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OLTRE LA PROPAGANDA
LA VITA QUOTIDIANA NELL’ UNIONE SOVIETICA ALL’ EPOCA DI KRUSČEV Come si viveva veramente in Russia nel periodo 'aureo' del comunismo reale. Dopo la Guerra Civile, le stragi, le 'purghe' staliniane e le privazioni, sembrò aprirsi un nuovo orizzonte di moderato benessere. A quale prezzo? di VARDUI KALPACKIAN
«Nell’ Unione Sovietica la gente comune compie i miracoli quotidianamente» Uno degli slogan dell’ epoca del governo di N.S. Krusčev
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a storia della Russia del periodo dal 1917 fino alla fine degli anni 1980 circa è la storia del primo (e per un certo lasso di tempo anche l’unico) stato a regime socialista del mondo. E l’epoca del governo di Nikita Sergeevič Krusčev (grosso modo dalla morte di Stalin nel febbraio del 1953 al 14 ottobre del 1964) può essere definita come quella del socialismo autentico, pienamente raggiunto e realizzato, e, come il regime stesso proclamava, anche la base della fase storica successiva, il Comunismo, la cui “ costruzione” doveva essere terminata per il 1980. Nei libri scolastici per la disciplina “ Storia dell’URSS” della scuola elementare d’obbligo degli anni 1960 l’ultimo capitolo, quello dedicato al periodo corrente, si intitolava “ Il popolo sovietico costruisce il Comunismo” . In tutti i periodi precedenti della storia dell’URSS il socialismo non poteva, si capisce, realizzarsi in pieno perché doveva lottare per la pro-
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pria sopravvivenza: durante la guerra civile 1917-1919 contro la “ borghesia” russa e mondiale, poi nella lotta continua contro i nemici interni, detti “ nemici del popolo” , fino alla fine degli anni 1930, e poi contro gli invasori nazisti. Dopo la morte di Stalin è stato ammesso, con molta cautela, che il periodo staliniano non è stato socialismo vero, perché il leader ha permesso la formazione del fenomeno del “ culto della propria personalità” . Nonostante queste ammissioni, tutti gli orrori della Rivoluzione d’Ottobre, della guerra civile, della “ Collettivizzazione” e della “ Industrializzazione” , l’esilio di popoli interi in Siberia, il sistema di lavoro forzato, sia dentro i campi di concentramento che fuori, continuavano a essere “ giustificati” come mezzi indispensabili per poter costruire il socialismo: “ prima in un singolo paese, e poi in tutto il mondo” . Andiamo a vedere come era la vita di quei cittadini dell’ URSS a cui il destino riservò la migliore e la più vivibile fetta del socialismo rea-
le, per la cui costruzione sono state sacrificate le vite di due generazioni precedenti di sovietici. Nel periodo in questione il territorio dell’URSS era di 22.402.200 chilometri quadrati (pari a un sesto del terreno abitato del globo terrestre), popolato da 255.700.000 abitanti di 139 nazionalità diverse e per il 99,9% chiuso agli stranieri.
La ca sa Alla fine della Seconda guerra mondiale (in URSS chiamata ufficialmente la “ Grande guerra patriottica” ) inizia la ricostruzione frenetica dei siti industriali (con l’uso massiccio della manodopera dei lager: questa volta i detenuti sovietici erano affiancati dai prigionieri di guerra, tedeschi e italiani, e da quelli dei paesi dell’occupazione sovietica - Austria, Cecoslovacchia, Polonia ecc.). La situazione delle abitazioni restava nel 1953 ancora quella del 1945, anche nella capitale. Alla fine della guerra Mosca è invasa da una fiumana di gente che contava di restarci a vivere: i precedenti 30 anni della vita sovietica hanno insegnato che nella capitale si poteva qualche volta comprare qualcosa da mangiare e di che vestirsi. Dal 1945 inizia una grande migrazione: dalle zone oltre gli Urali sono stati riportati nella regione europea dell’URSS gli stabilimenti evacuati e sono arrivate tante, tan-
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te persone. Il prezioso certificato di residenza (“ propiska” ) a Mosca era accessibile più volte anche ai non moscoviti, perché c’era un gran caos con la documentazione: l’ evacuazione forzata e gli arresti di massa dei tragici mesi di giugno-dicembre del 1941 non sono stati documentati, e nei bombardamenti aerei sono stati distrutti sia le case che gli archivi. Le cifre veritiere della quantità di abitanti a Mosca sia nel 1941 che nel 1945 e 1953 sono sconosciute, come lo sono quelle delle perdite umane nell’ URSS per tutto il periodo sovietico. E a Mosca, ancora di più che in tutto il resto del territorio dell’URSS, il problema Numero Uno era la catastrofica insufficienza delle abitazioni. Famiglie intere vivevano nelle cantine, sui tetti, nei vani dell’ascensore (dove, su ogni piano, era poste tavole di legno che fungevano da pavimento), in baracche di legno senza acqua e senza servizi. I più fortunati dei moscoviti “ comuni sovietici” vivevano nei cosiddetti “ appartamenti in coabitazione” ( / “ komunalnaja kvartira” ): negli appartamenti delle case di costruzione pre-sovietica c’era un nucleo familiare per ogni stanza, con la cucina e i servizi (dove questi non erano ridotti ad un unico rubinetto di acqua fredda in cucina) di uso comune. Le abitazioni del genere appaiono nei recenti film russi “ La fredda estate del 1953” , “ Il cerchio ristretto” e gli altri. Questo è al livello privato, dei cittadini. Al livello di Stato, invece, i cittadini comuni sì che avevano di che essere orgogliosi. Nel 1953 è stata inaugurata solennemente la nuova sede dell’ Università Statale di Mosca sul punto più alto della città – le Colline Lenin (ex Colli dei Passeri), dove tutti i villaggi e siti storici sono stati per questo rasi al suolo. Inoltre, è stata completata la costruzione anche dei grattacieli sugli incroci delle maggiori vie di Mosca, previsti dal piano della Ricostruzione Generale di Mosca, promosso da Stalin nel 1935. Nel 1953 (e poi anche nel 1957)
il Comitato Centrale del Partito Comunista dell’URSS e il Consiglio dei Ministri decretano la delibera « Direttiva per lo sviluppo della costruzione di edifici ad uso abitativo nell’URSS» . Questo dà inizio ad una nuova “ guerra” : viene ufficialmente dichiarata la lotta contro gli ” eccessi architettonici” (in lingua sovietica / “ arkhitekturnye izlishestva” . In Lingua Russa questa espressione non è mai esistita) dei quali è accusato Stalin, e viene annunciato il nuovo principio fondamentale: “ economia dell’edilizia” ( / “ ekonomnost’ stroitel’stva” ), legalizzato con il Decreto del governo del 1955 “ Sui metodi dell’ulteriore industrializzazione, sul miglioramento della qualità e l’abbassamento dei costi dell’ edilizia” . Per capire i cambiamenti nella politica edilizia basta paragonare le stazioni della Metropolitana di Mosca costruite prima e dopo la guerra: lo spazio pubblico dell’epoca staliniana è ricco di marmi, mosaici, sculture, stucchi e rilievi in bronzo dorato e adeguato patos imperiale, le stazioni dell’epoca di Krusčev, denominate dal folclore “ ascensore orizzontale” , hanno, nella versione più elaborata, solo le piastrelle e perdono le “ navate laterali” (la sala ora è tutt’uno con le zone dei binari). Il programma di edilizia abitativa promosso dal governo Krusãev, il quale ordinò di abolire l’Accademia di Architettura voluta da Stalin in persona, e sostituirla con una modesta “ Direzione per l’Edilizia” , prevede la costruzione di una enorme quantità di “ abitazioni a dimensione ridotta” ( / “ malogabaritnye kvartiry” ) ovunque in tutte le città dell’ URSS. A Mosca, al posto di storici villaggi suburbani come Cheremushki, Z uzinio, Tushino, Tekstilsciki e tanti altri, eliminati insieme ai resti di residenze nobili di campagna, vecchie fabbriche storiche, monasteri e chiese, cimiteri, parchi e boschi, sono sorti gli omonimi quartieri interi di tali abitazioni, subito soprannomi-
N ik ita Kruscev gioisce. Guerra a lla fa me (1 9 5 9 ).
nati dal folclore “ krusčioby” (il misto del nome del leader e del termine russo per “ favelas” – “ truscioby” / anche questo era uno dei termini molto usati dalla propaganda sovietica / ” favelas di capitalismo” ). Sono condomini di quattro piani, di pannelli prefabbricati, sullo stesso progetto. Più avanti se ne costruiscono anche di otto piani e “ modelli di lusso” – di mattoni ( ill. 9 ) L’altezza del soffitto è di 2,5 metri, la superficie totale è di 29 metri quadri (versione “ lusso” era di 42 m.q.). C’è la cucina, di 5 metri quadri, una stanza, un’ altra più piccola e una specie di guardaroba – un minuscolo spazio senza finestra, soprannominato dai sovietici “ camera per la suocera” . Nel bagno di 4 m.q. (senza finestra pure quello) c’è una “ vasca a sedere” , un water e un lavandino. C’è anche un corridoio « non largo abbastanza per passare a fianco del proprio gatto» (come testimonia chi ci abitò). Per quel che è, la “ krusčioba” è stata per molte famiglie la prima casa con la cucina e il bagno, loro e di nessun’ altro. Questo, per un po’ di tempo, li conciliava con la necessità di fare dei lunghissimi viaggi due volte al gior-
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no nei trasporti superaffollati, ogni giorno, per raggiungere il posto di lavoro (portando, al ritorno, anche le pesanti borse della spesa, perché oltre alle case in questi “ quartieri residenziali” non c’era nessun’altra struttura, di nessun genere). Il telefono in questi appartamenti non c’era, solo le cabine pubbliche, con una costante lunga fila di persone davanti. Non molti avevano le forze di fare il viaggio “ in città” anche di domenica (il sabato era giorno lavorativo) per visitare un museo, o fare una visita. È stato ufficialmente dichiarato che le “ krusčiobe” a 4 piani sono una “ soluzione provvisoria” , e dopo 25 anni saranno rase al suolo, perché gli abitanti avranno già delle case vere e proprie. Non so se qualcuno dei residenti di “ krusčioba” credeva a questa tesi, ma dal 1955 non hanno mai smesso di costruirle, e per il 1985 sono stati edificati circa 300 milioni di metri quadri di spazi abitativi di questo tipo.(1) Alcune testimonianze da siti internet russi:
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– « Passai nella “ krusčioba” 25 anni della mia vita fermamente convinta che gli inventori di quel cosiddetto “ angolo personale per ogni famiglia” non sono altro che i “ nemici del popolo” veri e propri. Queste case erano la versione “ dolce” del lager. Parlavo con la mia vicina attraverso il muro, senza uscire dall’appartamento» . – « “ Malogabaritka” ! / appartamento “ di dimensioni ridotte” / . Non è solo un termine: è una forma di esistenza. È una diagnosi. È una tana per topi. Il soffitto come il coperchio della bara, la cucina che ti pigia sulle spalle e sui fianchi, il corridoio che non si può percorrere che “ di profilo” e le stanzette-scatolette. I tappetini sui nostri muri non sono che mezzi di isolamento di suono e di calore. Le scale dove pure la bara passa solo se portata verticalmente. Il sogno di avere il secondo figlio dello stesso sesso del primo, perché N O TE (1) Le foto riprodotte risalgono alla fine del 2008.
due letti in una stanza non ci stanno» . – Le barzellette popolari dell’ epoca ( quando come unico metodo di creatività artistica si propagava il “ Realismo Socialista: riflesso fedele della vita” ) : « ” Come è stato applicato in architettura il metodo del Realismo Socialista? ” – È stata inventata la casa “ krusčioba” : quando fuori fa freddo o caldo dentro fa lo stesso” » . – Altri esempi del folclore: « Lo scopo principale del progetto di “ krusčioba” era quello di unire il soffitto e il pavimento» . « Hanno inventato un modello del vaso da notte per “ krusčioba” : quello con il manico dentro» . Il leader sovietico teneva molto alla propria politica edilizia, e se ne occupò fino alla fine della sua permanenza al potere: il 13 maggio del 1963 Krusčev fece un giro ufficiale della capitale per visitare i quartieri in costruzione, e il 30 luglio visitò la mostra dei progetti di nuova costruzione edilizia nelle zone ancora “ libere” delle periferie di Mosca.
Il la voro Durante i primi anni dopo la morte di Stalin le rigidissime condizioni di lavoro nell’ URSS ( parliamo della “ zona” fuori GULAG) si attenuarono leggermente. Il 25 aprile del 1956 il Soviet Supremo emana il Decreto che abolisce “ le responsabilità penali / si intende la reclusione – V.K./ per abbandono del proprio posto di lavoro senza autorizzazione” . Però il regime lavorativo restava severo, e il posto di lavoro nel paese dove tutto apparteneva allo Stato era tuttora il padrone e il giudice di ogni singolo cittadino. Il lavoratore percepiva il suo salario due volte al mese ( e a calcolare le tasse e a toglierle dalla busta paga ci pensava la ragioneria dello stabilimento, o ufficio), inoltre il “ triangolo” (“ treugolnik” , alias i 3 capi di ogni esercizio statale: Diret-
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tore, Capo della sezione del PCUS e Capo della sezione dei Sindacati) decideva quando uno andava in ferie, e a chi concedere il posto nei sanatori e nelle case statali di ricreazione (cosa non di poco conto, visto che trovare dove dormire e mangiare dove uno non aveva né amici né parenti era un’impresa impossibile). Sempre il “ posto di lavoro” distribuiva gli alloggi e gli appartamenti nelle case di nuova costruzione, secondo un elenco compilato, dove i primi posti sarebbero riservati ai più bisognosi. C’ erano “ elenchi- fila” anche per i posti nell’asilo nido, necessari per ogni famiglia, visto che entrambi i genitori erano “ lavoratori” : quasi tutti i bambini da 3 a 7 anni di età si svegliavano molto presto e partivano, con i trasporti pubblici, con i genitori, che non potevano arrivare tardi al lavoro, per raggiungere l’asilo che poteva trovarsi anche a distanza di una o più ore di viaggio, sia da casa che dal posto di lavoro di uno dei genitori. C’erano elenchi pure per le attività extrascolastiche, per i biglietti dei teatri, per l’abbonamento ai periodici tipo “ Vita e scienza” , “ Geografia” (i pochi non proprio politici; abbonarsi a quelli come il quotidiano “ Pravda” era obbligatorio per la maggior parte dei lavoratori). Verso la metà degli anni 1950 appare la possibilità di “ iscriversi in fila” per COMPRARE un frigorifero, una lavatrice, un aspirapolvere, oppure addirittura una TV (l’attesa poteva durare da tre a dieci anni) (2). Nessuno, se non era uno studente o un pensionato, poteva restare senza un posto di lavoro: uno così sarebbe stato fuorilegge e di lui si sarebbe immediatamente interessata la polizia del distretto. I sovietici era-
N ik ita Kruscev a ll'epoca della Guerra Pa triottica (1 9 4 4 ).
no considerati dal proprio governo non “ cittadini” , ma “ lavoratori” : tutti gli slogan stampati nella “ Pravda” alla vigilia di festività politiche, come l’anniversario della Rivoluzione, o Primo maggio, iniziavano con questo appellativo, per esempio: “ Lavoratori dell’Unione Sovietica! Rafforzate le vostre file dei combattenti per la pace nel mondo! ” .(3) Gli stipendi medi dei lavoratori sovietici erano molto bassi. Anche se la scuola, l’asilo e l’assistenza medica erano gratuiti, serviva non meno di un anno di risparmi per comprare, per esempio, un capotto da adulto. Nel 1956 viene emesso il Decreto del Soviet Supremo “ Sull’innalzamento del livello del minimo non tassabile degli stipendi dei lavoratori” (l’8 agosto) e quello “ Sull’aumen-
to degli stipendi dei lavoratori di basso guadagno dal 1 gennaio 1957” (30 dicembre). Nel 1957 (il 23 marzo) segue il Decreto che annuncia “ La riduzione delle tasse sugli stipendi inferiori ai 450 rubli mensili” (quando un cappotto costava 1500-2000 rubli). Peccato però che pochi giorni dopo ( il 19 aprile del 1957) segue un nuovo Decreto, che annuncia l’emissione delle obbligazioni di Stato, “ che saranno distribuite tra i lavoratori” , che in realtà obbligava i lavoratori a comprarle. Così, presso ogni “ posto di lavoro” vennero compilati anche gli elenchi per la distribuzione, a turno, di queste obbligazioni tra i lavoratori, che le percepivano il giorno della paga al posto di una parte del loro già magro salario. Una barzelletta dell’epoca (con la premessa che in Unione Sovietica tutte le abitazioni erano invase da scarafaggi): «” Che me ne faccio delle mie obbligazioni?” – “ Puoi, per esempio, usarle come carta da parati, con anche la conseguenza che tutti gli scarafaggi di casa tua moriranno dalle risate” » . E dal 1961 TUTTI i prezzi vennero raddoppiati in seguito alla riforma monetaria:10 rubli “ vecchi” diventavano 1 rublo “ nuovo” (il Decreto del 4 maggio del 1960). E non passava giorno che la radio, l’onnipresente e sempre parlante radio sovietica, non segnalasse “ la crescita progressiva del benessere dei lavoratori sovietici” .(4) Ma il “ posto di lavoro” (o di studio) distribuiva non solo i diritti ai “ beni materiali” , ma anche i “ doveri sociali” (ai quali non c’era modo di sottrarsi), come, per esempio, lo sporadico lavoro anche di domenica, la bonifica e la pulizia dell’ufficio/ stabilimento e il suo territorio
N O TE (2) Il quotidiano “ Pravda” , presente in ogni casa, veniva tagliato in rettangoli più o meno uguali da usare in gabinetto: la carta igienica è apparsa nell’URSS solo alla fine degli anni 1960. Una barzelletta popolare dell’epoca: «Il Direttore chiede ad un lavoratore: “ Lei ha già rinnovato il suo abbonamento alla “ Pravda” ?” – “ No, perché ora ho il televisore e seguo così tutte le notizie.” – “ E cosa userà nel gabinetto? Una antenna forse?” ».
(3) Per non aver rimproveri di traduzione incomprensibile, cito anche l’originale: (4) In originale:
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(“ subbotnik” ), la partecipazione alle “ sfilate del popolo” durante le feste politiche, anche se pioveva a dirotto (questa prendeva tutto il giorno festivo, dalle 7 del mattina). Inoltre, il Decreto del PCUS e del Soviet Supremo del 2 febbraio del 1959 aggiunse a questi anche l’obbligo dei lavoratori “ di contribuire alla tutela dell’ordine sociale nel paese” , il che significava che i civili, dopo il lavoro, alle spese delle proprie serate libere, dovevano pattugliare le strade. Quando la situazione divenne critica, i lavoratori e gli studenti vennero mandati anche in campagna per raccogliere il grano, il cotone, le patate ecc. (il Decreto del 12 luglio del 1962 annunciava che “ alcune delle Repubbliche hanno chiesto di rendere partecipi i lavoratori e gli studenti al lavoro agricolo nei kolkhoz e nei sovkhoz” ). L’obbligo per i lavoratori non agricoli, gli studenti e gli scolari di lavorare periodicamente nell’agricoltura sovietica cessò solo con la fine dello stesso URSS. Sul “ posto di lavoro” e di studio uno poteva subire anche il processo – il cosiddetto “ Giudizio dei compagni” – per il suo cattivo lavoro, per alcolismo, o per la moralità deplorevole (ad esempio infedeltà coniugale).
La v ita de lle donne L’unica rivista femminile sovietica si chiamava “ Rabotniza” (“ lavoratore femmina” ). Una donna che non lavorava era l’oggetto della satira ufficiale, che pubblicavano in uno speciale periodico: “ Il Coccodrillo” . Il passaporto sovietico (rilasciato ai cittadini senza problemi con la giustizia, e non kolkhoziani che non avevano all’epoca il diritto di girare liberamente nel paese) conteneva, oltre al nome, il cognome, la residenza ecc., anche la voce “ Posizione sociale” , con la scelta tra: lavoratore, studente, invalido, pensionato oppu-
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re “ ijdivenka” (“ mantenuta” , solo al femminile, perché gli uomini non invalidi non potevano non lavorare e avere il passaporto): per le donne che non lavoravano (anche se per ragione di salute debole, ma non da invalidità). Tornata a casa dal lavoro (alle 18, alle 19 o oltre, uscita non oltre le 8 del mattino) la donna si dedicava al lavoro domestico: scaldava il pasto serale, unico pasto comune della famiglia, poi sparecchiava e preparava quello per domani, faceva il bucato a mano, stirava con il ferro da stiro di ghisa, cuciva ecc. Le pulizie si facevano di domenica. Le poche fortunate avevano a disposizione macchine da cucire risalente all’ epoca pre- rivoluzionaria, o quelle tedesche trofei di guerra. La produzione nazionale degli elettrodomestici e la loro distribuzione iniziò verso la fine degli anni 1950, e in una quantità molto ridotta. Così da frigorifero fungeva (per qualche mese all’anno, secondo il clima del-
la zona) lo spazio tra i vetri doppi delle finestre – questo nelle case di costruzione ante 1917, invece nelle “ krusčioba” era già previsto il così soprannominato “ frigorifero modello “ Krusãev” ” : era uno spazio sotto la finestra della cucina dove il muro era di spessore molto ridotto in modo da creare “ un armadietto” con la temperatura esterna. La vita della donna sovietica comune è rappresentata, per esempio, nel racconto “ Una settimana come tutte” , di Natalia Baranskaja (pubblicato nel 1969, ? 11, nella rivista “ Novij mir” / ). La donna era anche quella che “ portava i viveri” – dopo il lavoro faceva anche le file nei negozi alimentari, poi trasportava tutto nei mezzi pubblici, fino a casa (gli uomini potevano spesso essere trattenuti al lavoro anche fino alla tarda sera). Le donne-contadine venivano anche inviate dalle loro famiglie in città, più di una volta all’anno, per procurare la merce indispensabile. A Mosca si vedevano spesso i gruppetti di donne contadine con sulle spalle dei sacchi enormi e pesantissimi.
I ba mbini Testimonia il folclore, con questa barzelletta: «La sera i genitori lavano il bambino prima di metterlo a letto e si accorgono che hanno portato a casa dall’asilo un bambino non loro. “ Ma che importa, - dicono, tanto domani lo dovevamo riportare là di nuovo” ». La famiglia sovietica non sopravviveva se i genitori non lavoravano entrambi. Nel 1960 il governo, con il Decreto del 15 febbraio, istituì presso le scuole elementari e medie dei gruppi “ dopo scuola” , ma la stragrande maggioranza degli scolari, anche quelli più piccoli, continuavano a gestirsi da soli per tutto il pomeriggio. È strano, ma la maggior parte dei sovietici era obbligata a pagare la tassa di “ bezdetnost” (questo sostanti-
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N ik ita Kruscev e John Kennedy
vo, creato appositamente dall’espressone “ senza figli” , è una parola che non è mai esistita nel Dizionario di Lingua Russa): questa tassa per i “ senza figli” era pagata da tutti i “ lavoratori celibi” , ma anche da ragazze-madri e da madri-vedove, quelle di guerra compreso! E teniamo presente che l’enorme massa di vedove del GULAG, come pure le vedove di guerra, pure quelle degli eroi decorati caduti, pure quelli con figli, non avevano alcun diritto ad una minima pensione. Questa tassa non è stata mai abolita finchè esisteva l’URSS (non so com’è la situazione al giorno d’oggi), è stata solo leggermente abbassata nel 1957. Questi sono gli enigmatici termini dell’apposito Decreto (del 18 dicembre del 1957): la tassa “ per essere senza figli” viene ridotta «per gli uomini celibi, per i cittadini dell’URSS soli e di poca famiglia; per gli operai, impiegati e altri lavoratori, aventi figli, come pure per le donne sole e senza figli». Cosa vuol dire “ cittadini di poca famiglia” resta per me tuttora un enigma. Molti adolescenti erano costretti a lavorare come operai, perché le scuole medie dello Stato di “ istruzione gra-
tuita” erano a pagamento (fino al 1956, quando il Decreto del 6 giugno abolì il pagamento degli studi nelle scuole medie, superiori e professionali). Ma molti adolescenti, soprattutto i figli maggiori e i figli delle vedove, andavano a lavorare per aiutare la famiglia. Il Decreto del 26 maggio del 1956 ordina di «stabilire la giornata lavorativa di 6 ore per i giovani da 16 a 18 anni di età». Comunque, anche il programma scolastico della scuola media sovietica prevedeva “ l’addestramento lavorativo” , in realtà lavoro presso gli stabilimenti. Il Decreto del Consiglio dei Ministri dell’URSS del 30 maggio del 1961 ordina di «migliorare l’addestramento degli allevi delle scuole medie presso gli stabilimenti produttivi», il che significava, tra l’altro, di aumentare le ore di tale “ istruzione” .
