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LA RESA DEI CONTI Il Kosovo, l’Italia e la dissoluzione della Jugoslavia (1939-1941)
Edizioni Nuova Cultura
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Copyright © 2008 Edizioni Nuova Cultura - Roma ISBN: 978-88-6134-200-2 Volume stampato con il contributo del Dipartimento di Studi Politici - «Sapienza» - Roma È vietata la riproduzione non autorizzata, anche parziale, realizzata con qualsiasi mezzo, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico. Impaginazione e indice dei nomi a cura di Angela Corgnale
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Con gesti misurati, trassero fuori i loro strumenti e in tono straziante si misero a cantare. Uno di loro disse: Una nuvola scura avviluppa la terra, la nostra gran dama è morta…. Serbi, all’armi, l’albanese ci toglie il Kosovo… E l’altro, di seguito: Quale nube oscura si abbatte su di noi, la gran dama è morta… Albanesi, all’armi, lo slavo ci ruba il Kosovo. Furono ascoltati, e tutti, pur non capendo nulla delle loro parole, li seguivano con attenzione, lo sguardo assorto, pieno di malinconia e d’incomprensione. Tre canti funebri per il Kosovo, Ismail Kadaré
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IRREDENTISMO KOSOVARO
1. Il problema del Kosovo all’indomani dell’occupazione italiana dell’Albania ............................................................................................... 2. Il tentativo di re Zog di organizzare la resistenza anti-italiana in Kosovo ................................................................................................... 3. Primi contatti con gli irredentisti kosovari ........................................... 4. Il programma di Tahir Shtylla ................................................................ 5. Lo scoppio della seconda guerra mondiale e le esitazioni italiane ....
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II APPELLO PER LA LIBERAZIONE
1. Il sostegno agli albanesi del Kosovo nel quadro della politica balcanica dell’Italia ................................................................................... 2. L’organizzazione della rete irredentistica albanese ............................. 3. In attesa dell’Italia: la relazione Venturini ............................................ 4. L’appello di Ferhad Draga a Vittorio Emanuele III e Mussolini per la liberazione del Kosovo .................................................................. 5. Dal fiasco greco alla campagna di Jugoslavia .......................................
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III IL PROBLEMA JUGOSLAVO
1. Jugoslavia 1941: un destino ineluttabile? .............................................. 91 2. Bulgari, macedoni e albanesi alla vigilia dell’attacco alla Jugoslavia ............................................................................................ 98 3. Albanesi e italiani alla guerra di Jugoslavia ....................................... 105
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Indice
IV VITTORIA MUTILATA
1. La nascita della Grande Albania e la divisione del Kosovo .............. 2. Le rivendicazioni degli albanesi del Kosovo: il memorandum di Ferhad Draga ...................................................................................... 3. I negoziati tra Roma e Tirana sulla Grande Albania .......................... 4. L’occupazione del Kosovo e della Macedonia .................................... 5. I tentativi italo-albanesi di riunificare il Kosovo ................................ 6. La situazione nel Kosovo “liberato” ....................................................
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V MACEDONIA CONTESA
Bulgari e albanesi di fronte alla spartizione della Macedonia .......... Roma e Sofia nella tormenta ................................................................. Autonomismo macedone versus bulgarismo ..................................... Il tentativo di accordo italo-bulgaro ....................................................
171 187 200 205
Epilogo ..................................................................................................... 219 Fonti e bibliografia.................................................................................. 231 Indice dei nomi ....................................................................................... 243 Cartine .....................................................................................................248
Abbreviazioni
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ASMAE: Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri Italiano AP: Affari Politici B.: busta Carte Gab.: Carte Gabinetto cit.: citato D./DD.: documento/documenti DDI/Documenti Diplomatici Italiani DGFP: Documents on German Foreign Policy ed.: edizione f.: fascicolo Gab-AP: Gabinetto Affari Politici Gab. Alb: Gabinetto Albania n.: numero p./pp.: pagina/pagine prot.: protocollo s.: serie s. d.: senza data sf.: sottofascicolo s.n.: senza numero ss.: seguenti SSAA: Sottosegretariato Affari Albanesi t.: telegramma telespr.: telespresso t.p.c.: telegramma per corriere UC: Ufficio Coordinamento Uff.: ufficio v.: vedi vol./voll.: volume/volumi
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Il problema del Kosovo all’indomani dell’occupazione italiana dell’Albania
Il Kosovo ha da sempre avuto un’importanza particolare per la storia della nazione albanese; è in questa terra che, nel 1878, durante il grande sconvolgimento balcanico iniziato tre anni prima ai danni dell’Impero ottomano, nacque la lega di Prizren, avvio del risorgimento nazionale del popolo albanese, che doveva culminare, il 28 novembre 1912, con la dichiarazione d’indipendenza di Valona. Nel programma della lega figurava la difesa dei quattro vilajet turchi di Scutari, Kosovo, Monastir e Janina, come terre appartenenti alla nazione albanese, ma la nascita dello stato albanese, avvenuta per effetto della conferenza di Londra del 1913, lasciò incompiuta l’unificazione nazionale. Le guerre balcaniche e le paci che ne seguirono, infatti, decretarono la spartizione della storica regione del Kosovo tra Montenegro e Serbia1. Vantando secolari 1 Su questi avvenimenti, v. ARBEN PUTO, L’indépendance albanaise et la diplomatie des grandes puissances 1912-1914, Tirana, Editions “8 Nëntori”, 1982; E.C. HELMREICH, The Diplomacy of the Balkan Wars 1912-1913, Cambridge, Harvard University Press, 1938. Più in generale sulle vicende internazionali relative alla nascita dell’Albania, STAVRO SKENDI, Albanian National Awakening 1878-1912, Princeton, Princeton University Press, 1967; J. SWIRE, Albania. The Rise of a Kingdom, London, Williams & Norgate, 1929; LUIGI ALBERTINI, Le origini della guerra del 1914, vol. I: Le relazioni europee dal Congresso di Berlino
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legami religiosi e culturali sulla regione kosovara, i nazionalisti oltranzisti serbi speravano, attraverso la sua conquista, di poter acquisire un agognato sbocco al mare che desse solidità e vitalità alla Grande Serbia immaginata a Belgrado. L’appoggio dato alla nascita dello stato albanese dall’Italia e dall’Austria-Ungheria, entrambe desiderose di bloccare la marcia verso l’Adriatico della Serbia2, ridussero le pretese serbe, ma non poterono impedire la separazione del Kosovo dall’Albania né la sua spartizione. Con la nascita dell’Albania si pose da subito, dunque, il problema di un’incompiuta unificazione nazionale, che vedeva proprio nella separazione degli albanesi del Kosovo dal resto dell’Albania la prova più evidente delle ingiustizie imposte dai diktat delle grandi potenze al popolo albanese. Ahmed Zogu, che a partire dal 1925 avviò la stabilizzazione del paese, dopo i sofferti primi anni di vita3, si dovette sempre confrontare con questo problema dando risposte diverse a secondo dei momenti e delle sue personali necessità politiche. Non c’è dubbio, comunque, che il politico alba-
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all’attentato di Sarajevo, Milano, Bocca, 1942; FERDINANDO SALLEO, Albania: un regno per sei mesi, Palermo, Sellerio, 2000; ANTONELLO BIAGINI, Storia dell’Albania dalle origini ai nostri giorni, Milano, Bompiani, 1998. Un rimando va anche fatto ai noti, ma in parte superati, studi di STEFANAQ POLLO e ARBEN PUTO, Histoire de l’Albanie des origines à nos jours, Roane, Horvath, 1974 e di STAVRO SKENDI, Albania, New York, Frederick A. Praeger, 1956. 2 Sulla competizione e sulle convergenze della politica italiana e austriaca in relazione al problema albanese, v. ALESSANDRO DUCE, L’Albania nei rapporti italo-austriaci (1897-1913), Milano, Giuffrè, 1983; GIAMPAOLO FERRAIOLI, Politica e Diplomazia in Italia tra XIX e XX secolo. Vita di Antonino di San Giuliano (1852-1914), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007. 3 Trattano delle problematiche internazionali dei primi anni di vita dello stato albanese i seguenti studi: PIETRO PASTORELLI, L’Albania nella politica estera italiana 1914-1920, Napoli, Jovene, 1970; LUCA RICCARDI, Il proclama di Argirocastro: Italia e Intesa in Albania nel 1917, in “Clio”, 1992/3; LUCA MICHELETTA, Italia e Gran Bretagna nel primo dopoguerra 1919-1922, Roma, Jouvence, 1999, 2 voll.; FRANCESCO CACCAMO, L’Italia e la “Nuova Europa”. Il confronto sull’Europa orientale alla conferenza della pace di Parigi (1919-1920), Milano, Luni, 2000.
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nese avesse netta consapevolezza dell’esistenza di una questione nazionale e che la conquista del Kosovo, ormai jugoslavo, rientrasse tra le sue aspirazioni. Nel 1925, nell’alleanza siglata con l’Italia in funzione antijugoslava era inclusa, infatti, la così detta clausola irredentista relativa proprio alla possibilità, in caso di guerra vittoriosa, di annettere il Kosovo4; proprio a significare la sua adesione al programma di unificazione nazionale, nel 1928, poi, con la trasformazione del regime in una monarchia, Zog aveva scelto come titolo quello di “re degli albanesi” e non d’Albania, sollevando non poche perplessità a livello internazionale; e gli accordi segreti presi con l’Italia in quello stesso anno facevano espressa menzione ad un appoggio italiano perché all’Albania fossero restituiti i suoi figli abitanti “al di là del confine orientale”5.
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4 Sui rapporti italo-albanesi negli anni Venti del Novecento, v. PIETRO PASTORELLI, Italia e Albania 1924-1927. Origini diplomatiche del Trattato di Tirana del 22 novembre 1927, Firenze, Biblioteca della Rivista di Studi Politici Internazionali, 1967. Molti contributi interessanti in G. DAMMACCO (a cura di), L’omicidio politico di Luigi Gurakuqi, Cacucci, Bari, 1988. 5 Sul negoziato italo-albanese, v. lo studio sulla politica estera del fascismo tra il 1922 e il 1935 di FRANCESCO LEFEBVRE D’OVIDIO, L’intesa italo-francese del 1935 nella politica di Mussolini, Roma, 1984, pp. 159-160. Il testo dello scambio di lettere segrete è in Sola a Mussolini, 21 agosto 1928, in DDI, s. VII, vol. VI, D. 570. V. anche, sulla politica estera fascista in relazione ai Balcani, ENNIO DI NOLFO, Mussolini e la politica estera italiana (1919-1933), Cedam, Padova, 1960; ENZO COLLOTTI, Fascismo e politica di potenza. Politica estera 1922-1939, Milano, La Nuova Italia, 2000. Sulle relazioni economiche tra Italia e Albania, v. ALESSANDRO ROSELLI, Italia e Albania: relazioni finanziarie nel ventennio fascista, Il Mulino, Bologna 1986, e gli studi di MATTEO PIZZIGALLO, L’AGIP degli anni ruggenti (1926-1932), Milano, Giuffrè, 1984 e La “politica estera” dell’AGIP (19331940). Diplomazia economica e petrolio, Milano, Giuffrè, 1992. Sul contrasto italojugoslavo circa l’Albania, v. MASSIMO BUCARELLI, Mussolini e la Jugoslavia (1922-1939), Bari, Edizioni B.A. Graphis, 2006. Sulla politica interna del re degli albanesi, v. J. SWIRE, King Zog’s Albania, London, Robert Hale and Co, 1937; MICHAEL SCHMIDT-NEKE, Entstehung und Ausbau der Koenigsdiktatur in Albanien (1912-1939). Regierungsbildungen, Herrschaftsweise und Machteliten in einem jungen Balkanstaat, Muenchen, Oldenbourg, 1987; ROBERTO MOROZZO
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Dopo l’occupazione dell’Albania, del 7 aprile 19396, l’Italia ereditò lo stesso problema che aveva attanagliato anche Zog: come rispondere all’insoluta questione della nascita di uno stato nazionale per tutti gli albanesi e che atteggiamento prendere verso la montante marea nazionalista interna ed esterna in relazione al problema delle terre sotto la Jugoslavia? La situazione del Kosovo7, al di là della storia tormentata che lo
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DELLA ROCCA,
ERND JÜRGEN FISCHER, King Zog and the Struggle for Stability in Albania, Boulder (CO), East European Monographs, 1984. 6 Sull’occupazione dell’Albania, v. MOROZZO DELLA ROCCA, Nazione e religione in Albania, cit., pp. 141-147; ANTONELLA ERCOLANI, L’Italia in Albania: la conquista italiana nei documenti albanesi (1939), Roma, Libera Università San Pio V, 1999. 7 Sulla questione del Kosovo, la letteratura si è accresciuta a dismisura durante e dopo la crisi balcanica di fine XX secolo. Sui precedenti storici del Kosovo, si rimanda agli ormai classici studi di MARCO DOGO, Kosovo. Albanesi e Serbi le radici di un conflitto, Marco, Lungro di Cosenza, 1992, che ha utilizzato ampiamente il materiale reperito negli archivi italiani e, per una ricostruzione più generale, a quelli di NOEL MALCOM, Storia del Kosovo. Dalle origini ai nostri giorni, Milano, Bompiani, 1999, pp. 301-326, ROBERTO MOROZZO DELLA ROCCA, Kosovo. La guerra in Europa. Origini e realtà di un conflitto etnico, Milano, Guerini e associati, 1999, e MIRANDA VICKERS, Between Serb and Albanian. A History of Kosovo, New York, Columbia University Press, 1998; interessante, ma con diverso taglio, è PAULIN KOLA, The Search for Greater Albania, London, Hurst & Company, 2003. V. anche FRANCESCO CACCAMO, Kosovo, 1919: un progetto italiano di autonomia, in “Limes”, 1989/4. Ottime informazioni sui precedenti etnici e storici della regione fornisce il saggio introduttivo di KONRAD CLEWING, Mythen und Fakten zur Ethnostruktur in Kosovo – Ein Geschichtlicher Ueberblick, in KONRAD CLEWING - JENS REUTER (a cura di) Der Kosovo Konflikt. Ursachen, Akteure, Verlauf, Muenchen, Bayerische Landeszentrale fuer Politische Bildungsarbeit, 2000, pp. 17-54. V. anche THOMAS BENEDIKTER, Il Dramma del Kosovo. Dall’origine del conflitto fra serbi e albanesi agli scontri di oggi, Roma, Datanews, 1999, pp. 17-44. Si segnalano, infine, per la prospettiva attuale di questa tematica i seguenti volumi della rivista “Limes”: Macedonia/Albania le terre mobili, 2001/2; I Balcani non sono lontani, 2005/3; Kosovo lo stato delle mafie, 2006/3; Kosovo non solo Balcani, 2008/3.
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contrassegnava dal 1913, quando come detto la regione era passata sotto controllo serbo, si presentava nel 1939 particolarmente grave per due principali motivi, solo apparentemente slegati tra loro, ma concorrenti con lo stesso obiettivo della cacciata degli albanesi: da una parte l’accordo tra Jugoslavia e Turchia per un trasferimento massiccio di popolazione musulmana dalla prima alla seconda; dall’altra l’inasprimento delle misure di esecuzione della riforma agraria applicata con durezza e “governata da metodi di vera e propria persecuzione politica”8. L’accordo turco-jugoslavo rispondeva sia alla volontà di Belgrado di sbarazzarsi dell’elemento albanese, sia al desiderio di Ankara di colonizzare l’interno dell’Anatolia con popolazione contadina di religione musulmana. Ufficialmente, dunque, si trattava di trasferire turchi, non albanesi, ma giocando sulla confusione tra etnia e religione di fatto il trasferimento aveva come oggetto la comunità albanese. Con l’equivoco della religione, quindi, e in pieno accordo col governo turco, le autorità di Belgrado erano riuscite a trasferire in Anatolia decine di migliaia di albanesi musulmani, secondo calcoli albanesi circa 80.000 individui, nel corso dei quindici anni di vigore dell’accordo. L’accordo, che secondo fonti albanesi era stato rinnovato e ampliato nell’ottobre 1938, prevedeva l’emigrazione in Turchia da 250.000 a 300.000 “turchi” abitanti in Jugoslavia. Ma risultava chiaro che, in realtà, nello stato jugoslavo la consistenza della comunità turca era assai inferiore: di turchi propriamente detti se ne potevano contare circa 25.000, tra l’altro decisamente contrari ad essere deportati entro gli angusti confini della rinata Turchia e per di più nelle steppe anatoliche9. Concentrati nei grossi centri urbani
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Indelli a Ciano, 7 giugno 1939, n. 2372/791, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 9 Promemoria per l’Eccellenza il Sottosegretario di Stato per gli Affari Albanesi, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kossovo. Sul documento si legge l’annotazione che il promemoria era stato consegnato da Shtylla il 28 8
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e dediti ai commerci, i turchi della Jugoslavia formavano un ceto medio discretamente benestante e del tutto inadatto alla colonizzazione agricola prevista da Ankara. Contro questa situazione si erano più volte sollevate le proteste del governo di Tirana e dei rappresentanti della minoranza albanese in Jugoslavia, ma tutto era stato inutile. Il trasferimento della popolazione del Kosovo aveva subito comunque un rallentamento alla metà degli anni trenta, ma non tanto per motivazioni politiche quanto per ragioni economiche, dovute ai riflessi della grande crisi economica del 1929. I contraccolpi della crisi americana, giunti con qualche ritardo in Europa rispetto al crollo di Wall Street, fecero sentire i loro effetti anche sull’economia della Jugoslavia, che al contempo veniva privata anche delle riparazioni tedesche di cui era beneficiaria, riparazioni cui i vincitori della Germania misero fine con la conferenza dell’Aia del 1932. Il governo di Belgrado ebbe perciò difficoltà nell’esecuzione dell’accordo, dato che in base ad esso avrebbe dovuto pagare al governo turco da 15 a 25.000 dinari per ogni famiglia che si fosse trasferita in Turchia10. Il secondo principale strumento utilizzato da Belgrado per mutare la realtà demografica del Kosovo e diminuire la consistenza del gruppo albanese era la riforma agraria. Al di là dei criteri, spesso parziali, con cui essa ridistribuiva la terra, che sovente privilegiavano gli slavi, la riforma puntava a spezzare il latifondo, colpendo in primis le estese ricchezze terriere degli albanesi musulmani. Frazionando e limitando la grande proprietà terriera, le
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maggio 1940. Sull’accordo turco-jugoslavo, v. MARCO DOGO, Storie balcaniche. Popoli e stati nella transizione alla modernità, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1999, pp. 121-132. 10 Promemoria di Tahir Shtylla per l’Eccellenza il Sottosegretario di Stato per gli Affari Albanesi, cit. Vale la pena notare che in un successivo memorandum compilato da Shtylla per le autorità italiane nell’agosto 1940, la comunità turca veniva stimata in 40.000 individui, mentre rimaneva fermo il dato di 80.000 albanesi obbligati al trasferimento in Turchia perché definiti “turchi”.
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autorità serbe distruggevano il çiflik, sorta di feudo ereditario, posseduto da tempi antichi da signori albanesi di religione musulmana. Entro le sue estesissime terre, potevano insistere uno, due, tre o addirittura cinque villaggi abitati per lo più da contadini albanesi o talvolta bulgaro-macedoni che si occupavano della sua coltivazione. Si distruggeva, quindi, con la riforma agraria l’unità economica e amministrativa che stava a fondamento della società albanese, ottenendo anche per questa via l’emigrazione delle famiglie albanesi viventi nel çiflik. A più di venti anni dall’annessione del Kosovo, non sembrava esservi, dunque, per le autorità serbe altro rimedio per stabilire definitivamente il proprio controllo sulla regione che la cacciata degli albanesi, vuoi con la riforma agraria, vuoi con l’emigrazione forzata in Turchia. Lo dimostrava una relazione di P. Kumović, ispettore del ministero degli Interni jugoslavo, stilata nel dicembre 1938, che sosteneva come unica vera soluzione del problema nazionale serbo proprio il “trasferimento” degli albanesi del Kosovo e il suo ripopolamento con l’elemento serbo. Con rammarico si constatava che il tentativo di colonizzazione, protrattosi ininterrottamente dal 1913, non aveva dato i risultati sperati né in Voivodina né nella Serbia meridionale a causa di ritardi e indecisione. Da ultimo, spiegava la relazione, proprio nel momento in cui gli albanesi e i turchi si stavano decidendo all’emigrazione in massa, erano sopraggiunte le elezioni che avevano “intralciato e rovinato tutto il lavoro delle nostre autorità agrarie”. D’altro canto, la nuova convenzione turco-jugoslava per il trasferimento di albanesi e turchi, già parafata, non era stata ratificata dai rispettivi parlamenti, mentre erano falliti i tentativi fatti dall’Albania per bloccarla convincendo il governo turco a ripudiarla. Le pressioni diplomatiche di Tirana presso il governo di Ankara e il sostegno ottenuto a livello internazionale con l’interessamento della Germania, che aveva compiuto un passo sul governo turco per impedire la convenzione, non avevano infatti potuto scalfire i solidi legami
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politici tra Turchia e Jugoslavia e le relazioni di personale amicizia esistenti tra il primo ministro jugoslavo Stojadinović da una parte e Kemal Ataturk e il suo successore alla guida del governo turco, Ismet Inonu dall’altra11. Kumović, dunque, lanciava un accorato appello a velocizzare la ratifica della convenzione con la Turchia e ad organizzare a Skopje, entro il gennaio 1939, un ispettorato ad hoc per il trasferimento di turchi e albanesi dandogli “piena e illimitata libertà” per l’esecuzione della convenzione stessa, “perché non dobbiamo dimenticare che nella Serbia meridionale ci sono oggi 732.000 albanesi e turchi, - 280.000 - 300.000 bulgari e appena 220.000 serbi, risulta quindi che noi siamo in quella regione minoranza assoluta, in nessun caso questo si avrebbe [sic] dovuto permettere ed evitare che dopo 20 anni si possa tutt’ora riparlare della questione”. La convenzione stabiliva l’invio in Turchia di 40.000 famiglie di almeno cinque membri, ma il funzionario serbo proponeva che essa fosse modificata in modo da prevedere anche uno scambio di popolazione, allo stesso modo di quanto avevano fatto turchi e greci dopo la pace di Losanna del 1923. Con questa previsione si sarebbe potuto completare il trasferimento in Anatolia dei rimanenti albanesi e turchi della Serbia meridionale e la loro sostituzione con i circa 100.000 serbi residenti in Turchia. Primi ad essere trasferiti dovevano essere gli albanesi abitanti lungo la frontiera con la Jugoslavia, per una profondità di 80 km. Inoltre, secondo Kumović, facendo attenzione a scegliere le famiglie più numerose, con 10 e più membri, la cifra totale degli individui da trasferirsi avrebbe potuto elevarsi da 200.000 a più di 300.000. Altra proposta di Kumović era quella di stipulare una convenzione anche con Tirana per lo scambio dei circa 100.000 slavi pre-
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Shtylla ricordava che era stato appositamente compiuto un viaggio di Mehmed Konica ad Ankara, e che sia l’incaricato d’affari albanese nella capitale turca, sia i ministri di Germania a Tirana e Ankara avevano tentato di intervenire per impedire l’attuazione dell’accordo. 11
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senti in Albania con altrettanti kosovari. Dalla efficacia e dalla rapidità del trasferimento degli albanesi dipendeva anche l’efficacia e la rapidità della colonizzazione da parte dei serbi. Il trasferimento, infatti, avrebbe affrettato l’esecuzione della riforma agraria, permettendo alle autorità preposte di trovare subito terra e case disponibili per i coloni serbi e montenegrini, ai quali la terra doveva essere assegnata con procedure abbreviate e semplificate: le autorità agrarie e l’ispettorato dovevano “mettere il colono in possesso della casa e della terra a lui destinati e con questo resa conclusa la sua installazione”. Va da sé che il trasferimento non prevedeva nessun tipo di consenso od opzione da parte dei trasferiti, anzi Kumović non nascondeva che né albanesi né turchi avessero alcuna volontà di lasciare le loro terre12. Ma l’appello accorato a risolvere la questione nazionale serba lanciato da Kumović non giunse in un momento favorevole. Alla metà del 1939, infatti, un’ulteriore spinta a non esasperare le condizioni della popolazione albanese venne anche dal particolare clima elettorale. Sia l’ex presidente del Consiglio, Stojadinović, sia il governo in carica, guidato da Dragisa Cvetković, desideravano mantenere un accordo con i capi della minoranza albanese, accordo che all’epoca delle precedenti elezioni aveva fruttato l’apporto al partito governativo di 180.000 voti e l’elezione alla Skupština, il parlamento di Belgrado, di alcuni deputati albanesi kosovari. Tra gli esponenti della minoranza albanese spiccava per ruolo e lignaggio Ferhad Bey Draga, persona influentissima nel Kosovo,
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12 Problema e metodi. Il trasferimento degli albanesi e dei turchi della Serbia meridionale in Turchia, relazione di P. Kumović, m.p., ispettore del Ministero degli Interni, Belgrado, 23 dicembre 1938, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Su questi aspetti della questione kosovara, v. JENS REUTER, Serbien und Kosovo – Das Ende Eines Mythos, in Der Kosovo Konflikt, cit., pp. 139-148. Il testo della convenzione turco-jugoslava è in ELSIE ROBERT, Kosovo in the Heart of the Powder Keg, Boulder (CO), East European Monograph, 1997, pp. 425-434.
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che era uno dei personaggi chiave delle vicende politiche kosovare da più di un ventennio. Personalità dalle mille sfaccettature, come molti altri notabili kosovari, poteva apparire di volta in volta come despota e signore delle sue terre ma anche come patriota albanese; come protettore degli slavi ma anche come loro aguzzino; come filo-jugoslavo ma anche come irriducibile oppositore di Belgrado13. Da tutti, però, era considerato il vero “capo” degli albanesi della regione tanto da divenire l’uomo più importante anche per la politica dispiegata dagli italiani a partire dal 1939. Ferhad Bey Draga era, tra l’altro, presidente della Comunità musulmana di Skopje, vero centro della vita politica e sociale dei kosovari, che pure si articolava in altre associazioni locali a carattere culturale o studentesco. La Comunità, che raccoglieva tutti i musulmani del Kosovo, poteva contare su circa 2.800 Hoxha o Imam sparsi per tutto il territorio, amministrava 2.000 moschee, possedeva una organizzazione, la Gajret, simile alla Croce rossa, gestiva una scuola secondaria e il grande seminario a Skopje. Dal punto di vista religioso, la Comunità di Skopje dipendeva dal Reis-ul-Ulema di Sarajevo, che era il capo religioso di tutti i musulmani di Jugoslavia, dato che estendeva la sua autorità anche sulla comunità islamica che radunava i fedeli slavi di Bosnia e la minoranza turca. Guida della Comunità musulmana jugoslava nel 1939 era Fehim Spaho, fratello di Mehmed, ministro delle Comunicazioni jugoslavo e capo politico dei musulmani di Bosnia, uno dei ministri che in associazione ai croati aveva determinato nel febbraio di quell’anno la crisi del governo Stojadinović14.
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13 Su Ferhad Bey Draga, v. DOGO, Kosovo, cit., ad indicem e MALCOM, Storia del Kosovo, cit., ad indicem. V. anche, ROBERT ELSIE, Historical Dictionary of Kosova, Lanham (MA), The Scarecrow Press Inc., 2004, p. 53. 14 Sulla crisi interna jugoslava e la caduta di Stojadinovic, v. J.B. HOPTNER, Yugoslavia in Crisis 1934-1941, New York and London, Columbia University Press, 1962, pp. 128-129.
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L’Italia, dunque, con l’occupazione dell’Albania, il 7 aprile 1939, ereditava da Zog anche la vecchia politica “irredentista”, da sempre il pilastro su cui si era fondata la diplomazia di Zog, che nel quindicennio in cui aveva mantenuto il potere a Tirana aveva agito, ufficialmente e non, per la tutela e la conservazione delle comunità albanesi fuori del Regno. Verso le personalità politiche più in vista del Kosovo, l’ex re aveva diretto una serie di finanziamenti occulti per lo più amministrati dalla legazione albanese a Belgrado. E anche ora, dall’esilio, Zog contava di mantenere il controllo dei capi kosovari per la particolare politica che stava perseguendo in funzione di un suo possibile ritorno sul trono d’Albania.
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2. Il tentativo di re Zog di organizzare la resistenza anti-italiana in Kosovo L’ex sovrano albanese non aveva certo abbandonato le speranze di un futuro ritorno in patria dopo la cacciata degli italiani15. Si era rifugiato inizialmente in Turchia e da Istanbul sperava di comporre le fila della resistenza anti-italiana, godendo da parte del governo turco di un sostegno sicuro e non strumentale, come si sarebbero potuti invece rivelare quelli greco e serbo. I legami storici tra albanesi e turchi, la solidarietà musulmana, i contatti e le amicizie che la classe dirigente albanese manteneva col mondo politico dell’ex Impero ottomano, di cui era stata parte importante fino all’indipendenza dell’Albania, l’allineamento internazionale della Turchia alla Gran Bretagna e alla Francia contro la minaccia italiana nel Mediterraneo, fecero di Istanbul uno dei centri più importanti della lotta anti-italiana degli albanesi. Nella ex capitale ottomana, inoltre, risultava agli italiani che fossero presenti esponenti di primo piano dell’opposizione all’Italia, come l’ex capo 15 Alcune pagine all’attività di re Zog dopo il 1939 ed in particolare ai suoi rapporti con il governo britannico le dedica FISCHER, King Zog, cit., pp. 290-298.
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della gendarmeria di Zog, Murat Kalosci, con un seguito di una trentina di persone, suo fratello Miftar e il figlio di questi Ramadan, e che tra gli esuli vi fosse anche Abaz Kupi16, colui che, a Durazzo, aveva guidato l’unica reale resistenza allo sbarco italiano17. Secondo altre informazioni, con il forte sostegno finanziario di Londra e Parigi, nell’estate del 1939 si era costituito a Istanbul un comitato albanese sotto la presidenza di Koço Kota, ultimo primo ministro di Zog, che sarebbe rimasto nella capitale turca dopo la partenza del re, con lo scopo di organizzare la resistenza, di creare cellule di propaganda e attuare azioni terroristiche contro l’Italia in Albania e nei Balcani. Le cellule avrebbero avuto come compito quello di preparare atti di terrorismo, indurre alla diserzione i militari e agire nell’ambiente dei capi e del clero e in quello intellettuale18. Agli inizi del 1940, però, sembrò che a Istanbul si fossero costituiti due gruppi distinti di resistenti: uno capeggiato da Kota, e comprendente l’ex primo ministro Hiqmet Delvina, Hasaf Xhaxhuli e il fratello Servet; l’altro con a capo Musa Juka, ultimo ministro degli Interni di Zog, al quale avevano aderito Abdurrahman Dibra, Abdurrahman Krosi, Shefki Shatku e Tefik Shatku19. Istanbul,
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16 Sulla figura di Abaz Kupi, v. FISCHER, Albania at War, cit., pp. 103-104 e ROBERT ELSIE, Historical Dictionary of Albania, Lanham (MA), The Scarecrow Press Inc., 2004, pp. 244-245. 17 De Peppo a Ciano, 17 giugno 1939, t. 2975/67, in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. 18 De Peppo a Ciano, 27 giugno 1939, t. cifra 3128/70; Straneo a Ankara, Belgrado e Atene, giugno 1939, telespr. 219953/C; SSAA a Jacomoni, 6 luglio 1939, telespr. 221296/730; De Peppo a Ciano, 6 luglio 1939, telespr. 1207/663, in ASMAE, SSAA, B. 19 f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania; Ministero dell’Interno a Ministero degli Esteri, 2 ottobre 1939, 443/81961, in ASMAE, SSAA, B. 19 f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. Il rapporto trasmetteva informazioni confidenziali dell’inizio di settembre. 19 Ministero dell’Interno a Ministero degli Esteri, 22 febbraio 1940, prot. 443/ 55343, in ASMAE, SSAA, B. 19 f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con
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comunque, rimase centro di azione anti-italiana nei Balcani e in Albania, e uno dei luoghi di recapito dei fondi che sarebbero pervenuti alla resistenza albanese sia da parte di Zog che da parte della Francia20. Durante la sua permanenza nella vecchia capitale ottomana, Zog cercò di mantenere contatti con i suoi seguaci in Albania e di attrarre alla sua causa gli albanesi irredenti del Kosovo, utilizzando come strumento di convinzione anche quello della solidarietà musulmana. Aveva loro assicurato che in Egitto si era formato un comitato, “con diramazioni nei paesi musulmani, comprese le Indie”, per raccogliere fondi in suo supporto e che soldi aveva ricevuto anche da Francia e Gran Bretagna21. Gli avvenimenti dell’aprile 1939 avevano, giocoforza, gettato l’ex re albanese nelle braccia degli anglo-francesi, da cui sperava di riguadagnare il trono alla fine di una guerra europea che si annunciava sempre più prossima. Ma la ricerca dell’amicizia anglo-francese comportava l’allineamento e la solidarietà col governo di Belgrado, alleato della Francia e amico della Gran Bretagna, e di conseguenza l’attenuazione delle spinte centrifughe in Jugoslavia, dove pure si erano rifugiati molti suoi seguaci o esuli politici contrari all’unione con l’Italia. Zog sperava di tenere legati a sé gli esponenti della comunità kosovara al fine di affievolire le spinte irredentiste e antijugoslave che, al contrario, la diplomazia italiana tentava, nello stesso torno di tempo, di cavalcare. La lotta agli italiani, dunque,
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l’Albania. 20 De Peppo a Ciano, 26 ottobre 1939, telespr. 3381/880, in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. V. anche, su ciò, quanto scriveva il console generale a Istanbul Badoglio: Badoglio a Ciano, 28 dicembre 1939, telespr. 4199/1040, in ASMAE, SSAA, B. 80, f. Collettività albanesi all’estero. 21 Indelli a Ciano, 10 giugno 1939, telespr. 2430/810, in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. Il documento ha il visto di Mussolini.
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ridiventava la questione prioritaria alla quale per l’ex re si doveva sacrificare, benché temporaneamente, il pur sempre fondamentale obiettivo di rivendicare le terre irredente e raggiungere l’unità nazionale a scapito della compagine jugoslava. A Istanbul, Zog incontrò varie personalità kosovare, tra cui, nell’agosto 1939, lo stesso Ferhad Bey Draga, per consigliare loro insistentemente di mantenere buoni rapporti con Belgrado, come avevano richiesto Francia e Gran Bretagna, che lo stavano aiutando finanziariamente per liberare l’Albania dall’Italia. L’ex sovrano sostenne di avere ricevuto ampie assicurazioni da autorevoli amici britannici e francesi che dopo l’imminente guerra, nella nuova sistemazione di pace, sarebbero state risolte le questioni delle minoranze e che, in qualsiasi caso e da qualsiasi parte la Jugoslavia si fosse schierata, il Kosovo sarebbe stato unito all’Albania22. Tra gli amici più zelanti, Zog aveva menzionato il senatore ed ex ministro francese, Justin Godard, e l’ex presidente del Consiglio francese, Edouard Herriot. Quest’ultimo era personale amico dell’ex re degli albanesi, e Zog ricambiava questa amicizia – rilevava con malizia l’ex diplomatico albanese, Tahir Shtylla, riportando queste informazioni –, inviandogli doni magnifici “alla maniera dei principi orientali”: tappeti persiani, armi antiche e preziose statue molte delle quali rinvenute a Butrinto dalla missione archeologica italiana. A Istanbul, Godard aveva personalmente parlato con Ferhad Bey Draga, confermandogli l’impegno di Francia e Gran Bretagna a risolvere la questione del Kosovo in futuro, purché gli albanesi ora si concentrassero nella lotta anti-italiana e mantenessero buoni rapporti con Belgrado23. Della forte azione dispiegata dalla Gran Bretagna e dalla Francia, e in particolare da quest’ultima, nei riguardi del problema del
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Appunto per Ciano del SSAA, Uff. I, 14 agosto 1939, con allegata Relazione informativa a firma di Shtylla, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 23 Appunto per Ciano del SSAA, Uff. I, 14 agosto 1939, con allegata Relazione informativa a firma di Shtylla, cit. 22
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Kosovo abbiamo notizia anche da un promemoria inviato alle autorità italiane a fine giugno da Ionuz Blakçovi, un irredento albanese, nativo di Peç, in Jugoslavia, che aveva studiato in Italia ed era all’epoca insegnante d’italiano nella scuola tecnica di Tirana. Perseguitato da Zog, Blakçovi ora denunciava l’attività antiitaliana messa in atto dall’ex re in Francia e in Jugoslavia, confermando che a Parigi si era formato un comitato albanese zoghista sotto la protezione del senatore Justin Godard, il quale si era recato di persona ad Istanbul per incontrare Zog e organizzare la resistenza. Al fine di contrapporsi a quest’azione francese e con l’obiettivo ultimo di smembrare la Jugoslavia e creare una Grande Albania, Blakçovi invitava le autorità italiane a entrare in contatto con i capi kosovari, in particolare con Ferhad Draga, campione di fedeltà agli ideali della nazione albanese, attraverso Rexhep Mitrovica, altro noto leader irredentista del Kosovo, parente di Ferhad Draga ed ex membro dell’assemblea che nel 1912, a Valona, aveva proclamato l’indipendenza dell’Albania24. Forte dei sostegni politici e finanziari internazionali acquisiti, Zog puntava a metter su una capillare organizzazione di resistenza anti-italiana e aveva cominciato col dare a Ferhad Bey Draga un piccolo contributo come anticipo, promettendo larghi appoggi finanziari anche agli altri capi kosovari e insistendo sull’opportunità di tenere buoni rapporti con la Jugoslavia in funzione antiitaliana. Per essere più convincente, l’ex sovrano aveva affermato
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24 Jacomoni a Ciano, 11 luglio 1939, telespr. 3476/1017, con allegato Promemoria del 24 giugno 1939, a firma di Ionuz Blakçovi. Risultava che Zog aveva inviato a Skopje anche Hysen Selmani col compito di portare finanziamenti ai suoi sostenitori e a Murat Kaloshi. Blakçovi confermava che l’ex sovrano aveva promesso anche a Ferhad Draga e ad altre personalità del Kosovo importanti somme di denaro, mentre si diceva certo che personaggi del calibro di Ali Klisura a Parigi e Naim Storava a Tetovo avevano rifiutato i soldi di Zog perché ritenevano, come altri esuli rientrati in Albania, utile al loro paese la politica italiana.
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addirittura di non avere ambizioni personali, ma di essere disposto a rinunciare al trono una volta che il Kosovo si fosse unito alla patria albanese25. Insomma, era di tutta evidenza che Zog stava tentando di replicare la politica che aveva seguito con successo negli anni Venti, quella di giocare sulla rivalità tra Roma e Belgrado, ma a parti rovesciate. Nel 1924 aveva guardato alla Jugoslavia per sbarazzarsi del suo avversario interno, Fan Noli, ma poi si era avvicinato all’Italia per sbarazzarsi della Jugoslavia26. Questa volta avrebbe ancora guardato alla Jugoslavia, ma solo il tempo necessario per sbarazzarsi dell’Italia. Anche la rete di resistenza che Zog intendeva creare ruotava intorno a Ferhad Bey Draga, che ne avrebbe avuto la direzione politica, mentre la sua organizzazione sarebbe stata affidata a Mehmed Bey Konica, ex diplomatico, cui l’ex re aveva dato molti soldi, parte per sé e parte da recapitare ai molti esuli albanesi in Jugoslavia, già in precedenza contattati e sovvenzionati da due suoi emissari, la sorella Adile e il colonnello Hysen Selmani. Konica, dunque, aveva preso contatti con le autorità di Belgrado, dalle quali sembrava che avesse pure ricevuto denaro per agire in senso anti-italiano. Secondo le informazioni assunte da Shtylla, il governo jugoslavo non solo avrebbe tollerato la presenza degli esuli anti-italiani, ma li avrebbe sostenuti in ogni forma di propaganda contro l’Italia, come anche nella preparazione di qualche attentato. Era questa la linea imposta al governo di Belgrado dallo Stato maggiore serbo, che da sempre aveva visto di buon occhio la collaborazione con gli esuli albanesi27. Attivo agente di Zog
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25 Appunto per Ciano del SSAA, Uff. I, 14 agosto 1939, con allegata Relazione informativa a firma di Shtylla, cit. 26 Sulla politica estera di re Zog negli anni venti, oltre a FISCHER, King Zog, cit., GIOVANNI ZAMBONI, Mussolinis Expansionspolitik auf dem Balkan, Hamburg, Helmut Buske Verlag, 1970, e PASTORELLI, Italia e Albania, 1924-1927, cit. 27 Shtylla aggiungeva che lo Stato Maggiore serbo aveva aiutato all’inizio il famigerato Bazi i Canit che si trovava con Konica e altri esuli alle terme di
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sarebbe stato, inoltre, l’ex deputato jugoslavo Budislav Gregor Angelinović28. L’azione di propaganda contro l’Italia messa a punto dall’ex sovrano marciava in questo torno di tempo parallelamente a quella serba. Alla metà d’agosto, un rapporto della legazione di Sofia trasmetteva una nota informativa circa l’intensificarsi della propaganda anti-italiana nel Kosovo ad opera dei serbi. Si diceva che la situazione interna in Albania era pessima, che i patrioti venivano arrestati e deportati, che la popolazione era maltrattata; che le autorità italiane sostenevano l’elemento cattolico contro quello musulmano; che Mussolini aveva assicurato a Belgrado il suo disinteresse per l’accordo tra Jugoslavia e Turchia che avrebbe permesso la deportazione di 270.000 kosovari, censiti dai serbi come turchi29. Il ministro d’Italia a Belgrado, Indelli, riferiva a fine settembre simili notizie, spiegando che la propaganda aveva il fine di convincere i kosovari a lasciare la Jugoslavia e a trasferirsi in Turchia, benché egli non fosse sicuro che dietro queste notizie vi fosse solo il governo jugoslavo30. D’altra parte, che gli oppositori al nuovo ordine di cose ricevessero ospitalità e appoggio da parte dei paesi confinanti con l’Albania era cosa che era stata accertata anche dai servizi militari italiani. Già in luglio il comando dei carabinieri aveva fatto presente l’esistenza di una pericolosa attività in senso anti-italiano e aveva richiesto “un’energica azione diplomatica” presso i governi
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Vernjizi. 28 Appunto per Ciano del SSAA, Uff. I, 14 agosto 1939, con allegata Relazione informativa a firma di Shtylla, cit.; Guidotti a Mae, 9 luglio 1939, t.p.c. 13778/039; Guidotti a Mae, 9 luglio 1939, telespr. 2866/981 (il documento reca il visto di Mussolini), in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Vedi una schematica biografia di Angelinović, ivi. 29 Legazione a Sofia a ministero degli Esteri, 12 agosto 1939, telespr. 4055/1710, con allegata informativa da fonte fiduciaria albanese. 30 Indelli a Ciano, 30 settembre 1939, telespr. 4481/1180, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi del Kosovo.
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jugoslavo e greco affinché vigilassero sugli esuli albanesi lì rifugiati e richiamassero i loro consolati in Albania ad astenersi dall’attività politica. Si consigliava addirittura di minacciare Belgrado con l’ipotesi di una liberazione degli esuli croati ancora al confino in Italia31. I passi fatti dalla diplomazia italiana al riguardo, come era da immaginarsi, non dettero alcun risultato. Il direttore degli affari politici del ministero degli Esteri di Belgrado, Petrović, reagì vivacemente contro queste illazioni, negando recisamente non solo che il suo governo fornisse sostegno e protezione ai profughi albanesi, ma anche che fosse a conoscenza e tollerasse una loro attività antiitaliana32. Ciano richiamò l’attenzione del ministro jugoslavo a Roma, Christić, sulla “troppa libertà” lasciata agli emissari di Zog in Jugoslavia, ottenendo ampie assicurazioni circa la vigilanza che sarebbe stata compiuta sugli esuli albanesi33. Smentite forti vennero anche da Atene, dove il rappresentante italiano, Grazzi, confermò che il governo greco aveva vietato lo svolgimento di qualsiasi attività politica ai pochi rifugiati albanesi lì residenti, che anzi aveva confinato34.
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SSAA alle legazioni di Belgrado e Atene, 27 luglio 1939, telespr. 224106/C con cui trasmette contenuto di Jacomoni a Ciano, luglio 1939, telespr. 3381/ 995, (in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania) che a sua volta trasmetteva un rapporto dei carabinieri. Il documento ha il visto di Mussolini. 32 Guidotti a Ciano, 1 agosto 1939, telespr. 3049/102, in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. 33 V. CIANO, Diario, alla data del 4 e 6 agosto 1939. 34 Grazzi a Ciano, 5 luglio 1939, telespr. 5111/780; Grazzi a Ciano, 18 agosto 1939, telespr. 6405/996, in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. I documenti recano il visto di Mussolini. 31
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3. Primi contatti con gli irredentisti kosovari Da parte dei kosovari erano giunti segni di attenzione verso il governo di Roma fin dal momento dell’occupazione. Alla metà di aprile del 1939, si era presentato all’ambasciata italiana a Parigi, in compagnia di Spiro Zilo, Sherif Voça, ex membro della Skupština, originario di Kosovska Mitrovica. Deputato con un certo seguito in Kosovo, Sherif Voça aveva militato nel gruppo di Stojadinović, ma aveva perso il seggio nelle elezioni del dicembre 1938. Sherif Voça aveva consegnato un appello firmato da alcune decine di notabili kosovari che chiedevano all’Italia un pronto intervento in favore della liberazione della popolazione albanese dal giogo serbo. L’ex deputato, affermando che la popolazione era già armata e non aspettava altro che un suo cenno per iniziare una sollevazione, aveva chiesto di andare a Roma e parlare dei suoi progetti insurrezionali con le autorità governative. L’ambasciatore italiano a Parigi, Guariglia, si era mantenuto estremamente cauto, ma ne aveva subito dato notizia a Palazzo Chigi, dove la questione destò un certo interesse e finì dritta sul tavolo di Mussolini35. Sherif Voça potè dunque proseguire per Roma, dove prese contatti con un funzionario del gabinetto di Ciano, chiedendo di essere ricevuto dal ministro o da Mussolini e di poter poi tornare in Albania. Non conoscendo Voça, data la delicatezza della materia, le autorità italiane agirono con molta circospezione e si premurarono di sottoporlo a stretta sorveglianza da parte della polizia e di iniziare una serie di indagini per comprendere l’affidabilità dell’uomo e il valore della sua proposta. Su Voça, però, non si ebbero le necessarie referenze. Alla polizia risultava che egli fosse un avventuriero e stesse tentando
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Guariglia a Ciano, 12 aprile 1939, telespr. n. 2455/1035. Il documento ha il visto di Mussolini. V anche Caprinica a Marieni, lettera del 18 aprile 1939, prot. n. 2552. Entrambi documenti in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. 35
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un duplice gioco, chiedere all’Italia finanziamenti per i suoi piani, ma in realtà sondare per conto jugoslavo o britannico o francese i veri piani italiani oltre i confini dell’Albania36. L’ambasciata italiana a Belgrado pure si pronunciò negativamente sul suo conto e contro un eventuale suo rientro in Albania. Su informazioni fornitegli da Sofo Çomora, ex segretario della legazione albanese a Belgrado, Guidotti, primo segretario della legazione italiana a Belgrado, lo giudicava sia moralmente che politicamente una “persona poco raccomandabile”37. Un giudizio pesantemente negativo su di lui dette anche Shtylla. Sherif Voça non aveva mai collaborato col gruppo dirigente kosovaro, che lo riteneva un agente del governo di Belgrado. Inoltre, egli era entrato in relazione con la legazione d’Albania in Jugoslavia solo dagli inizi del 1939, dopo aver perso il seggio e l’immunità parlamentare, e solo per chiedere un aiuto dato che contro di lui pendeva un giudizio per appropriazione di denaro pubblico, quando era stato sindaco del suo paese, una somma di 700.000 dinari. All’epoca – ricordava Shtylla – era stato aiutato e fatto rientrare in Albania, ma a Tirana aveva brigato con la legazione di Jugoslavia vendendo informazioni su presunti finanziamenti dell’allora regime di Zog e degli alleati italiani per far scattare una insurrezione in Kosovo. Risultava che lo stesso aveva fatto a Londra e Parigi dopo l’occupazione italiana dell’Albania38. Francesco Jacomoni, luogotenente del re a Tirana, si oppose fermamente ad un rientro di Sherif Voça in Albania, che fu costretto
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36 Ministero dell’Interno a ministero degli Esteri, 30 maggio 1939, Rapporto riservatissimo su Sherif Voça, prot. N. 443/68740, con allegate relazioni dei suoi pedinamenti durante il mese di maggio 1939, in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. 37 Guidotti a Ciano, 25 luglio 1939, telespr. 3004/64 in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. 38 Promemoria di Shtylla per il Comm. Straneo, s. d., in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania.
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a riparare in Grecia39. Gestire l’eredità irredentista di Zog, insomma, era affare piuttosto complesso, ma Indelli riteneva “nostro evidente interesse di mantener[la] in vita e, se del caso, di sviluppar[la] e diriger[la] con somma cautela”. Secondo informazioni che gli aveva fornito proprio l’ex ministro d’Albania a Belgrado, Tahir Shtylla, re Zog aveva messo a disposizione della legazione albanese un fondo segreto col quale sovvenzionare varie associazioni, più una trentina di singoli studenti. La sovvenzione ammontava a circa 4.500 franchi albanesi al mese, di cui 1.200 franchi mensili destinati esclusivamente a Ferhad Bey Draga e famiglia. Poiché i sussidi erano stati erogati fino al marzo precedente e vi era un arretrato di tre mesi, cioè 13.500 franchi albanesi, Indelli si pronunciava sicuramente per la liquidazione dell’arretrato, per la continuazione del sussidio e per prendere in esame “più che l’opportunità, la necessità” di aumentarne l’importo data la nuova situazione. Proponeva però di mantenere i rapporti con la minoranza albanese attraverso l’assegnazione alla legazione di due funzionari albanesi40. Lo stimolo che pervenne da Belgrado non cadde nel vuoto. Solerte come sempre nel sostenere le rivendicazioni nazionali albanesi, Jacomoni, informato da Shtylla a Tirana della richiesta, si fece parte diligente e premette su Ciano, che la approvò agli inizi di luglio. La luogotenenza, quindi, attraverso Çomora, inviò gli arretrati richiesti con due assegni in sterline per il controvalore di 13.620 franchi albanesi, quanto bastava a coprire le tre ultime mensilità (aprile, maggio e giugno) di fondi destinati ad associazioni e personalità del Kosovo41.
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39 Jacomoni a Ciano, 5 agosto 1939, telespr. n. 4661/1475, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 40 Indelli a ministero degli Esteri, 7 giugno 1939 n. 2372/791; Indelli a ministero degli Esteri, 10 giugno 1939, telespr. 2429/809, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Il telespresso del 10 giugno reca il visto di Mussolini. 41 Jacomoni a Ciano, 26 giugno 1939, t.p.c. 11762/0360 P.R.; Ciano a Indelli, 2
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Parallelamente all’azione di Shtylla, ma certo sotto lo stimolo di quest’ultimo e di concerto con la luogotenenza, a Roma si studiarono altre iniziative relative alle minoranze albanesi fuori dai confini del Regno. Il sottosegretariato per gli affari albanesi, creato dopo l’occupazione in seno al ministero degli Esteri per dirigere la prima fase delle attività italiane in Albania, preparò, agli inizi di agosto, un appunto e un promemoria segreti da presentare al ministro, Galeazzo Ciano. L’appunto proponeva, a scopo di propaganda per l’Italia e di incoraggiamento dell’irredentismo kosovaro, che Palazzo Chigi promuovesse l’intitolazione di alcune vie di una città d’Italia ai nomi di Luigj Gurakuqi, Bajram Curri e Hasan Prishtina, tre grandi patrioti albanesi “amici dichiarati dell’Italia e del Fascismo”, tutti e tre, si sosteneva, assassinati da Zog42. Bajram Curri e Hasan Prishtina, entrambi di origine kosovara, avevano inoltre progettato insieme a D’Annunzio, nel periodo della reggenza del Carnaro, un’azione militare per la liberazione del Kosovo, azione che era stata bloccata da Zog, allora ministro degli Interni, che aveva impedito lo sbarco di armi e munizioni inviati a San Giovanni di Medua con due navi fiumane43. Il promemoria tracciava un programma di massima per risvegliare l’irredentismo in Kosovo e in Ciamuria, proponendo per la sua esecuzione la creazione di un ufficio “Albanesi all’estero” all’interno del ministero della Pubblica Istruzione albanese, guidato dal giovane letterato Ernest Koliqi. Il programma avrebbe richiesto un milione di franchi albanesi all’anno, di cui la metà in valuta per le spese da affrontare all’estero, somma che sarebbe sta-
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luglio 1939, t.p.c. 13754 P.R., in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 42 V. DOGO, Kosovo, cit., pp. 133-134. 43 Su questo episodio, v. MASSIMO BUCARELLI, “Delenda Jugoslavia”. D’Annunzio, Sforza, e gli intrighi balcanici” del ‘19-’20, in Nuova Storia Contemporanea, 2002/6; FRANCESCO CACCAMO, L’Italia e la Nuova Europa, cit., pp. 290-305; FEDERICO NIGLIA, Intrighi balcanici, fascismo e “diplomazia parallela”, in Nuova Storia Contemporanea, 2005/1.
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ta gestita sotto la responsabilità finanziaria di Koliqi, in costante consultazione con il luogotenente generale. Il promemoria prefigurava un’azione in tre tempi e con tre modalità diverse di sviluppo, passando gradualmente dalla propaganda politica e dal risveglio culturale per giungere all’azione armata. In un primo tempo si sarebbero organizzati centri di propaganda presso le comunità albanesi emigrate in Romania (stimata in circa 50.000 individui), in Turchia (circa 80.000 individui), in Bulgaria (circa 15.000 individui), in Egitto (circa 30.000 individui), negli Stati Uniti (circa 300.000 individui), e attraverso questi centri si sarebbe operato in Kosovo e Ciamuria. Si sarebbe pubblicato a Bucarest e Costanza un giornale albanese filo-italiano. In un secondo momento, si sarebbe agito direttamente nelle due regioni irredente, con la pubblicazione di un “buon libro di religione maomettana scritto nei dialetti kosovaro e çamerista”, con quella dei canti epici della Kosova “celebranti le lotte contro lo slavo”, con l’edizione di altri opuscoli e libri albanesi “di amena lettura”, col finanziamento di borse di studio a giovani di quelle regioni desiderosi di studiare in Italia. A Tirana si sarebbe potuto dare vita a un giornale settimanale a carattere politico-letterario, “redatto dalle migliori penne d’Albania”, che seguisse la vita delle comunità albanesi all’estero e che ispirasse l’irredentismo e il filofascismo oltre confine. Come terza fase, al culmine di questa opera di penetrazione culturale, vi sarebbe stata la “preparazione di una sollevazione armata”, con l’invio, attraverso agenti fidati, di fondi e armi ai capi kosovari per la costituzione di una milizia fascista pronta all’uso, che tutto sommato ricalcasse la struttura dei caratteristici e tradizionali komitadji del Kosovo44.
