TOMO I
STATO MAGGIORE DELV ESERCITO U FFICIO STORICO
J.F.C. FULLER
Le battaglie decisive del mondo occidentale e loro influenza sulla storia Volume I Dalle origini alla battaglia di Lepanto (traduzione di Giampaolo Giannetti)
Roma 1988
PROPRIETÀ LETTERARIA DELLA EDIZIONE IN LINGUA ITALIANA
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© By SME - Ufficio Storico - Roma 1988 Tìwlo originale ddl'oper.l
THE DECISIVE BATTIES OF THE WESTERN WORLD AND THEIR JNFLUENCE UPON HJSTORY
From the earliest times to the Battle of Lepanto
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PRESENTAZIONE
Nella collana riservata agii scrittori militari - inizialmente concepita e poi proseguita con l'intento di presentare soprattutto il contributo speculativo degli Italiani - è parso utile ed istruttivo, specie per i Quadri più giovani dell'Esercito, inserire alcuni dei più qualificati e rappresentativi pensatori stranieri, poiché questi ultimi - non legati come i nostri precursori ad aspetti circoscritti al ristretto ambito nazionale, in questo motivati dalle vicende dell'unificazione da poco, o relativamente poco, acquisita e da consolidare sia all'interno e sia all'esterno -posseggono in genere una visione più allargata, direi più moderna, dei fatti e delle loro causali nel concerto internazionale. Il generale John Frederick Charles FULLER (1878-1966) è un autore emblematico nella proiezione di questa visione sia per i suoi precedenti nel campo militare e le esperienze maturatevi, sia per l'ampio spettro delle opere prodotte. Quale militare egli fu infatti Capo di stato maggiore del «Tanks Corps» dal dicembre 1916 ed è grazie alle sue concezioni d'avanguardia che fu elaborata la tattica corazzata applicata in Francia nella Grande Guerra. Suo fu il piano dell'attacco di sopresa di 381 carri nella battaglia di Cambrai nel novembre 1917 ed a lui venne demandata la pianificazione operativa corazzata alleata per il 1918 sul fronte occidentale. Direttore degli istruttori presso lo «Staff college» dal 1922, nel 1926 venne nominato assistente del Capo dello stato maggiore imperiale britannaico. Generale nel1930 e posto a riposo ne/1933, per le sue vaste esperienze fu incaricato dal «Daily Mai!» della· corrispondenza di guerra sul conflitto italo-etiopico del1935-36 e su quello civile spagnolo del1936-39. Fu anche l'unico corrispondente straniero accreditato ad assistere alle prime manovre della Wehrmacht nel 1935. Quale scrittore è difficile in poche righe esporre la sua produzione libraria, che assomma a più di trenta volumi: dal «Tanks in the Great War» de/1920, a «Bismarck's dip!omacy at its Zenith» del1922; dal «The reformation ofwan> del1923, al «The second World War, 1939-1945» dell948, fino a quest'ultimo- di amplissimo respiro - «Military History of Western World» del1954-56, gentilmente concessoci per la traduzione italiana dalla casa editrice EYRE & SPOTTISWOOD di Londra.
TuTtavia, come spesso succede, le sue opere non riscossero inizialmente in Inghilterra e negli Stati Uniti quel consenso che soltanto in seguito suscitarono. Il Fuller infatti - a suo tempo tacciato in Patria di «visionario» soltanto perché precursore genialmente lungimirante- fu invece integralmente ripreso, studiato ed adottato dagli stati maggiori tedesco, sovietico e cecoslovacco, /addove il suo «Fie/d regulations III» del 1932 assurse a dottrina ufficiale di quella «Bii;zkrieg» che, concepita in Inghilterra dal nostro, con il Liddel H art e con I'Hobart, fu invece applicala ... di lì a qualche anno dall'avversario provocando sorpresa ed isleresi che indussero perdite e distruzioni protrattesi al di là di quei margini che una saggia disamina del passato unita ad una chiara visione del futuro avrebbero forse potuto, se non evitare, quanto meno diminuire nei tempi, nello spazio e nelle entità.
IL CAPO DELL'UFFICIO STORICO
CAPITOLO I
Il sorgere dell'Imperialismo
Quadro storico l conflitti presi in esame in questo libro possono essere suddivisi in tre gruppi, secondo un criterio essenzialmente geografico: quelli compresi tra l'era antica e la battaglia di Lepanto (1571), la maggior parte dei quali gravitarono nell'area del Mediterraneo e del Medio Oriente; quelli dei Secoli XVII e XVIII, e sino alla battaglia di Waterloo, che si svolsero principalmente nell'Europa continentale-atlantica e quelli, infine, dal 1815 in poi che - a causa dello sviluppo industriale e scientifico - hanno visto progressivamente estendere al mondo intero il loro "teatro" . Nel primo gruppo, l'evento di assoluta preminenza è l'emergere dell'Impero Romano; nel secondo, dell'Impero Britannico. P er il terzo, tale evento non si è ancora verificato. Come è avvenuto nel passato, molto probabilmente sorgerà un altro impero, ed esso, americano o sovietico, sarà globale, dato che Stati Uniti e Russia sono oggi le due uniche potenze in grado di esprimere un potenziale bellico al livello, appunto, mondiale. Kant già lo afferma nel suo trattato sulla "Pace perpetua" ("Zum Ewigen Frieden"): le guerre, in prospettiva storica, tendono ad unire il genere umano, realizzando un armonioso disegno della natura attraverso vie differenziate e non prive di conflittualità. La tribù, lottando per rimanere tale, diviene - attraverso una moltitudine di lotte inter-tribali - una comunità "multi- tribale". Così un popolo, lottando per mantenere la propria identità, diviene una nazione dopo una serie di guerre tra varie comunità; quest'ultima arriva ad essere un impero attraverso guerre a carattere nazionale. Ciascuna unità, quindi, lottando per la propria sopravvivenza, inevitabilmente si moltiplica sino a raggiungere frontiere globali . Il modo organizzato di guerreggiare sembra essere stato sconosciuto all'uomo sino ai primordi della civiltà. Poi, dalla scoperta che certi semi possono essere coltivati e che certi animali possono essere addomesticati,
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LE BATIAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
nacquero due comunità umane organizzate in maniera completamente diversa: quella agricola e quella pastorale. La prima sorse e crebbe nella Valle del Nilo e nella "mezzaluna fertile", quella regione che collega la Palestina ali' Alto Eufrate e quindi, seguendone il corso, al Golfo Persico; la seconda si sviluppò principalmente nelle steppe euroasiatiche della regione del Caspio. Per l'una, il primo passo verso la civilizzazione fu l'apparire del villaggio, area recintata a protezione del terreno coltivato e delle riserve di cibo; per l'altra, la doma del cavallo e l'invenzione della ruota e, quindi, del carro. Due maniere di vivere, quella sedentaria e quella nomade, che saranno in perpetuo contrasto attraverso il dipanarsi dei secoli. Col passare del tempo - e spesso per proteggersi dalle scorrerie dei nomadi - i villaggi si svilupparono in città circondate da mura, divenendo ciascuna un piccolo mondo a sé stante. Allorché le mura si ergevano dinanzi aJl'errante "popolo dei carri", la difesa aveva il sopravvento sull'attacco. Così, la civilizzazione del cittadino superò in breve quella del nomade. E le mura non soltanto protessero lo sviluppo delle varie forme di civiltà, ma determinarono anche la differenziazione tra le armi da guerra e gli strumenti per la caccia e per la coltivazione dei campi. A loro volta, le armi determinarono la possibile forma di organizzazione militare, la più primitiva delle quali fu la falange cittadina. La raffigurazione di una serie di sei allineamenti di uomini si trova su un frammento di un monumento sumerico databile intorno al 2900 a.C. Ogni oplite è armato con arco e lancia, indossa un elmo di pelle e porta uno scudo quadrato a protezione dell'intero corpo. Per entrambi i "tipi" di civiltà, le cause fondamentali di guerra erano biologiche ed economiche. Moltiplicandosi le greggi, occorreva cercare nuovi pascoli; e, in ogni momento, una siccità poteva determinare l'invasione del territorio altrui. Altrettanto accadeva in città, ove, con l'aumentare della popolazione, cresceva l'esigenza di cibo e, quindi, di terre da coltivare. La guerra diveniva una costante per entrambe le civiltà: la fame, umana o animale, imponeva i suoi bisogni e lo spazio vitale (Lebensraum), diveniva e rimaneva uno dei grandi problemi della lotta per l'esistenza (l). Platone discusse, nella sua "Repubblica", i problemi della città. In una conversazione tra Socrate e Glauco, egli evidenzia come la guerra sia un problema endemico della civilizzazione e sottolinea come, con il progresso e l'espansione, aumenti l'esigenza di manodopera e di terre. Il nocciolo delle sue argomentazioni è contenuto in questo dialogo: Socrate: "Quindi, dobbiamo allargare i confini; quelli del felice Stato originario non sono più sufficienti. .. né lo sono gli animali e molte altre cose". (l) Cfr. Hobbes, "Leviatano", pane Il, cap. 30: "E quando il mondo è sovrappopolato, l'estremo rimedio è la guerra; essa risolve i problemi dell'uomo, o con la vittoria o con la morte".
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Glauco: "Certo". Socrate: "La terra che bastava agli abitanti originari è troppo poca, ora, e non basta più" . Glauco: "È vero" . Socrate: "Quindi, a noi serve una parte della terra dei nostri vicini per il pascolo e per le culture, e ad essi serve una parte della nostra se, come accade a noi, non possono più sopperire alle loro necessità". Glauco: "Questo, -Socrate, è inevitabile". Socrate: "E così, Glauco, andremo alla guerra. Non dovremmo?". Glauco: "Certamente ... ". Socrate: "Quindi, senza voler ancora determinare se la guerra sia un bene o invece, come affermo, un male, noi abbiamo accertato che la guerra scaturisce da cause che sono le stesse di tutti i mali di uno Stato, privati o pubblici". Glauco: "Indubbiamente" (2). Il primo grande scontro a noi noto tra la civiltà pastorale e quella agricola avvenne durante il terzo millennio a.C. Dalle regioni della steppa caucasica iniziò una grande migrazione di pqpoli guerrieri - conosciuti come lndo Europei - che continuò per secoli. Orda dopo orda, essi mossero verso est, sud-est, ovest e sud, spinti da motivi ancora non esattamente conosciuti: può essere stato un cambiamento di cliina con lungb.e siccità nelle regioni d'origine oppure, come ritengono molti storici, l'adozione di una razza superiore di cavalli combinata con l'invenzione della spada. Ad ovest, i nomadi che avevano passato il Danubio prima dell'anno 2000 a.C. divennero gli antènati dei Greci, dei Romani e delle altre genti europee; gli altri, chiamati Ariani, si divisero in due gruppi intorno al l 800 a.C. e mossero l'uno a sud-est verso l'India e l'altro a sud-ovest verso le contrade montagnose a settentrione della "mezzaluna fertile". Quest'ultima popolazione divenne nota come Iraniana, e le sue due più ·potenti tribù furono quella dei Medi e quella dei Persiani. Circa nello stesso periodo, gruppi asiatici di probabile origine semitica, conosciuti come Hylésos (principi del deserto) apparvero in Medio Oriente e sottomisero l'Egitto . Essi vi introdussero l'uso del cavallo, adottato dai Babilonesi i quali, a loro volta, l'avevano importato dal nord circa nel 2100 a.C. Proprio al cavallo, animale sino ad allora sconosciuto in Egitto, nonché alla biga da combattimento e ad armi di tipo superiore (di bronzo, N.d.T.) sembra sia dovuto il loro successo. Fu da Tebe (Karnak e Luxor), nel Basso Egitto, che iniziò una rivolta nazionale contro gli Hyksos, tale da consentire ad Ahmosis I (1580-1557 a.C.), fondatore della XVIII Dinastia, di espellerli dal paese, dopo aver trasformato in un esercito ben orga(2) "The Republic of P latO", trad. di B. Jowett (1888), pag. 54-55. - (Esistono molte edizioni italiane dell'opera. N.d.T.).
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nizzato la vecchia milizia egiziana. Oltre alla lancia ed allo scudo, i soldati impugnavano l'arco, ma ora il lancio delle frecce- con l'introduzione della faretra - era divenuto "a raffica". Non era ancora apparsa la cavalleria, ma del carro da combattimento si faceva largo uso. Nelle scuderie dei Faraoni si allevavano migliaia di cavalli e la costruzione dei carri era divenuta un'arte. Ahmosis mori nel 1541 a.C. Gli succedettero Amenhotep I prima, e quindi Thutmosis l , entrambi re-guerrieri che portarono le armi sino in Siria, a nord dell'Eufrate, pur senza cercar di consolidare le loro conquiste. Alla morte del secondo, gli successe il figlio primogenito, anch'esso di nome Thutmosis, che regnò per pochi anni, e quindi la sorellastra di quest'ultimo, Hatscepsu, la prima "grande" donna della storia che sembra abbia poi sposato, nel 1501 a.C., il suo più giovane fratello, un altro Tbutmosis. Il suo regno fu così tranquillo e così dedicato ad opere di pace che - allorché le successe il marito (Thutmosis lll) (3) nel 1481 a.C. - il re di Kadesh ritenne di poter promuovere una rivolta contro di lui nelle città conquistate di Siria e di Palestina. Per tutta risposta, il Faraone, nell'aprile del 1479 a.C., dopo aver radunato il suo esercito a Tharu (Kantara), marciò da Gaza verso Yehem (Yemma), una città sulle pendici meridionali del monte Carmelo, ove arrivò il lO maggio. Nel frattempo, le forze dei ribelli, sotto il comando del re di Kadesh, avevano occupato la fortezza di Megiddo (Armageddon), situata sulle pendici settentrionali dello stesso Carmelo, che interdiceva le comunicazioni tra l'Egitto e l'Eufrate. Nel suo movimento verso Megiddo, il 14 maggio T hutmosis condusse il suo esercito attraverso lo stesso passo superato, 3397 anni dopo, da lord Allenby e giunse, così, nella piana a sud della fortezza. Il giorno successivo egli avanzò con le truppe in ordine di battaglia contro il re di Kadesh, le cui forze erano schierate all'esterno della cinta difensiva. Con l'ala destra in posizione sulla collina a sud del ruscello di Kina e con quella di sinistra di fronte a Megiddo, Thutmosis, "come un Horus (4) armato di artigli", su un carro splendente d'oro e d'argento, condusse l'attacco e con una sola carica disperse il nemico, che fuggì verso Megiddo "come se fosse terrorizzato dagli spiriti" . Gli uomini di Kadesh abbandonarono i loro carri e, trovando chiuse le porte della fortezza, si fecero aiutare dagli abitanti a scalarne le mura (5). Sfortunatamente per Thutmosis, i suoi soldati - anziché assaltare la città mentre ancora vi perdurava un'estrema confusione - si dedicarono a saccheggiare il campo nemico e, pertanto, Megiddo dovette essere investi(3) Egli datò il suo regno dal giorno del matrimonio e non da quello della morte della moglie. (4) Horus, antico dio egiziano del sole, figlio di Osiris e di Iris, rappresemato con la testa di un falco (N.d.T.). (5) "A History of Egypt", di W.F. Petrie (1896). Vol. Il, pagg. 107-109.
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Fig. l - Battaglia di Megiddo (1 479 a.C.)
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ta. L'assedio fu breve; ma, allorché la città si arrese, il re di Kadesh era riuscito a fuggire. Il bottino fu enorme: 924 carri da combattimento, 2238 cavalli, 200 armature complete (6), l'arredamento del palazzo reale e gran quantità d'oro e d'argento. Subito dopo la vittoria, a differenza di quanto avevano fatto i suoi predecessori, Thutmosis si dedicò a riorganizzare i territori conquistati. . Prima di tutto, pose a capo delle città quei nobili che si dimostrarono lieti di provare la loro lealtà; sinché essi avessero pagato i tributi loro imposti, avrebbero avuto ampia delega di governo. Inoltre, mandò i loro primogeniti in Egitto, per essere educati - nella assoluta lealtà al Faraone - a succedere ai padri nel buon governo dei terri tori a loro sottoposti. Assolte queste incombenze, in ottobre tornò a Tebe. -Due anni dopo iniziò la seconda delle quindici campagne che contraddistinsero il suo regno. Durante la quinta, per poter sbarcare un esercito in Siria e stabilirvi una base operativa contro Kadesh e l'interno, costruì una flotta. Nella sesta, sbarcò a Simyra, poco a nord di Tripoli di Siria, ed avanzò su Kadesh. Dopo un lungo assedio, finalmente la occupò. Nella settima campagna, egli domò una serie di rivolte scoppiate nei territori di più recente conquista, e nell'ottava invase il paese dei Mitanni, un popolo ariano che aveva occupato la regione sita nella grande ansa dell'Eufrate. Occupò anche Aleppo. La sua fama divenne tale che i Principi locali si affrettarono a pagargli tributi ed anche la lontana Babilonia inviò i suoi doni, come fece pure il grande impero degli Ittiti, che adesso si affaccia per la prima volta alla ribalta della storia. È di particolare interesse notare che la sua flotta era nel frattempo divenuta tanto temi bile qa consentirgli di estendere il suo potere sul Mediterraneo orientale e sull'Egeo e di sottomettere Creta e Cipro. Nell'ultima sua campagna, egli distrusse Kadesh, che ancora una volta aveva cercato di organizzare una coalizione contro di lui. La fine della città segnò la scomparsa definitiva del potere degli Hyksos. Alla sua morte, nel 1447 a.C., nel suo 54° anno di regno, fu sepolto nella Valle dei Re ed il suo corpo imbalsamato è oggi esposto nel museo del Cairo. Breasted scrive di lui: "Egli è stato il primo a edificare un impero; è stata la prima figura di condottiero che il mondo abbia conosciuto. Lasciò vivide tracce non soltanto nella sua epoca ma nella storia. Sovrastò di gran lunga le meschine dinastie dei re Siriani e, come un vento impetuoso, chiarificò lo scenario della politica orientale ... il suo nome, come una parola che esprime potenza, per se(6) "Una eccellente arma1ura di bronzo" e "la completa armatura di bronzo del capo di Megiddo" sono menzionate anche dal Petrie (Op.cit., Vol. Il, pag. IlO). Si trattava di armature a scaglie. Subito dopo la bauaglia, esse furono adottate dai re e dai nobili egiziani (lbid., pag. 146).
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coli fu impresso sugli amuleti. Ed oggi, due dei più grandi monumenti di questo re, i suoi obelischi, si ergono sulle opposte sponde del mondo occidentale (7) a memoria del primo fondato~e di un impero". Nel 1400 a.C., regnante Amenhotep III, l'Egitto raggiunse il massimo splendore della sua potenza imperiale e, proprio in quel periodo, conobbe un'insolita "crisi" religiosa. Contro il predominio del clero di Tebe e del suo Dio, Amon, Amenhotep IV- asceso al trono nel1375 a.C. -tentò di instaurare nel Paese l'antico culto del Sole, lo concretizzò nell'adorazione del disco solare, Aton, e fece attorno ad esso il vuoto ripudiando le altre divinità ed i loro templi. Egli stesso cambiò il proprio nome in Akhnaton (''colui che è gradito ad Aton"). La rivoluzione religiosa scosse l'impero sin dalle sue fondamenta ed in quel frangente il controllo dei dominii asiatici divenne poco più che..nominale. Akhnaton morì circa nel 1360 a.C. e gli successe il genero, Tutanhaton, il quale, non appena salito al trono, fu costretto dal clero a reinstaurare il culto di Amon ed a cambiare il suo nome in Tutanhamon ("Immaginevivente-diArrton") . Alla sua morte, probabilmente nel 1354 a .C., seguì un periodo di anarchia finché, nell350 a .C. circa, un egiziano di nome Harmhabe si autoproclamò Faraone e restaurò completamente il vecchio ordine. Nel corso di queste vicende. la Palestina fu invasa da tribù nomadi del deserto orientale, tra le quali era quella degli Ebrei (8), e la Siria fu occupata dagli Ittiti. Nel 1315 a.C., ad Harmhabe successe Ramsete I, con il figlio Sethi I associato al trono. Iniziò così la XIX Dinastia. Sethi riorganizzò l'esercito e riconquistò la Palestina, ma non riuscì a cacciare gli Ittiti dalla Siria. Suo figlio Ramsete II, che gli successe nel 1292 a.C., si propose di sottomettere Kadesh e la Siria, rinnovando le glorie di Thutmosis III: ma due fattori giocarono a suo sfavore. Il primo l'esercito, che - da nazionale - era divenuto mercenario, pieno di Nubiani e di uomini reclutati nelle terre del Mediterraneo settentrionale; il secondo le armi, che erano ancora di bronzo mentre gli Ittiti ne avevano di ferro . Nella primavera del 1288 a.C., il Faraone avanzò su Kadesh; cadde in un'imboscata e fu circondato. Vista im(7) "The Cambridge Ancient History", Vol. II, pag. 87. Gli obelischi sono a Londra e a New York. Nel suo "A History of Israel" (Vol. I, pag. 4, 1945), T.H. Robinson dice: "La stOria moderna iniz.ia realmente nel 1479 a.C., e da questa data inizia la storia di quello che possiamo chiamare imperialismo. Per trentaquattro secoli, ogni ambizione politica si è tradot· ta nell'intento di espansione geografica, con la· sottomissione dei vicini, siano stati essi tribù o popoli". (8) Evidentemente l'A ., per "corso di queste vicende" , intende tutte quelle si nora narrate. Infatti, la migrazione degli Ebrei dalla Caldea alla Palestina viene collocata intorno al 1790-1750 a.C. (N.d.T.).
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possibile la ritirata, mentre gli Ittiti si abbandonavano al saccheggio del suo campo, egU riuscì a volgere il combattimento a suo favore. Ma fu una "vittoria di Pirro": Kadesh rimase agli Ittiti. E questa fu l'ultima battagUa vinta dall'Impero Egizio. In vecchiaia - egli visse 90 anni, e regnò per 67 - Ramsete non ebbe più l'energia necessaria e, prima della sua morte (1225 a.C.), i Libici ed i loro alleati invasero il deserto occidentale dell'Egitto e giunsero sino alle mura di Menfi, 12 miglia a sud del Cairo. Con lui finì l'Impero: bisognerà attendere tre secoli per vederne sorgere un altro. Sebbene gij Assiri avessero fatto la loro prima apparizione nel 3000 a.C. -quando si erano stabiliti ad Assur nell'alto Tigri, ove avevano dato origine ad un piccolo regno- fu soltanto intorno al X sec. a.C. che la loro stella iniziò a splendere nel firmamento deli' Asia Minore. Un secolo dopo, con Assur-nazirpal II (884-859 a.C.), essi iniziarono un'impresa grandiosa riuscendo a creare un impero che- ai tempi di Salmanassar V (727-722 a.C.) e di Sargon II (722-705 a.C.)- raggiunse i confini dell'Egitto. Gli Assiri erano essenzialmente un popolo guerriero. Lo Stato si identificava nell'esercito, forza disciplinata, ben organizzata e superbamente armata. È noto che, nel X sec. a.C., essi impiegavano potenti arieti, strumento essenziale per attaccare città fortificate. Questi strumenti erano montati su torri lignee, coperte e protette sulla fronte, e muovevano su sei ruote. Da una piattaforma sotto la tettoia, gli arcieri potevano battere i difensori delle mura. Attraverso i contatti avuti con gli Ittiti, essi disponevano di armi di ferro (9). L'esercito era composto da arcieri, affiancati da lancieri e da scudieri (reggitori di scudi); la mobilità era assicurata dai carri da combattimento. Ma l'arma principale era il terrore. Le città venivano assaltate, saccheggiate e distrutte; i prigionieri impalati o scorticati vivi. Sotto Sennacherib (705-681 a .C.), Tarso e Babilonia furono distrutte; e il suo successore, Assarmaddon (681-669 a.C.) conquistò l'Egitto dal delta sino a Tebe, mettendo a sacco e bruciando le sue città. Questa conquista, aggiunta alla precedenti, fece dell'Impero Assiro il più vasto mai conosciuto sino ad allora nel mondo, ma - nel tentativo di affermare il loro dominio- gli Assiri decretarono la loro stessa rovina. II loro tipo di guerra, infatti, portava alla rovina economica le terre conquistate e la loro ferocia alimentava continue rivolte, così da dover mantenere un'immensa rete di guarnigionì e di presidi. (9) "Gli Assiri - scrive Breasted - furono il primo grande esercito dotato di armi di ferro" . In una sola stanza dell'arsenale del palazzo di Sargon si trovarono 200 tonnellate di equipaggiamento in ferro. In parte, il sorgere e la potenza dell'impero assiro furono tra i risultati dell'avvento del ferro". ("The Conquest of Civilisation", 1926, pag. 173)
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Alla fine, la loro sete di dominio superò le loro effettive capacità ed il loro potenziale bellico. Nel frattempo, i nomadi erano ancora in movimento. Orde armene vennero dal deserto; dal Golfo Persico giunsero i Caldei e dalle montagne del nord scesero popoli indo-europei che, guidati dai Medi e dai Persiani, invasero la patria degli Assiri. L'Egitto fu così abbandonato da questi ultimi, ma il Faraone Psammetico l, temendo un' invasione dei barbari del nord, si accordò con gli Assiri ed inviò un esercito in aiuto del loro traballante impero. La fine era imminente. Nel614 a.C. i Medi di Ciassare presero Assur ed i Caldei, guidati da Nabopolassar (625-604 a.C.), riuniti ai Babilonesi da essi sottomessi, nel612 a.C. occuparono Ninive e la distrussero, ponendo così fine all'indipendenza assira. Sette anni dopo, i Caldei sotto Nabucodonosor (604-562 a .C.), figlio di Nabopolassar che aveva ricostruito Babilonia, si scontrarono con un esercito egiziano guidato dal Faraone Neco II a Karkamis sull'Eufrate e lo sconfissero. Più tardi, lo stesso Nabucodonosor, il più grande dei re Caldei, sottomise la Giudea, distruggendo (585 a.C.) Gerusalemme e deportando in massa gli abitanti e, quindi, avanzò sino alle soglie dell'Egitto. La caduta dell'Assiria era stata drammatica, ma quell'impero aveva ancora una volta affermato l'idea di una monarchia universale. Così, non appena scomparsa quella potenza, un altro popolo era pronto a raccoglierne l'eredità. Non si trattava di Africani o di Semiti, ma - questa volta - di lndo-Europei: i Persiani. È adesso necessario lasciare l'Asia e portare l'attenzione sull'Europa, per delineare brevemente gli eventi accaduti nella parte sud orientale di questo continente durante i secoli che seguirono all'arrivo degli IndoEuropei; proprio i loro discendenti erano destinati a determinare l'arresto e la rovina del terzo tentativo di creare un'impero universale. Non è noto il periodo esatto dell'arrivo in Grecia delle prime tribù di quel popolo. Il prof. Bury ritiene che intorno al 2000 a .C. "Zeus, il grande dio del cielo Indo-Europeo, era probabilmente invocato in lungo e in largo in quella terra" (10). Gradualmente, la loro avanguardia, il popolo degli Achei (Il), mosse verso sud, nel Peloponneso, per sottomettere l'avanzata civiltà egea e mescolarsi ad essa. Più tardi seguì, in una seconda ondata, un altro popolo, i Dori, che r~ggiunsero il Peloponneso nel 1500 a .C. circa e si sostituirono agli Achei. (IO) "A History of Greece", di J .B. Bury, 1916, pag. 6. Nell'edizione del 1951, scrisse invece: " l n un qualche momento attorno al2000 a.C. vi sono tracce dell'ingresso di un nuovo popolo in Grecia. Viene introdotto... un nuovo stile nella ceramica ... " (!). (Il) Achei è il nome comunemente usato dagli Ittiti e dagli Egiziani, così come da Omero, per designare i Greci.
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I Dori presero quindi il mare, conquistarono Creta e le isole dell'Egeo e - intorno al 1325 a.C. - Eteocle, che si proclamava "Eolico", era così stabilmente acquartierato sulla costa occidentale dell'Asia Minore, da entrare in amichevoli rapporti con l'imperatore degli Ittiti, insediato nella capitale Hatti (Bogazkoy) ad est del fiume Halys (Kizillrmak). Due generazioni più tardi, queste buone relazioni furono rotte da una altra serie di migrazioni di popoli Indo-Europei, i Frigi e gli Armeni che, provenienti rispettivamente dalla Tessaglia e dalla regione del lago Van, sottomisero l'impero degli Initi fino a determinarne la scomparsa (1200 a.C.). Una tribù frigia occupò anche la collina di Hissarlik, sulla riva orientale dei Dardanelli, ed ivi costruì Troia, che nel l 184 a.C., dopo un assedio durato nove anni, cadde nelle mani degli Achei , guidati dal re Agamennone. Intorno allOOO a.C., i Greci si erano insediati nell'intera penisola greca e su tutta la costa asiatica dell'Egeo; i Dori occupavano la parte meridionale, gli Ioni quella centrale e gli Eolici la settentrionale. Tra il 1200 ed il 1000 a.C. tutto il mondo occidentale stava subendo una serie di radicali mutamenti. Orde, tribù e popoli interi erano in movimento per conquistare o per sfuggire alle conquiste altrui. A ondate successive, gli Eolici sbarcarono sulle coste siriane e nel delta del Nilo. Una pane di essi, detti Filistei (Fuilistini), si stabili in quella terra che da loro prese il nome di Palestina. Questo periodo di caos coincide, in Grecia, con l'introduzione delle armi di ferro e forse con quella del cavallo inteso come mezzo di combattimento e non soltanto come animale da tiro o da carico. Quei popoli che si stabilirono nelle terre conquistate costruirono dei villaggi che, a poco a poco, divennero città. La peculiare conformazione montagnosa della Grecia, che ostacolava le comunicazioni interne, portò alla creazione di città-stato separate le une dalle altre. Ognuna con un potere sovrano, con il suo proprio re, le sue leggi, i suoi culti, i suoi territori. Fuori dei confini della città-stato c'erano soltanto dei nemici. Così, in tutta la Grecia continentale e lungo le coste dell'Egeo, sorsero centinaia di città; comunità chiuse, gelose l'una dell'altra, costantemente in guerra tra loro. Frequentemente, allorché le città divenivano sovrappopolate, esse si espandevano in colonie, e fu la carenza di terre da coltivare, più che la sete di conquiste, che fece dei Greci il popolo più colonizzatore della età antica. Nel 750 a.C. le prime colonie greche apparvero nel Mediterraneo centrale, ove già esistevano insediamenti fenici, suddivise in tre gruppi principali: gli Eubei in Sicilia e in Italia; gli Achei nel sud dell'Italia, la cosiddetta "Magna Grecia"; i Dori in Sicilia, con l'importante porto di Siracusa. Altri si stabilirono a Cipro, nella Lidia, nella Francia meridionale, nella Spagna orientale e fmanche nel Mar Nero. Questa straordinaria espansione, che non terminò sino alla metà del VI sec. a.C., avrebbe fatto della Grecia il primo impero marittimo se essa fosse stata una sola nazione. Invece, le colonie greche non erano altro che un duplicato della città-stato che le aveva originate, la cui sopravvivenza dipendeva unicamente dalla loro forza militare.
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Nei tempi più antichi, le battaglie erano poco più che duelli tra campioni rappresentativi, come lben ha cantato Omero, per i quali il valore era la virtù suprema, tanto che la stessa parola esprimeva entrambi i concetti, di valore e di virtù. È con il valore che si è fatta la storia d'Europa; con la lancia e con la spada e non, come in Asia, con l'arco e con le frecce. Il condottiero era il più valoroso e la battaglia era dominata dal suo esempio più che dal suo ingegno. Il combattimento era tra uomo e uomo; l'eroe tipico era Achille con la sua spada, non !:.arciere Paride. Psicologicamente, dominava l'arma corta. Più tardi apparve la falange, e la prima ad adottarla fu Sparta. Con la sua comparsa, dovuta in gran parte ai progressi nell'arte di forgiare i metalli e, quindi, al diminuito costo delle armature, i nobili - sino ad allora "guerrieri" per antonomasia - gradualmente furono sostituiti dal popolo in armi. Ogni cittadino benestante poteva ora dotarsi di un'armatura completa, comprendente un elmo metallico, un pettorale, schinieri e bracciali, uno scudo rotondo, una laiJcia ed una pesante spada a due tagli. Questa traformazione era ad un tempo socialmente livellatrice e democratica, in quanto poneva sullo stesso piano la nobiltà e gli ordinari cittadini, almeno in battaglia. "È significativo- scrive Bury- che in Tessaglia, ave l'ordinamento degli opliti non era adottato e la cavalleria era ancora il fulcro dell'esercito, le idee democratiche non ebbero mai sviluppo ... (l 2)".
Incapace di autogovernarsi, il popolo diveniva facile preda di coloro che si dicevano capaci di guidarlo e frequentemente un leader della fazione aristocratica si poneva alla testa dei cittadini insoddisfatti e, dopo aver espulso i rivali, diveniva l'unico governante della città. Questi capi si chiamavano "tiranni", e "tirannide" ebbe significato di "carica" pubblica anziché quello, attuale, di abuso del potere. Dal 650 a.C. i tiranni cominciarono ad apparire ovunque in Grecia, e divennero tanto numerosi che i seguenti 150 anni furono chiamati "l'era della tirannide''. Essi allignarono nella città e nelle isole Ioniche, a Corinto, in Sicilia, nell'Eubea ed a Atene; non a Sparta ove, per evitare tale sistema, fu istaurata una duplice monarchia, con un re che fungeva da controllore delle azioni dell'altro. Gli spartani aborrivano la tirannia, e nella seconda metà del VI secolo a .C., fondarono la Lega del Peloponneso. Essa fu una libera alleanza dei popoli peloponnesiaci sotto la leadership di Sparta, basata sull'autonomia e l'integrità. territoriale degli stati membri: una sorta di " Dottrina Monroe" ante-littera. Sebbene i membri non rifuggissero dal combattersi fra loro, allorché si verificava un'aggressione da parte di un non-membro, "scattava" la coalizione contro di questi. Alla fine del (12) "A History of Greece", di J.B. Bury (1951), pag. 129.
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VI secolo a.C. , la lega comprendeva l'intero Peloponneso, ad eccezione di Argo e di Achea. Essa fu l'organizzazione più duratura della politica greca. Allorché fu fondata la Lega, in Asia avvenne un fatto destinato ad esaltarne l'importanza: quando Nabopolassar era intento alla conquista della Giudea, Ciassare, re dei Medi (634-594 a.C.) e suo recente alleato, occupò il territorio ad est del fiume H alys. Tale conquista portò i Medi a contatto con il regno di Lidia, e ne seguì una guerra tra i due paesi; ma essa non ebbe rilevanti conseguenze e terminò con una pace cementata dal matrimonio di una figlia di Aliatte, re di Lidia, con Astiage, figlio di Ciassare. Aliatte, sentendosi ora sicuro ad est, ritenne di potersi espandere ad ovest, verso l'Egeo, ed a tal fine attaccò Mileto, la più importante città della Confederazione Ionica. Ne seguì una lunga guerra che, dopo alterne vicende, vide il successo del figlio di Aliatte, Creso (560-546 a.C.), che ridusse in suo potere tutte le città costiere ioniche ed eoliche, assoggettò quelle doriche e costruì una flotta per conquistare le isole dell'Egeo. Mentre tali eventi si sviluppavano, Astiage, re dei Medi, venne inopinatamente sconfitto a Pasargade da un oscuro principe persiano chiamato Kurusb. I Greci lo chiamavano Ciro, ed era il Principe di Anshan, una provincia soggetta ai Medi che, nel 552 a.C. circa, si era ribellata ai dominatori. I suoi soldati erano contadini esperti nell'uso dell'arco ed egli è passato alla storia per essere stato il primo grande capitano a disporre di una cavalleria veramente efficiente. In tre anni riuscì a far sua l'intera Media, e un tale evento allarmò Creso. Nel timore che Ciro volesse passare l'HaJys, egli abbandonò il progetto di espansione verso l'Egeo e si alleò con l'Egitto, la Babilonia (Caldea) e Sparta per contrastare il nuovo astro della guerra. Nel 547 a.C., presso Pteria (località non identificata), combatté contro i persiani una battaglia dall'esito incerto dopodiché, avvicinandosi l'inverno, siritirò nella sua capitale, Sardi, e mandò ambasciatori agli alleati invitandoli a prepararsi per una avanzata combinata nella successiva primavera. Ma Creso si era appena ritirato, quando Ciro passò I'HaJys e batté l'esercito di Lidia in una grande battaglia presso Sardi, che quindi occupò facendo prigioniero lo stesso Creso. Lasciando al suo generale Arpago il compito di sottomettere le città costiere greche- cosa che a questi riuscì facile, data la loro scarsa unione - Ciro si insediò in Lidia e successivamente, nel 540 a .C., marciò verso est e sconfisse l'esercito babilonese guidato da Belazar a Opis. Due anni dopo occupò Babilonia, la cui resa comportò la caduta di tutti i paesi compresi tra la Siria settentrionale ed i confini dell'Egitto e quindi, affidata al figlio Cambise la preparazione dell'invasione dell'Egitto, si dedicò alla riorganizzazione dei territori conquistati, assumendo il titolo di "re di Babilonia, di Sumeria e di Akkad". Volse poi lo sguardo ad est verso le terre che avevano formato l'impero dei Medi: delle campagne condotte in q uei P aesi si conosce poco o niente, eccetto che nell'ultima di esse Ciro combatté contro i Massageti, un popolo Scita che abitava la
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regione del lago Arai. Durante questa campagna egli cadde in battaglia, nel 528 a.C. Il suo corpo fu trasportato a P asargade (Murghab) e ivi sepolto. Tre anni dopo la sua morte, Cambise invase l'Egitto e vinse una decisiva battaglia a Pelusio (nel delta del Nilo). Dopodiché risalì il corso del fiume per conquistare l' ~tiopia, ma abbandonò poco dopo questo disegno per la difficoltà di alimentare un tale sforzo militare. Nel frattempo, gli si sottomise la colonia greca di Cirene ed egli fu proclamato re dell'Egitto. Alla sua morte, nel 522 a .C. , l'Impero Persiano spaziava dai confini dell'India sino all'Egeo e dal Mar Caspio sino all'Oceano Indiano. Quattro grandi regni erano scomparsi, la Media, Babilonia (Caldea), la Lidia e l'Egitto: questo era il frutto di trent'anni di guerre. Dopo un breve interregno causato da lotte di successione, assurse al trono Dario, figlio di Istapse, di un ramo degli Achemenidi. Domata la ribellione di alcuni governatori locali, Dario si dedicò ad una serie di riforme interne, tra cui la divisione dell'impero in venti satrapìe, rette da un governatore (satrapo) e dotate di autonomia civile e militare. Approntò poi una potente flotta fenicia per dominare il Mediterraneo orientale e costruì una rete stradale per collegare la capitale Susa con le varie satrapie. Stazioni di sosta e di ricambio furono dislocate sul percorso, in modo che i messaggeri potevano percorrere la distanza tra Susa e Sardi, circa 1600 miglia (2500 Km), in meno di una settimana. Riaprì anché il Canale di Suez, che esisteva dai tempi di Sethi I ed esplorò l'Oceano Indiano. Dario strutturò l'esercito su base divisionale. Ogni divisione, forte di 10.000 uomini, era ordinata su 10 battaglioni di 10 compagnie ciascuno, ed ogni compagnia su IO sezioni. La guardia del corpo - i famosi "Immortali" - era formata da 10.000 soldati esclusivamente persiani, come lo era la cavalleria (13). Tutti i Quadri erano Persiani o Medi, mentre la truppa proveniva da ogni parte dell'impero. Secondo il Breasted, l'organizzazione statale di Dario è " una delle più mirabili della storia dell'antico Oriente, se non del mondo" (14) e Robinson afferma che essa "fu un modello per ogni impero successivo" (15) ed in particolare per quello romano. Acquisita la pacificazione interna, Dario si dedicò alla sicurezza delle frontiere, orientali ed occidentali. Per garantirsi ad est, con una serie di campagne giunse sino all'Indo, così che il grande fiume potesse costituire un ostacolo per ogni invasore. Ad ovest il problema era più difficile, perché le genti che abitavano le opposte sponde del Mar di Marmara erano della stessa stirpe, pronte ad unirsi anziché a combattersi. L'unica soluzione al problema di (13) Altre fonti indicano in 2000 fanti e 2000 cavalieri, 1uui nobili, l'organico degli " Immortali" (N.d.T .). (1 4) " The. Conquest of C ivilisation", pag. 199. ( 15) " A History of lsracl", Vol. l , pag. 5.
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stabilire una frontiera etnica era quella di spostare ancora ad ovest i confini dell'impero, includendovi la Grecia. Questa idea lo portò, circa nel512 a.C., sino al Danubio. Messa insieme una flotta di 200 o 300 navi ed un esercito di 70.000 uomini {16), passò il Bosforo nei pressi di Calcedonia (Kadikoy), raggiunse il Danubio e lo risalì sino a Galtz o Brayla. Quindi avanzò a nord del fiume, per esplorare il paese e per mostrare agli Sciti la sua potenza . Non sappiamo sin dove arrivò; ma è certo che gli Sciti, facen dogli dinanzi "terra bruciata", lo costrinsero a ripiegare e poi attaccarono la retroguardia e catturarono i suoi carriaggi con le impedimenta. Il distaccamento di greci-asiatici che aveva lasciato a guardia dei passaggi sul fiume (ponte di barche), fu incitato da Milziade, tiranno della Tracia Chersonese (penisola di Gallipoli) a distruggerli e, quindi, a tagliare a Dario le vie di comunicazione; ma il tiranno di Mileto lstico li convinse a non tradire perché, se Dario fosse stato sbaragliato, le città Ioniche avrebbero potuto ribellarsi ai loro tiranni e diventare democrazie. Così, il re poté ritirarsi su Sardi, lasciando il suo luogotenente Magabazo con un forte esercito a sottomettere la tracia. sebbene i Persiani non riuscissero ad occupare la Macedonia, iJ suo re Alessandro promise fedeltà a Dario. Iniziarono così duecento anni di lotte tia la Grecia e la Persia e, nonostante si trattasse di due popoli ariani, questo fu il primo conflitto della storia tra Europa e Asia, tra Occidente e Oriente. Mentre tali eventi si svolgevano, un altro -egualmente importante avvenne in Grecia. Nello stesso anno in cui moriva Ciro nella lontana Sogdiana, in Atene moriva Pisistrato, tiranno della città, e gli succedevano i suoi due figli, lppia ed Ipparco. Il secondo fu ucciso nel 514 a. C. e nei seguenti quattro anni il primo riuscì a diveniie così inviso che il popolo aiutato da un esercito spartano sotto Cleomene - lo espulse. Egli cercò scampo alla corte di Dario. Per ricambiare Sparta del suo aiuto, Atene entrò a far parte della Lega. Liberati dai tiranni, gli Ateniesi, sotto Cleistene, un nobile amico del popolo, istaurarono un regime democratico; ma subito dopo un nobile suo rivale, lsagora, si appellò a Cleomene per espellerlo . Ancora una volta un re spartano entrò in atene, ma il popolo insorse contro di lui e lui, il suo piccolo esercito ed Isagora furono assediati sull'acropoli e dovettero capitolare. Mai simile onta era capitata ad un re spartano? Tornato al potere, Cleistene riformò l'organizzazione dello stato, ed una delle prime leggi promulgate fu quella dell'ostracismo, secondo la quale un cittadino considerato pericoloso per la democrazia poteva - con voto popolare- essere bandito dalla città per IO anni. Quindi riordinò l'esercito, su una base di IO tribù. Ognuna di esse doveva fornire un taxis, cioè (16) Questi sono i dati riportati in "The Cambridge AncienL His10ry", Vol. IV, pag. 212. Erodoto parla invece di 600 vascelli c di 700.000 o 800.000 uomini.
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un reggimento di opliti ed uno squadrone di cavalleria. Ogni taxis era comandato da uno stratega (più tardi detto taxiarca). Il comando dell'esercito era affidato ad un polemarca. Intanto gli spartani, desiderosi di estendere la lòro egemonia anche a nord dell'istmo di Corinto, attaccarono e sconfissero gli Argivi a Sepea (494 a .C.). Gli effetti furono immediati; ogni opposizione a Sparta in seno alla Lega cessò e praticamente Atene riconobbe la leadership della città rivale nel mondo greco. Nel frattempo, cinque anni prima di questa vittoria spartana, era iniziato un con flitto destinato ad avere un'enorme influenza sullo svolgersi degli avvenimenti e, anche, sulla storia d'Europa. Nel 499 a.C. le città ioniche dell'Asia Minore, guidate da Mileto (con Lesbo, Chio e Samo) si erano ribellate a Artaferne, satrapo di Sardi e cognato di Dario. Animatore della lotta era stato Aristagora di Mileto, timoroso di dover rendere conto ai Persiani di un'infelice spedizione- da lui stesso consigliata - per la conquista delle Cicladi. Recatosi ad Atene e a Sparta, per ottenere aiuto, era riuscito ad ottenere soltanto 25 vascelli (contro i 200 della flotta persiana). Se gliene avessero concessi di più, forse il corso della storia sarebbe stato diverso. Nel 498 a.C. Aristagora riuscì ad occupare ed incendiare Sardi, ma la vittoria non potè essere consolidata. Un esercito persiano intervenne e, a Efeso, sconfisse i rivoltosi. -Gli alleati di Mileto abbandonarono La lotta. Con 600 navi, i Persiani bloccarono Mileto stessa e l'assediarono da terra con un corpo di spedizione. Intervenne allora la flotta greca, forte di 353 navi, ma, presso l'isola di Lade, fu sconfitta. Distrutta Mileto, la ribellione fu sedata. Immediatamente dopo, la flotta fenicia entrò neli'Ellesponto e assoggettò nuovamente tutte le città della costa T racia a nord di Bisanzio. Milziade, tiranno del Chersoneso, fuggì ad Atene ove il suo arrivo fece scoppiare una crisi politica. Di origine ateniese, violentemente ostile alla Persia, era l'uomo che la fazione aristocratica attendeva per guidare l'opposizione ai democratici di Cleistene che seguivano una politica di compromesso: fu perciò scelto come capo della sua tribù. Adesso che l 'Ellesponto era di nuovo in mani persiane, l ppia, il tiranno di Atene, già bandito dalla città, si trovava ancora alla corte di Dario e su questi premeva affinché muovesse guerra ad Atene e gli consentisse, così, di riprendere il potere. E tale richiesta era ben gradita a Dario il quale - ora che la rivolta ionica era debellata - si sentiva in grado di stabilire quella frontiera etnica ad occidente che aveva sempre sognato e per realizzare la quale ora lppia gli poteva servire da ottimo pretesto. Una volta riorganizzata la Grecia Asiatica, e riconquistate Tracia e Macedonia - già perdute durante la rivolta- egli avrebbe potuto marciare su Atene e reinstaurarvi lppia quale suo vassallo; Sparta sarebbe rimasta sola. Nel 492 a.C. Mardonio, genero del re, riuscì a sottomettere la Tracia
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ed a convincere Alessandro, re di Macedonia, a diventare tributario dell'impero persiano ; ma allorché era sul punto di avanzare in Grecia, una tempesta distrusse la sua flotta al largo di Monte Athos ed egli fu costretto a tornare alle sue basi di partenza in Asia. Dario non si scoraggiò per questo, e - fermo nei suoi propositi - ordinò una seconda spedizione. Questa volta essa non doveva procedere lungo la fascia costiera, bensì puntare decisamente alle coste greche attraverso l'Egeo: si trattava di organizzare la prima grande forza anfibia della storia, imbarcando 25000 fanti e 1000 (17) cavalieri agli ordini di Artaferne, figlio del satrapo di Sardi, su una flotta posta al comando di Dati, un ammiraglio del popolo dei Medi. Qual 'era il piano operativo? Qui occorre andare per congetture, basandosi su quel che avvenne e non su quel che sarebbe dovuto avvenire, perché le spiegazioni di Erodoto sono ben !ungi da fornire una chiara idea strategica. Secondo quanto riferisce il Munro (18), con cui concorda anche Grundy (19), esso era il seguente: «Per il tramite di lppia, Dario venne a sapere che in Atene esisteva una "quinta colonna" guidata dalla famiglia degli Alchemeonidi (20), favorevole alla Persia ed ostile a Milziade. Se si fosse riusciti ad allontanare l'esercito da Atene, e contemporaneamente si fosse potuto aiutare la dissidenza interna mediante uno sbarco a Falera, Atene sarebbe caduta senza combattere». Per ottenere tale risultato, si pensò di operare nel senso di terrorizzare gli ateniesi mediante l'occupazione di Eretria- il che lì avrebbe fatti correre sotto la bandiera dei cospiratori- e di far sbarcare un esercito nella baia di Maratona, 25 miglia a nord est di Atene, minacciando direttamente il territorio ateniese in modo da provocare l'uscita dei difensori dalla città. Alla fine di agosto o all'inizio di settembre del 491 a.C. (21), tutto era pronto per attuare questo astuto piano: i trasporti persiani sotto la scorta della squadra da battaglia navigarono da Samo a Naxos e raggiunsero Karysto, sulla costa meridionale dell'Eubea (Negroponte). Da li, la spedizione veleggiò nel canale Eubea verso Eretria. Ma a questo punto il disegno persiano divenne chiaro ai Greci: decisi a resistere, gli abitanti di Eretria chiesero aiuto agli Ateniesi. Questi - intenzionati a fornirlo ma, nello stesso tempo, consci di non essere sufficientemente forti - inviarono Filippide a sollecitare l'aiuto spartano e un altro messaggero a Platea. Filippide (17) "The Cambridge Ancient History", Vol. IV, pag. 234. ( 18) "The Campaign of Maratho n" , di J.A.R. Munro in "The Journa.l of Hellenic Studies", (1899) Vol. XIX, pagg. 185- 197. (19) "The Great Persian War", di G.B. Grundy (1901), pagg. 171- 172. (20) Nobile famiglia ateniese che rivestì un ruolo importante nella politica dell'Attica del VII, VI e V secolo a.C. (21) La data "tradizionale" è il 490. 11491 è indicato dal Munro. Vi sono buoni motivi per questa indicazione, ma non sono accettati da tutti.
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percorse 150 miglia in 48 ore e _giunse a Sparta il 9 settembre. Gli Spartani, in considerazione che Atene era membro della Lega, promisero di inviare gli aiuti richiesti, ma le festività in atto impedivano loro di farlo prima della luna piena del 19-20 settembre. Artaferne, con un corpo dell'esercito persiano, assediò Eretria, mentre Dati, con un'altro, superò il canale Eubeo e sbarcò nella baia di Maratona. Contemporaneamente L'esercito ateniese, forte di circa 10.000 uomini, marciò verso nord al comando del polemarca Callimaco e dei dieci generali delle tribù, tra i quali Milziade. Avendo avuto notizia dello sbarco persiano, Callimaco volse a destra e si accampò nella valle di Avlona, vicino al tempio di Eracle. Qui fu raggiunto da 1000 uomini di Platea. Quando gli Ateniesi arrivarono al tempio - a nord di Vrana - probabilmente la flotta persiana era all'ancora nella parte occidentale del promontorio di Cinosura e l'esercito (22) era a terra, accampato tra la spiaggia e la Grande Palude. A sud di questa si stendeva 'la piana di Maratona, tagliata da un fiumiciattolo, il Charadra (23), ed ancora più a sud c'era un'altra zona paludosa Oa Piccola Palude) che separava la costa dalle alture del M. Agrieliki. La posizione ateniese era virtualmente inattaccabile e sembrava chiaro che- non avendo i Persiani occupato l'unica zona di facilitazione che consentiva lo sbocco nella pianura verso Atene - essi non avevano intenzione di marciare sulla capitale. L'unico motivo che tratteneva i Greci dall'attaccare era il timore che, mentre infuriava la battaglia, il tradimento potesse aver ragione della città, rimasta indifesa. D'altra parte, conveniva loro procrastinare l'azione sino all'arrivo delle preannunciate truppe spartane. Per otto giorni le opposte schiere si fronteggiarono; ma al nono, giunta la notizia che Eretria era caduta, fu chiaro a Callimaco che una decisione doveva essere presa. Ora, infatti, Artaferne era libero di muovere per mare su Atene, mentre Dati avrebbe fronteggiato le truppe ateniesi a Maratona. Fu tenuto un consiglio di guerra, e Milziade optò per UI;I attacco immediato. Cinque generali erano contrari, quattro favorevoli . Callimaco decise per l'attacco. Ma nessuna azione fu compiuta sinché non giunse notizia che Artaferne stava reimbarcando il suo corpo d'esercito. Tale avvenimento coincise con l'assunzione, da parte di Milziade, del comando tattico dell'esercito (che gli spettava per turno) (24). (22) Secondo "The Cambridge Ancient History", Vol. IV, pag. 243, probabilmente era forte di 15.000 uomini. (23) La parola stessa significa " torrente". (24) l'intera questione dell'assunzione del comando è abbastanza incomprensibile. Il polemarca era il Comandante in capo e i dieci generali rappresentavano il suo "Consiglio di Guerra". la tattiça del V secolo a.C. consisteva in poco più dello schierare l'esercito in ordine di battaglia, e qu~sto, secondo Erodoto, era un onore concesso a turno ai generali. Ma ciò non infrangeva l'autorità del polemarca.
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Era probabilmente il 21 settembre quando Milziade marciò, con i suoi 10 o li mila uomini in due colonne parallele, ognuna profonda circa mezzo miglio e quindi - entrando nella piana - le spiegò in ordine di battaglia. I Persiani immediatamente si schierarono tra il Charadra e la Piccola Palude, con un andamento parallelo alla linea di costa. La distanza tra i due eserciti era poco inferiore ad un miglio, cioè meno di otto stadi (25). Per prevenire l'eventualità di una manovra avvolgente, Milziade ridusse la profondità dello schieramento del proprio centro a quattro linee, !asciandone otto ad entrambe le ali (26). L'ala destra, considerata la posizione d'onore, era comandata da Callimaco. Alla sinistra erano le truppe di Platea. Milziade era alla testa del suo "taxis". Tra i presenti Eschilo, il poeta tragico. Tatticamente, i greci dovevano risolvere il problema di superare rapidamente la zona battuta dalle frecce degli arcieri persiani, che rappresentavano il nerbo di quella fanteria. Per una falange di opliti pesantemente armati, lunga un miglio, era molto difficile, se non impossibile, mantenere la corsa per molto tempo. Si correva il rischio del disordine e della frammentazione dello schieramento. Assumo l'ordine di battaglia, propiziati gli dei con i sacrifici, iniziò il movimento che accellerò addentrandosi nella "zona battuta" dagli arcieri . Ma le ali avanzarono, per quanto si può immaginare, più veloci del centro. Lo schieramento divenne concavo ed i P ersiani poterono premere e far arretrare le 4 linee centrali, che erano più deboli. Le ali, allora, si volsero verso il centro ed automaticamente si verificò un doppio avvolgimento dei Persiani, proprio come quello deliberatamente attuato da Annibale 300 anni dopo a Canne, e la battaglia si sviluppò sino a vedere la rotta dei Persiani verso le navi, inseguiti dai Greci. Il combattimento terminò sulla spiaggia; nonostante la sconfitta, e la perdita di 7 navi e di 6400 uomini (27), Dati riuscì a fuggire. Solo 192 ateniesi caddero. Tra questi, il valoroso polemarca Callimaco, un altro generale e Cinegiro, il fratello di Eschilo. Non conosciamo le perdite dei soldati di P latea. I caduti furono sepolti sotto la collina che ancora ricorda il campo di battaglia. Mentre ciò avveniva, Artaferne navigava verso Atene e si trovava al traverso del capo Cinosura quando ricevette un segnale fatto col rinesso di uno scudo dal M. Pentelico (28). Forse un invito a puntare su Atene per aiutare i cospiratori (29). Per i Greci non c'era un attimo da perdere. Così essi marciarono subito sulla capitale e vi arrivarono prima che Artaferne (25) " History of Herodotus", trad. di George Rawlison (1880), VI, 112. (26) lbid., VI, 102. (27) Erodoto, VI, 117. (28) lbid., VI, 121 e 124. (29) La rivolta, in effetti, non ebbe mai luogo, forse per l'approssimarsi minaccioso dell'eserci to spartan o.
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potesse sbarcare a Falero. Questi allora rinunciò all'impresa e fece vela per l'Asia. La sera stessa le avanguardie spartane entravano in Attica e, saputo della battaglia e della vittoria, puntarono su Maratona in tempo soltanto per trovarvi i corpi dei Persiani caduti. Maratona fu una battaglia che segnò una pietra miliare nella storia, sia dal punto di vista della strategia persiana, che era ammirevole, sia da quello della tattica greca, che non lo era da meno . Ma non fu una battaglia decisiva. Essa non concluse il contenzioso tra Greci e P ersiani, non determinò la supremazia dell'uno o dell'altro popolo. Essa fu soltanto "un brillante prologo di un grande dramma" (30), come scrive Munro. Per la prima volta nella storia i Greci avevano battuto i Persiani in quello che era l'elemento principale della loro supremazia, il combattimento terrestre, e Maratona dette ai vincitOri la fiducia nel loro destino, in quel destino che doveva farne, per ancora 300 anni, i vessilliferi della civiltà occidentale. Maratona fu il primo vagìto dell'Europa.
(30) " The Cambridge Anci ent His10ry", Vol. l V, pag. 252.
Le battaglie d i Sa lamina (480 a. C.) e di Platea (479 a. C.)
"C'era allora ad Atene - scrive Erodoto - un uomo destinato a porre il suo nome tra quelli dei più famosi concittadini: si chiamava Temistocle, ma era conosciuto come il figlio di Neocle (31)'' . Egli, più lungimirante della maggior parte dei suoi contemporanei, intuì che Maratona non aveva segnato altro che l'inizio della guerra con la Persia - e non la fine, come molti pretendevano - ed affermò l'assoluta esigenza di dotare la città di una flotta in grado di dominare l'Egeo, pena il tramonto delle sue fortune. Quando, nella storia, appaiono grandi uomini - e Temistocle è tra i più grandi -spesso gli eventi giocano a loro favore. Questo fu il caso. Innanzi tutto, una contesa tra Atene ed Egina indicò chiaramente la necessità di disporre di una flotta più potente; secondo, una rivolta in Egitto distolse Dario dal proseguire la lotta contro Atene; terzo, un ricco filone di argento fu scoperto nel distretto minerario del Laurio e - opponendosi alla divisione dei lingotti tra i cittadini - Temistocle convinse l'Assemblea ad impiegarlo per costruire 100 triremi; infine, prima di poter reprimere la rivolta in Egitto, Dario morì. Quest'ultimo fatto diede alla Grecia una pausa di respiro, dovendo suo figlio Serse (485-465 a.C.) non soltanto placare la ribellione, ma, prima di tutto, consolidarsi sul trono di Persia. Una volta ristabilito l'ordine nell'impero - e ciò non avvenne prima del 484 a.C. - Serse iniziò i preparativi per l'invasione della Grecia, e i 4 anni impiegati provano che la spedizione, nonostante le esagerazioni di Erodoto, fu veramente formidabile. "Non ci fu nazione in Asia - scrive lo stesso Erodoto- che Serse non mobilitò" (32) . Ogni satrapo fu chiamato a fornire un contingente militare. Sir F. Maurice stimò la forza reclutata (31) "History of Herodoms", traduzione di G. Raw linson (1880), VII, 143. (32) "History of Herodotus", traduzione di G. Rawlinson (1880), VII, 21.
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LE BATIAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
in 150.500 uomini (33), e Munro in 180.000 (34): poca cosa, rispetto ai 2.641.610 citati da Erodoto! Ma, qualunque fosse il numero reale, esso era troppo grande per consentire un avvicinamento via mare; doveva necessariamente essere seguita la direttrice terrestre, e questa volta il passaggio in Europa fu effettuato attraverso l'EUesponto anziché il Bosforo. Per evitare un disastro come quello subìto da Mardonio nel 492 a .C ., Serse ordinò di tagliare un canale attrav~rso lo stretto istmo che unisce il M. Athos alla penisola Calcidica, di gittare ponti sul fiume Struma e di istituire depositi lungo la direttrice di marcia dell'esercito. La costruzione di un ponte sull'Ellesponto tra Abido e Sesto era, a quei tempi, impresa eccezionale; e lo sarebbe ancor oggi! Fallito il primo tentativo, ·riuscì il secondo. Sotto la direzione dell'ingegnere greco Arpaia, furono gittati due ponti di barche con triremi e pentecòntori (galee a 5 ordini di remi), unite da 6 cavi, due di lino e quattro di papiro; sopra i vascelli furono posate le passarelle in legno. Complessivamente, furono impiegate 314 navi per il ponte occidentale e 360 per quello orientale. I preparativi furono completati nell' inverno del 481 a.C .. Serse pose il suo quartier generale a Sardi ed inviò messaggeri a tutti gli stati greci, tranne Atene e Sparta, per chiedere terra ed acqua, i simboli della sottomissione. A primavera iniziarono le operazioni e l'esercito lasciò Abido, dove, secondo Erodoto, erano riunite .1207 navi da guerra e 3000 da trasporto. -Serse, passato in rassegna l'esercito, andò a Sesto, marciò sul Chersoneso di Tracia ed aggirò la baia di Mela arrivando a Dorisco, ove fu raggiunto dalla flotta, che sarebbe poi transitata nel canale di M. Athos. Passatala in rivista, partì per Therma (Salonicco), dove il corpo di spedizione fece sosta, mentre il re andava a perlustrare il passo di Tempe, tra le pendici sud del M. Olimpo e quelle settentrionali del M. Ossa. Ma prima di illustrare gli eventi successivi, è opportuno esaminare brevemente la dottrina militare della Grecia in quel periodo e, per completarne l'esame, vederne lo sviluppo sino alla fine del V secolo a:C. L'organizzazione della falange ha - a questo punto della storia raggiunto la sua massìma perfezione a Sparta ove, per legge, il cittadino soldato ha il dovere di "vincere o morire" . ~er esso, la guerra è una festa ed il combattimento una gara di coraggio. Ogni soldato spartano è accompagnato da un portatore del suo equipaggiamento (circa 32 Kg.) . Alla battaglia di P latea, nel 479 a.C., un oplite disponeva di sette iloti o ausiliari, a formare la profondità di una fila della falange, portandola a otto uomini. Questi iloti avevano il compito di finire, con la mazza, i nemici feriti e di assistere i loro padroni in caso di bisogno. (33) "The Size oftheArrny ofXerxes", Journal ofHellenic Studies (!930)pagg. 210-235. (34) "The Cambridge Ancient HistOry", Vol. IV, pag. 273.
LE BATTAGLIE DI SALAMINA (480 a.C.) E DI PLATEA (479 a.C.)
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Per mantenere la formazione in linea, gli opliti marciavano alla musica dei flauti di una fanfara. In questi combattimenti, guidati da una qual sorta di cerimoniale, la tattica era limitata al premere delle picche, in attesa dell'arrivo della fanteria leggera che, in ossequio all'etica del coraggio, non poteva intervenire sin dall'inizio (per lasciare l'onore del primo scontro agli opliti, N.d.T.). Addirittura sino alla guerra del Peloponneso, tranne che in alcune tribù greche del nord, le truppe leggere furono considerate con disdegno, nonostante che, nel 426 a.C., gli A teniesi guidati da Demostene fossero chiaramente in difficoltà dinanzi agli Etolici che riuscirono a scompaginare la falange lanciando giavellotti da grande distanza. Ma la lezione servì, tanto c}1e all'inizio del IV secolo a.C., il generale ateniese Ificrate formò il primo corpo di veri fanti leggeri, detti peltasti, addestrati alla manovra rapida; essi indossavano un corpetto di cuoio o imbottito ed erano armati con scudo, lancia e spada. Nel390 a.C., Ificrate dimostrò la loro efficienza annientando una "mora" (battaglione) spartana. È strano che gli Ateniesi, popolo intelligente, avessero impiegato tanto per intuire la efficacia di questa fanteria leggera; proprio loro che da lungo tempo avevano un valentissimo corpo di arcieri reclutato tra coloro che non erano sufficientemente rkchi da poter mantenere un cavallo! Durante la guerra del Peloponneso, essi furono impiegati con tanto successo nelle scorrerie navali, da costringere Sparta a creare appositamente un reparto di arcieri a cavallo per controbatterli. Al tempo dell'invasione persiana, l'unica vera cavalleria in Grecia era quella della Tessaglia, ma essa non ebbe un ruolo di rilievo in quanto surclassata da quella avversaria. Nonostante la natura montagnosa d~l paese, è strano come i Greci fossero così arretrati nell'impiegQ di questo corpo; del resto, 20 anni prima, nel 511 a.C., gli Spartani avevano imparato a loro spese l'importanza della cavalleria, essendo stati battuti da quella tessala non lontano da Atene. Secondo il Delbruck, l'intero corso della guerra fu dominato dalla paura che i Greci avevano dei cavalieri persiani . In questo breve excursus sull'arte della guerra, è da notare anche come ogni mutamento nell'armamento fosse determinato unicamente dagli eventi, in quanto il valore disdegnava l'innovazione. Soltanto negli assedi vediamo dar libero corso all'inventiva: in quello di Platea, nel429 a.C., pare che i difensori della città facessero uso di frecce infiammate per incendiare le "macchine" avversarie; in quello di Delo, fu condotto un attacco con l'impiego di fumi di solfuro; e nel413 a.C. sembra che i siracusani impiegassero "fuoco liquido" nella difesa delle mura. Già prima che Serse arrivasse a Therma, molte città greche avevano mandato delegati al Congresso Panellenico - riunito all'Istmo di Corinto sotto la presidenza di Sparta e in assenza di molti stati, tra cui la Tessaglia e la maggior parte delle città della Beozia - per dibattere il problema difensivo.
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Il piano operativo di cui si discusse prendeva le mosse dalla considerazione che il Peloponneso era definito il "centro dell'indipendenza greca" e che, quindi, la difesa dell'Istmo di Corinto era fondamentale. Ma, qualora esso soltanto venisse protetto, tutta la Grecia settentrionale e centrale avrebbe dovuto essere abbandonata e, una volta occupata dal nemico, l'Istmo stesso sarebbe divenuto indifendibile; per evitare questo rischio, occorreva tenere l'avversario il più possibile a nord. Esercito e marina, a causa della loro inferiorità numerica, potevano sperare di assolvere tale compito soltanto mediante lo sfruttamento dei passi montagnosi, in terra, e degli stretti, per mare. A parte l'Istmo stesso, tali possibilità erano offerte dalla valle di Tempe e dal passo delle Termopili, per l'esercito, e dallo stretto di Salarnina, da quello dell'Euripo e dal Canale Eubeo per la marina. Inoltre, dato che tutti questi specchi d'acqua fiancheggiavano le possibili zone di sbarco tr.a Tempe e le Termopili, una flotta ivi dislocata avrebbe potuto cooperare strettamente con l'esercito tra le due località. Non sarebbe quindi servito un esercito molto numeroso, ma soltanto uno sufficientemente forte per fermare l'avanzata persiana tanto a lungo da convincere l'avversario a cercare l'aggiramento per mare; dopodiché, ingaggiando battaglia con la flotta nel Canale Eubeo, il nemico non sarebbe stato in grado di far valere la sua superiorità numerica. Se i Persiani fossero stati battuti in queste acque, l'Istmo sarebbe stato al sicuro da altri attacchi condotti dal mare. Mentre si discuteva questo piano strategico e Serse era ancora ad Abido, i Tessali chiesero al Congresso di bloccare la valle di Tempe. Una squadra navale greca con a bordo 10.000 opliti ordinati su due divisioni, una spartana agli ordini di Eveneto e l'altra ateniese guidata da Temistocle, fu inviata ad Alus, in Tessaglia. Da lì Eveneto, che era in comando, marciò verso Tempe ma, giuntavi, rilevò che le sue forze non erano sufficienti per presidiare tutta la zona, e, così, tornò al mare. Questa ritirata proprio all'inizio della guerra scoraggiò le popolazioni greche del nord, e, inoltre, diede forza all'opinione di coloro che propugnavano la difesa del solo Istmo di Corinto . La situazione fu ulteriormente complicata dall'oracolo di Delfi. Impressionato dall'imponenza dello strumento bellico persiano, che Serse certo non cercava di nascondere, esso presagì la sconfitta delle armi elleniche: "Derelitti, perché rimanete qui? Correte, correte ai limiti del creato . Lasciate le vostre case, e i picchi che coronano la vostra città come un'aureola" (35). Questa profezia riguardava soltanto gli Ateniesi, in quanto l'oracolo riteneva che Atene fosse il vero obiettivo della spedizione persiana e che le (35) Erodoto, VII, 140.
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altre città sarebbero state risparmiate nella misura in cui non fossero intervenute in sua difesa. Gli Ateniesi furono così demoralizzati da tale presagio che consultarono l'oracolo per una seconda volta (36), ricevendo un'altra profezia che terminava con le famose parole: « ... Non attendere il galoppo del cavallo, né il lento avanzare del fante, ma volgi le spalle al nemico e fuggi. Arriverà un giorno in cui lo incontrerai in battaglia. Divina Salarnina, tu distruggerai la progenie delle donne ...... » (37).
Furono mai pronunciate tali parole? Se così fosse, l'oracolo avrebbe esattamente previsto l'evento decisivo della guerra. Comunque sia, il Congresso chiese l'aiuto della maggior potenza allora esistente nel mondo greco, quella di Siracusa che- sotto il tiranno Gelone- aveva costruito una flotta imponente quanto quella ateniese. Ma anch~ se Gelone, come ci dice Erodoto, era propenso a concedere il suo aiuto, non era in condizione di farlo a causa della minaccia di invasione cartaginese che gravava sull'intera Sicilia. Sarebbe interessante conoscere se l'invasione persiana e quella cartaginese fossero combinate in un unico disegno operativo teso a distruggere non soltanto la Grecia ma tutto il mondo Ellenico. Secondo Diodoro, Serse "desiderando cacciare tutti i Greci dalle loro case", inviò messaggeri a Cartagine sollecitandola ad unirsi a lui. Stipulò quindi un trattato secondo il quale lui, Serse, avrebbe portato la guerra sul territorio greco mentre i Cartaginesi avrebbero dovuto mobilitare tutte le loro risorse per sottomettere i Greci che vivevano in Sicilia ed in Italia (38). Grundy ritiene possibile l'esistenza di un tale disegno operativo, sia per l~ strette relazioni che legavano Persiani, Fenici e Cartaginesi, sia perché le due invasioni contemporanee potevano chiaramente sussidiarsi a vicenda. L'insuccesso di Tempe e l'impossibilità di ottenere l'aiuto di Gelone, imposero un'alternativa al Congresso: o cercare lo scontro navale nel Canale Eubeo, e quindi difendere le Termopili, o schierarsi sull'Istmo di Corinto ed attendere la flotta avversaria a Salamina. Gli Spartani optavano per il secondo piano, gli Ateniesi per il primo, ma, alla fine, prevalse l'opinione di questi ultimi. Gli Spartani, infatti, avevano compreso che l'abbandono dell'Attica avrebbe potuto portare gli Ateniesi a trattare col nemico piuttosto che veder devastato il loro paese, ed un simile evento avrebbe sottratto all'alleanza la flotta ateniese, praticamente privando l' Istmo di ogni possibilità di difesa. (36) Vds. " History of the Delphic Oracle", di H. W. Parke ( 1939), cap. IX. (37) Erodoto, VII, 141. (38) " Diodorus Siculus", traduzione di C. H. Oldfather ( 1946), Xl , 2.
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Così il Congresso decise di inviare la flotta alleata ad Artemisia (Potaki?), che si trova sulla costa settentrionale dell'Eubea, e un esercito agli ordini di Leonida, re di Sparta, alle Termopili. Quest'ultimo era forte di 7.000-8.000 tra opliti e fanti leggeri, e comprendeva la guardia reale di 300 spartani. La flotta, invece, era composta da 9 pentecòntori e 324 triremi, di cui 180 costituivano il contingente ateniese agli ordini di Temistocle; e sebbene la squadra spartana contasse soltanto lO vascelli, il suo comandante Euribiade - rappresentante della città-guida della Lega - ebbe il comando supremo. Nonostante la sproporzione esistente tra le forze navali e quelle terrestri indicasse che lo scontro sul mare era l'intento principale, di uguale priorità era la difesa ad oltranza delle Termopili, dato che l'arresto dell'esercito persiano era il presupposto per costringere la flotta persiana al combattimento. Come vedremo, il punto critico del piano greco era che Leonida - come Eveneto prima di lui - non disponeva di forze sufficienti per assolvere il compito. Il piano persiano prevedeva di far arrivare simultaneamente l'esercito ed il grosso della flotta risp.ettivarnente dinanzi alle Termopili ed all'imboccatura settentrionale del Canale Eubea; una forza navale avrebbe ingaggiato la flotta greca, mentre quest'ultima sarebbe stata imbottigliata nel canale dalla comparsa, all'imboccatura meridionale, di 200 navi fenicie. Dopo 12 giorni dalla partenza dell'esercito persiano da Tberma verso sud, la squadra navale persiana e quella fenicia presero il mare. La flotta navigava verso sud lungo la costa della penisola di Magnesia quando, prima di raggiungere gli Afeti, all'estremità orientale della Tessaglia, essa fu colta da un violento fortuna le proveniente da est - l"'Eilespontiaco" -e, secondo Erodoto, 400 navi da guerra furono perdute insieme ad un "incalcolabile" (39) numero di mercantili carichi di rifornimenti. Euribiade - che nel frattempo aveva inviato 53 navi attiche a sorvegliare la parte centrale del canale - convocò un Consiglio di guerra per discutere le conseguenze del disastro persiano. Secondo Diodoro, tutti i comandanti, eccetto Temistocle, si pronunciarono per un atteggiamento difensivo; il condottiero ateniese, tuttavia, riuscì a convincere gli altri del contrario, sottolineando come le loro forze avrebbero potuto avere il sopravvento se, in buon ordine, avessero vibrato il primo colpo contro un nemico ancora in fase di riordinamento (40). Ne seguì una discussione accanita. Il giorno seguente, da Artemisia giunsero notizie secondo le quali la squadra fenicia era stata colta anch'essa dal fortunale ed era in gran parte distrutta, mentre le 53 navi greche stavano tornando indenni, e sarebbero giunte ad Artemisia la sera stessa. (39) Erodoto, VI I, I90- I9 1. (40) Diodoro, Xl, 13.
LE BATTAGLIE DI SALAMINA (480 a.C.) E DI PLATEA (479 a.C.)
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Fig. 3 - Difesa delle Termopili (480 a. C.)
Il giorno successivo, la flotta persiana prese l'iniziativa. I Greci schierarono le loro navi "a mezzal una", con le cuspidi verso la terraferma per impedire l'avvolgimento e, ad un segnale convenuto, mossero verso i Persiani che avanzavano. La battaglia si frantumò in una serie di scontri nave contro nave, ma - ancora una volta - non vi fu un risultato decisivo, tanto che i comandanti greci tennero consiglio per discutere l'opportunità di una ritirata. Intanto, una triacontore (41) giunse dalle Termopili con la notizia che il passo era perduto, che Leonida era caduto e che i Persiani stavano marciando su Aiene (42). Non c'era scelta: bisognava ritirarsi. Con il favore della notte, la flotta greca puntò a sud verso Salamina. Prima di esaminare gli eventi che portarono al disastro, è necessario descrivere brevemente la morfologia del P asso delle Termopili.
(41) Nave a 30 remarori. (42) Erodoto, VIII, 21.
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LE BATTAOLI E DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Nel480 a .C. esso sorgeva lungo la costa meridionale del Golfo di Malìde ed aveva tre "accessi": uno occidentale, poco ad est della foce del fiume Asopo, uno orientale, al limite ovest del paese di Al peno ed uno centrale, infine, circa a mezza strada tra i primi. A sud sorge il M. Callidromo, sul cui versante settentrionale un sentiero, detto Anopeo, congiungeva l'accesso orientale del passo con un punto della montagna detto Dracospilia e, quindi, con una gola del F. Asopo nei pressi della cittadina di Eraclea (Trachis). Tale sentiero consentiva di aggirare la strada costiera da est e da ovest (43). Al suo arrivo alle Termopili, Leonida occupò !'"accesso" centrale del passo e, per proteggersi il fianco sinistro, dislocò l 000 Foci di sull' Anopeo, non lontano da Dracospilìa (44). P roprio appena egli ebbe preso posizione, Serse entrò nella piana di Malide e pose il proprio campo ad ovest dell"'accesso" occidentale e del F. Asopo. Quivi egli sostò per 4 giorni, sperando - dice ErodotO- che l'imponenza del suo esercito spaventasse i Greci tanto da farli ritirare; ma è più probabile che egli attendesse, prima di attaccare, che la sua flotta avesse ragione di quella avversaria. Il 5° giorno iniziò l'auacco alla parte centrale del passo, ma solo per accorgersi che i suoi uomini, privi di armature, non potevano competere con i Greci che, invece, ne erano dotati. Il giorno successivo l'attacco fu ripreso, con gli stessi deludenti risultati. La situazione del re persiano incominciava a farsi critica. Né l'esercito né la flotta riuscivano a forzare la difesa, ed i rifornimenti per il primo cominciavano a scarseggiare. A questo punto, se i Greci avessero potuto disporre di 16.000 uomini anziché di 8.000, molto probabilmente Serse sarebbe stato costretto a ritirarsi; e se ciò fosse avvenuto, sicuramente la flotta greca avrebbe assunto l'iniziativa. Serse era incerto sul da farsi, quando un uomo di Malide, Efialte , gli parlò del "sentiero che correva alle spalle delle Termopili, attraverso le montagne" (45). Intravista la possibilità di aggirare la parte centrale del passo percorrendo tale sentiero, Serse mandò "all'ora in cui si accendono le lampade" (46), ldarne e gli Immortali a provare il percorso. Essi marciarono tutta la notte, all'alba sorpresero il distaccamento dei Focidi vicino a Dracospilia e li sospinsero verso la montagna; dopo di ché, proseguirono. Più tardi alcuni esploratori - probabilmente focidi - raggiunsero Leonida e gli rife· rirono l'accaduto. Ciò che accadde poi non è certo. Secondo la ricostruzione fatta dal Grundy, Leonida divise il suo esercito in due parti; tenendo presso di sé (43) Molti storici hanno parlato di questo sentiero, ma pochi si sono trovati d'accordo circa la sua esatta topogra fìa. (44) La "Cambridge Ancient History" (Vol. IV , pag. 296) indica la posizione dei Focidi a Eleuterocori. (45) Erodoto, VII, 213. (46) lbid, VI!, 21 S.
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alle Termopili, gli Spartani, i T ebani ed i Tespiesi, inviò gli altri a bloccare il "sentiero nella foresta, prima che i P ersiani ne sbucassero in forze" (47), in maniera da mantenere aperta la propria linea di comunicazioni. Sembra che tale retroguardia sia arrivata troppo tardi oppure che, presa da panico, si sia ritirata; comunque sia andata, fatto sta che Leonida fu attaccato sulla fronte e sul retro e, rifiutando di arrendersi, cadde combattendo. La strada che, attraverso il passo delle Termopili, conduceva ad Atene, era aperta ai Persiani. Immediatamente Serse marciò verso sud, per imporre il proprio volere ad Ateniesi e Spartani e, cosi, por fine alla guerra con un trionfo. Il suo desiderio di regalità universale non chiedeva dj meglio ed a questo punto sembrava che niente potesse impedirgli di aggiungere l'intera penisola greca al suo impero. In Atene regnava la costernazione. Mentre gli alleati peloponnesiaci, invece di marciare in Beozia a fermare i barbari invasori, erano ancora intenti a fortificare l'Istmo, gli Ateniesi, anziché a rrendersi, presero la più eroica decisione della loro storia. Fortificarono l'Acropoli, evacuarono Atene e l' Attica e "sfollarono" le loro famiglie a Egina, Salamina e Trezene (in Epidauria, N.d.T.). Nonostante i problemi di questo esodo ed a dispetto del disinteresse spartano, Temistocle a veva ancora un asso nella manica: la flotta. Se la difesa delle Terrnopili dipendeva daJJe forze navali, doppiamente vi dipendeva quella dell'Istmo. Ma come bisognava impiegarle? Ad Artemisie, e più precisamente nel secondo scontro, l'errore era stato quello di ingaggiare un nemico numericamente superiore in mare aperto. Determinato a non ripetere l'errore, Temistocle portò la sua attenzione sullo stretto di Salamina. Ma, come nota il Grundy ... "se i Persiani avessero deciso dj ignorare la flotta greca a Salamina e di far rotta direttamente sull'Istmo, la situazione sarebbe diventata estremamente pericolosa" (48). Cosi, il problema dj Temistocle fu quello di trovare il modo di provocare l' attacco persiano nel punto da lui voluto. L'isola di Salamina si trova a sud della baia di Eleusi, e vi si giunge da est e da ovest attraverso due stretti bracci di mare: uno tra Salamina e Megara, l'altro tra il promontorio di Cinosura e l'accesso al Pireo. Quest'ultimo è diviso in due canali - il primo , occidentale, largo 800 m; l'altro, orientale, poco più di 1200 m. - dall'isoletta di Psittalia. Al fine di indurre i Persiani alla stessa manovra tattica effettuata ad Artemisie - imbottigliare, cioè, la flotta greca e catturarla piuttosto che distruggerla- Temistocle affrontò il rischio tremendo di lasciar sguarnito il ca nale tra Salamin a e Megara. (47) " The Great Persia n War", pag. 309. (48) Erodoto, pag.352
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Per difendere i due canali sopra menzionati, egli disponeva di 366 triremi e di 7 pentecòntori (49). Per un momento, ascoltiamo il giudizio di Tucidide su questo grande condottiero: "Temistocle fu uomo che mostrò i più sicuri segni del genio; egli ha senza dubbio diritto ad un'ammirazione straordinaria e senza paragoni. Per sua capacità innata, senza particolari conoscenze e senza preparazione culturale specifica, egli era ad un tempo il miglior giudice in quelle situazioni di crisi che non ammettono troppe discussioni ed il miglior pianificatore, anche a lungo termine. Abile nell'esposizione teorica di tutto ciò che rientrava nella sfera della sua esperienza, sapeva ben giudicare anche Iaddove aveva minor competenza specifica, come era capace di distinguere il bene ed il male di eventi futuri. Egli fu il più grande di tutti nel saper affrontare situazioni critiche" (50). Mentre Temistocle pianificava, Serse marciava. Egli raggiunse Atene, assediò l'Acropoli, la conquistò dopo un aspro combattimento e ne massacrò i difensori. Un tale inaspettato disastro gettò nel panico gli equipaggi delle navi greche che chiesero subito un consiglio di guerra. L'apprensione era tale che alcuni comandanti "non attesero neanche il voto del consiglio, salirono a bordo ed issarono le vele, come se dovessero andar subito allo scontro" (51). Temistocle, saputolo, persuase Euribiade a "lasciare le navi e riunire nuovamente i capitani a rapporto" (52). Quindi prese la parola: "Dipende da te, Euribiade, la salvezza della Grecia; ascoltami, e combatti il nemico qui, piuttosto che seguire il consiglio di coloro che vorrebbero vedere la flotta ritirarsi all'Istmo. Ascolta, ti supplico, e decidi. All'Istmo tu dovresti combattere in mare aperto, il che è un grande svantaggio per noi... l'esercito e la flotta persiani avanzeranno insieme e la nostra ritirata aprirà la via del Peloponneso, mettendo in pericolo tutta la Grecia. Se invece farai come ti suggerisco, avrai questo vantaggio: combattendo in uno stretto braccio di mare, con poche navi contro le molte avversarie, otterremo - se la battaglia seguirà il suo corso naturale - una grande vittoria. Combattere in spazi ristretti ci è favorevole, mentre il farlo in mare aperto Io è per loro ... Quando gli uomini seguono la ragione, possono conseguire il successo, ma quando si fanno prendere dall'istinto, Dio non segue il vagare della loro immaginazione''. Contro tale parere, Adimanto di Corinto esortò Euribiade a rifiutare. (49) Erodoto, pag. 354. (50) "The History of the Peloponnesian War by Tucidide", traduzione R. Crawley (1874), l, 138. (51) Erodoto, VIII, 56. (52) lbid., VIli, 58.
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Fig. 4- Campagne di Salamina e di Platea (480-479 a.C.)
Allora Temistocle, rivolto al comandante della flotta, giocò il suo asso vincente: "Se rimarrai qui e ti comporterai da uomo coraggioso - dissetutto andrà bene ... altrimenti ci imbarcheremo con le nostre famiglie e, così come siamo, ce ne andremo nei nostri territori d'Italia ... e tu, quando avrai perduto alleati quali noi siamo, ricorderai queste parole. A sentir ciò, ... Euribiade mutò parere ... perché temeva che, se avesse ritirato la flotta all'Istmo, gli Ateniesi se ne sarebbero andati con le loro
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navi e sapeva che, senza di loro, ogni speranza di vittoria sarebbe stata vana. Così Euribiade decise di restare e di combattere a Salamina" (53). Il giorno successivo, 22 settembre 480 a.C., vigilia della battaglia, Eschilo- che era presente- riferisce che Serse ricevette un messaggio dalla flotta greca. Esso diceva (54): "Allorché scenderanno le tenebre della cupa notte, i Greci non attenderanno e, ognuno per proprio conto, correranno alla spiaggia cercando la salvezza" (55). Quando Serse ricevette questo messaggio - probabilmente nel primo pomeriggio -ritirò l'ordine, già dato alla flotta, di prendere il mare eritardò la partenza sino al calar delle tenebre. Chi aveva mandato il messaggio e perché? Erodoto racconta che c'era tale e tanta insoddisfazione per la decisione di Euribiade di combattere a Salarnina che fu convocato un terzo consiglio di guerra per la mattina del 22 settembre. "Temistocle, resosi conto che gli alleati del Peloponneso avrebbero votato contro il suo parere, segretamente diede istruzioni ad un tale su ciò che doveva dire e, a bordo di un mercantile, lo inviò al nemico". Il messaggero disse a Serse: " Il comandante ateniese mi ha mandato a voi all'insaputa degli altri greci. Egli è favorevole alla vostra causa e preferirebbe vedere la vostra vittoria piuttosto che quella dei suoi compatrioti. Mi ha quindi pregato di riferirvi che i Greci sono in preda alla paura e che stanno preparandosi ad una fuga precipitosa. Dipende da voi il portare a terrnine l'opera. I Greci non riescono ad accordarsi e non vi opporranno valida resistenza; anzi, è già iniziata una contesa tra coloro che sono favorevoli alla vostra causa e quelli che, invece, vi sono contrari" (56). È comprensibile che Serse cadesse nella trappola, dato che già sapeva dei contrasti esistenti tra gli avversari. Come già detto, egli modificò subito il suo piano, decidendo di bloccare simultaneamente e di nascosto i due stretti di accesso a Salamina imbottiglian do cosi la flotta greca. Secondo Eschilo, l'operazione doveva essere effett uata durante la notte (57). Il contingente egiziano, forte di 200 navi, ricevette l'ordine di veleggiare intorno all'isola e di bloccare il passaggio occidentale, mentre il resto della flotta formava una triplice linea da sud del promontorio di Cinosura fino al Pireo. L'isola di Psittalia doveva essere occupata da truppe persiane. (53) Erodoto, Vlll, 60-62. (54) Dalla traduzione in inglese di Lewis Campbell (N.d.T .). (55) Eschilo, "The Persians", trad. di L Campbell (1890), pag. 63. (56) Erodoto, Vlll, 75. (57) Eschilo, "Tbe Persians", rigo 364.
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Sembra che tutte queste operazioni fossero completate all'alba del 23 settembre. I capitani greci - dimentichi della gravità della situazione - stavano ancora discutendo, quando furono improvvisamente interrotti dall'arrivo di Aristide, il rivale di Temistocle. Egli giungeva da Egina e, prendendo da una parte Temistocle, gli disse che "nonostante molti dei Corinzi ed Euribiade desiderino ritirarsi, non sono più in condizione di farlo; siamo circondati da ogni lato" (58). Temistocle gli chiese di parlare al Consiglio. Ed egli lo fece, ma gli Spartani rifiutarono di credergli sinché non arrivò una trirerni che aveva disertato la flotta persiana e che confermò quanto Aristide aveva detto; solo allora si convinsero che era ormai inutile discutere. Costretti al combattimento, i comandanti greci vi si prepararono rapidamente. Prima di tutto, fu inviata nel canale occidentale la squadra corinzia, a fronteggiare quella egiziana. Quindi, le restanti navi assunsero ordine di battaglia attraverso il canale, tra il paese di Salamina e la costa sotto I'Eracleio, alle pendici meridionali del M. Egaleo. Alla destra era Euribiade con 16 vascelli; alla sinistra gli Ateniesi, con oltre la metà delle navi disponibili; al centro i rimanenti alleati. Nascosta alla vista, la flotta persiana attendeva, schierata su 3 linee. Poco dopo, essa - onde poter doppiare Psittalia - passò alla formazione in file parallele, con i Fenici a destra e i Greci della Ionia a sinistra ma, non appena iniziata la manovra, o per l'eccessivo numero delle navi o per l'inesperienza degli equipaggi o per la forza del mare - o per tutte e tre queste cause combinate - le colonne si confusero ed erano ancora in disordine allorché i Greci serrarono le distanze ed ingaggiarono il combattimento. Nel "corpo a corpo" che ne seguì.furono i vascelli più agili ad avere la meglio, non i più pesanti. Le navi persiane che erano avanti furono subito spinte contro quelle che seguivano, aumentando la confusione, mentre le triremi ateniesi - più robuste - scorrevano lungo le fiancate di quelle nemiche strappando loro i remi così da renderle immobili e poterle spingere sino alla collisione con le retrostanti. Su ogni trirerne ateniese c'era un drappello d'abbordaggio costituito da 18 "fanti di marina" , 14 opliti e 4 arcieri. L'azione decisiva avvenne alla sinistra dei Greci, là dove gli Ateniesi e gli Egineti, remando sotto costa e sotto lo sguardo di Serse - che da una collina a nord del P ireo voleva osservare la resa della flotta greca - aggirarono i Fenici sulla loro destra e li sospinsero verso il centro dei Persiani, proprio dove l'esito del combattimento era ancora incerto essendosi i Greci avanzati troppo rapidamente, ed esposti ad un attacco sul fianco da parte dei Fenici. Gradualmente, l'onda della vittoria corse dalla sinistra alla destra della linea greca, (58) Erodoto, VIII, 79.
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sinché l'aggiramento del centro persiano ad opera degli Ateniesi e degli Egineti non portò una seria minaccia da tergo all'ala sinistra della flotta di Serse. Gli lonii, allora, iniziarono a ripiegare e ciò significò il termine del duro scontro durato 7 o 8 ore. Sembra che non vi sia stato inseguimento: probabilmente anche i Greci ne avevano avuto abbastanza! Aristide rastrellò Psittalia, i Persiani sconfitti tornarono al Falero ed i vittoriosi Greci a Salamina. Non vi sono attendibili computi delle perdite. Secondo Diodoro (59), i Greci persero 40 navi ed i Persiani 200, senza contare quelle catturate. Dal punto di vista tattico, Salarnina non fu una grande vittoria, ma strategicamente fu travolgente. Essa annullava all'origine il piano d'invasione persiano che consisteva nella stretta cooperazione delle forze di terra e di mare. Per Serse, non fu tanto grave la perdita della navi quanto quella del suo prestigio. Se la prima, infatti, poteva essere ripianata, la seconda diveniva impossibile in un impero eterogeneo tenuto assieme dall'autorità di un monarca assoluto. La sconfitta, inoltre, fu la premessa allo scoppiar di rivolte nelle terre conquistate, e specialmente tra i Greci della Ionia. Sino a Salamina, il potere navale persiano era stato incontrastato nell'Egeo sia per il numero delle navi che i Persiani potevano armare sia perché - dal tempo del fallimento della rivolta ionica - le basi navali lungo le coste orientali erano state sicure. Ora non lo erano più, dato che le triremi greche a Salamina non solo avevano schiacciato la flotta persiana, ma avevano fatto vacillare la fedeltà verso la Persia degli alleati della Ionia. Anche se in un primo momento nessuna delle due parti se ne rese conto, Salamina decretò la fine della supremazia navale persiana nell'Egeo, e senza di essa Serse non poteva alimentare un esercito di quelle dimensioni in un paese così povero come la Grecia. Le imponenti forze che aveva portato in Grecia dovettero essere ridotte, tanto da consentire ai Greci di sfidarle in campo aperto. Grundy dice: "Salamina fu la svolta della guerra. Platea fu il coronamento di Salamina" (60). Alla fine della battaglia, tutta l'attenzione di Serse fu rivolta a garantirsi i ponti sull'Ellesponto: se essi fossero stati distrutti dai Greci vittoriosi e dagli Ioni, tutto il suo esercito sarebbe stato perduto. Così, rimandò immediatamente la flotta in Asia per presidiare le coste orientali dell'Egeo e pochi giorni dopo marciò verso nord. Nel frattempo i Greci, vedendo l'esercito persiano ancora sulle sue posizioni, pensarono che anche la flotta fosse rimasta al Falero e non osarono andare ad accertarsene. Quando lo fecero, trovarono che essa aveva lasciato gli ormeggi; tentarono un inseguimento, ma giunti all'isola di Andro, desistettero, sbarcarono e tennero un consiglio di guerra. Temistocle pro(59) Diodoro, Xl, 19. (60) "The Great Persia n War", pag. 407.
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pose di andare all'Ellesponto a distruggere i ponti ma la sua proposta fu osteggiata da Euribiade dato che, se l'esercito persiano si fosse vista preclusa la via della ritirata in Asia, se non altro per sopravvivere avrebbe devastato la Grecia. La maggioranza si dichiarò con Euribiade e il progetto di Temistocle fu abbandonato. Quando seppe che la flotta greca era inattiva, Serse riprese coraggio. Egli si rese conto che ritirarsi dalla Grecia con tutto l'esercito sarebbe stato un disastro pari al morirvi, in quanto una sì grave sconfitta avrebbe scosso sin nelle fondamenta il suo impero. Decise di resistere in Grecia. Lasciò Mardonio in Tessaglia e Artabazo in Tracia e Macedonia con un corpo d'esercito (in queste regioni erano stati costituiti molti depositi e la linéa di comunicazione con l'Asia era breve) e con il resto delle forze si ritirò oltre l'Ellesponto, così da poter controllare ogni eventuale atto di ribellione. Secondo Erodoto, 300.000 dei migliori soldati dell'esercito persiano furono lasciati con Mardonio per rinnovare l'offensiva nel momento che lui avesse ritenuto più opportuno; anche se questo è un numero esagerato (61), qualunque fosse il dato reale era sicuramente sufficiente a permettere a Mardonio di riprendere l'iniziativa. Ma, senza l'aiuto della flotta, il problema dell'Istmo rimaneva irrisolvibile. Questo era sicuramente chiaro a Serse; così, egli pensò che miglior consiglio sarebbe stato quello di cercar di volgere a proprio favore le continue, interminabili discussioni fra le città greche anziché ricorrere alla forza. Ad Atene, l'anno 479 a .C. vide al comando un nuovo gruppo di generali. Temistocle - non sappiamo per quale motivo - non era stato rieletto, mentre lo erano stati due dei suoi oppositori politici, Aristide e Santippo. Queto significò la fortuna di Mardonio, dato che il comportamento passato dei due greci faceva pensare che avrebbero cercato una riconciliazione con i Persiani piuttosto che un'alleanza con gli Spartani. A Mardonio non rimaneva che convincerli: il problema dell'Istmo sarebbe stato risolto. All'inizio dell'estate del 479 a.C. il generale persiano mandò Alessandro di Macedonia dagli Ateniesi con un'offerta di perdono per il passato ed una proposta di alleanza con la Persia. Quando gli Spartani lo seppero si allarmarono, concordarono con gli Ateniesi di rifiutare la proposta, e promisero aiuti per un'offensiva comune. Mardonio allora cominciò a creare problemi nel Peloponneso. Sapendo che gli Argivi erano ostili agli Spartani, fece in modo che questi li attaccassero; così, quando i due contendenti fossero stati impegnati tra loro, egli sarebbe improvvisamente sceso dal nord e avrebbe occupato l'Istmo con un "colpo di mano". Il piano non funzionò . (61) Munro, in "The Cambridge Ancient History" (Vol. IV, pag. 317) ritiene fossero 120.000.
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Egli allora riprese il primo proggetto, modificandolo. Questa volta avrebbe tentato di far scoprire gli Spartani esercitando pressioni sugli Ateniesi. Mentre discendeva dalla Tessaglia cambiò direzione, marciò su Atene ed allo stesso tempo mandò un inviato a Salamina per riaprire i negoziati con gli Ateniesi, nella speranza di allarmare gli Spartani. Questa volta il suo piano riuscì: Aristide mandò subito dei messaggeri a Sparta chiedendo un intervento immediato, pena la rottura di ogni alleanza. L'effetto di tale minaccia fu che, pur se con notevole ritardo, un corpo di 5000 opUti e 35000 iloti armati fu inviato da Sparta all'Istmo agli ordini di Pausania, il reggente del giovane re Plistarco. Mardonio, che fino a quel momento aveva evitato di causare troppi danni ad Atene, diede fuoco alla città e si ritirò in Beozia, per attirare gli avversari in luoghi più adatti alla manovra della sua cavalleria. Quando arrivò ali' Istmo, probabilmente in luglio, Pausania innanzitutto radunò i vari contingenti del P eloponneso, poi passò il fiume Eleusi, dove fu raggiunto da Aristide con 8.000 opliti e un numero considerevole di arcieri. Dall'Eleusi, marciò fi no a Eritre ove, dal versante settentrionale del Citero, poteva osservare il campo fortificato di Mardonio sul fiume Asopo. Nonostante la posizione dei Greci non fosse ideale per azioni di cavalleria - essendo il terreno rotto e collinoso - Mardonio era impaziente di attaccare e voleva farlo prima che il nemico potesse rafforzarsi. Così lanciò l'intero suo corpo di cavalleria all'attacco, agli ordini di Masisto. Il risultato fu disastroso. Masisto fu colpito da una freccia, disarcionato e quindi ucciso. Per riprendere il suo corpo ebbe luogo un furioso combattimento , durante il quale i P ersiani ebbero ancora la peggio e furono costretti a ritirarsi. Nonostante si fosse trattato di poco più che di una scaramuccia, essa, tatticamente, ebbe un risultato di grande importanza. I Persiani dovettero constatare che, su un terreno irregolare, non conviene impegnare la cavalleria in uno scontro ravvicinato con la fanteria; i Greci, invece, si esaltarono al punto di credere di poter banere la cavalleria su qualsiasi tipo di terreno. Come si vedrà, il risultato di tutto questo fu che nella operazione successiva i Persiani furono eccessivamente prudenti e i Greci troppo audaci. Il successo contro la cavalleria persiana, la, mancanza di acqua a Eritre e, probabilmente, la difficoltà di organizzare un attacco contro l'ala destra dello schieramento persiano - che, se fosse riuscito, avrebbe permesso di tagliare le Unee di comunicazione di Mardonio con la sua base in Tebe persuasero Pausania a lasciare la sua ottima posizione e, approfittando anche della copertura offerta dalle colline, a spostarsi nella pianura di Platea, tra il paese omonimo e il fiume Asopo. Qui egli schierò l'esercito, con gli Spartani a destra, gli Ateniesi a sinistra e i rimanenti alleati - 19 contin-
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genti - al centro (62): in tutto, secondo Erodoto, 108.200 uomini (63). Dalla sua nuova posizione, se avesse attaccato senza indugio, Pausania avrebbe potuto facilmente manovrare contro il fianco destro persiano: è, quindi, sorprendente la sua inattività. Qualunque potesse essere stata la ragione, Mardonio, intuita ill,lmediatamente la mossa avversaria, fece uscire l'esercito dal campo e lo schierò, in linea, sulla riva opposta (queHa settentrionale) del fiume Asopo, direttamente di fronte ai Greci. SuHa sinistra c'erano i Persiani veri e propri, che fronteggiavano gli Spartani; i contingenti asiatici erano al centro e i Beoti e gli altri Greci delle terre assoggettate sulla destra, di fronte ad Ateniesi, Plateesi e Megaresi. Per ono giorni, cosi afferma Erodoto, i due eserciti si fronteggiarono. Ci si domanda il perché (64). Vi sono due probabili ragioni: - la cavalleria persiana era stata così "maltrattata", ad Eritre, dalla fanteria, che Mardonio preferiva attendere che il nemico si muovesse per primo e tentasse l'attraversamento dell' Asopo. Nonostante il fiume fosse in un periodo di magra, ciò avrebbe causato disordine nella formazione greca; e quello sarebbe stato il momento favorevole per l'attacco; - Pausania, non potendo più aggirare il fianco destro dei Persiani ed avendo vinto la battaglia precedente per aver mantenuta compatta la propria formazione, probabilmente preferiva lasciare aH'avversario l'iniziativa. L'ottavo giorno, un tebano, Timegenide, fece notare a Mardonio che attraverso i passi del Citerone - il più importante dei quali era quello di Driocefale - giorno dopo giorno continuavano ad arrivare rinforzi per i Greci e gli assicurò che avrebbe potuto fermarli. Il consiglio fu accettato e un rapido attacco di cavalleria a Driocefale riportò un successo immediato: un convoglio greco di provviste, composto di 500 animali da carico, fu colto sul passo e distrutto senza risparmiare né un uomo né un animale. Tale scorreria mostrò a Pausania l'irrazionalità della sua posizione; non possedendo la cavalleria poteva proteggere le sue vie di comunicazione soltanto arretrando ai passi. Inoltre, l'azione della cavalleria rianimò i persiani e durante i due giorni successivi vi furono molte scaramucce fra i due eserciti e sempre a sfavore dei Greci, i cui arcieri erano meno numerosi di quelli nemici . Impaziente di approfittare della insostenibile posizione dei suoi nemici, e probabilmente anche perché i rifornimenti per il suo esercito divenivano sempre più difficili, Mardonio studiò la possibilità di una offensiva generale nonostante il suggerimento di Artabazo di ritirarsi a Tebe e di cor(62) Per l'ordine completo di bauaglia, vds. Erodoto, lX, 28. (63) Vds~Erodoto , IX, 30. Munro stima 80.000 uomini dei quali 2/5 oplitj ("The Cambridge Anciem History", Vol. IV, pag. 324). (64) Vedi "The Cambridge Ancient History", Vol. IV, pag. 331. È una coincidenza il fano che anche a Maratona vi fu una pausa di 8 giorni?
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rompere i comandanti greci. Fidandosi più del suo esercito che del suo collega, egli decise per un attacco di cavalleria; ma questa volta usando armi da lancio, senza arrivare allo scontro ravvicinato con le fanterie. A quel punto, i Greci erano in formazione lineare a sud dell' Asopo, con gli Ateniesi a sinistra e gli alleati al centro: entrambi si approvvigionavano di acqua al fiume, nonostante il pericolo che ciò comportava per la vicinanza del nemico, mentre gli Spartani - schierati alla destra - disponevano della sorgente del Gargafia, ben sicura essendo alle loro spalle. Al primo attacco, la cavalleria persiana riuscì, con un nutritissimo lancio di giavellotti, a "tagliar fuori" Ateniesi ed alleati dall' Asopo così da costringere anche loro a ricorrere alla sorgente. Ma subito dopo gli Spartani dovettero indietreggiare, sia pur temporaneamente, sin dietro la sorgente stessa e quando avanzarono di nuovo la trovarono inquinata e, quindi, in utilizzabile (65). La posizione dei Greci - fattasi critica con la perdita della sorgente d'acqua - divenne impossibile da tenere. La mattina del secondo giorno dopo l'attacco, un consiglio di guerra decise di indietreggiare, durante la notte, in una zona detta l'" Isola", un tratto di terreno a circa un miglio a est delle rovine di Platea e tra due bracci del fiume Oeroe a sud di Gargafia. "Fu anche deciso - scrive Erodoto -che dopo aver raggiunto il posto ... avrebbero inviato, quella stessa notte, metà dell'esercito ... a liberare coloro che, mandati a procurare provviste, erano rimasti bloccati" (66). Pare che il ripiegamento fosse stato pianificato come segue: l'intero esercito doveva ritirarsi verso il Monte Citerone, dove avrebbe presidiato i tre passi: quello Platea-Megara, quello Platea-Atene e quello Atene-Tebe (Driocefale). Ma la manovra era complicata per tre fattori. ll primo era che i reparti inviati per i rifornimenti erano ancora circondati e dovevano essere liberati "al più presto". Secondo, tutto lo spostamento doveva avvenire di notte e quindi sarebbe stato lento, troppo lento per permettere alla sinistra e al çentro dell'esercito di raggiungere il Monte Citerone e di schierarsi prima dell'alba. Perciò, fu deciso di mandare indietro l'ala destra dell'esercito, gli Spartani, la più vicina ai passi - a liberare i reparti circondati; nello stesso tempo, gli Ateniesi avrebbero occupato una posizione intermedia sull"'Isola" tra il centro e l'ala sinistra. Tatticamente questa posizione si stendeva dalla cittadella di Platea alla strada Megara-Te be (una distanza di 2 miglia circa, un miglio da un lato ed uno dall'altro dal terrapieno centrale dell'"Isola"). Ecco ora il terzo fattore. Chiaramente, la cosa più semplice da fare era di arretrare sia il centro (gli alleati minori), sia l'ala sinistra (gli Ateniesi) lungo direzioni parallele, (65) Erodoto, IX, 49. (66) Erodoto, IX, 51.
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mantenendo le posizioni relative nello schieramento. Ma ciò avrebbe presupposto che gli alleati muovessero per ultimi, avendo minor distanza da coprire; e questo avrebbe violato l'etica militare. Così, si addivenne ad un "incrocio" nelle formazioni, con gli alleati che, arretrando, si portavano all'ala sinistra e con gli Ateniesi che andavano al centro. All'inizio del secondo turno di guardia la ritirata iniziò . Il centro dello schieramento greco indietreggiò verso la sua posizione tra Platea e il terrapieno e riuscì nell'intento, nonostante le critiche di Erodoto (67). Quando seppe che il centro era in movimento, Pausania ordinò alla sua ala destra di indietreggiare, ma uno dei comandanti in sottordine, Amomfareto - un tipico stupido spartano - rifiutò di muoversi affermando che una ritirata in faccia al nemico era disonorevole. La conclusione fu che la maggior parte della notte fu sprecata per le classiche discussioni greche e soltanto all'alba Pausania si incamminò, lasciando Amomfareto indietro. Anche gli Ateniesi dovettero ritardare il loro spostamento, per essere in sincronia con quelJo di Pausania. Poco dopo l'inizio della ritirata, Amomfareto- la causa di tutti questi ritardi - si ritrovò isolato e si affrettò ad accodarsi all'ala destra. Proprio al momento giusto: la cavalleria persiana stava iniziando l'attacco. Sfortunatamente per gli Spartani, il ritardo impedì loro di raggiungere i terreni collinosi e si ritrovarono in una zona aperta, leggermente in pendenza, in ogni modo favorevole alla cavalleria avversaria, il cui scopo evidentemente era quello di impegnarli prima che potessero raggiungere i pendii rocciosi del Citerone e di trattenerli fino all'arrivo della loro fanteria. Mardonio lasciò che la sua ala destra muovesse contro gli Ateniesi - ancora molto indietro - e, ordinato alla fanteria di sostenere gli attacchi della cavalleria, mise in movimento tutto il centro dello schieramento, composto dalle truppe asiatiche. Pausania vide che la maggior parte dell'esercito nemico si stava muovendo direttamente contro di lui e mandò un messaggio urgente agli Ateniesi perché accorsero in suo aiuto. Invano: l'ala destra persiana stava marciando su di loro! Così Pausania e i suoi uomini dovettero, da soli, fronteggiare la gran parte dell'esercito persiano. La cavalleria persiana, usando la tattica del lancio a distanza, mise rapidamente gli Spartani in una posizione insostenibile; e mentre ferveva il combattimento sopraggiunse la fanteria persiana, sostituì la cavalleria e costituì un "bastione di scudi di vimini da dietro i quali tirava nugoli di frecce che affliggevano gli Spartani" (68). A questo punto Mardonio fece l'errore cruciale che gli costò la battaglia e la vita. Invece di lasciare molto spazio dietro i suoi arcieri per consentir loro di indietreggiare e di avanzare nuovamente in modo da mantenere una fronte tatticamente elastica, egli fece ser(67) Erodoto, IX, 53. (68) Erodoto, IX, 61.
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rar sotto le truppe asiatiche. A lungo andare i presagi si rivelarono veri: quando Pausania si accorse dell'avvicinamento degli asiatici, si rese conto che quello era il momento adatto per contrattaccare. I suoi opliti, abbattuti i bastioni di scudi, sospinsero gli arcieri contro gli asiatici. Ne seguì una lotta furibonda. " l barbari" scrive Erodoto "più volte trattennero i rincalzi greci e li dispersero, dato che in audacia e in combattività i Persiani non erano inferiori a nessuno; ma non avevano scudi, non erano addestrati ed erano molto inferiori al nemico in esperienza c in armamento. A volte singolarmente, a volte in gruppetti di dieci, più o meno , si lanciavano in avanti verso gli Spartani e perivano". Erodoto continua dicendo: "La lotta era più cruenta là dove Mardonio, che montava un cavallo bianco, circondato dai più coraggiosi di tutti i Persiani, i miJle uomini scelti, si batteva. Fintanto che egli fu vivo, il suo drappello resistette a tutti gli attacchi e inflisse non poche perdite agli Spartani; ma ~uando Mardonio cadde, i superstiti, loro che rappresentavano la maggiore forza dell'esercito, si arresero agli Spartani e presero a fuggire. Le leggere ar-
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mature e la mancanza di scudi furono loro fatali: dato che dovevano battersi contro uomini ben armati, mentre loro non avevano niente per proteggersi" (69). Così "Pausania, figlio di Cleombroto . .. ottenne una vittoria che supera in gloria tutte quelle che la nostra mentte può ricordare" (70). Il gjorno della vittoria fu probabilmente il27 agosto 497 a.C. Nel frattempo che cosa era accaduto agli Ateniesi ? Quando ricevettero l'urgente messaggjo di Pausania, cambiarono immediatamente direzione e si avviarono verso la posizione degli Spartani. Ma i Beoti e i Greci delle terre conquistate li attaccarono dalla sinistra, costringendoli a formare un fianco difensivo. Seguì un duro combattimento che finì con i Beoti dispersi in disordine verso Tebe. Nello stesso momento, le truppe alleate - che si erano ora venute a trovare alla sinistra della posizione dell"'Isola" e che ancora non avevano preso parte alla lotta - vista la mischia, si mossero rapidamente in avanti su due colonne. Nella piana sottostante una di esse fu attaccata dalla cavalleria tebana e perse 600 uomini dando luogo all'unica grave sconfitta subìta dai Greci in questa straordinaria battaglia. Circa le perdite non si sa molto. Erodoto dice: "Dei 300.000 uomini che componevano l'esercito (persiano) ... non più di 3000 sopravvissero alla battaglia". Egli, inoltre, afferma che morirono 91 Spartani, 16 Tegeati e 52 Ateniesi (71). Nel suo saggio sulla vita di Aristide, Plutarco dice che in tutto i Greci persero 1360 uomini (72). Dieci giorni dopo la vittoria, i Greci giunsero a Tebe e, dopo aver subìto 20 giorni di assedio, la base di Mardonio cadde e i Persiani si arresero senza porre condizioni. Lo stesso giorno in cui si combatteva la battaglia delle Termopili, secondo Diodoro (73), Gelone, tiranno di Siracusa, sconfisse Amilcare ad lmera (vicino a Termini), ottenendo una vittoria che protesse la Sicilia dagli attacchi cartaginesi per ben 70 anni. Inoltre la flotta greca, che abbiamo nominato per l'ultima volta ad Andro, non rimase inattiva. In un certo momento, non meglio precisabile, dell'estate del 479 a.C., quando giunse un appello dagli abitanti dell'isola di Samo per aiutare i Greci della lonia che volevano nuovamente ribellarsi, essa ricevette l'ordine di portare la guerra nelle acque nemiche. In quel momento era a Delo, agli ordini del re spartano Leoticide. (69) Erodoto., IX, 62-63 (70) Ibid., IX, 64. (71) lbid., IX, 70. buna stima assurda. (72) "Plutarcb's Lives", trad. di Bernadotte Perrin (1914), XIX. (73) Diodoro, XI, 24; Erodoto (VII, 166) dice nel giorno in cui si combatté a Salamioa.
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Quando partì per Samo, le navi persiane furono ritirate aMicale, dove Serse avevano approntato un numeroso esercito agli ordini di Tigrane per controllare le città delle lonia. A Micale le navi furono tirate in secca e furono costruite delle fortificazioni per proteggerle. Ma Leoticide sbarcò i suoi fanti e gli opliti a circa 20 miglia da Micale; quindi marciò verso la posizione persiana, l'assali con l'aiuto dei Greci della Ionia e, infine, incendiata la flotta persiana, tornò a Samo. Fu deciso poi che la flotta andasse nell'Ellesponto a recidere i cavi dei ponti e a occupare Sesto, città chiave della Tracia e testa di ponte persiana in Europa. Ma Sesto era molto ben fortificata e agli Spartani non piacevano gli assedi; così Leoticide tornò indietro lasciando il compito a Santippo, il comandante ateniese. I Persiani resistettero dall'autunno sino ad inverno inoltrato, e cedettero soltanto per fame . Artabazo, invece di andare a liberare la città di Sesto, si ritirò a Bisanzio e attraversò il Bosforo per tornare in Asia. Così terminò la prima grande lotta fra Asia ed Europa della quale si abbiano buoni riferimenti e testimonianze. Per quanto riguarda la condotta della guerra, la prima cosa che colpisce è la enorme sirnilitudine tra quella adottata nel V secolo a.C. e quella odierna; anche gli errori dei contendenti erano frequenti come lo sono oggi! La creazione di un diversivo nel Mediterraneo centrale ottenuto spingendo i Cartaginesi contro i Greci della Sicilia, mostra che i Persiani erano perfettamente a conoscenza dell'importanza della strategia. Anche ammettendo che il piano diversivo non fosse di fondamentale importanza, in quanto incerto, la combinazione di flotta ed esercito non lascia alcun dubbio sul fatto che tanto i Persiani quanto i Greci avevano intuito l'importanza di azioni coordinate fra mare e terra così come viene concepita ai nostri giorni. Inoltre, lo strumento bellico messo in campo da entrambe le parti doveva essere di primissimo ordine. L'esercito che Serse portò in Europa forse non contava più di 100.000 uomini, ma fu capace di operare in un paese senza strade e a 800 miglia dalle sue basi in Asia; questo prova che la logistica doveva essere superbamente organizzata. Per quanto riguarda Pausania, l'aver saputo approvvigionare, in un terreno montagnoso, un esercito di 80.000 uomini - o anche molti di meno - è di per sé prova di grande capacità. Gli errori tattici furono quelli che hanno commesso anche altri soldati su molti campi di battaglia: l'affidamento su masse di uomini non ben addestrati, sperando di poter sopperire alla qualità con la quantità, la mancanza di valutazione del potenziale delle armi, così come una cattiva applicazione delle armi ai terreni sui quali si combatteva e alle condizioni tattiche del momento. Ma, sopra tutto, la guerra mostrò che il fattore psicologico, il morale dei soldati e il prestigio dei comandanti fu, e tuttora rimane,
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un fattore determinante. Fu la perdita di prestigio che non solo bloccò l'espansione ma minò le fondamenta dell' impero persiano e, come accadde a molti imperi precedenti e successivi, portò alla sua rovina. Fu sempre il prestigio ottenuto dai Greci a Salamina ed a Platea che permise loro di iniziare uno stupefacente cammino. Il professar Bury scrive: "Gli uomini crebbero all'improvviso, rendendosi conto dell'importanza storica delle loro esperienze. i grandi poeti di quei tempi ne parlavano nelle loro canzoni; i grandi scultori si ispiravano a loro ... Nell'aria fluttuava l' idea che la guerra di Troia era un evento precedente dello stesso dramma, che i guerrieri di Salamina e Platea stavano combattendo per la stessa causa per cui gli eroi si erano battuti con Ettore nella pianura di Troia" (74). Queste battaglie rappresentano la soglia del mondo occidentale; un mondo che l'intelletto greco conquisterà e influenzerà in modo fondamentale per molti secoli a venire. Quindi si può dire che non vi siano altre battaglie nella storia importanti quanto Salamina e Platea; sono come colonne di un tempio sulle quali si basa l'architettura del mondo occidentale.
(74) "A History of Greece", di J. B. Bury (ediz. 1951), pagg. 284-285.
CAPITOLO II
La lotta per la supremazia in Grecia
Quadro storico La supremazia nell'Egeo ottenuta con la vittoria di Salamina non significava, per gli Ateniesi, l'acquisizione del potere marittimo. La loro flotta aveva salvato la Grecia, ma non aveva protetto la città dall' invasione, in mancanza di adeguate fortificazioni e di ancoraggi vicini e ben difesi. Di conseguenza, gli Ateniesi si sentivano strategicamente dipendenti da Sparta; condizione questa che - secondo Temistocle - non avrebbe mai più dovuto ripetersi. Dopo Platea, allorchè tornarono sulle ceneri della città, essi si misero all'opera per ricostruirla a guisa di fortezza e per rendere il Pireo una base navale ben munita. Causa il continuo incremento dei commerci marittimi, tale ultima opera era divenuta essenziale per assicurare i rifornimenti alla popolazione dell'Attica in rapido aumento. La maggior parte del grano necessario proveniva dall'Ucraina ed era vitale, per Atene, mantenere aperta la rotta del Ponto; per garantirne la sicurezza, nell'inverno del 478 a.C. -su consiglio di Temistocle- fu costituita una "Lega" navale che, capeggiata da Atene stessa, comprendeva le città-stato greche dell'Asia Minore e dell'Egeo. La tesoreria fu posta nel tempio di Apollo nell'isola di Delo, per cui essa divenne nota come la " Lega di Delo" . Atene, che aveva il predominio economico, gradualmente cercò di trasformare l'alleanza in "impero". Scopo della Lega - che doveva divenire la rivale di quella Peloponnesiaca -era quello di liberare tutte le città greche dell'Asia Minore e della costa della Tracia: l'offensiva era la sua naturale vocazione. Tale politica espansionistica fu osteggiata da Cimone, figlio di Milziade, capo del partito conservatore, che favoriva uno stretto legame con Sparta e che riusci nel 470 a.C. circa- a far decretare l'ostracismo per Temistocle (poi accusato di alto tradimento e costretto a fuggire prima a Corfù e poi a Susa)
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divenendo così il più potente cittadino di Atene. Ma proprio a lui la Lega di Delo affidò la condotta della guerra contro la Persia. Eliminati i presidii nemici suJJe coste della Tracia, nel468 a.C. egli sconfisse l'esercito e la flotta persiana in una duplice battaglia alla foce dell'Eurimedonte, in Panfilia, nella quale distrusse 200 navi e conquistò numerose città costiere della Caria e della Panfilia stessa. Cimone propugnava una politica di alleanza con Sparta; ma il popolo ora gli era contrario e, nel 462 a.C., gli decretò l'ostracismo. La lega anti-persiana così si dissolse, ed Atene si alleò con la Tessaglia c con Argo, che era la più potente rivale di Sparta nel Peloponneso. Ciò portava direttamente al conflitto con Sparta, anche in virtù della concorrenza commerciale che si era stabilita tra Atene, Corinto ed Egina. Con l'ostracismo di Cimone, il partito democratico trovò il suo nuovo leader in Pericle, figlio di Santippo, il vincitore di Micale. Egli riteneva più giusto basare il potere politico su uomini liberi da convincere anziché su schiavi da comandare; desiderava costruire l'egemonia ateniese che Ternistocle tanto aveva sognato; voleva trasformare Atene in una testimonianza vivente della vittoria sui Persiani face.ndola divenire la più bella città del mondo. Dei suoi tanti progetti, il più importante era la ristrutturazione del Pireo, che realizzò su pianta rettangolare. Inoltre, unì il Pireo stesso ad Atene per mezzo di un corridoio protetto da entrambi i lati da mura fortificate, lungo 4 miglia e mezzo, terminando il grandioso lavoro nel 457 a.C. La città fu così dotata di una formidabile base per la sua flotta militare e mercantile. Il primo atto di guerra fu compiuto nel 458 a .C. In quell'anno Atene strappò Lepanto ai Locritani per ottenere ii controllo del golfo di Corinto e per soffocare il commercio dei Corinzi con l'Italia e la Sicilia. Successivamente, i Megaresi lasciarono la Lega Peloponnesiaca e si posero sotto la protezione di Atene, il che consentì a questa città di disporre di una zonacuscinetto contro attacchi spartani dall'Attica. In quel momento, Pericle poteva disporre di 13.000 opliti, di 16.000 armati a presidio delle fortificazioni, di 1.200 cavalli, di 1.600 arcieri e di 300 triremi. Dopo un iniziale insuccesso ad Argoli (costa nord-orientale del Peloponneso- N.d.T.), egli ottenne una vittoria navale nel Golfo Saronico ed assediò Egina da terra e dal mare. Poco dopo Inaros, re di Libia, sollevò un'insurrezione anti-persiana in Egitto e chiese un aiuto agli Ateniesi, che subito gli fu concesso da Pericle il quale- impegnato su due fronti - sperava, aiutando Inaros, di costringere i Persiani a trattare con la Lega di Delo. Duecento navi furono inviate in Egitto. e con il loro aiuto Inaros catturò Menfi, esclusa la cittadella. A questo punto, Sparta ritenne che il momento di intervenire fosse ve-
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Fig. 7 - Fortificazioni di Atene e del Pireo nuto. Convinti i Beoti ad entrare nella Lega del Peloponneso, 1.500 opliti spartani e 10.000 soldati alleati furono inviati in Beozia per minacciare Atene da nord. Scontratisi con gli ateniesi a Tanagra (457 a.C.), essi ottennero la vittoria, ma nonostante ciò, la battaglia salvò Atene: gli alleati di Sparta, infatti, subito dopo la vittoria si ritirarono. Due mesi dopo, i Beoti furono sconfitti a Enofita dagli Ateniesi, che poterono estendere il loro dominio su tutta la regione, eccezion fatta per Tebe. Prima del finir dell'anno, le "grandi mura" furono terminate e l'assedio di Egina fu concluso vittoriosamente. Così, la potenza di Atene giunse al suo zenith: tutte le terre, dall'istmo di Corinto al Golfo di Malide, erano state sottomesse. Ma il corso degli eventi cambiò rapidamente. Nel456 a.C. la spedizione in Egitto volse a disastro. Cacciati da Menfi dai Persiani, i rivoltosi di Inaros furono assediati nell'isola di Prosopitide, che si trova tra due rami del Nilo e, dopo 18 mesi di combattimenti, furono annientati . I Greci persero 250 navi e 50.000 uomini, nella più grave sconfitta navale mai subìta. Per poter salvare il tesoro della Lega, che si trovava a Delo, da un attacco persiano, e - probabilmente- per poter mantenere un saldo controllo sui membri, esso fu trasportato ad Atene.
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LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Scoppiata, infine, una rivolta in Tessaglia, le truppe ateniesi inviate per sedarla furono costrette a ritirarsi. I contendenti, a quel punto, erano tanto fiaccati dalla guerra che nel 452 a.C. Cimone- rientrato ad Atene al termine del suo periodo di ostracismo- negoziò una tregua di 5 anni con la Lega del Peloponneso. Dopodichè, nel 448 a.C., "la pace di Callia" (l) pose termine al conflitto con la Persia, durato ben 32 anni. Ma altre rivolte scoppiarono, prima in Beozia - che fu perduta per Atene - e quindi in Eubea ed a Megara. Tali eventi persuasero Atene che il momento di porre fine alle ostilità era venuto. Nel 445 a.C. fu firmata una pace di trent'anni. Durante i primi sedici anni di tale periodo, Pericle si dedicò a consolidare la Confederazione ed a rendere Atene la regina dell'EIIade, perseguendo un programma volto alla creazione di un'unione religiosa che abbracciasse tutti i Greci sotto la guida spirituale di Atene. Tornava cosl a sorgere l'ideale di una monarchia universale; ma era un sogno impossibile a realizzarsi, sia perché i tributi imposti da Pericle per abbellire Atene non erano affatto graditi agli altri stati, sia perché le condizioni per addivenire ad un tale vasto disegno imperiale stavano completamente svanendo. I motivi di ostilità tra Atene e Sparta non erano ancora scomparsi e molti stati greci vedevano nel dominio di Atene una seria minaccia alla loro indipendenza. La tensione era tale che bastava una scintilla per provocare la seconda guerra del Peloponneso. Nel435 a.C., Corcira si separò da Corinto e chiese aiuto ad Atene. Essendo essa la "chiave" occidentale delle rotte per l'Italia e la Sicilia, era ben chiaro ad Atene che - se avesse potuto controllarne la potente flotta - avrebbe di conseguenza ottenuto la supremazia navale nel Mar Ionio e quindi, minacciando i convogli di grano provenienti dalla Sicilia, un predominio politico sugli stati del Peloponneso. Per tali considerazioni, essa inviò a Corcira 30 navi che, nel 433 a.C., ne salvarono la flotta durante la battaglia di Sibota. Dopodiché Potidea, una vecchia colonia corinzia ora tributaria di Atene, si ribellò: i Corinzi chiesero a Sparta di dichiarare la guerra. Dopo vari tentativi di scongiurare il conflitto, la scintilla scoccò nel marzo del 432 a.C. allorché i Tebani, di sorpresa, attaccarono Platea. Per difendere l'alleato, Atene inviò subito un corpo di esercito in Beozia. La guerra divenne generale. La strategia di Pericle prevedeva la difensiva in terra e l'offensiva per mare, basandosi sulle imprendibili fortificazioni Atene-Pireo e sulla potenza della flotta da battagUa. Ogni qual volta, infatti, una minaccia si profi(l) Callia era cognato di Cimone (N.d.T.).
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lava, gli abitanti dell'Attica si rifugiavano tra le Grandi Mura, mentre la flotta devastava le coste nemiche e ne stroncava i commerci. Ma non appena la guerra iniziò, un evento imprevedibile rivoluzionò tutti i calcoli. Nel 430-429 e, ancora, nel 427-426 a.C. una tremenda pestilenza colpì Atene: tra le sue vittime vi fu anche Pericle, che morì nel 429. Per la particolare strategia seguita, egli si dimostrò insostituibile. I destini della città passarono nelle mani di Cleone, un uomo del popolo che commise il fatale errore di tramutare una guerra essenzialmente difensiva in una d'attacco. Nel 428 a.C. Mitilene si ribellò e l'anno seguente Platea, dopo un lungo assedio, cadde nelle mani dei Beoti. La guerra si estese quindi alla Sicilia, ed una squadra ateniese fu inviata nello Ionio a intercettare i convogli di grano diretti in Peloponneso. Secondo Tucidide, tale azione aveva. anche lo scopo di "sondare la possibilità di sottomettere la Sicilia" . La guerra continuò, con i suoi alti e bassi, sino al 425 a.C. Cleone guadagnò prestigio e gloria catturando un corpo di Spartani nell'isola di Sfacteria; ma due anni dopo- mentre in Tracia contrastava gli Spartani di Brasida - fu sconfitto sotto le mura di Anfipoli e cadde in battaglia insieme al suo avversario. La morte dei due capi rimuoveva il principale ostacolo a trattative di pace. Ad Atene, Nicia, leader del partito aristocratico, fu incaricato di discuterne i termini con Pleistone, re di Sparta. Il risultato fu il trattato - detto, appunto, di Nicia - secondo il quale Atene rinunciava a quasi tutti i territori conquistati durante la guerra, mentre Sparta abbandonava Anfipoli ed alcune altre città che, pur divenendo indipendenti, restavano tributarie di Atene. I Corinzi, i Beoti ed i Megaresi non nascosero la loro insoddisfazione per il trattamento ricevuto.
L ,assedio di Siracusa (415 - 413 a. C.) e la battaglia di Egospotami (405 a. C.)
Non appena conclusa la pace di Nicia, gli Argivi, avendo rifiutato di rinnovare il loro trentennale trattato di amicizia con Sparta e sentendosi minacciati dall'avvenuta unione tra Spartani e Beoti- le due maggiori potenze militari greche del momento - inviarono ad Atene plenipotenziari per stipulare una quadruplice alleanza, indudendovi l'Elide e Mantinea. Allorché gli Spartani ne vennero a conoscenza, mandarono anch'essi ambasciatori ad Atene. Di fronte all'alternativa, Nicia, che aveva propugnato l'alleanza con Sparta, esortava i cittadini a tener fede a tale decisione, ma era contrastato da un giovane aristocratico, Alcibiade, che, nonostante la giovane età, era stato eletto generale. Nato nel450 a.C., cresciuto nella casa di Pericle, bell'uomo, di straordinaria abilità, ricco, egli era tuttavia egoisita, avventato, dissoluto e sprezzante dell'amicizia. Dominato dalla ricerca del proprio interesse, non teneva in considerazione alcuna il bene pubblico; così, ingannò furbescamente gli emissari spartani e li coprì di ridicolo. Ma la sua astuzia piacque al popolo e nel luglio del 420 a.C. fu firmato d!a Atene un trattato di alleanza per 100 anni con Argo, Elide e Mantinea. · Alcibiade fu ri-eletto generale, in riconoscimento dei suoi meriti nell'aver propugnato tale unione e, forte di tale successo, si dedicò a convincere gli Argivi a provocare la città di Epidauro, facente parte della Lega del Peloponneso. Nonostante quest'atto di aggressione fosse mitigato dal ritorno al potere di Nicia, l'alleanza con Argo fu mantenuta e gli Spartani non potettero fare a meno di mandare un esercito in aiuto di Epidauro. Gli Ateniesi protestarono, accusando gli avversari di aver violato la pace, ma ciò nonostante l'esercito spartano al comando del re Agis marciò nel territorio Argivo, pur senza assumere iniziativa alcuna sinché non giunse, in aiuto di Argo, l'esercito ateniese. Fu Io scontro (418 a .C.): a Mantinea, Ateniesi e Argivi
L' ASSEDIO DI SIRACUSA (415 • 413 u.C.) E LA BAITACLIA DI EGOSPOTAMI (405 a.C.)
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furono annientati. La vittoria restituiva, intero, il loro prestigio agli Spartani. Gli Ateniesi si ritirarono da Epidauro, la quadruplice alleanza si dissolse, Argo fu costretta a stipulare un trattato di pace di 50 anni con Sparta. Questi ed altri avvenimenti portarono alla proposta di ostracismo per Nicia, ed Alcibiade, allarmato, si schierò dalla sua parte. L'anno successivo, dopo un tentativo fallito di instaurare l'oligarchia ad Argo, questa città riaffermò la democrazia e - per opera di Alcibiade- rinnovò l'alleanza di 50 anni con Atene. Nel giugno del416 a.C., un'ambasceria giunse ad Atene da Segesta (vicino ad Alcamo) in Sicilia, invocando un intervento contro la città di Selinunte, e quindi contro Siracusa, teso ad arrestare l'espandersi dell'egemonia spartana nell'isola. Avendo ricevuto garanzie circa la "copertura" del costo della spedizione- ed avendola fatta constatare in Ioco, con un'ispezione al tesoro di Segesta da parte di propri emissari - l'assemblea ateniese fu convinta da Alcibiade ad inviare in Sicilia 60 navi al comando di tre generali: Nicia, Lamaco ed Alcibiade stesso. Nicia si oppose a tale decisione, osservando come fosse imprudente intraprendere una campagna in terre così lontane quando la guerra, in ogni momento, poteva nuovamente scoppiare in Grecia, ma AJcibiade, "ansioso di ottenere un comando con il quale sperava di sottomettere la Sicilia e Cartagine e di ottenere riconoscimenti e ricchezza" (2) sostenne l'impresa e facendo leva sull'emotività del popolo disse: "Non è piacevole dover schivare i colpi di un avversario più potente e spesso è preferibile sferrare il primo colpo per prevenirlo. Noi non possiamo dire sin dove l'impero potrà estendersi; abbiamo raggiunto una posizione nella quale non possiamo !imitarci a difenderlo, bensì dobbiamo cercare di ampliarlo perché se cesseremo di dominare gli altri, correremo il pericolo di essere dominati noi stessi" (3). Nicia ritenne che l'unica maniera per influire sull'opinione pubblica fosse quella d'esagerare nella pianificazione della spedizione, sottolineando come le forze dovessero essere straordinariamente consistenti, ma il popolo divenne più impaziente che mai ed il suo entusiasmo così grande che "i pochi di opinione contraria temettero, manifestandola, di apparire poco patriottici, e tacquero"(4). I preparativi procedevano spediti allorché, poco prima che la flotta prendesse il mare, tutti i busti di Hermes (5) che si trovavano nei templi ed agli ingressi delle case private, furono decapitati in una sola notte. Seb(2) "The History of the Peloponnesian War" di Tucidide, trad. di R. Crowley (1874), VI, 15. (Vi sono molte edizioni italiane. N.d.T.). (3) Tbid., VI, 18. (4) Tbid., VI, 25. (5) Dio greco conosciuto dai roman i come Mercurio (N.d.T.).
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bene gli autori restassero ignoti, i sospetti si appuntarono su AJcibiade il quale chiese di essere subito processato; ma i suoi avversari, temendo che l'esercito- in caso dj condanna di Alcibiade- si schierasse dalla sua parte, ottennero di dilazionare il giudizio sino a quando Alcibiade non fosse giunto in Sicilia "nell'intento di chiamarlo a rispondere di accuse più gravi, che si sarebbero potute manipolare meglio in sua assenza" (6). Nel giugno del 415 a.C. la flotta da battaglia uscì dal Pireo e diresse su Corfù, ove il resto delle forze alleate attendeva all'ancora. Da qui, la spedizioQ.e fece rotta sull'Italia: essa comprendeva 134 trirerni (l 00 ateniesi); 130 trasporti; 5100 opliti (1500 ateniesi); 1300 arcieri, lancieri e frombolieri; 30 cavalli. La forza complessiva ammontava probabilmente a 27000 tra Ufficiali, soldati e marinai (7); il supporto logistico era trasportato da 30 navi da carico, da 100 mercantili vari e da "altri vascelli che seguivano volontariamente l'armata intravedendo possibilità di commerci" (8). A Reggio le truppe sbarcarono e lì vennero a sapere che Segesta non aveva in cassa più di 30 talenti e che gli inviati ateniesi erano stati completamente ingannati. A Siracusa si era dato poco creruto alla notizia che l'obiettivo della spedizione era la Sicilia, anche se Errnocrate, uno dei generali, pensandola diversamente, insisteva per una reazione immediata: "Se noi Siciliani tutti insieme, o almeno la maggior parte di noi, ci unissimo - egli disse - e mandassimo le nostre flotte con autonomia di due mesi ad incontrare gli Ateniesi a Taranto o al promontorio lapigeo (S. Maria di Leuca) e mostrassimo loro che prima di venire a combattere in Sicilia debbono lottare per attraversare lo Ionio, potremmo demoralizzare la loro armata ... Secondo me, basterebbe tale minaccia per convincerli a non salpare da Corfù ... o, confusi da questa inattesa circostanza, a richiamare la spedizione, specialmente visto che il loro più esperto generale, che · ha assunto il comando controvoglia, non aspetterebbe altro che una seria dimostrazione da parte nostra per poter averne un motivo ... e ricordate tutti voi che il disprezzo per uno che ci attacca si mostra meglio con il coraggio e l'azione, ma che per ora non resta che procedere _a prepararsi per fronteggiare la minaccia, e farlo come se essa fosse reale" (9). Pochi Io ascoltarono, e meno di tutti Atenagora, il leader popolare; e fu soltanto quando, costernati, seppero che gli ateniesi erano a Reggio, che i Siracusani corsero alle armi. Nel campo ateniese, dopo la beffa di Segesta, si tenne un consiglio di guerra durante il quale Nicia propose di effettuare un'azione dimostrativa della potenza ateniese e, quindi, di rientrare in Grecia. (6) Tucidide, VI, 29. (7) "The Cambridge Ancient History", Vol. V, pag. 287. (8) Tucidide, VI, 44. {9) Tucidide, VI, 34.
L'ASSEDIO DI SIRACUSA (41S • 413 a.C.) E LA BATTAGLIA DI ECOSPOTAM I (405 a.C.)
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Alci biade si oppose, considerando pari ad una disfatta il reimbarco delle truppe e propugnando un'azione politica intesa a istigare contro Siracusa le città siciliane che le erano nemiche. Poi venne il turno di Lamaco, che suggeriva un immediato attacco alla città ancora impreparata. In un discorso memorabile, egli disse: "Ogni esercito è ternibile al primo impatto; se si lascia trascorrere il tempo, l'uomo riprende coraggio e diviene indifferente a quanto prima gli incuteva timore. Attaccando subito, mentre Siracusa ancora trema per il nostro arrivo, avremo le più alte probabilità di vittoria, gettando nel panico la popolazione con il nostro numero - che non sarà mai tanto consistente come ora - con la previsione del disastro e soprattutto con l'immediato pericolo dello scontro" (10). Nonostante queste audaci parole, prevalse l'opinione di Alcibiade e furono intrapresi vari tentativi - tutti poi risultati vani - per convincere le città siciliane a sollevarsi contro Siracusa. Nessuna, di una qualche importanza, si dimostrò "amica" di Atene ed anche Catania, con la quale i rapporti erano sempre stati buoni e nella quale si voleva stabilire una testa di sbarco in Sicilia, dovette essere conquistata a mano armata. P oco dopo che gli Ateniesi si erano stabiliti in quest'ultima città, arrivò l' ordine per Alcibiade di rientrare immediatamente ad Atene per presentarsi ai giudici. Egli obbedì, ma quando la nave su cui si era imbarcato (la "Salaminia") sostò a Turi, nel sud dell' Italia, fuggi, riuscì a trovare una nave diretta al Peloponneso e si recò a Sparta. "E gli ateniesi lo condannarono a morte per diserzione, insieme ai suoi compagni" (Il). Nicia e Lamaco erano ora liberi di condurre la campagna secondo il loro volere. I Siracusani, non vedendosi attaccati, cominciarono a prender fiducia ed a disprezzare il nemico tanto da chiedere ai loro generali "di condurli a Catania, dato che l'avversario non sarebbe venuto a Siracusa" (12). Nicia fu informato di ciò e decise di rompere gli indugi. Il suo piano prevedeva di lasciar uscire l'esercito siracusano dalla città alla volta di Catania, di imbarcare le truppe e, protetto dalle tenebre, far rotta verso il P orto Grande di Siracusa sbarcando immediatamente ad est della zona sacra. Così, egli corruppe un catanese che godeva della fiducia dei Siracusani e lo inviò a portare a questi false informazioni. Siracusa- circa 30 miglia a sud di Catania - sorge su un promontorio tra la baia di Tasso ed il Porto Grande, il cui accesso, tra l'isola di Ortigia e Plemrnirio, è largo circa mezzo miglio. Su Ortigia era stata edificata la città vecchia, e subito a nord di questa si trovava il Porto Piccolo. Allorché la città si estese verso la terraferma, il promontorio orientale - chia(IO} Tucidide, VI, 50. (Il} lbid., VI, 62. (12) lbid., VI, 64.
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mato Acradina- fu circondato da mura difensive. Le due città- l'una detta "interna" e l'altra "esterna" - erano separate da un cimitero nel centro del quale si trovava la statua di Apollo Temenide. Ad Ovest di Aeradina sorgeva l'altopiano di Epipoli, i cui margini settentrionale e meridionale erano così ripidi che vi si poteva accedere soltanto attraverso tre passaggi: da Trogilo a nord, da Temenide a sud e da Eurialo a ovest. A sud dell'Epipoli e ad ovest del Porto Grande si trova la piana dell' Anapo, dal nome del fiume che vi scorre. Quando tutto fu pronto per l'attacco di sorpresa su Catania, l'esercito siracusano mosse verso nord e subito Nicia, che ne ebbe notizia, imbarcò i suoi armati, entrò nel Porto Grande ed approdò a sud della foce dell' Anapo. Qui stabilì il suo campo e provvide alla protezione de!Je navi prima che i Siracusani, accortisi della manovra, potessero - come poi fecero - invertire la marcia e venire a schierarsi di fronte agli Ateniesi. Il giorno successivo, entrambi gli eserciti si prepararono al combattimento. l Siracusani schierarono la fanteria pesante in falange profonda 16 righe, con 1200 cavalieri all'ala destra; Nicia -che, in assoluta carenza di cavalleria, temeva quella avversaria- ordinò metà del suo esercito in una falange avanzata profonda 8 righe e tenne arretrata, vicino al campo, l'altra metà in formazione quadrata di 8 righe per ciascun lato. All'interno del quadrato pose la riserva, con l'ordine di "guardarsi attorno ad esse pronti ad accorrere in soccorso delle schiere in maggiore difficoltà (13)". Era, questa, una formazione palesemente anti-cavalleria. La battaglia iniziò con schermaglie tra arcieri e frombolieri, sotto la cui copertura le fanterie pesanri serrarono Le distanze. Gli Argivi attaccarono l'ala sinistra avversaria e subito gli Ateniesi ottennero il sopravvento sul centro, così che i Siracusani furono salvati dall'annientamento unicamente dali' azione della loro cavalleria che riuscì a rallentare l'inseguimento ateniese. L'inverno era alle soglie e Nicia, non volendo rischiare di rimanere alla mercè della cavalleria siracusana nella piana dell' Anapo, tornò a Catania ove pose il suo quartiere invernale dopo aver inviato un vascello ad Atene, per chiedere che un corpo di cavalleria gli fosse spedito per la primavera seguente. I Siracusani, consci della follìa compiuta schierando una marmaglia di gente frettolosamente arruolata contro soldati ben addestrati, iniziarono a istruire la loro fanteria pesante e mandarono ambasciatori a Corinto ed a Sparta in cerca di aiuto. Inoltre, si posero all'opera per costruire un vallo difensivo a protezione di Temenide, onde impedire agli Ateniesi di edificare un contro-vallo ad ovest della città e di assicurarsi l'accesso all'altopiano di Epipoli da sud. (13) Tucidide, VI, 68.
L'ASSeDIO 01 SI RACUSA (4U
ol l3 a.C.) E LA BAITAOLIA DI EOOSPOTA..\11 (40S a.C.)
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Fig. 8 - A ssedio di Siracusa (415-413 a.C.)
Quando gli emissari siracusani giunsero a Sparta, trovarono in Alcibiade un acceso sostenitore delle loro tesi che non soltanto svelò loro i piani ateniesi ma sollecitò l'aiuto spartano richiesto. Poiché gli Spartani erano ancora indecisi circa l'opportunità di rompere la pace con Atene, su suggerimento di Alcibiade acconsentirono a mandare Gilippo ad assumere il comando dell'esercito di Siracusa; i Corinzi, già in guerra contro Atene, promisero aiuti. Nel maggio del 414 a .C., Nicia e Lamaco - ricevuti 280
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cavalieri da Atene e reclutati altri 400 a Naxos ed a Segesta - erano pronti per la campagna estiva. Ermocrate si attendeva l'attacco là dove gli Ateniesi avevano tentato la prima volta e, così, fece presidiare l'Olimpieo; inoltre, per evitàre una sorpresa dal nord attraverso l'Epipoli, ordinò che gli approcci all'altopiano da Trogilo e da Eurialo fossero control1ati da 600 uomini agli ordini di Diomilo. Nello stesso mattino in cui Ermocrate passava in rassegna questa unità nella piana di Anapo, prima che essa raggiungesse le proprie posizioni, Nicia e Lamaco attaccarono. Dopo aver navigato durante la notte, essi non cercarono di sbarcare nel Porto Grande, bensì attraccarono a Leon e occuparono l'accesso di Eurialo prima che l'avversario, coi suoi 600 soldati, lo presidiasse. Diomilo ed Ermocrate intervennero, ma il combattimento volse subito a loro sfavore e furono costretti a ripiegare entro le mura 'cittadine. Liberi di agire, Nicia e Lamaco stabilirono una base fortificata a Labdalo ed iniziarono a costruire vicino a Syke quello che Tucidide chiama "la rotonda", un fortino dal quale un muro eli contro-vallo doveva spingersi verso Trogilo a nord e verso il Porto Grande a sud. Una volta terminato, tale muro avrebbe dovuto chiudere completamente la città dal lato di terra. I Siracusani, per impedire lo sviluppo meridionale del muro , iniziarono a costruirne un altro, al primo quasi perpendicolare, ad ovest di Temenide; ma un giorno gli Ateniesi, approfittando della mancanza di sentinelle, abbatterono il lavoro quasi finito, si impossessarono dei materiali da costruzione e distrussero le condotte sotterranee che consentivano il rifornimento idrico della città. Senza demordere, un altro sbarramento trasversale - staccionata e trincea- fu posto in opera dai Siracusani a sud-ovest di Temenide, attraverso la palude, per impedire che quello nemico potesse raggiungere il mare. Di nuovo gli Ateniesi attaccarono. Lamaco, dopo aver inviato la flotta da Tasso al Porto Grande, con un consistente reparto aiscese da Epipoli e' 'stendendo porte e assi sulla palude, là ove il fango era più solido l'attraversò e all'alba conquistò trincea e staccionata (14)". Seguì un altro combattimento e i Siracusani furono sconfitti; ma gli Ateniesi subirono una perdita irreparabile con la morte di Lamaco. Contemporaneamente, i difensori della città attaccarono "la rotonda" che speravano di occupare mentre era indifesa; anche se fallirono nel loro scopo, abbatterono circa 300m. di muraglia. Tanto disperata sembrava la situazione della città, che i Siracusani privatamente cercarono di trattare con Nicia e, accusando di tradimento i loro generali, allontanarono Ermocrate. ( 14) Tucidide, VI , 102.
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Poco prima di questi eventi, Gilippo ed i rinforzi corinzi erano arrivati a Leuca, isola dello Ionio. Da qui Gilippo proseguì per Locri, in Calabria, ordinando alla flotta di seguirlo; quindi, saputo che Siracusa resisteva ancora, si spinse sino a lmera, in SiGilia, persuase gli Imeresi ad entrare in guerra ed in poco tempo reclutò una forza di 2000 opliti e fanti leggeri e reperì l 00 cavalli. Nel frattempo, la flotta corinzia giunse da Leuca a Siracusa; e corr la prima nave giunse un generale di nome Gongilo, che trovò i Siracusani sul punto di decidere se continuare la guerra o arrendersi. Gongilo scongiurò il peggio, ed infuse fervore e coraggio nei cittadini, che si prepararono a cooperare con Gilippo appena fosse arrivato con il suo nuovo esercito. Non appena pronto, Gilippo marciò su Siracusa ed ebbe la sorprendente fortuna di trovare Eurialo indifeso. Occupatolo, attraversò l'altopiano di Epipoli e si ricongiunse all'esercito siracusano in un punto a nord della "rotonda". Avendo trovato i Siracusani in gran disordine, invece di attaccare, prese di sorpresa Labdalo e, quindi, iniziò la costruzione di un altro controvallo da Siracusa verso ovest attraverso l'Epipoli nell'intervallo tra il muro completato dagli avversari e Trogilo. Quest'opera, una volta terminata, consentì non soltanto di interdire la linea di comunicazione terrestre del nemico, ma anche di comprendere la parte settentrionale dell'altopiano nel perimetro difensivo di Siracusa, unendo la città all'entroterra. Non è dato conoscere i motivi per i quali Nicia non tentò subito di riprendere il controllo della sua linea di comunicazione. Comunque sia, avendola perduta, ed essendo il rifornimento dell'esercito sempre più dipendente dal libero accesso della flotta al Porto Grande, Nicia occupò Plemmirio, la fortificò e ne fece la sua base navale. Intanto Gilippo continuò nella costruzione del muro, usando i materiali accumulati dagli Ateniesi per innalzare il loro. Seguirono due scontri. Nel primo i Siracusani furono battuti, nel secondo, invece, gli Ateniesi furono respinti tanto bruscamente che Gilippo poté avanzare, con il proprio muro, oltre quello avversario e così "privare gli ateniesi, ancorché vittoriosi sul campo, di qualsiasi possibilità di investire, nel futuro, la città" (15). Immediatamente dopo quest'ultimo combattimento, la flotta corinzia giunse da Leuca agli ordini di Erasinide, eluse il blocco navale ateniese al largo di Plemrnirio ed entrò nel Porto Grande ove poté sbarcare i rinforzi. L'estate stava finendo, e Nicia mandò una lunga accorata relazione ad Atene, descrivendo le condizioni della sua armata. In terra l'esercito era divenuto da assediante ad assediato; le navi stavano marcendo, mentre i loro equipaggi erano decimati dalle malattie; ogni sortita per procurarsi vetto(15) Tucidide, VII, 7.
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vagliamento eliveniva uno scontro; se, infine, le risorse locali fossero mancate, la carestia lo avrebbe costretto ad interrompere la campagna. Più tareli, mentre si stava formando contro di lui una coalizione siciliana e mentre truppe fresche erano in arrivo dal Peloponneso per rinforzare il nemico, " ... dovete decidere subito- egli scrisse- se richiamarci in Patria od inviarci un'altra flotta ed un altro esercito, ed una grossa somma di denaro, e qualcuno che prenda il mio posto, dato che una malattia ai reni mi impedisce di mantenere il comando ... Ma qualsiasi cosa decidiate, agite all'inizio della primavera e senza indugio ... " {16). Piuttosto che perdere in prestigio abbandonando la campagna, gli Ateniesi decisero di inviare in Sicilia una seconda spedizione agli ordini di Eurimedonte e di Demostene; il primo doveva partire in dicembre con IO navi e 2000 marinai, mentre al secondo era devoluto il reclutamento di un ulteriore contingente. Per ostacolare tale iniziativa, gli Spartani - nel marzo del413 a.C.- riaprirono le ostilità e, consigliati da Alcibiade, inviarono un corpo d'esercito agli ordini di Agis in Attica per occupare DeceJea. Nel frattempo , durante l'inverno, 25 navi corinzie bloccarono a Neupacto 20 vascelli ateniesi onde consentire alla loro "fanteria pesante, imbarcata su navi mercantili, eli allontanarsi sufficientemente dal Peloponneso" (17), senza essere intercettata dal nemico. L'offensiva eli primavera, in Sicilia, fu aperta da Gilippo. Assunta l'iniziativa in terra, egli - deciso a vincere anche per mare conquistando Plemmirio - progettò di effettuare un'azione puramente dimostrativa con la flotta mentre l'attacco vero e proprio sarebbe stato condotto dall'esercito. Nottetempo, mosse le truppe sino ad una posizione che gli consentiva, protetto dalla cavalleria, di attendere il segnale convenuto per l'assalto. Divise, quindi, la flotta in due squadre - rispettivamente di 45 e eli 35 navi - che dovevano prendere il mare contemporaneamente, l'una dal Porto Piccolo e l'altra dal Grande, e comparire in linea di fila dinanzi aJ Plemmirio, per investire la base navale con lo scopo eli costringere i difensori ad abbandonare le difese terrestri per accorrere alla spiaggia. Questo sarebbe stato il momento dell'attacco. In quei tempi lontani, quando l'orologio non era conosciuto, ogni azione combinata con diverse basi di partenza era sempre problematica. Inoltre, nella fattispecie, gli equipaggi siracusani erano meno abili di quelli ateniesi. Il risultato fu che, prima che le due squadre potessero unirsi, gli Ateniesi fecero uscire 60 triremi contro di esse: ne segui una lunga battaglia all'imbocco del Porto Grande. I soldati ateniesi lasciarono le difese di terra per accorrere ad osservare il combattimento navale, esattamente come Gilippo aveva previsto; non appena questi fu sicuro che i più importanti forti(16) Tucidide, VII, 12-15. (17) lbid., VII, 20.
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ni erano stati sguarniti, diede il segnale per l'assalto . Così, improvvisamente, i Siracusani uscirono allo scoperto, si avventarono sui pendii di Plemmirio e vi distrussero gli appostamenti difensivi. Nello stesso arco di tempo, la flotta ateniese sconfiggeva quella siracusana, affondando Il navi. Per gli Ateniesi, la perdita della loro base navale fu catastrofica. Tucidide la chiama "prima e principale causa della loro rovina" (18). Con essa, persero le riserve di grano, gli alberi delle navi e tutta l'attrezzatura navale. L'accesso al porto non era più loro, così da costringerli a combattere ogni giorno per tener aperta la linea di comunicazione marittima. Ancora peggio era il fatto che, dovendo tornare alla loro vecchia base nel Porto Grande, per il futu ro avrebbero dovuto manovrare in acque tanto strette da mettere a dura prova le loro pur superiori capacità marinaresche. Entrambe le parti iniziarono subito i lavori per difendere le basi navali nel Porto Grande mediante serie di piloni conficcati nel fondo, dietro i quali i vascelli erano protetti. Questo portò alla cosiddetta "guerra dei piloni". "Gli ateniesi - leggiamo- si avvicinarono (ai piloni avversari) con una nave di 10.000 talenti di peso (275 ton.), legarono funi intorno ai piloni e li strapparono dal fondo ... ", e siccome molti piloni non affioravano, essi impiegarono dei nuotatori subacquei per segarli . "Non c'era astuzia che non venisse adottata dall'uno o dall'altro contendente" (19). Non appena i Siracusani vennero a conoscenza dell'arrivo di Demostene da Egina con una seconda spedizione, essi decisero per un'altra azione della flotta. Dovendo combattere nel Porto Grande, ove - per mancanza di spazio - gli Ateniesi non avrebbero potuto usare la loro tattica preferita, rinforzarono la prua delle loro navi in modo da poter speronare quelle avversarie. Il piano di Gilippo era ancora quello di attaccare simultaneamente dal mare e da terra; però, stavolta, quello terrestre sarebbe stato il diversivo. Egli iniziò con una duplice avanzata contro il campo ateniese dalla città e dall'Olimpieo, così da distogliere l'attenzione dei difensori dal fronte a mare. Quindi lanciò la squadra navale, mentre gli ateniesi in grande scompiglio correvano alla spiaggia e riuscivano a mettere in mare 75 trirerni contro le 80 siracusane. Seguirono tre giorni di operazioni. Il primo fu impiegato in schermaglie, probabilmente per stancare gli equipaggi ateniesi . Nel secondo non si combatté, e Nicia riparò le sue navi danneggiate e costituì una sorta di "porto chiuso" allineando le proprie navi mercantili ad intervalli di 200 piedi; lo scopo era quello di fornire ad ogni nave in pericolo un rifugio sicuro. Nel terzo giorno i Siracusani rinnovarono l'attacco sia da terra che dal (18) Tucidide, V11, 24. (19) Ibid., VII, 25.
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mare, ma con così scarso successo che un comandante corinzio, Pirrico, suggerì la seguente linea di condotta: primo, mandare qualcuno in città a prendere la cena per gli equipaggi; quindi, interrompere il contatto, ritirarsi nella base e rifocillare rapidamente i rematori; infine, quando il nemico si fosse ritirato nella sua base, riprendere iJ mare e attaccare prima che gli equipaggi ateniesi potessero cenare. l Siracusani adottarono lo stratagemma e gli Ateniesi, vedendo il nemico ritirarsi, sbarcarono e si prepararono al pasto pensando che la giornata fosse finita. Poi, leggiamo: "improvvisamente i Siracusani armarono le loro navi e attaccarono; gli Ateniesi, in grande confusione e senza aver mangiato, tornarono a bordo e con grande difficoltà si prepararono allo scontro". Per un po' entrambe le parti temporeggiarono. Ma a lungo andare gli Ateniesi decisero di non lasciarsi stancare dal nemico e con urla di incoraggiamento andarono all'attacco. " l Siracusani li attesero e puntando prora contro prora, come avevano previsto, speronarono molte navi ateniesi con i loro "puntali" rinforzati; arcieri sui ponti causarono anch'essi grandi perdite agli avversari; ma il danno più grande fu recato dai Siracusani che si scagliavano, con delle barchette, sui fianchi delle navi ateniesi rompendo i loro remi mentre gli arcieri uccidevano i marinai" (20). Questo attacco a sorpresa si rivelò tanto fortunato che gli Ateniesi si ritirarono e cercarono rifugio dietro le navi mercantili. l Siracusani li inseguirono fino a che non furono fermati dai "delfini" (21) montati suJle navi mercantili ateniesi. Anche se nella battaglia gli Ateniesi non persero più di 7 navi, essa risultò decisiva perchè distrusse completamente il morale degli equipaggi e diede ai Siracusani l'iniziativa anche per mare. Nel luglio del 413 a.C., per la gioia degli Ateniesi e per disgrazia dei Siracusani, arrivò la seconda spedizione agli ordini di Demostene e di Eurimedonte. Era formata di 73 trirerni, 5000 opliti, 3000 arcieri, frombolieri e lancieri; in tutto arrivarono al Porto Grande 15.000 uomini. Dato che Nicia era ormai gravemente ammalato, Demostene assunse subito il comando delle operazioni e non perse un attimo per ottenere il massimo profitto dall'entusiasmo che il suo arrivo aveva provocato. Decise subito che l'assedio non avrebbe potuto continuare se non si fosse preso il controllo del controvallo costruito da Gilippo attraverso l'altopiano di Epipoli. Innanzi tutto, per aprirsi la strada all'altopiano, cacciò i Siracusani dalla pianura dell'Anapo. Quindi, impiegò i suoi arieti per attaccare il contro-muro, ma l'attac(20) Tucidide, VII, 40-41. (21) I "delfini" erano masse di ferro o roccia che, appese ad un'asta mobile, venivano fatte cadere sul ponte delle navi nemiche. Nella battaglia due navi siracusane furono affondate con queste "macchine".
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co falli perché il nemico incendiò le sue "macchine d'assedio". Infine, decise un'operazione di aggiramento durante la notte con lo scopo di riprendere Eurialo e raggiungere la qestra del contro-muro. L'attacco doveva farsi con la luna piena e, una volta occupata Eurialo, bisognava avanzare verso l' Acradina in modo che il lavoro al muro ateniese di Trogilo potesse riprendere. La prima parte del piano fu portata a termine con successo. Eurialo fu colta di sorpresa e occupata; nia mentre gli Ateniesi erano impegnati a demolire il contro-muro, arrivò l'esercito siracusano. Fu inizialmente respinto, ma quando riprese l'attacco le truppe si confusero al punto da creare un'indescrivibile mischia. Così avvenne un errore comune nei combattimenti notturni: una parte delle forze Ateniesi indietreggiò, presa dal panico, andando a "cadere" sui rincalzi che stavano accorrendo. Questi, contagiati, fuggirono e l'attacco di Demostene falli miseramente. Egli quindi ritenne che l'unica cosa da fare, a questo punto, fosse quella di togliere l'assedio e tornare in Grecia; ma Nicia, pur concordando sull'impossibilità di continuare la guerra in quelle condizioni, consigliò di attendere ancora, sostenendo di essere in contatto con "una fazione di Siracusa che voleva consegnare la città agli Ateniesi e mandava messaggi affinché essi non togliessero l'assedio" (22). La partenza fu così rinviata di un mese; ma quando altri rinforzi arrivarono al nemico, non fu più possibile indugiare. In segreto ci si preparò alla partenza; proprio allorché il corpo di spedizione era sul punto di levare le ancore, vi fu un'eclissi di luna (27 agosto del413 a.C.). Soldati e marinai la interpretarono come un cattivo presagio e rifiutarono di imbarcarsi, chiedendo ai comandanti di attendere un giorno più propizio. Sfortunatamente Nicia, "sensibile alle divinazioni", ritenne di dover attendere "che fossero trascorsi per 3 volte i 9 giorni che la predizione indicava" (23). Non appena Gilippo seppe di questa decisione suicida, pensò subito di trame vantaggio e nonostante potesse armare soltanto 76 navi contro le 86 avversarie, attaccò di nuovo la base navale ateniese. Eurimedonte, alla testa dell'ala destra ateniese, tentò di aggirare quella sinistra si racusana, si trovò separato dal centro, fu circondato e andò a picco con la sua squadra. Anche il centro dello schieramento fu rotto, l'intera flotta ateniese fu dispersa lungo la costa del Porto Grande e le truppe rimaste a terra dovettero intervenire per impedire la cattura di molti marinai. Diciotto navi furono perdute e quelle che rientrarono alla base corsero il pericolo di essere affondate da barchini infiammati lanciati dai Siracusani per speronarle ed appiccarvi il fuoco. (22) Tucidide, VII, 49. (23) Tucidide, VII, 51.
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Gilippo ritenne che l' unica mossa ormai consentita al nemico era quella di forzare l'imboccatura del Porto Grande, e, per evitarlo, la chiuse con una linea di triremi e di navi da carico ancorate ed incatenate le une all'altre. Agli Ateniesi scarseggiavano i viveri, il paese era ostile e infestato dalla cavalleria nemica; un consiglio di guerra - come Gilippo aveva previsto -decise di forzare il Porto Grande e guadagnare il mare aperto. Così, ridotte le difese del fronte a terra, imbarcarono più uomini possibile sulle triremi, determinati a "combattere per mare e, se vittoriosi, andare a Catania; altrimenti, bruciare le navi ... e ritirarsi via terra sino al più vicino paese amico (24)". Nicia, quale comandante più anziano, chiese di rimanere a terra con una sparuta guarnigione, mentre Demostene, Menandro e Eutidemo guidavano l'azione navale. ln tutto essi avevano l IO vascelli, compresi i mercantili. Il IO settembre, i tre generali ateniesi partirono per la loro disperata avventura, puntando direttamente all'imboccatura del Porto Grande, dinanzi alla quale li attendeva una squadra corinzia fiancheggiata dalla flotta siracusana. Erano complessivamente 76 vascelli . Gli Ateniesi respinsero i Corinzi e tentarono di forzare il blocco, ma ebbero subito addosso, da ogni parte, i Siracusani; ne segui una mischia confusa, della quale Tucidide ci ha lasciato poche notizie, tranne che "tante erano le navi impegnate e tanto poco lo spazio (e mai era successo che flotte così imponenti combattessero in così angusto specchio di mare, trattandosi di poco meno di 200 navi) che non c'era la possibilità di attaccare con il rostro, non riuscendo a prendere l'abbrivio o ad uscire dalla forma' zione; erano più frequenti, invece, le collisioni" (25). La battaglia si risolse con una schiacciante vittoria siracusana; gli ateniesi persero 50 navi, contro le 26 del nemico. Per niente scoraggiati da tale disastro, i comandanti ateniesi - disponendo ancora di 60 triremi contro 50 - decisero di tentare ancora una volta; ma gli equipaggi rifiutarono di salire a bordo e chiesero di ritirarsi via terra. Tuttavia, invece di partire subito approfittando dei festeggiamenti per la vittoria che si svolgevano in Siracusa, attesero 36 ore, in quanto si era sparsa la falsa notizia che tutte le vie di ritirata erano controllate dal nemico. Alla fine iniziarono il movimento, lasciando indietro feriti e malati . L'esercito marciava in formazione a rombo, "con Nicia in testa, Demostene alla retroguardia, la fanteria pesante ai lati dei portatori e il grosso al centro" (26). Superato l' Anapo, il primo giorno percorse meno di 4 miglia a causa dei continui attacchi della cavalleria avversaria; il successivo, dopo (24) Tucidide. , Vll, 61. (25) fbid ., VII, 70. (26) Ibid., VII, 79.
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soltanto due miglia, fu bloccato da imponenti forze siracusane. Gli Ateniesi tentarono per due giorni di forzare il passaggio, ma invano; cercarono quindi un altro percorso lungo il letto del fiume Cassibile. Mossero con l'oscurità, lasciando accesi i fuochi degli accampamenti e raggiunsero la strada costiera a Eloro, vicino a Noto. Nicia era ancora in testa, mentre Demostene - ritardato dalla paura dei suoi uomini - si trovava molto indietro. A mezzogiorno i due reparti distavano 5 o 6 miglia e fu allora che la retroguardia fu circondata, in una valle chiusa da muretti - la "fattoria di Polizelo" - dalla cavalleria nemica. A Demostene ed ai suoi fu offerta la libertà in cambio della diserzione; egli rifiutò e combatté sino a che la situazione divenne tanto disperata da non lasciare scampo se non nella resa, che chiese dietro garanzie per la vita dei suoi uomini . Con lui erano 6.000 soldati. La sorte di Nicia e del suo reparto non fu dissimile. Al fiume Erineo, trovò la strada bloccata dal nemico. Combatté ed avanzò per 3 miglia sino al fiume Assinaro, ma quando lo raggiunse i suoi soldati ruppero i ranghi e corsero a dissetarsi. E così furono circondati e massacrati, "specialmente quelli che si trovavano nell'acqua, che fu subito inquinata, sporca di fango e di sangue, mentre molti continuavano a lottare per poterla bere" (27). Soltanto 1.000 uomini erano sopravvissuti quando Nicia si arrese a Gilippo. l 7.000 superstiti dei 45.000 o 50.000 tra soldati e marinai inviati da Atene contro Siracusa furono relegati nelle cave, e qui "nessuna sofferenza fu loro risparmiata" (28). E, contro il volere di Gilippo, Nicia e Demostene furono uccisi. "Questo - scrive Tucidide - fu il fatto più importante della guerra e, forse, della storia greca; il fatto più glorioso per i vincitori, il più terribile per i vinti. Questi ultimi furono battuti sempre e dovunque; dovettero sopportare tremende sofferenze; videro distrutta la flotta, svanito l'esercito; di tanti, pochi tornarono a casa" (29). La causa di tale assoluto disastro non risiedette tanto in concezioni strategiche errate quanto in incompetenti esecuzioni tattiche. Facendo astrazione dai pretesti addotti per la guerra, il disegno strategico era geniale: sopperire alla inferiorità numerica - che non permetteva di acquisire il potere terrestre - privando il nemico dei mezzi di sostentamento, grano, olio, commercio in genere. A detta di Tucidide, una delle cause principali di guerra era "impedire il rifornimento di grano siciliano aJ Peloponneso" (30). Si può solo ·pensare che le fonti di rifornimento sici(27) Tucidide, VII, 85. (28) Ibid. , VII, 87. (29) lbid. , VII, 87. (30) Ibid., III, 86.
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liane fossero tanto importanti per Sparta e Corinto quanto l'Ucraina era essenziale per Atene, e il controllo dello stretto di Messina era vitale per le prime quanto l'Ellesponto per la seconda. Così, allorché nell'estate del 415 a.C. fu deciso l'assedio di Siracusa, l'aspetto più importante dell'operazione divenne il tempo tattico: effettuare la spedizione tanto velocemente da consentire all'armata di tornare in patria prima che gli Spartani attaccassero. Se il consiglio di Lamaco fosse stato ascoltato, indubbiamente la città di Siracusa sarebbe caduta al primo assalto e subito dopo le altre città principali dell'isola si sarebbero sottomesse al vincitore. Per conseguenza, ne sarebbe derivata una completa interruzione del flusso vitale di rifornimenti a Sparta e Corinto così che queste, fronteggiate dal vittorioso esercito ateniese, non avrebbe potuto mettere in campo tanti uomini da poter sperare di av~re il sopravvento su Atene. E questa avrebbe potuto imporsi, nonostante l'inferiorità numerica, senza dover combattere. Se si accettano questi presupposti, le origini del disastro ateniese sono imputabili direttamente ad Alci biade il quale, agli inizi della campagna, sfidando Lamaco ed imponendo la sua volontà a Nicia, trasformò un'opera·zione tattica in un conflitto politico. Ed ancora Alci biade avrebbe sostenuto un ruolo principale in un disastro ancora maggiore per gli Ateniesi, questa volta nell'Ellesponto, il cordone ombelicale dell'impero. Gli eventi si svilupparono così com'era inevitabile, l'annientamento dell'armata e della flotta in Sicilia scossero l'impero dalle sue basi e distrussero molto di più di quanto si era costruito con i successi di Salamina e Platea. Eubea, Lesbo e Chio si rivoltarono; Sparta costruì un centinaio di navi da guerra per tornare a dominare il mare; la Persia si mosse per riconquistare i perduti domini ionici. A quel tempo, Dario II (424 - 404 a.C.) era re di Persia, Tissaferne era satrapo di ~ardi e Farnabazo satrapo della Frigia. Gli ultimi due inviarono emissari a Sparta chiedendo rispettivamente aiuti per Chio e un intervento nell'Ellesponto. Alcibiade era allora nello Ionio, a fomentare la rivolta contro Atene. Soprattutto grazie alle sue macchinazioni, Sparta si alleò con Tissaferne e riconobbe i diritti di Dario su tutte le città greche dello Ionio . Poi Alcibiade tornò a Sparta e, avendo sedotto la moglie di Agis, fu condannato a morte dal re oltraggiato; ma, saputolo in tempo, fuggì da Tissaferne, esortandolo ad abbandonare Sparta ed. a cercare una via di compromesso con Atene. Egli sperava che, se fosse riuscito in tale disegno, sarebbe stato richiamato in patria dagli Ateniesi riconoscenti. Se poi essi avessero mutato la forma di governo passando ad una oligarchia, egli prometteva che il re persiano li avrebbe finanziati. Poiché ciò era quello che più serviva alla città. Nonostante la flotta, allora a Samo, rimanesse fedele alla democrazia,
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gli Ateniesi, convinti, cambiarono la costituzione, perdonarono Alcibiade, lo richiamarono in patria e lo elessero "stratega". Nello stesso periodo, Farnabazo chiamò la flotta del Peloponneso nelI'Ellesponto e lì, nel411 a.C., fu combattuta la battaglia di Capo Cinossema (a nord di Rodi) che vide la vittoria degli Ateniesi. La sconfitta dei suoi alleati fece infuriare Tissaferne al punto tale che quando Alcibiade andò a visitarlo, lo fece arrestare. Ma ancora una volta egli fuggì e, nel 410 a.C., in collaborazione con Teramene e Trasibolo, in una grande battaglia navale, catturò e distrusse 60 vascelli spartani usciti da Cizico (nel mar di Marmara) ed assediò la città stessa. Dopo tale disfatta, Sparta offrì la pace, ma Atene - ora guidata da Cleofonte, uomo del popolo e leader del partito della guerra - la rifiutò. Le operazioni proseguirono nel Ponto e gli Ateniesi, al comando di Alcibiade, guadagnarono costantemente terreno sino a riprendere il completo controllo del Bosforo ed a ripristinare il "cordone ombelicale" con I'Ucraina. Tale ritirata, insieme con l'incompetenza e la reciproca gelosia dei due satrapi, indusse Dario ad affidare al suo più giovane figlio Ciro gli affari della Ionia, mentre - circa nello stesso periodo - gli Spartani nominarono Lisandro comandante della flotta. Nel 407 a.C. Alcibiade tornò ad Atene, ricevuto dal tripudio del popolo che lo elesse ancora una volta "stratega" affidandogli la condotta delle operazioni belliche. Ma subito dopo- scoraggiato per la sconfitta subita dalla flotta, a Nozio, per opera di Lisandro - lo sostituì con Canone. Alcibiade, fiutato il pericolo e temendo per la sua stessa incolumità, si ritirò in un castello neii'EIIesponto che si era preparato per eventuale rifugio. Durante il successivo inverno, Lisandro provvide a potenziare ancora la flotta del Peloponneso e quando, al termine del suo mandato di 12 mesi, ne lasciò il comando a Callicratide, essa constava di 140 trirerni. Con esse, il nuovo ammiraglio costrinse Canone a battersi e lo sconfisse al largo di Mitilene affondando 30 delle sue 70 navi e bloccando le altre a Mitilene stessa. Tale sconfitta mise Atene in uaa situazione tanto difficile che furono presi gli ori e gli argenti dei templi dell'Acropoli per armare una nuova flotta e fu promossa la libertà a tutti gli schiavi che si fossero arruolati volontariamente per servire a bordo delle navi. Così gli Ateniesi riuscirono a mettere in mare altre 150 trirerni che furono subito inviate a liberare Mitilene. Allorché Callicratide seppe dell'arrivo del nemico, decise di lasciare 50 delle sue 170 triremi a continuare il blocco della città, e con le altre incontrare il nemico vicino alle isolette di Arginusa, a sud di Lesbo. Nella battaglia che ne seguì, Callicratide fu decisamente battuto, perse 70 navi e la vita. Probabilmente, tutta la sua flotta sarebbe stata annientata se un improvviso temporale non avesse posto terrnine allo scontro; la tempesta, tuttavia, impedì agli Ateniesi di salvare i loro marinai aggrappati ai relitti delle 25 trirerni perdute.
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La vittoria consentì ad Atene di riprendere la supremazia nell'Egeo orientale ed obbligò Sparta ad offrire nuovamente la pace. Per la seconda volta, a causa dell'influenza di Cleofonte, essa fu rifiutata. Seguì un evento stupefacente: in Atene, scoppiò una furiosa protesta popolare contro i comandanti in mare che non avevano salvato i naufraghi di Arginusa. La questione fu portata dinanzi all'Assemblea e otto comandanti furono condannati a morte; per sei di questi, compreso il figlio di Pericle, la sentenza fu eseguita, mentre gli altri due si resero latitanti. Poco dopo, come spesso avviene in regime democratico, gli ateniesi si pentirono e votarono una legge secondo la quale coloro che avevano "mal consigliato" il popolo dovevano essere processati. Cinque giudici furono arrestati, gli altri trovarono scampo nella fuga (31). Il rifiuto di Atene ad intavolare negoziati di pace indusse Ciro a porre nuovamente Lisandro al comando della flotta del Peloponneso; per aggirare la norma che impediva l'assegnazione dell'incarico di ammiraglio per due volte allo stesso individuo, fu nominato un comandante fittizio e Lisandro figurò suo secondo. Questi andò ad Efeso e Ciro, chiamato al capezzale del padre morente, gli affidò l'amministrazione della satrapìa, compresa la facoltà di riscuotere le tasse. Con tali risorse, Lisandro rapidamente riuscì a duplicare il numero delle triremi. Nel405 a .C. salpò da Efeso per Rodi, la doppiò e proseguì lungo la costa asiatica sino all'Ellesponto. Assediò quindi Lamsaco (Lapseki), che trovò indifesa, per interdire le rotte dei mercantili ateniesi nel Ponto. Nel frattempo Conone era impegnato nell'attacco a Chio; non appena seppe dell'assedio di Lamsaco, partì con la sua flotta di 180 navi per liberarla. Ma prima che egli potesse raggiungere Sesto, Lamsaco cadde. Determinato ad imporre il combattimento a Lisandro, Conone veleggiò per Egospotami, che si trova poche miglia a nord di Sesto e di fronte a Lamsaco. Qui gli equipaggi prepararono la cena. Il giorno seguente Lisandro, che disponeva di 200 navi, si preparò alla battaglia, ma ordinò di non prendere il mare. Anche gli Ateniesi si prepararono e remarono sino a Lamsaco; ma quando capirono che il nemico rifiutava la sfida, tornarono a Egospotami, seguiti da navi leggere spartane che avevano l'ordine di osservare che cosa essi avessero fatto. Queste sfide e questi rifiuti si stavano protraendo da 4 giorni, quando Alcibiade, che sapeva quanto era astuto Lisandro, scese dal suo castello sito nelle vicinanze. Visto che gli Ateniesi tenevano l'ancora dinanzi ad una spiaggia aperta e dovevano far venire le loro provviste da Sesto, mentre gli Spartani avevano tutto ciò che loro serviva a Lamsaco, suggerì a Conone ed ai suoi capitani di "spostar l'ancoraggio a Sesto e da lì conquistare un porto ed una cit(31 ) "Hellenica", di Senofonte, trad. C.L. Brownson (1918), I, Vll, 34.
L'ASSEDIO DI SI RACUSA (41S • 413 a.C.) E LA BATTAGLIA DI EGOSPOTAMJ (40S a.C.)
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tà, così da poter essere in grado di imporre il momento del combattimento". Ma questi non vollero ascoltarlo e gU dissero di andarsene, "chè loro erano ora in comando, non lui" (32). Lisandro, il quinto giorno, ordinò ai suoi esploratori di segnalargli, alzando gli scudi, il momento del rientro degli Ateniesi da Sesto con le vettovaglie: quando il segnale giunse, egli prese il mare alla massima velocità. Canone vide l'avvicinarsi delle navi nemiche ed ordinò di armare le sue. Ma essendo i suoi uomini sparpagliati qua e là, alcune navi avevano armato due file di remi, altre una soltanto ed altre ancora erano completamente vuote; il vascello di Canone ed altri sette, che erano al completo di vogatori, presero il mare in formazione serrata e con loro la " Paralus", una nave veloce da collegamento. Tutte le altre furono catturate, con la maggior parte degli equipaggi ancora sulla spiaggia. Quando Canone si accorse che la causa ateniese era perduta, con le sue navi andò ad Abarni, il promontorio di Lamsaco, e catturò le vele da crociera delle navi di Lisandro (33); quindi andò a rifugiarsi a Cipro, mentre il "ParaJus" fece rotta su Atene con le notizie degU avvenimenti" (34). Non vi fu combattimento; ma proprio questa fu la battaglia di Egospotami, nella quale 170 navi ateniesi furono catturate sulla spiaggia! Tutti i 3000 o 4000 uomini presi furono uccisi, anche perché, se essi fossero stati vincitori, avrebbero tagliato la mano destra a tutti i prigionieri (35). Subito dopo la vittoria, Lisandro andò a Bisanzio ed a Calcedonia (Kadi Koy) e queste città gli aprirono le porte. Le loro guarnigioni e tutti gli Ateniesi che vivevano od erano in servizio all'estero furono mandati ad Atene sotto buona scorta " nell'intesa che più gente ci fosse stata tra Atene ed il Pireo, più celermente le provviste sarebbero scarseggiate" (36). L'arrivo del " Paralus" ad Atene, con la notizia del disastro, diffuse tanta costernazione nella città che nessuno, quella notte, poté dormire (37). L'indomani si riunì l'Assemblea e decise di bloccare i porti, di riparare le mura e di dichiarare lo stato d'assedio. ll comando fu affidato a Eucrate, fratello di Nicia. Pausania, il secondo re di Sparta, riunì le truppe di tutto il Peloponneso tranne Argo e raggiunse l'altro re, Agis, a Decelea. Da lì mossero insieme per cingere d'assedio Atene dalla parte di terra. Arrivò, con la flotta, Lisandro e bloccò la città dal mare. Atene era circondata ed i suoi nemici non dovevano far altro che aspettare sinché la fame non aves(32) Senofonte, Il, l, 25-26 (33) Normalmente le navi greche disarmavano le vele quando si preparavano al combat· timento. (3 4) Senofonte, II, I, 28-29. (35) Ibid. , Il, l, 31. (36) lbid., II, II, l. (37) lbid.' Il, Il, 3.
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se debellato la popolazione. Negoziati furono aperti; gli Ateniesi proposero un'alleanza a condizione di conservare le mura e le terre; come controproposta, gli Spartani chiesero di demolire 2000 metri di ciascuna parte del Lungo Muro. Cleofonte, che aveva già rifiutato per due volte, Io fece ancora. Teramene, allora, pensò eli recarsi da Lisandro per cercare di ottenere condizioni più favorevoli; la sua reale intenzione era quella, però, di prender tempo affinché il popolo prendesse coscienza della reale situazione. Egli rimase lontano dalla città per tre mesi, e durante la sua assenza la fame cominciò a farsi sentire: infuriata per la sua ostinazione, la folla uccise Cleofonte. Il destino di Atene si compieva, per opera dei Peloponnesiaci e dei loro alleati. Corinto e Tebe premevano affinché la città fosse completamente distrutta e gli abitanti fossero venduti come schiavi. Gli Spartani rifuggirono da tali barbare proposte e imposero i seguenti termini: demolizione del Lungo Muro e delle fortificazioni; abbandono di tutti i possedimenti all'estero; riduzione del territorio all'Attica e Salamina; consegna eli tutta la flotta; concessione del libero rientro in patria a tutti gli esuli politici; firma di un trattato eli alleanza con Sparta e cessione a quest'ultima del comando delle forze alleate. Tali condizioni furono accettate, la sjtuazione non consentiva altro. Nell'aprile del 404 a.C., Lisandro entrava al Pireo . Quindi, "i Peloponnesiaci iniziarono la distruzione delle mura e delle fortificazioni con grande entusiasmo, mentre leggiadre fanciulle suonavano i loro flauti. Essi pensavano che quel giorno la Grecia aveva conquistato la libertà (38)" . Finì così il primo tentativo di instaurare un impero in Europa, un impero costruito con la forza e demolito non dalla forza o da fermenti interni, bensì da una sorta di psicosi di massa. Dopo il disastro in Sicilia, l'unica cosa da fare per gli Ateniesi era quella di evitare la sconfitta; essi, pertanto, avrebbero dovuto perseguire la pace alla prima occasione utile. Ma il popolo non avrebbe mai accettato e, incapace di giudicare gli eventi, si dimostrò incapace di conservare il proprio impero. Non soltanto questo fu perduto ma, fatto ancor più catastrofico, la leadership culturale e quella politica della Grecia furono drammaticamente separate.
(38) Senofonte, Il, II, 23.