Il cibo Il problema del deficit degli alimenti è stato sempre presente nella realtà sovietica, e l’epoca di Krusčev non è un’eccezione – e ora, nel perio-
do non-bellico e senza pressante terrore politico, è diventato un problema di primo piano. In più, la “ politica agricola” di Krusčev che ordinò di arare le steppe di Kazakhistan per piantarci il grano creò in tutto il paese una situazione davvero critica. Questa trovata personale di Krusčev (“ arare le terre vergini” / “ podnimat’ tzelinu” ) causò l’ eliminazione dei pascoli, il che danneggiò gravemente l’allevamento del bestiame da latte e da carne mentre non ha prodotto la raccolta del grano. Nel 1963 scoppiò una crisi vera e propria, il pane nei negozi non si vendeva più e veniva distribuito razionato. Il folclore denunciava il Leader che « ha piantato il grano in Kazakhistan e lo raccolse negli USA», perché il governo sovietico si è visto costretto a comprare il grano dagli USA. Krusčev ordinò inoltre di piantare tantissimo granoturco, ma nemmeno il granoturco risolse il problema alimentare. « Noi supereremo l’ America! » dichiarava Krusčev mentre i “ comuni sovietici” , per comprare il cibo, dovevano raggiungere qualche grande città. « Che cos’è questo: lungo, verde e odora di salame?» , si domandava in una delle barzellette dell’ epoca. La risposta fu: « È il treno “ Mosca- Kaluga/ o Orel” , o qualsiasi altra città sovietica di media grandezza. Erano fortunati quei non- moscoviti che avevano qualche parentela o conoscenza a Mosca, che poteva ospitarli, quando venivano, più volte all’anno, per comprare l’indispensabile per la vita quotidiana: abbigliamento e calzature, lampadine, inchiostro, lamette di rasoio, ago e filo, sapone, salami, cibo in scatola. Quasi tutte le famiglie di Mosca ospitavano regolarmente le persone venute a questo scopo da tutte le parti dell’URSS. Ecco la barzelletta di quelli anni: « “ Quando nell’ URSS sarà completata la costruzione del ëomunismo, ogni cittadino sovietico avrà un aereo personale.” – “ Scusa, ma a cosa serve l’aereo personale?” – “ Per esempio, se sentirai che a Mosca vendono la carne – sali sul tuo aereo, ci vai e ti compri la carne. Poi senti che a Le-
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ningrado si può comprare del burro - sali sul tuo aereo, ci vai e ti compri del burro! ” » .
Beni di la rgo consumo e i modi in cui si procura va no Dopo la morte di Stalin nel paese sono stati aperti un po’ più di negozi dei beni di prima necessita, e nella capitale sono stati ripristinati i Grandi Magazzini GUM (unica struttura del genere in tutto il paese) , che fino alla morte di Stalin ospitavano uffici, ma anche abitazioni - tutti rimossi già alcuni mesi dopo il suo funerale. Comunque, i beni necessari per la vita quotidiana esistevano in quantità molto ridotta e di tipologia molto limitata. I sovietici avevano tutti gli stessi vestiti, mobili, tazze, valigie, il profumo da donna era “ La Mosca Rossa” e l’acqua di colonia “ Shipr” ecc., e di ogni oggetto si conosceva bene il prezzo ( uguale su tutto il territorio dell’URSS). Molti di questi oggetti degli anni 1950-1960, che tutti ricordano molto bene, sono esposti adesso nel club moscovita “ Petrovich” . La merce d’importazione (cinese, o ceca) era un lusso non accessibile facilmente. La qualità dei prodotti sovietici lasciava molto a desiderare. (5) Ma i prezzi erano molto alti, e per comprare qualsiasi cosa si doveva fare una fila. Negli anni 1950-1960 nell’Unione Sovietica giravano per strade molte persone vestiti ancora di cappotti militari, risalenti agli anni dell’ultima guerra. Gli abiti per bambini si facevano in casa da quelli smessi dagli adulti, e dai figli maggiori passa-
vano poi a quelli minori. I sovietici cucivano a casa, e spesso solo a mano, pure le calzature e le borse. Ma il periodo post bellico stimola la voglia di costruirsi intorno una stabile vita quotidiana, il che risveglia nei sovietici l’ interesse per le cose destinate all’ uso nella quotidiana vita domestica, in linguaggio sovietico – “ prodotti della industria leggera” . Però quest’ ultima resta tuttora chiamata “ di seconda importanza” in paragone alla ” industria pesante” , e produce poco e male. Nel periodo krusãeviano fiorisce il fenomeno di merce “ deficitaria” (“ defizit” ): alcuni articoli lo sono costantemente (tutta la merce d’importazione, alcune medicine, delicatezze alimentari ed altro), altri di volta in volta (ora i piatti, domani il caffè, d’ inverno le arance ecc.), ma il “ defizit” è sempre presente. Un’altra barzellettea: « “ Cosa c’è di costante nella vita sovietica?” – “ Le difficoltà provvisorie” » . Naturalmente, nelle strutture commerciali della distribuzione della merce fiorisce la concussione. Dall’altra parte, viene creato un sistema segreto di distribuzione per l’elite (sia nella capitale che nelle regioni) – per i membri dell’” apparato” del potere sovietico, dove potevano attingere anche gli ospiti stranieri illustri come i leader dei partiti comunisti degli altri paesi, socialisti e capitalisti, o “ gli intellettuali progressisti” che si prestavano a diffondere nel mondo la propaganda sovietica. Negli anni 1950 il mercato nero è una enorme e onnipresente struttura autonoma: pure gli stabilimenti della “ Industria del Socialismo” non ce l’avrebbero mai fatta a completare il proprio dovere del corrente “ Piano quinquennale” senza procurarsi tutto (materia grezza compreso) al mercato nero. La critica
del mercato nero e dei suoi fautori era il tema N° 1 nella satira ufficiale, nella letteratura poliziesca e nei film. ( 6) La legge puniva severamente « l’ appropriazione indebita delle proprietà socialiste» , fino alla pena capitale per i « furti di dimensioni particolarmente grandi» : il Decreto del Soviet Supremo del 5 maggio del 1961 prescrive « di intensificare la lotta ai crimini particolarmente gravi, i furti delle proprietà statali e pubbliche (7) comprese» . Questo Decreto viene presto seguito da quello del 1 luglio del 1961 (“ Decreto del Soviet Supremo dell’URSS sul raddoppiamento della pena per la violazione delle regole riguardanti operazioni con la valuta straniera” ), che necessita delle spiegazioni: un “ sovietico comune” non aveva alcuna possibilità di toccare o vedere “ la valuta straniera” , e il possesso della “ valuta” era punito con il carcere. L’ elite artistica e quella politica di basso livello, che era sporadicamente mandata all’estero, era pagata a casa, con i buoni dei negozi di distribuzione segreta (dove c’ era la merce estera), e la “ valuta” era incassata dallo stato. Il Decreto del 1 luglio riguardava i sovietici che si occupavano di “ farzà” : il business dell’acquisto ( rischioso! ) di oggetti ( soprattutto abbigliamento) e di “ valuta” dai turisti stranieri da rivendere al mercato nero. (8) Il Socialismo (quello “ in costruzione” e quello “ reale” ) non può sopravvivere senza il mercato nero, e quest’ultimo muore in un paese solo dopo la morte del regime socialista. Negli anni 1950-1960, nelle condizioni di grave mancanza della merce, ogni cittadino, in un modo o in un altro, violava la legge. Quello che non si poteva comprare nei negozi, si trafugava anche dai
N O TE (5) L’attore francese Gérard Philipe ne fu talmente colpito quando visitò Mosca, che, tornato a Parigi, allestì una curiosa mostra: espose i capi di biancheria intima da donna comprati nei negozi sovietici. (6) Denunce del mercato nero e dei “ delapidatori delle proprietà socialiste” nutrivano spesso le puntate del periodico satirico cinematografico di cortometraggio «Fitil’» (“ La miccia” ), ma hanno dato vita anche ad alcuni film , come, per esempio, “ Le avventure di Shurik” e a delle esibizioni del genio della varietà Arkadij Rajkin.
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(7) E quale sarebbe la differenza tra le proprietà “ statali” e quelle “ pubbliche” dove tutto appartiene allo Stato? (8) Ai “ farzovsãik” (fautori di questo settore del mercato nero) attingevano regolarmente non solo i cittadini comuni, ma, per esempio, anche i cineasti, che dovevano imitare, sul suolo sovietico e con i mezzi a disposizione, la “ vita occidentale” .
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posti di lavoro: carta da scrivere, lampadine, pellicola fotografica, filo elettrico, materiale edile ecc. Nella situazione della scarsità di merce liberamente accessibile, il denaro perde il suo valore se non accompagnato dalla possibilità di “ procurarsi la merce” – e quando si presenta un’occasione di ottenere la merce (oppure un servizio), il denaro si trova sempre: oltre a te, ci sono intorno tante altre persone con i soldi pronti in attesa dell’ “ occasione” , pronti a fare il prestito, perché il favore che fanno sarà sicuramente ricambiato quando l’occasione capiterà a loro. C’era anche l’abitudine di scambiare una merce di “ defizit” con un altro “ defizit” , perciò le strette case dei sovietici contenevano anche un magazzino, grande o piccolo, della merce di scambio. I lavoratori privilegiati da questo punto di vista erano quelli legati al commercio, o quelli che potevano procurare i servizi o i contatti (e ce n’era una grande varietà tra parrucchiere, addetti ai ristoranti e alberghi, alcuni medici e insegnanti delle scuole superiori legati ai concorsi d’ammissione, e tanti altri). Ecco la testimonianza di una barzelletta: « Al concorso per il posto del capo-magazziniere si sono presentate alcune persone – ma una per una si ritirano, perché si offre un salario piuttosto basso. Uno, invece, chiede di visitare il magazzino e di vedere il genere della merce da trattare, poi accetta il posto seduta stante. “ Ma non le abbiamo detto del salario” – E lui: “ Ma come, mi pagherete anche! ?” » .(9) Sempre negli anni 1950 nasce e cresce velocemente l’industria clandestina, che produce di tutto, spesso copiando (in modo grossolano) i campioni della produzione “ capitalista” , e la “ società socialista” con tre classi ammesse (operai, kolkhoziani e “ intellighenzia” sovietica) si arricchisce anche della classe clandestina dei “ milionari segreti” . N O TE (9) Da notare, che il “ furbo” c’è stato uno solo tra gli altri.
Dida
La propaganda denuncia e deride coloro che cercano di vestirsi bene, in qualche modo - a modo proprio: è quasi un crimine, e quelli che lo fanno sono dichiarati “ stiljaga” (alias – uno con proprio stile, di vestirsi e di vivere). Alle” pattuglie dei lavoratori” (di cui abbiamo parlato prima) viene “ raccomandato” di catturare nel buio questi “ stiljaghi” , di tagliar loro gli abiti e di rovinare le pettinature, oppure di rasar loro la testa. Molti vengono accompagnati nei distretti di polizia e trattenuti fino all’alba. Nel 1953 (il 10 ottobre) il governo emana il Decreto che annuncia «l’intensificazione della produzione di articoli industriali di largo consumo» e « il miglioramento della loro qualità», e due giorni dopo – il Decreto che ordina di «intensificare la produzione dei generi alimentari e di migliorare la loro qualità». Nel 1959 (il 12 agosto) un Decreto speciale permette di «vendere a credito agli operai e agli impiegati degli articoli di lunga durata» (forse, si trattava di elettrodomestici – altrimenti non si spiega l’assenza nell’elenco anche dei “ kolkhoziani” , alias contadini). Il 16 giugno a Mosca viene riaperta l’” Esposizione delle realizzazioni dell’ economia del popolo dell’ URSS” (ideata ancora da Stalin in persona)
– un parco con delle lussuose fontane e sculture, dove nei padiglioni espositivi, uno per ogni ramo dell’industria e dell’agricoltura, erano presentati i campioni più significativi (eseguiti appositamente per la mostra). La vendita, naturalmente, non era prevista.
Tempo libero, sva go e cultura Il modo più diffuso di divertimento era andare al cinema ( in campagna arrivava “ l’apparecchio ambulante” con un film). La maggioranza della classe operaia spendeva la domenica ubriacandosi completamente. Si poteva anche passare la giornata al parco pubblico (portandosi dietro qualcosa da mangiare, perché i chioschi nei posti del genere erano troppo pochi, la fila era enorme e il cibo non affidabile). Il modo più diffuso di “ uscire” era quello di andare in visita da parenti e amici – soprattutto se c’era anche una TV: un posto pubblico non solo non era rilassante, ma poteva essere addirittura ostile. In più, conveniva evitare di stare in compagnia degli sconosciuti. Nel periodo krusčeviano nasce, tra “ intelli-
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ghenzia” , il fenomeno della cultura della “ cucina moscovita” (presto diffusosi in tutto l’ enorme paese): la cerchia stretta di amici, in un cucinotto, discute fino a notte inoltrata su tutto, filosofia compreso. Si cantava e c’erano delle letture pubbliche della letteratura proibita (vecchia e nuova, e non necessariamente politica, ma anche filosofica), c’erano anche esposizioni delle opere degli artisti contemporanei, e concerti dei cantautori – l’atmosfera del rapporto autentico tra le persone autentiche dava la carica per affrontare la quotidiana disumanità che attendeva fuori. Dopo la morte di Stalin i periodici letterari hanno cominciato a pubblicare, anche se per un breve periodo, la letteratura contemporanea nazionale - le opere di Mikhail Z osãenko, Anna Akhmatova, Boris Pasternak. Le tirature erano basse, perciò nasce l’usanza di passare le pubblicazioni tra i conoscenti, il che genera, di lì a poco, la “ stampa manoscritta” : le opere letterarie – di scrittori nazionali contemporanei, poeti e filosofi stranieri non marxisti, e tanto altro – si copiano a mano (le macchine da scrivere non erano in vendita, e quelli degli uffici erano sotto controllo), con la carta carbone, in 3-5 copie alla volta, e si distribuiscano tra gli stretti conoscenti. Molto presto il “ reato” di produrre, distribuire e possedere le edizioni di “ samizdat” (“ edizione casalinga” ) è diventato proibito e soggetto alla responsabilità penale, fino alla reclusione. Ciononostante il “ Samizdat” dà vita anche al periodico “ Sintaksis” (le opere di B.Akhmadullina, V.Aksenov, V.Nekrasov, B.Okudjava, Evg. Ginzburg, V.Shalamov), di cui il fondatore e redattore A.Ginzburg fu arrestato e condannato a due anni di lager. Un grande effetto (forse non esattamente quello previsto dal potere) fece il Festival Moscovita della gioventù del 1957 (28 luglio –11 agosto), organizzato per dimostrare al mondo che l’ URSS non è più un paese chiuso. Non si è mai visto da vicino così tanti stranieri, direttamente nelle strade. Ma per l’occa-
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sione durante tutto l’ anno precedente Mosca andava “ ripulita” da numerosissimi mutilati di guerra, che vivevano chiedendo l’elemosina per le strade della città: sono stati prelevati a turno ed esiliati nei lager appositamente creati sulle isole dei mari del nord di Russia. Nel 1959 (da 3 al 17 agosto) a Mosca si tiene il primo Festival Internazionale del Cinema, che diventò una manifestazione regolare a scadenza biennale. Sono diventati regolari (1 o 2 volte all’anno) anche le mostre d’arte figurativa, che davano spazio alle opere degli artisti – membri della “ Unione degli artisti dell’URSS” . Nel 1955 nel Museo delle Belle Arti “ Pushkin” – maggior museo della capitale dedicato all’arte mondiale – è stata definitivamente smontata la mostra permanente “ Regali dei lavoratori di tutto il mondo al compagno Stalin in occasione del suo 70-mo anniversario” , che era in piedi dal 1949. A causa di questa mostra sono stati chiusi nei depositi le opere del Rinascimento, i quadri di Rubens e di Rembrandt, ed altro ancora. Ora l’ esposizione museale fu ripristinata, e non solo: sono state esposte pure le opere di E.Manet, Renoir, Sezanne, Gaugin, Rodin ed altri, che dopo la rivoluzione del 1917 erano state sequestrate ai grandi collezionisti russi. Le opere della fine del XIX – inizio del XX secolo sono sembrate ai sovietici nel 1955 i capolavori del futuro! La gran parte di questi quadri “ non-figurativi” fu presto rispedita nei depositi, come tutte le opere cubiste di Picasso esposte, sempre a Mosca, alla mostra a lui dedicata allestita nel 1956. Nel novembre del 1962, dietro un permesso speciale del Comitato Centrale del PCUS, fu pubblicato il romanzo di uno sconosciuto ex-prigioniero politico Alexandre Soljenitzyn “ Una giornata di Ivan Denisoviã” che raccontava un giorno della vita del lager staliniano. Però presto sia lo scrittore che la sua opera sono stati condannati ufficialmente: il processo della “ destalinizza-
zione” cominciava a sfuggire al controllo, e a Novocherkassk, nello stesso 1962 ebbe luogo una grande manifestazione degli operai, che fu fucilata dall’ esercito dietro l’ ordine preciso da Mosca. Da lì cominciano le famose campagne di critica e di diffamazione di singoli scrittori e uomini di cultura, e finisce definitivamente il cosiddetto “ disgelo krusãeviano” , durante il quale – vogliamo ricordarlo – solo di chiese ortodosse ne sono state chiuse al culto o distrutte quasi 15 mila.
L’ URSS e il resto del mondo «L’URSS scopre il resto del mondo, inizia il turismo internazionale! » proclamò Krusčev in uno dei suoi discorsi. Si trattava, ovviamente, solo dei viaggi turistici regolari degli stranieri nell’URSS: sono stati elaborati degli itinerari in pochissime città, sotto la stretta sorveglianza di “ operatori del turismo” : non c’era alcuna possibilità di staccarsi dal gruppo, di avvicinare la gente o di visitare un negozio, perché sono stati creati appositamente dei “ tunnel turistici” , con alberghi, ristoranti e negozi solo per gli stranieri. I sovietici potevano viaggiare sul territorio dell’ URSS, ma non era un’impresa facile: fuori dalle poche possibilità del turismo interno organizzato, non ci si poteva trovare né i biglietti per treni e aerei, né posti per dormire e mangiare. C’erano pure dei viaggi all’estero organizzati – pochi, pochissimi e costosissimi – distribuiti presso i “ posti di lavoro” , o le organizzazioni tipo “ Unione degli artisti dell’ URSS” , tra i lavoratori più meritevoli. Prima di essere ammessi nel gruppo turistico del genere bisognava raccogliere delle raccomandazioni ufficiali che andavano esaminate a tre diversi livelli, e poi ogni candidatura doveva essere approvata dall’apposita commissione, prima regionale e poi municipale. Il turista sovietico non poteva avere soldi esteri, e il primo giorno di viaggio il “ capo
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gruppo” consegnava a ciascuno la somma in valuta locale equivalente a $10 USA (il rublo dell’ URSS non era convertibile, e ai turisti comuni sovietici provvedeva la banca dell’ URSS – ma solo in questa misura, perché la “ valuta straniera” era pregiata, e serviva alla patria! ). Marito e moglie non potevano recarsi all’estero insieme e i sovietici privi di famiglia non lo potevano nemmeno sperare: non lasciavano nessun “ ostaggio” in patria a garantire il loro ritorno. Per dimostrare lo sviluppo del turismo sovietico Krusčev fece un viaggio “ privato” nel 1959: andò negli USA con una delegazione tanto numerosa da riempire un grande transatlantico sovietico. La visita durò dal 15 al 27 settembre, e al suo ritorno su tutti i “ posti di lavoro” furono organizzati i « dibattiti dedicati ai risultati della missione storica del compagno N.S. Krusčev negli Stati Uniti» , come scriveva la “ Pravda” . Mentre Krusčev eseguiva la sua missione storica negli USA, a Mosca ebbe luogo “ The American Exhibition” : i moscoviti erano shockati dalla molteplicità dei colori, le donne guardavano con gli occhi spalancati i mobili e i vestiti e gli uomini le automobili. Per fortuna, dalla metà degli anni 1960 iniziarono a trasmettere in TV i documentari dedicati ai paesi del mondo – le trasmissioni si chiamavano “ Viaggi cinematografici” . Ancora una barzelletta: « ” Voglio di nuovo andare a Parigi! ” – “ Tu saresti stato a Parigi! ?! ” – “ Ma no! È che lo volevo anche l’anno scorso” ».
stanza vivevano insieme anche tre generazioni) ed era sempre accompagnata dal terrore della gravidanza indesiderata. Gli anticoncezionali erano introvabili, inoltre di pessima qualità. Gli aborti erano proibiti dalla legge. Naturalmente, si praticavano largamente quelli clandestini, che costarono la vita a molte, moltissime giovani donne. (10) Altra via d’uscita era quella di uccidere il neonato: i corpicini venivano buttati di notte nelle fosse dei numerosi all’ epoca cantieri edili. Questa grave piaga della vita sociale è riflessa nei numerosi esempi del folclore popolare. Il divorzio non era proibito dalla legge, ma era sempre pubblicamente condannato, come un fatto immorale: basta sapere che i giornali locali pubblicavano ogni giorno elenchi delle persone che hanno presentato la richiesta del divorzio.
Orgoglio na ziona le Tutti i sovietici erano sinceramente orgogliosi per i successi nell’esplorazione dello spazio (il primo satellite artificiale nell’ottobre del 1957, il secondo nel novembre con la cagnetta Lajka, fino al volo di Gagarin nell’aprile del 1961), della scienza e dell’arte nazionale. L’aspetto statale-nazionale faceva parte della vita privata (come e in che misura è dimostrato brillantemente da A.Tarkovskij nel film “ Lo specchio” ).
