PREFAZIONE DEL MINISTRO DELLA DIFESA
Nel 60° anniversario della Battaglia di El Alamein, il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare ha promosso una interessante riedizione dc "La frana del San Matteo", probabilmente la più stimolante opera letteraria del Conte Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo, Colonnello del Ruolo d'Onore dell'Arma del Genio, Ufficiale che partecipò allo scontro finale in Egitto e del quale nel 2002 cade il decennale della sco:mpa.rsa. li destino del Colonnello Caccia Dominioni è stato intrecciato indissolubilmente ad El AJamein. Al termine delle ostilità, egli tornò più volte sui luoghi dell'epico evento per recuperare i resti dei Caduti, sotto ogni bandiera, ed edificare il Sacrario dove accogliere degnamente le spoglie dei combattenti che, nell'adempimento del dovere, persero sul campo la vita, quasi sempre nel fiore degli anni. 11 Conte Caccia Dominioni ebbe un ingegno poliedrico: ingegnere ed architetto, scrittore, raffinato artista, poliglotta. Per dodici anni indossò l'uniforme, combattendo nelle due guerre mondiali e nella Resistenza. Fu decorato più volte. Le sue multiformi doti e conoscenze, fra il pragmatismo dell'ingegnere e la creatività dell'artista, gli fornirono gli strumenti per agire efficacemente, con assoluta riservatezza, anche nell'ambito del Servizio Informazioni Militare, in aree particolarmente importanti. L'iniziativa del SISMI, puntuale e meritoria, di riproporre "La frana del San Matteo", onora la memoria di un "suo" Ufficiale e, con lui, di tutti gli operatori dell'intelligence militare che hanno fedelmente servito, nell'anonimato e nel silenzio, la Patria e le sue Istituzioni. Il racconto si svolge in Africa, nel remoto I 890, e procede tra storia, cronaca e saggistica. Sulle sponde del Mar Rosso, a sud dell'Eritrea, una guarmg10ne militare presidia un fortino. Tutto sembra immobile e immutabile,
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tranne la terra che, in una zona fortemente tellurica, di tanto in tanto trema. Un terremoto, più violento di altri, distrugge il forte ed uccide il Comandante, rimasto a custodire la bandiera "a riva" : il drappo in alto, secondo il l.inguaggio delle marinerie. Dal racconto emergono tre metafore: l'Africa, intesa come l'ignoto, l'avventura, il mondo da scoprire e dunque come il futuro; il terremoto, ossia il male da ricondurre alla natura matrigna, ma pure l'umana pochezza di front.e alla grandiosità dei fenomeni del creato; infine la bandiera, che rappresenta l'imperativo morale, l'idealità, cd esprime il dovere da compiere sempre e comunque, anche a prescindere da regole giuridiche mutevoli nello spazio e nel tempo. Oggi può lasciare increduli e persino sconcertare che un uomo s'immoli per non abbandonare la bandiera. Ma, se il sacrificio viene considerato al di là del senso letterario, evidenzia la grandezza di una lezione etica. Insegnamento altissimo, che comporta la rinuncia alla vita e ne trascende la durata. La lettura del libro, che, per l'accattivante contenuto e la vivacità espositiva, scorre veloce e leggera, aiuta a ricordare che esistono valori immutabili, come la responsabilità, e simboli fondamentali, come la bandiera. n tricolore nazionale, sintesi della nostra storia, della nostra civiltà, del nostro futuro .
On. Pn!f Antonio Martino
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Dedicato a tutti gli operatori del SISMi, di ieri e di oggi, che con abnegazione e sacr!ficio hanno servito e servono.fedelmente, 11ell'mnbra e nel silenzio, la Patria e le sue Istituzioni. Roma 2002
La riedizione de "Lafrmu1 del San A1attco", del Colonnello I'aolo Caccia Dominioni rii Sillavengo, è stata curata dal SISlVli per onorare ln memoria del suo Autore, che operò anche nel Se111izio I,fonnazioni J\.1ilitare. L'iniziativa non avrebbe potuto realizzarsi senza l'entusiastica partecipazione cd il contributo insostituibile della JJedova del Colonnello Caccia Dominioni, Contessa Elena, alla quale 11anno i ringraziame,zti più sinceri ed i sentimellti di stima ed ammirazio11e.
Giulio Ruspoli
Ouando la bandiera è a riva
'"""""'sogno di Paolo Caccia Dominioni, conte di Sillavengo) (L'ultimo
Picchiano all'uscio. Con garbo, ma in modo risoluto, insistito. li colonnello Sillavengo è vecchio (più vicino ai novanta che agli ollanla) e il suo udito non è. più quello di una volla: tuttavia non ha dubbi che qualcuno batta alla porta, chiedendo di entrare. È tentato di non aprire. Adesso anche i n10vimenti più semplici gli coslano falica, e poi è lulto preso dal disegno cui si è accinto. È molto bravo nel disegnare, e anche nello scrivere: attività entrambe che, in qualche modo, se1nbrano voler abrogare il decorso del tempo. Sillavengo rammenta di non aver chiuso a chiave, così, per entrare, basta girare la maniglia. Esclama: "Avanti!", ma non si volta verso la porta. A testa bassa sul foglio, continua con la matita a tracciare l'abbozzo di una figura umana. Vuo le essere un militare in divisa, strapazzata quanto si conviene a uno che torni dalla prima linea. La porta viene aperta e richiusa. Una voce, che a Si llavengo pare famil iare, una voce dalla spiccata intonazione meneghina scandisce: "Comandi, signor colonnello". Sillavengo è tentato di sollevare il capo, però la mano oramai procede e fermarla è un sacrificio troppo grave. Senza spostarsi di un millimetro: "Ebbene?" brontola. ";\ dire il vero" obiettò rispettosam.ente la voce, "rni ha convocato lei, signor colonnello. E, come sempre, eccom i pronto ai suoi ordini. Comanda chi pò, ubbedissa chi deve". Si llavengo sussulta perché quella voce, bassa e cavernosa, crede di averla riconosciuta. Una voce saggia, antica, familiare .. . Quante sorprese può riservare il pensiero! Sillavengo si decide ad abbandonare il disegno e a perlustrare, con lo sguardo, la stanza adibita a studio nella casetta di Leuca . Ritrova la sciabola e il cappello da alpino appesi a una parete, i libri, alcune fotografie, un venerabile apparecchio radio ... tuttavia il visitalore rimane appiattato nel cono d'ombra dietro l'uscio. Invisibi le. 11 sole è già tramontato, all'improvviso, di sorpresa, come accade a Leuca, e dalla finestra aperta strisce di nolte si impossessano dello studio. A quel punto Si llavengo determina che è meglio rendersi conto da vicino. Lascia con un certo sforzo la sedia e, compiuto quasi un dietro front, fa tre o quattro passi dirigendo verso il cono d'ombra. Qualcuno si irrigidisce in posi zione di attenti. Quel qualcuno - inconfondibile per i baffetti, per il volto dolce e severo - è slato coraggioso compagno di battaglia ad El Alamein, al tempo della seconda guerra mondiale, e poi , per un decennio, è stato prezioso aiutante nella ricerca e nella sepoltura dei morti di quella battaglia. Prima di allora i resli dei caduti sono stati custoditi dal deserto, unitamente ai reperti bellici: carcasse di carri armati e di autoblindo, pezzi cli artiglieria o armamento leggero ridotti a ferraglia, e, purlroppo, mine. Il qualcuno è Renato Chiodini, e non si potreb-
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be immaginare incontro più commovente e più felice . .. Solo che Renato Chiodini è morto, già da un paio d 'anni . Chiodini legge un moderato stupore in viso al colonnello, e, con un lieve sorriso, offre una spiegazione: "Lei pensa che io sia un fantasma, comandante, non è così? Lei non dovrebbe stupirsi. .. A mia memoria, lei è pratico di fantasmi, e, se non ricordo male, ne incontrarnmo un plotoncino molt i, molti anni or sono, quando eravamo a Quota 33, presso Alamein, per dare sepoltura ai caduti. Sont sicur cli qucll che disi, perché lei la cuntò su l'avventura, e la intitolò Il fantasma onorario ... La sua fissa . .. mi perdoni: la sua abitudine di mettere tutto o quasi tutto per iscritto rende la realtà notaril, solenne e quindi, foo per dì diventa d ifficile cascià ball. Mi come mi, non lo farci mai. Solo che mì vocur no vess onorario ... non ho mai ben capito quell a parola cossa voeur dì , e anzi, se mi favorisse una spiegazione, le sarei obbligato signor colonnello". Sillavengo sorride. Tra sé e sé ammette di aver pratica di ombre, né potrebbe essere altrimenti: è rampollo cli un casato antichissimo, i Caccia Dominioni , la cui terra di origine è tra il Ticino e la Sesia. Gli spiriti si addicono alle famiglie nobili, anche se, come insegna Oscar \Nilde nel 1-ì111tasma di Canterllille, non bisogna dar loro troppa importanza. Nella casa natale, a Nerviano, vi sono fantasie e ricordi piuttosto che spettri in senso letterale; e le fantas ie e i ri cordi sono "fantasmi onorari", come ha scritto in un racconto ispirato dalla solitudine del deserto. Elogiando le ombre cinesi, ossia forme situate a metà tra il vero e il sogrno, ha anche avvertito: "Chiudere egli <. occhi è sempre atto importantissimo, specialmente per gli esteti. Ma allora le cose appena intraviste si deformano stranamente: altre immagini si sovrappongono, che vengono dal didentro, dal profondo, dal lontano ". G ià. Ma come partecipare a Renato Chiodini che lui, visitatore insperato e tuttavia atteso, è esattamente un "fantasma onorario", proprio ciò che non vorrebbe essere'? Forse perché arrivato dal lontano, Chiodini sembra affaticato. "Posso sederm i'?" azzarda. Sillavengo gli porge una sedia, e l'ospite vi prende posto con un sospiro di sollievo. "Sono stracco" spiega. "Tutto quel camminare nel deserto ... ecco, dopo tanto tempo me lo sento ancora nelle gambe. E lei, signor colonnello?" "Ho i miei acciacchi anch'io" mormora Sillavengo. "Il tempo non è se non una guerra più lenta e di risultato più sicuro". "Già" borbotta Chiodini, "il tempo è l'unico autentico grande problema . .. Stemm alegher. Dopo tutto, io sono morto, e mi trovo ancora qua. Accetto tutto, anca de vess un fantasma. Però non 'onorario': nissun mi può dare ceni tito-
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li. Ne va della mia dignità: l'onor el va tegnuu de cunt". Sillavengo sorride un'altra volta: "L'aggettivo 'onora ri o' non è un 'titolo ', come d ici tu, cioè un'ingiuria, un'offesa ... Significa che ti viene riconosciuta una qualifica, senza che nella realtà questa qualifica ti spetti: è un po' come affermare 'per finta', 'per gioco'. Mi capisci?" "Ho capito, signor colonnello" replica Chiodini, "ma le cose per finta e per gioco me piasen no. Allora l'è mej che io sia un fantasrna a tutti gli effetti". Sillavengo aggrotta le sopracciglia. Lentamente va a rioccupare il suo posto dietro la scrivania. Carica la pipa, la accende e sbuffa il fumo con stizza. Non ha un buon carattere, le sue collere sono proverbiali. Nondimeno Chiodini merita pazienza, benché sia diffici le fargl i intendere certi concetti. Naturalmente sarebbe bello se il visitatore fosse un re1muint in senso stretto, ma così non è... non può essere. Sillavengo, ingegnere, poliglotta, uomo di immensa cultura, viaggiatore e conoscitore del mondo, sa che gli spiriti non esistono, sa che dopo la morte comincia il mistero e che solo la fede religiosa può offrire una guida. Sillavengo ha letto La ballata del vecchio marinaio cli Colcridge, ma, alla sua età, ha imparato a distinguere tra la letteratura e la vita. 'Amico niio" Sillavengo si prova a essere suadente, "adesso tu esisti soltanto nella mia fantasia ... nei miei ricordi ... Non puoi esistere in altro modo, perché tu ci hai lasciato. E nemmeno sei un'anima, perché le an ime dei morti hanno incombenze più serie del venire a trattenere quelli che sono rimasti. Tu sei qui. .. del resto, tu stesso hai riconosciuto che sono stato io a convocarti ... dunque, tu sei qui perché, rnentre disegnavo, la mia mente è anelata a frugare chi sa dove, e tu sci giunto dal profondo, dal lontano. N on sei un fantasma, alla Coleridge ... tanto per comprenderci. Tì.1tt'al più sei un fantasma 'onorario', voglio dire un abitante dei mie.i pensieri". Cade un silenzio colmo di sorpresa. La notte oramai invade il vano della finestra e, all'orizzonte, tre dardi luminosi rotano nel cielo staccandosi da un iden tico vertice . È il faro di Leuca che segnala la rotta ai naviganti: forse segnala anche altre rotte, solo che seguirle è più arduo. C'è odore d i mare, nell'aria, e, neanche tanto lontano, si sente il rumore delle onde, del loro andirivieni. Il tratto di costa da Leuca verso Gallipoli, con un piccolo sforzo della fantasia, può sembrare abbastanza simile al deserto: un lungo arenile tra la terra e l'acqua, e, forse, quel paesaggio scabro, essen ziale ha indotto Sillavengo a mettere il campo in una landa per alcun i aspetti desolata. Vi è un santuario, non troppo d iscosto: la chiesa è dedicata alla Madonna e, sul frontone, si legge SANCTA /\!lARlA DE FlNJBUS TERRAE. Santa Maria al confine della terra: cli
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essere giunto al termine, o almeno d i poter immaginare di esservi giunto, ecco, questa circostanza ha determinato la scelta della dimora per i suoi ultimi anni . Chiodini tossisce. Contraddire un superiore lo imbarazza, tanto più un superiore come Sillavengo. "lo sarei un abitante dei suoi pensieri, signor colonnello?" domanda scetticamente. Poiché non riceve risposta, si rassegna a un ruolo tanto volatile, ma osserva: "Con tutto il rispetto c'è affollamento" . Sillavengo fa ampi cenn i di assenso, muovendo il capo. "Se posso farti una confidenza, amico mio" finalmente si decide a parlare, "tra quelli che occupano la mia mente e quelli che occupano il mondo, mi trovo molto meglio in compagnia dei prim i. Sin da quando ero un bambino ... un ragazzo ... amavo fantasticare, ma fu al termine della prima guerra mondial e che ebbi quasi una rivelai.ione. Compresi che, per avvicinarsi alla felicità, la condizione migliore è la solitudine". "Sua moglie ... la contessa Elena ... " osa eccepire Ch iodini "è al corrente di questa sua teorega? Con il suo permesso, comandante, l'è un poetta lù". "Un poeta?" ripete svagato Sillavengo. "Un poco, forse. E, quanto a mia moglie, ci siamo amati perché tutti e due amavamo la solitudine. Ma questa è storia recente ... storia di una notte in macchina, lungo il canale d i Suez. lnvece, mi accorsi quarant'anni prirna o poco meno della bellezza ch'è nel silenzio, nello spazio vuoto, nel cielo a perdita d 'occhio. Purtroppo fu necessario un avven imento dranunatico, perché io cmnprendessi. Fu pagato un prezzo, e fu un prezzo enorme". "Allude al so frad ell, comandante'?" bisbiglia Chiodini , quasi timoroso delle parole che sta pronunciando. Un'altra volta Sillavengo non risponde.
Allo scoppio della prima guerra mondiale (24 maggio 19] 5), Paolo Caccia Dominion i conte di Sillavengo ha compiuto i diciannove anni, eia dicci giorni. Il padre, diplomatico d i carriera, è console d ' ftal ia in Tunisia. Per essere più vicino al padre, Paolo studia ingegneria all'università di Palermo. Si arruola volontario. Il frate llo Cino, minore di un paio d'anni, ne imita l'esempio. D i aver quasi suggerito una traccia a Cino, Paolo sentirà la responsabilità e forse il rimorso per tutto il resto della sua vita . La guerra non è bella. Entrambi i fratell i hanno partecipato a pericolose azioni di combattimento, sono stati feriti, sono stati decorati, ma in cuore avvertono smarrin1ento. La gloria
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è senza dolore. Alcuni anni dopo, Paolo scriverà: "O morti del
Carso che avete conosciuto la più disperata agonia! Non la fine tra onde e nevi,
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azzurro cli acque marine, splendore di ghiacciai: ma l'orrendo carnaio <li ventinove mesi, prodigio di putredine e di sterco, e il tanfo che s'inghiotLiva col pane e coll'acqua. Questo fu il nosLro Carso. Notti interminabili nel piccolo posto che non si poteva lasciare, avviticchiati alla terra come i cadaveri che facevano da parapetto. Scendere dalle linee e risalirvi tra compagni sempre nuovi dopo fuggevoli periodi d i riposo. La stanchezza che non cessava neppure nel sonno. Ogni volLa, fatalmente, diminuivano le probabilità d i cavarsela: il duro dovere non impediva di invocare la buona ferita: poi si pensava agli amici morti e si aveva vergogna". Nel dicembre del 1917 i due fratelli si ritrovano, a Solagna, un borgo della Valsugana. La Brenta scorre non discosto. Non è dato sapere che cosa Paolo abbia raccomandato a Cino, ma si può tentare uno sforzo di immaginazione. I due giovani ufficiali cadono uno nelle braccia dell'altro, e non hanno alcuna preoccupazione di stropicciare uniformi già duramente provate. Per un poco l'emozione è tanto forte che i due non riescono a trovare le parole e a mettervi ordine. Hanno gli occhi umidi e un groppo alla gola. Ma sorridono. Le montagne sullo sfondo non suggeriscono eletti pensieri, come in tempo di pace, e il ribollire della Brenta sembra che trascini frasche, detriti, giovinezze infrante. La Brenta, dove non spumeggia, è verde: un verde ringhioso, mugghiante, che niente ha da spartire con la speranza.
I due fratelli camminano lungo una stradetta che costeggia il fiume, e si scambiano noti;,.ie, confidenze, auguri. Parlano di tutto tranne che della guerra. N ei loro discorsi, la guerra è il convitato di pietra, perciò è preferibile non evocarla. Fa freddo. Folate di vento tagliano la scena appartata, e tuttavia Cino e Paolo sono felici della pausa di estraniamento: almeno finché riusciranno a fare finta di niente. E tutt'a un tratto l'euforia, forse l'esaltazione dell'inconlro, svanisce, quasi portata via dall'aria gelida che cala dalle montagne: i due, in silenzio, si guardano negli occhi. "So che tu sei un coraggioso" mormora Paolo cautamente, "e tultavia vorrei che tu non .. . " ''.Anche tu sei coraggioso" lo interrompe Cino, "ì l racconto delle tue imprese è giunto sino a me. Le ferite, il congelamento di un piede. E poi i lanciafiamme, il ponte di barche ... " "Lascia perdere" taglia corto il fratello maggiore. "L'obbligo è di combattere, non di fare gli eroi. Per quanto puoi, cerca di stare al riparo". "Perché'? Tu stai al riparo?" ironizza Cino.
"Io sono più vecchio, e le mie responsabilità sono diverse ... " brontola Paolo.
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"Le responsabilità non c'entrano" mormora Cino pallidamente. "E nemmeno l'eroismo. È semplicemente una questione di stile. Non ci si può tirare indietro. Non è così?"
"È così" Paolo è costretto ad ammettere, dopo un lungo indugio.
I due fratelli tornano a sorridere. Si fermano. Contemplano il fiume che, sotto di loro, fugge a valle. Raccolgono da terra due spezzoni di legno, e li lanciano nella corrente in lumullo, spiandone la navigazione. Lo spezzone di Paolo trabalza a pelo d'acqua, si lascia afferrare da un mulinello, ritrova la rotta, si avvia e veloce viaggia verso il mare; quello di C ino, dopo un breve percorso, si incaglia in una lanca dov'è un folto di erbe e di canne. Non proseguirà più . Cino ha un sorriso spento: "Potrebbe essere un presagio. Tù credi ai presagi?" Paolo crolla il capo, e abbraccia il fratello. Un mese dopo o poco più, sul Sasso Rosso di Valbrenla, Cino guida i suoi uornini a espugnare una posizione nemica. Una rapida sparatoria, e gli austriaci volgono in fuga. Non c'è fretta di completare l'avanzamento: lanLo, il caposaldo è caduto, e se qualcuno riusci rà a darsela a gambe, poco male. Solo che, in guerra come nella vita, gli aspetti da considerare sono tanti: c'è l'esempio da offrire, c'è la necessità d i vincere per intero e non a metà, c'è l'ebbrezza del successo. Oltre che all'avversario, il coraggio va dimostralo a se stessi. Il Sotlotenente Cino Sillavengo impugna la pistola, e si lancia in avanti, allo scoperto: lo fulmina la fucilata di u n ultimo cecchino che, all'atto di ritirarsi, si vendica. La morte arriva poco prima che finiscano le ostililà. Paolo assiste alla sepoltura del fratello, in un cimitero di guerra. Inviato in licenza, raggiunge i genitori a Tunisi e poi viene trasferito in Libia, presso il Forte di Sidi Ahdcl Krim, a est di ~làgiura. Rimarrà in Libia sino alla primavera del J 919, quando torna in Ilalia per riprendere gli studi. Ha trascorso più di un anno prima al Forte Sidi Abde] Krim e poi a Tripoli: ed è un tempo che a un osservatore disattento potrebbe sembrare di sosta se non di esilio, un tempo in cui la vita sembra fermarsi come toccata da una bacchetta magica. Non è così. Durante la pausa apparente, Paolo Caccia Dominion i scopre il deserto; una scoperta che segnerà il suo futuro e il suo destino.
