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L’esperienza della Grande Guerra a Siena approfondimenti a margine della mostra
FOTOGRAFI IN TRINCEA LA GRANDE GUERRA NEGLI OCCHI DEI SOLDATI SENESI
Saggi di Mauro Barni Martina Dei Alessandro Leoncini Fabio Mugnaini Laura Vigni
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www.polistampa.com © 2016 EDIZIONI POLISTAMPA Via Livorno, 8/32 - 50142 Firenze Tel. 055 737871 (15 linee) info@polistampa.com - www.leonardolibri.com ISBN 978-88-596-1659-7
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Sommario
7 La vita dei senesi nella guerra 1915-18, fra patriottismo e sofferenze Laura Vigni 29 L’assistenza sanitaria a Siena nella Grande guerra Mauro Barni 53 Dalle aule alle trincee Alessandro Leoncini 77 Echi di guerra al San Niccolò Fabio Mugnaini 103 “Avanzi di umanità”: la nascita dell’associazione nazionale tra invalidi e mutilati di guerra di Siena Martina Dei
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La vita dei senesi nella guerra 1915-18, fra patriottismo e sofferenze
Durante la Grande Guerra, la popolazione civile senese si sacrificò, soffrì e si esaltò al pari dei soldati al fronte, trascinata in una inusitata catena di avvenimenti che avrebbe lasciato profonde tracce nella vita individuale e collettiva. Particolarmente pesante fu il contributo imposto alle campagne condotte a mezzadria, dove il grande numero di richiamati1 compromise il normale andamento dei raccolti, mentre le requisizioni forzate di bestiame necessario per mantenere l’esercito, intaccarono il patrimonio zootecnico con conseguenze anche per gli abitanti della città. Al pari di tutte le guerre, non tutti i ceti sociali videro peggiorare le proprie condizioni materiali di vita, come attesta l’aumento dei depositi presso la banca Monte dei Paschi: le forniture all’esercito di prodotti agricoli favorirono i grandi proprietari fondiari2, così come quelle di proiettili assicurarono nuove entrate alle piccole industrie metalmeccaniche locali, riconvertite alla produzione bellica. La fine della guerra trovò la città più povera di quattro anni prima e deluse le speranze dei soldati su un possibile miglioramento delle loro condizioni di vita e lavoro. Il ritorno alla vita civile, così desiderato nei giorni passati in trincea, comportò la convivenza con una qualche invalidità o turbe nella psiche, e comunque il peso di quella esperienza violenta rese difficile per molti tornare ai ritmi della vita quotidiana ed ai valori della pace. Se i contadini poterono riprendere le attività conosciute del podere, peggiore fu la sorte degli abitanti della città, che spesso non riuscirono a rientrare nel Cui corrispose anche un grande numero di caduti. Cfr. S. SOLDANI, La grande guerra lontana dal fronte, in Storia d’Italia. Le Regioni dall’unità a oggi. La Toscana, a c. di G. MORI, Torino, Einaudi, 1986, pp. 345-455. 2 “Solo la possidenza agraria ebbe a risentire un indiscutibile vantaggio per l’aumento continuo dei prezzi dei cereali, legumi e biade, dell’olio di oliva.” Camera di Commercio ed Arti delle Provincie di Siena e Grosseto, Relazione Camerale 1914, p. 6. 1
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Un gruppo di soldati dell’87° Fanteria, 1915.
posto di lavoro lasciato. Una delle eredità più pesanti fu poi la grave epidemia influenzale, la “spagnola”, che nel corso del 1918 cominciò a colpire anche molti senesi, sia civili che soldati, indeboliti dalla sottoalimentazione e dai sacrifici compiuti negli anni precedenti (e che non erano destinati a finire presto). Sul piano politico la questione dell’intervento in guerra, e in quale schieramento – vista l’appartenenza dell’Italia alla Triplice Alleanza con gli imperi centrali –, provocò contrapposizioni profonde fin dal 1914. L’agguerrito fronte interventista antiaustriaco, composto dalle forze politiche monarchiche, liberali e da associazioni come la massoneria, alla testa delle principali istituzioni anche a livello locale, e sostenuto dai giovani studenti medi, universitari e dalla piccola borghesia impiegatizia, si impose sul neutralismo originario del Partito Socialista – che si divise e finì per nascondersi dietro l’ambigua parola d’ordine “né aderire né sabotare” – e del mondo cattolico. Il clima conflittuale fra i due raggruppamenti esplose nel senese in innumerevoli scaramucce individuali, o vere e proprie manifestazioni con scontri fisici, come quelle che si verificarono nei primi giorni del maggio 1915 a San Gimignano e a Siena.
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I SACRIFICI LONTANO DAL FRONTE Fin dal 1914 lo scoppio del conflitto in Europa aveva contribuito all’aumento della disoccupazione operaia e del costo della vita, provocando allarme nella popolazione per il timore di non poter acquistare il pane. Per evitare speculazioni venne sospeso il libero mercato del grano e della farina, quindi il Comune di Siena assunse in proprio l’acquisto della materia prima da consegnare ai forni cittadini e stabilì il prezzo massimo di un chilo di pane in 38 centesimi3 – abbassato per i più poveri a 36 centesimi, dopo lo sciopero del 27 gennaio 1915. Molti comuni della provincia costituirono un Consorzio Granario per acquistare il grano in maniera associata e quindi ad un prezzo più conveniente4. In città il Comune si assunse il ruolo di coordinamento per tutti i rifornimenti, acquistando non solo grano ma anche fagioli e riso da vendere in alcuni spacci autorizzati, ad un prezzo controllato. Per risparmiare sulla farina, si impose l’aggiunta di crusca e cruschello in misura sempre maggiore, fino a che nel 1917 non si consentì l’impiego di farina di riso, granturco, castagne e lupini, che producevano un pane nero sgradevole, fatto solo di mollica che rimaneva umida, poco digeribile. Il prezzo minimo era salito intanto a 40 centesimi il chilo per i poveri, mentre per il resto della popolazione si poteva arrivare a 45 e 48 centesimi5. La vendita dei prodotti alimentari era in gran parte effettuata nei magazzini comunali, ad un prezzo calmierato per quelli di maggior consumo (pane, carne di manzo e vitello, zucchero, latte, uova, olio di oliva, ecc.)6. Ma spesso questi prezzi non veniva rispettati e la popolazione diffidava dell’onestà dei negozianti, sospettati anche di falsificare il peso e la qualità dei prodotti messi in vendita. Sui giornali cittadini si accusavano i commercianti, ma soprattutto i contadini ed i venditori ambulanti, di violare le norme, senza che l’autorità comunale intervenisse a punire i colpevoli.
3 Archivio del Comune di Siena (da ora ACSi), Postunitario, I, Deliberazioni del Consiglio Comunale, Reg. 52, seduta del 29 dicembre 1914. 4 “La Vedetta Senese”, 1° gennaio 1915, resoconto della seduta del Consiglio Provinciale. 5 ACSi, Postunitario, I, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. 54, seduta 8 marzo 1916. 6 ACSi, Postunitario, IV, Deliberazioni della Giunta Municipale, reg. 54, seduta 16 agosto 1916.
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Esemplare ad esempio la vicenda dello zucchero: la carenza che si registrò già nel marzo del 1916 venne attribuita ad acquisti eccessivi, ma comunque il Comune aumentò le proprie riserve, verificando poi che i sospetti di accaparramento erano fondati, visto che nella drogheria Mosca venne scoperto un deposito di 50 quintali7. È evidente che certe categorie di rivenditori approfittavano della situazione per aumentare illecitamente i loro guadagni sfruttando la carenza di cibo, ma è altrettanto vero che per le autorità era comodo additarli come responsabili della situazione, sobillando l’ostilità popolare. La situazione dei rifornimenti alimentari andò progressivamente peggiorando: si cominciò a vietare l’uso dello zucchero nella preparazione dei dolci, sostituito con dolcificanti di varia natura8 e nel dicembre 1917 venne deliberata l’introduzione della tessera e il razionamento per tutti i principali generi9. La situazione si fece drammatica verso la metà del 1918 quando arrivò la metà del grano tenero necessario per cuocere il pane per il mese di agosto. Così divenne inevitabile aumentare nuovamente il prezzo al chilo del pane comune, già passato da 40 a 45 centesimi al chilo, portandolo a 47 centesimi per le famiglie povere e fino a 62 centesimi per il resto della popolazione10. Ma era la carne a scarseggiare in maniera preoccupante, perché il bestiame doveva essere inviato sul fronte di guerra per nutrire a dovere i soldati. La questione venne subito affrontata dalle autorità comunali che provarono a ricorrere alla carne “frigoriferata”, cioè congelata, ma non essendovi impianti idonei a mantenere la temperatura necessaria, in pochi giorni si deteriorava e diventava immangiabile. Alla ricerca di un’altra fonte di proteine animali si sollecitarono i cittadini a provvedere in proprio, allevando polli e conigli. Per la poca disponibilità di carne fu vietato ai macellai di vendere quella fresca il giovedì e il venerdì, mentre rimaneva autorizzata la vendita
“La Vedetta Senese”, 22 giugno 1916. “La Vedetta Senese”, 29 marzo 1917. 9 Con la tessera si potevano acquistare pro capite 300 gr. di pane al giorno e al mese 600 gr. di riso, 200 gr. di farina, 400 gr. di zucchero, 700 gr. di pasta da minestra e un chilo di farina di granturco. ACSi, Postunitario, I, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. 55, seduta 5 dicembre 1917. 10 ACSi, Postunitario, IV, Deliberazioni della Giunta Municipale, reg. 56, seduta 1 agosto 1918. 7 8
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delle frattaglie di bovini, ovini, caprini e suini (“specialità” del resto niente affatto insolita per gli abitanti più poveri della città) e gli insaccati. Come se ci fosse bisogno di convincere la popolazione, già provata da questa diminuzione dei generi alimentari, venne lanciata una campagna per dimostrare i benefici di un’alimentazione più ridotta (sic!). Per garantire le forniture all’esercito, il Ministero della Guerra dispose che la maggior parte dei prodotti della campagna (paglia, fieno, granturco, pollame, cereali, lana e bestiame) dovessero prioritariamente essere consegnati alla Commissione incaricata delle requisizioni. Nel luglio 1915 la “Commissione per la visita, accettazione e pagamento dei quadrupedi requisiti per l’Esercito”, stabilì che dalla provincia di Siena dovevano essere ceduti non meno di 3.800 “capi grossi” da macellazione11. I commissari si recavano nelle fattorie, con la protezione di qualche carabiniere, sceglievano il bestiame da prelevare e lo marchiavano, lasciandolo a disposizione dei contadini fino a che non fossero stati chiamati a condurlo a Siena, in Piazza d’Armi. La requisizione prevedeva il pagamento di un prezzo imposto dal governo, che era però molto inferiore a quello di mercato, tanto che due membri della commissione provinciale senese si dimisero per protesta12. In particolare a Montepulciano gli agricoltori denunciarono le irregolarità compiute dalla Commissione, che avevano provocato danni al buon andamento dei lavori agricoli e alla quiete della popolazione13. Nel maggio del 1916 una seconda incetta di bovini e foraggi prevedeva la fornitura da tutto il territorio provinciale di altri 3.600 buoi e 100.000 quintali di fieno. “Si tratta di una richiesta non indifferente”, notava il Prefetto, “ma gli agricoltori senesi chiamati a compiere questo nuovo sacrificio, risponderanno con serena volontà”14. Questi provvedimenti determineranno un enorme assottigliamento del patrimonio zootecnico in tutta Italia ma nella realtà senese, dove l’organizzazione mezzadrile prevedeva un ridotto numero di buoi soprattutto destinati al lavoro, la diminuzione comportò il calo delle coltivazioni. Come si sarebbero arati i campi per seminare il grano, come si sarebbe concimato il terreno?
“La Vedetta Senese”, 17 luglio 1915. Ivi. 13 “La Vedetta Senese”, 15 novembre 1915. 14 “La Vedetta Senese”, 20 maggio 1916. 11 12
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In generale poi il prevalere delle esigenze militari comportò una riduzione dei servizi pubblici, cui la città era abituata. A causa del progressivo aumento del prezzo del carbone si verificò una riduzione del gas per l’illuminazione pubblica ed un aumento del prezzo di quello per uso domestico, prodotto dall’Officina proprio attraverso la combustione del carbon fossile e già all’inizio del 1916 si dové dimezzare il servizio, lasciando al buio molte strade del centro. Limitazioni furono imposte anche per la illuminazione elettrica e per il traffico ferroviario, con il taglio dei collegamenti con Empoli, con Chiusi e con Grosseto. Per sistemare gli ospedali militari necessari per curare i soldati feriti15, il Comando del Presidio impose la requisizione di molti edifici scolastici16. Perciò fu molto difficile ad ottobre 1915 riprendere l’attività regolare per i 2.500 ragazzi che frequentavano le scuole dei vari gradi. Ci si rivolse anche ai proprietari dei grandi palazzi semivuoti del centro storico, ma inutilmente, e il prof. Barni arrivò a dimettersi per protesta dalla commissione comunale, accusandoli di essersi rifiutati con scuse e pretesti. Le lezioni ripresero quasi per tutti verso la fine di ottobre, limitate a sole 3 ore al giorno ed in locali di emergenza. Ma il Comandante del Presidio, forte delle superiori esigenze militari, continuò a fare pressioni sulle autorità civili, per avere a disposizione anche le Scuole Leopoldine17 e quelle di San Domenico, incontrando però la decisa opposizione del Sindaco18. Invece, malgrado le grandi difficoltà economiche del Comune, proseguirono – seppure a rilento fra polemiche e contrasti – i lavori per la realizzazione della rete di distribuzione dell’acquedotto del Vivo nel centro città e la contemporanea posa delle condotte della fognatura, che comportarono l’effettuazione di scavi in tutte le strade del centro. Sugli ospedali militari cfr. in questo volume il saggio di Mauro Barni. ACSi, Postunitario, Carteggio X.B, cat. VIII, b. 16. 17 La chiusura dell’antica scuola-fabbrica sistemata nell’ex convento di Monna Agnese, avrebbe danneggiato le povere famiglie delle ragazze che vi lavoravano. Lettera del Soprintendente delle Scuole, Lombardi, 10 settembre 1915 e del Sindaco Socini, 15 settembre 1915. Ivi. 18 Il Sindaco, sostenuto dall’Istituto di Belle Arti e dalla Soprintendenza ai Monumenti, voleva proteggere il valore monumentale e artistico del complesso, e infine fu solo grazie all’intervento della Direzione Belle Arti del Ministero dell’Istruzione, che l’autorità militare venne indotta a rinunciare a questa pretesa. Lettere del 5 ottobre 1915, 10, 14 e 20 novembre e 8 dicembre 1915. Ivi. 15 16
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UNA CITTÀ MOBILITATA NELL’ASSISTENZA Al momento dell’entrata in guerra sorsero come funghi associazioni di varia natura che si prefiggevano lo scopo di assistere le famiglie ed i figli dei soldati, e tutti coloro messi in difficoltà dalla guerra (profughi, soldati feriti, ecc.). In ogni Comune della provincia si costituirono Comitati Civili di Assistenza, composti da rappresentanti di partiti e organismi locali, diretti dalle personalità più in vista, che si prefiggevano lo scopo di raccogliere contributi di privati da erogare nelle varie opere di soccorso19. Nel capoluogo il fenomeno si manifestò ancor prima: già il 22 febbraio 1915 un gruppo di signore della buona borghesia e dell’aristocrazia cittadina, promossero la costituzione del “Comitato Femminile di Assistenza Civile per la Patria”, sotto la presidenza di Bianca Bindi Sergardi de Pazzi, per riunire tutte le attività femminili della provincia “per organizzarle e prepararle ad essere utili alla patria nostra in caso di bisogno qualora l’Italia dovesse partecipare alla gran lotta europea”20. In breve tempo raccolse 450 aderenti21, e definì un programma impegnativo da sostenere con lavoro volontario e beneficienza: aiuto economico alle famiglie povere dei richiamati, “ricreatori” per i figli dei soldati, servizio di mensa popolare (“zuppe economiche”), un Ufficio Notizie per mantenere rapporti epistolari fra le famiglie e i militari, confezionamento di indumenti di lana e di “scaldaranci” (manufatti di carta pressata imbevuta di sostanze grasse che bruciavano lentamente consentendo di scaldare una gavetta)22 da spedire ai soldati al fronte. Nei successivi anni inoltre sostenne il Comitato Profughi, curò l’invio di pacchi ai prigionieri, preparò doni di Natale per i soldati ricoverati negli ospedali e organizzò soggiorni marini per i figli dei combattenti. Le diverse associazioni si riunirono in un “Comitato per la Preparazione Civile”, ed in effetti la gestione dei vari servizi di assistenza non fu esclusiva di una o dell’altra.
19 Un elenco con il dettaglio delle iniziative svolte in ciascun comune e le difficoltà incontrate in ASSi, Gabinetto di Prefettura 155, Rendiconti del 1916. 20 “La Vedetta Senese”, 26 febbraio 1915. 21 ACSi, Postunitario, Carteggio X.B, cat. VIII, b. 16, Lettera al Sindaco marzo 1915. 22 Nel dicembre 1916 vennero spediti 100 sacchetti contenenti ciascuno 1.000 dischetti, preparati anche dai soldati ricoverati e dalle giovani operaie in una mobilitazione diffusa; poi a gennaio 1917 ne vennero spediti altri 300.000.
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Così ad esempio il servizio di mensa popolare fu assicurato per un certo periodo dall’Istituto di Mendicità, poi dalla Congregazione di Carità e quindi dal Comitato Pro Patria. Una delle associazioni era denominata “pro-lana” e si occupava di confezionare indumenti caldi per i soldati al fronte (calze, passamontagna, guanti, maglioni e sciarpe). A dicembre 1916 erano 134 le donne impegnate (fra cui spiccava l’autorevole figura della garibaldina Baldovina Vestri), oltre a 250 alunne delle scuole elementari, quelle della scuola Normale e dell’Istituto Santa Caterina, le ricoverate e le infermiere del manicomio, quelle della clinica Ostetrica e della casa di riposo Butini Bourke. La Croce Rossa svolse una prevalente attività in ambito sanitario impegnando molte signore nelle corsie dell’Ospedale di Piazza d’Armi; le stesse si occupavano anche di confezionare pacchi destinati ai prigionieri di guerra senesi in Austria, grazie alla raccolta di fondi con varie iniziative benefiche (anche una mostra di ventagli allestita presso il Palazzo del Magnifico in via dei Pellegrini23). Non era affatto sicuro che i pacchi giungessero poi ai destinatari segregati nei campi di concentramento austriaci: ne abbiamo una testimonianza diretta dalle memorie di Cesare Goretti, catturato dagli austriaci dopo la disfatta di Caporetto e rinchiuso nel campo di Celle24. La mancata consegna dei pacchi viene anche attribuita allo scarso impegno italiano verso questi prigionieri, accusati dallo stesso generale Cadorna di codardia e di aver ceduto troppo facilmente al nemico25. Le famiglie bisognose dei richiamati dovevano ricevere un sussidio statale, ma era così esiguo che non bastava a sostituire il salario che il soldato percepiva nella vita civile. Oltretutto in alcune località le Commissioni comunali li attribuivano a famiglie benestanti negandoli invece a quelle effettivamente bisognose, come accadde a San Casciano Bagni, dove intervenne il sottoprefetto di Montepulciano26.
“La Vedetta Senese”, 8 agosto 1916. P. GORETTI, Giovanotti in trincea, Siena, Vanzi editrice, 2007. 25 La scelta più cinica e feroce di tutta la guerra “fu la decisione di lasciar morire di fame decine di migliaia di prigionieri, nella convinzione che ciò valesse a trattenere i combattenti dalla resa e dalla diserzione”. In M. ISNENGHI, G. ROCHAT, La grande guerra 1914-1918, Bologna, Il Mulino, 2008, p. 349. 26 ASSi, Gabinetto della Prefettura 155, ottobre 1915. 23 24
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Manifesto del Comune per annunciare l’apertura del primo Ricreatorio per i figli dei soldati presso il Giardino di Palazzo Bianchi, 7 luglio 1915.
Per integrare il sussidio statale a Siena non ci si affidava solo alla carità privata, ma interveniva direttamente il Comune: dal giugno 1915 al novembre 1916 a 670 famiglie della città vennero erogati piccoli sussidi settimanali per un importo di Lire 117.000: mediamente 175 lire per quasi un anno, cioè per 50 centesimi il giorno (ci si comprava poco più di un chilo di pane). E poi alla metà del 1917 si cominciò a chiedere ai privati di donare all’erario metalli preziosi, essenzialmente oro. Sulle pagine dei giornali locali comparivano ogni giorno elenchi di persone che regalavano quello che potevano: dalle spille, ai collier, fino al ditale d’argento. Il Comitato di Assistenza e Preparazione Civile aveva organizzato nel settembre 1916 dei ricreatori per i più piccoli, figli di richiamati, orfani di guerra e profughi, che accoglievano 80 bambini fra maschi e femmine dalle 8 del mattino alle 4 del pomeriggio, lasciando così libere le madri di lavo-
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rare. Strutture di accoglienza per i bambini sorsero anche nelle frazioni di Taverne d’Arbia, Costalpino e Costafabbri, grazie alle associazioni femminili di mutuo soccorso locali. Ma l’andamento della guerra cominciò a far aumentare esponenzialmente il numero dei ragazzi orfani, che alla metà del 1916 raggiunsero in tutta la provincia il numero di 375 fra maschi e femmine. Sorse un Comitato Provinciale per gli Orfani di Guerra che stabilì per quelli abitanti in città l’accoglienza all’Orfanotrofio San Marco, al Collegio Tolomei e al Seminario arcivescovile, mentre si preferiva lasciare i figli dei contadini presso le famiglie d’origine in campagna. Per questi ragazzi, l’Opera Nazionale per l’assistenza civile e religiosa degli orfani di guerra, nel 1917 aprì una Colonia agricola a Canonica a Cerreto nel comune di Castelnuovo Berardenga, che avrebbe accolto giovani dagli 8 ai 18 anni27. Un’altra categoria di bisognosi da assistere, furono i 300 profughi provenienti dai dintorni di Gorizia, da Tolmino e da Gradisca d’Isonzo, in prevalenza anziani, donne e bambini, che già nei primi mesi di guerra cominciarono ad arrivare a Siena28. Per ospitarli si ricorse a sistemazioni precarie come l’Orfanotrofio, l’ex convento delle Clarisse, il Ricovero di Mendicità. Ci si preoccupò soprattutto dei bambini e il Comune affidò ad un maestro di Gradisca d’Isonzo l’incarico di tenere un regolare corso di istruzione per quelli delle prime 3 classi delle scuole elementari. Per dare un’occupazione alle giovani profughe il Comitato senese di assistenza ai profughi aprì anche un laboratorio di sartoria, ospitato in una sala di Palazzo Piccolomini Clementini messa a disposizione dalla contessa Bianca. Un altro centinaio di profughi, provenienti dalle campagne intorno a Gradisca, trovarono accoglienza a Montepulciano. A Siena invece ne giunsero altri nell’agosto del 1916 e vennero ammassati nei locali della scuola comunale di Santo Spirito. Alla fine del 1917, a seguito della disfatta di Caporetto, ci si aspettava anche a Siena l’arrivo di una nuova ondata di profughi e per ospitarli, oltre alle ultime scuole rimaste, il Prefetto sollecitò i proprietari a mettere a disposizione ville e case, che altrimenti sarebbero state requisite. La gran parte dei profughi erano poveri contadini, ma non mancavano anche soggetti guardati con sospetto dalle autorità e dai cittadini, che non li
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“La Vedetta Senese”, 6 aprile 1917. “La Vedetta Senese”, 9 giugno 1915.
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distingueva dagli internati inviati a Siena soprattutto nel 1918, i quali si comportavano male e facevano propaganda filo tedesca. La convivenza diventò sempre più difficile e sui giornali si raccontava di profughi e internati austriaci che andavano nelle osterie a ubriacarsi e parlar male della guerra italiana.
L’EFFETTO DELLA GUERRA SULL’ECONOMIA CITTADINA E IL NUOVO RUOLO DELLE DONNE
In tutto il territorio provinciale le esigenze belliche determinarono nuove occasioni di lavoro, ad esempio la riapertura di varie miniere di lignite, con cui si sopperiva alla mancanza di carbon fossile: a Castellina in Chianti, Murlo, Spannocchia, Pienza, ecc. Le aziende meccaniche trovarono nuove lucrose commesse nel settore degli armamenti. Fu l’Officina Romei ad acquisire per prima l’appalto per la fabbricazione di proiettili da artiglieria da 75 mm29, poi seguita da altre della provincia. Per sostituire gli operai tornitori andati in guerra vennero assunte un gran numero di donne, soprattutto giovani, istruite a lavorare come tornitrici o in altre mansioni collaterali. L’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, fenomeno che si verificò all’epoca in tutta Italia, fu obbligato dal venir meno del tradizionale sostentamento maschile, ma non sarebbe corretto pensare che le donne dei ceti inferiori non dessero il loro contributo al bilancio familiare anche in epoca di pace, anzi spesso erano loro che sostenevano il peso maggiore. Ma l’ingresso in un’officina meccanica fu veramente una novità, cui si aggiunse anche lo stabilimento aperto da Elia Coli nel novembre 1915 in via delle Sperandie, dove il personale esclusivamente femminile era addetto alla produzione delle fialette in vetro per contenere i vaccini contro il tifo e il colera (prodotti nell’Istituto Sclavo), da somministrare ai soldati al fronte. Un’altra grande impresa lavorativa che consentì alle donne di guadagnarsi uno stipendio fu resa possibile dalla guerra: il confezionamento delle divise per l’esercito che il Comune riuscì ad ottenere, impiegando un gran
Camera di Commercio ed Arti delle Provincie di Siena e Grosseto, Relazione Camerali 1914-16, Siena, Premiata Tipografia Cooperativa, 1916. 29
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numero di sarte. Nel novembre del 1916 e nel febbraio 1917 il Comune – come tale – riuscì a vincere appalti per la cucitura di divise per l’artiglieria, superando impresari privati che avrebbero lucrato sullo stipendio delle cucitrici. Il primo appalto era relativo a 5000 divise che dovevano essere consegnate in 40 giorni30. Informata la cittadinanza, si presentarono 500 sarte che si suddivisero il lavoro. Il gruppo più specializzato si occupava del taglio delle stoffe, poi per il confezionamento le cucitrici provvedevano al proprio domicilio, oppure nelle istituzioni in cui erano ospitate come l’Orfanotrofio, gli istituti Santa Caterina e San Girolamo, ricevendo una paga superiore a quella corrente. Le donne lavorarono con impegno e il lavoro fu consegnato in anticipo. Passato qualche mese il Sindaco ottenne una fornitura più consistente di 15.000 paia di pantaloni. Questa attività aiutò molte famiglie a sopravvivere durante quegli anni difficili. Sulle donne della campagna ricadde invece intero il peso della conduzione dei poderi, dopo che i giovani di casa erano stati richiamati e non venivano nemmeno mandati in licenza all’epoca dei lavori più impegnativi, come la mietitura o la vendemmia. Malgrado questa possibilità fosse prevista, il Ministero della Guerra in genere respinse le domande avanzate dai mezzadri senesi, anche se erano sostenute dalla Camera di Commercio, dal Consiglio Provinciale e anche dai singoli proprietari.
LA CHIESA SENESE E LA GUERRA La Chiesa e il mondo cattolico senese si erano schierati inizialmente a favore della neutralità, non senza sfumature filotedesche31, ma durante la guerra si impegnarono nelle varie opere di assistenza. L’Associazione Cattolica Popolare dal novembre 1915 mise a disposizione i suoi locali in via San Martino per ospitare la Casa del Soldato, con sale di lettura, scrittura e gioco, che fu inaugurata ufficialmente il 6 gennaio 1916, con una grande festa cui parteciparono tutte le autorità cittadine (dall’arcivescovo Scaccia, al Sindaco e vari consiglieri comunali).
“La Vedetta Senese”, 17 dicembre 1915. Cfr. A. MIRIZIO, I buoni senesi: cattolici e società in provincia di Siena dall’Unità al fascismo, Brescia, Morcelliana, 1993, pp. 238 sgg. 30 31
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La vita dei senesi nella guerra 1915-18, fra patriottismo e sofferenze
Sala di lettura nella Casa del Soldato in via San Martino, 1915.
Sala delle conferenze nella Casa del Soldato in via San Martino, 1915.
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Una cooperativa cattolica, la San Giuseppe, operò fattivamente per produrre pane a poco prezzo: nel gennaio 1916 aprì in via dei Fusari un moderno forno con impastatrici meccaniche e molini a cilindri e nell’aprile 1917 uno spaccio in Piazza Indipendenza, dove il pane integrale costava 45 centesimi il chilo32. L’impegno delle autorità ecclesiastiche era di dimostrare sostegno alla guerra per un sentimento di obbedienza alle leggi della patria, ma lo stesso Arcivescovo Scaccia nella Lettera Pastorale della quaresima 1916 scriveva: “La guerra, in quanto è voluta e preparata dalla nequizia degli uomini, noi dobbiamo detestarla”. Questa ambiguità provocò polemiche feroci da parte dei partiti anticlericali e massonici fautori del conflitto, che si manifestavano non solo nelle denunce di quei parroci che durante la messa sostenevano le ragioni della pace, ma soprattutto in un attacco continuo verso le iniziative di Don Nazzareno Orlandi e il giornale da lui diretto “Il Popolo di Siena”. Eppure nel suo ricreatorio era stato creato il corpo dei Giovani Esploratori e i molti giovani che lo frequentavano si impegnavano in molte iniziative assistenziali. L’ostilità si manifestò palesemente quando l’Arcivescovo, insieme al Collegio Parrocchiale presieduto da Orlandi e alle Contrade, chiese di effettuare il 15 agosto 1918 una grande cerimonia in Piazza del Campo, portando la Madonna del Voto alla Cappella Civica “per invitare gli adunati a giurare la loro fede nei destini della patria e il loro proposito di affrontare saldamente le inevitabili sofferenze che la grandezza dell’ora impone.33” Il Prefetto esitò ad accogliere tale domanda, sottolineando l’ostilità dei partiti sostenitori della guerra verso don Nazzareno Orlandi “che accusano di scarso patriottismo e di ostilità alla guerra nostra e che la Democrazia in genere e la massoneria in specie assilla con continue ed aspre polemiche, penosamente contenute dalla censura, nel suo giornale Il Popolo di Siena”. Fra l’altro proprio in quei giorni era stata pubblicata una dichiarazione di solidarietà del clero senese verso Don Orlandi, “nella difesa che questi aveva fatta nel proprio giornale dell’opera del Papato durante la Guerra”. Perciò il Prefetto aveva autorizzato che la cerimonia si svolgesse ma in Piazza del Duomo,
“La Vedetta Senese”, 12 aprile 1917. ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO (da ora ACS), cat. A 5G, busta 122, fasc. 246, sott. 2, 8 agosto 1918. Ringrazio Gabriele Maccianti, che ha consultato questo materiale presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, permettendomi di condividerlo. 32 33
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come luogo più caratterizzato dalla religiosità che avrebbe potuto prestarsi meno a proteste plateali. Infatti tutto andò tranquillamente: la cittadinanza senese affollò la Piazza per ascoltare il Sindaco che lesse la formula di giuramento alla Madonna. Poi l’arcivescovo invocò la benedizione sulle armi nazionali e degli alleati34.
