenza dalla Cina stessa. L’attuale scontro con l’Occidente e la politica americana di isolamento della Russia – politica estesa anche all’Asia orientale – rende più difficile, anche se non impossibile, il raggiungimento di questo obiettivo.
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4. La crescita della presenza economica cinese in Asia centrale suscita una certa preoccupazione a Mosca. Al contempo, Russia e Cina non possono considerarsi assoluti concorrenti in questa regione. Per gli Stati dell’Asia centrale la Cina è il paese più vicino e il suo mercato offre maggiori prospettive per la vendita di materie prime. La Russia non solo non necessita delle materie prime centroasiatiche, ma fa concorrenza ai paesi della regione sul mercato cinese. Per esempio, la possibilità che hanno i cinesi di acquistare gas a basso prezzo in Turkmenistan è una delle cause del rallentamento delle trattative tra Russia e Cina sulla fornitura di gas lungo la cosiddetta rotta occidentale (i 50 chilometri del confine russo-cinese sui monti dell’Altaj). Un errore sovente commesso nell’analisi della politica russa e cinese in Asia centrale è quello di considerare i paesi dell’area come oggetti passivi della politica delle grandi potenze. Tanto più che tutti i paesi della regione, soprattutto Kazakistan e Uzbekistan, conducono un’attenta e abile politica di equilibrio tra Russia, Cina e paesi occidentali. In questa politica vedono la garanzia della propria sopravvivenza politica e del proprio sviluppo economico. La completa dipendenza da una grande potenza, sia questa la Cina, la Russia o gli Stati Uniti, è il vero incubo delle élite regionali. A razionali considerazioni politiche si affiancano paure irrazionali. I popoli della regione, in particolare kazaki e kirghizi, hanno una storia molto complessa e dolorosa di relazioni con la Cina. I timori dell’espansione cinese, estremamente diffusi in numerosi paesi lungo i confini del Celeste Impero, si esprimono in maniera particolarmente acuta in Asia centrale non solo in ampi strati della popolazione, ma anche tra i funzionari statali e i rappresentanti del mondo accademico e intellettuale. Molti di loro tendono perfino a considerare l’azione cinese in un’ottica cospirativa, sospettandola di aspirare in ultima analisi ad assorbire i paesi vicini. Il mutato ruolo della Russia nella regione dopo la dissoluzione dell’Urss è dunque un processo inevitabile nell’ambito del quale Mosca si trasforma da potenza dominante nella regione in uno dei poli di attrazione. Per esempio, negli
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ultimi anni la Russia è stata il maggior esportatore verso il paese più sviluppato dell’area, il Kazakistan (più del 30% dell’import), ma è solo il quinto importatore di prodotti kazaki (circa il 6%). La Cina è il maggior investitore nell’economia del Kazakistan: all’inizio del 2015 gli investimenti cinesi nel settore gas-petrolifero e in una serie di altri comparti economici del paese ammontavano a ben 22 miliardi di dollari. Parallelamente, in Kazakistan rimangono gli investimenti russi sia nel settore delle materie prime sia nella sfera dei servizi (per esempio nel mercato della telefonia mobile, dove la russa BeeLine è il secondo operatore del paese). In Kazakistan operano uffici e filiali delle maggiori banche russe e il paese è membro sia dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto) sia dell’Unione Economica Eurasiatica, entrambe a guida russa. Non bisogna poi dimenticare che per i paesi centrasiatici più poveri, come l’Uzbekistan, il Kirghizistan e il Tagikistan, la Russia svolge l’insostituibile ruolo di mercato del lavoro. Secondo la Banca mondiale, le rimesse dei migranti (che lavorano soprattutto in Russia) costituiscono quasi il 50% del pil tagiko e il 32% di quello kirghizo 3. Nonostante l’evidente incremento dell’influenza cinese, non è dunque il caso di parlare di espulsione della Russia dalla regione. Per molti versi Russia e Cina si completano a vicenda, anche se in alcuni settori la concorrenza è feroce. 5. Il coordinamento tra i progetti dell’Unione Economica Eurasiatica e l’iniziativa cinese della «Cintura economica della via della seta» è previsto da un’apposita dichiarazione firmata dal presidente cinese Xi Jinping e dal presidente russo Vladimir Putin nel maggio 2015. Tuttavia, attuare questo obiettivo resta cosa molto complessa. Continua la concorrenza per i progetti remunerativi nel settore energetico e minerario. Nonostante l’annunciata disponibilità a limitare la concorrenza della «via della seta» ai progetti russi di integrazione, i cinesi non di rado tentano di sfruttare le attuali difficoltà russe per conquistare privilegi unilaterali. La Cina si è detta favorevole all’Unione Economica Eurasiatica, ma in realtà la sua azione è sempre volta ad aggirarne i meccanismi, nel tentativo di risolvere ogni possibile questione bilateralmente con i singoli suoi membri. Non bisogna poi dimenticare che per la Russia, come per la Cina, gli interessi strategici e geopolitici in Asia centrale prevalgono su quelli strettamente economici. Per la Cina si tratta della stabilità del Xinjiang, la regione autonoma degli uiguri, dove negli ultimi anni si registra una tendenza al peggioramento. Inoltre, la minaccia terroristica dal Xinjiang si diffonde gradualmente alle aree interne della Cina (per esempio il grave attentato terroristico alla stazione di Kunming, organizzato dagli estremisti uiguri il 1° marzo 2014). La Cina in passato si è già scontrata con gli estremisti uiguri in Asia centrale: nel 2002 perse la vita a Bishkek il primo segretario dell’ambasciata cinese, Wang Jianping, insieme a un 3. M. MALYKHIN, «La Russia è al quinto posto per numero di lavoratori immigrati», («Rossija vkhodit v top-5 po 0islu inostrannykh trudovykh migrantov»), 16/4/2015.
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suo collaboratore, mentre nel 2003 fu ucciso un gruppo di piccoli commercianti cinesi diretti a un bazar kirghizo. La Cina ha ottenuto dai governi centrasiatici piena collaborazione nella lotta all’estremismo, ma in caso di destabilizzazione gli Stati della regione potrebbero diventare delle basi per il separatismo uiguro. Per la Russia la situazione in Asia centrale è particolarmente sensibile a causa dell’esteso e quasi indifeso confine con il Kazakistan e della consistente presenza in Russia di lavoratori centrasiatici. Mosca dipende dalla collaborazione con i governi della regione nelle questioni che riguardano il contrasto al terrorismo e ai diversi tipi di criminalità. La destabilizzazione della regione è dunque un incubo per la Russia come per la Cina. Mosca e Pechino monitorano attentamente la situazione e non scartano la necessità di un’operazione comune per ripristinare l’ordine, nel caso questo venga meno. All’elaborazione di questa operazione sono dedicate le esercitazioni militari congiunte Missione di pace che si svolgono ogni anno dal 2005. L’importanza dell’Asia centrale per la sicurezza russa e cinese implica che, nonostante la concorrenza economica, i due paesi evitino di «far traballare la barca» e tengano sotto controllo le proprie contraddizioni. Oltre all’estremismo religioso, anche l’attività di «esportazione della democrazia» degli Stati Uniti e di alcuni loro alleati è considerata una seria minaccia. La catastrofica «rivoluzione dei tulipani» organizzata con il sostegno americano in Kirghizistan nel 2005 è la dimostrazione concreta che questi timori sono giustificati. Alla «rivoluzione» sono seguiti un forte indebolimento dello Stato kirghizo, una prolungata crisi politica ed economica, un nuovo colpo di Stato nel 2010 e un terribile conflitto etnico nelle regioni meridionali che ha quasi spaccato il paese. La situazione è stata miracolosamente risolta senza che si consolidasse una nuova «zona calda» sulla carta del mondo. In conclusione, Russia e Cina intrattengono in Asia centrale complessi e diversificati rapporti di collaborazione e concorrenza ed entrambi i governi si sforzano di tenere sotto controllo la situazione. Mosca ritiene che Pechino persegua obiettivi globali in linea con il suo peso economico. La Russia non può aspirare al ruolo di leader mondiale, ma è convinta che il progresso cinese le creerà nuove opportunità. Nel 2011 Vladimir Putin, allora primo ministro, fornì l’interpretazione più esplicita di questo problema: «A quanti tentano di confonderci con la minaccia cinese (e di norma si tratta dei nostri partner occidentali) ho detto molte volte: nel mondo moderno, per quanto possano essere ambite le risorse minerarie della Siberia orientale e dell’Estremo Oriente, non sono queste l’oggetto principale dello scontro. La vera posta in gioco è la leadership mondiale e su questo non abbiamo intenzione di litigare con la Cina. In questo campo la Cina ha altri concorrenti. E dunque se la vedano tra loro». (traduzione di Marina Bottazzi)
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
MOSCA, BERLINO E IL RITORNO DELLA GEOPOLITICA
la GERMANIA vista dalla RUSSIA
di Fëdor LUK’JANOV
Con la crisi ucraina il rapporto russo-tedesco ha riacquisito una dimensione strategica. La Germania deve congelare la ‘relazione speciale’ con il Cremlino per salvare un’Europa di cui ha bisogno. Ma i due paesi sono destinati a parlarsi.
Q
1. UANDO, NELLA PRIMAVERA DEL 2011, LE relazioni tra la Russia e l’Occidente presero una brutta piega, ad amareggiare il Cremlino fu in particolare la reazione di una capitale europea: Berlino. Il rapporto russo-tedesco è stato un elemento stabile nel quadro europeo per gran parte della guerra fredda e del periodo ad essa successivo. Mosca credeva di poter fare affidamento in quasi ogni circostanza sulla Germania come mediatore, come ponte tra le élite dell’«Europa allargata». Con grande sorpresa russa, invece, Berlino ha assunto una posizione molto dura sulla Crimea e sulla crisi ucraina in generale. Gli interessi della grande impresa tedesca, che hanno sempre esercitato forte influenza sul governo, non sono stati chiaramente articolati, oppure sono stati del tutto ignorati. Perché Mosca si aspettava che la Germania si mostrasse più cauta? La risposta sta nella storia postbellica. Il Comitato per le relazioni economiche con l’Europa orientale, un’influente associazione di imprese con interessi nei mercati a est della Germania, fu fondato nel 1952, tre anni prima che fossero stabilite relazioni diplomatiche ufficiali tra l’Unione Sovietica e la Germania. La logica di questa mossa era piuttosto chiara. La Germania occidentale si stava lentamente riprendendo dalla devastante sconfitta nella seconda guerra mondiale e dalla conseguente divisione del paese. Si trovava sotto la tutela delle potenze vincitrici, decise a far sì che il paese non potesse mai più minacciare la pace. Avendo appreso le tragiche lezioni degli anni Venti, tali potenze necessitavano di una Germania prospera, ma impossibilitata a rivolgere la sua prosperità contro altre nazioni. Sicché alla Germania fu consentito di espandersi economicamente solo verso est, perché nessuno voleva un altro concorrente sui mercati occidentali. Non stupisce quindi che malgrado l’assenza di relazioni diplomatiche e l’orribile eredità del conflitto, le imprese della
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MOSCA, BERLINO E IL RITORNO DELLA GEOPOLITICA
Germania Ovest, appena all’inizio del miracolo economico, guardassero con interesse territori dove all’epoca i tedeschi non erano esattamente ben visti. Quell’intuizione si rivelò giusta. Le relazioni economiche tra la Germania e l’Unione Sovietica cominciarono a intensificarsi negli anni Sessanta, portando agli accordi strategici per la costruzione di gasdotti verso l’Europa occidentale indirizzati principalmente alla stessa Germania, con le cui tecnologie furono in gran parte realizzati. I cambiamenti politici seguirono. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, il cancelliere socialdemocratico Willy Brandt proclamò la sua nuova Neue Ostpolitik (nuova politica orientale), che non solo sanciva la definitiva riconciliazione con i paesi colpiti dall’aggressione nazista, ma trasformò Bonn nel principale partner di Mosca in Europa. Conseguentemente, pur rimanendo un fedele membro della Nato e il principale alleato dell’America, la Germania agì da intermediario con l’Urss, anche all’apice della guerra fredda, provando a convincere Washington che la cooperazione energetica tra l’Europa e Mosca non costituiva una minaccia per le posizioni americane. Così vennero stabilite le relazioni tra la Russia e le Comunità europee e questa stretta interdipendenza ha verosimilmente consentito di evitare (o almeno di attenuare) molte crisi, che altrimenti avrebbero potuto produrre esiti assai gravi.
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2. La quasi indolore riunificazione tedesca nel 1989-90, che incidentalmente fu sostenuta dall’Unione Sovietica molto più che dagli alleati della Nato, fu resa possibile in gran parte da tale assetto economico. Nel periodo post-sovietico la situazione non è cambiata granché, laddove Berlino ha condiviso spesso le posizioni russe. Le relazioni con Mosca sono troppo importanti per le imprese tedesche, specie ora che l’Europa naviga in acque agitate e tutti i paesi europei cercano sostegno e legami privilegiati con partner promettenti. All’inizio di questo decennio, la Germania stava infatti considerando diverse forme di «riavvicinamento attraverso l’integrazione» (Annäherung durch Verflechtung), malgrado le crescenti tensioni. Quando divenne chiaro (già nei tardi anni Duemila) che i rispettivi valori erano inconciliabili, la Russia tentò di stabilire relazioni simili a quelle esistenti tra l’Urss e il blocco occidentale nel periodo della deterrenza, ma in una forma più avanzata. I legami economici e politici con la Germania Occidentale erano divenuti piuttosto consistenti nel corso degli anni Settanta, ma a nessuno venne mai in mente di subordinarli alla forma del sistema sociale e statuale sovietico. Era infatti chiaro a tutti che l’Unione Sovietica aveva un sistema completamente diverso e che sarebbe stato futile discuterne (anche dopo la firma del primo Atto finale di Helsinki, che per la prima volta introduceva i diritti umani nella geopolitica europea). Archiviata la stagione dei «valori comuni», il Cremlino intendeva dunque ripristinare un modello di relazione in cui l’Occidente prendesse atto che i valori russi sono diversi dai suoi e non li mettesse in discussione, riconoscendo al contempo che la Russia era parte integrante dell’economia globale e intendeva pro-
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seguire il proprio cammino di integrazione in essa. Fino alla crisi ucraina Putin riteneva che i puri interessi economici avrebbero surclassato tutte le considerazioni ideologiche, come avevano fatto per sessant’anni. Per questo agli incontri con i politici preferiva quelli con gli imprenditori, che tendono a discutere di questioni concrete. Ma nel 2014 è cambiato tutto. Gli sviluppi in Ucraina hanno spostato il confronto dal divario dei valori e dei termini d’integrazione su un terreno molto più classico e duro: la sicurezza. La competizione tra progetti socioeconomici si è quindi trasformata in confronto geopolitico. Gli interessi tedeschi, articolati in termini economici dalla fine della guerra fredda, improvvisamente hanno riacquistato una dimensione strategica. Allo scoppio della crisi ucraina, la Germania era pronta a guidare la trasformazione e il rafforzamento dell’Unione Europea. Berlino è così divenuta il luogo in cui si decidono i destini dell’Europa e i drastici cambiamenti nel rapporto con la Russia sono solo un aspetto di questo processo. Quando nel maggio 2010 il presidente tedesco Horst Köhler disse in un’intervista radiofonica che le operazioni militari fuori dai confini nazionali (come quella in Afghanistan) erano necessarie anche perché la Germania è un paese esportatore e deve difendere i propri interessi economici, come la libertà delle rotte commerciali, le sue dichiarazioni fecero scalpore. Köhler si dimise. Dopo la seconda guerra mondiale, ai tedeschi è proibito avere interessi propri, men che meno accarezzare l’idea di difenderli militarmente. Oggi è ancora così. Eppure, tutti parlano di «nuova responsabilità» e di un attivismo in tutti i campi: in questi discorsi, l’idea che l’Europa sia un’estensione della Germania non è esplicita, ma è ben presente. 3. Il periodo tra il 2010 e il 2015, che ha visto la crisi del debito e quella dell’Ucraina, ha reso evidente due circostanze. Primo: all’infuori della Germania, l’Europa non ha altre potenze degne di questo nome. Secondo: proprio per questo, è Berlino che ha più da perdere dal fallimento dell’integrazione europea, essendo la principale beneficiaria del mercato e della moneta comuni. La «nuova responsabilità» significa responsabilità per il proprio benessere, che non può più essere garantito separatamente dagli altri. La Germania non può e non vuole dichiararsi leader dell’Europa per via dell’ingombrante fardello storico del XX secolo. Piuttosto, usa eufemismi come «potenza nel nucleo», proposto da Herfried Münkler nel suo nuovo libro Macht in der Mitte (Potenza nel centro). Non si tratta di un ritorno al passato, ma di una versione profondamente rivista e aggiornata dello stesso. La Germania rivaluta la geopolitica tradizionale attraverso le lenti dell’esperienza postmoderna e della geografia («nel mezzo» significa sia al centro del continente che degli eventi). Ma al posto del misticismo («spirito del popolo», «spazio vitale») vi è il mito dell’Europa liberale «scevra da annessioni e contributi», che vive secondo norme e interessi completamente diversi. Münkler scrive che una tale «potenza nel mezzo» può prosperare solo in pace, perché non è pronta a scivolare di nuovo in un passato militare che teme. Ciò spiega la dolorosa reazione della Germania alle azioni russe del 2014, che
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MOSCA, BERLINO E IL RITORNO DELLA GEOPOLITICA
IL FRONTE UCRAINO Tanushivka Biloluts’k Bilokurakyne
Novopskov
Prosyane Markivka
Svatove
Milove Bilovods’k
Starobil’s’k
U C R A I N A
LU H A N S’ K Kreminna
Pobeda Novoajdar
Krasnyj Lyman
Krasna Talivka
Sjeverodonec’k Shyrokyi Yampil’ Lysyčans’k Stanycja Shchastya Luhans'ka Tr’okhizbenka Sivers’k Slov'jans'k Hirs’ke Slov'janoserbs'k Popasna Luhans’k Kramators’k Artemivs’k Troits’ke Kostjantynivka
Oleksandrivka Dobropillja
Dzerzhyns’k
Svitlodars’k Debal’ceve Horlivka
Krasnoarmijs’k
Caduta del Boeing 777 (MH17) il 17 luglio 2014
Avdijivka Krasnohorivka Kurakhove
Mar’jinka Donec’k
Velyka Novosilka DONEC’K
Novotroits’ke Volnovacha
R U S S I A
Starohnativka Territorio riconquistato da Kiev
Hranitne Volodars’ke
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Task force ucraine schierate nel Mar d’Azov
Chermalik
Mariupol’ Manhuš Kostjantynivka
Shyrokyne
Zone colpite dall’artiglieria florussa Area di confne sotto controllo ucraino Linea di scontri armati fra la Guardia di frontiera ucraina e i ribelli Corridoi umanitari Principali check-point sul confne russo-ucraino
Funzionanti Controllati dai militanti florussi Aeroporti Unità militari civili della Fed. Russa
Dati aggiornati al 14 febbraio 2016
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
hanno rovinato l’immagine di un’Europa ordinata ed esente dalla guerra coltivata da Berlino. Il risultato è un progressivo allontanamento da Mosca, il collasso della «politica orientale» ma anche del desiderio di stabilire una pace a tutti i costi. L’erosione della costruzione europea richiede un’immediata azione della Germania. Berlino ha bisogno dell’unità europea non per fronteggiare la Russia, ma per poter riformare l’Unione Europea ed evitare l’accusa di voler costruire il «Quarto Reich». Ciò implica però abbandonare vecchi privilegi propri di un paese-portafoglio (qual è stata la Germania finora), che non si attagliano a un leader. Tra questi il principale è la relazione speciale con la Russia, specie ora che i paesi confinanti con quest’ultima, da sempre timorosi della «collusione» tra Berlino e Mosca, cominciano a giocare un ruolo maggiore in Europa a motivo della crisi ucraina. Tuttavia, la situazione in Europa sta cambiando rapidamente. Nell’estate del 2015, quando la Grecia annaspava nei debiti, Angela Merkel sembrava in grado di comandare l’intera Europa. Ma dall’autunno scorso, quando la crisi dei rifugiati ha scosso il continente, molti hanno preso a chiedersi per quanto ancora la cancelliera potrà continuare a guidare il suo stesso governo. La nuova autopercezione della Germania è una combinazione di pragmatismo (rafforzato dal forte potenziale industriale) e senso di superiorità morale (sebbene non esplicitato). Questa autorappresentazione scaturisce dal suo opposto, dalla capacità cioè di lasciarsi definitivamente alle spalle un passato orribile e impresentabile. Un elemento chiave di questo successo sta nel pacifismo e nel rifiuto della forza militare come strumento di grandezza. Eppure, Münkler termina il suo libro in modo eloquente, chiedendosi se le circostanze consentiranno alla Germania di tener fede al suo antimilitarismo. Questo ripensamento poggia su elementi oggettivi. La situazione energetica sta mutando: non è ancora possibile rimpiazzare la Russia come fornitore, ma gli sforzi per diversificare gli approvvigionamenti – dalla ricerca di nuovi esportatori al risparmio energetico, passando per le fonti alternative – unitamente al crollo del prezzo degli idrocarburi, stanno gradualmente cambiando lo scenario. L’Europa si sente più indipendente e dunque più sicura nel suo dialogo con Mosca. Inoltre, Berlino deve badare a non suscitare il sospetto di voler abdicare alla solidarietà euroatlantica. 4. E la Russia? L’iniziale smarrimento causato dalla nuova politica tedesca ha portato in un primo tempo a credere che alla base di tutto vi fossero le pressioni statunitensi e ciò, col tempo, ha aiutato il paese a metabolizzare la nuova realtà. A metà dell’anno scorso, un sondaggio del Levada Center ha mostrato che solo il 2% dei russi considera la Germania un amico della Russia (era il 23% dieci anni fa), mentre il 19% la considera un nemico (contro il 2% del decennio scorso). I media non parlano più della Germania con deferenza, ma piuttosto con inimicizia e finanche con disprezzo. A gennaio, in una mossa senza precedenti, i ministri degli Esteri dei due paesi si sono scambiati duri
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commenti quando Mosca ha accusato la Germania di aver istigato degli immigrati a stuprare una ragazza di origine russa a Berlino. Il ministro degli Esteri tedesco ha replicato in modo brusco, intimando al Cremlino di non immischiarsi negli affari interni tedeschi. I funzionari russi hanno rilanciato con una serie di dichiarazioni sul fatto che «i diritti umani non sono un affare interno», ritorcendo contro l’Occidente i suoi stessi argomenti. L’incidente non ha avuto ulteriori strascichi, ma ha lasciato un retrogusto amaro nelle relazioni bilaterali. Inoltre ha mostrato quanto le parti si siano allontanate dal rispetto e dalla cautela reciproca che avevano sin qui improntato i loro rapporti. La Russia non vede più nella Germania un partner privilegiato in Europa e le speranze si appuntano ora sulla Francia. Ma Mosca sa benissimo che nell’Ue la parola finale spetta a Berlino; l’eventuale rimozione, in tutto o in parte, delle sanzioni contro l’economia russa dipende infatti solo da Angela Merkel. Putin parla della cancelliera con ossequio, malgrado le voci sulla reciproca idiosincrasia a livello personale. Al contempo, Mosca accoglie con favore ogni critica interna a Merkel, che provenga dai deputati della sinistra (Linke) o dal premier bavarese Horst Seehofer, della conservatrice CSU, recatosi addirittura a Mosca per visitare Putin a inizio febbraio. L’erosione delle relazioni russo-tedesche è tra le manifestazioni della confusione che regna nell’«Europa allargata», entrata nella fase più difficile del suo sviluppo dopo la fine della guerra fredda. Niente è prevedibile, ma una cosa è certa: la Russia e l’Unione Europea, Germania inclusa, sono in piena transizione. Una stretta interazione tra Mosca e Berlino sarà forse inevitabile prima o poi, anche perché gli interessi economici tedeschi finiranno per indirizzarsi sui grandi spazi eurasiatici oggetti della cooperazione russo-cinese. La storia dimostra che anche quando le relazioni tra Russia e Germania sono investite da cataclismi quali la guerra, alla fine si riformano sempre su basi privilegiate. La storia mostra altresì che i conflitti intermedi sono i più deleteri per i rapporti tra nazioni e la situazione attuale in Ucraina non fa eccezione. Ma la necessità di ripensare il destino dei nostri paesi in un nuovo ambiente strategico (tra crisi dell’Ue e declinante interesse russo nei progetti d’integrazione) offre nuovi spazi di interazione. (traduzione di Fabrizio Maronta)
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
la TURCHIA vista dalla
NON CADIAMO NELLA TRAPPOLA DI ERDOĞAN
RUSSIA
di Sergej MARKEDONOV
Da partner strategici Russia e Turchia sono oggi rivali agguerriti. Per difendere i propri interessi Mosca deve negoziare con Ankara combattendo le ambizioni neo-ottomane e la campagna antirussa del suo leader. Il popolo turco è nostro alleato.
I
1. L 24 NOVEMBRE 2015 LO SCONTRO ARMATO in Siria è entrato in una nuova fase. Dopo l’abbattimento del cacciabombardiere russo Su-24 per mano delle forze aeree turche, il conflitto già caratterizzato da numerosi piani e sfaccettature si è arricchito di una nuova dimensione. Per cominciare, le Forze armate russe hanno per la prima volta dall’inizio delle loro operazioni in Siria subìto perdite umane significative. Inoltre, alle questioni e ai contrasti già esistenti – a partire dalle rivalità tra Russia e Occidente, Iran e Arabia Saudita, per non parlare dei vari raggruppamenti militari che sempre in territorio siriano operano insieme e contrapposti tra loro – si sono aggiunte nuove sfide. Tra i due giganti eurasiatici, Mosca e Ankara, ha avuto, infatti, inizio un faccia a faccia politico. Da parte russa si è sentito parlare di tradimento, di «colpo alle spalle», mentre da parte turca si sono levate accuse di pulizia etnica, ingerenza negli affari di altri Stati, violenza sproporzionata. Sullo sfondo del confronto che si è andato così ad aprire si sono dileguate le questioni riguardanti i rapporti tra Ankara e Washington, che toccano anche la condotta delle forze militari della Turchia e dei suoi corpi speciali in Iraq, le prospettive di una soluzione della «questione curda» e il regime di controllo dei confini turco-siriani. E sono anche passate in secondo piano le incomprensioni tra Unione Europea e Repubblica di Turchia. Ad accrescere la spinosità della situazione è il fatto che prima dell’incidente aereo di novembre i rapporti tra Mosca e Ankara non erano visti come qualcosa che potesse minacciare la pace in Eurasia. E qui volutamente non parliamo di Medio Oriente, poiché sul piatto russo-turco è servito un ricco menu di portate che vanno dalla questione dei tatari di Crimea fino al conflitto etnopolitico in Nagorno-Karabakh. Se lo scontro continuerà a intensificarsi, con tutta probabilità
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non si limiterà alla sola Siria o ai soli «pomodori» di cui ha parlato Vladimir Putin nel suo discorso annuale all’Assemblea Federale. Secondo le parole del famoso turcologo Vladimir Avatkov, «il 2014 era entrato nella storia dei rapporti tra Russia e Turchia come l’anno della svolta. E il bilancio di questo anno “turco” era stato fatto nella cornice della visita del presidente russo ad Ankara». Fino all’ultimo la Turchia era stata uno dei partner più importanti della Federazione Russa e sulla base dei risultati dell’«anno della svolta» occupava tra questi il sesto posto per un volume di scambi commerciali pari a 31,6 miliardi di dollari. Pur essendo un paese della Nato, la Turchia non si era unita alle sanzioni contro la Russia per i fatti di Crimea e dell’Ucraina sud-orientale, e in generale la «multivettorialità» era diventata il biglietto da visita del Partito per la giustizia e lo sviluppo e del suo capo, Recep Erdoãan. Le dirigenze dei due paesi avevano inoltre preso in esame ambiziosi progetti energetici congiunti. Ankara – sempre entro centri limiti, è vero – aveva fatto la fronda nell’Alleanza Atlantica, mentre Mosca aveva espresso un giudizio negativo sui tentativi di «rivoluzioni colorate» contro il leader turco. Ancora non molto tempo fa, nel corso del G20 ad Antalya e durante la cerimonia d’inaugurazione della grande moschea di Mosca i presidenti dei due paesi camminavano a braccetto e definivano i rapporti bilaterali «una cooperazione strategica», cosa che nel novembre 2015 è mutata in «contrasto strategico».
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2. Ma perché il passaggio da una quantità positiva a una qualità negativa si è operato proprio in Siria? Come mai l’idea della lotta contro lo Stato Islamico (Is), messo al bando in Russia, non ha avvicinato le posizioni delle due parti ma le ha anzi contrapposte? Definire fortuito lo scontro dei due giganti eurasiatici è poco credibile, qualche prodromo dev’esserci stato. Se è così, quali sono stati concretamente tali antecedenti? Che ruolo svolgono in tutto ciò gli Stati Uniti e si può davvero considerare Erdoãan solo un ubbidiente esecutore delle volontà di Washington? E per finire, la tragedia di novembre non sarà forse parte di un qualche piano ingegnoso architettato per indebolire la Russia? Per dare una risposta a queste domande occorre guardare alle motivazioni di Mosca per il suo intervento nella questione siriana. Dopo l’assenso della Camera alta dell’Assemblea Federale all’impiego delle Forze armate del paese al di fuori dei confini nazionali, sono stati molti i politici e gli esperti che hanno definito la decisione del Cremlino una sorta di «uscita estemporanea». Tanto per cominciare, si è trattato di una «sorpresa» frutto di una precedente logica che ha guidato le azioni russe nello scenario post-sovietico e mediorientale. Nel 2011, con l’inizio della guerra civile in Siria, a differenza dell’Occidente e della Turchia, la Russia aveva preso una posizione decisamente ostile nei confronti dell’abbattimento del regime di Ba44år al-Asad per via militare e della «democratizzazione» dello scenario libico. Il collasso della statualità laica in Medio Oriente era visto da Mosca come un precedente pericoloso, segnale dell’avvicinarsi della minaccia jihadista ai suoi confini. Già all’epoca, girava notizia della presenza di cittadini della Federazione
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Russa – provenienti soprattutto dalle regioni del Caucaso settentrionale e del Volga – ma anche di uomini giunti da repubbliche post-sovietiche come Azerbaigian, Georgia e da altre realtà dell’Asia centrale – nei vari gruppi radicali operanti in territorio iracheno e siriano. Nel 2014 il più potente tra questi, lo Stato Islamico, aveva dichiarato suo bersaglio la Russia in generale e il Caucaso settentrionale in particolare, come prima non aveva fatto nemmeno al-Qå‘ida, che considerava suoi fronti principali l’Afghanistan e l’Iraq e si dichiarava paladina dell’Emirato del Caucaso solo «di risulta». Tra i personaggi particolarmente vicini al nuovo «califfo» Abû Bakr al-Baôdådø c’era Tarkhan Batirashvili, originario della georgiana Gola di Pankisi e noto come Abu Omar al-Shishani. Se vi si aggiunge poi anche la comparsa nel Caucaso russo, e in particolare in Daghestan, Cabardino-Balcaria e Cecenia, di gruppi fedeli all’Is, risulta chiara la forte componente post-sovietica della partita che si gioca in Medio Oriente. Quanto l’intervento armato della Russia sia giustificato o meno è ancora oggi argomento di discussione. Mosca è stata spesso e giustamente criticata per la sua «politica di reazione», per il ritardo nell’affrontare sfide pressanti, di cui l’esempio più lampante è quello dell’Ucraina e, ancor prima, della Georgia. In Siria, la Federazione Russa è passata invece a misure preventive, preferendo non limitarsi alla fornitura di armi e di specialisti, ed eventualmente anche di «volontari», magari accompagnati da «vacanzieri». Come sempre, i due diversi approcci appena descritti presentano pro e contro, costi e guadagni. Sia come sia, che piaccia o no, per ora il coinvolgimento di Mosca è un dato di fatto ed è fondamentale in questa situazione comprendere quali rischi la sua partecipazione comporti. Reagendo ai fatti di Georgia o di Ucraina, di Armenia o di Azerbaigian, di Bielorussia o di Asia centrale, politici e diplomatici russi si erano, come è normale che fosse, preoccupati di difendere la sfera degli interessi nazionali. Discorsi come quelli sulle «zone di influenza» e sulle «sfide esistenziali» erano stati oggetto di un acceso confronto tra Mosca, Bruxelles e Washington. Su questo piano, da parte di Ankara non c’erano state particolari censure, semplicemente perché l’establishment turco ragionava all’incirca secondo le stesse categorie di quello russo, ritenendo che al di là dei valori astratti ogni paese ha i suoi interessi e che compito dello Stato è proprio quello di tutelarli e rivendicarli in tutti i modi possibili. A fare da principale pietra d’inciampo c’erano però le divergenze che, nonostante la crescente cooperazione economica, Federazione Russa e Turchia avevano su una vasta gamma di questioni, a cominciare dalla Crimea e dal NagornoKarabakh fino ad arrivare alla Siria. Divergenze che comunque non erano mai arrivate a un punto critico. Questo perché nelle rispettive gerarchie di priorità, per la Turchia al primo posto c’era il Medio Oriente, mentre per la Russia quello stesso posto era occupato dallo spazio post-sovietico. Ovvero, relativamente a Medio Oriente e spazio post-sovietico, gli intenti e gli obiettivi primari erano per Mosca e Ankara disposti in maniera diversa: entrambe consideravano vitali le due regioni, ma sugli «scopi prioritari» non erano in concorrenza diretta. E così, nonostante tutti i contrasti, nessuna oltrepassava la «linea rossa» dell’altra.