"Il deserto è una fissa strana" osserva Chiodini. "Mi permetto di parlare così, perché quella fissa io l'ho divisa con il signor colonnello. Solo che non ho mai capito, a
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parte la nostra missione di pietà ... non ho mai capito cossa gh'era de bell in quel cagaratl di sabbia e di sassi. Eppure mi piaceva. Mi p iaceva da matti, e, se mi è consentita una confidenza, cominciai a morire al mio ritorno in Italia. Soo nanch mi. Un tossico, una droga, uno stupefacente foo per <lì. .. ma, insomma, ecco quel che l'è il deserto. Forse lei, signor colonnello, può aiutarmi a svelare il mistero". In quello che forse è il suo capolavoro, La frana del San ]V!.atteo, saga, come dichiarato da lui stesso, ma pure saggio, cronaca, soprattutto romanzo, Sillavengo ha definitO il suo, il nostro tempo come "un periodo di materialismo forsennato" . In un periodo di material ismo forsennato, diventa arduo cogliere il fascino del deserto, che , secondo l'opinione corrente, è il luogo dove è impossibile la vita. Il cielo, le pietre, la polvere. Magari il vento. Nient'altro. Letimologia latina è più eloquente di tutto: desertum è il participio passato cli deserere, cioè di abbandonare. Ma così non è. Anche il deserto h a suoi clon i da offrire, e sono doni splendidi: basta saper comprendere. Anzi tutto vi è il silenzio, pensa Sillavengo: il silenzio oramai è stato dimenticato, e quando, buttato alle spalle il frast uono delle metropoli , si cerca rifugio in campagna, in ciò che resta della campagna, ci si illude di aver riscoperto la pace, invece o l'abbaiare di un cane o il rich iamo di un uccello o lo stormire di una fron<la arrivano a rinfrangere l'apparente quiete . C'è sempre qualcosa ch e spezza l'immobilità . Neppure nei cimiteri vi è tregua: al di là ciel muro di cinta, corrono automobili e motocicleLte incuranti del riposo dei morti. Il silenzio del deserto invece è compaLLo, pietroso, invulnerabile, e, a parlare o a gridare, tutto si smarrisce nella sabbia, diventa sabb ia anche la voce. Poi vi è la lucentezza dell'atmosfera . Alla gente basta poco per parlare di aria serena, tersa, limpida: basta una sch iarita dopo un temporale o una delle rare occasioni in cui il cielo si presenta sgombro, non una nuvola, non una sbavatura bianca contro l'azzurro. Di giorno nel desertO, a guardare in alto, è come fermare gli occh i in u no specchio, e, a guardare innanzi, la vista spazia, e sembra possa arrivare chi sa dove ... Non è sempre così. Vi sono le tempeste di ghibli: 'Taria ingiallisce di colpo, con una vampata rovente e fruscii di vortici sabbiosi." 1\tfa le bufere passano, pur se costringono ad adottare certe cautele e pur se rendono "gli occhi smerigliali" e "la gola riarsa e impastata cli cipria silicea". Non si può pretendere tulto, e poi persino il ghibli offre un'occasione di confronto, di ragionamento: paradiso e inferno sono i due volti del deserto. E c'è la segretezza. N on è vero che non vi sia vita, perché, al d i sotto della coltre
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sabbiosa, si muovono insetti, scorpioni, minuscoli ratti, ofidi ... creature che vivono o cercano cli vivere nascostamente, consapevoli che gli scontri lasciano solo morti sul campo, mentre la segretezza accresce per tutti le probabil ità di una tranqui lla csislcnza. È un paradosso solo apparente. La popolazione del deserto, muovendosi ma badando a non esibirsi, alla stregua dei professionisti dell'lntelligence, riesce a evitare combattimenti esiziali. È una lezione sulla quale gli uomini dovrebbero rifl ettere. Sillavengo si dorn.anda se, accanto alla storia delle guerre tra i popoli, un giorno verrà scritta quella delle guerre rnai scoppiate, grazie alla dedizione cd al sacrificio di quanti - appiattati nell'ombra - hanno operato in ogni condizione perché ciò non accadesse.
La segretezza investe pure l'acqua che, al di sotto del manto di polvere, può scorrere copiosa. È una strana contraddià)ne della natura che il regno del l'aridità poggi sul regno dell'acqua. Basta scavare un pozzo, e un'oasi sorge nel mezzo del deserlo. È rnegl io che l'acqua fluisca sotto terra: aI di sopra, la terribile calura la asciugherebbe . Sillavengo sorride, mentre Chiodini se ne domanda la ragione: il fatto è che Sillavengo ha scoperto un altro argomento, a pro della rcallà che si cela. Si cela per non venir dissipata. Per conservare. Per proteggere. 11 dono più grande che porge il deserto è la solìtucline. Naturalmente la solitudine, per qualche tempo ancora, trovarla non è difficile: anche u na stanza appartata può garantire una sufficiente condizione di isolamento. Ma è una condizione in qualche modo artificiale, creata artificialm ente e soprattutto transitoria . Nel deserto la solitudine è immanente: se la soliLudine mancasse, fermo ogni altro aspello geofisico, il deserto non sarebbe più tale. "S i va nel deserto per scoprire la solitudine". Sillavengo finalme nte risponde a Chiodini. .È difficile stabilire se , prima delle sue parole, sono passati alcuni attimi oppure alcuni m inuti: Sillavengo intende la vecchiaia come libertà dì smarrirsi nei propri pensieri. "Signor colonnello" Chiodini esclama di un fiato, "scusi se mi permetto, ma non mi risponda a scoppio ritardato. Ho ciapà uno stremiss, che, sebbene io sia un fantasma, sono slato proprio male ... " "Uno stremiss?" Sillavengo chiede incuriosito. "Una paura'? E perché?" "Credevo" si giusti fica C hiodini, "credevo ... con tutto il rispetto foo per dì ... che lei fosse foeura de sentiment ... " "Che sciocchezza" replica Sillavengo. "A me capita di riflettere, cli tanto in tanto, e, se rifletto, sto zitto.
È un'abitudine forse noiosa ma, alla mia età, non si può pretendere che uno cambi il modo di vivere. E, quanto alla solitudine, girano preconcetti, idee sbagliate. La solitu-
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dine è bella". "Signor colonnello" Chiodini approva con entusiasmo, "l'è mej soli che mal compagna. Lu gh'ha reson. Sono sempre stato d i questo parere anch'io". "Non è questo che io intendo" osserva Sillavengo. Soggiunge: "Mi riferisco al ritrovarci soli con noi stessi: affacciarci sulla nostra anima, e cercare il senso più riposto e più vero d i tutte le cose. È un passaggio la nostra vita, si sa: ciò che conta è non passare inutilnlente". Sospira. È improbabile che Renato Ch iodini possa accettare l'implicito invito che gli è stato rivolto, e che possa comprenderlo: Chiodini è un meneghino pragmatico, occupato dai fatti dell'immediato, gli si può chi edere di smontare un motore, ma non cli smontare un'anima. Sillavengo vorrebbe confidargli com'è stata la sua vita; si è provato a farlo a ltre volte, nel deserto, con scarsi risultati, così, adesso, crede di avere un'ultima, estrema occasione, e a colui che è stato compagno di tante avventure vorrebbe rivelare quanta folla c'è nell'autentica solitudine. Sta per parlare, ma legge in viso a Chiodini lo sbalordimento ... Inutile ogni spiegazione: per Chiodini il mondo si identifica con il corpo. Per Si llavengo invece il mondo è come un palcoscenico, senza limi ti di spazio o di tempo: su quel palcoscenico sono lulli egualmente presenti, tutti fantasmi onorari, i vivi e i morti, ma pure quelli che sono vivi o morti nei libri, nei racconti della gente, nelle visioni ... Cimmaginario e il reale si saldano, diventano un tutto unico. Sillavengo conosce un racconto di Cechov, dov'è un Monaco Nero, un'apparizione benigna, che di tempo in tempo si manifesta a un giovane studente. Ma a vedere il Monaco Nero è solo lo studente, così il poveraccio è sospettato d i soffrire d'allucina;,ioni, finché lo stesso Monaco lo cava dall'imbarazzo, suggerendogli lo scioglimento dell'enigma. "lo esisto nella tua immaginazione" spiega, "e la tua immaginazione è una parte della natura, dunque io esisto anche in natura". II reale di Sillavengo è stato severo, talvolta crudele: nel m ezzo di avvenimenti orribili, che avrebbero tolto il senno a chiunque a ltro, Sillavengo è stato sempre presente a se stesso, ha sempre deciso nel modo migliore, per gli uomin i che comandava e per i suoi doveri di soldato. La familiarità con la morte lo ha a iu tato a cogliere il significato della vita. Non si è mai preso il lusso di distaccarsi dalla realtà, pur riservandosi il diritto di sognare . Di colloquiare con ogni eventuale Monaco Nero. La sua capacità, di aderire alle verità più dolorose, ha trovato un corrispettivo nella sua capacità d i volare nei giardini della fantas ia: coniugando i sogni alla materialità, ha intuito che la natura, a dirla con Cechov, è imrnensa. Anzi: è infin ita .
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Paolo Caccia Dominioni ritorna nel deserto tra la fine del 1931 e l'inizio del
J 932. Paolo, già al tempo del delitto Matteotti, è un dissenziente, tuttavia ha ben distinti i concetti di regime e di Paese. Bella o brutta che sia è la mia Palria. Nel dicembre 1931 viene richiamato alle armi. Vi ene associato ad una missione che da Murzuq, nel sud della Libia, deve o dovrebbe raggiungere i pozzi di Tummo, quasi al confine con il Niger. Sono circa trecento chilometri di deserto, mai percorsi da veicoli a motore, e dunque si tratta di individuare o di tracciare una possibile pista, effettuando nel contempo rilievi cartografici. L'avventura vera e propria si esaurisce nel giro di una settimana o poco più, ma in quella settimana accade di tutto. E poi le carte topografiche non sono attendibili, sono puro frutto d i fantasia. A rnetà percorso all'incirca, un costone del tutto inatteso sembra sbarrare la via, e la sfortunata pattuglia del deserto non potrebbe che volgersi indietro. Viene costruito un passaggio ardito, e si adottano gli accorgimenti necessari per poterlo utilizzare anche in senso inverso. Avanli. Spesso soffia un vento fortissimo. Lungo il cammino, a segnalare il passaggio di esseri viventi, affiorano soltanto ossa, bianche, calcinate dal sole e dalla cipria desertica: ossa di uom ini e di cammelli. Morti di fame, di sete, di sfinimento, chi può saperlo. Abbandonati al loro destino, uom ini ed animali, per evitare che la loro infermità compromettesse il viaggio degli altri compagni. O anche morti violentemente: schiavi ribelli uccisi da negrieri, e negrieri uccisi da schiavi ribelli. Il 16 gennaio 1932 la spedizione raggiunge Tummo, e Paolo ricorda l'evento con queste parole: "L'immensa piana luminosa ha riflessi quasi marini. Si levano, a gran distanza, rialzi rocciosi che scintillano come gemme , infiammati dagli ultimi raggi crepuscolari, nitidi nel cielo purissimo. L'assieme è troppo bello per sembrare vero. Questo è il Sahara ammaliatore che annulla ricordi e affetti, che disperde lo struggimento sottile della nostalgia. Stupore di vedere l'orizzonte ancora fosforescente quando già, sulle nostre teste, si è accesa la grazia di Sagittario e delle Pleiadi". La notte è freddissima. I pozzi sono sette, disposti ad anfiteatro, al fondo di una depressione. L'acqua è fresca, abbondante, ottima. Unica vegetazione molti cespi di coloquintidi, piccol i cocomeri la cui polpa amarissima può avere nefasti effetti lassativi. La missione è felicemente compiuta: alla fine di marzo Paolo verrà congedato, e nell'ottobre del I 933 verrà promosso capitano. La Patria tornerà ad avere bisogno di lui ab-
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bastanza presto, e, nella primavera del I 935, sarà richiamato AO, come allora si diceva, cioè sarà richiamato in Africa Orientale. Tra un richiamo e l'altro, Paolo riflette sulla sua sorte: fosse un uomo arrogante, pieno di sé, potrebbe riconoscersi nelle parole che l'Antonio di Shakespeare pronuncia cornrnenwrando Bruto ("gli elementi erano in lui così commisti che la Natura poteva ergersi ed esclamare dinanzi a tutto il mondo: 'Questo fu un uomo'"), ma in lui prevale su tulto il senso del dovere. Non conosce altro modo di concepire la vita se non come servizio da rendere alla Patria ed agli uomini: per presentarsi al giudizio di Dio allegando, a memoria difensiva, la sua generosità. Nondimeno scopre che nella sua vita si intrecciano due filoni, a prima vista poco compatibili tra di loro: uno salgariano, che riconduce all'avventura, all'esotismo; l'altro, ben più doloroso, che riconduce alla mitologia e al teatro greco. La prima guerra mondiale ha lasciato la sua impronta, tormentosa, come una piaga che non cicatrizza: l'Antigone sofoclea suggerirà la pietà per i morti. Antigone diventerà qualche cosa di simile al faro di Leuca: un raggio di luce che indica la strada. Provvederà la seconda guerra mondiale a riaprire il sipario sulla tragedia: gli anni Trenta, adesso, sono di avventura cd, entro certi limiti, persino di utopia. Va da sé: anche l'Africa Orientale esigerà il suo tributo di sangue. Per sua fortuna, questa volta Paolo non viene gettato nella mischia. Esercita la sua professione di ingegnere viaggiando per il Medio Oriente: ha studio al Cairo, e, quando la convocazione gli giunge, si trova a Beirut. Ritorna in treno da Beirut al Cairo, poi a Suez si irn.barca sul piroscafo Eritrea, il postale del Mar Rosso. Fa molto caldo, l'aria gli sen1.bra "di piombo", però il ciclo cli notte è splendente, e il luccichio della Croce del Sud è amico. Sbarca a Massaua, e, in littorina, prose611.1e per Asmara, una città che sorge a 2400 m sul livello del 1T1are. Inizialmente Paolo viene adibito a lavori di progettazione, in ufficio. Delusione: non è questo ciò che aveva sperato. Ma, di lì a poco, gli comunìcano che dovrà trasferirsi nel Sudan, a vedere che cosa fanno gli inglesi. Sa benissimo che una paziente, puntuale e prudente tessitura informativa può scongiurare terribili guai. Congedato, Paolo ritorna al Cairo. Vi ritorna corne se stesso: uno che in quella città ha uno studio professionale. Parla perfettamente il tedesco, il francese e l'inglese, si arrangia con l'arabo. Al Cairo viene raggiunto dall'ascari Bescìr Abdal lah, un negro nubiano che ha già dato splendida prova cli sé: Bescìr sarà l'aiutante di Paolo. Nello schema organizzativo K., Paolo è il numero 2 e Bescìr, l'ultimo arrivato, il numero 7.
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La missione durerà cento giorni, e Paolo porrà una ironica analogia con i cento giorn i <li Napoleone. Paolo, fingendo di dover disegnare le dighe del Nilo, si trasferisce prima a Kharturn, poi, poco lontano, a Cebel Aul ia. Intuisce di essere o di poter essere sospettato; teme di essere sorvegliato. Così, per i suoi appunti, usa u n inch iostro simpatico a base di succo di papaia e cli mango fresco. Con l'inchiostro si1npatico, si può scrivere e disegnare normalmente. Il testo occultato sarà reso leggibile esponendo il foglio a vapori di ammoniaca . Ma non c'è precauzione che basti: il pericolo è costante, imbeve ogni attimo del giorno e della notte. Gli informatori dell'una e dell'altra parte giocano a rim piattino. "Il rischio viscido e invisibile", osserverà Paolo. In poco più di tre mesi, il Comando italiano verrà a sapere che, nel Sudan, si sta costruendo un nuovo aeroporto, a due passi dalla frontiera con l'Etiopia; e verrà a sapere che la presenza inglese si va rafforzando, che sono arrivati e stan no per arrivare altri aerei, alt ri materiali bellici, altri uomini . .Cavvio delle ostilità tra l'Italia e l'Etiopia pone termine alla missione: oramai al nostro agente la terra scotta sotto i piedi, e la stessa autorità consolare inglese gli fa capire che è tempo di cambiare aria. Si imbarca a Porto Sudan, sulla nave ingl ese O,~fordshire: inganna le lunghe ore della navigazione giocando a birilli con ambigui compagn i d i viaggio, meno am ichevoli <li quanto potrebbero sembrare. Non scende a Suez, come preventivato: una soffiala e il clima generale lo inducono a non fidarsi . Prolunga il viaggio, e, attraversato il Mediterraneo, approda a Marsigl ia. Nel dicembre del I 935, Paolo ritorna in Etiopia . Formerl1, con alcuni fidati e con alcuni ascari, quella che lui stesso chiamerà "la pattuglia astrale": compito della pattuglia è andare alla scoperta dei terreni , che le truppe dovranno attraversare, stabilire buoni rapporti con le tribù indigene cd effettuare rilievi cartografici . Il romanzo diventa sempre più salgariano. La pattuglia astrale fa esperienza cli tutto: coccodri lli , serpenti, pesci volanti, spine che lacerano le carni , labirinti creati dalle scimmie, stanze dove è passata la lebbra, e, per finire, la fuga del carnmello che porta i bagagl i di Paolo. Ben s'intende: l'acqua minerale, ma pure quella del rubinetto, non sono che u n ricordo. Si beve più fango che acqua: ci vuole pazienza. Il Servizio Informazioni Militari starebbe progettando per Paolo un'altra missione: tornare nel Sudan a fomentare una rivolta antinglese, mettendo a frutto lo scontento di alcuni villaggi, di alcune popolazion i. .Coperazione è stata cripticamente definita "schema K". Vi è un volo notturno, vi è l'eventualità di un lancio con paracadute, vi è l'incontro con u n misterioso dottor Moharn.med ... Solo che Addis Abeba viene
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occupata, e un telegramma cifrato ordina di sospendere lo schema K. Così il progello viene dimenticato per sempre. Alla fine di ogni guerra, la conta dei morli è inevitabile. Gli etiopici sparano bordate inverosimili: assumono di aver perduto quasi mezzo milione di uomini. È una cifra assurda. Da parte italiana le vittime sembra che siano state cinquemila, più o meno: si precisa che quei cinquemila, nella maggior parte, sono costituiti da truppe coloniali . Come se la vita della gente di colore avesse minore irnportanza. Ma non è così per Paolo Caccia Dominioni: egli pensa che già un solo morto rappresenti una tragedia, e soprattutto non distingue tra caduti di pelle nera e caduti di pelle bianca. Sono lulti figli di Dio. E non a caso, tra quelli che non torneranno, vi è un negro nubiano, colpito da un male che non guarisce: se ne va nella solitudine di un ospedale, sognando cli riprendere il suo posto di artigliere . .È Bescìr, l'aiutante fedele dei cento giorni nel Sudan, caro a Paolo come un amico, forse come un fraLcllo. Bescìr ha meritato una decorazione: solo che, quando gliela vorrebbero consegnare, lui già se ne è andato. Decorano la sua tomba: il gesto non affretterà l'ingresso in paradiso del guerriero.
Sillavengo ama ricordare, persuaso com'è che soltanto la rnemoria può suggerire l'illusione della immortalità sulla terra. Per quanto'? La Ruota del 'le rnpo, una volta ha commentato Sillavengo, "deforma il nostro sentire, o meglio lo accompagna nella parabola fatale che non ci è dato di regolare né di modificare". Bei concetti, dc filoscf, pensa Chiodini: in realtà, var pussee la pratega che la gramatega. Lui sa che Sillavengo si è sposato piuttosto tardi, con la contessa Elena, e che dal matrimon io sono nate due be lle bambine: ma prima di allora? Non è verosimi le che un uomo sia arrivato a cinquant'anni e passa, senza mai "parlare" a una donna. "Parlare" a una donna, in Lombardia, vuole dire flirta re, amoreggiare, conoscersi. .. in tutti i sensi. Chiodini vorrebbe ragguagli sui precedenti sentimentali del signor colonnello, ma, per chiedere, come trovare il linguaggio e il temo più adatti? Strano. Hanno vissuto dieci anni nel deserto, gomito a gom ito, e il discorso non è mai .scivolato sulla vita intima. Si ll avengo sembra leggere nel pensiero di Chiodini. "Gli uomini parlano volen tieri delle donne ... " osserva. "Vantano le loro conquiste ... si addentrano in particolari che
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farebbero meglio a tacere. Spesso inventano. Altre volte infiorano realtà n1olt.o modeste. Io deploro tanta loquacità, e, pur non contestando i diritti del nostro povero corpo, sono dalla parte di Leopardi che a 'forquato Tasso, richiesto dal Genio familiare se sia più dolce vedere la donna amata o pensarne, fa replicare: 'Non so. Certo che quando mi era presente, ella m i pareva una donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea' . Ma, a discutere con te di queste cose, è fiato sprecato ... 'Jì.1 sei un uomo con i piedi per terra, non si dice così? Tant'è che, quando alloggiavamo nel deserto, tua moglie e i tuoi figli si trasferirono ad Alessandria, non troppo lontano da te. Evidentemente tu , al pensare, preferisci l'essere presente. O mi sbaglio?" "La mè sci ora non potevo lasciarla in Italia ... " brontola Chiodini. "Foo per dì. .. si può piantare la famiglia a due o tremila chilometri di distanza? Uno ciappa su e se ne va? Non si può, signor colonnello, e lei stesso mi consigliò di portarmi moglie e figli ad Alessandria. A parte che la filosofia, del pensiero mej della presenza, mi nol capissi. Il signor Leopardi in che mondo viveva"? La donna o c'è o non c'è, e, se non c'è, non è che si avvicina, pensandola". Sillavengo scuote la testa. La concretezza di Chiodini è esasperante: anche un rneccanico dovrebbe sospettare che esistono cose immateriali. I sogni, se i pensieri disturbano. Sillavengo in Risvegli nella sera ha scritto: "Presso a me, sulla mia giacca p iegata a guanciale, posa la testa bionda che nel sonno è infantile, innocua, e che un tempo mi sembrò sprezzante, irraggiungibile, altera. Quanti mesi di fantasticherie, di esitazioni, di complicate manovre, di percorsi obbligati a ore fisse. Era inavvicinabile, trincerata dietro una cortina di vecchie zie, di signori sospettosi, di fratelli insulsi ... Ormai ci lasciano in pace: siamo sempre assieme, soli. tvli chiedo spesso se è vero, se tutto ciò succede proprio a me, e non a un altro. Ed è qui, presso a me. 'Ti voglio bene', ]e dico piano, per non svegliarla: ma lo dico chiaro, perché m i pare più sincero, dal momento che non può sentire". La scena è solo sognata: è possibile che in qualche modo sia esistita, ma i] sogno è l'unica certen,a offerta da Sillavengo a conclusione dell'episodio. Ed è significativo che la dichiarazione d'amore non abbia bisogno di essere ascoltata, anzi che suoni più veritiera proprio perché non ascoltata. Volersi bene può darsi che evolva in un d ialogo, ma può anche darsi che resti un monologo o magari la somma di due monologhi.
È impossibile far comprendere a Chiodini che la magia dell'amore sta nell'emozione, e che l'emozione può nascere da una fantasia, da un ricordo, da un niente. Raccontare al suo aiutante di Vclda o di Veniera o di un'Altra non ha senso, c'è pericolo
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di passare per matto. Con un pizzico di paradosso, com'è sua abitudine, Sillavengo confessa di essere stato "fernminiero e ubriacone", a tempo debito. Chiodin i ride, rinfrancato. Sillavengo si morde le labbra. Vorrebbe confidare che le donne più belle e più desiderabili sono quelle che appaiono in sembiante di fantasmi, specie di fantasmi onorari, ma Chiodini tornerebbe a non capirlo. Nella sua realtà c'è posto per la famiglia, per la minestra sulla tavola apparecchiata, per carburatori da regolare, per i morti da seppellire e per la pietà che si deve equamente ai morti ma pure ai vivi, nulla più: se pur vi fosse dell'altro, svanirebbe nella nebbia di sabbia che vortica al levarsi del gh ibl i.