CAPITOLO III
L 'ascesa della Macedonia
Quadro storico Nonostante che nelle guerre del Peloponneso lo scopo dichiarato di Sparta fosse stato la liberazione degli Stati che Atene aveva sottomesso, la Confederazione Ateniese si dissolse non appena gli Spartani - abbandonata la vecchia politica di isolazionismo ed adottatane una di espansione oltre i confini del Peloponneso - pensarono di porre sotto il loro impero quegli Stati da loro stessi "liberati". Il primo atto fu quello di sostituire con regimi oligarchici le democrazie ateniesi; quello successivo fu di esiliare i rivali politici e confiscarne le proprietà. Tra gli esuli che cercarono asilo in Persia, c'erano molti soldati; infatti, durante la lunga guerra che le aveva viste costantemente in campo, le vecchie milizie cittadine si erano traformate in eserciti veri e propri e, con il sopraggiungere della pace, i soldati professionisti si erano trovati disoccupati . Tra questi mercenari, che vendevano i loro servizi al miglior offerente, c'era Senofonte, un cavaliere ateniese amico di Socrate, il qualecon il generale spartano Clearco- si mise al servizio di Ciro, satrapo dell' Asia Minore che, in quel periodo, stava tramando per cacciare dal trono di Persia il fratello maggiore Artaserse. Ciro incitò le città ioniche ad insorgere contro il loro satrapo Tissafeme, riunì un esercito di circa 30.000 orientali e 13.000 mercenari greci - 10.600 dei quali erano opliti al comando di Clearco- e, ne1401 a.C., mosse da Sardi. Dopo una marcia di circa 1.500 miglia raggiunse Cunassa, 60 miglia a nord di Babilonia, e qui si trovò faccia a faccia con Artaserse ed il suo esercito. Nel combattimento che seguì, l'attacco iniziale dei Greci fu travolgente e Ciro, ritenendo- giustamente- di aver vinto, desideroso di uccidere con le proprie mani il fratello, si gettò in avanti alla testa di un piccolo corpo di cavalleria e cadde mortalmente ferito. A questo punto, le sue truppe asiatiche, prese dal panico, fuggirono. Non altrettanto fecero i mercenari greci i quali, sebbene circondati, rifiutarono la resa. Artaserse allora, timoroso di attaccarli ma desideroso di disfarsi di loro, decise di munirli di guide e
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di scorta e di rimandarli in Grecia sotto la custodia di Tissaferne. Durante il viaggio l'astuto satrapo, con un trucco, divise i Comandanti greci dai loro uomini e, fatti prigionieri i primi, li mandò ad Artaserse che li passò subito per le armi. Tissaferne, quindi, aspettandosi che i Greci - ormai senza guida si arrendessero, ma ancora timoroso di attaccarli, si ritirò; essi, invece, soprattutto grazie agli sforzi ed alle esortazioni di Senofonte, si ripresero dallo sgomento iniziale, nominarono nuovi capi ed intrapresero ciò che la storia ricorda come "la ritirata dei diecimila", ben descritta da Senofonte stesso nella sua "Anabasi". All'inizio del 400 a.C., dopo una delle più famose ritirate della storia, essi raggiunsero le coste del Mar Nero a Trapezunte (Trebisonda). Questa notevole impresa fece esultare tutte le città greche. Mai prima di allora un esercito greco aveva marciato sino al cuore dell'Impero Persiano, combattendo una grande battaglia e, in mezzo a popolazioni ostili, compiuto una ritirata per tornare in patria. Ciò dimostrò che nessun corpo militare orientale poteva sperare di opporsi ad un esercito greco ben addestrato. Il Pro f. Bury scrive: "Questo è l'epilogo delle invasioni di Serse ed il prologo delle conquiste di Alessandro". Le conseguenze di tale evento furono immediate. Le città greco-asiatiche, temendo un ritorno di Tissaferne, chiesero protezione a Sparta, che mandò in loro aiuto un esercito al comando del re Agesilao. Questi portò la guerra in Frigia ed in Lidia con notevole successo e stava già sognando di marciare su Babilonia per detronizzare Artaserse quando, nel 394 a.C., fu bruscamente sorpreso dalla riapparizione di Canone, l'ammiraglio ateniese sfuggito alla battaglia di Egospotarni, il quale- ora al comando della flotta persiana -sconfisse, in agosto, nella battaglia di Cnido, la squadra navale spanana agli ordini di Lisandro. Nel frattempo in Grecia era scoppiata la guerra tra Sparta ed i suoi alleati. Esasperata dalle prepotenze spartane e spalleggiata dalla Persia, Tebe era insorta e ad essa si erano unite Atene, Corinto e Argo. Con una battaglia combattuta nei pressi di Corinto nel luglio del 394 a.C. e nella quale gli Spartani ebbero la meglio, si iniziò una lotta che doveva durare otto anm: la "Guerra di Corinto" . Nonostante Agesilao, tornato dall'Asia, fosse riuscito a battere ancora una volta i confederati a Coronea (L. Kopias), gli Spartani furono costretti ad abbandonare la Beozia ed a ritirarsi nel Peloponneso dove furono praticamente assediati. Convinti che il successo dei loro nemici fosse da attribuire all'aiuto loro fornito dalla Persia, nel 392 a.C. essi inviarono Antalcida dal satrapo Tiribazo proponendo - in cambio di un fattivo aiuto - il loro riconoscimento dei poteri del Gran Re su tutte le città greche in Asia. Tal proposta non diedé alcun effetto sino al 386 a.C. quando la Persia, timorosa di una ripresa politica di Atene, co-
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strinse quest'ultima ad accettare la vergognosa "pace dei Re", dettata da Artaserse agli Stati greci e per le cui clausole egli acquistava Creta e le città greco-asiatiche, riconosceva la supremazia di Sparta in Grecia e minacciava qualsiasi Stato non avesse rispettato la pace imposta. Così il "Gran Re" divenne il vero "arbitro" delle sorti della Grecia, con pieni poteri. Spalleggiata dalla Persia e liberatasi dai suoi problemi asiatici, Sparta riprese la sua politica dispotica. Ciò provocò, nel 378 a.C., una nuova sollevazione di Tebe e l'alleanza di questa con Atene che, nel frattempo, aveva impostato la costituzione di una seconda "Lega navale", che ricalcava quella di Delo. Seguì una guerra con Sparta, nella quale i Tebani si difesero ottimamente ed Atene ouenne notevoli successi sul mare. Nel 371 a.C. si arrivò ad un accordo tra le parti in lotta per discutere la pace: ma, essendosi Sparta rifiutata di riconoscere in Tebe la rappresentante dell'intera Beozia, questa decise di continuare la guerra da sola ed il suo destino - agli occhi di tutti i Greci - sembrò essere segnato. Se non fosse stato per il Comandante tebano, Epaminonda, non c'è dubbio che Tebe sarebbe caduta. Egli capì che gli Spartani non avrebbero mai cambiato la loro tattica di attacco, il successo della quale era dovuto ad una avanzata in ordine perfetto, con tuue le picche della falange che colpivano contemporaneamente la linea avversaria, e studiò la contro-mossa per "rompere" l' ordine della falange. Invece di schierare le sue truppe in file parallele a quelle dell'esercito spartano, le ordinò in modo obliquo rispetto ad esso, con l'ala sinistra avanzata~ quella destra più arretrata. Allo stesso tempo, rinforzò la sinistra, portandone la profondità a 50 file. Lo scopo era quello di creare un'enorme massa d'urto, capace non soltanto di scompaginare ma anche di avvolgere l'ala destra avversaria. Nel luglio del371 a.C. egli si scontrò con il re Cleombroto e con l'esercito spartano a Leuttra, nella Beozia meridionale, e grazie a questa nuova tattica ottenne una strepitosa vittoria. Cleombroto fu ucciso sul campo. Questa battaglia determinò la fine del prestigio di Sparta e quella della sua breve egemonia. Tornò allora a sollevarsi la fortuna di Tebe e, tra il 369 ed il 362 a .C., essa ebbe l'opportunità di realizzare ciò che non era riuscito ad Atene ed a Sparta; e cioè formare, dalla miriade di Stati greci, una nazione. Costruita una flotta, battuta Atene sul mare, essa - sotto Epaminonda e Pelopida - impose alla Grecia la sua Jeadership. Ma tale supremazia era dovuta soltanto ad un uomo, Epaminonda, il quale, nell'estate del362 a.C., a Mantinea, usando la stessa tattica di Leuttra, sconfisse di nuovo glj Spartani. La sua morte, pertanto, fu un terribile colpo per Tebe e la luce che aveva guidato i tebani dal 379 a.C. in poi svanì repentinamente. Le loro forze terrestri e navali crollarono. Così, tre grandi Stati- nell'ordine: Atene, Sparta e Tebe- non era
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no riusciti a costruire un "mondo" greco e I'"Ellade" intera era destinata a scomparire dinanzi ad un conquistatore straniero, Filippo il Macedone. Nato nel382 a.C., Filippo, terzo figlio di Aminta Ili, alla morte di suo fratello Perdicca nel 359 a.C., assurse al trono di Macedonia e da allora, sino alla sua morte nel 336 a.C., dominò gli eventi con la sua forte personalità. Instancabile ed energico, ambizioso e scaltro, egli - secondo Polieno ottenne il successo "con l'astuzia più che con la forza". E Hogarth, il suo miglior biografo, dice di lui: "l'inganno prima della forza, ma, in ultima istanza, una forza tremenda, era la sua regola per costruire un impero". Nel 367 a.C. Filippo era stato a Tebe quale ostaggio e lì, durante i tre anni deiJa sua permanenza, aveva imparato molto sulla guerra, da Pelopida e da Epaminonda; e di quesù insegnamenti seppe poi tenere buon conto, quando volle imporre la sua autorità alle turbolente tribù macedoni. Inoltre, fece qualcosa che nessun governante aveva fatto prima: creò un esercito professionale dotato di spirito nazionalistico. Egli costituì - come dice Hogarth - "la prima potenza europea nel senso moderno della parola, una nazione armata con un comune ideale patriottico". Le guerre che Filippo combatté possono essere suddivise, per grandi linee, in 4 gruppi: - ad ovest, nord ed est della Macedonia, per stabilir quivi basi operative; - a sud, per controllare la Tessaglia; - per dominare la Tracia ed assicurarsi il Bosforo; - per imporre la sua autorità sull'intera Grecia a sud delle Terrnopili. Nel 358 a.C. egli combatté contro le popolazioni dell'Illiria e nel 357 occupò quella che anticamente era la colonia ateniese di Anfipoli, sul fiume Struma, nonché le miniere d'oro di Pangeo che per lui erano di enorme importanza e valore. Circa in questo periodo sposò Olimpia, figlia del re dell'Epiro e, nel 356 a.C., ebbe da lei il_figlio Alessandro. Quattro anni più tardi invase la Trada e la Tessaglia e ciò costrinse Licofero, tiranno di Fere, a chiamare in aiuto un corpo di mercenari facesi che avevano profanato Delfi. Filippo si ritirò; ma tornò l'anno seguente proclamandosi "campione" dell'oltraggiato Apollo ed ingaggiò una vittoriosa battaglia nei pressi di Volo. Altre battaglie seguirono e nel 346 a.C., impegnato a controllare la direttrice terrestre che conduceva al cuore della Grecia, marciò sulle Termopili e corruppe ili comandante focese per ottenere il possesso del famoso passo montano. Capita l'aria che tirava, l' Anfizionia Delfica (I) lo accolse nel più ristretto ambito degli Elleni e sotto la sua presidenza i giuochi Pitii del 346 a.C. furono svolti a Delfi per festeggiare la liberazione. Per Filippo, questo (l) La Anfizionia Delfica era in origine una Lega di 12 antiche tribù greche abitanti la zona intorno alle Termopili, che si era fatta carico della protezione del Tempio, del culto di Apollo a Delfi e della organizzazione dei giuochi Pitii.
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fu un successo politico di enorme importanza. Poco si sa dei susseguenti 6 anni, oltre il fatto che Filippo marciò nel Peloponneso, guerreggiò sulla costa adriatica e condusse il suo esercito oltre il Danubio. Durante questi anni prese corpo la sua principale ambizione, "perché stava coltivando il desiderio - scrive Diodoro - di essere nominato Capitano Generale dell'Ellade e di far guerra ai Persiani". Questo grande disegno era nell'aria, anche perché altri- oltre Filippo - vedevano nella Persia la continua minaccia ad una Grecia divisa. Erano passati 40 anni circa da quando Isocrate per primo aveva incitato i Greci a seppellire le loro diatribe e ad unirsi in una sola nazione. In un ispirato discorso pronunciato ai giuochi olimpici egli aveva detto: "Chiunque giunga da fuori ed osservi l'attuale situazione della Grecia ci può giudicare pazzi per il fatto che ci scontriamo tra di noi per delle sciocchezze e distruggiamo le nostre terre quando potremmo, senza pericolo alcuno, conquistare l'Asia". Prima di aver completamente affermato la sua autorità sulla Grecia, Filippo ritenne di dover controllare la "via del grano", l'Ellesponto; questa sarebbe stata una potente arma economica in sue mani per piegare i Greci. Poi, sarebbe potuto giungere alla "chiave" dell'accesso all'Asia. Portata la guerra nella Propontide, inizialmente non ebbe successo: nel 340 a.C. non riuscì a porre l'assedio né a Perinto (Er~gli) né a Bisanzio. Ma la crisi durò poco; all'inizio del 338 a.C. , un araldo Io raggiunse nei pressi di PeUa (lanitza) proveniente dal sinodo dell' Anfizionia, con la richiesta di sottomettere Anfissa, una cittadina vicino Delfi. Filippo accettò subito, ed alcuni sostengono che egli abbia "creato" questo invito per distogliere l'attenzione dagli insuccessi di Perinto e di Bisanzio. Tebe ed Atene si allearono per bloccare la sua avanzata e scesero in campo contro di lui. Filippo quindi passò in Beozia e, alla fine di agosto o ai primi di settembre del338 a .C. , si scontrò con i Greci presso Cheronea (est del M. Parnaso). Egli disponeva di 30.000 fanti e 3.000 cavalieri e probabilmente i suoi avversari non gli erano numericamente inferiori; ma le forze di questi erano formate da un insieme di mercenari e di milizie civiche sotto duplice comando, mentre l'esercito di Filippo era nazionale, ben addestrato ed agli ordini di un solo generale. Nonostante ben poco si sappia della battaglia, sembra che il primo scontro sia stato molto duro e che lo scopo di Filippo fosse quello di fiaccare il nemico prima di sferrare l'attacco decisivo . Quando fu il momento, suo figlio Alessandro, al comando della cavalleria macedone, batté duramente le forze tebane. L'intero schieramento Tebano-Ateniese cedette e ne seguì una rotta generale. Tra gli sconfitti era il nemico implacabile di Filippo, l'oratore ateniese Demostene. Cheronea proclamò Filippo "signore" degli Elleni de facto; per diventarlo de jure, egli prima occupò Corinto e quindi invitò tutti gli Stati greci
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a mandare delegati ad un Congresso che si teneva all'Istmo. Sparta, unica tra tutti, non accettò. Al Congresso, Filippo parlò a lungo della sua intenzione di attaccare la Persia e di liberare le città greche d'Asia. La Confederazione lo elesse Capitano Generale con pieni poteri e Parmenìo, Aminto e Attalo, con una forza rilevante, furono inviati ad occupare l'Ellesponto ed a fare puntate offensive in Bitinia e nella Troade, mentre la parte più consistente dell'esercito panellenico d'invasione stava radunandosi. Nell'autunno del 336 a.C. Filippo, poco prima di partire per raggiungere Parmenio, fu assassinato a Pella, mentre assisteva al matrimonio di sua figlia. Così, il coronamento del grande progetto di Filippo divenne lo scopo principale di suo figlio, la cui opera - l'espansione dell'egemonia macedone sino alla formazione di un impero mondiale - è la più autentica testimonianza del genio paterno.
La battaglia di Gaugamela o Arbela (331 a.C.)
L'imperialismo - come concetto teocratico del potere, ben diverso dall'aristocrazia, dalla democrazia e, anche, daJI'autocrazia quale, ad esempio, impersonata dai tiranni greci- era una "filosofia" prettamente orientale, del tutto estranea al modo di pensare ellenico. Essa aveva un fondamento mistico in quanto - secondo le concezioni orientali - il re era qualcosa di più di un monarca assoluto: innanzi tutto egli era il vicario, o il figlio, degli dei ed i sacerdoti erano i suoi ministri. Egli governava non tanto con il diritto della spada quanto come espressione della volontà divina; e, allorché vasti territori erano soggetti al suo dominio, diveniva palesemente conveniente che il re potesse governare su tutti - senza riguardo alle differenze razziali- come interprete del volere di un solo dio. Anzi, occorreva andar oltre nell' "espansione" della divinità, in modo che essa abbracciasse tutto il mondo conosciuto; così, il re non avrebbe dovuto conquistare territori soggetti ad altri dei, ma semplicemente affermare l'universalità del suo impero ponendo sotto il suo governo tutti i fedeli di quel solo dio. Aton, come abbiamo visto, fu probabilmente il primo esempio di questa evoluzione verso il concetto del dio universale. Una tale concezione del potere era del tutto estranea alla mentalità di Filippo, in quanto la Lega Corinzia da lui creata - come tutte le altre Leghe greche che erano state in precedenza costituite - non era altro che una Confederazione di città-stato poste sotto il suo comando da un punto di vista strettamente militare. Possiamo quindi affermare che Filippo, se fosse vissuto, avrebbe potuto vendicare la Grecia combattendo contro la Persia, ma mai avrebbe potuto coltivare l'idea di creare, con le sue conquiste, un potere mondiale e quindi non avrebbe potuto trasformarle in un impero che comprendesse il mondo allora conosciuto. Ciò, sia perché egli stesso non si riteneva un vicario di dio, sia perché non sarebbe stato accettato come tale. Questa idea suprema di conquista divina fu, invece, del figlio di Filip-
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po, e nonostante il Dr. Tarn abbia probabilmente ragione quando afferma che mai Alessandro pensò di poter dominare tutto il mondo (2), rimane il fatto- che sarà discusso più oltre- che egli concepì l'idea di un imperatore divino, dalla quale prese corpo quella di un impero universale. Fu proprio perché Alessandro distinse un nuovo rapporto intercorrente tra Dio e l'uomo, il cui scopo era quello di stabilire un'armonia tra gli uomini- facendo cessare l'ostilità che esisteva tra città e città e tra popolo e popolo ed esaltando, invece, l'amicizia che univa tutti i cittadini di una sola "città", in comune fratellanza-, che fu possibile a Droysen aprire la sua biografia di Alessandro scrivendo: "Il nome di Alessandro segna la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra". Per lo stesso motivo poté uno degli ultimi suoi biografi, il Wilcken, scrivere: "L'intero corso della storia a lui posteriore, la vita politica, economica e culturale delle epoche a lui successive non possono essere capite se considerate avulse dall'opera di.Alessandro". Più che per le sue conquiste, la sua fama discende dalla sua concezione del mondo che, da allora, ha riecheggiato nelle varie epoche. Per questo, nessun uomo nella storia si avvicina ad Alessandro nello splendore della Sua fama. A Roma, egli fu glorificato dai primi Cesari; nella tradizione ebrea, fu acclamato come precursore del Messia; nel Turk~stan e nel Badakhshan, capi importanti cercano ancora in lui il loro antenato. Il " Romanzo" (3) della sua vita è conosciuto dall'Islanda al Mar Giallo, e lo descrive di volta in volta come figlio dell' ultimo Faraone, Nectanebo, o come discendente della dinastia Achemenide, o come fervente musulmano o santo cristiano o potente mago . Per quanto tali leggende siano favola, esse contengono una verità: Alessandro fu un prodigio tra gli uomini! Nato nel 356 a.C., probabilmente in ottobre, nonostante avesse preso da suo padre - il cui leggendario antenato era Eracle - l'idea della vendetta sulla Persia, fu sua madre Olimpia ad in fondergli quella passione che gli consentì di portare avanti un tale progetto. Donna notevole, selvaggia, mistica e dominatrice, era figlia di Neottolemo d'Epiro, che si considerava discendente da Achme. A Dodona (Drarnisos), nella sua terra nativa, ella aveva adorato il più antico oracolo di Zeus (4) ed aveva appreso che l'oracolo ancora più misterioso di Amon si trovava nell'oasi di Siua. A parte Eracle ed Achille, Dioniso, figlio di Zeus e di Semele - figlia di Cadmo, re di Tebe - era un altro dei leggendari antenati di Alessandro. Questi fu (2) "Alexander the Great", di W.W. Taro (1948), Vol. Il, pag. 24. (3) "The Romance of AJexander", attribuito a uno " Pseudo-Callistene" (Aisopos), è un lavoro a più mani. Vi sono molte versioni; l'originale apparve in Egino nel II secolo d.C. La versione etiopica è stata tradona in inglese da sir. E. W. Budge con il titolo di "the Alexander Book in Ethiopia". (4) L' oracolo di Zeus vide il suo massimo fulgore nell'età arcaica; poi, fu soppiantato da quello di Delfi.
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un semidio che, dice la tradizione, aveva percorso la Lidia e l'Egitto sino a giungere in India, diffondendo il culto mistico della vite e conquistando le nazioni al suo passaggio. Questi miti, che erano realtà spirituali all'epoca in cui Olimpia visse, ebbero una profonda influenza su di lei e, quindi, su suo figlio. Oltre all'influenza dei genitori, egli subì anche quella di Aristotele, che Filippo aveva assunto come suo· tutore allorché egli aveva 13 anni e con il quale rimase per tre anni nel piccolo villaggio di Mieza. Da lui, Alessandro imparò ad amare la cultura greca e fu preso da profonda ammirazione per Omero, della cui opera, si dice, recava sempre con sé una copia annotata da Aristotele. Fu certamente quest'ultimo ad infondere nel ragazzo l'odio per i Persiani, che gli avevano ucciso un caro amico e parente, Ermeio, tiranno di Aterno. Con tali genitori e con un tale tutore, non ci si deve meravigliare che Alessandro -con il suo gen~o innato e con la sua inesauribile energia- facesse assumere una dimensione straordinaria ad ogni suo atto. Era incredibilmente audace e cauto ad un tempo. Realista ed idealista, pratico e previdente, egli spiccava tra gli altri sia come uomo d'azione che come pensatore. Mistico e insieme pragmatico, esercitava un immenso magnetismo su tutti coloro che lo avvicinavano. Sebbene fosse estremamente fantasioso, con la ragione sapeva frenare l'immaginazione ed era tanto meticoloso nei dettagli quanto di ampio pensiero nelJe generalizzazioni. Nel suo elogio di Alessandro, Arriano dice che un eroe così dissimile da ogni altro non poteva essere nato "senza una qualche influenza divina" (5). Sappiamo che era di statura media e di bell'aspetto; aveva l'abitudine -dice Plutarco- di inclinare la testa "un po' da una parte verso la spalla sinistra". Veloce nella corsa, batté anche atleti professionisti e durante le sue campagne, quando era libero da impegni, passava volentieri la giornata a caccia, o amministrando la giustizia, o sbrigando le "pratiche" militari o leggendo. Spesso, per diversivo, cacciava volpi o uccelli ... (6). "Per sua natura - dice ancora Plutarco - egli amava leggere ... e quando - nelle sperdute regioni dell'interno dell'Asia - non trovava libri, ordinava ad Arpalo di mandargliene qualcuno. Così, Arpalo gli inviò i libri di Filisto e molte tragedie di Euripide, di Sofocle e di Eschilo" (7). Ma era la sua statura morale, più di ogni altra qualità, che lo distingueva dai suoi contemporanei. In un'epoca in cui la pietà era considerata debolezza, egli ne poteva mostrare per gli altri, specie per i più sfortunati. · Ad Efeso, impedì ai cittadini di uccidere gli oligarchi perché sapeva che la (5) "Anabasis Alexandri", di Arriano, trad. E.I. Robson (1929), Vll, XXX. (6) " Piutarch's Lives", trad. di B. Perrin (1919), "Aiexander", XXIII. (7) Arriano, VIII.
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folla, se non è controllata, " può mettere a morte, insieme ai colpevoli, anche altri, soltanto per odio o per impossessarsi dei loro beni" (8). Durante l'assedio di Mileto, allorché alcuni assediati avevano trovato rifugio in un'isola, egli - "vedendo che avrebbero combattuto sino alla morte, ebbe pietà; trattandoli da nobili e leali soldati, offrì loro condizioni tali da convincerli ad unirsi a lui" (9). Dopo la battaglia di Isso, mostrò clemenza verso gli ambasciatori tebani, anche perché gli dispiaceva aver distrutto la loro città (IO). E quando, di ritorno dall'India, durante la marcia nel deserto di Gedrosia (Makran), alcuni soldati affamati cercarono di impadronirsi di magazzini di frumento, egli, ''comprendendo il loro stato di necessità, li perdonò" (Il). Ma fu per le sue idee sulla donna - in quasi tutte le epoche considerata legittimo bottino del soldato - che Alessandro si diversificò totalmente, in senso morale, dai suoi contemporanei. Non soltanto egli trattò con onori regali la moglie e le figlie di Dario allorché furono catturate, ma aborrì ratti e violenze, che ai suoi tempi erano considerati fattori naturali connessi con la guerra. In un'occasione, "avendo saputo che due macedoni del reparto di Parmenione avevano oltraggiato le mogli di alcuni mercenari, gli ordinò di punire i colpevoli menendoli a morte come animali selvaggi nati per la distruzione del genere umano" (12). In un'altra occasione, quando Atropate, viceré di Media, si presentò a lui con un centinaio di fanciulle equipaggiate ed armate come cavalieri, egli "le mandò via dall'esercito, temendo che subissero qualche brutalità dai mercenari o dalle truppe straniere ... " ( 13). E, durante il sacco di Persepoli, diede l'inconsueto ordine di non toccare le donne. Comunque, a parte questo straordinario rispetto per il gentil sesso, la sua principale qualità morale la si trova in una delle affermazioni finali deli'"Anabasi" di Arriano. Nella sua giustificazione per gli errori di Alessandro, questi scrive: "Ma io so bene che ad Alessandro, unico tra i re di quel tempo, il pentimento per i suoi sbagli derivava dalla sua nobile natura" (14). Circa la sua figura di comandante militare, molto è stato scritto; ma di tutte le analisi, quella di Arriano è probabilmente la più esatta, perchè la principale fonte dell"'Anabasi" è la storia di Alessandro scritta da un suo generale, Tolomeo , poi divenuto re d'Egitto. Dice: egli era "il più per(8) Arriano, l, XVII. (9) Ibid., II , XV. (IO) lbid., l, XIX. (I l) lbid., VI, XXIII. ( 12) "Alexander", di Plutarco, XXII. (13) Arriano, VII , Xlii. (14) Ibid., VII , XXIX.
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spicace, il più coraggioso, il più geloso deU'onore, il più attento ai riti religiosi. .. il più brillante nella decisione circa l'azione da intraprendere, anche quando essa era difficile; e quando la situazione era "chiarificata", il più esatto nel calcolare le probabilità; il più abile nel comandare un esercito, nell'armarlo e nell'equipaggiarlo; e nell'elevare il morale dei suoi soldati, infondendo loro speranza di vittoria e dissipando le loro paure. In ogni campo, iJ più nobile. E tutto ciò che doveva esser fatto in caso di incertezza, lui lo faceva con la massima audacia; era il più abile nell'anticipare e sorprendere il nemico prima che esso potesse soltanto temere l'evento ... " (15). Nella sua impresa, Alessandro si trovò minacciato da tutte le parti ed agì con straordinaria rapidità. Prima avanzò in Tessaglia e, aggirando la guarnigione avversaria presso Tempe, vinse tanto nettamente e senza spargimento di sangue che fu subito eletto comandante della stessa Lega Tessala. Poi, discese sulle Termopili e fu riconosciuto dalla Anfizionia quale successore di Filippo. La sua avanzata verso sud fu così rapida che Atene, in procinto di separarsi dalla Macedonia, gli si ~ottomise subito ed il Congresso della Confederazione Corinzia lo elesse Capitano-Generale al posto di suo padre. Entro poche settimane dalla morte di Filippo, Alessandro aveva rafforzata così prepotentemente la sua posizione in Grecia da poter partire per impadronirsi delle terre a nord ed a ovest del suo regno imponendo il suo dominio suJJe tribù selvagge che le abitavano. Con due strabilianti campagne, impose la sua autorità sul Danubio ed in Illiria e, subito dopo, marciò velocemente verso sud per risolvere nuovi problemi in Grecia, questa volta creati dalla Persia. Nel 338 a.C. Artaserse III, figlio di Artaserse Il, il vincitore di Cunassa, era stato assassinato e gli era succeduto Codomanno, un suo lontano parente che salendo al trono, aveva assunto il nome di Dario III. Egli temeva l' ascesa della potenza macedone e, mentre Alessandro era impegnato al nord, pensò di mandare 300 talenti ad Atene per corromperla. Nonostante gli Ateniesi li rifiutassero, il tentativo fu ben acceuo a Oemostene, e intanto giungevano voci che Alessandro ed i suoi soldati erano caduti nelle regioni selvagge dell'Illiria. I Tebani, aiutati da un contingente ateniese, non attesero neanche di verificare tali voci e strinsero d'assedio il presidio macedone che teneva la Cadmea. Poi, improvvisamente, essi vennero a sapere che Alessandro, invece di essere morto, si trovava a Onchesti, una cittadina 15 miglia a nord-ovest di Tebe. Aveva marciato così velocemente che il suo arrivo giunse con la violenza della tempesta sui Tebani Il giorno seguente, egli era dinanzi alle mura della città ed attaccando a sorpresa una delle sue porte di accesso massacrò 6.000 abitanti; dopo di ché Tebe fu rasa al suolo ed :il suo territorio diviso tra i membri della Con(15) Arriano, VII , XXVIII.
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federazione. Terrorizzati da tale catastrofe, gli Ateniesi si arresero subito ed ottennero molta clemenza, concessa loro non solo perché Alessandro riconosceva in Atene il centro culturale di tutta la Grecia, ma anche per impedire che la potente flotta ateniese passasse ai Persiani. Così, in poco meno di un anno, egli aveva stabilito una sicura base di operazioni in Europa dalla quale poter condurre i suoi attacchi alla Persia. Lasciato Antipatro con circa 9.000 fanti ed un piccolo corpo di cavalleria a presidiare la Grecia ed a controllare Sparta, _Alessandro riunì una flotta di 160 trirerni presso il Lago Cercinitis, nel bacino inferiore del fiume Struma. Alla fine del 335 a.C., o all'inizio dell'anno successivo, con l'esercito lasciò Pella, diretto a Sesto. Mentre le sue forze attraversavano l' Ellesponto ad Abido, egli si recò a visitare Troia, in modo da poter rendere omaggio alla tomba di Achille e propiziarsi il genio del più umano dei suoi leggendari antenati. Ad Arisbe, poche miglia ad est di Abido, si ricongiunse all'esercito, che ora contava 30.000 fanti e 5.000 cavalieri (16) e, per rendere sicuro il suo fianco sinistro prima di inoltrarsi in Persia, avanzò lungo il corso del fiume Granico ove sostava un contingente persiano di 20.000 cavalieri asiatici e di 20.000 mercenari greci agli ordini di Memnone di Rodi (17). Sul Granico, nel maggio o nel giugno de1334 a.C., egli vinse la prima delle sue 4 più grandi battaglie. Seguì la sottomissione dell'intera Frigia EIJespontica. Volgendo a sud, marciò su Sardi, che capitolò; quindi su Efeso, che fu occupata; e infine su Mileto che, avendo rifiutato di arrendersi, fu assediata e conquistata in luglio. E proprio a Mileto egli prese la sua prima grande decisione daJI'inizio della campagna, quella di togliere ai Persiani il dominio del mare non distruggendo la loro flotta - ché non aveva i mezzi per farlo - bensì occupando tutti gli approdi e le basi lungo la costa del Mediterraneo orientale. Occorsero due anni per portare a termine questo formidabile piano. Il primo obiettivo fu Alicarnasso (Bodrum). Quando capi che ottenerne la resa sarebbe stata ardua impresa, lasciò ad assediarla 3.000 fanti e 2.000 cavalieri agli ordini di Tolomeo e mosse alla volta di Gordio (BelaMissar) marciando su due colonne, la prima - attraverso la Lidia - sotto il comando di Parmenione, e l'altra - ai propri ordini -che seguiva la costa della Licia. Da Gordio volse ad est su Ancira, poi a sud verso Tarso e, quindi, sull'attuale Alessandretta, ove giunse nell 'ottobre del 333 a.C. Nel frattempo, Dario aveva radunato un esercito a Socoi, ad est del monte Amano, ed avendo saputo che Alessandro stava avanzando verso sud lungo la costa, abbandonata la pianura attraversò la catena montuosa dell'Amano e scese su Isso, all'estremità settentrionale del golfo di Ales(16) Arriano, l, XI. ( 17) Arriano, l , XIV. Tarn, nel suo "Alexander the Great", (Vol. l, pag. 16) dice che i cavalieri erano molti di meno.
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sandretta, così da tagliare le linee di comunicazione macedoni. Saputolo, Alessandro fece un immediato dietro-front e combatté ad Isso una battaglia durante la quale i Persiani furono battuti; Dario dovette trovar scampo nella fuga. Quindi, cercando di portare a termine in fretta il suo compito - l'occupazione delle basi navali nemiche - anziché inseguire nell'entroterra i Persiani sconfitti continuò la sua marcia lungo la costa siriana. Arado (presso Tripoli), Psibeo (lebel) e Sidone gli aprirono le porte, e Tiro avrebbe fatto lo stesso se egli non avesse reclamato il diritto di sacrificare al dio adorato dalla città, Melkart, che i Greci chiamavano Eracle di Tiro. La proposta venne respinta, l'isola su cui sorgeva la città venne assediata e - dopo uno dei più straordinari e famosi assedi della storia, che durò dal gennaio all'agosto del 332 a.C. - occupata. Così caddero nelle mani di Alessandro non soltanto tutte le basi navali persiane, ma anche tutte le flotte delle città fenicie, inclusa quella di Cipro. Tutto ciò gli diede l'assoluto dominio del Mediterraneo orientale e fece della Macedonia la più grande potenza navale del mondo. Proseguendo attraverso l'attuale Palestina, Alessandro occupò - dopo due mesi di assedio - Gaza, e l'Egitto venne tagliato fuori da ogni possibile aiuto persiano. Inviata la flotta a Pelusio, marciò su Menfi ed entrò nella capitale dei Faraoni ove, secondo il "Romanzo", venne posto sul trono nel tempio di Ptah e proclamato Re dell'Egitto. Da Menfi, discese il corso del Nilo sino a Corropo e, vicino a Racotis, scelse il luogo per fondare Alessandria, la più famosa delle tante città che da lui presero il nome. Ali 'inizio del 33 1 a. C., marciò per 220 miglia attraverso il deserto per visitare l'oracolo di Ammone a Siua, che la leggenda diceva essere stato conquistato dai suoi antenati Perseo (18) ed Eracle. Secondo Plutarco (benché gli studiosi moderni non siano del tutto d'accordo), allorché, nell'oasi, Alessandro si avvicinò all'altare, gli venne incontro un sacerdote il quale, desiderando rivolgergli un saluto di benvenuto in greco, gli disse: "O figlio mio", ma - essendo straniero - pronunciò male e sembrò che gli avesse detto "O figlio di Dio", errore che fece molto piacere ad Alessandro perché si disse che lo stesso dio Ammone lo aveva chiamato "figlio di Zeus" (19). Insieme essi andarono verso l'altare; ma cosa si dissero è rimasto tanto
(18) Perseo era il nonno di Alcmena, madre di Eracle. (19) "Alexander" di Plutarco, XXVII. Alessandro non si dichiarò mai figlio di Dio, ma gli piaceva sentirselo dire. In Egitto, essendo stato incoronato Faraone, divenne automaticamente figlio del suo padre divino Ammone, come del suo padre naturale Filippo.
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segreto che egli non osò rivelar lo nemmeno scrivendo a sua madre (20). Comunque sia, sembra più che una coincidenza il fatto che, subito dopo essere stato chiamato "figlio di Zeus", egli- frequentando in Egitto le lezioni del filosofo Psammone - "era particolarmente contento quando il maestro affermava che Dio è Re di tutti gli uomini perché sempre colui che ha il potere e le leggi è essere divino. Ancor più filosofica, poi, era la sua (del maestro) opinione che- nonostante Dio fosse padre comune a tutta l'umanità - aveva creato in lui, Alessandro, il più nobile ed il migliore degli uomini" (21). Da ciò possiamo azzardare che - qualsiasi cosa il sacerdote o il dio gli avessero veramente detto - egli uscì dal tempio con l'idea che, poiché il re-sole Amon-Rah splende su tutti gli uomini, buoni e cattivi, così il concetto di "Homonoia" - "unità nella concordia", senza il quale non potrebbe esserci pace nella città-stato - avrebbe dovuto essere esteso sino a comprendere l'intero mondo nella "città di Dio" e, quindi, tutti gli uomini senza distinzione di razza. Secondo il dr. Tarn, l'idea di "Homonoia" sostenuta da Platone, da Socrate e da Isocrate non arrivava a tanto (22). Della stessa opinione è il prof. Wright, che dice: "egli doveva molto ad Aristotele, ma andò ben oltre il pensiero di questi quando, accantonando la distinzione tra Elleni e barbari, si fece paladino della fratellanza universale'' (23). Su questo fatto, probabilmente il più importante evento intellettuale della storia del mondo, Tarn scrive: "Ciò che Eratostene dice può essere cosi sintetizzato. Aristotele consigliò ad Alessandro di trattare i Greci da amici, ed i barbari da animali; ma Alessandro ne sapeva di più e prefer} dividere gli uomini in buoni e cattivi senza distinzione di razza, in ciò realizzando la vera idea di Aristotele. Infatti, Alessandro era convinto di avere la missione divina di armonizzare gli uomini tra loro e di pacificare il mondo, mischiando le vite ed i costumi degli uomini in una coppa d'amore, e trattando i buoni come fratelli ed i cattivi come stranieri; per questo egli riteneva che il buono fosse il vero greco ed il cattivo il vero barbaro". Com-
(20) Molto probabilmente Ammone disse ad Alessandro che egli era iJ suo amatO figl io, nel quale aveva riposto !'"immortalità di Ra e la regalità di Orus, vittorioso su tutti i nemici, dominatore del mondo" ecc. È importante notare che tale dichiarazione "era l'unica frase conosciuta secondo la quale i sacerdoti lo potevano chiamare de jure Re d'Egitto, come già lo era de facto" ("A History of Egypt under Prolemaic Dynasty" di J.P. Mahaffy, 1899, pag. 16). (21)Plutarco, XXVI I. " ... ciò che aveva in mente era probabilmente l'adozione da parte di Ammone, in quanto la sua intera carriera dimostrava che Ammone lo aveva fatto 'suo' " ("Aiexander the Great and the Unity of Mankind" dj W. W. Tarn, 1933, pag. 25). (22) "Aiexander the Great and the Unity of Mankind", pagg. 4-5. (23) "Aiexander the Great" di F.A. Wright (1934), pag.2.
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mentando ciò, Tarn continua: "È ovvio che, qualunque sia l'origine di tutto ciò, abbiamo a che fare con una grande rivoluzione del pensiero. In sintesi: c'è una naturale fratellanza tra gli uomini, anche se gli uomini cattivi non lo credono; il concetto di "Homonoia" non può essere più a lungo confinato nelle relazioni tra Greci, ma esso unisce Greci e barbari; l'intento di Alessandro era quello di sostituire la pace alla guerra e di eliminare leinimicizie dell'umanità portando gli uomini - tutti quelli che il suo braccio poteva raggiungere, cioè i popoli del suo impero - ad avere un'unità di pensiero; come gli uomini erano uniti per sangue, così potevano divenirlo nel cuore e nello spirito" (24). Seno fonte, nella sua "Ciropedia", presenta Alessandro con l'immagine del "governante" ideale del mondo. Platone aveva scritto del refilosofo e, come Henri Berr ha specificato: "Abituato a trascurare i fatti per innalzarsi alla sfera concettuale, egli (Alessandro) arrivò all'idea che ci doveva essere una sola "guida" per tutti gli uomini, proprio come c'è un sole, ed uno soltanto, che illumina la terra" (25). Cosi, nella sua mistica metamorfosi a Siua, il re filosofo-pensatore divenne il dio-re. Con Alessandro, l'Occidente recepl dall'Oriente i concetti di impero teocratico edipotere regale; il primo trovò il suo sviluppo nell'Impero Romano e, poi, nella Cristianità; l'altro si trasformerà nel potere divino dei re. Questa ampia interpretazione della "Homonoia" - "una delle maggiori rivoluzioni nel concetto di supremazia mondiale" (26) - divenne più tardi lo scopo di tutte le sue conquiste, e da Siua lo condusse ai limiti del mondo conosciuto. Tornato a Menfi, e trovativi i rinforzi dalla Grecia che lo attendevano, Alessandro si affrettò ad organizzare il governo dell'Egitto. Nominò i comandanti delle guarnigioni ed ordinò loro di lasciare che i governatori civili si regolassero nei propri territori secondo gli antichi costumi; ma di riscuotere da loro i tributi dovutigli (27). Il suo sistema, in tutto il regno, era invariabilmente lo stesso: separare l'amministrazione civile dal governo militare, affidando la prima ad un rappresentante del popolo conquistato ed il secondo ad un macedone di sua fiducia. Nella primavera del331 a.C. attraversò il Nilo e tornò a Tiro ove trovò la flotta nel frattempo giuntavi. Inviata una forte squadra navale nel Peloponneso per controllare gli intrighi degli Spartani, attraverso la valle dell'Oronte marciò su Antiochia. Procedendo verso est, arrivò all'Eufrate presso Tapsalo (il guado di El(24) "Aiexander the Great and the Unity of Mankind" pag. 7. (25) Prefazione a "Macedonian lmperialism and the Helleniz.ation of the East" di P. Jouget (1928), pagg. Xlii - XIV. (26) W.W. Tam, op.cit., pag. 28. (27)Arriano, !Il, V.
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Hamman) e nelle vicinanze fondò la città di Niceforio (Rakkah), caposaldo e centro logistico lungo la sua linea di comunicazioni. In un primo momento, voleva traversare il Tigri presso Ninive, ove ora sorge Mosul; ma saputo che Dario, con un forte esercito, non era lontano, decise di attraversarlo a nord-ovest della vecchia capitale assira e, quindi, di marciare verso Arbela (Erbil) segue_ndo la riva sinistra del fiume. L'esercito, ora destinato a vincere la_battaglia che - più di tutte le altre, pur decisive per l'Occidente - ha "fatto" un'epoca, era una creazione di Filippo, il cui genio militare stette nella concezione della mobilità tattica quale elemento fondamentale di uno strumento bellico. Sino a quel momento, le guerre erano gare di resistenza; la vittoria arrideva a quella parte che riusciva a conquistare il campo di battaglia ed a erigervi un trofeo. In ogni caso, a causa della sua compattezza, la falange non poteva proseguire oltre il luogo dello scontro senza ''rompere" i suoi ranghi, dive. nendo così facile preda di truppe leggere e della cavalleria. Ciò che Filippo capì fu che lo scontro sul campo era soltanto un mezzo per conseguire lo scopo tattico dell'inseguimento del nemico e del suo annientamento. Egli, così, organizzò il suo esercito per questo fine, costituendo - con il miglior ordinamento possibile dei diversi "tipi" di armati di cui disponeva- uno strumento tattico unitario. Mentre la fanteria doveva serrare sul nemico e "fissarlo", il colpo finale spettava alla cavalleria: la prima era l'arco dal quale scoccava la freccia, rappresentata dalla seconda. Prima di allora, la cavalleria macedone era composta da nobili, chiamati "Hetairoi", (gli etéri o "Amici del Re"). Era questo un titolo molto antico, che risaliva all'Iliade, quando i 2.500 Mirmidoni di Achille erano chiamati così. Ai tempi di Filippo la fanteria stava per essere trasformata da un semplice ammasso di uomini armati in una 'Schiera regolare organizzata detta " Pezhetairoi" (''Amici a piedi"). Filippo ordinò la cavalleria in reggimenti (Ile), ciascuno forte di 1.500-1.800 uomini, uno dei quali costituiva l'"Agema", la guardia reale a cavallo. La cavalleria pesante era armata di spada ed indossava elmo e corazza pettorale, ma la sua arma principale era la lancia. Dal momento che la staffa non fu introdotta sino al sesto secolo d.C., la lancia·era usata come arma per infliggere colpi e non messa "in resta" come nel Medio Evo. Al vecchio oplite, Filippo sostituì un soldato che era una via di mezzo tra l'oplite ed il peltasta, armato di una lunga picca e di un piccolo scudo rotondo (pelta), ideato dal generale ateniese Ificrate nel392 a.C. Il nuovo oplite era armato con una lancia lunga circa 5 metri, la sarissa (28), e con uno scudo leggero portato sul braccio destro (29); indossava schinieri ed un pettorale di cuoio imbottito e rivestito (28) Vd. "Aiexander the Great", di Tarn, Vol. If, pagg. 170-171. (29) Molti testi indicano il braccio sinistro. Ed appare anche più logico che sia cosi (N.d.T.).
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di metallo. La falange di Fìlippo era ordinata in reggimenti (taxeis), ciascuno forte di 1.536 uomini suddivisi in battaglioni e compagnie. La più piccola unità era la fila di 16 uomini Oochos), da Alessandro normalmente ridotta a 8. Dai falangiti, Filippo trasse tre battaglioni di fanteria leggera, gli "ipaspisti", cia.scuno di 1.000 uomini, per fungere da collegamento tra la cavalleria, che muoveva veloce all'ala destra, e la più lenta falange. Le tre "specialità" insieme possono essere paragonate ad un muro, che muoveva lentamente, sulla sinistra; una porta, che girava velocemente, sulla destra ed un cardine, in mezzo. Il cardine, o legamento flessibile gli "ipaspisti" -era essenziale per un'ordinata avanzata in linea obliqua, rappresentando il contatto tra la cavalleria e la falange; il mantenere integro il "fronte" di avanzamento delle truppe era condizione indispensabile per sopraffare il nemico. Un battaglione di "ipaspisti" era conosciuto come "Agema", la guardia reale a piedi. In aggiunta a tale ordinamento, interamente macedone, Filippo aveva costituito un corpo di cavalleria leggera alleata, principalmente tessala. Ed oltre alla fanteria macedone, Alessandro disponeva di una forte fanteria Confederata ed anche di forze me·rcenarie. Fino ai tempi di Filippo, gli assedi in Grecia consistevano nel far morire di fame le guarnigioni assediate. Per accelerare questo lento processo, Filippo aveva introdotto dalla Sicilia le macchine d'assedio, ove erano state a lungo impiegate dagli ingegneri greci e cartaginesi. Dell'artiglieria e del genio (30) di Alessandro sappiamo poco o niente, e assolutamente niente dei suoi trasporti e della sua logistica. L'artiglieria consisteva in "balliste" e catapulte (potremmo dire: cannoni ed obici) che lanciavano pietre; il genio disponeva dei materiali _necessari per costruire arieti, torri d'assedio, rampe, ponti, infrastrutture campali. Tutte le armi ed i servizi erano al comando di Alessandro, che era coadiuvato da uno statò maggiore, comprendente: un segretario, i "CUstodi del Diario", i "Custodi dei Piani del Re", i !agisti, lo storico ufficiale e molti altri specialisti e pianificatori. Nel suo insieme l'esercito - a differenza di quelli che erano esistiti prima - non era soltanto uno strumento di conquista, ma soprattutto "di occupazione", organizzato tanto per l'esplorazione scientifica quanto per la guerra. Dario,, dopo la sconfitta di Isso, reclutò un altro esercito, e sembra che - avendo armato alcune sue divisioni con spade e !ance più lunghe, per meglio contrastare le sarisse - avesse imparato la lezione. Da Babilonia, marciò verso nord, passò sulla riva sinistra del Tigri e mosse verso Arbela, (30} Taro ("Aiexander the Great", Vol. Il, pagg. 39-40) cita i nomi dei seguenti "genieri" presenti nel comando dell'Esercito: Diade, tessalo; Caria e Poseidonio, dell"'Ufficio per gli assedi"; Gorgo, per l'idraulica e gli scavi; Deinocrate, esperto in urbanistica; Aristobolo, architetto; Betene, Diogneto e Filonide, per le strade, gli accampamenti e i rilevamenti geografici. Inoltre, c'erano Nearco e Onesicrite esperti navali ed Eumene, capo del Segretariato.
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la "città dei quattro dei", ove pose i suoi depositi e l'harem. Da qui prosegui verso Gaugamela (la collina di Tel Gomel) sul fiume Bumodo (Khajir), un affluente del Grande Zab. La località sì trova a circa 18 miglia a nordest di Mosul e 35 ad ovest di Arbela. La ragione per la quale scelse questa località è che essa formava una vasta piana (vicino a Keramlais) e, quindi, favoriva la sua robusta forza di cavalleria. Intanto AJessandro attraversava il Tigri e, il 20 settembre, mentre sostava con l'esercito sulla sponda orientale, avvenne un'eclissi parziale di luna; egli, pertanto, sacrificò a Selene, Elio e Gea (Luna, Sole e Terra) (31). Pochi giorni dopo, informato dai suoi esploratori che i Persiani si stavano avvicinando, si preparò rapidamente per la battaglia ed alla testa di un'avanguardia di cavalleria avanzò a tutta velocità verso il nemico dopo aver ordinato al resto dell'esercito di seguìrlo a passo di marcia (32). Dai prigionieri catturati, venne a sapere che il re persiano era a Gaugamela, alla testa di 40.000 cavalieri, 1.000.000 di fanti (33), 200 carri falcati (34) ed alcuni elefanti da guerra (35). Nel frattempo Dario, livellando il terreno e rimuovendo gli ostacoli, aveva trasformato la piana di Gaugamela in un'immensa piazza d'armi, nella quale egli schierò così il suo esercito: "Teneano l'ala sinistra i cavalieri Battriani, e con loro i Dai, e gli Aracosj: venivano appresso li Persiani, fanti e cavalieri mescolatamente; indi li Susiani, e dopo i Susianì i Cadusj. Con tal ordine stava l'ala sinistra fino al mezzo di tutta l'armata. Vedeansi alla destra quei della Celesiria e della Mesopotamia, come ancora i Medi, e poi li Parti e li Saci, indi i Topiri e gl' lrcani, e successivamente gli AJbani ed i Sacesini; e questi sì estendevano anch'essi fino al mezzo dell'armata. Nel mezzo eravi Dario monarca, e v'erano schierati i parenti dì esso, i Persiani Melofori (36), gl'Indiani, i Carj detti Anaspasti, ed i Mardì saettierì. Seguivano ordinatamente gli Ussj, i Babilonesi, i Littorani del golfo Persico, e li Sitaceni. Notavansi premessi al corno sinistro, rimpetto al destro di AJessandro, i cavalieri Sciti, come altri, mille in circa dei Battriani, e cento carri falcati: ma cinquanta carri e gli elefanti circondavano la regia guardia equestre di Dario. Quanto al corno destro eranvì preordinati i cavalieri Armeni e Cappadoci, e cinquanta carri falcati. Li Greci mer(31) Arriano, III, VII. Avendo Alessandro scelto queste divinità, si può dedurne che egli conoscesse la causa del fenomeno dell'eclissi di luna. (32) Arriano, 111, VIII. (33) Queste cifre, tratte da Arriano, sono cenamente esagerate. La forza reale non è conosciuta. Justin dice 400.000 fanti e 100.000 cavalieri; Curzio, 45.000 cavalieri e 200.000 fanti; Diodoro e Plutarco, un milione in totale. (34) A quel tempo i carri falcati erano temibilissimi, dice Senofonte ("Hellenica", IV, l, 18). (35) È questa la prima volta che gli elefanti vengono impiegati in battaglia fuori dall'India. (36) Cioè che portavano nelle aste pomi d'oro (N.d .T.).
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cenarj erano schierati di qua e di là di Dario e del seguito suo a fronte della falange Macedone, come gli unici valevoli a contrappesarla" (37). Da questa descrizione non è possibile capire come i vari corpi fossero veramente disposti. Gli schemi qui riportati mostrano il probabile schleramento secondo la tesi del colonneHo Dodge (38). Secondo Tarn, l'intera cavalleria componeva la prima schiera, "e la fanteria la seconda" (39). L'ala destra era comandata da Mazeo, la sinistra da Besso (40). Alessandro, accertata la disposizione del nemico sul terreno, dedicò 4 giorni al riposo della truppa ed alla fortificazione del suo campo con "fossa e steccato". Durante la "seconda veglia" della quarta notte da che aveva attraversato il Tigri, egli lasciò i propri "quartieri" e marciò contro Dario "in modo da incontrare il nemico all'alba" (41). Giunto a circa tre miglia e mezzo dai Persiani, diede l'alt e chiamò a rapporto i suoi generali. Parmenione, suo "Vice", suggerì di accamparsi Il per poter riconoscere il terreno ed il nemico. Alessandro concordò e, mentre si metteva in atto la "difesa vicina" del campo, "prese la fanteria leggera e la cavalleria della Guardia e cavalcò perlustrando il terreno che sarebbe divenuto campo di battaglia" (42). Al ritorno, fece ancora una volta rapporto per illustrare ciò che aveva osservato e per ribadire l'importanza di una immediata esecuzione degli ordini. li 30 settembre, la notle prima della battaglia, mentre Dario teneva una specie di "parata di mezzanotte" (43), l'esercito di Alessandro riposava. Parmenione si recò alla tenda del re p~r suggerire un attacco notturno, ma Alessandro si rifiutò di prendere in considerazione l'idea (44). Egli aveva, infatti, deciso di sferrare - nella incipiente battaglia- un colpo decisivo e ciò non era compatibile con le difficoltà insite in un attacco notturno. Schlerò quindi l'esercito così: "all'ala destra gli "Amici a cavallo", gli "ipaspisti" e, presumibilmente, tre "taxeis" della falange. Primi erano quelli dello Squadrone Reale comandato da Clito; succedevano verso sinistra quelli di Glaucia, di Aritone, di Spolide, di Eraclito, di Demetrio, di Meleagro
(37) Arriano, III, Xl (Trad. italiana del 1826). (38) "Alexander" di T.A. Dodge (1890), Vol. II, pag. 371. (39) "Alexander the O rea t", Vol. Il, pag. 183. (40) "Quimus Curtius", trad. J.C. Rolfe (1946), IV, XVI, e IV, XV, 2. (41) Arriano, lll, IX. (42) Arriano, lll, IX: (43) Il testo originale greco, invero, si riferisce soltanto al fatto che "Dario e l'esercito vegliarono, com'erano in arme, tutta la none, perché non avevano un campo trincerato abbastanza e perché temeano in essa un assalto" (uad. citata 1826, N.d.T.). (44) Arriano, III, X ("lo stesso Alessandro, tanto esercitato nel miHtare, temea li combattimenti notturni come pericolosi". (Trad. italiana citata, 1826. N.d.T.).
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di Egeloco . Tutto questo corpo di cavalleria era agli ordini di Filota, figlio di Parmenione. Venivano quindi l'"Agema" e poi gli "ipaspisti" agli ordini di Nicanore. Congiungevasi a questi la falange, che aveva la brigata di Ceno a destra, e, quindi, quelle di Perdicca, di Meleagro, di Polipercante, di Simrnia e di Cratero; Cratero stesso comandava la fanteria dell'ala sinistra, ove si trovavano anche la cavalleria greca sotto Erigio e, quindi, quella tessala agli ordini di Filippo. Tutta l'ala sinistra era al comando di Parmenione, che teneva attorno a sé i cavalieri farsalici"(45). Tale disposizione era del tutto normale e simile a quella già adottata nelle battaglie di Granico e di Isso; ma il problema tattico era diverso e concettualmente assomigliava a quello- descritto da Senofonte - affrontato da Ciro alla battaglia di Timbra (46). Alessandro probabilmente conosceva bene la "Ciropedia" di Senofonte; in ogni caso, egli adattò la tattica di una battaglia semi mitologica ad un caso reale, disponendo una seconda schiera dietro alla prima "in modo tale da raddoppiare la profondità della falange" (47). Ordini furono impartiti -scrive Arriano - ai comandanti della seconda schiera, "che se venivano attaccati dal retro, si volgessero a respingere il nemico" (48). Questa seconda schiera, o riserva, consisteva in due colonne mobili di truppe, poste, rispettivamente, dietro le ali della prima schiera. Esse erano disposte in modo da formare un angolo con questa, onde poter prendere sul fianco le formazioni avversarie che avessero tentato di aggirare le ali; se ciò non fosse avvenuto, sarebbero state impiegate per rinforzare lo schieramento avanzato. A destra erano disposti come segue: metà degli Angriani sotto Attalo; metà degli arcieri macedoni agli ordini di Brisone; quindi, i veterani mercenari (fanteria) sotto Cleandro. Davanti agli Angriani ed agli arcieri, la cavalleria leggera di Areta ed i Peoni di Aristone; avanti a tutti, i mercenari a cavallo. di Menide. Il resto degli Angriani e degli arcieri ed i lanciatori di giavellotto agli ordini di Balacro erano schierati dinanzi allo Squadrone Reale ed agli ''Amici a cavallo'', per opporsi alla carica dei carri falcati persiani. Erano state date istruzioni a Menide ed ai suoi che, se i nemici avessero cavalcato intorno alla loro ala, dovevano attaccarli sul fianco (49). La sinistra aveva la stessa disposizione "angolare" rispetto alla prima schiera. Prima i Traci di Sitalce, quindi i cavalieri alleati di Cerano, poi la cavalleria degli Odrisi di Agatone. Questi erano preceduti dalla cavalleria (45) Arriano, III, Xl. (46) "Ciropedia", VII. (47) Arriano, III, XII. Vds. "Tattica", 29, per questo schieramento. (48) lbid., III, Xlll. (49) lbid., III, XII.
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mercenaria di Andromaco. La guardia alle "impedimenta" era data dalla fanteria tracia. In totale, l'esercito era forte di 7.000 cavalieri e di 40.000 fanti. Della grandiosa formazione tattica di Alessandro, il colonnello Dodge scrive: " Questa disposizione è stata chiamata 'grande quadrato', ma era qualcosa di più. Essa assicurava una mobilità che il quadrato non possiede. Ciò, perché le colonne mobiH erano organizzate e disposte in modo da poter controllare qualsiasi direzione ed erano preparate a respingere un attacco proveniente dalla fronte, dal fianco o dal retro, come dimostrò la colonna di sinistra". "Infine, - dice Curzio -Alessandro aveva disposto l'esercito in modo tale da controllare ogni direzione ed era pronto a combattere da ogni lato qualora avessero tentato di circondarlo; così, la fronte era protetta quanto i fianchi e questi quanto il tergo" (50). Questo fu l'ordine di battaglia di Alessandro ed è importante tenerlo presente perché, come si vedrà, durante la battaglia egH poté applicare il suo piano tattico alla perfezione proprio in ragione del fatto che aveva puntualmente previsto le mosse del nemico e si era preparato a prevenirle. Come "gli eserciti furono insieme", Alessandro, invece di muovere direttamente verso il nemico, fece una conversione verso l'ala sinistra persiana; vedendo ciò, Dario avanzò in direzione parallela, lanciando all'attacco la cavalleria scita (51). Alessandro continuò nel suo avvicinamento obliquo e gradualmente cominciò ad avvicinarsi aJ terreno spianato dai Persiani (52) Temendo che i suoi carri falcati potessero restare inutilizzati, Dario ordinò allora alle proprie unità in prima schiera dell'ala sinistra di avvolgere l'ala destra macedone e costringerla a fermarsi. Per fronteggiare tale minaccia, Alessandro "spedì su loro Menide coi suoi mercenari (greci) a cavallo, ma questi fu messo in rotta. Quindi, furono gettati nella mischia i Peonj di Aristone ed i mercenari di Cleandro; in risposta, Besso lanciò i cavalieri Battriani e Sciti". Questi ultimi riuscirono a sconvolgere i ranghi degli "Amici" e "caddero non pochi di que' di Alessandro", essendo gli Sci ti ed i loro cavalli 'meglio protetti dalle corazze" (53). Nonostante ciò, la disciplina ed il valore macedone ebbero il sopravvento allorché, caricando squadrone dopo squadrone, riuscirono a respingere l'attacco di Besso . Forse per approfittare deiJa confusione che regnava tra le guardie macedoni, Dario lanciò allora i suoi carri "affin di sconctare ad Alessandro la falange" (54); ma, non ap(50) "Alexander", Vol. Il, pag. 372. (5 l) Arriano, 111, Xlii.
(52) Ibid., 111, XIII. (53) Ibid, IIT, XIII. (54) Arriano, trad. citata ( l 826).
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Fig. IO- Ordine di battaglia di Alessandro alla battaglia di Arbela (331 a. C.)
pena essi si mossero, furono colpiti da una nube di frecce e di giavellotti lanciati dagli Angriani e dai "saettieri" di Balacro, schieratisi dinanzi alla cavalleria degli "Amici". Così terminò la prima fase della battaglia che aveva visto impegnata l'ala destra macedone.
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La seconda iniziò con l'ordine ad Areta "d'investire quei che giravano, cavalcando, attorno al suo corno destro per invilupparlo". Quindi, ponendosi alla testa della cavalleria della guardia (''gli Amici"), Alessandro "scivolò sulla sinistra di Areta, formò un cuneo con i quattro taxeis della falange dell'estrema sua destra e condusse i suoi cavalieri ad infiltrarsi nella breccia formata nel fronte persiano dall'avanzata della sua cavalleria. Quindi, galoppò diritto su Dario: era. il punto decisivo. La carica, che usava come "perno di manovra" sulla sinistra la fitta schiera di lance appuntite della falange, mise il panico nel re persiano che fuggi dal campo di battaglia. Nello stesso tempo la cavalleria, che inizialmente aveva attaccato la destra macedone, vedendosi minacciata sul tergo da Areta, iniziò a ritirarsi, fu inseguita e massacrata. La scena deve essere stata straordinaria, perché sia Curzio sia Diodoro dicono: "La nube di polvere alzata dai fuggitivi era così densa che non si distingueva più niente, e così i macedoni persero di vista Dario. Il rumore dei colpi e lo schioccare delle fruste servì di guida agli inseguitori" (55). Mentre si stava concludendo la battaglia alla destra di Alessandro, un'altra se ne stava combattendo alla sinistra. L'ala sinistra, a causa dell'avvicinamento obliquo effettuato dalla destra, era rimasta indietro, e l'impetuoso assalto di Alessandro aveva causato uno "scollamento" fra le due. Attraverso la breccia verificatasi, la cavalleda indiana e persiana si infiltrò e galoppò verso le "impedimenta" macedoni per liberare la famiglia di Dario. Qui, come afferma Arriano, il combattimento divenne disperato. ''I duci dei soldati aggiunti alla prima falange, saputo a tempo il fatto, rivoltarono com'erano istruiti la milizia, e presero alle spalle i Persiani e ne uccisero molti. .. " (56). Mentre ciò avveniva, la cavalleria persjana dell'ala destra di Dario aveva avvolto l'ala sinistra di Alessandro ed attaccava Parmenione sul fianco. Questi era ora accerchiato e inviò un messaggero ad Alessandro per informarlo della sua critica situazione. Egli lo ricevette mentre stava inseguendo gli ultimi superstiti dell'ala sinistra persiana: immediatamente, con la cavalleria della guardia, volse verso la destra del nemico. La cavalleria persiana, che stava retrocedendo, vedendosi minacciata la via di scampo, combatté ostinatamente. Colpi e fu colpita senza quartiere ed alla fine messa in fuga. Liberato Parrnenione, l'inseguimento riprese e continuò sino a mezzanotte, con una marcia forzata su Arbela. Furono percorse circa 35 miglia invano: Dario era fuggito. È impossibile anche solo stimare le perdite di questa battaglia. Arriano afferma che 300.000 persiani furono massacrati e che molti di più furono fatti prigionieri (57), mentre Alessandro avrebbe (55} Diodoro, XVII, 5 e Curzio, IV, XV, 33. (56) Arriano, II, XIV. (57) lbid., III, XV.
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Fig. 11 - Battaglia di Arbela (prima fase) perso 100 uomini e 1.000 cavalli. Curzio dice che 40.000 persiani e 300 macedoni caddero in battaglia e Diodoro 90.000 e 500 rispettivamente (58). (58) Curzio, IV, XVI, 26 e Diodoro, XVII, 61.
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Invece di continuare nell'inseguimento di Dario, Alessandro marciò su Babilonia, che non era difendibile essendo state distrutte da molto tempo le sue mura. Quando vi entrò, ordinò di riaprire il tempio di Marduk (il Bel dei Semiti). Da qui avanzò su Susa, ove si impossessò di 50.000 talenti d'oro (12 milioni di" sterline); quindi su Pasargade, ove ne trovò 120.000 (29 milioni di sterline) e, ancora, su Perse poli dove, ·in un atto di vendetta rituale, diede alle fiamme il palazzo di Serse. A Persepoli Alessandro seppe da Antipatro che - in una grande battaglia presso Megalopoli- questi aveva sconfitto e ucciso Agis, re di Sparta, che la Lega Peloponnesiaca era stata sciolta e che Sparta stessa era stata costretta ad entrare nella Lega Corinzia. Lasciata Persepoli nell'inverno del 330 a.C., egli giunse ad Ecbatana (Hamadan), ove si impossessò di 180.000 talenti (circa 44 milioni di sterine). Ma ancora una volta Dario gli sfuggì. Infine, percorrendo ben 390 miglia in undici giorni, lo raggiunse, ma soltanto per trovarlo ucciso da Besso. Con la morte del re persiano, l'obiettivo politico di Alessandro era stato raggiunto: col diritto del più forte , era divenuto Re dei Re. Come tale, egli doveva imporre la propria volontà sull'impero, instaurando la propria autorità sui satrapi orientali e, se possibile, dando loro frontiere sicure. Sottomise la regione del Caspio e quindi marciò verso oriente sino a Herat, ove fondò Alessandria in Asia; poi verso sud fino al fiume Helmand, ai confini settentrionali della Gedrosia; e di qui verso nord-est, fondando Alessandria in Aracosia (Kandahar). Da Kabul, nei pressi della quale pose Alessandria Caucasica, all'inizio della primavera del 329 a.C., lui ed il suo esercito scalarono il passo di Khawak e aggirarono l'Hindu-Kush. Discese nella Battriana, attraversò il fiume Oxo, marciò nella Scizia (paese dei Tartari) e stabilì una "catena" di fortini come linea difensiva verso nord, il più importante dei quali era Alessandria Escate (Khojend) sull'lassarte (Syr Daria). Strinse alleanza con gli Sciti e, per annettersi la Battriana, sposò Rossana, la figlia di Ossiarte, capo di quel territorio; nella tarda primavera del327 a.C., seguì la direttrice d'avanzata che la leggenda afferma essere stata segnata da Dionisio e da Eracle e mosse alla volta dell'India alla testa di 27.000-30.000 uomini. A Kabul divise il suo esercito, affidandone metà ad Efestione e Perdicca per attraversare il passo Khyber, e guidando l'altra metà attraverso il Citra!. Sottomise varie tribù e poi discese nella regione del Swat sino ad Altock, sull'lndo, ove si ricongiunse ad Efestione. Attraversò l'Indo, marciò sull' Idaspe e qui, nel 326 a.C., nell'ultima delle sue quattro battaglie decisive, tatticamente la più brillante, sconfisse Poro, re indiano. Restauratolo sul trono per il suo coraggio, sottomise Sangela (nei pressi di Lahore), superò il fiume Acesine (Chenab) e condusse l'esercito verso l'ldroati (Ravi) e quindi sull'Ifasi (Sutley), con l'intenzione di raggiungere il Gange e di procedere a sud verso il mare che pensava, giu-
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Fig. 12- Battaglia di Arbela (seconda fase) stamente, potesse costituire la sua frontiera orientale (59). Fu qui che il suo esercito- dopo aver marciato per circa 17.000 miglia e dopo aver raggiunto i confini orientali dell'impero di Dario - si rifiutò (59} Sebbene possa essere vero, come sottolinea Tarn, che il Gange fosse sconosciuto al mondo greco prima di Megastene - cioè sino alla fine del IV sec. a.C. - non è pensabile che Alessandro ne ignorasse l'esistenza; infatti, esso correva a sole 150 miglia dall'l fasi ed allora come adesso era il fiume "sacro" dell'India. Che egli considerasse il "Mare Orientale" (Baia del Bengala) molto più vicino di quanto in realtà fosse e che minirnizzassc la distanza per incoraggiare i suoi uomini è anche possibile. Nonostante i suoi progetti di future conquiste -come riferisce Arriano (V, XXVI) - è stato dimostrato da Tarn con interpolazioni più recenti(" Alexander", Vol. Il, pagg. 287-290) che il suo disegno strategico era quello di costituire un impero inattaccabile. Sembra che egli abbia detto: "Se ci ritiriamo adesso, lasceremo molti popoli guerrieri, tra l' lfasi e il Mare Orientale ... e molte altre razze da qui al mare !reano verso nord ... così che c'è da temere che il territorio che occupiamo venga portato alla rivolta da quelli che ancora non controlliamo. Allora non ci sarebbe alcun profitto per i nostri sforzi; e bisognerà incominciare di nuovo, con nuovi pericoli e nuove fatiche" (Arriano, V, XXVI). Nella fattispecie, è credibile che Alessandro abbia fatto proprio questo discorso.
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di proseguire. Sia pur riluttante, Alessandro si fermò e preparò il ritorno in patria. Prima di muovere verso occidente, costruì 12 templi sulla riva del fiume Ifasi "come ringraziamento agli Dei" e come "ricordo delle sue fatiche" (60). Mentre si procedeva alla co~truzione, c'era con lui nelJ'accampamento un capo indiano esiliato, chiamato Sandracotto (Chamdragupta), che pochi anru più tardi, emulando Alessandro, fondò il grande impero Maurya con la capitale a Palibota (Patna), sul Gange. Non essendo in grado di stabilire aH' oceano la frontiera orientale dell'impero, gli sembrò che la migliore linea difensiva possibile fosse l'Indo e, quindi, la congiunzione della foce di questi con quella dell'Eufrate; in tal modo, sarebbe stato necessario (per penetrare nell'impero) affrontare i deserti della Persia e le montagne dell'India occidentale. Alessandro iniziò la sua marcia di ritorno e costruì una flotta sull'lhelum. Quando essa, nel novembre del326 a.c., fu pronta, egli offrì libagioni in onore di Eracle, il suo famoso avo, di Ammone e di altre divinità e quindi partì. Muovendo in direzione sud, combatté contro i Mali e stava per perdere la vita in battaglia; forse arrivò al delta dell'lodo. Dopo averne esplorata la foce sino al mare, costruì una base navale a Patala (Haiderabad?) e quindi decise di inviare il suo ammiraglio Nearco, con una flotta di 100-115 vascelli, in esplorazione verso occidente alla ricerca del Golfo Persico. Divise l'esercito in due aliquote ed ordinò a Cratero, al comando della più forte, di ritornare a Persepoli attraverso il passo di Bolan e Kandahar, mentre lui, con l'aliquota minore- 8.000/ 10.000- marciò verso la madrepatria seguendo la direttrice costiera del deserto di Gedrosia in modo da costituire depositi di rifornimenti per la flotta di Nearco lungo le rive del Mare Arabico. Durante la marcia perse gran parte delle sue "impedimenta" e molti dei suoi ausiliari, ma riuscì a "passare" senza gravi perdite. Tutte e tre le spedizioni intraprese ebbero buon esito: la rotta delle Indie era aperta. Nella primavera del 324 a.C. era nuovamente a Susa, ove, per celebrare le sue conquiste, organizzò una fantastica festa durante la quale egli e molti suoi ufficiali -così come ben 10.000 dei suoi uomini - sposarono donne persiane (61). Subito dopo aver compiuto questo simbolico atto di fusione tra vinti e vincitori, per rimuovere un pericolo che sin dai giorni di Senofonte minacciava la Grecia - la massa dei greci senza patria che vendevano i propri servigi, come mercenari, al miglior offerente - ordinò alle città della Lega di Corinto di accettare il rientro degli esuli e delle loro famiglie. Poiché un tale ordine non rientrava nei suoi diritti di CapitanoGenerale, egli -come dice Tarn - chiese di essere riconosciuto dalla Lega (60) Arriano, V, XXIX. (61) Arriano, VII, IV.
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come un dio, in modo da non dover rispettare le leggi della Lega stessa. Così fu fatto, e gli esuli rientrarono in Grecia. Subito dopo, decise di rimandare in Grecia tutti i veterani più anziani. Tale decisione, dettata dal buon senso, fu presa ad Opis, e suscitò il disappunto dei macedoni, che temevano non solo di essere sostituiti dai persiani, ma anche che Alessandro trasferisse in Asia la sede del governo. Lo scontento suscitato portò ben presto ad un vero e proprio ammutinamento dell' intero esercito, ad eccezione deli'" Agema' 1 degli ipaspisti . I soldati chiesero di tornare in patria e gli dissero di continuare la guerra "con suo padre Amon" (62). Alessandro fece arrestare i capi dei rivoltosi e decise di prender questi in parola, smobilitando l'intero esercito e iniziando il reclutamento di un'altra armata, interamente persiana. Un tale drastico atteggiamento portò ad una quasi immediata riconciliazione: fu imbandito un gran banchetto, con 9.000 ospiti, in segno simbolico di quella pace che Alessandro intendeva instaurare nell'impero. Macedonie Persiani- i grandi antagonisti deJJa guerra - sedettero insieme al suo tavolo e tra loro era rappresentata ogni razza presente nell'impero. Arriano ci racconta che Alessandro "ed i suoi compagni d'armi bevvero dalla stessa coppa e brindarono insieme, mentre gli 'àuspici' Greci ed i Magi (Persiani) davano inizio al cerimoniale" (63). Durante il banchetto, scrive Taro, Alessandro "pregò per la pace e perché i Macedoni e i Persiani e tutti i popoli dell'impero potessero essere 'membri ' nella federazione (non semplicemente 'sudditi' ) e perché le popolazioni del mondo da lui conosciuto potessero vivere insieme nell'armonia e nell'unità del cuore e della mente - quella 'Homonoia' che per secoli il mondo aveva cercato di raggiungere invano. Egli aveva in precedenza detto che gli uomini sono figli di un unico Padre e la sua preghiera era l' espressione dell'intima convinzione di aver ricevuto da Dio la missione di riconciliare il mondo. Nonostante nessuno dei presenti potesse prevederlo, quella preghiera sarebbe poi divenuta il coronamento della sua carriera ... " (64) Nella primavera del 323 a.C. tornò a Babilonia, scelta come capitale, e lì incontrò "ambascerie dei libici, che si congratularono con lui e gli offrirono una corona pel suo costituendo Regno d'Asia (l' Impero Persiano). Dall'Italia, i Buttri, i Lucani ed i Tirreni (Etruschi) gli mandarono inviati con proposte simili" (65). Arriano fa menzione di altri ambasciatori, ma Tarn li considera aggiunti più tardi (66). (62) Arriano, Vll, Vlll. (63) Arriano, VII, XI e "Moralia" di Plutarco, trad. di F.C. Babbit (1926), Vol. IV " Del vaiore e delle fortune di Alessandro", pagg. 327-330. (64) Arriano, Il, XIV. (65) Arriano, VII, XV. (66) "Alexander the Great", Vol. Il, Appendice 23.
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A Babilonia si dedicò a pianificare diverse spedizioni. Una si proponeva di esplorare il Mar Caspio, per stabilire se fosse un lago o un golfo dell'Oceano; altre avevano come obiettivo il Golfo Persico. Per quest'ultima costruì un grande porto a Babilonia, dal quale le navi potevano partire per colonizzare la costa orientale del Golfo: lo scopo era di esplorare la rotta marittima che congiungeva Babilonia all'Egitto, e così unire questo all'India seguendo la via che Nearco aveva scoperto, ed anche di circumnavigare la penisola arabica con una spedizione che egli stesso intendeva guidare. Mentre veniva allestita la flotta, riordinò la falange, fondendo la fanteria leggera persiana con gli ospiti macedoni. Nessuno di questi progetti era destinato ad essere portato a terrnine, perché il 2 giugno Alessandro si ammalò di malaria. Poiché peggiorava sempre più, venne portato nel palazzo di Nabucodonosor. Qui, iJ 12 giugno, i suoi veterani gli sfilarono dinanzi in silenzio mentre giaceva muto "nonostante salutasse tutti con la testa e con gli occhi" (67). Il giorno seguente, 13 giugno, verso sera, morì -all'età di 33 annidopo aver regnato per 12 anni e 8 mesi. Fu sepolto ad Alessandria. Nonostante che sotto i suoi successori, i Diadochi (68), l'impero che egli aveva fondato si dividesse e quattro grandi monarchie sorgessero dalle sue ceneri - i Tolomei in Egitto, i Seleucidi in Asia, gli Antigonidi in Macedonia e l'impero di Chandragupta (69) in India - il suo ideale di unità globale e di fratellanza degli uomini non si estinse. La fusione razziale, che al suo ritorno a Susa dall'India egli aveva testimoniato con matrimoni di massa tra macedoni e persiani, divenne fatto di tutti i giorni nelle grandi città cosmopolite che aveva fondate. Dal frammischiamento delle varie razze nacque una cultura comune, quella ellenistica. Dopo la sua morte Alessandria, la più grande di queste città, divenne il centro propulsore della nuova cultura. Essa fu "il punto d'incontro del mondo". Là, scrive Reinach, un'incessante curiosità "spinse le menti degli uomini a moltiplicare domande e notizie in ogni campo, volevano sapere tutto, spiegare tutto. Consultarono vecchi testi ... viaggiarono in terre disabitate ... portarono ad alto livello lo studio delle scienze propriamente dette, che tendevano a divenire sempre più separate dalla filosofia ... Cos'è tutto ciò, se non il vero principio di uno spirito scientifico?" (70). (67) Arriano, VII, XXVI. (68) Precisamente: Antigonio, Tolomeo, Seleuco e Lisimaco. (69) " ...Chandragupta lo vide e ne dedusse la possibilità di realizzare quel d.isegno, che esisteva sin dai tempi dei Veda, di una monarchia universale in !odia; così Alessandro, indìrettamente, creò l'impero di Asoka e consentì l'espandersi del Buddismo" ("A!exander the Great", di W.W. Taro, Vol. l, pag. 143). (70) 'Hellénisation du M onde Antique", di A.J. Reinach (1914), pag. 270.
LA BA TTAGLIA DI GAUGA." IELA O ARBELA (331 a.C.)
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Fu scoperta la forza-vapore, approfondita la matematica, sviluppata la meccanica e nuove fedi e culti si mescolarono, diretti verso oriente ed occidente. Il processo di fusione fu accelerato dal sistema economico adottato da Alessandro. Prima di partire per la sua grande avventura, egli doveva aver capito che suo padre aveva avuto il potere dalle miniere d'oro della Tracia. Dopo, quand'era in Egitto, aveva compreso che l'oro era considerato una materia divina che dava l'immortalità ai suoi re, se essi venivano coperti, nelle tombe, da maschere d'oro. Si impadronì delle ricchezze della Persia e le trasformò in monete. Quando si impossessò dei tesori dell'Asia- scrive Ateneo - "il sole della ricchezza, con il suo potere assoluto, veramente sorse" (71). Non solo egli coniò moneta, ma unificò il sistema finanziario, introducendo regole comuni ed uniformi. Dopo la sua morte, i Tolomei monopolizzarono l'intero sistema bancario in Egitto e attraverso "la loro banca centrale di Alessandria essi. .. trattarono affari con paesi stranieri (72)". Wilcken scrive ancora: " Durante le guerre di Alessandro, i precedenti confini tra Oriente e Occidente scomparvero, e nella generazione successiva migliaia di commercianti e artigiani greci entrarono a far pane del nuovo mondo ed andarono a cercare fortuna nelle nuove città, che nacquero come funghi. Così, due economie, prima separate, vennero a coincidere sempre di più sino a formarne una sola; e quando anche il Mediterraneo Occidentale entrò nel vortice della grande rivoluzione che era avvenuta in Oriente, sorse finalmente un commercio mondiale che abbracciava l'intero mondo conosciuto e che si estendeva dalla Spagna ali ' India e, attraverso l'Asia Centrale, giungeva sino in Cina. Questo sviluppo fu completo soltanto con l'Impero Romano, ma il suo fondamento rimase la conquista deU' Asia compiuta da Alessandro" (73). Nelle grandi monarchie che sorsero dopo la sua morte, non soltanto fu creata un'aristocrazia della ricchezza, ma il potere divino del re divenne la pietra miliare dello Stato. Scrive il prof. Tarn che "difficilmente egli poteva essere considerato morto, quando la leggenda si riempiva del suo nome ... intorno a quel nome.l'jntero mondo orientale si formò e si concretizzò; la storia del divino conquistatore del mondo continuò a rinnovellarsi in lui. .. Egli trasformò il mondo civilizzato; iniziò una nuova epoca; niente poteva più essere come prima" (74) . (7 1) " Ateneo", trad. di C.B. Gulik (1929), Vol. 111, " Dei pnosophistae", Vl , 231 , e. (72) " Aiexander 1he Great" di U. Wilcken, pag. 292. (73) Wilcken, op. cit., pag. 284. (74) "The Cambridge Ancien History", Vol. VI pagg. 435-436, e "Aiexander the Great" , di W.W. Tarn, Vol. l, pag. 145.
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LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Come vedremo nei successivi capitoli, gli effetti della sua opera sarebbero stati universali. Nella metà del III sec. a.C., subito dopo la fine della l a Guerra Punica, la cultura greca incominciò ad influenzare la società romana, e durante e dopo la 2 a Guerra Punica essa fu diffusa sotto gli Scipioni. Wilcken dice: "Furono i Romani che, per primi, diedero ad Alessandro il titolo di "Grande" (Magnus) e che "fu lasciato a storici greci il compito di tratteggiare un parallelo tra Alessandro ed il grande Scipione l'Africano, vincitore di Annibale e fondatore dell'Impero Romano; essi fecero di Scipione il figlio di Giove Capitolino e trasferirono su di lui la leggenda secondo cui Alessandro era discendente di un sacro serpente ... " (75). Più tardi, quando Augusto --:fervente ammiratore di Alessandro, durante il cui regno fu sancito il potere dell'imperatore quale reggente divino del mondo - pose la sua effige sul sigillo imperiale, il sogno di Alessandro si realizzò, almeno in parte. Infatti, con la "Pax Romana", il mondo occidentale godette per la prima volta di un lungo periodo senza guerre. Mancava soltanto un passo, dal concetto di Re-Dio di Alessandro e dalla frase che Plutarco gli attribuì (''Dio è il padre comune di tutti gli uomini ma egli ne elegge soltanto alcuni, scelti tra i migliori) all'imporsi del Cristianesimo e, più tardi, al passaggio del potere temporale degli imperatori romani al governo spirituale dei Papi medievali. Più tardi ancora, strano ma vero, l'lslam, il grande oppositore del Cristianesimo, fu reso possibile soltanto dal contatto della cultura araba con l'ellenismo in Egitto, Siria e Asia Minore ..
(75) "Alexander the Great" di U. Wilcken, pag. 277.
CAPITOLO IV
La crescita di R oma ed il suo conflitto con Cartagine
Quadro storico Durante i grandi movimenti migratori che ebbero luogo tra il 1200 ed illOOO a.C., due popoli di ceppo asiatico apparvero nel Mediterraneo Centrale. Essi erano i Fenici di Tiro che, circa nelllOO a.C., stabilirono ad Utica la prima delle loro colonie nord-africane e che fondarono Cartagine (Kart-Hadasht o "Città nuova") nella seconda metà del nono secolo a.C~. e gli Etruschi, che si insediarono in Italia, a nord del Tevere, intorno al 1000 a.C. A sud del fiume, nel Lazio, si trovava un piccolo conglomerato di villaggi abitato dai Latini, genti di ceppo indo-europeo aventi il loro centro ad Alba Longa che, nel 753 a.C. - la data tradizionale della fondazione di Roma da parte di Romolo - furono sottomessi dagli Etruschi. Sotto il loro dominio, i villaggi sorti intorno al colle Palatino gradualmente si trasformarono nella città-stato di Roma. 250 anni più tardi -circa nel 500 a.C. - mentre gli Etruschi erano duramente impegnati nel nord contro i Galli, i Galli sottomisero l'Etruria. Più tardi traversarono il basso Tevere e, circa nel 390 a.C., Roma, ancora sprovvista di mura difensive, fu da loro occupata e data alle fiamme. Soltanto la cittadella, sul colle Capitolino, resistette sin quando gli invasori, stanchi di assediarla, accettarono un tributo in oro e si ritirarono verso nord. Nel periodo "arcaico" l'unità fondamentale dell'esercito romano era la legione (legio =raccolta), o "unione dei clans" (delle famiglie). La costituivano cittadini romani appartenenti alle famiglie della stirpe originaria, gli unici che avessero il diritto di portare le armi. Essi costituivano "un corpo di guerrieri armati di !ance, per i quali veniva invocata la benedizione di Marte", ed essendo il servizio militare l'unico che comportava onori civici, furono questi uomini di grande valore a plasmare il carattere del popolo romano.
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Originariamente la legione aveva un ordinamento falangitico, armato alla vecchia maniera dorica. Inizialmente contava 3000 o 4000 uomini ordinati su 8 righe: le prime sei di opliti e le altre due di veliti (fanteria leggera). Come per la falange greca, il suo principio tattico era la potenza dell'urto; non aveva rincalzi, e la cavalleria che le dava appoggio era di così scarsa entità che l'inseguimento del nemico era raro e difficile. Secondo la tradizione, subito dopo l'incendio di Roma, questa primitiva organizzazione militare fu profondamente trasformata da Marco Furio Camillo, il più famoso generale delle guerre galliche. All'ordinamento per censo egli ne sostituì uno "per età", onde sfruttare al meglio la capacità e l'esperienza dei singoli combattenti. La fanteria pesante, che costituiva il nerbo della legione, fu organizzata in tre specialità, gli astati, i principi ed i triari; i primi erano i soldati più giovani, gli ultimi i più anziani. I veliti furono mantenuti, pur continuando ad essere reclutati per censo. Per avere la flessibilità necessaria a combattere i mobilissimi Galli, la legione si schierava su tre linee: prima gli astati, poi i principi e quindi i triari, i veterani. Ognuna di queste si suddi videva in IO manipoli, ciascuno forte di 120 uomini per gli astati ed i principi, di 60 per i triari. Una coorte comprendeva un manipolo di ciascuna linea, oltre a 120 veliti e ad uno squadrone (turma) di cavalleria: in tutto, 450 uomini. Dieci coorti formavano la legione (l) . In combattimento, l'ordine dei manipoli era quello della scacchiera, in modo che quelli arretrati coprivano gli intervalli tra quelli avanzati (2) . La cavalleria (dieci turme) si schierava alle ali (5 turme per parte). L'assunzione di tale ordinamento fu probabilmente graduale. L'armamento è compiutamente descritto da Polibio nelle Sz. 19-42 del suo libro VI (3). I veliti portavano una daga, una lancia ed uno scudo (''parma") del diametro di circa l m. La lancia era in realtà un giavellotto e quindi era munità di una punta così fine da deformarsi all'impatto, in modo da non essere utilizzabile dal nemico. Gli astati avevano un grande scudo ("scutum") di forma semi-cilindrica, largo circa 80 cm. ed alto circa l ,30 m.,
(l) Questa affermazione dell'A. appare almeno "fuori tempo". La riforma di Furio Camillo non prevedeva, infatti, le coorti, introdotte nell'ordinamento dell'esercito romano molto tempo dopo. La legione di Camillo fu detta "manipolare" proprio perché era suddivisa unicamente in manipoli (N.d.T.). (2) "La legione si schierava su Ire linee (astati, principi, triari); i manipoli si disponevano l'uno a fianco all'altro, con intervalli almeno uguali alla fronte di un manipolo; quelli dei principi e dei triari in corrispondenza degli intervalli dei manipoli della linea precedente, cosi che, con le tre linee, si formava una scacchiera di manipoli". (E. Scala: "Storia delle Fanterie Italiane", Vol. l, pag. 147 . N.d.T.). (3) Per una trattazione completa dello sviluppo degli armamenti presso i Romani, vds. "Les Armes Romaines" di Pau! Couissen (1926). (Anche Scala, op. cit., N.d.T.).
LA C RESCITA DI ROMA. ED IL SUO CONFLITTO CON CA.RTAGINE
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fatto di due strati di legno incollati, coperto di cuoio e con i bordi rinforzati di ferro. Essi erano armati di una daga corta ("gladium") e di due giavellotti (''pila"), indossavano eRmo di metallo, schinieri ed un pettorale o, se potevano permettersela, anche una corazza ("lorica"). Principi e triari erano armati e "corazzati" alla stessa maniera, ma invece dei giavellotti portavano lunghe !ance ("hastae") (4). A quanto pare la cavalleria era completamente trascurata, tanto che all'inizio delle Guerre Puniche i cavalieri erano privi di armature, i loro scudi erano di pelle, le loro !ance e spade scadenti. Normalmente preferivano combattere a piedi. L'ammodernamento dell'ordinamento diede luogo ad una serie di innovazioni in rapida successione. Anche per ùna sosta di una sola notte, l'accampamento veniva circondato da difese passive. L'antica disciplina, sempre severa, rimase inalterata, mentre si incrementò l'addestramento al combattimento e quello formale. Tatticamente, furono introdotti radicali cambiamenti; si introdusse la combinazione dell'azione vicina {scontro corpo a corpo) con quella lontana (armi da gitto); si capì il concetto di "riserva" e la si prescrisse ad ogni livello; il combattimento offensivo e quello difensivo divennero parte di un'unica concezione tattica. Mommsen scrive, a proposito della legione "manipolare": " I Romani, combinando l'impiego dal giavellotto pesante con quello della daga, ottennero risultati simili ... a quelli dovuti, nelle guerre moderne, all'introduzione della baionetta. Il lancio dei giavellotti preparava lo scontro con l'arma corta, esattamente come oggi il fuoco di fucileria precede l'assalto alla baionetta. Infine, il loro sistema di accamparsi era tale da poter combinare i vantaggi del cobattimento difensivo con quello offensivo, di dar battaglia o di evitarla a seconda delle circostanze; nel pirmo caso, potevano battersi sotto lo steccato del loro campo così come sotto i bastioni di una fortezza". Dopo l'invasione dei Galli, Roma fu circondata da mura ed i Romani vennero così a disporre di una sicura base operativa dalla quale muovere sul loro cammino di conquiste. Nel 325 a.C. la loro espansione li portò al conflitto con i Sanniti; ne seguì una serie di guerre che terminò nel295 a.C. con la battaglia decisiva di Sentina (Fabriano) nella quale le forze combinate dei Sanniti, degli Etruschi e dei Galli furono sconfitte. Talt vittoria fece di Roma la maggior potenza politica e militare tra il F. Arno ed il Golfo di Salerno e, come dice Breasted, "decise il futuro dell'Italia per i successivi duemila anni" . In Italia, infatti, gli unici potenziali nemici erano rimasti i Galli al nord ed i Lucani a sud, oltre alle città greche della costa che, tuttavia, seguivano una politica strettamente difensiva. Taranto era la principale di queste città ed i suoi abitanti, allarmati (4) Armi "da mano" e non "da gitto". Scala, op.cit. , pag. 171 (N.d.T.).
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dalla rapida espans_ione dì Roma, chiesero aiuto a Pìrro, re dell'Epiro, imparentato con Alessandro il Grande, il più famoso soldato di quei tempi. Egli sbarcò in Italia nel 280 a.C. e sconfisse i romani in due battaglie, ad Eraclea, sul golfo di Taranto, e nei pressi dell'odierna Venosa, subendo, tuttavia, pesantissime perdite. Dopo essersi recato in Sicilia, chiamatovi da Siracusa per combattere i Cartaginesi, ed avervi condotto diverse brillanti campagne, tornò sul continente nel 276 a.C. e fu così duramente sconfitto dai Romani a Benevento da reimbarcarsi esclamando "Qual campo di battaglia per Romani e Cartaginesi lascio dietro di me!". Una profezia che sì avverò presto; infatti, dopo la sua partenza, le città greche caddero una dopo l'altra e con l'occupazione di Reggio, le due "superpotenze" rimasero a fronteggiarsi daJie opposte sponde dello stretto dì Messina. Tra il 310 ed il 289 a.C. la maggior parte della Sicilia fu sottomessa da Agatocle, tiranno di Siracusa: soldato di notevole valore, fu il primo europeo a portare la guerra nel nord Africa cartaginese. l prolungati disordini che si manifestarono dopo la sua morte - ·fomentati da Cartagine - consigliarono a Siracusa di chiedere l'aiuto del re dell'Epiro, che aveva sposato una sorella di Agatocle. Quando Pirro lasciò la Sicilia, Gerone Il , allora re di Siracusa, si trovò coinvolto in una guerra contro un corpo di ex-mercenari di Agatocle, detti Mamertini (da Mamerte, forma osca per Marte), che avevano assediato Messina. Vistisi alle strette, i Mamertini chiesero aiuto sia ai Romani sia ai Cartaginesi; entrambi risposero all'appello e ne seguì uno scontro che determinò, nel 264 a.C., la l a Guerra Punica. Quando compresero che, senza una flotta, non avrebbero potuto impedire il flusso dei rifornimenti cartaginesi provenienti daU' Africa, nel 261 a.C. i Romani decisero di dotarsene e di divenire una potenza navale: una decisione rischiosa, dato che essi non erano bravi marinai mentre Cartagine rappresentava la maggior potenza marittima del Mediterraneo. Costruite le navi ed armatele con equipaggi solo parzialmente addestrati, nel 260 a.C. i Romani cercarono di assediare Messina ma furono sconfitti. Per niente scoraggiati dall'insuccesso, essi di resero conto che mai avrebbero potuto competere con i Cartaginesi sul mare se avesero continuato ad usare le tattiche allora normalmente usate; così iniziarono a studìarne di nuove, tali da consentir loro di ottnere il massimo vantaggio dalla superiorità dei legionari negli scontri corpo a corpo. Le loro galee furono allora equipaggiate con pontìli mobili recanti nella parte frontale un arpione, detto "corvo". Incerniato a prora e mantenuto in verticale da un sistema di argani, esso poteva esser fatto calare velocemente, a destra o a sinistra, sul ponte di una nave nemica che, arpionata, veniva "fissata" alle murate. A questo punto, un reparto d'abbordaggio attraversava il pontìle e si precipitava sulla tolda avversaria. Preso ancora una volta il mare, i Romani incontrarono la flotta cartaginese al largo di Milazzo. Questa attaccò, ma "i pontili -
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scrive Polibio - oscillavano e si abbattevano sulle navi in ogni direzione, così che nessun vascello africano poteva avvicinarsi senza correre il pericolo di essere arpionato e, quindi, abbordato». Così i Cartaginesi, sconcertati dalla novità, ripiegarono dopo aver subìto la perdita di 50 navi. La vittoria di Milazzo fece di Roma una potenza navale: le conseguenze più immediate furono l'evacuazione della Corsica da parte dei Cartaginesi e l'occupazione romana della Sardegna. Come aveva fatto Agatocle, i Romani deciserò, a questo punto, di portare la guerra in Africa. La loro flotta era forte di 330 vascelli, e sebbene gli avversari ne avessero radunata una ben più consistente, al largo di Eraclea (ovest di Agrigento), allo scopo di intercettare il corpo di spedizione che navigava verso l'Africa, ancora una volta i "corvi" giocarono un ruolo decisivo, ed i Cartaginesi persero 94 navi contro le 24 dei Romani. La battaglia di Eraclea diede a Roma il controllo del Mediterraneo Centrale. Riordinata la flotta, i Romani ripresero la navigazione per Capo Bon, ove sbarcarono un corpo d'esercito agli ordini di M. Attilio Regolo. Mentre, tuttavia, egli occupava Tunisi per stabilirvi la propria base di operazioni, una forza mercenaria greca al comando di uno spartano di nome Santippo portò aiuto ai Cartaginesi . Santippo era un abile soldato. Polibio dice di lui: " Fu un uomo, un cervello, a sconfiggere coloro che si credevano invincibili e capaci di tutto compiere; egli ridiede fiducia ad un'intera città indubbiamente destinata alla rovina, e risollevò il morale del suo esercito, giunto ormai alla disperazione più profonda". Scelto un terreno favorevole alla sua cavalleria, di per sé già superiore, egli sconfisse e catturò Regolo. l romani rinunciarono all'invasione e tornarono in Sicilia. Nel giugno del 255 a.C. un terribile disastro li colpì allorché, incappati in una tempesta, persero 284 delle loro 364 navi. Tale evento rappresentò il ritorno del dominio del mare ai Cartaginesi, che subito rinforzarono il presidio di Lilibeo (Marsala). Nel 249 a .C. un altro fortunale praticamente annientò la flotta romana, tanto da far sì che Roma, scoraggiata, abbandonasse l'idea di combattere per mare. Due anni dopo i Cartaginesi inviarono in Sicilia Amilcare Barca, il padre di Annibale. Ripreso coraggio, nel 242 a.C. i Romani iniziarono a costruire una nuova flotta e negli anni successivi, disponendo di 250 quinqueremi, sorpresero i porti avversari di Lilibeo (Marsala) e di Drepana {Trapani). La caduta di queste basi, le più prossime alla madre patria, allarmò i Cartaginesi. Subito si misero in mare per riconquistarle, e le due flotte si incontrarono presso le isole Egadi. Quella romana ebbe la vittoria, 70 navi avversarie furono catturate e 50 affondate.
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Entrambi i contendenti, a questo punto, erano esausti e nel 241 a.C. fu conclusa la pace. Essa sanciva l'evacuazione da parte cartaginese della Sicilia che, così, diveniva la prima provincia dell'Impero Romano. A Cartagine, la fine dello stato di guerra determinò subito una serie di disordini interni e il dilagare delle diserzioni tra i mercenari. In Sardegna essi si rivoltarono al potere centrale ed essendo venuti a conflitto con la popolazione chiesero aiuto a Roma. Questa accolse l'invito e, nel 228 a .C., intervenne nell'isola che fu definitivamente abbandonata da Cartagine. Mentre erano impegnati a pacificare e sottomettere le selvagge tribù sarde- operazione che durò molti anni - i Romani dovettero anche ingaggiare una spietata guerra di frontiera con i Galli nel nord dell'Italia e, tra il 229 ed il 219 a.C., intraprendere una serie di spedizioni punitive contro gli Illiri, pirati dell'Adriatico . Nel 225 a.C. i Galli furono temporaneamente fermati con una battaglia nella quale, si dice, perirono 40.000 soldati e 10.000 furono catturati . Dopo questa vittoria, colonie romane furono stabilite a Cremona e Piacenza e, per rifornire queste ed altre guarnigioni del nord, la via Flaminia fu adattata per il transito delle truppe sino a Rimini. La guerra contro gli Illiri, che per la prima volta pose Roma in contatto con il mondo greco, suscitò le paure di Filippo V di Macedonia che, da allora, assunse un atteggiamento ostile neii confronti dei Romani. Nel frattempo Cartagine, per compensare le proprie perdite nel Mediterraneo Centrale, inviava Amilcare Barca in Spagna allo scopo di estendere i propri dorninii sul quel Paese. Nel 229 a.C. egli fondò Cartagena (Nuova Cartagine). In evidente risposta a questa mossa, Roma stipulò un'alleanza con la ricca città greca di Sagunto. Impegnati com'erano nel conflitto con i Galli e non volendo rischiare, al momento, un'altro conflitto con Cartagine, i Romani firmarono con Asdrubale un trattato che fissava al F. Ebro il confine tra le aree di interesse e d'influenza romana e cartaginese. Nel 221 a.C. Asdrubale fu assassinato e gli successe il cognato Annibale, figlio di Amilcare Barca.
Le battaglie del Metauro (207 a. C.) e di Zama (202 a.C.) Roma riuscì a realizzare ciò che Alessandro aveva soltanto tentato: essa ne aveva recepito il grandioso disegno. Ma ciò non avvenne in esecuzione di un piano prestabilito, perché la storia si dipana in forza delle circostanze. Il concetto imperiale era ormai acquisito, come giustamente dice Li vi o: ''Una grande nazione non può mantenere a lungo la pace. Se mancano nemici esterni, ne sorgono all'interno, proprio come un corpo vigoroso che sembra immune dai contagi e che poi crolla sotto il proprio peso" (5). La storia ci insegna che il destino di ogni nazione virile è determinato da due tipi di eventi, i conflitti esterni e quelli interni, le guerre e le rivoluzioni. Soltanto quando un Paese invecchia e tramonta subentra un periodo di pace e ciò che più fa invecchiare una nazione è il suo senso di sicurezza. Questo non era proprio il caso di Roma: quando scoppiò la 2a Guerra Punica essa era una nazione molto giovane, impegnata da due grandi potenze, la Macedonia ad est e Cartagine a sud. Prima di raggiungere la sicurezza bisognava debellare queste potenze, in quanto lo scopo essenziale di un Paese è quello di stabilire frontiere sicure. Proprio l'obiettivo che era stato di Alessandro. In Spagna, tale condizione non esisteva in quanto l'Ebro era poco più di un nome geografico. Una volta portata a termine la guerra con i Galli, Roma - che mirava alle miniere d'argento ed ai mercati spagnoli -sostenne Sagunto in un attacco ai Turboleti, sudditi di Cartagine. Annibale reagì e, nonostante i Romani l'avessero diffidato dall'intervenire, nel 219 a.C. attaccò Sagunto e la conquistò dopo otto mesi di assedio. Sebbene i Romani non avessero portato aiuto materiale ai Saguntini, nel marzo dell'anno successivo essi inviarono ambasciatori a Cartagine per chiedere la resa di Annibale. L'ultimatum fu respinto e ne seguì una formale dichiarazione di guerra. Se Annibale aveva ora il diritto di difendersi, è indubbio che - allorché aveva posto assedio a Sagunto- conosceva perfettamente le conseguenze di quell'atto. Che volesse vendicarsi di Roma può esser vero, ma non nel senso di "placare la collera dei Barca", bensì per cancellare i risultati della l a Guerra P unica e ristabilire la supremazia di Cartagine. Egli possedeva un grande istinto politido e si rendeva conto che, allora, Roma era soltanto una potenza "rattoppata", avendo conseguito la sua supremazia con la forza e non con il consenso; i Galli rappre(5) Livio, trad. F.G. Moore (1949), XXX, 44.
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sentavano per lei una minaccia costante e durante le invasioni di Pirro diversi alleati non avevano esitato a cambiar campo. Strategicamente il momento sembrava propizio e tatticamente Annibale era superiore in quanto aveva ben recepito le innovazioni di Alessandro circa l'impiego della cavalleria che, invece, non erano state tenute in considerazione dai Romani. La situazione era chiara anche per il Senato romano, ed anche ad esso il momento sembrava favorevole. Nel nord dell'Italia, i Galli erano stati debellati e, per controllarli, erano state fondate delle colonie latine; Taranto ed altri porti nel sud erano ora fortificati; non si profilavano minacce nel!' Adriatico ed il dominio del mare era in mani romane. Non soltanto le comunicazioni marittime con la Spagna erano sicure, ma dalla Sicilia si sarebbe potuto portare un attacco diretto a Cartagine. Ma la guerra è sempre un gioco d'azzardo e l'imprevisto vi ha un ruolo eccezionale. I senatori avevano calcolato esattamente ogni fattore ad eccezione di uno, imponderabile. Essi potevano "pesare" le forze cartaginesi, ma non era loro noto il genio militare di Annibale. Essi non potevano prevedere, come dice il Dodge, che dall'inizio alla fine Annibale sarebbe stato il fulcro intorno al quale tutti gli eventi avrebbero ruotato (6); e non potevano sapere che si prospettava una guerra di sedici anni, durante la quale un uomo avrebbe combattuto Roma e le avrebbe insegnato come conquistare il mondo. Che tipo d'uomo era mai questo? Poco si sa di Annibale, se non quanto si può dedurre dalle sue campagne, nessuna delle quali è stata raccontata da penna "a lui amica". Nato nel249 a.C ., a nove anni segui il padre in Spagna e là rimase sino all'inizio della sua grande avventura. Sebbene avesse trascorso in guerra la sua giovinezza, non era un ignorante: conosceva perfettamente la lingua greca ed aveva approfondito lo studio della storia militare dell'Ellade. Di corporatura agile ma robusta, eccelleva nella corsa, nel salto e nell'equitazione. Con un fisico di ferro, sosteneva bene la fatica più ardua, mentre la sua mente sveglia ma riflessiva gli faceva "captare" immediatamente l'essenza dei problemi. Il suo stile di vita era semplice, poco concedeva al bere ed al sesso. "Al suo determinato coraggio nell'affrontare i pericoli, egli univa una grande facoltà di giudizio quando vi si trovava irrrnezzo" scrive Livio, che pur gli attribuisce un'inumana crudeltà, che andava ben oltre la nota perfidia dei Punici, "senza riguardo per la verità e per il sacro, senza timor degli dei, senza rispetto per un giuramento, senza scrupolo alcuno" (7). Anche Polibio afferma che egli era "straordinariamente crudele" ed "eccezionalmente attaccato al denaro" (8). Questi giudizi, vedremo, sono senza dubbio (6) "Hannibal" , di T.A. Dodge ( 1891), vol. Il, pag. 638. (7) Livio, trad. 8.0. Foster (1929), XXI, 4. (8) "The HistOries of Polybius", trad. E.S. Shuckburgh (1889), IX, 22.
LE BAITAOLIE DEL METAURO (207 A.C.) E 01 ZAMA (202 A.C.)
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tendenziosi. La sua "perfidia" non era certo maggiore di quella del suo grande avversario Scipione e la sua crudeltà non era anormale per quei tempi. Quando, nella primavera del 218 a.C., egli uscì da Nuova Cartagine puntando sull'Ebro, il suo obiettivo era chiaro. Non voleva conquistare l'Italia, ma spezzare la Confederazione Italiana e costringere Roma a chiedere pace, come aveva fatto Agatocle nei confronti di Cartagine. Dopo la vittoria al Trasimeno, disse: "Io non son qui a combattere gli Italiani, ma per aiutar loro a combattere Roma" (9). Egli avanzava non come un conquistatore, ma come un liberatore. E facendo di quest'idea la base del suo disegno strategico, marciò sull'attuale Perpignano alla testa di 90000 fanti, 12000 cavalieri e 37 elefanti (10). La ragione per la quale egli scelse la linea di operazioni terrestre anziché quella marittima non risiedeva soltanto nel fatto che i Romani detenevano il dominio del mare, ma nella necessità, ritenuta essenziale, di sollevare i Galli contro Roma e di stabilire basi logisticbe e zone di reclutamento il più vicino possibile alla Gallia Cisalpina, onde poter fronteggiare anche un'eventuale interruzione della sua linea di comunicazioni con la Spagna. Dai Pirenei si diresse poco a nord di Avignone senza incontrare resistenza, perché il Senato romano non aveva assolutamente valutato le sue intenzioni. Dopo aver radunato un esercito in Sicilia sotto Tiberio Sempronio per effettuare una spedizione contro Cartagine, il Senato stesso dispose che un altro corpo agli ordini di Publio Cornelio Scipione marciasse da Marsiglia suJI' Ebro. Arrivato a Marsiglia, Scipione apprese che Annibale era a sole 50 miglia a nord ed invece di tornare sui suoi passi fece proseguire l'esercito- agli ordini di suo fratello Gneo- verso la Spagna, per attaccarvi le basi operative cartaginesi, e rientrò a Pisa con pochi uomini. Non appena fu nota la posizione di Annibale e fu intuito il suo obiettivo, subito fu ordinato a Sempronio di trasferirsi a nord. Ma intanto Annibale, con una manovra molto simile a quella di Alessandro sull'ldaspe, aveva superato il Rodano e condotto il suo esercito attraverso le Alpi Marittime, passando probabilmente tra il Piccolo S. Bernardo ed il Monginevro. La maggiore difficoltà incontrata non furono le montagne (I l), ma l'ostilità degli Allobrogeni, che attaccarono in continuazione la sua retroguardia. Le perdite inflittegli in quelle scaramucce furono tanto pesanti che egli giunse in pianura con 20000 fanti e 6000 cavalieri, mentre ne contava, rispettivamente, 50000 e 9000 quando aveva superato il Roda(9) Polibio, l, III, 85. (IO} lbid., I, III, 35. Queste cifre sembrano esagerate. Dice Polibio: "L'esercito non era molto numeroso ma efficientissimo ed in gran forma dal punto di vista della preparaz;ione fisica". (Il) Napoleone dice: "Soltanto per gli elefanti queste furono un problema" ("Commentaires", VI, pag. 163).
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no (12). È esattamente un quarto della forza accreditatagli da Livio all'atto di lasciare Nuova Cartagine. È difficile capire iJ perché di queste perdite. L'eve:1tualità che fossero
dovute a indisciplina dà comunque maggior risalto alle vittorie che seppe conseguire con un simile esercito. Nel dicembre del218 a.C., sulle rive del F. Trebbia, costrinse Sempronio (13) a battaglia. Lo sconcertò, lo fissò sulla fronte e con metà della cavalleria lo aggirò e lo attaccò dal tergo infliggendogli una severa sconfitta. Nell'aprile dell'anno successivo, al L. Trasimeno, interponendosi deliberatamente tra i corpi d'esercito di Servilio e di Flaminio, sorprese quest'ultimo e lo annientò (14). Marciò, quindi, verso sud lungo la costa adriatica e catturò un centro di rifornimenti romano a Canne, sul F. Ofanto. Sembra che la ragione principale che lo conduceva laggiù fosse quella di cercare un terreno adatto all'impiego della cavalleria. A Gereonio (sud di Termoli) c'erano otto legioni, al comando dei consoli Emilio Paolo e C. Terenzio Varrone. Non appena conosciuta la posizione di Annibale, essi marciarono verso l'Ofanto e posero il campo sulla riva destra, tre miglia a nord di quello cartaginese. A causa della superiorità della cavalleria di Annibale, Emilio era contrario a dar battaglia, mentre Varrone era favorevole; ma i due consoli comandavano a giorni alterni e Yarrone - approfittando del "suo giorno" -ordinò un'immediata avanzata. Ne seguì una schermaglia senza conseguenze. ll giorno successivo, 2 agosto 216 a.C., Emilio non era più in condizione di ritirarsi, come avrebbe voluto, ed Annibale- probabilmente intuendolo- schierò l'esercito con gli Spagnoli ed i Galli al centro e con gli Africani alle ali. Alle estremità delle linee di fanteria, pose la cavalleria. Fronteggiato dai Romani schierati in linee parallele, egli prima mise in rotta la cavalleria e quindi attese l'avanzare delle fanterie. L'urto di queste fece indietreggiare il centro cartaginese cosi da consentire ad Annibale di far improvvisamente avanzare le sue fanterie africane sui fianchi dei Romani. Questi si trovarono chiusi in una sacca, l'unico lato libero della quale era quello posteriore: e proprio lì venne a cadere la cavalleria cartaginese che, a quello scopo, aveva abbandonato l'insegui(12) La differenza tra questa forza e quella all'inizio della spedizione è dovuta: ai presidii lasciaù in Catalogna (22000 uomini) ed alle diserzioni (21000 uomini). Quest'ultima cifra sembra veramente eccessiva. (13) Le forze contrapposte erano (secondo Polibio, "Le Storie", lll, 72): Cartaginesi, 28000 fanti e 10000 cavalieri; Romani, 36000 fanti e 4000 cavalieri. (14) lbid., III, 84. Le perdite romane ammontarono a 15000 caduti e 15000 prigionieri.
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mento di quella romana. Ne segui una carneficina (15). Esaminando le battaglie della Trebbia, del Trasimeno e di Canne, non sussiste il minimo dubbio che la vittoria fu dovuta al genio tattico di Annibale e che tale genio poté ottenere quei risultati grazie alla maniera romana dì concepire la guerra, "rigidamente", basandosi quasi unicamente sul valore, sulla disciplina e sull'addestramento. L'arte del comando non la praticava quasi nessuno: il comandante era visto come un "istruttore", capace di far fare evoluzioni alle proprie truppe come in parata, senza riguardo al terreno o all'avversario. Per questo, essi avevano vinto innumerevoli battaglie contro barbari indisciplinati e poco addestrati; per questo, non avevano imparato niente da Alessandro; per questo, furono sorpresi dall'immaginazione di Annibale e dal suo estro geniale. Il difetto, quindi, non risiedeva nei generali ai quali, peraltro, raramente mancò il coraggio - ma nel sistema militare in se stesso . Ogni cittadino poteva diventar generale, perché ogni cittadino era in condizione di conoscere le regole fisse dell'addestramento . Come dice il Mommsen: "Era semplicemente assurdo che il comando dell'esercito in una tal guerra fosse lasciato, di anno in anno, alla decisione di quel vaso di Pandora che erano le urne del voto" (16). "Tutte le tribù votarono per Scìpione- dice Livio- ma i consoli volevano fare dell'Africa una provincia, perché il Senato aveva deciso così" (17). Ed i risultati delle urne dipendevano in gran parte dalla politica dei partiti, che faceva capo alla rivalità tra le grandi famiglie; e così i generali venivano eletti non in virtù della loro abilità o della loro esperienza, ma quasi unicamente per la loro devozione agli interessi dei partiti . Annibale, invece, era un comandante capace di adattarsi ad ogni circostanza eccetto una - la guerra d'assedio - e che, con un atto di volontà, poteva passare dall'ineguagliabile baldanza mostrata nei suoi primi tre anni di campagna italiana all'ostinata difensiva che adottò nei successivi tredici anni. È la sua abilità ad adattarsi ad ogni circostanza che giustifica il giudizio di Polibio: "L'essenza di tutto ciò che accadde tra Romani e Cartaginesi, di buono o di cattivo, fu un uomo, una mente, ... Annibale ... tan-
(15) Pol.ibio (II I, 107) dice che i Romani disponevano di 80000 fanti e 9600 cavalieri. In "The Cambridge Ancicnt History" se ne dubita e le forze romane vengono calcolate in 48000. Secondo Poli bio, le perdite romane ammontarono all'intera cavalleria meno 370, a 10000 fanti catturaù (quelli non direttamente impegnati in battaglia) e 70000 uccisi. Le perdite cartaginesi furono di 5700 uomini in totale. (16) "The History of Rome", di T. Mommsen (1921), Vol. II, pag. 126. (17) Su questo argomento vds. "Politica Romana dal 200 al ISO a.C."·di H.H. Scullard (1951) pagg. 79-80. Dietro questo c'erano gli opposti intenti strategici di Fabio e di Scipione. Il primo voleva scacciare Annibale dall'Italia e por fine cosi alla guerra; il secondo voleva costri ngerlo a lasciare l'Italia attaccando Cartagine, e ouenere la pace in Africa (lbid., pagg. 75-76).
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to grande la sua personalità, tanto fervida la sua immaginazione" (18). Egli disse anche: "Per sedici lunghi anni Annibale condusse in Italia la guerra a Roma, senza mai far diminuire l'operatività del suo esercito ma, anzi, tenendolo sempre sotto controllo, senza mai un segno di rilassamento in se stesso o negli altri, nonostante avesse al suo comando truppe che non solo non erano della stessa tribù, ma neanche della stessa razza ... La sua abilità di comandante era tale che queste differenze, così enormi e manifeste, non incrinarono affatto l'obbedienza alla sua parola ed alla sua volontà" (19). Per citare uno storico moderno, Mommsen dice: "Era singolare in lui quella scaltrezza inventiva che forma uno dei caratteri della razza fenicia; egli amava battere vie originali ed inattese, gli erano familiari gli agguati e gli stratagemmi di ogni sorta e studiava con gran cura il carattere degli avversari. Per mezzo di un ottimo servizio informativo (perfino in Roma aveva stabili spie), cercava di conoscere i piani del nemico; si vedeva lui stesso, di frequente travestito e con capigliature finte, andar cercando or questo or quello. Ogni pagina della storia di quel tempo è testimonianza del suo genio strategico e delle sue doti politiche ... era un grand'uomo" (20). Che cosa poteva il sistema militare romano contro un simile uomo? Niente, anche se, alla fine, fu il carattere dei Romani a prevalere. Dopo Canne cosa successe? Una generale disgregazione della Repubblica, come Annibale sperava? No. Non una sola città latina si ribellò, ora che Roma era paralizzata. Se Annibale fosse stato Alessandro, Roma sarebbe caduta. Data la forza della Confederazione, o si prendeva Roma o non si otteneva risultato alcuno. Ma egli non lo comprese. Marbalo, il suo comandante della cavalleria, lo supplicava di marciare sulla ca.pitale, ma egli rifiutò. E Marbalo gli gridò: "È proprio vero che gli Dei non ripongono tutti i loro doni su di un sol uomo. Tu sai come ottenere la vittoria, ma non sai come sfruttarla! ". Come commenta Livio, "il ritardo di quel giorno salvò la Città e l'Impero" (21). Perché Annibale non marciò su Roma? L'Hallward ritiene che il motivo sia da ricercare in un suo nuovo piano strategico: "Tutta la potenza di Cartagine doveva essere impiegata per portare la guerra in nuovi teatri, così da determinare l'accerchiamento dell'Italia". Mentre egli occupava una città dietro l'altra, il suo governo stava conducendo una politica tendente allo stesso scopo, "espellendo i Romani dalla Spagna, riconquistando la Sardegna e, soprattutto, ristabilendosi in Sicilia" (22). (18) Polibio, IX, 22. (19) Polibio, IX, 19. (20) Mommsen, op.cit., Vol. II, pag. 88 (pagg. 544-545 dell'ed. ital. "Subalpina", 1943, Vol. l. N.d.T.). (21) Livio, XXII, 51. (22) "The Cambridge Ancient History", Vol. VIli, pag. 61.
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Nel 215 a.C., Annibale aveva ricevuto ed accettato un'offerta di alleanza e di cooperazione da parte di Filippo V di Macedonia (23). Era questa la via più rapida per "finire" Roma? Se l'Urbe avesse capitolato o fosse stata distrutta, insieme a lei sarebbero cadute Spagna, Sardegna e Sicilia. La "nuova strategia" non era certo la migliore, ma Annibale non disponeva di forze per un assedio. Egli, sapendo di non poter costringere Roma alla resa, fu costretto ad abbandonare l'offensiva e ad adottare, come il suo avversario Q. Fabio Massimo "il Temporeggiatore", una dottrina difensiva basata sull'attrito. E perché nessuna città si ribellò? Non soltanto perché esse erano leali verso Roma, ma anche perché erano fortificate e ben collegate da strade rotabili che le rendevano, così, inattaccabili dall'esercito di Annibale e facilmente alimentabilì. Furono le fortificazioni che cingevano le città a divenire il fulcro della strategia romana, ed è strano che Annibale non l'abbia capito. Se l'avesse compreso, nel 215 a.C. - quando si stabilì a Capua e la gran parte dell'Italia del Sud passò dalla sua parte- sicuramente avrebbe organizzato una forza d'assedio per controbattere la manovra avversaria. Per quattro anni la guerra fu fatta di marce, contro-marce, attacchi e ritirate e nel 211 a.C., quando Fulvio assediò e catturò Capua, tutto ciò che Annibale poté fare fu di avvicinarsi alle mura di Roma ed agitare la sua spada dinanzi alla Porta CoiHna (24). Un gesto eroico, ma in ritardo di cinque anni!. Mentre la difensiva era "di rigore" in Italia, la guerra aveva ben più cruenti sviluppi in altre aree. In Spagna, i fratelli di Annibale, Asdrubale e Magone, stavano combattendo i due Scipioni, Publio e Gneo. Nel215 a.C. scoppiò una rivolta in Sardegna e l'anno successivo il console M. Claudio Marcello fu inviato in Sicilia, ove Siracusa aveva stretto alleanza con Cartagine, e pose l'assedio alla città. Di particolare interesse militare è il contributo che il genio di Archimede diede alla difesa. Dice Polibio: " In certe circostanze, il genio di un uomo val più di ogni schiera, per quanto numerosa essa sia" (25). Siracusa resistette sino al 211 a.C., quando il tradimento la consegnò ai Romani. Mentre il successo arrideva a Marcello, gli Scipioni, in Spagna, andavano incontro al disastro; proprio quell'anno, viste disertare le loro truppe celtiberiche, essi furono sconfitti ed uccisi. Ancora una volta Roma era pa(23) Tale alleanza indusse il Senato romano a stringere rapporti con Attalo, re di Pergamo, per contrastare FilippO. La l'Guerra Macedone iniziò nel 214 a.C. Nel211 a.C. un trattato fu stipulato tra Roma e la Lega Etqlica e nel 205 a.C. fu frrmata la pace di Fenicia secondo la quale FilippO si impegnava a non molestare gli alleati di Roma. (24) Oggi Porta Pia (N.d.T.). (25) Polibio, Vlll, 5.
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ralizzata ed ancora una volta la scelta del comandante fu lasciata al voto popolare. Nessun candidato "di nome" -console o pretore - era reperibile ed alla fine si fece avanti un giovane di 24 anni, che aveva occupato cariche minori come quelle di tribuna e di edile. Il Senato, pur riluttante, sanzionò la nomina. Quel giovane, che aveva Io stesso nome del padre - Publio Cornelio Scipione - doveva passare alla storia come Scipione "l'Africano", il vincitore di Annibale. Nato nel 235 a.C., aveva avuto il battesimo del fuoco alla Trebbia allorché, ancora ragazzo, aveva salvato la vita a suo padre (26); quindi, aveva combattuto a Canne. Scampato alla carneficina, sentito che Metello ed altri giovani nobili intendevano lasciare l'Italia, si presentò ai loro alloggi e, dritto dinanzi ad essi, giurò sulla spada che mai avrebbe disertato Roma. Uomo di grande coraggio, il suo carattere non è facile a delinearsi. Mommsen dice di lui: "Egli non era di quei pochi che con il loro ferreo volere costringono i mondi, per secoli, nella via da essi tracciata ... Però un fascino particolare emana da questa leggiadra figura di eroe; per quel sereno e sicuro entusiasmo a cui Scipione soleva abbandonarsi, in parte per buona fede ed in parte per astuzia, essa ci appare circondata come da una splendida aureola ... Publio Scipione guadagnava i cuori dei soldati e delle donne, e quello dei suoi compatrioti e degli Spagnoli, dei suoi rivali in Senato e del suo più grande avversario cartaginese" (27). Il record di successi ininterrotti, dal giorno in cui gli fu affidato il comando delle forze in Spagna a quello della battaglia finale, è dovuto alla sua apertura mentale di stampo ellenico. Mentre gli altri generali avevano imparato ben poco dalle sconfitte subìte, egli aveva appreso più da quelle che dai propri successi . Annibale, il suo nemico, era anche il suo maestro, quello che gli illustrava non soltanto l'arte della guerra, ma anche quella di comandare gli uomini. La sua dote più singolare era la naturale conoscenza della psicologia della folla. Quando, in Spagna, i soldati si ammutinarono, egli commentò: " ... una folla è facilmente indotta in errore. La folla è come il mare, che per sua natura è quieto e sicuro; ma, quando il vento soffia violento, esso diviene tempesta. Una folla rispecchia sempre ciò che sono i suoi capi" (28). Scipione partì daJla foce del Tevere ed approdò ad Emporium, in Spagna, alla fine del210 a .C. La situazione non era certo incoraggiante. Ad eccezione delle città fortificate di Castulo (Cazlona) e di Sagunto, tutto il territorio a sud dell'Ebro era stato abbandonato . Ma ciò ne stimolò l'iniziativa: ·la sua prima mossa, infatti, fu una delle più temerarie e drammatiche che la storia della guerra ricordi, e fu possibile soltanto perché egli possedeva (26) Polibio, X, 3. (27) Momrnsen, op. cit., Vol. Il, pagg. 148- 149 (nell'ed. ital. citata, Vol. I, pagg. 600-601. N.d.T.). (28) Polibio, Xl, 29.
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il dominio del mare. Con un colpo di mano occupò Nuova Cartagine (Cartagena), fissando il fianco destro del nemico, attaccandolo dal tergo e minacciando nel contempo la sua linea di comunicazioni (29). In tale azione, egli dimostrò un'eccezionale abilità tattica. Avuta la città, la saccheggiò ma risparmiò gli ostaggi spagnoli che vi erano trattenuti; anzi, per ingraziarsi la popolazione, li liberò coprendoli di doni, "orecchini e braccialetti alle ragazze, spade e pugnali ai giovani" (30). Una volta occupata Cartagena e riforniti l'esercito e la flotta, marciò in Andalusia e, nel 208 a.C., sconfisse- senza tuttavia, riuscire a distruggerlo - l'esercito ili Asdrubale a Becula (31); quell'abile soldato riuscì a ritirarsi verso San Sebastiano, passare in Francia e quindi in Italia. Molti storici hanno criticato Scipione per non aver sfruttato il successo; ma tale critica non è giustificata in quanto, se egli avesse inseguito Asdrubale attraverso un difficile e sconosciuto paese, lasciandosi indietro, intatte, le forze di Magone e di Asdrubale figlio di Giscone, avrebbe commesso una follia tattica. Quindi Scipione concentrò le sue forze a Castulo, marciò contro l'altro Asdrubale e contro Magone, li incontrò a Ilipa (nei pressi di Siviglia) e, con una tattica che richiamava quella di Annibale a Canne (32), li batté. Asdrubale si rifugiò in Mauritania (33) e Magone alle Isole Baleari, ove si diede a reclutare un nuovo esercito da inviare in aiuto ad Annibale. La battaglia decise le sorti di Cartagine in Spagna; nell'autunno del 206 a.C., tutto il paese era sottomesso a Roma. Nel frattempo, Asdrubale aveva valicato le Alpi, seguendo la stessa via praticata dal fratello undici anni prima, era disceso nella valle del Po, ove aveva potuto reclutare 10000 Galli (34), ed aveva posto l'assedio a Piacenza. Non riuscendo ad occupare la città era disceso sino a Fano, piccolo porto sull'Adriatico ove la via Flaminia raggiunge la costa, venendo a contatto con gli avamposti dei corpi d'esercito de) pretore L. Porzio (Porzio Licinio) e del console M. Livio (Livio Salinatore), accampati nei pressi di Senigallia, poche miglia a sud di Fano. Annibale, in quel momento , era ancora nei suoi quartieri d'inverno nel Sud d'Italia, sorvegliato da 4000 fanti e da 2500 cavalieri agli ordini dei consoli Claudio Nerone e Q. Fulvio Fiacco. Il suo piano era quello di congiungersi con il fratello nell'Italia Centra(29) Polibio, X, 8. (30) Polibio, X, 18. (31) Qui si tratta di Asdrubale Barca (N.d.T.). (32) Polibio, Xl, 20-22. (33) Molti testi italiani indicano la Lusitania (Portogallo) e non la Mauritania (Maroc· co). (N.d.T .). (34) B.H. Hallward, in "The Cambridge Ancient History" , dice 30000 (Vol. 111, pag. 83).
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le; ma, dovendo tener d'occhio le proprie basi, non voleva muoversi sin tanto non fosse stato sicuro della posizione raggiunta da Asdrubale. Secondo Livio, egli non si aspettava una traversata delle Alpi così rapida e quando seppe che il fratello stava assediando Piacenza, ben conscio di quanto lunghe fossero le operazioni d'assedio, marciò verso nord ma non si spinse oltre Canosa, ove attese l'arrivo di messaggeri. Avvenne allora uno di quei fatti d'importanza incalcolabile, che spesso in guerra decidono le sorti di una nazione. Mentre assediava Piacenza, Asdrubale affidò a sei cavalieri, qu_attro Galli e due Numidi, una lettera per Annibale. Attraversata quasi tutta l'Italia essi, non sapendo che questi era andato a Canosa, lo cercarono vicino a Taranto, persero la strada e furono catturati da una pattugUa romana. Claudio Nerone apprese così che Asdrubale si proponeva di valicare gli Appennini per congiungersi al fratello in Umbria e, come scrive Livio, "giudicò la situazione tale da non consentire oltre che la guerra fosse condotta con i metodi ordinari, con ogni console entro i confini della propria provincia, in attesa - con la sola propria legione - del nemico che il Senato gli aveva «assegnato». Bisognava inventar qualcosa di imprevedibile, di inatteso, qualcosa che non suscitasse scalpore né nei concittadini, né nel nemico, ma che alla fine potesse convertire una grande paura in un'esplosione di gioia" (35). Mandò quindi a Roma la lettera di Asdrubale ed informò i Padri Coscritti che, mentre Annibale era incerto sul da farsi, egli, alla testa di 6000 fanti e di 1000 cavalieri, avrebbe marciato verso nord per dar man forte a Porzio ed a Livio, lasciando Fiacco a sorvegliare Annibale. Suggerì inoltre di trasferire a Roma la legione di Capua e di far muovere su Narni quelle tenute in riserva nella capitale. Contemporaneamente, inviò mèssi nei territori attraverso i quali doveva passare ordinando che "dalle città e dalle campagne si raccogliessero lungo la strada le vettovaglie per i suoi soldati, e cavalli e muli, ché non si doveva rallentar la marcia" (36). Egli sapeva che non c'era un momento da perdere e non attese l'autorizzazione per iniziare la marcia. Questo modo d'agire senza precedentii mise in allarme i Senatori. Essi vedevano Annibale ancora libero d'agire e "i precedenti disastri e la morte dei due consoli l'anno prima erano ricordi terribili. Tutte quelle sfortune erano avvenute quando il nemico aveva in Italia un solo esercito ed un solo generale. E adesso, che di eserciti e di Annibali ce n'erano due ... " (37). Nerone ed i suoi 7000 uomini, a marce forzate diurne e notturne, si avvicinarono a Senigallia; mèssi furono mandati a Livio per avvertirlo che sarebbero giunti al campo di notte ed in gran segreto. Per non far sapere (35) Livio, XXVII, 43. (36) lbid., XXVII, 43 . (37 Ibid., XXVII, 44.
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ad Asdrubale del loro arrivo - che sarebbe stato rilevato dall'ingrandirsi del campo - gli ufficiali ed i soldati di Nerone usarono le stesse tende degli uomini di Livio. Immediatamente dopo la riunione degli eserciti, venne tenuto un consiglio di guerra, e sebbene molti suggerissero di soprassedere a qualunque azione finché le truppe di Nerone si fossero riposate, Nerone stesso propose un attacco immediato, mentre Asdrubale non era ancora a conoscenza del loro arrivo ed Annibale della loro partenza. Accettato tale disegno, f u dato il segnale e le truppe si schierarono. Nonostante le precauzioni prese per garantire il segreto, per un macroscopico errore commesso dai iRomani, Asdrubale seppe dei rinforzi ricevuti da Livio. Infatti, una pattuglia gli riferi che il segnale di battaglia era stato udito una volta nell'accampamento del pretore, ma due volte in quello del console. Così Asdrubale dedusse che c'erano due consoli nel campo di Livia, sospettò l'arrivo dei rinforzi e decise di non accettare battaglia. Nottetempo, egli prese a risalire la valle del Metauro per raggiungere la via Flaminia, ma nel buio, le guide disertarono ed egli perse tanto tempo per trovar la strada che i Romani - accortisi del suo movimento - lo agganciarono all'alba e lo costrinsero a combattere. Asdrubale dispose il suo esercito con i Liguri al centro, coperti dagli elefanti, gli Spagnoli a destra ed i Galli a sinistra. Questi ultimi occupavano una collina che strapiomba sul fiume - forse la gola di S. Angelo - ed erano separati dai Liguri da una considerevole distanza. Dinanzi a loro, su una collina della riva opposta, prese posizione Nerone, con Livio all'estrema sinistra a fronteggiare gli Spagnoli, che erano al comando diretto di Asdrubale. Porzio era al centro, opposto ai Liguri. Livio ci dice che lo schieramento di Asdrubale era "più lungo che profondo" e che l'ala destra romana si estendeva oltre la linea di battaglia. Il combattimento fu iniziato dagli Spagnoli. "Entrambi i generali romani erano impegnati, con la gran parte delle loro truppe, a contenere gli Spagnoli, vecchi soldati adusi alla tattica dei Romani, ed i Liguri, dura razza di guerrieri. Sullo stesso terreno irruppero gli elefanti, portando enorme confusione nelle linee, ma essi non poterono essere controllati a lungo e presero a vagare tra lt: due schiere (non è certo a quale delle due nuocessero di più), come navicelle sbattute dalla tempesta" (38). Molti furono uccisi dai loro stessi conducenti, che avevano allo scopo un lungo coltello ed una mazza per conficcarlo nella colonna vertebrale degli animali. Alla sinistra di Asdrubale, il terreno impediva il contatto tra i contendenti e Nerone, che vedeva qual furioso combattimento si stesse svolgendo alla sua sinistra, decise di non restare a guardare. Lasciato un velo di forze a fronteggiare i Galli, egli condusse la maggior parte delle coorti, fuori della vista del nemico, a sfilare sul retro del (38) Livio, XXVII, 48.
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Fig. 13- Battaglia del Metauro (207 a.C.)
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corpo dì Lìvìo, come secoli dopo avrebbe fatto Marlborough a Ramillies. Con sorpresa di Asdrubale, egli venne a cadere sul fianco destro e sul tergo degli Spagnoli, sospingendoH verso ì Liguri. Quando vide che la battaglia era perduta, Asdrubale spronò.il suo cavallo e "si spinse in mezzo ad una coorte romana e cadde combattendo da degno figlio di Amilcare e da fratello di Annibale" (39). Di tale episodio, Poli bio sottolinea che "finché vi fu in lui una qualche speranza dì portare a termine il compito che si era prefisso", Asdrubale "ritenne della massima importanza la propria sicurezza personale; ma quando la Fortuna non gli lasciò alcuna speranza per il futuro e lo ridusse allo stremo negandogli la vittoria tanto a lungo preparata, egli seppe affrontare il suo destino ed una fine degna del suo passato" (40). Le perdite, secondo Polibio, furono di "non meno di 10000 morti per i Cartaginesi e circa 2000 per i Romani" (41). La notte stessa, Nerone intraprese la via del ritorno e, marciando ancor più velocemente della voEta precedente, in sei giornj rientrò al suo accampamento dinanzi ad Annibale (42). Intanto, la notizia della vittoria giungeva a Roma. Da principio, il popolo "non credeva ai propri orecchi"; ma quando essa fu confermata, la città intera fu presa da una gioia delirante per un successo, il più importante riportato contro il mortale nemico. Saputo della sconfitta e della morte del fratello, Annibale sì ritirò nel paese dei Bruziì. Ancora i Romani non osavano attaccarlo, tanto era il terrore che incuteva il suo solo nome. Ma era loro chiaro che la vittoria era stata decisiva: essa sanciva la fine dell'ultimo disperato tentativo di Annibale di rompere l'egemonia romana in Italia, dava nuovamente fiducia alle truppe romane ed assicurava a Roma la lealtà degli alleati. L'iniziativa passava ora nelle loro mani. Se è vero che, dopo Canne, Annibale aveva rinunciato a marciare su Roma ritenendo più conveniente realizzare l'accerchiamento dell'Italia, dopo la sconfitta di suo fratello al Metauro egli deve aver riconosciuto il suo errore. Ora, era lui ad essere accerchiato: dal 205 a.C. era isolato nel tallone della penisola, Sicilia e Spagna erano perdute e Roma aveva fatto la pace con Filippo V di Macedonia! (43). (39) Livio, XXVII, 49. (40) Polibio, XI, 2. (41) Ibid., XI, 3. (42) Livio, XXVII, 50. (43) Le operazioni romane in Illiria non sono state esaminate in quanto furono una conseguenza secondaria della guerra e furono ingloriose da ambo le pani. La loro importanza si proiettò nel futuro, cioè nell' intervento di Roma in Grecia e nella dichiarazione della 2• guerra Macedone. Vds. "Filippo V di Macedonia" di F.W. Walbank (1940), cap. 111.
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L'intenzione del Senato era quella di soffocarlo lentamente, ma Scipione- come aveva dimostrato al momento dell'assunzione del comando in Spagna - la pensava diversamente. Il suo piano era quello di portare la guerra in Africa, usando la Penisola Iberica quale trampolino di lancio. PoHbio ci racconta come, dopo aver espulso i Cartaginesi dalla Spagna egli, al consiglio di "fare una pausa", avesse risposto che, al contrario, era più che mai deciso a stringere i tempi (44). Sembra che avesse in mente la campagna di Agatocle, uomo che egli ammirava molto (45). Era così convinto della necessità di portare la guerra in Africa che, subito dopo la battaglia di llipa, aveva rischiato la vita per andare in Mauritania a battere Siface, re della Massaesylia (Algeria) e per ottenere da Massinissa, re della Nurnldia, un corpo di cavalleria (46). Dopo tale missione, nel 205 a.C., tornò in Italia ove fu acclamato dal popolo ed osteggiato dai generali più anziani, gelosi dei suoi successi. Eletto console, ebbe il comando della Sicilia, affidatogli più per allontanarlo da Roma che per altro. Assunto colà il comando di due legioni costituite con i superstiti di Canne, gli fu rifiutato qualsiasi altro rinforzo; ma, invece di scoraggiarsi, si diede a reclutare, ad organizzare e ad addestrare un esercito per la grande rivincita. Inviato il suo "vice", C. Lelio, in Africa nel205 a.C., nella primavera dell'anno seguente- imbarcato l'esercito a Lilibeo (Marsala) - sbarcò a Capo Farina, nei pressi di Utica, ove fu raggiunto da Massinissa, che Siface aveva scacciato dal regno. Il corpo di spedjzione romano era costituito dalle due legioni di Sicilia, rinforzate da volontari reclutati da Scipione: in totale, circa 25000 uomini, 40 navi da guerra e 400 da trasporto. Nel frattempo Asdrubale figlio di Giscone, tornato in Africa, aveva organizzato un esercito cartaginese di 20000 fanti, 6000 cavalieri e 140 elefanti e stava attendendo un contingente di mercenari celtiberi. Siface si stava dando da fare per mettere insieme una forza di cavalleria da porre ai suoi ordini. Il primo intento di Scipione fu quello di assicurarsi una base operativa e, così, assediò Utica; ma all'arrivo di Asdrubale, fu costretto a ritirarsi su un'altura rocciosa distante circa 3 km. che chiamò Castra Cornelia. Qui egli svernò. Allorché Siface venne a portare proposte di pace, Scipione le respinse, ma lo fece in modo da prolungare le trattative così da poter effettuare accurate ricognizioni del campo avversario, che. distava soltanto 9 km., onde poterlo poi attac<?are di sorpresa col favor delle tenebre. Tale astuzia è stata (44) Polibio, Xl, 24. (45) Poli bio, xv, 35. (46) Mommsen definisce quella missione "un colpo temerario" e Liddel Han (''Un uomo più grande di Napoleone" , 1927) " di importanza diplomatica" . La capitale di Massinissa era Cirta (Costantina) e Siga, ad ovest di Orano, era quella di Siface.
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considerata da molti come un vero e proprio tradimento; ma occorre ricordare quanto critica fosse la situazione di Scipione, in particolare per la difficoltà di procurarsi vettovaglie a causa dell'assiduo pattugliamento della cavalleria avversaria. Comunque la si pensi, rimane il fatto che se Scipione non avesse agito così, la campagna avrebbe avuto scarse probabilità di successo. Mostrandosi "eccessivamente desideroso di pace", egli diede ai suoi due avversari, Asdrubalé e Siface, un falso senso di sicurezza. Quando tutto fu pronto, schierò al tramonto le sue due legioni, ordinò a Lelio ed a Massinissa di piombare sul campo di Siface ed appiccarvi il fuoco mentre egli si accingeva a fare altrettanto su quello di Asdrubale. Le guardie cartaginesi erano evidentemente assonnate e poco vigili, quando le fiamme illuminarono la notte. Ne seguì un pandemonio. l resooonti di Livio e di Poli bio sono estremamente drammatici. Scrive quest'ultimo: "È impossibile immaginare quella scena spaventosa, tanto essa supera in orrore qualsiasi racconto"; ed il primo ci informa che 40000 uomini furono uccisi o perirono t ra le fiamme e 5000 furono catturati insieme a 2700 cavalli ed a 6 elefanti. In sintesi, se Livio non esagera smaccatamente, sebbene Asdrubale e Siface si salvassero, i loro eserciti furono distrutti (47) .
Invece di marciare su Cartagine, operazione ben rischiosa, Scipione tornò verso Utica e vi pose nuovamente l'assedio. Nel frattempo Asdrubale e Siface, raggiunti da un contingente di 4000 celtiberi, si diedero ad orga1 nizzare un nuovo esercito. Scipione, intuito il pericolo di un probabile ritorno in Africa di Annibale e l'urgenza di sconfiggere Asdrubale prima del verificarsi di un tale evento, con una legione e con l'intero corpo di cavalleria, ora rinforzato, riprese le ostilità. Nel grande letto del F. Bagradas (Mejerda) affrontò Asdrubale e Siface e, con una manovra simile a quella di Ilipa, per la prima volta nella storia di Roma il nemico fu sconfitto mediante una sola carica di cavalleria. Asdrubale fu sopraffatto e Siface, che era riuscito a fuggire, fu inseguito da Massinissa sino a Cirta e fatto prigioniero. Per Scipione, lo scontro vittorioso fu di incalcolabile valore, non soltanto perché gli consentì di ridare a Massinissa il suo trono, ma anche perché gli permise di acquisire - privandone Cartagine - territori di tradizionale reclutamento di ottimi cavalieri. Cartagine fu presa dal panico; ancora una volta si reclamò la pace e furono richiamati in patria Magone, che si trovava nella pianura padana, (47) Per un completo resoconto dell'incendio del campo, vds. Livio, XXX, 4-7, e Polibio, XlV, 1-6. Benché pare non sia stato rilevato, ci sono pochi dubbi che questo trucco sia stato ispirato a Scipione dalle letture sulle campagne di Agatocle, durante le quali era accaduto qualcosa di simile. (Vds. Diodoro, XX, 64-66, e XX, 18).
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ed Annibale, dal Sud d'Italia. Scipione aveva raggiunto il suo primo obiettivo, l'abbandono dell'Italia da parte di Annibale; offrendo generose proposte di pace sperava di raggiungere anche il secondo, la fine vittoriosa della guerra. Magone morì durante il viaggio di rientro in Africa. Annibale ricevette a Crotone l'ordine di rimpatriare: uccisi i cavalli, il 23 giugno del 203 a.C. - protetto dall'armistizio - imbarcò il suo esercito (15000 o 20000 uomini) e raggiunse Leptis Minor (Lemta). Quindi mosse verso Hadrumentum (Susa) per reclutare quanta più cavalleria avesse potuto, con un'azione che tanto incoraggiò il partito patriottico a Cartagine da far sì che la città rifiutasse le proposte di pace e consentisse la cattura degli ambasciatori romani. Indignato per questa violazione delle regole dell'onore, Scipione, all'inizio del 202 a.C., lasciò il suo campo di Tunes e marciò risalendo la vaJle del F. Bagradas, bruciando i villaggi che incontrava per terrorizzare la popolazione e per distruggere i depositi di viveri dai quali in gran parte dipendeva l'alimentazione di Cartagine. Gli abitanti della capitale, impauriti, chiesero ad Annibale di non attendere oltre. Sotto tale sollecitazione, egli lasciò il campo di Hadrumentum e marciò su Zama, a cinque giorni di cammino a sud-ovet di Cartagine. Qui ricevette la notizia che Massinissa, con 6000 fanti e 4000 cavalieri, si era ricongiunto a Scipione. Avendo compreso che - dinanzi ad una tal preponderanza di cavalJeria - le sue probabilità di vittoria erano veramente ridotte, chiese di parlamentare con l'avversario. Ricevute le necessarie garanzie, il giorno seguente "i due comandanti, scortati da pochi cavalieri, avanzarono nella terra di nessuno. Lasciata anche la scorta, si incontrarono da soli, accompagnati dagli interpreti" (48). Annibale, dopo aver notato quanto labile potesse essere la sorte della guerra, propose che Sicilia, Sardegna e Spagna fossero definitivamente romane. Scipione, ben conscio della propria superiorità, non prese in considerazione tali proposte affermando come i recenti atti contro gli ambasciatori non lasciassero spazio alla fiducia nella parola dei cartaginesi. L'incontro ebbe così termine, entrambi i condottieri rientrarono ai loro accampamenti ed all'alba del giorno seguente schierarono i loro eserciti in ordine di battaglia. Per qualità e per addestramento, l'esercito di Annibale era chiaramente inferiore a quello del suo avversario, e l'ordine in cui egli lo schierò sul campo dimostra che ben lo sapeva. Disponeva di tre "divisioni" di fanteria: il suo esercito, quello che era stato di Magone ed un corpo di truppe cartaginesi ed africane. Se poteva fare completo affidamento sulle prime due, non lo poteva sulla terza. Perciò, portò in prima linea la 2a "divisione", composta da Liguri e (48) Polibio, XV, 6.
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Fig. 14- Battaglia di Zama (202 a.C.)
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LE BAITAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Galli, tra i quali frappose i frombolieri delle Baleari e la fanteria leggera moresca. La seconda linea fu costituita con truppe libiche e con le milizie cittadine della 3a "divisione"; in riserva, schierò i veterani dell'esercito d'Italia, sui quali faceva il massimo affidamento. Dinanzi a tutti, su larga fronte, gli 80 elefanti di cui disponeva. La cavalleria cartaginese fu schierata all'ala destra, quella numida alla sinistra: 2000 cavalieri in totale. Non potendo, come aveva fatto a Canne, attaccare i fianchi del nemico in conseguenza della sua scarsa forza di cavalleria, egli sperava di poter rompere la fronte romana con una carica di elefanti. Se ciò fosse avvenuto ed il disordine fosse stato portato nelle schiere nemiche, avrebbe potuto sfruttare al meglio la prima linea di fanteria ed alimentarne lo sforzo con la seconda. I veterani della terza linea avrebbero dato il copo decisivo. Scipione mantenne la normale organizzazione legionaria, ma l'adattò aUa situazione tattica che doveva fronteggiare. Invece di adottare la solita formazione a scacchiera, con i manipoli della seconda linea coprenti gli spazi esistenti tra quelli della prima, egli dispose questi ultimi direttamente dietro i primi, così da creare larghi passaggi attraverso i fJUali sarebbero potuti passare gli elefanti. Inoltre, i "triari" furono tenuti molto indietro, così da non poter essere coinvolti nella mischia che si sarebbe creata all'impatto degli animali, ed i "veliti" furono schierati negli intervalli tra i manipoli con l'ordine di usare i corridoi per ritirarsi, se vi fossero stati costretti dalla carica degli elefanti. All'ala sinistra fu posto Lelio con la cavalleria italica, alla sinistra Massinissa con quella numida. La battaglia può essere suddivisa in quattro fasi: l) carica degli elefanti di Annibale e rotta della sua stessa cavalleria; 2) combattimento tra le prime due linee cartaginesi e gli "astati" di Scipione, appoggiati dai "principi"; 3) combattimento tra le opposte riserve; 4) attacco di Massinissa contro i veterani di Annibale. Secondo Polibio- ché Livio sembra troppo esagerato (49) - la battaglia iniziò con la schermaglia tra le due opposte forze di cavalleria numida durante la quale Annibale ordinò la carica degli elefanti. Ma come essi si avvicinarono, lo squillare di corni e di trombe nelle linee romane tanto terrificò gli animali che essi - specie alla sinistra - fecero dietro front e scompaginarono la cavalleria numida di Annibale. Massinissa profittò di questa occasione per caricare, spingendo i numidi avversari fuori del campo di battaglia. Al centro, invece, gli elefanti inflissero severe perdite ai "veliti". Venne quindi la volta di Lelio il quale, allontanatisi gli elefanti, caricò la cavalleria cartaginese e la mise in rotta. L'azione della fanteria non iniziò finché la cavalleria delle due schiere non fu fuori vista. Essa, come dice Polibio, fu "una prova di forza tra uomini, a corpo a corpo". Inizialmente sembrò che la fortuna fosse con Annibale (49) Polibio, XV, 12- 14; Livio, XXX, 33-35.
LE BATTAGLIE DEL METAURO (2111 A.C.) E 01 ZAMA (202 A.C.)
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ma siccome la sua seconda linea non riuscì a dare il previsto appoggio alla prima, quest'ultima fu lentamente spinta indietro sicché, sentendosi abbandonata, si diede alla fuga presa dal panico ed addirittura tentò di aprirsi un varco tra le formazioni (cartaginesi) della seconda linea. Ne seguì una mischia confusa e le due linee, premute dagli "astati", rinforzati dai "principi", caddero sulla terza; ma questa non diede passaggio, così che le altre ormai in rotta, scomparvero scivolando lateralmente. Iniziò quindi la 38 fase. È un quadro sinistro. Il terreno era cosparso di cadaveri, i feriti "gemevano in pozze di sangue". Scipione ordinò di sgomberare i feriti sul tergo, onde aver libero il terreno per l'assalto finale, schierò gli "astati" sui fianchi e tra di loro fece avanzare "principi" e "triari" in formazione chiusa. E "quando essi ebbero superato gli ostacoli (i corpi dei caduti) e si furono riuniti agli «astati», le due schiere si scagliarono l'una contro l'altra con tremenda furia. Essendo quasi pari in quanto a numero, morale, coraggio ed armamento, il combattimento restò indeciso a lungo, mentre gli uomininel loro ostinato valore- cadevano uccisi ma non cedevano di un passo" (50). Se fosse rimasto uno scontro di fanterie, Annibale avrebbe potuto anche aver la meglio; ma, per fortuna di Scipione, Lelio e Massinissa rientrarono sul campo di battaglia e "caricando alle spalle l'avversario, la maggior parte degli uomini fu uccisa nei ranghi; di quelli che tentarono di fuggire , ben pochi salvarono la vita ... ''. Era la totale disfatta delle forze cartaginesi. "Da parte romana, caddero più di 1500, da quella cartaginese più di 20000 e quasi altrettanti furono catturati" (51). Annibale, scortato da pochi cavalieri, riparò ad Hadrumentum. Scipione non marciò su Cartagine dopo la battaglia. Livio ci dice il perché: ciò avrebbe presupposto un assedio, Scipiane sarebbe stato richiamato in patria prima che l'assedio fosse terminato e, così, il suo successore avrebbe avuto la gloria di por fine alla guerra (52). Poli bio, invece, dice che la dignità di Roma richiedeva clemenza e magnanimità (53). Entrambe le versioni appaiono sospette; la verità è che Scipione non era preparato a lunghe operazioni d'assedio. Come Annibale, maestro di combattimenti in campo aperto, egli non si sentiva portato per la forma statica dell'assedio. Inoltre, la guerra era entrata nel suo sedicesimo anno e Roma era stanca ed esausta; in ogni caso, l'assedio- in relazione alle fortificazioni di cui era dotata Cartagine- avrebbe assorbito troppo tempo (54). (50) Polibio, XV, 14. (51) Ibid., XV, 14. (52) Livio, XXX, 36. (53) Polibio, XV, 17. (54) La cittadella (o Byrsa) di Cartagine era costruita su una collina presso l'estremità di una penisola collegata con la terraferma da un istmo largo circa tre miglia; era difesa da una triplice linea di fortificazioni, la cui parete esterna era alta 45 piedi con torrioni a intervalli di 200 piedi. L'intera penisola cosl racchiusa aveva un circonferenza di circa 30 miglia. Cartagine in effeni era un enorme e fortissimo campo trincerato fornito di tutto il necessario per affrontare un assedio.
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LE BATIAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Era essenziale far pace con Cartagine, più che occuparla materialmente e per questo Scipione offrì condizioni sagge e generose. Le principali erano: consegnare tutte le navi da guerra e tutti gli elefanti; non intraprendere guerre senza l'autorizzazione di Roma; reinsediare Massinissa nel suo regno; pagare 10000 talenti d'argento in 50 anni (circa 3 milioni di sterline). Tali termini furono avallati dal Senato e dal popolo romano. "Così - scrive lo Scullard - il vincitore di Annibale, dopo aver preso la sua rivincita sul piano militare, trionfò anche su quello politico; egli negoziò una pace così saggia quale mai sarebbe stata possibile se Annibale fosse stato sconfitto in Italia" (55). Mommsen dice: "È probabile che i due grandi capitani, dai quali allora dipendeva la questione politica, abbiamo offerta ed accettata la pace in questi termini, al fine di porre giusti ed assennati limiti da un lato alla violenta vendetta dei vincitori , dall'altro all'ostinazione ed all'insania dei vinti . La nobiltà d'animo e le doti politiche dei due grandi rivali non si mostrano meno nella grande rassegnazione di Annibale alla dura necessità, che nella saggia rinuncia di Scipione a quanto la vittoria poteva dargli di superfluo e di disonesto" (56). Non v'è dubbio che i due uomini compresero nel suo esatto significato la suprema importanza di quell'evento. Livio, quando descrive la battaglia · di Zama, dice che "prima di notte essi avrebbero saputo se sarebbe stata Roma o Cartagine a dettar legge alle nazioni ... Non l'Africa ... o l'Italia, ma il mondo intero sarebbe stato il premio della vittoria" (57). E Polibio dice: " I Cartaginesi lottavano per la loro stessa vita e per la sovranità sulla Libia; i Romani, per il dominio universale" (58). Queste parole sono vere perché Zama, decidendo chi dovesse detenere il potere nel Mediterraneo Occidentale, decideva anche il destino dell'Europa Orientale. Durante la guerra, l'alleanza tra Cartagine e la Macedonia aveva costretto Roma a guardarsi ad est; adesso che Cartagine era debellata, essa aveva mano libera anche in quella direzione. "Gli immediati risultati della guerra, fuori d'Italia, furono: la divisione della Spagna in due province romane, naturalmente sempre in fermento; l'incorporazione del regno di Siracusa nella provincia romana di Sicilia; l'affermazione del protettorato romano, in luogo di quello cartaginese, sui (55) " Roman Politics, 220-150 B.C.", pag. 81. (56) Mommsen, op.cit., Vol. Il , pagg. 175-176 (nell'ed. ital. 1943 già citata, Vol. I, pag. 626. N.d.T.). (57) Livio, XXX, 32. (58) Polibio, XV, 9. Appiano scrive: "Annibale disse che la battaglia avrebbe dedso il destino di Cartagine e di tutta l'Africa". e Scipione che " non ci sarebbe stato scampo per i suoi uomini se fossero stati sconfitti" (''The Punic War". Vlll, 42).
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più importanti capi numidi; e, finalmente, la trasformazione di Cartagine da potente stato commerciale in inerme città mercantile. In una parola, l'incontestata egemonia di Roma sulle regioni occidentali del Mediterraneo" (59) . La battaglia di Zama rappresenta uno dei grandi momenti decisivi della storia; essa portò il popolo romano oltre la soglia dell'Italia unita sino al dominio del mondo.
(59) Mommsen, op.cit., vol. Il, pp. 176-177 (nell'ed. ital. 1943, vol. l, p. 627. N.d.T.).
CAPITOLO V
L 'affermarsi dell'imperialismo di Roma
Quadro storico La 2a Guerra Punica ebbe, sui Romani, un'influenza paragonabile a quella che le campagne di Alessandro ebbero sui Greci. Essa non soltanto determinò il sorgere dell'impero ma anche - in stretta interdipendenza con l'enorme potere riposto nel Senato (costituito quasi unicamente da nobili) - la fine del regime democratico a Roma. Nel secondo secolo a .C., quest'ultimo fatto provocò una sorta di "tiro alla fune" tra i diversi gruppi familiari, patrizi e plebei. Inoltre, grandi fortune arrisero ad una nuova classe sociale, quella degli "equites", che doveva più tardi giocare un ruolo non indifferente sulla scena politica. Mentre la devastazione del territorio aveva provocato un generalizzato inurbamento ed un ampio arruolamento di uomini liberi nei ranghi dell'esercito, cresceva la domanda di mano d'opera a buon mercato per il lavoro dei campi, quella degli schiavi. Anche l'incremento improvviso di grandi coltivazioni cerealicole in Africa, in Sicilia ed in Sardegna provocò un ulteriore richiesta di schiavi, il cui "mercato" poteva essere alimentato dalla guerra. La guerra divenne una necessità per la civiltà romana. Dopo l'espansione a sud ed a ovest, era logico che le prossima grande serie di guerre sarebbe stata combattuta ad est, ove la morte di Alessandro aveva provocato il sorgere di cinque potenze, i cui capi si erano proclamati re. Esse erano l'Egitto; sotto Tolomeo, figlio di Lago (323-283 a .C.); la Siria, sotto Antigono (323-301 a.C.); l'Asia Minore, sotto Seleuco (312 -280 a.C.); la Tracia, sotto Lisimaco (323-281 a.C.); e la Macedonia, sotto Cassandra, figlio di Antipatro (3 19-297 a.C.). Le guerre tra questi regni divennero continue e nel 301 a.C. - allorché l'ambizione di Antigono, allora ottantunenne, e di suo figlio Demetrio Poliorcete O' "assediatore") ebbe provocato una coalizione generale contro di loro - essi furono definitivamente sconfitti a Ipso, in Frigia, da Lisirnaco, coadiuvato da un contingente di truppe di Cassandra e da Seleuco alla testa di 480 elefanti e di un forte corpo di cavalleria.
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LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Terminò così l'ultimo serio tentativo di conquistare l'intero impero di Alessandro. Dopo la battaglia, il regno di Antigono fu diviso e le cinque potenze si ridussero a quattro; la Macedonia era la più debole, in preda a tale anarchia per i successivi dieci anni da essere facile preda dei Galati provenienti dal nord. Nel276 a.C., tuttavia, Antigono Gonata, nipote di Antigono, ottenne la corona e regnando per 38 anni riuscì a ristabilire l'ordine ed a dare prosperità al paese. Morì nel239 a.C. e nel 221 a .C. un suo nipote, Filippo, divenne re. Come abbiamo visto, tra il 217 ed il 205 a.C. egli venne a conflitto con i Romani nella l a Guerra Macedone. Nel 28 1 a.C. Lisimaco, all'età di 80 anni, fu battuto ed ucciso da Seleuco nella battaglia di Corupedio; con la sua morte, Siria e Tracia scomparvero come regni indipendenti. L'anno successivo, Seleuco venne assassinato, e nel 241 a .C. Attalo successe allo zio Eumene quale governatore di Pergamo e ottenne il titolo di re. Il risultato generale di questi avvenimenti fu che nel 202 a.C., l'anno in cui Annibale fu sconfitto a Zama, l'oriente era diviso in 3 grandi potenze: la Siria sotto Antioco III il Grande (223-187 a.C.); l'Egitto, sotto Tolomeo Epifane (205-180 a.C.) e la Macedonia sotto Filippo V (221-179 a.C.). C'erano, inoltre, regni "minori": Pergamo, la Bitinia, la Cappadocia e il Ponto e, nella regione dell'Halys, la Galatia, insediamento definitivo di quei Galati che avevano invaso la Macedonia e la Tracia nel 278 a.C. Era a questi regni che Roma doveva ora contendere i resti dell'impero di Alessandro, ed il primo atto di tale contesa fu la 2a Guerra Macedone. Dopo la pace di Fenice, nel 205 a.C., Filippo V aveva volto la sua attenzione all'Egeo, un'area che egli riteneva rivestire scarso interesse per i Romani, e aveva stipulato un trattato segreto con Antioco III per impadronirsi dei possedimenti dell'Egitto il cui re, Tolomeo V, era un bambino. Attalo di Pergamo ed i Rodii , temendo l'espansione di Filippo, si rivolsero a Roma ingigantendo la minaccia rappresentata dal trattato segreto. I Romani furono, così, sobillati dagli inviati di Rodi a dichiarare guerra a Filippo, onde bloccare ogni tentativo di Antioco di occupare la Grecia, quale trampolino per un'invasione dell'Italia. In realtà, non c'era niente di tutto questo nei piani di Filippo o in quelli di Antioco (1). Il risultato, comunque, fu che nel 198 a.C. il console T. Quinto Flaminino fu inviato in Grecia per assumervi il comando ed aJ suo arrivo la Lega Achea si alleò con lui. Nella primavera del 197 a.C., quando Filippo si trovava a Larissa con un forte esercito per controllare la valle di Tempe, Flarninino- che aveva invaso la Beozia - marciò su Fere, ne!Ja parte sud-orientale della Tes(l) A.M. Macdonald e F.W. Walbank: "The Origins of the Second Macedonian War", Journal of Roman Studies, Vol. XXVII (1937), pagg. 180-207.
L'AFFERMARSI DELL'IMPéRIALISMO ROMA O
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saglia. Filippo mosse da Larissa verso la piana di Scotussa e quando anche Flarniruno vi entrò provenendo da sud, i due eserciti si scontrarono nella zona collinosa di Cinocefale. Ritenendo che il terreno non fosse favorevole alla manovra della sua falange, Filippo avrebbe voluto evitare il combattimento, ma sfortunatamente per lui, calata una fitta nebbia, mentre la sua ala destra faceva indietreggiare quella sinistra dei Romani, la sinistra non riuscì - anche a causa del terreno impervio - a mantenere l'allineamento e si trovò isolata. Fu, cosl , attaccata e messa in fuga dall'ala destra romana, guidata da Flaminino in persona e preceduta da un certo numero di elefanti. Probabilmente la battaglia si sarebbe risolta con un nulla di fatto se uno dei tribuni di Flaminino, d'iniziativa, non avesse guidato circa 20 manipoli contro il tergo della vittoriosa ala destra macedone. Tale inattesa manovra decise il combattimento e Filippo, con i superstiti del suo esercito, si ritirò su Tempe. Come sottolinea Polibio, fu la superiore mobilità dei Romani il fattore decisivo della giornata, in quanto la falange- imbattibile sul proprio terreno - divenne facile preda della legione una volta che questa riuscì ad aprire un varco sulla sua fronte. La conseguenza immediata della battaglia fu la fine del dominio macedone in Grecia. Sebbene gli Etolici reclamassero la distruzione della Macedonia, Flaminino - volendo mantenere non soltanto un certo equilibrio politico nella penisola, ma soprattutto un "cuscinetto" contro i barbari del nord, che rappresentavano il vero pericolo- non procedette in tal senso. Intanto, Roma premeva per una rapida conclusione della guerra, impegnata com'era nel nord dell'Italia. Così, alla conferenza di pace che si tenne al passo di Tempe, tutto ciò che Flaminino chiese a Filippo fu il ritiro dei suoi presidii da tutte le città greche. Gli Etolici, insoddisfatti di una tal conclusione, entrarono in contatto con Antioco il Grande, alla cui corte risiedeva Annibale. Annibale intravvide la possibilità di prendersi una rivincita su Roma e suggerì al re che mentre egli (Annibale) con 100 navi , 10.000 fanti e 1.000 cavalieri sarebbe andato a Cartagine per convincere i compatrioti ad invadere ancora una volta l'Italia, Antioco avrebbe potuto invadere la Grecia e, avutane l'opportunità, varcare l'Adriatico e sbarcare anch'egli in Italia. Quando il Senato venne a conoscenza di tale disegno, inviò un'ambasciata ad Antioco, ma senza ottenere soddisfazione. Quindi, nel 192 a.C., quando gli Etolici ruppero con Roma, Antioco - messo da parte il folle piano di Annibale - sbarcò con un esercito a Demetria, in Tessaglia. Il Senato raccolse la sfida e nella primavera dell'anno seguente inviò in Grecia un corpo d'esercito agli ordini di M. Acilia Glabrione che, alle Termopili , sconfisse Antioco, lo costrinse ad abbandonare il paese e a ritirarsi ad Efeso. Ma non era finita: dopo aver vinto una battaglia navale dinanzi a Focea, la più settentrionale delle città della Ionia, Acilia passò in Asia e per la prima volta nella storia un esercito romano svernò
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LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
in quella regione. Nel 190 a.C., Acilio fu sostituito dal console L. Cornelio Scipione e con lui c'era il fratello, l '"Africano", quale "legatus". In ottobre, i due Scipioni giunsero all'Ellesponto ove Eumene II, re di Pergamo, aveva tutto preparato per favorir loro il passaggio del braccio di mare. Antioco tentò il negoziato; ma la risposta fu che la pace sarebbe stata concessa soltanto se egli avesse concordato di pagare l'intero costo della guerra e di abbandonare tutta l'Asia ad ovest dei Monti T auri. Egli rifiutò tali condizioni e si ritirò nella piana di Magnesia sul Sipilo, a sud di Efeso. (due Scipioni seguirono la strada costiera dall'Ellesponto ad Elea, ove si unirono ad Eumene, che guidava un forte corpo di cavalleria. Da Elea, Cornelio Scipione - mentre l'Africano giaceva ammalato - marciò verso sud ed ingaggiò Antioco nella battaglia decisiva di Magnesia (presso Efeso), combattuta in un brumoso mattino invernale nel dicembre 190 a.C. o nel gennaio 189 a .C. Antioco, alla testa della cavalleria, dopo aver sfondato l'ala sinistra romana, minacciò il campo avversario dal tergo. Ma nel frattempo il suo centro e la sua sinistra andavano al disastro; Eumene, che comandava tutta la cavalleria dell'ala destra romana, batté quella siriana, la travolse, ed attaccò il retro della falange di Antioco. La vittoria fu completa, in gran parte dovuta alla manovra di Eumene. In Asja, come era avvenuto in Grecia, una sola battaglia aveva deciso la campagna. Dopo la disfatta, Antioco chiese le condizioni per poter godere dell'amicizia di Roma e la risposta dell'"Africano" - ora guarito - fu: l)
abbandono di tutta l'Asia ad ovest dei Tauri;
2)
pagamento di un'enorme indennità di guerra (15000 talenti) (2);
3)
cessione di tutti gli elefanti e riduzione della flotta a IO navi;
4)
consegna di Annibale.
Tali termini furono accettati da Antioco il quale, tuttavia, prevedendo l'ultima richiesta, aveva già provveduto a far fuggire Annibale. Il grande cartaginese prima andò a Creta e quindi presso Prusia, re di Bitinia, ove rimase sino al 183 a.C. allorché- paventando di cadere nelle mani dei romani - si avvelenò. Il Senato ratificò il trattato, ma il vero problema era quello di governare i territori conquistati. Il principio generale adottato fu di rendere liberi tutti gli stati greci e di dividere il resto tra Pergamo e Rodi annettendo a quest'ultimo la Licia e la Caria a sud del F. Meandro. Ciò rese Eumene il più potente re dell'Asia, tanto da provocare, a breve scadenza, la gelosia di Roma. (2) L'A. calcola il valore pari a 3.600.000 sterline del 1913 (N.d.T.)
L'AFFERMARSI DELL'IMPERIALISMO ROMANO
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Un altro problema consisteva nel rendere sicuro il territorio dai predatori Galati ed il compito fu affidato al console C. Manlio Vulso. Gli Etolici, arresisi senza condizioni, erano costretti a dipendere da Roma in pace ed in guerra. Queste due guerre, la prima con la Macedonia e la seconda con la Siria, scoppiate per motivi di sicurezza, condussero Roma verso la prosperità e la potenza. Esse non aggiunsero un metro quadrato di territorio a quello romano, in quanto le guerre nel nord dell'Italia ed in Spagna non consentivano di distogliere uomini per presidiare altri paesi conquistati. La loro influenza principale consistette nello stimolare la ricca nobiltà e nel corrompere sia il popolo sia l'esercito. Gli effetti di ciò si videro nelle tre campagne che precedettero la battaglia di P iidna, durante le quali i consoli e le loro legioni si dimostrarono, quanto mai prima, incompetenti ed incapaci.
La battaglia di Pidna (168 a.C.)
La situazione determinatasi nel 188 a.C. - che, secondo i Romani, doveva garantire Io status quo in Grecia e mantenere un certo equilibrio di potenza in Asia- cominciò subito a deteriorarsi. Innanzi tutto, Eumene trovò motivi di disaccordo sia con Prusia, re di Bitinia, che con Filippo di Macedonia; ed i Romani - ravvisando in queste dispute un tentativo di egemonia da parte di Eumene - pensarono di tenerlo "sotto controllo" favorendo suo fratello Atta1o. In secondo luogo, i Lici scalpitavano sono il dominio di Rodi, e l'incremento del potenziale marittimo dell'isola impaurì Roma, che vi vedeva una minaccia per l'Egeo. Terzo, gli Etolici erano sempre presi dai loro contrasti interni e l'associazione di Sparta alla Lega Achea provocò una serie di dispute senza fine. Queste discordie provocarono frequenti appelli a Roma e l'invio in loco di ambascerie e di commissioni per cercare di sanare la situazione; ma esse ottennero così scarsi risultati che Filippo - che non aveva mai abbandonato la speranza di riguadagnare l'antico potere - ritenne la potenza di Roma tanto indebolita da consentirgli di occupare impunemente le città costiere di Eno e di Maronea, in Tracia, nel 187 o nel 186 a.C. Ciò costituiva una palese minaccia all'Ellesponto, il più facile passaggio per l'Asia, e nel 185 a.C. una commissione romana, inviata ad osservare la situazione, decise che Filippo avrebbe dovuto ritirare i suoi presidii dalle due città, così come quelli ancora tenuti in Tessaglia. Sentendo ciò Filippo, in un impeto di rabbia, esclamò: "quel giorno non è ancora venuto" (3)! Tuttavia, non sentendosi pronto per la guerra, ritirò le truppe delle guarnigioni contestate e subito dopo, per prender tempo, mandò il più giovane figlio Demetrio a perorare la sua causa dinanzi al Senato romano.
(3) Livio, traduz. di E.T. Sage (1936), XXXIX, 26.
lA BATTAGLIA DI PIDNA (168 a .C.)
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Demetrio non era sconosciuto a Roma, avendovi trascorso alcuni anni in qualità di ostaggio. Vi fu ricevuto con tutti gli onori ed ogni sforzo fu fatto per seminare discordia nella casa reale macedone, facendo sapere al giovane che "i Romani da tempo pensavano a lui per affidargli il regno" (4). Al suo ritorno in Macedonia, latore del favorevole atteggiamento romano, il popolo - che "aveva guardato alla guerra con Roma quale una provocazione di Filippo" (5)- lo accolse con grande gioia. Tale popolarità fece ingelosire suo fratello maggiore Perseo il quale - temendo di essere spodestato dalla successione al trono - tanto influenzò il padre da convincerlo ad avveienare Demetrio ritenuto traditOre (6). Ciò avvenne nell81 a.C. Entro due anni daJI'assassinio, Filippo, avendo capito dì esser stato ingannato, in crisi di coscienza e osteggiato dai cortigiani che parteggiavano per Perseo, morì ad Anfipoli ove fu sepolto senza onore alcuno. Non appena asceso al trono (179 a.C.), Perseo- pur determinato a continuare la politica ostile a Roma già seguita da suo padre- chiese, quale primo atto di governo, il rinnovo dell'alleanza già stipulata da Filippo con i Romani. Ottenutala, sì dedicò a rafforzare le sue guarnigioni in Traeia (7) e contemporaneamente a sfruttare le dispute di confine che, da sempre, erano motivo di conflittualità tra le città greche. La povertà dilagava, ed in gran parte ciò era dovuto al fatto che Roma aveva impedito il proliferare delle redditizie guerre mercenarie che scoppiavano in Grecia. I fuorilegge e gli esiliati, non trovando più la possibilità di servire questo o quello in qualità di soldati, si dedicavano a depredare i ricchi, i quali cercavano la protezione di Roma. Perseo non soltanto emanò editti in favore dei macedoni dissestati, ma anche chiamò in Macedonia tutti i greci esiliati per motivi politici e finanziari offrendo loro la restituzione dei beni perduti e dell'onore offeso (8). Fu, questa, una astutissima mossa, tale da consentirgli di costituire in quasi tutte le città greche, amiche o ostili alla Macedonia, una sorta di "quinta colonna" anti-romana. Il risultato fu che la rivoluzione sociale - da lungo tempo latente specialmente nel nord della penisola - dilagò e prese corpo, ed ogni fazione "social-nazionale", per dirla con Mommsen, cercò aiuto presso Perseo. Questo atteggiamento allarmò il Senato romano e, ancora una volta, una commissione giunse in Macedonia; ma soltanto per vedersi "snobbata". (4) "The Histories of Polybius", trad. E.S. Shuckburgh (1889), XXJll, 3. (5) Polibio, XXIJI, 7. (6) Livio, XL, 24. (7) " La grande riserva di mano d'opera". Vds. " Philip V of Macedoo" di F. W. WaJ. bank (1940), pag. 236. (8) Vds. "The History of Rome" di T. Mommsen, trad. W.P. Oickson ( 1921), Vol. II, pag. 274.
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LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Nel172 a.C. Eumene andò a Roma e portò dinanzi al Senato le prove delle ostili intenzioni di Perseo. L'ambasciatore di Rodi, che era presente, replicò che Eumene perseguiva in Asia la stessa politica adottata da Perseo in Grecia, ma il Senato - rigettando tale accusa, pur senza ignorarla tributò ogni onore ad Eumene sulla via del ritorno in patria. A Delfi, ove egli interruppe il viaggio per offrire sacrifici ad Apollo, emissari di Perseo attentarono alla sua vita (9). Questa fu la scintilla che fece detonare la 3a Guerra Macedone, e all'inizio dello stesso 172 a.C. il pretore Gneo Licinio fu inviato ad Apollonia,' in illiria, a stabilire una testa di sbarco sulle coste orientali dell'Adriatico per le truppe che avrebbero dovuto affluirvi. Se Perseo - venuto a trovarsi in una posizione di forza ben maggiore di quella di suo padre allo scoppio della 2a Guerra Macedone- avesse agito con spregiudicatezza, avrebbe posto i Romani in una situazione davvero critica. "La potenza della Macedonia - scrive Mommsen- era, sotto ogni punto di vista, almeno raddoppiata; con molto meno, Annibale era stato capace di scuotere Roma sin nelle sue fondamenta" (10). Perseo, infatti, aveva denaro sufficiente per mantenere il suo esercito regolare e 10.000 mercenari per dieci anni; nei magazzini aveva scorte di grano ed equipaggiamenti per un esercito tre volte più grande di quello che poteva mettere in campo, costituito da 39.000 fanti e 4.000 cavalieri. Conoscendo l'impreparazione dei Romani, se egli avesse assunto decisamente l'offensiva, aveva buone probabilità di provocare una insurrezione generale greca contro gli alleati di Roma in Grecia. Ma non aveva il coraggio di suo padre; così, adottò una strategia puramente difensiva ed attese l'attacco avversario. L'esercito di cui disponeva Perseo era ben diverso da quello che Filippo il Macedone aveva creato e che Alessandro il Grande ed i suoi successori avevano migliorato. In esso, il ruolo decisivo era affidato alla falange, mentre la cavalleria ne aveva uno soltanto sussidiario. Nel secondo secolo, la falange aveva molto perduto in mobilità, sia per l'aumento della sua profondità (16 righe) sia per la lunghezza della "sarissa" (circa 7 m). Le prime cinque righe, e l'ultima, erano composte da uomini perfettamente addestrati, mentre nelle altre i falangiti lo erano solo parzialmente ed avevano il compito unico di "spingere" quelli dinanzi a loro. In combattimento, la falange poteva esser paragonata ad una fortezza mobile, dalla quale sporgevano le !ance delle prime cinque righe. Su terreno piano, la sua fronte era virtualmente inattaccabile, ma su quello "mosso" era facile a scompaginarsi, ed allorché perdeva la propria compattezza essa diveniva estremamente vulnerabile alla più mobile legione (11). (9) Livio, XLII , 15. (lO) " Tbe History of Rome", Vol. 11, pag. 271. (I l) Vds. " Hellenisùc Mil itary and Naval Development" di W.W. Ta.m (1930), pagg. 24-30.
LA BATTAGLIA DI PIDNA (168 a.C.)
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Oltre alla vera e propria falange, l'esercito macedone comprendeva un corpo di 5.000 peltasti, che in realtà costituivano la fanteria pesante; a Pidna formarono la falange dei Leucaspidi. Non era ancora venuta l'estate dell71 a.C. quando l'esercito romano, al comando del console P. Licinio Crasso traversò l'Adriatico da Brindisi ad Apollonia. Esso era cost~tuito dalle due normali legioni consolari, ciascuna forte di 6.000 fanti e dj 300 cavalieri, e da un corpo di truppe alleate, di cui 16.000 a piedi e 600 a cavallo. Nello stesso periodo Eumene, per cooperare con i Romani, mise sul piede di guerra il suo esercito e la sua flotta. Licinio lasciò una robusta divisione in Illiria a minacciare la Macedonia da ovest e marciò attraverso le montagne da Apollonia su Larissa, in Tessaglia. Nell'ultimo tratto del suo percorso fu affrontato da Perseo vicino alla collina di Callicino e severamente battuto; egli perse 2.000 fanti e 400 cavalieri (di cui 200 caduti e 200 catturati) e dovette ritirarsi a nord del F. Salambria, che scorre nella valle di Tempe. Invece di trarre vantaggio dal prestigio che la vittoria gli aveva dato, Perseo tornò alla sua strategia difensiva. Non soltanto rinunciò all'idea di sollevare un'insurrezione greca e di dar inizio ad una guerra di guerriglia, per la quale il nemico non era preparato , ma inviò emissari ai Romani per discutere i termini della pace. Ma questi non potevano prendere in considerazione la pace all'indomani di una sconfitta e, così, respinsero le proposte offrendo unicamente una resa incondizionata. Nonostante queste arroganti parole, mai l'esercito romano era stato in peggior condizioni. I soldati erano demoralizzati e disorganizzati . I popoli amici eran trattati nella maniera più vergognosa; gli alleati, come nemici conquistati. Ci fosse stato Filippo al comando dei Macedoni, anziché Perseo, non c'è dubbio che l'esercito di Licinio sarebbe stato distrutto ed i Romani avrebbero perduto per sempre la Grecia. Nell70 a.C. Licinio fu sostituito da Aulo Ostilio Mancino che tentò di avanzare in Tessaglia e che, come il suo predecessore, ne fu respinto. Nel 169 a.C. prese il comando Q. Marzio Filippo, altro incompetente soldato, il quale riuscì a superare il M. Olimpo al passo di Lapato, ad ovest di Tempe, ed a raggiungere - attraverso sentieri impraticabili - la città di Eraclea, soltanto per accorgersi che gli era impossibile far affluire i necessari rifornimenti per l'esercito. Ancora una volta i Romani furono salvi grazie al pusillanime Perseo. Quando egli vide il nemico sul suolo macedone immaginò che tutto fosse perduto, si ritirò a Pidna in preda al panico ed ordinò che la flotta fosse incendiata ed il tesoro gettato in mare. Dopo quattro giorni di tentativi, accortosi che la flotta non poteva rifornirlo, Marzio Filippo fu costretto a ritirarsi, ed allora Perseo, ripreso il controllo di se stesso, avanzò da Pidna verso sud ed occupò una posizione sul F.' Elpeo (12), (1 2) Chiamato anche Elpeo Macedone, da non confondere con l'Elpeo T essalo che scorre 50 miglia più a sud.
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LE BATTAOLLE DECISIVE DEL MONDO OCCIDEI'ITALE
tanto forte che Filippo abbandonò subito ogni speranza di poterla attaccare. Come vedremo in seguito, se Perseo non si fosse fermato nella sua azione, non c'è dubbio che avrebbe potuto costringere Filippo ad uscire dal suo campo e lo avrebbe battuto definitivamente. Se l'avesse fatto, avrebbe ciguadagnato tutto ciò che suo padre aveva perduto a Cinocefale. Il prestigio di Roma sarebbe crollato; i Greci si sarebbero liberati dal dominio romano e, probabilmente, l'Egitto sarebbe caduto nelJe mani di Antioco IV che, sueceduto sul trono siriano nel 175 a. C., nel 168 a. C. era pronto ad iniziare l'invasione. Sono queste possibilità che danno alla 3 a Guerra Macedone un'importanza ben maggiore della 2a. Essa rappresentò il banco di prova per verificare se il prestigio di Roma in Grecia, Asia Minore ed Egitto sarebbe crollato o avrebbe resistito. Alla lunga, il Senato romano fu costretto - dinanzi al fermento dell'opinione pubblica - a riconoscere che la guerra non poteva più oltre essere affidata a consoli incompetenti che non pensavano ad altro che ad arricchlrsi. Ciò determinò l'elezione, per il suo secondo mandato consolare, di Lucio Emilio Paolo, al quale fu affidato il comando per il 168 a .C. Era costui il figlio del console delJo stesso nome che era caduto a Canne, un uomo di vecchia nobiltà, cognato di Scipione Africano, che si era distinto in Spagna ed in Liguria. Al momento della sua elezione, aveva 60 anni e, secondo Polibio, suo contemporaneo, era uno dei pochi romani capaci di resistere alla tentazione del denaro (13) . Il suo primo atto fu di chiedere al Senato la nomina di una commissione d'inchlesta per gli avvenimenti accaduti in Grecia. La scelta dei commissari fu lasciata a lui, ed egli ne nominò tre, tra cui C. Domizio Enobarbo, il vincitore di Magnesia. Quanto poco fosse conosciuta la situazione in Grecia a quel tempo è dimostrato dalle domande cui gli inquirenti dovevano rispondere: Quali erano i compiti dell'esercito e della flotta macedoni e quale l'efficienza di quelle forze? Quanta parte del territorio era in mani romane e quanta in quelle del nemico? Dov'erano i campi romani, in montagna o in pianura? Quali, degli alleati, erano fidati e Quali no? quali rifornimenti erano necessari e, di questi, quali potevano affluire per via di terra e quali per mare? E, infine, 'quali risultati poteva dare la campagna, sia in terra sia in mare?" (14). Entro due giorni dall'aver ricevuto il mandato, i commissari erano in viaggio; ed allorché, subito dopo, i senatori impazienti chiesero a Paolo quale fosse il suo piano, egli prontamente replicò che non lo avrebbe saputo sinché i commissari non fossero tornati. Al loro rientro, Enobarbo ed i suoi colleghi riferirono che i campi ro (13) Po1ibio, XVlll, 35. (14) Livio, trad. W.A. M'Devitte (1862), XLIV, 18.
lA BAITAGLIA DI PI ONA (163 a .C.)
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mano e macedone si fronteggiavano sulle due sponde del F. Elpeo; che Perseo non aveva alcuna intenzione di attaccare e che Filippo non era abbastanza forte per farlo; che le truppe erano in ozio e che c'era grano sufficiente solo per pochi giorni; che in Illiria, dov'era in comando Appio Claudio, la situazione era critica ma che, rinforzando opportunamente il suo esercito, si poteva prendere Perseo tra "due fuochi"; che la flotta era in condizioni deplorevoli, con molti marinai deceduti per malattia e altri disertori, mentre quelli rimasti non ricevevano paga; ed infine che la fedeltà di Eumene era dubbia (15). U sospetto che Perseo, da quando si era accampato suU'Elpeo, stesse tramando con gli alleati dei romani - Genzio re degli Illiri, Eumene ed i Rodii - apparve ben fondato. Egli era anche entrato in contatto con un certo Clodico, un capo celtico che gli aveva offerto per denaro 10.000 cavalieri ed altrettanti fanti. Ma, eccetto che per i Rodii, l'accordo sulle somme necessarie per pagare il tradimento o l'aiuto non fu raggiunto. Genzio fu tentato con la promessa di 300 talenti ma, nonostante avesse catturato due ambasciatori romani, il denaro non gli arrivò. Con Eumene ci fu un tale mercanteggiamento che alla fine, "scoprendo che la sua astuzia non si conciliava con la tirchieria di Perseo" (16), i negoziati furono interrotti. Ma il più grave errore di Perseo fu quello di rompere le trattative con Clodico; come sottolinea Livio, se egli avesse comprato l'orda celtica, avrebbe potuto condurla in Tessaglia attraverso i passi di Perrebia - la regione immediatamente ad est dei monti Cambunii e di quelli del Pindo ed a nord del F. Europo - ove, devastando il paese, "avrebbero obbligato i Romani a combattere per la loro salvezza, non potendo essi né restare dov'erano, una volta perduta la Tessaglia (mancando loro ogni fonte di sussistenza) né muovere in avanti, avendo di fronte il campo macedone" (17). Ascoltato il rapporto della commissione, fu data ad Emilio Paolo l'autorità di scegliere i tribuni per le sue due legioni che, insieme, constavano di 14.000 cittadini romani e confederati latini e di 1.200 cavalieri. Altre due legioni, forti di 5.000 fanti e di 200 cavalieri furono reclutate in Illiria sotto L. Anicio Gallo. Paolo uscì dal Senato dopo aver dato gli ordini e parlò all'assemblea del popolo. Il discorso che Livio gli attribuisce è di considerevole interesse, in quanto dimostra come la direzione della guerra era stata largamente influenzata dagli strateghi "da tavolino" i quali, con i loro consigli, i loro schemi, le loro critiche avevano paralizzato i comandanti sul campo. "In ogni circolo - egli disse - se non ad ogni tavolo, c'è gente che comanda gli eserciti in Macedonia; che sa dove il campo dev'essere posto; (15) Livio, ibidem, 20. (1 6) Polibio, XXIX, 8. (17) Li~;o , XLIV, 27.