LO SPIRITO PUBBLICO: IL DISSENSO, LA PROTESTA E LA PROPAGANDA Fin dal 1915 le proteste popolari per l’aumento del costo della vita si intrecciarono con quelle a favore della pace, come la giornata di mobilitazione nazionale per la neutralità che venne proclamata il 21 febbraio dal Partito Socialista Ufficiale, ottenendo nella nostra provincia un notevole successo con manifestazioni a Siena35, a Pieve di Sinalunga, Poggibonsi, Staggia, Chiusi, Colle Val d’Elsa ma anche nei piccoli paesi di Ciciano e Montalcinello. Tutto si svolse senza disordini, tranne a Radda in Chianti dove contadini e braccianti si presentarono minacciosi al palazzo comunale chiedendo un abbassamento del prezzo del grano36. Altre manifestazioni contro i grandi proprietari che cercavano di esportare il grano e mantenevano un prezzo elevato, si verificarono in Val di Chiana dopo la mietitura: il 30 agosto a Sarteano, i primi giorni di settembre a Trequanda e a Sinalunga. Qui in particolare un numeroso gruppo di operaie delle fornaci Dauphiné, cui si aggiunsero quelle del capoluogo e delle campagne vicine, si mosse verso Sinalunga contestando anche il consigliere socialista Baccheschi e gridando contro la guerra37. Con il procedere della guerra lo scontento popolare venne tenuto a freno da un’intensa attività di propaganda patriottica, efficace particolarmente in città grazie alla censura sui giornali38 ma anche all’utilizzo di
“Il Libero cittadino”, 15 agosto 1918. Sul reale carattere della manifestazione tenuta in città vi sono dubbi, perché l’onorevole Sciorati in realtà fece un discorso interventista, evidenziando così le contraddizioni interne al fronte socialista. Relazione del Prefetto 22 febbraio 1915, ACS, cat. A 5G, busta 122, fasc. 246, sott. 1. 36 “La Vedetta Senese”, 24 febbraio 1915. 37 “La Vedetta Senese”, 17 settembre 1915. 38 Un esempio dei criteri seguiti dagli addetti alla censura delle notizie pericolose è documentato dalla copia di un numero de “La Gazzetta di Siena” del 15 ottobre 1916, con 34 35
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spettacoli cinematografici39 e teatrali, nonché di conferenze pubbliche pressoché quotidiane, capaci di animare l’entusiasmo popolare e di far sentire più vicini i combattenti. Un’occhiuta polizia teneva sotto controllo i più noti soggetti anarchici, che tentarono alcune sortite pubbliche ma vennero subito incarcerati o ricoverati in manicomio. Anche le spie erano utili per scovare potenziali disfattisti, come quella che in un ristorante il 17 aprile 1916, aveva sentito Galileo Cucini, detto Gallina, diffondere notizie negative sull’andamento della guerra: arrestato, fu condannato a 25 giorni di carcere, anche se il suo avvocato era riuscito a ridurre l’accaduto alle chiacchiere di un ubriaco, che era sempre stato un buon patriota40. Meno pericoloso era usare l’arma dell’ironia e la presa in giro, magari affidata ai ragazzi. Un ufficiale aveva denunciato che un gruppo di scolari delle scuole elementari andava cantando una versione offensiva della patriottica canzone “del bombardiere”, mentre un altro aveva intonato strofe ingiuriose sulle infermiere delle Croce Rossa, incoraggiato peraltro da una donna che gli aveva anche lanciato un soldo41. Insomma era evidente che dietro i proclami ufficiali, la popolazione più umile si sentiva estranea o vittima rispetto alla guerra, come rivelava un anonimo informatore che aveva sentito donne pronunciare parole disfattiste (“se continua così non permetteremo agli uomini di partire”). Lo stesso soggetto, commentando lo stato dello spirito pubblico sulla guerra in provincia di Siena, osservava una scarsa attività di propaganda nelle campagne (“abbandonate a se stesse”), mentre in città, oltre alle difficoltà alimentari, era il peggioramento della situazione economica a raffreddare gli entusiasmi patriottici42.
questi articoli cancellati: un attacco ai contadini che si approfittavano della guerra, guadagnando a scapito della città; accuse ai canonici di essere imboscati; una notizia da Montepulciano su quanto scritto da un soldato alla famiglia, cioè che 40 preti erano stati arrestati per alto tradimento commesso con un servizio di telefoni sotterranei comunicanti con il nemico. ARCHIVIO DI STATO DI SIENA (da ora ASSI), Gabinetto della Prefettura 155. 39 Ma nei locali si proiettavano anche i film romantici così come nei teatri continuò una programmazione quasi regolare con spettacoli drammatici e comici, attirandosi per questo le critiche di chi avrebbe voluto una maggiore compenetrazione nelle dolorose vicende del prosieguo della guerra. 40 “La Vedetta Senese”, 17 aprile 1916. 41 “La Vedetta Senese”, 15 e 16 marzo 1917. 42 Rapporto riservato alla Direzione generale della Pubblica Sicurezza sullo spirito pubblico in provincia di Siena, 6 giugno 1917. ACS, cat. A 5G, busta 122, fasc. 246, sott. 1.
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Più drammatici e dolorosi gli episodi di malessere profondo che videro alcuni giovani soldati senesi, ricorrere a forme di autolesionismo o proprio al suicidio per sottrarsi agli orrori della guerra43. Invece in alcuni paesi della provincia e nelle campagne l’opposizione alla guerra e ai sacrifici che comportava per la popolazione più povera, si fece sentire con iniziative clamorose e molto partecipate, che la dura repressione poliziesca non riusciva a tenere sotto controllo. A Sinalunga il 6 gennaio 1917 circa 300 donne provenienti dalle campagne si raccolsero insieme a molti uomini, formando un assembramento di un migliaio di persone. I dimostranti, armati di randelli e gridando “abbasso la guerra vogliamo la pace”, lanciarono sassi contro i vetri di uffici pubblici e della casa del Sindaco. La manifestazione proseguì finché non giunsero molti carabinieri dai paesi vicini, che riuscirono ad arrestare 42 persone, per lo più donne, processate per violenza privata e danneggiamento. Angela Bisignani, che aveva capeggiato la protesta, fu condannata a 3 anni di reclusione e le fu negata la sospensione della pena, mentre altre ebbero 8 mesi e furono rimesse in libertà44. L’avvenimento mise molto in allarme le autorità, spingendo il Sindaco e tutto il consiglio comunale di Sinalunga alle dimissioni. Dalle indagini venne accertato che la manifestazione era maturata spontaneamente nelle campagne, senza essere sobillata da nessuno, per cui venne presa molto sul serio la voce che la domenica successiva sarebbero state le donne di Bettolle a scendere in piazza. Invece non accadde nulla. Fra i partiti politici l’unico che tentava di organizzare qualche protesta era il Partito Socialista, anche se la situazione era molto diversa da una località all’altra. Ad Abbadia di Montepulciano esisteva una forte sezione, che in passato aveva costruito anche una casa del popolo, ma la guerra ne aveva
Un caporal maggiore dell’8° corpo d’armata aveva ingerito tintura di iodio; un contadino di 24 anni, mezzadro di un podere fuori Porta Tufi, che era stato per parecchi mesi al fronte riportando una ferita alla mano sinistra e contraendo una grave malattia polmonare, era stato mandato in licenza a Siena ma invece di tornare a combattere preferì gettarsi in un pozzo; un ventottenne di Santa Fiora, vestito elegantemente, si buttò dalla Fortezza e nelle tasche gli trovarono il foglio di richiamo alle armi; un contadino diciottenne, che abitava in un podere a S. Regina, si impiccò temendo di essere chiamato in guerra, dove già si trova il fratello maggiore. “La Vedetta Senese”, 25 gennaio, 13 marzo, 5 maggio, 2 agosto 1916. 44 Relazione del Prefetto del 3 febbraio 1917, in ACS, cat. A 5G, busta 122, fasc. 246, sott. 2. 43
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disperso i membri sui vari fronti45. Qui però raccolse adesioni una iniziativa assunta dalla Direzione nazionale del partito che nell’aprile 1917 aveva inviato un manifesto ed una petizione dal titolo “Pro Pace” che chiedeva al governo un’azione diretta al conseguimento della pace46. Il tutto era finito in mano ai carabinieri perché consegnato dal rappresentante della stessa sezione, eppure una cinquantina di persone del paese, con la calligrafia incerta di chi non era abituato a scrivere, ebbero il coraggio di apporre la propria firma in calce alla petizione47. Volantini contenenti lo stesso testo erano stati lanciati da un auto che aveva attraversato in velocità l’abitato di Poggibonsi, senza che gli autori, che rischiavano l’arresto, potessero essere identificati48. Questa adesione agli ideali socialisti diffusa nelle frazioni di Abbadia e Acquaviva di Montepulciano portò, nel marzo 1917, ad una manifestazione più politica, con il rifiuto da parte dei contadini di piantare tabacco e barbabietole da zucchero, come disposto dal Prefetto e richiesto dai proprietari per corrispondere alla crescente domanda dell’Esercito. Sui muri apparvero alcuni manifesti scritti a mano in cui si invitavano i contadini a disubbidire, seminando invece cereali e legumi necessari a sfamare le famiglie49. Nel capoluogo il Partito socialista tenne un atteggiamento ambiguo: sembrava appoggiare senza esitazioni la guerra, eppure nell’ottobre 1917 organizzò un convegno pubblico in cui si parlò della necessità di aumentare
45 Nel rapporto del Delegato di PS si diceva che la “sezione socialista ora può considerarsi sciolta per mancanza di soci chiamati alle armi, ma che sarà ricostituita con più numerosi elementi dopo la guerra; ivi è una casa del popolo fondata dal noto prof. Viggiani ora a Milano, ivi la classe dei contadini imbevuta di insani principi, nutre quasi un odio contro la classe dei signori”. 6 marzo 1917, ivi. 46 Il manifesto intitolato “Pro Pace” e rivolto ai proletari d’Italia, era firmato da esponenti della Direzione e del gruppo parlamentare del Partito Socialista Italiano, e anche da esponenti della Confederazione Generale del Lavoro. 47 Relazione del Prefetto del 21 aprile 1917, manifesto e testo della petizione con firme di sottoscrittori. Ivi, 48 Rapporto del Delegato di PS di Poggibonsi, 5 maggio 1917, ivi. 49 Il delegato di Pubblica Sicurezza spiegava così le ragioni della protesta: “lo scopo è danneggiare i signori che hanno voluto la guerra. Perché è tutta qui la questione: la classe dei contadini è stata in questi ultimi tempi quella su cui la propaganda contro la guerra ha fatto più presa. Si è insinuato nella loro rozza mente che la guerra l’hanno voluta i signori per sterminare il popolo”. Relazione del Prefetto del 6 marzo 1917, in ACS, cat. A 5G, busta 122, fasc. 246, sott. 2.
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Manifesto del Distretto Militare di Siena indicante i punti di raccolta delle reclute e dei riformati, 20 novembre 1915.
la propaganda contro la guerra, soprattutto fra le donne e i giovani, per conseguire al più presto la pace, rendendo omaggio alle vittime della repressione nello sciopero di Torino. L’incontro, che si svolse presso la Camera del Lavoro con la presenza di due esponenti nazionali (l’onorevole Ferruccio Bernardini e il segretario Costantino Lazzari) vide la partecipazione di circa 70 rappresentanti delle sezioni del partito socialista ufficiale di Poggibonsi, Colle, Montepulciano, Sinalunga, Asciano, Montalcino, Castelnuovo, Rosia50. Riguardo poi alle iniziative patriottiche promosse in varie località per tenere unita la popolazione, mentre a Colle Val d’Elsa il Partito socialista aveva rifiutato di aderire al Comitato per la difesa civile, a Poggibonsi par-
50 Rapporti di polizia del 22 ottobre 1917. Ivi. A Torino in agosto si era verificata una rivolta popolare contro la guerra proseguita per alcuni giorni, repressa nel sangue dalla polizia che uccise 50 manifestanti.
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tecipava convintamente alle riunioni, insieme a sacerdoti e massoni, per organizzare un’azione diretta a mantenere alto lo spirito della cittadinanza ed eccitare i sentimenti della solidarietà nazionale51. Ma quello che colpisce è il protagonismo del mondo femminile contadino nelle proteste, che continuarono a scoppiare in varie località della provincia, intorno alle medesime rivendicazioni: la fine della guerra, il ritorno dei mariti e dei figli, l’abbassamento del prezzo del grano. Per rendere più efficace la richiesta, in molti casi si rifiutavano di incassare il sussidio governativo per le famiglie dei richiamati. Il 7 maggio 1917 a Radda in Chianti si ritrovarono in 150 davanti al palazzo comunale ad invocare la pace e insultare l’impiegato comunale addetto alla distribuzione dei sussidi, che si spaventò così tanto da tentare il suicidio52. Il giorno successivo furono circa 400 le donne che dalle campagne si diressero verso Gaiole in Chianti, incontrando una maggiore resistenza dei carabinieri e alcune furono arrestate per essere poi rapidamente rilasciate. Nei primi giorni di agosto 1917 la Val di Chiana fu attraversata da una serie di affollate manifestazioni di donne: a Montepulciano il 6 agosto arrivarono 500 contadine da Gracciano, Ciarliano, Cervognano e da Acquaviva; lo stesso giorno a Chiusi erano 200 le manifestanti che si limitavano a gridare, ma vennero tuttavia denunciate, multate e alcune arrestate, per essere presto rilasciate per esigenze familiari53. Nell’ottobre 1917 il Prefetto Vitelli, informando il Ministero dell’Interno sullo stato dello spirito pubblico, ricordava che “le popolazioni della provincia di Siena si dimostrarono fin dall’inizio poco favorevoli alla guerra”, e che al momento “fra i contadini si diffonde un forte malcontento e un vivo desiderio che la guerra finisca prima possibile” 54. Una delle cause era la carenza di grano, che veniva requisito per essere esportato in altre province: per spedirne un carico di 400 quintali a Firenze, il Prefetto dovette predisporre un servizio di accompagnamento con 70 carabinieri. Ma lo stesso Vitelli si rendeva conto che, dopo lo scarso raccolto, le continue esportazioni di grano ordinate dal Commissariato Generale dei consumi, che
Rapporto del 1 novembre 1917, in ACS, cat. A 5G, busta 122, fasc. 246, sott. 5. Relazioni del Prefetto del 18 e 22 maggio 1917, ivi. Ventuno donne identificate vennero giudicate dalla Pretura di Radda “per dimostrazioni contrarie alla guerra” e condannate a pene variabili da 6 a 40 giorni di arresto oltre ad un’ammenda. Nota del Prefetto al Ministero degli Interni del 24 luglio 1917. ACS, cat. A 5G, busta 122, fasc. 246, sott. 2. 53 Rapporti del Prefetto del 10 e del 13 agosto 1917. Ivi. 54 Relazione del Prefetto sullo spirito pubblico, 2 ottobre 1917. Ivi. 51 52
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ad ottobre 1917 avevano raggiunto i 25.000 quintali, rischiavano di lasciare la popolazione alla fame e originare disordini55. Più preoccupanti furono gli atti di insubordinazione verificatisi il 21 giugno 1917 fra i 250 soldati della compagnia del 141° Battaglione di stanza a San Gimignano. Ricevuto l’ordine di partire per Livorno, molti rimasero fuori della caserma tutta la notte cantando canzoni contro la guerra, offensive dell’esercito e del Re. Essendo gli stessi militari che avevano a suo tempo fraternizzato con i prigionieri austriaci impiegati nei lavori stradali, il Prefetto riteneva che fossero stati influenzati da personaggi del luogo, perché la “zona è affetta da sovversivismo”56. In questo contesto cresceva il clima di sospetto verso chi osava esprimersi contro la guerra, accusato sbrigativamente di disfattismo, e aumentavano le delazioni. A Montepulciano una lettera anonima accusava le autorità di non vigilare abbastanza sui profughi della Carnia e di Gorizia, che avevano festeggiato Caporetto insieme ai prigionieri tedeschi e di non colpire gli abusi dei negozianti che non rispettavano i prezzi fissati dal calmiere57. Fu nell’ultimo anno di guerra che gli stessi soldati vennero particolarmente controllati e con facilità accusati di disfattismo e per questo puniti. Una conversazione al caffè, un commento avventato in una compagnia casuale, potevano portare all’arresto e al carcere, come capitò al militare che, nella vettura che scendeva da Chiusi città a Chiusi Scalo ebbe la sfortuna di trovarsi accanto al Delegato di PS, che gli attribuì queste parole “altro che andare innanzi, bisogna andare indietro e ammazzare i ricchi e gli ufficiali; il primo ad essere ucciso sarebbe il mio ufficiale”. Non fece in tempo a scendere che venne immediatamente arrestato per disfattismo58. Anche le canzoni diventavano strumento di protesta, soprattutto se eseguite in coro in luoghi pubblici, considerate assai pericolose dalle autorità perché deprimevano lo spirito pubblico. Diversi soldati di leva furono arrestati in città il 6 marzo 1918 perché per strada intonavano strofe che invitavano alla diserzione; rico-
55 Il Prefetto Vitelli non si rifiutava di mandare il grano richiesto a Lucca, ma “a patto che io possa promettere la restituzione del grano che esce, altrimenti la popolazione insorgerà indubbiamente perché qui di grano non ce n’è tanto da mandarne fuori: quest’anno Siena ne ha pochissimo…”. Ivi. 56 Rapporti del Sindaco di San Gimignano e del delegato di PS di Poggibonsi, 7 luglio 1917. Ivi. 57 Lettera del 19 gennaio 1918, ivi. 58 Relazione del Prefetto al Ministero dell’Interno, 22 settembre 1918, ivi.
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nosciuti vennero poi condannati “per propaganda contro la guerra e disfattista” alla reclusione per periodi oscillanti fra 17 giorni e due mesi59. La preoccupazione che la popolazione non sostenesse abbastanza l’impresa militare portò ad aumentare le attività di propaganda, come quella avanzata nel 1918 da Gino Sarrocchi, deputato e animoso sostenitore della guerra, per la costituzione anche a Siena di un Comitato di Resistenza Civica, formato dagli esponenti più autorevoli del ceto dirigente, per persuadere i cittadini a sopportare i sacrifici. In effetti venne formato sotto la presidenza del prof. Virgili, e svolse un’aspra campagna contro ogni sospetto cedimento, sollecitando anche delazioni anonime, l’inasprimento della censura sui giornali e anche sugli atti parlamentari. La fine della guerra e la vittoria esaltarono lo spirito patriottico, ma, dopo la rivoluzione russa, offrirono opposte occasioni di manifestazioni ai socialisti che vedevano concretizzarsi i progetti di rinnovamento della società con gli operai protagonisti. Una manifestazione del genere si tenne a Colle Val d’Elsa, subito dopo che era giunta la notizia dell’armistizio. Durante la notte vennero affissi in piazza Arnolfo manifesti scritti a mano, su cui si leggeva: “I fratelli hanno unito i fratelli. Viva il governo dei soviet russi! Viva la pace. Abolite la censura”, e poi nel pomeriggio fu organizzato un corteo formato da donne, ragazzi e operai del partito socialista che, sventolando bandiere rosse, gridavano “Viva Lenin viva la Russia Viva la pace russa Vogliamo l’amnistia Abbasso i preti”, e intonavano inni sovversivi. Il comandante dei carabinieri impose lo scioglimento del corteo e l’arresto di alcuni soldati presenti. Le autorità erano molto allarmate e il Prefetto dispose la più dura repressione di simili manifestazioni60. Si preparava quindi un dopoguerra molto difficile, nel quale le difficoltà economiche determinate dall’impegno bellico si aggiunsero all’inasprirsi della conflittualità politica sia nelle città che nelle campagne.
Nel marzo 1918 alcuni militari tornati in licenza dal fronte diffondevano voci negative sull’andamento della guerra. Secondo un rapporto dei carabinieri alcuni aveva detto che presto ci sarebbe stato un altro rovescio come Caporetto (“il primo lo hanno fatto i comandanti questo lo faranno i soldati”), che i soldati volevano lasciare le armi e abbandonare le trincee. Rapporto del 19, 22 marzo e 15 aprile 1918, ivi. 60 Rapporto del Prefetto al Ministero, 9 novembre 1918, ivi. 59
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L’assistenza sanitaria a Siena nella Grande guerra
Sullo straordinario panorama di Siena durante la prima guerra mondiale1, spiccano i tratti impressi a fortissime tinte, relativi allo scempio della vita e della salute dei nostri combattenti e della stessa gente comune coinvolta nel “fronte interno” ed allo straordinario impegno sanitario del Paese tutto, tardivo, insufficiente quanto si voglia (anche in senso operativo), ma alla fine 1 Il Convegno di studi su La grande guerra in provincia: comunità e fronte interno, promosso dall’Accademia dei Rozzi (Siena maggio 2015. Atti in corso di stampa) fu moderato da Giacomo Zanibelli e introdotto dall’Assessore professor Stefano Maggi. In una tavola rotonda, cui partecipò con un intervento documentato e appassionato il Prefetto di Siena Renato Saccone, fu delineata l’estensione nazionale della tragica vicenda, che, sia pur osteggiata e malvista, fu tuttavia il decisivo collante dell’unità della patria, poi sciaguratamente indirizzata verso la dittatura, proprio per l’insufficienza della classe politica. Non è possibile dar conto dei “passaggi” più significativi del convegno: i cui resoconti originali si preannunciano di grande interesse informativo e scientifico. Ma si impone comunque un sia pur breve accenno al geniale approfondimento di Saverio Battente sugli effetti del cattivo governo degli eventi nella città di Siena e la sua reazione “politica” e “sociale” aggravata dal crollo della comunità politica (1914) anche sulla nostra città, essenzialmente tradottasi nella paralizzante dialettica tra interventisti e non, tra fautori dell’uno o dell’altro schieramento. Quel che occorse dal Nord al Sud della penisola, in ambito civile, economico, industriale, amministrativo con ogni riflesso sull’ordine pubblico, la alimentazione, la riconversione militare della grande macchina metal-meccanica, e più intimamente sulle famiglie, sulle donne, improvvisamente chiamate ad un ruolo muovo nella società, è stato analizzato con felice scelta di temi e si esempi da parte di un qualificato drappello di studiosi da Giulio Cianferotti, su tutti che hanno riferito sulla salute e sulla sanità. A Siena dovettero essere escogitate molteplici improvvisazioni e soluzioni anche attraverso la mobilitazione di ogni possibile professionalità e di un grande potenziale assistenziale, col prevalente ricorso al volontariato. Mi è parso assolutamente interessante il ricordo delle “pubblicazioni” (Mineccia) relative alle precauzioni igieniche e sanitarie da adottare al fronte e all’interno: una collana preziosa diretta dal sommo patologo fiorentino Lustig, che impartì alcune direttive molto elementari per scongiurare epidemie come la malaria e il colera. Ma quando il colera esplose, non restò al grande Lustig che la nomea di menagramo. Nel quadro è inserito lo studio del disagio mentale dei soldati e dei civili in un manicomio periferico, quello di Teramo (Valeriani).
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appassionato, generoso, spesso eroico, tanto da costituirsi drammatico ma innegabile punto di partenza per il progresso medico, nel duplice ambito diagnostico e terapeutico. È comunque essenziale e doveroso, prima di trattare le vicende affrontate dalla nostra comunità, brevemente considerare il quadro generale di una situazione assurda e assolutamente disperata e di una impreparazione paralizzante, ben più vistosa che in altri paesi europei, ben più desolante rispetto alle iniziative, altrove, in Europa, adottate. I) La guerra stava per detonare; ma fino all’inizio del 1915 il governo d’Italia e una politica squinternata indugiavano intorno alle stesse storiche decisioni da prendere sul se e contro chi scatenare la Nazione, senza preoccuparsi degli inusitati compiti non solo militari in senso stretto, ma anche di sostanza civile, sociale, ed etico-sanitaria in particolare, che avrebbero fatalmente coinvolto tutti gli italiani dalla fascia alpina ai più distanti lembi mediterranei. Ben poco si intuivano e si prevedevano d’altronde, le stesse tradizionali conseguenze di un lungo e sanguinoso conflitto di posizione e ancor meno l’impatto logistico che avrebbe squassato una stralunata seconda linea, neppur pensata, che doveva in realtà subire, appena dopo il passaggio in avanti dei «primi fanti» (il 24 maggio), il riflusso e il ritorno continuo dei “colpiti” nel corpo e nello spirito, sopravvissuti al macello della prima linea e più tardi, dopo Caporetto, il biblico esodo dei friulani. Una retrovia andò così formandosi che si estese vieppiù in profondità sino a coinvolgere tutto il territorio nazionale e la gente tutta delle campagne e delle città, chiamata a fornire uomini e a produrre mezzi di sopravvivenza e d’offesa, nell’assoluta ignoranza del catastrofico riflesso di una mobilitazione veramente generale in termini di lavoro, di sussistenza, ma anche di difesa contro i nemici insidiosi della miseria, della fame, delle malattie (direi, soprattutto, delle malattie) sicché la guerra mondiale fu guerra totale, per la prima volta nella storia del mondo. Nulla la popolazione, largamente analfabeta, sapeva dei modi, dei tempi, delle possibilità stesse di tutela sanitaria collettiva e personale a partire dai soldati impegnati in battaglia e sul pesante fardello della loro dolente inabilità, una volta superata la fase acuta del vulnus fisico, oltre che psichico. Ai disagi d’ogni genere, si sovrappose il dilagante tsunami delle patologie infettive che, partendo dal fronte, travolgeva la popolazione insieme con l’esplosione delle affezioni carenziali: e a questo fenomeno devastante accennerò in conclusione. Si concretizzava così lo spettro di una tipologia di guerra di sterminio, quale trenta anni dopo sarebbe culminata nel massacro atomico.
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Le prime informazioni sanitarie furono diffuse, con la frettolosa distribuzione (più capillare possibile), di opuscoli destinati alle autorità militari e ai civili, cui collaborarono i più insigni patologi del tempo e anche il nostro Achille Sclavo2, pioniere della igiene pubblica, della prevenzione e della lotta contro le infezioni… poche gocce in un allucinante deserto cognitivo. Come difendersi al fronte dalla lesività del fuoco nemico e contemporaneamente dalle infezioni, dalle intemperie, dagli agenti chimici utilizzati ben presto sul Carso? Come realizzare il recupero e l’assistenza dei feriti (e se ne contavano fin da subito decine di migliaia ogni mese, fino a raggiungere il milione a fine guerra)? Come contenere le normali patologie, peraltro accentuate nel Paese dalla tragica carenza alimentare, e garantire un efficace intervento globale e umanitario, nel quadro della desolante imprevidenza? Si creavano al fronte, i presupposti di quell’ineluttabile selezione che la bioetica ha poi raccontato come equa distribuzione delle risorse? Quasi mezzo secolo dopo, questa triste scansione di “precedenze“ si sarebbe chiamata triage, ma paradossalmente fu intesa allora in senso inversamente proporzionale alla drammaticità clinica. Una sorta di codice bianco voleva dire rapida medicazione sul posto di combattimento da parte degli infermieri; di codice verde consigliava lo spostamento negli ospedali da campo e, poi, nei centri anche lontani di cura; di codice rosso voleva dire solo accesso al conforto in trincea in attesa della morte, per non pensare a di chi restava a morire sui reticolati. Ma gli ospedali da campo3 erano e restarono ben pochi (appena duecento all’inizio). Nel giugno 1915 l’esercito disponeva di 24.000 posti letto al fronte e di un
2 Achille Sclavo, piemontese di nascita e di formazione, fu a Siena dal 1893 come professore di Igiene e dal 1898 come Direttore della Cattedra e dell’Istituto di ricerca, ove si dedicò con successo alla sieroterapia del carbonchio ematico. Da qui alla realizzazione dell’Istituto Sieroterapico e Vaccinogeno Toscano, le imprese di Sclavo si imposero al livello nazionale ed europeo. Nel 1915 il Maestro senese fu chiamato a dirigere la Scuola di Sanità militare ove fu formato personale tecnico esperto in batterilogia e profilassi antitubercolare. Il Ministro della Guerra gli conferì pieni poteri. Dopo la guerra, Ricerca e Università (di cui fu Rettore) restarono i suoi obiettivi di grande studioso e di straordinario operatore. 3 «Nessuno sa cosa significa trasportare un ferito al posto di medicazione» (così Eugenio Baroni soldato: lettere di guerra raccolte da Enzo Boccardi in Cortina d’Ampezzo 191517: La Grande Guerra sulle montagne di Cortina d’Ampezzo, edito dal Comitato Cengia Martini - Lagazuoi, Cortina, 2014). «La frana che continua, uno che cade e rotola e ritorna alle stringhe della barella o alle gambe del martire, l’altro che da tutto il peso è gravato e par che scoppi dallo sforzo ma non molla, i piedi puntato fora la pietra appena caduta che si spostano. Il ferito maciullato che non si lamenta…»
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migliaio di medici, rispettivamente elevato a 100.000 e 17.000 nel 1918. Dovettero essere supplettivamente coinvolti i vicini nosocomi veneti e lombardi e poi via via quelli del centro-sud: insomma, a seconda delle esigenze, tutte le strutture sanitarie del paese. Chi prestava l’opera di primo e di successivo intervento erano gli infermieri del Corpo di Sanità militare e della CRI, gli ufficiali medici (non più di duemila) e poi i più giovani medici condotti e le crocerossine distribuite negli ospedali di retrovia, e poi gli studenti di medicina richiamati e promossi sul campo, senza la dovuta preparazione, all’inatteso rango di curanti armati anche di fucile (gli aspiranti ufficiali). Lentamente, la situazione migliorò (si fa per dire) e si affacciarono idee e iniziative positive. Ad esempio, i futuri medici (mandati al fronte operativamente inermi) beneficiarono di un impensabile tirocinio negli ospedali friulani, non lontani ma rapidamente sovraccarichi di pazienti, feriti o ammalati che fossero. Vi si impartivano anche lezioni teoriche e, ovviamente, pratiche in una sorta di università improvvisata (meglio, di facoltà medica), superdotata di casistica, e talvolta animata da illustri docenti volontariamente venuti dagli Atenei italiani: la c.d. università castrense. Una moltitudine di laureandi acquisivano così conoscenze inusitate, competenze e crediti e sostenevano anche gli esami di profitto e persino la laurea presso l’Università di Padova, per tornare prestissimo in trincea. Il prototipo di questa straordinaria catena di montaggio fu l’ospedale di San Giorgio di Nogaro4, mitica oasi di buon senso e di efficienza in un deserto di efferata impotenza, che i medici del dopoguerra ricorderanno per tutta la vita. (La pratica ostetrica, veniva garantita, dal contemporaneo ricovero delle puerpere friulane!) 4 San Giorgio di Nogaro (Friuli) è un paese di pianura che nel 1915 aveva 3.000 abitanti, prossimo a Monfalcone, posto sulla strada tra Latisana e Palmanova; era dotato di un buon ospedale realizzato al tempo dell’appartenenza all’Austria. Qui, dopo lo scoppio della guerra, fu istituito un centro universitario che pomposamente fu chiamato “università castrense”, ove gli studenti impegnati al fronte si alternavano per brevi periodi nel seguire le lezioni teorico pratiche tenute da illustri clinici per lo più militarizzati e per apprendere e praticare le cure ai feriti, generalmente gravi, che vi venivano trasportati dopo le battaglie (dell’Isonzo) nonché gli ammalati infettivi. La pratica ospedaliera ne fece dei professionisti tecnicamente ed eticamente esemplari. Il mondo accademico accolse con relativo entusiasmo l’iniziativa; ma l’Università di Padova si fece carico dell’amministrazione e degli esami fino alla laurea. Il gran numero di provenienti dalla zona e di bambini ammalati favorì l’apprendimento anche in campo pediatrico e ostetrico (Rai Storia: documentario trasmesso il 29 maggio 2015, alle 23). San Giorgio di Nogaro veniva ricordata con commozione dai vecchi medici che vi avevano trascorso giorni gloriosi e massacranti (ed io ne ho conosciuti alcuni!).