Nell’epoca di Stalin “ vivere” per un sovietico significava soltanto di non essere ancora morto. La vita priva ta I sovietici dell’epoca di Khrusãev (l’ epoca del “ socialismo reale” , di condizione storica non bellica e senLa vita sessuale era molto pro- za il regime del terrore politico) non blematica per i sovietici a causa del- volevano più sentire che devono sale condizioni abitative (nella stessa crificare le proprie vite per costruire “ il futuro luminoso” per i posteri (soprattutto, perché allevati come atei, N O TE che non credono nell’immortalità dell’anima, ma sono solo certi della mor(10) Una di loro era, per esempio, la madre di Roman talità del proprio corpo fisico). StanAbramoviã, ora famoso miliardario: lui aveva un anno di età, e sua madre non poteva avere un’al- chi di sentire che “ la vita diventa semtro figlio: doveva tornare al lavoro. pre più bella” rendendosi conto che
N ik ita Kruscev sul via le del tra monto.
diventa sempre più difficile negli aspetti più semplici e fondamentali, erano quotidianamente sommersi dalla lotta per la sopravvivenza, che non lasciava molto spazio per i concetti astratti. Il mondo fuori dall’URSS era inesistente quanto lo erano l’antica Grecia o Roma. L’URSS creava l’immobilità di spazio e di tempo e annientava la multidimensionalità di storia. Un fatto: i sovietici autorizzati ad avere i contatti con gli stranieri in visita ricevevano le istruzioni di comportamento. Durante la visita alla piazza Rossa alla domanda che gli stranieri avrebbero potuto rivolgere alla guida turistica «E anche Krusčev sarà sepolto in questo Mausoleo?» questa doveva rispondere: « Nikita Sergeevič vivrà così a lungo, che non abbiamo bisogno di porci delle domande del genere». Il panorama della vita quotidiana sovietica di quell’epoca, quando il regime non poteva più ricorrere alle scuse della situazione bellica e non poteva applicare il terrore politico, è anche la dimostrazione che un regime socialista non è in grado nemmeno di provvedere autonomamente ai bisogni fondamentali della vita del paese. L’epoca di Krusčev era l’ inizio della fine dell’ Unione Sovietica. SV
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STORIA DI UN LEADER SCOMODO
ENGELBERT DOLLFUSS Contro nazionalsocialismo e comunismo, in difesa dell’Austria in rosso – bianco – rosso
di GIN O SALVI
E
ngelbert Dollfuss (nato a Texing, il 4 ottobre del 1982 e morto a Vienna il 25 luglio del 1934) è stato cancelliere dell’Austria, fino a quando non venne assassinato da parte di un gruppo di militanti nazionalsocialisti. Figlio di Josepha Dollfuss, che era una donna profondamente religiosa, e di un padre sconosciuto, Dollfuss venne educato in un seminario cattolico, prima di studiare giurisprudenza all’Università di Vienna e economia a quella di Berlino. Durante la Prima Guerra Mondiale, Dollfuss ebbe delle difficoltà ad essere ammesso nell’esercito imperiale austro – ungarico, a causa della sua bassa statura. Secondo il New York Times, era alto appena 150 cm. In ogni caso fu accettato come ufficiale della riserva e venne inviato sul fronte alpino. Fu decorato e venne preso prigioniero, nel 1918, dalle forze armate italiane. Dopo la fine del conflitto, servì presso il Ministero dell’Agricoltura come segretario dell’ Associazione dei Contadini e, dal 1927, diresse la Camera dell’ Agricoltura della Bassa Austria. Nel 1930, come membro del Partito Cristiano Sociale (uno dei fondatori di questo partito, uno degli uomini che Dollfuss ammirava di più, era Karl Freiherr von Vogelsang), venne nominato presidente delle ferrovie austriache. L’anno successivo diventò Ministro dell’Agricoltura e delle Fo-
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reste. Dollfuss giunse alla carica di Cancelliere, il 20 maggio del 1932, come leader di un governo di coalizione, con l’obiettivo pressante di affrontare il problema della Gran-
de Depressione in uno stato come l’Austria, svantaggiato dalla perdita della gran parte del settore manifatturiero, dell’ex impero austro – ungarico, situato nella Boemia e
Vienna , 2 7 luglio 1 9 3 4 .Funera li di Engelbert Dollfuss.
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nella Moravia. Per via del Trattato di Versailles, molte delle industrie dell’ ex impero erano rimaste nei confini della Cecoslovacchia e della Jugoslavia. A marzo del 1933, a causa di un’irregolarità nelle votazioni, il Presidente del Consiglio Nazionale (la Camera Bassa) dovette dimettersi. Di conseguenza, dovettero dimettersi anche i due vicepresidenti. Dolfuss chiese, dunque, al Presidente della Repubblica, Wilhelm Miklas (uomo d’estrazione profondamente democratica, il quale, però, riconobbe che il Parlamento, privo d’una sicura maggioranza, non consentiva al governo di lavorare), di considerare il Consiglio Nazionale come ingovernabile, incapace di portare avanti i suoi lavori e di aggiornarne le sedute a data da destinarsi. Grazie ad una legge emanata durante la prima guerra mondiale, Kriegswirthschaftliches Ermachtigungsgesetz o legge per l’autorizzazione dell’economia di guerra, Dollfuss poté governare attraverso dei decreti d’emergenza. L’azione di Dollfuss fu motivata con il fatto che il partito nazionalsocialista austriaco (DNSAP), guidato da Theo Habicht (nominato Landesinspekteur da Hilter dal luglio 1931) era riuscito ad affiorare come movimento di massa nelle elezioni provinciali e comunali del 24 aprile del 1932. nelle quali i nazionalsocialisti guadagnarono 29 rappresentanti nelle tre province federali di Vienna, della Bassa Austria e di Salisburgo, e sette mesi dopo se ne aggiunsero altri due nel Vorarlberg. Complessivamente i nazionalsocialisti raggiunsero ben 344.000 voti. Nonostante l’ accettazione formale del metodo democratico, Dollfuss comprese benissimo che non c’era da farsi nessuna illusione riguardo alle propensioni antidemocratiche dei nazionalsocialisti. Mimetizzate dal fatto che, per l’occasione, questi ultimi si fecero difensori della costituzione. D’altronde, tra il 1920 e il 1930, anche l’influenza del comunismo di stampo sovietico era ampiamente cresciuta. A proposito dei comunisti è bene dire che, in Austria, non s’era affermato un vero e proprio movimento
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comunista perché essi preferivano agire dall’interno del partito socialista. A fronte di queste due minacce contrapposte, Dollfuss mise fuori legge l’DNSAP nel giugno 1933 e, successivamente, come vedremo, il partito socialista. Sotto l’insegna del Partito Cristiano Sociale venne, poi, instaurato un nuovo regime, largamente modellato sul Fascismo italiano (anche se, come vedremo, non è possibile identificarlo strictu sensu con esso). Il nuovo regime austriaco guardò all’Italia fascista non soltanto in quanto modello di governo ma, anche come sostegno al mantenimento dell’indipendenza dell’Austria. Da parte italiana, questa campagna di difesa dell’Austria dalle mire espansionistiche hitleriane venne condotta da Fulvio Suvich (coadiuvato dai rappresentati diplomatici italiani a Vienna, Auriti e Preziosi, e dal corrispondente del “ Popolo d’Italia ” , Eugenio Morreale), il quale fu sottosegretario agli Esteri (questo dicastero era stato assunto personalmente da Mussolini , dopo l’allontanamento di Dino Grandi) dal 1932 al 1936. Attraverso le preziosa testimonianza di Suvich sappiamo che Mussolini non considerò mai l’Austria come una nazione vassalla ma, al contrario, tra lui e Dollfuss s’instaurarono “ una profonda stima e una sincera simpatia ” . Anche i con-
tatti tra i due governati furono frequentissimi. Nell’aprile del 1933, fu Mussolini a recarsi a Vienna per indurre Dollfuss a sciogliere il Partito Cristiano Sociale e a costituire un partito unico, che sarà, poi, il Fronte Patriottico ( Vaterlandfront). Alla fine di giugno del 1933, Dollfuss, in seguto all’acutizzarsi delle tensioni tra Heimwehren (la quale, specialmente dopo l’ascesa alla leadership del movimento da parte del principe Ernst Rudiger von Starhemberg e la scissione dell’ala favorevole al nazionalsocialismo, capeggiata dai due capi stiriani, Water Pfrimer e Richard Steidle, sostenne il governo di Dollfuss) ed i nazionalsocialisti, si recò a Roma per conferire con Mussolini. Successivamente Mussolini, attraverso una lettera scritta da Suvich il 26 gennaio del 1934, volle rassicurare il cancelliere sull’intransigenza italiana nell’opposizione al nazionalsocialismo e, nello stesso tempo, indurlo, a procedere “ con maggiore decisione e precisione” sulla strada delle riforme costituzionali.
I ' Protocolli di Roma ' e l' intesa tra Ita lia , Austria e Ungheria . Il 17 marzo del 1934, Dollfuss tornò ancora, ufficialmente, a Roma dove siglò, per conto del suo Paese, i cosiddetti “ Protocolli di Roma” : un’intesa a tre fra Austria, Italia e Ungheria, che prevedevano sia facilitazioni doganali fra i paesi contraenti che una collaborazione militare in caso di necessità. Del resto Mussolini considerava la nazione alpina come una sorta di “ cuscinetto” fra l’Italia e la Germania, come si evince dalle “ Memorie ” di Suvich. E che si trattasse d’una visione politica lungimirante (e di quanto fu miope, nel 1938, l’accettazione passiva dell’ Anschluss) lo capimmo quando, durante la seconda guerra mondiale i tedeschi costituirono la provincia del Kustenland adriatico con la città di Trieste alle dirette di-
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pendenze della Germania. Dollfuss considerava sia il regime hitleriano che quello staliniano come le due facce della medesima medaglia ed era convinto che il Fascismo potesse contrastare efficacemente entrambi. Ispirandosi all’esempio del partito unico italiano, nel settembre del 1933, si fusero il Partito Cristiano Sociale, la formazione paramilitare delle Heimwehren e altri movimenti nazionalisti e conservatori e formarono il Fronte Patriottico. A capo delle Heimwehren, che era nata come movimento politico autonomo, dal settembre del 1930, c’era il principe von Starhemberg. Egli, dapprima, entrò, quale Ministro degli Interni, nei governi guidati da Vaugoin e da Dollfuss. Successivamente, con la confluenza delle Heimwehren, nel Fronte Patriottico, Starhemberg diventò leader del partito governativo, dal 1934 al maggio del 1936. Fino a quando, cioè, non venne rimosso dalla carica dal successore di Dollfuss, Kurt Schuschnigg. Dollfuss, nel ottobre del 1933, sfuggì ad un attentato da parte di Rudolf Dertill, un ventiduenne ch era stato espulso dall’esercito a causa delle sue opinioni nazionalsocialiste. A febbraio del 1934, a Wiener Neustadt e altrove, furono trovati 150 depositi di armi della milizia socialista Republikanischer Schutzbund. I socialisti (il cui leader era, è vero, il moderato Karl Renner, però l’ ala socialdemocratica per timore d’una scissione da parte degli estremisti comunisteggianti, apertamente eversivi, aveva permesso a questi, negli anni precedenti, d’ assumere il controllo del partito), allora, scatenarono una guerra civile che durò 12 al 15 febbraio del 1934. La lotta fu accanita nella parte orientale del Paese e, in particolare, nelle strade della capitale, Vienna, le cui case popolari (Karl Marx Haus, Matteotti Haus) erano delle roccaforti socialiste.
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Uno Sta to cristia no, federa le e corpora tivista L’ esito finale di questa guerra civile fu la messa fuori legge del partito socialista, l’arresto dei suoi esponenti o il loro esilio. Dollfuss fece approvare, nell’aprile del 1934, la nuova Costituzione austriaca, la quale entrò in vigore il 1° maggio del 1934. Il preambolo del nuovo testo costituzionale dichiarò che l’ Austria era uno “ Stato federale, cristiano, tedesco, fondato su basi corporative” . A livello federale, furono istituiti quattro organi consultivi: il Consiglio di Stato, il Consiglio Provinciale, il Consiglio culturale e quello economico, dei quali gli ultimi due avevano natura corporative. Il governo doveva sottoporre, dopo aver interpellato gli organi consultivi, le spese di bilancio alla Dieta federale, composta da 59 membri scelti dai quattro organi consultivi, alla quale spettava esclusivamente la produzione legislativa. Purtroppo l’opposizione nazionalsocialista non si fece alcun scru-
Elgenbert Dollfuss in divisa milita re.
polo di ricorrere al sabotaggio e, finanche, al terrorismo. A questo punto si deve dire che Dollfuss era, principalmente, un cattolico, la cui cultura politica era radicata nelle idee sullo stato corporativo delineato dal professor Othmar Spann e nell’enciclica papale Quadragesimo Anno . Inoltre, sempre dalle Memorie di Suvich sappiamo che Dolluss, pur essendo, originariamente, favorevole al mantenimento della democrazia, capì che era uno strumento troppo debole per fronteggiare la campagna di terrore, di cui s’è già accennato, portata avanti dai nazionalsocialisti. In realtà, Dollfuss non fu un fascista, nel senso che il suo governo non ebbe mai le caratteristiche che gli storici, da Renzo De Felice in avanti, attribuiscono al Fascismo. Benché Enrst Nolte consideri come “ fascista ” anche il movimento dell’ Action Française e alcuninstorici ritengano che anche gli indipendentisti indiani guidati da Chandra Bose fossero “ fascisti” . Scrivendo del governo di Dollfuss, Seton – Watson afferma che “ è difficile dire che fosse fascista ” . Lipset si riferisce sempre al governo di Dollfuss come ad una “ dittatura dei conservatori clericali austriaci” . Mentre Clemenz la definisce come “ una dittatura borghese – conservatrice ” . E’ vero che, per esempio, il Fronte Patriottico ebbe delle caratteristiche decisamente fasciste, che si appellava ad un’ idea di totalità che escludesse le critiche nei confronti del regime e che si richiamava al principio del capo ( Fuhrerprinzip ). C’erano anche, all’interno del Fronte, l’ Associazione per la protezione delle madri ( Mutterschutzwerk) e un’organizzazione culturale denominata “ Nuova Vita ” che rassomigliavano alle organizzazioni fasciste e nazionalsocialiste. I raduni del Fronte erano decorati con simboli simili a quelli creati da Albert Speer, come la Krukenkreuz , cioè
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una croce uncinata modificata. Mentre la milizia del Fronte (che sostituì le Heimwehren), lo Sturmkorps s’ispirava al modello delle SS. Tuttavia, la mancanza di un forte consenso popolare rende impossibile considerare il governo autoritario di Dollfuss come un regime fascista. Comunque, secondo Suvich, una soluzione democratica alla crisi politica austriaca non sarebbe stata possibile in quanto “ non sarebbe stata che un punto di passaggio, perché Hiltler aveva la possibilità quando voleva di conquistare il Paese dall’interno ” . L’esistenza di Dollfuss ebbe un epilogo tragico, quando, il 25 luglio del 1934, un gruppo di nazisti armati occupò, con un colpo di mano, l’edificio della Cancelleria. Dollfuss, ferito e tenuto prigioniero negli uffici del Ballplatz, morì per dissanguamento, in quanto i suoi aggressori gli negarono l’assistenza del medico. Nelle ore frenetiche che precedettero la morte di Dollfuss, Mussolini, comprendendo che il sequestro di Dollfuss non era soltanto un atto terroristico ma un tentativo di colpo di stato nazionalsocialista, diede ordine al sottosegretario alla Guerra Baistrocchi di mobilitare due divisioni alle frontiere del Brennero e di Tarvisio. Fu grazie anche a questa mobilitazione italiana se, nonostante la morte di Dollfuss, il moto fallì. Sempre da Suvich, abbiamo la conferma che tra Mussolini e Dollfuss ci fu un clima d’amicizia. Vista la sensibilità dimostrata da Mussolini, che, dopo la morte del cancelliere partì per Riccione, dove erano ospiti la moglie di Dollfuss con i due figli. Infatti, Suvich racconta che Mussolini, giunto a Riccione e saputo che la moglie di Dollfuss si era già ritirata, “ era incerto se andare a svegliarla o attendere la mattina seguente per comunicarle la tragica notizia ” . E’ ancora Suvich a dirci che fu la moglie di Mussolini la notizia alla signora Dollfuss: “ le sue donne si erano gettate l’ una nelle braccia dell’altra piangendo ” . Come successore di Dollfuss venne scelto Kurt Schuschnigg, che nel ‘ 36
firmò a Berchtesgaden il famoso “ Accordo austro tedesco ” che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto normalizzare definitivamente i rapporti tra i due Stati, e che invece sa-
rebbe stato soltanto la premessa per l’ Anschluss. L’ Austria passò così, definitivamente, nella sfera d’ influenza tedesca. SV
Engelbert Dolfuss in divisa a ustria ca .
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DIO, PATRIA, FAMIGLIA
INTELLETTUALI E COLLABORAZIONISTI DELLA FRANCIA OCCUPATA Nonostante la vulgata anti-nazi-fascista e la 'mitologia' resistenziale, tra il 1940 e il 1944 buona parte degli intellettuali francesi si schierarono a fianco della Germania...Per salvare e far rinascere la propria Patria. di RO BERTO RO GGERO
A
ll’atto dell’occupazione tedesca della Francia, nel giugno 1940, il paese viene diviso in due parti: al nord, con la capitale, la zona sotto controllo diretto di Berlino, dove si insediano i comandi superiori tedeschi, al sud la Z ona Libera sotto il controllo del governo ‘autonomo’ affidato al maresciallo Philippe Pétain (1856–1951). Nella Z ona Libera, oltre ai rastrellamenti degli ebrei e al fenomeno della Resistenza, si sviluppa però una fervida attività intellettuale. Protagonisti di questo vivace movimento molti artisti ancora oggi considerati punti di riferimento dello sviluppo intellettuale europeo, ma comunque penalizzati dalle scelte politiche che a loro tempo compirono.
Il colla bora zionismo fra ncese: pa rticola rità Nel caso specifico della Francia, va fatta una sostanziale distinzione fra collaborazionismo politico e collaborazionismo intellettuale . Ed occorre inoltre tenere presente che non di rado anche l’indifferenza di taluni intellettuali venne scambiata per collaborazionismo, come afferma lo storico Ennio Caretto nell’opera “ La dolce vita della Rive Gauche sotto il tallone del Terzo Reich” e in “ Sotto accusa, da Jean Cocteau
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a Sacha Guitry, da Maurice Chevalier a Fernandel, fino a Sartre e George Simenon” . Frederic Spotts, in “ The Shamefull Peace ” (“ La pace vergognosa” , Ediz. Yale University Press), illustra la situazione partendo dall’analisi di Jean Cocteau che, rimasto a Parigi durante l’occupazione, era del tutto cosciente del rischio che correva. A tale proposito, lo stesso Cocteau affermò “ Forse saremo considerati criminali per avere continuato a lavorare sotto il nazismo, ma le nostre sofferenze con contano ” . A Cocteau i critici benpensanti rimproverano di non aver preferito abbandonare il suo Paese o addirittura di avere scelto il suicidio, come fece il neurochirurgo Martel, alla cui morte Jean Cocteau si lasciò scappare “ Martel non aveva curiosità… io trovo l’ occupazione addirittura eccitante. Lunga vita alla vergognosa occupazione ” Tuttavia, l’immagine di Cocteau, come quella di altri maestri dell’arte e della filosofia francese, rimane solo in parte danneggiata dalla sua stessa insita ambiguità. Nel suo libro, Spotts racconta che lo stesso De Gaulle, dopo la liberazione, volle cancellare tali supposte ambiguità, adoperando il pugno di ferro, per non lasciare alle sinistre l’esclusivo monopolio della ‘giustizia’. Per lo storico americano Robert Paxton, pochi furono gli intellettuali da assolvere dal reato di ‘ collaborazionismo’ ; per questi lo fu-
rono soltanto coloro i quali scelsero l’esilio, come i pittori Mondrian, Duchamp, Leger e Chagall o come l’ attore Jean Gabin, e quelli che – sempre secondo Paxton – boicottarono (si fa per dire) in qualche modo l’occupazione smettendo di produrre, come Albert Camus, JeanMarie Guéhenno o Galtier Boissier. Pollice verso, invece, per tutti gli altri, come Cèline, Brasillach, Chateubriant, Béraud, Spinasse, Bonnard, Alberini, Chardonne e La Rochelle. In realtà, in Francia, Resistenza e collaborazionismo hanno un’origine ben definita, derivate dal trauma della cocente sconfitta del giugno del 1940. A coloro i quali scelgono di combattere l’ occupante (tedesco e italiano) si contrappongono quelli che ritengono opportuno trovare con esso un accomodante modus vivendi, attraverso una sorta di collaborazione più o meno marcata. Senza considerare che in Francia emerse una certa dicotomia fra collaborazionismo conservatore e collaborazionismo ideologico . Al collaborazionismo degli ‘apparati statali’, si oppone infatti quello dei gruppi che si sentono ideologicamente affini al fascismo italiano e al nazionalsocialismo tedesco. Per i conservatori, infatti, l’occupazione militare da parte di regimi caratterizzati da una visione del mondo organicista e gerarchica costituisce un’occasione per regolare i conti con le espressioni più ra-
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Due ista nta nee di Drieu La Rochelle.
dicali dei processi di modernizzazione e secolarizzazione che avevano sconvolto l’Europa tra il XIX e il XX secolo: radicalismo democratico, socialismo e emancipazione femminile. Per le forze che si rifanno al fascismo e al nazionalsocialismo, invece, l’occupazione tedesca rappresenta un’occasione unica ed irripetibile per tentare di avviare la costruzione di regimi affini, se non identici, ai modelli rappresentati da Italia e Germania. In questa prospettiva si muovono il Partito Popolare di Jacques Doriot, il ‘ Rassemblement National’ di Marcel Déat e tutti i gruppi minori, che trovavano espressione nel settimanale Je suit partout , diretto da Robert Brasillach. Se, in tal modo, la Francia man-
tiene il ruolo di centro culturale della destra europea, il concetto Resistenza- collaborazione ne rilancia una funzione analoga nello schieramento antifascista militante già negli anni della guerra e poi nel dopoguerra. Possiamo quindi definire il campo delimitato dai poli contrapposti di Resistenza e collaborazionismo non come due mondi contrapposti, bensì come una sorta di “ atteggiamento in continuità” seppur caratterizzato da numerose fratture. In mezzo si collocano tutºti coloro che assumono atteggiamenti intermedi, assai diversificati l’ uno dall’ altro. Si va dal compromesso accettato in mancanza di migliori alternative, alla collaborazione non ideologica, ma motivata da considerazioni e credo puramente politici, o ancora dalla
convinzione che solo tramite l’ occupazione straniera fosse possibile realizzare certi obiettivi politici, economici, sociali.