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LE BAITACLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
quali posizioni occupare; quali passi montani scegliere; dove impiantare i magazzini; quali rifornimenti portare; e quando attaccare il nemico e quando non farlo. Essi non soltanto sanno cosa va fatto, ma se qualcosa non viene fatto come loro hanno suggerito, essi incolpano il console come se questi fosse un imputato .. . ". Quindi, dopo aver sottolineato che egli non era tra coloro che pensavano che "i comandanti non debbono mai .ascoltare consigli", affermò che ogni parere sarebbe stato ben accetto se proveniente da chi "è abile nell'arte della guerra o è presente sul campo di battaglia". E concluse dicendo: "se c'è qualcuno che si ritiene qualificato a dare consigli circa la guerra che io devo condurre, io non rifiuterò il suo parere, ma lasciate anche che lo porti con me in Macedonia. Gli darò una nave, un cavallo, una tenda; ed anche la paga per il viaggio. Ma se egli pensa che tutto ciò sia scomodo e preferisce il riposo della vita in città agli arnesi della guerra, non lasciate che egli, stando a terra, assuma il ruolo del pilota. La città offre abbastanza argomenti di conversazione; lasciate che lì sfoghi la sua passione per le chiacchiere, e si riposi; noi desideriamo che della guerra se ne parli all'interno dei nostri accampamenti" (18). All'inizio della primavera del 168 a.C. Paolo partì per la Grecia ed il viaggio fu tanto rapido che cinque giorni dopo aver lasciato Brindisi era a Delfi. Qui sacrificò agli Dei, e quattro giorni dopo raggiunse l'esercito sull'Elpeo. Nello stesso tempo, il pretore Anicio andò in Illiria ed entro trenta giorni dal suo arrivo "la guerra era finita, prima che a Roma si sapesse che era iniziata" (19). Genzio e la sua guardia del corpo caddero in mano ai Romani. Al suo arrivo, Paolo trovò l'esercito a corto di acqua- il che significa che, in quella stagione, l'Elpeo era in secca - e subito ordinò di scavare pozzi. "L'altezza delle montagne- leggiamo in Livio -gli fece supporre che esse avessero sorgenti e corsi d'acqua sotterranei che non venivano alla superficie sino alla costa. Bastava rimuovere la sabbia e l'acqua sgorgava ... mostrando il favore degli Dei. Questo fatto fece subito accrescere la reputazione del generale tra i soldati" (20). Inoltre, ordinò che "tutte le operazioni fossero condotte con regolarità ed in silenzio"; proibì alle sentinelle di portare armi, in quanto il loro compito non era quello di combattere, ed organizzò i posti di guardia con precise consegne e regolari turni. Questo ed altro, egli fece, per togliere l'esercito dal letargo in cui era caduto e subito "nell'intero campo, non ci fu più nessuno che restò inoperoso" (21 ). (18) Livio, XLIV, 22. (19) Livio, XLIV, 32. (20) Livio, XLIV, 33. In alcune parti del mondo l'acqua viene ancora ricavata in questo modo, ad esempio a Quetta nel Belucistan. (21) Livio, XLIV, 34.
LA BATTAGLIA DI PIDNA (1 68 a.C.)
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po aver messo al lavoro i soldati, fece rapporto agli ufficiali, più per sapere cosa pensassero che per ascoltare il loro parere. Alcuni propugnavano un attacco frontale al campo di Perseo; altri erano per un avvolgimento condotto con il concorso della flotta. Scartato subito il primo consiglio - essendo le difese avversarie, sulla riva macedone dell'Elpeo, straordinariamente forti e ben fornite di "macchine da guerra" quali catapulte e balestre - egli tenne per buono il secondo e, non appena messi in libertà gli ufficiali, cominciò a studiare segretamente questo piano. La sua idea era di mandare una robusta colonna a minacciare da tergo il campo di Perseo attraverso le pendici meridionali del M. Olimpo e, passando per Pizio e Petra, sino a Dio, mentre il re sarebbe stato distratto da attacchi diversivi frontali e da una minaccia alle sue linee di comunicazione condotta dalla flotta. Non sicuro del terreno, prima di definire il suo piano egli mandò a chiamare due mercanti di Perrebia che erano esperti dei sentieri montani, ed in privato si informò da loro circa la natura dei passi che adducevano nella Perrebia stessa (22). Essi riferirono che i passi non erano difficili, ma che risultavano occupati da distaccamenti di truppe reali. Paolo ingaggiò i due mercanti come guide e chiamò il pretore Ottavio, al quale ordinò di radunare ad Eraclea l'intera flotta e di dotarla di un'autonomia di IO giorni per 1000 uomini. Quindi inviò ad Eraclea 8200 fanti e 200 cavalieri al comando di P. Scipione Nasi ca - genero di Scipione l'Africano- e del proprio figliolo Q . Fabio Massimo (23), ancora un ragazzo, per far credere al nemico che essi dovessero imbarcarsi ed aggirare le posizioni macedoni dal mare. Spiegò i1 suo piano soltanto a Nasica. Gli assegnò le due guide e gli ordinò di muovere - con marce notturne - da Eraclea verso ovest sino ad occupare Pizio all'alba del terzo giorno e, quindi, puntare a nord su Dio. Gli disse anche che, per distogliere l'attenzione di Perseo, egli stesso avrebbe attaccato gli avamposti macedoni con i1 resto dell'esercito. Nasica partì, ed all'alba del giorno seguente Paolo lanciò un primo attacco diversivo contro le posizioni macedoni in mezzo al letto dell'Elpeo, "mentre il re da una parte, ed i1 console dall'altra, osservavano dai bastioni dei loro campi. A distanza, le truppe del re avevano la meglio lanciando i loro giavellotti; ma nel combattimento ravvicinato il soldato romano era più saldo e più protetto, sia dalla corazza sia da1lo scudo "ligure". Circa a mezzogiorno, il console diede il segnale della ritirata e la battaglia finl per quel giorno" (24). (22) Livio, XLIV, 45. (23) Chiamato così perché era stato adottato da Q. Fabio Massimo; suo fratello venne adottato da P. Cornelio Scipione (figlio del più vecchio Africano), suo z.io materno. (24) Livio, XLIV, 35 .
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LE BATIAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
li giorno seguente fu ripetuta la stessa azione. Il successivo, invece di attaccare, Paolo inviò una colonna verso la costa come se volesse tentare di traversare il fiume alla sua foce. Ovviamente, lo scopo era quello di allontanare più possibile i Macedoni dal percorso seguito da Nasica nel suo tentativo di aggiramento . Da Eraclea, Nasica partì al calar della notte "nella direzione opposta al mare", cioè verso ovest; ma, sfortunatamente per lui, uno dei suoi soldati cretesi disertò durante la marcia, raggiunse il campo macedone e svelò a Perseo la manovra in atto. Evidentemente i due mercanti non erano ben informati, perché al momento, i passi erano sguarniti. Ma appena seppe della marcia di Nasica, Perseo inviò 10.000 mercenari e 2000 macedoni, al comando di Milo, a bloccare il tentativo romano. Secondo quanto riferisce Plutarco nella sua biografia di Emilio Paolo, Nasica si scontr·Òcon Milo sulle montagne e, dopo un breve ma cruento combattimento, lo mise in fuga . Appena saputo della sconfitta, Perseo, nel timore di essere preso "alle spalle", uscì dalla trappola e si ritirò verso Pidna, prendendo posizione un poco a sud di Caterini, una piana ben adatta alla manovra della sua falange e limitata da due fiumiciattoli, l' Aeson ed il Leuca (Pelicas e Mauroneri) che, sebbene quasi in secca, avrebbero messo in difficoltà i romani. Paolo, venuto a conoscenza del movimento dell'avversario, immediatamente avanzò, si riunì senza difficoltà con Nasica a nord di Dio e, da qui, l'esercito riunito marciò su Caterini per trovarvi le forze macedonii schierate per la battaglia a sudovest del paese. Temendo che, ancora una volta, Perseo potesse sganciarsi con il favore della notte, Nasica propose un attacco immediato; ma Paolo, soldato ben più esperto, non raccolse il suggerimento. Era piena estate, i suoi soldati erano esausti per la marcia; non disponendo di un campo fortificato quale base operativa, rischiare la battaglia in quel momento sarebbe stata follia. A sera, quasi per far tacere le critiche, egli spiegò ai suoi uomini che "un campo è quartiere per i vittoriosi, ed è rifugio per gli sconfitti. Quanti eserciti, cui la fortuna del combattimento era stata avversa, tornati entro i loro apprestamenti difensivi hanno potuto subito dopo riprendere slancio e battere i loro vincitori? Il campo fortificato è per il soldato come il paese natio; le fortificazioni campali sono come le mura della sua cilttà; la tenda è come la sua casa" (25).
Il motivo per cui Perseo non impose il combattimento - nonostante tali favorevoli circostanze - è da ricercare unicamente nel fatto che Paolo aveva preso posizione sul M. Olocrus, una collina di circa 150 m. ad ovest del F. Leuca, che correva lungo il lato occidentale del campo macedone. (25) Livio, XLIV, 39.
LA BATTAG LIA DI PIDNA (168 a.C.)
Fig. 15- La campagna di Pidna (168 a.C.)
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Non era terreno adatto per l'attacco della falange. Non bisogna, infatti, dimenticare che quel formidabile strumento di guerra era stato "pensato"per terreni livellati; anche i più insignificanti ostacoli potevano rompere la compattezza dei suoi ranghi. Ecco perché Alessandro, mai- con l'unica eccezione della battaglia dell'ldaspe - impiegò la falange come arma d'attacco. Ma, a parte il fatto che la falange era divenuta ben più ingombrante, i tempi di Alessandro erano ormai lontani. Allorché il campo romano fu completato, uno dei tribuni, C. Sulpicio Gallo, informò i soldati che "la notte successiva, dalla seconda alla quarta ora, si sarebbe verificata una eclissi lunare" . Per evitare che essi si impaurissero, spiegò loro che questo era soltanto un fenomeno naturale, e ne descrisse le ragioni . Nonostante ciò, quando avvenne, ... "i soldati romani pensarono che la sapienza di Gallo era quasi divina mentre i Macedoni ne rimasero colpiti come da un prodigio infausto, foriero della caduta del loro regno e della rovina del loro paèse ... c'erano clamori e grida, nel campo macedone, sinché la luna tornò a brillare di piena luce'' (26). Essendosi verificata l'eclissi nella notte tra il21 ed il22 giugno del 168 a .C., ed essendosi combattuta la battaglia di Pidna il giorno successivo, se ne conosce la data esatta. Secondo Livio e Plutarco, entrambi i campi si rifornivano di acqua dal F. Leuco, che in quella stagione non doveva essere molto più che un ruscello; per proteggere i loro "rifornitori", che andavano ad attingere al fiume, i Romani avevano distaccato due c:oorti e due squadroni sulla riva occidentale del Leuco, mentre tenevano tre coorti ed altri due squadroni a sorvegliare il campo macedone. Probabilmente i Macedoni facevano lo stesso; così, un considerevole numero di uomini si fronteggiavano e, come spesso avviene in simili occasioni, sembra che fosse stato stipulato un tacito accordo per non interferire reciprocamente nell'operazione del rifornimento di acqua. Nel pomeriggio seguente l'eclissi, circa all'ora nona (le 15.00), un cavallo romano, rotti i finimenti, galoppò verso il campo avversario inseguito da tre soldati; l'acqua non raggiungeva le ginocchia. Due Traci dell'esercito macedone si esposero per prendere l'animale ed uno di essi rimase ucciso. Ciò portò all'intervento di un corpo di 800 Traci - probabilmente il distaccamento di guardia - e delle due coorti romane. Iniziò il combattimento, il cui rumore fece uscire Paolo dalla sua tenda. Tanto accanita era la zuffa che "sembrava né facile né sicuro fermare l'impeto degli armati o richiamarli"; invece "egli pensò fosse meglio approfittare dell'ardore dei suoi soldati trasformando un incidente in un'opportunità. Così, condusse tutte le forze fuori dal campo" (27). (26) Livio, XLIV, 37. Il gridare dinanzi ad un' eclissi di luna era un'antica usanza (27) Livio, XLIV, 40.
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Nello stesso momento Nasica, che proveniva dalla zuffa, lo raggiunse per riferirgli che Perseo stava uscendo dal campo con il suo esercito e si accingeva a schierarsi in ordine di battaglia. È una sfortuna che- a parte qualche frammento - la parte delle "Storie" di Polibio che descrive la battaglia di Pidna sia andata perduta, perché la testimonianza di Livio non è molto chiara. Plutarco, nel suo "Emilio", riportando parole di Nasica, rende come segue lo schieramento di Perseo: " Per primi avanzavano i Traci, il cui aspetto - dice Nasica - era il più temibile, uomini di alta statura, vestiti con tuniche bianche e nere, scintillanti nel metallo dei loro scudi e dei loro schinieri, tenevano alte sulla spalla destra le asce da battaglia con i puntati di ferro. Dietro di loro avanzavano i mercenari; i loro equipaggiamenti erano vari. Ancora dietro veniva una terza schiera (la falange dei Leucaspidi), il fior fiore dell'esercito macedone per vigore giovanile e per valore, con le armature dorate e le vesti scarlatte. Come questa prese posizione, uscirono dal campo i reparti degli 'scudi di bronzo' (la falange dei Calcaspidi) e riempirono la piana e le colline con lo scintillio del ferro e con i riflessi del bronzo e l'aria con le loro grida" (28). Non sappiamo esattamente quale fosse l'ordine di battaglia, ma ricordando che normalmente la falange occupava il centro dello schieramento, possiamo dedurre che esso fosse il seguente: t Traci all'ala destra,. quindi la falange dei Leucaspidi, quindi quella dei Calcaspidi e, a sinistra, i mercenari; la cavalleria su un lato o su entrambi. Anche dello schieramento romano non sappiamo niente di certo. Ma, ancora, si può presumere che le due legioni fossero al centro, con gli alleati Latini alla destra e quelli Greci a sinistra; la cavaileria su una o su entrambe le ali. Gli elefanti erano tenuti inizialmente arretrati e, quindi, portati sulla destra della linea. L'attacco di Perseo fu inaspettatamente veloce, tanto che - secondo Livio - " i primi che furono uccisi, caddero a 250 passi dal campo romano" (29). Se ciò fosse vero e se fosse esatta la mappa della battaglia riportata nel "Schlachten-Atlas Zur Antiken Kriegsgeschichte" di Kromayer e Veith, significherebbe che l'intera prima linea macedone era riuscita a traversare il Leuco e ad avanzare sulle prime basse propaggini del M. Olocrus. Al primo apparire "delle picche, alzate al di sopra del bastione difensivo", Emilio Paolo "fu preso ad un tempo da stupore e da terrore"; mai prima aveva veduto uno spettacolo così terrificante" (30). Ma riuscì a calmarsi, e, a capo scoperto e senza armatura indosso, diede gli ordini necessari" (31). Se questo è vero, significa che egli fu colto impreparato dall'at(28) " Plutach's Li ves", uad. B. Perrin (1918), " Emilius Paulus", XVIII. (29) Livio, XLIV, 40. (30) Livio, XLIV, 40 e Polibio, XXIX, 17. (31) Livio, XLIV, 40.
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tacco, nel qual caso l'iniziativa fu di Perseo e non sua. Il contrattacco iniziale dei Romani fu condotto dai Peligni (soldati di origine Sabina) che, si pensa, erano alla destra dello schieramento; ma l'azione non ebbe apparente effetto contro il muro di scudi del nemico. Allora il loro comandante, Salvia, prese un labaro e lo scagliò contro la linea macedone. Questo gesto accese un furioso combattimento che vide i Peligni, battuti, ritirarsi in disordine verso M. Olocrus. Il loro movimento retrogrado sembra aver trascinato il resto della linea e l'intero esercito cercò di raggiungere le pendici della collina. Se fu così, è chiaro che - sinché il terreno era quello adatto alla falange - i Romani non erano capaci di ottenere effetti risolutivi su quella muraglia di ferro. Invece, come il terreno via via diveniva più sfavorevole alla falange, la sua fronte cominciò a rompersi ed a mostrare ampi squarci, "sia a causa delle irregolarità del terreno, sia per la eccessiva lunghezza della fronte stessa ... mentre quelli che cercavano di occupare le posizioni più elevate restavano necessariamente separati da coloro che erano rimasti più in basso ... " (32). Fortunatamente per i Romani, Perseo non era Alessandro, e sembra evidente che non aveva ben assimilate le tattiche del suo illustre avo; in quel momento di crisi, invece di sollecitare i suoi falangiti su per le pendici del monte, cercò di riordinare la fronte sotto la copertura del nerbo della cavalleria e della fanteria leggera, mandate avanti contro un nemico in disordine. Si ricorderà che, ad Arbela, Alessandro vinse per aver sfruttato a dovere i varchi che si erano aperti nella fronte persiana. La stessa cosa accadde a Pidna, ma con la differenza che, qui, accanto ad un largo squarcio se ne verificarono molti altri, sia pur di minor ,rilievo. Plutarco ben descrive come fu tratto vantaggio dai piccoli varchi. Egli dice: Emilio, "dividendo le sue coorti, ordinò ai manipoli di gettarsi rapidamente negli spazi vuoti apertisi nello schieramento nemico e di venire al corpo al corpo, cercando di frazionare la battaglia in una serie di scontri separati e successivi. Non appena Emilio ebbe dato tali ordini agli ufficiali, e questi ai legionari, essi si infilarono tra i ranghi dei nemici e li separarono, attaccandoli sui fianchi ave non erano protetti dagli scudi; altri gruppetti vennero assaliti da tergo, così che la forza e la efficenza della falange, basate sulla compattezza, furono presto perdute" (33). La descrizione di Livio, sebbene confusa, mostra chiaramente come dai piccoli varchi esistenti ne fu creato uno considerevole tra il centro e l'ala sinistra dell'esercito macedone. Una plausibile ragione per ciò fu che, inseguendo i Peligni in rotta, l'ala sinistra aveva sopravanzato il centro in quel momento ancora impegnato con le due legioni romane. Livio dice: dopo che Emilio ebbe dato l'ordine alle sue coorti di in(32) Livio, XLIV, 40. (33) Plutarco: " Aenùlius Paulus", XX.
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Fig. 16- Battaglia di Pidna (22 giugno 168 a.C.) cunearsi nei vuoti, egli si mise alla testa di una legione e la condusse nello spazio creatosi tra la falange ed i mercenari e "così disurula linea nemica. Egli aveva di fronte la falange dei Calcaspidi" (34). Simultaneamente, Lucio Albino condusse la seconda legione contro la falange dei Leucaspidi, e gli elefanti - con le coorti della cavalleria alleata - furono gettati contro i mercenari macedoni rimasti isolati; ma trovandosi essi in difficoltà, il loro attacco fu reiterato dagli alleati Latini "che misero in fuga l'ala sinistra del nemico" (35). Nel frattempo, "al centro, la 2" legione (Emilio?) caricò e disperse la falange (dei Calcaspidi). La causa della vittoria fu evidente: i tanti distinti combattimenti prima riuscirono a di(34) Livio, XLIV, 41. (35) Livio, XLIV, 41.
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sarticolare la compatta formazione avversaria e quindi, come un'onda che travolge, la ruppero" (36). Allorché si accorse che la battaglia era perduta, Perseo con la cavalleria - che aveva subito poche perdite - si ritirò a Pella e quindi ad Anfipoli. II massacro che seguì la battaglia fu terribile. Secondo Livio, caddero 20.000 Macedoni; 6.000 furono catturati sul posto ed altri 5.000 durante l'inseguimento che proseguì per 40 miglia. Le perdite romane furono "più di 100, la gran parte tra i Peligni", ed "un numero ancora maggiore di feriti" (37). Così, scrive Mommsen, "finì l'impero di Alessandro il Grande, che aveva soggiogato e portato l'ellenismo all'Est, 144 anni dopo la sua morte" (38). Polibio scrive che "in un periodo turbolento di 53 anni (219-167 a.C.) ... quasi l'intero mondo abitato fu conquistato e posto sotto il dominio della città di Roma" (39). Un periodo nel quale, egli aggiunge, la storia del mondo passò da una serie di "fatti sconnessi" ad una "globalità unitaria" (40). Subito dopo la vittoria, il Senato romano decretò che tutti gli Stati che erano stati implicati nella guerra, amici o nemici, dovevano essere ridotti all'impotenza. La Macedonia scomparve come tale e prese forma politica di quattro repubbliche federate nelle quali nessun abitante di una di esse poteva acquisire proprietà o sposarsi in un'altra. Il regno fu disarmato e spogliato della sua classe dirigente; tutti i funzionari dello stato furono portati in cattività in Italia. In ogni città della Grecia si celebrarono processi per tradimento contro gli ex appartenenti a partiti filo-macedoni; tutti coloro che avevano combattuto sotto le insegne di Perseo furono, per usare una espressione oggi corrente, "liquidati". L' Illiria subì lo stesso trattamento e, in Epiro, Emilio Paolo, pur intimamente contrario a tali metodi, fece saccheggiare 70 città e condusse in schiavitù 150.000 epiroti. Battuti i nemici, i Romani si riprornisero di battere i loro stessi alleati. La Lega Achea si era comportata correttamente durante la guerra; nonostante ciò, 1.000 dei suoi uomini più influenti, tra cui lo storico Polibio, furono deportati in Italia ove rimasero 17 anni senza giudizio. Eumene fu privato dei suoi possedimenti in Tracia e, se dobbiamo credere a Polibio, C. Sulpicio Gallo (l'inviato di Roma), al suo arrivo in Asia, fece passar notizia nelle principali città che, se qualcuno avesse avuto elementi d'accusa contro Eumene, egli l'avrebbe ascoltato a Sardi; qui, messo un seggio nel Ginnasio, per IO giornii diede udienza a tutti coloro che (36) Livio, XLIV, 41. (37) lbid., XLIV, 42. (38) "History of Rome", Vol. II, pag. 283. (39) Polibio, I, l. (40) Ibidem, 1, 3.
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volevano essere ascoltati, ammettendo ogni genere di accuse e di abusi contro il re e, generalmente, ingigantendo ogni fatto ed ogni accusa ... (41). I Rodii furono trattati alla stessa maniera. Essi furono privati di ogni territorio sulla terraferma garantitogli da Roma dopo la battaglia di Magnesia e i loro commerci furono sistematicamente boicottati per darne a Roma il monopolio nel Mediterraneo Orientale. Così Roma divenne una potenza mondiale e, in tutto fuorché nel nome, un impero. "Il mondo ellenistico- scrive lo Scullard- giace, a pezzi, ai suoi piedi e l'unica indipendenza di cui gode è quella della sudditanza alla potenza che, soltanto 50 anni prima, Filippo V aveva definito 'una nuvola ad occidente'. Quella nuvola adesso riempiva il cielo sull'intero Mediterraneo, portando con sé insieme a qualche pioggerella fertilizzante - tempeste distruttive" (42). Eppure, il dilagare della sua potenza non era stato pianificato. Esso era il risultato della crescita di un popolo virile in condizione di prevalere in un'epoca in cui non esisteva il concetto di "equilibrio di potenza". In una tale epoca ogni nazione, una volta ottenuta l'unificazione interna, era forzata - per la propria sopravvivenza - a sottomettere i vicini o a renderli impotenti. Gli stati ellenici tentarono la prima strada, Roma la seconda; ma si trattava soltanto di un processo più lento volto allo stesso fine, perché la debolezza altrui fa aumentare il desiderio di conquista. Come dice Mommsen: '' ... tutte le altre nazioni dell'antichità, raggiunto il benessere economico e un alto sviluppo civile, dovettero perire per arricchire un solo popolo, come se l'ultimo fine della loro esistenza fosse unicamente quello di contribuire alla grandezza d'Italia attraverso la loro stessa decadenza" (43). Nonostante ciò, allorché quel ciclo storico si fu concluso, il risultato non fu la decadenza della Grecia ma la vittoria dell'ellenismo; i Greci, come i Cinesi del mondo antico, conquistarono i loro conquistatori. Quello che a loro serviva, per esorcizzare quell'eccessivo individualismo che li aveva tenuti divisi e nemici l'uno dell'altro, era l'autorità di un governo forte e stabile. Quello che serviva a Roma, per divenire una potenza mondiale, era la cultura del mondo ellenistico (44). Questi due fattori, e non i saccheggi ed i tributi, furono il vero risultato di Pidna e della 3 a Guerra Macedone.
(41) Polibio, XXXI, 10. (42) "Roman Politics 220-150 a.C.", pag. 218. (43) "History of Rome", Vol. II, pag. 294. (44) Per il rapido crescere della potenza romana, vds. "Roman Politics 290-150 a.C." di H.H. Scullard, pag. 246 e "The Cambridge Ancient History", Vol. VII!, cap. XIII.
CAPITOLO VI
La lotta per la supremazia all'interno dell'Impero Romano
Quadro storico Se il Senato romano aveva acquisito un'ottima esperienza nella conduzione della guerra, non altrettanto poteva dirsi per il mantenimento della pace interna. II governo dei territori conquistati era demandato a magistrati o ex magistrati la cui rapacità era accresciuta daJla brevità del mandato, normalmente un anno; occorreva ricavare cospicui tributi dalle Province perché i cittadini di Roma non erano più sottoposti a tassazioni dirette e bisognava, inoltre, soddisfare - insieme alle legittime esigenze di spesa le richieste di un proletariato sempre in aumento, indolente ed amante del superfluo. Da ciò derivavano Io scontento ed il malumore, talvolta la ribellione aperta. Il primo problema di questo tipo sorse nel 152 a.C., allorché un certo Andrisco, che si diceva figlio di Perseo di Macedonia, reclutò un esercito in Tracia ed invase la Tessaglia. Fu sconfitto nel 148 a.C. da Q. Cecilie Metello, ma il suo esempio fu seguito da due altri pretendenti, e soltanto quando anch'essi furono schiacciati la Macedonia fu dichiarata Provincia. L'abbandono della Lega Achea da parte di Sparta provocò un conflitto tra Roma e la Lega stessa e nel 146 a.C. Metello marciò su Corinto - ove si stava radunando l'esercito greco - e la assediò. Gli successe L. Mummio che, nel luglio dello stesso anno, sconfisse gli Achei all'istmo, occupò la città e la rase al suolo. La lega achea e tutte le altre leghe ancora esistenti in Grecia vennero allora sciolte e la Grecia affidata alla responsabilità del governatore della Macedonia. Mentre avveniva la sottomissione della Grecia, Cartagine fu distrutta. Dal tempo della sconfitta di Zama, i Cartaginesi avevano recuperato parte dell'antica loro prosperità, tanto da suscitare i sospetti e la gelosia di Roma. Porcio Catone, il celebrato censore, tuonava incessantemente che Roma mai sarebbe stata sicura sinché Cartagine fosse esistita. Il suo "slogan"
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era "Delenda est Carthago". Nel 149 a.C., l' anno della sua morte all'età di 85 anni, la guerra fu decisa e, per giustificarla, fu presentata a Cartagine una serie di ultimatum, l'uno più inaccettabile dell'altro . Prima si chiesero in ostaggio 300 giovani di nobile famiglia; ottenutili, si impose la consegna di tutte le armi. Catturate così 200.000 armature complete e 2000 catapulte, si fece un ' ulteriore richiesta, che rivelava il vero disegno del Senato: i Cartaginesi avrebbero dovuto abbandonare la città e stabilirsi in località dell'interno distanti non meno di lO miglia dal mare. Una guerra non poteva comportare conseguenze peggiori: i Cartaginesi decisero di combattere. Trasformata la città in un vero e proprio arsenale, lavorando giorno e notte, riuscirono a produrre un'enorme quantità di armi; le donne sacrificarono le stesse chiome per farne funi per catapulte. Nel147 a.C. Publio Scipione Emiliano, figlio più giovane del vincitore di Pidna, ebbe il comando. Egli investì la città, le tagliò i rifornimenti e, nella primavera dell'anno seguente, la costrinse alla resa per fame. Occupat ala, ricevette l'ordine di distruggerla tanto radicalmente da passar l'aratro sul suo ruolo. Comandando di appiccar fuoco alla città, egli si rivolse al suo vecchio amico e tutore Polibio e disse: "Oh, Polibio, questo è un grande evento; ma tremo al pensiero che un giorno qualcuno potrebbe dare lo stesso ordine nei riguardi di Roma!". Così furono esauditi i desideri di Catone e fu istituita una nuova provincia romana, quella d'Africa. La distruzione delle città avversarie era divenuto iJ simbolo della potenza di Roma. Come sottolinea Polibio: "L'annientamento radicale della causa della guerra è un atto di crudeltà, la più violenta della crudeltà". Corinto, Cartagine e, più tardi, Numanzia in Spagna (133 a.C.), furono distrutte per dimostrare la potenza di Roma e per soddisfare la sua bramosia di bottino. Anche la vendita dei cittadini come schiavi era una fonte di profitto e molte di quelle ribellioni o cosiddette guerre non erano altro che una caccia agli schiavi. In particolare, in Sicilia, il brutale trattamento usato con quel popolo sfortunato divenne così intollerabile da portare ad una rivolta, conosciuta come l a Guerra Servile. Nel135 a.C., gli schiavi ribelli riuscirono -guidati da due uomini di valore, Euno, un siriano, e Acheo (l) a reclutare un esercito forte di 70.000 uomini. Dopo qualche vittoria di scarsa importanza, la rivolta fu brutalmente repressa da Publio Rupilio nel132 a.C. Proprio in quegli anni, Tiberio Gracco, un nipote di Scipione l'Africano, fu eletto tribuno e sposò la causa del popolo, specialmente quella dei contadini più poveri. "Gli animali - egli disse - che vagano per l'Italia hanno tane e nascondigli ove ripararsi. Voi, invece, che combattete e morite per l'Italia, avete soltanto l'aria e la luce. Soltanto questi sono i vostri beni! Senza casa, senza fissa dimora, andate vagando con le mogli ed i fi (l ) Il secondo capo della rivolta risulta essere Cleone, un cilicio, e non, come nel testo, Acheo (N.d.T .).
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gli ... voi combattete e morite per il lusso di altri. Vi chiamano i dominatori del mondo; ma non c'è una zolla di terra che sia vostra". Come tribuno, egli propose una legge per la ridistribuzione dell'agro pubblico (le leggi cosiddette "agrarie". N.d.T.) e, dopo la sua approvazione, si candidò al tribunato per l'anno successivo aJio scopo di garantirne l'applicazione. Fu assassinato. La sua morte segnò l'inizio di un secolo (133-31 a.C.) di rivoluzioni e di guerre civili che terminò con la fine della Repubblica. Nel 123 a.C. fu eletto tribuno suo fratello , Caio Gracco, che divenne il campione della stessa causa e chiese che la piena cittadinanza romana fosse concessa agli alleati Italiani. Anch'egli fu assassinato, durante una sommossa (121 a.C.). Sebbene i due fratelli non fossero riusciti a raggiungere pienamente il loro scopo, essi avevano indicato al popolo la necessità di avere un leader e, come dice il Breadsted, "quella tendenza portava aJia dittatura". Ma il successivo leader del popolo non doveva essere un magistrato, bensì un soldato. Dieci anni dopo la morte di Caio Gracco e mentre era in pieno svolgimento la guerra contro Giugurta, re di Numidia e nipote di Massinissa, la corruzione ed il malgoverno del Senato divennero così scandalosi che il popolo elesse al consolato un uomo nuovo al quale, sempre con voto popolare, affidò il comando in Africa, istituendo una procedura per la nomina degli alti comandanti che sarebbe stata più volte seguita nei secoli successivi. L'uomo prescelto era Caio Mario . Nato nel 157 a.C. (2) da umile famiglia, aveva servito sotto Scipione all'assedio di Numanzia ed era in Africa quale legato del console Cecilio Metello. Eletto nel 107 a.C. al consolato, negli anni successivi mise finecon la cattura di Giugurta da parte di uno dei suoi ufficiali, L. Cornelio Silla - alla guerra africana. Nel frattempo, un terribile pericolo si profJ.lava per l'Italia. Dal 113 a.C. , orde di barbari, noti come Cimbri, si erano insediati nella Valle della Drava unendosi ai Teutoni. Il console Caio Papirio Carbone, inviato a contrastarne l'avanzata, era stato sconfitto. Durante i successivi cinque anni, tutti gli eserciti consolari mandati contro di loro avevano subìto la stessa sorte. Nel 106 a .C., i Cimbri varcarono il Giura ed occuparono Tolosa. L'anno seguente sconfissero Gneo Manlio, che perse 80.000 uomini, e passarono in Spagna valicando i Pirenei, ma furono respinti in Gallia dai Celtiberi. Lasciati i Teutoni e gli Ambroni in Provenza, mossero verso l'Italia attraverso le Alpi Marittime e, quindi, volsero a Nord, invasero la Svizzera e ridiscesero per il Brennero. (2) Mommsen dice nel 155 (N.d.T.).
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Mai, dai tempi di Camillo, Roma era stata tanto minacciata; il popolo era in preda al panico e, per salvare la Repubblica, Mario - ora console per la quana volta - ebbe il comando della Gallia Narbonense (Francia del Sud-Est) e Lutazio Catulo quello della Gallia Cisalpina. Mario attese i Teutoni in un campo fortificato sul basso Rodano. Essi l'attaccarono, ma, non riuscendo ad espugnarlo, decisero di superarlo per proseguire verso l'Italia. Mario li seguì e (102 a.C.) li indusse a banaglia ad Aquae Sextiae (Aix en Provence) ove li massacrò; il villaggio di Pourrières (Putridi) serba ancora il ricordo di quel massacro. Liberata la Gallia Narbonense, Mario tornò a Roma, ove fu ancora eletto console ed ove ricevette la notizia che Catulo era stato sconfitto presso Verona e si era ritirato al Po. Nel 101 a.C., marciò in suo aiuto. Con gli eserciti riuniti, risalì il fiume ed agganciò i Cimbri a Vercelli, ove essi attendevano l'arrivo dei Teutoni e degli Ambroni. Piombato loro addosso, li sconfisse. Sebbene fosse un abile leader, Mario era così accecato dall'odio verso gli aristocratici che non sapeva condurre battaglie politiche. L'anno dopo Vercelli egli fu eletto console per la sesta volta, ma - approfittando delle sommosse che seguirono alla sua elezione - il Senato lo costrinse a dimettersi . Altri guai erano all'orizzonte. Gli alleati Italiani, che reclamavano la piena cittadinanza, avevano trovato il loro capo in un nobile, Livio Druso, che fu assassinato nel 91 a.C. I popoli dell'Italia Centrale e Meridionale, allora, si rivoltarono e proclamarono la costituzione di uno stato indipendente con capitale a Corfinio, ribattezzata ltalica. Tali avvenimenti portarono alla Guerra Sociale del 90-88 a.C., che terminò quando venne garantita la concessione della cittadinanza a tutti gli italici. Ed ancora problemi in Asia Minore. Per difendere i propri interessi commerciali in quell'area, i plutocrati costrinsero il Senato ad affidare il comando a Silla. Ma il popolo rifiutò di accettarlo e nominò C. Mario. Il primo marciò su Roma ove fece promulgare una legge secondo la quale, in futuro, l'assemblea avrebbe dovuto avere il consenso del Senato prima di votare qualsiasi provvedimento; quindi, lasciò la capitale diretto in Asia Minore. Immediatamente il popolo si sollevò, Mario rientrò dall'Africa alla testa di un corpo d'esercito e con il console Cornelio Cinna entrò in Roma e trucidò i membri del partito conservatore. Mario e Cinna si auto proclamarono consoli per l'anno 86 a.C., ma subito dopo Mario mori. La guerra che aveva chiamato Silla in Africa contro Mitridate, re del Ponto, presto - per lo scontento delle città greche sotto il dominio romano - dilagò in Egeo ed infiammò la Grecia. Silla, posto assedio ad Atene e respinto Mitridate in Asia, tornò in Italia , batté i seguaci di Mario fuori Porta Collina (ora Porta Pia) e, nelJ'82 a.C., fu acclamato Dittatore dai
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soldati. Annientati sistematicamente tutti i capi del partito del popolo, instaurò in Roma il regno del terrore e vi ristabilì il primato del Senato sull'assemblea. Silla si ritirò a vita privata nel 79 a.C. e morì l'anno successivo di pediculosi . Nel 70 a.C., il popolo trovò un altro leader in C. Pompeo, un ufficiale nato nel 106 a.C., che aveva servito sotto Silla. Egli acconsentì ad abrogare le leggi da quest'ultimo emanate e fu eletto console. Nel 67 a.C. l'assemblea lo nominò "supremo comandante" del Mediterraneo per combattere e distruggere i pirati che infestavano questo mare intralciandovi la navigazionç. Nessun generale romano prima di lui aveva avuto un comando così amwio. In 40 giorni egli ripull il Mediterraneo Occidentale, poi navigò verso oriente ed in sette settimane estirpò la pirateria dell'Egeo. L'anno successivo, fu chiamato a s.uccedere a L. Licinio Lucullo nella 3a guerra mitridatica che era stata dichiarata nel 74 a .C. Distrutto ciò che rimaneva del regno dei Seleucidi, risalì l'Eufrate e raggiunse il Mar Caspio. Tornando indietro, entrò in Gerusalemme e portò gli Ebrei sotto il dominio di Roma. Nel 62 a.C., tornò in Italia con l'esercito portando il panico nel Senato, che temeva volesse assumere il potere supremo. Invece, sbarcato a Brindisi, congedò i suoi soldati.
L 'assedio di Durazzo e la battaglia di Farsaglia (3) (48 a. C.)
Allorché, nel 62 a.C., Pompeo era tornato in trionfo dall'Oriente, la Repubblica - come una zolletta di zucchero ben satura - manteneva ancora la sua forma esteriore ma era prossima a dissolversi. Strutturato come un consiglio cittadino, il Senato era incapace di assolvere le sue funzioni imperiali e l'incapacità di affrontare i problemi di dimensione mondiale che adesso gli si ponevano paralizzava la sua fantasia e la sua volontà. Radicali mutamenti economici causati dall'aumento del benessere e dall'enorme numero di schiavi importati avevano fatto seguito alle guerre contro Annibale. L'accumulo di denaro era ormai frutto più di attività bancarie che di commerci e il giro di affari dello Stato era salito all'equivalente di 6.000.000 di sterline del giorno di oggi (4), e il desiderio di arricchirsi aveva rapidamente sostituito il concetto del servizio dello Stato. Le tasse impoverivano il popolo, che sempre in maggior misura doveva chiedere denaro a prestito e che, indebitandosi, era ridotto in potenziale schiavitù. Ai tempi di Cicerone, Roma era diventata un gran mercato di schiavi e la guerra restava la principale fonte per rifornirsene. Gli schiavi allevavano altri schiavi, così che la loro "produzione" era un affare altamente lucroso . Con l'estinzione della gente dei campi, le terre passavano nelle mani di pochi ricchi, la generale sostituzione del lavoro libero con quello degli schiavi aveva generato l'inurbamento e -secondo W. Warde Fowleri cittadini erano "esseri umani privati di qualsiasi naturale possibilità di sviluppo morale e sociale. I legami spezzati, egli scrive, non potevano più essere ristabiliti. L'inevitabile risultato era l'introduzione in Roma di un elemento tossico capace di un enorme potere distruttivo" (5). (3) In molti testi italiani, la località è nota come Farsalo (N.d.T.). (4) Vds. "Soci al LifeatRome in the Age ofCicero", di W. W arde Fowler (1908), pag. 66. (5) lbid., pag. 232.
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Contemporaneamente, le ricchezze accumulate con le conquiste mHitari erano dissipate nel piacere e nel lusso anziché essere produttivamente investite. L'usura era il cancro della Repubblica. Abbandonata la religione, la moralità e tutte le vecchie virtù sociali, le masse indolenti indulgevano al vizio. La lussuria sfociava nella brutalità, e questa nella sregolatezza. Le nascite erano in continua diminuzione. Libertà significava potere, profitti e illimitata ricerca del lusso, tanto che il denaro era diventato l'unico segno di rapporto tra uomo e uomo. A molti tutto ciò sembrava un'eclisse, se non un collasso, deUa civiltà. Così, istintivamente, tutti aspettavano un uomo che li conducesse alla salvezza: quando, il 29 settembre del 61 a.C. Pompeo, vestito da Alessandro il Grande (6), entrò in trionfo in Roma, il popolo Io acclamò come il suo eroe. Da quando aveva sostituito Lucullo al comando dell'esercito d'Oriente, egli non aveva perso occasione per cercar di ripetere le gesta del grande macedone. Come lui, aveva portato la guerra oltre l'Eufrate, aveva conquistato immensi territori ed aveva fondato nuove città. Ma mentre tutti gli occhi erano fissi su Pompeo, un altro uomo sorse, un uomo di nobili origini che, nato nel 102 a.C. (7), si diceva discendesse da Enea, figlio di Veneree di Anchise. Il suo nome era Caio Giulio Cesare. Sebbene i membri del1a sua famiglia parteggiassero per i senatoriali (optimates), egli faceva parte del partito popolare, forse perché sua zia, Giulia, era stata moglie del grande Mario. Nel68 a.C. aveva servito in Spagna come questore ed a Gadés (Cadiz), "guardando la statua di Alessandro Magno nel tempio di Ercole, si era messo a piangere per essere stato incapace di compiere qualcosa d'eccezionale all'età in cui Alessandro aveva già il mondo ai suoi piedi". Così, aveva chiesto di dimettersi e di tornare aRoma per avere l'occasione di grandi imprese (8). Quando, nel 60 a. C., rientrò nel1a capitale e si candidò al consolato, egli trovò la situazione dominata da tre uomini. M. Porcio Catone, Pompeo, e M. Licinio Crasso, gli ultimi due in aperta opposizione al primo. Negando a Cesare il trionfo che giustamente gli spettava per i suoi successi in Spagna, Catone si fece un nuovo nemico e tale errore condusse al primo triumvirato, costituito da Pompeo, Cesare e Crasso. Il loro patto prevedeva che Pompeo e Crasso avrebbero aiutato l'elezione di Cesare a console mentre quest'ultimo, una volta ottenuta la nomina, avrebbe concesso talu(6) Si narra, per incredibile che appaia, che Pompeo aveva trovato il mantello di Alessandro tra le cose di Mitridate che gli abitanù di Cos avevano ricevuto da Cleopatra ("Appian's Roman History", trad. H. White, 1912, " The Mithridatic Wars" , Xli, XVII, 117). (7) L'anno è incerto, alcune autorità in materia accettano il 100 a.C. (8) Svetonio, trad. di J .C. Rolfe (1914), "Tbe Deified Julius", VIL Plutarco racconta l'episodio in un diverso contesto.
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ni benefici ai veterani di Pompeo ed avrebbe ridotto certe tasse che interessavano Crasso, banchiere di immensa ricchezza. Nel 59 a.C., avvenuta l'elezione di Cesare e mantenute le promesse, probabilmente il primo Triumvirato si sarebbe dissolto se non si fosse verificata una seria rivolta neJla terra degli Elvezi. Per fronteggiarla, Cesare ebbe il governo della Gallia Cisalpina e dell'Illiria, a cui fu subito aggiunto quello della Gallia Narbonense. Assunto il comando nel 58 a.C., egli sconfisse gli Elvezi a Bribacte (Autun) (9) e quindi - sollecitato dai Galli Edui minacciati dai Germani di Ariovisto - avanzò lungo il Reno e battè questi ultimi, il 2 settembre, in una cruenta battaglia nei pressi di Mulhausen (10). Durante l'anno successivo, con la conquista delle terre dei Belgi (Il) e dei Nervi (12), concluse la prima fase della guerra gallica. Nel 58 a.C. i triumviri tennero una confer~nza a Lucca, durante la quale Cesare si vide rinnovare il mandato del governo in Gallia per altri 5 anni, Pompeo ebbe- per ugual periodo- quello deJia Spagna e Crasso quello della Siria in previsione di un conflitto con i Parti. Cesare aveva compreso che la Gallia non era soltanto un avamposto contro le agguerrite tribù germaniche ed un territorio ben propizio al reclutamento di soldati per l'esercito (13) - che era la sua arma migliore, sia dal punto di vista militare che da quello politico- ma anche un'ottima base per contrastare le ambizioni di Pompeo. Dalla Gallia Cisalpina, infatti, egli sarebbe stato in condizione di dominare l'ItaLia del Nord; da quella Narbonense, di tagliare le vie di comunicazione terrestri tra l'Italia e la Spagna e quindi, in caso di conflitto con Pompeo, di "partire" con un decisivo vantaggio. Nel frattempo Crasso, enormemente ricco, a 60 anni d'età, fisicamente sordo e spiritualmente cieco. partiva per la Siria per ripetere le gesta di Alessandro (14) e per preparare la campagna contro i Parti, la cui frontiera occidentale correva lungo l'Eufrate. (9) L'antica Bribacte non sarebbe, come crede l'Autore, l'odierna Autun. Secondo il Barbagallo, le sue rovine si trovano circa 23 Km. più ad occidente, presso il M. Beauvray (N.d.T.). • (IO) Testi italiani indicano in Besançon il luogo della battaglia; altri, la pianura di Sennheim. Secondo il Barbagallo, la località dell'Alta Alsazia "è tutt'oggi sconosciuta" (N.d.T.). (Il) Picardia e Paesi Bassi. (12) L'odierna Fiandra. (13) Vds. Jérome Carcopino, nel saggio "Rome et la Gaule" del volume "Point de Vue sur l'lmperialisme Romain" (1934), pagg. 203-256. (14) Plutarco dice, nel suo "Crasso": " Ma essendo ora del tutto esaltato e fuori di sé, non avrebbe considerato la Siria e neanche la Parz:ia quali confini per il suo successo, bensì voleva far sembrare giochi da ragazzi le campagne di Lucullo contro i Tigrani e quelle di Pompeo contro Mitridate e volava sulle ali delle sue speranze fino alla Battria, all'India e al Mare Esterno" (XVI).
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L'Impero dei Parti era stato fondato da Mitridate I, che aveva iniziato le sue conquiste nel160 a.C. circa. Prima aveva occupato la Media, quindi la Siria, la Battria (Bokara) e la Geodrosia (Makrao). L'esercito che aveva costituito era formidabile, composto quasi esclusivamente da arcieri a cavallo e guidato da un abile e giovane generale, Surena, il quale - sebbene si truccasse come una fanciulla - era coraggiosissimo e geniale. Per rifornire di frecce i suoi 10.000 arcieri a cavallo- che esaurivano rapidamente quelle che potevano portare a spalla- li faceva seguire da 1000 cammelli "porta munizioni", così da aumentare di l 00 volte l'autonomia dei combattenti. Contro un tal formidabile avversario marciò Crasso, nel 53 a.C., in direzione est! Dopo aver occupato Niceforio, ove Alessandro aveva attraversato il Tigri, Crasso volse verso nord ed in giugno fu attaccato e battuto da Surena a Carre (Haran). Egli fu ucciso e, dei suoi 40.000 legionari, 20.000 caddero e 10.000 furono catturati. Carre fu la più disastrosa sconfitta che Roma avesse subìto dopo Canne e, nonostante i cittadini ne avessero soltanto una eco lontana, essa metteva Cesare in una difficile posizione: con la scomparsa di Crasso, Pompeo non aveva più il suo naturale e tradizionale antagonista. P er rendere la situazione di Cesare ancor più critica, nel 52 a.C. i Galli, comandati dall'abile Vercingetorige, si ribellarono a Roma. Ne seguì l'assedio di Alesia (Auxois) e bisognò attendere l'anno successivo per veder domata la rivolta e finalmente conclusa la conquista delle Gallie. Era stata una impresa formidabile per Cesare che - come dice Plutarco - "prese con la forza più di ottocento città, sottomise trecento popolazioni e affrontò complessivamente, in tempi diversi, tre milioni di nemici, un milione dei quali uccise e altrettanti fece prigionieri" (15). Una conquista consentita dalla sua inesauribile energia, che poneva le Gallie intere sotto il dominio di Roma e faceva di lui - comandante del più formidabile esercito che l'Urbe avesse mai avuto -l'eroe osannato dal popolo. Iniziava l'eclissi di Pompeo. Ciò significa guerra, e guerra fu; come dice il Mommsen 1 "non lotta tra Repubblica e Monarchia ... ma contesa tra Pompeo e Cesare per la corona di Roma" (16). A questo punto è necessaria una parentesi per esaminare i mutamenti avvenuti nell'organizzazione militare dai tempi della battaglia di Zama, mutamenti che ebbero rilevante influenza non soltanto sulla strategia e sulla tattica, ma anche sulla politica di quel tempo. La legione della 2 3 Guerra Punica era una formazione esclusivamente di "cittadini" suddivisi in "astati", "principi" e "triari". Con il benesse(15) "Plutarch 's Lives", trad. B. Perrin (1919) "Caesar", XV. Questi dati sono ovviamente esagerati. (16) "History of Rome", Vol. IV, pag. 322.
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re, tuttavia, i romani arricchiti sempre più rifuggivano dal servizio militare, con il risultato che, nel 104 a.C. circa, Mario dovette "aprire" l'esercito ai volontari proletari e, più tardi, ai servi, ai criminali ed agli stranieri. Per diminuire il pericolo rappresentato dagli intervàlli esistenti tra i manipoli (dinanzi al "cuneo" della falange germanica. N .d.T.), Mario stesso riorganizzò la legione ordinandola su tre linee di coorti, ciascuna costituita da cinque manipoli. Scomparve la distinzione tra "astati", "principi" e "triari". L'unità tattica fondamentale passava quindi da 120 a 600 uomini, essendoci 10 coorti in una legione; normalmente quattro in prima linea, tre in seconda e tre in terza (17). La legione constava quindi 6000 uomini (invece di 4500). Abolita la cavalleria legionaria, il suo posto fu preso dagli ausiliari stranieri. Con la progressiva riduzione degli intervalli tra le coorti, si tornò, nella sostanza, anche se non nella forma, ad un ordinamento di tipo falangitico. La vecchia "milizia" cedette così il passo ad un esercito professionale, con spirito mercenario, che sostituiva la fedeltà alla Repubblica con il legame personale al comandante. Un tale esercito esige generali abili ed esperti, pena il rapido decadimento della disciplina e della efficienza. L'esatta struttura della legione di Cesare non ò nota ma presumibilmente essa non differiva molto da quella di Mario (18). Armamento ed equipaggiamento erano molto simili, la riforma più importante fu quella che prevedeva l'aumento della cavalleria, dell'artiglieria (19) e del genio. Per la prima, avevano insegnato qualcosa i Numidi e le altre truppe montate straniere; per le seconde, il modello veniva dai Cartaginesi, dai Greci e dai genieri di Alessandria (20). I seguenti esempi ci danno un'idea delle innovazione introdotte. Nel 53 a.C., durante l'assedio di Avarico (Bourges), sembra che Cesare abbia fatto uso di una qualche macchina a "lancio rapido" (21), e nella sua cam-
(17) Lo Scala (''Storia delle fanterie Italiane" - Vol. l , pag. 281) elice che la coorte eli Mario era un " raggruppamento eli tre manipoli" e che la legione si schierava normalmente su "due sole linee". Lo schieramento descritto dall'A. è proprio quello di Cesare, non di Mario (vsd. op.cit., pag. 335. N.d.T.). (18) Secondo lo Scala, Cesare- per disporre di una riserva precostruita - ristabilì lo schieramento della legione su tre linee (N.d.T.). (19) "Artillery" nel testo. L'A. si riferisce, ovviamente, alle macchine eli cui era dotato l'esercito romano (ballistae). N.d.T. (20) Per un esame più completo, vds. "The Artillery of the Carthaginians, Greeks and Romans", sul "Journal of the Royal Artillery", Vol. LVIII, n• l, aprile 1931 e "ProjectiJeThrowing Engines of the Ancients" elisir Ralph Payne-Gallwey (1907). (21) "Caesar's Commentaries on the Gallic Wars", trad. T.R. Holmes (1908), VII, 25.
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pagna contro i Bellovaci (una tribù che risiedeva presso Bauvais), nel 51 a.C., effettuò un vero e proprio bombardamento in campo aperto. Si legge: "Avendo ... schierato l'esercito in ordine di battaglia, egli mosse sino alla più vicina linea di colline, dalle quali poteva con le sue macchine scagliare dardi sul grosso del nemico" (22). Un'operazione simile avvenne all'assedio di Durazzo. Allorché la IX Legione di Cesare raggiunse una collina e pose mano a fortificarla, Pompeo ne occupò una vicina e iniziò un "fuoco" così concentrato sugli avversari, da costringerli a ritirarsi (23). Plutarco dice che Antonio, nella sua spedizione contro i Parti, disponeva di un treno di assedio di 300 carri. Le macchine più piccole erano trasportate su carri chiamati "carroballistae", trainati da muli, di cui un esempio è visibile sulla Colonna Traiana, eretta in Roma tra il 105 e il 113 d.C. Questa "artigliera da campagna" era probabilmente già in uso cento anni prima. Secondo Vegezio, ogni coorte disponeva di una catapulta, ed ogni centuria di un carroballista. Qualche anno dopo i tempi di Cesare, la legione aveva un "treno" di 60 carroballistae e 10 catapulte, come dire 60 cannoni e IO obici. Con l'aumentare degli strumenti " da lancio", progrediva l'arte dei lavori di fortificazione e d'assedio, nei quali Cesare non aveva rivali. È stato calcolato che all'assedio di Alesia, nel 52 a.C., i suoi uomini avessero rimosso due milioni di metri cubi di terra per scavare camminamenti e trincee (24). Quattro anni dopo, all'assedio di Durazzo, fu fatto qualcosa di simile e a quello di Marsiglia, nel 49 a.C., furono impiegati diversi tipi di macchine. Con il progredire della tecnica, la difensiva divenne la forma predominante di lotta. I grandi eserciti professionali ed il loro formidabile aumento di potenza distruttiva, insieme al decentramento di potere ai governatori delle Provincie, portarono- con l'assoluta, o quasi, indipendenza dei generaliad un progressivo indebolimento del potere di controllo del Senato e del popolo. Un altro problema consisteva nel fatto che i nuovi soldati professionisti non avevano una ferma prestabilita, né premio di congedamento dopo un certo numero di anni di servizio. Tutti questi fattori, combinati insieme, portarono inesorabilmente alla guerra civile e, quindi, alla dittatura. Con la completa conquista delle Gallie, il mondo romano doveva affrontare una situazione che presupponeva o l'accettazione di mutamenti (22) "Caesar's Comme01aries", trad. di W .A. M'Devitte (1927), "The Gallic War", VIli, XIV {scritti di Aulo lrzio). (23) " De Bello Civile" di Cesare, trad. inglese di A.G. Peskett {1914), III, 45. (24) " Revue des Deux Mondes", l maggio 1858, pag. 113.
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radicali o la dissoluzione: impotente il Senato, tutto il potere era nelle mani di Cesare e di Pompeo. Entrambi democratici, il primo credeva in una monarchia popolare, l'altro nel sistema del "lasciar fare". Da una parte l'energia, dall'altra l'inerzia. Nessuno dei due desiderava la guerra, ma la guerra era ormai inevitabile, perché nuovi ideali venivano a scontrarsi con una tradizione tanto debole da non avere più alcuna forza per trasformarsi e per migliorare. In tali circostanze, il Senato parteggiava per Pompeo, mentre le città associate e il popolo erano per Cesare. Sperando di essere eletto console, nel luglio del 49 a.C. , quest'ultimo- per scongiurare il pericolo di essere coinvolto in qualche scandalo nel periodo intercorrente tra la cessione del comando e l'elezione- decise di rimanere in Gallia sino alla fine dell'anno e di entrare a Roma soltanto allorché avesse ottenuta la nomina. Dopo di ché, egli si aspettava di ricevere il comando della spedizione contro i Parti. Ma quando Pompeo si schierò con il Senato, l'opposizione a Cesare giunse sino al punto di non concedergli proroga del comando, nonostante gli fosse stato permesso di candidarsi a console anche se assente da Roma. Visto il pericolo, Cesare si dichiarò disposto a lasciare l'esercito e le Provincie assegnategli se Pomepeo avesse fatto altrettanto. Pompeo rifiutò . Era la guerra. Il Senato dichiarò lo stato di assedio e passò quindi alla mobilitazione generale. Sebbene i cittadini romani non costituissero più una forza ben addestrata e disciplinata, Cesare venne a trovarsi in una precaria situazione: Pompeo ed il Senato avevano il completo controllo del mare, otto legioni di veterani in Spagna, due in Italia ed altre in Siria, in Macedonia, in Africa ed in Sicilia; egli, invece, disponeva di una sola legione "pronta", la XIII, dislocata a Ravenna, forte di 5000 fanti e di 300 cavalieri . Le altre sue forze si trovavano per metà sulla Saona e sulla Loira e per metà nel nord delle Gallie. Di fronte alla XIII c'erano le due legioni di Pompeo, dislocate a Lucera, con una forza di 7000 uomini. Conscio della sua inferiorità numerica, Cesare decise di attaccare prima che Pompeo ed il Senato potessero portare a termine la mobilitazione ed il 14 gennaio del 49 a.C. (25), Roma ricevette la notizia che egH aveva traversato il Rubicone ed era entrato in Ariminum (Rimini). Pompeo, che aveva ben capito come il favore popolare fosse per Cesare, decise di abbandonare Roma e l'Italia e si accinse a concentrare le proprie forze a Canosa e a Brindisi sotto la protezione delle quattordici coorti dislocate a Lucera. Tutte le truppe della Campania, trenta coorti in totale, dovevano raggjungerlo a Canosa ed altrettante ne attendeva da Corfinium (San Farino), ove si trovava L. Domizio Enobarbo, il nuovo governatore della Gallia Narbonense. Sebbene questi non fosse - almeno formalmente - sottoposto a Pompeo, ricevette (25) Ossia, secondo il calendario giuliano, il 26 novembre del 50 a.C.
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da lui l'ordine di marciare verso sud; ma, saputo che Cesare avanzava sul Tronto, non si mosse. Cesare non si lasciò sfuggire l'occasione propizia ed ill3 febbraio traversò il F. Pescara e si apprestò ad assediare Corfinium; la città si ·arrese il l9 febbraio. Senza concedersi sosta, lo stesso giorno proseguì verso Brindisi, o ve si era concentrato il nerbo delle truppe di Pompeo. Il 21, oltre la metà di queste si imbarcarono per traversare l'Adriatico e raggiungere Durazzo. Il l o marzo, Cesare arrivò dinanzi a Brindisi e cercò di intavolare trattative con Pompeo, ma invano. Negli stessi giorni, anzi, tutte le rimanenti truppe evacuarono la città e raggiunsero anch'esse Durazzo. A questo punto Cesare decise di attuare il suo piano strategico. La situazione era tale che Pompeo, abbandonando l'Italia, aveva diviso le sue forze in due grandi masse, l'una in Epiro e l'altra in Spagna. Possedendo il dominio delle rotte marittime, egli era in condizione di prendere Cesare tra due fuochi; ma questi capì che il fattore tempo era ancora quello determinante e decise di puntare il più velocemente possibile sulla Spagna, ove erano stanziate le principali forze avversarie. Nel frattempo, per scongiurare lo strangolamento economico dell'Italia, inviò una legione in Sicilia ed un' altra in Sardegna pei=" garantire i rifornimenti di frumento . Quindi, diede l'ordine a nove delle sue migliori legioni di Gallia, con 6000 cavalieri ed un corpo scelto di arcieri, di radunarsi nei pressi di Marsiglia . Due giorni dopo chè Pompeo era partito da Brindisi, si diresse su Roma, ove arrivò il 29 marzo. Qui, conferì a Mare' Antonio il comando delle truppe in Italia; si impadron:ì di 15000 libbre di verghe d'oro, di 3000 lingotti d'argento e di circa 30 milioni in sesterzi (26); promulgò una serie di leggi e, intorno al 5 aprile, si diresse a Marsiglia con una piccola scorta. Fatte partire per la Spagna cinque legioni e la cavalleria, pose l'asst:dio alla città e, in giugno, lasciati Decimo Bruto e Trebonio a condurne le operazioni, traversò con 900 cavalieri i Pirenei, raggiunse il proprio esercito e marciò su Lerida, ove si erano accampate le truppe di Pompeo agli ordini di Afranio. Questi non intendeva accettare battaglia; Cesare, invece, tendendo ad ottenere la vittoria con il minimo delle perdite, lo costrinse alla resa tagliandogli i rifornimenti di cibo e di acqua. Una vittoria tanto completa che tutta la Spagna cadde nelle sue mani . Concesse ai vinti condizi!oni magnanime, tornò a Marsiglia verso la fine di settembre, giusto in tempo per ricevere la resa della città. Ancora una volta si mostrò indulgente con gli abitanti più per riguardo alloro passato, disse, che per ciò che avevano meritato da lui (27). (26) Un sesterzo valeva circa 2 pence. (27) Cesare, " De Bello Civile", II, 22.
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Lasciate due legioni a presidio della città, e saputo di essere stato nominato "dittatore", partì per Roma ove, al suo arrivo, modificò le leggi che regolavano i debiti privati, richiamò nella capitale molti esiliati e concesse la cittadinanza romana a tutti i liberi abitanti delle Gallie. Dopo aver tenuto la carica per soli undici giorni, rinunciò alla "dittatura" e - senza attendere il formale inizio del consolato - raggiunse, verso la fine di dicembre, il suo esercito a Brindisi concludendo, così, la più strabiliante campagna politico-militare della storia romana. Sebbene, in Spagna, Cesare avesse inferto un duro colpo al prestigio di Pompeo e, sconfiggendovi le forze avversarie, si fosse garantito da un attacco "su due fronti", la sua posizione a Brindisi - nonostante avesse posto le basi per una certa stabilità politica in italia - non era certo tra le più favorevoli. Pompeo teneva tutta la parte orientale dell'impero; la sua flotta, 300 vascelli, era strapotente (28); poteva ricevere rifornimenti di ogni genere dall'Egitto e dal Levante; il suo esercito si rinforzava ogni giorno e constava adesso di nove legioni, per un totale di 36000 uomini; Metello Scipione stava arrivando dalla Siria con altre due. Disponeva inoltre di 7000 cavalieri, di 3000 arcieri e di 1200 frombolieri. La sua base, Durazzo, distava soltanto un giorno di navigazione dalla costa italiana. Cesare aveva capito che Durazzo era la chiave di volta della guerra e che l'occupazione di quella città sarebbe stata determinante. Ma il problema era: come? Anche se il controllo dell'Adriatico da parte di Pompeo rendeva la traversata estremamente pericolosa, egli decise di tentare; non soltanto perché il seguire la linea costiera, risalendo l'Italia e discendendo per l'Illiria, avrebbe richiesto settimane, se non mesi, ma anche perché una simile avventura poteva consentire a Pompeo di tornare per mare indisturbato in Italia e di occupare la base operativa di Brindisi. Fortunatamente per lui, era inverno e Pompeo, mai supponendo una sua simile audacia, era in Macedonia per reclutare altre truppe. Ancora una volta, come sul Rubicone, il dado fu tratto, e Cesare decise di fare ciò che sembrava impossibile. In questo risiedeva il suo concetto di "sorpresa" .. Una volta radunate dodici legioni, sebbene non avesse sufficienti navi da trasporto, non attese. Imbarcate sette legioni - circa 20000 fanti e 600 cavalieri - senza viveri, impedimenta ed animali da carico e lasciato Mare' Antonio, con le rimanenti, ad attendere il ritorno dei trasporti, egli salpò il 4 gennaio del48 a.C. ed il giorno successivo sbarcò a Paleste, sulla costa dell'Epiro, circa 100 miglia a sud di Durazzo. Inviati ambasciatori a Pompeo con offerte di pace, si mise subito in marcia non senza avere rimandato (28) Il Barbagallo dice: " ben seicento vascelli, ottimamente armati, ed un numero immenso di navi da carico (''Storia Universale", Vol. II, parte Il, pag. 842 - N.d.T.) .
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le sue navi vuote, la notte stessa, a Brindisi. Marco Bibulo, ammiraglio di Pompeo, messo sull'avviso, riuscì a catturarne trenta e ferocemente le fece bruciare con i loro equipaggi. Saputo dello sbarco, Pompeo- che era più vicino a Durazzo di quanto Cesare credesse - a marce forzate occupò la forte posizione di Kuci, sulla sponda settentrionale del F. Apso, fronteggiando il suo avversario che aveva nel frattempo occupato quella meridionale. Non sappiamo quanto a lungo i due eserciti restassero l'uno dinanzi all'altro; divenuto impaziente, Cesare verso la fine di febbraio inviò ad Antonio l'ordine perentorio dj raggiungerlo. Quest'ultimo prese il mare segretamente con quattro legioni ed 800 cavalieri e le sue navi, spinte dal vento di sud ovest, approdarono a Ninfeo (oggi S. Giovanni di Medua), parecchio a nord di Durazzo. Da qui, egli le rimandò indietro per imbarcare le ultime truppe rimaste. Pompeo, lasciato il campo, marciò verso nord per sbarrargli la strada, ma Antonio seppe evitare l'agguato e riuscì a ricongiungersi a Cesare presso Scampi (Elbasani) sul F. Genuso (l'odierno Schoummi). Fallito il tentativo di impedire la riunione delle forze di Cesare e di Antonio, Pompeo tornò rapidamente ad Asparagium (vicino a Rogozina) e Cesare - ora che era quasi al completo delle sue forze - decise di estendere l'area delle operazioni. Innanzitutto inviò Domizio Calvino con due legioni e 500 cavalieri in Macedonia a fronteggiare H luogotenente di Pompeo, Metello Scipione, che avanzava da Salonicco. Quindi mandò una legione, cinque coorti e 200 cavalieri in Tessaglia ed in Etolia per reperire vettovaglie. Poco tempo, dopo, tuttavia, ricevette notizia di un serio disastro. Egli aveva lasciato M. Acilio al comando della base di operazioni di Orico, all'estremità meridionale del Golfo di Valona. Per bloccare l'imboccatura del porto, ove erano ormeggiati i trasporti, Acilio aveva affondato una nave mercantile e ne aveva ancorata, vicino, un'altra dopo avervi montato una torre di guardia. Nonostante queste difese, il maggiore dei figli di Pompeo, Gneo, che comandava la squadra navale egiziana, deci..se di impadronirsi tlella flotta di Cesare; e lo fece, prima distruggendo le navi del blocco e, quindi, rimossi gli ostacoli, entrando nel porto e attaccando quelle alla fonda. Contemporaneamente, D. Lelio, che comandava la flotta asiatica di Pompeo, mosse contro la base di Antonio a Lissus (Alessio) nei pressi di Ninfeo e lì - pur non riuscendo ad impadronirsi della cittadella - poté incendiare i trasporti alla fonda. Tutta la flotta di Cesare era così distrutta c le comunicazioni con l'Italia completamente tagliate. Un tale disastro avrebbe paralizzato qualunque condottiero; ma non Cesare che, anzi, fu ancora più determinato a cercar battaglia. Seguendo il corso del F. Genuso, pose il campo di fronte a quello di Pompeo, nei pressi di Asparagium, e schierò l'esercito per ìl combattimento. Ma, visto
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Fig. 17- Campagna di Durazzo (48 a.C.)
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che Pompeo chiaramente lo rifiutava, decise di attaccare la base di Durazzo, impedendo al nemico di raggiungerla per primo. Così levò il campo e, da Asparagium, risalì il corso del fiume. Pompeo, in principio, ritenne che egli stesse foraggiandosi, ma quando seppe che, raggiunta Ciadiana (Pekinj), aveva traversato il fiume diretto verso nord, capi che stava puntando su Durazzo e, a marce forzate, corse verso la propria base segnendo la via Egnazia. Cesare discese la valle dell'Arseno e si accampò su una altura poche miglia ad est di Durazzo dalla quale poteva vedere le avanguardie di Pompeo avvicinarsi da sud lungo la strada. Trovandosi sbarrata la via per Durazzo, Pompeo pose il campo su un piano roccioso detto Petra (Sasso Bianco), subito a sud di quello di Cesare, separato da questi unicamente da un torrente. L'esercito di Pompeo era così vicino che Cesare non poteva rompere il contatto e marciare su Durazzo. Ma non intendeva abbandonare l'iniziativa, sebbene Pompeo fosse in condizione sia di portarsi in Italia sia di cercarsi un campo aperto all'interno del paese, ove la sua più forte cavalleria avrebbe potuto avere un vantaggio decisivo. Proprio per questo motivo, Cesare decise di attaccare, sebbene le sue forze, dopo aver distaccàto quelle di Calvino e quelle per i rifornim~nti, fossero ridotte a 22000 uomini. Ma attaccando subito poteva proteggere i suoi "forieri" daJla cavalleria di Pompeo costringendola, nel contempo, nelle paludi costiere. Così, pose al lavoro i soldati per costruire una linea di controvallo che, seguendo all'esterno quella forticata di Pompeo, si estendeva da Petra, a nord, sino a F. Lesnikia (Gesnike) a sud; l'andamento dèlle colline lo favoriva in quest'opera. In totale, il controvallo era lungo 15 miglia, probabilmente il più esteso lavoro campale mai intrapreso nei tempi antichi. Immediatamente ad ovest correva la linea difensiva di Pompeo, lunga circa 8 miglia e distante circa un miglio e mezzo . dalla costa. Sebbene Pompeo potesse rifornire i suoi uomini con la flo-tta di cui disponeva, incominciQ a scarseggiare di cibo e di acqua; Cesare, infatti, aveva fatto deviare il corso dei fiumiciattoli che adducevano al mare e li aveva fatti sbarrare con grandi lavori di diga (29). La sua situazione si deteriorava rapidamente; egli doveva decidere se riparare in Italia o attaccare Cesare. La prima soluzione, però, avrebbe significato l'abbandono di Durazzo con tutte le macchine d'assedio e con i · magazzini dell'intendenza. Così, preferì la seconda ; e, per facilitarsi il compito, fece spargere la voce che in città esisteva una quinta "colonna" che avrebbe favorito Cesare. (29) " De Bello Civile" di Cesare, Ili. 49. L' acqua corrente poteva essere onenuta orfnai soltanto dal F. Lesnikia, che era cinque miglia a sud del campo di Pompeo a Petra.
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Questi prese per buona l'informazione e - lasciato Publio Sulla al comando dell'esercito- nottetempo condusse un piccolo reparto agli avamposti di Durazzo, cadde nella trappola e per poco non fu ucciso. Intanto Pompeo lanciava quattro legioni all'attacco del ridotto al centro della linea avversaria. Sebbene esso fosse tenuto da una sola coorte - contro la quale furono scagliate più di 30000 frecce- il presidio resse fino all'arrivo di due legioni che riuscirono a respingere il nemico. Quindi Pompeo, impegnato ad attaccare l'estrema sinistra di Cesare, fu raggiunto da due ufficiali del contingente celtico che avevano disertato. Fu un'insperata fortuna, perché essi conoscevano nel dettaglio i lavori campali effettuati: per completare il controvallo, Cesare stava prolungando le sue trincee attraverso la piana a sud del Lesnikia e, per proteggersi da un attacco da tergo, stava costruendo una seconda linea trincerata all'esterno della prima. Le due linee distavano l'una dall'altra circa 180 metri; mentre la prima consisteva in un fossato largo circa 15 piedi (5 metri), protetto da un parapetto alto 10 piedi (3 metri), la seconda era di minori proporzioni. Questi lavori non erano ancora completati e ... "il parapetto trasversale, di fronte al mare, che univa le due linee, era appena abbozzato . Ciò era noto a Pompeo, ben informato dru disertori Allobrogi" (30), che decise di portare un'attacco combinato da terra e dal mare contro la sinistra avversaria, dopo avere occupato un vecchio campo costruito da Cesare e poi da questi abbandonato, a sud del F . Lesnikia. Mentre 60 coorti avrebbero mosso verso la linea di controvallo avendo come base il vecchlo campo di Cesare, una forza di fanteria leggera doveva attaccare dal mare e da terra, suddivisa in due scaglioni; il più robusto, assaltando il controvallo da sud ed il più debole, dalla costa, infiltrandosi tra le due linee difensive di Cesare, che non avevano ancora trincee di collegamento. In sintesi, la sinistra di Cesare doveva essere attaccata contemporaneamente di fronte, da tergo e sul fianco. Veramente un mirabile piano! Il 9luglio (ma la data non è sicura) l'attacco fu lanciato col favor della notte; la fanteria leggera sbarcò appena prima dell'alba. In quel momento, le due corti che tenevano la sinistra della linea di Cesare stavano effettuando il cambio della guardia e le riserve più prossime - otto coorti agli ordini di Lentulo Marcellino- erano accampate due miglia nell'entroterra. Sebbene le due coorti attivassero subito le difese, l'improvviso sbarco tra le due linee - il punto debole indicato dai disertori - permise alle truppe di Pompeo di prenderle sul fianco scoperto. In preda al panico, esse fuggirono verso l'interno percorrendo il terreno tra i due trinceramenti ed ostacolando, così, l'accorrere dei rinforzi che Marcellino aveva inviato. (30) "De Bello Civile" di Cesare, Ili, 63.
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Fig. 18- Assedio di Durazzo (48 a.C.) I fedeli di Pompeo erano sul punto di occupare il campo di Marcellino quando arrivò Mare' Antonio con dodici coorti e li respinse. Egli era seguito da Cesare stesso, che guidava altre tredici coorti. Nel frattempo, Pompeo stava costruendo un nuovo campo sulla costa, immediatamente a sud della linea difensiva esterna di Cesare, con il duplice scopo di consentire alle sue navi di approdare in sicurezza e di assicurarsi la piana quale ottimo terreno per la sua cavalleria. A quel punto, Pompeo aveva rotto l'accerchiamento. Per dare sicurezza - nei limiti del possibile - al suo fianco sinistro, Cesare respinse i soldati di Pompeo sino ad un miglio dalla costa così da riconquistare una parte delle difese prima perdute e, quindi, unì le due linee
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con un trinceramento trasversale. Saputo poi che Pompeo stava portando le truppe nel suo vecchio campo a sud del Lesnikia, decise di attaccarlo prima che fosse troppo forte. Disponeva di 35 coorti per tale azione, ma non sapeva che il campo era stato congiunto al F. Lesnikia da una bretella difensiva. Lasciate due coorti nella trincea trasversale, ordinò le rimanenti 33 in due colonne ed avanzò verso il campo sotto la copertura del bosco. La colonna di sinistra doveva attaccare da est, quella di destra da ~ord. La prima irruppe nel campo e ne respinse il presidio sino alla porta occidentale, ma la seconda, superata la bretella di connessione con il fiume, ritenendo che fosse quella a difesa diretta del campo, si perse per cercarne l'entrata e si ritrovò in una piana chiusa da ogni lato dal bastione, dal fiume, dal mare e dal campo stesso. Non appena a conoscenza dell'attacco al proprio campo, Pompeo marciò in suo soccorso, con la cavalleria che rastrellava la piana. A questo punto, la colonna di destra di Cesare, vedendosi minacciata da tergo, cercò di ritirarsi, ma ne fu impedita proprio dai bastioni che poc'anzi aveva superato. Presi dal panico i soldati si diedero alla fuga. Nello stesso momento, il presidio del campo di Pompeo, vedendo arrivare i soccorsi, contrattaccò la colonna di sinistra di Cesare i cui uomini, accortisi che 'la destra era in fuga, furono anch'essi presi dal panico. Ne segui una rotta generale. Fortunatamente per Cesare, Pompeo non si gettò all'inseguimento. Quando contò le sue perdite, Cesare dovette annoverar_vi 32 tribuni e centurioni, 960 tra sottufficiaJi e uomini di truppa, 32 insegne. La maggior partt: non erano caduti combattendo, ma perché, presi dal panico, erano stati calpestati dai loro commilitoni (31). Cesare capì che, con le truppe in quelle condizioni, non avrebbe potuto più a lungo tenere la sua lunga linea difensiva. Subito dopo il tramonto dello stesso giorno della battagHa, iniziò la ritirata e, con una rapida marcia notturna per evitare la cavalleria avversaria, il mattino seguente raggiunse iJ suo primitivo campo ad Asparagium. Riparti a mezzogiorno, si districò tra la cavalleria di Pompeo ed il 14 luglio arrivò ad Apollonia. Mentre era in corso l'investimento di Durazzo, Domizio Calvino aveva "agganciato" Scipione in Macedonia e quando Cesare si era ritirato gli aveva lasciato scoperte le spalle; egli decise allora di riunire le proprie con le sue forze. ~l suo scopo era quello di trattenere Scipione, cosi da costringere Pompeo a correre in suo soccorso, allontanandosi dal mare e dalla base di Durazzo; lo avrebbe quindi obbligato ad accettare battaglia, con probabilità almeno pari di vittoria. Se, invece, il nemico fosse passato in Italia, egli- riunito a Domizio- avrebbe potuto marciare attraverso l'Illiria per correre a difenderla (32). Pompeo- avendo capito che non vi sarebbe sta(31 ) "De Bello Civile" di Cesare, III, 71. (32) " De Bello Civile" di Cesare, lll, 71.
L'ASSEDIO DI DUilAZZO E LA BAlTAGLIA DI FAllSAGLIA (48 a.C.)
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ta pace sinché Cesare non fosse stato sconfitto - abbandonò l'idea di andare in Italia e decise di ricongiungersi a Scipione. Entrambi riuscirono nel loro scopo iniziale: Cesare trovò Domizio ad Eginione (vicino a Kalabaka, in Tessaglia) e Pompeo incontrò Scipione a Larissa. Da queste due città, gli eserciti avversari - non sappiamo il perché - marciarono verso la piana di Farsaglia, sotto le colline di Cinocefale, e qui - rievocando il passato- gettarono le basi del futuro, com'era avvenuto 283 anni prima nella piana di Gaugamela. Il vero campo di battaglia di Farsaglia non è esattamente noto. Appiano, Plutarco, Polieno e Svetonio lo collocano tra Farsaglia ed il F. Enipeo, ma altri (Frontino, Eutropio ecc.) indicano la località di Fersaliti. Sebbene le critiche più recenti propendano per quest'ultima versione, qui noi preferiamo la prima (33). Cesare, dunque, da Eginione marciò verso sud-est, attraversò l'Enipeo nei pressi di Farsaglia e si accampò sulla riva settentrionale del fiume, immediatamente a nord di Palefarsalo. Subito dopo Pompeo pose il campo circa 3 miglia a nord-ovest di quello di Cesare, sulle propaggini del M. Dogandzis . Come di regola, Cesare schierò il proprio esercito appena fuori dell'accampamento. Ripetendo tale operazioni ogni giorno, di volta in volta si avvicinava di più alle posizioni di Pompeo. Ma questi non aveva alcuna intenzione di lasciare il terreno che riteneva favorevole. Quando Cesare ebbe esaurite le vettovaglie esistenti in Farsaglia, decise di lasciare il campo e di marciare a nord-est verso Scotussa, immediatamente a sud di Cinocefale in modo da minacciare le linee di comunicazioni di Pomepo verso Larissa ed obbligare l'avversario ad abbandonare le proprie posizioni. Il mattino del 9 agosto, qando già le tende erano state levate e si stava per iniziare il movimento, Cesare - notando che Pompeo stava schierando l'esercito non vicino al suo campo, come di regola, ma molto avanti a questo, volto ai soldati disse: "Lasciamo stare la marcia e pensiamo alla battaglia, come da tanto speravamo di poter fare. Prepariamoci spiritualmente a combattere; non sarà facile avere un'altra occasione" (34). Delle sue 80 coorti (8 legioni), per un totale di 22.000 uomini, egli ne lasciò due a presidio del campo e schierò le altre 78 su tre linee, con l'ala sinistra appoggiata all'Enipeo, per fronteggiare le 110 coorti (l l legioni) di Pompeo, forti di 45.000 soldati. Ma il numero non è tutto in guerra, ed in quanto a disciplina, addestramento e morale le truppe di Cesare erano di gran lunga superiori al nemico, tanto che W. Fowler dice: "Da una parte c'erano l'individualismo, la disunione e l'orgoglio degli ultimi sopravvissuti di una vecchia (33) " The Roman Republic" di T Rìce Holmes ( 1923), Vol. 111, pagg. 452-467; " Tbe Cambridge Ancient History" ( 1932), Vol. IX, pagg. 664; " Tbe Batùefield of Pharsales" di F .L. Lucas, in "Annual of the Brit ish School of Athens", Vol. XXIV (1912- 1921). (34) "De Bello Civile" di Cesare, 111, 85.
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oligarchia; dall'altra l'assoluta disponibilità degli uomini verso i comandanti, con la chiara visione che quello era il giorno decisivo (35). Come sottolinea il colonnello Dodge, " il difetto dell'esercito di Pompeo era la mancanza di un capo che sapesse controllare e dominare gli eventi. Cesare, invece, era il proprio esercito. Il suo scopo era chiaro. Dai capi ai gregari, tutti operavano come un sol uomo. Egli era capace di controllare tutto. Egli era la molla e, nello stesso tempo, il volano" (36). Il piano di Pompeo prevedeva di appoggiare la propria ala destra all'Enipeo, di sfruttare la superiorità della cavalleria per aggirare la destra di Cesare e, quindi, cadergli sul tergo. L'ordine di battaglia era: 600 cavalieri pontici a destra, quindi la fanteria, ordinata su tre linee parallele, con Lentulo a destra, Scipione al centro, Domizio Enobarbo a sinistra. All'ala sinistra dell'esercito tutta la cavalleria, meno i suddetti 600 uomini, con gli arceri ed i frombolieri, tutti agli ordini di Labieno. Lasciate 7 coorti a difendere il campo, gli ausiliari erano impiegati tra le linee come fanteria leggera. Osservando lo schieramento di Pompeo, Cesare ~e intuì il piano. Visto che il nemico intendeva avvolgere la sua ala destra, vi pose 1000 cavaUeri, rinforzati da fanteria leggera, per fronteggiare i 6400 di Labieno. Diede il comando di queste forze a Publio Silla mentre pose il centro agli ordini di C. Domizio Calvino e la sinistra a quelli di Mare' Antonio . Quindi, come egli dice, "temendo che l'ala destra potesse essere soverchiata dalla enorme cavalleria avversaria, tolse alcune coorti dalla terza linea" (37) e, con esse, ne formò una quarta schierata obliquamente dietro la cavalleria, tanto da non poter essere vista. Egli spiegò a quegli uomini qual'era il suo scopo e illustrò loro come le sorti della giornata dipendessero dal loro coraggio. Allo stesso tempo, ordinò che nessuno si muovesse se non dietro suo specifico segnale. l rispettivi gridi di battaglia erano "Venus Vitrix" per le truppe di Cesare e "Hercules Invictus" per quelle di Pompeo. Sebbene la superiorità numerica di Pompeo fosse schiacciante, egli aveva raccomandato ai suoi di attendere a pié fermo l'urto nemico, allo scopo sia di non scompaginare il proprio schieramento, sia di rimandare lo scontro a quando i soldati di Cesare fossero stati spossati dalla fatica. Cesare, ben più esperto comandante, la pensava diversamente. Egli dice: "Ci sembra che questo sia stato un grave errore da parte di Pompeo, che mostrò di non sapere che tutti i (35) "Julius Caesar", di W. W arde Fawler (1935), pag. 299. (36) "Caesar" , di T.A. Dodge (1892), Vol. II, pag. 552. (37) Poiché ciascuna delle otto legioni era schierata su tre linee, e secondo Appiano (''La guerra civile", II, 76) il numero degli uomini ritirati fu 3000, viene generalmente accettato che Cesare abbia ritirato una coorte dalla terza linea di ogni legione.
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combattenti sono pervasi dall'eccitazione e dall'impeto della pugna. I comandanti non devono reprimere, ma anzi esaltare questo stato d'animo, secondo gli esempi degli antichi che, nella marcia alla battaglia, facevano lanciare minacciose grida alle truppe e suonare le trombe appunto allo scopo di spaventare il nemico e di eccitare maggiormente gli attaccanti'' (38). Cesare lanciò l'attacco ma, avvedutosi che Pompeo non si muoveva, quando i suoi ebbero percorso metà della distanza che separava i due eserciti (circa 200 metri), li fece arrestare per un attimo di riposo. Subito dopo, non appena questi ebbero ripreso a muovere, Pompeo lanciò la cavalleria, con gli arcieri ed i frombolieri in appoggio ed allorché la cavalleria di Cesare cedette terreno, quella nemica si fece più incalzante ed iniziò ad avvolgere tutto il fianco destro dell'avversario. Cesare, vista questa mossa, "diede il segnale alla quarta linea, composta di 6 coorti (oppure 8?). Queste contrattaccarono così vigorosamente i cavalieri di Pompeo che essi, dati di volta, non soltanto abbandonarono il campo ma, trascinati dalla fuga, raggiunsero le più alte colline retrostanti. Messa in rotta la cavalleria, gli arcieri ed i frombolieri, abbandonati ·senza difesa, furono tutti uccisi. Poi, con lo stesso slancio, le coorti si spinsero dietro l'ala sinistra di Pompeo, il CJ.li esercito resisteva e combatteva sempre, e l'attaccarono alle spalle". Contemporaneamente, Cesare impiegò la riserva per rompere il fronte centrale del nemico. Vista in fuga la sua cavalleria, Pompeo, come Dario a Gaugamela, lasciò il terreno e si rifugiò nell'accampamento ad attendere l'esito della battaglia; ma Cesare non diede tregua ai suoi esausti uomini ed attaccò il quartiere nemico. Come vide che i legionari di Cesare stavano superando i bastioni difensivi, Pompeo, gettata l'armatura da generale, montò a cavallo e fuggì a Larissa. Ancora una volta, Cesare rifiutò il riposo e continuò nell'inseguimento, premendo i fuggiaschi sulle colline. Accerchiatili, con quattro legioni li costrinse a trattare la resa. E quando essi, il mattino successivo, cessarono ogni resistenza, egli seppe mostrare una volta di più la sua magnanimità. Subito dopo, continuò la marcia verso Larissa. In quel memorabile 9 agosto del 48 a.C. Cesare perse 30 centurioni e 200 uomini o, "come dice qualcuno, 1200 soldati"; caddero, invece, in 6000 nelle file di Pompeo" (39). Da Larissa, Pompeo fuggì sulla costa e s'imbarcò per l'Egitto. Cesare lo inseguì e quando, in ottobre, sbarcò ad Alessandria seppe che il suo nemico era stato assassinato. Intanto, egli era stato nominato, per la seconda (38) Cesare, "The Ci vii War", trad. cit., III, 92. (Vds. anche Scala: "Storia delle fanterie italiane", Vol. I, pag. 328. N.d.T.). (39) "Appians Roman History. The Ci vii War", II, Xl, 82, che cita Pollione, uno degli ufficiali di Cesare in questa battaglia.
L"ASSEDIO DI DURAZZO E LA BAlTAGLIA DI FARSAGLIA (48 a.C.)
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volta, "dittatore". In Egitto, Cesare rimase "imbrigliato" dall'ultima dei Tolomei, l'intrigante Cleopatra, nata nel 69 a.C. da Tolomeo Auleto. · Lei , assieme ad una guerricciola, Io tenne impegnato sino aJI'estate del47 a.C. allorché rientrò dalla Siria e dal Ponto e - sottomesso Farnace, figlio di Mitridate, a Zela (nella famosa campagna del "veni-vidi-vici") decise di tornare a Roma . Quivi, egli dovette affrontare alcuni problemi economici e si diede a preparare una spedizione in Africa ove, dopo Farsaglia, erano riparati Scipione e Labieno, ex luogotenenti di Pompeo. Nell'ultima settimana di dicembre, con sei legioni e 2000 cavalieri, partì dalla Sicilia e sbarcò ad Adrumeto. A Ruspina riuscì a rompere l'accerchiamento di Labieno e, il6 aprile del46 a.C., annientò a Tapso le forze riunite di Scipione e di Giuba, re di Numidia. Dopodiché Labieno fuggì in Spagna ed a Cesare fu conferita la "dittatura" per IO anni. Lasciata Utica il 13 giugno rientrò a Roma, ove rimase per diversi mesi, mentre Labieno sollevava la Spagna contro di lui. Deciso a domare la rivolta, ai primi di novembre lasciò la Capitale ed in 27 giorni raggiunse la Spagna per combattervi la sua ultima campagna nei pressi di Cordova e nella vaJie del Guadalquivir. 1117 marzo del45 a.C., egli costrinse Labieno ad accettare battaglia a Munda; quest'ultimo fu sconfitto ed ucciso nell'atto finale della Guerra Civile. In settembre Cesare era di nuovo a Roma. Gli restavano sei mesi di vita ed il pur breve periodo fu da lui reso così denso di eventi quanto altri mai nella storia. E non era più giovinetto: aveva 57 anni! Con la conquista delle Gallie, aveva portato la frontiera occidentale di Roma aJI' Atlantico ed al Mare del Nord, ma nei suoi ultimi sei mesi di vita egli progettò di rendere inattaccabili i confini settentrionali ed orientali ancora insicuri. Piani ficò innanzi tutto una campagna contro i Geti ed i Daci sul Danubio e, quindi, una spedizione contro i Parti per vendicare la morte di Crasso. Come ci dice Plutarco, egli intendeva marciare "attraverso l' lrcania, il Mar Caspio ed il Caucaso per invadere la Scizia e, dopo aver percorso le regioni confinanti con la Germania e la Germania stessa, tornare in Italia attraverso il territorio dei Celli, chiudendo così il cerchio di un dominio limitato da ogni parte dall'Oceano" (40). Poco prima dell'inizio di questa grande avventura, e dopo aver governato Roma per oltre cinque anni, durante i quali aveva portato a termine sette grandi campagne durate in totale 51 mesi, fu assassinato il 15 marzo del 44 a. C. Svetonio ci dice che Cesare era alto, di fine conformazione fisica, con profondi occhi neri; che egli era "abilissimo nell'uso delle armi, perfetto cavaliere, dotato di un'incredibile resistenza" (41). Certamente possedeva (40) Plutarco: "Cesare", LVnii (41) Svetonio: "Julius Caesar", XLV a LVII.
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un'energia eccezionale assomigliando, in questo, ad Alessandro. Intellettualmente, era un realista dotato di grande buon senso. Studioso, letterato, uomo d'azione, la sua mente equilibrata e la sua fervida immaginazione non mancarono mai di condurlo a decisioni rapidissime. Cicerone una volta lo chiamò "un portento di incredibile velocità, applicazione ed intuito". Il suo autocontrollo era considerevole. Non era sentimentale né mistico; la tradizione e le regole valevano, per lui, in funzione di uno scopo preciso, non per se stesse. Era generoso, ma di una generosità tendente ad un fme; essa era "usata" da lui, non sentita. Sul campo di battaglia di Farsaglia ordinò ai suoi soldati di risparmiare i loro concittadini (42) perché questo serviva alla sua politica. Lo stesso fine perseguivano le sue donazioni di frumento e danaro. Asserviva tutto ai suoi scopi: si ingraziava la folla corrompendola, la borghesia con la remissione dei debiti, gli intellettuali con il mecenatismo per le arti e le scienze. Quale comandante, era la mente e l'anima dell'esercito; da tale punto di vista, è stato grande quanto Annibale ed Alessandro. La sua costante preoccupazione era il benessere dei soldati e, sebbene in servizio pretendesse la più rigida disciplina, in altre occasioni era "alla mano" e tollerante. Sapeva bene che vizi e vinù sono entrambi componenti dell'essere umano. Svetonio ci dice che giudicava i soldati non per il loro carattere o per la loro fonuna, ma soltanto per il valore che sapevano dimostrare (43) e, come dice il Mommsen, li trattava "come uomini che avevano il diritto di chiedere ed il dovere di dare il meglio" (44). Così otteneva da loro rispetto e fedeltà; quando lui era tra di loro, la sconfitta sembrava impossibile. Quale capo militare, eccelleva sotto tre aspetti: primo, come Alessandro ed Annibale, possedeva l'abilità di modellare lo strumento bellico ai propri geniali intendimenti. Era un meraviglioso organizzatore e la sua fuducia in se stesso era incrollabile. Secondo, aveva afferrato quale fosse la natura della guerra nel suo tempo. Era guerra di nazioni; non soltanto scontro di eserciti, ma lotta di popoli interi alla ricerca di qualcosa di nuovo. Vi predominava la strategia in senso globale, l'utilizzazione di tutti i mezzi per il raggiungìmento di uno scopo: uomini, finanze, commerci, alleanze politiche, propaganda, tutto doveva essere indirizzato ad un unico fine . Terzo, la sua stupefacente audacia e la sua apparente temerarietà si basavano sull'aver compreso il segreto che in guerra, come in pace, molti problemi sono fittizi, perché i contendenti si temono a vicenda e chi per primo riesce a superare la crisi di un momento, per primo può porre il piede sulla strada della vittoria. Cesare, come Alessandro, possedeva l'audacia (42) Ibid., LXXV. (43) Svetonio, LXV. (44) "History of Rome", Vol. IV, pag. 243.
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che, sola, fa i grandi comandanti. Intuiva le intenziorti dell'avversario e riusciva a far tacere i propri timori. Tali doti non potevano che farne uno statista di straordinaria abilità. Capiva perfettamente quali fossero le condizioni e le tendenze della Repubblica; sapeva interpretare i reconditi significati degli eventi, come conosceva l'animo di Pompeo. Soprattutto, egli capì che nel futuro c'era una monarchia democratica: libertà nell'ordine e non abuso indiscrirninato della libertà. In sintesi, ciò che il Duca di Wellington chiamò una volta "democrazia reale". Sempre teso ai suoi obiettivi, egli divenne- come giustamente disse Warde Fowler - "un caposcuola dell'umanità" (45). Sebbene non sia questa la sede per esaminare le sue riforme politiche, sembra necessario menzionarne le basi concettuali. Esse possono essere riassunte in tre parole: autorità, ordine, disciplina. Primo, egli mutò la connotazione del governo centrale riducendo i poteri oligarchici del Senato a quelli di un consiglio cittadino ben posto sotto il suo controllo e facendo di Roma una città cosmopolita con caratteri supernazionali . Secondo, iniziò a porre le basi per un nuovo ordine politico che, pur rinvigorendo Roma e le Province, le saldava in un tutt'uno . Per ottenere tali risultati, Urnitò il potere finanziario che aveva condotto alla rovina la Repubblica, tolse le Province dalle mani di governatori-esattori, vi inviò non meno di 80.000 coloni (46) e permise che la democrazia vi allignasse liberamente. Terzo, propugnò un riuovo ordine sociale, che può esser meglio descritto con le parole che egli stesso pronunciò a Piacenza nel 49 a.C., dinanzi ad alcuni soldati che si erano ammutinati: "Nessuna associazione tra uomini può conservare la propria unità e continuare ad esistere se non vengono puniti i criminali , perché se gli elementi antisociali non vengono trattati come si deve, essi causeranno altri mali. Meno che ovunque in un esercito la disciplina può non essere mantenuta, perché lasciando spazio ai malfattori essi ne vogliono sempre di più e corrompono gli onesti facendo creder loro che non otterranno benefici dalla loro buona condotta. Il vantaggio è sempre dalla parte dei peggiori e se essi non vengono puniti, l'abuso dilaga ... la distinzione tra buoni e cattivi non dipende dalla nascita, ma dalle azioni e dai costumi degli uomini ... " (47). Sebbene nel suo breve regnare non potesse far di più che gettare il seme di un impero autocratico - cosa poi portata a compimento dai suoi (45) "Julius Caesar" di W. Warde Fowler, pag. 329. (46) Svetonio, "Giulio deificato", XLll. Per un'analisi di questa colonizzazione, vds. "AnEconomicSurvey of Ancient Rome" a cura di TennyFrank (1933), Vol. I, pag. 316 esegg. (47) " Dio's Roman History" , trad. E. Cary (1916), XLI, 29-30.
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successori - egli trasformò Roma da semplice municipalità in regno mondiale. Djede nuova vita alla Repubblica e non soltanto pose le basi per la "democrazia reale" di Augusto- il primo che veramente governò il mondo - ma tracciò il sentiero che portava ad una concezione più alta: quella dell'unità nella concordia, che doveva diventare l'ideale della Chiesa universale.
CAPITOLO VII
La fine della Repubblica
Quadro storico La speranza dei tirannicidi di dar, con la morte di Cesare, nuovo vigore alla Repubblica, si rivelò presto vana. Roma fu percorsa dall'orrore, non dalla gioia: Caio Cassio e Marco Bruto, con i sessanta congiurati, dovettero barricarsi in Campidoglio per cercarvi salvezza. Allo stesso tempo Mare' Antonio, console e luogotenente di Cesare, ricevette la solidarietà del "magister equitum" M. Emilio Lepido e la stessa vedova di Cesare, Calpurnia, gli affidò i documenti del marito ed i suoi beni, valutati in 4.000 talenti (circa l milione di sterline). I disordini continuarono e verso la fine di aprile del 44 a.C., Antonio lasciò Roma per recarsi in Campania, ove cercò di indurre i veterani congedati, che vi si erano insediati in gran numero, a riprender le armi. Contando le forze delle opposte fazioni- problema al quale i congiurati non avevano posto molta attenzione - il vantaggio era dalla parte di Antonio. Con lui erano Lepido, Governatore della Gallia Narbonense e della Spagna Viciniore, Asinio Pollione, che governava la Spagna Ulteriore e Munazio Planco in Aquitania. Dalla parte del Senato erano soltanto Decimo Bruto e Quinto Cornificio, rispettivamente Governatori della Gallia Cisalpina e della Provincia d'Africa. Quando il testamento di Cesare fu aperto, fu a tutti noto che l'erede universale era suo nipote, e figlio adottivo, Caio Ottavio. Nato il 23 settembre del 63 a.C., era noto come Ottaviano. Alla fine di marzo del 44 a.C., raggiunto dalla notizia dell'assassinio di Cesare ad Apollonia (in Illiria), subito attraversò l'Adriatico per sbarcare a Brindisi, ove fu acclamato dalle truppe ed ove ricevette lettere della madre e del patrigno - Marco Filippo - con il consiglio di rinunciare all'adozione ed all'eredità. Rifiutato un tale suggerimento e, anzi, manifestato l'intento di vendicare la morte di Cesare e di succedergli, mosse verso Roma. Antonio si recò
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ad incontrarlo e quando i due si trovarono, alla fine di aprile, Ottaviano accusò l'interlocutore di non aver punito gli assassini. In luglio, sotto le pressioni di Antonio, il Senato assegnò Creta a Bruto e Cirene a Cassio; ma essi rifiutarono quelle Province di "2a categoria" e si recarono, rispettivamente, in Macedonia ed in Siria. L'atmosfera abbastanza amichevole dell'incontro tra Ottaviano ed Antonio si dissolse presto. Essendo deceduto un tribuno, il primo pose la sua candidatura ad occuparne la magistratura; ma Antonio, nella sua qualità di console, ne impedì la nomina a causa della giovane età e della parentela con Cesare ed il Senato, temendo la vendetta di Ottaviano contro i tirannicidi, avallò tale decisione. All'inizio di ottobre Antonio si recò a Brindisi per assumere il comando delle legioni della Macedonia che dovevano essere impiegate contro Decimo Bruto nella Gallia Cisalpina. Ma Ottaviano, con straordinaria prontezza, contromanovrò inviando suoi emissari a Brindisi per far opera di persuasione tra i legionari che vi stavano giungendo e recandosi in Campania per ottenere i favori dei coloni cesariani. Promettendo un lauto premio (500 dracme = 20 sterline), ne reclutò 3.000. Nello stesso momento, a Brindisi, le truppe chiedevano ragione ad Antonio della mancata punizione degli assassini di Cesare e solo dopo che egli ebbe promesso un premio d'ingaggio uguale a quello conc.esso da Ottaviano in Campania, riuscì a persuadere una legione a seguirlo a Roma. Ottaviano, non sentendosi sufficientemente forte per scontrarsi in campo aperto con Antonio, lasciò Roma il lO novembre diretto nella Gallia Cisalpina, ove poteva contare su Decimo Bruto. Pochi giorni dopo Antonio entrò in Roma, ove, nonostante avesse appreso che due legioni erano passate ad Ottaviano, con altre due marciò su Rimini e ordinò a D . Bruto di abbandonare la Gallia Cisalpina. Questi rifiutò, si rifugiò in Modena e si preparò a sostenere un assedio. Mentre Antonio assediava Modena, Ottaviano si preparava a liberarla. Egli aveva adesso il sostegno dei consoli A. lrzio e C. Vibio Pansa, pronti a scendere in campo. Irzio lo raggiunse a Rimini con quattro legioni e da lì marciarono insieme in soccorso di Decimo Bruto. Antonio, lasciato suo fratello Lucio a mantenere l'assedio, mosse loro incontro, ma Ottaviano e lrzio rifiutarono battaglia per attendere l'arrivo di Pansa. Il 14 aprile del 43 a .C., Antonio, saputo che Pansa- con quattro legioni appena reclutate - stava per ricongiungersi ad Ottaviano, decise di attaccarlo impiegando due delle sue legioni di veterani . Ma il giorno prima Irzio, conscio del'inferiorità qualitativa delle truppe di Pansa, aveva inviato la legione Marziana e due coorti pretoriane in suo rinforzo. Nonostante ciò, Pansa fu sconfitto e ferito mortalmente nella battaglia del Forum Gal-
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lorum (sulla via Emilia. N.d.T.). Lo stesso giorno, a sera, Irzio piombò con due legioni sul corpo d'esercito di Antonio che stava celebrando la vittoria, lo mise in fuga ed il 21 aprile Io sconfisse ancora fuori Modena, ma a costo della propria vita; Antonio, il 3 maggio, valicati gli Appennini, si ricongiunse con Ventidio Basso, che comandava tre legioni a Vada Sabazia, circa 30 miglia a sud di Genova. Sebbene Decimo Bruto sollecitasse lo sfruttamento della favorevole situazione, Ottaviano vi rinunciò, non desiderando la completa disfatta di Antonio mentre Bruto e Cassio erano ancora in vita. Egli aveva in mente un piano ben preciso: prima, ridurre il potere di Antonio; poi, farselo alleato per distruggere Bruto e Cassio; e quindi, sconfiggerlo definitivamente. Quale primo passo verso l'alleanza, egli trattò con grande magnanimità i prigionieri e prese le distanze da Decimo Bruto . Nonostante ciò, Decimo si mise all'inseguimento di Antonio; ma questi riuscì ad arrivare in Provenza, ove governava Lepido. I due eserciti fraternizzarono, mentre Planco, governatore dell'Aquitania, si ritirava a nord deii'Isère ad attendere Decimo Bruto. Nel frattempo, Ottaviano si dava da fare per ottenere uno dei consolati resi vacanti dalla morte di Irzio e di Pansa; il tempo per l'alleanza con Antonio stringeva, ed egli aveva bisogno del prestigio conferito dal titolo di console. A luglio, mandò una delegazione di centurioni a Roma per chiedere la nomina e, secondo Svetonio, allorché i senatori esitarono, uno degli ufficiali, sguainando la spada, disse: "Questa lo farà console, se non lo fate voi"! Rientrati gli emissari, Ottaviano marciò su Roma con otto legioni: a questo punto il Senato approvò la candidatura! Ma subito dopo ritrattò, avendo saputo che stavano per giungere le legioni d'Africa. Allora Ottaviano, rotti gli indugi, occupò la periferia di Roma fuori del Quirinale ed il giorno seguente entrò in città con la guardia pretoriana. Tre legioni senatoriali disertarono e si unirono a lui. Il 19 agosto egli ed un suo parente, Q. Pedio, furono proclamati consoli; l'adozione di Ottaviano fu confermata dall'assemblea del popolo e fu promulgata una legge che prevedeva l'incriminazione degli assassini di Cesare. Ottaviano, quindi, marciò verso la Gallia Cisalpina per scontrarsi con Antonio. Nel frattempo, Asinio Pollione e Planco avevano raggiunto Antonio. Decimo Bruto, ora condannato quale assassino, si era diretto in Macedonia a cercare protezione presso Marco Bruto ma era stato ucciso dai briganti lungo il cammino. Adesso, Antonio e Lepido- con l'arrivo di Pollione e Planco - erano divenuti superiori in forze ad Ottaviano, ma cercavano la sua alleanza in ragione del fatto che i loro soldati erano in gran parte devoti alla causa dei cesariani. In un convegno tenuto presso Bologna, fu costituito un Triumvirato
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che assegnava a ciascun membro poteri proconsolari per cinque anni: ad Ottaviano toccarono la Sicilia, la Sardegna e l'Africa; ad Antonio, l'intera Gallia; a Lepido, la Spagna. . Fu inoltre deciso che Lepido avrebbe assunto interinalmente il governo dell'Italia mentre Antonio ed Ottaviano avrebbero fatto guerra a Bruto ed a Cassio. Ci si era tuttavia dimenticati che per fare la guerra occorrono fondi e per soddisfare tal esigenza -prevedendo l'opposizione dei repubblicani - si decise di stilare una lista di proscritti cui confiscare i beni. Le vittime furono 300 senatori e 2.000 cavalieri, scelti tra i più ricchi. Tra essi c'erano anche Cicerone e Sesto Pompeo, figlio più giovane di Pompeo il Grande. Al tempo della battaglia del Forum Gallorum egli aveva avuto il comando della flotta; saputo di essere incluso nella lista dei proscritti, veleggiò alla volta della Sicilia con le sue navi e si diede a reclutare uomini tra i pirati ed i fuggiaschi da Roma. Occupate Siracusa ed altre città, sconfisse sul mare Salvidieno Rufo, che Ottaviano aveva inviato per catturarlo. La proscrizione fu condotta con i metodi più brutali; i beni delle vittime furono confiscati e venduti. Mentre si compiva quel massacro, il l 0 gennaio del42 a.C. i Triumviri, volendo onorare la memoria di Cesare, votarono per il mantenimento delle sue leggi ed il Senato lo riconobbe "divino". Da ciò trasse Ottaviano il suo nome di "Divi filius" - figlio del divino- un titolo che gli diede immenso prestigio presso il popolo e le truppe.
Le battaglie di Filippi (42 a. C.) e di A z io (31 a. C.)
Mentre Ottaviano ed Antonio stavano lottando per la supremazia in Italia, Bruto e Cassio erano impegnati in Macedonia ed in Siria a preparare l'inevitabile scontro che avrebbe coinvolto l'uno o l'altro, oppure entrambi, se così avesse deciso il destino . A corto di fondi come i loro avversari, essi dovevano anche reperire truppe sufficienti a garantire l'alimentazione della campagna, una volta che questa fosse iniziata. Impotenti a fissare liste di proscrizione - che avrebbero loro consentito di riempire i forzieri e, allo stesso tempo, di attuare un vasto reclutamento - cercarono di raggiungere lo scopo con altri mezzi. Sapendo che Ariobarzane, re di Cappadocia, i Rodiesi ed i Lici parteggiavano per la causa di Cesare, decisero di attaccarli e di catturare i loro beni . Cassio, dopo che la sua flotta agli ordini di L. Stazio Murco aveva sconfitto quella di Rodi, occupò l'isola e confiscò tutto l'oro e l'argento che trovò nel tesoro, nei templi e presso i privati, per un totale di 8.000 talenti. T arso fu tassata per l. 500 talenti . Quindi, con il pretesto del tradimento, mise a morte Ariobarzane e ne catturò il tesoro e le armi. Nel frattempo Bruto, in Asia, riceveva la resa di quasi tutte le città della Licia. Xanto (vicino ad Esen), che aveva rifiutato di aprirgli le porte ed opposto una disperata resistenza, fu occupata e saccheggiata; ogni tesoro pubblico o privato fu catturato e cadde nelle mani del conquistatore anche l'intera flotta licia che poté così essere inviata ad Abido per attendere l'esercito . Una volta che queste azioni, vero e proprio brigantaggio, stettero per terminare, Bruto e Cassio si incontrarono a Sardi, ove avevano riunito le loro forze, che ammontavano a diciannove legieni, con 80.000 fanti, 13.000 cavalieri e 4.000 arcieri. · Lasciata la città a metà luglio, l'esercito raggiunse Abido in settembre e da qui, attraversato l'EIIesponto, risalì la penisola di Gallipoli, seguì il
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Golfo di Saro e arrivò a Dorisco. Dubbioso circa la fedeltà dei suoi uomini, molti dei quali avevano servito agli ordini di Giulio Cesare, Cassio arringò le truppe con uno di quei proclami che gli storici romani attribuiscono così entusiasticamente ai loro capi. Esso terminava con il solo argomento che interessava ai soldati e cioè che "ognuno di essi avrebbe ricevuto una donazione di 1.500 dracme italiane (l), ogni centurione cinque volte tanto ed ogni tribune in proporzione". Anche Antonio ed Ottaviano erano impegnati a preparare la campagna. Il Triumvirato poteva schierare 43 legioni, senza contare la cavalleria e gli ausiliari; dopo aver provveduto alla sicurezza delle Province, 28 di queste erano disponibili per la guerra in Macedonia. Otto furono mandate innanzi quali avanguardia, agli ordini di Decidio Saxa e di Norbanio Fiacco e Antonio pose il suo quartier generale a Brindisi per sovraintendere all'imbarco. Ma durante la traversata subìrono perdite tanto pesanti da parte di 60 vascelli di Cassio agli ordini di Murco, che Antonio inviò messaggeri a Reggio di Calabria per chiedere aiuto ad Ottaviano. Questi, impegnato nelle acque di Sicilia contro Sesto Pompeo, dovette così mandare la sua flotta a scortare i convogli in Adriatico obbligando Murco a ritirarsi . Da Apollonia, Decidio e Norbanio marciarono attraverso la Macedonia e la Tracia su Filippi e quindi ancora verso est - attraverso il passo di Sapaci (est di Kavala) - sino al passo di Corpili (nei pressi di Chirka, a nord di Dede Agatch), che immetteva nelle terre di un capo tracio chiamato Rhascuporis. Lo scopo era quello di tenere il passo per interdirlo a Bruto ed a Cassio consentendo, così, ad Antonio e ad Ottaviano di occupare in sicurezza la Macedonia. Arrivati a Dorisco, Bruto e Cassio- venuti a conoscenza che il passo di Corpili era "bloccato" - inviarono la flotta, con una legione ed un corpo di arcieri, lungo la costa sino a Neapolis (Karvala) per aggirare le posizioni tenute dal nemico. Norbanio, temendo l'occupazione, da parte dell'avversario, del retrostante passo di Sapaci - che gli avrebbe tagliato la linea di comunicazioni - vi retrocedette velocemente; quando i Repubblicani vi giunsero e lo trovarono saldamente tenuto furono presi dallo scoraggiamento. Il problema fu risolto da Rhascuporis, che si trovava nel campo di Cassio e che spiegò come il passo poteva essere aggirato da nord, attraverso le montagne. Era un percorso molto difficile, ma - preceduto dai genieri che aprivano il sentiero nella foresta - l'esercito, dopo una marcia di quattro giorni, giunse a nord di Filippi, costringendo Norbanio a ritirarsi dal passo di Sapaci verso Anfipoli (nei pressi di Orfani). (l) L'A. calcola il valore in 50 sterline. Vds. "Storia Romana" di Appiano, trad. di Horace Wbite (1912), "Tbe Civil Wars", IV, XII, 100.
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Cassio e Bruto, discese le pendici del M. Pangeo, entrarono in Filippi, edificata da Filippo il Macedone durante una delle sue campagne. Per molte miglia a meridione del paese si stendevano le paludi che circondavano il lago di Bere-Ketli, come adesso si chiama. A sud del lago, una linea di colline prospiciente il mare; a nord-ovest ed a sud-ovest del paese il terreno è ondulato: vi corr-e va la via Egnazia. A nord della strada ed a ridosso dei monti pose il campo Bruto. Quello di Cassio, invece, a sud della rotabile, tra questa e le paludi. Entrambi gli accampamenti furono fortificati; sul lato occidentale di quello di Cassio, il terreno strapiombava sul torrente Gangite. La flotta repubblicana era all'ancora o sulla spiaggia del porto di Neapolis e la base logistica nella vicina isola di Taso (2). Nel frattempo Antonio ed Ottaviano avevano sbarcato i loro eserciti congiunti a Durazzo e - mentre quest'ultimo restava in città, colpito da uno dei suoi attacchi periodici di malaria - il primo marciava su Anfipoli ove intendeva porre la propria base operativa. Trovata la città già fortificata da Norbanio, vi lasciò una legione e l'intendenza ed avanzò sino a porre il campo nella piana a settentrione delle paludi, giusto un miglio distante dalla staccionata che univa iJ campo di Cassio a quello di Bruto. Protettolo da ogni parte con fossati, parapetti e palizzate, vi costruì alcune torri. Allora Cassio prolungò le sue fortificazioni dall'unica parte ancora scoperta e cioè verso le paludi, così il campo repubblicano era tutto protetto "eccezione fatta per le colline sul fianco di Bruto, per le paludi su quello di Cassio e per lo spazio che intercorreva tra le paludi ed il mare" (3). Erano schierate 19 legioni per parte, ma quelle di Antonio e di Ottaviano erano completamente efficienti mentre non lo erano quelle di Bruto e di Cassio. Questi ultimi disponevano di 20.000 cavalieri; i primi di soli 13.000 (4). Seguirono alcune schermaglie di cavalleria. Ottaviano, ricevuto a Durazzo un falso rapporto secondo il quale Antonio sarebbe stato in difficoltà, nonostante la malattia si pose in viaggio, lo raggiunse e si mostrò in barella ai suoi soldati. Sia lui che Antonio erano ansiosi di dare battaglia, non soltanto per sfruttare la superiorità qualitativa che al momento contraddistingueva le loro truppe, ma anche perché le risorse della Macedonia non erano sufficienti a sostenere l'esercito ed i rifornimenti dall'Italia erano resi precari dal dominio del mare da parte delle squadre avversarie di Sesto P ompeo, di Murco e di Domizio Enobarbo. Per gli stessi motivi, Cassio e Bruto rifiutavano il combattimento, sperando che la farne avrebbe costretto i cesariani a ritirarsi. (2) "Appian's Roman History", trad. H. White, "The Civil Wars", IV, Xlll, I06. (3) lbid., IV, XIV, 107. (4) Ibid. , IV, XIV, 108.
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LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
I giorni passavano e le riserve di viveri si assottigliavano. Antonio il cervello della spedizione- decise allora di forzare il nemico a battaglia agendo contro la sua linea di comunicazioni. Si legge: "Egli ideò un piano per attraversare segretamente le paludi e, così, cadere sul tergo del nemico e tagliargli i rifornimenti provenienti da Taso. Ogni giorno, schierava l'esercito in ordine di battaglia, con tutte le insegne presenti, in modo da nascondere al nemico che una pàrte delle forze lavorava in silenzio, giorno e notte, per aprire uno stretto passaggio nelle paludi, tagliando i cespugli e scavando una trincea sul fondo della quale venivano gettate delle assi di legno. I cespugli che fiancheggiavano il passaggio Io proteggevano dalla vista del nemico" (5). Dopo dieci giorni, il passaggio era completato, mentre Antonio aveva fatto costruire anche una palizzata che, dallo spigolo destro del proprio campo si congiungeva alla trincea nella palude . Non appena si avvide di questi lavori, Cassio ordinò di prolungare le sue difese verso la palude ed oltre, in modo da tagliare al centro il camminamento avversario. Ma Antonio, prevenendolo, aveva schierato parte dell'esercito proprio nella trincea, così da poter attaccare il nemico - oltre che da ovest - anche da sud. l suoi uomini erano stati dotati di scale a pioli e di mazze per poter superare e sfondare la palizzata alzata da Cassio lungo la trincea trasversale. Mentre si svolgeva questa azione, le truppe di Bruto, improvvisamente e senza averne ricevuto l'ordine, si lanciarono attraverso la piana e presero sul fianco l'ala sinistra di Antonio, la misero in fuga e, quindi, rivolte contro le truppe di Ottaviano, le fecero retrocedere e ne distrussero il campo. Ottaviano, ancora malato, scampò per miracolo (6). Ma Antonio, riavutosi dalla sorpresa, ••continuò la sua azione, riprese ad avanzare sotto un uragano di frecce e si aprì la strada sino ad annientare un corpo scelto di Cassio che non si era mosso dalle posizioni assegnatigli e che non si attendeva tanto impeto da parte dell'avversario. Cora~giosa mente, si portò all'avanguardia e si gettò contro le difese che correvano tra ii campo e le paludi, demolì la palizzata, superò il fossato, attaccò ed uccise i difensori della porta e, senza curarsi delle frecce che cadevano da ogni parte, forzò l'entrata dell'accampamento seguito dai suoi che, ora, dilagavano. Occupato il campo, le sue truppe fronteggiarono e misero in fuga gli uomini di Cassio che rientravano dal lavoro nelle paludi e che non si aspettavano di trovar il nemico nel proprio quartiere" (7). (5) Appiano, IV, XIV, 109. (6) Appiano, IV, XIV, llO. (7) Appiano, IV, XIV, Ili.
LE BAITAGLIE Or FlUPPI (42 a.C.) E or AZrO (31 a.C.)
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Appiano scrive: "La vittoria aveva arriso in ugual misura ad entrambi i contendenti. Mentre Bruto aveva sconfitto l'ala sinistra avversaria ed occupato il campo di Ottaviano, Antonio aveva fatto altrettanto, con indomabile coraggio, nel campo di Cassio. Da entrambe le parti le perdite erano gravi, ma - sia per la grande estensione del campo di battaglia, sia per le nuvole di polvere che vi si alzavano- ognuno era ignaro del destino dell'altro. Non appena se ne resero conto, i comandanti adunarono le loro truppe che si eranQ sparpagliate in ogni dove" (8). Ma prima che questo avvenisse, Cassio, non sapendo del successo ottenuto da Bruto, disperato, si suicidò. Il suo corpo fu sepolto nell'isola di Taso. Appiano riferisce che la prima battaglia di Filippi costò 8.000 caduti a Cassio e 16.000 ad Antonio, il che sembra esagerato. Sebbene il risultato si potesse considerare di "parità", chi ne aveva tratto. vantaggio era Antonio; infatti, con la morte di Cassio, Bruto rimaneva solo e non possedeva la forte personalità del collega. Come ci dice Appiano, mentre Bruto aveva tratti gentili e cortesi, Cassio era "austero ed autoritario, per la qual ragione le truppe gli obbedivano prontamente, non dubitando del suo potere, non chiedendosi ragione degli ordini da lui impartiti e non criticandoli mai" (9). Come potremo vedere, il "debole" di Bruto consisteva nell'indecisione e non in carenza di intuito strategico; avendo potuto impedire che il nemico tagliasse la sua via di comunicazioni con Neapolis, infatti, il momento - considerando il dominio del mare che deteneva - era a lui favorevole. Il giorno seguente alla battaglia egli occupò il campo di Cassio, dal quale poteva cç>ntrollare il fianco scoperto e, dopo averne guarnito il lato che fronteggiava i cesariani, si diede a costituire una linea difensiva volta alle paludi, onde proteggersi la linea di comunicazioni. Ciò era aderente al piano originario - costringere il nemico a ritirarsi - come risulta dal discorso che rivolse ai suoi soldati e che Appiano riferisce. Egli sottolineò che l'avversario non poteva ricevere alcunché dalla Sicilia, dalla Sardegna, dall'Africa o dalla Spagna, che aveva esaurito le risorse reperibili in Macedonia e che l'unica sua fonte di sussistenza era la Tessaglia. "Quando li vedete - egli disse - ansiosi di battersi, ricordate che essi sono così affamati che preferiscono morire in combattimento. Nel nostro piano è previsto che la fame li sconfigga prima di noi, così che quando sarà necessario combattere noi li troveremo deboli ed esausti. Nessuno pensi che io preferisca l'indolenza all'azione ... " (IO). (8)Appiano, IV, XIX, 112. (9) Appiano, IV, XVI, I23. (IO) Appiano, IV, XVI, Il8.
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Secondo Appiano, anche Antonio si rivolse alle truppe e, conoscendole, promise 5.000 dracme ad ognuno quale risarcimento per quanto avevano perduto (11). Dopodiché tutti i giorni tentò di provocare il nemico a battaglia, ma questi sempre la rifiutò. Mentre ciò avveniva, arrivarono notizie di una vittoria repubblicana in Adriatico (12): nello stesso giorno in cui si era combattuta la prima battaglia di Filippi, Domizio Calvino era salpato da Brindisi con due legioni ed altre truppe, scortato da poche navi da guerra, per rinforzare i Triumviri ma, intercettato da Murco e da Enobarbo al comando di 130 vascelli, aveva avuto completamente distrutto il convoglio. Quando tale notizia arrivò, come dice Plutarco, le piogge autunnali avevano riempito le tende dei cesariani di fango e di acqua che si era subito gelata per il freddo (13). Aggiunta alla mancanza di linee di comunicazioni marittime ed alla scarsità di viveri, essa rese imperiosa la necessità di indurre Bruto a battaglia. La prima mossa fu quella di occupare una collina, così vicina al lato meridionale del campo di Cassio da poterlo raggiungere con una frec<:ia: Bruto, che inizialmente vi aveva un presidio, l'aveva poco accortamente ritirato. Ottaviano, nottetempo, vi schierò 4 legioni; poi, altre 12 furono inviate verso sud-est, nelle paludi, in modo che ben 16 legioni - più dei tre quarti dell'intero esercito- si vennero a trovare in linea, di fronte alla sinistra di Bruto ed alla via Egnazia. Fu una manovra del tutto azzardata, giustificata soltanto dalla situazione veramente precaria dei due Triumviri; infatti, essa offriva a Bruto una meravigliosa occasione per attaccare e distruggere le poche legioni (meno di 4) e la cavalleria lasciate nel campo principale per proteggere le comunicazioni con Anfipoli. Tutto quello che c'era da fare era impegnare, fissandolo, il nemico schierato nelle paludi ed attaccare e distruggere il campo in modo da tagliare ogni via di scampo alle 16 legioni colà dislocate. Invece, egli continuò nel suo atteggiamento di difesa passiva, costruendo un bastione parallelo alla nuova posizione che il nemico aveva assunta. Nel frattempo, visto che anche la Tessaglia ormai non aveva più risorse da offrire, Antonio ed Ottaviano dovettero sottrarre una legione alloro già sottile ed allungato schieramento per inviarla in Acaia a cercar cibo. E, nello stesso tempo, smisero di cercar battaglia per adottare una tattica da (Il) Plutarco dice 2.000 dracme (''Bruto", XLIV). N.d.T. (12) Appiano, IV, XV, IIS-116. Pluwco ('' Bruto", LXVJO dice che Bruto non seppe di quel successo e ne venne a conoscenza da un disertore cesariano soltanto la notte precedente alla seconda battaglia di Filippi. "Non avrebbe altrimenti - dice Plutarco - affrontato un secondo combattimento' '. ( 13) Plutarco, " Bruto", XL VII.
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Fig. 20- Prima e se.conda battaglia di Filippi (42 a.C.) guerra psicologica. Le truppe si avvicinavano alle difese di Bruto, ingiurandolo e schernendolo (14). Inoltre, scagliavano volantini nel campo avversario, promettendo ricompense ai disertori (15) e facevano di tutto per screditare Bruto agli occhi dei suoi uomini. Tale tattica ebbe successo. Sebbene Bruto, all'inizio, non volesse modificare il suo piano- "continuare l'assedio, o qualsiasi altra azione, piuttosto che venire allo scontro con uomini disperati dalla fame" - i suoi soldati la pensavano diversamente. " Per essi era duro essere scherniti e tratta(14) Appiano, IV, XVI, 122. (15) "The Architcct of the Roma n Empire" eli T . Rice Holmes, Vol. II pag. 87. Presumibilmente i volantin i erano avvolti attorno a frecce.
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LE BAITAO LJE DECISIVE DEL MONDO OCCIOENI"AL.E
ti da femmine codarde restando dietro le difese campali. E offendevano gli ufficiali, che approvavano la condotta di Bruto" (16). Alla fine questi cedette ed arringando i soldati disse: "Mi sembra di essere diventato come Pompeo il Grande, che riceveva ordini anziché darne". E, secondo Appiano, " ... Bruto si fermò lì, per la paura che i suoi uomini, molti dei quali avevano servito sotto Cesare, disertassero al nemico. Sia lui che Cassio avevano questo timore sin dall'inizio, e stavano attenti a non dar loro il minimo pretesto per provocar defezioni" (17). All'incirca il 16 novembre del 42 a.C., Bruto schierò i suoi uomini in formazione di combattimento fuori della linea trincerata e diede l'ordine di non allontanarsene. "Voi avete scelto di combattere - disse loro - e mi avete forzato ad accettar la battagllia, mentre io potrei vincere in altro modo" (18). Subito Antonio schierò l'esercito. Quindi si rivolse ai soldati e per suscitarne l'entusiasmo non minimizzò affatto la loro difficile situazione, per cui disse: "Nessuno può preferire la fame, questo terribile mostro, ai bastioni ed ai corpi dei nemici, che essi offriranno al vostro coraggio, alla vostra spada, alla vostra disperazione. La nostra situazione è oggi tale che niente può essere lasciato a domani; questo è il giorno in cui bisogna scegliere tra un completa vittoria o un'onorevole morte" (19). All'ora nona- le 3 pomeridiane - iniziò il combattimento: il primo assalto fu di Antonio, poi la pugna si trasformò in corpo a corpo. Dice Appiano: "Essi non ebbero bisogno di frecce, sassi o giavellotti; essi non ricorsero alle usuali manovre della tattica ma, affrontandosi con la nuda spada, uccisero e furono uccisi, ciascuno cercando di rompere la formazione avversaria" (20). Alla lunga, i soldati di Antonio riuscirono a far retrocedere la prima linea avversaria che, all'inizio, cedette poco a poco ma che, poi, si sfasciò trascinando nella fuga anche la seconda e la terza, sicché " ... tutti furono confusi in un gran disordine, gli amici insieme ai nemici, che continuarono a premere fino alla rotta più completa" (21). Quindi gli uomini di Antonio occuparono le entrate del campo, cosrringendo gli avversari a cercar scampo o verso il mare o seguendo il F. Zigosto, verso le montagne". (16) Appiano, IV, XVI, 123 (17) [bid., IV, XVI, 124. Commentando questo aspetto, Rice Hotmes (Vol. Il, pag. 87) scrive: "Uno storico moderno sarebbe autorizzato a ipotizzare che avesse una ragione più impellente: la paura che Antonio riuscisse nei suoi insistenti tentativi di tagliargli le vie di rifornimento". Se fosse così, avrebbe a sua volta dovuto attaccare le linee di comunicazione di Antonio, e non la sua fronte. (18) Appiano, IV, XVI, 125. (19) lbid., IV, XVI, 126. (20) lbid., IV, XVI, 128. (21) Ibid., IV, XVI, 128.
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Mentre Ottaviano bloccava il campo, Antonio, con la cavalleria, inseguiva i fuggiaschi, temendo che Bruto potesse sfuggirgli. Questi, con 4 legioni, trovò scampo sulle montagne, con l'intenzione di tornare al suo accampamento durante la notte o, se ciò fosse stato impossibile, di muovere verso il mare (22); ma la cavalleria avversaria lo circondò e gli rese vana ogni mossa. Il giorno successivo, egli esortò i suoi ufficiali a riprendere il combattimento per tagliare al nemico le linee di comunicazioni ma, quando alcuni di essi rifiutarono, si diede la morte. Aveva 44 anni. Allorché Antonio trovò il suo corpo, lo fece avvolgere nella più preziosa delle sue vesti purpuree e cremare, per mandare le ceneri alla madre. Secondo Svetonio, invece, Ottaviano mandò a Roma la testa di Bruto per farla deporre ai piedi della statua di Cesare (23). Per quanto riguarda le perdite di questa battaglia, tutto ciò che Appiano riferisce è: '' ... tenendo conto di entrambi i combattimenti, i vincitori non ebbero perdite inferiori a quelle degli sconfitti" (24) e i prigionieri furono 14.000. Quel giorno, dice Appiano, si decise la forma di governo che Roma avrebbe dovuto assumere: esso sarebbe stato autocratico e non democratico (25). Come afferma Plutarco, una monarchia era necessaria; per cui il cielo, volendo allontanare e far sparire l'unico uomo che ancora poteva contrastarne l'avvento, recise la vita di Bruto" (26). Nel futuro, la forma di governo doveva necessariamente prendere un nuovo assetto: l'unica incognita era se avrebbe predominato Antonio oppure Ottaviano! Con Antonio, avrebbe avuto un determinato corso; con Ottaviano, un altro. Dieci anni dovevano passare prima che una risposta fosse data a tale quesito, ma le cause che portarono allo scontro risolutivo dei due rivali ebbero origine subito dopo la battaglia di Filippi: Ottaviano tornò in Italia per consolidare il suo potere sull'Occidente, Antonio andò in Egitto per divenire l'amante di Cleopatra e per dominare l'Oriente. L'Impero andava verso una sua divisione anche culturale. Immediatamente dopo tale separazione, i rapporti tra loro divennero tesi. Innanzitutto, nel 41 a.C., Lucio Antonio, fratello minore di Antonio, si rivoltò contro Ottaviano e da que(22) Appiano, IV, XVII, 130. (23) "Augusto deificato" di Svetonio, XIII. (24) Appiano, IV, XVII, 137. (25) lbid., IV, XVIl, 138. (26) Plutarco, "Bruto", XL VII. Ma Plutarco non dice così. Questa frase è riferita al fatto che Bruto non conobbe in tempo la vittoria navale di Murco e di Enobarbo e suona: "la divinità, volendo allontanare e far sparire l'unico ostacolo che ancora rimaneva al possibile dominatore, bloccò quella notizia" (vds. trad. ital. di A. Rindi dal testo edito, a Lipsia, da Lindskog e Ziegler-Ed.C.d.C.L. 1958, pag. 332) (N.d.T.).
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sti fu sconfitto (ma trattato con inconsueta mitezza); poi, nel40 a.C., Antonio stesso si accordò con Sesto Pompeo, la cui potente flotta, con base in Sicilia, ancora minacciava l'importazione del frumento dall'isola. Antonio sbarcò a Brindisi ed assediò la città; Ottaviano marciò in soccorso degli assediati. Realisticamente, egli non aveva tanto l'intenzione di combattere Antonio quanto quella di separarlo da Sesto Pompeo. Roma era " alle corde" per fame. A Brindisi, con astuzia, egli compose la disputa secondo i seguenti termini: Antonio avrebbe sposato sua sorella Ottavia ed avrebbe governato tutti i territori ad est del mar Ionio; ad Ottaviano sarebbero toccate la Dalmazia, l'Italia, la Sardegna, la Spagna e le Gallie; l'Africa sarebbe rimasta sotto Lepido. Inoltre, fu stabilito che Antonio avrebbe realizzato il grande piano di Giulio Cesare per portare guerra ai Parti e riconquistare le insegne perdute da Crasso a Carre, e che insieme avrebbero trattato con S. Pompeo. Per quest'ultimo aspetto, i rivali si incontrarono nel 39 a.C. a Capo Miseno e si accordarono per il ritiro delle truppe di Sesto dall'Italia, per la sua rinuncia ad attaccare i convogli in rotta verso Roma e per rifornire, anzi, regolarmente, Roma di frumento; in compenso gli sarebbe stato riconosciuto il governo della Sicilia, della Sardegna e delle Isole del Peloponneso. Ma poco tempo doveva trascorrere prima che Sesto intraprendesse una nuova "guerra di corsa" contro l'Italia . Antonio era lontano, edOttaviano decise di farla finita una volta per tutte; varata una potente flotta, ne affidò il comando ad Agrippa, che equipaggiò i vascelli con una macchina di nuova concezione detta "harpax" o "narpago". Essa consisteva in "un'asse di legno lunga circa 2,5 m., in cima alla quale era fissato un rostro di ferro; con un sistema di funi manovrato da un verricello, l'asse poteva essere lanciata da una catapulta in modo da andare ad agganciare la nave avversaria, tenerla rigidamente" (27) e consentire, così, l'abbordaggio. Con il rinforzo di 120 navi inviate da Antonio, il l o luglio del 36 a.C. iniziò la campagna contro Sesto Pompeo e mentre Lepido poneva il blocco a Lilibeo (Marsala), Ottaviano ed Agrippa convergevano verso la Sicilia settentrionale. Nonostante la squadra di Ottaviano avesse a soffrire un insuccesso, il 3 settembre Agrippa batté definitivamente Sesto nelle acque di Nauloco (nei pressi di Milazzo) e l'"harpax" ebbe un ruolo decisivo per la vittoria (28). Sesto riuscì a fuggire e riparò in Oriente, deliberato a riprendere- con Antonio - la guerra contro Ottaviano (29), mentre Lepido, che aveva tentato di conquistare la Sicilia per suo conto, fu rapidamente messo in ginocchio ed espulso dal Triumvirato. (27) "The Architect of The Roman Empire" di T. Rice Holmes, Vol. I, pag. 112. Vds anche Appiano, V, Xli, 118. (28)Appiano, V, XII, 119. (29) Negli anni successivi si ribellò ad Antonio e fu messo a morte:
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Nel frattempo Antonio stava preparando la campagna contro i Parti, che egli concepiva come ''la grandiosa idea di creare, come Alessandro Magno, un vasto Impero Orientale" (30). Adunate IO legioni e 10.000 cavalieri a Zeugma, all'inizio dell'estate del 36 a.C. risalì l'Eufrate, superò Karana (Erzerum) ed il M. Ararat, puntò su Tabriz e quindi volse a sud verso Fraaspa (Tachti Suleiman). Nei pressi di tale località perse le sue macchine da guerra e con grande difficoltà riuscì - grazie ai suoi frombolieri - a battere gli arcieri a cavallo dei Parti. Costretto a ritirarsi, rientrò in Siria dopo aver perduto 30.000 uomini. Adesso che Antonio aveva avuta "la sua Mosca", Ottaviano non lo temeva più e nel 34 a.C. intraprese una campagna in Illiria, in Dalmazia ed in Pannonia per garantire le frontiere settentrionali d'Italia. Con diversi successi, egli aumentò il suo prestigio, mentre, nello stesso anno, Antonio non faceva altrettanto in un'ingloriosa campagna condotta in Armenia. Si era al punto di rottura. Antonio ripudiò Ottavia, sposò Cleopatra e la nominò "Regina dei Re"; proclamò Cesarione, figlio di lei e di Giulio Cesare, nato nel47 a.C., "Re dei Re" e collega di sua madre nel regno d'Egitto, Celesiria e Cipro. Quindi nominò Tolomeo, Cleopatra ed Alessandro (figlio suo e della regina) sovrani di Siria, Asia Minore, Cirenaica, Armenia e Parzia, queste ultime due ancora da conquistare. Tale "follia di grandezza" tanto esasperò la popolazione d'Italia che il conflitto, ormai incombente, tra i due Triumviri rimasti, assunse il carattere di una lotta per la vita e per la morte tra Occidente ed Oriente. E così avvenne che, il 31 dicembre del33 a.C., il governo congiunto che i due rivali avevano esercitato dopo Filippi giungesse a termine. Per la guerra occorreva un pretesto; e questo fu fornito da L. Munazio Planco e da M. Tizio i quali, detestando Cleopatra, vennero a Roma ed informarono Ottaviano che Antonio aveva depositato il proprio testamento presso le Vergini Vestali . Ottaviano si appropriò del documento e lo lesse in pubblico, prima in Senato e poi dinanzi all'Assemblea. Allorché il popolo venne così a conoscenza che Antonio ancora una volta aveva dichiarato Cesarione "unico figlio di Giulio Cesare", che aveva disposto enormi lasciti " al figlio della Regina Egiziana" e che voleva che il suo corpo fosse inumato ad Alessandria, fu preso dall'indignazione e pensò che "se Antonio avesse prevalso, avrebbe postto la città sotto Cleopatra e trasferito la sede del potere in Egitto" (31). Quindi ... "contro Cleopatra si verificò una vampata d'odio tra le più temi bili che la storia ricordi", scrive M.P. Charlesworth; "nessuna accusa (30) "The Architect of the Roman Empire", Vol. I, pag. 124. (31) "Dio's Roman History", trad. di E. Cary (1917), L, 4. Alcuni storici considerano il testamento un falso approntato ad arte.
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era troppo grave per esserle rivolta ed ogni calunnia a veva un'eco tanto vasta da essere subito presa per vera. Questa maledetta egiziana era una strega che aveva drogato Antoruo, una dissoluta che gli si era venduta per_sete di potere; questo e quello erano stati suoi amanti; il proclamato figlio di Cesare era un bastardo figlio di ignoto. Era un'adoratrice di Dei con fattezze di animali, una regina di eunuchi viziosi quanto lei, un'ubriacona e una prostituta; fu chiamata avvelenatrice, traditrice e codarda" (32). Tale propaganda ebbe un'efficacia straordinaria. Lo scontento fece tollerare le tasse di guerra subito imposte e "nel tardo autunno (del 32 a.C.) l'Italia intera, città per città, fu uruta in una solenne 'coniuratio' che proclamava Ottaviano comandante in capo di una crociata contro la minaccia proveniente da Oriente... "(33). Travolto dal clamore popolare, il Senato privò Antonio della sua carica e del diritto di avere il consolato per l'anno 31 a.C. La guerra, così, fu formalmente dichiarata a Cleopatra, e non ad Antonio, anche se contro di lui era diretta, per non urtar e la suscettibilità degli amici che ancora questi contava in Italia. La guerra fu dichiarata solennemente da Cesare in veste di "fetialis" (34), con una formula che non lasciasse ad Antoruo alcuno spiraglio per recriminare sul trattamento ricevuto (35). Nel frattempo i due amanti, giunti ad Efeso (33-32 a.C.), avevano mobilitato l'esercito e la flotta. Cleopatra contribuì con la propria squadra da battaglia e con la metà dei 300 vascelli da carico necessari. Inoltre, partecipò alle spese di guerra con 20.000 talenti. Se Antonio non l'aveva capito, ella sapeva benissimo che quella era la "sua" guerra e quando alcuru ufficiali, e più degli altri P. Cassidio Crasso, insistettero affinché fosse rimandata in Egitto, rifiutò decisamente di partire. In maggio, passando per Samo, i due si recarono ad Atene, ove Antoruo ricevette pressioru dai suoi amici in Italia affinché lasciasse Cleopatra; ma ormai gli era impossibile, perché senza l'aiuto morale e finanziario della regina egiziana non poteva sperare di vincere la guerra. Anche l'esercito era passato in Grecia e, in settembre, si era radunato- insieme alla flotta- suJJa costa ionica, estremo limite occidentale dei territori sotto il controllo di Antoruo. L'esercito era forte di 19 legioni, da 60 a 63 mila uomini (escludendo gli ausiliari, altri 10.000) e di 12.000 cavalieri; la flotta constava di 8 squadre di 60 vascelli ciascuna, inclusa la squadra di Cleopatra con la nave am(32} "The Cambridge Ancienl History", Vol. X, pag. 98. (33) " The Cambridge Ancient History" , Vol. X, pag. 98. (34) I "Fetiales" erano un gruppo di 20 sacerdoti che avevano il compito di sancire i trattat i e le dichiarazioni di guerra. (35) Dione, L, 4 e 6.
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miraglia, !"'Antonia". Ogni squadra disponeva di una flottiglia di "avvisiscorta". La maggior parte delle navi di Antonio era più grande di quelle di Ottaviano, contando 4, 6, 9 e anche 10 banchi di rematori; qualcuna si ergeva anche di 3 metri sopra la linea di galleggiamento. Su queste navi più grandi erano state costruite delle torri "per artiglieria" ed avevano le fiancate protette da travi di legno bordate di ferro; "gli equipaggi potevano assommare a 125-150 mila uomini" (36). L'esercito svernava (32-31 a.C.) sulla linea Corcira-Metone (Modon, poco a sud di Navarino) con il corpo principale ad Azio, che sorge sul lato meridionale del Golfo di Ambracia (Arta), proprio dinanzi alla città turca di Prevesa. Il quartier generale di Antonio era a Patrasso. Se l'obiettivo di Antonio era quello di contendere ad Ottaviano la supremazia nell'Impero, una tal,e dislocazione era per lo meno strana: egli poteva difendere l'Egitto, ma non certo invadere l'Italia. Se, infatti, avesse avuto in mente quest'ultimo piano, avrebbe dovuto occupare Durazzo e Apollonia, con Tessalonica quale base operativa e la via Egnazia quale linea di comunicazioni. Non bisogna dimenticare che nell'Era Antica, ed anche per molto tempo dopo, il principale problema per un'operazione militare che prevedesse l'attraversamento del mare erano le condizioni meteorologiche e che, normalmente, occorreva cercare i punti d'imbarco e di sbarco che consentissero la navigazione di minor durata. La domanda che ne sorge è: intendeva veramente Antonio invadere l'Italia? La risposta del Charlesworth è "no" e sembra la più probabile. Egli scrive: "Non aveva scelta, non poteva invadere l'Italia; e questo non perché la stagione non fosse propizia o perché i porti fossero ben difesi, ma perché egli non ne aveva la forza, con o senza Cleopatra ... Se non poteva muovere verso Ottaviano, poteva far sì che Ottaviano muovesse contro di lui ... ecco perché si ritirò da Corfù in inverno, lasciando libero l'accesso a Durazzo" (37). Sembra proprio che Antonio fosse completamente paralizzato dalla situazione in cui era stato posto dalla dichiarazione di guerra diretta a Cleopatra e non a lui stesso. Invadere l'Italia al fianco della regina avrebbe significato sollevare tutto il Paese, inclusi i suoi amici, contro di lui; un'invasione senza di lei sarebbe stata impossibile, perché un tal ripudio avrebbe dissolto l'esercito e la flotta. Gli serviva soltanto un miracolo; e così lasciò la decisione agli Dei. La situazione di Ottaviano era ben diversa, e gli consentiva di mobilitare ordinatamente le forze. Egli le radunò a Brindisi ed a Taranto: consistevano in 80.000 fanti, 12.000 cavalieri e più di 400 navi, le più grandi delle quali - come quelle di Antonio- erano equipaggiate con fiancate rinforzate e con catapulte per lanciare gli "harpax". (36) " The Cambridge Ancient History" , Vol. X, pag. 100. (37) " The Cambridge Ancient History", Vol. X, pag. 101.
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Fu stabilito che Mecenate sarebbe rimasto in Italia, mentre Ottaviano avrebbe avuto il comando dell'esercito ed Agrippa quello della flotta. All'inizio del 31 a.C., molto prima di quanto Antonio potesse aspettarsi, il corpo di spedizione salpò le ancore. Agrippa, con metà della flotta, attraversò lo Jonio, sorprese Metone e quivi catturò la maggior parte dei rifornimenti del nemico . Nel frattempo, Ottaviano sbarcava sulla costa dell'Epiro con 8legioni e 5 coorti pretoriane per attaccare di sorpresa Azio, ave era alla fonda quasi tutta la flotta avversaria. Le truppe presero terra a Panormo, Arpitza e Fanari e marciarono rapidamente verso sud ma, essendo state intercettate dalla ricognizione di Antonio, non raggiunsero il loro obiettivo bensì si attestarono cinque miglia a nord di Azio, sulle comne di Mikalitzi, poco a settentrione di Nicopoli (38), dalle quali si dominava il terreno a nord, fin quasi a Corfù, ed a sud ed est sulla baia di Ambraeia (Golfo d'Arta). Circa un miglio ad ovest del campo si apriva la baia di Comaro. Non sappiamo se Antonio fosse stato sorpreso dall'arrivo di Ottaviano, ma sembra di sì; infatti, il suo esercito si trovava ancora nei quartieri d'inverno e, prima che fosse radunato, le truppe di Cesare non soltanto avevano potuto fortificare il loro campo, ma anche congiungerlo alla base logistica posta nel porto di Comaro con due trinceramenti. Antonio, impreparato, non fu in condizione di attaccare e pose il proprio campo a sud dello stretto di Prevesa, circa 2 miglia a meridione del promontorio di Azio. Anch'egli congiunse il campo al mare mediante due tdnceramenti; nel piccolo golfo che gli si apriva dinanzi pose una delie sue squadre navali. Nel frattempo Agrippa, con un'incursione della sua flotta, aveva catturato "Leuca (Itaca) ed i vascelli che vi si trovavano, e Patrasso ed anche Corinto'' (39), così da impedire ad Antonio le comunicazioni con il Peloponneso. Con tale mossa i rifornimenti provenienti dall'Egitto erano tagliati. Rimanere inattivo, perciò, avrebbe significato doversi arrendere per fame; e così Antonio portò parte del suo esercito a nord dello stretto braccio di mare e pose il campo due miglia a sud di quello di Ottaviano, con l'intento di fissare il nemico sulla fronte e di tagliargli l'acqua fornita dal F. Luro. Quindi inviò un reparto di cavalleria, via mare, a risalire il Golfo di Ambracia per sbarcare alla foce del Luro e portarsi all'interno della penisola; ma quando Ottaviano mandò la propria cavalleria a contrastare quella avversaria, questa, nella gran parte, disertò. Così l'operazione studiata da Antonio fallì completamente. Invece di assediare Ottaviano, Antonio stesso era divenuto assediato, (38) Nicopoli non esisteva ancora. Essa fu fondata da Ottaviano dopo la battaglia, proprio per celebrare la vittoria e ricordarla ai posteri. (39) Dione, Vol. L, 13.
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ed i suoi problemi di rifornimenti divennero cosi gravi che dovette mandare a cercar grano verso le montagne, reclutando in posto i portatori: fra di essi vi era Nicarco, bisavolo di Plutarco (40). E le diserzioni si moltiplicavano - compresa quella di Domizio Errobarbo (41) - tanto che Canidio suggerì ad Antonio di abbandonare la flotta e di ritirarsi in Macedonia, ove avrebbe potuto battersi in campo aperto. Ma tale ipotesi fu subito scartata da Cleopatra che, ferma nella sua convinzione, riteneva doversi decidere la guerra con uno scontro navale. Antonio, benché avesse ormai perduto ogni fiducia nella flotta, seguì tale avviso, forse perché sapeva che, anche portando l'esercito all'interno del paese, mai avrebbe potuto alimentarlo. Appena presa questa decisione, diede l'ordine di bruciare tutte queiJe navi i cui equipaggi erano stati decimati dalle diserzioni e daiJe malattie. Ottaviano lo venne a sapere da un disertore, Quinto Dellio, che un tempo era stato amante di Cleopatra. Ma qual'era il piano di Antonio? Ce lo dice Dione: "In conseguenza di questi prodigi (le usuali leggende che deliziano tutti gli storici antichi, come quella del latte e del sangue che sprizzano dalla cera delle api) e delle diserzioni avvenute nell'esercito, insieme all'epidemia che lo aveva colpito, la stessa Cleopatra divenne timorosa e trasmise le sue paure ad Antonio. Essi non volevano, certo, prendere il mare segretamente e neanche in maniera tanto evidente da far pensare ad una fuga - il che avrebbe gettato nel panico i loro alleati - ma, invece, muoversi come se si stessero preparando alla battaglia, pronti tuttavia a scampare se le cose si fossero messe male" (42). Plutarco dice: "Ancora una volta Cleopatra trionfò ed ottenne che il combattimento decisivo fosse affidato alla flotta; ma i suoi occhi erano già volti alla fuga e la sua squadra prese posizione non nel punto più favorevole per l'imminente battaglia, bensì nel luogo da cui ella si sarebbe potuta più facilmente allontanare in caso di disfatta" (43). A parte tutte le congetture di Dionee di Plutarco, sembra che il piano di Antonio fosse molto semplice: prepararsi sia alla vittoria sia alla sconfitta. E siccome le probabilità di ottenere la prima erano molto scarse, egli mise in atto tutte le precauzioni per affrontare la seconda. Erano stati folli, lui e Cleopatra, a Jllettersi in quella situazione, ma non erano certamente tanto codardi da premeditare la fuga. Dopo tutto, (40) Plutarco, "Antonio", LXVIII. (41) Plutarco (''Antonio", LXI Il) dice che Antonio, pur profondamente amareggiato da tale diserzione, mandò ad Enobarbo "tutti i bagagli, con gli amici ed i servi". Domizio era malato e morì quasi subito dopo. (42) Dione, L, 15. (43) Plutarco, "Antonio", LXIII.
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avevano ancora Il legioni in Siria, in Egitto ed a Cirene. E proprio perché la vittoria era poco probabile, Antonio fece lasciare le vele a bordo del proprio vascello- cosa insolita, nell'imminenza di una battaglia - e fece caricare il tesoro di guerra su quello della regina. Scrive il dr. Tarn: "Su quella costa, in estate, il vento soffia, al mattino, normalmente dal mare, ma verso il mezzogiorno esso gira a nord-ovest, ed è piuttosto forte. Antonio sapeva che, allorché fosse uscito dal porto, avrebbe trovato allargo la flotta di Ottaviano e pensò di usare il vento per aggirarla sulla sinistra ed interporsi tra essa ed il campo di Cesare; se la flotta si fosse disunita e dispersa, egli avrebbe potuto gettarsi sul campo stesso ... ma in caso la battaglia avesse volto al peggio, egli aveva un secondo piano, probabilmente noto soltanto Cleopatra ed a Canidio (certamente Ottaviano non ne era a conoscenza): dirigersi verso l'Egitto con quante più navi possibile, mentre Canidio avrebbe portato l'esercito verso l'interno del paese" (44). Se non si accetta questa tesi, la battaglia di Azio è assurda; non solo, ma, come vedremo, la condotta di Antonio durante lo scontro ed immediatamente dopo ce la fa apparire come la più credibile. Informato dai disertori che Antonio e Cleopatra stavano per forzare il blocco, Ottaviano pensò che bisognasse incoraggiarli a tal mossa e poi attaccarli e, "disponendo delle vele, e quindi navigando più velocemente, catturarli; la vittoria sulle loro forze di terra e di mare sarebbe venuta senza combattere" (45). Ma Agrippa, pur abilissimo ammiraglio, non concordò e fece preparare la flotta alla battaglia e non all'inseguimento, che riteneva avesse scarse probabilità di successo in quanto sapeva che il nemico aveva tenuto a bordo le vele (46). Egli, quindi, schierò la flotta in ordine di battaglia dinanzi allo stretto di Prevesa ed attese che il nemico levasse le ancore. Secondo il Tarn, Antonio imbarcò 35 o 40 mila legionari, ed Ottaviano circa lo stesso numero. Entrambi dispol).evano di oltre 400 navi (47). Seguendo il racconto di Tarn (48): "Dopo una tempesta, il2 settembre tornò la calma e la flotta di Antonio lasciò gli ormeggi, a remi, attendendo il vento ... ". Egli aveva 6 squadre in linea, divise in tr~ parti. Alla destra,
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(44) "The Cambridge Ancient History", Vol. X, pag. 104. (45) Dione, L, 31. (46) Se lo sapeva, avrebbe potuto dar ordine almeno ad alcune navi di tenere anch'esse le vele a bordo. (47) Secondo Plutarco, Antonio imbarcò sulle navi 20000 opliti e 2000 arcieri; ma Taro commenta che "i 20000 di cui sempre si parla, come le 170 navi, si riferiscono soltanto all'ala destra, che era agli ordini diretti di Antonio". T.R. Holmes parla di 230 navi (170 di Antonio più 60 di Cleopatra), ma Plutarco ("Antonio", LXVII I) dice che, dopo la banaglia, Ottaviano catturò 300 navi; aggiunte alle l 00 che riuscirono a fuggire ed alle lO o 15 affondate, An to· Dio doveva disporre di più di 400 vascelli. Anche Ottaviano, secondo Floro (II,21) aveva più di 400 navi. (48) "The Cambridge Ancient History", Vol. X, pagg. 104-105
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170 vascelli ai suoi ordini; al centro la squadra di M. Ottavio e, a sinistra, due squadre al comando di C. Sosio. In seconda linea, nello spazio tra il centro e la destra della prima, le 60 navi di Cleopatra armate dai suoi fidatissimi mercenari "a prevenire qualsiasi diserzione". Antonio voleva aggirare l'ala sinistra del nemico e, dato che tale manovra avrebbe provocato un intervallo nella linea di battaglia tra la sua destra ed il centro, in tale spazio si sarebbe dovuta inserire la squadra egiziana. Anche la flotta di Agrippa era schierata su tre formazioni: la sinistra al suo personale di comando; il centro agli ordini di Arrunzio e la destra a quelli di Ottaviano. Come Antonio, anche egli attendeva il vento con l'intenzione di aggirare la destra avversaria. Quando, circa a mezzodì, esso si levò, entrambi mossero per aggirare l'estremità della linea avversaria, distaccandosi, così, dalle rispettive squadre che tenevano il centro. Ne seguì un combattimento, durante il quale Antonio perse l O o 15 vascelli e la sua stessa ammiraglia fu arpionata, probabilmente da un "harpax"; esso fu così cruento da non avallare certo l'ipotesi che Antonio stesse cercando di fuggire, bensì quella che combattesse per vincere. Essendo, in generale, le sue navi più leggere e più mobili di quelle avversarie, Agrippa adottò una tattica che - secondo Dio ne - prevedeva un primo attacco contro un vascello nemico. Se questi affondava, bene; altrimenti, il legno assalitore si ritraeva prima di essere arpionato e tornava improvvisamente a tentare lo speronamento; oppure "mollava" quell'avversario e si dirigeva verso un altro. Ciò che essi temevano "erano i giavellotti, non meno del combattimento corpo a corpo ... Il nemico, invece, cercava di colpire i vasceJJi che serravano sotto con il lancio di pietre e di frecce mentre tentava di afferrarli con gli arpioni di ferro" (49). Scrive ancora Dione: "Da una parte, la maggiore fatica toccava ai timonieri ed ai rematori, dall'altra ai soldati imbarcati; l'una parte assomigliava a cavalleria, che prima caricava e poi si ritraeva a piacere, l'altra a fanteria pesante che si difendeva dai veloci attaccanti e cercava di afferrarli. Ognuno aveva qualche vantaggio: se gli uni potevano scorazzare tra le navi avversarie e scegliersi l'obiettivo migliore, gli altri- che combattevano da vascelli più alti - potevano lanciare meglio le pietre per colpire ed affondare gli attaccanti" (50). Lo scontro era in pieno svolgimento, quando le squadre di Ottavio e di Sosio, il centro e l'ala sinistra di Antonio, improvvisamente volsero le prore e rientrarono in porto, mentre le navi di sinistra dell'ala di Antonio non potevano fare altrettanto, impedite com'erano dalla formazione di (49) Dione, L, 32. (50) Dione, L, 32. Plutarco ("Antonio", LXVI) dice: "lo scontro aveva quasi l'andamento di una battaglia terrestre; più precisamente, di un assalto contro una fortezza".
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Cleopatra che le seguiva; allora alzarono i remi in segno di resa. La defezione dei suoi equipaggi, che Antonio temeva da tempo, non gli lasciava scampo se non nella fuga. Capito che la battaglia era ormai irrimediabilmente perduta, segnalò a Cleopatra di attuare il piano alternativo; ella ordinò di alzare la purpurea vela dell' "Antonia" e, seguita dall'intera sua squadra, cercò il mare aperto passando tra le due formazioni che ancora stavano lottando e quelle del centro, l'una che si stava ritirando e l'altra avanzando. Ciò portò ad un tentativo di fuga generale da parte di quelle navi di Antonio che non l'avevano ancora abbandonato; all'unisono, tutti gli equipaggi alzarono le vele e géttarono a mare le torri "d'artiglieria". Ma mentre erano occupati in tali bisogne, gli avversari piombarono loro addosso. Essi non avrebbero potuto inseguire il nemico, in quanto le loro navi -preparate soltanto per il combattimento- erano prive di vele; così, attaccarono subito per non lasciarsi sfuggire la preda. Da entrambe le parti, la pugna prese gli aspetti più vari e fu condotta con estrema violenza. Gli uomini di Cesare danneggiarono le imbarcazioni nemiche tutto intorno alla linea di galleggiamento, ne ruppero i remi, ne spezzarono i timoni e salirono sui ponti, uccidendo o catturando quanti più difensori fu possibile, gettandone altri fuori bordo nonostante l'inferiorità numerica; i soldati di Antonio respinsero gli attaccanti con gli uncini di abbordaggio, recisero il sartiame con le asce, scagliarono pietre e frecce, tentarono di buttare a mare quelli che salivano a bordo. "Un testimone avrebbe potuto paragonare quel combattimento- fatte le debite proporzioni- a- quello che avviene allorché una città fortificata, o un'isola, è assalita dal mare" (51) . La resistenza era così accanita che i cesariani ricorsero al fuoco per aver ragione delle navi nemiche. Si legge in Dione: "Un altro tipo di battaglia iniziò. Gli assalitori si avventarono da ogni parte sulle loro vittime, lanciando contro di loro torce accese legate a giavellotti e, con l'aiuto delle. catapulte, contenitori pieni di carbone e resina incendiata" (52). Pur accreditando a questo scritto la parte che spetta alla fantasia dello storico, esso dimostra che la battaglia di Azio fu uno scontro nel pieno significato del termine e non soltanto una fuga da parte di Cleopatra, che certamente non era quella codarda intrigante che spesso si vuoi far credere. Nel frattempo Antonio, che non riusciva a districare la propria ammiraglia dagli arpioni avversari, balzato a bordo di un altro vascello e seguito da quanto rimaneva della sua squadra- 40 navi - si accodò a Cleopatra. Accostandosi all'"Antonia" e salito a bordo "andò alla prora, ove sedette solo, in silenzio, con la testa tra le mani" (53). Se questa è la verità, ciò pro(51) Dione, L, 33. (52) Dione, L, 34. (53) Plutarco, "Antonio", LXVIJ.
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va che - nonostante le scarse possibilità - aveva sperato nella vittoria. Se avesse fin dall'inizio pensato alla fuga per da assecondare i desideri di Cleopatra, non avrebbe forse gioito nel salire a bordo dell'" Antonia"? Per tre giorni rifiutò di vedere la regina, e soltanto allorché la nave approdò a Capo Tenaro, presso Matapan, le dame di corte lo convinsero a parlarle e, poi, a mangiare con lei (54). Al Capo Tenaro "si radunavano intanto intorno a loro non poche navi da carico ed alcuni amici scampati al disastro" (55) ed allorché Antonio seppe da questi che l'esercito non si era ancora arreso, mandò messi a Canidio ordinandogli di ritirarsi rapidamente con le truppe verso l'Asia, attraverso la Macedonia. Al momento della fuga di Cleopatra, la confusione era così grande che né Ottaviano né Agrippa avevano compreso quanto completa fosse la loro vittoria. Anziché porsi all'inseguimento- ma questo era impossibile, non avendo a bordo le vele - rimasero tutta la notte alla fonda e soltanto il mattino seguente accettarono la resa delle squadre avversarie: 300 navi! Ottaviano ne fece incendiare la gran parte, ma inviò a Roma alcuni dei loro rostri di bronzo per adornare il tempio del Divo Giulio. Nel frattempo Canidio cercava di portar l'esercito verso l'interno, ma gli uomini rifiutarono di marciare e - fuggito egli in Egitto - si arresero e furono incorporati nell'armata di Ottaviano. Se la catastrofe di Azio aveva prostrato lo spirito di Antonio, non altrettanto può dirsi per Cleopatra, la cui nave entrò nel porto di Alessandria alzando un "gran pavese di vittoria". Non appena a terra, ordinò l'esecuzione di tutti coloro che le si erano opposti e quindi si diede a far piani per andare in Spagna ad impadronirsi di quelle miniere d'argento e per fondare un nuovo regno nei mari dell'India. Ma senza Antonio ella niente poteva, e lui era così moralmente depresso che non tentò neanche di radunare le superstiti Il legioni per tenere la imprendibile linea del Nilo. Nell'estate del 30 a.C. Ottaviano sbarcò io Egitto ed il 31 luglio raggiunse la periferia di Alessandria. Antonio, tornato in sè per un momento, piombò sull'avanguardia e la distrusse; ma il giorno seguente il suo esercito e la sua flotta passarono al nemico. Rientrato in città, ed udite "voci" secondo le quali Cleopatra si era uccisa, si pugnalò a morte e fu trasportato nel mausoleo in cui lei si era rinchiusa. Subito dopo, saputo che Ottaviano voleva tradurla a Roma per adornare il suo trionfo, Cleopatra si fece portare un cestino di fichi ove erano nascosti alcuni aspidi e - con le sue dame, Ira e Carrnione- si fece mordere dai serpenti . Aveva 39 anni e regnava da 22. (54) Veramente Plutarco dice: " .. lì convinsero prima a scambiarsi qualche parola, poi a mangiare ed infine a dormire insieme" (''Antonio", LXVII), N.d.T. (55) Plutarco, "Antonio", LXVIII.
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Di lei scrive il dr. Taro: "Il mondo antico non aveva pietà per i vinti; e non ne ebbe per Cleopatra. L'odio dei Romani per lei traspare da tutte le loro composizioni letterarie; ma proprio da esse emerge anche un altro sentimento, e se la propaganda di Ottaviano portò al sorgere dell'odio, non fu essa ad inventare la paura. Ammettiamo pure tutti i suoi crimini ed i suoi errori; ammettiamo anche che ella, talvolta, abbia combattuto con armi diverse da quelle usate dagli uomini; ma, nonostante tutto, furono proprio i vincitori che, senza volerlo, innalzarono il monumento che ancora testimonia la sua grandezza. Roma, che non ha mai temuto alcuna nazione o alcun popolo, tremò dinanzi a due soli esseri umani: uno fu Annibale, l'altro una donna" (56). Se Filippi - ove, per ironia della sorte, Antonio gli aveva dato la vittoria! - era stata la "prima pietra" del potere di Ottaviano, la sconfitta di Antonio ad Azio era il basamento di quell'impero mondiale che stava per sorgere. Filippi era stato il culmine della lotta politica all'interno della repubblica per decidere se dovesse prevalere l'autocrazia o la democrazia. Azio fu invece il vertice della contesa tra un'autocrazia divisa per decidere quale dovesse essere il dominatore assoluto. Se Bruto e Cassio avessero vinto a Filippi, il frutto della loro vittoria non sarebbe mai venuto a maturarione, perché lo spirito della Repubblica stava scomparendo. Anche se Antonio e Cleopatra avessero potuto difendere con successo l'Egitto, impedendo ad Ottaviano di impossessarsi del tesoro dei Tolomei- senza il quale egli non avrebbe saputo come pagare i suoi soldati - la spaccatura tra Occidente ed Oriente sarebbe divenuta permanente, come quanto accaduto nei secoli successivi dimostrò. Ma se Antonio e Cleopatra avessero vinto ad Azio, forse essi avrebbero trasferito la capitale dell'impero da Roma ad Alessandria - che offriva, sia strategicamente che dal punto di vista commerciale, una miglior posizione- e, in luogo dell'Impero Romano a carattere nazionale, avrebbero fondato un impero mondiale con connotazioni cosmopolite come aveva sognato Alessandro. È per questo che Azio può essere considerata una battaglia decisiva: essa impedì che l'Europa mutasse il suo polo culturale. I primi frutti furono immediatamente còlti. Esaudita l'ultima volontà di Cleopatra - di essere inumata vicino ad Antonio - Ottaviano proclamò l'annessione dell'Egitto in nome del popolo romano. Egli aveva capito l'importanza di quest'angolo di mondo quale strumento di potere e prese precauzioni speciali per mantenerlo sotto il suo diretto controllo; per affermare il suo prestigio in Oriente, assunse gli onori divini e i titoli dei re Tole(56) " The Cambridge Ancient History", vol. X, p. Ili. "Non dovrebbero esservi dubbi sulle modalità della sua mone, ora che si sa il motivo per cui usò l'aspide: questo animale rendeva Dio chi ne veniva colpito, perché era considerato il sacro ministro del dio Sole, che ergeva la testa sulla corona d'Egitto per preservare da ogni auacco la discende02a di Ra.
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maici. Tre anni più tardi, ill7 gennaio del27 a.C.- mentre raccomandava la restaurazione piena delle istituzioni repubblicane - il Senato gli conferiva un titolo da semidio: "Augusto", il Consacrato. Ma egli non dimenticò che suo padre ad ottivo, come aveva trionfato con la spada, di spada era perito e durante tutto il suo regno cercò di conferire nuove forme ai tradizionali meccanismi statali, puntando al potere reale e lasciando al Senato ed al popolo le sovrastrutture formali del governo. Secondo tale teoria, la sovranità doveva risie<iere nel Senato e nel popolo; a lui spettava l'autorità sopra di essi. Ritenendo che il mantenere troppo a lungo il consolato sarebbe stato uno "strappo" evidente alla tradizione, dopo il 23 a.C. egli rinunciò a tale magistratura ed assunse, esercitandolo mediante " legati" da lui scelti, direttamente da Roma, il governo delle Provincie ove erano stanziate le legioni (57). In caso di necessità, egli aveva - grazie al "maius imperium" di cui goveva - autorità su qualunque governatore provinciale. Inoltre, ebbe il potere tribunizio a vita e, con questo, quel controllo sulla vita politica della capitale al quale aveva rinunciato con il consolato. Benché avesse assunto come primo nome queUo di "lmperator", " Princeps" - Primo Cittadino - era il titolo con il quale voleva gli ci si rivolgesse. Così poté governare sia con l"'auctoritas" - prestigio personale sia in virtù di poteri costituzionali a lui ben "attagliati" (58). Augusto aveva compreso- come Tommaso Hobbes molti secoli dopo - che "i Patti, senza la Spada, son soltanto Parole, e non hanno forza per dar potere ad un uomo" (59); così, basò la sua autorità sull'esercito. Siccome, in tempi normali, le legioni erano stanziate nelle Provincie ma non in Italia, allorché nel 27 a.C. egli restituiva al Senato, almeno formalmente, le sue originarie connotazioni, mantenne le Provincie - ad eccezione di quella d'Africa- ai suoi diretti ordini: tutte le legioni, così, fuorché una, erano al suo comando. Sotto la Repubblica, se non altro in teoria, gli eserciti erano reclutati per ogni singola campagna e congedati subito dopo. Ma durante la Guerra Civile questo sistema dette spazio a formazioni professionali, la cui maggior fedeltà era rivolta all'ufficiale pagatore. Una delle prime riforme di Augusto consistette nel creare un esercito permanente su base imperiale; i soldati dovevano fedeltà soltanto a lui. Ridusse le legioni a 28 e l'esercito fu diviso in "legioni" ed "auxilia". Mentre (57) Potere proconsolare (N.d.T.) (58) Per questa complessa struttura costituzionale, vds. "The Cambridge Ancient History", Vol. X, cap. V. (59) "Leviatano", parte Il, cap. XVII.
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le prime erano reclutate tra i cittadini romani, le seconde erano costituite di non-cittadini. La ferma nelle legioni era di 20 anni, il reclutamento era volontario ed all'atto del proscioglimento ogni legionario riceveva un premio in denaro o un appezzamento di terreno. Negli auxilia, il servizio era sempre volontario, ma la ferma più lunga; anche per questi esisteva un premio di congedamento e la protezione di Roma veniva garantita al veterano, alla moglie ed ai figli. Con auxilia erano costituite, oltre ad alcune coorti di fanteria, tutti i reparti di arcieri e quasi tutta la cavalleria. In ragione del fatto che la politica di Augusto era basata sulla sicurezza e non sulla conquista, le truppe erano disseminate lungo le frontiere, palarizzate a difesa di nodi di comunicazioni vitali, guarnigioni di "castella", o basi militari fortificate. Una tale politica di "contenimento", in contrasto con quella espansionistica, ebbe un profondo effetto sul morale dei soldati. Il loro scopo, adesso, era quello di mantenere la pace, -non di fare la guerra; il loro valore, così, che prima era stimolato dal patriottismo, pian piano diminuiva. E, con l'aumentare di un senso di sicurezza, cresceva il pacifismo, tanto che per "tenere a livello" le legioni si reclutavano sempre meno cittadini e sempre più barbari. Inoltre, avanzava strisciando la più perniciosa forma di militarismo: la dipendenza del potere dell'imperatore dal volere dell'esercito. Quest'ultimo problema, anziché essere risolto, fu ingigantito da un'altra riforma, la creazione - da parte di Augusto - di una sorta di esercito privato: la Guardia Pretoriana. Durante gli ultimi anni della Repubblica, diversi comandanti avevano costituito, a loro personale protezione, le "coorti pretorie", dette così perché il quartier generale era chiamato "praetorium". Augusto portò questi soldati in Italia, li organizzò in 9 coorti - ciascuna di 1.000 uomini - e le affidò a due "prefetti", che comandavano in suo nome. Essi erano l'onnipresente simbolo della sua autorità e di ciò che il suo governo realmente era: una tirannia militare ben dissimulata. Come vedremo, il pericolo consisteva nel fatto che i pretoriani - strumento dell'autorità imperiale- condizionarono, alla fine, tale autorità alla loro lealtà. Eppure un cosiffatto tipo di governo, in pratica profondamente antidemocratico, fu ben accetto a tutti i cittadini romani e ai popoli a Roma soggetti perché, dopo cento anni di disordini e di conflitti, l'esercito di Augusto riportava l'ordine e manteneva la pace. Per due secoli esso protesse l'Impero contro le invasioni e per altri due secoli Io difese, nonostante occasionali sconfitte, dai barbari Teutonici. Fu l'esercito che mantenne la " Pax Romana", durante la quale l'Europa fu latinizzata ed il Cristianesimo pose le sue radici; ed erano state le battaglie di Filippi e di Azio che avevano dato ad Augusto la capacità di creare un tale strumento.
CAPITOLO VIII
Le frontiere dell'Impero
Quadro Storico L'impero che Ottaviano aveva fatto suo ad Azio spaziava dall'Atlantico all'Eufrate e dal mare del Nord al deserto del Sahara, comprendendo tutti gli Stati che si affacciavano sul Mediterraneo, divenuto un lago romano. Esso, creato dagli eventi e non da un preciso piano politico, doveva essere consolidato e trasformato in una singola unità nazionale romana. Ma accorrevano due cose: la pacificazione interna e la garanzia di frontiere sicure. Questi furono i più difficili problemi alla cui soluzione si dedicò Augusto durante i suoi 41 anni di regno. Sebbene Svetonio ci dica che "il Tempio di Giano Quirino - che era stato chiuso solo due volte da quanto la città era stata fondata - lo fu per tre volte in un ben più breve periodo, avendo Augusto ristabilito una pace universale per terra e per mare", il suo principato fu caratterizzato da una lunga serie di operazioni militari. Queste, alla sua morte, avevano aggiunto all'impero un'area molto più grande di quella conquistata da suo padre adottivo, Giulio Cesare. Dei due problemi, tuttavia, il più pressante era il primo, ed includeva la pacificazione della Spagna e dell'Africa e la riorganizzazione di tutte le Provincie. Augusto iniziò ad occidente: partì per la Spagna nell'estate del 27 a.C. e, dopo una serie di campagne vittoriose, tornò a Roma nel 24 a.C .. Ma la guerra divampò ancora e non fu che nel19 a.C. che Agrippa ebbe finalmente ragione della resistenza dei Cantabri con un enorme massacro. Nello stesso anno avvenne il definitivo assoggettamento dell'Africa ad opera di Cornelio Balbo. Al suo ritorno dalla Spagna, Augusto pose mano al problema delle frontiere orientali. Sei anni prima, dopo l'occupazione di Alessandria ed allorchè tutto l'Oriente era ai suoi piedi, l'opinione pubblica premeva per l'occupazione dei territori che si estendevano sino all'India e, se fosse stato Cesare, non c'è dubbio che si sarebbe mosso per conquistare la Parzia. Ma Augusto era un politico, non un soldato, e sebbene fosse convinto che bisognava fare qualcosa per restaurare il prestigio di Roma perduto da Crasso e da Antonio nelle loro campagne contro i Parti, capiva anche che l'impero
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era basato sul dominio del Mediterraneo, che nel Mediterraneo doveva avere i propri limiti e che ogni estensione verso Oriente avrebbe comportato non un aumento di potenza bensì un fattore di debolezza. Egli aveva stabilito che la Siria era il "pivot" della difesa ad est dell'Impero ed era tornato a Roma sicuro che gli interessi Romani dovevano essere difesi con la diplomazia e non con la guerra. Adesso, perseguiva lo stesso disegno; le frontiere orientali dovevano correre in Egitto a sud, in Siria al centro ed in Asia Minore a nord. In Egitto stabili una linea di posti fortificati lungo l'alto Nilo, e probabilmente un'altra a nord-ovest del Paese, verso Cirene. Tali difese ressero tanto bene che non si conoscono violazioni delle frontiere egiziane sino al III secolo d.C.. Nello stesso periodo, inviò una spedizione - agli ordini di Elio Gallo - ad esplorare le coste orientali dell'Arabia Felix sino a Mariaba (Marib), la capitale dello Yemen, per acquisire il controllo delle vie commerciali.con l'India, ma senza risultati pratici. Reso sicuro l'Egitto, annessa la Galatia ed esteso il controllo romano sul Ponto e sulla Cappadocia, nel 19 a.C. inviò Agrippa a governare quelle Province, con lo scopo di fronteggiare iJ Regno del Bosforo, uno Stato del Mar Nero che si stendeva tra i fiumi Dniester e Dnieper, abitato da popolazioni greco-persiane. La sua importanza era notevole, in quanto fonte primaria per il rifornimento del grano per le città dell'Asia Minore e dell'Egeo ed allorchè le truppe romane operavano in quell'area potevano alimentarsi soltanto dal sud della Russia. Più tardi quel regno fu ridotto a vassaJJo di Roma. Una volta stabilito che l'alto Eufrate ed il deserto della Siria dovessero rappresentare la naturale linea difensiva per il teatro del Mediterraneo Centrale, Augusto decise di abbandonare ogni progetto che riguardasse l' Armenia: non soltanto le difficoltà per tenere e difendere quel saliente sarebbero state enormi, ma la sua occupazione avrebbe anche portato a continue dispute con la Parzia che invece, se lasciata in pace, non avrebbe costituito una minaccia troppo seria. Essa, infatti, non disponeva di un esercitO permanente e sebbene i suoi arcieri a cavaJJo potessero anche vincere qualche battaglia, essa non disponeva di riserve addestrate e non era certo in grado di tenere il campo per lungo tempo. Ma era in gioco il prestigio ed Augusto tornò alla vecchia politica del compromesso; invece di conquistare l'Armenia o di abbandonarla, decise di trasformarla in uno stato vassallo. Nel 23 a.C. -avendo Fraate, re dei Parti, rifiutato di restituire le insegne di Carre- egli si recò in Siria ed allo stesso tempo ordinò a suo figliastro Tiberio di guidare un forte contingente legionario in Armenia. Ottenne l'effetto desiderato: il 20 maggio del 20 a.C., Fraate restituì le contese insegne perdute da Crasso e da Antonio e tutti i prigionieri ancora nelle sue mani. Era un successo diplomatico superiore a quello che poteva essere ottenuto con le armi e Tiberio potè porre
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sul trono di Armenia il candidato di Roma, Tigrane. Ma la soluzione non era definitiva, e prima della fine del regno di Augusto l'Armenia si sottrasse ancora al controllo di Roma. Nel nord, la frontiera, quando Augusto prese il potere, correva dalla foce del Reno fino a Basilea seguendo il corso del fiume; quindi, superate le pendici occidentali del massiccio del Giura, volgeva a sud tra il Rodano e le Alpi Marittime - ove formava un saliente ad ovest di tali Alpi - per poi tornare a nord, seguire la displuviale alpina, discendere ad Aquileia, e, quindi, giù giù a sud est sino ali'Ellesponto. Da un punto di vista prettamente militare non era certo una frontiera sicura; infatti, non consentiva la difesa dell'Italia del nord e della Macedonia dalle scorrerie delle tribù selvagge stanziate nei bacini delle Alpi e del Danubio, né permetteva facili comunicazioni tra l'Italia e le Province occidentali ed orientali . L'unica rotabile che univa l'Italia alla Gallia correva infatti lungo la costa del Mediterraneo, in quanto i passi del Piccolo e del Gran S. Bernardo non erano ancora in mani romane; tra l'Italia e la Macedonia non c' era alcuna rotabile e l'unico collegamento possibile era attraverso l'Adriatico e lungo la via Egnazia. Come Augusto aveva dovuto imparare durante la guerra civile, ciò rappresentava un fattore di estrema pericolosità, in quanto - a quel tempo - le tempeste in mare erano quasi sempre fatali alle piccole navi che trasportavano truppe e rifornimenti. Proprio la carenza di comunicazioni terrestri tra l'Italia e la Macedonia era stato, come abbiamo visto, il più difficile problema che Cesare aveva dovuto affrontare nella sua campagna contro Pompeo nel 48 a.C., ed anche nella campagna di Azio, benché egli avesse il dominio del mare, una tempesta stava per compromettere l'esito delle operazioni sin dall'inizio. Nel 25 a .C., Augusto iniziò a rettificare la frontiera per eliminare tali inconvenienti. Cominciò dalla Gallia, ordinando a Terenzio Varrone ed a Marco Vinicio di assicurarsi i passi del Piccolo e del Gran S. Bernardo e di aprire due nuove linee di comunicazione adducenti, rispettivamente, alla Gallia Centrale e all'Alto Reno. Quindi, nell7 o nel 16 a.C., P. Silio Nerva piegò le tribù che vivevano ad est del Lago di Garda e probabilmente anche quelle dell ' Alto Adige (Val Venosta). Aperta la valle dell'lnn, Augusto lanciò una campagna ancor più ambiziosa per sottomettere tutti i territori montagnosi che adesso sono il Tirolo, la Svizzera orientale, l'Austria occidentale e la Baviera meridionale e per portare la frontiera sino all 'alto Danubio. Essa fu affidata ai suoi due figliastri , Tiberio e Druso , figli di Tiberio Claudio Nerone e di Livia, la sua seconda moglie.' II primo doveva muovere dalla Gallia verso il Lago di Costanza, il secondo dall'Italia- attraverso il passo di Resia - nella valle dell' l nn; quindi, i due fratelli dovevano .congiungersi in Baviera. La campagna ebbe un
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successo trionfale, fu annesso il Norico (Stiria, Carinzia, e Baviera meridionale) ed il controllo di Roma si estese lungo il Danubio sino a Vienna. Il vantaggio strategico era enorme, in quanto l'Italia non aveva più bisogno di essere protetta da un esercito stanziato in Illiria, che ora poteva dedicarsi ad aprire la via verso la Macedonia. E così fu fatto, da Aquileia a Emona (Lubiana) e qundi, lungo la valle della Sava, a Siscia (Sisak), Sirmium (Mitrovitz) e Singidunum (Belgrado), da dove la strada doveva continuare, per Naissus (Nish) e Serdice (presso Sofia), sino a Bisanzio. Ancor' oggi questa è l'unica via di scorrimento abbastanza veloce per attraversare nella sua lunghezza la Yugoslavia. Poi ne fu aperta un'altra, che correva lungo la valle della Drava, per Mursia (Osijek) sino a Sirmium. Con queste due strade, la frontiera settentrionale dell'Illiria veniva portata, sul Danubio, da Vienna a Belgrado. E, con l'occupazione del Norico da parte di Tiberio e Druso, veniva aperta una via di comunicazione da Basilea a Bisanzio, lungo la quale era possibile la rapida ridislocazione di truppe da est a ovest, e viceversa, senza dover attraversare il mare. Nel 13 a.C. fu intrapresa quella guerra che i Romani chiamarono "Bellum Pannonicum" e che fu condotta da Agrippa e da Vinicio appunto contro le tribù pannoniche della Drava e della Sava. Quando Agrippa, l'anno seguente, morì, Tiberio prese il suo posto e - occupate Siscia e Sirmium - avanzò lungo il Danubio ed incorporò nell'Illiria tutta la vasta area conquistata. Nel frattempo, suo fratello Druso portava con successo la guerra in Germania.
La battaglia della Selva di Teutoburgo (9 d. C.)
I Germani, un popolo ìndo-europeo, appaiono per la prima volta nella storia romana verso la fine del Il sec. a.C. Dopo aver gettato nel panico Roma - come prima di loro avevano fatto i Galli - furono gravemente sconfitti da Mario e da Catulo nella grande battaglia di Vercelli del 101 a.C .. Circa 30 anni dopo i Sequanì, tribù gallica che abitava i territori compresi tra il Giura ed i Vosgi, si rivolsero per aiuto ad Ariovisto.....:. capo dei Germani dell'oltre Reno - per combattere una tribù vicina, gli Edui, ad ovest della Saòna. Ariovisto accettò l'invito, sconfisse gli Edui nella battaglia di Magetobriga ed ebbe, quale compenso, il permesso di insedarsi con la sua gente nell'Alta Alsazia. Tale battaglia, dice C. Hignett, fu probabilmente ... "il fattore decisivo che condusse all'intervento di Cesare nella Gallia Centrale" (l). Circa 10 anni dopo, nel 59 a.C., due avvenimenti. portarono alla ribalta il problema delle frontiere settentrionali della Gallia. Il primo: Ariovisto fu riconosciuto "re" dal Senato e proclamato "amico del popolo romano"; amicizia di breve durata, perchè subito egli si diede ad incitare nuove tribù germaniche a passare il Reno, che pretesero a loro volta nuove concessioni di terre. Il secondo fu che la Gallia Transalpina era stata assegnata a Cesare ed egli, non appena sottomessi gli Elvezi, dovette muovere verso ovest per respingere orde germaniche che tentavano di invadere quel territorio (più o meno la moderna Svizzera) e portare la sua attenzione su Ariovisto . Nei suoi "Commentari" egli scrive: "si rese conto che i Germani, gradualmente, senza interruzione, passavano il Reno e che l'insediamento di un gran numero dì essi in Gallia rappresentava un pericolo per il popolo romano . Egli pensava che i barbari non si sarebbero fermati dopo avere occupato tutta la P rovincia; ma che invece, come avevano fatto prima di loro i Cimbri e i T eutoni, sarebbero sfociati in Provenza e, quindi, avrebbero esercitato una pressione sui confini d' Italia .... Bisognava affrontarli senza perdere un momento" (2). (l) "The Cambridge Anciem History", Vol. IX, pag. 546. (2) Cesare, "The Gallic War", trad. H.J. Edwards (1922), l, 33.
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LE BAITAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Nel 58 a.C., Cesare ordinò ad Ariovisto di far cessare l'immigrazione di Germani e, quando l'ordine fu ignorato, marciò su Vesontio (Besançon) per imporne l'esecuzione. Da Il , avanzò su Belfort, ove Ariovisto era accampato in attesa di un'orda di Suebi che stava per attraversare il Reno. A metà settembre, indusse a battaglia il "re" avversario, e dopo aver superato momenti critici, lo sconfisse. Ariovisto scampò al massacro, ma morì poco dopo. Avendo capito che, non appena si fosse ritirato, la migrazione germanica sarebbe ripresa, Cesare decise di fissare al Reno la frontiera orientale della Gallia e, per farne una insuperabile barriera, si accinse a sottomettere le tribù belgiche, molte delle quali erano di origine germanica (3), che abitavano la regione del Belgio attuale. Nel 57 a.C., condusse 8 legioni da Vesantio verso nord e, battendo i Nervii, ottenne l'effettivo controllo della riva sinistra del Reno al di sotto di Colonia. Due anni dopo avanzò su Xanten e, attirati con un indegno trucco i capi germani, piombò sui loro uomini e li massacrò (4) . Assicuratosi il fiume in tutto il suo corso da Xanten a Belfort, decise di attraversarlo. Scrive: " ... pensò di intimorire quei Germani, così decisi ad attraversare il Reno, mostrando loro che anche l'esercito romano poteva superare quel fiume che egli aveva fissato come limite del dominio di Roma" (5). Dopo un'azione dimostrativa sulla riva destra all'altezza di Coblenza, durante la quale fu messo a sacco il paese dei Sicambri, ripassò in Gallia. Ecco come i Romani vedevano i Germani. Scrive Cesare: "Tutta la loro vita è fatta di battute di caccia e di azioni belliche; sin da bambini sono addestrati alle fatiche; coloro che più a lungo rimangono casti, guadagnano la stima dei loro coetanei ... Non hanno passione per l'agricoltura e si cibano soprattutto di latte, di formaggio e di cacciagione. Non esiste un concetto preciso di proprietà; i capi assegnano ogni anno, alle tribù ed ai clans, quanta terra sembra loro necessaria per vivere e costringono gli occupanti, dopo un anno, a trasferirsi altrove. Secondo loro, vi sono molte ragioni per tale costume: la paura che la stabilità di insediamento sostituisca, nei loro animi, lo spirito guerriero con quello pacifico del contadino ... che l'amore per il denaro porti a dispute ed a divisioni interne. L'intento è quello di far sì che ognuno si senta appagato da quello che ha, così che l'uomo comune si ritenga pari al capo e al nobile. Cercano continuamente di espandere il loro territorio comune così da disporre di maggiori spazi per cacciare. È un segno di grande valore costringere i vicini a ritirarsi ed a lasciare la loro terra; essi credono così di essere più sicuri e di avere rimosso ogni causa di timore. Quando decidono di resistere ad una guerra aggressiva portata da altri, scelgono i capi e conferiscono loro poteri assoluti. In (3) Cesare, op. ci t., Il, 4. (4) lbid., IV, 13- 15 . (5) lbid., IV, 16.
