L’ESCUSIONE DEGLI «APPARTENENTI ALLA RAZZA EBRAICA» DALLE FORZE ARMATE ITALIANE (DICEMBRE 1938) Marco Mondini
Il Regio Decreto Legge 22 dicembre 1938 n. 2111, pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 6 febbraio 1939, stabiliva l’esclusione immediata di tutti i cittadini dichiarati di «razza ebraica» dalle Forze Armate del Regno d’Italia, licenziando ufficiali, sottufficiali e personale di truppa in servizio permanente effettivo ed escludendo dai ruoli («di complemento» e della riserva) coloro che stavano prestando o avevano prestato servizio di leva: Art. 1 – Gli ufficiali in servizio permanente del Regio esercito, della Regia marina, della Regia aeronautica, della Regia guardia di finanza e della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, appartenenti alla razza ebraica, esclusi coloro di cui al successivo art. 4, sono dispensati dal servizio […] e collocati in congedo assoluto. Art. 4 – Gli ufficiali del Regio esercito, della Regia marina, della Regia aeronautica e della regia guardia di finanza, nelle posizioni di «fuori quadro», «a disposizione», «congedo speciale», «fuori organico» «aspettativa […]», «congedo provvisorio» e «ausiliaria», appartenenti alla razza ebraica, cessano dalle posizioni in cui si trovano e sono collocati in congedo assoluto […]. Art. 5 – Gli ufficiali […] inscritti nei ruoli del complemento e della riserva, e quelli della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, inscritti nei ruoli della riserva e in congedo, appartenenti alla razza ebraica, cessano di far parte di detti ruoli e sono collocati in congedo assoluto […]. Art. 9 – I sottufficiali […] appartenenti alla razza ebraica sono dimessi dalle armi e collocati in congedo assoluto. Art. 14 – I graduati e militari di truppa […] in servizio, appartenenti alla razza ebraica, sono dimessi dalle armi e collocati in congedo assoluto.1
Regio Decreto Legge 22 dicembre 1938 n. 2111, Disposizioni relative al collocamento in congedo assoluto ed al trattamento di quiescenza del personale militare delle Forze Armate dello Stato di razza ebraica, «Gazzetta Ufficiale», 6 febbraio 1939, n. 30. Il provvedimento ebbe valore retroattivo dal 1° gennaio 1939. 1
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Con questo provvedimento, conclusivo di un iter normativo iniziato nel novembre precedente con la collocazione in licenza straordinaria dei militari «appartenenti alla razza ebraica»,2 si sanciva la fine di una stagione del tutto particolare dell’emancipazione nella penisola, iniziata con il Decreto Luogotenenziale 15 aprile 1848 n. 700, con cui il governo del Regno di Sardegna aveva ammesso gli «Israeliti regnicoli» a «far parte della Leva militare», un momento particolarmente significativo del più ampio processo normativo che aveva reso possibile la parificazione degli ebrei agli altri sudditi sul piano dei diritti civili e politici.3 L’ammissione dei maschi adulti di religione ebraica all’uso delle armi, in effetti, fu un provvedimento ben più dirompente della semplice ammissione ad un apparato pubblico. Integrare gli ebrei all’interno delle Forze Armate, garantire loro l’onere e l’onore di servire, al pari di ogni altro cittadino o suddito, nella collettività in armi, era, allo stesso tempo, l’infrazione di un tabù plurisecolare e il riconoscimento, in primo luogo sul piano simbolico, dell’uguaglianza degli ebrei dal punto di vista dell’identità, individuale, come uomo sessualmente legittimato e onorabile alla stregua di ogni «gentile», e collettiva, come parte integrante della famiglia nazionale. Che, in effetti, l’«ebreo imbelle» fosse uno dei più consueti stereotipi denigratori ed emarginanti dell’antigiudaismo europeo, è un dato di fatto riscontrabile in molteplici contesti nella storia dell’Europa moderna, e non stupirà che sia stato spesso sottolineato proprio laddove – come nel caso dell’Austria delle riforme giuseppine – gli ebrei erano stati richiamati alla «tassa del sangue» da cui erano esentati, in senso denigratorio, da secoli. Nei territori imperiali, i sudditi di religione ebraica erano stati privati nel XII secolo del diritto di portare le armi, cioè non solo di concorrere alla difesa della comunità ma anche di potersi misurare armata mano con altri individui per la difesa del proprio onore e dell’onore dei propri familiari («privilegium odiosum»), benché le disposizioni non fossero naturalmente sempre seguite alla lettera.4 Questa limitazione sottraeva di fatto a chi ne
2 Sulle tappe del complesso normativo della persecuzione antiebraica, a partire dal 1937, cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Torino, Einaudi 2000, pp. 120 e segg. La circolare ministeriale del 9 novembre 1938 stabiliva che gli ufficiali in servizio permanente effettivo e fuori quadro fossero posti in licenza con assegni fino a provvedimento definitivo. 3 Sulla successione dei provvedimenti emanati nel 1848 nel Regno di Sardegna cfr. F. Sofia, Stato moderno e minoranze religiose in Italia, «Rassegna Mensile di Israel», 1998, 1, pp. 31-48. 4 E. A. Schmidl, I soldati ebrei nell’esercito asburgico 1788-1918, Gorizia, LEG 2008 [ed. or.: 1989]. L’esclusione dal servizio militare non fu sempre una regola. Per un quadro più articolato della condizione giuridica degli ebrei nella penisola italiana
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veniva colpito non solo la possibilità di far parte della sfera pubblica, ma anche della comunità virile, giacché il diritto alla difesa, nella versione codificata del duello (un istituto, peraltro, che rimandava ad una galassia rituale di decisa ascendenza cristiano-cavalleresca), sanciva la pienezza della dimensione maschile; solo i minori, le donne, gli individui marginali (o comunque di umile estrazione, non «gentiluomini») erano esclusi da questo privilegio gradualmente diffuso nell’Europa moderna.5 Di qui, la pervicacia con cui le comunità ebraiche integrate, o anche solo i singoli che cercavano di collocarsi in posizioni paritarie rispetto al resto della collettività, miravano a sfatare l’immagine negativa dell’ebreo «imbelle», e a rilanciare piuttosto l’icona di un ebreo che, al pari di ogni altro maschio adulto onorevole, era pronto a prendere le armi, come segno del proprio status, e a sacrificarsi per la salvaguardia e il benessere della patria che lo aveva riconosciuto come eguale.6 In prima istanza, dopo l’emancipazione napoleonica, quando nella penisola e fuori gli ebrei poterono essere am-