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44 Appunto per S.E. Ciano e Promemoria per S.E. Ciano, 5 agosto 1939, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
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4. Il programma di Tahyr Shtylla Tahir Shtylla si propose da subito come l’ideale tramite tra il governo di Roma e gli irredentisti kosovari. Conosceva quel mondo alla perfezione e conosceva molto bene anche l’Italia. Scriveva e parlava benissimo l’italiano ed era stato, prima di divenire ministro d’Albania a Belgrado, incaricato d’affari alla legazione a Roma e console generale a Bari. Come gli altri nazionalisti albanesi, riteneva che solo con l’aiuto italiano si sarebbe potuta completare l’unità nazionale di tutti gli albanesi e certo non disdegnava nemmeno l’opportunità di mantenere e migliorare la sua posizione personale nel nuovo ordine di cose creato dall’occupazione italiana. Al momento della venuta a Roma della delegazione albanese per offrire la corona d’Albania al re d’Italia, nell’aprile 1939, Jacomoni aveva pensato di affidargli la carica di ministro dei Lavori Pubblici, e Shtylla era appositamente venuto da Belgrado nel maggio seguente per perorare la sua nomina a ministro45. Ma su di lui una serie di informazioni confidenziali lasciavano molti dubbi: si era informati che egli aveva sostenuto insistentemente presso il governo jugoslavo fino all’ultimo momento un intervento militare contro l’Italia e a favore di Zog46; che a Roma aveva contatti con studenti albanesi contrari all’occupazione italiana47; che si era espresso con don Lazer Shantoja, frate francescano e anch’egli esule albanese vicino agli italiani, in toni poco lusinghieri sull’attività italiana in favore dell’Albania. Ancora nell’ottobre 1939, la polizia italiana, incaricata di assumere informazioni su Shtylla, confermava che da fonte albanese si apprendeva che egli parlava male
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Appunto del 17 aprile 1939, in ASMAE, SSAA, B. 9, f. Shtylla Tahir. Ministero degli Esteri a SSAA, 27 aprile 1939, telespr. 212670; Ministero dell’Interno a SSAA, 18 agosto 1939, prot. 443/76549, in ASMAE, SSAA, B. 9, f. Shtylla Tahir. 47 Ministero dell’Interno a SSAA, 14 maggio 1939, prot. 443/65885, in ASMAE, SSAA, B. 9, f. Shtylla Tahir. 45
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dell’avvenire dell’Albania sotto l’Italia, accusando gli italiani di non aver fatto nulla pel suo paese e sostenendo che la popolazione albanese non vedeva con entusiasmo la dominazione italiana48. Tutti questi sospetti pesarono sull’iniziale inquadramento di Shtylla nella nuova amministrazione italo-albanese. Benché annoverasse molti amici ed estimatori tra gli italiani più vicini alle vicende albanesi, come ad esempio Pariani, allora sottosegretario alla Guerra, che pure tentò di intercedere per lui, o come Jacomoni, che infine gli affidò la carica di consulente politico della luogotenenza, con un non disprezzabile stipendio di 1.000 franchi albanesi al mese, l’ex diplomatico non riuscì a divenire membro del governo Verlaci; ma nemmeno a rientrare, come pure avrebbe desiderato, nel ministero degli Affari Esteri italo-albanese col grado di ministro plenipotenziario, come ad esempio era stato fatto per Xhemil Dino, ex ambasciatore di Zog a Londra e Sofia, nonché genero di Verlaci. Shtylla, tuttavia, svolse il suo compito con grande solerzia e convinzione, fungendo da stimolo continuo della politica italiana di sostegno all’irredentismo kosovaro e per converso di attrazione verso l’Italia dei capi della comunità albanese in Jugoslavia. Nell’estate del 1939, Shtylla fece la spola tra Roma, Tirana e Belgrado, dove tornò per riprendere i contatti con i capi kosovari e fare opera di propaganda a favore dell’Italia49. Secondo quanto da lui venne poi riferito a Roma, nella capitale jugoslava aveva avuto una serie di colloqui con vari esponenti politici e notabili, nel corso dei quali, oltre a illustrare come la situazione albanese fosse già notevolmente migliorata rispetto al regime di Zog, aveva spiegato come l’Albania stessa si sarebbe inqua-
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48 Ministero dell’Interno a SSAA, 7 ottobre 1939, 443/82606, in ASMAE, SSAA, B. 9, f. Shtylla Tahir. 49 Appunto per Ciano del SSAA, Uff. I, 14 agosto 1939, con allegato Promemoria per S.E. il Luogotenente Generale. Programma dell’attività da svolgere nelle minoranze albanesi in Jugoslavia, a firma di Shtylla, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
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drata nell’ambito dell’idea imperiale fascista. I notabili kosovari avevano risposto – riferiva Shtylla – per bocca del deputato Ilias Prishtina, “giovane ricco, intelligente e pieno di entusiasmo per l’Italia Fascista”. Prishtina aveva espresso il suo entusiasmo per l’idea fascista, dicendosi convinto che solo con l’aiuto italiano si poteva coronare il sogno dell’unione con l’Albania. E aveva annunciato la rottura dei rapporti fin allora tenuti con Zog e l’allineamento ai disegni di Roma, aggiungendo: “noi albanesi di Jugoslavia, peggio di come siamo, non potevamo essere in nessun’altra situazione, quindi ogni cambiamento non può essere che a nostro favore”50. Nella capitale jugoslava Shtylla era riuscito anche a incontrare Ferhad Bey Draga, che era appena rientrato da Istanbul, dove aveva incontrato Zog. Assieme agli altri capi albanesi già convertiti alla causa della collaborazione con l’Italia aveva fatto pressioni affinché anche l’influente notabile si liberasse dai legami che ancora teneva in vita con Zog e abbracciasse l’idea imperiale fascista, impegnandosi a iniziare subito la lotta per l’annessione all’Albania. Le iniziali resistenze di Ferhad Bey Draga, secondo Shtylla, erano state infine superate e anche lui aveva accettato la somma offertagli dall’Italia. L’ex diplomatico albanese poteva così salutare con gioia questo successo: “Questa adesione è di un’importanza capitale perché senza Ferhat Draga non avremmo potuto fare nulla, tanto grande è la sua influenza presso le minoranze albanesi in Jugoslavia, mentre se lui si fosse buttato in altro campo avremmo avuto grande danno per i nostri interessi e ci avrebbe messo nell’impossibilità di svolgere il nostro programma nei riguardi di tali minoranze”51. Ottenuta l’adesione di Draga, Shtylla aveva concordato un programma di collaborazione e un’organizzazione per realizzarlo. Si sarebbe costituito, sotto la guida dello stesso Draga, un comitato
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politico di dodici membri, composto da sei deputati kosovari alla Skupština, un senatore e altri quattro notabili52, tutte personalità che l’ex diplomatico albanese garantiva, dopo sette anni di lavoro comune, essere affidabilissime. Il comitato aveva lo scopo di sostenere la propaganda per l’unione all’Albania nel quadro dell’impero fascista, di armare la popolazione al momento opportuno, di fungerne da guida, nonché di fondare un giornale quotidiano a Skopje, come organo della Comunità musulmana. Due membri del comitato sarebbero stati incaricati di tenere i contatti con i bulgaro-macedoni e con gli irredentisti montenegrini. Altri due membri avrebbero curato gli aspetti logistici, ovvero la fornitura di armi alla popolazione attraverso il confine albanese quando fosse giunto il momento. Shtylla, tuttavia, notava come al centro dell’azione irredentista doveva rimanere la Comunità musulmana di Skopje, presieduta da Ferhad Bey Draga, che nel suo Consiglio superiore aveva parecchi membri ora facenti parte del comitato politico filo-italiano appena costituitosi. La Comunità musulmana di Skopje, cui, secondo la stima di Shtylla, che certo non eccedeva per difetto, facevano capo 950.000 persone, compresi 30-40 mila turchi, aveva una rendita di 6 milioni di dinari l’anno ed era finanziata annualmente con cifre variabili, ma mai superiori a 3 milioni. L’ex diplomatico albanese proponeva a Roma anche il finanziamento della Comunità, sia per le sue ordinarie attività, sia allo scopo di creare pensionati gestiti dal Gajret nelle sei sottoprefetture del Kosovo dove esistevano dei licei, pensionati nei quali ospitare giovani studenti biso-
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52 Membri del comitato avrebbero dovuto essere Xhevat bey Begolli e Asim Hoxha e, probabilmente, anche Gani Bey Kryeziu. Quest’ultimo, secondo Shtylla, non era più in buoni termini con le autorità jugoslave e si era mostrato molto interessato alle sue proposte. Gani avrebbe desiderato lottare per il Kosovo e per l’Italia anche perché era divenuto nemico personale di Zog, che accusava di avergli ucciso il fratello. Shtylla escludeva dal comitato Zenel Strazimiri perché non affidabile.
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gnosi da inviare poi in Italia a completare gli studi universitari. Altro gruppo verso cui indirizzare le sovvenzioni era la società segreta “Besa”, che egli stesso aveva fondato a Belgrado, composta da 14 studenti universitari. La “Besa” manteneva rapporti stretti con altre società segrete bulgaro-macedoni e montenegrine e si segnalava, data anche la sua formazione, per l’entusiasmo irredentista e filo-italiano. Infine, vi era da pensare ad altre piccole società sportive o culturali come quella di Rahovec, di Tetovo, ecc., nonché a singoli individui, anche jugoslavi, che già in passato erano stati finanziati e che era necessario continuare a farlo. Preposto a mantenere i contatti con organizzazioni e singoli sarebbe stato un funzionario albanese presso la legazione italiana a Belgrado, agli ordini dello stesso Shtylla. Quest’ultimo, infatti, si candidava a dirigere la politica delle nazionalità albanesi in Jugoslavia e in Grecia alle dirette dipendenze del ministro degli Esteri italiano e del luogotenente in Albania. Nella sua futura funzione, l’ex diplomatico albanese si riservava il compito di coordinare gli aiuti e di guidare il movimento attraverso incontri periodici con membri del comitato politico e con Ferhad Bey Draga a Venezia, Zara o Vienna. Concretamente, il programma di Shtylla prevedeva di assegnare a Ferhad Bey Draga 2.000 franchi albanesi (ne aveva avuti assegnati fino ad allora 800), 1.500 a Gani Bey Kryeziu, 1.000 a ciascuno degli altri membri del comitato politico; di dare un mensile alla Comunità musulmana di Skopje, per fondare un giornale, edificare pensionati e sostentare gli imam; di mantenere altre piccole sovvenzioni che figuravano in una lista allegata che elencava in dettaglio i finanziamenti attribuiti dal regime di Zog e continuati dall’Italia fino al giugno 1939. La somma, all’epoca, ammontava a 4.540 franchi albanesi al mese53.
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Promemoria per S.E. il Luogotenente Generale. Programma dell’attività da svolgere nelle minoranze albanesi in Jugoslavia, a firma di Shtylla, cit. Shtylla rimase a Roma all’albergo Eden fino al 16 agosto poi partì per Korça.
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5. Lo scoppio della seconda guerra mondiale e le esitazioni italiane
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Il piano italiano di sostegno delle minoranze albanesi in Jugoslavia e in Grecia si stava appena abbozzando quando scoppiò la seconda guerra mondiale. L’attacco alla Polonia e l’inizio della guerra europea, il 1° settembre, rappresentarono per l’Europa e per la politica estera italiana uno spartiacque, i cui contraccolpi si sentirono anche sulla politica jugoslava e albanese di Palazzo Chigi. Il 9 settembre Ciano comunicò seccamente alla luogotenenza a Tirana di “sospendere fino a nuovo ordine le manifestazioni e attività irredentistiche albanesi, sia nei riguardi del Kosovo che della Ciamuria”54. In questa decisione fu certo preminente il desiderio di non turbare per il momento i rapporti con la Jugoslavia. Il problema della Jugoslavia era estremamente delicato poiché implicava una soluzione nell’ambito dei rapporti tra le due potenze dell’Asse e investiva dunque la complessità della politica estera italiana del momento55. I contatti tra diplomazia italiana ed esponenti kosovari, d’altronde, non erano passati inosservati alla polizia jugoslava fin dal viaggio agli inizi di luglio a Belgrado e Zagabria di Shtylla, personaggio già ben conosciuto e inviso agli jugoslavi. Il viceministro degli esteri, Smiljanić, ne aveva fatto cenno a Guidotti, che all’epoca aveva consigliato l’immediata partenza di Shtylla per Tirana appena ultimata la sua missione56.
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54 Ciano a Jacomoni, 9 settembre 1939, telespr. 231152/1737, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 55 V. in proposito, GIANLUCA ANDRÉ, La guerra in Europa, 1° settembre 1939 - 22 giugno 1941, Milano, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 1964, pp. 286-301. Sui rapporti italo-jugoslavi si veda il fondamentale studio di ALFREDO BRECCIA, Jugoslavia 1939-1941. Diplomazia della Neutralità, Milano, Giuffrè, 1978, pp. 213 e ss. 56 Guidotti a Ciano, 6 luglio 1939, t.p.c. 3277/035; Ciano a Guidotti, s.d., s.n., in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
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Aleksandar Cincar-Marković, neo ministro degli Esteri jugoslavo, era tornato sull’argomento alcune settimane dopo, assicurando Guidotti che Belgrado non avrebbe tollerato sul proprio territorio l’attività di esuli albanesi contrari all’Italia, ma aggiungendo al contempo che “sapeva di poter contare su un’eguale correttezza e lealtà da parte nostra, nei riguardi soprattutto della minoranza albanese del Kosovo”57. Fu anche allo scopo di non esporre la legazione italiana a Belgrado che la trattazione del problema della minoranza albanese in Jugoslavia e il mantenimento di rapporti con essa furono avocati, per decisione di Ciano, direttamente a Roma e alla luogotenenza a Tirana58. Ma accanto alla prudenza nei riguardi di Belgrado, giocò un ruolo non indifferente nella decisione di bloccare temporaneamente l’attività di sostegno dell’irredentismo kosovaro anche la mancanza di fiducia nei confronti di alcuni personaggi chiave del programma proposto da Shtylla. In particolare si avevano sospetti proprio sulla sincerità dell’uomo chiave per eccellenza, Ferhad Bey Draga. Uomo che risultava continuare a frequentare le legazioni di Francia e Inghilterra a Belgrado e che, dopo l’occupazione dell’Albania e dopo il viaggio compiuto a Istanbul per incontrare Zog, aveva dato l’impressione di voler “fare un doppio gioco, o quanto meno servirsi della sua posizione per ricevere sussidi da più parti”59. La decisione di Palazzo Chigi di bloccare l’azione in favore dell’irredentismo albanese dette il via a un lungo braccio di ferro,
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Guidotti a Ciano, 9 agosto 1939, t.p.c. 3616/049, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 58 Appunto segreto, 14 agosto 1939; Indelli a Ciano, 23 agosto 1939, telespr. 3150/196 bis, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Benini a Indelli, 1 settembre 1939, t.p.c. 19045 p.r., ivi. Vedi anche I Documenti Diplomatici Italiani, s. VIII, vol. XIII, Roma, Ministero degli Affari Esteri, 1953, D. 528. 59 Guidotti a Ciano, 23 novembre 1939, telespr. 5446/1481, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Palazzo Chigi trasmetteva la notizia a Jacomoni, in pratica facendo proprio quanto detto da Guidotti. Benini a Jacomoni, 7 dicembre 1939., telespr. 242598/3037, ivi. 57
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che doveva durare fino alla maturazione dell’intervento in guerra dell’Italia, tra i vari uffici dell’amministrazione. La luogotenenza, spinta dai circoli irredentistici albanesi e talvolta fiancheggiata dal sottosegretariato, sosteneva la pronta ripresa del programma; la legazione a Belgrado premeva per mantenere ferma invece la decisione. Quando, agli inizi di settembre, Shtylla partì dall’Albania alla volta di Roma, dove alloggiava in via Flavia 72, Jacomoni scrisse una lettera personale ad Anfuso, con la quale il luogotenente raccomandava inutilmente che l’ex diplomatico albanese fosse ricevuto da Ciano, che si occupava personalmente della questione del Kosovo60. Shtylla tornò a insistere il 21 settembre per avere un appuntamento col ministro. A suo giudizio era assolutamente necessario, dopo lo scioglimento, il 26 agosto, della Skupština e del Senato in Jugoslavia e in vista delle future elezioni, sostenere i capi del Kosovo, pena la perdita dei seggi che avevano in precedenza. Proponeva quindi l’invio di aiuti finanziari e direttive politiche, usando come tramite Çomora, distaccato alla legazione italiana a Belgrado. Anche questa volta, tuttavia, la richiesta di Shtylla non fu accolta e si preferì attendere61. Così alla metà d’ottobre, l’infaticabile Shtylla lanciò ancora una volta una accorata esortazione a Palazzo Chigi. Comunicò che gli ex deputati kosovari insieme al gruppo di Ferhad Bey Draga gli lanciavano “appelli disperati” affinché non fossero abbandonati, sicuri di perdere tutti i seggi conquistati alle precedenti elezioni se non avessero ricevuto aiuto. Shtylla sottoponeva una lista dei finanziamenti che ricevevano queste personalità da Zog, e faceva presente ancora una volta l’impellente necessità di riprendere il
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60 Jacomoni a Anfuso, 7 settembre 1939, Jacomoni a Ciano, 6 settembre 1939, telespr. 6622/2208, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Jacomoni inviava anche due promemoria rimessigli da Shtylla, identici a quelli presentati dall’ex diplomatico albanese al sottosegretariato a metà agosto. 61 Appunto del SSAA, 21 settembre 1939, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Il documento reca l’annotazione: “attendere”.
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finanziamento con 85.000 lire mensili62, proponendo nuovamente di incaricare della distribuzione l’ex segretario della legazione d’Albania a Belgrado, Çomora. Ma sull’appunto che riepilogava le richieste di Shtylla, si può ancora leggere un grosso “No”, scritto a mano con un lapis. Solo a fine ottobre, anche per le pressioni ricevute da Tirana, Ciano accettò di incontrare l’ex diplomatico albanese. Lo ricevette a Palazzo Chigi il 27 ottobre alle 13,15. Ma il proposito di evitare un’azione in grande stile nei confronti dell’irredentismo albanese, come quella che si era profilata, venne mantenuto. Shtylla riferì a Straneo, funzionario del sottosegretariato per gli affari albanesi, che il ministro degli Esteri italiano concordava sul fatto che bisognasse far qualcosa per gli ex deputati e senatori del Kosovo, ma che “tutto il resto invece deve restare fermo fino a nuovo ordine”63.
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62 La somma doveva essere così ripartita: 800 franchi albanesi a Ferhad Bey Draga e 140 a suo figlio Salahedin; 100 al giornale Naš Dom, pubblicato a Skopje, a carattere religioso ma che si interessava alle minoranze; 60 franchi ad Aqif Gjilani, ottimo informatore; 80 franchi ciascuno ai due studenti nazionalisti che facevano propaganda Nezir Sejfo e Hajri Zejno; 60 franchi a ciascuno dei tredici studenti membri della società Besa di Belgrado; 500 franchi alla società stessa per le sue necessità; 70 franchi per aiutare studenti poveri; 150 franchi a religiosi musulmani; 350 franchi a personalità jugoslave che simpatizzavano con il movimento kosovaro; 250 franchi a Xhevat Bey Begolli, capo influente della minoranza, appartenente alla storica famiglia dei Begolli di Ipek, fratello di Qerim Bey che risiedeva a Tirana e designato a capo di un comitato che eventualmente si fosse formato a Tirana; 100 franchi a Asim Hoxha, influente esponente del clero di Giakova ed ex deputato, bisognoso di soldi per la rielezione; 100 franchi a testa alle società culturali nazionali di Tetovo e di Rahovec; 30 franchi a testa a sedici studenti poveri di scuola secondaria di Skopje; 200 franchi per spese di corriere più altri 200 franchi per mantenere l’automobile del ministro. 63 Appunto segreto del 21 ottobre 1939, con allegata lista dei nominativi che si sovvenzionavano in Jugoslavia e Appunto sull’aumento della sovvenzione “K”, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. In altra lista lo stesso Shtylla proponeva degli aumenti che avrebbero fatto lievitare la cifra da 13.500 franchi albanesi al
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Non contento, l’ex diplomatico albanese scrisse ancora un appunto per confermare la sua opinione sull’assoluta necessità di finanziare i politici kosovari del gruppo di Ferhad Bey Draga per le imminenti elezioni, ovvero i noti sette deputati più due ex senatori, Slatko Muhamed, ricco possidente e sindaco di Debar (Dibra), “buon patriota e amico dell’Italia”, e il dottor Xhafer Tetova, nativo della provincia di Korça ma che da 30 anni risiedeva in Jugoslavia per ragioni professionali. Sarebbe stato importante, inoltre, ottenere la nomina a senatore di Ferhad Bey Draga, nomina già promessagli da Stojadinović, ma non concretizzatasi a causa della caduta dello statista jugoslavo. Insomma, convinto che si potessero con successo aumentare i seggi alla Skupština ad almeno 12 con una buona propaganda, Shtylla chiedeva per il gruppo di Ferhad Bey Draga 50.000 o 60.000 franchi albanesi da consegnarsi in unica soluzione invitando uno o due membri del gruppo in Albania o in Italia e in ogni caso controllando che fossero spesi per gli obiettivi prefissati64. Ma aspetti locali e considerazioni generali concorrevano a spingere il governo italiano a tenere una linea molto prudente. Prime fra tutte, ovviamente, pesavano le considerazioni sui rapporti con la Jugoslavia. Come accennato, agli incoraggiamenti a sostenere l’irredentismo kosovaro provenienti da Tirana si contrapponevano i consigli alla prudenza che venivano dalla legazione di Belgrado. A fine novembre, Indelli era venuto di persona a Roma
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trimestre a 24.000 con un aumento di 5.000 franchi dovuto all’intensificazione e all’allargamento delle attività. 64 Appunto di Shtylla s.d., ma di fine (28 ottobre) ottobre 1939, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Il 10 novembre Shtylla fece presente a Jacomoni e a Straneo che in agosto aveva consegnato solo 9.660 su 13.620 franchi e che il resto lo aveva lasciato a Sofo Çomora (3.960 franchi), il quale non aveva potuto a sua volta consegnarli perché da Roma era partito l’ordine di sospendere i finanziamenti. Appunto di Shtylla, Roma 10 novembre 1939, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kossovo.
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per discutere della questione con il sottosegretariato e per fare presente che era “sconsigliabile dal punto di vista del mantenimento delle buone relazioni con la Jugoslavia di far pervenire sovvenzioni ai deputati di origine albanese alla Camera jugoslava”. Aveva sconsigliato anche di servirsi di Çomora, ritenendo che, eventualmente, fosse lo stesso Shtylla a recarsi a Belgrado per dare i finanziamenti; aveva poi ribadito che era “di non grande utilità aiutare materialmente tali elementi per il mantenimento dei loro seggi alla Skupština”. Sull’appunto preparato dal sottosegretariato per Ciano si legge un visibile “Va bene”, segno inequivocabile del consenso del ministro alle idee di Indelli65. Ma il braccio di ferro tra luogotenenza e legazione continuò. A fine anno, Jacomoni tornò alla carica con una lettera al sottosegretario per gli affari albanesi, l’industriale toscano intimo della famiglia Ciano, Zenone Benini, per sensibilizzarlo sul problema dei sussidi ai kosovari, che ancora attendevano, e che secondo lui bisognava risolvere positivamente per mantenere almeno il prestigio italiano tra di essi. Proponeva, ove Benini e Ciano convenissero nel dare qualche aiuto ai kosovari, di farlo recapitare da Jake Koçi, che conosceva l’ambiente bene e aveva dei buoni contatti. Il sottosegretariato però non mosse foglia e anzi rigettò il compito di parlarne a Ciano sullo stesso Jacomoni che alla vigilia di Natale si sarebbe recato a Roma66. Gli esiti dell’incontro tra Ciano e Jacomoni, tuttavia, registrarono una parziale sconfitta per coloro che premevano per un’immediata e vigorosa azione di supporto agli
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65 Appunto segreto del 30 novembre 1939, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Il documento reca il timbro “Visto da S.E. il Ministro” e la scritta “Va bene”. 66 Jacomoni a Benini 18 dicembre 1939, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Sul documento si leggono due annotazioni: la prima di Benini, “A Jacomoni che ne parli lui con S.E. il Ministro”; la seconda del segretario di Benini, Soardi: “Mostrato a S.E. Jacomoni che mi ha assicurato che si sarebbe ricordato di parlarne a S.E. Ciano. Soardi. 21 dicembre 1939”.
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esponenti kosovari. Il programma di vasti finanziamenti sostenuto dalla luogotenenza e da Shtylla continuò ad essere accantonato, mentre si ripiegò su un programma ridotto e diverso come genere. Non si trattava più di sostenere notabili o esponenti politici, ma si optò per sussidiare la pubblicazione di un giornale nazionalista a Skopje. L’idea era stata lanciata dai capi della minoranza albanese nell’agosto precedente e trasmessa alla legazione attraverso il cavalier Rosa, reggente il consolato di Bitolj. A Roma l’idea piacque e si chiese a Rosa di assumere maggiori informazioni, che il console trasmise, agli inizi di dicembre, nella forma di una dettagliata relazione compilata dagli stessi proponenti albanesi. La relazione sosteneva l’utilità di pubblicare due volte al mese e su quattro pagine un giornale in lingua turca e serba, ispirato all’Islam, che raccogliesse gli intellettuali e che facesse opera di propaganda per l’idea albanese, ma che soprattutto alimentasse l’agitazione contro il trasferimento degli albanesi e contro il sequestro dei beni degli albanesi del Kosovo. Direttore e caporedattore del giornale sarebbe stato l’influente Sulejman Aski Efendi, professore di teologia della Scuola superiore di religione islamica, già occupatosi di giornalismo quando a Skopje si pubblicavano giornali turchi. Per la lingua turca si prevedeva la collaborazione di Shabani Efendi Jashar, altro patriota ora segretario del Vakif di Kumanovo. L’importo richiesto per l’avvio della pubblicazione era di 7.500 dinari per i primi sei mesi, ovvero circa 20.000 lire italiane in totale, da inviare segretamente a Sulejman67. Anche su ciò, naturalmente, Jacomoni dette un parere molto positivo, trovando astuto lo stratagemma di pubblicare un giornale in lingua turca o serba per ingannare le autorità jugoslave, e proponendo la
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Indelli a Ciano, 9 dicembre 1939, telespr. 5700/1591, con allegata relazione da parte albanese circa costi e scopi della pubblicazione, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 67
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luogotenenza per l’incarico di recapitare i fondi necessari68. Su questo progetto, dicevamo, si riscontrò un consenso generale. A Roma, infatti, anche il sottosegretariato si pronunziò favorevolmente e, preoccupato di far agire con tutte le cautele possibili il personale diplomatico italiano, concordò con la proposta di Jacomoni che fosse Tirana a incaricarsi di far giungere i fondi richiesti69. Ciano, da parte sua, quando, ormai alla metà di febbraio 1940, la questione fu portata sul suo tavolo, decise di dare il via all’operazione70. A partire dagli inizi del 1940, dunque, cominciarono a maturare le condizioni per un maggiore impegno italiano a favore degli albanesi irredenti. Ebbe certo peso nella decisione di tornare a interessarsi della minoranza albanese in Jugoslavia la situazione internazionale, che vedeva la Germania e l’Unione Sovietica impegnate con successo nella spartizione dell’Europa orientale prevista dal protocollo segreto del Patto Molotov-Ribbentrop, che di fatto avvicinava sempre più il teatro di guerra alla regione balcanica. Ma contribuì anche la situazione locale determinatasi in Kosovo, dove, a parte l’intenzione di contrastare la propaganda antiitaliana serba e zoghista, si assisteva, come dimostrazione di orientamenti anti-serbi, alla crescita del prestigio italiano e a diffuse simpatie per l’Italia. Le autorità serbe, del resto, continuavano ad usare la politica del pugno di ferro verso gli albanesi, provocandone anche eclatanti proteste. Il 12 dicembre 1939, un gruppo di 140 capi di famiglia albanesi musulmani del Kosovo erano giunti a Skopje guidati dagli ex deputati Ilias Prishtina e Mustafà Durgu per reclamare dalle autorità jugoslave un intervento sugli organi
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68 Jacomoni a ministero degli Esteri, 5 gennaio 1940, telespr. 398/87, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 69 SSAA a Belgrado e Tirana, 7 gennaio 1940, telespr. 08084/71, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 70 Appunto per il Ministro, 14 febbraio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Il documento reca l’annotazione “SI”.
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esecutivi della riforma agraria che avevano loro intimato di consegnare le terre a coloni montenegrini e che alle loro proteste avevano consigliato di emigrare in Turchia. A Skopje, la delegazione era stata ricevuta dal Bano del Vardar, il quale aveva promesso il suo interessamento e la sospensione temporanea delle espulsioni. Ma gli albanesi avevano ugualmente inviato una delegazione a Belgrado per sollecitare direttamente il governo. Proprio grazie all’interessamento del presidente del Consiglio Cvetković, agli albanesi era stata data soddisfazione: le espulsioni erano state sospese sine die e alcuni agenti erano stati puniti per abuso di potere71. Questi eventi, tuttavia, non dimostravano, a parere della diplomazia italiana, la scelta del governo jugoslavo di una linea politica radicalmente diversa nei confronti della comunità albanese. Come prima, la linea della durezza sarebbe prevalsa tanto più che gli albanesi del Kosovo guardavano con simpatia a ciò che stava accadendo in Albania. Ma proprio le simpatie riscosse dall’Italia spingevano le autorità serbe quantomeno ad alleggerire la pressione sulla comunità albanese. Il console italiano a Skopje, Roberto Venturini, che sarebbe divenuto uno degli uomini chiave della politica irredentista albanese di Palazzo Chigi, si spingeva a spiegare la mancanza di reazione da parte della polizia e la condiscendenza del Bano del Vardar di fronte all’eclatante e massiccia protesta di dicembre con il timore serbo che gli albanesi si riversassero in massa a chiedere protezione presso gli uffici del consolato italiano, come risultava per certo che qualcuno di loro aveva proposto72. A fine aprile lo stesso Venturini confermava che la diminuzione delle vessazioni contro gli albanesi cui si stava assistendo, come ad esempio la non
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Venturini (da Skopje) a Indelli, 13 dicembre 1939, telespr. 1378/217, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 72 Indelli a Ciano, 20 dicembre 1939, telespr. 5875/1652, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Venturini a Belgrado, 12 gennaio 1940, telespr. 40/11; Indelli a Ciano, 27 gennaio 1940, telespr. 340/115, ivi. 71
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applicazione della riforma agraria, era dovuta al tentativo di accattivarsi le simpatie dell’elemento albanese, che tuttavia persisteva nel suo atteggiamento anti-serbo e filo-italiano73. Con fondamento, insomma, benché con evidente esagerazione, una nota informativa che Jacomoni nello stesso periodo si curò di mandare a Roma, nel tentativo di rafforzare la sua posizione nel braccio di ferro che lo contrapponeva alla legazione a Belgrado sulla questione dell’appoggio all’irredentismo kosovaro, affermava che le minoranze albanesi in Jugoslavia erano “entusiasmate per l’unione dell’Albania all’Italia e hanno vive speranze che anche le loro regioni verranno unite all’Albania Fascista nel quadro dell’Impero romano”74. Oltre alla propizia atmosfera generale, un’ulteriore spinta a incoraggiare Palazzo Chigi a valutare positivamente la ripresa degli aiuti agli albanesi del Kosovo venne da un sicuro passo di Ferhad Bey Draga in direzione della collaborazione con il governo di Roma. L’esponente albanese si era deciso a farlo dopo aver sperimentato inutilmente una serie di iniziative politiche, tutte rimaste però allo stato progettuale. In vista delle future possibili elezioni aveva tentato di organizzare i kosovari in una propria formazione politica, autonoma dal partito radicale governativo e, allo scopo, aveva preso contatti con il Partito croato dei contadini immaginando di creare un simile partito dei contadini albanesi. Questi contatti, tuttavia, erano stati interrotti per le interferenze delle autorità serbe, in particolare dello Stato Maggiore, che aveva usato la minaccia per far desistere singoli notabili albanesi dall’unirsi al disegno. Erano pure falliti i negoziati tenuti da Ferhad Bey Draga con il ministro jugoslavo delle Miniere e Foreste, Dzafer Kulenović, esponente di spicco della comunità slavo-musulmana bosniaca, per la
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Venturini a legazione a Belgrado, 23 aprile 1940, telespr. 490/102, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 74 Jacomoni a ministero deli Esteri, 6 aprile 1940, telespr. 10880/3195, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 73
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creazione di un’organizzazione musulmana raggruppante anche gli albanesi. Ferhad, infine, aveva trovato opposizione all’idea di un partito politico dei kosovari anche presso gli stessi albanesi favorevoli al partito radicale governativo75. Difficoltà politiche ed esigenze personali, dunque, spingevano Ferhad Draga verso la collaborazione con l’Italia. A metà aprile, Venturini comunicava che il notabile kosovaro intendeva stabilirsi a Belgrado, sia per vivere vicino all’amante, sia per essere più in contatto con i circoli politici della capitale al fine di procacciarsi sovvenzioni promettendo l’appoggio dei kosovari ai candidati del governo in caso di elezioni. Il console italiano giustificava il rinnovato bisogno di denaro da parte dell’esponente kosovaro con le spese che doveva sostenere per l’amante, con il diminuito reddito della sua segheria a Kosovska Mitrovica, ormai carica di ipoteche, e con il cessato finanziamento da parte di Zog, dopo un ultimo versamento di 400 napoleoni d’oro nel giugno 1939. Ferhad Draga, dunque, aveva fatto dei passi presso il consolato italiano. Venturini scriveva che egli, pur non pronunciandosi apertamente, era favorevole all’Italia: “non solo non ci sarebbe ostile per principio, ma sarebbe disposto, purché pagato e bene, a riallacciare relazioni analoghe a quelle già avute con il governo albanese”76. La decisione sul sostegno all’irredentismo kosovaro, però, tardò ancora un po’, essendo il riflesso degli orientamenti di fondo della politica dell’Italia verso la Jugoslavia e, più in generale, della sua complessiva politica balcanica. Questi orientamenti maturarono solo nel mese seguente, in maggio, di fronte alle inarrestabili avanzate delle armate germaniche in Francia.
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75 Indelli a ministero degli Esteri, 29 febbraio 1940, telespr. 757/233, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 76 Venturini a Belgrado, 16 aprile 1940, telespr. 465/93, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. A margine, il documento reca l’annotazione: “Ferhad sembrerebbe incline a servirci dietro compensi e si troverebbe in difficoltà finanziarie. Ha fatto proposte in tal senso a Belgrado (legazione)”.
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Il sostegno agli albanesi del Kosovo nel quadro della politica balcanica dell’Italia
L’idea di tenere desto l’irredentismo albanese in Kosovo a fini anti-jugoslavi si saldò con quella di una più generale revisione della carta politica dell’Albania, risollevando a tutto tondo il problema dell’incompletezza della sua unità nazionale. Accanto a quella del Kosovo, infatti, benché con un profilo senz’altro minore, un’altra importante questione nazionale si era aperta al momento della nascita dello stato albanese. All’epoca, infatti, una piccola parte della nazione albanese era stata incorporata anche nei confini della Grecia, in una zona che gli albanesi storicamente chiamano Ciamuria. Si trattava di un numero esiguo di persone se paragonato a quello della popolazione albanese che era rimasta dentro i confini del Montenegro o ancor più dentro quelli della Serbia, ma la questione rimase molto viva e molto sentita dalla classe dirigente schipetara per tutto il periodo tra le due guerre mondiali1.
1 Sul problema della Ciamuria e sulla disputa confinaria tra Albania e Grecia a livello internazionale, v. la fondamentale raccolta di documenti Dokumente për Çamërinë 1912-1939, (përgatitur nga K. Naska), Tiranë, Dituria, 1999; nonché DIMITRIS MICHALOPOULOS, The Moslems of Chamuria and the Exchange of population between Greece and Turkey, in “Balkan Studies”, 1986/2; B.P. PAPADAKIS, Histoire diplomatique de la question Nord-Epirote, 1912-1957,
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Fin dal 1939, analogamente a quanto aveva fatto per il Kosovo, Palazzo Chigi aveva puntato a sostenere l’irredentismo ciamuriota, nella consapevolezza che questa importante carta si sarebbe potuta giocare, in futuro, contro la Grecia. L’opzione di una guerra alla Grecia, in alternativa a una contro la Jugoslavia, era rimasta, dunque, sempre viva in Mussolini. Essa maturò, lentamente, man mano che il panorama politico internazionale europeo mutava, spingendolo a considerare e, infine, a prendere la decisione di intervenire nei Balcani. Fu in questo quadro che si accantonò, per il momento, l’ipotesi di un attacco alla Jugoslavia e si optò per una guerra contro la Grecia, da farsi, appunto, riscoprendo proprio la questione della Ciamuria. Il 22 maggio 1940, infatti, come sappiamo da numerose testimonianze memorialistiche, compreso il diario di Ciano, il ministro degli Esteri stesso era volato a Tirana per una visita ufficiale e la sera del 23 aveva riunito il generale Geloso, comandante delle truppe in Albania, il generale Ranza, comandante dell’Aeronautica, e Jacomoni, per comunicare loro l’intenzione di Mussolini di entrare in guerra entro due, tre settimane, precisando che occorre-
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Athènes, 1957; PASTORELLI, L’Albania nella politica estera italiana 1914-1920, cit.; LUCA MICHELETTA, La lotta per il “limes” greco-albanese e l’eccidio Tellini, in ORNELLA FERRAJOLO (a cura di), Il caso Tellini. Dall’eccidio di Janina all’occupazione di Corfù, Milano, Giuffrè, 2005; NICHOLAS PETSALIS-DIOMIDIS, Greece at the Paris Peace Conference 1919, Thessaloniki, Institute for Balkan Studies, 1978; MIRANDA VICKERS, The Cham Issue - Albanian National & Property Claims in Greece, “Conflict Studies Research Center”, April 2002; LUIGI VILLARI, La protezione delle minoranze, Pubblicazioni dell’Associazione Romana per la Società delle Nazioni, Roma, 1925; M. VOKSHI, Tutta l’Albania di tutti gli albanesi, Roma, “La Vita Italiana”, 1931; TOM J. WINNIFRITH, Badlands-Borderlands. A History of Southern Albania/Northern Epirus, London, Duckworth, 2002. V. anche “Estratto dal libro di Dhimiter Berati, Lo scopo e l’organizzazione della Lega delle Nazioni, Tirana, 1931 (trad. dall’albanese): La minorità albanese in Grecia e la Lega delle Nazioni. Secondo Berati, il totale degli albanesi in Grecia era di 90.000, di cui 50.000 viventi nella regione ciamuriota in senso stretto.
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va prendere in considerazione non più un attacco alla Jugoslavia2 come si era ipotizzato fin allora, ma alla Grecia partendo dall’Albania3. Dei presenti pare che il solo Geloso sollevasse qualche difficoltà in ordine alla preparazione militare, affermando che la migliore direttrice di marcia per un attacco fosse quella di Salonicco, ma che per eseguirla sarebbero state necessarie 10 o 11 divisioni, una quantità di forze ben superiore a quelle stanziate in Albania. Furono forse le difficoltà poste da Geloso che spinsero Ciano a sbarazzarsi del generale e a imporre al comando delle truppe in Albania Sebastiano Visconti Prasca, uomo di sua fiducia, disposto a seguire con meno imbarazzi le direttive provenienti da Roma4. Proprio in conseguenza delle indicazioni date da Ciano a fine maggio, Jacomoni riprese l’idea di un’azione verso le minoranze albanesi irredente, compresa quella della Ciamuria, in un quadro però del tutto diverso, consono alla nuova situazione data dalla certezza dell’intervento in guerra dell’Italia e di un’estensione del conflitto ai Balcani. E volò a Roma agli inizi di giugno proprio per discuterne personalmente con Ciano e avere direttamente dal ministro, ovvero dal «duce», informazioni sul futuro e direttive per l’azione da spiegare. Il luogotenente incontrò Ciano e Benini
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V. BRECCIA, Jugoslavia, 1939-1941, cit., pp. 285 ss; GIUSEPPE CONTI, La guerra del fascismo, in L. GOGLIA, R. MORO, L. NUTI, Guerra e Pace nell’Italia del Novecento. Politica estera, cultura politica e correnti dell’opinione pubblica, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 123 ss. 2
3 Sulla riunione del 23 maggio, oltre alle memorie dei protagonisti (v. JACOMONI, La politica dell’Italia in Albania, Cappelli, Bologna, 1956, pp. 225226; CIANO, Diario, cit.), si rimanda alle ricostruzioni più recenti, basate anch’esse però sul racconto dei presenti: MACGREGOR KNOX, La guerra di Mussolini, cit., pp. 165-167; MARIO MONTANARI, L’esercito italiano nella campagna di Grecia, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, 1991, 2a ed., p. 24. 4 Su ciò, v. MONTANARI, L’esercito italiano nella campagna di Grecia, cit., pp. 26 ss. Alla esauriente opera di Montanari si rimanda, inoltre, per tutti gli aspetti militari della organizzazione dell’attacco alla Grecia.
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ripetutamente agli inizi di giugno per parlare della situazione generale e discutere delle iniziative da prendere. Abbiamo notizia certa di due riunioni, il 2 e il 5 giugno, in cui venne discussa una serie di argomenti contenuti in vari appunti e rapporti preparati dallo stesso Jacomoni, dal sottosegretariato e dai due esponenti nazionalisti albanesi filo-italiani che si occupavano della politica irredentista, Nebil Dino, per la Ciamuria, e Shtylla per il Kosovo. L’appunto e il rapporto che scandirono il ritmo della riunione del 2 giugno ruotavano intorno all’ipotesi di una guerra offensiva nei Balcani contro la Grecia e contro la Jugoslavia: il rapporto di Nebil Dino era dedicato, infatti, alla situazione generale internazionale della Grecia; lo scritto del luogotenente, invece, considerava l’appoggio che l’Italia avrebbe potuto trovare nelle minoranze nazionali che aspiravano a un nuovo assetto politico-territoriale nella penisola balcanica, prime fra tutte, per importanza numerica, quelle albanesi. Uno schizzo a mano, in cui era evidenziata la discrepanza tra i confini politici e quelli etnici dell’Albania, accompagnava l’appunto, mostrando un primo rozzo abbozzo della grande Albania, estesa a nord e nord-est verso il Montenegro e la Serbia e a sud verso la Grecia. Ma quanti erano secondo la luogotenenza gli “irredenti”? “Tali popolazioni – si leggeva nell’appunto – ascendono secondo un calcolo minimo, a circa 840 mila anime, delle quali 700 mila in territorio jugoslavo e 140 mila in territorio greco”. La cifra relativa agli albanesi in Grecia era quantomeno esagerata e questo fu subito notato a Roma. Una macroscopica sottolineatura dell’affermazione e un grosso punto esclamativo tracciati a lapis sull’appunto testimoniano lo stupore dei funzionari di Palazzo Chigi. E lo stesso stupore colse i funzionari del ministero nel leggere una seconda affermazione della luogotenenza, laddove, accennando alle altre “minoranze” “in lotta con i governi di Belgrado e Atene” per ottenere l’autonomia politica o amministrativa, quali ad esempio i 500.000 macedoni o i 100.000 aromeni (cutzovalacchi)
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del Pindo, sosteneva l’esistenza di “200 mila montenegrini (in territorio jugoslavo) di razza interamente diversa da quella serba e legata, per vincoli di sangue, piuttosto agli albanesi” che aspiravano a ricostituire il loro regno, in unione personale alla corona italiana, come nel caso dell’Albania. Anche la frase sui “vincoli di sangue” tra montenegrini e albanesi come sulla loro estraneità ai serbi era evidenziata con una ben marcata sottolineatura e a margine con un grosso punto esclamativo. Ma a parte le imprecisioni sulla consistenza e sulle caratteristiche etniche e culturali delle popolazioni balcaniche, Jacomoni, al contrario di quanto sostenne durante il processo di epurazione e nel suo noto libro sulla politica dell’Italia in Albania, prendeva proprio in considerazione una guerra offensiva nei Balcani, affermando che a tale scopo si poteva puntare ad avere “un efficace appoggio” dalle minoranze albanesi. Il programma tracciato dal luogotenente prevedeva l’instaurazione di una collaborazione con tutte le minoranze albanesi, collaborazione che, coordinata e diretta da Tirana, avrebbe dovuto realizzarsi contemporaneamente verso tutti i settori ma in forme diverse a secondo degli ambienti in cui si sarebbe operato e degli scopi da raggiungere. Jacomoni articolava questa collaborazione in una serie di fasi, riprendendo concetti e modalità che già il sottosegretariato aveva avuto modo di illustrare a Ciano nell’agosto precedente. Si sarebbe iniziato con l’invio di fidati agenti per prendere contatti o rafforzare quelli già esistenti con i capi locali onde stabilire le linee di azione futura; in un secondo momento, a un segnale convenuto, i capi delle minoranze avrebbero spinto la popolazione a inscenare agitazioni e dimostrazioni a carattere irredentista; raggiunto un certo livello di intensità delle agitazioni, gli irredentisti avrebbero fatto seguire atti di terrorismo, sabotaggi ecc., quali il taglio delle linee telegrafiche o la distruzione di ponti e ferrovie, per recare danno all’azione difensiva dell’esercito e delle autorità locali, e avrebbero proceduto alla formazione di bande locali con il con-
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corso di elementi provenienti dall’Albania. Ultimo stadio sarebbe stato l’intervento armato italiano, fiancheggiato o preceduto da bande armate albanesi “abilissime in azioni di guerriglia”. Il luogotenente avvertiva, tuttavia, che gli albanesi non si sarebbero lanciati in operazioni di guerriglia se non si fossero sentiti “sostenuti da imponenti forze regolari”, affermando che le minoranze “oggi soggette a stretta vigilanza e a violente repressioni, da parte di jugoslavi e di greci – specialmente dei primi – non si espongono a gravi rischi se non si fanno convinte che la nostra azione, una volta iniziata, sarà condotta a termine rapidamente e sicuramente”. Queste considerazioni lo portavano a concludere che il programma “almeno nella parte di forza” doveva essere realizzato solo dopo che l’atteggiamento italiano verso la Jugoslavia e la Grecia fosse stato definito, al fine di non creare false illusioni che avrebbero comportato “una forte depressione morale e probabilmente un distacco in quelle popolazioni che sono oggi disposte a seguirci con decisione e con fede”. Esaminate le premesse politiche, Jacomoni si occupava dell’organizzazione pratica, formulando una serie di richieste in denaro, armi e tecnici, raccomandando un coordinamento della sua attività con quella che il Servizio informazioni militare stava già realizzando, e soprattutto facendo presente che l’offensiva contro la Grecia e la Jugoslavia avrebbe richiesto forze maggiori di quelle presenti in Albania al momento. Un’ultima parola veniva spesa, poi, per invitare la legazione italiana a mantenere contatti con i circa 100 studenti albanesi a Belgrado, appartenenti alle più influenti famiglie del Kosovo, in vista dell’azione prospettata, e a curare in particolare i rapporti con Ferhad Bey Draga5.
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“Per attuazione del programma sopra indicato – scriveva Jacomoni –occorrerebbero: ....Milioni (in valuta jugoslava, greca, albanese, inglese, francese italiana). - un istruttore nel maneggio di esplosivi. - 6.000 fucili, con adeguato munizionamento, e 2.000 bombe a mano per le bande. - Come già rappresentato dai comandi delle forze armate in Albania una nostra azione offensiva in 5
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La riunione tra Ciano e Jacomoni del 2 giugno ebbe come risultato l’assenso del ministro al programma di “collaborazione” con le minoranze albanesi anche se egli rimandò ogni decisione circa la sua messa in opera. L’appunto redatto da Jacomoni reca infatti la seguente scritta di Michele Scammacca, capo dell’ufficio I del sottosegretariato: “L’Ecc. Jacomoni ha presentato personalmente all’Ecc. Ciano il presente appunto. Ha avuto istruzioni di tenere contatti cautissimi con le minoranze albanesi d’oltre confine e di tenersi pronto a organizzare delle bande in Albania prop. detta non appena ne abbia istruzioni. 2 giugno 1940”6.
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Come si è anticipato, il 5 giugno si ebbe a Palazzo Chigi una seconda riunione con Ciano, dedicata questa volta esclusivamente alla questione del Kosovo, che al momento era stata posta in secondo piano, data la decisone di agire in un primo tempo contro la Grecia. Il fascicolo con il quale Jacomoni e Benini si presentarono a discutere con Ciano conteneva un promemoria compilato da Shtylla e consegnato il 28 maggio al sottosegretariato per dargli modo di studiarlo e di sostenere la sua richiesta di presentarlo personalmente al ministro7, nonché un appunto che essi avevano preparato per l’incontro. È semplice, quindi, seguire attraverso questi due documenti il contenuto delle conversazioni. Il promemoria di Shtylla ricordava, innanzitutto, il programma d’aiuti che egli aveva proposto l’anno precedente, concordando sulla decisione di Palazzo Chigi di sospenderlo. Ma ricordava pure che il governo italiano aveva sospeso quel minimo sostegno che gli albanesi di Jugoslavia ricevevano da Zog, demoralizzando le organizzazioni albanesi, in particolare quelle studentesche che
Jugoslavia e in Grecia richiederebbe forze maggiori di quelle attualmente disponibili in posto”. 6 Appunto di Jacomoni, Tirana, 1 giugno 1940, in ASMAE, SSAA, B. 81. L’appunto fu probabilmente compilato con Shtylla. 7 Appunto per Ciano del 5 giugno 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
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vedevano in ciò un disinteressamento dell’Italia alla loro sorte. Ciano – ricordava ancora Shtylla – gli aveva detto che in vista delle future elezioni si sarebbe ripreso almeno il contributo finanziario nella misura concessa prima da Zog e che, a questo proposito, egli si era recato a Tirana per studiare con Jacomoni cosa fare per ripristinarlo. Si era deciso, a seguito di una serie di riunioni nel febbraio 1940, che lo stesso Shtylla, con il console generale Meloni e col consigliere di legazione Karazi, incontrassero qualche rappresentante delle minoranze albanesi, possibilmente Ferhad Bey Draga, a Trieste. Da allora – continuava Shtylla – la situazione delle minoranze si era aggravata e capi influenti potevano essersi orientati in favore della Jugoslavia. Occorreva, dunque, fare qualcosa, “un gesto immediato per venire in aiuto alle organizzazioni esistenti”, ovvero stabilire l’incontro con i capi delle minoranze al più presto e agire da subito per sostenere le minoranze per le prossime elezioni. Una parte del memorandum di Shtylla verteva poi sull’accordo turco-jugoslavo, di cui riepilogava la storia, affermando che da parecchi mesi il governo jugoslavo aveva intensificato l’azione e sembrava che vi fosse un nuovo accordo con Ankara soprattutto per quanto riguardava le indennità da corrispondere alle famiglie emigranti, che erano state uno dei motivi per i quali i trasferimenti erano stati ritardati. Anche il governo di Belgrado aveva intensificato le pressioni sulla comunità albanese, utilizzando i komitadji8. Con l’appunto preparato dal sottosegretariato, Benini e Jacomoni fecero da controcanto al promemoria di Shtylla. Il documento caldeggiava la ripresa dell’azione di sostegno alla minoranza albanese, informando sugli ultimi sviluppi della situazione politica delle minoranze albanesi in Kosovo, sulla minore pressione eser-
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Promemoria per l’Eccellenza il sottosegretario di Stato per gli Affari Albanesi, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi del Kosovo. Sul documento si legge l’annotazione che il promemoria era stato consegnato da Shtylla il 28 maggio. 8
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citata dal governo di Belgrado e sulla propaganda anti-italiana, che diffondeva notizie false sulle cattive condizioni dell’Albania sotto la corona dei Savoia. Rilievo veniva poi dato alle ultime notizie circa l’attività di Ferhad Draga, notando come le difficoltà finanziarie in cui versava potevano trascinarlo verso Belgrado e indurlo ad appoggiare candidati governativi alle prossime elezioni. Ferhad Draga, invece, aveva fatto sapere, attraverso persona di assoluta fiducia, di essere disposto a trattare con l’Italia e a collaborare a patto di un sussidio finanziario. L’appunto, inoltre, affermava che il promemoria di Shtylla era corretto e veritiero. Si discostava, però, da esso perché valutava al contrario opportuno, per non destare i sospetti jugoslavi, evitare incontri con il maggiorente kosovaro a Trieste e soprattutto scartava l’ipotesi che lo potesse incontrare Shtylla. Benini e Jacomoni proponevano invece di contattare Ferhad Draga attraverso fiduciari e proporgli un finanziamento ordinario per i capi kosovari e un sussidio personale; di erogare un sussidio straordinario per favorire l’elezione dei candidati più opportuni; di tornare ad aiutare gli studenti albanesi a Belgrado; di agire mediante fiduciari, diretti dalla legazione a Belgrado e dalla luogotenenza; di valersi della collaborazione di Shytlla a Tirana; di “predisporre cautamente da Tirana i quadri e le condizioni per un’eventuale azione di bande allo scopo di farle agire quando le circostanze si maturassero”. Il tutto ovviamente doveva essere coordinato da Palazzo Chigi. Sull’appunto si può leggere la minuta del solito diligente Scammacca: “Il presente appunto è stato presentato all’Ecc. il ministro Ciano dal sottosegretario Benini e dal Luogotenente Jacomoni il 5 giugno 1940. XVIII. L’Eccellenza Ciano ha approvato le proposte”; e si può anche leggere un laconico “SI” siglato con un inconfondibile “ZB”, Zenone Benini9. A suggello di
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9 Appunto segreto per Ciano, 5 giugno 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
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tutta questa attività, il 6 giugno Ciano si decise nuovamente a incontrare Shtylla.
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Appare di tutta evidenza che i colloqui che si svolsero a Palazzo Chigi nella prima settimana di giugno tra Ciano, Jacomoni e Benini, avevano il fine di mettere a punto le modalità per dare il via alla guerra parallela nella regione balcanica. Essi confermano, dunque, per quanto riguarda la situazione politica generale, che a Roma si discuteva della concreta possibilità di estendere il conflitto ai Balcani, con un attacco alla Grecia e/o alla Jugoslavia, già prima dell’attacco alla Francia e subito dopo il 27-28 maggio, la data “probabile”, secondo De Felice10, in cui Mussolini decise l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale. In altre parole, si potrebbe affermare che la guerra nei Balcani fu un obiettivo che si pose contemporaneamente e non successivamente alla guerra contro la Francia e la Gran Bretagna11. La decisione della guerra parallela, come si è già avuto modo di mostrare per il caso dell’attacco alla Grecia12, nasceva in funzione di salvaguardia degli interessi
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10 V. RENZO DE FELICE, Mussolini l’alleato. L’Italia in guerra 1940-1943. Dalla guerra “breve” alla guerra lunga, Torino, Einaudi, 1990, p. 89. V. anche le considerazioni di ENNIO DI NOLFO, Mussolini e la decisione italiana di entrare nella seconda guerra mondiale, in L’Italia e la politica di potenza in Europa (1938-1940), a cura di ENNIO DI NOLFO, ROMAN H. RAINERO, BRUNELLO VIGEZZI, Milano, Marzorati, 1985, pp. 19-38. 11 V. le considerazioni di ENZO COLLOTTI, La politica dell’Italia nel settore danubiano-balcanico dal patto di Monaco all’armistizio italiano, in E. COLLOTTI T. SALA - G. VACCARINO (a cura di), L’Italia nell’Europa danubiana durante la seconda guerra mondiale, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione, Milano, 1967, pp. 20-25. Inoltre, v. ENZO COLLOTTI, L’Italia dall’intervento alla guerra parallela, in L’Italia nella seconda guerra mondiale e nella resistenza, a cura di F. FERRATINI TOSI, G. GRASSI, M. LEGNANI, Milano, Angeli, 1988; LEOPOLDO NUTI, I problemi storiografici connessi con l’intervento italiano nella seconda guerra mondiale, in “Storia delle Relazioni Internazionali”, 1985, vol. 1, n. 2. 12 V. LUCA MICHELETTA, La questione della Ciamuria e l’attacco italiano alla
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italiani nei confronti del sempre più forte e temuto alleato germanico. Al di là delle apparenze e della retorica del momento, ci pare che per Ciano, e certo anche per Mussolini, fosse proprio questa la “vera” guerra da combattere, quella contro l’assoluto dominio che la Germania, trionfante ormai in Francia e garantita dall’accordo con l’Unione Sovietica del 23 agosto 1939, aveva ottenuto sull’Europa. In quel torno di tempo, le percezioni italiane rispetto alla Grecia avevano tutte un unico comun denominatore: la crescente influenza della Germania in Grecia a scapito non solo di quella anglo-francese, ma anche di quella italiana. Spingeva a questa conclusione l’esame di tutta una serie di fattori trasversali all’economia e alla politica. La Grecia si stava orientando verso Berlino, ora che aveva perso la Gran Bretagna come protettrice, perché l’immagine della Germania nel paese era enorme, perché quasi tutto il commercio greco era dipendente da quello tedesco, perché il dittatore greco, Metaxas, era un generale di cultura esclusivamente tedesca, ex primo aiutante di Re Costantino, simbolo del germanofilismo; perché, infine, le preoccupazioni di Atene nei confronti delle mire dell’Italia la spingevano, per la sua stessa salvezza, nelle braccia della Germania. In questo quadro, per la politica italiana l’appoggio all’irredentismo albanese diveniva uno degli strumenti principali per creare l’”ordine nuovo”, revisionando, proprio a partire dall’Albania, sulla base del principio di nazionalità, con la minaccia e con l’uso della forza, l’assetto politico-territoriale dei Balcani in modo conforme alle esigenze dell’Italia. Non fu certo un caso che i colloqui di inizio giugno avessero tutti come fulcro proprio l’Albania e le sue minoranze oltre confine, contemplate in un generale programma di completamento dell’unità nazionale di tutti gli albanesi. La Grande Albania diveniva perciò il possibile architrave di una futura egemonia italiana nei Balcani e con ciò anche l’antemurale
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Grecia del 28 ottobre 1940, in “Clio”, 2004/3.
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per bloccare la pressione della Germania verso il Mediterraneo. Si iniziava così, a giugno, una lunga preparazione diplomatica della guerra alla Grecia, che puntava a risollevare e risolvere, con la minaccia militare, la questione ciamuriota come primo passo verso l’assoggettamento di fatto della Grecia e la sua inclusione nella costituenda “sfera d’influenza” italiana. Approntata la crisi finale per la fine di agosto, si montò all’epoca il caso Daut Hoxha, un ciamuriota assassinato in circostanze oscure, ma fatto assurgere a ultimo martire della antica catena di persecuzioni e spoliazioni compiute dal governo greco contro i ciamurioti, di cui si mettevano in evidenza di contro l’attaccamento alla patria e la resistenza all’ellenizzazione. L’impresa, tuttavia, si dovette fermare sul limite della guerra a causa del fermo diniego tedesco a turbare la pace nei Balcani13, quello che comprensibilmente Ciano definì “un alto là completo, su tutta la linea”14. Vale la pena di ricordare che l’Unione Sovietica, con la quale l’Italia già dalla metà di giugno stava tentando un riavvicinamento, sempre ostacolato dai tedeschi, aveva fatto comprendere di essere favorevole alle rivendicazioni italiane sulla Grecia, come a quelle ungheresi sulla Transilvania15. Ma a parte il consenso russo, essenziale sarebbe stato l’appoggio politico diplomatico dell’alleato tedesco che, però, proprio all’ultimo momento venne meno. Ribbentrop infatti aveva parlato il 16 agosto con l’ambasciatore
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V. GIANLUCA ANDRÈ, La politica estera del governo fascista durante la seconda guerra mondiale, in RENZO DE FELICE (a cura di), L’Italia tra tedeschi e alleati. La politica estera fascista e la seconda guerra mondiale, Bologna, Il Mulino 1973, pp. 122-123. Vedi anche, per i rapporti italo-tedeschi, MARTIN L. VAN CREVELD, Hitler’s Strategy 1940-1941. The Balkan Clue, Cambridge, Cambridge University Press, 1973, pp. 11-13. 14 V. CIANO, Diario alla data del 17 agosto. 15 V. MARIO TOSCANO, Una mancata intesa italo-sovietica nel 1940 e 1941, Firenze, Sansoni, 1953, p. 42. Sulle relazioni italo-russe nel cruciale periodo 1939-41, v. GIORGIO PETRACCHI, Da San Pietroburgo a Mosca. La diplomazia italiana in Russia 1861/1941, Roma, Bonacci, 1993, pp. 339-373. 13
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Alfieri e mentre da un lato aveva frenato ogni ipotesi di un accordo italo-russo, dall’altro si era ancora dichiarato fermamente contrario a un turbamento dello status quo nei Balcani in relazione alla Jugoslavia ma anche alla Grecia, ribadendo che prima bisognava sconfiggere la Gran Bretagna16. La scelta di estendere il conflitto ai Balcani cominciando dalla Grecia e il freno posto dall’alleato germanico all’iniziativa italiana comportarono una nuova fase nei rapporti tra Roma e Belgrado. Benché l’idea di Mussolini di sbarazzarsi, prima o poi, della Jugoslavia rimanesse intatta, per il momento si evitò di portare alla crisi finale i rapporti con Belgrado17.