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tempo di pace, non esistono funzionari con qualche autorità di ordine generale; sono i capi dei distretti e dei cantoni che amministrano la giustizia e regolano le dispute ... Pensano che l'ospite debba essere protetto come se fosse sacro; per esso le case sono aperte, il cibo diviso con lui" (6). Da tale colorita descrizione si può dedurre che i Germani erano genti semi-nomadi, del tipo di quelle che, nel I capitolo di questo libro, abbiamo chiamato "popoli dei carri". Sebbene Cesare non faccia menzione del loro possesso di cavalli o di carri tirati da buoi, infatti, senza disporne non avrebbero potuto trasmigrare in così gran numero. Sappiamo, invece, che gli Elvezi possedevano carri; Cesare ne parla, come parla del fatto che essi usavano porre i carri in cerchio, a mò di bastione, per difendersi combattendo dall'interno (7). La continua trasmigrazione dei Germani, comunque, era dovuta alloro animo inquieto e non certo a problemi di sovrappopolazione. Tacito (8) li descrive come corpulenti, dagli occhi celesti e dalla capigliatura liscia, "a volte robusti, mal sopportano la fatica e il pesante lavoro" (9). Sebbene fossero fieri guerrieri, la loro organizzazione militare era tra le più primitive e consisteva unicamente in formazioni occasionali costituite da nuclei familiari e da clans . "Pochi hanno spade o !ance lunghe; in genere sono armati di corti giavellotti, con una punta sottile di ferro, così maneggevoli da poter essere impiegati sia per il lancio che nel corpo a corpo. I cavalieri portano scudo ed asta. I fanti lanciano a distanza nugoli di giavellotti, ogni uomo ne porta un canestro. Non vi sono tra loro segni esteriori di comando o di valore: soltanto gli scudi sono diversamente variopinti. Pochi indossano pettorali; qrualcuno ha elmi di metallo o di cuoio. I cavalli non sono belli né veloci e non sono neanche, come i nostri, addestrati a volteggiare. Essi galoppano soltanto in avanti e vengono solo a destra; ma quando danno di volta, lo fanno in spazio molto ristretto. In senso generale, è più forte la loro fanteria e siccome fanti e cavalieri combattono in formazioni miste (IO), sono i fanti "dal pié veloce" a tenere la prima linea ... la (6) Cesare, VI, 22-23 (7) Cesare, l, 24 e 26. Delle popolazioni germane Strabone scrive: " Tu tte queste nazioni cambiano facilmente dimora, a causa della mancanza di provviste, e siccome non coltivano la terra né accumulano beni, ma vivono in capanne miserabili e soddisfano i loro bisogni giorno per giorno, ricavando la gran parte del loro sostentamento dal bestiame come i nomadi, e come questi spostano le loro case su ·Carri , vagando con le loro mandrie verso qualsiasi luogo sembri loro migliore". (8) Nato forse nel 55 d.C. e vissuto fino a dopo il 117. (9) Tacito, " Germania", rrad. di Maurice Hutton (1925), 4. Le affermazioni di Tacito non vanno accenate come se si trattasse di una moderna valutazione critica. L'apprezzamento dei Germani quali "nobili selvaggi" era per lui u.n mezzo per rilevare i difetti della civiltà della Roma dei suoi tempi. (IO) Vds. Cesare, " De Bello Gallico", l, 48 e VIII, 13.
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stessa linea di combattimento è concepita come un'onda: ritirarsi, e poi avanzare e poi ritirarsi ancora, per loro è una questione di tattica, non di valore o di codardia" (11). Aggiunge Strabone: "Contro questi popoli, la miglior difesa è il sospetto; coloro che hanno avuto fiducia in loro se ne son dovuti pentire amaramente"(12). I capi militari erano scelti per il loro valore e comandavano più con l'esempio che con l'autorità. Ci dice Tacito: "Sul campo di battaglia, è debito d'onore per ogni gregario cercar di eguagliare il capo e aiutarlo, proteggerlo e contribuire alla sua gloria con il proprio valore". D'altra parte, "ogni gregario sa che al capo spettano le azioni più temerarie e da lui si aspetta non un salario, bensì casa e cibo. Tutto ciò può esser ottenuto unicamente con la guerra e con le scorrerie" (13). Questo era il popolo - come lo conoscevano i Romani - che era stanziato nel vasto, sconosciuto territorio di montagne, di foreste e di paludi che si stendeva ad est del Reno ed a nord del Danubio, corsi d'acqua questi che, insieme, rappresentarono, dal12 a.C., la frontiera settentrionale dell'Impero. Dal punto di vista strategico, non era certo un confine ideale, perchè i due fiumi formano un grande saliente - al cui vertice è Basilea - entro il quale i Germani potevano manovrare per linee interne, mentre i Romani dovevano operare per quelle esterne. Mentre i primi potevano attaccare, a loro piacimento, il settore renano o quello danubiano, i secondi dovevano difenderli entrambi, muovendo lungo i due lati di un vasto triangolo. Inoltre il Reno, come il Mar Egeo ai tempi di Dario l, non era una frontiera etnica. Ad occidente del suo corso, molte genti erano di ceppo germanico e spesso fraternizzavano con i Germani stanziati ad oriente del fiume, come i Greci d'Europa facevano nei confronti di quelli della lonia. Già nel 17 a.C. i Sicambri ed altre tribù avevano effettuato scorrerie ad ovest del Reno ed avevano sorpreso Marco Lollio (14). Augusto considerava la Gallia come l'Egitto d'Occidente, paese di enorme importanza specialmente per rifornire i grandi eserciti stanziati sul Reno; ma, nonostante quel fiume rappresentasse una formidabile barriera difensiva- i Germani non erano abili nell'arte di gittar ponti - era una saggia decisione lasciare che, mentre la Gallia non era ancora pacificata, una grande potenza ostile a Roma si sviluppasse nel centro d'Europa? Il problema non era di facile soluzione. Ma Augusto ebbe chiara l'idea (Il) Tacito, "Germania", 6. (12) "The Geography of Strabo", trad. W. Falconer (1912), VII, i, 4. (13) Tacito, "Germania", 14. (14) Vds. Velleius Paterculus, trad. Frederick W. Shipley (1924), Il, XCVII , e Dione Cassio, LIV, 20. Svetonio ("Caesar Augustus", XXIII) dice: "In tutte le sue guerre Augusto ricevette segnali di disfatta soltanto - per due volte - in Germania, dai suoi luogotenenti Lollio e Varo. Di queste, la prima fu umiliante più che grave".
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che la frontiera del Reno - ora che le Legioni d'Illiria erano sollevate da compiti difensivi - dovesse essere portata prima al Weser e quindi all'Elba, fiume oltre il quale egli non intendeva procedere (15). Pertanto: il saliente doveva essere eliminato e la frontiera doveva correre in linea quasi retta tra Amburgo e Vienna; una linea di comunicazioni laterale doveva stabilirsi tra Amburgo e Vienna, via Lipsia e Praga, per raddoppiare quella Colonia-Basilea-Vi enna. Non si sarebbe ancora trattato di una barriera etnica, ma il portar la frontiera 200 o 250 miglia ad est avrebbe enormemente accresciuto la sicurezza della Gallia dagli attacchi dei Germani. Quello che agit~va la mente di Augusto non era molto diverso da quel che pensava Napoleone allorchè, nel 1806, creò la confederazione del Reno quale Statocuscinetto tra la Francia ed i suoi potenziali nemici, Austria e Prussia. Nel 15 e nel 14 a.C., come abbiamo visto, Druso e suo fratello Tiberio guerreggiavano nella Baviera meridionale ed il primo fu nominato "legatus" delle "Tre Gallie" (16). Nato nel 38 a .C., di carattere ardimentoso, era uomo di immensa ambizione. Viveva progettando grandi imprese e vaste conquiste (17) e quando fu decisa l'invasione della Germania egli non pensò soltanto a punire i Sicambri per la loro vittoria su Lollio, ma a recidere il saliente tra Reno e Danubio ed accorciare, quindi, la linea di comunicazioni tra gli eserciti stanziati in Gallia ed in Illiria. Il primo passo per portare a termine tale piano era il raggiungimento dell'alto corso dell'Elba e la sottomissione delle tribù che avesse trovato "lungo il cammino". P rima di tutto, Druso stabilì un linea di basi invernali lungo il Reno; le due principali erano quelle di Vetera (Wesel ?), che sbarrava la valle del F. Lippe, e Moguntiacum (Magonza), a sbarramento della valle del Meno. Quindi, nell2 a.C., dopo aver devastato la Westfalia, radunò un'immensa flottiglia sul Lago Flevo (lo Zuider Zee, che allora era un lago); navigò sino alla foce del F . Ems, ottenne una significativa vittoria navale e si portò alla foce del Weser, ove strinse alleanza con i Frisoni . Nell'Il a.C., iniziò la vera e propria invasione della Germania. Risalì la valle del F. Lippe sino al territorio dei Sicambri, raggiunse il medio Weser e, quindi, rientrò alle basi sul Reno. L'anno successivo, lasciata Magonza, invase la terra dei Catti (Nassau) ed avanzò attraverso la selva di Turingia dal Meno al Weser attaccandovi i Marcomanni. Quindi, muovendo verso nord, traversò il territorio dei Cherusci (Brunswick) e raggiunse l'Elba, probabilmente a Magdeburgo. Durante il viaggio di ritorno .. nel 9 a.C., cadde da cavallo e morì per le ferite riportate. Gli subentrò il fratello Tiberio, di sei anni più anziano, che - conclusa con successo la campagna- nel 7 a.C. lasciò la Germania per andare ad assumere un comando in Oriente. (15) Strabone, Vll, i, 4. (16) Aquitania, Lugdunense e Belgica (N.d.T .). (17) Vds. "Histoire de la Gaule" di Camille Jullian (1914), Vol. IV, pagg. 106-113.
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La conquista di Druso era stata troppo rapida per poter essere duratura; nell'l a.C., i Cherusci si ribellarono e nel4 d.C. la situazione in Germania si era così aggravata che Tiberio dovette tornarvi a ristabilire l'autorità di Augusto. Nella sua prima campagna, egli raggiunse il Weser e ricevette la sottomissione di tutte le tribù stanziate sino al Mare del Nord. Svernò nella valle del Lippe e, nel 5 d.C., intraprese contro i Germani del nord la più straordinaria spedizione che mai fosse stata organizzata. Radunati due corpi d'esercito al Reno, ne imbarcò uno, con il quale navigò sino al mare; ne segui la costa ed entrò nella foce dell' Elba. L'altro corpo marciò dal Reno verso est e, dopo aver battuto i Longobardi (Lombardi), si riunì con il primo che, nel frattempo, aveva esplorato lo Jutland sino allo Skagerrak. Sottomesse le tribù del nord, volse a meridione per debellare Marbod, re dei Marcomanni il quale, nel 9 a.C., aveva portato la sua gente dalla Turingia in Boemia. Il piano stabilito per la campagna del 6 d.C. prevedeva di accerchiare Marbod con la simultanea avanzata dell'esercito del Reno, al comando di Saturnino, dal Meno verso est sino a Norimberga o a Eger e di quello d'Illiria, al suo comando, da Caruntum (Hainburg) verso nord, lungo il Danubio. In tutto, venivano impiegate 12 legioni e la campagna è stata descritta come "un capolavoro di organizzazione che ha un posto di preminenza negli annali di arte militare" (18). Ma allorchè i due eserciti si trovavano a poca distanza dall'obiettivo, nel centro de!Ja Boemia, Tiberio - ricevuta la notizia di una seria rivolta scoppiata in Illiria - dovette lasciar perdere Marbod e volgere a sud le sue colonne. Era accaduto che i Dalmati, esasperati per la requisizione dei loro beni e per il reclutamento dei loro uomini, si erano ribellati; se fossero riusciti ad aver ragione dei presidii esistenti, la situazione sarebbe divenuta preoccupante. La rivolta dilagò rapidamente, sino a comprendere tutta l'Illiria e la P annonia; i ribelli disponevano di 200.000 fanti e di 9.000 cavalieri. Roma fu pervasa dal terrore: non esistevano truppe disponibili, nè riservisti da chiamare alle armi. Ma nonostante la gravità del momento, Tiberio gestì l'emergenza in modo superbo. Anzichè cercare di sconfiggere i rivoltosi in battaglia, divise l'esercito in colonne, occupò i punti sensibili, devastò metodicamente il paese e lo costrinse alla resa per fame . Nell'8 d.C. capitolò la Pannonia, seguita l'anno successivo dalla Dalmazia. Tiberio lasciò Germanico (19) a riportare l'ortiine in quei territori e tornò in Italia; erano trascorsi soltanto cinque giorni dalla fine della rivolta, (1 8) " The Cambridge Ancient History", Vol. X, pag. 368. (19) Figlio di Nerone Claud io Druso e di Antonia (figlia di Mare' Antonio e di Onavia) era nato nel 15 a.C. ed era stato adottato dallo zio Tiberio.
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quando a Roma fu ricevuta notizia di un terribile disastro avvenuto in Germania. Allorchè, nel 6 d.C., Tiberio aveva intrapreso la campagna contro Marbod, a Saturnino era succeduto Publio Quintilio Varo, che era stato governatore in Siria, ove si diceva avesse accumulato un'immensa fortuna (20); ma, dopotutto, ciò non era affatto eccezionale a quel tempo! Era un uomo "di carattere mite e di natura pacifica, lento nella mente e pesante nel corpo, più amante dei piaceri della guarnigione che non del rude servizio in guerra" (21). Aveva sposato una nipote di Augusto ed apparteneva all'entourage della corte imperiale. La pace sembrava regnare alla frontiera del Reno, "i barbari si erano abituati alla maniera di vivere dei Romani, si erano dati ai commerci, si riunivano in pacifiche assemblee" (22). C'era ben poco da sbagliare. La Gallia era in quiete, i Germani- fortunatamente per Roma- senza un capo. Ma, come spesso avviene lungo le frontiere pacifiche, le guarnigioni erano divenute pigre ed indolenti. Varo cercò di riparare a tale stato di cose; commise troppi errori, il più grave dei quali risiedeva nella sua insipienza. Egli non aveva sufficiente intelligenza per capire la differenza che correva tra i Germani ed i Siriani. Dione ci dice che "oltre a trattarli come schiavi, imponeva loro esosi balzelli" (23) e Paterculo, che lo critica severamente, dice che "allorchè egli ricevette il comando dell'esercito in Germania, pensava che i Germani fossero uomini soltanto per le fattezze e per la voce e che essi, se non dalla spada, sarebbero stati soggiogati dalla legge" (24) . Ciò dimostra che Varo era più un burocrate che un soldato e che essenzialmente era un debole più che un deliberato oppressore. II guaio più serio sembra derivasse dalla pretesa che i pagamenti dei tributi avvenissero in oro ed argento . In Occidente, come in Oriente, le tasse dovevano essere pagate in oro; ma mentre in Oriente il prezioso metallo rientrava con l'esportazione di prodotti pregiati, ciò non avveniva in Occidente, ove tale produzione era ben scarsa (25). Il risultato era il progressivo depauperamento dell'oro che, presso i Germani, era usato principalmente per la manifattura di monili e di oggetti ornamentali; da ciò, il crescente malcontento. Varo disponeva di 5 legioni, due delle quali erano stanziate a Magonza e tre svernavano a Vetera o ad Alisio (Halten?), sull'alto Lippe, mentre durante l'estate si accampavano a Minden sul Weser (26). Con l'avvenuta (20) Velleio Paterculo, II, CXVII. (21) lbid., Il, CXVII. (22) "Dio's Roman History", trad. E. Cary (1916), LVI, 18. (23) lbid., LVI, 18. (24) Velleio Paterculo, Il, CXVU. (25) Vds. "The Greatness and Decline of Rome" di Guglielmo Ferrero (1909), Vol. V, pagg. 124· 126. (26) L'esatta dislocazione delle legioni non è tuttavia sicura.
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ficazione del paese, i reparti non venivano tenuti riuniti, bensì impiegati a piccoli drappelli per disboscare, per costruire strade, per gittar ponti. Nelle guarnigioni era normale trovare donne e fanciulli. L'estate del 9 d.C. trascorse in assoluta quiete. AJiorchè Varo, in settembre, si accinse a far rientrare le truppe nei loro quartieri d'inverno, giunsero voci di dispute tra tribù confinanti. Così decise di non puntare direttamente su Alisio, bensì di fare una diversione per mettere pace tra i contendenti. Prima di iniziare il movimento, avrebbe dovuto far rientrare ad Alisio donne e bambini, ma - ritenendo di dover affrontare semplici problemi locali - non prese tale precauzione. Quando marciò, certo non poteva immaginare che quella che il destino gli riservava sarebbe stata una delle battaglie decisive nella storia del mondo. Le dispute di cui aveva avuto sentore erano soltanto un inganno sapientemente studiato da un giovane capo della tribù dei Cherusci, Arminio, che aveva servito sotto Tiberio in Pannonia ed in Illiria e che senza dubbio, durante tali campagne, aveva ben imparato a conoscere i soldati di Roma. Figlio di Sigimer, re dei Cherusci, aveva avuto la cittadinanza romana ed era stato insignito dell'ordine equestre. Non aveva ancora 26 anni epossedeva un carattere impetuoso. Tacito lo chiama "uno spirito pazzo" e "l'incendiario della Germania". Il suo odio per i Romani era innato. Sembra che sperasse di riuscire a raggiungere quegli obiettivi che erano stati falliti dalla rivolta nel sud e pare anche che volesse vendicarsi di suo zio, Segeste, leale collaboratore di Varo, che gli aveva negato la mano di sua figlia Tusnelda, con la quale egli era però fuggito. Infine, disprezzava Varo, che considerava un pretore e non un generale; ed in questo probabilmente aveva ragione! Il piano era stato ben studiato. Arminio sfruttò la negligenza di Varo "come un'occasione per prenderlo a tradimento, ritenendo che nessuno è più vulnerabile di colui che non ha motivo di temere e che la più comune causa di un disastro è il senso di sicurezza" (27). Allorchè Varo stava per rientrare ad AJisio, egli organizzò i disordini proprio per attirarlo attraverso un paese apparentemente amico, ove avrebbe potuto far a meno di adottare particolari misure di sicurezza; Io avrebbe attaccato nel profondo delle foreste. Ma il mantener segreto un tal piano era impossibile e Segeste ne informò Varo, consigliandolo di mettere in catene i cospiratori; ma questi rifiutò, probabilmente ritenendo quell'accusa di tradimento un tentativo di Segeste per averla vinta sul nipote. Così avvenne che Varo, nel settembre o nell'ottobre del9 d.C., marciò alla testa della XVII~ della XVllle della XIX)egione- circa 20.000 uomini in tutto - seguite da una lunga teoria di impedimenta e dalle famiglie. Quel che successe nelle prime fasi della marcia non lo sappiamo, e sebbene (27) V. Paterculo, Il, CXVIII.
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molti scrittori moderni abbiano descritto il disastro, i due maggiori storici del tempo - Velleio Paterculo e Dione Cassio- non ce ne danno conferma. Ma sappiamo che Arminio accompagnò Varo, che i suoi uomini scortavano la colonna e che egli rimase con lui sino alla sera precedente l'insurrezione. Ancora una volta Segeste mise in guardia Varo ed ancora una volta non fu creduto. Quindi, mentre le legioni si stavano aprendo il cammino nel profondo della foresta, Arminio ed i suoi scomparvero; il primo sentore della rivolta fu la notizia che le pattuglie dell'avanguardia erano state massacrate. Sembra che Varo, allora, cercasse di puntare sulla rotabile che, attraverso il Passo di Doren, conduce ad Alisio. La situazione- anche a causa dei carriaggi e delle famiglie - non era certo invidiabile, ma, comunque, non era peggiore di tante altre che Cesare e Druso avevano dovuto affrontare. Ma quelli erano dei comandanti, Varo soltanto un burocrate! Il luogo esatto della battaglia non è noto. Tacito fa menzione della Selva di Teutoburgo: fu lì, dice, che Germanico trovò i resti di Varo e delle sue legioni (28). Tra l'Ems ed il Weser, la foresta doveva coprire, nel 9 d.C., un'immensa area. Alcuni scrittori hanno citato i dintorni dell'odierna Detmold, altri quelli di Miinster. Probabilmente l'azione avvenne tra le due citate località. Infatti, se il campo estivo di Varo era a Minden, nella sua ritirata egli certamente valicò il Passo di Doren e quindi , trovando Alisio assediata, non aveva miglior via di scampo che il basso Ems verso Munster. Comunque sia, gli esperti non sono affatto concordi circa l'esatta località. Dione ci dice che, una volta inoltratisi nella foresta, mentre i Romani erano intenti ad aprirsi la via, scoppiò un violento temporale e la pioggia rese difficile il terreno; le cime degli alberi si abbattevano a terra, causando una gran confusione (29). Fu allora, quando i Romani si trovavano nel massimo disordine, frammischiati ai carriaggi ed a tutti coloro che, disarmati (30), seguivano le truppe, che Arminio attaccò improvvisamente lanciando nugoli di giavellotti su quella massa scomposta. Nonostante ciò, i legionari riuscirono a creare una qualche linea difensiva. La mattina successiva, appiccato il fuoco alla maggior parte dei loro carri, i Romani, riordinatisi, cercarono di aprirsi una via di scampo verso l'aperta campagna; ma ancora una volta si trovarono in mezzo alla foresta e subirono gravissime perdite. Fermatisi per la notte, quando ripresero il cammino, il mattino seguente, una violenta pioggia impedì loro di avanzare, mentre poco redditizio era l'impiego delle loro armi. " Essi non potevano usare efficacemente gli archi e le !ance, mentre i (28) Tacito " Storie e Annali", trad. di C.H. Moore e J . Jackson, l, 60. (29) Dione, " Roman History", L VI, 20. (30) lbid., LVI, 20.
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loro scudi, inzuppati, non davano più protezione alcuna" (31). Questo era il momento atteso da Arminio. Serrato da vicino il suo disorganizzato avversario, si lanciò tra i suoi ranghi e li ruppe; Vala Numonio, comandante della cavalleria, riuscì a fuggire (32) mentre Varo e "tutti i suoi ufficiali superiori, nel timore di essere catturati vivi o eli essere uccisi dai loro acerrimi nemici, fecero quanto di più terribile restava loro da fare: si tolsero la vita" (33). Alla fine, dice Velleio, "l'esercito romano fu sterminato sino all'ultimo uomo da un nemico che massacrò quei soldati come se fossero bestie" (34). Coloro che furono catturati ebbero la crocifissione o furono arsi vivi oppure furono offerti in sacrificio agli dei. Quando, anni dopo, Germanico si recò sul campo di battaglia, trovò ossa biancheggianti, frammenti di giavellotti, resti di cavalli e teschi attaccati agli alberi; un quadro tremendo, come tremendo é il resoconto di Tacito (35). Nonostante tale assoluta disfatta, Lucio Cedico tenne saldamente Alisia e riuscì e respingere ogni attacco portato·alla cittadella. Più tardi, riuscì ad uscirne nottetempo con quanto rimaneva dell'esercito, ed a raggiungere Vetera, ove gli portò aiuto Lucio Nonio Asprena con due legioni. Arminio e le sue orde dovettero ritirarsi. Questo fu il "lieto fine" di quella paurosa avventura. Le dimensioni del disastro furono chiaramente espresse dai portenti che si verificarono in tutto l'Impero. Diane ci informa che il tempio di Marte fu distrutto da una saetta, che le montagne delle Alpi sembrarono crollare una sull'altra e che "la statua della Vittoria che era in Germania e che era rivolta verso i territori del nemico, si girò verso l'Italia" (36). Incredibili razionalmente, tali portenti avevano una loro attendibilità dal punto di vista morale; il prestigio di Roma aveva ricevuto un colpo mortale ed i barbari si erano potuti render conto che le legioni non erano invincibili. Quanto aveva compiuto Arrninio poteva ripetersi. Ma il peggio fu che anche Roma prese coscienza di tal fatto. Ecco perchè "Augusto, quando seppe del disastro, scoppiò in un pianto dirotto ... pensando che il nemico avrebbe marciato sull'Italia e contro la stessa Roma. E non c'erano truppe "pronte" né un numero sufficiente di cittadini in età militare!" (37). Nonostante ciò, si mise all'opera e "poichè nessuno si presentava volontario, egli dispose la decimazione, privando dei beni e dei diritti civili uno ogni cinque uomini d'età inferiore a 35 anni ed uno ogni dieci che tale (31) Dione, LVI, 21. (32) Velleio PatercuJo, Il, CXIX. (33) " Dio's Roman His10ry", LVI, 21. (34) Velleio PatercuJo, Il, CXIX. (35) Tacito, "AnnaJi", I, 61. (36) Dione, op.cit. , LVI, 24. (37) Dio ne, op. cit., LVI, 23. Ma Dione non è uno storico molto attendibile.
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Fig. 22- Campagna della Selva di Tewoburgo (9 d.C.) età avessero superata. Infine, visti gli scarsi risultati, ordinò alcune condanne a morte" (38). Ma neanche un tale drastico provvedimento ottenne l'effetto voluto ed egli non riuscì, durante tutta la sua vita, a ricostituire le legioni perdute. Questo fu il più prodigioso dei portenti. E così, "si lasciò per parecchi mesi crescere barba e capelli" e talvolta sbatteva la testa contro uno stipite gridando "Varo, Varo , rendimi le mie legioni!" (39). (38) Ibid., L VI , 23.
(39) Svetonio, "Caesar Augustus", XXIII.
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Anche se tutto ciò sa molto di fantasia, rimane il fatto che le tre legioni non furono mai più ricostituite; Roma stava perdendo il suo vigore. Dopo il disastro, Tiberio accorse ad assumere il comando in Germania c nel 13 d.C. Germanico, che gli era succeduto, in una serie di campagne raggiunse l'Elba e sconfisse più d'una volta i Germani. Ma quel fiume doveva essere per i Romani quel che l'ldaspe era stato per Alessandro; tutte quelle campagne non potevano impedire la ritirata finale al Reno, che era e rimase la frontiera settentrionale delle civilizzazione latina. C'era una ragione più profonda, oltre alla perdita di vigore dei Romani, che determinava tale situazione, ed essa va ricercata nel carattere stesso di Augusto. Egli era una figura splendida, ma non un eroe. Non gli mancavano certo coraggio e volontà, ma quale condottiero non può essere paragonato a Giulio Cesare. Era un opportunista tollerante che, con la sua politica del "divide et impera", divenne il manager, ma non il duce dell'Impero. Egli vedeva Roma come una grande azienda, un vasto monopolio, e guardava agli Stati ed alle frontiere in termini esclusivi di sicurezza interna. Gli mancava il potere di esaltare gli animi e di far compiere agli uomini ciò che sembrava impossibile; quel potere che distingue gli uomini di genio da coloro che sono semplicemente grandi. In due parole, egli incarna perfettamente quel che è stato definito "un imperatore borghese". Sebbene molte siano state le sue conquiste, esse rappresentarono unicamente accorgimenti difensivi, e con la chiusura delle frontiere si spense ogni fiamma intellettuale e morale: le avventure del pensiero cessano insieme a quelle del corpo. AJia fine, tale perdita di stimoli interiori fece sì ch'egli lasciasse le frontiere settentrionali ed orientali esattamente ove le avevano poste i suoi predecessori. Quale fu il risultato dal punto di vista storico? Per rispondere a tale ipotetica domanda, bisogna ricorrere ai "forse" ed ai "se": non vi sono certezze. Non essendo i Germani uguali ai Galli - essi erano ben più barbari! - ed essendo l'Impero destinato a durare ancora per 400 anni, non è illogico supporre che se la frontiera settentrionale fosse rimasta all'Elba, invece che al Reno, il prossimo capitolo di questo libro non sarebbe stato scritto e tutti quelli successivi sarebbero stati diversi. Creasy sottolinea giustamente che se l'Elba fosse stata tenuta, "la nostra isola non avrebbe avuto il nome d'Inghilterra" (40). Ma, ancora più importante: noi non saremmo mai diventati inglesi. Tutto l'intero corso della storia sarebbe stato diverso. Ancora: se i Germani ad ovest dell'Elba fossero stati "romanizzati" per quattro secoli, una sola cultura avrebbe dominato il mondo occidentale e non due, in eterno conflitto tra loro. Non vi sarebbe stato un problema franco-tedesco o, almeno, esso avrebbe avuto ben differenti aspetti. Non ci sarebbe stato Carlo Magno, né Luigi XIV, né Napoleone, né il Kaiser Guglielmo Il, né Hitler. (40) "The Fifteen Decisive Baules of the World" (1931) di si r E.S. Creasy, pag. 119.
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Allorché era ad Alessandria, Augusto ordinò di aprire il sarcofago di Alessandro Magno per cingere la sua testa con una corona d'oro e per gettar fiori sulla sua salma (41); ed egli portava al dito un anello con l'effige del grande rnacedone (42). Ma mai riuscì a recepire la "grande idea" di questi, che pensava ad un mondo senza frontiere, se non quelle dell'Oceano. Così, nonostante l'Impero dovesse ancora "fisicamente" espandersi, spiritualmente esso era bloccato, tendendo a divenire una "società a responsabilità limitata' '. Questa era la "grande idea" che Augusto lasciò in eredità a Roma allorchè, il29 agosto del 14 d.C ., all'età di 76 anni, morì a Nola. Gli successe Tiberio.
(41) Sveton io, "Caesar August.us " , XVIII. ( 42) Ibid., L.
CAPITOLO IX
Quadro storico La trasformazione della repubblica in impero sollevava il problema della detenzione del potere, che avrebbe afflitto Roma sino alla sua fine e che sarebbe stato un fattore determinante per la sua caduta. Poiché i poteri conferitigli dal Senato e dal popolo sarebbero decaduti con la sua morte, Augusto, per risolvere le prime difficoltà, aveva associato a sé prima M. Agrippa e quindi il figliastro Tiberio. Sebbene alla sua morte, nell4 d.C., il prestigio di cui godeva Tiberio gli assicurasse la successione, ciò non poteva valere come precedente ed il risultato - in relazione al fatto che, in definitiva, l'autorità risiedeva nell'esercito - fu che la potestà di nomina passò prima nelle mani della guardia pretoriana e quindi in quelle delle legioni. A sua volta Tiberio nominò suo nipote Tiberio Gemello ed il suo bisnipote Caio Cesare (Caligola) non suoi successori - chè non ne aveva diritto- bensì suoi esecutori testamentari ed alla sua morte, nel 37, Gemello fu messo in disparte, disponendo Caio del sostegno di Macrone, prefetto del pretorio. Quando Caio fu assassinato, nel41 (ed i pretoriani non dovettero essere estranei al misfatto), Claudio, un nipote di Tiberio, stabilì il precedente di offrire una donazione ai pretoriani e, così, fu acclamato "imperatore". Intanto, si faceva largo nella vita pubblica un nipote di Caio, Nerone, ed allorchè Claudio morì, nel 54, Agrippina - madre di Nerone - convinse con una larga donazione i pretoriani a proclamare suo figlio "imperatore" in luogo di Britannico, epilettico, figlio di Claudio. Nel 68 Nerone non fu assassinato dai pretoriani soltanto perché si suicidò. La sua morte fu seguita da una serie di disordini che probabilmente avrebbero condotto ad un'altra lunga guerra civile se i legionari d'Egitto e le truppe del Danubio non avessero proclamato "imperatore", nel 69, Vespasiano, un abile generale. Vinta la contesa con Vitellio, egli ristabilì la "Pax Romana", ma "l'anno dei quattro imperatori" (l) lasciò un così terribile ricordo (i) Gaiba, Ottone, Vitellio e Vespasiano. Furono tutti proclamati imperatori dai pretoriani o dalle legioni. Il secondo soppiantò il primo, il terzo il secondo e il quarto il terzo.
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anche nei soldati che quando il giovane figlio di Vespasiano, Domiziano, morì nel 96 senza eredi, i pretoriani lasciarono al Senato la scelta del successore. Fino all93, la nomina dell'imperatore non fu più causa di disordini interni. Sotto Vespasiano ed i suoi due figli, Tito (79-81) e Domiziano (81-96), l'Impero raggiunse un alto livello di prosperità. Domiziano morì nel 96 e gli successe Nerva, seguito nel 98 da Traiano, uno spagnolo, probabilmente il più abile generale dopo Giulio Cesare, che trascorse la maggior parte del suo regno in guerre di frontiera. Tra ìl101 ed ìl106 combattè sul basso Danubio sottomettendo la Dacia (Romania) e colonizzando quella regione. Quindi volse la sua attenzione all'Oriente e, tra il 115 ed 117, sconfisse i Parti ed annesse l'Armenia, la Mesopotamia e l'Assiria. Gli successe Adriano (117-138), un altro abile soldato e statista, sotto il cui regno Roma divenne la città più splendida del mondo conosciuto. Egli tenne la Dacia e, abbandonate le altre conquiste di Traiano in Oriente, impegnò i suoi soldati a costruire due grandi valli difensivi, uno tra il Danubio ed il Reno e l'altro in Britannia; si dedicò inoltre alla costruzione di ponti, acquedotti ed opere pubbliche. Morì nel 138 e gli successe Antonino Pio, il cui regno fu così pacifico che c'è ben poco da ricordare. Nel161, fu seguito da Marco Aurelio, che aveva sposato sua figlia , la famosa Faustina. Sotto questi due imperatori, la "Pax Romana" raggiunse il suo zenith , con l' affermarsi di una "nazione Mediterranea" nell' ambito della quale - come preconizzato da Augusto - l'Italia aveva assunto il ruolo di semplice provincia. Tra i fattori determinanti di questa situazione, il primo fu quello della promulgazione di una legge comune che, come scrive J .H. Robinson, "concepiva l'umanità non co me un gruppo di nazioni o di tribù, ma come un unico popolo incluso in un grande Impero e soggetto ad un unico sistema legislativo basato sulla lealtà e sulla ragione" . Altri fattori furono la meravigliosa rete stradale, che univa l'Impero dal punto di vista culturale, commerciale e strategico; una comune moneta ed un unico sistema di pesi e di misure; l'apertura di banche e di agenzie di credito; l'affrancamento dei mari dalla pirateria e l'espansione dei commerci sino all'India ed alla Cina. Ad ovest della Sicilia, la lingua comune era il latino mentre ad est dell'isola era il greco. Infine, l'intero Impero era difeso dalle legioni che ne guarnivano i confini dalla Scozia all'Eufrate ed alle Province d'Africa "come una diga che tratteneva le acque tempestose dei barbari che premevano dall'esterno". Nel 175, un sofista greco, Aristide, descriveva così le condizioni di quel tempo in un panegirico dedicato alE'imperatore Marco Aurelio: "adesso l'intero mondo vive festosamente e - gettati via i vecchi abiti d 'acciaio - gode di libertà e di ogni delizia. Le città, abbandonate le vecchie dispute, sono impegnate a gareggiare in belleza ed in benessere. Ovunque sono prati per giocare, fontane, templi, negozi, scuole ... esse sono
"PAX ROMANA"
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splendenti e bellissime ed ordinate come giardini reali. Fuochi d'amicizia illuminano la terra, e quelli di guerra sono scomparsi come se un vento li avesse spenti, in terra ed in mare; al loro posto vi sono meravigliosi spettacoli e giochi senza fine ... Oggi i Greci o gli stranieri possono condurre a piacimento i loro commerci ... per essere sicuri, basta essere Romani o loro alleati. Voi avete fatto diventare realtà quel che Omero sognava, una terra di tutti, perché voi avete illuminato il mondo intero, unendo le rive dei fiumi con ponti, tagliando le montagne con strade, riempiendo di guarnigioni i deserti e civilizzando tutte le cose con la disciplina e la vita". Quando Aristide scriveva queste eulogie un po' esagerate, era difficile pensare che la "Pax Romana" si stava rapidamente avvicinando all'orlo di un abisso. Aurelio, infatti, tra il 162 ed il 165, dovette portar la guerra contro i Parti e, alla conclusione di questa, marciare contro i Marcomanni, i Longobardi, i Quadi ed altre popolazioni barbare che avevano varcato le frontiere settentrionali dell'Impero tra la foce del Danubio e l'Illiria e che, nel 167, per la prima volta dopo due secoli, erano scesi nell'Italia del nord devastandola sino a Verona. Aristide non ne fa parola, ma resta il fatto che, dopo aver respinto i barbari, Aurelio fece il primo grave errore di concedere a molti di essi di risiedere all'interno delle frontiere. Pericoli esterni a parte, la dissoluzione interna era accellerata dal declino dell'agricoltura, fenomeno che si era andato accentuando sin dalla fine della Repubblica. Le piccole proprietà erano continuamente fagogitate da quelle più grandi. All'epoca di Nerone, metà della Provincia d'Africa era di proprietà di sei grandi latifondisti, il tipo d'uomo descritto da Petronio Arbitro nel Satirycon, con il suo "parvenu" Trimalcione, che possedeva "tanta terra quanta ne può sorvolare un nibbio ... e per quanto riguarda gli schiavi, per Ercole, non credo che un decimo di loro conosca il padrone!" Le grandi proprietà, dette "ville", si trovavano in tutte le provincie. Al principio esse erano basate sul lavoro degli schiavi ma più tardi, quando tale fonte di "braccia" si ridusse drasticamente, si fece ricorso a liberi agricoltori, detti "coloni", virtualmente legati alla terra; e quando anch'essi divennero scarsi si fece posto ai barbari, principalmente germani, che vennero anche reclutati nelle legioni per ripianare i vuoti organici ormai sempre più evidenti. L'inurbamento aumentava "a vista d'occhio", mentre l'incremento demografico tendeva al ribasso. II proletariato cittadino diventava un problema economico. Con la produzione ridotta a niente, o quasi, la disoccupazione dilagava. Anche l'industria, come l'agricoltura, era in crisi. Ma la zecca continuava a batter moneta, allo scopo di mantenere la circolazione di denaro necessaria ai commerci ed agli affari. Durante il regno di Augusto, le monete erano di argento puro, in quello di Aurelio di lega al 25 OJo, e due generazioni dopo al 95%. Aurelio ebbe tali problemi per pagare le truppe che dovette sostituire il denaro con il frumento. I sol-
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dati furono compensati anche con l'assegnazione di appezzamenti di terra e divennero noti come "gli uomini della frontiera" (lirnitanei), poco più di una milizia paesana, un surrogato assolutamente inadeguato dei magnifici legionari di Traiano e di Adriano. Con l'aumentare del reclutamento di barbari "limitanei", scomparve il vecchio strumento di guerra rappresentato dalla legione e con esso scomparve il potere d!i Roma sui barbari: il più essenziale potere dello Stato divenne la volontà dei soldati barbari. Un'altra causa, non secondaria, del declino, fu il decadimento della religione classica, sostituita da un nuovo credo. Da lungo tempo i Romani colti andavano trascurando i vecchi dei per la filosofia e per i culti orientali, come quelli di Iside, di Atti oppure di Mitra, nei quali il tema centrale era il trionfo sulla morte ed il godimento della vita. Tra tutte queste nuove religioni, apparve poi il Cristianesimo, con la concezione del singolo Dio come preconizzato ai tempi di Ichnaton. In origine, esso era un credo di stampo comunista e, pertanto, ben accetto al proletariato cittadino; con la sua distinzione tra ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare, esso portò allo sviluppo di una nuova classe sociale, che non si riconosceva né nei Romani né nei barbari. Nel secondo secolo di pace, il Cristianesimo assorbì ed eliminò rapidamente ogni altro culto ed in ragione del fatto che i suoi seguaci non riconoscevano gli dei pagani, predicavano il rifiuto del servizio militare, abo(rivano i ludi, rifiutavano di sacrificare all'imperatore ed apertamente profetizzavano la caduta dell'Impero, erano guardati dai Romani come oggi gli occidentali guardano ai comunisti. Per esempio, Svetonio parla della "nuova ed empia superstizione", Tacito di una "superstizione straniera e mortale" e Plinio, nella sua famosa lettera a Traiano, di "una superstizione depravata ed oltraggiosa» . Il fatale terzo secolo della "Pax Romana" si aprì con la morte di Marco Aurelio, nel 180, e dall'anarchia che ne seguì emerse Settimio Severo, un soldato eccellente che fu acclamato "imperatore" dalle legioni nel 193 e che, nel 202, riuscì a ristabilire l'ordine. Suo figlio Caracalla (211-217), con il conferimento della cittadinanza a tutti gli uomini liberi dell'Impero, pose Romani e barbari sullo stesso piano e quando, nel 235, terminò la dinastia dei Severi, ancora una volta divampò il disordine; le truppe barbare, di provincia in provincia, si rivoltarono per deporre gli "imperatorimarionetta" che loro stesse avevano proclamato. La situazione era tale che negli ottant'anni che seguirono alla morte di Commodo (192), si succedettero ben 26 imperatori. Con una sola breve pausa durante il regno di Aureliano (270-275), l'anarchia continuò sino al 284, allorché Diocleziano (234-305) sembrò poter ristabilire una durevole pace. Egli abolì il Senàto, instaurò una monarchia assoluta e militarizzò completamente lo Stato dandogli una connotazione orientaleggiante. "In queste cose- scrive Breasted - noi possiamo riconoscere un'ulteriore fase di quella commistione tra Oriente ed Occidente iniziata sei secoli prima
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da Alessandro Magno". Venerato come un " Dio-Sole" orientale, Diocleziano era chiamato "il sole invincibile" ed il suo compleanno fu fissato al 25 dicembre (2). Costretto ad allontanarsi per far guerra ai Persiani- che avevano sostituito i Parti - allo scopo di assicurare il governo dell'occidente anche in sua assenza e per prevenire la guerra civile che sempre era sull'orlo di scoppiare alla morte di un imperatore, egli associò al trono un secondo regnante. Entrambi assunsero il titolo di "Augusto", nominando due "vice", che presero il titolo di "Cesare". L'intenzione non era certo quella di dividere l'Impero, ma fu quello il primo passo che portò alla divisione stessa. L'Impero, che contava ora più di 100 Province, fu diviso in quattro Prefetture, ognuna attribuita ad un Augusto o ad un Cesare: la Gallia (Mauritania, Spagna, Gallia e Britannia); l'ltaUa (Africa, Sicilia, Sardegna, Corsica, Italia e quelle che oggi sono Yugoslavia ed Austria); l'Illirica (Dacia, Macedonia e Grecia); l'Oriente (Tracia, Asia Minore, Siria ed Egitto). Ogni Augusto ed ogni Cesare ebbe la sua corte imperiale, cosi che il costo dell'amministrazione statale crebbe vertiginosamente tendendo alla bancarotta. Più le risorse economiche diminuivano e più venivano imposte tasse e balzelli e più Io Stato si indeboliva, sinché la popolazione fu prostrata dal rigore delle leggi fiscali ed i soldati furono impiegati come esattori e come poliziotti. I proprietari furono sterminati, e la classe borghese eUminata. La popolazione diminuì da 70 a 50 milioni. Tutti coloro che non godevano dei privilegi accordati alla classe dirigente del governo, furono forzati al lavoro per lo Stato. L'economia privata fu sostituita dal lavoro collettivo nelle aziende agricole e nelle industrie, introducendo una sorta di socialismo antelitteram. Un aspetto collaterale di quell'epoca fu il sorgere di un'economia "feudale". Nel terzo secolo fece la sua apparizione una classe di " nuovi ricchi", provenienti dai militari, dai funzionari, dai commercianti, dai profittatori e dagli sfruttatori, uomini che avevano volto a loro profitto il nuovo sistema economico e che adesso, divenuti abbastanza potenti, passavano nei ranghi degli oppositori dello Stato. Questi uomini, abbandonate le città moribonde, trovarono rifugio all'oppressione governativa nelle loro "ville" in campagna. Così la cultura "borghese-cittadina" del primo impero si trasformava in una di tipo "feudale-rurale". Nel 324, dopo una lunga crisi seguita alla morte di Diocleziano, emerse vittorioso l'imperatore Costantino (306-337). Stabilita la capitale a Bisanzio, la ribattezzò CostantinopoU. Tale mutamento nella sede di governo segnò definitivamente la separazione tra le due parti dell'Impero- quella Occidentale e quella Orientale - che doveva divenire permanente non appena fosse scomparso il fermo governo di Costantino. Nel frattempo, il (2) Il culto del Dio-Sole fu introdotto da Aureliano.
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Cristianesimo stava dilagando. Già nel3lll'imperatore Galerio, avendo capito il pericolo insito nel continuare ad avversare la nuova religione, l'aveva posta su un piano di uguaglianza con quella pagana. Sebbene non fosse battezzato che sul letto di morte, Costantino mantenne il decreto di parità tra le due fedi e, nel 325, sotto la sua presidenza, fu tenuto il primo grande Concilio tra le chiese dell'Impero (Nicea). Quel suo "sedersi tra i vescovi cristiani" scrive N.H. Baynes in "The Cambridge Ancient History", segna l'inizio del Medio-Evo in Europa.
La battaglia di Adrianopoli (3 78)
Costantino morì il 22 maggio del 337 e, come in una candela che stà per spegnersi, la fiamma dell'Impero cominciò a tremolare. Egli aveva tentato di ricostituire l'unità del regno, ma i suoi tre figli, Costantino II, Costante e Costanzo, che erano stati i suoi Cesari, procedettero ad una nuova spartizione. Il primo ebbe la Spagna, la Gallia e la Britannia; il secondo, l'Italia, l'Africa, l'Illiria e la Tracia; il terzo la Prefettura d'Oriente. La divisione portò inevitabilmente alla guerra civile, durante la quale Costantino II, nel 340, fu ucciso da Costante nei pressi di Aquileia e lo stesso Costante, nel 350, fu assassinato dai soldati dell'usurpatore Magnenzio. Nel frattempo Costanzo era sceso in guerra contro Sapore Il, re di Persia, e nel 344 (o 348) aveva ottenuto una brillante vittoria contro i suoi cavalieri catafratti (chiamati così perché indossavano cotte di maglia di acciaio a Singaral (Sinjar?). Quindi, affrontato Magnenzio, il 28 settembre 351lo battè definitivamente a Mursa (Esseg), in Pannonia. Magnenzio fuggì a Lione, ove si suicidò nel 353. La battaglia è, dal punto di vista storico, di rilevante importanza in q uanto vi si ebbero perdite così gravi che non sembra esagerato affermare che proprio esse resero problematica la difesa dell'impero all'Est. Anche dal punto di vista tattico essa è notevole, in quanto fu la prima vinta in Occidente dalla nuova cavalJeria pesante romana, armata ed equipaggiata da Costanzo sul modello persiano. Fu la massa d'urto portata daJla carica di cavalleria a vincere la battaglia ed essa mostrò come i giorni splendidi dei legionari fossero al tramonto. Nel 355, Costanzo nominò il cugino Giuliano, soprannominato l' Apostata, suo "Cesare" e lo inviò nelJe Gallie a contenere le orde di Germani che avevano superato il Reno, occupato il Brabante e l'Alsazia e devastato il centro della provincia. Intercettatili nel 356, l'anno successivo Giuliano battè gli Alemanni a Strasburgo e, quindi, potè ristabilire la frontiera del Reno. Mentre Giuliano riportava l'ordine in Gallia, Costanzo guerreggiava lungo il Dan ubio contro i Quadi (una tribù germanica) ed i Sarmati (della
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stirpe degli Alani). Quindi, nel 359, marciò nuovamente contro Sapore Il, che aveva assediato la fortezza di Amida; non disponendo, a causa delle perdite subìte a Mursa, di forze sufficienti, chiese a Giuliano di inviargli una parte del suo esercito. Non avendo, tuttavia, chiesto allo stesso Giuliano di mettersene alla testa, ciò fu considerato un insulto dalle truppe galliche, che proclamarono Giuliano - contrariamente al suo stesso volere "Augusto". Soltanto dopo una lunga pausa, il nuovo imperatore si decise a marciare verso Sirmio, in Pannonia, e Naissus (Nish) per bloccare l'avanzata di Costanzo ad ovest del Danubio. Costanzo morì di febbre a Mopsucrene (Mersin) in Cilicia, il 3 novembre 361 . Ansioso di punire Sapore, Giuliano, nel 363, pose il suo Quartier Generale ad Antiochia, e quindi avanzò superando l'Eufrate e battendo Sapore a Ctesifonte. Postosi all'inseguimento del nemico, dopo una marcia massacrante fu costretto a ripiegare e durante la ritirata, il 26 giugno, fu mortalmente ferito. La stessa notte Gioviano, un ufficiale della Guardia imperiale, fu acclamato imperatore. Egli stipulò un pace vergognosa con i Persiani e cedette, ad eccezione di una, tutte le satrapie che Diocleziano aveva conquistato . Morì sette mesi più tardi . Il successivo imperatore, Valentianiano I (364-375), figlio di un cordaio di Pannonia, aveva comandato le legioni in Britannia ed aveva sé rvito in Gallia sotto Giuliano. Abile soldato, si pose all'opera per migliorare la difesa del Danubio ed allorchè, il 28 marzo 364, si prese per collega suo fratello Valente, non poteva immaginare che proprio questi avrebbe aperto la porta di quel grande fiume all'invasione gotica. Morì nel 375 e gli successe il figlio Graziano, allora sedicenne, che non disponeva di alcun potere di controllo sullo zio a Costantinopoli. Siccome Valente è l'attore principale della tragedia di cui tratteremo in questo capitolo, cerchiamo di capire che razza d'uomo egli fosse. Lo storico Ammiano Marcellino, principale nostra fonte di questo periodo, lo descrive come "lento e pigro. Aveva colorito scuro, la pupilla di un occhio chiusa, ma in modo che da lontano non si vedeva, membra proporzionate, statura né troppo alta né bassa, gambe arcuate e ventre alquanto prominente" (3), e sebbene Amrniano non esiti ad in formarci che era crudele, rude, rozzo e ignorante, gli fa credito di essere fedele nelle amicizie, rigido osservante della disciplina militare e delle leggi, giusto nel governo delle province e implacabile nemico dei funzionari disonesti (4). Secondo il Gibbon, il suo difetto era quello di considerare "l'uso di azioni dilatorie ed ambigue quale il miglior esempio di prudenza" (5). (3) "Amrnianus Marcellinus" , trad. J.C. Rolfe (1939), XXXI, XIV, 7. (4) Ammiano, XXXI, XIV, 2. (5) "The Hìstory of the Decline and Fall of the Roman Empire" (ed. Bury, 1929), Vol. III, pag. 98.
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Questo era l'uomo chiamato a fermare ed a respingere i Goti. Si suppone che originariamente i Goti avessero abitato la Scandinavia - l'isola di Scanzia citata da Jordanes - e che poi fossero migrati sull'alta Vistola muovendo successivamente verso sud, al medio Danubio e, quindi, verso est sino ad occupare la regione compresa tra il Prm ed il Don. Qui essi si erano divisi in due gruppi, il primo, noto come Visigoti (Goti dell'ovest), stanziato nella parte occidentale di quell'area, l'altro in quella orientale, gli Ostrogoti (Goti dell'est). Nel 238, tale popolo semi-nomade era venuto a contatto con i Romani nella Bassa Mesia (l'odierna Bulgaria), il che aveva portato, nel 250, alla l a Guerra Gotica, durante la quale essi, sotto il re Cniva (Kniwa) avevano assediato Filippopoli, vinta una grande battaglia, devastata l'intera regione e, si dice, ucciso più di 100.000 persone. Nel 258, li troviamo a razziare la Circassia e la Georgia. Quattro anni più tardi, marciarono su Efeso, ove distrussero il tempio di Diana, una delle sette meraviglie del mondo. Nel 267, con gli Eruli, traversarono il Bosforo su 500 vascelli, occuparono Bisanzio e distrussero non soltanto Corinto, Sparta ed Argo, ma anche Atene. Alla fine i Greci riuscirono, affondando le !or{} navi.,._a_resp.in_gerli verso la Macedonia; tornarono, più numerosi si dice fossero 320.000 - due anni più tardte fu rono- costFet~i--a fermarsi soltanto dalle gravi perdite, 50.000 uomini, subìte nella grande battaglia dj Naissus (Nish). Costretti per fame negli aspri passi dei Balcani, essi dovettero entrare al servizio dell'imperatore Claudio li (268-270), soprannominato "Gotico", come "federati" (alleati). Abbandonata la Dacia, stabilirono nel 270 una pace con i Romani che sarebbe durata circa 100 anni. Valentiniano e Valente erano appena ascesi al trono quando tale pace cominciò ad incrinarsi. Dalle steppe dell'Astrakan, per qualche sconosciuta ragione, grandi orde di Unni iniziarono a muovere verso ovest. Nel 370 essi piombarono sugli Alani, un popolo tartaro che abitava la regione tra il Volga ed il Don e, quindi, sugli Ostrogoti di Ermanrico. Molti di questi furono sottomessi, ma migliaia di altri mossero a loro volta verso occidente guidati da due capi, Alateo e Safrace. Questa migrazione coinvolse i Visigoti i quali, sotto Atanarico, furono costretti ad abbandonare prima le rive del Dniestr e, quindi, quelle del Prut. Fritigerno, un capo gotico cristiano, si appellò allora a Valente chiedendo il permesso per la sua tribù di attraversare il Danubio e di mettersi sotto la protezione romana (6). A quel momento, la situazione sulla riva settentrionale del fiume è così descritta da Eunapio, uno storico del tempo: " La moltitudine dei Goti scampati al massacro degli Unni ammontava a (6) Secondo il Barbagallo, il presentatore di quella "paurosa domanda" fu Ulfila, un vescovo gotico, ariano, che aveva tradotto la Bibbia in gotico dopo esser stato consacrato da Eusebio di Nicomedia (N.d.T.).
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non meno di 200.000 uomini in età di portare le armi. Essi, sulla riva del fiume, in stato di grande eccitazione, agitavano le braccia, si lamentavano a gran voce, supplicavano di poter attraversare il fiume e promettevano di divenire fedeli alleati dell'Impero" (7). Valente conosceva personalmente Atanarico; nel365, allorché questi, alla testa di 10.000 Goti, appoggiava il conte Procopio nella sua rivolta contro di lui, l'aveva incontrato e, secondo Zosirno, l'imperatore "di nuova nomina" aveva dimostrato una grande abilità nel convincere il barbaro ad abbandonare l'insurrezione. Scrive Zosimo: "Poiché i Goti non si azzardavano ad affrontarlo in campo aperto, ma ricorrevano all'agguato ed all'incursione, Valente ordinò ai suoi soldati di rimanere negli accampamenti; radunati poi i vivandieri, gli ausiliari e tutti coloro che non avevano un preciso incarico ma che gravitavano intorno alle truppe, promise loro una certa somma per ogni testa di barbaro che gli avessero portato. Stimolati dalla speranza di guadagno, quegli uomini si diedero a batter le foreste e le pianure, uccidendo ogni Goto che incontravano. Molti erano morti così ed i sopravvissuti supplicarono la pace dall'imperatore. Stipulatala, i suoi termini prevedevano che i Romani avrebbero vissuto sicuri sulle loro terre, mentre i barbari si impegnavano a non attraversare il fiume né ad attaccare la frontiera" (8). Dopo quella facile vittoria, Valente - portato a sottovalutare i Goti - era corso in Siria a far guerra ai Persiani che, erroneamente, considerava i nemici più pericolosi. Fu proprio mentre si trovava ad Antiochia che ebbe luogo l'ammassamento dei Goti al Danubio. Quando ne fu informato, dice Ammiano Marcellino che " ... il fatto gli procurò più gioia che timore", perché "combinando le sue forze con quelle dei barbari, egli avrebbe potuto disporre di un esercito invincibile" (9). Nonostante l'evidente pericolo insito nel consentire a quell'immensa orda di attraversare il fiume, bisogna ammettere che una qualche ragione esisteva, in quanto quel popolo sembrava del tutto pacifico e la difficoltà di reclutare soldati romani era sempre maggiore. Inoltre, non ci sono prove per dimostrare che i Goti sarebbero stati sleali qualora fossero stati degnamente trattati. La condizione per concedere iJ permesso era che tutti i giovani non in età di prestar servizio militare fossero dati in ostaggio e che tutte le armi fossero deposte nelle mani di Lupicino e di Massimo, ufficiali romani, prima di attraversare il fiume. Ma tale era la corruzione e la volgarità di quei due uomini e dei loro dipendenti che i Goti, prostituendo le loro mogli, le figlie e tutte le fanciulle, ottennero di conservare le armi. (7) Eunapio, pag. 48 (ed. Bonn). Citato in "Italy and Her lnvaders" di T . Hodgkin (l 880), Vol. l , pag. 102.
(8) "The HisLOry of Count Zosimus" (Londra, 1814), pag. 99. (9) Ammiano Marcellino, XXXI, IV, 4.
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Inoltre, essi furono cosi maltrattati, affamati e truffati non appena superato il Danubio, che il malcontento non poteva non dilagare. Quando ciò avvenne, un'altra orda di Ostrogoti, sotto Alateo e Safrace, alla quale il permesso era stato rifiutato, riuscì a traghettare. I due capi si allearono con Fritigerno, che stava muovendo verso Marcianopoli (Shumla) e qui, scrive Ammiano, "si compì un altro più atroce fatto, che accese le fiaccole delle Furie, già pronte ad ardere per la rovina dello Stato" (10). Lupicino, spaventato per il crescere del malcontento tra i Goti, invitò Fritigerno ed Alavivo, un altro capo Visigoto, ad un banchetto: lo scopo era quello di farli ubriacare e quindi di ucciderli. Mentre la festa era in pieno svolgimento, la guardia del corpo gotica, che si trovava in un'altra parte del palazzo, fu attaccata a tradimento. Udite le grida dei loro uomini, i due capi cercarono di fuggire; Alavivo fu abbattuto, ma Fritigerno diede mano alla spada, riuscì ad aprirsi un varco e scomparve al galoppo giurando vendetta. "Questi uomini coraggiosi - scrive Jordanes acquisirono così quel che da tempo cercavano e cioè la libertà di morire combattendo anziché languire per fame e subito corsero alle armi contro Lupicino e Massimo" {Il). Il primo di questi, impreparato, fu sconfitto nei sobborghi di Marcianopoli e fuggì, mentre i suoi nemici potevano equipaggiarsi con le armi dei legionari caduti. "Quel giorno segnò la fme della fame per i Goti e della sicurezza per i Romani, perché i Goti, non più come profughi, ma come cittadini, cominciarono a far valere i loro diritti in tutto il territorio balcanico sino al Danubio" (12). Quindi Fritigerno marciò su Adrianopoli e- uni tosi ad altre tribù gote guidate da Sverido e da Colia - investì la città pur senza speranza di successo, non disponendo di alcun treno d'assedio. Attraversando la Tracia, i Goti la misero a sacco e "non vi fu cosa che rimanesse intatta... Senza alcuna distinzione di sesso e di età, essi portarono ovunque la devastazione, tutto riempiendo di stragi e rovine: i lattanti furono strappati dal seno delle madri e uccisi, le madri rapite, le spose private dei mariti, uccisi innanzi ai loro occhi, e sui cadaveri dei genitori furono trascinati i figli, adulti e giovinetti" {13). Allorché la notizia della rivolta raggiunse Valente egli, anziché tornare a Costantinopoli, cercò la pace con la Persia e - richiamate le forze che operavano in Armenia - le affidò a Profuturo ed a Traiano, alti ufficiali pieni di ambizioni ma di non gran talento guerresco (14), e le inviò in Tracia. Contemporaneamente, sollecitò aiuti a suo nipote, l' Imperatore Graziano. (IO) Ibid., XXXI, V, 4. (Il) " The Gothic History of Jordanes (o Jordandes)", trad. di Charles Christopher Mie-
row (1915), XXVI, pag. 89. (12) lbid., XXVI, pag. 89-90. (13) Amrniano Marcellino, op. cit., XXXI, VI, 7. (1 4) lbid., XXXI, VII, I.
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Questa era la situazione alla fine del 376. Prima di procedere con gli avvenimenti, esaminiamo l'organizzazione millitare e le dottrine tattiche delle forze contrapposte. Il principale difetto del sistema difensivo romano, quale fu ideato da Augusto, era la carenza di riserve al livello centrale. A ciò rimediò parzialmente, durante l'ultimo decennio del III secolo, Diocleziano: desta stupore il fatto che ci siano voluti circa 300 anni per introdurre una riforma così essenziale, ma tant'è! Erano dei conservatori, come lo sono e sono sempre stati i militari . Diocleziano creò un corpo d'esercito permanente, i "comitatenses", posto agli ordini diretti dell'imperatore; in esso, i fanti rimasero "legionari", mentre i cavalieri si chiamarono "vexillatores". Tale corpo era ben distinto dai "limitanei" (una sorta di guardia alla frontiera) e dai "riparienses" (guarnigioni fisse). Inoltre, in sostituzione dei pretoriani, costituì i "palatmi" (15). Col passar del tempo, e col crescere dei problemi, soldati stranieri avevano, sempre in maggior misura, sostituito le formazioni romane. Alla vecchia cavalleria legionaria era subentrata quella fatta di Mori, di Persiani e soprattutto di Germani. Comunque, la tattica romana rimaneva saldamente ancorata al concetto che l'Arma decisiva era sempre la fanteria. Quale fosse l'esatta forza dell'esercito di Diocleziano non ci è noto. Calcoli abbastanza approssimativi danno 250.000 fanti e 110.000 cavalieri per le forze "di frontiera", mentre, per i "comitatanses", le cifre ammontano a 150.000 fanti e 46.000 cavalieri (16), per un totale generale di oltre mezzo milione di uomini. · P robabilmente erano molti di meno, avendo la riforma puntato più su un incremento di mobilità che non sul numero; infatti, Diocleziano aveva ridotto la forza delle singole legioni da quella che oggi si direbbe una brigata di 4000-5000 uomini ad un "battaglione" di circa 1000 soldati e aveva fissato in 500 gli effettivi delle formazioni di "vexillatores". Circa la tattica, c'é poco da scoprire. Alla battaglia di Mursa, nel 351, si provò a render decisivo l'intervento della cavalleria, ma sei anni dopo, a Strasburgo, si (15) La descrizione dell'A. non sembra molto esatta. A parte il fatto che il gen. Scala attribuisce la riforma a Costantino e non a Diocleziano (ma per Diocleziano opta il Barbagallo), essa viene così illustrata dallo stesso Scala: " ... divisione dell'esercito permanente in due masse: una di reparti "palatini" e "comitatanses", l'altra dii " limitanei" e di "ripenses". l primi ebbero sede nell'interno delle Province ... gli altri, come ben risulta dal nome, rimasero ai confini'' . E, in nota a pag. 458 del Vol. I della sua "Storia d!elle fanterie italiane", lo stesso Scala indica che i "limitanei" guarnivano le fortificazioni o le linee fonificate di confine, mentre i "ripenses" difendevano le frontiere naturali fluviali. Insomma: da una parte le truppe di copertura {limitanei e ripenses) e dall'altra la massa di manovra (palatini e comitatenses). N.d.T. (16) "The Cambridge Medieval History", Vol. l, pag. 45.
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tornò alla fanteria quale Arma-base. È da notare, inoltre, il progressivo affermarsi del concetto di combattimento difensivo, forse a causa del predominare, ormai, delle armi "da lancio" (archi, fionde, balestre) su quelle "bianche". Verso la fine del IV sec., le incursioni disordinate di orde barbare fecero sorgere il problema di come contrastarle, problema che Valente - secondo quanto ci dice Zosimo - non poteva risolvere impiegando l'esercito regolare. Così, egli fece ricorso a bande di irregolari armati come fanteria leggera. Ammiano, quando commenta l'invio di rinforzi dall'Armenia in Tracia, agli ordini di Pro futuro e di Traiano, dice : " Allorché questi due generali si misero in cammino e si trovarono a dover affrontare sorprese, agguati ed imboscate, invece di dividere le loro forze in colonne di modesta entità allo scopo di sfuggire al nemico numerosissimo, mantennero immutate le formazioni delle legioni rendendo loro impossibile competere con le orde che si erano impadronite delle alture e delle pianure" (17). La forza dei Goti risiedeva non soltanto nel numero e nel terrore che incutevano, ma anche nel fatto che migliaia di essi avevano servito come mercenari nell'esercito romano ed erano armati molto meglio di quanto non lo fossero i loro antenati al tempo di Tacito. " Capi e gregari portano scudi bordati di ferro , picche, corti pugnali (sacramasax) e pesanti spade (spathae); presso alcune tribù è usata la terribile "francisca", o ascia da guerra che, lanciata o calata, può penetrare le armature romane e fendere gli scudi" (18). Il loro metodo di lotta, come quello degli Unni, e più tardi degli Zisca nel XV sec. e dei Boeri nel XIX, era basato sulJ'impiego dei carri in funzione difensiva. Ammiano dice che esi disponevano in circolo i loro carri e ne formavano un bastione "come se fosse quello di una città fortificata" . Da queste fortezze "semovénti", ad un segnale convenuto, le bande di predatori uscivano per le loro razzie e, sempre su ordine, vi rientravano a gran velocità (19). È da notare che tali razzie erano effettuate principalmente da uomini a cavallo, il che significa che i Goti disponevano di una formidabile cavalleria. La loro maggior carenza tattica risiedeva nel fatto di non poter attaccare le città e Fritigerno stesso una volta disse che "la pace era mantenuta dalle mura dei bastioni" (20): egli, infatti, non disponeva di treni d'assedio. Sinché le città rimanevano inespugnabili, era difficile che una vittoria potesse essere decisiva; per questa ragione, spesso le incursioni terminavano con un accordo: ai Romani le città, ai barbari le campagne. Dopo che i Goti ebbero razziato la regione del Rodope e la linea dei (17) Ammiano Marcellino, op.cit., XXXI, VII, 2. (18) "The An of War in the Middle Ages" di Charles Oman (1924), Vol. I, pag. 12. (19) Ammiano Marcellino, XXXI, VU, 5 e 7. (20) lbid., XXXI, VI, 4.
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Fig. 23 - Il basso corso del Danubio (378) Balcani, alla fine Profuturo e Traiano riuscirono ad attaccare un grande accampamento nemico vicino a Salici, in Dobrugia, ove si combatté una battaglia dall'esito incerto che ci descrive Ammiano. Sembra che i Romani non riuscissero a concretizzare il loro assalto in quanto i Goti, dopo un disperato combattimento, si erano rifugiati dietro i loro carriaggi senza uscire allo scoperto per sette giorni (21). Quando i Romani, accerchiatili, stavano per ottener la loro resa per fame, giunse la notizia che nuove orde avevano attraversato il Danubio. Ciò costrinse Saturnino, allora in comando, a ripiegare. La Tracia fu nuovamente messa a sacco e Fritigerno ebbe l'aiuto non soltanto degli Ostrogoti di Alateo e di Safrace, ma anche degli Unni e degli Alani, che erano stati la causa prima del loro esodo. Ciò dimostra che, al(21) lbid., XXXI, VIII , l.
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l'inizio del 378, un qualche accordo era intervenuto tra tutte le tribù nomadi che, messe da parte le loro ataviche rivalità, si erano poste sotto il comando unico di Fritigerno ed erano pronte a misurarsi con la potenza di Roma. Sembra che la concentrazione delle tribù e la notizia della vittoria di Graziano sugli Alemanni, che aveva suscitato la sua gelosia, abbiano convinto Valente a spostare la capitale da Antiochia a Costantinopoli; qui, egli nominò Sebastiano, un generale italiano, quale successore di Traiano, elargì donazioni alle truppe, distribuì loro razioni extra ed indulse alla dolce vita di corte. Il nuovo comandante in capo era un abile ufficiale; come ci dice Zosimo, "osservando l'indolenza e l'effeminatezza dei tribuni e dei soldati, e vedendo che in cima ai loro pensieri c'era soltanto il "come" scappare e che i loro desideri si addicevano più alle donne che agli uomini", egli ne scelse 2000 tra i migliori, conoscendo "la difficoltà di comandare una massa di indisciplinati e di dissoluti e sapendo che sarebbe stato più facile rieducarne un piccolo numero " (22). Addestratili per bene, partì alla loro testa ed occupò Adrianopoli. Segretamente ne uscì nottetempo, piombò su una consistente banda di Goti nei pressi del F. Maritza e li pose in fuga. Subito Fritigerno si allarmò, richiamò le sue bande impegnate in scorrerie e guadagnò con esse l'aperta campagna, ove era più facile vettovagliarsi e guardarsi dalle imboscate (23). Tale successo, ed i rapporti esageratamente lusinghieri ricevuti da Sebastiano, sembra abbiano convinto all'azione anche l'imperatore il quale, postosi alla testa di un forte corpo d'esercito, avanzò su Adrianopoli e vi si insediò . Sebastiano, allora, pregò l'imperatore di non avanzar oltre, in quanto sarebbe stato estremamente difficile portare al combattimento tutta la moltitudine che lo seguiva. Suggerì inoltre di proseguire la guerra con una campagna di imboscate e logoramento (24), ma i suoi recenti successi avevano suscitato la gelosia e l'invidia degli eunuchi di corte e di coloro che erano stati sollevati dal comando e furono costoro a consigliare all'imperatore di non tener conto dell'avvertimento e di attaccare il nemico . Fritigerno, un pò per il timore di una battaglia campale ed un pò per guadagnar tempo in modo da poter radunare più bande possibile, mandò un'ambasceria all'imperatore proponendo una pace con Roma in cambio della Tracia. Valente non tenne alcun conto di tale proposta e, lasciate le impedimenta (22) "The History of Count Zosimus", pag. 106. (23) Ammiano Marcellino, XXXI, XI, 5. (24) "The History of Count Zosimus", pag. 106. Arnm.iano (XXX I, XII, 6) dice che Sebastiano raccomandò di attaccare. Erano per strada rinforzi al comando di Graziano e Ricomero, il suo ambasciatore, implorò Valente di aspettare un poco in attesa del loro arrivo e di non buttarsi nel pericolo in condizioni d'inferiorità. Ma egli rifiutò di farlo, "perché Graziano non avesse parte nella vittoria" che i suoi eunuchi, fra gli altri, davano già per scontata.
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sotto il vallo di Adrianopoli, il 9 agosto del 378 si mise in marcia; dopo circa 8 miglia, verso mezzogiorno, gipnse in vista dell'accampamento dei Goti. La giornata era soffocante e, da qualche confusa annotazione di Ammiano, sembra che i Romani fossero già stanchi e terribilmente in disordine. L'ala destra della cavalleria procedeva aperta a ventaglio, seguita dal grosso della fanteria; in retroguardia, l'altra ala della cavalleria. Se Fritigerno fosse stato pronto, questo sarebbe stato per lui il momento favorevole per attaccare, ché le legioni erano in crisi di spiegamento; ma non lo era affatto, in quanto la sua principale forza di cavalleria - il corpo ostrogoto agli ordini di Alateo e Safrace - era lontano, probabilmente in cerca di foraggio. Così, per guadagnar tempo, fece due cose: primo, ricorse al vecchio stratagemma di inviare messaggi a Valente "per chiedere pace"; secondo, diede alle fiamme, incendiando delle fascine, i campi dinnanzi a sé, così da ritardare ulteriormente lo spiegamento dei Romani. "Uomini e animali soffrivano terribilmente la fame, il che voleva dire anche la sete. Sfortunatamente per lui, Valente cadde nella trappola, ma forse vi fu costretto dalle circostanze. Tatticamente non era impresa facile assaltare l'accampamento, sia perché dall'interno venivano lanciati nugoli di frecce, sia perché occorreva rompere la rigida formazione della fanteria, esponendosi così agli attacchi della cavalleria gotica. Inoltre, Sozomeno ci racconta che l'accampamento era situato " su posizione molto vantaggiosa" (25), il che significa, ovviamente, su una collina o su un'altura. Comunque, quando giunsero gli ambasciatori, Valente non respinse le loro offerte ma, sperando di guadagnare tempo in modo da completare lo schieramento delle sue forze, si dichiarò offeso per il rango modesto degli inviati e comunicò loro che se Fritigerno voleva veramente trattare doveva mandargli nobili di adeguato lignaggio (26). Niente di meglio poteva aspettarsi il capo gotico; ma avvenne qualcosa di imprevisto . L'ambasciatore di Valente si stava avvicinando al campo di Fritigerno allorché la sua indisciplinata scorta di arcieri iberici cominciò a "far fuoco" e, quindi, fece un rapido "dietro front". Proprio in quel momento, sfortunatamente per Valente, Alateo e Safrace stavano rientrando e con loro un'orda di Alani. Infuriati per quel che era accaduto e vedendo che, nella pianura, le colonne d'attacco si stavano ancora formando, gli Alani discesero dalle colline come fulmini (27). "Quindi, la linea di battaglia (la cavalleria ostrogota e l'ala destra di quella romana) venne al contatto come i rostri di navi, sospingendosi avanti ed indietro, con movimenti simili a quelli delle onde del mare". Nel frat(25) "Ecclesiastica! History" di Sozomeno, trad. E. Walford (1855), VI, 40. (26) Ammiano Marcellino, XXXI, XII, 13. (27) Jbid. , XXXI, XII, 17.
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tempo, l'ala sinistra della cavalleria romana aveva serrato sotto ai carriaggi che rappresentavano la prima difesa del nemico, con l'intento di superarli nonostante la resistenza fosse vigorosa. Ma l'ala destra fu costretta a ripiegare e fu posta in fuga, e così il fianco degli attaccanti si trovò scoperto e gli uomini furono così violentemente premuti da un numero ben superiore dj nemici che furono sopraffatti e caddero "come le pietre di una muraglia che crolla" (28). L'intera cavalleria romana era stata ora trascinata lontano e la fanteria era rimasta priva dj protezione. Evidentemente doveva essere ancora in formazione chiusa allorché la cavalleria gotica le si lanciò contro, perché "i fanù erano tanto stretti tra loro da render difficile lo sfoderare le spade o soltanto muovere le braccia. La polvere impediva di vedere il cielo e l'aria risuonava di grida terrificanti. l dardi arrivavano da ogni parte e trovavano sempre un bersaglio in quella motitudine, anche perché non si vedevano in anticipo e, quindi, non ci si poteva proteggere" (29). Fu a questo punto che Fritigerno lanciò le sue orde appiedate le quali, come dice Ammiano, travolsero uomini e cavalli e non lasciarono alcuno spazio attraverso cui i Romani potessero cercar scampo. D'altra parte, questi erano così serrati nei ranghi che non potevano neanche manovrare per cercar di aprire una breccia tra le schiere nemiche. La battaglia divenne quindi uno sfrenato massacro. Alla fine, il terreno era intriso di sangue, i superstiti si aggiravano in mezzo a cumuli di cadaveri, "la scena era del color del sangue rappreso e ovunque si volgesse Io sguardo si vedevano i corpi degli uccisi senza pietà" (30).
Come la rotta del grosso della sua fanteria fu completa, Valente si protesse con alcuni reparti di riserva dj cui ancora disponeva, che resistettero sino a sera, allorché furono sopraffatti dalla superiorità numerica del nemico. Valente fu monalmeme ferito. Non è certo come sia morto, ma la versione più probabile è che sia stato ponato in una capanna che sorgeva nelle vicinanze; i Goti, non sospettando che in essa si trovasse l'imperatore, per vincere la resistenza del presidio la incendiarono e tutti gli occupanti vi perirono tra le fiamme {31 ). Molti uomini illustri caddero, con l'imperatore, in quel terribile giorno: Traiano, Sebastiano, 31 tribuni, il comandante (28) Ammiano Marcellino, op. cit., XXXI, XIII, 2. (29) Ibid., XXXI, Xlii, 2. (30) Ibid., XXXI, XIII , 3-6. (31) Ibid., XXXI, Xlll, 14-15. Zosimo (pag. 107) descrive la fine in modo simile, e altrettanto fanno Sozomeno (VI, 40) e Theodoret (" History of the Church", ed. Bonn, 1854, IV, 36). Quest'ultimo scrittore, cristiano e vescovo di Ciro, dice che Valente non prese parte alla battaglia, ma invece "rimase in un villaggio ad attendere l'esito" e qui vi "perì tra le fiamme".
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della cavalleria, il gran ciambellano e due terzi dell'intero esercito: circa 40.000 uomini. In molte occasioni, nella sua lunga storia, Roma aveva subìto sconfitte, ma nessuna era stata così decisiva; la battaglia di Adrianopoli - come quella di Gaugamela - segnò la fine di un' epoca. Essa fu molto di più di una seconda Canne. "L'impero rovinò dalle sue fondamenta - scrive il prof. Martin Bang- ed il panico si impossessò di tutti coloro che portavano il nome di Roma. La potenza e la gloria dell'Impero sembravano scomparsi nella polvere sollevata dalle orde barbare. Il conflitto tra Roma ed i Teutoni, che durava da cinque secoli, volgeva alla fine. La battaglia di Adrianopoli apre l'ultimo atto di un immenso dramma, il più foriero di conseguenze che la storia del mondo abbia mai visto" (32).
Questa grande battaglia dimostrò che: l) il valore individuale rimaneva il primo requisito in un combattimento d'incontro e che era inevitabile - in mancanza di stimoli morali - il sopravvento della vigoria fisica dei barbari; 2) le vecchie tattiche usate dalla falange e dalla legione avevano ormai fatto il loro tempo, tanto che bisognava escogitare qualcosa di nuovo. Tutto ciò portò ad una profonda riforma dell'arte della guerra. La fanteria, normalmente, era stata l'Arma decisiva e, sinché lo scontro si risolveva alla corta distanza, essa aveva ben poco da temere dalla cavalleria, purché riuscisse a mantenere la formazione chiusa. Ma l' impiego massiccio delle armi da lancio provocava enormi vuoti nelle sue file ed irrimediabili perdite. Il vecchio "muro di scudi" fu sostituito da una "linea di lanciatori", ma in ragione del fatto che arcieri e frombolieri potevano combinare con difficoltà lo scudo con gli archi e le fionde, e che la gittata di tali armi era piuttosto limitata, pian piano si riconobbe la necessità di risolvere il combattimento con cariche di cavalleria. Il problema della fanteria era quello di poter impiegare le armi da lancio pur riuscendo a difendersi dalla cavalleria, problema che fu solo parzialmente risolto nel XVII sec. con l'introduzione della baionetta e che trovò la sua definitiva soluzione soltanto nel XIX sec. con l'invenzione della cartuccia a bossolo, che consentì ai fucili di far fuoco in qualsiasi condizione di tempo meteorologico. Per meglio comprendere il vero significato di questa battaglia, occorre brevemente esaminare gli eventi dei 30 anni successivi. Non appena terminato il massacro, le orde gotiche mossero su Adrianopoli ed assediarono la città. Ma la cavalleria non poteva averne ragione, anche perché era soggetta alle frecce scagliate da dietro i bastioni che, cadendo su tale moltitudine, non andavano mai "a vuoto" (33). Allora i Goti rinunciarono all'impresa, (32) "The Cambridge Medieval History", Vol. I, pag. 217. (33) Ammiano Marcellino, XXXI, XV, 10.
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marciarono su Perinto (Eraclea di Tracia) e quindi su Costantinopoli. Essendo impossibile per loro occupare la capitale d'Oriente, mossero attraverso la Tracia, la Mesia e l'Illiria e, dopo aver saccheggiato e razziato quelle regioni, si fermarono a ridosso delle Alpi Giulie. Quel che successe dopo non sappiamo; non sono registrate altre battaglie. Fritigemo morì nel 380, Atanarico l'anno successivo. L'imperatore Teodosio (378-395) offrì alloro popolo l'ormai devastata Tracia in cambio di uomini da immettere nell'esercito imperiale. Tutto ·sembra sia andato abbastanza bene sino al 390 allorché Alarico, un principe Visigoto, allora ventenne, ruppe la pace e mise nuovamente a sacco la Tracia. Apparentemente la sua rivolta fu di breve durata, perché niente poi accadde sino al 395 quando, alla morte di Teodosio, dilagò una ribellione generale, questa volta non tra le tribù gotiche ma nell'esercito romano che era adesso, a tutti i livelli, quasi interamente composto di Goti. Alarico marciò lungo le coste della Macedonia e della Tessaglia, entrò in Beozia e ne!J' Attica, occupò il Pireo, fece capitolare Atene e quindi irruppe su Corinto, Argo e Sparta. Così gli anni finali del IV secolo vedevano l' Impero d'Oriente sprofondare nel caos più completo, definitivamente separato da quello d'Occidente. Con l' inizio del nuovo secolo , le sofferenze cominciavano per l'Ovest. Nel 401, Alarico lasciò l'Epiro e marciò su Aquileia ed Onorio (395-423), imperatore d'Occidente, inviò Stilicone (34) a fermarlo. Costretto a levar l'assedio a Milano, il 6 aprile del 402 Alarico fu ingaggiato a battaglia a Pollenza, ma il combattimento non fu decisivo ed il capo barbaro poté ritirarsi senza gravi perdite. Nel 405 un altro invasore, Radagaiso, senza dubbio il più selvaggio dei nemici che Roma avesse mai dovuto affrontare (35), apparve alla testa di un'immensa orda di Ostrogoti, Vandali, Alani e Quadi; ma di essi ebbe rapidamente ragione Stilicone che, sorpresili nelle valli dell'Appennino, nei pressi di Fiesole li attaccò e li sterminò . L'anno successivo, orde di Vandali superarono il Reno a Magonza e dilagarono in Gallia ove occuparono Treviri, Reims, Tournai, Arras, Amièns, P arigi, Orléans, Tours, Bordeaux e Tolosa; non furono capaci però di superare i passi fortificati dei P irenei. Contemporaneamente, gli Alemanni conquistavano Worms, Speyer e Strasburgo, mentre la rivolta scoppiava in Britannia. Nel bel mezzo di tale anarchia, Stilicone, l'unico uomo che avrebbe potuto- almeno per il momento - salvare l'Impero d ' Occidente, fu fatto assassinare da Onorio il23 agosto (34) Stilicone era figlio di un capo Vandalo e, sotto Onorio, fu il vero padrone dell' Impero d'Occidente. (35) Orosio, "Seven Books of History against the Pagans" (trad. I. W. Raymond, 1936) Vll, 37.
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del408. "Così morì- dice Zosimo- l'uomo che si era dimostrato il più moderato tra tutti coloro che avevano assunto irpotere in quel tempo" (36). Era venuto il momento favorevole per Alarico. Egli marciò su Aquileia, proseguì su Cremona ove passò il P o, superò Ravenna - divenuta la residenza imperiale - e puntò su Roma. Sul Tevere bloccò i rifornimenti di grano che pervenivano dall'Africa e, per ritirarsi, accettò dal Senato l'offerta di 5000 libbre d'oro, 30.000 d'argento, 4000 tuniche di seta, 3000 pelli e 3000 libbre di pepe. Così finì il primo assedio gotico all'Urbe, "un assedio durante il quale non si sguainarono le spade né si versò sangue. La fame era stata l'unica arma impiegata da Alarico " (37). Due anni più tardi egli comparve ancora sotto le mura di Roma, si ritirò e tornò ad assediarla una terza volta. La fame aveva già ucciso migliaia di cittadini quando, il 24 agosto del410, il tradimento apriì la porta Salaria - a meno di mezzo miglio dalle Terme di Diocleziano - e Roma fu messa a sacco. Così, nelle semplici parole di Orosio, il sogno di Alessandro si dissolveva nell'aurora dell'Alto Medio Evo: "Adest Alaricus, trepidam Romam obsidet, turbat, irrumpit" (Alarico apparve dinanzi ad una Roma trepidante, pose l'assedio, gettò in essa il pànico e vi fece irruzione) (38). Di quel che avvenne c'è ben poco da ricordare, se non che Alarico, prima di entrare in città, diede orqine che tuttj gli edifici cristiani venissero risparmiati e che fossero rispettati tutti coloro che avessero trovato rifugio in S. Pietro ed in S. Paolo. In quel tempo, Sant'Agostino si trovava ad Ippona (Bona), in Numidia, e la notizia della caduta di Roma lo stimolò a scrivere la sua grande opera. Egli dice nelle "Confessioni": "Roma è caduta sotto l'invasione dei Goti del re Alarico ... io, infiammato di zelo per la causa del Signore, ho deciso di scrivere un trattato su la città di Dio".
(36) "The History of Count Zosimus", pag. 160. (37) "Italy and Her Invaders" di T. Hodgkin (1880), Vol. I, pag. 347. (38) Orosio, VII, 39.
CAPITOLO X
Popoli in movimento
Quadro Storico La grande trasmigrazione dei popoli - quello che i tedeschi chiamano Volkerwanderung- aveva avuto inizio, come abbiamo visto, con l'attraversamento del Danubio, nd 376, da parte dei Goti, sicuramente sotto la pressione esercitata dagli Unni provenienti dalla regione del Volga. Che gli stessi Unni siano stati responsabili anche di quella seconda ondata di popoli teutonici che traversò il Reno nel 406 non è ben noto, ma è molto probabile. Anche se questa non ne fosse stata la causa, l'evento sarebbe stato ormai inevitabile, in quanto sin dai tempi di Tacito i Germani erano non soltanto aumentati di numero, ma avevano raccolto in grandi tribù, agli ordini di capi universalmente riconosciuti, la moltitudine dei gruppi originari. Se aggiungiamo a ciò il fatto che "la popolazione romana- scrive sir Ernest Barker - diminuiva secolo dopo secolo e che la terra ormai era quasi del tutto incolta, la natura stessa sembrava aver prodotto quel vuoto che, inevitabilmente, doveva attrarre i Germani" e" .... quando la diga finalmente crollò, i flutti vi penetrarono non come una catastrofe ma come qualcosa di naturale". Inoltre, gli invasori non venivano come nemici, ma- almeno di nome - come "federati", per difendere l'Impero da loro simili e, acquisito tale status, avevano il diritto di rimanere entro i confini. Infine, una volta armati ed equipaggiati, essi ebbero il potere di eleggere i loro "imperatori-fantoccio" e, quindi, di formarvi i loro propri regni. Allorchè ciò avvenne, nell'are<? di cento anni (376-476) l'Impero d'Occidente fù diviso in numerosi Stati indipendenti. Via via che questi si affermavano, quello si dissolveva, mentre l'impero d'Oriente non doveva subire ugual sorte perchè aveva trovato nei virili guerrieri isaurici un sostituto agli ausiliari barbari. Grazie a questo popolo, che abitava la regione a nord dei M. Tauri, tra la Pisidia e la Cilicia, Bisanzio sopravvisse per secoli alla scomparsa del'lmpero d'Occidente. Nel 407 Costantino, un semplice soldato che serviva in Britannia, fu proclamato imperatore e sbarcò in Gallia. Due anni più tardi Geronzio,
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suo generale in Spagna, gli si rivoltò e - allo scopo di farsi degli alleati per combatterlo - invitò i Vandali a valicare i Pirenei. Poco tempo dopo che questi erano passati in Spagna, un'altra orda barbarica di Franchi, di Alemanni e di Burgundi occupò la regione ad ovest del Reno. I Franchi erano suddivisi in due gruppi, i Salii, che si erano insediati nella regione tra la Schelda e la Mosa, ed i Ripuarii, tra la Mosella ed il Reno. Al tempo di questa terza invasione, Costanzo, il nuovo comandante dell'esercito, arrivò in Gallia per difendere la causa di Onorio, e nel 411, sconfitti sia Costantino che Geronzio, si volse contro i Franchi, gli Alemanni ed i Burgundi che nel frattempo avevano eletto un loro imperatore, di nome Giovino, per legalizzare la loro posizione in Gallia. Ma non appena Costanzo seppe che Ataulfo - succeduto ad Alarico nel 410- aveva lasciato l'Italia per portarsi in Gallia, recando con sè Galla Placidia, sorella di Onorio, alla cui mano egli stesso aspirava, marciò contro il principe visigoto che nel frattempo aveva assediato Tolosa ed occupato Narbona. Fallito l'attacco a Marsiglia, difesa da Bonifacio (il futuro Conte d'Africa), Ataulfo si ritirò e nel 414 sposò Placidia. In ritorsione, Costanzo pose il blocco ai porti della Provenza, impedendogli di ricevere rifornimenti dall'Africa; per evitare la resa per fame, Ataulfo passò in Spagna, ed a Barcellona Placidia diede alla luce un figlio, Teodosio. Poco tempo dopo il bambino morì ed Ataulfo fu assassinato. Gli succedette un capo di nome Vallia (1), il quale, allo scopo di vettovagliarsi, decise di passare in Africa. Ma una tempesta distrusse la sua flotta, la fame decimò i suoi uomini e, nel 416, egli fu costretto a far pace con Costanzo. Le clausole prevedevano che, in cambio di 600.000 razioni di grano, egli - restituita Placidia - sarebbe divenuto alleato di Roma ed avrebbe riconquistato la Spagna invasa dai Vandali, dagli Alani e dai Suebi. Nel4l7 Costanzo coronò il suo sogno e, dopo aver sposato Placidia contro il volere di lei, fu innalzato al rango di "Augusto". Ella gli diede due figli, Onoria e Valentiniano. Nel frattempo Vallia sconfiggeva i Vandali e, costrettili nell'angolo nord-occidentale della Spagna, l'odierna Galizia, otteneva di stanziarsi in Aquitania e di occupare Tolosa. Era questa la prima volta che il governo imperiale concedeva, di sua spontanea volontà, ad un popolo teutonico, di stabilire un proprio regno all'interno dell'Impero. Nel 421 Costanzo morì e gli successe, quale comandante dell'esercito, Castino. Subito dopo Onorio e Placidia vennero in contrasto ed in Italia si formarono due "partiti", uno per Bonifacio che sosteneva Placidia ed i barbari e l'altro per Castino che favoriva Onorio ed i Romani. Nello stesso anno o in quello successivo, Teodorico, che era succeduto a Vallia nel418, onorò l'impegno preso con Costanzo di inviare un contingente in supporto all'esercito romano che operava, agli ordini di Castino, (l) Vallia era fratello di Ataulfo (N.d.T .).
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contro i Vandali. Ma nel bel mezzo della battaglia che ne era seguita egli, improvvisamente, cambiò "bandiera", prese alle spalle i Romani e li volse in fuga . Circa allo stesso tempo, Placidia ed i suoi due figlioletti furono banditi da corte e si rifugiarono a Costantinopoli, presso Teodosio II (408-450) e mentre là si trovavano, Onorio morì (423). Avendo suo figlio soltanto 4 anni, ella divenne la virtuale reggente, tornò in Italia con il piccolo nel424 e, negli anni seguenti, vide proclamare suo figlio imperatore con il nome di Valentiniano III (425-455). La morte di Onorio portò alla ribalta un uomo di prorompente personalità, Ezio, che doveva dominare gli eventi per i successivi 30 anni. Romano di origine barbarica, nato circa nel 390, era stato dato in ostaggio prima ad Alarico e poi agli Unni, che dal 423 costituivano il nerbo degli eserciti imperiali dopo che il reclutamento di Germani si era inaridito. Con l'avvento di Valentiniano, era stato nominato "comes" (conte) ed aveva avuto il comando della Gallia. Nel 425 marciò contro Teodorico, che stava assediando Arles, la città-chiave della valle del Rodano. Costrettolo a levar l'assedio, fece pace con lui e gli garantì la piena sovranità sulle provincie un tempo assegnate a Vallia. Tre anni più tardi i Vandali, agli ordini di Genserico - una delle più notevoli figure del tempo -iniziarono a muovere dalla Spagna in Africa; l'occasione era stata fornita da una rivolta scoppiata in Mauritania. Nel maggio del 429 il grosso del loro popolo, circa 80.000 persone, effettuò la traversata pr giungere infine ad uno stabile stanziamento. Poichè tale nuova invasjone minacciava la principale fonte di rifornimento di grano per l'Italia, i Romani cercarono un'intesa con Bonifacio affinchè contrastasse i Vandali. Ma questi fu battuto ed i barbari occuparono Ippona nel 437. Bonifacio fu richiamato in Italia da Placidia che ne voleva fare la controparte di Ezio, il quale nel frattempo aveva riconquistato la Gallia strappandola ai Franchi ed era diventato, novello Cesare, il condottiero dell'Occidente. II conflitto tra i due non tardò a scoppiare ed Ezio, sconfitto presso Ravenna, cercò rifugio dai suoi vecchi amici Unni, ricevuto con tutti gli onori dal loro re Rua (o Rugila). Poco dopo Bonifacio morì e fu sostituito da suo genero Sebastiano. Scomparso Bonifacio, Ezio tornò con un esercito Unno, costrinse Placidia ad elevarlo alla dignità di "patrizio", un titolo introdotto da Costantino il Grande (2), e governò l'Occidente sino alla morte, avvenuta nel454. La sua prima mossa fu quella di venire a patti con i Vandali, concedendo (2) Inizialmente era il più alto rango dopo l'imperatore ed il console. Più tardi il titolo divenne sinonimo di "vice-reggente" e, al tempo di Amrniano Marcellino, un"patrizio" era considerato come "padre dell'imperatore" o "paterno custode dello Stato''.
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la Mauritania e parte della Numidia a Genserico; la seconda fu di marciare contro i Burgundi, che stavano attaccando la regione compresa tra Metz e Treviri; la terza, reprimere una rivolta di contadini e di schiavi (la rivolta dei Bagaudi) che stava dilagando in molti distretti e di respingere i Visigoti che stavano attaccando Narbona. Conseguito il successo in tutte e tre queste operazioni, fece pace nel442 con i Goti ed insediò una colonia di Alani nei pressi di Orléans allo scopo di controllare la valle della Loira. Nonostante la pace, i Vandali continuarono ad infestare, con la loro pirateria, il Mediterraneo centrale ed occidentale. Improvvisamente, il 19 ottobre 439, essi riuscirono ad occupare Cartagine, che doveva diventare la loro principale base navale. Quindi, nel440, devastarono la Sicilia, e Teodosio inviò una flotta contro di loro. Genserico, che non desiderava affatto compromettersi con l' Impero d'Oriente mentre era dedito a saccheggiare quello d'Occidente, con la sua abilissima diplomazia convinse gli Unni del Danubio ad attaccare ad est in modo da costringere Teodosio, minacciato da vicino, a richiamare la sua flotta. L'Impero d'Occidente era in questa situazione: la Gallia era stata riconquistata, ma era disseminata di insediamenti barbari: Franchi al nord, Visigoti nel sud-ovest, Burgundi in Savoia, Alemanni nell'alto Reno, Alani a Valenza ed Orléans, Bretoni nel nord-ovest; l'Africa era completamente perduta e così la Britannia, che era ormai praticamente separata dall'Impero; infine, in Spagna, i Suebi avevano trovato il loro leader in un capo di nome Rechiario che nel 439 occupò Merida, nel 441 Siviglia e che, quindi, conquistò le provincie di Betica (Andalusia) e di Cartagine. Tutto quel che rimaneva a Roma, della Spagna, era la porzione nord-orientale, l'attuale Catalogna. Per completare il quadro, la diocesi d'Illiria era stata ceduta in parte all'Impero d'Oriente e, in parte, occupata dagli Unni.
La battaglia di Chalons o della Piana di Mauriac (451) (3)
Gli Unni, con i quali- intorno al 440 - Genserico cercò di trattare, erano un popolo nomade di origine mongola, ed i loro conflitti con i Romani e con i Germani riproposero ancora una volta lo scontro tra la "gente delle carovane" e gli abitanti delle città. Sebbene, all'inizio, essi fossero riusciti a travolgere tutto ciò che avevano incontrato sul loro cammino, alla fine ebbero la peggio, più per la loro arretratezza che per le armi impiegate dai popoli occidentali. La loro storia rispecchia un pò quella degli lksos: in entrambe tali "avventure" - come più tardi avverrà per quelle degli Arabi, dei Selgiuchidi e dei Mongoli - il fattore principale del successo iniziale fu il cavallo . Chi fossero esattamente gli Unni e da dove venissero non è ancora no-
(3) Questa battaglia è stata chiamata con molteplici nomi. l principali: -dei Campi Catalauni (vds. Barbagallo, "Storia Unversale", Vol. II, parte II, pag. 1667); - dei Campi Catalaunici (vds. UTET ;,Grande Dizionario Enciclopedico", Cronologia); e cosi la Enc. Treccani; - di Chàlons-Marne (vds. Pirenne "Storia d'Europa", pag. 6); -di Campi Catalaunici o di Chàlons-sur-Marne (vds. Volpe, "Il Medio Evo", pag. 34); - del Campus Mauriacus (forse Moirey nel comune di Dierrey-Saint-Julien, ad ovest di Troyes) (vds. Folz ed ahri, "Origine e formazione dell'Europa medioevale" pag. 46). La più esaua appare quella della UTET e della Treccani che cosi spiega l'origine del nome: " l Campi Catalaunici erano cosi chiarnaù dall'antica popolazione celùca dei Catavellauni, i quali diedero nome anche alla capitale della regione, Catalauni, oggi Chiilons-su r· Marne". (N.d.T.)
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to. A metà del '700, M. Deguignes (4), uno scienziato franco-cinese, li identificò per Hiong-nu (o Hsiung-nu) (il significato letterale è: "schiavi comuni") che al tempo del loro predominio avevano abitato la regione compresa tra l' Altai e le montagne del Kuen-lun e del Kingan; per difendersi dalle loro scorrerie, l'imperatore cinese Hwang-te, intorno al 258 a.C., aveva posto mano alla costruzione della Grande Muraglia. Ma tutto ciò ha poca importanza per noi, che in questo capitolo dobbiamo trattare la loro invasione e l'influenza che questa ebbe sulla storia dell'Occidente. Anche imotivi che li spinsero a migrare verso ovest, a sopraffare gli Alani - un altro popolo di ceppo mongolo- ed a provocare l'invasione dei Goti del 376, non sono ben noti. Qualcuno ritiene che ciò sia stato dovuto al periodo di aridità che afflisse le regioni dell'Asia Centrale durante i primi secoli dell'era cristiana e che culminò intorno all'anno 500 (5). Altri pensano che occorre ricercare la causa nell'avvenuta distruzione- da pane di altri razziatori nomadi - dei loro canali irrigatori, tanto che T. Peisker dice: "per imporre tributi ad un'oasi, sarebbe stato loro sufficiente controllare l'adduttore principale; invece i nomadi, ciecamente, tutto saccheggiavano e distruggevano. Una sola scorreria bastava per trasformare in deserto centinaia di oasi. Non soltanto essi cancellarono un indefinito numero di città e di villaggi nell'Asia Centrale, ma inaridirono la stessa steppa, tagliando scriteriatamente alberi ed arbusti per alimentare i loro fuochi (6)". Giudicando dal comportamento delle altre popolazioni nomade conosciute, la seconda ragione sembra la più probabile. Anche il Gibbon la pensa così, e quando cita la violenza dei Mongoli, scrive: " .. . dall'Indo al M. Caspio, essi distrussero gran parte di un territorio già ricco di abitazioni e di attività lavorative, e cinque secoli non furono sufficienti pe riparare quanto da loro compiuto in soli quattro anni" (7). Come vedremo, allorchè gli Unni vennero a contatto con la civiltà latina, non potendo darle niente, "dovevano" attingere da essa, per poter sopravvivere ai suoi margini. Se tale processo di lenta assimilazione fosse durato a lungo, essa sarebbe completamente scomparsa, e l'Impero Romano sarebbe divenuto un secondo Khorasan (8). Come generalmente avviene per i popoli nomadi, agli Unni era quasi sconosciuta una qualsiasi forma di civilizzazione. Per innumerevoli genera-
(4) Nella sua " Histoire Générale des Huns, des Tures, des Mongols et des autres Tartares Occidentaux, avant et depuis Jésus Christ jusqu'à present" (1756-8), 4 volumi, Vds. anche l'appendice 6 all'edizione Bury del "Decline and fall" di Gibbon. (5) Vds. "The Pulse of Asia" di E. Huntington ( 1907), pag. 359. (6) "The Cambridge Medieval History", Vol. l, pag. 327. (7) "The Decline and Fall of the Roman Empire", Vol. Il, pag. IO. (8) Trattasi della regione asiatica- corrispondente all'odierno lran Orientale e all'Afghanistan - della quale gli Unni si pensa avessero preso le mosse (N.d.T.)
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zioni avevano seguito i loro greggi e le loro mandrie- mucche, cavalli, capre e pecore - nelle steppe della Siberia centrale e meridionale; i loro manufatti erano così primitivi da far pensare che fossero incapaci di tessere e, quindi, di produrre indumenti di stoffa. Ammiano Marcellino, che visse e scrisse ai tempi dell'imperatore Valente, ci ha lasciato di loro questa descrizione: "Essi hanno membra tozze e robuste e colli poderosi e sono così mostruosamente orrendi e deformi che uno li potrebbe scambiare per bestie a due zampe o per tronchi rozzamente scolpiti, di quelli che si trovano sui parapetti dei ponti. .. vagando in lungo ed in largo per montagne e foreste , essi imparano sin dall'infanzia a vincere il freddo , la fame e la sete... indossano tuniche di lino o pelli di topo selvatico cucite insieme ... non sono affatto abili nel combattere a piedi, ma sembrano incollati ai loro cavalli, che sono resistenti, è vero, ma brutti. .. non hanno fissa dimora, sono senza casa, senza leggi, senza regole di vita e migrano da luogo a luogo, come dei fuggiaschi, con i carriaggi entro i quali vivono ... sono infidi e sleali, pronti a sfruttare ogni occasione che si presenti loro ed a sacrificare ogni sentimento al perverso istinto del momento. Come bestie irragionevoli, non conoscono la differenza tra il bene ed il male" (9). Come a tutti i veri nomadi, l' agricoltura era sconosciuta agli Unni; così che le tuniche di stoffa, citate da Marcellino, dovevano derivare da qualche baratto. Non esisteva tra loro praticamente alcuna forma di commercio, in quanto il livello di vita così basso faceva sì che ogni gruppo familiare fosse autosufficiente. Con l'esterno, i loro "scambi " consistevano nel barattare cavalli, carne, pelli e schiavi con arrni e prodotti manufatti dei popoli con i quali venivano in contatto. Necessità di sopravvivenza sembra rendesse loro impossibile migrare in orde numerose, se non altro perchè- vivendo unicamente delle loro mandrie e dei loro greggi - avevano bisogno di vasti terreni da pascolo. Probabilmente, come molti altri popoli nomadi , essi erano suddivisi in gruppi patriarcali composti di 50-100 unità e ciascun gruppo si muoveva, su un fronte relativamente ampio, da pascolo a pascolo. La loro società era organizzata sul tipo "comunitario" e, secondo Marcellino, non esisteva un vero re, nonostante ogni gruppo avesse dei capi chiamati "notabili" (10). Tali caratteristiche, così frequentemente citate dagli storici laici ed ecclesiastici, erano sicuramente esagerate sia a causa della rapidità con la quale gli Unni si muovevano, sia per il terrore che la loro rozzezza e le loro sembianze, così diverse da quelle degli Europei , suscitavano. Secondo Jordanes, i Goti credevano che gli Unni fossero progenie di streghe " i cui spi(9) Ammiano Marcellino, XXXI, II , 2- 11. (IO) lbid., XXXI, Il, 7.
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riti irrequieti li seguivano nel loro errare sulla terra, li proteggevano e favorivano il riprodursi di questa razza selvaggia, che abitava nell'incavo dei tronchi, che poco aveva dj umano e che neanche possedeva un linguaggio umano ma soltanto un'apparenza di esso". E aggiunge: "Le loro terribili fattezze inspiravano grande paura in coloro che incontravano in battaglia. I nemici fuggivano per il terrore che suscitava il loro aspetto, con quella specie di massa informe che avevano al posto della testa e con quelle capocchie di spillo al posto degli occhi. La loro natura selvaggia, evidente nel loro aspetto, li fa essere così duri che sono crudeli anche con i loro figli, sin dai primi giorni di vita; infatti ai maschi tagliano le labbra con la spada, in modo che imparino a sopportare le ferite ancor prima di poppare il latte dal seno materno ... Sebbene le loro sembianze siano quelle dell'uomo, la loro crudeltà è quella delle bestie feroci" (11). Due generazioni dopo la loro prima apparizione, sebbene il terrore che essi ispiravano continuasse a paralizzare i Romani, la facilità con la quale riuscivano a levare tributi dalle popolazioni viciniori li portò a sostare nella regione danubiana, ove la loro organizzazione sociale iniziò a mutare rapidamente. Nel 430 circa, essi non erano più una massa amorfa di gruppi familiari, bensì una confederazione guidata da un unico leader, Rua- l'amico e protettore dj Ezio- dotato di sufficiente potere per indurre l'Impero d'Oriente a trattare ed a conceder loro un tributo annuo di 350 libbre d'oro. Quando morì, nel433, Rua ebbe come successori due nipoti, Attila e Bleda. Di quest'ultimo non sappiamo niente, se non che fu assassinato nel 455 dal fratello, di cui Jordanes e Prisco hanno lasciato la seguente vivida descrizione: "Piccolo di statura, aveva gli occhi di ghiaccio, il naso rincagnato e la carnagione scura. La sua testa era grande, la barba rada ed i capelli precocemente imbiancati. Avido, vanitoso, superstizioso, eccessivamente arrogante, crudele, i suoi costumi di vita erano semplicissimi". Come ci dice Prisco, mentre ... " gli ospiti bevevano in coppe d'oro e d'argento, Attila ne aveva una di legno; le sue vesti ... si distinguevano da quelle degli altri barbari soltanto perchè erano dj unico colore e prive di ornamenti; la sua spada, i ·lacci dei suoi calzari, le redini del suo cavallo non erano, come quelli degli altri Sciti , decorati con placche d'oro o con pietre preziose" (12). li suo potere sulla confederazione era assoluto e nonostante il popolo accogliesse il suo apparire con manifestazioni di giubilo, il rispetto che gli portava era basato unicamente sulla paura. (Il ) Jordanes, "The Oothic History", trad. C.C Mierow (1915), XXIV, pagg. 85-87. Jordanes scrisse la sua storia circa 100 anni dopo gli eventi descritti in questo capitolo e la maggior parte delle sue affermazioni hanno il sapore di racconti epici. (12) " Racconto fano da Prisco circa l'ambasceria inviata ad Attila da Teodosio il Giovane, imperatore d'Oriente", tratto da "The History of Civilization" di F. Guizot (1856), Vol. Il, pag. 430. Vds. anche Bury: "History of the Later Roman Empire" (1923), Vol. l, pagg. 279-288.
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"Egli capì meglio di ogni suo predecessore - scrive il Thompson che con l'unione di tutte le tribù sotto un unico e assoluto capo, gli Unni potevano costituire un irrìpetibile strumento per lo sfruttamento dei popoli dell'Europa centrale ... invece di fidare sui capi tribali senza vero potere e divisi tra loro, egli basò il proprio potere sui vassalii ... che erano personalmente legati a lui da vincoli inviolabili, senza dover tener conto degli interessi delle singole tribù " (13). Allorchè, nel 499, Teodosio inviò ad Attila la famosa ambasceria guidata da Prisco, gli Unni non erano più un popolo essenzialmente nomade ed erano divenuti "una comunità di parassiti predatori ... anzichè pascolare il bestiame, essi avevano imparato il ben più profittevole affare di pascolare uomini. Tra di loro era comparsa una qual sorta di stratificazione sociale, anche se non poteva chiamarsi differenza di classe. La loro società poteva reggersi sinchè Attila fosse stato in grado di fornire alle masse generi di prima necessità ed un qualche benessere ... " ( 14). Prisco ci descrive questi cambiamenti, informandoci che Attila non usava più vivere in tenda o in un carro, bensì in una capanna di considerevole ampiezza, contornata da una palizzata. In essa egli ricevette l'ambasciatore romano Massimino, dandogli il benvenuto con l'appellativo di "bestia svergognata" . Ne seguì una gran festa, descritta nei particolari. Prisco ci dice inoltre che Attila sposò la figlia Esca- "la legge degli Unni lo consente" - e che quando l'ambasceria cercò alloggio in un villaggio, "una delle mogli di Bleda ci mandò cibarie e belle donne. Questi, presso gli Sciti, sono riguardi usati verso gli ospiti da onorare". Le usanze degli Unni non erano molto diverse da quelle che si possono ancora notare in certe regioni deli' Asia Centrale. Come soldato, Attila non fu altro che un predone. Hodgkin dice di lui: "Egli fece guerra alla civiltà ed all'umanità, ma non alla religione, perchè non ne capiva l'essenza e, quindi , non poteva odiarla" (15). Era privo di ingegno di tipo costruttivo, nonostante Prisco ci dica che si credeva destinato a dominare l'intero mondo. Anche l'estensione dei suoi domini è quasi sconosciuta. II centro dei territori su cui le genti praticavano pascoli sembra sia stato tra l'odierna Ungheria e la Transilvania; per il resto, spaziava dalla Gallia verso Oriente, senza ben delimitati confini. Sebbene il modo di vivere del nomade fosse estremamente primitivo - come sottolinea Ellis H. Minns - esso, dal punto di vista militare, gli dava certi vantaggi rispetto agli abitanti dei villaggi o delle città. "La sua vita è faticosa e piena di pericoli- scrive Minns- ma egli non ba bisogno di quegli attrezzi che legano il contadino alla terra. È abituato ai cambiamenti di scenario, agli spazi selvaggi e possiede il senso della libertà. I suoi (13) "A History of Attila and the Huns", di E.A. Thompson (1948), pagg. 208-209. (14) Thompson, op.cit., pag. 177. (15) " l1aly and Her lnvaders" di Thomas Hodgkin (1880), Vol. Il, pag. 130.
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capi sono abili a risolvere i problemi di movimentazione e di governo di grandi masse di uomini. L'intero popolo è un esercito permanente, facile da equipaggiare, autosufficiente, capace di attaccare con rapidità il nemico e di effettuare scorrerie a grande distanza. Nella steppa, il nomade è sempre sul piede di guerra, pronto ad estendere i suoi pascoli a spese di qualche altra tribù, o a difendere i propri ... ma sia per l'attacco che per la difesa, egli ha bisogno di essere ben comandato; ed i capi debbono godere di poteri assoluti" (16). Le conquiste degli Unni non erano dovute alla loro superiorità numerica, bensì alla grande mobilità di piccole bande a cavallo che potevano rapidamente concentrarsi in un determinato punto ed altrettanto rapidamente disperdersi o riadunarsi altrove. Sebbene, quando apparvero le prime volte, i loro "ponies" non potessero competere con i cavalli dei Romani, essi subito si diedero a razziare questi ultimi e lo svantaggio scomparve rapidamente. Quand'erano sul sentiero di guerra, le bande di cavalieri unni muovevano su ampia fronte, seguite dalle famiglie e dai carriaggi - vere e proprie fortezze viaggianti - che potevano trasformarsi rapidamente in baluardi difensivi. Sebbene le bande fossero estremamente mobili, le lunghe teorie di carriaggi muovevano lentamente, specialmente sui terreni collinosi e montagnosi dell'Europa occidentale. Ciò determinava il fatto che, molto spesso, l'orda combattente, l'insieme delle bande, separata dalla sua "base logistica", doveva regolare il proprio movimento sulle esigenze di vettovagliamento, dividendosi in gruppi per reperire il foraggio e rinunciando, di norma, a campagne invernali. Questa è la ragione per cui l'imperatore Leone il Saggio ordinò che Sciti ed Unni fossero attaccati durante i mesi di febbraio e di marzo, quando i loro cavalli erano indeboliti dalle privazioni dell'inverno. Per superare le difficoltà alimentari, gli Unni, come i Mangoli nel XII e nel XIII secolo, vivevano dei loro cavalli . Marco Polo ci informa che nell'esercito di Gengis Khan ogni Mongolo doveva avere con sè 18 cavalli e giumente, così da poter usare il latte di quest'ultime e la carne dei primi per bere e per mangiare (17). I loro destrieri, dunque, servivano per cavalcatura, per la rimonta e quale "carne in piedi" (18). Ciò può essere paragonato a quanto scrive (16) "The Art of the Nonhern Nomads", di E. H. Minns, 1942, pagg. 51-52. (17) Vds. "The Book of Ser Marco Polo", trad. del colonnello sir Henry Yule (3" ed., 1903), Vol. I, pag. 254. (18) "Il cibo principale sono i prodotti del latte e non il Latte fresco, che viene datO solo ai bambini e ai malati. Un cibo turco-tartaro caratteristico è lo yogurt, ricavato con lievito dal latte cagliato. I mongoli mangiano anche burro - più ~ rancido e più è gradito al loro palato - sporco e trasportato, senza alcun involto, nelle tasche bisunte delle loro casacche. Dal latte di giumenta, che non ha panna, ottengono per fermentazione il "kumiz" (in kirghiso) o "tshegan" (in mongolo), una bevanda assai nutriente e gradevole e un alimento completo" (The Cambridge Medieval History", Vol. I, pag. 339).
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T.E. Lawrence circa le operazioni in Arabia: "Le nostre carte migliori erano velocità e tempo, non potenza. Ci ha dato più vantaggio l'invenzione della scatoletta di carne che non quella della polvere da sparo, ma ci ha dato capacità strategica, più che tattica... "(19). Sulla base dell'autosufficienza, essi svilupparono una strategia basata su mosse fulminee: le operazioni prendevano forma di avanzate e ritirate della rapidità del vento. Intere regioni erano distrutte ed intere popolazioni annientate, non soltanto allo scopo di imporre la legge del terrore e reprimere ogni resistenza, ma anche per lasciarsi libera da ogni minaccia la via della ritirata. La tattica adottata può essere definita di "ferocia e autorità": i suoi elementi erano la violenza, la sorpresa, l'inafferrabilità, l'astuzia e la mobilità piuttosto che la pianificazione, il metodo, l'addestramento e la disciplina. Un proverbio Unno e Turcomanno dice: "Prova due volte e poi provaci la terza"; e, come sottolinea Amedeo Thierry: "I nomadi, a differenza di quanto pensiamo noi, non considerano un disonore il fuggire. Dando più importanza al bottino che non alla gloria, essi combattono soltanto quando son sicuri del successo. Allorchè trovano un nemico in forze, lo eludono, per tornare quando si presenti un'occasione più propizia". La loro arma principale era l'arco, quasi sempre fatto di corno, non essendo facile trovare legno adatto nella steppa; il suo maggior pregio era la silenziosità della freccia, che portava un osso acuminato sulla punta. Nel corpo a corpo, essi fidavano nella spada, "senza molto riguardo per le loro vite; e mentre il nemico cerca dj difendersi dai colpi, essi, scagliando strisce di stoffa amò di laccio, avviluppano le sue membra così da impedirne i movimenti" (20). Il debole della loro tattica risiedeva nel fatto che essi, spesso, non potevano sostare a lungo in un luogo, perchè il foraggio si esaurisce rapidamente. Questo problema e la loro impotenza ad assalire fortezze e città fortificate rendeva di breve durata l'occupazione di una determinata area. In sintesi, la tecnica di combattimento degli Unni, che tanti successi aveva ottenuto nelle steppe asiatiche, doveva alla fine fallire nella più civilizzata e topograficamente difficile Europa. Nel 395 si ebbe la prima grande invasione degli Unni. Essi superarono il Danubio ghiacciato e le loro orde devastarono la Dalmazia e la Tracia: ma il loro sforzo principale era prodotto molto più ad est. Attraverso il Caucaso, essi passarono in Armenia, devastarono la Cappadocia e parte della Siria e della Cilicia ed assediarono Antiochia e molte altre città lungo i fiumi Halys, Cindo, Oronte ed Eufrate. Il terrore provocato da tale scorreria "a largo raggio" è reso vividamente da S. Gerolamo. (19) T .E. Lawrence: "l sette pilama della saggezza" (1935), pag. 196. (20) Ammiano Marcellino, XXXI, II, 9. Vds. anche "Ecclesiastica) History" di Sozomeno, trad. di E. Walford (1855), VII, 26, 8.
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"Improvvisamente- egli scrive- messaggeri corrono qua e là e l'intero Oriente trema, perchè orde di Unni hanno rotto le frontiere dal lontano lago Maeotis (Mar d'Azov) attraverso il Tanais (Don) ghiacciato ... " (21). La successiva invasione di una qualche importanza avvenne nel 441, subito dopo che Genserico aveva trattato con Attila. Ancora una volta gli Unni superarono il Danubio e distrussero Viminacium (Kostolacz) (22), Margus, alla foce della Morava, Singidunum (Belgrado), Sirmio (Mitrovitz) e molti altri luoghi. Questa fulminea campagna costrinse Teodosio a richiamare la flotta dalla Sicilia e ad abbandonare il suo piano di attaccare Genserico. Nel 442 fu stipulata una tregua, ma avendo Teodosio rifiutato di consegnare ad Attila tutti coloro che con la fuga si erano sottratti al dominio unno, rifugiandosi in territorio romano, il conflitto riprese l'anno successivo. Occupando Raziaria (Auyar Palanka), capitale della Dacia Ripensis, Attila rese sicure le proprie retrovie, indi risallla valle della Mora va e distrusse Naissus. Passò poi sul fiume Nischava e rase al suolo Sardica (Sofia) e Filippopoli. Evitate Adrianopoli ed Eraclea- troppo forti per lui - nei pressi di Costantinopoli battè l'esercito di Teodosio agli ordini di Aspar, un Alano, in una serie di battaglie, e lo sconfisse definitivamente sulle rive dei Dardanelli. Teodosio chiese la pace ed Attila la concesse; i termini consistevano nel riavere tutti i fuggitivi, aver saldati gli arretrati dei tributi -calcolati in 6.000 libbre d'oro - e veder fissato il nuovo tributo annuo in 2.100 libbre, sempre d'oro. Era l'agosto del 443. Nel 447 Attila invase ancora l'Impero d'Oriente, non sappiamo con quale pretesto. Mentre egli dilagava, una serie di terribili terremoti fece crollare le mura di moltre città greche e quelle di Costantinopoli furono così danneggiate che sembrava non vi fosse più protezione alcuna. P er difendere la città, l'esercito di Teodosio si portò al fiume Utus (Vid) ed inflisse tali perdite agli Unni che Attila, dopo aver devastato la regione sino alle Termopili, pensò bene di ritirarsi. Con le retrovie sicure da tali incursioni, egli aveva alla sue mercè l'Italia e la Gallia, ma Genserico, che guardava aH' Italia come ad una sua riserva privata, nella primavera del 450 fece notare ad Attila quali e quanti profitti egli avrebbe potuto avere attaccando la terra dei Visigoti. Tale consiglio sembra abbia avuto il suo effetto. Sapendo che i Visigoti erano i tradizionali nemici dei Romani, Attila decise di marciare contro di loro in veste di alleato di Valentiniano, in modo da neutralizzare l'opposizione romana. Inoltre, Teodorico e Genserico erano in disaccordo tra loro perchè Unnerico, figlio di Genserico, aveva da (21) Da: "A History of Attila and the Huns", pag. 27. (22) Recentemente sono state ritrovate 100.000 monete negli scavi fatti sul luogo ove sor-
geva la città, sepolte al tempo di questa incursione (ibid., pag. 80).
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poco ripudiato la moglie, figlia di Teodorico, e l'aveva rimandata a suo padre dopo averle tagliato il naso e le orecchie. Così, con i Romani neutrali e Genserico a lui ostile, Teodorico si trovava isolato. Nel frattempo, il 26 luglio 450, Teodosio fu disarcionato dal suo cavallo e morì due giorni dopo; gli successe Marciano (450-457) che aveva sposato la sorella di Teodosio, Pulcheria, ed uno dei primi atti del nuovo imperatore fu quello di dichiarare che non avrebbe più pagato tributi agli Unni. Infuriato, Attila inviò due ambascerie, la prima a Costantinopoli per reclamare il pagamento pattuito e l'altra a Ravenna, per presentare una richiesta relativa ad un fatto accaduto sedici anni prima. Nel 434, Onoria, sorella di Valeminiano, aveva 17 anni ed essendo stata sedotta da un ciambellano era stata bandita a Costantinopoli da sua madre Placidia. Sconvolta, essa aveva mandato un proprio anello ad Attila chiedendogli di sposarla. Tornato adesso a Ravenna, Attila, con la seconda delle ambascerie su menzionate, non soltanto la reclamava in moglie, ma chiedeva che ella portasse in dote la metà dell'impero d'Occidente. Subito dopo che tale richiesta era stata nettamente rifiutata, un altro fatto inasprì i rapporti tra Attila e Valentiniano. Il re dei Franchi Ripuarii era morto e tra i suoi due figli era nata una feroce disputa per la successione; il più vecchio cercava aiuto da Attila, il più giovane presso Ezio. Quando quest' ultimo fu ricevuto da Ezio con tutti gli onori ed adottato come figlio, fu chiaro ad Attila di non poter più contare sulla vecchia amicizia del generale romano per mantenere Roma neutrale mentre egli si accingeva ad attaccare la Gallia. Così, prima di poter trattare con Marciano, doveva saldare i conti con l'Occidente, ove aveva molti fautori tra le Bagaude, ancora in rivolta, ove i Visigoti erano ancora in contrasto con i Romani e con i Vandali ed ove i Franchi Ripuarii erano prossimi alla guerra civile. Ad Attila, Ravenna sembrava impotente; ma, come spesso accade, l' imponderabile lo attendeva. Ancora una volta un uomo era destinato a mutare il corso di ciò che sembrava inevitabile; quest' uomo era Ezio, chiamato " l' ultimo dei Romani " . Di lui, Frigerido ha lasciato la seguente breve descrizione: " Di media statura, era di bell'aspetto e ben costrutto, né troppo esile né troppo robusto; vivace nell'ingegno e agile nelle membra, provetto cavaliere ed abile arciere, era imbattibile nell'uso della lancia. Soldato nato, sapeva dedicarsi alle attività pacifiche, gustando i doni dell'intelletto, senza avarizia, senza deflettere dal suo scopo, senza cedere alle tentazioni. Paziente con chi sbagliava, amava il lavoro. Indomito nel pericolo, non era secondo a nessuno nel sopportare la fame e la sete. Sin dall'infanzia sembrava prepararsi al grande potere cui il destino lo avrebbe chiamato" (23). AH' inizio del 451 , allorcbè il conflitto tra Attila ed Ezio divenne (23) " The His10ry of the Franks", d i Gregorio di T ours, trad. O. M . Dalton (1927), Vo l. Il, pagg. 48-49.
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inevitabile, una domanda assillava quest'ultimo: i regni e le tribù dei Galli avrebbero saputo mettere da parte le diatribe interne ed unirsi contro l'invasore? E, soprattutto, avrebbe voluto Teodorico - il più potente dei re -allearsi con lui, suo vecchio e perenne nemico? Attila certo cercò di scongiurare tale alleanza e, uomo sottile "che combatteva con la testa prima che con la spada" (24), mandò ambascerie a Valentiniano ed a Teodorico. Assicurò il primo che la sua invasione altro non era che la continuazione della campagna che insieme avevano intrapreso contro i Visigoti, al secondo sottolineò il pericolo di un'alleanza con Roma. Valentiniano ben capì il disegno di Attila e mandò ambasciatori a Teodorico per metterlo in guardia. Essi, tra l'altro, gli dissero: "Con le vostre armi potenti, allontanate da voi il pericolo ed unitevi a noi. Portate aiuto all' Impero, di cui avete una parte. Se volete sapere quanto la vostra alleanza sia desiderata e voluta da noi, guardate laggiù nella pianura, ove sono i nemici" (25). Mentre Teodorico esitava, Attila attaccò e all'inizio del 451 lasciò il Reno diretto ad ovest. Il suo esercito era stimato in 500.000 uomini, numero certo esagerato dalla paura. Trattavasi di una forza composita: insieme agli Unni c'erano Ostrogoti e Gepidi, il nerbo dell'armata; e poi Sciri del Baltico, Rugi di Pomerania, Franchi del Neckar, Turingi di Baviera e Burgundi delle regioni ad est del Reno. L'obiettivo iniziale era probabilmente il territorio dei Franchi Ripuarii e quindi Orleans che - disclocata al vertice della grande ansa della Loira- rappresentava un'ottima base per passare in Aquitania (26). L'esercito dilagò attraverso la Gallia Belgica in tre colonne avanzanti su ampio fronte, con la destra diretta su Nemetacum (Arras), la sinistra che, risalendo la Mosella, puntava su Mettis (Metz) ed il centro su Parisiorum (Parigi) ed Aureliani (Orléans). La devastazione fu terribile: fuoco, fumo, assassinii e saccheggi ovunque. Reims, Metz, Cambrai, Treviri, Arras, Tongres, Tournai, Tourenne, Cologne, Amiens, Beauvais, Worms, Magonza e Strasburgo furono messe a sacco e date alle fiamme. Parigi, allora una piccola città costruita su un'isola nella Senna, fu salvata - così si racconta - da una giovinetta del vicino villaggio di Nanterre, Genoveffa, meglio conosciuta ai posteri come Santa Geneviève. Allorchè gli abitanti, in preda al panico, stavano per fuggire, ella li invitò ad avere fede in Dio e con la sua semplice preghiera li convinse a difendere le mura della città. Nel frattempo, gli ambasciatori di Valentiniano non erano riusciti a vincere la diffidenza di Teodorico ed il principale problema restava insolu(24) J ordanes, XXXVI , pag. 103 (25) lbid., XXXVI, pag. 104. (26) Vds. fig. 25.
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to: si sarebbe potuta realizzare una coalizione di tutte le tribù? Come al so-
lito, non c'erano truppe .jn riserva in Italia, colpita l'anno precedente da una terribile carestia. Per 25 anni Ezio aveva fidato sugli Unni per tenere a numero i ranghi delle sue unità; ma adesso essi erano nemici, ed i vuoti nell'esercito enormi. Allora, corse in Gallia e reclutò quanti più "federati" potè trovare; tastò il polso agli Alani di Valenza circa le loro intenzioni di aprir le porte della città ad Attila; andò presso gli Averni (Clermont, in Avernia) ed inviò alla corte dei Goti a Tolosa (Toulouse) un senatore romano chiamato Avito (il futuro imperatore d'Occidente, 454-456) che riuscì a convincere Teodorico. Nel frattempo le orde Unne dilagavano verso Orléans, ove Sangibano, re degli Alani - insediato da Ezio nel442 - aveva promesso di consegnare la città ad Attila. Non appena tale notizia pervenne ad Ezio ed a Teodorico, essi mossero in tutta fretta per occupar la città prima che cadesse in mano di Attila, ma gli Unni li precedettero e l'assediarono. Orléans fu salvata, secondo quanto racconta Gregorio di Tours, per intercessione del vescovo Aniano (S . Aniano) (27). Nella "Vita di Aniano", narrata da A. Thierry, il racconto è il seguente: "egli si recò da Ezio e lo informò che la città non poteva essere tenuta oltre ill4 giugno. All'inizio di maggio, Attila apparve e per cinque settimane attaccò le mura con gli arieti e riversò un incessante lancio di frecce all'interno. Man mano che le mura cadevano, il vescovo le ricostruiva portanto in processione certe reliquie lungo i bastioni. Verso la metà di giugno tutto sembrava perduto quando una mattina un soldato, salendo sulla più alta torre di guardia e guardando nella pianura, vide una nube di polvere: erano Ezio e Teodorico che arrivavano. Quando il polverone si fece più vicino, al di sopra di esso si videro scintillare le aquile delle legioni ed i ricamati stendardi dei Goti. Gli eserciti si scontrarono in un furioso combattimento nei sobborghi della città. Respinti di strada in strada, bersagliati dalle pietre che gli abitanti lanciavano dai tetti delle case, gli Unni non capivano cosa stesse loro succedendo, quando Attila fece suonare la ritirata. Il patrizio Ezio aveva mantenuto la sua parola: era il 14 giugno. Così andò quel famoso giorno nel quale l'Occidente salvò la sua civiltà dalla distruzione totale" (28). Comunque siano andate le cose, è evidente che Attila subì una clamorosa sconfitta; infatti, invece di riprendere l'attacco, egli e la sua orda cercarono scampo nella notte, evitarono Sens e si inoltrarono nella valle della Senna e dell' Aube, ove il terreno si faceva aperto e veniva chiamato "campania" (champagne). Sul primo dei due fiumi - nei pressi, o proprio a Mery-sur-Seine (27) Gregorio di Tours, Il, 5 (6), Vol. Il, pag. 46. (28) "Histoire d'Attila" di A. Thierry (1856), Vol. l, pag. 178.
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LE BATIACUE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
egli schierò la retroguardia, un'orda di Gepidi, mentre ritirò il grosso delle forze un pò ad est della cittadina, "ai Campi Catalauni, detti anche Mauriaci" (29). Ezio lanciò un'attacco notturno contr·O la retroguardia dei barbari e la distrusse, causando al nemico - secondo Jordanes (30)- perdite pari a 15.000 uomini tra morti e feriti; anche se il numero fosse esagerato, indica comunque quanto cruento fosse stato il combattimento. Probabilmente il giorno successivo, 20 giugno (31 ), si venne a battaglia. Sempre secondo Jordanes, Attila non era affatto fiducioso nella vittoria, tanto che - per poter continuare la ritirata col favor delle tenebre non uscì dalla barriera difensiva formata dai carriaggi sino al primo pomeriggio, allorchè schierò la sua orda assumendo egli stesso il comando del centro, con le sue truppe più valorose, e ponendo gli Ostrogoti di Valamiro all'ala sinistra e i Gepidi di Ardarico, con gli altri alleati, a quella destra (32). Sembra che il suo "concetto d'azione" prevedesse di caricare il centro dell'avversario costringendolo a retrocedere in disordine e, quindi, ritirarsi nel suo campo ad attendere il calar della notte. A sua volta Ezio, che forse aveva intuito il piano dell'avversario, era deciso a portare un attacco avvolgente per le ali in maniera da impedire ad Attila di retrocedere verso il proprio campo. Infatti, pose al centro le .sue truppe meno affidabili, gli Alani di Sangibano, con i Visigoti di Teodorico a destra, di fronte agli Ostrogoti; egli, con i Romani, si schierò sulla sinistra. Allorchè gli eserciti stavano per completare il loro dispositivo, si accese una schermaglia per guadagnare una collinetta, durante la quale Torrismondo, figlio di Teodorico, fece retrocedere in disordine le prime file degli Unni. Sconcertato, Attila - secondo Jordanes - arringò le sue truppe. Additando gli Alani, disse: "Cercate rapidamente la vittoria in quel punto ... perchè, quando i tendini vengono tagliati, le membra si afnosciano, né un corpo può stare dritto se gli rompete le ossa ... il Fato darà la pace a coloro che morranno" (33). E i cuori dei soldati si esaltarono alle parole e "tutti si gettarono nella battaglia!". Dice ancora Jordanes: "Fianco a fianco essi si scagliarono nella pu(29) Jordanes, XXXVI, pag. 105. Qui l'A. riconosce che i nomi dati alla battaglia dalle diverse fonti sono molteplici, ma preferisce il nome di "Battaglia di Chalons", ritenendo tale nome comprensivo degli altri (N.d.T.). (30) Jordanes, XLI, pag. 112. (31) Questa data è solo un'ipotesi. (Vds. Bury, Vol. l, pagg. 292-293). Vista la distanza tra Troyes e Orléans (poco più di 100 miglia) se la ritirata di Auila fu rapida è possibile che la battaglia sia stata combauu1a quel giorno. Hodgkin parla dei primi di giugno (Vol. Il, pag. 139) e Clinton del 27 seuembre (Fasti Romani, Vol. l, pag. 642). (32) Secondo altre fomi, i Gepidi erano all'ala sinistra con gli Ostrogoti (vds. Enciclopedia llaliana Treccani) (N.d.T.). (33) Jordanes, XXXIX, pag. 108.
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gna, ed il combattimento divenne feroce, confuso, mostruoso, senza pause, quale mai si era visto nei tempi antichi. Si compirono tali gesta che chi avesse perduto un simile meraviglioso spettacolo non avrebbe potuto sperare di vederne un altro uguale nella sua vita". Lungo un ruscello si verificò un terribile corpo a corpo: "Quivi re Teodorico, mentre cavalcava incoraggiando gli armati, fu disarcionato; calpestato dai suoi stessi uomini, finì così i suoi giorni ... Quindi i Visigoti piombarono sull'orda degli Unni e per poco non raggiunsero Attila il quale, prudentemente, seguito dai suoi fedelissimi, si rifugiò nel campo, all'interno della linea difensiva formata dai carri" (34). "Calò la notte, e la confusione era generale; Torrismondo, perduto l'orientamento, credendo di ricongiungersi con i propri uomini, giunse sino all'accampamento nemico, mentre Ezio, anch'egli separato dai suoi, vagava nel bel mezzo degli avversari. Temendo che fosse accaduto un disastro, andò in cerca dei Goti, ne raggiunse il campo e passò il resto della notte sotto la loro protezione'' (35). "All'alba del giorno successivo, quando i Romani videro il campo di battaglia coperto di cadaveri e si accorsero che gli Unni non si mostravano, capirono di avere in pugno la vittoria; ma Attila non si sarebbe ritirato se non fosse stato sconfitto definitivamente. Infatti egli non si comportò da codardo o come uno che si senta battuto, ma, con gran clamore, fece suonare le trombe per minacciare un contrattacco . Era come un leone attorniato dalle !ance dei cacciatori, che va in su ed in giù.e non smette di seminare il terrore con i suoi ruggiti. l Goti ed i Romani si consultarono allora sul da farsi e decisero di prenderlo assediandolo nel suo campo, privato di ogni rifornimento e bersagliato dalle frecce lanciate in continuazione dagli arcieri dislocati nel campo romano" (36). Nonostante i suoi ruggiti, la situazione di Attila era disperata; e lui lo sapeva, tanto che nella storia semi-leggendaria di Jordanes è scritto che fece innalzare, con le selle dei cavalli, una pira funeraria, alla quale fece dar fuoco deciso a gettarvisi nel momento in cui i nemici fossero entrati nel suo campo. Può sembrare curioso, ma la situazione di Ezio non era molto migliore. Poco prima del sorgere del sole, fu trovato il corpo di Teodorico e Torrismondo fu proclamato re dei Goti (37). Evidentemente fu solo a quel (34) Jordanes, XL, pag. 109. (35) Ibid., XL, pag. IlO. (36) Jbid., XL, pag. 110 . . (37) Nel 1842, vicino al villaggio di Pouan, sulla riva meridionale del F. Aube, a circa IO miglia da Méry-sur-Seine, fu scoperta la tomba di un guerriero gotico e dagli ornamenti trovativi M.P. Delacoun ritenne che fosse quella di Teodorico. Vds. "Ita1y and Her Invaders" di Thomas Hodgk in, Vol. Il, pagg. 155-159.
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punto che Ezio deve aver pensato che - avendo "messo alle corde" Attila - sarebbe stato meglio !asciarlo fuggire; egli riteneva che, una volta annientati Attila e la sua orda, i Visigoti avrebbero preso il suo posto quali nemici di Roma. Questa è l'opinione di Jordanes, che dice: " Ma Ezio temeva che, se gli Unni fossero stati sterminati dai Goti, l'Impero Romano si sarebbe trovato alla loro mercè e cosl consigliò a T orrismondo di tornare nei suoi territori e di assumere il ruolo lasciatoglt dal padre. Altrimenti suo fratello avrebbe potuto usurpare il trono ed il potere supremo sui Visigoti (38). Inoltre, la situazione a Ravenna era tale che Ezio poteva sentirsi sicuro soltanto sincbè fosse stato indispensabile e per rimanere tale occorreva che Attila non fosse completamente sconfitto" (39). Così, Torrismondo lasciò il campo ed Attila, accortosene, approntò i suoi carriaggi e si ritirò al di là del Reno. Quali perdite avesse sofferto non è noto . Jordanes riferisce di 165.000 morti dalle due parti, senza includervi i 15.000 morti o feriti della notte precedente. ldazio parla di 300.000 morti, ma tutti questi dati sembrano opera di fantasia. Non appena Attila fu rientrato "in sede", reclamò ancora una volta Onoria in sposa e, nella primavera del452, mosse all'invasione dell' Italia. Superò le Alpi Giulie, i cui presidii erano stati ritirati, discese su Aquileia e - dopo un lungo e disperato assedio - occupò la città e la rese al suolo tanto radicalmente che un secolo dopo era difficile riconoscerne le rovine. Quindi marciò su Venezia e distrusse Giulia Concordia, Altino e Padova. Al suo avvicinarsi, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Milano e Pavia, prese dal terrore, gli aprirono le porte e, se non furono distrutte, è pur vero che i loro abitanti furono massacrati o trascinati in cattività. Alla fine egli si fermò al Mincio. Ezio era stato così sorpreso da questa audace campagna che, terrorizzato, il suo primo disegno fu quello di abbandonare l'Italia con Valentiniano. Quindi, ripreso il controllo dei propri nervi, decise di chieder la pace ad Attila. Così fu inviata al Mincio un'ambasceria comprendente il papa Leone, Trigezio, un ex prefetto e Gerrnadio Avieno, console per il450; secondo la leggenda ecclesiastica, il terribile re dei re "si ammansì dinanzi al disarmato successore di Pietro ... l'ombra di Roma era dietro di lui ... ed egli fu costretto a chiedersi "se io la conquisterò come Alarico, morirò come lui?" (40). (38) Jordanes, XLI, pag. 111. (39) L'intera vicenda della fuga di Attila è così strana da lasciar supporre che Ezio, nella noue tra il20ed il21 giugno, non si sia affauo smarrito, ma che invece abbia avuto un abboccamento segreto con il re degli Un ni proprio per accordarsi in merito alla sua fuga. Aluimenti non si spiegherebbe come mai Attila non auaccò Ezio una volla che Torrismondo ebbe lasciato il campo di battaglia, o perchè, Ezio, a sua volla, non insegui Attila e non lo tagliò fuori dai suoi foraggiatori. (40) "ltaly and Her Invaders", di T. Hodgkin, Vol. Il, pagg. 174- 179. L'intera storia è estremamente teatrale. Al riguardo, vds. 'History of Latin Chrisùanity" di Milman, Vol. l, pagg. 200-203; "History of the Later Rom an Empire", Vol. l, pagg. 295-296 e "The Decline and Fall of the Roman Empire", Vol. lll, pagg. 500-501.
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Ma, come sottolinea il Bury, " non è ragionevole supporre che questo re pagano si facesse commuovere dalle preghiere di persuasione della Chiesa" (41). Le vere ragioni, probabilmente, sono quelle riportate dal Thompson (42): che l'Italia era ancora sconvolta dalla carestia dell'anno precedente, il che significava anche pestilenza, e che non appena Attila era rientrato in Italia, Marciano non aveva perduto l'occasione per far risalire il Danubio ad un suo esercito agli ordini di un generale, anch'esso di nome Ezio. Questi ebbe successo e battè gli Unni lasciati da Attila a protezione delle sue sedi stanziali. Fu questo audace contrattacco che probabilmente - assieme alla mancanza di vettovaglie e alla paura della pestilenza convinse Attila a fermarsi. Le sua perdite a Chalons erano state così gravi che non si poteva permettere di subirne altre. L'anno successivo prese un'altra moglie, una giovane di nome Ildico (Hilda); alla festa di nozze !bevve abbondantemente e quindi si ritirò con la sposa. Durante la notte ebbe un'emorragia e morì soffocato dal proprio sangue. Morto Attila, il suo impero si frantumò. Subito dopo averlo segretamente cremato, la sua "tribù" di figli si divise il regno e quindi scoppiarono dispute e poi lotte imestine. Gli Ostrogoti , confinati da lui nella valle del Theiss (Tisza) si ribellarono. Ne seguì una generale sollevazione delle tribù germaniche che, trovato un capo in Ardarico, re dei Gepidi, nel 454, in Pannonia, sconfissero tanto disastrosamente gli Unni che essi scomparvero nell'arco di due o tre generazioni . Le conseguenze di tali avvenimenti - la morte di Attila e la dissoluzione del suo impero - furono veramente strane. Valentiniano e l'imperatrice Eudossia - figlia di Teodosio II -avevano avuto soltanto due figlie ed Ezio, per assicurare la successione alla sua famiglia, nel454 aveva chiesto la mano di una di esse per suo figlio . In uno scatto d'ira, Valeminiano pugnalò a morte Ezio, e l'anno seguente egli stesso fu assassinato; gli suc(!esse Petronio Massimo, che costrinse Eudossia a sposa rio. Ella, per vendicarsi, invocò l'aiuto di Genserico. Nel giugno del 455 questi risali il Tevere, si incontrò con Eudossia, la spogliò delle vesti e dei gioielli e per quattordici giorni saccheggiò Roma; la vita degli abitanti fu risparmiata per intercessione del papa Leone. Massimo fu assassinato e, quando Genserico si ritirò, il potere passò nelle mani di Ricimero, il barbaro comandante dell'esercito, nipote del visigoto Vallia. In rapida successione gli imperatori si succedettero sul trono sino al 475 allorchè Oreste, un romano che era stato segretario di Attila, (41) "Later Roman Empire". Vol. I, pag. 295. (42) "A HislOry of Auila and the Huns", pagg. 147- 148.
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LE BAITAOLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
ottenuto il favore dei mercenari barbari, vide proclamare imperatore a Ravenna suo figlio Romolo, detto Augustolo, e marciò su Roma. Ma si era appena mosso, quando le truppe chiesero come compenso un terzo dell' Italia e, avutone un rifiuto, il 23 agosto 476 innalzarono sugli scudi il loro capo, Odoacre - che sembra fosse figlio di uno dei luogotenenti di Attila, l'unno Edeco (43) -e lo proclamarono re d' Italia. Da quel momento sino al giorno di Natale dell'anno 800, quando il papa Leone III incoronò Carlo Magno in S. Pietro ed iniziò quello che fu il Sacro Romano Impero, non ci furono più imperatori in Occidente. Un Romolo aveva aperto il grande ciclo nel leggendario anno 753 a.C. e 1229 anni dopo, il suo effimero omonimo lo chiudeva. D'ora innanzi, per lunghi secoli, l'ombra della leggenda si stenderà sull'occidente. Dagli eventi ora descritti è possibile dedurre che la vittoria di Ezio e di Teodorico a Chalons in nessun modo poteva salvare l'Impero d'Occidente dalla sua imminente fine. Ed è anche chiaro che, se pur essi fossero stati sconfitti, l'impero di Attila si sarebbe dissolto con la sua morte; esso non aveva una base politica, era stato costruito unicamente sul terrore e non esprimeva alcuna forma costruttiva. Nonostante ciò, se si considera la battaglia in se stessa, e non il risultato, la sua importanza risulta evidente. Essa non fu una vittoria romana o teutonica, bensì una vittoria dei due popoli contro gli asiatici, come Salarnina era stata la vittoria degli Ateniesi e degli Spartani contro i Persiani. Ancora una volta l'Ovest e l'Est- l'Europa e l'Asia- erano in conflitto, ed ancora una volta gU Europei avevano saputo mettere in disparte le loro dispute interne per affrontare un comune nemico. Ancora più importante, l'organizzazione ecclesiastica nei territori francofoni rimase intatta, con il risultato che la Chiesa divenne la più importante autorità internazionale durante il Medio Evo, e l' unica a poter vantare una diretta discendenza da Roma. Le terre dei Franchi furono più fortunate della Britannia, ove l'organizzazione ecclesiastica fu completamente distrutta dai Sassoni, con il risultato che i suoi abitanti dovettero poi essere riconvertiti dai missionari provenienti dall'Irlanda e da Roma. Se ciò fosse avvenuto anche in quella che oggi è la Francia, l'intero corso della storia medievale sarebbe stato diverso. Inoltre, il prestigio del papato ne uscì enormemente accresciuto: papa Leone incontrò Attila al Mincio da semplice supplicante, ma quando la morte del feroce Unno seguì così da vicino tale incontro esso apparve, in quell'epoca superstiziosa, come un giudizio divino. Il diavolo era stato vinto dal Vicario di Dio, e la leggenda volò lontano ad affermare il trono papale quale fonte di miracoli. Come scrive I'Hodgkin " ... non è un paradosso dire che, indiretta(43) Edeco era probabilmente re dei Sciri.
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mente, il re degli Unni contribuì forse più di ogni altro personaggio storico alla creazione di quel fattore di potenza nelJa politica dell'Italia medievale che fu il Papa-Re di Roma" (44). Genserico completò l'opera di Attila. "Da quel momento - scrive il Milman- Roma cessò di essere una città pagana" (45). Mentre scompariva la vecchia nobiltà romana, saliva il potere del papato; era ancora vivo il terrore delle invasioni e le vere fattezze di Attila venivano identificate con quelle di Satana - il Mago Nero. Ancor oggi, quando vogliamo insultare i nostri nemici li chiamiamo "Unni". Come mutò la prospettiva religiosa, altrettanto fece il modo di concepire la guerra, che tanto spesso è l'espressione fisica di una fede mistica. L'orrore era così completo, l'impotenza così assoluta e la paura cosi universale che si poteva sperare soltanto in un miracolo. Se i generali possono creare l'inferno sulla terra, i preti possono promettere il paradiso nell'aldilà. Non avere forse una semplice ragazza salvato Parigi con le sue preghiere? E forse non si agitavano miracolosamente le ossa incenerite delle 11.000 vergini martirizzate a Colonia? Non era stato un vescovo a salvare Orléans? Ed Eraclea in Macedonia, non era stata difesa da un Santo? Dunque, tutte le città devastate dagli Unni, non avrebbero potuto respingere i loro massacratori se vi fossero stati più Santi ancorchè meno soldati? Così, ogni reliquia divenne una sorta di proietto spirituale e l'autorità papale era il motore che ne faceva detonare il potere. Se dalla leggende di Alessandro se ne può giudicare la grandezza, da quella di Attila si può dedurre il terrore. Egli era il "Flagello di Dio", il nipote di Nimrod, l'Anti-Cristo delle Scritture e l' Etzel dei Nibelunghi. Era colui che aveva sposato Crirnilde (Ildico), colei che "impersonando la forza della giusta vendetta" lo uccise per amore di Sigfrido che, adolescente, aveva avuto per marito. Il grande racconto epico travalicò le sanguinanti terre d'Europa, divenendo un retaggio comune. Lo si ascolta a Bisanzio, in Germania, in Italia, in Scandinavia, in Olanda; è una delle grandi leggende del mondo occidentale. Tutte queste cose messe insieme fanno della battaglia di Chalons uno dei momenti decisivi della storia dell'Occidente.
(44) "Italy and Her lnvaders" di Thomas Hodgkin, Vol. Il, pag. 189. (45) "History of Laùn Christianity " di Henry Han Milman (1857), Vol. l, pag. 204.
CAPITOLO Xl
L ,Italia ostrogota
Quadro storico Dopo la caduta, nel 454, dell'impero unno, gli Ostrogoti, riguadagnata l'indipendenza, avevano occupato - sotto la guida di tre fratelli della stirpe degli Amali, Valamiro, Teodemiro e Videmiro- la parte settentrionale della Pannonia in veste di "federati" dell'imperatore Marciano che, per i servizi ricevuti, aveva loro assegnato un appannaggio annuo di 100 libbre d'oro. Circa nello stesso periodo molti di loro, che riconoscevano come capo Teodorico Strabone (''lo strabico"), si erano arruolati nell'esercito di Aspar, il "capo di stato maggiore" dell'Imperatore (1). Pochi anni dopo, allorché il successore di Marciano, Leone l (457-474), si era rifiutato di continuare a pagare il tributo, gli Ostrogoti avevano preso a razziare le province illiriche sinché i pagamenti erano ripresi grazie ad un nuovo patto che prevedeva, tra l'altro, l'invio a Costantinopoli, come ostaggio, del figlio di Teodemiro, Teodorico, nato nel 454 e che all'epoca dei fatti aveva perciò 8 anni. Lì il fanciullo era rimasto per dieci anni, durante i quali Teodemiro, ormai solo alla guida del suo popolo, aveva occupato stabilmente la regione del medio corso del Danubio; infine Leone, per farselo alleato, gli aveva rimandato il figliolo. Alla morte di Teodemiro, Teodorico era stato proclamato re e, senza il consenso dell'imperatore, aveva portato il suo popolo nella Mesia Inferiore (Bulgaria settentrionale). Nel frattempo Teodorico Strabone - anch'egli parente di Teodemiro per parte di moglieera stato proclamato "re" dalle sue truppe alla morte di Aspar, nel 471, e faceva pressioni su Leone per essere riconosciuto re dei Goti. Leone morì nel474 e gli successe Zenone (474-491) il quale - di fronte ai due turbolenti re gotici antagonisti - seguì la politica di metterli l'uno contro l'altro. E vi riuscì sino al 481, allorché Strabone ebbe un incidente (l) La carica di Aspar era quella di "magister militum", che l' A. traduce "master of the troops". La funzione era proprio quella che attualmente assolve il capo di stato maggiore dell' esercito in quanto, nominalmente, il comandante era l'imperatore (N.d.T.).
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LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
fatale; gli successe il figlio Rekitack, che subito uccise due suoi zii. Divenuto inviso a Zenone, questi gli istigò contro Teodorico che- nel484- invitò Rekitack ad un festino, lo assassinò e si pose alla testa dei suoi seguaci. Il fatto gli conferì tale potere che, due anni dopo, a seguito di una disputa con l'imperatore, egli non esitò a devastare la Tracia ed a marciare su Costantinopoli; soltanto l 'intercessione di sua sorella, che viveva a!Ja corte di Zenone, lo convinse a desistere ed a ritirarsi in Mesia. Sembra che a questo punto Zenone decidesse di "prendere due piccioni con una fava". Avendo vecchi conti da saldare con Odoacre ed essendo ansioso di liberarsi di Teodorico, suggerì a quest'ultimo di conquistare l'Italia; e, per conferire sanzione legale al suo agire, lo nominò "patrizio", lo stesso titolo che già aveva Odoacre. Nel tardo autunno del488, Teodorico prese le mosse da Novae (Sistova), sul basso corso del Danubio, seguito dal suo popolo, con mogli, figli, mandrie e greggi. Il loro esatto numero non è noto: il Bury dice 100.000, il Dahn 250.000. L'orda superò senza incidenti Singidunum, ma a Sirmio trovò la strada sbarrata dai Gepidi. Ne segui una battaglia in cui gli Ostrogoti ebbero la vittoria e l'orda, muovendo lentamente verso ovest, valicò le Alpi Giulie nell'agosto del 489, discese in Italia e raggiunse il fiume Sontius (Isonzo), poche miglia a nord di Aquileia (2). Qui Teodorico trovò Odoacre pronto a riceverlo; nel combattimento che ne seguì quest'ultimo, il 28 agosto, fu severamente battuto. Ed ancora fu sconfitto il 30 settembre nei pressi di Verona, tanto da dover cercar scampo chiudendosi in Ravenna. Non curandosi di lui - ché Ravenna era quasi imprendibile- Teodorico continuò la sua marcia verso occidente ed occupò Milano, ove gli si presentò, disertore, il comandante de!Je truppe di Odoacre, Tu fa. Accordatagli fiducia, lo inviò ad assediare Ravenna: ma Tufa tradì ancora e tornò nel campo di Odoacre così che questi, rincuorato, lasciò la città e si portò sul Ticino (a P avia) per bloccare l'avanzata dei Goti. Questo inaspettato volta faccia avrebbe messo Teodorico in ben critica situazione se, nel frattempo, Visigoti e Burgundi non avessero valicato le Alpi Marittime per invadere la Liguria. Approfittando di questa "manovra diversiva", Teodorico mosse contro Odoacre, lo batté sull'Adda l' 11 agosto del 490, lo respinse sino a Ravenna ed ivi lo assediò. L'assedio si prolungò sino all'estate del 492 quando, alla lunga, T eodorico ebbe l'occasione favorevole. Occupata Rimini, radunò una flottiglia con la quale pose il blocco al porto di Ravenna, mettendo tanto "alle strette" il suo nemico che questi, il 25 febbraio del 493, intavolò trattative di pace. Due giorni dopo, con la mediazione di Giovanni, vescovo di Ravenna, essa fu stipulata; Teodorico ed Odoacre avrebbero regnato insieme sull'Italia. Ma un tale compromesso non poteva (2) Sarebbe stato più esatto dire "ad est" di Aquileia. (N.d.T.).
L' ITALIA OSTROGOTA
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durare. II 5 marzo, Teodorico entrò in Ravenna e dieci giorni dopo invitò il rivale ad un banchetto durante il quale lo uccise con la sua stessa spada. Dopodiché ne sterminò tutta la famiglia. Libero da ogni impaccio, Teodorico inviò una missione a Costantinopoli per perorare il riconoscimento da parte dell'imperatore del titolo di "re" d'Italia; ma Zenone non aveva alcuna intenzione di dividere la sua, ormai nominale, sovranità e così Teodorico risolse il problema indossando la porpora quale "Governatore dei Goti e dei Romani". Come re dei Goti, mantenne per loro i diritti acquisiti e come imperatore "de facto" consentì che gli Italiani continuassero ad essere sottoposti alle leggi già in vigore. Non vi furono drastici mutamenti politici, per la semplice ragione che Teodorico, non disponendo di validi ricambi per l'amministrazione statale, era costretto a mantenere quella esistente, unica che poteva assicurargli la riscossione dei tributi ed il pagamento del soldo alle truppe ed ai funzionari civili. Più di ogni altro conquistatore barbaro, egli comprese la validità del tradizionale apparato statale romano e si diede a restaurare il vecchio potere dell'Italia ed a formare il suo sistema amministrativo sul modello della "civitas". Rispettò il Senato e, nei confronti della Chiesa, giuocò il ruolo dell'arbitro imparziale che desiderava dirimere le sue perpetue dispute. Durante il suo regno, costrinse i Goti a pagare le tasse; assicurò al popolo i beni essenziali; rimise in efficienza i porti italiani; restaurò le opere d'arte a Roma ed a Ravenna e , sebbene fosse illetterato, incoraggiò la cultura. La sua politica estera fu condotta con gli stessi fini di quella interna ed i suoi sforzi possono essere giudicati dal sistema di alleanze che contrasse mediante i matrimoni delle sue figlie e delle sorelle. Maritò la prima figlia Arevagni ad Alarico II, r·e dei Visigoti; la seconda, Teudegonda, andò sposa al figlio del re dei Burgundi e la terza, Amalasunta, divenne moglie di Eutarico, un nobile Amalo diretto discendente di Ermanrico. Con quest'ultime nozze, cercava di assicurarsi un successore, in quanto non aveva figli maschi. Una delle sue sorelle, Amalafrida, fu maritata a Trasamondo, re dei Vandali ed un'altra, Amalaberga, al re dei Turingi; quanto a lui sposò Audefleda, sorella di Clodoveo re dei Franchi. Impose il suo volere alle tribù barbare stanziate alle frontiere conducendo diverse guerre contro di esse. Strappò la Pannonia ai Gepidi, rese sicuri i passi delle Alpi Graie ed occupò la Provenza; pacificò gli Alemanni in Rezia; prese sotto la sua protezione i Visigoti in Gallia; installò in Spagna Amalarico, figlio di Alarico II ; e divenne così famoso come arbitro dell'Occidente che anche un deposto principe scandinavo cercò rifugio alla sua corte e gli Estoni del lontano Baltico gli pagavano un tributo in ambra. Ancor oggi è ricordato, con il nome di Dietrich von Bern, nella saga germanica dei Nibelunghi . Al momento della sua morte governava l'Italia, la Sicilia, la Dalmazia, il Norico, la Pannonia, le due Rezie (T irolo e Grigioni),
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la Germania meridionale sino a Ulm e la Provenza. "Quindi - scrive il pro f. Dumoulin - se mettiamo in conto anche la sua supremazia sui Goti di Spagna ... egli era riuscito a ristabilire i confini del vecchio Impero d'Occidente ... con le eccezioni deli' Africa, della Britannia e dei due terzi della Gallia". Con Teodorico, noi assistiamo ad un vero e proprio "revival" dell'Occidente attraverso la fusione del vigore barbarico con quel che rimaneva della civiltà romana. Tuttavia, questa proficua unione - che se fosse durata avrebbe potuto mutare l'intero corso della storia - era destinata a non sopravvivere al suo creatore. Infatti, nel 523, l'imperatore Giustino I (518-527) fece l'errore fatale di proscrivere la fede ariana in tutto l'impero: era un attacco diretto contro i Goti, e Teodorico lo prese come tale. Egli vide minacciata l'opera alla quale aveva dedicato la vita, perché l'editto imperiale non poteva significare altro che la guerra di religione all'interno del suo regno. Morì nel 526 e gli successe il nipote Atalarico; ma avendo questi soltanto lO anni, assunse la reggenza sua madr,e Amalasunta. Più romana che gota per sentimenti, non poteva esser gradita alla sua gente e, allorché la crisi si fece acuta - temendo una rivolta di corte- si mise in contatto con l'imperatore Giustiniano (527-565), succeduro a Giustino nel 527, e lo informò segretamente che, in cambio della sua sicurezza personale, avrebbe favorito la resa del regno all'imperatore stesso. Il 2 ottobre del 534 Atalarico mori ed Amalasunta, per mantenere il suo potere e per impedire che le sue trattative segrete venissero scoperte, decise di dividere il trono con Teodato, figlio di sua sorella Amalafrida e pretendente alla corona dei Goti; in ciò era confortata dal pensiero che, per il debole carattere del giovane principe, il potere sarebbe rimasto nelle sue mani. Così lo associò al trono facendogli promettere di accontentarsi del titolo; essi avrebbero dovuto convivere come fratello e sorella. Ma non appena il patto fu stipulato, Teodato si alleò con i nemici della regina, la fece arrestare ed imprigionare in un isolotto sul lago di Bolsena e qui, qualche settimana dopo, la fece strangolare. Quando il fatto venne alle orecchie dell'ambasciatore di Giustiniano, Pietro di Tessalonica, allora in viaggio per Ravenna, questi chiese udienza a Teodato e protestò con lui e con i suoi seguaci, avvertendoli che l'imperatore avrebbe portato loro una "guerra senza tregua". Una guerra che, come vedremo può essere paragonata a quella "dei Trent'Anni" in quanto lasciò l'Italia, come avenne per la Germania 1.100 anni dopo, ridotta ad una landa deserta.
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Giustiniano detto "il Grande" - uno tra i più prestigiosi imperatori d'Oriente- era un barbaro di origine contadina. Nato nel483 nel distretto di Dardania, una regione dell'Illiria, nel 523 si era sposato con la famosa Teodora, figlia di un domatore d'orsi del circo di Costantinopoli, cortigiana e danzatrice ad Alessandria, donna di notevole carattere, coraggiosa, la cui influenza sul marito era così marcata che prima si fece nominare "patrizia" e poi ottenne di essere associata al trono. Infaticabile nel lavoro, grande accentratore, Giustiniano fu chiamato "l'imperatore che non dorme mai". Egli si riteneva non soltanto l'erede dei Cesari, ma anche il supremo capo della Chiesa e coltivò - durante tutto il suo regno - due idee fisse: una era la restaurazione dell'Impero d'Occidente, l'altra la repressione dell'eresia ariana. Tutte le guerre che condusse ebbero l'impronta della crociata, convinto com'era di aver la missione di portare tutti i popoli alla fede cristiana. Ma, per perseguire un tale scopo, gli serviva un plausibile pretesto. Buon conoscitore di uomini, egli pose a capo dell'esercito un giovane ufficiale della sua guardia, Belisario, nato in Macedonia nel 505 circa. Nel 530 questi aveva riportato una significativa vittoria sui Persiani a Daras quando, appena stipulata la pace, fu richiamato a Costantinopoli. Infatti, una rivolta era scoppiata a Cartagine e Gelimero, nipote di Genserico, vi aveva detronizzato Ilderico, re dei Vandali; quest'ultimo, come vassallo dell'imperatore si era appellato a Costantinopoli, fornendo così a Giustiniano l'atteso pretesto per lanciare la sua crociata. Mentre Belisario preparava la spedizione per la riconquista dell'Africa, la rivolta conosciuta come "Nike" (vittoria) mise in forse non soltanto quell'impresa, ma addirittura il regno di Giustiniano. L' 11 gennaio del 532, l'imperatore fu fischiato nell'ippodromo; la sommossa dilagò rapidamente, con i Verdi e gli Azzurri che, per una volta, abbandonavano la reci-
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proca ostilità in Costantinopoli per far causa comune (3). Accerchiato il palazzo imperiale, diedero alle fiamme la città e proclamarono imperatore Ipazio, nipote di Anastasio, predecessore di Giustino. La situazione era cosl critica che Giustiniano avrebbe meditato la fuga se Teodora non si fosse fatta avanti in Consiglio esclamando: "Se volete salvare la vostra vita, imperatore, non vi sono difficoltà. Noi abbiamo molto denaro, il mare è libero, disponiamo della flotta. Se considerate, tuttavia quel che accadrà dopo la vostra fuga, certo vorrete scegliere la morte anziché la salvezza. Per quanto mi riguarda, io credo nell'antico detto secondo cui la regalità val bene il sudario" (4). Queste audaci parole ridiedero coraggio all'imperatore ed ai suoi consiglieri, che tanto avevano ceduto agli insorti. Belisario ed un eunuco armeno di mezz'età di nome Narsete- che aveva il rango di Gran Ciambellano - ricevettero l'ordine di reprimere la rivolta. Mentre il primo assunse il comando di un corpo d'esercito, il secondo, lben fornito di denaro, si diede a corrompere i capi degli Azzurri per convincerli a tornare alla vecchia alleanza con l'imperatore. Saputo che i ribelli si erano concentrati nell'ippodromo, Belisario, aiutato da un altro generale, Mundo, vi penetrò e vi massacrò 35.000 rivoltosi. Così finì l'insurrezione di "Nike"; ne abbiamo parlato unicamente per "presentare" coloro che erano destinati a riconquistare l'Italia: Belisario e Narsete. È ben difficile trovare due uomini tanto diversi tra di loro; essi ci ricordano il Gustavo Adolfo e il Wallestein della Guerra dei Trent'Anni. Nel 532, Belisario aveva 27 anni e Narsete 54; il primo era soldato sin dalla nascita, il secondo lo era djventato già anziano; Belisario era alto, ben costrutto, di aspetto elegante, mentre Narsete era piccolo, magro e raggrinzito. L'uno possedeva una personalità vincente, era coraggioso al limite della temerarietà, risoluto, fantasioso: un generale sempre pronto ad ottenere il massimo dai mezzi inadeguati che il suo parsimonioso signore gli concedeva. L'altro era un sinistro intrigante, adulatore, simulatore, astuto, calcolatore, che non avrebbe mai rischiato la propria gloria se avesse considerato inadeguati i mezzi disponibili. Entrambi erano abili tattici e, in differente maniera, rigidi assertori della disciplina; come stratega Narsete era probabilmente superiore e certamente possedeva più alto il senso dello Stato. Belisario era semplicemente un generoso soldato, che normalmente cercava di mitigare gli orrori della guerra, mentre Narsete vedeva la guerra come uno (3) Gli Azzurri ("Veneti") ed i Verdi ("Prasini") erano le fazioni ("Demes") in cui si dividevano i cittadini di Costantinopoli e prendevano il nome dal colore del vestito indossa10 dai fantini. l primi erano ortodossi ed avevano il favore di Giustiniano ed i secondi monofisiti, incoraggiati da Teodora. Così, normalmente, l'imperatore e l'imperatrice potevano controllare le fazioni rivali che agivano nella capitale. (4) "Procopio" traduz. di H. B. Dewing (1916), "La Guerra Persiana", I, XXIV, 36-37.
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strumento della politica, senza por mente ad altre considerazioni. Questi era ascoltato dall'imperatore, mentre Belisario no, ed era anzi guardato con sospetto per i suoi successi di comandante. Non c'è dubbio che l'ascendente di Narsete sull'imperatore si fondava - oltre che sulla sua grande abilità - sul fatto di essere eunuco e di non poter, quindi, avere neanche la possibilità di vantar pretese sul trono. AI suo confronto, Belisario aveva lo svantaggio di essere sposato ad Antonia, le cui origini erano simili a quelle dell'imperatrice Teodora: figlia di un carrettiere, era stata artista e prostituta. A differenza della regina, che era di 20 anni più giovane di Giustiniano, Antonia- secondo Procopio - era di 22 anni più anziana di Belisario che, nonostante ciò, le fu totalmente devoto per tutta la vita. Ella lo accompagnò in quasi tutte le sue campagne, esercitando su di lui un'influenza quasi pari a quella di Teodora su Giustiniano, e non di rado a suo detrimento e discredito. È strano come un così grand'uomo potesse essere a tal punto schiavo di una donna tanto intrigante e licenziosa! Come dice il Gibbon, "la sua indefettibile pazienza e lealtà verso di lei appaiono essere inferiori al carattere di un tal uomo; o, forse, superiori" (5). Molti innocenti perirono nel massacro di "Nike", ma quel bagno di sangue, che aveva fatto tacere le opposte fazioni, fu - in una prospettiva politica - salutare; infatti, da quel momento, l'autorità di Giustiniano non vacillò mai più, consentendo all'imperatore di dedicarsi interamente alla realizzazione dei suoi piani strategici, il primo dei quali prevedeva la riconquista dell'Africa dal dominio vandalico e la messa al bando dell'arianesimo in tutto il regno. Lo strumento militare dii cui egli disponeva era ben diverso da quello di Diocleziano e di Costantino; l'esercito, da quei giorni ormai lontani, aveva visto un continuo decadimento. Il grande baluardo perimetrale costituito dai "limitanei" era scomparso completamente dal fronte dell'Illiria e nelle altre regioni era rappresentato da insignificanti e sparute guarnigioni. I "palatini" ed i "comitatenses" esistevano quasi più soltanto di nome; la legione era una gloria del passato! Sotto Anastasio, Giustino e Giustiniano, l'esercito era costituito da tre categorie di soldati, i "numeri", i "federati" ed i "bucellarii". La prima comprendeva le truppe regolari dell'impero, fanti e cavalieri tanto "male in arnese" da annoverare nei loro ranghi anche gli schiavi. La seconda consisteva unicamente in mercenari reclutati ovunque, principalmente tra gli Unni. La terza era costituita dagli armati che, agli ordini dei nobili bizantini, formavano dei veri e propri eserciti privati, leali più verso i loro padroni (5) "The Decline and Fall of the Roman Empire'' (a cura di Bury, 1925), Vol. IV, pag. 363.
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che verso l'imperatore. Era con questo coacervo di forze mercenarie e senza alcuno spirito nazionale che Giustiniano muoveva alla riconquista dell' Africa. Considerando la vastità della regione che doveva essere sottomessa e l'incertezza circa la forza di Gelimero, l'esercito che Giustiniano affidò a Belisario era temerariamente inadeguato, consistendo in 10.000 fanti e 5.000 cavalieri, reclutati quasi esclusivamente tra i barbari che vivevano in ogni angolo dell'impero. Alla stregua di tutti i mercenari, questi uomini - pur essendo ben addestrati -erano infidi, brutali nella vittoria e traditori nella sconfitta. II primo problema che Belisario doveva risolvere, nel pianificare l'invasione, era quello relativo alla dislocazione della sua base operativa avanzata. Concentrare l'esercito in Egitto ed avanzare attraverso la Libia era impossibile, causa la difficoltà di alimentazione dello sforzo. Stabilire la base nel Peloponneso ed attraversare quindi il Mediterraneo era troppo rischioso, per il pericolo delle tempeste in mare e della flotta vandalica. Così egli decise per la Sicilia, ove Amalasunta era ben disposta nei confronti dell'Impero ed ancora piena di rancore verso i Vandali che, nel 527, avevano messo a morte sua zia Amalafrida: ella avrebbe potuto garantire un'amichevole accoglienza sull'isola. 1122 giugno del 533 l'esercito si imbarcò, a Costantinopoli, su 500 vascelli (6) "armati" da 20.000 marinai e scortati da 92 piccole e veloci navi da guerra con ai remi 2.000 schiavi bizantini. A Metone, nel Peloponneso, la flotta dovette fare una lunga sosta a causa dei venti sfavorevoli e 500 soldati vi morirono di pestilenza. Alla fine, l'armata raggiunse Zante e da qui, ancora a causa di venti contrari, impiegò 16 giorni per arrivare a Catania, in Sicilia, ove fu ricevuta con tutti gli onori da Amalasunta. Il problema, per Belisario, era adesso di natura informativa in quanto - strano ma vero- niente sapeva circa la forza e la dislocazione dell'esercito vandalo e circa i punti più favorevoli per sbarcare in Africa. L'unica cosa di cui era sicuro era che i Vandali disponevano di una potente forza navale che avrebbe potuto affondare i suoi trasporti qualora questi fossero stati intercettati in mare. Consultatosi con P rocopio - lo storico , che durante la campagna di Persia era divenuto suo consigliere giuridico - lo mandò a Siracusa per acquisire ogni possibile informazione. Al suo ritorno, egli riferì che Gelimero non sapeva ancora che la spedizione aveva lasciato Costantinopoli e che i suoi soldati migliori erano impiegati in Sardegna per reprimervi una rivolta fomentata da Giustiniano. Senza por tempo in mezzo, Belisario imbarcò l'esercito e salpò; toccò Malta e Gozo e, ai primi di settembre, circa tre mesi dopo aver lasciato Costantinopoli, fu in vista dell'Africa. Sbarcò a Caput Vada (Ras Kapudia) , 130 miglia a sud di (6) Il più grande stazzava 750 tons., il più piccolo 45.
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Capo Bon, ove fu amichevolmente accolto dai paesani; fortificò un campo, diffuse un prodama - nel quale affermava che Giustiniano non portava guerra al popolo ma soltanto a Gelimero - e quindi marciò su Cartagine. Era preceduto da un'avanguardia di 300 cavalieri agli ordini di Giovanni l'Armeno, a sinistra aveva un dispositivo di sicurezza formato da 600 Unni e l'intera flotta, navigando sottocosta, gli dava protezione a destra. II 13 settembre l'avanguardia raggiunse la gola di Ad Decimum -la pietra miliare del I oo miglio da Cartagine. Appena saputo dello sbarco del nemico, Gelimero pensò inizialmente di procrastinare lo scontro fino al momento in cui fosse rientrato in patria Tzazon, che comandava le truppe in Sardegna, lamentando nel contempo la politica seguita dai suoi avi che, distruggendo le fortificazioni delle città africane, avevano lasciato Cartagine senza valide difese. Ma saputo, poi, dell'eseguità dell'esercito di Belisario, diede ordine a suo fratello Ammata, in comando a Cartagine, di attaccare gli invasori. Nel frattempo fece uccidere Hilderico e tutti i suoi parenti e amici. Il piano operativo di Gelimero era complicatissimo, prevedendo di lanciare - una volta che il nemico fosse entrato nella gola di Ad Decimum - un attacco combinato da tre direzioni. Ammata, provenendo da nord, doveva gettarsi sui carriaggi bizantini, mentre egli stesso, con il grosso dell'esercito, sarebbe piombato sul tergo dell'avversario nel frattempo impegnato a proteggersi il fianco sinistro da un'azione portata da suo nipote Gibamundo. Procopio si meravigliò del fatto che l'esercito di Belisario non fosse stato distrutto. Ma tutto il piano dei Vandali presupponeva un sincronismo ben difficile da ottenere in un'era nella quale l'orologio ... non era disponibile! Ammata uscì da Cartagine il 13 settembre, attaccò prima che le altre due colonne fossero nelle posizioni loro assegnate, fu mortalmente ferito e le sue truppe, prese dal panico, si diedero alla fuga. Quindi fu la volta di Gibamundo, subito battuto dal dispositivo fiancheggiante degli Unni . Soltanto dopo che questi due attacchi erano falliti, Gelimero - ingannato dall'andamento delle colline, inavvertitamente mancò la retroguardia del nemico e, invece, incontrò le unità di testa, molto distanti dal grosso, e le mise in rotta. I fuggitivi, arretrando in preda al panico, trascinarono seco un reparto di 800 soldati scelti . La vittoria sarebbe stata di Gelimero, se solo avesse saputo coglierla. "Infatti - scrive Procopio - se egli si fosse messo subito all'inseguimento, io non credo che Belisario avrebbe potuto resistergli ... se, invece, fosse corso verso Cartagine, avrebbe facilmente sconfitto gli uomini di Giovanni , sparpagliati nella pianura. Avrebbe così preservato la città con i suoi tesori, e catturato le nostre navi, privandoci della vittoria e della speranza di poterei reimbarcare" (7). Invece, Gelimero (7) "Procopio" trad. H.B. Dewing (1916) "La Guerra Yandalica", III, XIX, 26-29.
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si ritirò e, trovato il corpo mutilato del fratello, fu cosi sconvolto dal dolore che abbandonò l'idea di ogni ulteriore offensiva sinché non si fossero svolte le cerimonie funebri. Ma nel frattempo Belisario aveva riordinato le sue truppe e poco prima del tramonto poté contrattaccare e disperdere i Vandali. 11 giorno successivo, l'esercito bizantino si avvicinò alle mura di Cartagine e poté scoprire che la maggior parte delle truppe vandale avevano già evacuato la città. Il 15 settembre le porte furono aperte e Belisario vi fece il suo ingresso ricevuto dal benvenuto degli abitanti. Ancora preoccupato da un possibile ritorno del nemico, il suo primo atto fu quello di por mano alla riattivazione delle fortificazioni, che da un secolo stavano andando in rovina. Nel frattempo, Gelimero si era ritirato a Bulla Regia (Hamman Daradji), 100 miglia ad ovest di Cartagine e di qui, mentre cercava di riordinare il suo esercito - che rappresentava ancora una forza formidabile - sollecitò l'aiuto di Tzazon, tuttora in Sardegna. All'arrivo di costui, le forze di Gelimero erano tali che - secondo Procopio - il suo esercito era dieci volte superiore a quello nemico (8). Quindi marciò su Cartagine, tagliò gli acquedotti che rifornivano la città e - saputo che tra gli Unni di Belisario serpeggiava il malcontento a causa delle clausole che regolavano il loro servizio - fece in modo da farsi promettere che essi, al prossimo scontro, si sarebbero voltati contro i Romani. Gelimero infine si riqrò in una località chiamata Tricameron, sita a circa 28 miglia da Cartagine e quivi apprestò un campo fortificato. Belisario, informato circa le intenzioni degli Unni, si diede a placarli "con doni e banchetti ed ogni altra attenzione"(9), con il risultato che essi decisero di rinunciare alloro progetto di cader sul tergo dei Bizantini al primo combattimento e di attendere, per vedere da quale parte volgesse la vittoria. L'episodio dimostra chiaramente il pericolo insito nelle truppe mercenarie; il loro unico scopo è quello di far bottino e la vittoria è il mezzo per ottenerlo. Con gli Unni temporaneamente neutralizzati, Belisario puntò sulla probabilità che un'azione audace potesse prevenirne la defezione e, nonostante la propria inferiorità numerica, decise di attaccare Gelimero. Era un piano temerario, ma egli aveva ben valutato il nemico, come si può dedurre dall'arringa rivolta alle truppe: "Nessuno di voi deve temere la moltitudine dei Vandali, perché le guerre vengono decise non dal numero degli uomini o dalla loro statura, ma dal valore che essi hanno nel cuore" (10). Mandato avanti Giovanni l'Armeno con meno di 500 cavalieri, il gior(8) Procopio, IV, Il, 18. Tranasi di una evidente esagerazione. Il corpo d'esercito di Tzazon, allorché era stato inviato in Sardegna, constava di 5.000 uomini (lbid., Ili, Xl, 23). (9) lbid., IV, l, 9. (IO) Ibid., IV, I, 15-16.
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no seguente - circa a metà dicembre - egli uscì da Cartagine con la fanteria e con altri 500 cavalieri, marciò verso Tricameron e la notte bivaccò a considerevole distanza dal campo nemico. Quando Gelimero seppe del suo avvicinamento, esortò le sue truppe a cercare la morte piuttosto che gettar vergogna sulla fama di Genserico. Quindi, a mezzogiorno circa, sorprese i cavalieri di Giovanni mentre si stavano preparando il rancio (1 1); ma invece di sfruttare questo colpo di fortuna ed attaccare il nemico prima che potesse ordinarsi per la battaglia, si arrestò ed aspettò il loro assalto. Una tal mancanza di abilità da parte di un comandante sul campo non può non avere tristi conseguenze. Giovanni, rapidamente, fece montare i suoi uomini, li dispose su tre colonne ed assunse il comando di quella centrale. Belisario, probabilmente informato del movimento di Gelimero, "lasciata la fanteria che marciava a passo" (12), lo raggiunse con i suoi 500 cavalieri, mentre anche Gelimero spiegava la sua cavalleria su tre unità, affidando il comando di quella centrale a Tzazon. L'ordine impartito ai Vandali era di usare soltanto la spada. Procopio ci dice che la battaglia tardò molto a divampare e, quando venne il momento, fu iniziata da Giovanni, alla testa di un piccolo corpo di cavalieri scelti. Superato un ruscello che correva tra i due eserciti e caricato il centro dei Vandali, fu respinto da Tzazon, che lo inseguì sino al suo accampamento; Giovanni ne uscì quindi con gli uomini che lo presidiavano e si gettò contro Tzazon, ma ancora una volta fu respinto. Per la terza volta Giovanni prese l' iniziativa, con tutta la guardia e con i lancieri che urlavano a squarciagola; ne seguì uno scontro disperato, durante il quale cadde lo stesso Tzazon. Allora l'intera cavalleria bizantina si scatenò e, "superato il fiumiciattolo, avanzò verso il nemico la cui rotta, iniziata al centro, divenne generale; ognuno dei reparti romani mise in fuga quello vandalo che lo fronteggiava e i Massageti (Unni), vedendo ciò, secondo quanto stabilito, si unirono ai Romani nell'inseguimento ... " (13). L'intera cavalleria vandala fu respinta verso il proprio campo fortificato e subito i Bizantini iniziarono a depredare i caduti. L'intero scontro non era durato più di un'ora e le sorti della battaglia erano ancora incerte, in quanto i cavalieri di Belisario non erano in condizione di superare le difese del campo avversario. Le perdite non erano state gravi; meno di 50 uomini per i Romani, circa 800 per i Vandali. Nel tardo pomeriggio, allorché sopraggiunse la fanteria, Belisario la lanciò contro il campo nemico. A tal vista, il miserabile Gelimero, che al mattino aveva esortato i suoi uomini a non offuscare la fama di Genserico, "senza dire una parola e senza impartire un ordine, volse il suo cavallo e fuggì lungo la strada per la Numidia" (14). (Il ) Procopio, IV, II, l. (12) Ibid., lV, III, 5. (13) lbid., IV, lll, 18. (14) Ibid., IV, III, 20.
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Questo fu l'evento decisivo per la vittoria di Belisario; infatti, come fu risaputa la diserzione del re, il panico generale prese i Vandali "e, abbandonando ogni cosa, gli uomini fuggirono in completo disordine" (15). La straordinaria fuga di un esercito senza più il proprio capo fu seguita da un altro evento, del pari straordinario. Quando il campo dei Vandali, ormai deserto, fu occupato e si scoprirono le ricchezze che conteneva, l'intero esercito di Belisario ruppe le proprie file e si diede a saccheggiarlo ... "inebriato com'era per la fortuna ... ed andando attorno, ciascuno per suo conto, ove la speranza lo conduceva. Cercando, frugando tra i sassi, nelle buche e nelle tane, senza riguardo al pericolo di agguati, senza paura del nemico e senza rispetto per Belisario; niente interessava loro, se non il desiderio di preda" (16). Se Gelimero avesse avuto soltanto un'oncia di coraggio- e se avesse capito l'insaziabile sete di saccheggio di un esercito mercenario - invece di abbandonare i suoi soldati, egli avrebbe potuto effettuare un'ordinata ritirata e far del suo campo una trappola per i nemici. Una volta che questi vi fossero entrati, avrebbe potuto piombare su di loro e riconquistare la posizione e il regno. "E se ciò fosse accaduto - scrive Procopio - io credo che nessun Romano sarebbe scampato per godersi il bottino" (17). Il mattino successivo, ristabilita una parvenza d'ordine, Belisario mandò Giovanni l'Armeno ad inseguire Gelimero, ma fu soltanto nel marzo del 534 che il re Vandalo, ridotto alla mendicità, si arrese e seguì il condottiero romano nel suo trionfo a Costantinopoli. Non appena Belisario ebbe lasciata l'Africa vi giunsero- come avvoltoi- gli esattori imperiali ed il loro comportamento fu così esoso che i soldati bizantini, molti dei quali si erano maritati a donne vandale, si ammutinarono. Nello stesso tempo la popolazione ariana, cui era stato proibito di battezzare i bambini e di osservare qualsiasi culto, si sollevò ed i Mori approfittarono della situazione per razziare e devastare quelle terre per più di dieci anni ... "Tale era la desolazione dell'Africa - scrive Gibbon - che in molti posti uno straniero poteva vagare per un giorno intero senza incontrare un amico o un nemico... Quando Procopio vi era giunto, egli aveva ammirato un paese densamente popolato, dedito al commercio e all'agricoltura. In meno di vent'anni, questa scena animata era diventata un deserto silenzioso; i benestanti erano fuggiti in Sicilia o a Costantinopoli; lo storico ha affermato che cinque milioni di Africani erano scomparsi a causa della guerra o per opera del governo dell'imperatore Giustiniano" (18). (15) Procopio , IV, 111 , 23. (16) Ibid., IV, IV, 3-5. ( 17) lbid., IV, IV, 1-2. ( 18) Gibbon, " The Decline and Fall of the Roman Empire" , Vol. IV, pag. 421. Il dato è certamente esagerato, ed è tratto dagli "Anecdota" di Procopio, XVIU, 8-9.
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La conquista dell'Africa diede a Giustiniano una straordinaria' base logistica per le operazioni contro l' Italia, e l'assassinio di Amalasunta per mano di Teodato, nel 534, proprio nel momento in cui si dissolveva l'impero vandalo, gli fornì il successivo "casus belli" . Furono messi in campo due eserciti, l'uno agli ordini di Mundo, per invadere la provincia gotica della Dalmazia e l'altro, sotto Belisario, per conquistare la Sicilia. Entrambi erano assurdamente inadeguati al compito: il primo non disponeva di più di 3.000 o 4.000 uomini, l'altro, ci dice Procopio, ne contava 7.500. Considerando il primo anno di guerra, e le imprese che Belisario riuscì a compiere con un così sparuto esercito, risulta chiaro che doveva disporre - oltre che della propria superiore capacità di comando e del miglior armamento - del favore della popolazione romana. Egli capiva che con un tale esercito non poteva avere probabilità di successo scontrandosi con i Goti in campo aperto e sapeva della loro inettitudine a condurre assedi; e così evitò di lanciarsi in battaglia e fece un ottimo uso delle città fortificate, non soltanto per aumentare la propria forza, ma soprattutto per costringere il nemico a dissanguarsi in inU!tili tentativi di conquista. Eppure la sua tattica non era statica, usando spesso far sortite e puntate offensive dalle città che teneva, sfruttando la superiore potenza delle proprie armi da lancio. Ci spiega Procopio: "La differenza consisteva nel fatto che mentre, in pratica, tutti i Romani e gli Unni loro alleati erano ottimi arcieri a cavallo, nessuno dei Goti era abile in questa specialità; i loro cavalieri usavano soltanto lancia e spada e i loro arcieri entravano in combattimento appiedati e sotto la copertura della fanteria pesante. Così la loro cavalleria, se non aveva l'opportunità di giungere alle corte distanze, non poteva difendersi da quella avversaria che usava gli archi; ed anche la fanteria non era forte abbastanza per poter affrontare gli arcieri a cavallo" (19). Verso la fine del 535 Belisario sbarcò in Sicilia e fu così ben accolto che tutte le città - ad eccezione di Palermo - gli aprirono le porte. Dopo la caduta di quest'ultima città Teodato, terrorizzato, trattò la sua sottomissione a Giustiniano e gli offrì l'Italia in cambio di una somma in danaro. Mentre i negoziati erano in corso, Belisario fu richiamato in Africa per sedarvi una rivolta e Mundo fu sconfitto ed ucciso a Salona (presso Spalato) in Dalmazia. Tali eventi tanto influenzarono il codardo e volubile re dei Goti che questi ruppe le trattative e sequestrò gli ambasciatori imperiali. Ma Belisario rientrò dall'Africa e, nel maggio 536, portò il suo esercito oltre lo stretto di Messina, assediò Napoli e la conquistò penetrando in città attraverso un acquedotto . Nel frattempo, la diplomazia bizantina era riuscita a stipulare un'alleanza con i Franchi (20), proprio come aveva fatto (19) Procopio, "La Guerra Gotica", V, XXVII, 27-28. (20) Procopio (lbid., V, Xl, 29) dice che "Questi Franchi nei tempi antichi venivano chiamati Germani".