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E ai feriti si aggiungevano gli ammalati5, per lo più colpiti dall‘infezione delle ferite o dagli effetti caustici degli aggressivi chimici, dai (presto dimenticata) malefizi del colera, soprattutto, che esplose in trincea e fece in un anno più di trentamila morti (già nel 1916); ma anche dalla broncopolmonite (sino alla micidiale e ubiquitaria “spagnola” del 1918), dalla malaria (sei milioni di casi di febbre palustre tra i civili con 10.000 morti fino al 1918), dalle affezioni esantematiche e mentali. Ecco perché dovevano per forza esser smistati, i colpiti, verso le strutture ospedaliere dell’interno già appesantite dall’aumento della incrementata morbosità nella popolazione civile fortemente indebolita. Anche il colera, nonostante le prime vaccinazioni, si diffondeva, partendo dalle lontane trincee della Macedonia: così come le forme polmonari e, in particolare la t.b.c. E si moltiplicavano, giorno dopo giorno, gli impegni da fronteggiare connotati d’emergenza, in senso quantitativo e qualitativo. Anche a Siena, naturalmente, gli ospedali e i presidi medici, in buona misura anche maestosamente antiquati ma validi, tanto per le malattie mentali quanto per quelle fisiche, si mostrarono ben presto assai provvidi anche se insufficienti. Erano santuari da tempo emersi in una piccola meravigliosa città, connotata da enormi disparità sociali, economiche e certamente insalubre nei quartieri più degradati sui quali incombeva la t.b.c., e cui connaturate erano le insufficienze di cibo e di sole con le conseguenti patologie carenziali: dal rachitismo alla denutrizione, affrontate con la rassegnata disperazione della quale Federigo Tozzi6 dolorosamente narrava le derive depressive e persino suicidiarie. La presenza, a Siena, in quella che si chiamò Piazza d’Armi, dell’ospedale Territoriale della CRI (sin dall’inizio del secolo) garantiva un validissimo presidio, già straordinaria al tempo della guerra di Libia. L’impianto sanitario preesisteva anche in senso qualitativo e assistenziale, per le sorprendenti compresenze di una storica Facoltà universitaria, di Con5 I dati sui soldati italiani ricoverati per malattia sono impressionanti: oltre un milione nel 1917; quasi un milione e mezzo nel 1918. Il fronte di guerra e quello interno erano colpiti in maniera sconvolgente dalla malaria, dal colera, dalla t.b.c., dalla difterite, dalle malattie esantematiche e, infine dalla malaria e dalla spagnola, malattie tutte concausate da problemi di alimentazione, dai ritmi massacranti di lavoro, dall’indebolimento della struttura civile (cfr. M. ISNENGHI, G. ROCHAT, La grande guerra 1914-1918, Il Mulino, Bologna, 2008, pp. 213 e ss.). I morti per malattie infettive furono oltre 100.000 (sui 600.000 caduti). Solo nell’inverno 1915-1916 si procedette alla vaccinazione delle truppe contro il colera e il tifo. 6 Il grande narratore senese operò negli anni di guerra come “impiegato” della Croce Rossa Italiana ed a Siena e a Roma molto attivo.
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Guardaroba dell’Ospedale della Croce Rossa in Piazza d’Armi, circa 1915.
fraternite e Associazioni su base volontaristica, della Croce Rossa e di una rete capillare di mutuo soccorso animato, dalle Società operaie e di Contrada, e soprattutto dalle realtà ospitaliere come l’Ospedale Psichiatrico e l’Istituto “Pendola” per il recupero dei sordomuti, gli Ospizi per i vecchi e i disabili. Ne derivava una “potenzialità” anche edilizia, che la “guerra” avrebbe fatalmente riscoperto, requisito, valorizzato. Pur nelle asprezze della lotta di classe, il solidarismo socialista e l’assistenzialismo cattolico davano buoni frutti, come più oltre verrà esposto. II) È compito arduo, anche per la dispersione delle memorie, consegnate più che agli archivi sanitari alle sparute testimonianze sin qui raccolte e pubblicate, ricostruire in dettaglio le reazioni e poi le iniziative della città di Siena e delle sue storiche e giustamente celebrate istituzioni d’ospitalità, beneficienza, assistenza e cura (primi, fra tutte, gli Ospedali Riuniti di Santa Maria della Scala) per far fronte, a partire dal 1915 e fin oltre il 1918, alla imprevista e imponente emergenza sanitaria ben più rilevante, per le ragioni già esposte, di quanto potesse immaginarsi, prodotta come fu, in buona misura,
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dall’assenza di una fascia di contenimento attrezzato che subito alimentò, un vero e proprio bacino interno. E la Toscana tutta divenne anch’essa un’autentica retrovia, direttamente coinvolta nella organizzazione nazionale dell’emergenza. La strategia militare, pervicacemente ideata in senso tatticamente offensivo, rapidamente riprodusse un vero e proprio stato di assedio della e nella comunità tutta, rinserrata nel caos, nel dolore, nell’orrore come ai tempi dell’antico strangolamento delle città murate. Il coinvolgimento della nostra città7 nella sofferenza e nella lotta per sopravvivere dei soldati interessò ben presto la popolazione meno abbiente, colpita dal rapido precipitare della qualità – già non eccellente – della vita (anche in termini di alimentazione, di igiene e di benessere fisico e psichico); rese vieppiù complessa la inedita mobilitazione sanitaria, in primo luogo diretta ad accogliere le vittime del conflitto mediante la moltiplicazione di strutture, mezzi e personale. La più efficace risposta sanitaria fu garantita e gestita dall’Ospedale di Piazza del Duomo e si distinse per la collaborazione universitaria della Facoltà medica, titolare allora di tutte le cliniche generali e speciali8. I medici dell’Ateneo si distinsero «per alta volontà e ammirevole spirito di abnegazione … durante tutto il periodo della guerra», svolgendo la massima parte dell’assistenza nosocomiale, secondo una convenzione destinata a restare in vigore sino alla fine degli anni ’70. L’impegno ospedaliero per i nuovi utenti, i militari feriti e ammalati, fu chiaramente documentata, dopo la fine del conflitto, dall’avvocato Sallustio Pacciani, segretario storico dei R.R. Ospedali riuniti, nella sua relazione al Consiglio direttivo, pronunciata il 26 luglio 1919 su L’attività dello spedale policlinico nel periodo bellico9. Vi è puntualmente sottolineata la autentica leadership assunta dal clinico chirurgo professor Vittorio Remedi, di cui sarà più oltre ampiamente riferito, richiamato col grado di “maggior generale”, e coadiuvato dai colleghi come
Cfr. il bellissimo “taccuino” di Giuliano Catoni, Siena e la grande guerra, pubblicato dalla Università popolare senese, Betti editore, 2014. Sulle condizioni igienico-sanitarie e, in genere, sulla vita durante la grande guerra cfr. L. LUCHINI, Siena dei nonni, 1993. 8 Tale situazione doveva perdurare fino al 1970, allorché fu attuata la riforma ospedaliera che esigeva reparti piccoli e specializzazioni multiple, cui furono destinati primari e assistenti dipendenti delle istituzioni ospedaliere e poi delle U.S.L. Solo la Radiologia e la Direzione sanitaria erano state garantite dall’Ente ospedaliero (la nuova Convenzione tra Università e Regione fu stipulata dal Rettore M. Barni e dal Presidente V. Meoni). 9 S. PACCIANI, L’attività dello spedale policlinico nel periodo bellico, Siena, Tipografia cooperativa, 1919. 7
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il neurologo Onofrio Fragnito, che sarà poi Rettore dell’Università, dall’oculista Amilcare Bietti10 e da altri ancora: una leadership illuminata da amor di patria e trainante per tutto il personale. Provvidamente vi partecipò la Croce Rossa Italiana, civile e militare, dotata del ricordato presidio ospedaliero, per l’epoca eccellente, di Piazza d’Armi. In proposito ci dice tutto la documentazione raccolta da Marcello Cinotti nel suo personale archivio. Della Croce Rossa è giusto subito rammentare una eroica volontaria: la crocerossina Elena Riccomanni11, medaglia d’argento, alla memoria, che morì sul fronte giuliano ove prestava servizio presso l’Ospedale militare di Udine. Naturalmente il caso senese va sempre considerato nel generale ambito della situazione nazionale. Stimano infatti Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, nella loro straordinaria opera12, in oltre 500.000 il numero dei feriti e in più di 100.000 quello dei malati tradotti dalla linea del fuoco nei centri interni di cura13.
Amilcare Bietti, clinico insigne e di fama internazionale è il fondatore di una Scuola di altissimo livello, successivamente onorata da docenti come Alberto Bencini e Renato Frezzotti. 11 G. CATONI, Siena e la grande guerra, nota 6. 12 M. ISNENGHI e G. ROCHAT, La grande guerra 1914-1918, cit. 13 Gli ospedali da campo si prodigavano per strappare dalla morte decine di migliaia di colpiti, non solo dalle armi convenzionali ma anche dalla fame e poi dall’odissea del trasferimento dal campo di battaglia. La burocrazia sanitaria militare aveva ragionato, d’altronde, in base al criterio esclusivo della “gravità delle ferite” e si trovò pressoché inerme di fronte alle nuove eziologie, come quella chimica (il fosgene, sull’Isonzo) e quella clinica delle epidemie dilaganti su tutti i teatri bellici. Ben poca prevenzione poteva in loco farsi (a parte la vaccinazione contro il tifo e il colera attuata anch’essa sul fronte dell’Isonzo), sicché, ad esempio, il diffondersi della malaria fu drammaticamente devastante tanto per i combattenti quanto per la popolazione civile, mentre furono ben due milioni di ammalati per malattie infettive, durante tutto il conflitto. Negli ultimi due anni, si scatenò infine la leggendaria “spagnola” che dalla Sicilia al Piave fece seicentomila morti e il cui diffondersi fu facilitato dalle conseguenze del conflitto, in termini di denutrizione, di iperlavoro nelle fabbriche e nei campi, di sovraccarico delle strutture, anche a Siena, aggravato dallo spostamento al fronte dei medici condotti, come mi raccontava (nelle veglie castellinesi) un mio già anziano e infaticabile nonno, Diodato Lardori, che si prodigò in tutto il Chianti. Ed era stato, da fervente socialista, un militante deciso contro l’intervento! Per di più vigeva ancora la sciagurata legge sull’isolamento nei lazzaretti, valida anche per i militari colpiti da patologie infettive e diffusive. Prevalentemente tra le truppe (in particolare per la malvagia pertinacia offensiva di Cadorna sull’Isonzo e poi per la caotica “fuga” da Caporetto) esplosero le nevrosi provocate dal turbine di battaglie inutili e perdenti, le cosidette nevrosi da trincea, così si diceva, 10
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Infermeria del reparto chirurgico dell’Ospedale della Croce Rossa in Piazza d’Armi, circa 1915.
Infermeria del reparto medico dell’Ospedale della Croce Rossa in Piazza d’Armi, circa 1915.
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Il cataclisma fu dunque affrontato a Siena con molta buona volontà, mediante improvvisati ma saggi provvedimenti e fattivi comportamenti pubblici e privati che compensarono la incertezza delle direttive emanate dal fantomatico Comando ospedaliero di Sanità militare con sede in Livorno. Laboriosissime furono la ricerca e la attrezzatura dei necessari posti-letto e di “nuovi” luoghi di degenza. In un primo tempo furono messi a disposizione, all’interno del Santa Maria della Scala, un centinaio di letti delle cliniche universitarie che formarono il primo nucleo ricettivo. Ne soffrì incredibilmente anche la sala del Pellegrinaio, con il suo florilegio pittorico dedicato alla “accoglienza di Siena”, trasformato come fu in corsia, con gravi danni persino agli affreschi. Essenziale e dispendiosa fu la messa a punto degli impianti di riscaldamento ed idroelettrici, in ambienti che ne erano quasi del tutto sprovvisti. Nacque così una vera e propria sezione ospedaliera militare cittadina, necessariamente resa pluricentrica, con la requisizione di impropri ambienti nelle innumeri residenze assistenziali e scolari: dalla scuola-convitto di Maria Maddalena (ai Tufi), al Brefotrofio, al nuovo Istituto Pendola per Sordomuti, al Convitto delle Antigianelle di Santa Teresa e, successivamente, al Convitto Tolomei14 al Campansi, e così si arrivò a disporre, ben considerando anche l’Ospedale della CRI, di oltre settecento letti per i militari; praticamente al raddoppio delle preesistenti potenzialità di ricovero; ma l’epidemia di spagnola vanificò più tardi molti sforzi, provocando anche l’aumento della utenza “civile”. «I locali reperiti furono – per di più – trovati in istato deplorevole» e l’Amministrazione ospedaliera, con l’ausilio della (allora operosa) Società Esecutori di pie Disposizioni dovette pensare a tutto: dalla ripulitura e imbiancatura generale, alla messa a punto dell’impiantistica anche igienica. La stupefacente «creazione di un reparto meccano-terapico per la cura e la riabilitazione dei mutilati» e la parallela entrata in funzione (1916), al Santa Maria della Scala, di un provvido gabinetto radiologico, gestito dal popolarissimo professor Adelchi Salotti, furono autentiche conquiste.
che provocavano allucinazione, mutismo, perdita di controllo degli arti, confusione mentale, “insubordinazione” e altre due piaghe, spesso assimilate al tradimento e relegate in ambito criminologico e medico-legale (e come resistette al tempo il relativo capitolo nei testi della mia disciplina universitaria!): la simulazione cioè e l’autolesionismo, curati con il ricovero in manicomio militare e criminale e non eccezionalmente con la fucilazione. 14 Contrariamente a quanto occorse nell’ultima guerra, fu allora trasferito, in Palazzo Buonsignori anche il Liceo Ginnasio, ma per breve periodo; al Tolomei prestarono servizio i medici in convalescenza rimasti feriti al fronte.
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Nel quinquennio bellico più di un terzo dei ricoverati (2407 su un totale di 6871) furono militari arrivati dal fronte che complessivamente ascesero, durante tutta la guerra a ben 7858, tra soldati e ufficiali, in transito nei reparti dell’ingigantito sistema ospedaliero senese.15 Da questi pochi cenni e dati, si trae dunque conferma dell’opera veramente efficace dalla Amministrazione ospedaliera, presieduta da Alfredo Bruchi, Provveditore e poi Presidente leggendario del Monte dei Paschi e coadiuvato dal professor Achille Sclavo e dal Conte Guido Chigi Saracini, reduce dal Veneto, ove aveva prestato servizio nella CRI, nonché da Remigio Bartalini e dal Direttore sanitario Pilade Bandini. La loro esemplare volontà, unita all’umiltà, ci fa dire che non mancavano allora uomini prestigiosi e impegnati per la comunità. Il parallelo ruolo del Manicomio di San Niccolò in Siena durante il conflitto fu rilevantissimo: e quest’impegno merita un particolare ricordo. Ne dette conto l’alienista primario Virgilio Grassi16 in un’ampia e documentata relazione, che il Direttore, il notissimo professor D’Ormea, qualificò come contributo prezioso per la conoscenza dell’andamento a Siena della pazzia nell’esercito17. Quel che più stava a cuore al relatore era il fatto che, in buona sostanza, non si ebbe «nessun aumento nella ospedalizzazione - manicomiale della popolazione civile durante il periodo bellico, ma anzi lo scemare di essa progressivamente». Questo fenomeno, secondo la discutibile opinione del Grassi, «contraddiceva a tutti i timori della maggiore morbilità del sistema nervoso» che avrebbe dovuto accompagnare e seguire le privazioni, le ansie e gli strapazzi fisici e morali di ogni genere dovuti al conflitto immane, non solo per i combattenti ma anche per gli altri»; e meritava pertanto di essere particolarmente considerato e studiato. Con ogni probabilità a determinare questo fenomeno che appariva allora ben strano (ma non lo era) concorrevano altre cause d’indole sociologica. Da Anche ai convalescenti si pensò, grazie alla generosità di Guido Chigi Saracini, che mise a disposizione la villa e il parco di Castelnuovo Berardenga, mentre la CRI, utilizzava all’uopo la succursale ospedaliera di Villa Suvera. 16 Giuliano Catoni con Paolo Leoncini, gli ha dedicato un bel contributo: Un talento contradaiolo: Virgilio Grassi: 1861-1950 (Ed. Fondazione MPS, 2012), non solo esaltando la sua straordinaria dedizione a Siena e alla Contrada del Leocorno, le sue doti di storico attento del Palio e delle glorie cittadine ma lumeggiando un campo d’azione sanitaria professionalmente coltivato per tutta la vita e anche poco noto ai concittadini. 17 V. GRASSI, Relazione statistico-clinica del manicomio di S. Niccolò in Siena, per il quadriennio 1916-1919, in Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. IX, fascicolo VI, 1920. 15
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un lato infatti le famiglie operaie e contadine – aiutate dagli assegni di guerra e quindi meglio protette in guerra – non sentirono più il bisogno di rinchiudere – come si soleva – molti giovani tranquillotti o troppo vivaci che prima rappresentavano un peso intollerabile per il magro bilancio domestico e ora dovevano rimpiazzare i richiamati. Dall’altro lato l’Amministrazione provinciale, di fronte all’enorme aumento delle rette manicomiali, favoriva in ogni modo l’esodo e il non ricovero degli irregolari psichici in manicomio, sia con larghi sussidi specifici per l’assistenza famigliare anche con l’invio dei meno pericolosi a semplici istituti di mendicità o simili, nei quali il costo di degenza era notevolmente minore. Il beneficio di una presunta diminuzione della pazzia «si traduceva invece nel danno di una più trascurata cura di essa, con un deplorevole ritorno all’antico e con quanto vantaggio della eugenica (sic!) è facile immaginare». Gli «alienati militari» (come li definiva il Grassi), ricoverati durante tutto il periodo di guerra, furono 809 mentre è imprecisato il numero dei morti. La maggior parte di loro «resultò affetta da forme ciclotimiche e amenziali, molti anche da demenze precoci (sebbene sulla diagnosi di demenza precoce già si facessero le dovute riserve), da epilessia e da difetti intellettuali. La maggior parte degli ospitalizzati fu trattenuta in manicomio da due a cinque mesi e molti ne uscirono guariti per ritornare al Corpo cui appartenevano, o migliorati e congedati dopo essere stati riformati dal servizio militare. I non migliorati, ovviamente riformati per deficit mentale, vennero trasferiti ai manicomi della Provincia cui appartenevano. Non mancarono casi di simulazione e altri che non presentavano una vera e propria alienazione mentale: di costoro alcuni furono restituiti ai Corpi cui appartenevano, altri, sottoposti per lo più a procedimenti giudiziari, passarono a luoghi di reclusione e di pena… Malgrado tutto, il servizio si svolse con sufficiente regolarità e non avvennero gravi inconvenienti dalla contemporanea presenza giornaliera anche di almeno 250 militari, verificatasi nel settembre 1917». Vi fu qualche caso di evasione e di suicidio; ma purtroppo non pochi “matti” evasi dal fronte, erano stati trattati come simulatori, non eccezionalmente condannati a morte e fucilati sul posto. Ebbene, questa documentazione mi pare particolarmente suggestiva e, nelle considerazioni del Grassi, fortemente ammonitrice. Il San Niccolò, che già negli anni della guerra ospitava malati mentali provenienti anche da altre Province della Toscana e del Lazio fino ad annoverarne qualche migliaio di degenze contemporanee fino agli anni ’70 del secolo scorso, era talvolta il reclusorio di persone “diverse” e quindi sgradite, allontanate dalla fami-
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glia, dalla società per motivi economici (o peggio) anche senza una reale necessità di isolamento e di “cure” coattive. Si dovevano attendere gli anni ’60-’70 per la specifica evoluzione della psichiatria e la chiusura progressiva dei manicomi. Mi piace a questo punto sintetizzare qualche breve considerazione di fondo: la prima delle quali riguardante il decisivo ruolo sanitario della Facoltà medica dell’Università nella grande emergenza bellica senese che ne illumina un passato da non dimenticare nonché quello fondamentale del Comune guidato dal Sindaco Nello Pannocchieschi d’Elci che tra l’altro abolì, in pratica, il triste manzoniano lazzaretto di Porta Laterina, ivi realizzando un piccolo ospedaletto seminuovo, per i malati infettivi e contagiosi (aggirando così le incredibili leggi di polizia). Le istituzioni aprirono poi le porte e il cuore agli sfrattati dal Veneto, dopo Caporetto, consentendo tra l’altro il ricovero di 883 di questi autentici pellegrini, in una città, memore di antiche vocazioni. 18 Non ho trovato alcun specifico riferimento, se non del tutto generico, alla condizione igienico-sanitaria della cittadinanza, che, già precaria, ebbe nel quadriennio bellico un drammatico peggioramento. Purtroppo già infierivano, come è stato accennato e come verrà più avanti sottolineato, la tbc, le malattie infettive, diffusive e reumatiche e, infine, la “spagnola”, oltre al rachitismo pressoché endemico. Fortunatamente, arrivava a Siena l’acquedotto del Vivo! D’altronde, i medici operanti nel territorio non erano molti e buona parte della popolazione iscritta negli elenchi comunali dei poveri poteva contare su appena tre medici condotti del centro storico (uno per ogni terzo) e su altri tre per le Masse (le condotte mediche di Costalpino, di Monteliscai-Stellino, di Valli-Coroncina). I benestanti provvedevano con i propri mezzi, chiamando, per le visite domiciliari, i non molti medici liberi e persino i grandi clinici,non sottoposti al regime del tempo pieno, e disponibili presso i loro ambulatori o nelle esigue cliniche private.
18 È doveroso tuttavia far presente come il caos assistenziale e organizzativo dei primi mesi del primo conflitto mondiale non si ripeté nel 1940, allorché ancor prima della sciagurata dichiarazione di guerra, fu garantita, per la informata e partecipata, ancorché raggelante preveggenza di G.A. Chiurco, capo storico del fascismo senese, la utilizzazione di grandi contenitori dall’Orfanotrofio S. Marco e di tutti il Collegio Tommaso Pendola per sordomuti, che nell’autunno 1940 erano già attrezzati a ricevere i soldati feriti, ammalati, congelati sui monti della Grecia. Ma in proposito ogni commento sarebbe superfluo!
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III) Il quadro “sanitario” generale risultava aggravato dunque, sotto il profilo psicologico-collettivo, dal sentimento di insofferenza (più volte segnalato dal Prefetto Ildebrando Merli)19 e dal malessere indotto dalla grave situazione alimentare. Non può tuttavia negarsi il fatto che anche il “prevalente” fronte pacifista si unì ai fautori del grande impegno assistenziale, ai quali, cittadini singoli, istituzioni, enti mi piace dedicare questo paragrafo, in modo assolutamente indicativo e non certo esaustivo. Era stato preventivamente costituito, un Comitato femminile per la Patria che elesse alla sua guida Bianca Bindi Sergardi (14 marzo 1914). Fecero seguito spontanei “aggregati” di predisposizione alla assistenza e al conforto economico, come il Comitato senese per la preparazione civile in caso di guerra, sotto il prevalente impulso di medici illustri come il chirurgo Vittorio Remedi e il dermatologo Domenico Barduzzi, esponenti dell’Associazione di Pubblica Assistenza, (operante dal 1883), di Virgilio Grassi, appartenente alla storica Arciconfraternita della Misericordia, che oltre al diretto contributo, assistenziale indirizzarono le iniziative promosse dal Comune, dal Monte dei Paschi, dalle Società degli Esecutori di Pie Disposizioni, dalle Società di mutuo soccorso, tra le quali erano ancor vivacchianti quelle di emanazione contradaiola. Comunque (come osserva Orlandini) «la mobilitazione assistenziale fu sostenuta dalla vecchia élite aristocratica e da esponenti della borghesia delle professioni: fenomeno diretto a recuperare, confermare e consolidare spazio e ruolo a una classe sociale che si rivelò dominante nelle organizzazioni umanitarie di matrice cattolica e religiosa». D’altra parte s’imponeva grande senso di responsabilità, oltre che ardore patriottico, in un clima drammaticamente intriso di lutto e di preoccupazione. Dal luglio 1915 si cominciò infatti a percepire concretamente e direttamente che «combattere significava morire». Giungevano incessantemente le notizie sul numero dei caduti al livello provinciale: «706 morti nel 1915, 1016 nel 1916, 991 nel 1917, 580 nel 1918» con circa il 20% di senesi del capoluogo. Sul fronte interno locale, si sopperì alla meglio per affrontare il freddo e la denutrizione e, in ambito strettamente sanitario «l’Ordine dei Medici si mobilitò promuovendo e diffondendo opuscoli rassicurativi anche se, talvolta, insensatamente ottimistici: una sottovalutazione tragicamente smentita verso la fine del conflitto dalla esplosione della “spagnola”, favorita, come
A. ORLANDINI, in Centodieci e lode: l’associazione di pubblica assistenza dal 1893 al 2003, Edizione P.A., Siena, 2014, p. 69 (amplissima la bibliografia). 19
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verrà ancor detto, dall’indebolimento delle difese immunitarie: “aggiungi lutti a lutti”». Il Bollettino Sanitario mensile (1918) dell’Ordine Provinciale valutava addirittura in 1070 casi nel solo settembre 1918, in 12935 nell’ottobre, dei quali 1935 nel Comune di Siena: e i morti superavano il 10% dei colpiti20: 669 in tutta la provincia. Durante la guerra, l’Arciconfraternita di Misericordia21, di ispirazione cattolica, potenziò la sua attività di trasporto dei feriti e cedette alcuni locali dell’Asilo dei vecchi impotenti per accogliere i militari ammalati e feriti. Le sue brigate si recavano alla stazione ferroviaria, ove i malati giungevano con i treni-ospedale. Al trasporto contribuivano anche i “Giovani esploratori” di Don Orlandi (il grande animatore del centro giovanile del Costone). È senz’altro da segnalare la continua cooperazione della Misericordia con la CRI, alla quale l’Arciconfraternita, già dal tempo della guerra italo-turca, aveva consentito di disporre dell’automobile e di alcuni carri-lettiga per il trasporto dei feriti arrivati dal fronte. Non a caso la CRI premiava, il 28 agosto 1918, come vedremo, «la Confraternita per le sue benemerenze». Anche la Croce Rossa americana ne onorava i meriti. «Numerose furono le elargizioni dell’Opera pia durante la guerra per sostenere i Comitati sorti per fronteggiare le conseguenze belliche». Il Ministro della Guerra segnalò la Misericordia di Siena per l’opera svolta e per il costoso rifornimento della benzina e la manutenzione dell’automobile usata per trasportare i militari. Infine, durante il conflitto, l’Arciconfranternita seppellì gratuitamente “a titolo d’onoranza” le salme dei militari morti a Siena.22 Anche in questo contesto associativo si distinse per l’intelligente abnegazione il dottor Virgilio Grassi dell’Ospedale Psichiatrico San Niccolò, cittadino e contradaiolo di grande prestigio che fu, nei primi decenni del secolo amministratore, a vario titolo, della Misericordia23, cui conferì efficienza e 20 La bibliografia raccolta in proposito da Orlandini comprende, tra l’altro, il contributo di Simonetta Soldani, La grande guerra lontano dal fronte, in G. MARI, La Toscana, Torino 1896, p. 382. 21 Relativamente alle vittime di guerra, cfr. M. NOTARI OLIVOTTI, Luce di scomparsi, Siena, 1923, Vol. I e II disponibili presso la biblioteca comunale di Siena. È un’opera che ricorda quasi tutti i caduti senesi, con commossa trepidazione. 22 Cito C., L’Arciconfraternita della Misericordia dagli inizi del secolo al secondo conflitto mondiale in La Misericordia di Siena attraverso i secoli, a cura di M. Ascheri, P. Torrini, Protagon, Siena 2004, p. 426. 23 R. BARGAGLI e LEONCINI, Figura del Novecento, Virgilio Grassi, in La Misericordia di Siena attraverso i secoli, cit.