La pace, finalmente la pace. Ma quanto durerà? Il capitano Paolo Caccia Dominioni ritorna al Cairo, al suo studio di ingegnere, e poi, per ordine del Ministro degli Esteri, si trasferisce in Turch ia, ad Ankara. È stato incaricato di dirigere i lavori di costruzione della nuova sede dell'ambasciata italiana. Tuttavia, come alcuni documenti suggerirebbero, si può dubitare che abbia cessato di svolgere attività per il Servizio Informazioni Mi litari. Quale att ività? Sono lecite solo supposizioni. Egitto e, ancora più, l ì.nchia, sono due crocevia internazionali: la presenza britannica ma pure tedesca hanno peso, e captarne gli umori può essere utile. Raccogliere informazioni soprattutto quelle "giuste" - richiede ad un tempo sensibi li tà, acume e perseveranza. Doti che certamente non fanno difetto ad una personalità complessa e poliedrica come quella di Paolo Dominioni, costantemente al crocicchio fra razionalità ed illuminata immaginazione. La costruzione della nuova sede dell'ambasciata italiana, iniziata. a Istanbul nel remoto 1911, è una vicenda che dura all'incirca trent'an ni , t ra difficoltà d i ogn i genere. Kemal 1\tluslafah Pascià, il fondatore della rlùrchia moderna, po1ia la capitale ad Ankara, e, nel maggio del 1938, può aver luogo la cerimonia per la benedizione della prima pietra. La benedizione viene impartita dal Nunzio Apostoli co: un sacerdote atticciato, dall'apparenza bonaria, sulla sessantina. Parla con spiccato accento bergamasco, si chiama Angelo Roncall i. Paolo riesce a scambiare alcune battute con monsignor Roncalli. L'.ecclesiastico è o almeno sembra un uomo pacioso. "Spero che Nostro Signore voglia illuminarli tutti quanti" commenta, e, dialogando con un compatriota nato tra T icino e Adda, le
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parole corrono più veloci, l'inflessione bergamasca si fa più spiccata. "Ho paura che vogliano replicare il copione del 19 I 4 ... Un rebellot, uno sfragell. Bombe, cannoni, aeroplani .. . tutta farina del diavolo. Speriamo che si ritorn i ad amare la farina del formentòn, quella per la polenta. Speriamo, speriamo" . La costruzione dell'ambasciata procede a ritmo febbrile, nonostante si debbano superare difficoltà di ogni genere. J\ settembre l'i ncontro di Monaco sembra dare spazio alla polenta. A novembre muore Kemal Pascià . l'.illusione della pace dura un anno all'incirca, poi Hitler rompe gl i indugi. Per alcuni mesi Mussolini rimane a guardare, alla fine si persuade che, nel giro di pochi mesi, i tedeschi chiuderanno la partita a loro favore. Sarebbe " illogico" rimanere alla finestra, e il l O giugno 1940 annuncia l'entrata in guerra dell'Italia. Paolo Caccia Dominioni apprende la notizia ad Ankara, dalla radio. Trasecola. Sa che, qualunque ora stia battendo, i rintocchi sono lugubri. Ila sempre pensato che sarebbe una foll ia entrare in guerra, e perciò ha rassicuralo gli operai italiani che lavorano nel cantiere. Adesso gli operai lo guardano, con muto rimprovero. Se la Turchia decidesse di partecipare a l conflitto - ben s'intende: dalla parte degli anglofrancesi si ripeterebbe la tragedia dei campi cli concentramento in cui vennero internati gli italiani, nel 1915: nove su dieci non fecero ritorno, distrutti dalle angherie, dagli stenti, dalle malattie. Per fcn1.una la Tbrchia decide di mantenersi neutrale. Paolo non è stato ancora chiamato alle armi: cì sono i lavori di costruzione da ultimare, e poi , chi sa, in un porto franco, qual è adesso Ankara, può sempre filtrare qualche indiscrezione sugli intendimenti cli quell i che sono diventati i nemici. Ma Paolo, a questo punto, desidera combattere: lo desidera proprio perché sa che vincere è impossibi le, tutt'al più si può perdere con onore. È una questione di stile, di e legan-
7,a, com.e gli fece osservare il fratello Cino, all 'incirca venticinque anni prima, in riva alla Bre nta. Rimpatria nel settembre del 1940. Nel gennaio del 194 l il SIM ne richiede espressamente l'opera, fiducioso del conseguimento di risultali concreti, possibì li solo se si nutre passione istintiva per le sfide continue che l'attivitù informativa implicitamente comporta. A marzo Paolo viene promosso _maggiore. A novembre viene trasferito presso il Servizio Informazion i del Regio Esercito. Nel marzo del
1942, scrive al suo Comando: "Negli u lt imi giorni, in occasione dei noti contatti con l' Ispettore del Genio, ho manifestato la mia speranza di poter partecipare all'attuale guerra in forma meno comoda e possibi lmente rischiosa. li Capo del Reparto Addestramento mi ha senz'altro offerto il comando, tuttora scoperto in seguito al la perdita
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del Com.andante, d i u n battaglione Guastatori in A.S . Di fronte a lla lusinghiera prospettiva di p re ndere la tes ta di un reparto che si è giù meritato oltre cento medaglie al Valor Militare e quattro proposte per medaglie d'oro, io rivolgo rispettosa e subordinata istanza per essere messo a disposizione del Ministero della G uerra". Viene accontentato. Nella primavera del l 942 è a Rrunice, per un corso d i addestrame nto: dovrebbe essere destinato a l fronte russo, ma un repentino m utamento di programma lo conduce sul fronte libico. Il 3 luglio parte in aereo da Lecce, due ore p iù tardi atterra a Derna. fl giorno dopo assume il comando del XXXI Battaglione Guastatori. A maggio, pri1na de] suo arrivo, c'è stata la battagli a di Tobruk, e, in quella battaglia, un giovane, che diventerà suo assistente cd amico, non ha esitato a mettere in gioco la pelle. Questione di eleganza anche per quel giovane, a dispetto dei natali non blasonati , e dell'e loquio risciacquato nel Navigl io a nzi che nell'Arno.
"Il signor colonnello è sernpre generoso con me" dice C hiodini a bassa voce. "TI giovane nassùu, senza il sangue bl u e senza la parlada toscana ... bén, ero io quel giovane. Però non esageriamo. Ilo fatto il mio dovere, punto e basta. Me despias per il Leccis, povero ragazzo. Gl i è andata male. La medaglia d'oro è sufficiente per pareggiare i conti?" Sillavengo non risponde. Conosce abbastanza C h iodini per comprendere che ha posto una domanda retorica, e un tantino polemica: non c'è niente che riesca a pareggiare certi conti. Figuriamoci una medaglia, a nche se d 'oro! Orarnai è notte fonda, come è notte fonda a ~fob ruk il 20 giugno 1942, quando giunge l'ordine che bisogna aprire un varco nei rclicolati nem.ici . Non è uno scherzo. Vi sono alcuni fortin i, un fossato anticarro e i campi minati. II fuoco di interdizione è micidiale. Alle prime luci dell'alba, i guastatori si lanciano cli corsa: in testa alla compagn ia sono il Caporal Maggiore G iovanni Leccis e il soldato Renato Ch iodini. li martellamento degli inglesi non conosce sosta, e Leccis viene ferito. "Torna indrée!" grida Chiodini, tentando d i soverchiare con la voce le esplosioni tutto intorno. "Iòrna indréel Foo per dì, ma sei conciato come. un 'ecce homo' ... Non t i basta?'' Leccis è sardo di Domusnovas, in provincia di Cagliari , ed ha la caparbietà della quale solo i sardi sono capaci; e poi è imbestial ito per le sue povere carni sanguinanti, non si tratta solo cli fare la guerra, adesso è un fatto personale tra lui e gli inglesi. Che pretenderebbero di sbarrargli la strada.
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Leccis continua ad avanzare, mentre il fuoco di sbarramento infittisce. Chiodini gli è accanto, e viene ferito a sua volta. Strano. Tante volte si è domandato ciò che si prova a essere colpiti: dolore, sì, ma non è il peggio, il peggio di tutto è la rabbia, che agisce come un anestetico o, meglio ancora, come un filtro velenoso. E più forte di ogni sofferenza è la voglia di restituire, possibilmente moltiplicato, il male che si è. ricevuto. I due hanno raggiunto il reticolato, e, al di sotto, stanno facendo brillare mine a miccia lunga: hanno quasi aperto un passaggio. Manca un soffio, per finire. "Spiegalo tu, alla mia mamma" a un tratto Leccis confida a Chiodini, e, in quell'inferno, la sua cadenza sarda, scandita, stentorea, suona come la più appropriata. Smette di procedere carponi, e si alza all'impiedi. "Coss ti fé lì?" gli urla Chiodini. "Te sée matt?" Leccis accende la miccia dell'ultima carica di cui è affardellato, ma un proiettile anticarro lo colpisce in mezzo al petto: non gli dà nemmeno il tempo di raccomandarsi a Dio. "Sacranon!" esclama Chiodini, e capisce che vorrebbe piangere, semplicemente piangere, ma prima c'è una formalità che non può aspettare. Si alza impiedi anche lui, raccoglie la mina già accesa dal compagno, la infila nell'intrico del filo spinato, e intanto, t i te voeur mazzà anca mi?, pensa, bén coppa anca mi, tanto di vivere in un mondo che è buono solo di uccidere, proprio me ne impipo, ME N E IMPIPO a tutte maiuscole .. . Lo ridesta l'esplosione della mina: ora c'è un varco nel reticolato, e i bersaglieri possono scagliarsi all'assalto. La caduta di Tobruk è questione di ore. Chiodini finalmente può piangere: anche lui è stato ferito, ma non è per la ferita che piange.
i\ Leccis, cioè alla sua memoria, daranno la medaglia d'oro, e a Chiodini quell a d'argento. Natural mente pareggiare i conti è impossibile ... Sillavengo si domanda che cosa determini gli atti di eroismo, quale arcana pulsione: alla vita siamo attaccati tutti, è l'unica certezza della quale disponiamo, mentre il dopo ... Il dopo è questione di fede. A combattere non vengono mandati superuomini, scelti dopo severe prove di coraggio: ci vanno giovani come Chiodini , che preferirebbero andare al cinern.a con la ragazza e che, nell'esperienza quotidiana, non leggono i poeti greci e latini. Zappano i campi , aggiustano i motori, guidano il tram ... non sospettano la remota esistenza di Ettore e di Achille. Sono persone che stenterebbero a trovare le parole per esprimere il concetto di ideale, che sarebbero contente di poco, per esempio di una polenta ben condita, come suggeriva monsignor Roncalli. Eppure - al dunque - sono pronti a morire e non chiedono la mancia. Segno che l'eroismo non è l'applicazione pratica di una filosofia: è l'emozione di un momento, il trasalimento di chi inopinatamente sor-
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prende un'altra bel lezza, diversa da quella cui è avvezzo e compie un supremo atto di amore, forse senza nemmeno intendere dove recherà un tale atto. Il significato del gesto è la sua luce, tutto il resto cade in oblio sulla linea del fuoco. La linea del fuoco ... Sillavengo osserva, fuori della finestra, le sciabolate del faro nella notte. Niente che possa essere paragonato al le fiamme e agli incendi tra la depressione di Qattara e il mare, su un fronte lungo una quarantina di ch ilometri . È accaduto tra i mesi di luglio e cli novembre del 1942, ad El Alamein: una precisa contabilità dei morti - dell'una e dell'altra parte - è ardua. Le somme vanno fotte nell'ordine delle decine di migl iaia, e forse due decine di migliaia sono i militari rimasti nella sabbia del deserto o, spesso, inghiottiti da quella sabbia, e mai più restituiti. Della vicenda di El Alarnei n Sillavengo sa tutto: ne ha parlato e ne ha scritto in molte occasioni, anche in una polemica lettera aperta al Feldmaresciallo Bernard Law Montgomery, accusato di mendacio, senza mezzi termini. Ad El A.lamein vengono combattute due battaglie, la prima a luglio e la seconda tra la fine di ottobre e i primi di novembre del 1942: il primo scontro termina più o meno in parità, il secondo è una catastrofe per le forze italo-tedesche. E la catastrofe è tanto p iù dolorosa perché gli italiani si battono con eroismo, con sprezzo del pericolo, per usare il linguaggio caro ai Comandi , quando occorre proporre o motivare medaglie. ' fra le due battaglie di El Alamein ne va inserita una terza, quella di Alam Haifa, sullo sLesso teatro operativo (dal 31 agosto al 6 settembre): la conclusione è un nulla di fatto. Sillavengo ha preso parte a quasi tutti i combattimenti: spedito (agosto 1942) a compiere un'azione di disturbo sul costone RuweisaL, si batte coraggiosamente alla testa dei suoi guastatori, e, quando si giunge all'epilogo (23 ottobre - 4 novembre
1942) insieme alla Folgore, nel settore sud del fronte, non lontano dalla depressione di Qattara, chiude il passo agl i inglesi, che non solo non riusciranno ad avam,are, ma preferiranno dirigersi verso il settore nord, dove c'è stato lo sfondamento. Purtroppo le perdite umane, subite dal XXXI Guastatori e dalla Folgore, sono spaventose: i superstiti si ritirano, attraversando il deserto ed evitando l'accerchiamento del nernico. Al termine dell'odissea, Sillavengo è gravemente ammalato: rirnpatria a bordo di una nave ospedaliera, e viene ricoverato all'Ospedale Militare di Napoli. Soltanto a guerra finita si apprenderà che Londra ascolta e decifra tutti i messaggi proveniemi da Roma: la posizione e la rotta dei nostri convogli navali non sono un mistero per gli Inglesi. Molti anni dopo il mondo saprà che le comunica;;,;ioni dell'Asse venivano costantemente intercettate e puntualmente decrittate dai Servizi britan-
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nici che avevano penetrato "Enigma", la 1T1acchina cifrante tedesca ritenuta inviolabile. Solo allora Sillavengo saprà dare corpo ai tanti interrogativi legati ai successi, talora inspi egabi li, degli angloamericani. Solo allora potrà quantizzare l'energia che può sprigionare una calibrata sim.biosi fra intelligence operativa e ricerca tecnologica finalizzata. Una energia che si trasforma in potere decisivo per il suo detentore. Solo allora riuscirà a spiegarsi l'affondamento, nel settore navale di Tobruk, della nave cisterna Proserpina, del piroscafo ~fripolino, delle motonavi Zara e Brioni. E inoltre sarà possibile confrontare l'entità delle forze in campo, ad El J\lamein: gl i inglesi sono in I 95.000 e dispongono <li I 029 carri armati, di 23 Il cannoni e di 750 aerei; gli italotedeschi sono in l 04 .000 (grosso modo metà iLaliani, metà tedeschi) e dispongono di 489 carri armati, <li I 2 I 9 cannoni e d i 675 aerei. Analoga situazione di tremendo
squilibrio per i rifornimenti, che per le Lruppe dell'Asse si esauriscono presto. È difficile far la guerra con carri armati che hanno corazze poco più che simboliche: più diffici le ancora se manca il carburante.
Il maggiore Paolo Caccia Dominioni, imbarcato sulla nave ospedaliera Gradisca, contempla il mare. È possibile una analogia Lra il mare e il deserto'? Da ragazzo, gli sarebbe piaciuto andar marinaio, e, benché la sua sorte sia stata diversa, ancora sente il fascino del navigare ossia del cercare la giusta d irezione in un orizzonte a prin:1a vista tutto eguale. Adesso c'è la bussola, c'è la radio, ci sono gli strumenti cli bordo. Una volta c'erano le stelle. Sul mare come nel deserto le stelle brillano più vicine e più vivide. Paolo non ama i consuntivi , specie quando colmano il cuore di amarezza: nondirneno, costretto al riposo e all'ozio, gli costa fat ica respingere i ricordi che incalzano, a frotta. Rommel, ad esempio. La leggenda di Rommel sta per essere consegnata al la swria: i due anni che ancora gli restano da vivere aggiungeranno nuove pagine a un'avventura che trascolora nell'epica. Evidentemen te Paolo Caccia queste cose non può saperle sul finire del 1942, però ha memoria di avere inconLrato Rommel e, poi, per l'azione sul R.uweisat, di aver ricevuto la Croce di ferro dal feldmaresciallo. Quella decorazione gli salverà la vita . Sul terreno le notazion i prevalenti sono di Lragedia, com'è la faccenda delle mine V 3. Sono difettose, e accade che facciano saltare in aria non gli inglesi ma gli italia-
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ni . Rommel ne proibisce l'uso, ma bisogna arrangiarsi. In 16 notti ne vengono collocate 15.000: e, per capire ciò che è avvenuto, bisogna rammentare che la posa degli ordigni avviene sotto il fuoco nemico. G li italiani hanno poche batterie, con i proiettili contati. Nella sua relazione, Paolo rammenterà l'opinione espressa da un generale tedesco: "la proporzione .. . è di l a 5 per le bocche da fuoco, ma di l a 30 per la disponibi lità dei proiettili". Impossibile la vittoria.
Paolo Caccia Dominioni aderisce alla Resistenza, e, insieme a Renato Chiodini, diventa un latitante. Catturato dai fascisti, dopo aver subito molteplici violenze , viene consegnato a un Comando germanico: parlando un perfetto tedesco, Paolo rammenta di aver comballuto in Africa con Rommel, e di essere stato da lui insignito della Croce di ferro. Dopo alcuni giorn i viene rilasciato. Nuovan,ente arrestato alla fine del 1944, verrà fortunosamente scarcerato al termine di una breve detenzione. Svolge ancora attività partigiana e, per il suo contributo, riceverà la medaglia di bronzo. II 25 aprile 1945 è finita, finita davvero. Tra militari e civili, sono 1norti quattrocentomila italiani.
Più o m eno tutti conoscono le opere di misericordia, e più o meno tulli ranunentano l'ultima: seppellire i morti . Una idea ossessiva per Sillavengo, che, adesso . si avvicina a Renato Chiodini o al fantasma di Renato Ch iodini e gli chiede se ha voglia cli affrontare una piccola passeggiata nella nolle, sulla spiaggia di Leuca, alla luce del faro. "Magara!" si entusiasma Chiodini. "Solo che ... foo per dì ... mi per mi, posso arrivare anche sulla Luna o su Marte. La mia natura un tantino incorporea mi rende adallo a qualsiasi viaggio. Ma lei, signor colonnello, mi pare che abbia una gamba sifola , e, con l'umidiU1 che arriva dal mare, va a finire che i ginocchi scanch ignano, e io non rn i perdonerei rnai .. . ". "Non dire sciocchezze, Renato" lo interrompe Sillavengo. "Oramai le mie gambe sono così 1nal ridotte che sarebbe impossibile ridurle peggio di così. .. Invece sono sicuro che l'aria d ella notte m i farà bene . .. Poiché sei qui, vorrei parlare con te d i quello che abbiamo fatto insieme" . "Sulla spiaggia dì Leuca ci sono morti da seppellire?" sorride Chiodini. "Nessuno, per fortuna" a sua volta sorri-
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de Sillavengo. "Il mare porta alghe, ricci , raramente qualche medusa ... nient'altro. Però io vorrei parlare con te proprio di morti da seppellire ... Vorrei che tu mi dessi notizie di Antigone" . ''.Antigone?" ripete con perplessità Chiodini. "Vcgni al ciar, signor colonnello. In pri1no luogo, di essere un fantasma non sono sicuro, ma sono sicuro di non arrivare dall'altro mondo. Dell'al d i là io non so una gotta, è più facile che io sia fumo uscito dalla testa del signor colonnello. Non soo come l'andarà a fenì, ma, torno a dire, è lei che mi ha convocato. In secondo luogo, mi questa sciora Antigone non la conosco mica. Proprio non la conosco. Forse una dama della Croce Rossa. Oppure ... " Ammicca, non vorrebbe compromettersi, azzarda un commento: "Oggi i costumrn della gente son cambiati ... non son più quelli di una volta ... " "Hai ragione" approva Sillavengo, "tuttavia Antigone non è una donna di malaffare, se vuoi dire questo. Ma non vogliamo uscire?" Sillavengo si appoggia a u n braccio cli Chiodini, e tutti e due, con passo lento ma fermo, oltrepassano la porta. Li investe una raffica di vento e, insieme, di salsedine, di tenebra e di stelle. Procedono guardinghi : sulla spiaggia non vi sono mine, evidentemente, solo che si stabiliscono alcuni riflessi condizionati, dopo aver convissuto per tanto tempo con gli ordigni mortali. Il faro scaglia intorno tre raggi cli luce, e, a tratti, sembra che giri su se stesso. Le lame luminose sono visibi li dal mare, alla distanza di quaranta miglia, e più: sono un riferimento prezioso per chi naviga, ma velano lo splendore delle stelle. Sillavengo solleva un braccio, e indica la volta celeste. "Ti ricordi" domanda a Chiodi n i, "quando don Llligi Odello ha celebrato nel deserto la Messa cli Natale?" "Quella notte c'era la luna" precisa Chiodin i. "Proprio così" conferma Sillavengo, "e avevamo acceso alcune cartdclc. Le avevamo incollate al cofano d i una jeep, lasciando sgocciolare la cera. 11 vento, fortissimo, le ha spente, così, per fare luce, abbiamo tem1to accesi i fari della seconda jeep. C 'erano rottami da ogni lato, e in più quattro scheletri, appena ritrovati. Un freddo dell'altro mondo, un freddo boia. Una Messa così non mi capiterà mai più di ascoltarla, in uno scenario spettrale, da tregenda . Sì, abbiamo sentito Messa tra i fantasmi, e in fatti presumo che, a pregare con noi, siano venuti i morti di tu tte le battaglie combattute nel deserto, ne.I 1942; cd era come se anche noi fossimo morti, o come se la differenza tra la vita e la morte fosse diversa da quella che pensiamo. Quella notte di Natale ho creduto cli capire, pur se vagamente. Ma al mondo è tutto vago, si intravede senza mai vedere".