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con gli Ostrogoti prima di iniziare la guerra vandalica. Per i Goti si prospettava una guerra da combattere su due fronti. Alla caduta di Napoli, Teodato fu deposto e fu innalzato al trono un vecchio soldato di nome Vitige il quale, per consolidare la propria posizione, ripudiò la moglie e sposò Matasunta, sorella di Atalarico e nipote di Teodorico. Quale suo primo atto, per ingraziarsi i Franchi, offrì loro i possedimenti gotici in Gallia (Provenza e Delfinato); in secondo luogo, sbagliando quanto prima era stato saggio, abbandonò Roma ad un presidio "di bandiera" affidandone la salvezza al papa Silverio. Il 10 dicembre del 536 questi, in spregio alla sua dichiarata fedeltà a Vitige, aprì le porte della città a Belisario. Capìto il proprio errore, Vitige, nel marzo dell'anno successivo, alla testa di 150.000 guerrieri (21), pose l'assedio alla città eterna; se non fu il più lungo, fu certo il più crudele che Roma avesse mai subito. Prima di tutto egli distrusse gli acquedotti, che fornivano a più di un milione di romani qualcosa come 350 milioni di galloni d'acqua al giorno (22). Questa abbondanza consentiva di alimentare le terme (bagni pubblici) e le fontane, di annaffiare i giardini e gli orti privati e di muovere centinaia di macine. Nel tempo, alcuni di tali acquedotti furono riparati, ma l'intero sistema non fu mai ripristinato e l'intera vita sociale di Roma ne fu trasformata. II 21 marzo circa, Vitige tentò un assalto su larga scala alle mura tra le porte Pinciana e Salaria, ma fu respinto dai proietti lanciati dalle catapulte e dalle frecce degli arcieri. In aprile Belisario, che aveva ricevuto in rinforzo 1.600 cavalieri, tentò una sortita, che avrebbe potuto concludere in un colpo solo la guerra, se i suoi uomini avessero presidiato Ponte Milvio - che consente alla via Flaminia di superare il Tevere - anziché darsi a saccheggiare il campo nemico. In dicembre, un altro contingente di 5.600 uomini raggiunse l'Italia e con esso c'era un abile se pur testardo generale, Giovanni detto "il Sanguinario". Adesso Belisario si sentiva abbastanza forte per portare l'offensiva sulle retrovie del nemico e così ordinò a Giovanni, alla testa di 2.000 cavalieri, di percorrere il Piceno (le Marche) minacciando le città dell'Adriatico e compiendo azioni dimostrative nelle campagne. Giovanni, disobbedendo agli ordini, trascurò le fortezze di Urbino e di Osimo e puntò su Rimini. Tale era il terrore che il suo nome incuteva che le città cadevano al primo urto. Questa temeraria avanzata fino a 23 miglia da Ravenna, la capitale gotica, sconvolse talmente i piani di Vitige che ill2 marzo del 538 levò l'assedio a Roma e mosse verso nord. Per Vitige, l'assedio di Roma fu come per Napoleone la ritirata da (21) Procopio, V, XVI, ll. Un'altra grossolana esagerazione. (22) Circa 1.200 milioni di litri (N.d.T.). Vds. "Italy and Her Invaders" di T. Hodgkin (1880-85), Vol. I, pagg. 394-396 e Vol. IV, pagg. 171-174.
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Mosca, e scavò "la tomba della monarchia gotica in Italia" (23). Nonostante quella di Giovanni fosse flagrante disobbedienza, BeHsario, adesso che quegli aveva occupato Rimini, non doveva far altro che cercare di trarne vantaggio. Invece, ordinò a Giovanni di ritirarsi; ed allorché questi si rifiutò, la tensione tra i due fu sfruttata da Vitige, che mosse su Rimini. Nello stesso tempo Giustiniano, paventando che il prestigio acquisito da Belisario nella difesa di Roma ne facesse un pericoloso rivale, inviò in Italia un forte contingente agH ordini dell'eunuco Narsete - quello che si era fatta una fama durante la rivolta "Nike" - ufficialmente per aiutare Belisario a concludere la guerra, ma in realtà per tenere quest'ultimo sotto stretta sorveglianza. Narsete sbarcò ad Ancona, e fu subito in disaccordo circa il soccorso da portare a Giovanni. Narsete era favorevole, Belisario no. La spuntò il primo, che godeva della stima dell'imperatore, effettuando una brillante operazione combinata terrestre-navale su Rimini. L'antagonismo tra i due comandanti era diventato vera e propria ostilità. Ne seguirono compromessi e mezze-misure, con il risultato che, all'inizio del 539, Milano, già occupata dalle truppe imperiali, fu riconquistata dai Goti di Urais, nipote di Vitige, che la misero a sacco massacrando - secondo Procopio - 30.000 abitanti (24). Insieme a tale catastrofe, la carestia colpì la Toscana, l'Umbria e la Liguria, e soltanto nel Piceno 50.000 abitanti morirono di fame "e molti di più a nord del Golfo Jonico (Adriatico)" (25). La duplicità del comando (26) tra Belisario e Narsete si dimostrò ben presto così disastrosa che il primo scrisse una durissima lettera all'imperatore il quale, finalmente, richiamò il secondo. Libero da Narsete, Belisario pose l'assedio a Fiesole e ad Osimo, le uniche due città fortificate gotiche rimaste a sud di Ravenna e mentre era così impegnato, 100.000 Franchi agli ordini del re Teodeberto invasero l'Italia, la depredarono in lungo ed in largo e batterono sia i Goti che i Romani (27); soltanto la pestilenza che affliggeva la penisola li costrinse a ritirarsi. Alla fine del 539, occupate Fiesole e Osimo, Belisario marciò su Ravenna, ultimo caposaldo di Vitige, e l'assediò. Ma la minaccia di un'invasione Unna in Italia, Macedonia e Tracia, insieme alla scoperta che Vitige aveva sollecitato Cosroe- re di Persiaad attaccare l'Impero ai suoi confini orientali, portarono Giustiniano, all'i(23) Hodgkjn, Voi, IV, pag. 285. (24) Procopio, "La Guerra Gotica", VI, XXJ, 39. (25) lbid. , VI, XX, 21. (26) Si pensi all'affermazione di Napoleone "Un mauvais général... vaut mieux que deux bons" ("Correspondance", Vol. XXIX, 107). (27) I Franchi erano armati di spade, asce bipenni con impugnatura corta e scudo. Il loro metodo d'attacco consisteva nell'avvicinarsi a breve distanza, scagliare le asce e sfondare gli scudi nemici, infine caricare a fondo con le spade.
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nizio del 540, ad offrire ai Goti termini di pace estremamente favorevoli: tutta l'Italia a nord del Po sarebbe stata riconosciuta gotica, tutta quella a sud del fiume - compresa la Sicilia - romana. Era una mossa da abile statista: un regno gotico quale "cuscinetto" contro i feroci Lombardi del nord e gli egualmente feroci Franchi dell'ovest costituiva un grande vantaggio per l'Impero. Ma Belisario, che aveva nel cuore l'idea di finire la guerra con una vittoria senza condizioni e di portar Vitige, come aveva portato Gelimero, prigioniero ai piedi di Giustiniano, rifiutò di essere partecipe alle proposte di pace, impedì agli ambasciatori imperiali di entrare in Ravenna e diede l'ordine di rinvigorire l'assedio. Ridotto allo stremo, Vitige se ne uscì con una mossa eccezionalmente astuta: offrì a Belisario l'Impero d'Occidente, la corona dei Goti. Sebbene esistano ben pochi dubbi circa l'intenzione di quest'ultimo di rompere il proprio giuramento (28), in maniera non troppo onorevole egli accettò l'offerta, ponendo solo come condizione che, prima, i Goti gli aprissero le porte di Ravenna. Mandò infatti messaggeri a Vitige concordando su tutte le proposte, ma con la riserva che l'incoronazione si sarebbe celebrata soltanto dopo la sua entrata in città; nella primavera del 540 Ravenna si arrese. Dopodiché egli gettò la maschera e - pur non consentendo il saccheggio della città- catturò Vitige e lo inviò, insieme ai più nobili tra i cittadini ed all'immenso tesoro dei Goti, a Costantinopoli. Per quanto sleale, il suo atto fu decisivo, perché l'occupazione di Ravenna fu seguita immediatamente dalla resa di tutte le città del nord-est d'Italia, ad eccezione di Verona e Pavia. La prima era tenuta da Ildibaldo, nipote del re dei Visigoti, la seconda da Urais. Ad esse accorsero i Goti più coraggiosi rimasti ancora liberi che, dopo aver offerto invano la corona a Urais, elessero Ildibaldo loro re. Il disonorevole trucco di Belisario si dimostrò subito arma a doppio taglio. Giustiniano, timoroso di lasciare il suo ambizioso generale nel palazzo di Ravenna, Io richiamò a Costantinopoli e, dopo avergli negato il trionfo, nella primavera del 541 lo inviò sull'Eufrate per cercare di concludere la guerra contro Cosroe. Quando Belisario lasciò l'Italia, l'impero di Teodorico era ridotto alla sola città di Pavia tenuta da Ildibaldo con un migliaio di armati. Prima che l'anno volgesse a termine questi, con un esercito reclutato in gran parte tra i disertori bizantini, sconfisse gli imperiali in una battaglia campale combattuta vicino a Treviso e riconquistò tutta l'Italia del nord sino al Po. Ciò fu reso possibile dal fatto che la condotta delle operazioni bizantine era nelle mani di ben undici litigiosi generali, tutti ansiosi di far bottino e nessuno in condizione di comandare sugli altri. Inoltre l'Italia era stata invasa da uno stuolo di intendenti imperiali (logoteti) che- diretti da Alessandro so(28) Procopio, VI, XXIX, 20.
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prannominato "Psalidion" (forbici) per la sua abitudine di falsare il peso delle monete - avevano suscitato, con le loro estorsioni, tanto risentimento nelle popolazioni provate dalle distruzioni della guerra, da rasentare l'anarchia. Nella primavera del 54 l Ildibaldo fu assassinato e gli successe Erarico il quale, dopo un regno di otto mesi, fu ucciso da Totila, nipote di lldibaldo, detto anche Badvila, un soldato che per il suo animo generoso, per la sua condotta cavalleresca e per il suo valore è descritto dall'Hodgkin come "il più nobile fiore sbocciato sul tronco Ostrogoto" (29). All'inizio del542, eletto re, sconfisse. gli imperiali a Faenza, valicò gli Appennini e batté Giovanni di Tessalonica, nel Mugello, con una battaglia che gli diede l'intera Italia Centrale e Meridionale ad eccezione di Roma e di poche fortezze. Tutto ciò che Belisario aveva vinto era stato praticamente perduto e, nel maggio del 543, occupata Napoli, Totila decise di assediare Roma. Tali eventi costrinsero Giustiniano a rimandare in Italia Belisario. Era la primavera del 544. Con non più di 4.000 uomini racimolati in Tracia, Belisario risalì la costa Dalmata sino a Pola e quindi traversò l'Adriatico per giungere a Ravenna, da dove scrisse a Giustiniano per chiedere uomini, cavalli, armi e denaro. Nell'autunno del 545 Totila iniziava il suo assedio a Roma, tenuta da un presidio imperiale agli ordini di Besso. Belisario stabilì la sua base operativa a Ostia, ma non riuscì a portare soccorso alla città che, il 17 dicembre del 546, capitolò. Secondo Procopio, la sua popolazione - che un tempo contava 1.500.000 abitanti - era ridotta a 500 uomini (30). Ancora una volta i Goti cercarono di trattare; ma, avendo Giustiniano rimesso la decisione nelle mani di Belisario, la guerra continuò. Giovanni intanto stava devastando la Lucania e Totila - lasciata a Roma una sparuta guarnigione- mosse ad incontrarlo . Belisario ne approfittò per rioccupare la città. Saputolo, Totila velocemente tornò sui suoi passi e, dopo due vani tentativi, si ritirò a Tivoli. Seguirono due anni di combattimenti non risolutivi e di saccheggi, dopodiché, all'inizio del 549, Belisario chiese di rientrare a Costantinopoli; "la sua ricchezza era molto cresciuta, ma la sua gloria si stava offuscando" (31). Di nuovo Totila chiese la pace, ma Giustiniano non si degnò di ricevere i suoi ambasciatori. I capisaldi imperiali in Italia erano adesso ridotti a quattro: Ravenna, Otranto, Ancona e Crotone(32) . Nel frattempo Giustiniano aveva destinato al comando in Italia suo nipote Germano (33), ma questi morì di malattia prima di poterlo assumere, (29) "Italy and Her lnvaders", Vol. IV, pag. 439. (30) Procopio, "La Guerra Gotica", Vll, XX, 19. (31) Ibid., VII, XXII, 19. (32) "Italy and Her Invaders", Vol. IV, pag. 591. Nel 558 Belisario ebbe l'incarico di far guerra agli Unni e nel 562, accusato di cospirare contro Giustiniano, cadde in disgrazia. Ritornato in auge nel 563, morì due anni dopo, esattamente otto mesi prima di Giustiniano. (33) Subito dopo sposò Matasunta, vedova di re Vitige, perché pensava che la sua influenza sui Goti lo avrebbe aiutato a diventare Cesare d'Occidente.
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mentre stava respingendo un'incursione degli Schiavoni. Totila occupava intanto Reggio, passava in Sicilia e riconquistava quell'isola, la Sardegna e la Corsica. Alla morte di Germano, i generali in Italia si aspettavano che accorresse in loro aiuto Giovanni, suo genero e nipote di Vitaliano, che comandava un corpo d'esercito a Salona. Ma Giustiniano temette che questi non avrebbe avuto l'obbedienza dei suoi pari grado ed offrì il comando al suo Gran Ciambellano Narsete che, nonostante l'età (aveva 75 anni) (34), accettò di buon grado. La nomina era molto popolare; poiché era noto per le sue "mani bucate", tutti i condottieri bizantini erano felici di servire ai suoi ordini. Ma, ancora più importante era il fatto che egli si trovava in un'ottima posizione per ottenere dall'imperatore quello che non era riuscito a Belisario: come dice Procopio, "un esercito forte ed una forte somma di denaro" (35). Mentre Narsete radunava le sue truppe, Totila armava 300 vascelli per assumere il controllo dell'Adriatico. Dopo aver saccheggiato Corfù, fece vela lungo le coste dell'Epiro e della Dalmazia, affondando ogni nave che "portasse rifornimenti dalla Grecia all'esercito di Narsete" (36). NeUo stesso tempo pose assedio ad Ancona e Valeriano, in comando a Ravenna, chiese aiuto a Giovanni ancora a Salona. Sebbene gli fosse stato proibito di muovere prima dell'arrivo di Narsete, Giovanni, d'iniziativa, unendo le sue 38 navi alle 12 di Valeriano, riportò una vittoria navale che costrinse il nemico a levar l'assedio. "Questo combattimento -scrive Procopio -demoralizzò i Goti e diminuì il potere di Totila" (37). Ancora una volta Totila cercò la pace, ed ancora una volta Giustiniano la rifiutò perché "ordiava i Goti ed intendeva assolutamente cacciarli dai domini romani" (38). Per rafforzare la propria posizione, Totila negoziò l'alleanza di Teodeberto, re dei Franchi, il cui esercito occupava gran parte del Veneto. La clausola prevedeva che non vi sarebbe stata guerra tra i loro due popoli sinché i Romani non fossero stati sconfitti. Alla fine, nella primavera del 552 Narsete- radunate le proprie truppe a Salona- mosse per via di terra alla volta dell'Italia. Non è nota la forza di cui disponeva; Procopio semplicemente dice che essa era "straordinariamente grande" e probabilmente contava circa 20.000 uomini. Come sempre per i Bizantini, l'esercito era composto principalmente da contingenti barbari- Unni, Lombardi, Gepidi, Eruli ed un corpo di Persiani(34) Mori nel 573, a 95 anni. (35) Procopio, "La Guerra Gotica", VIII, XXIII, 42. (36) fbid., VIII, XXII, 32. (37) lbid., Vlii, XXIV, 42. (38) lbid., VIII, XXIV, 5.
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ma il suo punto di forza era Narsete stesso e la forte somma di denaro di cui egli poteva disporre (39), requisito essenziale per un capo di "condottieri" (40). Aggirando l'Adriatico, egli trovò la via sbarrata dai Franchi e da un esercito gotico agli ordini di Teia a Verona e non avendo sufficienti navi per trasportare i suoi uomini dalla foce dell'lsonzo a Classe, il porto di Ravenna, ordinò di procedere lungo la costa, in contatto con la flotta, in modo da poter essere da questa aiutato a traversare i numerosi fiumi e la laguna veneta. Raggiunta Ravenna e ricongiuntosi con la guarnigione romana che la presidiava, dopo nove giorni di riposo marciò su Rimini, tenuta da un goto chiamato Usdrila. Sconfittolo ed uccisolo in una scaramuccia, imboccò la via Flaminia verso Fano . Saputo che l'imprendibile fortezza di Petra Petrusa (Passo del Furio) era presidiata, diresse a sud-ovest su Senigallia e quindi, volgendo ad ovest, tornò sulla Flaminia a Cagli. Da qui, una marcia di 14 miglia lo portò a Scheggia, proprio al passo appenninico. Quivi appreso che Totila gli veniva incontro, si accampò e si preparò a combattere. Totila, che si trovava vicino a Roma quando era venuto a sapere che Narsete aveva raggiunto Ravenna, richiamò Teia e con l'intero esercito (41) - meno 2.000 cavalieri che dovevano seguire a distanza- traversò laToscana e si accampò presso il villaggio di Taginae (42) (Gualdo Tadino) vicino a Gubbio, circa 13 miglia a sud del nemico. Durante l'avvicinamento fu raggiunto dai messi di Narsete che gli chiedevano di arrendersi, non avendo probabilità alcuna di vittoria; ma se voleva combattere, stabilisse il giorno preferito. La risposta fu: "Confrontiamo le nostre forze tra otto giorni" (43). Sospettando un tranello, Narsete decise di attaccare il giorno seguente. Non aveva sbagliato: il mattino dopo, Totila avanzava in linea di battaglia. l due eserciti, l'un di fronte all'altro, erano schierati in una piana ristretta, sita tra Scheggia e Tadino, fiancheggiata ad est dai primi contrafforti dell'Appennino e ad ovest da una serie di colline, le montagne di Gubbio. All'estrema sinistra della linea imperiale sorgeva un'altura daJla quale era possibile controllare un sentiero che conduceva alle retrovie romane. Narsete, compresa l'importanza tattica di tale modesto rilievo, durante la notte inviò ad occuparlo 50 arcieri che, sebbene il mattino seguente fossero ripetutamente attaccati dalla cavalleria gotica, riuscirono a tenerla. Durante queste scaramucce preliminari, gli avversari assunsero il dispositivo di combattimento. (39) Procopio, VIII, XXVl, 4. (40) In italiano nel testo (N.d.T.). (41) La forza totale non è nota: si sa soltanto che era notevolmente inferiore a quella dell'avversario. (42) Più esattamente, Tadinum. (43) Procopio, "La Guerra Gotica", VIli, XXIX, 8.
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Come sempre usavano i Goti, Totila dispose la cavalleria sul davanti, seguita dall'intero corpo di fanteria, per la gran parte arcieri; il suo piano era quello di ottenere la vittoria mediante una sola carica capace di rompere il centro della formazione nemica. Secondo Procopio, egH ordinò di "non usare altre armi se non le lance" (44). Se questo fosse vero, bisognerebbe chiedersi che cosa sperava di ottenere con la sua fanteria! Per fronteggiare un tal disegno, Narsete adottò un ordine di battaglia affatto nuovo che, sottolinea sir Charles Oman, "ricorda quello di Edoardo III a Crécy" e "sembra essere stato di sua invenzione" (45). Appiedati 8.000 tra Lombardi, Eruli ed altri "federati", li ordinò in solida falange proprio a cavaliere della via Flaminia, e schierò su ciascuno dei fianchi 4.000 arcieri romani a piedi; le ali erano proiettate in avanti, "così che un nemico avanzante verso il centro si sarebbe trovato in uno spazio vuoto, esposto ad una pioggia di frecce provenienti da entrambi i lati" (46). L'ala sinistra era agli ordini di Narsete e di Giovanni, nipote di Vitaliano, quella destra era diretta da Vitaliano e da Giovanni "il Goloso". Per proteggere i suoi arcieri, Narsete schierò dietro di loro la cavalleria romana, circa 500 uomini ad ognuna delle aH; inoltre, all'estrema sinistra, dietro la collina occupata la notte precedente, egli pose 1.000 cavalieri con il compito di "attaccare il tergo della fanteria avversaria una volta che questa fosse entrata in azione" (47). Narsete lasciò l'iniziativa a Totila ed attese il suo attacco; ma questo fu a lungo dilazionato, in quanto i Goti aspettavano un rinforzo di 2.000 cavalieri. Per ingannare il tempo, Totila - che indossava una corazza dorata - diede una dimostrazione della sua abilità di cavaliere cavalcando da solo, tre le due linee; quando, verso mezzogiorno, i rinforzi arrivarono, fece loro consumare il rancio mentre egli, toltisi i paludamenti da parata, ne indossò di comuni ad ogni soldato. Sembra che volesse, con questo, convincere gli imperiali a rompere le righe per consumare anch'essi il pasto e quindi piombare loro addosso . Ma ne fu deluso, perché Narsete aveva impartito severi ordini nel senso che " nessuno dovesse sedersi per mangiare o andare a riposare o togliersi l'armatura o levar le briglie ai cavalli. Tuttavia, non potendo lasciare gli uomini senza cibo, diede ordine di mangiar qualcosa nei ranghi e senza alleggerirsi dell'equipaggiamento" (48). Ben dopo il mezzodì, placato l'appetito, la battaglia fu iniziata dalla cavalleria gotica e continuò sino al tramonto. Sebbene il resoconto di Procopio sia impreciso - egli non è un testimone oculare - non è difficile de(44) Procopio, VIII, XXXII, 6. (45) "A History of the Art of War", di Oman, Vol. I, pagg. 33-34. (46) lbid., Vol. I, pag. 34. (47) Procopio, " La Guerra Go1ica", VIII, XXXI, 7. (48) Ibid., VIII, XXXll, 3-5.
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NARSHE Lom~dJ· ed EruG
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lOTI LA Fig. 24 - Battaglia di Taginae (Gualdo Tadino) (552) scriverla. l Goti, non sapendo degli arcieri posti ai lati dello schieramento avversario, caricarono direttamente la falange dei barbari "federati" con l'inevitabile risultato che - mentre gli squadroni centrali non riuscivano a penetrare nel muro di !ance - quelli laterali venivano battuti d'infilata dalle frecce dei Romani. Centinaia di Goti debbono essere caduti ed i loro cavalli scossi, galoppando in libertà, devono aver creato un'enorme confusione mettendo lo scompiglio anche tra quelli che, fino a quel momento, non erano stati coinvolti dal tiro degli arcieri. Sembra che la prima carica sia stata l'unica ad essere stata pianificata; le altre che seguirono furono improvvisate dai singoli comandanti, visto che non si fa menzione di alcuna fase di riordino della cavalleria dietro la protezione delle fanterie. Verso
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sera, i Romani cominciarono ad avanzare e la cavalleria gotica, non più in condizione di resistere, cedette terreno e irruppe, retrocedendo, sulla propria fanteria, non, come dice Procopio, "allo scopo di riprendere fiato per poter combattere ancora" ... ma per fuggire. "Conseguentemente, la fanteria non aprì i varchi per lasciar passare i cavalieri né si adoperò per dar loro aiuto, ma tutti insieme si diedero a precipitosa fuga e nella rotta si uccisero l'un con l'altro proprio come avviene in un combattimento notturno" (49) . Così terminò, "con un completo successo, il primo esperimento di impiego coordinato di picche e di frecce della storia moderna" (50). Nella battaglia perirono 6.000 Goti e tutti quelli catturati furono massacrati, incluso "un gran numero di vecchi soldati che avevano servito con l'esercito romano e che avevano poi disertato" (51). Tra coloro che caddero vi fu Totila; colpito mortalmente, fu portato via dal campo di battaglia e morì nel villaggio di Caprae (probabilmente Caprara). Conseguita la vittoria, Narsete liquidò i Lombardi e li congedò; erano tanto selvaggi che fu lieto di sbarazzarsene. Quindi si accinse a sterminare i Goti sopravvissuti, che, dopo la sconfitta, avevano eletto Teia come loro re. Occupata Roma, Narsete affrontò Teiar e quel che rimaneva del suo esercito, sul Sarno, ai piedi del Vesuvio. lnchiodatolo per due mesi, costrettolo a ritirarsi nella regione dei monti Lattari, lo batté definitivamente; Teia cadde nalla battaglia. Ne seguì la capitolazione, e quello che era stato il potente popolo dei Goti ottenne di poter lasciare l'Italia, con tutto ciò che poteva recar seco, per andare a vivere, libero, in un paese barbaro di sua scelta. Adesso restavano da affrontare i Franchi che, mentre Nanete era impegnato sul Sarno, erano scesi lungo la penisola in gran numero agli ordini di Leutari e di Bocellino, due fratelli . Nel 554, a Casilino (l'odierna Capua), furono battuti da Narsete, che impiegò la stessa tattica di Taginae. Così, nel 554 Giustiniano portò a termine l'opera che si era prefissa sin dal 532. Annientati i Vandali in Africa e gli Ostrogoti in Italia, aveva estirpato l'Arianesimo da gran parte dell'Impero d'Occidente ed esteso il suo dominio sul Nord Africa, la Dalmazia, l'Italia, la Spagna meridionale, la Sicilia, la Sardegna, la Corsica e le Isole Baleari. Il Mediterraneo - ad eccezione dei Visigoti in Spagna e nella regiione compresa tra i Pirenei ed il Rodano ed i Franchi in Provenza - era, ancora una volta, un lago romano. Uno splendido risultato: ma qual'era stato il suo prezzo e quali le ripercussioni sulla storia? Nella risposta a tali donde risiede l'importanza delle battaglie di Tricameron e di Taginae. Come l' Mrica, l'Italia usciva da vent'anni di guerra devastata dagli (49) Procopio, op. cit., Vlll, XXXII, 17-19. (50) Oman, op. cit., Vol. I, pag. 35. (51) Procopio, op.cit., VIli, XXXIl, 20.
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assedi, dalle carestie, dai massacri, dalle distruzioni, dai saccheggi e dalle pestilenze. "Le città più grandi come Napoli, Milano e specialmente Roma - scrive il prof. Charles Diehl - erano quasi disabitate, le campagne deserte ed incolte ed i grandi proprietari italiani erano ripagati della loro devozione a Bisanzio e della loro ostilità a Totila con la completa rovina" (52). Il Gibbon è ancora più sarcastico. Scrive: " Le guerre, le conquiste, i trionfi di Giustiniano erano il flebile, pernicioso anelito di un'epoca superata che si esauriva in un ultimo sfoggio di potere e accelerava la decadenza. Egli esultò per il glorioso ritorno dell'Africa e dell'Italia alla Repubblica; ma le calamità che ne seguirono ... misero in luce l'impotenza del conquistatore e determinarono la rovina di quegli sfortunati Paesi" (53). E ancora: "Il triplice flagello della guerra, della carestia e della pestilenza afflisse i sudditi di Giustiniano ed il suo regno fu contraddistinto dal tangibile decadimento della specie umana in quelli che sono tra i più meravigliosi paesi del globo" (54). E qual~ furono i risultati delle vittorie di Giustiniano? Dall'Eufrate alle Colonne d'Ercole, guerra, oppressione fiscale (55) e persecuzioni religiose "preparavano le Province Orientali, squallide e miserabili, all'avvento del conquistatore musulmano il quale - nell'arco di un secolo dalla morte di Giustiniano - avrebbe occupato le migliori di esse e le avrebbe tenute sino ai nostri giorni" (56). L'Africa sotto i Mori - che erano stati tenuti in scacco dai Vandali - tornò alla sua originaria barbarie e non poté resistere ai Saraceni nei secoli a venire. E l'Italia, una volta che i Goti furono sterminati ed i "logoteti" di Narsete ebbero per dodici anni rastrellato qualsiasi bene sopravvissuto alla guerra, fu invasa, nel 568, dai feroci Longobardi di Alboino, l'ultimo dei popoli germanici a stabilirsi entro i confini di quello che era stato l'Impero d'Occidente. Essi occuparono rapidamente la regione a nord del Po - ancor oggi chlamata Lombardia - e gradualmente si spinsero a sud, saccheggiando e massacrando a volontà e sottomettendo i due terzi della penisola, con l'eccezione di Ravenna e di Roma. Nel 589, al comando di Zotto, distrussero l'abbazia benedettina di M.
(52) "The Cambridge Medieval History, Vol. Il, pag. 23. (53) "The Dedine and Fall of the Roman Empire", Vol. IV, pag. 415. (54) lbid., Vol. IV, pag. 469 . (55) l "logothetae" imperiali applicavano il pesante sistema fiscale romano alle nazioni in rovina senza nessuna considerazione per la diffusa miseria. Senza misericordia, pretendevano gli arretrati risalendo al tempo dei Goù, falsificavano i registri per accrescere le entrate e si arricchivano a spese dei contribuenti al punto che, secondo uno scrittore contemporaneo "non rimaneva agli abitanti che morire, poiché venivano privati del necessario per vivere". (''The Cambridge Medieval History". Vol. 11, pag. 23). (56) "ltaly and Her lnvaders", Vol. IV, pag. 427.
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Cassino; nel 774 essi furono sconfitti da Carlo Magno ed assorbiti nel suo impero. Se l'Italia non fosse stata invasa; se la battaglia di Taginae non fosse stata combattuta e se gli Ostrogoti avessero continuato a governare l'Italia, la storia medievale sarebbe stata ben differente. Invece di essere ridotta alla rovina, a città di seconda categoria senza alcuna importanza politica, Roma sarebbe rimasta il centro attivo della civiltà occidentale e l'innesto del vigore gotico sulla cultura latina avrebbe potuto rischiarare l'oscurità che sin dalla battaglia di Adrianopoli stava calando sull'Occidente. Per Giustiniano, Taginae fu la vittoria più bella; per il mondo cristiano di quei giorni e di molti anni a venire, essa fu un immenso disastro.
CAPITOLO XII
A scesa ed espansione detrlslam
Quadro Storico Giustiniano fu l'ultimo dei grandi imperatori romani; con il suo successore, Giustino II {565-578), l'Impero cessò- anche in teoria - di essere romano per divenire interamente bizantino. Dal momento in cui tutti i sogni di riconquistare l'Occidente furono "messi nel cassetto", la politica imperiale divenne puramente difensiva; minacciato sul Basso Danubio dagli Avari e dagli Slavi e sull'alto corso dell'Eufrate dai Persiani, Giustino doveva risolvere quell'impossibile problema strategico che consisteva nel difendersi su due fronti - enormemente lontani tra loro -con forze del tutto insufficienti. Ne risultava un'incessante manovra "per linee interne", che non poteva restare a lungo un segreto per gli avversari. Il primo grande trasferimento di forze avvenne nel 572, allorchè, ancora una volta, scoppiò la guerra con la Persia; nel 591 le guarnigioni in Europa erano talmente ridotte che l'imperatore Maurizio (582-602) dovette - per poter respingere Avari e Slavi - chiedere la pace a Cosroe II (590-628). I primi erano un popolo Tartaro sospinto verso Occidente dai Turchi (l); i secondi appartenevano ad un gruppo di popoli lodo-Europei, ma non Germanici, che nel 577 avevano iniziato a spargere il seme di un futuro regno nei Balcani. Nel 591 gli Avari dilagarono a S\ld, distruggendo e saccheggiando sinché, nel 604, l'imperatore Foca (602-610) non li compensò lautamente, in maniera da essere libero di affrontare Cosroe che nel frattempo aveva violato la pace. Nel 610, Foca - " orrendo incubo che pesava su di un regno esausto e terrorizzato" - veniva ucciso da Eraclio (I) Il nome "Turchi" (Tou-Kiue) è menzionato per la prima volta nel 545 nella storia Cinese. Tra il 546 ed il 582, i Turchi si stabilirono, come una grande potenza, tra la Cina e la Persia e nel 565 mandarono ambasciatori a Giustino per instaurare con l'Impero il commercio della seta e per cercare la sua alleanza contro i Persiani.
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(610-642) che gli successe. La guerra continuò, e nel 613 i Persiani invasero la Siria ed occuparono Damasco e Gerusalemme, ove andò perduto "il Legno", come veniva chiamata la reliquia della Vera Croce, scoperta da Elena, madre di Costantino il Grande; una perdita che sembrava simbolizzare la rovina dell'Impero. Quindi, nel617, mentre gli Slavi si scatenavano contro le province europee e gli Avari superavano il Ponte d'Oro, furono perdute Calcedonia e Propontide e due anni dopo l'invasione dell'Egitto venne a privare l'Impero del suo maggior granaio. Quando anche l'Armenia cadde, si inaridì il reclutamento per l'esercito, che da quella regione traeva forti contingenti. Eraclio era così demoralizzato qa tali disastri che pensò di trasferire la capitale a Cartagine e non lo fece soltanto perchè il patriarca si fece giurare che Costantinopoli non sarebbe mai stata abbandonata. La decisione provocò una fiammata dì entusiasmo nel popolo e furono così reperiti i mezzi per lanciare una crociata volta alla riconquista della Città Santa e della S. Croce. Dal 623, Eraclio scese in campo e condusse ben sei campagne, durante la quinta delle quali, nel626, orde di Avari, Slavi, Bulgari e Gepìdi - agendo in cooperazione con i Persiani - posero assedio a Costantinopoli. Ma il dominio del mare, tenuto dai Bizantini, salvò la città. L'anno successivo, Eraclio penetrò in Persia, marciò verso sud ed il l 0 dicembre raggiunse il Gran Zab; undici giorni dopo batte i Persiani nei sobborghi di Ninive e puntò su Ctesifonte. Ma prima di raggiungere la capitale del nemico, nella primavera del 628, Cosroe fu assassinato e ne seguì la pace. Le clausole non sono note ad eccezione del fatto che includevano la restituzione della Croce e l'evacuazione di ogni territorio dell'Impero da parte deJJe truppe persiane. Così, nel momento stesso in cui un nuovo invasore stava mobilitando al sud, i due grandi imperi orientali erano esausti; i loro territori devastati, le loro risorse umane ridotte allo stremo, le loro ricchezze perdute. Quel vuoto di potere era pronto per essere riempito dai seguaci del Profeta. Pochi mesi dopo che la Croce era tornata nella Città Santa - il 21 marzo del 630- iniziò una lotta che, salvo poche pause, sarebbe continuata per un migliaio di anni. Nell'autunno del 630, infatti, Maometto - che aveva imposto la sua autorità sugli Arabi dopo la battaglia di Bedr, nel 624 - inviò verso nord una banda armata che, destinata alla razzia del paese, si scontrò a Muta (est del Mar Morto) con una guarnigione bizantina. Tre anni dopo, il 7 giugno, egli mori senza figli ed una minoranza di suoi seguaci riconobbe Abu Bakr (632-634) come califfo ("Successore") . Poichè molti Arabi obiettavano sul fatto di dover pagare un tributo a Medina- che dall'anno dell'égira (622) era divenuta il centro della fede islamica - ne seguì una rivolta, conosciuta come " Ridda", stroncata da Khalid ibn al-Walid battendo i Meccani ad Akalba. Dopo tale battaglia, Abu Bakr inviò Khalid con 500 uomini a razziare l'lrak e tre distaccamenti di forze a soccorrere gli Arabi Cristiani dei distretti meridionali della Siria che
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- non ricevendo più il sussidio da parte del governo bizantino - avevano chiesto il suo aiuto. In quel momento Eraclio era ad Emesa (Homs) e, ritenendo che gli Arabi Cristiani del deserto rappresentassero una sufficiente barriera contro l'avanzare dei Musulmani, non era affatto preparato a respingere le loro incursioni. Tuttavia, avendo saputo che la Palestina del sud veniva sistematicamente razziata, radunato a Damasco un forte contingente agli ordini di suo fratello Teodoro, gli affidò il compito di respingere gli invasori. Ma Khalid, con la velocità del fulmine, attraversò l'Eufrate, irruppe dinanzi a Damasco, raggiunse le tre colonne di razziatori e si scontrò con Teodoro ad Ajnadain, tra Gaza e Gerusalemme, ove, il 30 luglio 634, riportò una brillante vittoria. Subito dopo Abu Bakr morì e gli successe Ornar (634-644); avendo egli deciso di rinunciare alle scorrerie per procedere alla vera e propria conquista della Siria, una gigantesca ondata di Musulrnani agli ordini di Khalid si avviò verso nord. Damasco gli si arrese, ed Emesa fu occupata alla fine del 635. Nella primavera del 636 Eraclio inviò un nuovo esercito - 50.000 uomini agli ordini di Teodoro- ad affrontare Khalid. Questi si ritirò, abbandonando Damasco, per concentrare le sue forze, 25.000 uomini in tutto, nella valle dello Yarmuck ove, dopo diverse scaramucce, riuscì a tagliare le comunicazioni di Teodoro e ad annientare il suo esercito. La battaglia fu decisiva; tanto era l'odio per i Bizantini in Siria, che ovunque i Musulmani furono accolti con gioia; l'intero paese cadde nelle loro mani e la catena dei M. Ammani divenne- e rimase per secoli- il limite settentrionale del dominio dei califfi. Il collasso della Persia fu rapido e completo come quello della Siria. La ragione era la stessa: come i Siriani, i contadini Aramaici parteggiavano per i nuovi conquistatori. Nell'autunno del 635, lo sceicco al-Muthanna, con il sostegno di reparti di Medina, sconfisse un esercito persiano a Buwayb sull'Eufrate e, nel giugno del 637, Rustam, alla testa di un corpo persiano numericamente superiore, venne battuto ed ucciso da Sa'd ibn Abi Wakkas a Kadisia (al-Quadisiya, ad ovest di Buwayb, presso al-Hira). Il re di Persia con la sua corte fuggì sulle montagne dell'Iran dinanzi alle truppe di Sa'd che risalivano il Tigri . Ctesifonte aprì le sue porte e tutto l'Irak passò in mani arabe. Da questo momento, "Islam" non ha più il significato di territorio soggetto all'autorità di Medina, ma quello, più generale, di impero degli Arabi; pertanto, la conquista diviene sistematica e vi partecipano tutte le tribù. Alla Siria ed ali' Irak si aggiunse la Mesopotarnia; Ecbatana cadde nel 641; il Golfo Persico passò sotto la bandiera del Profeta e nel 652 fu conquistato il Khorasan . Nello stesso periodo avvenne la rapida occupazione dell'Egitto ed an-
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ch'essa non può essere spiegata se non con la reazione al governo bizantino, che aveva imposto al paese tasse eccessive ed aveva proibito il culto copto. Il conquistatore dell'Egitto fu Amr ibn al-As. Nel gennaio del 640 egli entrò in Pelusio e nel luglio sconfisse i Bizantini ad Eliopoli. Babilonia, nei pressi dell'odierno Cairo, fu occupata nell'aprile del 641 ed Alessandria si arrese il 17 settembre del 642. Quindi, per proteggersi il fianco occidentale, Amr occupò la Cirenaica. Quest'ultima avanzata fu seguita da decenni di razzie e di depredazioni e sebbene i Musulmani fossero giunti sino a Kairouan, nell'odierna Tunisia, non furono in grado di occupare stabilmente le città bizantine della costa - "chiave" per possedere l'entroterra - sin quando non capirono di dover sostituire una politica di governo a quella delle saltuarie scorrerie e finchè non ebbero il dominio del mare. Allorchè conseguirono tali risultati, alla fine del secolo, Hassan ibn an Numan, partendo da Kairouan, entrò in Cartagine (659). In un arco di tempo considerevolmente breve, la civiltà latina scompariva, così, da tutta l'Africa settentrionale. Durante l'intero movimento espansionistico musulmano, la méta ultima era stata la conquista di Costantinopoli . Un primo tentativo fu fatto dal califfo Othman (644-656), nel 655, con una spedizione navale e sebbene la flotta bizantina fosse stata completamente distrutta, l'assassinio di Othman l'anno seguente e la guerra di successione che ne seguì tra Muawiya (660-680) ed Alì, genero del Profeta, fecero abbandonare l'impresa. Nel 659, impegnato contro Alì, Muawiya fece la pace con Bisanzio. Egli fu il fondatore della dinastia Omayade, che pose la capitale a Damasco . Consolidata la propria posizione, Muawiya riprese, nel 668, l'antico progetto, inviando una spedizione in Asia Minore -chiamata Romania dai Bizantini - ad occupare Calcedonia e da li, attraverso la Tracia, ad attaccare Costantinopoli. L'assedio che ne seguì non fu preoccupante per i difensori. Nel 672, Muawiya inviò una flotta nel Bosforo e da allora, sino al 677, la capitale bizantina dovette subite diversi attacchi, tutti respinti dalla flotta dell'imperatore Costantino IV (668-685). Le ingenti perdite subite costrinsero i Musulmani a ritirarsi e durante la navigazione persero l'intera flotta, distrutta da una tempesta e dai vascelli avversari. Il disastro consigliò a Muawiya di chieder pace per la seconda volta. Alla sua morte, nel680, scoppiò un'altra guerra di successione che durò per la maggior parte del turbolento regno del califfo Abd al-Malik (685-705). La massima espansione dell'impero arabo fu raggiunta durante il regno del successore di questi, Walid (705-715). All'ovest, nel710 fu raggiunta la costa dell'Atlantico e la Spagna fu conquistata l'anno seguente; ad oriente, gli Arabi penetrarono sino al Punjab e nell'Asia Centrale sino ai confini della Cina. Negli ultimi suoi anni, Walid riprese in considerazione il piano di occupare Costantinopoli e, alla sua morte, lo lasciò in eredità al successore Suleiman.
L 'assedio di Costantinopoli (71 7-718) e la battaglia di Tours (732).
Allorchè, nel 711 , morì Giustiriiano II - che era succeduto a Costantino IV nel 685- l'Impero sprofondò a livelli di impotenza mai prima raggiunti. Sconvolto, spopolato, saccheggiato dai Bulgari e dagli Slavi in Europa e razziato dai Saraceni in Asia Minore, con l'esercito e la flotta in continua rivolta, sembrava che la sua fine fosse ormai imminente quando improvvisamente, nel 717, al termine di vent'anni di anarchia, un uomo riuscì a creare un nuovo impero destinato a costituire il baluardo d'Europa per altri 700 anni. Soldato di professione, quest'uomo è passato alla storia come Leone l'Isaurico. Quasi niente si sa delle sue origini. Probabilmente era siriano, e non isaurico (2), nato circa nel 687 a Germanicea (Marash) nella Commagena, il distretto più nord-orientale della Siria. Il suo vero nome era Conone e la prima menzione che si fa di lui e della sua famiglia è nel 705 in Tracia, quando - in compenso di 500 pecore donategli dal padre - Giustiniano Io nominò "guardia di palazzo" (spatharius). Più tardi, sembra per sbarazzarsi di lui , l'imperatore lo inviò in missione in Alania, una regione sita a nord del Caucaso e, al suo ritorno, l'imperatore Anastasio (713-716), in cerca di buoni capitani, gli diede il comando delle truppe dell'Anatolia. Quando Anastasio fu deposto, tutti guardarono a Leone come all'uomo più qualificato per succedergli . Nel frattempo il califfo Suleiman (715-717), quale primo passo per portare a compimento l'occupazione di Costantinopoli progettata da Walid, mandò due corpi d'esercito dai Tauri in Romania, uno agli ordini di suo fratello Maslama e l'altro di un generale suo omonimo, Suleiman. (2) L'lsauria era una provincia dell'Asia Minore sita a nord dei M. Tauri, la moderna Konia.
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Quest'ultimo avanzò attraverso l'Armenia e puntò su Amorium, a nord del lago Aksehir. Assediata la città e saputo che Leone - che ne comandava la difesa- era destinato a divenire il futuro imperatore, tentò di tutto pur di catturarlo; ma non vi riuscì e Leone, evacuate donne e fanciulli, continuò a presidiare la città con 800 soldati. Anche Maslama, che avanzava attraverso la Cappadocia, provò ad intrappolare Leone ma, come Suleiman, fu disilluso dal furbo isaurico. Mentre si svolgeva questa strana campagna, Teodosio III (7 16-717) vestì della porpora suo figlio e lo insediò sulla riva asiatica del Mar di Marmara. Leone, assicuratosi che Maslama avesse evacuato la Romania, avanzò su Nicomedla (lsmid) e batté il giovane principe, iJ cui nome è rimasto sconosciuto; dopodicbè svernò a Nicea o a Nicomedia ed all'inizio del 717 entrò in Costantinopoli. Ciò persuase Teodosio a lasciare il trono per ritirarsi in un monastero ed il 25 marzo Leone fu incoronato dal patriarca nella cattedrale di S. Sofia come Leone III (717-740). Egli non aveva un momento da perdere. I magazzini e gli arsenali di Costantinopoli furono riempiti; le mura vennero riparate e su di esse furono istallate numerose macchine di guerra. Strategicamente la città era fortissima, praticamente inespugnabile sinché fossero rimaste aperte le sue vie di comunicazione marittime. Edificata su un promontorio fiancheggiato a nord dal Corno d'Oro ed a sud dal Mar di Marmara, il lato occidentale ed il fronte a terra erano difesi da due linee di fortificazioni concentriche, la prima costruita da Costantino il Grande e la seconda da Teodosio II , lunghe ciascuna circa quattro miglia. La popolazione normalmente contava mezzo milione di abitanti, ma era stata accresciuta da un considerevole numero di rifugiati. Con una difesa ben condotta, l'assalto alla città sarebbe stato- sino all'invenzione della polvere da sparo- un'impossibile impresa; l'unico sistema era l'assedio. Ciò significava bloccare gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, ma sbarrare iJ primo era difficile, perché la città ne controllava l'accesso da sud. Per Leone, perciò, tutto dipendeva da1la flotta, nonostante essa fosse di molto inferiore, numericamente, a quella nemica. Il piano di Maslama prevedeva di avanzare contemporaneamente dal mare e da terra per circondare la città; tenuto ai suoi ordini diretti l'esercito - forte di circa 80.000 uomini - affidò il comando della flotta al generale Suleiman: si dice che questa contasse 1.800 vascelli con 80.000 imbarcati . Altre forze erano in allestimento: 800 navi, per la maggior parte da carico, erano quasi pronte nei porti dell'Africa ed in Egitto, mentre a Tarso si stava radunando un corpo d'esercito di riserva agli ordini del califfo (3). Dopo aver marciato su Pergamo ed averla conquistata, Maslama avanzò sull'Ellesponto, lo traversò ad Abido, probabilmente in luglio, ed (3) Trattasi, probabilmente, di dati molto esagerati.
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il 15 agosto del 717 comparve dinanzi alle mura esterne del fronte a terra di Costantinopoli. Trincerato il suo esercito, ne distaccò una parte per controllare Adrianopoli ed il re dei Bulgari, Tervel, che era alleato di Leone. Tentato un assalto, che fu respinto dalle macchine da guerra e dall'abilità dei difensori, Maslama decise di scavare un profondo fossato a difesa del proprio campo e di procedere all'assedio della città. Diede quindi ordine a Suleiman di dividere la flotta in due squadre, la prima delle quali doveva bloccare i rifornimenti provenienti daU'Egeo e la seconda attraversare il Bosforo sino a Galata per interdire quelli dal Mar Nero e, particolarmente, dalle cinà di Cherso (nei pressi di Sebastopoli) e di Trebisonda. Quest'ultima squadrà arrivò il l o settembre ed il 3 dello stesso mese era in navigazione a nord del Corno d'Oro, ove Leone attendeva con la sua flotta. L'entrata del porto era protetta da una pesante catena, sospesa a due torri, dalle quali essa poteva essere alzata o abbassata. La squadra d'assedio che si avvicinava fu scompaginata dalla forte corrente che corre attorno alla Punta del Serraglio; subito Leone- fatta abbassare la catena - uscì con le sue navi e, prima che il nemico potesse assumere la formazione di battaglia, lanciò il "fuoco greco" (4) in gran quantità, distrusse 20 vascelli nemici e catturò gli altri. Immediatamente dopo, vista approssimarsi la più forte squadra navale di Suleiman, si ritirò nelle acque interne del Como d'Oro. Tale "uscita" aveva avuto tanto successo che per tutto il resto del giorno e per la notte seguente non si verificò alcun altro tentativo di forzare lo Stretto. Era stata una vittoria senza perdite, così completa che Leone potè approfittarne per far giungere rifornimenti alla città e scongiurarne la resa per fame. Per complicare i problemi di Maslama, suo fratello il califfo - già in marcia per portargli aiuto- morì d'indigestione (5). Gli successe Ornar Il (717-730) (6), un bigotto religioso, del tutto ignaro di cose militari. Per cento giorni poi nevicò e, non abituati ai rigori di tale inverno "europeo", i Musulmani morirono a migliaia e tra essi il generale Suleiman. Nella pri mavera dell'anno successivo, la squadra navale di Alessandria, in tutto 400 navi comandate da Sofiam, riuscì, col favor delle tenebre, a superare Co(4) Composizione infiammabile al contatto con l'acqua, formata da solfuro, nafta e calce viva, che veniva lanciata da particolari sifoni installati sulle navi. Essa fu preparata per la prima volta da un architetlo di nome Callinico, siriano, profugo a Costantinopoli, sotto il regno di Costanùno IV _ (5) Secondo Gibbon (" Decline and Fall of the Roman Empire", VoL Vl, pag. 7) "li califfo aveva vuotato due canestri di uova e fichi, che inghiotliva alternativamente, e il pasto venne completato con midolle e zucchero"_ In uno dei suoi pellegrinaggi alla Mecca, Suleiman mangiò, in un solo pasto, setlanta mele granate, un capretto, sei volatili e un'enorme quantità di uva di TayefL .. " (Abulfeda, "Anna!. Moslem", pag. 126, citato da Gibbon). (6) Secondo altre fonti, Ornar Il morì nel 720 e non nel 730 (N.d.T.).
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stantinopoli ed a gettar l' ancora a Kalos Argos (Bayuk-Deré), bloccando il Bosforo. Seguì subito dopo, la squadra d'Africa agli ordini di Yezid, 360 navi che si misero alla fonda lungo la costa della Bitinia. E, per ultimo, arrivò l'esercito di riserva, sotto Merdasan, a rinforzare le fanterie decimate dalla fame. L'investimento della città poteva ora riprendere. La chiusura del Bosforo significava, sui tempi lunghi, capitolazione. Ma, fortunatamente per Leone, un gran numero di marinai egiziani era stato battezzato al cristianesimo e disertò, portando preziose informazioni sui Musulmani. Così egli, abbassata l'ostruzione, ancora una volta uscì in mare e piombò sul nemico del tutto impreparato. Fu una rotta, non una battaglia. Quella decisiva vittoria sul mare fu seguita da un'altra, sulla terra; infatti Leone, distrutta la squadra d'Africa, traghettò sulla costa asiatica un forte contingente, attirò Merdasan in un agguato, fece a pezzi i suoi migliori reparti e pose in fuga gli altri. Nel frattempo Leone aveva convinto Tervel ed i suoi Bulgari a marciare contro Maslama; ed egli vinse una battaglia combattuta a sud di Adrianopoli, nella quale furono uccisi qualcosa come 22000 Musulmani. Per aumentare il terrore che ormai aveva preso questi ultimi, "fu abilmente sparsa la voce che i Franchi, questa sconosciuta popolazione latina, si stava armando per terra e per mare in difesa della causa cristiana e che il loro formidabile aiuto stava per arrivare ... " (7). Ciò persuase il califfo a richiamare Maslama ed il 15 agosto del 718, esattamente 12 mesi dopo averlo posto, questi levò l'assedio. Imbarcati i resti del suo esercito, li portò a Cyzico (Bal-Kis), sulla riva asiatica del Mar di Marmara, mentre la sua flotta, uscita dall'Ellesponto, andò perduta in una tempesta. Si racconta che soltanto 5 vascelli, dei 2560 impiegati nell'assedio, fecero ritorno in Siria e ad Alessandria. Delle forze terrestri che, secondo le fonti arabe, contavano circa 200.000 uomini, giunsero a Tarso non più di 30.000 soldati. La vittoria di Leone divenne poi decisiva allorché, nel 739, battendo gli Arabi ad Akroinos (Afyon Karahisan, a nord-ovest del lago Egridir), li costrinse ad abbandonare l'Asia Minore Occidentale. Era stata la sua abilità di comandante a prevalere ed ogni storico del suo regno ne mette in luce l'importanza. Scrive Vasilev: "È giusto affermare che Leone ha salvato non soltanto l'impero bizantino ed il mondo cristiano d'Oriente, ma anche la civiltà dell'Europa occidentale" (8); il Bury chiama il 718 "una data ecumenica" (9); il Ford ritiene che essa sia stata "la più grande vittoria della storia romana" (lO); Finlay, "che esso fu uno dei più brillanti exploit della storia milita(7) " The Dedine and Fall of the Rornan Empire.. , Vol. VI, pag. 9. (8) "History of the Bizantine Empire" (1928), Vol. l, pag. 289. (9) " History of tbe L.ater Roman Empire" (1889), Vol. Il, pag. 405 . (IO) " Tbe .Bizantine Empire" (1911), pag. 171.
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re" (11) e Gibbon afferma che la sconfitta dei Musulmani fu un "quasi incredibile disastro" (12). Tutto ciò, non a causa delle navi affondate e degli uomini uccisi, che entrambi potevano essere sostituiti, ma perché la caduta di Costantinopoli avrebbe ridisegnato l'intera storia d'oriente, come avvenne sette secoli dopo. Comunque, la vittoria sui Musulmani fu uno degli eventi decisivi della storia del mondo occidentale, perché salvò l'Europa dall'invasione nel momento in cui una nuova potenza sorgeva entro i suoi ancora indefiniti confini. Questa potenza era il regno dei Franchi, che stava muovendo i suoi primi passi verso la creazione di un nuovo impero universale. Nel 710 - o forse qualche anno prima- gli Arabi avevano raggiunto la costa atlantica dell'Africa, come abbiamo accennato nella prima parte di questo capitolo. Ciò era stato possibile soltanto perché i Berberi, o Mori (i Numidi dei tempi di Annibale), avevano fornito gli uomini necessari. Predoni per natura, una volta che ebbero raggiunto il "mare occidentale" essi si volsero, incoraggiati da Musa ibn Nusayr, governatore del Nord Africa, verso la Spagna. Sembra che l'intenzione di costui non fosse quella di conquistarla, ma soltanto di compiervi razzìe; non disponendo di navi, si rivolse ad un certo Giuliano (13}, governatore bizantino di Ceuta, iJ quale subito si mise a sua disposizione pur di nuocere a Roderico, il re Visigoto di Toledo, che aveva disonorato sua figlia. Ottenuti quattro vascelli, Musa chiese il permesso al califfo di Damasco di passare in Spagna, ma questi non ritenne che l'impresa valesse il rischio. Concesse, tuttavia, una spedizione esplorativa: nell'estate del 710, Abu Zora Tarif con 400 uomini traversò lo stretto, saccheggiò i dintorni di Algesiras e rientrò in Africa. Incoraggiato dai risultati della ricognizione e saputo che Roderico era in guerra contro i Franchi nel nord del Paese, nel 711 Musa decise di effettuare una spedizione in forze e, a ondate di 400 uomini per volta - ché disponeva sempre e soltanto delle quattro navi di Giuliano! - inviò oltre 7000 uomini al comando di Tarik ibn Ziyad. Sbarcato a Gibilterra (14), questi non attese Musa ed il grosso dell'esercito, ma si spinse verso ovest lungo la costa, incontrò Roderico nella valle dell' Dadi Bekka (Rio Salato), tra il lago Janda e la città d.i Medina Sidon.ia (Cadice)·e, grazie a traditori dell'esercito avversario , lo batté il 19 luglio. Tarik, quindi, vinse un'altra battaglia ad Ecija ed occupò Toledo, la capitale dei Visigoti. L'anno successivo, Musa assunse il comando delle forze d'invasione e, mostrando clemenza verso chi gli si sottometteva e usando estrema violenza contro chi gli si opponeva (15), prima della fine dell'anno aveva conquistato quasi tutta la Spagna allorché fu richiamato dal califfo. (Il) " History of Greece from its Conquest to Present Time" ( 1877), Vol. Il, pag. 18. ( 12) "The Oeçlioe and Fall of the Roman Empi re", Vol. VI , pag. 9. ( 13) Chiamato anche Urbano, probabilmente un Berbero cristiano. ( 14) Che da Tarik prese il nome (Giabal al Tarik = monte di Tarik) N.d .T. ( 15) Vds. " Invasion des Sarrazins en France" di Reinaud (1836), pag. 8.
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L'orda dei Musulmani-Mori superò quindi i Pirenei e dilagò nel 712 in Aquitania, ove governava il duca Oddone (16). Nel717-718, il successore di Musa, Hurr (El Haur), iniziò una spedizione di razzia su larga scala che si andò trasformando in vera e propria invasione via via che l'assedio di Costantinopoli languiva ed infine falliva; sembra che il piano dei Musulmani prevedesse di attraversare la Francia e la Germania per ritornare a Damasco via Costantinopoli; il Mediterraneo sarebbe così divenuto un mare arabo (17). Nel 719 fu occupata Narbona ma, due anni dopo Samh,mentre assediava Tolosa, fu battuto e messo in fuga da Oddone. Nonostante ciò, la marea musulmana continuò a montare; nel 725 furono occupate Carcassonne e Nimes e, l'anno successivo, Ambessa avanzò nell'alta valle del Rodano, saccheggiò la Borgogna e penetrò sino ai Vosgi (18). Nel frattempo, il futuro vincitore dei Mori stava combattendo sul Danubio; egli era Carlo, figlio di Pipino II, nemico giurato di Oddone. Per capire i rapporti intercorrenti tra questi due uomini, occorre fare un passo indietro. La leggenda racconta che, alla battaglia di Chalons, i "federati" Franchi Salii che combattevano a fianco di Ezio erano guidati da un capo chiamato Merovech (Meroveo) che fondò la dinastia dei Merovingi; questa raggiunse l'apice del suo potere sotto Clodoveo che, nel 507, con la vittoria di Vouillé (Campus Vogladensis. N.d.T.), era riuscito finalmente ad estromettere i Visigoti dalla Francia sospingendoli in Spagna. Ma sin dal 639 la dinastia era in decadenza ed aveva dato luogo ad una serie di "re fannulloni" (19). Tutto il potere era perciò passato nelle mani dei Maggiordomi (20) i vecchi "comandanti d'esercito" - i più abili dei quali provenivano dall' Austrasia, la regione compresa tra la Mosa ed il Meno. Pipino ll era divenuto Maggiordomo nel 687 e si era proclamato reggente d' Austrasia, di Neustria (tra la Loira e la Mosa) e d'Aquitania (tra la Garonna e la Loira). Quando egli morì, nel714, il suo figlio naturale Carlo era in prigione, accu(16) Vds. "Revue His10rique" (maggio 1878), " La battaglia di Poitiers" di E. Mercier, pag. 3. Parte del regno visigoto si estendeva oltre i Pirenei. (17) Vds. "Cambridge Medieval History", Vol. II, pag. 373, e "Invasions des Sarrazins" di Reinaud, pag. 9. (18) "Revue Historique" (maggio 1878), pag. 4. (19) "Era una dinastia di fanciulli: essi morivano a 23, 24 o 25 anni di età, logorati dalla dissolutezza. Divenivano padri a 16, o a 15 o anche a 14 anni, di fl.gli miseramente deboli" ("Cambridge Medieval History", Vol. II, pagg. 125-126). (20) " Major domus", capo della casa, inizialmente era il sovraintendente della casa reale; le sue funzioni crebbero con la decadenza dei Merovingi e poco alla volta il Maggiordomo riuscì a controllare i tribunali, l'esercito e le finanze assumendo il vero potere (N.d.T.). Per le sue funzioni, vds. " Historie de France" a cura di Ernest Lavisse, Vol. II, parte I, pagg. 176- 177.
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sato d'aver ucciso Grimoaldo, altro figlio- ma legittimo- di Pipino; la carica di Maggiordomo era così passata al figlio di questi, ancora bambino. Ne seguì, com'era naturale, un periodo di anarchia in tutta la Gallia, durante il quale Carlo fuggì di prigione ed Oddone proclamò la propria indipendenza. Carlo, con i propri seguaci, si stabilì in Austrasia e, quindi, nel 719, marciò contro Oddone, lo sconfisse presso Soissons e sottomise la Neustria. Per render sicure le frontiere di nord-est prima di volgersi contro l'Aquitania, egli fece guerra a Germani, Suebi e Sassoni: nel 725, quando venne a sapere dell'avanzata di Ambessa lungo il Rodano, stava combattendo sul Danubio. Oddone, pur non conoscendo il progetto di Carlo volto ad imporre la propria autorità su tutta la GaWa, capiva la precarietà della situazione, costretto com'era tra i Franchi in Neustria ed i Mori in Spagna. Così, per aver sicurezza almeno al sud, entrò in contatto con il potentato berbero di Otmanben-abi Neza, che dominava il versante settentrionale dei Pirenei e per cementare un'alleanza con questi gli diede in mogHe sua figHa Lampagia, ragazza di straordinaria bellezza. Avendo compreso che Oddone non poteva difendere ad un tempo le sue frontiere a nord e a sud, Abd-ar-Rahman, governatore di Spagna, mosse contro il ribelle Otman e nel 731 lo costrinse tra le montagne ove-questi, per sfuggire alla cattura, si gettò in un precipizio; la bella Larnpagia venne mandata a Damasco per far parte dell'harem del califfo. Sconfitto l'alleato di Oddone, Abd-ar-Rahman aveva mano libera per invadere l'Aquitania, non tanto con l'obiettivo di conquistare la Francia quanto di saccheggiarne una parte; ma ancora una volta sembra che brillasse nella sua mente l'idea di "unificare Italia, Germania ed impero bizantino in un vasto dominio che riflettesse la potenza del Corano" (21). Concentrato un esercito sull'Ebro, marciò su Pamplona, traversò i fiumi Bidassoa e Irun ed avanzò in Guascogna. Quest'esercito non doveva essere molto numeroso; sappiamo infatti che muoveva in unica colonna e che, mentre puntava a nord, un distaccamento veniva inviato ad attaccare Arles per confondere il nemico. e per spargere il terrore in Aquitania. Oddone gli si pose dinanzi presso Bordeaux e ne subì una decisiva sconfitta; la città fu assaltata, saccheggiata e data alle fiamme. Lasciata dietro di sé la valle della Garonna, Abd-ar-Rahman superò la Dordogna in una scia di devastazioni e di massacri. Diviso l'esercito in più colonne, così da poter meglio razziare, diresse su Tours, nella cui abbazia egli riteneva di trovare un immenso tesoro. A Poitiers, circa 60 miglia a sud di Tours, trovò le porte chiuse, ma continuò ad avanzare dopo aver investito la città. Nel frattempo, Carlo, concluse le sue conquiste Sassoni e Danubiane, era tornato in Neustria da dove, nel 731, si accingeva a muovere contro Od(21) "Invasion des Sarrazins en France" di Reinaud, pag. 35.
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done. Preso tra "due fuochi", quest'ultimo non poteva far altro che rivolgersi a Carlo; corse così a Parigi ed ottenne il suo aiuto in cambio della sottomissione. Carlo, a capo di un orda di armati, passò la Loira, probabilmente ad Orléans. Abd-ar-Rahman si ritirò su Poitiers. Sappiamo ben poco dell'organizzazione di Abd-ar-Rahman ad eccezione del fatto che il nerbo del suo esercito era costituito da Mori e che la maggior parte erano cavalieri. Essi usavano raramente l'arco, mentre facevano largo impiego di lancia e di spada; spesso indossavano corazze. Molti muli seguivano i reparti combattenti, ma sembra che essi fossero impiegati quasi esclusivamente per trasportare il bottino . L'esercito viveva sulle risorse del paese che attraversava e la sua tattica consisteva quasi unicamente in una serie di cariche prolungate e selvagge. Ne sappiamo di più sull'esercito dei Franchi. A differenza di quello dei Goti, era basato quasi unicamente sulla fanteria. Era diviso in due "classi", quella dei soldati di mestiere, quasi una guardia, che andava continuamente impiegata perché aveva per paga sohanto il bottino che riusciva a catturare, e quella della milizia locale, una massa di uomini "male in arnese" . Mentre i primi erano veteranj di tante bataglie, gli altri erano poco più che ausiliari. L'intera struttura era molto primitiva e poteva essere tenuta insieme soltanto sinché vi fosse qualcosa da predare; altrimenti, si dileguava (22). Non esisteva quasi la disciplina; le cose stavano più o meno come ai tempi in cui Gregorio di Tours scriveva: "che dobbiamo fare? Nessuno ha paura del re, o del suo duca; nessuno rispetta il suo conte. Ed allorché qualcuno tenta di imporre l'autorità, subito la sedizione si impadronisce dell'esercito e scoppia l'ammutinamento" (23). Nell'esercito dei Franchi i cavalli erano impiegati quasi soltanto dai nobili; ed unicamente per i trasferimenti. Le armature stavano tornando rapidamente "di moda" da quando, nel 574, il vescovo Sagettario rimproverava chi andava in guerra "difeso non dalla croce ma da una corazza e dall'elmo" e da quando, nel 585, Gundovald Ballomer fu salvato dalla sua corazza da un giavellotto che lo colpì (24). Lo scudo era di uso generalizzato e le armi erano la spada, il pugnale, la lancia e due tipi di ascia, una da maneggio ed una - la "francisca" - da lanciare. La tattica era grezza, ma Carlo, buon generale, aveva capito il debole del nemico. Secondo il Gibbon, egli scrisse ad Oddone: "Se vorrete seguire il mio consiglo, non interrompete la loro marcia e non anticipate l'attacco. Essi sono come un torrente: è pericoloso mettersi in mezzo alla corrente. (22) Per ulteriori particolari, vds. "Histoire de France" a cura di E. Lavisse, Vol. Il, parte l , pagg. 191·194. (23) "Gregory of Tours" , IX, 31. (24) Ibid ., IV, 18 e VII, 38.
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Fig. 25 - In vasioni della Francia da parre degli Unni (451) e dei Musulmani-Mori (732)
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La sete di bottino e la imminenza del successo raddoppiano il loro valore ed il valore conta più delle armi o del numero. Sappiate attendere sin a quando hanno fatto bottino; il bottino li divide ed è allora che potete vincere" (25). L'improvvisa apparizione di Carlo portò costernazione tra i Musulmani, che erano tanto carichi di prede da avere perduto ogni mobilità. Abdar-Rahman pensò infatti di abbandonarle tutte, ma non lo fece, sia perché i suoi uomini si sarebbero rifiutati di obbedirgli sia perché non pensava che Carlo lo attaccasse; i due eserciti si fronteggiarono per sette giorni durante i quali Abd-ar-Rahman allontanò verso sud il proprio bottino mentre Carlo attese l'arrivo di riserve. Sappiamo ben poco della battaglia, e neanche l'esatto luogo ove essa fu combattuta; la data è l'ottobre del 732. Probabilmente il primo contatto avvenne vicino a Tours e si trattò di una scaramuccia. Quindi, Abd-arRahman si ritirò verso Poitiers (26) e quando si accorse che il proprio bottino non era andato molto lontano accettò la battaglia proprio per proteggerlo. Disponendo di forze non idonee alla difensiva, egli fu costretto ad attaccare. Avendolo ben compreso, Carlo organizzò l'esercito in solide falangi, imperniate sulle truppe franche . Isidoro de Beja lo chiama "un esercito di europei", essendo composto di uomini di differente origine e linguaggio. Come d'abitudine per i Musulmani, il combattimento iniziò con furibonde cariche di cavalleria, che si infransero tutte sulle falangi. "Gli uomini del Nord - dice un cronista - rimasero fermi come un muro; sembravano congelati sinché non impugnarono le spade. Gli Austrasiani, giganteschi, il ferro alla mano, si aprivano il varco nella moltitudine con terribili fendenti; furono essi che fecero a pezzi il re saraceno" (27). Verso sera, Oddone riuscì ad avvolgere uno dei fianchi del nemico e lanciò un attacco al campo di Abd-ar-Rahman, ancora pieno del prezioso bottino. Dopodiché i Musulmani incominciarono a indietreggiare e solo allora si accorsero che il loro capo era stato ucciso. Con la notte, la battaglia si spense. Il mattino successivo Carlo, saputo dai suoi esploratori che il campo (25) Gibbon, op.cit. , vol. V1, p. 15 e " Histoire de Ia Gaule Méridionale, etc." di Fauriel, Vol. Ili, pag. 127. (26) In tutto, vi furono tre famose battaglie combattute a Poitiers o nei pressi: la prima nel 507, da Clodoveo con i suoi Franchi contro i Visigoti (in cui uccise AJarico Il con le sue mani e aggiunse l'Aquitania ai suoi domini); la seconda, qui descritta; la terza dal Principe Nero il 19 settembre 1356. (27) Da: " The Art of the War in lhe Middle Age", di Oman, Vol. l, pag. 58. Vds. anche " L'art rnilitaire et les armées au moyen age", di Ferd inand Lor (1946), Vol. I, pag. 11 3.
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musulmano era stato abbandonato, schierò l'esercito per un secondo assalto. Presi dal panico e scossi per la perdita del comandante supremo, Musulmani e Mori si diedero alla fuga abbandonando tutte le loro ricchezze. Non ci fu inseguimento, ed è chiaro il perché: primo, Carlo non disponeva di truppe idonee ad inseguire la cavalleria avversaria; secondo, i suoi uomini erano troppo intenti a spartirsi il bottino conquistato e, terzo, egli non aveva nessun interesse a far sì che Oddone si sentisse completamente sicuro. Era soltanto la minaccia da sud che dava ai Franchi il diritto di lasciar guarnigioni in Aquitania. Preso il bottino che gli spettava, egli si ritirò oltre la Loira: doveva passare alla storia come Carlo "Martello". "Come il martello forgia e piega il ferro e l'acciaio e tutti i metalli, così lui batteva tutti i suoi nemici e tutti gli altri popoli" (28). Delle perdite si danno cifre straordinarie, che arrivano a 360.000 Musulmani uccisi contro 1.500 Franchi. Probabilmente non arrivavano a tanto le intere forze in campo; infatti, non disponendo essi di alcuna base logistica, come potevano centinaia di migliaia di uomini fronteggiàrsi per sette giorni senza rifornimenti? Circa i risultati di questa famosa battaglia, il Gibbon scrive: "Era stata effettuata una marcia vittoriosa di migliaia di miglia dalla rocca di Gibilterra alla Loira; se l'avessero prolungata per un eguale distanza, i Saraceni sarebbero giunti ai confini della Polonia o in Scozia. Il Reno non è un ostacolo maggiore del Nilo e dell'Eufrate, e la flotta araba sarebbe potuta giungere senza contrasto sino alla foce del Tamigi. Nelle scuole di Oxford si iosegnerebbe ora l'interpretazione del Corano ed i maestri dimostrerebbero ai loro circoncisi studenti la verità delle rivelazioni di Maometto" (29). Da molto tempo ormai si ritiene che il verificarsi di un tale evento sarebbe stato meno apocalittico; come spesso avviene, si esagera in un senso o nel senso opposto. Se è vero che la vittoria di Carlo non può esser paragonata a quella di Leone, è altrettanto vero che essa fu decisiva per la storia d'Europa, se non altro per esser stata il coronamento del capolavoro di Leone stesso. Se Costantinopoli fosse caduta nel 717, non c'è dubbio che la pressione musulmana ad oriente ne avrebbe incoraggiato le conquiste in occidente: e se si accetta una tale ipotesi, ne consegue che la Francia fu salvata da Leone quanto da Carto Martello. Tuttavia, l'evento immediato che fermò l'espansione musulmana nell'Europa occidentale fu la rivolta dei Berberi in Marocco, la cui causa può essere così brevemente descritta: nel tempo stesso in cui si combatté la battaglia di Tours, scoppiarono dissensi interni all'impero arabo; sebbene gli Arabi fossero uniti dall'ideologia isla(28) "Chronicle ofSt. Denis" da " Recueil des Historiens des Gaules" di Bouquet, Vol. III, pag. 210 (scritto circa nel 1270). (29) Gibbon, op. cit., Vol. Vl, pag. 15.
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mica, essi avevano continuato a mantenere le loro istituzioni tribali, i loro feudi, le loro fazioni. Tra queste ultime, le più importanti erano quella dei Maaditi - rappresentanti delle originarie tribù del nord - e quella degli Yemeniti, che raggruppava le popolazioni originarie del sud dell'Arabia. La Mecca parteggiava per la prima fazione, Medina per la seconda. Allorché i Maaditi prevalsero, i Berberi rifiutarono obbedienza e la secessione scoppiò nel territorio dell'odierno Marocco. Il risultato finale dei disordini fu che la Spagna fu divisa in uno stato indipendente dei Mori, nei reami cristiani di Leon, Castiglia e Navarra e nella contea di Barcellona, mentre in Africa si veniva formando una serie di stati indipendenti. Ma la cosa più importante da sottolineare è che, a causa della rivolta scoppiata immediatamente dopo la sconfitta di Abd-ar-Rahman a Tours, i capi arabi in Spagna si staccarono dal califfato di Damasco e che essi non potevano più oltre contare sul reclutamento di truppe berbere. L'importanza della battaglia di Tours, tuttavia, va cercata non tanto nel fatto che la vittoria di Carlo ha salvato l'Europa dal cadere sotto il dominio arabo e che ha scongiurato il pericolo che venisse insegnato il Corano ad Oxford, quanto nell'aver dato a Carlo il predominio in Gallia e nell'avergli consentito di instaurarvi una propria dinastia. Come scrive il Pirenne, "senza l'Islam probabilmente non sarebbe esistito un impero franco e Carlo Magno sarebbe inconcepibile senza Maometto" (30). Nel 735 morì Oddone, ormai 66enne, e Carlo - occupata l'Aquitania - costrinse alla sottomissione i suoi due figli; dopodiché, per quattro anni, intraprese diverse campagne contro i Musulmani nella valle del Rodano e ne logorò talmente le forze che pochi anni dopo essi si ritirarono a sud dei Pirenei. Durante tutti questi eventi bellici, la sua più grande difficoltà era stata quella di reperire la paga per le truppe. La moneta era scarsa e il sistema romano di imposte si era dissolto nel caos generale. Rimanevano due alternative: il saccheggio o l'occupazione dei territori altrui. Poiché molti di questi erano in possesso della Chiesa, e frequentemente accadeva che Carlo dovesse impadronirsene per placare i propri turbolenti vassalli, ne scaturì un violento conflitto con il papato. "Dopo la sua morte, nel 741 - scrive il Gibbon - i suoi meriti furono dimenticati e furono ricordati soltanto i suoi atti sacrileghi" (31). Fu questa la ragione per cui, passando gli anni, molti dei suoi successi furono attribuiti, dagli scrittori ecclesiastici, a suo nipote: Carlo Magno. Sei anni prima della battaglia di Poitiers era sorta, e doveva continuare per molti anni dopo di essa, una violenta disputa tra il papato e Leone (30) Pirenne: " Mahornet et Charlernagne" (1922), in " Revue beige de philologie et d'histoi· re", pag. 86. (31) "The Decline and Fall" , Vol. VI, pag. 18.
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III; disputa che portò papa Gregorio III, nel 739, ad appellarsi a Carlo e ad offrirgli il significativo anche se puramente nominale titolo di "console romano". Tale disputa era il primo frutto dell'assedio di Costantinopoli. Questo aveva enormemente accresciuto il prestigio di Leone ed egli aveva promulgato una serie di riforme dalle quali doveva sorgere un nuovo Impero d'Oriente. Egli era non soltanto il più abile generale dei suoi tempi, ma anche un grande statista; oltre a saper vincere una guerra, sapeva vincere la pace che ne seguiva. Le riforme principali riguardarono aspetti militari, civili e religiosi. Ristrutturato l'esercito, era stata costituita una "forza di polizia"; il sistema giudiziario completamente riformato, l'ordine e la giustizia ristabiliti; riorganizzata l'intera economia, incoraggiate l'industria, l'agricoltura ed il commercio. Avendo tuttavia compreso che era impossibile introdurre tali riforme nelle province italiane, decise di lasciar l'Italia al suo destino. Ne scaturì un triplice effetto: Roma era aperta alle incursioni dei Longobardi, il Papa non poteva interferire sulle riforme religiose e - per entrambi questi fattori- l'anatema lanciatogli dal pontefice apriva un solco incolmabiJe tra la Chiesa orientale (Ortodossa) e quella occidentale (Cattolica) (32). Per strano che possa sembrare, fu proprio il contatto con l' lslam che accelerò e diede corpo alle riforme religiose. Uomo dalla mente fluida, che non rifiutava di apprendere quel che il nemico poteva insegnare, Leone capi che il successo dei Musulmani risiedeva nella assoluta moralità, nella ferma disciplina e, soprattutto, nella fede fanatica in un unico Dio, un Dio che non aveva rivali o collaboratori. E quando si volgeva al suo popolo cosa vedeva? Come dice Iorga, "quel che mancava ad una società da lungo tempo abituata ad un governo autocratico era proprio l'autocrazia" (33). Egli pensò, pertanto, di ridurre l'immenso potere ed i privilegi della Chiesa vietando l'adorazione di immagini, icone e reliquie e liberando il popolo dalla schiavitù imposta da preti e da monaci, che avevano fatto di tali immagini uno strumento per attirare le masse ed estorcere loro denaro. Si aprl così la grande controversia iconoclasta, problema estremamente complesso per le sue implicazioni politiche e teologiche. Per capirlo, basti ricordare che, a quel tempo, i monasteri ed i loro vasti possedimenti erano esentati dal pagamento delle tasse; l'educazione era nella mani del clero; il numero dei monaci era stimato a 100.000 (34) e questa enorme massa di (32) Benché la separazione definitiva non avesse luogo che nel 1054 quando papa Leone IX colpi Michele Cerulario e l'intera chiesa orientale con la scomunica, dalla metà dell'VIII secolo in poi la separazione fu nominale, se non effettiva, ed era inevitabile fin da quando Costantino il Grande trasferl la capitale a Bisanzio. (33) "Histoire de la vie Byzantine" (1934), Vol. Il, pag. 17. (34) "History of the Byzantine Empire" di A.A. Vasilev, Vol. l, pag. 314.
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mano d'opera improduttiva influenzava seriamente l'industria e l'economia e privava l'esercito di migliaia di coscritti. È inoltre da notare che le province asiatiche dell'Impero, a differenza di quelle europee, erano fortemente iconoclaste: l'attrito religioso tra loro era endemico. U primo editto che proibiva tutte le immagini sacre fu promulgato nel 726 e, se non ottenne un risultato definitivo, certamente rappresentò uno shock salutare contro tutti i sortilegi che avevano rimpiazzato la religione. Subito il papato espresse la sua disapprovazione e questo è il motivo per cui Leone, nelle storie ecclesiastiche, è rappresentato quasi come un saraceno. Ma, nonostante tutto, l'influenza di tale disputa, in pace ed in guerra, fu profonda. Un nuovo vigore percorse l'impero bizantino che, ancora per 300 anni, si mantenne saldo e divenne un immenso tesoro di cultura che, nel tempo, era destinato a travasarsi nell'Europa occidentale. Leone e Carlo furono, quindi, gli artefici di quei profondi mutamenti storici che non sarebbero avvenuti se l'uno avesse perduto Costantinopoli e se l'altro fosse stato sconfitto a Tours. Separati da 1500 miglia di barbarie, la loro influenza sulla storia fu complementare quanto le loro esistenze. Entrambi riuscirono ad emergere dal caos; entrambi riportarono grandi vittorie su di un comune nemico; l'uno salvò l'Oriente e l'altro fu araldo di un nuovo imperialismo in Occidente.
CAPITOLO XIII
La rinascita detrimperialismo netrEuropa Occidentale
Quadro storico Nell'anno 75 1, Pipino "il Breve", che dieci anni prima era succeduto al padre Carlo Martello come " Maggiordomo", deposto -con la benedizione di papa Zaccaria- lo sterile re Childerico III, venne incoronato da S. Bonifacio "Gratia Dei Rex Francorum". Poco dopo papa Stefano II gli rinnovò la consacrazione e gH conferì anche il titolo di "Patrizio dei Romani". Così la dinastia dei Merovingi lasciava il posto a quella dei Carolingi e Pipino, grato per l'enorme potere concessogH, marciò contro i Longobardi. (Lombardi), strappò loro l'esarcato di Ravenna e, donandolo al papa, costituì quello Stato Pontificio che doveva durare fino al 1870. Pipino morì il 24 settembre del 768 e gli succedettero i suoi due figli Carlo e Carlomanno. Alla morte di quest'ultimo, nel 77 1, il primo rimase unico re dei Franchi e passò alla storia come Carlo Magno, Carlo il Grande. Grande nel corpo e nella mente, egli coltivò l'aspirazione di portare tutti i popoli occidentali nell'ambito di un impero cristiano e, perseguendo tale scopo, alla fine del suo regno aveva imposto la propria autorità dal Baltico al Tevere e dall'Elba e dalla Selva Boema sino all'Atlantico ed ai Pirenei. Per mantenere tale autorità sui turbolenti popoli di un'area così vasta, Carlo fece uso sistematico di cittadelle fortificate disseminate in ogni distretto - i "burg" - che servivano da perni di manovra per le sue forze mobili. Puntando sulla quaJità piuttosto che sulla quantità, queste forze erano costituite quasi interamente da cavalleria "corazzata"; le classi povere venivano così "sollevate" dalle fatiche della guerra. Le fanterie non avevano più niente di quelle del recente passato masse mal armate e buone più per coltivare i campi che per combattere -
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bensì inquadravano soldati ben equipaggiati ed armati con spada, lancia ed arco. Ogni conte doveva dotare inoltre i suoi cavalieri di scudo, lancia, spada, arco e stiletto. Capito che un esercito non poteva essere veramente mobile se non dispònendo dell'autosufficienza logistica e della possibilità di attaccare città fortificate, Carlo organizzò due diverse strutture di "treni", adatte ai due scopi. In queste riforme è possibile vedere il primo fiorire di un nuovo ordine militare, quello feudale, idoneo a far sì che la cristianità potesse metter radici e crescere. Ma siccome la Chiesa amministrava il potere spirituale (!'"eterno"), mentre lo Stato feudale rappresentava unicamente quello temporale, occorreva che la guerra, come la pace, fosse condotta in stretta comunanza con i reggitori della Chiesa. Da tale ansia per il potere assoluto derivava la concezione medievale della guerra, intesa come giudizio divino; e Dio era dalla parte della Chiesa. La guerra non era proibita e non v'erano tentativi di evitarla, perché essa veniva riconosciuta come parte della natura umana, il frutto del peccato originale, che era il fulcro del potere ecclesiastico. Così, essa poteva soltanto essere limitata e mitigata nei suoi effetti "cristianizzando" e nobilitando i guerrieri e riducendone la durata. Se la guerra insegna agli uomini come morire da "bravi"., essa è scuola di eroismo: questo era l'ideale pagano. Ma la morte è la soglia della vita eterna e così la guerra può essere anche scuola di giustizia e di integrità; altrimenti, la morte conduce soltanto alla dannazione eterna: questo è l'ideale cristiano. Così, il soldato è trasformato in mitico cavaliere, "accomunando - scrive Lecky - tutta la forza dell'antico guerriero con la gentilezza e l'umiltà del Santo ... e sebbene tale ideale, come tutti gli altri, fosse una creazione dell'immaginazione mai realizzabile in pratica, tuttavia esso rimase il tipo ed il modello del combattente cui molte generazioni si ispirarono". Nobilitato il guerriero, occorreva nobilitarne le azioni con leggi e con sanzioni. Con "La Pace di Dio" (Pax Dei), di cui si sentì parlare nel 990 per la prima volta, si tendeva a proteggere gli edifici ecclesiastici, i sacerdoti, i pellegrini, le donne ed i contadini così come gli animali e gli strumenti di lavoro. Per chi avesse violato tali regole, venivano stabilite precise sanzioni- la scomunica e l'interdetto- che, nonostante non avessero effetti immediati, pure ottenevano qualche risultato perché, agli occhi della cristianità, stampavano sul trasgressore il marchio della colpa. Il nobilitare la guerra portò inoltre a due limitazioni: la prima consisteva nel fatto che essa era riservata agli aristocratici, gli unici che potessero permettersi il lusso di cavalli ed armature. E proprio le armature ebbero come conseguenza sia la riduzione delle perdite sia il quasi totale abbandono delle armi da lancio, il cui effetto veniva da queste molto attenuato.
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La maggior parte delle battaglie di questo periodo non sono altro che schermaglie d'incontro tra pic·coli gruppi di cavalieri corazzati, nelle quali veniva cercato il duello individuale, più per provare il coraggio dei contendenti che per cercare la morte dell'avversario . Lo scopo era quello di disarcionare il nemico, e tenerlo alla propria mercè, non di ucciderlo. In sintesi, le battaglie erano frequenti ma spesso incruente; la posta era il prezzo del riscatto per lo sconfitto . La seconda limitazione derivava dal tentativo della Chiesa di bandire certe armi da lancio - quali le balestre - che potevano render la guerra più "proletaria". Le origini di queste armi non sono note, ma sembra siano comparse agli inizi dell'XI secolo e certamente erano le più micidiali mai apparse sui campi di battaglia. Nel 1139 il Concilio Laterano II ne proibì l'impiego- eccetto che contro gli infedeli- pena l'anatema. Nonostante ciò, la loro adozione fu quasi generale, ad eccezione che in Inghilterra. È importante tenere a mente tali restrizioni considerando che l'arte della guerra, con Carlo Magno, segna una svolta rilevante e, come sottolinea l'Oman, dà inizio ad un'epoca cosiddetta "romantica". "Nella fantasia degli Europei- dice il Lecky - l'eroe non è più un eremita, ma un re, un guerriero, un cavaliere ... ". L'era degli asceti e dei martiri sta tramontando e sta fiorendo quella della cavalleria. Il romanticismo fu mitizzato dalle conquiste di Carlo, che lo avevano innalzato ben oltre gli stretti limiti di re nazionale, e la sua missione di trasformare l'intero mondo germanico in un impero cristiano esigeva che la sua autorità assumesse forme teocratiche ed universali. Occorrevano due forze, l'una spirituale e l'altra secolare. L'una già esisteva, l'altra andava creata; e, come spesso accade quando i tempi sono maturi per radicali mutamenti, un particolare avven.imento ne fu la causa. Nell'aprile del 799 papa Leone III, accusato di adulterio e di spergiuro, fuggito alla corte di Carlo a Paderborn, fu da questi rimandato a Roma e rimesso sul trono. Ma un tale fatto aveva provocato il risentimento del partito anti-papale e così Carlo , nell'autunno dell'800, discese in Italia per dirimere la disputa. Il giorno di Natale, vestito da patrizio, entrò in S. Pietro, si inginocchiò dinanzi all'altare e Leone gli impose la corona mentre la folla gridava "Vita e vittoria a Carlo Augusto, coronato da Dio, grande e pacifico Imperatore dei Romani" . Dopodiché, Leone gli riservò le adorazioni dovute agli imperatori bizantini e lo proclamò Imperatore e Augusto. II Natale di Cristo divenne anche il Natale del nuovo Impero Romano d'Occidente (l). (l) Tale elezione, in teoria, fu legalizzata soltanto nell'812 allorché l'imperatore bizantino Michele I Rangabè riconobbe Carlo come " Basileus". Così, sempre in teoria, per 12 anni un unico Impero fu retto da due imperatori, come ai tempi di Onorio e Arcadio.
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Tale improvvisa incoronazione - che forse fu il segno di gratitudine di Leone per il grande servizio resogli da Carlo- prese quest'ultimo completamente di sorpresa. Essa, comunque, lo innalzò dal rango di semplice re dei Franchi a quello di primate della Cristianità. Sino ad allora lo era stato il papa; da adesso, il potere temporale non poteva più essere scisso dal volere dell'imperatore. Le conseguenze di quell'atto furono enormi: esso rappresentò - come dice il Bryce - "l'evento centrale del Medio Evo". L'impero di Carlo non sopravvisse alla sua morte e la sua disintegrazione fu in gran parte influenzata da due grandi sconvolgimenti etnici: l'espansione dei Vichinghi (2) nel IX secolo e quella degli Ungari (Magiari) nel X. Questi ultimi erano un popolo Uralo-Altaico che, nell'895, occupando la regione dell'alto corso del Theiss, aveva causato la divisione degli Slavi, provocando un radicale mutamento nella storia d'Europa. Tra il 907 ed il955 essi furono flagello e terrore per l'Europa Centrale. L'anarchia che segul a queste incursioni, insieme a quella portata dai Vichinghi e dagli Slavi, fece sì che la Francia tornasse ad una suddivisione tribale; risorsero così la Sassonia, la Baviera, la Franconia, la Svevia e la Turingia, ciascuna sono un proprio duca e ciascuna tendente a divenire un regno indipendente, sinché nel 918 Corrado [ - il re nominale di Germania -offrì la corona ad Enrico I'Uccellatore (919-936), figlio di Ottone, l'illustre duca di Sassonia, l'unico uomo che sembrava capace di prevalere nel disordine dilagante. Soldato nato ed abile statista, Enrico sottomise la Svevia e la Baviera, annesse la Lorena, ricacciò Slavi ed Ungari e finalmente riunificò la Germania. Alla sua morte, nel 936, gli successe suo figlio Ottone I detto il Grande (936-973), cognato del re Atelstano d'Inghilterra. Egli sconfisse gli Ungari a Lech, nei pressi di Augusta (Augsburg) nel 955 e quindi costrinse i Boemi - allora i più forti tra gli Slavi - a pagargli un tributo. Nel 961 fu chiamato a Roma da papa Giovanni XII , che reclamava il suo aiuto. Qui, il 2 febbraio del 962, fu incoronato e Giovanni giurò che, per il futuro, nessun pontefice sarebbe stato eletto senza il consenso dell'imperatore; questo fu il compenso per la promessa solenne di difendere il patrimonio di S. Pietro! Così, un principe germanico assumeva la sovranità sulla Germania e sull'Italia insieme e fondava quello che passerà poi alla storia come Sacro Romano Impero. Esso era il prolungamento di quello di Carlo e, come dice il Bryce, "non un mero successore dopo un periodo di interregno, ma una (2) Termine generico per i pirati di mare scandinavi del IX e X secolo, chiamati anche Normanni o Norsemen (uomini del nord), Danesi e Varengj (Varangj) a seconda dei vari luoghi ove agivano. La parola deriva da "Vik" (insenatura, impluvio o baia) cbe si trova, nella versione "wick", in molti nomi di località inglesi.
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vera e propria rifondazione del trono imperiale d'Occidente". Prima di questi avvenimenti, i Vichinghi - i nomadi del mare - razziavano le coste ed i fiumi dell'Europa occidentale; sebbene i loro raids fossero iniziati durante il regno di Carlo Magno, fu soltanto dopo la sua morte che essi divennero veramente pericolosi. Nell'850 prese il mare l'intera popolazione della Scandinavia e il mezzo secolo che seguì fu uno dei più oscuri nella storia d'Europa. Queste incursioni, che toccarono Novgorod come la Sicilia, l'Islanda, la Groenlandia e l'America, stimolarono la ristrutturazione militare iniziata da Carlo. Divenute inutili le masse di reclute mal armate, si puntò sui soldati di mestiere; e poiché soltanto combattenti a cavallo potevano tenere dietro ai razziatori, il potere militare sempre di più passò nelle mani della nobiltà. Così, da questo periodo tribolato, emerse una società feudale basata su capisaldi ben solidi e su cavalieri ben armati. Soltanto in Inghilterra si adottarono altri mezzi: re Alfredo (871-900), pur non trascurando le fortificazioni, invece di reclutare cavalieri costruì una flotta e sconfisse i Vichinghi nel loro elemento. Per questo- mentre nel continente la cavalleria diveniva il fulcro degli eserciti - in Inghilterra si continuò a far leva sulle fanterie. Delle tante incursioni compiute, le due più significative per il successivo sviluppo degli avvenimenti furono intraprese contro l'Inghilterra e la Francia settentrionale. Entrambe, iniziate come scorrerie, si trasformarono in stanziamenti ed infine in conquiste. La prima, che era iniziata alla fine del IX secolo, terminò con l'annessione dell'Inghilterra alla Danimarca del Re Canuto (995- 1035), che ne fece così una parte del suo impero scandinavo. La seconda iniziò nell'896, allorché un Vichingo di nome Rollo o Rolf giunse in Francia ove Carlo il Semplice, incapace di respingerlo, accettò con il trattato di St. Claire-sur-Epte (911)- di cedere a lui ed ai suoi seguaci la regione della bassa Senna a condizione che essi si facessero battezzare. Così fu creato il ducato di Normandia, che nel 933 si estese sino ai confini della Bretagna; da qui prese le mosse la lunga contesa tra Normandia ed Inghilterra. Gli eventi, in breve, furono i seguenti: nel 1002, per interdire i porti della Normandia agli invasori Danesi, Etelredo Io Sconsigliato sposò Emma, sorella di Riccardo II di Normandia, nipote di Rollo. Quindi, nell013, durante l'invasione dell'Inghilterra da parte di Sveno "Barbaforcuta", re di Danimarca, Etelredo con la moglie ed i due figli, Alfredo e Edoardo, si rifugiarono in Normandia, ben accolti da Riccardo. Poche settimane dopo Sveno morì e Canuto - il più giovane dei suoi due figli - impreparato a respingere il rientro di 'Etelredo, ritornò con la flotta in Danimarca a reclutare truppe fresche. Egli sbarcò nuovamente in Inghilterra nell015 ed in soli quattro mesi si consolidò nel Wessex. L'anno successivo, alla morte di Etelredo, la guerra contro i Danesi fu continuata
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da Edmondo "Fianco di Ferro", figlio di Etelredo per pàrte della sua prima moglie Alfgifu. Dopo sei battaglie, nel 1016 Edmondo fu decisamente sconfitto ad Ashingdon (Assandun) e dovette venire a patti con Canuto: il primo avrebbe avuto il Wessex, mentre tutta l'Inghilterra a nord delTamigi sarebbe passata sotto il dominio del secondo. Ma quando, il 30 novembre dello stesso anno, Edmondo morì, l'assemblea generale dei Sassoni, per scongiurare una ripresa della guerra, accettò Canuto quale re di tutta l'Inghilterra. I due figli di Edmondo, ancora ragazzi, Edmondo e Edoardo, furono banditi da Canuto e scapparono in Ungheria. L'anno seguente, per preverure un'azione di Riccardo di Normandia a favore dei suoi nipotifigli di Etelredo e di Emma - Canuto venne a patti con Riccardo e sposò Emma. L'impero di Canuto comprendeva i regni d'lnghllterra, di Danimarca e di Norvegia ed alla sua morte, nel 1035, come era accaduto a queiJo di Carlo Magno, esso fu diviso tra i suoi tre figli. A Sveno toccò la Norvegia, ad Artacanuto la Danimarca e ad Araldo, soprannominato "Pié di lepre", l'Inghilterra. Il primo ed il terzo erano nati da Alfgifu di Northampton, il secondo era il figlio legittimo avuto da Emma; perciò Artacanuto aveva maggiori diritti sul trono d'Inghilterra che non Araldo. Ma c'erano anche altri candidati alla successione, che avevano buoni diritti, se non migliori: ed erano i figli di Edmondo "Fianco di Ferro" e quelli di Etelredo e di Emma. I primi erano lontani, in Ungheria, ed i secondi non godevano più della protezione di Roberto I, che era succeduto a Riccardo II nel 1028 per poi morire nel 1035. Questi aveva lasciato il ducato nelle mani di suo figlio Guglielmo, più tardi noto come "il Conquistatore" , il quale - non avendo ancora otto anru - non poteva intervenire in favore di Alfredo Atheling e di suo fratello. Per dirimere la questione della successione, fu indetta ad Oxford "un'assemblea nazionale dei saggi" (3) che. dopo molto contendere, elesse - ma non incoronò - Araldo. Approfittando di queste dispute, Alfredo Atheling- con l'aiuto di Baldovino V di Fiandra- sbarcò in Inghilterra e, durante il suo avvicinamento a Londra, fu ricevuto amichevolmente da Godwin, Conte di Wessex, che era stato il più influente consigliere di Canuto. Durante la notte, Alfredo e i suoi furono catturati con l'inganno e, quindi, inviati a Londra ove lo stesso Araldo accecò Alfredo in modo così brutale da ucciderlo. Araldo fu rieletto e riconosciuto re ed Emma, espulsa dal regno, dovette rifugiarsi in Fiandra da Baldovino. (3) La Witangemot non rappresenta l'origine del succesivo parlamento, né si poteva considerare un organismo popolare rappresentativo. Era un 'assemblea casuale di vescovi, conti, funzionari regi ed altri nobili che non si dimostravano sempre "saggi" come vorrebbe il loro n~me (da Travelyan: "Storia d'Inghilterra", Ed. Garzanti. N.d.T.).
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Nel 1040 Araldo morì e l'assemblea, all'unanimità, elesse re Artacanuto, che sino ad allora non aveva fatto prevalere le sue pretese al trono d'Inghilterra in quanto impegnato a difendere la Danimarca dalla minaccia di Magnus il Buono, re di Norvegia, che era succeduto a Sveno nel 1036. Il 17 giugno del l 040 Artacanuto sbarcò a Sandwich e fu acclamato re. Non essendo egli sposato e non avendo discendenti, nel 1041 invitò il suo fratellastro Edoardo a tornare in Inghilterra dalla Normandia ove ancora si trovava; richiesta che ne presupponeva il tacito riconoscimento quale erede al trono. Un anno dopo, l'otto giugno, Artacanuto moriva e, secondo la "Cronaca Anglo-Sassone", "prima che egli · fosse sepolto, il popolo di Londra acclamò re Edoardo"; ma dovevano passare due anni prima che, il 3 aprile 1043, questi fosse consacrato re a Winchester dall'arcivescovo Eadsige. Edoardo, più tardi soprannominato "il Confessore", se aveva mezzo sangue normanno nelle vene, era interamente normanno per educazione, avendo vissuto nel ducato sin dal1013. Il suo seguito era normanno, ed era circondato da preti e funzionari normanni. Il risultato di tutto ciò fu che l'Inghilterra si divise subito in due partiti, uno anglofilo, guidato da Godwin di Wessex ed uno pro-Normanni, che aveva il favore di Leofrico di Mercia e di Siward di Northumbria. Nel 1501 quest'ultimo partito prese il sopravvento e Godwin, con i figli Sveno, Araldo, Tostig, Leofvino e Gyrth, fu messo fuorilegge e dovette fuggire sul continente. · Poco dopo, tuttavia, un avvenimento era destinato a mutare il corso della storia inglese. Il duca Guglielmo di Normandia, cugino di Edoardo, che aveva 24 anni, giunse in Inghilterra con un gran seguito di francesi; quel che sappiamo è che Edoardo lo ricevette, lo colmò di doni e lo rimandò a casa. Considerando la situazione inglese a quel momento, ed il fatto che Edoardo non aveva eredi e si era votato a perpetua castità, non è immaginabile che si sia trattato di una pura visita di cortesia. È molto probabile che si sia parlato di successione e che Guglielmo sia tornato in Normandia col riconoscimento di qualche sorta di diritto alla corona d'Inghilterra. L'anno successivo, la situazione fu completamente capovolta. Godwin tornò a furor di popolo ed Edoardo fu costretto a restituirgli la sua contea (4) . Dopodiché si racconta che "tutti i Francesi che avevano commesso ingiustizie o che avevano promosse norme ingiuste o che avevano dato cattivi consigli" furono messi fuorilegge. 11 trionfo del partito inglese ripropose la questione della successione, ma Godwin non prese parte alla disputa perché morì nel 1053 lasciando il Wessex a suo figlio Araldo; la Northumbria era stata data a Tostig due anni prima. (4) Il termine esatto della suddivisione territoriale inglese del tempo è "earldom" = comitato (N.d.T.).
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C'era un solo pretendente che poteva soddisfare la politica e le aspirazioni del partito inglese e questi era Edmondo Atheling, figlio di Edoardo "Fianco di Ferro". Nel 1054, le sue pretese furono accettate ed Ealdred, vescovo di Winchester, fu inviato presso l' Imperatore Enrico III per attenerne la sanzione. Ma fu soltanto nel1057 che Atheling sbarcò in Inghilterra con la magHe ed il figlio Edgardo. Sembrava che il problema della successione fosse risolto, ma non era così. Egli, infatti, mori pochi giorni dopo lo sbarco e prima ancora di essere presentato al re. La "Cronaca" commenta il fatto come " una sfortuna per questo povero regno".
La Battaglia di Hastings (1066)
Guglielmo, detto "il Bastardo", e più tardi soprannominato "il Conquistatore" e "il Grande", era figlio naturale di Roberto I di Normandia e di Ariette (5), figlia di un conciapelli di Falaise. Nato, probabilmente, nel settembre del 1027, rimase orfano a sette anni, allorché suo padre, recatosi in pellegrinaggio in Terra Santa, mori nel 1035 a Nicea. La sua gioventù trascorse in mezzo ai pericoli, ma egli mostrò ben presto quanto fosse coraggioso. A vent'anni, con l'aiuto di re Enrico I di Francia, sconfisse i baroni ribelli a Val-ès Dunes, presso Caen e ne distrusse i castelli. Sino all064 fu in guerra permanentemente o contro i suoi vassalli o contro il re di Francia. Un forte carattere e un'indomabile volontà nel perseguimento dei suoi scopi gli conferivano un'estrema abilità nell'imporre la propria autorità. Uomo di ferro, poteva mostrarsi brutale o clemente a seconda delle circostanze; mai debole. Non tollerava opposizione; il suo volere era legge e non voleva essere ostacolato da nessuno, neanche dal papa. Grande amministratore ed abile soldato, basava la sua strategia sul far cadere le città ed i castelli nemici con l'intimidazione piuttosto che con la forza. La devastazione era la sua arma decisiva e la sapeva usare con effetti micidiali senza mostrare alcuna pietà per le povere genti massacrate. Nella "Cronaca Anglo-Sassone" leggiamo che "era gentile con gli uomini buoni che amavano Dio, ed era implacabile con coloro che tentavano di resistergli ... era un uomo rigido e violento, sì che nessuno osava contrastarlo. Espulse vescovi dalle loro sedi ed abati dalle loro abbazie e gettò no(5) Dopo la morte di Roberto, sposò Herlouin, visconte di Conteville, e gli diede 2 fratellastri di Guglielmo: Odo, vescovo di Bayeux e Roberto, conte di Mortain.
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bili in prigione e non risparmiò neanche suo fratello (Odo) ... ma non si può dimenticare la sicurezza che egli diede a questo paese, ove gli uomini onesti potevano viaggiare in lungo ed in largo senza timore anche se avevano le bisacce piene d'oro: e nessuno poteva far del male agli altri, che molto peggio egli avrebbe fatto a lui" (6). Allo scopo di consolidare la sua posizione, strinse alleanza con Baldovino V di Fiandra e nel 1048 gli chiese la mano della figlia Matilda. Nonostante l'opposizione di papa Leone IX, causa un'affinità di sangue che non è ben chiara, la sposò nel 1053 ottenendo, sei anni dopo, la benedizione del matrimonio da Papa Nicola II in cambio della promessa, poi mantenuta, di edificare due monasteri a Caen. L'anno successivo al riconoscimento papale delle nozze, la posizione strategica di Guglielmo fu enormemente rafforzata dalla morte di Enrico l, al quale successe Filippo I -ancora in fasce- sotto la reggenza di Baldovino di Fiandra. Questo fortunato evento pose Guglielmo nel ruolo di potenziale primate di Francia, con il re praticamente affidato alla custodia di suo suocero. Nell064, poco dopo aver annesso il Maine alla Normandia, un avvenimento imprevisto gli diede un pretesto formidabile per pretendere la corona d'Inghilterra. Si trattò della visita in Francia di Aroldo, conte di Wessex, principale consigliere di Edoardo il Confessore. Ci sono due versioni di questo strano episodio. La prima, riportata da Guglielmo di Poitiers, dice: "Edoardo, che amava Guglielmo come un fratello o come un figlio, sentendo avvicinarsi la fine, allo scopo di poterio proclamare suo erede ... mandò Aroldo da lui per fargli confermare la promessa (del 1051 ?) con un giuramento. Durante la traversata della Manica, una tempesta costrinse Aroldo a rifugiarsi sulla costa di Ponthieu ove cadde nelle mani del conte Guido che lo gettò in prigione. Guglielmo, saputolo, intercesse per la sua liberazione ed a Bonneville Aroldo giurò fedeltà al duca secondo il rituale sacro riconosciuto dai cristiani. Egli promise innanzi tutto di essere il portavoce ('Vicarius') del duca Guglielmo alla corte di re Edoardo sin tanto che fosse vissuto; secondo, di esercitare tutta la sua influenza per assicurare al duca la successione al trono d'Inghilterra; terzo, di consentire che i cavalieri del duca presidiassero il castello di Dover e di mantener questi a sue spese e sotto la sua protezione; quarto, che altri presidii del duca potevano esser inviati in altre parti d'Inghilterra a suo piacimento" (7). (6) "The Anglo-Saxon Chronicle (l 042-1154)", in "English Historical Documents" a cura di David Douglas (1953), Vol. Il, pagg. 163-164. (7) Guglielmo di Poi tiers: "The Deeds of William, duke of Normans and King of the English", in "English Historical Documents" a cura di Oavid Douglas, Vol. Il, pagg. 217-218. Guglielmo di Poitiers era il cappellano di Guglielmo il Conquistatore.
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La seconda versione, riportata da Guglielmo di Malmesbury è la seguente: "Aroldo, salpato da Bosham, allora importante porto del Wessex, per una partita di pesca, colto da una tempesta dovette riparare sulle coste del Ponthieu. Quì egli fu catturato e 'legato mani e piedi'. Per ottenere la propria liberazione, persuase con molte promesse una persona ad andare da GugHelmo per informarlo della sua situazione e per fargli sapere che egli era stato mandato dal re per portargli personalmente un messaggio. Guglielmo allora costrinse Guido, che era suo vassallo, a rilasciare Aroldo. Abile e coraggioso, egli conquistò il cuore del Normanno e, per ingraziarselo ancora di più, gli promise il castello di Dover - che era nella sua giurisdizione - e, alla morte di Edoardo, il regno d'Inghilterra. Ne ottenne il duplice onore del fidanzamento con la figlia del duca, allora bambina, e dell'assicurazione circa l'intangibilità dei suoi vasti possedimenti ... " (8). Entrambe le versioni non sembrano convincenti. Per quanto riguarda la prima, c'è da chiedersi se Aroldo- virtualmente viceré d'Inghilterraavrebbe mai potuto accettare una tale missione. Inoltre, come sottolinea il Ramsay, se veramente egli l'avesse accettata, certamente avrebbe viaggiato con un salvacondotto in modo da scongiurare pericoli del tipo dell'arresto da parte di Guido (9). Per la seconda, sembra più probabile che Guglielmo- saputo dei guai di Aroldo -li avrebbe considerati un dono di Dio ed avuto Aroldo in suo potere non l'avrebbe certo rilasciato senza farsi prima giurare che, una volta in Inghilterra, egli avrebbe sostenuto le sue pretese al trono. Comunque siano andate le cose, non c'è dubbio che un giuramento vi fu. Non soltanto l'episodio è ampiamente descritto nell'arazzo di Bayeux, ma, come vedremo, allorché Guglielmo avanzò le sue pretese al papa, all'imperatore ed al popolo, Aroldo non le negò: se non lo fece, è da ritenere che l'evidenza fosse contro di lui. Non appena rientrato in Inghilterra, Aroldo dovette affrontare una crisi nazionale. La nomina di suo fratello Tostig a conte di Northumbria non era mai stata popolare e quando, nell'ottobre 1065, questi era assente, trovandosi con il re a Brentford, i signori dello Yorkshire si sollevarono contro di lui, lo deposero ed offrirono la contea a Morcar, nipote di Leofrico e fratello di Edwin, conte di Mercia. Morcar accettò e marciò su Northampton, ove si congiunse ad Edwin. A Oxford, Aroldo incontrò i ribelli, ma non riuscì ad ottenere la composizione della disputa; così Edoardo, molto controvoglia, fu costretto a met(8) Guglielmo di Malmesbury: ' ' Chronicle of the Kings of England" trad. di J. A. Giles (1904), pagg. 254-255. A quel tempo la figlia di Guglielmo, Adela, o Agata, aveva circa 11
anni. (9) "The Fundation of England" (1898), Vol. I, pagg. 496-497.
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ter fuori legge Tostig e ad accettare Morcar. Tos~ig e sua moglie si rifugiarono in Fiandra. Per Aroldo soffiava vento contrario; la casata di Godwin era divisa, quella del rivale Leofrico esultante e, soprattutto, Tostig passava dalla parte del suocero ed alleato di Guglielmo. Le fatiche che Edoardo aveva dovuto affrontare durante la ribellione ne avevano accelerato la fine. In dicembre, celebrò il Natale come al solito, ma il 28 dello stesso mese era troppo malato per presenziare all'inaugurazione della nuova abbazia di Westrninster. ll5 gennaio 1066, proprio prima di spirare, diede la mano ad Aroldo raccomandandogli sua moglie e tutti i suoi sudditi. Il giorno successivo fu sepolto frettolosamente nella sua abbazia ed immediatamente i membri dell'"assemblea" (IO) presenti a Londra si riunirono in concilio per stabilire la successione. Sebbene niente si sappia delle loro delibere, la decisione fu quella di eleggere Aroldo (11). Il momento esigeva un re forte, ché il regno era minacciato: dalla Normandia di Guglielmo; dalla Norvegia, ora retta da Araldo Ardrada, che era succeduto a Sveno; da Tostig in Fiandra e da Malcom Canmore di Scozia. Anche se il concilio avesse preso in considerazione Edgardo Atheling, nipote di "Fianco di Ferro", se lo sarebbe dovuto levar subito dalla mente, cbé questi era ancora un bambino, mentre Araldo era un uomo maturo che aveva dato bella prova di sè nelle recenti guerre contro i Gallesi. Se a tutto ciò si aggiunge la designazione fatta da Edoardo, non sembra vi fosse possibilità di altra scelta (12). Detto fatto, Aroldo fu incoronato dall'arcivescovo di York Ealdred, nell'abbazia di Westminster. La notizia della morte di Edoardo e dell'elezione di Aroldo raggiunse rapidamente Guglielmo a Rouen e subito, come ci dice Guglielmo di Poitiers, "egli decise di vendicare con le armi l'insulto e di riconquistare la propria eredità con la guerra" (13). Ma prima di agire, quasi a giustificare una dichiarazione di guerra agli occhi del mondo, egli inviò un'ambasceria ad Araldo per chiedergli formalmente il rispetto del giuramento (14). Fermiamoci un momento, adesso, a vedere la posizione strategica dei contendenti. (IO) L'assemblea ("Witanagemot") era in parte un'assemblea di notabili e in parte un Gabineuo Privato del re. Aveva voce in ogni importame campo della pubblica amministrazione e svolgeva anche le funzioni di suprema corte di giustizia. (Il} Per i principi "elettivi" ed "ereditari" della monarchia anglo-sassone, vds. " AngloSaxon England" (1947) di F.M. Stenton, pag. 544, e "William the Cooqueror and the Rule of the Normans" (1908). pagg. 149-152. (12) L'assemblea, anche se l'avesse saputo, non sarebbe stata in alcun modo vincolata dal giuramento di Aroldo perché, non essendo di sangue reale, non aveva diriuo- neppure moralmente - di impegnare la corona inglese. (13) William of Poitiers, pag. 218. (14) William of Malmesbury, pag. 271.
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Guglielmo, sin dal tempo della vittoria di Val-és-Dunes, aveva costantemente seguito la politica di rafforzare il ducato internamente e di renderlo sicuro ai confini. Come abbiamo visto, assistito dalla buona fortuna, vi era riuscito: dalla Schelda alla Loira ogni approdo era nelle sue mani o in quelle dei suoi alleati. All' est era protetto dall'alleanza con la Fiandra; all'ovest aveva sottomesso la Bretagna; a sud aveva occupato il Maine. Disponeva inoltre di un re amico a Parigi e di una buona dose di fortuna." Nel 1060, l'anno della morte di Enrico I, era spirato anche il suo più terribile nemico, Goffredo Martel d'Angiò, la cui casata, intenta a disputare la successione, non rappresentava più un pericolo, almeno per il momento. Infine, la sua posizione internazionale era stata considerevolmente rafforzata dall'elezione di Aroldo, considerato generalmente sul continente come un usurpatore. Al confronto, la posizione di Araldo non poteva esser peggiore. L'Inghilterra era disunita ed egli, non essendo di sangue reale, non aveva titolo per rappresentarne l'unione. I due grandi signori del nord, Edwin e Morcar, non avevano certo visto di buon occhio la sua nomina. Infatti, il secondo rifiutò di riconoscerlo e-- mentre Guglielmo stava mobilitando -- Aroldo fu costretto ad andare a York per cercar di guadagnarne l'amicizia; e lo fece, almeno nominalmente, sposandone la sorella Ealdgyth. Al suo ritorno a Londra, il giorno di Pasqua (era il 16 aprile), egli fu riconosciuto re di tutta l'Inghilterra. Dal punto di vista strettamente militare, la sua situazione non era migliore, come è possibile vedere confrontando gli ordinamenti inglesi con queUi normanni. La struttura dell'esercito inglese era basata su due tipi di forze, i "fyrd", o milizia nazionale, e gli "housecarles" . l "fyrd" erano reclutati nella misura di un uomo per ogni cinque "hides" - un "hide" corrispondeva a 120 acri - "ed ogni hide doveva dotare il soldato con 4 scellini di paga e con viveri per due mesi, oppure con 20 scellini" (15). Gli "housecarles" (16) in origine costituivano la guardia del corpo del re, o del conte, o del signore, ma ai tempi di Aroldo si erano trasformati in un piccolo esercito professionale, la cui funzione principale in battaglia era quella di rinforzare i ranghi dei "fyrd". Sebbene questi due " corpi" insieme fossero numericamente sufficienti per affrontare normali emergenze, essi -- e specialmente i "fyrd" -- non erano di "pronto impiego", essendo disseminati in tutto il paese; inoltre, una volta esaurite paghe e razioni viveri per due mesi, occorreva ricorrere a nuovi balzelli (Danegeld), cosa che non era certa-
(15) " The Foundation of England" , Sir J.H. Ramsay, Vol. l, pag. 520. (16) Letteralmente: capifamiglia (N.d.T.).
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mente molto popolare. Sebbene gli "housecarles" (17) e molti dei "fyrd" fossero montati, combattevano a piedi. L'unica volta che tentarono di imitare i normanni ed impiegarono i cavalli in battaglia, nell055, sotto Ralph, conte di Hereford, finì in un disastro (18): non lo fecero mai più. In quanto alle armi, le più importanti erano la lancia, la spada a due tagli, e la lunga ascia danese (che, in origine, era un'arma da abbordaggio). L'arco era praticato come sport, ma poco impegato in guerra. Gli scudi erano rotondi o a forma di cervo volame e gli elmi e le cotte di maglia ("byrne") erano indossati soltanto da chi poteva permetterselo. Un'ulteriore difficoltà per Araldo era rappresentata dal fatto che Edoardo aveva messo allo sbando la piccola flotta che aveva ereditato e così, nel 1066, essa non esisteva come non esistevano mezzi per costruirla. Unica possibilità, la requisizione delle imbarcazioni commerciali e pescherecce e la "militarizzazione" delle loro ciurme. Ma, come sottolinea il pro f. Stenton, la mobilitazione di una tale flotta era un'impresa lenta e difficile ed i risultati -in mancanza di una qualsiasi organizzazione logistica (19) - certamente deludenti. Dall'altra parte, all'inizio del 1066 sembra che Guglielmo dovesse soltanto costruire le navi per il trasporto dei cavalli, le uniche di cui non disponesse. La vera seria difficoltà che egli doveva affrontare- veramente terribile! - era l'attraversamento della Manica. Il sistema militare normanno era del tutto diverso. Ogni barone o vescovo aveva ricevuto le proprie terre dal duca con il patto di mantenere ed equipaggiare un cert o numero di cavalieri sempre "pronti". Era proprio su questi contingenti di cavalleria "corazzata" che si basava il potere militare dei Normanni; essi, durante le guerre continue che Guglielmo aveva intrapreso, erano divenuti un corpo altamente addestrato e disciplinato. L'armamento principale consisteva nella lancia e nella spada; le cotte, come si può vedere nell'arazzo di Bayeux, erano simili a quelle inglesi. Dei Normanni in generale, dice Guglielmo di Malmesbury: "Sono una razza indurita dalla guerra, che vive male in tempo di pace, fe-
(17) Gli •'Housecarles" di Araldo sono considerati la " più perfetta fanteria che esistesse allora in f:uropa". Fanteria pesante, a cavallo per il movimento ma non per il combattimento, era "un gruppo vincolato dal denaro ma ad un tempo un 'associazione fondatasull'onore e sulla fedeltà personale".(Trevelyan: "Storia d' Inghilterra", ed. Garzanti. N.d.T.). (18) A questo proposito, leggiamo: " Ma prima che venisse scagliata una sola lancia l'esercito fuggì, perchè era a cavallo" ("Anglo-Saxon Chronicle", pag. 133). Ciò dev'essere stato dovuto al fatto che gli uomini a cavallo di Ralph furono accolti da tali raffiche da parte dei lanciatori di giavellotti e degli arcieri gallesi da assaggiare un anticipo di Crécy. La cavalleria, senza l'appoggio dei propri arcieri, non poteva affrontare quelli avversari: ci vollero quasi 300 anni per imparare questa lezione. (19) "Anglo-Saxon England", pag. 574.
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roce quando si scaglia contro il nemico ... sono fedeli ai loro Signori, anche se basta una piccola offesa per renderli perfidi" (20). La fanteria Normanna consisteva in fanti e arcieri, questi ultimi armati sia con il corto arco normanno sia con la balestra. Guglielmo era un ottimo comandante, esperto, aduso all'impiego di ogni mezzo, che conosceva benissimo come imporre la disciplina e come far funzionare la propria ''logistica". Gli inglesi non facevano praticamente uso bellico dei castelli (21), mentre Guglielmo ne aveva fatto capisaldi per controllare il ducato e gli altri territori annessi, riuscendo così a tenere vaste aree con poche guarnigioni e rendendo disponibile la massa dell'esercito per la manovra in campo aperto. Massa che, tuttavia, a quel tempo, poteva anche voler dire due o tremila uomini! Una volta deciso a sfidare Araldo, Guglielmo capì che quella non era una contesa di carattere feudale di signori contro vassalii o viceversa, bensì un "affare" internazionale; e come tale andava trattato. E poiché a quel tempo le grandi autorità internazionali erano il papa e l'imperatore, era essenziale ricevere la loro approvazione e, se possibile, il loro aiuto. Incominciò dunque ad aprire negoziati con entrambi ed a mandare emissari presso le principali corti d'Europa ad illustrare le sue pretese sulla corona inglese. Attraverso l'abilità diplomatica di un suo consigliere, l'erudito Lanfranco, priore di Bee, riuscì ad ottenere il supporto dell'arcidiacono Ildebrando (futuro papa Gregorio VII), che a sua volta persuase il papa Alessandro II a benedire la causa normanna ed a mandare a Guglielmo uno stendardo consacrato . Dall'Imperatore Enrico IV ottenne la promessa dell'aiuto tedesco se ne avesse avuto bisogno e da Sveno Estrithson, re di Danimarca, un generico impegno, poi non mantenuto (22). Araldo, sebbene fosse venuto a sapere di tutte queste manovre contro di lui, non fece niente per contrastarle. Ben sapendo che l'esercito necessario all'impresa non poteva essere soltanto quello normanno e non avendo alcun potere legale - negatogli dalla legge feudale - di imporre ai propri vassalli di andare a combattere oltre mare, Guglielmo convocò una assemblea dei baroni a Lillebonne per tastar loro il polso circa l'idea di "fornire armati in proporzione ai loro possedimenti" (23). Quindi, dichiarò Matilda reggente durante la sua assenza, assistita da un consiglio presieduto da Roger di Beaumont. (20) William of Malmesbury, pag. 280. (21) La maggior parte dei castelli dell'Xl secolo erano palizzate costruite su terrapieni. Soltanto dopo la conquista dell'Inghilterra comparvero in gran numero i castelli di pietra. (22) WiUiam of Poiùers, pagg. 219-220. (23) William of Malmesbury, pag. 273.
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Con alle spaJie la sanzione papale, la causa di Guglielmo attrasse molti seguaci; la conquista di un paese come l'Inghilterra, così vasto e prospero, offriva immense possibilità di ricchezza ai soldati di fortuna ed ai giovani cadetti delJa nobiltà europea in cerca di soldi e di proprietà terriere. Da ogni parte di Francia e d'Europa i volontari corsero ad arruolarsi ·sotto le sue bandiere: essi venivano dalla Bretagna , dal Maine, dalle Fiandre, dal Poitou, dalla Borgogna, dalJ' Aquitania e perfino dall' Italia meridionale. Fra tutti, i più importanti erano i suoi due fratellastri, Ottone, vescovo di Bayeux e Roberto, conte di Mortaiq. E c'erano anche Goffredo, vescovo di Coutances; l vo, figlio di Guido di Ponthieu; Guglielmo, figlio di Riccardo conte di Evreux; Goffredo, figlio di Roberto conte di Mortagne; Roberto di Meulan, figlio di Roger di Beaumont; Roger di P oitou, figlio di Roger di Montgomery; Guglielmo Osbern; Walter Giffard; Ralph di Tosny; Ugo di Grantmesnil; Guglielmo di Varenne; Ugo di Montfort; Guglielmo Malet e Umberto di Tilleul. Tra coloro che provenivano dalle regioni annesse c'era Eustachio di Boulogne, Alan di Bretagna, Gilberte di Gand, Walter delJe Fiandre, Gerbod, figlio di primo letto di Matilda, Arnaury visconte di Thouars e Goffredo di Chaumont. Un simile gruppo di nobili non si era mai visto prima e faceva presagire l'avvento delJe Crociate. NelJo stesso momento in cui i baroni normanni erano riuniti a Lillebonne, Tostig, che non aveva niente da guadagnare dall'elezione di Aroldo, si recò dalle Fiandre in Normandia e - secondo Orderico Vitalis ottenne da Guglielmo un permesso di "tornare in Inghilterra" (24). Cosa ciò potesse significare non è ben chiaro, perché la preparazione del duca era alJora soltanto nella fase iniziale e certo Tostig, in quel momento, non poteva recare alcun aiuto alla spedizione. Sembra più probabile che Tostig, a corto di fondi per pagare i suoi seguaci, volesse tornare nell'isola di Wight - ove aveva dei possedimenti - per raccogliere più danaro che gli fosse possibile. In maggio, egli fece vela dal continente con 60 navi, sbarcò nell'isola, ottenne denaro e provviste (25) e quindi mosse per saccheggiare le coste del Sussex e del Kent. A Sandwich, arruolò forzatamente un certo numero di uomini ma, avendo saputo che Aroldo stava marciando da Londra contro di lui, reimbarcò rapidamente le sue forze, navigò sino aJia foce del fiume Humber ove, sembra, fu affrontato dalle milizie di Edwin e sconfitto così duramente da rimaner con soli dodici piccoli vascelli. Riuscì comunque a scampare ed a trovar rifugio in Scozia assieme a Malcom Canmore (26). (24) "The Ecclesiastical History of England and Normandy", trad. di T. Forester (1853), Vol. l, pag. 463. (25) " Anglo-Saxon Chronicle", pag. 142. (26) "The Chroniclc of Florence of Worcester", trad. di Thomas Forester (1854), pag. 168.
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Tale "fiasco" sembra aver avuto importanti riflessi sulla futura campagna di Hastings, in quanto Aroldo, persuaso dell'imminente invasione di Guglielmo, mobilitò prematuramente e riuscì a radunare forze terrestri e navali quali mai "si erano vedute prima" (27). In altre parole, egli ordinò una mobilitazione generale (28) per la quale non avrebbe certo avuto il tempo necessario ad operazioni iniziate; dopodiché schierò i "fyrd" lungo le coste del Sussex e del Kent e radunò la flotta allargo dell'isola di Wight. Ma 1'8 settembre spirava il tempo legale del servizio, i soldi e le provviste erano terminati ed egli fu costretto a smobilitare (29). Così, come vedremo, nello stesso momento in cui Guglielmo era pronto ad imbarcarsi, la Manica restava sguarnita. C'è da chiedersi: se non fosse stato per la scorreria diTostig; avrebbe mai Araldo proceduto alla mobilitazione in quel momento? E ancora: se la mobilitazione fosse stata ritardata, diciamo di un mese, sarebbe mai stata conquistata l' Inghilterra? Ancora una volta la fortuna era dalla parte di Guglielmo . Non appena ebbe smobilitato, Araldo ricevette la notizia allarmante che Araldo Ardrada (1015-1066), re di Norvegia (30), accompagnato da Tostig, aveva invaso il nord del Paese. Era successo che Tostig, subito dopo essersi rifugiato in Scozia, era andato in Norvegia per sollecitare Ardrada ad invadere l' Inghilterra ed a pretenderne la corona in virtù del trattato stipulato a suo tempo tra Artacanuto e Magnus (31). È più probabile, comunque, che la minaccia di Guglielmo sull'Inghilterra forse ragione sufficiente per spingere Ardrada a cogliere l'occasione per effettuare una spedizione a scopo di razzìa. Ardrada prese il mare dal fiordo di Sogne, vicino a Bergen, con 300 navi e veleggiò sino alle Shetland ed alle Orcadi; quindi, volgendo a sud, prese a bordo Tostig ed i suoi alla foce del Tyne. Saccheggiata e data alle fiamme Scarborough, superò Capo Spurn, entrò nel fiume Humber e quindi risall a remi il fiume Ouse sino a Riccall , dieci miglia a sud di York. Qui sbarcò il suo esercito, puntò su York e aGate Fulford, due miglia dalla città, si scontrò con i "fyrd" dello Yorkshire agli ordini dei conti Edwin e Marcar. Il 20 settembre si combatté una cruenta battaglia, poetica-
(27) "Anglo-Saxon Chronicle", pag. 142. (28) Visto che i "fyrd" potevano essere reclutati solo per 60 giorni, l'unico modo possibile per mantenre una forza in campo per un tempo più lungo era di chiamarli alle armi in turni. (29) "Florence of Worcester", pag. 169, e "Anglo-Saxon Chronicle", pag. 144. (30) Uno dei più famosi soldati del suo tempo, che aveva prestato servizio con l'impero romano d'Orieme come capo della guardia dell'imperatrice Zoe, aveva combauuto nel Mediterraneo e aveva visitato Gerusalemme. Noto come Aroldo 111 lo Spietato (1015-1066), era fratello minore di Olaf "il Santo" e zio di Magnus "il Buono" (N.d.T.). (31) Vds. "The Heimskringla Saga", trad. di Samuel Laing (1889), Vol. IV, pagg. 31-32.
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mente descritta dalla Saga (32), al termine della quale i due conti furono messi in rotta. La "Cronaca Anglo-Sassone" parla di "gravi perdite, con molti inglesi uccisi e catturati" (33) e la Saga ci informa che i loro cadaveri "pavimentavano la strada attraverso la palude per i prodi uomini del nord" (34). Saputo dell'invasione di Ardrada, Aroldo - con i suoi "housecarles" e con qualche reparto di "fyrd" non ancora smobilitato (quasi certamente "montato") (35) - puntò a nord marciando giorno e notte (36). Il 24 raggiunse Tadcaster ed il giorno seguente, mentre Ardrada stava negoziando con i due conti il rilascio degli ostaggi, sorprese gli invasori a Stamfordbridge e, dopo un disperato combattimento, li annientò. Non solo Ardrada e Tostig caddero nella pugna, ma, a battaglia conclusa, il nemico non disponeva più che di circa 20 navi, con le quali Olaf, figlio di Ardrada, ottenne da Aroldo di riportare in Norvegia i superstiti (37). Anche le perdite inglesi, tuttavia, furono pesanti e Orderico Vitalis, che scrive tra il 1123 ed il 1141, ci informa che, ancora a quell'epoca, "grandi mucchi di ossa giacciono sul campo di battaglia, testimonianza della carneficina che subirono entrambi i contendenti". L'importanza di questi due fatti d'arme non deve essere sottovalutata, anche considerando che essi avvennero meno di un mese prima della battaglia di Hastings e che compromisero seriamente la forza di cui Aroldo disponeva. Il prof. Stenton ritiene che le perdite subite da Edwin e da Morcar fossero così gravi da "privarli di qualsiasi possibilità di azione nelle critiche settimane di ottobre". Egli scrive in merito ai due conti: "Essi sono stati spesso considerati come cattivi patrioti perchè si tennero in disparte durante la campagna di Hastings. Ma occorre dire, a loro difesa, che si erano appena battuti in difesa del regno contro il più famoso guerriero nordico della loro epoca e che la battaglia di Hastings ebbe luogo quando essi non avevano ancora potuto rimpiazzare le perdite di Fulford". Questo è vero, ma occorre chiederci: essi combatterono l' Ardrada in difesa del regno o non piuttosto in difesa delle loro contee? Dopo tutto, T ostig era l'alleato di Ardrada ed il loro peggior nemico, ma anche suo fratello Aroldo non era "persona grata" a loro. Ma più importante del giudicare se essi si comportarono lealmente o no è osservare che gli "housecarles" di Aroldo erano certamente montati
(32) "The Heimskringla Saga", Vol. lV, pagg. 40.41. (33) "Anglo-Saxon Chronicle", pag. 144. (34) " The Heimskringla Saga", Vol. IV, pag. 39. (35) lbid., Vol. IV, pagg. 40 e 41. (36) "Anglo-Saxon Chronicle C", pag. 144. (37) Ibid., pagg. 145-146.
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mentre, probabilmente, non lo era la maggior parte dei "fyrd" di Edwin e di Morcar; e quando Aroldo seppe dello sbarco di Guglielmo, marciò verso sud ad una velocità tale che certamente non poteva esser tenuta da fanteria a piedi lungo la via Erminia, che probabilmente non era stata riparata da 600 anni. In questa tesi ci conforta Guglielmo di Malmesbury, che dice: "Edwin e Morcar, dietro ordine di Aroldo, portarono i resti dei loro eserciti verso Londra, ma solo quest'ultimo marciò rapidamente su Hastings; ove, con falso presagio, pensò alla vittoria come se l'avesse già ottenuta" (38). Comunque, più importanti delle perdite subite da Edwin e Morcar a Fuiford furono quelle degli "housecarles" di Aroldo - le sue truppe scelte - a Stamfordbridge. Mentre Tostig era rifugiato in Scozia e Ardrada stava preparando la sua invasione, Guglielmo era impegnato nella costruzione di una flotta e nel reclutamento dell'esercito; tanta era la sua energia che a metà agosto tutto era pronto lungo le rive e nella foce del F. Dives. È impossibile citare con esattezza le sue forze. Guglielmo di Poitiers parla di 50.000 soldati e Guglielmo di Jurniéges di 3000 vascelli. Ma è impossibile che fossero tanti e sir Ramsay suggerisce di dividere tali cifre per dieci (39). L'unico possibile "metro" che abbiamo è il sapere che le operazioni d'imbarco a St. Valery e quelle di sbarco a Pevensey durarono "una giornata", il che significa circa 12 ore (40). Da ciò è possibile dedurre che l'esercito di Guglielmo non poteva contare più di 5000 uomini; aggiungendo i marinai e gli ausiliari, possiamo al massimo arrivare ad una cifra compresa tra 7000 e 8000. Anche accettando la stima del Corbett - che è di 2000 cavalieri (di cui 1200 dalla Normandia e di 3000 fanti (41)- rimane un mistero il come fosse possibile imbarcare e sbarcare in così breve tempo i cavalli, non disponendo le navi (del tipo di quelle dipinte nell'arazzo di Bayeux) (42) di alcuna rampa. Prendendo in considerazione il numero delle navi necessarie, ricordiamo che la media dei soldati trasportati in un vascello vichingo di quell'epoca è di 40. E l'arazzo di Bayeux mostra lO cavalli in una singola nave. Quindi, ritenendo che per ogni nave vi fossero almeno 5 uomini d'equipaggio, 35 soldati oppure 10 cavalli, il numero di navi necessa-
(38) William di Malmesbury, pag. 285. (39) "The Foundations of England", Vol. II, pag. 17. Ma esistono molte altre stime diverse. (40) Sir J. Ramsey sottolinea che "ad Harfleur, nel 1415, ci vollero tre giornate d'agosto per sbarcare i circa 8000-10000 uomini di Enrico" ("The Foundations of England" , Vol. II, pag. 17). (41) "The Cambridge Medieval History", Vol. V, pag. 498. Per i 1200 cavalieri, vds. pagg. 488-489. (42) È la scena che, nell'arazzo, è descritta con: "EXEUNT CA BALLI DE N A V!BUS".
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rie per trasportare un esercito della forza citata è di 343. Aggiungendone, diciamo, 100 per i viveri, il vino, le munizioni, gli attrezzi, qualche tenda, cavalli di riserva e truppe ausiliarie, otteniamo un totale di circa 450 navi. Tale cifra non è, probabilmente, molto lontana dal vero se Guglielmo di Malmesbury ci dice che, nel1142, Roberto conte di Gloucester imbarcò "più di 300, ma meno di 400 cavalieri (poniamo: 350 cavalli ed altrettanti uomini) a bordo di 52 vascelli" Per tutto il mese di agosto, ad iniziare dal giorno 12, la flotta fu costretta all'ancora nel Dives a causa del cattivo tempo e dei forti venti settentrionali. Il 12 settembre, il vento volse ad occidente. Guglielmo lo sfruttò per portarsi a St. Valery, nell'estuario della Somme, da dove la traversata della Manica sarebbe stata più breve. Ma il vento volse nuovamente a settentrione e fu necessario un nuovo rinvio; il malcontento era cosi forte che Guglielmo faticò non poco a mantenere la disciplina (43). Alla fine, il 27 settembre, voltosi il vento a meridione, Guglielmo ordinò l'imbarco e le operazioni furono condotte con tale energia che tutti e tutto erano a bordo al tramontar del sole. Dato ordine che ogni nave issasse una lanterna, egli ne fece mettere una, molto lucente, all'albero maestro dell'ammiraglia, la " Mora", donatagli da Matilda; tutta la flotta doveva averne un preciso riferimento. Le vele furono issate a mezzanotte circa ed alle nove dell'indomani- giovedì 28 settembre 1066- il duca pose piede sul suolo inglese a Pevensey, l'Anderida dei Romani. Sbarcato l'esercito, il giorno successivo Guglielmo marciò su Hastings, terminale costiero della grande strada che conduceva, verso nord, a Londra. Quivi egli pose il campo, costruì una palizzata in legno per difendere la propria base e si diede a razziare i dintorni. Nel momento in cui Guglielmo sbarcava, Aroldo si trovava a York per celebrare la vittoria e per dar riposo ai suoi uomini. Ricevuta, il l o di ottobre, la cattiva notizia della nuova invasione, emanò subito gli ordini per mobilitare nuovamente i "fyrd"; ma certo capì che il territorio a sud di Londra doveva esser abbandonato e che soltanto i reparti che si trovavano nelle vicinanze della strada avrebbero potuto raggiungere Londra in tempo per entrare in campagna con lui nel Sussex. Presumibilmente egli partì per Londra il 2 ottobre e, marciando a tappe forzate, vi giunse il 5 o 6. Vi rimase sino all'Il, radunando quante più forze possibile. Secondo Guglielmo di Poitiers, egli studiò un piano per attaccare il nemico di sorpresa o di notte e, per tagliargli la ritirata, inviò "una flotta di 700 vascelli armati nella Manica" (44). Orderico Vitalis riduce tale
(43) Vds. Guglielmo di Poitiers, pag. 221. (44) lbid., pag. 224.
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numero a 70 (45). Probabilmente, sarebbe stato per lui miglior consiglio - e certamente questo Guglielmo avrebbe fatto, se fosse stato nei suoi panni - rimanere a Londra sino a completar la radunata e nel frattempo far terra bruciata nel sud in modo da prender l'avversario per fame. Ma l'impulsivo ed impaziente suo temperamento glielo impediva. Inoltre, proprio_nel sud risiedeva la massa dei suoi seguaci e certo la loro lealtà non si sarebbe rafforzata qualora egli ne avesse messo a sacco le terre. Sembra infine che egli avesse sottovalutato il nemico. Il nerbo dell'esercito riunito a Londra consisteva nei suoi "housecarles" - ora di molto ridotti - ed in quelli dei suoi fratelli Gyrth e Leofvino. Il resto era composto dagli uomini dei "fyrd" - montati o appiedati - che erano stati capaci di raggiungere la capitale in cinque o sei giorni. Era dunque un esercito di qualità ed è falso che, ad Hastings, i "fyrd" di Aroldo fossero una massa di contadini disarmati o quasi. Non è noto quale fosse la forza di tale esercito. W. Spatz ritiene 6000 o 7000 uomini (46), ma considerando le perdite subite a Stamfordbridge, le assenze di Edwin e di Morcar ed i pochi giorni disponibili per la mobilitazione, la cifra sembra eccessiva. Essa va ridotta a 5000 o, meglio, a 4000. Florence di Worcester dice che allorché Aroldo condusse il suo esercito fuori da Londra "era molto preoccupato per i tanti coraggiosi soldati caduti in due battaglie (Fulford e Stamfordbridge) e perché circa la metà delle sue forze non aveva potuto raggiungerlo". Se consideriamo inoltre che, ad Hastings, egli si scontrò con Guglielmo "prima che anche solo un terzo del suo esercito fosse schierato in ordine di battaglia" (47), occorre pensare che la velocità di marcia era stata eccessiva per le sue fanterie appiedate. E ancora, Guglielmo di Malmesbury dice che egli arrivò ad Hastings "veramente con poche forze" anche se 4000 uomini, nell'XI secolo, rappresentavano un esercito non certo trascurabile. L'Il ottobre Aroldo parti da Londra per percorrere le 60 miglia che separavano Hastings dalla capitale. Nella notte tra il 13 ed il 14 arrivò nel punto in cui oggi sorge la città di Battle (Battaglia) e fece accampare i suoi uomini su un'altura tra le dune caratterizzata da un "vecchio albero di mele" (48).
(45) Pag. 483. (46) " Die Schlacht von Hastings" (1896), pagg. 33-34. (47) Pag. 170. h interessante notare che nella sua marcia da York a Londra (2-6 ottobre) Aroldo tenne una media di 40 miglia al giorno, mentre in quella da Londra al luogo della battaglia (11-13 ottobre) ne fece soltanto 19. Questo indica che era appesantito, durante quest'ultima, da uomini appiedati. Se li avesse lasciati indietro, avrebbe potuto arrivare ad Hastings il 12 e, forse, avrebbe sorpreso Guglielmo, ma è difficile dire se in tal caso avrebbe avuto forze sufficienti per batterlo. {48) "Anglo-Saxon Chronicle D", pag. 144.
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Guglielmo di Poitiers dice che "essi (gli Inglesi) presero posizione su una collina che fronteggia la foresta (di Anderid) attraverso la quale erano passati" (49). E Guglielmo di Jumièges scrive: "dopo aver cavalcato tutta la notte, egli (Aroldo) apparve al primo mattino sul campo di battaglia" (50). Se la sorpresa era quel che Aroldo aveva in animo, con ogni probabilità egli si accampò nella foresta ed occupò la posizione dell"'albero di mele" soltanto all'alba del giorno successivo. Secondo il Malmesbury ed il Wace, gli uomini di Aroldo trascorsero la notte bevendo e cantando ed i Normanni confessandosi e ricevendo l'eucarestia (51). Certo, non v'è dubbio che dopo una così lunga marcia gli Inglesi avessero sete ed è certo che i Normanni usassero pregare prima di scendere in battaglia; ma il buon senso ci fa preferire la tesi secondo la quale gli uomini di Aroldo, e specialmente i fanti, dormirono quella notte come ghiri, mentre quelli dì Guglielmo -saputo dell'avvicinarsi del nemico (52) - passarono il tempo a prepararsi per il combattimento. Qual'era il piano di Aroldo? Era quello di coglier Guglielmo di sorpresa, come abbiamo detto, o piuttosto quello di assumere un atteggiamento difensivo per bloccare la strada che conduceva a Londra attendendo le mosse del nemico? Che Aroldo abbia combattuto una battaglia difensiva è vero, ma può esservi stato costretto dal fatto di non aver potuto raggiungere le posizioni desiderate tanto presto quanto sperava. Il percorrere le sette miglia che rimanevano per raggiungere Hastings dopo il calar della notte ed il tentare un attacco notturno senza che fosse preceduto da ricognizioni diurne, sarebbe stata follia . L'unica possibilità di sorprendere Guglielmo era quella dì attaccarlo all'alba, il che avrebbe presupposto un avvicinamento iniziato subito dopo mezzanotte. Ma anche se avesse preso in considerazione una tale ipotesi, essa doveva essere scartata per la stanchezza degli uomini. T uttavia, che avesse in mente una sorpresa basata sulla rapidità è una tesi che trova fondamento nelle sue precedenti azioni. Si era mosso come un fulmine, proprio per ottenere la sorpresa, sia nella campagna del Galles del 1063 (53), sia in quella di Stamfordbridge; è quindi attendibile la tesi del Round che anche questa volta avesse la stessa intenzione (54). Il tenere semplicemente la posizione del "vecchio albero di mele" non era tuttavia sufficiente a difendere l'Inghilterra dall'invasione, perché ciò non impediva a Guglielmo di reimbarcare il suo esercito sotto la copertura degli arcieri e di (49) Guglielmo di Poitier, pag. 225. (50) " William of Jumièges: descripùon of the invasion of England by William the Conqueror "in" English Historical Documents", a cura di David Douglas, Vol. Il, pag. 216. (51) Pag. 276 e "Roman de Rou" (a cura di Pluquet, 1827), pag. 184. (52) Guglielmo di Poitiers, pag. 224. (53) Vds. Florence di Worcester, pag. 164. (54) Vds. Florence di Worcester, pag. 164.
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muovere verso qualche altro punto della costa. Quindi, l'averla occupata non significava respingere Guglielmo né costringerlo ad attaccare. Invece, come vedremo, Guglielmo attaccò e si mosse cosi rapidamente da sembrare Aroldo. Fu Aroldo ad esser sorpreso, non certo lui. La "Cronaca" ci dice infatti che "Guglielmo venne addosso ad Aroldo di sorpresa, prima che egli potesse schierare il suo esercito" (55). In altre parole, sembra proprio che Araldo ed i suoi abbiano dormito troppo! Occorre anche considerare la posizione occupata da Aroldo. Le colline (Wealden Hills) a nord di Battle si congiungono con un'altura - sulla quale adesso sorge il fabbricato dell'abbazia - per mezzo di un costone percorso oggi dalla High Street della cittadina. Il punto culminante di tale altura è proprio quello dell'Abbazia e da lì il terreno declina dolcemente verso est e verso ovest. A meridione, il terreno scende di 100 piedi in 400 yards sino alla testata del ruscello Asten, adesso ridotto ad una serie di pozze d'acqua. Da li, gradualmente risale sino alla collina di Telham, un miglio e mezzo a sud-est dell'abbazia. A nord del crinale, il terreno è sufficientemente ripido per rappresentare un ostacolo al movimento e, nel 1066, era ricoperto da fitta vegetazione. Un ostacolo molto serio per la cavalleria. Con ogni probabilità, fu proprio sulla sommità del costone che Araldo fece sventolare i suoi due stendardi, quello dei dragoni del Wessex ed il suo personale, detto "the Fighting Man", che alla fine della battaglia cadde nella polvere circa 60 metri ad est dell'abbazia, ove più tardi sorse l'altare maggiore della chiesa. Giustamente, Aroldo schierò alloro fianco gli "housecarles" in quanto il centro- lungo il costone- era più aperto agli attacchi della cavalleria che non i fianchi scoscesi del costone stesso, ove dispose i suoi "fyrd". Ben poco sappiamo della formazione assunta dalle truppe di Araldo; ma quella classica dei Sassoni prevedeva il "muro di scudi", una specie di falange: "spalla a spalla e scudo accanto a scudo", come ad Ashdown nell'871, secondo l' Asser. Se questa era una razionale formazione contro fanterie armate di spada, lancia ed ascia, essa era essenziale per fanterie che dovessero affrontare cavaJJeria alla carica. Dal punto di vista tattico, il problema di Araldo era duplice: mantenere intatta la sua linea di battaglia e prevenire l'avvolgimento del suo "muro di scudi" . È pertanto molto probabile che, come suggerisce il Baring, egli abbia occupato i 500 metri (circa) che corrono dal piccolo ruscello ad ovest dell'abbazia sino alla strada per Hastings-Sedlescombe, in modo da appoggiare i fianchi dello schieramento ai dirupi che si aprono alle estremità di questo allineamento (56). Se l'esercito di Araldo era schierato in 10-12 file, (55) "Anglo-Saxon Chronicle " , pag. 144. (56) Vds. il suo "Domesday Tables for the Counties of Surrey, etc", appendice B, pagg. 21 7-232. In questo libro si trova un eccellente piano della battaglia, che mostra i rilievi con curve di livello intervallate di dieci piedi.
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considerando gli spazi necessari perché ogni uomo potesse agire e l'ampiezza dello schieramento, ne deriva una forza variabile da 6300 a 7500 uomini, più o meno quella riferita dallo Spatz (6000-7000) (57). Essendo certo che la battaglia di Hastings iniziò alle 9 del mattino del 14 ottobre, Guglielmo deve aver preso le mosse molto presto, cbé aveva circa 6 miglia da percorrere per raggiungere la collina di Telham, a nord della quale si schierò. Considerando il tempo necessario per l'adunata, la marcia e lo spiegamento, quando partì saranno state le 4.30 o le 5.00 del mattino. Egli aveva alla sinistra i Bretoni, sotto il conte Alan di Bretagna; alla destra i suoi Francesi ed altri mercenari, agli ordini di Eustachio di Boulogne; al centro i Normanni, ai suoi ordini diretti. Dinanzi a lui sventolava lo stendardo papale. Ognuna delle tre divisioni era scaglionata su tre linee: la prima formata dagli arcieri; la seconda dalla fanteria pesante e la terza dai cavalieri. Tatticamente, l'ordine di battaglia di Guglielmo ricordava quello della originaria legione romana, con la differenza che i "triarii", ora, erano a cavallo. Alle 9 del mattino, squillarono le trombe ed i Normanni lentamente cominciarono ad avanzare lungo il costone contro gli Inglesi che tenevano la linea di cresta. Mentre il centro muoveva direttamente verso gli stendardi di Aroldo, la destra e la sinistra divergevano in modo da allargare la fronte d'investimento del nemico. L'ala sinistra, prima di affrontare la destra inglese, dovette attraversare il torrente Asten. Come il centro di Guglielmo si fu avvicinato a quello di Araldo, gli arcieri iniziarono a lanciare ma, trovandosi essi ad agire in forte pendenza, la maggior parte delle frecce o colpirono gli scudi o screstarono. Se accettiamo la descrizione che, della battaglia, ci dà Guglielmo di Poitiers (58), gli Inglesi resistettero validamente e risposero all'attacco con "nugoli di giavellotti e con il lancio di ogni tipo d'arma, dalle asce ai sassi ed ai pezzi di legno". li combattimento divenne furioso e disperato. Gli uomini di Araldo avevano il vantaggio del terreno e rimasero schierati in perfetto ordine mantenendo intatta la loro formazione. Gli attaccanti - ci dice Guglielmo di Poi tiers - dovettero subire severe perdite a causa della micidiale azione dei lanci avversari che "trapassavano facilmente" i loro scudi e le loro cotte. Se ciò è esatto, significa che gli arcieri normanni non ebbero successo contro il "muro di scudi" della fanteria inglese. Non solo, ma la fanteria bretone, presa dal panico, fuggì dinanzi agli (57) "Die Schlacht von Hastings", pag. 33. (58) Pagg. 226-229.
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26. Battaglia di Hastings (1066) Inglesi e vi fu un momento in cui l'intero esercito del duca "corse il rischio di doversi ritirare". È evidente che l'ala sinistra normanna incontrò gravi difficoltà a risalire il pendio dopo il ruscello e che la destra inglese, o parte di essa, contrattaccò con immediatezza e rigettò i fanti bretoni tanto violentemente che questi, arretrando, travolsero la loro stessa cavalleria. Trovandosi il fianco sinistro esposto, anche il centro normanno iniziò a retrocedere, ed altrettanto fece l'ala destra. Era il momento di Aroldo, ma non seppe coglierlo . Egli è stato spesso biasimato per non aver voluto mantenere fermo il "muro di scudi" durante tutta la battaglia. Se l'avesse fatto, forse avrebbe evitato la sconfitta, ma certamente non avrebbe potuto ottenere la vittoria. Se invece avesse colto il momento favorevole, avrebbe ordinato un'avanzata generale ed avrebbe potuto rigettare lungo i pendii che fiancheggiavano la strada di Hastings le ali del nemico, annientando gli arcieri e la fanteria normanna. Ed anche la cavalleria sarebbe stata costretta a retrocedere ed
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a cercar scampo nel proprio quartiere a Hastings. La vittoria sarebbe stata di Aroldo, almeno nel senso che Guglielmo sarebbe stato costretto a reirnbarcarsi. Invece, proprio nel momento in cui il panico si diffondeva anche nel centro dei normanni, accadde un evento fortuito che contribuì a rendere impossibile il successo di un contrattacco di Aroldo. Durante la confusione che seguì alla ritirata del proprio centro, Guglielmo fu disarcionato e si sparse la voce che egli fosse morto. Per lui, fu un momento critico; nelle guerre medievali, come in quelle dell'età classica, la perdita del comandante supremo spesso significava sconfitta. Era come se oggi, nella guerra moderna, fosse eliminato, completamente ed improvvisamente, l'intero Stato Maggiore di un esercito. Ma nel caso di Guglielmo la crisi durò solo un istante in quanto egli, montato un altro cavallo c reindossato il proprio elmo che lo rendeva facilmente riconoscibile, si diede a gridare: ''Guardatemi bene. Sono ancora vivo e, per grazia di Dio, sarò vincitore". Nel frattempo, il contrattacco inglese al torrente Asten si trovò in difficoltà e quando il centro normanno si rianimò ne seguì una mischia furibonda. Molti Inglesi caddero. Guglielmo di Poitiers parla di "molte migliaia", ma ci ripensa subito e ci informa che, nonostante le perdite, "gli Inglesi non sembravano essere diminuiti di numero". Non appena i Normanni ebbero riorganizzate le loro fila, l'attacco riprese, al comando diretto di Guglielmo, ma questa volta con la cavalleria in testa. Per ore la mischia infuriò lungo l'intera linea, ma ogni tentativo di far breccia nella formazione inglese risultò vano. Non riuscendo a rompere il "muro di scudi", Guglielmo adottò un "trucco", molto usato dai Bizantini e dagli orientali in genere, tentando di adescare il nemico- e quindi di farlo muovere dalla posizione "dell'albero delle mele" - mediante una falsa ritirata. Il terreno più adatto per una tale manovra, non certo scevra da rischi (ché i Normanni non erano addestrati ad effettuarla), era probabilmente quello sulla destra dello schieramento, ove gli uomini di Guglielmo potevano scendere neUa vallata e quindi portarsi su un'altura da dove avrebbero affrontato il nemico da posizione favorevole, mentre questi doveva inseguirli in forte pendenza. Inoltre, una ritirata da quella parte avrebbe consentito al loro centro di prendere gli avversari di fianco. Chiaramente, questa manovra doveva essere affidata alla cavalleria, tanto da ritenere che la fanteria non poteva che farsi da parte. Tutto ciò, naturalmente, è pura congettura, dovuta a quanto scrive Guglielmo di Poitiers: "Avendo compreso che non potevano aver ragione di un nemico schierato in formazione così chiusa se non a prezzo di severe perdite, i Nor-
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manni ed i loro alleati simularono una ritirata. l barbari, pensando di aver la vittoria in pugno, si gettarono avanti urlando ed insultando i nostri soldati. Molte migliaia di essi si posero così all'inseguimento di coloro che pensavano stessero fuggendo; ma i Normanni improvvisamente diedero di volta alle loro cavalcature, accerchiando i nemici e massacrandoli sin che nessun di loro rimase in vita. Questa manovra fu eseguita due volte con enorme successo". Aroldo è stato biasimato per esser caduto nella trappola, ma probabilmente la disciplina tra le sue truppe era tale che esse agirono d'iniziativa; e commisero un grave eirore, perché la situazione tattica del momento era ben diversa da quella verificatasi durante il contrattacco iniziale (59). Sebbene Guglielmo di Poitiers ci dica che I' esercito di Aroldo - anche dopo la seconda "manovra in ritirata" condotta dal nemico -era "ancora formidabile e ben difficile da battere", è certo che l'ala sinistra inglese era stata seriamente indebolita e proprio per questo, e per rialzarne il morale, Aroldo spostò i suoi stendardi dalla sommità del costone verso di essa. Deve essere stato in questo momento che Guglielmo - preparandosi all'attacco finale- ha dato ordine agli arcieri di lanciare "a tiro indiretto" (60), il che significava scoccare le f recce con un forte alzo, in modo che esse, superati i cavalieri amici antistanti, cadessero sul nemico quasi verticalmente, in modo da costringerlo ad alzare gli scudi. Quando iniziò la fase finale della battaglia, la notte stava per calare; possiamo ritenere che gli uomini di Aroldo fossero esausti e che avessero terminato la loro scorta di armi da lancio . Quel che avvenne è pura congettura, ma la sequenza più probabile degli eventi è la seguente: al tramonto, Aroldo fu colpito ad un occhio da una freccia (61) e morì poco dopo (62). Anche i suoi fratelli Gyrth e Leofvino erano caduti e non c'era più nessuno che potesse sostituirlo. Quindi, la sinistra inglese cominciò a r,etrocedere dinanzi a Eustachio di Boulogne. L'intero "muro di scudi" iniziò a disunirsi e gli uomini di Aroldo, chi a piedi e chi a cavallo, cercarono scampo da Eustachio, che guidava gli inseguitori, fuggendo verso ovest e nord-ovest. Nonostante ciò, alcuni reparti di "housecarles" rimasero uniti, retrocedettero sul costone e formarono un fronte così solido che Eustachio non osò affrontarli. Subito dopo arrivò Guglielmo e spinse i suoi all'attacco. Questi dispersero gli "housecarles" e un gruppo, nella luce incerta, inse(50) Occorre ricordare che, al tempo in cui le armi da lancio erano rappresentate da giavellotti e da frecce, la maniera normale per rifornirsene era quella di far indietreggiare il nemico in modo da raccogliere da terra quelle abbandonate o lanciate in precedenza. (60) Questo episodio è citato da Henry of Huntington, vds. "The Chronicle of Henry of Huntington", trad. T. Forester (1853), pag. 212. (61) Florence di Worcester (pag. 170) dice che Aroldo cadde al crepuscolo. (62) Vedasi l'arazzo di Bayeux.
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guendo il nemico, cadde in una fossa conosciuta come Malfosse, probabilmente quello che oggi è il Boschetto di Manser (63). La notte doveva essere ormai vicina allorché Guglielmo, tornando al punto ove la pugna più aveva infuriato, trovò il corpo di Aroldo, denudato e così massacrato da esser quasi irriconoscibile. Lo portò al suo campo e più tardi lo fece seppellire sulla spiaggia. Guglielmo di Poitiers scrive di Guglielmo: "Egli dominò la battaglia, controllando i suoi uomini, esaltando i loro animi e proteggendoli dal pericolo. Egli non dava l'ordine di stare avanti a lui, ma era sempre in mezzo a loro. Li guidò con il suo valore, dando loro coraggio ... tre volte gli cadde il cavallo di sotto". Sfortunatamente, nessuno scrittore ha descritto il comportamento del suo valente antagonista. Due giorni dopo Ja battaglia, Guglielmo rientrò ad Hastings e cinque giorni dopo occupò Dover. Conquistatone il casteLlo, prese le mosse per Canterbury. Quindi, secondo il racconto di Baring (64), avanzò per Lenham, Seal e Westerham sino a Godstone, ove raggiunse la strada per Londra. Da Godstone, egli inviò un distaccamento di cavalleria a nord, per dare alle fiamme Southwark, mentre con il grosso marciò verso -ovest, per Guildford e Micheldever, sino a Basing. Ad Alresford ricevette rinforzi provenienti da Chichester e da Portsmouth, ove la sua flotta si era ancorata dopo la battaglia. Quindi puntò a nord, a Wallingford traversò il Tamigi, aggirò i Cilterns e tornò a sud verso Little Berkhampstead, devastando il paese (65). Qui Guglielmo incontrò i magnati di Londra che gli si sottomisero e gli offrirono la corona d'Inghilterra. In principio finse di esitare, poi accettò; mandò un reparto di suoi ''genieri'' a costruire quella che divenne la Torre di Londra e fu incoronato in Westminster_, da Ealdred di York, il giorno di Natale del 1066. Le sue pretese sull'Inghilterra erano esaudite. Nei successivi tre anni Guglielmo fu impegnato a sedare le rivolte che scoppiavano nel Paese, specie in Northumbria; e lo fece con tanta decisione che, nel 1069, un terzo del regno era ridotto ad una landa desolata. Nel frattempo, proprio per "guarnire" il territorio, fece costruire castelli in ogni borgo di una qualche importanza. (63) Vds. "Domesday Tables etc.", pag. 229. Baring scrive: 'Essendo il nome Malfosset, è facile si sia trasformato successivamente in Manfussé (Manfsey?), Mansey ed infme Manser". (64) Che indica l'itinerario sulla base delle rovine descritte dal "Domesday Book" (app. A, pagg. 208-216}. (65) "Anglo-Saxon Chronicle" (pag. 145} dice:" ... e devastò l'intera regione che attraversò finché raggiunse Berkhamsted".
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Nel1070 si sentì sufficientemente forte da poter congedare le sue truppe mercenarie e due anni dopo invase la Scozia, costringendo Malcolrn Canmore a rendergli omaggio in Abernethy. Quando morì, il 9 settembre del l 087, per una ferita riportata durante l'assedio di Mantes, era l'uomo più potente dell'Europa Occidentale. Per l'Inghilterra, Hastings non è stata la battaglia più "decisiva" combattuta sul suo suolo, ma in assoluto la più importante della sua storia. Ad un paese disunito e indisciplinato si sostituì un regno unito e compatto sotto un'autorità ereditaria centrale, un re che sapeva combinare il feudalesimo con una personale conduzione del governo. Guglielmo non mutò le istituzioni locali ma si appropriò de!J'intero territorio, disciplinandone il valore fiscale nel suo grande "Libro del Catasto". Essendo lui stessp un vassallo feudale che si era ribellato al suo signore, ben comprese l'insita debolezza del sistema feudale francese e non volle niente di simile nel suo regno. L'Inghilterra doveva essere indivisibile e nessuno doveva essere quel che lui era stato per il re di Francia. Concesse ai suoi vassalli vasti territori, ma sempre disseminati in parti lontane del regno, ad eccezione deiJe Grandi Contee di confine di Chester, di Shrewsbury, di Durham, del Kent e della Cornovaglia. Nessuno doveva giurar fedeltà se non al re, e, con questo grande disegno in mente, indisse una grande assemblea a Salisbury, nel 1086, ove "tutti coloro che possedevano terre dovettero giurare di essere a lui leali" (66). La sua politica estera fu magistrale quanto quella interna. Sebbene rispettoso delle istituzioni della Chiesa, rifiutò di ammettere che il papato potesse interferire con il governo secolare. Ripudiò la pretesa di Gregorio VII di un potere universale e proibì in Inghilterra il riconoscimento del papa se non dietro suo consenso. Quando, nel 1080, Gregorio gli chiese di promettere fedeltà al soglio di Pietro in qualità di vassallo, Guglielmo rifiutò decisamente. Seconda soltanto all'inconorazione di Carlo Magno, quella di Guglielmo- scaturita dalla battaglia di Hastings ed avvenuta anch'essa il giorno di Natale - fu il più grande evento del Medio Evo. Se il primo aveva portato i popoli divisi dell'Europa occidentale e centrale nell'ambito di una comune autorità secolare, il secondo - come sottolinea il prof. Stenton - "sottrasse l'Inghilterra al suo retaggio scandinavo e la portò in quel mondo più ricco costituito dall'Europa occidentale" (67). Ciò non soltanto pose termine al dominio Vichingo, ma- dando un nuovo partner all'Occidente - contribuì al suo consolidamento, proprio nel momento in cui l'Oriente d'Europa stava per crollare sotto i colpi dell'lslam. (66) "Anglo-Saxon Chronicle ", pagg. 161-162. (67) "William the Conqueror and the Rule of the Normans", pag. 4.
CAPITOLO XIV
Il declino del califfato e la rinascita dell'Impero Bizantino
Quadro Storico Nello stesso momento in cui, in Occidente, il concetto di un impero romano coesistente con il Cristianesimo favoriva il sorgere di un potere politico che - più di ogni altro- poteva rendere l'Europa capace di opporsi all'lslam, in Oriente il dominio della dinastia Omayyade volgeva al termine, soppiantato da quello degli Abbasidi, le cui pretese al califfato si basavano sulla discendenza da Abbas, zio paterno di Maometto. Durante il regno del califfo Marwan II (744-50), la loro opposizione culminò nella ribellione dell'Iman Ibrahim, quarto discendente di Abbas, che levò un esercito nel Khorasan. Alla sua morte, nel 747, suo fratello Abu-Abbas al-Saffah si pose alla testa della rivolta e, nel 750, sconfitto l'esercito di Marwan in una grande battaglia combattuta sul fiume Zab, fu proclamato califfo. Alla vittoria seguì il massacro degli Omayyadi; l'unico loro notabile scampato fu Abd-ar-Rahman il quale si rifugiò in Spagna ove, nel 756, fondò l'emirato di Cordova. Con la caduta degli Omayyadi, il centro degli interessi politici dell'Islam passò dalla Siria all'lrak. L'esercito, sino allora reclutato tra le tribù arabe, fu costituito da reparti mercenari, facendo così cadere la barriera che separava gli Arabi dai popoli sottomessi. Nonostante ciò, la religione, la lingua, la civiltà araba continuarono a dominare. Se sotto gli Omayyadi l'unità islamica era stata mantenuta a fatica, con gli Abbasidi essa si disintegrò rapidamente; ogni governatore provinciale divenne potenzialmente, e spesso "de facto", un signore indipendente. Mansur, il secondo califfo Abbaside, portò il governo a Bagdad ove l'influenza persiana prese il sopravvento. Persiani furono infatti i principali ministri e tra questi ebbe preminenza la famiglia dei Barmacidi che, nell'803, fu sterminata dal quinto califfo, il grande Harun al-Rashid (788-809).
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LE BAITACLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Nonostante la perdita dell'Africa del nord-ovest e della Transoxiana, il suo regno fu il più brillante nella storia del califfato. Descritto come un
eroe nelle storie delle "Mille e una notte", di lui si ricordano innumerevoli aneddoti; fu in relazione epistolare con il suo grande contemporaneo Carlo Magno e prese sotto la sua protezione il Sacro Sepocro di Gerusalemme. Ma Harun - a dispetto della gloria del suo regno - comprese l'inevitabilità della fine dell'impero arabo e pensò di dividerlo tra i suoi due figli. Nonostante ciò, alla sua morte, nell'809, la guerra civile divampò. Il Khorasan divenne virtualmente indipendente; l'Egitto si dichiarò tale; e durante il regno del califfo Mutassim (833-842), si giunse al fatale errore di reclutare l'esercito, quasi per intero, tra i Turchi, i quali, come i pretoriani romani, presero a disporre dei califfi a loro piacimento. La liberazione venne dalla Persia, allorché i Buwayhidi (Buidi) - che vantavano una discendenza dai monarchi Sassanidi - entrarono in Bagdad nel 945 e, disfattisi della guardia di palazzo turca, vi stabilirono la loro autorità per circa un secolo; i califfi mantennero un potere puramente nominale, mentre quello effettivo era detenuto dagli emiri Muwayhidi. Tale situazione era destinata a durare sino all'avvento dei Ghaznavidi e dei Selgiuchidi. Mentre tutti questi mutamenti davano nuova forma al mondo musulmano, l'Impero Bizantino era alle prese con mille problemi: interni, a causa della mai avvenuta regolamentazione della successione al trono; esterni, dovuti alla continua guerra da combattere su due lontani fronti, quello europeo e quello asiatico. Nell'867, Basilio l (867-886) - uno di quegli uomini che spesso sorgono dal caos proprio al momento giusto - mise termine all'anarchia che si era impadronita dell'impero sin dalla morte, nell'802, dell'imperatrice lrene. Nato nell'812, figlio di un contadino macedone, egli aveva attirato l'attenzione - a causa della sua bellezza e della sua forza erculea - dell'imperatore Michele III (842-867), che lo aveva assunto quale capo palafreniere. Dopo un'inarrestabile sca.Iata al potere, nell'866 assassinò Cesare Bardas, zio di Michele, e ottenne di essere associato al trono. Ma subito dopo, vistosi soppiantato da un marinaio nel cuore dii Michele, fece uccidere anche lui e si proclamò imperatore, iniziando così quella dinastia macedone che darà all'impero un secolo di prosperità e di splendore e che si esaurirà soltanto dopo circa duecento anni. Una volta risolto il problema della successione, divenne possibile anche perseguire una politica unitaria che portasse alla sicurezza interna e all'espansione verso l'esterno, favorita, quest'ultima, dall'anarchia che aveva preso a scuotere il mondo musulmano. Basilio morì nell'886 e tra questa data e l'ascesa al trono di Romano II (959), l'Impero Bulgaro raggiunse l'apogeo del suo splendore sotto Simeone (893-927). Nel 923 egli assediò Costantinopoli e, quando il suo dominio spaziò dall'Adriatico al Mar Nero
IL DECLINO DEL CALIFFATO E LA RINASCITA DELL'IMPERO BIZANTINO
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e dai Carpazi alla Tessaglia, messo da parte il titolo di "khan", si proclamò czar dei Bulgari e dei Greci. Minacciati da una tal formidabile potenza, i successori di Basilio, Leone VI (886-912) e Costantino VII (912-959), furono costantemente in guerra contro i Bulgari, mentre un altro pericolo si profilava dal nord. Nel 941 Igor, principe varengio di Kiev (1), assediò Costantinopoli ma dovette ritirarsi dopo che il "fuoco greco" ebbe distrutto gran parte della sua flotta. Nel frattempo - e nonostante questi problemi "europei" -le frontiere orientali dell'impero venivano portate all'Eufrate e Niceforo Foca, brillante generale di Romano II (959-963), riconquistò, nel 961, Creta (perduta nell'826). Romano morì nel 963 lasciando il regno a due figli ancora in tenera età, Basilio e Costantino, sotto la reggenza della loro madre Toefano; ma, proprio a causa dell'età degli eredi, Niceforo Foca fu proclamato imperatore e, per consolidare la propria posizione, sposò Teofano. Egli continuò nelle sue imprese vittoriose e nel 965 occupò Tarso e riconquistò Cipro. Quindi, nel 968, mosse all'invasione della Siria e occupò Homs, Tripoli, Biblo ed altre città prima di assediare Antiochia, che gli si arrese il 28 ottobre del 969. Poco dopo, Teofano istigò uno dei capi militari, Giovanni Zimisce, ad assassinarlo. Zimisce uccise Foca la notte dell' 11 dicembre 969 e quindi, fatta incarcerare Teofano, si proclamò imperatore con il nome di Giovanni I (969-976). Nei primi anni del suo regno, Zimisce fu impegnato a reprimere una rivolta interna e a combattere Bulgari e Russi. Sconfisse i primi in due grandi battaglie e quindi, nel 947, alleatosi con l'Armenia, partì per liberare Gerusalemme, marciando da Antiochia verso sud ed occupando Damasco, Tiberiade, Nazareth e Cesarea. Sconfitto a Tripoli (settembre 975), dovette ritirarsi. Morì il 10 gennaio 976 a Costantinopoli. Gli successero i due figli di Romano II, Basilio Il (976-1025) e Costantino VIII (976-1028), incoronati rispettivamente nel 960 e nel 961. Il secondo non partecipò mai al governo dell'impero, e il primo, diciannovenne, ne lasciò la conduzione all'eunuco Basilea che tentò di far di lui la propria "marionetta". Ne seguirono scosse interne, la più seria delle quali fu quella di Bardas Foca, che nel 987, fu proclamato imperatore dai soldati; ma con l'aiuto di un corpo di mercenari condotti da suo cognato, Vladimiro, principe di Kiev, Basilio sconfisse il pretendente presso Abido. Sicuro al(l) A metà del nono secolo le tribù slave e finniche attorno al lago Ilmen pagavano tributi al popolo nordico della terra di Rus (Svezia, o parte di essa) e nell'859 lo scacciarono. Poco dopo si scontrarono fra loro e chiesero ai nordici di ritornare. Tre principi di Rus-Rurick, Sineus e Truvor accolsero l'invito e fondarono quello che doveva diventare l'impero russo. Rurik stabili la sua capitale a Novgorod, sulla grande via d'acqua Neva-Volkbov-Lovat-Dnieper. che collega il Baltico al Mar Nero. Da questa via provenivano i Varengi (uomini di Rus) guardie del corpo degli imperatori bizantini. Più tardi la capirale fu portata a Kiev.
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l'interno, egli si diède a combattere i grandi feudatari dell'Asia Minore che minacciavano la sua autorità e l'unità dell'impero, dividendo i propri sudditi in due classi antagoniste, i "dunatoi" (ricchi) ed "penates" (poveri). Basilio si fece campione di questi ultimi e rafforzò, così, sensibilmente la propria posizione con l'appoggio delle classi basse e medie. Nel 995 ottenne qualche successo contro i Saraceni, ma la sua più importante impresa in Oriente fu l'annessione di gran parte dell'Armenia, da lui poi trasformata in un potente bastione fortificato a protezione dei confini. Durante il resto del suo regno, fu impegnato contro Samuele (976-1014), czar dei Bulgari. Scese in campagna nel996 ed entro l'anno 1000 aveva riconquistato la parte orientale della Bulgaria. La guerra si trascinò sino al 1014 quando l'esercito bulgaro fu distrutto nella grande battaglia di Balasitza (2). Con tale vittoria Basilio si guadagnò il nome di "bulgaroctono", uccisore dei Bulgari. La guerra terminò nel 1018 e per più di un secolo e mezzo (1018-1186) la Bulgaria rimase soggetta all'impero bizantino. Basilio morì nel dicembre del 1025, mentre preparava una spedizione navale per strappare la Sicilia ai Saraceni.
(2) Nell'alta valle dello S1rimo ne.
La battaglia di Manzikert (1071)
Con il regno di Basilio II l'Impero Bizantino raggiunse l'apice della sua grandezza, come mai era accaduto dai tempi di Giustiniano. Eppure, cinquant'anni dopo, proprio com'era successo alla morte di Giustiniano, era uno Stato in rovina. Il punto debole delle conquiste di Basilio consisteva nel fatto che esse erano imprese esclusivamente militari: egli saccheggiava, combatteva e vinceva, lasciando dietro di sé vaste aree spopolate. Le vittorie lasciavano il vuoto. Nonostante ciò, se gli fosse succeduto sul trono un soldato dotato del senso dello Stato del calibro di un Leone III, l'Impero avrebbe potuto ricevere nuova linfa vitale; invece, esso passò nelle mani di una serie di rimbambiti, sensuali e cortigiani che si lasciarono ancora una volta plagiare dalle loro donne. La situazione divenne tale che una sola sconfitta potè determinare il completo collasso: un collasso drammatico, simile a quello seguito alla battaglia di Adrianapoli. Fu un periodo nel quale si verificò - come dice il Bussell (3) - "la silenziosa dissoluzione del sistema romano". Un periodo quasi del tutto pacifico, durante il quale una corte di eunuchi e di favorite pensava soltanto a difendere se stessa dalla rivoluzione e dalle rivolte; una corte di sicofanti e di parassiti, di preti corrotti, di domestici ed anche di schiavi. Costantino VIII (1025-1028), che governò da solo alla morte di Basilio, era insieme un pacifista ed un despota, i due peggiori ruoli che possano combinarsi. Circondato da uno stuolo di parassiti, egli faceva accecare qualsiasi probabile suo oppositore, così come chiunque mostrasse una certa abilità. Pose l'esercito e l'amministrazione statale in mano agli eunuchi, sol perché (3) "The Roman Empire from A.D. 81 to A.D. 1081" (1919) Vol. I, pag. 340.
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LE BAlTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
questi intriganti non avevano la possibilità di succedergli sul trono. Mentre Basilio aveva cercato di tenere a freno i nobili, egli li favorì e quando sentì avvicinarsi l'ultima sua ora, diede in sposa la figlia Zoe- una prostituta di mezz'età- ad uno loro, che poi gli successe col nome di Romano III (l 028-1 039). Seguirono ventinove anni di governo retto sostanzialmente da mani femminili, mentre il nuovo imperatore, almeno inizialmente, si diede ad ingraziarsi Dio ed uomini con generose donazioni alla Chiesa, ai cortigiani ed al popolo. Gli scandali e la licenziosità erano all'ordine del giorno. Zoe fece rinchiudere in convento la propria sorella maggiore, Teodora (4); quindi, adottò come figlio un certo Michele, un cambiavalute, e ne fece il proprio amante; infine avvelenò il marito e, il giorno dopo la sua morte, sposò Michele, che regnò come Michele IV. Alla morte di questi, nel 1041, adottò un suo nipote, Michele Calafato, che divenne il quinto imperatore di quel nome; ma soltanto per quattro mesi, dopodiché egli venne detronizzato, accecato e rinchiuso in un monastero. A 62 anni, Zoe sposò un suo vecchio amore, Costantino IX Monomaco (1042-1054), il quale rifiutò di separarsi dall'amante, Sclerena, deliziando il popolo con lo spettacolo di un imperatore che sedeva sul trono con la moglie da una parte e l'amante dall'altra. Anche da una sintesi cosi stringata è possibile farsi un'idea di quale fosse il ruolo della corte imperiale in quel periodo. Il Bussell ne parla come di una "straordinaria farsa ... con sovrani che sembrano attori di grido, ministri che recitano una pantornina ed il popolo che ha la funzione di una claque ben addestrata, pronta ad applaudire ... " (5). Durante questa fase di declino morale, l 'Impero fu attaccato, nell'Italia meridionale, dai Normanni. Vi erano comparsi nel 1017, allorché un loro gruppo, di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa, si era stabilito in Calabria. Assoldati inizialmente come mercenari dell'imperatore e del Papa, passarono facilmente al ruolo di conquistatori. Nel 1042 uno dei loro capi, Guglielmo Braccio di Ferro si proclamò conte delle Puglie ed un altro si installò nella Contea di Aversa. Quasi contemporaneamente, da Oriente si profilava una nuova minaccia per l'impero: i Turchi Selgiuchidi. I motivi per i quali essi riuscirono ad invadere facilmente le regioni di confine sono da ricercare sia nella condotta della politica estera bizantina e sia nelle preoccupazioni che derivavano daJia presenza dei Normanni in Italia. La guerra tra l'Impero e il califfato durava ormai da secoli; entrambi erano adesso decrepiti. Ma l'invasione dei Selgiuchidi ridiede immediata(4) In altri testi (vds. il Durand), Teodora è considerata un'ottima collaboratrice aJ buon governo di Zoe, durante il quale "raramente l'Impero fu meglio amministrato". Teodora ri· sulta anche essersi ritirata in convento alla morte (1050) della sorella (N.d.T.). (5) Bussell, "The Roman Empire from A.D. 81 to A.D. 1081" {1910), Vol. l, pag. 344.
LA BATIAGLI A DI MANZIKERT (1071)
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mente vigore all'lslam, e nuovamente la mortale minaccia si profilò alle frontiere orientali, dalle montagne del Caucaso all'alto corso dell'Eufrate. L'Impero aveva utilizzato fino ad allora l'Armenia come valido "cuscinetto" per la Cristianità. Adesso stava per eliminarla, non per timore che si alleasse coi Selgiuchidi, ma sol perché si offriva come ricca terra di conquista. Il primo, e fatale, passo in questa direzione fu compiuto da Basilio Il nell022, allorché costrinse Giovanni, re dell'Armenia, a !asciargli in testamento i suoi domirui; nel 1045, Costantino IX, con il più ignobile dei tradimenti, forzò il re Gaghik a rispettare tale atto, a smobilitare la milizia nazionale, tuttora forte di 50.000 uomini, ed a far aprire le porte della capitale, Ani (6). Sebbene Matteo di Edessa fosse un Armeno, non sembra che esageri quando ci racconta in quale situazione si fosse venuto a trovare il suo paese: ''Esso fu lasciato ai Turchi da quella sterile, effeminata ed ignobile nazione greca. Furono i Greci ad assassinare i più coraggiosi dei nostri nobili, a distruggere il nostro trono ed a privarci di ogni strumento di difesa. E dopo aver fatto tutto questo., come si comportarono? Per presidiare il nostro paese, mandarono generali che erano eunuchi ... allorché trovavano qualcuno che poteva difenderci, lo accecavano o lo affogavano ... fecero dei nostri figl i degli eunuchi, ed invece di dar loro delle armi, li vestirono come femmine ... " (7). Peggio ancora: dopo aver sottomessa, saccheggiata e demilitarizzata l'Armenia, Costantino ritirò le guarnigioni bizantine, lasciando quella terra esposta all'attacco avversario. L'invasione dei Selgiuchidi iniziò nell049 ed in pochi anni il loro governo, o malgoverno, si estese dal Kashkar sino ai sobborghi di Costantinopoli. Nel 1034 questo popolo feroce (agli ordini di Tughril Beg e di Ciaghar Beg, nipoti di Selgiuq) attraversato l'Oxus, inondò il Khorasan. Tughril Beg mosse verso ovest sottomettendo l'lrak, il Kirman, l' Arnadan e l' Azerbajdzan e raggiunse nel l 0491' Armenia, priva di ogni sistema difensivo. Assaltata la città di Arzen, ad ovest del L. Van, la diede alle fiamme e, si dice, vi massacrò 150.000 abitanti, tra uomini, donne e bambini (8). Dopo un combattimento senza apprezzabili risultati contro i Bizantini a Kapetron, Tughril battè gli Armeni a Kars e quindi assediò la città di Manzikert (Malazkirt) una robusta fortezza sul fiume Arsonas, circondata da orti e giardini. Incapace di prenderla d'assalto, egli fece avanzare un'enorme macchina d'assedio, già impiegata da Basilio II, che richiedeva 400 uomini (6) Matteo di Edessa: "Cronique de Matthieu d'Edesse (962- 1136), parte l, LXV-LXVI e LXXVI, trad. E. Dularier ("Bibliotheque Historique Armenienne", Parigi, 1858). Anche R. Grousset: "Histoire de I' Arménie des Origines à 1071" (1947), pagg. 574-583. (7) !bid., parte Il, LXXXIV. (8) Sebbene questa cifra possa essere esagerata, Arzen era una prospera città ove sorgevano, secondo Matteo d ' Edessa, 800 chiese (parte l, LXXXlll).
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soltanto per essere messa in postazione. Il governatore della città, terrorizzato al vederla, offrì una lauta ricompensa a chi l'avesse distrutta. Lo fece un mercenario francese. Avvolta della carta alla punta della sua lancia, e nascosti tre recipienti pieni di petrolio nei suoi abiti, uscì al galoppo dalla città e si diresse verso la "ballista". I Selgiuchidi, pensando che si avvicinasse alla macchina soltanto per curiosità, lo lasciarono fare; ma quello, lanciate le sue bottiglie, incendiò la macchina e rientrò entro le mura di Manzikert (9). Tughril dovette levar l'assedio, anche per il terribile fuoco che i difensori lanciavano sugli attaccanti con le loro macchine. A suo scorno, uno degli assediati era solito lanciare la carcassa di un maiale nel campo maomettano mentre gli altri gridavano: "Prendi questa scrofa in moglie, e noi ti daremo Manzikert in dote!" (10). Nel 1050 morì l'imperatrice Zoe, e quattro anni dopo anche Costantino IX. Gli successe l'imperatrice Teodora, una timida vecchia signora, ed a lei, nell056, Michele VI, che nell'anno successivo fu detronizzato da !sacco l (Comneno). Questi regnò sino al 1059, allorché gli successe Costantino X Ducas, che morì nel 1067. Durante tutto questo periodo di degenerazione, non sembra si fosse minimamente compreso che l'Impero stava avviandosi verso il precipizio . La corte aveva il completo controllo del potere e l'amministrazione statale, che per secoli ne aveva rappresentato il tessuto connettivo, era in dissoluzione. Le feste erano sempre più splendide, mentre le vie di comunicazione erano in rovina e la difesa delle frontiere fatiscente; lo spopolamento della terra era tale che diveniva sempre più difficile reclutare soldati. L'esercito era ormai quasi unicamente mercenario. Sin quando c'era la ricchezza, gli imperatori avevano potuto assoldare i migliori soldati d'Europa (I 1), ma, per risparmiare, Costantino X ne ridusse la qualità, arruolando qualsiasi straniero; le armi divennero scadenti, le scorte quasi non esistevano, castelli e fortezze andavano in rovina. E nonostante queste "economie" militari, le finanze erano in situazione allarmante. Il tesoro era prosciugato dalle stravaganze di Costantino X e dalle sue enormi donazioni ai monasteri. Infine, la giustizia era così male amministrata, che iJ popolo cercava protezione presso i nobili i quali, di conseguenza, diventavano sempre più potenti. Mentre le Province Orientali erano messe a sacco dai Selgiuchidi e quelle Occidentali dagli Ungari, che avevano assaltato ed occupato Belgrado, e mentre gli Uzi e i Pecceneghi, tribù di origine slava, varcavano il Danubio e devastavano il territorio sino a Salonicco, Costantino X rimaneva spettatore inerte di tanta rovina. Alla fine si degnò di condurre un esercito in Tracia per (9) Matteo di Edessa, parte Il, LXXVIIl. (IO) lbid., parte Il, LXXVIII. (Il) Uno di questi fu Aroldo Ardrada.