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2. L’organizzazione della rete irredentistica albanese Come effetto dei colloqui di inizio giugno, tuttavia, si ebbe la decisione di riprendere l’azione di sostegno ai kosovari registrata nell’appunto presentato e approvato da Ciano il 5 giugno. Il sottosegretariato iniziò subito l’organizzazione per l’esecuzione delle direttive ivi contenute. Scammacca ricordava a Jacomoni che per dare fiducia alle regioni irredente dell’Albania bisognava “im-
Alfieri a Ciano, 17 agosto 1940, in DDI, s. IX, vol. V, D. 431. Secondo CREVELD, Hitler’s Strategy 1940-1941. The Balkan Clue, cit., pp. 13-21, il veto tedesco era inteso solo per la Iugoslavia e non per un eventuale attacco alla Grecia. Secondo Creveld, Alfieri non comprese il pensiero di Ribbentrop. Tuttavia, anche a Metaxas risultava che l’Italia fosse stata trattenuta dal compiere l’estremo passo contro la Grecia proprio dall’intervento della Germania, v. Michael Palairet a Halifax, 22 agosto 1940, in British Documents on Foreign Affairs, Part III, Series F, Europe, Volume 21, Italy and South-Eastern Europe, July 1940 - December 1940, D. 40. V., inoltre, quanto ha scritto GERHARD L. WEINBERG, Il mondo in armi. Storia globale della Seconda Guerra Mondiale, Torino, Utet, 2007, pp. 225-226. 17 Sui rapporti italo-jugoslavi in questo periodo, v. ancora BRECCIA, Jugoslavia 1939-1941, cit., pp. 301-331. 16
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piantare la nostra azione su un concetto continuativo, talché nelle regioni suddette si abbia d’ora innanzi la sensazione di un’assistenza durevole e sicura, consona perciò ai nuovi tempi, e non più soggetta a repentini mutamenti o ad interruzioni. In tal modo terremo sempre la minestra in caldo, e potremo provocarne la ebollizione in qualunque momento ci piacesse farlo”. Il funzionario consigliava la massima prudenza e tanto per iniziare proponeva lo studio di un libretto popolare in albanese da pubblicarsi “con tanto di imprimatur serbo a Skopje, o magari nella stessa Belgrado”, prima uscita di una serie di pubblicazioni di storia, religione e poesia a carattere nazionale albanese. Quanto alla parte più “tangibile” del programma, quella dei finanziamenti, Scammacca spiegava che se ne sarebbe occupato con la legazione a Belgrado, ma chiedeva di sapere quali cifre potessero servire a Jacomoni per la parte del programma da svolgersi a Tirana18. Contemporaneamente, il sottosegretariato informò anche il nuovo ministro d’Italia a Belgrado, Mameli, dell’intenzione di riprendere una cauta ma continua assistenza ai kosovari, chiedendo di mandare urgentemente a Roma Guidotti per definire concretamente l’azione. Quanto a Ferhad Bey Draga, Roma lasciava giudicare il da farsi a Mameli: “In quanto nota persona, – gli scriveva Benini – se credete conveniente dargli subito un incoraggiamento, potrete corrispondergli una gratificazione indicandone l’ammontare”19. Un incoraggiamento che Mameli ritenne di dare immediatamente, attingendo dal suo conto 20.000 dinari, pari a circa 8.000 lire italiane, e facendoli consegnare a Ferhad Bey Draga. Denaro che più tardi Palazzo Chigi rimborsò al diplomatico italiano, prelevandolo dal fondo riservato “Albania A” 20. Il fondo custodiva i
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Scammacca a Jacomoni, 21 giugno 1940, lettera segreta 71/16726/2025, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 19 Benini a Mameli, 21 giugno 1940, t. n. 17440/157, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferad Bey Draga. 20 Mameli a Benini, 23 giugno 1940, t. 22519/218, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. 18
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soldi per le spese politiche e riservate dell’Albania, sotto diretto controllo di Ciano e di Anfuso, capo di gabinetto del ministro, ed era pure utilizzato per dare compensi agli altri collaboratori albanesi, tra cui lo stesso Shtylla, che ricevette a fine giugno 10.000 lire a titolo di gratificazione straordinaria, prima di essere definitivamente inquadrato nel personale della Luogotenenza, come consulente politico per 1.000 franchi albanesi al mese21. Fu ancora una volta proprio l’ex diplomatico albanese, dopo una serie di colloqui avuti al sottosegretariato, che si incaricò di preparare, insieme a un promemoria per Scammacca, l’ennesimo elenco di personalità e associazioni da finanziare. Shtylla esprimeva il parere di sospendere ancora per un po’ la vasta azione politica che egli stesso aveva immaginato nell’estate del 1939, ma caldeggiava nuovamente la ripresa dei contatti con i capi delle minoranze albanesi e un aiuto finanziario alle persone che avevano più immediato bisogno. Occorreva, inoltre, a suo giudizio, preparare il terreno per le elezioni che ci sarebbero state probabilmente l’autunno successivo in base alla legge emanata in seguito all’accordo croato-serbo stipulato l’anno precedente. Poste queste premesse di carattere generale, l’ex diplomatico albanese entrava nel vivo della questione ricordando, ancora una volta, che Zog spendeva per il sostegno alle minoranze 4.540 franchi albanesi mensili; somma che egli proponeva di aumentare fino a 5.000, rivedendo però la lista dei beneficiari e le quote da attribuirsi, sia inserendo qualche beneficiario in più, sia ritoccando le somme in favore di particolari personaggi, quali ad esempio gli ex deputati kosovari, in gravi condizioni economiche dopo lo scio-
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Ferad Bey Draga. Benini a Mameli, 30 luglio 1940, telespr. 17363/e con allegato Appunto del 26 luglio a firma di Benini. Anfuso a Mameli, 8 luglio 1940; Appunto per il sottosegretariato, 8 luglio 1940, n. 04356, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferad Bey Draga. 21 Appunto di Scamacca per Ciano, 16725/1645 con allegato Appunto per Benini, 21 giugno 1940, con il “Si” di Benini, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
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glimento della Camera jugoslava e il venir loro meno dell’indennità parlamentare. Allegava quindi al promemoria una lista di sussidi indicando persone e società con il relativo compenso22. Queste considerazioni come l’elenco di beneficiari vennero attentamente esaminati nel corso di tre giorni di colloqui tenuti a fine giugno a Palazzo Chigi tra Shtylla, Scammacca, Benini e Guidotti. Il 26 giugno, al termine di questo primo esame, Scammacca inviò a Mameli per conoscerne il parere un nuovo elenco di personaggi e società da sovvenzionare e un secondo elenco comprendente soltanto studenti, frequentanti l’università di Belgrado o quelle di Sarajevo o di Zagabria o studenti del ginnasio a Skopje. In particolare, il sottosegretariato chiedeva l’opinione della legazione a Belgrado circa una serie di problemi: quali persone effettivamente sovvenzionare, e quali aumenti effettuare, rispetto alle idee di Shtylla, e, più in generale, quale azione politica svolgere in caso di elezioni in Jugoslavia. E ancora l’opinione di Mameli era richiesta circa l’utilizzo degli uffici consolari del Kosovo allo scopo di erogare i fondi straordinari per le cucine economiche, per i medicinali, le scuole, ecc.; e circa l’aiuto da dare alla Comunità musulmana, in particolare al Vakif, che per l’articolata ramificazione poteva divenire un veicolo propagandistico molto efficace, insomma di giudicare se era opportuno finanziare la Comunità musulmana23. Ma, oltre alla richiesta di consultazioni circa gli aiuti, il sotto-
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22 Promemoria per il barone Scammacca, con allegato elenco dei beneficiari, compilati da Shtylla e consegnati a Scammacca il 22 giugno 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Shtylla partì per Tirana in aereo da Brindisi giovedì 27 giugno 1940. 23 Scammacca a Mameli, 26 giugno 1940, lettera n. 71/16997/1751, con allegati elenchi, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Vale la pena di osservare che Scammacca ripeteva a Mameli pari passo il brano della lettera inviata a Jacomoni il 21 giugno sulla minestra da tenere in caldo e sulla cautela da serbare.
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segretariato ne fece un’altra, e questa volta a Belgrado e Tirana, che aveva un chiaro significato di politica generale a due giorni dalla firma a Villa Incisa dell’armistizio con la Francia. Non si trattava più di decidere e valutare circa finanziamenti più o meno occulti a personaggi e correnti irredentiste albanesi, quanto di approntare uno studio complessivo sulle minoranze albanesi “in vista delle possibili, estreme conseguenze della situazione attuale”. A Belgrado veniva affidato il compito di concentrarsi, ovviamente, su quella kosovara, a Tirana, invece, di preparare uno studio “corredato di dati statistici e da grafici dimostrativi” sulle minoranze in Grecia e Jugoslavia. Sia Mameli che Jacomoni erano informati che si sarebbe incaricato dell’opera anche Shtylla, in modo da poter fare poi una comparazione delle risultanze dei tre studi e avere quindi un’idea della situazione da tre punti di vista anche geograficamente diversi. Al luogotenente si suggeriva, tra l’altro, di rivolgersi, se lo avesse ritenuto opportuno, a sua volta ad altre persone per studi particolari come ad esempio l’avvocato Jake Koçi per la comunità kosovara, o forse l’ex ministro Alizoti o il signor Constantin Hariton per la comunità in territorio greco24. Infine, sempre in quei giorni di fine giugno, Scammacca interessava Jacomoni affinché si adoperasse per stampare qualche pubblicazione di carattere nazionale albanese su aspetti folcloristici, religiosi o epico-narrativi, secondo quanto in precedenza concordato. Occorreva a suo giudizio, “un libricino di poche pagine per risvegliare nel fondo dello stomaco a quella gente le antiche voci della razza”, e certo anche qualche libro religioso in albanese per musulmani, cattolici e ortodossi. Della pubblicazione, a Tirana, si poteva parlare con il ministro dell’Istruzione, Koliqi, che posedeva un prezioso materiale di epica popolare albanese, mentre a Roma il sottosegretariato aveva già interessato della cosa don
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Scammacca a Mameli, 26 giugno 1940, lettera n. 71-17104/1781; Scammacca a Jacomoni, 26 giugno 1940, lettera segreta 71/17103/2186, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 24
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Lazer Shantoja che si era ripromesso di studiarla25. La risposta da parte di Belgrado si fece attendere parecchio. D’altra parte non c’era urgenza, visto che la priorità era stata data al problema greco e non a quello jugoslavo. Mameli e Guidotti ebbero tutto il tempo di consultarsi a loro volta con Venturini e di attendere da lui suggerimenti pratici sulla procedura e sulla gradualità da dare all’operazione. Lo stesso valeva per lo studio circa la minoranza kosovara, anch’esso affidato alle indagini e alla macchina da scrivere di Venturini26. Diverso invece il ritmo e soprattutto l’azione svolta a Tirana. Qui si dovevano preparare i precedenti del problema della Ciamuria, primo contenzioso politico-territoriale che si era deciso di abbordare, e soprattutto svolgere un’azione a carattere irredentista in tempi molto più ridotti. Circa le sovvenzioni e la loro distribuzione alla minoranza albanese in Jugoslavia, l’opinione di Jacomoni concordava in tutto con quella di Shtylla. Per quanto riguardava i costi dell’operazione da svolgere facendo capo a Tirana, Jacomoni spiegava di non poter indicare alcuna cifra, dato che anche la stessa non era stata ancora precisata. Per quanto riguardava lo studio sulle minoranze diceva che aveva persone affidabili e che comunque avrebbe escluso lo Hariton27. A metà luglio Scammacca volò a Tirana proprio per discutere con Jacomoni e Visconti Prasca delle rivendicazioni territoriali albanesi verso la Jugoslavia e la Grecia. Naturalmente larga parte
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25 Scammacca a Jacomoni, 27 giugno 1940, lettera n. 71/17906/2145, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 26 Guidotti a Scammacca, lettera dell’8 luglio 1940. A nome di Venturini, Guidotti chiedeva di avvertire Tirana di evitare l’invio di materiale di propaganda albanese verso Tirana per posta ordinaria. Il 20 luglio, Scammacca poteva comunicare che Benini aveva interessato Jacomoni circa l’invio di materiale propagandistico. Scammacca a Guidotti, 20 luglio 1940, 71/17990/2108, Benini a Jacomoni, 23 luglio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 27 Jacomoni a Scammacca, 1 luglio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
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del tempo venne speso a concordare le linee di massima dell’azione in Ciamuria, riscuotendo un pieno accordo del luogotenente circa l’azione da svolgere verso la minoranza albanese in Grecia28. Quanto all’azione irredentista in Ciamuria, Scammacca sosteneva a fine luglio di non poter ancora stabilire le cifre necessarie al luogotenente, non conoscendo esattamente i suoi progetti, ma che si trattava di un’azione di “ordinaria amministrazione” per la quale Jacomoni si poteva regolare sulle cifre proposte da Shtylla per la minoranza kosovara29. Insomma la richiesta di fondi, secondo Jacomoni, dipendeva a sua volta dall’ampiezza dell’azione che a Roma si desiderava fare, ma che egli si poteva regolare sulla somma disponibile30. La risposta della legazione a Belgrado circa l’azione da svolgere verso gli albanesi di Jugoslavia giunse, invece, come vedremo, più tardi, agli inizi di settembre. Come si è ricordato, per tutto il mese di agosto si sviluppò una forte crisi tra Roma e Atene a proposito nel noto caso dell’uccisione del ciamuriota Daut Hoxha e solo alla fine del mese Palazzo Chigi rinunciò temporaneamente all’idea, che pure aveva coltivato, di sferrare l’attacco alla Grecia. D’altro canto, la situazione locale in Kosovo, durante la primavera e l’estate 1940, non aveva registrato, vista nell’ottica albanese, alcun segno di miglioramento. Atto particolarmente risentito dagli albanesi di Jugoslavia era stato il commissariamento della Comunità musulmana di Skopje. Il 17 maggio 1940, infatti, con decreto del ministero della Giustizia, che esercitava il controllo statale sulla Comunità religiosa musulmana del Regno, il governo di Bel-
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28 Appunto di Scammacca per Benini del 15 luglio, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Vedi anche ivi, Appunto per l’Eccellenza. Ministero della Guerra. SIM. Ufficio Albania, Tirana 9 luglio 1940. 29 Scammacca a Jacomoni, 20 luglio 1940, lettera 71/17989/2508, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.. 30 Jacomoni a Scammacca, 26 luglio 1940, lettera 2418R, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese..
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grado dispose la nomina di commissari per controllare l’attività della Comunità nel territorio dello Ulema Mejlis di Skopje, che comprendeva la Banovina del Vardar, della Morava, del Danubio, la giurisdizione di polizia di Belgrado ed alcuni capitanati distrettuali della Banovina della Zeta. I quattro membri dello Ulema Mejlis sarebbero rimasti in carica, ma per la gestione amministrativa dei beni della Comunità dovevano essere coadiuvati dai commissari governativi, mentre venivano temporaneamente esautorati da questo compito gli altri organi della Comunità, quali la Dieta, che era l’organo legislativo elettivo, e il Comitato, a sua volta formato da membri della Dieta, cui spettava l’amministrazione dei beni. Il provvedimento veniva giustificato con il sospetto di irregolarità amministrative, ma i membri della Dieta sospesa, in gran parte albanesi, sostenevano che si volesse con esso colpire proprio il cuore politico, oltre che religioso, della comunità albanese. Si riteneva che Belgrado avesse voluto togliere di mano a Ferhad Bey Draga e ai suoi fedeli, che detenevano la maggioranza dei voti nella Dieta, lo strumento più utile per mantenere un ascendente sui musulmani albanesi della Serbia, anche perché circolavano voci sul fatto che la Comunità musulmana sarebbe stata da tempo agli ordini di Tirana. Notizie apprese da Venturini indicavano che Ferhad Bey Draga aveva avuto il suggerimento di dimettersi dalla Dieta dal ministro della Giustizia, Lazar Marković, che pure gli aveva ricordato la propaganda fatta contro di lui dal foglio locale Naš Dom. Risultava inoltre che il notabile albanese si stava adoperando per far revocare il provvedimento e che aveva suggerito agli organi della Comunità che erano stati sospesi di astenersi dal dare le consegne ai commissari se non dietro ordine del Reis-ul-Ulema o se obbligati dalla forza pubblica. Venturini commentava che il provvedimento aveva destato molta sfavorevole impressione negli ambienti musulmani, benché si ammettesse la possibilità di illeciti
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guadagni da parte di Ferhad Bey Draga per circa 30 milioni di dinari. Con facile previsione, inoltre, Venturini immaginava che il governo di Belgrado da parte sua non avrebbe revocato il provvedimento, che i commissari a loro volta avrebbero condotto le indagini sull’amministrazione in modo tale da giustificare sia la loro nomina sia la decadenza della Dieta, e che, inoltre, le elezioni per la nuova Dieta non si sarebbero svolte in quanto non avrebbero potuto determinare l’affermazione di una solida maggioranza filogovernativa, dato che Belgrado non poteva più esercitare sugli albanesi ulteriori pressioni senza alimentare ancor di più le tanto temute simpatie verso l’Italia31. Insomma, mentre secondo gli osservatori italiani sempre più chiaro appariva il desiderio dei kosovari di scrollarsi di dosso il giogo serbo, Belgrado invece continuava ad usare, con alterne fortune, ogni utile mezzo per facilitare il trasferimento degli albanesi e per convincere i capi della minoranza e gli esuli a lottare contro l’occupante italiano e a mettere da parte le istanze irredentiste. A fine luglio, il console italiano a Bitolj informava che sarebbero partiti con destinazione Turchia alcuni contadini capifamiglia con le loro numerose famiglie al seguito32. Risultava anche agli italiani che il Bano del Vardar era riuscito ad attrarre un gruppo di capi albanesi, che avevano fatto professione di amicizia per la Jugoslavia e di volontà di lotta contro l’Italia che occupava l’Albania33. Si ebbe pure notizia che addirittura il noto esule politico Qazim Kokoshi, atteggiandosi a capo dei kosovari, fosse andato al ministero degli Esteri jugoslavo e avesse rinunciato a ogni rivendica-
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31 Scammacca a Jacomoni, 28 giugno 1940, telespr. 71/17933/2165, con allegato stralcio di telespr. di Venturini da Skopje in data 25 maggio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. “Associazione islamica della Serbia meridionale”. 32 Mameli a Ciano, 28 luglio 1940, telespr. 3163/1230, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 33 Mameli a Ciano, 12 agosto 1940, telespr. 3444/1319, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
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zione irredentista34. Ma tutto ciò non scalfiva la convinzione italiana che questi gesti rimanessero isolati e fossero tutto sommato azioni di capi albanesi “ammaestrati” dalle autorità serbe, e che non rappresentassero effettivamente la maggioranza dell’opinione pubblica dei kosovari. Questi rimanevano, infatti, favorevoli alla penetrazione italiana nei Balcani e guardavano all’Italia come strumento per la loro liberazione dai serbi35. Prova ne era l’informazione che in Kosovo il governo jugoslavo aveva richiamato alle armi il 10% dei riservisti serbi e il 90% di quelli di nazionalità albanese, privando, tra l’altro, di braccia per i lavori campestri la comunità albanese. I richiamati albanesi venivano utilizzati per costruire fortificazioni lungo il confine con la Bulgaria, l’Ungheria e in alcune regioni della Bosnia, volendo con ciò probabilmente mirare, “in questi momenti delicati, all’allontanamento dal posto dell’infido elemento albanese”36. Insomma, al di là di successi propagandistici parziali che avevano ottenuti, gli jugoslavi temevano una prossima annessione del Kosovo all’Albania. Guadagnava terreno, proprio tra questi timori, la propaganda comunista, già segnalata come intensa presso i montenegrini di Giakoviza37.
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3. In attesa dell’Italia: la relazione Venturini La possibilità di un conflitto armato tra l’Italia e la Grecia, che si era affacciata alla fine di agosto, aveva destato forti preoccupazioni in Jugoslavia. Non ci si poteva nascondere che quella guerra 34 Mameli a Ciano, 29 agosto 1940, telespr. 3678/1402, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 35 Jacomoni a Ciano, 16 agosto 1940, t.p.c. 4073/0251, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 36 Mameli a Ciano, 31 agosto 1940, telespr. 3676/1400, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 37 Mameli a Ciano, 20 agosto 1940, telespr. 3560/1358, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
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sarebbe stata combattuta per la Ciamuria e che avrebbe perciò costituito l’inizio di una serie di “rese dei conti” con la Jugoslavia da parte dell’Albania per il Kosovo, dell’Ungheria per la Bačka e della Bulgaria per la Macedonia. L’ex segretario della legazione d’Albania a Belgrado, Çomora, che era stato in visita a Skopje a fine agosto, aveva scritto che l’idea di una guerra contro la Grecia aveva esaltato i kosovari. D’altro canto le personalità da lui contattate durante la sua permanenza a Skopje avevano avuto parole d’esaltazione e di fiducia per l’Italia. Muhamed Slatko, ex senatore, podestà di Debar, e tra i più influenti uomini del Dibrano, all’epoca anche proprietario di un albergo e di un cinematografo a Skopje, gli aveva assicurato che i kosovari “sono felicissimi di vedere che il destino dell’Albania è indissolubilmente legato a quello dell’Italia vittoriosa e ciò determinerà sicuramente la loro unione con la Madrepatria”38. Anche l’ex senatore Xhafer, notabile e medico di Tetovo, si era espresso nello stesso senso: i kosovari speravano nella liberazione e attendevano l’unione all’Albania e all’Italia. Gli jugoslavi erano consapevoli di questi sentimenti e cercavano di allentare la pressione più brutale sugli albanesi, ma ormai era troppo tardi. Insieme agli albanesi anche le altre nazionalità, come i bulgaro-macedoni, attendevano la liberazione. Molti di essi, anche a causa delle persecuzioni del regime, avevano abbracciato il comunismo39. In Jugoslavia, una politica filo-governativa da parte delle minoranze non era più possibile. Secondo Çomora, il capo del partito croato e vicepresidente del Consiglio, Maček, aveva perso a causa di essa il
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38 Relazione di Sofo Çomora su suoi contatti durante un viaggio a Skopje alla fine di agosto 1940, trasmessa dal SSAA all’ufficio AEM il 17 ottobre 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 39 Il diplomatico albanese riferiva anche che sia Xhafer che Slatko gli avevano chiesto notizie di Shtylla, cui erano legati da particolari vincoli di amicizia per aver collaborato con lui nella politica verso la minoranze albanese quando Shtylla dirigeva la legazione a Belgrado.
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50% dei suoi elettori. Sottoposta a tali e tante spinte centrifughe, la Jugoslavia vedeva come unica possibilità di salvare la situazione l’allineamento alla politica dell’Asse40. Un’identica valutazione, circa gli umori filo-italiani della popolazione kosovara, la fornì, nello stesso torno di tempo – inizi di settembre – Venturini da Skopje. Le osservazioni del console erano contenute nella lunga relazione sul Kosovo che gli era stata commissionata da Roma e che Mameli inviò a Scammacca presentandola come “un’esposizione e al tempo stesso una critica al punto di vista jugoslavo” e come una sintesi equilibrata e non una tesi propagandistica “della quale – scrisse ironicamente – non ti mancheranno certo altri esempi da Tirana”. La relazione di Venturini rimane forse uno degli ultimi esempi di studio e presentazione di un problema politico internazionale che si riscontra nella storia della diplomazia italiana. Redatta con stile antico, la relazione forniva cifre, dati e ogni sorta di osservazioni utili sulla società albanese del Kosovo nelle sue molte sfaccettature, religiosa, economica, politica. Anche il console si cimentava all’inizio con il problema di stabilire il numero e la localizzazione degli albanesi del Kosovo. Comparando una serie di studi monografici con il censimento jugoslavo del 1931, la sua stima giungeva alla cifra di 730.000 albanesi viventi in Jugoslavia, divisi per credo religioso in circa 700.000 musulmani sunniti con molti bektasci, 25.000 cattolici e 7.000 ortodossi. La popolazione albanese era distribuita lungo la frontiera jugoslavo-albanese, la maggior parte di essa (circa 405.000 individui, ai quali se ne potevano aggiungere altri 120.000 viventi nelle regioni di Presevo e Kumanovo, a nord di Skopje, e di Tetovo, per un totale di 525.000) concentrata nel cuore del Kosovese, ovvero nel Kosovo Polje, la famosa piana dei Merli,
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40 Relazione di Sofo Çomora su suoi contatti durante un viaggio a Skopje alla fine di agosto 1940, cit.
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luogo della storica battaglia contro gli ottomani del 1389, corrispondente in gran parte a quella che i serbi chiamavano la Stara Srbija, ovvero la Vecchia Serbia. Gli albanesi formavano una massa nazionale compatta, pur se esistevano zone in cui gli slavi erano la nazionalità predominante. Dal punto di vista geografico, il Kosovo non rappresentava un’unità ben definita, dato che i suoi confini, eccetto che a nord, erano indeterminati, ovvero non esistevano barriere naturali, limiti geografici che lo delimitassero e lo individuassero. Sempre considerando la geografia del territorio, inoltre, la regione kosovara non formava un’unità geografica né con la Jugoslavia né con l’Albania. Il legame con quest’ultima era dato esclusivamente dal criterio etnico. Stabilite consistenza e localizzazione della comunità albanese in Jugoslavia, Venturini passava a tratteggiare la società kosovara. Si leggeva che gli albanesi della Banovina del Vardar, corrispondente all’incirca alla Macedonia, erano Toschi e che tra di loro molti erano di religione ortodossa, mentre quelli abitanti nel Kosovo propriamente detto erano nella stragrande maggioranza musulmani e legati all’Albania del nord; parlavano, infatti, ghego, ed erano organizzati, con qualche attenuazione, nei tipici clan, i fiš, che avevano particolari caratteristiche per i gruppi cattolici, riscontrabili anche nei correligionari cattolici malissori dell’Albania. Gli albanesi del Kosovo rimanevano legati ai valori della “bellicosa fierezza, l’intransigente concetto dell’onore famigliare e della solidarietà fra parenti, la severa moralità, la pronta diffidenza di fronte allo straniero e in genere di fronte all’estraneo”. Poco urbanizzati, gli albanesi erano in maggioranza agricoltori e vivevano nelle kulle, sorta di case fortificate, “pronte a respingere un attacco o a servir di base per una spedizione armata: e non mancherebbero se necessario le armi che sono ancora nascoste in grandi quantità ad onta delle perquisizioni e delle minacce”. Il loro tenore di vita era modestissimo, le comunità erano poco aper-
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te agli altri gruppi etnici, le donne musulmane poi non avevano nessun contatto con altri gruppi. Dal punto di vista religioso, gli albanesi del Kosovo erano musulmani sunniti, con una certa presenza di bektasci. Ma vi era anche un gruppo di cattolici, concentrati nelle zone di Giakoviza e Prizren e dipendenti dalla sede vescovile di Skopje, che lamentavano la sostituzione dei preti albanesi con preti croati o sloveni e ostacoli all’uso della lingua albanese per le prediche e il catechismo. I musulmani avevano come suprema autorità spirituale il Reis ul Ulema di Sarajevo, ma dipendevano territorialmente dall’Ulema Mejlis di Skopje. Gli uffici religiosi erano detti in lingua araba e nelle scuole religiose gli insegnamenti erano impartiti in lingua araba. I kosovari erano di buoni sentimenti religiosi senza essere intransigenti o fanatici, seguivano i loro sacerdoti e facevano donazioni alle fondazioni religiose (Vakif). Venturini dipingeva un quadro drammatico dell’arretratezza delle condizioni di vita dei kosovari, ciò che rendeva “difficile parlare nel Kossovese di civiltà europea”; l’organizzazione della vita sociale era a livello primitivo e lo stesso governo di Belgrado non aveva fatto nulla per l’avanzamento della regione: “amministrazione corrotta e incapace, è ancor poco differente da quella di un esercito di occupazione in territorio nemico, ed i capitani distrettuali, provveduto all’ordine pubblico secondo gli interessi serbi, hanno fatto tutto”. Il livello culturale era molto basso: l’80% era analfabeta e il restante non andava, per lo più, oltre un’istruzione elementare. Non esistevano del resto istituzioni scolastiche “albanesi”; anche nelle scuole religiose private si insegnava a scrivere non in albanese ma in arabo e l’albanese non veniva “insegnato ma serve ad insegnare”. L’economia era a carattere agricolo e pastorale, l’estrazione di cromo e di zinco aveva una certa importanza nelle miniere di Trepça, ma non esisteva alcuna industria. Ma forse la cosa più grave che Venturini sottolineava, in questo
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desolante panorama, era la mancanza di una vera classe dirigente, capace di guidare la popolazione sulla via della modernizzazione. Gli studenti erano pochi e vivevano lontani, oppure, dovendo accettare borse governative, non potevano coltivare sentimenti nazionali. Come classe dirigente rimanevano i vecchi Bey, che avevano un’ottima posizione economica e una larghissima influenza, ma che “di tale seguito e di tale influenza, pur restando in principio fedeli alla causa albanese, fanno uso a vantaggio della causa stessa solo a condizioni che troppo spesso debbono tradursi in denaro corrente”. Proprio la mancanza di una classe dirigente nazionale aveva portato all’impossibilità di coagulare il sentimento nazionale contro i serbi e contro l’opera di sopraffazione e snazionalizzazione messa da loro in atto. Anche i deputati e senatori albanesi alla Skupština non avevano fatto o potuto fare mai nulla. In breve, la minoranza albanese non godeva di nessun diritto, anche perché i diritti sul rispetto delle minoranze nazionali firmati a Parigi nel 1919 erano stati sempre inapplicati. Ma quali indicazioni politiche forniva a Roma Venturini dopo aver tracciato questo disperato quadro della società kosovara, schiacciata dai serbi e senza possibilità di reagire per mancanza di una classe dirigente adatta? La più importante era contenuta nelle parole con cui concludeva la sua relazione: “È basandomi su elementi di giudizio raccolti in un anno di attenta, fredda osservazione, che affermo che la grandissima maggioranza degli albanesi del Kossovese, ed in genere di Jugoslavia, vede nel Duce il suo protettore ed attende la liberazione dalle forze armate dell’Italia”41.
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41 Mameli a Scammacca, lettera del 6 settembre 1940, n. 3728/1419, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovo. Rivendicazioni albanesi.
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4. L’appello di Ferhad Draga a Vittorio Emanuele III e Mussolini per la liberazione del Kosovo
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La situazione generale in Kosovo, dunque, sembrava ottimale per la ripresa dei finanziamenti alla minoranza albanese. Il 2 settembre, Mameli inviò, finalmente, la relazione richiestagli con le opinioni della legazione circa le modalità e la distribuzione degli aiuti a favore degli albanesi del Kosovo. Comunicò anche, contemporaneamente, di aver consegnato attraverso un fiduciario 40.000 dinari, circa 16.000 lire italiane, a Ferhad Bey Draga, come quote di finanziamento per luglio e agosto 1940, chiedendo che la somma gli fosse rimborsata sul suo conto corrente presso la Banca d’Italia42. Circa le modalità, il diplomatico, dopo consultazioni con l’esperto Venturini, era giunto alla conclusione che non si potesse fornire “un’assistenza diretta al popolo nelle forme e con i mezzi con i quali viene praticata attualmente in Albania”. I beneficiari sarebbero stati perseguitati o scoraggiati dalle autorità di polizia jugoslave e quindi era “necessario, anche se in se stesso non è l’ideale, ricorrere al sistema dei capi che del resto è quello tradizionalmente seguito nei paesi musulmani. È tuttavia beninteso che la maggior parte delle sovvenzioni dovranno essere a sua volta distribuite ai più poveri; né ci mancheranno i mezzi di accertarci che ciò effettivamente avvenga”. Sovvenzioni che Mameli riteneva potessero divenire un “mezzo costante di sprone e di controllo di tutta l’organizzazione gerarchica del Kossovese”43.
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42 Mameli a Ciano, 2 settembre 1940, telespr. 3651/1391, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo; anche la somma da restituire a Mameli fu prelevata dal fondo riservato Albania “A”, dopo aver ottenuto il consenso del gabinetto di Ciano. V. Appunto per il gabinetto di Ciano, 17 settembre 1940, 71/19944/2960, con allegato Appunto del Sottosegretariato in data 12 settembre 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferad Bey Draga.. 43 Mameli a Scammacca, lettera del 2 settembre 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79,
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Mameli ricordava che il piano dei finanziamenti sviluppato da Shtylla prevedeva un numero limitato di persone, che il suo ammontare si aggirava intorno ai 4.000 franchi al mese e che questi finanziamenti erano stati sospesi nel giugno 1939. Tuttavia, l’occupazione italiana dell’Albania aveva “lavorato in profondità tra le masse albanesi della Jugoslavia ridestando speranze e aspirazioni di unità nazionale che il regime debole e corrotto di Zog aveva per lungo tempo mortificato. L’Italia è considerata come potente protettore di tutti gli albanesi dentro e fuori dei confini, un protettore i cui mezzi sono infinitamente superiori a quelli della piccola Albania di un tempo”. E questo comportava che i finanziamenti del passato non erano più adeguati, ma era necessario, per non provocare una delusione, renderli consoni alle speranze che infondeva l’Italia. Il piano delle sovvenzioni era stato dunque stravolto e Mameli allegava due liste, la A e la B, che cumulativamente avrebbero comportato un esborso di 231.200 dinari al mese (pari a 101.728 lire) di cui 174.500 (76.780 lire) a personalità politiche del Kosovo, 38.700 a studenti (pari a 17.028 lire), 18.000 (7.920 lire) a Venturini per finanziare attraverso il clero la minoranza albanese cattolica, che certo non bisognava trascurare. Inoltre, Venturini chiedeva che fosse a lui assegnato un primo fondo di 15.000 dinari da distribuire a persone veramente bisognose che avrebbero chiesto aiuto al consolato italiano a Skopje. Mameli tornava sul concetto dell’impossibilità, a causa dei controlli di polizia, di sostentare la minoranza albanese in modo diretto, ad esempio finanziando organizzazioni dopolavoristiche o cucine popolari, e sulla necessità di appoggiarsi alla struttura politico-sociale “attualmente esistente”. Ovvero la gerarchia della Comunità che faceva capo a Ferhad Bey Draga, capo riconosciuto e rispettato degli albanesi del Kosovo, cui poi sarebbe spettato far giungere le somme agli altri finanziati.
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Il diplomatico italiano proponeva quindi di creare un comitato di distribuzione composto da Ferhad Bey Draga, in funzione di presidente, e da sei personalità politiche e religiose, ovvero cinque ex deputati, Aqif Bluta, Iliaz Agushi, Hasan Shykrija, Kadri Sali, Ismail Gorani, e il rappresentante dei musulmani del Kosovo presso il Reis-ul-Ulema, Abdullah Hezer44. Infine, confidando in una sicura accettazione delle sue proposte, Mameli chiedeva l’autorizzazione a emettere una tratta per un primo trimestre di 693.000 dinari più altri 15.000 da destinare a Venturini, per un totale di 708.000 dinari45. Le proposte di Mameli trovarono buona accoglienza presso il sottosegretariato. La lista delle sovvenzioni fu un’ultima volta rivista con l’aiuto di Shtylla, furono aggiunti come beneficiari Xehvat Begolli e il senatore Muhamed Slatko46 e fu infine chiesto l’assenso di Ciano a varare la sovvenzione “K”. “Questo ufficio – si legge nell’appunto presentato a Ciano da Benini agli inizi di settembre – ravviserebbe l’opportunità di dar corso all’assistenza delle minoranze albanesi … per far cessare l’impressione che l’Italia le abbandoni al proprio destino. Soprattutto sembra necessario ini-
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44 Alla fine del 1939, Mameli aveva inviato a Roma le seguenti notizie circa personalità del Kosovo: Kadri Sali era stato deputato alla Skupština, il che dimostrava che il suo nome era gradito alle autorità serbe, e collaboratore del senatore Ugrin Joksimović. Anche la sua candidatura al Vakif di Skopje era stata sostenuta dagli jugoslavi. Kadri manteneva ottime relazioni col Bano e le altre autorità jugoslave. Mustafà Durgu, ex deputato di Prizren, serbofilo, era stato varie volte in seno al Vakif e sembrava si fosse espresso negativamente nei confronti della causa albanese. Qemal Osman Kumbaragija era turco e cercava di salvaguardare le sue ingenti proprietà dalla riforma agraria col fare politica filo-jugoslava e antialbanese. Mameli a Ciano, 9 dicembre 1939, telespr. 5699/1590, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. 45 Mameli a Ciano, 2 settembre 1940, telespr. 3702/1412, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. 46 Sulla lista compilata da Mameli vi è infatti scritto a lapis “aggiungere” i summenzionati.
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ziare senza indugio la nostra azione in questo senso, in vista di possibili mutamenti nella situazione politica di quella regione”. Sorprendentemente però il piano così diligentemente studiato e meditato non riscosse il consenso di Ciano, tanto che Benini dovette scrivere di proprio pugno un grosso “No” sull’appunto presentato al ministro47. Il più deluso ne fu Mameli, informato all’inizio di ottobre che le sue proposte di sovvenzionamenti non erano state accolte perché comportavano una spesa eccessiva e si giudicavano le circostanze del momento come non adatte a intraprendere un’azione concreta. Ogni decisione sull’argomento era quindi rinviata48. Senonché, del tutto inaspettatamente, la decisione presa da Ciano venne di lì a poco mutata per effetto di una netta presa di posizione di Ferhad Bey Draga in favore dell’Italia. Con lettera datata 8 ottobre 1940, Ferhad Bey Draga si era indirizzato al Re Imperatore per chiedere aiuto per la liberazione del Kosovo e per la sua unione all’Albania sotto lo scettro dei Savoia e con la protezione dell’Italia fascista. Ferhad Draga lamentava le sofferenze del suo popolo sotto il giogo serbo e affermava che esso attendeva “la salvezza e la liberazione soltanto dalla splendida stella di Casa Savoia”, così proseguendo: “Questo popolo di un milione che Vi considera come proprio Re, aspetta l’ora di entrare sotto la protezione di Vostra Maestà e di essere guidato dal Genio del Duce Mussolini. Maestà, in nome del popolo albanese del Kossovo, che desidera e aspetta ansiosamente di unirsi ai propri fratelli e al fiero popolo italiano Vi rivolgo umile preghiera di accoglierci come
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47 Appunto per Ciano, s.d. L’appunto, databile alla metà-fine di settembre, è in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Sullo stesso appunto, accanto al timbro “Visto da S.E. il Ministro” e al “No” di Benini, si può leggere una nota di Scammacca che riferisce che Ciano approvò successivamente il programma ma in misura più ridotta. 48 Tommasi a Mameli, 4 ottobre 1940, lettera 71/20384/3144, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.
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membri fedeli della Grande Famiglia italo-albanese. Con la speranza che questa mia preghiera e desiderio verranno realizzati in tempo breve, preghiamo tutti Iddio per la salute e vita lunga del nostro Re e della gloriosa Casa Savoia”49. L’appello di Ferhad Bey Draga ebbe una forte risonanza a Roma, dove fu portato a conoscenza non solo di Mussolini, ma anche, ovviamente, di Vittorio Emanuele III. Laconicamente, ma certo sinceramente, Ciano scrisse a Mameli: “Vi prego di far sapere a Ferat Bey Draga che il suo gesto è stato molto apprezzato”50. Ma l’appello fornì la più forte arma di persuasione che si potesse aspettare nei confronti del governo di Roma anche a Mameli, cui il rifiuto del piano di sovvenzioni da parte di Ciano era apparso del tutto contraddittorio con la politica messa in atto fino ad allora. E difese a spada tratta il piano formulato dalla legazione sostenendo che era stato attentamente soppesato ed era frutto di uno studio circostanziato, svolto sulla base di istruzioni che annunciavano l’intenzione del ministero di riprendere l’assistenza su una base continuativa e lo autorizzavano anche a dare una gratificazione a Ferhad Bey Draga. Il diplomatico italiano faceva presente che durante la fase di studio del piano si era dovuto sondare, attraverso fiduciari, l’orientamento di Ferhad Bey Draga e che, tra l’altro, non era stato possibile evitare che gli interessati da sovvenzionare venissero a conoscenza del proposito italiano. In tali condizioni, lasciar cadere del tutto i finanziamenti avrebbe avuto conseguenze dannose sul prestigio dell’Italia, dando un’impressione di discontinuità della politica italiana verso la minoranza albanese. Mameli, dunque, lanciava un forte appello a rivedere la deci-
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49 Mameli a Ciano, 11 ottobre 1940, lettera n. 4396/1704 con allegata la lettera, con relativa traduzione, a firma di Ferhad Bey Draga, datata 8 ottobre 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Il documento fu “visto” dal «duce» e, ovviamente, da Ciano. 50 Ciano a Mameli. 26 ottobre 1940, lettera n. 1/6122, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.
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sione e a non accantonare del tutto il progetto o almeno il suo spirito. E soprattutto, a suo parere, non bisognava perdere l’amicizia di Ferhad Bey Draga che proprio in quei giorni aveva rivolto la lettera a Vittorio Emanuele III, lettera che Mameli definiva senza mezzi termini “indubbiamente un atto di coraggio, che compromette in modo decisivo e in nostro favore il capo della minoranza”. Per mantenere “almeno lo spirito” dei finanziamenti, egli accettava di ridurli, ma proponeva di concentrarli su poche voci. Occorreva attribuire a Ferhad Bey Draga, anziché 36.000 dinari mensili, almeno 70.000, in modo che egli potesse a sua volta finanziare chi avesse voluto. Bisognava poi mantenere il finanziamento degli studenti, “l’elemento più dinamico della minoranza”, con la spesa prevista di 38.700 dinari al mese. Indispensabile, infine, gli appariva assegnare 15.000 dinari mensili al consolato di Skopje per le opere di assistenza a carattere locale. Così ridotto il piano avrebbe comportato l’esborso di una cifra complessiva di 123.700 dinari, ovvero di circa 50.000 lire italiane mensili, la metà esatta rispetto a quella prevista nel piano originale, pari a 246.200 dinari. Insomma, a giudizio del ministro d’Italia a Belgrado, con tale cifra si sarebbero ridotti al minimo i danni e si sarebbe mantenuta per ogni evenienza una situazione favorevole all’Italia51. Questa volta l’appello della legazione a Belgrado, così fortemente corroborato dalla lettera di Ferhad Bey Draga, non cadde nel vuoto e finalmente Ciano, alla cui decisione non doveva certo essere estraneo Mussolini, pronunziò il suo “Si”52. A Roma, dunque, si iniziò nuovamente l’esame delle proposte di Mameli, il quale venne informato poco dopo da Scammacca e Benini che il ministero aveva non solo aderito al suo secondo piano di aiuti ai
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Mameli a Benini, 14 ottobre 1940, lettera n. 4438/1719, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. 52 Sulla lettera di Mameli figura il timbro “Visto dall’Eccellenza Ciano”, e un “Si”. Scammacca ne dette notizia a Mameli il 18 ottobre 1940, con t. 3276/ 322, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 51
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kosovari, quello cioè da lui dimezzato negli importi, ma lo aveva ulteriormente migliorato aggiungendo alla somma di 123.700 dinari proposta dalla legazione quella di 18.000 dinari che compariva nel primo piano da assegnarsi al consolato a Skopje per l’assistenza a favore dei cattolici. Altri 25.000 dinari al mese, inoltre, sarebbero stati messi a disposizione di Mameli per gli usi che avrebbe ritenuto più opportuni. In definitiva a Ferhad Bey Draga sarebbero andati 70.000 dinari mensili (30.800 lire), agli studenti albanesi 38.700 (17.028 lire), agli albanesi cattolici del kosovese 18.000 (7.920 lire), al consolato di Skopje 15.000 (6.600 lire), a Mameli 25.000 (10.000 lire), per un importo totale di 166.700 dinari, cioè 72.348 lire italiane al mese. Questa somma sarebbe stata versata trimestralmente sul conto corrente di Mameli presso la Banca d’Italia53. Per dare l’idea dell’importanza attribuita all’irredentismo kosovaro, basti pensare che nel dicembre 1940, attraverso l’ispettore di polizia Ercole Conti, Palazzo Chigi finanziava il gruppo croato di Ante Pavelić con 75.000 lire al mese, aumentate dal gennaio 1941, ormai in prossimità della guerra alla Jugoslavia, a lire 90.000 al mese. Dalla stessa data Pavelić percepì una sovvenzione personale
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53 Benini a Mameli, telespr. 71/21435/3615. Vedi anche, Appunto per Benini, 24 ottobre 1940 e Scammacca a Mameli, lettera del 25 ottobre 1940 in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Benini informava Mameli che Shtylla suggeriva, inoltre, di corrispondere a Iliaz Agushi, poiché benestante, un’indennità saltuaria; di non dare un assegno fisso al presidente della “Besa”, per non scatenare una lotta per la presidenza, ma di accantonare le somme per future iniziative della società stessa; di sovvenzionare una serie di personalità quali Xhevat Mahmud Begolli, Shefket Begolli, Asim Pluzha, Ibrahim Lutfija, Kadri Sali, Slatko Mohamed Efendi, Hafus Sherif Jashari, che comparivano in un elenco, nonché una quarantina di studenti del Velike Medrese, la scuola di teologia di Skopje, che preparava a diventare Hoxha per dar loro modo di accedere all’università, studenti che, in passato, erano sovvenzionati da Zog. Era bene non dimenticare, infine, lo studente di giurisprudenza Asslan Boletini, protetto di Ferhad Draga.
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di 25.000 lire54. Ma se lunga era stata la gestazione del piano per gli aiuti ai kosovari, veloce fu l’esecuzione. Palazzo Chigi accreditò sul conto corrente di Mameli 217.000 lire, come al solito prelevate dal Fondo riservato Albania “A”, programmando l’accredito dei successivi versamenti a gennaio, aprile e luglio 1941. Era il 28 ottobre 1940. Le armate italiane stavano entrando in Grecia55.
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5. Dal fiasco greco alla campagna di Jugoslavia
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P La confusione nella preparazione dell’attacco alla Grecia, gli errori A I P commessi, gli inganni e le reciproche illusioni di tutti coloro i qua-
li gestirono l’intera faccenda, a cominciare da Mussolini e Ciano, sono ben noti. Il 12 ottobre, infatti, dopo l’ingresso tedesco in Romania, e dopo che il maresciallo Graziani ebbe chiesto un temporaneo rinvio della seconda offensiva contro l’Egitto – come suggerisce Minniti56 – prese corpo l’azione contro la Grecia, sempre rinviata, ma mai abbandonata. E questa volta, come noto, Roma si guardò bene dal parlarne in anticipo con Berlino per evitare un ennesimo veto. La risposta, d’altra parte, non sarebbe stata diversa. Era con l’intenzione di convincere Mussolini a procrastinare l’attacco alla Grecia almeno fino alla primavera che Hitler si recò a incontrare il «duce» a Firenze la mattina del 28 ottobre. Ma lì il Führer poté solo apprendere che, al contrario, le ostilità erano già iniziate57. Iniziava, così, con l’avvio della campagna di Grecia, l’inizio della crisi, come ha scritto De Felice, se non addirittura “il princi-
Si veda DDI, s. IX, vol. VI, DD. 260 e 392. Appunto per il gabinetto dell’Eccellenza il Ministro, a firma di Scammacca, 26 ottobre 1940, n. 71/21431/3591. Appunto Anfuso per Benini, 06204, 31 ottobre 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. 56 V. FORTUNATO MINNITI, Fino alla guerra. Strategie e conflitto nella politica di potenza di Mussolini 1923-1940, Napoli, ESI, 2000, p. 221. 57 Hitler a Mussolini, lettera del 20 novembre 1940, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 140. 54 55
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pio della fine”, come l’allora ministro italiano ad Atene, Emanuele Grazzi, intitolò il suo libro di ricordi sulle relazioni italo-greche58. La condotta delle operazioni militari in Grecia, impostata con molta leggerezza, comportò, come noto, a pochi giorni dall’attacco, lo scontro con l’accanita resistenza greca e di lì a poco al rovescio militare59. Agli inizi di novembre, infatti, i greci erano già passati al contrattacco suscitando a Palazzo Venezia sconcerto, rabbia, desiderio di rivincita e la volontà di punire quelli che erano ritenuti i responsabili dell’insuccesso militare. Il fallimento dell’attacco alla Grecia si riverberò con effetti drammatici sul prestigio internazionale dell’Italia e su quello del regime in particolare, per il declino del consenso interno e per le accuse che da più parti si levarono contro l’inettitudine dei militari e contro l’irresponsabilità di Ciano e degli uomini a lui vicini, indiziati di aver portato alla catastrofe il paese60. Mussolini dovette fronteggiare una drammatica situazione, che direttamente lo chiamava a rispondere dell’insuccesso militare, in un clima politico che divenne presto rovente per le accuse reciproche che si scambiavano, e continuarono a scambiarsi, politici e militari. Sul piano dei rapporti italo-tedeschi, la crisi militare italiana pose Mussolini in evidente imbarazzo61, ben visibile dal tentativo
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V. sulla guerra alla Grecia l’ormai classico, MARIO CERVI, Storia della guerra di Grecia ottobre 1940-aprile 1941, Milano, BUR, 2001. 59 V. sugli aspetti militari del conflitto, MATTHEW WILLINGHAM, Perilous Commitment. The Battle for Greece and Crete 1940-1941, Spellmount, Staplehurst, 2005, pp. 14-38; LUCIO CEVA, Italia e Grecia 1940-1941. Una guerra a parte, in L’Italia in Guerra. 1940-43, Brescia, Annali della Fondazione Luigi Micheletti n. 5, 1990-91, pp. 191-199. 60 V. DE FELICE, Mussolini, cit., pp. 315, ss. 61 Sulla polemica tra italiani e tedeschi riguardo all’impresa di Grecia e in generale alla situazione balcanica successiva ad essa, v. GERHARD SCHREIBER, “Due popoli una vittoria”? Gli italiani nei Balcani nel giudizio dell’alleato germanico, in L’Italia in guerra 1940-43, Annali della Fondazione Luigi Micheletti n. 5, Brescia, 1990-91, pp. 95-118. 58
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che fece, ma che certo non ingannò né i leader politici del Reich né lo stato maggiore tedesco, di allontanare la responsabilità per gli esiti della guerra dal governo e dai vertici militari italiani, rigettandola sulla mancanza di combattività dei militari albanesi, sulle improvvise condizioni meteorologiche e sulla mancata cooperazione bulgara, che aveva permesso alla Grecia di trasferire otto divisioni su fronte albanese62. Tre fattori, questi, che certo avevano giocato qualche ruolo, ma che erano lungi dall’essere quello decisivo. Il «duce», d’altro canto, sia per ragioni di prestigio, sia per timore di un’ingombrante presenza tedesca, resistette dall’accettare un aiuto diretto delle truppe tedesche sul fronte albanese, pure proposto da Berlino. Roma, come al solito, preferì richiedere alla Germania consistenti aiuti in materie prime e materiali bellici, un sostegno che per la mentalità del «duce» appariva meno frustrante e forse anche meno “pericoloso”63. Ciò che sembrava assolutamente indispensabile agli occhi dell’alleato germanico, soprattutto dopo il ripiegamento dell’esercito italiano e l’invasione dell’Albania da parte della Grecia, era di mantenere le posizioni ed evitare che i greci si stabilissero sulla costa albanese64. Anche nelle more della preparazione del passaggio delle truppe tedesche dalla Romania alla Bulgaria, da dove, poi, avrebbero portato l’attacco alla Grecia, per il comando tedesco l’imperativo d’ordine militare degli italiani doveva essere quello di resistere sul fronte di ripiegamento e di non perdere Valona. La perdita di Valona avrebbe significato consegnare ai greci, e quindi ai britannici, una postazione eccezionale per il controllo strategico dell’Adriatico, che sarebbe divenuta una sicura minaccia per l’Italia meridionale e, anche se non lo si diceva esplicitamente, per la stessa Germania. L’attacco tedesco alla Grecia, a partire dalla Bulgaria, infatti, non
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Mussolini a Hitler, lettera del 22 novembre 1940, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 146. V. DDI, serie IX, vol. VI, DD. 258, 309, 323. 64 Appunto di Ansaldo per Ciano, 11 dicembre 1940, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 281. 62
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sarebbe potuto avvenire prima della prima quindicina di marzo. Nel frattempo, un alleggerimento della pressione si sarebbe avuto con l’afflusso delle truppe tedesche in Bulgaria, che avrebbe spinto il comando greco a distogliere una parte delle sue forze dal fronte albanese per concentrarle alla frontiera bulgara65. Dal punto di vista degli equilibri politici fra i due alleati, le sconfitte militari avevano pesantemente compromesso la posizione dell’Italia. La guerra parallela era definitivamente fallita, almeno nel senso che si era ridotta al minimo la libertà di manovra dell’Italia e bloccata la possibilità di ogni sua ulteriore iniziativa autonoma. Ma ciò non significò, e in questo si può ben concordare con De Felice66, che la fine della guerra parallela segnasse la rinuncia di Mussolini a sfruttare gli spazi di manovra ancora rimasti all’Italia o quelli che riteneva si sarebbero forse ancora aperti nel corso della guerra e a pensare, dunque, alla politica italiana in termini d’opposizione all’egemonia tedesca in Europa, al contenimento della pressione della Germania sui Balcani, alla difesa dello “spazio vitale” italiano, almeno per quello che ora si poteva costituire. In questo quadro, quindi, il sostegno all’irredentismo kosovaro e alla creazione della Grande Albania diveniva un obiettivo ancora più vitale per gli interessi italiani.
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Cosmelli a Ciano, 6 gennaio 1940, in DDI, serie IX, v. VI, D. 415, che contiene un rapporto di Marras sul suo colloquio con il generale Jodl. 66 V. DE FELICE, Mussolini l’alleato, cit., pp. 359-362. 65
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Jugoslavia 1941: un destino ineluttabile?
Le vicende che condussero all’attacco italo-tedesco alla Jugoslavia sono ormai tutte note e la letteratura storiografica ha assunto, con il tempo, dimensioni incommensurabili. Abbiamo menzionato in precedenza, come, già a partire dal momento della maturazione della decisione di entrare in guerra contro la Francia e la Gran Bretagna, lo stato jugoslavo rientrasse, insieme alla Grecia, nelle mire sovversive del «duce» e abbiamo tentato di dare una spiegazione logica e coerente sul perché la scelta cadde, in quel torno di tempo, proprio sulla Grecia, evitando di ricorrere alla ancora spesso preferita spiegazione “macchiettistica” o “clownistica” della politica estera italiana, ovvero di decisioni prese da un Mussolini in preda a isterici scoppi di invidia per le vittorie di Hitler. Nell’estate del 1940, l’idea di una guerra alla Jugoslavia fu temporaneamente accantonata perché avrebbe sollevato una serie di problemi politici, della cui soluzione non si aveva chiara nozione, a cominciare dall’atteggiamento sempre ostile dell’alleato-concorrente tedesco e dalla gestione futura delle multiformi spoglie della compagine statale jugoslava. Iniziò così, per Mussolini, a partire dal quel momento, un periodo di “oscillazioni” e cambiamenti di umore, tra la volontà di dare una spallata alla Jugoslavia e di farla implodere, con la solita carta dell’appoggio alle spinte centrifughe delle nazionalità in lotta con Belgrado, come i croati, i montene-
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grini, gli albanesi del Kosovo o i bulgari della Macedonia, e l’idea di riprendere una collaborazione con i serbi, consolidando, al contrario, lo status quo al fine di bloccare la spinta tedesca verso il Mediterraneo1. L’insuccesso militare della campagna di Grecia, la necessità di resistere sul fronte albanese e di rovesciare la drammatica situazione militare obbligarono l’Italia a mettere da parte ogni velleità bellica contro Belgrado e al contrario a rispolverare la politica dell’accordo, seguendo, ancora una volta, le raccomandazioni che pervennero da Berlino. Secondo la Wilhelmstrasse non vi poteva essere alcun aiuto militare da parte tedesca contro la Grecia se non si fosse prima assicurata la collaborazione della Jugoslavia2. Ed è anche molto probabile che a indirizzare su questa strada i vertici italiani fosse anche il desiderio di evitare complicazioni da parte della Jugoslavia in Albania. Come pure s’è detto in precedenza, era ormai noto a Roma che governo e stato maggiore jugoslavi, con l’aiuto della Gran Bretagna, stavano mettendo in atto una serie di iniziative per destabilizzare il nuovo regime di Tirana con il concorso di esuli albanesi anti-italiani, remunerati e organizzati dai servizi jugoslavi. Al maggio 1940 pare che le bande albanesi
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1 Si rimanda per tutto ciò a MASSIMO BUCARELLI, Disgregazione iugoslava e questione serba nella politica italiana, in FRANCESCO CACCAMO - LUCIANO MONZALI, L’occupazione italiana della Iugoslavia (1941-1943), Roma, Le Lettere, 2008, pp. 18-27; nonché BUCARELLI, Mussolini e la Jugoslavia (1922-1939), cit. Sui progetti imperialisti del fascismo, v. A.A. KALLIS, Fascist Ideology. Territory and Expansionism in Italy and Germany, 1922-1945, Londra e New York, 2000, pp. 47 ss.; e il più recente studio di DAVIDE RODOGNO, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Torino, 2003, pp. 69 ss. V. anche, BRECCIA, Jugoslavia 1939-1941, cit., pp. 304-307, nonché S. LOI, Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia (1941-1943), Roma, 1978, pp. 32 ss. 2 V. ANDRÈ, La guerra in Europa, cit., pp. 664 ss.; DE FELICE, Mussolini l’alleato, cit., pp. 290 ss.; STEFANO BIANCHINI - FRANCESCO PRIVITERA, 6 aprile 1941, Milano, Marzorati, 1993, pp. 44-46.
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irregolari al servizio di Belgrado ammontassero complessivamente a circa 8.000 uomini3. Queste notizie, suffragate da una massa di informazioni ritenute sicure dal servizio di intelligence italiano, portavano alla conclusione che il governo di Belgrado potesse essere indotto, anche su influenza britannica, ad approfittare dell’imprevista sfavorevole piega presa dal conflitto con la Grecia per commettere qualche gesto di forza. Agli inizi di novembre, il servizio d’intelligence ungherese segnalò a quello italiano addirittura che, sotto l’influenza della forte agitazione anti-italiana, si parlava negli ambienti militari serbi della possibilità di “irruzione” in Albania4. Era sicuro, tuttavia, che le autorità militari jugoslave, approfittando delle notizie catastrofiche date da radio Londra sulle operazioni al fronte greco, avevano tentato di organizzare bande armate tipo četnici tra elementi albanesi del Kosovo, benché non fossero riuscite a realizzare il loro piano per l’intervento di Ferhad Bey Draga5. A partire dal novembre 1940, dunque, trovando interlocutori interessati a Belgrado, cui premeva evitare uno scontro armato con la macchina bellica tedesca e al contempo guadagnare qualche posizione territoriale strategica significativa che permettesse di sopravvivere in un futuro dominato dalle due potenze dell’Asse, come il porto di Salonicco, sbocco al mare alternativo alle ormai irrecuperabili coste albanesi settentrionali6, si snodarono due pa-
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Jacomoni a ministero degli Esteri, 10 maggio 1940, telespr. 35938/4391, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Movimento truppe jugoslave. Leader degli esuli albanesi a Belgrado risultava essere Qazim Kokoshi, stipendiato dal governo serbo con 6.000 dinari al mese, mentre ai suoi fedeli andava una cifra compresa tra 600 e 1200 dinari al mese. 4 Talamo a ministero degli Esteri, 9 novembre 1940, telespr. 5318/239, in ASMAE, SSAA, B. 81. 5 Mameli a Ciano, 30 dicembre 1940, telespr. 5777/2273, in ASMAE, SSAA, B. 60, f. Fuoriusciti albanesi in Jugoslavia. Incidenti di frontiera. Il documento fu letto e sottolineato da Mussolini. 6 V. BUCARELLI, Disgregazione iugoslava e questione serba nella politica italiana, 3
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ralleli ed indipendenti negoziati italo-jugoslavo e tedesco-jugoslavo, miranti a far divenire la Jugoslavia uno dei satelliti dell’Asse attraverso l’adesione al patto Tripartito, stipulato da Germania, Giappone e Italia, nel settembre precedente. Per invogliare tale adesione, il governo tedesco non ebbe difficoltà a dare tutte le rassicurazioni richieste da Belgrado – che poi Hitler avrebbe rispettato gli impegni presi, però, è tutt’altra questione –, sia circa lo sbocco al mare a Salonicco, sia riguardo la stipulazione di un patto di non aggressione, e a blandire il governo jugoslavo, ergendosi addirittura a protettore della Jugoslavia contro le mire italiane7. Il negoziato intrecciato da Palazzo Chigi all’inizio del febbraio 1941, invece, pur contenendo le stesse promesse per Belgrado – sbocco sul mar Egeo a Salonicco e clausola di benevola neutralità si proponeva la conclusione di un’alleanza sulla base del patto italo-jugoslavo del marzo 1937, con contemporanea risoluzione di tutto il contenzioso tra i due paesi: “smilitarizzazione permanente” della costa jugoslava e radicale scambio di popolazioni tra l’Italia, la Jugoslavia e l’Albania, che avrebbe portato al trasferimento della minoranza albanese del Kosovo e di quelle slovene e croate della Venezia Giulia8. L’idea di sostenere il disegno della Grande Albania con l’annessione del Kosovo, dunque, sarebbe stata sacrificata sull’altare dell’amicizia con la Serbia, a sua volta strumentale per evitare il male peggiore, la discesa dei tedeschi nei Balcani. Riuscire a stringere così fortemente i rapporti con Bel-
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cit., p. 21. 7 Sui rapporti jugoslavo-tedeschi e il negoziato per l’adesione al tripartito, v. FRANK C. LITTLEFIELD, Germany and Yugoslavia, 1933-1941, The German Conquest of Yugoslavia, Boulder (CO), East European Monographs, 1988, pp. 87-109. 8 Ciano a Mussolini, Bari, 8 febbraio 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 553. V. BRECCIA, Jugoslavia 1939-1941, cit., pp. 369 ss., e pp. 443-444. Appunto di Mussolini, 4 febbraio 1941; Ciano a Cosmelli, 5 febbraio 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, DD. 535 e 538; Memorandum di Weizsäcker, 5 febbraio 1941, in DGFP, s. D, vol. XII, D. 15.