cfr. S. Simonsohn, La condizione giuridica degli ebrei nell’Italia centrale e settentrionale (secoli XII – XVI), in Storia d’Italia, Annali, 11, Gli ebrei in Italia, a cura di C. Vivanti, I, Torino, Einaudi, 1996, pp. 95-120. D’altra parte, in età moderna è anche riscontrabile un pregiudizio opposto, che vede nell’ebreo un diverso pericoloso e non solo inetto e debole, riassumibile piuttosto nella «psicosi dell’ebreo in armi», elemento dell’immaginario non trascurabile dovendo fare i conti con le innegabili resistenze, anche nella stagione dell’emancipazione illuminista, ad ammettere gli ebrei al mestiere e al possesso delle armi. Cfr. J. Filippini, Difesa della patria e odio degli ebrei: il tumulto del 9 luglio 1800 a Livorno, in Il porto di Livorno e la Toscana (1676-1814), Napoli, ESI 1998. 5 La storia dell’istituto del duello, fino al suo acme nel XIX secolo, è molto più complessa di quanto questi rapidi accenni possano suggerire. Rimando, solo come primo accenno a V. Kiernan, Il duello. Onore e aristocrazia nella storia d’Europa, Venezia, Marsilio 1991 [ed. or. 1989] e U. Frevert, Men of honour: a social and cultural history of the duel, Cambridge, Polity Press 1995 [ed. or.: 1991]. Per l’identificazione tra maneggio delle armi e identità sessuale cfr. in prima istanza G. L. Mosse, L’immagine dell’uomo, Torino, Einaudi 1997. 6 Solo due casi europei che, comparativamente, possono suggerire l’importanza dell’ammissione alle armi come riconoscimento di una nuova condizione per le comunità ebraiche: il codificarsi di un «patriottismo repubblicano» nazionalista e bellicoso degli ebrei in Francia – un paese dove pure, come è noto, l’ammissione all’élite della carriera militare incontrò numerosi ostacoli – tra la caduta del Secondo Impero e la Grande Guerra (Ph. E. Landau, Les Juifs de France et la Grande Guerre. Un patriotisme républicain, Paris, CNRS 1999, e la corsa all’Offizierstand, la qualifica di ufficiale (anche nella riserva di complemento) come dimostrazione pubblica di fedeltà alla dinastia asburgica e acquisizione di uno status sociale nell’Austria-Ungheria del XIX secolo (E. A. Schmidl, I soldati ebrei, cit., pp. 64 e segg.).
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messi alle milizie (salvo poi vedersi revocati quasi ovunque tale privilegio con la restaurazione)7 e, in modo più sistemico, partire, dalla metà del XIX secolo, con la progressiva diffusione delle legislazioni emancipatrici sul continente, l’ingresso a qualsiasi titolo nella «nazione in armi», fosse essa la declinazione regia e autoritaria del Volk in Waffen prussiano o la sua immagine giacobina e democratica, segnò il raggiungimento di un traguardo nella promozione e nell’integrazione degli ebrei, e la possibilità di raggiungere il grado di ufficiale (cioè di avere il teorico diritto di dare ordini a soldati cristiani) la spia più evidente di una pratica parificatrice che non necessariamente seguiva sempre la norma.8 Anche nelle forme di autorappresentazione, e le maggiori testate della stampa in Italia, come «L’educatore israelita» e il suo continuatore il «Il Vessillo israelitico» (1874-1922) ne sono un’efficace esempio, contestare il pregiudizio dell’ebreo come individuo separato dal gruppo-nazione, specificamente a causa del suo essere non-uomo nel senso pieno del termine in ragione della sua estraneità alle virtù marziali, divenne uno dei cardini di una retorica dell’emancipazione, rivolta allo stesso tempo all’interno e all’esterno della comunità.9 Opposto allo stereotipo negativo e marginalizzante, il discorso pubblico elaborato sulle pagine di questi giornali, attraverso il ricorso sistematico anche a testi di fantasia in larga parte debitori della letteratura patriottica risorgimentale, si basava su un’icona di eroe sostanzialmente fondata sul canone etico del guerriero, coraggioso, sprezzante del pericolo, pronto a combattere per tutelare se stesso, la propria rete di cari e, naturalmente, anche la patria, identificata con la nazione italiana che deve risorgere e deve essere protetta
Il caso di studio livornese è paradigmatico. Sottoposti all’obbligo di reclutamento durante la prima emancipazione napoleonica, gli ebrei si videro esclusi dai corpi armati dello stato con il ritorno del governo toscano, e ricondotti ad una condizione di inferiorità data da uno status di individui infidi, «inadatti» all’onore delle armi. Cfr. C. Ferrara degli Uberti, La «nazione ebrea» di Livorno. Dai privilegi all’emancipazione 1814-1860, Firenze, Le Monnier 2007, pp. 38-43. 8 Per fornire solo un dato di paragone, mentre nell’Esercito Comune austro-ungarico tra 1897 e 1911 circa il 18% degli ufficiali della riserva dichiarava di essere di religione ebraica, in Prussia, tra 1885 e 1914, nessuno dei circa 30.000 allievi ufficiali ebrei riuscì a raggiungere il grado di ufficiale. Cfr. R. Vogel, Ein Stück von uns: Deutsche Juden in Deutschen Armee 1813-1976, Mainz, Hase & Koehler 1977. 9 Sulle strategie comunicative dell’integrazione nella stampa ebraica tra Risorgimento e Grande Guerra cfr. C. Ferrara Degli Uberti, Rappresentare se stessi tra famiglia e nazione. Il «Vessillo Israelitico» alla soglia del ‘900, «Passato e Presente», 2007, 70, pp. 35-57. C. Ferrara Degli Uberti, Fare gli ebrei italiani: modelli di genere e integrazione nazionale, in Famiglia e nazione nel lungo Ottocento italiano. Modelli, strategie, reti di relazione, a cura di I. Porciani, Roma, Viella 2006, pp. 217-242. 7