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3. Per la Russia andare in Siria è stato il proseguimento della difesa del suo estero vicino. Così facendo, però, ha volente o nolente varcato i confini dell’«unione indistruttibile». È entrata in uno spazio che molti altri consideravano l’analogo della nostra Ucraina o della nostra Georgia. Sulla Siria convergevano, e divergevano, gli interessi tanto di giocatori regionali come Israele, Iran, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, quanto di forze esterne come Stati Uniti, Nato e singoli paesi europei. Sugli interessi di Ankara va però fatto un esame a parte. Secondo Vitalij Naumkin, direttore dell’Istituto di studi orientali dell’Accademia russa delle scienze, «in gran parte dell’élite turca dominano tendenze neo-ottomane. È spesso capitato», spiega il professore, «di sentir dire quanto si viveva bene in quella parte del mondo arabo all’epoca in cui tutti i territori erano province dell’impero ottomano e che solo quando questo è caduto e gli europei lo hanno spezzettato e frammentato in pseudo-Stati, come dicono loro, hanno avuto inizio conflitti e instabilità». Non vi pare di avvertire toni già sentiti? Per di più, se per la Federazione Russa il pericolo principale in Medio Oriente era lo Stato Islamico e qualche altra organizzazione jihadista, per la Turchia la sfida più pericolosa era, e continua a essere, lo spettro di un Kurdistan indipendente. Su questo piano l’Is, pur non venendo considerato dalle autorità turche un partner credibile e ancor meno un alleato, è però visto come male minore in confronto alla questione curda in ogni sua forma. E facciamo qui notare che le posizioni della Turchia, formalmente membro dell’Alleanza Atlantica, sono quanto mai lungi dal coincidere in tutto e per tutto sia con quelle degli Stati Uniti sia con quelle degli alleati europei di Washington, e in particolare della Francia dopo il recente attacco terroristico di Parigi. In tal senso, sarebbe estremamente semplicistico pensare che Erdoãan sia solo una «marionetta degli Stati Uniti». Il leader turco ha in più di un’occasione dimostrato di saper fare il proprio gioco, non certo negli interessi del Cremlino ma nemmeno sotto la bacchetta della Casa Bianca. Va inoltre sottolineato che nel pianificare le sue azioni in Siria, Mosca ha prima condotto consultazioni con i vertici e le comunità di intelligence di Israele, Arabia Saudita e persino degli Stati Uniti. Ricordiamo in tal senso anche la disponibilità del Cremlino a lavorare come alleata della Francia, paese Nato che ha attuato le sanzioni contro la Federazione Russa ed è partner di primo piano di Washington in Europa. In questo contesto, non ci sono però stati negoziati con la Turchia sulla demarcazione delle reciproche sfere di influenza. Si è troppo sovrastimata l’onnipotenza degli strumenti economici di cooperazione. E di contro, si sono troppo sottostimati i contrasti già presenti in passato. «Ma come, siamo riusciti a far giungere al compromesso persino iraniani e sauditi, figuriamoci se ci piantano in asso i nostri “partner strategici”!». E invece alla fine è andata proprio così! Reagendo emotivamente all’«attacco» russo portato alla sfera d’interessi di Ankara, la dirigenza turca ha di colpo alzato, se non addirittura gonfiato, la posta
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in gioco. E su questo non si discute. La Turchia aveva un ventaglio di possibilità per reagire alle manovre dell’aereo russo – che con ogni probabilità non aveva nemmeno violato i suoi confini – a cominciare dal costringerlo ad atterrare in uno dei suoi aeroscali prima di passare ai «colpi preventivi». In teoria, i modi per evitare sia l’incidente sia il confronto non mancavano. Ma pur ammettendo tutto questo, non vanno dimenticati gli evidenti errori di valutazione fatti dalla Russia. E non bisogna dimenticarsene proprio per trovare una via d’uscita a questa grave crisi, oltre che per rispondere alla domanda su quando e a che punto vada concluso l’intervento russo, e su quali siano i criteri per valutarne la riuscita. 4. In questa situazione si apre davanti a Mosca e ad Ankara un panorama ben definito di vie percorribili. Si può semplicemente procedere a un congelamento dell’attuale stato delle cose, limitandosi a stoccate retoriche e a una sospensione della cooperazione. Così com’è possibile la via di un’intensificazione del confronto. Tuttavia, agli accesi paladini di questa soluzione, quelli che propongono l’utilizzo di vari strumenti, a cominciare dal sostegno al movimento curdo per finire con lo scontro armato, va ricordata una cosa molto semplice: e cioè che a ogni azione ne corrisponde una uguale e contraria. Intanto, la realtà curda non è univoca. È invece una realtà variegata per i diversi interessi dei clan, dei vari gruppi di influenza, delle fedi e dei rapporti con gli Stati in cui vivono – Siria, Iran, Iraq, Turchia – senza parlare poi dei lunghi anni di lavoro, coronato da successi, condotto dagli Stati Uniti con varie correnti curde. Inoltre, in risposta alle azioni russe, Ankara potrebbe certamente attivarsi anche nei confronti dei tatari di Crimea – il sostegno al Mejlis cesserebbe di essere puramente retorico e la sua partecipazione al blocco per la Crimea si farebbe quindi più ponderosa – e del Nagorno-Karabakh. Non a caso il primo ministro turco, Ahmet Davutoãlu, ha ricordato la necessità di «una liberazione dei territori occupati». Va notato che un coordinamento tra Baku e Ankara, così come un allargamento del conflitto sul territorio armeno – e di incidenti se ne sono già verificati – solleva la questione della validità tanto dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) quanto dell’Unione Economica Eurasiatica (Uee) quali progetti di integrazione dove non c’è unitarietà di vedute sulle prospettive dei rapporti con la Turchia. Ne sono state prova le iniziative di pace di Aljaksandr Lukašenka e Almazbek Atambaev, presidenti rispettivamente di Bielorussia e Kirghizistan. Non manifesta particolare interesse a un’escalation del faccia-a-faccia con Ankara nemmeno l’Abkhazia parzialmente riconosciuta, nonostante sia sotto l’influenza di Mosca e nel gennaio di quest’anno si sia unita alle sanzioni contro la Turchia. Come osserva lo storico e politologo Nikolaj Trapš, «la Russia rappresenta il solo alleato ufficiale dello Stato abkhazo, quello che ha avviato il suo riconoscimento come partner regionale e che ha prestato sostanziali aiuti economici al suo governo. (…) Tuttavia», prosegue, «in Turchia vive buona parte della diaspora abkhaza, la quale oltre a investire nelle attività economiche locali investe atti-
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vamente in vari progetti economici nella patria storica. Inoltre, le importazioni alimentari e le merci industriali provenienti dalla Turchia coprono un segmento notevole dei mercati della regione e ammontano, secondo vari calcoli, al 20-25% del volume complessivo degli scambi». Ma allora la Russia deve rassegnarsi al neo-ottomanismo e rinunciare a difendere interessi di vitale importanza? A mio parere no. Ha ragione Naumkin quando constata che Erdoãan, «nonostante la vittoria alle elezioni, continua sempre a temere per la sua posizione interna e non ritiene sufficiente il sostegno ottenuto. E così cerca di realizzare questo consolidamento, di suscitare sentimenti nazionalistici antirussi per rinforzare il suo potere. «Pertanto», avverte l’accademico russo, «non dobbiamo fare il suo gioco e fomentare una campagna antiturca nel paese. I turchi sono nostri potenziali alleati, è gente che ci apprezza e che in buona parte condanna l’operato di Erdoãan». Intensificare il lavoro in questa direzione, come anche giocare sui contrasti all’interno della Nato, dove nei confronti della bravata delle autorità turche ci sono posizioni estremamente ambigue, è di gran lunga più utile che soffiare sulle fobie alimentate dalla stampa o chiudere i centri turchi (e mi si dice poi come faremo a preparare nostri esperti su questo paese, per non parlare di spie e diplomatici?). Se non si passa a una qualche forma di negoziazione – anche non ora, ma tra qualche tempo – non se ne esce, dato che in caso contrario invece di risolvere la questione siriana e usare questa piazza per una normalizzazione dei rapporti con l’Occidente – e magari anche per un congelamento dei contrasti sull’Ucraina e, chissà, una riduzione del peso delle sanzioni – la Federazione Russa si troverà dentro un nuovo conflitto. E da un’altra guerra a guadagnarci non saranno certo i russi. (traduzione di Leonardo Marcello Pignataro)
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l’ AMERICA vista dalla
LA GERMANIA ‘NORMALE’ NON AMA L’AMERICA
GERMANIA
di Hans KUNDNANI
Dopo la riunificazione, la Repubblica Federale ha cominciato a perseguire esplicitamente i suoi interessi nazionali e ha riscoperto la sua storica vena antiamericana. La ‘via tedesca’. Lo scandalo delle intercettazioni dell’Nsa e il rifiuto di armare l’Ucraina.
D
A QUANDO NEL 2013 SI APPRESE CHE
la National Security Agency (Nsa) statunitense, insieme al quartier generale del servizio di comunicazioni del governo britannico, aveva condotto una massiccia campagna di sorveglianza a danno di cittadini tedeschi, si è molto discusso sulla crisi delle relazioni tra Berlino e Washington. Le rivelazioni, opera dell’ex contractor dell’Nsa Eric Snowden, suscitarono un’enorme ondata di irritazione in Germania. La cancelliera Angela Merkel, il cui telefono cellulare, come emerse più tardi, era stato anch’esso intercettato, disse: «Gli amici non spiano gli amici». (Si seppe poi che l’intelligence tedesca aveva anch’essa spiato partner dell’Unione Europea.) Molti tedeschi affermarono che le rivelazioni avevano scosso la loro «fiducia» negli Stati Uniti. Per investigare le informazioni sullo spionaggio americano, il Bundestag nominò un comitato che è tuttora al lavoro. Tuttavia, lo scandalo dell’Nsa va visto come catalizzatore piuttosto che causa della crisi nei rapporti germano-americani. La disputa in corso affonda le sue profonde radici nella fase finale della guerra fredda. Fino alla riunificazione, nel 1990, la Repubblica Federale era «uno Stato semisovrano, la cui protezione rispetto alla minaccia sovietica dipendeva dai suoi alleati, per di più inibito dalla storia della seconda guerra mondiale dal definire o esplicitamente perseguire i suoi interessi nazionali» 1. In tale contesto, gli Stati Uniti erano cruciali per la Repubblica Federale, particolarmente per la sua sicurezza. Ma ora che la Germania è riunificata e «circondata da amici», stando alla formula dell’ex ministro della Difesa Volker Rühe, dispone di un assai più ampio spazio strategico per definire i propri interessi nel modo che preferisce. La tesi della necessità di una relazione stretta con gli Usa ora è molto più difficile da sostenere di quanto non lo fosse in tempo di guerra fredda. 1. CH. HILL, The Actors in Europe’s Foreign Policy, London 1996, edizione Amazon Kindle, Location 430.
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Nell’ultimo quarto di secolo, sullo sfondo di questo mutato ambiente strategico, il rapporto della Germania con gli Stati Uniti si è trasformato. In particolare, esso si è assai complicato dopo l’11 settembre, a causa della divergenza nelle percezioni della minaccia. Tale divergenza è a sua volta basata sul modo differente in cui tedeschi e americani concepiscono la politica internazionale nel mondo del dopo-guerra fredda. Molti in Germania hanno cominciato a mettere in dubbio l’assioma per cui tedeschi e americani condividono interessi e valori. In parole povere, molti tedeschi non sono più convinti che gli Stati Uniti siano «amici» – per usare il termine usato dalla stessa signora Merkel quando scoppiò il caso delle intercettazioni americane.
Un estraniamento incrementale Dopo la fine della guerra fredda, gli Stati Uniti volevano che la Germania unita giocasse un ruolo più attivo nella sicurezza internazionale e diventasse, come disse l’allora presidente George H. Bush, «partner nella leadership». Contemporaneamente in Germania si discuteva sul diventare o meno un paese più «normale». Dove la parola «normalità» era usata come sinonimo di Bündnisfähigkeit, ovvero della «capacità di essere membro dell’Alleanza Atlantica» 2. In risposta alla sequenza di conflitti etnici e regionali divampati negli anni successivi, specie nei Balcani, la Repubblica Federale mosse qualche piccolo passo nella direzione di una politica estera più attiva, fino allo spiegamento di quattro Tornado in missioni di combattimento nell’ambito dell’intervento della Nato contro la Serbia nel 1999. Eppure nel decennio successivo le relazioni germano-americane peggiorarono. Già prima dell’11 settembre, il presidente George H. Bush aveva irritato molti tedeschi rifiutando la ratifica del protocollo di Ky§to e l’adesione alla Corte penale internazionale. Ma gli attacchi contro le Torri Gemelle e il Pentagono suscitarono «un potente sentimento di sostegno agli Stati Uniti» in tutta Europa, particolarmente in Germania 3. Il cancelliere Gerhard Schröder promise agli Stati Uniti la «solidarietà illimitata» della Germania, mettendo addirittura in gioco la sua carica quando chiese il voto di fiducia del Bundestag sull’impiego della Bundeswehr in Afghanistan, nel quadro della missione Nato. Tuttavia, anche mentre le truppe tedesche si schieravano nell’ambito della Forza di assistenza e di sicurezza internazionale (Isaf), cultura strategica e percezioni della minaccia tedesche e americane restavano divergenti. Questa divaricazione divenne evidente nella corsa alla guerra in Iraq. Nell’agosto 2002 il cancelliere Schröder lanciò la sua campagna elettorale con un discorso nel quale si oppose alla guerra e parlò di «deutscher Weg» – «via tedesca» –
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2. H. KUNDNANI, «The Concept of “Normality” in German Foreign Policy since Unification», German Politics and Society, vol. 30, n. 2, estate 2012, pp. 38-58. 3. R.D. ASMUS, «Rebuilding the Atlantic Alliance», Foreign Affairs, settembre/ottobre 2003, goo.gl/Qf2taq
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in implicito contrasto con l’«American Way». Pochi giorni prima del voto che lo confermò alla cancelleria, nel settembre 2002, il consigliere per la Sicurezza nazionale americana, Condoleezza Rice, disse che le relazioni fra Stati Uniti e Germania erano state «avvelenate» 4. (È in questo periodo che l’Nsa pare abbia cominciato a spiare il cellulare del capo del governo tedesco.) Stando a Stephen Szabo, con la rottura sulla guerra in Iraq «finì il periodo del dopo-guerra fredda nelle relazioni fra Stati Uniti e Germania» 5. Henry Kissinger scrisse che non avrebbe mai creduto che la relazione avrebbe potuto deterioriarsi tanto rapidamente, osservando preoccupato che «un certo tipo di anti-americanismo potrebbe diventare una tentazione permanente per la politica tedesca» 6. Ciò che rese la frattura particolarmente significativa non fu tanto il fatto che la Germania si fosse opposta alla guerra ma il modo in cui lo fece. Mai prima un cancelliere tedesco si era pubblicamente distanziato dagli Stati Uniti su un tema tanto importante o li aveva criticati in via così generale. Con la sua idea della «via tedesca», Schröder aveva implicato che americani e tedeschi hanno valori diversi. Inoltre, il cancelliere aveva non solo attinto a una retorica anti-Usa, ma aveva anche cercato di formare una contro-coalizione antiamericana, da intendersi nel quadro di quella che un teorico delle relazioni internazionali ha chiamato «strategia del bilanciamento morbido» (soft balancing) 7. La crisi fra Germania e Stati Uniti portò alcuni analisti a osservare preoccupati che essa «potrebbe segnalare la fine dell’“Occidente” come concetto dotato di senso» 8. La seconda congiuntura critica nel mutamento della percezione tedesca degli Stati Uniti fu la crisi finanziaria iniziata con il collasso di Lehman Brothers nell’autunno 2008. Malgrado i cospicui investimenti di banche tedesche in titoli subprime, i tedeschi la considerarono soprattutto come crisi del capitalismo anglosassone. Per molti tedeschi, specie se di sinistra, la crisi dimostrava quanto si fossero sbagliati gli Stati Uniti e il Regno Unito nel concentrarsi sulla «nuova economia» e sui servizi finanziari. Quei tedeschi vedevano nella crisi una rivincita dell’economia sociale di mercato tedesca – in altri termini, esattamente quanto Schröder aveva detto nel suo discorso sulla «via tedesca». Così, se la guerra irachena aveva dato ai tedeschi la forza di esprimersi a modo loro sui temi della pace e della guerra, la crisi finanziaria li rese più fiduciosi circa la «via tedesca» in campo economico. La crisi finanziaria accentuò lo scetticismo dei tedeschi per il keynesismo, da loro considerato parte integrante delle politiche economiche anglosassoni. Que4. S. ERLANGER, «Germans Vote in a Tight Election in Which Bush, Hitler and Israel Became Key Issues», The New York Times, 22/9/2002. 5. S.F. SZABO, Parting Ways. The Crisis in German-American Relations, Washington D.C., Brookings Institution, p. 1. 6. Citato in S.F. SZABO, op. cit., pp. 79, 129. 7. R.A. PAPE, «Soft Balancing against the United States», International Security, vol. 30, n. 1 (estate 2005), pp. 7-45. Pape definisce «soft balancing» contro gli Usa l’«uso di strumenti non militari per rinviare, frustrare e minare le politiche militari aggressive degli Stati Uniti». 8. S.F. SZABO, op. cit., p. 6.
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sta svolta anti-keynesiana portò allo scontro fra Germania (nazione in surplus) e Stati Uniti (nazione in deficit) su come riportare in equilibrio l’economia mondiale. Diversi economisti anglosassoni pensarono che la crisi segnasse la rivincita del keynesismo. Come sostenne Paul Krugman: «Si tratta essenzialmente dello stesso genere di situazione che John Maynard Keynes descrisse negli anni Trenta»9. In particolare, i neokeynesiani credevano che il problema dell’economia globale fosse la carenza di domanda aggregata e che la soluzione fosse lo stimolo economico. Ma nel 2008 il ministro delle Finanze tedesco, il socialdemocratico Peer Steinbrück, attaccò il «crasso keynesismo» del governo britannico diretto da Gordon Brown, che aveva raccomandato misure di stimolo10. Ciò provocò l’irata replica di Paul Krugman, che bollò il governo di Berlino come «cretino»11. Queste diatribe fra americani e tedeschi anticipavano i dibattiti che avrebbero avuto luogo dopo lo scoppio della crisi dell’euro, nel 2010. Fin dall’inizio di tale crisi, diversi esponenti americani criticarono a gran voce la risposta a tale emergenza, guidata dai tedeschi. Il Tesoro Usa intervenne più volte per invitare la Germania a fare di più per ridurre il suo surplus commerciale e a stimolare la crescita nell’Eurozona. Ma i tedeschi trattarono con sufficienza sia le critiche che le proposte alternative. Suggerendo che i critici americani delle politiche economiche tedesche e dell’Eurozona – incarnate per loro nella figura di Paul Krugman, oggetto dell’irritazione tedesca – semplicemente non capissero nulla di Europa o di euro. Per esempio, in un’intervista allo Spiegel, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble disse che se pure Krugman aveva vinto il Premio Nobel per l’economia, egli «non ha idea dell’architettura e delle fondamenta dell’unione monetaria europea» 12. Altri suggerirono che i critici americani fossero mossi da razzismo anti-germanico 13.
Una svolta generazionale? Sullo sfondo di tali dissidi intorno alla politica estera ed economica, il modo di porsi rispetto agli Stati Uniti in Germania è stato alquanto variabile negli ultimi quindici anni. Durante l’amministrazione Bush junior la simpatia dell’opinione pubblica tedesca verso l’America è drasticamente crollata. Secondo il Pew Research Center, ad esempio, l’indice di simpatia per gli Stati Uniti è sceso dal 78% nel 2000 al 31% nel 2008 14. Ma quel collasso è stato poi rovesciato con l’e-
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9. P. KRUGMAN, End This Depression Now!, New York 2012, Norton, p. XXII. 10 «“It Doesn’t Exist!” Germany’s Outspoken Finance Minister on the Hopeless Search for “The Great Rescue Plan”», Newsweek, 5/12/2008, goo.gl/hiyzxD 11. P. K RUGMAN , «The Economic Consequences of Herr Steinbrueck», The New York Times, 11/12/2008. 12. «Spiegel Interview with Wolfgang Schäuble: “There Is no German Dominance”», Spiegel Online, 17/7/2015, goo.gl/m5qwG6 13. Cfr. ad esempio N. PIPER, «Warum ein Nobelpreisträger auf Deutschland losgeht», Süddeutsche Zeitung, 13/7/2015. 14. Pew Research Center, «Global Public Opinion in the Bush Years (2001-2008)», 18/12/2008, goo.gl/k6NDZq
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lezione di Barack Obama, visto in Germania quasi come un «salvatore» 15. Stando all’edizione 2009 dei Transatlantic Trends del German Marshall Fund, il 92% dei tedeschi approvava il nuovo presidente americano dopo i suoi primi sei mesi alla Casa Bianca, rispetto al 12% dei consensi per George W. Bush l’anno prima. Uno straordinario «salto di Obama» di 80 punti, come lo definirono gli autori di quel rapporto 16. Tuttavia, dopo di allora, il gradimento tedesco nei confronti della leadership americana è caduto di nuovo, riflettendo la delusione di molti tedeschi per la politica estera di Obama, considerata non sufficientemente in discontinuità con quella del suo predecessore, almeno rispetto alle loro iniziali speranze. Uno degli istituti di analisi dell’opinione pubblica ha misurato il crollo della fiducia dei tedeschi verso gli Usa: dall’80% nel 2009 al 35% nel 2014 17. Un’indagine Pew del giugno 2015 ha stabilito che l’opinione tedesca sugli Stati Uniti è la peggiore fra i paesi Nato. Mentre in Canada, Francia, Italia, Polonia, Spagna e Regno Unito si manifestavano ampie maggioranze favorevoli agli Usa, solamente il 50% degli intervistati tedeschi dava degli Usa un giudizio positivo, mentre il 45% esprimeva una valutazione negativa 18. Per certi versi la situazione attuale è peggiore che ai tempi di Bush junior: a quell’epoca l’irritazione era diretta contro il presidente e i neoconservatori, oggi riguarda gli Stati Uniti d’America nel loro insieme. Si è cercato di spiegare la percezione sempre più negativa degli Stati Uniti in Germania come un fatto generazionale. Per dirla con il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, «per la generazione di domani, il valore della partnership transatlantica non è affatto così evidente come per la mia generazione» 19. Tuttavia c’è il rischio di incappare in quella che Robert Kagan ha definito, in un contesto diverso, l’«errore di nostalgia» – ovvero la visione romantica del passato 20. C’è una lunga storia di antiamericanismo in Germania, sia a destra che a sinistra, legata strettamente a correnti che nel pensiero tedesco si sono qualificate come antioccidentali, antiliberali, anticapitaliste e persino antisemite 21. I luoghi comuni che collegano l’attuale antiamericanismo all’antisemitismo hanno spinto lo storico Dan Diner a sostenere, sull’onda della guerra del Golfo del 1991, che l’antiamericanismo è una forma di «antisemitismo mascherato» 22. 15. J. JOFFE, «Obama, der Erlöser», Die Zeit, 5/6/2008 16. Transatlantic Trends 2009, German Marshall Fund, p. 7. 17. ARD DeutschlandTREND Poll, a cura di Infratest dimap, citato in «Longstanding Partners in Changing Times: Report of the Task Force on the Future of German-American Relations», German Marshall Fund, 29/5/2015, p. 4, goo.gl/NpkfD2 18. R. WIKE, B. STOKES, J. POUSHTER, «Global Publics Back U.S. on Fighting ISIS, but Are Critical of Post-9/11 Torture», Pew Research Center, 23/6/2015, p. 12, goo.gl/DTWIJg 19. F.-W. STEINMEIER, «Transatlantic Ties for a New Generation», discorso alla Brookings Institution, Washington, 28/2/2014, goo.gl/UpS28j 20. R. KAGAN, The World America Made, New York 2012, Knopf, p. 110. 21. Cfr. D. DINER, Feindbild Amerika. Über die Beständigkeit eines Ressentiments, München 2002, Propyläen. 22. D. DINER, Der Krieg der Erinerrungen und die Ordnung der Welt, Berlin 1991, Rotbuch, p. 62.
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Dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti furono sia liberatori che occupanti. Fra i tedeschi quindi la gratitudine coesistette con il risentimento. Ciò venne in evidenza negli anni Sessanta, quando la generazione postbellica, cresciuta idealizzando l’America, le si rivoltò contro durante la guerra del Vietnam. Per molti giovani tedeschi occidentali, i B-52 che sganciavano bombe sul Vietnam del Nord presero il posto come simbolo della potenza americana dei C-47 che rifornivano di cibo Berlino Ovest. Negli anni Settanta, gli studenti scagliavano bottiglie Molotov contro istituzioni americane, come l’Amerika Haus a Berlino, e paragonavano gli americani ai nazisti («USA-SA-SS» era uno slogan diffuso all’epoca). Sempre in quel periodo, terroristi di sinistra uccisero persino soldati americani. Per quanto non vi siano dati sufficienti per consentire un parallelo rigoroso, la generazione del Sessantotto, alla quale apparteneva Schröder – nelle parole di Steinmeier, «la generazione di ieri» – fu probabilmente la più antiamericana di sempre. Colpiscono i parallelismi fra il momento attuale e quello successivo alla fine della guerra in Vietnam. Sembra che per una generazione di giovani tedeschi, la guerra in Iraq abbia avuto un effetto analogo a quello che ebbe la guerra del Vietnam sulle nuove generazioni postbelliche: ha infranto le loro illusioni sugli Stati Uniti. La situazione attuale è analoga anche in senso generale a quella dei tardi anni Settanta, quando finì la guerra del Vietnam. Ieri come oggi, si sono congiunti in Germania il senso del declino americano e l’avversione per la politica estera di Washington, specie fra i giovani. Ieri come oggi, il successo economico ha generato un sentimento di orgoglio in Germania, reso dall’idea del Modell Deutschland 23. Ieri come oggi la Repubblica Federale ha ritenuto di perseguire una politica estera più assertiva, fondata sulla potenza economica. La vera differenza fra ieri e oggi non è tanto l’esistenza o il livello dell’antiamericanismo, ma la condizione strategica della Germania. Mentre gli atlantisti tedeschi e diversi esperti di politica estera sottolineano che la relazione con gli Stati Uniti è più che mai importante oggi che l’ordine liberale è minacciato e perché occorre lavorare insieme nelle sfide comuni quali ad esempio il cambiamento climatico e il terrorismo, la causa di chi sostiene la cooperazione transatlantica appare più difficile da sostenere e più dura da affermare presso i tedeschi ordinari. «Nei decenni in cui il potere sovietico gettava un’ombra oscura sull’intero continente, l’importanza della relazione tedesco-americana era autoevidente», afferma il rapporto della task force del German Marshall Fund pubblicato lo scorso anno. Ma «non è più così dai tempi dell’unificazione tedesca, un quarto di secolo fa»24. Per conseguenza la Germania è molto meno disponibile rispetto al passato ad assentire alle richieste americane, men che meno a piegarsi alle pressioni di Washington. I tedeschi sono ormai molto più scettici riguardo alle idee america-
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23. Sul riemergere dell’idea di Modell Deutschland, cfr. A. RÖDDER, «“Modell Deutschland” 19502011. Konjunkturen einer bundesdeutschen Ordungsvorstellung», in T. MAYER, K.-H. PAQUÉ, A.H. APELT, Modell Deutschland, Berlin 2013, Duncker & Humblot, pp. 39-51. 24. Cfr. nota 17, p. 3.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
ne (o anglosassoni), sia in campo economico che nella politica estera, mentre tendono a seguire una propria via, pronti a dissentire con gli Usa e a esserne criticati. Un mutamento nel concetto di «normalità» riflette questa faglia: questa è ormai associata con il perseguimento dell’interesse nazionale piuttosto che con la Bündnisfähigkeit. Fatto importante, perché mentre la precedente idea di «normalità» era usata per giustificare scelte di politica estera che coincidevano con quelle degli alleati atlantici – per esempio la partecipazione alla guerra del Kosovo e lo spiegamento di truppe in Afghanistan – questa nuova idea di «normalità» può servire a giustificare una divergenza con gli alleati e specialmente con gli Stati Uniti.