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grado avrebbe significato, secondo Mussolini, provocare il “collasso morale e militare” della Grecia e, di conseguenza, rendere inutile l’intervento tedesco in aiuto dell’Italia9. Insomma, non ci sarebbe stata, per il momento, una Grande Albania, ma una Grecia sottomessa e una Jugoslavia così amica da poter impostare un rapporto privilegiato per riequilibrare il peso dei tedeschi nei Balcani e tenerli lontani dal Mediterraneo10. Tuttavia, l’idea tipicamente mussoliniana di utilizzare la diplomazia per lenire od ovviare alla debolezza militare non ebbe nessuna realizzazione concreta. Accortosi della piega che stava prendendo il negoziato italo-jugoslavo, come asse all’interno dell’Asse, e del significato che poteva acquisire nell’ambito dei rapporti con l’alleato italiano, Hitler impose a Mussolini una battuta d’arresto, con la scusa di attendere, prima di entrare nel vivo delle questioni, i risultati del parallelo negoziato tra Berlino e Belgrado11. Condotto sul filo della minaccia e con tutte le blandizie possibili, questo negoziato condusse, come arcinoto, all’adesione della Jugoslavia al Tripartito il 25 marzo 1941. Vale la pena di notare che l’Italia e la Germania, al momento della firma jugoslava, dettero, con uno scambio di note, precise assicurazioni a Belgrado circa lo sbocco al mare a Salonicco, il non coinvolgimento del paese in guerra, escludendo la possibilità di passaggio delle truppe italotedesche in territorio jugoslavo e, soprattutto, il rispetto della sua integrità territoriale12. In tal modo, mentre la Jugoslavia diveniva
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Appunto di Mussolini, 4 febbraio 1941, e Ciano a Cosmelli, 5 febbraio 1941, cit.; BIANCHINI - PRIVITERA, 6 aprile 1941, cit., pp. 47-48. 10 V. H. JAMES BURGWYN, L’impero sull’Adriatico. Mussolini e la conquista della Jugoslavia 1941-1943, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2006, p. 51. 11 Weizsäcker a Ribbentrop, 25 febbraio 1941; Rintelen a Weizsäcker, 27 febbraio 1941; Colloquio tra Hitler e Ciano alla presenza di Ribbentrop, Salisburgo, 2 marzo 1941, in DGFP, s. D, vol. XII, DD. 85, 97 e 117; Cosmelli a Ciano, 28 febbraio 1941; Anfuso a Mussolini, 2 marzo 1941; Anfuso a Mameli, 3 marzo 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, DD. 655, 671 e 672. 12 Ribbentrop a Heeren, 7 marzo 1941; Heeren a Ribbentrop, Belgrado, 7 marzo 9
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un satellite tedesco, essendo ormai tramontato il tentativo di un patto speciale con Roma, si chiudeva la porta a ogni futura mira revisionistica italiana a favore dell’Albania. Il successo tedesco non poteva essere più grande, così come, per converso, l’insoddisfazione italiana. Senonché, è ben noto, a Belgrado la politica di alleanza con le potenze dell’Asse fu ribaltata, a soli due giorni dalla firma, da un colpo di stato che comportò la destituzione del reggente Paolo e del governo Cvetković, la proclamazione della maggiore età del diciassettenne Pietro II, erede del re Alessandro, affinché potesse assumere la corona, e la nomina di un nuovo esecutivo guidato dal generale Dušan Simović. La reazione di Hitler e di Mussolini fu la guerra: il 6 aprile truppe italiane e tedesche attaccarono il paese, con la collaborazione degli altri due membri del Tripartito interessati alle sue spoglie, l’Ungheria e la Bulgaria. Quest’ultima era entrata nell’alleanza con l’Asse il 1° marzo dopo un rapido negoziato con la sola Germania, durante il quale Berlino le aveva promesso il recupero dei territori macedoni persi durante le guerre balcaniche e lo sbocco all’Egeo perso durante la prima guerra mondiale13. La collocazione della Jugoslavia nella sfera d’influenza dell’Asse aveva provocato pesantissime reazioni in vasti settori della politica e delle forze armate di Belgrado, che non condividevano né l’abbandono della neutralità, né il tradimento dell’amicizia britannica e greca, né soprattutto avevano alcuna fiducia nelle promesse di Hitler e Mussolini. Quale speranza avrebbe avuto di sopravvivere la compagine statale jugoslava in un mondo dominato dalle potenze dell’Asse e dal risveglio potente dei nazionalismi in
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1941; Schweimer a Mackensen, 8 marzo 1941, in DGFP, s. D, vol. XII, DD. 130, 131 e 138; Anfuso a Ciano, 8 marzo 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 696. V. anche ANDRÈ, La guerra in Europa, cit., pp. 713-714; BRECCIA, Jugoslavia 1939-1941, cit., pp. 565-569. 13 Magistrati a Ciano, 28 febbraio 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, DD. 648 e 649.
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Europa che la marcia militare italo-tedesca aveva loro impresso ormai da due anni? Italia e Germania avrebbero rispettato l’integrità territoriale della Jugoslavia o avrebbero, prima o poi, prestato orecchio alle nazionalità che mal sopportavano il centralismo serbo, come i croati, i montenegrini, gli indipendentisti macedoni, i bulgaro-macedoni, gli albanesi, gli ungheresi14? E, poi, l’esperienza aveva insegnato a fidarsi delle promesse di Hitler? Agli inizi di gennaio, sia Mameli che Bonfatti avevano tratto da colloqui con l’addetto militare e il rappresentante tedeschi a Belgrado la stessa impressione: che l’atteggiamento tedesco verso la Jugoslavia si era evoluto e che dall’iniziale convinzione di lasciarla così come era almeno fino alla fine del conflitto si era giunti alla conclusione che anche la Jugoslavia, invece, doveva seguire la precisa volontà dell’Asse15. Insomma, c’era poco da dubitare sul destino futuro della Jugoslavia. I timori largamente diffusi tra la popolazione e le sfere dirigenti serbe di fare la fine della Romania se avessero riposto fiducia nell’Asse erano del tutto giustificati, almeno nella misura in cui, per converso, lo erano le alte aspettative di revisione territoriale che coltivavano croati, albanesi e macedoni16.
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V. J.B. HOPTNER, Yugoslavia in Crisis, cit., pp. 250 ss.; BRECCIA, Jugoslavia 1939-1941, cit., pp. 550 ss.; G.F. VRBANIĆ, The Failure to Save the First Yugoslavia, cit., pp. 115 ss.; J. PIRJEVEC, Il giorno di San Vito, cit., pp. 142-143. 15 Ministero degli Esteri a SSAA, 9 gennaio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 81; il documento trasmetteva un telespresso di Mameli da Belgrado del 1 gennaio. 16 Era questo il senso di quanto Mameli riferì sull’atteggiamento dell’opinione pubblica jugoslava e serba in particolare all’indomani del secondo arbitrato di Vienna, con cui la Romania fu obbligata a cedere parte della Transilvania all’Ungheria. V. Ministero degli Esteri a SSAA, 10 settembre 1940, telespr. 23696, in ASMAE, SSAA, B. 32 f. Arbitrato di Vienna. 14
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2. Bulgari, macedoni e albanesi alla vigilia dell’attacco alla Jugoslavia
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Da quando l’Italia aveva occupato l’Albania e di fatto era divenuta una potenza balcanica e, ancor più, dopo la sua entrata in guerra, Roma era divenuta la meta di ogni sorta di appello alla “liberazione” dal giogo serbo. E non furono solo gli albanesi di Tirana o quelli del Kosovo, come abbiamo visto finora, o i nazionalisti croati da lungo tempo legati al regime fascista, ad auspicare un’azione diplomatica o militare italiana o tedesca con il fine di smembrare la Jugoslavia. Incessantemente, a partire dal 1939, Palazzo Chigi era stato raggiunto da notizie in questo senso o relative al riaccendersi delle tensioni interne tra le varie nazionalità. La situazione interna jugoslava appariva, a giudicare dalle fonti italiane, gravissima e già di per sé sull’orlo del tracollo. Da ogni parte giungevano conferme dirette o indirette dello stato di sfacelo in cui versava. Il comando superiore delle Forze armate d’Albania, già nell’ottobre 1939, informava i vertici italiani del caos, dei disordini, dell’indisciplina e delle diserzioni che inficiavano l’apparato militare jugoslavo: insieme agli albanesi, ad attendere la “liberazione” vi erano anche i montenegrini, molti soldati dei quali sembravano intenzionati a non combattere e ad abbandonare le postazioni se le truppe italiane avessero varcato il confine a partire dall’Albania17. Il console a Ragusa (Dubrovnik), Nuccio, nel corso del 1940, non aveva mai mancato di esprimersi a tinte foschissime non solo circa il forte disagio e il profondo malessere che agitava la popolazione nella sua circoscrizione, a causa delle scarse provvigioni governative, della disorganizzazione sociale, del costo della vita e delle sfacciate speculazioni che alcuni potevano impunemente compiere, a tutto a beneficio di una rapida divulgazione del “verbo
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17 Comando superiore delle Forze armate d’Albania. Ufficio I. Notizie d’oltre frontiera del 9 ottobre 1939, in ASMAE, SSAA, B. 67.
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comunista”, ma anche sulla situazione nel vicino Montenegro, dove la miseria per strada era visibile, moltissimi mancavano del minimo necessario e le simpatie dei montenegrini cominciavano a dirigersi verso la Germania18. Ancor prima dell’entrata in guerra dell’Italia, notizie confidenziali – che, va ricordato, erano tutte lette e meditate da Mussolini – insistevano sulle difficoltà che incontravano le autorità di Belgrado nel riarmo del paese e presentavano ugualmente la situazione interna jugoslava come “critica”: gli albanesi resistevano alla leva ed erano pronti a sollevarsi per ricongiungersi alla madre patria; i montenegrini puntavano a liberarsi dall’oppressione serba e molti uomini si erano dati alla macchia per non prestare il servizio militare nell’esercito jugoslavo19. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, la disfatta della Francia e il crollo, che si presumeva ormai prossimo, della resistenza britannica, queste voci si infittirono fino a raffigurare la Jugoslavia come un ribollente calderone sull’orlo di un’esplosione. Il generale Agostinucci, comandante dei Carabinieri in Albania, comunicò al Servizio Informazioni Militare, poco prima dell’avanzata italiana in Grecia, che gli veniva segnalato “da fonte sicura” un vivissimo malcontento tra la popolazione e l’esercito jugoslavi, per i continui
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18 Scammacca a Jacomoni, 14 maggio 1940, telespr. 71/14575/1143, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Situazione politica interna jugoslava. Nuccio aveva inviato a partire dal 1939 rapporti catastrofici sulla situazione interna jugoslava. Già nell’estate del 1939, prima dello scoppio del conflitto mondiale, scrisse che l’opinione pubblica era in attesa di una conflagrazione bellica ed era distratta dai gravi problemi interni e dalla lotte nazionali. Riferiva, poi, che si diceva che le autorità serbe avrebbero potuto fomentare una sommossa in Albania, appoggiando i fuoriusciti albanesi. La cosa importante da notare, come si è detto, è che i rapporti di Nuccio finivano spesso sul tavolo di Mussolini, che li vistava e sottolineava. Nuccio a Mameli, 16 agosto 1939, telespr. circolare 2247/ 336, ivi. Il documento reca il Visto dal «duce» e le sue tipiche sottolineature. 19 Jacomoni a ministero degli Esteri, 15 maggio 1940, telespr. 36634/4599, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Movimento jugoslavo. Il documento reca a margine la “M” di Mussolini.
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richiami di soldati e il costo della vita. Ammutinamenti tra i militari e frequenti ribellioni tra la popolazione spingevano le autorità di Belgrado a distribuire aiuti ai più facinorosi per calmarne la protesta. Nella zona di Ohrid, dove tra i 40.000 albanesi e i 15.000 bulgari l’elemento serbo era in netta minoranza, il governo aveva fatto affluire un migliaio di militi serbi a scopo intimidatorio. “All’infuori del limitato numero di serbi, – concludeva Agostinucci – la quasi totalità della popolazione attende la nostra occupazione ed esprime anche pubblicamente tali suoi sentimenti”20. Il governo jugoslavo, inoltre, come misura ulteriore di sicurezza interna, a fine gennaio 1941 richiamò alle armi i macedoni e gli albanesi sospetti di attività irredentista allo scopo di allontanarli dalle terre d’origine e tenerli sotto controllo. Le zone interessate da questo inatteso e odiato provvedimento erano il circondario di Vales per i macedoni (circa 200), tutto il kosovese per gli albanesi; a Peć furono richiamati anche i montenegrini. Dopo il momento di sbandamento che albanesi e macedoni avevano attraversato, i primi a causa dell’andamento delle operazioni militari italiane contro la Grecia e i secondi per il mancato intervento della Bulgaria, il richiamo alle armi produsse una nuova vivace scossa nell’opinione pubblica. Macedoni e albanesi concordavano che la misura presa da Belgrado era il segnale chiaro che la Jugoslavia sentisse avvicinarsi, con la primavera, “l’ora della resa dei conti”21. L’irredentismo bulgaro verso la Macedonia si risvegliò al pari di quello albanese per il Kosovo e i due movimenti tentarono anche qualche collegamento. Si trattava della volontà di distruggere la Jugoslavia dei due maggiori gruppi etnici che abitavano la Macedonia jugoslava: insieme o anche presi singolarmente ciascuno dei due gruppi era in netta maggioranza sui serbi. Secondo il
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Agostinucci al SIM, Ufficio Albania, Tirana, 23 ottobre 1940, prot. 4/330, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Movimento jugoslavo. 21 Venturini a Mameli, 30 gennaio 1941, telespr. 101/46, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Movimento jugoslavo. 20
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censimento jugoslavo del 1931, nella Macedonia vivevano 642.000 macedoni (il 35,5% della popolazione), 455.000 albanesi (il 25%), e solo 321.000 serbi (il 17,7%). Altri gruppi rappresentati erano i macedoni di religione musulmana (212.000 individui, l’11,7%) e i turchi (128.000 persone, il 7%). Minori gruppi ammontavano in totale a 50.000 individui. Quanto alla ripartizione religiosa, il censimento contava 744.000 ortodossi, 706.000 musulmani, 18.000 cattolici, 6.000 ebrei, 900 protestanti e solo 700 greco-ortodossi22. Anche per gli irredentisti macedoni, dunque, l’Italia potenza “balcanica” dette l’avvio a una nuova campagna di iniziative per scrollarsi di dosso il centralismo serbo. Come noto, periodici contatti tra il governo di Mussolini e gli irredentisti macedoni ve ne erano sempre stati23, ma è evidente che la nuova posizione dell’Italia, le aspettative che essa suscitava e il ruolo primario che si immaginava avrebbe assunto nei Balcani facilitarono la loro ripresa. Nel gennaio 1940, due noti attivisti macedoni, il dottor Filippo Athanassov e l’avvocato Dimiter Chalev, contattarono l’addetto speciale per gli affari albanesi della legazione di Sofia, Atlas Koçi, per offrire la loro collaborazione alla politica balcanica dell’Italia. Proposero, nell’immediato, la fondazione di un periodico in quattro lingue dal titolo Revue des Balkans, da pubblicarsi in Svizzera o a Budapest, che avrebbe dovuto trattare dei problemi
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Campbell to Halifax, 6 novembre 1940, con allegato rapporto del viceconsole a Skopje, Thomas, sulla situazione generale in Macedonia, in British Documents on Foreign Affairs, Part III, Series F, Europe, Volume 21, Italy and South-Eastern Europe, July 1940-December 1941, D. 47, pp. 464-469. 23 Sui rapporti tra Italia e irredentismo macedone negli anni venti, v. GIAMPIERO CAROCCI, La politica estera dell’Italia fascista (1925-1928), Bari, Laterza, 1969, pp. 85-93; H. JAMES BURGWYN, Il revisionismo fascista. La sfida di Mussolini alle grandi potenze nei Balcani e sul Danubio 1925-1933, Milano, Feltrinelli, 1973, pp. 84-94; BUCARELLI, Mussolini e la Jugoslavia, cit. pp. 147-153; STEFAN TROEBST, Mussolini, Makedonien und Die Mächte 1922-1930. Die “Innere Makedonische Revolutionäre Organization” in der Südosteuropapolitik des faschistischen Italien, Böhlau Verlag, Köln-Wien, 1987, pp. 323-370. 22
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balcanici in accordo con le direttive di Roma24, ma la richiesta non fu accolta da Ciano25. Nell’agosto 1940, l’Istituto Scientifico Macedone di Sofia inviò al ministro degli Esteri italiano un opuscolo, appena stampato da una tipografia di Sofia, dal titolo Breve esposto sulla questione macedone, per sostenere le ragioni storiche di diritto ed etniche della rivendicazione della Macedonia e della sua unione alla Bulgaria e per lanciare attraverso Ciano un forte appello al «duce» affinché sostenesse questa aspirazione nel quadro del nuovo ordine europeo26. L’attacco italiano alla Grecia aveva poi riscontrato molte simpatie a Sofia, proprio perché prometteva un regolamento di conti con l’ellenismo che opprimeva i fratelli bulgaro-macedoni. A metà novembre, l’ex primo ministro Alexander Zankov aveva preso la parola in parlamento per rendere onore al popolo italiano, affermando che i cuori bulgari si stringevano alla vista dei fratelli di Castoria e Florina oppressi sotto il giogo greco, e augurandosi che i problemi bulgari fossero risolti dall’Italia con “giustizia romana”27. Ma, al di là di questi appelli e della loro positiva o negativa ricezione, rimaneva il fatto che l’effervescenza antiserba dei bulga-
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24 Appunto del 13 febbraio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 31, Rapporti italobulgari. Athanassov era nato a Kosturi, nella Macedonia greca, e faceva parte del “movimento macedone federalista”; benché non comunista, nel 1924 aveva cercato di dare al movimento, per fini tattici, una svolta filo-moscovita. Chalev, invece, era nativo di Skopje, della quale era stato anche sindaco. 25 Appunto per Ciano, 15 febbraio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 31, Rapporti italo-bulgari. L’appunto era una sintesi di quello del 13 febbraio. Sull’appunto a mano vi è scritto “lasciar cadere. S. E. Ciano. 16-II”. 26 Il fascicolo era firmato da Nikola Stoyanov, presidente dell’Istituto ed ex direttore generale del debito pubblico e ex segretario del Ministero delle finanze, nativo di Doiran, dai due vicepresidenti, Alexander Stanischev, nativo di Kukusc, rettore dell’università San Kliment di Sofia, e D. Silianovsky, professore dell’università di Sofia, originario di Krusciovo, e dagli altri 9 membri, tutti intellettuali nativi della Macedonia. 27 Ministero degli Esteri a Berlino, 23 novembre 1940, t.p.c. 46217, in ASMAE, SSAA, B. 31, Rapporti italo-bulgari.
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ro-macedoni si manifestava con segnali sempre più importanti e sempre più incontrollabili da parte del governo centrale. L’accordo di Craiova, con cui la Romania fu obbligata a cedere la Dobrugia meridionale alla Bulgaria, fu accolto con entusiasmo in Macedonia, come un successo della “madre Bulgaria”, che apriva finalmente la strada alla soluzione del problema nazionale bulgaro attraverso altre revisioni territoriali, con la Jugoslavia, con la Grecia e con la Turchia. Domenica 6 settembre - riportò il console Venturini - vigilia della firma del trattato di Craiova, mancavano solo le bandiere bulgare a Skopje per dare l’aspetto di una città celebrante un grande avvenimento nazionale. Gli albanesi, a loro volta, si rallegravano pensando che tra breve sarebbe arrivata anche la loro ora. I serbi, sempre più esasperati, lanciavano anatemi contro la Germania e l’Italia, esultavano alla Gran Bretagna e criticavano la Russia, facendo propositi – “sinceri credo”, osservò Venturini - di resistere a qualsiasi cessione28. E che quest’effervescenza nazionale si potesse tramutare in qualcosa di ben più concreto risultò anche al comando dei carabinieri di Tirana che, nello stesso periodo, poteva asserire, sulla base di riservate informazioni, che un’eventuale offensiva italiana verso Prespa e Ohrid avrebbe trovato resistenza solo nelle comunità serbe. L’elemento macedone si mostrava, invece, favorevole all’Italia, benché fosse evidente che i bulgari-macedoni, pur approvando la politica di amicizia verso l’Italia mantenuta da Sofia, nel caso di una revisione territoriale aspiravano a riunirsi alla madrepatria29. Anche tra le truppe si manifestava malcontento. I macedoni richiamati alle armi davano forti segni di insofferenza e di indisciplina nell’esercito iugoslavo30.
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Venturini a Mameli, 9 settembre 1940, telespr. 1026/272, in ASMAE, SSAA,
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In novembre, Venturini segnalava il congedamento di 1.000 richiamati macedoni a Skoplje e nuove diserzioni di macedoni dall’esercito greco, sintomi di una ormai generale ostilità dei macedoni verso serbi e greci31. Poco prima dell’attacco italiano alla Grecia, si era appreso, tramite Atlas Koçi, che comitagi bulgari, inviati dal gruppo macedone capeggiato dal generale Kosta Nikolov, da Alexander Stanischev e Kiril Drangov, erano penetrati nella Macedonia greca per prendere accordi con i loro partigiani, in modo da sollevare la popolazione macedone e chiedere poi l’unione alla Bulgaria nel caso di un’azione italiana contro la Grecia; e che anche il Comitato Centrale Macedone, capeggiato da Ivan Mihailov, aveva inviato uomini a Skopje per portare istruzioni ai propri partigiani di agire per l’indipendenza della Macedonia32. Del resto, che la Bulgaria avesse aspirazioni sulla Macedonia era un fatto noto e nemmeno sottaciuto dalle autorità di Sofia33. In ottobre, durante una cerimonia svoltasi all’università di Sofia, alla presenza del re, in occasione del cinquantenario dell’Ateneo, dopo il discorso del rettore aveva preso la parola il preside della facoltà di medicina ed ex rettore, prof. Stanischev, tra i maggiori capi del movimento macedone e presidente dell’associazione bulgaro-tedesca, per rendere omaggio all’opera dell’Italia per il ritorno della Dobrugia alla Bulgaria e augurarsi “che un giorno Italia (leggi
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Guerra, 27 agosto 1940, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Movimento truppe jugoslave. 31 Mameli a Ciano, 3 e 4 dicembre 1940, t.p.c. 48480/0300 e t.p.c. 38481/0301; Scammacca a Jacomoni, 6 dicembre 1940, telespr. 71/22880/C, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Movimento macedone. 32 Magistrati a Ministero degli Esteri, 5 ottobre 1940, telespr. 4650/1733, con il quale trasmetteva un appunto di Atlas Koçi. 33 Durante la preparazione dell’attacco alla Grecia, il console generale di Bulgaria a Tirana, Ivan G. Slivenski, aveva fatto visita a Visconti Prasca e gli aveva esplicitamente parlato del grande interesse bulgaro per Ohrid. Sorice a ministero degli Esteri, 7 agosto 1940, 134909/41.3.68, con allegato Visconti Prasca a Ministero della Guerra, 1 agosto 1940, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Aspirazioni bulgare sulla zona dei laghi albanesi.
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Albania) e Bulgaria abbiano frontiere comuni”34. D’altra parte, agli italiani risultava pure il coinvolgimento del governo bulgaro in queste agitazioni irredentiste. L’irredentismo macedone, in larga parte, era guidato da Sofia. In gennaio, si seppe con sicurezza che Pero Shamdanov, ex ufficiale bulgaro e successore di Alexander Protogerov, leader dell’Organizzazione Rivoluzionaria della Macedonia Interna, della corrente cosiddetta protogherovista, favorevole all’annessione alla Bulgaria, era stato convocato al ministero della Guerra e incaricato di creare bande irregolari di macedoni atte a entrare in azione in territorio greco a partire da marzo, data in cui era prevista la calata dei tedeschi in Grecia35.
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3. Albanesi e italiani alla guerra di Jugoslavia Anche gli albanesi del Kosovo, come abbiamo visto, erano ormai ingaggiati per la futura guerra contro la Jugoslavia. I finanziamenti che erano stati decisi da Roma a fine ottobre, dopo il deciso appello alla liberazione compiuto da Ferhad Draga, cominciarono a raggiungere i destinatari. A fine novembre, Mameli fece versare a Ferhad Draga da un suo fiduciario 20.000 dinari (circa 8 mila lire), a titolo di sovvenzione per il mese di settembre 1940, soldi che, come al solito, Anfuso prelevò dal fondo riservato Albania “A” e depositò sul conto corrente del diplomatico italiano presso la Banca d’Italia36. Il resto degli stanziamenti giunse ai destinatari con un po’ di ritardo, a partire dal 1° dicembre, stante le difficoltà 34 Buti a SSAA, 24 ottobre 1940, t.p.c. 33405, in ASMAE, SSAA, B. 31, Rapporti italo-bulgari. 35 Ministero degli Esteri a ministero della Guerra, 12 gennaio 1941, telespr. 34R/00375, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Movimento macedone. 36 Mameli a Ciano, 30 novembre 1940, telespr. 5159/2017, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga; Appunto segreto di Anfuso del gennaio 1941, n. 00374, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
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organizzative nel recapitare segretamente i fondi e le lunghe assenze da Belgrado proprio di Ferhad Draga, il maggiore e più importante beneficiario. L’ammontare, benché come si ricorderà fosse stato decurtato rispetto alle iniziali richieste di Mameli e Shtylla, fu tuttavia sufficiente a raggiungere lo scopo principale, “quello di dare alla minoranza albanese una fiduciosa sensazione dell’interessamento dell’Italia fascista”. Mameli utilizzò per il recapito dei fondi un suo fiduciario, Baldani, che avrebbe, di volta in volta, personalmente contattato Draga, concordandone anche la ripartizione tra le altre personalità kosovare, politiche e religiose, e i gruppi studenteschi. Per soddisfare i molteplici “impegni di assistenza” che incombevano su Ferhad Draga, inoltre, Mameli contava di versargli anche i 25 mila dinari messi a sua disposizione e i 15 mila messi a disposizione del consolato di Skopje. Dei 18 mila dinari di sussidi per i cattolici albanesi se ne occupò, invece, direttamente Venturini, smistandoli attraverso i parroci37. Il 3 gennaio 1941, Anfuso accreditò sul conto corrente di Mameli la seconda tranche di 217.000 lire relative ai finanziamenti per il trimestre gennaio-marzo 194138. La sovvenzione “K”, dunque, aveva cominciato a funzionare regolarmente in attesa degli sviluppi internazionali. Consapevoli dello stato di agitazione degli albanesi e alla ricerca di una politica delle nazionalità che potesse, seppure momentaneamente, contribuire alla stabilizzazione del paese, le autorità di Belgrado continuarono a prendere una serie di iniziative volte a mostrare la moderazione del governo verso l’etnia albanese, a seminare discordia tra gli albanesi stessi e a supportare le attività degli esuli albanesi e dei servizi britannici contro l’occupazione
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Mameli a Scammacca, 26 novembre 1940, lettera 5109/1997; Mameli a Ciano, 26 novembre 1940, telespr. 5110/1998, entrambi in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. 38 Appunto Anfuso per Benini, 11 gennaio 1941, n. 00145, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. 37
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italiana dell’Albania. Risultava ai servizi italiani che agenti britannici continuavano ad essere molto attivi in Kosovo, nel tentativo di arruolare esuli albanesi nell’opera di propaganda anti-italiana. In dicembre, furono stampati a Skopje migliaia di manifestini in cui si invitavano gli albanesi alla rivolta contro l’oppressore italiano39. Mameli ne mostrò uno nel corso di un colloquio col ministro aggiunto degli Esteri jugoslavo come prova della malafede di Belgrado, ottenendo assicurazioni del contrario e la promessa che gli esuli albanesi concentrati a Skopje, di cui i servizi britannici si erano valsi, sarebbero stati trasferiti in altra zona40. Quanto al rilancio di una nuova e più attenta politica delle nazionalità, grande risalto ebbe sulla stampa jugoslava di novembre la convocazione da parte del primo ministro Cvektović di una delegazione di ex deputati albanesi alla Skupština, tra cui Sherif Voça, con i quali si erano toccati i principali punti di attrito tra il governo e la minoranza schipetara. Nel colloquio, si discussero, tra l’altro, due questioni particolarmente delicate: il provvedimento di commissariamento della Comunità islamica di Skopje che, come si ricorderà, era stato preso nel maggio del 1940, provocando il risentimento e le proteste da parte di Ferhad Draga, e le ingiuste procedure attuative della riforma agraria. La stampa riportò che, sul primo punto, i delegati si dichiararono d’accordo al mantenimento del commissariamento, mentre sul secondo si appellarono al primo ministro affinché si tenessero in giusta considerazione le legittime aspettative dei proprietari albanesi. E la propaganda serba ebbe facile occasione per rimarcare come, a chiusura dell’incontro, la delegazione albanese esprimesse platealmente il proprio compiacimento per le misure prese dal governo a favore della Comunità musulmana e per le assicurazioni ricevute dal primo
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Mameli a Ciano, 10 dicembre 1940, telespr. 5467/2129, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 40 Buti a SSAA, 31 gennaio 1941, telespr. 12/02296, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. 39
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ministro41. Pronto a controbattere quella che riteneva semplicemente una subdola mossa propagandistica fu proprio Ferhad Draga, che il 18 novembre indirizzò una lettera di vibrata protesta al vicepresidente del consiglio, il croato Vladko Maček. Draga non solo rimarcava le sofferenze e le vessazioni che la sua gente continuava a patire ad opera di Belgrado, ma svelava anche i retroscena della visita della delegazione albanese dal presidente del consiglio jugoslavo, fornendone una sua propria versione. Spiegava, infatti, che la delegazione musulmana recatasi da Cvetković era stata prezzolata ed ingannata dal governo centrale e che, tra l’altro, i più ignoranti dei membri erano convinti di essere andati a Belgrado proprio per perorare la causa dell’autonomia della Comunità musulmana di Skopje. E ribadiva che quando, il 17 maggio 1940, il ministro della Giustizia aveva sospeso lo statuto della Comunità religiosa musulmana di Skopje e l’aveva commissariata, la popolazione musulmana aveva interpretato tale atto come “un colpo incomprensibile contro i diritti elementari dei musulmani delle regioni meridionali”. La soppressione dell’autonomia della Comunità era stata percepita, infatti, come un attacco al massimo bene morale degli albanesi del Kosovo, attacco che si aggiungeva alla “brigantesca rapina” compiuta a loro danno sotto le sembianze della riforma agraria. L’esponente politico albanese ricordava, inoltre, di aver presentato un documentato ricorso al Consiglio di stato contro la soppressione dell’autonomia e il commissariamento, affermando di non dubitare che il giudizio del tribunale avrebbe riconosciuto le sue ragioni. E concludeva la sua missiva al cattolico Maček, citando Agostino, e con il chiedersi retoricamente come si potesse pretendere che gli albanesi difendessero il loro stato dal pericolo
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41 Si veda l’articolo Una delegazione musulmana dal presidente del consiglio sig. Draghisa Cvetkovic, nella rivista Politika, Belgrado, 13 novembre 1940.
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esterno se il loro stesso stato non ne difendeva gli interessi materiali e spirituali42. Al di là della testimonianza di Ferhad Draga, che gli interessi della comunità albanese fossero pesantemente a rischio se ne continuava ad avere notizia, nonostante gli sforzi governativi di ricercare una nuova politica delle nazionalità e di propagandarla al meglio. Ancora nel febbraio 1941, informazioni confidenziali sostenevano che si era ripetuta per la terza volta una sistematica estradizione di cittadini di etnia albanese alla volta della Turchia. Un certo numero di essi, tra cui lo stesso capo della colonia albanese di Skopje, aveva dovuto abbandonare tutti i propri averi e rifugiarsi in Albania. I passi fatti dal consolato italiano per impedirla erano stati inutili, con la conseguenza di produrre una grande delusione degli albanesi circa la protezione loro offerta dall’Italia. Si rischiava, in tal modo, di vanificare tutta l’azione dispiegata dall’Italia e dallo stesso Venturini in Kosovo43. Esasperazione per le condizioni della comunità albanese che non miglioravano, sentore che la “resa dei conti” con la Jugoslavia era prossima e, non esclusa, la volontà di rafforzare la propria posizione personale contro eventuali rivali interni, spinsero agli inizi di marzo Ferhad Draga a chiedere al fiduciario italiano se fosse possibile ricevere armi e munizioni dall’Italia per i suoi fedeli, “per essere pronto a partecipare ad ogni evenienza che si presentasse favorevole per realizzare il disegno di unirsi agli albanesi dell’oltre confine”44. Lungaggini burocratiche fecero sì che la richiesta pervenisse al capo del Servizio Informazioni Militare,
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42 Mameli a Ciano, 3 dicembre 1940, telespr. 5305/2057, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese, con allegata lettera di Ferhad Draga a Vlatko Macek, 18 novembre 1940. 43 Vidau a Venturini, 5 aprile 1941, telespr. 34/R/3772, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. 44 Bonfatti (addetto militare a Belgrado) al Gabinetto del ministero della Guerra, 8 marzo 1941, n. 682 in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga.
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Cesare Amé, solo il 21 marzo e da questi a Benini solo il 3 aprile nell’imminenza dell’attacco alla Jugoslavia45. Benini rispose che l’offerta andava considerata in relazione agli sviluppi in corso, ma che, in caso di complicazioni belliche, si era consenzienti a ogni azione militare per danneggiare il nemico. Su Ferhad Draga, comunque, dette le assicurazioni desiderate: era il capo riconosciuto della minoranza albanese del Kosovo “e ha mantenuto e mantiene nei riguardi dell’Italia contegno nettamente favorevole”46. Ferhad Draga e seguaci non ebbero, tuttavia, il tempo di essere armati dall’Italia (il che evidentemente non significava che non possedessero armi e che non le usassero nel corso delle ostilità) prima dello scoppio della guerra contro la Jugoslavia. I servizi britannici da parte loro tentarono di agitare le acque in Albania proprio allo scoppio del conflitto. Con la complicità di Belgrado, i servizi d’oltremanica organizzarono, sotto il comando del tenente colonnello Dayrell Oakley-Hill, ex istruttore della gendarmeria di Zog, una banda albanese di circa 300 uomini, che dal Kosovo penetrò in Albania nel maldestro tentativo di sollevare gli albanesi contro la presenza italiana. Era una idea che, evidentemente, si basava sulla errata convinzione che si potesse facilmente accendere la miccia di una vasta resistenza. In realtà, l’impresa organizzata dall’intelligence britannica si risolse in un completo fiasco. La banda fu sgominata. Oakley-Hill fu catturato dai tedeschi, mentre dei suoi collaboratori albanesi, i fratelli Kryeziu furono presi dagli
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45 Cesare Amè (capo del servizio SIM) a ministero degli Esteri, 21 marzo 1941, n. C/9229, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. 46 Benini a Ministero della Guerra, 4 aprile 1941, telespr. 71/03597, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. A causa dello scoppio delle ostilità con la Jugoslavia, il Ministero bloccò l’invio dei finanziamenti per gli albanesi del Kosovo relativi al secondo trimestre del 1941, non apparendo sicuro il trasferimento di fondi a Belgrado. Appunto Scammacca per il Gabinetto del Ministro, 8 aprile 1941, n. 71/03756/1657, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.
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italiani, che li inviarono in campi di concentramento in Italia, Mustafa Gjinishi dovette trovare rifugio nel sud, presso i comunisti di Korça, mentre Abaz Kupi, che riuscì a fuggire, procedette alla riorganizzazione di una forza di resistenza armata permanente in Albania47. Con l’attacco alla Jugoslavia, anche gli italiani si valsero, e con più successo, del contributo militare di forze albanesi48. Entrarono in azione le bande di cui, a fine novembre, il comando superiore delle Forze Armate d’Albania aveva predisposto la costituzione nelle regioni del Mahti, della Mirdizia, di Piscopeja e di Cerevode, con il compito di badare alla sicurezza della popolazione nelle zone in cui non operavano le truppe regolari e di praticare la controguerriglia. A partire dal 6 aprile, come ispettore generale delle bande armate fu nominato il ministro Bottai, che insieme ad altri gerarchi fascisti era stato spronato da Mussolini a partecipare direttamente alle operazioni militari come gesto simbolico nei confronti dell’opinione pubblica italiana49. Bottai assunse il grado di tenente colonnello e lavorò al completamento della loro organizzazione a stretto contatto con Koliqi e con il tenente colonnello dei carabinieri, Andrea De Leo, militare che aveva svolto delicati incarichi in Albania e che riscuoteva un alto grado di consenso e di simpatia tra la popolazione albanese. Di tutti i suoi collaboratori Bottai dette giudizi superlativi. Del podestà di Scutari, Kakarriqi, elogiò la totale abnegazione alla causa, di Koliqi scrisse che “La sua parola valse a superare differenze di condizioni sociali e di religione”. “Al fervore dei cattolici,
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47 V. OWEN PEARSON, Albania in Occupation and War. From Fascism to Communism 1940-1945, New York, The Centre for Albanian Studies, I.B. Tauris, 2005, pp. 137-141; FISCHER, Albania at War, cit., pp. 110-111. 48 Sui problemi relativi al contributo militare albanese alla guerra, v. PIERO CROCIANI, Gli albanesi nelle forze armate italiane (1939-1943), Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, 2001. 49 V. CIANO, Diario, alla data dell’8 e del 17 gennaio 1941.
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– scrisse ancora il ministro – ravvivato dalla partecipe opera dell’Arcivescovo, s’accompagnò ben presto quello dei musulmani, guidati dal Gran Mufti e dal ministro di Stato Sulço Bushati”. L’impiego in battaglia dei militi albanesi iniziò il 9 aprile e si concluse una decina di giorni più tardi con la cessazione delle ostilità contro la Jugoslavia. Di questa esperienza “albanese”, Bottai ha lasciato due vivide ed interessanti relazioni che inviò a Ciano al termine delle operazioni, con l’obiettivo di sottoporre alle autorità militari e politiche italiane alcune considerazioni d’ordine generale, che vale la pena di registrare. Bottai raccontava che il 9 aprile la situazione a Scutari appariva molto fosca poiché si temeva l’arrivo di bande irregolari o di reparti dell’esercito jugoslavi e si pensava addirittura a un’evacuazione della città. Gli abitanti della regione si erano rivolti più volte alle autorità locali per avere le armi, ma non le avevano ottenute, “il che aveva determinato profonda mortificazione in tutti quei elementi a noi fedeli, che nella lotta imminente vedevano finalmente il motivo di una diretta partecipazione spirituale e morale alla guerra condotta dall’Italia”. Insomma, scrisse il ministro del suo operato, si trattò di dare la sensazione che l’associazione italo-albanese “si ravvivava in una guerra comune per idealità e scopi”. Bottai chiamò a raccolta i vari capi delle vallate e delle regioni. All’appello si rispose inizialmente con esitazione perché il provvedimento si giudicava tardivo e ci si lamentava di questo. Man mano, tuttavia, i cuori si persuasero e cominciarono ad affluire i volontari cattolici e musulmani, si organizzarono le prime bande con l’aiuto dell’Eccellenza Pafundi, fino a raggiungere un numero complessivo di circa 3.500 uomini armati50.
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Al comando delle bande c’erano: nello scutarino Kol Bibe Mirakaj, vice segretario del partito, con 400 armati, parte dei quali sotto la guida di Pashuk Biba; nella regione dei Dukagini il seniore Ndoc Gjeloshi con 100 armati; Kol Ndoci, bayraktar di Shala, e Lulash Gjeloshi bayraktar di Shoshi, guidavano 350 uomini; nella zona di Postriba Sulço Bey Bushati, Ministro di Stato, aveva 50
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Quasi come forma di reazione a quanto si era detto e scritto in Italia circa le scarse attitudini militari degli albanesi, nei momenti di crisi più acuti durante la campagna di Grecia, – ed era una reazione, si badi, diretta contro spezzoni importanti del partito fascista e la sua stessa direzione – il ministro si dilungava nell’esaltazione del comportamento bellico, dell’eroismo e del coraggio manifestati in battaglia dai combattenti delle bande. La costituzione delle bande, scrisse Bottai, “tardiva, improvvisata ed affrettata”, era stata comunque una dottrina “significativa”, “saggiamente ispirata a uno sfruttamento dei valori e delle attitudini del combattente albanese, strettamente legato alle ragioni e alle tradizioni della sua terra, intesa e sentita come stanza della sua famiglia e dei suoi beni materiali e morali”. Si entrava così nel punto centrale e, dal nostro punto di vista, più importante delle relazioni di Bottai: “Forse, mi sia consentito di uscire per un attimo solo dall’oggetto di questa relazione, il segreto d’una durevole collaborazione italo-albanese risiede tutto nella nostra capacità d’intendere e d’interpretare codeste forze genuine e semplici, avviandole senza snaturarle a un senso più vivo e attuale della funzione del nuovo Stato albanese nel quadro dell’Impero di Roma”. Bottai denunciava l’ostilità d’ordine psicologico che da parte italiana aveva accompagnato l’organizzazione delle bande, ostilità dovuta alla totale incomprensione dello spirito con cui esse erano state costituite, ovvero far diventare “la
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raccolto bande di fedeli con circa 130 armati; Prek Gjet Marku guidava 50 uomini; nell’Hoti operava Gjon Luli con 25 uomini; Nik Gjeloshi comandava 30 armati nella zona di Castrati; una trentina ne aveva anche Vat Marashi a Shkreli; a Boga Tot Gjeri con 20 uomini; a Vermoshi Preng Gali con 30; Marka Gjoni comandava 1000 armati nella Mirdizia; il ten. col. Borshi con 15 militi lungo la Bojana. Nel kosovano c’erano Halit Osmani e Lufti Spahija con 100 armati ciascuno; pattugliava il Dibrano Selim Gijtani Kaloshi con 500 armati; Halil Alija ne guidava 480 a Debar; Beqir Valteri con 100 nel Mahti, a Bureli; nel durazzese il senatore Kruja con 150 nella zona di Kruja.
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nostra guerra” “una guerra comune”, “gettando i germi di una solidarietà, che potrà dare domani, nell’opera di ricostruzione politica, i migliori frutti, se abilmente interpretata da accorti dirigenti e amministratori”. E dopo aver esaltato nuovamente l’entusiasmo che aveva via via contrassegnato da parte albanese l’organizzazione delle bande, concludeva: “questo volontarismo di Bande poggia su tradizioni storiche troppo salde e nobili, perché la politica imperiale del fascismo, romanamente associatrice di classi e di popoli, possa senza danno ignorarlo”. Dalle bande si deve partire se si vuole dare al popolo albanese una funzione nel complesso delle forze armate dell’impero. “Noi abbiamo il dovere di comprendere per essere compresi, e renderci conto, che l’incomprensione immotivata può essere fonte dei più gravi equivoci e disappunti”51. Non c’è dubbio che anche Bottai andava annoverato tra quelli che dell’Albania, e certo dell’Impero, avevano ben altra concezione che quella di una semplice occupazione militare o di un’annessione politica.
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51 Jacomoni a Ciano, 27 aprile 1941, telespr. 5790/1885, con allegate Relazioni di Bottai al comandante superiore delle Forze Armate d’Albania e al Luogotenente del Re, da Tirana, 14 aprile 1941 e da Scutari 16 aprile 1941; Le relazioni furono pubblicate in Storia Illustrata f. del novembre 1980. Vedi anche, per il periodo considerato, GIUSEPPE BOTTAI, Diario 1935-1944, Milano, Rizzoli, 1989, a cura di GIORDANO BRUNO GUERRI.
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La guerra alla Jugoslavia e la velocità delle operazioni militari posero con urgenza proprio il problema della difesa degli interessi italiani e albanesi sull’altra sponda dell’Adriatico1. Già con l’attacco tedesco alla Grecia e la sua rapida disfatta Roma aveva ribadito i suoi desiderata riguardo ai territori greci. Alla fine di marzo era stato proprio Mussolini a ipotizzare che la Grecia fosse occupata e divisa in due zone d’influenza, richiedendo che all’Italia fossero attribuite le isole ioniche, Corfù, Zante, Cefalonia, ecc., per ragioni strategiche, e che all’Albania fosse ceduta tutta la Ciamuria fino a Prevesa per motivazioni etniche2. A pochi giorni dall’inizio delle ostilità contro Belgrado, a Palazzo Chigi si cominciarono ad approntare, in via preliminare, una serie di più specifici studi circa la sistemazione confinaria futura della penisola balcanica sia da parte del sottosegretariato per gli affari albanesi, che degli altri organi del ministero degli Esteri. Si era consapevoli, tuttavia, che molto sarebbe dipeso dall’andamento delle operazioni militari e Sulle operazioni militari italiane contro la Jugoslavia, v. LOI, Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia (1941-1943), cit., pp. 60 ss. 2 Alfieri a Mussolini, 22 marzo 1941; Mussolini a Alfieri, 23 marzo 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, DD. 761 e 766. 1
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dalla reale estensione dell’occupazione da parte delle truppe italiane rispetto a quelle tedesche. Un primo sommario appunto dell’11 aprile, infatti, sosteneva l’opportunità di assicurare al controllo italiano, pur nel quadro della collaborazione con l’alleato tedesco, sia la “zona costiera adriatica da Fiume alla frontiera albanese inclusa tutta la Dalmazia”, sia il “territorio del Montenegro, del kossovese e di una zona a Est dell’attuale confine dell’Albania fino al fiume Vardar”3. Anche per quanto riguardava i territori abitati da albanesi, in un altro appunto preparato dal sottosegretariato e interamente dedicato all’Albania, si insisteva su un programma massimo di occupazioni militari al fine di poter poi addivenire a una trattativa territoriale da posizioni di forza. Si precisava, quindi, l’opportunità di occupare non solo tutte le regioni del kosovese abitate da albanesi e che presumibilmente sarebbero state assegnate all’Albania (con Gjakova, Prizren, Ipek, Pristina, Mitrovica); ma anche la regione a oriente del confine albanese fino al Vardar e compresa la cittadina di Ohrid sul lago omonimo. Di quest’ultima si riconoscevano i legami storici e religiosi con la Bulgaria, ma si ricordavano anche le rivendicazioni albanesi. Ohrid era patrimonio antico delle genti illiriche e importante centro civile e commerciale sulla via Egnazia. Soprattutto si faceva presente che il possesso completo dei laghi (compresa la parte appartenente alla Grecia) era di vitale importanza per l’economia albanese, dato che, come si era già osservato, il più grande fiume albanese, il Drin Nero, sboccava proprio nel lago di Ohrid. Si auspicava, quindi, che Ohrid fosse attribuita all’Albania e che si trovassero altre compensazioni per la Bulgaria4. Il sottosegretariato riesaminò, inoltre, un’idea, già in precedenza ipotizzata dai militari italiani, di creare una frontiera comune tra Albania e Romania, un’idea però realizzabile solo si fossero
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AEM, Appunto, Roma, 11 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. 4 Appunto del SSAA, 13 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 31. 3
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soddisfatte le aspirazioni massime della Bulgaria, dell’Albania e della Romania. In tal caso, infatti, tra Albania e Romania si sarebbe creato un corridoio serbo di un’ampiezza variante da 50 a 100 km, che sarebbe stato facilmente divisibile assegnando una parte alla Bulgaria e creando un contatto territoriale tra il nuovo stato albanese e quello romeno. La popolazione serba poteva essere trasferita e il corridoio poteva essere ripopolato con macedo-romeni. Questa soluzione, a giudizio del sottosegretariato, presentava l’indubbio vantaggio di separare la Serbia dalla Bulgaria, interponendo nella massa della popolazione slava un corridoio albanoromeno, di paesi ed etnie, dunque, sicuramente fedeli all’Italia5. Con il far ciò, si sarebbe andati incontro anche ad una pressante richiesta che era venuta più volte da Bucarest, dove il generale Antonescu e il suo ministro degli esteri, Mihail Antonescu, insistevano affinché l’Italia si interessasse alla sorte dei macedoromeni, considerati dalla propaganda romena dell’epoca i “rappresentanti della superstite romanità dei Balcani fuori della Romania”. Il governo di Bucarest, inoltre, di fronte all’ingrandimento dell’Ungheria e a quello previsto della Bulgaria, avrebbe visto con estremo favore l’annessione all’Albania di maggiori territori a est, che avrebbe offerto un appoggio territoriale e uno sbocco verso l’Adriatico al piccolo stato romeno6. Tuttavia, l’idea di un’Albania con i confini al Danubio, pur se attraente dal punto di vista imperiale, risultava improponibile dopo il fallimento della guerra di Grecia e in quella delicata fase dei
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5 Appunto senza data, ma precedente a Vienna, in ASMAE, AP, Jugoslavia, B. 106, f. “Rivendicazioni degli stati successori della Jugoslavia”. 6 Ghigi a Ministero degli Esteri, 20 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 945. Antonescu fu a Roma alla metà di novembre 1940. Non si dispone dei verbali dei suoi colloqui con i vertici italiani, ma v. CIANO, Diario, alla data in questione, nonché DDI, s. IX, vol. VI, D. 72 nota 2; sui rapporti italo-romeni più in generale, GIULIANO CAROLI, Rapporti militari fra Italia e Romania dal 1918 al 1945, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, 2000.
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rapporti italo-tedeschi. Man mano che passavano i giorni, il sottosegretariato elaborò con sempre maggiore precisione le rivendicazioni albanesi verso la Jugoslavia, concentrandosi, quindi, sulla creazione di una Grande Albania a partire dal dato etnico. Erano i confini di questa Albania che ci si disponeva a proporre e difendere con gli alleati tedesco e bulgaro. Il 14 aprile, Scammacca riprese espressamente proprio le questioni abbozzate nell’appunto dell’11 aprile per fornire le precisazioni del caso. L’appunto schematizzava così le aspirazioni albanesi:
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«a) il kossovese, ossia quel territorio compreso “grosso modo” fra l’alto corso dell’Ibar, la catena del Kopaonik (q. 2017), Kursumilija, i monti della Crnagora, lo sbocco sud della stretta di Kaçanik, lo Zar Planina e la frontiera Nord Est albanese. Questo quadrilatero contiene la massa più importante e compatta degli albanesi in territorio jugoslavo (circa 500.000). Molti altri nuclei albanesi sono stabiliti però anche nei territori limitrofi e ad est della Jurna Morava, frammisti alla massa serbo-bulgara»; «b) Una zona della Macedonia che, partendo dalla regione del Kossovo sopra descritta, discende in una fascia adiacente alla frontiera dell’attuale Albania fino alla regione dei Laghi di Ocrida e Presba. In questa zona vivono duecentomila albanesi frammisti in proporzioni variabili con popolazioni bulgaro-macedoni»; «c) Una fascia del Montenegro, popolata più o meno densamente di albanesi, che corre parallelamente al confine attuale da Spizza-Virpazar a Novi Pazar, includendo nell’Albania tutto il Lago di Scutari, e lasciando al Montenegro Podgoriza e Andrijevica. Proseguendo a Nord Est (verso Novi Pazar) la massa albanese è preponderante a sud dell’Alto Ibar ricongiungendosi con la zona del Kossovo anzi descritta. Si può calcolare a circa 200.000 anime la popolazione albanese di questa zona».
Naturalmente, Scammacca non negava che vi fossero sia in Koso-
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vo che in Macedonia nuclei serbi, ma sposava interamente il punto di vista albanese, affermando che di essi non si doveva tenere conto essendo il frutto di recente immigrazione e della politica di snazionalizzazione compiuta da Belgrado negli ultimi venticinque anni. Il problema etnico del Kosovo e della Macedonia, dunque, riguardava solo albanesi e bulgaro-macedoni. Ma, anche con questa semplificazione, la questione rimaneva spinosa: “fatta eccezione per il nucleo centrale del Kossovo, che è interamente albanese, – scriveva il diplomatico italiano – una delimitazione etnica e territoriale precisa fra albanesi e bulgaro-macedoni è assai difficile, per non dire impossibile, specie nella zona periferica del kossovese (soprattutto intorno a Skopje) e, ancora maggiormente, nella Macedonia meridionale e nella zona dei Laghi (Ocrida)”. Scammacca non forniva risposte concrete ai problemi posti, spiegando che la soluzione più equa si poteva raggiungere con transazioni e compromessi e con sacrifici reciproci, con adozioni di speciali regimi e con scambi di popolazione, ove possibile. Tuttavia, nel procedere alla delimitazione del confine era opportuno considerare alcuni fattori politici, quali la necessità di non scontentare l’elemento bulgaro-macedone per assicurarsi l’amicizia e la collaborazione della Bulgaria nei Balcani; l’opportunità di non includere dentro i nuovi confini dell’Albania forti nuclei bulgarimacedoni che avrebbero acceso dinamiche irredentistiche (Skopje, a suo parere, doveva andare senz’altro ai bulgari-macedoni); la convenienza di dare un’equa soddisfazione all’Albania che aveva affidato la tutela dei suoi interessi all’Italia; e, infine, le ragioni di ordine militare ed economico, l’esistenza di miniere e di bacini lacustri o di vie di comunicazione, le ragioni storiche che per talune zone consigliavano l’annessione all’Albania anche se l’elemento etnico non era predominante rispetto a quello bulgaromacedone, come nel caso dei laghi macedoni7.
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Appunto di Scammacca del 14 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Com-
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Il 16 aprile, il governo jugoslavo chiese l’armistizio, che, come noto, venne firmato per l’Italia la sera del 17 aprile a Belgrado dall’addetto militare italiano, il colonnello Bonfatti. Proprio dopo il crollo jugoslavo, Scammacca predispose un definitivo appunto sulle aspirazioni albanesi, appunto che rappresenta lo sforzo maggiore compiuto dal sottosegretariato di immaginare “un confine soddisfacente della più Grande Albania” e che, insieme a due interessanti allegati, finì direttamente nelle mani di Luca Pietromarchi. Quest’ultimo, capo del Gabinetto Armistizio-Pace e uomo di fiducia di Ciano, si stava freneticamente interessando, proprio in quei giorni, di formulare un piano di riassetto generale dello spazio jugoslavo confacente agli interessi italiani8. Il punto di partenza di Scammacca era sempre la consapevolezza dell’estrema difficoltà di tracciare un confine netto in regioni in cui le popolazioni erano frammiste; di conseguenza, al di là del Kosovo propriamente detto, le aspirazioni albanesi cozzavano, e avrebbero cozzato, a est e a sud con quelle dei bulgaro-macedoni e dei greci, e a nord con quelle slave serbo-montenegrine. Tuttavia, secondo il funzionario italiano, circa il futuro confine con la Grecia si poteva addirittura pensare a un’annessione di tutto il golfo di Arta, che con opportuni lavori sarebbe potuto divenire il grande scalo marittimo dell’Albania meridionale, con tutti i vantaggi conseguenti sia di ordine economico che militare. Per quanto riguardava la frontiera con la Bulgaria, Scammacca riconosceva che la
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missione albanese per la delimitazione dei confini. Una nota a margine dell’appunto dice: “Il presente appunto approvato dall’Ecc. Benini, è stato rimesso al Gabinetto, alla Direz. Gen. AEM e al Ministro Pietromarchi. Scammacca”. All’appunto era allegato un altro appunto circa le regioni della Jugoslavia rivendicate dall’Albania con l’enumerazione di tutti i principali distretti e con le percentuali relative alle popolazioni. 8 V. PIETROMARCHI, Diario, alle date del 16 e 18 aprile, cit. in RODOGNO, Il Nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), cit., pp. 107-108.
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linea da lui proposta in precedenza includeva nell’Albania zone rivendicate dai bulgaro-macedoni o nelle quali tale elemento etnico era predominante, come la zona di Debar (ad eccezione della città), la sponda destra del lago di Ohrid, con la città omonima, e qualche fascia di territorio a cavallo del fiume Treska. Ma, a suo parere, bisognava tenere presente che, probabilmente, altrettante zone abitate da albanesi sarebbero rimaste al di fuori della linea di confine descritta, come ad esempio la campagna intorno a Skopje e la vasta zona tra Skopje e Kumanovo nelle quali invece l’elemento albanese era a sua volta maggioritario. Gli allegati predisposti dal diplomatico italiano prendevano in esame altre due ipotesi di rimaneggiamento della carta politica balcanica. La prima era quella di una transitoria sistemazione della Macedonia come regione autonoma o indipendente, che egli, tuttavia, giudicava decisamente contraria agli interessi dell’Albania e dell’Italia. Una Macedonia a sé stante non avrebbe sopito le speranze di una parte della popolazione di un’annessione alla Bulgaria, mentre avrebbe ancor più fomentato l’irredentismo verso le zone abitate da bulgaro-macedoni da assegnarsi all’Albania. Altro fattore da considerare era che i bulgaro-macedoni sarebbero potuti divenire clientela politica della Germania o della Russia, che aveva spesso sostenuto l’idea di una Macedonia autonoma. La migliore soluzione, insomma, appariva quella della spartizione tra Albania e Bulgaria. Offrire a Sofia l’annessione di una parte cospicua della Macedonia avrebbe facilitato, tra l’altro, la soluzione della delimitazione confinaria con il nuovo stato albanese. La seconda ipotesi esaminata da Scammacca era quella di ampliare le richieste in favore dell’Albania fino a richiedere uno sbocco sul Mare Egeo, nel caso in cui alla Bulgaria fosse stata attribuita oltre la Tracia anche parte della Macedonia greca con Salonicco. Soddisfatte così in massima parte le aspirazioni bulgaromacedoni, si poteva pensare a un’annessione all’Albania di una striscia di territorio della Macedonia greca fino al golfo di Salonic-
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co, beninteso con l’esclusione della città e del porto. Con la costruzione di una ferrovia e di una strada che collegassero l’Adriatico all’Egeo, questa sistemazione avrebbe arrecato enormi vantaggi, aprendo una via commerciale diretta dall’Albania e dunque dall’Italia verso il Levante. L’unico grave inconveniente che tale soluzione presentava era quello di inglobare dentro i confini della nuova Albania consistenti popolazioni greche e bulgaro-macedoni, con tutto ciò che ne sarebbe conseguito in termini di irredentismo e problemi di minoranze per il nuovo Stato; Scammacca, quindi, consigliava di prenderla in considerazione solo se si fosse ritenuto possibile attuare consistenti scambi di popolazione9. L’attività del sottosegretariato illustra bene la preparazione con cui la diplomazia italiana si dispose a fronteggiare la dissoluzione della Jugoslavia e la nascita della Grande Albania, benché questi progetti, tutti teorici, non tenessero conto del quadro generale pesantemente influenzato dalla realtà della situazione militare e determinato da altri fattori non ancora precisamente ponderabili, quali l’atteggiamento della stessa Bulgaria e, soprattutto, la volontà della Germania. Alla fine, fu proprio Mussolini, in una sintetica, ma alquanto generica maniera, a mettere per iscritto in un appunto per Ciano, datato 17 aprile, il programma italiano: «1. Slovenia. Incorporazione all’Italia con particolare regime autonomo. 2. Fiume. Rettifica dei confini terrestri e insulari. 3. Dalmazia. Annessione di tutto il territorio da Segna a Cattaro e dal litorale alle dinariche, e ciò anche nell’eventualità di una “unione personale” fra l’Italia e la
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9 Appunto di Scammacca del 17 aprile 1941 circa la sistemazione confinaria dell’Albania nei confronti della Grecia e della Jugoslavia e circa talune questioni relative al futuro assetto di quei territori, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. Allegato 1: Macedonia. Allegato 2: Ipotesi di uno sbocco dell’Albania sul Mare Egeo. L’appunto reca la scritta: “Il presente appunto, approvato dall’Ecc. Benini, è stato rimesso al Ministro Pietromarchi (Uff. Armistizio e Pace). Scammacca”.