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con le armi.10 Il fascino dell’idea marziale nel codice retorico nazionale trovava una sua diretta rispondenza nel ruolo centrale assegnato alla «nazione in armi» nella costruzione, culturale oltre che politica, della nuova Italia; un protagonismo reso fragile e complesso dalla copresenza di due attori politico-militari non convergenti e non facilmente omologabili (l’armata regolare sarda e il volontariato democratico), e dalle disastrose prove sul campo delle campagne unitarie.11 Ciò nonostante, all’Esercito Italiano venne concordemente riconosciuto, nella narrazione patriottica ufficiale, un ruolo egemone come artefice dello Stato italiano, riservando un ruolo marginale (e ideologicamente non ostile) alla figura di Garibaldi e delle sue formazioni,12 e attribuendo alla vita militare, regolata dalla coscrizione obbligatoria e gestita dal corpo degli ufficiali di professione, devotamente e lealmente monarchici, la funzione di «scuola della nazione» e di «fucina degli Italiani», unica istituzione realmente di massa e realmente nazionale (e nazionalizzante) del giovane Regno unitario.13 «Primo fattore della nostra unità nazionale», come l’avrebbe definito Carlo Corsi (indubbiamente uno dei più influenti opinion makers militari italiani del XIX secolo) scuola comune dei nostri popoli, ove i giovani di ogni parte d’Italia imparano insieme a conoscere ed amare la patria ed i loro connazionali, ad osservare le leggi e praticare le virtù del soldato e del cittadino,14
l’esercito venne così a trovarsi al centro di una costellazione retorica e ideale particolarmente affascinante per una componente della popolazione, come quella ebraica, fortemente motivata a sentirsi parte forte e legittimata della nazione rinata. Per usare le parole di Arnaldo Momigliano, per gli ebrei si trattava non solo di prendere parte alla realizzazione del «manufatto nazionale», ma di esserne riconosciuti come cofondatori.15 Benché la
Il modello dell’eroe guerriero come attore principale del canone letterario risorgimentale è, naturalmente, desunto da A. M. Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Torino, Einaudi 2000. 11 A. M. Banti, M. Mondini, Da Novara a Custoza: culture militari e discorso nazionale tra Risorgimento e Unità, in Storia d’Italia. Annali, 18, Guerra e pace, a cura di W. Barberis, Torino, Einaudi 2002, pp. 417-462 12 E. Cecchinato, Camicie rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra, Roma-Bari, Laterza 2007. 13 Per una trattazione più articolata del problema rimando a M. Mondini, La nazione di Marte. Esercito e nation building nell’Italia unita, «Storica», 2001, 20-21, pp. 209-238. 14 C. Corsi, 1844-1869. Venticinque anni in Italia, Firenze, Faverio 1870, II, p. 312. 15 A. Momigliano, Recensione a Cecil Roth, in Id., Pagine ebraiche, Torino, Einaudi 1987, p. 312. 10
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sua visione della «nazionalizzazione parallela» sia stata giudicata troppo schematica e poco rispettosa delle differenziazioni interne e cronologiche dell’ebraismo italiano,16 per quanto riguarda la specifica questione del rapporto tra italiani di religione ebraica e armi, sia sotto il profilo della scelta professionale che sotto quello del servizio obbligatorio in pace e in guerra, l’idea di una ampia e appassionata partecipazione come adesione ideologica all’operato della dinastia sabauda, percepita come autorità emancipatrice e protettrice, ha trovato ampi sostenitori. Vittorio Dan Segre ha così parlato degli ebrei italiani come di «una specie di guardia svizzera della monarchia sabauda»,17 sottolineando l’originalità della politica di integrazione portata avanti nel Regno di Sardegna e la sua capacità di coinvolgere i suoi beneficiati tra le fila di quell’istituto, l’esercito, che più di ogni altro si identificava con la monarchia, con i suoi esponenti e con i suoi valori.18 Non è necessariamente vero che una componente ideale e simbolica così forte debba escludere una scelta professionale della vita militare legata a giochi più razionali di strategia della distinzione. Negli stati sardi, la professione militare era infatti largamente percepita, in virtù di una sua sovra rappresentata componente nobiliare e della sua tradizionale special relationship con la dinastia, come via di accesso ad un mondo sociale più qualificato, e, soprattutto per chi proveniva da famiglie della borghesia rurale, l’ingresso nei ranghi equivaleva al conseguimento di uno status simbolicamente (anche se non economicamente) assai rilevante.19 Tuttavia, questo modello sociale, tipico del Piemonte sabaudo, non era esportabile (e non fu infatti esportato) nel resto del Regno d’Italia dove anzi, e particolarmente in quelle regioni centrali e settentrionali nelle quali si concentravano le comunità ebraiche, la professione militare godette di
Cfr. M. Toscano, Risorgimento ed ebrei: alcune riflessioni sulla nazionalizzazione parallela, in Id., Ebraismo e antisemitismo in Italia. Dal 1848 alla guerra dei sei giorni, Milano, Angeli 2003, pp. 13-23; S. Levis Sullam, Arnaldo Momigliano e la “nazionalizzazione parallela”: autobiografia, religione, storia, «Passato e Presente», 2007, 70, pp. 59-82. 17 V. D. Segre, L’ascesa e il tramonto politico e culturale dell’ebraismo italiano: 1845-1945, in Appartenenza e differenza: ebrei d’Italia e letteratura, a cura di J. Hassine, J. Misan Montefiore, S. Debenedetti Stow, Firenze, La Giuntina 1998, p. 141. 18 M. De Leonardis, Monarchia, famiglia reale e Forze Armate nell’Italia unita, «Rassegna storica del Risorgimento», 1999, 82, pp. 177-202. 19 Cfr. S. Loriga, L’identità militare come aspirazione sociale: nobili di provincia e nobili di corte nel Piemonte della seconda metà del Settecento, in Eserciti e carriere militari nell’Italia moderna, a cura di C. Donati, Milano, Unicopli 1998. Cfr. A. Cardoza, Patrizi in un mondo plebeo. La nobiltà piemontese nell’Italia liberale, Roma, Donzelli 1999. 16