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autonomia, collaborando con impegno e persino scontrandosi a fin di bene con personalità come il conte Guido Chigi Saracini24, che, dopo l’esperienza diretta nel conflitto, fu presente in ogni iniziativa di solidarietà. «In concomitanza con la grande guerra ci furono per il Grassi diversi anni di intenso lavoro… L’impegno più forte fu quello per l’acquisto di un’ambulanza, di cui la città e la provincia erano sprovviste». E anche in quell’occasione scoppiò una violenta polemica tra amministratori nel più inveterato “stile senese”. Ma poi «l’ambulanza arrivò mandando in pensione una antiquata e mal ridotta autolettiga». L’Associazione di Pubblica Assistenza, dal canto suo, si distinse onorevolmente nelle immediatezze del conflitto, anche per il fatto che la maggior parte dei soci «era a favore» dell’intervento e, nello stesso Consiglio Direttivo, le posizioni neutraliste erano in netta minoranza, ma consone nello scetticismo della ampia base popolare. Ne scaturì la già ricordata costituzione (22 febbraio 1915) del Comitato femminile formato da un florilegio di benestanti signore e signorine decise a valorizzare le donne «per essere utili all’Italia, per promuovere la beneficienza a favore della famiglie dei combattenti, per sostenere i soldati feriti, e più direttamente prepararle a sostituire gli uomini, chiamati quasi tutti alle armi, negli impieghi civili, nel commercio, nelle scuole, nelle attività sociali». Il 14 marzo 1914 sempre per iniziativa della Pubblica Assistenza, l‘infaticabile professor Remedi aveva costituito, con il professor Domenico Barduzzi, una commissione e poi un comitato per la preparazione civile, cui la Associazione dette ufficiale adesione. Grande e generoso fu lo sforzo per la raccolta dei fondi, anche con la realizzazione di manifestazioni pubbliche come la Festa del Tricolore. E negli anni successivi fu dedicato forte impegno per aiutare i soldati al fronte e prigionieri. Anche la Pubblica Assistenza si prodigò per il trasporto dei feriti e con questo spirito, la porta del Ricovero di Campansi si aprì, già nel luglio 1915 per 100 profughi da Gradisca d’Isonzo, la cittadina della Venezia Giulia, teatro della prima guerra mondiale. Altri 100 furono i soldati ammalati, assistiti nel periodo del conflitto con esclusione di quelli bisognosi d’interventi chirurgici.25 Il formidabile Diario di guerra di Guido Chigi, riscoperto da Marco Baglioni, riordinato da Giuliano Catoni, edito dalla Fondazione MPS (2015, Alla guerra in automobile); è stato premiato nel 2014 e ammesso alla collezione dei Diari di Pieve S. Stefano (AR). 25 G. CATONI, Il Campansi, ed. Cantagalli, Siena, 2014. Alla pag. 50 di quest’opera il Catoni offre un profilo esaustivo della figura di Domenico Barduzzi (1847-1939); preside e Rettore dell’Ateneo senese per complessivi 16 anni, dermatologo illustre, Presidente del24
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La vicenda della sanità senese durante il primo conflitto mondiale fu indubbiamente personalizzata e guidata, come ho più volte riferito, da un grande senese (1859-1923), il concittadino Vittorio Remedi, che, appena dopo la laurea, si era dedicato alla chirurgia generale ed era divenuto ben presto Aiuto del celebre clinico S.F. Novaro, per poi ascendere alla cattedra universitaria. Come lodevolmente accadeva in quel tempo, il Remedi, dal 1907 al 1914 aveva diretto le cattedre chirurgiche delle Università di Cagliari e di Modena, per essere poi richiamato a Siena, ove si distinse nelle attività didattiche, scientifiche e cliniche, formando una folta schiera di bravissimi allievi. Fu ben presto eletto Preside di Facoltà di Medicina e Chirurgia, in un ruolo che riassumeva ogni impegno non solo universitario ma anche assistenziale, profuso nell’Ospedale di Santa Maria della Scala. La sua dedizione alle attività sociale si era del resto già manifestata negli anni ’90 allorché aveva collaborato alla realizzazione e all‘attività dell’Associazione di Pubblica Assistenza. Nel 1915 col ruolo di consulente chirurgico degli Ospedali militari e della Croce Rossa per le provincie di Siena e di Grosseto e, con il grado di Maggior generale di Sanità della riserva, formò e diresse l’esemplare centro senese di accoglienza e di cura dei feriti e degli affetti da patologie contratte in guerra. E Siena seppe allora realizzarsi, grazie a questo apostolo laico, come una vera e propria città ospedaliera. In una relazione pubblicata nella Rivista ufficiale di Medicina militare26, il Remedi dette conto delle attività, in particolare chirurgica, che personalmente diresse. «L’Amministrazione del Policlinico ridusse ad Ospedale di 300 letti i locali di S.M. Maddalena (R. Scuola normale e Convitto annesso) e questa Sezione Chirurgica, dipendenza della Clinica – egli così scrive: «Ed io affidai al mio aiuto prof. Bolognesi, che mi fu valido collaboratore nella cura dei feriti che vi furono ricoverati. Debbo far notare che, quando erano necessari interventi chirurgici gravi, i feriti venivano trasportati nella clinica»27.
l’Accademia dei Fisiocritici e dell’Ordine dei Medici, consigliere comunale, presente in tutte le migliori imprese senesi in pace e in guerra. Fu l’autentico promotore del Comitato “pro aqua“, realizzatore dell’Acquedotto del Vivo che portò finalmente in città la sospirata acqua nel maggio 1914. 26 V. REMEDI, Resoconto dei feriti di guerra avuti in cura nella clinica chirurgica di Siena, Giornale di Medicina Militare, 67, 1-32, 1920. 27 Il quadro riassuntivo che segue da conto del numero dei feriti avuti in cura ed i loro esiti Anno 1915 - Ricoverati 384 - Guariti 344 - Trasferiti ad altri ospedali 38 - Morti 2 ” 1916 - Ricoverati 991 - Guariti 896 - Trasferiti ad altri ospedali 93 - Morti 2
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Al di là della mera statistica, già di per sé assolutamente espressiva, il Remedi mirabilmente descrive le fasi di diagnosi e di cura messe a punto con originale preveggenza e i risultati ottenuti, assunti alla stregua di linee-guida per la cura delle lesioni chirurgiche traumatiche. Il suo contributo ha veramente arricchito la dottrina e la prassi terapeutica in chirurgia, grazie – purtroppo – alla dolorosa esperienza bellica, tramandando nuove direttive salvifiche atte a raggiungere in primo luogo le finalità ideali di: «accrescere la resistenza dell’organismo, onde poter impedire ai microorganismi di svilupparsi e, se sviluppati, renderli al più presto inoffensivi». Su questo teorema si sarebbero in effetti sviluppati l’impegno e il progresso chirurgico veri e propri. In un’epoca, precedente alla scoperta e all’applicazione terapeutica di sempre nuovi farmaci antisettici ognor più sofisticati e alla efficace siero-vaccino-terapia (già peraltro introdotta anche in guerra grazie soprattutto all’opera di Achille Sclavo) e, ovviamente all’era antibiotica, il Remedi ritenne essenziale la conoscenza dei meccanismi cellulari ed umorali della infezione e dei presupposti della difesa antiflogistica e antibatterica, preliminare, fatte salve le urgenze, ad ogni atto chirurgico ed essenziale per garantire l’efficacia del bisturi a contenere la proporzione demolitoria. Questo criterio seguì allora il Remedi, ponendosi all’avanguardia di una nuova chirurgia non soltanto interverntistica. «Abbiamo sempre limitato le manovre chirurgiche entro i limiti» tracciati dalle misure protettive «tese ad evitare complicazioni gravi di inutile aggressione dei tessuti organici»28. Anno 1917 - Ricoverati 984 - Guariti 886 - Trasferiti ad altri ospedali 94 - Morti 4 ” 1918 - Ricoverati 374 - Guariti 310 - Trasferiti ad altri ospedali 62 - Morti 2 Totale: Ricoverati 2733 - Guariti 2436 - Trasferiti in altri ospedali 287 - Morti 10 I 10 morti sono così divisi: a) per setticemia acuta 5; b) per suppurazione cronica e degenerazione amiloide degli organi interni 1; c) per tubercolosi 1; d) per polmonite da influenza 1; e) per tetano1; f) per lesione della colonna vertebrale e del midollo 1. 28 I risultati ottenuti dalla applicazione esatta dei principi sopra esposti nella cura dei feriti vengono riassunti nel seguente quadro: a) Ferite recenti: Con infezioni in corso o senza che questa fosse ancora ben limitata localmente: Casi 778 - Guariti 773 - Morti 5 Con suppurazione acuta e quindi con infezione già limitata localmente: Casi 1380 Guariti 1380 - Morti 0 b) Ferite con suppurazione cronica: Casi 571 - Guariti 570 - Morti 1, per degenerazione amiloide degli organi interni. I cinque casi di morte riguardavano feriti nei quali era già in corso una setticemia acuta, sviluppatasi in quattro, in seguito a frattura comminutiva degli arti (1, arto superiore, 3, arto
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Tra le più efficienti e generose istituzioni vocate alla vicenda assistenziale e sanitaria, va data infine ulteriore menzione alla CRI29 e al Sottocomitato senese, espressivo delle componenti “civili” di questo straordinario sodalizio, che nella sua componente militare affiancava la Sanità in divisa sin dagli anni della guerra di Libia (e ancor prima), avvalendosi del dimenticato Ospedale Territoriale, diretto dal col. Luigi Bordoni (medaglia d’argento al v.m.) e avente sede nel palazzone di Piazza d’Armi che di recente ha ospitato l‘autorità scolastica. Particolarmente e ottimamente descritti da Giuliano Catoni30 sono gli avvenimenti, i meriti, i riconoscimenti, ottenute da donne ed uomini rosso-crociati di Siena e al fronte nello svolgersi di un contributo che si espose anche al sacrificio della vita di malati e volontari. In un capitolo tra i più preziosi, il Catoni, dopo aver particolarmente riferito sui preliminari del conflitto, si diffonde su alcuni episodi come quelli relativi al conte Guido Saracini, alla moglie Bianca Kaschmann e alla loro partecipazione diretta, con la CRI al fronte. Il Conte aveva offerto alla “organizzazione” della CRI fin dal 1961 la sua villa di Castelnuovo Berardenga (e l’annesso parco) «perché ne facesse un ospedale peri feriti convalescenti». La Bianca Kaschmann fu «cooperatrice meravigliosa nella realizzazione di un ricovero di 74 letti completo di ogni singola parte», autentica succursale dell’Ospedale Territoriale di Piazza d’Armi, in quanto dotato anche di un reparto chirurgico». Richiamata all’ospedale di Udine, la sorella Bianca, assisteva alla breve agonia di Elena Riccomanni. inferiore) con estese lacerazioni muscolari, ed in un caso in seguito a congelazione degli arti inferiori. L’amputazione era stata praticata a distanza dei limiti apparenti dal focolaio infezioso ma non valse a salvare la vita dei feriti. Un solo caso di morte si ebbe a lamentare tra i feriti affetti da suppurazione cronica. Come si può vedere dal primo quadro riassuntivo gli altri quattro morti riguardano un caso di tetano che fu ammesso in clinica con tetano già generalizzato. Si trattava di un ferito della coscia destra con frattura comminuta del femore al terzo medio, lacerazione estesa delle parti molli e ritenzione di corpi estranei, nel quale il tetano si era sviluppato durante il viaggio. In un altro caso la morte fu consecutiva a pielonefrite purulenta sviluppatasi in un ferito paraplegico per ferita da pallottola di fucile della colonna vertebrale: la ferita era già cicatrizzata. In un terzo caso la morte fu dovuta a tubercolosi generalizzata e in un quarto a polmonite da influenza. 29 CRI - Comitato di Sezione di Siena: Distribuzione di medaglie e diplomi, 29 maggio 1917, Arti grafiche Lazzeri, 1917. 30 Cfr. La Croce Rossa a Siena: dalle origini al secondo dopoguerra, a cura di Fabrizio Stelo, con un saggio storico di Giuliano Catoni (Betti Ed., Siena 2008). Vi sono descritte le provvide raccolte di fondi, la gamma delle celebrazioni, il ruolo dell’ospedale, il concorso delle patronesse e soprattutto delle infermiere diplomate che furono oltre 200.
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Infermeria dell’Ospedale per convalescenti allestito dalla Croce Rossa nella Villa La Suvera messa a disposizione dai Bichi Borghesi a Pievescola, circa 1915.
Intanto, era entrato in funzione anche il convalescenziario presso la Villa Suvera, verso la Montagnola. In occasione della celebrazione dell’anniversario delle battaglie risorgimentali di Curtatone e Montanara, il 29 maggio 1917, furono conferite onoranze, medaglie e diplomi a benemeriti della CRI, tra i quali Bandini Piccolomini, Bianca Chigi Sergardi, Rosalia e Teresa Sclavo per la loro partecipazione, come infermiere diplomate, in ospedali anche veneti, offrendo testimonianza dell’ardimentoso protagonismo di una élite cittadina dagli storici cognomi nobiliari. Più volte ho avuto modo di dar conto delle straordinarie partecipazioni delle diplomate della CRI, che fin dal 1910 aveva organizzato una scuola triennale per aspiranti crocerossine ed infoltire così la milizia femminile reclutata dall’umana pietà e dal patriottismo. Al corso accelerato del 1915, di cui la CRI affidò la direzione al tenente colonnello Luigi Bordoni, direttore dell’Ospedale Territoriale di Piazza d’Armi, che si avvalse di docenti erano l’infaticabile Vittorio Remedi, Vincenzo Patella e ilo già ricordato dermatologo Domenico Barduzzi31. A questo corso partecipò con grandissima L. Andreassi et al., Domenico Barduzzi (1847-1929), Accademia dei Fisiocritici, Siena, 1987. 31
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dedizione la Donna senese che voglio ancora onorare, eletta a simbolo della nuova sensibilità femminile verso le vicende sociali, spinta sino al sacrificio della vita, Elena Riccomanni, ragazza colta e piena di vita e di amor patrio, che visse per anni a Roma (ove fece parte del Comitato Centrale della CRI), restando sempre legata alla città natale. Nel 1916 già veniva chiamata a far parte dell’equipaggio dei treni-ospedale per il trasporto dei feriti, come capogruppo. Ma il 5 aprile di quell’anno venne assegnata, all’ospedale di campo n. 212; con sede in Valvasone (Udine). Qui si distinse per la cura dei malati “chirurgici” meritando riconoscimenti militari e civili e si prestò ad assistere con eguale abnegazione feriti e malati fatti prigionieri (oltre una settantina), molti dei quali erano affetti da malattie infettive. Nella “dimenticata”, eccezionale pubblicazione, nell’immediato dopoguerra, della Notari Olivetti, Luce di scomparsi, sono riportate alcune lettere spedite dalla Riccomanni ai familiari, dalle quali la crocerossina riferiva del suo incessante e pericoloso lavoro. A un tratto è trasferita dall’ospedale di Udine. Prima della fine la donna scrive un’ultima lettera, piena ancora di speranza e di volontà, nella quale accenna a dolori addominali e dissenteria. Poche ore dopo (5 settembre 1916) Elena muore: non per un bombardamento (a tanti era sopravvissuta nell’ospedale da campo) ma per «febbri reumatiche intestinali», costretta nella cura dei soldati ammalati. Così lei stessa definisce il colera, contratto in ospedale da campo. Accorsero per l’ultimo conforto tante persone care, come Guido Chigi con la moglie ed il maggiore medico professor Andrucci, in rappresentanza della medicina senese32… La successiva onorificenza (medaglia d’argento) non consolò una città duramente colpita.33 *** Questi ricordi concludono, mi sembra degnamente, una breve incompleta storia della Sanità a Siena durante la prima guerra e illustrano tra l’altro, una Università che seppe, grazie al Remedi e agli altri Maestri, docenti e studenti, «militarizzati» e non, offrire un contributo di salvezza e di speranza ai feriti M. NOTARI OLIVOTTI, Luce di scomparsi, Siena, Tipografia San Bernardino, 1922 (due volumi con centinaia di ricordi di molti senesi in guerra, ufficiali e soldati, due volumi che fanno riflettere e commuovono). 33 CRI - VIII circoscrizione: commentato da sezione di Siena: Distribuzione di medaglie e diplomi, fatto da S.E. l’On. Roth Sottosegretario alla Pubblica Istruzione, Arti grafiche Lazzeri, Siena 1928. 32
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con il conforto luminoso della ricerca scientifica e, nel quadro d’una meravigliosa armonia di istituzioni, di associazioni, di volontariato. Si potrebbe, in vista del centenario, ricordare che si pensò e si realizzò a Siena, nel 1917, la Scuola di Lingua e Cultura Italiana per Stranieri: i soldati alleati, in specie americani, che avevano combattuto sul fronte del Piave! Ma su un tema di grande interesse medico-sociale generale e sociale occorre, per un attimo ancora, consapevolmente soffermarsi: un evento che non fece distinzione alcuna tra militari al fronte e civili a casa, scatenando una guerra nella guerra la epidemia influenzale, nota come “spagnola”, che esplose nell’Europa all’inizio del 1918, mietendo più vittime che lo stesso conflitto bellico. La concorrente e progressiva diffusione della malattia tra i soldati impegnati al fronte e le popolazioni civili realizzò una autentica decimazione del potenziale umano, prodotta non solo dalle degenze e dai decessi, che misero a durissima prova la reazione sanitaria e colpirono la produttività, la resistenza sociale stessa di fronte ad un improvviso flagello. Ma anche dalla paura! Non fu quella della spagnola né la prima né l’ultima esperienza di infezioni di massa simultanea in trincea e in tutto il paese, dilaganti e veramente “diffusive“ dalle retrovie al fronte e viceversa. Basti pensare alla malaria già endemica nella palustre zona del basso Isonzo, che si accentuò nel 1916 per l’andirivieni continuo dei militari. «Nel 1918 i casi denunciati dall’autorità militare italiana furono oltre centomila: e il contributo più violento a carico del nostro esercito pervenne dal fronte balcanico». Altra malattia, portata dalle reclute provenienti dal sud, fu il tracoma, per non parlare della tubercolosi, con tassi di mortalità pari al 2,09% che giunsero all’apice nel 1918 con 73.944 morti34. «È gravemente lacunosa la ricostruzione» del fenomeno endemico (la spagnola) del 1918, anche se è indubbio che le condizioni sanitarie generali si aggravano già nel 1917, dopo la ritirata, per l’ingente rientro in patria di militari impegnati sui fronti orientali, portatori di ogni sorta di agenti infettivi, che misero nuovamente in crisi anche a Siena il controllo sanitario al livello territoriale»… «Il punto dolente, oltre a riguardare l’ingente massa di militari da assistere, fu l’aggravio sulle condotte mediche, da tempo private, per la leva militare di medici e farmacisti locali idonei al servizio»35 cui si oppose solo
34 A. LUTRARIO, La tutela dell’Igiene e della Sanità pubblica durante la guerra e dopo la Vittoria, Direzione Generale della Sanità pubblica, Roma 1921. 35 D. MARAFFINO, Quel terribile autunno del 1918, in Medicina positiva, 2010.
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l’abnegazione degli anziani rimasti a difendere la gente stremata in «proficua concordia di intenti con la Sanità militare e la Croce Rossa». Mentre, al fronte, la situazione sul piano militare e morale, nonostante tutto, si riprendeva, sinistramente arrivò la nuova «influenza», la tragedia di un contagio di estensione europea piombata «quasi fulmineamente, dallo Stelvio al mare» e poi rapidamente estesa a tutte le province del Regno, senza dar tempo per orientarsi nemmeno sulla concausalità etiopatogenetica. «Quella che era già conosciuta come una febbre elevata ma transeunte… cominciò a rivelarsi come una malattia letale». La splendida relazione della Direzione generale di Sanità, si diffonde sui sintomi e sui decorsi clinici e non trascura, oltre alle cifre addirittura impressionanti sulla morbosità e la mortalità, la memoria dello stupore e del terrore dei soldati e dei civili, il senso di impotenza, di fronte allo sterminio di vecchi e bambini, la rabbia di una Sanità e di una Medicina rivelatesi pressoché impotenti. Ebbene, la narrazione degli storici della Medicina, relative al disorientamento della Sanità ufficiale, offre un allucinante quadro del fenomeno che colpì drammaticamente anche la nostra città e la nostra gente denutrita e provata e tuttavia ancora restia al ricovero e alle norme igieniche. È un dato che fa riflettere quello del triste primato “senese” e del “grossetano” che fecero registrare punte estreme di morbosità! Poche, sono tuttavia le notizie di cronaca nella stampa cittadina, tartassata dalla censura che avrebbero potuto forse offrire una più completa documentazione; ma l’intento che ha ispirato questo racconto è stato solo quello di richiamare una realtà umana, civile e civica, attraverso il ricordo esemplare di coloro che fecero onore alla città e alla patria nostre, col fervore della loro opera di bene nell’orrore di una guerra feroce.
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Dalle aule alle trincee
DALLA “BARBARA INVASIONE NEMICA” A L’AMORE NELLA POESIA DEL PASCOLI Certe volte i periodi storici danno l’impressione di dilatarsi, altre volte, invece, paiono contrarsi e avvicinare episodi distanti decenni. Leggendo la commemorazione dello studente di Giurisprudenza Carlo Pacini, caduto il primo luglio 1913 in Libia nel corso della guerra italo-turca, il rettore dell’Università di Siena, Pietro Rossi, ricordò anche la recente scomparsa dell’ex studente Torello Ticci, l’ultimo reduce del battaglione universitario che il 29 maggio 1848 aveva affrontato nella battaglia di Curtatone e Montanara l’esercito austriaco del feldmaresciallo Radetzky, il quale, a sua volta, in gioventù aveva combattuto a lungo contro le armate napoleoniche1. Quella di Curtatone fu la prima battaglia italiana alla quale parteciparono gli studenti senesi, e i reduci furono celebrati fino alla scomparsa come autentici monumenti viventi. Ticci, come ricordò il rettore, non mancava di partecipare all’annuale commemorazione della battaglia e lo studente Pacini non poteva non aver sentito almeno rammentare il suo nome. Ecco quindi che la storia sembra contrarsi: in pochi passaggi dalle guerre napoleoniche giungiamo alla prima guerra d’Indipendenza, e poi direttamente alla guerra di Libia, prodromo per l’Italia a quella di ben altre dimensioni che sconvolgerà l’Europa dal 1914. Carlo Pacini non fu l’unico studente dell’Università di Siena a morire nella guerra italo-turca: l’anno prima, il 2 luglio 1912, era caduto Cesare Gazzani, anche lui iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza e commemorato da Pietro Rossi e dallo studente Gino Barucci2. * Responsabile dell’Archivio storico dell’Università di Siena. Ringrazio Gabriele Maccianti per le informazioni fornite. 1 P. ROSSI, Onoranze a Carlo Pacini senese caduto eroicamente, Saf-Saf il 1 luglio MCMXIII, Siena, Lazzeri, 1914. 2 P. ROSSI, G. BARUCCI, Onoranze a Cesare Gazzani caduto eroicamente ad Homas il XII giugno MCMXII, Siena, Lazzeri, 1912.
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Leggendo i discorsi con cui i due ragazzi furono ricordati dal loro Ateneo, la cosa che più risalta, in maniera che oggi appare eccessiva, è la retorica che impregna ogni frase. Sarebbe però ingiusto giudicare questa retorica solo un modo per giustificare la morte dei giovani caduti. Sia gli oratori sia gli stessi militari erano figli del Risorgimento, i loro insegnanti, spesso anche alcuni loro parenti, avevano preso parte alle guerre d’Indipendenza, avevano magari combattuto con Garibaldi. La loro cultura umanistica si era formata con Manzoni, D’Azeglio, Guerrazzi, Carducci e gli altri padri della Patria e quella che a noi sembra retorica polverosa per loro, o per lo meno per molti di loro, era il modo più corretto, anche nella forma, per celebrare anniversari patriottici e per commemorare i nuovi caduti. In quegli anni l’Europa era in uno stato di drammatica tensione, la bufera che di lì a poco, dopo l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, l’avrebbe travolta stava maturando, ma di tutto ciò non troviamo ricordi nelle carte dell’Università fino al 21 gennaio 1915. Quel giorno il rettore Achille Sclavo informò il consiglio accademico che il Ministero dell’Istruzione aveva disposto l’istituzione di un corso di “traumatologia e di servizio sanitario in guerra” riservato agli studenti del sesto anno di Medicina, i quali avrebbero dovuto seguire anche un altro “corso festivo pratico di materiale sanitario di guerra presso lo spedale militare”. Il rettore comunicò che era già iniziato anche “un corso quotidiano con appello nominale sui Soccorsi d’urgenza e disinfezione” per gli studenti del primo triennio tenuto dai docenti di Clinica chirurgica, Patologia chirurgica, Medicina legale e Igiene. Sclavo, medico igienista, sapeva bene che la carenza di igiene avrebbe potuto provocare malattie in grado di causare non meno vittime della guerra stessa. L’ultima comunicazione relativa ai preparativi per la guerra fu una lettera inviata dal sindaco di Siena per chiedere di adibire la “Casa delle Missioni”, cioè l’edificio di via Sallustio Bandini che attualmente costituisce il retro del palazzo universitario e che era stato acquisito dall’Ateneo nel 1910, a sede “delle sedute del Consiglio di leva” che avrebbe selezionato i giovani destinati all’arruolamento. Richiesta che, considerata “l’eccezionalità del momento”, fu approvata in “via transitoria” al termine di una “matura discussione”3.
Archivio storico dell’Università di Siena (AUS), Verbali del Consiglio accademico, V.C.3, 21 gennaio 1915. 3
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L’Italia doveva ancora decidere se schierarsi con l’Austria e la Germania, i due Paesi che con l’Italia componevano la Triplice alleanza, oppure con gli eserciti della Triplice Intesa – Russia, Inghilterra e Francia – ma nell’incertezza del momento, e ritenendo comunque inevitabile il coinvolgimento nella guerra, veniva preparata una nuova generazione di medici militari e si organizzavano le visite di leva. In questo clima d’incertezza il Presidente del consiglio Antonio Salandra e il ministro degli esteri Sidney Sonnino, nonostante che la maggioranza dei membri del parlamento fosse a favore della neutralità, il 26 aprile 1915 stipularono segretamente il Patto di Londra che impegnava l’Italia a entrare in guerra a fianco della Triplice intesa entro un mese. Il mondo accademico, come tutta l’Italia, era diviso tra interventisti, che interpretavano questa guerra come la quarta guerra d’Indipendenza, e neutralisti. Una spaccatura che divideva sia gli studenti sia i professori. Il numero degli studenti favorevoli alla guerra cresceva di giorno in giorno, fino a costituire una delle forze più entusiaste e influenti che premevano sul governo per il ribaltamento delle alleanze e l’ingresso in guerra dell’Italia contro gli ex alleati. Per convincere gli studenti più riottosi, il giornale interventista senese «Al bivio» il 24 aprile pubblicò una lettera, firmata “Uno studente”, che voleva ricordare ai compagni di studio che “non è l’ora di pensare agli esami, alla laurea, alla professione, all’impiego, è l’ora della lotta e del sacrificio. Via gli sciocchi pregiudizi per cui noi ci consideriamo come una casta a parte, superiore alle altre. Via lo scetticismo che ci avvelena l’animo e spegne la nostra giovinezza. Usciamo dal chiuso delle aule e dei caffè e avanti compagni, col popolo e per il popolo, contro i tiranni di fuori e i vigliacchi di dentro!”4. Anche i docenti erano divisi tra i due schieramenti e se, a quanto risulta dai verbali, il consiglio accademico era favorevole all’intervento dell’Italia, neutralista fu invece il docente di Medicina legale Cesare Biondi, socialista, amico di Giacomo Matteotti e di Giovanni Pascoli, del quale era anche compaesano essendo entrambi nativi di Barga5. E contrari alla guerra erano
4 Agli studenti, in «Al bivio. Quindicinale redatto a cura del Fascio interventista senese», 24 aprile 1915, p. 3. 5 P. LEONCINI, Giacomo Matteotti al Palio. Cronaca dell’aggressione al deputato socialista il 2 luglio 1923, Siena, Nuova Immagine - Archivio Storico del Movimento Operaio e
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Cesare Biondi, professore di Medicina legale. Biondi, di idee socialiste, amico di Giovanni Pascoli e Giacomo Matteotti, era contrario alla guerra ma, ciò nonostante, pochi giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, ritenendo suo dovere contribuire agli avvenimenti, si arruolò come ufficiale medico (dall’annuario accademico 1936-37).
anche altri professori, come Carlo Raimondi, Carlo Manenti, Agostino Diana e Ferdinando Micheli, che insieme allo stesso Biondi furono accusati di essere “anti-italiani” e additati alla pubblica riprovazione, addirittura “alla gogna”, in un articolo intitolato I vili pubblicato da «La Gazzetta di Siena» il 23 maggio per chiedere la loro espulsione dall’Università6. Il giorno prima, sulle pagine de «Il Libero Cittadino», era apparso un altro articolo dal titolo Via gli amici dei nemici, per chiedere alle autorità accademiche di impedire agli “austriacanti” Manenti e Diana di “contaminare di tedescofilia la nostra Università”7. La ragione di tanto sdegno era che questi docenti non avevano firmato insieme con i colleghi un telegramma indirizzato a Salandra per sollecitare l’entrata in guerra dell’Italia. L’entusiastica adesione all’intervento militare da parte di molti giovani, compresi anche non pochi studenti, è descritta nel romanzo Generazioni. Romanzo della guerra di Adolfo Baiocchi, testimone degli avvenimenti: “Le due stanzette dell’Ufficio interventista di Siena, in piazza San Francesco, la sera del 24 maggio erano affollate di giovani. L’ansia di quelle giornate epiche era divenuta quella sera tormento; e le discussioni fervevano, improntate alle più grandi speranze, quando, verso mezzanotte, un uomo sudato, col respiro mozzo per aver corso, entrò come un bolide urlando: «È
Democratico Senese - Quaderni dell’ASMOS 4, s.d.; M. BARNI, Cesare Biondi. Maestro di libertà e di giustizia sociale, Siena, Nuova Immagine - Archivio Storico del Movimento Operaio e Democratico Senese - Quaderni dell’ASMOS 5, 2010. 6 I vili, in «La Gazzetta di Siena», 23 maggio 1915, p. 3. 7 Via gli amici dei nemici, in «Il Libero Cittadino», 22 maggio 1915, p. 3.
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arrivato il telegramma, è arrivato il telegramma della dichiarazione di guerra!». Le discussioni cessarono; e vi fu un attimo di completo silenzio: la notizia aveva sbalordito tutti. Poi, una voce urlò: «Viva l’Italia! Viva il Re!». I presenti, in uno slancio frenetico, risposero concordi al grido: «Viva l’Italia! Viva il Re!». Il segretario del gruppo, un laureando in chimica – bruno, alto, asciutto, viso dantesco, grande cravatta nera svolazzante –, salì su di un tavolo per arringare i compagni. «Amici, il nostro voto è stato esaudito. Stanotte stessa noi chiuderemo questo locale testimone della nostra passione. Il dovere di ognuno non è più qui, non è nemmeno presso le nostre famiglie, ma è quello di presentarci immediatamente al distretto militare. Dio faccia che la gloria sia con noi!». Scoppiarono vivi applausi. E tutti i presenti a una voce gridarono: «Al distretto!». Uscirono insieme nella notte. In quell’attimo risuonò, cupo il campanone della Torre del Mangia. All’improvviso grave rintocco la gente si svegliò; le finestre si illuminarono, e la terribile magica parola strinse i cuori: «La guerra! La guerra!». I caffè che erano ancora aperti vennero quasi subito chiusi, le strade si fecero deserte e buie. Da via dei Rossi, avanzò compatto il gruppo degli interventisti: essi cantavano a gola aperta e il loro canto vinceva i rintocchi della grande campana. La mattina dopo la città era animatissima, come nelle più solenni occasioni. Al primo senso di smarrimento era subentrato un grande entusiasmo e una folla enorme stazionava davanti alle vetrine ov’erano stati affissi i telegrammi delle prime notizie di guerra. «L’Esercito Italiano, passato il confine, ha occupato Dolegnano e Ala». Dalla folla partivano gridi di evviva; taluni passanti dicevano a gente anche sconosciuta: «Ha letto? I nostri vanno avanti!»”8.
Gli interventisti ottennero quanto chiedevano, e il 24 maggio l’Italia dichiarò dunque guerra agli Imperi centrali. Il 30 maggio la «Gazzetta» pubblicò una rettifica relativa a Cesare Biondi, nella quale veniva precisato che il professore non aveva firmato il telegramma in quanto era “per la neutralità”, opinione giudicata “discutibile”, ma ciò nonostante, dimostrando di essere un “buon italiano”, si era già arruolato come medico militare col grado di tenente colonnello di complemento9.
