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Bellomo riaprite quel processo

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Corriere del Mezzogiorno

GIOVEDÌ 11 SETTEMBRE 2003

IN LIBRERIA

Vita e opere di Dino Buzzati, narratore del Novecento Questo libro è una biografia di Dino Buzzati, giornalista e scrittore, l’autore del Deserto dei tartari e di Un amore, ma anche pittore e autore di testi teatrali. Ma prima di ogni altra cosa, Buzzati fu giornalista, innamorato di questa professione come pochi altri. La sua vita si identifica con la città di Milano e con la redazione del Corriere della Sera, per il quale lavorò sempre con grande diligenza ed umiltà, dapprima come cronista di cronaca nera, poi come

redattore e inviato (seguì anche il Giro d’Italia) fino a diventarne una delle firme più prestigiose. Quando entrò al giornale nel 1927, aveva 21 anni, scrisse nel suo diario: «oggi sono entrato al Corriere, quando ne uscirò? Presto, te lo dico io, cacciato come un cane». L’autrice di questo volume, Renata Asquer, sottolinea giustamente come il giornale fu per Buzzati la sua fortezza, che egli difendeva gelosamente e dalla quale non amava allontanarsi. Quando

lo scrittore entrò al giornale ebbe come sodali giornalisti del calibro di Indro Montanelli, Orio Vergani, Guido Piovene, Gaetano Afeltra, con i quali avrebbe condiviso negli anni a venire molte delle esperienze cruciali della storia d’Italia del Novecento come la dittatura fascista, la guerra (Buzzati partì per l’Etiopia nel 1939) ed il dopoguerra, in una osmosi continua. Buzzati non era una persona facile, alternava scatti di orgoglio smisurato ad

altrettanto veementi censure autodenigratorie. In un racconto del 1950 intitolato La formula scrisse, rivolto a se stesso: «Di chi hai paura imbecille? Della gente che sta a guardare. Dei posteri, per strano caso? Basterebbe una cosa da niente: riuscire ad essere te stesso, con tutte le stupidità attinenti, ma autentico indiscutibile». Buzzati sarebbe morto di cancro nel gennaio del 1972. Qualche tempo prima aveva scritto l’ultima pagina del suo

diario: «Adesso la storia è terminata, sta per terminare tra l’assoluta indifferenza del pubblico pagante che per me non ha mai pagato mezzo soldo, è freddo, è il principio di dicembre, faccio in tempo a vedere Natale?». Domenico Ribatti RENATA ASQUER La grande torre. Vita e morte di Dino Buzzati Manni, Lecce 2003, pp. 237, euro 16

Dino Buzzati al lavoro

CULTURA GIOVEDÌ 11 SETTEMBRE 2003

Dopo aver combattuto i tedeschi, fu fucilato dagli inglesi. L’Istituto di Storia della Resistenza chiede che il ministero della Difesa prema sul governo britannico affinché rimetta mano agli archivi

BELLOMO Riaprite quel processo di MARCO BRANDO

Sono passati sessant’anni dalla battaglia del porto di Bari, svoltasi il 9 settembre 1943, quando militari e civili italiani fermarono i soldati tedeschi. Ne sono trascorsi esattamente cinquantotto dall’11 settembre 1945, giorno della fucilazione dell’unico generale italiano che sentì il dovere di partecipare a quei combattimenti, il barese Nicola Bellomo. E forse comincerà davvero a diradarsi una parte della nebbia che ancora grava sulla scena di quest’ultimo episodio. «Durante la prossima riunione a livello nazionale degli Istituti di Storia della Resistenza e dell’età contemporanea - afferma Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’Istituto pugliese - chiederò un contributo perché venga raccolto materiale che possa servire per ricostruire in maniera storicamente appropriata la figura e il ruolo svolto dal generale Bellomo. Sarebbe opportuno che il ministero della Difesa contribuisse a far sì che il governo britannico riapra gli archivi militari». Il generale Nicola Bellomo (18811945) è stato, di fatto, anche il solo alto graduato dell’esercito italiano condannato a morte da una corte marziale inglese, con l’accusa di aver ucciso o fatto uccidere nel novembre 1941 un ufficiale si Sua Maestà che era fuggito dal campo di concentramento barese di Torre Tresca. Un altro fu ferito. Accuse che il generale respinse sempre, tanto da rifiutare di chiedere la grazia. Di certo si sa che egli fu arrestato dopo che al comando inglese erano giunte alcune lettere anonime in cui si ricordava l’episodio accaduto nel campo di prigionia. Di certo, se egli fosse stato catturato dai tedeschi durante gli scontri del 1943, sarebbe stato fucilato da loro, come capitò a tanti italiani oppostisi ai nazisti dopo l’8 settembre. Com’è noto, la mattina del 9 settembre 1943 i tedeschi cercarono di as-

AI LETTORI

L’INTERVISTA

Raccontateci i vostri ricordi personali e familiari

Leuzzi: «Non aspettiamo il 2045»

Torniamo oggi ad occuparci di fatti militari legati al 1943 e alle sue conseguenze. In particolare, del caso del generale Bellomo, che all’indomani dell’armistizio difese combattendo il porto di Bari dai tentativi delle truppe tedesche di occuparlo e distruggerlo. E nel ’45 fu fucilato dagli inglesi sulla base di accuse lanciate da una lettera anonima. L’Istituto di Storia della Resistenza lancia oggi un appello al governo inglese perché riabiliti il generale Nicola Bellomo. Intanto, ai lettori rivolgiamo come sempre l’appello a inviarci i loro ricordi, personali e familiari, su quei giorni di 60 anni fa. Scriveteci in via Villari 50, 70122 Bari. Tel. 080.57.66.200, e-mail redaz.ba@ corrieredelmezzogiorno.it.

Professor Leuzzi, per quale motivo fino sto genere di processi debbano rimanere ad oggi non è stato possibile esaudire l’ul- segreti per cento anni». timo desiderio del generale Bellomo, che Tutto rinviato al 2045? chiese un riesame degli atti del processo «In teoria, sì. Ma è finita la guerra fredconclusosi con la sua condanna a morte? da, è caduto il muro di Berlino. È assurdo «Perché - risponde il direttore dell’Isti- che non si possa sapere come venne contuto pugliese per la storia dell’antifasci- dotto il processo. Oltre tutto Bellomo ebsmo - la logica delle alleanze internazio- be solo un avvocato d’ufficio, ovviamente nali non consentiva la riapertura del pro- britannico. E l’avvocato Russo Frattasi, cesso. Era meglio non creare imbarazzo incaricato dalla famiglia, non riuscì nemagli alleati impegnati nella guerra fredda. meno a parlargli. Né fu accettato che fosTuttavia un passo ufficiale se allegato agli atti il comper cercare di poter vedeportamento del generale re le carte del processo fu durante la battaglia del fatto intorno al 1970. I miporto di Bari. Sappiamo nistri della Difesa Anperò che il generale, in una dreotti e Tanassi chiesero sua memoria, scrisse di esalla Gran Bretagna la possere stato vittima di "un sibilità di accedere agli arcomplotto di alti ufficiali e chivi». di gerarchi"». Perché proprio allora? Si riferiva alle lettere «Per la prima volta lo anonime che ne provocastorico Zangrandi aveva rono l’arresto nel 1944? sollevato il velo su quell’e«Anche. Di certo, i verpisodio. Nel 1970 uscì antici del comando italiano che il volume di Di Gioin Puglia non gradirono vanni intitolato Bellomo, che egli avesse sottolineaVito Antonio Leuzzi un delitto di Stato. Anche i to la loro inerzia di fronte familiari del generale si ai tedeschi». erano fatti promotori della richiesta». Ma Bellomo fu davvero responsabile Quale fu l’esito? dell’uccisione dell’ufficiale inglese fuggi«Negativo. L’ambasciatore britannico a to dal campo di Torre Tresca? Roma, Hancock, replicò che il caso era «Non si può escludere che abbia avuto stato affrontato con "la massima cura". Ri- responsabilità: era un militare rigidissimo, cordò che all’epoca era stato richiamata temuto da truppa e ufficiali. Se lo fece, anche l’attenzione del generale Alexan- sbagliò: le leggi internazionali tutelano i der, capo del Quartier generale delle for- prigionieri di guerra. Tuttavia gli alleati fuze alleate in Italia, ma fu deciso che non si rono assai indulgenti persino con molti gedoveva interferire nel normale corso del- rarchi nazisti. Ufficiali come Kesselring la giustizia militare. "Il caso fu poi chiuso furono addirittura graziati. Bellomo pagò - scrisse l’ambasciatore - e temo che chiu- perché si ebbe fretta di chiudere il caso. so debba rimanere". Il motivo? Le norme Per sempre». britanniche prevedono che gli atti di queMa. Br.

In una rara foto, il generale Bellomo (al centro) con alcuni ufficiali del presidio di Bari (1940)

sumere il controllo del porto di Bari. Una parte dei militari italiani - aiutati da molti civili - li fermarono, pagando l’azione con sei morti. Bellomo li raggiunse dopo i primi combattimenti e contribuì a coordinare il contrattacco. Ma i soldati germanici catturati furono fatti liberare per ben due volte (prima al mattino e poi nel tardo pomeriggio) dal Comando di presidio, i cui ufficiali - denunciò Bellomo - erano rimasti al sicuro nelle caserme. Comunque quando gli Alleati giunsero a Bari trovarono il porto quasi intatto e la città libera. E il generale Bellomo ebbe una medaglia d’argento al valor militare. Peccato che sia stata postuma: gli fu assegnata alla memo-

ria, nel 1951. Sei anni dopo la sua fucilazione. Quando, a quanto pare, i vertici delle Forze armate non alzarono un dito per cercare di evitare che fosse fucilato, nonostante la difesa dello scalo portuale. Il processo contro Bellomo non ha mai convinto nessuno: persino la stampa inglese ha sempre sostenuto che gli fu negato il diritto di reperire documenti utili alla sua difesa. Non solo. I britannici furono più comprensivi nei confronti dei generali nazisti come Albert Kesselring, come ha scritto lo storico Richard Lamb, autore del libro La guerra in Italia. E in una nota del suo libro Italy Betrayed, uscito a New York nel 1966, Peter Tompkins (all’epoca del-

l’occupazione capo del servizio di spionaggio OSS a Roma) ha scritto che lo storico Zangrandi «è stato in grado di documentare come la corte britannica fosse stata tratta in inganno da Badoglio e da agenti monarchici che, in tutta segretezza, fecero ricorso al falso per favorire la fucilazione di Bellomo. Essendo l’unico generale italiano che di propria iniziativa combatté i tedeschi e mantenne la città di Bari fino all’arrivo degli Alleati, rappresentava una minaccia per il re e per Badoglio, perché rivelava al mondo lo squallore del loro tradimento». Bellomo lasciò un testamento nel quale chiedeva il riesame ufficiale della sua storia. Sta ancora aspettando.