Gli intellettua li di Vichy Con la Liberazione del 1944, in Francia, proprio per volere di De Gaulle e delle sinistre più manichee, ogni considerazione ed ogni giusta valutazione viene però accantonata e per chi viene soltanto sospettato di collaborazionismo si apre immediatamente la via del carcere o della pena di morte. La prima condanna del nuovo governo De Gaulle è dell’ottobre 1944, contro George Suarez, editore della rivista antisemita Aujourd d’hui, segue Henry
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Berard, editore del periodico Gringoire . Gli esponenti del mondo dell’arte accusati di effettiva o presunta collusione con il regime Pétain sono molti. Fra i principali vale la pena di ricordare lo storico Jacques Benoist-Mechin (1901-1983), amico di Marcel Proust, Ernst Junger e di Dieu La Rochelle, autore della monumentale e apprezzata opera “ Histoire de l’ Armée Allemande ” . Per i suoi stretti rapporti con il ministero degli Esteri di Vichy, viene processato nel 1947 e condannato a morte, ma poi graziato e rinchiuso a Clairvaux, da dove esce nel 1954. Grande eco internazionale guadagna poi il caso di Robert Brasillach (1909-1945) eccellente scrittore, giornalista, critico cinematografico, che si rifiuta di fuggire quando si diffonde la notizia dell’arrivo degli alleati in seguito allo sbarco in Normandia. Brasillach si costituisce nel settembre 1944 quando gli viene comunicato che la polizia francese ha arrestato sua madre. Viene rinchiuso nel carcere di Frésnes e portato in giudizio nel gennaio del 1945. Il processo (una tragica farsa) dura poco più di 20 minuti e si conclude con la condanna a morte. Molti artisti e intellettuali, fra cui Paul Claudel, Francois Mauriac, Albert Camus, Jean Cocteau, Paul Valery, presentano una petizione, sostenuta anche dagli studenti e gli accademici di tutta Parigi, ma De Gaulle non concede la grazia e all’alba del 6 febbraio Brasillach viene fucilato. In attesa dell’ esecuzione lavora alla terza edizione della Histoire du cinéma , ad un nuovo adattamento del Falstaff, scrive Lettre à un soldat de la classe 60 , testamento e autodifesa spirituale rivolta al nipote Jacques Berdèche, e ºsoprattutto i Poemi di Fresnes, considerati la sua più alta produzione poetica. Contrariamente a quanto affermano gli storici, nella critica cinematografica Brasillach adotta un punto di vista politicamente neutro, tranne qualche nota antisemita di circostanza. Benché entusiasta dei classici (da Cha-
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Drieu La Roochelle.
dida
Dida
plin a Renè Clair, Pabst, Renoir) e dei film hollywoodiani di John Ford e King Vidor, Brasillach offre prova di gusto originale e profonda curiosità per il cinema straniero. Ma l’eliminazione di Brasillach non sembra soddisfare i ‘benpensati’ democratici ormai al potere in quel di Parigi. Essi puntano ora i loro fucili su tutti, a partire da uno stimato Accademico di Francia, Abel Bonnard (1883-1968), poeta, romanziere e saggista, che fu ministro dell’Educazione Nazionale sotto Vichy. Condannato a morte in contumacia, ottiene asilo politico in Spagna e torna in Francia nel 1960, dove viene nuovamente condannato a dieci anni di esilio, pena poi decaduta perché di fatto già scontata. E veniamo al caso di George Alexis Montandon, celebre antropologo ed etnologo nato in Svizzera nel 1879, che, stando alle cronache, viene assassinato con la moglie nel 1944 dai partigiani (versione che tuttavia viene messa in dubbio da Louis Ferdinand Cèline che fu suo amico) . Anche Montandon, come Céline, è profondamente antisemita, come afferma nell’opera La solution ethnoraciale du probleme juif, ma le sue teorie si contrappongono a Charles Maurras e all’antisemitismo di Stato, che egli attacca anche con un articolo intitolato L’ etnia puttana , pubblicato dalla rivista italiana La difesa della razza . Altrettanto celebre è la condanna dello scrittore Pierre Drieu La Rochelle (1893-1945), inizialmente interprete del surrealismo e vicino alle ideologie comuniste degli anni Venti. Nel 1922, con il romanzo Genève ou Moscou manifesta posizioni europeiste radicali e quindi collabora alla rivista La Lutte des Jeunes, dichiarando apertamente che le teorie della destra estrema ben interpretavano un rimedio alla decadenza materialista della società. Con il saggio Socialisme Fasciste aderisce al Partito Popolare di Jacques Doriot e poco dopo inizia la stesura di Gilles,il suo più celebre romanzo. Durante l’ occupazione è direttore di La Nouvelle Revue française e si schiera a favore
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I l ci n e m a f r a n ce se so t t o o ccu p a z i o n e Il c eleb re Ferna ndel, di idee mo lto mo dera te e c o no sc iuto in Ita lia preva lentemente per a ver interpreta to Do n Ca millo , in diverse o c c a sio ni ha so tto linea to c o me, no no sta nte l’ o c c upa z io ne in Fra nc ia , il c ine ma a b b ia pro do tto ve ri e pro pri c a po la vo ri. O g g i è o pinio ne una nime c he il c ine ma fra nc e se de g li a nni Q ua ra nta , a l di là de lle c o nnive nz e e de i c o mpro me ssi, a b b ia c re a to o g g e ttiva me nte de lle pe rle intra mo nta b ili e c he a b b ia a vuto un’ influe nz a sull’ a rte se c o nda so lo a lle g ra ndi pro duz io ni di Ho llywo o d. Mo lti re g isti, fra c ui Je a n Re no ir, e Re né C la ir, e a tto ri c o me Je a n G a b in o Mic hé le Mo rg a n, fug g o no a ll’ e ste ro , ma g li a rtisti c he de c ido no di re sta re , g a ra ntisc o no , a vo lte a c c e tta ndo a nc he umilia nti c o ndiz io ni, una c o ntinuità a rtistic a c o munq ue di a lto live llo , ta nto c he g li ste ssi te de sc hi, da va nti a i ripe tuti insuc c e ssi de lle pe llic o le c he a ve va no te nta to di impo rre sul me rc a to , a ffida no a lla so c ie tà de l Re ic h, la “ C o ntine nta l” , l’ inc a ric o di pro durre film dire tti da re g isti fra nc e si. Il c ine ma fra nc e se rima ne in o g ni c a so so ttilme nte o stile a l na z ismo e no n di ra do mo lte pe rso na lità de ll’ a mb ie nte fa vo risc o no se nz a me z z i te rmini la Re siste nz a . Da to il c o ntro llo de lla pro pa g a nda na z ista sui so g g e tti di a mb ie nta z io ne c o nte mpo ra ne a , mo lti re g isti si o rie nta no ve rso sto rie fa nta stic he , a mb ie nta z io ni o niric he , o ppure si de dic a no a l g e ne re po liz ie sc o , sto ric o , o me lo dra mma tic o . Je a n G ré millo n e Ja c q ue s Be c ke r (” La c a sa deg li inc ub i” , 1 9 4 2 ) so no fra i po c hi a c e rc a re una nuo va via pe r il re a lismo . Il re g ista Ma rc e l C a rné , g ià c o no sc iuto pe r film di impro nta re a listic o -po e tic a , dura nte l’ o c c upa z io ne na z ista dirig e pe llic o le d’ a mb ie nta z io ne sto ric a , ispira ndo si prima a l Me dio e vo (“ L’ a mo re e il dia vo lo ” de l 1 9 4 2 ), q uindi a ll’ O tto c e nto pe r il c a po la vo ro “ Les Enfa nts du pa ra dis” , no to in Ita lia c o n il tito lo di “ Ama nti perduti” , de l 1 9 4 5 . Il film, sc ritto e sc e ne g g ia to da Ja c q ue s Pré ve rt e inte rpre ta to da Arle tty, Je a n-Lo uis Ba rra ult e Pie rre Bra sse ur, è un a ffre sc o e pic o sul mo ndo de l te a tro ne lla Fra nc ia de l XIX se c o lo , visto a ttra ve rso le vic e nde de i pro ta g o nisti: un mimo e la c o mpa g nia de lla lib e ra e irre q uie ta G a ra nc e c o n le sue infe lic i pa ssio ni. Una rifle ssio ne sul ra ppo rto fra vita e te a tro , ric o no sc iuto c o me pie tra milia re de ll’ a rte c ine ma to g ra fic a . So tto l’ o c c upa z io ne c o ntinua no l’ a ttività a rtisti c o me D’ He rb ie r, c he dirig e “ La no tte fa nta stic a ” ne l 1 9 4 2 , e C hristia n-Ja q ue (“ De lirio d’ a mo re ” de l 1 9 4 2 ; e “ C a rme n” de l 1 9 4 3 ), c he si po sso no definire di impro nta neutra , in q ua nto c o nteng o no po c hi riferimenti a l pe rio do in q ue stio ne . N e l 1 9 4 4 Ro b e rt Bre sso n dirig e il suo primo lung o me tra g g io “ La c o nversa di Belfo rt” , e l’ a nno pre c e de nte He nry G e o rg e s C luz o t, g ià a uto re di “ L’ a ssa ssino a b ita a l 2 1 ” , pro po ne il c a po la vo ro “ Il c o rvo ” (pro do tto da lla “ C o ntine nta l” e ritira to pe r due a nni a lla Lib e ra z io ne c o n so spe nsio ne de ll’ a ttività pe r se i me si a c a ric o de l re g ista ), ritra tto impie to so sulla mo ra le b o rg he se , la c o rruz io ne e la de la z io ne ne lla Fra nc ia o c c upa ta , e c upa rifle ssio ne sulla na tura uma na o ltre g li e ve nti sto ric i ra ppre se nta ti, a nc o ra o g g i di stra o rdina ria a ttua lità .
di una politica di collaborazione, augurandosi che la Germania possa un giorno guidare una sorta di Internazionale Fascista. A partire dal 1943, ormai disilluso, volge le sue attenzioni alla storia delle reli-
gioni orientali. Nel 1944, rifiuta l’esilio ed è costretto a nascondersi, aiutato da alcuni amici. Muore suicida nel marzo 1945. Altro celebre ‘dannato’ è Alphonse de Chateaubriant (1877-1951)
che si avvicina al collaborazionismo confidando in una possibile alleanza politica fra Germania e Bretagna. Dirige la rivista La Gerbe sulla quale scrivono Céline, Jean Giono, Paul Morand, Jean Cocteau,
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L'a ttrice Arletty e Louis-Ferdina nd Céline se la ridono (1 9 5 5 ).
Marcel Aymé, Sacha Guitry, e si augura un’Europa arianizzata e liberata dal bolscevismo. All’arrivo delle truppe alleate a Parigi, Châteaubriant si rifugia in Germania, mentre il suo nome viene incluso nelle liste dei ricercati dal nuovo governo francese. Muore in un monastero del Tirolo nel 1951.
Il ‘ ca so’ Cèline
Un pensoso Louis-Ferdina nd Céline.
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E veniamo la più grande dei ‘maledetti’, a Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis- Ferdinand Auguste Destouches (1894–1961). Autore di “ Viaggio al termine della notte” , in Francia più celebrato di Proust e Camus. Oggi le sue opere sono in parte riabilitate. Nel suo caso, l’ antisemitismo (di cui fu accusato) non nasce
Céline, poco prima della morte.
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da contiguità con le teorie naziste. Certo, Cèline è, fu, antisemita, come rivela in Bagatelles pour un massacre del 1937 o in L’ Ecole de cadavres del 1938, (nei quali per altro è anche aspramente criticato il ‘ massone’ Pétain che ha trascinato la Francia in guerra) , ma a modo suo. Le sue considerazioni e le sue ‘ visioni’ , spesso permeate di nichilismo e dissolvimento, sia per i vinti che per i vincitori, non vengono certamente gradite ai responsabili né di Vichy né di Berlino. Bisogna poi ricordare che l’antisemitismo, come fenomeno intellettuale, è assai diffuso nell’ Europa prebellica, e che l’ antisemitismo francese e le teorie di George Sorel anticipano di molto quelle naziste di Alfred Rosemberg o Walther Richard Darrè. Inoltre Cèline non si astiene da una profonda ironia sullo stesso antisemitismo, come nell’ opera Mort à credìt, dove i personaggi che inneggiano all’odio razziale vengono dipinti come goffi e ridicoli. Voyage au bout de la nuit, il suo primo grande romanzo, all’ uscita viene poi tacciato addirittura di filo-comunismo, e nel clima antisovietico del tempo, Cèline è costretto a ritrattare, per poi dichiarare a gran voce il suo patriottismo e il suo legame alla nazione, più o meno come fa il suo alter ego letterario, Bardamu, personaggio del romanzo. De Gaulle rifiuta di commutare la condanna a morte in contumacia pronunciata dalla Corte Suprema francese anche davanti alla petizione internazionale promossa da Henry Miller e da numerosi celebri scrittori anche di origine ebraica. Come afferma lo storico Andrea Lombardi nel suo libro “ Louis Ferdinand Cèline in foto, immagini ricordi, interviste e saggi” (Ediz. Effepi), oggi, a oltre 60 anni dal 25 agosto 1944, Liberazione di Parigi, la ‘questione’ Céline rimane irrisolta ed esiste ancora una marcata divisione fra chi afferma la natura collaborazionista del rapporto fra Cèline e il regime, e chi invece è fermamente deciso a mettere in primo piano l’uomo, sottolineando
Drieu La Rochelle in compa gnia di a mici.
che artisti e intellettuali non si possono considerare alla stessa stregua dei veri e propri artefici della politica. Lo storico Max Gallo, apertamente di sinistra, così come Philippe Alméras, affermano che Cèline aveva le proprie opinioni che prescindevano nettamente da tutto, tanto è vero che il suo antisemitismo non nasce con l’ occupazione nazista né muta con la caduta del Reich. Sostanzialmente poi Cèline è il primo a manifestare una profonda consapevolezza della propria impotenza di fronte a processi storici, sociali, culturali che procederebbero indisturbati a prescindere da ciò che un singolo possa fare per contrastarli o assecondarli. Certo è che se anche nei ricordi di chi lo ha conosciuto, Cèline è definito fondamentalmente antipatico e scontroso, chi ha detto che un genio debba essere per forza una persona affabile e gentile? Ma torniamo ai giudizi spocchiosi e moralisti dell’ americano Spotts. Per questi la maggioranza degli intellettuali francesi ( anche
i più defilati) sono sicuramente degni del patibolo, mentre altri, come Georges Simenon o il drammaturgo Sacha Guitry “ si divertivano insieme agli invasori nei migliori bordelli della capitale, lo Sphink, il Chabanais e lo One Two Two ” . Ed altri ancora, come Edith Piaf e Maurice Chevalier, il comico Fernandel o l’ attrice Arletty, “ intrattenevano il nemico nei teatri” . Che orrore (sic! ). ma non è tutto. Spotts condanna anche artisti come Matisse, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, che per altro cercano di formare un circolo dissidente a “ Le Café de Flore” per mobilitare gli intellettuali, ma senza esito, come loro stessi avrebbero poi ammesso. Quanto a Matisse, Spotts riferisce stizzito che “ nel suo rifugio di Vence non avvertì nemmeno il problema morale della Resistenza ” . Ben più realista e simpatico ci sembra invece scrittore Jean Giono che, intervistato circa i collaborazionisti francesi, così si espresse: “ Preferisco essere un tedesco vivo che un francese morto ” SV
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GUERRA D' ETIOPIA •
UN EPISODIO DELLA GUERRA COLONIALE DEI 'SETTE MESI'
I LEO N I D I U Ò RK A M BA Sommario
di O RAZIO FERRARA
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urerà anni. Sentenziarono gli esperti militari stranieri, tra cui gli inglesi i massimi esperti del tempo in fatto di guerre coloniali. Durerà anni ripeterono pedissequamente alcuni generali italiani. Lo stesso Badoglio, poi comandante in capo, era di questa opinione. Invece la nostra guerra in Abissinia durerà soltanto sette mesi, dal 3 ottobre 1935 al 9 Maggio 1936. E fu veramente una campagna coloniale da manuale, oggetto di studio nelle accademie militari di tutto il mondo. Eravamo fuori tempo massimo, diranno poi i soliti storici col senno di poi. Si era al tramonto del colonialismo e noi, ingenui, andavamo a conquistare un impero. Allora però non lo sapevamo. Il bello è che non lo sapeva nessuno. Né gli inglesi e né i francesi, che difendevano con i denti i loro immensi imperi. Né gli americani, che allora non sapevano ancora di essere alla vigilia delle loro prime prove per sostituire il loro moderno, ma ben più spregiudicato imperialismo a quello anglo-francese. Imperialismo, quello degli USA, che sotto molti aspetti dura tutt’ora, e questo non per fare il solito antiamericanismo di maniera, ma soltanto per dire le cose come effettivamente stanno. Si disse in seguito che, in fondo in fondo, avevamo sconfitto delle bande di povere selvaggi armati di zagaglie. E si disse una bugia. Gli italiani ebbero di fronte i migliori guerrieri dell’Africa, eguagliati so-
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lo dagli zulù. Guerrieri che il coraggio e il disprezzo della morte rendevano temibilissimi. Soprattutto per quelle loro veloci, terribili manovre avvolgenti, che tanti dispiaceri c’ erano costati in un passato non troppo lontano. A Dogali, ad Adua. Ferite che a quel tempo ancora bruciavano. D’altronde eravamo in buona compagnia. Gli zulù, anch’essi magnifici combattenti, s’erano presi il lusso di dare una disastrosa sconfitta agli inglesi in quel di Isandlwana, nell’Africa del sud. La conclusione vittoriosa della guerra in Abissinia coincise con il
punto più alto del consenso del popolo italiano nei confronti del fascismo e di Mussolini. In quell’ occasione anche molti avversari del regime si intiepidirono. Questa breve premessa è necessaria per un oggettivo inquadramento storico dei fatti che andiamo a narrare, perché col senno di poi è facile trinciare giudizi, decidere da che parte stare e quale camicia indossare. Di questa guerra dimenticata e rimossa dalla nostra coscienza nazionale, ci piace oggi ricordare la figura della medaglia d’ oro Ugo Di Fazio. La damnatio memoriae con
Una locomotiva a rra nca lungo l'a rdita linea ferrovia ria M a ssa ua -Asma ra , ca pola voro di ingegneria ita lia na .
• GUERRA D' ETIOPIA
Un repa rto di Ca mice N ere (Etiopia , 1 9 3 5 ).
personaggi di questo tipo è stata particolarmente severa. Da rimuovere assolutamente, perché doppiamente esecrabile in quanto morto da colonialista e con la camicia nera indosso.
Titoletto titoletto Ugo Di Fazio nasce a Palma Campania, in provincia di Napoli. Giovanissimo partecipa, con i gradi di ufficiale, alla Grande Guerra. Nel primo dopoguerra aderisce al fascismo e si arruola in seguito nei ranghi della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, prestando servizio in qualità di ufficiale nella 144a Legione Camice Nere “ Avellino” . Nell’ aprile 1935, quando si prospetta un nostro intervento in Africa Orientale, è tra i primi ad offrirsi volontario, benché ammogliato e con un figlio piccolo. Viene quindi mandato a Trieste, dove si sta costituendo il battaglione camice nere “ San Giusto” . Ai primi di giugno l’imbarco sul piroscafo Celio con destinazione Massaua. In Eritrea il centurione (1) Ugo Di Fazio prende il comando della II Compagnia del I Battaglione Camice Nere, facente parte del I Gruppo Battaglioni Camice Nere d’Eritrea
sotto il comando del console generale Filippo Diamanti (2). Il 2 ottobre questo Gruppo è assegnato al Corpo d’Armata Eritreo del generale Pirzio Biroli. All’alba del 3 ottobre 1935, i tre Corpi d’ Armata italiani del fronte nord iniziano le ostilità contro l’ Etiopia e varcano la linea di confine Mareb- BelesaMuna. Da Belesa il Corpo d’Armata Eritreo, dopo una ininterrotta marcia di oltre 14 ore, raggiunge Guzat. Da qui, nei giorni successivi, avanza nell’Enticciò. Il 26 ottobre è già attestato nella conca di Zattà. Il 9 novembre occupa Hauzien. Il 23 è la volta di Gheraltà. Infine l’avanzata verso il Tembièn, dove si trovano riunite ingenti forze avversarie. Agli inizi di dicembre 1935 le avanguardie delle camice nere del Corpo d’Armata Eritreo sono davanti al Passo Uarièu, la porta della regione del Tembièn. Passo Uarièu è una sella posta tra due cocuzzoli montuosi, su ognuno dei quali c’è un fortino. Il passo, situato ai piedi orientali dell’Uòrk Ambà, la Montagna d’Oro, costituirà con quest’ultima la chiave strategica di tutte le nostre operazioni nel Tembièn. Il loro controllo sarà pertanto decisivo nella 1a e 2a battaglia del Tembièn. Il 5 dicembre viene occupata Abbì Addì ( 3) , capitale di quella
regione, ma viene sgombrata il 27 dello stesso mese per la pressione di soverchianti forze nemiche. Infatti Ras Cassa e Ras Seium stanno ammassando nella zona un’ armata di 20.000/ 30.000 abissini, per tentare lo sfondamento del fronte italiano in quel punto. A causa di ciò la nostra linea di resistenza viene arretrata a Passo Uarièu, che per la particolare conformazione dei luoghi si presta egregiamente a tale scopo difensivo. Proprio da questo passo, il 21 gennaio 1936, parte una colonna di camice nere, agli ordini del generale Diamanti, per un’ azione dimostrativa in direzione di Abbì Addì, divenuta ora quartier generale di Ras Cassa e Ras Seium. Ai roccioni di Debra Ambà la co-
N O TE (1) Grado equiparato a quello di capitano. (2) Il Gruppo è formato da quattro battaglioni di camice nere, contrassegnati con i numeri romani dal I al IV, da una compagnia mitragliatrici pesanti e da una compagnia comando gruppo. (3) Significa il Grande Paese.
Un pezzo ita lia no da monta gna , da 6 5 mm., si a ppresta a fa re fuoco contro truppe etiopi (1 9 3 6 ).
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lonna si scontra con forti bande abissine e le volge in disordinata fuga. Ma successivamente è attaccata da preponderanti forze avversarie e costretta, seppure lentamente, a ripiegare. Sempre nel pomeriggio del 21, nella vallata di Mài Belès, attraversata dall’ omonimo torrente, sul ciglio meridionale dell’Uòrk Ambà, gli abissini riescono ad agganciare gli italiani. Segue un furioso corpo a corpo, che sarà detto appunto combattimento di Mài Belès. Le camice nere contrattaccano alla baionetta per aprirsi letteralmente un varco nella muraglia umana degli abissini. Le perdite sono elevatissime in entrambi gli schieramenti. Alla fine i legionari della colonna Diamanti riescono a sganciarsi e a rientrare nei fortini di Passo Uarièu, grazie anche all’intervento dell’artiglieria e del presidio del passo, ma grazie soprattutto al sacrificio dei mitraglieri della 2a Divisione CC. NN., che, attestati sulle estremi propaggini del passo, falciano le prime ondate dei guerrieri abissini, fermandoli temporaneamente e consentendo così il rientro dei camerati. Quei coraggiosi verranno, poi, tutti massacrati dal nemico sulle canne ancora roventi delle loro mitragliatrici. Il combattimento di Mài Belès è costato agli italiani la perdita di 171 camice nere, di cui 15 ufficiali, oltre a 163 feriti. Sono caduti nello scontro, tra gli altri, padre Reginaldo Giuliani e il seniore Luigi Valcarenghi. Gli abissini contano da parte loro qualche migliaio di morti.
Un trimotore da bomba rda mento ita lia no Ca proni 1 0 1 in a zione nei cieli di Etiopia (1 9 3 5 ).
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Truppe colonia li eritree inqua dra te nell'Esercito ita lia no (1 9 3 5 ).
Vittoria ita lia na a Tembièn Il nemico, imbaldanzito per quella che crede una ritirata, investe ora direttamente Passo Uarièu. Ras Cassa e Ras Seium ritengono giunto il momento di forzare lo schieramento italiano e quindi rovesciano sul passo tutte le loro truppe e le loro artiglierie. Una cerchio di fuoco si stringe intorno ai difensori, che, malgrado la scarsità d’ acqua e di munizioni, respingono i reiterati assalti nemici per tre giorni e due notti di seguito. Il 24 febbraio, con l’avvicinarsi della 2a Divisione Eritrea Vaccarisi proveniente da Passo Aberò, gli abissini iniziano a ripiegare verso sud. Termina così, con una vittoria degli italiani, la 1a battaglia del Tembièn. A Mài Belès e a Passo Uarièu sempre tra i primi, dove più ferveva la mischia, il centurione Ugo Di Fazio. In tutti quegli aspri scontri si è sentita, spesso, risuonare una canzone, Pallida luna, assai cara agli ufficiali e ai legionari del I Gruppo Battaglioni Camice Nere d’Eritrea. “ Pallida luna/ pallida luna/ …../ porta fortuna” . E’ l’ armonioso canto dei legionari del Tembièn, intona-
to ogni qualvolta si va all’ assalto. Sono veramente gli ultimi romantici epigoni di un mondo coloniale, che non sa ancora di essere al tramonto. Nelle pause dei combattimenti, Ugo Di Fazio trova il tempo di scrivere al suo vecchio comandante della 144a Legione Camice Nere “ Avellino” , il console Troianiello. “ Siamo sempre pronti più di prima a tutto dare ed a prodigarci per il raggiungimento delle mete fissate…” . Poi un post-scriptum, che è quasi un presagio: “ La vita degli eroi comincia dopo la morte” (4). E’ il suo ultimo scritto e reca la data del 25 febbraio 1936. In quei giorni il I Battaglione CC. NN., di cui fa parte il Nostro, si trova a Monte Pellegrino, situato a circa 6 chilometri a est di Passo Uarièu. Questo monte è di vitale importanza per le operazioni militari in corso a causa delle sue sorgenti, le uniche in tutta la zona. Per questo motivo è presidiato in forze. Nella 1a battaglia del Tembièn, Ras Cassa, usando come esca proprio N O TE (4)Nappi Pasquale - Un paese nella gloria del sole: Palma Campania - Sl, 1939, pag 205.