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"È stata una bella cerimonia" concorda Chiodini, "sebbene, con tutto il rispetto per il signor colonnello, io sia sempre in attesa di una spiegazione sul conto di Antigone. Foo per dì, e se sbagli ciarni scusa, ma, nel deserto, a pregare con don Luigi, ghe semm mm, e non la sciora Antigone". "Sei in errore " protesta Sillavengo. "La sciora Antigone, come la chiami tu, in realtà è presente dovunque sia la morte, e dunque anche lei era con noi". "Demoni!" esclama Chiodin i. "Non sarà mica che la signora mena gramo? Che porta disgrazia?" "Che barzellette" Sillavengo taglia corto. "Antigone è un personaggio mitologico ... un personaggio che ha ispirato letterati e musicisti. L'opera di maggior conto è la tragedia di Sofocle, e forse, se alla gioventù insegnassero meno rock 'n roll e più Sofocle, vivremmo in un modo migliore. O i miei sono i soliti brontolamenti di un vecchio? A ogni modo la storia di Antigone te la posso dire in due parole. Creonte, re di Tebe, ha ordinato che Polinice, colpevole di tradimento, rimanga insepolto, cibo per gli avvoltoi. Antigone, sorella di Polinice, disobbedisce all'ordine e, sulla salma del fratello, compie un gesto di pi età. C:reonte la condanna a mone, e la fa imprigionare: Antigone si impicca, ma il suo suicid io provoca il suicidio del figlio e della moglie di Creonte". "Tutto qui?" domanda Chiodini. "Non ti pare che basti?" protesta Sillavengo, un po' risentito. "Una carneficina". " Nel deserto era peggio" Chiodini tenta di minimizzare . "Sì, era peggio" sospira Sillavengo, "ma, in una tragedia, a maggior ragione nell'Antigone d i Sofocle, la conta dei vivi e dei morti ha significato modesto. Antigone
vuole seppellire suo fratello, per un atto d'amore, e non esita a dichiarare a Creonte che lei, per sua n atura, condivide affetti, non odi. Ciò vuol dire che è l'amore il filo capace di legare il mondo di qua e il mondo di là, il filo capace di impedire o almeno di ostacolare il t.riste ufficio della morte". "Lei vuol dire, signor colonnello" mormora Chiodini, turbato dalle parole di Sillavengo, "lei vuol dire che siamo stali nel deserto dieci ann i e passa per restituire qualche cosa ai morti? " 'J\i morti e a noi stessi" consente Sillavengo. "Seppellire decorosamente chi ci ha lasciato più che a custodirne le spoglie, serve a conservarne la memoria, per quanto si può ... " Sillavengo si ferma, pensieroso. Da vecchi, la tentazione di fare un consuntivo è fortissima, solo che, nel mettere insieme i dati del prob lema, si sbaglia: si trascurano i pensi eri, i ricordi, i sogni . .. tutto ciò che è nella mente, e che, come insegna Cechov, ha diritto cli esistere, al pari delle cose e dei fatti materiali. Dicci anni di contiguità con i morti hanno confermato quella che per lui è una vecchia idea, sebbene alquanto
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nebulosa: occorre accettare e smorzare la vio lenza deUa morte, per non lasciarsi frastornare dalla violenza della vita. Allora diventa possibile porgere l'orecchio, e ascoltare ciò che viene dal didentro, dal profondo, dal lontano.
L'esplosione è violenta quanto inattesa. La jeep si corica sul fianco anteriore sin istro mentre il motore continua a ruggire. Una piccola nuvola di sabbia toglie la vista. Renato Chiodini si affrelta a spegnere il motore, e smoccola. "Siamo finiti su una mina" commenta il Maggiore Paolo Caccia Dominioni. "lo sto bene. Tu sei ferito?" domanda all'aiutante che lo rassicura. Chiodini si è ferito qualche tempo prima, a un braccio: non ha intenzione di replicare. I guai sono stati tutti per l'autoveicolo. Si può tentare una riparazione d'emergenza? Impossibile: bisogna ritornare a piedi alla base, e organizzare una spedizione di soccorso con un altro automezzo. È il 29 giugno del 195 I , giorno onomastico di Paolo: l'Apostolo del le genti , in Paradiso, ha decretato di rendere indimenticabile quel giorno.
"È s icuro ch e, da soli , non riusciremo ad aggiustare questa maledetta jeep?" domanda il Maggiore, ma già conosce la risposta. "È partita una ruota" brontola Chiodini, "e anche un pezzo dell'avantreno. Tocca scarpinare, comandante". "Benissimo, cioè malissimo" conclude Paolo. "Prima ci muoviamo, meglio è". Raccolgono le cose indispensabili: purtroppo hanno poco cibo e pochissima acqua, ma, se Dio vuole, l'impresa può concludersi fe licemente. Infine, non sono che sessanta chilometri sotto il sole, sperando di beccare la d irezione giusta. In marcia. Per incredibile che sembri, il panorama ha una certa varietà: a parte le ossa, non soltanto umane, relitti e pezzi cli carri armati, di autoblindo, cli camion punteggiano la via, e appaiono come erme ai margini di un viale. Ma presto lo spettacolo si fa uniforme, anche perché è già conosciuto in ogni particolare: e allora, a camminare sotto la canicola, passo dopo passo, qualche cosa per spezzare la monoton ia della situazione bisogna pure escogitarlo. Restano solo i pensieri. Rossi sollo il sole rosso ... pensieri, pensieri, pensieri. Sono stati gli inglesi i primi che si sono preoccupati cli dare sepoltura ai caduti di El Alamein: lo hanno fatto a modo loro, appaltando la missione ai prigionieri italiani (e, di tempo in tempo, qualcuno calpestava una mina, e andava a ingrossare il numero dei morti) . Tuttavia lo hanno fatto. Addirittura hanno permesso che venisse costruilo un
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rudimentale cimitero: ma le identificazioni sono avvenute con approssimazione, e tanti sono rimasti senza nome . .Attenzione . .. Uno scorpione o un serpente può saltar fuori quando meno te lo aspetti, anche se gli stivali dovrebbero essere un riparo sufficiente. Caldo tremendo, caldo rosso. Ci sarà da passare la notte nel deserto, non è una meraviglia. Affidarsi alle memorie? Non sempre esaltanti . Memorie, memorie, memorie. Non è stato uno scherzo convincere le Autorità italiane che si doveva andare in Egitto a organizzare e a sistemare le cose . .. JV1a poi arriva qualche soldo, arriva l'aiutante Chiodini, arriva l'apporto lavorativo cli alcuni indigeni. Come Dio vuole, viene creato un secondo cimitero, molto più confortevole del precedente, se l'aggettivo "confortevole" conviene a un camposanto. Poi si passa a una torre-sacrario, forse per scansare le continue profanazioni. La guerra ... come si fa a dimenticare'? La guerra, la guerra, la guerra. Che adesso non smette di ronzargli nella testa, e si accanisce come un calabrone ... Naturalmente fa notizia che ci siano due matti nel deserto, a cercare ossa da seppellire. Cominciano ad arrivare i curiosi, poi i giornalisti, le Autorità. Ma le sole parole accettabili sono quelle delle da don Luigi Odello, durante la Messa di Natale ... Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace. In quello stesso 1950 è scoppiata la guerra di Corea e la Russia ha fatto esplodere la sua prima bomba atomica. Appunto: dona a noi la pace. Schiantati - dalla stanchezza e dall'arsura - , si dorme rnale al riparo di una duna: tra veglia e sonno, c'è un lungo stato crepuscolare, e i vivi e i morti si accalcano tutti insieme mostrando le rispettive credenziali ... Allucinazioni, allucinazioni, allucinazioni. E inopinatamente il deserto si incendia: dev'essere un assalto di lanciafiamme, o forse il sole ha prestato un poco del suo rosso alla notte. Notte piuttosto breve e piuttosto rossa. Buon Dio, c'è un carro armato impazzito, e, se non lo fermano, sarà presto addosso ai due naufraghi del deserto: gli inglesi sono piuttosto ruvidi, hanno man iere spicce. Il carro armato procede implacabile, ma, a guardar meglio, è di nazionalità italiana: un vecchio M 13/40, pesa quattordici tonnellate, un cannoncino da 47 mrn, massimo spessore della corazza 40 mm . .. Corazza'? Si fa per d ire. Sarebbe più appropriato parlare di lamiera che, attraverso un enorme squarcio, lascia vedere i quattro uomini dell'equipaggio: uno è decapitato, gli altri sono mutilati, imbrattati di sangue. Sono tutti morti , e il carro armato, poiché nessuno ne blocca i motori, prosegue nella sua marcia. Scansa Paolo e Chiodini per un soffio .
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Continua ad avanzare, e alla fine svanisce in una nuvola di sabbia. Come se il vascello fantasma della ballata di Coleridge fosse riapparso nel deserto. La passeggiata dura trentadue ore; Paolo e Chiodini , quando raggiungono la litoranea, soffrono di una incipiente commozione cerebrale. Sono estenuati, storditi, offuscati. Straparlano. Lungo la strada il traffico non è un gran che, ma, alla fine, passa un autornezzo che soccorre i due naufraghi. Sono stati miracolati , l'Apostolo delle genti si è impietosito. Bevono, bevono a sazietà, e cominciano a ritrovare le coordinate smarrite: mare e deserto sembrano confondersi in una sola d istesa, cerulea e infinita. È l'ultima fata morgana. Il risveglio. 11 ritorno. A Quota 33, accanto ai morti, c'è la casa. La serenità e la dolcezza della casa.
Vi è una donna giovanissima, conosciuta da Paolo a Roma, in casa di comuni amici. È una ragazza "bruna e seria, dagli occhi chiarissimi'': si chiama Elena Sciolette, ed è "figlia del comandante Giorgio Sciolette, che partecipò con i mezzi d 'assalto della regia marina all'impresa di Malta, tragicamente conclusa il 26 luglio 1941, e fu raccolto in mare dal nemico, quasi dissanguato, con molte pallottole di mitraglia in corpo". Siamo nel 1953 e, a quel tempo, le lettere hanno ancora un significalo: non sono semplici parole messe per iscritto, ma una realtà ulteriore creata dalla complicità dei due corrispondenti. Le lettere sono un po' meno della vita e un po' più del sogno. Circa il contenuto e il tono del carteggio ... beh, un gentiluomo sorvola sempre su ciò che, in confidenza, si sono detti, lui cd un'amica: e sorvola anche se l'unico orecch io indiscreto potrebbe essere quello di un'apparizione semispiritica, ossia del povero Renato Chiodini convocato a rapporto nel revival al quale Sillavengo si abbandona, se inutilmente tenta di prendere sonno ... In Risvegli nella sera ha scritto: "Ti voglio bene, ti voglio bene, per sempre, questa è la volta buona, definitiva", ed è singolare come questa dichiarazione, nella sua semplicità, acquisti un s ignificato sole nne e profondo, a comprova che le parole "usate" sono quelle che arrivano al cuore. Nel settembre del 1953 Elena è in Egitto, ospite di Paolo e di monsignor Pietro Nani, Cappellano Militare Capo, che guida altra missione di pietà in Libia, e che, occasionalmente, si trattiene alla base di Quota 33. Paolo ha trentacinque anni più di Elena. Lei ne è innamorata e vorrebbe sposarlo; lui, pur innamorato, recalcitra. Lo
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spaventa la clifferenza di et~1 , e più ancora il coniugio, con i suoi inevitabili vincoli. Paolo è sempre stato in giro per il mondo, ha sempre goduto di una libertà assoluta e non si è mai preoccupato di esporsi ai pericoli. Inizia una singolare vicenda, che si conclude nel 1958 con i fiori d'arancio.
È il tempo, il fluire del tempo che dà ragione alla ragazza appassionata, e che costringe alla resa chi non si è mai arreso in altre battaglie, ben più cruente: ma forse vi è un episodio che segna il punto di non ritorno, un episodio che fa intendere a entrambi che l'epilogo della loro storia è scritto nel libro del fato. Ed entrambi, nella ineluttabilità, che si è rivelata tutt' a un tratto, scoprono una gioia imprevista, un abbandono felice: le loro esistem.e si cornpletano. Accade sulla strada che costeggia il canale di Suez, nello stesso 19.53: vi erano alcuni campi cli prigionia in quella zona, e, adesso, vi sono o vi sarebbero resti di soldati italiani da traslare a Quota 33. Egiziani e inglesi oramai sono ai ferri cmi.i, lo sfondo non è rassicurante. Paolo deve fare una puntata sul posto, e chiede a Elena di accompagnarlo. Gli insediamenti militari di Sua Maestà britannica si susseguono: vegliano sentinelle armate sino ai denti, quasi fossero in guerra. È notte o, più esattamente, sarebbe notte, perché i campi mi litari illuminano e sono illuminati a giorno. Spandono una luce bianca, abbacinante . "Non se ne può più" sbotta Paolo "si fini sce per desiderare un angolo di oscurità come fosse il paradiso terrestre". Con un po' di fortuna l'angolo di oscurità lo trova: il tremolìo delle stelle si sostituisce al bagliore delle fotoelettriche. Sono note le ragioni che spingono gli innarn.orati a cercare appartali ricetti: non è il caso di Paolo. Non è uorno da percorsi obliqui. È alieno dalla mondanità e dai suoi riti, non sa ballare. Detesta le chiacchiere. Sa sognare a occhi aperti, ma sa pure essere concreto, tutto cose, tutto fatti, e spesso si sente uno straniero in patria. Ascolta la musica d i Mozart e legge Proust. Se adesso ha cercato rifugio nell'ombra, è perché le sfarzose luminarie degli inglesi lo hanno infastidito. Guarda Elena a lungo, in silenzio. Lui, che è uno straordinario conversatore, sa che vi sono momenti in cui è meglio tacere. Paolo guarda le stelle in cielo, e, come rapito da un vortice scintillante, sussurra: "Noi siamo un'anima sola, ed un solo respiro".
Nell'ultimo sogno di Sillavengo, gli anni della p iena maturità e della vecchiaia
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occupano non molto spazio. Il cappello da alpino è slato appeso non per modo di dire. La tenerezza della moglie Elena, la gioia di due paternità, i riconoscimenti e le onorificenze tributategli, l'ammirazione di tutti ... sono il coronamento di una vita che, in nome d el dovere, ha accolto avventura e tragedia. Al posto di Sillavengo, chiunque altro si concederebbe un meritato riposo. Invece Si llavengo progetta costruzioni, disegna, collabora a giornali e a riviste, scrive e pubblica libri ... A uno a uno gli antichi compagni vanno a raggiungere quelli che già sono morti: è il destino, per certi aspetti amaro, cli chi vive a lungo, quasi ogni giorno si legge il bollettino dei cacluli. C'è di peggio. I veleni della sconfitta talvolta inducono a fare tutt'uno di patria e di inganno, e a tante pagine di gloria viene imposta una ingiusta sordina. Meglio non pensare all'oggi, sì rassegna Sillavengo, e lui, pragmatico, studia un progetto in cui proverà a distillare il senso delle sue esperienze di vita. Scrive un romanzo, che pubblica presso Cavallotli, a Milano, nel 1982: Sillavengo ha la bella età di ottantasei anni. In realtà il termine "romanzo" un po' lo intimidisce e un po' Io imbarazza: pur essendo anche uomo di lettere, ha nei confronti della letteratura la stessa diffidenza di chi le sue verità le ha chieste soprattutto al regolo e al goniometro. Perciò al titolo, La frana del San A1atteo, fa se&ruire quello cli "Saga in Mar Rosso
( 1889-1890 )", negando a se stesso la qualifica di autore, proponendosi solo come regista della storia. Come per negare ogni demiurgica paterni tà del l'opera, e presentarsi come chi ha assemblato materiali e spunti reperit i altrove, e comunque garantiti autentici. La preoccupazione di Sillavengo è quella di informare il lettore che nulla è stato inventato, e che (tranne forse i nom i) ogni riferimento a fatti e a persone di vita reale non è affatto casuale. Quand'anche fosse tutto vero (ma non lo è), Sillavengo è troppo intelligente per non sapere d i avere scritto un romanzo. Anche Chiodini lo ha capito: ha fatto in tempo a leggere il libro pochi mesi prima di andare avanti, secondo l'eufemismo degli Alpini, così non gli è riuscito di rivolgere al suo Comandante le domande che avrebbe desiderato. La morte è stata più veloce. Ma adesso - evocato o convocato dalla fantasia del principale - Chiodini si proverà a chiedere qualche chiarimento. "Comandante" esordisce Chiodini, "scusi se mi permetto, perché anca se mi sont mort. .. per niente al mondo vorrei mancarle di riguardo .. . però, segond mi , nasce tutto dal fatto che lù l'è nato nel 1896, l'anno della battaglia di Adua. Non si ricorda, signor colonnello?" "Come posso ricordare" sorride Sillavengo, "se la battaglia di Adua fu il 1° marzo, mentre io sono venuto al mondo il 14 maggio, cioè due mesi e
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mezzo più tardi?" "Dom.ando scusa" precisa Chiodini, "ma non intendevo ricordare
per esperienza diretta: mi riferivo a tener presente la circostanza, e io credo che per lei, signor colonnello, i settemila morti di Adua siano stati un punto di partenza obbligatorio. Un punto d i partenza doloroso: l'è vera come l'è vera che gli abissini erano in centomila, ma disponevano di armi e proiettili fabbricati in Francia e in Inghilterra. Anche in Ital ia, purtroppo. E lù l'è vegnì al mond con due peccati originali : quello del padre Adamo, che l'è comun a tucc, e chì gh'è nient de fà, e un altro, tutto suo, privatissimo, che l'è quel de Adua. Lo so che lei non c'entrava affatto .. . non era ancora nato! Però sono convinto che, a veder la luce nel 1896, le è cad u ta addosso una ipersensibilità per l'onore, eccezionale: al dì di incoeu, non si va tanto per il sotti le e si pensa soprattutto a fà danèe" . "Che cosa c'entra questo tuo sermone con La frana del San Matteo?" obietta Si llavengo. "La storia che io ho raccon tato precede la battaglia di J\dua di sci anni. Siamo tra la fine del 1889 e il principio del 1890. E allora?" "Questo l'ho capito bene" conferma Chi odini , "come ho capito bene i fatti raccontati dal signor colon nello. J\ nord di Assab, sul Mar Rosso, c'è un vecchio forte, costruito dai portoghesi molto, molto tempo prima: il forte San Matteo (così si ch iama il presidio) nel 1889 è occupato da una piccola guarnigione d i italiani e di ascari, che sorvegliano il rifornimento di armi de taramott, minga ona <g.rrand robba, (.giust on ciccin agli abissini. Gh'è JJrima on segn (_ (. ( de taramott, ma poi arriva lo sfragell, e il comandante del forte muore con il suo vice, tutti e due seppelliti dalle m.acerie. L'è quasi un suicidio, perché i due sono coscienti del pericolo, ma non vogl iono ammainare la bandiera, e tanto meno abbandonarla.
L'.è un bon esempi di eroismo, e mi me cavi cl capell ... ammirato ... però, oggi, un gesto così quanti possono, se non apprezzarlo, almeno capirlo? Neile ultime pagine del libro, lei stesso, signor colonnello, lamcma che i giovani non sono p iù educati al rispetto per il dovere e all'amor di patria ... L'.è scandalos, desgustos, ma questi sono i tempi , e ho paura che i due del San Matteo ... come se ciaman? tenente di vascello, anzi capitano di corvetta Girolamo Gravina e sottotenente Filiberto d'Agogna, bén, vegnen creduu pussée matt che eroi. Fòo per dì , naturalmente, benché un dubbio venga anche a me che la penso all'antica, e che, al bisogn, me sont mai t iràa indree. Allora io le chiedo: non era meglio che avesse scritto una storia nel gusto della gente? una beJla .storia de assassin, de lader e de tosann che fan el mestee'? Insomma: una bella storia rnoderna?'' "La jìwui del San 1\rlatteo" risponde Sillavengo, dopo u na breve riflessione, "è un
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racconto modernissimo. Forse precede d i tre o quattro decenni la letteratura corrente. Sono sicuro che il pubblico si stancherà di inseguire, anche nei libri, la cronaca, nera o rosa, e vorrà un'altra volta idee . .. sentimenti. .. spiegazioni ... È troppo facile scrivere come, il vero problema è scrivere perché. È quello che m i sono provato a fare con il mio libro, che non è il semplice resoconto di un atto di eroismo.
È molto di più . Ho ricevuto la lettera di un illustre critico, al quale ho mandato una copia del mio San Matteo: è già insolito che un critico abbia risposto, e per giunta con sollcciLudine, ma addirittura mi ha sottoposto alcune osservazioni di non comune perspicacia. Mi ha chiarito quello che non immaginavo. Eroismo a pa1-te, io ho scritto una metafora, caro Renato: e, se volessimo rincasare, potrei leggerti almeno qualche passaggio del documento. Il freddo cornincia a darmi fastidio , mentre tu non hai questo problema" . "Dipende da lei, signor colonnello " scherza Chiodini. ''.A.vrò freddo anch'io, se lei penserà che anche a me sta succedendo così." "Benissimo" conclude Sillavengo, "abbiamo freddo sia tu che io: è tempo di rincasare" . Il buio della notte stinge, e stingono le sciabolate del faro. Le stel le tramontano. Si riaccendono i rauch i richiami dei gabbiani che, abbandonati i ricoveri, volano verso l'oriente che imporpora. Tra poco il sole sorgerà dal mare. Seagull, ricorda Sillavengo,
è il nome del cavallo di Fi liberto d'Agogna, il giovane protagonista dc La fìwia del San
A1.atteo. Scagull, in inglese, vuol dire gabbiano.
Sillavengo è una di quelle rare persone che sanno leggere a voce alta: non troppo lento e non troppo veloce, con le coloriture e i toni giusti, senza strafare. Sa che la lunga lettera del critico, qua e là, può riuscire ostica a Chiodini, sebbene lo stesso Chiodini sia diventato discretamente istruito: ha imparato le lingue, ha imparato a maneggiare la penna per quel tanto che può servire a un bravo impiegato, soprattutto ha familiarizzato con il mondo. Pu1i.roppo le cabale dei letterati sono un'altra faccenda: non sono cose per la gente normale. A un fantasma o, più esattamente, a un ectoplasma della propria mente si può imporre di avere freddo: pretendere che si appassioni alle acribie <lei crit ici forse è troppo. Così Sillavengo comprende che sta leggendo per sé, non per il suo visitatore che reprime gli sbadigli e, attraverso la fin estra, spia l'arrivo del nuovo giorno.