A colloquio con Eligio Resta, filosofo del diritto barese, sui principi della carta fondamentale dell’Unione La Costituzione europea? Corre il rischio di far tornare in vita Alessandro Magno e riproporre antiche differenziazioni. A poche settimane dalla Conferenza intergovernativa di Roma che esaminerà la nuova «Norma fondamentale» (come piaceva a Kelsen, ndr) dei 25, Eligio Resta, ordinario di Filosofia del diritto presso la facoltà di Giurisprudenza di Romatre, ma pugliese ed ex docente di Sociologia giuridica all’università di Bari, non vede proprio rosa. Tanto che dice: «Nella Costituzione europea si giocano alcune tendenze di trasformazione del vecchio Stato nazione e si disegna un modello nuovo di comunità politica. C’è qualcosa di inedito che, però, non va trascurato». E cioè? «La Costituzione europea - spiega - è la prima che vede un "potere costituente" non giusti-

La grande scommessa della Costituzione europea ficato dalla presenza del nemico, interno ed esterno, e che immagina una comunità politica meno ancorata al territorio. Si sa che la logica del territorio e quella dell’amico/nemico hanno sempre guidato l’Europa sul baratro delle guerre». E allora? Bisogna spingere sempre più su governi della politica e della cultura che superino quelli economici. «Nella mia idea di diritto fraterno - chiarisce Resta - c’è il tentativo di andare oltre il modello dell’amico/nemico e pensare la convivenza politica al di là dei confini delle nazioni». Per una sorta di pace perpetua, di kantiana memoria? «Guardi - replica il professore - la Costituzione europea ha davanti

a sé una sfida importante. Consiglio superiore della ri contro tutti i governanSi tratta del primo passo magistratura, qualche ti». Una posizione che Reverso la dismissione degli speranza c’è. «Un cammi- sta aveva già descritto nel egoismi nazionali e verso no di questo tipo è stato suo ultimo libro, edito la conquista di un cosmo- avviato. Sta all’opinione l’anno scorso da Laterza, politismo più fraterno. pubblica - aggiunge - far- Il diritto fraterno, e che deDovrebbero essere infatti lo diventare realtà, maga- riva da impegni assunti già centrali i diritti come membro fondamentali e laico dell’organo non i poteri, codi autogoverno me nella tradidei giudici. Il dozione occidentacente, infatti, si è le; ma so anche, a lungo occupato realisticamente, delle condanne che non sono tutdell’Italia a Strate rose e fiori». sburgo per la duMa allora quarata dei processi, li possibilità ci soe più in generale no di un orientadello spazio giumento realmente diziario sopranaalternativo? Sezionale. Tutte tecondo il profesmatiche, peralsore, che è stato tro, affrontate di anche comporecente nel connente eletto dal vegno dell’Accaparlamento del La bozza di Costituzione europea porta la firma di Giscard demia dei Lincei,

dove si è parlato del presente «costituzionale». Ma la Costituzione europea sarà capace di comporre i conflitti che già si annunciano con l’allargamento previsto per maggio prossimo? «Se l’idea di Europa si emancipa afferma - dall’ossessione dell’identità e si libera dallo sguardo rivolto ai suoi tanti passati, l’allargamento ad Est diventa fondamentale. Del resto, la separazione tra Oriente ed Occidente non è legata alla recisione del cosiddetto nodo di Gordio?». Insomma, se non si cambierà subito rotta e a predominare saranno sempre i paradigmi economici, la Costituzione europea diventerà la

mappa di viaggio di un Alessandro redivivo che, come il suo antenato, partendo alla conquista dell’Est, lo invaderà tagliando ogni possibilità di incontro con l’Occidente. Un discorso applicabile anche ai poli Nord-Sud. A questo proposito, Resta aggiunge: «Non credo legittima alcuna differenza geopolitica tra il Settentrione e il Meridione. Ogni popolo ha le sue tante storie, sempre plurali, i suoi vizi e le sue virtù, se si possono usare queste categorie, le sue risorse e i suoi limiti, le sue lentezze e le sue accelerazioni, visibili, entrambi nello sguardo di noi meridionali. In conclusione? Basta voler condividere un destino comune, come scrive il Preambolo della Carta, con gli occhi rivolti al futuro e non con l’occhio malinconico e miope rivolto soltanto al passato». Cinzia Ficco


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Corriere del Mezzogiorno

MARTEDÌ 16 SETTEMBRE 2003

IN GALLERIA

Gli abiti di Estevan Bruno, sperimentazioni acerbe ma interessanti Continua la caccia ai giovanissimi talenti intrapresa dalla galleria barese Acidi Colori che presenta in occasione della kermesse settembrina dedicata alla creatività in formazione, «Estrospettiva» una personale di Estevan Bruno, fotografo ai primi scatti ma già in possesso di un curriculum nutrito. Di origini salernitane (Agropoli 1976), comincia il suo percorso artistico

dalla musica diplomandosi come arrangiatore di colonne sonore e musica per la pubblicità presso il Centro Europeo Tuscolano di Mogol. La sua formazione prosegue ora all’Accademia di Belle arti di Venezia dove studia scenografia. Il suo approdo alla fotografia è motivato da un bisogno formale: schiacciare la categorica tridimensionalità delle cose sulla superficie

bidimensionale della pellicola. Suo principale cimento è strapazzare indumenti femminili, preferibilmente impalpabili sottovesti, con un processo di invecchiamento tramite passaggi nel gesso o nel colore. Primo risultato ottenuto è un’innaturale rigidità dell’abito ridotto ad un solido feticcio, costretto però ad aderire al supporto fino ad una mimetica compenetrazione con

esso e dove il colore si distende senza soluzione di continuità tra soggetto e sfondo. Molte tuttavia le versioni possibili, risultanti spesso dall’esposizione dello stesso elemento a diverse condizioni atmosferiche. Un’ostinazione che ricorda, con i dovuti distinguo del caso, le innumerevoli repliche che Monet concesse alla cattedrale di Rouen, sebbene Estevan non sia affatto interessato a percepire le

modulazioni cromatiche che variano al cospetto della luce. Piuttosto è coinvolto nella ricerca di sfondi modulari che individua tra quelli disponibili nella realtà: pareti di mattoni, grate o quant’altro garantisca la regolare ripetizione di una forma geometrica. Anche quando questa si identifica con l’ovale di una vasca da bagno ripresa dall’alto nel cui perimetro adagia l’ennesima

veste, residuo pop alla Jim Dine per intenderci, incentrata nei toni spenti del grigio e dell’azzurro. Si tratta dunque di sperimentazioni ancora acerbe i cui esiti però sono da seguire con la necessaria attenzione. Marilena Di Tursi ESTEVAN BRUNO Estrospettiva fino al 30 ottobre da Acidi Colori strada Vallisa 81, Bari

Estevan Bruno, «Veste» (part.)

CULTURA MARTEDÌ 16 SETTEMBRE 2003

Nei giornali del 1945 la cronaca del dibattimento contro il generale barese accusato di aver sparato contro prigionieri di guerra. L’ambiguo comportamento dei vertici militari italiani

BELLOMO Un processo lampo dall’esito scontato di MARCO BRANDO

Il generale Bellomo a passeggio in abiti civili con la moglie nel centro di Bari

A GRAVINA

Tre giorni nel Medioevo Dal 19 al 21 settembre a Gravina si svolgerà il primo Raduno Nazionale dei Cortei Storici Medioevali. L’iniziativa è stata presentata presso la Provincia di Bari dal vicepresidente e assessore provinciale alla Cultura, Ennio Triggiani e dal sindaco di Gravina, Remo Barbi. «L’iniziativa - ha detto Triggiani - segna l’inizio di un importante progetto interculturale che, ogni anno, proporrà percorsi turistico-culturali legati ai periodi Federiciano ed Angioino». Il programma del raduno prevede un convegno di studi e palii, giostre, tornei e giochi popolari tradizionali che avranno come palcoscenico le strade ed i vicoli della cittadina murgiana.