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Croazia.... 4. Montenegro aggregato all’Albania con regime autonomo; 5. Kossovo. Le regioni della Jugoslavia popolate da albanesi (da 700000 a 1.000.000) saranno annesse al Regno di Albania; 6. Sbocchi al mare. Per la Croazia, Fiume-Susak. Per la Serbia Ragusa10». La Grande Albania, nelle idee del «duce», avrebbe dunque compreso il Montenegro e sarebbe stata ingrandita con i territori kosovari. La genericità delle idee di Mussolini al riguardo rende manifesto che gli interessi maggiori e più urgenti che si nutrivano a Roma al momento erano la sistemazione dell’alto Adriatico e il controllo della costa jugoslava senza soffermarsi sull’estensione e sulla profondità delle acquisizioni territoriali albanesi nella penisola balcanica. Il fiasco della campagna di Grecia e la rapida e vittoriosa calata tedesca verso il Mediterraneo fornivano preoccupazioni tali da imporre diverse priorità e da far accantonare, ma solo temporaneamente, le visioni imperiali che si erano concepite solo qualche mese prima basandosi sull’ingrandimento dell’Albania. Tuttavia, proprio nella sistemazione dell’alto Adriatico, le speranze degli italiani dovevano ben presto dissolversi. Proprio il 17 aprile, infatti, l’ambasciatore tedesco a Roma, Mackensen, recapitò la proposta di Hitler di aprire una discussione sulla spartizione del territorio jugoslavo e di concordare un incontro tra Ciano e Ribbentrop a Vienna per la fine della settimana allo scopo di conoscere le aspettative italiane. Ma, al contempo, Hitler comunicava che la Germania aveva portato avanti il proprio confine fino ad annettere la Slovenia settentrionale e chiedeva di considerare ormai questi territori come facenti parte del Terzo Reich11. Rispetto
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10 Mussolini a Ciano, 17 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 923; in una copia dell’appunto, reperita in ASMAE, AP, B. 106, il punto relativo al Montenegro è sottolineato e reca al margine la scritta “No”. 11 Sugli obiettivi e l’organizzazione dell’occupazione tedesca della Jugoslavia, v. l’esaustiva opera a cura di BERNARD R. KRONER, ROLF-DIETER MULLER, HANS UMBREIT, Germany and the Second World War, vol. V, Organization and
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al problema della Slovenia, dunque, contrariamente a quanto immaginato da Mussolini nell’appunto dello stesso 17 aprile, la soluzione era stata già trovata e i tedeschi non avevano fatto altro che mettere gli italiani di fronte al fatto compiuto. Il caso della Slovenia era il primo chiaro segnale di come la Germania poteva atteggiarsi, benché per ora non si fosse toccata quella che per gli italiani era effettivamente la questione più scottante del nuovo assetto, ovvero il problema del nuovo stato croato. Quasi come un contentino si aggiungeva che la Germania avrebbe lasciato mano libera al «duce» per i territori a sud della Croazia, senza specificare che cosa si intendesse con questa espressione12. Si chiarì poco dopo che il governo tedesco vedeva favorevolmente l’annessione dell’altra parte della Slovenia all’Italia e che accettava una soluzione per la Dalmazia “in senso italiano”; che per la questione macedone, invece, propendeva per una soluzione “in senso bulgaro”, accettando però l’ipotesi di un’annessione del Montenegro all’Albania13. La visita di Ciano a Vienna, come noto, fu decisa per la fine della settimana. Il 19 aprile, tuttavia, prima di incontrare Ciano, Hitler e Ribbentrop dettero udienza a re Boris, permettendogli di esporre tutti i desiderata bulgari sulla Macedonia in modo da avere un quadro più preciso possibile durante i negoziati con gli italiani. Per il sovrano bulgaro erano irrinunciabili regioni che, invece, la diplomazia italiana riteneva senza dubbio da assegnarsi all’Albania. Si trattava per Sofia di ottenere tutta la Macedonia ex jugoslava, e re Boris chiese a Hitler di permettere l’estensione dell’occupazione bulgara, già autorizzata e iniziata alla metà di aprile, a
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Mobilization of the German Sphere of Power, Part I, Wartime Administration, Economy and Manpower Resources 1939-1941, Oxford, Clarendon Press, 20002003, pp. 92-98. 12 Mackensen a Ciano, comunicazione verbale del 17 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 924. 13 Anfuso a Ciano, appunto del 18 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 931.
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tutta la Macedonia occidentale, ivi comprese le regioni di Struga, Gostivar, Tetovo e Ohrid. Boris rivendicò alla Bulgaria anche territori della Serbia meridionale, una zona a sud di Niš, e chiese la possibilità di occupare anche Salonicco, sbocco mediterraneo dell’intera Macedonia14. Ciano giunse a Vienna il 20 aprile con un programma di rivendicazioni circa l’Albania basato sugli studi compiuti dalla diplomazia italiana, ma con una variante importante. Si accantonò, infatti, l’idea di un’incorporazione del Montenegro all’Albania, benché con uno statuto autonomo, e si puntò invece sulla sua costituzione a stato indipendente. Decisivo in questo mutamento fu il rifiuto di Vittorio Emanuele III di assumere la corona montenegrina, come sarebbe di fatto avvenuto nel caso di un’inclusione del Montenegro nell’Albania15. Apertisi con un colloquio tra Ciano e Hitler sulla situazione generale, i negoziati di Vienna sullo smembramento della Jugoslavia proseguirono tra i due ministri degli Esteri16. Già dal primo incon-
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Non si dispone di un verbale dei colloqui tra Hitler e Boris, ma il loro contenuto è chiaro da altri documenti tedeschi: Memorandum Wezsaecker, 17 aprile 1941; telegramma Clodius - Richthofen, 24 aprile 1941, in DGFP, serie D, vol. XII, DD. 362 e 393. V. anche V. MARSHALL LEE MILLER, Bulgaria during the Second World War, Stanford (CA), Stanford University Press, 1975, p. 55. 15 Ancora il 18 aprile, in un appunto sullo smembramento della Jugoslavia che, come ci dice una nota a margine, fu uno degli atti di preparazione del convegno di Vienna e che in generale ricalcava quanto stabilito da Mussolini il giorno prima, il Montenegro compariva come autonomo e aggregato all’Albania. Si prevedeva, comunque, l’annessione di Dulcigno all’Albania e la cessione di Termos al Montenegro: Appunto del 18 aprile 1941, in ASMAE, AP, Jugoslavia, B. 107, f. Rivendicazioni degli stati successori della Jugoslavia. Si veda sulle vicende confinarie montenegrine e sull’atteggiamento della casa reale italiana, ANDREA UNGARI, Casa Savoia e la diplomazia fascista nei Balcani e FRANCESCO CACCAMO, L’occupazione del Montenegro: dai progetti indipendentistici alla collaborazione con i četnici, in CACCAMO - MONZALI (a cura di), L’occupazione italiana della Iugoslavia (1941-1943), cit., pp. 133-219; 309-354. 16 Sulle trattative di Vienna e la spartizione della Jugoslavia in generale, si 14
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tro con Ribbentrop molte cose divennero più chiare. Ciano prese consapevolezza, carte alla mano, che la nuova e ormai definitiva frontiera della Germania in territorio sloveno era molto più a sud di quello che si era immaginato, giungendo a tre chilometri da Lubiana17; che lo stato croato pensato a Berlino includeva tutta la Bosnia-Erzegovina nella sua antica frontiera, comprendendo lunghi tratti di costa dalmatica; che Ribbentrop era contrario all’unione personale italo-croata, ritenendo che la Croazia dovesse orbitare nel sistema politico-economico del Terzo Reich. Ma che, tuttavia, di fronte alle proteste di Ciano circa la Dalmazia, riconosceva il diritto dell’Italia di accordarsi con la Croazia sui confini e l’opportunità che si creasse una continuità territoriale tra l’Italia stessa e le regioni montenegrina e albanese. Per il Montenegro, Ribbentrop dichiarò il suo consenso a renderlo uno stato indipendente legato all’Italia. Altro problema che toccava direttamente gli interessi dell’Albania era quello macedone. Ribbentrop ricordò a Ciano che, durante la recente visita di re Boris a Berlino, il governo tedesco si era impegnato a cedere alla Bulgaria l’intera Macedonia. Il ministro italiano si dichiarò in massima d’accordo, ma pose una riserva sulla futura specifica delimitazione del confine, al fine di poter includere in Albania le zone popolate da albanesi, come Debar, Gostivar, Tetovo, ecc., e ottenere una frontiera forte e logica sotto l’aspetto militare. Nonostante i
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veda JOZO TOMASEVICH, War and Revolution in Yugoslavia, 1941-1945. Occupation and Collaboration, Stanford University Press, Stanford (CA), 2001, pp. 61 ss.; T. FERENC, La politica italiana nei Balcani, in L’Italia nella Seconda Guerra Mondiale e nella Resistenza, a cura di ENZO COLLOTTI, Milano, Franco Angeli, 1988, pp. 76-79; V. anche BURGWYN, L’impero sull’Adriatico, cit., pp. 59-76, che, tuttavia, trascura completamente il problema jugoslavo-albanese; PASTORELLI, L’estensione del conflitto, cit., pp. 172-177. 17 Sulla questione slovena, si veda MARCO CUZZI, L’occupazione italiana della Slovenia 1940-1943, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, 1998. V. anche di CUZZI, La Slovenia italiana, in CACCAMO - MONZALI (a cura di), L’occupazione italiana della Iugoslavia (1941-1943), cit.
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confini previsti da Ribbentrop per l’Albania non soddisfacessero le richieste albanesi e italiane, Ciano riteneva non difficile ottenere dei miglioramenti. D’altra parte, per i tedeschi non vi era alcuna obiezione a che la frontiera tra Grecia e Albania fosse spostata verso sud fino alla linea Florina-Pindo-Arta-Prevesa18. Proprio per meglio chiarire il punto di vista italiano circa la frontiera tra Albania e Bulgaria e giustificare al meglio le rivendicazioni italiane, alla fine del colloquio Ciano consegnò a Ribbentrop un appunto in cui si affermava che, a prescindere dalla questione etnica, che vedeva un’assoluta maggioranza albanese nelle regioni di Tetovo, Gostivar e Kičevo, sarebbe stato necessario tracciare il confine albanese-bulgaro sulla catena montuosa passante ad oriente di tali località e dei sottostanti laghi di Ohrid e Presba dai quali nasceva il Drin, il maggior fiume albanese. Molte altre importanti ragioni militavano in favore di questa soluzione: avere una frontiera naturale breve, robusta e unitaria; disporre di una comunicazione diretta e facile tra la zona di Pristina e quella dei Laghi che serviva di arroccamento a tutta la frontiera; dare una conveniente profondità al territorio albanese. In tal modo, inoltre, si sarebbe facilitato anche lo sbocco economico verso l’interno della Macedonia bulgara e verso i territori dell’antica Serbia. Tuttavia, l’appunto aggiungeva, in considerazione del favore con cui il Führer aveva accolto le preghiere di re Boris “si può ammettere che la linea di frontiera sopradetta sia intaccata per un breve tratto da una piccola “enclave” bulgara intorno alla zona di Ohrid. La retrocessione, invece, di tutto il confine su una linea più arretrata lederebbe troppo fortemente gli interessi albanesi, sia dal punto di vista etnico, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista militare”19.
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Ciano a Mussolini, 21 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 956. Memorandum di Schmidt sul colloquio tra Ciano e Ribbentrop del 21 aprile 1941, in DGFP, vol. XII, D. 378. 19 Appunto sulla linea di frontiera albanese-bulgara, in DDI, s. IX, vol. VI. La 18
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Il secondo colloquio si tenne dopo che Ribbentrop ebbe parlato con Hitler e portò qualche novità e soprattutto qualche vantaggio in più per gli italiani rispetto alla rigida posizione assunta da Ribbentrop. Per la Slovenia, il ministro tedesco ribadì che le frontiere del Reich erano fissate in modo definitivo, ma che l’Italia avrebbe potuto procedere come desiderava all’annessione della parte restante della Slovenia. La novità più rilevante era sulla Croazia, sulla quale Hitler confermava il suo disinteresse, senza entrare nella questione della sua unione personale con l’Italia, ma lasciando che tale questione fosse risolta tra Roma e Zagabria. Hitler riconosceva l’interesse italiano anche sulla Dalmazia, benché Ribbentrop tornasse sulla questione, insinuando che la Dalmazia era popolata da una stragrande maggioranza di croati e costringendo Ciano a ribattere che l’Italia non la rivendicava su basi etniche ma sul principio dello spazio vitale e per ragioni storiche, culturali e politiche. Circa i confini tra Croazia e Italia, dunque, Ribbentrop sostenne che fosse meglio che Pavelić li concordasse direttamente con Roma20. Quanto al Montenegro, il ministro del Reich concordava con la creazione di uno stato indipendente, ritenendola tuttavia questione interamente italiana. Circa le frontiere albanesi, nonostante gli impegni già assunti da Hitler con re Boris, il governo tedesco sarebbe venuto incontro alle richieste italiane per ciò che concerneva il Kosovo e la Macedonia. Tuttavia, Hitler desiderava mantenere il saliente di Ljuboten in favore della Bulgaria e quello di Mitrovica in favore della Serbia, poiché in tali
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nota in calce al testo pubblicato nei DDI, con evidente confusione, dice che esso fu rimesso da Ribbentrop a Ciano. Esso fu rimesso, invece, da Ciano a Ribbentrop il 21 aprile, come si legge in una postilla a margine del documento originale in ASMAE, UC, B. 26, f. 3. 20 Sulle controversie politiche e confinarie tra Italia e Germania sulla Croazia e tra Italia e Croazia, v. LUCIANO MONZALI, La difficile alleanza con la Croazia ustascia, in CACCAMO - MONZALI (a cura di), L’occupazione italiana della Iugoslavia (1941-1943), cit., pp. 61-131.
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territori erano comprese miniere di grande interesse per la Germania, e faceva appello personale al «duce» affinché gli interessi tedeschi fossero riconosciuti. Infine, Hitler concordava appieno sulla linea di confine proposta tra Albania e Grecia e sul possesso italiano delle isole joniche, benché sul resto del territorio greco ogni decisione fosse da rinviarsi alla sconfitta della Gran Bretagna21. La sistemazione confinaria della Grande Albania raggiunta a Vienna soddisfaceva solo in parte le aspirazioni italiane e albanesi. A settentrione, infatti, non erano state attribuite all’Albania le regioni di Kukavica e quella di Mitrovica, con l’importante bacino minerario di Trepča, voluto dai tedeschi, ma sul quale gli italiani avevano pure messo gli occhi per via delle sue potenzialità economiche. Basti pensare che dalle miniere di Trepča, a cominciare dalla metà del 1941, partì alla volta delle fabbriche tedesche un treno al giorno con 500 tonnellate di piombo e zinco concentrati. Fino alla fine della guerra si stima che le miniere di Trepča fornirono il 40% del fabbisogno di piombo della Germania22. Fuori dello stato albanese rimanevano, inoltre, le regioni di Metohja, Podujevo e Medvedja a nord; Kaçanik, il bacino mineario di Belovište, tutta la vallata di Skopje e tutta la valle del Fiume Treska a sud est; a sud, la città di Ohrid con la zona circostante. Al contrario, si osservava in una sorta di bilancio compiuto a Palazzo Chigi dopo Vienna, le rivendicazioni bulgare erano state soddisfatte quasi integralmente. Rispetto alle rivendicazioni di Sofia, infatti, restavano esterne al territorio bulgaro, oltre alla parte di Macedonia attribuita all’Albania, la maggior parte del distretto di Pirot e della Morava, ad eccezione della fascia di frontiera inclu-
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Colloquio tra Ciano e Ribbentrop, 22 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 967. Memorandum Schmidt dei colloqui tra Ciano e Ribbentrop del 22 aprile 1941, in DGFP, vol. XII, D. 385. 22 V. MALCOM, Storia del Kosovo, cit., p. 338. 21
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dente la città di Zaribrod23. Secondo una stima compiuta dal gabinetto di Ciano, in collaborazione con l’Istituto centrale di statistica e sulla base anche del censimento effettuato il 31 luglio 1941 nella provincia di Lubiana e nel Carnaro, la spartizione della Jugoslavia aveva dato luogo alla seguente riconfigurazione della carta geopolitica del Balcani: all’Italia erano stati annessi 12.036 kmq con 810.990 abitanti in totale (4.545 kmq nella provincia di Lubiana con 336.279 residenti, secondo il censimento del 31 luglio, e 1882 kmq nel Carnaro con 81.711 abitanti, sempre secondo il censimento del 31 luglio; più 6.109 kmq in Dalmazia con 393.000 abitanti.); all’Albania erano stati attribuiti 14.924 kmq con 754.000 abitanti; alla Germania, la Slovenia settentrionale, con 9.734 kmq e 727.000 abitanti; all’Ungheria erano andati 12.073 kmq (Backa, Baranja orientale, Murakoz) con 1.208.000 abitanti24; la Bulgaria, con i territori macedoni, aveva esteso la sua sovranità su 27.534 kmq e 1.299.000 abitanti. Il Montenegro era divenuto ora uno stato di 15.219 kmq con 411.000 abitanti; la Serbia aveva 48.925 kmq con 3.823.000 cittadini; il Banato, non attribuito, era di 9.127 kmq e 596.500 abitanti; la nuova Croazia indipendente, infine, aveva preso la parte del leone, divenendo uno stato di 97.967 kmq e 6.193.000 abitanti25.
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Appunto sulle rivendicazioni territoriali dei vari stati successori della Jugoslavia, 30 aprile 1941, AEM (Direzione Generale Affari Europa Mediterraneo) - Uff. II, in ASMAE, AP, Jugoslavia, B. 106. 24 Su ciò v. ENIKŐ A. SAJTI, Hungarians in Voivodina 1918-1947, New York, East European Monographs, Atlantic Research and Publications, Columbia University Press, 2003, pp. 191, ss. 25 Fonte Ripartizione dei territori già jugoslavi. Appunto di Pietromarchi del 10 novembre 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78. L’appunto spiegava che la stima era stata fatta dall’Ufficio Gabinetto Affari Politici. Pietromarchi annotava nel suo Diario che tra Italia e Germania si sarebbe aperta “un’era di pericolosi intrighi” per la Croazia e che in generale l’Italia usciva dalla spartizione della Jugoslavia e dalla nuova situazione geopolitica dei Balcani in posizione nettamente più debole della Germania: v. RODOGNO, Il Nuovo ordine mediterraneo,
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2. Le rivendicazioni degli albanesi del Kosovo: il memorandum di Ferhad Draga
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Della spartizione concordata a Vienna gli albanesi non ebbero informazioni ufficiali se non in giugno. Il governo di Roma fu molto prudente nel fare esplicite e precise promesse. Fin dall’inizio della guerra con la Jugoslavia, Ciano orientò la propaganda attraverso la stampa e la radio a rimanere sulle generali circa le future delimitazioni dei confini in Kosovo e in Ciamuria e sull’assetto politico finale di queste regioni26. Ma, già da fine aprile, molte voci si propagarono circa i negoziati in Austria, suscitando, a secondo dei casi, preoccupazione, perplessità o giubilo. Ciano e Mussolini furono letteralmente inondati da una serie di messaggi che richiedevano sostegno e “giustizia” nei confronti dei vecchi oppressori serbi, messaggi che venivano oltre che dagli albanesi anche dai bulgari-macedoni, dagli aromeni, dai montenegrini. I nazionalisti albanesi si mobilitarono da subito con una serie di iniziative e di appelli al governo di Roma affinché sostenesse le pretese storiche della Grande Albania. Il 17 aprile, Ahmed Dino, figlio del deputato albanese nonché nipote del ministro degli Esteri ottomano che nel 1880 aveva resistito con le armi alla decisione del trattato di Berlino di assegnare una parte dei territori etnicamente albanesi alla Grecia, si rivolse a Mussolini affinché l’Italia riparasse i torti subiti dai ciamurioti27. Il 19 aprile con un messaggio al «duce», Ismet Kryeziu ed altri esuli albanesi del Kosovo, della Macedonia, del Montenegro e della Ciamuria che si erano rifugiati in Albania per sfuggire alle persecuzioni salutarono
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cit., p. 109. 26 Ciano a Jacomoni, 13 aprile 1941, t. 12399pr/392, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. 27 Ahmed Dino a Mussolini, 17 aprile 1941, t. 3246R., in ASMAE, AP, Jugoslavia, B. 106, f. Rivendicazioni degli stati successori della Jugoslavia, Appello per la liberazione della Ciamuria.
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la vittoria dell’Asse e l’avvento del nuovo ordine, che avrebbe cancellato le iniquità della pace di Londra e di Parigi, realizzando le legittime aspirazioni nazionali “da Antivari al Golfo di Prevesa, dalla vecchia frontiera serba all’Adriatico”28. Pochi giorni più tardi, il 28 aprile, di fronte a insistenti notizie circa una possibile spartizione del Kosovo, il Comitato Kosovaro albanese si rivolse con quattro distinte lettere a Jacomoni, Verlaci, Mborja, Koliqi per sostenere l’annessione di tutto il Kosovo albanese e informare Tirana delle iniziative propagandistiche che aveva preso a questo fine, specificando: “Sotto voce di Kossova sono comprese le seguenti regioni che appartengono all’Albania politicamente ed etnicamente: Peje, Gjiakove, Prizren, Ferzoviç, Kakanik, Ngilan, Prishtine, (Pazariiki), Lebanië, Presheve, Kumanove, Shleup, Tehove, Gostivare, Diber, Struge, Oher, Risna e Monastir”29. Jacomoni riferì di folle festanti a Tirana e di discorsi inneggianti alla realizzazione della Grande Albania e al ritorno delle terre irredente alla madrepatria. Preoccupazioni immediate destò, tuttavia, nel governo albanese sia il destino della Macedonia, sia la decisione presa a Roma di rendere il Montenegro indipendente, che avrebbe riaperto con esso l’antica questione dei confini. A questo riguardo, il luogotenente precisava così le richieste minime sulle quali tutti gli albanesi erano concordi: “1) Antivari e Dulcigno e territorio fino al lago di Scutari; 2) Fascia territorio a nord Lago Scutari lungo attuale confine albanese, abitata da tribù albanesi; 3) Conca di Plava e Gusinje a nord alpi albanesi; 4) Jpek e Jakova nell’alto bacino del Drin”30. Anche Ferhad Draga non rimase estraneo a quest’opera di pres-
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28 Messaggio al Duce, 19 aprile 1941, t. 3370, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. 29 Le lettere sono in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. Il Komiteti Kosovarë Shqipnis era formato da Hinzi Meraki, Mark Temali, Adem Selimi, Idriz Ajeti. Oltre alla traduzione, nel fascicolo vi è anche l’autografo. 30 Jacomoni a Ciano, 20 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, DD. 948 e 949.
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sione sul governo italiano. A fine aprile rimise a Mameli un lungo e appassionato memorandum sulla situazione e le aspirazioni dei kosovari con allegata una carta dell’Albania e delle zone da annettere con relative percentuali di popolazione. Come gli altri albanesi, Ferhad Draga non era ancora a conoscenza delle decisioni di Vienna, ma manifestò a Mameli il timore, innescato da notizie giuntegli da fonte tedesca, che le aspirazioni albanesi fossero state gravemente sacrificate. Il capo kosovaro informò il diplomatico italiano che la situazione nel Kosovo settentrionale e in particolare nella zona di Mitrovica era grave come pure lo era quella degli albanesi della Macedonia. Il palese favore dei tedeschi per i bulgaromacedoni lasciava gli albanesi di quelle zone esposti a rappresaglie e persecuzioni da parte della popolazione bulgaro-macedone e delle stesse autorità bulgare. Ferhad chiese anche il permesso di poter tornare a Mitrovica, suo paese natale, al fine di svolgere un’urgente azione a favore della causa albanese. Dato che, come si ricorderà, a Vienna si era concordato di lasciare Mitrovica alla Serbia, Mameli lo sconsigliò, suggerendo che prima ne parlasse con le autorità italiane alle quali avrebbe potuto riferire sulla situazione e riceverne istruzioni31. Il memorandum di Ferhad Draga, al di là delle ormai rituali felicitazioni per la grande vittoria dell’Asse, i ringraziamenti per la liberazione ottenuta e gli omaggi al «duce» e al Führer, entrava subito nel vivo della questione macedone, con accenti di grave preoccupazione: “la notizia dell’arrivo dell’esercito bulgaro a Skoplje e Bitolj ci ha amareggiati ed abbiamo sentito un colpo al nostro nazionalismo, sebbene crediamo che la questione di Skoplje e di Bitolj non sia ancora risolta definitivamente con l’arrivo dell’eser-
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Mameli a Ciano, 30 aprile 1941, telespr. 26/17 con allegato memorandum di Ferhad Draga in data 26 aprile, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. V. anche Mameli a Ciano, 30 aprile 1941, t. 17 da Timisoara trasmesso dal console De Michelis il 1° maggio con t. 12534/38, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. 31
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cito bulgaro e non dubitiamo minimamente che il Grande Duce non tuteli i nostri [interessi] che si basano sul passato e sulla realtà presente, affinché sia salvaguardata l’unione di tutta la collettività degli albanesi, sotto lo scettro della gloriosa dinastia dei Savoia”. Il memorandum confutava, in particolare, l’affermazione che Skopje e Bitolj appartenessero alla nazione bulgara. Circa Skopje, sosteneva che gli albanesi per secoli erano stati quasi i soli abitanti della cittadina e del suo circondario che si estendeva fino a Kumanovo, Presevo, Biljaca e Bujanovce. Il triangolo Skopje-Kumanovo-Presevo, sosteneva Ferhad Draga, aveva nel 1918 il 95% di abitanti albanesi e, solo successivamente, con il ritorno delle autorità serbe, terrore e persecuzione avevano causato la fuga della popolazione e la sua sostituzione con serbi e bulgari. Era vero, dunque, che ora i circa trentamila serbi e bulgari della città di Skopje erano in maggioranza, ma gli albanesi lo erano in tutto il triangolo Skopje-KumanovoPresevo. “Con Bitolj e Prilep la cosa è ancora più dolorosa”, scriveva Ferhad Draga, denunciando le “infernali atrocità” avvenute ad opera dei četnici appoggiati dalle autorità serbe e accusando in particolare il noto capo cetnico Vasilije Trbić32, responsabile della morte di migliaia di albanesi e della distruzione di interi villaggi. “Sulle ossa degli albanesi e le rovine dei villaggi ha costruito per sé dei palazzi ed è divenuto grande possidente”, commentava Ferhad Draga, ricordando che Trbić era stato addirittura eletto al parlamento di Belgrado. Era proprio a causa di Trbić e di altri come lui che la gente albanese era stata costretta a fuggire da Bitolj e Prilep perdendo la maggioranza numerica. Sarebbe stato iniquo, quindi, a suo avviso, stabilire i confini territoriali in base a un sem-
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Su questi episodi, v. IVO BANAC, The National Question in Yugoslavia. Origins, History, Politics, Ithaca, Cornewell University Press, 1984, pp. 297-304. Vasilije Trbić di Dalj (Slavonia) era un monaco serbo fuggito nel 1902 dal Monte Athos essendo stato accusato di aver ucciso alcuni monaci greci. Trbić fu effettivamente eletto deputato all’assemblea nazionale nel 1924. 32
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plice calcolo delle popolazioni albanese e bulgara così come si presentavano al momento. Draga aggiungeva che, al contrario degli albanesi, la minoranza bulgara in Jugoslavia non era stata sottoposta ad alcuna vessazione da parte dei serbi, un segno per lui che “lo scopo principale era quello di distruggere la nazione che non era slava, il che è parzialmente riuscito nel settore di Bitolj e Prilep”. Altro punto dolente su cui si soffermava Ferhad Draga riguardava la città di Ohrid. A dimostrazione della sua appartenenza alla nazione albanese citava lo studio “serbi e albanesi” del dott. Suflaj, ucciso dalla polizia serba a Zagabria, che nel 1925 aveva provato sulla base di incontestabili documenti storici che Ohrid era albanese prima dell’arrivo dei turchi, come lo era ancora oggi per la sua popolazione in maggioranza albanese. Altri punti di appoggio storico per dimostrare che la regione Skopje-KumanovoPresevo era albanese, Ferhad li reperiva nell’Enciclopedia edita a Costantinopoli in turco da Sami Frasheri molti anni prima, con allegata carta etnica. A lungo, poi, indugiava sui suoi ricordi degli orrori dell’occupazione bulgara durante la prima guerra mondiale da Skopje fino a Kosovska Mitrovica, dei massacri perpetrati a danno degli albanesi, delle fughe di popolazione da Kumanovo, Krescevo, Gnilane, Ferizović, Prizren e Pristina, interi paesi che la sua gente aveva abbandonato per rifugiarsi nel territorio sotto occupazione austriaca. “Sotto l’impressione di questi ancora freschi e troppo gravi ricordi – scriveva – si può supporre con quale terrore e paura gli albanesi considerino l’occupazione bulgara”. Il notabile albanese chiudeva il suo memorandum asserendo che tutto ciò che aveva scritto poteva essere dimostrato con documenti storici e lanciando un appello affinché fossero soddisfatte le aspirazioni territoriali da lui indicate: “prego nel modo più sincero e più serio che sia data grande importanza e presa in considerazione questa mia domanda quale espressione della volontà di un milione di albanesi”. Per il
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momento, inoltre, finché non si fosse creata la “nuova Europa” e le frontiere non fossero state definitivamente tracciate, Draga chiedeva “che i nostri interessi come pure la nostra protezione personale nelle località dove si trovano i bulgari, oppure dove essi hanno il potere amministrativo senza il controllo italo-tedesco, siano messi sotto la vostra protezione”33. La proposta fatta da Mameli di un abboccamento diretto tra i responsabili italiani e Ferhad Draga fu subito accolta a Roma. Sia il sottosegretariato che il gabinetto di Ciano giudicarono improcrastinabile un coinvolgimento del capo albanese nell’assetto raggiunto a Vienna e proposero un suo viaggio a Tirana o a Roma34. Era del resto evidente la disparità tra le richieste formulate nel memorandum di Ferhad e la sistemazione decisa con i tedeschi, a cominciare proprio da Mitrovica, cittadina natale di Draga35. Ciano decise perciò di incontrare personalmente il notabile albanese a Roma al fine di “prepararlo opportunamente ad una migliore comprensione della situazione attuale nei riguardi degli ingrandimenti territoriali dell’Albania”36.
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33 Memorandum per la R. Legazione d’Italia in Belgrado a firma di Ferad Bey Draga e con data Belgrado 26 aprile 1941, trasmesso con telespr. 71/04805/1046 di Scammacca a Jacomoni, 13 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. 34 Appunto autografo di Scammacca del 31 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. Vi si leggeva ancora: “Pregare Mameli di mandare l’uomo più importante d’Albania a Roma o Tirana. Meglio Tirana dove gli darebbero istruzioni per ulteriore andata a casa sua”. V. anche Anfuso a Mameli, 3 maggio 1941, t. 14766/11 e Anfuso a Jacomoni, 3 maggio 1941, t. 14769/488, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. 35 Una nota a margine scritta da Scammacca sull’incartamento relativo al memorandum di Ferhad Draga constatava subito che “Mitrovizza è esclusa dal territorio alb. e assegnata alla Serbia”. 36 Appunto per Ciano del SSAA, 13 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. Sull’appunto, che sosteneva l’utilità di un incontro tra Ciano e Ferhad Draga, vi è il timbro “Visto dal ministro” e a mano la scritta “Si”. Vedi anche Appunto di Scammacca per il Gab-AP, 16 maggio 1941, 71/04976/
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Ferhad Draga partì da Belgrado insieme al figlio Ali il 23 maggio e giunse a Roma il giorno seguente, dove soggiornò per più di un mese all’Hotel Excelsior, secondo i desideri del sottosegretariato, convinto dell’opportunità di sensibilizzare direttamente nella capitale dell’impero l’esponente kosovaro sulla nuova situazione territoriale37. Messo subito al corrente della sistemazione raggiunta, Ferhad Draga si dichiarò in generale soddisfatto e mostrò sentimenti di riconoscenza per il governo fascista, pur esprimendo profonda amarezza per la permanenza di Mitrovica entro i confini della Serbia38. Durante la permanenza a Roma, il capo kosovaro fu oggetto delle più cortesi attenzioni ed ebbe vari contatti con il sottosegretariato, intesi a fargli comprendere l’importanza delle soluzioni raggiunte, i limiti invalicabili che esse avevano trovato e la necessità che la popolazione del Kosovo si rassegnasse alla nuova situazione ed evitasse il ricorso alla violenza nelle regioni ancora rivendicate. Ferhad Draga fu ricevuto da Ciano e poco prima di ripartire espresse il «suo vivissimo desiderio di ottenere l’alto onore di essere ricevuto in udienza dal «duce»39. Desiderio che fu certo esaudito, vista l’insistenza del sottosegretariato. Era importante accordare l’udienza dal «duce» non solo per la rilevanza della personalità di Draga, ma anche per rafforzare il suo prestigio in vista della missione di pacificazione degli animi che avrebbe dovuto compiere40. Alla partenza da Roma, l’8 luglio, Draga ricevette una “gratifi-
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2205, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. 37 Appunto per il Gab-AP, 20 maggio 1941, 71/05108/2239, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. 38 Mameli a Ciano, 23 maggio 1941, t. 15884/33 P.R.; Scammacca a Jacomoni, 25 maggio 1941, t. 18090PR/591, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. 39 Appunto del SSAA, 23 giugno 1941, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. 40 Appunto del SSAA per il Gabinetto, rimesso da Scammacca il 27 giugno 1941, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga.
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cazione straordinaria” di 10.000 lire come forma di risarcimento per i suoi beni rimasti in Serbia e posti sotto sequestro. Anche questa somma, come le spese d’albergo di Ferhad Draga e figlio, fu pagata attingendo al fondo riservato Albania, gestito direttamente dal gabinetto di Ciano41. Ferhad e Ali Draga rimasero figure essenziali della politica italiana nel Kosovo. Forse non è solo un aneddoto ricordare che, nel dicembre 1941, Ciano ordinò che, proprio per la rilevante personalità di Ferhad, invece della vecchia berlina Fiat 1100 che gli si era concessa per metterlo in condizione di svolgere i suoi incarichi, si acquistasse per lui una vettura nuova42.
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3. I negoziati tra Roma e Tirana sulla Grande Albania Il soggiorno del capo kosovaro a Roma si ebbe contemporaneamente alla missione svolta nella capitale italiana da una delegazione della Commissione albanese per la delimitazione dei confini. Questo organo, costituitosi a Tirana sotto la presidenza di Tefik Mborja, segretario del partito fascista albanese, raggruppava, oltre al presidente del Consiglio Superiore Fascista Corporativo, Terence Toçi43, e molti membri del governo e ministri di Stato, anche vari senatori, consiglieri superiori, gerarchi, alte personalità albanesi, e numerosi rappresentanti dei territori liberati. La Commissione inviò a Roma una delegazione con il compito di presentare il punto di vista albanese e di appurare quanto si era deciso circa i confini della futura Albania. 41 Appunto per Benini, 27 giugno 1941; Appunto per il Gabinetto di Ciano, 2 luglio 1941 71/07060/91, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. 42 Ciano a Jacomoni, 5 dicembre 1941, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. 43 Sull’importante figura e sull’opera dell’italo-albanese Terence Toçi, v. RITA TOCCI, Terenzio Tocci mio padre (Ricordi e Pensieri), Corigliano Calabro, Arti Grafiche Ioniche, 1977.
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La delegazione, guidata dal senatore Mustafà Kruja e della quale erano membri due ministri del governo Verlaci, Xhemil Dino e Feizi Alizoti, e due diplomatici, i ministri plenipotenziari Berati e Shtylla, ebbe una serie di riunioni con Benini e Scammacca durante le quali si discussero in dettaglio le rivendicazioni territoriali per il Kosovo e per la Macedonia44. Anche la delegazione inviata da Tirana, come aveva già fatto Ferhad Draga, propose un programma massimo di annessioni e in così stridente contraddizione con quanto era stato stabilito a Vienna che ci si pose l’interrogativo se non fosse ormai opportuno informarla delle decisioni sulle nuove frontiere45. Ciano rispose positivamente e Pietromarchi e Scammacca provvidero, nel corso di una riunione a Palazzo Chigi, il 22 maggio, a mettere al corrente la delegazione albanese della nuova sistemazione confinaria. I delegati albanesi convennero pienamente sull’importanza dei risultati che si erano raggiunti e che i due funzionari italiani, carte alla mano, si sforzarono di magnificare, ma domandarono che in sede di delimitazione dei confini si apportassero delle modifiche “per ragioni puramente sentimentali”. La prima richiesta riguardava il piccolo territorio montenegrino di Plava, che aveva scarso valore economico, ma era d’importanza storica e morale enorme per l’Albania, in quanto luogo delle lotte nazionali dell’epopea cantata dal sommo poeta albanese, il francescano padre Gjergj Fishta. Inoltre, pur non pretendendo di rimettere in discussione l’intero confine a nord del Kosovo
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44 Scammacca a Jacomoni, 24 maggio 1941, lettera n. 71/05275/1248, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. 45 Appunto del SSAA, Ufficio I, Roma, 19 maggio 1941 in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. Sull’appunto è scritto: “Sua Ecc. Benini ha sottoposto l’appunto all’Ecc. il Ministro, il quale autorizza a mettere al corrente gli albanesi. 19 maggio 1941. Scammacca”. Su una copia dell’Appunto è anche scritto: “L’Ecc. Ciano ha autorizzato. Si è provveduto informare i membri della Deleg. Alb. Nel senso voluto. Sc.”
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annesso, come pure evidentemente si sarebbe voluto, si desiderava almeno Vucitern, rimasta alla Serbia e posta a sud di Mitrovica, al di fuori del bacino minerario di Trepča che interessava i tedeschi, nonché Kaçanik con la stretta omonima, senza pregiudizio della restante delimitazione stabilita per il massiccio del Ljuboten e il bacino minerario di Belovište. La sistemazione ottenuta per la regione dei laghi col pieno diritto sulle acque, pur con la dolorosa perdita di Ohrid, ma con l’acquisizione del monastero di San Naum, soddisfaceva pienamente gli albanesi46. A conclusione di questo primo giro di consultazioni, il governo albanese venne informato ufficialmente del nuovo tracciato confinario, mentre la delegazione fu ricevuta in udienza da Ciano, da Vittorio Emanuele III e da Mussolini47. Per tutto il mese di giugno, la delegazione lavorò intensamente a contatto con i funzionari del ministero degli Esteri e del sottosegretariato allo scopo di chiarire al meglio le rivendicazioni territoriali albanesi e di esaminare i sistemi di tutela delle minoranze albanesi che sarebbero rimaste fuori dai confini del nuovo stato. Si era subito concordato, infatti, sull’opportunità di stipulare accordi bilaterali di protezione delle minoranze con i paesi confinanti, scartando ogni altra soluzione, quali l’opzione di nazionalità, sia con l’obbligo di cambiamento di dimora sia senza quest’obbligo (prevista dall’accordo italo-jugoslavo per la Dalmazia) o lo scambio di popolazioni48.
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46 Appunto per l’Eccellenza il Ministro del SSAA, Ufficio I, Roma, 22 maggio 1941 (l’appunto reca la scritta “Visto dall’Ecc. il Ministro”), in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. 47 Appunto per l’Eccellenza il Ministro del SSAA, Ufficio I, Roma, 25 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. 48 Appunto per Ciano, senza data, sulla riunione del 7 giugno 1941, tra Scammacca, Di Fossombrone, consigliere giuridico del Ministero, e la delegazione albanese, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1.
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L’idea di uno spostamento della popolazione albanese, stimata in circa 200.000 anime, di cui 80.000 in territorio ex jugoslavo ora serbo e 120.000 in territorio bulgaro, era emersa durante il primo giro di consultazioni, come misura per dar modo a tutti gli albanesi di entrare a far parte della nuova Albania e soprattutto per consolidare l’assetto etnico, in modo da porre su basi definitive la sistemazione di pace. Ma, seppure quest’idea avesse avuto dei sostenitori da parte italiana, che si rifacevano in qualche modo al modello degli accordi sulla minoranza tedesca dell’Alto Adige, trovò compattamente contrari tutti i delegati albanesi. In realtà, al di là delle belle parole e delle pure sincere espressioni di compiacimento per l’allargamento territoriale dell’Albania, per gli albanesi non c’era nulla che si doveva rendere definitivo nella sistemazione confinaria e tanto meno come base della futura pace. A dimostrarlo valgano le considerazioni che sia Kruja, sia Berati e Alizoti misero per iscritto proprio sul problema del destino degli albanesi rimasti fuori dal Regno, tutte tese a confutare ogni altra soluzione, che certo era stata loro proposta, che non fosse quella degli accordi di protezione delle minoranze. Kruja bocciò drasticamente l’idea di uno scambio di popolazioni con una serie di convincenti argomentazioni. Innanzitutto, il numero degli albanesi rimanenti in territorio serbo e bulgaro era il doppio dei serbi e bulgari che sarebbero rimasti in quello albanese. Il nuovo stato albanese, dunque, non era preparato, e non lo sarebbe stato in un breve lasso di tempo, a ricevere improvvisamente queste quarantamila famiglie, ovvero 200.000 nuovi abitanti. Altra ragione era la differenza climatica tra le regioni d’origine degli emigrandi e le zone agricole nelle quali sarebbero stati destinati, ritenute meno salubri. Il trasferimento di queste popolazioni veniva poi bollato come “inumano” perché effettuato contro la volontà degli stessi albanesi, tenacemente attaccati alla loro terra natia; infine, dal punto di vista politico, un’evacuazione degli albanesi avrebbe pregiudicato definitivamente la sorte futura di quei
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territori. Il sistema delle opzioni, altro rimedio esaminato da Kruja, pur in apparenza più equo, poneva gli optanti di fronte all’atroce dilemma di scegliere tra il richiamo “del sangue”, il richiamo della nazione, e le proprie radici, la terra che custodiva le spoglie dei loro cari. Vi era poi un problema politico non indifferente nell’adottarlo, cioè il rischio di dover accettare un trasferimento unilaterale, dato che con tutta probabilità le minoranze albanesi avrebbero optato per trasferirsi nel nuovo stato albanese, mentre bulgari e serbi in Albania, che il senatore stimava intorno ai centomila individui, non avrebbero optato per il trasferimento entro i propri stati nazionali. Non c’era altra soluzione, quindi, che quella degli accordi bilaterali per assicurare alle minoranze di entrambe le parti la tutela dei diritti di minoranza. Con convinzione Kruja affermava: “È vero che questi diritti, garantiti nel passato dalla defunta S.d.N. sono stati impunemente calpestati. Ma questa violazione si è potuta consumare dai più forti contro i più deboli che non erano protetti che dall’impotente Società delle Nazioni. Gli accordi bilaterali hanno invece funzionato abbastanza bene, perché le parti contraenti avevano nelle proprie mani la stessa arma di rappresaglie. Ciò è anche il caso nostro oggi. Se i governi bulgaro e serbo mancassero ai propri obblighi verso le minoranze albanesi, altrettanto farebbe il governo albanese verso quelle bulgare e serbe”49. Anche Berati e Alizoti vennero alle conclusioni di Kruja, più o meno con le stesse motivazioni, ma furono più espliciti sulle finalità che ci si proponeva. Insistettero, infatti, sull’idea che uno scambio di popolazioni avrebbe pregiudicato, inutilmente, il futuro delle terre evacuate, mentre si potevano tranquillamente attendere tempi migliori, confidando sul fatto che l’elemento albanese
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Il problema delle minoranze albanesi. Appunti del senatore Kruja (gli appunti furono rimessi dal diplomatico albanese Karazi il 9 giugno 1941), in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1. 49
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non sarebbe stato facilmente assimilato a causa della differenza religiosa e linguistica. Un trasferimento forzato e repentino della popolazione, che essi stimavano, però, in 250.000 persone, sarebbe stato considerato “una grave sevizia” e avrebbe creato gravi problemi all’interno dell’Albania. Il sistema delle opzioni, infine, secondo i due esponenti albanesi, era praticabile solo per minoranze piccole, mentre in alcune zone gli albanesi erano la grande massa della popolazione e dunque la Bulgaria non sarebbe stata d’accordo. Vi era, tra l’altro, il rischio che gli slavi abitanti in Albania, ritenuti circa 100-150.000, optassero sì per la Bulgaria, ma rimanessero concentrati lì dove erano, ovvero nella zona confinaria a stretto contatto con lo stato nazionale, dando vita a nuovi fenomeni di irredentismo. I due delegati albanesi ipotizzavano anche la possibilità di un’opzione con l’obbligo di cambiamento di domicilio entro un certo periodo di tempo, ma solo per respingerla come foriera di gravi inconvenienti: si sarebbe data in mano a bulgari e serbi un’ “arma temibile” per costringere gli albanesi a emigrare, adottando misure vessatorie per spingerli a optare per l’Albania. Inoltre, come aveva già sostenuto Kruja, Berati e Alizoti erano del parere che la popolazione slava presente nei nuovi confini albanesi, più sensibile alle ingiunzioni delle autorità religiose e civili bulgare, avrebbe optato in misura trascurabile, dando luogo a un trasferimento unilaterale. Non rimaneva, dunque, anche per loro che il sistema della protezione delle minoranze nazionali basato su accordi bilaterali che, come aveva dimostrato quello tra Romania e Jugoslavia, avrebbero assicurato efficacemente una reciprocità di trattamento delle rispettive minoranze. L’Albania, d’altro canto, era pronta a garantire alla minoranza slava scuole in madrelingua, libertà di religione e forme d’autonomia politica, chiedendo per le minoranze albanesi un identico trattamento. Gli accordi bilaterali, dunque, garantiti dal Nuovo Ordine imposto dall’Italia e dalla Germania, erano l’unica strada
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percorribile al momento: “È possibile – concludevano – che tutte queste speranze siano vane, ma non sarebbe opportuno scartare questi metodi ponderati di protezione minoritaria senza averli sperimentati. Rimane sempre tempo per addivenire a una intesa di scambio delle popolazioni”50. Pare fin troppo evidente che l’insistenza dei delegati albanesi sugli accordi di protezione delle minoranze non scaturiva solo da considerazioni umanitarie o di civiltà giuridica. Le minoranze albanesi dovevano rimanere dove erano e non dovevano essere assorbite affinché potessero attendere, in un futuro imprecisato, l’arrivo dell’Albania. La sistemazione confinaria della Grande Albania, dunque, doveva rimanere provvisoria, semplicemente perché quella che si era creata non era la vera Grande Albania, ma solo un’Albania più grande. Il documento che a chiusura della tornata di colloqui romani la delegazione albanese rimise al sottosegretariato fu, in un certo senso, scioccante per gli italiani. Era una relazione riassuntiva delle rivendicazioni albanesi che si erano di volta in volta esposte con quattro annessi esplicativi. Il primo annesso era relativo alle rivendicazioni verso il Montenegro, ovvero le regioni di Antivari, Tuzi, quella di Hoti e Gruda, nonché quelle di Plava e Gusinje. Il secondo annesso si occupava delle rivendicazioni nel settore nord e nord orientale ovvero dei distretti di Peshteri, Rozhaja, Peja, Novi-Bazar, Mitrovitza, Vuciterni, Pristina, Podujevo, Ghilani, Perizovik e Kačanik. Il terzo annesso rivendicava le zone della regione dei laghi e i distretti di Krisheva, Prilep e Monastir. Il quarto annesso, infine, chiedeva per l’Albania i distretti di Florina, Kosturi e Grebenè, e le regioni del Pindo e dell’Epiro, contestando la convinzione che stava prendendo corpo a Roma di dover lasciare que-
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Promemoria sulla salvaguardia delle minoranze albanesi che rimangono al di là dei nuovi confini, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1 su cui si legge la minuta di Scammacca: Promemoria “del Ministro Berati, sul quale è d’accordo anche l’Ecc. Alizoti. Rimesso il 10. VI.1940/XIX”.
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ste regioni alla Grecia. La seconda parte del documento, infatti, trattava delle rivendicazioni di ordine economico, concentrandosi sostanzialmente sul vecchio contenzioso con la Grecia circa le terre appartenute agli albanesi della Ciamuria51. Ma che significato poteva avere rimettere alla fine di un mese di negoziati sui confini un documento come questo? Significava semplicemente ribadire che la vera Grande Albania era uno stato composto da tutti i territori che formavano i quattro vilajet ex turchi di Scutari, Kosovo, Monastir e Janina. Era l’Albania della Lega di Prizren del 1878 ed era ancora quella per tutti i patrioti albanesi anche nel 1941. La lotta per l’unità nazionale del popolo albanese aveva solo conseguito un traguardo ragguardevole, ma era lungi dall’essersi conclusa. Per gli albanesi d’Albania, dunque, come per quelli del Kosovo, la vittoria conseguita contro la Jugoslavia era sentita come una vittoria mutilata. A fine giugno la delegazione ritornò a Tirana dove la Commissione, sotto la presidenza di Mborja, si riunì in seduta plenaria per ascoltare la lunga relazione letta da Kruja sull’attività svolta a Roma e sui risultati conseguiti. La seduta fu abbastanza movimentata per l’evidente insoddisfazione dimostrata da molti membri con richieste di chiarimento ed espressioni di preoccupazione per la sorte dei territori non ancora assegnati, che costrinsero Kruja e Mborja a far opera di rasserenamento degli animi52. In quest’opera di distensione, trovarono un valido appoggio in Terence Toçi, che pronunciò un vigoroso e solenne discorso di fronte al Consiglio superiore corporativo, che magnificava il grande traguardo raggiunto e si incentrava sulla missione di avanguardia dell’impero che veniva ora affidata all’Albania nei Balcani. Un contributo alla moderazione fu poi apportato dalle misure che a Roma si erano
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Appunto di Scammacca per il GAB-AP, 22 giugno 1941, 71/06605/1799, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. 52 Jacomoni a Ciano, 30 giugno 1941, t. 6447/561, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. 51
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prese o si era in corso di prendere per dare maggiore autonomia agli organi locali e consentire una più diretta partecipazione degli albanesi alla vita delle terre liberate53. Particolarmente spinosa, nell’immediato, si presentò la questione della delimitazione dei confini con il Montenegro. Jacomoni aveva già comunicato le richieste minime del governo di Tirana al momento in cui si era appreso della sua costituzione a stato indipendente. Già all’epoca, Mussolini e Ciano, nonostante il parere contrario di Mazzolini, alto commissario per il Montenegro, si erano orientati nel senso di dare soddisfazione alle richieste degli albanesi inoltrate da Jacomoni54. A fine giugno, a corroborare le rivendicazioni del governo albanese giunse a Tirana un minaccioso appello dei capi albanesi di Hoti, Gruda, Trepshi, Tuzi e Koçi, affinché i loro territori venissero annessi all’Albania, dichiarandosi pronti a tutto pur di non avere a che fare con gli odiati montenegrini e minacciando di far prendere alla situazione una “piega irreparabile” se non fossero stati ascoltati55. Definire i confini albanesi col Montenegro era divenuta una priorità per evitare incidenti56. La cosa fu subito sfruttata dal governo di Tirana e il 5 luglio giunsero a Roma Koliqi e
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53 Jacomoni a Ciano, 2 luglio 1941, t. 6584/0180, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. 54 Sulle vicende montenegrine, v. GIANNI SCIPIONE ROSSI, Mussolini e il diplomatico. La vita e i diari di Serafino Mazzolini, un monarchico a Salò, Soveria Mannelli, Rubettino, 2005, pp. 97-111. In particolare sulla questione dei confini con l’Albania v. qui stesso il Diario di Mazzolini alla data del 21 maggio 1941. 55 Meloni a Ministero degli Esteri, telespr. 9777, senza data, ma di fine giugno, in ASMAE, SSAA, B. 78 f. “Montenegro”. Col dispaccio si trasmetteva un appello, datato 27 maggio da Scutari, e firmato dal presidente del municipio di Tuzi Sherif Hyseni, dal presidente di quello di Gruda Dok Martini, e con le firme di Bajram Muji da Tuzi, Nikoll Miri e Gjek Çuni da Gruda e Hasan Begu da Vranje. Vi si legge sopra un appunto: “La questione è ormai decisa in senso favorevole all’Albania limitatamente a Hoti e Gruda. Sc.” 56 V. CIANO, Diario, alla data del 30 giugno 1941.
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Kruja con la richiesta di essere ricevuti da Ciano urgentemente al fine di discutere con il ministro l’attribuzione all’Albania della conca di Plava e Gussinje57. Nonostante le perorazioni di Mazzolini e le sue espresse preoccupazioni circa il pericolo di gravi reazioni montenegrine in caso di nuove mutilazioni territoriali58, Mussolini, cui fu rimessa la questione, decise di risolvere in senso favorevole agli albanesi la controversia sulla frontiera. Il desiderio di soddisfare al massimo il nazionalismo albanese ebbe il sopravvento, ma forse non fu estranea alla decisione del «duce» anche la volontà di dare un colpo al prestigio della monarchia che ripetutamente si era espressa in favore del mantenimento del Montenegro nei confini del 191459. L’Albania, dunque, si ingrandiva a scapito del Montenegro con le regioni di Peć e Giakoviza, di Plava e Gusinje, di Tuzi, Hoti e Grudi e di Dulcigno (Ulcinj). Ciano scrisse a Jacomoni di far rilevare come l’Italia realizzasse un “sogno secolare” degli albanesi, mentre con Mazzolini si premurò di insistere sul fatto che le frontiere avevano un “valore puramente morale ed amministrativo trovandosi ambedue i popoli nell’orbita di Roma”60. Era evidente che la decisione italiana doveva essere recepita in modo assai diverso in Montenegro e in Albania. Mazzolini comunicò da subito le profonde impressioni suscitate presso i montenegrini e l’aggravarsi della situazione da ogni punto di vista e l’im-
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Appunto urgente del SSAA, Ufficio I, Roma, 5 luglio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. Vi si legge sopra:”L’Ecc. il Ministro riceverà Koliqi e Kruja. Sc.”. 58 Mazzolini a Ciano, 8 luglio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 362. V. anche il Diario di Mazzolini alle date del 7, 11, 12 luglio 1941, in ROSSI, Mussolini e il diplomatico, cit. 59 V. a questo proposito anche CIANO, Diario, alle date del 10 e 21 maggio 1941, nonché il Diario di Mazzolini alle date dell’11, 22 e 26 maggio 1941, in ROSSI, Mussolini e il diplomatico, cit. 60 Ciano a Jacomoni, 8 luglio 1941 e Ciano a Mazzolini, 9 luglio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, DD. 363 e 367. 57
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possibilità di mettervi riparo con i limitati mezzi a sua disposizione61. Il 13 luglio, infatti, all’indomani della proclamazione dell’Assemblea costituente montenegrina scoppiò la rivolta popolare che avrebbe dato la stura al movimento di resistenza contro gli occupanti62. L’adesione alla resistenza nazionalista, come poi a quella comunista, vista in questa ottica, fu inizialmente adesione allo slavismo contro gli albanesi, al cristianesimo ortodosso della antica Terza Roma contro l’Islam albanese: alla Russia si guardò, nuovamente, come nel secolo passato come all’ancora di salvezza e all’antica protettrice antiottomana-antimusulmana e antitedesca. Al contrario di Mazzolini, Jacomoni poteva comunicare la “gioiosa impressione” destata dalla decisione di Mussolini e gli immediati riflessi che essa avrebbe avuto nel “cementare unione italo-albanese e disarmare, di fronte alla evidenza e grandezza dei risultati, superstiti avversioni e prevenzioni”. Nel paese cardine della comunità imperiale, insomma, la posizione dell’Italia ne usciva rafforzata sia per aver patrocinato l’unificazione nazionale, sia come elemento indispensabile per la sua difesa e conservazione future63. Il luogotenente poteva, dunque, registrare, pur nella perdurante sensibilità per le questioni territoriali, un deciso miglioramento dello spirito pubblico in relazione all’unione con l’Italia e ai vantaggi che essa aveva e avrebbe in futuro arrecato. Questo miglioramento, tra l’altro, già in atto per la fine della guerra, per i segni della ripresa economica e per la regolarità degli approvvigionamenti, era stato ancor più favorito dai provvedimenti presi o annunciati per dare maggiore autonomia agli organi locali e consentire una più diretta partecipazione albanese allo studio dei problemi delle terre liberate64.
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Mazzolini a Pietromarchi, 10 luglio 1941 e Mazzolini a Pietromarchi, 11 luglio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, DD. 369 e 375. 62 V. TOMASEVICH, War and Revolution, cit., pp. 138-142. 63 Jacomoni a Ciano, 14 luglio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 384. 64 Jacomoni a Ciano, 2 luglio 1941, t. 6584/0180, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. 61
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4. L’occupazione del Kosovo e della Macedonia Lo scoppio delle ostilità contro la Jugoslavia era stato considerato dalla comunità albanese del Kosovo come l’agognato segnale della prossima unione con l’Albania. Consapevoli dell’orientamento degli albanesi e prive di ogni fiducia rispetto alla loro lealtà, le autorità di Belgrado avevano evitato il richiamo alle armi dei venticinquemila albanesi del Kosovo che pure avevano già prestato servizio militare sotto il Regno jugoslavo65. L’occupazione da parte delle armate tedesche e italiane fu alquanto veloce. L’8 aprile i tedeschi entrarono a Skopje, il 10 erano alle porte di Prizren, che venne però occupata dagli italiani il 14. Gli albanesi del Kosovo avevano atteso la liberazione e avevano salutato con gioia l’arrivo dell’esercito italiano, chiaro indice della sicura realizzazione delle loro speranze. Molte comunità albanesi, tuttavia, trovandosi al di fuori della linea di occupazione italiana, cominciarono a nutrire preoccupazioni circa la loro unione con il resto dell’Albania. Gravi lagnanze generò poi la decisione tedesca di permettere l’avanzata dell’esercito bulgaro nelle zone della Macedonia precedentemente occupate dalla Germania, ma che Berlino aveva promesso di assegnare alla Bulgaria66. L’intervento bulgaro, iniziato il 21 aprile, era stato da tempo dettagliatamente pianificato e riguardò un’estesa regione che nel suo complesso, e in particolare per la zona settentrionale, venne definita prendendo come base l’accordo che era intercorso tra Berlino e Sofia nel 1915, all’epoca dell’entrata della Bulgaria nella prima guerra mondiale a fianco degli Imperi centrali. La regione
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Commissione albanese per la delimitazione dei confini. 65 V. MALCOM, Storia del Kosovo, cit., p. 327. 66 Sui negoziati bulgaro-tedeschi circa la Macedonia, si veda il classico, ma filo-greco,volume di EVANGELOS KOFOS, Nationalism and Communism In Macedonia. Civil Conflict, Politics of Mutation, National Identity, New York-New Rochelle, Aristide D. Caratzas Publisher, 1993 (prima ed. 1964), pp. 98-100.