A. BAIOCCHI, Generazioni. Romanzo della guerra, Milano, Alpes, 1930, pp. 184-185. Cesare Biondi, in «La Gazzetta di Siena», 30 maggio 1915, p. 3. Per il servizio militare di Cesare Biondi vedi il suo fascicolo personale, AUS, Fascicoli del personale, n. 145, carte non numerate. 8
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Per comprendere quella che solo apparentemente è una contraddizione – un neutralista non giovanissimo, Biondi aveva quarantotto anni, che si arruola per compiere il proprio dovere – è necessario ricordare ancora una volta l’influenza degli ideali risorgimentali. L’adesione alla guerra era trasversale a tutti gli schieramenti politici, mentre la spinta verso la neutralità proveniva principalmente dai cattolici e dai socialisti. Questi movimenti, però, non erano compatti, tant’è vero che non pochi esponenti del socialismo italiano, da Cesare Battisti a Benito Mussolini e Palmiro Togliatti, avevano aderito con entusiasmo alla guerra. E anche molti neutralisti avvertivano come un dovere partecipare, magari come Biondi in condizione non offensiva, alla guerra che sembrava concludere il Risorgimento. Il 30 giugno il consiglio accademico fu informato che gli studenti avevano fatto stampare un manifesto inneggiante alla guerra all’Austria così apprezzato che il Ministero dell’Istruzione si era congratulato con il rettore Achille Sclavo. La riunione si sciolse “al grido di Viva l’Italia”10. Gli studenti non si limitarono a far stampare il manifesto e si offrirono di tenere nel palazzo dell’Università corsi di scrittura per i militari, tra i quali il tasso di analfabetismo era molto alto, e di assisterli per la stesura delle loro lettere11. Un’iniziativa di grande significato perché molti militari di stanza a Siena provenivano dal meridione e, oltre a essere analfabeti, sapevano esprimersi solo nel loro dialetto, e per non pochi di essi questo fu il primo incontro con la lingua italiana. L’opinione comune, che aveva condizionato anche la decisione di entrare in guerra, era comunque che il conflitto sarebbe stato di breve durata, pochi mesi o al massimo un anno. Anche se venivano preparati nuovi medici militari l’ottimismo prevaleva, e il 31 agosto il consiglio accademico fu informato che l’onorevole Paolo Boselli, docente di Scienze delle finanze all’Università di Roma, membro dell’Accademia dei Lincei e presidente della Società Dante Alighieri, preoccupato che rimanesse poca memoria della guerra raccomandava agli Atenei di “raccogliere documenti storici sull’attuale impresa guerresca”. Una guerra destinata a durare cinque anni, a cambiare la storia dell’Europa e a provocare milioni di morti era considerata una semplice “impresa guerresca”.
AUS, Verbali cit., V.C.3, 30 giugno 1915. AUS, Verbali cit., V.C.3, 30 luglio 1915. I corsi di alfabetizzazione per i militari furono tenuti nelle stanze al piano terra affacciate su Banchi di Sotto. 10 11
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In ogni caso, anche se non era possibile prevedere la durata del conflitto, fu subito evidente che sarebbe stato necessario un forte impegno economico e tutto il personale universitario, dai docenti agli inservienti, fu sollecitato a versare un contributo mensile12. Inaugurando l’anno accademico 1915-1916, il rettore Sclavo comunicò che a quella data erano arruolati centoquarantotto studenti, dieci docenti, ventisei liberi docenti e diciassette assistenti13. Alcuni studenti rientrarono in Italia appositamente per arruolarsi, e il 14 dicembre 1915 il consiglio accademico accolse la richiesta dello studente Aldo Baldi, che aveva frequentato il quinto anno di Medicina all’Università di Buenos Aires ed era tornato per “compiere i doveri del servizio militare”, di iscriversi a Siena per ultimare il sesto anno14. La guerra era sicuramente l’argomento predominante in ogni discussione, l’opinione pubblica iniziava ormai a prendere coscienza che la sua durata avrebbe superato ampiamente il breve arco di tempo che troppo ottimisticamente era stato previsto, ma nei verbali delle riunioni del consiglio accademico gli interventi relativi al conflitto sono sporadici e sintetici. Ben presto fu evidente che “l’impresa guerresca” avrebbe comportato un costo in vite umane molto alto, l’undici febbraio 1916 l’adunanza del consiglio si aprì con l’elenco dei nomi dei caduti: “Il Dott. Bianchi Giuberto, aiuto del Prof. Sacerdotti alla Cattedra di Istologia generale; e gli studenti qui nominati: Garzilli Michele, Ciancarelli Cesare, Galizioli Giuseppe Vittorio, Sabatini Igino, Reali Ruggero, Danesi Mario, Bianchi Mario, Fusco Girolamo, Pasquale Giuseppe, Valsecchi Giuseppe, Ricciarelli Gino”15. A questi, nel gennaio 1917, si aggiunse Alfredo Bicci, bidello del Circolo giuridico, “caduto da prode combattendo per la difesa e l’onore d’Italia”16. Dopo un anno e mezzo di guerra l’Università di Siena aveva già avuto tredici caduti e non sappiamo quanti feriti. AUS, Verbali cit., V.C.3, 31 agosto 1915. A. SCLAVO, Parole del Rettore, in Annuario accademico 1915-1916, Siena, Lazzeri, 1915, p. 10. 14 AUS, Verbali cit., V.C.3, 14 dicembre 1915. 15 AUS, Verbali cit., V.C.3, 11 febbraio 1916. 16 AUS, Verbali cit., V.C.3, 16 gennaio 1917. 12 13
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I verbali del consiglio accademico non seguono lo svolgimento della guerra e non vi troviamo ricordi neppure dei principali avvenimenti, come la disastrosa rotta subita dall’esercito italiano a Caporetto nell’ottobre 1917. Come aveva previsto Achille Sclavo, i soldati erano soggetti a varie malattie che causavano un numero enorme di morti. Per contrastare una non meglio precisata epidemia che aveva colpito i militari al fronte, Cesare Biondi, il medico neutralista che si era arruolato nel ’15, fu inviato nelle località interessate e non esitò a spingersi in “zona molto avanzata” nel momento più difficile per l’esercito italiano che si stava riorganizzando dopo Caporetto. Biondi aveva ormai cinquanta anni, un’età che gli avrebbe consentito di rimanere tranquillamente a Siena a fare lezione e lavorare nei vari ospedali militari aperti in città17, ma, nonostante la militanza socialista e l’intima convinzione che la guerra fosse solo “l’inutile strage”, secondo la definizione di Papa Benedetto XV, svolse il proprio compito con tanto zelo da meritare, il 5 dicembre 1917, un encomio solenne da parte del Comando della III Armata impegnata sul Carso. Nella motivazione dell’encomio è scritto: “Incaricato delle indagini e dello studio circa le cause, l’andamento ed i possibili mezzi di remozione di un fenomeno di patologia interessante le truppe dell’Armata, espletava con singolare competenza e con profondo acume il non facile compito recandosi ripetutamente con lodevolissima attività presso le varie unità sanitarie anche in zona molto avanzata”18. Agli inizi del 1918 i morti dell’Università erano saliti a ventidue, il verbale del consiglio non riporta i nomi degli ultimi nove caduti, ma “invia un tributo di omaggio e di riconoscenza all’Esercito che contrasta così meravigliosamente il suolo sacro alla barbara invasione nemica”. Il consiglio, inoltre, aderì all’unanimità “all’opera patriottica del Fascio parlamentare di difesa nazionale, sorto e sostenuto da tutte le forze vive e sane della Nazione per disperdere gli insani e criminosi tentativi dei nemici interni e per conservare all’Esercito la sua magnifica combattività”19. Intanto, l’attività universitaria proseguiva normalmente e la burocrazia, che raramente offre prova di brillantezza, non trovava ostacolo neppure nella Per gli ospedali militari vedi M. BARNI, Siena città ospedaliera nella guerra ’15-’18, in corso di pubblicazione sul «Bollettino dell’Ordine dei Medici» 2015, e P. GORETTI, Giovanotti in trincea, Siena, Betti, 2015, p. 45. 18 AUS, fascicolo personale di Cesare Biondi n. 145, carte non numerate. 19 AUS, Verbali cit., V.C.5, 11 gennaio 1918. 17
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guerra: il 10 aprile 1918 il consiglio, oltre a dispensare dal pagamento delle tasse trentacinque studenti arruolati, esonerò per il 1916-1917 anche “il compianto studente di Medicina Vittorio Santoro morto nel novembre 1917 combattendo per la Patria” il quale, evidentemente, era rimasto in arretrato con i pagamenti20. La dispensa dalle tasse universitarie fu prolungata per tutta la guerra e agli studenti caduti fu concessa la laurea ad honorem. Il 10 luglio fu stabilita la data per la cerimonia di apertura dell’anno accademico 1918-1919 e Cesare Biondi fu incaricato di tenere il discorso inaugurale. Con l’autunno 1918 la guerra si avviava fortunatamente al termine, e l’otto novembre, quattro giorni dopo che il generale Armando Diaz aveva firmato il Bollettino della Vittoria, il rettore Mario Betti, ricordando il grido di “Viva l’Italia” che il 30 giugno 1915 aveva concluso la riunione del consiglio, propose di aprire la prima seduta successiva alla vittoria con lo stesso grido. Dopo aver informato i consiglieri di alcune iniziative per celebrare la vittoria, Betti comunicò la morte dello studente tenente Mario Magini laureando in Giurisprudenza21. Il primo dicembre 1918 nell’aula magna si svolse la cerimonia per aprire il nuovo anno accademico e Biondi, anziché trattare un argomento pertinente alla propria materia, la medicina legale, o alla celebrazione della vittoria, preferì rendere omaggio al suo amico e compaesano Giovanni Pascoli scomparso nel 1912. Dopo quattro lunghi anni di guerra Biondi volle parlare d’amore e di poesia, e intitolò la sua prolusione L’amore nella poesia del Pascoli. L’omaggio alla pace da parte di un pacifico uomo di scienza che non si era rifiutato di compiere quello che aveva ritenuto un dovere civico. Il discorso iniziò con queste parole: “Noi rincominciamo gli studi mentre si chiude l’anno memorando in cui si è spento l’incendio che avvampava l’Europa. L’umanità riprende adesso soltanto il suo cammino portando ancora negli occhi, viva e terrifica, la immagine residua dei lunghi bagliori di fuoco, donde deve rafforzarsi il proposito di evitare con ogni mezzo che si abbiano a ripetere nuove e più funeste tragedie”.
E proseguiva, prima di addentrarsi nell’analisi dei versi di Pascoli, con un saluto al rettore e ai docenti:
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AUS, Verbali cit., V.C.5, 10 aprile 1918. AUS, Verbali cit., V.C.5, 8 novembre 1918.
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“Noi possiamo così in quest’aula dove la scienza e l’umanità vogliono un culto perenne, riaffermare i valori dello spirito umano in un contenuto ed in una forma che superino ogni travaglio trascurante, che vivano e volino nelle eterne solitudini del sapere e della bellezza, e Voi mi consentirete, Magnifico Signor Rettore ed illustri Colleghi, che io consacri con una visione di arte e di umanità questa ripresa di studi in cui mi designaste oratore, contro ogni mio volere e malgrado ogni altro obbligo mio. E poiché nulla è più umano e più santo dell’amore tra gli uomini che li redima dalle comuni sofferenze e li innalzi con un palpito ideale al di sopra del dolore e del male, lasciate che io vi parli di chi dell’amore fece la luce vivida della sua anima eletta e lo splendore della sua arte. Ne avremo bisogno di amore dopo questa tragedia che ha torturato l’umanità! Ne avremo bisogno per tutti quelli che dalla guerra soffersero e sanguinarono; per tutti quelli che col loro sacrificio ci dettero esempio luminoso di virtù e di generosità; per tutte quelle madri, per quelle spose, per tutti i bimbi che piansero e piangono; per tutti i miseri che attendono il loro raggio nella redenzione nuova; e – perché no? – anche per tutti quelli che furono gettati in campo contro di noi e che adesso sono, vinti, alla nostra mercé”22.
Frasi prive di qualsiasi esaltazione della guerra pronunciate da un uomo che, pur essendo stato contrario al conflitto, aveva compiuto il proprio dovere di medico e a meno di un mese dalla fine della guerra auspicava la riconciliazione tra coloro che erano stati nemici.
GLI STUDENTI AL FRONTE Uno studente sicuramente entusiasta di arruolarsi fu Eugenio Sclavo, figlio del rettore Achille, iscritto a Medicina. Già nel 1913, appena quindicenne, Eugenio Sclavo era scappato da casa insieme con alcuni amici per arruolarsi nell’esercito montenegrino in guerra contro i turchi. L’avventura dei giovani senesi così bellicosi fu però breve: giunti a Bari furono fermati e rimandati a Siena, dove furono accolti dalle acclamazioni ammirate dei 22 C. BIONDI, L’amore nella poesia del Pascoli. Discorso letto il1 dicembre 1918 per la solenne inaugurazione degli studi nell’Aula Magna della R. Università di Siena, Siena, Lazzeri, 1919, pp. 3-4. Il discorso di Cesare Biondi è stato ripubblicato integralmente in appendice a M. Barni, Cesare Biondi, cit.
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coetanei e dalle ire paterne. Nel 1916, da poco iscritto al primo anno di Medicina e Chirurgia, Eugenio riuscì finalmente ad arruolarsi negli alpini, e grazie allo zelo dimostrato nel 1917 fu nominato comandante di reparto degli Arditi nel Terzo reggimento bombardieri. Non soddisfatto di far parte di uno dei reparti più attivi sul fronte, presentò domanda per essere trasferito nell’aviazione, costituita da poco ma che, grazie alle prodezze di un asso come Francesco Baracca, suscitava grande fascino. La sua richiesta fu però respinta per problemi alla vista23. Le notizie sulla vita al fronte degli studenti senesi sono scarse, frammentarie e relative quasi esclusivamente ai caduti. Nelle pubblicazioni edite per commemorarli sono ripetute come formule le frasi tratte dai decreti con cui il Ministero dell’Istruzione concesse loro la laurea ad honorem: “Michele Garzilli da Grumo Appula nel Barese, Sotto-tenente di complemento nel [omissis] Fanteria24. Comandante una pattuglia in recognizione sulla riva destra dell’Isonzo, spintosi arditamente in terreno pericoloso, cadde, esempio di valore, crivellato da piombo nemico il 15 giugno 1915”. “Cesare Ciancarelli da Rieti, Capitano effettivo del [omissis] Fanteria. In aspro combattimento a [omissis], essendo caduto il comandante del suo plotone, accorse rapidamente sulla linea del fuoco onde rianimare gli animi a forte resistenza, ma ben presto venne a sua volta ferito a morte spirando il giorno susseguente 5 luglio 1915 in uno ospedaletto da campo. Il suo nome benemerito è stato decorato per l’ardita impresa della medaglia di bronzo al valore”. “Giorgio Natoli da Roma, di madre senese, Capitano effettivo nel [omissis] fanteria fu ritenuto disperso mentre in un arduo combattimento teneva energicamente testa ad una pattuglia nemica. È stato poscia verificato che, non essendosi voluto arrendere prigioniero, venne nell’impari mischia barbaramente ridotto a morte. Gloria al suo nome”. “Mario Biancoli da Firenze, del I° anno di Giurisprudenza, Tenente del [omissis] fanteria, designato già Capitano per merito di guerra, mancò di vita in una sezione di sanità al fronte il 24 novembre 1915 per le numerose ferite riportate a [omissis] sulla via che più tardi condusse alla liberazione di
AUS, Carriere degli studenti, XII.D.a.50, fasc. 1031, carta non numerata; Archivio di Stato di Savona, Foglio matricolare di Sclavo Eugenio, anno 1898, n. 9453; P. Neri, Alle rive del Quiliano. Memorie di un’estate lontana, Siena, Il Leccio, 2000, pp. 71-73. 24 Nelle commemorazioni i numeri dei reggimenti e i nomi dei luoghi in cui furono feriti i militari ricordati sono sostituiti da puntini di sospensione. 23
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Raffaello Brini, studente di Giurisprudenza ferito il 15 maggio 1916 sul Carso e deceduto il 10 giugno nell’ospedale militare di Verona (foto conservata dalla famiglia Brini).
Gorizia. Al suo glorioso nome fu decretata la seconda medaglia al valore, avendone già conquistata una prima per antecedenti fatti d’armi a Plava, a Globna, a Tolmino, ove mostrossi sempre intelligente e valoroso. Onore imperituro al di lui nome”25.
Di questi ragazzi poco più che ventenni, oltre a queste roboanti parole, rimangono ora solo alcune foto che li ritraggono seri e impettiti nelle loro divise. Le poche notizie su come gli studenti subirono la guerra sono contenute nelle lettere scritte a casa, nelle quali la durezza della vita militare è mitigata dall’attenzione di non dare ulteriori preoccupazioni alle famiglie. Un esempio è fornito da alcuni brani tratti dalle lettere inviate ai familiari da Raffaello Brini, uno studente nato a Poggibonsi da famiglia senese il 5 giugno 189626. Dopo essersi diplomato nel liceo di Siena, Raffaello, seguendo l’esempio del babbo avvocato, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza nel 191427. Arruolato nel 1915, a diciannove anni, Brini fre-
D. BARDUZZI, Commemorazione degli studenti caduti per la Patria, XXIX maggio MCMXVII, Siena, Lazzeri, 1917, pp. 34-37. 26 La famiglia Brini abitava a Siena in via dei Termini, all’attuale n. 6. I Brini appartenevano alla Contrada della Civetta e Vittorio, fratello di Raffaello, fu capitano della Contrada. 27 Copie delle lettere inviate da Raffaello Brini e da alcuni ufficiali suoi superiori alla famiglia sono conservate nel suo fascicolo personale di studente, in AUS, Carriere degli studenti, XII.D.b.45, n. 1077. Vedi anche M. NOTARI OLIVOTTI, Luce di scomparsi, I, Siena, S. Bernardino, 1921, pp. 297-313, con brani delle lettere; Commemorazione cit., 1917, pp. 37-38; G. CATONI, Siena e la grande guerra, Siena, Edizioni Betti - Università Popolare Senese - Taccuini 5, 2014, p. 31. 25
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quentò a Modena il corso per allievi ufficiali di fanteria e nel marzo 1916 fu assegnato al 67° reggimento di stanza a Dignano, vicino Udine, “quindi ben distante dalla linea del fuoco”, scrisse il 18 marzo al babbo invitandolo a “non abbandonarsi a ipotesi e congetture allarmistiche sulla mia ormai decisa destinazione”. Il 24 marzo, in una lettera alla mamma, fa apparire il suo soggiorno in caserma quasi come una piacevole vacanza: “[…] ho potuto notare di essere capitato bene, essendovi completo affiatamento [tra gli ufficiali] e una grande allegria. Dalla finestra del mio appartamento vedo scorrere larghissimo e placido il Tagliamento che passa dappresso al paese, mentre in lontananza le Alpi cingono la pianura con la loro nevosa catena”. A dispetto di questo clima bucolico c’era però da preparasi per la guerra, e il 28 marzo Raffaello informò il babbo di aver fatto scavare al suo plotone una “trincea salda e comoda, con feritoie e gradino d’appoggio […] che sfacciato! Ho detto «ho fatto costruire»! Per quanto non fossi assolutamente nuovo in materia perché ne ho scavate anch’io a Modena, debbo confessare che ho potuto imparare cosa s’intende veramente per trincea dai miei soldati che ne sanno qualcosa”. Dopo due giorni tranquillizzò ancora la mamma: “[…] ho avuto la fortuna di trovare molti colleghi che giuocano a scacchi ed in questo divertimento passo quasi ogni sera, dopo la mensa, un po’ di tempo finché il capitano Stiatti, un chiassone di prima forza, non scioglie la seduta”. Delle partite a scacchi Raffaello ne parla anche il primo aprile in una lettera al fratello Vittorio: “[…] io la sera dopo la mensa non ti credere che mi allontani dalle tradizioni di famiglia, perché giuoco a scacchi come un disperato con vari miei colleghi, mentre tu, per non essere da meno, ti sfogherai analogamente con l’ottimo Enrico. Qua ogni bella giornata passano aeroplani generalmente italiani. Ieri ne passò uno austriaco circondato dalle nuvolette delle batterie antiaeree di Udine ed inseguito da due Caproni [aerei da guerra] italiani. Divertentissimo!”. I combattimenti aerei entusiasmavano Raffaello, che il 3 aprile scrisse alla mamma: “[…] oggi ho visto 7 aeroplani italiani aiutato mirabilmente dal bel binocolo che lo zio Cesare mi donò tanto cortesemente e che mi rimane veramente utile”. L’undici aprile l’incursione degli aerei austriaci fu più consistente: “[…] giorni sono passò alla lontana una squadriglia austriaca che tentò di bombardare un ponte sul Tagliamento e che fu fatta segno di tiri degli antiaerei di cui si distinguevano le nuvolette: ripiegò prontamente”.
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Fino alla metà di aprile Raffaello continuò a scrivere ai familiari ogni due o tre giorni rassicurandoli che per lui la guerra era ancora una cosa da guardare da lontano, col binocolo dello zio Cesare. Il 18 aprile però, poco prima della Pasqua, spedì allo zio una lettera per informarlo che la sera precedente era giunto un improvviso ordine di trasferimento: “[…] dove andiamo? Mistero: e anche lo sapessi comprenderà come non potrei dirglielo. Certo a sentire più da vicino il cannone e il resto. Non ne ho scritto in proposito a casa mia perché voglio che passino in pace almeno queste feste”. Il 2 maggio, dopo un altro trasferimento, informa i familiari di non poter dire loro in che località si trova per non “incorrere in noie” da parte della censura. Ma cerca di tranquillizzarli precisando che si trova “in alto, tra le magnifiche vette del Trentino, sempre lontano dalle trincee di prima linea godendo di un’aria purissima e di panorami bellissimi che non manco di ritrarre in numerose fotografie che spero riunire in un’interessante raccolta. A proposito, vi prego qualora non lo avessi già fatto, di inviarmi il materiale fotografico richiestovi per non abusare più della gentilezza di un mio collega che mi rifornisce appunto di quanto mi manca”. È evidente l’intenzione di Raffaello di informare i familiari che era ancora lontano dal fronte e tanto sereno da apprezzare le bellezze delle montagne trentine senza altri pensieri. La passione per la fotografia rivela anche la buona preparazione culturale del giovane perché, pur non essendo un fotografo professionista, aveva le conoscenze necessarie a sviluppare e stampare le foto. Anche se le montagne erano belle, per Raffaello e per i suoi commilitoni iniziarono a farsi sentire i disagi; l’otto maggio, scrivendo alla zia ‘Bitta’, la informò che era in una trincea a 1800 metri di altezza e con due metri di neve. L’equipaggiamento invernale, il sacco a pelo e il “comodo baraccamento blindato” dotato di una “minuscola salle a manger”, erano comunque sufficienti a proteggerlo dal freddo. Raffaello ormai era arrivato in zona di guerra, e confidò alla zia che “non è consigliabile passeggiare pei camminamenti e le trincee impettiti e calmi come se fossimo per i viali delle Cascine, del resto qualche ta-pum impertinente s’incarica di ammonirci in proposito”, per poi rassicurarla precisando che “i ripari sono sufficienti a garantirci dalle pallottole […]. Io non do queste notizie a casa perché m’immagino perfettamente il caos di preoccupazioni e supposizioni che provocherei, per quanto in gran parte ingiustificate”. Lo stesso giorno scrisse anche alla mamma e, per farla stare tranquilla,
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le disse che la sua unica preoccupazione era il mancato arrivo del materiale fotografico. Il 9, però, informò il cugino Luigi di essere “finalmente arrivato in trincea”, cioè in prima linea, e anche che “per quanto siano solo tre giorni che fo la guerra, le mie orecchie si sono già abituate alla sinfonia dei Mannlicher [fucili austriaci] dei nostri benamati cecchini, alias austriaci, e al passaggio aereo di direttissimi che infestano questa splendida regione rompendo il silenzio delle valli alpine. Ebbene, non puoi immaginarti con quanta facilità si diventa indifferenti a tutto questo curiosissimo modo di vivere (che del resto il modo più sbrigativo ed il sistema brevettato per andare all’altro mondo). Con tutto ciò sono contento di esser qua a compiere il dovere che tanti altri compiono, come loro allegro perché questo è l’umore che regna in zona di operazioni mentre, oh ironia della sorte, costà si metton troppo le bigonce in mollo!”. Il 10 maggio scrisse al fratello Vittorio, anch’egli richiamato, per dirgli che “il fronte è sicuro”, e tutto sommato la sua sistemazione era abbastanza confortevole. Il giorno dopo, finalmente, Raffaello ricevette il tanto atteso materiale fotografico che lo impegnò nello sviluppo e nella stampa delle foto scattate fino allora. Per le foto usava una macchina Kodak e i suoi zii pensarono di inviargli una più semplice e maneggevole “piccola Murer a pellicola” che Raffaello, però, chiese che fosse data al fratello con la speranza di usarla insieme “quando questa burrasca sarà passata”. Nonostante le precauzioni per non far sapere ai genitori che si trovava in prima linea, il babbo ne fu informato e il 13 maggio Raffaello ammise di trovarsi in trincea, ripetendo ancora una volta di trovarsi benissimo, riparato in una baracca blindata e ben protetto anche dal freddo. Eppure, nonostante il tono rilassato delle lettere, la vita in trincea era dura: il 14 maggio scrisse al cugino Giuseppe raccontando che la mattina da una feritoia aveva fotografato le posizioni austriache “e tanto per mettermi in cortese corrispondenza con la sentinella nemica le ho sparato un caricatore, che ella mi ha prontamente contraccambiato come le regole di buona società di quassù esigono. Per quanto gli effetti non siano mai visibili in questi casi e quasi sempre costituiscano non altro che fuochi di gioia perché le posizioni sia dall’una parte che dall’altra sono blindate. Pure questo è il consueto modo di darci il buongiorno. Faceti eh? Mattacchioni!”. E prosegue poi con una frase che dimostra come, a dispetto del tono rilassato usato nelle lettere a casa, Brini avesse già conosciuto l’aspetto peg-
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giore della guerra: “La guerra fra tanti lati orribili ne ha parecchi ridicoli: quella bestia che si chiama uomo, quanto più soffre ed è in pericolo, tanto più quando questo è passato, ha bisogno di ridere, almeno per stabilire con questa reazione il compenso. Bello squarcio di filosofia da tre braccia e un franco!”. A dispetto delle rassicurazioni ai genitori e delle premure per farli stare tranquilli, nella lettera del 16 maggio non poté evitare di informarli di essere stato ferito: “Carissimi, ieri, durante un attacco fui ferito al fianco sinistro da una scheggia di granata. Fortunatamente questa non lese organi vitali cosicché, per quanto non a brevissima scadenza, la guarigione non tarderà a ricondurmi nelle primitive condizioni. Ricoverato all’ospedale di Arsiero attendo stasera stessa di partire per quello di qualche più grande città. Ve ne renderò conto al mio arrivo. State tranquilli che ho completa fiducia del buon esito dell’incidente. Bacioni, Lello”. Raffaello era stato ferito il 15 maggio nel corso della “Battaglia degli altipiani”, o Frühjahrsoffensive (Offensiva di primavera), che, iniziata nella notte precedente con un lungo cannoneggiamento da parte degli austriaci, si concluse il 27 giugno. La prima fase della battaglia vide prevalere gli austriaci e l’esercito italiano ritirarsi dagli altipiani vicentini, il 14 giugno iniziò la controffensiva italiana che riconquistò le posizioni perdute. Lo scontro in cui del 15 maggio fu descritto dal capitano Alberto Stiatti e dal colonnello Erasmo Pegazzano, comandante del 69° reggimento fanteria che si trovava a Costa d’Agra, in località Malga Pioverna Alta: “Nella giornata del 15 maggio 1916 allorquando, dopo un lungo, micidiale bombardamento, gli austriaci irruppero nelle nostre trincee, il Brini radunò prontamente un manipolo di soldati ed iniziò la prima resistenza, ma dopo pochi istanti cadde colpito gravemente da palla nemica”.
Altre informazioni sullo scontro il capitano Stiatti le fornì al babbo di Raffaello in una lettera del 14 giugno: “Come Ella ben saprà, suo figlio fu ferito la mattina del 15 maggio alle ore 11, allorché il nemico entrato nella nostra trincea io ordinai la più fiera e disperata resistenza. E resistemmo aspramente facendo strage degli austriaci. Facemmo fuoco ininterrottamente dalle 11 del mattino alle 2 dopo mezzanotte, poi mi mancarono le cartucce e anche gli uomini e venne l’ordine di ripiegare. Dovessi campare mille anni non dimenti-
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cherò mai i momenti di terribile angoscia passati in quella sanguinosa giornata. Visitai il suo povero Raffaello nella baracca ove l’avevo fatto ricoverare, né potei più vederlo sia perché non ne ebbi più il tempo, sia per non farmi vincere dall’emozione. Mi tormentava il pensiero di farlo trasportare al sicuro perché non cadesse eventualmente in mano al nemico, e ci riuscii la sera verso l’imbrunire, in cui col suo fido attendente (scomparso il 18) lo feci portare per il primo al posto di medicazione. Tutta la sua roba rimase nella trincea, che fu poi da noi abbandonata. Solo salvai portandoli meco i seguenti oggetti: il binocolo, la rivoltella, la macchina fotografica, l’orologio (col vetro rotto per la caduta) e un portafoglio con trecento lire”.
Le fotografie che tanto avevano impegnato Brini nelle settimane trascorse in trincea andarono naturalmente perdute nel tumulto della ritirata. È difficile immaginare le sofferenze provate da Raffaello tra il ferimento e il ricovero in un ospedale da campo, trasferimento che, come in innumerevoli altri casi, era impossibile fare con le dovute attenzioni e che spesso aggrava le condizioni dei feriti. Il 20 maggio, scrivendo al babbo, Raffaello fu costretto ad ammettere che “la ferita non è lieve come già ti ho detto perché compromette le gambe ed occorre una cura lunga e scrupolosa che spero di incominciare all’ospedale di Verona domani o domani l’altro. Così io spero che tu mi verrai a trovare appena da un mio telegramma sarai avvertito del mio arrivo nella città suddetta. Non state in pensiero, vi scongiuro, perché tutto anderà per il meglio. Bacioni, Lello”. Il 26 maggio, dopo essere stato ricoverato a Verona, Raffaello ebbe la visita del babbo, dello zio Cesare e del cugino Luigi. Per un ragazzo tanto legato alla propria famiglia rivedere i parenti fu sicuramente un grande sollievo, e subito scrisse alla mamma per informarla minimizzando la ferita ricevuta come “una lieve lesione alla spina”. Il 29 maggio scrisse al fratello Vittorio, informandolo che in realtà “la ferita di cui mi ha fatto dono uno dei tanti sudditi di Cecco Beppe non è molto lieve essendone rimasto interessato il midollo spinale […]. Spero presto di essere trasportato a Firenze ove potrò riabbracciare tutti i cari che là mi attendono. Stai tranquillo e prendi un bacio dal tuo affezionatissimo fratello Lello”. Questa fu l’ultima lettera perché, informati dell’aggravarsi delle sue condizioni, i genitori lo avevano raggiunto insieme col fratello. Il 10 giugno Raffaello moriva nell’ospedale di Verona; alla sua memoria fu concessa la
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Fascicolo personale dello studente Raffaello Brini (Archivio storico dell’Università di Siena, XII.D.b.43, n. 2011).
medaglia d’argento al valor militare. Aveva compiuto vent’anni da cinque giorni. Sul fascicolo personale dello studente Raffaello Brini, come su quelli degli altri ragazzi morti, l’impiegato delle segreterie dell’Università, usando una grossa matita blu, scrisse: “Morto in guerra”, e lo depositò in archivio28.