Una nuova situazione strategica? Nel contesto del dopo-guerra fredda, la Germania si è sempre più concepita come Friedensmacht – potenza pacifica – in opposizione agli Stati Uniti d’America. Il termine è stato originariamente impiegato come autodescrizione dalla Repubblica Democratica Tedesca ed è stato applicato alla Repubblica Federale nel 1993 da Alfred Merchtesheimer, già colonnello dell’Aeronautica tedesca, diventato membro dei Verdi negli anni Ottanta per poi passare alla destra estrema 25. Merchtesheimer vedeva gli Usa come «modello negativo» in contrapposizione al quale la Germania avrebbe dovuto definirsi. Tesi simili furono formulate da Egon Bahr, consigliere di Willy Brandt e architetto dell’Ostpolitik. In un libro intitolato Der deutsche Weg (La via tedesca), apparso poco dopo la guerra in Iraq, egli sosteneva che la Germania si dovesse distinguere dagli Usa attraverso la sua opposizione a usare la forza armata 26. Da allora, la SPD ha fatto sempre più ricorso alla parola Friedensmacht 27. Tuttavia la collocazione strategica della Germania è in parte cambiata a partire dalla crisi ucraina. La rinnovata minaccia russa alla sicurezza europea – alcuni analisti parlano persino di «nuova guerra fredda» – ha permesso agli atlantisti tedeschi e agli esperti di politica estera di porre gli incidenti come lo scandalo delle intercettazioni dell’Nsa in un contesto più ampio e di sostenere la necessità di un rapporto più stretto con gli Stati Uniti. In questo senso, l’annessione russa della Crimea nel 2014 può essere vista in analogia all’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, che mise termine alla fase di distensione cominciata sotto la presidenza di Richard Nixon. Fu in quel nuovo contesto di «seconda guerra fredda» che il cancelliere Helmut Schmidt – il quale credeva che la Germania occidentale fosse vulnerabile a un attacco convenzionale da parte dell’Urss – chiese agli Usa di installare missili nucleari a medio raggio in Europa. 25. A. MERCHTESHEIMER, Friedensmacht Deutschland. Plädoyer für einen neuen Patriotismus, Frankfurt 1993, Ullstein. 26. E. BAHR, Der deutsche Weg. Selbstverständlich und normal, München 2003, Karl Blessing Verlag. 27. CFR. W. LINK, CH. WEBER, F. SAUER (a cura di), Die Semantik der neuen deutschen Außenpolitik: Eine Analyse des außenpolitischen Vokabulars seit Mitte der 1980er Jahre, Wiesbaden, 2008, Verlag für Sozialwissenschaften, p. 110.
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LA GERMANIA ‘NORMALE’ NON AMA L’AMERICA
Per quanto ciò possa rassicurare gli atlantisti, la nuova situazione strategica in Europa può anche ulteriormente dividere americani e tedeschi. Forse la principale differenza fra la situazione del 2014 e quella successiva al 1979 è la centralità della Germania nel cuore dell’Europa allargata. I tedeschi non vedono la Russia come una minaccia diretta, alla stregua di come vedevano l’Unione Sovietica durante la guerra fredda. La minaccia della Russia è semmai diretta contro alleati Nato quali Polonia e paesi baltici. Secondo un sondaggio del 2015, solo il 38% dei tedeschi sarebbe disponibile a usare la forza militare per difendere questi alleati se fossero attaccati 28. Molti tedeschi vedono poi l’approccio degli Usa alla Russia come parte del problema piuttosto che come soluzione. Ironicamente, per alcuni è un aggressivo approccio alla Russia proprio la politica che ha portato la Germania ad essere «circondata da amici» – l’allargamento della Nato. Mentre ha appoggiato le sanzioni economiche alla Russia, la Germania si è opposta a ulteriori misure destinate a rassicurare gli alleati Nato e alla deterrenza nei confronti di Mosca. Persino dopo lo shock strategico dell’annessione della Crimea, la Germania non ha significativamente aumentato la sua spesa militare in rapporto al pil. Dopo il vertice Nato in Galles, nel settembre 2014, la Germania si è opposta ai piani di rafforzamento della presenza Nato in Europa centrale e orientale, temendo che ciò violasse l’Atto costitutivo del Consiglio Nato-Russia del 1997. Nel febbraio 2015, mentre in America si dibatteva su se e come offrire diretto sostegno militare all’Ucraina e sembrava che Obama fosse disposto ad affrontare con la mente sgombra da pregiudizi tale ipotesi, Merkel vi si opponeva subito e pubblicamente 29. Se il successore di Obama decidesse di armare l’Ucraina dopo che si sarà insediato nel 2017, ciò potrebbe portare a un nuovo dissidio fra Germania e Stati Uniti. (traduzione di Guido Ancelotti)
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28. K. SIMMONS, B. STOKES, J. POUSHTER, «NATO Publics Blame Russia for Ukrainian Crisis, but Reluctant to Provide Military Aid», Pew Research Center, 10/6/2015, goo.gl/KT2Akz 29. Sul dibattito negli Usa cfr. M.R. GORDON, E. SCHMITT, «U.S. Considers Supplying Arms to Ukraine Forces, Officials Say», The New York Times, 1/2/2015, goo.gl/DjbF0e; sul rifiuto di Merkel di assistere militarmente l’Ucraina, cfr. M.R. GORDON, A. SMALE, S. ERLANGER, «Western Nations Split on Arming Kiev Forces», The New York Times, 7/2/2015, goo.gl/zilV7g
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
la CINA vista dalla
PER BERLINO LA CINA È UN BUON PIANO B
GERMANIA
di Eva HULSMAN-KNOLL
L’agonia europea e l’insensibilità strategica di Washington spingono la Germania verso Pechino. Non è un matrimonio: l’Ue resterà al centro dell’orizzonte tedesco e la relazione transatlantica, seppur attenuata, sopravvivrà. La vita è un susseguirsi di cambiamenti naturali e spontanei. Non opponetevi ad essi, è solo fonte di dolore. Lasciate che la realtà sia realtà. Lao zi
A
1. H, I BEI TEMPI DEL MOMENTO UNIPOLARE americano successivo alla guerra del Golfo! Seppur breve, fu questa l’epoca in cui l’analisi strategica consisteva essenzialmente nel valutare le intenzioni degli Stati Uniti e le probabilità che questi avevano di riuscire o fallire in determinati luoghi e su questioni specifiche. Anche durante la più lunga epoca della guerra fredda, l’analisi equivaleva di fatto ad osservare una partita a dama, cercando di indovinare come i due contendenti principali (Stati Uniti e Unione Sovietica) predisponevano le loro mosse e contromosse e quale impatto queste avrebbero avuto sul resto del mondo. Non stupisce che gli analisti – specie quelli di vecchio stampo – nutrano un’intima nostalgia per quel contesto di chiarezza e semplicità. Ma come cantava il grande duo inglese Chad e Jeremy, «quello era ieri e ieri è andato». Oggi (e per il resto delle nostre vite) siamo invece di fronte a un mondo multipolare, dove a essere giocata è una partita a scacchi in cui ogni mossa, come tanti sassi gettati nell’acqua, provoca una miriade di contraccolpi previsti e non su una quantità di attori e di ambiti. La semplice matematica è diventata fisica quantistica: la dama è diventata scacchi. Comunque la si voglia mettere, analizzare il mondo in cui viviamo è divenuto molto più complesso. E questa realtà, malgrado le nostalgie, non tornerà alla sua precedente versione semplificata. Tutt’altro. C’è però un assunto di base che può aiutarci a navigare queste acque tempestose, il filo che può guidare Teseo in questo labirinto intellettuale. L’idea comune e semplicistica secondo cui il mondo è pieno di «amici» e «nemici» chiaramente distinguibili ha definitivamente fatto il suo tempo; è una visione in bianco e nero che non funziona in un mondo fatto di scale di grigi. Sono pochi i paesi che oggi marciano fianco a fianco in tutte le questioni di politica estera; così co-
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PER BERLINO LA CINA È UN BUON PIANO B
me sono pochi i paesi che saranno tra loro in opposizione sempre e comunque. Piuttosto, gli Stati oscillano continuamente tra allineamento e antagonismo, smentendo la rassicurante visione di un mondo diviso in buoni e cattivi. È questo senza dubbio il caso della Germania, che nel volgere di pochi anni – un batter d’occhio in termini storici – si è trasformata da indefettibile alleato degli Stati Uniti in un paese quasi neutrale, che coltiva rapporti insopportabilmente stretti con ex nemici quali la Russia e, soprattutto, la Cina. Vi sono solide ragioni strategiche per cui un simile cambiamento è avvenuto e risulta irreversibile. Come evidenzia Lao Zi, soffriamo se non sappiamo accettare la realtà del cambiamento; ma per comprendere la nuova èra multipolare in cui viviamo e poterla compiutamente analizzare, è proprio questo che si richiede a noi analisti.
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2. Malgrado il gran clamore sul legame sino-britannico, è a Berlino che la Cina si è rivolta per migliorare le sue prospettive economiche. Nel 2014 la Germania assommava circa il 48% di tutto il commercio tra Cina e Unione Europea, il che ne faceva di gran lunga il primo partner commerciale di Pechino nel Vecchio Continente. I cinesi sono grandi estimatori delle auto, della chimica e dei macchinari tedeschi e nulla lascia intuire che tale passione svanirà presto. Incredibilmente, nel 2013 Berlino ha registrato un attivo commerciale verso la Cina: una circostanza inaudita. Non è esagerato dire che la Germania, potenza esportatrice, è ora parte della catena di approvvigionamento cinese, esportando beni industriali ad alto valore aggiunto, fortemente richiesti in Cina. Storicamente, paesi con questo tipo di legami economici tendono a coalizzarsi anche sul fronte diplomatico e strategico. Nell’ottica tedesca questo nuovo legame commerciale è una manna dal cielo, il raggio di sole che squarcia un cielo fitto di nubi. Il robusto export verso la Cina consente infatti a Berlino di attutire almeno in parte i contraccolpi della profonda crisi economica che continua ad attanagliare l’Europa, sottraendosi al lento e inesorabile declino dell’Eurozona. Sebbene l’Europa resterà a lungo il principale mercato (e motivo di preoccupazione) della Germania, il crescente legame economico con Pechino offre al paese un certo grado di conforto. Anche per la Cina la logica dell’avvicinamento a Berlino è chiara. Una delle poche certezze emerse dal pantano della crisi europea è l’indiscutibile primato tedesco; almeno Pechino sa ora con chi deve parlare in Europa per ottenere collaborazione sui grandi dossier, dalla governance globale alle questioni commerciali. Inoltre, mentre la Germania spicca nell’Ue – dato il marcato declino geopolitico del continente, la sua incapacità di darsi un esercito comune degno di questo nome e le fosche prospettive demografiche – essa non potrà mai competere ad armi pari con la Cina. La Germania non pone dunque alcuna minaccia strategica all’ascesa di Pechino nel firmamento delle grandi potenze. Quanto sopra spiega ampiamente il voltafaccia strategico tedesco, che però ha dei limiti. La Cina non intende entrare a piè pari nell’orbita tedesca, anche perché vi sono ragioni oggettive che lo sconsigliano, da ambo le parti. La Cina è
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
ora consapevole che la Germania non può consegnarle i suoi colleghi europei su un piatto d’argento: non è così che funziona l’Ue, in cui la Germania ha sì un ruolo preminente, ma non egemonico. Essa resta inchiodata alla sua posizione nel continente: troppo forte per essere un paese europeo come gli altri, ma non abbastanza da dettare univocamente la linea al resto d’Europa. Per questa ragione, Berlino ha una valenza strategica limitata per la Cina. Parimenti, per la Germania i saldi legami con la Cina, pur essendo un plus, non sono la panacea di tutti i mali economici e strategici che la insidiano. L’Europa è e resterà il principale oggetto della politica estera tedesca, specialmente nel futuro prossimo, segnato dalla perdurante crisi dell’euro e da quella dei rifugiati. Non è infatti eccessivo affermare che oggi la Germania è una potenza quasi isolazionista, quasi interamente assorbita dal suo intorno geografico e dalle sorti dell’Unione Europea, che pongono tutto il resto (per certi aspetti anche la Cina) in secondo piano. Ma se Berlino non è per la Cina un alleato rivoluzionario, vale anche il contrario. Pechino, con tutte le sue promesse, non cambia il fatto che le sorti della Germania restino strettamente legate a quelle di un’Europa periclitante. I legami sino-tedeschi non alterano questa realtà di fondo. Inoltre, tale legame non ha completamente offuscato quello difficile, ma ancora importante, con gli Stati Uniti. In quanto potenza esterna al Vecchio Continente che più ha da perdere dall’eventuale fallimento del progetto d’integrazione europea, Washington si trova dalla stessa parte di Berlino su questa cruciale questione. Negli ambiti più disparati, dal contrasto dell’espansionismo russo in Ucraina alla governance globale, America e Germania hanno ancora bisogno l’una dell’altra: che lo vogliano o meno. Questi caveat nulla tolgono però al carattere epocale della svolta strategica che vede la Germania passare da un acritico allineamento agli Stati Uniti a una posizione più neutralista. E sebbene il legame con la Cina non sia tutto, per la Germania non è comunque trascurabile. Date infatti le scarse probabilità che la Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership (Ttip, il trattato di libero scambio Stati Uniti-Europa attualmente in fase negoziale) veda la luce nell’immediato, c’è da aspettarsi un ulteriore avvicinamento tedesco a Pechino – e dunque un contestuale allontanamento dall’America. 3. Non c’è alcun dubbio che Stati Uniti e Germania si stiano allontanando. A ben vedere è logico, date le maggiori responsabilità oggi richieste a Berlino rispetto all’èra del confronto Usa-Urss. Nel nuovo contesto multipolare, c’è dunque da aspettarsi che la Germania e le altre potenze regionali (come Brasile, India, Turchia e Cina) esercitino il loro nuovo ruolo in ossequio ai rispettivi interessi nazionali, non più asserviti ai desiderata di grandi potenze remote. In molti ambiti, il pacifismo tedesco – a lungo represso dagli imperativi della guerra fredda – sta riemergendo, mettendo a repentaglio la coesione dell’Occidente. Berlino ostenta crescente equidistanza nel confronto strategico tra Cina e
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PER BERLINO LA CINA È UN BUON PIANO B
Stati Uniti: una parte rilevante della classe politica tedesca (sebbene non Merkel) teorizza perfino una nuova forma di Ostpolitik verso Vladimir Putin. Anche su questioni chiave per la Nato, come la fornitura di armi all’impotente governo ucraino per contrastare i separatisti filorussi nell’Est del paese, America e Germania sono agli antipodi: Washington sarebbe per un approccio più muscolare, mentre molti tedeschi ritengono che una simile mossa equivarrebbe a gettare benzina sul fuoco di un conflitto che Putin saprebbe volgere a proprio favore. Come sempre, Berlino vuole gestire i suoi problemi, non risolverli: un approccio di per sé non illogico, ma in palese contrasto con la cultura del fare statunitense, che predilige le soluzioni drastiche. Per quanto concerne invece il rapporto con Pechino, il moralismo tedesco – apparentemente inconciliabile con il ruvido realismo cinese – è un ostacolo meno impervio di quanto appaia. In teoria la Germania si preoccupa del Tibet, dei diritti umani e degli abusi governativi nel Xinjiang; in pratica, ciò non ha mai ostacolato il progressivo avvicinamento alla Cina. La crescente dipendenza dell’economia tedesca dall’export verso l’Impero del Centro lascia presumere che le questioni umanitarie siano destinate a rimanere sullo sfondo. Al di là delle ragioni tangibili che sostanziano il rapporto sino-tedesco, ve n’è una meno pratica ma non meno importante: entrambi i paesi non sopportano più la preminenza dell’America. Per la Cina, Washington è l’ostacolo che le impedisce di recuperare la sua storica primazia in Estremo Oriente. Per la Germania, specialmente sotto il deludente Barack Obama, è l’elefante nella cristalleria: spia Berlino, insiste nel chiederle di riarmarsi nel mezzo di una crisi esistenziale dell’euro, non capisce che i russi hanno il coltello dalla parte del manico e che la non belligeranza sull’Ucraina è l’unica opzione percorribile. Pertanto Germania e America non percepiscono più il loro rapporto come un’alleanza, ma come una delle tante grane da gestire nella nuova èra multipolare. Per Berlino, la Cina incarna dunque l’assunto di base delle relazioni internazionali nel nostro tempo: nessuno è un alleato o un nemico permanente. Aspettiamoci dunque che la Germania continui ad allontanarsi dall’America (rimanendone sì alleata, ma in modo più freddo e distaccato) e che la Cina prosegua nel suo percorso di avvicinamento a una Germania considerata non più nemica, bensì interlocutrice neutrale. Il rischio di questo scivolamento tedesco verso un pragmatico neutralismo è che esso passi inosservato alle principali capitali occidentali, rendendo così concreta l’eventualità di una crisi involontaria e imprevista. Che sia sulla posizione da adottare verso Putin, o su come salvare l’Europa, o ancora su come gestire gli attriti valutari tra dollaro ed euro, una crisi nel rapporto transatlantico è probabilmente dietro l’angolo. Oggi tutto è cambiato. Ma finché i nostri leader lo ignoreranno, non faranno che rendere una transizione di per sé accidentata infinitamente più pericolosa.
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(traduzione di Fabrizio Maronta)
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
la RUSSIA vista dalla
NOI E I RUSSI LA PARABOLA DELL’AMBIGUITÀ
GERMANIA di Michael STÜRMER
Con il vicino impero orientale la Germania ha condiviso nei secoli una storia intima, tra crisi, guerre, speranze e disillusioni. Questa strana coppia resta centrale per il futuro d’Europa. Come l’espansione della Nato ha trasformato il nemico di ieri in nuovo nemico.
G
1. ERMANIA E RUSSIA: CIÒ CHE LE UNISCE non viene da qui né da ora. E lo stesso vale per ciò che non meno le divide. È una lunga storia. Dopo la svolta mondiale del 1989 dominava una grande speranza di avvicinamento, oggi la cronaca racconta sempre più di una disillusione reciproca. Sotto Putin la Russia non è sulla via della democrazia occidentale, della politica sobria e del superamento pacifico del passato imperiale, specie in Ucraina e dintorni. Sotto Angela Merkel la Germania non sta cercando una via propria al di fuori dell’Unione Europea e della Nato, e nemmeno un nuovo appeasement, malgrado tutte le pressioni del comitato per l’Est della Confindustria tedesca, delle industrie meccanica e automobilistica. Il futuro è aperto e si colloca in qualche punto tra una prova di forza seminascosta sull’eredità dell’Unione Sovietica e lo scongiuramento di uno scontro militare aperto sotto specie di guerra ibrida. Molto dipende dagli Stati Uniti. Troverà Washington ancora una volta la forza e la volontà per la extended deterrence e per il grande gioco del rough balance? E in tal caso i nervi degli europei reggeranno e l’Alleanza Atlantica sarà in grado di offrire un suo equo contributo? Ma infine, e soprattutto, occorrerà stabilire se la revisione della postura geopolitica della Russia tra Mar Baltico e Mesopotamia si porrà ancora dei limiti. In Occidente non si dimentica l’affermazione di Putin, per cui i confini postsovietici della Russia lasciano 25 milioni di russi fuori del loro Stato, e che il loro destino è questione di guerra e pace. Così Putin nel 1994, quando era ancora a San Pietroburgo a occuparsi di questioni immobiliari. E così Putin nel 2015 a So0i, con ben maggiore forza, destinato da se stesso e dalla storia alla guida della Russia. Perché la Russia è la Russia solo se si pensa più grande di quanto sia.
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NOI E I RUSSI. LA PARABOLA DELL’AMBIGUITÀ
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2. Vista da Mosca e da San Pietroburgo, la Germania si trova sulla via per l’Occidente. Sotto il profilo strategico, in una lunga storia di scambi di posizione, Germania e Russia si sono minacciate e alleate; sotto quello economico, i tedeschi ricchi di ingegno e i russi tanto dotati di risorse si completano. La lingua russa rivela ancora oggi quanto negli ultimi tre secoli quel paese abbia assorbito dall’Occidente, in particolare dalla Germania, in termini di tecnica, amministrazione, organizzazione militare e cultura. Ai tempi dello zar e della monarchia tedesca, Baden-Baden era la località dove sotto le cupole a cipolla dell’ortodossia, nei salotti e nei boudoirs si parlava più russo che in qualsiasi altra località fuori dei confini dell’impero zarista. E che ne sarebbe stato dei Romanov senza i matrimoni con principesse tedesche? Delle quali nessuna è stata più incisiva ed efficace di Caterina la Grande, figlia del modesto principe di Anhalt-Zerbst – la sua statua in piccolo formato orna la scrivania della cancelliera federale tedesca, che proviene dal nostro Est. Che ne sarebbe dei poeti e dei dissidenti russi senza la via di fuga verso occidente, sempre aperta, ancora oggi, fino a Berlino e a Parigi? Se dal punto di vista russo l’Europa resta il piccolo Capo d’Asia al confine occidentale della massa eurasiatica russa e dei suoi undici fusi orari, con Berlino come pietra angolare e porta girevole, così la Russia resta sempre per i tedeschi il perturbante vicino, con il quale si cerca possibilmente di andare d’accordo. La Russia ha la chiave della felicità o dell’infelicità tedesca – da Pietro il Grande e suoi successori, zarine e zar, fino a Lenin, Stalin, Gorba0ëv e Putin. All’inverso, i russi si attendono dalla Germania di essere presi in speciale considerazione – che sia sotto Bismarck nella Wilhelmstraße di Berlino o con Kohl alla cancelleria federale di Bonn. In entrambi i casi, peraltro, i russi sono rimasti delusi, con serie conseguenze. Dopo il 1871, giacché al Congresso di Berlino Bismarck isolò la Russia per il bene della pace europea; e dopo il 1990, quando la Germania non si oppose, malgrado le forti riserve, all’espansione della Nato verso est, secondo la ricetta polacco-americana. L’ambivalenza è da sempre il tono che marca questa prossimità inevitabile, che ha dato agli Stati Uniti e al resto d’Europa sempre nuove ragioni di sospetto e di preoccupazione, talvolta a ragione talaltra per mero fantasticare. Per i tedeschi Rapallo è una località balneare alla moda della costa ligure. I vicini della Germania la ricordano invece come luogo dove si strinse l’alleanza dei due Stati paria del dopo-prima guerra mondiale, Russia (Urss) e Germania. Un eccesso di intimità russo-prussiana o anche russo-tedesca segnalava pericolo per l’equilibrio europeo e per la pace. La relazione speciale russo-tedesca è allo stesso tempo, a seconda dei punti di vista, fattore d’inquietudine o viceversa tranquillizzante in Europa. In ogni caso è decisiva. La Ostpolitik è stata mezzo secolo fa la risposta tedesca – legata ai nomi del cancelliere federale Willy Brandt e della sua eminenza grigia Egon Bahr – alla doppia crisi di Berlino e di Cuba. Essa ha avuto una lunga preparazione, a causa delle guerre mondiali e malgrado gli stermini di massa e le torture che le due parti si sono reciprocamente inflitte – una vicenda mai esplicita e tuttavia consu-
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
stanziale alla guerra fredda, pur se ad essa precedente. La preistoria di questa preistoria si radica in tempi antichi. Il suo terreno di sperimentazione furono le Bloodlands (Terre insanguinate) dell’Europa centrale, stando alla definizione attribuita dallo storico americano Timothy Snyder agli spazi compresi fra Mar Baltico e Mar Nero. La Russia non impiegò molto tempo per volgersi all’Europa, una volta sconfitti i tatari dopo trecento anni di occupazione e distruzione. La cattedrale di Ivan il Terribile a Kazan’, sulla soglia dell’Asia, ricorda fino a oggi quella storia, anche se recentemente compressa tra la nuova monumentale moschea con la sua mezzaluna, che sovrasta visibilmente la croce della chiesa. Il volgersi della Russia verso occidente è stato violento, all’interno come verso l’esterno. Il principato moscovita minacciò presto il grande impero lituano-polacco. I principi e le città del Baltico si precipitarono a compiacere gli zar con missioni diplomatiche, onorandoli con l’oro e l’argento di Augusta e di Amburgo. Pietro il Grande voleva dominare sul tempo e sullo spazio. Egli intendeva indirizzare la Russia verso l’Occidente sotto il profilo strategico, economico e culturale. In questo modo cercava di aprire una nuova èra per la sua terra e per il suo popolo. A nord Pietro puntò all’Imperium Maris Baltici e costruì San Pietroburgo sulle paludi della Neva: segni del brutale avvicinamento della Russia alla barocca Europa occidentale. Si trattava anche di accedere a porti liberi dai ghiacci. Nel 1945 Pillau divenne porto militare, Königsberg enclave russa. Obiettivo strategico quelli che nel linguaggio Nato divennero poi i «Baltic approaches»: gli stretti marittimi danesi-svedesi, cui anche Stalin e Molotov avevano sempre guardato. Questo slittamento a tentoni degli interessi russi verso ovest è in linea di principio riuscito a Pietro il Grande, anche se i mezzi impiegati furono di tale brutalità da spingere gli osservatori occidentali a identificare la Russia come esempio di dispotismo asiatico. A sud Pietro mirava ai Dardanelli e allo sbocco sul Mediterraneo, obiettivi ai quali si opposero per lungo tempo İstanbul e gli eserciti ottomani. Nel suo testamento, il grande zar esortò i successori a infrangere la barriera meridionale. Allo scopo vennero inizialmente reclutati ingegneri navali e marinai scozzesi. Due generazioni e diverse guerre russo-turche dopo, Caterina – acquistando con ciò il titolo di Grande – e il suo tutore strategico e per molti anni amante principe Potëmkin conquistarono la penisola di Crimea con il porto militare di Sebastopoli. Per i russi consapevoli della loro storia, fino a oggi qualcosa di più di una macchia sulla carta geografica, e dal 2014, in seguito alla riannessione della Crimea a Mosca, un durevole impedimento alla ripresa di rapporti civilizzati con l’Occidente. La via della Russia verso l’Occidente e quindi verso la Germania fu segnata dal sangue. Nella grande guerra del Nord, parallela alla guerra di successione spagnola nella parte occidentale del teatro di guerra europeo, Pietro il Grande si assicurò i paesi baltici, dotati di un tipo di amministrazione occidentale, un ruolo del parlamento e un’autonomia culturale. Militari, insegnanti, funzionari e artigia-
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miliardi di euro
103,3
Apparecchiature elettroniche 13,2%
Alimenti, mangimi e prodotti agricoli 3,4% Abbigliamento e tessile 2,9% Prodoti chimici 10,3% Prodotti farmaceutici 6,4% Metalli e prodotti siderurgici 5,7%
miliardi di euro
Germania
Volume interessi in Russia (investimenti; addetti)
Agricoltura e industria alimentare 1,4 mld € Chimica e industria 1,2 mld €; 7.000 Farmaceutica 2.500 Veicoli 1,6 mld €; 10.000 Meccanica 628 mln € Telecom n.d. Edilizia 3.500
Settore
Volume interessi in Russia (investimenti; addetti)
Grande distribuzione 30.000 Beni di consumo 15.000 Servizi fnanziari 2,1 mld € Difesa 1.000 Trasporti e logistica 5.000 Energia 5.000 Fonti: Roland Berger Strategy Consultants
Settore
di liar mi
) 014 o (2 r u di e
38
ila imprese te 6m
Russia
3,5% Prodotti chimici 0,07% Abbigliamento tessile e Prodotti farmaceutici
Fonte: Ufficio statistico tedesco, elaborazioni Limes
Petrolio e gas 66,1%
Alimenti, mangimi e prodotti agricoli 0,5%
Importazioni tedesche dalla Russia (2014) 21,2% Altro 0,8% Apparecchiature elettroniche, macchine utensili, veicoli a motore e componenti 7,6% Metalli e prodoti siderurgici
,3 miliardi di euro (2013)
Fonti: Statistisches Bundesamt
2
29 ,
Le sanzioni hanno ridotto l’interscambio dell’11,7% (da 76,5 mld € nel 2013 a 67,5 mld € nel 2014), con una perdita secca di 9 miliardi. I settori dell’economia tedesca più colpiti sono: alimentare, autoveicoli, chimica e farmaceutica, macchinari.
Fonte: Ufficio statistico tedesco, elaborazioni Limes
23% Macchine utensili
17,6% Veicoli a motore e componenti
17,2% Altro
Esportazioni tedesche verso la Russia (2014)
Fonti: Eurostat, elaborazioni Limes
80,5% Materie prime di cui: prodotti agricoli e alimentari 2,1% 74,8% carburanti 9,4% Manufatti 10,1% Altro
Esportazioni della Russia verso l’Ue (2014)
181,3
LA SIMBIOSI RUSSO-TEDESCA
circ a
Esportazioni Ue verso la Russia (2014)
e operano in sch de
ssia Ru
214
10,4% Materie prime di cui: prodotti agricoli e alimentari 9,0% 87,9% Manufatti 18,5% di cui: chimica 45,9% macchinari e mezzi di trasporto 1,7% Altro
NOI E I RUSSI. LA PARABOLA DELL’AMBIGUITÀ
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
ni parlavano tedesco come anche russo. Solo il panslavismo, concepito in risposta alla moda del nazionalismo occidentale, inferse un colpo mortale, alla vigilia della Grande guerra, a questa simbiosi russo-tedesca. Dopo la guerra del Nord i russi si trovarono a cadere con tutta la porta nel campo europeo. Per restarci a lungo. Da allora la Russia si è stabilita come grande potenza europea, parte dell’equilibrio continentale e, in conseguenza della guerra dei Sette anni (1756-63), coprotagonista nel concerto delle potenze europee. Qui esibendo la sua aspirazione al diritto di veto in tutte le dispute territoriali di rilievo, nessuna delle quali più importante delle partizioni polacche successive al 1773, come confermò ancora una volta il Congresso di Vienna. La Prussia dovette essere contenta di emanciparsi dalle «bestie liberatrici» russe del 1813, risospinte verso est, senza sopportare danni permanenti. Chi può stupirsi che ancora dopo due o tre generazioni gli Junker insediati a est dell’Elba maledicessero l’«orrenda e abominevole» flotta imperiale che, sfidando l’impero britannico, obbediva a menti strategiche diverse da quelle dei reggimenti della guardia prussiana. Menti nelle quali restò a lungo viva la memoria che senza i russi Napoleone non sarebbe mai stato sconfitto. I russi restavano però peculiari compagni di viaggio, da tenere comunque a distanza. Le partizioni polacche marcarono la distanza di sicurezza. Per quanto riguarda il vicinato russo, il XIX secolo fu meno gradevole di quanto potrebbero suggerire le celebrazioni dinastiche fra Romanov e Hohenzollern. Dal Congresso di Vienna l’Europa viveva «sous l’oeil des Russes», in ciò ricomprendendo il Great Game tra Russia e Gran Bretagna nel Mediterraneo orientale e in Asia centrale. Il concerto delle cinque potenze, malgrado vari conflitti, complessivamente tenne per un secolo. Ma nel 1848-49 lo zar dimostrò, bloccando i piani nazionalisti della Prussia e soffocando la sollevazione degli ungheresi, che la Santa Alleanza non era fantasia, ma strumento d’intervento per il controllo delle crisi e la repressione delle rivoluzioni – se necessario con la guerra. La quiete post-rivoluzionaria ingannava. Il sistema europeo entrò in movimento quando lo zar reclamò il protettorato sui cristiani dell’impero ottomano. Londra e Parigi decisero allora di impedire ai russi l’accesso al Mediterraneo orientale e inviarono truppe. Si arrivò alla guerra di Crimea, con la Prussia che riuscì a impedire l’intervento austriaco con minacce silenziose. Lo zar si vendicò quando nel 1864 si astenne dall’intervenire mentre la Prussia insieme all’Austria sconfiggeva la Danimarca, poi nel 1866 quando le due potenze tedesche si sfidarono a duello e nel 1870-71 – fatto decisivo – durante la guerra della Prussia contro la Francia. Poco dopo, quando Berlino cercò di spaventare la repubblica francese evocando il ricorso alle armi, da San Pietroburgo si levarono voci minacciose. E quando al Congresso di Berlino del 1878 il leone britannico sottrasse all’Orso russo la preda della recente guerra contro i turchi e l’«onesto sensale» Bismarck restò inattivo, cominciò quel reciproco estraniarsi sfociato nella guerra del 1914 – «the great seminal catastrophe of our century», così lo storico e diplomatico
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americano George F. Kennan si espresse sul tramonto del sistema di sicurezza bismarckiano. L’erosione della difficile alleanza non avvenne dalla sera alla mattina. Giovani ufficiali dello Stato maggiore generale a Berlino continuarono per qualche tempo a prestare servizio presso la corte dello zar. Eppure ciò che essi riferivano sul clima politico in Russia e sull’odio dei panslavisti per la Germania e per la monarchia danubiana suonò presto minaccioso. Bismarck sentenziò che i Balcani non valevano le ossa di un moschettiere di Pomerania. Il cancelliere mise in guardia, ma inutilmente. Interessi economici e finanziari remavano contro. Ne conseguì una crisi politica. Fino agli anni Novanta del XIX secolo banche prussiano-tedesche finanziarono la più che urgente modernizzazione della Russia e i debitori russi pagarono interessi sempre più alti a causa del rischio politico ed economico crescente. A un certo punto le banche francesi proposero condizioni più vantaggiose e il meccanismo di finanziamento si trasferì a Parigi. I dazi tedeschi sul grano colpirono la grande proprietà terriera russa. La Francia vendeva intanto alla Russia armi moderne per la fanteria. Alla fine degli anni Novanta si determinò la costellazione delle alleanze che avrebbe condotto alla Grande guerra, nel 1904 si stipulò l’entente cordiale tra Francia e Gran Bretagna. La Grande guerra fu l’effetto di una profezia che si autorealizzava.