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cattiva fama per larga parte della storia unitaria, subendo di fatto, in molteplici occasioni, l’ostracismo delle reti di sociabilità d’élite.20 Già solo questa considerazione dovrebbe invitare alla cautela nel trattare il problema del «militarismo ebraico» come un fenomeno omogeneo, una sorta di tributo del sangue (patrio) pagato all’emancipazione e ai suoi responsabili politici. È, d’altra parte, ampiamente noto, come all’interno della società militare italiana – all’interno cioè del mondo dei professionisti delle armi – la componente ebraica sia stata, almeno per larga parte dell’età liberale, fortemente rappresentata, e come soprattutto singoli ufficiali di religione o di famiglia ebraica abbiano percorso rapidamente la carriera, giungendo a rivestire i massimi gradi della gerarchia in proporzioni paragonabili solo all’esercito asburgico, considerato unanimemente la più tollerante, multietnica e (va da sé) multireligiosa tra tutte le armate europee contemporanee, ma non esente da ostacoli informali per l’accesso al vertice della carriera.21 È questa sovrarappresentazione a far parlare di un «militarismo ebraico» nell’Italia unita, un militarismo civico inteso come adesione ai principi di base ideologici della comunità e come propensione anche al sacrificio di sé per difendere la patria politica che li incarna,22 la cui manifestazione più conclamata, e anche quella più celebrata, è l’adesione alla Grande Guerra, vista allo stesso tempo come prova di riscatto della nazione dalle insufficienze del Risorgimento (secondo un collaudato paradigma letterario e
20 Che la geografia dell’ebraismo e quella del militarismo unitario (inteso come concentrazione non tanto delle guarnigioni quanto dei cespiti di reclutamento dei professionisti) si contraddicano, è un dato rilevabile da alcuni (non sistematici) sondaggi sia della storia dell’ebraismo italiano che della storiografia militare, che ha però poco insistito sul versante delle ricerche sul reclutamento e sulla vita sociale degli ufficiali. Su questo rimando alle considerazioni iniziali e al primo capitolo di Veneto in armi. Tra mito della nazione e piccola patria, Gorizia, LEG 2002. Sulla necessità di riconsiderare la storia degli ebrei in Italia nel XIX secolo partendo dalle condizioni estremamente differenti delle diverse comunità, e dagli inevitabili gradi di diversità nei processi di integrazione dei singoli dopo l’emancipazione, oggi un dato comunemente accettato dagli studiosi, cfr. almeno P. Bernardini, The Jews in nineteenth-century Italy: toward a reapprisal, «Journal of Modern Italian Studies», 1996, 2, pp. 292-310. 21 Benché infatti ufficiali dichiaratisi di religione ebraica frequentassero regolarmente i corsi della Scuola di Guerra di Vienna, istituto obbligatorio per accedere ai gradi di generale, solo due furono nominati generali dell’Esercito Comune prima della Grande Guerra, altri tre durante il conflitto. Cfr. E. A. Schmidl, I soldati ebrei, cit., pp. 54-55. Il gruppo di generali e ammiragli di origine ebraica comunemente ricordati per l’Italia liberale è 13. 22 Per la nozione di «militarismo civico» riferito all’osmosi tra comunità politica partecipativa e comunità in armi cfr. V. Hanson, Massacri e cultura, Milano, Garzanti 2002.
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patriottico) e come ultima tappa dell’integrazione nel corpo nazionale.23 Commemorando, nel 1931, i caduti della comunità fiorentina, Paolo Levi avrebbe enfatizzato ancora come i caduti dimostravano, con il loro consapevole sacrificio, che gli ebrei erano in grado di assumere su di sé l’onere e l’onore della lotta per la patria come (e forse più) di tutti gli altri italiani: Commemorano con la sublime eloquenza del sacrificio la Loro dedizione, la Nostra riconoscenza per la Gran Madre adottiva che non fu mai matrigna. Essi proclamano che non soltanto nell’industria e nei commerci, nelle banche, nelle aule universitarie, l’Ebreo serve il paese che ospitò i suoi padri e che gli diede i natali, ma che sul campo di battaglia, su tutti i campi di tutte le battaglie, si è stretto fra l’Italia e i suoi figli ebrei un patto di amore che per essere cruento ricorda il patto tra Dio e il Popolo eletto cementato dal sacrificio di Isacco […].24
Ma, a differenza delle cifre presumibilmente attendibili di cui si dispone per l’impegno ebraico durante la Grande Guerra,25 una stima quantitativa esatta del «militarismo ebraico» tra Risorgimento e anni Trenta del Novecento non è possibile, nonostante i tentativi in tal senso non siano mancati e le fonti forniscano frammenti di dati utili, benché non decisivi.26 In sintesi, si può inferire, dall’insieme della letteratura in materia, che la componente «ebraica» all’interno delle Forze Armate italiane (con ciò intendendo na-
23 E. Capuzzo, L’ora della prova: l’ebraismo italiano di fronte alla grande guerra, in Ead., Gli ebrei nella società italiana. Comunità e istituzioni tra Ottocento e Novecento, Roma, Carocci 1999, pp. 119-145. 24 P. Levi, Premessa, in Gli ebrei di Firenze per la più grande Italia 1915-1922, Firenze 1931, cit. in M. Toscano, Gli ebrei italiani e la prima guerra mondiale (19151918): tra crisi religiosa e fremiti patriottici, in Ebraismo e antisemitismo in Italia, cit., pp. 110-122, p. 110. 25 La cifra di 261 ebrei italiani caduti durante il conflitto, e di 450 onorificenze, è in F. Tedeschi, a cura di, Gli israeliti italiani nella guerra 1915-18, Torino 1921. Sulla presenza ebraica nell’Esercito Italiano della Grande Guerra cfr. ora lo studio, importante come nuovo approccio metodologico al problema, di P. Briganti, Il contributo militare degli ebrei italiani alla Grande Guerra, «Clio», 2005, 4, pp. 671-700. 26 Nel 1999, l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito pubblicò un volume postumo del generale Alberto Rovighi, intitolato I militari di origine ebraica nel primo secolo di vita dello Stato italiano, in cui si fornivano dati numerici vari (e sovente contraddittori), senza un vero e proprio riferimento a fonti certe. Sulla aleatorietà di quei dati ho riflettuto e discusso in un saggio di poco successivo, L’identità negata: materiali di lavoro su ebrei ed esercito dall’età liberale al secondo dopoguerra, in Gli ebrei in Italia tra persecuzione fascista e reintegrazione postbellica, a cura di I. Pavan, G. Schwarz, CTR Firenze, Giuntina 2001, pp. 141-170, a cui rimando per un’analisi più approfondita delle diverse fonti e della bibliografia disponibile, e delle sue lacune.