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cacciarne gli Uzi; e per rimpolpare le sue file reclutò una massa di queste genti semi selvagge, che dovevano dimostrarsi i più infidi dei soldati. Mentre la devastazione affliggeva i "Temi" occidentali dell'Impero, una terribile minaccia si profilava ad oriente: a Tughril Beg, che aveva saccheggiato Bagdad nel1055 ed aveva sottomesso Mosul e Diarbekir, era succeduto Alp Arslan (1065-1072), figlio di Ciaghar Beg. Nato nel1029, era uomo di straordinaria abilità e grazie al suo visir, il grande Nizam-al Mulk, gettò le basi per un nuovo più forte califfato, destinato nel futuro a sostenere l'impero dei Turchi Ottomani. Alp Arslan devastò il regno d'lberia (Georgia), quindi marciò sulla capitale armena, Ani, e l'assediò, "circondandola come un serpente" (12). Si racconta che nella città sorgesse un migliaio di chiese e che fosse abitata da una moltitudine di rifugiati. Cadde il 6 giugno 1064. Ne seguì l'usuale massacro "e gli abitanti furono falciati come erba" (13). Il Finlay scrive: "Il piano (dei Selgiuchidi) era quello di sterminare tutti i cittadini, in modo da rendere le tribù nomadi assolute padrone della terra. Villaggi, fattorie, piantagioni furono dati alle fiamme; ed i pozzi riempiti, in maniera da limitare le coltivazioni ai dintorni delle città fortificate. Con tale politica essi resero la proprietà agricola così poco sicura da far sì che le campagne cadessero alla loro mercè prima ancora di aver occupato le città. Le incursioni dei Selgiuchidi interessarono la Galazia, l'Onoria e la Frigia" (14). Questa era la situazione allorché, nel l 067, Costantino X, sentendo approssimarsi la fine, nominò l'imperatrice Eudocia tutrice dei suoi tre figli, Michele, Andronico e Costantino, facendosi promettere di non convolare a nuove nozze. Ma, come molte promesse di quel tempo, essa non fu mantenuta. Non appena morto Costantino - ci dice Matteo di Edessa - Eudocia si prese per amante (15), e quindi per marito, Romano IV Diogene (1068-1071). Romano era un coraggioso soldato, ma non godeva della fiducia dell'esercito - allora ridotto ad una massa indisciplinata - ed in particolare di quella della Guardia. Proveniente da una famiglia di nobili della Cappadocia, provincia occupata dai Turchi, subito decise di scendere in èampo con quella sua "armata" composta da Varangi, Macedoni, Sloveni, Pecceneghi, Uzi, Armeni, Bulgari e Franchi. A peggiorare le cose, non appena fu partito, l'imperatrice ed il suo miserabile figlio Michele VIII, che passava il tempo a scrivere giambi e anapesti, cominciarono a complottare contro di lui . Sembra che proprio l'imperatrice abbia favorito la sconfitta di Romano (16). (12) Matteo di Edessa, parte Il, LXXXVIII. (13) lbid., parte II, LXXXVIII. (14) "A Histoiry of Greece from the Conquest by the Romans LO the Pre.sent Times", di G. Finlay (1877}, Vol. Ili, pagg. 19-20. (15) Matteo di Edessa, parte[), XCVIII. (16) "Histoire de la vie Byzaotine" di N. lorga (1934), Vol. Il, pag. 222.
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L'Impero Bizantino, con tutti i difetti ed i problemi che aveva, non avrebbe potuto sopravvivere per secoli senza uno strumento militare incomparabilmente superiore a quello dei suoi nemici. È da notare, innanzitutto, che questo era rimasto sostanzialmente immutato dai tempi di Leone lll, e lo fu fino al sacco di Costantinopoli nel 1204, mentre quelli dei regni europei ed orientali venivano indeboliti dai continui cambiamenti. Vi sono molte spiegazioni: la ricchezza dello stato, la formidabile cinta difensiva di Costantinopoli e, molto importante, la codificazione dell'arte della guerra sancita dagli imperatori Maurizio e Leone VI il Savio nei loro trattati "Strategicon" (579) e "Tattica" (900). Non è esagerato affermare che nessun altro trattato di tale importanza è stato edito in Europa sino al XIX secolo (17). La stabilità del sistema militare discendeva naturalmente dalla politica ultra conservatrice dell'Impero. Sin dai giorni di Giustiniano, la strategia e la tattica dell'esercito erano rimaste fondamentalmente di natura difensiva. L'intero regno era diviso in "Temi", o regioni militari, ognuno di essi protetto da un certo numero di fortezze collocate in punti strategicamente importanti, collegati tra loro da ottime rotabili e dotati di riserve mobili ben organizzate ed addestrate. Era stato proprio questo sistema a preservare l' Impero, per secoli, dalle invasioni. Le truppe degli invasori, per contro, erano orde raramente in grado di attaccare le fortezze, prive di rifornimenti e quindi costrette a foraggiarsi "in loco"; allorché erano impiegate in tale vitale compito, esse erano facile preda per qualsiasi forza organizzata. La strategia bizantina era dunque molto simile a quella del Maresciallo Saxe del XVIII secolo: non cercar la battaglia, anzi evitarla, e ritirarsi entro le mura di una fortezza allorché la minaccia fosse grave. Rimaner quindi in assoluta sicurezza mentre il nemico l'assediava e quando, a corto di rifornimenti, doveva levar l'assedio per dedicarsi alle razzie, attaccarlo e distruggerlo. Sebbene, in linea generale, i corpi d 'esercito bizantini fossero inferiori per numero a quelli del nemico, essi - usando tale tattica - riuscivano ad applicare il principio della concentrazione dello sforzo al momento opportuno. L'esercito era strutturato ed addestrato secondo tale concetto. Come quelli moderni, era diviso in due categorie: le forze combattenti e quelle per compiti tecnico-amministrativi. Queste ultime erano molto ben organizzate e costituite da trasporti, organi logistici, genio e corpo sanitario (18). "Ogni 16 uomini c'era un carro per trasportare il biscotto ecc, e una scorta di frecce, e un altro carro che portava un mulino a mano, un' ascia, una (17) Per un resoconto completo dell'organizzazione dell'esercito bizantino sotto Maurizio (582-602) vds. "L'Art Militaire et les Armées au Moyen Age" di Ferdinand Lot (1946), Vol. I, pagg. 463-467. (18) Ad ogni "banda", o batlaglione (480 uomini) erano aggregati un medico e da 6 a 8 portaferit i ("The Art of War in the Middle Age", di Oman, 1924, Vol. l, pag. 190).
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sega, una mannaia da macellaio, un setaccio, un mazzuolo, due vanghe, due picconi, un cestone di vimini, una pentola e altri strumenti e attrezzi da campo. Oltre a questi due carri c'era un equino da soma, in modo che quando la fanteria doveva allontanarsi dai carriaggi. .. potesse portarsi dietro 8-10 giorni di razioni di pronto impiego" ( 19). Le forze combattenti erano suddivise in cavalleria, fanteria ed artiglieria. La prima indossava elmi di acciaio e cotte di maglia di ferro, portava scudi rotondi ed era armata con spada, lancia, arco ed ascia. La fanteria era organizzata in gruppi di 16 uomini, detti "decurie"; dieci "decurie" formavano una "centuria"; tre "centurie", una "banda" o battaglione. Le "bande" potevano essere "pesanti" o "leggere"; le prime indossavano "cotte d'arme", erano armate con lancia, spada e ascia e portavano lo scudo; le seconde consistevano quasi esclusivamente di arcieri dotati di 40 frecce e di un'ascia. L'artiglieria impiegava i "mangani", nome generico per indicare qualsiasi macchina capace di scagliar lontano pietre, frecce o palle "di fuoco". Ve n'erano di tre tipi: la catapulta, la ballista ed il trabucco (20). Nonostante una tal ottima organizzazione ordinativa, il reclutamento dei nativi rappresentò sempre un problema; pertanto si ricorse ai mercenari stranieri e, durante il IX, il X e l'XI sec., soprattutto ai Turchi (21). L'arte del comando era molto convenzionale; i comandanti la imparavano sui libri. Ma, dopo tutto, ciò non era un grave difetto da quando Leone, nella sua "Tactica", aveva dettato precise istruzioni per combattere ogni tipo di nemico, esaminando sin nel particolare i metodi dei Musulmani e dei Turchi. Normalmente la cavalleria era schierata su tre formazioni: una "di linea", una di riserva ed una per l'esplorazione, la sicurezza ed i colpi di mano. Dietro di essa veniva la fanteria pesante, ordinata su 16 file; la prima teneva gli scudi al petto, mentre le altre li tenevano alzati come la "testuggine" romana. Ancora più dietro marciavano gli arcieri, che effettuavano una sorta di "tiro al di sopra delle truppe amiche". Una volta che i ranghi degli avversari fossero stati rotti o scompaginati dalla carica di cavalleria, la fanteria pesante l'assaliva in massa costringendoli ad abbassare gli scudi, cosicché rimanevano alla mercè della "pioggia di frecce" scagliate dagli arcieri. Raramente la cavalleria inseguiva il nemico, e quasi mai i Turchi, aragione della loro estrema mobilità. Non vi è dubbio che un tale strumento era, nel 1071, perfetto quanto (19) Oman, Vol. l, pag. 189. (20) Per una descrizione più completa di queste macchine e dei vari tipi di arco, vds. "The projectile-Throwing Engines of the Ancients" di sir Ralph Payne Gallway (1907) e anche "Materoaticail Veteres" di Melchisedich Thévenot (1963). (21) Vds. "Byz.ace et les Tures Seldjoucides dans l' Asie Occidentale" di L. Laurenti (1913), pag. 15.
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lo era stato sotto Basilio II; ma era marcio per quarant'anni di cattivo governo e moralmente minato da una politica di eccessivo risparmio nei suoi riguardi. Non mancava di coraggio, di organizzazione o di abilità tattica, ma di disciplina, di spirito, di fiducia. Rappresentava un "vuoto" ben strutturato. Se si fosse potuto ovviare a questa decadenza interna, i Turchi avrebbero avuto ben poche probabilità di successo: nelle bande dei Selgiuchidi l'organizzazione era un concetto sconosciuto. Esse consistevano quasi quasi esclusivamente di arcieri a cavallo, sotto capi diversi che si combattevano l'un l'altro quando non erano occupati a combattere il sultano, la cui posizione era del tutto precaria. Scrive il Laurent: "I Turchi obbedivano al più forte, al più coraggioso, al più generoso, al più fanatico, e soprattutto al più fortunato dei capi, e non avevano alcun scrupolo a cambiarlo" (22). E il Finlay: "La loro politica aveva due obiettivi : prima di tutto arricchire se stessi ed i propri seguaci; poi, ridurre la terra conquistata in una landa deserta, in modo da poterla far occupare dalle loro tribù nomadi ... il grande Sultano Al p Arslan pensava che questa guerra di incursioni e di devastazione desse maggiori vantaggi che non lo scontrarsi in battaglia con i disciplinati mercenari dell'Impero" (23) . Questa era la situazione allorché Romano Diogene radunò il suo esercito in Frigia, ove AJp Arslan svernava. Egli mosse quindi verso la provincia di Licando, a nord di Marash, mentre Alp Arslan levava il campo, inviando le sue truppe metà a nord e metà a sud (24). Saputo che l'orda inviata a nord aveva invaso il Ponto e stava saccheggiando Neocaesarea (Niksar), Romano lasciò le sue "impedimenta" a Sebaste (Sivas), valicò le montagne e piombò così velocemente sui Turchi da costringerli ad abbandonare bottino e prigionieri. Quindi volse a sud, valicò i Monti Tauri ed invase il territorio di Aleppo per tornare poi, lungo la via di Alessandretta, a Podandus (Bizanti Han). Quì, saputo che nuove orde si erano in filtrate e stavano razziando le campagne intorno ad Armorium (Karapuna), si volse contro di esse, ma queste si ritirarono cosi velocemente che non fu capace di intercettarle. Rientrò a Costantinopoli nel gennaio 1069. Intraprese subito una nuova campagna, ma questa fu interrotta improvvisamente dalla ribellione dei suoi mèrcenari franchi nel "Tema" di Armenia, nei dintorni di Amasia. Durante la rivolta, marciò sulla Cappadocia, ove i Turchi stavano saccheggiando il territorio di Caesarea (Kaiserie), quindi traversò l'Eufrate con l'intenzione di giungere a Khilat (Ahlat) sul lago Van. Mentre assediava la città, il suo esercito "di campagna", mandato innanzi, fu battuto ed i Turchi vittoriosi cominciarono a premere verso lconium (Ko(22) "Byzance et !es Tures Seldjoucides, etc." di L. Laurent, pag. 100. (23) "A HistOry of Greece, etc.", Vol. III, pag. 27. (24) Per la campagna condotta da Alp Arslan, vds. C. Cahen: "La campagne de Manzikert d' après !es sources musulmanes", in "Byzantion" (1934), Vol. IX, pag. 621.
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nia). Romano, allora, prima tornò verso Sebaste e poi marciò a sud ed accerchiò il nemico a Eraclea (Kybistra); ma questi, pur abbandonando il bottino, riuscì a rompere l'accerchiamento ed a scampare su Aleppo. L'anno successivo, per salvare Bari, in Puglia, dalle mani dei Normanni, egli affidò l'esercito d'Oriente a Manuele Comneno, nipote di !sacco 1, che pose il quartier generale a Sebaste. Manuele mosse contro l'orda turca di Arisiaghi, cognato del sultano, ma fu sconfitto e preso prigioniero. Arisiaghi, che stava complottando contro Alp Arslan, prese Manuele come suo consigliere e questi lo convinse ad andare a Costantinopoli per stringere alleanza con Romano. Saputolo, Al p Arslan ne chiese l'estradizione; avuto un rifiuto, scese di nuovo in campo, assediò e catturò Manzikert, investì Edessa (Urfa) e quando si accorse di non riuscire ad occuparla, si ritirò in Persia. La quarta campagna doveva essere fatale per l'imperatore. Sino ad allora, sebbene non avesse riportato successi spettacolari, essi avevano pur rappresentato qualcosa e, soprattutto, avevano dimostrato che - sin quando generali e soldati rimanevano fedeli - l'organizzazione militare bizantina era tanto superiore a quella turca da aver ben poco da temere. Ma nonostante egli fosse un intrepido condottiero e le sue truppe fossero ben equipaggiate ed addestrate, la mancanza di lealtà dell'esercito fu la causa del disastro. Infuriato per la caduta di Manzikert, Romano, al principio del 1071, avanzò su Sebaste "come una rombante nube di tempesta carica di grandine" (25). Quivi radunò un esercito di forza considerevole (26); se fosse stato disciplinato, tutto sarebbe andato per il meglio. Ma così non era, ed i guai iniziarono non appena le truppe si diedero a depredare gli abitanti. Il primo tentativo di imporre la disciplina portò all'ammutinamento dei mercenari germani, che rientrarono nei ranghi non senza fatica. Da Sebaste, Romano avanzò fino a Theodosiopolis (Erzerum), ove si diede a pianificare la campagna. Ritenendo che il sultano si trovasse in Persia, decise di occupare Khilat, sulle sponde nord-occidentali del lago Van, e Manzikert, circa 30 miglia a nord dello stesso, onde stabilirvi una base per le operazioni contro la Persia. Così divise l'esercito in due corpi principali: il primo, costituito dai mercenari franchi agli ordini di Roussel de Bailleul, doveva puntare su Khilat, mentre il secondo, al suo comando, su Manzikert. Entrambe le città erano presidiate da guarnigioni turche. Romano è stato criticato da sir Charles Oman per non avere rispettato alcuna delle leggi dettate da Leone VI nella "Tactica" (27), ma la causa principale della sua disfatta non furono gli errori, bensì il tradimento di qualche suo generale e di alcuni reparti, insieme al difettoso funzionamento degli organi informativi. (25) Matteo di Edessa, parte Il, CIII. (26) Cahen (op. cit., p. 629), citando fonti musulmane, indica la forza bizantina in 200.000 o 300.000, ed anche 400.000 uomini. Tutti dati chiaramente esagerati. (27) "The Art of War in the Middle Ages", Vol. l, pag. 217.
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Quando Romano mise mano al suo pia no operativo, il sultano non era in Persia ma in Siria e, saputo che l'imperatore si trovava in Armenia, decise - nonostante le scarse dimensioni del suo esercito - di marciare contro dì lui verso nord-est. A Mosul egli fu raggiunto dal "cadì" dì Manzikert e da altri profughi e, dopo aver radunato circa 14000 Turcllì e Curdi, continuò la sua marcia su Khoi (28) . Nel frattempo Romano aveva rinforzato Roussel de Bailleul con un forte contingente dì fanteria bizantina agli ordini di Giorgio Trakaniotes, ed aveva ancor più indebolito il suo corpo d'esercito distaccando diversi reparti, tra cui uno, di 12000 uomini, inviato a cercar rifornimenti in Georgia (29). Quindi, aveva posto assedio a Manzikert e l'aveva occupata. A Kboi, 125 miglia ad est del lago Van, il sultano aveva atteso rinforzi dall' Azerbajdzan e, quindi, aveva preso le mosse verso Khilat, molto probabilmente costeggiando le sponde meridionali del lago Van. Sembra che la sua avanguardia abbia completamente sorpreso Roussel e Trakaniotes, perché al suo apparire dinanzi a Khilat, il 16 agosto, essi si ritirarono precipitosamente verso Malatya, anziché ricongiungersi a Romano. Non è chiaro se si comportarono così per un loro disegno tattico o per semplice tradimento. Comunque sia, Romano non venne nemmeno informato di quella ritirata. Presa Khilat, Alp Arslan marciò su Manzikert, mentre Romano la lasciava per muovere verso Khilat. Ma il primo ben conosceva la posizione del nemico, mentre il secondo non sapeva neppure che l'esercito turco si trovasse in Armenia. Il risultato fu che l'avanguardia bizantina sì vide improvvisamente dì fronte un avversario enormemente superiore e fu costretta a ripiegare in disordine sul grosso retrostante. Soltanto allora Romano capì di avere davanti l'intero esercito turco (30) ed inviò ordini a Roussel ed a Trakaniotes affinché lo raggiungessero. Essi non poterono o non vollero eseguire tali ordini; erano lontani, ormai, in cammino verso occidente. Nonostante ciò Romapo- fiducioso della vittoria- non si perse d'animo ed allorquando il sultano (che non aveva molta voglia di affrontare i Bizantini in campo aperto) propose un armistizio, egli rifiutò, dicendosi disposto a trattare soltanto se il sultano gli si fosse arreso e avesse promesso di mai più scendere in guerra contro l'Impero.A questo punto, lo scontro diveniva inevitabile. Era il 19 o il25 di agosto- più probabilmente il19 (31) - allorché l'imperatore schie-
(28) "Byzamion" di Cahen, pag. 629. (29) "Histoire de I'Arménie" di René Grousset, pag. 627. (30) Oman (Vol. l , pag. 217) dice "più di 100.000", e Gibbon (Vol. V1, pag. 239) dà la cifra di 40.000, ma cita anche 300.000, 15.000 e 12.000. Pocihé la marcia del sultano deve essere stata rapida, il suo esercito aveva probabilmente dimensioni moderate, al di sotto dei 40.000 uomini. (31) Vds Cahen, op.cit., pagg. 632-634, e Laurent ("Byzance et les Tures Seldjoucides", pag. 43, nota (10).
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27. La campagna di Manzikert (1071) rò il suo esercito in ordine dii combattimento. Assunto il comando del centro, costituito dalla guardia e dai reparti metropolitani, affidò l'ala destra al generale Aliatte, della Cappadocia, e quelJa sinistra a N iceforo Briennio. TI primo aveva ai suoi ordini gli Uzi a cavallo e i mercenari asiatici, il secondo i Pecceneghi a cavallo. In riserva mantenne il forte contingente di cavalleria mercenaria, che comprendeva un reparto di Germani, un altro di Normanni provenienti dall'Italia e di nobili arruolati alla frontiera orientale; ne diede il comando ad Andronico Ducas, figlio di quel Cesare Giovanni Ducas che era uno dei suoi più temibili nemici. Il sultano affidò le sue forze all'eunuco Taraug, dandogli una alternativa molto precisa: "Vincere o essere decapitato". Quindi Alp Arslan, "gettati l'arco e le frecce, si armò di spada; intrecciata la coda del suo cavallo, indossò una veste bianca, si profumò e disse: "se sarò sconfitto, questo luogo sarà la mia tomba" (32). (32) "Histoire Général des Huns, etc." di M.D. Deguigres (1756-1758), Vol. Il , pag. 209.
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L'esercito bizantino aveva la sua forza nella fanteria pesante e nella cavalleria; quello Turco, nella cavalleria leggera. La battaglia iniziò nella maniera consueta: gli arcieri a cavallo turchi galopparono verso il nemico e lanciarono le loro frecce, senza serrare le distanze; subito, un considerevole numero di mercenari asiatici e di Pecceneghi disertarono le file di Romano (33). La cava11eria bizantina caricò; ma vedendo le perdite che subiva, Romano diede alla sua prima linea di fanteria l'ordine di avanzare. Fu un successo: i Turchi dovettero ritirarsi ben oltre il loro accampamento. Ma il giorno stava per finire, ed essi avevano spazio illimitato da concedere al nemico, mentre Romano - se non avesse al più presto trovato acqua per abbeverare uomini e cavalli - sarebbe stato costretto a retrocedere prestando così il fianco al loro contrattacco. Fu quel che accadde: al tramonto Romano ordinò la ritirata, ma fu attaccato così furiosamente da doversi ferma re per difendersi. Mentre la prima linea si attestava per respingere i Turchi, Andronico, di proposito, non obbedì all'ordine e invece di avanzare, si ritirò nel suo campo, lasciando così indifese le terga dell'esercito dell'imperatore. Subito la cavalleria leggera turca ne avvolse i fianchi, fece massa contro il lato esterno e il retro dell'ala destra e la mise in rotta. Quindi caricò le spalle ed i fianchi esposti del centro, separando questi dall'ala sinis,tra che, per una qualche ragione, cominciò a fuggire . Il centro, così isolato, si battè fino a notte fonda. Romano diede prova di indomito coraggio, ma il suo cavallo fu colpito , ed egli fu ferito e preso prigioniero: era la fine . La sconfitta di Romano fu schiacciante come quella di Crasso a Canne, nel 53 a.C., ma tatticamente non è paragonabile a quella; non v'è dubbio che quì l'imperatore - nonostante le gravi perdite - sarebbe stato in condizione di riprendere il sopravvento se non fosse stato per il tradimento di Andronico. Lui fu il vero responsabile della disfatta; fu lui a cambiare il corso della storia. Ma ciò non fu capito al tempo in cui Gibbon scriveva: "gli autori bizantini deplorano la perdita di quella gemma dell'Impero, ma essi dimenticano di dire che, in quel giorno fatale , le province asiatiche di Roma vennero irrimediabilmente sacrificate" (34). Il 20 agosto del l 071, il giorno successivo a questa disastrosa battaglia, Romano fu condotto dinanzi ad Alp Arslan, che lo trattò con la massima cortesia e con rispetto e che sottoscrisse con lui un trattato secondo il quale gli sarebbe stato subito versato un riscatto di 1.500.000 bizanti (35), e che inoltre i Turchi avrebbero ricevuto un tributo di 360.000 bizanti all'anno per 50 anni. Quindi lo rilasciò. Ma la sua sfortuna non era finita, in quanto - durante quella breve prigionia - Cesare Giovanni Ducas aveva assunto (33) Cahen, op. cit., pag. 633 . (34) "The Decline and Fall of the Roman Empire" di Edward Gibbon, Vol. VI , pag. 240. (35) Il valore di un bizante d 'oro variava da IO a 20 scellini inglesi.
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il potere a Costantinopoli, aveva rinchiuso in un convento l'imperatrice Eudacia e si era proclamato tutore di suo nipote, lo sterile Michele VII. Riuscito a radunare qualche reparto, Romano marciò contro di lui ma fu sconfitto a Doceia, inseguito dal traditore Andronico sino ad Adana e quindi catturato, detronizzato e accecato in maniera così crudele da morirne pochi giorni dopo. Prima di morire egli volle ricordare la cavalleresca condotta del sultano e, a prova della sua buona fede, riuscl a mettere insieme una certa somma di denaro e gliela mandò. Saputo che i termini della pace erano stati violati , Alp Arslan invase l'Asia Minore, ma nel 1072 fu assassinato. Gli successe il figlio Malik Shah. Le devastazioni che ne seguirono sfuggono ad ogni descrizione. Scrive il Laurent, citando autori contemporanei: "È difficile immaginare la rovina che i Turchi lasciavano dietro di sè. Niente rimaneva in vita ove passavano, uomini o animali che fossero; campi devastati, alberi abbattuti, corpi mutilati, città in fiamme" . Ad Armorium morirono 100.000 abitanti, a Touch 120.000 furono massacrati e 150.000 posti in sc)liavitù ... In pochi anni la Cappadocia, la Frigia, la Bitinia, la Paflagonia persero la maggior parte della popolazione greca. " In breve- scrive ancora il Laurent -la popolazione dell'Asia Minore scomparve al passaggio dei Turchi" (36). La perdita dei " Temi" asiatici privò l'Impero dei suoi migliori soldati; così si dovettero reclutare unicamente, o quasi, mercenari franchi, turchi, pecceneghi, russi e lombardi, uomini che si potevano vendere e comprare. Ne risultò una serie di rivolte e di guerre civili. Nel 1078, Michele VII fu detronizzato da Niceforo III (1078-1081); quindi Alessio Comneno si ribellò a Niceforo e marciò su Costantinopoli, che gli fu data da un reparto di mercenari germani. II l 0 aprile del 1081la città fu saccheggiata ed Alessio fu incoronato il giorno successivo. Abile ed astuto diplomatico, egli avrebbe potuto sanare la situazione se non fosse stato per i Normanni. Nel 1071 Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, aveva catturato Bari ponendo così fine al dominio bizantino nell'Italia del Sud. Adesso, trascorsi dieci anni, egli, perseguendo il sogno di indossare la corona imperiale, attaccava Corfù (primavera 1081) ed occupava Durazzo mentre suo figlio Boemondo marciava in Tessaglia sino a Larissa. Attaccato da ogni parte - ché i Pecceneghi avevano rotto ai confini dei Balcani dilagando sino alle mura di Adrianopoli e di Filippopoli - l'Impero, privo di qualsiasi possibilità di difesa, iniziava a declinare politicamente, cedendo il suo ruolo agli Stati dell'Occidente. Fu così che, ventiquattro anni dopo la fatale battaglia di Manzikert, l'Europa medievale lanciava il suo grande contrattacco all'Asia musulmana.
(36) "Byzance et les Tures Seldjoucides, etc." di L Laurent, pagg. 106-109.
CAPITOLO XV
La Cristianità al contrattacco zn Oriente
Quadro storico Durante il periodo di crisi che seguì al disastro di Manzikert, l'imperatore Michele VII invocò l'aiuto di papa Gregorio VII (1073-1087), supremo capo del mondo cristiano, chiedendo mercenari per difendere Costantinopoli; egli non pensava certo a riconquistare la Terra Santa! Ma Gregorio intravide, in tale richiesta, l'opportunità, inviata dal cielo, di realizzare i suoi tre grandi sogni: riportare la Chiesa d'Oriente all'obbedienza di Roma, fare dei re e dei principi cristiani i fedeli vassalli della Chiesa e lanciare una crociata contro I'Islam. A quel tempo Gregorio - autocrate severo, illustre prodotto della "regola" di Cluny- era tutto preso dalla sua contesa con l'imperatore Enrico IV (1056-1106) e materialmente ben poco poteva fare per intraprendere la crociata; ma, nell'entusiasmo del momento, la modesta richiesta di truppe mercenarie andò tramutandosi in un grande movimento di massa. Nel1076 Gregorio scomunicò Enrico e dichiarò esser diritto del Papa deporre gli imperatori in quanto - quale vicario di Cristo -egli non poteva esser giudicato ed era l'unico ad avere il potere di assolvere i peccatori. Trent'anni prima, Enrico III aveva chiamato in giudizio Gregorio VI, ed ora Gregorio VII processava Enrico IV! Nel 1077, tuttavia, lo perdonò a Canossa, ottenendo un ben effimero successo. Nel 1084, Enrico lo ripagò infatti di egual moneta (l) e il 25 maggio del 1085 Gregorio morì in esilio. Gli succedettero Vittore III e quindi, nel 1088, Urbano Il (1088-1099). Nel frattempo, in Oriente, l'imperatore Alessio I Comneno (1081-1118) - stremato dalle guerre contro Normanni e Pecceneghi - aveva dovuto venir a patti con i Turchi; ma nel 1094, intravedendo la possibilità di ricon(I) Entrando in Roma e dichiarando deposto Gregorio VII, chiusosi in<:astel Sant'Angelo (N.d.T.).
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quistare le Province asiatiche, si era rivolto ad Urbano per ricevere rinforzi; neanche lui pensava alla Terra Santa! Ma questa volta la richiesta era giunta ad orecchie che niente di meglio volevano sentire; non solo, ma in quel momento il Papa aveva le mani libere e tutta la Cristianità guardava con favore ad un confronto con l' lslam. Cosi, per la prima volta nella storia - come sottolinea il prof. Bury - "due religioni universali si trovavano faccia a faccia, ciascuna protesa ad ottenere il dominio assoluto": era scoccata l'ora fatale ! Sin dai tempi di Gregorio IV (827-844), tutti i papi si erano attivamente interessati alle imprese dei Musulmani ed ora che, in larga misura, il potere secolare era caduto sotto il controllo del Pontefice, sembrava quasi che per diritto divino egli dovesse avere il comando delle forze cristiane. Fu così che, il 27 novembre 1095, durante il Concilio di Clermont, Urbano II lanciò la Prima Crociata. "Tutta la Cristianità - egli affermò è disonorata a causa dei trionfi dei Musulmani in Oriente. Le Chiese d'Oriente ci hanno ripetutamente chiesto aiuto. La Terra Santa, cara a tutti i cuori cristiani ed a pieno diritto nostro possedimento, è profanata e tenuta in schiavitù dagli infedeli. I re cristiani debbono quindi volgere le loro armi contro i nemici di Dio anziché combattere tra di loro. Essi debbono riconquistare la Terra Santa e la Città Santa, cacciare la vergogna della Cristianità e distruggere per sempre il potere dei Musulmani. La guerra alla quale sono chiamati è una Guerra Santa e "Dio lo vuole" è il grido di battaglia. Coloro che periranno in quest'impresa guadagneranno il Paradiso e la remissione dei loro peccati" (2). La notizia di una tal decisione fu un duro colpo per Alessio: l'ultima cosa che desiderava era una crociata. Il cristianesimo occidentale considerava l'Oriente scismatico abominevole tanto quanto l'lslam e questo guardava ai Crociati come a dei barbari non migliori dei Turchi o dei Pecceneghi. "Agli occhi degli Occidentali- scrive lo storico greco D. Bikélas - i Crociati appaiono come la parte nobile di un grande movimento religioso, e l'Europa ... si presenta come il Campione della Cristianità e della civiltà ... ma quando gli Orientali videro torme di barbari analfabeti saccheggiare le province dell'Impero Romano e Cristiano e gli uomini che si proclamavano Campioni della Fede uccidere i preti di Cristo considerati scismatici, era naturale che essi dimenticassero che quel movimento era stato originato da uno scopo religioso ... ". Così, sin dal suo inizio, la più grande avventura della storia occidentale era destinata a fallire. Per Alessio il problema, essenzialmente strategico, era quello di costituire un bastione difensivo contro i Turchi. Per Urbano (2) Vi sono diverse versioni di questo discorso: quella originale non è giunta sino a noi. Su questo argomento vds. "Speech of Pope Urban Il at Clermont, 1095" di D. Munro in "The American Historical Review" (1906), XI, pagg. 231-242.
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esso era ideologico, e consisteva nell'unione delle Chiese e nel render sicura la Terra Santa per i pellegrini. Ma dietro tali motivi religiosi ve n'erano altri, anch'essi di natura strategica. Sebbene il contrattacco contro l'lslam fosse stato iniziato da Carlo Martello, esso non si era sviluppato sino all'Xl secolo, allorché pisani e genovesi avevano cacciato i Musulmani dalla Sardegna acquisendo il dominio del Mar Tirreno. Circa aJlo stesso tempo i Normanni si erano insediati nell'Italia Meridionale e, sin dal 1066, avevano cercato di conquistare la Sicilia, riuscendovi nel 1091 . Durante lo stesso periodo, due altre operazioni avevano avuto successo: nel 1085, Alfonso VI di Castiglia aveva occupato Toledo, con gravi ripercussioni per tutto l' Islam e, nel l 087, i genovesi ed i pisani avevano effettuato una spedizione congiunta contro Madhia, la capitale musulmana in Tunisia. Catturata la città e data alle fiamme la flotta nemica nel porto, il dominio del Mediterraneo occidentale era passato nelle loro mani. Questo era stato il successo determinante, in quanto la supremazia delle flotte delle Repubbliche italiane era il necessario presupposto al contrattacco in Oriente, non tanto per la loro capacità di trasportarvi truppe, quanto di alimentarle e rifornirle. Una tal possibilità aveva suscitato gli appetiti commerciali di Pisa, Genova e Venezia, che nel passato avevano attivato notevoli scambi con la Siria, l'Egitto e l'Impero Bizantino. Il commercio italiano aveva tutto da guadagnare da un insediamemo cristiano in Oriente. Così, allorché Alessio fece la sua richiesta di aiuto, i tempi erano maturi per il contrattacco, sia dal punto di vista strategico sia da quelli commerciale e psicologico . Intorno all'anno 1000, infatti, la popolazione della Francia e delle Fiandrecolpita da frequenti carestie, epidemie e periodi di siccità- era affascinata dall'idea dell'abbondanza e della prosperità delle terre lontane. II discorso di Urbano II incontrò così una risposta immediata ed entusiastica e nei sei mesi successivi una moltitudine di predicatori, incluso Pietro l'Eremita, portarono l'appello in ogni angolo della Francia. Urbano offriva qualcosa a tutti: ai re, l'acquisto di terra a buon prezzo dai propri vassalli che partivano; ai nobili, nuove terre in Oriente in cambio di quelle vendute in patria; ai mercanti, buoni affari per equipaggiare e rifornire i Crociati; al popolo, libertà dal servaggio come compenso per l'arruolamento; ai monaci, un qualche alleggerimento della "regola"; a tutti, una promessa di vita eterna sotto l'invincibile stendardo del loro generale: Gesù. Una tal propaganda consentì di arruolare forti contingenti in ogni Paese d'Europa, ma principalmente in Francia, ove la Crociata prese l'aspetto di un grande movimento nazionale. Non fu nominato alcun comandante supremo e quando i Crociati si riunirono a Costantinopoli essi non sembravano un esercito ma piuttosto un'accozzaglia di armati; le rivalità esistenti tra i loro condottieri non furono certo l'ultima delle cause del fallimento dell'impresa. I capi più importanti erano: Ugo di Vermandois, fratello di
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Filippo I di Francia; Raimondo, conte di Tolosa, che aveva reclutato il contingente più numeroso; Roberto di Normandia, figlio di Guglielmo il Conquistatore; Roberto II di Fiandra; Goffredo di Buglione, duca di Lorena, con i suoi fratelli Baldovino ed Eustachio; e Boemondo di Taranto, il soldato più abile, accompagnato dal nipote Tancredi (d'Altavilla N.d.T.). L'incredibile numero di partecipanti attribuito alla Crociata dagli storici medievali, tesi a glorificare il movimento, deve essere ampiamente "scontato" . Il prof. Stevenson (3) ha calcolato le forze arrivate in Asia Minore tra 25000 e 30000 uomini; né i territori attraversati avrebbero potuto alimentarne di più! A Costantinopoli, Alessio pensò bene di chiedere un giuramento di fedeltà ad ogni crociato, ma gli fu prestato soltanto da Goffredo di Buglione. Tutti gli altri disprezzavano i Greci. Alla fine tutto fu pronto ed il 14 maggio del 1097 la Crociata iniziò con l'assedio di Nicea. La città si arrese il 19 giugno ed i Crociati mossero alla volta di Antiochia suli'Oronte. Il l o luglio essi ottennero la loro prima vittoria a Dorileo (Eskisehir) e quindi - essendo i Musulmani troppo deboli per rischiare un'altra battaglia - cominciò la corsa all'accaparramento della terra. Per primo Baldovino stabilì uno Stato Latino in Euphratesia (Contea di Edessa) nella regione di Marash. Il 3 giugno 1098 Antiochia fu presa col tradimento; ma subito dopo i Crociati vi furono assediati da Kerbogha e la loro situazione divenne così critica che, abbandonate le rivalità interne, diedero il comando supremo a Boemondo. Provvidenzialmente, il 14 maggio l'esercito fu talmente entusiasmato dal ritrovamento della "Santa Lancia" che Boemondo decise di rischiare il tutto per tutto e di dar battaglia. Kerbogha fu sconfitto e Boemondo divenne principe di Antiochia. Dopo una sosta di sei mesi, ill3 gennaio dell099 Raimondo , Tancredi e Roberto di Normandia mossero su Gerusalemme. A Tripoli si congiunsero ad essi Goffredo e Roberto di Fiandra e tutti e cinque insieme puntarono a sud con 12000 uomini; il 7 giugno erano dinanzi alle mura della Città Santa. L'assaltarono ill5 luglio, la occuparono e massacrarono senza pietà gli abitanti. La vittoria fu celebrata nella Chiesa del Santo Sepolcro e Goffredo di Buglione ne fu proclamato "difensore" (Advocatus Sancti Sepulcri). Quindi, sebbene i Crociati avessero raggiunto il loro obiettivo - riuscendovi principalmente grazie alla guerra civile che infuriava nel mondo musulmano dopo la morte del grande sultano Selgiuchida Malik-Shah (1092) - non procedettero alla conquista del territorio, ma soltanto all'occupazione militare di alcuni distretti.
(3) "A History ofthe Crusades" di S. Runciman (1951), Vol. I, app. II. In italiano l'opera è pubblicata da Einaudi: "Storia delle Crociate., (N.d.T.).
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Anche Baldovino I (11()()-1118), nonostante fosse stato riconosciuto"duce" o "principe", non aveva se non un nominale potere sul principe di Antiochia o sui conti di Edessa e di Tripoli. Damasco, Emesa, Hama, Aleppo erano rimaste in mani musulmane: gli emiri, tuttavia, non disponevano, disuniti com'erano, della forza sufficiente a contrattaccare. Due eventi di particolare importanza seguirono alla caduta di Gerusalemme: l'occupazione di Giaffa, che dava ai mercanti italiani la possibilità di usare il porto per rifornire i Crociati, e la istituzione degli "Ordini militari". Sin dall'inizio dell'XI secolo era stato fondato in Gerusalemme l'Ospedale di San Giovanni, per curarvi i pellegrini poveri . Questo fatto suggerì a Ugo de Payen l' idea di reclutare un colpo di cavalieri dediti alla protezione dei pellegrini; durante il regno di Baldovino II ( 1118-1131) tali cavalieri trovarono la loro sede nel Tempio di Salomone e presero il nome di "Cavalieri Templari". Un'organizzazione simile fu adottata per i cavalieri di San Giovanni, ed i due Ordini - "Templari" ed "Ospedalieri" - divennero rapidamente il nerbo militare del regno. Altri Ordini vennero istituiti più tardi, il più noto dei quali è quello dei "Cavalieri Teutonici" (1191). Le contese tra gli emiri musulmani continuarono sino al 11 27, quando Imad al-Dio Zangi, "atabek" (governatore) di Mosul, mosse alla conquista della Siria. In tre anni occupò Hama ed Aleppo e, il giorno di Natale del 1144, entrò in Edessa. Due anni dopo fu assassinato e gli successe il figlio Nur ad-Din. In Europa, la caduta di Edessa fu considerata un enorme disastro e S. Bernardo di Chiaravalle si diede a predicare la Seconda Crociata. Corrado III in Germania e Luigi VII in Francia "presero la croce" nella primavera del 1147. Entrambi andarono incontro a gravissime difficoltà nella loro marcia di avvicinamento ma - Luigi per via di terra e Corrado per mare - riuscirono infine a portare i superstiti dei loro eserciti in Terra Santa. Qui, unitisi a Baldovino III (1143-1162), decisero di assediare Damasco, tenuta da Mujir al-Din Abaq il quale, sfruttando le rivalità del campo avversario, persuase i Franchi di Siria ad abbandonare la lotta. La·Seconda Crociata era fallita; Corrado tornò in patria nel 1148, Luigi nel 1149. Nur ad-Din poté così riprendere la sua azione controffensiva, battendo Raimondo ad Antiochia nel1149. L'anno successivo conquistò la Contea di Edessa e nel 1154 Damasco, città-chiave della Siria. Con lui c'era un ragazzo di 16 anni, di nome Saladino (4); l'eroe della prossima battaglia decisiva.
(4) Salah ad-Dio (1138- 1193), N.d.T.
La battaglia di Hattin (1187)
L'incapacità dei Crociati di prender Damasco nel 1148, e addirittura quella di prendere in considerazione l'idea di occupare Emesa, Hama e Aleppo, è da attribuirsi tanto alla loro ignoranza nella tecnica dell'assedio quanto alle gelosie ed alle contese che serpeggiavano tra di loro. Per l'imperatore Giuliano, Damasco era "la pupilla d'Oriente", per gli Arabi "lo splendore del mondo'': per capire tali attributi occorre esaminare il valore strategico della Siria. Siria e Palestina possono esser suddivise in quattro zone: l) le pianure costiere; 2) i terreni montagnosi che si ergono ad est di queste; 3) le profonde vallate dell'Oronte, del Litani e del Giordano; 4) il margine del vasto deserto che si apre ad oriente di tali corsi d'acqua. A nord di Aleppo il paese è montagnoso, mentre a sud del Mar Morto è deserto; così, Siria e Palestina sono facilmente difendibili per chi detiene il possesso delle quattro zone, dai Monti Amani sino al Golfo di Akaba. Esse possono essere paragonate ad una fortezza naturale, con un fianco aperto sul mare, che divide il mondo islamico in due parti: quella settentrionale e quella meridionale. Da nord a sud esistono tre linee di comunicazioni: l) quella costiera; 2) quella dell'Oronte verso nord e del Litani e del Giordano verso sud; 3) la strada del deserto, Aleppo-Damasco-Amman-Akaba. Forse l'errore principale dei Cristiani fu quello di non conquistare il controllo di quest'ultima, che - congiungendo la Siria all'Egitto - rappresentava il "cordone ombelicale" che univa il potere musulmano nel sud con quello del nord. Se i Crociati l'avessero ottenuto, la battaglia di Hattin non sarebbe mai stata combattuta e l'intera storia delle Crociate sarebbe stata diversa. Come abbiamo già detto, i Crociati non si impegnarono mai in una sistematica occupazione del territorio, limitandosi a presidiarne una parte;
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i loro caposaldi erano sul mare, onde consentire l'afflusso dei rifornimenti e, dalla parte della terra, si appoggiavano ad una linea di magnifici castelli. Da sud a nord, i più famosi erano: AiJa (Akaba), sul Golfo di Akaba; Montreal (Esh Shobek) e Kerak di Moab (Petra Deserti). Poi, lungo il Giordano, Beaufort (Qalat ash Shaqif), Chateau-Neuf (Hunin), Beauvoir (Kawabel Hawa), Saphet (Safed) e Castillet (Qasrel Atra). Quindi, ad una certa distanza, i castelli di Akkar (El Kaa), Krak des Chevaliers (ad ovest di Homs) e di Monferrand (Barin), a difesa delle alture del Libano. Esser riforniti dal mare ed esser difesi dai castelli: questi erano i pilastri della strategia dei Crociati. E sin tanto che i castelli furono "guarniti" e finché veneziani e genovesi ebbero il dominio del Mediterraneo, tutto quello che serviva era una riserva di uomini, non soltanto per i presidii fissi e per costituire una massa di manovra, ma anche per rinsanguare le fila dei combattenti; la mancanza di donne europee ne aveva minato il morale. Esattamente quel che non avvenne; i nuovi arrivati trovavano già occupata la terra disponibile e così i migliori tra di essi tornavano a casa. Rimanevano i peggiori, in continua contesa con con coloro che ormai si erano stabilizzati e che, sistemati economicamente, desideravano la pace e non certo la guerra. Bisogna ricordare che S. Bernardo aveva predicato la seconda Crociata come mezzo di salvezza spirituale. Assassini, rapinatori, adulteri, spergiuri, tutti avrebbero ottenuto la remissione dei peccati ponendosi al servizio di Dio. Come successe poi al tempo di Wellington, le prigioni si erano vuotate senza, tuttavia, che si fronteggiasse il fenomeno con un inasprimento della disciplina. L'inferiorità di numero, di controllo e di disciplina era, in parte almeno, compensata dalla superiorità delle armi e dal coraggio - quasi fanatico - dei Crociati; furono questi ultimi fattori che resero possibili le loro vittorie su forze musulmane largamente superiori. In un'occasione, nel 1177, 370 cavalieri si scontrarono, caricarono e misero in fuga 26000 Mamelucchi di Saladino; anche se l'esatto numero di questi fosse stato soltanto 2600, l'impresa sarebbe ben memorabile! Il loro p'rincipale errore tattico era l'assoluta mancanza di cooperazione tra fanteria e cavalleria. Quando, per caso, riuscivano a realizzarla, ottenevano generalmente il successo; quando mancava, come avveniva spesso, se fallivano la prima carica erano battuti. Tale era il quadro strategico delle operazioni all'indomani deUa occupazione di Damasco da parte di Nur ad-Din nel 1154. Damasco sorge sulla strada del deserto, che la collega direttamente all'Egitto; unico ostacolo, Kerak di Moab, in Cisgiordania. Ne consegue che se l'Egitto fosse stato occupato dai Musulmani di Siria o si fosse con loro alleato, questi avrebbero potuto premere sul regno di Gerusalemme da nord e da sud. Nur ad-Din l'aveva ben compreso, e per quindici anni non pensò ad altro che a prender l'Egitto. Il suo principale problema era di natura religiosa, in quanto i Musulmani egiziani erano Shia, guidati da un califfo
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Fatimita, ed il loro odio per i Sunniti siriani e per il califfo di Bagdad era pari a quello per i Cristiani. I Crociati lo sapevano. Il primo passo per la soluzione del problema era la stabilizzazione del potere musulmano intorno a Damasco e, una volta ottenutolo, Nur ad-Din venne a trovarsi faccia a faccia con Amalrico I (1163-1 174), re di Gerusalemme. Entrambi erano abili soldati. Allorché, nel 1163, il visir egiziano Shawar fu deposto ed il successore Dirgham rifiutò di versare ad Amalrico il sussidio annuo che il regno riceveva dal califfo Fatimita del Cairo, questi marciò sull'Egitto; Nur ad-Din inviò allora in Egitto un esercito agli ordini di Scirkuh e questi, dopo una serie di scontri con Amalrico, vi si affermò. Scirkuh mori il 23 marzo del I I69 e gli successe il nipote Saladino (5). Saladino è una delle grandi figure della storia medievale, tanto grande da esser citato nell'Inferno dantesco (''solo, appartato, io vidi il Saladino") (6). Per nascita era curdo, figlio di Nasir ad-Din Ayyub, fratello di Asad ad-Din Scirkuh, il generale di Nur ad-Din; era nato a Tekrit, sul Tigri, nel 1137 o nel 1138. Suo fratello era Saif ad-Din al-Adii, il "Safadino" delle cronache dei Crociati; il suo vero nome era abbreviato, ché per intero suonava come el Melik en Nasir Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub. Salah ad-Din significa "la prosperità del mondo e della fede". Di natura riflessiva, amava gli studi, gli scacchi, la poesia: un pensatore più che un soldato. Da giovane, era stato costretto a seguire lo zio nella sua prima campagna in Egitto e per questo amava la pace più della guerra; negli anni dal 1154 al I 164, a Damasco, si era dedicato ad amicizie culturali. Devoto musulmano, era fanaticamente anti-cristiano e quando fu posta su di lui la responsabilità del comando, la accettò con grande calma e fermezza. Come generale era un prudente, più uno stratega che un tattico; generoso, dedicava particolare cura al governo dei suoi uomini. Ottimo amministratore, la sua cavalleria verso i nemici divenne leggenda ed oggetto di tutto un filone letterario ancora in auge in Oriente. Ciò è ancor più da ricordare quando si pensi che per i Franchi il non mantenere la parola data agli infedeli non era affatto disonorevole. Nonostante i continui intrighi dei Fatimiti e la crescente gelosia di Nur ad-Din, Saladino si affermò stabilmente in Egitto, respingendo un attacco coordinato da Amalrico e dell'imperatore Manuele I Comneno (1 143-1180) a Damietta. Quindi, iniziò la sua azione volta all'unificazione dell'Islam. Nel1171 abolì il califfato Fatimita e pose l'Egitto sotto l'autorità del califfo di Bagdad. Quindi, scrive Lane-Poole, il regno di Gerusalemme "fu attaccato da ogni lato" (7). Quando, nel 1173, Nur ad-Din dette ordine a (S) Per queste assai complicate operazioni, vds. " A HistOry of the Crusades" di Steven Runciman (1952), Vol. Il, libro IV, cap. IV. (6) "Inferno", IV, 129. (7} "Saladin" di Stanley Lane-Poole (1898}, pag. 103.
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Saladino di assediare Kerak, "il Castello della Corona", Beha al-Din (8) ci dice il perché," ... perché i Franchi dominavano la strada per l 'Egitto e nessuna carovana poteva passare senza essere scortata dal Sultano in persona. Il suo obiettivo, quindi, era di rendere sicura la strada, di aprire le comunicazioni tra Siria ed Egitto" (9). Kerak era stata per anni la spina nel fianco di Saladino, il solo punto in cui i Crociati potevano tagliare la strada del deserto. Nel 1174 avvennero due fatti che cambiarono radicalmente la situazione politica. Primo, il 15 maggio morì a Damasco Nur ad-Dine siccome suo figlio ed erede Malik as-Salih lsmail era soltanto un ragazzo di undici anni, bisognava trovare un reggente; sebbene Saladino fosse il naturale designato, la reggenza fu ottenuta dall'emiro lbn al-Muqqadam. Amalrico vide in ciò un'occasione d'oro per indebolire Saladino e marciò da Banias per accattivarsi i favori della reggenza. Ma ecco il secondo evento. Amalrico si ammalò di dissenteria e fu costretto a rientrare a Gerusalemme, ave morì l'l l luglio. Per i Franchi era la paralisi, in quanto l'unico principe della casa reale era Baldovino, figlio di Amalrico e della sua prima moglie Agnese di Courtenay, un ragazzo malato di lebbra. Sua sorella Sibilla era dodicenne e la sua matrigna, Maria Comnena, aveva una figlia di due anni, Isabella. Baldovino era l'umca possibile scelta. Accettato dai baroni, il 15 luglio fu incoronato, quarto di quel nome, dal Patriarca. Ne seguì un'inevitabile disputa per la reggenza e soltanto molti mesi più tardi i baroni scelsero Raimondo III di Tripoli quale "guardiano del regno". Saladino, indaffarato in Egitto, arrivò a Damasco alla fine di novembre. Qui il suo arrivo aveva tanto messo il terrore addosso ad al-Salih ed a sua madre che questi avevano abbandonato al-Muqqadam ed erano fuggiti ad Aleppo. Avendo compreso che, prima di volgersi contro i Franchi, bisognava possedere la Siria, Saladino marciò su Aleppo. Al tempo della sua nomina a reggente, Raimondo, uomo di straordinaria abilità, nel fiore degli anni, poteva disporre dell'appoggio dei baroni "nativi" e degli Ospedalieri, mentre era osteggiato dai nuovi arrivati e dai Templari che, nel 1175, avevano trovato un loro capo in Reginaldo di Chatillon. Mentre Raimondo ed i suoi seguaci non erano disposti a lanciarsi in avventure rischiose, i loro avversari propugnavano una politica militare di natura aggressiva. Doveva così iniziare un'aspra contesa tra le due fazioni, destinata a dividere il regno e ad accelerarne la rovina. Perduto l'Egitto, il primo problema che Raimondo cercò di affrontare fu quello di impedire a Saladino di raggiungere Aleppo e di consolidare il suo potere in Siria. All'inizio delll75, egli marciò verso Homs, per interdi(8) Beha al-Dio era uno dei segretari di Saladino. Nato nel 1145 e morto nel 1234, scrisse una fondamentale biografia del condottiero musulmano. (9) Beha al-Dio, pag. 63.
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re all'avversario le comunicazioni con Damasco. La mossa ebbe l'effetto desiderato, in quanto Saladino abbandonò l'assedio di Aleppo e puntò verso sud per proteggere la propria base di operazioni. Ciò costrinse Raimondo a tornare indietro mentre Saladino, in settembre, rientrò in Egitto per riorganizzarsi. Sebbene illl76 vedesse una pausa nei combattimenti, in quell'anno un evento fu così disastroso per la causa cristiana da determinare - alla lontana -il fallimento definitivo delle Crociate. Nonostante le frequenti dispute dei Franchi con Costantinopoli, i Crociati erano stati capaci di mantenere la Palestina grazie al crescente potere dell'imperatore Manuele in Anatolia ed alla sua protezione, sia pur occasionate. l Bizantini in Anatolia costituivano una seria minaccia per la Siria e, finché tale minaccia esisteva, essa impediva ai Musulmani di Siria di concentrare tutte le loro forze contro i Franchi. La situazione era complicata dal Sultanato Selgiuchide di Rum, adesso governato da Kilij Arslan II . Ai tempi di Nur ad-Din, il Sultanato era minacciato da questi e dall'imperatore ma, dopo la morte del primo, Arslan pensò di avere le mani libere. Manuele, deciso a debellarlo , marciò sulla capitale avversaria, l conio, ma il 17 settembre fu circondato al passo di Miriocefalo ed il suo esercito fu distrutto (10). Il disastro fu catastrofico sia per i Bizantini che per i Franchi. Se per i primi esso rappresentava una seconda Manzikert, per i secondi era l'inizio della rovina; senza l'aiuto dei Bizantini, infatti, i Franchi non avevano forze sufficienti per tenere la Palestina. La disfatta di Manuele significava il trionfo dell'Islarn. Allorché Manuele prese la sua fatale decisione di marciare contro Kilij Arslan, la lebbra di Baldovino stava peggiorando e siccome nell177 sarebbe divenuto maggiorenne e, quindi, sarebbe terminata la reggenza di Raimondo, in ottobre celebrò il matrimonio di sua sorella Sibilla con Guglielmo di Montferrat il quale, così, diveniva l'erede della corona. Ma questi si ammalò e morì nel giugno del 1177. Alla fine dell'estate, Sibilia partorì un figlio. Ciò significava che, alla morte di Baldovino, il suo successore sarebbe stato un minore: esattamente ciò che i baroni avevano cercato di evitare. In novembre Saladino, dall'Egitto, puntò su Gerusalemme, ma il 25 dello stesso mese il suo esercito fu sorpreso nei pressi di Ramleh e messo in fuga; egli scampò al Cairo in groppa ad un veloce cammello. Sebbene tale sconfitta, dal punto di vista tattico, fosse stata completa, essa ben poco rappresentava per l'aspetto strategico, in quanto l'Egitto disponeva di risorse tali da consentirgli di reclutare subito un nuovo esercito e di ritornare in Siria nel 1178. Non vi furono scontri decisivi e nel 1180 i contendenti, (IO) B. Kluger dice che " la battaglia di Miriocefalo decise per sempre il destino dell'intero Oriente ("Srudien zur Oeschichte des Zweilen Kreuzzuges", 1866, pag. 222). Se così fosse , essa dovrebbe essere tra quelle decisive per il mondo occidentale.
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su proposta di Baldovino, firmarono un armistizio di due anni. Circa nello stesso tempo Baldovino, nonostante l'opposizione dei baroni, aveva consentito il nuovo matrimonio di sua sorella Sibilla con Guido di Lusignano, un giovane cavaliere di recente giunto dalla Francia, debole e folle, senza carattere e senza capacità decisionale: il risultato fu che le dispute fra le due fazioni crebbero a dismisura. Quale ulteriore elemento di crisi, giunse la perdita, per i Franchi, del loro maggiore alleato. Il 24 settembre infatti morì l'imperatore Manuele e gli successe il figlio Alessio, un ragazzo di undici anni, con la madre per reggente. Malvista dal popolo per esser latina eli nascita, l'imperatrice dovette subire la rivolta del 1182 che, guidata da Andronico Comneno, vide il massacro di tutti i Latini che vivevano in Costantinopoli. Poco dopo l'imperatrice veniva assassinata assieme al figlio e Andronico proclamato imperatore. Temendo un attacco da parte dei Siciliani (11) a causa del massacro, egli - per salvaguardare la frontiera orientale - stipulò un patto con Saladino lasciando a questi mano libera contro i Franchi in cambio eli un'alleanza contro i Selgiuchidi. A questo punto, con Saladino libero di agire a piacimento, era assolutamente necessario per i Franchi non rompere l'armistizio. Cosa che Saladino, uomo d'onore, puntualmente fece; ma, sfortunatamente, tra i Franchi c'era chi non sapesse cosa fosse l'onore. Questi era Reginaldo di Chatillon, che era stato per sedici anni prigioniero di Nur ad-Dine che, nel 1175, era stato rilasciato ottenendo la sovranità sulla Cisgiordania e sul formidabile castello di Kerak, che sorgeva in prossimità della strada Damasco-Mecca. Sebbene i termini della tregua prevedessero il libero uso della strada sia da parte dei mercanti cristiani sia di quelli musulmani, improvvisamente, nell'estate del l 181, Reginaldo piombò su una carovana diretta alla Mecca e la depredò. Saladino dichiarò subito che la tregua era stata violata e che non poteva essere ripristinata se non dietro pagamento di un compenso. Baldovino concordò ed ingiunse a Reginaldo di restituire la merce rapinata. Questi rifiutò, appoggiato in tale posizione dai nuovi arrivati e dai Templari, di cui era nel frattempo divenuto il capo. La ripresa della guerra era inevitabile. Nel maggio del 1182 Saladino lasciò l'Egitto, si aprì la strada sino a Damasco e da quì puntò su Mosul. Non riuscendo a prenderla, si consolidò a Jezireh (Al Hammar) e, nel maggio 1183, ritornò ad Aleppo. In agosto era di nuovo a Damasco. Egli era adesso all' apice della sua potenza, il principe più potente tra Cartagine e Bagdad; e tanto potente si considerava che, scrivendo al Pontefice, si dichiarava ' :Rex omnium regnum orientalium" . Quando, nelll82, (Il) Non è chiaro chi fossero questi "Siciliani" che, secondo l'A., avrebbero dovuto voler vendicare il massacro dei Latini di Costantinopoli (N.d.T.).
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Saladino era dinanzi a Mosul, Baldovino, ormai deformato dalla malattia e quasi cieco, cedendo alle pressioni della madre e della sorelJa, aveva designato come reggente Guido di Lusignano. Come se tale sfortuna non fosse abbastanza per il regno, allo stesso momento Reginaldo di Chatillon coglieva l'occasione- offertagli dall'assenza di Saladino -di realizzare un piano da lungo tempo disegnato: un raid nel Mar Rosso contro i mercanti musulmani che trafficavano tra l'Egitto, l'India e l'Arabia e la distruzione della tomba del Profeta a Medina e delJa Kaaba alla Mecca. Per realizzare una sl audace avventura, fece costruire sulle rive del Mar Morto una squadra di vascelli che, trasportati a pezzi attraverso il deserto, furono rimontati nel Golfo di Akaba. Quindi, mentre assediava Aila, che era stata occupata dai musulmani nel 1170, inviò i suoi vascelli a razziare le coste del Mar Rosso. Furono messe a sacco Aidab, sulla riva della Nubia, e quindi Medina e Mecca. La sopresa e ['audacia di una simile impensabile incursione sparsero il terrore nel mondo musulmano. Ma l'impresa ebbe breve vita, ché il fratello di Saladino, Malik al-Adii, allora governatore dell'Egitto, prese subito il mare e, dopo aver riconquistata Aila, distrusse la squadra "corsara". Sfortunatamente per i Franchi, Reginaldo scampò. Saladino, cercando la vendetta, invase in settembre la Palestina. Il 29 traversò il Giordano e avanzò quindi lungo la valle del Jezreel ove si trovò di fronte Guido ed il suo esercito. Fortunatamente per Guido, egli - anche contro la propria volontà - fu dissuaso dall'attaccare il suo antagonista numericamente superiore, il quale, forse a corto di viveri, riattraversò il Giordano 1'8 di ottobre. Alla lunga Baldovino aveva capito l'inettitudine di Guido e, con l'aiuto dei baroni e di Raimondo di Tripoli, lo privò della reggenza e proclamò erede suo nipote Baldovino - figlio di primo letto di Sibilla - che allora aveva sei anni. Nel frattempo Saladino, che non aveva abbandonato i suoi propositi di vendetta verso Reginaldo, il 20 novembre apparve improvvisamente sotto le mura di Kerak. La sorpresa fu completa. Quel giorno Isabella, la più giovane delle figlie di Amalrico I, si sposava con Umberto di Torone; disarmati, Reginaldo ed i suoi si ritirarono oltre il fossato del castello ed un solo cavaliere difese il ponte sinché questi non fu alzato. Avvenne allora un fatto che ben illustra la curiosa natura di quei tempi. Reginaldo mandò a Saladino una fetta della torta nuziale, affinché questi potesse partecipare alla cerimonia. E Saladino, sempre galante, impartì ordini precisi affinché gli arcieri e i balestrieri rispettassero la torre ove c'era la camera nuziale (12). L'assedio falli ed il 4 dicembre Saladino era di nuovo a Damasco. Per (12) "Chronique d'Ernoul", Libra.irie de la. Société de l'histoire de Fra.nce (1871), pag. 103.
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i Franchi, il 1185 iniziava con grande mestizia, Siria e Palestina soffrivano siccità e carestia e Baldovino sentiva avvicinarsi la fine. All'inizio dell'anno, egli riunì i suoi baroni e, con la loro approvazione, nominò reggente Raimondo; in caso di morte prematura di suo nipote, egli avrebbe mantenuto la carica sinché il Papa, l' Imperatore ed i re di Francia e d'Inghilterra non avessero designato il suo successore. Quindi fece incoronare il nipote dal Patriarca Eraclio. Baldovino morl in marzo e Raimondo assunse la reggenza. Avendo compreso che- a causa della carestia- non v'era possibilità di continuare la guerra con qualche possibilità di successo, Raimondo propose a Saladino una tregua di quattro anni. E Saladino l'accolse favorevolmente, vedendo nella pace la possibilità di vendere grano ai Franchi (13), di riaprire i commerci con i porti del Mediterraneo e di rafforzare il suo potere nei confronti dei principi feudatari. Egli sapeva bene che la pace non avrebbe potuto essere duratura e che prima o poi si sarebbe arrivati ad una prova di forza, come sapeva che più a lungo essa fosse stata mantenuta più i suoi avversari - sempre in contesa tra di loro - si sarebbero indeboliti. Sino ad allora, tali dispute erano state contenute dal senso dello Stato del re lebbroso; ma adesso egli era morto e tutto sarebbe dipeso dalla lealtà dei baroni verso il reggente, la cui autorità derivava da un re bambino. Questa situazione non era destinata a durare a lungo. Verso la fine di agosto del 11 86, Baldovino IV mori ad Acri e subito il siniscalco, J oscelin di Courtenay, con la connivenza del Patriarca Eraclio, di Reginaldo di Chatillon e di Gerardo dei Ridfort, Gran Maestro del Tempio, decise di tentare un colpo di stato. Per metter fuori causa Raimondo, Joscelin lo convinse ad andare a Tiberiade per presiedere un concilio di baroni radunati per esaudire le volontà testamentarie di Baldovino l V, mentre egli avrebbe traslato a Gerusalemme le spoglie del re. Quindi, Guido e Sibilla sarebbero stati convocati a Gerusalemme con la scusa di partecipare ai funerali; ma in quell'occasione Sibilla sarebbe stata incoronata, il che avrebbe significato - secondo la legge feudale -l'automatica ascesa al trono di Guido. E così avvenne. Disse il Patriarca a Sibilla: "Signora, voi siete soltanto una donna, ma avete al vostro fianco un uomo che vi aiuterà a governare; prendete la corona che avete dinanzi (ne erano state portate due in chiesa) e ponetela sul suo capo". E, quindi, a Guido: "Sire, venite avanti e ricevete quella corona; non c'è nessuno che possa portarla meglio di voi" (14). Saputo di essere stato tradito, Raimondo, legalmente reggente, radunò i suoi seguaci a Nablus (Shechem) per decidere il da farsi. La decisione fu quella di incoronare Isabella e di porre sul trono un altro re - in antagonismo (13) Vds Beha al-Din, pagg. 104- 105. (14) "Chronique d'Ernoul", pag. 134.
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con Guido- nella persona del marito, Umberto di Torone. Ma Umberto corse a Gerusalemme a giurare fedeltà a Guido. Allora Raimondo liberò i suoi seguaci dal loro giuramento di obbedienza ed essi, uno dopo l'altro, come Umberto aveva fatto, andarono a porsi agli ordini di Guido. Raimondo non lo fece. Con il regno scosso da tutte queste contese, era assolutamente necessario che niente provocasse il termine della tregua e certo Guido non aveva nessuna intenzione di farlo. Ma ancora una volta, in quel momento cruciale, intervenne il tradimento di Reginaldo di Chatillon. Verso la fine del 1186, egli piombò su una carovana insolìtamente ricca che era in viaggio dal Cairo a Damasco, ne uccise la scorta e la rapinò. Subito Saladino si rivolse a Guido, che ordinò a Reginaldo di rilasciare la carovana. Quest'ultimo rifiutò, dicendosi padrone di far quel che gli pareva come signore delle sue terre e del suo castello. Saladino, proclamata allora la Jihad (Guerra Santa) (15), nel marzo del 1187 marciò su Kerak per mettere a sacco le terre di Reginaldo e per proteggere un'altra carovana. Rotta la tregua, Boemondo di Antiochia si affrettò a rinnovarla con Saladino, ed altrettanto fece Raimondo per quel che riguardava i propri territori, ivi inclusi i possedimenti di sua moglie in Galilea, sui quali sorgeva la fortezza di Tiberiade. Quindi Raimondo. ritenendo che sotto Guido il reame sarebbe andato incontro a sicura rovina, decise di impossessarsi del trono; e, seguendo un tale disegno, egli intraprese la rischiosissima strada di contattare Saladino per attenerne l'aiuto. La situazione, che già era pessima, fu resa ancor più grave da Gerardo di Ridford - il nemico giurato di Raimondo - il quale persuase Guido a mobilitare per marciare non contro Saladino, bensì contro Raimondo stesso, allora rinchiusosi nel castello di Tiberiade. Saputolo, Saladino inviò un corpo d'esercito a dar man forte a Raimondo e quindi radunò le sue forze a Paneas, circa trenta miglia a nord del Lago di Galilea (L. di Tiberiade). A Guido, che concentrava il suo esercito a Nazareth, giunse il consiglio di Baliano di lbelin di rinunciare all'attacco di Tiberiade in quanto, se l'avesS'e assediata, certamente Saladino sarebbe accorso in suo aiuto. Occorreva, invece, trattare con Raimondo. Guido accettò il saggio suggerimento. Nel frattempo, tra Raimondo e Saladino intercorse uno straordinario compromesso. Quest'ultimo, intenzionato ad inviare un corpo d'esercito verso Acri per saccheggiare il territorio, chiese a Raimondo il permesso di attraversare la Galilea. Tale richiesta mise Raimondo dinanzi ad un atroce dilemma: se avesse negato il permesso, avrebbe perduto l'appoggio di Saladino, mentre se lo avesse concesso, sarebbe stato bandito dal campo cristiano. Egli quindi si disse disposto a consentire la scorreria soltanto se Saladino si fosse impegnato a compiere un atto dimostrativo di brevissima durata e senza recar danno ai cristiani ed alle loro terre. Saladino accettò ed il l o (15) Beha al-Din, pag. 43.
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maggio 7000 dei suoi cavalieri sfilarono sotto Tiberiade galoppando verso ovest, non toccarono le proprietà dei cristiani e la sera stessa si misero sulla via del ritorno. Contemporaneamente muoveva l'ambasceria che Guido mandava a Raimondo (16); essa era formata da 130 cavalieri guidati da Gerardo di Ridford e dal Maestro degli Ospedalieri. Nei pressi di Seforia (Kitron), Gerardo avvistò gli avversari e, pieno di vanagloria, mandò un messaggio a Nazareth annunciando che aveva battuto i Musulmani e che tutti venissero a raccogliere il bottino. Quindi ordinò la carica. Fu sconfitto e molti del suo gruppo caddero; tra questi, il Maestro degli Ospedalieri. Sfortunatamente per la causa cristiana, egli riusci a scampare. Poco dopo, provenienti da Nazareth, comparvero i "cacciatori di bottino" e anch'essi caddero sotto le spade degli uomini di Saladino. Raimondo, resosi conto che la sua posizione presso i Cristiani era compromessa, approfittò di quell'accidentale scontro per raffreddare i suoi rapporti con Saladino e per cercare la pace con Guido. Lasciata sua moglie, la principessa Eschiva, a difendere il castello, raggiunse l'esercito cristiano (17). Questo era forte di 1200 cavalieri, di circa 2000 nativi inquadrati come cavalleria leggera e di quasi 10.000 fanti, la maggior parte dei quali erano Turcopoli, cioè meticci o rinnegati musulmani. Per reclutare una sì considerevole forza, Guido era stato costretto a rastrellare le guarnigioni di tutti i castelli. L'esercito di Saladino si trovava occupato nei pressi di Tiberiade; la sua forza è incerta ma sembra che fosse maggiore di quella dei Cristiani e che quasi tutti gli uomini fossero a cavallo. La sua posizione non era certo delle più felici, dando le spalle al Lago di Tiberiade. Se fosse stato battuto non avrebbe avuto scampo; ma se avesse sconfitto i Cristiani, per essi rimaneva una sola via di ritirata , quella segnata dai loro castelli ormai vuoti. Non appena Saladino pose l'assedio a Tiberiade, Eschiva chiese al marito di tornare a soccorrerla. Ciò provocò la riunione di un consiglio di guerra che, tenutosi ad Acri, vide l'incontro e la rappacificazione di Guido con Raimondo. Gerardo di Ridfort e Reginaldo di Chatillon premevano su Guido perché marciasse contro Sala dino mentre Raimondo, nonostante fosse il più interessato in relazione al pericolo che la moglie stava correndo, riteneva che - attaccando - si facesse il gioco del nemico e che si rischiasse di cadere in trappola; i Cristiani, infatti, erano inferiori numericamente, si era nella stagione più calda dell'anno e l'acqua scarseggiava. " Lasciate che SaJadino si logori dinanzi a Tiberiade - disse - mentre noi rimaniamo sulla difensiva ad attendere il momento più favorevole per contrattaccare''. Questo era il suggerimento del buon senso, ma Gerardo e Reginaldo tacciarono Raimondo di tradimento. Così, Guido ordinò una concentrazione di tutte le (16) Un resoconto completo di questa spedizione viene fornito da Ernoul (pagg. 148-152) che vi prese pane. (17) Vds. Beha al-Din, pagg. 110-111 per i panicolari.
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forze vicino a Seforia, suscitando un'òndata di entusiasmo cavalleresco per l'idea di andare in soccorso della contessa di Tripoli: "Alonz rescorre les dames et les damoiseles de Tabarié" (18). Seforia fu raggiunta il 2 luglio. Quì, Raimondo tornò ancora dal re e gli disse: "Sire, vi prego di abbandonare Tiberiade nonostante vi siano assediati mia moglie ed i miei figli ... è meglio che cadano loro, e tutti quelli a me cari che sono con loro, piuttosto che il regno sia perduto ... Lungo il percorso c'è soltanto una sorgente e non può bastare per tutto l'esercito; non appena ci saremo mossi, Saladino ci piomberà addosso. Se li attaccheremo, essi potranno andare sulle colline, ove noi non possiamo inseguirli. E quando saremo costretti a fermarci, come faranno uomini e cavalli per bere? Molti moriranno, dopo di che i Saraceni massacreranno i superstiti! (19). Si convenne, cosi, di ritirare l'ordine per l'avanzata ma a mezzanotte Gerardo si recò segretamente alla tenda del re e gli disse: "Sire, non credere a quello che ti ha detto il conte, perché egli è un traditore che ti vuoi disonorare" . Quindi, lo pregò di ritornare all'ordine primitivo e Guido lo fece perché "non poteva dispiacere a colui che lo aveva fatto re" (20). Gerardo aveva vinto; se ne sarebbe dovuto amaramente pentire. Se i Crociati avessero avuto una qualsiasi nozione di strategia, mai essi sarebbero avanzati su Tìberìade, in quanto la salvezza del regno consisteva, come era consistita negli ultimi 100 anni, nella "tenuta" di una linea difensiva attiva basata su caposaldi - i castem - e reazioni dinamiche. Ma i castelli erano adesso sguarniti e l'avanzata aveva come obiettivo principale non quello di battere il nemico bensì quello di raggiungere l'acqua- il Lago di Tiberiade- prima del calar del sole. Circa 20.000 nemici stavano tra i Crociati e la loro possibilità di dissetarsi . All'alba del 3 luglio 1187 mossero da Seforia verso est, carichi delle loro paure e dei loro dubbi . Lasciati indietro gli ultimi pozzi, si addentrarono nell'arida, torrida, sassosa zona collinare di Jebel Turan, circa venti miglia distante da Tiberiade: quello era il luogo del loro suicidio. Quando Saladino seppe dell'avanzata, esclamò felice: "Questo è ciò che desideravamo più di ogni altra cosa!" (21) e subito inviò alcuni squadroni leggeri per "tenere" il nemico nel deserto. Alcuni piombarono sull'avanguardia dell'esercito di Guido, che procedeva al comando dì Raimondo di Tripoli (22) e l'attaccarono, mentre altri la superarono per puntare sul (18) Citato da "Histoire des Croisades et du Roy:aume France de Jerusalem" di René Grousset (1935), Vol. II, pag. 790. (19) Libera traduzione da Ernoul ("Chronique d'Ernoul"), pagg. 159-160. Per il resoconto dettagiato, vds. "Histoire des Croisades" di Grousset, Vol. II, pagg. 790-792. (20) "Chronique d'Ernoul", pag. 162. (21) "Histoire des Croisades" di René Grousset, di Vol. Il, pag. 794. (22) Con lui c'era Baliano d'lbelin, con il quale si trovava anche il cronista Ernoul, che fornisce una vivida descrizione di questa marcia (Vds pagg. 166- 168).
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Fig. 28 - Campagna di Hattin (l 187)
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grosso. Il caldo era intenso e la polvere soffocante. L'acqua disponibile finì subito e gli uomini, esausti, cominciarono a disperdersi; la situazione divenne così critica che Raimondo raggiunse al galoppo Guido avvertendolo che, se non si fossero raggiunti al più presto il Giordano o il L. di Tiberiade, non vi sarebbe stato scampo. Il re, nonostante temesse sempre il tradimento di Raimondo, diede ordine di avanzare il più rapidamente possibile, ma lo raggiunse un cavaliere informandolo che la retroguardia, costituita dai Templari, dagli Ospedalieri e dai Turcopoli, era stata costretta a fermarsi da schiere di arcieri. Così, vicino al deserto villaggio di Marescalcia, anch'egli diede "l'alt!" mentre Raimondo gridava: "Signore Iddio! la guerra è finita, noi siamo morti; il regno è perduto!" (23). Il grosso, completamente sfinito, si dispose al bivacco sulle pendici di una collina, il cui pendio risaliva sino a formare due alture conosciute come "i poggi di Hattin" (24). Il villaggio di Hattin sorge sotto la collina, poche miglia a nord di Marescalcia. Non era possibile riposare; i Crociati per tutta la notte furono tormentati daUa sete e da continui attacchi; le frecce piovevano continuamente su di loro ed il silenzio era rotto daUe grida di "Allah Akbar" (Dio è il più grande) e di "la ilala il Allah" (non c'è altro Dio che Dio). I Saraceni, inoltre, avevano incendiato le stoppie ed un fumo soffocante avvolgeva quell'esercito ormai condannato. li mattino seguente Saladino - dopo aver rinforzato i suoi arcieri a cavallo e aver fatto arrivare 70 dromedari carichi di frecce - continuò a lanciare saette senza decidersi all'attacco decisivo. Per levarsi da quella situazione Raimondo, con l'avanguardia, si mosse in avanti, rimanendo subito staccato dal grosso che, agli ordini del re, proteggeva le fanterie. I cavalieri caricarono gli arcieri avversari. Tutto ciò provocò la perdita di un qualsiasi ordine di battaglia e nella confusione un fante fuggì su per la collina gridando "si salvi chi può!". Tutti gli altri lo seguirono. Invano Guido cercò di rimetterli in ordine, nessuno lo ascoltava. Alla fine, con uno squadrone di cavalieri, egli prese posizione vicino ad essi ed alzò la Croce. Questo gesto li rianimò ed essi presero a discendere il pendio in gruppi. La confusione divenne enorme; fanti, arcieri, cavalieri erano tutti insieme combattendo intorno al sacro simbolo (25). Anche la retroguardia giunse sul posto, ma soltanto per aumentare il caos. Nonostante ciò, molti cavalieri, coraggiosissimi, continuarono a caricare ed a proposito di questa
(23) S. Runciman, op. cit., Vol. Il pag. 456, e "Saladin", di S. Lane-Poole, pag. 209. (24) L'altura seuemrionale, circa 400 m. slm., declina ad est verso il L. di Tiberiade, che si trova a circa 200 m. souo il liveUo del Mediterraneo. Si riteneva fosse la Montagna delle Beatutudini, da dove Cristo aveva fauo il suo discorso sulle gioia deUa pace. Per la descrizione del terreno, Vds. "Saladin" di Lane-Poole, pagg. 205-207, e " Art of War in Middle Ages, Vol. I, pag. 325. (25) "Histoire de Saladin" di F.L.C. Mario (1758), Vol. Il, pag. 17.
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azione il giovane figlio di Saladino, al-Afdal, dice: "guardavo mio padre e vedevo che era agitato, pallido e che teneva alto lo scudo". Le cariche si susseguirono e quando, alla fine, visti i cavalieri ritirarsi, il ragazzo gridò: "li abbiamo sconfitti!" Saladino replicò: "Silenzio, non li avremo battuti sin quando non sarà caduta la tenda del re!" (26). In quel momento la tenda cadde. Guido era perduto, l'intero esercito circondato; migliaia di soldati alzavano le braccia supplicando la Croce ed invocando un miracolo. Guido allora si rivolse a Raimondo dicendogli di salvarsi. Il conte di Tripoli guardò i suoi, molti dei quali - tra cui il principe di Antiochia e Reginaldo di Sidone- erano ancora a cavallo ed in ordine e, con un'ultima carica, si aprì un varco tra i Musulmani. Secondo un racconto arabo, Taki-el Din Ornar, che era in comando in quel settore, avendo capito che la carica era l'ultima risorsa di quei disperati, ordinò di lasciar aperto un passaggio (27). Si era alla fine. Nelle parole di Beha al-Dio: "gli infedeli erano circondati da ogni parte ed i paladini deli'Islam li premevano e li incalzavano con le frecce e con le spade. Un gruppo di nemici cercò di fuggire, ma i guerrieri Musulmani li inseguirono e nessuno scampò. Altri risalirono la collina di Hattin ma furono circondati. I Musulmani accesero fuochi tutt'intorno sinché questi, torturati dalla sete e ridotti allo stremo, si arresero per sfuggire alla morte" (28). Questi uomini erano così sfiniti che un solo saraceno poté catturare trenta cristiani e portarseli dietro legati con la corda di una tenda (29). Tra i prigionieri c'erano re Guido, suo fratelJo Amalrico, Reginaldo di Chatillon, il figliastro di Umberto di Torone, il figlio di Raimondo di Tripoli, Gerardo di Ridfort, Ugo di Embriaco, il vecchio marchese di Montferrat, il Gran Maestro degli Ospedalieri e molti altri baroni di rango inferiore. Tra tutte le perdite, la più dolorosa era quella della "vera Croce". Dice uno storico arabo, Emad el-Dio: " La grande croce precedeva il re. Quand'essa era alzata, gli infedeli si mettevano in ginocchio ed abbassavano la testa. Essi l'avevano tempestata di oro e di gioielli; la mostravano nei giorni solenni ed era loro primo dovere difenderla in battaglia. Per essi, la cattura di questa croce fu più grave di quelJa del loro re" (30). Dopo la battaglia, Salad!ino fece condurre i più nobili tra i prigionieri alla propria tenda e, accortosi che Guido era assetato, lo fece sedere al suo (26) Citato da "Histoire des Croisades" eli R. Grousset, Vol. Il, pag. 796. (27) lbn-ei-Athir, citato da Grousset, Vol. Il, pag. 796. Raimondo si ritirò a Tripoli ove poco dopo mori di dolore e di vergogna o, come elice qualcuno, fu ucciso. (28) Beba al-Din, pag. 113. (29) Ibid., pag. 114. (30) Vds. anche "Chronique d'Ernoul", cap. XJV.
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fianco, calmò la sua paura e gli offrì una bevanda ghiacciata (31). Il re bevve e quindi passò la coppa a Reginaldo di Chatillon; al che Saladino si adirò esclamando: "Non mi avete chiesto il permesso di dargli la coppa; io non ho alcun dovere di rispettare la sua vita". Ed accusò Reginaldo della sua mancanza di parola e dei suoi misfatti; ma il signore di Kerak, uomo senza paura, gli rispose con insolenza. Allora Saladino prese la scimitarra e gli tagliò la testa. Il re tremava di paura e Saladino gli si rivolse dicendo: "Un re non uccide un re; ma la perfidia e l'insolenza di quell'uomo hanno superato ogni limite" (32). Di questa battaglia decisiva, il Runciman scrive: "I Cristiani d'Oriente avevano subito altri disastri. Prima di allora, altri re e principi erano caduti prigionieri; ma i loro vincitori erano stati signorotti di poco conto, che non potevano trarre gran vantaggio dalle loro vittorie. A Hattin era stato distrutto l'esercito più formidabile che il regno avesse mai posseduto. La Santa Croce era stata perduta. E il vincitore era il Signore dell'intero mondo musulmano" (33). Tiberiade si arrese il5 luglio ed all'eroica contessa di Tripoli fu concesso di allontanarsi in sicurezza. Non ci fu resistenza a Saladino; il grande castello era adesso un baluardo senza difensori e, quel ch'è peggio, gli abitanti plaudirono ai conquistatori. Il IO luglio fu occupata Acri e Tiro fu salvata dal provvidenziale arrivo dalla Francia di Corrado di Montferrat (34) con tre vascelli carichi di cavalieri. Ascalona apri le sue porte il4 settembre, quando un eclisse totale di sole paralizzò dal terrore i cittadini di Gerusalemme. Saladino voleva salvare Gerusalemme, sacra ai Musulmani quanto ai Cristiani, ed offrì l'autonomia alla città se gli avesse aperto le porte. Ma sebbene il suo presidio fosse del tutto inadeguato alla difesa, i nobili replicarono: "Se Diu plaist, la cité ne renderoient il ja où Dieux recurt mort et passion" (35). Poco prima di tali avvenimenti, Baliano di lbelin, che era scampato ad Hattin con Raimondo, aveva chiesto.a Saladino un salvacondotto per recarsi a Gerusalemme a prendere sua moglie e suo figlio per condurli a Tiro. Gli fu concesso, alla condizione che rimanesse un solo giorno nella Città Santa e che promettesse di non prender mai più le armi contro il Sultano. Nonostante ciò, quando Baliano fu giunto, il Patriarca lo sollevò dal suo giuramento ed egli prese il comando della città - ora piena di fuggitivi - ne sbarrò le porte e si preparò a difenderla. SaJadino vi giunse dinanzi il20 settembre e ancora ua volta, nonostante la mancanza di parola di Baliano, allor(31) In arabo "Sherbet", sorbeno (N.d.T.). (32) Citato da " Histoire des Croisades" di R. Gousse1, Vol. II, pag. 798. Vds. anche "Chronique d'Ernoul", cap. XV e beha ai-Din, pag. 115. (33) Runciman, op. cit., Vol. Il, pag. 460. (34) Fratello del primo marito di Sibilla. (35) "Chronique d'Ernoul", pag. 186.
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ché Gerusalemme fu alla fame ed il Patriarca trattò per la resa, mostrò estrema moderazione. Per ottenere la libertà, ogni uomo avrebbe dovuto pagare IO pezzi d'oro e "due donne o dieci fanciulli contavano quanto un uomo"; 7000 poveri, che non possedevano oro, potevano esser liberati per 30.000 bizanti. Il 2 ottobre Saladino entrava in città. Fu allora che egli mostrò la sua grandezza. Al contrario di quanto era avvenuto dopo l'occupazione della città da parte dei Crociati nel 1099 (36), egli aprì mercati ovunque, in modo da consentire ai cittadini di introitare l'oro necessario a pagarsi la libertà. Nonostante ciò molti, che non riusciano a trovare il denaro, furono liberati ugualmente ed una moltitudine uscì salva dalla Porta di S. Lazzaro (37). Dalla catastrofe di Hattin i Crociati mai più si risollevarono. Combattuta all'ombra della "Vera Croce" -supremo simbolo del Cristianesimo - se Guido avesse vinto sarebbe stata la vittoria di Dio; ma era stata la vittoria di Allah, ed in ciò molti cristiani videro il trionfo del potere temporale su quello spirituale. Fu per questo che la vitoria di Saladino scosse sin dalle fondamenta il movimemo crociato e, con questo, lo stesso Soglio Pontificio, che da allora si secola:rizzò sempre più, perché le altre potenze secolari non avrebbero più accettato la dottrina papale secondo cui esse dovevano essere soggette alla legge divina come veniva interpretata dai papi. Le potenze secolari così usarono sempre più le Crociate come strumento per la loro espansione e il Papato, a sua volta, entrò nel gioco e cominciò a mettere le nazioni una contro l'altra. Sin dall'inizio della prima Crociata, c'era stata una gran confusione di idee. Per Urbano II e per le genti dell'Europa Occidentale, lo scopo era quello di riconquistare alla Cristianità la Terra Santa; per molti cavalieri, era quello di accaparrarsi terre in Oriente; per l'Imperatore bizantino, quello di salvaguardare Costantinopoli e di liberare i "Terni" asiatici dalla dominazione turca. Il secondo di questi scopi prevalse sul primo ed il terzo fece fallire il secondo al punto che "quando la notizia della vittoria musulmana (ad Hattin) raggiunse Costantinopoli, l'imperatore !sacco Angelo mandò un'ambasceria a Saladino per fargli le sue congré;l.tulazioni e per chiedergli che i Luoghi Santi cristiani fossero concessi alla Chiesa Ortodossa" (38).
(36) Gibbo n dà la seguente sinistra descrizione: "I suoi sviati devoti offrirono al Dio dei Cristiani un sacrificio disangue; la resistenza poteva essere stata una provocazioe, ma né sesso né età potevano mitigare la loro rabbia; essi si abbandonarono a tre giorni di massacro indiscriminato, e la putrefazione dei cadaveri produsse un'epidemia. Dopo che 70.000 musulmani erano stati passati a fil di spada, e che gli inoffensivi ebrei erano stati bruciati nella loro sinagoga, essi tenevano ancora un gran numero di prigionieri che - per interesse o stanchezza -avevano risparmiato". ("The Decline and Fall", 1898, Vol. VI, pag. 311}. (37) "Saladin" di S. Lane Poole, pag. 232 e "Chronique d'Ernoul", pag. 228. (38) Runciman, op. cit., Vol. li, pagg. 467-468.
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Le differenze tra Bizantini e Franchi erano così profonde che finirono per far naufragare l'intero movimento crociato e per condurre non già alla liberazione della Terra Santa bensì all'estinzione politica dell'Impero Bizantino. Nello stesso mese (giugno 1185) in cui Guido di Lusignano radunava le sue forze ad Acri per marciare su Hattin, Guglielmo II di Sicilia assediava Durazzo e quindi marciava su Tessalonica, la occupava e ne massacrava la popolazione. Voltosi poi verso Costantinopoli, fu sconfitto nei pressi di Musinopoli. Conseguenza diretta dell'invasione furono la deposizione e l'uccisione dell'imperatore Andronico, cui successe !sacco Il Angelo il quale, nel 1195, fu accecato, detronizzato ed imprigionato dal fratello Alessio, che divenne Alessio Ili (1 195- 1203). Intanto, alla terza Crociata (1189-1192) - un vero e proprio "fiasco"! -seguiva, dopo l'elezione di papa Innocenzo III nel 1198, la quarta. Siccome nessuno dei sovrani più potenti dell'Europa Occidentale aveva risposto all'appello di Innocenzo, la guida dell'impresa fu assunta da Enrico Dandolo (1193-1205), il cieco o semi-cieco doge di Venezia, allora più che ottantenne. Uomo senza scrupoli, egli doveva fornire le navi per trasportare i Crociati in Egitto, divenuto il cuore del potere musulmano. Ma, una volta radunati in Venezia, i Crociati non furono capaci di mettere insieme la somma pattuita con il doge e questi, allora, accettò di eseguire il trasporto a condizione che essi gli riconquistassero la città di Zara, sulla costa dalmata, recentemente staccatisi dalla Repubblica e passata all'Ungheria. I Crociati, pur rischiando la scomunica minacciata da Innocenzo per loro e per Venezia, accettarono e, assediata Zara, la occuparono. La scomunica fu lanciata, ma ben presto ritirata. Durante l'assedio, emerse una nuova figura: il principe bizantino Alessio Angelo, figlio del detronizzato !sacco Il. Egli, cercando rifugio presso suo cognato, Filippo di Svevia, ne ricevette assistenza; e Filippo mandò un'ambasceria a Zara per perorare presso il doge ed i Crociati la restaurazione di !sacco. Alessio promise che, se ciò avesse ottenuto, la Chiesa d'Oriente si sarebbe assoggettata a quella d'Occidente ed avrebbe egli stesso sborsato 200 mila marchi per pagare la spedizione in Egitto. Dandolo fece accettare tali condizioni; firmato l'accordo che prevedeva l'occupazione di Costantinopoli e la restaurazione di !sacco, la spedizione prese il mare il 7 aprile 1203 ed il 23 giugno era nel Bosforo. I Crociati assediarono Galata, sulla sponda settentrionale del Corno d'Oro, entrarono quindi nello Stretto ed occuparono la città il 17 luglio. Alessio III abbandonò la sua capitale ed il cieco !sacco, liberato, fu rimesso sul trono con Alessio (IV) come co-reggente. Dandolo ed i Crociati si accamparono fuori le mura attendendo il pagamento loro promesso. Ne seguirono lunghe trattative sinché, all'inizio del 1204, Alessio Ducas, genero di Alessio III, fomentata una rivolta, depose ed imprigionò !sacco II , uccise Alessio IV ed assunse il diadema come Alessio V. I Crociati, ora liberi da ogni im-
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pegno, si accordarono per impadronirsi dell'Impero a loro vantaggio. L'assalto alla città fu preparato dal mare e dal fronte a terra; essa, dopo una breve resistenza, capitolò il 13 aprile. Alessio V fuggi e per tre giorni Costantinopoli fu saccheggiata in un'orrenda carneficina (39). Dopo circa 1000 anni di vita, l' Impero Bizantino diveniva un impero feudale dei Franchi (1204-1261) e si ponevano così le basi per un altro impero: quello coloniale di Venezia. Il papa Innocenza III (1198- 1216) non vide di malocchio questa vera e propria "santa rapina"; sebbene egli si fosse veementemente opposto alla conquista dell'Impero d'Oriente, una volta che si trovò dinanzi al fatto compiuto vi vide la soggezione di un popolo scismatico e la possibilità di una nuova globalità del potere della Chiesa. In ogni modo, la quarta Crociata fu essenzialmente un disastro per il papato e per tutto il movimento. Ancor peggio, anziché dare sicurezza all'Europa nei confronti dell'Asia, la distruzione dell'impero orientale fece crollare l'unico bastione che per secoli aveva tenuto l'Asia lontana dall'Europa. L'Impero- che politicamente ora cessava di esistere - non si sarebbe più ripreso da quel fatale collasso . Ciò nonostante, per oltre un secolo le Crociate videro un'Europa unita come mai più lo è stata e, nel combattere fianco a fianco, vari popoli si riconobbero ed altri si scontrarono, dando luogo a quel senso di nazionalità che di lì a poco avrebbe dovuto affermarsi. La Francia ne emerse come grande potenza, come già lo era l'Inghilterra. Spagna e Portogallo vi trovarono la forza per liberarsi dai Mori e la Prussia, nelle imprese dei Cavalieri Teutonici, le proprie fondamenta. Prima delle Crociate, tutto ciò che il Sacro Romano Impero poteva offrire ai suoi sudditi era un'ombra di unità; con esse, l'ombra si dissipò per far rifulgere la gloria del papato medievale. Con Innocenza II I, il "Soglio di San Pietro" raggiunse l'apice del suo potere: egli fu, per l'Occidente, il "re dei re", ed affermò la preminenza del papato su tutti i regni "locali" della terra (40). Lo stabilirsi di questa autocrazia spirituale doveva necessariamente creare anche problemi d'ordine temporale quale, ad esempio, il controllo delle entrate finanziarie: vediamo infatti, alla fine della prima Crociata, l'instaurarsi di due strumenti fiscali affatto nuovi come le indulgenze e la "decima" . Urbano II applicò il primo a tutta la Cristianità, assicurandola che "coloro che moriranno in staltO di sincera penitenza riceveranno l'indulgenza per i propri peccati" (41 ). Le indulgenze, quindi, divennero una fonte attiva per il bilancio della Chiesa. Nel 1184 fu istituita la loro concessione "a pagamento" e nel1215 fu promessa l'indulgenza plenaria a tutti coloro che (39) Vds. "La conquè1e de Constantioople", di Geoffroy de Villehardouin (a caura di N. de Wailly, 1872), par. 147. Villehardouio fu testimone oculare del sacco. (40) Enciclica Britannica (Il ' ediz.) alla voce: "lnnocenzo 111". (41) "The Cambridge Medieval History", Vol. V, pag. 323 .
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contribuissero al finanziamento della Crociata. Ancora maggior utili dovevano provenire dalla "decima": nel 1146, Luigi VII di Francia la impose ad ogni ecclesiastico e subito dopo la battaglia di Hattin, Riccardo I e Filippo Augusto stabilirono la "decima del Saladino". Bonifacio VIII proclamò la Sede Apostolica aver assoluto potere su tutte le proprietà ecclesiastiche (''essa può esigere la centesima, la decima ed ogni altra parte di queste proprietà" (42). Iniziava a germogliare la seconda grande rivoluzione da quando Roma era caduta; essa avrebbe condotto a quella "civiltà del denaro" che è dei nostri giorni. Ebrei, mercanti italiani, Ordini militari aprirono banche sotto la spinta della sempre maggior richiesta di denaro. E siccome il denaro deve circolare, e gli spiriti turbolenti andavano in Oriente a cercarvi avventure e novità, ne fu stimolata l'importazione di oggetti che divennero poi di uso comune. Da Tiro i Siciliani impararono come raffinare lo zucchero e tessere la seta. I vasai di Damasco divennero i più richiesti in Francia. Furono introdotti i mulini a vento e, ancora, il granoturco, i limoni, le albicocche, i meloni, il cotone, la mussola, il damasco, il broccato, i profumi, i tappeti. E l'uso dei bagni caldi. La prosperità crea il b'enessere e il tempo libero e con il tempo libero anche l'intelletto si risveglia. Apparvero molti "cronisti"; Aristotele divenne conosciuto in Occidente prima attraverso la Spagna e poi attraverso Costantinopoli; la conoscenza della medicina e della matematica fece grandi progressi e furono adottati l'astrolabio, la tavola gnomonica, il sestante e la bussola. L'aumento della cultura porta al dubbio. Così, le crociate videro l'inizio dell'era degli eretici , come i Valdesi e gli Albigesi. Ad Hattin, il miracolo fu screditato: se la "Vera Croce" non portava la vittoria, cosa mai d'altro l'avrebbe propiziata? Rapidamente, i mutamenti sociali, creati e stimolati dalle Crociate, cominciarono ad incrinare le convinzioni religiose ed a portare la Chiesa verso il conflitto con il potere temporale: "il tentativo di affrancare i membri della Chiesa dal controllo secolare si tradusse in una più sottile secolarizzazione: quella del papato stesso" (43). Nel XIII secolo lo "strumento" delle Crociate non fu più volto a battere gli infedeli, ma gli eretici cristiani. Quando nel 1255, papa Alessandro IV predicò la crociata contro Manfredi, figlio dell'imperatore, Matteo Paris scrisse: "Venuti a sapere di un tal proposito, i veri Cristiani furono stupiti ed attòniti di sentirsi promettere, per versar sangue di altri Cristiani, lo stesso compenso ricevuto per combattere gli infedeli. L'incostanza e la flessibilità dei preti suscitò riso e beffe" (44). Ma le Crociate ebbero un'altra influenza, forse la più importante di (42) "Tbe Cambridge Medieval History", Vol. V, pagg. 324-325. (43) lbid., pag. 321. (44) "Matthews Paris's Englisb History", trad. J .A. Giles (1854), Vol. III, pag. 143.
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tutte. Lo spirito d'avventura, che aveva caratterizzato i prodi cavalieri cristiani, permeò dt sé il mondo occidentale e diede origine aJI'epoca dei viaggi e delle scoperte. Poiché la spada aveva fallito in Terra Santa, bisognava riporre più fiducia nella parola. Nel 1252, S. Luigi inviò il francescano Gugliemo di Rubruquis dal Gran Khan, nell'Asia Centrale, con la speranza che l'impero mongolo , una volta convertito al Cristianesimo, scendesse alle spalle dei Turchi a dare una mano ai Cristiani di Palestina. Per quanto l'idea possa sembrare fantastica (45), essa stimolò Francescani e Domenicani a dedicarsi all'opera missionaria e portò arditi viaggiatori, primi tra tutti i Polo di Venezia, a spingersi sino alla Gran Muraglia cinese. Questi uomini, scoprendo l'Asia, accesero quella fantasia e quello spirito che portò, poi, alla scoperta del Nuovo Mondo.
(45) Tuttavia l'idea deve aver avuto qualche fondamento, perché nell256 Hulagu e i suoi mongoli invasero la Caucasia e il 15 febbraio 1258 entrarono in Baghdad e la saccheggiarono, ponendo fine alla dinastia degli Abbasidi. Nel 1260 fu attaccata Aleppo e Damasco si arrese, dopo di che Hulagu meditò la cattura di Gerusalemme con l'intenzione di restituirla ai Cristia· ni ma, giuntagli notizia della morte del Gran Khan Mangu, abbandonò il progetto e tornò in Mongolia.
CAPITOLO XVI
La crisi delrlmpero d ,Occidente e rajjermarsi di Francia e Inghilterra
Quadro storico Nessun Pontefice poteva essere capace di controllare le energie scaturite dalle Crociate quando lo s~ancio spirituale di quelle grandi avventure andò spegnendosi e trasformandosi in iniziativa mercenaria. La guerra dei Crociati- da un affare privato dell'aristocrazia- era divenuta un'impresa commerciale, con la conseguenza che i popoli occidentali, non appena si attenuarono le contese interne, pensarono bene di dedicare i loro sforzi ad occupazioni pacifiche. II risultato fu Io sviluppo della città e dei centri commerciali; delle libertà municipali e delle milizie cittadine; degli scambi e dei commerci; dei mestieri, delle corporazioni e dei mercati; dell'introduzione di un sistema monetario e di uno di pesi e misure. E, ancora, del moltiplicarsi deJie università e del diffondersi degli studi filosofici (ad es. Pietro Abelardo, 1079-1142 e Tommaso d'Aquino, 1227-1274), delle scienze empiriche (ad es. Alberto Magno, 1206-1280 e Ruggero Bacone, 1214-1294) e .... delle eresie, di cui si è già detto. Al di là ed al di sopra di tutti questi mutamenti, la concezione dello stato nazionale cominciò a soppiantare quella della satrapìa papale; il magnifico vascello dell'Impero Universale della Cristianità occidentale stava navigando velocemente verso le secche della Riforma. Ma ben tre secoli dovevano separare la morte, nel 1216, di Innocenzo III, dal momento in cui Lutero inchiodò le sue 95 tesi sul portale della cattedrale di Wittenberg nel 1517, e furono tre secoli di guerre, durante i quali l'ordine teocratico-feudale si trasformò in sistema nazionale-monarchico. La prima di tali guerre fu causate dalla posizione geografica degli Stati Pontifici, incuneati com'erano tra le Due Sicilie ed i possedimenti settentrionali dell'impero; proprio la minaccia alla loro sicurezza mise di fronte lnnocenzo III e l'imperatore Ottone IV (I 198-1218). II primo poteva contare sull'aiuto di Filippo II "Augusto" di Francia, il secondo era spalleggiato
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da Giovanni Senza Terra d'Inghilterra (1199-1216); quando, nel 1208, l'interdetto papale fu lanciato sull'Inghilterra e Giovanni fu scomunicato (1209), Filippo si preparò a condurre una crociata contro di lui. Ma nel 1213 l'invasione non ebbe luogo per l'avvenuta sottomissione del re al Papa. L'anno successivo Giovanni si alleò ad Ottone contro Filippo, ma a Bouvines, il27 luglio, l'imperatore fu definitivamente sconfitto. Giovanni, ormai completamente screditato, fu costretto dai baroni ad emanare la Magna Carta; Innocenzo la dichiarò nulla e scomunicò i baroni ma, fortunatamente per l'Inghilterra, la sua morte e quella di Giovanni, nel 1216, posero fine ad una contesa che avrebbe potuto sfociare in guerra civile. Due anni dopo la morte di Ottone, nel 1218, il pupillo di Innocenzo, Federico re di Sicilia, nato nel 1194 e figlio di Enrico IV della casa degli Hohenstaufen, fu incoronato imperatore come Federico II (1220-1250). Uomo raro per carattere e per capacità, è stato chiamato sia "l'ultimo degli imperatori medievali" sia "il primo Europeo". Unico tra tutti gli imperatore romani, ha avuto il privilegio di essere posto da Dante nell'abisso dell'Inferno (Canto X). Sebbene avesse promesso ad Innocenzo che mai avrebbe unito la Sicilia all'Impero, non appena il suo tutore morì diresse tutta la sua azione politica a controllare direttamente tanto il nord che il sud dell' Italia. Nel 1227 ciò provocò un conflitto con Gregorio IX (1227-1241), che lo scomunicò per non essere partito per la Crociata come aveva promesso. Nel 1228, ma1sopportato dal Papa ed in disaccordo con gli ordini militari, salpò per la Terra Santa con un piccolo gruppo di cavalieri e qui, mediante un'astuta azione diplomatica, ottenne Gerusalemme, Betlemme e Nazareth; il 18 maggio 1229 si fece incoronare re di Gerusalemme, suggellando così questa sua impresa. Senza spargere una goccia di sangue, egli aveva ottenuto più di ogni altro Crociato. Al suo ritorno, nel 1229, trovò il suo regno devastato dalle truppe papali; cacciatele, nel 1230 firmò con Gregorio un trattato di pace a S. Germano. Stabilita a Palermo la sua corte, essa divenne la più brillante d'Europa ed il più gran centro cosmopolita di cultura del mondo medievale. Ma la pace tra il Papato e l'Impero non era destinata a durare ed allorché Federico mosse alla conquista della Lombardia fu ancora una volta scomunicato da Gregorio. Federico allora proclamò che i suoi diritti erano simili a quelli di ogni altro governante nel colpire colui che aiutava la ribellione e Gregorio lo denunciò come "Anticristo" e "re della pestilenza" per aver egli affermato che "il mondo intero è stato ingannato da tre impostori chiamati Gesù Cristo, Mosé e Maometto "e che" sono pazzi coloro che credono che Dio, creatore di tutte le cose, sia nato da una vergine". Tali accuse, anche se fossero esagerate, mostrano come i tempi stessero cambiando. Subito dopo aver lanciato il suo anatema, Gregorio morì ed il successore, Innocenzo IV (1243-1254), dichiarò deposto Federico . Questi replicò chiedendo ai governanti di opporsi allo strapotere del papato, ché la
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sua causa era identica alla loro: ancora una volta egli si rivolse all'Europa tutta, non al mondo cristiano. Federico morì nel 1250 e suo figlio Corrado IV nel 1254. A questi successe, come re di Sicilia, il figlio Corradino (1254-1 268) e il Papa Alessandro IV (1254-1261) - che aveva giurato di non permettere agli odiati Hohenstaufen di regnare ancora - fomentò una guerra civile in Germania, di furore tale da ricordare i tempi della rivolta contro i Carolingi. E quando, nel 1265, Corradino decise di riconquistare la sua eredità italiana, Clemente IV (1265-1268) invocò l'aiuto di Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia, promettendogli Napoli e la Sicilia. Carlo accettò e Corradino fu decisamente sconfitto, il29 agosto 1268, a Tagliacozzo. Otto settimane dopo, a Napoli, fu decapitato. Finiva così l'ultimo degli Hohenstaufen; la lotta doveva tuttavia continuare sino al 1273, quando Rodolfo d'Asburgo, pur riconosciuto rediGermania ed eletto Sacro Romano Imperatore, non era più in condizione di interferire negli affari d'Italia. Nel1278, con la battaglia di Marchfeld, egli strappò l'Austria ad Ottokar II di Boemia, portando la valle del Danubio sotto il dominio della casa degli Asburgo: vi sarebbe rimasta sino al 1918! Gli effetti di una tal interminabile contesa furono disastrosi. Il papato, screditato per aver usato il suo potere spirituale a scopi puramente politici; l'Italia, perduta per l' Impero e dilaniata per generazioni dalle discordie tra Guelfi e Ghibellini; la splendida civiltà della Sicilia Normanna in gr;m parte rovinata dal malgoverno di Carlo d'Angiò; e l'unità della Germania resa impossibile dalla sua divisione in una vasta congerie di principati e di città indipendenti: per molti secoli essa sarebbe stata poco più di un'espressione geografica. Unica beneficiaria di tutto questo era la Francia. Allorché, nel 1152, Enrico d'Angiò aveva sposato Eleonora d' Aquitania, i possedimenti reali di Luigi VII (1137-1 180) coprivano soltanto i bacini mediani della Loira e della Senna. E quando, due anni dopo, Enrico divenne Enrico II d'Inghilterra e duca di Normandia (1154-1189), Luigi era "schiacciato" tra l'Impero Angioino- che adesso "spaziava" dalle alture di Cheviots (l) ai Pirenei - da una parte, ed il Sacro Romano Impero sotto il Barbarossa dall'altra: la Francia era alla loro mercé. Il figlio e successore di Luigi, Filippo II (1 180-1223)- detto "Augusto" - non soltanto si dedicò ad accrescere i suoi possedimenti annettendovi numerosi distretti e città, ma si mise all'opera per modificare una tale intollerabile situazione. Ottenuto diplomaticamente il Vermandois, strappò la Normandia a re Giovanni e l'assedio di Chàteau Gaillard, nel 1204, decise il destino di quel ducato. Seguì la conquista del Maine, della Turenna, dell'Angiò e del Poitou e nel 1206 egli occupò la Bretagna dandola a (I) Le colline di Cheviots segnavano il confine tra l'Inghilterra e la Scozia. E lo segnano ancora (N.d.T.). ·
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Pietro di Dreux tutore del figlio di sua moglie (Costanza di Bretagna). Nel 1213 invase le Fiandre e l'anno successivo, come abbiamo visto, sconfisse l' imperatore Ottone a Bouvines. La Linguadoca cadde nelle mani di suo figlio Luigi VIII nel 1226 in conseguenza della Crociata Albigese e più tardi lo Champagne, la Marche e l' Angouleme furono aggiunte ai domini reali. L'unica provincia rimasta all' Inghilterra era la Guascogna. Questo suo crescere "a bocconi" ebbe, come conseguenza, il fatto che la Francia, nel Medio Evo, mai fu un'unica entità nazionale quale, invece, l'Inghilterra. l grandi feudi, anche allorché venivano annessi alla corona, conservavano una certa loro indipendenza. Nonostante ciò, sotto Filippo IV "il Bello" (1285-1314) il re, contrariamente a quel che era avvenuto con i sovrani feudali, divenne un vero e proprio governante. Ciò provocò immediatamente un contrasto con il papato. Né lui né Edoardo I d'Inghilterra (1272-1307) volevano accettare il principio di non avere il dirit~o di tassare il clero, né la soggezione personale al papa, pena la perdizione eterna. La scintilla scoccò allorché Bonifacio VIII (1294-1303) volle, come aveva fatto Gregorio VII, rafforzare "la sovranità della Chiesa su tutti i regni del mondo" : Filippo lo fece arrestare. Poco dopo, morto il papa, Filippo, per essere sicuro che il successore non si mettesse sulla stessa strada, indusse il collegio dei cardinali ad eleggere papa un guascone, Bertrando de Got, che - con il nome di Clemente V (1305-1314) - pose la sua residenza in Avignone. Iniziò così quella "cattività della Chiesa" che doveva durare 70 anni. Durante tutto il periodo di cui abbiamo trattato - e specialmente a causa delle Crociate - si erano verificati profondi mutamenti nell'arte della guerra. Da una parte, il contatto dei cavalieri occidentali con i superbi castelli e con le città fortificate dell'Impero d'Oriente- quali Kerak di Moab e Krak des Chevaliers in Palestina - ne introdusse nell'Europa Centrale e Occidentale la edificazione sempre più frequente , sinché nel XIV secolo il castello feudale divenne il dominatore di ogni contrada. Dall'altra, la crescente floridezza economica delle città, dovuta in non trascurabile parte al finanziamento delle Crociate, portò al reclutamento di milizie cittadine, del tipo di quelle che combatterono a Bouvines ed a Courtrai (1302) ed anche all' ingaggio di soldati mercenari, in particolare balestrieri, per difendere le mura dei castelli. In conseguenza, poi, del fatto che il cavaliere feudale mai si sarebbe prestato a lavori manuali per scavar trincee o per edificare bastioni né avrebbe posto mano all'ascia o alla scure, divenne sempre più frequente la domanda di specialisti, pagati proprio per effettuare lavori d'assedio o per "armare" le macchine di guerra. Un'altra ragione per il sempre più ampio ricorso ai mercenari fu l'introduzione dell'armatura verso la fine del XII secolo ed il suo uso generalizzato nel XIV. Ciò fece aumentare enormemente il costo dell' equipaggiamento e siccome i veri e propri combattenti erano "uomini d'arme" ("armigeri") coperti d'armatura, tutti coloro che se ne potevano comperare una offrivano i loro servigi su un "mercato" ormai internazionale.
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In contrasto con questi specialisti salariati, mercenari superbamente armati, le masse delle reclute feudali diventavano di ben scarso valore. Da ciò scaturì un altro mutamento. Mentre i mercenari potevano essere tenuti in campo indefinitamente, a condizione vi fossero i denari per pagarli, i baroni feudali ed i cavalieri non potevano "servire" per più di quaranta giorni. Durante i regni di Filippo III di Francia (1279-1285) e di Edoardo I d'Inghilterra, per poter condurre campagne di un certo impegno, il pagamento dei soldati divenne generalizzato e tutti gli eserciti, senza riguardo alla forma di reclutamento, divennero "stipendiati". Ciò portò a rimpiazzare i soldati di leva con truppe professionistè ed aJia comparsa di speciali categorie di soldati, quali i "routiers" in Francia ed i "condottieri" in Italia. Questi combattenti di professione assoldavano i loro reparti e vendevano i loro servigi al miglior offerente; erano perciò anti-feudali, in quanto nessun codice d'onore li legava al "datore di lavorb". Un precursore di questo tipo di soldato fu il mercenario tedesco Roger de Fior (de Blum) che, nel 1303, con la sua banda dj disperati, detta "la Gran Compagnia Catalana", fu assoldato- purtroppo per lui e per i suoi successori - dall'imperatore Andronico Il. Sebbene all'inizio della Guerra dei Cent'Anni - con l'eccezione dei balestrieri genovesi e delle fanterie imbarcate - gli eserciti francese ed inglese fossero formati da truppe "nazionali", l'uso di assoldare mercenari divenne subito generalizzato. Quando, dopo la battaglia di Poitiers, Edoardo II riportò in Inghilterra i suoi "nazionali", molti "routiers" si trovarono disoccupati e, per sopravvivere, si diedero al brigantaggio con le loro bande. Furono proprio questi mercenari senza lavoro a render così terribile la Guerra dei Cent'Anni, ricorrendo essi al saccheggio ed al massacro quasi con regolarità. Mentre le guerre si avviavano velocemente a divenire guerre di nazioni, i soldati erano internazionali; uomini di tutte le parti d'Europa, agli ordini dì condottieri provenienti da ogni classe sociale, pronti a vendersi al miglior padrone. Sullo sfondo di questi mutamenti nel campo militare, un altro - politico - di importanza fondamentale, era avvenuto. In Inghilterra, sotto Edoardo l, il parlamento era divenuto un'istituzione permanente; con lo sviluppo dei commerci, la classe dei mercanti aveva acquisito grande importanza e siccome i mercanti fornivano alla corona la gran parte delle risorse economiche, Edoardo aveva dovuto accondiscendere alla loro richiesta di maggior partecipazione al potere. n tipo feudale di governo non poteva più sussistere. Se nella Camera dei Comuni inglese fu possibile una cooperazione tra i cavalieri delle contee ed i rappresentanti delle città, in Francia la nobiltà rifiutò di collaborare con i disprezzati cittadini e fu soltanto nel 1343 che, sotto forma dì assemblee locali, apparvero i primi Stati Generali, anche se non si chiamarono così sino al 1484.
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LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Con l'inizio del XIV secolo l'Impero era poco più che un nome; il papato era in declino; l'Inghilterra si avviava a divenire una nazione nel senso moderno della parola e la Francia una nazione, anch'essa, ma in senso medievale. Attraverso l'Europa occidentale si andava diffondendo la cultura e si faceva sempre più strada la fiducia nell'individuo autosufficiente, con il suo intelletto e con la sua fede. Tutto ciò contrastava con la politica della Chiesa. Per esempio, Dante (1265-1321), nel suo "De Monarchia", preconizzava una monarchia universale discendente direttamente dal diritto ed in nessun caso soggetta al papato. È impossibile dire quali potrebbero essere stati gli effetti di tutti questi mutamenti per il progresso dei paesi occidentali se essi non fossero stati in parte arrestati ed in parte accelerati dalla Guerra dei Cent'Anni, che scoppiò tra l'Inghilterra e la Francia nel 1337 e che durò sino al 1453.
Le battaglie di Sluys (1340) e di Crécy (1346)
Edoardo III era nato a Windsor il 13 novembre 1312. Figlio di Edoardo II, sua madre era Isabella di Francia, figlia di Filippo IV e sorella di Carlo IV che, nel 1322, succedette al fratello Filippo V come re di Francia; Edoardo era, quindi, nipote di Carlo . Nel 1325, assecondando il desiderio di Isabella, Edoardo II cedette al figlio il ducato di Aquitania e Carlo lo permise dietro il pagamento di 60.000 "lire". Filippo III ( + 1285) Filippo IV ( + 1314)
Carlo di Valois ( + 1325)
l Filippo VI Luigi X (+ 1316)
Isabella
l
Filippo V
( + 1322)
Carlo IV (+ 1328)
Edoardo III Il 10 settembre di quell'anno il giovane principe rese a Carlo lo stesso atto d'omaggio che suo nonno e suo bisnonno avevano, al tempo loro, reso al re di Francia. Quindici mesi dopo, Edoardo II fu costretto ad abdicare ed il 13 gennaio del 1327 suo figlio, allora quindicenne, fu proclamato Edoardo d'Inghilterra. Fu incoronato il 29 gennaio. Circa un anno più tardi, Carlo IV morì lasciando una figlia ed una vedova incinta. Quando, il l 0 aprile 1328, questa partorì una bambina, Filippo di Valois, nipote di Filippo IV e, quindi, primo cugino di Carlo IV, in forza della "legge salica" (che prevedeva la successione al trono soltanto
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in linea maschile), fu riconosciuto re di Francia da un'assemblea di baroni e incoronato come Filippo VI. La notizia di tale elezione era la peggiore che potesse giungere a sua cugina Isabella la quale, madre del predentemente al trono nella linea dì discendenza dei Capetingì, inviò subito un'ambasceria da Londra a Parigi per rivendicare ad Edoardo la corona di Francia. Ma, non essendo allora la corte inglese in condizione di appoggiare politicamente la richiesta, questa non fu presa in seria considerazione; anzi, Filippo mandò a Londra suoi emissari per chiedere a Edoardo- unico vassallo a non averlo ancora fatto -il pagamento della dovuta rendita. E siccome la corte d'Inghilterra prendeva tempo e rispondeva evasivamente, Filippo mandò un ulteriore richiesta di pagamento, vero e proprio ultimatum: se non si fosse provveduto al più presto a rendere il dovuto "omaggio" al re di Francia, l'Aquitania sarebbe stata confiscata. Per Edoardo il problema era grave, non avendo, al momento, la forza di difendere il suo ducato con le armi. Il 14 aprile del 1329 egli scrisse a Filippo, promettendo che- non appena le difficili condizioni del suo regno l'avessero consentito - sarebbe sbarcato in Francia per pagare il dovuto. Ed il 6 giugno mantenne la promessa nella cattedrale di Amiens, divenendo così un "uomo di Filippo". In questo scambio di pretese e di richieste risiede la causa principale della Guerra dei Cent'Anni. In realtà, non esiste un interesse diretto alla successione al trono di Francia; c'è invece da notare il fatto che Edoardo, come duca d'Aquitania, sia un singolare tipo di vassallo. Normalmente, i vassalli francesi erano completamente sottomessi al potere del re di Francia; ma pretendere tanto dal re d'Inghilterra significava rischiare una guerra. In altre parole, se "de jure" un re poteva essere vassallo di un altro re, "de facto" essi rimanevano re e quindi personaggi di ugual rango. Inoltre Edoardo, duca d'Aquitania, considerava il suo ducato non semplicemente un feudo del re di Francia, ma una vera e propria testa di ponte inglese. Chiaramente, se Filippo non poteva cacciare gli inglesi dall' Aquitania, era suo interesse insistere affinché il vassallaggio fosse il più stretto possibile; e, altrettanto chiaramente, se Edoardo non poteva evitarlo, aveva tutto l'interesse a mantenere il vassallaggio nella forma più blanda possibile. Infatti, allorché Filippo ordinò la confisca della Guienna- il che, come sottolinea il prof. Perroy, era il primo passo per giungere alla dichiarazione di guerra - Edoardo subito assunse la posizione del pretendente al trono dei Capetingi, proprio per trasformare un "conflitto di tipo feudale - nel quale egli sarebbe stato in condizioni d'inferiorità - in una guerra dinastica, nella quale il suo rango sarebbe stato uguale a quello dell'avversario" (2). Sullo sfondo di tali diatribe feudali vi era, tuttavia, ben altra materia per contendere. Innanzitutto, il collasso dell'impero nel XIII secolo ed il (2) " The Hundred Years War" ( 1951}, pagg. 92-93 (ed. inglese).
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degrado del papato con il suo esilio in Avignone, lasciavano Francia ed Inghilterra senza una valida controparte, sia temporale che spirituale, che bilanciasse le loro pretese e distraesse le loro dispute. Poi, c'era la questione della Scozia; sin dall325 - allorché era stata stipulata un'alleanza tra Scozia e Francia - quest'ultima l'aveva sfruttata per distrarre ed indebolire l'Inghilterra. E lo stesso era avvenuto con le Fiandre, strettamente legate al re di Francia dopo la battaglia di Casse! del 1328. Non potendo far altro per indebolire questa alleanza, Edoardo cercò saggiamente di sfruttare la dipendenza dei territori fiamminghi dall'importazione di lana inglese. Le cause della Guerra dei Cent'Anni, quindi, non risiedevano soltanto in problemi dinastici o in questioni feudali, ma soprattutto nelle molteplici condizioni del momento in cui essa scoppiò. L'autorità si stava dissolvendo; si era ormai spenta l'influenza dell'impero; i regni acquisivano sempre più potere; i commerci divenivano causa di contenzioso tra i regni; la necessità del dominio del mare stava sorgendo all'orizzonte; Io spirito della cavalleria, esaltato durante le Crociate, si trasformava in bellicosità; e, soprattutto, non c'era spazio sufficiente per entrambe le potenze che si accingevano a dominare l'Europa. Tutti questi fattori insieme, sotto il mantello delle pretese di 'Edoardo al trono di Francia, fecero scoppiare la Guerra dei Cent'Anni, la più grande contesa del Medio Evo che, al di là delle sue fo!He e dei suoi disastri, consentì il sorgere di una più grande Inghilterra e di una più grande Francia. In questa lunga lotta non vi furono grandi battaglie decisive del genere di quelle sin qui descritte, anche se non mancarono - specialmente all'ini. zio e vetso la fine - brillanti iniziative tattiche. Con Edoardo impegnato a pagare, nella cattedrale di Amiens, il suo "pedaggio" a Filippo, la corte di Francia aveva vinto il primo "round" e, incoraggiata dalla debolezza inglese, si accingeva a vincere anche il secondo. Fu allora sollevata la questione della validità del giuramento di fedeltà prestato da Edoardo; sebbene esso non fosse così preciso come quello degli altri grandi vassalli, non differiva sostanzialmente, nella formula, da quelIo usato da Edoardo II, da Edoardo I e da Enrico III. Senza tanto discutere, fu chiesto ad Edoardo di comparire dinanzi alla corte di Filippo, il 28 1uglio 1330, per dichiarare solennemente che la formula usata implicava il più stretto legame di fedeltà al sovrano. In quel" tempo i baroni inglesi erano in rivolta contro Isabella ed il suo amante Roger Mortimer ed Edoardo, stanco della tutela materna, si schierò con i rivoltosi, bandì Isabella e fece uccidere Mortimer a Tybur. Ovviamente, rifiutò di presentarsi ed il 30 marzo 1331 scrisse a Filippo: " Riconosciamo che l'omaggio fatto ad Amiens deve essere considerato come il più vincolante e promettiamo - come Duca di Aquitania e Pari del
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regno, Conte di Ponthieu e di Montreuil- fedeltà e lealtà al re di Francia" (3). Quattro giorni dopo Edoardo passò in Francia e durante la sua breve visita, avendo Filippo ritenute sufficienti le dichiarazioni ricevute, furono stabilite relazioni amichevoli tra le due nazioni. La questione sembrava risolta e Filippo si diede ai preparativi per una nuova Crociata. Nonostante ciò, in poco più di un anno si doveva giungere alla prima scintilla della grande conflagrazione: ma essa non scoccò attraverso la Manica, bensi a nord del fiume Tweed (4). Alla morte di Roberto Bruce- il vincitore di Bannockburn nel 1314 -il? giugno del1329la corona di Scozia era passata al figlio David, allora un ragazzo di IO anni, subito riconosciuto come re da Edoardo in esecuzione del trattato di Northampton del maggio 1328. Lo stesso trattato prevedeva che i proprietari originari di terre confiscate in Scozia - con solo tre eccezioni - dovevano vedersele restituire. Nel novembre 1331 David fu incoronato a Scone ed Edoardo Baliol (5), uno dei tre "diseredati", protetto da Edoardo, si mosse per riavere le sue terre. II 31 luglio 1332, alla testa di una piccola forza di armigeri e di arcieri, invase la Scozia e l'Il agosto, a Dupplin Muir, ottenne una sorprendente vittoria sul reggente. Nel frattempo Edoardo, saputo che David era entrato in trattative con Filippo, sconfessò il trattato di Northampton, marciò verso nord, assediò Berwick e, il 19 luglio 1333, sconfisse definitivamente gli scozzesi a Halidon Hill. David si rifugiò in Francia ove Filippo lo ricevette con tutti gli onori promettendogli il suo aiuto sinché le truppe inglesi non si fossero ritirate dalla Scozia. Con il peggiorare della situazione, papa Benedetto XII si fece avanti come mediatore e, nel novembre 1335, pers uase Edoardo e David a pattuire una breve tregua, atto preliminare alla composizione della disputa. Subito dopo, informò Filippo che la Crociata sarebbe stata rimandata a tempi migliori. Deluso da tale decisione, Filippo, che agognava di guidare l'avventura oltremare, ordinò alla flotta - al momento riunita a Marsiglia proprio per trasportare i Crociati in Terra Santa - di far vela verso i porti della Normandia. Lo scopo di tale mossa era quello di far pressione su Edoardo, mostrando la possibilità di un intervento a favore della Scozia. L'effetto in Inghilterra fu immediato. II parlamento vi vide una minaccia d'invasione e nel settembre 1336 votò i finanziamenti necessari a metter il paese sul piede di guerra e, nello stesso tempo, ordinò alla flotta di (3) "Chronicles" dì Froissart, trad. ing. di T. Jones (1854), Vol. l, pag. 45. (4) In Scozia (N.d.T.) (5) Figlio di quel Giovanni Baliol che, nel 1292, era stato imposto sul trono di Scozia da Edoardo l.
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concentrarsi nella Manica. In ritorsione, Filippo inviò truppe ai confini della Guienna e, il24 maggio 1337, fece il passo decisivo: dichiarò confiscata quella provincia. Nel frattempo, un fatto di secondaria importanza veniva ad incidere sul precipitare degli eventi. Nel 1332, Roberto di Artois, cognato di Filippo, accusato di aver avvelenato la moglie, era stato spogliato dei suoi beni e bandito. Inizialmente aveva trovato rifugio a H ainault ma, avendo Filippo dichiarato che avrebbe preso le armi contro chiunque gli avesse dato asilo, era poi passato in Inghilterra. Ricevuto con onori regali da Edoardo, egli aveva incitato il re a muovere contro Filippo dopo aver reclamato i suoi diritti alla corona di Francia. Edoardo, quale duca d'Aquitania, non poteva dare aiuto a Roberto contro il suo legittimo sovrano senza rompere il giuramento di fedeltà che lo legava a Filippo. L'unico mezzo era quello della sua pretesa dinastica. Così, il 1o novembre 1337 egli inviò l'arcivescovo di Lincoln a Parigi con un ultimatum nel quale chiamava Filippo "sedicente" re di Francia. Con tale forma di indirizzo intendeva dire che il suo "omaggio" di Amiens era stato pagato ad un usurpatore e che, quindi, non aveva alcun valore. Edoardo aveva fatto suo il terzo "round" ed il conflitto, che era nell'aria sin dal 1328, aveva raggiunto il punto critico . Non c'era nemmeno da pensare a conquistare la Francia nel senso che oggi si può dare al termine, cioè di "occupazione"; non soltanto la Francia del XIV secolo era un grande, prospero paese, ma essa aveva una popolazione di circa 20 milioni di abitanti (6), mentre l'Inghilterra, dopo la Morte Nera del 1348-1349, ne contava appena 3.700.000 (7). Tuttavia, occorre ricordare che il sistema di guerra feudale, ancora in uso in Francia, era basato su pochi combattenti selezionati e non su eserciti di massa e che, sebbene la cavalleria francese fosse numericamente superiore a quella inglese, essa era meno disciplinata e guardava ancora alla fanteria, ed al suo impiego sul campo di battaglia, come ad un insulto per il proprio onore. In confronto alla Franc:ia, l'Inghilterra era un regno molto più solido ed Edoardo poteva disporre, per il reclutamento e per il mantenimento delle sue forze armate, di un sistema finanz:iario incomparabilmente migliore. Per vincere, tutto quel che Edoardo doveva fare era di battere i cavalieri francesi, la cui tattica feudale si limitava a disarcionare l'avversario e ad imporgli la resa. La sua tattica, invece, era più moderna concettualmente e l'arco lungo, adottato da suo nonno sul modello gallese, gli consentiva di far leva sul lancio delle frecce oltre che sull'urto. Tutto considerato, la superiorità francese non era proprio tale, ma la vastità del paese non consentiva di pensare ad una sua materiale occupazione. (6) "The Cambridge Medieval History", Vol. VII, pag. 342. Il prof, Perroy (op. cit., pag. 36) stima "almeno 10- 12 milioni". (7) " British Medieval Population" di J .C. Russe! (1948), pagg. 246-260.
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Seguendo il piano adottato nel 1297 daJ nonno, Edoardo decise-- per impedire a Filippo di puntare subito sull'Aquitania-- di attaccare la Francia attraverso i Paesi Bassi, cioè da nord. Se un'alleanza con il conte delle Fiandre non era pensabile, egli ottenne, con la forza persuasiva del denaro (si dice 300.000 fiorini) quella di Giovanni III duca di Bretagna, quella di Reginaldo conte del Palatinato e del Reno, quella dell'imperatore Ludovico di Baviera e di altri. Trattati d'amicizia furono firmati con i conti di Hainault, di Gherdria, di Limburgo, di Juliers e con il duca di Bramante. Nel frattempo Luigi di Fiandra, francese di nascita, per dar prova della sua fedeltà a Filippo, aveva dislocato un forte presidio nell'isola di Cadsand, a sud di Sluys, proprio per disturbare le comunicazioni marittime inglesi con i Paesi Bassi. Edoardo lo considerò un "casus belli" ed inviò una spedizione a catturare l'isola: l'li novembre 1337, sotto la copertura di una pioggia di frecce (8), il conte di Derby e Walter Manny vi sbarcarono ed annientarono la guarnigione. La Guerra dei Cent'Anni era cominciata; doveva terminare soltanto 116 anni dopo. Per piegare al suo volere le Fiandre, Edoardo vi proibì l'esportazione della lana inglese. I Fiamminghi, allora, diedero autorità al celeberrimo Giacomo di Artevelde, capo della corporazione dei tessitori Gand, il quale ruppe con Luigi e stipulò un trattato commerciale con l'Inghilterra. Dopo questo successo, l'imperatore Ludovico denunciò il fatto che Filippo tratteneva "omaggi" di feudi appartenenti al suo legittimo re: Edoardo d' Inghilterra. Infine, l'imperatore nominò Edoardo vicario imperiale per tutte le province ad ovest del Reno. Mentre Edoardo si riempiva di debiti nell'intento di allargare il cerchio delle sue alleanze, Filippo portava la guerra sulle coste inglesi. Squadre navali con equipaggi normanni, spagnoli, bretoni e genovesi pattugliavano la Manica, tanto che, sin dall'inizio del 1336, le navi inglesi dirette in Guascogna dovevano navigare in convoglio (9). Nel 1337 furono messe a sacco le isole della Manica e l'isola di Wight, e l'anno successivo furono date alle fiamme Portsmouth, Ponsea e Southampton. Nel maggio del 1339 fu bruciata Hastings ed in luglio una flotta combinata di francesi e genovesi inflisse gravi danni a Dover, Sandwich, Winchelsea e Rye; non solo, ma essa tanto dominava la Manica che "nessun vascello poteva lasciare l'Inghilterra senza correre il grave rischio di essere catturato" (10). Le perdite più dolorose furono quelle di due grandi navi cariche di lana per le Fiandre, la "Christopher" e la "Edward". Intanto, in Guienna cadeva per assedio la città di La Penne (gennaio 1339). (8) Froissart dice: "Gli arceri riceveuero l'ordine di tendere ben bene i loro archi e di levare alte grida; al che coloro che difendevano il porto furono costretti a ritirarsi, lo volessero o no, perché la prima scarica fece gran danno e molti furono colpiti e feriti". (Vol. l, pag. 44). (9) "A History of the Royal Navy", di sir N.H. Nicolas (1857), Vol. Il, pagg. 21-22. (10) lbid., Vol. Il, pag. 36.
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Il 16 luglio dello stesso anno Edoardo, in una dichiarazione inviata al papa, rivendicava ufficialmente la corona di Francia. Quindi, dinanzi alle truppe alleate ammassate a Vilvoordun ed a Bruxelles - circa 15.000 uomini- dichiarò di non voler più pagare il suo "omaggio" a Filippo: aveva trasformato un conflitto feudale in una guerra dinastica. Dopodiché, con gran spirito cavalleresco, mosse a tutta velocità con quaranta !ance a sorprendere il castello di Mortagne, alla confluenza del fiume Scarpe con la Schelda e, fallito l'obiettivo, si impossessò di Thunl'Eveque, vicino a Cambrai. Impreparato ad una campagna autunnale, Filippo riun1 a S. Quintino i suoi baroni, mentre Edoardo avanzava su Cambresis saccheggiando a suo piacere. Quando egli ebbe raggiunto Marcoing, il 25 settembre, Filippo si era spostato con il suo esercito a Péronne da dove, ill8 ottobre, sfidò Edoardo a scontrarsi con lui in campo aperto. Ma Edoardo retrocesse a La Hamangerie, nei pressi di La Capelle, e Filippo avanzò su Buironfosse. Il 23 ottobre i due eserciti si prepararono al combattimento. Edoardo, desiderando tenere una tattica difensiva del tipo di quella riuscitagli ad Halidon Hill, non aveva alcuna intenzione di attaccare e Filippo, cui era stato detto che gli astri non erano favorev~li, attendeva l'avanzata del rivale. Il risultato fu che nessuno si mosse ed all'imbrunire Edoardo si ritirò ad Avesnes. Il l o novembre era di nuovo a Bruxelles. Così, la sua prima campagna per ottenere la corona di Francia finiva in un "fiasco" completo ma, dopotutto, senza che fosse versata una goccia di sangue. I suoi debiti erano enormi. Nel frattempo, in Guascogna, i francesi avevano catturato Bourg e Blaye e minacciavano da vicino Bordeaux. Nonostante ciò, Edoardo non era affatto scoraggiato ed il 25 gennaio 1340, per "legalizzare" la sua posizione nei confronti dei Fiamminghi, sempre assillati dal dover pagare !"'omaggio" al re di Francia, pubblicamente assunse il doppio titolo di re d'Inghilterra e di Francia ed aggiunse i gigli ai leoni sullo stemma reale (11). Le Fiandre, sollevate dai loro impegni verso Filippo, lo riconobbero come re di Francia ed egli, il 21 febbraio, tornò a Londra. Qui, il suo principale problema fu quello di trovare finanziamenti per continuare la guerra e sinché il Parlamento non glieli concesse non fu pronto a tornare nelle Fiandre, ove nel frattempo Filippo aveva preso l'iniziativa contro i suoi alleati; gli eserciti si fronteggiavano sulla Schelda. Il papa, intanto, non era stato in ozio e, su istigazione di Filippo, aveva emanato una Bolla di scomunica per i ribelli fiamminghi . Per tranquillizzarli, Edoardo scrisse loro che "la prima volta che avesse attraverso il mare avrebbe portato con sé i propri ... preti per dir loro messa, che il papa lo volesse o no" (12). (I l) Ed i gigli vi rimasero sino al 1801. (12) Froissart, Vol. I, pag. 63.
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Per impedire il ritorno del rivale sul continente, Filippo aveva riunito una potente flotta agli ordini dell'ammiraglio Hue Quieret, dell'ammiraglio Pierre Béhuchet e del "corsaro" genovese Barbanera, con il compito di controllare le coste inglesi, di bloccare la Manica e di catturare Edoardo se questi fosse stato sorpreso nel tentativo di traversarla. Saputolo, Edoardo si persuase a rimandare l'impresa sinché una flotta del pari potente non fosse stata pronta a Orwell (Harwich). Quando tutto fu pronto e soffiarono i venti occidentali, all ' una circa del pomeriggio del 22 giugno 1340, Edoardo si simbarcò sul " cog" "Thomas" (13) e la flotta prese il mare. Probabilmente essa contava 147 vascelli (14), suddivisi in tre squadre rispettivamente comandate da sir Robert Morley, dal conte di Huntingdon e dal conte di Arundel; Edoardo aveva il comando supremo. Con essa salpò una flottiglia di " gentili dame e donzelle" destinate alla corte della Regina, che era rimasta a Gand. II giorno dopo, verso mezzogiorno, agli inglesi giunti sotto le coste delle Fiandre apparve, "come una foresta di alberi maestri" (15), la flotta francese alla fonda nel porto di Sluys. In una lettera indirizzata al figlio, duca di Cornovaglia, e datata 28 giugno (16), Edoardo parla di 190 vascelli con a bordo 35.000 tra uomini d'arme ed equipaggi. Disponendo di molte ore di luce·e della marea favorevole, la flotta inglese, invece di puntare su Sluys (17), gettò le ancore nella rada di Blankenberg ed un drappello di cavalieri fu sbarcato per effettuare un'accurata ricognizione. AJ loro ritorno, questi riferirono che diciannove vascelli fran cesi erano straordinariamente grandi e che tra questi c'era il "Christopher". All'alba di sabato 24 giugno entrambe le flotte si prepararono all'azione. Barbanera, che era un " professionista del mare", premeva per l'attacco, ma i due ammiragli francesi insistettero per una difesa passiva all'interno del porto. Fu raggiunto un compromesso, secondo il quale i francesi avrebbero raggiunto l'imboccatura del porto, presso l'isola di Cadsand (18), mentre Barbanera, con i suoi galeoni, avrebbe guadagnato il mare aperto. Una volta raggiunta l' imboccatura del porto, gli ammiragli francesi, cui mancava completamente il senso del mare, schierarono le loro navi su tre linee, mettendo le più grandi a formare la prima; avendo fianchi sicuri, per esser certi che tale linea non fosse superata dal nemico, fecero stendere catene (13) Larga nave con prua e poppa molto ripide. Il vocabolo sopravvive oggi in "cockboat", una sorta di piccola imbarcazione. (14) " Genesis of Lancaster" di sir James Ramsay (191 3), Vol. l, pag. 277. (15) Froissart, Vol. l, pag. 72. (16) Per la lettera in francese e in inglese, vds. Nicolas, Vol. l, pagg. 502 e 61. (17) Adesso l'isola è stata assorbita dalla terraferma: il porto è riempito e Sluys è una città interna. (18) Anche Cadsand fa oggi pane del continente.
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e grossi cavi tra le navi che la costituivano. Sui castelli appostarono le fanterie. Con l'avanguardia c'era la "Christopher", piena di balestrieri genovesi, ed affiancate ad essa la "Edward", la "Katherine" e la " Rose", tutte e tre recentemente catturate al nemico. Anche la flotta inglese era schierata su tre linee, con le navi più grandi all'avanguardia, agli ordini di sir Robert Morley. Gli uomini d'arme erano su ogni terza nave, e queste erano intervallate ad altre due che portavano gli arcieri. Sembra che alcuni vascelli fossero armati con cannoni primitivi (19) e con catapulte. Sul retro c'era una squadra in riserva, anch'essa con arcieri a bordo; 300 uomini d'arme difendevano, infine, le navi del seguito femminile. L'iniziativa era di Edoardo ed egli attese di avere a suo favore il vento, la marea ed il sole . La battaglia di Sluys iniziò poco dopo il mezzodì (20). Al suono dei più svariati strumenti, sir Robert Morley, con il sole alle spalle, puntò direttamente sulla prima linea francese e non appena le sue navi urtarono le catene, gli uomini d'arme, coperti dagli arcieri, si lanciarono all'abbordaggio ingaggiando un terribile corpo a corpo sui ponti delle navi avversarie. Addosso a loro "piovevano" le pietre lanciate dai fanti appostati sui castelli. Subito furono catturate la "Christopher", la "Edward" e la "Rose": ammainate le loro bandiere, salirono sui pennoni quelle con i gigli ed i leoni. La "Christopher" fu subito "armata" di arcieri ed inviata contro i galeoni genovesi. I francesi combatterono con il loro consueto valore e si dice che l'intero equipaggio di una nave inglese fu ucciso; ma l'arma decisiva furono le frecce, che in molti casi fecero letteralmente piazza pulita dei ponti francesi. Sembra, ma non è certo, che qualche tempo prima della battaglia Edoardo avesse chiesto l'aiuto dei suoi sostenitori di Bruges e di altre città vicine e che questi, rispondendo all'appello, avessero attaccato il nemico provenendo dall'interno del porto di Sluys . Barbanera, vista la mala parata, puntò al largo con le sue ventiquattro navi e sfuggì al massacro . Vista la distruzione della loro avanguardia, i Francesi persero ogni speranza di vittoria e furono presi dal panico. La lotta terminò a notte fonda con la completa disfatta delle squadre francesi, 166 navi. L'ammiraglio Quieret cadde; il Béhuchet fu catturato vivo ma, riconosciuto come colui che aveva dato alle fiamme Portsmouth, fu impiccato ad un pennone. Edoardo rimase parecchi giorni a bordo del " Thomas" mentre si festeggiava la vittoria. Quindi sbarcò ed andò in processione, con i 300 preti del suo seguito, ad ascoltare la Messa nella cappella di Nostra Signora di Ardenburg, come aveva promesso ai Fiamminghi . Quindi corse a Gand a (19) Vds. Froissart, Vol. III, Pag. 492. (20) "Post horam nonam". Vds. "Chronicon Galfridi le Baker de Swinbroke", a cu ra di Edward Maude Thompson (1889) pag. 68.
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vedere la regina ed il figlio natogli nel frattempo il quale, dalla città natale, prese il nome di Giovanni di Gand. Strano ma vero, la vittoria - e tatticamente essa era stata una delle più strepitose mai conseguite dalla flotta inglese - non diede alcun impulso alla campagna sulla Schelda. Invece di sfruttarla strategicamente, come ben avrebbe potuto fare, Edoardo decise di porre l'assedio a Tournai, sembra perché questa città era una di quelle promesse ai Fiamminghi in premio per averlo riconosciuto re di Francia. Il 23 luglio egli pose il suo comando tra Courtrai e Tournai ed investì quest'ultima, mentre Filippo si fortificava tra Aire ed Armentières. Filippo non aveva fretta, gli eventi stavano volgendo a suo favore: in Guascogna la sua causa faceva proseliti e gli Scozzesi avevano ripreso Perth. L'assedio di Tournai andò avanti per due mesi e per bombardarla furono impiegati dei cannoni. Poi , a corto di denaro, Edoardo fu costretto a ritirarsi ed il 25 settembre, sia pur riluttante, firmò l'armistizio d'Esplechin, che doveva durare sino al 22 giugno 1341. L'importanza della battaglia di Sluys risiede non tanto nei riflessi che essa ebbe sulla seconda campagna di Edoardo in Fiandra- che fu un gran "fiasco" -quanto nelle sue ripercussioni sulla guerra tutta. La vittoria fu tanto assoluta che, per una generazione, diede agli Inglesi il controllo della Manica, senza il quale è molto improbabile che la guerra sarebbe durata tanto a lungo e che sarebbe stata combattuta la decisiva battaglia di Crécy. Edoardo tornò in Inghilterra il 30 novembre. Fu costretto a volgersi nuovamente a sud nel 1341 , mentre le cose in Scozia gli andavano sempre peggio. In aprile morì, senza eredi, Giovanni III duca di Bretagna e conte di Richmond in Inghilterra; ne seguì una contesa dinastica. I pretendenti erano Carlo di Blois, nipote di Filippo VI che aveva sposato la nipote di Giovanni, e Giovanni conte di Montfort, fratellastro di Giovanni III. Filippo sosteneva il primo ed Edoardo - che vedeva nella diatriba un mezzo per contrastare l'alleanza franco-scozzese con una anglo-bretone - il secondo, con il risultato che iniziò una guerra destinata ad attizzare la contesa tra Francia ed Inghilterra ed a durare vent'anni. Secondo sir J. Ramsey, ciò "rese possibile la Guerra dei Cent'Anni" (21). Sebbene Filippo non prendesse parte, almeno ufficialmente, a questo conflitto, suo figlio, il duca di Normandia e suo fratello, il conte di Alençon, si unirono al de Blois ed il 21 novembre, costretta Nantes alla resa, furono tanto fortunati da catturare il Montfort. Ma non avevano fatto i conti con la moglie di questi, che nelle parole del Froissard, "aveva il coraggio di un uomo ed il cuore di un leone" (22). Vera antesignana di Giovanna d'Arco (23), la sua eroica di.fesa del castello di Hennebont (a nord di (21) " Genesis of Lancaster", Vol. I. pag. 297. (22) Froissart, Vol. I, pag. 96. (23) Per le sue imprese, Vds. Froissart, Vol. l, pagg. 105-107.
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Lorient) fu uno degli eventi più notevoli della·guerra. Essa stimolò lo spirito cavalleresco di Edoardo il quale, nel maggio 1342, allorché la contessa era allo stremo, inviò in suo soccorso 300 !ance e 2000 arcieri agli ordini di sir Walter Manny. Questi riuscì a far togliere l'assedio, ma non fu capace di andare oltre cosicché un altro esercito accorse agli ordini del conte di Northampton e di Roberto di Artois. Roberto fu ferito a morte a Vannes ed il 30 settembre il Northampton vinse una cruenta battaglia combattuta a Morlaix. Tale successo incoraggiò tanto Edoardo che il 23 ottobre fece vela per Brest, decidendo di condurre in Bretagna la sua terza campagna. Come nella prima e nella seconda, egli andò incontro ad un inqualificabile " fiasco"; ill9 gennaio 1343, a Malestroit, fu firmata una tregua di tre anni. Entrambe le parti cercarono di trar vantaggio da quella tregua e papa Clemente VI - vedendo come le prospettive di una pace definitiva si andassero rapidamente dissolvendo - convinse i contendenti ad incontrarsi ad Avignone tra l'ottobre ed il dicembre del 1344. Quivi Edoardo, dopo aver "rilanciato" le sue pretese alla corona di Francia, passò a parlare d'affari e chiese la piena sovranità per la Guienna: in altre parole, l'affrancamento della provìncia da ogni vassallaggio . A sua volta Filippo si dichiarò disposto a restaurare il feudo d'Aquitania che, pur essendo stato confiscato, era in quel momento occupato dagli Inglesi, purché esso rimanesse in stato di vassallaggio nei suoi confronti (24). Non trovando l'accordo, la guerra riprese ed Edoardo decise di attaccare la Francia simultaneamente dalla Bretagna e dalla Guienna. Nel giugno 1345, il Montfort- che era scappato dalla Francia - ed il conte di Northampton furono inviati in Bretagna e poco tempo dopo il conte di Derby fece vela per Bordeaux. Edoardo, saputo che il regime di van Artevelde era vacillante, il 5 luglio andò a Sluys ove, il 7 dello stesso mese, si incontrò con questi. Artevelde fu assassinato durante il viaggio di ritorno a Gand. II 26 luglio Edoardo era di nuovo in Inghilterra. In settembre morì in Bretagna il de Montfort e Northampton, poco risoluto, si ritirò nei quartieri d'inverno. Derby, nel sud, ebbe maggior successo e con un'abile campagna (25) prese Bergerac e Auberoche. Dopodiché, Angouleme ed altre città gli aprirono le porte ed egli poté rientrare a Bordeaux per trascorrervi l'inverno 1345-1346. Tutte queste sconfitte indussero all'azione Filippo il quale, verso la fine del 1345, ingiunse alle truppe di Normandia, di Piccardia, della Borgogna, della Lorena, della Provenza e della Linguadoca di raggiungere Tolosa per mettersi agli ordini del duca (24) Vds. "The Hundred Years War" di Edouard Perroy, pag. 116. (25) Froissart (Vol. I, pag. 13<0) registra che agli abitanti di Bergerac Derby disse: "A chi chiederà misericordia sarà dimostrata misericordia: dite loro di aprirci le porte e di lasciarci entrare, poiché li assicuro che non hanno niente da temere né da me né dai miei".
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di Normandia. All'inizio della primavera del 1346 il duca si mosse ed in aprile cinse d'assedio il castello di Aiguillon (alla confluenza della Garonna con il Lot) tenuto da lord Stafford, da sir Walter Manny e da altri. II castello era munitissimo e l'assedio divenne subito uno dei più famosi di tutta la guerra. Esso durò sino al 20 agosto quando improvvisamente il duca lo levò; era giunta la notizia allarmante che Edoardo aveva iillziato l'invasione della Francia da nord. Derby - adesso conte di Lancaster - lasciò subito Aiguillon ormai al sicuro ed iniziò una nuova manovra diversiva per favorire Edoardo, puntando su Saintonge e sul Poitou. Al suo ritorno da Sluys, Edoardo si era subito messo all'opera per reclutare un esercito che gli consentisse di portare le operazioni in Guascogna ed avendo imparato dall'esperienza che le truppe feudali non erano adatte alla guerra continentale, decise di assoldare una forza scelta dalla Commissione di Array, come avevano fatto suo padre e suo nonno (26). I commissari compilarono quindi una lista di tutti i possidenti i quali, se fruivano di una rendita di 5 sterline, dovevano fornire un arciere; se di lO, un "hobeler" (27); quelli che ne possedevano 25, un uomo d'arme; e così su su sino ai grandi feudatari, che potevano reclutare interi reparti. Con tale sistema, lord Richard Talbot reclutò 14 cavalieri, 60 scudieri ed 82 arcieri ed il conte di Oxford 23 cavalieri, 44 scudieri e 63 arcieri (28). I proprietari terrieri che non erano idonei a servire di persona, potevano trovare un sostituto e, se non lo facevano, venivano colpiti da multe (una sterlina per un arciere; tre sterline e sei scellini per un "hobeler" e così via). Gli arcieri erano reclutati tra i borghesi (29), una classe nettamente superiori ai contadini (i Francesi, in mancanza di connazionali addestrati ad usare l'arco, dovevano ricorrere ai Genovesi o a balestrieri reclutati in vari paesi). Occorre, a questo punto, spendere alcune parole per l'arco lungo, un'arma che doveva dominare i campi di battaglia di Francia sino ad Agincourt prima di subire un rapido declino. Come abbiamo visto, esso fu introdotto dal Galles da Edoardo l. Lungo circa 2m ., di frassino o di olmo, poteva
(26) Vds. "Constitutional History of England" (1887), Vol. Il, pagg. 284-285. (27) Gli "hobelers" o "hobilars" erano fanti a cavallo, lancieri o arcieri, di lontana origine scozzese. Essi erano idonei ad una stretta cooperazione con la cavalleria. (28) "A History of the Art of War in the Middle Ages" di sir Charles Oman, Vol. Il, pag. 128. (29) Come sport nazionale, il tiro con l'arco era molto diffuso. Nel 1252, secondo il maestro d'anni di Enrico III, tutti i possidenti con un "imponibile" di 40 scellini dovevano detenere arco e frecce. l borghesi costituivano in pratica una milizia permanente di arcieri.
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scagliare frecce di circa un metro. Era molto più potente del corto arco normanno e le sue frecce penetravano anche due strati di armatura (30). Nel 1298 Edoardo I Io sperimentò, con terribile successo, contro gli Scozzesi di Wallace a Falkirk; Edoardo II non lo impiegò contro Bruce a Bannockburn e fu sconfitto. La lezione dell 'arco lungo doveva essere ben appresa nel 1332 a Dupplin Muir. Come abbiamo detto, questa battaglia fu combattuta tra i "diseredati" - Edoardo Baliol, Enrico de Beaumont ed altri - e Donald conte di Mar, reggente di Scozia. I primi disponevano di 500 cavalieri ed uomini d'arme e tra 1000 e 2000 arcieri. II secondo aveva ai suoi ordini, si dice, 2000 uomini d'arme e 20.000 fanti: ma è senz'altro un'esagerazione. Timorosi della loro tremenda inferiorità, i "diseredati" attaccarono nottetempo, ma non appena sorse l'alba ed essi scorsero il nemico avanzare in ordine di battaglia, subito presero posizione sulle pendici di una collina. Ad eccezione di 40 cavalieri, essi misero piede a terra ed assunsero un ordine falangitico., con gli arcieri schierati in prima fila sui fian chi. Quindi, si disposero a semicerchio. Mar non prestò attenzione agli arcieri, caricò il centro di Baliol e lo respinse. Immediatamente gli arcieri, dai lati, iniziarono un lancio così micidiale che gli Scozzesi, sorpresi e scompaginati, furono annientati. Allora Enrico de Beaumont ed i suoi, montati a cavallo, finirono i fuggitivi . Nel 1333 Edoardo ufficializzò questa' tattica nella battaglia di Halidon Hill ed essa, per cent'anni, rimase regola fissa della "dottrina" militare inglese. Edoardo passò in rassegna l'esercito a Portsmouth. Secondo sir J. Ramsey, la forza assommava a 3580 arcieri delle Contee del Trent, con 100 provenienti dalla Contea di Chester; 3500 Gallesi, metà arcieri e metà alabardieri; 2743 "hobelers" e 1141 uomini d'arme; con gli ausiliari, circa 10.000 uomini (31). Quest'esercito "d'élite" era organizzato, inquadrato e pagato dal re. Dal punto di vista della tattica, era superiore a quello francese, riuscendo ben a combinare il lancio delle frecce con l'urto. Edoardo si basava su pro-
(30) In un processo celebratosi nel 1550 dinnanzi a Edoardo VI, frecce scagliate per prova perforarono tavole di legno ben stagionato dello spessore di l pollice ("Archery" Biblioteca Badmington, pag. 431). La gittata era di circa 250 yarde. Shakespeare parla di 280-290 yarde come di una memorabi le impresa. (''Enrico IV"), parte II, atto 3°, scena Il). Nel 1798, 1856, 1881 e 1897 venivano raggiunte con l'arco lungo gittate di 340, 308,286,290 e 310 yarde rispettivamente. (31) "Genesis of Lancaster", Vol. I, pag. 319. L'Oman, in "History of the Art od War" , Vol. II, pag. 130, dice che si trattava di 12.000 fanti e di 2400 cavalieri. Ferdinand Lot, in "l'Art Militaiie et les Armées au Moyen Age" (1946), Vol. l, pag. 345, accetta le cifre di Ramsay.
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cedimenti difensivi, al contrario di Filippo; mentre il primo impiegava gli arcieri per disunire e demoralizzare l'avversario, per poi annientarlo con l'urto, il secondo usava soltanto, dall'inizio alla fine, l'urto della cavalleria mediante cariche successive che, tuttavia, diventavano sempre più caotiche. Poiché gli uomini a cavallo raramente avevano un ruolo decisivo durante la prima fase del combattimento - quella rivolta a "rompere" le formazioni avversarie e demoralizzarle - normalmente Edoardo faceva smontare il nerbo dei suoi uomini d'arme e con essi formava una falange, che doveva sia fronteggiare l'attacco della cavalleria avversaria sia proteggere gli arcieri. L'ordjne di battaglia normalmente prevedeva tre "divisioni" , due appiedate, avanzate, con un intervallo tra di loro, ed una arretrata, con gli uomini a cavallo o pronti a montarvi, tenuta in riserva. Gli arcieri si schieravano "en herse" (32) ai fianchi delle due "divisioni" avanzate, formandovi cioè con queste degli angoli verso l'avanti, come si vede dal disegno; le estremità esterne, quando possibile, si appoggiavano ad un ostacolo, quale un bosco, un fiume o un villaggio.
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(32) Vds. "Batdes of Englisb History" di Hereford B. George (1895), pag. 62. Benché "herse" in francese signjfichi "erpice" (o "saracinesca", quando si parla di fonificazioru, N.d.T.), George souolinea che la parola inwca anche " i sostegni per seue candele usati in chlesa, nei quali quella centrale costituisce il vertice e quelle laterali sono gradualmente più basse".
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Per proteggersi, quasi sempre gli arcieri portavano al seguito delle assi o dei pali che conficcavano nel terreno dinanzi alle loro posizioni. Proprio a causa di questi ostacoli e delle loro micidiali frecce, la cavalleria francese usualmente evitava gli arcieri e tendeva a caricare gli uomini d'arme appiedati, così offrendo il fianco scoperto agli arcieri, proprio come era avvenuto, l'abbiamo visto, a Taginae nel 552. Ma c'era un'altra ragione per attaccare soltanto gli uomini d'arme: secondo il codice cavalleresco non era dignitoso per un cavaliere attaccare un fante, perché i fanti, ai fini del riscatto, valevano poco o niente. Essi, usualmente, venivano sgozzati dopo la vittoria, per impedire che, sbandati, si dessero al brigantaggio; nel XIV secolo l'uso di far prigionieri era sconosciuto! Mentre preparava la sua spedizione militare, Edoardo lanciò una campagna propagandistica basata sul fatto che "Filippo minacciava di corrompere la lingua inglese". Un tal documento fu indirizzato al Provinciale dei Frati Predicatori affinché fosse letto dal pulpito. Quindi Edoardo respinse un tentativo di papa Clemente VI per preservare la pace, il che tolse ogni dubbio a Filippo circa l'imminente invasione della Francia. Questi, allora, scrisse a re David di Scozia pregandolo di non perdere una simile favorevole occasione per attaccare l'Inghilterra. L' 11 luglio 1346 la spedizione prese il mare. Secondo il Froissard, la destinazione era la Guascogna (33); ma durante la traversata della Manica un rifugiato normanno, Goffredo di Harcourt, convinse Edoardo "che era più vantaggioso sbarcare in Normandia", perché la provincia era "una delle più fertili del mondo" e perché "i Normanni non sono addestrati all'uso delle armi" e "tutti i cavalieri sono con il duca davanti ad Aiguillon" (34). Edoardo seguì il consiglio ed ordinò alla flotta di far vela per St. Vaast-la-Hogue, sulla penisola di Cotentin. È impossibile dire quale fosse il disegno strategico di Edoardo; ma, come sottolinea sir C. Oman, la condotta della campagna di Crécy non mostra alcuno schema razionale ed è possibile concludere che la spedizione fu nient'altro che "un'avventura cavalleresca" e una "provocazione per il re di Francia" (35). Il giorno successivo, 12 luglio, Edoardo gettò l'ancora a La Hogue e vi rimase per i sei giorni necessari a sbarcare l'esercito. Il 18 luglio marciò su Volonges e proseguì quindi sino ad arrivare, il 26, a Caen, ove saccheggiò la città indifesa. Il re ordinò di portare a bordo delle navi - che nel frattempo dovevano aver raggiunto il delta del fiume Ome - i feriti ed il (33) Froissart scrive: "Il re d'Inghilterra, avendo sentito che la sua gente nel castello di Aiguillon era duramente ljttaccata, decise di condurre un grande esercito in Guascogna" (Vol. l, pag. 150). (34) Ibid., Vol. l, pagg. 151 -152. (35) "A History of the Art of War in the Middle Ages", Vol. Il, pag. 131
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bottino, ma ebbe la sorpresa di sapere che gli equipaggi, ammutinatisi, avevano fatto vela per l' Inghilterra (36). Questo gravissimo atto di indisciplina pose Edoardo dinanzi ad un difficile problema strategico. Senza una linea di comunicazioni, egli non poteva restare dov'era; volgere a sud per ricongiungersi con il conte di Lancaster avrebbe significato scontarsi con l'esercito, superiore al suo, del duca di Normandia, che stava marciando verso nord; unica soluzione rimaneva quella di portarsi verso est, nelle Fiandre, per stabilirvi una base operativa. Partì da Caen il 31 luglio e, per Lisieux e Brionne, giunse a Elboeuf il 7 agosto. Trovato distrutto il ponte di Rouen, risalì la riva sinistra della Senna per trovare un passaggio. lll3 agosto era nei pressi di Parigi. Mentre i Francesi lo controllavano dalla riva destra del fi ume, il paese da lui percorso veniva saccheggiato selvaggiamente. Raggiunto Poissy e riparato il ponte, superò ilfiume il 16 agosto puntando su Grisy. Filippo non aveva fatto niente per impedirlo e, con costernazione della popolazione di Parigi, si era ritirato a St. Denis. Da Grisy, a marce forzate, Edoardo raggiunse il 21 agosto Airaines, dieci miglia a sud della Somme, ave i suoi esploratori gli riferirono che tutti i ponti sul fiume o erano stati distrutti o erano presidiati. Filippo era ad Amiens ed il suo esercito si rafforzava ogni giorno. Nell'impossibilità di forzare il fiume ad Abbeville, Edoardo si spinse ad Acheux, ave giunse il 23. Qui, offrì una forte ricompensa a chiunque gli potesse indicare un guado. Un uomo del villaggio di Mons-en-Vimeu, Gobin Agache, si prestò a guidare il re al guado di Blanque Taque, dieci miglia sotto Abbeville, che poteva essere attraversato con la bassa marea. Non si poteva perdere un momento, ché Filippo era molto vicino; così, Edoardo raggiunse il guado prima dell'alba del 24 agosto. Dopo aver atteso un'ora o due che la marea scendesse, fece guadare il fiume a tutto l'esercito, coperto dagli arcieri. Quella notte dormì a Noyelle, dove viveva la contessa di Aumale, sorella di Roberto di Artois; il mattino dopo riprese la marcia verso la foresta ed il villaggio di Crécy-en-Ponthieu. Nel frattempo Filippo che, inseguendolo, non aveva potuto passare il fiume allo stesso guado per la sopraggiunta marea, lo traversò al ponte di Abbeville. Arrivato a Crécy, Edoardo decise di accettare lo scontro. La ragione data dal Froissard, e cioè che egli, raggiunte le terre che costituivano l'eredità di sua nonna, voleva difenderle, può essere sufficiente nello spirito dell'era della cavalleria; ma forse egli aveva anche trovato una posizione idonea a sviluppare la sua tattica. Il dire, come fa qualcuno, che fu costretto a fe r(36) "Welsh Wars", di John Morris (1901), pag. 108. "Nel 1346 è un fatto indiscutibile ... che Edoardo 111 e ilsuo esercito venero abbandonati in Normandia semplicemente perché la flotta si dileguò con IOtale disprezzo degli ordini ricevuti ... sicché l'esercito dovette arrangiarsi alla meglio, e Crécy fu una specie d'incidente".
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marsi perché il continuare la ritirata avrebbe demoralizzato l'esercito, non può essere accettato: Crécy è a tre tappe dalle Fiandre e Filippo era indietro di una giornata. Edoardo - immaginando che Filippo sarebbe giunto dalla strada di Abbeville e che sarebbe stato costretto ad attaccare frontalmente in quanto l'unico possibile aggiramento della zona era da sinistra (il che era in contrasto con l'etichetta)- scelse u na posizione che gli consentisse la miglior applicazione della sua tattica. C'era un leggero pendio, ancor oggi rilevabile, tra i villaggi di Crécy e di Wadicourt (37). Ad est di essi il terreno discende in quella che è chiamata la Vallée des Clercs, alla cui estremità sorge il villaggio di Estrées-les-Crécy; a sud c'è quello di Fontaine-sur-Maye, poco ad ovest della rotabile Abbeville-Hesdin. Da Fontaine-sur-Maye parte un torrente, il Maye, che corre verso ovest e attraversa Crécy; a sud del piccolo corso d'acqua si stende la grande foresta di Crécy. La distanza tra Crécy e Wadicourt è di circa 3 km. L'esercito di Edoardo aveva assunto la consueta formazione, con due "divisioni" avanzate sul pendio anteriore dell'altura ad est della strada CrécyWadicourt ed una, arretrata, presumibilmente sulla strada stessa. La "divisione" avanzata a destra, quella vicina a Crécy, era al comando nominale del principe di Galles, allora un ragazzo di 17 anni; il vero comandante era Warwick, conte Maresciallo e conte di Oxford e di Harcourt. La sinistra, a sud di Wadicourt, era comandata dal Northampton, il conestabile, conte di Arundel. La retroguardia era agli ordini diretti di Edoardo con il "posto comando" presso un mulino a vento che sorgeva verso Crécy. Gli arcieri erano disposti, come abbiamo precedentemente descritto, sui fianchi della "divisioni" avanzate e negli intervalli a formare- con esse - degli angoli; le estremità erano appoggiate ai due su menzionati villaggi. Secondo il Froissard, la "divisione" del principe di Galles era forte di circa 800 uomini d'arme, 2.000 arcieri e 1.000 Gallesi; quella di sinistra, di 800 uomini d'arme e di 1.200 arcieri; la riserva, d'arme di 700 uomini e di 2.000 arcieri; in totale, 8.500 uomini (38). Potrebbe essere errata la suddivisione specifica, ma il totale- pensando che al momento dello sbarco in Normandia erano 10.000 - sembra esatto. Sul tergo della "divisione" del re, in una radura, furono sistemati i cavalli ed i carriaggi (39). Secondo quanto riporta il Villani nella sua "Storia di Firenze" e nella "Cronache di Francia", Edoardo disponeva anche di tre can(37) Ho visitato il campo di battaglia nel 1917 e, confrontando il luogo con la copia di una mappa che si suppone disegnata nel XV secolo, ho trovato pochissime differenze nell'estensione e nell'ubicazione dei villaggi. (38) Froissarl, Vol. l, pag. 163. In "L'Art Militaire, etc.", Vol. I, pag. 347, Lot dice 9.000. (39) Froissart, Vol. l, pag. 163.
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Fig. 29 - Battaglia di Crécy (1346) noni (40), che furono schierati con gli arcieri. Completato il dispositivo, Edoardo, accompagnato dai suoi due generali, ne percorse al passo la fronte, incoraggiando i soldati. Essi stavano consumando il rancio di mezzogiorno e, dopo essersi rinfrescati, formarono di nuovo l'ordine di battaglia. Quindi si sedettero per terra "con gli elmi e le armi dinanzi a loro, così da essere riposati quando il nemico avesse attaccato" (41). Nel frattempo Filippo aveva adunato il suo esercito ad Abbeville. Con lui c'erano il cieco, o mezzo cieco, re Giovanni di Boemia e suo figlio Carlo, re dei Romani; Giacomo III, re di Maiorca; Filippo, fratello di Carlo di Alençon; Filippo, nipote di Luigi di Blois; Luigi di Fiandra; Giovanni di (40) L'Oman (op.cit., Vol. Il, pag. 142) ritiene trattarsi di "ribauldequins", armi "costituite da vari piccoli tubi fissati insieme con i fori di accensione sistemati io modo che un solo passaggio della miccia li faceva sparare tutti contemporaneamente. Potevano però anche essere bombarde, armi ormai fatte di doghe di ferro, serrate da cerchi di ferro, che si caricavano dalla culatta alla quale si assicurava, mediante un bietta, il "mascolo" o "cannone" ripieno di polvere, dopo aver messo nella tromba la palla. Per far fuoco, s'accostava al focone del mascolo un'asta di ferro arroventata. (N.d.T.). (41) Froissart, Vol. I, pag. 163.
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Hainault; Rodolfo, duca di Lorena ed il meglio della cavalleria di Francia. Mai prima, nel Medio Evo, si erano visti tanti splendidi combattenti su un campo di battaglia. Secondo il Lot, i francesi erano forti di 8.000 uomini d'arme che disponevano del sostegno di 4.000 fanti, ivi incluso un corpo di balestrieri genovesi agli ordini di Odone Doria e di Carlo Grimaldi. Anche gli uomini d'arme francesi erano schierati su tre "divisioni", la prima al comando del re di Boemia e dei conti di Alençon e di Fiandra; la seconda, del duca di Lorena e del conte di Blois e la terza del re Filippo e del re dei Romani. Non essendo certo del "dove" fossero gli Inglesi, alle prime luci del 26 agosto Filippo mosse lungo la strada Abbeville-Hesdin, mandando in avanscoperta lord Moyne di Bastleberg con tre cavalieri. AI suo ritorno, Moyne informò il re che Edoardo aveva preso posizione a Crécy e suggerì di fermarsi e di passare al bivacco la notte in maniera di consentire alla retroguardia di serrare sotto; l'intero esercito avrebbe potuto attaccare il mattino successivo. Filippo diede gli ordini in tal senso. Quindi, scrive il Froissard: "Quelli che erano in avanti di fermarono; ma quelli che venivano dietro dissero che non si sarebbero fermati sinché non avessero raggiunto i reparti più avanzati. Quando i primi si sentirono premuti dal dietro, avanzarono e né il re, né i generali riuscirono a fermarli ed essi marciarono in disordine sinché giunsero alla vista del nemico. Come l'avanguardia si accorse degli Inglesi, retrocedette in disordine, gettando allarme in quelli che venivano dietro ... Tutte le strade tra Abbeville e Crécy eranQ piene di soldati che, ancora non visti del nemico, sguainando le spade, gridavano 'addosso! addosso!. .. ' Nessuno può immaginare la confusione che c'era ... " (42). L'ora del vespro (le 18.00) era passata quando il cielo si oscurò improvvisamente e cadde una scroscio di pioggia battente accompagnata da lampi; e prima della pioggia, un gran volo di corvi passò sopra i reparti. Improvvisamente come era venuto, il temporale cessò ed il sole tornò a splendere in faccia ai Francesi ed alle spalle degli Inglesi (43). Nel frattempo i Genovesi, riordinatisi, si erano lanciati avanti e cominciavano a scendere nella Vallée des Clercs. Avvicinandosi agli Inglesi, lanciarono un urlo terribile "per spaventarli", ma il nemico non si mosse. Allora gridarono di nuovo, e di nuovo gli Inglesi rimasero immobili. Alloro terzo grido, gli arcieri inglesi avanzarono di un passo e lanciarono le loro frecce con tale forza e velocità che sembrava nevicasse. Allorché i Genovesi ne furono colpiti (e le frecce trapassavano le loro armature!) si fermarono, gettarono le loro balestre ed iniziarono a retrocedere. Vedendo la scena, il re di Francia si mise a gridare: "Uccideterni quei furfanti che stanno bloccando la strada ... " (44). (42) Froissart, op. cit., Vol. l, pag. 164. (43) Ibid., Vol. I, pagg. 164-165. (44) Ibid., Vol. I, pagg. 165-166.
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Gli arcieri inglesi continuarono a lanciare e le frecce, adesso, raggiungevano i cavalieri, ed i cavalli feriti galoppavano in mezzo alla calca dei Genovesi; la cavalleria francese, allora, cercò di aprirsi un varco verso l'avanti, colpendo con la spada i fuggitivi che ostruivano il passaggio. Gli arcieri, quindi , aggiustarono il tiro sugli uomini d'arme e non sbagliavano un colpo, trafiggendo elmi, armature, uomini e cavalli. "Così cadevano i cavalieri della prima divisione francese, quasi senza vedere gli uomini che li colpivano" (45). Dopo esser stati respinti, essi non tentarono neppure di lasciare libero il campo alla seconda "divisione", con il risultato che questa, ancor prima di poter caricare, era già nel più completo disordine. Il re di Boemia cadde. Non appena gli uomini d'arme retrocedettero, si fecero avanti i Gallesi di Edoardo i quali, con i lunghi coltelli che impugnavano, "finirono conti, baroni, cavalieri e scudieri". Il che esasperò il re d'Inghilterra (46): non c'è riscatto per gli uomini morti! È interessante leggere nell'opera del Froissard che, nell'assalto portato dai conti di Alençon e di Fiandra, gli uomini d'arme francesi che erano riusciti ad evitare le frecce degli arcieri (47) vennero trascinati dai loro cavalli a piombare sulla "divisione" inglese appiedata. Ciò avvenne in particolare sulla destra dello schieramento del principe di Galles e Warwick mandò a chiedere aiuto al re, che si trovava al mulino. Saputo che il principe era in pericolo, Edoardo disse al messaggero: " ... torna da chi ti ha mandato e digli di non chiedere niente, per oggi, e di lasciare che il ragazzo se la cavi da solo ... " (48). Tuttavia, mandò l'arcivescovo di Durham con trenta cavalieri a dar man forte alla "divisione" di suo figlio. Probabailmente non ne mandò di più perché in quel momento stava vedendo la "divisione" di Northampton effettuare una conversione a destra per prendere sul fianco i Francesi che attaccavano il principe di Galles. Come i Francesi furono respinti, fu la volta di Filippo di farsi avanti con la riserva; il risultato fu soltanto quello di aumentare la confusione. Dall'inizio alla fine, gli Inglesi contarono quindici assalti portati contro di loro; la notte era ormai fonda. Tutta la battaglia si era svolta senza che i Francesi seguissero un qualsiasi piano: ogni drappello di cavalieri aveva una sola idea, quella di serrare sotto il nemico e caricarlo. Questo fu il motivo principale della confusione che caratterizzò, dall'inizio alla fine, la battaglia. Di inseguimento nemmeno a parlarne. Edoardo tenne gli uomini all'erta tutta la notte ed all'alba, allorché si fecero avanti "le giovani leve" di Beauvais e di Rouen, che non avevano capito che la battaglia era perduta, ne ebbe facilmente ragione. Nel frattempo Filippo, ferito da una freccia (45) Citato da Oman, "A History of the Art of War, etc.", Vol. I, pag. 143. (46) Froissart, Vol. l, pag. 166. (47) Ibid., Vol. l, pag. 166. (48) Ibid., Vol. l , pag. 167.
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ed avuta la cavalcatura abbattuta sotto di lui, era stato convinto a lasciare il campo. Galoppò sino al castello di Broye, ove giunse a mezzanotte; rinfrescatosi, rimontò a cavallo e corse ad Amiens. Era ormai l'alba. Quando, al mattino del 27 agosto, anche l'ultimo francese fu scomparso, Edoardo consentì ai suoi uomini di rompere le righe per dedicarsi alla spoliazione dei caduti.Fu allora che, tra gli uccisi, furono trovati il re di Boemia, il duca di Lorena, i conti di Fiandra, di Alençon, di Auxerre, di Harcourt, di Sancerre, di Blois, di Grandpré, di Salm, di Blamont, di Forez ed altri 1542 cavalieri. I soldati semplici uccisi furono più di 10.000, mentre le perdite inglesi furono insignificanti: due cavalieri, uno scudiero, circa 40 tra uomini d'arme ed arcieri e qualche dozzina di Gallesi (49). Lunedì 28 agosto Edoardo avanzò da Crécy a Montreuil e da qui su Calais, davanti alla quale giunse il 4 settembre. La fortezza era circondata da un duplice ordine di mura e da fossati colmi d'acqua, così da non poter essere assaltata. Allora Edoardo, padrone della Manica, decise di porre un blocco navale alla cittadella segnandone, così, il destino. Filippo era tanto demoralizzato dalla sconfitta che per sei mesi non prese iniziativa alcuna; e, come se non bastasse, il 17 ottobre 1346 re David di Scozia - che, per aiutarlo, aveva invaso l'Inghilterra ed era giunto sino a Durham - fu battuto definitivamente e catturato a Neville's Cross. II duca di Normandia non apparve sul campo sino al giugno 1347 ed il 27 luglio si avvicinò a Calais. Ma, trovate le posizioni di Edoardo troppo forti per essere attaccate, sei giorni dopo si ritirò; il4 agosto la fortezza si arrese. 1128 settembre fu firmata una tregua generale ed il12 ottobre Edoardo rientrò in Inghilterra. Calais fu l'unica conquista strategica della campagna e, come gli eventi dimostrarono, l'unica vera conquista inglese dell'intera Guerra dei Cent' Anni . Certo, era importantissima, come Io sarà, nel futuro, quella di Gibilterra. Edoardo fece di essa un'imprendibile piazzaforte ed un fiorente centro di commerci, ordinando che fosse l'unico ingresso in continente per le merci provenienti dall'Inghilterra. Non soltanto la fortezza costituì, per lui e per i suoi successori, una testa di ponte in Francia ma, come mette in rilievo il generale Wrottesley, fintanto che essa fosse stata in mani inglèsi, nessuna invasione dell'iso1a poteva esser tentata; almeno sino all'invenzione della nave a vapore (50). Essa vi rimase per duecento anni e finché non fu perduta per opera del duca di Guisa, nel 1558, prevenne ogni serio tentativo di invasione. Ma l'importanza maggiore della battaglia di Crécy risiede nel fatto che essa fece dell'Inghilterra una potenza militare. Il prestigio de(49) Queste cifre sono assolutamente inattendibili. (50) "Crécy e Calais", del maggior generale on. George Wrottesley ("Collections for a History of Staffordshire", 1897), Vol. XVIII, pag. 57.
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gli Inglesi quali combattenti divenne così alto che essi non potevano non conservarlo. Come sottolinea sir C. Oman, le vittorie contro il Galles e la Scozia suscitavano ben poco scalpore sul continente e quelle, contro i Francesi, di Enrico lli e di Edoardo I avevano portato soltanto un barlume di gloria (51). Ma Crécy fu una rivelazione, non soltanto per i Francesi, ma per gli stessi Inglesi: i primi rimasero att6niti, i secondi se ne ubriacarono. La sua importanza nella storia sta nel fatto che diede moralmente inizio alla Guerra dei Cent'Anni, un conflitto che sarebbe durato finché un'altra "débacle" morale non ne avesse provocato la conclusione.
(51) "A History of the Art of War, etc.", Vol. Il, pag. 146.
CAP ITOLO XVII
Il tramonto del Medio Evo
Quadro storico I cento anni che seguirono alla battaglia -di Crécy videro il tramonto del Medio Evo e l'inizio del Rinascimento; tra le molteplici cause di questo mutamento, due, importanti, possono essere individuate nella Morte Nera e nella scoperta della polvere da sparo. La prima - probabilmente trattavasi di peste bubbonica- venne dall'Oriente nel1347 ed infierì a più riprese durante la seconda metà del XIV secolo. Secondo l'Hecker, essa falcidiò un quarto della popolazione d'Europa. Le ripercussioni furono catastrofiche: non soltanto la società fu presa dal panico, ma la stessa civilizzazione vide un rapido collasso. Furono esaltate la stregoneria e la magia; un'ondata di misticismo e di dubbio percorse l'Europa ed il sistema medievale di agricoltura fu reso inoperante dalla mancanza di bracCia. Conseguenze dirette furono l'aumento incessante di richiesta di mano d'opera salariata e l'estensione della servitù della gleba: il reddito del denaro veniva a soppiantare quello della terra. Secondo il col . Hime (' 'The Origin of the Artillery' ', 1915), la prima formula per la manipolazione della polvere da sparo è reperibile nell'opera "Epistolae de Secretis Operibus Artus et Naturae et de Nullitate Magiae" di R. Bacone (1214-1292), scritta nel1249. Ma in tale scritto non c'è niente che lasci intendere l'impiego della polvere nelle armi da fuoco e, così, rimane sconosciuto colui che per primo ha pensato di lanciare una palla per mezzo di un tubo metallico facendovi esplodere una carica. Sembra che il più antico documento che fa menzione del cannone sia arabo, datato 1304. Altri due documenti, datati 1313 e 1314, si trovano a Gand e, ancora, il disegno di un cannone primitivo, detto "pot-de-fer", è visibile in un manoscritto del 1326 adesso conservato nella Chiesa di Cristo a Oxford. Sembra che queste armi primitive siano state usate nell'assedio di Metz nel 1324 e, nel D27, da Edoardo III in Scozia.
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Secondo sir C. Oman, è del 1339la prima menzione di un'altra arma da fuoco, detta "ribauldequin", una primitiva mitragliatrice costituita da diversi tubi di ferro capace di far fuoco simultaneamente. Tale arma fu impiegata da Edoardo III nella guerra contro la Francia e nel 1387 ne fu costruita una a 144 canne che, raggruppate in "batterie" di 12, consentivano di effettuare 12 salve di 12 palle ciascuna. Considerando la rozzezza della meccanica del XIV secolo ed i preconcetti religiosi di quel tempo, il progresso delle armi da fuoco fu veramente rapido. Nel1340 si parla di una fabbrica di polvere ad Augsburg e se Edoardo III non impiegò il cannone a Crécy- come qualcuno dubita- certamente esso fu usato nello stesso anno 1346 all'assedio di Calais. Si ha menzione di 928 palle di ferro stivate nell'arsenale di Bologna nel 1391. Prima della fine del secolo, fu possibile costruire bombarde del calibro di 25 pollici (63,5 cm.) come la "Dulie Griete", ancora oggi visibile a Gand. E circa in quel momento lo "scoppietto" - di cui si ba la prima notizia nel 1346 - fu adottato su larga scala. Si trattava di un piccolo cilindro che, fissato ad un manico diritto, poteva esser trasportato ed impiegato da un solo uomo. Pesava circa IO libbre (4112 kg), faceva fuoco mediante l'accensione di una carica attraverso un focone e la palla era di piombo. Normalmente lo si usava da dietro un riparo. Verso la fine del XV secolo lo "scoppietto" scomparve per dar luogo ad un'arma simile, ma provvista di un cane e di un acciarino. Inventata, sembra, in Germania, si diffuse rapidamente: era l'archibugio (1), la prima vera arma da fuoco in dotazione alla fanteria. Con l'introduzione della polvere da sparo, la guerra entrò nell'era della tecnologia. Il valore dovette cedere il passo alla meccanica: colui che deteneva l'arma superiore diveniva il nemico più pericoloso, senza riguardo al suo stato sociale o al suo coraggio. Come dice il Carlyle, la polvere da sparo è quella che ba fatto "tutti gli uomini ugualmente grandi". Essa, si può dire, "democratizzò" la battaglia. E così, mutando le caratteristiche della guerra, la polvere da sparo mutò anche lo stile di vita medievale (cristiano). 11 desiderio di ottenere la perfezione nelle armi da fuoco ed il modo di difendersi contro di esse, diede vita a tutto uno spirito di ricerca che pervase ogni campo. Fu la polvere da sparo, più che il contatto con l'Islam durante le Crociate, che portò al Rinascimento, perché essa spazzò via, fisicamente e spiritualmente, l'ordine medievale. La guerra vista come una prova di valore morale da far risaltare attraverso il combattimento, che la Chiesa arbitrava nel nome di Dio, gradualmente lasciò il posto ad una nuova certezza: la guerra è il mezzo che tende ad un fine politico, per il quale la potenza è il fattore decisivo. "Secolarizzata" la guerra, la pace fece altrettanto, l'idealismo cedette {l) "Hakenbiische" in tedesco, "arquebuse" in francese, "caliver" in inglese.