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Dalla lettera del pn?f .. a Paolo Caccia Dominùmi, conte di Sill{,mingo. ... la mia sorpresa, perché, avendo letto le sue opere precedenti (quasi tutte), e avendo molto apprezzato il cronista, il memorialista, lo storico, non rni aspettavo che mi sarebbe toccato in sorte, e quanto lieta!, cli ammirare il narratore. Il suo San Atfatteo mi ha posto alcuni problemi di ermeneutica che mi proverò ad affrontare, facendo assegnamento su sue eventual i rettifiche, onde "ove è plana la lettera non fare obscura glossa", come consigliato dai Proverbia pseudoiacoponici. Mi sono chiesto anzi tutto se i personaggi e la storia siano frutto dì pura fantasia o se vi siano riscontri nel vissuto (suo o altrui): sebbene la postfazione ricalchi l'espediente manzoniano del cronista anonimo, rinviando a non udibili testìmon ìanze e a non lrovabi. li documenti, mi sono persuaso che in tutta la storia il nucleo di verit~1 è esiguo. Insomma è verosirnile che lei abbia avuto notizia del croll o di un fo11.ìlizio, per effello di un terremoto, nella zona di Assab: ma tullo il resto, a mio sommesso avviso, è stato aggiunto da lei, sia pure atti ngendo alla sua personale esperienza cli uomo e di soldato. Anche ì personaggi si sottraggono a identificazioni o almeno a identìficazìoni troppo nette. Per un poco mi ha tentato l'idea che lei - nel sottoLenentc Filiberto d'Agogna e nel comandante Girola1no Gravina - abbia voluto ritrarre se stesso, ma poì, constatate alcune analogie, sono stato costretto ad arnrnettere che, da bravo narratore, leì aveva ceduto alle sue creature scampoli della sua anima, cont.inuando a riservare a se stesso il mistero che spetta a ogni uomo, e che ogni uomo porta con sé nella tomba. Del parì il furiere maggiore Fopper, nomignolo derivato dalla contrazione del tìc lessicale "fòo per dì", all'anagrafe Ambrogio Colombo, solo per qualche segno esteriore (la milanesitudine, l'ant.iaccademcsimo) evoca il suo aiutante Renato Chiodini: però niente più di talune apparenze. Altre piccole coincidenze possono essere o meramente celebrative o meramente casuali . Ad esempio uno dei personaggi di fondo si ch iama Bescìr, e qui è palese l'omaggio all'attendente dei cento giorni nel Sudan, mentre non darei troppo peso alla contiguità dì alcune date (il fratello Cino muore il 28 gennaio e il Forte rovina il 26 gennaio) o all'anagramma che si ricava dal cognome Gravina, cioè "navigar". Che "navigar" sia stata sua antica passione è arcinoto, caro colonnello: del resto Filiberto
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d'Agogna si rassegna alla cavalleria solo perché l'accademia d i Livorno non lo ha accettato, per un difetto della vista. Insomma, affiorano qua e là piccoli indizi, dai quali tuttavia si può solo arguire che, nel suo libro, vi è quel tanto di autobiografismo al quale ha diritto ogni romanziere. Flaubert asseriva ...
. . . e il suo apparente divagare non smarrisce mai le coordinate di una scena che, sì, si sposta dal Friuli a Napoli, dal Mar Rosso alla Dancalia, ma che conserva sempre una fissità carica di attesa: ed è la fissità di due anime, concentrate in se stesse e occupate ad interrogarsi. E alla fine arriverà la risposta. Naturalmente mi sono molto piaciute le rapide descrizioni del fortunale (quando Filiberto alias Filo è ancora a bordo del Polcevera), delle coste africane basse e gialle, dei pellicani in volo su quelle coste o anche i ragionamenti sul Mahdi e sul massacro che compì a IG1artum, sulla flotta italiana (la terza nel mondo, dopo quella inglese e quella francese) e sulla Duilio, su Lissa, sulla sfortuna dell'ammiraglio Persano, nonché sulla derelitla consorte di Gabriele D'Annunzio o su Picrrc Loti e i suoi Pescatori d'Islanda ... Dal suo chiacch ierar.e, a prima vista governato da meccanisrni di associazione, rna sempre molto informato, molto colto, affiora la temperie del decadentismo, dove la tentazione esotica si scontra con Je aporie colonialistiche, e dove la premessa della svolta autoritaria risulta sin troppo evidente. Il delirio nazionalistico ignora la gente che muore di farne , però si concede 1n0Ite corazzate: ogni aspirazione irenica è sentita come una vergogna. E le sono particolarmente grato, perché i suoi due eroi (Filo e Gravina), forse i suoi tre eroi (aggiungendo Fopper), pur sedotti dal bel gesto in quanto tale, né poteva essere altrimenti, non dimenticano mai la sostanza, il significato di ciò che fanno, e guardano a un ideale di perfezione etica meglio che estetica. Fopper è personaggio a tutto tondo. Il furiere, con le sue sortite meneghine, e più ancora con la sua voglia di Lombardia, ivi inclusi i gelsi e i bigatti, attira la simpatia: più che un eroe egli è un antieroe, tant'è che non sdegna d i bere un bicchiere di troppo, e cela una vita privata probabilmente disastrosa. Se necessario dissacra anche il re, come accade quando ne constata l'assenza, in un celebre quadro di Giovanni Fattori: Fopper osserva non il dipinto originale ma una sua copia. Troppo vecchi i condottieri a cava!Io, mentre Sua AJtezza Reale "l'era on giovin in su i vint ann" . La conclusione è che c'è stato un momento di distrazione del pittore. "Lu cl
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gh'è no, ma rnì m'el figuri" afferma Fopper conciliante. Filiberto d'Agogna (le parlo con il massimo del la sincerità) è il personaggio più prevedibile: giovane, affascinante, atlelico, sporlivo, ribelle, esordisce con un gesto da guascone, schiaffeggia un bellimbusto che sta importunando volgarmente una fan ciulla. La fanciulla, meno che ventenne e bellissima, scompare, e Filo, che si è innamorato a prima vista, dispera di ritrovarla. Invece, di lì a poco, la rivede e la conosce, a una festa da ballo: la ragazza, di nobile famiglia anche lei, si chiama Velda von Ve.ldenz, e non resiste alle premure di Filo. La loFe st01y di Velda e di Fi lo è una delle cose migliori del libro: gli appuntamenti tra i due sono clandeslini (pochi e fuggevoli), finché, prima della partenza del sottotenente, possiamo supporre che gli innamorati diventino amanti, ma, in proposito, il narratore ha preferito far capire anzi che dire. Questa reticenza rivela la sua abilità: e infatti solo gli scrittori più consumati affidano alla fantasia dei lettori gli evemi troppo grandi per essere raccontati. Il seguito della love sto,y si nutre di .lettere, ed è verosimi le che vi sia un pizzico di autobiografia o almeno il ricordo di un tempo felice che demandava alla carta di essere "corrispondenza" nel senso più ampio. Filo morirà sotto le rovine del San Matteo, e non rivedrà mai più Velda, che a sua volta gli sopravviverà poco. L'.interludio romantico forse avrebbe meritato più spazio, ma, consegnato com'è alle allusioni più che alle parole, suscita comrnozione, ed è coerente che nel ritratto dei protagonisti, da lei disegnato e del quale ha voluto corredare la sobria edizione Cavallotti, Ve.lda si nasconda il volto t ra le mani, quasi a celare un segreto o una vergogna. Molto fe lice è il personaggio d i Girolamo Gravina, il comandante del Forte, una sorta di capitan Nemo che però non ha vendette da compiere, e che si è arenato sulle coste della Dancalia, dopo aver lungamente navigato. È molto verosimile che abbia lavorato per i servizi d i informazione e sicurezza, ed è interessante che in letteratura l'agente segreto cominci ad emergere. come eroe totalmente votato al servizio della Patria. Del passato di Gravina si sa o troppo o troppo poco: dietro di lui vi sono tenebrore e mistero, e un barlume di luce sembra balenare solo quando, fo rtuitamente, appare un simbolo di fede religiosa, subito nascosto a indiscrete curiosità. Si può desume.re che Gravina-N emo chieda ispirazione al Dio della misericordia a111,i che al dio della vendeua ...
. . . inequivocabili premonizioni del crollo. Non è comparso il fantasma di un por-
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toghcsc, impiccato per aver bestemmiato il nome de] Signore e della Vergine (l'apparii.ione dello spettro precede le sventure maggiori o minori); in compenso Bescìr ha vedulo in ciclo tre avvoltoi, tutti insieme, e tale volo non promette niente di buono. Al di là delle superstizioni, le mura del Forte lc.sionate mandano scricchiolii sinistri: Gravina ordina ai suoi subordinali cli andare a dormire all'aperto, al sicuro, mcnlrc lui non abbandonerà il presidio. E spiega: "Per noi marinai non c'è differenza, quando la bandiera è a riva, tra una nave in navigazione (o alla fonda) e una fortezza . II comandante ne segue il destino". A. riva è voce che la marineria ha preso dallo spagnolo "arriba", e significa "in alto": cioè a dire che, quando la bandiera sventola sulla cima dell'asta, il comandante non deve abbandonarla. L'epilogo della vicenda lei, caro colonnello, lo conosce meglio di mc: il sottotenente d'Agogna disobbedisce a Gravina, e, per obbligo di fede ltà, donne nel forte invece che all'aperto. Un'altra scossa di terremoto provoca la rovina, uccidendo il cornandante e il suo vice: la scena è detta in poche rapidissime battute che trascrivo. "Improvvisamente, dopo rnezzanotte, è successo il finimondo, preceduto dal solito allarme animale e terrificante. Fopper, svegliato dai latrati, è balzato alla tenda cli Filo: era ch iusa dal di fuori, e l'ufficiale non aveva risposlo. In quel momento Fopper si è sentito sollevare brutalmente, e scaraventare a terra accecato dal polverone delle scosse. Si era levato un vento improvviso, da apocalisse e il polverone venne spazzato via. Il San Matteo non c'era più". Poche volte ho letto una descrizione così slringata e così esatta ...
... entità alquanto misteriosa che chiamiamo "romanzo", e mai e poi mai mi avventurerei a forn ire una definizione, che finirebbe per risultare o erronea o incompleta. Tutto ciò che oso dire sta in questo: il romanzo è una grande metafora che si pone come strumento interpretativo del reale. Soggiungo che quasi sempre .la materia scappa di mano allo scrittore, che offre una narrazione dove i suggerimenti sono più di quelli voluti: insomma una storia, e a maggior ragione una bella storia, ha in sé qualche cosa di preterintenzionale, e La frana del San lvfatteo non si sottrae a tale magia. Lei, caro colonnello, ha proposto tre grandi metafore, che in sintesi sono espres-
se dall'Africa , dal terremoto, e dalla bandiera a riva. I termini vanno assunti non
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in senso letterale, ma per tutto ciò che sottintendono. L'Africa - nella sua vita e nei suoi scritti - è uno snodo cruciale. Va da sé: lei ha gi rato tutto il mondo, e a lt ri Paesi avrebbero avuto titoli per assumere la rappresentanza dell'ignoto. Lei ha scelto l'Africa, forse perché nel continente nero ha trovato il mare, il dese rto, la foresta ... ha trovato uno scenario d i rnigliaia e migliaia di anni fa, e quindi uno scenario in certo modo incontaminato, eterno. Vi è una pagina dove lei accenna a tronchi o rami p ietrificati, relitti di bosch i preistorici, e quei tronchi, ai margini della grande distesa di pietre e di sabbia, testimoniano la continuità dell'avventura umana. C redo che l'Africa le sia sembrato un eccellente simbolo cli un travaglio che non si è ancora esaurito e che non si esaurirà mai: scienza e tecnologia possono arricch ire le nostre conoscenze, come di fatto è accaduto, ma vi è un mistero la cui soglia non è superabile a onta di qualsivoglia epistemologia. La Messa di Natal e, celebrata a lla luce della luna, esprirne bene il sentimento cli tale mistero. 11 terremoto è il non essere, è il male. Il male anzi tutto in senso rnorale, in senso religioso: la violazione delle leggi, divine e umane, è lusinga antichissima, il travagliato cammino dell'umanità com incia dalla trasgressione di Adamo. Ci si può domandare (e le i certo se lo sarà domandato) come e perché il potere di sed uzione del peccato sia tanto forte. È diffici le suggerire u na risposta convincente, e io sospetto che Robert Louis Stevenson abbia avuto una formidab ile intuizione, scrivendo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, un racconto giustamente celebre: il bene e il male sarebbero in pari m isura nella fragi li tà umana, e l'uomo, per la v ittoria del primo sul secondo, dovrebbe combattere in prirno luogo contro se stesso. Al p eccato si aggiunge il male in senso oggettivo, quello scatenato daHa natura matrigna, e il terremoto che travolge il Forte San Matteo a ndrebbe ricondotto al novero delle calam ità estranee alla nostra volontà. E tuttavia, a ben riflettere, anche quando si verifichi una catastrofe apparentemente a l di fuori di ogn i possibilità d i scelta, vi è sernpre, in via diretLa o indiretLa, una responsabilità umana, come rivela lo stesso caso del Forte San .Matteo: il terremoto si è preannunciato con largo anticipo, e, per rnettersi in salvo, basta volerlo. Ma il comandante Girolamo Gravina non intende fuggire di fronte alla terra che trema. È avvezzo Lui, uomo di mare, a vivere un elemento in perenne movimento. l i divenire ondulato ciel mare, eternamente proteso alla ricerca di equilibri impossibili, è da tempo componente
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genetica del suo essere. L'osci llazione della terra è un'altra sfida da vivere con la fierezza cli sempre. E qui, illustre colonnello, vi è la terza formidabile metafora del suo libro, ossia "la bandiera a riva" . La "bandiera a riva", nel suo racconto, non è solta n to la Patria, alla quale, se necessario, si immola anch e la vita: è il dover essere del mondo, è l'imperativo categorico kantiano, è il bene che afferma il proprio p rimato al di sopra di tutto. A questo punto il d iscorso rischia di assumere una complessità poco adatta a un critico letterario: l'universo romanzesco è per definizione un po' nebbioso, nutrito essenzialmente di sentimenti, dei quali si può asserire con sicurezza che ci sono, mentre più arduo è. avventu rars i a elaborare spiegazion i razionali. Il sacri ficio di Gravina e di d'Agogna, apparentemente insensato, esprime, tra tutli i senlimenli, il più difficile e il più nobile: n1i riferisco alla tentazione, autodistruttiva sotto un profilo sch iettamente materialistico, di abbandonare questa Terra e le cose di questa Terra, per assurgere a una d imensione luminosa, eterna. Dove c'è posto non per i fantasmi , più o meno tenebrosi, ma per gli spirili ossia pe r le anime. Dai poemi omerici in poi, q uesto è il tema della leueratura più alta e, signor colonnel lo Sillavengo, le sono grato di averlo affrontato, a dispetto delle mode imperanti che prescrivono di volare rn.olto più in basso. Al contrario delle sue prove precedenti, che hanno riscosso vasto successo di pubbl ico e di critica, è verosimile che La
jj'ana del San A1atteo passi abbastanza inosservata: non se ne dolga, verranno tempi migli ori.
Renato Chiodini si è addormentato. Finché le sue energie gli elo hanno consent ito, ha ascoltato a bocca aperta le dotte divagai.ioni d el critico: spesso senza comprendere, però contento di sentire il Comandante leggere ad alta voce. Ed è stato ancor più contento di dare un'ul ti ma, piccola fe licità a Paolo Caccia Dominioni conte di Si llavengo: quella di portare La frana del San Màtteo al centro del discorso. Poi è stata più forte la stanchezza , anche per u n' ombra chiamata a rapporto da un vecchio irascibile e insonne. Sillavengo ripone in un cassetto la lettera dell'illustre critico, che, rifacendogli il verso, prima di firmare ha annotato, con citazione d antesca, "Suso in Italia bella,
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J 982". Si llavengo vì fa ricorso quando si trova e scrive suso, sopra, cioè nell' Italia settentrìonalc: a Leuca la citazione suonerebbe incongrua, ma d'altronde, lui sta vivendo un sogno o qualche cosa di simile, e non vi sono suggelli da apporre, ponendo quasi un confine tra la scrittura e la vita. Le lucì del faro si spengono: oramai è giorno. Sillavengo afferra Chiodini per una manica, e dà uno strattone. L'aiutan te si sveglia di soprassalto. "Signor!" esclama Chiodini. "Dormivi de la quarta ... La prego di accettare le mie scuse, i ciaccer ciel so amis professoròn ... soo nanch mi. .. prima mi è venuto pes al coo, e poi sonno .. . proprio sonno. Deve essere perché la critica io non la capisco: la va a rugà indove gh'è nient de trovà. Domandi perdono, signor colonnello. Mi sono spiegato da povero ignorante, e se pò pensà che el so liber sia brutt, m entre per rnì l'è on capolavoro. Bello. Sentito. Commovente. Ma, detto questo, l'è stupid cascfa ball. I critici li manderei tutti nel deserto, per cinque anni almeno: avrebbero meno parolonne e idee pussè ciar'' . Sillavengo sorride: Ch iodini è rnonificato per aver ceduto al sonno, e perciò polcmiZ7.a con i critici. Ma non è da escludere che qualche ragione ce l'abbia: interpretare e commentare un libro è un modo per limitarlo. D 'altronde ... perché abbia scrìtt.o La frana del San ;\!latteo e che cosa abbia voluto esprimere, forse neppure lui lo sa . Gravi-
na . .. d'Agogna ... Fopper .. . gli sembra che siano vivi, ancora vivi, e che, come Ch iodini, siano accanto a lui: segno che il mondo è più popolato di quanto si crede. I vivi sono una esigua minoranza, mentre ìl censimento, a volerlo effettuare, dovrebbe riguardare i fantasm i onorari, anzi tutto.
"C'è una cosa che vorrei dirti, Renato" sussurra il vecchio e stan co Sillavengo. "Non devi dispiacerti di essere u n fantasma onorario, quale, abbastanza presto, diventerò anch'io ... Non è un destino che capìta a tutli. La metamorfosi è possibile per chi ha ben meritato . .. per chi si è. guadagnato il ricordo altrui , e dunque per chi non sarà dimentìcato. Per chi ha vissuto guardando non all'oggi o al domani, ma al sempre. Lo so: anche Atti la, Morgan e Robespierre non saranno d imenticati, tuttavia personaggi così appartengono al mondo d ei demon ì. I fantasmi onorari appartengono al mondo della gente perbene, e una tale sorte, all'inunortalità d ell'an ìma che è nelle competenze di Dìo, aggiunge un'altra immortalità, forse non meno importante .. . Presto sarò anch'io come te, e ti raggiungerò da qualche parte, magari insieme al comandante Gravina, al sottotenente d'Agogna , a tutti quelli che la propria vita non hanno esitato a metterla in gioco, nella certezza che vi è il tempo che muore e vi è il tempo
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che dura . Dunque ... appuntamento a Quota '.B, nel deserto?" Prima di dileguare, nello sfarzo del sole che si alza su Leuca, Renato Chiodini fa cenno cli sì, abbassando la Lesta.
Il 12 agosto 1992, Paolo Caccia Dorn inion i conte d i Sillavengo si presenta all'appuntamento: fantasn.1a onorar.io, insieme agli altri che non sono passati inutilmente.
Roma 2002
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La frana del San Matteo
La Jherla del Jecolo
Udine, mercoledì 25 ottobre 1889, ore 11.5() circa
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a echeggiato come un colpo secco e.i.i spingarda sotto la quinta arcata ciel porticaLo di via .M ercatovccchio, lato piazza Contarena. Uno
schiaffo senza precedenti, da conservarsi in vetrina con un dispositivo che ne tramandi ai posteri ogni com.ponente topografica, sonora, morale, trautnatica e storica. Lautore dell a sberla è appena uscito dal caffè Dorta: giovanissimo, sottile, elegante, tutto in grigioperla dalle ghette alla bombetta, con monocolo e guanti chi ari di cinghiale. Scende il porticato per un'occhiata alle vetrine e subito la sua attenzione è attirata da una slanciata figura femminile che si allontana veloce, tallonata da qualcuno che le parla soLLovoce. Ma a un tratto si volta bruscamente gridando all' inseguitore con voce furiosa e il viso stravolto dall'ira: «Si allontani subito, masca lzone, e si vergogni». È poco più che adolescente. Il grigioperla scatta e affro nta l'uomo: «Obbedisca senza tardare. Sparisca». L'altro si volge: ha viso insolente, baffi a punta, vero bellastro da sobborgo. «Chi è costui che osa darmi ordini'? Non lo conosco». Il grigioperla ha già tolto il guanto dalla destra: «E allora conosca questo». La sberla è partita fulminea e precisa, la sua eco sotto la volta si è confusa con l'urlo del colpito, piegato in due con le mani al viso e accasciato contro il muro. La gente accorre , la ragazza è scomparsa, forse non ha neppur visto lo schiaffo, come non lo ha visto il poliziotto che passeggia davanti la Loggia del Lionello, perché l'ingresso in piazza è in sbieco e interrompe la visuale. Attorno al grigioperla s'è fatto iJ vuoto: si rimette tranquillo il guanto all a mano indolenzita e ispeziona il lastricato: non rivoli di sangue, non denti sparsi, non pezzi organici umani , e neppure il bellastro che è riuscito a eclissarsi, risucchiato da un gorgo di pubblico. Passa, fragoroso, il tram a cavalli. Un signore corpulento si avvicina. «Visto tutto. Bravo, voglio stringerle .la mano, ostia che strafuson, e lu tanto mai magro, gli sta bene. Permette'? Gratton cavalier Ermacora, di Latisana. Foresto, imagino, tra due treni. Con chi ho l'onore'?» - «Baciamo le mani a signoria. Mancuso Carmelo fu
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Salvatore, di lv1ontelcone Calabro, agli ordini di signo ria, organista dj professione. Anche Seagull sarà contento appena cc lo conlassi». - «Sighel'? E chi. sarìalo?» - «Niente, un mi.o purosangue irlandese, baio e balzano da tre. Santa giornata a signoria». Il cavaliere si allontana di corsa, e anche l'organista, che non ha interesse a destare la curiosità del poliziotto, già istintivamente attirato verso i portici. Meglio sparire nella solitaria via Rialto. E giunge, tonante, uno strillone. <<La Patria del 1-ì·iuli! La flotta germanese a Genova! L'eroismo del bersagliere biellese in Africa! L'infanticida di San Leonardo condannata in corte d'assise. La Patria, la Patria del Friuli!>> Corganista estrae due soldi e spiega il giornale davanti al viso, per nascondersi un po'. Ma deve per forza, dopo il. bel palazzo chiamato «la Nave», affrontare la gremita via Cavour, dove lo attende il sarto Chiussi. Questi si scusa: non è pronto. Niente paura, ormai è scomparso il rischio di pericolosi testi moni, data la direzione del traffico di mezzodì. L'organisla sosta davanti la vetrina della libreria, prima di raggiungere Poscolle: quanti bei libri nuovi, anche stranieri: è appena giunto il Pécheur d'[slande, l'ultimissimo di Pierre Loti, ma chi ha i soldi per i libri a pochi giorni dal 27? L'organista è già sottozero <la una settimana. E poi non è organista, anche se, da buon pianista, se la cava discretamenle: e neppure meridionale, ma piemontese, perfetto im.itatore di dialetti specialmente quando vuol far perdere le tracce. È militare di carriera, sottotenente dei cavalleggeri di Piacenza ( 18°) si chiama Filiberto d'Agogna, eletto Filo: scavezzacollo scatenato, attaccabrighe, donnaiolo, duellista, in pessimi rapporti con la famiglia: orfano cli madre, padre risposato che si occupa soltanto della nuova moglie e dei tre piccoli, trascurando il figlio prodigo (ma l'anno scorso ha dovuto intervenire per forza, ha saldato un grosso debito e non lo scorda). Questo Filo, a Modena, sarebbe stato tra i primi per intelligenza e studio, senza la bizzarra e beffarda irruenza, ricca di fantasiose iniziative. I pochi mesi friulani, dopo i lre anni a i'v1odena e Pinerolo, sono stati una sequenza a catena di arresti, specialmente a cura de.l capitano aiutante maggiore in prima, che non glie- . ne perdona una. Fino a controllarne la presenza a domicilio, quando ha terminato il servizio in quartiere ed è in corso cli punizione. Situazione talvolta imbarazzante, perché quella clausura è galantemente allietata.