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M Itra glieri etiopi in fa se di a ddestra mento con pezzi da 2 0 mm. Oerlik on. L'esercito del N egus venne rifornito di a rmi da Inghilterra , Fra ncia , na zioni minori, e perfino Germa nia .
queste sorgenti, aveva sperato di attirare in una trappola mortale gli italiani assediati, che soffrivano enormemente per la mancanza d’acqua. Ma gli italiani non avevano abboccato. Da Monte Pellegrino il I Battaglione CC. NN. riceve l’ordine di portarsi a Passo Uarièu, dove giunge all’alba del 27 febbraio. Lo segue un battaglione di granatieri del Gruppo Battaglioni Nazionali del colonnello Gotti. Sta per iniziare la 2° battaglia del Tembièn. L’ ordine del quartier generale italiano è categorico. “ Giorno 27. Il Corpo d’Armata Eritreo occupi saldamente Uòrk Ambà per costituire unitamente alle posizioni di Uarièu un forte appoggio” . Nella notte, che precede l’alba del 27 febbraio 1936, il capomanipolo Tito Polo, con 60 camice nere scelte delle Legioni 114a e 116a e l’ ausilio di alcuni ascari eritrei, inizia l’ascensione del costone nord dell’Uòrk Ambà. Contemporaneamente il tenente Rambaldi, con 30 alpini del VII Batta-
glione Complementi (5) del 7 Reggimento Alpini e altri ascari, inizia l’ascensione di quello sud. La consegna per queste due pattuglie di audaci rocciatori è portarsi sulle cime di quei costoni, occuparle e tenerle ad ogni costo in attesa dei rinforzi. Nella notte, impreziosita dallo scintillio di miriadi di stelle del bel cielo africano, gli italiani e gli ascari eritrei si muovono senza far rumore. Non portano niente di superfluo, nemmeno i viveri, solo le armi. La scalata deve essere rapida e silenziosa. Moschetto a tracollo, pugnale alla cintura e i tascapani ripieni di bombe a mano. La scalata avviene strisciando al riparo della scarna vegetazione dell’ Ambà. Le sentinelle abissine, sparse qua e là,
pur vigili nei loro ferini sguardi non si accorgono di nulla. Per le camice nere del costone nord va tutto bene. Raggiunta la cima, fanno fuori col pugnale le poche sentinelle e si apprestano a difesa. Per gli alpini del costone sud invece, a causa delle maggiori asperità del terreno, l’obiettivo fissato è ancora lontano. Ad un certo punto le cose si complicano, allorché i comandanti abissini si rendono conto dell’errore di non aver presidiato in forze quelle alture strategiche, che possono ora rivelarsi decisive nella battaglia che sta per iniziare. E parte l’ordine di rioccuparle ad ogni costo, ricacciando indietro gli italiani. Mentre per quelli del costone nord, raggiunti all’alba dalla 114a Legione Camice Nere (6), che si attesta su posi-
N O TE (5)Questo battaglione poi prenderà proprio in virtù di questo fatto d’arme la denominazione di battaglione Uòrk Ambà. (6) Detta la Legione Garibaldina.
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zioni contigue, i ripetuti attacchi nemici non costituiranno mai un serio problema. Per gli alpini, sorpresi a metà strada dall’obiettivo, la situazione è subito seria. Sono le prime ore del mattino del 27, quando il comando italiano decide di mandare dei rincalzi. Arriva quindi l’ordine a Di Fazio di portarsi subito con la sua compagnia in appoggio agli alpini. La scalata si presenta oltremodo pericolosa perché bisogna trovare un varco tra nugoli di abissini che attaccano. Nonché ardua e faticosa, per via di quei costoni irti e scoscesi e per quella pesante mitragliatrice che si portano appresso. D’altronde Di Fazio e i suoi uomini non sono alpini, come quelli a cui vanno in aiuto e che in quel momento stanno vendendo cara la pelle. Comunque bisogna andare avanti. I legionari stringono i denti e vanno avanti. Di Fazio è contento di quei suoi ragazzi scanzonati, dal facile motteggio tra di loro e dal largo sorriso, che ravviva quella severa camicia nera. Mugugnano, ma poi danno sempre del loro meglio. Come adesso. La posizione assegnata è alla fine raggiunta, dopo averne sloggiato il nemico con le baionette e con un po’ di fegato dietro. Quindi s’inizia un fuoco serrato per alleggerire la pressione avversaria sugli alpini. Il luogo, in cui si trova la II Compagnia, si presenta naturalmente fortificato con delle rocce a strapiombo.
Un vecchio pezzo da 7 0 mm. ita lia no in posizione di tiro (Etiopia , 1 9 3 6 ).
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Adesso a migliaia i guerrieri abissini sciamano ai piedi dell’ Uòrk Ambà e rinnovano gli assalti con più ardimento. E’ un formicaio nero che avanza inesorabilmente. La loro agilità, favorita dalla perfetta conoscenza dei luoghi, li porta ben presto a ridosso delle posizioni italiane. Come sempre, per l’estremo sprezzo del pericolo, si rivelano guerrieri intrepidi. Gli italiani dal canto loro non intendono mollare le posizioni e quindi rispondono con un nutrito fuoco di moschetteria e di mitragliatrici, che apre varchi paurosi nelle fila degli attaccanti. I dirupi e le forre dell’Uòrk Ambà diventano rapidamente veri e propri carnai. Dappertutto grida e gemiti. Anche gli italiani hanno la loro parte d’inferno, diversi caduti nei loro ranghi.
L' eroismo e la freddezza di Di Fa zio. Di Fazio, vecchio reduce dalle trincee della Grande Guerra, conosce bene lo stato d’animo che genera quella carneficina. Calmo e impassibile rincuora quindi i suoi ragazzi, predisponendoli per la resistenza ad oltranza. Ed ecco risuonare il canto di Pallida luna. “ Pallida luna/ …/ porta fortuna” . Il centurione sa dell’ importanza fonda-
mentale di quella posizione per le sorti della battaglia in corso e non la mollerà per nessuna ragione al mondo. Lo preoccupano solo la scarsità delle munizioni e le armi, che per il fuoco continuato cominciano ad incepparsi. Come quel moschetto, con cui poc’ anzi sparava nel mucchio degli attaccanti. Intanto non sente più il crepitio della mitragliatrice, accorre e vede l’addetto giacere in una pozza di sangue. Rimette in posizione l’ arma e comincia a sgranocchiare personalmente i lucenti nastri dei caricatori. “ Pallida luna/ …/ porta fortuna” . Sotto l’impatto dei colpi le fila degli abissini sembrano ondeggiare lievemente. Anche la mitragliatrice però purtroppo s’ inceppa. Prende il 91 di un caduto lì vicino e riprende a colpire il nemico. E’ chiaro che gli abissini stanno serrando sotto, certi ormai di avere, con un ultimo sforzo, la vittoria a portata di mano. Di Fazio si rende conto che può fare ben poco con quel suo moschetto. Un rapido sguardo tutt’intorno e scorge un roccione a strapiombo, sovrastante la massa dei nemici. Raccoglie dunque dei tascapani pieni di bombe a mano, poi si arrampica sulla roccia. Calmo, con i denti strappa la sicura e lancia una bomba a mano. Poi un’altra. E ancora un’altra. E poi ancora, a decine. Vuoti paurosi si aprono tra gli
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Porto di N a poli. Truppe ita lia ne si imba rca no a lla volta di M a ssa ua .
abissini, costretti a disperdersi per ripararsi da quella pioggia di micidiali schegge, che uccide, ferisce, mutila. Testimone d’ eccezione di tutta questa scena incredibile, che sembra tratta da un quadro oleografico, è il generale Pirzio Biroli, che da un osservatorio sta seguendo col binocolo l’ andamento dei combattimenti sull’Uòrk Ambà. Si racconta che il generale, vedendo quella figura solitaria, di cui ignorava in quel momento il nome e il grado, in piedi sulla roccia lanciare bombe a mano contro il nemico, abbia esclamato “ Che magnifico soldato! ” (7). Comincia intanto un rabbioso fuoco di fucileria da parte degli abissini contro quel temerario, che ha fermato l’ultimo e decisivo assalto contro quel pugno di camice nere. Tra il grandinare dei proiettili nemici, Di Fazio continua imperterrito a lanciare i micidiali ordigni. Alla fine avrà lanciato più di novanta bombe a mano, come testimonierà il suo attendente, la camicia nera Ernesto Genovesi (8). N O TE (7) Dopo la battaglia lo stesso generale Pirzio Biroli, all’appello commemorativo dei caduti, esaltò il valore del centurione Di Fazio. (8) Nappi Pasquale - Un paese … cit.- pag 205.
E’ ancora sul costone, malgrado gli inviti pressanti dei suoi uomini a ripararsi, quando una pallottola nemica lo colpisce al petto. Al suo attendente e agli altri legionari accorsi per prestargli soccorso, ha ancora la forza di raccomandare “ … ragazzi non mi abbandonate la posizione…” poi aggiunge “ …un bacio a mia moglie, a mio figlio…viva l’ Italia” . Sull’ onda travolgente dell’esempio del loro comandante, adesso sono tutte le camice nere della II Compagnia a comportarsi da leoni. Al canto legionario di “ Pallida luna/ pallida luna/ …/ porta fortuna” , è il contrattacco. Una valanga di ferro, fuoco e rabbia si abbatte sugli abissini, che danno i primi segni di cedimento. Alla fine la giornata sarà nostra, grazie anche al sacrificio di Di Fazio e di altri come lui. “ Sulle pendici dell’Uòrk Ambà è caduto da vero eroe. Solo, sprezzando il pericolo, dall’alto d’una roccia fulminava il nemico con lancio di bombe a mano e tiro di moschetto, trascinando col suo esempio tutti i militi della sua II Compagnia alla più bella vittoria della II Battaglia del Tembièn…” . Così il comandante del I Battaglione Camice Nere in una lettera alla vedova. Anche il generale Diamanti scriverà poi alla vedova, annunciandole che il fortino sulla cima destra dell’Uòrk Ambà era stato intitola-
to al nome del marito, Ugo Di Fazio, e terminando “ …signora, dica a suo figlio di ricamare sul suo fazzoletto di balilla il nome del suo eroico padre” . Annotiamo che il fortino Di Fazio sarà conosciuto, per tutta la breve esistenza dell’impero italiano d’Etiopia, anche con il nome di fortino dei Leoni. E’ la testimonianza concreta di quello che pensano i soldati nazionali e eritrei del comportamento di quegli alpini e di quel pugno di camice nere. Ancora un canto testimonierà poi del valore dei legionari a Passo Uarièu e all’Uòrk Ambà. ………. I morti che lasciammo a Passo Uarièu / sono i pilastri del Romano Impero. Gronda di sangue il gagliardetto nero / che contro l’Amba il barbaro inchiodò. Sui morti che lasciammo a Passo Uarièu / la croce di Giuliani sfolgorò! ……… Alla memoria del centurione Ugo di Fazio sarà conferita la medaglia d’oro al valor militare con la seguente superba motivazione: “ Comandante di una compagnia di rincalzo, giunto sulla linea di combattimento, mentre la dura pressione del nemico sembrava aver ragione del numero notevolmente inferiore delle nostre forze, si slanciava alla testa della sua compagnia al contrattacco, riuscendo a raggiungere una linea che non fu più ceduta. Ritto su una roccia dominante, animava per oltre due ore i combattenti col suo esempio, lanciando bombe e fulminando col moschetto e con la mitragliatrice di un caduto gli assalitori, cui causava gravissime perdite. Mentre le sue camice nere lo esortavano a ripararsi dal tiro avversario, cadeva colpito a morte, avendo ancora la forza di gridare Viva l’Italia. Uòrk Ambà, SV
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QUANDO SAN PIETROBURGO CHINO LA TESTA DAVANTI AL SOL LEVANTE
LA G U ERRA RU SSO - G I A PPO N ESE (1 9 0 4 - 1 9 0 5 ) Nel febbraio del 1904 scoppiò una guerra tra la Russia e il Giappone per il controllo del Mar Giallo e della strategica penisola del Liao-tung, con la base navale di Port Arthur. Una strepitosa quanto inaspettata vittoria sanzionò l’ingresso del Giappone nel novero delle grandi potenze.
di B. RO BERTO M AURIELLO
N
el 1894 i giapponesi sconfissero pesantemente la Cina imponendole, con il trattato di Shimonoseki del 17 aprile 1895, una pace gravosa che prevedeva, oltre il pagamento di una indennità, la cessione di Formosa, delle isole Pescadores, della penisola
del Liao-tung, con la base navale di Port Arthur, l’indipendenza formale della Corea, di fatto divenuta un protettorato nipponico. Tuttavia, la Russia, la Francia e la Germania esercitarono delle pressioni sul governo di Tokio per spingerlo a rinunciare alla penisola del Liao-tung. I giapponesi si piegarono al diktat delle potenze europee, venendo co-
Ufficia li dell'Esercito gia pponese (1 9 0 4 ).
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sì defraudati di una vittoria colta sul campo. Tre anni dopo la Russia, alla costante ricerca di un porto militare libero dai ghiacci, riuscì ad avere in affitto dalla Cina la base navale di Port Arthur e la penisola del Liao-tung. All’epoca la politica estera zarista oscillava tra il tradizionale interesse per l’area balcanica e gli stretti turchi e un più
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Ufficia li russi dura nte una esercita zione (1 9 0 4 ).
recente impegno in Estremo Oriente, dove il disfacimento dell’Impero Cinese lasciava sperare in nuove acquisizioni territoriali. I russi iniziarono a costruire una ferrovia in Manciuria per collegare la transiberiana a Port Arthur, stanziando delle guarnigioni militari di presidio lungo il tracciato dei binari, mentre la compagnia dello Yalù, una società a capitale misto pubblico e privato, avviava una intensa penetrazione economica in Corea. Chiaramente questa politica finì per irritare i governanti nipponici che, su pressione dell’opinione pubblica, intavolarono delle trattative con il governo zarista alla ricerca di un compromesso onorevole. Tuttavia la superficialità e l’ albagia dei diplomatici russi nella condotta dei colloqui, quasi si trattasse di una questione coloniale, insospettì i nipponici, timorosi che la controparte stesse prendendo tempo per completare il nuovo programma di riarmo navale. Così i giapponesi ordinarono nuove navi ai cantieri inglesi, non essendo all’epoca l’industria nazio-
nale in grado di fabbricare bastimenti di grossa stazza, e stipularono, il 30 gennaio del 1902, un trattato di alleanza con la Gran Bretagna, mentre i negoziati si protraevano senza produrre risultati apprezzabili. In realtà lo Z ar non voleva la guerra ma, complici gli ottimistici rapporti che riceveva dal luogotenente per l’ oriente Evgenij Ivanovic Alekseev, figlio illegittimo dello zar Alessandro II e di una nobile armena, era persuaso che il Giappone non avrebbe osato sfidare un grande impero europeo. Così, dopo lunghe e sterili trattative, i governanti nipponici in una riunione segreta optarono per la guerra e, il 6 febbraio 1904, ruppero le relazioni diplomatiche con la Russia.
I pia ni di guerra Il rapporto di forze non era affatto favorevole per i russi. Tutta la
loro strategia, che si ispirava al concetto di fleet in being, elaborata dal contrammiraglio Wilhelm Karlowich Witthoft, capo di Stato Maggiore del granduca Alekseev e cervello della flotta del Pacifico, riposava sulla errata convinzione che la sola presenza della squadra da battaglia a Port Arthur avrebbe spinto i giapponesi a sbarcare il loro esercito nella Corea orientale, lontano dall’area critica dello scontro, dando la possibilità ai rinforzi di giungere in tempo per la battaglia risolutiva. Questa impostazione non teneva conto di due fattori, l’insufficienza logistica della transiberiana e il ruolo passivo attribuito alla flotta, non essendo stata prevista alcuna operazione per ottenere il controllo del Mar Giallo. La flotta russa schierava sette corazzate contro sei, di cui solo due, la Cesarevic e la Retvizan, in grado di misurarsi con le omologhe unità avversarie, quattro incrociatori corazzati (uno solo, il Bajan, moderno) contro sei, otto incrociatori protetti contro dieci. Note dolenti infine per le siluranti, dove l’avversario godeva di una superiorità schiacciante. Particolarmente grave era il divario della qualità di fuoco, disponendo la flotta del Sol Levante di strumenti ottici di punteria più avanzati e di esplosivi con maggior potere detonante. D’ altra parte le navi nipponiche di grosso tonnellaggio erano state costruite in Inghilterra o altrove e costituivano un insieme omogeneo ed efficiente. La difesa territoriale era affidata a 90.000 uomini, di cui 50.000 fucilieri, con 148 cannoni, ai quali si aggiungevano le truppe della guarnigione di Port Arthur, circa 35.000 unità agli ordini del comandante della piazza, generale Anatolij Stossel. La situazione dei magazzini e del munizionamento era discreta, scarse invece le scorte di medicinali e di carbone, per cui le uscite in mare per le esercitazioni erano rare, con gravi ripercussioni sul morale e sull’ addestramento degli equipaggi, mentre la fanteria era ben preparata al combattimento
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corpo a corpo ma non all’asull’evolversi della situazione. Le due migliori corazzazione coordinata con l’artite, la Cesarevic e la Retvizan, glieria. Tuttavia il principainsieme all’incrociatore Palle fattore di debolezza dei lada , furono danneggiate dai russi era la lontananza dai siluri nemici e andarono ad loro centri industriali e deincagliarsi nello stretto canamografici, mentre la transile di accesso alla rada interberiana, una linea ferroviana in seguito al tentativo di ria a binario unico, non era rimorchiarle in bacino. La certo in grado di soddisfare mattina successiva la flotta le esigenze delle truppe al nipponica al completo, al cofronte. mando del viceammiraglio Il piano giapponese era Heihachiro Togo, si presentò semplice ed essenziale nelle davanti a Port Arthur per insue linee di esecuzione. Esfliggere il colpo di grazia also prevedeva lo sbarco in l’avversario. Tuttavia la flotforze nella penisola coreata russa contrastò l’azione a na e nel Liao- tung per sofuoco nemica pur rimanenpraffare l’ avversario con Solda ti gia pponesi in tenuta inverna le. N ota re l'ottimo do sotto la protezione delle violenza nel più breve temequipa ggia mento (1 9 0 5 ). batterie costiere. Togo decipo possibile. Il Giappone se di interrompere l’attacco non poteva permettersi uno per non correre rischi eccessforzo bellico prolungato a sivi. L’avversario poteva concausa della scarsa disponisizione delle navi russe. Infatti, la tare su altre squadre navali in Eubilità di risorse finanziarie. I rusnotte tra l’ 8 e il 9 febbraio 1904, ropa, mentre le sue navi erano insi peraltro non riuscirono mai a dieci tra le migliori torpediniere nipsostituibili. I guai per i russi non tercomprendere il valore della finanponiche attaccarono a sorpresa le minarono. Lo stesso giorno l’incroza in un conflitto e non vollero mai ciatore Variag e una cannoniera navi avversarie all’ancora nella raadottare una strategia temporegvennero sorpresi e affondati nelle da esterna, reduci da una delle ragiatrice, la sola in grado di garanacque antistanti il porto coreano di re esercitazioni e prive di misure ditire loro la vittoria in quelle circoChemulpo mentre il posamine Enifensive in quanto il granduca Alekstanze. Condicio sine qua non di questo piano era il dominio del ma- seev non aveva informato il coman- sej, inviato a piazzare uno sbarrare, che doveva essere ottenuto im- dante della squadra navale, viceam- mento nella baia di Dalny, a nord mediatamente con il blocco o la miraglio Oskar Viktorovic Stark, di Port Arthur, affondò per urto su neutralizzazione della flotta nemica, in modo da garantire la sicurezza dei trasporti tra la madrepatria e il fronte.
L’ inizio delle ostilità Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche si moltiplicarono i segnali dello scoppio imminente del conflitto. Manifestazioni patriottiche ebbero luogo in tutto il Giappone, mentre la flotta era salpata per destinazione ignota. I cittadini nipponici residenti a Port Arthur avevano lasciato la città a bordo di un piroscafo noleggiato dal loro governo, a bordo del quale si trovavano, travestiti da marinai, agenti segreti incaricati di osservare la po-
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Ufficia le e solda ti russi (1 9 0 4 ).
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una sua stessa mina; sorte analoga toccò all’incrociatore Bojarin mandato con quattro torpediniere a salvare i naufraghi. Nonostante il bilancio negativo i russi non avevano ceduto moralmente, per cui i giapponesi si prepararono a sostenere un confronto duro e prolungato. Il porto coreano di Asan venne attrezzato con tecnici e macchinari provenienti dal Giappone e la flotta creò un ancoraggio alle isole Elliot, poco distanti da Port Arthur. Togo ordinò di affondare dei piroscafi carichi di pietrame all’ingresso della rada di Port Arthur per imbottigliare la flotta avversaria, ma l’operazione si trasformò in un insuccesso. Il 17 febbraio la stampa russa, sempre prodiga di informazioni, annunciò la nomina del vice ammiraglio Stephan Osipovic Makarov al comando della flotta del Pacifico. Makarov era considerato il migliore comandante della marina russa, molto apprezzato anche all’ estero. Portò con se 200 tecnici e molto materiale per rimettere a posto le corazzate danneggiate. Al suo arrivo a Port Arthur si mise subito al lavoro avvicendando degli ufficiali, risistemando le batterie di difesa costiera e gli sbar-
ramenti di torpedini, piazzando posti di osservazione in modo tale da consentire alle navi all’ ancora di sparare sul nemico in avvicinamento. Ben presto la capacità di combattimento dei russi migliorò e, in tante occasioni, la sq uadra di Port Arthur seppe fronteggiare valorosamente le preponderanti forze avversarie. I giapponesi, che nel frattempo erano sbarcati in Corea, erano preoccupati per il rinnovato attivismo del nemico, per cui Togo decise di giocare la carta della posa delle mine. Così la notte del 12 aprile, approfittando della scarsa visibilità dovuta a cattive condizioni meteorologiche, un posamine affondò uno sbarramento sulla rotta di uscita da Port Arthur. Il giorno seguente le navi russe uscirono dalla base per contrastare una azione della flotta nemica e due di esse urtarono contro le mine. La nave ammiraglia, la corazzata Petropavlosk , affondò, con la perdita della vita di gran parte dell’ equipaggio tra cui lo stesso Makarov, mentre la Pobeda rimase danneggiata. Il comando fu assunto da Witthoft, un buon tecnico ma privo del carisma del predecessore.