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il passo al realismo ed alla Hne del XV secolo troviamo valorosi soldati, quali i "condottieri" Gian Paolo Vitelli e Prospero Colonna, affermare che "le guerre sono vinte dall'industria e dall'astuzia piuttosto che dallo scontro delle armi". La polvere fece saltar in aria i concetti feudali e gli ideali di tutta un'epoca. Con il diffondersi delle armi da fuoco portatili, cessò il medievale disprezzo per le truppe a piedi e l'importanza tattica del fante si innalzò allivello di quella degli uomini d'arme a cavallo. Ma tutti questi mutamenti non cominciarono a divenir tangibili sino alla fine della Guerra dei Cent'Anni e quelli derivanti dalla Morte Nera non riuscirono affatto a sopire la rivalità tra Inghilterra e Francia. Così, nonostante gli sforzi del Papa per tramutare le successive tregue in pace duratura, la guerra scoppiò di nuovo nel 1355. Quell'anno Edoardo, principe di Galles, detto "il Principe Nero", mosse al saccheggio della Linguadoca. Nel frattempo Filippo VI era morto (22 agosto 1350) e suo figlio ed erede Giovanni, duca di Normandia ed ora Giovanni II di Francia, si accinse ad impedirglielo. Il 17 settembre 1356, alla testa di un esercito superiore, questi si scontrò con il Principe Nero sul campo di Poitiers, fu sconfitto e catturato. Fu firmata la tregua di Bordeaux. Priva del suo re, la Francia era paralizzata e, nel 1358, la nobiltà represse nel sangue una rivolta di contadini nota come "la Jacquerie". Nel marzo 1359 Giovanni, per riottenere la libertà, si dichiarò disposto a cedere ad Edoardo tutta la Francia Occidentale, dalla Guienna a Calais; ma non ottenne niente e la guerra tornò a divampare. Nella primavera del 1360 Edoardo apparve dinanzi a Parigi. Non sapendo bene quale dovesse . essere il passo successivo, egli decise di dar ascolto allegato papale che supplicava la pace; ne derivarono la Convenzione di Brétigny ed il Trattato di Calais. Secondo i termini di quest'ultimo, firmato il24 ottobre, la Normandia veniva assegnata alla Francia mentre l'Aquitania, estesa su nuovi confini, all'Inghilterra, assieme a Calais e al Poitou. Giovanni comprò la sua libertà al prezzo di tre milioni di corone d'oro; Edoardo rinunciò al titolo di re di Francia. Il sollievo, per i Francesi, fu immenso, ma gli eserciti non si erano ancora messi sul piede di pace che la Francia divenne preda di bande di soldati congedati, detti "le Compagnie". Carlo V- che era succeduto a Giovanni II nell'aprile del 1364- affidò il compito di inquadrarle a Bertrando di Guesclin, un rude valoroso soldato che si era guadagnato buona fama in Bretagna. Egli radunò le Compagnie e valicò i Pirenei per dare aiuto a Don Enrico di Castiglia nella sua contesa contro Don Pietro il Crudele, a sua volta aiutato dal Principe Nero. Nella guerra che ne seguì, le Compagnie furono quasi del tutto sterminate. Libero da questo problema interno, Carlo si diede da fare per ribaltare il Trattato di Calais. Innanzi tutto ristabilì la legge e l'ordine nel regno; poi
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ristrutturò l'esercito diffondendo l'impiego dell'arco ed incrementando il parco di artiglieria; quindi fece sistemare le mura di Parigi e di altre città; infine, riorganizzò completamente la marina affidandone il comando a Jean de Vienne. In campo diplomatico, fece un "colpo" che doveva avere conseguenze proiligiose: nel 1369 combinò il matrimonio di suo fratello Filippo l'Ardito, duca di Borgogna, con Margherita, figlia ed erede di Luigi di Male, conte di Fiandra. Con la cerimonia nuziale, le Fiandre entravano nella sfera d'influenza della Francia. Nel 1368 la tensione ridi venne acuta e quando Carlo V diede il suo aiuto ad una rivolta anti-inglese in Guascogna, Edoardo Ill riassunse il titolo di re di Francia. Per fronteggiare la minaccia, Carlo nominò il di Ouesclin conestabile di Francia. Questi rifiutò lo scontro in campo aperto e, conducendo una campagna di logoramento, riconquistò il Poitou e la Bretagna. Tale conquiste portarono ad un'altra tregua, stipulata nel 1375, cui seguì la morte dei principali protagonisti della guerra: il Principe Nero nel giugno 1376, Edoardo nel giugno 1377, il di Guesclin nel luglio 1380 e Carlo nel sertembre successivo. A questa data, i possedimenti inglesi in Francia erano ridotti a Calais, Cherbourg e Brest nel nord e all'Aquitania nel sud. Poco più di quelli che erano nel 1336! La Francia, pur devastata, era più forte di prima e nella lunga lotta si era radicato nel popolo il sentimento nazionale. Dopodiché- soprattutto a causa della minore età di Riccardo II (1377-1400), figlio del Principe Nero, e di Carlo VI (1380-1422), figlio di Carlo V, l'uno di tredici anni e l'altro di dodici - entrambi i Paesi furono preda di rivolte e di lotte tra fazioni contrapposte. Nel giugno 1381, in Inghilterra, i contadini, guidati da Wat Tyler, si ribellarono e l'anno successivo scoppiarono disordini a Parigi e nelle Fiandre. ln quest'ultimo caso, Luigi di Male chiese l'aiuto di Filippo l'Ardito di Borgogna, che annientò i Fiamminghi a Roosebeke il 27 novembre 1382. Nel 1384 morì Luigi di Male e Filippo l'Ardito divenne conte di Fiandra. Nel frattempo Carlo VI era impazzito e la Borgogna era divenuta la più potente tra le province francesi; per scongiurare un intervento inglese in Fiandra, Filippo combinò il matrimonio di Riccardo II con la figlia di Carlo, una bambina di sette anni. Durante la festa di nozze, il 12 marzo 1396, fu stipulato un proseguimento della tregua per ventotto anni. Con la fine della guerra, i reparti regolari costituiti dai cavalieri di Francia volsero all'est per combattere i Turchi e Giovanni Senza Paura, figlio del duca di Borgogna, fu disastrosamente sconfitto il 28 settembre 1395 a Nicopoli, sul Danubio. Intanto la crescente rivalità tra Filippo l'Ardito e Luigi duca d'Orléans, fratello più giovane di Carlo VI, era stata acuita dal Grande Scisma (1378-1417) che divise la Chiesa in due campi opposti. Nel 1367, Urbano V, per sottrarsi alle bande di briganti che scorazzavano nel meridione della
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Francia, era tornato a Roma. Morto nel 1370, gli era succeduto Gregorio IX che, nel 1376, aveva abbandonato Avignone per rientrare a Roma. Allorché, nel 1378, gli era succeduto Urbano VI i cardinali, influenzati dalla Francia, lo avevano ricusato eleggendo un "anti-papa", Roberto di Ginevra, che aveva assunto il nome di Clemente VII (2). Francia, Scozia, Savoia, Castiglia ed Aragona si erano schierate con Clemente, mentre l'Inghilterra, la Boemia, l'Ungheria ed il Portogallo con Urbano. Urbano morì nel 1389 e gli succese Bonifacio IX; nel 1394 anche Clemente morì ed il suo posto fu presto preso da uno spagnolo, Benedetto XIII. Tutta l'Europa era scossa da questa interminabile contesa. Nello stesso periodo, radicali mutamenti occorrevano in Inghilterra, ove i "Pollardi", seguaci deUe dottrine di Wycliffe (1324-1384) , preparavano il terreno per la Riforma. Dall'Inghilterra, il loro "credo" si propagò in Boemia, paese famoso per le sue eresie puritane, ove influenzò Giovanni Hus (1369-1415), i cui seguaci diedero luogo alle feroci Guerre Hussite (1419-1436) durante le quali- agli ordini di Jan Zizka- ottennero una vittoria decisiva a Deutschbrod nel 1422 e, dopo la morte di questi, altre vittorie ad Aussig nel 1426 ed a Taus nel 1431. In tali vittorie giuocò un ru·oJo di grande rilievo il "Wagenburg", un carro corazzato equipaggiato con artiglieria. Le Guerre Hussite portarono ferro e fuoco nel cuore dell'impero, già indebolito dalle guerre d'indipendenza della Svizzera che, iniziate nel 1307 con la Lega dei Tre Cantoni, avevano messo in luce l'affermarsi di una nuova formidabile fa nteria. Composta in gran parte di "picchieri", essa aveva sconfitto le " leve" feudali degli Asburgo a Morgarten nel1315, a Sempach nel1385 ed a Nafels nel 1388. "Visti quei successi - commenta il col. Lloyd nella sua "A Review of the H istory of Infantry" - è vano affermare che l'uso delle armature e delle armi è riservato, da Dio e dalla natura, ad uomini di qualità superiore". Allorché, nell'aprile 1404, Giovanni Senza Paura succedette al padre Filippo l'Ardito, la Francia era nelle mani del duca d'Or1éans. Giovanni denunciò il malgoverno dell'Orléans, assediò Parigi e sebbene ne seguisse una pubblica riconciliazione tra i due, il loro antagonismo non cessò, tanto che nella notte sul24 novrembre del1407 il duca fu assassinato. Per la Francia fu un colpo fatale, che aprì un incolmabile solco tra le due fazioni, quella dei Borgognoni e quella degli Orleanisti, o Armagnacchi, come si facevano chiamare. Paurosi eccessi si verificarono da entrambe le parti sinché, nel 1411, ciascuna fazione chiese l'aiuto dell'Inghilterra; gli Armagnacchi nel 1412 offrirono ad Enrico IV , che aveva spodestato Riccardo II nel 1399, l'intera Aquitania in cambio del sostegno alla loro causa. Ma niente ne seguì; perché il20 marzo 1413 Enrico IV morì e la corona passò a suo figlio Enrico V, nato nell'agosto 1387. (2) Da non confondere con Clemente VII (Giulio de' Medici), 1523-1534.
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Enrico V era un uomo di immensa ambizione il quale, anziché capire che la pace all'esterno era essenziale per poter rinsaldare, all'interno, la dinastia dei Lancaster, decise di trarre vantaggio dalla contesa che divideva i Francesi per far rivivere le pretese di Enrico III al trono di Francia. Perseguendo tale scopo, nel maggio del 1413 si alleò con il duca di Borgogna, pattuendo una lauta conc~ssione di territorio in cambio della sua neutralità; egli era così libero di muovere alla conquista della Francia. Enrico radunò a Southampton un esercito di circa 6000 uomini e, il 13 agosto 1415, sbarcato nei pressi della foce della Senna, assediò Harfleur, che capitolò il 22 settembre. Quindi puntò su Calais, traversò la Somme e ad Agincourt si scontrò con un esercito francese reclutato quasi interamente dalla fazione degli Armagnacchi. Questo era agli ordini del conestabile Carlo d' Albret, dei duchi d'Orléans, di Bourbon, di AlencQn e di Bar e dal maresciallo Boucicault. 1124 ottobre la battaglia di Agincourt si risolse, come quelle di Crécy e di Poitiers, in una completa disfatta per i Francesi. Molti notabili francesi, tra cui il conestabile, tre duchi e sette conti caddero sul campo mentre molti altri, e tra questi il duca d'Orléans, furono presi prigionieri. Da Agincourt, Enrico marciò s u Calais e, da qui, rientrò in Inghilterra. In quel momento l' imperatore Sigismondo, ansiosi di unire tutta l'Europa per combattere i Turchi, provò a mediare tra Enrico e Carlo. II primo non si dichiarò disposto ad accettare niente di meno di quanto previsto nel Trattato di Calais ma, avutone un rifiuto, nell'agosto del1417 sbarcò a Trouville con lo scopo di compiere una sistematica conquista dell'intera Normandia. Prima della fine del 1419 c'era riuscito, con l'eccezione dell'isola-fortezza di Mt. St. Miche!. Mentre Parigi cadeva in mano alla fazione dei Borgognoni, Giovanni si diede a trattare con Enrico e con Carlo. Durante un incontro con quest'ultimo e con il "delfino" al ponte di Montereau, il 10 settembre 1419, fu assassinato. Nell'esplosione di collera che segu1 al delitto, Filippo, nuovo duca di Borgogna, aprì negoziati con Enrico ed il 21 maggio 1420 fu firmato, a Troyes, un trattato secondo il quale quest'ultimo avrebbe sposato Caterina, figlia di Carlo VI; Carlo avrebbe diseredato il "delfino" (probabilmente un bastardo) e dichiarato Enrico legittimo erede alla corona di Francia pur mantenendo questi, finché Carlo fosse vivo, la Normandia e gli altri suoi possedimenti. lJ 2 giugno Enrico sposò Caterina, ma bisognava ancora fare i conti con il diseredato fratello di costui il quale, nel frattempo, stava saccheggiando la Linguadoca. Ciò portò nuovamente in Francia Enrico il quale, tuttavia, nella primavera dell'anno successivo cadde ammalato e morì nel bosco di Vincennes il 31 agosto, lasciando come erede un figlio di soli nove mesi: Enrico VI. Anche Carlo morì a Parigi il 21 ottobre dello stesso anno. L'unico prin-
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cipe ad accompagnarne le spoglie a St. Denis fu il duca di Bedford, fratello di Enrico V e reggente per conto di Enrico VI. Qui, sotto le immense volte della vecchia abbazia, risuonò il grido del maestro d'armi: "Dio conceda lunga vita ad Enrico, per grazia di Dio re di Francia e d' Inghilterra, nostro Signore e Sovrano!" .
L 'assedio di Orléans (1429)
L'iniquità del Trattato di Troyes aveva tanto stimolato il patriottismo francese che se il "delfino" - allorché, dieci giorni dopo la morte del padre, si proclamò Carlo VII, re di Francia- avesse posseduto solo un'oncia di coraggio, la sua corte di Bourges sarebbe potuta divenire il centro di un grande movimento di liberazione. Nelle province occupate dagli Inglesi regnava l'insicurezza e nella Normandia scarsamente presidiata, la resistenza faceva proseliti tra i nobili, tra i monaci, tra la gente di città e tra quella delle campagne senza distinzioni sociali. Tutto quello che serviva a far scoppiare una sollevazione nazionale era un capo. Ma Carlo era debole e degenerato, incapace di ottenere il supporto di alcuno se non quello dei suoi capitani Armagnacchi, poco più di capi briganti; per le sue campagne esterne faceva conto su mercenari stranieri uomini ugualmente brutali - tra i quali emergevano Arcibaldo, conte di Douglas e Giovanni Stuart, conte di -Buchan che, nel 1421 , divenne conestabile di Francia. Incapace di essere un capo, invece di dar man forte ai partigiani, Carlo consentì che le operazioni militari si trascinassero con risultati disastrosi. Il 30 luglio 1423 gli Inglesi ed i Borgognoni - riunitisi ad Auxerre - batterono i suoi Scozzesi e gli Armagnacchi a Cravant. Ancor peggio, il17 agosto 1424 il duca di Bedford inflisse una terribile batosta -simile a quella di Agincourt- ad un altro esercito comandato dal duca di AlencQn, dal Maresciallo de la Fayette, dal conestabile Buchan, dal duca di Touraine (conte di Douglas) e da altri, a Verneuil; i primi due furono catturati. Anche le perdite inglesi furono pesanti e Bedford se la cavò a stento. A causa del disastro di Verneuil, la duchessa d'Angiò, suocera di Carlo VII, cercò l'alleanza di Giovanni V duca di Bretagna; così, nel 1425, Arturo conte di Richmond, fratello del duca, andò a Bourges ove fu nominato conestabile di Francia. Scopo del Richmond era quello di assicurarsi l<;i Bre-
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tagna, costringendo Carlo a trattare con il duca di Borgogna; muoyendosi in tal direzione, egli fece assassinare due dei favoriti di Carlo ed impose al re un consigliere di sua fiducia, un avventuriero di nome Giorgio de la Trémoille, il quale si diede subito ad usurpare il potere del suo benefattore. Quale conseguenza del mutato atteggiamento della Bretagna, Bedford, nel gennaio 1426, dichiarò guerra a Giovanni V ed il Richmond corse in aiuto del fratello, ma il 6 marzo fu battuto a Saint James (a sud di Avranches). Giovanni fu costretto a venire a patti, cosa che fece il 3 luglio promettendo di rispettare il Trattato di Troyes. Nel frattempo i duchi di Suffolk e di Warwick avevano assediato Montargis (ad est di Orléans) e, vistisi in difficoltà, avevano inviato il conte di Salisbury in Inghilterra a chiedere rinforzi, mentre la diatriba tra il Richmond ed il Trémoille paralizzava in Francia il partito nazionale e lord Talbot (più tardi conte di Shrewsbury) prendeva Lavai, nel Maine. Verso la fine dell427, mentre Carlo, congedando Rjchmond, diveniva sempre più debole, Salisbury tornava in Francia con 450 uomini d'arme e 2200 arcieri (gennaio 1428). Reclutati altri uomini, ebbe l'ordine di assediare Angers, perché Bedford aveva deciso di prendere Angiò quale suo personale appannaggio. Arrivato nei pressi di Chartres, ricevette disposizioni di raggiungere i passaggi sulla Loira ad Orléans in maniera da poter puntare a Berry, cuore del regno di Carlo. Il Salisbury, adesso a capo di 4 o 5 mila uomini, marciò da Chartres su Meung e quindi occupò Beaugency e Jargeau sulla Loira e, il 12 ottobre, prese posizione sulla riva sinistra del fiume immediatamente a sud di Orléans. Tra i suoi sottordini c'erano il conte di Suffolk e suo fratello, Iord de Ros,. lord Scales, sir Lancelot de Lisle e sir William Glasdale. Orléans era una popolosa città ed una tra le più formidabili fortezze di Francia. La sua forma era quadrangolare: mentre ad ovest, nord ed est era circondata da poderose mura e profondi fossati, a sud si appoggiava alla Loira, ove un ponte congiungeva la città al sobborgo di Porteniau. All'estremità del ponte sorgeva un duplice torrione, detto "la Bastille des Tourelles"; dietro di questo, si ergeva il Monastero degli Augustini, anch'esso ·fortificato; tra i due, gli Orleanisti avevano costruito un'altra opera "faict de fagotz et de terre" (3) detta "boulevard des Tourelles", collegata alla "bastille" con un ponte levatoio. Le mura erano difese da numerose catapulte e da 71 cannoni, senza contare alcune piccole colubrine (4). Grandi quantità di vettovaglie erano state ammassate in città in vista dell'assedio. Era stata sparsa la voce, nei dintorni, che a chiunque avesse dato man forte (3) "Journal du Siège d' Orléans, 1428-1429", a cura di Pau! Charpentier e Charles Cuissard ( 1896) pag. 5. (4) Nel corso dell'assedio i cannoni ebbero un ruolo determinante, più morale che materiale, che può essere desunto dal citato " Journal", in particolare alle pagg. 4, 5, 26 e 29.
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alla difesa sarebbero state distribuite razioni gratis, e così molti partigiani avevano offerto i loro servigi. Il governatore della città era RauJ de Goncourt e la difesa era stata affidata al "Bastardo d'Orléans", più tardi conte di Dunois, figlio naturale di Luigi duca d'Orléans, che era stato assassinato; il figlio legittimo di quest'ultimo, il duca "in carica", era a quel tempo prigioniero in Inghilterra. Il piano di Salisbury prevedeva di occupare inizialmente le Tourelles, in modo da poter trasferire il suo esercito sulla riva destra del fiume; quindi avrebbe investito la città. Al suo avvicinarsi, i difensori abbandonarono il Monastero e, facendo fuoco su Portereau, si ritirarono sul "boulevard"; il 21 ottobre Salisbury attaccò, ma senza successo. Il giorno dopo fu fatta saltare un'arcata del ponte, il "boulevard" fu minato ed i difensori si ritirarono nella "bastille". Questa cadde iJ giorno successivo e gli Inglesi poterono piazzare una batteria sulle Tourelles. La stessa sera Salisbury fu ferito da una scheggia mentre guardava da una finestra. Morì il 27 ottobre. Preso il comando il conte di Suffolk, seguì una pausa nelle operazioni durante la quale il grosso dell'esercito raggiunse i quartieri d'inverno a Jargeau, Meung, Beaugency e Parigi. II giorno di Natale fu concordata una tregua di sei ore (5) e il 30 dicembre l'esercito ritornò sotto le mura di Orléans. Il giorno successivo, per celebrare l'evento, fu bandito un torneo tra due campioni dell'esercito francese e due di quello inglese (6). Con l'inizio del nuovo anno- 1429- Suffolk portò il grosso dell'esercito oltre la Loira e, per completare il blocco della città, fece costruire sette fortini (o "bastilles") a cavaliere delle provenienze da nord; altri quattro erano già stati costruiti a sud (7). Ma il blocco non fu mai completato ad est- forse per carenza di uomini- e da quella parte continuarono a giungere i rifornimenti agli assediati (8), anche se non in misura sufficiente a metterli al riparo dal pericolo della fame. Infatti, all'inizio di febbraio, il cibo divenne così scarso che l'unica speranza di salvezza fu vista nell'intercettare i convogli che portavano i rifornimenti agli assedianti. Un tentativo del genere fu fatto ill2 febbraio, quando un convoglio di 300 carri al comando di sir Fastolf fu attaccato a Rouvray, poche miglia a nord della città. Ma questi si difese bene, ponendo i carri "a quadrato" e mise in rotta i Francesi in quella che è nota come la "battaglia delle aringhe" (9). (5) "Journal du Siège d'Orléans, 1428-1429" , pag. 17. (6) lbid., pag. 21 . (7) Ne "L'Armée Anglaise Vancue par Jeanne D'Are sous les Murs d'Orléand", il de Molandon (1892), pag. 149, menziona 60 fortini o "bastilles"; ma in molti casi si trattava di opere veramente modeste. (8) Vds. "Journal du Siège d'Orléans", in particolare pagg. 22, 25, 27, 53 e 56. (9) Vds. "L'Art Militai re et les Armées au Moyen Age" di Ferdinand Lot (1946), Vol. Il, pagg. 47-53.
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Ai tempi d'oggi, Orléans è divenuta il simbolo della resistenza francese; ma, allora, Trémoille e Richmond combattevano una guerra privata, e la situazione nella città era tanto disperata da far sì che un appello fosse lanciato al duca di Borgogna affinché la prendesse e la dichiarasse neutrale. Bedford non volle sentir ragioni e Carlo, appreso il fallimento dei negoziati, fu sul punto di abbandonare la Francia per rifugiarsi nel Delfinato, in Castiglia o in Scozia (10). Ma le cose non erano, poi, così gravi come sembravano. Ovunque la gente si armava per combattere gli Inglesi, la cui forza era dovuta quasi esclusivamente all'inerzia dell'avversario. Quel che mancava ai Francesi era un capo. Ed improvvisamente ne apparve uno: era una ragazza di 17 anni, Giovanna d'Arco (11). La storia di Giovanna d'Arco è una delle più straordinarie e delle meglio documentate. Benché non sapesse la sua età (12), probabilmente era nata, da genitori contadini, nel1412, a Domrémy nel ducato di Bar, ai confini della Lorena, vicino alla dttà di Vaucouleurs, un avamposto degli Armagnacchi che nel 1429 era comandato da Roberto di Baudricourt. Quando Giovanna aveva 13 anni, "voci" (13) che altri non sentivano la spinsero ad andare dal Baudricourt per ottenere i mezzi necessari per recarsi a Chinon, alla corte del re. Essa desiderava informare Carlo di esser mandata da Dio per far cessare l'assedio di Orléans e per condurlo a Reims ad essere consacrato re di Francia. Il Baudricourt le diede un cavallo ed una scorta di sei soldati. Tagliati cortissimi i capelli, abbandonata la gonna contadina per indossare abiti maschili (14), il 13 febbraio 1429 Giovanna partì da Vaucouleurs e, dopo un viaggio di 300 miglia, giunse a Chinon il 23. Il Trémoille le era ostile, ma in una conversazione segreta ella convinse Carlo (che per lei era sempre il "mio gentile delfino", in attesa di consacrazione) della missione divina ricevuta (15). Dopo che, a Poitiers, i teologi la (IO) "Histoire de France" di Lavisse (1902), Vol. IV, parte Il, pag. 47. (Il) "D'Are" pare fosse un soprannome del padre perché quando fu processata, non fu in grado di dare alcun cognome. ("Procès di Quicberat, Vol. I, pag. 46)". Per il mondo del suo tempo, sia inglese che francese, ella era sostanzialmente un essere misterioso e senza nome, la "Pulzella di Dio" . ("Lancaster and York", di sir James Ramsay, 1892, Vol. l, pag. 388). (12) "Procès de Condamnation et de Réhabilitation de Jeanne d'Are dite La Pucelle", di J. Quicherat (1894), Vol. l, pag. 51. (13) Poco dopo le apparvero io forma umana l'Arcangelo Michele, Santa Margherita e Santa Caterina, avvolti in una nube di luce celestiale e le si rivolsero chiamandola "Jehanne la Pucelle, fille de Dieu". Nubi, ruote e lampi di luce sono fenomeni comuni per i mistici, ed entrano nell'esperienza degli Yogi nello stato di "Dhyana". (14) Questo ebbe grosso peso nel processo. Per le ragioni che l'indussero a vestirsi da uomo vds. "Chronique de la Pucelle", nel "Procès" di Quicherat, Vol. IV, pag. 211. (15) "Histoire de Charles VII" di G. de Fresne de Beaucourt (1882), Vol. II, pagg. 208-210.
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ebbero esaminata e che la regina di Sicilia ebbe testimoniato della sua ortodossia e della sua verginità, le fu conferito il titolo di comandante (''Chef de guerre") e il 27 aprile, indossando una completa armatura ed alzando uno stendardo con il moto "Gesù e Maria'', parti per Orléans alla testa di 3 o 4 mila uomini e di un convoglio di rifornimenti. Con lei cavalcavano il duca di AlencQn, recentemente rientrato dalla prigionia; Etienne de Vignolles; il Maresciallo di San Severo; il Maresciallo Gilles de Rais; Luigi de Culen, ammiraglio di Francia ed Ambrogio de Loré. La sua fama era già grande e la sua fede nella divina missione diede alla Francia nuova fede nella vittoria e sparse il terrore nelle file inglesi. Agli Inglesi Giovanna, prima di partire da Blois, aveva scritto una lettera: " Re d'Inghilterra, e Voi, Duca di Bedford ... rendete alla PuJzella inviata da Dio, Re del Cielo, le città che avete violato in Francia ... andate, con Dio, al vostro Paese ... Se non Io farete, io vi troverò ovunque e vi caccerò, che Io vogliate o no ... lo sono mandata da Dio per cacciarvi dalla Francia ... " (16). Quando, il 27 aprile, il convoglio e la sua scorta erano partiti da Blois, le "voci" avevano suggerito a Giovanna di avvicinarsi ad Orléans da nord; e lei non si curava affatto che ciò avrebbe significato dover transitare proprio dove il dispositivo inglese era più forte! Ma i suoi compagni di viaggio la pensavano diversamente e, con l'aiuto del Bastardo, segretamente condussero il convoglio a sud della Loira (17); Giovanna era troppo in estasi per accorgersi del cambiamento di percorso. Se ne accorse soltanto iJ mattino successivo allorché, dopo un bivacco notturno, si trovarono dinanzi alla Grande Ile aux Boeuf ed accusò i compagni della loro scarsa fiducia. Nel frattempo iJ Bastardo, saputo del loro arrivo, aveva traversato il fiume per andare a porgerle i suoi omaggi. Tra i due ebbe luogo il seguente colloquio: "Siete voi iJ Bastardo d'Orléans?" ella chiese. "Sì, replicai, e sono felice del vostro arrivo". "Siete voi che avete consigliato il mio arrivo da questa parte del fiume e non da quella ove si trovano Talbot e gli Inglesi?". lo le risposi che avevo pensato esser questa la strada migliore per arrivare in città. "In nome di Dio - Giovanna replicò - il consiglio del Signore è certo migliore del vostro! Avete creduto di ingannare me ed invece avete ingannato voi stesso, perché io vi porto il più valido aiuto che la città abbia mai ricevuto, perché il mio è l'aiuto del Re del Cielo .... (l8)". Quindi Giovanna chiese che fosse effettuato un attacco contro St.Jean le Blanc, il più vicino presidio inglese a sud del fiume, ma i suoi compagni protestarono ed il convoglio fu diretto a St.Loup, ove il Bastardo aveva ra(16) "Procès" di Quicherat, Vol. V, pagg. 96-97. (17) "Joumal du Siège d'Orléans", pag. 74. (18) "Procès" di Quicherat, Vol. III, pagg 5-6. l "Chronique de la Pcelle" (Ibid., Vol. IV, pag. 218) viene fornita una versione leggermente diversa.
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dunato una piccola flottiglia di chiatte fluviali. Giovanna si imbarcò con 200 !ance, mentre gli altri attendevano. Ma il vento soffiava da nord-est ed era impossibile lasciare gli ormeggi. Nell'ansia che il fatto aveva provocato, ché la notte si approssimava, Giovanna disse semplicemente " Tra poco, in nome di Dio, rutti saremo in città" (19). Immediatamente il vento girò, le vele si gonfiarono e la flottiglia traversò il fiume. Il "miracolo" diede immensa fiducia ai suoi seguaci. L'attenzione degli Inglesi fu distratta da St.Loup da un attacco diversivo e Giovanna, sbarcata sulla riva settentrionale della Loira, galoppò a Reuilly, vicino a Crécy, ove trascorse la notte. Il 29 aprile il grosso dell'esercito di Giovanna si mise in marcia. Era stato stabilito che, questa volta, le "istruzioni divine" sarebbero state seguite alla lettera e che l'entrata ad Orléans sarebbe avvenuta da nord. Quella sera, alla 20.00 precise, indossando l'armatura, cavalcando un cavallo bianco e tenendo ben alto lo stendardo, Giovanna entrò in città osannata dal Bastardo e da una folla di notabili, di soldati e di popolani, deliranti d'entusiasmo come Dio fosse sceso tra loro (20), che reggevano torce fiammeggianti. Attraverso il centro, fu condotta sino alla Porta Regnart, ove passò la notte nella casa del tesoriere del duca d'Orléans. Sebbene non fosse stata combattuta alcuna battaglia e gli Inglesi presidiassero in forze le loro posizioni, la liberazione della Francia era all'orizzonte. Dal punto di vista dello spirito, tutto era cambiato, perché ella era in mezzo ai Francesi. 1130 aprile, Giovanna mandò una lettera a Talbot dicendogli: "Signore, vi chiedo di andarvene, altrimenti .... " (21). Ne ricevette una risposta insolente, ma la sera stessa, assai contrariata, volle fare un altro tentativo: si recò giù, lungo il viale de la Belle Croix, sino al ponte, e ingiunse di arrendersi a William Glasdale, comandante delle Tourelles . Gli Inglesi la chiamarono "vaccara" ed anche peggio, e le promisero di bruciarla viva se l'avessero presa (22). Il giorno dopo il Bastardo lasciò Orléans per Blois e Giovanna lo accompagnò per un tratto. Questo andirivieni era reso possibile dal fatto che gli Inglesi, chiusi nei loro fortini, possedevano scarsissima mobilità. Un giorno Giovanna, alla testa di 500 uomini, scorrazzò tra le fila del nemico "mostrando lo stendardo" ,senza avere molestia alcuna; e un altro giorno andò ad incontrare il Bastardo che tornava da Blois e lo accompagnò sino al centro della città galoppando sotto il naso degli Inglesi. Il 3 maggio Giovanna stava riposan~o quando fu svegliata dal clamore (19) "Chronique de la Pucelle", dal "Procès" di Quicherat, Vol. IV, pag. 218. Parrebbe che Giovanna possedesse un sesto senso; vi sono tanti esempi ben documentati della sua capacità di prevedere e predire avvenimenti futuri che è improbabile siano tutti inventati. (20) "Journal du Siège d'Orléans", pag. 77. (21) "Procès" di Quicherat, Vol. Ili, pag. 126. (22) "Journal du Siège d'Orléans", pag. 79.
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di un reparto francese che, evidentemente rinforzato dagli aiuti portati al Bastardo, andava ad assalire la "bastille" di St. Loup, tenuta da Talbot. Saltata dal letto, si mise a gridare" In nome di Dio, sento che conoscerò gli Inglesi!" ed ordinato al suo paggio di serrarle il cavallo, Io rimproverò per non averla avvertita che era iniziato il combattimento (23). Poi indossò l'armatura, impugnò lo stendardo e galoppò fuori della Porta di Borgogna. Arrivata vicino al luogo della battaglia ed accortasi che gli Inglesi, fatta una sortita dalla "bastille" di St. Pouair, stavano attaccando da tergo gli assalitori di St. Loup, li affrontò decisamente. Il combattimento fu cruento: St. Loup fu preso dai Francesi, Talbot riuscì a scappare. La cattura di St. Loup, che apriva la strada verso Jargeau, era stata un'importante vittoria. Quella sera le campane di Orléans suonarono a stormo a celebrare il primo successo da quando era iniziato l'assedio (24). Il 5 maggio era l'Ascensione e Giovanna decretò che non bisognava combattere; ma, per non perdere tempo, si tenne un consiglio di guerra (25) durante il quale~ comandanti delle varie unità decisero di attaccare i fortini a sud della Loira dopo aver iniziata un'azione diversiva sulla "bastille" di St. Laurent. Ne informarono Giovanna, pur di malavoglia perché temevano non conservasse il segreto (26). Ma ella, ancora cercando di evitare spargimento di sangue, inviò un'altra lettera agli Inglesi: "Il Re del Cielo vi ordina, attraverso di me La Pulzella, di abbandonare le vostre posizioni e di tornare al vostro paese. Altrimenti, dovrò far qualcosa che voi non scorderete! Questo è il mio terzo ed ultimo avvertimento ... " (27). Avvolto il messaggio su di una freccia, andò al ponte, si fece dare un arco e lanciò verso le Tourelles. Gli Inglesi risposero: "Sono arrivate notizie dalla prostituta degli Armagnacchi! ". E Giovanna scoppiò a piangere. Il mattino seguente, fu gittato un ponte di barche sulla Loira dall'isola di St. Aignan, ma quando i Francesi si avvicinarono alla "bastille" di St. Jean le Blanc, il suo presidio si ritirò aLes Augustins. I Francesi, giudicando troppo forte il monastero, iniziarono a ritirarsi a loro volta. Giovanna, allora sopravvenuta assieme la Hire, per impedire la ritirata caricò gli Inglesi che si preparavano all'inseguimento. Tale coraggiosa azione diede nuovo vigore ai Francesi che, ripreso l'attacco, costrinsero gli avversari a riparare sulle Tourelles abban-
(23) "Journae", Vol. 111, pag. 68. (24) "Chronique de la PuceUe" dal "Procès" di Quicherat, Vol. IV, pag 224. (25) Giovanna non panecipava e non poteva partecipare aiconsigli di guerra; lei si cosi· gliava - attraverso le sue "voci" -solo con Dio. Ogni ordine veniva da Lui e quel che deci· devano i comandanti tatùci non la interessava. (26) "Procès" di Quicherat, Vol. IV, pag. 59 . (27) lbid., Vol. 111, pag. 107.
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donando Les Augustins. Dopodiché ella rientrò in città. Quando stava cenando, venne da lei un "nobile e valente capitano" per informarla che il consiglio di guerra aveva deciso di non rinnovare gli attacchi sinché non fossero giunti rinforzi. Ella rispose: "Voi avete il vostro consiglio ed io ho il mio. Credetemi, il consiglio di Dio porterà al successo, il vostro a niente". Quindi disse al suo confessore: "Domani alzatevi molto presto e statemi vicino tutto il giorno, perché io ho da fare più di quanto abbia mai fatto prima. Dal mio corpo sgorgherà il sangue" (28). Per gli Inglesi, il 7 maggio fu il giorno fatale; per i Francesi fu "il giorno delle Tourelles", tutt'ora celebrato ogni anno. La testa di ponte, che comprendeva la "bastille" ed il "boulevard" delle Tourelles, era tenuta da sir Williarn Glasdale con circa 500 uomini. A nord, il ponte era ancora interrotto ed a sud la "bastille" di Les Augustins era in mani francesi, come lo erano i fortini di St. Jean le Blanc e di St. Privé, il secondo abbandonato dagli Inglesi la notte precedente. 11 Bastardo, il Maresciallo de Rais ed altri comandanti erano contrari ad un attacco diretto sulla testa di ponte. Essi avrebbero preferito un assedio, ma Giovanna non voleva saperne, perché sentiva che, psicologicamente, quello era il momento giusto per attaccare: la popolazione, entusiasta, era con lei. Era lei che dominava la situazione! All'alba del 7 maggio, ella lasciò Orléans per la Porta di Borgogna, traversò la Loira e raggiunse le truppe dislocate a Les Augustins. Intanto le Tourelles erano sotto il bombardamento dell'isola di S. Antonio ed i genieri stavano riparando il ponte onde consentire un attacco dalla città. Alle sette in punto - secondo quanto riporta Percival de Cagny - Giovanna ordinò ai trombettieri di suonare l'assalto e, come il cannone cominciò a tuonare, con Io stendardo alla mano avanzò sino all'orlo del fossato del "boulevard" (29). Tutti i resoconti (30) indicano che il combattimento più accanito avvenne nel fossato, molto profondo, e che ogni assalto fu respinto dai difensori . In uno di questi, Giovanna fu ferita tra il collo e la spalla da una freccia che penetrò profondamente (3 1) sotto l'armatura. Toltasela, ella si fece medicare (32). Essendosi esaurita la spinta offensiva, il Bastardo e gli altri le consigliarono di rimandare l'attacco al giorno dopo. Ella gridò: "In nome di Dio, occupate subito il boulevard. Non abbiate dubbi, gli Inglesi son più deboli
{28) "Procès" di Quicherat, Vol. lV, pag. 109. (29) lbid. , Vol. IV, pag. 8. {30) Vds. "Joumal du Siège d'Orléans", pag. 85. (31) Per 6 pollici. Vds. "Pro<:ès" di Quicherat, Vol. lll, pag. 8. (32) "Chronique de la Pucelle" dal " Procès" di Quicherat, Vol. IV, pag. 228.
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Fig. 30- Assedio di Orléans (1428-1429)
di noi. Perché non vi riposate un po' e non mangiate?". Ed essi obbedireno (33), mentre lei si ritirò a pregare per un quarto d'ora (34). Tornata, e visto che i soldati avevano consumato il loro frugale pasto, diede ordine di riprendere l'attacco. Gli Inglesi, disse loro, non avrebbero resistito. Era vero: quando se la videro di nuovo di fronte "rimasero agghiacciati e furono presi da grande terrore" (35). Il "boulevard" fu subito preso. Glasdale ed i suoi uomini cercarono rifugio ne!Je Tourelles e Giovanna, allora, incitò ancora i soldati: "State di buon animo. Non arretrate, il fortino sarà vostro ... quando vedrete che il vento rivolgerà il mio stendardo verso di esso" (36). E quando i soldati gridarono: "Giovanna, ecco il momento!" ella replicò: "È tutto vostro, entrate!" (37). (33) "Journal du Siège d'Orléans", pag. 86. (34) "Procès", Vol. 111, pag. 8. (35) Ibid., Vol. III, pag. 8. (36) lbid., Vol. lll, pagg. 70.71. Lo scrittore del " Journal" dà una versione leggermente diversa: "quando la punta del mio stendardo toccherà il fortino". (37) "Journal du Siège d'Orléans", pag. 86.
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Allo stesso tempo, riparato il ponte, Nicola de Giresmes, un valente cavaliere di Rodi, attaccò le Tourelles da nord. L'azione fu breve e gli Inglesi, presi dal panico, fuggirono lungo il pontile che congiungeva le Tourelles con il "boulevard". Giovanna, visto Glasdale tra i fuggitivi, gli gridò: "Glasdale, arrenditi al Re del Cielo! Mi hai chiamata prostituta, ma io ho pietà di te e dei tuoi uomini'' (38). In quel momento il pontile crollò e Glasdale con i suoi precipitò nel fiume annegando, il che "fu una grave perdita per i Francesi, perché il suo riscatto avrebbe fruttato molti soldi" (39). La notte stava calando. Le Tourelles erano in fiamme quando Giovanna riattraversò il fiume per lavarsi e per cenare con qualche fetta di pane inzuppata nel vino e nell'acqua. Le campane di Orléans suonavano e la gente intonava il "Te Deum". ll mattino seguente, 8 maggio, gli Inglesi incendiarono i loro accantonamenti a nord della Loira, abbandonarono la maggior parte del parco di artiglieria e marciarono verso Meung, Beaugency e Jargeau. La notizia che l'assedio era stato tolto corse con la velocità del lampo per tutta la Francia e ne valicò i confini. Gli Inglesi erano paralizzati: il duca di Bedford, in una lettera scritta qualche anno dopo ad Enrico VI, ben espresse i sentimenti di stupefazione, di paura, di ineluttabilità e di incredulità che il fatto aveva provocato sugli assedianti, in uno con l'accusa di magìa e di plagio per la Pulzellla (40). Nonostante ciò, Carlo VII nulla fece per sfruttare la vittoria di Giovanna, né ritenne di dover onorare Orléans con una sua visita. Il 13 maggio, Giovanna lo incontrò a Tours. Delle due promesse che ella gli aveva fatto, la prima era stata mantenuta, ma non ancora la seconda; così, ella supplicò Carlo di andare a Reims. Ma i capi militari giustamente ritennero pericoloso percorrere la Champagne sinché le truppe inglesi non si fossero completamente ritirate e posero assedio a Jargeau ed a Beaugency. 112 giugno la prima venne conquistata da Giovanna e dal duca di Alençon; vi furono presi prigionieri il conte di Suffolk e suo fratello. Subito dopo, Giovanna marciò su Beaugency, che capitolò il 18 giugno. Nel frattempo, lord Talbot e sir Fastolf si affrettavano verso sud. Saputo che Jargeau era caduta, il secondo pensava ad una ritirata, ma Talbot era contrario; l'esercito marciò su Beaugency. Poi, appreso che anche questa città era assediata, Talbot puntò su Meung per ricongiungersi a quella guarnigione. Arrivatovi, seppe che Beaugency si era arresa ed ordinò la ritirata su Patay. Tale era il prestigio militare inglese che quando, il 19luglio, i Francesi (38) "Procès", Vol. lll, pag. 110. (39) "Journal du Siège d'Orléans", pag. 87. (40) Vds. "Lancaster and York" di J .H. Ramsay, Vol. l, pag. 398 e "Procès" di Quicherat, Vol. V, pagg. 136-137.
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si trovarono dinanzi a Tal bot, esitarono ad attaccare ed il duca di Alençon chiese a Giovanna cosa bisognasse fare. Coloro che le stavano intorno erano perplessi: "Che ne dite?" chiedevano. "Dobbiamo forse dare le terga agli Inglesi?". "No! rispose Giovanna, son gli Inglesi che debbono darci le terga! E voi avrete bisogno di buoni speroni per inseguirli" (41). È quel che accadde. Gli Inglesi furono battuti, molti caddero e tra i prigionieri c'erano Talbot e lord Scales (42). Venendo subito dopo il successo di Orléans, la vittoria di Patay fu di eccezionale valore per il morale dei Frances~ . Niente ora poteva impedire a Giovanna di mantenere la seconda promessa: la consacrazione di Carlo a Reims. Il 29 giugno, il re uscì da Gien alla testa dell'esercito. Lo precedeva Giovanna, e città dopo città le si aprivano le porte. Soltanto Troyes oppose resistenza ma, sebbene il Trémoille consigliasse di ritirarsi, l'immenso prestigio di Giovanna fece sì che anche questa città capitolasse il l Oluglio. Quindi, anche Chalons e Reims fecero atto di sottomissione e Carlo entrò in quest'ultima il 16luglio. Fu consacrato due giorni dopo mentre Giovanna, indossando la sua armatura completa e con lo stendardo alla mano, stava in piedi vicino all'altare. Essa aveva mantenuto la parola data, le sue "voci" divine avevano avuto ragione; la consacrazione di un re indegno - e non il martirio - fu la sua apoteosi! Gli effetti morali di una tal consacrazione non devono essere sottovalutati. Quello fu il momento decisivo non soltanto per il regno di Carlo, ma per tutta la seconda parte della Guerra dei Cent'Anni. Il pro f. Perroy, in proposito, dice: "Adesso Carlo - che Giovanna aveva continuato a chiamare 'il delfino' - era re di Francia, nuovo Melchisedec santificato dal sacramento che gli donava il potere di un taumaturgo. Nessun credente avrebbe potuto dubitare della sua legittimità al regno, dal momento che egli era stato incoronato in circostanze così incredibili da sembrare miracolose ... Così, la consacrazione annullò la deposizione illegalmente pronunciata dal Trattato di Troyes e diede al Valois quella legittimazione che era stata in discussione p~r nove anni ... Come avrebbero potuto adesso, i Borgognoni, continuare a prestare obbedienza a Bedford senza essere accusati di tradi- . mento?" (43). Per il popolo, Giovanna era ora "l'Angelica"; le sue gesta venivano cantate in tutto il Paese; molti la ritenevano Santa, qualcuno una maga che poteva comandare ai venti; per gli Inglesi era una strega. Tutti vedevano (41) " Procès" , Vol. III, pagg. 10- 11. (42) Per un racconto contemporaneo della battaglia di Patay, Vds. " Prise de Meung et de Beaugency. Battaile de Patau" inclusa nell'edizione di Charpentier del "Journal du Siège d'Orléans" pagg. ,137-140. ' (43) " The Hundred Years War", pagg. 284-285.
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in lei qualcosa di soprannaturale. Bona Visconti chiese il suo aiuto per riottenere il ducato di Milano ed il conte di Armagnac le mandò a chiedere chi dovesse essere considerato "vero" Papa, se Clemente VIII (Egidio Munòz) o Martino V (44). Molte province si sottomisero a Carlo come al sovrano. Parigi - la cui importanza politica era enorme - era alla sua mercé; chi avesse potuto far suonare le campane di Notre Dame per celebrare una vittoria avrebbe potuto dire di aver vinto la guerra. Giovanna deve averlo capito, alla sua maniera, perché consigliò un'immediata avanzata sulla capitale. Ma Carlo rimase passivo, desideroso soltanto di tornare alla quiete della Loira ed il Trémoille lo incoraggiò in tal senso, dato che stava intrigando con il duca di Borgogna per ottenere una spregevole tregua. Nel frattempo Bedford. che temeva la defezione di Parigi, si era rinforzato ed il7 agosto era avanzato sino a Montereau, da dove aveva sfidato Carlo; il 15 agosto i due eserciti si trovarono l'uno di fronte all'altro a Montépilloy. Ma Bedford non attaccò, temendo che gli uomini si scoraggiassero alla vista dello stendardo di Giovanna (45). E nemmeno lo fece Carlo, ora creatura di Trémoille, il cui unico scopo era la riconciliazione con i Borgognoni. Mentre il Trémoille negoziava ad Arràs, si sollevò un'ondata di nazionalismo. Dice sir J. Ramsay: "Era chiaro a tutti che un'immediata, audace avanzata nel bacino della Somme avrebbe sollevato l'intera Piccardia eridotto "alle corde" il dominio inglese" (46). Senza attendere i risultati di Arràs, Giovanna lasciò Compiègne il 23 agosto ed occupò St. Denis. Carlo, riluttante, la segui il 7 settembre ed ella - ritenendo impossibile un regolare assedio - laciò un assalto impetuoso su Parigi. Mentre combatteva nel fossato esterno alla Porta di St. Honoré, fu colpita da una freccia e cadde; il Signore di Goncourt la fece soccorrere e portar fuori della mischia. Nonostante fosse ferita, comandò un nuovo attacco per il giorno seguente ma Carlo lo proibì, firmò una tregua di quattro mesi con il duca di Borgogna e le ordinò di seguir!o a Berry. Ella lasciò a St. Denis la sua armatura ed il 21 settembre partì con l'esercito per tornare a Gien. Incapace di accettare l'inattività a cui la costringeva il Trémoille, eritenendo che la pace potesse essere guadagnata soltanto con la spada, Giovanna lasciò la corte per recarsi a Melun e qui, durante la Pasqua del 1430 (47), le "voci" di S. Caterina e di S. Margherita le annunciarono la prossima cattura da parte del nemico, ma non le dissero quando (48). Nonostante un tale "avvertimento", lasciò Melun per Crépy-en-Valois ove, saputo che il (44) "Procès" di Quicherat, Vol. l , pag. 245. (45) "A History of tbe Art of War in the Middle Ages" di Oman, Vol. Il, pag. 395. (46) "Lancaster an York", Vol. l, pag. 404. (47) Nel testo si dice 1431. Ma si tratta sicuramente del 1430 (N.d.T.). (48) "Procès", Vol. l, pag. Il 5.
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duca di Borgogna ed il conte di Arundel erano a nord deU'Oise e stavano per assediare Compiégne, nella notte sul 23 maggio vi si diresse. Arrivò all'alba, si riposò e nel tardo pomeriggio effettuò una ricognizione verso le posizionj del nemico; in una scaramuccia che ne seguì fu isolata, disarcionata e catturata dagli uomini di Giovanni del Lussemburgo (49). Bedford vide subito in tale evento il mezzo per annullare il significato morale dell'incoronazione di Carlo. Per riguadagnare l'iniziativa politica - e cioè ristabilire la piena legittimità delle pretese del re bambino Enrico VI al trono di Francia- era necessario non soltanto incoronare quest'ultimo, ma allo stesso tempo invalidare l'atto di Reims. Essendo Giovanna la principale responsabile di quest'atto, se essa fosse stata condannata dall'Inquisizione come eretica e strega, l'incoronazione di Carlo sarebbe stata automaticamente screditata agli occhi dell'opinione pubblica. Era un piano ben congegnato e, per portarlo a termine, il primo "passo" fu quello di riscattare Giovanna dal duca di Borgogna per 10.000 franchi; il secondo, quello di condurla a R.ouen per sottoporla a processo e farla condannare come prostituta, strega ed inviata del diavolo. Carlo, non soltanto sarebbe stato coperto di ridicolo, ma i suoi passeggeri successi sarebbero stati cancellati dalla rivelazione di "un odioso legame tra un criminale bastardo ed una strega svergognata" (50). I preliminari del processo iniziarono il 9 gennaio 1431 , ma soltanto il 21 febbraio Giovanna apparve dinanzi ai suoi giudici - Pierre Cauchon, arcivescovo di Beauvais e Giovanni Lemaistre, inquisitore di Francia - che andarono a scandagliare ogni evento della sua vita. "Vedevo benissimoscrive Guglielmo Manchon, cancelliere del tribunale- che essi agivano spinti unicamente dall'odio. Essi volevano che Giovanna morisse" (51). Sarebbe stato più corretto scrivere "che ella fosse riconosciuta colpevole". Le accuse principali furono quelle di magia e di stregoneria, ed il crimine più grave quello di aver posto le sue "rivelazioni" al di sopra del giudizio della Chiesa. Si legge: "Se i prelati non vi si oppongono, l'intera autorità della C~iesa verrà messa in dubbio; da ogni parte usciranno uomini e donne con la pretesa di aver avuto rivelazioni da Dio e dagli Angeli ... " (52). L'Università di Parigi decise che ella aveva sparso tanto veleno da infettare tutta la Cristianità dell'Occidente (53). (49) Ibid., Vol. I, pagg. 116-117. (50) "The Hundred Yeah War", pagg. 287-288. (5 1) "Procès" di Quicherat , Vol. lll, pag. 138. Del processo, il prof. Perroy scrive: "Questi uomini provavano soltanto orrore e odio per l'accusata ... La crudeltà della procedura ... era semplicemente quella dell'Inquisizione, che veniva quotidianamente applicata ... Non c'era vizio di forma o di sostanza nel processo in sé; ma, una volta iniziato, non poteva finire che con la condanna" (pagg. 288-289). (52) lbid., Vol. l, pag. 317. (53) Jbid., Vol. l, pag. 409.
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ll 24 marzo, spossata da incessanti interrogatori, Giovanna fu indotta a firmare una confessione che poi revocò quattro gior'ni dopo; le sue "voci" le avevano ridato forza e convinzione. Alle nove del mattino del29 maggio, fu trascinata nella piazza del Mercato Vecchio di Rouen ed arsa viva. Come le fiamme ed il fumo si alzarono dal rogo, Giovanni Trassart, segretario del re d'Inghilterra si ctiede a gridare: "Siamo perduti, perché abbiamo bruciato una Santa!" (54). I suoi resti mortali furono gettati nella Senna (55). Per tutta la durata del processo, Carlo VII non aveva fatto alcun tentativo per salvarla (56). Talbot era ancora in mani francesi e se il duca di Bedford avesse saputo che gli sarebbe stata riservata la stessa sorte di Giovanna, non c'è dubbio che mai ella sarebbe stata mandata al rogo. Al momento, la sua morte sembrò aver spento il sorgere del sentimento nazionale francese; il 13 dicembre gli Inglesi incoronarono, in Notre Dame a Parigi, il bambino Enrico VI come re di Francia. Nel 1433 il Trémoille fu destituito ed il 21 settembre 1435 ebbe termine, con la Pace di Arràs, la contesa tra Borgognoni ed Armagnacchi che durava da 25 anni. L'Inghilterra fu percorsa da un fremito d'indignazione, ma la Pace di Arràs portò ben pochi benefici alla Francia. Il paese fu infestato dalle bande di soldati smobilitati e l'anarchia fu indescrivibile: delitti, carestie, pestilenze furono all'ordine del giorno; interi distretti si spopolarono e le campagne rimasero deserte (57). Sia gli Inglesi che i Francesi erano ormai tanto esausti che una tregua fu firmata il16 aprile 1444 a Tours: doveva durare sino al1449. Questi cinque anni furono impiegati dalla Francia, sotto la guida del conestabile de Richmond, per riorganizzare l'esercito con lo scopo sia di creare una polizia capace di riportare l'ordine interno, sia di disporre di una forza permanente, in condizione di battersi efficacemente con gli Inglesi se la tregua fosse stata rotta. Fu emanata, così, tutta una serie di "ordinanze", la prima delle quali, del 1445, concedeva l'amnistia generale a tutti gli ex-soldati e, dopo che i più indesiderabili furono eliminati (58), ne prevedeva l'inquadramento in 15 (poi, 20) "compagnie d'ordinanza del Re", comandate da nobili scelti per la loro fedeltà e per la loro abilità. Ogni compagnia era costituita da 100 "lance", ciascuna delle quali for(54) Ibid., Vol. Il, pag. 347. (55) Ibid., Vol. Ili, pag. 182. (56) Neppure de Beaucourt, il suo storico più favorevole, può trovare traccia di un tentativo in tal senso. Vds. "Histoire de Charles VII", Vol. II, pagg. 240-255. (57) Vds. "Histoire de France" di Lavisse, Vol. IV, parte Il , cap. IV. (58) Un numero considerevole era già stato mandato, al comando del delfino Luigi, alla guerra in Alsazia e Svizzera ove molti furono uccisi (2000 perirono neUa battaglia di S. Jacob
sul Birs).
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LE BA TI"AGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
mata da un uomo d'arme, uno scudiero e, normalmente, tre arcieri: tutti a cavallo. Le compagnie, nel loro insieme, costituivano la "cavalleria reale" ed erano stanziate nelle principali città, pagate dalle amministrazioni provinciali ed inquadrate con rigida disciplina. Con un"'ordinanza" del1448, vennero istituiti gli "Arcieri Franchi", una sorta di milizia a piedi formata da arcieri e balestrieri. Reclutati sulla base di uno ogni 50 famiglie, ne furono arruolati 8000, selezionati per onestà e per prestéinza fisica. Contemporaneamente, i fratelli Gaspare e Giovanni Bureau si diedero a riorganizzare l'artiglieria, che presto divenne la più efficiente d'Europa (59). Tali riforme non soltanto posero termine alla terribile anarchia che era seguita alla tregua, ma diedero al re uno strumento che lo pose in condizione sia di controllare i suoi baroni sia di far fronte a qualsiasi minaccia dall'esterno. Esse costituirono le fondamenta per la nascita degli eserciti permanenti di tipo moderno. Con questo nuovo strumento, Carlo VII si accinse, ill7luglio 1449, a sfruttare un'occasionale rottura della tregua da parte di un ufficiale inglese quale pretesto per riprendere la guerra. Gli Inglesi tenevano ancora la Normandia e la Guienna. Nella prima, a causa dell'ostilità popolare, se ne stavano rinchiusi nelle loro cittadelle fortificate che, adesso, nessuna resistenza potevano opporre alla nuova artiglieria francese. 1115 aprile 1450 si cercò lo scontro decisivo. A Forrnigny, vicino a Bayeux, un esercito inglese agli ordini di Sir Kyriel e di Sir Gough, dopo esser stato scompaginato dal fuoco di due colubrine francesi, fu virtualmente sterminato dal Conte di Clermont e dal conestabile de Richemont (60). Al disastro seguì l'assedio di Bayeux e l'occupazione di Avanches e di Caen: Carlo VII entrò in quest'ultima città il 6 luglio. Anche Cherbourg cadde sotto i colpi dei cannoni dei fratelli Bureau il 12 agosto. "Il dominio inglese sulla Normandia era alla fine" (61). La conquista della Guienna fu più difficile, perché essa era inglese da 300 anni ed aveva stretti legami commerciali con l'Inghilterra. Nella primavera del 1451, il conte di Dunois (il Bastardo di Orléans) entrò nella provincia con un esercito di 6.000 uomini. Il 30 giugno occupò Bordeaux ed il 20 agosto prese Bayonne. Nell'ottobre dell452l'lnghilterra vi inviò, per ristabilire la situazione, il vecchio Talbot, conte di Shrewsbury, ormai ultrasettantenne ma ancora pieno di vigore combattivo. Sbarcato con 3.000 uomini in un'ansa sabbiosa della foce della Garonna- ancor oggi conosciuta co(59) Per un esame completo delle riforme militari, vds.: "Histoire de Charles Vll" di Beaucourt, Vol. IV, pagg. 387-400. (60) Nel Vol. VII, parte l, deii'"Histoire du Moyen Age" (Histoire Générale, ed. Glotz), pag. 450, il Déprez chiama Form.igny "un véritable Waterloo". Questo disastro fu immediatamente seguito, in Inghilterra, dall'ascesa diJack Cade. (61) "PastOn Letters", a cura di J . Gardner (1872), Vol. l, pag. 139 ( 17 agosto).
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me "l'ansa dell'Inglese"- vide Bordeaux aprirgli le porte mentre la popolazione era tutta dalla sua parte. Nell'estate del 1453, alla testa di 8.000 tra Guasconi ed Inglesi, egli mosse all'assalto di Castillon ma, ostacolato dalle difese passive e battuto dal fuoco delle batterie di Giovanni Bureau, il l 7 luglio ebbe a subire pesantissime perdite. Attaccato sul fianco mentre cercava di ripiegare, fu disarcionato e ferito a morte. Con lui periva l'ultima speranza inglese di mantenere una qualche parte di territorio in Francia. Bordeaux cadde il 19 ottobre. Con essa la lotta tra Francia e Inghilterra, apertasi con la battaglia di Hastings, volse al termine. In Francia, Luigi XI (1461-1483) ottenne il controllo dell'intero paese dopo aver battuto a Nancy, il 5 gennaio 1477, Carlo l'Ardito di Borgogna. In Inghilterra, la Guerra delle Rose (1455-1 485) vide la scomparsa della maggior parte dei nobili feudali e con la morte di Riccardo III a Bosworth il 22 agosto 1485 assunse il potere il primo re della dinastia Tudor, Enrico VII (1485-1509). Sia Luigi che Enrico erano re "borghesi"; l'epoca feudale era alla fine ed iniziava l'epoca dei commerci. La storia del mondo occidentale era alle soglie dell'era moderna. Nel lungo periodo di lotta compreso tra le battaglie di Sluys e di Castillon, l'apice è rappresentato dall'assedio di Orléans. Anche se, nella parte finale, il fuoco delle artiglierie francesi giocò un ruolo determinante per la sconfitta degli Inglesi, se non ci fosse stato il morale e lo spirito nazionale sollevato da Giovanna d'Arco, il corso degli avvenimenti sarebbe stato certamente diverso. Il suo vero successo non sta tanto nell'aver liberato Orléans e nell'aver portato la guerra nello Champagne sino alle porte di Parigi, quanto nell'aver liberato i francesi dall'ossessione dell'inevitabile sconfitta. Facendo di Carlo VII il campione ideale della Francia, fece nascere una nazione . Il monarca, nonostante fosse una ben miserabile figura, divenne -attraverso l'ispirazione di Giovanna- il simbolo della vittoria, intorno al quale tutto il popolo si ritrovò. E se ella non fosse stata frenata dall'inerzia del re e dall'interesse dei suoi consiglieri, "avrebbe potuto - dice sir Charles Oman - cacciar gli Inglesi dalla Francia al primo assalto" (62). "L'eroica ragazza della Lorena- scrive il P ayne- .. . creò il popolo francese. Sino ad allora la Francia era stata abitata da Bretoni, Borgognoni, Armagnacchi, Angioini, Borboni; alla fine, il battesimo del fuoco attraverso il quale era passato il Paese e l'alone di eroismo che emanava dalla fanciulla d'Orléans avevano saldato insieme le parti in conflitto e dato loro quello spirito patriottico che è la base di una vita nazionale. La Francia era finalmente diventata una nazione" (63). È forse impossibile dire che in quel momento si realizzò il passaggio dal Medio Evo all'Era Moderna; molti altri eventi vi hanno concorso. (62) Sir C. Oman: "A Histoiry of the Art of War in the Middle Ages", Vol. II, pag. 397. (63) Payne: "The Poems of M aster Franç>is Villon of Paris"' (1892), pag. 8.
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LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Non appena Carlo VII sentì di avere in pugno la vittoria, volle ricordarsi di Giovanna, non tanto per rendere giustizia alla sua memoria quanto per non passare alla storia come il complice di una strega. Nel 1450, rioccupata Rouen ed entrato in possesso dei fascicoli processuali, ordinò un'inchiesta circa la legittimità della condanna. Ma Papa Nicola V non ne voleva sapere, avendo in animo una riconciliazione tra Enrico VI e Carlo per poter poi organizzare una Crociata contro i Turchi, ormai alle porte di Costantinopoli. Nel 1455 il suo successore, Callisto III, che sperava di persuadere Carlo a marciare contro i Turchi, consentì alla revisione del processo ed il 7 luglio 1456 furono dichiarati irregolari, in forma ed in diritto, gli atti del 1431. Cosi Giovanna fu riabilitata come la ''Pulzella di Dio''. Era quello l'epilogo adatto per una guerra nella quale ella aveva sacrificato la sua giovane vita per la Francia.
CAPITOLO XVIII
Il sorgere e l'affermarsi dell'Impero Ottomano
Quadro storico L'Impero Latino, costretto tra Bulgari e Serbi ad occidente e Greci di Nicea e Selgiuchidi di Rum ad oriente, confuso e stordito dalle contese tra Veneziani e Genovesi e da quelle tra le Chiese greca e latina, non poteva che essere un'apparizione fugace nel corso della storia. Nel 1261 giunse la sua ultima ora: quell'anno, Michele Paleologo, l'imperatore greco di Nicea, ottenuto il supporto dei Genovesi contro i Veneziani, occupò - incontrando ben scarsa resistenza - Costantinopoli (25 luglio) e fu incoronato in Santa Sofia come Michele VIII (1261 -1282). Per affermarsi sul trono, nel 1274 ratificò l'unione delle Chiese latina e greca; ma tale connubio non doveva durare a lungo. I danni prodotti dall'occupazione latina erano irreparabili e se non fosse stato per la grande invasione Mongola del1256-1260 che, guidata da Hugalu, nipote di Gengis Khan, aveva fatto crollare il potere di Selgiuchidi in Rum, è molto improbabile che il resuscitato Impero Bizantino sarebbe durato più a lungo di quello latino. Fu proprio durante l'invasione di Hugalu che una tribù di Turchi, da poco stanziata in Mesopotamia agli ordini di un capo chiamato Ertughril, passò in Anatolia e, per i servigi resi al sultano Selgiuchide, ebbe in concessione una terra da pascolo nelle vicinanze di Eskishehr (1), un centinaio di miglia ad est del Mar di Marmara. Nel 1281 Ertughril morì e suo figlio Osman o Othman- da cui il nome dato alla tribù: Turchi Ottomani - ampliò il suo territorio, in ciò facilitato dall'anarchia che regnava nell'Impero ove Andronico III (1320-1341) combatteva contro Bulgari, Serbi e Tartari mentre la sua ''Gran Compagnia Catalana" cercava di detronizzarlo.
(l) Trattasi di una cittadina che molti secoli prima era stata uno dei maggiori centri del mondo ellenistico: la greca Dorileo (N.d.T.).
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LE BAITAOLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
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Sfruttando tale stato di cose Osman occupò nel 1326 Brussa, divenuta poi la base per le operazioni ottomane contro l'Europa. Pochi mesi dopo morì e gli succedette suo figlio Orkhan (1326-1359). Subito, questi si mise in azione ed occupò Nicea (lzniq) nel 1329 e Nicomedia (Izniid) nel 1337. Dopodiché si diede a riorganizzare l'esercito, reclutando anche un reggimento di cristiani conosciuti come "giannizzeri" (truppe nuove) (2). Nel frattempo la Tracia era stata conquistata dai Tartari e nel 1344 la situazione dell'Impero era talmente critica che l'imperatore Giovanni V Cantacuzeno (1341-1383), per ottenere la neutralità di Orkhan, gli diede in moglie sua figlia Teodora. Tre anni dopo, allorché i Serbi di Stefano Dusan minacciavano l'esistenza stessa di Costantinopoli, Orkhan inviò 6.000 ottomani in Europa a dar man forte al suocero. Questi sconfissero i Serbi e si ritirarono, ma solo per ritornare nel1349, quando- forti di 20.000 uomini- respinsero i Serbi sino a Salonicco. Nel 1352, Solimano, il più giovane dei figli di Orkhan guidò un'altra spedizione in Europa e battè ancora i Serbi a Dimotica. È chiaro che la debolezza dei Greci stimolava l'ambizione di Orkhan. Sino ad allora i Turchi erano passati in Europa come razziatori, alleati o mercenari, per saccheggiare, ma anche per difendere l'Impero; nel1356 Orkhan decise di lanciarvi una campagna di conquista. Solimano, da Sestus, passò i Dardanelli con 30.000 uomini e l'anno successivo occupò Adrianopoli e Filippopoli. I Turchi Ottomani erano passati all'offensiva. Alla morte di Solimano, nel1359, suo fratello Murad prese il comdando delle truppe ad Adrianopoli e due mesi dopo, morto anche Orkhan, divenne sultano con il nome di Murad I (1359-1389). Egli continuò la politica espansionistica del padre, nel 1363 trattò con i Genovesi il trasporto di 60.000 uomini in Tracia e tre anni dopo sconfisse un esercito di 50.000 Serbi che avevano tentato di liberare Adrianopoli. Questa vittoria fece capire all'intera Europa da qual parte venisse il pericolo; ma sebbene il Papa sollecitasse una Crociata, Francia e Inghilterra erano troppo impegnate nella Guerra dei Cent'Anni per prendere parte attiva nella lotta contro il nemico della Cristianità. Murad continuò nelle sue conquiste e il 26 settembre 1371 distrusse, sulla Maritza, un esercito di 70.000 Serbi agli ordini del re Vulkasin; la sconfitta mise i Greci in una situazione senza speranza, tanto che l'imperatore Giovanni V dovette riconoscere il sultano quale suo sovrano. Seguirono molti altri successi ottomani, ma quando, nel 1386, Murad occupò Nis, il re Lazzaro di Rascia, figlio di Stefano Dusan, costituì una Lega pan-serba e nel 1387 ottenne una grande vittoria sulle sponde del F. (2) I giannizzeri erano corpi permanenti di fanteria, armati d'arco , di scimitarra e di pugnale, reclutati tra Slavi, Turchi e Greci d'Asia (N.d.T .).
IL SORGERE E L'AFFERMARSI DELL'IMPERO OTTOMANO
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Toplica. Il successo fece decidere gli indecisi e Croati, Albanesi, Polacchi ed Ungheresi corsero sotto le bandiere di Lazzaro. Murad prima si volse contro i Bulgari e quindi marciò contro l'esercito della Lega. Giunto nella piana di Kosovo ("il campo dei merli"), circa 50 miglia a nord di Uskub, mentre si preparava a dar battaglia, fu mortalmente ferito da un nobile serbo, Milos Kobilic, riuscito a giungere sino a lui facendosi passare per disertore. Il fratello di Murad, Bayazid , prese immediatamente il comando e, dopo una feroce battaglia, la più famosa nella storia serba, mise in fuga gli alleati. Lazzaro fu catturato e ucciso nella stessa tenda in cui Murad stava morendo. La vittoria degli Ottomani fu completa; essa fu la Waterloo dell'impero serbo e rimase senza vendetta sino alla battaglia di Kumanovo del 1912. Il nuovo sultano Bayazid (1389-1403), detto Yildirim ("il fulmine"), era un guerriero feroce cui mancava quel senso dello Stato che, invece, aveva posseduto il fratello. Tra il 1392 ed il1393 condusse una guerra di sterminio in Tracia per poi rientrare in Asia. Ne approfittò l'imperatore Manuele II (1391-1425) per chiamare in suo aiuto i Principi dell'occidente. Ebbe successo, in quanto papa Bonifacio IX organizzò una Crociata ed un forte esercito - si dice contasse da 50 a 100 mila uomini, per lo più Ungheresi - si radunò a Nicopoli agli ordini di re Sigismondo d'Ungheria e dei duchi di Borgogna e di Nevers. Per lo sgomento d'Europa, esso fu messo in rotta da Bayazid il 28 settembre de11396. Dopo questa vittoria, Bayazid puntò su Costantinopoli ove, nel 1400, Manuele - ricevuti rinforzi dal Maresciallo Boucicault, che aveva risalito il Corno d'Oro alla testa di 1.400 uomini d'arme - era partito per la Francia e l'Inghilterra a cercare altri aiuti. Durante la sua assenza, Costantinopoli era stata completamente circondata da Bayazid e, nel 1402, questi si preparava ad assaltarla quando ricevette un messaggio dal ferocissimo capo mongolo Tamerlano con il quale gli si ordinava di restituire ai Greci tutte le città ad essi strappate. Nel 1386 Tamerlano , dopo aver conquistato la Persia, era comparso dinanzi a Tiflis alla testa di un'immensa orda di Mongoli e Turchi. Nel1398 era penetrato nell'India settentrionale ed aveva occupato Delhi; l'anno successivo era rientrato nella sua capitale Samarcanda dalla quale, poi, era partito per piombare su Aleppo massacrando chiunque si era posto sulla sua strada. Saccheggiata Aleppo, aveva puntato su Gerusalemme con l'intenzione di proseguire per l'Egitto, ma un'invasione di locuste- che avevano privato del foraggio i suoi cavalli - l'aveva costretto a tornare indietro. Quindi, aveva preso Bagdad ed occupata Damasco; le teste degli abitanti era state ammassate a formare immense piramidi dinanzi alle porte di queste sventurate città. E proprio da Damasco Tamerlano aveva inviato il citato messaggio a Bayazid, il quale dovette levar l'assedio a Costantinopoli e tornare in Asia.
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LE BAliAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDEr.rf"ALE
Ad Angora i due eserciti si trovarono di fronte; Tamerlano riuscì a tagliar fuori l'avversario dai pozzi d'acqua potabile ed a costringerlo, così, a combattere. Il 20 luglio 1402 gli Ottomani furono sconfitti, Bayazid preso prigioniero e portato a Samarcanda ove morì l'anno dopo. Tamerlano quindi mosse verso ovest, saccheggiando villaggi e città e massacrando i loro abitanti. Brussa, la capitale ottomana, fu data alle fiamme; furono distrutte Nicea, Gemlik e molte altre città; Smirne fu presa dopo un assedio di quattordici giorni ed i suoi abitanti, come di consueto, uccisi. Da Smirne, Tamerlano rientrò a Samarcanda pensando all'invasione della Cina, ma mentre si stava preparando a questa nuova impresa, morì nel 1405 all'età di 69 anni. L'avanzare delle orde asiatiche aveva gettato la Cristianità nella più profonda costernazione e quando giunsero in Europa le notizie della vittoria di Tamerlano sembrò che l'Occidente stesse per soccombere. Ma, allorché si seppe che egli si era ritirato in Oriente, la speranza tornò a fiorire e apparve chiaro che se il mondo cristiano avesse saputo mettere da parte le sue contese e far fronte comune contro gli sconfitti ottomani, questi avrebbero potuto essere respinti in Asia. Questa grande opportunità durò IO anni; infatti, fu soltanto nel 1413 che la guerra di successione tra i tre figli più giovani di Bayazid - Solimano, M usa e Maometto- terminò con la restaurazione del sultanato da parte dell'ultimo di questi: a tale data i possedimenti ottomani in Europa erano ridotti ad Adrianopoli o poco più. Se i Cristiani fossero stati capaci di unirsi, come i Greci avevano fatto ai tempi di Serse e di Dario, essi avrebbero potuto coronare la battaglia di Angora riprendendo Adrianopoli; se l'avessero fatto l'impero ottomano sarebbe stato in ginocchio, perché proprio Adrianopoli era il suo centro di gravità. Invece di afferrare questa occasione inviata dal cielo, nello stesso anno in cui Maometto poneva termine alla guerra di successione, Enrico V reclamava la corona di Francia e si alleava con il duca di Borgogna per ottenerla. Di male in peggio, le Guerre Ussite bagnavano di sangue l'Europa centralé e, dal 1402 al 1454, in Italia, le guerre tra Milanesi, Veneziani e Fiorentini paralizzavano ogni possibilità di compiere sforzi congiunti contri i Turchi. Se Agincourt fosse stata combattuta in Oriente anziché in Occidente, la battaglia di Angora -per quanto concerne le due potenze musulmane - avrebbe preso il suo posto negli annali di storia come la battaglia più decisiva che mai sia stata combattuta per la difesa della Cristianità. Il regno di Maometto I, detto Celebi "il Signore" (1413-1421) fu trascorso nel ristabilire l'ordine. Egli fu un restauratore, non un conquistatore come il suo successore Murad II (1321-1451), che riuscì a riportare la bandiera ottomana nel cuore dei Balcani. Nel 1422 questi pose assedio a Costantinopoli, ma fu costretto subito
IL SORGERE E L 'AFFERMARSI DELL'IMPERO OTTOMANO
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a levarlo a causa di una rivolta scoppiata in Conia; subito dopo, l'imperatore Giovanni VI (1425-1448) si dichiarò disposto a pagargli un tributo. Nel 1430 Murad riprese Salonicco ed Uskub, invase la Transilvania e, nel 1435, assediò Belgrado. Quattro anni dopo, allo scopo di ottenere l'aiuto occidentale, al Concilio di Firenze Giovanni accettò la riunione delle Chiese; l'anno successivo il papa poteva così chiamare a raccolta tutti i principi cristiani per marciare contro i Turchi. Ladislao, re di Ungheria, rispose all'appello e nel 1441 il principe Giovanni Hunyadi (Giovanni Corvino), voivoda della Transilvania, cacciò gli invasori dalla Serbia. Tale successo fu seguito, nel 1443, da un'altra sconfitta turca nei pressi di Kustenitza (45 miglia a sud-est di Sofia) che provocò, nel 1444, una tregua tra Murad ed il re d'Ungheria. Ma subito essa per consiglio del cardinale Giuliano Cesarini, il quale riteneva che un giuramento prestato agli infedeli non avesse valore alcuno- fu rotta dagli alleati cristiani. Infuriato, Murad marciò contro di loro e li batté a Varna. Nel 1446, distrusse le fortificazioni dell'Istmo di Corinto, saccheggiò la Morea e due anni dopo si preparò ad invadere l'Albania, allora guidata dal famoso Giorgio Castriotes, detto Scanderbeg. Nel frattempo, sotto la direzione di papa Nicola V, il principe Hunyadi aveva radunato un esercito di 24.000 uomini- Ungheresi, Polacchi, Valacchi: Tedeschi - nella piana di Kosovo. Murad, messo da parte il suo progetto albanese, marciò contro Hunyadi alla testa di l 00.000 armati. La battaglia, iniziata il 18 ottobre, terminò il 20 con la completa vittoria di Murad; 800 cavalieri ungheresi, il fior fiore della nobiltà magiara, erano caduti sul campo. Per l'Ungheria e per l'Occidente, gli effetti della sconfitta furono catastrofici. Per anni e anni i Turchi non ebbero niente da temere dai loro nemici a nord del Danubio. Eccetto che dal mare, Costantinopoli era isolata e prossima a cadere. Nel1451, Murad morì ad Adrianopoli e gli successe il figlio Maometto II (1451-1481) detto "il Conquistatore".
L'assedio e la caduta di Costantinopoli ( 1453)
Allorché, il 6 luglio 1449, morì l'imperatore Giovanni VI e gli succedette sul trono il fratello Costantino XI, l'impero d'Oriente, che ai tempi di Costantino I si era esteso su tutta la penicola Balcanica (meno l'Illiria), sull'Asia Minore, la Siria, la Palestina, l'Egitto e la Cirenaica, era ridotto a poco più della sola città di Costantinopoli. Giovanni, durante il suo regno, era riuscito a mantenere a stento un poco onorevole "status quo", e per rabbonire il nemico aveva dovuto perfino congratularsi con lui dopo la vittoria di Varna. Né il clero ed i nobili erano stati meno servili; del popolo scrive C. Mijatovich: "La nazione era una massa inerte, senza iniziativa e senza volontà ... la tirannia governava e la codardia del popolo subiva; crudeltà spesso, ipocrisia sempre, nelle classi superiori ed in quelle inferiori ... i corpi politico e sociale erano senza morale, lo spirito di nazionalità era assente ... " (3). Tale ignobile stato di cose era in gran parte prodotto dei secolari tentativi di Roma di riunire le Chiese latina e greca, una questione teologica che aveva occupato da sola le menti critiche dei Bizantini con esclusione di ogni altro problema; e siccome, nell'Età della Fede, teologia significava politica, la questione religiosa era stata lo scoglio che aveva impedito l'unione strategica delle forze, senza la quale la porta orientale d'Europa era aperta ai Turchi. Nonostante la disputa tra le due Chiese risalisse al V Secolo, soltanto nell'Xl Secolo essa divenne acuta. Nel 1073, papa Gregorio VII aveva dichiarato: "È molto meglio per un paese rimanere sotto il dominio dell'Islam che essere governato da Cristiani che rifiutano di riconoscere i diritti (3) "Constantine tbe Last Emperor of the Greeks" di Chedomil Mijatovich (1892), pagg. 5-6.
l ' ASSEDIO E LA CADUTA DI COSTANTINOPOLI (1453)
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della Chiesa Cattolica" (4). E, dall'altra parte, allorché il cardinale Isidoro, in Costantinopoli, il 12 dicembre 1452 aveva proclamato l'unione delle Chiese già sanzionata nel Concilio di Firenze del 1439, il granduca Lucas Notaras aveva affermato che "è meglio vedere una città sotto il potere del turbante Turco che sotto quello della tiara latina" (5) . Anche durante l'assedio stesso, quando la situazione era divenuta disperata, "se anche un angelo discendesse dal cielo - scriveva Io storico Ducas - e dichiarasse che la salvezza della città dipende soltanto dalla riunione con la Chiesa di Roma, i Greci rifiuterebbero" {6). Nonostante l'affermata e proclamata unione, l'aiuto che i Greci ricevettero dalle potenze occidentali fu trascurabile. I Genovesi, stanziati aGaIata (Pera), il sobborgo di Costantinopoli sulla riva settentrionale del Corno d'Oro, rimasero neutrali durante tutto il conflitto. L'imperatore Federico III parlò molto, ma non fece niente; e così si comportò Alfonso, re d'Aragona, di Napoli e di Sicilia. Hunyadi chiese, in cambio di un qualche aiuto, di avere Silivria (Silivri) o Mesembria (Misivria) ed il re di Catalogna mer. canteggiò per Lesbo. Soltanto Venezia, Genova ed il papa offrirono assistenza; le prime due perché i loro commerci erano in pericolo, l'altro per tener fede al patto di unione. E così fu inviato il cardinale Isidoro con 200 soldati! Se tra i Cristiani troviamo soltanto dispute e fiacchezza, tra i Turchi vediamo invece la forza di un popolo giovane, unito sotto la guida di uno dei più notevoli uomini della storia d'Oriente, il sultano Maometto II (1451-1481), figlio di Murad II e di una bellissima schiava albanese. Quando suo padre morì, nel febbraio 1451, egli aveva 21 anni; non appena ricevuta la ferale notizia, lasciò la Magnesia (Anatolia occidentale) ed a tutta velocità passò i Dardanelli per recarsi ad Adrianopoli ove fu proclamato sultano. Tipico dell'uomo, il suo primo atto fu quello di far affogare il fratello, ancora bambino (7); il secondo, di far decapitare il sicario da lui assoldato per la triste bisogna e, terzo, di maritare la madre del bambino (8) con uno schiavo. Elegante nella figura, di media statura, con un lungo naso aquilino che sembrava coprire le labbra, portava lunghissimi baffi. Era troppo diffidente per avere amici e troppo crudele per avere nemici duraturi. Severo e brutale, era chiamato dai suoi seguaci "Hunkar" cioè "assetato di sangue". E il nome non er'a del tutto improprio : dopo la cattura di Costantinopoli (4) "Byzantunische Geschichten" di A.F. Gfriirer (1872-1874), Vol. II, pag. 459. (5) " History of the Byzantine Empire" di A.A. Vasilier (1929), Vol. II, pag. 349, citando la "Historia Byzantina" del Ducas, cap. XXXVII, pag. 264. (6) Citato da J. von Hamrner in "Histoire de l'Empire Ottoman". (1835), Vol. II, pag. 426. (7) Più tardi, legittimò l'uccisione dei fratelli più giovani del sultano. (8) Che non era madre anche di Maometto, ma sua matrigna (N.d.T. ).
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fece deporre sul tavolo, dinanzi a sé, le teste dei nemici decapitati! Raramente sorrideva; sembra che una delle poche occasioni in cui lo fece fu allorché gli raccontarono che Dracula, principe di Valacchia, aveva fatto inchiodare i turbanti sulla testa degli emissari ottomani perché questi si erano rifiutati di scoprirsi al suo apparire. Il fatto l'aveva tanto divertito che adottò subito un tal tipo di tortura. E, ancora, quando seppe che Dracula aveva fatto impalare parecchie migliaia di prigionieri turchi, sorrise esclamando: "È impossibile cacciare dal suo paese un principe che fa sì mirabili cose!" (9). Ciò nonostante possedeva una brillante intelligenza, affinata dalla grande cultura della seconda matrigna Mara Brankovich. Cosa rara per un turco, era capace di parlare, scrivere e leggere in cinque lingue straniere: Greco, Latino, Arabico, Caldeo e Persiano e probabilmente anche in Slavo. Durante tutta la sua vita si dimostrò ansioso di conoscere e di imparare: studiò fùosofia, teologia ed astrologia e fu mecenate della poesia e dell'arte persiana. " Egli riuniva in sé - scrive il Finlay -l'intraprendenza ed il coraggio della gioventù con la prudenza e la saggezza dell'età matura" (10) e tale combinazione di qualità gli diede le basi intellettuali per la sua opera di comandante e di statista. Aveva a modello i grandi uomini della storia ed aveva studiato in modo approfondito le vite di Ciro, di Alessandro, di Cesare, di Ottaviano, di Costantino e di Teodosio. ''Egli desiderava- scrive il Tetal di - conquistare il mondo intero per fare più di quanto avessero fatto i grandi uomini che ammirava" (11). Come generale, faceva più affidamento sulla quantità che sulla qualità. Sebbene più volte fosse stato messo a dura prova da Hunyadi e da Scanderbeg e fosse stato clamorosamente respinto dai Cavalieri di Rodi e dai Persiani, le sue qualità militari non erano mediocri. A differenza di molti altri sultani, sempre avocò a sé il comando dell'esercito; viveva per la guerra; decideva tutto da solo; non tollerava interferenze e imponeva una disciplina ferrea. Come scrive Gibbon: "Raramente vengono disattesi gli ordini di un padrone che non perdona mai" (12). Amava confondersi, travestito, con i suoi uomini per ascoltarne i discorsi e grave sventura capitava a chi avesse dato segno di riconoscerlo: anche un saluto significava morte immediata! l suoi piani erano preparati meticolosamente; i suoi movimenti, rapidi; mai fu scoraggiato da una sconfitta. Invase le regioni europee venti volte e le piegò al suo volere. Ma soprattutto, egli fu valentissimo nell'impiegare l'artiglieria: il primo vero grande artigliere della storia! Come stati(9) "Les Sultans Ottomans" di Halil Ganem (1902), Vol. l, pag. 147. (IO) "A History of Greece, etc." di G. Finlay (1877), Vol. III, pag. 498. (Il) Da "The Destruction of the Greek Empire an d tbe Story of the Capture of Costanti· nople by the Turks", di E. Pears (1903), pagg. 292-293 .. (12) "The Dedine and Fall" di Edward Gibbon, Vol. III, pag. 172.
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sta, agiva in assoluto isolamento ed ai suoi subordinati appariva quale un essere soprannaturale, un dio. Amministratore di grandi qualità, era un buon politico, un governatore anche tollerante ed un ottimo orgnizzatore che sapeva selezionare i problemi avocando a sé la soluzione dei principali e concedendo ampia delega per gli altri. Sin dalla prima giovinezza era stato tormentato dall'idea di prendere Costantinopoli e una volta avuto il potere si diede subito a realizzare un tal sogno. Prima di tutto, confermò i termini del trattato che Murad aveva stipulato con Costantino e professò a quest'ultimo le sue intenzioni pacifiche. Quindi, per evitare che l'emiro di Karamania lo attaccasse alle spalle, come era successo a suo padre - che proprio per questo era stato costretto a levar l'assedio a Costantinopoli - lo mise in ginocchio. Venne poi a patti con i Veneziani, concluse una tregua di tre anni con Hunyadi e fece la pace con l'Ungheria, la Valacchia e la Bosnia. Dice il Gibbon: "La pace era sulle sue labbra, mentre aveva la guerra nel cuore" (13). Infine, ricordando l'enorme prezzo che suo padre aveva dovuto pagare per traghettare i soldati sino a Gallipoli, decise di ovviare all'inconveniente. Già padrone della sponda asiatica del Bosforo, ave Bayazid aveva eretto il castello di Anatolia - Hissar (14), volle esserlo anche di quella europea e nel marzo del 1452, fattovi sbarcare un contingente di soldati e di 5000 operai, iniziò la costruzione della fortezza di Rumili Hissar (Bogaz Kessèn- "Castello che taglia"), chiamato dai Greci "Laemocopia" (Castello taglia-gola). Nicolò Barbaro, nel suo " Diario dell'assedio" scrive: "Questa fortezza era formidabile dalla parte del mare, assolutamente imprendibile anche perché difesa da numerose bombarde; dalla parte di terra era pure forte, ma non altrettanto" (15). Sei mesi dopo, a lavori ultimati, qualsiasi comunicazione della città con il Mar Nero era interdetta, il che significava che la capitale non poteva più ricevere i cereali che le arrivavano dall'Ucraina. Maometto, dopo aver fatto un'apparizione dinanzi alle mura di Costantinopoli alla testa di circa 50.000 uomini, il 6 settembre 1452 se ne allontanò per completare ad Adrianopoli la sua preparazione. L'esercito turco era costituito da tre categorie di soldati: i "giannizzeri", i "bascibuzuk" e le leve provinciali. I primi formavano i ranghi dei reparti regolari in servizio permanente, erano 12 o 15 mila e rappresentavano il corpo militare più formidabile del XV secolo: nessun regno cristiano disponeva di soldati simili e neanche le "ordinanze" francesi di Carlo VII potevano reggere il paragone.
(13) Gibbon, Vol. VII, pag. 170. (1 4) li castello eretto di Bayzid si chiama oggi Guzel Hissan (''Bel Castello") N.d.T. (15) Pag. 2. Citato da Vasiliev ("History of the Byzantine Empire", vol. Il, pag. 348).
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Sin dai tempi di Murad l, venivano reclutati nelle province cristiane, ognuna delle quali era obbligata a fornire ogni anno una "quota" di giovani, compresi tra i 7 e 12 anni, scelti per robustezza e per intelligenza. Questi sfortunati venivano costretti a convertirsi alla religione maomettana e sottoposti alla più severa disciplina. Gli si proibiva di sposare, di possedere oggetti di lusso, di commerciare o di accumulare beni: erano veri e propri monaci militari, sino all'età in cui venivano mandati in pensione (16). A differenza dei "giannizzeri", i "bascibuzu!k" formavano reparti mal armati, misti di Turchi e di rinnegati Cristiani; le leve provinciali, in gran parte reclutate in Anatolia, erano di poco migliori. L'esercito turco e la sua dottrina tattica in questo periodo sono ben descritti da Bertrandon de la Brocquière nel suo "Travels" del 1432-1433. Possiamo così sapere che gli Ottomani indossavano una cotta di maglia che copriva i tre quarti del corpo ed un copricapo bianco, a punta, ornato con borchie di ferro. Le loro armi erano l'arco, la spada e la mazza. L'obbedienza dei soldati ai superiori era assoluta, ed era forse questo il principale punto di forza. La tattica consisteva in sostanza nell'individuare il nemico mediante una metodica esplorazione, seguirne attentamente le.mosse e quindi sorprenderlo con il grosso dell'esercito: così era avvenuto a Nicopoli. "La loro maniera di combattere - scrive - si adattava alle circostanze. Allorché trovavano l'opportunità, si dividevano per poi attaccare simultaneamente da varie direzioni. .. nel combattimento erano formidabili ... Quando il Comandante, o un ufficiale, aveva la sensazione che un reparto nemico fosse in difficoltà, faceva battere tre volte una specie di tamburo; gli altri facevano altrettanto ed in breve tutti erano addosso all'avversario come cani attorno all'osso ... nelle battaglie in campo aperto, usavano lanciare frecce incendiate sulla cavalleria nemica, in modo da spaventare i quadrupedi. Spesso schieravano sulla loro fronte un gran numero di cammelli o di dromedari, che sono aggressivi e intrattabili, e li lanciavano quindi a scompaginare i reparti di cavalleria avversari" (17). Ma più importante dei "giannizzeri" era l'artiglieria di Maometto, servita quasi interamente da soldati cristiani: Critobolus dice "era l'artiglieria che risolveva tutto" (18). In totale, Maometto disponeva di 12 o 13 grandi bombarde (cannoni) e di 14 batterie di calibri minori; ogni batteria era su 4 pezzi. Il suo cannone più grande, fuso ad Adrianopoli da un ungherese di no(16) Per una sintesi delle regole cui erano sottoposti sotto Murad l , vds. "Coostantine the Last Emperor of the Greeks" di Chedonùl Mijavich, pagg. 27-32 e " État Militaire Ottoman depuis la Fondation de l'Empire" di Ahmed Djevad Bey (1882), pa. 66. (17) " Early Travels in Palestine", ed . T. Wright (1855), pagg. 363-366. (18) "The Cambridge Medieval History" , Vol. IV, pag. 698.
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me Urban, era capace di scagliare palle del peso di sei quintali (19). Questo mostro aveva bisogno, per essere spostato, di 60 buoi; 400 uomini erano destinati al suo servizio (200 per guidarlo nel movimento, e 200 per spianargli la strada). Ci volevano 2 ore per caricarlo e, quindi, poteva far fuoco soltanto sei o otto volte al giorno. Secondo il Phrantzes, alla fine esplose uccidendo il suo costruttore (20). Allorché l'assedio ebbe inizio, Nicolò Barbaro, che vi prese parte, dice che vi erano 150.000 uomini schierati tra il Corno d'Oro ed il Mar di Marmara; il Tedaldi, un soldato fiorentino, dice 200.000 di cui 140.000 soldati e gli altri "ladri, rapinatori, saccheggiatori che seguivano l'esercito per far bottino" (21). La flotta di Maometto non era molto efficiente; pare che contasse da 145 a 350 navi da guerra, la maggior parte delle quali di scarso tonnellaggio. Per far fronte ad un tale formidabile strumento di guerra, dentro le mure di Costantinopoli non c'era praticamente niente e tra la città ed il porto nel Corno d'Oro si trovava soltanto una manciata di mercenari e qualche Sebbene gli abitanti della città fossero 100.000, vascello in condizioni pietose. l quando fu ordinata la chiamata degli uomini idonei a combattere se ne trovarono soltanto 4.973. Nonostante una tal dimostrazione di codardia, Costantino eroicamente si preparò all'inevitabile scontro all'ultimo sangue. Prima di tutto occorreva riparare le mura, in pessimo stato. Esse circondavano la città e- tralasciando Galata che era in mani neutrali- avevano una lunghezza di circa 13 miglia. Topograficamente si potevano dividere in tre sezioni: l . Fronte a terra: costruite da Teodosio II nel V secoJo, lunghe 4 miglia, correvano tra il Mar di Marmara e la Porta d'Oro a sud sino alla Porta Xilo (Porta di legno) a nord, sul Corno d'Oro. 2. Fronte a mare: correvano, per 3 miglia e 112, lungo il Corno d'Oro dalla Porta Xilo sino all'Acropoli (Punta del Serraglio). 3. Fronte del porto: in continuazione delle precedenti mura, correvano per 5 miglia e 1/2 lungo la sponda del Mar di Marmara. Mentre la seconda e la terza sezione erano costituite da una sola muraglia, la prima aveva tre ordini di difese: a. un muraglione interno alto circa 15 m. con 112 torri, ciascuna alta circa 20m.; b. un muraglione esterno, alto circa 8 m., anch'esso guarnito di torri; (19) Macchine capaci di scagliare palle più pesanti di queste furono in uso poco prima dell'adozione generale del cannone. Se ne ricordano da 3000 libbre all'assedio di Zara (1346) da parte dei Veneziani ed all'assedio di Cipro (1373) da parte dei Genovesi. Il "Mons Meg" di Edimburgo venne fuso nel 1455: le sue palle di granito misurano 21 pollici di diametro. (20) "Histoire de l'Empire Ottoman", Vol. II, pag. 398. (21) Sono dati dubbi. Vds. "The Cambridge Medieval History", Vol. IV, pagg. 695-696.
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c. un parapetto avanzato, davanti al quale correva un fossato largo circa 20m. e profondo circa 5. Tra ciascun ordine di opere correva un camminamento largo circa 18 m.; quello tra la muraglia esterna ed interna era detto "Peribolos", mentre q·uello tra la muraglia esterna ed il parapetto " Perateichion". Per chiarezza, le mura del fronte a terra possono essere suddivise in tre sezioni: l. dalla Porta d'Oro alla Porta di S. Romano (Top Capou, Porta del Cannone); 2. dalla Porta di S. Romano a quella di Adrianopoli e 3. da quest'ultima alla Porta Xilo. Attraverso la seconda sezione passa il corso del fiume Lycus e l'area immediatamente ad ovest era detta "Mesoteichion". Il porto principale era, come oggi, il Como d'Oro, protetto a sud dalle mura della città ed a nord da quelle di Galata. Il suo accesso dal Bosforo era sbarrato da un enorme catena, rinforzata da immensi ceppi di legno. Dietro di essa stava alla fonda la flotta imperiale che, all'inizio dell'assedio, era forte di 26 navi, 10 greche e 16 tra veneziane, genovesi, ecc.; 15 di esse, armate, erano agli ordini di un veneziano, Gabriele Trevisano, che aveva offerto i suoi servigi "per l'onore di Dio e di tutta la Cristianità". Sebbene Costantino non avesse potuto reclutare più di 5000 combattenti sui 25.000 cittadini abili alle armi, aveva ricevuto un piccolo ma valido aiuto da alcuni " condottieri", il che portava le sue forze a 8.000 uomini. I primi rinforzi arrivati erano stati 200 soldati agli ordini del legato pontificio cardinale Isidoro, già metropolita di Kiev, che era partito per il Corno d'Oro nel novembre dell452. Tale arrivo, tuttavia, era servito soltanto ad inasprire l'insanabile odio tra Occidente ed Oriente; infatti, allorché, il 12 dicembre, egli stava celebrando la Messa in S. Sofia e commemorava la unione delle Chiese, il popolo infuriato -aizzato da Gennadio, ultimo patriarca - si era rivoltato apertamente, gridando " morte agli azimiti (gH scomunicati)". Cosi, fin proprio dall'inizio dell'assedio, i Greci decisamente sacrificavano l'indipendenza politica al loro odio per Roma (22). Nel gennaio successivo arrivò il capitano genovese Giovanni Giustiniani con due navi cariche di 700 uomini; con lui c'era Giovanni Grant, un tedesco esperto in artiglierie ed ingegneria militare. L'arrivo del Giustiniani fu evento della più grande importanza, non soltanto perché portava alla difesa due potenti navi da guerra e 700 soldati, 400 dei quali completamente armati ed equipaggiati, ma soprattutto perché egli era uno dei più noti capitani del tempo: abile condottiero e uomo di eccezionale energia, audacia e coraggio. Allorché egli offrì la sua spada all'imperatore, Costantino lo nominò comandante di tutte le forze e gli conferì poteri (22) Un elemento che giocava un ruolo importante a favore dei Turchi risiedeva nel fatto che, nelle provincie da questi occupati, i vescovi nominati dal patriarca erano stati riconosciuti come capi civili e religiosi delle comunità cristiane.
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Fig. 31 - Assedio di Costantinopoli dittatoriali. Un fremito di speranza percorse Costantinopoli. Maometto, che si era impadronito dj due piccoli avamposti bizantini sul Bosforo impalandone le guarnigioru e che aveva impiegato esaJazioru di zolfo per " gassare" il presidio del castello di Prinkipo, apparve il 5 aprile 1453 djnanzi alle mura del fronte a terra e schierò il suo esercito suddividendolo in quattro corpi. Essi erano: (l) Zagan pascià, per controllare Galata e per costruire un ponte all'estremità occidentale del Corno d'Oro onde consentire l' attacco alla Porta Xilo; (2) Caraja pascià, per attaccare la sezione dj mura tra la Porta Xjlo e quella di Adrianopoli, mentre (3) Isac pascià avrebbe attaccato quella compresa tra S. Romano ed il Mar di Marmara. (4) Nella vaJle del Lycus, tra le due porte di Adrianopoli e dj S. Romano, Maometto dispose il nerbo delle sue truppe ed i "giannizzeri" agli ordini del gran visir Halil pascià: era lì che intendeva condurre l'attacco principale. La sua tenda rossa e oro fu alzata immediatamente dietro quest'ultimo corpo.
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Costantino capì dove stava per cadere il terribile colpo di maglio e portò il suo comando dietro le mura, nella valle del Lycus, affidando la difesa della sezione più minacciata al Giustiniani. A nord mise i fratelli Antonio, Paolo e Troilo Bocchiardi, Teodoro di Karystos e Giovanni Grant; a sud, il Contarini, Andronico Cantacuzeno e altri capitani. La rimanente parte delle mura restò affidata a piccoli distaccamenti, molti dei quali guarnivano le torri con non più di tre o quattro uomini per ciascuna. Il 12 aprile, quando la flotta turca, agli ordini del rinnegato bulgaro Baltoglu era all'ancora nella rada di Prinkipo, il grande cannone fu fatto avanzare nella valle del Lycus sino all'orlo del fossato difensivo; si iniziò, così, il primo grande bombardamento della storia, accompagnato dal rullare dei tamburi e dalle grida di migliaia di soldati in preda alla massima eccitazione. Dice il Mijatovich: "Dalla creazione del mondo, niente di simile si era mai udito sulle rive del Bosforo" . Fu comunque una cosa lenta. Sebbene il bombardamento continuasse giorno dopo giorno - a sette o otto colpi per giorno - i suoi effetti non furono apprezzabili sinché un inviato di H unyadi non venne ad insegnare agli artiglieri di Maometto che il tiro non andava disperso, come essi facevano, bensì concentrato su una sezione triangolare delle mura. Si dice che gli Ungheresi desiderassero la caduta di Costantinopoli perché un eremita serbo aveva predetto che la Cristianità non si sarebbe liberata dai Turchi sinché non fosse stato distrutto quel covo di eretici (23). Ma, appena una porzione di muro cedeva, subito veniva rinforzata ed il 18 aprile Maometto, impaziente dinanzi agli scarsi risultati ottenuti, ordinò un attacco generale alle mura ed alla barriera galleggiante. L'attacco fu lanciato al grido di "Yagma!" (al saccheggio) e con terribili grida i Turchi riuscirono a superare il fossato. Dice iJ Mijatovich: "Il rombo della fucileria, il suono delle campane, il fragore delle armi, le grida dei combattenti, il pianto delle donne e dei fanciulli producevano un tal rumore che sembrava che stesse crollando il cielo. Nuvole di fumo avvolgevano la città ed alla fme i contendenti non si vedevano l'uno l'altro" (24). Ma Giustiniani era pronto: aprì un tal terribile fuoco con le armi portatili e con le bombarde (25) ed ordinò un tale lancio con gli archi, le balestre e le catapulte che ricacciò gli attaccanti nel fossato. Nel frattempo il granduca Notaras respingeva l'assalto navale all'ostruzione del porto. Maometto era così infuriato per l'insuccesso che i suoi generali ebbero serie difficoltà a persuaderlo a non caricare il cannone con i corpi dei suoi
(23) "Chronique of Constaotioop1e" dj George Phrantzes (1838( pag. 239 (Vds. Mijatovich, pag. 156). (24) "The S1avocic Chrocicher", pag. 27 (Vds. Mijatovich, pag. 156). (25) Caricate con 5-10 palle dj piombo. Vds. "1453 - Les Derciers Jours de Constantinop1e" (1883) dj E.A . V1asto, pag. 84.
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caduti per lanciarli oltre le mura della città (26). Due giorni dopo, avvenne una straordinaria battaglia navale. Nel marzo precedente, tre grandi navi da guerra genovesi, che trasportavano soldati e munizioni a Costantinopoli, avevano dovuto fermarsi nell'isola di Chio a causa dei venti contrari e lì erano rimaste sino a quando, ill5 dello stesso mese, avevano potuto nuovamente spiegare le vele. Incontratesi con una nave imperiale che trasportava cereali, si erano unite ad essa giungendo in vista della cupola di S. Sofia alle dieci del mattino del 20 marzo (27). Saputo del loro arrivo, Maometto, dato ordine alla flotta di prendere il mare per distruggerle o catturarle, si era portato - con il suo stato maggiore - sulla sponda del Bosforo, a Galata, per godersi lo spettacolo. Egli aveva così potuto vedere 145 galere turche andare allo scontro e non aveva avuto dubbio alcuno che le quattro navi cristiane sarebbero state affondate; e nessun dubbio in proposito avevano avuto le migliaia di spettatori che affollavano le mura di Costantinopoli ed i tetti delle -case. Urlando di gioia, Baltoglu diresse suJ nemico; ma il vento era forte e le grandi navi genovesi, e quella da trasporto che era con loro, piombarono sulla flotta turca mandando in pezzi le galere che urtavano o spezzando i loro remi. Poi, una volta doppiata la Punta del Serraglio, cadde il vento, ed esse si trovarono improvvisamente circondate. Iniziò allora un combattimento disperato. Quando i Turchi cercavano di agganciare le loro fiancate, i ponti d'arrembaggio venivano tagliati con le ascie. Pietre, fuoco greco, frecce, giavellotti venivano scagliati sugli assalitori e le anni da fuoco spazzavano a palla i ponti dei loro vascelli. Durò due ore. Maometto era furioso e gridava ordini al suo ammiraglio come se questi lo potesse sentire. Improvvisamente si alzò un refolo di vento, la catena di sbarramento del porto fu abbassata e le quattro navi, ancora sconquassando quelle avversarie che avevano attorno, poterono entrare nel Corno d'Oro (28). Maometto ordinò che Baltoglu fosse immediatamente impalato, ma i suoi generali lo convinsero a risparmiarlo. Allora, fattolo tenere steso a terra da quattro schiavi, lo ricoprì di bastonate. Se era ancora in scacco, Maometto era !ungi dall'esser sconfitto. Egli capì di quale vitale importanza fosse il Corno d'Oro; se fosse stato in sue mani, avrebbe potuto minacciare la parte settentrionale delle mura e costringere i difensori a disperdere ancor più le loro già esigue forze. (26) L'idea non era nuova. Era già successo qualcosa del genere all'assedio di Carolstein el l422. Vds. ' 'The Projectile. Throwing Engines of the Ancients", di sir Ralph Payne. Gallwey (1907), pag. 39. (27) Secondo Schlumberger (pag. 126) i nomi dei capitani genovesi erano Leonardo da Chio, Maurizio Cattaneo e Domenico di Navarra, con Battista di Feliciano. Il comandante dei trasporti era Phlantanelas. Il loro valore valore merita di essere ricordato. (28) J. von Hammer citando Ducas. Vds. " Histoire de l'Empire Ottoman", Vol. Il, pag. 405.
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Così decise di trasportare parte della flotta attraverso la lingua di terra (29), di circa un miglio, che separa il Bosforo dal fiume detto Le Sorgenti e che si getta nel Corno d'Oro ad ovest di Galata. Con il suo abituale impeto, radunò migliaia di uomini per livellare il terreno, costruire un corridoio in legno e cospargerlo di grasso. Su di esso furono spinte circa settanta navi, con le vele spiegate e le bandiere al vento e sotto la copertura del fuoco di artiglieria esse furono "varate" nel Corno d'Oro. Tale inattesa manovra lasciò costernati i Greci; ma quando si accorsero che le navi non andavano ad attaccare lo sbarramento, ripreso coraggio, pensarono di impadronirsene nottetempo. Il tentativo fu decisamente respinto, anche perché il piano era stato rivelato ai Turchi dai genovesi eli Galata. Intanto, per collegare le due ali del suo esercito, Maometto aveva fatto costruire a tempo di record un ponte sul Corno lungo circa 700 metri. I Greci erano adesso tanto scoraggiati che proposero a Costantino di mettersi in salvo lasciando la città. Egli ascoltò in silenzio il consiglio e quindi replicò: "Vi ringrazio ... ma come potrei lasciare le chiese di Nostro Signore cd i suoi sacerdoti ed il trono ed il mio popolo in questa situazione? Che direbbe di me il mondo? Vi prego, amici, non chiedetemi di !asciarvi. Mai , mai vi lascerò! Io morirò qui con voi ! E cosi dicendo l'Imperatore si volse per non far vedere le lacrime; e piangeva il Patriarca e piangevano tutti i presenti" (30). La determinazione di Costantino diede nuovo vigore alla difesa, nonostante la situazione rimanesse disperata; se non fossero arrivati rinforzi al più presto, la città doveva cadere, se non altro per fame. Così, il 3 maggio, un piccolo veloce brigantino eluse la sorveglianza turcaed andò alla ricerca dei promessi aiuti papali che sì diceva non fossero lontani. Il bombardamento continuava ed il 7 ed il 12 maggio i T urchi attaccarono decisamente, prima con 30.000 e poi con 50.000 uomini; entrambe le volte Giustiniani riuscì a respingerli in una bagno di sangue. L'enorme superiorità numerica dei Turchi cominciava ora a giuocare a favore degli assediati; infatti, il problema dei rifornimenti era divenuto tanto assillante per Maometto che, se non fosse riuscito ad avere ragione della città entro la fine del mese, avrebbe dovuto -come era accaduto in altre occasioni - levar l'assedio. Avendo capito che non sarebbe stato capace di aprire una breccia nelle mura prima che queste fossero di volta in volta, riparate, decise di attaccare, ill8 maggio, sotto il fuoco di accompagnamento erogato dalla sommità di un'immensa torre d'assedio, appositamente costruita in legno e detta " Helepolis", trascinata vicino al fossato. Ma Giustiniani la incendiò facendo rotolare nel fossato stesso barili di poi(29) Neppure quest'idea era originale. J. von Hammer, Vol. Il, pagg. 405-408 fornisce diversi esempi nel passato. (30) Mijatovich, op. cit., pag. 174.
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vere e facendoli poi esplodere. Il sultano esclamò: "Potessi avere quell'uomo dalla mia parte!". Falliti tutti i tentativi, sì ricorse alle mine in galleria (31), in particolare nei pressi della Porta di Adrianopoli. Ma Giovanni Grant rispose facendo scavare dei fornelli da mina in direzione opposta e parallela e riuscendo a far saltare in aria i genieri turchi che vi lavoravano (32). In qualche caso gli avversari si incontrarono sotto terra e si affrontarono con l'ascia, il pugnale e la spada. Tali ripetuti insuccessi e le voci di un esercito ungherese in arrivo da nord e della flotta papale da sud, portarono lo sconforto nel campo degli assedianti. Anche il loro indomito capo fu preso dal dubbio e quando si vide rifiutare la resa dall'imperatore riunì - era il 26 o il 27 maggio - il consiglio di guerra per ascoltare i suoi generali. Halil pascià, che era stato sempre in prima linea, consigliò la ritirata, ma Zagan pascià, il suo grande rivale, fu di parere opposto, ricordando che Alessandro Magno aveva conquistato il !UOndo con un esercito di gran lunga inferiore a quello che adesso era schierato dinanzi alle mura di Costantinopoli. Il sultano si convinse alle sue argomentazioni (33) e ordinò un attaco simultaneo alle mura del fronte a terra ed a quelle del fronte a mare per il 29 maggio. Il piano prevedeva che la flotta tenesse i difensori sotto un tale uragano di fuoco da impedire loro di andare a rinforzare il fronte a terra. Gli obiettivi erano tre: (l) le mura tra il Tekfour Serai e la Porta di Adrianopoli; (2) quelle nella valle del Lycus nei pressi della Porta di S. Romano e (3) la 3" porta militare, a mezza strada tra la Porta S. Romano e quella d'Oro. Lo sforzo principale era previsto in corrispondenza del secondo di questi obiettivi. L'attacco doveva esser portato senza pause, di giorno e di notte, sino a ridurre i difensori in tali condizioni da non poter opporre una seria resistenza all'assalto finale. Maometto disse: "Ho deciso di impiegare i reparti a ondate successive, sinché il nemico non possa più resistere" (34). Stabilito il piano, egli impartì gli ordini alla flotta ed a Zagan pascià, che doveva (31) A quel tempo l'arte delle mine aveva fatto ben pochi progressi rispetto ai tempi di Filippo il Macedone, che aveva usato mezzi simili nel suo assedio a Bisanzio nel 340 a.C. Il minamento si traduceva nello scavo di una camera sotto il muro, sorreggendone il soffitto con dci sostegni a cui poi veniva dato fuoco. (32) "The Slavonic Chronicler" . pag. 12 (Vds. Mijatovich, pag. 186) scrive: "Fu come se fosse arrivato un fulmine, la terra tremò e con un grande scroscio un turbine verdastro risucchiò i Turchi in aria. Brandelli di uomini e di travi caddero nella città e nell'accampamento. Gli assediati scapparono correndo dalle mura, e gli assedianti dal fossato". Se la descrizione è esatta, questo è il primo caso registrato di uso della polvere nera in una mina. (33) Phrantzes, pag. 269 (citato da Mijatovich, pagg. 201-202). (34) Vds. Schlumberger, op. cit., pag. 259, ove cita Critobolo.
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passare sulla riva meridionale del Corno d'Oro per attaccare il primo obiettivo. Infine, dispose per l'ammassamento dei materiali: 2.000 scale a pioli, uncini di ferro per tirar giù le barricate che Giustiniani aveva eretto per chiudere le brecce ed una massa di fascine per riempire il fossato. Elettrizzato dalla sua energia, l'esercito si mise al lavoro e, nelle notti sul 28 e sul 29 maggio, i fuochi accesi in tutti gli accampamenti intorno alla città schiarivano le tenebre con un terribile presagio. Il mattino del 29 il sultano ispezionò la flotta, adesso agli ordini di Hamud, e galoppò tra i reparti ad accertarsi che tutto fosse pronto. Se tra i Turchi cresèeva l'entusiasmo, la vita in città era pervasa dallo coramento e dalla tristezza. Il 23 maggio era rientrato il brigantino: nessuna flotta arnica era stata avvistata. La notizia fece morire le ultime speranze nel cuore degli abitanti. Presagi di catastrofe correvano di bocca in bocca: un'icona era stata vista sudare; erano stati uditi strani rumori ed un globo di luce aveva avvolto la cupola della cattedrale. Il presidio ora contava circa 4.000 uomini armati ed il resto della popolazione non poteva far altro che pregare per un miracolo. Un uomo conservava, in tali frangenti, tutta la sua dignità e tutto il suo coraggio: questi era Costantino, che portava il nome del primo e dell'ultimo degli imperatori d'Oriente. Nella notte sul 29, si rivolse ai suoi Greci, Veneziani e Genovesi, dicendo: "Operiamo insieme, miei commilitoni e miei fratelli, per guadagnarci la libertà, la gloria e l'eterno ricordo! Metto il mio scettro nelle vostre mani. Eccolo! Salvatelo! Corone di alloro vi attendono in cielo, ed in terra i vostri nomi saranno ricordati con onore sino alla fine dei tempi". E tutti gridarono: " Moriamo, per la fede e per la patria! Moriamo, per la Chiesa di Dio e per te, nostro Imperatore!" (35). Andarono tutti, quindi, a S. Sofia ad intonare il "Kyrie eleison", l'ultima funzione religiosa cristiana celebrata nella chiesa della Santa Saggezza. Basandosi su fonti bizantine, il Pears ci dà una vivida descrizione della cerimonia: "L'imperatore - scrive - ed alcuni dei capitani erano presenti ed il tempio era ancora per una volta, l'ultima, pieno di fedeli cristiani. Non c'è bisogno di molta immaginazione per vedere la scena. L'interno della chiesa era il più bello che l'arte cristiana avesse prodotto e la sua bellezza era esaltata dallo splendore della nobiltà bizantina; preti e soldati frammischiati, nativi, Veneziani, Genovesi, LUtti erano lì, tutti consci del pericolo che incombeva, tutti convinti che le rivalità che li avevano divisi per tanti anni erano cose ben trascurabili in quel momento. L'imperatore ed il suo seguito, terminata la funzione, salutarono il patriarca. In realtà, quella cerimonia era una liturgia per i defunti. L'Impero era agonizzante ed il servizio funebre veniva celebrato nella chiesa più bella (35) L'it11ero discorso venne trascritto da Phranlzes (pagg. 271 -278) che era presente.
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e dinanzi all'indomito imperatore. Se la scena dell'incoronazione di Carlo Magno e della nascita di un impero, così vividamente descritta dal Bryce, è certamente tra le più pittoresche della storia, quella dell'ultimo servizio cristiano in S. Sofia è sicuramente tra le più tragiche" (36). Dopo la funzione, Costantino galoppò verso occidente, con Giustiniani e don Francesco di Toledo a prender posizione dietro la Porta di S. Romano : la notte calava sulla città (37). A causa della scarsità di uomini l'imperatore decise che- non potendo garantire entrambi gli ordini delle mura - conveniva tenere quello esterno: egli sarebbe stato nel "Peribolos" e, per esser sicuro che nessuno abbandonasse quella posizione, ordinò che tutte le porte militari che vi adducevano dall ' interno fossero sprangate. Non poteva esservi scampo, bisognava combattere sino alla fine. O i Turchi sarebbero stati respinti o avrebbero annientato i difensori! Verso mezzanotte l'imperatore, seguendo il camminamento, si recò nella valle del Lycus. La notte era buia e umida e cominciava a cadere la pioggia, ·quando improvvisamente tutti i fuochi degli accampamenti turchi si spensero. All'una e mezzo circa del mattino, altrettanto improvvisamente, il silenzio fu rotto dal clamore .delle tr9mbe, dei tamburi e delle grida: era il segnale per l'assalto generale. Nel settore del Lycus, ove si svolgeva lo sforzo principale dell'attaccante, Maometto aveva suddiviso le truppe in tre scaglioni: i basci-buzuk, gli Anatolici ed i "giannizzeri" . Avanti i peggiori, in rincalzo i migliori. 11 primo scaglione doveva mettere a dura prova i difensori e far esaurire loro le munizioni e, in una confusione selvaggia, migliaia di uomini si precipitarono nel fossato, ora colmato a metà, e posarono le loro scale contro la muraglia esterna o la palizzata che in alcuni punti l'aveva sostituita. Arrivò loro addosso una scarica di proiettili, fuoco greco, olio bollente, così che iniziarono a retrocedere; ma soltanto per essere spinti nuovamente in avanti da una linea di "Chaoushes" (sergenti) armati di mazze ferrate e di fruste fatte con catene. Alla fine Maometto fece intervenire gli Anatolici e la lotta infuriò più terribile che mai. Alcuni riuscirono a raggiungere il "Peribolos", ma furono respinti dal Giustiniani i cui uomini, che indossavano armature complete, avevano subito poche perdite. L'attacco fallì ed alla fine 10.000 "giannizzeri" - grandi soldati ed uomini vigorosi, dice il Barbaro - irruppero sulle mura, non come Turchi ma come leoni (38). Giustiniani ed i suoi, battendosi con le !ance, con le ascie, con le pie(36) "The Destruction of the Greek Empire", pagg. 330-33 l. (37) Non appare chiaro come si citi adesso il tramonto se la cerimonia era iniziata "nella notte sul 29" (N.d.T.). (38) Pears. op. cit., pag. 340.
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che, con le spade, riuscirono ad isolare i più avanzati e per un po' il combattimento divenne un feroce corpo a corpo senza che alcuno dei contendenti riuscisse a prendere il sopravvento (39). Nel frattempo, mezzo miglio a nord del luogo ove Giustiniani stava combattendo contro i soldati più formidabili d'Europa, accadde un evento di minore importanza che, tuttavia, doveva provocare la caduta della città. Nell'angolo compreso tra la triplice muraglia di Teodosio e quella più stretta, che circondava i palazzi di Porfirogenito (Tekfour Serai), c'era una piccola porticina della cinta più interna conosciuta come la Porta dei Circo (40). Essa, chiusa nel 1204 dall'imperatore !sacco II Angelo, era stata recentemente riaperta. Durante l'attacco, un reparto di circa 50 "giannizzeri", avendo notato che era indifesa, vi irruppe, subito seguito da altri, Così essi poterono accedere all'interno della cinta muraria, attaccare sul fianco i difensori e consentire agli altri di superare le mura e di entrare in città, ove subito fu ammainato l'emblema di S. Marco e alzata la bandiera turca. Mentre essi si davano al saccheggio dei palazzi circostanti, i fratelli Bocchiardi riuscivano a bloccare la porta; l'incidente sembrava chiuso lì. Ma il destino er~ contro i difensori; mentre il terzo assalto nella valle del Lycus veniva respinto e l'imperatore incoraggiava i suoi gridando: "Vedo il nemico ritirarsi in disordine! Se Dio lo vuole, la vittoria sarà nostra!", improvvismeme, mentre egli parlava, una palla abbattè il Giustiniani (41). Ferito ad una mano, ai piedi, al collo ed al petto e perdendo molto sangue, dovette arretrare per farsi medicare. L'imperatore lo implorò di rimanere, ma egli ormai era in agonia e venne portato all'interno della città (42) . Secondo gli storici veneziani, questa fu la causa principale della caduta della città. Essi raccontano che ne seguì il panico, che le mura furono superate e la città occupata; odiando i Genovesi, attribuiscono la colpa al Giustiniani. Che il suo allontanamaneto dalla linea del fuoco avesse provocato gran confusione probabilmente è vero, una confusione che nori sfuggì aJJ'esperto occhio di Maomettò, per cui i "giannizzeri" tornarono all'assalto al comando di un turco gigantesco chiamato Hassan. Ma questi fu ucciso
(39) Ibid., pag. 341. (40) " Porta Xylokerkou", secondo A. von Milligen ("Byzantine Constantinople, etc.", (op. ci t., pag. 342). Ma Pears, op. cit., pag. 342, ne dubita. (41) Era già stato ferito da una scheggia il 27 maggio. (42) Fu caricato su una nave e trasportato a Chio, ove morì pochi giorni dopo o durante il viaggio. Nella chiesa di S. Domenico, ove fu inumato, si legge ilseguente epitaffio: "Qui giace Giovanni Giustiniani di illustre fama, genovese di Chio, il quale, nella guerra di Costantinopoli contro Maometto, quale Generalissimo di Sua Altezza Serenissima Costantino, ultimo Imperatore dei Cristiani d'Oriente, morì per fatali ferite ",
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ed i suoi uomini respinti, il che dimostra che i difensori combatterono più accanitamente di sempre. Quel che invece sembra sia realmente accaduto è descritto dal Vasto (43). I Turchi, che erano entrati in città dalla Porta del Circo, trovarono la via della ritirata bloccata dai fratelli Bocchiardi; cercando scampo prima verso la Porta di Adrianopoli e quindi verso S. Romano, caddero sul fianco dei difensori, inducendo Maometto a lanciare il suo quinto assalto, quello finale, che portò ad occupare il "Peribolos". A questo momento, corse voce in città che tutto era perduto, il che sembrava confermato dalla bandiera turca che sventolava su una torre nei pressi di Porta di Adrianopoli. Sebbene ciò non corrispondesse alla realtà, ne risultò un'ondata di panico che consentì al nemico di consolidarsi sul "Peribolos". L'imperatore, che stava rientrando da un altro settore, accortosi di quel che stava succedendo, accorse ove il pericolo era maggiore arringando i suoi a seguirlo. Con don Francesco di Toledo alla sua destra e Teofilo Paleologo alla sua sinistra, si gettò contro i Turchi gridando: "Dio non vuole che un imperatore viva senza il suo Impero! Se la mia città cade, io cadrò con lei!" (44) . Un attimo dopo fu colpito a morte. Con lui cadde la città, nella quale ormai i nemici penetravano da più parti. II panico divenne generale. Sebbene il massacro fosse terribile, esso non raggiunse la mostruosità di quello dell204. Circa 4.000 persone, di ambo i sessi e di ogni età, erano state uccise allorché, verso mezzogiorno, Maometto riuscì a controllare i suoi ed ordinò di fermare quel macello. Case e chiese furono sistematicamente saccheggiate, circa 50.000 tra uomini, donne c bambini tradotti in schiavitù ed un immenso numero di libri distrutto (45). Una volta ristabilita una sembianza di ordine, il sultano andò in S. Sofia, ove si erano rifugiate migliaia di persone. Comandò ad un "Imaum" (sacerdote) di salire sul pulpito e di dedicare la chiesa ad Allah e quindi osservò a lungo quella scena di desolazione, mormorando i versi di Firdusi: "Pende la ragnatela dal portale del palazzo di Cesare e il gufo fa la guardia alla torre di Afrosiab". Più tardi, si divertì a comprare dai suoi seguaci quei nobili greci che erano scampati ed a farli uccidere dinanzi a sé. Tra di essi c'erano il granduca Notaras ed i suoi due figli. La desolazione della città era assoluta e vi era rimasta tanta poca gente che, per anni, Maometto vi inviò famiglie di altre parti del regno per ripopolarla. Egli mostrò grande tolleranza nei confronti della Chiesa Ortodossa nominando patriarca Gennadio (Giorgio Scolarius) cercando di non interferire con le usanze del popolo. C'è dell'astuzia in una tal politica, per(43) "1453. Le derniers jours de Constantinople" di E. V. Vasto, pag. 126. (44) "Consta mine the Last Emperor of the Greeks", pag. 220. (45) La biblioteca conteneva circa 600.000 volumi (Lebeau, op.cit., pag. 294). Gibbons, citando il cardinale Isidoro,dice che ne furono distrutti 120.000.
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ché il tollerare la Chiesa Ortodossa significava dividerla irrimediabilmente da quella occidentale. Lo shock che seguì alla catastrofe fu enorme. Dice I'Hallam: "Un sentimento di costernazione pervase la Cristianità" (46); e c'era una buoa ragione, ché la caduta di Costantinopoli apriva la porta orientale d'Europa. Occupati la penisola Illirica e il Peloponneso (47), Maometto si volse contro la Serbia e, sebbene fosse sconfitto da Hunyadi, la morte dell'eroe ben compensò quell'insuccesso. Quindi riprese Simendra e si consolidò in Bosnia; fu sconfitto in Moldavia da Stefano IV; occupò la Croazia, ed alla morte di Scanderbeg decise di invadere l'Italia e di marciare su Roma. Ma non era destino che questo accadesse. Fallita l'occupazione di Rodi, egli morì l'anno successivo lasciando un impero che andava dal Danubio ai M. Tauri e dal M. Nero all'Adriatico. E queste erano state le sue conquiste materiali; quelle morali erano ancor più grandi, perché per circa due secoli e mezzo, diciamo dal 1453 all683, allorché Giovanni Sobieski liberò Vienna, l 'Europa visse nel terrore dei Turchi. Quando, come descriveremo, don Giovanni d'Austria distrusse la flotta turca a Lepanto, nel 1571, i Veneziani proclamarono che era morto il diavolo. La ragione per una tale paura risiedeva non soltanto nelle vittorie dei Turchi, ma soprattutto nel fatto che, dopo mille anni di unità, sia pur affannosa, la Cristianità si trovava divisa, sia fisicamente che spiritualmente. Scrisse Enea Silvio Piccolomini, al tempo Segretario dell'imperatore Federico III e futuro papa P io II : "lo non ho speranza. La Cristianità non ha futuro; né il Papa né l'Imperatore sono stimati ed obbediti; essi sono trattati come figure fittizie. Ogni città ha un proprio re; ci sono tanti principi quante case. Come si possono persuadere i capi Cristiani a prendere le armi? Guardate: l'Italia, dite, è in pace. Non capisco cosa ciò significhi. Ancora c'è guerra tra il Re d'Aragona ed i Genovesi. I Genovesi non combattono contro i Turchi: si dice anzi che paghino loro un tributo! I Veneziani hanno firmato un trattato con i T urchi. Se gli Italiani non vi partecipano, non c'è speranza di condurre una guerra per mare. In Spagna, lo sapete, vi sono diversi re, di differente potere, differente politica, differenti desideri, differenti idee; e questi sovrani occidentali non hanno alcuna voglia di andare a battersi in Oriente, specie ora che devono combattere con i Mori di Granada. Il re di Francia ha espulso i suoi nemici dal regno, ma è ancora pieno di problemi e non può mandare lontano i suoi cavalieri per paura che tornino gli lnglçsi. E questi pensano soltanto a vendicarsi per essere stati espulsi dalla Francia. Scozzesi , Danesi, Svedesi e Norvegesi, che (46) " View of the State of EUiope du ring the Middle Ages" di Henry Hallam (1858), Vol. Il, pag. 136. (47) Ad Atene trasformò in moschee il Partenone e la chiesa della Santa Vergine.
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vivono alla fine del mondo, non pensano altro che a se stessi. l Tedeschi sono divisi tra loro e niente li può unificare" (48). Prima di tutto Maomeuo creò la Turchia Europea, lasciando così in eredità all'Europa il problema Ottomano. Secondo, la caduta di Costantinopoli rese irrevocabile lo scisma tra la due Chiese e, terzo, la conquista turca non soltanto cancellò ogni traccia di civiltà nella culla ove essa era nata, ma privò quella parte d'Europa dei benefici di un cristianesimo autonomo. Le terre dell'Impero d'Oriente andarono verso il declino: arte, letteratura e commercio sprofondarono sotto l'ignoranza e la brutalità dei Turchi I campi furono abbandonati, perdute le industrie, distrutte le famiglie, impoveriti i costumi. Ma nello sprofondare dell'Oriente, risorse l'Occidente. La dispersione dei Greci, che precedette e seguì la caduta di Costantinopoli, fu prolifica di conquiste intellettuali così come la caduta di Gerusalemme nel 70 era stata prolifica di conquiste spirituali . Gli studiosi greci si dispersero in occidente e mentre la scienza resuscitava, i vecchi miti omerici affascinavano ancora la gente comune. L'architettura tornò al classico, Cicerone e Virgilio insegnarono ai maestri, Cesare ai soldati: tutti questi mutamenti coincisero poi con l'invenzione della stampa, "denaro della mente". La profonda influenza di questo "revival" umanistico - il Rinascimento (49) - fu il sostituto meraviglioso e laico della moralità cristiana. John Addington Symonds una volta disse che Faust è il grande simbolo di questa età, Faust che "è felice di vendere l'anima al diavolo per poter vedere Omero ed Alessandro e per ottenere Elena in sposa" (50). Questa luce di razionalità greca rese incandescente l'attrito tra i sistemi feudale e papale e la sua fiamma fece avvizzire entrambi; in effetti le difese spirituali di Roma erano cadute col crollo delle mura di Costantinopoli, e il sistema feudale non poteva salvare né le une né le altre. E ancora, la loro caduta gettò la polvere del dubbio sull'intero Occidente: di qui la Riforma, queiia crisi economica che, mascherata con una tonaca da frate, finì con l'esaltare ,Mammona al di sopra di Dio.
(48) Da "Enea Silvio Piccolomini" di G. Voigt (1862), Vol. Il, pagg. 118-119. (49) Benché - come rileva Vasiliev - la caduta di Costantinopoli non abbia dato l'avvio al Rinascimento (che aveva pervaso l'Italia durante la prima metà del XV secolo, " trasferendo le opere classiche in Occidente e salvandole così dalla distruzione per mano dei Turchi, Bisanz io rese un grande servizio al futuro dell'umanità". ("History of the Byzantine Empire", Vol. Il, pagg. 433 e 444). (50) "The Dest ruction of the Greek Empire" di Edwin Pears, pag. 409.
CAPITOLO XIX
La riconquista e l'unificazione della Spagna
Quadro storico Con i Pirenei che la separano dal resto d'Europa, dominata dai Mori, fu soltanto nel1037- allorché Ferdinando I "el Magno" (1028-1065) cinse la corona del regno di Castiglia - che la Spagna rientrò nel "filone" della storia dell'Occidente. Assumendo il titolo di "re delle Spagne", Ferdinando si fece campione dell'unificazione dei popoli cristiani ed ebbe un tal successo che, sposando la figlia di Alfonso V di Leon, poté annettere al suo regno il Leon e la Galizia. Quindi, iniziò quella che viene chiamata "la Reconquista" dei territori occupati dai Mori. Riuscito ad arrivare sino alle porte di Siviglia, se avesse avuto l'aiuto degli altri re cristiani avrebbe veramente potuto riconquistare tutta la Spagna. E, nonostante i loro cronici contrasti, suo figlio Alfonso VI (1065-1109) nel 1082 giunse sino a Tarfa e nel 1085 conquistò Toledo: una vittoria di importanza decisiva. Ritenendosi destinati a sicura rovina, i Mori di Andalusia chiesero l'aiuto di Yusuf ibn Tashfin, emiro degli Almoravidi (una popolazione berbera del Marocco), il quale sbarcò in Spagna ed assunse il comando delle operazioni. ll 23 ottobre 1086 batté Alfonso VI a Zalhaca, vicino a Badajoz, ma non riuscì poi ad occupare Toledo. Nel lusso della civiltà andalusa, tuttavia, gli Almoravidi persero presto il loro ardore combattivo, tanto che Alfonso I d'Aragona "il Battagliero" (1104-1134), che nel 1118 aveva preso Saragozza, nel 1120 marciò contro di loro e li batté a Cutanda ed ancora ad Arinsol nel 1126. Subito dopo la sua morte, nel1134, l'Aragona e la Catalogna furono riunite e nel 1153 suo nipote Alfonso VII (1135-1157) fu incoronato re di Castiglia e di Leon e "Imperatore in Spagna e Re degli uomini di due religioni". Nel 1144 prese Cordova ed avanzò sino ad Almeria (1147) costringendo i principi Mori a divenire suoi vassalli. Alla sua morte (1157), la Castiglia ed il Leon si separarono nuovamente. Nel frattempo, nel 1147, i cavalieri francesi e tedeschi in viaggio per la Terra Santa durante la seconda Crociata, occuparono Lisbona e la dona-
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rono ad Alfonso Enrico, figlio di Enrico duca di Borgogna, che divenne così il primo re del Portogallo. Quindi, nel 1148, gli Almohadi, popolazione delle montagne dell'Atlante- che nel1125 si erano affermati sull'impero degli Almoravidi in Africa - piombarono in Spagna e durante la seconda metà del secolo, dopo aver sottomesso gli Almoravidi, respinsero l'offensiva cristiana ed il 18 luglio 1196 sconfissero, al prezzo di enormi perdite, Alfonso VIII di Castiglia ad Alarcos, ad ovest di Ciudad ReaJ. Più volte papa lnnocenzo III chiamò i regni cristiani di Spagna all'unione contro il comune nemico ed alla fine vi riuscì: una Confederazione di Aragona, Navarra, Portogallo e Castiglia, guidata da Alfonso VHI e con l'aiuto di contingenti stranieri, batté gli Almohadi, il 26 luglio 1212, a Las Nevas di Tolosa. La sua vittoria fu strepitosa ed assicurò la Spagna alla causa cristiana. Nel 1214 Alfonso VIII morì e, nel 1217, la corona di Castiglia passò a suo nipote, che divenne Ferdinando III (1217-1252). Egli riunì, e permanentemente, Castiglia e Leon e, continuando nella sua Crociata, nel 1236 occupò Cordova e nel 1248, con l'aiuto del suo vassallo, il re moro di Granada, Siviglia. Nel frattempo Giacomo l d ' Aragona "il Conquistatore" (1213-1276) nel 1229 aveva preso possesso delle Isole Baleari e, nel 1238, di VaJencia; nel 1265 conquistò Murcia. Quest'ultima vittoria pose termine alla "Reconquista"; con l'eccezione del regno moro di Granada e di alcuni porti ad ovest di Cadice, l'intera Spagna era nelle mani della Chiesa Cattolica. Occorre sottolineare che l'estrema lentezza di tale riconquista non fu dovuta soltanto ai contrasti tra i vari regni spagnoli, ma anche alle caratteristiche di quella guerra, che consisteva quasi esclusivamente in sporadici scontri ed in schermaglie nelle quali mancava ogni forma di organizzazione tattica e logìstica. Le battaglie erano rare; frequenti le scorrerie; l'obiettivo non era quello di battere il nemico, ma dì far bottino. Entrambi i contendenti disponevano unicamente dì truppe a cavallo e così gli abitanti delle contrade potevano assistere ai combattimenti standosene al sicuro dietro le mura delle loro città o degli innumerevoli castelli, le cui rovine sono ancor oggi visibili in tutto il Paese. Il risultato fu il ritorno alla città-stato, ciascuna più o meno autosufficiente e governata da un sistema democratko molto primitivo. La grande vittoria di Las Ncvas di Tolosa non fu seguita da alcun tentativo di unificazione, neanche sotto forma di Confederazione. Anzi, sotto Pietro III d'Aragona (1276-1286), figlio di Giacomo "il Conquistatore", le divisioni divennero ancor più marcate. P er il suo matrimonio con Costanza, figlia di Manfredi di Benevento, egli sì fece avanti come pretendente alla successione degli H ohenstaufen a Napoli ed in Sicilia contro Carlo d'Angiò il quale, come abbiamo visto, nel 1226 aveva sconfitto Corradino a Tagliacozzo. Nel 1282, sfruttando i Vespri Siciliani - una rivolta popo-
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!are che aveva fatto perdere a Carlo i suoi possedimenti sull'Isola - Pietro lll, che si era visto offrire dal papa la corona di Sicilia, vi sbarcò, liberò Messina dall'assedio e cacciò in Calabria i resti dell'esercito dì Carlo. Cominciò allora la lunga lotta tra Aragonesi ed Angioini nell'Italia Meridionale, mentre in Spagna la situazione era la seguente: la Castiglia in preda alla guerra civile; l'Aragona, molto più interessata alla Sicilia, alla Sardegna ed a Napoli che non alla Spagna; la Navarra con il cuore in Francia ed il Portogallo che iniziava felicemente le sue scoperte oltre Atlantico. Castiglia e Leon erano unite e così Aragona e Catalogna: il risultato di 200 anni di guerre era tutto qui! Da adesso e per circa un secolo non vi sono da menzionare fatti di rilievo. La Castiglia continuò ad essere dilaniata da lotte di successione e non vi tornò l'ordine sino all'avvento di Enrico Il (1369-1379); l'Aragona fu distrutta dalle sue ambizioni italiane . Un primo evento di eccezionale importanza occorse nel 1406; in quell'anno salì al trono in Castiglia Giovanni II (1406-1454). Essendo lui ancora un bambino, fu nominato reggente suo zio Ferdinando di Antequera, figlio dì Giovanni l di Castiglia e di Eleonora, figlia di Pietro l V d' Aragona. L'importanza di tale nomina risiede nel fatto che, nel 1410, morì senza eredi Martino l d 'Aragona ( 1395-1410) e seguì una lunga disputa relativa alla sua successione; nel 14l2 le Cortes offrirono la corona d'Aragona a Ferdinando. Se avessero seguito la linea di diritto, le Cortes avrebbero dovuto offrirla a Giovanni II, ma la Castiglia e l'Aragona non erano pronte all'unificazione. Comunque, la scelta di Ferdinando, che divenne Ferdinando I d'Aragona (1412-1416) fu un passo decisivo nella direzione, proprio, dell 'unione dei due regni. Alla morte di Giovanni II la corona di Castiglia passò a suo figlio Enrico IV "l' Impotente" e quando questi morì, nel 1474, la legittimità della successione della figlia Giovanna "la Beltraneja" fu contesa dalla sorella Isabella, che nel 1469 aveva sposato suo cugino Ferdinando; figlio di Giovanni II d'Aragona (1458- 1578) e nipote di Ferdinando d'Antequera. Giovanni, alla sua morte (1479) lasciò il regno al figlio, mentre la nuora Isabella era stata proclamata regina di Castiglia e di Leon il 13 dicembre 1474. Con l'eccezione della Navarra e di Granada, la Spagna era unificata. Ma è improbabile che l'unificazione sarebbe durata a lungo se Isabella non fosse stata costretta a far rivivere la "Reconquista". In senso stretto , questa non era mai cessata, ma per lungo tempo era rimasta a covare sotto la cenere. Nel 1410 - quando Ferdinando I era reggente - Antequera era stata saccheggiata dai Mori; nel 1431 Granada era stata invasa con la vittoria di Higueruela; nel 1462, dopo numerosi assedi, Gibilterra era stata ceduta alla Castiglia. Da allora, e sino al 1476, i disordini in quest'ultimo regno sembrarono volgere al termine; ma allorché, quell'anno, Isabella chiese ad Alì Abul Hassan, che era salito sul trono di Granada nel 1466, il pagamento del tributo
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annuo pattuito con suo padre lsmail III, questi replicò che "la zecca di Granada non batterà più a lungo moneta, bensì forgerà acciaio". Significava guerra. Una guerra destinata ad aprire il capitolo atlantico nella storia d'Europa. L'intero scenario europeo stava per cambiare.
L,assedio di Ma/aga (1487) e la conquista di Granada (1492)
Allorché, nel 1479, Ferdinando I ed Isabella cinsero la duplice corona di Aragona e di Castiglia, l'unione dei due regni era puramente nominale; in conformità alloro contratto matrimoniale, infatti, tutti i documenti reali portavano la firma di entrambi i sovrani e la loro effigie congiunta veniva impressa sul conio delle monete, ma in pratica la Castiglia era atÌuninistrata da Isabella e l'Aragona da Ferdinando. Per realizzare una vera unione tra i due regni serviva una qualche grande impresa che distogliesse l'attenzione dei cittadini dagli affari interni e dalle loro mutue gelosie per attirarla su qualcosa di eccezionale che fosse comune a tutti gli Spagnoli. Per ottenere un tale risultato, la religione giocava un ruolo importante, ma da sola non poteva essere sufficiente. Occorrevano altri "ingredienti": un capo, uno strumento di unificazione ed una causa comune basata sulla paura; la paura, come un magnete, unisce gli uomini. Il primo fu trovato in Isabella, fervente cattolica e donna dall'eccezionale senso pratico; il secondo nell'Inquisizione (1), voluta da papa Sisto IV nel 1478; il terzo nel terrore di un'altra invasione musulmana. La personalità di Isabella non soltanto dominava la Spagna, ma era il suo "ori fiamma", la sua "bandiera vivente" che- in quell'epoca cavalleresca - dava un tale spirito a quel popolo dalla mente donchisciottesca, quale mai gli avrebbe potuto dare la guida di un uomo (2). (l) L'Inquisizione era il solo strumento di governo comune a i due regni ed un solo Grande Inquisitore aveva competenza su tutta la Spagna. A differenza di quel che avveniva in altri Paesi, l'Inquisizione era del tutto asservita al controllo reale; i suoi funzionari erano funzionari della corona. Di fronte ad essa, tutti i cittadini erano uguali, e del pari soggetti alla corona. (2) Walscb la chiama "una donna delle Crociate, che cambiò il corso della civiltà e l'aspetto del mondo intero" (''lsabel of Spain", 1931, pag. l 5).
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LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
Tra tanti panegirici che le sono stati dedicati, uno che suona veritiero è quello del de Maulde la Clavière: "Era un meraviglioso miscuglio di differenti tipi di eroismo. Coraggiosa e risoluta senza aver l'aspetto della virago, dopo aver passato la notte ad impartir ordini era capace di mettersi a ricamare o, come Anna di Francia, ad accudire aJJe figlie. Tanto era semplice in privato quanto teatrale in pubblico. Conservatrice di prim'ordine, amava discutere di grandi problemi filosofici, sempre con argomentazioni originali, mentre i suoi profondi occhi azzurri lampeggiavano con calore sull'uditorio. Strana donna! Ardente, schietta, leale, qualche volta forse un po' "snob", ma sempre piena di cuore per gli amici, madre affettuosa, dichiarava di conoscere solo quattro cose belle nel mondo: un soldato sul campo di battaglia, un prete sull'altare, una donna nel letto, un ladro sulla forca" (3).
Per quanto riguarda il secondo degli "ingredienti" su menzionati, sebbene l'Inquisizione stesse per trasformarsi in uno strumento di persecuzione, "essa fu - scrive Trevor Davis - l'espressione di quel desiderio di purezza razziale che ogni tanto brucia come una fiamma in diverse parti del globo"; per la Spagna, "purezza razziale ed ortodossia religiosa dovevano diventare concetti strettamente collegati" . E inoltre dice: "È impossibile negare che l'Inquisizione ebbe un importantissimo ruolo quale strumento di unificazione del paese e di rafforzamento della monarchia" (4). Una tale affermazione è ben comprensibile ammettendo che, in linea generale, la grandezza di una nazione è direttamente proporzionale all'intolleranza dei suoi governanti qualora l'intolleranza abbia un'origine mistica ed uno scopo eroico, requisiti, questi, non assenti in Spagna : il primo impersonificato da S. Ignazio di Loyola (1491 -1556), fondatore della Compagnia di Gesù, il secondo ben reperibile in quello spirito del "cavaliere errante" parodiato nel "Don Chisciotte". Il terzo ingrediente - i] terrore - riempiva di sé quel momento storico, non soltanto in Spagna, ma in tutta la cristianità dell'Occidente, perché l'espansione dell'impero ottomano evocava il lontano ricordo del 711 e di tutto quel che era seguito. Fermato sul Danubio e nell'Adriatico, nessuno poteva dire che l'Islam non avrebbe ripreso la sua spinta verso ovest; e Malaga distava soltanto un giorno di navigazione dal Marocco! Tale possibilità aveva terrorizzato per secoli la Spagna cristiana ed essendo la Spagna testa di ponte verso l'Europa occidentale come Bisanzio Io era stata verso l'orientale, adesso terrorizzava tutto il continente. Improvvisamente, il 26 dicembre 1481 , accadde l'evento inatteso che fece cristallizzare tutti e tre gli ingredienti necessari all'unificazione della Spagna . Quel giorno Abul Hassan, re di Granada, sottovalutando la situa(3) "The Woman of the Renaissance" (ed. inglese, 1901), pag. 323. (4) "The Golden Century of Spain, 1501 -1612", pagg. 11 -12.
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zione interna della Castiglia, nottetempo sorprese la città fortificata di Zahara, a nord ovest di Ronda, fece strage della guarnigione e ridusse in schiavitù gli abitanti. Molti "raids" di questo tipo erano stati condotti negli ultimi 700 anni, ma questo era destinato ad esser l'ultimo per i Mori; esso portò non soltanto alla loro rovina, ma anche all'unificazione della Spagna ed all'emergere di un nuovo imperialismo. Ferdinando ed Isabella, al momento, erano ben lontani dal poter vendicare l'affronto; ma lo fece, d'iniziativa, don Rodrigo Ponce de Leon, marchese di Cadice, il quale, il 28 febbraio 1482 sorprese e catturò la città di Alhama, 25 miglia a sud-ovest di Granada. Saputolo, il re e la regina, allora a Medina del Campo, non lontano da Valladolid, temendo che tutta la potenza di Granada potesse piombare ora sul marchese, decisero di accorrere in suo aiuto. E fecero bene, perché, il 5 maggio Abul Hassan apparve, alla testa di un esercito, dinanzi alla città; ma era stata tanta la sua fretta di scendere in campo che aveva lasciato a Granada le macchine d'assedio. Tuttavia, si accingeva ad attaccare quando seppe dell'arrivo di una colonna di soccorso per gli assediati; il 29 marzo decise di rientrare nella sua capitale. Il 14 maggio Ferdinando entrava in Alhama. Passato in rassegna l'esercito, il l o luglio, alla testa di 4.000 cavalieri e di 12.000 fanti, mosse verso Loja, sulla strada Antequera-Granada. Caduto in un'imboscata, fu sonoramente battuto e la guerra, forse, sarebbe finità lì se un intrigo entro l'harem di Granada non avesse provocato un colpo di stato. Hassan fu detronizzato dal figlio Boabdil "il Piccolo" e, cercando scampo, si rifugiò alla corte di suo fratello Abdullah detto El Zagal, "il Coraggioso", a Malaga (5). Mentre la guerra degenerava, come era avvenuto in altre occasioni, in una serie di schermaglie, improvvisamente un altro disastro si abbatté sulla duplice monarchia. Nella primavera del1483 il marchese di Cadice uscì da Antequera per un scorreria nei dintorni di Malaga e, traversando la sierra di Axarquia, fu sorpreso da El Zagal e sconfitto ancor più duramente di quanto lo fosse stato Ferdinando a Loja. Ma il risultato della vittoria non fu certo favorevole ai Mori; forse, se non l'avessero ottenuta, la guerra sarebbe continuata indefinitamente. Invece accadde che Boabdil, geloso dal successo ottenuto dallo zio, pensò di emularlo e - radunati 9.000 fanti e 7.000 cavalieri- mosse all'attacco di Lucena, una città a nord ovest di Loja: intercettato dal conte di Cabra, fu sconfitto e catturato. Saputo chi era il suo prigioniero, il conte ne informò subito il re e la regina, che si trovavano a Vittoria. Ferdinando accorse e convocò un consiglio di guerra a Cordova al termine del quale fu deciso di rilasciare Boabdil e di rimandarlo a Grana (5) Abul Hassan regnò dal 1462 al 1482 e dal 1483 al 1485; el Zagal Abdullah (come Maometto XII} tra il 1485 ed il 1487; Boabdil (come Maometto Xl) dal 1482 e il 1483 e tra il 1487 e il 1492. Tutti questi mutamenti la dicono lunga sulle caotiche condizioni dei Mori.
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da a condizione che si legasse alla causa spagnola ed assicurasse la continuazione delle contese interne dei Mori. I termini principali prevedevano: una tregua di due anni con Boabdil dietro pagamento di 12.000 dobloni d'oro all'anno ai sovrani spagnoli; il libero passo alle truppe sconfitte dietro promessa di portar la guerra contro il padre e Io zio e il dovere di presentarsi alle Cortes su richiesta di queste. Il figlio di Boabdil restava in ostaggio agli Spagnoli. Tali condizioni ignominiose furono accettate. Esse, significando la frattura in due parti del regno di Granada, lasciavano intravedere la possibilità di batterle una dopo l'altra. Strategicamente, la spaccatura della potenza nemica rappresentava, per Ferdinando ed Isabella, una preziosa occasione per liberare la Spagna dalla dominazione dei Mori. Tutto dipendeva adesso dai mezzi tattici di cui avrebbero potuto disporre: ed essi, invero, non erano adeguati alla bisogna! Le loro forze erano poco più di un insieme di bande feudali, coraggiose, cavalleresche, indisciplinate e donchisciottesche. Gli ordini venivano trasmessi suonando le campane ed il giorno prima della battaglia i generali- come nei tornei -usavano riposare. I fattori decisivi per la vittoria erano il coraggio o la fortuna (6). Se l'ammiraglio Jurien de la Gravière ha ragione quando afferma che "la storia delle nazioni è la storia delle loro forze armate" (7), ebbene, come vedremo, i mutamenti avvenuti nell'esercito spagnolo durante le guerre moresche danno l'esatta misura dei mutamenti ai quali Ferdinando ed Isabella portarono il loro paese in quel periodo. Alla fine, il soldato spagnolo era divenuto il più famoso nel mondo e tale doveva rimanere sino al tempo di Rocroi (1643), allorché l'esercito creato dal Capitano Gonsalvo de Cordova (1453-1515) fu battuto dal principe di Condè (1621 -1686). Il primo problema che Isabella dovette affrontare fu quello di reperire un fattore unificante che consentisse di fare delle sue forze uno strumento bellico; non c'era unità politica e quindi non c'era ancora uno spirito nazionale. Tale fattore lo trovò nella religione e consistette nel sostituire il concetto di liberazione nazionale con quello di Crociata, aiutata in questo dei recenti successi Ottomani nell'Europa Orientale. Soltanto un anno prima che Alhama fosse conquistata, Maometto Il aveva occupato Otranto; e quando Sisto VI seppe della caduta di Alhama ne fu tanto felice da inviare a Ferdinando una massiccia croce d'argento, che il re portò con sé in ogni successiva campagna. Ulteriore fattore di unione, se non altro dal punto di vista militare, fu la costante presenza del re e della regina in mezzo alle truppe in prima linea. Sottolinea il Merriman: "Questa era la più sicura maniera per (6) Vds. "Histoire d'Espagne", di Rosseau St. Hilaire (1844), Vol. V, pag. 438. (7) "La guerre de Chypre et la bataille de Lépante" del vice-ammiraglio Jurien de la Gravière (1888), Vol. l , pag. Xlii.
L'ASSEDIO DI MALAGA (1487) E LA CONQUISTA DI GRANADA (1492)
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prevenire la defezione dei nobili faziosi, per mantenere l'ordine e la disciplina nei ranghi e per convincere i soldati che non ci sarebbe stato compito, per quanto difficile, che avrebbe visto i loro sovrani perdersi di animo o tirarsi indietro" (8). Si può affermare pertanto che, dal 1483 i~ poi, Isabella fu l'anima dell'intera impresa, facendola divenire- da Crociata che era - un vasto movimento pan-spagnolo che poi, sotto suo nipote l'imperatore Carlo V, portò all'affermazione di un impero quale non si era più visto dai tempi di Carlo Magno. Mentre Isabella organizzava, Ferdinando combatteva. Sebbene il regno di Granada non fosse poi tanto grande, la sua natura montagnosa ne rendeva terribilmente difficile la conquista. Le strade erano poche e controllate da molti castelli che, edificati nei punti dominanti, erano stati praticamente imprendibili sino all'avvento del cannone; ma questo era ancora un'arma primitiva, enorme e pesante, che richiedeva ottime strade per essere trasportato. Nel passato, proprio i castelli e le difficoltà di rifornimenti su quell'aspro terreno avevano trasformato le operazioni di campagna in scorrerie a cavallo, causa principale della lentezza della "reconquista". Adesso, visto che i castelli erano un osso troppo duro per la cavalleria, Isabella volgeva la sua attenzione all'artiglieria, al genio ed alla fanteria. · Ella adottò tre fonti di reclutamento: le "leve" feudali, poco affidabili per il loro spirito di indipendenza e la loro indisciplina; la "hermandad", sorta di forza di polizia (9) destinata a divenire il primo nucleo dell'esercito nazionale; i mercenari Svizzeri che, al tempo, costituivano la migliore fanteria d'Europa (10). Accanto a tali truppe accorsero volontari dalla Germania, dall'Inghilterra e dalla Francia per unirsi alla Crociata; da menzionare, tra loro, sir Edoardo Woodville, cognato di Edoardo I V, che assunse il titolo di lord Scales. Bisognosa risolvere tre problemi: (l) la neutralizzazione dei castelli (2) il rifornimento delle forze assedianti i castelli e (3) la devastazione delle terre adiacenti ai castelli o alle città attaccate. Il primo richiedeva un parco d'artiglieria, il secondo l'organizzazione dei trasporti logistici, il terzo un "corpo" di devastatori. E Isabella si diede da fare: per il primo, invitò in Spagna dalla Francia, dalla Germania e dall'Italia tecnici ed esperti che for(8) "The Rise of the Spanish Empire in the Old World and in the New" (1918) Vol. Il, pag. 66. (9) La "Santa Hennandad" (Santa Fratellanza), ordinata nelle Cones di Madrigal nel 1476, fu una terribile istituzione, con la quale si represse il brigantaggio con spaventosa ferocia. Essa, modificata nel 1498, divenne il nucleo sul quale imbastire l'esercito nazionale ( .d.T.). (IO) " History of the Reign of Ferdinand and Isabella" di P rescott, Vol. l, pag. 452: "Il loro esempio contribul certame me alla formazione di quell'invinci bile fanteria spagnola che, sotto il Gran Capilano e i suoi successori, si può dire abbia deciso i destini della Cristianità per più di mezzo secolo".
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LE BAITAGL!E DECISI VE DEl MONDO OCCIDENTALE
giarono le bocche da fuoco, manipolarono la polvere e costruirono i proietti. Quando ciò non fu sufficiente, ricorsero all'importazione dalla Sicilia, dalle Fiandre e dal Portogallo. Don Francesco Ramirez fu posto al comando dell'artiglieria e riuscì a creare un parco che "probabilmente a quel tempo non era posseduto da nessun altro regno in Europa" (li). Le " lombarde" (o bombarde) più grandi erano lunghe 4 metri circa, avevano un calibro di 14" (circa 34 cm.), erano fatte di doghe di ferro ristrette da cerchi pure di ferro e lanciavano palle di ferro o di pietra. Alcune di queste palle- scrive un testimone oculare - lasciavano dietro di sé lunghe scie luminose e quando arrivavano sui tetti delle case spesso causavano un'esplosione" (12). Questi enormi pezzi erano ben poco manovrabili; per trascinarli sui loro affusti - culle di legno senza ruote (13) - attraverso quell'aspro terreno, a mezzo traini di buoi accoppiati, spesso bisognava costruire la strada dinanzi a loro. Per questi compiti, venivano impiegati immensi reparti di pionieri {in 6000 lavorarono, all'assedio di Cambil, per costruire il passaggio necessario a far transjtare le artiglierie). I trasporti logistici consistevano quasi esclusivamente in colonne di muli; si dice ne fossero stati radunati 80.000. Il lavoro cui si dedicavano i devastatori era spaventoso. Secondo il Prescott: " Dal secondo anno di guerra, 30.000 uomini furono impegnati in questo compito, che essi assolvevano demolendo fattorie, granai e mulini, sradicando vigneti e distruggendo oliveti, aranceti, mandorleti e tutto il ben di Dio che cresceva in quella terra ubertosa" (14). Isabella creò anche due nuove organizzazioni: un corpo di porta-ordini ed il servizio sanitario, dotato di tende per la cura dei feriti. Come annota il Merriman, "questo è il più antico esempio di ospedale da campo che si ricordi" (15). L'esercito fu concentrato a Cordova e si dice contasse 80.000 uomini ed altrettanti animali da trasporto . Era costituito da IO o 12 mila cavalieri, da 20 o 40 mila fanti e da un non precisato numero di artiglieri, minatori, pionieri ed ausiliari. Considerando la natura asperrima del terreno e l'imprevedibile sviluppo delle operazioni, anche se il numero citato può essere esagerato, si trattava certo di una forza eccezionale. Oltre l'esercito, c'era la flotta di Castiglia a giocare un ruolo di primaria importanza; il suo compito principale era quello di tagliare la linea di comunicazione di Granada con l'Africa . Infatti, non appena caduta Alhama, Abdul Hassan si era affrettato a chiedere aiuto ai Maroniti del Marocco ed Isabella- nonostante non disponesse di basi navali nel sud - avviò subito la flotta ad incrociare in quelle acque. (ii) Prescott, op.cit., Vol. l , pag. 442. (12) lbid., Vo l. l, pag. 433-444. (13) Per i pezzi leggeri, i carriaggi a ruote cominciarono ad apparire attorno al 1470. (14) lbid., Vol. l , pag. 440. (15) "The Rise of the Spanish Empire", Vol. Il, pag. 69.
L'ASSEDIO DI MALAGA (1487) E LA CONQUISTA DI GRENADA (1492)
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In linea generale, la strategia spagnola prevedeva: (a) la costituzione di basi navali sulla costa meridionale; (b) il blocco dei rifornimenti dall'Africa e (c) l'attacco alla stessa Granada (16). In tale quadro doveva essere effettuata una serie metodica di operazioni d'assedio. Ferdinando, che era comandante in capo dell'esercito, adottava una politica di moderazione nei confronti delle città o dei castelli che si arrendevano ed una, invece, di estremo rigore verso chi gli resisteva. Sintomatico il caso di Benemaquez, che prima si arrese e poi si rivoltò; una volta che Ferdinando la riconquistò, fece impiccare lungo le mura 110 uomini, vendette come schiavi i rimanenti abitanti e rase al suolo la città (17). Allorché, nel1485, tutto fu pronto, Ferdinando iniziò la sua prima campagna. In aderenza alla summenzionata strategia, puntò ad impadronirsi di Malaga e di Almeria per isolare Granada dall'Africa. La presa di Malaga richiese due diverse operazioni: l'occupazione di Marbella prima, quale base per la flotta, e quella di Loja e di Velez-Malaga poi, per proteggersi i fianchi e le terga; se Loja, infatti, domina la strada Malaga-Granada, Velez è la chiave della rotabile costiera Malaga-Almeria. Nel maggio 1485 egli assediò Ronda e la neutralizzò con l'artiglieria. Quindi, nel1486, occupò Alora e da quì, per Cartarma e Coin, piombò su Marbella costringendola alla resa. Fatta ancorare la flotta in quel porto, assediò Loja, la prese ed il7 aprile 1487, muovendo da Antequera attraverso un terreno difficilissimo, apparve dinanzi a Velez-Malaga (17 aprile). El Zagal, allora a Guadix, avendo compreso l'importanza strategica di quella città, fe.ce uno sforzo disperato per riprenderla ma, respinto dal marchese di Cadice, dovette ritirarsi a Granada. Trovate le porte sbarrate da Boabdil, rientrò a Guadix che, con AJmeria e Baza, gli era ancora fedele. Il 27 aprile Velez capitolò; Malaga era ora circondata dalla terra e dal mare. Per estensione e per importanza, la città era seconda soltanto a Granada e, con l'eccezione di Almeria, era l'unico porto dal quale i Mori potevano - sia pur precariamente - mantenere i collegamenti con l'Africa. Era abitata da circa 15 mila persone, senza contare la guarnigione che, composta da fedelissime truppe africane, ammontava a diverse migliaia di uomini. Era circondata da enormi mura e dominata dalla cittadella, nota come il Castello del Genovese, collegata da un camminamento fortificato al Castello di Gebelfaro. Preparata a subire un lungo assedio, la difesa era agli ordini di Hamet Ez Zegri, fedelissimo di El Zegal. Ferdinando, saputo che gli abitanti di Malaga erano propensi a capitolare, diede ordine al marchese di Cadice di intavolare trattative con Ez Zegri. Ma allorché quest'ultimo oppose un netto rifiuto, il 7 maggio mosse da Velez e, dopo alcuni sucessi ottenuti dall'avanguardia lungo la strada (16) Vds. "Isabella the Catholk" del barone de Nervo (ed. inglese 1897), pag. 155. (17) Per gli effetti di questa sua politica, vds. "Ferdinand and Isabella", Vol. I, pag. 446.
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costiera, arrivò dinanzi alla città. Circondatala con trinceramenti e bloccato il porto con la flotta, ne assaltò i sobborghi; quindi, fece giungere le artiglierie pesanti da Antequera. Mentre i genieri preparavano la strada per facilitarne l'arrivo, fece prelevare ad Algesiras delle palle di marmo che vi si trovavano dal secolo precedente, lasciatevi da Alfonso XI e, cosa più importante ancora, mandò a chiamare la regina, la cui presenza, come quella di Giovanna d'Arco, infondeva coraggio ai soldati. Scrive S. Ilario: "Tutta la Spagna viveva un momento d'esaltazione, come l'Europa all'epoca delle Crociate. Da ogni pulpito fu lanciato l'appello alla guerra "santa" e da ogni angolo del paese i rinforzi accorrevano" (18). Quando arrivarono le artiglierie d'assedio, Ferdinando ancora una volta intimò la resa, offrendo buone condizioni in caso di immediata accettazione e minacciando la schiavitù per tutti i cittadini in caso contrario. Sebbene il popolo fosse favorevole, Ez Zegri rispose con una serie di audaci sortite che tennero in continuo allarme il campo spagnolo.Nel frattempo, El Zegal non restava inerte. Conoscendo l'importanza di Malaga, da Guadix inviò due distaccamenti a dar man forte agli assediati, ma il primo fu massacrato per strada da Boabdil il quale, nello stesso tempo, aveva inviato a Ferdinando dei cavalli arabi e ad Isabella delle sete preziose in segno della sua amicizia; il secondo riuscì, almeno in parte, a superare le linee spagnole ed a giungere a Malaga, ma a costo di gravi perdite. Tra coloro che, in quest'azione, furono catturati c'erano uno che disse al marchese di Cadice di avere importanti rivelazioni da fare al re. ll marchese glì credette e lo condusse alla tenda reale ove quello - credendo che don AJvaro, figlio del duca di Braganza, fosse il re e che donna Beatrice di Bobadilla fosse la regina - tratto un pugnale da sotto il mantello li feri entrambi. Subito ucciso, i suoi resti furono lanciati da una catapulta oltre le mura della città (19). La situazione a Malaga peggiorava rapidamente, anche a causa dei numerosi profughi che vi avevan cercato rifugio. Nel frattempo il bombardamento continuava incessante e quando le munizioni cominciarono a scarseggiare - problema cruciale per gli assedi di quel tempo - Ferdinando decise di ordinare l'attacco. Questo doveva esser "appoggiato" da torri d'assedio costruite in legno le quali, muovendo su rulli, sarebbero state avvicinate a distanza tale da consentire il lancio di ponti volanti sulle mura. Francesco Rarnirez si doveva occupare dei lavori da mina . I Mori, disperati, tentarono alcune sortite "preventive", ma senza successo. (18) "Histoire d'Espagne", di Russeau St. Hilaire, Vol. V, pag. 483. (19) Un fatto simile, ma con un vivo anziché con un cadavere, si narra abbia avuto luogo nel 1345 all'assedio di Auberoche ("Chroniques de J. Froissart" a cura di Simon Luce, 1872, Vol. 111, pag. 65).
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Alla lunga, un'enorme mina fece saltare in aria (20) una delle torri della cinta difensiva aprendo, così, una breccia. Terrorizzati, i cittadini- ormai affamati - chiesero a Ez Zegri di capitolare e tanto critica era la situazione che questi, ritirato il presidio entro il castello di Gebelfaro, lasciò la città agli abitanti consentendo loro di trattare alle migliori possibili condizioni. Subito questi inviarono una delegazione a Ferdinando, ma egli rifiutò di riceverla, dicendo che - poiché essi per due volte avevano rifiutato la resa - adesso non potevano pretenderne altro che una "incondizionata". Il 18 agosto 1487 gli assedianti entrarono in città. Ferdinando proibì severamente il saccheggio e, prima di tutto, fece evacuare i feriti e seppellire i morti. Quindi, consacrò la principale moschea a Santa Maria dell'Incarnazione e vi fece celebrare Messa. Infine, dettò la sua condanna: tutti i rinnegati cristiani dovevano essere uccisi, tutti gli ebrei recidivi bruciati ed il resto della popolazione tradotta in schiavitù. E, precisamente, un terzo fu scambiato con altrettanti cristiani prigionieri in Africa, un terzo venduto per pagare le spese della guerra e il resto regalato come segue: 100 ottimi soldati Mori al papa, 50 tra le più belle ragazze alla regina di Napoli e 30 a quella del Portogallo. Anche Gebelfaro cadde il giorno successivo. Poco dopo Ferdinando ricondusse l'esercito a Cordova ed ivi lo acquartierò per l'inverno. Sebbene la caduta di Malaga - unico porto dal quale Granada potesse essere alimentata - rendesse inevitabile la caduta anche di quest'ultima, Ferdinando -per esser certo di tagliar fuori il regno moro dall'Africanel giugno 1488 avanzò su Almeria. Fallito il tentativo di prenderla con un colpo di mano, si ritirò a Jaén da dove, alla fine di maggio 1489, alla testa di 15.000 cavalieri e di 80.000 fanti (21), mosse all'assedio di Baza. 6.000 uomini furono impegnati per due mesi a cingere l'a città con una continua linea di trincee. Le operazioni si prolungarono (22) e, arrivato l'autunno, anziché portare le sue truppe nei quartieri d'inverno, Ferdinando ordinò la costruzione di ricoveri e di alloggiamenti; e l'esercito, ottimamente "sostenuto" da Isabella, si accinse a svemarvi. Baza capitolò il 4 dicembre e fu trattata con grande moderazione; fu perfino concesso l'onore delle armi a tutti i mercenari sconfitti. Seguì la sottomissione di El Zagal, che cedette tutti i suoi possedimenti, comprese le città di Almeria e di Guadix. A lui, (20) Prescott (Vol. II, pag. 29) ritiene che questo sia il primo documentato impiego della polvere da sparo in una mina. Come abbiamo visto, se è stato correttamente descritto, il primo va attribuito all'assedio di Costantinopoli nel 1453. (21) Le cifre sembrano esagerate, dato anche che sono le stesse molte volte citate durante questa guerra. Probabilmente esse rappresentano il totale delle forze impegnate in tutta la guerra. ll Circourt (1846) parla di" 12.000 cavalieri e di 50.000 fanti" ("Histoire des Mores" etc.). (22) Circourt (op. cit., Vol. l, pag. 323) afferma che el Zagal aveva accumulato scorte per 15 giornate a Baza.
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che si pensava avesse assassinato, qualche anno prima, il fratello Abul Hassan, fu offerto il "reame-fantoccio" di Andaraz quale feudo della corona di Castiglia. Restava soltanto da occupare Granada. Ferdinando, da Almeria, inviò una ambasceria a Boabdil chiedendogli la resa, in esecuzione del Trattato di Loja, che prevedeva quest'atto qualora fossero cadute Baza, Guadix ed Almeria. Ma Boabdil non ne aveva affatto voglia o, forse, non era più che un prigioniero in mano alla disperata classe dei "routier" che adesso comandava a Granada (23). Questi uomini, sembra, decisero di resistere, perché la guerra, per loro, era l'unica speranza di salvezza e perché la città possedeva ottime fortificazioni. Essa era stata edificata ai piedi della Sierra Nevada, tra due colli tra i quali correvano due fiumiciattoli, il Genil ed il Darro. Sulla vetta dei colli sorgevano due fortezze, l' Alhambra e l' Albaycin. La città era chiusa in una possente cinta muraria, rinforzata da numerose torri; ai piedi dell' Alharnbra si apriva una vasta pianura coltivata a frutteti, vigneti, giardini e campi di grano, irrigata dal Geni!. Si dice che contasse, all'epoca, 200.000 abitanti, benché la cifra sia probabilmente esagerata. Mentre Isabella preparava l'assedio, Ferdinando, nella primavera del 1490, si diede alla devastazione della fertile pianura. E continuò sino all'autunno, distruggendo ventiquattro castelli, dando alle fiamme molti villaggi e ripulendo la campagna da ogni segno di vegetazione, da ogni vettovaglia e da ogni animale domestico. Con Granada priva di qualsiasi fonte di sostentamento, nell'aprile 1491 egli apparve dinanzi alle mura, alla testa di 80.000 uomini, determinato a porvi un assedio a tempo indeterminato. Avendo imparato a Baza i vantaggi del mettere le truppe al riparo dalle intemperie, fece costruire per esse una vera e propria città sei miglia ad ovest di Granada e simbolicamente la chiamò Santa Fè. Aveva la forma di un accampamento romano e doveva essere - secondo le parole di uno scrittore castigliano - "l'unica città in Spagna a non essere stata contaminata dall'eresia musulmana" (24). I difensori di Granada ne fu rono profondamente scoraggiati, ché quello era un chiaro segno delle intenzioni dell'avversario; nonostante le sue fortificazioni, la città non avrebbe potuto resistere alla fame. Ancora una volta l'arrivo di Isabella portò "alle stelle" l'entusiasmo degli assedianti anche perché, con lei, "l'ordine e l'abbandanza regnavano nel campo. Notte e giorno, a cavallo, ella ispezionava i lavori, vedeva· ogni cosa, non tralasciava nessun particolare, stimolando la volontà ed il coraggio dei suoi uomini" (25). In settembre, allorché Santa Fè fu ultimata, Boabdil, che pare avesse riguadagnato una parte della sua autorità, chiese una tregua per poter trattare la pace. Ferdinando ed Isabella non chiedevano di meglio ed il 5 otto(23) Vds. " Histoire des Mores, etc." di Circourt, Vol. l, pagg. 328-329. (24) Citato da Prescou in " Ferdinand and Isabella", Vol. Il , pag. 83 . (25) Saint Hilaire, op. cit., Vol. V, pag. 502.
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li Fig. 32 - Conquista di Granada bre concessero una pausa di sette giorni, durante la quale diedero istruzioni per negoziare a Hernando de Zafra, segretario di corte, ed a Gonsalvo de Cordova. Il 25 novembre fu rono stipulate condizioni veramente magnanime: la città doveva arrendersi entro 60 giorni; tutte le artiglierie e le fortezze, consegnate; ai Mori veniva concesso di mantenere le loro proprietà, le loro leggi ed i loro costumi, governati da loro magistrati che dovevano obbedienza ad un governatore nominato dal re; coloro che lo desideravano, potevano migrare in Africa. La resa avvenne il 2 gennaio 1492, allorché Boabdil consegnò a Ferdinando le chiavi dell' Alhambra raccomandandogli clemenza (26). Aperte le porte della città, fu intonato il " Te Deum" e la grande croce d'argento di Ferdinando fu portata lungo le strade (27). (26) "Ferdioand aod Isabella" di W.H. Prescott, Vol. II, pag. 87. (27) Come a suo zio el Zagal, anche a Boabdil venne concesso un reame fantoccio; ma egli lo abbandonò presto e, trasferì tosi io Africa, cadde combattendo per un principe locale suo parente.
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Così, dopo 700 anni di conflitto, la "Reconquista" giungeva finalmente al suo termine; con l'occupazione della Navarra, la Spagna era unita in un solo grande regno cristiano. Circondato dell'Atlantico e dal Mediterraneo, poteva sfruttarli entrambi; protetta a nord dai Pirenei, era divisa dall'Africa, a sud, dal solo stretto di Gibilterra. Essa. era la sentinella ideale del Vecchio Mondo. Potenzialmente, era il "pivot" strategico di un nuovo sistema allivello globale, pronto a rimpiazzare il fulcro di quel vecchio ordine politico che era scomparso nel 1453. Nessun regno in Europa, a quel tempo, era in posizione più ideale per espandersi in un grande impero; ed il sogno di espansione ora correva nelle vene del suo popolo. Poiché, almeno idealmente, la Spagna era adesso una nazione, la tolleranza con la quale Ferdinando ed Isabella avevano trattato i Mori sconfitti agì come un eccitante nei confronti del nascente suo nazionalismo. Immediatamente dopo la caduta di Granada, fu concessa una sola alternativa agli Ebrei: o convertirsi o andarsene. Molte migliaia di essi lasciarono la Spagna (28). Niente adesso poteva fermare l'intolleranza che scaturiva proprio da quel vittorioso nazionalismo. Se non ci fosse stata la minaccia ottomana, sempre incombente su tutta la Cristianità - molti Mori erano tornati in Marocco ad alimentare la pirateria barbaresca - forse le persecuzioni avrebbero potuto essere contenute entro determinati limiti. Ma non fu così. I Mori in Spagna rappresentavano comunque un pericolo. Se vi fossero rimasti, scrive il Bertrand, "la penisola sarebbe stata nient'altro che un territorio di transito, come sono oggi i paesi del Medio Oriente; una nazione ibrida senza unità e senza carattere. Anche l'Europa, come l'Asia, avrebbe avuto i suoi Levantini. La Spagna sarebbe divenuto uno di quei paesi bastardi che vivono soltanto per esser sfruttati dagli stranieri e non avrebbe avuto una sua arte, un suo pensiero, o una sua propria civiltà" (29). Per quanto crudele potesse essere l'espulsione di tutti i Mori, essa era inevitabile, rappresentando la pulsione del sangue, della razza, dell'anima spagnola. Machiavelli (1467 -1527), contemporaneo di questi avvenimenti, chiama Ferdinando "un nuovo principe" aggiungendo che " all'inizio del suo regno, egli attaccò Granada e questo segnò il fondamento del suo impero" (30). Infatti, dalla guerra vittoriosa scaturirono cose ben più grandi che non il consolidamento di un potere. Quella "non era la fine di un'epoca, ma l'ini.zio di un'altra" (31), sia dal punto di vista politico che da quello militare. Militarmente, si forgiò in quella guerra l'esercito più formidabile che (28) Per questo argomento, vds. "Isabella of Spain" di William T. WaJsch, cap. XXV. (29) "The HistOry of Spain" di L. Bertrand e sir Charles Petrie (1934), pag. 228. (30) Machiavelli, "The P rince", ed. Everyman's Library, 1914, pag. 177. (31) "The Rise of the Spanish Empire", Vol. Il, pag. 74.
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l'Europa avrebbe di lì a poco visto. Politicamente, l'Europa, "dal tempo della conquista della Città Santa, non aveva provato· maggior esultanza di quella scaturita dalla conquista di Granada" (32). La caduta di Granada - scrive il Prescott - provocò un generale senso di sollievo in tutta la Cristianità, compensando, in qualche maniera, la perdita di Costantinopoli avvenuta circa mezzo secolo prima" (33). Ma ciò che la fece diventare eccezionalmente importante fu il fatto che, nello stesso anno 1492 nel quale la Spagna diveniva una nazione e prendeva il suo posto tra le grandi potenze d'Europa, sotto gli auspici di Isabella, Cfistoforo Colombo (1451-1506) scopriva per conto della Spagna un nuovo mondo . Fu questo l'evento più fecondo della storia occidentale da quando, nel 334 a.C., A~essandro aveva traversato l'Ellesponto; ambedue le volte non si era trattatp di un caso, ma del frutto di quella spinta espansionistica che rappresenta la vita di ogni popolo civile che vuole ottenere una propria identità nazionale. Pertanto, la chiave per comprendere il più grande evento dell'umanità, la scoperta del Nuovo Mondo, deve essere cercata nel quadro di quello spirito che portò alla conquista di Granada, l'ultima Crociata contro l'Islam. I tempi erano maturi per la più grande delle scoperte geografiche ed i due fattori che vi concorsero erano entrambi correlati alle Crociate. Primo, l'ostacolo ai commerci ttra Asia ed Europa costituito dalla interposizione dei Turchi e, secondo, la vecchia credenza di S. Luigi che, se si fosse raggiunto il Gran Khan delle Indie, lo si sarebbe potuto convincere ad attaccare l'Islam "alle spalle" (34). Concettualmente, dunque, la soluzione dei due problemi - rotte commerciali e continuazione delle Crociate - passava dal Mediterraneo all'Atlantico. L'idea di raggiungere le Indie navigando verso ovest anziché verso est era stata dibattuta dai geografi, nessuno dei quali poteva immaginare che tra le coste occidentali d'Europa e quelle orientali d'Asia giacesse un immenso continente. Inoltre, l'asserto di Ruggero Bacone secondo cui la distanza tra la Spagna e l'Asia non poteva essere molta era stato accettato dal Cardinale Piero d' Ailly nel suo "Imago mundi", pubblicato nel 1410 (35), ed anche da Paolo Toscanelli, noto astronomo e cosmografo fiorenti (32) "Histoire d'Espagne" di R. St. Hilaire, Vol. V, pag. 507. (33) "Ferdinand and Isabella", di W.H. Prescott, Vol. Il, pag. 91. (34) L'avvio venne dato dai viaggi di scoperta dei Portoghesi, iniziati da Dom Enrico di Portogallo ("il Navigatore", 1433-1460) il cui primo viaggio lungo le coste dell'Africa inseguiva il vago progetto di raggiungere il leggendario monarca cristiano Prete Gianni, ilcui regno si credeva essere in Abissina, per convincerlo ad un'alleanza contro i Turchi. L'idea di rivolgersi per analoghe ragioni ai supposù crisùani dell'Estremo Oriente venne rilaociata da papa Nicola V (1447-1'455). (35) Probabailmente stampato nel 1486 o nel 1487.
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no il quale, nell474, aveva mandato ad Alfonso V del Portogallo una carta che illustrava le possibilità di una rotta occidentale (36). Sebbene il Toscanelli avesse correttamente indicato la misura della linea equatoriale, egli aveva tanto aumentato le dimensioni longitudinali dell' Asia e dell'Europa che la distanza tra i due continuenti attraverso l'Atlantico si era ridotta a circa 6500 miglia. Le coste della Cina venivano poste al meridiano dell'Oregon ed il Giappone, il Cipango di Marco Polo, a circa 3250 miglia ad ovest delle isole Canarie. Questi erano i retroscena della grande scoperta, che potè essere realizzata grazie all'intuito, alla capacità ed alla enorme presunzione di Cristoforo Colombo, una delle personalità più enigmatiche della storia, il cui vero carattere è stato messo in luce soltanto da studi molto recenti. Sin a verso la fine del XIX secolo, allorché Harisse (37) fece accurate ricerche negli archivi di Genova, di Savona, di Siviglia e di altre città, la tradizione vedeva in Colombo uno dei grandi eroi della storia. Da allora, molti dei suoi più insignì biografi, quali il Winsor (38), il Vignaud (39) e Marius Andrè (40), lo hanno ridotto - a causa delle fantastiche sue invenzioni circa la famiglia e la giovinezza - ad uno dei più grandi ciarlatani. Avendo potuto provare che egli aveva "fabbricato" tutte le sue storie, il Vignaud mette praticamente in dubbio tutto ciò che scrisse o disse. Invece di provenire da nobile famiglia - asserisce - Colombo era figlio di un tessitore di Quinto a Mare, vicino a Genova, ed era nato nel1451 (41). Datosi col padre al commercio, nel1476 stava navigando con altri mercanti da Genova verso l'Inghilterra quando, allargo di S. Vincenzo, furono attaccati da una squadra francese. Affondata la sua nave, egli, benché ferito, riuscì a raggiungere la costa. Reimbarcatosi, andò a Londra e quindi tornò a Lisbona nel 1477 per rimanervi sette anni. È probabile che l'idea di esplorare l'Atlantico prendesse forma nella sua mente durante il soggiorno a Lisbona; la città era· gremita di marinai ed essi spesso parlavano di isole incantevoli. Tutti questi racconti devono aver appassionato la vivida, romantica, acritica immaginazione di Colombo, già stimolata da letture quali "Viaggi" di Marco Polo, "Marvellous Adventures" di sir J. Mandeville e " Imago Mundi" di Piero d' Ailly, tutte da lui accettate senza ombra di dubbio. Da questi libri tanto assimilò l'idea della relativa vicinanza dell'Asia
(36) Vignaud (op. cir., pag. 23) mette in dubbio che sia mai stata inviata, ma fu usata da Colombo nel suo primo viaggio. (37) " Christophe Colomb", 1884. (38) "Christopher Columbus", 1891. (39) " Histoi re critique de la grande entreprise de Christophe Colomb" , 1911 . (40) " La veridique adventure de Christophe Colomb", 1927. (41) Questa è la data accettata dal Vignaud. In altri testi, la data varia dal 1430 al 1456.
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Fig. 33 - Carta dell'Oceano Atlantico del Toscanelli (1474)
Orientale all'Europa Occidentale e rimase tanto affascinato dalle storie di Prete Gianni, del Gran Khan e dello splendore del Cipango (42) da divenir ossessionato da quell'idea che lo portò ad un destino divino. Dopo aver presentato il suo progetto, probabilmente nel 1483, al re Giovanni Il ed aver ottenuto un rifiuto, nel 1484 si trasferì dal Portogallo in Spagna. Due anni dopo lo troviamo a Cordova, ove era riunita la corte. Qui si presentò alla regina Isabella, ma ancora senza risultato. Nel 1488 tornò a Lisbona per incontrare suo fratello Bartolomeo, di ritorno dalla spedizione che, guidata dal Diaz, aveva doppiato il Capo di Buona Speranza. Folgorato dal racconto di questo viaggio di 13000 miglia, convinse il fratello ad andare con lui in Inghilterra per interessare il Re Enrico VII e, nel caso di rifiuto, in Francia dinanzi a Carlo VIII . Non ottenne niente e nel 1489 era nuovamente in Spagna; presente all'assedio di Baza e, poi, nel 1491, a Santa Fè, riuscl a convincere il duca di Medina della possibilità di realizzare il suo progetto. La regina Isabella
(42) Vds. "I viaggi di Marco Polo" , libro III, cap. Il
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promise di prenderlo in considerazione una volta che fosse caduta Granada. E lo fece, dimostrando così una notevole fiducia in lui, ché quanto chiedeva era veramente fuori dell'ordinario. E cioè di essere nominato "ammiraglio dell'oceano" e "viceré di tutte le terre pagane che fossero state scoperte" e di ricevere un ottavo di tutti i profitti derivanti dalla spedizione! L'ideale crociato sembra che fosse presente alla sua mente perché, secondo il "Giornale", subito dopo la caduta di Granada scrisse a Ferdinando e ad Isabella: " ... in relazione alle informazioni che ho fornito alle loro Altezze in merito all'India ed al Principe detto Gran Khan il che, nella nostra lingua romana, significa Re dei Re ... .le loro Altezze, quali buoni Principi Cristiani e Cattolici, devoti propagatori della fede cristiana, nemici della setta di Maometto e di tutte le idolatrie ed eresie, concedano di mandare me, Cristoforo Colombo, a questo paese delle Indie, ove provvederò a convertire aiJa nostra santa fede tutti i prìncipi, i popoli, i territori che vedrò ... " (43). Il successo coronò i suoi tentativi. Le sue condizioni furono accettate ed un contratto firmato il 17 aprile 1942. Gli fu anche data una lettera da consegnare al Gran Khan (44). Il mattino di venerdì, 3 agosto 1492, Colombo salpò da Palos con tre piccole caravelle: la "Santa Maria" di l 00 tonneiJate; la "Pinta", di 50 e la "Nina" di 40. Oltre agli equipaggi, 90 uomini, si era imbarcata un'altra trentina di persone tra cui i fratelli Martin Alonzo e Vincenzo Yanez Pinzon, noti navigatori, e Luigi di Torrez, un ebreo che sapeva parlare il giudaico, il greco, il latino, l'arabo, il copto e l'armeno e che dovena fungere da interprete. Il 9 agosto Colombo raggiunse le Canarie e quivi sostò sino al 9 settembre, allorché la piccola flotta alzò le vele verso l'ignoto. Alle due del mattino di venerdì 12 ottobre fu avvistata terra ed all'alba effettuato lo sbarco, probabilmente nell'isola Watling, che Colombo battezzò San Salvador. È significativo che egli si rivolse ai nativi che lo salutavano con l'appellativo di " Indiani". Ripreso il mare, il 28 ottobre giunse a Cuba, che egli riteneva essere il continente cinese. Così, mandò due suoi uomini a cercare il Gran Khan per porgerli i complimenti della regina Isabella e del re Ferdinando. Quindi fece vela a sud-est, verso Haiti, che egli immaginava essere Cipango, ribattezzandola Hispaniola. Il 4 gennaio 1493 si mise sulla via del ritorno, giungendo a Palos il 15 marzo. Da Siviglia fu convocato a corte, a Barceiiona, ove ricevette onori trionfali. E quì, senza far domande, si ritenne provata e corretta la sua teoria e cioè che Cuba fosse l'estremità orientale della Cina e Haiti quella set-
(43) Citato da "The History of Spain" di Louis. Bertrand e sir Charles Petrie, pag. 238. (44) Per il testo della lettera, scritta in latino (lingua universale), vds. ibid. , pag. 247.