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turalmente la sola parte professionale di Esercito e Marina) si sia mantenuta approssimativamente intorno all’1 per cento dell’intero corpo ufficiali (poco meno di 14.000 uomini agli inizi del XX secolo), con un’elevata sovrarappresentazione rispetto alla parallela presenza ebraica rilevata dai censimenti fino al 1931, che vedeva la popolazione «di religione ebraica» attestarsi attorno all’1 per mille del totale.27 Il tentativo, compiuto ancora recentemente da un giovane studioso, Giovanni Cecini, di avvalorare l’utilizzo dei cognomi ebraici come «unico» metodo per colmare le non poche lacune aperte dai frammenti statistici di cui si dispone, non ha fatto altro che riproporre, come aveva già fatto peraltro il precedente libro di Rovighi, un criterio privo di qualsiasi attendibilità, e dai risultati potenzialmente devianti, se non imbarazzanti, per un autore contemporaneo.28 Il problema,
Traggo questi dati, la cui attendibilità è da prendersi comunque con molta cautela, dall’intreccio di alcune tra le poche rilevazioni affidabili: innanzitutto dal lavoro dello statistico Livio Livi, uno studioso abituato a lavorare sulle fonti riguardanti l’esercito (pubblicò a suo tempo uno dei pochi studi di censimento sulla coscrizione in Italia) Gli ebrei alla luce della statistica, Sala Bolognese, Forni 1979 [ed. or. 191820], in particolare pp. 150-153 e da E. Sabatello, Social and Occupational Trends of Jews in Italy 1870-1970, Ph.D Thesis, Jerusalem, The Hebrew University 1972, in particolare pp. 88-117 (una traduzione e sintesi in italiano anche in Id., Trasformazioni economiche e sociali degli ebrei in Italia nel periodo dell’emancipazione, in Gli ebrei nell’Italia unita 1870-1945, IV Convegno Italia Judaica, Roma, Ufficio Centrale per i Beni archivistici 1993. 28 Di fronte alla mia critica all’uso disinvolto che Rovighi fa come fonte degli Annuari militari, una pubblicazione che riportava esclusivamente dati inerenti la carriera e le onorificenze, e da cui far risultare appartenenze di classe o di credo è di fatto impossibile, Cecini reagisce affermando che «il metodo adottato, ossia quello di analizzare i cognomi ebrei, era l’unico possibile, in quanto le attendibili statistiche di Livi risalgono agli anni 1918-20 e per avere dati più completi bisogna aspettare il 1938-39, ossia gli elenchi definitivi dei militari in congedo per motivi razziali», in I soldati ebrei di Mussolini. I militari israeliti nel periodo fascista, Milano, Mursia 2008, p. 21. L’autore sembra essere particolarmente colpito dalla mia riluttanza, nel saggio del 2001, a voler a tutti i costi procedere a calcoli definitivi e, probabilmente tradito dalla sua inesperienza con la cultura e la documentazione sulla società militare in età liberale, incappa in alcune sviste grossolane. Ne segnalo solo alcune per ragioni di spazio. A parte l’ovvia ingenuità dell’affermazione per cui il «ricorso ai cognomi, che non è sufficiente a etero classificare gli ebrei secondo la legislazione del 1938 – dovendosi prendere in considerazione anche la religione professata – può invece essere utilizzato quarant’anni prima in mancanza, all’epoca, di altri strumenti scientifici», a p. 22 (se una metodologia analitica non è valida per noi nel 1938 mi sfugge il motivo per cui dovrebbe essere valida quarant’anni prima), i 28.400 militari posti a difesa di Roma il 28 ottobre 1922 non erano affatto «circa due terzi degli interi effetti alle armi», una frase ovviamente scorretta riportata da Emanuele Pugliese nelle sue memorie circa la Marcia su Roma e che l’autore non 27
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per quanto riguarda lo specifico delle fonti per una storia militare italiana, è che non esiste la possibilità di trarre dalla documentazione esistente al-
ha evidentemente creduto opportuno verificare. La forza alle armi alla fine del 1922 era in effetti di circa 250.000 uomini. Cfr. G. Rochat, L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini, Roma-Bari, Laterza 2006 [ed. or.: 1967] e M. Mondini, La politica delle armi. Il ruolo dell’esercito italiano nell’avvento del fascismo, Roma-Bari, Laterza 2006. Contestando la mia interpretazione relativa al rovesciamento di una «piramide anagrafica» del militarismo ebraico, per cui, in base ai dati esistenti, la propensione alla carriera armi dei giovani ebrei era in via di attenuazione e gli ufficiali di religione ebraica erano perlopiù confinati, negli anni Trenta, ai gradi superiori, con poche nuove immissioni, l’autore si premura inoltre di far notare che la mia ipotesi viene invalidata dall’esserci, nel 1938, 53 ufficiali superiori in servizio e 28 ufficiali inferiori «un numero ragguardevole […] per la nuova generazione senza guerre impegnative sulle spalle» (p. 113). Cecini dovrebbe forse riguardare meglio la bibliografia sulla storia militare italiana (oltre a quella ebraica), e rendersi conto di come è proprio in un lungo periodo di pace che gli ufficiali in servizio attivo tendono ad affollare i grandi inferiori, in mancanza di scatti di promozione tipici del periodo di guerra (dove i subalterni sono piuttosto tratti dal complemento). Un fenomeno tipico della Grande Guerra che aveva indubbiamente favorito il segmento dell’ufficialità ebraica che negli anni Trenta si addensava nei livelli alti della gerarchia o era appena stata collocata in ausiliaria (o nella riserva, come altri diciassette ufficiali generali e superiori che Cecini vuole estromettere dal computo). In ogni caso, anche a dare retta alle cifre proposte