L’ a ssedio di Port Arthur Dopo la morte di Makarov i giapponesi sbarcarono nella penisola del Liao- tung, senza alcun contrasto da parte della flotta russa, mentre l’ armata di stanza in Corea, superata una debole resistenza nemica, penetrava in territorio mancese. Le due armate sconfissero i russi respingendoli nell’interno e dando inizio all’ assedio di Port Arthur. I giapponesi infatti, nel tentativo di espugnare rapidamente la base nemica, avevano perso due corazzate per urto contro mine. Alcune settimane prima la stampa russa aveva annunciato con grande clamore l’ invio di una seconda squadra nel Pacifico dal Mar Baltico agli ordini del vice ammiraglio Z inovij Petrovic Rozestvenskij. L’impresa appariva pazzesca, considerando la distanza e i problemi logistici connessi, ma i giapponesi furono costretti a risparmiare le navi e a impiegare l’ esercito in una battaglia di usura contro difese fortificate. Mentre iniziava l’assedio di Port Arthur, il comandante dell’ esercito russo al fronte, generale Aleksej Nikolaevic Kuropatkin, dopo aver
Veduta pa nora mica di Port Arthur (foto dei primi del N ovecento).
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chiesto notevoli rinforzi, che avevano finito per sovraffollare la transiberiana, tentò a più riprese di soccorrere la piazzaforte assediata, ma senza successo, mentre l’ inerzia di Witthoft era divenuta proverbiale, nonostante le ripetute sollecitazioni ad affrontare il nemico. Le due corazzate danneggiate erano adesso in piena efficienza e lo stesso Z ar, per ragioni di prestigio, premeva affinché si prendesse l’iniziativa. Così, in seguito ad un ordine imperiale perentorio, la flotta russa prese il mare, il 10 agosto, con l’obiettivo di raggiungere Vladivostok. Si trattava di percorrere circa mille chilometri in acque sotto il controllo dell’avversario. La superiorità russa in corazzate, sei contro quattro, era effimera, considerando l’efficienza e la velocità delle navi nipponiche, mentre il divario nel campo degli incrociatori corazzati e delle siluranti appariva incolmabile. Dopo mezzogiorno le due squadre si scontrarono nel Mar Giallo, dando inizio ad un combattimento a grande distanza, con Togo vincolato dalla necessità di salvaguardare le sue navi. Alla ripresa del contatto balistico, nel pomeriggio, i giapponesi serrarono le distanze e, grazie ad un fuoco molto violento e rapido, centrarono la nave ammiraglia russa, la corazzata Cesarevic , nella torre di comando provocando la morte di Witthoft e dei suoi ufficiali. La flotta russa, rimasta priva di comando, si sbandò, finché il principe Pavel Uchtomskij da bordo della Peresvet diede l’ordine di rientrare alla base. Cinque corazzate fecero così ritorno a Port Arthur, mentre la nave ammiraglia e tre incrociatori si rifugiarono in porti neutrali. L’incrociatore leggero Novik, il solo che diresse su Vladivostok, fu affondato dai giapponesi al termine di una caccia serrat
La cora zza ta russa Czera zevic.
dell’ esercito giapponese, decise di sferrare un attacco risolutivo il 30 agosto contro il grosso delle forze nemiche, attestate nella città di Liao- yang. I due eserciti erano equilibrati, 150.000 uomini per parte, tuttavia i giapponesi erano più addestrati alla guerra moderna, con un ottimo coordinamento tra fanteria, artiglieria e cavalleria, e meglio comandati. Dopo una
grande battaglia di usura e preoccupato per l’ estensione del fronte, il generale Kuropatkin, il 3 settembre, ordinò la ritirata, che si svolse senza inseguimento da parte dell’ avversario per le elevate perdite subite. Nel frattempo proseguivano i combattimenti intorno a Port Arthur, dove le truppe del generale Maresuke Kiten Nogi si dissan-
Opera zioni in M a nciuria La cora zza ta gia pponese Ha tsuse.
Con l’ arrivo di rinforzi il generale Ywao Oyama, comandante
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Obice pesa nte gia pponese utilizza to per bomba rda re Port Arthur.
guavano in continui attacchi contro le postazioni fortificate. L’ invio di materiale più moderno, artiglierie di grosso calibro, unito al lavoro di mina, permisero, alla fine, di espugnare la cosiddetta Montagna Alta, una collina che domina la rada interna di Port Arthur. Il bombardamento e l’affondamento delle navi all’ ancora indussero
il generale Stossel a firmare, il 2 gennaio 1905, la capitolazione. Kuropatkin, dopo l’arrivo di ulteriori rinforzi, si apprestò a lanciare una offensiva su vasta scala. Tra il 9 e il 16 gennaio la cavalleria cosacca sferrò una scorreria nelle retrovie avversarie causando panico e la perdita di numerosi magazzini. Il giorno 19 febbraio Ku-
Pezzo russo da 1 5 0 mm.
ropatkin decise di muovere le sue truppe su posizioni più avanzate per dare inizio all’attacco il 25, ma il 20 febbraio Oyama lo prevenne attaccando a sua volta. Nonostante la superiorità numerica dei russi, 375 battaglioni di fanteria, 140 squadroni di cavalleria e 1.400 cannoni, contro rispettivamente 265 battaglioni, 65 squadroni e 900 cannoni del nemico, la sorpresa tattica del maresciallo Oyama riuscì in pieno, cogliendo le forze avversarie nella delicata fase di riposizionamento. I combattimenti si protrassero per tre settimane senza interruzione. Alla fine i russi furono costretti a ritirasi per carenza di rifornimenti, lasciando 40.000 prigionieri nelle mani del nemico. I due eserciti avevano perso, tra morti e feriti, circa 50.000 uomini per parte. Kuropatkin fu esonerato dal comando mentre in Russia dilagava la rivoluzione, in seguito ai fatti di sangue del 22 gennaio 1905.
Tsushima
Il 14 ottobre 1904 era salpata la seconda squadra del Pacifico, nonostante i proclami risalissero a mesi prima. Tranne le nuove corazzate classe Borodino questa flotta era composta da unità obsolete. Gli equipaggi erano formati da veterani disillusi per quanto stava accadendo al fronte e nel paese e da complementi di leva a corto di addestramento. Il viaggio si presentava difficile e costoso, con pochissime possibilità di effettuare degli scali comodi, essendo i maggiori porti dell’ epoca sotto il controllo dell’ Inghilterra, alleata del Giappone. I russi dovettero spesso rifornire le navi in mare, stipulando un contratto con una linea mercantile tedesca, la Hamburg- Amerika Linie. Inoltre, Rozestvenskij, per il fondato timore della chiusura del canale di Suez da parte degli inglesi, preferì affrontare il periplo dell’ Africa con tutti i disagi con-
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Sommergibile russo Delfin (1 9 0 0 ).
nessi. Alla fine di un viaggio disastroso, con le navi bisognose di manutenzione e gli equipaggi di franchigia, il 27 maggio 1905 la flotta russa affrontò i giapponesi in un combattimento senza speranza di successo nelle acque dell’ isola di Tsushima, tra il Giappone e la Corea. Motivi di politica interna e la speranza di tagliare le comunicazioni tra il Giappone e l’ esercito nipponico in Manciuria, in modo da rimettere in discussione l’esito dell’intero conflitto, spinsero lo Z ar e i suoi ministri ad una mossa azzardata e sconsiderata. La flotta russa, rallentata dalle na-
vi vecchie, non riuscì a manovrare con la tempestività richiesta. Togo ebbe modo di concentrare il fuoco contro la nave ammiraglia avversaria, la corazzata Suvorov, che, colpita, abbandonò la formazione di battaglia. Lo stesso ammiraglio Rozestveskij venne gravemente ferito. Come nel precedente scontro del Mar Giallo, la flotta russa diventò facile preda dei giapponesi, che inflissero agli avversari perdite gravissime. Le ultime navi russe, rimaste circondate, si arresero. Il 5 settembre 1905, grazie ai buoni uffici del governo degli Sta-
BI BLI O G RA FI A CARPI V ITTORIO, La guerra russo-giapponese , Torino, 1907, DAL V ERME L UCHINO, La guerra nell’ estremo oriente , Roma, 1906. GIANNITRAPANI L UIGI, La guerra russo-giapponese , Roma, 1905. KLADO NICHOLAS, The russian navy , London, 1905. MAURIELLO BENIGNO ROBERTO, La guerra russo-giapponese , Chieti, 2008. SEMENOV V LADIMIR IVANOVICH, Rasplata , London, 1909T HIESS FRANK, Tsushima , Milano, 2002,
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ti Uniti, fu stipulato il trattato di pace a Portsmouth. Il Giappone ottenne il riconoscimento del protettorato sulla Corea, la parte meridionale dell’ isola di Sachalin, Port Arthur e la ferrovia mancese meridionale. La Manciuria fu restituita alla Cina. I giapponesi non riuscirono ad ottenere il pagamento di una indennità, cosa di cui avevano disperato bisogno. Proprio la mancanza di adeguate risorse finanziarie aveva loro impedito ulteriori avanzate, mentre l’ esercito russo era diventato infido grazie all’ opera di agitatori rivoluzionari. I giapponesi realizzarono di dover incrementare l’ economia e l’ industria per diventare una vera grande potenza, mentre i governanti russi non recepirono affatto la lezione del pericolo rivoluzione precipitando la nazione con leggerezza nella Prima Guerra Mondiale. SV
• PRIM A GUERRA M ON DIALE
UN TEATRO DI OPERAZIONI DIMENTICATO
L’ ATTIVITÀ DEI SOM M ERGIBILI BRITANNICI NEL M AR BALTICO DURANTE LA PRIM A GUERRA M ONDIALE L’articolo illustra i successi conseguiti dai sommergibili della Royal Navy, che furono dislocati su richiesta della Marina russa nel Mare Baltico durante il primo conflitto mondiale. di GABRIELE FAGGIO N I
La Ka iserliche M a rine e Flotta russa del Ba ltico a ll’ inizio del conflitto Il 1° agosto 1914 la Germania dichiarò guerra alla Russia. Berlino non era inizialmente interessata ad annessioni territoriali, ma a creare una serie di stati relativamente autonomi che, in futuro, facessero “ cuscinetto” fra la Germania e la Russia: la Polonia e la Finlandia. Sul piano militare la forza da battere era l’Esercito russo, ma anche la Flotta del Baltico destava qualche preoccupazionea; perché poteva minacciare i vitali traffici marittimi fra la Germania e la Svezia.
D’altro canto la Marina tedesca non poteva distogliere la flotta dal Mare del Nord, quindi all’inizio del conflitto erano dislocati a Kiel solo tre anziani incrociatori corazzati agli ordini del principe Enrico di Prussia. Le forze leggere comprendevano un antiquato incrociatore protetto, l’ incrociatore leggero Augsburg, una flottiglia di cacciatorpediniere, pochi sommergibili e numerosi dragamine. Per le operazioni nel Baltico orientali quelle navi potevano servirsi delle basi secondarie di Swinemünde e del porto di Danzica. Nel frattempo la Danimarca non permise più il transito alle navi belligeranti, bloccando così i collegamenti fra la Royal Navy e la
Flotta russa senza subire analoghe limitazioni. La Svezia si mantenne neutrale, ma concentrò la sua potente flotta nelle acque di Gotland. Una formale misura di protezione della neutralità, che tuttavia ostacolava notevolmente la libertà di movimento delle navi russe. La Flotta russa, agli ordini dell’Ammiraglio Von Essen, aveva quattro corazzate pre-dreadnoughts, sei incrociatori corazzati, quattro incrociatori protetti, un solo esploratore moderno, una quarantina di cacciatorpediniere e di torpediniere d’alto mare, undici sommergibili (1), sei posamine e altrettante cannoniere. Stavano ultimando le prove due corazzate dreadnoughts della classe Gangut, mentre altre due erano prossime al completamento. Le basi, tutte localizzate nella parte orientale, soffrivano gravi limitazioni operative a causa dei ghiacci stagionali. Kronstadt (la principale) e Reval (ancora incompleta) restavano paralizzate per quattro mesi all’anno, come Helsingfors (adesso Helsinki), Sveaborg, Libava e in generale tutta l’aN O TE
Il sommergibile brita nnico E 1 8 nel M a r Ba ltico nel 1 9 1 8 .
(1) I sommergibili erano ripartiti: 1a Divisione ( Akula, Markel, Minoga e Okun) ; 2a Divisione ( Alligator, Drakon, Kaiman, Krokodil) e il gruppo di addestramento (Beluga, Peskar e Sterlyad). Solo l’Akula poteva svolgere missioni in tutto il Mare Baltico. A supporto dei sommergibili erano usati diverse navi appoggio e la nave salvataggio Volkhov.
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rea del Golfo di Finlandia, di Riga e di Botnia. Le difese costiere erano largamente incomplete per cui la protezione del Golfo di Finlandia, sul quale faceva perno la strategia russa, era prevalentemente affidata a vasti campi minati e al naviglio silurante. La strategia di Von Essen si basava sulla difesa a oltranza del Golfo, deciso ad accettare battaglia soltanto qualora la flotta tedesca avesse attaccato in forze. In quel caso i russi avrebbero cercato di combattere vicino ai campi minati e sotto la protezione delle batterie costiere. Il sommergibile brita nnico E 1 8 sa lpa da l porto di Reva l per la sua ultima missione il 2 5 ma ggio 1 9 1 6 .
Le prime opera zioni belliche La Marina sovietica posò nell’agosto oltre 2200 mine all’ingresso del Golfo di Finlandia, perché temeva sbarchi germanici nel settore di Pietroburgo, tanto che due Corpi d’ Armata furono concentrati presso la capitale. La Marina era pronta a trasferirli nel punto in cui occorressero. L’alto comando russo non conosceva le intenzioni germaniche come quelle britanniche, perciò esitò a eseguire offensive navali. Nello stesso mese i tedeschi ricevettero alcune unità provenienti dal Mare del Nord. Il 12 agosto un gruppo leggero tedesco svolse la prima esplorazione offensiva nel Baltico orientale. Due incrociatori corazzati russi ebbero un breve combattimento con due incrociatori leggeri nel pomeriggio del 17 agosto, i quali stavano ritornando alla base, dopo aver posato un campo minato nel Golfo di Finlandia. Nessuna unità subì danni. Il 25 agosto un gruppo di navi tedesche bombardò la città di Libava. La notte successiva gli incrociatori Augsburg e Magdeburg eseguirono assieme ad alcune squadriglie di siluranti un nuovo raid nel Golfo di Finlandia, ma il Magdeburg andò a perso in seguito ad incaglio presso l’isola estone di Odensholm. I russi riuscirono a recuperare importanti documenti dalla nave tedesca, compreso il cifrario, che subito inviarono all’Am-
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miragliato britannico. Augsburg attaccò il giorno successivo senza successo un gruppo di dragamine russi, in difesa dei quali erano intervenuti due incrociatori corazzati. Lo scontro non ebbe conseguenze. Von Essen uscì il 1° settembre con un gruppo di incrociatori e siluranti per bombardare Danzica e attaccare le forze esploranti germaniche. Fu avvistato l’ incrociatore Augsburg, il quale riuscì a disimpegnarsi e a dare l’allarme. L’ammiraglio sovietico decise di ritirarsi, giudicando ormai compromesso “ l’effetto sorpresa” . Cinque giorni dopo, l’incrociatore da battaglia tedesco Blücher, quattro corazzate della classe “ Braunschweig ” , due incrociatori corazzati e undici siluranti giunsero fino al largo di Vindava, scambiando brevi cannonate con due incrociatori corazzati russi in servizio di sorveglianza nel Golfo di Finlandia. Poi si allontanarono senza che Essen, uscito nel frattempo con corazzate e incrociatori avesse il tempo di poterle intercettare. I russi allestirono una base temporanea a Moonsund, tra il Golfo di Finlandia e quello di Riga, destinata a ospitare sommergibili, siluranti e dragamine, i quali avevano il compito di posare mine e di controllare le acque tra la Curlandia e Gotland. Il 22 settembre i germanici tentarono uno sbarco di modeste dimensioni a Vindava in Cur-
landia, ma non ebbe successo. La sera del 27 settembre Von Essen volle tentare un’incursione nel Baltico centrale per sorprendere i traffici germanici con la Svezia, impiegando due incrociatori corazzati scortati da sei siluranti. Tuttavia non incontrò nessuna nave nemica. Alla fine settembre, Von Essen decise di puntare essenzialmente sul naviglio leggero e sulla guerra di mine offensiva, cercando di insediare le rotte di ritirata del nemico, i suoi porti, le sue comunicazioni. Nel frattempo la Marina tedesca decise di impiegare tre sommergibili ( U 23, U 25 e U 26 ) per attaccare gli incrociatori corazzati che pattugliavano l’ingresso del Golfo di Finlandia. Il 10 ottobre U 26 mancò con due siluri un incrociatore, ma il giorno successivo mandò a fondo con un siluro l’incrociatore corazzato Pallada , il quale pattugliava con il gemello Bayan questo specchio d’acqua. Nell’affondamento perirono l’intero equipaggio composto da 570 persone. Lo stesso sommergibile affondò il 4 giugno 1915 il posamine russo Yenisei, ma andò a sua volta perso alcuni mesi dopo per cause mai chiarite. I sommergibili sovietici in costruzione erano saliti a settanta, ordinati a cinque cantieri che avrebbero riprodotto il tipo “ Holland” , l’italiano “ Fiat-San Giorgio” e il “ Bubnov” , che era risultato il migliore fra quelli di progettazione russa. In attesa dell’entra-
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Il sommergibile brita nnico E 1 3 inca glia to nelle a cque da nesi nell'a gosto 1 9 1 5 , venne distrutto da l tiro delle torpediniere germa niche G 1 3 2 e G 1 3 4 .
ta in servizio dei nuovi battelli, prevista nel 1917, i russi chiesero alla Gran Bretagna l’invio nel Baltico di un certo numero di sommergibili. L’ Ammiragliato ordinò il trasferimento di tre battelli della classe “ E” . nell’ottobre 1914. E 11 dovette rientrare alla base, dopo che fu scovato dalle forze di superficie tedesche nel Kattegat, mentre E 1 e E 9 passarono indenni i stretti danesi, giungendo a Libava il 31 ottobre e il 1° novembre. Furono in seguito trasferiti a Hanko (2), perché ritenuta più sicura. Le unità britanniche eseguirono due missioni nel novembre a W di Bornholm per proteggere le unità di superficie inviate a posare campi minati. Una forza navale germanica cannoneggiava il 17 novembre Libava e tentava di imbottigliare il porto con piroscafi da autoaffondare all’imboccatura, ma le mine russe causarono l’affondamento dell’incrociatore corazzato Friedrich Karl (9875 t). Il sommergibile E 9 mancò con due siluri l’incrociatore Gazelle . E 1 attaccò senza un successo un cacciatorpediniere tedesco il 13 dicembre vicino alle coste polacche. Nel corso del 1914 i sommergibili sovietici svolsero quattordici missioni, ma non conseguirono nessun successo contro N O TE (2) Il vecchio incrociatore protetto russo Ruinda fu usato come nave deposito per i sommergibili della Royal Navy.
le navi tedesche. Le mine russe provocarono la perdita di varie siluranti germaniche e diverse navi ausiliarie nel novembre e dicembre 1914, mentre subiva danni l’ Augsburg.
I successi conseguiti dai sommergibili britannici nel corso del 1 9 1 5 Nel gennaio 1915 le unità della Flotta del Baltico si limitarono a posare diversi campi minati nelle acque di Memel, Danzica e Pillau. E 9 condusse una nuova operazione a Helsingfors dal 24 gennaio al 1° febbraio 1915, durante la quale lanciò un siluro contro il cacciatorpediniere tedesco S- 120 vicino Moen il 29 gennaio, il quale riuscì ad evitarlo. E 1 eseguì una missione infruttuosa a E di Gotland tra l’8 e il 15 febbraio a causa del maltempo e di problemi all’apparato motore. I germanici passarono all’offensiva in febbraio, senza che le mine impedissero alla flotta di intervenire in appoggio ravvicinato. A questo punto i russi tentarono un’incursione nel Baltico centrale, impiegando l’incrociatore corazzato Rurik, due incrociatori protetti e quattro cacciatorpediniere, che si risolse però in un pericoloso incaglio del Rurik presso Gotland, con un fortunoso salvataggio nel mare grosso. Il 20
marzo 1915 morì l’Ammiraglio russo Von Essen. Nei giorni successivi l’ammiraglio Kanin divenne il nuovo comandante della Flotta del Baltico. Le truppe germaniche dilagarono in Curlandia con l’ appoggio delle navi della Kaiserliche Marine, che bombardarono Libava e penetrarono nel Golfo di Riga dallo Stretto di Irbensk. Nelle stesse settimane le unità sottili sovietiche posarono mine lungo le coste della Curlandia e nel sopraccennato stretto. Kanin inviò alla fine di aprile i sommergibili E 1 e E 9 per intercettare l’ incrociatore da battaglia Lützow, che veniva trasferito da Danzica a Kiel. Il 5 maggio E 1 avvistò solo l’incrociatore leggero Amazon a Cape Arkona. Lo attaccò con un siluro, tuttavia l’unità tedesca riuscì a evitarlo. E 1 e E 9 ritornarono a Reval per rifornirsi. La città di Libava (Libau) fu catturata dai tedeschi l’8 maggio 1915. I russi evacuarono il porto le notti precedenti. Il sommergibile Sig e altre unità, non in grado di muoversi, furono autoaffondati. E 9 prese parte a questa operazione, mancando con due siluri il cacciatorpediniere S 20 il 7 maggio a largo di Bruesterort. Tre giorni dopo, E 9 avvistò l’incrociatore corazzato Roon e una forte scorta, che si stavano dirigendo da Swinemünde a Libava. Si avvicinò alle navi, lanciando cinque siluri che non colpirono nessuna nave. Il 14 maggio, il sommergibile sovietico Drakon lanciò senza successo tre siluri contro l’incrociatore tedesco Thetis vicino all’Isola di Bogskar, che stava rimorchiando il sommergibile U 4. Una settimana dopo, il moderno sommergibile russo Akula attaccò con due siluri il vecchio guardiacoste Beowulf nel Golfo di Riga, che riuscì a schivarli. Alla fine di maggio, E 9 attaccò due dragamine tedeschi provenienti da Danzica. E- 1 dovette interrompere la sua missione a causa di un’ avaria all’apparato motore. Le riparazioni durarono fino alla fine di luglio. Nella tarda primavera del 1915 giunsero nel Baltico le moderne corazzate della classe “ Kaiser” , le quali erano armate con 10 pezzi da 305
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mm. L’alto comando russo autorizzò l’ammiraglio Kanin a impiegare le pre-dreadnought fuori del Golfo di Finlandia, mentre il grosso della flotta doveva restare all’interno per fronteggiare un eventuale tentativo di forzamento da parte delle navi germaniche. Nella notte del 2 giugno l’incrociatore leggero Thetis e quattro cacciatorpediniere, preceduti da alcuni dragamine, posarono mine a largo di Moonsund, ritornando il mattino successivo a Lyseort. Nelle ore successive i ricognitori tedeschi, decollati dalla nave appoggio aerei Glyndwr, fornirono informazioni sulle navi sovietiche presenti nel Golfo di Riga. Il gruppo Thetis, rinforzato da alcuni incrociatori corazzati, forzò per la prima volta lo Stretto di Irbensk ed entrò nel Golfo di Riga. Il sommergibile Okun fu speronato dal cacciatorpediniere G-135 , mentre tentava di attaccare il Thetis. I danni subiti dall’unità sovietica furono lievi. Il 4 giugno il Glyndwr rimase danneggiato da una mina, la nave fu rimorchiata a Libava. L’ E 9 si avvicinò al gruppo Thetis, riuscendo a affondare il piroscafo Dora Hugo Stinnes, dal quale si stava rifornendo l’incrociatore tedesco, e a danneggiare seriamente il cacciatorpediniere S 148 . L’E 9 ritornò a Revel il 7 giugno. Era chiaro ai tedeschi che i sommergibili britannici e sovietici erano un costante pericolo per le navi presenti in quest’area. La Kaiserliche Marine inviò il sommergibile UA in pattuglia nello Stretto di Irben tra il 9 e il 14 giugno, ma non avvistò nessuna nave sovietica. Sei cacciatorpediniere e il posamine ausiliario Deutschland sistemarono 640 torpedini antisommergibile all’ingresso occidentale dello Stretto di Irben nelle notti fra il 17 e il 19 giugno, mentre il posamine Albatross posò altre 550 mine antisommergibili vicino all’isola di Bogskar le notte successive. Il sommergibile Drakon mancò l’ Albatros il 26 giugno. Il guardiacoste corazzato Beowulf (armato di tre cannoni da 240 mm), scortato da sei dragamine ausiliari e da incrociatori, bombardò le postazioni sovietiche lungo la costa della Carelia e la città di Windau, causando limitati danni.