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3. Germania e Russia: il loro rapporto è sempre stato difficile, nel migliore dei casi ambiguo, nel peggiore carico di reciproca sfiducia, anzi di inimicizia. Ma sempre al centro della geometria della potenza in Europa. Il generale de Gaulle è stato probabilmente il primo a parlare, nel 1944 da Londra, di «guerra dei Trent’anni del nostro secolo», e in essa Germania e Russia giocavano un ruolo chiave. Ciò non fu mai tanto vero come nel 1917-19, quando il comando supremo dell’Esercito germanico sostenne e finanziò il colpo di Stato bolscevico, così scatenando una reazione a catena i cui effetti non si sono ancora spenti. Così dalla Grande guerra europea slittammo verso la guerra mondiale e di qui alla guerra civile mondiale. Peraltro, il trionfo tedesco sul fronte orientale, dal Mar Baltico al Mar Nero, era ingannevole. Sul versante occidentale entrarono in guerra gli Stati Uniti, con nuove truppe e lo schema dei Quattordici punti destinati a ridisegnare il mondo in un contesto di pace. Ma le potenze europee venivano da un’altra fase storica, dall’Ottocento, sicché gli Stati Uniti, dopo aver deciso le sorti della guerra, persero la pace, rinchiudendosi in se stessi. La Russia precipitò nella guerra civile. Tuttavia la Germania, anziché poggiare la ricostruzione sulla minaccia al mondo borghese proveniente dall’Oriente e, come la Francia al Congresso di Vienna, trasformare la sconfitta in vittoria, patteggiò con i diabolici emissari di Lenin. Il dopoguerra divenne anteguerra. Russia e Germania ne assursero a protagonisti, nella loro non santa alleanza. Prima del crollo della Germania Winston Churchill dipinse così l’eterna questione tedesca: «What will lie between the white snows of Russia and the white cliffs of Dover?». Per accennare anche la risposta: «There is an unspoken fear in
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
many peoples’ hearts». La differenza rispetto al 1918 consisteva nel fatto che stavolta gli americani, contro ogni istinto consolidato, erano decisi a restare in Europa, per bloccare la pressione russa e impedire un’alleanza russo-tedesca. Senza il territorio tra Elba e Maas, secondo Truman, la difesa dell’Occidente si sarebbe ridotta a una battaglia di retroguardia sulle spiagge dell’Oceano Atlantico. La geopolitica dava alla Germania uno spazio di manovra. E nessuno lo aveva capito meglio del cancelliere Adenauer. Così tra 1948 e 1949 furono poste le fondamenta del Patto del Nord Atlantico, in reazione alla minaccia staliniana. Doppio contenimento, quello dell’effettiva potenza russa e dell’irreale potenza tedesca. Lord Ismay, primo segretario generale della Nato, lo descrisse così: «To keep the Americans in, the Russians out, and the Germans down». Nel complesso questo meccanismo ha funzionato. Nei primi anni per errori e prove, dopo la doppia crisi di Berlino e Cuba attraverso il controllo degli armamenti. La Germania divisa era il baricentro del sistema. Qui si incrociavano gli interessi globali di potenza. Raymond Aron descrisse la situazione in una breve formula: «Pace impossibile, guerra improbabile». Ne conseguì una lunga pace nucleare, imperniata sul controllo degli armamenti, sulla non-proliferazione, su misure destinate a cementare la fiducia e la sicurezza reciproca, e sul riconoscimento da entrambe le parti che nessuna possibile conquista, dovunque fosse, al Fulda Gap come al 38° parallelo, valesse il rischio definitivo della guerra nucleare. Nel 1990 si sperò che un equilibrio simile, ma senza guerra fredda, fosse nuovamente possibile. In nessun luogo questa speranza fu più forte che a Bonn e poi a Berlino. Tale speranza era ingannevole. Senza alcuna necessità, l’espansione della Nato verso est ha trasformato il vecchio nemico in nemico nuovo. E invece di rafforzare la Nato, l’ha semmai indebolita. Gli avvertimenti sono caduti nel nulla. Stati Uniti e Russia sono tornati a essere i poli del sistema mondiale, dalla Crimea al Medio Oriente, con la Cina equidistante. Ma la Germania ha ancora e sempre più bisogno della presenza americana in Europa, dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico e del quadro europeo, per potervi giocare nel ruolo di piccola grande potenza. (traduzione di Guido Ancelotti)
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
A BERLINO BASTA UNA TURCHIA PRESENTABILE
la TURCHIA vista dalla
GERMANIA
di Yaşar AYDIN
Industria, energia, migranti, terrorismo: tanti i motivi che spingono la Germania a rafforzare il legame con Ankara, sostenendone le ambizioni europee. Ma la deriva autoritaria e il bellicismo di Erdoãan creano problemi. Un’amicizia che viene da lontano.
N
1. EGLI ULTIMI ANNI GLI STRETTI RAPPORTI che legano Turchia e Germania in molteplici ambiti hanno vissuto una fase tormentata. L’ondata di proteste che ha colpito la Turchia nel 2013 e le conseguenti tensioni interne hanno messo alla prova le relazioni bilaterali 1. A suo tempo il governo federale criticò apertamente la dura repressione esercitata dalla polizia turca sui manifestanti e nell’autunno 2013 esercitò pressioni in sede Ue per bloccare l’apertura del capitolo negoziale con la Turchia sulla politica regionale e sugli aiuti strutturali 2. Entrambe le parti assunsero toni polemici. In Germania i politici conservatori lessero gli eventi come riprova della tesi che vuole la Turchia inadatta all’Unione. Ai massimi livelli dell’amministrazione turca invece ci fu chi accusò la compagnia di bandiera tedesca Lufthansa di aver fomentato le proteste di Gezi Park per destabilizzare il paese e indebolire il governo, con l’obiettivo di impedire la costruzione del terzo aeroporto di İstanbul. Con l’acuirsi della crisi dei profughi nell’autunno 2015, i rapporti turco-tedeschi si sono sbloccati. Berlino ha fatto passi verso Ankara: a due settimane dalle elezioni parlamentari tedesche del 1° novembre, la cancelliera Angela Merkel si è recata in Turchia per discutere con il presidente Erdoãan e il primo ministro Davutoãlu di una collaborazione sul problema dei profughi 3. Il 22 gennaio 2016 il governo federale e quello turco si sono riuniti per discutere della crisi dei profughi e della lotta comune al terrorismo islamico. L’8 febbraio 2016 Merkel ha annunciato una nuova visita in Turchia. 1. Y. AYDIN, «Riflessioni sulle proteste di Gezi Park: fattori sociopolitici e motivazioni soggettive», Orient: Deutsche Zeitschrift für Politik, Wirtschaft und Kultur des Orients, 55, 1, 2014, pp. 11-16. 2. Proposta di decisione del Consiglio relativa ai princìpi, alle priorità e alle condizioni contenuti nel partenariato per l’adesione con la Turchia, che abroga la decisione 2006/35/CE, n.d.r. 3. P. NEHF, «Merkels Besuch tut Erdogan gut», Die Welt, 18/10/2015.
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A BERLINO BASTA UNA TURCHIA PRESENTABILE
Questo avvicinamento prelude a una svolta strategica nei rapporti turco-tedeschi? Quali realtà sono di stimolo ai due paesi Nato per intensificare la reciproca collaborazione? 2. Le relazioni turco-tedesche vantano una lunga tradizione; non sono mai state omogenee, né scevre da conflitti. I primi contatti risalgono all’epoca del sacro romano impero della nazione tedesca e del sultanato selgiuchide di Rum. Fino alla tarda èra moderna le relazioni tra tedeschi e turchi furono improntate soprattutto agli scambi commerciali e diplomatici da un lato, alle lotte per il potere e alle guerre dall’altro. Dal XV secolo, con l’espansione dell’impero ottomano, il «turco» divenne emblema di pagano e infedele. Alla fine del XVII secolo l’impero asburgico riuscì ad avere la meglio sul pericolo turco e a tenere gli ottomani lontani dall’Europa centrale 4. Gli europei trasformarono il timore in senso di superiorità, accompagnato da un’apertura culturale che portò in voga lo stile «alla turca» e, in seguito, l’esaltazione della «saggezza orientale». Così, dalla metà del XVIII secolo, accanto al commercio e al posto della guerra nelle relazioni tedesco-ottomane si inserirono la cooperazione e la pace. Le semantiche e le narrazioni negative lasciarono il posto a rappresentazioni di stampo romantico ed esotico. Nell’èra moderna si giunse alla cooperazione in campo economico, militare e diplomatico. Nel 1761 la Prussia e l’impero ottomano, sotto la guida rispettivamente di Federico il Grande e del sultano Mustafa II, strinsero un patto di amicizia e collaborazione navale e commerciale. Tra il 1835 e il 1839 gli ufficiali prussiani intrapresero la modernizzazione dell’esercito ottomano, dando inizio alla cosiddetta «fratellanza d’armi» tedesco-turca 5. L’integrazione nell’ordine ottocentesco, dominato dal capitalismo, vide l’impero ottomano vittima di numerose sconfitte militari e cessioni territoriali, nonché di una generale inferiorità economica e subordinazione politica. Oltre che all’espansionismo russo in Crimea, nel Caucaso e nei Balcani, era esposto alle dinamiche centrifughe delle potenze locali. Il «malato del Bosforo» fu costretto a recuperare terreno sotto il profilo economico e militare: la modernizzazione quindi assunse valenza centrale e decisiva. In ambito internazionale, la Sublime Porta si schierò inizialmente a fianco di Gran Bretagna e Francia, che ne difendevano la sovranità e l’integrità territoriale, attuando con esse una politica di libero scambio. Quando però Londra e Parigi, per bilanciare l’ascesa del Reich tedesco, si avvicinarono alla Russia, da decenni impegnata in una politica di espansione territoriale a spese dell’impero ottomano, quest’ultimo operò un cauto avvicinamento alla Germania, potenza emergente sotto il profilo economico e politico. Così
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4. A. HÖFERT, Den Feind beschreiben: «Türkengefahr» und europäisches Wissen über das Osmanische Reich, 1450-1600, Frankfurt & New York 2004, Campus Verlag. 5. K. KREISER, «Das letzte osmanische Jahrhundert, 1826-1920», in K. KREISER, CH.K. NEUMANN (a cura di), Kleine Geschichte der Türkei, Bonn 2006, Bundeszentrale für politische Bildung, pp. 315-381.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
alla fine del XIX secolo nacque tra l’impero tedesco e quello ottomano una relazione senza dubbio asimmetrica, ma in cui la Turchia certo non aveva un ruolo subordinato 6. L’impero tedesco attuò una politica coloniale e di espansione (Großraumpolitik) che puntava all’apertura di nuovi mercati, alla conquista di territori ricchi di materie prime (Anatolia, Caucaso meridionale, Mesopotamia) e a bloccare l’espansione russa7. La geostrategia tedesca consisteva nell’impedire che il Reich fosse accerchiato: da Francia e Gran Bretagna da un lato, dalla Russia dall’altro 8. Dopo la disastrosa sconfitta militare subita dalla Turchia nella guerra contro la Russia del 1878, al Congresso di Berlino – grazie alla mediazione del cancelliere Otto von Bismarck – si giunse a una nuova regolamentazione dei rapporti nei Balcani, evitando la completa spartizione ottomana. La Germania aveva interesse alla sopravvivenza di un impero ottomano forte economicamente e militarmente, in grado di contrastare le mire espansionistiche russe. I vertici ottomani invece puntavano a realizzare, con l’aiuto tedesco, una generale modernizzazione del paese, tenendo a bada le influenze franco-inglesi. La costruzione della rete di trasporti finanziata dai tedeschi ebbe l’obiettivo di integrare le parti remote del paese, potenziando l’economia e rafforzando la coesione politica dell’impero 9. Nel 1914 l’impero ottomano entrò in guerra a fianco della Germania. Dopo la sconfitta bellica, agli ex imperi si sostituirono nel 1918 la Repubblica di Weimar e nel 1923 la Repubblica di Turchia. Le «colonie» di entrambi gli Stati furono assegnate dalla Società delle Nazioni a Inghilterra e Francia. Mentre dopo quindici anni Weimar cadde preda del nazismo, la Turchia si concentrò sulla propria indipendenza politica e sul potenziamento dell’economia. Gli stretti rapporti esistenti tra Turchia e Germania in ambito militare si mantennero però anche dopo l’avvento di Hitler nel 1933: in base a uno specifico accordo (Claudius-Abkommen), la Turchia ottenne armamenti in cambio di cromo e altri minerali 10. Con il nazismo al potere, un gran numero di docenti ebrei tedeschi furono costretti a emigrare in Turchia e assunsero incarichi importanti nelle università turche. Così negli anni Trenta del Novecento nacque a İstanbul una comunità tedesca di cui, accanto agli uomini d’affari, facevano parte circa 2 mila accademici 11. 6. N. YORULMAZ, Arming the Sultan: German Arms Trade and Personal Diplomacy in the Ottoman Empire Before World War I, London-New York 2014, Tauris Verlag; İ. ORTAYLI, Osmanlı İmparatotorluãu’nda Alman Nüfüzu, İstanbul 2005, Alkım Yayınevi. 7. İ. ORTAYLI, Osmanlı İmparatotorluãu’nda Alman Nüfüzu, cit. 8. B. SIMMS, Europe: The Struggle for Supremacy, London 2013, Allen Lane. 9. İ. ORTAYLI, Osmanlı İmparatotorluãu’nda Alman Nüfüzu, cit. 10. M. AVCI, Die türkisch-deutschen Wirtschaftsbeziehungen in den Jahren von 1923 bis 1945 unter Beachtung der politischen Entwicklungen, Aachen 2014, Shaker Verlag; İ. UZGEL, «Almanya’yla İlişkiler», in B. ORAN (a cura di), Türk Dış Politikası: Kurtuluş Savaşından Bugün, Olgular, Belgeler, Yorumlar, İstanbul 2012, İletişim Yayınları, pp. 297-307. 11. İ. UZGEL, «Almanya’yla İlişkiler», cit.
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3. La Repubblica di Turchia abbandonò l’approccio misurato e neutrale in politica estera a seguito dell’accordo di Montreux (1936), che le restituì piena sovranità sui Dardanelli, sul Mar di Marmara e il Bosforo e che tuttora disciplina il traffico navale in quelle acque. L’avvicinamento all’Occidente portò la Turchia ad aderire all’alleanza militare occidentale dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1947 gli Usa enunciarono la cosiddetta dottrina Truman; l’anno successivo diedero avvio al piano Marshall. Il governo Inönü accolse con entusiasmo il «ruolo di protezione e supremazia rivestito dagli Stati Uniti in qualità di indiscussa maggiore potenza occidentale in Europa, nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente» 12. Al legame con Washington nel settore della sicurezza seguì l’apertura della Turchia all’Occidente e all’influenza americana sullo sviluppo economico e militare del paese. Già nel 1946, İnönü aveva deciso il passaggio al sistema pluripartitico e nel 1950, dopo la sconfitta alle elezioni parlamentari, cedette il potere al Partito democratico. Il governo di Menderes mantenne la postura filoccidentale e portò la Turchia nella Nato, dopo la partecipazione alla guerra di Corea. Ankara assunse così, assieme alla Grecia, il ruolo di pilastro sudorientale dell’Alleanza Atlantica. Negli anni Cinquanta tra Turchia e Germania tornò a stabilirsi una stretta collaborazione, che nel decennio successivo proseguì anche nell’ambito della Comunità economica europea (Cee), cui la Turchia fu associata tramite un accordo specifico nel 1963. L’accordo commerciale turco-tedesco siglato nel 1949 portò a un rapido sviluppo degli scambi tra i due paesi. Già nel corso degli anni Cinquanta la Germania divenne il maggior partner commerciale della Turchia. Grazie ai finanziamenti tedeschi, in quel periodo la Turchia fu in grado di potenziare l’industria zuccheriera e cementiera e di costruire un oleodotto dall’Iraq a İskenderun, nonché un impianto siderurgico a Karabük. Al contempo si intensificarono i rapporti politici bilaterali, come testimoniato tra l’altro dalle visite ufficiali di alto livello. Nel 1954 si recò in Turchia il cancelliere Konrad Adenauer, nel 1957 il presidente Theodor Heuss; nel 1958 il presidente turco Celâl Bayar andò in visita in Germania. Mentre la Francia guardava con scetticismo all’associazione della Turchia alla Cee e i diplomatici francesi consideravano la Turchia parte di una cultura estranea all’Europa, la Germania mostrava un atteggiamento conciliante, pur se motivato da interessi di sicurezza 13. Con l’ingresso della Germania Ovest nella Nato, nel 1955, prese il via anche il commercio di armi tra Ankara e Bonn. A seguito della crisi cipriota del 1967, la Turchia procedette a un forte riarmo. Dopo l’occupazione del Nord di Cipro da parte delle Forze armate turche, gli Stati Uniti decretarono un embargo alle forniture di armi che Ankara superò rivolgendosi, tra l’altro, alla Germania. Quest’ulti-
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12. H. KRAMER, M. RAINKOWSKI, Die Türkei und Europa: Eine wechselhafte Beziehungsgeschichte, Stuttgart 2008, Kohlhammer. 13. G. GÜRBEY, Die Türkei-Politik der Bundesrepublik Deutschland unter Konrad Adenauer, 19491963; Pfaffenweiler 1990, Centaurus Verlag.
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ma fornì alla Turchia carri armati Leopard e blindati, sottomarini, navi da guerra, elicotteri per la Marina. La cooperazione militare si intensificò ulteriormente nel momento in cui alla Germania fu assegnato un ruolo guida per il Medio Oriente e la Turchia. Le forniture di armi proseguirono anche dopo il colpo di Stato militare del 1980, anche se le violazioni dei diritti umani in Turchia produssero tensioni nei rapporti turco-tedeschi 14. Nel 1961 fu concluso tra Germania e Turchia un accordo sul reclutamento di manodopera che ebbe effetti inattesi per entrambi gli Stati, dando vita a flussi migratori tuttora in atto. La Germania è oggi nel mondo il paese con la maggior diaspora turca. Tra il 1961 e gli anni Novanta arrivarono dalla Turchia oltre quattro milioni di persone, di cui circa metà fece poi ritorno. Dei tre milioni di individui di origine turca presenti oggi in Germania circa 1,6 milioni possiedono la cittadinanza turca, mentre circa 1,4 milioni sono cittadini tedeschi 15. 4. Gli odierni rapporti tra Germania e Turchia si estendono a vari ambiti e si fondano su interessi comuni. La Germania è il maggior partner commerciale della Turchia: è al primo posto per importazioni e al terzo per esportazioni, dopo Russia e Cina. Nel 2014 il volume degli scambi ammontava a 37,5 milioni di dollari; la Turchia ha esportato in Germania merci per un valore di 15,1 milioni di dollari, importando l’equivalente di 22,4 milioni di dollari. La quota tedesca sulle esportazioni turche ammonta al 9,6%, quella sulle importazioni al 9,2%. La Turchia invece ha un peso relativamente limitato sul commercio tedesco; nell’elenco dei partner commerciali della Germania si colloca al 17° posto: al 16° nelle esportazioni e al 18° nelle importazioni 16. Con un volume totale di investimenti pari a 11,2 miliardi di euro tra il 1980 e il 2014, la Germania è anche il maggior investitore straniero in Turchia. Il numero delle imprese tedesche o turche con partecipazione tedesca è salito a 6.200, attive sia nella produzione industriale, nella distribuzione e nei servizi, sia nel commercio al dettaglio e all’ingrosso. Gli imprenditori di origine turca presenti in Germania sono circa 82 mila e danno lavoro a circa 450 mila persone, con un fatturato annuo di circa 45 miliardi di euro 17. Tra Germania e Turchia la mobilità è molto vivace. Poco più di 30 mila individui lasciano ogni anno la Germania diretti in Turchia e circa 28 mila dalla Turchia emigrano o rientrano in Germania. Attualmente i flussi non riguardano solo i ricongiungimenti familiari (che negli ultimi anni hanno perso peso) e il pendolarismo dei pensionati di origine tedesca o turca. Tra Germania e Turchia 14. O. ERNST, «Menschenrechte und Demokratie in den deutsch-türkischen Beziehungen: Die Menschenrechtspolitik der Bundesrepublik Deutschland im Spannungsfeld der inneren und äußeren Sicherheit, 1980-2002», tesi di dottorato della Westfälischen Wilhelms-Universität in Münster, 2002. 15. «Migrationsbericht des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge im Auftrag der Bundesregierung (Migrationsbericht 2012)», Berlin 2013 16. «Außenhandel: Rangfolge der Handelspartner im Außenhandel der Bundesrepublik Deutschland«, Wiesbaden 2015, Statistisches Bundesamt. 17. «Auswärtiges Amt, Türkei: Beziehungen zu Deutschland (Länderinformationen)», 2015.
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oggi si viaggia molto più per lavoro e prevalgono i trasferimenti temporanei di studenti, studiosi e altre figure ad alta specializzazione 18. A questo si aggiunge la forte attrazione esercitata dalla Turchia come meta turistica: nel 2013 oltre 5 milioni di turisti provenienti dalla Germania hanno visitato il paese; nel 2015 sono stati 3,8 milioni. In Germania è nata una comunità transnazionale di origine turca, nell’ambito della quale continuano ad agire elementi che influenzano le società e i sistemi politici dei due paesi. I media turchi con le loro redazioni in Germania hanno un importante ruolo di trasmissione. Una funzione non trascurabile di intermediazione tra nativi e oriundi turchi è svolta anche dalle organizzazioni autonome di emigrati, aventi per lo più carattere transnazionale, che sono diventate nel tempo obiettivo elettorale dei partiti politici. Gli oriundi turchi improntano con la loro attività economica, politica e culturale in Germania non solo la società e la politica tedesche ma anche, in parte, i rapporti bilaterali. Queste intense relazioni comportano conflitti 19, ma aprono al contempo importanti spazi di dialogo. Esiste ad esempio un attivo gruppo parlamentare tedesco-turco al Bundestag che conta numerosi deputati di origine turca. Si aggiungano i numerosi gemellaggi tra città tedesche e turche e le varie fondazioni politiche attive in Turchia e presenti all’opinione pubblica turca. Nel 2015 Ankara e Berlino hanno concordato di svolgere ogni sei mesi incontri governativi bilaterali, inaugurati a gennaio di quest’anno. Alla collaborazione contribuisce anche l’ottima reputazione di cui la Germania gode presso la popolazione turca. La Germania ha sempre avuto interesse a intensificare i rapporti con la Turchia e a legare il paese all’Ue. Lo status di paese candidato all’adesione fu concesso alla Turchia nel 1999 sotto la presidenza del Consiglio tedesca 20. Gli intensi rapporti bilaterali sono attestati dallo scambio di visite ufficiali: negli anni scorsi Merkel si è recata più volte in visita in Turchia, mentre Erdoãan e Davutoãlu sono stati spesso in Germania, sia in visita di Stato sia a fini elettorali. Alla visita ufficiale dell’allora presidente Gül nel 2011 ha fatto seguito nel 2014 la visita del presidente Gauck in Turchia. 5. Germania e Turchia sono legate da interessi comuni in svariati campi. Innanzitutto, Ankara si pone come interfaccia tra l’Europa – il maggior mercato mondiale dell’energia – e la regione che alberga il grosso delle fonti fossili. A seguito della rinuncia al nucleare e al carbone, il fabbisogno tedesco di petrolio e gas naturale è destinato ad aumentare. La Turchia, a fronte della rapida crescita del fabbisogno interno, è a sua volta interessata a limitare la dipendenza energetica dalla Russia e dall’Iran. L’enorme potenziale di sfruttamento di varie
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18. Y. AYDIN, «Transnational» statt «nicht integriert»: Abwanderung türkeistämmiger Hochqualifizierter aus Deutschland, Konstanz & München 2013, UVK Verlagsgesellschaft. 19. Y. AYDIN, Die neue türkische Diasporapolitik, Berlin 2014, SWP-Studie. 20. B. ÇOPUR, Neue deutsche Türkeipolitik der Regierung Schröder-Fischer, 1998-2005, Hamburg 2012, Kovac.
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fonti rinnovabili rende la Turchia interessante per il settore energetico tedesco 21. Le imprese tedesche possono essere di sostegno alla Turchia nello sviluppo delle energie rinnovabili. Il Forum tedesco-turco sull’energia costituisce una piattaforma di dialogo per i protagonisti della politica e dell’economia in grado di aprire nuovi concreti spazi di cooperazione e azione La Turchia è inoltre un’importante sede di attività per gli imprenditori tedeschi e uno sbocco dei prodotti ad alta tecnologia. Per l’economia turca il mercato tedesco è insostituibile, anche perché l’industria turca vi acquista gran parte dei semilavorati (componenti di automobili, caucciù, materie plastiche, equipaggiamenti elettrici, eccetera) per i suoi prodotti di esportazione, nonché macchinari e know-how. La crescita economica della Turchia ha subìto un rallentamento ed è possibile che le sanzioni russe producano un impatto concreto sul paese (ad esempio il blocco delle esportazioni agricole, dei progetti edilizi turchi in Russia e del turismo russo in Turchia). Al fine di compensare questi svantaggi e mantenere il paese attraente per gli investitori interni e stranieri, è fondamentale che la prospettiva di adesione all’Ue sia credibile e solo la Germania può garantirlo. Il Vicino Oriente ha per la Germania grande importanza, sotto il profilo economico e politico. Oltre a essere un trampolino, la Turchia offre grande potenziale politico, militare, economico e culturale per la stabilizzazione della regione. Per questo Berlino vede con favore l’attiva politica economica della Turchia, tesa al rafforzamento dei rapporti commerciali con gli Stati del Vicino Oriente. La Germania fornisce supporto e consulenza ad Ankara per le iniziative di politica estera regionale e media con Israele per migliorare i rapporti tra i due paesi. Turchia e Germania hanno inoltre un comune interesse a che l’Iran non disponga di armi atomiche, Iraq e Afghanistan si stabilizzino, il conflitto in Siria finisca e il terrorismo sia contrastato. Il futuro della Germania dipende anche dalla qualità dell’immigrazione. Il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro nel paese ospite sono il presupposto per attrarre migranti altamente qualificati. Per l’integrazione dei migranti turchi è importante l’azione concertata tra i governi tedesco e turco, perché Ankara, in virtù dei forti legami emotivi e culturali con la sua diaspora, ha in mano le chiavi del successo delle politiche d’integrazione. Berlino si attende che i politici turchi sostengano costantemente l’obiettivo dell’integrazione e la Turchia ha un interesse altrettanto forte in tal senso, perché è convinta che la questione conservi un grande peso nel dibattito sull’adesione all’Ue. Il governo turco attribuisce infatti grande significato al successo economico, alla mobilità sociale e al «contributo multiculturale» degli oriundi turchi in Germania, che considera alla stregua di «rappresentanti» il cui successo è riprova della compatibilità tra Turchia e Ue 22. La Carta blu in21. S. FARADSCH, Zielmarkt Türkei: Türkei – Analyse und Beurteilung der Türkei als Zielmarkt für den Export von Dienstleistungen durch deutsche Unternehmen im Bereich erneuerbarer Energien, Arbeitspapier n. 1, 2008, Iöw – Institut für Ökologische Wirtschaftsforschung. 22. Y. AYDIN, Die neue türkische Diasporapolitik, cit.
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A BERLINO BASTA UNA TURCHIA PRESENTABILE
trodotta da Ankara è un incentivo per gli oriundi ad assumere la cittadinanza tedesca senza per questo dover abbandonare l’identità turca. La Turchia ospita infine oltre due milioni di profughi siriani e il paese è uno snodo dei flussi migratori internazionali, regolari e non, diretti in Europa. A fronte della crisi dei profughi in Europa, la Germania ha forte interesse a collaborare con Ankara per limitare gli ingressi. 6. Le ripercussioni militari e diplomatiche della guerra civile siriana e lo scontro con Mosca dopo l’abbattimento del caccia russo hanno palesato i limiti della Turchia come potenza militare. Tra Turchia e Russia esistono, tanto in Siria quanto in Crimea e nel Caucaso, forti attriti, che toccano anche gli interessi tedeschi. A fronte della politica espansionistica e di influenza russa in Ucraina, nel Caucaso, in Siria e in Egitto, è interesse della Germania promuovere la stabilizzazione dell’Europa orientale e meridionale, nonché del Vicino Oriente, realizzabile solo assieme alla Turchia. Merkel sembra aver capito che Europa e Vicino Oriente sono inscindibili. Ma alla collaborazione turco-tedesca si frappongono degli ostacoli. In primo luogo i ripetuti attacchi alla democrazia, al principio di separazione dei poteri e allo Stato di diritto in Turchia. In secondo luogo l’instabilità interna e la vulnerabilità del paese connesse alla mancata risoluzione della questione curda, all’insoddisfazione degli alauiti e alle ombre che pesano sullo Stato turco. Berlino non sarà pronta a uno stretto partenariato strategico finché in Turchia non verranno poste le basi di un ordine economico veramente liberale e di un ordine sociale democratico, con condizioni sicure per gli investimenti stranieri e una politica estera laica, tesa a limitare i conflitti. Non vanno dimenticati lo scetticismo di quella parte dell’opinione pubblica tedesca molto critica nei confronti della Turchia, i moniti delle organizzazioni per i diritti umani e della sinistra tedesca e la ritrosia dei politici di origine turca, che si oppongono fortemente all’avvicinamento ad Ankara. Essi rimproverano al governo federale di essere eccessivamente generoso verso la Turchia, sacrificando i valori europei sull’altare di un accordo con Ankara. Un terzo ostacolo è costituito dalle difficoltà giuridiche ed economiche legate all’integrazione nella società turca dei profughi in fuga dalla guerra civile siriana. La riduzione dell’immigrazione in Europa e in Germania, che per il governo federale rappresenta una priorità legata al successo dell’integrazione dei profughi siriani nella società, nel mercato del lavoro e nel sistema scolastico turchi. A tal fine sono però necessarie notevoli risorse finanziarie, non facilmente disponibili. Imprescindibile è inoltre una generale riforma della normativa turca che disciplina la concessione dell’asilo permanente, ma per la Turchia un passo del genere equivarrebbe ad abbandonare l’idea di nazione omogenea.