da Cecini, la sproporzione di ufficiali superiori e generali rispetto ai subalterni della componente ebraica (2:1) rispetto all’andamento naturale nell’Esercito Italiano di quegli anni (1/14), può legittimamente far parlare di una «piramide rovesciata». Il problema è che l’autore incorre in un bizzarro equivoco: quando io parlo di ufficiali inferiori lo faccio in senso tecnico, cioè parlo di «subalterni» (tenenti e sottotenenti). I capitani non sono ufficiali subalterni (né si possono considerare giovani anagraficamente) come invece Cecini sembra intendere parlando di «28 ufficiali inferiori« (p. 113), e così facendo i miei rilievi sul progressivo venir meno della propensione generazionale dei giovani maschi ebrei al servizio delle armi non può essere semplicemente (e molto seccamente) negata come fa l’autore de I soldati ebrei di Mussolini (per la fonte, il Bollettino Ufficiale del 1939 cfr. A. Rovighi, I militari di origine ebraica, cit., pp. 36-39). Mi pare una confusione alquanto curiosa per chiunque pretenda di scrivere di cose militari ma, in effetti, ho la netta sensazione che l’autore sia più interessato a confutare le perplessità e i dubbi che avanzai in un saggio destinato ad essere solo primo, provvisorio abbozzo di studio, piuttosto che a suffragare ulteriori ipotesi interpretative. Un atteggiamento pregiudiziale probabilmente motivato da una difesa a tutto campo, piuttosto emotiva, del libro (incompiuto e incompleto) di Rovighi, che insieme ad una certa leggerezza nel rapporto con la bibliografia secondaria (citando come fossero di prima mano documenti che compaiono già utilizzati in una pubblicazione a sua volta ampiamente citata e criticata – come Cecini fa con documentazione inedita dell’Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore esercito e con l’Archivio Centrale dello Stato da me usati nel 2001, cfr. ad esempio pp. 96 e segg. e note relative) inficia il valore di un lavoro per altri versi assai ricco di dati.
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cuna rilevazione sistematica su questioni come credo religioso (o anche appartenenza sociale), e questo per una deliberata scelta di rappresentare il mondo militare come una confraternita rigidamente omogenea sta, in cui le differenze tendevano non a sparire, ma certamente ad essere dissimulate, una impostazione etica egualitarista che, certo, non rispecchiava i profondi clivages, a livello di prestigio, di possibilità di carriera e di network sociali, che attraversavano il corpo ufficiali italiano, ma che si imponeva come habitus formale fin dai tempi della formazione scolare.29 Dunque, per quanto paradossale possa sembrare, l’unico tentativo compiuto di accertare la composizione ebraica nelle Forze Armate si ebbe proprio con la rilevazione del 1938, che rappresentò dunque, anche dal punto di vista simbolico, la rottura con una tradizione di cancellazione (almeno formale) delle differenze confessionali, in nome di un codice omologante secondo i dettami dell’onore, del coraggio, della devozione monarchica e della rispettabilità. Benché, naturalmente, come ha fatto notare, tra gli altri, Michele Sarfatti, il censimento razziale del 1938 proiettasse un’immagine del tutto distorta, non basandosi sul criterio dell’appartenenza religiosa, verificabile, ma su quello dell’identità razziale, in base ad un sistema classificatorio biologico sulle cui possibilità di applicazione, già all’epoca, si poterono verificare clamorosi dubbi.30 Secondo la Direzione Generale Demografia e Razza, nell’agosto 1938, tra gli italiani con almeno un genitore ebreo vi erano 127 ufficiali appartenenti alle tre Forze Armate (74 nell’Esercito, 28 nella Marina e 25 nell’Aeronautica), su un totale di 18.000 ufficiali complessivi.31 Di essi, stando allo spoglio del Bollettino ufficiale che registrava il collocamento in congedo assoluto dei colpiti dalla persecuzione, effettuato da Rovighi
Cfr. ad esempio G. L. Balestra, La formazione degli ufficiali presso l’Accademie di Modena, Roma, USSME 2000. Per quanto riguarda la storia della professione militare nell’Italia unita, cfr. i saggi raccolti in P. Del Negro, G. Caforio, a cura di, Ufficiali e società. Interpretazioni e modelli, Milano, Angeli 1986 e in Esercito e città. Dall’Unità agli anni Trenta, Roma, Pubblicazioni degli archivi di stato 1989. 30 Sulla definizione giuridica di ebreo secondo il sistema della classificazione razziale cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, cit., pp. 154 e segg. Sulle sue palesi contraddizioni anche E. Sabatello, Il censimento degli ebrei del 1938. Note metodologiche, «Rassegna Mensile di Israel», 1976, 1, pp. 25-55. 31 Archivio Centrale dello Stato, Ministero degli Interni, fondo Demorazza, b. 22. Sulla consistenza organica del corpo ufficiali italiano tra le due guerra, oltre al volume di Rochat, cfr. anche Stato Maggiore Esercito – Ufficio Storico, L’esercito italiano tra la prima e la seconda guerra mondiale, Roma, USSME 1954 e O. Bovio, Storia dell’esercito italiano (1861-1990), Roma, Stato Maggiore Esercito-Ufficio Storico 1996. 29