Il processo contro il generale Nicola Bellomo, arrestato il 28 gennaio del 1944, iniziò a Bari il 23 luglio del 1945, nel Tribunale militare inglese del Mediterraneo. La cronaca fu riportata dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Titolo del 24 luglio: «Il processo Bellomo al Tribunale britannico». Catenaccio: «"Sono un soldato, non un assassino", dichiara l’imputato». L’11 settembre, all’età di 64 anni, Bellomo fu fucilato nel penitenziario campano di Nisida. Era stato portato via segretamente dal carcere di Bari il 9 settembre, nel secondo anniversario della battaglia del porto, in cui aveva contribuito a fermare i tedeschi. Neppure la famiglia era stata avvertita. Di fatto, è stato l’unico ufficiale italiano condannato dai giudici militari alleati. Amara ironia della sorte, era un ufficiale antifascista, o tra i meno legati al regime, e guidò la resistenza barese ai nazisti. Mentre molti nazisti, e anche molti generali italiani compromessi col fascismo, non furono mai processati. Il dibattimento - il primo in Europa contro un presunto criminale di guerra - si svolse tra vistose misure di sicurezza: nessuno poteva entrare nell’aula, neppure i militari alleati, senza un lasciapassare della «Port Securiy Section». C’erano solo la moglie e i tre figli. Giunsero quindici giornalisti, per lo più stranieri. Si legge sul giornale del 24 luglio che il generale - in perfetta divisa grigioverde, con quindici medaglie e onorificenze e i segni delle otto ferite riportate nella Grande Guerra - rinunciò alla difesa di fiducia: «È difeso d’ufficio dal capitano W. B. Murgatroyd». In realtà non gli fu permesso di scegliere un legale. Né all’avvocato barese Vittorio Russo Frattasi fu permesso di parlargli. L’Alta Corte Militare inglese doveva stabilire se Bellomo aveva violato la Convenzione di Ginevra e commesso un crimine di guerra quando, il 30 novembre 1941, fece sparare a due prigionieri inglesi nel campo di prigionia barese di Torre Tresca: il capitano George Playne morì, il tenente Roy Rostron Cooke ri-

mase ferito. I due ufficiali, fuggiti nel pomeriggio, erano stati ripresi poco dopo. All’imbrunire giunse il generale. Voleva farsi dire come avessero fatto a fuggire. Bellomo urlava le sue domande in un inglese stentato. I due non capivano, i soldati li spingevano con i fucili. Nel caos Playne e Cooke, temendo che stessero per essere giustiziati, corsero verso gli alberi ai margini del campo. Bellomo ritenne che stessero per tentare un’altra fuga. Ordinò: «Fuoco». E i fucili spararono. Secondo l’accusa il generale sparò con la sua pistola, anche se ha sempre negato. «Quale fu la vostra impressione negli istanti che precedettero la tragedia?», chiese all’imputato il pm Gunning. «Ebbi la sensazione - fu la risposta - che i due ...non avessero intenzione di precisare da dove fossero fuggiti». «Secondo voi chi sparò? E come?». Il generale: spararono tutti i soldati. Altra domanda del pm: «Conoscete il codice militare di guerra?». «Credo di conoscerlo abbastanza». «Sapete che è vietato sparare contro i prigionieri senza intimazione?». «Lo so. Ma le disposizioni di sparare venivano da Roma». «Quindi vi siete reso complice di una disposizione illegale». «Sarebbe stato illegale se i prigionieri non fossero stati avvertiti». Il pm: «Voglio ricordarvi che ordinaste di sparare sul capitano Playne e sul tenente Cooke quando sapevate benissimo che non avrebbero fatto neppure il più piccolo tentativo per fuggire». «Non è affatto vero - scattò Bellomo - Nell’oscurità vidi benissimo il capitano Playne avanzare di corsa. Cooke ebbe un attimo d’indecisione e poi lo seguì. Io gridai: "Attenzione, i prigionieri scappano" e quindi: "Sparate. Fuoco!"». La cronaca è anche nell’ormai introvabile libro del 1970 Bellomo, un delitto di Stato di Gianni Di Giovanni (Palazzi Editore). Per il pm fu un’ammissione di colpevolezza. Per il difensore la colpevolezza

non era stata provata. Chiese l’assoluzione: «È meglio che 99 colpevoli siano assolti che un solo innocente condannato», disse, invano. Né fu accolta la richiesta di allegare agli atti le prove dei meriti acquisiti difendendo, nel ’43, il porto di Bari. Il 23 luglio la condanna. Ai familiari, prima delle lettura della sentenza, Bellomo disse: «Coraggio. Non è niente. Morire è sopravvivere». Poco prima aveva ribadito: «Sono tuttora persuaso di aver compiuto il mio dovere». Ascoltò il verdetto sull’attenti. Nelle 48 ore successive rifiutò di presentare domanda di grazia al maresciallo Alexander, comandante degli Alleati in Italia. Durante il rapidissimo processo non fu trovata traccia degli atti dell’inchiesta militare italiana e di quella della Croce rossa internazionale, che nel 1942 lo avevano scagionato. Il 17 maggio 1944, durante la sua detenzione, il generale Giovanni Messe, brindisino di Mesagne, capo di Stato maggiore generale, respinse la richiesta di conferirgli una medaglia per la resistenza ai tedeschi: «Occorre attendere che si chiariscano i fatti». Quella medaglia avrebbe potuto salvargli la vita. Né durante tutto il processo né lo Stato maggiore né il Comando supremo italiano sentirono il dovere di difenderlo. La medaglia gli fu conferita nel 1951, sei anni dopo l’esecuzione. Eppure gli inglesi lo avevano arrestato anche sulla base di lettere anonime. Chi le spedì? Mistero. Resta il sospetto, sollevato da storici italiani e inglesi, che Bellomo sia stato sacrificato da quei vertici militari italiani che, dopo l’8 settembre, prima abbandonarono i soldati in balia dei tedeschi; e poi mal digerirono che Bellomo, unico generale sceso in prima linea, non avesse esitato a raccontare la loro inerzie di fronte alle truppe germaniche. Nel 1946 il re Umberto II confidò al colonnello Camassa: «Per Bellomo ho pianto. Ma non cè stato nulla da fare. Badoglio non se n’è voluto interessare».

Soddisfazione del sindaco Francesco Salerno per il successo del Certame. Presto riedito un rarissimo libro cinquecentesco

«Barletta ha vinto la sua Disfida col Cinquecentenario» La rievocazione della Disfida di Barletta, ovvero il certame che 500 anni fa vide contrapposti 13 cavalieri italiani ad altrettanti francesi, quest’anno è stata un successo davvero senza precedenti. Settemila gli spettatori che hanno assistito alla rappresentazione di domenica pomeriggio e non meno di quarantamila quelli che, distribuiti per le principali strade del centro, hanno seguito i cortei storici. Letteralmente acclamati, fuori e dentro il campo del certame, Ricky Tognazzi, Natalia Estrada (la più osannata in assoluto), Simona Izzo, Antonio Zequila, Manrico Gammarota, Karim e Andrea Cagliesi, che hanno impersonato i personaggi principali dell’evento reso famoso dal romanzo ottocentesco di Massimo D’Azeglio. Preceduto da una serie di rappresentazioni (tra cui quel-

la di scherma antica degli Espadrones di Bratislava), il certame ha anche avuto un fattore sorpresa: il pubblico, caloroso e partecipe, ha fischiato i francesi e incitato Fieramosca, fino all’ovazione finale, quasi non sapesse l’esito della lotta. Molte le innovazioni per lo spettacolo del Cinquecentenario, per la regìa di Francesco Gorgoglione, tra cui i due comandanti che si sono affrontati portando ognuno un fazzoletto, donato a Guy de La Motte (Antonio Zequila) da Elvira da Cordova (Simona Izzo) e a Fieramosca (Ricky Tognazzi) dalla sua amata Ginevra di Monreale (Natalia Estrada). Notevole successo anche in termini mediatici, con le telecamere di tv locali e Rai presenti durante tutta la rappresentazione. Senza contare quello turistico, anche se ancora difficile da quan-

tificare. «Fatto sta - gongolava ancora ieri il sindaco Francesco Salerno - che gli alberghi erano tutti esauriti e che ristoranti,

Francesco Salerno

bar e pizzerie sono rimasti pieni fino a notte fonda». Insomma, un autentico pellegrinaggio verso Barletta, che non può che lasciare soddisfatto innanzitutto il sindaco della Città della Disfida che, ora, non sta certo pensando a riposarsi. «La città ha vinto la sua “disfida”, ma non finisce qui: per ottobre - ha ricordato - ci sarà la disfida dei pasticceri, mentre a novembre sarà il turno del quadrangolare di pallacanestro tra le nazionali giovanili di Italia, Spagna, Francia e Germania». Ma sono in cantiere anche iniziative di carattere più culturale. «Stiamo curando - ha anticipato il primo cittadino di Barletta - la pubblicazione di uno scritto spagnolo di un anonimo del ’500, relativo sempre alla Disfida, intitolato Questions de amor de dos enamorados. L’unica copia esistente si

trova presso l’Università di Firenze». Ieri sera, infine, al teatro Curci si è tenuta la sesta edizione del Premio europeo cavalieri della Disfida, dopo un’interruzione di dieci anni. Il riconoscimento, ideato e organizzato dal Ceprav, il Centro produzione audiovisivi di Teleregione, è stato assegnato a personaggi, pugliesi e non, che abbiano guadagnato particolari meriti nell’anno in corso in materia di promozione dell’immagine della Puglia. Tra gli altri, Renzo Arbore, lo stesso sindaco di Barletta, il cardiochirurgo (napoletano, ma direttore della clinica universitaria barese) Luigi De Luca Tupputi, l’arbitro barese Gianluca Paparesta, il calciatore del Lecce Javier Chevanton e l’imprenditore tranese Stefano Cirillo-Farrusi. Carmen Carbonara

LA LETTERA

Il «testamento morale» del soldato patriota La lettera porta la data «Bari, 28 luglio 1945», un mese e mezzo prima dell’esecuzione, avvenuta l’11 settembre nel carcere dell’isola di Nisida (Napoli). S’intitola «Testamento morale». La scrittura è minuta ma chiara e precisa, la firma è sicura: «Il generale di Divisione dell’Esercito Italiano. Nicola Bellomo». Sopra, più teneramente, c’è scritto «Babbo», perché la lettera è indirizzata alla moglie e ai quattro figli. «O mia cara Lina, o miei diletti Andrea, Elisabetta, Antonio, Barbara», è l’esordio. Poi: «Nello scrivervi questo mio addio, sono calmo e sereno, aggiungerò forte. Ho la coscienza tranquilla. Mi presenterò all’Onnipotente col mio fardello di errori ed eccessi e di meriti, ed Egli mi giudicherà, confido nella sua misericordia». Il generale chiede alla sua famiglia di cancellare «le recriminazioni e i rancori contro chicchessia». «Ricordatemi - scrive tra l’altro - soltanto per il mio grande amore di Patria e per il mio attaccamento al Dovere e all’Onore militare». Aggiunge: «Posso aver commesso errori; però in buona fede, credendo di far bene... Vi suggerisco di trarre ammaestramento dalle mie disavventure, con l’ispirare ogni vostro atto a tolleranza e bontà». Bellomo li ringrazia quindi «di tutte le cure e dell’affetto intense» e chiede «perdono di qualche... sgarbo, di qualche accesso di rigidezza e severità». «Io muoio ma sopravvivo. Non indossate gramaglie per la mia morte, ve ne prego». Il generale conclude chiedendo di essere sepolto nella cappella di famiglia a Bari e chiamando a raccolta «gli spiriti angelici del piccolo Lello e dell’indimenticabile Franco (persi prematuramente, ndr)». Infine: «Addio! Perdono tutti e domando perdono a tutti». Ma. Br.