AUS, Carriere degli studenti, XII.D.a.51, n. 1077. In seguito la famiglia Brini consegnò all’Università le copie delle sue lettere che furono inserite nel fascicolo. 28
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IL DOPOGUERRA E PIERO CALAMANDREI Finita la guerra iniziò il periodo delle celebrazioni, dei discorsi commemorativi e dei monumenti a ricordo dei caduti. Giovanni Romolo Molteni, uno scultore dilettante ma di buon livello, che dopo essersi laureato in Giurisprudenza si era iscritto a Medicina, si offrì per realizzare a sue spese “una lapide artistica commemorativa degli studenti caduti”29. Il monumento, una Vittoria alata di bronzo posata su una lapide di marmo con i nomi dei caduti, evidentemente influenzata da Leonardo Bistolfi, il principale scultore simbolista italiano, fu inaugurato nell’atrio del palazzo universitario il 29 maggio 1919, anniversario della battaglia di Curtatone e Montanara. Nella lunga serie di discorsi letti nell’occasione, furono rammentati anche quattro studenti, Giuseppe Cupi, Santi Fracassi, Angiolo Pinzi e Raffaello Franceschelli, dispersi in battaglia al cui ricordo fu conferita la laurea ad honorem30. L’ultimo caduto dell’Università a causa della guerra fu Gino Menabuoni, docente di Pediatria arruolato nel 1917 e deceduto nel febbraio 1919 nell’ospedale di Verona31. Alcuni invalidi di guerra, come Brunetto Gennari, ex Ardito membro della “Compagnia della morte”, ferito a una mano da una scheggia di granata e decorato con la croce di guerra, furono assunti all’Università come bidelli o inservienti32. Dal dicembre 1918 era iniziata l’affluenza a Siena di studenti provenienti dalle “terre redente”, e i primi due, Riccardo Beden e Lucio Hildebrand, entrambi triestini, furono ammessi il 10 dicembre33. 29 AUS, Verbali cit., V.C.5, 10 dicembre 1918. Il bozzetto del monumento fu sottoposto all’approvazione di Emilio Gallori, il più apprezzato scultore senese dell’epoca. In un primo tempo, il monumento fu collocato sulla parete sinistra dell’atrio del palazzo dell’Università, nel punto in cui nel 1938 fu aperta la porta della portineria (vedi la foto dell’atrio pubblicata in L’Università e le istituzioni culturali in Siena, Siena, S. Bernardino, 1935, p. 15). Molteni conosceva bene molti studenti caduti, tant’è vero che lui aveva la matricola di Medicina n. 1040, e Vittorio Emanuele Santoro, uno dei ragazzi morti in guerra, la n. 1041. 30 M. BETTI, Per la inaugurazione di una lapide monumentale in ricordo degli studenti caduti per la Patria. XXIX maggio MCMXIX, Siena, Lazzeri, 1917, p. 7. 31 AUS, Verbali cit., V.C.5, 15 febbraio 1919; A. Borrino, Gino Menabuoni, in Annuario 1921-1922, pp. 170-171. 32 AUS, Fascicolo personale di Brunetto Gennari n. 573. I membri della “Compagnia della morte” degli Arditi avevano il compito di giungere fino ai reticolati austriaci per tagliarli o farli saltare in aria. 33 AUS, Verbali cit., V.C.5, 10 dicembre 1918 e 27 gennaio 1919.
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Tra il dicembre 1918 e il dicembre 1919, dai territori conquistati all’Austria si iscrissero a Siena 36 studenti: 19 a Giurisprudenza, 13 a Medicina e Chirurgia e 4 alla Scuola di Farmacia34. Confrontando i dati pubblicati negli annuari accademici, vediamo che nel 1913-1914 (ultimo anno in cui fu pubblicato l’annuario prima della guerra), gli iscritti in totale erano 282: 163 a Giurisprudenza, 91 a Medicina e 28 alla Scuola di Farmacia35. Nel 1921-1922 (primo anno del dopoguerra in cui fu stampato l’annuario), gli iscritti furono 424: 189 a Giurisprudenza, 180 a Medicina e 55 alla Scuola di Farmacia36. Un aumento così forte degli immatricolati era causato dall’impossibilità di molti giovani di iscriversi negli anni precedenti poiché erano arruolati. Nelle aule, come scrisse anni dopo Mario Bracci, futuro rettore dell’Università, c’era quindi “una gran folla di studenti” e le matricole si trovarono accanto “a uomini fatti”, molti dei quali, in attesa del congedo definitivo, “erano ancora in divisa e portavano il pizzo e addirittura la barba, come eroi omerici”37. Anche se la guerra era finita alcuni studenti erano ancora trattenuti sotto le armi, e nel marzo 1919 il consiglio accademico ne esonerò sedici dal pagamento delle tasse universitarie, tra i quali Mino Maccari e Mario Bracci, due protagonisti della cultura senese del Novecento38. Tra gli studenti reduci dal fronte nel 1923 giunse a Siena anche il trevigiano Giovanni Comisso, il futuro scrittore e giornalista che, dopo essersi arruolato volontario e aver seguito D’Annunzio nell’Impresa di Fiume, aveva frequentato i primi tre anni di Giurisprudenza a Padova per venire poi a Siena per finire gli studi. Nello stesso 1923 Comisso iniziò a scrivere Giorni di guerra, una sorta di racconto della sua esperienza militare destinato a divenire uno dei suoi libri più celebri. Un lavoro che impegnò molto lo scrittore poiché vi lavorò fino al 1928 per pubblicarlo nel 1930, sottoponendo però il
Per la Facoltà di Giurisprudenza vedi AUS, Registro delle matricole, XII.C.b.7; per la Facoltà di Medicina e Chirurgia registro XII.C.a.6; per la Scuola di Farmacia registro XII.C.d.3. Farmacia sarà trasformata in Facoltà nel 1933. 35 R. Università degli Studi di Siena, Annuario accademico 1913-1914, Siena, Lazzeri, 1914, p. 96. 36 R. Università degli Studi di Siena, Annuario accademico 1921-1922, Siena, Lazzeri, 1922, p. 71. 37 M. BRACCI, Quelli che non marciarono, in «Il Ponte», VIII n. 10, ottobre 1952, p. 4. 38 AUS, Verbali cit., V.C.5, 25 marzo 1919. 34
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testo a continue modifiche fino all’ultima edizione nel 1961. Comisso, che a Siena aveva preso alloggio in una camera in via Franciosa all’odierno n. 74, si laureò nel 1924 discutendo una tesi su Il diritto d’autore, avendo curiosamente come relatore, lui che era stato un interventista convinto, Carlo Manenti, uno dei docenti che all’inizio della guerra, con Cesare Biondi e altri neutralisti, era stato accusato di essere un “austriacante tedescofilo”39. Dopo la guerra, da più parti erano stati espressi auspici di poter finalmente avere un lungo periodo di pace, speranze che erano però destinate a rimanere vane. Subito dopo la fine del conflitto iniziarono gli scontri tra i reduci e la sinistra massimalista. La parte estrema della sinistra socialista, nell’intento di portare Piero Calamandrei, docente di Proceanche in Italia gli effetti della Rivoludura civile. zione russa, non esitò a organizzare dimostrazioni violente contro i reduci e le celebrazioni dei caduti, suscitando reazioni da parte del non meno violento neonato movimento fascista. Il 29 maggio 1920, Piero Calamandrei, indiscutibile figura di democratico e dall’anno precedente docente a Siena di Procedura civile e ordinariato giudiziario, lesse il discorso In memoria degli studenti caduti per la Patria. Nelle frasi pronunciate da Calamandrei, è evidente l’amarezza di un reduce decorato con la croce di guerra che vede “bruciare sulle piazze la bandiera d’Italia per sollazzo domenicale”, e “coloro che portano sulle vesti e più sulle carni i segni del loro valore e del loro martirio, i mutilati in divisa, ingiuriati, inseguiti come ladri, percossi, pugnalati alle spalle; fuori di qui le turbe esaltate che passano in corteo cantano una loro canzone, il cui stolto ritornello dice che la bandiera bianca rossa e verde si deve abbassare; e noi pensiamo mestamente, con un nodo di pianto alla gola, che proprio perché
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AUS, Carriere degli studenti, fascicolo personale di Giovanni Comisso, XII.D.b.58, n.
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il bianco rosso e verde non fosse abbassato cinquecentomila giovinezze si sono immolate tra lo Stelvio e Monfalcone, cinquecentomila nostri caduti giacciono lassù, nei solitari cimiteri di guerra dove nessuno li ricorda, fuorché le madri che non dimenticano mai. Eppure, ciò che più ci amareggia e ci offende non è questa follia delle turbe esaltate. Quando vediamo passare per le strade dietro ai drappi rossi le folle ubriacate dalla passione di parte, noi riusciamo tuttavia a ritrovare in quelle facce trasfigurate dall’odio, noti volti che già ci furono fraternamente cari in altri tempi, quando un’altra passione li ardeva sotto l’elmetto grigio del combattente. E vorremmo, ora, chiamar fuori dal tumulto uno qualunque di loro e parlargli pacatamente così: «Fermati, o tu che oggi gridi abbasso la Patria, e guardami in faccia. Non mi riconosci? Eppur ti conosco bene io, che ti ho incontrato un tempo sulla prima linea, dove non erano che i buoni. Quale brigata era la tua? La brigata Volturno, ricordo, la brigata verde e rossa. Quale reggimento? Il 218. Ah, quello che il 2 luglio ebbe mille morti sul Pasubio e non lasciò la posizione. E quale battaglione? Il terzo. Ah, quello che a Candelù ricacciò gli austriaci al di là del Piave … ecco, sì ti ravviso: tu eri uno dei più valorosi, eri sempre primo nelle pattuglie; tre volte sei stato ferito, non hai medaglie soltanto perché si son dimenticati di dartele. E ora, dopo tutto questo, ora tu gridi abbasso la Patria? Ma dimmi, perché sei stato fante rassegnato e tenace, se non per questa bandiera? Perché per tre volte hai dato il tuo sangue, se non per questa bandiera? Perché per tre anni hai pazientato al gelo e al sole, e hai combattuto e trepidato, e hai sperato e vinto, se non per questa bandiera nostra, ch’è la tua terra e la tua casa, la tua donna e i tuoi figliuoli, il tuo onore e il tuo lavoro, o italiano?» E forse di fronte a chi gli parlasse così, quel reduce abbasserebbe la testa senza saper rispondere, né più vorrebbe rinnegare col ritornello insensato il grande ricordo che può dormire ma non può essere morto nel suo cuore. No, non è questa esasperazione delle turbe che più ci oltraggia: abbiamo imparato in guerra a conoscere il nostro popolo e ad amarlo, e sappiamo che egli risponde sempre a chi gli va incontro con una parola di amore. Ma ciò che più ci offende è che le sorti d’Italia siano ancora in mano di una genìa di sordidi, di mercanti e di pingui banchieri senz’anima, i quali mentre non trovano pane da dare ai mutilati o, se lo trovano, lo gettan loro con gesto di elemosina come si getta il soldo al mendicante nella polvere, giuocano in borsa sulle miserie della Patria e consentono che i loro compari continuino a ostentare le loro ricchezze in faccia alle vedove dei nostri caduti, con il sangue dei quali si sono arricchiti durante la guerra. E se poi le plebi indignate tumultuano dinanzi a
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questi sconci sperperi, non trovano per placarle altro rimedio più degno che quello di fare assassinare per le vie d’Italia i giovani rei di credere ancor nella Patria, e di far gettare in galera, insieme con le prostitute, le giovanette dalmate e fiumane che nelle carceri dell’Italia liberatrice rimpiangono amaramente la mitezza dell’Austria imperiale, clemente e generosa al confronto”40. Parole grandiose quanto amare, che a causa del fanatismo bolscevico e dell’ingordigia “dei sordidi, dei mercanti e dei pingui banchieri”, erano destinate a cadere in un vuoto che due anni dopo sarà sventuratamente colmato dal Fascismo che condurrà l’Italia a una guerra ancora più grande e disastrosa della Grande guerra.
P. CALAMANDREI, In memoria degli studenti caduti per la Patria, Siena, Lazzeri, 1920, pp. 3-5. 40
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Echi di guerra al San Niccolò
Una lettura antropologica delle cartelle cliniche dei militari ricoverati al San Niccolò, durante la prima guerra mondiale: ho accolto l’invito dei curatori del volume e della mostra non per la competenza, quanto per il desiderio di confrontarmi con due nodi cruciali del nostro tempo: lo snodo nazione/ patria, con cui ci si ritrova a fare i conti sempre più spesso – sia che ci si occupi di antropologia politica, sia che si lavori sul tema dei patrimoni culturali, delle eredità, della memoria e delle identità – e quello della malattia mentale e della sua cura, che dopo essere stato oggetto di una riconquista da parte dei saperi biomedici, riemerge nell’attenzione alle pratiche espressive, ai linguaggi dell’arte, alle pratiche della medicina, alla sperimentazione di pratiche solidali, e poi, di nuovo, come questione patrimoniale: il padiglione Conolly del San Niccolò come spina nel fianco di una comunità pur orgogliosamente patrimoniale quale la collettività senese, già riconosciuta come tale in sede Unesco. Per tutti questi motivi, ho intrapreso l’incursione tra le cartelle dei ricoverati al San Niccolò1 tentando di mantenere, metodologicamente, una proQuello dell’ex Ospedale psichiatrico è un archivio prezioso che la Usl7 – poi divenuta Uslsudest – ha reso finalmente accessibile e disponibile come pubblica risorsa culturale (sebbene con tutti i limiti derivanti dalla ristrettezza delle risorse finanziarie disponibili). L’accesso e la consultazione sono stati possibili grazie alla disponibilità di Giovanni Malpelo e Francesca Roggi, con la collaborazione di Alberto Gazzarri. Sono stati esemplari altri studi analoghi, quali quello di A. SCARTABELLATI, Esistenze mutilate. La storia senza riscatto dei folli di guerra, in N. LABANCA (a cura di), Guerra e disabilità. Mutilati e invalidi italiani e primo conflitto mondiale, Unicopli, Milano 2016, pp. 75-94; I. LA FATA, Follie di guerra. Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte (1915-1918), Unicopli, Milano 2014. Altri esempi in A. SCARTABELLATI (a cura di), Dalle trincee al manicomio. Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande Guerra, Marco Valerio, Torino 2008, pp. 221 e ss. Molti gli spunti offerti, in generale, da A. GIBELLI, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, Mondadori, Milano 1998; ID., L’officina della guerra: la Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino 1991. 1
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spettiva ad altezza etnografica: cioè ad altezza d’uomo; ho sfogliato quelle carte ascoltandone le storie, facendo dialogare i materiali che l’archivio conserva così come in una situazione di racconto si presta attenzione ora a qualcuno che parla di fronte, ora a chi ti bisbiglia qualcosa di lato. Le note che seguono, pertanto, hanno tutti i limiti dei cosiddetti “carotaggi” quando esportati nel campo delle esperienze umane: ciò che c’è viene interpretato “come se” fosse rappresentativo di ciò che non è stato letto, o che è sfuggito; la finzione etnografica che mi ha guidato non è quella del grande affresco storiografico, ma del racconto: una metanarrazione su un evento che ha indubbiamente marcato l’inizio della nostra condizione moderna, che l’archivio di Siena conserva a disposizione di chi voglia approfondirne l’ascolto. L’impegno del San Niccolò nella cura dei militari è riassunto in una puntuale relazione, predisposta da Virgilio Grassi, per il periodo 1916-1919 e pubblicata nel 1920 su Rassegna di Studi Psichiatrici, la rivista che, emanata direttamente dal gruppo di medici operanti nel manicomio senese, accompagna da vicino gli eventi bellici, fa eco al dibattito internazionale e partecipa a quello che si sviluppa nella psichiatria nazionale, allineandosi su posizioni decisamente belliciste2, e ci consente di immaginare il clima dominante nell’ospedale senese. La distanza temporale dall’evento, concluso ormai da quasi da due anni, trapela già in alcune considerazioni meno costrette dalla congiuntura: il direttore D’Ormea, per esempio, introduce il bilancio fatto da Virgilio Grassi, sottolineando il dato positivo della diminuzione complessiva dei ricoveri nel periodo bellico, una tendenza che continuava anche al momento della pubblicazione. Contraddicendo chi temeva una “maggiore morbilità del sistema nervoso” dovuta alle “privazioni, le ansie e gli strapazzi fisici e morali di ogni genere che al conflitto immane si sono accompagnati, non solo per i combattenti, ma anche per gli altri”, la diminuzione che si registra nel dato dei La “scienza alienistica […] rimodulava, nell’organizzazione militare” le proprie caratteristiche e le proprie ambizioni cioè: “la volontà di dominio totale del paziente e la pretesa di esibirsi al potere politico quale funzione di stato a tutti gli effetti”, S. MANENTE, A. SCARTABELLATI, Gli psichiatri alla guerra. Organizzazione militare e servizio bellico, 1911-1918, in A. SCARTABELLATI (a cura di), Dalle trincee… cit., p. 93. Per un sistematico quadro si rinvia a B. BIANCHI, La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano (1915-1918), Bulzoni, Roma 2001; al già citato A. SCARTABELLATI (a cura di), Dalle trincee al manicomio… cit., oltre a L. RAITO, Gaetano Boschi. Sviluppi della neuropsichiatria di guerra (1915-1918), Carocci, Roma 2010. 2
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ricoveri in manicomio va interpretata: o si stratta di “una reale diminuzione della pazzia” o di tratta di un effetto apparente, e pertanto foriero di non pochi rischi. Nel primo caso, però, non c’entrerebbe la guerra in sé, direttamente: il rinsavimento della popolazione italiana sarebbe da correlare al miglioramento delle condizioni di vita dei ceti popolari, al superamento di quel “disagio economico, che la politica bellica e post bellica ha, artificialmente, ma di fatto eliminato o grandemente attenuato nelle classi operaie” (A. D’Ormea, pp. 3-4). La condizione economica, però, giocherebbe un ruolo importante anche nell’altra ipotesi, quella per cui le famiglie, potendo godere di migliori condizioni economiche, sarebbero meno spinte a “rinchiudere molti malati tranquilli che prima rappresentavano un peso intollerabile per il magro bilancio domestico”. D’altro canto, ci sono le amministrazioni provinciali – incaricate di tutelare la salute mentale – che, invece di accollarsi le sempre più onerose rette delle istituzioni manicomiali, avrebbero scelto di finanziare direttamente le famiglie o di inviare i potenziali degenti a semplici ricoveri di mendicità, dalle rette infinitamente più economiche. E questo nascondere la pazzia al sapere che la accoglie, la reclude e la descrive (talvolta la cura), sarebbe davvero “un deplorevole ritorno all’antico e con quanto vantaggio della eugenica è facile immaginare” (ibidem). Ad ogni modo, e malgrado il richiamo all’eugenica, il fenomeno “merita tutta la considerazione degli alienisti non solo, ma anche dei sociologi e degli igienisti” (ibidem). V. Grassi entra subito nel merito dei dati, distinguendo due diverse statistiche: quella degli alienati civili da quella degli alienati militari; entrambe, sommate nel corso del quadriennio di guerra, ebbero a produrre delle cifre importanti: 906 ricoveri nel 1917, 1532 presenze nel settembre 1917. I militari giunsero in abbondanza, ai 30 che furono ricoverati già nel 19153, se ne aggiunsero 88 l’anno seguente, 483 nel corso del terribile 1917, 149 nell’ultimo anno di guerra, e ancora 59 l’anno successivo, effetti tardivi ma Dei militari ammessi nel 1915 solo 7 provenivano dal fronte, degli altri, nella relazione sui ricoveri del 1915, si dice che avevano risentito del distacco dalla famiglia o della preoccupazione di andare al fronte. Il bilancio di Grassi si allineava alla tesi dominante nella psichiatria nazionale, che escludeva una funzione patogena della guerra in sé, senza però negare, ancora, le correlazioni con l’aumento dei ricoveri dei civili (cfr. il bilancio del 1915, di V. GRASSI, Rassegna di Studi psichiatrici, VI, p. 100. 3
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rappresentativi della persistenza del trauma bellico. Degli 809 militari, solo 8 risultavano ancora degenti; per gli altri si erano aperte varie strade. Le tabelle di Grassi si concentrano sul quadriennio, e si perdono di vista i trenta casi ricoverati nel 1915; tuttavia i dati delle dimissioni sono espliciti: 115 guarigioni, 447 miglioramenti, 1 solo caso di mancato miglioramento (da “demenza paralitica” nel 1918), 153 trasferiti, non guariti in qualche caso riformati, ad altri manicomi, 2 evasi, 20 decessi. Nascosti tra queste cifre, 40 non riconosciuti alienati, domiciliati per la metà a Siena e perlopiù a guerra finita, nel 1919. Poco meno della metà di tutti i militari transitati in questo periodo (359 su 809) provengono per trasferimento dal manicomio di Reggio Emilia, altri, più distribuiti nel quadriennio, dallo “Spedale Militare di Spezia” (137) ed infine da “Spedali militari, caserme, centri sanitari, carceri, domicilio ecc. di Siena e provincia”, l’altro contingente di rilevante entità: ben 257 persone, di cui 43 a guerra finita. Per dovere di sintesi propongo anche il quadro delle “psicopatie” che venivano registrate al momento della “uscita” dalla contabilità statistica del manicomio. Frenastenici: 61, di cui 36 migliorati; psicosi degenerativa: 1 solo caso, migliorato; psicosi nevrastenica: 13 casi, di cui 2 guariti e 10 migliorati; psicosi epilettica: 95 casi, di cui 68 casi migliorati e 10 guariti; psicosi maniaco depressiva: 342 casi, di cui 204 migliorati e ben 74 guariti, anche se con 8 morti; demenza precoce: 100 casi, con 53 miglioramenti complessivi; demenza paralitica: 6 casi, tra cui il solo caso di dichiarata “mancata guarigione”; 1 solo caso di paranoia (trasferito); 10 casi di alcolismo (3 guariti, 6 migliorati 1 morto); 109 casi di amenza, di cui 24 guariti e 65 migliorati. Dichiaro la scelta di non commentare il quadro nosografico, le classificazioni, la terminologia ricorrente, le prassi diagnostiche: un conto è interpretare testi quando – come accade nella letteratura bellicista – appaiono sulle riviste, nelle rubriche di circolazione culturale e di confronto intellettuale; altro conto è presumere di poter mettere ordine in un vortice terminologico caratterizzato da ambiguità e incertezze semantiche sia per quanto concerne le diagnosi, che le terapie, che le prognosi4, quando appare evidente che è in primo luogo una struttura di parole che deve contenere, con-
4 Ritengo generoso, ma non privo di rischi, il tentativo di attualizzarne la valenza alla luce delle corrispondenze con i sistemi diagnostici odierni, come propone I. LA FATA, Follie di guerra… cit., 147 e segg.
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trollare ed ordinare e il cui effetto sulla realtà descritta ha forse più della parola magica (e dell’efficacia simbolica del suo potere) che della parola tecnica e della promessa della sua efficacia scientifica. Certo è che, stando alle cartelle cliniche, chi arrivava al San Niccolò aveva diritto ad un posto in questa topografia della sofferenza. Forse, come suggeriva uno psichiatra di Siena, secondo la memoria di un ricoverato5, un manicomio è meglio di una qualunque trincea; ma certamente a chi aveva lasciato il proprio senno su una dolina, veniva riconosciuto un titolo ben incerto: troppo o troppo poco, demente o amente, alcolista o epilettico che fosse, la diagnosi sembra costituire un piano identitario secondario rispetto a quello di membro della famiglia alienata. La prova, vivente, della salute mentale degli altri; la zona d’ombra tra la sacralità dei morti ed il protagonismo dei reduci, tra la retorica, roboante, dell’eroismo ed il silenzio dell’indicibile, di chi non sa più dire. Si legge che si è dovuto attendere Emilio Lussu, con il suo Un anno sull’altipiano, apparso nel 1945, per cominciare a sentire cose che non erano trapelate, se non forse nelle consorterie anarchiche; le generazioni del dopoguerra troveranno perfetta continuità tra la retorica risorgimentale che include la prima guerra mondiale, le recriminazioni per la vittoria mutilata, e la missione di riscatto che il fascismo si accollerà per mostrarsi come ciò che la Patria aveva nel proprio destino. La sola torsione concettuale macroscopica sarà la piegatura filoariana, e pertanto filotedesca, di quella ideologia razzista incardinata sulle ragioni grossolanamente scientiste dei sostenitori dell’eugenetica che è dominante nel panorama delle riflessioni in ambito psichiatrico e antropologico-criminologico6. Tanti i filoni di discorso che si dipanano da queste pratiche e da queste retoriche: Bruna Bianchi segnalava come nell’ambito psichiatrico di area tedesca “la sperimentazione di tecniche di dominio e di manipolazione” e “l’accanimento terapeutico volto al recupero del maggior numero possibile di uomini per il fronte o per il lavoro industriale” avessero “condotto parte della storiografia [tedesca, nel caso riferito] a tracciare una linea di continuità
Cfr. infra, l’incontro riferito da V. D’Aquila con il dottor V. Grassi. Per una disamina più estesa del tema, cfr. F. Mugnaini, 2016, “Il villaggio dei cuori straziati. La grande guerra vista dall’Ospedale Psichiatrico ‘San Niccolò’ di Siena”, draft, reperibile in https://www.academia.edu/Papers/Upload?cb=https%3A%2F%2F www.academia.edu% 2F§ion=Papers 5 6
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tra i metodi e il pensiero psichiatrico durante la guerra e quelli del nazionalsocialismo”7 e come in generale, si fossero rafforzati gli stereotipi dell’identità “razziale”: neri, per l’esercito americano, rom ed ebrei per l’esercito tedesco, irlandesi per l’esercito inglese, vengono tacciati di debolezza o inaffidabilità8. In ambito italiano, invece, oltre al fatto che i “meridionali” siano costituzionalmente meno resistenti al dolore9, l’affermazione della tesi della ereditarietà della follia spiega sia la crudeltà dei nemici austro-tedeschi che la debolezza dei matti di guerra: “Ad un occhio esercitato non solo, ma anche al profano non sfugge certo la deformità o la disarmonia delle fisionomie, e dei volti e degli sguardi dei nostri ricoverati. Asimmetrie, crani idrocefali, orecchie ad ansa, zigomi sporgenti, nasi camusi, sopracciglia riunite e foltissime, mandibole enormi, seni frontali protuberanti, sguardi incerti e vaganti o attoniti o freddamente penetranti, loschi o sinistri, vi è qualcosa che subitamente vi dice che siamo nel campo della degenerazione e della patologia”, scrive G. Antonini10, nel novembre 1915. L’autore scriveva a ridosso della commemorazione dei defunti, ed aveva avuto modo di scorrere le pagine della “Illustrazione italiana” dove erano riportati “numerosi ritratti dei morti sul campo dell’onore. E una constatazione antropologica facev[a] nell’esame di quelle serene e franche e marziali immagini di soldati caduti sul campo, che in tutti vi era la bellezza e l’euritmia dei volti e l’assenza di ogni carattere degenerativo. Non è meraviglioso che alla bellezza dei morti corrisponda, per i nostri malati mentali che sono i deboli, i pavidi, i vinti nella battaglia della vita, la deformità dell’aspetto e l’infelicità del corpo?”11 L’evidenza somatica della virtù – la bellezza degli eroi morti a contrasto con la bruttezza dei corpi e dei volti dei soldati alienati, la nozione di “scorie” e di un destino nazionale scolpito nella “razza” dei suoi uomini, saranno
B. BIANCHI, Il trauma della modernità. Le nevrosi di guerra nella storiografia contemporanea, in A. SCARTABELLATI (a cura di), Dalle trincee… cit., pp. 9-64, p. 40. 8 Ivi, p. 42. 9 E. PADOVANI, Note e osservazioni dalle zone di guerra, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. V, n. 5, p. 345. 10 G. ANTONINI, “Sulle forme mentali in militari di ritorno dalla fronte”, “Com. al Gruppo di prop. Mediche nella Guerra”, Milano, 4 nov. 1915, Rassegna Studi Psichiatrici, vol. V, numero 6, 1915, 438-443, p. 440. 11 Ibidem. 7
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argomenti pseudoscientifici dominanti per il ventennio susseguente, fino alle leggi in difesa della razza, temi mobilitati per giustificare la deriva concentrazionaria e per cementare l’alleanza nazifascista. È per questo che sono così preziose le parole che si colgono dal silenzio delle cartelle cliniche, dalle carte che compongono i dossier individuali. È nella verità delle vite vissute, anche quando la traccia che ce ne resta è cosi frammentaria, che si possono recuperare le storie non dette, e comporre il coro discorde e cacofonico, persino, della narrazione altra della guerra. Nell’ordine disciplinato e disciplinante della scrittura medica, nell’apparente disordine delle carte private, delle minute, delle lettere non recapitate, si nasconde il rumore della vita che per qualcuno è finita con il rombo di una granata, la gragnuola degli shrapnel, congelato nel silenzio del mutismo.