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nel volume del 1999, gli ufficiali in servizio attivo che in autunno vennero effettivamente classificati «di razza ebraica» e quindi allontanati furono 105: 81 per l’Esercito (tra cui 4 generali), 27 della Marina (tra cui due ammiragli) e 6 dell’Aeronautica; in totale, lo 0,6% dell’intero corpo ufficiali in SAP, a cui si devono aggiungere gli ufficiali di complemento o non più in servizio (3000 solo per l’Esercito).32 Nell’agosto 1941, infine, una nota della Demorazza alla segreteria particolare del Duce segnalava che in Italia vivevano «105 ebrei ex ufficiali», forse comprendendo in questa cifra anche i 13 appartenenti alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale censiti tre anni prima, un dato, in questo caso, ampiamente (e, probabilmente, consapevolmente, per ovvie opportunità ideologiche) sottostimato.33 Non sono disponibili dati sulla religione effettivamente professata dai perseguitati. Si tratta di oscillazioni e lacune che discendono dalle problematiche intrinseche alla definizione del soggetto da perseguire, l’ «ebreo effettivo», relativamente ad un contesto, quello della società militare italiana, dove le appartenenze religiose (e spesso anche la provenienza familiare) non era rilevata ufficialmente come una condizione discriminante.34 Di queste difficoltà risentì in modo particolare il meccanismo persecutorio fin dai suoi esordi, databile, per il sistema militare, al novembre 1937, quando Mussolini, nella sua veste di Ministro della Guerra, impartì disposizioni affinché fosse proibita l’ammissione alle scuole militari agli aspiranti allievi ufficiali «di razza ebraica», dopo che il tentativo di «rendere difficile agli ammessi la presenza negli istituti» era fallito perché gli allievi ebrei «non offrono motivi a rilievi per deficienze nello studio o nel contegno». Anche se la sistematica esclusione dagli istituti di formazione deve in realtà essere spostata all’anno successivo – in quanto a novembre le ammissioni erano già state effettuate – la volontà di estromettere i giovani ritenuti «di razza ebraica» dalla possibilità di divenire ufficiali era già evidente molto prima dell’avvio
A. Rovighi, I militari di origine ebraica, cit., pp. 36 e sgg, ACS, MI, Demorazza, 1941, b. 4. Secondo una ricerca di Piero Crociani sui ruoli della MVSN, gli «ufficiali» della Milizia colpiti dalla normativa persecutoria furono 279 (l’elenco è in A. Rovighi, I militari di origine ebraica, cit., pp. 191-197). Si può valutare come attendibile la cifra, a fronte della partecipazione di ebrei al Partito nazionale fascista (9663, di cui 220 con brevetto ante marcia), ma, in attesa di una rigorosa storia della Milizia che oggi ancora manca, e in fase di stesura da parte di Gianluigi Gatti per l’editore Laterza, anche queste cifre vanno accolte con cautela. 34 In generale, sulla complessità della definizione concreta e non disincarnata dell’ “ebreo” rimando alle annotazioni di G. Schwarz, B. Armani, Premessa, in Ebrei borghesi. Identità famigliare, solidarietà, affari nell’età dell’emancipazione, «Quaderni storici», 2003, 3, pp. 621-652. 32
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della normativa razziale, coerentemente del resto ai tempi di avvio della campagna antisemita.35 Sempre sul finire del 1937, del resto, fu anche il primo tentativo di stabilire l’esatta percentuale «ebraica» di ufficiali generali e superiori in servizio: il gabinetto della Guerra preparò un elenco nominativo basandosi su un elenco di oltre 1600 cognomi «ebrei» reso disponibile in quello stesso anno dalla pubblicazione del volume Sotto la maschera di Israele di Gino Sottochiesa.36 L’appunto, recapitato direttamente a Mussolini, indicava come ufficiali di probabile origine ebrea un numero spropositato di alti esponenti dell’Esercito, da Rodolfo Graziani e Enrico Caviglia, e non fu ritenuto valido dallo stesso Mussolini.37 Da quel momento in avanti, comunque, anche nello specifico delle Forze Armate la politica razziale proseguì rapida e senza contraddizioni. Nel novembre 1938, negli stessi giorni in cui gli ebrei venivano espulsi dal PNF, tre circolari ministeriali successive imposero la compilazione di una dichiarazione olografa (poi di una scheda a stampa) sulla propria «appartenenza o meno alla razza ebraica», dapprima solo per gli ufficiali e i sottufficiali in SAP, poi anche per i fuori ruolo, in ausiliaria e in congedo provvisorio, un provvedimento coerente alla «presa di conoscenza» della presenza ebraica nelle amministrazioni e nella vita economica segnata clamorosamente dal censimento dell’agosto precedente.38 Pochi giorni dopo, il Regio Decreto n. 1728 del 17 novembre, il fondamentale Provvedimenti per la difesa della razza italiana, stabiliva che Art. 10 I cittadini italiani di razza ebraica non possono: a) prestare servizio militare in pace e in guerra […]. Art. 13 Non posso avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica: a) le Amministrazioni civili e militari dello Stato […],
provvedimento dopo il quale la formalizzazione del congedo assoluto era solo questione procedurale, e attesa dagli interessati solo per apprendere le forme
35 ACS, Segreteria Particolare del Duce (SPD), b 145, Promemoria a S. E. Sebastiani, da Gabinetto Ministero Guerra, 5 luglio 1938. Sulla retrodatazione della politica razziale da parte del regime cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, cit., pp. 120 e segg. 36 G. Sottochiesa, Sotto la maschera di Israele, Milano, La Prora 1937. Il provvedimento è in ACS, SPD, b. 135. È già citato da Rovighi, che peraltro sbaglia il nome dell’autore (Sottocorno) accettando evidentemente senza controllare la trascrizione di un impiegato ministeriale particolarmente disattento. 37 È curioso che Giovanni Cecini rilevi l’accuratezza della mia critica in questo caso (I soldati ebrei di Mussolini, cit., p. 82) ma ritenga poi valido il medesimo metodo in altri passi del suo volume. 38 Le circolari sono riportate in A. Rovighi, I militari di origine ebraica, cit., p. 30 e p. 225.