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comprendeva, al nord, i territori sottratti dalla Serbia alla Bulgaria durante le guerre balcaniche e il primo conflitto mondiale e il territorio che si estendeva da Zaribrod verso la Morava meridionale, compresa Pirot. A occidente, invece, cadeva nella zona d’occupazione bulgara la parte di Macedonia compresa tra la vecchia frontiera bulgaro-jugoslava e il fiume Vardar fino a Skopje compresa. A sud la regione assegnata alla Bulgaria si estendeva verso la Tracia egea comprendendo le vallate della Struma e della Maritza67. Benché la stampa di Sofia mettesse subito in risalto il fatto che la questione macedone si era risolta grazie alla politica filo-asse e che con una semplice carta geografica si potessero apprezzare i vantaggi territoriali acquisiti dalla Bulgaria, i circoli nazionalisti bulgari lamentarono subito che l’occupazione non si estendeva su tutto ciò che essi consideravano irrinunciabile e nutrirono sospetti circa le pretese italiane, ovvero albanesi, su parti della Macedonia68. Anche l’occupazione bulgara fu assai rapida, ponendo immediatamente sul tappeto la questione delle frontiere tra Albania e Bulgaria e dei rapporti tra la popolazione albanese e l’amministrazione militare bulgara69. Gli albanesi lamentarono subito violenze e soprusi da parte dell’esercito bulgaro, aprendo un aspro contenzioso tra Tirana e Sofia che coinvolse direttamente i rapporti tra Italia e Bulgaria, sommandosi alla già delicata questione dei confini, e che non sarebbe di fatto mai cessato fino alla
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67 Magistrati a Ciano, 21 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 962; Magistrati a Ciano, 23 aprile 1941, t.p.c. 1689/0195, in ASMAE, AP, Jugoslavia, B. 107, f. Situazione in Macedonia. 68 Scammacca a Jacomoni, 8 maggio 1941, telespr. 04571/913, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari. 69 Sull’occupazione della Macedonia da parte dell’esercito bulgaro, v. KOFOS, Nationalism and Communism, cit., pp. 108-110, che però, parlando degli eccessi bulgari in Macedonia, dimentica completamente l’esistenza dell’elemento etnico albanese.
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caduta del regime fascista. “Da tutte le zone popolate in maggioranza da albanesi e da noi non occupate, e specialmente dal Kossovese, – scrisse il console Venturini agli inizi di maggio – mi giungono invocazioni all’Italia affinché invii i suoi soldati”. Tali invocazioni, a suo giudizio, manifestavano l’attaccamento di questi albanesi all’Italia e la necessità di difenderli, perché era ormai dimostrato che la più grave colpa che avevano secondo i bulgari era proprio questo manifesto legame con Roma. La situazione tra bulgari e albanesi era divenuta in breve incandescente e non erano mancati gli incidenti, favoriti anche dal fatto che gli albanesi avevano fatto incetta di armi abbandonate dall’esercito serbo durante la ritirata. I bulgari si stavano dando da fare, quindi, per imporre la loro amministrazione e provvedere al disarmo degli albanesi, ma con metodi di una tale brutalità che più volte, ma inutilmente, lo stesso Venturini era stato costretto a intervenire presso le autorità militari competenti. Una situazione, tra l’altro, che rischiava di peggiorare, man mano che l’esercito tedesco si fosse ritirato per lasciare posto a quello bulgaro, lasciandolo privo di ogni freno. “Insultare e percuotere un Albanese perché porta il fez, pretendere che una donna albanese musulmana si scopra il viso, irridere chi afferma di essere italiano perché l’Albania è Italia, – riferiva il console italiano – parlare della prossima invasione dell’Albania, e poi, soprattutto, derubare gli Albanesi di quanto hanno, dall’oro all’onore delle donne addosso alle quali diecine e diecine di soldati cercano con gesti sconci armi inesistenti, ecco la pratica quotidiana dei militari bulgari di occupazione”. Ma, a suo giudizio, non si trattava soltanto di atti ripetuti di violenza perpetrati da un esercito d’occupazione. Erano vere e proprie “spedizioni punitive”, “sicuro indizio di un sistema e di un programma”. Gli eccessi, infatti, erano così sproporzionati e l’odio mostrato dai bulgari così acceso che tutto portava a “ritenere che il loro atteggiamento risponda ad un preciso piano inteso ad eliminare con tutti i mezzi il problema alba-
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nese dalle terre jugoslave che saranno bulgare e comunque ad impedire che gli Albanesi siano di base a pretese italiane sulle terre stesse”70. Su richiesta di Verlaci, a partire dalla metà di giugno, Ciano coinvolse direttamente la legazione a Sofia, guidata dal cognato, Massimo Magistrati, a interessare quel governo sia degli effetti perniciosi della propaganda bulgara in Macedonia, sia del comportamento dell’esercito bulgaro nei confronti degli albanesi, ai quali bisognava assicurare la “benevola protezione” del governo fascista71. Il governo di Tirana, dunque, fu assai attivo nell’attirare l’attenzione di Roma sulla gravità della situazione degli albanesi del Kosovo e in particolare di quelli rimasti al di fuori della linea di occupazione italiana. Agli inizi di giugno, Verlaci inviò a Ciano una serie di preoccupanti relazioni a lui pervenute da varie parti del Kosovo, chiedendo l’adozione di tempestive misure per porre i territori occupati sotto amministrazione albanese e inviare ordini precisi ai comandi delle varie armi affinché si disponessero a collaborare con essa72. Le relazioni denunciavano gli “orrori” bulgari e la subdola propaganda di Sofia, ma si soffermavano anche sulle condizioni intollerabili esistenti nella zona occupata dalla Germania. Tra tutte, destava impressione l’intenzione tedesca di lasciare parte del Kosovo alla Serbia, pur con la garanzia dell’autonomia. Con l’aiuto di albanesi che da sempre avevano collaborato con i
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Venturini a Legazione Belgrado, 4 maggio 1941, telesp. 403/169R, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. 71 Ciano a Verlaci, lettera del 18 giugno 1941, n. 71/06301/2682, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 9. 72 Verlaci a Ciano, 4 giugno 1941, n. 625/17/18/19, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. Con la lettera Verlaci rimetteva le seguenti relazioni sulla situazione dei territori al di fuori dell’Albania: relazione sulla situazione a Struga e nel suo distretto, in data 28 maggio 1941 e a firma del prefetto di Scutari, Riza Drini; relazione sulla situazione politica del Kosovo a firma Banush Hoxhë-Sadillari, Tirana, 29 maggio 1941; relazione del sindaco di Prizren, Tahir Kolgjini, Prizren, 25 maggio 1941. 70
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serbi, Belgrado, infatti, stava invitando i kosovari delle 9 sottoprefetture di Senica, Novi Pazar, Mitrovica, Vuciterni, Podujevo, Pristina, Ghilan, Ferisovic, Kačanik ad accettare l’idea di un governatorato autonomo all’interno della Serbia che, insieme a questa, sarebbe stato posto sotto protettorato tedesco. I funzionari di questo governatorato sarebbero stati serbi e albanesi, il governatore albanese, la lingua serba o albanese a secondo della nazionalità dei funzionari. La propaganda serba era attivissima allo scopo di convincere gli albanesi a rassegnarsi circa il destino di quelle terre, ma la maggior parte della comunità albanese resisteva nella speranza di un’unione con l’Albania73. Effettivamente, già il 21 aprile 1941 il generale di divisione Eberhardt, comandante delle truppe tedesche in Kosovo, aveva organizzato un incontro con i notabili albanesi disposti a collaborare, guidati da Xhafer Deva, del quale si diceva fosse serbofilo e ingaggiato in precedenza dal servizio di spionaggio tedesco. Durante la riunione, Eberhardt promise l’istituzione di un’amministrazione locale albanese e ampie concessioni riguardo all’insegnamento in lingua albanese. Si concordò, inoltre, la creazione di una gendarmeria albanese, con un migliaio di uomini all’incirca, che dovevano poi essere aumentati con il reclutamento di altri mille volontari74. Più cautela i tedeschi mostrarono, invece, di fronte alle istanze di espulsione dell’elemento montenegrino e serbo: Eberhardt fu d’accordo a interessarsi in futuro della questione purché la cosa fosse fatta “in modo ragionevole e pacifico”75.
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Relazione sulla situazione politica del Kosovo a firma Banush Hoxhë-Sadillari, Tirana 29 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. 74 Su ciò v. VICKERS, Between Serb and Albanian, cit., p. 121; TOMASEVICH, War and Revolution, cit., p. 149. 75 V. MALCOM, Storia del Kosovo, cit., pp. 330-331.
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5. I tentativi italo-albanesi di riunificare il Kosovo Pochi, tuttavia, nella zona d’occupazione tedesca, erano disposti, al pari di Xhafer Deva, a rassegnarsi all’idea di rimanere dentro i confini della Serbia. In giugno, il sindaco di Mitrovica, Mustafa Shabani, anche in rappresentanza della popolazione albanese di Podujevo e Vuciterni, e il sindaco di Novi Pazar, Aqif Bluta, inviarono alle autorità militari tedesche una petizione in questo senso e per richiedere l’instaurazione di un’amministrazione come quella che si era avuta nel 1915-18 durante l’occupazione austro-ungarica. Le autorità tedesche di Mitrovica ribadirono, però, l’intenzione di restaurare un’amministrazione serba e l’obbligo degli albanesi di collaborare con essa. I due esponenti kosovari, per reazione, respinsero ogni collaborazione con i serbi, invocando l’occupazione italiana e il ricongiungimento alla patria albanese. Vista l’ostinazione degli albanesi, il comando tedesco di Mitrovica sensibilizzò i superiori gerarchici a Belgrado, che a loro volta invitarono i due notabili kosovari a recarsi nella capitale per discutere del loro atteggiamento con il comandante militare della Serbia. Il 16 e 17 giugno Mustafa Shabani e Aqif Bluta furono ricevuti al comando militare tedesco della Serbia, dove tuttavia fu loro confermato quanto sapevano: i quattro distretti albanesi sarebbero rimasti per tutta la guerra dentro i confini della Serbia e sotto l’amministrazione di Belgrado. Gli albanesi erano invitati a collaborare con le autorità civili serbe, con la promessa che dopo il conflitto si sarebbe presa una decisione definitiva. La risposta dei rappresentanti albanesi fu nuovamente negativa e i due ribadirono il desiderio della popolazione che rappresentavano di unirsi alla madrepatria quanto prima. Se ciò non fosse stato possibile, bisognava comunque evitare un’amministrazione serba nei distretti, lasciando l’occupazione tedesca fino alla pace. Forme di autonomia locale, pure riproposte, non sembravano sufficienti ai due rappresentanti kosovari, che giunsero a chiedere l’occupa-
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zione dei distretti da parte degli italiani, rifiutando di firmare ogni impegno alla collaborazione. Alle conversazioni fu chiamato a partecipare anche Xhafer Deva, nel chiaro intento da parte dei tedeschi di trovare una conciliazione tra gli stessi albanesi delle regioni occupate. Di questi passi presso le autorità tedesche gli italiani furono dettagliatamente informati, anche perché i due notabili albanesi invocarono direttamente l’interessamento da parte dell’Italia alla loro causa, pregando per una pronta occupazione italiana e per l’annessione all’Albania sotto la corona dei Savoia76. La situazione nel Kosovo occupato dalla Germania era, dunque, lungi dall’essere pacificata o semplicemente normalizzata. D’altra parte, il governo serbo guidato prima da Ačimović e poi, dall’agosto 1941, da Nedić, si sarebbe sempre accanitamente opposto a ogni riconoscimento del carattere albanese della zona. Pressioni provenienti da Tirana e il desiderio di accattivarsi l’ala più nazionalista dello schieramento politico albanese spinsero l’Italia a sostenere ripetutamente la causa degli albanesi rimasti dentro i confini del governatorato militare della Serbia. Il governo albanese interessò continuamente Palazzo Chigi alle sorti della regione kosovara non annessa, nella mai sopita speranza di poter estendere in futuro i confini dell’Albania. Personaggi quali Ibrahim Lutfiu, Aqif Bluta, Mustafa Shabani e, soprattutto, Ali Draga, figlio di Ferhad, che era tornato a Mitrovica, tennero costantemente informate le autorità di Tirana dei negoziati che la comunità albanese affrontò con i tedeschi e con i serbi al fine di
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76 Theodoli a Berlino, SSAA, Tirana, Comando supremo, 16 luglio 1941, telespr. 02834; Guidotti a ministero degli Esteri, 21 giugno 1941, telespr. 255/127 da Belgrado, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. Come si vede, è molto discutibile quanto scrive Fischer che, fuorviato dai documenti tedeschi che ha utilizzato, afferma categoricamente che gli albanesi consideravano l’amministrazione tedesca a Mitrovica come “a model occupation regime”: v. FISCHER, Albania at War, cit., pp. 85-86.
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giungere a una partecipazione degli albanesi all’amministrazione civile. Si iniziò con la costituzione, nel luglio 1941, di un distretto giudiziario a sé stante nel quale potessero essere integrati gli albanesi77, per giungere, infine, il 6 agosto, all’emanazione da parte delle autorità di Belgrado di un decreto per il riordinamento e per l’amministrazione della regione del Kosovo sotto occupazione tedesca78. Come era stato già previsto, i quattro distretti kosovari furono posti sotto la sovranità serba, concedendo però agli albanesi lo status di minoranza etnica. Il nuovo regime amministrativo prevedeva un vice-bano albanese e assicurava agli albanesi la partecipazione alle varie istituzioni preposte all’amministrazione civile, prefetture, tribunali, organi finanziari, municipi, ecc., in proporzione al numero degli albanesi abitanti nei vari centri. Alla comunità albanese veniva concesso, inoltre, il diritto di aprire scuole elementari con maestri albanesi e la creazione di una scuola media a Mitrovica. Ma il riconoscimento di questi diritti non fu in generale accolto con entusiasmo dagli albanesi. Innanzitutto stabilizzava l’assetto politico-amministrativo, cancellando di fatto ogni speranza di un’unificazione futura con il resto dell’Albania o almeno di una scorporazione delle quattro province dallo stato serbo e la creazione di un’amministrazione interamente albanese. In secondo luogo, si sospettava trattarsi solo di concessioni sulla carta, cui non sarebbe stata data attuazione pratica, impedendo una tutela adeguata della compagine etnico-culturale albanese. Il Comitato Kosovaro, dunque, si mobilitò immediatamente presso il governo
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77 Comandante militare della Serbia, Verbale delle conversazioni per l’ammissione degli albanesi nella Amministrazione della giustizia serba. Belgrado 12 luglio 1941. Ai negoziati parteciparono per gli albanesi Ali Draga, Aqif Bluta, Xhafer Deva e Mustafa Shabani. 78 Il decreto fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (Novo Vreme) dell’8 agosto 1941 ed era firmato da tutti i commissari serbi. È in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze.
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di Tirana, lamentandosi della situazione e manifestando, nuovamente, quale suo obiettivo finale, l’annessione futura all’Albania79. Nell’impossibilità di aprire un dialogo fruttuoso con i comandi militari tedeschi circa l’applicazione del decreto, il Comitato Kosovaro, d’accordo con il governo di Tirana, decise di inviare una propria delegazione a Berlino, nella speranza che il governo tedesco fosse più sensibile alle sue istanze. A Tirana fu anche chiesto un contributo di venticinquemila franchi albanesi per poter far fronte alle spese di viaggio. Jacomoni dette subito il suo assenso, a patto che la delegazione kosovara durante il suo soggiorno in Germania facesse capo all’ambasciata italiana a Berlino e che fosse accompagnata da un funzionario albanese del ruolo speciale del ministero degli Esteri italiano, quale ad esempio Shtylla. Anche Corrias, capo dell’ufficio Albania del gabinetto del ministro80, al quale erano stati affidati gli affari albanesi dopo l’abolizione del sottosegretariato, voluta nel vano intento di rendere più autonoma la Grande Albania, si pronunciò favorevolmente. A suo giudizio, inoltre, la delegazione kosovara poteva approfittare del viaggio a Berlino per chiedere l’autorizzazione alla creazione di sedi del partito fascista albanese nei distretti sotto amministrazione serba, sembrando questo lo strumento più utile per tenere desto l’attaccamento alla madrepatria albanese nelle comunità non annesse fin tanto che esse fossero rimaste nei confini della Serbia81. Ciano, tuttavia, fece opposizione alla proposta per due ragioni
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79 Memorandum del Comitato Kosovaro a Verlaci, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. Il memorandum era firmato da Bedri Pejani, Rexhep Mitrovica, Xhelal Mitrovica. 80 Sulla figura di Corrias, v. FRANCESCO CORRIAS, Un diplomatico italiano del novecento. L’ambasciatore Angelino Corrias 1903-1977, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003. 81 GAB-ALB. Appunto per l’Eccellenza il Ministro, 17 settembre 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. Sull’appunto Ciano annotò: “Corrias. Parlarne al mio ritorno a Roma”.
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fondamentali. In primo luogo, pur con le condizioni poste da Jacomoni, non si voleva lasciare spazio a iniziative autonome dei kosovari e del governo di Tirana in campo internazionale, che avrebbero messo in discussione le prerogative di Palazzo Chigi. In secondo luogo, appariva chiara l’inopportunità di una tale missione nei riguardi dell’alleato tedesco, poiché avrebbe mostrato una troppo diretta ingerenza del governo italiano in questioni che di fatto riguardavano solo la Germania. Era pericoloso, anche per gli interessi stessi dell’Italia e dell’Albania, rimettere in discussione l’assetto stabilito a Vienna. Il ministro italiano, dunque, respinse l’idea di una missione a Berlino, ma concordò con una soluzione alternativa propostagli da Jacomoni: Shtylla avrebbe preso contatti con le comunità del Kosovo serbo e avrebbe suggerito che, eventualmente, la delegazione fosse inviata a Roma per presentare i loro desiderata a Palazzo Chigi. “A tale viaggio a Roma – si annotava – non dovrebbe essere data molta risonanza, onde evitare di urtare possibili suscettibilità tedesche”. Sarebbe stato poi compito di Ciano decidere se, quando e come affrontare la questione con l’alleato germanico82. Fondamentale, tra i desideri espressi dagli albanesi, era il mutamento di alcuni articoli del decreto del 6 agosto al fine di renderlo effettivamente applicabile. Ali Draga presentò inutilmente ai comandi tedeschi una serie di petizioni che richiedevano come prioritaria misura l’autorizzazione a servirsi di personale proveniente dal Regno d’Albania. Senza di esso, infatti, si rendeva praticamente irrealizzabile la possibilità di introdurre l’insegnamento in albanese. Il decreto, infatti, prevedeva la scelta di maestri tra gli albanesi che possedevano la cittadinanza serba, ma di albanesi idonei all’incarico non se ne trovavano, stante lo stato di arretratezza in cui la comunità albanese del Kosovo era stata mantenuta
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Appunto del 24 settembre 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. A margine, l’appunto con le proposte reca la scritta “SI”, segno del consenso di Ciano. 82
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per decenni. Ali Draga propose che i maestri fossero reclutati in Albania e si recassero in Serbia con un contratto particolare83. Ma, di fatto, ancora alla fine del 1941, malgrado nuovi sforzi negoziali da parte della comunità albanese con l’amministrazione tedesca, non risultava che queste richieste fossero state prese in considerazione con esiti positivi84. La costante ingerenza nelle vicende del Kosovo serbo, per quanto a Roma ci si sforzasse di mantenerla su un tono minore, non fu certo gradita alle autorità tedesche. Lamentarono continue infrazioni del confine da parte degli albanesi del Regno allo scopo di fare opera di propaganda per l’annessione85, e risposero con una serie di iniziative di contro-propaganda che a loro volta urtarono gli italiani. Il Kosovo divenne in breve uno dei tanti terreni di frizione tra Roma e Berlino, generati dalla sistemazione della penisola balcanica e, più in generale, dalla conduzione della guerra. La propaganda, del resto, come in tutti i Balcani, prendeva le forme più impensabili. In novembre, molte voci, alle quali pareva non fossero estranei agenti tedeschi e dietro cui si sospettava addirittura che vi fosse lo zampino del console generale tedesco a Tirana, Peter H. Pfeiffer, giunsero a Roma per dare come possibile la concessione di una vera e propria autonomia al Kosovo serbo come primo passo per la ricostituzione di un’Albania etnica sotto influenza della Germania. Si parlò di una futura offerta della corona della regione al figlio dell’ex monarca albanese, principe Wied, ora ufficiale tedesco86.
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83 Traduzione di una petizione di Ali Draga al capo della sezione per l’istruzione del Comando miliare della Serbia, KVR, Belgrado, 12 agosto 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. 84 Ministero degli Esteri a Tirana, 19 novembre 1941, telespr. 71/13953/386, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. 85 Mameli a Ciano, 4 dicembre 1941, t. 11440R/435, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 9, Movimento macedone. 86 Comando generale a Ministero degli Affari Esteri, Promemoria del 4 novembre
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Le autorità tedesche erano anche sospettate di aver dato vita a un piccolo governo albanese a Mitrovica con esuli anti-italiani fuggiti dall’Albania. Le voci furono così persistenti che Palazzo Chigi richiamò l’attenzione di Mackensen su di esse mettendolo in guardia sul rischio di intorbidare le relazioni tra i due paesi. Ciano espresse inoltre la speranza che il Führer cedesse Mitrovica all’Albania, un gesto che avrebbe avuto una eco profonda sia in Albania che in Italia87. Il diplomatico tedesco prese nota delle osservazioni, ma il ministro italiano confidò al suo diario tutti i suoi dubbi circa il fatto che Berlino avrebbe seriamente preso delle misure88. In realtà, la Wilhelmstrasse si adoperò fattivamente per accertare i fatti. Non vi era, a suo dire, alcuna macchinazione anti-italiana, benché esuli albanesi contrari all’Italia fossero stati utilizzati nell’amministrazione civile della zona. Berlino, tuttavia, impartì chiari ordini alle autorità locali di evitare in ogni modo che Mitrovica divenisse una fonte di conflitto tra italiani e tedeschi89. Il ministero degli Esteri tedesco era però contrario, come Pietromarchi aveva suggerito in una sua visita a Berlino all’inizio di novembre, sia a che Mitrovica fosse occupata da truppe italiane, visto che era lì presente un quartier generale tedesco, sia a che gli italiani inviassero un console a Mitrovica; per la protezione degli interessi albanesi in Serbia bastava l’addetto agli affari albanesi già presente, e con il rango di ministro, alla legazione italiana a Belgrado90. Il ministro degli Esteri italiano ebbe occasione di parlare direttamente con Ribbentrop delle questioni di diretto interesse italiano
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1941, n. 79/B.10-MS, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. G. Relli (console a Bitolj) a Magistrati, 29 novembre 1941, telespr. 719/114, ivi. 87 Mackensen a Ribbentrop, 7 novembre 1941, in DGFP, s. D, vol. XIII, D. 456. 88 V. CIANO, Diario, alla data del 7 novembre 1941. Sull’attività anti-italiana effettivamente svolta dai tedeschi, v. FISCHER, Albania at war, cit., p. 86, che riporta notizie tratte dai documenti tedeschi. 89 Woermann a Benzler, 24 novembre 1941, in DGFP, s. D, vol. XIII, D. 495. 90 Ribbentrop a Mackensen, 24 novembre 1941, in DGFP, s. D, vol. XIII, D. 497.
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nei Balcani alla fine di novembre 1941 durante la sua visita in Germania. Ciano sensibilizzò il suo omologo tedesco anche ai generali problemi che si presentavano in Kosovo e insistette, secondo i desideri albanesi, per la cessione della zona di Mitrovica all’Italia. Ribbentrop, tuttavia, pur impegnandosi a interessarsi delle problematiche della regione, evitò ogni discussione e declinò ogni addebito, affermando di non conoscere i particolari delle questioni e attribuendo ogni responsabilità a funzionari e comandanti militari sul posto91. Mackensen fu nuovamente istruito a ricordare agli italiani che quanto concordato a Vienna aveva un carattere definitivo, se Palazzo Chigi avesse risollevato la domanda di una cessione di Mitrovica92. Il problema dell’unificazione del Kosovo, d’altra parte, era solo una delle tante questioni che agitavano i rapporti tra Roma e Berlino e certamente non la più idonea a turbarli in profondità93.
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6. La situazione nel Kosovo “liberato” Nella situazione caotica generatasi con la dissoluzione della Jugoslavia, anche l’atteggiamento dell’esercito italiano nelle regioni da esso amministrate non fu esente da critiche da parte degli albanesi. Una relazione del podestà di Prizren, pure inviata a Verlaci e da questo trasmessa a Roma, denunciava senza mezzi termini la possibilità che l’entusiasmo per l’annessione all’Albania e per l’unione con l’Italia si potesse presto mutare in disagio e scarsa collaborazione con le autorità italiane, con conseguente crescita delle simpatie per la Germania e inevitabili scontri tra albanesi e slavi.
Ciano a Mussolini, 24-27 novembre 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 786. V. anche TOMASEVICH, War and Revolution, cit., p. 150. 92 V. FISCHER, Albania at War, cit., p. 87. 93 Jacomoni a Ciano, 9 dicembre 1941, t. 11609R/1102-1103, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 9, Movimento macedone. 91
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Le critiche vertevano su una gestione dell’amministrazione militare italiana ancora troppo basata sulla collaborazione con l’elemento slavo, troppo legalista e troppo poco “politica”. Serbi, croati e montenegrini, ad esempio, erano gli interpreti che gli italiani avevano assunto nei loro uffici, asserendo ingiustamente – si riferiva – che mancavano albanesi capaci e con i requisiti necessari, fatto che si riverberava sulla parzialità delle traduzioni a danno dell’elemento albanese. Le autorità italiane avevano, inoltre, reintegrato i funzionari serbi fuggiti durante le operazioni militari, sostenendo che finché non si fosse proceduto all’annessione doveva rimanere in piedi la vecchia amministrazione. Questa interpretazione legalista pareva ancora più grave nei confronti del problema delle terre, di cui gli albanesi si erano impadroniti, quando le ostilità avevano spinto alla fuga i proprietari slavi. A seguito dell’occupazione italiana gli slavi avevano fatto ritorno e i carabinieri, “senza alcuna opportunità politica”, avevano costretto gli albanesi a riconsegnare le terre. Non si era tenuto conto, insomma, che con la riforma agraria attuata all’epoca della Jugoslavia le terre erano state sottratte agli albanesi e distribuite a immigrati slavi. Il podestà di Prizren riconosceva “che questo atto si basa sulla legislazione che regola i possedimenti, ma d’altra parte è da considerare il fatto che non bisogna sacrificare un popolo amico come quello albanese a favore di un altro che è stato e certamente lo sarà ostile alla prima occasione”. La sua richiesta era quella di rispettare il fatto compiuto creato dalla guerra e aspettare il ritorno alla normalità per rivedere ogni singola causa. “Altrimenti occorrerebbero molti battaglioni per mantenere la calma, cosa che per ora sarebbe tutto a svantaggio degli interessi dell’Asse”. Altra richiesta era quella di vietare agli slavi la vendita di immobili e proprietà prima di aver compiuto delle indagini sulla provenienza dei loro beni94.
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Relazione del podestà di Prizren, Tahir Kolgjini, Prizren, 25 maggio 1941,
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Il podestà di Prizren, poi, accusava i carabinieri di parzialità verso gli albanesi e di ruberie, cosa che provocò a Roma una certa stizza e la decisione chiedere alle autorità militari di aprire un’inchiesta circa i fatti lamentati anche al fine di rilevare se le irregolarità fossero state commesse da carabinieri italiani o albanesi95. L’inchiesta, conclusa in agosto, venne condotta dal comandante della Divisione Puglia, che presidiava l’intero territorio del Kosovo, il generale D’Aponte, il quale si sentì in grado di respingere ogni addebito. Il podestà di Prizren, interrogato per fornire dati più precisi su fatti e luoghi non era stato in grado di rispondere. Le sue accuse si dovevano, dunque, considerare prive di fondamento. Quanto all’atteggiamento delle autorità militari verso gli albanesi, il Comando supremo precisava che solo nei primi giorni di occupazione del Kosovo si erano utilizzati interpreti serbi, croati o montenegrini, ma che questi erano stati sostituiti appena possibile da albanesi; che nessun funzionario jugoslavo, già destituito dai tedeschi, era stato rimesso in carica, eccetto i magistrati secondo quanto stabilito direttamente dal governo italiano; che i carabinieri avevano agito secondo le leggi e non avevano mai tenuto un comportamento di favore verso gli slavi; che non vi erano stati mai reclami da parte della popolazione circa comportamenti scorretti avvenuti durante le perquisizioni in case albanesi allo scopo di sequestrarvi armi. Si informava, infine, che non si era verificata nessuna vendita di immobili da parte di famiglie serbe che si erano allontanate dal Kosovo96. Le preoccupazioni di Tirana, le tensioni tra autorità militari ita-
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allegata a Verlaci a Ciano, 4 giugno 1941, n. 625/17/18/19, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. 95 Ciano a Comando Supremo, Roma, 24 giugno 1941, telespr. 06634/c, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. 96 Anfuso a Jacomoni, 22 agosto 1941, telespr. 09154/2281, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2,
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liane e popolazione albanese del Kosovo, le drammatiche condizioni degli albanesi sotto occupazione bulgara, per non parlare poi del destino triste di serbi e montenegrini, danno un’idea chiara di quanto fosse complicata la realtà da affrontare e quanto spinosa la gestione dei territori occupati. L’attacco alla Jugoslavia aveva scoperchiato nuovamente l’antico e irrisolto problema nazionale balcanico e dato la stura a una serie di atavici conflitti interetnici di cui, in realtà, né gli italiani, né i tedeschi avevano esattamente misurato la portata e le conseguenze. L’un contro l’altro armati stavano montenegrini, serbi, albanesi, bulgaro-macedoni e macedoni autonomisti, aromeni, greci, četnici serbi, komitadji bulgari, capi tribali collaborazionisti o non a secondo della convenienza, come in un vero e proprio caleidoscopio difficilmente razionalizzabile. Dopo l’attacco all’Unione Sovietica di fine giugno, poi, con l’affermarsi della lotta partigiana comunista, ai contrasti nazionali si cominciò a sommare l’effetto dirompente della guerra civile. Nel Kosovo, dunque, le ostilità contro Belgrado avevano avviato la riscossa degli albanesi e la cacciata violenta degli slavi che in gran parte era stata già compiuta alla fine dei combattimenti sul territorio jugoslavo. Nondimeno, il ritorno alla normalità nelle zone occupate dall’Italia si presentava assai arduo soprattutto per i mezzi di cui si poteva disporre. A due mesi dal crollo jugoslavo, il generale Alessandro Pirzio Biroli, comandante in capo delle truppe italiane, fu obbligato a rivolgere un appello accorato a Roma affinché si attribuisse “alla situazione attuale il dovuto carattere di gravità”. Era l’inizio di una delle tante frizioni tra autorità militari e governo, che dovevano scandire via via il ritmo della presenza italiana nei Balcani. Pirzio Biroli accusava il progressivo aggravarsi dell’antagonismo tra montenegrini e albanesi e albanesi e bulgaro-macedoni, a causa della mancanza di provvedimenti per riportare la normalità nelle regioni del Kosovo e del Dibrano. L’opera dei vari comandi militari di presidio aveva posto freno ai contrasti etnici, ma non poteva risolvere in modo definitivo i
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problemi che agitavano quelle popolazioni e che erano tenuti desti dalla propaganda bulgara. Occorreva, dunque, che l’autorità civile assumesse il controllo della situazione e affrontasse con funzionari retti e abili tutte le varie questioni “indubbiamente ardue”. “Non si può fare assegnamento su un’opera di persuasione – scriveva il generale – che, oltre a richiedere troppo tempo, non farebbe presa su menti primitive, occupate solo da considerazioni di carattere economico. A nulla varrebbe l’invio di gerarchie albanesi, le quali, anzi, non farebbero che aggravare la situazione nel caso si schierassero, come è probabile, dalla parte degli albanesi. Solo con azione energica e giusta, rimovendo abusi e soprusi, neutralizzando propagande ostili, provvedendo alle necessità economiche (vettovagliamento, indennizzi, ecc.) si riuscirà a dare a quelle popolazioni la fiducia nel governo e, con essa, la tranquillità”97. Una ricetta abbastanza astratta, quella proposta dal generale italiano, se non nella richiesta di non inviare funzionari albanesi, ma anche questa richiesta, tuttavia, prevedibilmente irrealizzabile: come si poteva impedire il trasferimento all’amministrazione albanese delle terre occupate se l’Italia a partire dall’attacco alla Grecia aveva combattuto sotto l’incessante propaganda della realizzazione della Grande Albania? L’appello del Comando supremo, con quei tratti accusatori per l’inerzia che sembrava dimostrare Palazzo Chigi, provocò una secca risposta di Ciano, in cui si osservava che la gravità della situazione era nota, come prevedibili erano i contrasti etnici, e che il ministero degli Esteri si stava prodigando come poteva per porvi rimedio. Si erano prese misure per l’approvvigionamento delle popolazioni, istruzioni continue erano date a tutte le autorità in Albania e si era già inviato in missione come alto commissario ci-
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Comando supremo (generale G. Magli) a ministero degli Esteri, SSAA, 20 giugno 1941, t.n. 20317, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. “Minoranze”. Il dispaccio trasmetteva il rapporto di Alessandro Pirzio Biroli al Comando supremo, n. 08973 del 16 giugno 1941 sulla situazione nel dibrano e nel kosovese.
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vile il ministro Umiltà. Contrariamente all’invito di Pirzio Biroli, Ciano lo informava che Umiltà sarebbe stato presto sostituito da un’autorevole personalità albanese, “di provata fedeltà e di sicura abilità”, dalla cui opera si speravano notevoli risultati. Questa personalità dava anche affidamento di imparzialità ed equità rispetto a tutti i gruppi etnici interessati. Tuttavia, a giudizio di Palazzo Chigi, la normalità non poteva essere riportata in breve tempo e stava dunque alle autorità militari continuare e intensificare le misure di ordine pubblico con l’oculatezza e prontezza di cui avevano già dato prova i presidi militari locali98. Effettivamente, tra le prime misure che si erano prese a Roma per fronteggiare la nuova situazione, vi era stato l’invio a fine maggio della missione Umiltà, con il compito di ispezionare le zone da annettere e di studiarne gli ordinamenti giuridici e l’economia al fine di permettere nel prossimo futuro una fusione senza traumi al resto dell’Albania. Umiltà partì il 29 maggio per il Kosovo e, poco dopo, riscontrando l’impossibilità di passare facilmente dalla regione kosovara alla zona di Debar, a causa della nuova configurazione del confine, chiese l’ausilio di un altro diplomatico che fungesse da suo delegato, nella persona del console Mario Zanotti Bianco99. La missione di Umiltà, della quale il console ha lasciato un vivido ricordo, espunto dalle sue relazioni a Tirana e Roma, nelle memorie pubblicate subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, ebbe come prima tappa Prizren. Quello che lì il diplomatico italiano poté subito constatare fu l’impossibilità di una convivenza tra serbi e montenegrini da una parte e albanesi dall’altra. Questi ultimi, rimembrando come una tiritera l’oppressione subita, non avevano altra idea che quella di cacciare i funzionari slavi rimasti
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Ciano a Comando supremo, 27 giugno 1941, 71/06854, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. 99 Parini a ministero degli Esteri, 2 giugno 1941, t. 17179/406, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. 98
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nei loro uffici, mentre gli slavi non avevano alcun desiderio di collaborare in posizioni subalterne agli albanesi e speravano nella non facile possibilità di emigrare in Serbia o Montenegro. Al di fuori della cittadina, erano maggiormente visibili i segni delle passate rappresaglie, le campagne erano devastate, le case bruciate, gli slavi, ormai profughi, andavano a rifugiarsi ai margini delle città dove potevano più facilmente godere della protezione delle truppe italiane. Soffiava sul fuoco dei rancori il clero ortodosso e musulmano100. A Gjakova e Peć, al di là di singoli episodi di efferatezza, Umiltà trovò una situazione identica e forse anche peggiore. A Pristina, che le truppe italiane avevano occupato in giugno, dopo l’evacuazione tedesca e a patto che i tedeschi mantenessero il loro personale nella gestione della ferrovia, la realtà era poi drammatica: “non una sola casa aveva il tetto o gli infissi, che erano stati bruciati, e non una sola stalla conteneva alcun capo di bestiame. Uomini e donne erravano per la pianura, senza tetto, e trovavano rifugio nelle anfrattuosità del terreno, in capanne improvvisate, e sotto gli alberi dei non rari boschetti. A Cossovopolje, a Liplian e negli altri villaggi, tutto era rovina e squallore”101. Umiltà, oltre a occuparsi delle necessità più urgenti delle popolazioni, impostò un programma di graduale transizione all’amministrazione civile basato sulla permanenza provvisoria delle leggi jugoslave in materia di imposte, sanità ed economia. Anche per l’amministrazione della giustizia, leggi e magistratura rimanevano quelle jugoslave, ma con l’assistenza di giudici albanesi inviati da Tirana. Un forte impulso ci si proponeva di dare all’insegnamento della lingua albanese, attraverso l’invio dall’Albania di maestri preparati che affiancassero l’opera degli insegnanti slavi. Solo la gestione delle infrastrutture, per ovvi motivi, rimaneva di spettan-
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V. CARLO UMILTÀ, Jugoslavia e Albania. Memorie di un diplomatico, Milano, Garzanti, 1947, pp. 110-111. 101 V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., p. 115. 100
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za delle autorità militari italiane. Nonostante il passaggio all’amministrazione civile, infatti, le truppe delle divisioni Puglia e Firenze continuarono a presidiare le regioni che sarebbero state annesse all’Albania, con comandi a Kukes e Debar. Agli inizi di luglio, Umiltà venne sostituito da Feizi Alizoti e posto a capo dell’ufficio della sezione affari civili presso il comando superiore delle truppe in Albania. L’avvicendamento non fu dovuto a critiche per l’operato o per le proposte del diplomatico italiano, ma si ispirava a ragioni politiche sulle quali Mussolini stesso aveva concordato: dal momento che la questione dei confini era stata grosso modo definita, si trattava di dare agli albanesi, anche per queste zone, l’immediata sensazione di entrarne in possesso e di poterne disporre secondo i loro intenti, analogamente a quanto si era fatto per la Ciamuria con la nomina ad alto commissario di Xhemil Dino102. A fine giugno era stato emanato il decreto per il trasferimento di tutti i poteri civili dalle truppe d’occupazione italiane al governo albanese nei territori del “Kossovese, Dibrano e Struga” e l’8 luglio Feizi Alizoti poté essere nominato da Tirana alto commissario civile per questi territori, con sede a Prizren103. L’Albania, dunque, annetteva formalmente i territori occupati. Il Kosovo “liberato” venne diviso in tre distretti amministrativi, Pristina, Peć e Prizren, dove fu creata una sezione del partito fascista e un battaglione di camicie nere. Con decreti dell’ottobre 1941 e del febbraio 1942 tutti gli abitanti di questi territori, slavi e albanesi, ottennero la cittadinanza albanese104. La gestione di Alizoti si conformò agli stessi criteri di equilibrio impostati da Umiltà. Originario di Argirocastro, Alizoti era auten-
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102 Scammacca a Meloni, Tirana, 21 giugno 1941, t. 23542PR/682; Meloni a Scammacca, 22 giugno 1941, t. 20555PR/523, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2 103 V. Gazzetta Ufficiale del 14 luglio 1941. 104 V. MALCOM, Storia del Kosovo, cit., pp. 329 e 332-333. Sulla situazione nei territori annessi all’Albania, v. anche RODOGNO, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., pp. 352-356.
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ticamente nazionalista, ma scevro da ogni estremismo, come dimostrava il suo rimarchevole passato di funzionario ottomano. Importante misura che egli adottò per la ripresa economica delle terre annesse fu l’unificazione monetaria, con il fine di ovviare alla confusione e alle speculazioni generate dalla circolazione di numerose valute, dinari, marchi, lire italiane e franchi albanesi. L’operazione, diretta dal ministero delle finanze a Roma, fu affidata alla Banca d’Albania che riuscì ad aprire numerose sedi in meno di un mese e a portare a termine il compito già ad agosto105. Furono, inoltre, istituite molte scuole elementari nei vari distretti kosovari106, potendo contare, a differenza del Kosovo serbo, su personale qualificato e competente proveniente dal resto dell’Albania. Fallimentare fu, invece, il tentativo di Alizoti di cambiare sistema di riscossione delle imposte per uniformarlo a quello albanese. In breve nessuno pagò più le tasse, gli slavi come forma di protesta per la nuova situazione, e gli albanesi con il pretesto che, a causa della guerra, non avevano sufficienti redditi107. Ma, al di là del successo o dell’insuccesso delle singole misure, ciò che inficiò in generale l’azione di Feizi Alizoti fu il boicottaggio sistematico cui fu sottoposta da parte dello stesso governo di Tirana. Le richieste e le proposte di Alizoti trovarono nei fatti poca accoglienza da parte del governo centrale, che in breve ambì a sbarazzarsi dell’alto commissario per passare a una gestione diretta dei territori liberati. Gelosie burocratiche e lotte intestine nella classe dirigente albanese impedirono finanche che l’alto commissariato disponesse di un adeguato numero di funzionari efficienti e preparati per giungere a una normalizzazione delle terre annesse che non fosse solo di facciata. La conseguenza fu che le rivalità etniche, invece di cessare, si ravvivarono dando vita, in ottobre e novembre 1941, a veri e propri scontri armati tra slavi e albanesi.
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V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., p. 127. V. TOMASEVICH, War and Revolution, cit., p. 151. 107 V. UMILTÀ Jugoslavia e Albania, cit., p. 134.
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Il comportamento dell’esercito italiano, d’altra parte, sembrava non agevolare la situazione, accusato com’era dagli albanesi di prendere troppo spesso le parti degli slavi108. Il console Venturini segnalò, proprio come reazione alla presunta benevolenza con cui i militari italiani trattavano i montenegrini, la creazione nel Kosovo di bande armate albanesi ostili agli italiani109. Dell’atteggiamento dell’esercito italiano Umiltà ha dato una spiegazione “romantica”, motivandolo con l’attrazione esercitata dalle donne slave sui militari italiani e con la liberalità con cui si concedevano110. Ma al di là della indubbia potenza del fascino femminile, non c’è troppo da stupirsi se per mentalità, religione, condizioni sociali e livello culturale fosse più facile per gli italiani avere contatti con gli slavi che non con gli albanesi del Kosovo, società ancora chiusa e tenuta per decenni in stato di arretratezza e ignoranza dallo stato jugoslavo.
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V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., p. 135. Venturini a Luogotenenza Tirana, 15 ottobre 1941, telespr. 924/202, in ASMAE, SSAA, B. 78. 110 V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., pp. 134-137. 108
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Bulgari e albanesi di fronte alla spartizione della Macedonia
L’occupazione bulgara, iniziata a fine aprile, si estese rapidamente, secondo gli accordi intervenuti con l’alto comando germanico, fino a una linea che partendo da un punto stabilito tra Skopje e Tetovo andava verso sud fino alla frontiera ellenica, comprendendo le cittadine di Bitolj e Prilep. I limiti della zona di occupazione bulgara furono annunciati il 17 aprile 1941 e il 14 maggio si proclamò l’annessione formale dei territori occupati, che furono poi allargati per includervi Ohrid, dopo un accordo con l’Italia, il 15 maggio1. Contemporaneamente, il 14 maggio, il bollettino di guerra italiano annunziò pubblicamente l’occupazione italiana di Tetovo, Struga e delle altre zone al confine occidentale albanese, dimostrando nei fatti quale fosse la linea di demarcazione tra Albania e Bulgaria raggiunta a Vienna2. Da parte sua la Germania, con un accordo del 24 aprile, stipulato dal suo commissario per gli affari economici, Clodius, si era assicurata diritti minerari e diritti di transito sulle ferrovie e sulle zone occupate dalla Bulgaria3.
V. MILLER, Bulgaria during the Second World War, cit., p. 129. Magistrati a Ciano, 14 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. 3 Il protocollo economico fu firmato da Ribbentrop e Popov il 24 aprile; v. il testo in DGFP, serie D, vol. XII, D. 393. 1
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Re Boris fu tra i primi a visitare le terre irredente e dopo di lui fu la volta del presidente del Consiglio, Bogdan Filov, che si recò a Skopje e Vels, insieme al ministro degli Interni, Gavrilov, e a quello delle Comunicazioni, Goranov, al fine di organizzare i centri essenziali dell’amministrazione civile. Parallelamente, a partire dal 3 maggio, data in cui assunse ufficialmente il controllo delle chiese ortodosse nei territori occupati di Jugoslavia e Grecia, il Santo Sinodo bulgaro stabilì quattro nuove eparchie, procedendo immediatamente alla nomina di nuovi prelati per le principali sedi vescovili dei territori occupati. Autorità civili e religiose bulgare marciarono all’unisono per l’instaurazione della sovranità bulgara sulle regioni acquisite. Ma l’occupazione bulgara provocò un po’ dovunque violenze e resistenze. I bulgari interpretarono questa fase della guerra come una guerra di liberazione e dettero quasi per scontato che tutta la Macedonia, dalla frontiera bulgara al lago di Ohrid compreso, e dallo Sciar alla frontiera greca, dovesse essere annessa alla Bulgaria. Nel clima di esaltazione nazionalistica, poca attenzione fu posta sul fatto che entro questo territorio, in particolare nelle zone limitrofe al Kosovo o in centri come Skopje e Bitolj, vi erano consistenti gruppi albanesi, per non parlare poi della popolazione greca. Drammatica, infatti, apparve subito la situazione in Tracia, dove la popolazione era in maggioranza greca e con non pochi nuclei turchi4. Vent’anni di dominazione greca avevano teso all’estirpazione dell’elemento bulgaro e alla sua sostituzione con popolazione greca affluita dall’Asia minore in base all’accordo grecoturco sullo scambio di popolazioni, firmato a Losanna nel 1923. Per converso, il compito maggiore che ora si era assegnato il governo di Sofia era quello di riportare l’elemento originario bulgaro-macedone nei luoghi da dove era stato cacciato dai greci. Data
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Su ciò v. ELISABETH BARKER, Macedonia. Its Place in Balkan Power Politics, London, 1950, pp. 31 ss.; MILLER, Bulgaria during the Second World War, cit., pp. 126-128. 4
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questa premessa, l’occupazione bulgara in Tracia non poteva che dare luogo a continui incidenti, violenze e soprusi di cui furono vittime greci e turchi. Dure proteste furono indirizzate a Berlino da parte del neutrale governo di Ankara a causa dei maltrattamenti perpetrati dall’esercito bulgaro contro la popolazione turca. Il governo tedesco, cui giunsero anche accorate invocazioni di aiuto dalle autorità greche di Salonicco e dallo stesso governo di Atene5, fu costretto a intervenire decisamente a Sofia. L’intervento di Berlino provocò la punizione di qualche militare bulgaro e l’invio di istruzioni tese ad evitare il ripetersi di simili incidenti. Ma ciò non arrestò il programma di forzata colonizzazione della Tracia. A fine 1941, il governo bulgaro emanò un decreto in base al quale tutte le proprietà immobiliari, rurali o urbane, e quelle mobiliari che appartenevano o a bulgari emigrati come risultato della prima guerra mondiale o a greci che erano fuggiti durante le ultime operazioni militari dovevano essere messe a disposizioni di cittadini bulgari che si volevano stabilire in Tracia e una serie di privilegi erano garantiti ai contadini che avrebbero voluto trasferirsi lì6. Complicata si presentò da subito anche la situazione nella zona di Ohrid e Struga. Per effetto della politica di snazionalizzazione compiuta da Belgrado, gli albanesi rimanevano in stragrande maggioranza solo nelle campagne di Struga, mentre i bulgaro-macedoni prevalevano sia nelle due cittadine sia nella campagna di
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5 Zamboni a Ciano, 29 maggio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 179. Il presidente del consiglio greco, Tsolakoglu, chiese l’intervento del governo di Berlino contro le atrocità commesse dai bulgari contro la popolazione greca. Ma l’Auswärtiges Amt rispose che non intendeva farsi interprete delle proteste greche verso governi esteri, pur autorizzando il suo rappresentante ad Atene, Altenburg, a segnalare a titolo personale i fatti al suo collega bulgaro. 6 Simopoulos a Eden, 3 dicembre 1941, in British Documents on Foreign Affairs, Part III, Series F, Europe, Volume 21, Italy and South-Eastern Europe, July 1940-December 1940, D. 36, p. 443.
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Ohrid. L’occupazione italiana era stata accolta con grande favore da entrambi i gruppi etnici. Il 12 aprile, T. Balabanov e G. Kisselov, rispettivamente presidente e segretario generale dell’Associazione amici dell’Italia, inviarono direttamente a Mussolini un messaggio di auguri e felicitazioni, esaltando il «duce» e l’esercito italiano che restituivano la libertà alla città bulgara di Ohrid7. Ringraziamenti ed esultanza per Mussolini vennero anche dagli originari di Ohrid residenti a Sofia8. La popolazione albanese di Struga espresse da parte sua sentimenti di riconoscenza al «duce» e a Vittorio Emanuele III, inneggiando alla liberazione ottenuta dall’Italia9. Facile comprendere, con questi presupposti, come la lotta sulla destinazione finale di questi territori si scatenasse ben presto. La regione dei laghi era un’antica aspirazione nazionale albanese, mentre i bulgaro-macedoni ritenevano, ovviamente, che l’intera regione avrebbe dovuto seguire le sorti della Macedonia, sia che questa, secondo il desiderio di molti fosse stata eretta a stato indipendente, sia che fosse stata annessa alla Bulgaria. Ohrid in particolare aveva un significato importantissimo religioso e culturale per i bulgari: era stata sede dell’antico vescovato ed era la patria e il luogo dove ora riposavano le reliquie di San Clemente, cui era intitolata l’unica università di Sofia. Ohrid era – scrisse Magistrati – la città santa, “La Mecca”, della religiosità bulgara. Dal punto di vista degli interessi albanesi la situazione a Ohrid apparve presto compromessa. Fin dall’inizio dell’arrivo delle truppe italiane, i bulgaro-macedoni della cittadina avevano sostituito il podestà albanese, assente al momento dell’occupazione,
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7 Telegramma del 12 aprile 1941 per Mussolini a firma di Ivan T. Balabanov e Giorgio P. Kisselov, e Appunto del SSAA, 13 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 31. 8 Scammacca a Jacomoni, 2 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari. Il messaggio di ringraziamento al «duce» reca la data del 24 aprile ed è a firma di Demetrio Tetschkov. 9 Parini a Ministero degli Esteri, 31 maggio 1941, t. 5260/111, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2.
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con un podestà bulgaro-macedone e tale iniziativa era stata legittimata dalle stesse autorità militari italiane. Il comandante del reparto occupante aveva stabilito rapporti ufficiali con la nuova amministrazione, recandosi come primo atto a visitarla e mostrando di favorire l’elemento bulgaro rispetto a quello albanese. La lotta interetnica si manifestò, poi, platealmente con l’esposizione di bandiere bulgare da parte della popolazione bulgaro-macedone, la quale, con il sostegno delle autorità di Sofia, era riuscita a bruciare sul tempo anche le iniziative di Tirana. Jacomoni, infatti, aveva disposto l’invio di molte bandiere italiane e di un certo numero di funzionari albanesi, con il fine di abituare lentamente almeno una parte dei bulgaro-macedoni alla prospettiva di una convivenza con gli albanesi nella comunità imperiale di Roma. Era un’idea che cominciava a guadagnare terreno e che, secondo il luogotenente, avrebbe potuto sanare i contrasti e addirittura superarli. Nel tentativo di rimediare a questa situazione, d’accordo con i militari, nominò un commissario straordinario italiano al comune di Ohrid, mentre le autorità militari decisero di trasferire da Struga a Ohrid la sede del comando del raggruppamento camicie nere del gen. Biscaccianti, che occupava la zona dei laghi. Il quadro generale della Macedonia occidentale si presentò, tuttavia, ben presto molto complicato10. La propaganda bulgara dilagò con una serie di iniziative tese al risveglio dell’irredentismo bulgaro-macedone e all’unione con la Bulgaria. Con il pretesto di rendere omaggio a Biscaccianti, il 19 aprile giunsero a Struga due ufficiali bulgari, il colonnello Tremikov e il tenente Bankov, provenienti da Bitolj. Durante la loro visita un gruppo di circa duecento bulgaro-macedoni si radunò davanti alla sede del comando italiano sventolando, come atto di omaggio, bandiere italiane, tedesche
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Offre il punto di vista macedone degli avvenimenti in Macedonia in questo frangente, il saggio di TATJANA CRISMAN MALEV, Aspetti di una occupazione: gli italiani nella Macedonia occidentale, in L’Italia in Guerra. 1940-43, Annali della Fondazione Luigi Micheletti, cit., pp. 171-184. 10
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e bulgare, ma i manifestanti furono invitati a disperdersi per evitare controdimostrazioni da parte degli albanesi. I due ufficiali bulgari, poi, attraversarono la cittadina tra gli applausi della popolazione e ripartirono poco dopo per Ohrid. Qui si replicò la scena. Una folla festante li accolse e li seguì fino al palazzo comunale, dove uno dei due ufficiali, il colonnello Tremikov, arringò la folla dal balcone, promettendo l’arrivo delle truppe bulgare e l’annessione alla Bulgaria. I carabinieri lasciarono fare, ma poi furono costretti, per timore di violenze, a impedire una controdimostrazione che gli albanesi avevano organizzato a Struga. Il 20 aprile, altri due ufficiali bulgari arrivarono in macchina a Ohrid, con un codazzo di civili e, senza presentarsi ai comandi italiani, distribuirono volantini di propaganda. Il 23 aprile, manifesti di propaganda, in cui si inneggiava alla Germania liberatrice, a Hitler, alla Bulgaria e a re Boris, furono diffusi nei principali centri irredenti, quali Kičevo, Gostivar e Tetovo. Il 24, membri del Comitato d’azione centrale bulgaro per la Macedonia provenienti da Skopje furono fermati dai servizi d’ordine italiani e furono loro sequestrate un migliaio di copie del giornale bulgaro Macedonia, campione d’irredentismo11. La radio ufficiale di Sofia fu molto attiva con quotidiani programmi per pubblicizzare le sue rivendicazioni su Struga, Ohrid, Debar, e su altre località della Macedonia e del Kosovo, che erano abitate pure da albanesi. Da parte sua, anche la popolazione bul-
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11 Sorice a Ministero degli Esteri, 17 maggio 1941, 131674/77.2.11, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2, con allegato manifesto di propaganda bulgara. Altri episodi erano stati segnalati dalla luogotenenza a Tirana. Jacomoni, infatti, informò Roma che il 7 maggio pomeriggio erano giunti a Debar, provenienti da Skopje, un deputato e un giornalista bulgari decisi a andare a Ohrid per fini di propaganda. I carabinieri, anche in questo caso, non avevano dato il permesso. Come era accaduto altre volte, Palazzo Chigi incaricò Magistrati di interessare Sofia al fine di evitare occasioni di incidenti. Anfuso a Magistrati, 21 maggio 1941, t. 17149PR/174, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2.
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garo-macedone si mobilitò o fu invitata a mobilitarsi nell’opera di sensibilizzazione in favore del programma nazionale bulgaro. Con un memoriale del 14 maggio, i rappresentanti bulgaro-macedoni di Ohrid, Struga, Debar, Kičevo, Gostivar, Galičnik, Tetovo, tutti centri che – ad eccezione di Ohrid – in base agli accordi di Vienna sarebbero dovuti andare all’Albania, si appellarono, per tramite di Magistrati, al governo di Roma in favore dell’annessione alla Bulgaria, con argomentazione storiche, culturali ed etniche. Si ricordava che durante la prima guerra mondiale Tetovo, Debar e Ohrid erano state annesse alla Bulgaria in virtù dell’alleanza tedesco-bulgara del 1915 e si avanzava, a giustificazione delle rivendicazioni, anche l’argomentazione geopolitica, sull’assurdità di staccare queste cittadine e la regione di Tetovo dal resto della Macedonia. Per risolvere il problema degli albanesi lì residenti, si proponeva uno scambio di popolazione con i 70.000 macedoni che sarebbero entrati nei nuovi confini dell’Albania12. Al diplomatico italiano chiesero anche maggiore protezione contro eventuali violenze da parte di gruppi albanesi, richiesta che Magistrati girò a Roma con l’invito a fare qualcosa13. Questi episodi avevano acuito e continuavano ad acuire gli attriti già esistenti tra le nazionalità, incoraggiando i bulgaro-macedoni ad assumere una posizione sempre più filo-bulgara e, per contro, turbando la popolazione albanese fuori e dentro i confini dell’Albania. A Tirana, scrisse Jacomoni dopo pochi giorni di occupazione bulgara, l’opinione pubblica era “sensibilissima alle vicende di quella regione cui rivendicazione all’Albania è delle
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12 Appunto per il SSAA, 6 giugno 1941, n. 02001, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. Con l’appunto si restituiva al gabinetto il memoriale Esposizione dei Bulgari delle regioni di Ocrida, Struga, Debar, Chicevo, Gostivar, Galitchnik e Tetovo, Sofia, 14 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. Il memoriale recava le firme autografe dei rappresentanti bulgari delle cittadine. 13 Magistrati a Ciano, 17 maggio 1941, t. 4630/469 R.; Magistrati a Ciano, 19 maggio 1941, telespr. 1903/596, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2.