MATTI DI SIENA E PROVINCE Dal flusso di pazienti registrati some soldati, selezionando Siena, Arezzo e Grosseto come province di nascita o residenza, restringendo i ricoveri all’arco temporale 1915-191912, si estrapolano 78 casi, di cui 58 dalla provincia di Siena, distribuiti quasi equamente tra capoluogo di provincia e capoluoghi comunali (11 da Siena, pochi dal Chianti, da 18 anni di età fino a 42 anni ma con oltre la metà nati dal 1890 in poi, e quindi poco più che ventenni, celibi in due casi su tre, tra quelli di cui si registrava lo stato civile. Per oltre 54 casi, si indica come professione solo la condizione di militare, con il grado massimo di caporal maggiore; per gli altri casi contiamo 13 coloni, o campagnoli, ed il resto – poche unità – distribuiti tra operai, due commercianti, uno scultore di marmo, un vetturino e un disoccupato. Qualcosa di più possiamo inferire dalle informazioni sulla condizione economica, una informazione di tipo qualitativo che non è sempre presente, ma che ci propone ben 19 casi indicati come “povero”, di cui 6 anche analfabeti, a fronte di due soli casi di possidente (di cui uno, soldato semplice riformato, indicato anche come “campagnolo”), tre casi di “stato econo-
Per l’accesso al data base dell’Archivio del San Niccolò mi sono avvalso della preziosa competenza di Giovanni Malpelo e di Francesca Roggi, che ringrazio. 12
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mico discreto”, ed infine un solo caso di “benestante”, associato, però anch’esso alla qualifica di “capo calzolaio del Reggimento”. Coloro che, partiti dalla toscana centro-meridionale, quella massicciamente contadina, rientravano a curare le loro anime ferite a Siena, rappresentavano perfettamente il baricentro sociale di quell’esercito di massa13, quell’esercito costituito dal “soldato senza qualità”14 che veniva sacrificato giorno dopo giorno, assalto dopo assalto, come pura e semplice risorsa bellica: una vera e propria truppa coloniale15; questa la sensazione che emerge leggendo le cronache, anche quelle più consensualmente orientate a favore della scelta belligerante e celebrative della condizione militare. Tranne alcune poche unità che, al momento del ricovero, provengono dal proprio domicilio, tutte le altre provengono da altre istituzioni sanitarie: l’Ospedale militare di riserva di Siena, in primo luogo, poi l’analogo di Reggio Emilia, e infine una manciata di altre istituzioni sparse tra sud e nord, a conferma del fatto che il filtro costituito dai reparti psichiatrici aperti in zona di guerra aveva funzionato, e a spiegazione forse anche della particolare tenuità dell’eco del fronte: il villaggio dove si curano i cuori straziati dalla guerra raccoglie interviene su ferite già parzialmente cauterizzate, ascolta storie già narrate e spesso conferma diagnosi già effettuate. Dal dettagliato rapporto sul flusso dei ricoverati, che D’Ormea propone per il consueto aggiornamento periodico alla rivista stampata a Siena, emerge però quanto nell’ultima fase del conflitto scottasse la questione dei simulatori: persone che vengono ricoverate con diagnosi incerta, dubbiosa quando non con l’esplicito sospetto di una finzione. Abbiamo guardato, sempre a carotaggio, alcuni casi di questi ricoveri senza causa – senza diagnosi: in qualche caso, il ricoverato entra corredato da una documentazione sanitaria già orientata, e se ne registrano le attitudini provocatorie, la doppiezza, la tendenza a prevaricare gli altri degenti, la ricerca di complicità con il personale sanitario. Si tratta quasi sempre di
13 Cfr. A. GIBELLI, La Grande Guerra… cit., p. 85 e segg. Anche Nicola Labanca, introducendo il volume dedicato alla figura ed alla categorizzazione – concettuale e politica – del mutilato della prima guerra mondiale, parla espressamente di “guerra totale, industriale e di massa”: N. LABANCA, Studiare le disabilità di guerra, in id., (a cura di), Guerra e disabilità… cit., pp. 11-35, p. 12. 14 Cfr. A. GIBELLI, L’officina… cit., pp. 91 e segg. 15 J. KEEGAN, La prima guerra mondiale. Una storia politico-militare, Carocci, Roma 1998, p. 218.
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ricoverati provenienti da altri ospedali militari, che vengono restituiti all’esercito dopo qualche mese di osservazione. In molti altri casi, soprattutto nel terzo anno di guerra, quando anche le cartelle cliniche individuali vengono compilate con maggiore velocità e superficialità, l’omissione della diagnosi in ingresso si accompagna ad un’analoga omissione della diagnosi in uscita: quasi che chi è entrato, e ne esce dopo tre o quattro mesi di soggiorno, venisse graziato, tramite questo tipo di reticenza, dalla inclusione per via burocratica, nel novero dei malati di mente. Le cartelle cliniche del 1918 si fanno snelle, le informazioni biografiche e individuali si riducono all’essenziale, le osservazioni dei medici curanti diventano stringate. Si ha l’impressione di essere entrati nella piena routine gestionale di un luogo funzionale alla causa bellica, anche se ormai, per fortuna abbastanza vicini alla fine del conflitto che, tuttavia, non esaurirà né i ricoveri per causa di guerra, né le pratiche già avviate e che richiedono un completamento: la verità medica dovrà coincidere con la verità giudiziaria; qualunque soldato inabile alla guerra, ma sopravvissuto, avrebbe dovuto passare dal vaglio del sospetto di simulazione, o di autolesionismo o automutilazione.
LE STORIE ESEMPLARI Il disagio psichico prende le forme della crisi clamorosa: Alessandro U., 25 anni, cartella 6420, a quattro giorni dall’arruolamento dà in escandescenze e viene ricoverato a Firenze; poi, agosto 1915 a Siena, dove sperimenta anche il reparto di contenzione dei “clamorosi”, e da dove, ammalatosi di tubercolosi, esce per andare a morire a casa (20.3.1917). Qualcuno presenta un delirio di tipo mistico, come M. Sebastiano, 6807, che viene ricoverato per quasi un anno, dal 1.3.17 al 16.2.18, e che vede la Madonna. Molto spesso, però, è lo stato confusionale a marcare il crollo dell’equilibrio individuale: A. Sabatino, cartella 6800, entra il 21.2.1917, viene dal 229° ospedale da campo, dove è stato ricoverato per demenza precoce, idee deliranti, persecuzioni e allucinazioni. Esce dopo un mese, riformato. G. Attilio, cartella 6424, è invece tra coloro che non hanno retto alla seconda esperienza di guerra: dopo aver fatto 18 mesi in Libia, viene richia-
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mato anche nel 1915; il 26.8.1915 entra come come epilettico in manicomio e viene dimesso, riformato, dopo un mese. Umberto D., cartella 6829, 141° fanteria, viene riformato dopo tre mesi di degenza, il 13.6.1917: al suo arrivo viene registrato come “Calmo, tranquillo, psichicamente depresso e confuso. Interrogato, sulle prime stenta a rispondere poi si decide a parlare e ci narra, ma con disordine, della vita di trincea. Quello che appare chiaro che è anche ora è sotto l’impressione spaventosa degli orrori della guerra”. Altri, invece, sono ricoverati per un eccesso di dedizione alla causa bellica: B. Ottavio, nato il 7 gennaio 1895, a San Casciano Bagni, di Ferdinando, 78° fanteria, cartella 7141, arruolato il 30.4 17. Proviene dal manicomio di Reggio Emilia dove era stato ricoverato perché “entusiasta in modo eccessivo della vita militare, dice che vuol prendere Trieste, si dimostra incosciente dei pericoli della prima linea… A Siena dal 10.6.17 esce il 26.8.17 con tre mesi di convalescenza. L’entusiasmo, il protagonismo soggettivo, lo sprezzo e la dimenticanza del pericolo: tutto buono, se convogliato entro l’azione strategica (il lirico entusiasmo dell’attacco che Ferrari raccoglie con ammirazione nelle testimonianze dei feriti16), diventano sintomi psicotici se non disciplinati e valorizzati nell’azione di guerra di cui ragione e necessità sono monopolio della linea di comando. Proprio da una vicinanza con la sede di questa logica – l’espletamento della mansione di dattilografo – scaturirà una delle due storie che ci sono parse esemplari: quella di Vincenzo D’Aquila, giovane italoamericano, che perderà il suo equilibrio anche per il contrasto tra ciò che vede fare (e di cui redige relazioni e resoconti) e ciò che, a suo avviso, occorrerebbe fare (o evitare). La sua vicenda, a lieto fine, da lui stesso redatta in forma di diario – pubblicato a New York a distanza di tempo17, sarà selezionata tra le storie notevoli del primo conflitto mondiale da Peter Englund, in Svezia, pubblicata in inglese nel 200818, poi da lì – presumi-
16 G.C. FERRARI, Osservazioni psicologiche sui feriti della nostra guerra, “Rivista di psicologia”, a. II, n. 3 e 4, 1915, recensita in Rassegna di Studi psichiatrici, vol. 5, n. 5, p. 349. 17 V. D’AQUILA, Bodyguard unseen. A true autobiography, Richard R. Smith publ., New York 1931. 18 P. ENGLUND, La bellezza e l’orrore. La Grande Guerra narrata in diciannove destini (ed. or. 2008), Einaudi, Torino 2012. Devo la segnalazione della vicenda di V. D’Aquila alla generosa e competente collaborazione di Gabriele Maccianti, che ringrazio.
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Sei ricoverati all’Ospedale Psichiatrico per disturbi legati alla guerra. Dall’alto a sinistra: Sabatino A., Alessandro U., Ottavio B., Enrico B., Vincenzo D’A., Umberto D.L.
bilmente – passa nella sceneggiatura di una serie prodotta, per il centenario della guerra, dalla BBC, e trasmessa in Francia da Arté, e che troviamo sintetizzata in un sito dedicato alla guerra (http://www.14-des-armes-et-desmots.fr/) dove troviamo oggi, mescolate insieme, parole e immagini dell’autore, degli autori dello script, della guerra, della fiction, dei manicomi. Rinvio a questa narrazione, sovrapposta alle fonti ed alle scritture originali, in quanto ormai accreditata dal suo approdo nell’arcipelago della
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rete19, per gli antefatti: la sua partenza da New York, arruolato volontario, tra i 1500 figli di emigrati che con la “San Guglielmo” raggiungeranno le coste patrie l’8 agosto del 1915, per congiungersi alle truppe al fronte. Il giovane volontario, già nella caserma dove riceve l’istruzione militare resterà scottato dai commenti cinici e sarcastici da parte degli altri soldati, che non si spiegano come si possa varcare l’oceano per tuffarsi in quella guerra volontariamente. Dall’ottobre è in zona operativa, e comincia a vedere la guerra con gli occhi di chi la fa. Dalla resistenza all’idea di uccidere, alla convivenza con la morte vicina e prossima, alla constatazione dell’irragionevolezza dei comandi, della incongruità delle strategie, della inanità dei sacrifici umani, l’ideale per cui si era arruolato si disgrega nell’impatto con la guerra vera, fatta e subita. Topi lanciati all’attacco dentro una gabbia di gatti famelici: questa la metafora con cui descrive i suoi eroici compagni, che si slanciano contro le mitragliatrici austriache20. Il suo giudizio sulle responsabilità del massacro comincia a sovrapporsi alle ragioni per cui vi si trova immerso. Poi il tifo, a dicembre; febbri, deliri di resurrezione, conati di ribellione: il suo status di cittadino americano – stando alla fiction che è stata ricavata dal suo diario – lo salva da provvedimenti più drastici (la disciplina cadorniana che non faceva sconti). Il suo ricovero al Manicomio di Udine è narrato come una soluzione diplomatica al problema posto dal suo rifiuto e dalla sua cittadinanza. La fiction lo presenta come consapevole simulatore ed il suo trasferimento a Siena come supplemento di attenzione da parte delle istituzioni militari che non possono né fucilarlo né tenerlo così vicino alla zona di guerra. A Siena lo incontriamo, l’11 marzo, inviato dal Manicomio di Udine e presentato in questo modo: “Fatuità sentimentale. Idee grandiose labili, fantastiche, mutevoli, contraddittorie. Indebolimento dei poteri di critica. Lieve eccitamento generale. Pupille anisocoriche [di diverso diametro]. La sinistra è torpida alla luce. Tremori dei muscoli mimici. Non è disgrafico.” L’ultima sottolineatura ha quasi il tono dell’ironia involontaria: tra masse di illetterati e di analfabeti funzionali, D’Aquila non solo non è disgrafico, ma la sua vicenda manicomiale è dovuta alla sua familiarità con la scrittura. Sa quello che ha trascritto, su dettatura degli ufficiali di comando, sa quello che si può fare con la parola scritta: scriverà lettere e dichiarazioni di denuncia del-
19 http://www.14-des-armes-et-des-mots.fr/page/fr/event/179/vincenzo-d-aquila/ (al 31 luglio 2016). 20 http://www.14-des-armes-et-des-mots.fr/page/fr/event/195/vincenzo-d-aquila/
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l’insipienza degli ufficiali, delle incongruenze dei comandi. Tutte accuratamente conservate (quindi non spedite?) nel suo fascicolo personale al San Niccolò (e via via catalogate come sintomo di una grafomania, di matrice psicotica). Prende il via la routine del manicomio: “Contegno psichico generale invariato; persistenza lieve eccitamento, fatuità sentimentale, attività delirante a contenuto assurdo con prevalenti idee di grandezza. Il paziente ebbe un impulso violento, immotivato, contro un altro ammalato. Permangono i fatti pupillari. Stato di salute fisica: discreto”. 20 marzo 2016. […] Ordinariamente quieto e buono ha sempre qualche idea di grandezza […] un po’ esigente e arrogante in specie coi compagni dai quali vorrebbe essere tenuto in considerazione. Avendogli giorni or sono un malato preso un libro che era stato a lui consegnato per leggere, lo percosse senza tante osservazioni e dopo sostenne che era suo diritto di agire in quel modo.
È un ricoverato atipico, rispetto agli altri soldati: il suo delirio, simulato o reale che fosse, sembra attirare un’attenzione che non ha paragoni in altre storie: Aprile 15. […] Ha avuto un periodo in cui è stato discretamente eccitato ed ha presentato come fenomeno principale uno strano delirio di grandezza e di persecuzione connesso ai fatti della guerra cui aveva preso parte. Diceva di avere dei segreti da rivelare a carico di alti comandanti, esprimeva l’idea di avere missioni di fiducia da compiere e che gli erano state affidate in segreto, si credeva una persona superiore e che fosse fatta una congiura contro di lui per sopprimerlo. Tutto questo tessuto pseudologico ha manifestato negli scritti qui uniti. Malgrado ciò è stato sempre corretto nel contegno, disciplinato e si è sfogato sempre a scriver lettera, mostrando che questa grafomania era una vera espressione fenomenica dello stato di eccitamento in cui si trovava.
Dal suo diario, secondo la fonte che sto usando, risulta un colloquio di cui non c’è traccia nella cartella clinica: “Dal momento che i medici sembravano soddisfatti dei miei progressi, ho chiesto loro quale fosse la diagnosi che mi riguardava. Alla mia domanda sul perché mi tengono qui, un medico, certo dottor Grassi, rispose: «Vi dirò io perché siete qui. Noi, che siamo là fuori, viviamo in un mondo di pazzi. Tutti sono diventati pazzi e noi teniamo qui dentro con il solo fine di proteggerle, le persone che sono rimaste sensate. Non inquietatevi: qui non
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piove, avete un letto pulito, avete di che sfamarvi, mentre milioni di altri, là fuori, non possono dire altrettanto, per non parlare neppure dei proiettili o delle granate!» 21
Il dottor Grassi gli avrebbe affidato questa sua riflessione intorno alla fine di giugno: in effetti le annotazioni cliniche, parlano di un costante miglioramento – non senza registrare il ravvedimento autocritico riguardo a ciò che si era prefisso di denunciare alle Autorità militari e al mondo intero: 30 aprile. […] Il delirio va impallidendo ed anche egli comincia a dire che non è sicuro di tutto quanto fin qui ha detto ed ammette che possano essere anche invenzioni della sua mente ammalata… 31 maggio. […] Molto migliorato… scomparsa ogni idea delirante… si meraviglia che abbiapotuto inventare ciò che ha scritto; adesso non chiede più di scrivere… Il 30 giugno – dopo, quindi, il colloquio con Grassi – si registra che “ormai ogni idea delirante è scomparsa ed è tornato ad essere coerente, ordinato, connesso nelle idee e nei discorsi […]… assegnato alla lavanderia…
Qui, però, i percorsi si dividono: stando all’archivio del San Niccolò la sua uscita è nettamente delineata: 31 agosto. […] Perfettamente calmo, tranquillo, lucido, orientato, del tutto presente a sé steso, ordinato nelle idee e nei discorsi. Gode ottima salute 26 settembre. […] Parte guarito, diretto alla sua residenza di Palermo in compagnia di un militare del suo reggimento inviato appositamente per accompagnarlo in famiglia con una licenza di due mesi.
Nel suo diario, o per meglio dire, nella rielaborazione del suo diario, invece, si delinea una vera e propria ribellione: un rifiuto – concordato con gli altri militari che gli facevano compagnia – dell’ennesima minestra di riso, la pretesa di un trattamento pari almeno alla razione militare, lo scontro con il Direttore del manicomio, la restrizione in una cella d’isolamento, il rischio di un procedimento giudiziario per simulazione ed insubordinazione, e quindi la minaccia del tribunale militare… poi, invece, emerge che non avendo il D’Aquila, prestato giuramento – per un disguido verificatosi al momento del
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suo arruolamento – non si può procedere: tutta la vicenda si sgonfia, e il 26 settembre, può congedarsi dal dottor Grassi, in piena amicizia.22 Giunto a Firenze, una breve flanerie in Piazza della Signoria suggella il suo giudizio sull’evento epocale cui si è sottratto: “Lo spettacolo che mi si offrì mi lasciò stupito al massimo grado: vi percepii l’ipocrisia e l’orgoglio della classe agiata e degli intellettuali. Il loro entusiasmo per la guerra si limitava a indossare l’uniforme e a sottoscrivere le più banali argomentazioni a sostegno della causa. Ma dal momento in cui si trattava di combattere, perlopiù, preferivano restare tra di loro, bere un caffè, gustarsi un gelato o divertirsi in galante compagnia, con l’orchestra, in sottofondo, che suona eterei valzer viennesi” (ivi). Una divergenza da interpretare: una rimozione da parte della scrittura ufficiale (e quindi un limite della fonte archivistica?); un limite dello scavo tra i documenti di archivio (e pertanto da ascrivere al taglio da incursore che ho dato a questo contributo), o una riscrittura che innesca la fantasia sulla memoria, se non addirittura una riscrittura della memoria? Una nemesi – questa inaffidabilità delle versioni scritte – per chi aveva fatto della scrittura stessa la sua arma di denuncia, e poi, trasposta in diario, il suo modo per non passare con la storia, scampato alla guerra e sfuggito all’oblio.
L’OBLIO E IL SILENZIO Una storia, al contrario, rappresentativa del silenzio che avrebbe assorbito le vicende individuali e ne avrebbe diluito i contorni nella verbosa memoria dell’istituzione manicomiale, la troviamo mentre la guerra è nel suo pieno sviluppo. Siamo nell’anno 1916, quando il militare Pietro F., entra nel cono di luce della gestione manicomiale, per non uscirne vivo. Si tratta di un militare semplice, non più giovanissimo, classe 1880, già colpito dalla sifilide che dal fronte viene ricoverato all’ospedale militare di Genova. Uno dei tanti trasferimenti dai manicomi del territorio, per alleggerire i reparti di primo intervento allestiti in zona di guerra. Dall’ospedale militare di Genova, però, Pietro F. fugge per raggiungere i familiari a Sarzana, dove giunge preceduto dalla denuncia di diserzione. Il regime punitivo 22
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cadorniano è pienamente funzionante; chi è stato al fronte sa che significa la decimazione, il processo sommario per diserzione, il plotone di carabinieri che mira alle spalle di chi esita nel lanciarsi all’attacco, la pistola puntata con cui l’ufficiale ripete il proprio ordine a qualche subalterno recalcitrante. Come scrivono i medici, Pietro F. decise d’impulso di rientrare a casa per vedere un’ultima volta la propria famiglia, per poi capire che, essendosi messo nella condizione di disertore, all’ineluttabilità della morte per sifilide, al rischio di morte in guerra, si era aggiunta la certezza della pena capitale in quanto disertore. Il suo arrivo al manicomio di Siena è datato 26 febbraio del 1916. L’annotazione che ne accompagna il ricovero lo presenta così: “Triste, in preda a grande smania; dà prova di andare soggetto a gravi allucinazioni visive e auditive e dice che per lui non vi è più bene e che deve morire. Egli sente quasi di continuo la voce dei figli che gridano e che talvolta anche vede straziati si raccomanda che si abbia di loro pietà, nulla importandogli se verso di lui usiamo anche qualche atto di crudeltà che invoca. L’attenzione si desta con difficoltà e non si riesce in alcun modo a mantenere a lungo. Dominato da idee deliranti di persecuzione e di rovina, vorrebbe morire; è spesso ansioso, piange, non dorme e non si interessa di sapere dove si trova. Mangia poco e a stento. Ha una estesa cicatrice nella regione anteriore del collo”
La cartella clinica, poi, per tutto il periodo che va da febbraio a dicembre, registra il costante peggioramento delle sue condizioni: viene alimentato con la sonda, dorme con il cloralio e con la morfina; tenta di continuo il suicidio. Il 15 settembre si presenta in visita la moglie e lui mostra di risentire positivamente di questo colloquio, tanto che di lì a pochi giorni, il 30 settembre, si dispone di inviarlo come migliorato all’ospedale militare di Spezia, ma “venuti gli infermieri militari a ritirarlo per quanto vi fosse presente anche la moglie, non è stato possibile farlo uscire dalla sua camera ed anzi è caduto in un tale accesso di disperazione che per calmarlo si è dovuto fare un’iniezione ipodermica di 2 egu di morfina”. Ogni suo miglioramento è implicitamente un passo verso il tribunale militare: riprende il ciclo alternato delle crisi e della disperazione. Il 14 maggio 1917, per poterlo meglio vigilare e proteggere dagli istinti suicidi – (così si scrive e così si intende) – viene spedito al reparto Conolly. Il reparto dei clamorosi, quello in cui le celle prive di angoli, ad impannate chiuse, rimandano persino l’eco del respiro.
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Di lì a poco, il 17 maggio, riceve la visita della moglie, che si presenta con il fratello ed un cugino. La famiglia mostra di prendersi cura del povero militare disertore e disperato e tenterà persino di avvicinarsi, trasferendosi temporaneamente a Siena. Le annotazioni dei medici che lo tengono in osservazione, con cadenza mensile, continuano a registrare la stabilità delle sue condizioni: “31 luglio: sempre orientato al suicidio… ha idee strane tutte coordinate alla prevenzione che ha di non poter sfuggire all’ergastolo o alla fucilazione… rifiuta cure e rifiuta anche di vestirsi”
Se si spulcia tra la documentazione che viene archiviata, per suo conto, dall’amministrazione del manicomio, e che è oggi una preziosa fonte integrativa della cartella clinica individuale, si trova una notizia importante: già dal 27 giugno, il tribunale di guerra di Gemona aveva deliberato per il non luogo a procedere “per lo stato di irresponsabilità prevista dall’art. 56 p.p.C.P. Es.” Il più bruciante dei suoi terrori, la fucilazione come disertore, si dilegua: ma la notifica arriva a Siena il 4 luglio; l’osservazione mensile – che si suppone derivasse dal colloquio con il medico, è già trascorsa da pochi giorni. E ne mancano ancora troppi all’appuntamento successivo: nel colloquio del 31 luglio, infatti, chi annota la sua fissazione sul rischio di fucilazione non fa alcuna menzione al proscioglimento. “Ha idee strane, tutte coordinate alla prevenzione che ha di non poter sfugggire all’ergastolo o alla fucilazione. Accusa sempre dolori vaganti, rachidei, altre sensazioni dolorose e rifiuta cure e medicamenti che potrebbero giovargli. Talvolta rifiuta anche di vestirsi”.
La vicinanza della moglie e dei figli, che nel frattempo si sono trasferiti a Siena, lo portano a vivere giornate più tranquille; riprende una vita relazionale elementare ed essenziale (la conversazione), pur continuando a manifestare idee suicidarie. È solo il 31 agosto che il medico annota come “per quanto si vada di continuo rassicurando che è stato prosciolto da ogni accusa e che perciò non ha più nulla da temere, pure è impermadibile ed, anzi, in questo mese il delirio di rovina è andato accentuandosi”. Il soldato Pietro F., già segnato dall’incontro con la lue, nel corso del suo primo servizio militare, ormai è
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“impermadibile”, Un potere polimorfo lo governa, dapprima come soldato e ora come paziente: “Per più giorni in questo mese è rimasto nudo nel letto, senza parlare, senza volersi vestire né mangiare. Si è dovuto per diversi giorni alimentare con la sonda esofagica”. Le parole di questo potere non gli dicono evidentemente più niente. Comincia a farsi strada, nei medici, l’ipotesi di un trasferimento al più umano regime di cura domiciliare: il 21 dicembre parte per l’Ospedale militare di Spezia, una lettera con cui si chiede di disporre il trasferimento a casa della moglie a patto che fosse garantito il viaggio in condizioni di sicurezza – compartimento separato e con la vigilanza di due persone. Ma la risposta non arriva in tempo, né sappiamo dalla metodica registrazione dei suoi stati d’animo, con cadenza mensile, se lui ne fosse in attesa. Il 24 dicembre riesce in ciò che ha tentato con tutti i mezzi immaginabili. L’infermiere vigilante del reparto si reca alla latrina e lui si impicca con una striscia di lenzuolo alla sbarra traversa della finestra. La perizia commissionata dalle autorità militari – in seguito alla sua diserzione dall’ospedale di Genova – registra che Pietro F. era stato colpito da lue durante il suo primo servizio militare; richiamato alle armi nel secondo reggimento artiglieria, allo scoppio della guerra, la malattia si era ripresentata e già nel dicembre 1915 era stato ricoverato per deperimento organico. Il 17, di notte, si era allontanato senza permesso alcuno ed era rientrato in famiglia a Sarzana. Ripreso dai reali carabinieri il giorno dopo, aveva reagito violentemente, sbattendo la testa contro il muro e, il giorno dopo ancora nell’infermeria dell’ospedale di La Spezia, aveva tentato di uccidersi con un rasoio (da cui la vasta ferita che viene constatata al suo ingresso in manicomio a Siena). Poi la storia del suo avvitamento nel delirio suicida, che lo porta ad ingerire viti, pezzi di latta, a raccogliere e nascondere nel proprio letto fili di ferro, stringhe, fin quando ad un anno dalla recidiva della sifilide – e nell’apparente ignoranza di quanto il tribunale militare aveva deliberato a suo discarico, riesce ad eludere la sorveglianza e si impicca. La cartella della documentazione che lo riguarda contiene anche una lettera, mai inviata, ma scritta il 23 dicembre, indirizzata alla suocera, cui chiedeva di assistere i sui poveri figli e lamentando il destino di morire senza più rivedere la sua famiglia. Non c’è niente di clamoroso nella vicenda di Franceschini: niente fragore dello scontro alla baionetta, niente scoppio di bombarda o di shrapnel,
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niente logorio di trincea. Solo la guerra come condizione che modifica in senso deteriore l’equilibrio vitale individuale di una persona già ferita (l’infezione luetica), ma che era pur sempre riuscita ad impegnarsi in un progetto di vita condivisa e produttiva: il lavoro in vetreria, la famiglia d’origine, la famiglia procreata insieme alla moglie. In quella fabbrica di eroi, vittime della disciplina militare poi santificate in nome dell’amor patrio e dello spirito di sacrificio, oltre ai giovani volontari, che smaniavano per offrire il petto al nemico, ci furono anche le persone come Pietro F., adulti e deboli, privi di qualunque virtù eroica se non quella rivolta, paradossalmente, contro se stessi – la pervicacia delle intenzioni suicidarie –; a costoro il manicomio risponde con tutti i propri strumenti di accoglienza, ascolto, vigilanza, ma senza partecipazione. Così come il rumore della guerra viene filtrato ed assorbito dalla fraseologia diagnostica e nosografica, così le vicende individuali sono amministrate con dedizione – documenti conservati ed archiviati – ma senza efficacia come dimostra la scarsa evidenza data alla sola buona notizia fondamentale giunta a Pietro F.. Comprensione e collaborazione con gli sforzi della famiglia, ma nessuna traccia di una rottura della procedura di gestione del caso. L’appuntamento mensile non conosce quasi eccezione. Il manicomio deve in primo luogo difendere la propria ordinaria vita quotidiana; la morte, la violenza, il rumore dei malati clamorosi rinchiusi nel reparto Conolly fanno riferimento ad un preciso ordine che governa quel mondo nel mondo: un ordine efficiente, e quindi morale, e morale in quanto efficiente. Efficiente vuole dire non essere messo in crisi dal delirio di un maniaco suicidario, non interrogarsi sul fatto o non fatto, e scaricare tutta la responsabilità della sconfitta medica sul povero infermiere che, a sua discolpa, riferirà di non aver potuto resistere ad un bisogno corporale. La perdita di un corpo, di proprietà del regio esercito, per colpa del bisogno di un altro corpo. La ragione manicomiale, l’eleganza della scrittura del medico – che racconta senza dire –, l’efficienza dell’istituzione nel suo dialogo con le altre istituzioni dell’ordine statuale, non conservano alcuna traccia della sconfitta, alcuna macchia, alcuna memoria. Solo la cartella dei suoi documenti, meccanicamente, raccoglie e trasmette senza volerla raccontare, la sua storia. Morto lui, parte l’inchiesta sugli infermieri, archiviata senza accertarne responsabilità, ma anche un’ autopsia per accertare i postumi di un infortunio sul lavoro, da lui subito prima del richiamo alle armi, nello stabilimento vetrario dove lavorava. Il resto è procedura; il dramma individuale e
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familiare si tramuta inesorabilmente in iter legali, amministrativi, in tentativi di ottenere risarcimenti. Anche in questo esito, il caso di Pietro F. è esemplare: la morte in guerra, o il danneggiamento subito (una mutilazione, una disabilità invalidante permanente), daranno il via ad una tipologia specifica di sofferenze psichiatriche; una fattispecie che la medicina legale – l’altra branca del sapere medico applicato alla gestione statuale dei corpi che dalla guerra trasse un impulso formidabile – non tarderà ad etichettare e elevare a item nosografico: la psicosi da risarcimento.
LE STORIE ORDINARIE Altre storie, ordinarie: Enrico B., cartella 7308, nato a Colle Val d’Elsa; entra in manicomio il 13 agosto 1917, nella condizione di mutacismo – il silenzio ostinato che sarà tra le forme di psicosi da trauma più ricorrenti nella nosografia di guerra. Il silenzio ostinato, talvolta associato alla sordità, che marca con l’afasia l’indicibilità del vissuto di guerra, in non pochi casi evolve in un balbettìo patologico, un dire sofferente che non riusce ad affermarsi come verità e che sarà sepolto sotto i proclami eroici e roboanti della memoria ufficiale – era un esito ricorrente delle esperienze traumatizzanti della vita al fronte: quasi un’astrazione dal mondo dei parlanti, una fuga – come scrive Antonio Gibelli – nello spazio dell’al di fuori dal mondo della guerra e degli uomini che la vogliono23. Mutace, depresso, viene così descritto al suo ingresso in manicomio: “24 agosto, Molto confuso, disorientato, pare sotto l’impressione di qualcosa che lo rende incapace di poter dire quello che vorrebbe; osserva qua e là, parla lentamente, qualche volta chiede notizie della famiglia, ma questa idea, come le altre, sfugge ben presto e si vede che rimane col desiderio di parlare, ma che non sa ciò che deve dire. Se ne sta solo, tutto rincantucciato in un angolo della sala, mangia poco, dorme poco, ed il più delle volte deve prendere il cloralio.”