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previste per il trattamento di quiescenza.39 Colpire la partecipazione degli «ebrei» alla vita militare significò chiaramente colpire alla radice l’idea che essi potessero far parte della stessa vita nazionale, essendo l’Esercito ancora celebrato come «scuola della nazione», un intento il cui senso era chiaro, indipendentemente dal fatto che ad essere estromessi fossero 100 o 150 ufficiali.40 Come erano stati esclusi dalla scuola pubblica, avrebbe sostenuto il segretario particolare di Mussolini, così gli ebrei andavano cacciati subito e senza remore anche dai ruoli e dalle scuole per ufficiali, «dato che l’ufficiale è insegnante ed educatore per eccellenza nella grande scuola dell’esercito».41 La persecuzione fu quindi applicata, anche e soprattutto nell’Esercito, senza tentennamenti e, va detto, senza alcuna forma sostanziale di resistenza interna, nonostante i tentativi, tipici del secondo dopoguerra e in parte proseguiti anche in giorni recenti, di accreditare al largo pubblico una fronda antisemita della casta militare.42 A parte alcune delazioni anonime, non in gran numero ma significative, che miravano a far cadere commilitoni sotto la scure della persecuzione, nel chiaro tentativo di approfittare della vacanza di posti, e che sono spia di un atteggiamento tutt’altro che ostile all’antisemitismo perlomeno in alcuni settori dei quadri, in alcun modo le gerarchie delle Forze Armate presero, anche solo simbolicamente, le difese dei propri sottoposti espulsi per motivi razziali; un contegno che, in primo luogo, va
Sui provvedimenti legislativi di maggiore rilevanza cfr. M. Sarfatti, Documenti della legislazione antiebraica. I testi delle leggi, «Rassegna Mensile di Israel», 1988, 1-2, pp. 49-167. 40 Per quest’ultima cifra, fornita in modo un po’ schematico a Mussolini da un rapporto della Demorazza nell’ottobre 1940 cfr. A. Rovighi, I militari di origine ebraica, cit, all. 6, p. 227. A questo ulteriore indicatore andrebbe anche aggiunto il numero proposto dalla ricerca condotta negli anni Cinquanta da E. Rubin che stimò in 32 i generali dell’esercito e 13 gli ufficiali superiori della Marina espulsi per motivi razziali. L’elenco proviene dall’Archivio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, fondo Vitale, e mi è stato fornito da Michele Sarfatti che ringrazio. 41 Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, rep. H 9, 2, Promemoria per il Duce, da Gabinetto Ministero Guerra, 25 ottobre 1938 (glossa autografa al documento sulla possibilità di riammettere i giovani ebrei discriminati per benemerenze patriottiche ai corsi per ufficiali). 42 A parte il volume di Rovighi (e, del pari, di Cecini), si veda almeno M. Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), Roma, USSME 1991. Ma la costruzione di un’immagine a-fascista dell’esercito, come istituto «impolitico» per eccellenza, è già propria della vasta memorialistica militare post bellica. Cfr. a questo proposito l’esempio paradigmatico di O. Zoppi, Il Senato e l’Esercito nel ventennio, Milano, Zucchi 1948. Ovviamente, l’Esercito fu tutto tranne che a-fascista e impolitico. Rimando per questo al mio la politica delle armi. Il ruolo dell’esercito italiano nell’avvento del fascismo, Roma-Bari, Laterza 2006. 39
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imputato naturalmente all’acquiescenza del Comandante Supremo, il re.43 A resistere, e a reclamare il retaggio del passato e il senso della «tassa del sangue» pagata per la causa italiana, furono in definitiva solo i perseguitati, le cui pressioni sui membri della dirigenza fascista e sullo stesso Mussolini, benché reiterate e portate avanti da autorevoli esponenti assai vicini al regime, furono del tutto inutili.44 Il monumento più drammatico, da questo punto di vista, e anche la più simbolica scansione del trauma di de-nazionalizzazione a cui gli ebrei (e in particolare i militari perseguitati) andarono incontro, rimangono le molte invocazioni personalmente indirizzate a Mussolini (o al re), per essere riammessi, magari come semplici soldati, a combattere in nome della nazione, e a volte del fascismo. Una richiesta improntata ad una concezione tradizionale del sacrificio patriottico che, nell’estate 1939, a guerra apparentemente prossima, veniva avanzata attraverso l’armamentario letterario e retorico della nazione risorgimentale, «perché se l’Italia scenderà in guerra tutti gli italiani, ariani e mussulmani, copri ed ebrei, non avranno che una fede», e che venne, naturalmente, respinta.45 L’interruzione di questa partecipazione in armi alla vita nazionale non fu una parentesi nella storia italiana. Di fatto, la tradizione militare ebraica non riprese dopo il 1945, fatti salvi alcuni casi individuali, che costituirono però una minoranza dell’insieme. Sulle cause di questo mancato ritorno si può, naturalmente, ancora discutere a lungo. Recentemente, uno studio sulla reintegrazione degli ebrei in Italia ha proposto di spiegare parzialmente questo fenomeno con motivazioni di carattere economico, preferendo gli ex perseguitati il trattamento di quiescenza all’incertezza di una non certa riammissione in servizio.46 Benché, ovviamente, anche fattori di questa natura abbiano potuto concorrere in alcuni casi a motivare la persistenza del «dispatrio» morale, mi pare più ragionevole richiamare in causa le motivazioni culturali e simboliche che erano state alla radice del «militarismo ebraico», e su cui non è facile certo confrontarsi ignorando il ruolo tipico della vita militare in Italia sotto il profilo dell’immaginario.
43 Rimando per una sguardo più analitico in proposito a L’identità negata, cit., specie pp. 159 e segg. 44 Ivi, pp. 157 e segg. per l’operato in particolare del generale Guido Liuzzi e del gruppo de «La nostra bandiera». 45 La citazione è dalla lettera del maggiore Montefiori a Mussolini, in ACS, MI, Demorazza, b. 25, 19 settembre 1939. Ho citato alcune di queste lettere in L’identità negata, cit., pp. 164 e segg. Altre sono state raccolte da I. N. Orvieto, Lettere a Mussolini. Gli ebrei italiani e le leggi antiebraiche, «Rassegna Mensile di Israel», 2003, 1, pp. 321-346. 46 G. D’Amico, Quando l’eccezione diventa norma. La reintegrazione degli ebrei nell’Italia postfascista, Torino, Bollati Boringhieri 2006, p. 124.