Corriere del Mezzogiorno

GIOVEDÌ 18 SETTEMBRE 2003

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IN LIBRERIA

I «Fasti antichi» di Taranto nei sonetti di Gaetano Romano Maffei Uno studio incisivo ed essenziale di Alberto Altamura permette la riscoperta di una interessante figura letteraria: il grottagliese Gaetano Romano Maffei, autore minore del Settecento, religioso delle Scuole Pie (1679-1769), più conosciuto come Gaetano di Santa Margherita, del quale viene pubblicato Fasti antichi di Tarento, oggi Taranto. L’opera, in settantaquattro pagine, è realizzata per conto dell’amministrazione comunale di Grottaglie. Scritta nel 1732, in età

giovanile, Fasti antichi è l’opera più importante di Gaetano Romano. Essa riflette pienamente i nuovi orientamenti culturali del primo Settecento, quando al rinnovamento letterario contribuì la fervida attività di accademie arcadiche in tutt’Italia. E appunto Romano si inserì con ottimi risultati a Chieti nella «Colonia Tegea», fondata da Federico Valignani (poeta e letterato di fama), vice custode dell’Arcadia. Grazie a ciò il grottagliese poté seguire e tenersi in contatto con nomi importanti della

cultura letteraria settecentesca, trovando tra Chieti e Napoli l’ambiente favorevole per esprimere le sue qualità intellettuali in una intensa vita dedicata all’insegnamento e alla poesia. L’opera è composta da ben 270 sonetti; Romano contava di completarla con il commento ai versi, ma non ne ebbe il tempo, anche se probabilmente l’aveva abbozzato. Scrive infatti al Valignani nella sua dedica: «Sol mi dispiace che avendo molto tempo prima designato di farvi le dissertazioni per maggiore notizia di

una città antichissima e nobile per testimonianza di Livio, qual è Tarento, ho lasciato farvele, perché non ho potuto a causa che mi ha tenuto finora impiegato la mia Religione in altre fatiche». Alberto Altamura ripresenta con tratto efficace e con precise annotazioni l’autore grottagliese, del quale, affianco agli scritti dei Fasti, offre una concisa ma sicura ricostruzione biografica. L’autore, secondo Altamura, adopera sapientemente un lessico scelto che affonda le sue radici nella

tradizione poetica italiana, sul quale si innesta la ricca cultura letteraria di stampo classico. Pur nei limiti imposti dalla corrente arcadica viziata da enfasi declamatoria e spesso da pesante retorica, a Gaetano Romano si riconosce l’immenso amore verso Taranto e l’ardente desiderio di farne conoscere i Fasti con un’opera poetica che riesce a trasmettere non di rado emozioni e sentimenti non insignificanti. Angelo Diofano

Taranto in un’illustrazione del 1687 di Giovanni Battista Pacichelli

CULTURA GIOVEDÌ 18 SETTEMBRE 2003

L’alto ufficiale che guidò la difesa del porto di Bari dai tedeschi e fu poi fucilato dagli inglesi, riposa nel sacrario militare del capoluogo. Un riconoscimento tardivo che risale agli anni Ottanta

Il ritorno a casa del generale BELLOMO di MARCO BRANDO

Dov’è la tomba del generale Nicola Bellomo, condannato a morte da un tribunale militare britannico il 28 luglio 1945 e fucilato l’11 settembre successivo, unico «criminale di guerra» italiano processato dagli alleati, malgrado sia stato anche il solo generale italiano che nel 1943 partecipò alla resistenza antitedesca? Non è una domanda di poco conto, perché nasconde il protrarsi per anni di un ostracismo nei suoi confronti. Ebbene, solo dall’inizio degli anni Ottanta - pochissimi lo sanno - le sue ossa riposano in un’urna di marmo rosso ospitata nel chiostro del Sacrario militare dei Caduti d’Oltremare, a Bari: «Generale di divisione Nicola Bellomo, medaglia d’argento», vi si legge. Nella stessa urna ci sono le salme di altri due eroi di guerra: il maggiore generale Allegro Pavia e il contrammiraglio Luigi Mascherpa. Con loro, attorno, 74.850 caduti, quarantamila dei quali rimasti ignoti, uccisi nelle campagne militari volute dal regime fascista. Insomma, nella triste vicenda del generale barese non c’è stato solo quel processo lampo, dov’era accusato di aver fatto sparare nel 1941 a due ufficiali inglesi (uno morì) che avevano tentato di evadere dal campo di Torre Tresca. Non c’è stato solo quell’ingranaggio giudiziario che lo mandò al patibolo, negandogli la possibilità di esibire prove a suo favore, negandogli un difensore di fiducia. Non c’è stata solo quella gara tra la strana fretta degli inglesi e la dolosa inerzia dei vertici militari italiani, irritati da quell’alto ufficiale, che non solo il 9 settembre 1943 aveva resistito ai tedeschi nel porto di Bari ma addirittura aveva denunciato la latitanza dei suoi pari grado. In quella triste vicenda c’è anche un capitolo assai poco noto:

LA FINE DI UN SOLDATO

L’esecuzione nel carcere di Nisida

L’urna di marmo al Sacrario militare di Bari dove riposa il generale Bellomo, medaglia d’argento al valore, insieme ad altri due eroi di guerra

quello che riguarda il tentativo di nascondere addirittura il luogo in cui Bellomo era stato tumulato. Incredibilmente, infatti, Bellomo restò sepolto per oltre trent’anni nell’antico penitenziario borbonico di Nisida, poco più di uno scoglio vulcanico perso nel golfo di Napoli, oggi sede di un carcere minorile. È lì che fu fucilato. Eppure, nella sua lettera testamento del 28 luglio 1943, aveva chiesto di essere sepolto nella tomba di famiglia a Bari. A cavallo tra anni Sessanta e Settanta i suoi familiari chiesero che il ministero della Difesa si facesse promotore del trasferimento nel Sacrario barese, inaugurato nel 1967. Ma ancora all’epoca ci furono resistenze, perché - a quanto pare - nelle alte sfere c’era ancora chi avrebbe voluto celare quello scomodo passato.

È significativo il fatto che solo nel 1951 fu concessa a Nicola Bellomo la medaglia d’argento al valor militare, citata sull’urna, per la resistenza antitedesca nel porto di Bari (s’aggiunse a quella analoga, relativa ad episodi della Prima guerra mondiale). Malgrado che l’attribuzione dell’onorificenza fosse stata sollecitata alla vigilia del processo, per garantirgli clemenza. Gli alti comandi italiani replicarono che era prematuro. Nel motivo della concessione si legge: «Alla testa di pochi ardimentosi (Bellomo) si lanciava all’attacco dell’avversario (i soldati tedeschi, ndr) riuscendo a sconcertarne i piani. Ferito, organizzava un nuovo attacco». Però ancora nel 1970 il generale Roberto Lerici, che nel settembre 1943 aveva dato l’ordine di liberare i prigionieri tedeschi catturati al

porto e in città, commentò (G. Di Giovanni, Bellomo, un delitto di Stato, Palazzi, 1970): «Non voglio togliere nessun merito al generale Bellomo, che francamente non meritava la medaglia d’argento. E se io stesso lo proposi per la decorazione..., lo feci a ragione veduta. Si diceva che i generali italiani fossero tutti fuggiti. Io, attraverso l’esempio di Bellomo, volli dimostrare il contrario... Avevamo bisogno di creare nuovi simboli di eroismo; ma è indubbio che se Bellomo fosse stato un sottufficiale, avrebbe avuto, al massimo, la medaglia di bronzo». Peccato che la decorazione gli fu attribuita solo l’1 aprile 1951, quasi sei anni dopo una fucilazione e un processo che forse quella stessa medaglia avrebbe potuto contribuire ad evitare.

«Non voglio essere né bendato né lega- delitto di Stato, pubblicato da Palazzi nel to. Sono un militare, sono calmo e sereno: 1970. A rievocare quegli istanti fu il frate non mi muoverò». Erano da poco passate cappuccino Padre Aurelio (al secolo Antole 6 e 30 di martedì 11 settembre 1945. Il nio Bensi), cappellano militare, che si era generale Nicola Bellomo fece questa ri- recato dal convento dei cappuccini di Bari chiesta mentre era già davanti al plotone fino a Nisida proprio per assistere il condi esecuzione, sull’isolotto campano di Ni- dannato. Un pullman militare aveva prelesida. La polizia militare inglese lo aveva vato il religioso la mattina del 10 settemfatto uscire dalla cella, ammanettato die- bre, davanti all’abitazione della famiglia tro alla schiena. Avevano attraversato il del generale, in via Abate Gimma; lì trovò corridoio, superato il giardino, disceso un la moglie e tre dei quattro figli. Mostravasentiero accidentato fino ad uno spiazzo, no di non sapere che avrebbero assistito aldi fronte all’antico cratere l’esecuzione ma di aver cadell’isola vulcanica. pito perché erano stati conIl soldato non ascoltò la vocati. Il frate era l’unico richiesta del generale e anad averne la certezza ma nodò la benda. Poi lo leganon si confidò, per pudore. rono ad un palo davanti al Nessuno di loro, comundrappello militare. «Ma que, sapeva dove erano diperché mi trattate così? Soretti. no un militare, so stare a Il 9 settembre 1943, inposto...». Iniziavano a lefatti, la moglie, Adele Figargli anche le caviglie schetti Bellomo, aveva saquando urlò: «È troppo. puto, dopo essersi presenBasta, basta!». Smisero. tata al carcere di Bari dove Un medico gli appose un il marito era dalla fine del dischetto di carta bianca processo, che quest’ultimo sul cuore. Il plotone raccolera stato improvvisamente Nicola Bellomo se i fucili. Bellomo gridò: trasferito. Non riuscì a sa«Viva l’Italia». Poi ordinò, pere dove. Le fu solo detto in inglese: «Puntate! Fuoco!». Ma l’ordine di tenersi pronta con i familiari per un brenon fu eseguito. Così il generale alzo il vi- ve viaggio. Quel viaggio da Bari a Nisida so verso il cielo e, prima in inglese e poi in durò un giorno intero. I familiari salutaroitaliano, disse: «O Dio, perdona me e per- no il generale ma nessuno disse loro quandona loro!». Il comandante ordinò: «Pun- do era stata prevista la fucilazione. Avventate!». Il frate che gli stava accanto disse: ne la mattina dopo, all’alba. Il suo cadave«Gesù mio, misericordia!». Bellomo ri- re fu sepolto nel recinto dove si collocavapeté. Il frate impartì l’assoluzione. Subito no i galeotti. Il ministero della Difesa neseguì la scarica di fucileria, che lo colpì al gli anni successivi concesse generosamencuore. Erano le 6 e 40 minuti. te ai familiari del generale «uno speciale È il racconto dell’esecuzione, raccolta permesso» per accedere fino al tumulo: dal giornalista Gianni Di Giovanni negli una volta all’anno, l’11 settembre. Valeva anni Sessanta e pubblicata, in maniera più ancora negli anni Settanta. estesa, nell’introvabile libro Bellomo, un Ma. Br.