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Cfr. A. GIBELLI, L’officina… cit., pp. 122 e segg.
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Poche settimana dopo, si manifestano i segnali di un certo miglioramento: “4 settembre. Sta molto meglio e da qualche giorno, sebbene ancora un po’ mesto e confuso, pure comincia a rendere discreto conto di sé, ricordando che mentre si trovava alla fronte gli scoppiò una granata vicino e rimase per qualche tempo privo di vista e quando si riebbe aveva tutto il viso contuso. Adesso nella notte dorme. Fisicamente ha molto ripreso. Si passa alla colonia industriale”.
Il miglioramento continua, malgrado qualche altro malessere fisico: “Dal lato intellettuale è assai migliorato, quieto, tranquillo, regolato nel contegno, laborioso, presenta talora un lieve disorientamento”. Il trauma del fronte sembra essersi ormai dileguato; il 21 novembre, però, esce con la riforma dal servizio militare. Michele B., cartella 7443, inviato il 30 settembre 1917 dall’ospedale militare di riserva della IV armata, di Reggio Emilia, dove era stato attivato un reparto psichiatrico viene accolto nella condizione di “stato depressivo grave”, la cui genesi sarà identificata in un’autointossicazione da trauma nervoso, con confusione mentale e disordine, (osservazione del 14 novembre), presenta due giorni dopo qualche segno di miglioramento: “ci dice che era in dolina quando ebbe una grandissima paura. Non si riesce a sapere altro”. Esce il 15 dicembre riformato, riconsegnato alla famiglia ma non senza sottolineare che la sua condizione non fosse riconducibile a “causa di servizio”. Altri, invece, incappano nella follia fuori dalla zona di guerra, per la paura di dovercisi recare o per l’esaurimento delle scorte di forza d’animo essendovi già stati; la cartella n. 7465 risponde al nome di B. Silvio, giovane 23 enne, nato a Siena. Sotto le armi a Torino, per la precisione a Savigliano, in licenza, dopo una baldoria con i commilitoni ed una sbornia solenne, si mette su un treno e raggiunge Siena. Raggiunta la famiglia, in stato confusionale, preceduto dai carabinieri avvisati per telegramma della sua fuga, dichiara di aver perso la memoria dei fatti, e viene per questo ricoverato l’11 ottobre del 1917. La sua presenza al San Niccolò non sarà facile da gestire: ostenta comportamenti aggressivi e violenti, si appropria del cibo degli altri ricoverati, si abbandona ad autolesionismi e persino ad un tentativo di suicidio (di cui l’osservazione clinica sospetta la simulazione, essendosi ferito agli avambracci), ma con il tempo migliora fino ad essere
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riformato: a suo favore militano gli antecedenti familiari. La tesi forte della psichiatria di guerra sarà che la guerra non genera psicosi in sé né proprie della condizione bellica, ma mette alla prova chi è portatore di tare precedenti, ereditarie, genetiche, costitutive. Avere familiari morti in manicomio o anche semplicemente già etichettati come folli, come nel caso di Silvio B., consente di essere riformati, esonerati dall’orrore della guerra. La guerra produce scarti: cadaveri, corpi da smaltire, macerie da sgombrare, proiettili da disinnescare, e “scorie”24, uomini inutilizzabili di cui disporre. Non sono pochi, come abbiamo visto, né privi di interesse, gli articoli sugli uomini inabili al servizio militare. Ne esce una visione dell’umanità manifestamente attratta da quella ragione utilitaristica e produttivistica che si affinerà, pochi decenni più avanti, nel grandioso e orribile disegno concentrazionario. Ma già ora, davanti a coloro che la guerra espelle, mostrandone le “fragilità” si pongono le prime risposte: uomini da destinare al servizio dei belligeranti, uomini ridotti alla pura e semplice mansione lavorativa, senza meriti25. Anche i soldati non esistono come individui – e sono solo singoli item di una massa di cui si contano i numeri e le matricole; ma la massa tutta intera – e pertanto anche ogni suo singolo componente – è accreditata di una volontà collettiva di servizio alla patria, di abnegazione fino al sacrificio di sé. Gli altri, gli scarti, destinati ad agire come forza nuda, cruda e bruta. Anche Gino G., nato a Colle Val d’Elsa, cartella 7709, 23 anni nel 1918, entra il 23 aprile in manicomio, provenendo non dal fronte ma da una licenza. “Si trovava in licenza invernale ed al momento di ritornare al corpo è stato preso da idee deliranti ed impulsive” per cui è stato portato nell’ospedale di Colle, da dove è stato trasferito in questo. Il malato si presenta assai agitato, e dice sempre la stessa frase. “Voglio andare a casa”. Non riconosce
24 “È un nuovo trionfo della Scuola Antropologica Italiana dell’aver rilevato l’enorme percentuale di caratteri degenerativi in questi infelici che ci sono sottoposti all’esame, che costituiscono il rifiuto, le scorie dell’esercito”, G. ANTONINI, Sulle forme mentali… cit., p. 441. 25 Anche Cesare Agostini, a proposito dei simulatori di crisi epilettiche, ricorda che si “debbano utilizzare, entro i limiti del possibile, le energie muscolari di questi infermi nella zona delle retrovia, partendo dal concetto che ognuno debba oggi avere obbligo imprescindibile di dare quanto può a seconda della sua capacità fisica e psichica, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. VII, n. 4-5-6, 1017, p. 253.
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il padre per quanto ci si sforzi di richiamare su ciò la sua attenzione. Il corpo è continuamente in uno stato convulso. Nell’assicurarlo al letto ha tentato di mordere un infermiere, e gli astanti hanno dovuto compiere non poca fatica per mettergli la camicia di forza. Ha anche allucinazioni e, mostrando tendenze impulsive, viene trasferito al Manicomio.
Nel suo caso, tuttavia, il decorso della crisi riesce persino a compensare la presenza di una tara ereditaria (secondo quanto il padre si era affrettato a premettere, al momento del ricovero in manicomio) essendo figlio di una madre morta in manicomio, dopo dieci anni di internamento. Il 3 giugno 1918, il giovane Gino G. viene rispedito all’ospedale militare di Reggio Emilia. Sappiamo, dal suo foglio matricolare, che avrebbe vagato per ospedali militari fino ed oltre la fine della guerra, per poi venire riformato, a partire dal febbraio, 1919, e compensato con un “premio” [così definito nel foglio matricolare] di 250 lire (approssimativamente 370 euro di valore attualizzato). Il fragore del fronte è presente nell’anamnesi della condizione di sofferenza in cui versa G. Angelo, cartella 7755, mato ad Arezzo e residente a Castiglion fiorentino, di 27 anni. Angelo G. rimane in manicomio dal 13 giugno 1918 al 24 febbraio 1919 “È stato inviato in osservazione per esaltazione con violenza contro gli oggetti ed i compagni. Racconta che dopo esser rimasto sepolto dallo scoppio di una granata ha dei momenti di vertigine durante i quali non sa quello che si fa. Dice però di aver sempre sofferto di vertigini anche prima del servizio militare e che i superiori che lo conoscevano sopportavano qualche sua stramberia. Però dopo lo choc prodottogli dallo scoppio di granata i suoi disturbi si sarebbero aggravati”
L’aggressione del rumore per lo scoppio del proiettile esplosivo si diluisce nell’acufene – sembrerebbe di capire – e nella cefalea persistente: entrambi sintomi che sono solo soggettivamente dichiarabili, e non oggettivamente constatabili. Questa condizione di menomazione “insistente da non lasciarlo dormire” lo limita nell’interazione con gli altri “parla poco e quasi le costi fatica”. Risulta dimesso, e affidato alla custodia familiare il 24 febbraio 1919. Nuovamente da Colle Val d’Elsa, ci giunge la vicenda del caporale P. Alessandro, 29 anni, ricoverato una prima volta, dal 1 luglio 1918 al 19 febbraio 1919, e una seconda volta dal 14 al 20 marzo.
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La sua cartella, la numero 7768, si estende a coprire il dopoguerra; il secondo ricovero è già da collocare in quel “dopo” che secondo la tesi di Cazzamalli, sarebbe stato per lungo tempo segnato dal potere degenerogeno della guerra26. Alla prima osservazione clinica, il 4 luglio 1918, risulta in uno stato di discreto deperimento fisico, ma è soprattutto “depresso, addolorato e tutti i suoi discorsi ànno per scopo di mostrare che è in cattive condizioni di salute, che non ha forza, che anche se deve camminare prova fatica ecc… e tutto ciò in seguito all’aver dovuto respirare gas asfissianti; crede che il suo sangue sia avvelenato ed è perfettamente convinto di esser tanto ammalato, di non potersi più rimettere”. Una settimana dopo, malgrado le cure – di cui la cartella clinica non riporta alcun dato – il medico constata che “non è possibile indurlo a ritenere che, se starà calmo e avrà fiducia potrà tornare a stare bene; esso crede di avere il sangue avvelenato pensa sempre al gas asfissiante”. In capo a tre mesi, ovvero alla fine di novembre, a quasi un mese ormai dall’armistizio di Villa Giusti, la guerra che il caporale Alessandro P. conduce con le sue paure – e forse con i veleni che ha davvero incorporato – continua: di nuovo una trincea, un reticolato che non cede alle incursioni della ragione medica: “continuano presso a poco invariate le condizioni fisiche, organiche; i disturbi di innervazione cardiaca sono peraltro assai più rari e sorgono sempre dopo uno stato emozionale. Così ad esempio alcuni giorni fa, essendo stato interrogato dal Pretore per rispondere del reato di diserzione, ebbe una crisi assai grave che alterò anche lo stato psichico”. Sì, la guerra del caporale P. continua, ed è guerra con il suo stesso Stato che lo persegue per il reato di diserzione: “10 febbraio 1919. Stasera, mentre trovavasi nel cortile interno del qurtiere dei Servi con altri ricoverati, approfittando dell’oscurità della serata, a potuto aprire le serrature a botta del portone esterno con un ferro a grimaldello […] Uscito all’aperto, ha scavalcato il muro di cinta dalla piazza dei Servi e una volta libero di sé, si è avviato a casa sua a Colle Val d’Elsa”.
Ovviamente, non c’è più la tensione degli anni di guerra; i disertori non scatenano più le violente e cieche reazioni del disciplinare cadorniano, F. CAZZAMALLI, La guerra come avvenimento storico degenerogeno, “Archivio di antropologia criminale, psichiatria e medicina legale”, vol. XXXIX, 1919, pp. 191-229. 26
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infatti i Reali Carabinieri informati da lui stesso ormai evidentemente convinto di essere fuori da tutto e da ogni pendenza o obbligo, “hanno creduto bene lasciarlo tranquillo, in attesa di ordini dell’autorità militare”. Il 14 marzo rientra in Manicomio, accompagnato dai carabinieri, ma ormai “sta bene di fisico e di mente; non ha più accessi parossistici, è calmo, tranquillo, lucido di mente”. Reticente sulla sua fuga, forse per coprire delle complicità ormai più che innocenti, si limita dire che “gli riuscì aprire la porta, senza voler fir come; e che la lasciò poi socchiusa perché si accorgessero di dove era uscito e non stessero a fare altre ricerche”. Una settimana dopo, il 20 marzo, con il decreto di riforma ed il consenso dell’Autorità Militare il caporale P. finisce la sua guerra, e “viene dimesso a custodia domestica e sotto la responsabilità del padre che si è recato a ritirarlo”. La guerra è finita; ma non sarà una pace: il futuro è cominciato, la nuova guerra ha già messo le radici. E noi ci stiamo ancora interrogando sui suoi frutti. Approfittiamo del centenario per chiederci come furono interrogati, al tempo debito, tutti i reduci, come abbiamo voluto sentirci raccontare le loro guerre, a quanti inganni abbiamo creduto e cosa avremmo potuto, e abbiamo ancora da imparare, dallo strazio dei loro cuori e delle loro menti.
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Esterno della palazzina assegnata dal Comune all’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, 1927. Foto di Ermenegildo Nello Massarelli, in Archivio Fotografico Malandrini, per gentile concessione della Fondazione Monte dei Paschi di Siena.
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“Avanzi di umanità”: la nascita dell’Associazione Nazionale tra invalidi e mutilati di guerra di Siena Durante la Prima Guerra Mondiale furono utilizzati strumenti bellici innovativi che, oltre ad aumentare il numero dei morti, crearono una quantità fuori dal comune di mutilati fisici e psichici, che furono spesso, una volta tornati alle proprie case, in parte esaltati per il loro evidente sacrificio di sé, ma anche isolati per la loro deformità. Molti tornarono infatti traumatizzati dalla vita in trincea, dalla convivenza con i cadaveri e in generale dagli orrori visti in una guerra, che per la prima volta impiegò armi moderne di distruzione e annientamento del nemico. Proprio a causa di queste armi (gas, bombe a mano, mitragliatrici, lanciafiamme, bombe chimiche al fosgene o all’yprite) furono moltissimi i soldati che persero gli arti, la vista, l’udito o che rimasero sfigurati a cause delle schegge di granata. Gli antibiotici non erano stati ancora scoperti e le sale operatorie, specie quelle allestite sui campi di battaglia, non erano in grado di garantire la sterilità, per cui molti soldati subirono l’amputazione di parti del corpo a causa della cancrena, anche a mesi di distanza dal ferimento. Alla fine della guerra in tutta Italia si potevano trovare “giovani, miserandi avanzi di umanità. La loro vita non era troncata, ma ridotta e divenuta oggetto di commiserazione. A chi mancava un braccio, a chi un piede, a chi una gamba o tutte e due le gambe, chi invece di braccia aveva solo i moncherini. Chi si trascinava con le grucce, e chi era trascinato dalle braccia, perché cieco. Tutti facevano pietà”1. Chi sopravvisse, ritornato alla propria casa, fu pertanto inquadrato in categorie sociali nuove: invalido, grande invalido, mutilato, ferito, disabile, spesso senza riuscire a tornare a lavorare o ad una vita normale.
B. BRACCO, La patria ferita. I corpi dei soldati italiani e la Grande guerra, Firenze, Giunti, 2012, p. 10. 1
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Con l’avvento del fascismo gli ex combattenti si trasformarono poi in reduci (sottolineando il tema del ritorno) e ampio spazio venne dato ai mutilati, che con la loro presenza nelle manifestazioni di partito, ricordavano agli italiani l’importanza del sacrificio per la grandezza della patria. I corpi dei mutilati furono ostentati ed estaltati come esempi viventi di devozione alla patria, ma anche del mito della ‘Vittoria mutilata’ che il fascismo portava avanti. Molti dei soldati già durante la loro permanenza al fronte erano convinti dell’importanza del proprio ruolo nel garantire la grandezza dell’Italia, tanto da partire volontari in gran numero o tornare a casa ben dopo la fine del conflitto, nel corso del 1919, per presidiare i nuovi territori concessi all’Italia. Esempi di questo si hanno anche tra i senesi. Amedeo Brizzi, decoratore senese, ad esempio, non solo partì nel 1915 per il fronte e tornò nel gennaio inoltrato del 1919, ma chiamò anche la sua unica figlia, nata nel 1921, Itala Vittoria. Ci furono anche episodi estremi di abnegazione. Diversi mutilati chiesero, e alle volte ottenero, di poter tornare al fronte a combattere. A Siena fece scalpore e fu abilmente sottolineato dai giornali locali (in linea con quanto accadeva per casi analoghi in tutta Italia), il caso del sottotenente Giorgio Sparnacci, studente del liceo, che nell’agosto del 1916 sul Carso “ebbe una gamba frantumata da una granata, sicché occorsero lunghi mesi di degenza in ospedale e tre amputazioni dolorose prima di poter applicare l’arto che gli permette ora di camminare spedito”2. Nel novembre 1917 egli già aveva fatto richiesta per “tornare nel cimento per la difesa dell’Italia”3. Al di là della retorica e della propaganda, però, i mutilati e gli invalidi di guerra, così come le loro famiglie si trovarono, già nel corso della guerra, a dover combattere per ottenere indennizzi e pensioni che garantissero la loro sopravvivenza. Nel 1916 lo Stato aveva tentato un primo intervento legislativo per normare l’erogazione delle pensioni di guerra ai mutilati e alle loro famiglie ed aveva istituito, l’anno successivo, il Ministero per l’assistenza miltare e le pensioni di guerra. La patria, però, veloce e efficiente quando chiamava i soldati alla guerra, diventava improvvisamente lenta e carica di burocrazia quando doveva rico-
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“La vedetta senese”, anno XXI, n. 266, 16-17 novembre 1917. Ivi.
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noscere le malattie per cause di guerra. Per coloro che avevano evidenti e grandi mutilazioni il processo era un po’ più rapido, ma lo stesso l’allungarsi dei tempi per ottenere le pensioni suscitò numerosi malumori, anche a Siena. A tutela degli interessi dei mutilati e invalidi di guerra, nacque a Milano, il 29 aprile 1917, l’Associazione Nazionale tra Mutilati e Invalidi di guerra (A.N.M.I.G.), venendo poi riconosciuta giuridicamente nel giugno dello stesso anno. Essa aveva, tra le altre finalità, quella di attendere “allo studio dei particolari problemi che riguardano i mutilati ed invalidi di guerra, in relazione alle loro peculiari esigenze, promuovendo e svolgendo, anche attraverso iniziative parlamentari, ogni possibile azione di difesa degli interessi morali e materiali degli stessi”4. L’A.N.M.I.G., organizzata fin dalle origini in sezioni e sottosezioni, si propose di alleviare i problemi fisici, burocratici e sociali che i mutilati potevano incontrare e coprì in poco tempo tutto il territorio nazionale. A Siena venne fondata molto presto una sezione, ufficialmente il 17 ottobre 1917, ma esistono attestazioni di una presenza di un’associazione in favore di mutilati e invalidi anche prima di allora. Nei giornali cittadini, si registrano infatti donazioni sempre più frequenti, già dal luglio dello stesso anno, nei confronti di un “Comitato provinciale pro mutilati in guerra”. I benefattori erano esponenti di classi sociali molto diverse tra loro. Il pittore Federico Icilio Joni, ad esempio, donò in un primo momento 500 lire “netto ricavo di un lavoro fatto per un signore di Siena”5 e successivamente fece anche altre donazioni6, l’industriale cav. Giovanni Romei, che produceva locomobili a vapore principalmente per l’agricoltura, un po’ meno munifico, versò l’importo delle multe inflitte agli operai nel suo stabilimento, cioè 104,29 lire7. Alla data del 3 aprile 1917 la sezione aveva raccolto la ragguardevole cifra di 10085,92 lire, alla quale si andarono a sommare nuove donazioni, tanto che al 15 aprile la somma era già arrivata a 16590,37 lire8. Il cav. Romei aveva donato 136 lire (forse le solite multe comminate agli operai), la Società di Esecutori di Pie Disposizioni 500 lire, il ragionier Giuseppe Luigi Bernini, che aveva liquidato la sua ditta di orticoltura e pomicoltura, 561 lire. A queste cospicue
Statuto dell’A.N.M.I.G, capo I, art. 1. “La vedetta senese”, anno XXI, n. 152, 6-7 luglio 1917. 6 “La vedetta senese”, anno XXIV, n. 200, 30 luglio 1920. 7 “La vedetta senese”, anno XXI, n. 270, 20-21 novembre 1917. 8 “La vedetta senese”, anno XXI, n. 86, 14-15 aprile 1917. 4 5
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cifre si sommava anche la minima, ma molto significativa donazione di 11 lire del tenente Umberto Scardigli o la generosissima donazione del Monte dei Paschi di Siena di ben 5000 lire9. Ci furono poi gruppi di persone che si organizzarono per raccogliere fondi, come l’Associazione “Trento e Trieste”, antenata dell’attuale Società “Trieste” della Nobile Contrada dell’Oca, che se pur sciolta, versò pro mutilati la somma di lire 566,2010. Anche il direttore e gli impiegati della Banca Popolare, in onore dei colleghi caduti Gino Corbini e Tommaso Grossi, raccolsero e donarono 18,5 lire11. Per provvedere al finanziamento della sezione furono organizzate inoltre diverse lotterie12 ed eventi che oggi definiremmo benefici. Una menzione particolare merita la Scuola telegrafica che, sotto la direzione dei telegrafisti Cartocci e Avanzati, offrì un corso gratuito per telegrafista in favore di due mutilati senesi. Se le donazione erano gradite, questo tipo di interventi erano ancora più importanti perché favorivano, attraverso il lavoro, il reintegro del reduce nel tessuto sociale e il suo recupero anche al livello psicologico. Molti infatti dei giovani tornati dalla guerra ebbero difficoltà, anche a distanza di anni dalla fine del conflitto, a reinserirsi nella vita di tutti i giorni, come accadde, ad esempio, a Emilio Ravagni, che aveva perso un occhio al fronte nel 1916 per mettere in salvo un compagno. “Dopo penose sofferenze, ritornò a casa, sempre buono, rassegnato alla sua sorte, ma ohimé! non più il solito Emilio, forte, robusto come quando era partito e la morte l’ha colto appena trentaquattrenne”13. Il Comitato non aveva una sede propria tanto che, il 30 settembre del 1917, giorno in cui si intendeva costituire ufficialmente la sezione senese dell’A.N.M.I.G., si riunì nei locali dei Reduci d’Africa in via del Giglio, “gentilmente concessi”. In questo giorno non si dovette arrivare ad una conclusione, tanto che una nuova assemblea fu indetta per l’11 e poi per il 18 novembre14 successivi, quando, “dopo vivissima e animata discussione”15, si procedette finalmente alle nomine delle cariche. Promotore dell’iniziativa, con
“La vedetta senese”, anno XXIV, n. 76, 2-3 aprile 1917. “La vedetta senese”, anno XXIV, n. 200, 30 agosto 1920. 11 “La vedetta senese”, anno XXI, n. 58, 13-14 luglio 1917. 12 “La vedetta senese”, anno XXIV, n. 201, 31 agosto 1920. 13 “L’Intervenuto”, anno VII, n. 6, 7 marzo 1925. 14 “La vedetta senese”, anno XXI, n. 271, 21-22 novembre 1917. 15 Ivi. 9
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i suoi consigli “illuminati”, fu il capitano Leonida Piazzi, che pose come necessaria la questione di riunire mutilati e invalidi in una sola forza per la garanzia dei loro diritti e aspirazioni. Nel corso dell’assemblea furono discussi e votati il “programma e i postulati stabiliti dalla Sede Centrale”16 e furono invitati i mutilati e gli invalidi della città ad aderire all’associazione che “con scopo altamente patriottico e civile cerca di riunire in un fascio di salde e virili energie tutti i mutilati di guerra, al fine precipuo di tutelare legalmente i diritti sacri acquisiti da ognuno col proprio sangue, di sollecitare i pronti pagamenti delle indennità giornaliere di convalescenza dai depositi per il tempo che intercorre fra la dimissione dagli ospedali e la liquidazione della pensione agli aventi diritto, di procurare l’assistenza medica legale ed ortopedica ai militari dimessi dai luoghi di cura ed infine coll’incitare alla rieducazione professionale dei mutilati”17. Il primo presidente fu il sottotenente Gino Bianchini, mutilato, e le altre cariche furono equamente divise tra soci mutilati e invalidi. La sede era ancora una questione da definire e venne momentanemente stabilita in via Montebello al numero 5. Una stranezza è la piccola targa in bronzo commemorativa della fondazione della sezione, realizzata dalla Ditta Nelli di Firenze e oggi conservata presso la sede A.N.M.I.G. di Siena, che reca da un lato il Bollettino della Vittoria e dall’altro una decorazione di stampo eroico con un’ara per sacrifici al centro e l’incisione “Associazione Naz. Mutilati/ Sezione di Siena/ fondata il 17 ottobre 1917/ A gloria dei caduti della gente senese/ perché fosse grande l’Italia” nella quale si cita una data di un mese anteriore a quella riportata dai giornali. Pochi giorni dopo il comitato direttivo si riunì, sempre in via del Giglio, per stabilire un ‘programma di azione’ volto alla tutela degli associati e definì anche l’orario di apertura al pubblico della sezione: dalle 19 alle 20.30 nei giorni feriali e dalle 14.30 alle 16.30 nei giorni festivi. Un orario così particolare fa pensare che la sede in via Montebello fosse l’abitazione di uno di coloro che riscoprivano le cariche dell’associazione. Nel 1920 la sezione non aveva ancora una propria sede (le adunanze si tenevano nei locali della Croce Rossa in via San Martino) e non riusciva ancora a far valere i diritti dei propri associati, tanto che vi furono diverse agi-
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tazioni da parte loro nel maggio di questo anno18. Una svolta, in questo senso, arrivò dalla legge del 21 agosto 1921 sul collocamento obbligatorio dei mutilati e invalidi di guerra presso le imprese pubbliche e private, che, almeno sulla carta, garantiva un ritorno ad una vita ‘normale’ a queste categorie di persone. C’era comunque bisogno a Siena di una sede, nella quale poter riunire i mutilati e dare loro assistenza giuridica e materiale. Questa questione rimase aperta fino al 2 dicembre 1924, quando il Comune di Siena concesse all’A.N.M.I.G., in uso gratuito, una palazzina nei pressi del passeggio della Lizza. La palazzina, pur se sufficientemente ampia per ospitare le varie attività assistenziali, non era però nuova e necessitava di nomerosi interventi. I lavori per la “Casa del Mutilato” furono piuttosto travagliati e subirono anche un’interruzione, dovuta a dissidi interni di natura politica, che portarono alle dimissioni temporanee del presidente Guido Barbi. Se infatti inizialmente l’A.N.M.I.G. aveva richiesto vaste riforme democratiche, la fine dell’analfabetismo, ecc., dal 1920 vide prendere il sopravvento alle correnti nazionaliste, tanto da aderire, nel 1922 al fascismo. È in questo momento che divenne sempre più nota alla ribalta nazionale la figura di Carlo Delcroix, presidente nazionale dell’associazione, gran mutilato, privo delle mani e della vista, parlamentare fascista e sempre presente a parate e manifestazioni patriottiche al fianco di Mussolini. Le componenti socialiste e democratiche dell’A.N.M.I.G. furono pertanto epurate. A Siena la polemica sull’adesione al fascismo dell’associazione divenne motivo di scontro nel corso della riunione annuale del 1926, quando Guido Barbi tenne a precisare come l’adesione della sezione senese al partito fascista fosse sempre stata leale e disinteressata, trovando il dissenso solo di una parte degli associati. Nella medesima assemblea si parlò anche a lungo dei lavori alla Casa del Mutilato, deliberati l’anno precedente e allora in corso, visto che l’incontro si tenne “nei locali provvisoriamente apprestati”19. I lavori erano certamente conclusi alla data del gennaio 1927, dal momento che venne dato l’incarico al fotografo Ermenegildo Nello Massarelli di fotografare tutti gli ambienti e anche l’esterno dello stabile. Il risultato fu un volume celebrativo, una cui copia è conservata nell’Archivio fotografico
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“La vedetta senese”, anno XXIV, n. 121, 27-28 maggio 1920. “Il Popolo Senese”, anno II, n. 18, 4 marzo 1926.
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Sala delle adunanze della Casa del Mutilato, 1927. Foto di Ermenegildo Nello Massarelli, in Archivio Fotografico Malandrini, per gentile concessione della Fondazione Monte dei Paschi di Siena.
Malandrini presso la Fondazione Monte dei Paschi di Siena. Gli originali degli scatti, su lastra di vetro, sono invece oggi presso la Biblioteca Comunale degli Intronati, grazie al fortuito ritrovamento e poi al volontario lascito del fotografo Appiani nel 1978. Le immagini documentano in maniera esaustiva i locali e mostrano ambulatori per le cura materiali dei mutilati e invalidi, ambienti con scopi ricreativi, come la biblioteca, e di rappresentanza, come la sala delle adunanze. Sono stati documentati inoltre gli uffici, in parte ancora riconoscibili al primo e secondo piano, con gli schedari relativi agli associati e alle loro protesi. L’attività di creazione e distribuzione delle protesi rientrava in realtà nei compiti dell’Opera Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, ma essa aveva sede all’interno della medesima palazzina e possedeva anche un’officina nella quale venivano adattate e forse anche realizzate le protesi per i mutilati.
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Collocata probabilmente in una capanna posta nelle vicinanze della “Casa del Mutilato”, parte della proprietà ceduta dal Comune di Siena all’A.N.M.I.G., oggi l’officina non esiste più, ma nell’immagine rimane la memoria di una delle vocazioni principali dell’A.N.M.I.G.: il reinserimento dei mutilati e invalidi nel tessuto sociale e lavorativo. Nella fotografia di Massarelli si vede l’interno del locale con tre uomini e una donna al lavoro su arti artificiali, colti in varie fasi della lavorazione. In special modo risulta interessante l’uomo sullo sfondo che sta lavorando al tornio alla produzione o forse all’adattamento di una protesi. Curiosamente l’album celebrativo precede di tre anni l’inaugurazione ufficiale della “Casa del Mutilato”, che avvenne solo il 28 aprile del 1930. Dal gennaio 1927 la sede fu sicuramente funzionante, ma si preferì attendere la presenza dell’uomo politicamente più rilevante dell’associazione, Carlo Delcroix, per procedere all’inaugurazione. Egli presenziò quindi alla benedizione dei locali da parte del parroco della vicina chiesa di Sant’Andrea e tenne poi un discorso in piazza del Duomo, alla presenza di tutte le autorità cittadine e di numerosissimi cittadini. Al termine della celebrazione ufficiale fu poi ospitato dal podestà Bargagli Petrucci in Comune20. Il podestà non solo offrì al Delcroix un lauto rinfresco, ma anche una medaglia d’oro21. D’altra parte non era la prima volta che questo personaggio era presente a Siena, egli infatti, aveva tenuto, nell’aprile 1918, una memorabile conferenza durante la quale aveva incantato specialmente il pubblico femminile che, per voce di Margherita Bartalini sul periodico “Il Risveglio”, esaltò il “giovane uomo, con una voce possente, ma dolce, un sorriso mite e virile”22. Dopo la fine della guerra, poi, Delcroix si era iscritto all’Università proprio a Siena, alla facoltà di giurisprudenza, mantenendo quindi un forte legame con la città. Da qui probabilmente l’attesa di tre anni dell’A.N.M.I.G. senese per avere all’inaugurazione della propria sede un così importante e carismatico personaggio.
“Il Popolo senese”, anno VI, n. aprile 1930. Archivio del Comune di Siena, Postunitario, cat. VI, Deliberazioni del Podestà 1930, n. 477, Ricevimento in onore dell’On. Carlo Delcroix. 26 aprile 1930. 22 G. RUSTICI, Mutualismo e impegno politico: l’associazionismo femminile nell’Ottocento e all’inizio del Novecento, in A. SAVELLI, L. VIGNI (a cura di), Una città al femminile. Protagonismo e impegno di donne senesi dal medioevo a oggi, Siena, Nuova Immagine, 2012, p. 198. 20 21
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Finito di stampare in Firenze presso la tipografia editrice Polistampa nel mese di ottobre 2016