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meno contestabili anche per ragioni geografiche”. Il governo albanese si interessava appassionatamente alla sorte di Struga e Ohrid e confidava nell’appoggio italiano14. E se in queste due regioni la situazione appariva particolarmente delicata, non era poi troppo diversa da altre zone in cui la popolazione era mista. Il governo di Sofia sembrava mirare alla creazione di fatti compiuti, insediando magistrature municipali e inviando truppe di occupazione nelle località della Macedonia ex greca ed ex jugoslava che gli erano state promesse; oppure, spedendo civili e militari come agenti di propaganda nei centri dove non poteva operare un’occupazione militare, ma che rientravano nelle sue ambizioni nazionali, come ad esempio Debar e Struga, riconosciute come appartenenti all’Albania nelle conversazioni di Vienna tra Ciano e Ribbentrop. A Roma, dunque, dove ci si preoccupò subito di nuove complicazioni politiche internazionali e scontri interetnici a livello locale, si ritenne opportuno controbattere all’azione bulgara, inviando a propria volta autorità civili nei comuni assegnati all’Albania e al Montenegro a Vienna e, dove necessario, completando le occupazioni militari15. Magistrati, a Sofia, avvertì subito la pericolosità di questi attriti per le relazioni italo-bulgare e l’urgenza di attivarsi per moderarli. Il problema dei confini albanesi-bulgari e della lotta interetnica nella Macedonia occidentale si era ormai posto e si sarebbe riverberato inevitabilmente sui rapporti tra Roma e Sofia. Già a fine aprile, il diplomatico italiano colse l’occasione per parlarne con il ministro degli Esteri bulgaro, Popov, e indurlo a tenere in considerazione anche le eventuali pretese dell’Albania. Popov sembrò al diplomatico italiano del tutto comprensivo e disposto a discutere anche delle rivendicazioni albanesi. A seguito del colloquio, Magistrati poté registrare atti distensivi del governo
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Jacomoni a Ciano, 23 aprile 1941, t. 3602/R/0043, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. 15 Appunto del SSAA, Uff. I, 29 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. L’appunto, inviato a Pietromarchi, fu poi “sospeso”. 14
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di Sofia, quali la liberazione di prigionieri dell’ex esercito jugoslavo di origine albanese e la pubblicazione di articoli sulla stampa circa la necessità di mantenere buoni rapporti con l’Italia e di prendere in considerazione le aspirazioni nazionali albanesi, ma solo sul Kosovo e sull’Epiro. Il programma bulgaro di annessione di tutta la Macedonia occidentale, Ohrid e Struga comprese, infatti, rimase fermo. Il quotidiano Zora, diretto dal macedone Krapcev, pubblicò un protocollo siglato nel novembre 1920 dai nazionalisti macedoni e quelli albanesi in cui si concordava la cessione alla Bulgaria delle cittadine di Ohrid, Struga, e Ressen, mentre si stabiliva un plebiscito per decidere della sorte di Debar16. Su Ohrid, tuttavia, data la sua importanza per la cultura e la religione bulgara, Magistrati suggeriva, se si era orientati a cederla, di farlo subito e prendersi il merito di fronte ai bulgari di un sacrificio in nome dell’amicizia tra Roma e Sofia, evitando di sottostare a una sconveniente mediazione tedesca17. La Germania, infatti, appariva del tutto favorevole a dare le più ampie soddisfazioni all’alleata e fedele Bulgaria. Berlino riteneva impossibile negare Ohrid alla Bulgaria, per non minare l’incerto e infiammato quadro politico interno bulgaro e indebolire ancor di più la figura di re Boris18. Il 4 maggio, Hitler in persona aveva definito legittima l’annessione alla Bulgaria della Macedonia, quale debito storico e morale dei tedeschi nei confronti dei fedeli fratelli d’arme della grande guerra. Effettivamente, come Magistrati aveva auspicato, pur non essendo ancora state rese pubbliche congiuntamente da Italia e Germania le decisioni prese a Vienna, Palazzo Chigi si conformò velocemente ad esse circa la cessione di Ohrid. La presenza italiana nella cittadina fu dunque breve, ma lasciò una traccia significativa.
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Magistrati a Ciano 24 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 4. Ministero degli Esteri ad ambasciata a Berlino, 5 maggio 1941, telespr. 09761, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari. 18 Richthofen a Ribbentrop, 16 aprile 1941, in DGFP, s. D, vol. XII, D. 357. 16
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In pochi giorni gli italiani avevano organizzato una nuova amministrazione, nominato un segretario federale del fascio, aperto un’agenzia bancaria e diversi uffici pubblici, alimentando, tra l’altro, le aspettative degli albanesi di una definitiva unione della cittadina all’Albania. L’8 maggio si tenne lo scambio di consegne tra il comando italiano e quello germanico a Ohrid e pochi giorni più tardi il comando tedesco cedette le consegne a quello bulgaro. Per l’occasione, la cittadina fu imbandierata a festa con vessilli italiani e tedeschi e tappezzata di ritratti di Vittorio Emanuele III e del «duce». Una dimostrazione di riconoscenza, secondo il console italiano a Bitolj, per il “ricordo indimenticabile” lasciato dalle truppe italiane. Unanime da parte di bulgaro-macedoni e albanesi era stato il riconoscimento della correttezza e della generosità dei soldati italiani, soprattutto in comparazione con le altre truppe di occupazione, tedesche prima, bulgare poi. Un musulmano turco, scrisse il console, definì gli italiani “non soldati ma fratelli”. Ma la partenza delle truppe italiane, avvenuta quando ormai si riteneva che il destino di Ohrid fosse già deciso in favore dell’Albania, sorprese e preoccupò la comunità albanese. Gli albanesi temevano l’elemento bulgaro-macedone e soprattutto il futuro comportamento delle autorità militari, religiose e civili bulgare, sentendosi, inoltre, ora più esposte di prima per aver scopertamente manifestato le loro simpatie per l’annessione all’Albania e per l’Italia19. L’evacuazione di Ohrid seminò allarme tra la popolazione albanese di Struga per il timore che anche qui si potesse assistere a una sostituzione delle truppe italiane con quelle bulgare. Qualche piccolo incidente era sorto e se ne temevano di più gravi, stante l’attiva propaganda per l’unione con la Bulgaria esplicata segretamente da ufficiali bulgari in seno al gruppo bulgaro-macedone.
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19 Console a Bitolj a Legazione Belgrado, 12 maggio 1941, telespr. 231/87, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 2.
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La fiducia nell’Albania e nell’Italia, tuttavia, non era stata scossa e la comparsa di Riza Drini, prefetto di Scutari, che il governo di Tirana aveva inviato in ispezione, era stata salutata con vibranti acclamazioni al re, al «duce» e all’Albania e con lacrime di gioia per la libertà riconquistata dopo tre decenni di servaggio. Perplessità destava nella popolazione il fatto che il comando italiano aveva lasciato funzionare l’amministrazione serba. Riza Drini ne chiese l’immediata sostituzione con funzionari albanesi e, come misure provvisorie, l’invio di un funzionario di partito e di un segretario politico con due o tre “camerati” che conoscessero l’italiano, di una decina di insegnanti, e di 2.000-3.000 abbecedari e altri libri di lettura. Fin troppo prevedibile era l’indicazione che dava il funzionario albanese per normalizzare definitivamente la situazione: pronta annessione di Struga all’Albania e rifiuto di ogni idea, pure ventilata dai bulgari, di tenere un plebiscito solo per il suo circondario. Come non si era fatto alcun plebiscito a Skopje e dintorni, che le truppe bulgare avevano semplicemente occupato, così non era il caso di farlo per Struga. La pianura di Struga, d’altra parte, era il secolare granaio che approvvigionava le montagne di Mokra, Cermenika e una parte delle montagne di Debar ed era il loro principale mercato fin dal 1912. La sua appartenenza all’Albania, dunque, non era discutibile20. Come le zone di Ohrid, Debar e Struga, anche la regione di Tetovo rientrava tra le zone rivendicate dall’irredentismo bulgaro. A Tetovo, centro a circa 45 km da Skopje assegnato a Vienna all’Albania, i reparti italiani fecero la loro prima apparizione il 9
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20 Relazione sulla situazione a Struga e distretto, Struga, 28 maggio 1941, a firma del prefetto di Scutari Riza Drini, in SSAA, B. 77, f. 2. La relazione, insieme ad altre relative alla situazione nei territori occupati dall’Italia, fu, come già detto, rimessa da Verlaci a Ciano con lettera del 4 giugno 1941, n. 625/ 17/18/19. Tutti i documenti sono in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. Le relazioni furono date in lettura a Mussolini.
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maggio, accolti con manifestazioni di entusiasmo da parte di migliaia di albanesi. Ma anche qui, ben presto, si diffuse la notizia di scontri, violenze e assassinii, questa volta però perpetrati da albanesi contro i numerosi nuclei di bulgaro-macedoni, e di una prossima marcia di bande armate albanesi su Skopje. Il governo bulgaro si affrettò a chiedere l’intervento di Magistrati a Roma affinché alle truppe italiane giungessero istruzioni per la protezione della popolazione bulgaro-macedone: risultava a Sofia che durante le cerimonie per l’insediamento dei comandi italiani a Tetovo, un gruppo di bulgaro-macedoni era stato attaccato da albanesi armati che avevano fatto 2 morti e 3 feriti21. La notizia, tuttavia, che non fu riportata dalla stampa bulgara, fu nettamente smentita dal comando italiano in Albania. Incidenti durante i festeggiamenti per l’entrata delle truppe italiane non ve ne erano stati e qualche diverbio che era scoppiato in seguito si era risolto con qualche pugno. La situazione a Tetovo era delicata ma l’ordine pubblico non era mai stato turbato22. Anche secondo la ricostruzione del console Venturini, gli incidenti di Tetovo erano stati di portata minore, mentre la notizia era frutto di una manovra propagandistica della polizia bulgara intesa a rinfocolare l’odio tra albanesi e bulgari. La situazione a Skopje, invece, occupata dai bulgari, si presentava esattamente all’opposto. Le violenze contro gli albanesi erano state subito denunciate sia da Ferhad Draga, sia da Venturini. Agli inizi di maggio, le procrastinate brutalità dell’esercito occupante provocarono ripetuti interventi del console italiano presso le autorità militari bulgare. Ma alle assicurazioni verbali circa la perfetta disciplina dei suoi militari, il generale Mikhov, che comandava la piazza, non fece seguire fatti concreti. Anche un passo presso il co-
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Benini a Ministero della Guerra, 16 maggio 1941, t.p.c. 16694PR, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. 22 Sorice a Ministero degli Esteri, 1 giugno 1941, n. 135708/77.2.15, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. Comando superiore forze armate Albania. 21
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mando tedesco non aveva dato risultati. Il generale von Lindemann aveva fatto capire al diplomatico italiano che era difficile contenere i bulgari. La prossima partenza delle ultime truppe tedesche, dunque, rischiava di peggiorare la situazione non avendo i militari bulgari più alcun freno. Venturini, dunque, si appellava a Roma affinché nelle trattative ulteriori su queste regioni si tenesse conto del trattamento fatto dai bulgari agli albanesi e “che il governo di Sofia venga indotto a por fine alla persecuzione degli albanesi colpevoli soprattutto di aver avuto e di avere fede nell’Italia fascista”23. Di passi a Sofia il governo di Roma ne fece parecchi, ma la situazione non migliorò. Nel corso di maggio, la tensione tra i due gruppi nazionali si inasprì. Il fatto che migliaia di albanesi avesse intonato il grido “Skupi! Skupi!” (Skopje) aveva fornito alle autorità bulgare il pretesto per inasprire il loro atteggiamento verso la popolazione albanese nella loro zona di occupazione e in particolare a Skopje, dove si erano registrati violenze in massa e soprusi d’ogni genere. Gli albanesi erano accusati di essere infidi e di portare i loro copricapo tradizionali bianchi, le qeleshe, in segno di sfida e di resistenza. Il quartiere musulmano di Skopje era stato militarizzato, con pattuglie armate sempre in movimento e posti di blocco con mitragliatrici. Chi portava la qeleshe, o anche semplicemente il fez rosso, veniva portato in edifici statali o municipali e percosso con brutalità, minacciato, insultato o trattenuto in arresto. Contemporaneamente, si erano registrati casi di vessatorie perquisizioni notturne, furti e violenze contro le donne. Gli albanesi avevano accolto l’invito di Venturini a mantenere la calma e si erano limitati a inviare una delegazione presso il generale von
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Venturini alla Legazione a Belgrado, 4 maggio 1941, telespr. 403/169R., in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. Allegato al rapporto, Venturini inviava un elenco circostanziato dei casi di violenze su albanesi nei villaggi di Teponica e Korbulic (Gnjilane), in quelli di Aracinovo Lahce, Stracinci e di Rasce (Skopje), e in quello di Tanusevac (Kačanik). 23
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Lindemann per chiedere protezione. Aveva certo colpito l’attenzione dei militari bulgari il fatto che tutti i membri della delegazione che sfilava in corteo portassero il caratteristico copricapo bianco, ma certo non si era trattato, come le truppe bulgare avevano poi sostenuto, di un tentativo di rivolta in massa. Il console italiano, da parte sua, si era mosso per impedire queste violenze recandosi personalmente dal generale von Lindemann per chiedergli che prima di lasciare Skopje segnalasse al comandante bulgaro l’indegno comportamento delle sue truppe e il danno che ne veniva al prestigio dell’Asse. A seguito del passo, Lindemann era intervenuto, ma la risposta del comandante Mikhov era stata sempre la solita: il soldato bulgaro era perfetto e gli albanesi erano ribelli infidi. Maggiore comprensione Venturini aveva trovato nell’amministrazione civile bulgara, senza tuttavia che la situazione potesse migliorare. Al console non rimase che appellarsi a Roma per interessare direttamente dei fatti il governo di Sofia e ricevere istruzioni su come atteggiarsi di fronte ad essi24. Altre violenze furono segnalate in varie zone sotto occupazione bulgara dalla luogotenenza a Tirana e dagli altri consolati in Macedonia: da Bitolj a Presheva, dove la popolazione era stata sottoposta a sevizie, derubata e alcune donne erano state violentate. Insomma, il quadro generale dei rapporti interetnici tra albanesi e bulgaro-macedoni, a nemmeno un mese dalla dissoluzione della Jugoslavia, si presentò così inaspettatamente drammatico, confuso e incerto, che era assai difficile tenerlo sotto controllo: nemmeno le
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24 Scammacca a Magistrati, 15 giugno 1841, telespr. 71/06095, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 9. con allegato Venturini a Legazione a Belgrado, 18 maggio 1941, telespr. 436/187. Secondo quanto si apprese a Roma, durante le manifestazioni di Skopje erano stati arrestati in totale 350 albanesi accusati di portare il copricapo bianco come segno di sfida nazionalistica. Su questi episodi v. anche British Documents on Foreign Affairs, Part III, Series F, Europe, Volume 21, Italy and South-Eastern Europe, July 1940-December 1941, D. 61, allegato, pp. 489-490.
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autorità militari tedesche, scrisse Magistrati, avevano del tutto chiaro cosa stesse accadendo nella Macedonia occidentale25. In questa situazione caotica e di diffusa violenza, più volte il governo italiano, raccogliendo gli inviti dei propri rappresentanti locali o quelli provenienti da Tirana, o quelli del governo bulgaro, si attivò per impedire violenze tra i diversi gruppi nazionali e per fornire adeguata protezione alle popolazioni. Alla metà di maggio, Palazzo Chigi inviò particolari raccomandazioni al ministero della Guerra e alla luogotenenza di disporre ogni misura per evitare violenze da parte albanese contro la popolazione bulgaro-macedone26. Nello stesso torno di tempo, Ciano incaricò Magistrati di compiere un passo speciale per la protezione degli albanesi di Ohrid, passata al controllo bulgaro dopo l’evacuazione italiana. Roma fece valere il fatto di non aver mai discusso l’appartenenza alla Bulgaria di Ohrid, dando piena e pronta soddisfazione alle rivendicazioni di Sofia, ma al contempo richiese precise assicurazioni sia per quanto riguardava il trattamento della popolazione albanese presente nella regione di Ohrid stessa, sia per conservare la piena e totale disponibilità delle acque del lago omonimo. Il lago formava con il bacino del Drin un unico complesso per il quale a Roma si stavano eseguendo importanti studi di sistemazione idroelettrica. Dato l’interesse albanese sul lago, Ciano propose di negoziare rapidamente uno scambio di note con il quale si sarebbe dovuto riconoscere all’Italia il diritto di disporre pienamente delle acque del lago stesso e, al contempo, costituire una commissione mista per la determinazione dei confini27. Era il primo tentativo da
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25 Magistrati a Ciano, 12 maggio 1941, t. 4327/447, in ASMAE, AP, Jugoslavia, B. 107, f. Situazione in Macedonia. 26 SSAA al Ministero della Guerra e alla luogotenenza a Belgrado, 21 maggio 1941, in SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari. 27 Ciano a Magistrati, 21 maggio 1941, t. 140R./175, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1.
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parte italiana di risolvere prontamente e con un accordo il problema dei confini, ma anche l’inizio di un negoziato lungo e difficoltoso, che avrebbe impegnato le diplomazie italiana e bulgara per mesi. A fine maggio, le notizie delle incessanti violenze sugli albanesi e l’eco che avevano a Tirana, dove affluivano i profughi della Macedonia, spinsero Ciano a fare un secondo e più deciso passo presso il governo bulgaro sulla necessità di assicurare protezione alle comunità albanesi e inviare subito istruzioni in questo senso alle autorità bulgare in loco, civili e militari28. Magistrati girò la richiesta di Palazzo Chigi a Popov, che prese nota, dando ogni assicurazione al riguardo, benché giustificasse la situazione con gli antichi odi e il comportamento difficile di quelle popolazioni. Popov, inoltre, si mostrò favorevole all’idea di una commissione militare mista per l’attribuzione all’Albania delle acque del lago di Ohrid e per la definizione delle frontiere. Gettò anche acqua sul fuoco delle manifestazioni irredentiste dei gruppi macedoni integralisti, affermando che il governo sofiota non desiderava certo complicare i rapporti con l’Italia per questioni di così relativo conto. A parere di Magistrati, dunque, l’atteggiamento di Popov confermava che la Bulgaria era inesorabilmente spinta verso l’Italia da una serie di ragioni, quali le difficoltà che incontrava nella “bulgarizzazione” della Tracia e della Macedonia, l’incertezza e la diffidenza sulla sempre più ingombrante influenza della Germania, che aveva sostituito il suo rappresentante a Sofia con un membro del partito nazista, e la grave preoccupazione per la crisi dell’Europa orientale che annunciava una nuova iniziativa hitleriana contro la Russia29. Era assoluto convincimento di Magistrati
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Ciano a Magistrati, 31 maggio 1941, t. 19002PR/195, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. 29 Magistrati a Ciano, 5 giugno 1941, telespr. 2169, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. 28
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che Italia e Bulgaria avrebbero dovuto avere, nella nuova situazione balcanica, un destino di strettissima collaborazione.
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2. Roma e Sofia nella tormenta
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A partire dall’aprile 1941, a causa dei dissidi sulla spartizione della Macedonia, i rapporti tra Roma e Sofia attraversarono un periodo di forte tensione. Il governo bulgaro, in apparenza, non biasimò mai quella stretta cooperazione con l’alleato italiano che a Roma si auspicava, ma in Bulgaria non si poteva celare il fatto che l’Italia rappresentasse e sostenesse la Grande Albania e le sue aspirazioni su territori rivendicati dall’irredentismo bulgaro. Inevitabili sembrarono, dunque, almeno nella fase iniziale, gli attriti con Sofia per via della sistemazione confinaria e le antiche frizioni tra i diversi gruppi etnici in Macedonia. Gli albanesi ricorrevano e sarebbero ricorsi alla protezione di Roma, mentre i bulgaro-macedoni a quella di Sofia. Circolava ancora una grossa quantità di armi dell’ex esercito jugoslavo e la facilità con cui, per tradizione, quelle popolazioni mettevano mano alle armi non rendeva facile il ritorno alla normalità. Consapevole della difficoltà della situazione, il governo bulgaro cercò di inviare, un po’ dovunque, amministratori civili esperti e capaci di gestire rapporti interetnici, oltre che sufficientemente autorevoli per impedire violenze da parte delle truppe di occupazione. A Bitolj, per esempio, era stato inviato Pavlov, ex deputato al parlamento ottomano, nonché ex ministro di Bulgaria ad Ankara fino al 1936. Tuttavia, l’indisciplina delle truppe, che i diplomatici italiani non esitavano a definire elementi di riserva e di scarto, visto che le truppe migliori erano state destinate a sorvegliare il confine con la Turchia, aggravava e avrebbe aggravato in futuro le difficoltà30.
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Magistrati a Ciano, 8 maggio 1941, rapporto dal titolo Italia, Albania e Bul-
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Insomma, si stava assistendo a un periodo molto drammatico nei rapporti tra Grande Albania e Grande Bulgaria e l’Italia si trovò nel mezzo di una tempesta con il solo auspicio che passasse presto. Per questo motivo, fin dall’inizio dell’occupazione bulgara, Magistrati rappresentò a Palazzo Chigi l’urgenza di definire rapidamente e con certezza le questioni di frontiera. Solo quando la disputa territoriale si fosse normalizzata, si sarebbe permesso alla Grande Albania di svolgere quella funzione di ponte tra l’Italia e la Grande Bulgaria a tutto vantaggio dell’influenza economica e politica italiana nei Balcani. La contesa territoriale tra Roma, Tirana e Sofia era prevedibile e scontata, ma non si doveva permettere che essa pregiudicasse il futuro e i frutti della nuova situazione balcanica per l’Italia. La Germania, infatti, secondo il diplomatico italiano, nonostante la sua enorme influenza economica, culturale e militare non sarebbe mai stata come l’Italia era divenuta, con l’occupazione dell’Albania e del Montenegro, una potenza “integralmente balcanica”. Era questo, in definitiva, il “fatto nuovo” dei Balcani, dopo il crollo della Jugoslavia e della Grecia e la diminutio della Romania. Ne conseguiva che il governo bulgaro non poteva che avvicinarsi all’Italia attraverso l’Albania. Rotti i ponti con Mosca a causa dell’adesione al Tripartito, la Bulgaria, per non divenire uno stato protetto della Germania ed avere ancora un politica estera, non avrebbe avuto altra scelta che cercare una sponda nell’Italia31. In previsione di ciò, Magistrati invitava Palazzo Chigi a darsi prontamente da fare per ripristinare e moltiplicare i punti di contatto tra Roma e Sofia, che si erano quasi interrotti completamente a causa della guerra. I traffici ferroviari e i servizi postali attraverso l’antica Jugoslavia si erano rarefatti, Sofia era rimasta per 40 giorni senza posta e giornali dall’Italia, i cine-giornali Luce non
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garia, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. 31 Magistrati a Ciano, 8 maggio 1941, rapporto dal titolo Italia, Albania e Bulgaria, cit.
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arrivavano più e la linea aerea era stata sospesa. L’attuale situazione, quindi, vedeva la Germania in posizione dominante in Bulgaria: comunicazioni ed economia si erano come non mai espansi a causa del passaggio militare tedesco attraverso il suo territorio. Ma questo – a parere di Magistrati – era uno stato “anormale” e il futuro non poteva che prendere la direzione che egli aveva immaginato32. Segnali di attenzione verso l’Italia, che confermavano le idee dell’ambasciatore italiano, erano già venuti da parte bulgara. A fine aprile, parlando del suo viaggio in Macedonia con Magistrati, Filov aveva accennato alla ripresa del progetto di ferrovia diretta tra Sofia e Skopje, primo importante tratto del collegamento ferroviario tra Albania e Bulgaria; collegamento che con il rifacimento dell’arteria stradale avrebbe dovuto costituire quella parallela “Antidanubio” che poteva far gravitare in Adriatico una parte delle correnti economiche, che altrimenti sarebbero state obbligatoriamente indirizzate verso Salonicco, qualunque fosse stata la sua sorte futura. Era un segno, per Magistrati, che i bulgari comprendevano l’importanza economica di un collegamento tra Bulgaria ed Europa occidentale tramite l’Albania, a tutto vantaggio del miglioramento dei rapporti tra Roma e Sofia33. L’analisi di Magistrati sul futuro delle relazioni tra Roma e Sofia e sul ruolo di ponte che la Grande Albania avrebbe dovuto svolgere non faceva una pecca, almeno in teoria, e si inseriva pienamente e coerentemente nel disegno da lungo tempo coltivato a Roma di fare dell’Albania il piedistallo territoriale dell’influenza italiana nei Balcani, la base dell’impero. Tuttavia, il presente delle
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32 Magistrati a Ciano, 8 maggio 1941, rapporto dal titolo Italia, Albania e Bulgaria, cit. 33 SSAA a Luogotenenza, 7 maggio 1941, telespr. 71/04552/910, con il quale si trasmetteva il t. da Sofia n. 0205 del 1 maggio. SSAA alle Ambasciate Berlino, Mosca, Ankara, ecc., 19 maggio 1941, telespr. 12/10870, con il quale trasmetteva quanto riferito da Magistrati il 5 maggio. Entrambi documenti in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.
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relazioni italo-bulgare e bulgaro-albanesi era ben lungi dal far sperare una rapida normalizzazione. Intesa come una guerra di liberazione nazionale, la progressiva occupazione della Macedonia34 provocò in Bulgaria un clima di esaltazione nazionale che rese tutti difficilmente disponibili al compromesso. Grandi festeggiamenti si organizzarono per la liberazione delle terre irredente cosicché la popolazione bulgara d’ogni condizione sociale fu sensibilizzata a questi avvenimenti. Il 21 maggio, si svolse una cerimonia ufficiale per il passaggio a Sofia del “Fuoco sacro”, custodito nell’antica capitale bulgara di Preslav, che, come per la fiaccola olimpionica del 1936, venne condotto con un sistema a staffetta fino ai limiti della nuova Bulgaria, ossia Ohrid, Danubio, Mar Egeo e Mar Nero. Re Boris con tutto il governo bulgaro e le principali autorità presenziarono all’arrivo del Fuoco nella capitale. Il 24 maggio, grandi celebrazioni si tennero in onore di Cirillo e Metodio, i santi creatori della cultura bulgara, con tanto di corteo popolare e di scolaresche e con rappresentanze delle terre liberate35. Come previsto, l’euforia nazionalista si abbatté anche sulle relazioni tra Albania e Italia da una parte e Bulgaria dall’altra. Una campagna di propaganda incessante, soprattutto da parte delle organizzazioni macedoni più estremiste, venne diretta contro l’Italia, accusata di condurre, a differenza della Germania, una guerra “imperialista” ai danni delle aspirazioni bulgare. Si distinse in questo senso il giornale Zora e il suo direttore Krapcev, che, tra l’altro, si diceva avesse venduto parte della prima pagina e parte
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34 Benini a Luogotenenza, 15 maggio 1941, in SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. Magistrati informava che il comando superiore tedesco aveva autorizzato l’occupazione da parte bulgara di una striscia di territori serbi nella regione della Morava sulla direttrice verso Niš, che il governo bulgaro avrebbe annunciato in parlamento l’acquisto territoriale e che un vescovo bulgaro sarebbe subito stato inviato a Ohrid. 35 Ministero degli Esteri ad ambasciata a Berlino, 28 maggio 1941, t.p.c. 1847281, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.
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della terza del giornale agli americani. In occasione dei festeggiamenti per i santi Cirillo e Metodio, l’Associazione delle Fratellanze Macedoni inviò a Magistrati un telegramma, a firma del suo presidente, il generale Kosta Nikolov, per sollecitarlo a promuovere presso Palazzo Chigi l’annessione alla Bulgaria delle terre ingiustamente occupate dall’Italia, quali Gostivar, Tetovo, Kičevo. Manifestini vennero diffusi nei quali si accusava l’Italia di negare le aspirazioni bulgare e si potevano leggere esclamazioni come “Abbasso la guerra imperialistica italiana! Viva la Germania e la Russia!”36. I circoli responsabili, comunque, condannarono queste manifestazioni e, in generale, almeno in apparenza, erano più disposti a valutare serenamente i problemi e a trarre anche soddisfazione dai risultati che si erano raggiunti. Né da parte della corte, né da parte di membri del governo o da altre alte cariche pubbliche venne mai pubblicamente messa in discussione la demarcazione territoriale raggiunta a Vienna. L’unica eccezione era stato il pubblico appello a riconoscere le ambizioni bulgare rivolto al popolo italiano dal presidente del parlamento sofiota, la Sobranje, Logofetov, che però gli era costato le dimissioni e la sua sostituzione con Hristo Kalkov, politico più moderato e ritenuto notoriamente filo-italiano. Kalfov era subito sceso in campo per gettare acqua sul fuoco e aveva ispirato il suo discorso del 27 maggio a toni di riconoscenza verso l’Italia e le sue truppe. Lo stesso Alexander Stanischev, influente capo delle Organizzazioni macedoni e presidente dell’Associazione bulgaro-tedesca di Sofia, ammise che la Bulgaria aveva ottenuto più di quanto si aspettasse e che era giusto che l’Italia tutelasse gli interessi albanesi. Il ministro degli Esteri, Popov, aveva minimizzato la propaganda anti-italiana come originata da persone di scarso rilievo
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36 Magistrati a Ciano, 28 maggio 1941, telespr. 2051/635, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.
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politico e di poca presa sulla popolazione37. Secondo Magistrati, dunque, benché l’opinione pubblica bulgara fosse ormai convinta che l’Italia fosse stata e rimanesse un ostacolo per le sue aspirazioni nazionali, la situazione non andava drammatizzata, soprattutto perché le condizioni internazionali spingevano sempre più Sofia verso Roma. La frizione tedesco-russa, infatti, creava grave imbarazzo in Bulgaria e, man mano che si accentuava, privava Sofia dell’appoggio sovietico, lasciandola sola di fronte alla Germania: se la Bulgaria non voleva divenire un Reichsprotektorat – ribadiva il diplomatico italiano – non poteva che appoggiarsi anche all’Italia. Lo strappo che si era verificato per il contenzioso territoriale si sarebbe ricucito, quindi, con il tempo e le ostilità propagandistiche verso l’Italia si sarebbero attenuate. Magistrati rimarcava nuovamente l’importanza di dare maggiore attenzione alla Bulgaria per bilanciare l’influenza che, sotto ogni aspetto, stava assumendo la Germania. Era necessario mettere mano al ripristino delle vie di comunicazioni tra Roma e Sofia attraverso l’Albania, ristabilire un collegamento aereo Roma-TiranaSofia-Bucarest, inviare una delegazione commerciale italiana al fine di rivedere gli accordi economici tra i due paesi e accogliere degnamente a Roma la delegazione bulgara che doveva provve-dere all’applicazione dell’accordo culturale. “Ma soprattutto – scriveva il diplomatico – quello che stimo necessario fare presente all’Eccellenza Vostra è l’opportunità che un giorno, in una epoca da destinarsi con calma, possa avvenire una visita ufficiale dei dirigenti bulgari a Roma. La Bulgaria, firmataria del patto Tripartito e quindi alleata dell’Italia, è la sola Nazione, a quanto mi sembra, con la piccola e poco significativa Slovacchia, che sia rimasta fino ad ora lontana da Roma. Lo stesso re Boris e la regina Giovanna, che prima della guerra compivano frequenti visite private e famigliari nel
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37 Magistrati a Ciano, 28 maggio 1941, telespr. 2051/635, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.
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nostro Paese, hanno da due anni sospeso quella loro abitudine. E in questo anno i ministri bulgari, come del resto lo stesso sovrano, non hanno fatto che ascendere la montagna di Berchtesgaden e sostare nella città di Volfango Amedeo Mozart. Tutto ciò va ad un certo momento rotto, perché qui, per forza di cose, quell’uomo della strada, al quale ho sopra accennato, non creda veramente che ormai le sorti del suo paese dipendano unicamente, e in regime di monopolio, dal Terzo Reich”38. Il governo italiano accolse gli inviti di Magistrati e moltiplicò gli sforzi per accelerare la conclusione di un trattato italo-bulgaro. Re Boris fu in visita da Vittorio Emanuele III alla metà di giugno, i governanti bulgari si recarono a Roma a fine luglio, ma il tutto non portò, come diremo, ai risultati sperati. Il momento scelto per il negoziato italo-bulgaro fu tutt’altro che propizio e l’esaltazione nazionalista che si respirava in Bulgaria dava quantomeno ragione alle ritrosie del governo di Sofia. In giugno, la propaganda “irredentistica” verso le zone passate sotto il controllo italiano si risvegliò con vari articoli sul quotidiano Utro, con la fondazione di un nuova testata a Skopje dal titolo La Bulgaria integrale (Zelokupna) e con l’accesa rivendicazione della regione di Tetovo compiuta dal giornale Macedonia di Sofia39. Il 16 giugno, a Ohrid, durante il corteo in onore della festa del principe ereditario Simeone, erano sfilate cinque donne in abito nero da lutto e con catene alle mani, e sul petto cartelli indicanti i nomi di Tetovo, Gostivar, Kičevo, Struga e Debar40. Ancor più
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38 Magistrati a Ciano, 2 giugno 1941, telespr. 2109, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf 1. Sulla pesante influenza raggiunta dalla Germania in Bulgaria, v. Rendel a Halifax, 21 settembre e 2 e 11 ottobre 1940, in British Documents on Foreign Affairs, Part III, Series F, Europe, Volume 21, Italy and South-Eastern Europe, July 1940-December 1940, DD. 9, 13 e 12. 39 Venturini a Legazione Sofia, 29 giugno 1941, telespr. 571, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2 40 Magistrati a Ciano, 28 giugno 1941, telespr. 2593/784 in ASMAE, SSAA,
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preoccupante apparve il fatto che l’ufficiale Accademie delle Scienze di Sofia stesse preparando un memoriale a carattere storico-geografico relativo alle origini bulgare delle cittadine di Tetovo, Gostivar, Kičevo e Struga. Magistrati fece un passo diretto sul ministro degli Esteri bulgaro, il quale, pur professando ignoranza circa l’iniziativa, assicurò che il memoriale non sarebbe stato pubblicato. Il ministro bulgaro, tuttavia, chiese maggiore protezione per la popolazione bulgara delle zone sotto occupazione italiana, lamentando la perdurante apertura di scuole serbe e il fatto, già denunziato dagli albanesi, che a Struga vi fosse ancora un prefetto serbo e un’amministrazione di lingua serba. Il 19 giugno, Ciano incaricò il comando supremo e la luogotenenza di verificare i dati e di provvedere, se del caso, alla sostituzione del personale serbo con maestri e funzionari albanesi nelle scuole e nell’amministrazione41. Benché utile per non peggiorare i rapporti tra Roma e Sofia, pur sempre due alleati, questa attività diplomatica, in definitiva, lasciava il tempo che trovava. La propaganda bulgara sembrava inarrestabile. Il comando dei carabinieri di Tetovo denunciò la scoperta attività filo-bulgara del nuovo pope di rito bulgaro Veniaminov, giunto dopo l’occupazione tedesca e divenuto di fatto capo del clero locale. Il religioso, infatti, aveva ordinato ai fedeli di pregare ogni giorno per re Boris e stava tentando con ogni mezzo di far tornare al rito bulgaro, esistente sotto la dominazione ottomana fin dalla nascita dell’esarcato nel 1870, tutti i bulgaro-macedoni che avevano aderito al rito serbo poiché al tempo della Jugoslavia tutti i pope erano di rito serbo. Il pope di rito serbo, Raganović, data la situazione, non vedeva altra scelta che partire42.
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B. 77, f. 2. 41 Ciano a Comando supremo e Luogotenenza, 19 giugno 1941, 71/06355/C, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 6. 42 Luogotenenza a Ministero degli Esteri, 11 giugno 1941, telespr. 8657/3659, in
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E la cosa non era priva di implicazioni anche per Roma. Il sottosegretariato per gli affari albanesi si allarmò per il comportamento del pope bulgaro. Era evidente che bisognava prendere immediati provvedimenti d’accordo con la chiesa autocefala ortodossa albanese per fare cessare questa attività e rimuovere gli ecclesiastici sospetti. Ed era naturale che l’autorità della chiesa autocefala albanese si estendesse ora anche sui territori ex jugoslavi passati all’Albania e che, dunque, non fosse tollerata alcuna ingerenza della chiesa bulgara43. Da Pristina, addirittura, il generale D’Aponte segnalò infiltrazioni di militari a scopo di propaganda, con volantini tendenti a mettere in luce le origini comuni bulgare, la convenienza economica che Pristina fosse legata a Skopje, la debolezza dell’esercito italiano in rapporto a quello bulgaro, l’occupazione italiana del Kosovo avvenuta solo grazie all’aiuto bulgaro. La propaganda mirava a far presa sui sentimenti delle classi più basse della popolazione, le quali lamentavano il comportamento dei militari italiani, sia per la consegna delle armi cui erano state sottoposte, sia perché era stato loro impedito il tentativo, compiuto anche dagli albanesi, di imporsi sugli ex dominatori serbi e procedere all’immediata occupazione dei terreni da questi posseduti e coltivati44. Lo stesso Pirzio Biroli, comandante superiore delle forze armate in Albania, denunciava al comando supremo la propaganda anti-italiana e albanese compiuta dall’esercito, dalla radio e dalla stessa chiesa ortodossa bulgari45. Divenne ben presto chiaro ai comandi militari italiani, che al di là delle smentite del governo
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ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1. 43 SSAA a Luogotenenza, 24 giugno 1941, t.p.c. 26098PR, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1. 44 Comando divisione Puglie (generale A. D’Aponte) a comando del XIV corpo d’armata, 26 giugno 1941, 2696, in ASMAE, SSAA, B. 77. 45 Alessandro Pirzio Biroli al Comando supremo, 2 luglio 1941, n. 7396/0p. in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1.
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bulgaro, l’azione metodica e continua della propaganda nelle zone di occupazione italiana, a cominciare da Struga, riscontrava, se non il placet, certo forti connivenze nel governo di Sofia46. D’altro canto, gli abusi sulla popolazione albanese commessi dalle truppe bulgare non smisero di turbare i rapporti tra Tirana, Roma e Sofia. Ferhad Draga era stato tra i primi ad attirare l’attenzione di Roma su quanto stava accadendo nella Macedonia sotto occupazione bulgara; Verlaci, si ricorderà, aveva trasmesso agli inizi di giugno a Ciano una serie di relazioni compilate da funzionari albanesi con una chiara denuncia delle sofferenze causate alla popolazione albanese dai militari bulgari47; una perorazione forte era venuta dalla delegazione albanese per i confini, quando si trovava a Roma, per la protezione degli albanesi della zona di Skopje, con una riaffermazione del carattere albanese della regione: a Skopje c’erano 28.000 albanesi, 11.000 bulgaro-macedoni e 30.000 serbi che odiavano i bulgari, che a loro volta reagivano con soprusi e violenze48. A queste sollecitazioni Ciano non aveva mancato di rispondere, inviando a metà giugno, come aveva fatto in precedenza, specifiche istruzioni ai consoli a Skopje e Bitolj di prendere tutte le iniziative necessarie per la salvaguardia della popolazione albanese, e sensibilizzando il governo di Sofia a prendere i provvedimenti necessari per moderare il contegno dei suoi soldati49. Nonostante ogni buona volontà, però, gli incidenti continuaro-
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Luogotenenza a Ministero degli Esteri, 4 giugno 1941, telespr., in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. 47 Verlaci a Ciano, 4 giugno 1941, n. 625/17/18/19, in SSAA, B. 77, f. 2. Il documento fu dato in lettura a Mussolini. 48 Promemoria della Missione per le rivendicazioni albanesi presso il Ministero degli Esteri a Ciano, 10 giugno 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. 49 Scammacca a Magistrati, 15 giugno 1941, telespr. 71/06095, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 9, con telespr. 436/187di Venturini alla Legazione a Belgrado, 18 maggio 1941. Ciano a Verlaci, lettera del 18 giugno 1941, n. 71/06301/2682, con cui rispondeva alla lettera 625 del 4 giugno, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 9. 46
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no a scandire la vita della Macedonia “liberata”, rendendo impossibile il ritorno alla normalità di quelle zone e dei rapporti internazionali tra i nuovi contendenti dell’area. Tra albanesi e bulgari non pareva esserci nemmeno una possibilità di conciliazione e di convivenza50. A metà giugno, il comando dei carabinieri segnalò che nel settore del Dibrano, in alcuni centri a circa 40 km da Neprosteno, gli albanesi, di fronte ad una perquisizione da parte dei soldati bulgari, si erano ribellati dando luogo a un pesante conflitto a fuoco con morti e feriti, sedato in ultimo dal brutale intervento delle truppe tedesche che avevano raso al suolo quattro villaggi51. Agli inizi di luglio vi fu una nuova segnalazione di soprusi, questa volta su albanesi nella zona ad est del lago di Prespa, che avevano subito minacce, intimidazioni per la consegna delle armi e obbligo di far uso della lingua bulgara52. E nel torno di tempo in cui si tentò il negoziato italo-bulgaro sui confini non era mancato nemmeno un grave incidente tra le truppe italiane e quelle bulgare. Si verificò la notte tra il 10 e l’11 luglio a causa della richiesta da parte del comando italiano a Tetovo a quello bulgaro di Skopje di evacuare la zona della miniera di cromo a Jezerina, nei pressi del monte Ljuboten, e far posto all’occupazione italiana. L’addetto militare italiano a Sofia fu immediatamente informato che il presidio militare bulgaro avrebbe opposto resistenza armata ad un’eventuale avanzata italiana. Magistrati fu subito convocato al ministero degli Esteri, dove il
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50 Si veda ancora sulla difficile situazione etnica in Macedonia occidentale e soprattutto sui timori bulgari per il passaggio delle zone sotto occupazione italiana all’amministrazione albanese, le testimonianze coeve di FRANCESCO CATALUCCIO, Tempo di attesa al Sateska, Giuntina, Firenze, 1943, pp. 195-199. 51 Luogotenenza a ministero degli Esteri, 17 giugno 1941, telespr. 9072/3767, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 9. 52 Luogotenenza (Meloni) a ministero degli Esteri, 1 luglio 1941, telespr. 10218/4087, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1.
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segretario generale gli spiegò che il governo bulgaro non poteva accettare un’intimazione da parte di un comando militare e, dunque, non poteva cedere all’improvvisa richiesta. La questione si poteva, invece, discutere a livello dei due governi in futuro. Il diplomatico italiano sdrammatizzò l’affare e pregò di impartire istruzioni al presidio bulgaro di non far uso delle armi. Il rischio di un conflitto diretto tra militari italiani e bulgari fu alto, ma l’incidente si chiuse senza dare luogo alle temute conseguenze e venne risolto velocemente con un accordo tra gli stessi comandi militari italiano e bulgaro53. Non c’era, ovviamente, né da parte di Roma, né da parte di Sofia il desiderio di alzare la tensione fino ad un livello incontrollabile. L’incidente di Ljuboten, infatti, era stato subito portato a conoscenza di Mussolini. Proprio dietro suo consiglio, Ciano dette direttive di far cadere la cosa, relegandola a una disputa tra militari e lasciandola dal punto di vista politico impregiudicata54. L’urto, però, rimaneva, a parere di Magistrati, forte indizio di un dissenso esistente tra militari e governo bulgaro circa la futura sistemazione confinaria. I militari bulgari avevano enfatizzato l’incidente e influito negativamente sui politici per dimostrare l’esistenza di una minaccia italiana, essendo convinti che il possesso da parte dell’Albania della regione di Tetovo aveva una punta offensiva contro la Bulgaria. Le preoccupazioni degli strateghi di Sofia circa la nuova insicura configurazione del confine si appuntavano sul fatto che il territorio della Grande Albania si incuneava
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53 Magistrati a Ciano, 11 luglio 1941, t. 6861R. /645-646, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. 54 Appunto di Scammacca per Pietromarchi, 11 luglio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. Scammacca si preoccupò anche di chiedere a Meloni di accertarsi che non si trattasse della miniera di Jezerina, oggetto di richieste da parte dell’AMMI, perché, se così fosse stato, la cosa non avrebbe riguardato i bulgari, ma i tedeschi, presso quali erano stati già fatti passi. Appunto per l’Eccellenza il Ministro, 11 luglio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2
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nel massiccio dello Sciar. All’addetto militare italiano era stato fatto esplicitamente notare che il possesso di Tetovo, che dominava la conca di Skopje e la valle del Vardar, sembrava rappresentare “un concetto offensivo antibulgaro”55. Data la ritrosia dei militari a nuove rettifiche nella regione a nord di Skopje, l’episodio, dunque, rischiava di compromettere il contemporaneo negoziato per l’accordo italo-bulgaro sui confini, dal quale gli italiani, come si dirà, speravano di ottenere una rettifica della linea di Vienna nei pressi di Kačanik. Contribuivano a fortificare la posizione dei militari, sia le discrepanze tra la linea di demarcazione stabilita sulle carte utilizzate a Vienna e quella marcata nelle carte che i tedeschi avevano poi dato ai bulgari, sia la convinzione che in caso di controversie la Germania avrebbe dato loro ragione56. Effettivamente, il governo bulgaro informò subito Berlino dell’incidente, presentando le rivendicazioni territoriali italiane e chiedendo ed ottenendo sostegno nel rifiutarle57. Per il governo tedesco non vi era alcun dubbio, né ci poteva essere alcun malinteso con gli italiani sul fatto che la miniera di cromo di Jezerina rientrasse nel territorio bulgaro e fosse sfruttata dalla Germania in base agli accordi economici bulgaro-tedeschi58. La linea di confine tracciata a Vienna sembrava essere messa in discussione da tutte le parti. Non piaceva agli albanesi e nemmeno ai bulgari e vi erano timori che anche i tedeschi, per loro specifiche ragioni, potessero chiederne una rettifica a favore della Bulgaria. Con molta preoccupazione, Ciano aveva ricevuto comunicazione dal comando supremo che le autorità militari tedesche, che dirige-
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55 Magistrati a Ciano, 2 giugno 1941, telespr. 2109, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf 1. 56 Magistrati a Ciano, 11 luglio 1941, t. 6892R./652 in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. 57 Memorandum Woermann, 11 luglio 1941, in DGFP, s. D, vol. XIII, D. 94 e nota 1. 58 Clodius a Ribbentrop, 14 luglio 1941, in DGFP, s. D, vol. XIII, D. 106.
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vano le miniere di cromo vicino Skopje, avevano inviato a Tetovo tre ufficiali del genio e un ingegnere per accertarsi della capacità ed efficienza della centrale elettrica che forniva l’energia alle miniere. I tecnici avevano disposto l’invio di un vagone con materiale indispensabile al funzionamento degli impianti. Ciano mise subito in guardia le autorità militari italiane sul fatto che questi sopralluoghi non diventassero alla fine pretesti per influenzare in sede di definitiva delimitazione dei confini l’assetto territoriale stabilito a Vienna59.
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3. Autonomismo macedone versus bulgarismo A rendere più difficile la posizione del governo bulgaro nei confronti della costituzione della Grande Albania e dell’Italia che ne sembrava l’artefice, non furono meno importanti del nazionalismo interno quello bulgaro-macedone e il desiderio di Sofia di accattivarsene le simpatie spalleggiando al massimo le sue rivendicazioni verso l’Albania. Era questo il risultato anche della difficoltà che incontrò Sofia nella “bulgarizzazione” della Macedonia e nell’accantonamento di ogni desiderio autonomista-indipendentista da parte della popolazione bulgaro-macedone. Come gli albanesi, così i bulgaro-macedoni si erano sentiti oppressi dal centralismo serbo ed avevano resistito alla dominazione di Belgrado. Tutti i bulgaro-macedoni, dunque, avevano auspicato la liberazione dall’oppressione serba, ma si erano divisi tra coloro che desideravano un’annessione alla Bulgaria e coloro che, invece, dopo l’occupazione italiana dell’Albania, speravano, allo stesso modo, di poter creare una entità politica autonoma sotto la protezione dell’Italia. Il console italiano a Bitolj, Castellani, riteneva che questa corrente fosse stata inizialmente molto più numerosa, ben59 Ciano a Comando Supremo, 13 giugno 1941, telespr. 71/06012/C, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2.
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ché in seguito la situazione si fosse rovesciata. L’immagine dell’Italia era ormai assai appannata dalla sistemazione confinaria della Grande Albania. La riconoscenza e le simpatie dei bulgaro-macedoni andavano ora al Reich tedesco che li aveva liberati dall’oppressione serba e aveva permesso il ricongiungimento con i bulgaro-macedoni sottoposti alla Grecia60. La popolazione macedone aveva accolto con entusiasmo le truppe tedesche prima e quelle bulgare poi, mentre i comitati macedoni-bulgari avevano subito preso possesso di tutti municipi e delle direzioni di polizia escludendo gli altri elementi etnici. Era una dimostrazione palese che essi intendevano riservarsi, e in modo esclusivo, la gestione della cosa pubblica in Macedonia, trascurando gli altri gruppi nazionali, anche il più numeroso di essi, quello albanese. A differenza di prima, si temeva ora che l’Italia potesse contrastare il programma territoriale massimo bulgaromacedone, schierandosi a difesa delle pretese albanesi. E se prima del crollo jugoslavo i macedoni avevano guardato con favore a un protettorato italiano, in cui sarebbero venuti a trovarsi in condizioni di parità con altri gruppi etnici, ora invece guardavano all’Italia come al paese che imponeva una spartizione della Macedonia o ostacolava il ricongiungimento di tutti i territori macedoni alla Bulgaria, privando il gruppo bulgaro-macedone della posizione egemonica in cui inaspettatamente si era trovato con l’occupazione bulgara61. Tuttavia, anche la soluzione “totalitaria” bulgara, decisa dopo il crollo jugoslavo, non aveva soddisfatto tutti i bulgaro-macedoni ed era facile prevedere che si sarebbe sviluppato un attrito tra autonomismo bulgaro-macedone e centralismo sofiota. Con il consolidarsi dell’occupazione militare e dell’amministrazione bulgare cominciarono, infatti, i primi sussulti dell’autonomismo macedo-
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Castellani (console a Bitolj) a Legazione a Belgrado, 5 maggio 1941, telespr. 217/83, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. 61 Castellani a Legazione a Belgrado, 5 maggio 1941, cit. 60
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ne. La centralizzazione imposta dal governo di Sofia provocò un vivo malcontento che gli autonomisti bulgaro-macedoni denunciarono, talvolta aspramente, con manifesti scritti nel dialetto locale, nei quali accusavano i bulgari di essere colonizzatori e oppressori62. Il pugno di ferro utilizzato dai militari, la corruzione e l’impreparazione di gran parte della burocrazia inviata da Sofia, il gravissimo disagio economico, la persistente paralisi di molte attività produttive, le tasse esose, rendevano difficile l’integrazione dei bulgaro-macedoni nella nuova Grande Bulgaria63. L’atteggiamento dei militari bulgari, che nei confronti degli albanesi si manifestava con soprusi, violenze contro le donne e furti, non di rado ebbe come vittime proprio i fratelli bulgaro-macedoni, destando profonda riprovazione, indignazione e rancore. Era facile poi, e ancor più indisponente, per la popolazione paragonare quest’atteggiamento a quello corretto e ordinato delle truppe tedesche che ancora rimanevano a Skopje per conservare direttamente il controllo della ferrovia Skopje-Salonicco. Al malcontento per gli eccessi dei soldati si aggiunse quello per l’auspicata ampia autonomia negata da Sofia, per l’esclusione dei capi politici locali dalle più prestigiose e remunerative cariche pubbliche, assunte da funzionari provenienti dalla Bulgaria o da emigrati bulgaro-macedoni tornati dopo molti anni nelle regioni d’origine, per il timore scatenato dai bulgari di vendicarsi di coloro che si erano “venduti” ai serbi, per l’imposizione di cambiare il leva alla pari con il dinaro, mentre il cambio ufficiale era stato stabilito in 100 leva per 160 dinari. I bulgari sembravano non avve-
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62 Su ciò, v. PLAMEN S. TZVETKOV, A History of the Balkans. A Regional Overview from a Bulgarian Perspective, cit. pp. 234-235. 63 V. MILLER, Bulgaria during the Second World War, cit., p. 122-123; v. anche, sul senso di forte distinzione sentito dai bulgaro-macedoni nei confronti di Sofia, oltre che delle altre nazionalità vicine, quanto riferiva di prima mano CATALUCCIO, Tempo di attesa al Sateska, cit.
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dersi della maggioranza degli errori che commettevano e si mostravano vieppiù intransigenti. Chi si rendeva conto, almeno in apparenza, della realtà, come il generale d’armata Mikhov, non riusciva ad ottenere dai suoi dipendenti atteggiamenti corretti64. L’annessione della Macedonia fu tutt’altro che un semplice momento di festa nazionale per l’irredentismo bulgaro. A serbi, montenegrini, greci e romeni si aggiunsero ora gli autonomisti macedoni nella comune aspirazione a rovesciare il “nuovo ordine” imposto dall’Asse nei Balcani. L’attacco della Germania all’Unione Sovietica accese le speranze degli autonomisti che proprio da lì potesse venire un nuovo radicale cambiamento e fece da lievito alle già esistenti forti simpatie per l’ideologia comunista. Autonomismo macedone e comunismo si saldarono nella lotta contro il nuovo ordine balcanico, benché i due fenomeni non avessero la stessa origine o risultassero sempre collegati. Una parte del movimento autonomista bulgaro-macedone, probabilmente minoritaria e destinata ad assottigliarsi sempre di più, attribuì inizialmente proprio alla presenza bulgara la diffusione di ideologie come il comunismo e l’anarchismo65. Alle spinte autonomiste il governo di Sofia reagì con l’intensificazione della propaganda politica a favore dell’annessionismo, con il sostegno alla Chiesa ortodossa bulgara e, infine, con la riorganizzazione dei vecchi komitadji ilindeici sotto la guida dei vecchi capi dell’Organizzazione Rivoluzionaria Macedone66. Sia il console Castellani da Bitolj che Venturini da Skopje
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64 Venturini a Legazione a Belgrado, 4 maggio 1941, telespr. 402/168, in ASMAE, AP, Jugoslavia, B. 107, f. Situazione in Macedonia. 65 Castellani alla Legazione a Sofia, 23 giugno 1941, telespr. 299/95, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, 66 Castellani alla Legazione a Sofia, 18 agosto 1941, n. 448/48, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1. Ministero degli Esteri a Berlino, 20 ottobre 1941, telespr. 12/ 23090/C, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1 nel quale si riferiva quanto riportato dal console a Bitolj in data 24 settembre 1941.
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segnalarono la costituzione di bande armate macedoni con a capo i vecchi voivoda devoti a Sofia, bande che erano impiegate per fiancheggiare l’esercito e la polizia bulgari contro tentativi di dissidenza armata da parte di autonomisti macedoni o irredentisti albanesi67. La lotta senza quartiere ingaggiata da Sofia contro l’autonomismo bulgaro-macedone, tuttavia, non dette i frutti sperati. Difficilmente li poteva dare, del resto, viste le molteplici asperità incontrate dal tentativo di normalizzare la situazione a livello locale e la guerra europea che si estendeva a macchia d’olio fino a divenire guerra globale, prima coinvolgendo il colosso russo, poi quelli giapponese e americano. Con l’aggravarsi della crisi politica ed economica dovuta al protrarsi e all’allargarsi della guerra, l’aspirazione autonomistica quindi rimase vivissima e le simpatie per il verbo comunista guadagnarono sempre più proseliti. Ma la lotta tra autonomismo bulgaro-macedone e “bulgarismo” si rifletté anche sui rapporti con l’Italia e l’Albania. Era gioco forza, infatti, per la propaganda e l’azione anti-autonomista tingersi dei colori più accesi del nazionalismo bulgaro e sposare completamente i desideri bulgaro-macedoni di non rompere l’unità della Macedonia. Di conseguenza, si mantenne costantemente acceso l’irredentismo nei confronti delle terre rivendicate dai bulgaro-macedoni, ma ormai parte della Grande Albania. Non che vi
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Castellani a Sofia, 9 settembre 1941, telespr. 496/59. Venturini a Sofia, Skopje 20 settembre 1941, telespr. 830/163. Venturini era in grado di fornire a Roma un elenco delle bande con la località di azione e il numero di armati per ognuna. Anche alla fine di ottobre gli italiani vennero informati dell’organizzazione di contro-bande macedoni guidate da ufficiali del Comando Militare di Sofia e destinate a operazioni punitive, per il momento contro i serbi della Macedonia. Magistrati a Ciano, 25 ottobre 1941, telespr. 4927/1393. Venturini e Relli, tuttavia, smentirono che le bande avessero questi compiti, ma confermarono che bande di macedoni filo-bulgari avevano avuto fucili per aiutare l’esercito bulgaro nei compiti di polizia. Venturini a ministero degli Esteri, 6 novembre 1941, telespr. 1034/248 e Relli a ministero degli Esteri, novembre 1941, telespr. 707/109; tutti i documenti citati nella nota sono in ASMAE, SSAA, B. 78. 67
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fosse un problema di irredentismo da parte dei bulgaro-macedoni entrati nei confini albanesi: questi, secondo gli osservatori italiani, non potevano che constatare in favore dell’Italia la ormai troppo nota e stridente differenza nell’amministrazione tra l’occupazione italiana e quella bulgara. Diversa invece era la situazione all’interno della Grande Bulgaria, dove i toni della propaganda nazionalista e anti-autonomista facevano propri ed esasperavano gli slogan di quella bulgaromacedone, dirigendosi contro l’Italia accusata di aver commesso un’ingiustizia e di aver strappato a favore della Grande Albania terre bulgaro-macedoni68. La propaganda bulgara aveva, insomma, molte ragioni per mostrare un’Italia nemica, ma il riverbero sui rapporti tra Sofia e Roma non poteva che essere negativo.
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4. Il tentativo di accordo italo-bulgaro Fu proprio nel momento di massima tormenta che Roma e Sofia avviarono, come abbiamo visto, i primi passi per un negoziato che sistemasse definitivamente e di comune accordo le questioni confinarie. Il tempo forse non era adatto per iniziative di tal genere, ma a Roma si contava, convenendo con le considerazioni di Magistrati, che quanto prima si fosse stabilizzato definitivamente il confine, tanto prima si sarebbe normalizzata anche la situazione, sia a livello locale che internazionale. Da qui le proposte che Ciano aveva indirizzato a Sofia a fine maggio e che avevano trovato, almeno a parole, la disponibilità del governo bulgaro. Ma Palazzo Chigi sottostimò pesantemente il peso delle correnti nazionaliste e della stessa opinione pubblica dentro e fuori della Macedonia sul governo bulgaro. Ministero degli Esteri a Comando supremo, 17 novembre 1941, telespr. 25396/C, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1. Il Ministero riferiva ancora quanto riportato dal console in Bitolj il 21 ottobre. 68
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Non essendo toccata direttamente dalla contesa territoriale bulgaro-albanese, la diplomazia italiana pensò che potesse funzionare un calcolo molto razionale di vantaggi e svantaggi, senza riflettere che il mondo degli esasperati nazionalismi balcanici, alimentati dalla stessa politica attuata fino ad allora dall’Italia, non seguiva più i dettami della razionalità. Il ragionamento di un Magistrati o dei funzionari di Palazzo Chigi era abbastanza semplice e portava a un’unica conclusione. La Jugoslavia era stata demolita, la Macedonia era stata spartita equamente tra Bulgaria e Albania, e Tirana e Sofia avevano avute immense soddisfazioni territoriali: sarebbe stato dunque abbastanza facile fissare il confine con un accordo tra due alleati, Roma e Sofia, sulla base della linea di demarcazione stabilita con Ribbentrop a Vienna, con qualche necessario ritocco. Cosa lo avrebbe impedito? Alle prime aperture italiane di fine maggio, il governo bulgaro rispose confermando il desiderio di negoziare un accordo sui confini e di procedere anche ad alcune rettifiche territoriali intorno ai laghi di Ohrid e Prespa69. Convinto dell’utilità di chiudere presto la controversia sui confini, Palazzo Chigi sperò di concludere il negoziato in poche battute e di firmare l’accordo durante la visita a Roma di Popov e Filov, che era stata prevista per fine giugno. In fin dei conti, quello cui puntavano gli italiani non pareva un obiettivo irraggiungibile: si trattava di dare in linea di massima applicazione alla demarcazione stabilita a Vienna, apportandovi quelle modifiche suggerite dall’idea di rendere il confine più razionale possibile e, ovviamente, di migliorarlo per rispondere alle necessità dell’Albania. Palazzo Chigi incaricò Magistrati di arare il terreno, mostrando la liberalità e la comprensione che l’Italia aveva sempre avuto per la Bulgaria e proponendo di addivenire ad uno scambio di note su tutti i punti di interesse italiano: una rettifica della linea di demar-
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Magistrati a Ciano, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 234.