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(traduzione di Emilia Benghi)
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
COSÌ ERDOĞAN RISCHIA DI FAR ESPLODERE L’ALLEANZA CON GLI STATI UNITI
l’ AMERICA vista dalla
TURCHIA
La partnership tra Ankara e Washington non è mai stata lineare. Il nuovo corso imposto dal presidente turco al paese ha però creato dinamiche inedite. Gezi Park, ambizioni presidenziali, curdi siriani, ambiguità verso l’Is: i due alleati sono ai ferri corti su tutto. di Tolga TANIŞ
F
1. IN DALL’INGRESSO DI ANKARA NELLA Nato nel 1952, la relazione tra Turchia e Stati Uniti ha assomigliato a una montagna russa. Dalla stretta cooperazione durante la guerra di Corea negli anni Cinquanta all’embargo militare imposto da Washington alla Turchia a causa della crisi di Cipro degli anni Settanta, dalla partnership strategica sviluppata in occasione della prima guerra del Golfo negli anni Novanta alla crisi del 1° marzo che ha preceduto l’invasione americana dell’Iraq 1, gli alti e bassi sono stati una caratteristica costante delle relazioni tra i due alleati. Quando ho chiesto conto di questa stranezza a un ex diplomatico americano, mi è stato risposto che la relazione turco-americana è unica nel suo genere: prima va su e poi improvvisamente inizia a scendere, ma rimane sempre in carreggiata. È per questa ragione che la metafora della montagna russa appare piuttosto appropriata. Non tutti, però, la pensano così. Kemal Derviş 2, che ho intervistato di recente per il mio libro dedicato alle relazioni turco-americane, sostiene ad esempio che negli ultimi tempi i rapporti tra Ankara e Washington siano entrati in una fase completamente inedita. Sottolineando la retorica adottata da Recep Tayyip Erdoãan durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2014, che enfatizzava le relazioni con l’Oriente e in particolar modo con il mondo musulmano, Derviş mi ha detto che quella di Erdoãan è «una visione nuova, insolita. Ho 65 anni e questa visione proietta la Turchia in un futuro completamente differente da quello di cui ho sentito parlare fin dalla mia infanzia» 3. 1. Il 1° marzo 2003 il parlamento turco non approvò la proposta di legge che avrebbe autorizzato l’esercito americano a utilizzare il territorio turco per invadere l’Iraq. 2. Vicepresidente del Brookings Institute e ministro degli Affari economici della Repubblica di Turchia tra il 2001 e il 2002. 3. T. TANIŞ, Potus ve Beyefendi (Il Potus e il gentiluomo), Doãan Kitap, 2015, p. 82.
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Sarà vero? Può la Turchia slittare il suo asse geopolitico verso il Medio Oriente e lasciarsi alle spalle un progetto di occidentalizzazione vecchio di centocinquant’anni? Nonostante i segnali che provengono da Erdoãan e dall’Akp puntino in questa direzione, quanto mi ha detto l’ex segretario di Stato Chuck Hagel delinea un quadro più accurato dello stato in cui versano attualmente le relazioni turco-americane: «È vero, ci sono alcune divergenze tra noi e la Turchia, e continueranno ad esserci. Ma la Turchia è un paese amico, un alleato. Dobbiamo continuare a fare tutto ciò che possiamo perché rimanga tale. I leader vanno e vengono» 4. Con quest’ultima dichiarazione, Hagel si riferiva chiaramente a Erdoãan, confidando sulla forza strutturale delle relazioni turco-americane malgrado l’influenza a volte poco costruttiva che su di esse possono esercitare alcuni leader. Analizzando le divergenze tra Ankara e Washington – dalla qualità della democrazia turca alla politica siriana, dal rapprochement con l’Iran alla relazioni con i curdi – è tuttavia inevitabile domandarsi quand’è che le relazioni turcoamericane abbiano iniziato a sgretolarsi. 2. Alla luce dell’approccio geopolitico tradizionalmente pragmatico degli Stati Uniti, un approccio che ha consentito loro di cooperare per trent’anni con un regime oppressivo come quello di Hosni Mubarak in Egitto, sarebbe piuttosto ingenuo affermare che la montagna russa turco-americana abbia iniziato scendere vertiginosamente a causa delle proteste di Gezi Park del 2013 5 e del deterioramento della democrazia turca seguito alle politiche antidemocratiche adottate dal governo dopo tali proteste. Tuttavia, nonostante gli sforzi profusi da Washington e gli effetti analgesici prodotti da accordi estemporanei tra i due paesi come quello dell’estate 2015 sulla base aerea di İncirlik, è un dato di fatto che da Gezi Park in poi la montagna russa turco-americana non sia riuscita a invertire il trend discendente. Qual è stato, dunque, il vero ruolo degli eventi di Gezi Park nelle tensioni tra Turchia e Stati Uniti? Innanzitutto, Gezi Park è stata una tappa fondamentale nella parabola politica di Erdoãan. Soprattutto per quanto concerne il dilagare delle sue tendenze autoritarie. Gli eventi di Gezi Park lo hanno infatti convinto che la sua unica possibilità di sopravvivere politicamente fosse quella di concentrare l’intero potere nelle sue mani. Il vero punto di rottura nelle relazioni turco-americane va tuttavia ricercato nella questione siriana e nelle divergenze tra le rispettive politiche nei confronti dei curdi. Senza Gezi Park, tali differenze avrebbero lo stesso danneggiato così i
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4. T. TANIŞ, «Turkey, US Have Differences, Chuck Hagel Says», Hürriyet Daily News, 29/6/2015, goo.gl/JonGxT 5. Le proteste di Gezi Park sono state un’ondata di dimostrazioni e disordini civili iniziate il 28 maggio 2013 per contestare, inizialmente, il piano di sviluppo urbano dell’omonimo parco nell’area di Taksim, a İstanbul. Si stima che 3,5 milioni di persone, su una popolazione totale di 80 milioni, abbiano preso parte attiva alle circa 5 mila dimostrazioni collegate alla protesta iniziale avvenuta a Gezi Park. Il bilancio è stato di 11 morti e più di 8 mila feriti.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
rapporti tra Turchia e Stati Uniti? La risposta è probabilmente negativa, ma la domanda lascia il tempo che trova. Basta guardare alla crepa creata nelle relazioni bilaterali dalle conflittuali politiche curde dei due attori per comprendere i rischi corsi dalla partnership turco-americana e, come ha sottolineato anche Derviş, i pericoli insiti nella direzione verso la quale si è avviata la Turchia. 3. Per comprendere queste dinamiche, occorre innanzitutto tornare al settembre 2014. Lo Stato Islamico aveva invaso Mosul tre mesi prima, prendendo in ostaggio 49 cittadini turchi in occasione della cattura del consolato di Ankara nella città irachena. Nonostante gli americani avessero iniziato a bombardare gli obiettivi dello Stato Islamico l’8 agosto, all’epoca Erdoãan cercava di convincere l’Occidente che la Turchia non avrebbe potuto fare granché fino a quando gli ostaggi sarebbero rimasti nelle mani dell’Is. Erdoãan era stato peraltro eletto presidente due giorni dopo l’inizio delle operazioni militari americane. Ciononostante, gli Stati Uniti continuarono a esercitare pressioni su Ankara. Ricordo chiaramente che cosa accadde quando l’ex segretario alla Difesa americano Hagel si recò nella capitale turca per chiedere a Erdoãan di dare il suo contributo alla coalizione che gli Stati Uniti stavano cercando di formare per combattere lo Stato Islamico. «Oggi sono qui soprattutto per iniziare a coordinarmi con i leader turchi su alcune di queste sfide», disse Hagel, «sul modo in cui procederemo, su come affronteremo l’Is» 6. Hagel era fiducioso, ma ovviamente non cavò un ragno dal buco. Solo quattro giorni dopo, il 12 settembre, ci provò il maggior sostenitore della Turchia nell’amministrazione Obama: il segretario di Stato John Kerry. In occasione della sua visita ad Ankara, il capo della diplomazia a stelle e strisce rilasciò alla stampa dichiarazioni analoghe a quelle di Hagel 7. Kerry era venuto in Turchia per sviluppare una strategia comune nella lotta contro i jihadisti in Iraq e Siria. Ancora una volta, però, pur ribadendo la sua disponibilità a fornire «assistenza umanitaria», il governo turco rifiutò di farsi coinvolgere in operazioni belliche. La Turchia aveva una scusa legittima: gli ostaggi. La situazione cambiò nel giro di due settimane. Il 20 settembre 2014, dopo 101 giorni di detenzione, i 49 ostaggi catturati dallo Stato Islamico vennero liberati con un’operazione i cui dettagli restano tuttora ignoti 8. Tre giorni più tardi, gli Stati Uniti ampliarono le operazioni militari contro l’Is inviando ondate di bombardieri e lanciando missili Tomahawk in Siria nell’ambito di un’aggressiva operazione che segnò una nuova fase nel conflitto 9. Infine, il vicepresidente americano Joe Biden incon6. «Media Availability with Secretary Hagel in Ankara, Turkey», U.S. Department of Defense, 8/9/2014, goo.gl/6NX0G1 7. «Turkey, US Pledge Joint Struggle against Terror», Hürriyet Daily News, 12/9/2014, goo.gl/TI4ohE 8. «As It Happened: Turkey’s 49 Hostages Freed in MİT Operation, Says President Erdoãan», Hürriyet Daily News, 20/9/2014, goo.gl/UX010p 9. C. Whitlock, «U.S. Begins Airstrikes against Islamic State in Syria,» The Washington Post, 23/9/2014, goo.gl/wJ3B4E
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trò personalmente il presidente turco Erdoãan il 25 settembre al Peninsula Hotel di New York. La Turchia non aveva più la scusa degli ostaggi. Gli americani pensavano dunque che fosse arrivato il momento in cui Ankara avrebbe potuto iniziare a giocare un ruolo attivo nella coalizione anti-Is mettendo a disposizione le sue basi aeree. Oltre a Biden, anche Barack Obama si spese per coinvolgere Ankara. Secondo i giornalisti americani che seguivano Obama sull’Air Force One, il presidente Usa prese il telefono riservato e chiamò quello che può essere considerato «il suo più volubile alleato internazionale». Non servì a nulla. Hagel, Kerry, Biden, Obama… Nessuno riuscì a convincere Erdoãan. La Turchia continuò a rifiutarsi di aprire le sue basi. Ankara, infatti, non poteva accettare una strategia che non avesse come obiettivo primario quello di rovesciare il regime di al-Asad. Inoltre, la Turchia legò a doppio filo l’uso delle sue basi aeree alla creazione di una zona di sicurezza nel Nord della Siria. Insomma, i turchi stavano giocando duro. O almeno, questo era lo scenario che il governo dipinse all’opinione pubblica. Dopo tutti questi tira e molla, però, anche gli americani decisero di giocare duro con i turchi. Il punto di rottura venne raggiunto il 19 ottobre, quando le Forze armate americane iniziarono i lanci aerei a Kobani per rifornire le truppe curde impegnate a difendere la città dall’attacco dello Stato Islamico 10. Si trattò di un punto di rottura perché, per la prima volta da quando Obama era diventato presidente nel 2009, il governo americano non prestò la minima attenzione ai timori dei turchi riguardo a quella che per Ankara costituiva una questione di sicurezza nazionale. Obama chiamò Erdoãan solo poco prima dei lanci, mettendolo di fronte al fatto compiuto 11. Queste vicende rendono inevitabili una serie di domande: perché, inizialmente, la Turchia non ha voluto entrare a far parte della coalizione anti-Is? Perché Ankara ha aperto le sue basi alla coalizione a guida americana nell’estate del 2015? E perché, in quel periodo, la violenza nella regione sud-orientale è aumentata? Infine, per quale ragione l’opposizione del governo turco al Pyd, partito curdo-siriano legato al Pkk, è cresciuta nel corso del conflitto siriano? Partendo dal presupposto che il presidente Erdoãan è stato il principale se non l’unico decisore in merito a queste questioni, vale la pena esaminare le dinamiche descritte da due prospettive differenti. La prima origina dagli obiettivi interni di Erdoãan, in particolar modo dalla sua volontà di modificare la costituzione così da introdurre in Turchia un sistema istituzionale di tipo presidenziale. In questo senso, il punto di svolta sono state le elezioni parlamentari del 7 giugno.
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10. «U.S. Military Conducts Aerial Resupply of Kurdish Forces Fighting ISIL», United States Central Command, 19/10/2014, goo.gl/ya9Sfp 11. «Readout of the President’s Call with Turkish President Erdoãan», The White House, 19/10/2014, goo.gl/FM95uw
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
La seconda prospettiva origina invece dalla politica filo-sunnita adottata dalla Turchia nel conflitto siriano e dalle questioni regionali legate a tale scelta. In questo caso, il punto di svolta è stata la caduta della città di confine di Tall Abyaî il 15 giugno 2015. Questi due eventi, le elezioni parlamentari e la caduta di Tall Abyaî, sono avvenuti nello stesso mese ed entrambi stanno alla base della decisione del governo turco di aprire le sue basi aeree alla coalizione a guida americana nel luglio 2015. Basandosi sulla prima prospettiva, il fattore scatenante sono state le ambizioni interne di Erdoãan. La politica del governo turco verso i curdi siriani è infatti legata a doppio filo a quella adottata nei confronti dei curdi di Turchia. Nonostante lo scetticismo reciproco, fino alle elezioni del giugno 2015 il governo turco e il Pyd mantennero una qualche forma di dialogo. Quando però i sondaggi cominciarono a rivelare che il partito filo-curdo Hdp sarebbe stato in grado di oltrepassare la soglia di sbarramento del 10% nelle imminenti elezioni, ciò che minacciava di porre fine a 13 anni di maggioranza assoluta dell’Akp, Erdoãan ha cambiato strategia. Come prima cosa, a fine marzo Erdoãan ha iniziato a criticare le mosse del governo nell’ambito del processo di soluzione della questione curda, esprimendo la sua contrarietà all’incontro di palazzo Dolmabahçe tra alcuni rappresentanti del governo e dell’Hdp e alla dichiarazione in dieci punti che ne era conseguita. I militari, poi, sono tornati a far sentire la loro voce dopo un decennio di silenzio: un indizio della volontà di Erdoãan, che intendeva trasformare la forma di governo parlamentare del paese in un sistema presidenziale con se stesso al vertice, di allearsi con spezzoni del vecchio regime per raggiungere i suoi obiettivi. I curdi erano l’unico ostacolo in grado di prevenire la conquista della maggioranza necessaria a cambiare la costituzione, o quantomeno a promuovere un referendum costituzionale, da parte dell’Akp, partito che di fatto appartiene a Erdoãan. A causa dei loro legami con i curdi di Turchia, dunque, anche i curdi siriani dovevano per forza di cose entrare nel mirino del presidente turco. 4. Passando alla seconda prospettiva, non c’è alcun dubbio sul fatto che le ragioni di politica interna abbiano guidato la strategia curda della Turchia in Siria. Tuttavia, un altro fattore ha giocato un ruolo centrale nell’approccio ostile adottato dal governo turco nei confronti dei curdi siriani: la politica filo-sunnita perseguita fin dall’inizio delle primavere arabe. È un dato di fatto che i gruppi sostenuti dall’intelligence turca nella guerra civile siriana fossero tutti sunniti. In questo conflitto, d’altra parte, Ankara ha cooperato con altri attori sunniti come Arabia Saudita e Qatar. Per di più, un paese laico come la Turchia ha dato vita a una guerra di prossimità con il principale attore non sunnita della regione, l’Iran. In questa fase la Turchia ha identificato i curdi, l’unico attore laico della guerra civile siriana, come un ostacolo in grado di frenare l’avanzata dei gruppi sunniti anti-regime. I curdi, dunque, non erano solo un ostacolo alle ambizioni interne di Erdoãan ma anche un grattacapo regionale, dal momento che minac-
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ciavano di indebolire il rapporto tra la Turchia e i gruppi sunniti che stavano guadagnando terreno nei confronti del regime siriano. In questo contesto, la caduta di Tall Abyaî rappresentò un punto di svolta perché fino alla vittoria delle forze curde contro lo Stato Islamico nella città al confine turco-siriano Erdoãan era sicuro che i gruppi sunniti avrebbero potuto sostenere il confronto con i curdi. A dire il vero, il rafforzamento della partnership tra gli Stati Uniti e il Pyd seguito alla liberazione di Kobani era un segnale inequivocabile per Ankara. Tuttavia, la Turchia riteneva di avere strumenti sufficienti per bloccare l’avanzata dei curdi legati al Pkk: il governo curdo-iracheno di Masud Barzani, l’unico partner rimasto alla Turchia nella regione, o l’opposizione moderata che avrebbe dovuto essere addestrata e armata attraverso un programma congiunto turco-americano. A Tall Abyaî, però, i curdi si dimostrano l’unico attore in grado di guadagnare terreno contro l’Is in Siria. Dunque, mentre successi come quello di Tall Abyaî – una vittoria della quale Obama aveva bisogno per dimostrare all’opinione pubblica americana che la sua strategia contro lo Stato Islamico stava funzionando – contribuivano a irrobustire la partnership tra gli Stati Uniti e i curdi, quella tra Washington e gli elementi moderati dell’opposizione sunnita stava andando a rotoli. I calcoli strategici della Turchia, quindi, cambiarono subito dopo il successo elettorale dell’Hdp e la conquista di Tall Abyaî, in precedenza usata dallo Stato Islamico come centro logistico, da parte del Pyd. Quest’ultimo evento, in particolare, delineava uno scenario nel quale la creazione di un corridoio curdo esteso lungo il confine turco-siriano dall’Iraq all’Hatay diventava una possibilità concreta. Erdoãan si convinse dunque del fatto che l’unico modo per fermare l’avanzata dei curdi fosse cooperare con gli Stati Uniti, aprendo le basi aeree turche alla coalizione e usando queste basi – essenziali per Washington – per influenzare l’alleato americano. Questa mossa, secondo il presidente turco, avrebbe dovuto prevenire i curdi siriani dal conquistare i rimanenti 98 chilometri del confine turco-siriano ancora controllati dallo Stato Islamico. La Turchia aveva negoziato sulla base di tali presupposti l’apertura delle sue basi all’aviazione americana, e gli Stati Uniti accettarono l’accordo nel luglio 2015. Ciononostante, e malgrado Ankara abbia ripetuto fino alla noia che considera il Pyd un’organizzazione terroristica, Washington ha più volte sottolineato che non intende equiparare il Pyd al Pkk, considerato dagli americani un’organizzazione terroristica sin dal 1997 12. 5. Al momento, è impossibile prevedere dove condurranno le tensioni tra i due alleati. Considerando che tali tensioni non vengono neanche più dissimulate, come dimostra il fatto che i media filogovernativi abbiano chiesto apertamente
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12. «Foreign Terrorist Organizations», U.S. Department of State, goo.gl/k9EO3
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
all’ambasciatore americano ad Ankara di lasciare il paese a causa delle sue intromissioni nella politica interna turca, si può però agevolmente osservare che nelle relazioni turco-americane ci sia qualcosa di inedito. Qualcosa di insostenibile. Ha ragione Kemal Derviş? La Turchia sta andando in una direzione diversa dal passato? Si vedrà. Nel corso della sua parabola politica, Erdoãan ha fatto spesso prevalere un atteggiamento pragmatico. Come dimostra, da ultimo, il riavvicinamento a Israele, da lui avviato e difeso. Nelle circostanze attuali, tuttavia, la cooperazione turco-americana ricorda una pentola a pressione. Qualcosa lì dentro sta bollendo. Basta anche una sola complicazione e la pentola può esplodere. (traduzione di Daniele Santoro)
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
la CINA vista dalla
FRA ANKARA E PECHINO NON METTERE L’UIGURO
TURCHIA
di Daniele SANTORO
I rapporti turco-cinesi hanno ben poco di strategico, infrastrutture a parte. Ankara alterna provocazioni sul Xinjiang a riconciliazioni per guadagnare margine negoziale con l’Occidente. Ma rischia che Pechino restituisca il favore con i curdi.
I
1. « L TURKESTAN ORIENTALE NON È SOLO la casa dei popoli turchi, è anche la culla della storia, della civiltà e della cultura turca. Dimenticarlo vorrebbe dire ignorare la nostra stessa storia, civiltà e cultura. (…) I martiri del Turkestan Orientale sono i nostri stessi martiri» 1. Le parole utilizzate nel 1995 dall’allora sindaco di İstanbul Recep Tayyip Erdoãan in occasione dell’inaugurazione di una sezione del parco di Sultanahmet dedicata al leader indipendentista uiguro İsa Yusuf Alptekin riflettono pienamente l’entusiasmo panturco che pervase le élite turche all’indomani dell’implosione dell’Unione Sovietica. La nascita di repubbliche indipendenti abitate da popolazioni di origine turca nel Caucaso e in Asia centrale (Azerbaigian, Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan) e il vuoto geopolitico creato in tali regioni dal rattrappimento dell’influenza russa indussero la leadership turca dell’epoca a profetizzare l’avvento di un «secolo turco» che avrebbe esteso l’influenza di Ankara «dalla Muraglia cinese all’Adriatico», per usare un celebre slogan dell’ex primo ministro e presidente della Repubblica Turgut Özal. La sensazione che anche la Cina avrebbe finito per seguire lo stesso destino dell’Unione Sovietica convinse inoltre la Turchia a intensificare le relazioni con gli uiguri del Xinjiang/Turkestan Orientale e a contemplare la nascita di un «Uiguristan» indipendente sul territorio della Regione Autonoma cinese abitata in prevalenza da questa popolazione di origine turca. Gli entusiasmi panturchi, però, si raffreddarono presto. Ankara comprese infatti rapidamente che decenni di dominazione sovietica avevano reciso i residui legami culturali tra la Turchia e le popolazioni turche dell’Asia centrale, dove il russo è assurto a lingua franca. Inoltre, i regimi delle neonate repubbliche non 1. Cit. in Eastern Turkestan Information Bulletin, vol. 5, n. 4, agosto 1995, goo.gl/SsBcWJ
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FRA ANKARA E PECHINO NON METTERE L’UIGURO
dimostravano alcuna propensione a essere attirati nella sfera di influenza turca. Infine, per ragioni anche solo geografiche, l’influenza esercitata nella regione da Russia e Cina, così come dall’Iran, rimaneva di gran lunga superiore a quella di Ankara. L’eccitazione panturca dei primi anni Novanta permise tuttavia alla Turchia di riscoprire e valorizzare i rapporti con gli uiguri del Turkestan Orientale. Rapporti che hanno contribuito a plasmare in modo decisivo le relazioni turco-cinesi nel corso della storia. 2. La Regione Autonoma Uigura del Xinjiang rappresenta circa un sesto del territorio dell’intera Repubblica Popolare Cinese. La sua estensione territoriale è pari a tre volte quella della Francia. Se fosse indipendente, il Turkestan Orientale sarebbe il sedicesimo Stato al mondo per estensione territoriale. In questa regione si trovano circa un terzo delle riserve petrolifere cinesi e gli unici siti dove Pechino conduce esperimenti nucleari. È inoltre lo snodo logistico cruciale dei sistemi infrastrutturali progettati dalla leadership cinese per riportare in vita la via della seta 2. Questa regione è abitata in prevalenza dagli uiguri, popolo di origine turca convertitosi all’islam nel X secolo che ancora negli anni Cinquanta costituiva circa il 75% della popolazione del Turkestan Orientale. A causa della migrazione di cinesi han nella regione incentivata dal governo centrale, la componente uigura della popolazione del Xinjiang è stata stimata intorno al 45% da un censimento del 2000 3. Fin dalla sua nascita nel 1949, la Repubblica Popolare Cinese ha sempre considerato gli uiguri del Turkestan come una minaccia alla propria integrità territoriale, dal momento che questi ultimi, con intensità diversa a seconda dei momenti storici, non hanno mai rinunciato al sogno dell’indipendenza. Per sventare tale minaccia, Pechino ha adottato politiche volte a sopprimere l’identità, la lingua e la cultura uigura, limitando fortemente la possibilità di questa minoranza di manifestare pubblicamente la propria fede islamica 4. Gli uiguri hanno naturalmente cercato un sostegno esterno per la propria causa, guardando spesso verso Ankara. Che ha mostrato una certa sensibilità per la sorte dei propri «fratelli». Fino alla metà del XVIII secolo la Cina ha governato il Turkestan Orientale per un periodo complessivo non superiore al secolo. Fu solo nel 1759 che la dinastia dei Qing aggiunse al proprio impero quello che da allora in avanti divenne noto come Xinjiang, la «nuova frontiera». Un secolo dopo, tuttavia, la rivolta guidata da Yaqub Beg mise seriamente a rischio la sovranità cinese sulla regione. E fu proprio in coincidenza con la rivolta uigura degli anni Sessanta e Settanta
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2. Cfr. P. LEE, «Xinjiang: Now the Core, not the Periphery of China’s Growth and Security Concerns», Asia Times, 26/4/2015, goo.gl/wL4zGu 3. Cfr. S. TOOPS, Demographics and Development in Xinjiang After 1949, Working Papers n. 1, maggio 2004, East-West Center, p. 1, goo.gl/RpfcB9 4. Cfr. A.M. DWYER, The Xinjiang Conflict: Uyghur Identity, Language Policy, and Political Discourse, Policy Studies 15, 2005, East-West Center, goo.gl/qJEh3f
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
dell’Ottocento che l’impero ottomano allargò il suo raggio d’azione geopolitico alla Cina nord-orientale. Nel decennio compreso tra il 1865 e il 1875 Sayyid Yaqub Khan Töre, inviato di Yaqub Beg, si recò diverse volte a İstanbul per perorare la causa uigura di fronte al sultano Abdülaziz. In occasione della visita di Töre del 1873, gli ottomani fornirono ai ribelli uiguri sei cannoni, centinaia di fucili e istruttori militari. Due anni dopo, Abdülaziz emise un decreto (firman) nel quale conferiva a Yaqub Beg il titolo di emiro e la sacra bandiera del sultano (Sancaã-i Şerif). La Porta, inoltre, inviò nel Turkestan Orientale tre ufficiali delle Forze armate per addestrare le truppe di Yaqub Beg, 3 mila fucili e trenta pistole. Il giorno della vigilia di Natale del 1879, Töre inviò ad Abdülhamit, successore di Abdülaziz, una missiva nella quale lo informava che il regno di Kaşgar aveva innalzato la bandiera ottomana e riconosciuto la sovranità della Porta, mentre la preghiera del venerdì e la moneta venivano rispettivamente recitata e battuta in nome del sultano di İstanbul. Quando Yaqub Beg e Töre invitarono Abdülhamit a impegnarsi attivamente per rovesciare la sovranità cinese nel Turkestan Orientale, tuttavia, gli ottomani si sfilarono abbandonando gli uiguri al proprio destino. Non poteva essere altrimenti. All’epoca, İstanbul era «il malato d’Europa». «Nonostante l’ipotetico tentativo ottomano di rovesciare il dominio cinese nel Xinjiang venne abortito», fa però notare Yitzhak Shichor, «i cinesi non lo avrebbero mai dimenticato» 5. Nel corso del secolo successivo, fino allo stabilimento delle relazioni diplomatiche sino-turche nel 1971, gli uiguri continuarono a rivestire un ruolo centrale nei rapporti tra Ankara e Pechino. Ai quali tuttavia, in questa fase storica, i due imperi prima e le due repubbliche dopo non attribuivano grande importanza. L’avvento al potere del Comitato unione e progresso (1908-1918) e lo spiccato panturchismo dei suoi leader favorì il ritorno in auge della causa uigura nell’ultimo decennio dell’impero ottomano. Dopo la nascita della Repubblica nel 1923, Mustafa Kemal, il «padre dei turchi», decise di recidere i legami con gli indipendentisti uiguri in accordo con la strategia geopolitica basata sul motto «pace all’interno, pace nel mondo» (yurtta sulh, cihanda sulh). In occasione della fondazione della Repubblica Islamica del Turkestan Orientale nel 1933, gli uiguri intesero tuttavia sottolineare la propria affiliazione con Ankara adottando una bandiera – mezzaluna e stella bianca su sfondo blu – che ricorda quella della Repubblica di Turchia. Così come quella del 1933, anche la Repubblica fondata dagli indipendentisti uiguri nel 1944 ebbe vita breve. Nel 1949, dopo la costituzione della Repubblica Popolare, le truppe cinesi occuparono definitivamente il Xinjiang, che nel 1955 divenne Regione Autonoma della Cina. Paradossalmente, l’occupazione cinese del Turkestan Orientale non ebbe un impatto clamoroso sulle relazioni sino-turche. In quegli anni, infatti, i rappor5. Sulla vicenda storica narrata nel paragrafo si veda Y. SHICHOR, Ethno Diplomacy: The Uyghur Hitch in Sino-Turkish Relations, Policy Studies 53, 2009, East-West Center, pp. 5-7, goo.gl/i8775d
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ti tra Ankara e Pechino erano influenzati soprattutto dalla partecipazione turca alla guerra di Corea. Episodi come quello della battaglia di Kunuri, nella quale i soldati turchi uccisero migliaia di cinesi, ebbero un impatto profondo sulle relazioni reciproche, influenzandole negativamente per almeno un trentennio. Durante questo periodo, Turchia e Cina si ritrovarono sulle barricate opposte della guerra fredda, fattore che indusse Pechino a considerare la Turchia come uno strumento dell’imperialismo americano e Ankara a guardare ai cinesi prima di tutto come ai principali sodali dell’Unione Sovietica, nemico numero uno della Repubblica turca. Ancora nel 1957, la Cina prese apertamente le parti della Siria nella crisi tra Ankara e Damasco. Fu solo in seguito alla rivoluzione strategica operata da Mao Zedong tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta che Turchia e Cina normalizzarono i propri rapporti. Il 4 agosto 1971 Ankara riconobbe ufficialmente la Repubblica Popolare, preludio allo stabilimento di relazioni diplomatiche tra i due paesi. Nell’ottobre dello stesso anno, inoltre, la Turchia riconobbe il diritto della Cina a uno dei cinque seggi permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 3. Per far decollare le relazioni sino-turche, tuttavia, si dovettero aspettare gli anni Ottanta, senza dubbio «l’età dell’oro» dei rapporti bilaterali, che in quel periodo raggiunsero un’intensità senza precedenti 6. Durante questo decennio, ad esempio, si assistette alla prima visita in Cina di un presidente turco (il generale Kenan Evren nel dicembre 1983) e alla prima visita in Turchia di un presidente cinese (Li Xiannian nel marzo 1984). Alla base della luna di miele sino-turca degli anni Ottanta stava una pluralità di fattori. In primo luogo, la Turchia approcciava il decennio in una fase di crescente isolamento. Le relazioni con gli Stati Uniti erano infatti ai minimi termini a causa della reazione turca al colpo di Stato greco a Cipro e al conseguente embargo militare americano. Il golpe del 12 settembre 1980 aveva inoltre contribuito a raffreddare le relazioni con l’Europa, in particolare con Francia e Regno Unito. Infine, all’epoca Ankara considerava ancora l’Unione Sovietica come la principale minaccia alla propria sicurezza. La Turchia guardava dunque alla Cina come l’unica potenza globale che, in quanto membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, avrebbe potuto appoggiare le richieste turche in merito alla questione di Cipro e alla disputa con la Grecia sull’Egeo. Tali questioni vennero discusse in occasione della visita del presidente cinese Li Xiannian ad Ankara nel marzo 1984, quando i due paesi raggiunsero un accordo per adottare un approccio comune sulla questione cipriota. Pechino, già all’epoca, dimostrava una forte sensibilità per la stabilità dei confini turco-greco e turco-bulgaro, immaginando la Tracia e l’Egeo come il terminale naturale della via della seta.