L’ARTICOLO

LE FUSIONI DELLE BANCHE Da oggi all’Ateneo un convegno internazionale dedicato alla storica dell’arte che insegnò a lungo alla facoltà di Lingue Oggi a Matera nella sede della Scaletta SEGUE DALLA PRIMA

la Popolare di Puglia e Basilicata, scaturita dalla fusione di preesistenti istituti di credito dell’area murgiana è stata ed è tuttora il polmone finanziario di quel sistema che ha in imprese agricole, industrie dei salotti, molini, meccanica ed edilizia i suoi comparti più dinamici. La Popolare di Matino a sua volta, fondata da Primiceri, è il cardine economico del Salento sud-occidentale che è fra le aree più sviluppate della Puglia. Questi tre sistemi produttivi non sono fra loro integrati e pertanto quantità e qualità di credito richiesti dal mercato non hanno assunto almeno sinora quelle dimensioni per singole operazioni tali da richiedere istituti bancari con assetti patrimoniali ben più consolidati di quelli attualmente raggiunti da parte delle tre popolari considerate singolarmente. Si vuole dire in altri termini che la frammentazione del sistema creditizio locale in realtà fotografa quella del mondo agricolo, industriale, commerciale e immobiliare pugliese che nelle sue attuali articolazioni provinciali e per il livello ancora limitato delle operazioni impostate non sembra ancora aver bisogno di imponenti capitali che solo istituti nazionali o grandi banche regionali potrebbero assicurare. Che non pesi inoltre il ricordo di alcuni rapporti a suo tempo instauratisi fra grossi gruppi imprenditoriali e la vecchia Cassa di risparmio che poi si trasformarono nelle cause del suo crack? Comunque sia, rispetto al Nord, parte del mondo bancario pugliese per sua scelta ha sinora perduto un’occasione di crescita ulteriore. Federico Pirro

La lezione ancora attuale di Luisa Mortari

Luisa Mortari arriva all’università di Bari nel 1970, dopo aver insegnato a Roma con Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan. Storica dell’arte, raffinata studiosa il cui campo di interessi spaziava dal Medioevo al Settecento, la Mortari, dopo un primo anno a Lettere, detenne per oltre un decennio l’insegnamento della facoltà di Lingue. Scomparve a novant’anni, nel Duemila, dopo aver trascorso un’ininterrotta lunghissima stagione di studi di cui si ricordano le monografie su Bernardo Strozzi, Francesco Salviati (le sue indicazioni metodologiche hanno costituito il punto di partenza per una recente mostra del Louvre dedicata all’artista) e i numerosi contributi per i cataloghi dei musei da lei fondati o riallestiti: Orte, Rieti, Castel Sant’Elia, Anagni. Un convegno internazionale di studi si apre oggi a Bari per ricordarne la statura e per rendere omaggio ad una figura fondamentale della scuola italiana di studi storico-artistici, il cui

spessore si è concretizzato proprio a la Mortari: studi per la tutela e la salBari in un fecondo patrimonio di vaguardia dei beni culturali; studi di esperienze. Il convegno, articolato in storia dell’arte medievale; studi di stotre giornate (oggi e domani nella Sala ria dell’arte e dell’architettura moderdegli affreschi, appena restaurata, del- na; studi storico-artistici sulla Puglia e l’ex Museo archeologico, nel Palazzo sul Molise. Scopo del convegno, diretAteneo, e sabato alla facoltà di Lin- to non solo agli addetti ai lavori ma ingue), promosso dall’università degli dirizzato a docenti e studenti, è evistudi di Bari e dal ministero per i Be- denziare l’attualità metodologica dei ni e le attività culturali, è coordinato suoi lavori e la rilevanza in importanda Mimma Pasculli Ferrara, formata- ti iniziative culturali. La Mortari infatsi sui suoi insegnati integrò l’attività di menti, allieva, assidocenza con quella di stente e ora docente militante ricerca sul di Storia comparata campo, in qualità di dell’arte europea Ispettore nella Sopresso la facoltà di printendenza alle galLingue. lerie e ai monumenti Si tratta di un apdi Roma, di direttore puntamento internadella Galleria Spada, zionale cui partecipasempre a Roma, e di no cinquanta studioSoprintendente ai besi, suddivisi in quattro ni storici artistici del sezioni in relazione ai Molise. più importanti filoni Tuttavia i suoi conLuisa e Virgilio Mortari di ricerca attivati deltatti con la Puglia e

con l’ambiente accademico locale, che contribuì a formare, non vennero mai meno e proprio sotto la sua direzione a Bari venne fondata la prima rivista di studi storici-artistici dedicata al territorio, Ricerche su Sei e Settecento in Puglia, pubblicata dall’editore Adda in tre volumi cui se ne aggiungerà presto un quarto con gli atti del convegno. Una tangibile dimostrazione di quanto i suoi interessi di studiosa si fondassero su un rigoroso approccio in grado di fronteggiare con medesima acutezza ambiti internazionali e risvolti locali dell’arte dell’età moderna, dal manierismo toscano e internazionale fino alla cultura barocca napoletana, romana, veneta, in Italia e in Europa. A conclusione dell’odierna giornata di lavori del convegno, si terrà presso il Palazzo Ateneo, a cura di Pierfranco Moliterni, un concerto di musiche composte dal maestro Virgilio Mortari, noto compositore e marito della studiosa. Marilena Di Tursi

Un omaggio ad Antonietta Raphael con le figlie, le tre sorelle Mafai Nell’ambito degli incontri legati alle «Grandi mostre nei Sassi», che quest’anno ospitano nelle chiese rupestri della Madonna delle Virtù e di San Nicola dei Greci l’antologica di Antonietta Raphael, questa sera alle ore 20 nella sede delcircolo La Scaletta, in via Sette Dolori 10, Miriam, Simona e Giulia Mafai, le figlie della Raphael e del pittore Mafai, parleranno dei loro genitori, degli anni romani tra il 1928 e il 1945, che videro sorgere e diffondersi quella Antonietta Raphael «scuola» in netta opposizione al «Novecento» della Sarfatti e con gli occhi ben aperti sull’Europa. Miriam, la nota giornalista e scrittrice, Giulia, costumista, e Simona, già senatrice della Repubblica, arrivano a Matera per rendere omaggio alla memoria della madre. L’incontro sarà coordinato da Giuseppe Appella e vedrà anche la presenza di Netta Vespignani e dei coniugi Cerasi.


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Corriere del Mezzogiorno

GIOVEDÌ 2 OTTOBRE 2003

CULTURA GIOVEDÌ 2 OTTOBRE 2003

Nel suo «Memoriale sull’armistizio e autodifesa», scritto durante l’anno di prigionia prima del processo, il generale Nicola Bellomo notava con disincanto che i suoi giudici erano parte in causa

«Chi mi giudica non può fare a meno di essere inglese» di MARCO BRANDO

«Morire vuol dire sopravvivere». La scritta si può leggere ancora oggi su una tomba nascosta ai margini del cratere del vulcano spento che generò l’isola di Nisida, nel golfo di Napoli. È la tomba del generale barese Nicola Bellomo: monarchico, antifascista, protagonista della resistenza ai tedeschi nel porto del capoluogo pugliese il 9 settembre 1943, condannato a morte da una corte marziale inglese. Fu fucilato l’11 settembre 1945, dopo un frettoloso processo in cui era stato accusato di aver fatto uccidere illegalmente nel 1941 un ufficiale britannico fuggito da un campo di prigionia. Sostenne con forza la propria innocenza. Eppure egli giustificò persino la severità dei suoi giudici: «Dopo la palpitante esperienza della preparazione e dello svolgimento del processo - scrisse alla vigilia della fucilazione - sono venuto nella dolorosa conclusione che avvocato difensore, testimoni, giudici e tecnici della Giustizia non potettero sottrarsi alla fatale condizione di essere inglesi e di dover giudicare un accusato di crimine contro gli inglesi. Chi può sottrarsi all’ambascia che, infine, essi furono insieme giudici e parte in causa?». Questa circostanza viene ricordata in un libro edito nel 1978 da Mursia ma semisconosciuto e mai più ristampato. Un volume che ha un’importanza particolare. S’intitola Memoriale sull’armistizio e autodifesa e porta proprio la firma dell’alto ufficiale: fu uno dei pochi che all’indomani dell’8 settembre si era opposto ai tedeschi, tanto da attirare, secondo molti storici italiani e stranieri, la ritorsione dei tantissimi blasonati colleghi che avevano preferito restare tranquilli dietro le quinte. Il libro, arricchito dalla prefazione di Guido Quazza (scomparso nel 1996, comandante parti-