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Il sommergibile brita nnico C 2 8 in na viga zione.
Le unità di scorta respinsero diverse incursioni di cacciatorpediniere della Flotta del Baltico. L’ammiraglio Kanin progettò un bombardamento di Memel, soprattutto per elevare il morale degli equipaggi. La divisione dell’ammiraglio Baksirev ne fu incaricata. Uscì il 1° luglio con tre incrociatori corazzati, due incrociatori protetti e l’esploratore Novik. Perduto il contatto a causa della nebbia, le navi russe vennero a trovarsi il giorno dopo suddivise in due gruppi: due unità a Memel e quattro presso Gotland. Proprio allora furono segnalati l’incrociatore Augsburg e l’ Albatros, il quale aveva posato altre 160 mine a Bogskar. Il gruppo settentrionale, che comprendeva gli incrociatori corazzati Macharov e Bayan, sparò sulle unità tedesche. L’ Albatros fu colpito più volte, e in preda agli incendi, fu portato a incagliare in acque svedesi. Il Macharov aveva subito pochi danni, consumando però molto munizionamento. Verso le ore 10.00 furono avvistati l’incrociatore corazzato Roon e l’incrociatore leggero Lübeck in avvicinamento. Baksirev si ritirò, chiamando in sostegno le corazzate Slava e Cesarevitch, frattanto uscite in mare. Gli opposti incrociatori aprirono il fuoco a 15.000 metri e il Bayan, nave di coda dei russi, fu quasi subito colpita. Il combattimento cessò, senza altri danni, alle 10.26 ma riprese alle 10.40 quando il Rurik, aprì il fuoco con i cannoni da 254/ 50, controbattuto efficacemente dal Roon e dal Lübeck. Molti col-
pi da 105 mm colpirono la nave russa, che ormai sparava con tutti i calibri ripartendo il fuoco sui tre bersagli. Il Roon fu colpito più volte, subendo danni importanti. Le unità germaniche si ritirarono. Babsirev ordinò al Rurik di raggiungerlo e di astenersi dall’inseguire i nemici. L’ E 9 danneggiò seriamente l’incrociatore corazzato Prinz Adalbert, che dirigeva verso la zona in cui si era svolta la battaglia. La nave riuscì a raggiungere Kiel il 4 luglio. Alla fine di luglio, la maggior parte della Curlandia era sotto il controllo dei Tedeschi, tra cui la città di Windau. L’E 1 eseguì una nuova missione, tra il 20 e il 26 luglio, per interdire le linee di comunicazione tra Libau e Danzica. Il 22 luglio non colpì con due siluri la nave pattuglia Neumühlen. Il dirigibile Z eppelin L-5 eseguì una ricognizione armata nello Stretto di Irben, avvistando il sommergibile Akula a largo di Hoborg (Gotland) il 2 agosto, il quale si immerse prima il L-5 iniziasse l’attacco. Il sommergibile tedesco UA penetrò il 1° agosto nel Golfo di Riga. Tre giorni dopo mancò un cacciatorpediniere sovietico a Pissen. UC- 4 posò nello stesso periodo dodici mine a Bengstkar, sulle quali affondò il posamine Ladoga (6136 t) il 14 agosto. L’arresto dell’ avanzata tedesca consentì ai russi di riprendere il controllo del Golfo di Riga. In quest’area erano dislocati la vecchia corazzata Slava , venticinque cacciatorpediniere,
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L'incrocia tore da ba tta glia tedesco Blücher in na viga zione nel Ba ltico nel 1 9 1 7 .
quattro cannoniere, il posamine Amur e sei sommergibili. Le truppe tedesche intrapresero il 6 agosto una nuova offensiva nel Golfo di Riga con l’appoggio della flotta dislocata nel Baltico. La mattina dell’8 agosto l’intera forza germanica diresse verso lo Stretto di Irben, dove due cannoniere russe vigilano all’alba. I dragamine che precedevano la flotta, protetti da un incrociatore leggero e da diverse siluranti, furono subito presi di mira dai russi, che a loro volta si trovarono, alle 09.20 sotto il fuoco delle corazzate. Su una mina russa affondò il dragamine T-52 e rimase danneggiato il cacciatorpediniere S 144 . Una delle cannoniere russe fu colpita e ricevette l’ordine di ritirarsi con la similare. La Slava riaprì il fuoco sulle corazzate e sui dragamine nemici, continuandolo fino alle 17.30. A quell’ora i germanici si allontanarono per nord-ovest, abbandonando l’impresa. Il 9 agosto, l’ E 1 mancò con un siluro l’incrociatore leggero Stralsund a NW di Saritchev. Nelle ore seguenti il sommergibile sovietico Gepard non colpì con una salva di cinque siluri l’incrociatore leggero Lübeck, mentre l’ E 9 mancò con tre siluri il sommergibile tedesco UC 4 il 14 agosto a Utö a una distanza di 150 metri! L’ E- 1 mancò la nave trasporto aerei Answald il 13 agosto a largo di Polangen . La corazzata Slava fu colpita il 16 agosto da alcuni granate sparate da due navi da battaglia della classe “ Westfalen” , mentre eseguivano un’incursione nello Stretto di Irben.
Il giorno seguente la battaglia riprese. L’esploratore Novik fu impegnato contro i cacciatorpediniere germanici, uno dei quali si incagliò, ma l’intervento di un incrociatore costrinse l’esploratore russo a ritirarsi. Dopo poche ore le corazzate tedesche ripresero a sparare contro lo Slava e altre unità sovietiche. Alla sera i russi ripiegarono verso Moonsund. Il 18 agosto le navi germaniche si addentrarono nel golfo, sfuggendo all’agguato di tre sommergibili russi e, verso sera, ebbero ancora fugaci scontri con un cacciatorpediniere e con due cannoniere russe, una delle quali fu distrutta e l’altra si autoaffondò. I tedeschi cannoneggiarono Pernace prima di occuparla. Il sommergibile E1 danneggiò con un siluro l’incrociatore da battaglia Moltke il 19 agosto a SW di Sarichev Bank, il quale fu rimorchiato a Varsavia per le necessarie riparazioni. L’attacco del sommergibile britannico convinse i tedeschi a far uscire le proprie navi dal Golfo di Riga il 20 agosto. La Marina tedesca non impiegò più moderne corazzate nel Baltico fino al tardo 1917. I russi ne approfittarono subito per entrarvi di nuovo, posando mine e reti sotto la protezione dello Slava e di alcuni cacciatorpediniere. Nel mese d’agosto giunsero a Reval altri due sommergibili britannici, E 8 e E 9 , mentre l’ E 13 andò in secca in acque danesi e fu internato, nonostante un pesante attacco di una silurante germanica. Nel settembre i tedeschi stabilirono regolari pattugliamenti antisommer-
gibili nel Baltico, impiegando anche i dirigibili Led Z eppelin. Dal 15 settembre i sommergibili E- 9, E- 18, Bars, Akula, Gepard operarono nel parte centrale del Baltico, ma non effettuarono nessun attacco. Il 28 settembre i comandanti di sommergibili sovietici e britannici furono autorizzati a distruggere i mercantili tedeschi senza esaminare il loro carico e a catturare navi di paesi neutrali, se trasportavano merce di contrabbando. Nell’ottobre la Flotta sovietica impiegò dieci sommergibili ( E- 1, E- 8, E- 9, E- 19, Alligator, Kaiman, Drakon, Makrel, Krokodil e Som) contro il traffico navale tedesco. E- 1 mancò con un siluro la nave da battaglia Braunschweig il 12 ottobre. E 8 mandò a fondo il 5 ottobre a Stilo il piccolo mercantile Margarethe (417 ts) e il 23 ottobre a largo di Libava l’ incrociatore corazzato Prinz Adalbert, il quale era scortato da due siluranti. Perirono nell’affondamento 554 uomini su 557. E- 9 mancò il 1° ottobre a Stolpmuende un gruppo di quattro posamine ausiliari tedeschi, mentre stavano navigando da Kiel a Libau. Durante la seconda missione (dal 17 al 26 ottobre) E 9 ottenne buoni successi, affondando a Norrkoping il 18 ottobre il cargo Pernambuco (4891 tsl) e il 19 ottobre i mercantili Johannes Russ (1751 tsl) e Dalaelfven (1045 tsl). Inoltre catturò il cargo Soederhamm ( 1500 tsl). La missione dell’E 19 fu quella più ricca di successi. Il 2 ottobre il sommergibile fermò con alcuni colpi di cannone il mercantile Svionia (2769 tsl) vicino a Sassnitz. L’equipaggio abbandonò la nave, che si incagliò a Stubbenkammer. Il 10 ottobre bloccò il mercantile Lulea (2239 tsl). L’equipaggio fuggì dalla nave in preda al panico. Il sommergibile lanciò alcuni siluri contro il Lulea, ma non colpirono il bersaglio. La nave fu nei giorni successivi salvata dai tedeschi. Nei giorni successivi quest’unità britannica intercettò quattro altri mercantili ( Walter Leonardt di 1261 tsl, Gutrune di 3039 tsl, Direkto r Reppenhagen di 1683 tsl e Nicomedia di 4391 tsl), che si autoaffondaro-
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no a Sud di Oland. Numerosi altre navi furono ispezionate dal sommergibile per controllare se trasportavano merce di contrabbando. E 19 ritornô a Reval il 13 ottobre. Alligator catturò il 24 ottobre nel Mare di Alland il cargo Gerda (1801 tsl), mentre il Kaiman fermò il Stahleck (1127 tsl) nella stessa area cinque giorni dopo. La Marina germanica, preoccupata dai successi conseguiti dai sommergibili nemici, decise di allestire i convogli per proteggere la propria flotta, impiegando le torpediniere, dragamine e navi pattuglia. numerosi pescherecci furono requisiti per essere impiegati come cacciasommergibili. Diversi aerei antisommergibili furono dislocati negli aeroporti di Warnemünde, Stralsund e Rosslin. La Marina svedese organizzò a sua volta i convogli nell’autunno del 1915. Nella seconda metà di ottobre la Germania effettuò una nuova offensiva in Curlandia Le unità della Flotta sovietica cannoneggiarono per undici giorni i reparti germaniche avanzanti sulla costa. Alla fine i tedeschi ripiegarono sulle posizioni di partenza e il fronte entrò in stasi, anche per l’ inizio del gelo invernale. Nel Baltico rimase una sola squadra germanica e i russi ritirarono la flotta nel Golfo di Finlandia, lasciando lo Slava a svernare nel Golfo di Riga. Le operazioni nel Baltico avevano comunque dimostrato l’inidoneità tecnica delle vecchie navi, per cui, in dicembre, passarono in disarmo le cinque corazzate classe “ Wittelsbach” e gli incrociatori corazzati Roon e Prinz Heinrich. La flotta del Baltico rimase così con le sole corazzate Braunschweig e Elsass. Dal 9 al 12 novembre i russi attuarono intanto una vasta operazione per la posa di mine fino al Golfo di Riga, impiegando per la prima volta le navi da battaglia Gangut e Petropavlovsk. Su uno di questi ordigni si perdette l’incrociatore leggero Bremen. L’offensiva dei sommergibili anglo-russi continuò nel mese di novembre. E- 19 eseguì una missione fra il 30 ottobre e il 9 novembre, mandando a fondo il 2 ottobre a Hano il
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cargo Suomi (1106 tsl) e il 7 ottobre a Nord di Arkona l’incrociatore protetto Undine . L’incrociatore Lübeck riuscì a evitare i siluri dell’E-8 l’8 novembre a Polangen, ma rimase danneggiato nei giorni successivi dall’esplosione di una mina. Il sommergibile britannico si scontrò con il sommergibile Gepard, mentre stava ritornando a Reval. Per riparare i danni furono necessari sei settimane di duro lavoro. L’ultimo successo del 1915 fu conseguito dall’ E- 19 , il quale mandò a fondo il cargo Friesenberg (1316 tsl) a est di Moen il 4 dicembre. Nello stesso mese i sommergibili tedeschi affondarono tre incrociatori ausiliari russi e posarono mine nei bassi fondali del Golfo di Botnia e di quello di Finlandia. Nell’autunno del 1915 i sommergibili sovietici furono adattati a trasportare alcune mine ( quattro l’Akula e otto le unità della classe Bars). L’ Akula andò perso su una mina tedesca verso il 28 novembre a Oesel, mentre stava andando a posare uno sbarramento a Pappensee. Alla fine del 1915, la Flotta sovietica aveva in servizio ventuno sommergibili (compreso le unità britanniche), tra cui tredici di piccole dimensioni. I quattro sommergibili britannici mandarono a fondo due incrociatori e diciassette mercantili per complessive 33.700 tsl. Nel corso dell’anno le unità sovietiche impiegarono 50 siluri, ma nessun’arma colpì una nave nemica.
Le a ttività del 1 9 1 6 I tedeschi, ormai nettamente indeboliti, si limitarono durante l’inverno a posare sbarramenti costieri di mine per proteggere l’area Gotland - Ostergam – Vindava, installando lungo la costa una rete di stazioni di vedetta. Anche i russi, del resto, lavorarono alacremente per costituire un’enorme zona difensiva che proteggesse i Golfi di Riga e di Finlandia. Durante l’inverno vennero effettuati grandi lavori sulle navi. Ad esempio sugli incrociatori
meno recenti furono sostituiti i vecchi cannoni con pezzi moderni di maggiore gittata. I britannici inviarono nel Mare Bianco quattro sommergibili costieri del classe “ C” , che poi proseguirono per i canali interni e per ferrovia fino al Golfo di Finlandia. Nel 1916 entrarono in servizio nella Flotta del Baltico dieci nuovi sommergibili ( Lvitsa, Pantera, Rys, Tigr, Volk, AG- 11, AG- 12, AG- 13, AG- 14 e AG- 15 ). L’incrociatore leggero Danzig fu danneggiato nel gennaio 1916 da una mina russa. Le prime avvisaglie di ripresa bellica si ebbero agli inizi di maggio, quando velivoli germanici sorvolarono il Golfo di Riga, colpendo con quattro bombe la corazzata Slava ancora immobilizzata dal ghiaccio. Dopo pochi giorni partirono da Revel cinque sommergibili per andare a operare nel Baltico centrale ( Gepard a N di Oland, Bars tra Oland e Bornholm, E 8 a Libau, E 18 a Memel e E 1 vicino alla costa della Pomerania). Il Bars mancò un convoglio tedesco il 28 maggio. E8 avvistò il 26 maggio un gruppo di navi tedesche, ma non riuscì ad attaccarle. Nel pomeriggio dello stesso giorno E 1 8 silurò il cacciatorpediniere tedesco V 100 a largo di Libau. E 1 mancò con una salva di tre siluri il mercantile Winterton, scortato da un cacciatorpediniere, il 29 maggio. Nelle ore successive questo sommergibile fu attaccato da un aereo tedesco, ma non subì danni. E- 18 andò perso su una mina tedesca il 2° giugno, mentre stava ritornando a Reval. Le altre unità ritornarono alla base senza problemi. Nel giugno furono trasportati 84.000 tonnellate di ferro dai porti svedesi in Germania. Nella notte del 13 giugno La Flotta del Baltico organizzò un raid contro un convoglio tedesco di tredici piroscafi che navigavano sotto scorta presso la costa svedese. In questa missione furono impiegati 15 cacciatorpediniere, sostenuti da una divisione di incrociatori e da alcuni sommergibili. Nell’azione andò perso la nave civetta (o Q-ship) “ H ” e altri mercantili rimasero danneggiati.
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Due incrociatori sovietici, scortati da alcuni cacciatorpediniere, partirono la sera del 29 giugno da Lume per eseguire un’incursione nel centro del Baltico. Durante la notte ebbero un confuso combattimento con otto torpediniere tedesche a Landsort, le quali lanciarono ben diciassette siluri, ma nessuna arma colpì le unità nemiche. La sera successiva il sommergibile Baar lanciò tre siluri contro altrettante torpediniere tedesche a una distanza di circa 300 metri, i quali riuscirono a evitare le armi. La Marina tedesca impiegò i sommergibili UB-20, UB31 e U 10 nel centro del Baltico a partire dal 16 aprile. L’ultima unità andò perso su una mina tedesca nei primi giorni di giugno. UB-20 catturò o affondò nell’agosto i mercantili svedesi Bror Oskar (368 tsl), Vera (312 tsl), Commerce (638 tsl) e Vermland (213 tsl). I tedeschi intrapresero una nuova offensiva nel Golfo di Riga. Il 2 luglio la Flotta del Baltico inviò la Slava , con otto cacciatorpediniere, due cannoniere e una nave trasporto aerei a bombardare le posizioni nemiche. Il fuoco di sbarramento delle navi contro la fanteria germanica fu assai efficace, tanto che nonostante il fuoco di controbatteria dell’artiglieria costiera tedesca. L’attacco fu alfine sospeso. I sommergibili sovietici colsero alcuni successi nell’estate del 1916. Il Vo lk affondò con il cannone il cargo tedesco Dorita (3689 tsl) vicino a Ornskoldsvik nel Golfo di Botnia l’8 luglio. Il Vepr silurò il mercantile tedesco Syria (3597 tsl) a Bjurokklubb, che affondò nelle acque territoriali svedesi. Il vecchio Krokodil catturò il mercantile Desterro il 18 agosto, ma fu rilasciato nei giorni successivi su pressione del governo svedese. Queste perdite furono le ultime perdite inflitte alla flotta mercantile della Germania durante il 1916. Quattro sommergibili costieri britannici (C 26, C 27, C 32 e C 35) furono rimorchiati dall’Inghilterra fino al porto sovietico di Arcangelo nel mese di agosto, da dove furono trasferiti per mezzo di chiatte nel Mare Baltico, percorrendo i fiumi Dvina e Sukhona e i laghi di Onega e Ladoga. Solo C 32 e C 35 con-
L'incrocia tore leggero tedesco M a gdeburg.
dussero ciascuna una breve missione prima che l’inverno impedisse loro di muoversi. A metà agosto un reparto navale russo ripeté, dietro le linee tedesche del Golfo di Riga, un’ azione diversiva del tipo di quelle già attuate nell’ ottobre precedente. Occorreva tuttavia rinforzare il dispositivo del Golfo, per cui i russi dragarono velocemente il Moonsund allo scopo di farvi transitare adeguati rinforzi: a fine luglio giunse l’incrociatore protetto Diana; ai primi d’ agosto la corazzata Cesarevitch con l’incrociatore corazzato Macharov e l’incrociatore protetto Aurora. Vennero anche piazzate numerose batterie costiere di grosso e medio calibro a protezione dei campi minati del Moonsund e parecchie batterie contraeree. I germanici risposero rafforzando le batterie in Curlandia e sulla costa meridionale dello Stretto di Irbensk. Adattarono inoltre le foci dei fiumi ad ancoraggi per i dragamine, che si appoggiavano a Vindava come base operativa. Il 12 settembre gli incrociatori leggeri Strassburg e Ausburg, scortati da dragamine e cacciatorpediniere, penetrarono nuovamente nello Stretto di Irben. I russi dislocarono la Slava, il vecchio incrociatore Diana e un gruppo di cacciatorpediniere e di sommergibili. Ci fu un lungo combattimento fra i due gruppi navali. Aerosiluranti tedeschi non riusciro-
no a colpire lo Slava, mentre l’ UB31 mancò a sua volta il Diana . I tedeschi si ritirarono. Alcuni sommergibili penetrarono nel Golfo di Finlandia per attaccare il traffico mercantile e per posare mine. U 19 affondò i trasporti russi, Elisabeta (4444 tsl) e Ishche (1261 tsl), il 12 settembre e il cargo britannico Kennet (1679 tsl) il 21 settembre. Sulle mine dell’UC 25 andarono persi il 19 ottobre a Fästorne il rimorchiatore Jug (75 tsl) e il 16 dicembre tra Dagö e Oesel il dragamine Shchit (248 t). Sui campi minati dell’UC 27 affondarono il 28 ottobre il cacciatorpediniere Kazanec ( 580 t) tra Odensholm e Nargön, il 22 novembre il dragamine Fugas (1910, 150 t) e il 18 dicembre il mercantile Buki (3879 t). Rimasero danneggiati seriamente il 19 novembre l’incrociatore corazzato Rurik (15544 t) e il cacciatorpediniere Letun (1260 t). UB 30 affondò dal 21 al 30 ottobre i mercantili svedesi Augusta (346 tsl), Elly (88 tsl), Elin (127 tsl), Ingersoll (239 tsl), Urpo (111 tsl) e Jenny Lind (53 tsl). Fino a novembre vi fu un continuo avvicendarsi di operazioni aeree e di naviglio minore, finché sopravvenne il gelo e le navi russe si ritirarono a Reval, lasciando però nel Golfo la corazzata Cesarevitch e l’ incrociatore corazzato Macharov. Tra l’11 e il 12 novembre av-
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venne invece una ricognizione germanica del Golfo di Finlandia, condotta con alcuni incrociatori leggeri e undici cacciatorpediniere della 10° Flottiglia. Durante questa missione sette cacciatorpediniere affondarono sulle mine russe. Nel dicembre 1916 i tedeschi non disponevano navi di linea e potevano contare su tre incrociatori leggeri e una flottiglia di cacciatorpediniere. La loro strategia navale era dunque necessariamente difensiva. Se la flotta russa fosse uscita in mare aperto le forze leggere avrebbero dovuto di linea della Hochseeflotte dal Mare del Nord. I vecchi sommergibili sovietici Kaiman, Krokodil, Alligator e Drakon furono ritirati dal servizio alla fine del 1916, mentre entrarono in servizio le unità AG- 11, AG- 12, AG- 13 e AG-14 del tipo Holland.