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6. Sulle relazioni sino-turche negli anni Ottanta si veda S. ÇOLAKOÃLU, Turkey-China Relations: Rising Partnership, Ortadoãu Analiz, vol. 5, n. 52, aprile 2013, pp. 33-36, goo.gl/7vlJW4
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L’apertura della Cina all’economia di mercato aveva poi reso il mercato cinese particolarmente appetibile per la Turchia, che proprio in quegli anni stava completando la transizione da un sistema di import substitution a un sistema exportled. Non è un caso che il risultato principale delle prime due visite di alto livello compiute da esponenti del governo turco a Pechino – quella del ministro per il Commercio Kemal Cantürk del maggio 1981 e quella del ministro degli Esteri İlter Türkmen del dicembre dello stesso anno – sia stato proprio la firma di accordi economici che aprirono la strada alla cooperazione commerciale sino-turca. L’approccio di Ankara alla questione uigura influì profondamente sull’avvicinamento tra Cina e Turchia. Nei decenni precedenti, quest’ultima aveva accolto diverse migliaia di rifugiati uiguri. I leader indipendentisti uiguri, inoltre, avevano iniziato a creare su suolo turco organizzazioni e attività a sostegno della causa dell’indipendenza del Turkestan Orientale. Ciononostante, il governo turco non offrì alcun appoggio ufficiale a tali attività, contribuendo a creare un clima di fiducia con Pechino. Tanto che la Cina, negli anni Ottanta, riteneva la Turchia parte della soluzione al problema uiguro. I dirigenti della Repubblica Popolare iniziarono infatti a invitare gli uomini d’affari turchi a investire nel Xinjiang, in particolar modo in occasione della visita a Pechino del primo ministro Turgut Özal, nel luglio 1985. In quello stesse mese, il governatore del Xinjiang İsmail Amat fece un tour delle città turche proprio per sollecitare gli investimenti nella sua regione. Come in passato, tuttavia, la naturale tendenza della Turchia a solidarizzare con i «fratelli» uiguri e soprattutto il panturchismo sempre profondamente radicato nelle élite turche fecero naufragare la breve luna di miele tra Ankara e Pechino. L’anno chiave fu il 1986, quando la Turchia garantì asilo politico all’attaché commerciale dell’ambasciata cinese ad Ankara e il generale a riposo Mehmet Rıza Bekin creò la Fondazione per il Turkestan Orientale (Doãu Türkistan Vakıf), che nel giro di pochi anni divenne la principale organizzazione indipendentista dell’«Uiguristan» in Medio Oriente. Questi due eventi non causarono una vera e propria rottura nelle relazioni bilaterali. Fino al 1990 (visita del ministro degli Esteri Qian Qichen), alti esponenti del governo cinese continuarono a visitare regolarmente la Turchia. La rottura arrivò nel 1991, quando Ankara, inebriata dal richiamo dei «fratelli» turchi dell’Asia centrale, tornò a sostenere attivamente la causa uigura: nessun alto dirigente cinese si recò in Turchia fino alla visita di Jiang Zemin nel 2000. İsa Yusuf Alptekin, sorta di «Dalai Lama uiguro» che rappresentava una vera e propria nemesi per Pechino, ottenne un incontro con il primo ministro in pectore Süleyman Demirel nel 1991 e con il presidente della Repubblica Turgut Özal nel 1992. Quello stesso anno, inoltre, Alptekin e Bekin organizzarono a İstanbul il primo congresso nazionale uiguro. Alptekin, morto nel 1995 all’età di 94 anni, divenne un vero e proprio eroe nazionale in Turchia. Dopo la sua morte, gli vennero dedicate strade, piazze e parchi in tutte le principali città turche. Ovviamente, Pechino esibì una reazione molto dura nei confronti di Ankara, che ebbe
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a pentirsi molto presto delle scelte operate all’inizio degli anni Novanta. Già alla metà del decennio apparve infatti evidente che il «sogno panturco» si era rivelato per quel che era, una proiezione onirica. I leader turchi cercarono dunque di rammendare le relazioni con la Cina, realizzando come all’inizio degli anni Ottanta che sacrificare Pechino sull’altare della causa uigura si sarebbe tradotto in una perdita strategica netta. Nella seconda metà degli anni Novanta, la Repubblica Popolare era infatti una potenza globale in ascesa che avrebbe potuto permettere alla Turchia di limitare la propria dipendenza geopolitica, economica e militare dall’Occidente. Cruciale, in tal senso, fu la decisione del governo presieduto da Mesut Yılmaz nel 1998 di limitare drasticamente le attività dell’opposizione uigura, che fu dunque costretta a emigrare in Occidente 7. Con tale decisione, Ankara cercò di far capire a Pechino che era tornata a considerare il problema uiguro una questione interna cinese. Significativo il fatto che due anni prima, nel 1996, Turchia e Cina avessero siglato un accordo del valore di 150 milioni di dollari per l’acquisto di missili a medio raggio WS-1 e per la loro produzione congiunta in Turchia 8. La cooperazione militare sino-turca venne rafforzata in occasione delle visite a Pechino dei capi di Stato maggiore della Difesa İsmail Hakkı Karadayı e Hüseyin Kıvrıkoãlu del 1997 e del 2001. Fondamentale fu anche la visita ad Ankara del presidente cinese Jiang Zemin dell’aprile 2000, in occasione della quale Turchia e Cina raggiunsero un accordo sul rispetto delle rispettive integrità territoriali. Così come la decisione di Ankara, nel 2001, di consentire il transito attraverso gli Stretti alla nave da guerra cinese Varyag, acquistata dall’Ucraina nel 1998 e poi trasformata in portaerei nel 2008 9. Queste misure di confidence building fecero sì che nel 2002 l’allora vice primo ministro Devlet Bahçeli, leader del Partito del movimento nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi, Mhp), fosse il primo alto dirigente turco a poter visitare il Turkestan Orientale 10. Almeno inizialmente, l’ascesa al potere dell’Ak Parti nel novembre 2002 influenzò positivamente il clima delle relazioni sino-turche. Rafforzando una tendenza già emersa alla fine degli anni Novanta, il governo di Erdoãan – che si recò per la prima volta in visita in Cina nel gennaio 2003, quando era ancora solo segretario di partito – adottò una strategia geopolitica focalizzata sulle relazioni con l’Europa e il Medio Oriente, mettendo in secondo piano la proiezione centrasiatica fondata sul panturchismo. In occasione della visita a Pechino dell’allora ministro degli Esteri Abdullah Gül nel 2005, Ankara e Pechino raggiunsero un accordo relativo alla costruzione del collegamento ferroviario ad alta velocità tra Ankara e İstanbul e all’ingresso di capitali cinesi nel Progetto dell’Anatolia su-
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7. Cfr. R. Weitz, «The View From Beijing: Growing Chinese Enthusiasm Over Turkey», Turkey Analyst, vol. 4, n. 17, 12/9/2011, goo.gl/OL0TS9 8. Cfr «The Significance of China’s Export of Rocket Technology to Turkey», Kanwa, 17/12/2002, goo.gl/ejCIXa 9. Cfr. Ü. ENGINSOY, «China Makes Debut Jet Carrier, Thanks to Turkey», Hürriyet Daily News, 17/8/2011, goo.gl/c3RZFN 10. Cfr. il video della visita, goo.gl/dJQIjy
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dorientale (Güneydoãu Anadolu Projesi, Gap). Oggetto della trasferta cinese del 2008 del ministro per il Commercio con l’estero Kürşad Tüzmen, che a margine della sua visita partecipò alla Fiera del commercio di Ürümqi (capitale del Turkestan Orientale), fu invece la cooperazione sino-turca sul nucleare. Nel 2009 Gül tornò in Cina, questa volta come presidente della Repubblica, allo scopo di favorire l’afflusso di investimenti cinesi in Turchia, aumentare il numero di turisti provenienti dalla Repubblica Popolare nei resort della costa mediterranea e stimolare la nascita di joint-ventures sino-turche in paesi terzi. Proprio pochi giorni dopo la partenza di Gül, al quale era stato consentito di visitare Ürümqi, nel Xinjiang scoppiò una rivolta che ebbe tra le sue conseguenze principali un nuovo raffreddamento nei rapporti tra Ankara e Pechino. 4. Già alla fine degli anni Novanta, la Cina aveva significativamente aumentato l’intensità della repressione delle attività uigure nel Xinjiang. Dopo gli attentati dell’11 settembre, Pechino colse la palla al balzo per legittimare la lotta agli indipendentisti uiguri attraverso la «guerra al terrorismo» 11. Anche solo per i progressi nel frattempo compiuti dai mezzi di comunicazione di massa e dalle tecnologie informatiche, la violenta repressione della rivolta uigura del luglio 2009 da parte dell’esercito cinese ebbe tuttavia un impatto molto più profondo di eventi analoghi accaduti in passato sull’opinione pubblica turca, che fu naturalmente portata a solidarizzare con i «fratelli» uiguri. Ciò indusse l’allora primo ministro Erdoãan, sempre molto sensibile alle fluttuazioni emotive del suo elettorato, a sparare a zero contro Pechino definendo la repressione della rivolta in termini di «genocidio» 12. La crepa emersa nelle relazioni tra Ankara e Pechino a metà 2009 può peraltro essere considerata come uno dei primi segnali della progressiva «erdoganizzazione» della proiezione turca: i rapporti sino-turchi sono stati una delle prime vittime del bullismo geopolitico del «sultano». Come vent’anni prima, i turchi realizzarono presto di essere andati oltre. La crociata di Erdoãan contro Pechino, infatti, non aveva ricevuto l’appoggio di nessun altro paese. Mentre l’opinione pubblica turca dimenticò presto i travagli degli uiguri del Turkestan Orientale, i cinesi presero accuratamente nota. La crisi venne superata grazie al lavoro sottotraccia dell’ambasciatore turco a Pechino Murat Esenli e del ministro degli Esteri Davutoãlu, grazie ai cui uffici le relazioni sinoturche ripresero un effimero slancio negli anni successivi. Nel settembre 2009, Erdoãan inviò il suo ministro per il Commercio con l’estero Zafer Çaãlayan a Pechino per tranquillizzare la dirigenza della Repubblica Popolare sulle intenzioni turche in merito all’integrità territoriale della Cina 13. A gennaio dell’anno succes11. Cfr. F. DE RENZI, «Il sogno del Turkestan Orientale», Limes, «Cindia, la sfida del secolo», n. 4/2005, pp. 187-198. 12. Cfr. «Turkish Leader Calls Xinjiang Killings “genocide”», Reuters, 11/7/2009, goo.gl/bzAfSD 13. Cfr. E. USLU, «Are China’s Uyghurs Operating an al-Qaeda Network in Turkey? Ankara and Beijing Discuss Cooperation Against Terrorism», Terrorism Monitor, vol. 7, n. 30, 1/10/2009, goo.gl/qu8dIb
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sivo, Davutoãlu e la sua controparte cinese Jang Jiechi siglarono accordi di cooperazione strategica relativi a Medio Oriente, Afghanistan, Iraq, crisi economica globale e cambiamento climatico 14. Durante la visita della delegazione turca all’Expo di Shanghai del 2010, venne poi deciso che nel 2012 la Turchia avrebbe ospitato l’anno della cultura cinese e che nel 2013 la Cina avrebbe ospitato l’anno della cultura turca. La successiva visita del primo ministro cinese Wen Jiabao ad Ankara nel settembre 2010 creò grandi aspettative in entrambi i paesi. In tale occasione venne infatti firmata una serie di accordi – relativi alla cooperazione energetica (in particolar modo nel settore del nucleare), all’aumento del commercio bilaterale (da condurre in yuan e lira turca) a 100 miliardi di dollari entro il 2020 e alla costruzione del collegamento ferroviario ad alta velocità Kars-Edirne – che avevano l’obiettivo di elevare la relazione sino-turca al livello di «partnership strategica». Tale prospettiva venne rafforzata dalla storica visita di Erdoãan in Cina del 2012 – la prima da capo del governo – e dalla decisione della Turchia, nel settembre 2013, di affidare alla compagnia cinese Cpmiec la costruzione del suo primo sistema di difesa antimissilistico a lungo raggio 15. Come nella migliore tradizione, tuttavia, le vicende interne al Xinjiang hanno nuovamente gettato una lunga ombra sulla partnership sino-turca. Nel mese di Ramadan (giugno-luglio) del 2015, i media turchi hanno inondato il paese di notizie su presunti «massacri» e «torture» perpetrate dall’esercito cinese nei confronti degli uiguri. L’opinione pubblica turca ha appreso con sdegno che i propri «fratelli» del Turkestan Orientale erano costretti a violare l’obbligo del digiuno, nonché ad assumere alcol. Tale copertura mediatica degli eventi – probabilmente esagerata – ha provocato una reazione nazionalista in alcuni casi di carattere violento. Nel mese di luglio, i turisti e i lavoratori cinesi in Turchia sono divenuti bersaglio di aggressioni di gruppuscoli nazionalisti e, più in generale, oggetto di una diffusa ostilità 16. Tanto che Pechino ha sconsigliato ai propri concittadini in Turchia di andare in giro da soli 17. Questa volta, il presidente turco Erdoãan ha gettato acqua sul fuoco, definendo «esagerata» la narrazione mediatica e, soprattutto, sostenendo che tali eventi venivano «strumentalizzati» per danneggiare le relazioni sino-turche 18. L’inaspettato atteggiamento pacificatore del «sultano» era in parte dovuto al fatto che di lì a qualche giorno si sarebbe recato a Pechino per la sua terza visita ufficiale in Cina dopo quelle del 2003 e del 2012. Visita il cui menù era invero molto ricco. Erdoãan ha infatti annunciato
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14. Cfr. «China, Turkey Eye Stronger Political, Economic Ties», People’s Daily Online, 28/1/2010, goo.gl/1RA15w 15. Cfr. L. KEMAL, «Turkish Selection of Chinese Missile System Angers US», Today’s Zaman, 27/9/2013, goo.gl/P7T3zv 16. Cfr. E. SEÇKIN, «Anti-Chinese Protests in Turkey Raise Risk of Attacks on Chinese Commercial and Diplomatic Property in One-Month Outlook», HIS Jane’s 360, 5/7/2015, goo.gl/CsqTG5 17. Cfr. «Çin, vatandaşlarını uyardı: “Türkiye’de tek başınıza gezmeyin”» (La Cina ha avvertito i sui cittadini: “non girate da soli in Turchia”), Taraf, 5/7/2015, goo.gl/9Et2CT 18. Cfr. «Erdoãan’dan Çin açıklaması» (Dichiarazioni di Erdoãan sulla Cina), Cumhurriyet, 9/7/2015, goo.gl/pKXLEW; «Erdogan Says Reported Uighurs Mistreatment in China “Exploited”», Al Arabiya, 10/7/2015, goo.gl/sCJoOM
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
che la Cina si era dichiarata interessata a realizzare ben dieci tratte ferroviarie in Turchia, compresa quella tra Kars ed Edirne. La Repubblica Popolare ha inoltre confermato la propria disponibilità a costruire la centrale nucleare di Silopi, altri dieci ospedali cittadini oltre ai venti già in costruzione e un’università sino-turca focalizzata sulle discipline medico-scientifiche 19. Malgrado il discreto successo della trasferta cinese di Erdoãan a fine luglio, la nuova strategia uigura del «sultano» aveva già fatto entrare le relazioni sino-turche in quello che si annuncia come uno dei periodi più bui della loro storia. 5. A partire dalla repressione delle rivolte del 2014, migliaia di uiguri hanno iniziato ad abbandonare la Cina per raggiungere, soprattutto attraverso l’Afghanistan e la Cambogia, Malaysia e Thailandia. In questi paesi i rifugiati uiguri riuscivano con relativa facilità a ottenere falsi passaporti turchi, probabilmente forniti dai servizi segreti di Ankara, grazie ai quali potevano raggiungere l’Anatolia 20. Oggi gli uiguri rifugiatisi in Turchia vengono stimati nell’ordine delle decine di migliaia, concentrati soprattutto nella città di Kayseri e nei quartieri di İstanbul di Zeytinburnu e Küçükçekmece. Nel solo mese di gennaio 2015, sono stati circa 500 gli uiguri arrivati in Turchia 21. Questo flusso di esseri umani ha ben presto messo in allarme la dirigenza cinese, che ha iniziato a esercitare forti pressioni sui governi di Bangkok e Kuala Lumpur affinché rimpatriassero gli uiguri arrestati dalle autorità locali 22. La vicenda ha raggiunto il suo apice a inizio luglio dello scorso anno, quando cedendo alle pressioni di Pechino il governo thailandese ha rimpatriato un centinaio di uiguri detenuti a Bangkok dall’ottobre 2013 23. L’opinione pubblica turca ha assistito con disgusto alla diffusione delle immagini di civili uiguri incappucciati come membri del Ku Klux Klan e guardati a vista da poliziotti cinesi bardati come i protagonisti di Csi 24. Poche ore dopo questa decisione, duecento attivisti uiguri hanno assaltato il consolato thailandese a İstanbul, rimasto chiuso diversi giorni per ragioni di sicurezza 25. A ben vedere, Pechino ha più di qualche ragione per temere il flusso di uiguri dal Xinjiang alla Turchia attraverso il Sud-Est asiatico. Diverse centinaia 19. Cfr. M. ALTINOK, «Çin demiryolu ve nükleere talip» (La Cina aspira alle ferrovie e al nucleare), Sabah, 31/7/2015, goo.gl/kVdsmi 20. Cfr. «Curtain Coming down on Erdogan’s Excellent Uyghur Adventure?», China Matters, 22/2/2015, goo.gl/Dq9DAJ 21. Cfr. M. KAPLAN, «China’s Uighurs Look towards Turkey for Help», Al Jazeera, 7/3/2015, goo.gl/LiKzDR 22. Cfr. «Tug-of-war between China, Turkey over Uighurs in Thailand», Today’s Zaman, 24/3/2015, goo.gl/3TRXSZ 23. Cfr. C.S. THANA, M. CONSTANT, «Thai Gov’t Sends 90 Uighur Turks “back” to China», Anadolu Agency, 9/7/2015, goo.gl/gqQD9u 24. Cfr. «Uygur Türkleri Tayland’dan Çin’e başlarına çuval geçirilerek götürülmüş» (I turchi uiguri sono stati portati dalla Thailandia alla Cina mettendo loro dei sacchi in testa), Hürriyet, 12/7/2015, goo.gl/t6enMp 25. Cfr. «İstanbul’daki Tayland Konsolosluãu’na saldırı!» (Assalto al consolato thailandese di İstanbul), Taraf, 9/7/2015, goo.gl/nFyMkJ; «Thai Embassy Closed in Turkey after Protest against Deported Uighurs», Hürriyet Daily News, 10/7/2015, goo.gl/NLzTmo
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(forse migliaia) di uiguri si sono infatti arruolati nel Partito islamico del Turkestan, organizzazione alleata della siriana Ãahbat al-Nuâra e dunque facente parte dell’Armata della conquista sostenuta da Ankara e Riyad, particolarmente attiva nelle province di Latakia e Idlib 26. Inoltre, centinaia di uiguri (anche in questo caso forse migliaia) hanno sposato, più o meno volontariamente, la causa del «califfato» di al-Baôdådø 27. La Cina teme dunque che, un giorno, gli uiguri trasferiti da Erdoãan sul campo di battaglia siriano possano proseguire la lotta armata nel Turkestan Orientale. Prospettiva che palesa evidentemente un’inaccettabile minaccia separatista. Tanto che l’ex direttore per la politica cinese del dipartimento della Difesa americano Christina Lin conclude un articolo significativamente dedicato al tentativo di Erdoãan di creare uno Stato turcico nel Nord della Siria avvertendo che «se Erdoãan continuerà questa politica, indurrà probabilmente la Cina a entrare nella guerra siriana per neutralizzare tale minaccia alla sua sovranità» 28. 6. La politica uigura della Turchia ha seguito una parabola a dir poco schizofrenica. Nel corso dei decenni, Ankara ha infatti spesso solleticato le speranze dei suoi «fratelli» del Turkestan senza tuttavia mai offrire un sostegno concreto alle loro aspirazioni indipendentiste. In altri termini, l’esito della politica uigura della Turchia è stato quello di avvelenare le relazioni con la Cina senza tuttavia conquistare del tutto i cuori degli uiguri. Un esempio calzante di questa dinamica può essere rinvenuto nella reazione turca alla repressione della rivolta uigura del 2009 da parte della Cina. Come si è visto, Erdoãan definì questi eventi in termini di «genocidio». La coraggiosa presa di posizione del primo ministro turco indusse la leader del Congresso mondiale uiguro – Rabia Kadir, residente negli Stati Uniti – a chiedere un visto per la Turchia. Consapevole del fatto che Pechino considera Kadir una figura paragonabile al Dalai Lama, Erdoãan lasciò cadere la richiesta nel vuoto, tradendo nuovamente le speranze uigure 29. Insomma, con cinesi e uiguri la Turchia ha fatto la fine di chi prova a sedersi tra due sgabelli. E poi ha giustificato la propria condizione adducendo motivazioni che ricordano la storiella della città di Rize. Un giorno, Rize dichiara guerra alla Cina. Il popolo scende in piazza a festeggiare, ma dopo qualche giorno il consiglio cittadino annuncia di aver ritirato la dichiarazione di guerra. Delusa e frustrata, la folla si raduna davanti al consiglio cittadino per avere spiegazioni. «Mi dispiace», spiega loro il presidente, «che abbiamo ritirato la dichiarazione di guerra alla Cina, ma ci siamo resi conto
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26. Cfr. J. CAFARELLA, G. CASAGRANDE, Syrian Opposition Guide, Institute for the Study of War, 7/10/2015, goo.gl/jFolhz 27. Cfr. A. BOZKURT, «Turkey’s Islamists Betrayed Uyghurs, Damaged Ties with China», Today’s Zaman, 13/5/2015, goo.gl/QFnPyn 28. C. LIN, «A Buffer Zone for Erdogan’s Turkic Settlements in Syria?», Asia Times, 11/10/2015, goo.gl/gvx6zU 29. Cfr. E. USLU, «Ankara’s Reaction to Xinjiang Crisis Raises Bilateral Tension», Eurasia Daily Monitor, vol. 6, n. 135, The Jamestown Foundation, 15/7/2009, goo.gl/L9CVVi
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che avevamo dimenticato una questione importante in merito a questa guerra: dove avremmo seppellito tutti quei cinesi?» 30. Una delle ragioni fondamentali per le quali la Turchia ha sempre fatto seguire vigorose retromarce alle aperture nei confronti degli uiguri risiede nella convinzione che, se gestita accuratamente, la relazione con Pechino potrebbe essere foriera di benefici e opportunità che valgono bene il sacrificio della causa uigura. A partire dagli anni Ottanta, l’interscambio sino-turco è cresciuto costantemente arrivando a sfiorare i 28 miliardi di dollari nel 2014. La Cina è ormai stabilmente il terzo partner commerciale della Turchia dopo Germania e Russia e nel 2016, alla luce delle sanzioni comminate da Mosca ad Ankara, potrebbe diventare il secondo. La Cina ha anche realizzato importanti acquisizioni in Turchia. Tra tutte, spicca il 75,5% di Tekstilbank acquisito nel 2014 dalla Banca commerciale di Cina (Icbc), divenuta il primo lender cinese a operare sul mercato turco. Huawei ha inoltre scelto la Turchia come proprio centro regionale 31. Ankara ha poi aderito con entusiasmo alla Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (Aiib) sponsorizzata da Pechino. Proprio i progetti infrastrutturali costituiscono il cuore della relazione economico-commerciale sino-turca. La leadership turca considera infatti l’Anatolia il centro del mondo 32, in quanto collocata all’intersezione della massa continentale afro-eurasiatica. Considerata la comunanza di interessi, la Cina rappresenta un partner naturale per la Turchia nella strategia volta a mutare l’Anatolia nel principale snodo logistico eurasiatico. La partecipazione di Pechino alla costruzione del collegamento ferroviario ad alta velocità tra Kars (confine turco-armeno) ed Edirne (confine turco-grecobulgaro), al centro della già citata trasferta pechinese di Erdoãan del luglio 2015, è cruciale per realizzare una tratta fondamentale della dorsale infrastrutturale immaginata dalla Cina per connettere l’Asia centrale all’Europa 33. A febbraio 2015, il governo turco ha annunciato la costruzione di una nuova galleria sottomarina di tre piani lunga 6,5 chilometri che ridurrà di un quarto d’ora l’attraversamento del Bosforo e che avrà una capacità di trasporto di 6,5 milioni di passeggeri all’anno 34. A marzo, il ministro dei Trasporti Lütfi Elvan ha ricordato l’impegno della Turchia nella realizzazione di collegamenti ferroviari ad alta velocità come quelli tra Ankara e Bursa, Ankara e Sivas e Adana e Mersin 35. Ankara è inoltre vicina alla realizzazione del terzo ponte sul Bosforo, che insieme ai due esistenti 30. Cfr. B. BEKDIL, «Taming the Dragon», Hürriyet Daily News, 10/7/2015, goo.gl/RQIx6N 31. Cfr. «Turkey and China to Boost Trade, Economic Cooperation», Invest in Turkey, 30/7/2015, goo.gl/onP1KG 32. Cfr. «All Roads Lead to Turkey: Turkish Media Praises Silk Road», Sputnik News, 22/6/2015, goo.gl/OJwmrQ 33. Una delle componenti chiave di questa tratta – il Marmaray, il tunnel ferroviario sottomarino più profondo del mondo che collega le sponde asiatica ed europea di İstanbul attraverso il Bosforo – è peraltro già in funzione dal 2013. 34. Cfr. «Turkish PM Presents Istanbul Sea Tunnel Mega Project», Anadolu Agency, 27/2/2015, goo.gl/EE3RRp 35. Cfr. «New Railway Projects to Be Initiated in 2015», Daily Sabah, 5/3/2015, goo.gl/4zvyFd
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FRA ANKARA E PECHINO NON METTERE L’UIGURO
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
verrà integrato in un complesso network infrastrutturale che includerà anche il tunnel eurasiatico in costruzione. La Turchia ha poi completato da poco l’ammodernamento della tratta İstanbul-Bursa dell’autostrada Gebze-İzmir, che grazie alla realizzazione del ponte sul Golfo di İzmit ha ridotto da sei ore e mezza a tre e mezza il tempo di percorrenza tra la prima e la quarta città del paese. Il vero fiore all’occhiello della politica infrastrutturale dell’Ak Parti è però Kanal İstanbul, canale artificiale parallelo al Bosforo verso il quale verrebbe dirottato il traffico di petroliere che ingolfano gli Stretti e che verrebbe attraversato da ben sei ponti e una linea ferroviaria. Secondo i progetti del governo turco, intorno al Canale sorgerà una vera e propria nuova città di cinque milioni di abitanti, un centro finanziario globale e, soprattutto, l’aeroporto più grande del mondo (120 milioni di passeggeri all’anno a regime) 36. Insomma, la Turchia, seconda solo al Brasile per investimenti in questo settore tra i paesi emergenti, punta forte sulle infrastrutture 37. Per dirla con il primo ministro Davutoãlu, «la Turchia diventerà il centro di questo incrocio di strade, non solo connettendo le sponde europea e asiatica, ma anche connettendo i continenti europeo e asiatico, così come Pechino e Londra» 38. 7. Il problema è che nel loro complesso le relazioni economico-commerciali sino-turche sono tutt’altro che rose e fiori. Le spine, anzi, sono molto più numerose dei petali. Nel 2014, l’export turco verso la Cina ha rappresentato appena un decimo del valore dei beni esportati dalla Repubblica Popolare verso la Turchia (meno di 3 miliardi di dollari contro 25 miliardi): Pechino è di gran lunga il partner commerciale con il quale Ankara ha il maggior deficit. La necessità di riequilibrare il rapporto commerciale tra i due paesi è stata oggetto di numerosi incontri bilaterali, in particolar modo delle tre visite compiute dal ministro del Commercio turco Kürşad Tüzmen in Cina tra il 2006 e il 2008. Nel prossimo futuro, tuttavia, un significativo aumento dell’export turco nella Repubblica Popolare sembra molto improbabile. La Turchia ha infatti uno squilibrio analogo a quello con Pechino nelle relazioni commerciali con tutti i principali paesi dell’Estremo Oriente e del Sud-Est asiatico, dal Giappone alla Corea del Sud passando per la Thailandia e la musulmana Indonesia. Negli ultimi anni Ankara ha cercato di migliorare le relazioni con T§ky§, Seoul e Giacarta (queste ultime due fanno parte del Mikta), ma i risultati sotto il profilo economico sono stati a dir poco deludenti. Il problema, in altri termini, sta nell’incapacità della Turchia di produrre beni esportabili sui mercati asiatici. 36. Cfr. «İstanbul’a 5 milyarlık 6 köprü» (A İstanbul, 6 ponti da 5 miliardi), Sabah, 10/3/2015, goo.gl/UFF0qu 37. Cfr. «Turkey Ranks Second In Infrastructure Investments after Brazil: World Bank», Hürriyet Daily News, 10/6/2015, goo.gl/IPXMYo e «Turkey again on the Move as AK Party’s Win Allows Mega Infrastructure Projects to Continue», Daily Sabah, 4/11/2015, goo.gl/ehF500 38. Cfr. Ş. ERAZ, «Finance Agreements Signed over 3rd Istanbul Airport Project’s First Leg», Daily Sabah, 19/10/2015, goo.gl/pkWHl1
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A ciò si aggiunga che non esiste una sola questione geopolitica sulla quale Ankara e Pechino possano trovare un terreno comune. Nonostante le promesse degli anni Ottanta, la Cina non ha mai appoggiato la posizione turca sulla questione di Cipro, schierandosi invece al fianco della Grecia. In Iraq e Siria gli interessi perseguiti dai due paesi non potrebbero essere più diversi. La recente visita di Xi Jinping a Teheran e l’ottima relazione energetica tra Cina e Arabia Saudita confermano che in Medio Oriente Pechino punta su altri attori. All’inizio degli anni Ottanta, la leadership turca immaginava il mercato cinese come una sorta di Eldorado e la partnership con Pechino come un potenziale game changer nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale. Le cose sono andate in modo molto diverso. Con la significativa eccezione della partnership infrastrutturale, la relazione sino-turca sembra avere ben poco di strategico. Turchi e cinesi, inoltre, non si amano molto. Forse perché si conoscono poco. Il numero di turisti cinesi in Turchia è incredibilmente più basso di quello che ci si potrebbe aspettare. E İstanbul è probabilmente una delle metropoli con la minore densità di ristoranti cinesi al mondo. Tutto ciò ha fatto sì che negli ultimi anni la Turchia abbia utilizzato la partnership con la Cina in funzione strumentale alle sue relazioni con l’Occidente. Meglio, Ankara ha periodicamente rafforzato i suoi legami con Pechino allo scopo di acquisire maggiori margini di manovra nel pericolante rapporto con gli Stati Uniti. Tale dinamica è illustrata efficacemente dalla vicenda del sistema di difesa antimissilistico a lungo raggio commissionato dalla Turchia alla cinese Cpmiec nel 2013. Dopo vari tira e molla, il giorno prima del G20 di Antalya del novembre 2015 Ankara ha annullato il contratto per compiacere gli Stati Uniti, dei quali Erdoãan ha un disperato bisogno in questa fase storica 39. Era peraltro del tutto evidente che il contratto con i cinesi fosse un bluff. Nonostante le avventate dichiarazioni del ministro della Difesa Mesut Yılmaz 40, uomini vicini a Erdoãan come il portavoce della presidenza İbrahim Kalın hanno affermato più volte che il sistema di difesa antimissilistico avrebbe dovuto essere integrato con quello della Nato 41. Eventualità chiaramente impossibile nel caso in cui Ankara lo avesse acquistato da Pechino. Il futuro approccio della Turchia alla questione uigura seguirà una logica non del tutto dissimile. È molto probabile, infatti, che quando lo riterrà necessario per ragioni di propaganda interna o per far «sentire» la propria presenza in Asia centrale, Erdoãan non esiterà a sostenere strumentalmente i nazionalisti uiguri. Il «sultano» sa che rischia poco o nulla, come dimostra l’evoluzione dei rapporti turco-russi in seguito all’abbattimento di un Su-24 di Mosca il 24 novembre
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39. Cfr. L. KEMAL, «Turkey’s Exaggerated Threat Perceptions and Missile Cancelation», Today’s Zaman, 19/11/2015, goo.gl/IsWQmG 40. Cfr. «Turkey Eyes Deal with China on Missile Defence Despite NATO Concern», Reuters, 19/2/2015, goo.gl/GuU3gO 41. Cfr. «Turkish Officials Differ over NATO Link of Planned Missile System», Hürriyet Daily News, 23/2/2015, goo.gl/kqW67m
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da parte degli F16 di Ankara 42. Nonostante l’estrema gravità della crisi che ne è conseguita, le fondamenta della partnership turco-russa non sono collassate. Gazprom non ha cancellato lo sconto del 10,25% sul gas alle società turche 43, i flussi di gas e petrolio verso la Turchia sono persino aumentati 44, Rosatom continuerà a costruire la centrale nucleare di Mersin-Akkuyu e se il Turkish Stream non verrà realizzato sarà unicamente per ragioni tecnico-commerciali. Erdoãan è dunque piuttosto sicuro che le sue mosse nel Turkestan Orientale non indurranno Pechino a rinunciare ai progetti infrastrutturali e commerciali in Anatolia. Ciò, tuttavia, non significa che la politica uigura della Turchia sia priva di rischi. Tutt’altro. La scorsa estate, quando era in corso la repressione cinese nel Turkestan Orientale, non tutti in Turchia solidarizzavano con gli uiguri. Molti curdi, in privato, manifestavano una certa soddisfazione per quanto stava andando in scena nel Xinjiang: «I cinesi fanno ai turchi quello che i turchi fanno a noi». È fin troppo scontato prevedere che la Cina potrebbe far pagare a Erdoãan le sue spregiudicate mosse nel Xinjiang aumentando il sostegno nei confronti del Pkk, organizzazione alla quale Pechino non è del tutto estranea 45. Questa consapevolezza, molto probabilmente, sta alla base dell’atteggiamento insolitamente cauto adottato dal presidente turco in occasione degli eventi della scorsa estate. In questa fase storica, l’ultima cosa di cui ha bisogno la Turchia – che come ha ammesso lo stesso Erdoãan, dopo le elezioni del 7 giugno si è trasformata in un «lago di sangue» 46 – è che la Repubblica Popolare si aggiunga alla già numerosa lista degli sponsor dei terroristi curdi, la quale annovera potenze quali Stati Uniti, Russia e Iran. Come si è visto, difficilmente le relazioni tra Turchia e Cina potranno assumere un carattere propriamente strategico. Allo stesso modo, però, non sembrano esistere ragioni strutturali per le quali i rapporti tra i due paesi debbano essere improntati all’inimicizia o alla rivalità. Eccezion fatta, chiaramente, per la questione uigura. Negli ultimi anni, tuttavia, Erdoãan ha acquisito la rara capacità di fare terra bruciata ovunque posi lo sguardo. Il «sultano» è alla costante ricerca di nemici. Interni ed esterni. Reali e (soprattutto) immaginari. Una triste conferma del fatto che, come recita il più celebre proverbio turco, «i turchi non hanno altri amici oltre a loro stessi» (Türk’ün Türk’ten başka dostu yoktur). O meglio, sembrano non volerne avere.