giano, storico della Resistenza), propone l’autodifesa del generale nel processo (cui i vertici militari italiani non fornirono mai la documentazione in cui la Croce rossa internazionale spiegava perché nel 1942 aveva già scagionato l’ufficiale dall’accusa di aver infranto le convenzioni internazionali di guerra); il volume offre poi un’analisi precisa sulla situazione militare d’allora e alcune rare fotografie. Una serie di elementi che offre un punto di vista particolare su quella tragedia quasi dimenticata. A cominciare dal motto scolpito sulla lapide: non è stato un’invenzione retorica. Fu tratto, per volontà della moglie, dalle ultime parole che il generale le disse: «Coraggio, non è niente: morire è sopravvivere!». La tomba ora è vuota. Ma solo dal 1976, quando, dopo anni ed anni di richieste da parte della famiglia, la salma venne finalmente spostata nel Sacrario dei caduti d’oltremare, a Bari. La tumulazione definitiva, davanti ad un picchetto d’onore, avvenne il 28 settembre 1976. Fu il parziale epilogo di una calvario che il generale affrontò con lo spirito di sacrificio d’un ufficiale d’altri tempi: determinato nel non chiedere la grazia al generale britannico Alexander e pronto a difendersi da una gravissima accusa, in attesa di un sostegno morale, da parte dei comandi italiani, che non arrivò mai. Un calvario che a lui e alla sua famiglia (cui poi si concesse di recarsi a Nisida solo una volta all’anno, l’11 settembre) non fu risparmiato neppure dopo la morte. «Per quanto la sua fucilazione allora suscitasse un ampio senso di smarrimento e di angoscia - si legge nella prefazione dello storico Quazza - negli anni successivi a quell’episodio non si volle pensare, o non si pensò più, quasi che appartenesse a giorni da dimenticare».

LA TESTIMONIANZA

Il coraggioso autiere che assistette allo scontro tra i generali italiani

Nicola Bellomo (a destra), all’epoca ancora colonnello, durante una visita a Bari del principe Umberto di Savoia, nel 1934

Il memoriale fu scritto da Bellomo durante la segregazione nel campo di concentramento di Padula (Salerno), dove rimase dall’arresto avvenuto nell’agosto 1944 fino all’estate del 1945. In quella pagine, pubblicate per la prima e ultima volta nel 1978, «c’è - scrisse Quazza - il desiderio di chiarire a se stesso e agli altri le cause del crollo italiano del settembre 1943; ma è desiderio strettamente congiunto con la volontà di sottolineare il contributo di iniziativa e di coraggio dato dall’autore stesso alla difesa dell’"onore" militare ita-

liano quando la stragrande maggioranza dei generali e degli ufficiali tradiva o cedeva o fuggiva. Forse proprio questo legame tra la difesa dei "valori" nei quali aveva creduto e difesa di se stesso, accusato di crimini di guerra nel momento medesimo in cui i responsabili della disfatta non pagavano, sta la singolarità della monografia». Un uomo che non chiese clemenza. Tanto che un famoso giornalista dell’epoca, Felice Chilanti, il 13 settembre 1946 scrisse su Il Tempo, citato nell’introduzione da Quazza, che il motto posto sulla tomba di

Nisida è la vera firma del generale: «Certo, è retorica, non si può negarlo. Ma tutta la vita del generale Bellomo era così: vecchia Italia, patria, onore, vita vissuta credendo che sia giusto l’ordine nel quale si lavora, generale o soldato, industriale od operaio e re o bifolco.... Gli bastavano le belle parole perché egli non metteva in dubbio una loro aderenza alla realtà». E infatti il generale poco prima di morire scrisse: «Chiedo solennemente che dopo l’esecuzione della sentenza si compia un atto di autentica giustizia e civiltà, ordinando il rifaci-

mento del processo, facendo accogliere le mie richieste di testimoni e documenti». La morale? «La figura del generale Bellomo, col passare del tempo, si delinea quale simbolo del nostro paese, delle nostre contraddizioni, del dramma che la nazione italiana ha vissuto», affermò Chilanti, mostrando di aver compreso nel 1946 una realtà storica che ancora oggi si fatica ad ammettere. Forse è giunta l’ora di restituire davvero a quell’antico soldato, e alla nostra labile memoria nazionale, la dignità sepolta nel 1945 a Nisida.

«Il generale Bellomo? Era un milita- foglio matricolare dell’Esercito, nella re duro, un generale particolare... Ave- sezione dedicata alla campagne militava il coraggio di fermare i tram, in quei ri e alle azioni di merito: «Ha titolo algiorni dopo l’8 settembre, e di far scen- l’attribuzione di tutti i benefici di guerdere i militari che c’erano sopra, anche ra... per aver partecipato il 9 settembre quelli appena congedati, per metterli in ’43 alle operazioni svoltesi nel presidio riga». Parole di Luigi Tarantini Di Mag- di Bari contro i tedeschi». In precedengio, classe 1918, barese doc, 85 anni za era stato nei Balcani col 129° Reggiportati alla grande. Si ricorda bene il mento di fanteria e prima ancora, a 18 generale Nicola Bellomo. E ricorda pu- anni, si era arruolato volontario per anre benissimo, come se fosse successo da dare in Libia. Ma il suo atto temerario pochi giorni, che proprio lui, l’autiere del settembre 1943 resta il ricordo più Tarantini, «rubò» un gippone blindato vivido. Nel 1974 volle ricordarsi di lui con la croce uncinata sotto il naso dei anche colonnello Francesco Sforza, alsoldati e dell’ufficiale tedesco che il 9 l’epoca in congedo ma durante la guersettembre avevano appena dato un ul- ra allo Stato maggiore a Bari. timatum al Comando italiano di Bari. Tarantini - si legge del resoconto del Del generale Bellomo si ricorda con colonnello - era «venuto a conoscenza precisione, perché egli era l’autista del che un gruppo di militari germanici, algenerale di divisione Giovanni Caruso, le 10 del mattino, si era presentato al napoletano, all’epoca comandante a Comandi Difesa Territoriale di Bari Bari del Comando Difesa Territoriale con richiesta di resa e che, al netto rie Presidio. Quindi Tarantini, venticin- fiuto del Comando, si erano allontanaquenne, assistette, il 10 settembre, alle ti avvertendo che alle ore 12 avrebbero sfuriate di Bellomo: acoccupato Bari con la forcusava Caruso di non za». «Alle 12,20 circa del aver difeso adeguata9 settembre 1943, con mente Bari dall’attacco ardimento e coraggio, delle truppe tedesche e di sprezzante di d’ogni peaver fatto liberare i priricolo, Tarantini volongionieri germanici cattutariamente si muoveva rati dalle poche truppe dal Comando territoriaitaliane che li fermarono le e dalla via De Rossi si nel porto (coordinate, portava alla via Piccinni, durante buona parte delsotto il tiro incrociato di le giornata, dello stesso mitragliatori nazisti, Bellomo). «Scaturì una precorrendola fino al lite così accesa - ricorda quadrivio di via SparaLuigi Tarantini Di Maggio Tarantini - che, quando no, sottraendo al nemiCaruso si sentì accusato co il gippone per portardi tradimento e vigliaccheria, tirò fuori lo sotto pericolosissimi tiri di fucileria la pistola intimando a Bellomo un se- nel cortile del Comando Difesa». Poi: condo di tempo per uscire dall’ufficio. «Dieci minuti più tardi quattro tede“Altrimenti ti sparo”, gli disse». schi, due sottufficiali e due militi, rimaLuigi Tarantini è convinto che all’e- sti privi del mezzo di trasporto e di copoca avesse avuto ragione il generale municazione, abbandonavano il palazCaruso quando, su ordine del generale zo della Rinascente, mezz’ora prima Lerici, fece liberare i prigionieri tede- occupato, e ne uscivano dall’ingresso schi: «Fu il risultato di un accordo con principale sventolando un drappo bianlo stato maggiore tedesco che salvò Ba- co». Conclusioni del colonnello: «L’ari dalla rappresaglia nazista», afferma. zione è meritevole di ogni encomiabiIn ogni caso Tarantini, in quel giorno lità». drammatico del 9 settembre 1943, diDopo la guerra e fino alla pensione mostrò che, dal punto di vista persona- Luigi Tarantini Di Maggio è stato l’aule, non aveva certo avuto paura a sfida- tista di tram e autobus pubblici. Alcuni re il fuoco delle mitragliatrici per la- anni fa ha ottenuto la Croce di guerra sciare a piedi l’ufficiale della Wehrma- al merito. Oggi dice: «Il popolo barese cht reduce dall’ultimatum intimato agli deve sapere quello che successe». Con italiani. Una mossa che contribuì al di- l’orgoglio di essere stato uno dei primi sorientamento dei vertici militari tede- protagonisti della guerra di Liberazioschi. ne. Il suo ruolo è ricordato anche sul suo Ma. Br.

Da domani la seconda edizione

La nuova programmazione del museo comunale di Polignano, curata da Rosalba Branà

Confronto Europa America ai «Dialoghi di Trani»

Mostre, laboratori e una rivista: il Pascali apre ai più piccoli

Un fine settimana all’insegna della cultura, dell’approfondimento e del confronto: da domani è in programma la seconda edizione de «I Dialoghi di Trani», promossi dall’Associazione «La Maria del Porto» con il sostegno dei «Presidi del libro» con il sostegno della regione Puglia e del Comune di Trani. «Oriente e Occidente», il tema scelto per quest’anno dagli organizzatori e dal curatore scientifico Piero Dorfles, giornalista Rai, metterà a confronto culture e società diverse tra loro, offrendo lo spunto per un’ampia discussione, animata da diversi punti di vista. Al Piero Dorfles Castello Svevo il primo appuntamento è per le 17.00 dopo il concerto di apertura, con «Cultura americana e Cultura europea»: Antonio Gambino e Massimo Teodori moderati da Marino Sinibaldi.