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Sazio della mondanità pinerolese e Lorinese, Filo ha voluto, a Udine, ignorare l'alLa società locale. Niente salotti eleganti, né riunioni ippiche ai Prati <li Planis. Tutto è consacrato al servizio: il suo 3° plotone del 2° squadrone è ormai il migliore per disciplina e tenuta di truppa, lucentezza di mantelli equini, sciabole e bottoni. Per il capo ventenne ogni cavalleggero andrebbe nel fuoco. Il suo tempo libero non è votato alla virtù: subito è stato monopolizzato dalla Circe di turno nella Patria del Friuli, la bellissima Gnesute merciaia che tiene negozio in Borg San Bartolomio, dove sbocca in Plaza dal Vcscul e nel Giardino Grande, sul rovescio del Cescel o Castello. L'.intesa fu breve, senza madrigali o serenate, dopo immediata liquidazione del titolare in carica . .Ma l'idillio cli poche settirnane mostra già preoccupanti incrinature. Ieri Filo ha avuto un permesso di ventiquattr'ore per visitare due purisangue in vendita nelle scuderie cli Villa tvlanin a Passariano. S'è messo in borghese, la Gnesute aveva predisposto un notturno e ospitale tetto a Codroipo. Umori pessimi, e stamattina il temporale è esploso. La bionda sinuosa
fa colpo quando Lroneggia dietro il suo banco e incede ondeggiando per la via: non al risveglio. I modi e la pretesa hanno finito per irritare il raffinato signore che porta i colori degli antichi usseri di Piacenza. È uscito molto presto per montare i due cavalli esa minat i ieri , e quando è tornato a Codroipo la Gnesute aveva già preso un treno per Udine. Quindi Ì'v1.ercatovecchio: ora Filo traversa Plaza dai Grans e, profittando dell'abito civile, entra in una mescita di vini nel vicoletto chiuso che porta al liceo Jacopo Stellini. Dove, in atmosfera proletaria, e con pochi soldi, si sfamerà. l\1entre gli preparano due panini, mezzo litro e un grappolo d'uva, apre La Patria del Friuli e legge del bersagliere biellese Bonello ~1arco. Passeggiava nei dintorni d'un forte oltre Massaua (Moncullo? Archico? Saati?) quando fu assalito da sette indigeni e malamente ferito: ma con la sola daga seppe «disimpegnarsi» e rientrare. Fu medicato e punito per imprudenza; uscì una pattuglia che non tardò a vedere dove calavano quasi verticalmente uno, due, tre avvoltoi e dove sciami di mosche già avvolgevano cinque cadaveri. Tolta la punizione e concessa la medaglia al valore, l'allegro Bonello Marco fa ora il bracciante a Buenos Aires. E Filo pensa che I 'Africa, dopotutto, non sarebbe una cattiva variante alla monotonia pettegola e provinciale
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della sua guarrngwne. Torna aU'abitazione, nel suburbio Cussignacco, e trova sotto la porta un biglietto urgente di Costanzo Borromeo, suo compagno di corso, sottotenente, oggi di picchetto: «Vieni prima che scada il tuo permesso, alle 3 c'è gran rapporto di tutti i subalterni dal colonnello comandante». Si mette in divisa e si affretta verso il quartiere: non ha potuto infilarsi il guanto destro e la mano è gonfia . .Appena giunto è convocato dall'aiutante maggiore in prima che lo riceve con l'abituale freddezza, ricambiata d~t formale irrigidimento sempre qualificato di «irrispettoso e sfottente». «L'ho chiamata per due ragioni. Il signor colonnello le deve parlare subito dopo il rapporto. Poi: cosa diavolo faceva in borghese, lei, a mezzogiorno in via Cavour'?» - «Ero ancora in permesso, per incarico fuori presidio». «li foglio recava l'autorizzazione a vestire l'abito borghese'?» - «Signornò, la consideravo implicita». - «Opinione errata. Tenga gli arresti e si accomodi pure». Filo è vagamente inquieto.
I subalterni sono schierati davanti al colonnello Sante Giacor:nelli. «Signori ufficiali, Piacenza manda in Africa uno di loro, non per gli squadroni già al completo ma per incarico speciale . Ferma di due anni compresi viaggi e licenza di rimpatrio. Indennità d'equipaggiamento lire 300, e 3 di soprassoldo giornaliero. Trasferimento isolato, niente cavallo sella attendente: equipaggiamento minimo, integrabile laggiù. Imbarco sul Polcevera a Napoli il 2 novembre. Il sorteggiato tra i volontari potrà partire subito dopo le consegne, per i preparativi e la licenza a casa. Naturalmente la decisione non si prende così, sui due piedi. Bisogna pensarci su, orientarsi. Vadano al circolo ufficiali dove sono attesi dal capitano Bosio del 36° fanteria, appena tornato da laggiù dopo due anni piuttosto carichi. Sono appena le tre. Alle cinque aspetto i candidati per il tiro a sorte. Per essere chiaro non vorrei ammogliati, e ancor meno fidanzati. Signori ufficiali, in libertà: rimanga d'Agogna, cui devo parlare». Appena soli, Filo è invitato a sedersi, e la sua apprensione si attenua. li colonnello: «Senta questo appunto che risale al marzo 66, poco prima della
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guerra. Riguarda il nostro reggimento, che allora portava czakò, dolman verde scuro con alamari rosso e oro, tascasciabola con cifra reale; e ci chiamavamo usseri ed eravamo bellissimi. "Il luogotenente colonnello Colli di Felizzano conte Corrado Filippo rileva la eccessiva frequenza di arresti inflitti al luogotenente Della Chiesa di Cervignasco conte Angelo e al sottotenente Lanza di Butera principe Ernesto''. Ma in due non battono il di lei primato: salvo errore ella è già venuto quattro volte, dal luglio, in visita per scontata punizione». - «Cinque, signor colonnello». - «Magnifico. D'altra parte ho visto l'altro giorno il suo plotone, molto bene, bravo. Come la mettiamo?». - «Cosa vuole che le dica». - «Parliamo d'altro. iv1i dicono che ella parla bene inglese, e che è stato a Et.on quando il signor padre era in rnissione a Londra». - <<Signornò: il papà ha provato, ma per essere accettati bisognava essere nati oltre Manica, e prenotati ancora prima di nascere. L'inglese lo sapevo già bene per via della nurse irlandese». - «Meglio. Come sa è presente a Udine il signor generale Boselli, e stasera siamo invitati a un ricevimento ristretto ma importante in un vicino castello che ospita lord Wìlliam Douglas, l 5° duca di Hamilton e primo lord di Scozia, con milady e figlia . È pure attesa, dal Tirolo, sua altezza imperiale e reale l'arciduca Eugenio, che ripartirà domani con milord per una caccia in Ungheria. Ma il tenente Franchi ciel nostro reggimento, ufficiale cl' ordinanza del generale, sta gemendo con quaranta di febbre all'albergo Italia, e il generale vuole lei, nonostante i noti trascorsi. Quindi stasera alle sette lei si farà dare da Franchi le corclelline d'argento. Piccola tenuta di gala (spalline ma niente bandoliera e sciarpa) perché la riunione non è ufficiale. Alle sette e un quarto ceneremo con il generale, che torna a Padova domattina. Alle nove saremo al castello. Ella è in libertà. Penso che la rivedrò tra poco per la faccenda Africa; naturalmente dopo che ella avrà consultato il suo Seagull, come sempre». - «Signorsi, è un oracolo infallibile». - «Lieto di averla vista senza motivi disciplinari». - «i\1a signor colonnello, il signor capitano De Lillo mi ci ha rimesso da venti minuti». - «Perfetto, ma niente è cambiato per la serata», conclude il colonnello e ride. Il capitano Bosio, un robusto giovanotto sulla trentina, tiene circolo tra i subalterni : dice che l'Africa è prova severa per la vocazione militare, ambiente depresso per incertezza, soffoco e lontananza; ma ora va un po'
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meglio, si sta occupando l'altipiano dove il clima è paradisiaco, pare. E lui trova che l'inverno, qui, non viene mai, tanta voglia ha di sentir freddo ai piedi, alle orecchie e alla punta del naso. Comunica poi una noticina degli acquisti indispensabili prima di partire, ma raccomanda di non ingombrarsi, e semmai di rifornirsi a Porto Said nei negozi inglesi. Filo, alla chetichella, raggiunge la scuderia per interrogare Seagull e vi ci si chiude a chiave perché tutti vorrebbero sempre ~issistere a tali famose conversazioni: sono presenti soltanto i piantoni di guardia . ./\He interrogazioni Seagull risponde sì e no con le orecchie, inclinandole avanti e indietro. «Cosa diresti se andassi in Africa senza di te?». Le orecchie approvano. «Ah porco vigliacco fottuto, così mi tratti dopo che abbiamo vinto assieme tante gare?». La risposta non muta. «E ti sembra una cosa giusta?». La domanda è ambigua e le orecchie sono ferme . Meglio così. In fondo Filo è abbagliato dall'Africa e potrà sempre riavere il suo cavallo dopo: ma il suo cuore è amaro. Si ripresentano i volontari: alla riduzione di numero, oltre l'esistenza di bambini, mogli e fidanzate, ha influito l'impiego che - pur restando misterioso - non sarà da cavalieri. Sono con Filo tutti i compagni di corso e qualcuno dei precedenti: Costanzo Borromeo, Alessandro Fava Simonetti, Antonio Bassi, Alessandro Arborio Mella, Ludovico Cusani Visconti, Francesco Vélldettaro e Alessandro Lovatelli. «Quanti. Alessandri», osserva il colonnello. Si preparano i bigliettini, il più vecchio li mette nel berretto e li mescola prima cli porgerlo al più giovane, ritualmente bendato per l'estrazione. La sorte designa Filo. Il primo pensiero è per Scagull.
L'alacre ordinanza di Filo è spedita come un razzo in diverse direzioni. Sospeso il lavoro dal sarto Chiussi, che invece preparerà indumenti di tela kaki: due giubbe, tre paia di pantaloni, un berretto. Un telegramma urgente all'amico del cuore, Luigi Ajroldi cli Robbiate, che è sottotenente nei cavalleggeri Lodi cli stanza a Vercelli, perché gli faccia da parafulmjne accompagnandolo nella visita d'addio alla famiglia, nei pressi cli Novara. Un telegramma normale alla famiglia stessa, con finale spavaldo: IMMI-
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NENTE PARTENZA AFRICA SARÀ PRECEDUTA DA VISITA PER RESTITUZIONE ULTIMO PRESTITO ET COMMIATO VERRÒ CON AJROLDI GRADI-
REMO APOTEOSI. Poco prima di partire manderà un bel dono e un biglietto alla Gnesute; urgentissimo invece un colloquio con un capitano di Savoia cavalleria, pure
cli stanza a Udine, Carlo Arborio di Gattinara, che da tempo aspira all'acquisto di Seagull e non sem.bra aver problemi di sesterzi. Borromeo e Cusani Visconti partono a cercarlo, e hanno l'insperata fortuna cli portarlo in quartiere mezz'ora dopo. «Signor capitano, dice Filo, ho pensato a lei specialmente per la sua mano leggera, che non rovinerà la bocca del cavallo: ma non gli dica niente e lo lasci nell'illusione di una mia prossima ricomparsa». È firmata una lettera d'impegno: prestito equivalente a due anni cli stipendio; disponibilità del destriero per lo stesso periodo; restituzione in perfette condizioni al ritorno di Filo, previo rimborso di metà della sornma. In caso di mancato ritorno, Seagull resterà ad Arborio. E, per il momento, tutti i presenti afferrano il più vicino oggetto di ferro, ordinando un secondo giro di vermouth. Filo ha soltanto mezz'ora per prepararsi alla serata.
Nel vestibolo dell'Albergo Italia, lato giardino, siede un luccicante gruppo di ufficiali: il generale Francesco Boselli, comandante la divisione cli Padova; i colonnelli Giacomelli, comandante di Piacenza, Faneschi, comandante di Savoia, e Fonio, comandante del 7° AJpin i, venuto da Conegliano per il ricevimento. Sono quattro Ordini Militari di Savoia e sei medaglie d'argento al valor militare: un complesso raro. Fonio s'è fatto accompagnare da un sottotenente vistoso, Pino Ronzani, del corso di Filo: forse un po' fanalino di coda come classifica tra ben 391 compagni, ma un ragazzo di prim'ordine per spirito, vivacità e allegria. Tutti parlano di Filo, e ridono. Giacomelli racconta che a Udine gli attribuiscono persino una recente e clamorosa beffa di mezzanotte, con fantasmi svolazzanti sulla specola del Castello, urli raccapriccianti e spari, rimbombo per tiri di fionda sulle campane della contigua chiesa. Ma Filo quella notte, poverino, aveva un doppio alibi, per-
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ché chiuso in casa con cinque giorni cli arresti, e per giunta assistito dalla Gnesute. Giacomelli è persuaso della sua innocenza. «Ma anche se colpevole, la sua partenza è una perdita per noi, come ufficiale e come fantasiosoburlone. Abbiamo qui un giovane alpino che potrebbe raccontarci il tiro che combinò da allievo quando era, credo, al campo estivo in brughiera, alla Malpensa». Ronzani non si fa pregare. «Infatti i cavalieri del corso erano là, ma noi "pista pauta" abbiamo subito saputo il fatto alla Porretta. II parroco di Cardano o di Samarate, non so, era in crisi perché rimasto senza organista proprio la vigilia della festa del Santo Patrono, San Rocco: e sapendo che d'Agogna se la cavava bene, lo ottenne dal comando per la messa solenne. E quello scommette con alcuni amici che nella musica sacra avrebbe inserito l'ultimo successo mondiale di Strauss, il valzer Vino, Donne e Canto: e infatti lo infila a pieno regime nel finale, quando ·l 'organo tuona una specie di inno liberatore e la gente esce. Nessuno se ne accorge, e gli scommettitori protestano, dicono che la hmzione era finita; e lui rimanda la scommessa alla domenica dopo, riservandosi la scelta del pezzo. Quell'accidente, in piena messa, a tono basso e successivo crescendo, attacca il preludio del Tristano. Stavolta scoppia il pasticcio e si prende un bel massimo di rigore e cli semplice. Ma eccolo là, è arrivato e gli stanno Loglienclo il mantello». Il generale: «Splendido soldato. Capisco che il suo plotone sia i] migliore. Non ci voleva, per gli usseri, questo trasferimento». Filo saluta da lontano e scompare nella scala, per ornarsi con le cordelline, prestigiosa insegna degli ufficiali d'ordinanza.
La stanza del tenente Gaetano Franchi è al mezzanino, bassa e arredata nel gusto del Secondo Impero, con le pareti a tappezzeria di fiorami. Oltre un quadretto religioso, che precisa lo stile benpensante dell'albergo, c'è una grande litografia a colori, ingiaJJita dal tempo e in cornice dorata. È cli Borace Vernet e rappresenta due zuavi durante la guerra d'Algeria, fortemente polpacciuti, mustacchiati e muniti di pizzo a punta; ma soprattutto felici di aver ucciso un enorme topo per sfamarsi. · «Vado in Africa anch'io, dice Filo all'ammalato, che Iddio mi tenga la Santa mano 'n capa>>. Franchi porge all'amico un mazzo cli chiavi da palpare, e gli attacca lui stesso le cordelline, o meglio le trecce d'argento belle grosse e
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lucide, dalla spallina destra alla bottoniera sinistra, con i due pendagli a cono acuto. Ora sono tutti riuniti per l'aperitivo. II generale: «Si parlava della sua bravura come organista. Perché un rnass imo cli cella? Io cli musica ne capisco come cli sànscrito, ma dicono che quella di \tVagner sia solenne e pomposa, quindi dovrebbe andar bene anche in chiesa». - «Non sempre, non sempre, signor generale. \Nagner compose il Tristano e .Isotta a Venezia, negli anni cinquanta. Se ne stava ben chiuso a palazzo Vendramin-Calergi con Matilde Wesendonck, in pieno furore erotico. Il preludio, del resto identico alla "Morte d'Isotta" finale, si è appunto isp irato da vicino - oh, molto da vicino - al crescendo e allo spasimo supremo cli quanto stiamo pensando tutti; e così il mio caso è diventato irrimediabile». Un inchino silenzioso del capo cameriere avverte. che la cena è pronta, e il gruppo si sposta comprimendo l'ilarità.
Queste cronache non sono riuscite a precisare dove avviene il ricevimento. La distanza da Udine è valutabi le in un'ora di carrozza a trotto normale. Forse il castello o palazzo è nel basso Friuli, e cli proprietà Braycla . .Ma ciò non coincide con il titolo comitale dei castellani. Sceltissimi gli invitati, non più di una cinquanti na: il fiore della nobiltà austro-friulana cli confine, Thum und Taxis, Coronini, Porcìa, Lanthieri di Paratico, Strassoldo e così via. Un deludente tekgrarnrna da Innsbruck avverte che l'arciduca è impedito e raggiungerà milord in Ungheria. I pezzi grossi sono riuniti in salotto, e Filo non molla il generale, ma dopo un po' la castellana dice a Boselli: «Questo è dunque il bel figliolo che si rifiuta alla nostra povera società montanara, quando ci sono tante belle che sospirano per lui. Glielo rubo per un po'». E trascina Fi.lo nel salone gran de, affidandolo a un gruppo giovane e animatissimo che ha già catturato Ronzani. Filo è in gran forma e partecipa all'affiatamento generale. A un tratto Ronzani dice: «Volete divertirvi? Il mio amico è il rniglior imitatore europeo, e ha visto Sua Grazia il Mi lord cercare qualcosa da bere: tu eri vicino e sarebbe divertente sentire la risposta italiana di i\1ilorcl quando la
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contessa gli ha chiesto che cosa desiderasse». Filo si trasfonna: assume occhio vitreo, irrigidisce le mani (anche la destra che gli fa sempre un po' male) e parla: «Aoh, cauntessa, come una maniera di fatto io a questo tempo iusualmente piace aiutare me stesso a un buon vetro di whisky and soda». Tùtti ridono di gusto: e Ronzani: «E cosa ha detto il grasso monsignore, venuto a far atto di presenza a nome di S.E. l'arcivescovo e partito quasi subito per non impedire l'inizio delle danze'?». Ora Filo parla con voce bassa e strascicante, e feroce accento lombardo: «Signor conte e signora contessa, noi ci allontaniamo per lasciar libera tutta questa bella giovinessa che ha impasiensa di inisiarc le danse, ma siamo sen.sa preoccupassione. Siamo sici.iri che il senso della virtù, e la resistensa alla tentassione la terranno lontana, adesso e dopo, da qualsiasi atteggiamento contrario alla modestia e alla moderassione». Il gruppo plaudente è andato ingrossandosi: sulla porta della saletta è comparso, inquieto, il colonnello Giacomelli . Per fortuna la musica ha riaperto il ballo; e la <lama di Filo non è certo del parere di monsignore, non rispetta i trenta centimetri cl' obbligo assoluto tra lei e il suo cavaliere. Jvla gli acuti pendagli delle cordelline, a un brusco controgiro di valzer, si infilano nel triangolo vuoto che la scollatura ben tesa offre come un invito. Filo, istintivamente, cerca di ritrarsi, ma ne viene irnpedito. «Va benissimo così», dice la maliarda. Il disinvolto ussero è imbarazzato, anche se un po' distratto: già due o tre volte si è accorto che due occhi chiari, quasi infantili, non lo abbandonano da un angolo poco illuminato del salone, dove attorno agli occhi chiari stanno prodigandosi diversi giovani, tra i quali un suo collega di Savoia, Hermes di Colloredo Mels. Si era anzi stupito che al ricevimento partecipasse una quasi bambina. Ma ora si a]za essa pure per ballare, e Filo riconosce, vedendola alle spalle, la fanciulla che poche ore prima ha motivato lo schiaffo in Mercatovecchio: altro che bambina. Finalmente finisce la danza, avviene il ricupero dei pendagli, e Filo ritiene urgente raggiungere il generale, e i padroni di casa.
Filo sornione chiede alla castellana se ]a fanciulla è la figlia di Milord.
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Apprende che la Hon. Lady .M arie Louise Douglas ha soltanto cinque anni; è presente nel castello, ma a letto da almeno quattro ore. Si tratta invece di Velda von Veldenz, diciotto anni, orfana di padre austro-tedes½o; una ragazza amm.irevolc, tiranneggiata dalla madre friulana, che ora si trova a Graz presso la suocera ammalata dopo aver affidato la figlia proprio all'ospitalità del castello. Sono presso a lei, oltre il Colloredo che Filo conosce fin da Modena, altri due dello stesso cognome, giovanissimi, in frack, ma di flagrante portamento rn.ilitare, entrambi della marina austriaca: Hyeronimus di Colloredo Mannsfeld, del ramo principesco, appena promosso guardiamarina e in attesa d'imbarco, mentre il cugino Egon è del ramo comitale, e fa l'ultimo corso dell'Accademia Navale austriaca a Fiume. Hanno ottenuto un permesso speciale perché, come ognun sapeva, l'arciduca non poteva tollerare più a lungo il ritardo dell'incontro con i due futuri ammiragli. A ricevimento ultimato, doppiamente delusi, torneranno oltre confine, al castello di Duino, dove dormiranno sognando Velda incantevole ma indifferente; e domattina, rimessa l'uniforme blu e oro, ripartiranno verso le loro sedi.