42. Sulla vicenda cfr. D. SANTORO, «Erdoãan contro Putin, la grande sfida dei due imperatori», Limes, «Il mondo di Putin», n. 1/2016, pp. 169-184. 43. Cfr. «Gas Discount not Canceled for Turkish Firms, Negotiations in Process with Gazprom», Daily Sabah, 29/1/2016, goo.gl/EUG1sd 44. Cfr. «Russia’s Gazprom Says Exports to Turkey up 3.4 pct in January», Hürriyet Daily News, 2/2/2016, goo.gl/NDzErz 45. Cfr. Y. SCHICHOR, «China’s Kurdish Policy», China Brief, vol. 6. n. 1, The Jamestown Foundation, 3/1/2006, goo.gl/AaU9OW 46. «Erdoãan: Ülke kan gölüne döndü, çare başkanlık» (Erdoãan: il paese è diventato un lago di sangue, il rimedio è il presidenzialismo), Zaman, 29/1/2016, goo.gl/SGZgcf
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la RUSSIA vista dalla
LA PARTNERSHIP TURCO-RUSSA TURCHIA È SPROFONDATA NELLA PALUDE SIRIANA di Habibe ÖZDAL La crisi tra Ankara e Mosca non deriva solo dall’incidente del 24 novembre. Essa è il prodotto dell’inevitabile scontro in Siria. Proteggendo al-Asad, Putin difende la sua influenza in Medio Oriente. Mar Nero e relazioni sociali potranno aiutare la riconciliazione.
L
1. A STORIA DELLE RELAZIONI TRA TURCHIA e Russia si estende attraverso cinque secoli. Tale profondità storica ha fatto sì che gli alti e bassi nei rapporti tra i due paesi siano stati inevitabili, così come accade a tutti quei paesi confinanti che condividono una storia plurisecolare. Oltre alla memoria storica, il fatto di essere stati parte dei due blocchi contrapposti durante la guerra fredda ha contribuito a far sì che ciascuno dei due paesi percepisse l’altro innanzitutto come una «minaccia». Tuttavia, ci sono stati anche dei rari periodi nei quali le circostanze storiche hanno consentito lo sviluppo di relazioni bilaterali piuttosto cordiali. Per esempio, tra il 1923 e il 1936 l’Unione Sovietica e la Repubblica di Turchia instaurarono un’intensa cooperazione, dal momento che ciò coincideva con i rispettivi interessi nazionali. Inoltre, la politica estera turca subì un significativo slittamento in coincidenza con la crisi dei missili Jupiter del 1962 e la lettera di Johnson del 1964. In seguito a tali eventi, la Turchia stabilì rapporti più stretti con l’Urss in modo da bilanciare le difficili relazioni con gli Stati Uniti. Occorre poi tenere presente che, aprendo il mercato russo alle imprese turche e spianando la strada all’approfondimento di una relazione energetica che ancora oggi sta alla base delle relazioni economiche tra i due paesi, l’accordo sul gas del 1984 divenne la spina dorsale della crescente cooperazione tra Ankara e Mosca. La fine della guerra fredda rappresentò per i due Stati un’opportunità per ridurre la loro rivalità storica. Nel corso degli anni Novanta, tuttavia, tanto la trasformazione politica ed economica della Russia quanto le turbolenze interne alla Turchia limitarono lo sviluppo del potenziale insito nelle relazioni bilaterali. A ciò si aggiunga che nel periodo successivo alla fine della guerra fredda la presenza di movimenti separatisti in entrambi i paesi aumentò le rispettive percezioni della minaccia ed ebbe un’influenza dominante sulle loro priorità nel campo del-
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la sicurezza. I ribelli ceceni e il Pkk avevano ambizioni separatiste, rispettivamente, in Russia e Turchia ed entrambi i movimenti godevano di sostegno dall’estero. Alla luce di queste dinamiche, si può affermare che nel corso degli anni Novanta Turchia e Russia continuarono a seguire il vecchio paradigma imperniato sulle tensioni reciproche, sul conflitto e sulla rivalità. In particolar modo, durante questo periodo Ankara e Mosca sembravano avere inconciliabili differenze di lungo periodo riguardo al Caucaso e al bacino del Mar Nero. Il momento di svolta nelle relazioni tra i due paesi può essere rinvenuto alla fine degli anni Novanta. Nel 1999, l’allora primo ministro turco Bülent Eçevit annunciò che la Turchia avrebbe estradato per la prima volta un terrorista ceceno in Russia. Analogamente, la Russia chiuse l’ufficio di rappresentanza del Pkk a Mosca e rifiutò la richiesta del leader dell’organizzazione terroristica curda Abdullah Öcalan di essere accettato nel paese come rifugiato. Sempre nel 1999, in occasione della visita del primo ministro Eçevit a Mosca, Vladimir Putin, allora primo ministro, dichiarò che «indipendentemente dalle sue origini, la Russia non ha mai supportato attività terroristiche contro la Turchia e non lo farà neanche in futuro». Analogamente, Ankara espresse il proprio sostegno al tentativo della Russia di ristabilire l’ordine in Cecenia. Per di più, la Turchia decise di iniziare a combattere il terrorismo a livello regionale, in special modo nel Caucaso. Un’iniziativa che coincideva con le preoccupazioni russe circa la diffusione del terrorismo nella regione. Ciononostante, i due paesi hanno cominciato a formulare e implementare politiche reciproche più sofisticate ed efficienti non prima dell’inizio del XXI secolo.
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2. Fu solo negli anni Duemila che venne abbandonata la mentalità a somma zero che per lungo tempo aveva caratterizzato le relazioni tra Turchia e Russia. Dopo il periodo della guerra fredda e il «decennio perduto», gli anni Novanta, Ankara e Mosca diedero vita a una partnership notevole. Grazie alle iniziative di entrambi i governi e a un rapporto commerciale in forte espansione, i due paesi entrarono in una fase che permise di ridefinire la loro relazione. Oltre al fiorente commercio energetico e al crescente volume degli scambi, diversi investimenti realizzati da aziende turche come Enka e Alarko nei settori edilizio e dei beni di consumo hanno avuto il merito di spingere i due paesi verso una maggiore cooperazione. Questi progressi nella sfera commerciale fecero sì che durante lo scorso decennio entrambi i governi potessero ridefinire le loro relazioni passando da uno stato di rivalità a una partnership potenziale. Durante questa nuova èra di cooperazione, la Russia è divenuta uno dei maggiori partner commerciali della Turchia, nonché il suo principale fornitore di energia. I matrimoni misti tra cittadini turchi e russi, il turismo, lo shuttle trade, la presenza di imprenditori turchi in Russia e le crescenti interazioni a livello governativo possono essere individuati come le dinamiche più importanti della crescente interdipendenza tra i due paesi.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Parallelamente alle iniziative maturate negli ambienti politici di entrambi gli Stati, bisogna tenere in considerazione anche l’importanza di alcuni sviluppi congiunturali. Tra questi, meritano speciale attenzione l’11 settembre, le operazioni militari americane in Iraq e la guerra russo-georgiana del 2008. Gli eventi dell’11 settembre e la guerra in Iraq del 2003 cementarono i legami politici tra Russia e Turchia. Dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center di New York entrambi i paesi manifestarono la loro disponibilità a combattere il terrorismo internazionale. Inoltre, le relazioni bilaterali tra Ankara e Mosca migliorarono significativamente dopo il 1° marzo 2003, quando la Grande assemblea nazionale turca non concesse alle truppe americane l’utilizzo del territorio turco per accedere in Iraq. Anche la guerra russo-georgiana influenzò direttamente le relazioni tra Russia e Turchia. Quando gli Stati Uniti inviarono navi da guerra nel Mar Nero per fornire aiuti umanitari alla Georgia, il vice capo di Stato maggiore russo si appellò immediatamente alla convenzione di Montreux. Quest’ultima stabilisce che «le navi da guerra appartenenti a potenze non rivierasche non possono rimanere nel Mar Nero per più di 21 giorni, qualunque sia lo scopo della loro presenza». In precedenza, Ankara aveva fatto riferimento a questa clausola per impedire il dispiegamento dell’operazione Active Endeavour della Nato nel Mar Nero. La Turchia si attenne dunque strettamente ai termini della convenzione di Montreux e sembra che abbia persino negato l’accesso a due navi ospedale americane per ragioni di sovratonnellaggio. Anche se la guerra di Georgia ebbe un impatto importante sulla regione e sulle relazioni bilaterali tra Mosca e Ankara, l’atteggiamento della Turchia nel corso della crisi e la decisione di non lasciar entrare le navi americane nel Mar Nero sono stati una chiara dimostrazione della sua volontà di risolvere i problemi regionali con gli attori regionali. Inoltre, è necessario ricordare che storicamente la Turchia è sempre stata titubante circa la rinegoziazione dello status degli Stretti, attualmente regolato dalla convenzione di Montreux. Come risultato del cambiamento dell’atmosfera politica, all’inizio degli anni Duemila il traffico diplomatico tra Ankara e Mosca prese a intensificarsi. Gli incontri di alto livello divennero abituali e le comunicazioni formali e informali durante i periodi di crisi una pratica ordinaria. In particolare, il clima delle relazioni cominciò a cambiare seriamente in coincidenza con la visita ad Ankara del presidente russo Putin nel dicembre 2004, che venne ricambiata dall’allora primo ministro turco Recep Tayyip Erdoãan nel gennaio 2005. Putin fu il primo capo di Stato russo a visitare la Turchia dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Queste visite bilaterali diedero il via a una serie di scambi diplomatici di alto livello e a forme di cooperazione che nel corso dello scorso decennio hanno contribuito a plasmare le relazioni tra i due paesi. Tra il 1996 e il 2000, il volume degli scambi tra Russia e Turchia aumentò di appena un miliardo di dollari, passando da 3,4 a 4,5 miliardi. Tra il 2001 e il 2008, invece, l’interscambio è aumentato costantemente fino a raggiungere i 38 miliardi di dollari nel 2008. Dopo la crisi finanziaria del 2008, che influì negativa-
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mente sul commercio bilaterale tra i due paesi riducendolo a 22,6 miliardi di dollari nel 2009, nel 2013 l’interscambio ha ripreso nuovamente slancio raggiungendo i 30 miliardi di dollari nel 2015. Questa crescente interdipendenza e i continui scambi diplomatici aprirono la strada a un tentativo di istituzionalizzazione delle relazioni bilaterali turco-russe. Il Consiglio di alta cooperazione strategica, il Gruppo di pianificazione strategica comune e il Consiglio civico sono state, in tal senso, le iniziative più importanti. Oltre a istituire questi organismi, nel 2010 Turchia e Russia hanno deciso di dare vita a un regime di esenzione dai visti. In conseguenza dell’intensificazione dei rapporti nelle sfere economica, culturale ed educativa, alcuni sono persino arrivati a definire la relazione turco-russa in termini di «partnership strategica». Considerati i punti deboli di tale relazione, tuttavia, sarebbe stato più appropriato qualificarla come «cooperazione multidimensionale». Ciò che più caratterizza i rapporti turco-russi è il fatto che i due paesi hanno resistito agli effetti collaterali delle crisi regionali riuscendo a compartimentalizzare le loro relazioni. Inoltre, le dinamiche sociali hanno iniziato a svilupparsi rapidamente e a svolgere una funzione catalizzatrice. Turchia e Russia hanno dunque fatto sempre più ricorso alla «compartimentalizzazione» nelle loro relazioni bilaterali, dal momento che entrambi i paesi avevano interesse a mettere da parte le loro divergenze geopolitiche (ad esempio in Siria o in Ucraina) e a privilegiare l’intensificazione delle relazioni economiche. Questo però non significa che avvenimenti come il dispiegamento dei missili Patriot lungo il confine turco-siriano o l’installazione di una base radar della Nato a Kürecik non abbiano innervosito le relazioni tra Ankara e Mosca. Un altro esempio di questo tipo può essere rinvenuto in quanto accaduto ad Ankara nell’ottobre 2012, quando la Turchia ha intercettato e costretto all’atterraggio forzato un aereo siriano proveniente da Mosca con a bordo 35 passeggeri, tra cui alcuni cittadini russi. Ankara rese noto che l’aereo civile trasportava attrezzature militari russe, un’accusa che Mosca negò veementemente sostenendo che sull’aereo ci fossero solo pezzi di ricambio. La decisione di Putin di rimandare la sua programmata visita ad Ankara venne immediatamente legata a questo incidente, ciò che diede adito a speculazioni su un raffreddamento nelle relazioni turco-russe. Alla fine, Putin si recò ad Ankara per una riunione del Consiglio di alta cooperazione strategica, in occasione della quale Turchia e Russia continuarono a incrementare la propria cooperazione politica attraverso la firma di numerosi accordi economici, culturali e nel campo della sicurezza. La verità, dunque, è che le tensioni causate dal conflitto in Siria sono state contenute dalla fiorente cooperazione bilaterale. Almeno fino alla crisi scatenata dall’incidente del 24 novembre.
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3. Per poter comprendere il clamoroso cambiamento nelle relazioni turcorusse, è necessario analizzare le cause profonde di questa crisi. Così come valutare le implicazione globali, regionali e bilaterali dell’incidente del 24 novembre tanto nel breve quanto nel lungo periodo.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
LA TURCHIA E LO STATO ISLAMICO
GOVERNO TURCO
Combatte il Pkk curdo dal 1984 Raid aerei contro obiettivi del Pkk nel Nord dell’Iraq Raid aerei contro lo Stato Islamico in Siria
COMBATTE
OSTILE A
BUONE RELAZIONI CON
PKK
PYD
KRG
Partito dei lavoratori regionale curdo
Partito dell’unione democratica
Governo regionale curdo
Guidato da Abdullah Öcalan (in carcere dal 1999). Ha alcuni campi nel Nord dell’Iraq.
Allineato al Pkk.
COMBATTE
MILIZIE PESHMERGA
YPG
Forze armate del Krg
Unità di protezione popolare
KDP
Alleate del Pyd. Controllano gran parte del confne turco-siriano.
Principale partito curdo in Iraq, Guidato da Masud Barzani
COMBATTE
COMBATTE
STATO ISLAMICO RAID EREI
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LA PARTNERSHIP TURCO-RUSSA È SPROFONDATA NELLA PALUDE SIRIANA
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La decisione della Turchia di abbattere un aereo da guerra russo che aveva violato il suo spazio aereo non ha solo influenzato enormemente le relazioni di Ankara con la Russia, ma ha anche attirato una diffusa attenzione internazionale. In tal senso, va sottolineato anzitutto che l’incidente non è stato la conseguenza di una decisione estemporanea. Al contrario, esso è avvenuto in seguito a una serie di violazioni dello spazio aereo turco da parte della Russia iniziate nell’ottobre 2015, quando Mosca ha intensificato le operazioni aeree in Siria. Considerando che la Turchia aveva già espresso la sua disapprovazione nei confronti di queste operazioni, la violazione dello spazio aereo turco del 24 novembre va vista come l’ultima di una serie di ingerenze da parte di Mosca: gli aerei russi avevano persino bloccato i radar degli F16 turchi in pattugliamento. Com’è noto, fin dall’inizio della crisi Ankara e Mosca hanno sviluppato in Siria approcci diametralmente opposti. La Russia ha interpretato le rivolte in Medio Oriente soprattutto come una questione di politica interna e ha dunque supportato il governo siriano partendo dalla prospettiva che lo Stato è la sola autorità legittimata a intervenire nelle insurrezioni civili. In altri termini, la Russia ha dato priorità ai princìpi internazionali di sovranità e integrità territoriale. Mosca non ha gradito interventi esterni come ad esempio la campagna della Nato in Libia. In quest’ultimo caso, la Russia venne colta impreparata quando la risoluzione dell’Onu alla quale aveva deciso di non opporre il veto finì per condurre all’estromissione di Gheddafi. In Siria, dunque, Mosca si oppone fermamente a qualsiasi intervento internazionale che possa accelerare la caduta del regime di Ba44år al-Asad. In secondo luogo, la Russia ha intrattenuto stretti legami con la Siria fin dal periodo sovietico. Ragion per la quale un eventuale cambio di regime nel paese, per Mosca, potrebbe significare perdere uno dei suoi più importanti alleati nella regione. Alla luce della trasformazioni regionali avvenute nel periodo successivo alla fine della guerra fredda e delle conseguenze della guerra in Iraq, la Russia percepisce il regime siriano come il suo unico partner affidabile in Medio Oriente. Essendo il regime di al-Asad una fonte di benefici sia politici sia economici, un cambio di regime in Siria potrebbe quindi ridurre l’influenza della Russia in Medio Oriente a vantaggio degli altri principali attori. In terzo luogo, dal punto di vista di Mosca la crisi siriana può essere considerata come una svolta di portata globale, dal momento che tale crisi sfida le basi stesse del sistema internazionale. Per la Russia, infatti, il prezzo da pagare nel caso in cui avvenisse un cambio di regime in Siria andrebbe ben al di là della perdita di qualche accordo commerciale per la vendita di armi. Sembra dunque che Mosca, percependo le «rivoluzioni colorate» e gli interventi unilaterali dell’Occidente come contrari ai propri interessi, abbia l’obiettivo di proteggere non tanto al-Asad, quanto soprattutto il suo spazio di manovra in Siria e il principio stesso di sovranità statale. Per quanto riguarda la Turchia, il futuro della Siria e le dinamiche interetniche e interreligiose non sono semplicemente questioni interne al paese arabo: esse comportano significative implicazioni regionali. Le autorità turche sono con-
LA TERZA GUERRA MONDIALE? TURCHIA Aleppo
Mar Mediterr.
Idlib
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Hamāh .
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Hims . .
LIBANO
Mosul
Raqqa
S I R I A
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I R A N
Kirkūk I turcomanni in Iraq si stimano essere il 2% della popolazione totale (circa 750 mila persone)
Tikrīt
DAMASCO
BAGHDAD
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Latakia
I R A Q
GIORDANIA
Densità di turcomanni in Siria Alta Media Bassa
A R A B I A
I turcomanni sono il secondo gruppo etnico siriano
S A U D I T A
I TURCOMANNI IN SIRAQ
KUWAIT
Golfo Persico
©Limes
vinte che decidere di assistere agli eventi in Siria da bordocampo significherebbe lasciare che l’instabilità si riversi nelle loro stesse case. Tenendo presente la misura dell’impatto della guerra civile siriana in Turchia, si può comprendere agevolmente perché la Siria sia così importante per Ankara. Al momento, circa due milioni e mezzo di siriani, registrati o meno, risiedono in Turchia. La costruzione di campi profughi e la fornitura di aiuti umanitari alle persone che ci vivono hanno avuto un costo enorme. Ma non si tratta solo di una questione economica: la pioggia di bombe, l’abbattimento di un aereo e gli eventi andati in scena a Cilvegözü, Gaziantep, Reyhanlı e Kayseri hanno causato la perdita di dozzine di vite umane e centinaia di feriti, dando vita a enormi tensioni politiche. Un altro costo spesso ignorato, per la Turchia, è la pressione psicologica che questi eventi hanno creato nelle città al confine con la Siria. Ankara, inoltre, contesta le violazioni dei diritti umani delle quali si è macchiato il regime ed è preoccupata per le minacce all’integrità territoriale del paese. Per quanto riguarda il più recente disaccordo tra Turchia e Russia sulla Siria, è importante sottolineare l’effetto delle operazioni aeree di Mosca nel paese. Uno degli effetti delle operazioni russe iniziate il 30 settembre è stato quello di far naufragare la proposta turca volta a stabilire una no-fly zone o una zona di sicu-
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rezza. Inoltre, tali operazioni hanno prolungato la vita del regime di al-Asad, che nell’estate del 2015 aveva perso molti territori, influendo sul futuro della Siria tanto nel breve quanto nel medio periodo. Occorre poi ricordare che la disputa turco-russa sulla Siria si è manifestata anche in occasione degli incontri di Vienna del 14 novembre 2015. Al termine degli incontri, la Turchia annunciò che al-Asad non avrebbe fatto parte del governo di transizione, mentre la Russia mise in chiaro che non era stato raggiunto alcun accordo di questo tipo. Alla luce di questo background, è difficile poter sostenere che l’abbattimento di un jet russo da parte della Turchia sia stata la conseguenza di una breve violazione dello spazio aereo turco durata appena 17 secondi. Al contrario, le ragioni che hanno indotto Ankara a compiere un gesto del genere vanno individuate nelle ripetute violazioni russe avvenute nel corso dei due mesi precedenti e nel perdurante disaccordo tra i due paesi sul futuro della Siria e sugli attori che vi potranno giocare un ruolo. In altri termini, si può facilmente osservare che le operazioni russe in Siria hanno preparato il terreno per il ruvido scontro attualmente in atto. La crisi era forse evitabile, ma le caratteristiche strutturali della relazione turco-russa e i meccanismi che la regolano non erano sufficienti per prevenirla. In particolare, non è stato possibile evitare l’incidente per due ragioni. Primo, nonostante l’accelerazione subita a partire dal 2002 le relazioni turco-russe non hanno certo brillato nel campo del problem solving. Malgrado le visite ufficiali di alto livello, le posizioni dei due paesi sulla Siria non si sono avvicinate di un solo millimetro durante i cinque anni della crisi. A ciò si aggiunga che l’approccio basato sulla compartimentalizzazione adottato dai due paesi ha prodotto «effetti collaterali» che, a loro volta, hanno influito negativamente sulle relazioni bilaterali. In secondo luogo, Turchia e Russia non sono riuscite a raggiungere un accordo sulla sicurezza dei cieli in Siria come quello siglato da Mosca e Washington. Queste dinamiche, alle quali va aggiunta l’assenza di un meccanismo per la gestione delle crisi, hanno fatto sì che le relazioni tra Turchia e Russia siano state messe a durissima prova. Le implicazioni dell’incidente del 24 novembre riguarderanno tanto il livello bilaterale quanto quello regionale, in particolar modo in Medio Oriente, nel Mar Nero, nel Caucaso meridionale e in Asia centrale. Per quanto riguarda le conseguenze sui rapporti bilaterali, è chiaro che Mosca dividerà le relazioni con la Turchia così come si sono sviluppate dopo la guerra fredda in due periodi: prima e dopo il 24 novembre. Mosca intende infatti usare l’incidente in chiave strumentale. Prima del 24 novembre la Russia, anche solo a livello retorico, prestava attenzione ai timori della Turchia circa il sostegno al separatismo curdo e al ruolo di al-Asad. Da ora in avanti, invece, Mosca si sentirà più libera di sviluppare la propria politica nella regione e non mostrerà più alcuna sensibilità verso i timori della Turchia. La presenza militare e le attività della Russia nella regione non saranno più oggetto di discussione tra i due paesi e il futuro della Siria verrà discusso in negoziati con l’Occidente.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
Passando alle implicazioni regionali, l’intervento russo in Siria avrà senza dubbio effetti di lungo periodo sulla geopolitica del Medio Oriente, dove l’Iran sembra essere diventato il principale alleato di Mosca. Inoltre, la Russia giocherà più spesso e più apertamente la carta curda fornendo armi al Pyd e cercherà di tagliare fuori la Turchia dalle iniziative che verranno prese per definire il futuro assetto del Medio Oriente in termini di sicurezza e di energia. Insieme al dispiegamento del sistema missilistico S-400 e alla chiusura dei cieli siriani agli aerei turchi, le tensioni tra Ankara e Baghdad sulla base militare di Bašiqa possono essere interpretate come un segnale del tentativo di Mosca, in coordinazione con l’Iran, di isolare la Turchia. Passando al Mar Nero, questa regione rappresenta un prezioso esempio delle potenzialità, sia pure limitate, della cooperazione turco-russa. Anche in questo caso, tuttavia, l’incidente del 24 novembre ha avuto un impatto negativo. A causa della crisi, la Cooperazione economica del Mar Nero (Bsec) resterà lettera morta. Anche la politica russa in Asia centrale e nel Caucaso meridionale non resterà estranea alle dinamiche aperte dall’incidente del 24 novembre. Mosca ha già iniziato a rafforzare la propria presenza militare in Armenia, associando Erevan al sistema di difesa aerea comune tra Russia, Bielorussia e Kazakistan. Una conferma del fatto che i russi stanno perseguendo una politica volta a isolare la Turchia anche nel loro «estero vicino», cioè nei paesi ex sovietici. Specialmente alla luce del fatto che molti paesi caucasici e centrasiatici non si possono permettere di resistere alle pressioni di Mosca, le mosse di quest’ultima potrebbero produrre i risultati desiderati. Quantomeno nel breve termine. Appare dunque chiaro che nel prossimo futuro le relazioni turco-russe regrediranno ai livelli di inizio XXI secolo. Soprattutto, in conseguenza delle sanzioni economiche comminate dalla Russia alla Turchia l’interscambio commerciale tra i due paesi tornerà probabilmente ai valori di un quindicennio fa. La crisi ha poi influito negativamente anche sulle relazioni sociali, come dimostra la sospensione del regime di esenzione dai visti. Si può dunque affermare che tutti i benefici conquistati dalle due società siano stati masticati e sputati. E che l’approccio basato sulla compartimentalizzazione, il pilastro delle relazioni bilaterali tra i due paesi negli ultimi vent’anni, sia giunto al termine. Ciò che più importa, però, sono le prospettive future delle interazioni politiche tra i due Stati. Nel corso degli ultimi vent’anni Ankara e Mosca hanno perseguito un approccio basato sulla cooperazione anziché sul confronto e sulla rivalità, esercitando un grande sforzo al fine di consolidare la fiducia reciproca anche attraverso lo sviluppo di progetti specifici. Dopo la crisi, tuttavia, è inevitabile che si affermi un approccio basato sul confronto, dal momento che la sfiducia reciproca dilaga in entrambi i paesi. Considerando che è molto probabile che la Russia risponda all’abbattimento del Su-24 in modo asimmetrico, questa sfiducia reciproca si manifesterà in molteplici sfere. Sembra invece difficile che la Russia, principale fornitore di gas della Turchia, possa tagliare le forniture energetiche ad Ankara. Per almeno due ragioni.
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LA PARTNERSHIP TURCO-RUSSA È SPROFONDATA NELLA PALUDE SIRIANA
Primo, perché la Russia usa come strumento politico non le forniture ma i prezzi. Tale dinamica è illustrata efficacemente dalle mosse russe in Ucraina dopo la «rivoluzione arancione» del 2005, durante la presidenza Jušenko (in particolare nel 2009) e in seguito alla destituzione di Janukovy0 causata dalle proteste di Jevromajdan. In secondo luogo, per la Russia è di fondamentale importanza apparire come un fornitore affidabile, dal momento che la maggior parte dei suoi introiti derivano dall’esportazione di materie prime. Questo, tuttavia, non significa che non ci potranno essere tagli alle forniture russe alla Turchia, magari a causa di problemi tecnici o infrastrutturali. Proprio come accaduto negli anni scorsi in relazione alle forniture energetiche iraniane ad Ankara. Il quadro attuale è dunque piuttosto negativo. Sarà necessario molto tempo perché le relazioni turco-russe possano di nuovo normalizzarsi. Ciononostante, esistono almeno due fattori che forzeranno i due paesi a cooperare nel medio-lungo periodo. In primo luogo, Turchia e Russia sono due attori fondamentali per assicurare sicurezza e stabilità nella regione del Mar Nero, dove condividono un interesse comune al mantenimento dello status quo. Inoltre, nonostante i rapporti politici tra i due paesi siano stati seriamente danneggiati, le relazioni sociali si sono intensificate. In particolar modo attraverso i matrimoni misti e le relazioni d’affari. Quando (e se) Ankara e Mosca decideranno di intraprendere un percorso di normalizzazione, queste dinamiche potranno costituire l’architrave di tale processo. (traduzione di Daniele Santoro)
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LA TERZA GUERRA MONDIALE?