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cazione stabilita a Vienna nella zona di Kačanik, che era essenziale per assicurare le comunicazioni dirette tra il Kosovese e la regione di Tetovo, che erano con l’assetto attuale impossibili; varie piccole modifiche confinarie nella zona di Ohrid, con la cessione in particolare della cittadina di Resan, completamente albanese; diritti esclusivi sulle acque del lago di Ohrid; il diritto di transito sulle ferrovie e sulle strade dell’ “enclave” di Ohrid; e, infine, accordo sul regime di protezione per le popolazioni albanesi che sarebbero rimaste in territorio bulgaro70. Accordi bilaterali per la protezione delle minoranze, come si ricorderà, erano stati scelti come miglior mezzo di tutela della popolazione albanese entro i confini bulgari nelle discussioni che si erano avute a Roma con la delegazione per la delimitazione dei confini inviata da Tirana71. Le proposte italiane, però, a Sofia caddero nel vuoto. E non poteva essere diversamente. Da parte bulgara non c’era nessuna intenzione di sistemare il confine secondo le intenzioni italiane, seguendo la linea di Vienna e venendo addirittura incontro a nuove richieste per favorire l’Albania. Quanto stabilito a Vienna era, di fatto, del tutto insoddisfacente per l’irredentismo bulgaro, le cui pretese territoriali se ne discostavano di molto, appuntandosi, come si è visto, su Debar, Struga, Kičevo, Gostivar, Tetovo, sul monastero di San Naum, ecc. La loro soddisfazione integrale avrebbe comportato un profondo arretramento verso occidente
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SSAA, Uff. I, Appunto del 12 giugno 1941, in AP, Jugoslavia, B. 106, f. 3, Rivendicazioni degli Stati successori della Jugoslavia. 71 Ancora prima della visita dei governanti bulgari a Roma, a fine luglio, si ricordava a Ciano che, ove nel corso dei colloqui si fosse toccata la questione delle minoranze, la decisione presa concordemente da italiani e albanesi, durante il soggiorno della delegazione albanese sui confini, era quella di scartare scambi di popolazione o opzioni per stipulare accordi bilaterali di protezione delle minoranze. V. Appunto per l’Eccellenza il Ministro, 18 luglio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1. L’appunto reca a margine la seguente minuta di Scammacca: “Visto dall’Ecc. il Ministro. Nello scambio di lettere con i bulgari è stato inserito il concetto degli accordi bilaterali”. 70
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della linea di Vienna. In breve, i confini della Grande Bulgaria e quelli della Grande Albania, così come li volevano i nazionalisti di entrambi i paesi, erano in Macedonia in larga parte sovrapponibili e rendevano dunque inconciliabili i due disegni politici. Per far posto alla vera Grande Bulgaria si sarebbe dovuta far sparire la vera Grande Albania e viceversa. Il negoziato territoriale non fu dunque abbordato direttamente dal governo di Sofia, ma lo fece, in modo indiretto, re Boris, recatosi in visita in Italia il 10 e 11 giugno, con il fine proprio di presentare le rivendicazioni bulgare, non al governo italiano, ma al sovrano d’Albania, il suocero Vittorio Emanuele III72. Dopo aver reso visita a Mussolini a Palazzo Venezia il 10, il giorno seguente re Boris si incontrò con il sovrano italiano a San Rossore e a lui consegnò tre carte geografiche con i confini linguistici della Bulgaria a sostegno delle pretese bulgare e contro quelle dei poco amati musulmani albanesi. Vittorio Emanuele ne dette comunicazione a Mussolini, cogliendo l’occasione per spezzare ancora una volta una lancia in favore del Montenegro. Metteva in guardia sull’intenzione di assegnare all’Albania Cattaro, Budua, Njegoš e il monte Lovčen, spiegando che questi luoghi erano sacri per i montenegrini73. Per il resto, da Sofia venne solo silenzio. L’attacco della Germania all’Unione Sovietica, il 22 giugno, fornì un inaspettato ottimo pretesto ai leader bulgari per rinviare un’imbarazzante visita a Roma a una data non precisata74. D’altra parte, l’invasione tedesca della Russia complicò effettivamente il quadro politico interno bulgaro, lasciando nell’imbarazzo, nello sconcerto e nell’incertezza sulla posizione da prendere opinione pubblica e forze politiche. Immensa gratitudine si nutriva per la Germania che aveva aiutato
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Magistrati a Ciano, 10 giugno 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 234. Vittorio Emanuele III a Mussolini, 11 giugno 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 244. 74 Daneo a Ciano, 18 giugno 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 272. 72
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la Bulgaria a realizzare gran parte del suo programma nazionale, ma la Russia era stata e rimaneva sempre “la grande madre degli slavi”75. Il 28 giugno, Magistrati comunicò che Popov desiderava rinviare anche il progettato scambio di note sull’utilizzazione delle acque del lago di Ohrid e sulla questione della servitù di passaggio nella zona, a dopo la sua prevista visita a Roma insieme a Filov76. A Palazzo Chigi si cominciò a prendere consapevolezza della tattica dilatoria bulgara. Il giorno seguente, in maniera ultimativa, Ciano comunicò al governo di Sofia che, se desiderava fissare le frontiere tra Albania e Bulgaria, sarebbe stato bene che il ministro degli Esteri bulgaro fosse venuto a Roma entro la settimana, minacciando, in caso contrario, di provvedervi con un atto unilaterale da parte dell’Italia, sulla base di quanto stabilito a Vienna con Ribbentrop77. Secondo il Diario di Ciano, il 30 giugno a Palazzo Venezia si tenne una riunione tra lui, Mussolini e Pietromarchi nella quale si decise che se i bulgari “ciurla[va]no nel manico” le frontiere sarebbero state decise con atto unilaterale78. Per nulla impressionato dalla minaccia, il governo bulgaro lasciò cadere la cosa. Popov, al contrario, richiese un nuovo rinvio della visita di almeno una settimana, facendo presente che a Roma si sarebbe recato anche il primo ministro, al momento impegnato dalla politica interna, e che la conferenza avrebbe avuto come oggetto altre importanti questioni e non solo il trattato di confine79. Il negoziato segnò dunque una battuta d’arresto. Magistrati fu a Roma a fine giugno per studiare insieme ai di-
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75 Sulle ripercussioni della guerra russo-tedesca sulla posizione internazionale della Bulgaria, v. PASTORELLI, L’estensione del conflitto, cit., pp. 329-330. 76 Magistrati a Ciano, 28 giugno 1941, telespr. 2593/784 in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. 77 Ciano a Magistrati, 29 giugno 1941 in DDI, s. IX, vol. VII, D. 327. 78 V. CIANO, Diario, alla data del 30 giugno. 79 Magistrati a Ciano, 30 giugno 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 329.
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plomatici di Palazzo Chigi una soluzione di compromesso. Non si trattava, ovviamente, di ridiscutere la linea di Vienna come speravano i bulgari, ma di trovare, a partire da essa, qualche compenso accettabile per il governo di Sofia in cambio delle rettifiche desiderate da quello italiano. Un appunto del sottosegretariato per gli affari albanesi di fine giugno considerava, infatti, particolarmente importante ottenere in via negoziale da Sofia due modifiche territoriali. La prima riguardava, come si è detto, il distretto di Kačanik assegnato a Vienna alla Bulgaria. Considerazioni politiche, quali le vessazioni che l’esercito bulgaro compiva quotidianamente sulla popolazione albanese, ed etniche, ovvero il fatto che la popolazione era quasi totalmente albanese, militavano in favore della sua assegnazione all’Albania. Il censimento jugoslavo del 1931 dava 10.490 albanesi su 10.733 abitanti, mentre negli altri comuni posti a sud-est dello Šar Planina, pure occupati dai bulgari, gli albanesi oscillavano tra il 50% e il 75%. Decisiva era poi l’argomentazione geografica, per il fatto che il cuneo di Kačanik rendeva impossibile qualsiasi comunicazione diretta tra la zona di Tetovo e le altre regioni del Kosovo. La ricchezza di minerali del sottosuolo, infine, era un’altra ragione per la sua inclusione nella Grande Albania. Il confine avrebbe dunque dovuto correre a sud della carreggiabile Tetovo-Kačanik e a est della ferrovia Kačanik-Ferizovic, in modo che la regione di Kačanik con tutte le vie di comunicazione fosse inclusa in territorio albanese. Altra importante questione territoriale da discutere con Sofia era quella di Resan e della pianura adiacente, a sud est di Ohrid, abitate in massima parte da albanesi e che avevano sempre fatto parte del sistema economico albanese. Sarebbe stato opportuno chiedere una rettifica per Resan, sia per ottenerla sia per avere materia di scambio in funzione della richiesta di Kačanik80.
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Appunto per il GAB-AP relativo alla sistemazione territoriale e confinaria fra
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In via di compromesso con la Bulgaria, la proposta che Magistrati e i tecnici di Palazzo Chigi predisposero agli inizi di luglio prevedeva una variante all’accordo sui confini tra Albania e Bulgaria, ovvero la rettifica nella zona di Kaçanik a favore della prima contro la cessione alla seconda del cosiddetto “naso” nella regione di Vranje81. Ma anche questa proposta di compromesso non ottenne il risultato di facilitare la trattativa e avviare presto alla conclusione un accordo sui confini. La visita dei governanti bulgari a Roma era prevista per la metà di luglio e certo avrebbe avuto una grossa importanza per la Bulgaria. Era la prima visita all’estero che il governo bulgaro faceva dopo le vaste realizzazioni territoriali e la effettuava proprio nel paese confinante, l’Italia. Particolarmente significativo per gli antichi legami della Bulgaria con la Russia e le nuove relazioni con l’Asse e specialmente con l’Italia era che si sarebbe svolta all’inizio della crociata antibolscevica e antirussa in Europa82. Mostrava – secondo Magistrati – che i tradizionali legami slavi tra Sofia e Mosca si allentavano e che, orbitando la Bulgaria intorno all’Asse, un’attenzione speciale era data all’Italia. Ma queste premesse positive circa la visita dei governanti bulgari a Roma si inquadravano in un contesto di politica internazionale generale e nulla avevano a che fare con un accordo con l’Italia circa la sistemazione confinaria tra Albania e Bulgaria. Al termine di vari colloqui avuti da quando era rientrato a Sofia, sia con il presidente del Consiglio, sia con il segretario generale del ministero degli Esteri, a metà luglio l’ambasciatore italiano comunicò a Roma che il governo di Sofia per motivi di
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l’Albania e la Bulgaria, 27 giugno 1941, n. 71/06806/1852, in ASMAE, SSAA, B. 98, f. Questione di Kačanik e delle comunicazioni Tetovo-Kossovo-Skopje. 81 Ciano a Magistrati, 2 luglio 1941, t. 182/255, in ASMAE, SSAA, B. 98, f. Questione di Kačanik. Il testo dell’accordo proposto per la delimitazione dei confini tra Albania e Bulgaria fu inviato a Magistrati il 2 luglio: Pietromarchi a Magistrati, 2 luglio 1941, t. 25246/252, ivi. 82 Magistrati a Ciano, 9 luglio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 365.
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politica interna non si sentiva in grado di stipulare un trattato, che comprendesse o no la rettifica di Kačanik. Un trattato pubblico avrebbe scatenato nuovamente l’irredentismo bulgaro-macedone, che sembrava al momento essersi acquietato, mettendo in grave imbarazzo il governo. “Ho l’impressione – annotò Ciano – che i bulgari abbiano poca voglia di parlare con noi e preferiscono che le frontiere risultino da un atto unilaterale, che possono sempre contestare, piuttosto che da un patto regolarmente firmato”83. Quello di Sofia non era comunque un no definitivo. A parere del governo bulgaro in futuro, quando sarebbe stata definitivamente regolata la questione dell’acquisizione della Macedonia greca e di Salonicco, sarebbe stato più facile far digerire ai nazionalisti interni la regolamentazione del confine con l’Albania. Nel frattempo, per dare un contenuto formale alla visita del governo bulgaro a Roma, Sofia proponeva un accordo per la creazione della commissione mista di delimitazione del confine indicata nella bozza d’accordo proposta dall’Italia. Non era che un modesto ripiego rispetto alle aspettative italiane, ma non privo di utilità. Ad oggi mancava, infatti, qualsiasi tipo di intesa tra Roma e Sofia sui confini, visto che la Bulgaria aveva proceduto all’occupazione della Macedonia dopo accordi con la sola Germania. Con la creazione della commissione, la Bulgaria avrebbe assunto, anche nei riguardi dell’Italia, un impegno circa la validità e la sostanziale intangibilità dei confini tracciati a Vienna84. Ormai convinto della volontà bulgara di non firmare un accordo sui confini, il governo italiano si decise a fissare le frontiere bulgaro-albanesi con un decreto unilaterale, che provocò grande agitazione a Sofia, con minacce di dimissioni del governo e clima fortemente anti-italiano nell’opinione pubblica. La visita di Filov e Popov a Roma, che dopo un ennesimo rin-
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V. CIANO, Diario, alla data del 10 luglio 1941. Magistrati a Ciano, 14 luglio 1941 t. 6991/658, in ASMAE, SSAA, B. 98, f. Questione di Kačanik. 83
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vio si tenne infine il lunedì 21 luglio 1941, si compiva effettivamente sotto i “cattivi auspici” immaginati da Ciano85. Dei colloqui con i governanti bulgari non sono stati redatti verbali, benché le annotazioni di Ciano ci restituiscano perfettamente l’atmosfera in cui si svolsero: “Arrivo dei bulgari: due classici ministri democratici parlamentari, ma [che] la tempesta infuriante sull’Europa obbliga ad avere a che fare con dittature, uniformi e parate. Sono venuti a mendicare qualche correzione di frontiera, specialmente nella zona dei Laghi di Ocrida e Presba indispensabili per rafforzare la loro personale situazione all’interno. Ho tenuto duro più per forma che per convinzione: qualche piccola concessione potrà anche venire fatta in sede di commissione mista”86. Dal canto loro, anche i bulgari confidarono ai tedeschi che i risultati del vertice romano non andarono oltre un superficiale miglioramento dell’atmosfera tra i due paesi e generiche promesse di venire a un compromesso sui confini87. Nonostante il fascino che le istituzioni create dal fascismo esercitavano sulla classe dirigente bulgara, rispetto a quelle, invece, poco apprezzate della Germania e ritenute poco adatte alla società bulgara, sul piano dei rapporti diplomatici non si segnarono progressi. Il modello italiano, con scorno dei tedeschi, attraeva di più i bulgari88, ma non bastò a superare i contrasti territoriali. La visita dei governanti bulgari, che seguiva di un mese quella di re Boris, non portò dunque quel nuovo slancio nelle relazioni
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V. CIANO, Diario, alla data del 19 luglio 1941. V. CIANO, Diario, alla data del 21 luglio 1941. Magistrati propose, anche, allo scopo di migliorare le relazioni tra Albania e Bulgaria, che a Roma si organizzasse un incontro diretto dei ministri bulgari con qualche esponente albanese correligionario, Magistrati a Ciano, 9 luglio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 365. 87 Memorandum Woermann, 31 luglio 1941, in DGFP, serie D, vol. XIII, D. 170. 88 Sull’apprezzamento del modello fascista da parte della classe dirigente bulgara, v. MILLER, Bulgaria during the Second World War, cit., p. 82. 85
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italo-bulgare che Magistrati aveva previsto. Fu certo un segnale di attenzione da parte del governo bulgaro verso l’Italia e un’espressione di comune buona volontà da parte di entrambi i governi. Ma tutto rimase qui. Nel settembre 1941 si creò la commissione di delimitazione dei nuovi confini dell’Albania e nell’ottobre venne anche dato nuovo impulso alla collaborazione tra i due paesi con la stipula di un accordo economico italo-bulgaro, firmato da dall’Oglio, direttore generale del ministero per gli Scambi e le Valute, e dal governatore della Banca nazionale bulgara, Gounev. Contemporaneamente Magistrati e Popov firmarono a Sofia un accordo tariffario sul commercio di filati e di tessuti89. Ma tutto ciò non cambiò di molto il quadro generale delle relazioni dei due paesi, dipendente come era da un miglioramento nei rapporti tra Tirana e Sofia che fu lungi dall’essere raggiunto. Da parte bulgara si continuarono a lamentare malversazioni compiute sulla popolazione bulgaro-macedone dagli albanesi ancor più da quando, nell’agosto del 1941, l’amministrazione dei territori era passata sotto il controllo di Tirana. Parimenti, le vessazioni sugli albanesi nella Grande Bulgaria non cessarono e l’auspicata normalizzazione non si verificò. Il comportamento delle truppe bulgare continuò a distinguersi per la brutalità nei confronti della popolazione e, come abbiamo visto, non solo di quella albanese. Arresti immotivati, perquisizioni, percosse, divieti agli hoxha di predicare, ruberie, e altri fatti scandirono i giorni dell’occupazione bulgara nella Macedonia. A periodi di maggiore calma seguivano recrudescenze della violenza, che impegnarono le locali rappresentanze italiane, come nel caso di Bitolj, in molteplici interventi presso i comandi militari o le
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Magistrati a Ciano, 10 ottobre 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 636. Sulla gara tra Italia e Germania per l’influenza sulla Bulgaria, v. ENZO COLLOTTI, Il ruolo della Bulgaria nel conflitto tra Italia e Germania per il Nuovo Ordine Europeo, in “Il Movimento di liberazione in Italia”, luglio-settembre 1972, f. n. 108. 89
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autorità civili bulgare a difesa della popolazione albanese90. A fine novembre, il comando militare italiano in Albania segnalò la ripresa degli incidenti di frontiera dovuti all’atteggiamento dei militari bulgari, che si distinguevano, scrisse Jacomoni, per i “gravi abusi di autorità a danno di poveri e innocui albanesi della zona confinaria” 91. Consolatorie erano, dunque, ma solo per un futuro sempre più lontano, le convincenti considerazioni di Magistrati circa i rapporti tra Roma e Sofia. Agli inizi di novembre, nel fare un giro panoramico della situazione degli ultimi sei mesi, il diplomatico italiano tornò a far osservare che, dopo gli sconvolgimenti bellici nei Balcani, la Bulgaria ne era divenuto il più grande paese, bagnato da due mari e dal più grande fiume d’Europa e per la prima volta anche confinante con l’Italia. Non poteva quindi essere estranea all’interesse italiano, sia perché era l’unico paese “indipendente” con il quale confinava il sistema italo-albanese, sia perché con l’acquisto della Tracia greca era divenuta un paese mediterraneo, che si affacciava sulla regione che anche i tedeschi riconoscevano come di esclusiva pertinenza italiana. D’altra parte, la mancanza di rapporti stretti fino ad allora permetteva di iniziare un cammino di collaborazione senza ostilità preconcette o antichi rancori, come ci potevano essere tra i popoli balcanici. La frontiera comune, dunque, non sarebbe stata un diaframma ma una base di partenza per una politica comune. Il contrario sarebbe stato un assurdo: la Grande Albania doveva essere la testa di ponte dell’influenza italiana nei Balcani non un ostacolo ad essa. La Germania, secondo il diplomatico italiano, aveva compreso il nuovo ruolo della Bulgaria e aveva manifestato particolare interesse per essa. I tedeschi – scrisse – “sono riusciti a permeare
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G. Relli a Ministero degli Esteri e alla Legazione a Sofia, 25 settembre 1941, telespr. 552/188, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1 91 Jacomoni a Ciano, 20 novembre 1941, telespr. 22867/7902, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2.
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del loro succo tutti i principali rami dell’attività del Paese”. Dopo una breve infatuazione per la Serbia e per la Grecia, Berlino era tornata prepotentemente vicina a Sofia. La rivolta serba, minacciando le essenziali vie di comunicazione destinate ad unire le basi germaniche agli utilissimi porti bulgari sul mar Nero alla vigilia dell’azione verso il Caucaso contro l’Unione Sovietica, aveva gettato di nuovo la Germania nelle braccia della Bulgaria92. Insomma, sul finire dell’anno la situazione balcanica era ancora più complicata di quanto non lo fosse al momento della dissoluzione jugoslava. Conflitti interetnici, resistenza nazionale, lotta comunista, guerra civile, non lasciavano più sperare in una veloce pacificazione e normalizzazione del quadro politico-militare. I rapporti tra Grande Albania e Grande Bulgaria non fecero passi avanti sulla via della conciliazione e, di conseguenza, quelli italobulgari rimasero in posizione di stallo. Rimaneva forse la speranza di un avvenire migliore, ma in un futuro non più ora prevedibile. L’attacco tedesco all’Unione Sovietica e il concorso italiano alla guerra avevano posto in grave imbarazzo governo e opinione pubblica bulgari. La Grande Bulgaria era nata sotto la stella della Germania hitleriana, ma in tempi di amicizia e alleanza russo-tedesche. Ora la situazione si era rovesciata. E il gradimento dell’Asse in Bulgaria cominciò a segnare pesantemente i suoi colpi. Nonostante gli urgenti provvedimenti per la difesa dello stato e l’inasprimento delle pene contro chi avesse compiuto attentati all’ordine pubblico decisi dal parlamento bulgaro, anche per mostrare l’allineamento della Bulgaria alla Germania, cominciarono a verificarsi sabotaggi e attentati a danno delle truppe tedesche93. L’Italia, inoltre, a differenza della Germania, aveva spalleggiato l’odiata
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Ministero degli Esteri all’ambasciata a Berlino, 24 novembre 1941, telespr. 12/2601/C, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari. Col telespresso si riferiva quanto riportato dalla Legazione a Sofia il 10 novembre. 93 Ministero degli Esteri a Berlino, Istanbul, ecc, 6 settembre 1941, telespr. 20361/C, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari. 92
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Grande Albania ed era stata l’altrettanto odiato bersaglio della propaganda irredentista bulgara e macedone. Non tutti, certo, in Bulgaria, continuarono a lamentare la presenza dell’Italia come vicina e molti riuscivano a guardare anche al futuro con occhi diversi. A fine novembre 1941, il console italiano a Bitolj, Relli, ebbe modo di incontrare il metropolita Filarete, vescovo di Loveč, e curatore provvisorio della diocesi cui apparteneva il consolato. Filarete aveva riunito a Bitolj il clero ortodosso, dal 5 all’8 novembre, per ascoltarne i bisogni e impartire istruzioni, non mancando nemmeno di affermare, nella sua allocuzione, che il clero macedone dovesse rimanere custode del “bulgarismo”. In una significativa conversazione in russo con Relli, Filarete aveva espresso la felicità dei bulgari e della chiesa bulgara di confinare con l’Italia: essa auspicava ardentemente che l’Italia annettesse l’Albania, vi istituisse una propria amministrazione, e compisse la sua alta missione di civiltà convertendo al cristianesimo tutti gli albanesi. La Bulgaria, d’altra parte, non aveva più aspirazioni su quelle terre di confine, i bulgari rimasti in Albania erano appena 75.000. Filarete chiese che venissero allontanati dall’Albania i preti ortodossi di origine greca a cominciare dal vescovo di Tirana e che le autorità italiane si interessassero del santuario di San Naum. Il monastero, assegnato all’Albania, era una delle rivendicazioni più care alla religiosità bulgara. Tuttavia, pur essendo un monastero ortodosso, San Naum estendeva la sua influenza religiosa anche sulle popolazioni albanesi non cristiane. Durante la sagra di San Naum del luglio 1941 ben 5.000 pellegrini albanesi, per la maggior parte musulmani, avevano onorato e festeggiato il santo94. Filarete domandò pure che gli italiani nominassero un curatore o un amministratore del monastero, che era attualmente gestito da
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Relazione dell’ispettore albanese Bubani sulla Sagra di San Naum, trasmessa con Appunto dell’11 luglio 1941, n. 3104/1, a firma di Lorusso Attoma, in ASMAE, SSAA, B. 153/26, f. Stampa e propaganda. 94
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un igumen russo e da due monaci serbi che compivano malversazioni con le sue proprietà. La chiesa bulgara, affermò, non aveva più aspirazioni sul monastero, ma se ne interessava per motivi affettivi. Insomma, secondo l’autorevole prelato, tutto portava a ritrovare e ad allacciare ottimi rapporti con l’Italia. Ma forse vale la pena di registrare che durante il colloquio con il console italiano – a ormai cinque mesi dall’inizio della crociata antibolscevica italo-tedesca – il metropolita parlò a lungo della drammatica situazione della Russia, esprimendo la speranza che “la risurrezione di quel popolo avvenga al più presto e che la chiesa ortodossa ne partecipi attivamente”95.
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95 Magistrati a Ciano, 25 novembre 1941, telespr. 5477/1561, trasmetteva quanto gli aveva riferito con rapporto il console a Bitolj, G. Relli.
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Si può ben affermare che alla fine del 1941, a ormai nove mesi dalla dissoluzione della Jugoslavia, non vi era nessun segno di normalizzazione né di stabilizzazione dello spazio balcanico. La Grande Albania era ancora una creatura informe, che cercava di sopravvivere tra spinte interne al cambiamento e violenti attriti con i suoi vicini. Proprio l’incapacità di mettere ordine nelle nuove province fu tra le cause, alla fine del 1941, della liquidazione del governo Verlaci, che aveva guidato la nazione schipetara dal 1939. A Verlaci, che tuttavia fu compensato con la nomina a ministro di Stato, si imputò scarsa energia nell’adozione di misure adeguate per i nuovi territori, nonché debolezza nel contrastare efficacemente la propaganda che veniva da oltre frontiera, specialmente dalla zona di Mitrovica. In realtà, l’idea di un cambio al vertice si era fatta strada a Roma fin dalla metà dell’anno, al fine di rafforzare il consenso al governo, includendovi personalità di spicco della cultura e della politica e dando più autonomia all’Albania una volta che si fossero sistemati i problemi confinari1. A questo stesso fine, nel novembre 1941, come si è accennato, era stato abolito il sottosegretariato per gli affari albanesi, l’organo che più di ogni altro aveva simboleggiato il controllo di Roma sul paese delle aquile. Jacomoni propose alla guida del nuovo governo Mustafa Kruja, uomo che coniugava all’accanita fede nazionalista la fedeltà all’Italia, dalla quale aveva ricevuto costanti incen-
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V. CIANO, Diario, alla data del 13 giugno 1941.
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tivi finanziari nei lunghi anni d’esilio, come oppositore di Zog. Mussolini acconsentì alla nomina, nonostante le perplessità di Ciano ad affidare il governo agli “estremisti del nazionalismo schipetaro”2. Era giunto il momento, a parere di Jacomoni, di offrire la gestione del governo a uomini nuovi, rappresentanti delle forze vive del paese e di nuovi orientamenti politici. Il governo che si formò fu dunque espressione dei circoli più nazionalisti e in esso figuravano molte figure di spicco del nord albanese. A Kruja, oltre alla presidenza, andò anche il ministero degli Interni, al quale fu aggiunto un sottosegretario di stato, nella persona di Mark Gjonmarkaj, figlio del senatore Marka Gjoni, principe cattolico della Mirdizia, uno dei capi politici e militari più potenti del nord. Shuk Gurakuqi, ex deputato di Scutari, ebbe il ministero delle Finanze, mentre al ministero dell’Economia fu posto Fuad Bey Dibra, personalità molto in vista nelle terre redente; Iliaz Agushi, notabile del Kosovo ed ex prefetto di Pristina, dove si era distinto per efficienza e imparzialità dopo l’occupazione italiana, fu incaricato dei Lavori Pubblici. A Tahir Shtylla andò il ministero delle Terre Liberate con funzioni ispettive e di coordinamento.
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La nuova compagine ministeriale si presentava composta in maggioranza da giovani e persone di ottima cultura, ma il cui orientamento accesamente nazionalista avrebbe reso il governo “meno docile” del precedente alle istanze di Roma, benché tutti i suoi membri fossero fautori convinti dell’unione italo-albanese e, in un certo qual modo, vicini per mentalità alle concezioni fasciste3. In effetti, sul piano dei rapporti con l’Italia, l’Albania sembrò potersi incamminare verso una più marcata autonomia, simbolo della quale fu il mutamento della bandiera albanese chiesto da Kruja e
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V. CIANO, Diario, alla data dell’11 novembre 1941. Ciano a Jacomoni, 31 ottobre 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 734.
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ottenuto da Mussolini. Fu ripristinata la vecchia bandiera nazionale, pur se essa recava ancora sull’asta il fascio littorio e la banda azzurra dei Savoia. Il partito fascista albanese si sarebbe dovuto sciogliere e al suo posto creare la Guardia della Grande Albania, mentre con l’organizzazione di una gendarmeria albanese si sarebbero dovute assorbire le mansioni di mantenimento dell’ordine pubblico prima gestite dai carabinieri. L’unione economica doveva pure essere ritoccata con provvedimenti in favore dell’Albania4. Ma l’orientamento accesamente nazionalista che pervadeva il governo di Tirana finì per ripercuotersi pesantemente anche sui rapporti con i paesi vicini. Il programma di Kruja era quello di completare l’unificazione nazionale della Grande Albania e di sfruttare ogni possibile occasione per estendere i confini. Palazzo Chigi venne come mai incalzato con le problematiche relative agli albanesi ancora irredenti. Alla metà di febbraio 1942, durante una sua visita a Roma, Kruja abbordò la questione di nuove rettifiche ai confini montenegrini, quelle del resto ritenute di più facile attuazione dopo che il Montenegro era divenuto un governatorato militare sotto controllo italiano5. Alla richiesta non fu dato seguito, ma il problema si aggravò a partire dalla metà del 1942, quando nel governo albanese il ministero delle Terre Liberate passò a Eqrem Bey Vlora, latifondista di Valona, ex diplomatico turco e poi deputato al parlamento di Tirana, che impostò una politica ispirata da eccessi nazionalistici e lotta antislava. Vlora iniziò una potente campagna propagandistica in favore dell’annessione di una striscia di territori nelle regioni di Berane, Bijelopolie e Sjenica, rimaste al Montenegro, ma nelle quali si stimava risiedessero circa 80.000 albanesi. Il contrasto con gli slavi montenegrini finì per esasperarsi ponendo il governo di Roma in grossa difficoltà. Come in precedenza, gli italiani resistettero a
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V. FISCHER, Albania at War, cit., pp. 115-117. V. CIANO, Diario, alla data del 16 febbraio 1942.
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queste pressioni, dato che era del tutto inopportuno politicamente e militarmente pericoloso, visti i precedenti e la rivolta non ancora domata, dare nuova esca al nazionalismo montenegrino decurtando vieppiù il Montenegro di territori. Si finì quindi per trovare una soluzione salomonica: l’amministrazione di queste zone rimaneva al governatorato militare del Montenegro, ma la loro amministrazione civile fu affidata a un commissariato civile per le regioni a popolazione mista, commissariato del quale Umiltà prese la direzione nel luglio 19426. Anche questa soluzione, però, non si provò esente da gravi problemi. Alla fine del 1942, ricordò Umiltà, a causa della propaganda annessionista di Vlora e dell’invio di armi agli albanesi vennero uccisi una decina di slavi, con il seguente scatenamento di feroci rappresaglie dei četnici, che fino allora avevano rispettato i patti di non turbare la tranquillità della zona mista, la morte di un migliaio di albanesi nella zona tra Berane e Sjenica e la distruzione di interi villaggi. Ne seguì una grave tensione tra il governo di Tirana e il governatorato militare del Montenegro e un’inchiesta dalla quale risultarono omissioni anche da parte delle autorità militari italiane della divisione Venezia, verso le quali vennero presi provvedimenti disciplinari come l’allontanamento7. Il commissariato per le zone a popolazione mista aveva ormai i giorni contati. Chiuse i battenti nell’aprile del 1943, lasciando le proprie mansioni sotto diretto controllo dei militari di Tirana e Cettigne. Anche rispetto agli albanesi rimasti in Serbia, l’azione del governo Kruja fu incessante, benché cominciasse ad apparire sempre più chiaro a Tirana come a Roma, che non ci si poteva comunque aspettare il consenso tedesco a un’ulteriore estensione dei confini dell’Albania per includervi il Kosovo serbo. Tanto meno le autorità germaniche furono mai disposte a permettervi un’occupazione
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V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., p. 146-148. V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., pp. 156-161.
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italiana, che pure era tra le speranze coltivate a Tirana. Se ne cominciò a prendere consapevolezza agli inizi del 1942, al momento del lancio di una vasta campagna militare in Bosnia, con la partecipazione di due divisioni tedesche e una italiana. Al fine di poter liberare le truppe necessarie alle operazioni di repressione, il comando germanico pattuì con i comandi bulgari l’estensione dell’occupazione da parte delle truppe bulgare a circa un quarto del territorio della Serbia. Si trattava, come assicurò a Mameli il rappresentante del ministero degli Esteri tedesco in Serbia, Felix Benzler, di una misura temporanea che non avrebbe inficiato la giurisdizione tedesca sulla Serbia, né l’amministrazione civile delle autorità periferiche serbe. Ma a conferma di quanto aveva altre volte rilevato8, il diplomatico italiano osservò che il comando germanico si era ben guardato, per giungere allo scopo di rendere disponibili delle truppe, di lasciare il Kosovo serbo all’occupazione militare italiana, come pure sarebbe stato naturale. L’occupazione bulgara, inoltre, a suo giudizio, non solo avrebbe dato un pesante colpo alla tenuta del governo collaborazionista serbo guidato dal generale Nedić, ma avrebbe messo vieppiù in difficoltà gli italiani, poiché aveva già spinto schiere di serbi armati a sottrarsi all’esercito bulgaro e a entrare nel Kosovo albanese, in Montenegro e in Bosnia, aumentando così il numero dei partigiani nei territori sotto controllo dell’Italia9. Proprio l’impossibilità riscontrata di ottenere in qualche forma il controllo albanese-italiano sul Kosovo serbo spinse Palazzo Chigi, sempre su pressione del governo di Tirana, a mobilitarsi nuovamente, nella primavera del 1942, presso il governo tedesco in favore degli albanesi rimasti in Serbia. Questa volta si batté sul tasto della lotta al comunismo, mettendo in risalto come questo
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Mameli a Ciano, 12 dicembre 1941, in DDI, s. IX, vol. VIII, D. 11 Mameli a Ciano, 2 gennaio 1942, in DDI, s. IX, vol. VIII, D. 94.
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trovasse proprio nella cultura e nelle aspirazioni nazionali degli albanesi kosovari un baluardo ideale. Era opportuno, dunque, non deludere le loro richieste per evitare che anche il Kosovo, come altre zone, venisse esposto al rischio di un’espansione del credo comunista con ciò che ne sarebbe conseguito in termini di turbamento all’ordine pubblico e azioni di sabotaggio e interruzione delle vie di comunicazione. Si insisteva, perciò, sulla concreta realizzazione dei provvedimenti presi a difesa della compagine albanese e quindi sulla necessità di permettere una collaborazione di personale proveniente dall’Albania, come solo rimedio per la loro applicazione. Le autorità tedesche erano invitate a richiamare, attraverso il rappresentante del Reich a Belgrado, gli amministratori serbi a dare pratica applicazione ai diritti riconosciuti agli albanesi, “in maniera analoga a quella con cui hanno avuto il riconoscimento i diritti della comunità germanica”, e a sorvegliare che tali misure includessero l’autorizzazione ad utilizzare personale dell’Albania, con l’intesa che tale personale, durante l’attività in Serbia, si sarebbe svestito della qualità di funzionari del Regno e avrebbe sospeso ogni attività politica10. Ma anche questo intervento, come i precedenti, fu inutile, tanto che ancora un anno dopo Ali Draga confidava a Mameli di avere ricevuto nuove promesse da parte tedesca di discutere con Belgrado i provvedimenti circa maestri e funzionari dell’Albania da destinare al Kosovo serbo11. Man mano che il conflitto si acuiva sul piano generale, le speranze di unificare il Kosovo serbo al resto dell’Albania tramontarono e la condizione degli albanesi peggiorò. Nell’estate 1942, su istanza del governo Nedić, la forza di polizia albanese creata dai tedeschi al momento dell’occupazione venne assorbita all’interno della Guardia statale serba, provocando forte disappunto tra gli
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Appunto del 28 aprile 1942, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. Mameli a Ministero degli Esteri, 4 maggio 1943, telespr. 2117/572, in ASMAE, Carte Gab., Armistizio-Pace, B. 27, f. Scuole. 10
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albanesi12. Nondimeno, i vertici italiani si mossero ancora in favore della popolazione albanese agli inizi del 1943, quando, a partire dal 5 gennaio, si assistette a una nuova estensione dell’occupazione bulgara in Serbia. E questa volta fu direttamente interessata la regione kosovara fino a Mitrovica, cosa che scatenò le dure proteste degli albanesi presso il comando germanico e le loro ormai inutili espressioni di preferenza per un’occupazione italiana. Mameli intrattenne immediatamente l’incaricato d’affari germanico, Feine, sul fatto che in occasione della prima occupazione bulgara le autorità germaniche avevano dichiarato che sarebbe stato escluso il Kosovo non annesso. Feine rispose che vi era stato un nuovo accordo con i bulgari, perché le truppe germaniche erano necessarie altrove, ma che l’occupazione bulgara del Kosovo serbo sarebbe stata temporanea, e che i comandi superiori germanici sarebbero rimasti al loro posto per assicurare l’ordine e il controllo sull’amministrazione13. Il sindaco di Mitrovica prospettò alle autorità tedesche una situazione irreparabile, ma ebbe la stessa risposta circa la provvisorietà dell’occupazione, da concludersi in quattro, cinque settimane14. Magistrati fu subito invitato da Palazzo Chigi a fare un passo sul primo ministro bulgaro in favore della protezione delle popolazioni albanesi. Ne parlò anche con il ministro della Guerra, il generale Mihov, che a sua volta sensibilizzò il generale Nikolov, comandante l’armata bulgara in Serbia. Tutti si sentirono in grado di dare assicurazioni circa il retto comportamento delle truppe, benché, dati i precedenti, c’era poco da fidarsi sul fatto che alle
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buone intenzioni sarebbero seguiti fatti concreti15. Tuttavia, almeno nel periodo iniziale, l’occupazione bulgara non diede luogo ad incidenti, anche perché i comandi germanici avevano preso rigorose misure per evitare attriti tra popolazione e truppe. Il comando dei reparti bulgari in Serbia, d’altra parte, aveva già reso omaggio a Ferhad Draga, al fine di tenere meglio sotto controllo la situazione16.
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Con l’inizio del 1943, fu del tutto evidente a Roma come a Tirana che la guerra era perduta per l’Asse. La situazione militare, del resto, aveva cominciato a divenire precaria alla fine del 1941, quando era nato il partito comunista albanese e di lì a poco, sotto la sua guida, il movimento di liberazione nazionale17, e si era dato il via, con il sostegno degli Alleati, ad una vera e propria resistenza armata organizzata. Alla metà del 1942, la possibilità dell’esercito italiano di tenere sotto controllo l’intero territorio albanese si era già affievolita drasticamente. Lo sbarco anglo-americano in Nord Africa, nel novembre dello stesso anno, dette il colpo di grazia, rendendo manifesto sia a Roma che in Albania che l’Italia ormai si avviava alla sconfitta e che anche dal punto di vista dei rapporti di forza nella penisola balcanica l’esercito italiano si sarebbe trovato sempre più in condizioni di debolezza. La resistenza comunista ne fu incoraggiata e la rivolta dilagò nel sud albanese con vere e
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Magistrati a Ciano, 12 gennaio 1943, in DDI, s. IX, vol. IX, D. 481; Magistrati a ministero degli Esteri, 14 e 18 gennaio 1943, t. 268R/24 e t.p.c. 438R/018, in Carte Gab., Armistizio-Pace Busta 27, f. Situazione politica in Serbia. 16 Giorgio Spalazzi (incaricato d’affari a Belgrado) a Ciano, 16 gennaio 1943, telespr. 124/37, in ASMAE, Carte Gab., Armistizio-Pace, B. 26. 17 Sugli sviluppi politici della resistenza, oltre a POLLO e PUTO, The History of Albania from its origins to the present day, London-Boston, Routledge, 1981, v. anche FISCHER, Albania at War, cit., 121 ss.; KOLA, The Mith of Greater Albania, cit., pp. 25-31. STAVRO SKENDI (a cura di), Albania, London, Atlantic Press, 1957, pp. 76-80; VICKERS, The Albanians, cit., pp. 145-159. 15
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proprie insurrezioni nelle province di Valona e Korça18. Dal canto loro, anche i nazionalisti, pur non esasperando il loro atteggiamento nei confronti della presenza italiana, si cominciarono a preparare al probabile tramonto del Nuovo Ordine e a salvare il salvabile di quanto in termini territoriali l’Albania aveva ottenuto. Proprio nel novembre 1942 nacque il Balli Kombëtar, il Fronte nazionale, sotto la guida di Mit’hat Frasheri, ex diplomatico, cugino del più noto Mehdi Frasheri, figlio di Abdyl Frasheri, l’intellettuale della lega di Prizren. Composto di liberali e moderati dal punto di vista ideologico, il Balli Kombëtar si pose come chiaro programma il mantenimento della Grande Albania, tanto che molti membri del governo Kruja e, dopo le sue dimissioni nel gennaio 1943, dei seguenti deboli governi albanesi, guidati da Eqrem Libohova e Maliq Bushati, guardarono con simpatia al Fronte, di cui tutto sommato potevano sposare appieno il programma di mantenimento dell’indipendenza e dell’unità nazionale nei confini del 1941. Il Fronte Nazionale attirò in particolare gli albanesi kosovari, dato che le sue direttive politiche davano maggiore affidamento circa le posizioni nazionali. Il partito comunista albanese, al contrario, ebbe scarsissima diffusione in Kosovo, sia per i suoi stretti legami con quello jugoslavo, sia per la base slava del movimento comunista in generale. Nella sua lotta di liberazione contro gli italiani, infatti, il partito comunista albanese, proprio perché filiazione di quello jugoslavo, non riuscì mai a risolvere chiaramente il dilemma relativo al destino del Kosovo, né quello della reale indipendenza dell’Albania, che vedeva piuttosto inquadrata in una federazione balcanica con gli altri popoli slavi19. Ne conseguì che, nonostante le frequenti incomprensioni o l’atteggiamento dell’esercito italiano ritenuto troppo filo-slavo, i legami dei kosovari con l’Italia “liberatrice”, fu-
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V. FISCHER, Albania at War, cit., pp. 136-137. V. MALCOM, Storia del Kosovo, 337-342; VICKERS, Between Serb and Albanian, cit., pp. 123-133. 18
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rono più lenti ad affievolirsi rispetto alle altre regioni dell’Albania. Stante la situazione, la fede nell’Italia andava sempre di più a collimare con la fede nell’unità della nazione albanese. Nel giugno 1943, il generale Alberto Pariani, che nel febbraio aveva sostituito Jacomoni come luogotenente, nell’ormai disperato e inutile tentativo di mantenere sotto controllo la situazione, così riferì a Mussolini circa l’atteggiamento degli albanesi del Kosovo: “Ho compiuto un viaggio di tre giorni nel Kossovo tra l’entusiasmo delle popolazioni… Gente bella, forte, moralmente sana, virilmente disciplinata, profondamente patriota. È legata veramente a noi (escluso naturalmente l’elemento montenegrino e slavo). Soldati richiamati da solo un mese hanno sfilato in modo impeccabile, fiero, marziale. Volontari a piedi e a cavallo hanno mostrato fiera volontà di lotta. È una regione sulla quale si può realmente contare in tutti i sensi, perché vi è ancora viva fede”20. D’altra parte, fu proprio sulle modalità di affrontare la questione nazionale albanese che fallì il tentativo di accordo tra i comunisti e il Balli Kombëtar, conclusosi nell’agosto 1943 con il rifiuto da parte del Fronte di aderire al Movimento di liberazione nazionale sotto la leadership comunista21. Tra Balli Kombëtar e partito comunista albanese si determinò così un insolubile conflitto che doveva durare fino alla fine della guerra e che spinse Mehdi Frasheri a cercare ancora, dopo il crollo del regime fascista, proprio nell’agosto 1943, di instaurare una nuova effimera collaborazione con Roma sulla base della piena indipendenza di una Grande Albania alleata dell’Italia22.
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Pariani a Mussolini, giugno 1943, in DDI, s. IX, vol. X, D. 464. V. in proposito la testimonianza di JULIAN AMERY, Sons of the Eagle: a Study in Guerrilla Warfare, Macmillan, London, 1948, p. 58. V. anche KOLA, The Mith of Greater Albania, cit., pp. 41-44. 22 Pariani a Guariglia, 13 agosto 1943, in DDI, s. IX, vol. X , D. 660. Su questi aspetti, v. FEDERICO EICHBERG, Il fascio littorio e l’aquila di Skanderbeg. Italia e Albania 1939-1945, Roma, Editrice Apes, 1997, pp. 115-119. 20
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Ma l’Italia sconfitta non era più in grado di condizionare la politica internazionale a favore del mantenimento dei risultati del 1941, come non lo poteva più essere la Germania, alla quale dopo il crollo italiano gli albanesi kosovari affidarono il loro destino23. La forza della resistenza di Tito in Jugoslavia, coadiuvata dagli anglo-americani, la propaganda internazionalista comunista e le armate sovietiche nel resto dei Balcani si sarebbero presto imposte distruggendo, dopo un’aspra lotta interna alla stessa Albania, qualsiasi velleità di mantenimento dei confini del 1941. La questione del Kosovo veniva così riportata ai termini in cui si trovava nel 1939. Sarebbe passato più di mezzo secolo prima che essa si ponesse, analogamente a quanto accaduto durante la seconda guerra mondiale, drammaticamente all’attenzione internazionale con il secondo smembramento della Jugoslavia, la sconfitta serba e l’avvio della seconda “liberazione” del Kosovo.
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Sugli eventi albanesi dopo l’armistizio dell’Italia, v. le memorie di HERMANN NEUBACHER, Sonderauftrag Südost 1940-1945. Bericht eines fliegenden Diplomaten, Berlin-Frankfurt, Musterschmidt-Verlag, 1956, pp. 105-121; nonché MOROZZO DELLA ROCCA, Nazione e religione in Albania, cit., pp. 173-184; EICHBERG, Il fascio littorio, cit., pp. 121-132. 23
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Indice dei nomi
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L R Acimović, PE Milan, 155. Adile, sorella di Zog, 28. IA Agostinucci, Crispino, 99, 100.
Begu, Hasan, 146n. Benini, Zenone, 46, 46n, 55, 59, 60, 61, 62, 66, 68, 70n, 82, 83, 83n, 85, 86n, 110, 120n, 122n, 139, 139n. Agushi, Iliaz, 82, 86n, 220. Benzler, Felix, 223. Ajeti, Idriz, 132n. Berati, Dhimiter, 54n, 139, 141, 142, Alessandro di Jugoslavia, 96. 143, 144n. Alfieri, Dino, 65, 65n, 115. Biba, Pashuk, 112n. Alija, Halil, 113n. Alizoti, Feizi, 69, 139, 141, 142, 143, Biscaccianti, Alessandro, 175. Blakçovi, Ionuz, 27, 27n. 144n, 168, 169. Bluta, Aqif, 82, 154, 155, 156n. Altenburg, Günther, 173n. Boletini, Asslan, 86n. Amé, Cesare, 110. Angelinović, Budislav Gregor, 29, Bonfatti, Luigi, 97, 120. Boris di Bulgaria, 124, 125, 125n, 29n. 126, 127, 128, 172, 176, 179, 190, Anfuso, Filippo, 43, 67 105, 106. 192, 193, 194, 208, 213. Antonescu, Jon, 117, 117n. Borshi, Shyqyri, 113n. Antonescu, Mihail, 117. Bottai, Giuseppe, 111, 112, 113, 114. Ataturk, Kemal, 20. Bushati, Malik, 227. Athanassov, Filippo, 101, 102n. Bushati, Sulço, 112, 112n. Balabanov, T., 174. Castellani, Augusto, 200, 203. Baldani, 106. Ciano, Galeazzo, 30, 31, 33, 34, 41, Bankov, tenente, 175. 42, 43, 44, 46, 46n, 48, 54, 55, 57, Bazi i Canit, 28n. 59, 60, 61, 62, 63, 64, 65, 67, 80n, Begolli, Qerim, 44n. 82, 83, 83n, 84, 84n, 85, 87, 88, 102, Begolli, Xhevat, 39n, 44n, 82, 86n. 102n, 103n, 112, 120, 122, 123, 124, Begolli, Qerim, 44n. 125, 126, 127, 128, 128n, 130, 131, Begolli, Shefket, 86n.
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La reta dei conti
136, 136n, 137, 138, 139, 139n, 140, 146, 147, 152, 157, 157n, 158, 158n, 160, 161, 165, 166, 178, 181n, 185, 186, 194, 196, 198, 199, 200, 205, 207n, 209, 211n, 212, 213, 220. Cincar-Marković, Aleksandar, 42. Chalev, Dimiter, 101, 102n. Christić, Bocko, 30. Clodius, Carl, 171. Çomora, Sofo, 32, 33, 43, 44, 45n, 46, 75. Conti, Ercole, 86. Corrias, Angelino, 157, 157n. Çuni, Gjek, 146n. Curri, Bajram, 34. Cvetković, Dragisa, 21, 49, 96, 108. Dall’Oglio, G., 214. D’Annunzio, Gabriele, 34. D’Aponte, Alberto, 163, 195. De Felice, Renzo, 62, 87, 90. De Leo, Andrea, 111. Delvina, Hiqmet, 24. Deva, Xhafer, 153, 154, 155, 156n. Dibra, Abdurrahman, 24. Dibra, Fuad, 220. Dino, Ahmed, 131. Dino, Xhemil, 37, 139, 168. Dino, Nebil, 56. Draga, Ali, 155, 156n, 158, 159, 224. Draga, Ferhad, 21, 22, 26, 27, 27n, 28, 33, 38, 39, 40, 42, 43, 44n, 45, 50, 51, 58, 60, 61, 61n, 66, 72, 73, 80, 81, 82, 83, 84, 85, 84n, 86, 86n, 93, 105, 106, 107, 108, 109, 110, 131, 132, 133, 134, 135, 136, 136n, 137, 138, 139, 182, 196, 226. Draga, Salahedin, 44n.
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Drangov, Kiril, 104. Drini, Riza, 181. Durgu, Mustafa, 48, 82n. Eberhardt, generale, 153. Feine, Gerhard, 225. Filarete, vescovo di Loveč, 217. Filov, Bogdan, 172, 189, 206, 209, 212. Fishta, Gjergj, 139. Frasheri, Abdyl, 227. Frasheri, Mehdi, 227, 228. Frasheri, Mit’hat, 227. Frasheri, Sami, 135. Gali, Preng, 113n. Gavrilov, 172. Geloso, Carlo, 54, 55. Giovanna di Bulgaria, 192. Gjeloshi, Lulash, 112n. Gjeloshi, Ndoc, 112n. Gjeloshi, Nik, 113n. Gjeri, Tot, 113n. Gjilani, Aqif, 44n. Gjinishi, Mustafa, 111. Gjonmarkaj, Mark, 220. Godard, Justin, 26, 27. Gorani, Ismail, 82 Goranov, 172. Gounev, Kiril, 214. Graziani, Rodolfo, 87. Grazzi, Emanuele, 30, 88. Guariglia, Raffaele, 31. Guidotti, Gastone, 32, 41, 42, 42n, 66, 68, 70, 70n. Gurakuqi, Luigj, 34. Gurakuqi, Shuk, 230. Hariton, Constantin, 69, 70. Herriot, Edouard, 26.
Indice dei nomi
Hezer, Abdullah, 82. Hitler, Adolf, 87, 91, 94, 95, 96, 97, 123, 124, 125, 125n, 128, 129, 176, 179. Hyseni, Sherif, 146n. Hoxha, Daut, 64, 71. Hoxha, Asim, 39n, 44n. Hoxhë-Sadillari, Banush, 152n, 153n. Indelli, Mario, 29, 33, 45, 46. Inonu, Ismet, 20. Jacomoni di San Savino, Francesco, 36, 42n, 43, 43n, 46, , 46n, 47, 48, 50, 55, 57, 58, 58n, 59, 60, 61, 62, 65, 66, 69, 70, 70n, 71, 132, 146, 147, 148, 157, 176n, 177, 217, 228. Jashari, Hafus, 86n. Jodl, Alfred, 90n. Joksimović, Ugrin, 82n. Juka, Musa, 24. Kadri, Sali, 82, 82n, 86n. Kakarriqi, 111. Kalfov, Hristo, 191. Kaloshi, Miftar, 24. Kaloshi, Murat, 27n. Kaloshi, Ramadan, 24. Kaloshi, Selim Gijtani, 113n. Karazi, 60, 142n. Klisura, Ali, 27n. Kisselov, G., 174. Koçi, Atlas, 101, 104, 104n. Koçi, Jake, 46, 69. Koço, Kota, 24. Kokoshi, Qazim, 73, 93n. Kolgjini, Tahir, 152n, 162n. Koliqi, Ernest, 111, 132, 146, 147n. Konica, Mehmed, 20n, 28, 28n. Kosta, Nikolov, 104, 191.
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Krapcev, 179, 190. Krosi, Abdurrahman, 24. Kryeziu, Gani, 39n, 40, 110. Kryeziu, Ismet, 110, 131. Kruja, Mustafa, 113n, 139, 141, 142, 143, 145, 147, 147n, 219, 220, 221, 222, 227. Kulenović, Dzafer, 50. Kumbaragija, Qemal, 82n. Kumović, P., 19, 20, 21. Kupi, Abaz, 24, 111. Libohova, Eqrem, 227. Lindemann von, generale, 183, 184. Logofetov, Nikola, 191. Luli, Gjon, 113n. Lutfija, Ibrahim, 86n. Lutfiu, Ibrahim, 155. Maček, Vladko, 75, 108. Mackensen, Hans Georg, 123, 160, 161. Magistrati, Massimo, 152, 174, 176n, 177, 178, 179, 182, 185, 186, 188, 189, 189n, 190n, 191, 191n, 192, 193, 194, 197, 198, 205, 206, 209, 211, 211n, 213n, 214, 215, 225. Mameli, Francesco, 66, 68, 68n, 69, 70, 76, 80, 80n, 81, 82, 82n, 83, 84, 85, 85n, 86, 86n, 87, 97, 97n, 105, 106, 107, 133, 136, 136n, 223, 224, 225. Marashi, Vat, 113n. MarkaGjoni, Gjon, 113n, 220. Marković, Lazar, 42, 72. Marku, Prek Gjet, 113n. Marras, Efisio, 90n. Martini, Dok, 146n. Mazzolini, Serafino, 146, 147, 148.
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La reta dei conti
Mborja, Tefik, 132, 138, 145. Meloni, Salvatore, 60, 198n. Meraki, Hinzi, 132n. Metaxas, Ioannis, 63, 65n. Mihailov, Ivan, 104. Mihov, Nikola, 225. Mikhov, generale, 182, 184, 203. Minniti, Fortunato, 87. Mirakaj, Kol Bibe, 112n. Miri, Nikoll, 146n. Mitrovica, Xhelal, 157n. Mitrovica, Rexhep, 27, 157n. Molotov, Vjaceslav, 40. Mozart, Wolfgang Amadeus, 193. Muji, Bajram, 146n. Mussolini, Benito, 25n, 29, 29n, 30n, 31, 31n, 54, 62, 63, 65, 80, 83, 84, 85, 87, 88, 90, 91, 95, 96, 99, 99n, 101, 111, 115, 122, 123, 124, 131, 140, 146, 147, 148, 168, 174, 181n, 196n, 198, 208, 209, 220, 221, 228. Ndoci, Kol, 112n. Nikolov, Assen, 225. Nedić, Milan, 155, 223, 224. Nuccio, Alfredo, 98, 99n. Oakley-Hill, Dayrell, 110. Osmani, Halit, 113n. Paolo reggente di Jugoslavia, 96 Pariani, Alberto, 37, 228. Pavelić, Ante, 86, 128. Pavlov, 187. Pejani, Bedri, 157n. Pfeiffer, Peter H., 159. Petrović, 30. Pietro II di Jugoslavia, 96. Pietromarchi, Luca, 120, 120n, 122n, 130n, 139, 160, 178n, 209.
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Pirzio Biroli, Alessandro, 164, 165n, 166, 195. Pluzha, Asim, 86n. Popov, Ivan, 171n, 178, 186, 191, 206, 209, 212, 214. Prishtina, Hasan, 34. Prishtina, Ilias, 38, 48. Protogerov, Alexander, 105. Raganović, 194. Ranza, Ferruccio, 54. Relli, Guido, 204n, 217, 218n. Ribbentrop, Joachim von, 48, 64, 65n, 123, 124, 126, 127, 128, 128n, 160, 161, 171n, 178, 206, 209. Rosa, cavalier, 47. Scammacca, Michele, 59, 61, 65, 66, 67n, 67, 68, 68n, 69, 70, 70n, 71, 76, 83n, 85, 85n, 118, 119, 120, 121, 122, 139, 139n, 144n, 198n, 207n. Sejfo, Nezir, 44n. Selimi, Adem, 132n. Selmani, Hysen, 27n, 28. Shabani, Mustafa, 154, 155, 156n. Shabani, Jashar, 47. Shamdanov, Pero, 105. Shantoja, Lazer, 36, 70. Shatku, Tefik, 24. Shatku, Shefki, 24. Shykrija, Hasan, 82. Shtylla, Tahir, 18n, 20n, 26, 28, 32, 33, 34, 36, 37, 38, 39, 39n, 40, 40n, 41, 42, 43, 43n, 44, 44n, 45, 45n, 46, 47, 56, 59, 59n, 60, 60n, 61, 62, 67, 68, 68n, 69, 70, 71, 75n, 81, 82, 86n, 106, 139, 157, 158, 220. Silianovsky, D., 102n. Simović, Dusan, 96.
Indice dei nomi
Slatko, Muhamed, 45, 75, 75n, 82, 86n. Slivenski, Ivan, 104n. Smiljanić, Miloje, 41. Soardi, Carlo Andrea, 46n, 66. Spahija, Lutfi, 113n. Spaho, Fehim, 22. Spaho, Mehmed, 22. Spiro, Zilo, 31. Stanischev, Alexander, 102n, 104, 191. Stojadinović, Milan, 20, 21, 22, 31, 45. Stoyanov, Nikola, 102n. Storava, Naim, 27n. Straneo, Carlo Alberto, 44. Strazimiri, Zenel, 39n. Suflaj, 135. Sulejman, Aski Efendi, 47. Temali, Mark, 132n. Tetova, Xhafer, 45, 75n. Tetschkov, Demetrio, 174n. Toçi, Terence, 138, 145. Trbić, Vasilije, 134, 134n. Tremikov, colonnello, 175, 176. Tsolakoglu, Georgios, 173n.
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Umiltà, Carlo, 166, 167, 168, 170, 222. Valteri, Beqir, 113n. Veniaminov, 194. Venturini, Roberto, 49, 51, 70, 70n, 72, 73, 74, 76, 77, 78, 79, 80, 81, 82, 103, 104, 106, 109, 151, 170, 182, 183, 183n, 184, 203, 204n. Verlaci, Shevket, 37, 132, 139, 152, 152n, 161, 181n, 196, 219. Visconti Prasca, Sebastiano, 55, 70, 104n. Vittorio Emanuele III di Savoia, 80, 84, 85, 125, 140, 174, 180, 193, 208. Vlora, Eqrem, 221, 222. Voça, Sherif, 31, 32, 107. Xhaxhuli, Hasaf, 24. Xhaxhuli, Servet 24. Wied zu, Karl Viktor, 159. Zankov, Alexander, 102. Zanotti Bianco, Mario, 166. Zejno, Hajri, 44n. Zogu Ahmed - Zog, 14, 15, 16, 23, 24, 25, 26, 27, 27n, 28, 30, 32, 33, 34, 36, 37, 38, 40, 42, 43, 51, 59, 60, 67, 81, 86, 86n, 110, 220.
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Figura 1. Cartina tratta da DGFP, vol. 12, appendice V.
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Figura 2. Kosovo oggi. Cartina tratta dal website del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America.
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Finito di stampare nel mese di luglio 2008 con tecnologia print on demand presso il Centro Stampa “Nuova Cultura” p.le Aldo Moro, 5 - 00185 Roma tel. 0649912685 per ordini: ordini@nuovacultura.it