Nel buio del cortiletto dietro il castello, Filo ha avvolto Velda ciel suo mantello celeste per ripararla dalla pioggia: «Abbiamo i minuti contati e non so come cominciare». - «Pensi che mai sono sola in strada; avevo lasciato la governante in un negozio, per pochi minuti, e vi stavo tornando quando è successo il fatto. Ho una madre severa. E cosa so di lei? Lei è uno scapestrato con troppi successi che mi danno noia. Anche poco fa ha ballato con la più sfacciata e pericolosa delle giovani signore presenti. Devo dirle che ogni mattina, prima delle sette, passa davanti a casa mia la sua ordinanza che le porta il famoso baio, balzano da tre, e dieci minuti dopo ripassa lei, quasi sempre parlando al cavallo e senza guardarsi attorno. Io l'aspetto stando nascosta dietro il glicine fitto del portichetto che fa da balcone alla mia stanza. Ha capito dov'è, l'unica villa con giardino nella piazzetta del suburbio Cussignacco? .M ia madre se n'è accorta, n-1i sorveglia, s'è informata sul suo conto ed è terrorizzata. Ivla ecco che oggi succedono a breve
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distanza i due fatti . Stasera sono ancora più agitata di stamane. Guardi, che scioc~a, non le ho neppure detto grazie». Anche Filo è turbato, tace, non ritrova se stesso. L'esemplare femminile che ha vicino è unico tra i molti conosciuti per aspetto, dignità, stile e schiettezza: gli occhi chiari non si abbassano mai. Ma rimbomba la voce di Ronzani: «Fi.lo, scc1no, dove cribbio ti sei anelato a cacciare? Sono ore che il generale ti cerca». - «Arrivo di corsa», risponde; e a Velda, piano: «Parto posdomani . .Africa. Urge parlarci; quando?>>. S'accorge che la ragazza ha sussultato, dev 'essere molto pallida, ma si riprende subito: <<Domani sera mi riportano a casa dove penso la mamma tornata. Se villa e portichetto saranno al buio, ci sarò dopo mezzanotte: mi parlerà dal marciapiede». In carrozza, verso Udine, il generale vuole che Filo gli rifaccia il discorso di monsignore. Disciplinatissimo, il giovane obbedisce ma sa chè questa notte non chiuderà occhio. ll<Jine, 24 ottobre
Tetraggine di pioggerella insistente, giornata stracarica per Fi]o che ha la testa chissà dove , e deve per forza occuparsi delle maledette consegne. Al di.avolo coperte di casermaggio e brande, alla malora sciabole e moschetti, feltri e finimenti, selle e staffe e vestiario. Ma, coscienzioso com'è, dedica due ore ai ruolini della Lruppa e dei cavalli, vuole che il successore possa orientarsi. Davanti al norne d'ogni uomo mette una, due o tre b a seconda se lo considera buono, buonissimo o eccellente. Pensa, come Napoleone, che il soldato mediocre o cattivo non esiste, mentre ci sono talvolta cattivi ufficiali a comandar.lo. Per i cavalli, invece, ha messo molti punti interrogativi. Seagull lo ha viziato. L'.intero squadrone, prima della libera uscita, è passato in rango nel maneggio causa il cattivo tempo. Il capitano Eugenio Ricciardi , napoletano e barone, non è un oratore, ma in nove minuti ha scaricato l'essenziale in una atmosfera marziale e addolorata: i cavalleggeri di Filo sono disperati. Ognuno dei ventiquattro ha la sensazione di esserne il preferito. Ormai, del programma immediato, sono certi soltanto Vercelli domani e Napoli il 2. Potrebbero restare, per Udine, cinque giorni: tutto dipende da
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stasera dopo mezzanotte. L'agitazione è quasi insostenibile. Rimane tardi al circolo, dove arriva per lui, da Spilirnbergo, un messaggio portato a mano da un contadino. Busta blu, urgente e profumata. È della dama con cui ha ballato, ha saputo della partenza per l'Africa, offesa perché non glielo ha detto e non s'è fatto vivo dopo la danza. Se riceverà le rituali orchidee con un biglietto, le respingerà: ma gradirà i pendagli d'argento che le hanno minacciato la preziosa esistenza. Il sarto ha fatto miracoli. In ventiquattr'ore ha bagnato e asciugato la tela, tagliato e imbastito la giubba che è stata felicemente provata alle ventuno: tutto sarà pronto in quattro giorni. Inutile la prova per la seconda giubba e per i pantaloni, «data la figura del signor tenente». Se seguisse l'istinto, e se nella piazzetta del suburbio ci fosse un solo angolo morto da cui vigilare quanto avviene nella villa, vi andrebbe anche subito. Ma non c'è scelta: occorrono pazienza e puntualità. Notte
Casa e portichetto sono al buio, ma un sottile fantasma bianco si muove dietro il glicine. Un gruppetto di ubriachi si attarda propr.io su] posto, mentre Filo passeggia su e giù, come una sentinella, o un ufficiale di guardia sulla plancia. Finalmente se ne vann.o. La madre di Velda non è tornata, la nonna sta male; vuole subito la figlia che partirà con la governante all'alba. «Ho preparato per lei questo involtino da aprirsi in alto mare, non prima». - «Obbedirò e lo terrò come una reliquia. Il nostro incontro mi ha sconvolto e anche ripulito. Sono certo di avere ancora quattro giorni per Udine, non è giusto che non ci si riveda, faccia quanto può e mi dia notizie fermo posta o fermo tele ... » . .Ma Velda è scomparsa, sta parlando con la governante, diverse luci si sono accese in casa. Filo passeggia, arriva gente, sono gli ubriachi di prima, e cantano. Velda riappare, fa cenno cli tacere, saluta con la mano, certamente d'accordo. UiJine, 2 7 ottohre
Il viaggio si è svolto come previsto. A Vercelli Filo e Luigi hanno trovato i
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pendagli d'argento, subito spediti a Spilimbergo con un ben tornito messaggio di scuse e d'augurio, tacendo il prossimo ritorno nella Patria del Friuli, dove sarà bene che Filo non si faccia vedere molto in circolazione. Anche per via della Gncsute. La restituzione del prestito in famiglia è stato accolto con approvazione cortese, Luigi Ajroldi ha don1.inato il campo con la sua verve e conquistato i bambini, cl' Agogna padre ha dimostrato una staccata benevolenza. La sorella quindicenne, Iv1aria Cristina, per cui il discolo Filo è stato una rivelazione, gli scriverà. Luigi ha consegnato all'amico un pacchetto per il fratello Eugenio, tenente nello squadrone eritreo (sulla carta dell 'Africa, per chi non c'è stato, l'Eritrea appare piccolissima; sembra impossibile andarci senza incontrare al completo il denso agglomerato italiano che ci è affluito in meno di cinque anni). Luigi: «Cosa demonio ti succede'? Prima cri un continuo fuoco d'artificio. Lo sei ancora, ma soltanto a sprazzi, con zone di distrazione. Hai preso qualche fregatura che non vuoi confidarmi'?». Filo confessa. «Ti era già successo'?». - «No. Sai eran sempre cose del momento». - «Ho capito. Sei fottuto, e per l'eternità». l;Jine, 28 ouohre, .1era.
La villa è chiusa e la posta è muta. ll<Jine, 29 ottobre
Villa chiusa e posta muta come sopra. Filo spergiuro apre il pacchetto di Velda. Unito a una catenina d'oro con medaglietta c'è un biglietto, che legge con il disagio di saperlo già superato dall'avvenuto incontro, seppur disturbato e brevissimo, secondo una maledizione che persiste. Ma il testo porta più lontano. La scrittura è quella solita che le bambine cli casta imparano negli istituti del Sacro Cuore; tuttavia un grafologo vi scorgerebbe una volontà formata. «Ci siamo parlati pochi minuti, e non sento nulla di cambiato dentro me. Però il cervello ha lavorato. Abbiamo quasi la stessa età, ma della vita io
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non so quasi niente, e lei anche troppo; la distanza tra noi fa paura, perdoni se glielo dico, mentre capisco bene mia madre . Potrei essere uno dei tanti capricci della sua esistenza. Ma questa mi è ormai cara, la sento in pericolo, voglio proteggerla con quanto le mando, e che ho portato fin dalla nascita. Spero che non se ne staccherà mai. Corrispondere non mi sarà facile perché odio le vie traverse, ma non ce ne sono altre. La mia vecchia bambinaia, riluttante ma devotissima, è d'accordo. Scriva dunque alla signora Angiola Gregorutti, Udine, porta Gemona, Stallo All a Carnie.Ila (dove finiscono i binari del tram a cavalli). Dio la illumini e la difenda». A mezzogiorno, in quartiere, c'è la colazione d'addio a Filo, con il colonnello Giacomelli e gli ufficiali del reggimento: probabilmente ci sarà anche un clono per lui. A colazione finita, entra al circolo una piccola rappresentanza del plotone ch'era stato il suo, e in presenza di tutti Giacomelli parla brevemente: «Vol.evarno lasciarle un ricordo che non ingombrasse troppo il suo bagaglio. Noi ufficiali abbiamo pensato a un bel fregio d'argento, grande un terzo più di quello del colbacco, ma devo confessare che la truppa, come immaginazione, ci ha battuti : hanno sostituito filetto e morso cli Seagull, che ora li ha nuovi, e in questa custodia ci sono quelli veri, testimoni dei suoi colloqui, uniti al fregio da una catenell a, più una targhetta con una breve scritta che ci ricorda tutti insieme, e la data d'oggi». Filo ha risposto da par suo. Rientra a casa, si pone al collo la medaglietta. Ha la testa in fiamme , ha bisogno cli muoversi, mette in tasca il libretto ferroviario, va alla stazione. «Quando parte il primo treno'?» chiede allo sportello dei biglietLi. «Per dove?» vien domandato. «Non ha la minima importanza. Un treno qualunque». L'impiegato ch iama il caposervizio, gli dice che un ufficiale vuole partire, lasciando le Ferrovie dello Stato libere di fissare la destinazione. Il caposervizio è molto cortese, e chiede se preferisce Parigi, o Lisbona, o Mosca. «Per me vanno benissimo tutte, purché possa essere di ritorno domattina». - «Allora, guardi, le consiglierei Treviso, che ha la caffetteri a aperta tutta notte, così può anche aspettare con comodo il treno di ritorno. Ha il libretto? 1J treno parte tra un'ora e un quarto, e intanto può fare un giretto». Filo ritira il biglietto ed esce. Gli viene un ' idea: perché non
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fare una capatina al telegrafo'? Il dispaccio c'è, di ieri, da Graz. «Nonna migliorata ri torno posdomani sola» . .Accidenti: pensano che Filo sia già partito. E il biglietto per Treviso, lacerato in minuscoli pezzetti, è affidato alla bora che s'è levata, prima foriera dell'inverno. Napoli Porto, pirot1cafo Po/ce.vera~ 2 novembre, ùiizio Ji pomer~9.9io
.M ancano i dati degli ultim i due giorni. Diciotto compagni di Filo sono distribuiti nei cinque reggimenti di cavalleria a Napoli e città vicine. Era previsto un gran ricevimento in suo onore, iersera, a palazzo Carafa di Roccella in via dei Mille, ma Filo, per ragioni sue, non poteva giungere che stamane. Lo ricevono, alla stazione, ·M attia Agnel li (fratello di Gianni che è a Udine, sottotenente in Savoia), Cesare Averoldi e Carlo Colonna: hanno portato un sergente che si occuperà del bagaglio fino a bordo, mentre gli ufficiali vanno al quarti ere dei Cavalleggeri Padova per un breve pasto di commiato. Filo riceve un dono intelligente e di scarso ingombro: una fiasca «da deserto», cioè una comune borraccia di truppa, ma con tappo d'argento, in custodia di feltro da imbeversi d'acqua per rinfrescare U contenuto. Il t utto è coperto da un fodero di cuoio inglese con le diciotto firme a inchiostro indelebile. Sempre elegan ti e cortesi, i cavalieri. 1\llc due sono a bordo. Il comandante Brofferio (figlio di Angelo, il famoso poeta e patriota liberale, sciambolone e donnaiolo, grande amico di Re Vittorio) offre caffè e cognac, consegnando a Filo un telegramma appena giunto. Questi, pur padrone di sé, non desidera che una cosa: isolarsi. In treno, stanotte, non ha dormito, per un tormento nuovo, di poche ore. 1-Ia faticato per apparire agli amici come è sempre stato: allegro, leggermente arrogante, ricco di uscite impreviste. Chiede licenza di aprire il messaggio: maledizione, non è da Udine. Lo passa agli amici; è da Saluzzo, gli amici di Piemonte Reale, Federigo Caprilli, Emanuele di Bricherasio e Paolo cli Cervignasco augurano «ad majora». Una saetta di vapore balza dal fumaiolo: il primo fischio. A terra chi non parte. Abbracci e saluti. Gli amici si fermano in banchina: Filo è ritto con-
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tro la battagliola di poppa. Staccano il ponte galleggiante, sono alzati barcarizzo e scala, e mollati tutti j cavi: l'elica è in moto, e fa ribo.llire l'acqua. Si salpano le ancore da prua e la nave si scosta lentamente, quando arriva di corsa, sulla banchina, un fattorino del telegrafo. Da bordo viene lanciata una sagola, il messaggio è ben legato rna deve per forza cadere in acqua mentre lo ricuperano. È diretto a Filo, da Udine il giorno stesso, e per fortuna ancora leggibile nonostante il bagno in acqua sudici a. Non è firmato, e il testo non è lungo: «No end». Esso chiude in bellezza la serie dei doni, riportando, per un po', il sereno in un animo travagl iato.
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La direna Jell7Arde11ale
JVa"~'laz.Ùme~ .-Jtretto òi i1le.1dÙta -3 IWl'embre
iornata di splendore, degna dello spettacolo. Sulla dritta, dal biancheggiare delle case e dal verde chiazzato d'oro nelle culture basse si alzano i l'vlonli Peloritani incoronati dai loro celebri pini marittimi . È obbligatorio, per le ritual i e mature inglesi girovaghe - per fortuna a bordo non ce ne sono esclamare: «./\oh, gorgeous, isn't it, non è forse fastoso?». A sinistra il truce Aspromonte calabro, anch'esso risplendente alla base di agrumeli sempreverdi; rna salendo è più autunnale. Tra gli squarci rocciosi e le cascate di pietra don1inano faggi, querce e macchie boscose di ogni tinta, dall'arancione vivo al verde pallido. Gorgeous anche l'Asprornonte e Capo dell'.1\rmi. Brofferio - che sul ponte di comando ama ì passeggeri come il fumo negli occhi - ha invece chiamalo Filo taciturno, che ha cortesemente approvato il paesaggio, s'è ritirato in camera naulica, e sulla grande carta del Mediterraneo ha misurato la distanza in miglia tra il Suburbio C:ussignacco e Capo Spartivento: trecentonovantacinque. ln linea d 'aria. Facciam.o quattrocento, per favorire la clientela. Lo scriverà a lapis dietro la copertina cli «Pécheur d'lslande» che
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ha compralo a Udine. Brofferio è molto contento. Questo giovanotto non è ingombrante né curioso, e mostra invece una inattesa competenza marinara, piuttosto infrequente in cavalleria. Infatti, da ragazzino, si destinava all'Accadernia di Livorno, ma non fu ammesso per la lieve miopia che gli ha fatto adottare il monocolo all'occhio desLro. Da adolescente, durante i bagni a Varazze, era spesso ospite su.i grossi pescherecci, magari per giorni e notti di seguito, con notevole soUievo della famiglia e del pubblico balneare, lihero un po' da quel demon io irruente e burlone. E come sta quando c'è rn.olto mare? Benissimo, neppure nella Manica, tra Dover e Calais, ha mai sofferto.
Al traverso di Capo dell';\rmi suona la carnpana del cambio di guardia, e il gong per il pasto dei passeggeri . Sul ponte di comando ufficiali e tirnonieri si passano il giornale di bordo firmato, le consegne, la rotta e la ruota del timone. A quest'ultima è venuto un anziano, certamente privilegiato, dal modo co-
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me si rivolge al secondo ufficiale dopo un'occhiata professionale al mare e all'orizzonte. «Mar longo, s.ior. El resto del maestra} che prima de Strcto gavévimo» (il verbo alla fine suona forte di Austria, Istria e Dalmazia). Poi concentra lo sguardo su'lla sinistra, dove il sereno, molto lontano, è chiuso da una nuvolaglia scura. <<Ma quel xe bruto, sior, quel no xc fortuna!». Finalmente si cambia rotta, puntando su Creta. «i\. sinistra bel bello, fa l'ufficiale, per levante due quarte e una quartina scirocco». II timoniere ripete. La scia curva spezza l'onda lunga e morta. L'accostata è finita . «Rotta», dice il timoniere, e una chiamata al portavoce fa scendere Filo in sala da pranzo, dove è l'unico ospite alla tavol.a del comandante e del capo macchinista. Non hanno neppur finito la min estra che Brofferio è desiderato in plancia, e Filo lo accompagna. «No xe fortuna!, ripete il timoniere. Quel xe ziclòn de siroco, ch'el ne struca drito de prova». La buriana avanza veloce verso lo Spartivento. Il comandante vede che la nave sta già accostando sulla dritta, per evitare l'epicentro del tornado, e concede un «molto bene» all'ufficiale di guardia. Arrivano il primo e il terzo ufficiale per ricevere gli ordini: tra dieci minuti, anche accostando, sarà l'inferno. Sono già state chiuse tutte le porte, sprangati tutti i boccaport i e rafforzate le chiusure, con teloni e cavi piccoli, delle stive . «Anche l'osteriggio a poppavia della stiva quattro?» chiede Brofferio. «Perché quando avremo l'iradiddio in coperta quello non resiste». - «No comandante. Già fatto. Lo abbiamo coperto di tela a quattro piegature, e fermato con cavetti a viti ad anello; e randcllatura». Ora tutto l'orizzonte tra scirocco e greco è nero. V'è una sola chiazza luminosa, aperta come un'arcata suJie onde ancora lontane ma che s'indovinano giganti, a una decina di miglia. Al centro dell'arcata si alza verticale e vorticosa una tromba d'acqua, angosciosa anche a distanza. Arriva in plancia, impassibile, il secondo timoniere con il vassoio del caffè e panini imbottiti, a completamento del pasto interrotto. Lo segue un marinaio con quattro noruà di tela incerata. «Noruà?» chiede Filo. Broffcrio: «Sì, in francese noroit da nord-ouest, termine specialmente bretone». Ce n'è uno anche per Filo, lungo fino ai piedi, caso mai volesse frequentare le ali scoperte della plancia, e magari la controplancia: non certo la coperta sotto, che sarà spazzata dal mare. È già iniziata la battaglia tra le residue onde morte e l'avanguardia furibonda
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delle nuove, in direzioni esattamente opposte. Si formano, qua e là, piramidi d'acqua, coronate di creste spumeggianti che volano via come sbuffi di fumo bianco e consistente. E finalmenle si entra nel pandemonio buio, sotto tuoni e fulmini. Non è più possibile ricevere il mare di fianco, non si può far aJtro che metterci la prua dentro, rallentando a quaranta o cinquanta giri d'elica, tanto da poter governare. Il Pokevera beccheggia pazzamente, e poiché ha ancora alta l'alberatura veliera da barco, provvede un sinistro concerto cli sibili tra sartiame e manovre oltre i tonfi e i cigolii de.!Jo scafo, e tutto il resto, che non è poco.