Le opera zioni a erona va li del 1 9 1 7 Le condizioni climatiche dell’inverno 1916-1917, con il gelo delle acque del Mar Baltico, bloccarono i movimenti navali russi e germanici. La forzata inattività minò l’efficienza e il morale degli equipaggi della flotta russa e in parte di quelli della Marina germanica. A bordo delle navi da guerra scoppiarono ammutinamenti, molti ufficiali furono uccisi e su ogni unità furono istituiti consigli o soviet di marinai, che dovevano essere consultati dal comando di bordo per ogni decisione, comprese quelle operative. Particolarmente grave fu la rivolta a bordo della corazzata Petropavlovsk. Da quel momento la flotta divenne ingovernabile. Le unità della Flotta del Baltico posarono 13.418 mine nei Golfi di Finlandia e di Riga e nello Stretto di Irben nella tarda primavera. Dal mese di maggio riprese l’attività dei sommergibili tedeschi e di quelli anglo-russi. Il tedesco UC-78 posò 18 mine a Sud di Mariehamm, su uno di questi ordigni affondò il 12 agosto la torpediniera sovietica Lej-
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tenant Bukarov (1905, 335 t). UC 57 e UC 58 condussero alcune missioni antinave nel Golfo di Finlandia. UC 57 affondò il motoveliero Ludwig (78 tsl) il 9 giugno nel mare di Aaland. Inoltre catturò tra il 20 e il 26 giugno il piroscafo russo Penpol (2061 tsl), il mercantile britannico Meggie (1802 tsl), il 26 giugno il motoveliero russo Georg (18 tsl), il rimorchiatore Martiniemi (30 tsl) e le barche Marie (87 tsl) e Tervo (58 tsl). UC 58 catturò il 19 maggio i mercantili svedesi Pauline (168 tsl), Kyros (221 tsl), Erik (785 tsl), Therese (208 tsl), Kjell (235 tsl), Göta (1128 tsl), Märta (493 tsl) e Lizzie (1995 tsl), perché trasportavano merce di contrabbando. Queste navi furono inviate con equipaggio da preda fino al porto di Libau. Questo sommergibile posò 4 mine vicino alla costa di Wasa, sulle quali andò perso il motoveliero svedese Cleo (170 tsl). Nella successiva missione UC 58 mandò a fondo con cariche esplosive il 6 giugno i motovelieri svedesi Edvard (70 tsl) e Elianna (75 tsl) e l’ 11 giugno il motoveliero August (1876, 120 tsl). La stessa unità posò il 7 luglio 18 mine a SW di Raumo, sulle quali andarono persi i dragamine MT 1, MT 3, MT 11, MT 14 (ciascuno di 29 t) e la torpediniera Bditelny (1905, 380 t). Il 14 luglio UC 58 mandò a fondo il cargo finlandese Bonus (111 tsl). Il primo gruppo di sommergibili sovietici ( Bars, Gepard, Vepr e Vo lk) operò vicino alla costa svedese dal 19 maggio, ma non archiviarono nessun successo. Bars andò perso il 28 maggio durante un’azione antisom tedesca a Norrkopin. Il secondo gruppo, composto dal Pantera e Lvitsa , iniziò a pattugliare il Baltico centrale il 9 giugno. Il Pantera fu attaccato e danneggiato da un aereo tedesco, mentre il Lvitsa non ritornò dalla missione. Esso fu probabilmente vittima di una mina alla deriva a Sud di Gotland. Il nuovo sommergibile AG-15 andò a fondo a causa di incidente, nell’affondamento perirono 18 marinai e ufficiali. Il battello fu recuperato e rientrò in servizio. Il AG-14 affondò su una mina il 6 luglio vicino a Libau. Il Ve p r affondò il piccolo tra-
sporto tedesco Friedrich Carow (873 tsl) a 50 miglia nautiche a sud di Lulea. Il 20 settembre il Gepard mancò con due siluri un gruppo di navi di scorta tedesche, che lo contrattaccarono con bombe di profondità per quattro ore, provocando alcuni danni. I sommergibili britannici della classe E operarono nell’estate del 1917 nello Stretto di Irben, mentre i sommergibili costieri della classe C furono impiegati nel Golfo di Riga. Tutte queste unità non conseguirono nessun risultato. E 19 si incagliò, mentre stava ritornando alla base di Hango. E 9 fu inviato in suo soccorso, riuscendo a recuperarlo. I danni furono riparati in un cantiere sovietico. Il comando germanico dispose una serie di operazioni navali e terrestri che, approfittando del crescente disfacimento delle forze armate russe, accelerasse l’uscita della Russia dal conflitto. L’offensiva germanica provocò crollo di tutto il fronte russo e ai primi di settembre 1917 le truppe germaniche raggiunsero Riga, occupandola. Per controllare l’omonimo golfo era necessario occupare le isole Oesel e Moon che chiudono a nord e a ovest gli accessi a questa rada. I germanici organizzarono una complessa operazione, che si svolse in due tempi, impiegando oltre 20000 uomini e una forza navala composte dalle corazzate Bayern, Kaiser, Prinzregent, Luitpold, Kaiserin, Grösser Kurfürst , dall’ incrociatore da battaglia Moltke , da alcuni incrociatori leggeri, scortati da molti cacciatorpediniere, sommergibili e dragamine. Da parte loro i russi avevano un sistema non completo di batterie costiere, presidiati da reparti terrestri poco affidabili, e un gruppo navale che comprendeva due vecchie corazzate (la Slava e la Grashdanin, già Cesarevitch) , tre incrociatori, dodici cacciatorpediniere del tipo “ Novik” , tre sommergibili britannici della classe E. Le unità tedesche iniziarono il 12 ottobre a bombardare le batterie che difendevano lo Stretto di Irben. Messe a silenzio queste, furono sbarcate le truppe che nei giorni successivi progredirono rapidamente verso i loro
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obiettivi, mentre in mare avvennero alcuni scontri di lieve importanza tra unità sottili delle forze contrapposte. Durante un tentativo di forzamento del passaggio di Soelo ( N di Oesel) da parte di siluranti germaniche protette dalla corazzata Kaiser e dall’incrociatore Emden, le prime si scontrarono con i cacciatorpediniere russi Grom, Kostantin, Pobeditel e Zabijaka . Ne seguì un violento combattimento, cui prese parte in un secondo momento anche la cannoniera russa Krabry, che si risolse con l’affondamento del caccia Grom e il danneggiamento di altre unità di ambedue le parti. I germanici comunque si ritirarono. Il 16 ottobre, dopo un intenso lavoro di dragaggio, le corazzate König e Kronprinz, gli incrociatori Kolberg e Strasburg , con la scorta di caccia e dragamine riuscirono ad attraversare lo Stretto di Irben e approssimarsi al passaggio di Moon. Il 16 settembre il C 27 mancò con un siluro la nave da battaglia König , ma nel secondo attacco danneggiò seriamente la nave appoggio dragamine Indianola . Le navi scorta sganciarono bombe di profondità, causando alcuni danni all’unità britannica. Il giorno successivo una divisione navale russa con le corazzate Slava, Grashdanin e l’incrociatore Bajan, affrontò il nemico e i cannoni della vecchia Slava riuscirono a fermare il nemico, che non poteva avvicinarsi ulteriormente per la presenza di un campo di mine. Le navi germaniche si ritirarono e mandarono avanti i dragamine; bonificata la rotta, esse tornarono ad avanzare, e la loro grande superiorità di fuoco ebbe presto la meglio sulla divisione russa: la Slava fu colpita almeno sei volte, la Grashdanin due e il Bajan una. A questo punto le navi russe si ritira-
Una torpediniera tedesca , da nneggia ta da ll'esplosione di una mina il 1 7 ottobre 1 9 1 7 , ormeggia ta nel porto di Liba u.
rono, dopo aver fatto saltare la Slava in fiamme all’ingresso del canale di Moon e aver ulteriormente minato le acque circostanti e di accesso a questo, in cui il giorno dopo affondò il caccia germanico S 64. Il 18 ottobre il C 32 ebbe un breve conflitto a fuoco con il sommergibile tedesco UC- 57 nello Stretto di Irben, il quale affondò nei giorni successivi su una mina russa. Il 20 ottobre C- 32 lanciò due siluri contro il posareti Eskimo , scortato da tre navi tedesche, che non colpirono nessuna nave. Il sommergibile fu contrattaccato con bombe di profondità, subendo seri danni. Il sommergibile fu portato a incagliare vicino a Pernau, dove fu distrutto con una carica esplosiva. Il 19 ottobre il comando russo ordinò la ritirata di tutte le sue forze dalle isole baltiche e le navi si ritirarono dietro i campi minati del Golfo di Finlandia. I sovietici impiegarono i sommergibili Veprs, Rys, Gepard, C-35, E-9 e E-19 per pattugliare gli ingressi al Golfo di
BI BLI O G RA FI A NORMANN POLMAR, JURRIEN NOOT , Submarine of the Russian and Soviet Navies, 1718- 1990 , USA, 1991 HARALD BENDERT , Die UC-Boote der Kaiserlichen Marine 1914-1918 , Mittler & Verlag, Bonn, 2001. L UTZ BENGELSDORF, Der Seekrieg in der Ostsee 1914- 1918 , Hauschild, 2008.
Finlandia. Il Gepard affondò il 29 ottobre vicino a Windau su una mina, mentre portava a termina una di queste missioni. Dopo queste ultime missioni niente di più importante accadde nel Baltico fino all’11 febbraio 1918, quando la vecchia flotta zarista fu sciolta e venne creata la nuova Flotta Rossa. I germanici continuarono a perdere dragamine e unità minori su campi minati sino all’armistizio di Brest-Litovsk, mentre le navi russe, ormai coinvolte direttamente nelle loro basi, sottoposte così a un inevitabile deterioramento. Lo stato maggiore germanico, allo scopo di interrompere la linea di comunicazione tra gli alleati e la Russia, che era costituita dalla linea ferroviaria Murmansk-CareliaPietroburgo, fece occupare Reval, sulla costa estone e le isole Aaland e dispose lo sbarco di un corpo di spedizione di 9000 uomini a Hango in Finlandia. In tal modo i germanici si impadronirono di tutta la Finlandia meridionale, arrivando a occupare anche il primo dei forti esterni delle difese della base navale di Kronstadt. I sommergibili britannici E- 1, E- 8, E- 9, E- 19, C- 26, C- 27 e C 36 furono affondati dai propri equipaggi tra il 3 e il 5 aprile nel porto di Helsingfors (Helsinki) per evitare la cattura da parte dei tedeschi o della Flotta Rossa. SV
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RAGIONE E PASSIONE. CREATIVITA, RETORICA E ROMANTICISMO.
L’ ENTUSIATICO EQUIVOCO Una disputa tra intellettuali, poeti e letterati. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l'Europa era veramente cosciente della portata dell'evento che stava per sconvolgerla, e delle ragioni 'vere' e motivate che stavano per farla precipitare in quell'inevitabile baratro dal quale uscì completamente ridisegnata?
di M ARCO CIM M IN O
G
li storici, a più di novant’anni dallo scoppio della prima guerra mondiale, non sono ancora giunti ad un’opinione concorde sull’ atteggiamento dell’ Europa all’indomani dell’assassinio di Serajevo: parte di loro sostiene che sia le nazioni dell’Alleanza che quelle dell’Intesa fossero, sostanzialmente, incoscienti del conflitto che si
andava delineando. Altri, però, riconoscono segnali assai evidenti di un intento bellicoso nel comportamento dell’ Europa degli anni immediatamente antecedenti lo scoppio del conflitto, vedendovi i chiari segnali di una preparazione su vasta scala ad uno scontro armato di vaste proporzioni. Questo dipende soprattutto dalla valenza attribuita al riarmo e ai preparativi bel-
licosi, che hanno caratterizzato la politica militare delle principali potenze europee, in un arco di tempo che possiamo approssimativamente collocare tra la fine della guerra russo-giapponese, nel 1905, e quella della seconda guerra balcanica, nel 1913. Che vi fosse, in molti autorevoli personaggi, la sensazione di un conflitto imminente, è vero: si prenda ad esempio il FM Conrad,
Fronte ita lia no (1 9 1 6 ). M itra glieri a ustria ci (nota re gli a ffusti a ntia erei delle a rmi Schw a rz.lose.
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che, in tempi non sospetti, lutate le truppe in partenza per il fronte. Lo provano le organizzò il riarmo dell’Aunumerose testimonianze di stria-Ungheria, giustificanpatriottismo e di orgoglio che dolo col fatto che, se per faanimavano poesie e canzoni re una guerra basta un giordi quei giorni. E lo provano, no, per organizzare un esera stufo, le lettere e le testimocito che la combatta ci vonianze dei soldati e dei loro gliono anni ( 1) . Tuttavia, ufficiali, che erano quasi onnon vi è stato periodo della ninamente animati dalla fistoria moderna in cui una ducia in una guerra breve e guerra non sia stata pavenvittoriosa. Questa fiducia era tata o invocata, senza che, tanto radicata e forte da connecessariamente, questo tagiare anche gli Italiani, che conflitto, poi, deflagrasse efpure entrarono in guerra quafettivamente. Per la verità, si un anno dopo Serajevo, e entrambe le teorie hanno che per parecchi mesi si disqualche fondamento, e, forsero certi del fatto che la guerse, la verità si trova nel mezra non sarebbe arrivata a Nazo: da un lato, è indiscutitale. La poesia di guerra non bile che i futuri contendenha mancato di registrare punti fossero da tempo sul pietualmente questa prima fase, de di guerra e, dall’ altro, diciamo così, di elaborazione probabilmente nessuno si sadel conflitto: scrittori notissirebbe aspettato di dover afmi e poeti sconosciuti non frontare un conflitto di tali mancarono di esprimere il modalità e proporzioni. NepFronte ita lia no. Obice pesa nte a ustria co da 3 0 5 mm. in proprio entusiasmo per quelpure la Germania guglielmiposizione di tiro. la che, soprattutto ai popoli na, che pure era lo stato che dell’Intesa appariva come uno aveva aggiornato in maniescontro di civiltà, che avrebra più considerevole il probe visto, immancabilmente, prio armamento e le proprie trionfare la parte giusta. EsaGli uomini che partirono per la caratteristiche tattico-strategiche, minando il materiale che fa riferiera, in realtà, preparato allo scontro guerra, nel 1914, non avevano almento al primissimo periodo di mondiale. Questo perchè quasi nes- cuna idea di cosa avrebbe rappreguerra, non possiamo non riconosuno, nel 1914, aveva intuito quali sentato per loro questa nuova espescervi, sostanzialmente, due corrensarebbero state le armi decisive e rienza: avevano della guerra una vi- ti tematiche: l’ esaltazione del paquale la tattica di logoramento che sione sostanzialmente ottocentesca, triottismo e del sacrificio personaesordì nella Grande Guerra: in fon- legata alle guerre napoleoniche o, le e la crociata contro la barbarie. do, le uniche vere modifiche alla tec- al massimo, a qualche impresa conica militare riguardavano la preci- loniale ed andarono incontro alla Grande Guerra convinti di dover afsione, la pesantezza ed il numero di frontare qualcosa del genere. Evi- La valorizzazione poetica proiettili in grado di scagliare sul nedentemente, a nulla erano valse le del più ' debole' mico. Era un cambiamento quantipur significative indicazioni provetativo, non qualitativo, che avvannienti dal conflitto russo-giapponetaggiava enormemente la difesa e che E’ singolare che, in questo affolse o dalle guerre nei Balcani: segnaavrebbe costretto milioni di uomini li che erano iniziati già durante la lato coro in lode del valore del Belad una vita da talpe per anni. Solguerra civile americana, con l’ uso gio e, soprattutto, della Francia, siatanto nel 1918 apparvero armi in tattico della trincea e dei fucili a no assai numerose le poetesse: molgrado di riportare l’ago della bilancanna rigata e a ripetizione. Pertan- tissime intellettuali, ma anche doncia dalla parte degli attaccanti: tra to, se anche le nazioni belligeranti ne comuni, si appassionarono al tequeste, l’attacco in massa di mezzi fossero state preparate al conflitto, ma della Francia, erede di tradizioblindati. Ma la Grande Guerra, al- certamente non lo erano i soldati ni gloriose e baluardo di civiltà, colora, era già decisa. che, ben presto, avrebbero dovuto sì come a quello del piccolo ed inN O TE (1) G.E. Rothenberg, L’Esercito di Francesco Giuseppe, LEG, 2004.
affrontare orrori fino a quel momento ignoti all’umanità. Lo prova il sostanziale entusiasmo con cui, in ogni parte d’Europa, furono sa-
nocuo Belgio, proditoriamente invaso e che si difendeva con valore contro un nemico tanto preponderante. Ad esempio, Stephen Philli-
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Fronte ita lia no (Trentino). Obice pesa nte a ustria co in fa se di ca rica mento.
ps, nella sua poesia Il Kaiser e il Belgio , riproponeva l’ eterno tema di Davide contro Golia, descrivendo lo stupore di Guglielmo II alla resistenza del piccolo paese che gli si opponeva.
M itologia di un conflitto epoca le Analogamente, lo strapotere arrogante della Germania, personificato dall’odiata figura del suo Kaiser (...God’ s decree and William’ s order — ), emerge chiaramente in un’altra poesia di Dana Burnet, intitolata “ The Battle of Liège: si tratta di una poesia di scarso livello letterario, ma, certamente, contiene molti degli elementi dell’immaginario poetico di quei giorni. In realtà,
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l’ ossessione di raggiungere Parigi, tema portante della poesia, fu un’autentica pecca del piano Schlieffen: inconsapevolmente, il poeta aveva preceduto lo storico nella valutazione, a botta calda, di un evento. Naturalmente, come ogni mitologia che si rispetti, anche quella legata allo scoppio della Grande Guerra si è nutrita di figure eponime, circondate da un alone di gloria e di mistero. Ogni causa necessita di martiri e di eroi, nonostante l’ inconsulto aforisma di Bertolt Brecht, il cui cinismo ed opportunismo politico fu, forse pari soltanto alla sua miopia intellettuale: tuttavia, va detto che, in ogni epoca, laddove mancasse la materia prima, è stata proprio la letteratura a confezionare simboli su misura per guerre e rivoluzioni. Un caso tra i molti è quel-
lo della leggenda della crocerossina barbaramente assassinata dai soldati germanici, perchè curava dei feriti (addirittura tedeschi, in alcune versioni, come quella che segue): l’ episodio, sostanzialmente falso, pur non essendo certamente mancati in Belgio episodi di brutalità da parte degli invasori, fece scalpore. La stampa se ne appropriò e si sprecarono copertine e poesie. A titolo di esempio ne ricordiamo una, uscita dalla penna di un buon poeta come Laurence Binyon ed intitolata “ Edith Cavell” : la martire, come una moderna Antigone, confessa ai propri giudici di avere infranto la loro legge in nome di una legge più grande, che è quella della fratellanza tra uomini. Insomma, un grido di civiltà, soffocato dalla barbarie. Non mancarono, naturalmente, poesie dedicate alla Francia, quasi
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L'Arciduca a ustria co Eugenio visita il fronte serbo (1 9 1 4 ),
tutte basate sull’ evocazione della gloria francese e sui temi più caratteristici della rapsodia transalpina, come la libertà o la civiltà latina. Esiste una poesia intitolata semplicemente “ France” dovuta a Cecil Chesterton, in cui il richiamo alla tradizione eroica francese è, per la verità, abbastanza equilibrato, ma che ricicla il mito dell’aggressione tedesca, in seguito smentito sia da Lloyd George che dalla scuola storica di Fancy. Lo stesso non si può dire la poesia, “ The name of France” di Henry Van Dyke, in cui la retorica del pittoresco d’accatto prevale sul resto: d’altronde, nei paesi anglosassoni, quasi tutte le nazioni europee venivano (e vengono) affidate a stereotipi piuttosto rozzi. Anche la Francia in guerra, naturalmente, non sfuggì a questa modellizzazione. Sovente, questo sentimento nazionale è stato mescolato all’idea religiosa: per la mentalità britannica, i popoli latini sono tutti troppo devoti e, in definitiva, papisti. E’ in questa logica che la protagonista della poesia “ Vive la France” , di Charlotte Holmes Crawford, prega devotamente per la salvezza della Patria. La sensazione è, co-
munque, quella di trovarsi di fronte a degli stereotipi troppo rigidi, che nuocciono, certamente, all’effi-
cacia poetica di queste opere, nate, peraltro, senza troppe pretese. Dovendo fare una breve carrellata del repertorio tematico delle poesie scritte allo scoppio della guerra, per sostenere la causa dell’ Intesa, è quasi inevitabile, poi, imbattersi in qualche poesia che esalti la principale eroina francese, oltre che il simbolo stesso della Francia che combatte per la propria sopravvivenza: Giovanna d’ Arco. Poco importa che, storicamente, questa eroina abbia combattuto proprio contro gli antenati del poeta e che da loro sia stata raggirata e mandata al rogo, in un bell’ esempio di Realpolitik ante litteram: ciò che conta è infiammare gli animi. Ossia, alla fine dei conti, fare della buona propaganda. La poesia intitolata “ The soul of Jeanne D’ Arc” , ne è un esempio alquanto significativo. Va detto che furono soprattutto le donne a prestarsi a questa operazione un tantino dozzinale di poe-
Ufficia le a ustria co a ca va llo (1 9 1 5 ).
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Fronte ita lia no (1 9 1 6 ). M itra glieri a ustria ci in movimento.
sia propagandistica; e nell’ operazione non si limitarono a risvegliare il mito di Giovanna d’Arco, ma sottolinearono tutti gli aspetti della brutalità tedesca, che non si fermava davanti a nulla. In una poesia di Grace Hazard Conkling, intitolata “ Rheims Cathedral—1914” , appare, per esempio, il tema del non rispetto di luoghi sacri alla religione o alla cultura (il bombardamento della cattedrale di Reims o dello scriptorium della cittadina belga di Lovanio/ Leuwen, ne furono un esempio, amplificato enormemente dalla stampa). Da una parte c’è, come si è detto, la civiltà, col suo rispetto delle regole: dall’altra la violenza cieca, che non guarda in faccia a nessuno, nemmeno a Dio. Il sottinteso è che Dio, prima o poi, farà trionfare le armi della giustizia. Appare difficile, oggi, accettare il fatto che una simile impostazione manichea fosse, in realtà, condivisa dalla stragrande maggioranza della gente: e perfino delle classi più colte. Eppure andò proprio così, e queste poesie sono lì a testimoniarlo. Nella celebrazione della virtù gallica non poteva, naturalmente, man-
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care un cenno alla Rivoluzione : l’evento che trasformò radicalmente la storia umana. Nella poesia di Florence Earle Coates, intitolata “ Place de la Concorde, 14 august 1914” , il tema delle stragi giacobine viene associato a quello della perduta Alsazia: insomma, Robespierre e Napoleone III possono anche andare a braccetto, quando si tratta di dare fiato alle trombe!
Sproloqui pa triotta rdi E, per concludere questa breve carrellata di sproloqui patriottardi, citiamo una poesia di uno dei più celebrati poeti americani: quell’Edgar Lee Masters che, mercè lo smisurato amore dimostratogli da Fernanda Pivano, è diventato, con la sua “ Antologia di Spoon River” uno degli autori più amati da certa Italia. Noi non condividiamo le sicinnidi dell’ anziana intellettuale, e qui di seguito indichiamo l’ insospettabile poesia “ Glorious France” del poeta statunitense. Siamo certi che i toni di quest’ opera risulterebbero assai meno flautati
alle orecchie dei nostri esegeti, rispetto alle lapidi parlanti del cimitero di Spoon River. Tant’ è: qui si parla di storia e questa, che piaccia o meno, è storia. Il resto, semmai, è letteratura. Dopo i primi entusiasmi collettivi ( peraltro, non sempre condivisi da chi la guerra doveva andarla a combattere davvero) , sarebbe venuta la seconda fase di questa stagione poetica, che, altrove, abbiamo definito “ della generazione perduta” : il primo contatto con la realtà della guerra avrebbe prodotto, se non disillusione, almeno sconcerto. La Francia e il Belgio avrebbero cessato di essere luoghi sentimentali o da cartolina, per assumere quell’ aspetto che sarebbe, poi, divenuto tragicamente abituale ai poeti di guerra: una landa sempre uguale, dove il fango e la morte hanno incontrastato dominio. Ma sarebbero dovuti passare molti mesi ( e molte stragi spaventose) , perchè l’ entusiasmo iniziale si attenuasse veramente, lasciando il posto ad una poesia più crudamente realistica. Da furore a cenere, appunto. SV