Rimasto unico punto di riferimento stabile per l’arte contemporanea in Puglia, il museo comunale Pino Pascali di Polignano a Mare rifinisce in questi giorni per mano della sua solerte direttrice Rosalba Branà, il proprio palinsesto che, sebbene in fase di messa a punto, si presenta già con un corposo pacchetto di iniziative. Si comincia ad ottobre con un servizio didattico «L’arte in gioco» destinato alle scuole elementari del circondario e si continua con la presentazione di Zac, la prima rivista di arte contemporanea con un target assolutamente inedito, i bambini per l’appunto. In questa occasione il gruppo Artè di Bologna, a cui la rivista fa capo, si trasferirà in loco per discutere con i suoi giovani lettori il tema del primo numero: il rapporto tra l’arte e l’acqua e la copertina consacrata proprio a Pascali. Sempre nell’ambito delle proposte per i piccoli, Paolo Comentale realizzerà un suo laboratorio e una mostra, Pulcinella

e il mare, di acquerelli inediti di Ema- gela Scroth e Sergio Edelsztein) che nuele Luzzati. offrono in chiava ironica uno spaccaA novembre come di consueto vie- to di situazioni, sentimenti e conflitti ne assegnato il Premio Pascali, con- di chi vive la quotidiana precarietà di ferito quest’anno a Marco Giusti, au- un paese in guerra. tore televisivo di programmi culto coDa aprile a giugno si torna invece me Blob, di cortometraggi e anche a puntare sull’arte locale con due percritico televisivo e cisonali riunite nel ciclo nematografico per Il «Genius loci»: quella manifesto e L’Espresdi Claudio Cusatelli so.Viene premiato per dal titolo Intrighi e ini suoi raffinati esercizi trecci, che indaga sul interpretativi adoperarapporto tra l’identità ti nel film Pino Pascali e il proprio territorio e la trasformazione del d’origine attraverso serpente, un’opera del impronte digitali e in’93, prodotta dalla Rai triganti dettagli topoe recentemente rielagrafici, e quella di Paborata con inediti sulsquale Campanella, Pino Pascali l’artista. architetto e designer Ma il vero piatto forche propone un perte del programma si serve il 24 gen- corso sonoro-letterario e visivo con naio quando, in occasione della gior- vetro, pietra e luce. Per entrambi gli nata della memoria, sarà presentata appuntamenti sono previsti incontri, una rassegna video di dodici giovani performances, reading poetici e apartisti israeliani(curata da Mary An- profondimenti con critici letterari,

urbanisti e musicisti. A luglio lo sguardo si fa di nuovo globale e si chiude in bellezza con la mostra internazionale sull’Islam nell’arte contemporanea dal titolo Fede e conflitti, una panoramica ragionata di artisti occidentali e musulmani in un confronto incrociato sull’islamismo. Lo sforzo è dunque considerevole ma i fondi sono come sempre piuttosto scarsi. Il consiglio comunale di Polignano è peraltro appena stato sciolto, anche se il commissario prefettizio Antonietta Bellomo promette disponibilità e pieno appoggio alle iniziative. Per nostro conto confidiamo che una tale dichiarazione di intenti serva non solo a mantenere in vita la struttura ma anche a risolvere l’annoso problema degli spazi del museo ancora in coabitazione con la collezione archeologica per la quale sarebbe il caso ormai di trovare altrove una fissa dimora. Marilena Di Tursi


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Corriere del Mezzogiorno

DOMENICA 12 OTTOBRE 2003

IN GALLERIA

Bellobono, una ricerca sul corpo come espressione di modelli culturali Si serve di una trama monocromatica per rappresentare perlopiù corpi, figure atletiche di uomini e donne in rapporto ad uno spazio vuoto e desolato. Parliamo di Angelo Bellobono (Nettuno 1964) e della sua personale Body Life Program alla galleria Fedele di Monopoli che conferma la sua propensione a indagare la nuova figurazione italiana di area romana. Bellobono compone una sorta di repertorio sui modi di attrezzare il corpo per migliorarne la prestanza fisica, la

robustezza e la resistenza: un catalogo di nuovi «Tariconi» dotati di possenti armature muscolari in grado di fronteggiare i pericoli e le inquietudini del nuovo millennio. Per un verso siamo dinanzi ad una denuncia sulla manipolazione dell’individuo, costretto ad una metamorfosi che ne migliori aspetto e prestazioni, e per l’altro ad una riflessione sull’identità, oggi quanto mai dipendente da un immaginario collettivo ancorato a modelli di perfezione anatomica ai limiti dell’umano. Una ricerca

sul corpo dunque, in linea con un filone già abbondantemente digerito dall’arte degli ultimi dieci anni, che individua in esso non solo il luogo della differenza biologica quanto piuttosto quello della sedimentazione dei modelli culturali. I lavori di Bellobono riguardano comunque una narrazione nella quale i corpi dei presunti atleti si confrontano con il proprio esaltato narciso in un misto di autocompiacimento goffo e desolato allo stesso tempo. Tutt’intorno il vuoto,

condizione esistenziale imprescindibile di questa umanità artificiale che ricorre senza remore all’uso di steroidi (in alcune tele compaiono a grande scala: un disarmante ammasso di pastiglie su fondo grigio) e guarda alla bilancia (anche ad essa è infatti destinato un primo piano) come ad un silente guardiano. All’universo femminile riserva invece un’impietosa rappresentazione di corpi grassi, devastati dall’adipe, e feroce contraltare di quelle macchine

perfettamente modellate da un ridondante corredo muscolare. Due ipertrofismi a confronto, dunque, quello del grasso e quello dei muscoli governati da una pittura a stesure ampie dove dominano infinite varianti di grigi per tratteggiare una realtà sbiadita e deliberatamente acromatica. Marilena Di Tursi Angelo Bellobono - «Body Life Program» Monopoli, studio d’arte Fedele Fino al 30 ottobre

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CULTURA DOMENICA 12 OTTOBRE 2003

La vicenda del generale barese, fucilato come criminale di guerra, al centro della ricostruzione televisiva realizzata dal programma «L’altra storia» con la partecipazione di Paolo Mieli

Anche Craxi negò il dossier agli erediBELLOMO di MARCO BRANDO

Il generale barese Nicola Bellomo, fucilato nel 1945 dagli inglesi come criminale di guerra, fu la vittima sacrificale di silenzi e ambiguità da parte delle nostre Forze armate? «La sua prontezza nel difendere Bari dai tedeschi dopo l’armistizio del 1943 aveva messo in grave imbarazzo i comandi, che non si erano mossi con altrettanta tempestività. Bellomo fu sacrificato dai vertici militari italiani che non vollero fare i conti con le proprie responsabilità». E’ questa la base del ragionamento svolto ieri sera su «La 7» nel corso della trasmissione L’altra storia, curata da Pierluigi Battista con la partecipazione straordinaria di Paolo Mieli, vicepresidente di Rcs Media e storico. Gran parte del programma è stato dedicato al «caso Bellomo», per la prima volta affrontato in televisione. Una versione dei fatti che trova riscontri anche nelle lentenzze burocratiche verificatesi molti anni dopo la fucilazione del generale. Una prova? «Sono spiacente di doverle comunicare [...] che detta richiesta non può trovare accoglimento ostandovi le disposizioni di legge che hanno posto termini, da tempo scaduti, per la presentazione». Firmato: Bettino Craxi, presidente del Consiglio dei ministri. Data: 29 marzo 1986, quarantuno anni dopo la fucilazione del generale. Agli eredi di Bellomo, che chiedevano la revisione del processo e documenti militari con le prove dell’innocenza del loro caro, negli anni precedenti erano giunte analoghe risposte: a vario titolo, dagli uffici dei ministri Tanassi, Gui, Spadolini, Andreotti e del sottosegretario Amato. Il linguaggio burocratico della replica del 1986 (di certo frutto dello zelo di qualche funzionario, sotto la cui opera Craxi mise solo la firma) rivela che fino all’ultimo i figli cercarono di ottenere dal Governo la documentazione dedicata al padre. Documenti che, se fossero stati forniti all’epoca del processo, probabilmente avrebbero scagionato l’alto ufficiale dall’ac-

LA BEFFA

Dopo l’arresto, il congedo: niente pensione alla vedova Niente pensione alla vedova di Bellomo. Lo raccontò la figlia, Barbara, nelle sue memorie. «Il ministero della Guerra italiano - scrisse - si era affrettato a emettere un provvedimento con cui il generale era stato collocato in congedo dal 15 giugno 1944». Sei mesi dopo l’arresto, avvenuto a Bari il 28 febbraio 1944. Questa scelta offrì al ministero il pretesto per non fornire a Bellomo assistenza legale nel processo e per non controllare, in base alla convenzione internazionale, che ricevesse un trattamento adeguato al grado e all’età. Non solo. Determinò pure ritardi nella concessione della pensione di reversibilità alla vedova (infine concessa ma decurtata). Per giunta, il generale fu «richiamato in servizio» il 20 settembre 1945. Nove giorni dopo la sua morte. Bellomo (destra) a Bari col principe ereditario Umberto di Savoia, nel 1934

cusa di aver fatto sparare illegalmente nel 1941 a un prigioniero inglese che aveva tentato di fuggire dal campo di Torre Tresca e rimase ucciso. Nei decenni successivi i figli di Bellomo, soprattutto Andrea, cercarono di ottenere quelle carte. La storia della ricerca è descritta nell’ultimo libro dedicato alla vicenda, Il caso Bellomo (Mursia, 1995), scritto da Fiorella Bianco. La documentazione riguardava proprio l’incidente di Torre Tresca, rispetto al quale Bellomo rivendicò sempre la sua innocenza, sostenendo di aver dato l’ordine di sparare ma di averlo fatto nel rispetto delle convenzioni internazionali. Il fascicolo consisteva, oltre che nei verbali degli ufficiali responsabili, nei risultati delle inchieste svolte da due commissioni all’inizio del 1942, la prima guidata dal generale De Biase e dal generale Adami-Rossi e la seconda