I TEDESCHI NELLO SPECCHIO TURCO: AMICI O NEMICI?
la GERMANIA vista dalla
TURCHIA
di Gokhan BACIK
Il ricordo delle alleanze del passato sembra oggi offuscato. Il pragmatismo che intercorre nei rapporti economici tra i due paesi spesso non si riflette in quelli politici. Le conseguenze della deriva autoritaria di Ankara. La natura della rivalità con Berlino.
L
A HOMEPAGE DEL MINISTERO DEGLI
Esteri turco contiene una sezione speciale dedicata alle «Relazioni tra la Turchia e la Repubblica Federale Germania». In essa si riassume la storia dei rapporti tra i due paesi a partire dal Trattato di pace e di amicizia con il Regno di Prussia del 1790 1. Un documento ufficiale molto utile, in cui si evidenziano i molteplici obiettivi comuni tra Turchia e Germania; tuttavia, essi non sono mai riusciti a dar vita a un «rapporto sistematico» tra i due paesi. Cosa si intende per «rapporto sistematico»? In un rapporto sistematico obiettivi comuni nei fattori di investimento spingono entrambi gli Stati a relazioni bilaterali più strette e sofisticate negli accordi internazionali 2. Ma tra Turchia e Germania non vi è alcun regime internazionale formalizzato. Pertanto, risulta difficile scoprire se vi siano modelli istituzionali differenti rispetto a quelli usuali della diplomazia.
Le macro-dinamiche delle relazioni bilaterali Di seguito, si suggerisce un modello a quattro gambe per analizzare i rapporti turco-tedeschi. In mancanza di un regime internazionale funzionante tra i due paesi, il metodo migliore per analizzare le relazioni bilaterali è quello di concentrarsi sui principali fattori, storici e attuali, che le compongono. Il seguente elenco riassume tali fattori, cercando anche di spiegare la loro influenza sulla politica e sulla società turca. 1) L’eredità della storia. La Turchia e la Germania sono state alleate nella prima guerra mondiale. La Germania ha giocato un ruolo fondamentale nella mo1. goo.gl/Icacqd 2. O.R. YOUNG, «The Politics of International Regime Formation: Managing Natural Resources and the Environment», International Organizations, 43, 3, 1989, pp. 349-375.
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I TEDESCHI NELLO SPECCHIO TURCO: AMICI O NEMICI?
dernizzazione ottomana, in particolare in campo militare. Non si deve dimenticare che un ufficiale tedesco, Otto Liman von Sanders, fu comandante della Prima e della Quinta armata dell’impero ottomano. In realtà, egli era de facto comandante di tutto l’esercito turco 3. Impatto. L’impatto di tale eredità sulla politica e sulla società turca è in realtà ambiguo. A distanza di un secolo dalla prima guerra mondiale, l’opinione pubblica turca nutre dubbi riguardo alla natura del rapporto con la Germania. Per alcuni si tratta di una «storica amicizia». Per altri, il riavvicinamento tedesco all’impero ottomano faceva parte di una precisa strategia imperiale. In sintesi, l’approccio turco alle relazioni storiche con i tedeschi oscilla tra l’orgoglio e lo scetticismo. 2) Il ruolo dell’economia. La Germania è il primo partner economico della Turchia. Come ha notato un think tank filogovernativo, «quello delle relazioni economiche con la Germania è uno dei campi in cui emergono meno problemi» 4. Non importa quale sia il loro background ideologico, i turchi hanno generalmente una buona opinione sulla stretta relazione economica con la Germania. Per un verso essa è la spina dorsale dell’economia turca. Ma un dettaglio merita attenzione: sono soprattutto le grandi aziende turche, note per essere politicamente laiche, a svolgere le maggiori attività commerciali con la Germania. Le aziende di medie dimensioni, note invece per la loro identità conservatrice e filogovernativa, dominano il commercio con i nuovi mercati di Africa e Medio Oriente. Rispetto alle altre, la quota di partecipazione di queste aziende nel commercio con Berlino è di piccola dimensione. Impatto. Il pragmatismo concernente le relazioni turco-tedesche è il prodotto dei loro rapporti economici. Dal momento che l’economia gioca un ruolo chiave per Ankara, i politici turchi hanno tradizionalmente fatto del loro meglio per separare le questioni economiche da quelle politiche nelle relazioni con Berlino. Tuttavia, vi è una domanda: riuscirà a persistere tale immunità delle relazioni economiche alla luce dell’aumento delle preoccupazioni dovute al consolidamento dell’ideologia islamista di Ankara? Nel suo primo periodo, l’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), promuoveva un approccio più pragmatico in politica estera. Tuttavia, nella fase successiva alle rivolte arabe, la Turchia si è affidata a un programma soprattutto ideologico, piuttosto che perseguire l’approccio precedente. La deriva delle relazioni con la Russia ne sono un esempio eclatante. Nel marzo 2015, un ex ambasciatore tedesco ad Ankara, Wolf-Ruthart Born, ha dichiarato alla Deutsche Welle che «a determinare i rapporti politici tra Turchia e Germania è l’insieme delle relazioni economiche» 5. In molti hanno espresso lo stesso giudizio per ciò che riguarda il rapporto turco-russo, tuttavia Ankara non ha avuto remore a mettere in pericolo i rapporti economici con Mosca a causa delle frizioni politiche. Pertanto, si deve essere molto cauti nell’analisi del ruolo
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3. U. TRUMPENER, «Liman von Sanders and the German-Ottoman Alliance», Journal of Contemporary History, 1, 4, 1966, p. 179. 4. 2015’te Dıș Politika (La politica estera nel 2015), Seta, Ankara 2015, p. 116. 5. goo.gl/vbDOJk
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
dell’economia nell’ambito delle relazioni turco-tedesche. Anche se ancora vitali per la Turchia, le relazioni economiche con la Germania non sono esenti da rischi potenziali. 3) I turchi in Germania. In Germania vive un gran numero di turchi. Essi svolgono un ruolo di ponte tra i due paesi. Mantengono frequenti contatti con i loro familiari in patria e forgiano l’immaginario popolare che i turchi hanno dei tedeschi. Inoltre, vengono utilizzati dalla classe politica turca per intervenire negli affari interni tedeschi. Impatto. In generale, gli immigrati turchi non hanno mai esportato un’immagine negativa della Germania in patria, fatto di non poco conto. Tuttavia, in un più ampio contesto socio-politico, il loro ruolo sociale è bifronte: in primo luogo plasmano attivamente l’immaginario popolare e allo stesso tempo non sono immuni da strumentalizzazione politica. Spesso vengono utilizzati dalla classe politica di Ankara per fini politici, in Turchia e in Germania. Gran parte di loro proviene da zone rurali dell’Anatolia, culturalmente e religiosamente più conservatrici, esponendoli maggiormente alla narrazione nazionalista e di marca islamista. 4) La politica estera. Il quarto, e probabilmente più importante fattore riguarda l’insieme delle dinamiche di politica estera. In un certo senso esse governano gli attuali rapporti diplomatici. Più nel dettaglio, comprendono temi rilevanti quali la questione curda, la crisi siriana, il problema degli alauiti turchi, i migranti e il processo di adesione di Ankara all’Unione Europea. Impatto. L’impatto della politica estera tra i due paesi è evidente e dà vita a una congiuntura ricca di criticità. Sebbene non possano cambiare strutturalmente i fattori socio-politici nel lungo periodo, hanno compromesso i rapporti nel breve termine, provocando una reazione decisamente critica nell’opinione pubblica e nella classe politica turca durante gli ultimi cinque anni. Per diverse ragioni, l’élite islamica turca percepisce come invadente l’approccio tedesco in questioni calde come il problema curdo o la crisi siriana. Riassumendo: A) Ci sono fattori storici e strutturali che determinano i rapporti turco-tedeschi, come appunto l’eredità storica, la presenza di turchi in Germania e i legami economici. Tuttavia, essi continuano ad avere un impatto indiretto senza la mediazione di un meccanismo istituzionale formalizzato. B) A causa della mancanza di un regime internazionale, è l’insieme delle questioni di politica estera a governare lo spirito attuale delle relazioni turco-tedesche. Basterebbe oggi una crisi per mettere facilmente in pericolo tale rapporto, come se le storiche e profonde relazioni che hanno intessuto i due paesi non sussistessero.
Il paradigma attuale: la Germania come rivale A partire dalle proteste di Gezi Park nel 2013, l’atteggiamento politico turco verso la Germania è peggiorato (anche se non propriamente a causa di quelle
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I TEDESCHI NELLO SPECCHIO TURCO: AMICI O NEMICI?
manifestazioni). Le critiche dell’élite islamista dopo Gezi Park dovrebbero essere viste come pubbliche esternazioni di opinioni già presenti ma fino a oggi taciute. Le élite religiose e la classe politica turche sono convinte che la Germania non sopporti l’emergere della Turchia come potenza regionale. Anche se può suonare come teoria complottista, che questa sia la corrente opinione è in realtà un dato di fatto e soprattutto il motivo del forte scetticismo verso Berlino. Vi è una domanda, posta da uno studioso turco che scrive per un think tank filogovernativo, che sintetizza l’immaginario corrente delle élite islamiste verso la Germania: «È Angela Merkel intenzionata a istituire un rapporto bilaterale equilibrato, determinato dall’interdipendenza reciproca con la Turchia?» 6. Questo interrogativo esplica come i turchi sognino un rapporto tra eguali con Berlino. Ma lo stesso studioso è viceversa molto sicuro che Berlino non agisca amichevolmente nei confronti della Turchia. Prova evidente ne è la dichiarazione di «sostegno a vari gruppi che in Turchia hanno tentato un ribaltamento di regime attraverso mezzi antidemocratici» 7 da parte del presidente tedesco Gauck. Sulla base di tali argomenti, l’autore prosegue ponendosi altre domande: «Perché Berlino tollera sviluppi che portano all’inimicizia tra i due paesi? La classe politica tedesca non è in grado di vedere quale influenza possono avere le frizioni politiche sugli interessi economici nel lungo periodo?» 8. E infine: «Qual vantaggio può trarre la Germania da un’eventuale instabilità di Ankara?» 9. In sintesi, l’élite islamista ha dato vita a un nuovo paradigma fortemente scettico nei confronti della Germania, che incorpora diverse importanti convinzioni quali la mancata accettazione che Berlino avrebbe nei confronti dell’ascesa di Ankara come nuova potenza globale. L’élite al potere in Turchia ritiene che l’atteggiamento della Germania sia irremovibilmente indirizzato nel voler realizzare una strategia che ostacoli Ankara 10. In un certo senso, tale convinzione porta a riscrivere la storia secondo le esigenze attuali. L’alleanza tra i due paesi e il contributo tedesco alla modernizzazione militare ottomana durante la prima guerra mondiale rimangono eventi storici fondamentali. Tuttavia la nuova narrazione presenta quegli eventi come la prova della continuità della strategia anti-turca tedesca. Tali opinioni rappresentano la principale visione islamista della Germania: un breve esame delle opinioni della classe politica e dei giornalisti di matrice islamista sarebbe più che sufficiente per mostrare la loro posizione critica 11. Ci sono due ragioni principali per capire il motivo per cui gli islamisti turchi siano portavoce di una visione negativa della Germania.
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6. K. INAT, «Dinleme Skandalı Gölgesinde Türk-Alman İliskileri» («Le relazioni turco-tedesche all’ombra dello scandalo sulle intercettazioni»), Seta Perspektif, 67, 2014, p. 2. 7. Ibidem. 8. Ibidem. 9. Ibidem. 10. I. KARAGÜL, «Alman Ergenekonuk Türkiye’yi Vuruyor» («L’Ergenekon tedesco colpisce la Turchia»), Yenisafak, 21/6/2013. 11. G. BACIK, «Turkey Humiliaties Germany: Why?», Today’s Zaman, 4/5/ 2014.
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
1) Tradizionalmente, le élite religiose islamiste sono sempre state scettiche nei confronti delle potenze occidentali. Classico tema della narrazione islamista è quello di incolpare una grande potenza occidentale per i problemi domestici. Oggi quella potenza è la Germania. 2) Nello specifico, la Germania viene vista come un attore coinvolto su tre fronti molto complessi: la questione degli alauiti, il problema curdo e la protesta organizzata. Quella che segue è una citazione da un giornale filogovernativo islamico, «brillante esempio» che sintetizza tutte le accuse rivolte a Berlino: «Ogni volta che il caos regna in Turchia, la Germania è dietro di esso. Non avendo perso l’opportunità di intervenire durante le proteste di Gezi Park, i tedeschi hanno supportato anche quelli del Dhkp-c (Partito-Fronte rivoluzionario di liberazione popolare) gruppo collegato ai terroristi che hanno organizzato gli attacchi al Palazzo di Giustizia di Çaãlayan a İstanbul. Recentemente, la Germania ha sostenuto l’attivismo curdo a Kobani attraverso il supporto inviato tramite il loro servizio di intelligence (Bundesnachrichtendienst). La Germania ha inoltre inviato armi tecnologicamente avanzate alle forze peshmerga nel Nord dell’Iraq» 12. Qui troviamo diverse parole chiave: Gezi Park, alauiti, Dhkp-c e curdi. Tale accurata selezione si riferisce a un approccio molto sofisticato. La Germania non è più un elemento ordinario del tradizionale lessico dell’enciclopedia islamista sulle teorie complottiste. In questo nuovo contesto, essa è presentata come un paese che ha una specifica agenda sui vari problemi interni della Turchia. La narrazione islamista si propone di realizzare due obiettivi. 1) Presentare la Germania come la prima tra le grandi potenze occidentali a non gradire l’ascesa di Ankara. 2) Presentare la Germania come un paese che propriamente «utilizza curdi e alauiti come leva contro la Turchia» 13. Caratteristica di Berlino, a differenza di molte altre potenze straniere, sarebbe quella di intervenire nella politica interna di Ankara. Giungiamo così al problema che riguarda l’interazione diretta fra società turca e tedesca. La presenza di milioni di turchi in Germania crea naturalmente uno spazio transnazionale e dei metodi transnazionali di interazione tra i due paesi. Rainer Bauböck, che ha sviluppato teorie significative sul transnazionalismo dei migranti, sostiene la necessità di una concezione più ampia del transnazionalismo politico dal punto di vista teorico. Lo studioso ritiene che «il transnazionalismo dei migranti crea una sovrapposizione di appartenenze tra comunità politiche territorialmente separate e indipendenti. In questo caso, il transnazionalismo politico non è solo un insieme ristretto di attività attraverso le quali i migranti rimangono coinvolti nella politica 12. Y. AKIT, «Kanlı Baãlantı Ortaya Cıktı» («Sono emersi i legami di sangue»), goo.gl/zsBxdd (accesso dell’1/2/2016). 13. K. INAT, «Türk-Alman İliskilerinde Güven Sorunu» («Crisi di fiducia nelle relazioni turco-tedesche»), Star, 26/9/2015.
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55.080 Kiel
Rostock
SCHLESWIGHOLSTEIN Lubecca
1.540
93.840
MECLEMBURGOPOMERANIA ANTERIORE
Amburgo AMBURGO
44.020 Brema BASSA SASSONIA
198.090
187.220
Berlino Hannover Braunschweig
BERLINO
BRANDEBURGO
Magdeburgo
4.370
SASSONIA-ANHALT
3.450
RENANIA SETTENTRIONALE VESTFALIA
926.390
Colonia Aquisgrana
Bonn
Coblenza RENANIA PALATINATO
Lipsia
Kassel
265.730 ASSIA
4.610 Dresda
SASSONIA Erfurt TURINGIA
Chemnitz
2.890
Francoforte sul Meno
107.200
SAARLAND
Norimberga
20.100
BAVIERA
Residenti con almeno un parente turco, per Land (Censimento 2011)
BADEN-WÜRTTEMBERG
Concentrazione
470.730
Altissima
328.970
Stoccarda Augusta
Monaco
Molto alta Alta Media Bassa
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Molto bassa Fonte: Bundesamt für Migration und Flüchtlinge
TURCHI IN GERMANIA
LA TERZA GUERRA MONDIALE?
interna del loro paese d’origine; esso investe anche le identità collettive e di cittadinanza tra le popolazioni indigene, sia nelle società che accolgono sia in quelle da cui partono» 14. Le tesi di Bauböck possono essere utili all’analisi del ruolo dei turchi in Germania, in quanto molti di loro hanno sviluppato identità collettive e di cittadinanza alternative negli ultimi decenni. Per esempio vari alauti, curdi, islamisti o gruppi di sinistra radicale di origine turca hanno dato vita a diverse entità politiche durante il loro soggiorno in Germania. Lo spazio transnazionale ha reso possibile la loro trasformazione. Così, «il controllo sull’attivismo politico dei turchi residenti in Germania» è sempre stato un punto fondamentale all’ordine del giorno per i governi turchi. In passato, ad esempio, i governi laici ad Ankara deprecavano il ruolo dei gruppi islamisti in Germania. Allo stesso modo, il governo islamista oggi disapprova quello dei vari gruppi di sinistra radicale, dei curdi e degli alauti. Tuttavia, lo spazio transnazionale politico e sociale emerso tra Germania e Turchia, dove questi gruppi sono attivi, sfugge al controllo assoluto del governo turco. Di fronte a questa realtà, gli islamisti in Turchia seguono una strategia bipartita: è innanzitutto necessario per loro consolidare l’appartenenza dei turchi religiosi e conservatori in Germania intorno alla guida di Recep Tayyip Erdoãan. In secondo luogo, essi dipingono gli spazi transnazionali come potenziali aree di ingerenza tedesca in Turchia. Questo modello divide semplicisticamente i turchi residenti in Germania in lealisti o traditori.
Il pragmatismo turco-tedesco Nonostante definisca la Germania come rivale, l’élite islamista continua ad avere con essa un approccio pragmatico. Ironia della sorte, è proprio il pragmatismo tedesco che rende funzionante quello islamista. Non è un segreto che la classe dirigente tedesca non sia favorevole all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Nell’ottobre 2015, Angela Merkel ha dichiarato pubblicamente ancora una volta di essere sempre stata contraria all’adesione di Ankara 15. La riserva tedesca è il risultato di un insieme di preoccupazioni sia di stampo geopolitico sia relative al crescente autoritarismo di Erdoãan. In effetti, la dinamica fondamentale che di recente ha alimentato il reciproco approccio pragmatico riguarda i profughi siriani. La Germania è il paese europeo che presumibilmente dovrà pagare i costi finanziari più alti dell’ondata di migranti, oltre ad essere la destinazione finale della maggior parte dei gruppi di rifugiati. In tale ottica, le aspettative reciproche sono le seguenti: 1) La Germania vuole che la Turchia diventi il principale paese ospitante dei profughi siriani, così da frenare lo storico esodo verso l’Europa. Molti in Germa14. R. BAUBÖK, «Towards a Political Theory of Migrant Transnationalism», International Migration Review, 37, 3, 2003, pp. 700-723. 15. goo.gl/o3LPYZ (accesso il 5/1/2016)
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I TEDESCHI NELLO SPECCHIO TURCO: AMICI O NEMICI?
nia auspicano che la Turchia svolga un ruolo decisivo nella strategia europea per i rifugiati 16. E ciò sembra rendere la classe politica tedesca più tollerante della deriva autoritaria di Ankara. 2) La Turchia vorrebbe usare la questione dei profughi al fine di ottenere agevolazioni finanziarie e geopolitiche dall’Europa. Dal momento che ha speso miliardi di dollari, è naturale che Ankara chieda un sostegno economico ai paesi occidentali. In realtà, l’obiettivo turco è anche quello di trarne vantaggio dal punto di vista geopolitico. Per esempio, coinvolgendo i membri dell’Ue a perseguire una strategia anti-Pyd (Partito dell’Unione democratica) in Siria. Inoltre, vorrebbe indurre paesi come la Germania a non criticare la tendenza autoritaria in corso. La capacità della Turchia di fermare la marcia dei migranti verso l’Europa è ancora da testare. L’opinione pubblica internazionale dovrebbe rendersi conto che la crisi dei rifugiati non può più essere analizzata attraverso il linguaggio tradizionale, utilizzando termini come «rifugiato». Quello che abbiamo di fronte è un altro tipo di esodo, in grado di generare movimenti demografici permanenti, in una vasta area che si estende dalla Siria alla Spagna. La risoluzione di un problema storico così profondo va al di là della capacità di un paese come la Turchia. Strumentalizzare tale questione nell’ambito di altre trattative è di per sé un rischio.
Conclusione Da un punto di vista storico, gli islamisti hanno forgiato una percezione della Germania che sta sostituendo quella precedente laico-kemalista. Si potrebbe sostenere che gli islamisti hanno negli ultimi quattro anni letteralmente trasformato la percezione popolare turca della Germania. Tuttavia, l’approccio pragmatico è ancora prioritario per ciò che riguarda la politica estera. L’economia turca negli ultimi tre anni ha rallentato, di conseguenza il valore del commercio con la Germania è diventato più importante che mai. Allo stesso modo, Ankara è costretta ad affrontare serie questioni a livello regionale. Oggi la Turchia è quasi isolata, anche in Medio Oriente. È perciò improbabile che in questo quadro abbia interesse a deturpare i propri rapporti con Berlino. Eppure, la crisi dei rifugiati è diventata il campo su cui sperimentare una nuova forma di pragmatismo. La questione dei profughi ha aumentato il valore strategico della Turchia in maniera asimmetrica nei rapporti con la Germania. Tuttavia, le relazioni tra Russia e Turchia hanno dimostrato che la sola strategia economica ha dei limiti. Il pragmatismo ha gioco solo fino a quando i paesi non ritengono che le loro principali preoccupazioni politiche non siano in grave pericolo. (traduzione di Lorenzo Noto)
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16. «Steinmeier: Mülteci akınının anahtarı Türkiye’de» («Steinmeier: le chiavi del flusso dei rifugiati sono in Turchia»), Zaman, 19/1/2016.
ALESSANDRO ARESU - Consigliere scientifico di Limes. Attualmente presta servizio nelle istituzioni italiane. GIORGIO ARFARAS - Presidente del comitato Investimenti della Scm Sim Spa. Collabora con Linkiesta e con Limes, del cui comitato scientifico è membro. YAŞAR AYDIN - Lettore alla HafenCity University Hamburg e alla Evangelical University for Social Work and Welfare (Evangelische Hochschule für Soziale Arbeit & Diakonie) di Amburgo. GÖKHAN BACIK - Professore di Relazioni internazionali alla İpek University. RODGER BAKER - Capo sezione analisi Asia-Pacifico di Stratfor Global Intelligence. EDOARDO BORIA - Geografo, insegna all’Università La Sapienza di Roma. GIORGIO CUSCITO - Consigliere redazionale di Limes. Analista, studioso di geopolitica cinese. DARIO FABBRI - Giornalista, consigliere redazionale di Limes. Esperto di America e Medio Oriente. HOU AIJUN - Associate research fellow al World History Institute della Chinese Academy of Social Sciences. Esperto di Russia e Asia centrale. CHUNCHUN HU - German Studies Center, Tongji University, Shanghai. JOHN C. HULSMAN - Presidente e cofondatore della John C. Hulsman Enterprises. Membro permanente del Council on Foreign Relations, è autore o coautore di dieci libri, fra i quali Ethical Realism, The Godfather Doctrine e una biografia di Lawrence d’Arabia, To Begin the World Over Again. EVA HULSMAN-KNOLL - Direttrice del programma Asia alla John C. Hulsman Enterprises. Esperta di politica estera cinese. VIRGILIO ILARI - Presidente della Società italiana di storia militare (Sism). VASILIJ KAŠIN - Professore dell’Istituto dell’Estremo Oriente dell’Accademia russa delle scienze. Giornalista, esperto del Centro analisi di strategie e tecnologie (think tank russo che si occupa degli studi nel settore bellico e di cooperazione tecnico-militare). ANDREJ KORTUNOV - Direttore generale del Russian International Affairs Council. È stato direttore dell’Institute for US and Canadian Studies. Fondatore e primo presidente della Moscow Public Science Foundation. Ha insegnato Politica estera russa all’Università di Miami e al Lewis & Clark College di Portland (Università della California). HANS KUNDNANI - Senior Transatlantic fellow presso il German Marshall Fund, Berlino. FËDOR LUK’JANOV - Direttore di Russia in Global Affairs. Presidente del Consiglio di politica estera e difesa. Professore alla National Research University - Higher School of Economics di Mosca. SERGEJ MARKEDONOV - Docente di Politiche regionali e di Relazioni internazionali presso l’Università Statale Umanistica Russa. FABRIZIO MARONTA - Redattore e responsabile relazioni internazionali di Limes. MU CHUNSHAN - Giornalista a Pechino, ha scritto da Medio Oriente, Africa, Russia e Asia. HABIBE ÖZDAL - Direttore del Centro per gli studi eurasiatici dell’Istituto internazionale di studi strategici (Usak). Condirettore del Journal of Central Asian and Caucasian Studies. Collabora con The Journal of Turkish Weekly. Si occupa prevalentemente di Russia, Ucraina e della regione del Mar Nero.
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MARGHERITA PAOLINI - Coordinatrice scientifica di Limes. FEDERICO PETRONI - Consigliere redazionale di Limes, responsabile del Limes Club Bologna e co-fondatore di iMerica. BRUNELLO ROSA - Capo economista per l’Europa, Roubini Global Economics. DANIELE SANTORO - Studioso di geopolitica turca. MICHAEL STÜRMER - Storico, editorialista di Die Welt. TOLGA TANIŞ - Corrispondente da Washington per Hürriyet dal 2010. Copre temi relativi alla politica estera. Tra il 2008 e il 2010 si è occupato di giornalismo investigativo nell’ufficio di New York dello stesso giornale. Autore di POTUS & Beyefendi (Doğan Kitap, 2015). ERIC R. TERZUOLO - Diplomatico statunitense a riposo, dirige dal 2010 il corso sull’Europa occidentale presso il Foreign Service Institute. È l’autore di NATO and Weapons of Mass Destruction: Regional Alliance, Global Threats (2006) e Le armi di distruzione di massa. Cosa sono, dove sono, e perché (2007). MATTIA TOALDO - Policy Fellow presso l’European Council on Foreign Relations. Membro del consiglio scientifico di Limes. JOHN (PAT) WILLERTON - Professore di Scienza politica presso l’Università dell’Arizona a Tucson.
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La storia in carte a cura di Edoardo BORIA
1. Per un evidente riflesso condizionato va di moda qui in Occidente ricordare il lungo scontro che in epoca moderna oppose gli ottomani agli europei attraverso i luoghi che furono oggetto di assedio da parte dei turchi: quelli di Costantinopoli (1453), Rodi (1480 e 1522), Vienna (1529 e 1683), Buda (1541). Poi il più romanzato, quello di Famagosta (1571), che vide il martirio eroico di Marcantonio Bragadin, mutilato, ingabbiato, disidratato, ustionato, appeso all’albero della propria nave, frustato, incatenato, scuoiato vivo, squartato, portato in trofeo, ma mai convertitosi all’islam. Nella carta è rappresentato l’assedio turco di Candia, considerato il più lungo della storia (dal 1648 al 1669). Poco ricordato è invece uno dei primi episodi di quel conflitto, quello del comandante Blasio Zulian che si fece saltare in aria uccidendo se stesso e tutti i nemici. Forse perché un kamikaze che viene dall’Istria suona strano? Fonte: N. VISSCHER, Afbeeldinghe der Stercke Stadt Candia, Amsterdam 1670 ca. 2. I nomi mitici della Grande guerra, quelli del Piave e di Vittorio (Veneto) in una carta militare dei nemici austriaci. “Provisorisch”, si legge in alto a destra, come cioè qualsiasi cosa durante un conflitto. Fonte: H. MARKOWSKI, J. KEMPLER, K. WALDMANN, Zone 22 kol. VI. Conegliano, Nach Zeichenschlüssel 1913, Berichtigt bis 1916. 3. Gli attentatori suicidi di ogni epoca e razza ci hanno insegnato che «per attaccare gli esseri umani ci vuole un pretesto. Il pretesto è importante in quanto innalza l’aggressione al rango di missione universale o volere divino» (Riszard Kapuściński). Il Giappone è responsabile del mito dei moderni kamikaze, ma non ne ebbe bisogno nell’attacco di Pearl Harbor (7 dicembre 1941), uno degli avvenimenti più rappresentati della storia contemporanea. Un numero incalcolabile tra film, libri e fumetti in ogni lingua, videogiochi, siti web, canzoni, opere d’arte e monumenti lo hanno raccontato. Parate e cerimonie pubbliche ne commemorano ogni anno la ricorrenza. Tour turistici ci speculano su alimentando quella controversa moda del turismo dei luoghi di guerra, dove il numero di visitatori di oggi è direttamente proporzionale a quello dei morti di ieri. Tante narrazioni ma un unico punto di vista: quello dei pacifici americani aggrediti di sorpresa. Questa carta, invece, offre una prospettiva inconsueta, e forse anche per questo è stata battuta all’asta di recente per ben 425 mila dollari: quella del pilota giapponese Mitsuo Fuchida che guidò il primo attacco e fu poi incaricato di descriverlo all’imperatore qualche giorno dopo. Pensò di accompagnare le sue parole con alcune carte geografiche allestite di suo pugno. Quella qui riprodotta fa riferimento ai danni provocati e mostra le navi affondate, le bombe e i siluri sganciati. Fuchida divenne un eroe nazionale, ma dopo la guerra si convertì al cristianesimo, girò gli Stati Uniti per conto della Worldwide Christian Missionary Army of Sky Pilots e scrisse From Pearl Harbor to Calvary. Fonte: M. FUCHIDA, manoscritto del 1941, da R.E. EHRENBERG, Mapping the World, Washington 2006, National Geographic, p. 206.
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L’IRAN NEI BALCANI
4. Gli Stati Uniti non hanno mai subito invasioni del loro territorio ma hanno comunque vissuto, a meno di un secolo di distanza, una guerra d’indipendenza (1775-1783) e una guerra civile (1861-1865). Questa carta ricorda l’epilogo della prima. Infatti, malgrado la modestia delle perdite subite dagli inglesi nella battaglia di Yorktown (“appena” 156 morti), la sconfitta fece perdere definitivamente nell’opinione pubblica britannica la fiducia per una facile vittoria. Il governo si convinse così a mettere fine alla guerra e cominciò a pensare ai negoziati per l’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Non dunque una resa militare ma un cedimento del fronte interno, come la storia molte volte ha visto chiudersi le guerre. Fonte: S. BAUMAN, Plan of the Investment of York and Gloucester, Philadelphia 1782, Scot.
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Emergenze Umanitarie
Affari Europei
Europrogettazione
Aree Geopolitiche
Sviluppo e Cooperazione Internazionale
Cibo, Ambiente e Sviluppo Sostenibile
I corsi, della durata di 15 ore, si svolgono da novembre 2015 a maggio 2016, il venerdì e il sabato dalle 9.30 alle 18.30 a Milano (Palazzo Clerici, in via Clerici 5). PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI: Tel. 02.86.33.13.275 segreteria.corsi@ispionline.it www.ispionline.it
STRONGER TOGETHER
2016: nasce la One Company Finmeccanica AgustaWestland, Alenia Aermacchi, Selex ES, OTO Melara, Wass: sono le nostre radici, forti e profonde, sono la linfa che alimenta la nuova Finmeccanica. Adesso una sola società, una realtà integrata, più robusta e dinamica, con una sola voce per parlare al mondo. One Company. Stronger together.