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tentrionale del Cipango; la rotta marittima per l'Asia era quindi ben più breve che non quella, terrestre, descritta da Marco Polo! "I sovrani - scrive il Fiske - ritennero che quello fosse un dono inviato loro dal cielo quale il ringraziamento per aver battuto i Mori a Granada... " (45). Che Colombo fosse un eroe o un ciarlatano, un profeta o un imbecille, poco importa; rimane il fatto, come dice il Fiske, che questa scoperta era "un evento unico nella storia dell'umanità" e che "niente di simile era stato mai fatto prima e niente di simile sarà fatto mai più" (46). Il vecchio Mediterraneo era screditato. "Barriere rnillenarie - scrive il Bertrand - erano state superate. Il mondo non poteva esseni più bloccato dall'Islam alle due uscite dal Mediterraneo. L'orizzonte si allargava e si aprivano nuove strade all'attività ed al pensiero dell'uomo. Il mondo poteva uscire da quel piccolo mare interno intorno al quale si era tanto combattuto per secoli. L'uomo poteva sentirsi liberato e, allo stesso tempo, fortificato. In breve, era nato un Uomo Nuovo" (47). Da quel momento, l'imperialismo cominciò ad assumere le sue moderne connotazioni colonialiste. Il commercio prese il posto del saccheggio o dell'esazione e, per arricchire la Castiglia, Isabella limitò il commercio con le terre ora scoperte al porto di Siviglia, che divenne l'Alessandria dell'Atlantico. I14 maggio 1493 Papa Alessandro VI tracciò la sua famosa linea di demarcazione sulla mappa del mondo, una sottile linea che correva, con andamento meridiano, un centinaio di leghe ad ovest delle Azzorre. Ad est di essa tutto sarebbe stato portoghese, ad ovest castigliano; le Indie all'uno, le Americhe all'altro. Sicuramente, il più bel regalo della storia! L'era delle scoperte giungeva al Nuovo Mondo. II 5 marzo 1496, Giovanni Caboto, veneziano, ricevette una lettera patente dal re Enrico VII d'Inghilterra che lo autorizzava a cercare la "Vineland" (la terra già scoperta dai Vichinghi). In maggio, con diciotto compagni, egli salpò da Bristol a bordo del "Mathew" e il 24 giugno sbarcò nell'isola di Capo Breton (48), ponendovi le fondamenta dell'impero britannico. Trentotto anni più tardi, Francesco l diede incarico a Giovanni da Verrazzano di riconoscere la costa atlantica della Florida ed egli la chiamò "Nuova Francia". Nel frattempo, anche le rotte orientali erano .sempre più battute. Il 9 luglio 1497, Vasco de Gama lasciò il Tago, doppiò il Capo di Buona Speranza, superò l'Isola della Luna (Madagascar) e, dopo un viaggio durato dieci mesi e dodici giorni, arrivò a Calcutta, in India. Dodici anni dopo, il 4 marzo 1510, Albuquerque entrò nella rada di Goa, (45) "The Discovery of America", Vol. l, pag. 445. (46) Ibid., Vol. l, pag. 446. (47) "The History of Spain", pag. 306. (48) Nella Nuova Scozia (N.d.T.). È significativo che sia stato ritenuto parte della costa cinese "nel territorio del Gran Khan".
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ricevette le chiavi della fortezza ed iniziò la conquista europea del sub continente indiano; incidentalmente, esso costituiva gran parte del mondo musulmano. Cominciava il contrattacco. Il più audace di tutti questi navigatori fu Ferdinando Magellano. Il 20 settembre 1519 egli salpò da San Lucar con cinque navi e 280 uomini, doppiò 'capo Horn, perse quattro dei suoi vascelli e fu ucciso a Zebu, nelle Filippine. Nonostante ciò, raggiunse il suo scopo, in quanto il 6 settembre 1522 il "Victoria" attraccò in Portogallo. Erano rimasti 19 marinai per annunciare che il mondo era stato circumnavigato. Nel frattempo i "conquistadores" erano all'opera. Provenienti principalmente dall'Andalusia e dall'Estremadura, ave per secoli i loro antenati si erano dovuti difendere dai Mori, erano pervasi da un fanatico zelo. Cortès (1485-1547) con 508 soldati, 109 marinai e 16 cavalli mosse alla conquista del Messico e Pizarro (1475-1541) a quello del Perù, con una sola nave. Sembrava che una frenesia religiosa possedesse questi uomini e li guidasse attraverso difficoltà inimmaginabili. Erano crudeli, ma portavano la civiltà; ave arrivavano, si conobbero i cavalli. la polvere da sparo, l'acciaio e il grano, il vino e l'olio. Essi crearono un mondo nuovo e, così facendo, cambiarono il vecchio. "Che strana cosa è questa!" scrive il Bertrand, "l'avventura Americana e l'ultima crociata contro l'lslam ci si presentano come l'anelito finale del Medio Evo e come la liquidazione dell'intero lunghissimo passato. Eppure, da questi avvenimenti, provocati dall'ideale religioso, è nato un mondo nuovo, scettico e razionale! " (49). E tutto questo ha preso improvvisamente vita, come un refolo di vento, dalla "Mirabilis Navigatio" di Colombo. Il silenzio di un immenso oceano aveva fatto balenare nella mente dell'uomo i tempestosi pensieri di un immenso potere. E tutto questo non sarebbe successo, nel modo come è successo, se non fosse stato per la conquista di Granada.
(49) " The History of Spain", pag. 308.
CAPITOLO XX
La supremazia degli Imperi Spagnolo e Ottomano
Quadro storico Il 23 febbraio 1516 morì Ferdinando di Spagna e gli successe il nipote Carlo, figlio di sua figlia Giovanna e di Filippo di Borgogna. Se alla morte del padre, nel 1506, aveva ereditato l'Olanda e la Franca Contea, adesso, come Carlo I, otteneva la Spagna, ancora una volta in crisi per le rivolte delle "Germanias (l) e dei "comuneros". Ristabilito l'ordine nel 1521/1522 Carlo, che era stato eletto imperatore (Carlo V) nel1520, si accinse a realizzare il grande sogno di una monarchia cattolica universale, incontrando subito l'ostilità della Francia, la tradizionale nemica. La disputa per i ducati di Milano e di Genova aveva già fatto scoppiare la guerra d'Italia (2) durante la quale Luigi Xlll (1499-1515) era stato sconfitto a Novara nel1513 perdendo così tutti i suoi possedimenti italiani; il suo successore Francesco I (1515-1547) aveva poi valicato le Alpi, battuto un corpo di mercenari svizzeri a Marignano e riconquiistata la Lombardia. Adesso, sotto Carlo, la guerra continuava, ed il 25 febbraio 1525 Francesco I fu sconfitto e catturato dagli imperiali nella decisiva battaglia di Pavia. Poco dopo entrò in contatto con i Turchi, inviò aiuti segreti al pirata barbaresco Barbarossa e suggerì al sultano d'invadere l'Ungheria. Era l'inizio della politica orientale francese!
(l) "Germnias" cioè associazioni, fratellanze. Da hermano (antico spagnolo: germa, fratello) (N.d.T.). (2) Il matrimonio del duca di Orléans, fratello di Carlo VI, nel 1389, con Valentina Visconti, figlia del duca di Milano, divenne più tardi il motivo delle pretese francesi su Milano che, nel 1494, portarono all'invasione dell'Italia da parte di Carlo VIII. La Spagna, d'altra parte, aveva le stesse pretese, motivate dal matrimonio di Pietro III d'Aragona con Costanza, figUa di Manfredi di Benevento, avvenuto più di 200 anni prima.
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La vittoria di Carlo a Pavia allarmò tutta l'Italia- che desiderava essere libera sia dalla Francia che dalla Spagna - e Papa Clemente VII (1523-1534) persuase la Francia ed un certo numero di principi italiani ad unirsi nella lega di Cognac per combattere Carlo. In ritorsione, questi marciò su Roma ed il 6 maggio 1527, in una orgia di devastazioni e di massacri, la Città Eterna fu ancora una volta messa a sacco. Quindi, corrotto l'ammiraglio genovese Andrea Doria - che passò al suo servizio -strappò il controllo del Mediterraneo Occidentale alla Francia ed il24 febbraio 1530 ricevette dalle mani del papa la corona d'Italia. Mentre i re cristiani si combattevano, i Turchi avanzavano; ma questa volta verso oriente. Dal 1502 avevano invaso la Persia, la cui storia moderna inizia con lsmail, il primo scià (1499- 1524). Questi era stato battuto decisamente nel 1514 da Selim I (1512-1521) nella piana di Chaldiran e la Mesopotamia era andata così ad aggiungersi all'impero ottomano. Quindi Selim era avanzato sulla Siria, aveva sconfitto i Mamelucchi ad Aleppo e portato la guerra sino in Egitto; tutta l'Arabia gli si era sottomessa ed il califfato era stato assorbito nel sultanato. Ancora una volta, come era accaduto in precedenti occasioni, la Cristianità fu presa dal panico; ma nessun risultato ottennero i tentativi di Papa Leone X (1513-1521) di unire l'impero, la Francia e la Spagna contro i Turchi. Selim assediò Rodi ed alla sua morte, nel 1521, gli successe Solimano l "Il Magnifico" (1520-1566) sotto la cui guida l'impero ottomano doveva raggiungere il suo massimo splendore. Nel 1521, presa Belgrado, strinse i tempi con Rodi, che cadde il giorno di Natale 1522. A questo punto, tramontata ogni speranza di unità tra i cristiani a seguito della battaglia di Pavia, Solimano seguì il consiglio di Francesco l ed alla testa di 100.000 uomini, con 300 cannoni, invase l'Ungheria ed il 29 agosto 1526 battè. a Mohacs il re Luigi II. L'Ungheria non sarebbe stato un regno indipendente sino alla battaglia di Vittorio Veneto nel 1918! Occupata Buda, nel 1529 Solimano avanzò su Vienna; ma, incapace di conquistarla, si ritirò a Costantinopoli. L'estensione dell'impero ottomano, adesso, era enorme: da Bagdad alle montagne dell'Atlante, da Aden sino a Buda; e, intanto, "dalle colline dell' Italia sino alle scogliere del Kent" - scrive sir Stirling-Maxwell - i corsari turchi "imponevano tangenti lungo le coste della Cristianità e sui commerci di tutto il mondo" . Per la conservazione dell'integrità dell'impero, il dominio del mare era di ben più vitale importanza- per chi, come i Turchi, controLlava i due terzi di tutte le coste del Mediterraneo - di quello terrestre; avendolo capìto, Carlo V occupò e saccheggiò Tunisi, quartier generale dei pirati algerini e dell'ammiraglio turco Barbarossa. In ritorsione, questi razziò la Calabria nel 1538 e si scontrò con Andrea Doria allargo di Prevesa, più o meno nelle acque ove si era combattuta la battaglia di Azio. Ma il Doria non volle impegnarsi a fondo, e la guerra continuò finché, nel 1541, Carlo fu costretto a volgersi contro la Francia per poter salvaguardare Milano. Nel
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1556 abdicò in favore del figlio Filippo, recentemente andato sposo a Maria Tudor, figlia di Enrico VIII d'Inghilterra; l'impero passò a Ferdinando, il più giovane fratello di Carlo e rimase, di fatto, un'appendice della Spagna. Nel momento della sua ascesa al trono, Filippo II (1556-1598) governava sulla Spagna, sull'Olanda, sulla Franca Contea, sulla Sardegna, sulla Sicilia, sulle Isole Baleari, sulla maggior parte dell'Italia settentrionale e del Nuovo Mondo sino ad allora scoperto. Più tardi, dopo la battaglia di Alcantara (1581), aggiunse ai suoi domini il Portogallo e le sue colonie portoghesi e poté controllare di fatto, se non di nome, il Sacro Romano Impero. Per tenere insieme un tale coacervo di territori, di nazioni e di popoli, occorreva un fattore unificante, ed egli Io trovò nella religione. Cosi, quale Difensore della Fede, poté imporre la sua egemonia e far del suo potere assoluto l'esempio di un nuovo sistema di governo che- copiato da altre monarchie in Europa - vedrà la sua fine soltanto con la Rivoluzione Francese. Ma questa egemonìa era esattamente il contrario di quanto predicava la Riforma. La guerra era inevitabile; e la guerra significava denaro. Così, quasi improvvisamente, la ricchezza del Nuovo Mondo venne a rimpinguare la miseria di quello vecchlo. Nel 1493, le riserve d'oro e d'argento europeo erano stimate in 33 milioni circa di sterline; dall'inizio del XIV secolo le importazioni di materiale prezioso dall'Africa e dall'America divennero sempre più consistenti, tanto da raggiungere - secondo i calcoli dì Trevor Davies - i 250 milioni di sterline nel 1636. Tutto questo denaro fu speso quasi esclusivamente per finanziare la guerra. Esso affluiva attraverso la Spagna, e non soltanto provocò la fine delle esportazioni spagnole, ma stimolò il nascere di una nuova forma di civiltà, che possiamo chiamare di tipo "capitalista", proprio come l'oro persiano procurato da Alessandro Magno aveva consentito il capitalismo ellenistico e romano. E proprio a causa della guerra, questo torrente d'oro affluì nelle mani dei banchieri dì Genova, di Anversa e di Amburgo, nuovi centri mondiali del commercio. Strategicamente, l'asse dell'egemonìa di Filippo andava da Milano alle Fiandre. La prima gli consentiva di controllare il sud dell'Europa Occidentale, la seconda il nord cioè la Francia, l'Inghilterra ed il Baltico. Soltanto minacciando la Francia dal nord egli poteva tenere lontano la Francia da Milano! L'Olanda Spagnola era, a quel tempo, la più prospera regione europea e sebbene Carlo V avesse tentato di estirparvi l'eresia. è fuor di dubbio che la ribellione non vi avrebbe dilagato se la nobiltà olandese ridotta in miseria non avesse trovato nella causa protestante un mezzo per spogliare dei loro beni i monasteri e gli enti religiosi. Nel 1559 Margherita dì Parma, figlia naturale di Carlo V, propose di riorganizzare tali enti ed i nobili, guidati da Guglielmo di Nassau, principe d'Orange - vedendo in tali riforme il mezzo per pagare i loro debiti - si unirono per stilare un documento noto come il "compromesso". Per questo furono derisi dagli spagnoli come "les gueux" (gli accattoni)!
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Allora, approfittando dei disordini fomentati dagli "accattoni", bande di calvinisti provenienti dalla Francia, dalla Germania, dall'Inghilterra e da Ginevra dilagarono in Olanda saccheggiando 400 chiese, ivi inclusa la cattedrale di Anversa. Dice il Davies: "Calvinismo ... fu la Terza Internazionale del XVI secolo". Filippo Il, che vedeva in ciò un pericolo imminente anche per la Spagna, nel 1567 inviò il duca d'Alba con 10.000 picchieri spagnoli a ristabilire l'ordine. Ne derivò una vera e propria guerra, che terminò soltanto nel 1609 allorché fu firmata una tregua di dodici anni tra Spagna e Province Unite. Tale rivolta, con i suoi misfatti, ebbe gravi ripercussioni anche in Spagna; non perché la causa protestante vi allignasse ma perché il problema dei Mori, sin dalla caduta di Granada, agitava il paese. Nel 1499 le restrizioni imposte loro avevano provocato una serie di ribellioni e ne era seguita una violenta repressione cuJminata nella dichiarazione di "Cristiano" per il regno di Granada. Per i Mori c'era un'unica alternativa: il battesimo o l'esilio. Molti optarono per il primo e furono noti come "moriscos"; essi non smisero mai una connivenza più o meno aperta con i pirati barbareschi, in ciò aiutati, anche se indirettamente, dalla politica orientale della Francia. l Turchi pensarono bene di sfruttare la "quinta colonna" musulmana rappresentata dai "moriscos" e così, mentre FiJippo era impegnato in Olanda, nel dicembre 1568 scoppiò in Spagna una terribile rivolta, durante la quale migliaia di Cristiani furono massacrati ed altre migliaia furono condotte in schiavitù e vendute ai Berberi in cambio di armi. L'anno successivo Filippo Il inviò il fratellastro don Giovanni d'Austria (1545-1578), figlio di Carlo V e di una tedesca- Barbara Blomberg- a sedare la rivolta. Fu usato il guanto di velluto. I "moriscos" furono portati nel nord della Spagna, non subirono alcun torto e, tra l'altro, fu loro assicurata l'educazione gratuita dei figli (3).
Dopodiché, don Giovanni fu chiamato ad un compito ben più difficile: riguadagnare il controllo del Mediterraeo.
(3) Fu soltanto nel 1609-1613 che i "moriscos" furono definitivamente espulsi dalla Spagna.
La battaglia di Lepanto (1571)
I Turchi erano stati favoriti, nella loro espansione verso occidente, più dalle contese interne della Cristianità che dal loro valore. Prima della caduta di Costantinopoli, nel 1453, l'unione era stata resa impossibile dalle diversità teologiche delle Chiese Cattolica ed Ortodossa. Adesso, ed erano trascorsi cent'anni, era la Riforma a dividere il mondo Cristiano in due campi avversi, violentemente ostili l'un l'altro. Inoltre, il rapido affermarsi dei nazionalismi e le richhezze provenienti dal Nuovo Mondo stimolavano il sorgere di egoismi a livello di Stati, la cui prosperità sembrava essere più importante della sicurezza dell'Europa. Tra questi ci interessa seguire le vicende di Venezia e della Spagna. La prima, per assicurarsi i commerci, aveva intavolato trattative con i Turchi immediatamente dopo la caduta di Costantinopoli; ed i Veneziani erano così ciechi da non vedere che, da soli, non avrebero mai potuto mantenere i loro possedimenti in Oriente in collisione con l'energia espansionistica dell'impero ottomano. La seconda, sin dal disastro di Jerba (Golfo di Gabes) nel 1560, seguito dal tentativo turco di occupare Orano nel 1563 e Malta nel1565, viveva nel terrore di un'invasione non soltanto in Sicilia o a Napoli, ma anche nella madrepatria; una paura solo in parte alleviata dalla repressione dei "moriscos". In breve, se la parte orientale del Mediterraneo era di vitale importanza per i commerci veneziani, quella occidentale lo era per la sicurezza strategica della Spagna. Tre anni prima della rivolta dei "moriscos", Solimano il Magnifico era morto e gli era succeduto Selim II (1566-1574), probabilmente il più spregevole tra i tanti spregevoli occupanti del trono ottomano. Nell568, per essere libero di attaccare Cipro- acquistata da Venezia
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nel 1488 (4)- egli patteggiò una tregua con l'imperatore Massimiliano II (1564-1576), consigliato in ciò dal suo favorito Miquez Nasi (5), che teneva Naxos e sperava in un'investitura. L'impresa era sostenuta anche dall'ammiraglio Piali Pascià, un rinnegato ungherese, e dal generale Mustafà Pascià; essi vi vedevano una vendetta alla loro cacciata da Malta, per opera del La Vallette, avvenuta nel 1565. Il gran visir Mohammed Sokolli, invece, lungimirante statista, propugnava la pace sia con l'Impero che con Venezia. Egli pensava che i Turchi non avessero niente da temere da entrambi e che invece bisognava gettarsi contro la Spagna, sfruttando il momento opportuno in cui Filippo Il era distratto dai ''moriscos'', impegnato in Olanda ed isolato in Europa, E, inoltre, la Francia era amica, l'Impero impotente senza l'aiuto spagnolo, la Polonia in guerra con la Russia, l'Italia dilaniata da contese interne e l'Inghilterra aveva più da guadagnare che da perdere da una guerra turcospagnola. Cosi, il Sokolli si opponeva a quell'avventura, ritenendo che, per attaccare la Spagna, era meglio avere Venezia come alleata. Forse il suo piano sarebbe stato accettato, se un disastro non avesse colpito Venezia. Il 13 settembre 1569 esplose una polveriera dell'arsenale (6) ed il fatto- ben grave - fu talmente "gonfiato" a Costantinopoli da far pensare che l'intera flotta veneziana fosse andata perduta (invece, erano affondati soltanto quattro galeoni). Cipro, secondo le voci correnti, era senza possibilità di ricevere aiuto. Il partito dei "falchi" ebbe il sopravvento. Nell'aprile 1570 un inviato chiese a Venezia la resa di Cipro, pretendendo che l'isola fosse possedimento turco in ragione della sua vecchia appartenenza al regno di Gerusalemme. Sebbene la guarnigione veneziana fosse esigua, il senato ed il doge rifiutarono e si rivolsero alle potenze cristiane per ottenere aiuto. Ma Venezia era odiatissima dai re, perché era una repubblica; dalle potenze marittime, perché era loro rivale; e da tutti, perché era alleata dei Turchi. Così nessuno diede ascolto alla sua invocazione tranne Pio V (1566-1572), che vi vide il mezzo per realizzare il suo sogno: essere a capo di una Lega marittima per condurre una nuova Crociata contro gli infedeli. Egli offrì 12 galee quale base per la costituzione di una flotta e persuase Filippo II - inizialmente molto riluttante - a dare ordine al suo (4) Nel 1488, all'estinzione della dinastia dei Lusignano - fondata da Guy di Lusignano nel 1192, allorché questi comprò Cipro da Riocardo I d'Inghilterra - Caterina Cornaro, veneziana, vedova di Giacomo II, re di Cipro, cedeue l'isola a Venezia pensando di non poterla più a lungo difendere dai Turchi. (5) Per notizie sul suo conto, vds. "Histoire de L'Empire Ottoman" di J. von Hammer (1836), Vol. VI, pagg. 383-386. (6) L'arsenale era il migliore d'Europa e costituiva il cuore della potenza di Venezia. Comprendeva bacini, fonderie d'armi, fabbriche di polvere da sparo e forniva ogni genere di materiale bellico, sia per guerra di mare che di terra. Per una desrizione più completa, vds. "La Vie d'un Patricien de Venise au XVIme Siècle" di C. Yriarte (1874), cap. XII.
LA BATIAGLIA DI LENPATO (1571)
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vicerè di Sicilia e di Napoli di inviare la flotta siciliana in rinforzo alJa sua ed a quella veneziana. Nel frattempo Selim, radunata a Rodi una flotta di 150 galee e di 50 trasporti agli ordini di Piali pascià e di Mustafà pascià, sbarcava a Cipro il 22 luglio 1570 ed assediava Nicosia che, con Famagosta, era l'unica città dell'isola dotata di qualche difesa. Essa cadde il 9 settembre ed il presidio fu passato a fil di spada. Quindi fu assediata Famagosta, tenuta da 7.000 veneziani, ma la resistenza opposta dal governatore Mare' Antonio Bragadio e dal comandante Astore Baglioni fu così accanita che Ali pascià dovette rinunciare a rientra in patria. Durante l'assedio si era riunita a Candia, nell'isola di Creta, una potente flotta cristiana agli ordini di un nobile veneziano, Girolamo Zani, ma essa - dilaniata da conflitti tra alleati - era rimasta inattiva. L'unico che fosse deciso a far qualcosa, e presto, era Pio V il quale, nel luglio 1570, aveva indetto una conferenza per la costituzione di una Lega cristiana. Dotato di buone doti di stratega, egli capiva perfettamente quale minaccia incombesse; e comprendeva che se si fosse potuto riacquistare il controllo del Mediterraneo, l'impero ottomano sarebbe stato spaccato in due parti, con le province africane impossibilitate a soccorrere quelle asiatiche e quelJe europee. Ciò, egli pensava, avrebbe reso difficile il dilagare dei Turchi in Europa. Caduta Nicosia, Pio V temette che - se anche Famagosta avesse subito la stessa sorte e se Venezia non fosse stata aiutata concretamente - quest'ultima non avrebbe avuto altra scelta che far pace con i Turchi. Alla fine, mentre la conferenza sembrava languire, Filippo II si convinse e decise di avere un ruolo decisivo nella costituzione della Lega, tanto da chiederne il comando per don Giovanni d'Austria, suo fratellastro, con l'ammiraglio pontificio Mare' Antonio Colonna per secondo. I Veneziani, che temevano una troppo invadente ingerenza spagnola, fecero accettare un compromesso: purché ogni decisione importante venisse concordata con i capi dei contingenti alleati, don Giovanni poteva assumere il comando. Nel 1571 questi aveva 26 anni, la stessa età di Alessandro ad Arbela, di Annibale quando assunse il comando in Spagna e di Bonaparte a Lodi. Dice di lui ii Brantòme: "Era bello ... di buona grazia, gentile e cortese, affabile, coraggioso e valente ... '' (7). Ma era qualcosa di più, nonostante la giovane età: un abile leader. Il Merriman dice: "Sembrava la reincarnazione dello spirito del1095'' (8).
Allorché, nel marzo 1571, la conferenza volgeva al suo termine, il cardinale GranvelJe, capo della delegazione spagnola, se ne uscì con ulteriori difficoltà; esasperati, i Veneziani, inviarono Iacopo Ragazzoni a Costanti(7) " Oeuvres Complètes de Brantéìme", a cura di Prosper Mérimée (1858), Vol. II, pag. 122.
(8) "The Rise of the Spanish Empire" (1934), Vol. IV, pagg. 134-135.
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no poli per cercar di trattare con .i Turchi. Ma il gran visir non volle sentir ragioni e chiese soltanto la resa incondizionata di Cipro. "La pace per voi - egli disse - è più conveniente della guerra; non potrete mai competere con il Sultano, il quale può pretendere ben altro che Cipro! Non fidatevi della Lega" (9). Persuaso, il Ragazzoni stava tornando in patria, quando, il 25 maggio, la Lega Santa fu proclamata. Non si poteva più tornare indietro. Il trattato prevedeva un'alleanza perpettua, diretta non soltanto contro i Turchi , ma anche contro Algeri, Tunisi e Tripoli. Le forze della Lega dovevano consistere in 200 galee ed altre 100 navi da guerra, 50.000 fanti, 4.500 cavalleggeri e numerosi cannoni; ad'ogni mese di marzo dovevano esser pronte a muovere verso levante o per ogni altra spedizione che fosse stata decisa. Un patto di mutua difesa legava i Confederati e le spese erano accollate per metà alla Spagna e per l'altra metà a Venezia ed al Papa. Sarebbero stati nominati tre comandanti, ma le decisioni supreme sarebbero spettate al Capitano-generale. All'imperatore ed ai re di Francia e Polonia si lasciava facoltà di unirsi ·alla Lega; non si menzionava la regina d'Inghilterra, in quanto essa non era una sovrana cattolica. Tutti i territori conquistati sarebbero stati divisi tra i contraenti, con l'eccezione di Algeri, Tunisi e Tripoli che sarebbero, comunque, andati alla Spagna. Il papa sarebbe stato arbitro in eventuali dispute interne e nessuna tregua, pace o alleanza avrebbe potuto essere stipulata senza il consenso di tutti i Confederati. Ma le intenzioni erano ben diverse dalle parole: Venezia voleva usare la Lega per conquistare Cipro e relegare l'impero ottomano nel Mediterraneo orientale; Filippo Il per indebolirne il potere in quello occidentale. Sospettosi l'un dell'altra, si detestavano. L'unico in buona fede era il Papa, che temeva per l'intera Cristianità e non soltanto per la Spagna e per Venezia. Era lui l'anima della Lega. Il6 giugno don Giovanni d'Austria partì da Madrid per arrivare a Barcellona il l6. Qui trovò alla fonda la squadra di don Gilde Andrade ed ordinò al marchese di Santa Cruz, allora a Cartagena, di raggiungerlo. Alzate le vele il 20 giugno, arrivò a Genova il 26 per congiungersi con la squadra di Gian Andrea Doria. Imbarcate le truppe a La Spezia il 2 agosto, gettò l'ancora a Napoli il 9. Quivi fu raggiunto dal cardinale Granvelle che recava con sé lo stendardo della Lega. Dopo dieci giorni di approntamento, il 20 agosto don Giovanni fece vela per Messina, punto di riunione per tutti, ove trovò Mare' Antonio Colonna con la flotta pontificia e Sebastiano Veniero con quella veneziana. Nel frattempo, a Costantinopoli, Selim - inebriato dalla conquista di Nicosia - pensava che il destino dell'impero ottomano stesse per compiersi con il dominio di tutto il Mediterraneo. Determinato più che mai a pren(9) Da: "Don John of Austria", di sir W. Stirling-Maxwell (1883), Vol. l, pag. 339.
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der Famagosta, in aprile radunò la flotta agli ordini di Alì pascià per intercettare qualsiasi aiuto diretto a Cipro e rinforzò l'esercito che, sotto Mustafà, doveva attacare la piazzaforte veneziana. Alla fine di maggio, fu ripreso il bombardamento della città e gli attaccanti guadagnarono l'accesso alla trincea e afftimicarono gli abitanti con "il fumo tossico di un legno èhe cresce sull'isola, chiamato tezza" (IO). Alla fine di luglio, perduti metà dei difensori ed esaurite le munizioni, per cercar di salvare i cittadini, Bragadin e Baglioni offrirono la resa condizionata. Accettata, essa entrò in vigore il primo agosto. Quattro giorni dopo, Mustafà fece uccidere Baglioni e tutti gli ufficiali, mentre Bragadin veniva torturato: dopo avergli tagliati naso ed orecchie, fu spellato vivo. Gli uomini della guarnigione furono mandati in schiavitù, saccheggiata la cattedrale di S. Nicola, divelte le tombe del cimitero cristiano. L'assedio era però costato caro ai Turchi, che vi avevano perso 50.000 soldati. Non essendosi verificato alcun tentativo di aiutare Famagosta, Ali pascià fece vela da Negroponte, saccheggiò i possedimenti veneziani in Marea, a Zante ed a Cefalonia e, quindi, respinto da Corfù, costeggiò la Dalmazia sino ad apparire dinanzi alla laguna di Venezia. Non c'era una sola galea a fronteggiarlo; ma temendo che la flotta alleata, allora riunita a Messina, potesse "imbottigliarlo" nell'Adriatico, si ritirò soddisfatto dei danni arrecati al nemico. A Messina, don Giovanni si trovò al comando di 300 navi e di 80.000 uomini, dei quali 30.000 erano soldati e gli altri marinai o schiavi "di armamento" delle galee. I contingenti erano formati: per la Spagna, 90 galee, 24 galeoni, 50 fregate o brigantini; per Venezia, 106 galee, 6 galeazze, 2 galeoni e 20 fegate; per il papa, 12 galee e 6 fregate. In totale 208 galee (poi rinforzate da altre 17), 6 galeazze, 26 galeoni e 76 tra brigantini e fregate: ben 316 vele! 2.500 soldati italiani e 1.500 spagnoli furono trasferiti sulla flotta veneziana, carente di uomini ed accettati, sia pure con riluttanza, dal Veniero. Per dirimere le frequenti contese e le dispute senza fine, don Giovanni decise di formare le varie squadre con navi di diverse nazionalità, con ciò allentando lo spirito di corpo di ciascuna e diminuendo l'autorità dei comandanti; ma certamente esaltando la propria autorità! Dato il comando della fanteria imbarcata ad Ascanio de la Corgnia, suddivise la flotta in tre squadre, centro, destra e sinistra, con un'avanguardia ed una retroguardia. La prima, ai propri ordini, con Veniero e Colonna come suoi "Vice" , forte di 64 galee; la seconda, di 54 galee agli ordini del Doria; la terza, di 53 galee, a quelli di Augusto Barbariga. L'avanguardia di 8 galee fu data a don Giovanni de Cardona, ammiraglio delle navi sicilia(lO) "Don John of Austria", di Stirling-Maxwell, Vol. I, pag. 367.
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ne, e la retroguardia, 30 galee, al Marchese di Santa Cruz. Le galeazze furono suddivise, 2 per ciascuna, nelle tre squadre, mentre con i trasporti fu costituita un'ulteriore squadra. Fregate e brigantini furono suddivisi proporzionalmente con l'ordine di navigare al seguito delle formazioni maggiori. Il IO settembre fu tenuto consiglio di guerra. Colonna e Veniero erano per un attacco immediato, Doria e la Corgnia per una ulteriore attesa. Don Giovanni aveva già deciso: si passava all'azione. Il dado era tratto. Cessata ogni opposizione, il legato pontificio, indossati i paramenti sacri - imparti la Benedizione Apostolica a tutte le armi della Lega e promise tutte le indulgenze che nel passato erano state riservate ai conquistatori del Santo Sepolcro. Il 15 settembre le galeazze e le navi più pesanti lasciarono Messina, seguite, il16, da tutte le altre. Dieci giorni dopo, arrivati a Corfù, si seppe che una flotta turca agli ordini del corsaro algerino Uluch Ali, al servizio del sultano, aveva attaccato l'isola ma non era stata capace di occuparne la fortezza. Dai prigionieri catturati durante la scorreria, don Giovanni venne a sapere che Ali si era ritirato a Lepanto (Naupactus), nel Golfo di Corinto (anche detto Golfo di Lepanto). Immediatamente fu riunito il consiglio di guerra e, dopo animata discussione, fu deciso di muovere contro il nemico per indurlo a combattere. La decisione fu certamente coraggiosa, non soltanto perché la flotta turca aveva il completo controllo del Mediterraneo, ma anche perché l'esercito del Sultano era di gran lunga superiore a qualunque esercito che i cristiani potessero mettere in campo: una sconfitta navale sarebbe dunque stata sicura premessa all'invasione d'Europa. Dice sir Stirling-Maxwell: ''Era ovvio che una mossa sbagliata, conducendo al disastro, avrebbe messo l'intera Europa alla mercé del feroce conquistatore asiatico. Ma è anche vero che una politica di timidezza e di rinvio, tendente ad evitare il disastro, avrebbe potuto avere un effetto ugualmente fatale, incidendo sul morale di tutta quell'accozzaglia che- unita per un momento - era pronta a tornare alle vecchie discordie''(ll). La verità è che soltanto l'offensiva avrebbe potuto tenere uniti i Confederati. Questo era il vero problema. 1129 settembre, don Giovanni fece vela, con la sua squadra, verso Gomenizza, sulla costa albanese, ove seppe da una fregata dell'avanguardia che non soltanto Uluch Alì, ma anche Alì pascià con 200 navi era all'ancora a Lepanto. Senza attendere un istante, egli inviò a Veniero e Colonna l'ordine di raggiungerlo alla massima velocità. Per meglio capire la battaglia che stava per essere combattuta, descriviamo brevemente i principali tipi di navi da guerra allora in uso. La galea (o galera) era un vascello ad un sol ponte, con lunghezza variabile da 40 a 60 m circa, una larghezza di 7-8 e fiancate alte circa 2-3; spinta dalle vele o dai remi (ma in battaglia sempre in questi ultimi) poteva rag(Il) " Don John of Austria", di Stirling-Maxwell, Vol. I, pag. 391.
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giungere, per breve tempo, anche 6 nodi e 1/2. Le galee Cristiane montavano 5 cannoni in linea di chiglia ed un certo numero di cannoni da 4 libbre e l/2 su ogni fiancata; avevano, in prua, uno sperone metallico sporgente; i rematori erano protetti da parapetti di legno (12). Col cattivo tempo, era un mediocre vascello da combattimento. Il galeone era spinto soltanto dalle vele; nave molto grande, alta sulla linea di galleggiamento circa 113 della sua lunghezza, con i suoi due ponti d'artiglieria era una vera e propria fortezza galleggiante. La galeazza era un tipo intermedio, con i castelli di poppa e cti prua molto elevati, che montava da 50 a 70 pezzi ed era dotata anche di una "elifesa vicina" contro gli arrembaggi garantita da 4 "ribauldequins" a 20 canne. Un suo grosso vantaggio, rispetto alla galea, era che il ponte copriva i rematori. La galeazza portava vele latine e la poppa e la prua erano a prova di cannone. Brigantini e fregate erano navi più piccole, dotate cti mezzo ponte, due alberi, propulse a vela o a remi; le navi da trasporto imbarcavano ciascuna circa 1.000 soldati col loro equipaggiamento. La tattica navale in uso a quel tempo non era affatto dissimile da quella vista a Salamina o ad Azio: consisteva nel cercar di conquistare la posizione migliore per condurre l'assalto sino all'abbordaggio. Lo scopo della battaglia navale era quello di portare in mare il combattimento delle fanterie. l seguenti brani tratti dal "Mirror for Seamen" di Alonzo de Chaves, scritto nel 1530, sono interessanti: "Se volete abbordare ... fate entrare in azione gli uomini con l'armamento leggero, specialmente quelli in alto. L"'afferrador" (l'uomo che lancia i grappini d'abbordaggio) deve piantare i suoi ferri nel sartiame o nel castello di prua, ove terranno meglio, e il cavo dovrà essere sempre teso. I tiratori con le armi leggere devono ~parare continuamente, senza sprecar colpo. Gli uomini in coperta e sulle cime vuoteranno i loro contenitori di polvere e di pece, accendendo le loro micce, e getteranno inoltre sapone e olio per rendere scivoloso il ponte nemico ... Per respingere chi tenta di abbordare sono utili le picche ingrassate (il grasso veniva spalmato solo verso la punta, in modo che il nemico non potesse aggrapparvisi. Ognuno deve ora battersi con l'arma che ha. Quelli coi falcetti a manico lungo taglieranno il sartiame dell'avversario. Quelli coi tubi incendiari tenteranno di mettere a fuoco l'attre.z zatura delle navi ostili ... Se però il nemico abborda, le armi migliori per scacciarlo sono le picche e le spade, da usare specialmente per costringerlo a saltare in mare quando è impigliato nelle reti di abbordaggio ... I feriti vanno sgombrati dabbasso, perché non demoralizzino e non impiccino gli altri. I morti (12) Su quelle turche erano soltanto tre i cannoni per chiglia ed i rematori non erano protetti.
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vanno subito buttati fuori bordo per evitare la costernazione, e affinché sul ponte ci siano solo i combattenti" (13). Tra le novità che don Giovanni aveva imposto alla sua flotta, sono da ricordare: l'impiego delle galeazze in avanguardia; la rimozione dei rostri dalla prora delle galee per consentire un fuoco più rapido ai cannoni di chiglia; l'ordine di distribuire gli archibugi anche agli schiavi rematori, con la promessa della libertà in caso di buon comportamento in battaglia (14). Il 3 ç>ttobre - con l'eccezione dei galeoni- l'intera flotta dalla Lega era radunata a Gomenizza; da li fece vela e., passando per Prevesa - le acque che élvevano visto la battaglia di Azio - il 4 gettò le ancore a Capo Ducato. Ripartita la sera stessa, a causa del tempo cattivo trascorse il giorno 5 a Cefalonia ove fu raggiunta dalla notizia della caduta di Famagosta e dell'orrenda morte di Bragadin; non ci voleva altro per suscitare in tutti i Cristiani il desiderio di vendetta! A Cefalonia, un incidente imprevedibile stava per mandare a monte l'intera spedizione. Un ufficiale spagnolo a bordo della galera di Veniero insultò alcuni veneziani; ne scaturì una zuffa con diversi morti. Senza neanche riferire a don Giovanni, Veniero fece prendere il colpevole ed i suoi soci e li fece legare all'albero maestro. Saputolo, don Giovanni perse la proverbiale sua gentilezza ed avrebbe messo agli arresti Veniero se non fosse intervenuto il Colonna, che riuscì ad evitare una lotta fratricida, ma non ad impedire che don Giovanni, da allora in poi, accettasse di aver a che fare solo con Barbarigo e non con Veniero. Ancora attardata dal tempo cattivo, non fu che alle due del mattino di sabato 7 ottobre che la flotta salpò. Costeggiate le isole Curzolari, poco dopo le sette don Giovanni, sull'ammiraglia " Real", raggiunse la squadra del Doria che era innanzi ed imboccò il canale tra l'isola di Oxia e la Punta Scrofa, immediatamente a nord del Golfo di Patrasso. Nel frattempo, il 27 settembre, la flotta turca si era concentrata a Lepanto ed il 3 ottobre Alì pascià aveva tenuto rapporto. C'erano, tra gli altri. Pertau pascià, comandante delle truppe imbarcate; Hassan pascià, figlio di Barbarossa, già viceré di Algeri; Mehemet "Scirocco" pascià, governatore di Alessandria; Hamet bey, governatore di Negroponte (Eubea) e Uluch Alì, attuale viceré di Algeri, calabrese di nascita. Alì conosceva perfettamente la forza ed i movimenti dell'avversario e pertanto, secondo gli ordini del sultano, decise di assumere l'iniziativa andando incontro alla flotta cristiana. Il 6 ottobre la flotta turca uscì dal riparo della fortezza di Lepanto e gettò le ancore a Galata, circa 15 miglia più ad ovest; qui Alì seppe che il nemico si trovava a Cefalonia. (13) Citato da "NavaJ Warfare under Oars 4th to 16th centuries" del vice-ammiraglio William Ledyard Rogers (1939), pagg. 144-146. (14) I Turchi facevano sCarso uso degli archibugi.
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Molto prima dell'alba del giorno successivo, i turchi erano di nuovo in movimento ed allorché don Giovanni raggiunse il Doria a Punta Scrofa il nemico era distante soltanto 10 miglia. Mezz'ora dopo, le vedette del "Rea!" e della "Capitana" di Doria avvistarono due vele ad est; ne apparvero poi altre otto, e, quindi, l'intera flotta turca. Don Giovanni ordinò di sparare un colpo di cannone e di alzare lo stendardo della Lega: sul pennone del "Real" il segnale per tutti che il nemico era in vista. Mentre i capitani approntavano i bastimenti per il combattimento, i comandanti delle squadre, a bordo di veloci brigantini, si recarono sul "Real" per ricevere le ultime istruzioni da don Giovanni. Alcuni non erano ancora convinti di dover dare battaglia, ché una sconfitta in quelle acque, così lontane dalle basi, avrebbe significato disfatta completa. Ma il Capitano-Generale tagliò corto: "Signori- disse- il tempo delle discussioni è finito; è giunto quello dell'azione". E li congedò. Fu subito assunto l'ordine di battaglia concordato a Messina ma, poiché i galeoni erano rimasti indietro, vi fu apportata qualche variante. Don Giovanni, assegnò 63 galee al Barbariga, che comandava l'ala sinistra, con l'ordine di tenersi vicino alla costa per impedire un aggiramento nemico da quella parte. Al Doria, in comando alla destra assegnò 64 galee; e 63 galee furono disposte al centro, ai suoi ordini diretti. Il Colonna, con l'ammiraglia pontificia, doveva navigare alla sua destra ed il Veniero, su quella veneziana, alla sua sinistra. Inoltre, aumentò la forza della squadra in riserva, agli ordini del Marchese di Santa Cruz, da 30 a 35 galee, dandogli l'ordine di schierarsi dietro quella centrale, pronta ad accorrere ove se ne manifestasse l'esigenza. Le 6 galeazze furono disposte a due a due circa un miglio davanti ad ognuna delle squadre avanzate, allo scopo di disarticolare la formazione turca prima del "serrate" finale. Con la flotta in ordine di battaglia- una linea lunga dai 6.000 ai 7.000 metri- don Giovanni la rassegnò a bordo di un brigantino. Passando vicino al Veniero, e dimenticando il passato, gli lanciò un amichevole saluto. Tutti gli equipaggi, in ginocchio, pregavano. Anche i turchi si preparavano. Alì pascià schierò la sua flotta con un andamento a semicerchio che copriva tutto il golfo da nord a sud. Anche lui formò tre squadre: una al centro, ai suoi ordini, forte di 87 galee e di 8 galeotte (15); alla destra Mehemet "Scirocco" con 54 galee e 2 galeotte; alla sinistra Uluch Alì con 61 galee e 32 galeotte; 8 galee e 21 galeotte erano in riserva (16). Alle 9,30 circa, allorché le due flotte si stavano lentamente avvicinando, Alì pascià raddrizzò la sua formazione, sorpreso di vedere la galeazze dinanzi alla linea di battaglia del nemico. Indeciso di fronte a tale inaUeso (15) La "galeotta" era una galea più piccola. (16) Sono cifre dell'ammiraglio Jurien de la Gravière (Vol. Il, pagg. 109-118).
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impiego di quelle formidabili navi, fu consigliato da Pertau pascià di abbozzare un movimento retrogrado, in modo da invitare il nemico all'inseguimento facendosi, così, disunire la formazione: un trucco molto usato. Ma Alì rifiutò, giudicando una tal mossa incompatibile con gli ordini ricevuti dal sultano. E i Turchi continuarono ad avanzare, sparando ed urlando, quando, improvvisamente, uno scintillio percorse la linea avversaria: erano i soldati di don Giovanni che si erano alzati a prendevano il loro posto di combattimento. Alle 10,30 circa, allorché la battaglia iniziò, la posizione delle due flotte era la seguente: la sinistra cristiana era un po' innanzi, con l'estremità abbastanza lontana dalla costa per la paura che aveva il Barbariga, inaduso ai bassi fondali, di andare sulle secche. Il centro era in linea. Alla destra, visto che i Turchi cercavano di allargare il loro schieramento, il Doria, temendo un aggiramento, spostò la squadra verso sud, lasciando un varco scoperto, di circa un miglio, tra la sua estr·ema sinistra e l'estrema destra di don Giovanni. Le quattro galeazze che dovevano schierarsi dinanzi alla sinistra ed al centro erano già in posizione, ma le altre due erano ancora lontane. Anche la riserva era in posizione, con le galee affiancate dai brigantini, pronti a trasferire truppe alle tre squadre avanzate se ve ne fosse stato bisogno. Nello stesso tempo, l'ala destra turca era anch'essa un po' avanzata rispetto alla linea concordata, mentre la sinistra muoveva diagonalmente seguendo le mosse del Doria. Il risultato di tutti questi movimenti fu che la battaglia si sviluppò attraverso tre azioni ben distinte: la prima, tra il Barbariga e "Scirocco"; mezz'ora dopo, tra don Giovanni ed Alì ed infine, ancora un'ora più tardi, tra il Doria e Uluch AJL Allorché la destra turca giunse alla portata dei cannoni delle galeazze della sinistra cristiana, queste aprirono un tal fuoco che la squadra di "Scirocco", disordinata, si dovette spostare verso terra. Ma, adusi com'erano a veleggiare sotto costa, i timonieri turchi ricevettero l'ordine di continuare ad avanzare per aggirare il fianco sinistro del Barbariga. Questi capì la loro intenzione e, rassicurato circa i fondali (se c'era acqua per la galee turche c'era n'era anche per le sue!), puntò sulla costa prendendo sul fianco tutte le navi avversarie, ad eccezione di sei o sette che erano già riuscite a passare. Allora la sua destra, agli ordini di Marco Quirini, non dovendo fronteggiare navi nemiche - ché tutta la formazione di "Scirocco" si era spostata - capita "al volo" la situazione, volse le prore all'indietro andando a "chiudere la porta" ai turchi. Nel frattempo, il vascello di Barbariga era stato stretto da cinque navi avversarie che l'avevano tempestato di colpi; lo stesso Barbariga era caduto, colpito da una freccia in un occhio. La morte del comandante provocò una gran confusione nella squadra e la situazione fu peggiorata dal fatto che anche Marco Contarini, subentrato nel comando, cadde quasi subito.
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Alla fine, Federico Nani riuscì a rimettere ordine nella squadra e, aiutato dal Quirini, a spingere "Scirocco" contro la costa. l Turchi, abbandonate le navi, si diedero alla fuga sulla spiaggia ma, inseguiti dai Veneziani, non ebbero scampo. La vittoria dell'ala sinistra cristiana era stata completa, nessun vascello turco era sfuggito e lo stesso "Scirocco" era stato ferito e catturato . Mezz'ora dopo l'inizio di tale scontro, le due galeazze che erano dinanzi aUa squadra di don Giovanni aprirono un fuoco così micidiale che le galee di Alì ruppero la formazione cercando di sottrarsi al tiro. Nel frattempo, don Giovanni avanzava in perfetta linea di fronte, mantenendo un fuoco molto regolare. Il grosso dei turchi, pur subendo gravi perdite a causa della precisione del tiro dei cristiani, faceva altrettanto e le due squadre serrarono le distanze. Alì, ordinato al suo timoniere di dirigere contro il "Real", andò ad incastrare lo sperone nella fiancata dell'ammiraglia nemica. Egli aveva a bordo 400 "giannizzeri" ed era affiancato da lO galee e da due galeottealcune unite con catene aJia sua nave - dalle quali, alla bisogna, poteva trarre rinforzi. Anche don Giovanni aveva vicino a sé numerose galee pronte a dargli aiuto. La battaglia divampò lungo tutta la linea, con le galee avversarie che continuavano a serrare intorno alle due ammiraglie. Per due volte gli uomini di Alì abbordarono il "Real", e per due volte furono respinti dal fuoco di 300 archibugi; e per due volte gli uomini di don Giovanni abbordarono l'ammiraglia di Alì sino a raggiungere l'albero maestro. Nel frattempo il Venier6 trasbordava uomini a bordo del "Real" ed il Santa Cruz le portava aiuto con 200 uomini freschi. Circa in quel momento- era l'una del pomeriggio- il Colonna, sbarazzatosi di Pertau pascià, la cui nave era in fiamme, mise la sua nave controbordo ~ queUa di Ali e ne spazzò il ponte col fuoco di moscbetteria. Dalla " Rea!", allora, fu lanciato un terzo assalto,-durante il quale una palla colpì a morte Ali, che cadde tra i banchi dei rematori (17). Preso dai soldati di Malaga, gli fu tagliata la testa "ed essa fu alzata sulla punta di una picca in segno di trionfo, il che gettò lo sgomento tra i Turchi e rianimò i Cristiani" (18). Catturata l'ammiraglia, la squadra di centro, dopo un disperato combattimento, fu completamente sbaragliata. Si ricorderà che alle 10,30 circa, mentre il Barbariga affrontava "Scirocco" e don Giovanni avanzava lentamente contro Alì, la squadra del Doria stava "slittando" verso sud lasciando un varco tra di sé ed il centro cristiano. Contemporaneamente, anche Ulucb Alì puntava a sud, con una forza decisamente superiore a quella dell'avversario (93 tra galee e galeotte (17) Vi sono varie versioni della fine di Ali pascià. (18) "Oeuvres complètes de Brantòme", Vol. Il, pag. 128.
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t Fig. 34- Battaglia di Lepanto (1571)
contro 64). Anche se l'intenzione di Uluch era stata quella di aggirare il fianco destro del Doria, l'inaspettato varco creatosi nella linea cristiana veniva a dargli altre due possibilità: o puntare dirett amente sulla squadra dell'ammiraglio genovese ed avvolgerla da ambo i lati oppure, cambiando rotta, irrompere attraverso il varco e cadere sul tergo della flotta avversaria, come aveva fatto Alessandro ad Arbela nei confronti dell'esercito persiano. Abile tattico, accortosi della crisi che c'era al centro, decise per quest'ulti-
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ma manovra e così, improvvisamente, voltosi a nord-est, puntò al varco piombando sull'estrema destra deUà squadra di don Giovanni, tenuta dal Giustiniani, priore di Messina ed ammiraglio del piccolo contingente maltese, le cui galee furono subito attaccate e distrutte e i loro equipaggi massacrati. Agganciata a rimorchio la nave del priore, ne alzò lo stendardo sulla propria. Don Giovanni de Cardona, con 8 galee siciliane e con la squadra di riserva stava accorrendo in aiuto del Giustiniani quando venne attaccato a sua volta da 16 galee di Uluch: fu il più cruento scontro di tutta la battaglia. Cardona cadde mortalmente ferito e dei 500 soldati della sua galea soltanto 50 rimasero illesi. Le altre navi subirono perdite altrettanto gravi. "Sulla 'Firenze', una galea del papa, non soltanto caddero molti cavalieri di S. Stefano, ma tutti i soldati; ed il capitano, Tommaso de' Medici, gravemente ferito, si ritrovò con soli diciassette marinai anche essi feriti. Sulla 'San Giovanni', un altro vascello pontificio, morirono tutti. La 'Piemontese', del duca di Savoia, perse il comandante, tutti i soldati e tutti i rematori" (19). Nel frattempo il Doria, accortosi del proprio errore, vogava verso il combattimento. Ma, prima del suo arrivo, vi era giunto il marchese di Santa Cruz con quel che rimaneva della riserva e don Giovanni, che era intento a saccheggiare le navi turche catturate, ordinò di tagliare le cime che le tenevano avvinte, radunò 12 galee ed accorse ad aiutare il Santa Cruz. Temendo di esser sopraffatto, Uluch Ali abbandonò le sue prede e, inalberando il vessillo dell'Ordine di S. Giovanni, quello preso al Giustiniani, si aprì un varco tra le navi avversarie che ormai gli erano addosso e fece rotta sull'isola di S. Maura. A notte raggiunse Prevesa e quindi, radunate le tre galee superstiti, rientrò a Lepanto. Da principio don Giovanni pensò di inseguirlo, ma il tempo volgeva al peggio e cosi decise di trovar rifugio nel porto di Petala, ove arrivò con la flotta e le prede al far della notte. Le navi non erano ancora all'ancora che subito si levò l'accusa di tradimento nei riguardi del Doria; per l'odio dei Genovesi verso i Veneziani, egli non avrebbe voluto che la battaglia fosse decisiva. Ma, nonostante tali sospetti, la vittoria era stata completa ed il merito andava innanzi tutto a Pio V - senza la cui tenacia la Lega non sarebbe mai stata costituita- e in secondo luogo a don Giovanni . Il suo impiego delle galeazze era stato splendido e, nonostante la scarsa manovrabilità di quelle navi, aveva saputo sfruttare al meglio la loro potenza di fuoco; la vecchia supremazia navale dei vascelli a remi volgeva al termine. Lepanto fu l'ultima grande battaglia combattuta dalle galee. La· vela ed il fuoco d'artiglieria stavano per rimpiazzare i remi e l'abbordaggio. Così, dal punto di vista della storia navale, Lepanto chiude tutta un'epoca. (19) "Don John of Austria", di sir William Stirling-Maxwell, Vol. I, pag. 420.
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È da notare, inoltre, che la vittoria fu dovuta in gran pane all'idea di don Giovanni di "mescolare" le proprie forze: se non l'avesse fatto, probabilmente a Lepanto non si sarebbe combattuto. Le perdite furono eccezionalmente pesanti; in quel tipo di battaglia, la fuga non era possibile e fra Turchi e Cristiani non c'era quartiere. Di circa 172.000 combattenti- 84.000 Cristiani e 88.000 Turchi- i primi persero circa 15.000 uomini tra morti, feriti e affogati (20); 12 galee furno affondate ed una catturata. I secondi ebbero 113 galee affondate e 117 catturate; 30.000 uomini uccisi, 8.000 presi prigionieri ed un numero imprecisato di affogati. Furono liberati 15.000 schiavi cristiani (21). Inoltre, don Giovanni catturò 274 cannoni di piccolo calibro ed un immenso bottino, in quanto i comandanti turchi portavano al seguito tutti i loro beni. Sulla nave di Ali pascià furono trovati 150.000 zecchini d'oro e 40.000 su un'altra galea. Allorché, il 17 ottobre, "L'Angelo" entrò in porto a Venezia annunciando la vittoria, la città fu presa da un fervore religioso quale non si vedeva dai tempi della prima Crociata. La notizia corse attraverso il mondo cristiano, di città in città e di villaggio in villaggio: il terrore turco era stato debellato. Il papa dichiarò perpetuamente festivo quel giorno, ed a Roma lo si osserva ancora. Pittori, scultori e poeti glorificarono la vittoria e di essa si parlò per anni in tutta la Cristianità. Giacomo VI di Svezia, da ragazzo, le dedicò un poema nel 1591, e altrettanto fece G.K. Chesterton, tre secoli dopo. Quando l'eco del disastro giunse a Costantinopoli, ci dice il Brantome, "tutti i ministri della Porta e tutti i suoi generali rimasero cosi sconvolti che se avessero visto avvicinarsi soltanto cinquanta navi cristiane avrebbero abbandonato la città" (22). E questa era anche la speranza di don Giovanni per la campagna dell'anno successivo. Rientrato a Corfù e !asciatavi la squadra veneziana di Veniero, salpò con gli spagnoli ed i papali per giungere a Messina il l o novembre; qui la flotta si disperse. Il l o maggio 1572 Pio V morì e da quel momento la Lega ebbe vita difficile, nonostante che, in giugno, le squadre spagnola e papale si riunissero ancora a Messina per poi raggiungere i veneziani a Corfù. Nel frattempo Selim aveva messo in cantiere una nuova flotta di 150 galee aggiungendovi, è da notare, 8 galeazze. Ma le navi eran fatte con legno verde; i cannoni mal forgiati; i comandanti ed i marinai inesperti; i rematori poco addestrati. Se la flotta della Lega fosse stata impiegata con un {20) Tra i feriti c'era Miguel Cervantes, allora 24enne. La battaglia è menzionata nel "Don Chisciotte". {21) Per le varie stime, vds. "Don John of Austria", Vol. l, pagg. 440-441. Benché queste cifre non siano esatte, con ogni probabilità non sono esagerate. (22) "Oeuvres complètes de Brantome", Vol. ·n m pag. 133.
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po' d'audacia, non c'è dubbio che avrebbe potuto ottenere una seconda Lepanto. Ma questo non doveva accadere. Ancora una volta la Francia lo impediva: non soltanto Carlo IX fomentava un'insurrezione nell'Olanda Spagnola, ma durante l'inverno 1572-1573 mandò il suo miglior diplomatico, l'arcivescovo di Acqs, a Costantinopoli, per cercare con ogni mezzo di concludere la pace tra Turchi e Veneziani. Inoltre, per fronteggiare una minaccia francese su Algeri, Filippo Il ritirò da Messina don Giovanni con metà della $Ua flotta, mentre l'altra metà e la squadra pontificia, agli ordini del Colonna, si riunivano a Corfù con i Veneziani. Seguirono due campagne ben presto abortite; la prima, in agosto, al largo di Capo Matapan, nella quale Uluch Alì - divenuto comandante in capo della flotta turca- rifiutò il combattimento, e la seconda in ottobre, al largo di Navarino, quando, ancora una volta, Uluch si ritirò. La Lega era ormai alla fine . Con la mediazione dell'arcivescovo di Acqs, segretamente ed all'insaputa degli alleati, il 7 marzo 1573 i Veneziani conclusero con i Turchi una pace separata. Quando, esattamente un mese dopo, don Giovanni lo seppe - si trovava allora a Napoli - ammainò lo stendardo della Lega ed alzò a riva la bandiera spagnola. La battaglia di Lepamo non "spezzò la schiena" alla potenza navale ottomana, non portò alla riconquista di Cipro né a quella del dominio spagnolo sul Mediterraneo. Tatticamente fu una vittoria strepitosa, ma strategicamente, con la dissoluzione della Lega, la vittoria restò al sultano. Tuttavia, essa fu decisiva dal punto di vista morale, perché sollevando l'Europa dal terrore che l'attanagliava sin dal 1453, fece capire alla Cristianità che i Turchi non erano più invincibili. Fino alla battaglia di Zenta, nell697, quando Eugenio di Savoia mise in rotta l'esercito di Mustafà Il sul fiume Theiss e fmalmente esorcizzò la minaccia turca sull'Europa, la lotta ebbe fasi alterne, ma mai la grandezza di Solimano il Magnifico si ripetè. Il suo regno aveva segnato l'apice del potere ottomano; Lepanto aveva rotto l'incanto.
INDICI
INDICI
INDICE DEI NOMI DI PERSONA
A Abbas (zio di Maometto), 343 Abd ai-Malik (califfo), 298 Abd-ar-Rabman (governatore di Spagna), 305, 306, 308, 310, 343 Abdul H assan, 472 Abdullah el Zagal (fratello di A li Abul Hassan), 469, 473, 474, 475 Abu Bakr (successore di Maometto), 296, 297 Abu-Abbas ai-Saffab (fratello di Iman Ibrahim), 343 Abu Zora Tarif, 303 Acheo (schiavo ribelle), 156 Achille, 15, 80, 84, 88 Acilio (console romano), 135, 136, 169 Adimanto di Corinto, 34 Adriano (imperatore), 230, 232 Afranio (comandante di Pompeo), 167 Agamennone (re degli Achei), 14 Agatocle (tiranno di Siracusa), 108, 109, 113, 124 Agatone, 93 Agesilao (re di Sparta), 74 Agis (re di Sparta), 54, 62, 68, 71, 98 Agnese di Courtenay (prima moglie di Amalrico 1), 369 Agrippa (ammiraglio di Ottaviano), 196, 200, 202, 204, 206, 211, 212, 214, 229 Agrippina (madre di Nerone), 229 Ahmosis I (faraone), 7, 8 A. Irzio (console), 184, 185 AI-Afdal (figlio di Saladino), 379
AJan di Bretagna, 328, 336 AJarico (re dei Visigoti), 273 AJateo (capo degli Ostrogoti), 237, 239, 242, 244 AJavivo (capo dei Visigoti), 239 AJberto Magno, 387 Alboino (re dei Longobardi), 293 AJbuquerque, Alfonso di, 483 AJcibiade, 54, 55, 56, 57, 59, 62, 68, 69, 70 Alessandro (figlio di M. Antonio e di Cleopatra), 197 Alessandro Magno, 18, 20, 40, 74, 76, 77, 80, 81, 83, 84, 85, 86, 87, 89, 90, 93, 94, 95, 96, 98, 100, 101, 102, 103, 104, 108, 111, 112, 113, 115, 116, 133, 134, 140, 148, 150, 152, 161, 162, 163, 180,197,207,226,227,233,269,446, 455, 479, 487, 491, 500 AJessandro II (papa), 327 AJessandro IV (papa), 384, 389 AJessandro VI (papa), 483 Alessio (figlio di Manuele I Comneno), 371 AJessio IV (figlio di Isacco II), 382 AJessio V Ducas (imperatore), 382, 383 AJessio Comneno l (imperatore), 359, 361, 362, 363, 364 AJessio 111 (imperatore), 382 AJfgifu (prima moglie di Etelredo), 318 AJfonso Enrico (re di Portogallo), 464 Alfonso I (re d'Aragona), 445, 463 AJfonso V di Leon, 463 Alfonso V (re di Portogallo), 480
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INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Alfonso VI di Castiglia, 363, 463 Alfonso VII (re di Spagna), 463 Alfonso VIII di Castiglia, 464 Alfonso XI, 474 Alfredo (figlio di Etelredo), 317 Alfredo (re d'Inghilterra), 317 AJfedo Atbeling, 318 Alì AbuJ Hassan (re di Granada), 465, 468, 469, 476
Aliatte (generale bizzantino), 357 Alìatte (re di Lidia), 16 Alì Pascià, 491, 493, 494, 496, 497, 498, 499, 502
AJlenby, lord Edmund Henry Hynman (maresciallo inglese), 8 AJ-Mutbanna (sceicco), 297 AJonzo de Cbaves, 495 Alp Arslan, 351, 354, 355, 356, 357, 358, 359
Amalaberga (sorella di Teodorico), 273 Amalafrida (sorella di Teodorico), 273, 274, 278
Amalarico (figlio di Alarico Il), 273 Amalasunta (figlia di Teodorico), 273, 274, 278, 283
Amalrico l (re di Gerusalemme), 368, 369, 372, 379
Amaury (visconte di Thouars), 328 Ambessa, 304, 305 Amenbotep l (faraone), 8 Amenbotep fU (faraone), 11 Amenbotep IV, poi Akbnaton (faraone), 11 Amilcare, 46 Amilcare Barca (padre di Annibale), 109, 110, 123
Aminta UI (re di Macedonia), 76 Aminto, 78 Ammata (fratello di Gelimero), 279 Ammiano Marcellino (storico), 236, 238, 238, 241, 242, 244, 245, 255 Ammone (divinità), 100
Amomfareto, 44 Amr ibn al-As, 298 Anastasio (imperatore bizantino), 299 Anastasio (predecessore di Giustino), 276, 277
Andrè Marius (storico), 480 Andrisco (figlio di Perseo di Macedonia), 155 Andromaco, 94 Andro nico (figlio di Costantino X), 351 Andronico Cantacuzeno, 452 Andronico Comneno, 371, 382 Andronico Ducas, 357, 358, 359 Andronico II (imperatore), 391 Andronico m (imperatore), 439 Anna di Francia, 468 Annibale, 23, 104, 109, IlO, 111, 112, 114, 115, 116, 117, 118, 119, 120, 121, 123, 125, 126, 129, 130, 134, 135, 136, 140, 160, 180, 207. 303, 491 Antalcida, 74
Antigono (re di Siria), 133, 134 Antigono Gonata (nipote di Antigono), 134
Antioco m U Grande (re di Siria), 134, 135, 136
Antioco IV (re di Siria), 142 Antipatro, 84, 98, 133 Anton.i a (moglie di Belisario), 277 Antonino Pio (imperatore), 230 Apollo Temenide, 58 Appiano (storico), 175, 191, 192, 194, 195 Appio Claudio (comandante romano), 143
Archimede (scienziato siracusano), 117 Arcibaldo (conte di Douglas), 422 Ardarico (re dei Gepidi), 264, 267 Areù, 93, 96 Arevagni (figlia di Teodorico), 273 Ariobarzane (re di Cappadocia), 187 Ariovisto (capo dei Germani, 162, 215, 216
INDECB DEl NOMJ DI PERSONA
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Assur-Nazirpal ll (re assiro), 12 Arisiagbi, 355 Astiage (principe dei Medi), 16 Aristagora, 19 Aristide, 37, 38, 40, 41, 46, 230, 231 Atalarico (nipote di Teodorico), 274, Aristone, 93. 94 284 Aristotele, 81, 86, 284 At.aoarico (capo dei Visigoti}, 237, 238, 247 Aritone, 91 At.aulfo (re dei Visigoti), 250 Ariette (madre di Guglielmo il ConquiAtelstano (re d'Inghilterra), 316 statore), 321 Arminio (capo della tribù dei Cherusci), Atenagora (leader siracusano), 56 222, 223, 224 Ateneo, 103 Aroldo (figlio di Canuto), 318, 319 Atropate viceré di Media), 82 Aroldo (figlio di Godwin), 319, 322, Attalo, 78, 93 323,324,325,326,327.328,329,330, 331, 332, 333, 334, 335, 336, 337, 338, Attalo (re di Pergamo), 134 339, 340 Attila (re degli Unni}, 256, 257, 260, 261, 262,263,264,265, 266,267,268,269 Aroldo Ardrada (re di Norvegia), 324, Audefleda (moglie di Thodorico}, 273 329, 330, 331 Arpago (generale persiano), 16 Auto Ostilio Mancino (console romano), 141 Arpalo (ingegnere greco), 26, 81 Aurel.iano (imperatore), 232 Arriano, 81, 82, 93, 96, 101 Avito (imperatore d'Occidente), 263 Arrunzio (ammiraglio di Ottaviano), 204 Artabazo, 40, 42, 47 Artacanuto (figlio di Canuto), 318, 319, 329 B Artaferne (satrapo di Sardi), 19, 20, 21, 23 Bacone Ruggero, 387, 415, 479 Artaserse II (fratello di Ciro}, 73. 74, 75, Baglioni Astore, 491, 493 83 Balacro, 93, 95 'Artaserse ill (figlio di Artaserse Il), 83 Baldovino (figlio di Sibilla), 371 Arturo, conte di Ricbmond, 422, 425 Baldovino (fratello di Goffredo di Buglione), 364 Asad ad-Dio Scirkub (generale di Nur ad-Din), 368 Baldovino l, 365 Ascanio de la Corgnia, 493, 494 Baldovino II, 365 Asdrubale (figlio di Giscone}, 119, 124, Baldovino m, 365 125 Baldovino IV (figlio di Amalrico l), Asdrubale (fratello di Annibale), 110, 369, 370, 371, 372, 373 117, 119, 120, 121, 123 Baldovino V (re di Fiandra}, 318, 322 Asinio Pollione (governatore della SpaBaliano di lbelin, 374, 380 gna Ulteriore), 183, 185 Aspar (comandante di Thodosio Il), 260 Baliol Edoardo, 396, 495 Aspar ( «magister militum» di Marcia- Baltoglu, 452, 453 no), 271 Bang Martin (storico), 246 Assarmaddon (re assiro), 12 Banias, 369 · Barbanera (corsaro genovese), 400, 401 Asser, 335
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INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Barba rigo Augusto, 493, 496, 497, 498, 499 Barbaro Nicolò, 447, 449, 457 Barbarossa (pirata turco), 485, 486, 496 Bardas Foca, 345 Barker sir Ernest (storico), 249 Basileo, 345 Basmo l (imperatore), 344, 345 Basilio Il (imperatore), 345, 346, 347, 348, 349, 354 Bayazid (fratello di Murad 1), 441, 442, 447 Baynes Norman Hepburn (storico), 234 Beha ai-Din (segretario di Saladino), 369, 379 Bebuchet Pierre (ammiraglio), 400, 401 Belazar, 16 Belisario (comandante dell'esercito di Giustiniano), 275, 276, 277, 278, 279, 280,281,282,283,284,285, 286,287, 288 Benedetto Xll (papa), 396 Benedetto Xli (antipapa), 419 Berr Henri (storico), 87 Bertrand Louis (storico), 478, 483, 484 Bertrando di Guesclin, 417, 418 Bertrandon de la Brocquiere, 448 Desso, 91, 94, 98 Desso (comandante del presidio di Roma), 287 Bleda (frateUo di Attila), 256, 257 Blomberg Barbara (madre di Don Giovanni d'Austria), 448 BOabdil (figlio di All Abul Hassan), 469, 470, 473, 474, 476, 477 Bocchiardi Antonio, 452 Bocchiardi Paolo, 452 Bocchiardi Troilo, 452 Boemondo (figlio di Roberto il Guiscardo), 359 Boemondo di Antiochia, 374 Boemondo di Taranto, 364 Bonifacio (conte d 'Africa), 250, 251
Bonifacio VIII (papa), 384, 390 Bonifacio IX (papa), 419, 441 Boucicault maresciallo, 420, 441 Bragadin Marcantonio, 491, 493, 496 Brankovicb Mara (matrigna di Maometto II), 446 Brasida, 53 Breasted James Henry (egittologo), IO, 12, 17, 107, 157, 232 Brisone, 93 Britannico (figlio di Claudio), 229 Bruce David (re di Scozia), 396, 406, 413 Bruce Roberto (re di Scozia), 396, 405 Bucellino (comandante dei Franchi), 292 Bureau Gaspare, 436 Bureau Giovanni, 436, 437 Bury Jobn Bagnell (storico), 13, 15, 48, 74, 267, 272, 302, 362
c Caboto Giovanni, 483 Cadmo (re di 1èbe), 80 Caio Cassio (assassino di Cesare), 183, 184, 185, 186, 187, 188, 189, 190, 191, 192, 194, 207 Caio Cesare «Caligola» (imperatore), 229 Caio Giulio Cesare, 161, 162, 163, 164, 165, 166, 167, 168, 169, 171, 172, 173, 174, 175, 176, 178, 179, 183, 187, 188, 194, 195, 196, 197, 198, 211, 213, 215, 216, 217, 223, 226, 230, 446, 461 Caio Gracco (tribuno), 157 Caio LeUo (vice di Scipione l'Africano), 124, 125, 128, 129 Caio Mario (console), 157, 158, 164, 215 Caio Papirio Carbone (console), 157 Caio Pompeo (console}, 159, 160, 161 , 162, 163, 165, 166, 167, 168, 169, 171, 172, 173, 174, 175, 176, 178, 179, 180, 194, 213 Callia, 52
INDICE DEI NOMI DI PERSONA
CaUicratide (comandante della flotta spartana), 69 Callimaco, 21, 23 Callisto m (papa), 438 Calpurnia (vedova di Cesare), 183 Cambise (principe persiano), 16, 17 Canidio (comandante romano), 201, 202, 206 Caracalla (imperatore), 232 Carlo d'Aibret, 420 Carlo d'Angiò, 389, 464, 465 Carlo d 'Alençon, 410 Carlo di Blois, 402 Carlo Il semplice, 317 • Carlo l'Ardito di Borgogna, 437 Carlo Magno, 226, 268, 294, 310, 313, 314, 315, 316, 317, 318, 341, 344, 457, 471 Carlo Martello (figlio di Pipino Il), 304, 305, 306, 308, 309, 310, 311, 312, 313, 363 Carlomanno (fratello di Carlo Magno), 313 Carlo l (re di Spagna), 485 Carlo IV (re di Francia), 393 Carlo V (imperatore), 471, 485, 486, 487, 488 Ca.r lo VI, 418, 420 Carlo VII (re di Francia), 422, 423, 425, 431,432, 433,434,435,436,437,438, 447 Carlo VUI (re di Francia), 481 Carlo IX (re di Francia), 503 Carmione, (dama di Cleopatra), 206 Cassandro (re della Macedonia), 133 Castino (comandante dell'esercito sotto Costantino Ill), 250 C. Dimizio Calvino (comandante di Cesare), 176 Caterina (figlia di Carlo VI), 420 C. Domizio Enobarbo (commissario romano), 142 Ceno, 93
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Cerano, 93 Cesare Bardas, 344 Cesare Giovanni Ducas, 357, 358 Cesarini Giuliano (cardinale), 443 Cesarione (figlio di Cleopatra e di Giulio Cesare), 197 Chamdragupta (capo indiano), 100, 102 Cbestertoo Gilbert Keitb, 502 Childerico m (re dei Franchi), 313 Ciaghar Beg, 349, 351 Ciassare II (re dei Medi), 13, 16 Cicerone, 160, 180, 186, 461 Cimone (figlio di Milziade), 49, 50, 52 Cinegiro (fratello di Eschilo), 23 Ciro (principe persiano), 16, 18 Ciro (figlio di Dario Il), 69, 70, 73, 93, 446 Claudio (imperatore), 229 Claudio Il (imperatore), 237 Claudio Nerone (console romano), l 19, 120 Claudio Terenzio Varrone (console romano), 114 Cleandro, 93, 94 Clearco (generale spartano), 73 Qeistene, 18, 19 Clemente lV (papa), 389 Clemente V (papa), 390 Clemente VI (papa), 403, 407 Clemente VII (papa), 486 Clemente VUI (antipapa), 433 Cleofonte (capo ateniese), 69, 70, 72 Cleombroto (padre di Pausania), 46, 75 Cleomene, 18 Cleone (successore di Pericle), 53 Cleopatra, 179, 195, 197, 198, 199, 201, 202, 204, 205, 206, 207 Clito, 91 C1odico (capo celtico), 143 Clodoveo (re dei Franchi), 273, 304 C. Mani1o Vulsio (console romano), 137
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INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Cniwa o Kniwa (re dei Goti), 237 Codomanno (re della Persia; anche Dario lll), 83 Colia (capo Gotico), 239 Colombo Bartolomeo, 481 Colombo Cristoforo, 479, 480, 482, 483, 484 Colonna Marcantonio, 491, 492, 493, 494, 496, 497' 499, 503 Colonna Prospero, 417 Commo~o (imperatore), 232 Conone (stratega ateniese), 69, 70, 71, 74 Contarini Marco, 498 Cornelio Balbo (condottiero romano, conquistatore dell'Africa), 211 Cornelio Cinna (console), 158 Corradino (figlio di Corrado IV), 389, 464 Corrado di Mantferrat, 380 Corrado l (re di Germania), 316 Corrado m (re di Germania), 365 Corrado IV (imperatore), 389 Cortes Hernan, 484 Cosroe (re di Persia), 285, 286 Cosroe (re di Persia), 295, 296 Costante (figlio di Costantino), 235 Costantino (figlio di Costantino), 351 Costantino il Grande (imperatore), 233, 234, 235, 251, 277' 296, 300, 444, 446 Costantino D (figlio di Costantino), 235 Costantino m (imperatore), 249, 250 Costantino IV (imperatore bizantino), 298, 299 Costantino VII (imperatore), 345 Costantino VITI (imperatore), 345, 347 Costantino IX Monomaco (imperatore), 348, 349, 350 Costantino X Ducas (imperatore), 350, 351 Costantino XI (imperatore), 444, 447, 449, 450, 452, 454, 456, 457 Costanza (figlia di Manfredi di Benevento), 464
Costanza di Bretagna, 390 Costanzo (figlio di Costantino), 235, 236 Costanzo (comandante dell'esercito sotto Costantino III), 250 Cratero, 93, 100 C reso (re della Lidia), 16 Critobolus, 448 C. Sosio (ammiraglio di Marco Antonio), 204 C. Sulpicìo Gallo (tribuno romano), 148, 152 C. Vibio Panza (console), 184, 185
D Dandolo Enrico (doge di Venezia), 382 Dante (poeta), 388, 392 Dario l (principe persiano), 17, 18, 19, 20, 25, 218, 442 Dario U (re di Persia), 68, 69, 82, 178 Dario m (re di Persia, anche Codomanno), 83, 84, 85, 88, 89, 90, 91, 92, 94, 96, 98, 99 Dati (ammiraglio dei Medi), 20, 21, 23 Davies Trevor (storico), 468, 487, 488 Decidio Saxa (comandante romano), 188 Decimo Bruto (comandante di Cesare), 167 Decimo Bruto (governatore della Gallia Cisalpina), 183, 184, 185 Demetrio (comandante macedone), 91 Demetrio (figlio minore di Filippo V), 138, 139 Demetrio Poliorcete (figlio di Antigono), 133, Demostene, 27, 62, 63, 64, 65, 66, 67, 77, 83 Diaz Bartolomeo, 481 Dlebl Char1es, 293 Diocleziano (imperatore), 232, 233, 236, 240, 277
INDICE DEI NOMI DI PERSONA
Diodoro Siculo, 30, 38, 46, 77, 96, 97 Diomilo (comandante siracusano), 60 Dione Cassio (storico), 201, 204, 205, 221, 223, 224 Dionisio, 98 Dionisio, 80 Dirgham (visir egiziano), 368 D. Lelio (ammiraglio di Pompeo), 169 Domiziano (imperatore), 230 Domizio Calvino (comandante di Cesare), 169, 174, 192 DonaJd (conte di Mar), 405 Don Enrico di Castiglia, 417 Don Francesco di Toledo, 457, 459 Don Francesco Ramirez, 472, 47~ Don GiJ de Andrade, 492 Don Giovanni d'Austria, 460, 488, 491, 493, 494, 496; 497, 498, 499, 501, 502, 503 Don Giovanni de Cardona, 493, 501 Don Pietro il crudele, 417 Don Rodrigo Ponce de Leon (marchese di Cadice), 469 Doria Andrea, 486, 492, 493, 494, 496, 497, 498, 499, 500, 501 Doria Odone, 411 Dracula (principe di Valacchia), 446 Droysen Johann Gustav (storico), 80 Druso (figliastro di Ottaviano), 213, 214, 219, 220, 223 Dusan Stefano, 440
E Eadsige (arcivescovo), 319 EaJdgyth (sorella di Morcar), 325 Eald.red (vescovo di Winchester), 320, 324, 340 Edeco (padre di Odoacre), 268 Edgardo (figlio di Edoardo Atheling), 320, 324
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Edmondo (figlio di Edmondo «Fianco di Ferro))), 318 Edmondo «Fianco .di Ferro» (figlio di Etelredo), 318, 320 Edoardo (figlio di Etelredo), 317, 319 Edoardo (principe di Galles), 417 Edoardo Atheling (figlio di Edmondo «Fianco di Ferro»), 318, 320 Edoardo il Confessore (re d'Inghilterra), 322, 323, 324, 326 Edoardo l(re d'Inghilterra), 390, 391, 395, 404, 405, 414 Edoardo II (re d'Inghilterra), 390, 393, 395, 405 Edoardo m (re d'Inghilterra), 290, 393, 394,395,396,397,398,399,400,401, 402, 403, 404, 405, 406, 407, 4408, 409, 410, 411, 412, 413, 415, 416, 418 Edoardo IV, 471 Edwin (conte di Mercia), 323, 325, 328, 329, 330, 331, 333 Efestione, 98 EfiaJte, 32 Egeloto, 93 Elena (madre di Costantino il Grande), 296 Eleonora (figlio di Pietro IV d'Aragona), 495 Eleonora d'Aquitania, 389 Elio Gallo (comandante di Ottaviano), 212 Emad el-din (storico arabo), 379 Emma (sorella di Riccardo Il di Normandia), 317, 318 Enea (principe troiano), 161 Enrico (duca di Borgogna), 464 Enrico d'Angiò, 389 Enrico di Beaumont, 405 Enrico l'ucceUatore (re di Germania), 316 Enrico l (re di Francia), 321, 322, 325 Enrico Il (re di Castiglia), 465 Enrico m, 320, 361, 395, 414, 420 Enrico IV (re d'Inghilterra), 419
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INDICE DEl NO~I DI PERSONA
Enrico IV (imperatore), 327, 361, 388 Enrico IV (re di Castiglia), 465 Enrico V (re d'Inghilterra), 419, 420, 442
Enrico VI (re d'Inghilterra), 420, 431, 434, 435, 438 Enrico Vll (re d'Inghilterra), 437, 481, 483 Enrico VID (re d'Inghilterra), 487 Epaminonda (comandante tebano), 75, 76 Eracle, 80, 85, 98, 100 Eraclio (imperatore bizantino), 295, 296, 297 Eraclio, 91 Erarico (successore di lldibaldo), 287 Erasinide (comandante della flotta corinzia), 61 Eratostene, 86 Erigio, 93 Ermaorico (re degli ostrogoti}, 237, 273 Ermeio (tiranno di Aterno), 81 Ermocrate (generale siracusano}, 56, 60 Erodoto, 18, 20, 21, 23, 25, 26, 29, 30, 32, 36, 40, 42, 43, 44, 45 Ertughril (capo tribù turco), 439 Esca (figlia e moglie di Attila), 257 E~bilo (poeta tragico), 23, 36, 81 E~biva (moglie di Raimondo III), 375 Etelredo lo ~onsigli ato, 317, 318 Eteocle, 14 Etienne de Vignol, 426 Ettore, 48 Eucrate (fratello di Nicia), 71 Eudocia (imperatrice), 351, 359 Eudossia (moglie di Valentiniano III), 267 Eugenio di Savoia, 503 Eumeoe (governatore di Pergamo}, 134 Eumene n (re di Pergamo), 136, 138, 140, 141, 143, 152
Eunapio (storico), 237 Euno (schiavo ribelle), 156 Euribiade (comandante spartano), 30, 34, 35, 36, 37, 40 Eurimedonte (comandante ateniese), 62, 64, 65 Euripide, 81 Eustachio (fratello di Goffredo di Buglione), 364 Eustachio di Boulogne, 328, 336, 339 Eutarico (nobile Amalo), 273 Eutidemo (comandante ateniese), 66 Eveneto, 28, 30 Ezio (comandante della Gallia), 251, 255, 261, 263, 264, 265, 266, 267, 268, 304 Ezio (generale di Marciano), 267
F Farnabazo (satrapo della Frigia), 68, 69 Farnace (figlio di Mitridate), 179 Fastolf sir John, 424, 431 Faustina (moglie di Marco Aurelio), 230 Federico Il (imperatore), 388 Federico 111 (imperatore), 445, 460 Ferdinando di Antequera (poi Ferdinando I di Aragona}, 465, 467, 469, 470, 471,473, 474,475,476,477,478,482, 485 Ferdinando l (re di Castiglia), 463 Ferdinando UI (re di Castiglia), 464 Filippide, 20 Filippo (fratello di Carlo d'AlenQn), 410 Filippo di Borgogna (genero di Ferdinando di Aragona), 485 Filippo (generate macedone), 93 Filippo (nipote di Antigono Gonata, re di Siria), 134 Filippo (nipote di Luigi di Blois), 410 Filippo di Svevia, 382
INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Filippo il macedone (re di Macedonia), 76, 77, 78, 79, 80, 81, 83, 88, 89, 140, 189 Filippo l'ardito (fratello di Carlo V), 418, 419, 420 Filippo l (re di Francia), 322, 364 Filippo Il (imperatore), 487, 488, 490, 491, 492, 503 Filippo ll Augusto (re di Francia), 384, 387, 388 Filippo III (re di Francia), 391 Filippo IV «il bello», 390, 393 Filippo V (re di Francia), 393 Filippo V (re di Macedonia), 110, 117, 123, 134, 135, 138, 139, 141, 142, 143, 153 Filippo VI (re di Francia), 394, 395, 396, 397,398,399,400,402,403,404,406, 407, 408, 409, 410, 411, 412, 413, 417 Filisto, .81 Filota (figlio di Parmenione), 93 Fiacco, 120 Flaminio (comandante romano), 114 Florence di Worchester, 333 Foca (imperatore bizantino), 295 Fraate (re dei Parti), 212 Francesco l (re di Francia), 483, 485, 486 Fritigerno (capo gotico), 237, 239, 241, 242, 243, 244, 245, 247
G Gaghik (re dell'Armenia), 349 Galerio (imperatore), 233 Galla Placidia (sorella di Onorio), 250, 251, 261 Gelimero (nipote di Genserico), 275, 278, 279, 280, 281, 282, 286 Gelone (tiranno di Siracusa), 29, 46 '(;engis Khan (re dei Mongoli), 258, 439 Gennadio (patriarca), 450, 459 Genserico (capo dei Visentini), 25 1, 252,
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253, 260, 261, 267, 269, 275, 281 Genzio (re degli Illiri), 143, 144 Gerardo di Ridfort, 373, 374, 375, 376, 379 Gerbord, 328 Germadio Avieno (console romano), 266 Germanico (figlio adottivo di Tiberio), 220, 223, 224, 226 Germano (nipote di Giustiniano), 287, 288 Gerone n (re di Siracusa), 108 Geronzìo (generale di Costantino III), 249, 250 Giacomo di Artevelde, 398, 403 Giacomo I d'Aragona, 464 Giacomo m (re di Maiorca), 410 Giacomo VI (re di Svezia), 502 C ibamundo (nipote di Gelimero), 279 Gibbon Edward (storico), 236, 254, 277, 293, 303, 306, 309, 310, 358, 446, 447 Gilberte di Gand, 328 Gilippo (condottiero spartano), 59, 61, 62, 63, 64, 65, 66, 67 Gilles de Rais, 426, 429 Giorgio Castriotes, 443, 446, 460 Giorgio de la Tremoille, 423, 425 Giorgio Trakaniotes, 356 Giovanna (figlia di Enrico IV di Castiglia), 465 Giovanna (figlia di Ferdinando d'Aragona), 485 Giovanna d'Arco, 402, 425, 426, 427, 428,429,430,43 1, 432,433,434,435, 437, 438, 474 Giovanni (conte di Montfort), 402, 403 Giovanni (genero di Germano, generale), 288, 290 Giovanni (re dell'Armenia), 349 Giovanni (vescovo di Ravenna), 272 Giovanni Corvino, 443, 445, 446, 447, 452, 460 Giovanni da Verrazzano, 483
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INDICE DEI NOMI DI PERSONA
Giovanni di Boemia (re), 410 Giovanru dj Gand, 402 Giovanru di Hainault, 411 Giovanni dj Tessalonica, 287 Giovanni <d1 goloso» (comandante di Narsete), 290 Giovanni «il sanguinario» (comandante di Belisario), 284, 285 Giovanni l'armeno (comandante di Belisario), 279, 280, 281, 282 Giovanni Lemaistre, 434 Giovanni senza paura, 418, 419, 420 Giovanni senza terra, 388 Giovanni Sobieski, 460 Giovanni Stuart (conte di Buchan), 422 Giovanni Trassart, 435 Giovanni l di Castiglia, 465 Giovanni l (imperatore}, 345 Giovanni D (re di Castiglia), 465 Giovanni II (re di Francia}, 417 Giovanni D (re di PortogaUo}, 481 Giovanni 111 (duca di Bretagna), 398, 402 Giovanni V (duca di Bretagna), 422, 423 Giovanni V Cantacuzeno (imperatore), 440
Giovanni VI (imperatore), 442, 444 Giovanni XII (papa), 316 Gioviano (imperatore}, 236 Giovino (re dei Franchi, Alemanni e Burgundi}, 250 Giuba (re di Numidia), 179 Giugurta (re di Numidia), 157 GluUano (governatore bizantino di Ceuta), 303, 366 Glulìano l'Apostata (cugino di Costanzo), 235, 236 Giustlniani Giovanni, 450, 452, 454, 456, 457. 458, 501 Giustiniano (imperatore), 274, 275, 276, 277, 278, 279, 282, 283, 285, 286, 287, 288, 292, 293, 294, 295, 347, 352
Giustiniano n (imperatore bizantino}, 299 Giustino l (imperatore), 274, 276, 277 Giustino n (imperatore, successore di Giustiruano), 295 G1asdale sir WiJUam, 423, 427, 429, 430, 431 Glaucia, 91 Gneo Lìcinio (pretore romano), 140 Gneo Manlio (comandante romano), 157 Gneo Pompeo (figlio maggiore di Caio Pompeo), 169 Gneo Scipione (fratello di Scipione l'Africano), 113, 117 Gobin Agache, 408 Godwin (conte di Wessex), 318, 319, 324 Goffredo (figlio del conte di Mortague}, 328 Goffredo (vescovo di Coutances), 328 Goffredo dj Buglione (duca di Lorena), 364 Goffredo dj Chaumont, 328 Goffredo dì Harcourt, 407 Goffredo Martel d 'Angiò (rivale di Guglielmo il Conquistatore}, 325 Gongilo (generale corinzio), 61 Gonsalvo de Cordova, 470, 477 Grant Giovanni, 450, 452, 455 GranveUe (cardinale), 491, 492 Graziano (imperatore, figlio di Valentiniano 1), 236, 239, 243 Gregorio dj Tours, 306 Gregorio III (papa), 311 Gregorio IV (papa}, 362 Gregorio VI (papa), 361 Gregorio VII (papa), 327, 341, 361, 390, 444
Gregorio IX (papa), 388, 419 Grima1dj Carlo, 411 Grimoaldo (figlio di Pipino Il), 305 Guglielmo (figlio del conte di Evreux), 328
INDICE OEI NOM I DI PERSONA
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Guglielmo Braccio di Ferro (conte delle Hitler Adolf, 226 Puglie), 348 Hobbes Tbomas (filosofo), 6, 208 Guglielmo di Jumieges, 331, 334 Hodgkin Tbomas (storico), 257, 268, 287 Guglielmo di Malmesbury (storico), Bue Quieret (ammiraglio), 400, 401 323, 326, 33 1, 332, 333, 334 Hugalu (nipote di Gengis Khan), 439 Guglielmo di Nassau, 487 Hurr (successore di Musa ibn Nusayr), Guglielmo di Normandia, 319 304 Guglielmo di Poitiers (storico), 322, Hus Giovanni, 419 324, 331, 332, 334, 336, 338, 339, 340 Hwang-Te (imperatore cinese), 254 Guglielmo di Rubruquis (frate francescano), 385 Guglielmo di Varenne, 328 I Guglielmo il Conquistatore, 318, 321, 322,323,324,325,326,327,328,329, 331,332,333,334,335,336,338, 339, lbn ai-Muqqadam, 369 340, 341, 364 Idarne, 32 Guglielmo Malet, 328 ldazio (storic·o), 266 Guglielmo Mancbon, 434 Ificrate (generale ateniese), 27, 88 Guglielmo Osbern, 328 Igor (principe di Kiev), 345 Guglielmo n (Kaiser), 226 Ddebrando (arcidiacono, poi papa Gregorio VII), 327 Guglielmo n d.i Sicilia, 382 Guido di Lusigoano, 371, 372, 373, 374, · Dderico (re dei Vandali), 275 375, 376, 378, 379, 381, 382 Ddibaldo (re dei Goti), 286, 287 Guido di Ponthieu, 328 Ddico (seconda moglie di Attila), 267, 269 Gundovald Ballomer, 306 lmad al-dio Zangi, 365 Gustavo Adolfo, 276 lman Ibrahim, 343 Gyrtb (figlio di Godwin), 319, 333, 339 Inaros (re di Libia, 50, 51
H Hallam Henry, 460 Hamet Bey, 496 Hamet ez Zegri, 473, 474, 475 Hamud, 456 Harisse Heory, 480 Harmhabe (faraone), Il Harun ai-Rashid (califfo), 343, 344 Hassan ibn an Numan, 298 Hassan Pascià, 496 Hatscepsu (faraona), 8 Hermes (divinità greca), 55
lnnocenzo m (papa), 382, 383, 387, 388, 464 Innocenzo IV (papa), 276 lpazio (imperatore), 276 lpparco (figlio di Pisistrato), 18 lppia (figlio di Pisistrato), 18, 19, 20 Ira (dama di Cleopatra), 206 Irene (imperatrice), 344 IsabeiJa (figlia di Maria Comnena), 369, 372 Isabella (regina di Castiglia e Leon), 465, 467,469,470,471,472,474,475, 476, 478, 479, 481, 48t, 483 Isabella di Francia (madre di Edoardo III), 393, 394, 395 Isacco Angelo (imperatore), 381
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INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Lane-Poole Stanley, 368 Lanfranco (priore di Bee e consigliere di Guglielmo il Conquistatore), 327 L. Anicio GalJo (pretore romano), 143, 144 Lazzaro di Rascia (re serbo), 440, 441 L. Cornelio Scipione (console romano), 136 L. Cornelio Silla (comandante romano), 157, 158, 159 Lentulo Marcellino (comandante di Cesare), 172, 173, 176 Leofrico di Mercia, 319, 323, .324 I..eofvino (figlio di Godwin), 319, 333, 339 J Leone I (imperatore), 271 Leone I (papa), 266, 267, 268 Jean de Vienne, 418 Leone il Saggio (imperatore), 258 Jordanes (storico), 237, 239, 255, 256, Leone lll l' lsaurico (imperatore), 299, 264, 265, 266 300, 301, 302, 309, 310, 311, 312, 347' Joscelin di Courtenay, 373 352 Jurien de la Graviere (ammiraglio), 470 Leone Ili (papa), 268, 315, 316 Leone VI (imperatore), 345, 352, 353, 355 K Leone IX (papa), 322 Leone X (papa), 486 Kant lmmanuel (filosofo}, 5 Leonida (re di $parta), 30, 31, 32, 33 Kerbogba, 364 Leoticide (re di $parta), 46, 47 Kbalid ibn ai-Walid, 296, 297 Lepido (governatore della Gallia NerboKilij Arslan Il (sultano), 370 nense), 183, 185, 186, 196 Kobilic Milos (nobile serbo), 441 Leuts.ri (capo dei Franchi), 292 Kuruscb (principe persiano), 16 Licofero (tiranno), 76 Lisandro (comandante della flotta spartana), 69, 70, 71, 72, 74 Lisimaco (re della Tracia), 133, 134 L Livia (seconda moglie di Tiberio Claudio Nerone), 213 Labieno (comandante di Pompeo), 176, Livio Druso, 158 179 Livio Salinatore (console romano), 119, Ladislao (re d'Ungheria), 443 120, 121, 123 Lago (padre di Tolomeo), 133 L. Licinio Locullo (console), 159, 161 Lamaco (ammiraglio ateniese), 55, 57, L. Stazio Murco (ammiraglio di Cas59, 60, 68 sio), 187, 188, 189, 192 Lampagia, 305 Lucas Notaras (granduca), 445, 452, 459 Lancelot de Liste, sir, 423
lsacco Il Angelo (imperatore}, 382, 458 Isacco I (imperatore), 350, 355 Isagora, 18 lsidoro (cardinale), 445, 450 lsidoro de Beja, 308 lsmail (scià di Persia), 486 lsmail ill (re di Granada), 466 lsocrate, 77, 86 lstapse, 17 Ivo (figlio di Guido di Ponthieu), 328
INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Lucio Albino (comandante romano), 151 Lucio Antonio (fratello minore di Marco Antonio), 195 Lucio Celico (comandante romano), 224 Lucio Domizio Enobarbo (governatore della Gallia Narbonense), 156, 176, 189, 192, 200 Lucio E milio Paolo (console romano), 114, 142, 143, 144, 145, 146, 148, 149, 150, 152 Lucio Nonio Asprena (comandante romano), 224 Ludovico di Baviera (imperatore), 398 Luigi (duca d'Orleans), 418, 424 Luigi de Culen, 426 Luigi di Blois, 410 Luigi di Fiandra, 398, 410 Luigi di Male (conte di Fiandra), 418 Luigi di· Torrez, 482 Luigi Il (re d'Ungheria), 486 Luigi VII (re di Francia), 365, 384, 389 Luigi VIII (re di Francia), 390 Luigi Xl (re di Francia), 437 Luigi xm (re di Francia), 485 Lu'igi XIV (re di Francia), 226 Lupicino (ufficiale romano), 238, 239 Lutazio Catulo (console), 158, 215 Lutero Martin, 387
M Macbiavelli Nicolò, 478 M. Acilio Glabrione (comandante romano), 135 Macrooe (prefetto del pretorio), 229 Magabazo (luogotenente di Dario), 18 M~gellano Ferdinando, 484 Magnenzio (usurpatore di Costante), 235
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Magnus il Buono (re di Norvegia), 319, 329 Magone (fratello di Annibale), 117, 119, 125, 126 Malcom Canmore (re di Scozia), 324, 328, 340 Malik al-AdU (fratello di Saladino), 372 Malik as-Salih lsmaU, 369 Malik Shah (figlio di Alp Arslan), 359, 364 Mandeville sir John, 480 Manfredi, 384 Manfredi di Benevento, 464 Manny Walter, 398, 403, 404 Mansor (califfo), 343 Maouele l Comneno, 355, 368, 370, 371 Manoele Il (imperatore), 441 Maometto, 296, 309, 310, 343, 482 Maometto l (sultano), 442 Maometto Il (sultano), 443, 445, 447, 448,449,451,452,453,454,457,458, 459, 460, 461, 470 Marbal o (comandante della cavalleria di Annibale), 116 Marbod (re dei Marcomanni), 220, 221 Marciano (imperatore), 261, 267, 271 Marco Antonio (console e Luogotenente di Cesare), 165, 167, 168, 169, 173, 176, 183, 184, 185, 186, 187, 188, 189, 190, 191, 192, 194, 195, 196, 197, 198, 199,200,201,202,204,205,206,207, 211, 212 Marco Attilio Regolo, 109 Marco Aurelio (imperatore), 230, 231, 232 Marco Bibulo (ammiraglio di Pompeo), 169 Marco Bruto (assassino di Cesare), 183, 184, 185, 186, 187, 188, 189, 190, 191, 192, 193, 194, 195, 207 Marco Filippo (patrigno di Ottaviano), 183 . Marco Furio Camillo (generale romano), 106
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I:NDICE DEI NO~! DI PERSONA
Marco Lollio Ouogotenente di Ottavia- Merdasan, 302 no in Germania), 218, 219 Merovech o Meroveo (capostipite dei Merovingi), 304 Marco Polo, 258, 480, 483 Marco Vinicio (comandante di Ottavia- Metello, 118 no), 213, 214 Metello Scipione (Luogotenente di Pompeo), 168, 169, 174, 175, 179 Mardonio, 19, 26, 40, 41, 42, 44, 45, 46 Michele Paleo1ogo (Michele VU imperaMargherita (figlia eli Luigi di Male), 418 tore), 439 Margherita di Parma (figlia dell'imperaMichele (figlio di Costantino X), 351 tore Carlo V), 487 Maria Comnena (seconda moglie di Michele m (imperatore), 344 Amalrico I), 369 Michele IV (imperatore), 348 Maria Tudor, 487 Michele V (imperatore), 348 Martino I d'Aragona, 465 Michele VI (imperatore), 350 Martino V (papa).. 433 Michele VII (imperatore), 359 Marwan Il (califfo), 343 Mijatovich Cbedomil, 444. 452 Marzio Filippo, 141 Milman Henry Hart (storico), 269 Masisto, 41 Milo (comandante macedone), 146 Maslama (fratello eli Suleiman), 299, Milzia de, 18, 19, 20, 21, 23, 49 300, 301, 302 Minns Ellis H. (storico), 257 Massimillano Il (imperatore), 490 Miquez Nas.i, 490 Massimino (ambasciatore romano), 257 Mitridate (re del Ponto), 158, 179 Massimo (ufficiale romano), 238, 239 Mitridate l (imperatore dei Parti), 163 Massinissa (re della Numidia), 124, 125, M. Licinio Crasso, 161, 162, 163, 179, 126, 128, 129, 130, 157 196, 211, 212, 358 Matasunta (sorella di Atalarico), 284 Mobammed Sokolli, 490 Matilda (figlia di Baldovino V di Fian- Mom:msen Tbeodor (storico), 107, 115, dra e moglie eli Guglielmo il Conqui116, 118, 130, 139, 140, 152, 153, 163 statore), 322, 327, 332 Morcar (conte di Northumbria), 323, Matteo di Edessa, 349, 351 324, 325, 329, 330, 331, 333 Maurice sir Frederick (storico), 325 Morley sir Robert, 400, 401 Maurizio (imperatore bizantino), 295, Mortimer Roger, 395 351 M. Ottavio (ammiraglio di Marco AntoMazeo, 91 nio), 204 M. Claudio Marcello (console romano), Moyne di Bastleberg, 1ord, 411 117 M. Porcio Catone, 161 Mecenate (comandante romano), 200 Muawìya, 298 Mehemet Pascià, 496, 497, 498, 499 Mujir al-Dio Abaq, 365 Meleagro, 91, 93 Munazio Planco (governatore dell'AquiM. Emilio Lepido, 183 tania), 183, 185 Memnone di Rodi, 84 Mundo (generale di Giustiniano), 276, 283 Menand.r o (comandante ateniese), 66 Murad l (sultano), 440, 441, 448 Menide, 93, 94
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INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Murad Il (sultano), 442, 443, 445, 447 Musa (figlio di Bayazid), 442 Musa ibn Nusayr (governatore del Nord Africa), 303 Mustafa Pascià, 490, 491 , 492 Mustafa Il (sultano), 503 Mutassim (califfo), 344
N Nabopo1assar (re dei Caldei), T3. 16 Nabuccodonosor (re dei Caldei) 13, 102 Nani Federico, 499 Napoleone Bonaparte, 219, 226, 284, 491 Narsete (Gran Ciambellano di Giustiniano), 276, 277, 285, 288, 289, 290, 292, 293 Nasir ad-Dio Ayyub (padre di Saladino), 368 Nearco (ammiraglio di Alessandro Magno), 100, 102 Neco II (faraone), 13 Nectanebo (ultimo faraone), 80 Neocle, 25 . Neottolemo d' Epiro, 80 Nerone (imperatore), 229, 231 Nerone (comandante romano), 120, 121, 123 Nerva (imperatore), 230 Nicanore, 93 Nicarco (bisavolo di Plutarco), 201 Niceforio Briennio, 357 Niceforo Foca (generale di Romano Il), 345 Niceforo DI (imperatore), 359 Nicia (leader politico ateniese), 53, 54, 55, 56, 57, 58, 59, 60, 61, 64, 65, 66, 67, 68, 71 Nicola de Giresmes, 431 Nicola Il (papa), 322 Nicola V (papa), 438, 443
Nizam ai-Mulk, 351 Norbanio Fiacco (comandante romano), 188, 189 Nur ad-Dio, 365, 367, 368, 369, 370
o Oddone (duca dj Aquitania), 304, 305, 306, 308, 309, 310 Odoacre, 268, 272 Olaf (figlio di Aroldo Ardrada), 330 Olimpia (moglie di Filippo il Macedone), 76, 80, 81 Oman sir Cbarles, 290, 315, 355, 407, 414, 416, 437 Omar (successore dj Abu Bakr), 297 Ornar Il (califfo), 301 Omero, 13, 15, 81, 231 Onoria (figlia di Costanzo e Galla Piacidia), 250, 2611 266 Onorio (imperatore d'Occidente), 247, 250, 251 Orderico Vi~alis, 328, 330 Oreste (padre di Romolo Augustolo), 267 Orkhan (figlio di Osman), 440 Orosio (storico), 248 Ossiarte, 98 Osman o Othman (figlio di Ertughril), 349, 440 Otbman (califfo), 298 Otman-ben•abi Neza (capo berbero), 305 Ottavia (sorella di Ottaviano), 196, 197 Ottaviano Augusto (figlio adottivo di Cesare, imperatore), 104, 182, 183, 184, 185, 186, 187, 188, 189, 190, 191, 192, 195, 196, 197, 198, 199, 200, 201, 202, 204, !06, 207, 208, 209, 211, 212, 213, 218, 219, 220, 221, 224, 226, 227, 229, 230, 231, 240, 446 Ottavio (pretore romano), 145 Ottokar II (re di Boemia), 389
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INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Ottone (duca di Sassonia), 316 Ottone (fratellastro di Guglielmo il Conquistatore), 328 Ottone l il Grande (re di Germania), 316 Ottone IV (imperatore), 387, 388, 390
Pietro ID d'Aragona, 464, 465 Pietro IV d'Aragona, 465 Pio V (papa), 490, 491, 501, 502 Pipino <<il breve» (figlio di Carlo Martello), 313 ,ipino II, 304, 305 Pirrico (comandante corinzio), 64 p Pirro (re deli'Epiro), 108, 112 Pisistrato (tiranno di Atene), 18 Paride, 15 Pizarro Francisco, 484 Paris Matteo (storico), 384 Platone, 6, 86, 87 Parmenio, 78 Pleistooe (re di Sparta), 53 Parmenione, 82, 84, 91, 93, 96 P. Licinio Crasso (console romano), 141 Pausania, 41, 42, 44, 45, 46, 47, 71 Plinio (storico), 232 P. Cassidio Crasso (comandante romano), 198 Plistarco, 41 Pelopida (comandante tebano), 75, 76 Plutarco (storico), 46, 81, 85, 104, 146, 148, 149, 150, 163, 165, 175, 179, 192, Pen:ival de Cagny, 429 195, 200 Perdicca (generale macedone), 93, Polibio (storico), 106, 109, 112, 115, 117, 98 123, 124, 125, 128, 129, 130, 135, 12, Perdicca (re di Macedonia), 76 149, 152, 156 Pericle, 50, 52, 53, 54, 70 Polieno, 76, 175 Perseo, 85 Polipercante, 93 Perseo (figlio maggiore di Filippo V), Porcio Catone (censore), 155, 156 139, 140, 141, 142, 143, 145, 146, 149, Poro (re indiano), 98 150, 152, 155 Porzio Licinio (pretore romano), 119, Partau Pascià, 496, 498, 499 120, 121 Petrie sir William Mattbew Flinders Prisco (ambasciatore di Teodosio Il), (egittologo), 8, 10 256, 257 Petronio Arbitro (commediografo roProco pio, conte (avversario di Valente), mano), 231 238 Petronio Massimo (imperatore), 267 Procopio (storico), 277, 278, 279, 280, Piali Pascià, 490, 491 281, 282, 283, 285, 287, 288, 290, 292 Piccolomini Enea Silvio (poi papa Pio Profoturo (ufficiale romano), 239, 241, Il), 460 242 Piero d'Ailly (cardinale), 479, 480 Prusia (re di Bitinia), 136, 138 Pierre Caucbon, 434 Psammetico I (faraone), 13 Pietro Abelardo, 387 Psammooe (filosofo), 86 Pietro di Drenx, 390 P. Scipione Nasica (genero di Scipione l'Africano), 145, 146, 149 Pietro di Tessalonica (ambasciatore di Giustiniano), 274 P. Silio Nerva (comandante di Ottaviano), 213 Pietro l'Eremita, 363
INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Publio Cornelio Scipione figlio (Scipiole l'Africano), 104, 118, 119, 124, 125, 126, 128, 129, 130, 142 Publio Cornelio Scipione padre, 113, 115, 117 Publio Quintilio Varo (comandante di Tiberio), 221, 222, 223, 224, 225 Publio Rupilio (comandante romano), 156 Publio Scipione Emiliano (console romano), 156 Publio Silla (comandante di Cesare), 176 PubUo Sulla (comandante di Pompeo), 172 Pulcheria (sorella di Thodosio II), 261
Q Q. Cecilio MeteUo (console romano), 155, 157 Quinto Cornificio (governatore della provincia d'Africa), 183 Quinto Curzio Rufo (storico romano), 94, 96, 97 Quinto Fabio Massimo (figlio di P. Scipione Nasica), 145 Quinto Fabio Massimo «Cunctaton> (il temporeggiatore) 117 Quinto Pedio (console), 185 Quirini Marco, 498, 499 Q. Marzio Filippo (console romano), 141
R Radagaiso (capo barbaro), 247 Ragazzoni Iacopo, 491, 492 Raimondo (conte di Tolosa), 364, 365 Raimondo di Tripoli, 376, 378, 379 Raimondo m, 369, 370, 372, 373, 374, 375, 376
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Ralph (conte di Hereford), 326 RaJpb di Tosny, 328 Ramsay sir James, 323, 331, 402, 405, 433 Ramsete l (faraone), Il Ramsete U (faraone), Il, 12 RauJ de Goncourt, 424 Re Canuto, 317, 318 Rechiario (capo dei Suebi), 252 Reginaldo di Chatillon, 369, 371, 372, 373, 374, 374, 379, 380 Reginaldo di Sidone, 379 Rekitack (figlio di Teodorico Strabone), 272 Rhascuporis (capo dei Thaci), 188 Riccardo (conte di Evreux), 328 Riccardo I, 384 Riccordo n, 418, 419 Riccardo n di Normandia, 317, 318 Riccardo m (re d ' Inghilterra), 437 Ricimero (successore di Petronio Massimo), 267 Roberto (conte di Gloucester), 332 Roberto (conte di Mortagne), 328 Roberto (fratellastro di Guglielmo il conquistatore), 328 Roberto di Artois (cognato di Filippo VI), 397, 403, 408 Roberto di Badricourt, 425 Roberto di Ginevra (o antipapa Clemente VII), 419 Roberto di Meulan (figlio di Roger di Beaumont), 328 Roberto di Normandia (figlio di Guglielmo il Conquistatore), 364 Roberto il Guiscardo, 359 Roberto l (successore di Riccardo II), 318, 321 Roberto D di Fiandra, 364 Roderico (re dei visigoto), 303 Rodolfo (duca di Lorena), 411 Rodolfo d'Asburgo (imperatore), 389 Roger de Fior, 391
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INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Roger di Beaumont, 327, 328 Roger di Mootgomery, 328 Roger di Poitou (figlio di Roger di Montgomery), 328 Rollo o Rolf (capo vichingo), 317 Romano U (imperatore), 344, 345 Romano III (imperatore), 348 Romano IV Diogene (imperatore), 351 , 354, 355, 356, 358, 359 Romolo (fondatore di Roma), 105, 268 Romolo Augustolo (imperatore), 268 Rossana (figlia di Ossiarte), 98 Roussel de Bailleul, 355, 356 Rua (re degli Unni), 251, 256 Rustam, 297
s Sa'd ibn abi Wakkas, 297 Safrace (re degli Ostrogoti), 237, 239, 242 Sagettario (vescovo), 306 Saif ad-Dio al-Adii (fratello di Saladino), 368 Saladino, 365, 367, 368, 369, 370; 371, 372,373,374,375,376,378,379,380, 381 Sa.lmanassar V (re assiro), 12 Salvidieoo Rufo (inviato di Ottaviano), 186 Salvio (comandante dei Peligni), 150 Samb, 304 Samuele (czar dei Bulgari), 346 Sandncotto (capo indiano), 100 Sangibano (re degli Alani), 263, 264 San Luigi, 385 Sant'Agostino, 248 Sant'Aniaoo, 263 Sanlippo, 40, 47, 50, 109 Sapore m (re di Persia), 235, 236 Sargon II (re assiro), 12
Saturnino (comandan te di Tiberio), 220, 221 Saturnino (comandante di Valente), 242 Saxe (Maresciallo), 352 S. Bernardo di Chiaravalle, 365, 367 Scirkull, 368 Sc.lereoa (amante di Costantino IX), 348 Sebastiano (comandante di Valente), 243. 245 Sebastiano (genero di Bonifacio), 251 Segesle (fratello di Sigimer), 222, 223 Seleuco (re dell'Asia Minore), 133, 134 Selim l (imperatore ottomano), 48& Selim n (imperatore Ottornano), 489, 491 . 492, 502 Semele, 80 Sennacberib (re assiro), 12 Seoofonte, 73, 74, 87, 93, 100 Serse (principe persiano, figlio di Dario), 25, 26, 27, 28, 29, 32, 33, 34, 35, 37, 38, 40, 47, 74, 98, 442 Servilio (comandante romano), 114 Sesto Pompeo (figlio minore di Pompeo il G rande), 186, 188, 189, 196 Setbi l (faraone), li, 17 Settimio Severo (imperatore), 232 Sbawar (visir egiziano), 368 Sibilla (figlia di Amalrico l), 369, 371, 372,_373 Siface (re della Massaesylia), 124, 125 Sigimer (re dei Cherusci), 222 Sigismondo (impe_ratore), 420 Sigisniondo (re d'Ungheria), 441 S. Ignazio di Loyola, 468 Silverio (papa), 284 Simeone (imperatore), 344 Simmia, 93 Sisto IV (papa), 467 Sisto VI (papa), 470 Sitalce, 93 Siward di Nortbumbria, 319 Socrate (filosofo), 6, 7, 73, 86
INDICE DEl NOMJ DI PERSONA
Sofiam, 301 Sofocle, 81 . Solimano (figlio dj Bayazid), 442 Solimano (figjjo di Orkham), 440 Soli.mano I «il Magnifico» (imperatore ottomano), 486, 489, 503 Spotide, 91 Stafford, 404 Stefano II (papa), 313 Stefano IV (re di Mo1davia), 460 Stilicone (comandante dj Onorio), 247 Stir1ing-Maxwell sir William, 486, 494 Strabone, 218 Suleiman (califfo, successore di Walid), l 298, 299 Suleimao (generale), 299, 300, 301 Sureoa (comandante deiJ'esercito dei Parti), 163 Sveoo (figlio dj Canuto), 318 Sveno (figlio dj Godwin), 319 Sveno «Barbaforcuta», 317, 319, 324 Sveno Estrithson (re di Danimarca), 327 Sverido (capo gotico), 239 Svetonio (storico), 175, 179, 180, 185, 195, 211, 232 Symonds Jobn Addiogton, 461
T Tacito (storico romano), 217, 218, 222, 223, 224, 232, 241, 249 Taki-el Dio Ornar (comandante arabo), 379 Talbot lord Ricba.r d, 404, 423, 427, 428, 431, 432, 435 Tamerlano (capo mongolo), 441, 442 Tancredi d'Altavilla, 364 Taraug, 357 Tarik ibo Ziyad, 303 Tèia (comandante gotico), 289, 292 Temistocle, 25, 28, 30, 33, 34, 35, 36, 37,
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38, 40, 49, 50 Teodato (figlio di Amalafrida), 274, 283, 284 Teodeberto (re dei Franchi), 285, 288 Teodomiro (capo ostrogoto), 271 Teodora (figlia di Basilio Il), 348 Teodora (figlia di di Giovanni V Cantacuzeno), 440 Teodora (imperatrice), 350 Teodora (moglie di Giustiniano), 275, 276, 277 Teodorico (figlio di Teodemiro), 271, 272, 273, 274, 284, 286 Teodorico (principe dei Visigoti), 250, 251, 260, 261, 262, 263, 264, 265, 268 Teodorico Strabone (capo degli Ostrogoti), 271 Teodoro (frateiJo di Eraclio), 297 Teodoro di Karystos, 452 Teodosio (figlio di Ataulfo e Galla Placidia), 250, 252 Teodosio (imperatore), 247, 446 Teodosio ll (imperatore d'Oriente), 251, 257, 260, 261, 267, 300, 449 Teodosio III (imperatore), 300 Teofilo Paleologo, 459 Teramene, 69, 72 Terenzio Varrone (comandante dj Ottaviano), 213 Tervel (re dei Bulgari), 301, 302 Teudegonda (figlia di Teodorico), 273 Tbutmosis l (faraone), 8 Thutmosis H (faraone), 8 Tbutmosis III (faraone), 8, IO, Il Tiberio (figliastro di Ottaviano), 212, 213, 214, 219, 220, 221, 222, 226, 227' 229 Tiberio Claudio Nerone (padre dj Tiberio e Druso), 213 Tiberio GemeiJo (nipote di Tiberio), 229 Tiberio Gracco (tribuno), 156 Tiberio Sempronio (generale romano), 113, 114
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INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Tigrane, 47 Tigrane (re dell'Armenia), 213 Timegenide, 42 Tiribazo (satrapo), 74 Tissaferne (satrapo di Sardi), 68, 69, 73, 74 Tito (imperatore), 230 Tito Livio (storico), 111, 112, 114, 115, 116, 120, 121, 125, 128, 129, 130, 143, 144, 148, 149, 150, 152 Tito Quinzio Flaminino (console romano), 134, 135 Toefano (moglie di Romano li), 345 Tolomeo (re d'Egitto), 82, 84, 133 Tolomeo Epifane (re d'Egitto), 134 Tolomeo V (re d'Egitto), 134 Tolomeo Auleto (padre di Cleopatra), 179 Tommaso d'Aquino, 387 Tommaso de' Medici, 501 Torrismondo (figlio di Teodorico), 264, 265, 266 Toscanelli Paolo, 479, 480, 481 Tostig (figlio di Godwin), 319, 323, 324, 328, 329, 330, 331 Totila (nipote di lldibaldo), 287, 288, 289, 290, 292, 293 Traiano (imperatore), 230, 232 Traiano (ufficiale romano), 239, 241, 242, 243, 245 lhlsamondo (re dei Vandali), 273 Ttasibolo, 69 Trebonio (comandante di Cesare), 167 Trevisano Gabriele, 450 Trigezio (ambasciatore romano), 266 lrimalcione (personaggio del «Satyricon» di P. Arbitro), 231 Tucidide, 34, 53, 6, 63, 66, 67 Tufa (comandante delle truppe di Odoacre), 272 Tughril Beg, 349, 350, 351 Tusnelda (figlia di Segeste), 222
Tutanhaton (faraone, poi Tutanhamon), 11
Tyler Wat, 418 Tzazon (comandante di Gelimero), 279, 280, 281
u Ugo de Payen, 365 Ugo di Embriaco, 379 Ugo di Grantmesnil, 328 Ugo di Montfort, 328 Ugo di Vermandois (fratello di Filippo I di Francia), 363 Uluch Alì (corsaro algerino), 494, 496, 497, 498, 499, 500, 501, 503 Umberto di Tilleul, 328 U mberto di Torone, 372, 373 Unnerico (figlio di Genserico), 260 Urais (nipote di Vitige), 285, 286 Urbano li (papa), 361, 363, 381, 383 Urbano V (papa), 418 Urbano VI (papa), 419 Usdrila (capo goto), 289
v Valamiro (re degli Ostrogoti), 264, 271 Vala Numonio (comandante della cavalleria di P, Quintilio Varo), 224 VaJente (fratello di Valentiniano 1), 236, 237. 238, 239, 241, 243, 244, 245, 255 VaJentiniano (figlio di Costantino e Galla Placidia, poi imperatore col nome di Valentiniano lll), 250, 251, 260, 261' 262, 266, 267 VaJentiniano l (imperatore), 236, 237, 251 Valeriano (comandante imperiale a Ravenna), 288 Vallia (fratello di Ataulfo), 250, 251, 267
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INDICE DEl NOMI DI PERSONA
Vasco de Gama, 483 Velleio Paterculo (storico romano), 221, 223, 224 Veniero Sebastiano, 492, 493, 494, 496, 497, 499, 502 Ventidio Basso (comandante di Antonio), 185 Vercingetorige (capo dei Galli), 163 Vespasiano (imperatore), 229, 230 Videmiro (capo ostrogoto), 271 Virgilio, 461 "isconti Bona, 433 Vitaliano (zio di Germano), 288, 290 Vitelli Gian Paolo, 417 Vitellio (imperatore), 229 Vitige (successore di Teodato), 284, 285, 286 Vittore ID (papa), 361 Vladimiro (principe di Kiev), 345 Vukasin (re serbo), 440
w Walid (califfo), 298, 299 Walter deUe Fiandre, 328
Walter Giffard, 328 Wilcken Ulrich (storico), 80, 103, 104 Woodville sir Edoardo, 471 Wrottesley George (generale), 413
y Yanez Pinzon Martin Alonzo, 482 Yanez Pinzon Vincenzo, 482 Yezid, 302 Yusuf ìbn Tashfin '(emiro), 463
Z Zaccaria (papa), 313 Zani Girolamo, 491 Zenone (successore dell'imperatore Leone I), 271, 272, 273 Zeus, 80 Zizka Jan, 419 Zoe (figlia di Basilio Il), 348, 350 Zosimo (storico), 238, 241, 243, 248 Zotto (comandante longobardo), 293
INDICE DEI NOMI DI W CALIT À
A Abami, 71 Abbeville, 408, 409, 410, 411 Abernethy, 341 Abido, 26, 28, 187, 300, 345 Acaia, 192 Acesine (fiume), 98 Achea, 16 Acbeux, 408 Acilio (monte), 169 Acqs, 503 Acradina (promontorio orientale di Siracusa), 58, 65 Acri, 373, 374, 375, 380, 382 Acropoli, 33, 34, 69 Adana, 359 Adda (fiume), 272 Ad Decimum (gola di), 279 Aden, 486 Adrianopoli, 235, 239, 243, 244, 246, 260,294,301,302,347,359,440, 442, 443, 445, 447, 448, 450, 451 Adrumeto, 179 Aeson (torrente), 146 Africa, 108, 109, 124, 125, 126, 130, 133, 157, 158, 166, 179, 186, 191, 196, 211, 230, 231, 233, 235, 248, 250, 251, 252, 274,275,277,278,282,283,292,293, 298,300, 302,303,310,344, 464,472, 473, 475, 477, 478, 487 Agincourt, 404, 420, 422, 442 Agrieliki (monte), 21 Agrigento, 109 Aidab, 372
Aiguillon, 404, 407 Aila (castello), 367, 372 Airaines, 408 Aire, 402 Ajnadain, 297 Akaba, 296, 366, 367, 372 Akkad, 16 Akka.r, 367 Akroinos, 302 Aksehir (Lago), 300 Alania, 299 Alarcos, 464 Albalonga, 105 Albania, 443 Alcamo, 55 Alcantara, 487 Aleppo, 10, 354, 355, 365, 366, 369, 370, 371, 441, 486 Alesia, 163, 165 Alessandretta, 84, 85, 354 Alessandria (d' Egitto), 85, 102, 103, 178, 197, 206, 207, 211, 227, 298, 301, 302 Alessandria (in Aracosia}, 98 Alessandria (in Asia), 275 Alessandria Caucasica, 98, 496 Alessandria Escate, 98 Algeri, 492, 503 Algeria., 124 Algesiras, 303, 474 A.lhama, 469, 470, 472 Alicarnasso, 84
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INDICE DEl NOMI DI LOCALITÀ
Alisio, 221, 222, 223, 224 Almeria, 463, 473, 475, 476 Alora, 473 Alpeno, 32 Alpi, 119, 120, 224, 485 Alpi Giulie, 247, 266, 272 Alpi Graie, 273 Alpi Marittime, 113, 157, 213, 272 Alresford, 340 Alsazia, 215, 235 Altai, 254 Altino, 266 Altock, 98 Alus, 28 Amadan, 349 Amani (monti), 366 Amano (monte), 84 Amasia, 354 Ambracia (golfo di), 199, 200 Amburgo, 219, 487 America, 317, 487 Amida, 236 Amiens, 247, 262, 394, 395, 397, 408, 413 Amman, 366 Ammani (monti), 297 Amorium, 300 Anapo (piana e fiume), 58, 60, 64, 66 Anatolia, 299, 370, 439, 448 Ancira, 84 Ancona, 285, 287, 288 Andalusia, 119, 463, 484 Andaraz, 476 Andro (isola di), 38, 46 Anfipoli, 53, 76, 139, 152, 188, 189, 192 Anfiss.a , 77 Angers, 423 Angiò, 389 Angora, 442 Angoul@me, 390, 403 Ani (capitale dell'Armenia), 349, 351
Antequera, 465, 469, 473, 474 Antiochia, 87, 236, 238, 243, 259, 345, 364, 365 Anversa, 487, 488 Apollonia, 140, 141, 174, 183, 188, 199 Appennini, 120, 185, 287 Apso (fiume), 169 Aquae Sextiae (oggi Aix-en-Provence),158 Aquileia, 213, 214, 235, 247, 248, 266, 272 Aquit.a nia, 183, 185, 250, 262, 304, 305, 309, 310, 328, 393, 394, 395, 397, 398, 403, 417. 418, 419 Arabia, 259, 310, 372, 486 Arado, 85 Aragona, 419, 445, 463, 464, 465, 467 Arai (lago), 17 Arara~ (monte), 197 Arbela, 79, 88, 89, 90, 92, 95, 96, 97, 99, 150, 491, 500 Arginusa, 69, 70 Argo, 16, 50, 54, 55, 71, 74, 237, 247 Argoli, 50 Ariminium (oggi Rimini), 166 Arinsol, 463 Arisde, 84 Arles, 251, 305 Armageddon, 8 Armenia, 197, 212, 213, 230, 239, 241, 259,296,300,345,346,349,354,356 Annentieres, 402 Armonium, 354, 359 Arno, (fiume), 107 Arpitza, 200 Arràs, 247, 433 Arseno (valle), 171 Arsonas (fiume), 349 Arta, 199 Artemisio, 30, 33 Arzen, 349 Ascalona, 380 Ashdown, 335
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INDI CE DEI NOMI DI LOCALITÀ
Asbingdon (anticamente Assandun), 318 Asia, 13, 15, 16, 18, 20, 24, 38, 40, 47, 74, 77' 78, 81, 101, 102, 103, 135, 136, 138, 140, 152, 158, 187, 206, 254, 257, 268, 298, 359, 383, 385, 441, 442, 478, 479, 480, 483 Asia Minore, 12, 14, 19, 47, 73, 104, 133, 142, 158, 197, 212, 233, 298, 299, 302, 346, 359, 364, 444 Asopo (fiume), 32, 41, 42, 43 Asparagium, 169, 171, 174 Assinaro (fiume), 67 Assiria, 230 Assur, 12, 13 Asten (ruscello), 335, 336, 338 Astrakan, 237 Atene, 15, 18, 19, 20, 21 , 23, 25, 26, 27, 28, 31, 33, 34, 40, 49, 50, 51, 52, 53, 54, 55, 57, 58, 59, 60, 61, 67, 68, 69, 70, 71, 72, 73, 74, 75, 77, 83, 84, 158, 198, 237, 247 Aterno, 81 Athos (monte), 20, 26 Atlante (monti), 464, 486 Attica, 24, 29, 33, 49, 50, 53, 62, 247 Aube (fiume), 263 Auberocbe, 403 Augusta, 316, 416 Aussig, 419 Austrasia (regione tra la Mosa ed il Meno), 304, 305 Austria, 213, 219, 233, 389 Auxerre, 422 Avarico (ora Bourges), 164 Avesnes, 399 Avignone, 113, 390, 395, 403, 419 Avlona (valle di), 21 Avranches, 423, 436 Axarquia (sierra di), 469 Azerbajdzan, 349, 356 Anzio, 187, 199, 200, 202, 203, 205, 206, 207, 209, 211, 213, 486, 495, 496
Azzorre (isole), 483
B Babilonia, 10, 12, 13, 16, 17, 73, 74, 89, 98, 101, 102, 298 Badajoz, 463 Badakbsban, 80 Bagdad, 343, 344, 351, 368, 371, 486 Bagradas (fiume), 125, 126 Balasitza , 346 Balcani, 237, 242, 295, 359 Baleari (isole), 119, 128, 292, 464, 487 Bannockburn, 396, 405 Barcellona, 250, 310, 482, 492 Bari, 355, 359 Barìn, 367 Basilea, 213, 214, 218, 219 Basing, 340 Bassa Mesia (oggi Bulgaria), 237 Battle, 333, 335 Battria, 163 Battriana, 98 Bauvais, 165 Baviera, 213, 214, 219, 262, 316, 398 Bayeux, 323, 326, 328, 331, 436 Bayonne, 436 Baza, 473, 475, 476, 481 Beaufort (castello), 367 Beaugency, 423, 424, 431 Beauvais, 262, 412 Beauvoir, 367 Bee, 327 Becula, 119 Bedr, 296 Bela-Missar, 84 Belfort, 216 Belgio, 216 Belgrado, 214, 350, 443, 486
532
INDICE DEl NOMI DI LOCALITÀ
Benemaquez, 473 Benevento, 108 Beozia, 27, 33, 41, 51, 52, 74, 75, 77, 134, 247 Bere-Ketli (lago di), 189 Bergamo, 266 Bergen, 329 Bergerac, 403 Berry, 423, 433 Berwick, 396 Betica (oggi Andalusia), 252 Betlemme, 388 Biblo, 345 Bidassoa (fiume), 305 Bisanzio, 19, 47, 71, 77, 214, 233, 237, 249, 269, 293, 298, 468 Bitinia, 78, 134, 136, 138, 302, 359 Blankenberg, 400 Blanque Taque (guado), 408 Blaye, 399 Blois, 426, 427 Bodrum, 84 Boemia, 220, 389, 419 Bogazkoy, 14 Bolan (passo di), 100 Bologna, 185, 416 Bolsena, (lago di), 274 Bonneville, 322 Bordeaux, 247, 305, 399, 403, 417, 436, 437 Borgogna, 304, 328, 403 Bosforo, 18, 26, 47, 69, 76, 237, 298, 300,301,302,382,447,450,451,452, 453, 454 Bosbam, 323 Bosnia, 447, 460 Boswortb, 437 Bourg, 399 Bourges, 422 Bouvines, 388, 390 Brabante, 235
Bramante, 235 Brayla, 18 Brescia, 266 Brennero, 157 Brentford, 323 Brest, 403, 41~ Bretagna, 317, 325, 328, 389, 398, 402, 403, 417, 418, 423 Bretigoy, 417 Bribacte (ora Autun), 162 Brindisi, 141, 144, 159, 166, 167, 168, 169, 183, 184, 188, 192, 196, 199 Brioone, 408 Bristol, 483 Britannia, 230, 233, 235, 236, 247, 249, 252, 268, 274 Broye, 413 Bruges, 401 Brunswick, 219 Brussa, 440, 442 BruxeiJes, 399 Buda, 486 Buironfosse, 399 Bulgaria, 346 BuJJa Regia (oggi Hamman Daradji), 280 Bumodo (fiume), 90 Buwayb. 297
c Cadice, 464 Cadmea, 83 Cadsand (isola), 398, 400 Caen, 321, 322, 407, 408, 436 Caesarea, 354 Cagli, 289 Cairo (Il), 10, 12, 298, 368, 370, 374 Calabria, 61, 348, 465, 486 Calais, 413, 416, 417, 418, 420 Calcedooia, 18, 71, 296, 298
IND ICE DEl NOMI DI LOCALITÀ
Calcidica (penisola), 26 Calcutta, 483 Caldea, 11, 16, 17 Callicino (collina di), 141 Callidromo (monte), 32 Cambil, 472 Cambrai, 269, 399 Cambresis, 399 Cambunii (monti, 143 Campania, 166, 183, 184 Canale Eubeo, 28, 29, 30 Canarie (isole), 480, 482 Candia, 491 Canne, 23, 114, 115, 116, 118, 119, 123, 124, 128, 142, 163, 246, 358 Canosa, 120, 166 Canossa, 361 Canterbury, 340 Capo Bon, 109, 279 Capo Bretoo (isola di), 483 Capo Cinossema, 69 Capo di Buona Speranza, 481, 483 Capo Ducato, 496 Capo Farina, 124 Capo Horn, 484 Capo Matapan, 503 Capo Miseno, 196 Capo Spurn, 329 Capo Tenaro, 206 Cappadocia, 134, 187, 212, 259, 300, 351, 354, 357, 359 Caprae, 292 Capua, 117, 120 Caput Vada, 278 Carcassonne, 304 Caria, 50, 136 Carinzia, 214 Carmelo (monte), 8 Carpazi, 345 Carre, 163, 196, 212
533
Cartageoa (Nuova Cartagine), 110, 113, 114, 119, 492 Cartagine, 29, 55, 105, 108, 110, 111, 112, 113, 116, 117, 119, 125, 126, 129, 130, 131, 135, 155, 156, 252, 275, 279, 280, 281, 296, 298, 371 Cartarma, 473 Caruntum (oggi Hainburg), 220 Casilino (oggi Capuo), 292 Cassel, 395 Cassibile (fiume), 67 Castiglia, 310, 419, 425, 463, 464, 465, 467, 469, 472, 476, 483 Castillet, 367 Castillon, 437 Castra Cornelia, 124 CastuJo, 118, 119 Catalogna, 252 Catania, 57, 58, 66, 278 Caterini (piana), 146 Caucaso, 179, 259, 299, 349 Cazlona, 118 Cefalonia, 493, 496 Celesiria, 90, 197 Cercinitis (lago), 84 Cesarea, 345 Ceuta, 303 Chaldiran (piana di), 486 Chalons, 253, 267, 268, 269, 304, 432 Champagne, 390, 437 Charadra (fiume), 21, 23 Chartres, 423 Chateau Gaillard, 389 Chateau Neuf, 367 Chenab (fiume), 98 Cherbourg, 418, 436 Cheronea, 77 Cherso, 301 Chersoneso, 19, 26 Chester, 341, 405 Chevitos (colline di), 389
534
INDICE DEl NOMI DI LOCALITÀ
Chichester, 340 Chioon, 425 Chio, 19, 68, 70, 453 Chirka, 188 Cicladi (isole), 19 Cilicia, 236, 249, 259 Cilterns, 340 Cina, 103, 230, 298, 442, 480 Cindo (fiume), 259 Cinocefale, 135, 142, 175 Cinosura (promontorio di), 21, 33, 36 Cipango (nome dato al Giappone da Marco Polo), 480, 481, 482, 483 Cipro, IO, 14, 71, 85, 197, 345, 489, 490, 491, 492, 493, 503 Circassia, 237 Cirenaica, 197, 298, 444 Cirene, 17, 184, 202, 212 Cirta, 125 Cisgiordania, 367, 371 Citero, 41 Citerone (monte), 43, 44 Citerone (passi del), 42 Citra!, 98 Ciudad Real, 464 Cizico, 69 Classe (porto di Ravenna), 289 Clermont, 362 Clodiana, 171 Cluny, 361 Cnido, 74 Coblenza, 216 Coin, 473 Cologne, 262 Colonia, 216, 219, 269 Comaro (baia di), 200 Commagena, 299 Compiègne, 433, 434 Conia, 443 Corcira, 52, 199
Cordova, 179, 343, 463, 464, 469, 472, 475, 481 Corfinio, 158, 166, 167 Corfù, 49, 56, 199, 200, 288, 359, 493, 494, 502, 503 Corinto, 15, 19, 27, 28, 29, 50, 51, 52, 58, 68, 72, 74, 77, 155, 200, 237, 241, 441 Corno d'Oro, 300, 301, 382, 445, 449, 450, 451, 453, 454, 456 Cornovaglia, 341 Coronea, 74 Corpili (passo di), 188 Corropo, 85 Corsica, 109, 233, 228, 292 Corupedio, 134 Costantinopoli, 233, 236, 239, 243, 247, 251, 261, 271, 272, 273, 275, 276, 278, 282, 286, 287, 296, 298, 299, 300, 301, 302, 303, 304, 309, 311, 312, 344, 345, 349, 351, 354, 355, 359, 361, 363, 364, 370, 471, 381, 382, 383, 384, 438, 439, 440, 441, 443, 444, 445, 447, 451, 452, 453, 455, 460, 461, 479, 486, 489, 49, 491, 492, 502, 503 Costanza (lago di), 213 Cotentin (penisola), 407 Courtrai, 390, 402 Coutances, 328 Cravant, 422 Crecy, 290, 393, 402, 407, 409, 410, 411, 413, 414, 415, 416, 420, 427 Crecy-en-Ponthieu, 408 Cremona, IlO, 248 Crèpy-en-Valois, 433 Creta, IO, 14, 75, 136, 184, 345, 491 Croazia, 460 Crotone, 126, 287 Ctesifonte, 236, 296, 297 Cuba, 482 Cunassa, 73, 83 Curzolari (isole), 496 Cutanda, 463 Cyzico, 302
535
INDICE DEl NOMI DI LOCALITÀ
D Dacia (oggi Romania), 230, 233, 237 Dacia Ripensis, 260 Dalmazia, 196, 197, 220, 259, 273, 283, 288, 292, 293 Damasco, 296, 297, 298, 303, 304, 305, 310, 345, 365, 366, 367, 368, 369, 370, 371, 372, 374, 384, 441 Damietta, 368 Danimarca, 317, 318, 319, 327 Danubio, 7, 18, 77, 83, 179, 213, 218, 219, 220, 229, 230, 231, 235, 236, 237, 238,239,242, 249,252,259,260,267, 271, 272, 295, 304, 305, 350, 389, 418, 443, 460, 468 Daras, 275 Dardanelli, 14, 260, 300, 440, 445 Dardania, 275 Darro (fiume), 476 Decelea, 62, 71 Dede Agatch, 188 Delfi, 28, 76, 77, 144 Delfinato, 284, 425 Delhi, 441 Delo, 27, 46, 49, 50, 51, 75 Demetria, 135 Derby, 398, 403 Detmold, 223 Deutschbrod, 419 Diarbekir, 351 Dimotica, 440 Dives (fiume), 331, 332 Dnieper (fiume), 212 Oniester (fiume), 212, 237 Dobrugia, 242 Doceia, 359 Dodona, 80 Dogandzis (monte), 175 Domremy, 425 Don (fiume; anticamente Tanais), 237, 260
Dordogna, 305 Doren (passo di), 223 Oorileo, 364 Dorisco, 26, 188 Dover, 322, 323, 340, 398 Dramisos, 80 Drava (fiume), 157, 214 Drepana, 109 Driocefale (passo di), 42, 43 Dupplin Muir, 396 Durazzo, 160, 165, 167, 168, 169, 17, 171, 172, 173, 174, 189, 199, 359, 382 Durham, 341, '413
E Ebro (fiume), 110, 111, 113, 118, 305 Ecbatana, 98, 297 Ecija, 303 Edessa, 355, 365 Efeso, 19, 70, 81, 84, 135, 136, 198, 237 Egadi (isole), 109 Egaleo (monte), 37 Eger, 220 Egina, 25, 33, 37, 50, 51, 63 Eginione, 175 Egitto, 7, 8, 10, 11, 12, 13, 16, 17, 25, 50, 51, 81, 82, 85, 86, 87, 102, 103, 104, 133, 134, 142, 168, 178, 179, 195, 197, 198, 199, 200, 202, 206, 207, 212, 218, 229,233,278,296,297,298,300,344, 363, 366, 367, 368, 369, 370, 371, 372, 382, 441, 444, 486 Egospotami, 54, 70, 71, 74 Egridir (lago), 302 Elba (fiume), 2)9, 220, 226, 313 Elboeuf, 408 Elea, 136 Eleusi (baia di), 33 Eleusi (fiume), 41 El-Hamman (guado), 88
536
INDICE DEl NOMI DJ LOCALITÀ
Elide, 54 El Kaa, 367 EUade, 52, 76, 77, 112 Ellesponto, 19, 26, 38, 40, 47, 68, 69, 70, 77, 78, 84, 136, 138, 187, 213, 300, 302, 479 Eliopoli, 298 Eloro, 67 Elpeo (fiume), 141, 143, 144, 145 Emesa (oggi Homs), 297, 265, 366 Emona (oggi Lubiana), 214 Emporium, 118 Ems (fiume), 219, 223 ~nipeo (fiume), 175, 176 Eno, 138 Enofita, 51 Epidauria, 33 Epidauro, 54, 55 Epipoli (altopiano di), 58, 60, 61, 64 Epiro, 76, 108, 152, 167, 168, 200, 247, 288 Eraclea (Grecia), 32, 141, 145, 146, 247, 260, 269, 355 Eraclea (Italia), 108, 109 Eracleio, 37 Erbil, 88 EregJi, 77 Eritrea, 20, 21 Erineo (fiume), 67 Eritre, 41, 42 Erzerum, 197 Esen, 187 Esh Shobek, 367 Eskishehr, 439 Esplechin, 402 Estrées-les-Crecy, 409 Estremadura, 484 Etiopia, 17 Etolia, 169 Etruria, 105 Eubea, 15, 20, 30, 52, 68
Eufrate, 6, 8, 10, 13, 87, 159, 162, 197, 211, 230, 236, 259, 286, 293, 295, 297 309, 345, 349, 354 Euphratesia, 364 EuriaJo, 58, 6, 61, 65 Eurimedonte (fiume), 50 Euripo (stretto di), 28 Europa, 13, 15, 18, 19, 24, 26, 47, 72, 84, 207, 218, 233, 257, 258, 259, 268, 269, 295, 299, 302, 303, 309, 310, 312, 313, 316, 317, 327, 328, 341, 343, 350, 352, 359,362,365,383,388,389,390,392, 395, 415, 419, 420, 436, 440, 441, 4444, 458, 460, 461, 463, 466, 470, 471, 472, 474, 478, 479, 480, 481, 487, 489, 490, 491, 494, 503 Europo (fiume), 143 Evreux, 328 l
F Fabriano, 107 Faenza, 287 FaJaise, 321 Fa1ero, 20, 24, 38 Fa1kirk, 405 Famagosta, 491, 493, 496 ~anari, 200 Fano, 119, 289 Farsaglia, (o Farsalo), 160, 175, 177, 179, 180 Fenice, 134 Fere, 76, 134 Fiandra (o Fiandre), 318, 323, 325, 328, 363,390,395,398,399,400,402,408, 409, 418, 472, 487 Fiesote, 247, 285 Filippi, 187, 188, 189, 191, 192, 193, 195, 197, 207, 209 FiJippine, 484 Filippopoli, 237, 260, 259, 440 Florida, 483 Focea, 135
INDICE DEl NOMI DI LOCALITÀ
l
Fontaine-sur-Maye, 409 Formigny, 436 Fraaspa, 197 Francia, 14, 119, 219, 268, 304, 305, 307, 309, 316, 317, 321, 322, 328, 341, 363, 371, 373, 380, 383, 384, 389, 390, 391, 392,393,394,395,396,397,398,399, 402, 403, 404, 407, 411 , 413, 416, 417, 418, 419, 420, 423, 425, 426, 4431, 434,435,437,438,440,441,442,465, 471, 481, 485, 486, 487, 4488, 490, 492, 503 Franconia, 316 Frigia, 68, 74, 133, 351, 354, 359 Frigia Ellespontica, 84 Fulford, 330, 331, 333
G Gabes (golfo di), 489 Gades (ora Caruce), 161 Galata, 301, 382, 445, 449, 450, 451, 453, 453, 396 Galatia o Galazia, 134, 212, 351 Galilea, 374 GaHzia, 250, 463 Galles, 334, 404, 414 Gallia, 157, 162, 166, 167, 186, 213, 215, 216, 218, 219, 221, 233, 235, 236, 247, 249, 250, 251, 252, 257, 260, 261, 263, 273, 274, 284, 305, 310 Gama Belgica, 262 Gallia Cisalpina, 113, 158, 162, 183, 184, 185 GalJìa Narbonense, 158, 162, 166, 183 Gallia lì'ansalpina, 215 Gallipoli, 18, 187, 447 Ga1tz, 18 Gand, 400, 41, 403, 415, 416 Gange (fiume), 98, 10 Gangite (torrente), 189 Garda (lago di), 213
537
Gargafìa, 43 Garonna (fiume), 304, 305, 404, 436 Gate Fulford, 329 Gaugamela, 79, 90, 175, 178, 246 Gaza, 8, 85, 297 Gebelfaro (castello di), 473, 475 Gedrosia, 82, 98, 100 Gellllik, 442 Genil (fiume), 476 Genova, 185, 363, 445, 480, 485, 487, 492 Genuso (fiume), 169 Geodrosia, 163 Georgia, 237, 351, 356 Gereonio, 114 Germania, 179, 214, 219, 220, 221, 222, 224,226,269,274,304,316,389,416, 471, 488 Germanicea, 299 Gerusalemme, 13, 159, 296, 297, 344, 345,364,365,368,369,370,373,374, 380, 388, 441, 461 , 490 Gberdria, 398 Giaffa, 365 Giappone, 480 Gibilterra, 303, 309, 413, 465, 478 Gien, 432, 433 Ginevra, 488 Giordano (fiume), 366, 367, 372, 378 Giudea, 13, 16 Giulia Concordia, 266 Giura {valico e massiccio), 157, 213, 215 Goa (rada di), 483 Godstooe, 340 Gomenizza, 494, 496 Gordio, 84 Gozo, 278 Granada, 460, 464, 465, 469, 470, 471, 472,473, 475, 476, 477, 478,479,482, 484, 488 Grande Zab (fiume), 90 Graoico (fiume), 84, 93
538
INDICE DEl NOMI DI LOCALITÀ
Grecia, 13, 14, 15, 18, 19, 20, 25, 26, 27, 28, 29, 34, 38, 40, 49, 55, 56, 65, 72, 74, 75, 76, 77, 79, 83, 84, 87, 89, 100, 101, 134, 135, 136, 138, 139, 140, 141, 142, 144, 152, 153, 155, 158, 198, 233, 288 Gran San Bernardo (passo), 213 Grlgioni 273 Grisy, 408 Groenlandia, 317 Guadalquivir (valle del), 179 Guadix, 473, 474, 475, 476 Guascogna, 305, 390, 398, 399, 402, 404, 407, 418 Gubbio, 289 Guienna, 394, 397, 403, 417, 436 Guildford, 340
Hispaniola (nome con cui Colombo nbattezzò Haiti), 482 Hissarlik (collina di), 14 Homs, 345, 367, 369 Humber (fiume), 328, 329 Hunin, 367
I
lanitza, 77 lapigeo (promontorio; antico nome di S. Maria di Leuca), 56 lassarte, 98 lconio, 370 lconium, 354 ldaspe, 98, 113, 148, 226 ldroati, 98 Iebel, 85 H Uasi (fiumi), 98, 100 lhelum (fiume), 100 Hadrumentum, 126, 129 Ilipa, 119, 124, 125 Haiderabad, 100 Illiria, 76, 83, 140, 141, 143, 144, 152, Hainault, 397, 398 162, 168, 174, 183, 197, 214, 219, 220, H aiti, 482 222, 231, 235, 247, 252, 275, 277, 444 Halidon Hill, 396, 399, 405 . Ulirica, 233 Halys (fiume), 14, 16, 134, 259 lmera, 46, 61 H ama, 365, 366 India, 17, 81, 82, 98, 102, 103, 211, 212, 230, 372, 441, 482, 483 Hamadan, 98 lodo (fiume), 98, 100, 254 Harfleur, 420 Inghilterra, 226, 315, 318, 319, 320, 322, Hastings, 321, 329, 330, 331, 332, 333, 323,325,328,329,334, 340,341,373, 334, 335, 336, 337, 338, 339, 340, 341, 383,388,392,394,395,397,398,402, 398, 437 407, 408, 413, 417, 418, 419, 420, 423, Hatti, 14 424, 435, 436, 440, 441, 471, 481, 487, Hattin, 366,377,378,379,380,382,384 488, 490, 492 Helmand (fiume), 98 lnn (Valle dell'), 213 Hennebont, 402 lonia, 38, 46, 47, 69, 135, 218 Herat, 98 loniche (isole), 15 Hereford, 326 lppona (oggi Bona) 248m 251 lpso, 133 Hesdin, 409, 411 Higuerela, 465 Iran, 297 Hindu-Kush, 98 lrak, 296, 297, 343, 349
-------------------IN_D_ JC~E_D_E_IN_O~M-I_D_ IL~~ ~-'T _A______________--~ 5~39
lrcaoia, 179 Irlanda, 268 lruo (fiume), 305 Isère (fiume), 185 Islanda, 80, 317 lsonzo (fiume), 289 Isso, 84, 85, 89, 93 ltaca, 200 Italia, 14, 29, 35, 50, 52, 56, 101, 105, 107, 108, 113, 116, 117, 118, 120, 123, 124, 126, 130, 134, 135, 137, 156, 157, 158, 159, 213, 214, 220, 224, 230, 231, 233, 235, 250, 251, 260, 163, 266, 267, 268,269,272,273,274,276,283,285, 286, 292, 293, 294, 305, 311, 315, 348, 357, 359, 363, 388, 389, 391, 442, 460, 471, 485, 486, 487, 490
J Jaen, 475 Jaoda (lago), 303 Jargeau, 423, 424, 428, 431 Jebel Turan, 376 Jerba, 489 J ezireh, 371 Jezreel, 372 Juliers, 398 JutJand, 220
K Kabul, 98 Kadesb, 8, 10, Il, 12 Kadi Koy, 71 Kadisia, 297 Kairouan, 298 Kalabaka, 175 Kalos Argos, 302 Kaodahar, 98, 100 Kantara, 8
Kapetron, 349 Karana, 197 Karkamis, 13 Karnak, 7 Kars, 349 Karysto, 20 Kashkar, 349 Kavala, 188 Kawnbel Hawa, 367 Kent, 328, 329, 341 Kerak di Moab (castello), 367, 369, 371, 372, 374, 390 Keramlais, 90 Khajir (fiume), 90 Khawnk (passo di), 98 Khilat, 354, 355, 356 Khoi, 356 Khojeod, 98 Khorasan, 254, 297, 343, 344, 349 Khyber (passo), 98 Kiev, 345 Kina, 8 Kingan (monte), 254 Kirman, 349 Kizil lrmak (fiume), 14 Kosovo (piana di), 441, 443 Krak d es Chevaliers, 367, 390 Kuci, 169 Kuen-Lun (monte), 254 Kumanovo, 441 Kusteoitza, 443
L Labdalo, 60, 61 La Capelle, 399 Lade (isola), 19 La Flamangerie, 399 Lago Flevo (oggi Zuider Zee), 219
540
INDICE DEl NOMI DI LOCALITÀ
Lago Maeotis (ora Mar d'Azov), 260 · Lahore, 98 La Mecca, 310, 371, 372 Lamsaco, 70, 71 Lapato (passo di), 141 La Penne, 398 Lapseki, 70 Larissa, 134, 135, 141, 175, 178, 359 Las Nevas di Tolosa, 464 La Spezia, 492 Lattari (monti), 292 Laurio (regione), 25 Lavai, 423 Lazio, 105 Lech, 316 Lemta, 126 Lenham, 340 Leon (porto nei pressi di Siracusa), 60 Leon (reame spagnolo), 310, 463 Lepanto, 5, 50, 460, 489, 494, 496, 500, 501, 502 503 Lerida, 167 Les Augustins, 428, 429 Lesbo, 19, 68, 69, 445 Lesnikia (fiume), 171 Leuca (isola), 61 , 200 Leuco (fiume), 146, 148, 149 Leuttra, 75 Libano, 367 Libia, 50, 130, 278 Licando, 354 Ucia, 84, 136, . 187 Lidia, 14, 16, 17, 74, 81, 84 Liguria, 142, 272, 285 Li.libeo, 109, 124, 196 LiJiebonne, 327, 328 Limburgo, 398 Linco1n, 397 Linguadoca, 390, 403, 417, 420 Lione, 235
Lippe (fiume), 219, 220, 221 Lipsia, 219 Lisbona, 463, 480, 481 Lisieux, 408 Lissus (oggi Alessio), 169 Utani (fiume), 366 Little Berkhampstead, 340 Locri, 61 Lodi, 491 Loira (fiume e valle), 166, 252, 262, 304, 306,309,325,389,423,424,426,427, 428, 429, 431, 433 Loja, 469, 473 Lombardia, 293, 388, 485 Londra, 318, 319, 325, 328, 331, 332, 333, 340, 394, 339, 480 Lorena, 316, 364, 403, 425, 437 Lorient, 403 Lot (fiume), 404 Lucania, 287 Lucca, 162 Lucena, 469 Lucera, 166 Luro (fiume), 200 Luxor, 7 Lycus (fiume), 450, 451, 452, 457, 458
M Macedonia, 18, 19, 20, 40, 73, 76, 83, 85, 101, 111 , 130, 133, 134, 135, 137, 138, 139, 141, 143, 144, 152, 155, 166, 168, 168, 169, 174, 184, 187. 188, 189, 191, 201, 206, 213, 214, 233, 237, 247, 269. 275, 285 Madagascar (anticamente Isola della Luna), 483 Madhia, 363 Madrid, 492 Magdeburgo, 219 Magetobriga, 215 Magnesia (penisola di), 30
INDICE DEl NOMI DI LOCA LITÀ
Magnesia (piana di), 136, 142, 153, 445 Magonza, 221, 247, 262 Maine, 322, 325, 328, 389, 423 Makran, 82 Malaga, 468, 469, 473, 474, 475, 499 Malatya, 356 Malestroit, 403 Malfosse, 340 Malide (golfo di), 32, 51 Malide (piana di), 32 Malta, 279, 489, 490 Manica (canale) 322, 316, 329, 332, 397, 398, 400, 402, 407, 413 Mantes, 341 Mantinea, 54, 75 Manzikert, 347, 349, 350, 355, k356, 357, 359, 361, 370 Marash, 354, 364 Maratona, 20, 11, 22, 24, 25 Mar Baltico, 261, 273, 313, 487 Marbella, 473 Mar Caspio, 6, 17, 98, 102, 159, 179, 254 Marcbfeld, 389 Marche, 390 Marcianopoli (oggi Shumla), 239 Marcoing, 399 Mardi Marmara, 110, 112, 119, 135, 140, 141, 167, 168, 183, 188, 192, 213, 284, 287, 288, 289, 344, 460, 468, 493 Mare Adriatico, 110, 112, 119, 135, 140, 141 , 167, 168, 183, 188, 192, 213, 284, 287, 288, 289, 344, 460, 468, 493 Mare Arabico, 100 Mare del Nord, 179, 211, 220 Mare Egeo, IO, 14, 16, 17, 20, 25, 38, 49, 70, 134, 138, 158, 159, 212, 218, 301 Mare Ionio, 52, 53, 61, 68, 196, 200 Maresca1cia, 378 Ma.r Giallo, 80 Margus, 260 Mariaba (oggi Marib), 212 Marignano, 485
54 1
Maritza (fiume), 243, 440 Mar Morto, 296, 366, 372 Mar Nero, 14, 74, 212, 301, 344, 447, 460 Marocco, 309, 310, 463, 468, 472, 478 Maronea; 138 Mar Rosso, 372 Marsala, 109, 124, 196 Marsiglia, 113, 165, 167, 250, 396 Mar Tirreno, 363 Massaesylia (anLico nome dell'Algeria), 124 Matapan, 206 Mauriac (piana di), 253 Mauritania, 119, 124, 213, 251, 252 Maye (torrente), 409 Meandro (fiume), 136 Media, 16, 17, 82, 163 Medioa, 296, 297, 310, 372 Medina del Campo, 469 Medina Sidonia (oggi Cadice), J03 Medio Oriente, 5, 7, 478 Mediterraneo (mare), 5, IO, 11, 14, 17, 47, 84, 85, 103, 105, 108, 109, 131, 153, 159, 211, 212, 213, 252, 278, 292, 304, 363,367, 373, 478,479,483, 486, 488, 489, 491, 492, 494, 503 Megalopoli, 98 Megara, 33, 52 Megiddo, 8, 9, 10 Mejerda (fiume), 125 Mela, 26 Melun, 433 Menfi, 12, 50, 51, 85, 87 Meno (fiume), 219, 220, 304 Merda, 323 Merida, 252 Mery-sur-Seine, 263 Mesembria, 445 Mesia, 247, 272 Mesia Inferiore (Bulgaria settentrionale), 171
542
INDICE DEl I'OMI DI lOCALITÀ
Mesopotamia, 90, 230, 297, 439, 486 Messico, 484 Messina (città), 108, 465, 492, 493, 494, 497' 501' 502, 503 Messina (stretto di), 68, 108, 283 Metauro (fiume e valle), 111, 121, 122, 123 Metone (oggi Modon), 199, 200, 278 Metz (anticamente Mettis), 252, 262, 415 Meung, 423, 424, 431 Micale, 47, 50 Micheldever, 340 Mieza, 81 Mikalitzi (colline di), 200 Milano, 247, 266, 272, 285, 292, 485, 486, 487 Milazzo, 108, 109, 196 Mileto, 16, 18, 19, 82, 84 Mileto Istico, 18 Mincio (fiume), 266, 268 Minden, 221, 223 Miriocefalo (passo di), 370 Mitilene, 53, 69 Modena, 184, 185 Moguntiacum (oggi Magonza), 219 Mohacs, 486 Moldavia, 460 Monferrand, 367 Monginevro, 113 Mons-en-Vimeu, 408 Montargis, 423 Monte Cassino, 294 Montepilloy, 433 Montereau, 420, 433 Montreal (castello), 367 Montreuil, 396, 413 Mont. St. Michel (isola), 420 Mopsucrene, 236 Morava (fiume), 260 Morea, 443, 493
Morgarten, 419 Morlaix, 403 Mortaigne, 328, 399 Mortain, 328 Mosa (fiume), 250, 304 Mosca, 285 Mosella (fiume), 250, 262 Mosu1, 88, 90, 351, 365, 371, 372 Mugello, 287 Mtdbausen, 162 Munda, 179 Miinster, 223 Murcia, 464 Murghab, 17 Morsa , 235, 236, 240 Mursia (oggi Osijek), 214 Musinopoli, 382 Muta, 296
N Nablus, 373 Nafe1s, 419 Naissus, 214, 236, 237, 260 Nancy, 437 Naoterre, 262 Napoli 283, 284, 287, 293, 389, 445, 464, 465, 475, 489, 491, 492, 503 ~arbona , 250, 252, 304 Narni, 120 Nassau, 219 Nauloco, 196 Navarino, 199, 503 Navarra, 310, 464, 465, 478 Naxos, 20, 60, 490 Nazareth, 345, 374, 375, 388 Neapolis, 188, 189, I9r Neckar, 262 Negroponte, 20, 493, 496 Nemetacum, 262
543
INDICE DEI NOMI DI LOCALITÀ
Neocaesarea, 354 Neupacto, 62 Neustria (regione tra la Loira e la Mosa), 304, 305 Neville's Cross, 413 Nicea, 233, 300, 321, 364, 439, 440, 442 Niceforio, 88, 163 Nicomedia, 300, 440 Nicopoli, 200, 418, 441, 448 Nicosia, 491, 492 Nilo (fiume), 6, 14, 17, 51, 85, 87, 206, 309 Nimes, 304 Ninfeo, 169 NinJve, 13, 88, 296 Nis, 440 Nischava (fiume), 260 Nola, 227 Norico, 214, 273 Norimberga, 220 Normandia, 317,319,322, 324, 328, 331, 389, 396,403, 404, 407,409, 417,420, 422, 436 Northampton, 323, 396, 403 Northumbria, 319, 323, 340 Norvegia, 318, 319, 324, 329, 330 Noto, 67 Novae, 272 Novara, 485 Novgorod, 317 Noyelle, 408 Nozio, 69 Nubia, 372 Numanzia, 156, 157 Numidia, 124, 157, 179, 248, 252, 281
O Oceano Atlantico, 478, 479, 480, 481, 483 Oceano Indiano, 17
Oeroe (fiume), 43 Ofanto (fiume), 114 Olanda, 269, 485, 487, 488, 490 Olimpico (zona di Siracusa), 60, 63 Olimpo (monte), 26, 141, 145 Olocrus (monte), 146, 149, 150 Oncbesti, 83 Onoria, 351 Opis, 16, 101 Orano, 489 Orcadi (isole), 329 Oregon, · 480 Orico, 169 Orleans {anticamente Aureliani), 247, 252,262,263,269,306,422,423,424, 425, 426,427,428, 429,430,431,432, 437 Orne (fiume), 407 Oronte (fiume), 259, 364 Oronte (valle), 87, 366 Ortigia (isola), 57 OrweU, 400 Osimo, 284, 285 Ossa (monte), 26 Ostia, 287 Otranto, 28'2, 470 Ouse (fiume), 329 Oxford, 309, 310, 318, 323, 415 Oxia (isola), 496 Oxo (fiume), 98 Oxus (fiume), 349
p Paderborn, 315 Padova, 266 Paesi Bassi, 398 Paflagonia, 359 Palatinato, 398 Palatino (colle), 105
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INDICE DEl NOM1 DI LOCAL ITÀ
Palefarsalo, 175 Palermo, 283, 388 Paleste, 168 Palestina, 6, 8, Il, 14, 85, 297, 366, 370, 372, 373, 385, 390, 444 Palibota, 100 Palos, 482 Pamplona, 305 Paneas, 374 Panfilia, 50 Pangeo (monte), 50 Panoonia, 197, 220, 222, 235, 236, 267, 271, 273 Panormo, 200 Parigi (anticamente Parisiorum), 247, 262,269,306,325,394,397,408,417, 418, 420, 424, 433, 437 Parnaso (monte), 77 Parzia, 197, 211, 212 Pasargade, 16, 17, 98 Pata1a, 100 Patai, 431, 432 Patoa, 100 Patrasso, 199, 200, 496 Pavia, 266, 272, 286, 485, 486 Pella, 77, 78, 84, 152 Peloponneso, 13, 16, 27, 28, 34, 36, 40, 41, 50,51, 5~ 53,57,62, 67,69,7,71, 73, 74, 77, 87, 200, 278, 460 Pelusio, 17, 85, 298 Pentelico (monte}, 23 Pergamo, 134, 136, 300 Perinto, 77, 247 Peronne, 399 Perpignano, 113 Perrebia (passi di), 143, 145 Persepoli, 82, 90, 100 Persia, 18, 19, 20, 25, 38, 40, 50, 52, 68, 73, 74, 75, 77, 78, 79, 80, 83, 84, 103, 239,278,285;295,296, 297,344,355, 356, 441, 486 Persico (golfo}, 6, 13, 100, 102, 297
Perth, 402 Perù, 484 Pescara (fiume), 167 Petala, 501 Petra, 145, 171 Petra Deserti, 367 Petra Petrusa, 289 Pevensey, 331, 332 Piacenza, 110, 119, 120, 181 Piccardia o Picardia, 403, 433 Piccolo San Bernardo (passo), 113, 213 Piceno (oggi Marche), 284, 285 Pidna, 137, 141, 146, 147, 148, 149, 150, 151, 153, 156 Pindo (monti del), 143 Pirenei, 113, 157, 167, 247, 250, 292, 304, 305, 310, 313, 389, 417; 463, 478 Pireo, 33, 36, 37, 49, 50, 51, 52, 56, 71, 72, 247 Pisa, 113, 363 Pisidia, 249 Pizio, 145 Platea, 20, 21, 23, 26, 27, 38, 41, 43, 44, 45, 48, 49, 52, 53, 68 Plemmirlo, 57, 61, 62, 63 Po (fiume e valle), 119, 158, 248, 286, 293 Podandus, 354 Poissy, 408 Poitiers, 305, 306, 308, 310, 391, 417, 420, 425 Poitou, 328, 389, 404, 417, 418 Pola, 287 Pollenza, 247 Polonia, 309, 490, 492 Pomerania, 262 Ponte Milvio, 284 Ponthieu, 322, 323, 396 Ponto, 49, 69, 134, 158, 179, 212, 354 Porta Collina (oggi Porta Pia), 117, 158 Porta Plnciana, 284 Porta Salaria, 284
-------------------INDICE DEl NOMI DI LOCALITÀ Portereau, 423, 424 Portogallo, 383, 419, 464, 472, 475, 481, 484, 487 Porto Grande (di Siracusa), 57, 58, 60, 61, 62, 63, 64, 65, 66 Porto Piccolo (di Siracusa), 57, 62 Portsea, 398 Portsmouth, 34{), 398, 4{)1, 4{)5 Potidea, 52 Pourrières, l 58 Praga, 219 Prevesa (città turca e stretto), 199, 200, 202, 486, 496, 501 Propontidc, 77, 296 ProsopWde (isola), 51 Prove nza, 157, 185, 215, 250, 273, 274, 284, 292, 403 Prussia, 3ì219, 383 Prut (fiume), 237 Psibeo, 85 Psittalia (iso1eua), 33, 36, 37, 38 Pteria, 16 Puglia, 355, 359 Punjab, 298 Punta Scrofa, 496, 497
Q Qalat asb Shaqif, 367 Qasrel Atra, 367 Quinto a Mare, 480
R Racotis, 85 Rakkah, 88 Ramillies, 123 Ramleb, 370 Rave nna, 166, 248, 251, 261, 266, 268, 272,273,274,284,285,286,287,289, 293, 313
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Ravi, 98 Raziaria, 260 Reggio (di Calabria), 56, 108, 188, 288 Reims, 247, 262, 425, 431, 432, 434 Reno (fiume), 162, 213, 215, 216, 218, 219, 220, 221, 226, 230, 235, 247, 249, 250, 252, 262, 266, 309, 398 Resia (passo di), 213 Reuilly, 427 Rezia, 273 Riccall, 329 Rimini, 110, 184, 272, 284, 285, 289 Rocroi, 470 Rodano (fiume), 113, 158, 213, 25 1, 292, 304, 305, 310 Rodi, 69, 70, 134, 136, 138, 140, 460, 486, 491 Rodope (regione del), 241 Rogozina, 169 Roma, 80, 105, 106, 107, 108, 109, 110, 111, 12, 113, 116, 117, 118, 119, 120, 123, 124, 125, 129, 130, 131, 133, 134, 135, 136, 137. 38, 138, 140, 142, 144, 152, 153, 155, 156, 158, 159, 160, 161, 163, 165, 166, 167, 168, 179, 181, 182, 183, 184, 185, 186, 195, 196, 197' 206, 207, 208, 209, 211, 212, 213, 214, 215, 216, 218, 220, 221, 222, 223, 224, 226, 227,229,230,232,243,246,247,248, 252,261,262,266,267,268,269,273, 284, 285, 287, 289, 293, 311, 315, 316, 358, 361, 384, 419, 444, 450, 460, 461, 486, 502 Romania, 298, 299, 300 Ronda, 469, 473 Roosebeke, 418 Rouen, 324, 408, 412, 434, 435, 438 Rouvray, 424 Rubicone (fiume), 166, 168 Rum, 439 Ruspina, 179 Russia, 5, 212, 490 Rye, 398
546
INDI CE DEl NOMI DI LOCALITÀ
S Safed , 367 Sagunto, 110, 111, 118 Sahara (deserto del), 211 Saint James, 423 aintonge, 404 SaJambria (fiume), 141 Salamina, 28, 29, 30, 33, 35, 37, 38, 39, 41, 48, 49, 68, 72, 268, 495 aleroo (golfo di), 107 Salici, 242 Salisbury, 341 Salona, 283, 288 alonicco, 26, 169, 350, 440, 443 Samarcanda, 441, 442 Samo, 19, 20, 46, 47, 68, 198 andwicb, 319, 328, 398 Sangela, 98 San 1:-ucar, 484 San Salvador (isola), 482 San Sebastian o, 119 Santa Fè, 476, 481 Santa Maura (isola), 501 Saona (fiume), 166, 215 Sapaci (passo di), 188 Sapbet, 367 Saragozza, 463 Sardegn a, 109, 110, 116, 117, 126, 133, 167, 186, 191, 196, 233, 278, 279,280, 288, 292, 363, 465, 487 Sardi, 16, 17, 18, 19, 26, 68, 73, 84, 152, 187 Sardica (oggi Sofia), 260 Samo, 292 Saro (golfo di), 188 Saronico (golfo), 50 Sassonia, 316 ava (fiume e valle), 214 avoia, 252, 419 Savona, 480
Scampi, l 69 Scandinavia, 237, 269, 317 Scanzia (isola di), 237 Scarborougb, 329 Scarpe (fiume), 399 Scheggia, 289 Scbelda (fiume), 250325, 399, 402 Scizia, 98, 179 Scone, 396 Scotussa (piana di), 135, 175 Scozia, 230, 309, 328, 331, 341, 395, 396, 402, 414, 415, 419, 425 Seal, 340 Sebaste, 354, 355 Sebastnpoli, 301 Sedlescombe, 335 Seforia, 375, 376 Segesta, 55, 56, 60 Selinunte, 55 Selva Boema, 313 Sempac b, 419 Senigama, 119, 120, 289 Senna (fiume), 262, 263, 317, 389, 408, 420, 435 Sens, 263 Sentino, 107 Sepea, 19 Serbia, 443 Serdice, 214 Sesto, 26, 47, 7~ 71, 84 Sestus, 440 Sfacteria (isola), 53 S. Germano, 388 Shetland (isole), 329 Sbrewsbury, 341 Skagerrak, 220 Siberia, 255 Sibota, 52 Sicilia, 14, 15, 29, 46, 47, 50, 52, 53, 55, 56, 61, 62, 68, 72, 89, 108, 109, 110, 112, 113, 116 117, 123, 124, 126, 133,
IISOICI: 0 1:1 NOMI DI LOCALITA
547
---------------------
467,468,469,470,474,476,478,479, 481, 485, 486, 487' 488, 489, 490, 491, 492, 493 Sparta, 15, 16, 18, 19, 21, 26, 27 , 41, 49, 50, 51, 52, 53, 5~ 55, 57, 58, 5~ 68, Sidone, 85 69, 70, 71, 72, 73, 74, 75, 78, 84, 98, Sierra Nevada, 476 138, 155, 237, 247 Silivria, 445 Speyer, 247 Simendra, 460 S. Quintino, 399 St. Aignan, 428 Simyra, IO Stamfordbridge, 330, 331, 333, 334 Singaral, 235 Singidunum (oggi Belgrado), 214, 260, Stati Uniti, 5 272 St. Claire-sur-Epte, 317 St. Denis, 408, 421, 433 Sipilo, 136 Siracusa, 14, 29, 46, 54, 55, 56, 51 , 59, Stiria, 214 61, 65, 66, 61, 68, 108, 117, 130, 186, St. Jean le Blanc, 426, 429 278 St. Laurent, 428 Siria, 8, IO, Il, 16, 104, 133, 134, 137, St. Loup, 426, 427, 428 162, 163, 166, 168, 179, 184, 187' 197' 202, 212, 221, 233, 238, 259, 296, 297, St. Pouair, 428 299, 302, 343, 345, 356, 363, 365, 366, St. Privè, 429 367' 369, 370, 373, 444, 486 Strasburgo, 235, 240, 247, 262 Sirmio, 236, 272 Struma (fiume), 26, 76, 84 Sirmium (oggi Mitrovitz), 214, 260 St. Vaast-1a-Hogue, 407 Siscia (oggi Sisak), 214 St. Va1ery, 331, 332 Siua (oasi dj), 80, 85, 87 Suez (canale di), 17 Siviglia, 119, 252, 463, 464, 480, 483 Sumeria, 16 Sluys, 393, 398, 400, 401, 402, 403, 404, Susa, 17, 49, 98, 100, 102 437 Sussex, 328, 329, 332 Smirne, 442 Sutley, 98 Socoi, 84 Svevia, 316 Sofia, 443 Svizzera, 157, 213, 215, 419 Sogdiana, 18 Syke, 60 Sogne (fiordo di), 329 Syr Daria, 98 Soissons, 305 Swat (regione del), 98 Somme (fiume), 332, 408, 420, 433 Sontius (fiume; oggi lsonzo), 212 T Soutbampton, 398, 420 Soutbwark, 340 Spagna, 14, 103, 110, lll, 112, l 13, 116, Tabriz, 197 117, 118, 119, 123, 124, 126, 130, 137, Tachti Suleiman, 197 142, 156, 157, 161, 162, 167, 168, 179, Tadcaster, 330 186, 191 , 196, 206, 211, 233, 235, 250, 251,252,273,292, 298,303,304,305, Taginac (oggi Gualdo Tadino), 275, 289, 291' 292, 294, 407 310,343,383,384,460,463,464,465, 156, 166, 167, 179, 1867, 188, 191, 196, 230,233,252,260,273,278,282,283, 286,288, 292,317,346,363,388,389, 445, 464, 465, 472, 487' 489, 490
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INDICE DEl NOMI DI LOCALITÀ
Tagliacozzo, 389, 464 Tago, 483 Tamigi, 309, 318 Tanagru, 51 Tapsalo, 87 Tapso, 179 Taranto, 56, 108, 112, 120, 199 Tarfa, 463 Tarso, 12, 84, 187, 300, 302, 345 Taso (isola), 189, 190, 191 Tasso (baia di), 57, 60 Tauri (monti), 136, 249, 354, 460 Taus, 419 Tebe (Egitto), 7, 10, 11, 12 Tebe (Grecia), 41, 42, 46, 51, 72, 74, 75, 76, 77, 80, 83 Tekrit, 368 Tel Gomel (collina di), 90 Telham (collina di), 335, 336 Temenide, 58, 60 Tempe (passo di), 26, 135 Tempe (valle di), 28, 29, 83, 134, 135, 141 Termini, 46 Termopili (passo delle), 28, 29, 30, 31, 32, 33, 46, 76, 83, 135, 260 Tessaglia, 14, 15, 27, 28, 30, 40, 41, 50, 52, 76, 83, 135, 138, 141, 143, 155, 169, 175, 191, 192, 247, 345, 359 Tessalonica, 199, 382 Teutoburgo (salva di), 215, 223, 225 Tevere, 105, 118, 248, 267, 284, 313 Tbaru, 8 Theiss (fiume), 503 Tbeiss (valle del), 267, 316 Theodosiopolis (oggi Erzerum), 355 Therma, 26, 27, 30 Tbouars, 328 T bun-l'eveque, 399 Tiberiade, 345, 373, 374, 375, 376, 378, 380 Ticino (fiume), 272
~~----------------
Tiflis, 441 Tigri (fiume), 12, 88, 89, 90, 91, 163, 297, 368 Timbra, 93 Tiro, 85, 87, 105, 380, 384 Tirolo, 213, 273 Tivoli, 287 Toledo, 303, 363, 463 Tolosa. 157,247,250,263,304,364,403 Tongres, 262 Toplica (fiume), 441 Toscana, 285, 289 Toucb, 359 Tourenne, 262 Tournai, 247, 262, 402 Tours, 247, 298, 305, 308, 309, 310, 312, 431 , 435 Trachis, 32 Tracia, 19, 40, 47, 49, 50, 53, 76, 103, 133, 134, 138, 139, 152, 155, 188, 233, 235,239,241,242,243,247,259,272, 285, 287, 298, 299, 350, 440, 441 Tracia Chersonese, 18, 26 Transilvania, 257, 443 Transoxiana, 344 Trapani, 109 Trapezunte, 74 Trasimeno (lago), 113, 114, 115 Trebbia (fiume), 114, 115, 118 Trebisonda, 74, 30! Trent, 405 Treviri, 247, 252, 262 Treviso, 286 Trezene, 33 Tricameron, 275, 280, 281, 292 Tripoli di Siria, 10, 85, 345, 364, 365, 492 Troade, 78 Trogito, 58, 60, 61, 65 Troia, 14, 48, 84 Tronto (fiume), 167 Trouville, 420
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INDICE DEl NOM I DI LOCA LITÀ
Troyes, 420, 422, 423, 432 Tunes, 126 Tunisi, 109, 486, 492 Tunisia, 298 Turchia, 461 Turenna, 389 Turi, 57 Turingia (regione), 220, 316 Thringia (selva di), 219 Thrkestan, 80 Tybur, 395 Tyne (fiume), 329 Tweed (fiume), 396
u Uadi Bekka, 303 Ucraina, 49, 68, 69, 447 Ulm, 274 Umbria, 120, 285 Ungheria, 257, 318, 382, 419, 443, 447, 485, 486 Urbino, 284 Uskub, 441, 443 Utica, 105, 124, 125, 179 Utus (fiume), 260
v Valaccbia, 447 Valencia, 464 Valenza, 252, 263 Val-es Dunes, 321, 324 Valladolid, 469 Valle dei Re, IO Vallée des Clercs, 409, 411 Valona (golfo di), 169 Val Venosta, 213 Van (lago), 14, 349, 354, 355, 356
Vannes, 403 Varna, 443, 444 Vaucoleurs, 425 Velez, 473 Veneto, 288 Venezia, 266, 3363, 382, 383, 445, 489, 490, 491, 492, 493, 502 Venosa, 108 Vercelli, 158, 215 Vermandois, 389 VerneuH, 422 Verona, 158, 231, 266, 272, 286, 288 Vesontio (oggi Besançon), 216 Vesuvio, 292 Vetera, 219, 221, 224 Vicenza, 266 Vienna, 214, 219, 460, 486 Vilvoordun, 399 Viminacium, 260 Vincennes (bosco), 420 Vistola (fiume), 237 Vittoria, 469 Vittorio Veneto, 486 Volga (fiume), 237, 249 Volo, 76 Volonges, 407 Vosgi (catena dei), 215, 304 Vouillè, 304 Vrana, 21
w Wadicourt, 409 WaJJingford, 340 Waterloo, 5 Watling (isola), 482 Wealden Hills, 335 Weser (fiume), 219, 220, 221, 223 Wessex, 317, 318, 319, 322, 323 Westerbam, 340
550
DEl '0~1 1 DI LOCALITÀ - - - -- - ---INDICE -------- - -- --
Westfalia, 219 Westminster (abbazia), 324, 340 Wight (isola di), 328, 329, 398 Winchelsea, 398 Winchester, 319, 320 Windsor, 393 Wittenberg, 387 Worms, 247, 262
x Xanten, 216 Xanto, 187
Yemen, 212 Yemma, 8 York, 324, 325, 329, 332 Yorkshire, 323, 329 Yugoslavia, 214, 233
z Zab (fiume), 343 Zahara, 469 Zalbaca, 463 Zama, 111, 126, 127, 130, 131, 134, 155, 163 Zante, 278, 493 Z~ra, 382
y Yarmuck (valle dello), 297 Yehem, 8
Zebu, 484 Zela, 179 Zenta, 503 Zeugma, 197 Zigosto (fiume), 194
INDICE DELLE FIGURE
l. Battaglia di Megiddo (1479 a.C.) . . .. .. .. .. . .. .. . .. . . . .. .. .. .. . p. 2. Battaglia di Maratona (491 a.C.) .. .. . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. . » 3. Difesa delle Termopili (480 a.C.) ........................... » 4. Campagne di Salamina e Platea (480-479 a.C.) .. .. . .. .. . . .. » 5. Battaglia di Salamina (480 a.C.) .. .. .. .. .. . . .. .. . .. .. .. » 6. Battaglia di Platea (1479 a.C.) . .. .. . .. .. .. . .. .. .. . .. .. .. .. . .. .. . » 7. Fortificazioni di Atene e del Pireo .. .. .. . .. . .. .. .. . .. .. .. .. .. .. » 8. Assedio di Siracusa (415-413 a.C.) ............... .......... >> 9. Ordine di battaglia di Dario ad Arbela (331 a.C.) .. . >> IO. Ordine di battaglia di Alessandro ad Arbela .. .. .. . . .. . . » 11. Battaglia di Arbela (l a fase) .. .. . .. . .. .. .. .. . . .. . >> 12. Battaglia di Arbela (2 a fase) .. .............. .... ..... .. .. .. .. .. .. » 13. Battaglia del Metauro (207 a.C.) .... ....................... .. . >> 14. Battaglia di Zama (202 a.C.) .. .. . .. .. .. .. .. .... ... ... . .. . >> 15. La campagna di Pidna .. .. .. .. .. .. . .. . .. .. .. ... . . .. .. . ... .. . .. .. .. . » 16. Battaglia di Pidna (168 a.C.) ................................... >> 17. La campagna di Durazzo .. . . . .. .. .. . .. .. .. . .. .. . . .. .. .. .. . .. . >> 18. Assedio di Durazzo (48 a.C.) .. ....... ... . . . ... ...... . » 19. Battaglia di Farsaglia (48 a.C.) ... .. ......................... >> 20. P e 2a Battaglia di Filippi (42 a.C.) .. .. .. . .. . .. .. .. . .. . » 21. Battaglia di Azio (31 a.C.) . .. .. .. .. .. .. .. . .. .. . .. . .. .. . .. .. .. . .. .. >> 22. Campagna della Selva di Teutoburgo (9 a.C.) . .. . .. .. .. . » 23. Il basso corso del Danubio . .. . .. . .. .. .. . .. .. .. .. .. .. .. . ... .. .. . >> 24. Battaglia di Taginae (Gualdo Tadino) (552) . .. . . . . .. .. .. . . . . » 25. Invasioni della Francia da parte degli Unni (451) e dei Musulmani-Mori (732) .. .. . . . .. .. .. .. . .. .. .. .. .. .. . .. .. . >> 26. Battaglia di Hastings (l 066) .. .. . .. . .. . .. .. .. .. .. . .. .. . . . .. .. . .. .. >> 27. La campagna di Manzikert (1071) ........................... >> 28. La Campagna di Hattin (l 187) .. .. .. .. .. . .. .. .. .. .. .. .. . .. .. .. >> 29. Battaglia di Crécy ( 1346) .. .. . . .. . .. .. .. .. .. .. . .. . .. . .. .. .. . .. . >> 30. Assedio di Orléans (1428-1429) . .. .. .... ..... . .. .... . .. .. .. .. .. » 31. Assedio di Costantinopoli (1453) . .. .. . . .... .. .. .. ...... . >> 32. Conquista di Granada ( 1481 -1492) .. . .... ...... .. >> 33. Carta dell'Oceano Atlantico del Toscanelli (1474) .. .. .. .. . » 34. Battaglia di Lepanto (1571) .. ...... .... .... .. ..... ...... . >>
9 22 31 35 39 45 51 59 92 95 97 99 122 127 147 151 170 173 177 193 203 225 242 291 307 337 357 377 41 O 430 451 477 481 500
INDICE GENERALE
CAPITOLO l: Il sorgere dell' Imperialismo
pag.
• Quadro storico. • Le battaglie di Salamina (480 a.C.) e di Platea (479 a.C.)
))
25
CAPITOLO II: La lotta per la supremazia in Grecia
))
49
• Quadro storico. • L'assedio di Siracusà (415-413 a.C.) e la battaglia di Egospotami (405 a.C.)
))
56
CAPITOLO III: L'ascesa della Macedonia
))
73
• Quadro storico. • La battaglia di Guatemala o Arbela (331 a.C.)
))
79
))
105
))
111
))
133
• Quadro storico. • Le battaglia di Pidna (168 a. C.)
))
138
CAPITOLO VI: La lotta per la supremazia dell'interno deli' Impero Romano
))
155
• Quadro storico. • L'assedio di Durazzo e la battaglia di Farsaglia (48 a.C.)
))
160
CAPITOLO VII: La fine della Repubblica
))
183
• Quadro storico. • Le battaglie di Filippi (42 a.C.) e di Azio (31 a.C.)
))
187
CAPITOLO IV: La crescita di Roma ed il suo conflitto con Cartagine • Quadro storico. • Le battaglie del Metauro (207 a.C.) e di Zama (202 a.C.) CAPITOLO V: L'affermarsi dell' imperialismo di Roma
5
554
LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
CAPITOLO VIII: La frontiera dell'Impero
pag.
212
• Quadro storico. • La battaglia della selva di Teutoburgo (9· d.C.)
))
215
CAPITOLO IX: La «Pax Romana»
))
229
~
• Quadro storico. La battaglia di Adrianopoli (378 d.C.)
))
235
CAPITOLO X: Popoli in movimento
))
249
• Quadro storico. • La battaglia di Chàlons e della Piana di Mauriac (451)
))
253
CAPITOLO Xl: L'Italia ostrogota
))
271
• Quadro storico. • Le battaglie di Tricameron (533) e di Taginae (552)
))
275
CAPITOLO XII: Ascesa ed espansione dell' Islam
))
295
• Quadro storico. • L'assedio di Costantinopoli (711 -718) e la battaglia di Tours (792)
))
299
CAPITOLO XIII: La rinascita dell'imperialismo nell'Europa Occidentale
))
313
• Quadro storico. • La battaglia di Hastings (1066)
))
321
CAPITOLO XIV:
))
343
• Quadro storico. • La battaglia di Manzikert (1071)
))
347
CAPITOLO XV: La Cristianità al contrattacco in Oriente
))
361
• Quadro storico. • La battaglia di Hattin (1187)
))
366
CAPITOLO XVI: La crisi dell'Impero d'Occidente e l'affermarsi di Francia e Inghilterra
))
387
• Quadro storico. • La battaglia di Sluy (1340) e di Crécy ( 1346)
))
393
555
LE BATTAGLIE DECISIVE DEL MONDO OCCIDENTALE
CAPITOLO XVII: Il tramonto del Medio Evo
pag.
415
• Quadro storico. • L'assedio di Orlèans (1429)
»
422
CAPITOLO XVIII: Il sorgere e l'affermarsi dell'Impero Otto mano
»
439
• Quadro storico. • L'assedio e la caduta di Costantinopoli (1453)
»
444
CAPITOLO :XIX: La riconquista e la riunificazione della Spagna
»
463
• Quadro storico. • L'assedio di Malaga (1487) e la conquista di Granada (1492)
»
467
CAPITOLO XX: La supremazia degli Imperi Spagnolo e Otto mano
»
485
• Quadro storico. • La battaglia di Lepanto
»
489
Indice dei nomi di persona
»
507
Indice dei nomi della località
>>
529
Indice delle figure
»
551