dal solo De Biase. Le due commissioni riconobbero la «non responsabilità» del generale nella morte del capitano Playne. Il testo dei lavori delle commissioni doveva essere custodito negli archivi del comando di Bari, del IX Corpo d’armata e del ministero della Guerra. La difesa di Bellomo ne chiese la disponibilità nel processo. Invano. Il fascicolo - scrive la Bianco - «sparì da tutti i posti possibili in cui poteva trovarsi». Secondo la ricercatrice, dagli archivi baresi i documenti furono fatti sparire per iniziativa dei generali Lerici e Caruso, responsabili della piazza militare barese all’epoca dell’armistizio dell’ 8 settembre 19943 e dei successivi scontri con i tedeschi; come siano spariti dagli altri uffici, resta un mistero. Per giunta i generali De Biase e Adami-Rossi, all’epoca del processo, non poterono testimoniare perché l’uno era gravemente malato e l’altro era pri-

gioniero di guerra degli americani. I figli del generale Bellomo iniziarono le ricerche di quelle preziose carte già poco dopo l’arresto, nel febbraio-marzo 1944. Nel luglio 1945, poche settimane prima della fucilazione del padre, ad Andrea Bellomo fu vietato dal capo dell’Ufficio generale del ministero della Guerra di vedere il dossier: «Dobbiamo tenerlo a disposizione dell’autorità giudiziaria inglese». Bellomo junior si recò dunque presso l’ambasciata svizzera di Roma, che - essendo stata garante degli interessi anglo-americani in Italia durante la guerra - aveva svolto un’inchiesta autonoma sull’incidente di Torre Tresca. Gli fu data qualche informazione in più ma non gli fu consentito di aver alcuna copia delle documentazione elvetica. Cosicché il processo si svolse senza documenti, prove e testimoni che avrebbero po-

Esce per Scheiwiller un libricino dell’imprenditore barese; un viaggio nella memoria, alla ricerca di luoghi, scritti, personaggi amati

Dioguardi, amarcord nella Napoli illuminista Gianfranco Dioguardi si sarebbe sicuramente trovato più a suo agio se fosse vissuto nel Settecento, il secolo dei Lumi, il suo secolo. Appassionato studioso di questo periodo storico, sul quale ha pubblicato numerose opere, Dioguardi ne incarna lo spirito migliore anche nella sua attività di imprenditore e di professore universitario, come è testimoniato, tra l’altro, dalla donazione della sua biblioteca privata alla nostro ateneo con la creazione della fondazione che prende il suo nome. Quest’ultimo libricino è una sorta di amarcord, un tuffo nel passato, nella memoria alla ricerca dei luoghi, la Napoli che egli ha amato, i libri e i personaggi che la hanno abitata. Tra i luoghi, il

Reale Albergo dei Poveri, una sorta di «tecnopolis urbana», ovvero un luogo «dotato di moderne infrastrutture tecnologiche in grado di accogliere piccole imprese e di incubarne di nuove, per assisterle nel suo sviluppo». Ancora San Leucio, dove pare che re Ferdinando IV, che godeva fama di essere molto amante delle donne, andava a sistemare molti dei suoi figli naturali, al punto che gli abitanti del luogo venivano chiamati «figli di re». Tra i libri, il riferimento d’obbligo è alla Ciclopedia, ovvero alla prima traduzione italiana della Cyclopedie pubblicata a Londra nel 1728. La traduzione fu stampata a Napoli nel 1747 a cura di Giuseppe Maria Secondo ed è una edizione pressoché ignorata dalle

fonti bibliografiche ufficiali. Dioguardi sottolinea «l’efficienza culturale napoletana contrapposta alle titubanze francesi», dove la traduzio-

ne non venne mai fatta e Denis Diderot preferì realizzare una nuova opera, la grande Encyclopédie. Tra i personaggi, Antonio

Gianfranco Dioguardi

Genovesi, un uomo dal multiforme ingegno, se è vero che insegnò filosofia etica e politica, poi metafisica, poi etica, e poi ancora teologia, e ancora economia. Per finire con l’abate Galiani che a soli ventuno anni aveva scritto un libro molto importante, Della Moneta, nel quale, tra l’altro, scriveva: «Io vorrei poter avere l’eloquenza atta a comunicare a tutti quella passione ch’io ho per l’umanità, e sarebbe degno del nostro secolo che gli uomini cominciassero ad amarsi fra loro». Dioguardi conclude le sue rimembranze con delle riflessioni rivolte al futuro, al suo ed al nostro, e le sue parole suonano malinconiche ed esprimono un senso di compiutezza: «Anche il viaggio ha subito l’ingiuria

del fluire inesorabile del tempo dal futuro verso il passato, attraverso la labile demarcazione del presente.(...) Il viaggio intellettuale si è affollato di pensieri arruffati che tuttavia sono stati capaci di porgermi, nell’attualità del presente, luoghi, libri, personaggi cari e il discorso, nel suo insieme, mi pare che abbia presentato una sua compiutezza». Le ultime parole, che chiudono questo volume, sono quelle di Giuseppe Ungaretti: «Mi porteranno gli anni/chissà quali altri orrori,/Ma ti sentivo accanto,/M’avresti consolato?...». Domenico Ribatti GIANFRANCO DIOGUARDI Viaggio d’estate nella Napoli dell’Illuminismo Scheiwiller, Milano, 2003, pp. 59, Euro 8.00

tuto scagionare il generale, invece condannato a morte e fucilato. Alla famiglia di Bellomo tuttavia stava a cuore una riabilitazione del loro congiunto con un pubblico riconoscimento dell’ingiustizia subita. Le ricerche continuarono. Una serie di solleciti fu inviata da Andrea Bellomo nel 1955, al ministero della Difesa. Nessuna risposta. Nel 1965 il giornalista Giovanni Di Giovanni, autore di un libro pubblicato nel 1967 (Bellomo, un delitto di Stato, Palazzi), chiese di poter accedere al dossier. Un colonnello, in un primo momento disponibile, si fece poi negare più volte, per dirgli infine: «Beh! Lei capisce... implicazioni politiche. Lasci perdere... è un pasticcio» (da una lettera di Di Giovanni ad Andrea Bellomo del 4 aprile 1965; archivio privato, ndr). Nel marzo successivo al giornalista fu comunicato che il ministero della Difesa e l’Ufficio storico dell’Esercito non avevano alcuna documentazione sul generale Bellomo, nemmeno la scheda personale. Risposte negative giunsero anche dalla Svizzera e dalla Croce rossa internazionale, che suggerirono a Di Giovanni di rivolgersi al ministero della Difesa italiano. Non è finita. Nel 1969 l’allora ministro della Difesa Gui replicò ai familiari, i quali avevano chiesto di verificare la possibilità di una revisione della sentenza inglese, che il processo si sarebbe potuto rifare solo se la famiglia fosse stata disponibile a fornire il fatidico dossier. Lo stesso dossier che proprio il ministero della Difesa avrebbe dovuto possedere ma che non si trovava più. Nel 1971 il ministro Tanassi scrisse all’insistente Andrea Bellomo che «l’ufficio presso il quale dovrebbero, presumibilmente, giacere i documenti non è ancora riuscito a rintracciarli nonostante le numerose sollecitazioni». E via di questo passo. Fino al 1994, quando un nipote, Nicola Bellomo, presentò l’ennesima richiesta. Inaspettatamente il 14 dicembre di quell’anno parte dei documenti saltarono fuori: nel dossier, per quanto parziale, c’erano le prove che assai probabilmente avrebbero potuto scagionare e salvare il generale Bellomo. Peccato che siano "ricomparsi" solo mezzo secolo dopo la fucilazione.

L’INTERVENTO

«Caro Berlinguer»: c’è poco Sud negli appunti riservati di Tatò SEGUE DALLA PRIMA

«L’esaurirsi della capacità di assorbimento della manodopera espulsa dalle campagne e dalle regioni meridionali» e «l’aumento del divario fra Nord e Sud» sono ricordati fra molti altri elementi negativi dell’economia e della società italiana che, secondo Tatò, stavano a dimostrare che l’Italia fra il 1945 e il 1975 fosse rimasta «meramente democratica»», e non avesse raggiunto la sua «seconda tappa»», anzi non avesse «neppure intrapreso il cammino verso di essa»». In conseguenza di questo bilancio accentuatamente negativo di un trentennio di storia italiana, «gli emarginati di ogni luogo a partire dal Mezzogiorno» appaiono tra le cinque forze (con «la classe operaia, le masse femminili, i giovani e le ragazze, gli anziani») da mobilitare e aggregare per passare a quella «seconda tappa» (peraltro, quasi per nulla chiaramente definita) a cui Tatò dice che bisogna indirizzare l’azione del Pci. Capisco, naturalmente, che elementi di interesse del Mezzogiorno sono largamente sparsi in varie parte degli appunti e note di Tatò relative a problemi generali, come la disoccupazione, ad esempio. E, tuttavia, non è, insieme, sorprendente e interessante che di riferimenti specifici alla storica «questione» posta dal Pci con Gramsci fra i riferimenti centrali della sua analisi e strategia fin dagli anni ’20 - non se ne ritrovino di fatto, in una documentazione così importante come quella qui riprodotta, che solo quel quasi niente da noi indicato? Non ne vogliamo trarre alcuna affrettata deduzione. Gli studiosi sanno bene che anche il documento politico apparentemente più semplice (e qui di semplice c’è poco) può esigere varii livelli e strategie di lettura. Una cosa, però, ci appare già ben chiara: e, cioè, che l’ossessione meridionalistica, così spesso imputata alla classe politica del primo cinquantennio della Repubblica, era - nel quadro dell’azione complessiva di quella classe, dei suoi discorsi più riservati, degli obiettivi di schieramento e di programma che essa giorno per giorno elaborava - ben lontana dal campeggiare e dal dominare come di solito, per pura inerzia conformistica e partigiana di studiosi e di politici, si afferma. Giuseppe Galasso


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Bellomo riaprite quel processo by Biblioteca Militare - Issuu