Filo è salito solo in controplancia, schiaffeggiato dalla pioggia violenta e dalle torri d 'acqua spumeggiante che si annullano ricadendo dopo l'impatto prodiero. Prova un senso di truce felicità, come una promessa di annientamento che appare quasi liberazione al suo segreto tormento cli questi giorni. Gli sembra impossibile che il povero Pokevera possa cavarsela. La calma e la serenità degli ufficiali e dei timonieri in plancia gli danno un senso d'incoscienza. Ma intanto ascolta il poderoso concerto del ciclo, delle onde, del vento, delle sartie, delle drizze e dell a macchina vapore. G li sembra anzi di riconoscere una musica, una melodia vera, con voci umane: qualcosa di recente, di vissuto. Ecco: sono i tre ubriachi davanti al glicine di Velda, e cantavano una di quelle canzoni fr iulane di malinconia languida e cli sconfinata adorazione: Si tu fos pi vecja e brute e nissun ch'a ti tolès ti vorès ben jo, Mariute, e tant ben clù ti vorès. Già, pensa Filo, le chiamano «vilote», si sente il condimento slavo del loro sangue, lagrime e sospiri prima, e poi le più sboccate sconcezze: ma sempre mantenendo la musica disperata. Intanto si è messo a grandinare. Filo non ce la fa più e scende. Al centro della pi.ancia, nella cabina vetrata, Brofferio ha acceso la pipa. L'ufficiale di guardia raccoglie notizie al portavoce, e le trasmette:
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«Comandante, ci sono diversi contusi tra i passeggeri e anche tra i nostri: un fuochista, il sottocuoco e un giovane di carnera: l'infermiere si dà da fare. In 1nacchina hanno avuto un po' paura per l'asse dell'elica: questa impazzisce uscendo dall'acqua, ma finché andiamo a tre nodi non c'è pericolo». Il vecchio timoniere sLa facendo miracoli, con una tecnica diversa a ogni situazione. Proprio mentre Filo lasciava la controplancia si sono viste alzarsi contemporanearn.ente due montagne d'acqua e lanciarsi in sbieco l'una contro l'altra, una a dritta e una a sinistra: lo scontro è avvenuto un po' fuori rotta, e il Polcevera, arrivando un minuto dopo, non ha avuto speciali disturbi, anche
per merito <lei vecchio. «Bravo M.ate, dice Brofferio, sei un vero oceanico». li primo ufficiale: «Mi vanno guastando anche il nostro laghetto interno, mai visto qui roba compagna in ventisette anni che navigo, mi par di tornar giovane, nella Baietta Australiana, al Horn e alla Buona Speranza». Brofferio dice che più di un'altra mezz'ora non può durare, e così avviene. Intanto la nave, pur camminando a tre miglia, ha conti nuamente derivato e si trova più o meno sul posto dove ha incontrato il ciclone. Ha ripreso la rotta normale, e poiché lo scirocco continua abbastanza forte potrà fare al massimo otto o nove miglia, senza ricuperare il tempo perduto. Filo è sceso nella cabina che divide con un passeggero molto sofferente. li tanfo, nel quartiere cli prima, è insopportabile. Filo si toglie il noruà, ma sotto è ugualmente inzuppato; si cambia rapidamente, e torna in plancia, dove l'a-
ria è inodora. Sera
Il tempo si è rischiarato, per una mezz'oretta, il vespero è vicino. L'ispezione in coperta non rivela grossi danni, neppure alle lance che sono l' elemen to più vu]nerabile. Domani, a.I chiaro, si vedrà. I passeggeri continuano a soffrire e Filo divide con Brofferio e l'ufficiale di guardia una sommaria cena a base di panini e birra. Suonano i rintocchi della prima guardia notturna. II vecchio timoniere Mate Stiglich saluta Brofferio prima <li scendere: «Complimenti, sior». Brofferio: «Quello è l'uomo più interessante cli bordo». Fil.o: «Istriano? Dalmata?» - «Per amor cli Dio, non glielo chieda, rischia una coltellata. È molto di
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più, marinér "lusignan"». Lussino è una cosa a sé,' nomi croati e cuori italìani. Il Risorgimento vi ha avuto forse più crisi che altrove, tra quella popolazione esclusivamente marittima, nella piccola isola che non lega né all'Istria né alle sorelle dalmate, pur quasi a contatto. Si considerano, nel Mediterraneo, i principi della vela, hanno centinaia di navi d'altura, e l'aristocrazia locale si perpetua, dal capitano quasi sempre anche armatore, all'ultimo mozzo. Dicevo il Risorgimento: nell'isola il' 48 trovò già la fazione liberale in lotta con l'austriacante, magari con gli stessi cognomi di mangiaségo. Si faccia raccontare da Mate la sua avventura nel '59. Aveva diciassette anni, navigava da otto (non aveva voluto andare a scuola cd l'. analfabeta) ed era imbarcato sopra il barco Esultanza di seicento tonnellate; il comandante Nicolich era «beduino», cioè liberale, e così quasi tutti a bordo. Jn navigazione da ll 'Inghilterra, con carico di carbone, senza notizie della guerra, vengono fermati da una fregata francese: preda cli guerra, tanto di bandiera austriaca a riva ma entusiasmo a bordo per l'alleanza con Napo leon e III. Giusto stupore francese . Portati a Tolone, sbarcati, tutti si mettono agli ordini del capitano Nicolich. "Cossa fèmo, fioi'?" . Vanno a Genova: a Lussino no, c'è di mezzo la guerra e i blocchi costieri. E bisogna vivere. Molti si arruolano nella marina sarda, e Mate fra gli altri. Pensano che si vincerà la guerra, che Milano, Venezia, Trieste e Luss ino diventeranno italiane. Invece Mate aveva firmato per sempre il suo esilio: mai avrebbe fallo, come fu chiaro dopo Villafranca, i sei anni d'obbligo nella m.arina caundcà, K.u.K., imperiale e regia. Messo in libertà, s'imbarcò sopra un brigantino di Camogli, poi sopra una nave a palo di Torre del Greco, e finalmente sui piroscafi della Florio e Rubattino, oggi Navigazione Generale Italiana. Non saranno, su queste barché, più di mezza dozzina: hanno sposalo viareggine, sorrentine e lig<.ruri, e le hanno <. < obbligate a parlar lussignano. Se fossero andati all' isola, l'Austria li avrebbe sbattuti in carcere pe r il resto della vita». 111et)iterraneo,
6.11011e1nhre
Lo scirocco non ha insistito più di ventiquattr'ore, la razione minima, ma sempre teso a gagliardo: mezza giornata di ritardo sull'orario e molte tonnellate cli carbone sprecate. Poi tempo buono, maestrale, qualche ora recuperata.
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Filo e l\,fate sono inseparabili. Quando abbassa molto I.a voce, ~,fate vuol dir male dei marittimi di Camogli e Viareggio, Procida e Favignana; non può farsi sentire sul PoJcevera, loro feudo. E allora, per poter tuonare, dirige altrove i suoi fulmini . «Indove che la trova, sior tenente, marinerie capitani come che a Lussin, che no bazila gnanca se la barca la ghe se sbrega in tochi? E tuti sti clanimarchesi e amburgoti, bretonieri e norvegini, con tute le arie, in monega, che i ga, no i dovarìa darghe la matricola senza un aneto su le nostre scune, dove che ghe sarìa i Nicolich, i Premuda, i Vidulich, i Ttuabochia a impararghe, e magara anche i Cosulich, che come capitani ghe cavo la baréta anca se i xe restà "grisini",» - «Cosa sono i grisini?» - «Mah, queli che i.era contra nualtri bed uini; lori non sega mai stacà dall'Austria». Na.vigazùme, 6 novembre, pomerifJgio
Filo, sdraiato in una poltrona della sala, finge di leggere per non essere disturbato. Ha davanti a sé un bicchiere di birra. Un cameriere lo avverte che è desiderato in camera nautica dal comandante. Vuotato il bicchiere e deposto il libro, Filo si avvia. «Voglio assistere al suo primo contatto con l'Africa». <<Non vedo niente». - «Come no, prenda il cannocchiale e guardi leggermente a dritta». Infatti, a una ventina cli migl ia, c'è una striscia sottile, grigio giallastra, appena ravvivata dal sole già basso. Potrebbe essere uiùsola piatta, e invece è l'Africa. «Vien voglia di vederci spuntar dietro un po' di colline o di montagne» . - «Non abbia paura; verranno anche quelle, dello stesso colore, più o meno, senza uno straccio di albero o cli erba. Ma soltanto fra un paio di giorni>>. - Dopo mezz'ora la striscia è più consistente, in un volteggiare chiarissimo cli uccelli rosacei. «Gabbiani?>> - «No, pellicani del Lago Menzaleh». - Ora, proprio di prua, si allarga una macchia biancastra, bassa. «Sali ne?» - «No, case. Le case di Port Said». Porto Sai'.~ notte 6/7 nm,embre
La città, nuovissima e già additata all'obbrobrio del mondo come palestra del vizio, del com.merci.o e dell'occasione, non chiude mai le sue porte su strada. È già una ridda d i navi a qualunque ora, da Brindisi e da Calcutta, da Singapore,
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da Liverpool e da Nuova York. I passeggeri sbarcano a ondate, superano in qualche modo lo sbarramento del commercio ambulante d'oggetti o di sesso, e si dirigono ai negozi. E così fa anche Filo, verso le 23, con pantaloni kaki lunghi e giacca borghese del terzo ufficiale, su consiglio di Brofferio. «Si faccia passare per inglese: le mostreranno le cose più necessarie a un ufficiale diretto laggiù. Ma si riveli ita.liano "al momento di pagare". Anzi, mi viene un'idea: per difendere la sua virtù e non farle perder tempo, la faccio accompagnare al maggior negozio europeo, quello del cavalier Fioravanti, e presentare come un "gentleman" da trattare bene. Poi si rivelerà, e porterà al cavaliere tanto i miei saluti quanto un invito a bordo, per un pasto, quando ripasseremo al ritorno». Tutto si svolge alla perfezione: perfino quella vecchia volpe di Fioravanti c'è cascalo. Il suo emporio è qualcosa di grandioso: dall'oreficeria corrente alla biancheria, dai profumi francesi ai tappeti persiani, dai costumi orientali all'abbigliamento europeo completo; non manca neppure quella diavoleria nuova inventata da Tom Edison, che chiamano fonografo: si gira una manovella che tende una molla, come negli orologi, poi si infila sopra un perno il cilindro di cera compressa, vi si applica un conetto d'avorio collegato con la suoneria e una specie cli trombetta: salta fuori la Cavalcata delle VValkirie o lo «Sconto col sangue mio» di Verdi. Non è come sentirli a teatro, ma in qualche modo si riconoscono, magari con la voce di Tamagno. Filo dice che ignora quali siano i doveri di un giovane italiano in transito a Porto Said. Fioravanti, senza esitazione, risponde: mandare una mano di Fatma all'amato bene. Pensa lui a spedire. Fatma'? Certo, la figlia di Maometto e di Cadigia, nata alla l'vlecca nel 606. La sua mano quasi divina è sintetizzata da una spilla in filigrana di piccole dimensioni, e di poco prezzo, in oro, argen to liorato e argento. È inutile dire che Filo ha subito pensato a una edizione d'argento dorato per la simpatica sorellastra Maria Cristina, e ad una d'argento per la Gnesute, verso la quale il donatore si sente in colpa. Il biglietto accompagnatorio spiega che si tratta di un amuleto infallibile, un portafortuna o menabuono che non può far cilecca. Ma l'edizione d'oro andrà a Porta Gemona di Udine, con preghiera di trasmissione; mentre la quarantenne Gregorutti Angiola sarà certamente felice di ricevere un rosario autentico dell 'orto cli Getsemani, con i gran i d i o li vo locale, e il Crocifisso di ebano, il tutto benedetto sul S. Sepolcro, nella contigua Palestina.
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11 cavaliere ha incaricato un commesso italiano nato in Egitto di accompagnare Filo a fare un giro: non senza passare dal negozio del suo amico inglese Collacott, fornito re militare: è molto raccomandabi le una novità coloniale, preziosa per chi ha occasione di dormire all'aperto, indifeso contro scorpioni, vipere e jene: è un lcttotenda ripieghevole, di doppia tela impermeabile, a forma di cassapanca. Ne è appena arrivata una partita, e non se ne conosce il prezzo, ma il giovane ufficiale italiano che sembra un milord lo troverà a bordo, e per
il conto non c'è fretta, il collegamento con mister Fioravanti basta. Poi il commesso ha voluto po rtare Filo a vedere, oltre la stazione ferroviaria che sta in fondo al grande viale centrale, il quartiere arabo, creato con criteri moderni durante la costruzione del Canale verso la fine degli anni 50, ma ridotto male da incuria, sudiciume, incendi e rabberciamenti. Al principio vi sono diversi cartelli inglesi con la scritta «Out of bounds», cioè fuori accesso ai militari della regina Vittoria che «proteggono il Canale» secondo l'ultimo accordo anglo-egiziano. Ciò riguarda particolarmente il quartiere 1nalfamato, che si rivela, dall'illuminazione e da l traffico, a breve distanza, essendo già superata la mezzanotte da un bel po'. Filo si dichiara soddisfatto, ma dispostissi mo a tornare sul Polcevera. In quello stesso momento si odono poco lontano voci infantili e furibonde. Due barnbini indigeni di circa sci anni stanno insultandosi gesticolando, mentre altri tre placidamente assistono. Filo: «.tvla cosa aspettano per agguantarsi e pestarsele sode'?» - «Non si agguanteranno, signor tenente; si accontentano delle parole». Uno dei d ue punta verso l'avversario un dito nero di sporcizia, minaccioso, e urla: «Tis ahuk sufaret et anabcr» . Il commesso, soffocato dalle risa, perde la parola, mentre i contendenti e il loro pubblico si disperdono. Filo vuol sapere, e l' altro, riprendendosi, traduce: «II culo di tuo padre è la sirena dell'arsenale».
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Con1,paiotio Gravina e 1!01,per
t.
Suez, 8 ,wvembre
A
nche il Canale, in due g.iorni monotoni, è superato. ;\ Porto Sa.i d il
volume di Pierre Loti è stato promosso a giornale di bordo, ma per le sole annotazioni essenziali: Dal Suburbio: ìvlcssina miglia 400 in Iinca d' a-
ria - Porto Said miglia 1409 - Suez miglia 1497. Segue la frase del baJT1bino insultatore, scritta in caratteri arabi. Il tempo è caldo d i giorno, molto umido e fresco la notte. All a incredibile bellezza del mare azzurro con strisce di topazio fa riscontro Io squallore delle coste abbastanza montagnose sui due lati, in crescente distanza. 11far Ro,Mo, 11 novemhre
La temperatura è andata salendo con l'abbassamento di latitudine, e il maestrale, che è dominante ne lle parti settentrionali e centrali di questo mare, ha favorito la navigazione, al punto che arrivando domattina a Massaua verso le 8 , sarà raggiunta la superba media cl i miglia 11,9 all 'ora. l\fa la gente non ha il beneficio del vento, poiché questo, camminando in uguale direzione trasforma in cappa di piombo la calda atmosfera, anlicipo clirnatico sul prossimo destino. Filo esamina con attenzione il suo stato d'animo, e poiché ha trovato molto interesse nell e ore passale con Brofferio e con Stiglich, non può negare un fatto : la tristezza ansiosa che lo affligge è almeno superata in apparenza. Le sue r iserve sono infinite, la carica cli sim.pati.a sprigionata trova immediata risposta: e quasi con disagio domatt ina sbarcherà. A bordo ci si affeziona rapidamente, più che a una routine di produzione, a una atmosfera reggimentale o al complesso di una nuova dimora. La terra è di nuovo vicina, e viene costeggiata per ragioni di sicurezza: iJ dedalo di isolette e di scogli invisibili è.'. sempre una prova seria per il sistema nervoso di comandanti e ufficiali cli rotta , anche se potrebbero onnai, come accade a Brofferio, dopo tanti anni di frequentazione intensa, navigarvi a occhi chiusi. A sera il comandante ha offerto razione doppia di vino all'equipaggio, e dopo cena ha ri unito ufficial i e passeggeri per un brindisi al Principe di
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Napoli, che oggi compie vent'anni: è coetaneo di Filo, che li ha fatti da poco. Con l'occasione, ha rievocato i fa.sti risorgimentali, e ha deplorato che l'antica «Florio e Rubattino» oggi si chiami «Nm;igazione Generale». «Due bei ncHni, dice, reminiscenza dello scoglio di Quarto e del lido di Marsala, hanno lasciato il posto a un'etichella evocatrice di bollette di carico, grane quarantenarie e scandali portuali>>. Ma,Maua~
12 ,w,,embre
La costa, al traverso di Emheremi , miserabile villaggio a nord di Iv1assaua, è paurosamente derel.itta, repellente e senza vita. Ivla il complesso di isole e promontori attorno a lv1assaua, lontana quindici miglia, già appare pittoresco e armonico. Arriva la lancia della capitaneria, venuta incontro al Polcevera per guadagnar tempo, dovendo esso ripartire in giornata per Assab e Aden. «O giovane dallo sguardo d'aquila, dice Brofferio all'ufficiale di guardia, agguanti il binocolo, veda un po' se il pilota è il solito pancione, o uno normale». Poi si volge a Filo: <<Se è il pancione dobbiamo ammainare la scala, altrimenti basta la biscaglina». Non è il pancione. La lancia descrive un'elegante accostata e si affianca sotto prua. Salgono agilmente sulla corda a pioli il pilota di 50 chili, scavato dal clima, il dottore della quarantena, i com.missari cli polizia e di dogana, il sottufficiale che deve fare lo spoglio della posta militare, e l'ufficiale del comando cli . Pia7,za incaricato di smistare i militari in arrivo. Qui Filo ha una bella .sorpresa: vede un bellissimo sottotenente che porta sul berretto la cornetta e la gran fiamma dei bersaglieri (a quest'ora niente casco coloniale, in novembre): riconosce un compagno di t1odena, del corso precedente: Umberto Subrii, il più giovane decorato cli rnedag.lia d'argenlo al valor militare di tutto il R. Esercito. I due si abbracciano. Finalmente Filo può sapere dove è destinato, e perché non sarà in unità a cavallo. Resterà a bordo altri due giorni e sbarcherà ad J\ssab, per raggiungere uno strano distaccamento sperimentale in un antico forte costiero portoghese, con truppa cammellata, essa pure sperimentale, e con due grosse barche armate, agli ordini di un anziano marinaio richiamato e proveniente dalla marina austriaca. Una sede piuttosto incomoda,
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ma interessante. Anche lui , Subrii, lascia Massaua e raggiunge il corpo di spedizione sull'altipiano, dove da ieri c'è anche il generale Baldissera, comandante superiore. Filo è contento. Dice ciel pacchetto per Eugenio Ajroldi frate ll o di Lu igi . Benissi rn o: Subrii dovrà partire subito pe r la base di Saati, con la corrispondenza in arrivo per il Comando Superiore: vi andranno assieme, con la ferrovia, e così Filo ved rà i no m i tristeme nte famos i di due anni or sono, come Moncullo, Otumlo e il tragico colle di Dogali.
La rada d i Massaua, con le tre baie, lo sfondo pittoresco dell e isole Dahlak e la città costruita su due isole ha un aspetto che sarebbe piacevole senza il caldo opp rime nte. «Ha n no fatto u n fo rte anche qu i i Portoghesi?» «Come no. tvla non ne resta niente, e sul posto, per ammonimento, abbiamo costruito la caserma dei Reali Carabi nieri». Lo sbarco è stato deluden te . Ogni tanto la città viene distrutta dal terremoto, e risorgono, con poche case civi li solide e recuperabiJi, molte catapecchie. Il movirnent.o è intenso, con incredibile varietà d i pubblico. Predornina, tra i molti civili europe i, il tipo avventuriero, specialmente tra maltes i, greci, armeni. V'è poi la fo ll a ind igena che parla una deci na di lingue, arabi , ebrei, abissini di selle razze , somali e indiani. Infi ni to e malinconico è lo sq uallore del percorso ferroviario, ma da Saati si ha una lontana visione d i monti fresch i e alberati, pro messa dell'eterna primavera garantita dall 'altopiano dell'Asmara, oltre i duemila.
A Saati si sono uniti al tenente Enrico Cotti, che a Modena li precedeva. È tra i «quotatissi1ni», ufficiale d'ordinanza del generale San ìv1arzano che nell'87 aveva comandato il grosso corpo <li spedizione inviato dopo Doga-
i.i. Gotti aveva vent 'anni q uando si trovò a Saati du rante la t ragica battaglia, partecipò all a di fesa del forte e vi fu decorato al valore. Rimpatriato San l\.1arzano, il successore Baldissera ereditò, oltre un numero infi nito <li
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problemi spinosi, l'intelligente e insostituihile Gotti, che domani raggiungerà il suo generale e provvederà per il pacchetto destinato a Eugenio Ajroldi di Robbiate. A colazione Gotti ha pensato che Filo, non abbastanza aggiornato sulla situazione, avesse bisogno di una sintesi precisa, anche per le notizie da trasmettere alla povera Assab tagliata fuori dall'epicentro ciel momento: e lo ha stordito con dozzine di nomi, dignitari abissini in continuo e spesso sanguinoso turbinio di odii e accordi, sernpre improntati alla più raffinata malafede: Ras Alula, Ras Mangascià, Ras Maconnen, Ras Sebat, nominalmente soggetti al negus Menelik che pochi mesi or sono, dopo l'uccisione in combattimento (contro i Dervisci del Sudan) del predecessore Johannes, riusciva a occuparne il posto, fortemente appoggiato da Roma, a scapito degli eredi legittimi. Figura saliente tra i più infidi Abissini resta il degiacc Debeb cli nobile razza, in rottura cli bando al ir1omento del nostro arrivo nell'85, subito accorso per mettersi ai nostri ordini e ingenuamente accolto dal colonnello, poi generale Saletta, che rimane tuttavia un «caposcuola» tra le nostre gerarchie inesperte di cose coloniali. Poi Debeb tradì, ripassò dalla parte abissina, massacrò una nostra colonna a Saganeiti nell'agosto scorso; e Roma, con Crispi terrorizzato dall'irnpopolarità della nostra avventura africana, riuscì ad annebbiare tutto. Ora Debeb è tornato con noi, e Baldissera non poteva farne a meno, salvo provvedere in modo «radicale» alla prima minaccia di sorpresa. Debeb è uomo cli notevole fascino maschile; una signora europea di Massaua - non si sa di che bandiera - dichiarava che molto volentieri ne avrebbe subito l'assalto. «Evidentemente, conclude Gotti, lo aveva visto dal rnarciapiede opposto, al riparo da qualsiasi emanazione olfattiva».
Filo è rientrato a bordo in tempo utile: devono salpare prima che sia buio. Disfa il bagaglio già pronto per lo sbarco, apre il libro di Loti, e scrive: «Dal Suburbio mi.glia 2449. Aci Assab, salvo imprevisti, 2844». In quel momento si presenta un fattorino arabo dell'agenzia cli navigazione, con un telegramma. Non c'è che dire, Velcla segue il viaggio al cronometro, e Filo è commosso. U fattorino non se ne va. Filo non conosce anco-
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ra l'oriente, ma non tarda a capire, quello aspetta la mancia, il bakscisc. Quale sarà la quota d'uso? Dieci centesimi, mezza lira, un tallero di l'v1aria Tè.Tesa, un napoJeone d'oro? La prova con quattro palanconi, pari a quaranta centesimi, appare soddisfacente, ma l'uomo, in buon italiano, chiede una spagnoletta. Purtroppo Filo non fuma, e se la cava con un quinto palancane. Nel tosso tramonto, il complesso di Massaua è notevole, anche per la brezza da oriente che rinfresca l'aria. Brofferio si fa narrare la giornata di Filo e aggiunge interessanti particolari al quadro fatto da Gotti. La rotta, che ormai in plancia è saputa a memoria come le altre, è di scirocco due quarte e tre quartine a ostro. Tempo bello, mare leggermente mosso. Barometro favorevole e orario di viaggio regolare. Ivlate e il terzo ufficiale parlano cli un marittimo dalmato, pure esule, attualmente nostromo sul piroscafo San Gottardo. Mate non ha molta fiducia nell'uomo, un isolano di Curzola, di religione ortodossa. E pronuncia un proverbio famoso, inerente al diverso segno della Santa Croce: Curzolari gente persa fa la erose a la roversa. 11,Mab, 14 novembre
La giornata è stata abbastanza piena. TI Polcevera, giunto alle due notturne, si è messo alla fonda a distanza prudenziale, come imposto dai regolamenti, in attesa dell'alba. Niente pilota, qui. Alle 7 è giunta una maona rimorchiata da una barca a vapore, sono sal iti a bordo gli abituali personaggi, tra i quali un ufficiale del comando, accompagnato dal muntà.z, o caporale indigeno, ciel distaccamento, venuto ad Assab con la solita carovana in miniatura di ci nque cammelli per l'abituale carico. Si chiama Bescìr Abdallah, egiziano cli Damietta, e parla una specie cli italiano. Salvo ordini diversi del signor tenente, farebbero il carico (che è notevole, per il nutrimento dei cammelli) l'indomani mattina, e in due tappe di quaranta chilometri l'una sarebbero a destino. A Beilul, un po' meno di metà strada, dove c'è un distaccamento di fante-
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ria, si troverà uno dei due sambuchi del forte San ~1atteo, come si chiama la sede, per alleggerire il carico de lla carovana e, se il signor tenente «lui essere un boco stango», potrà imbarcarsi e viaggiare «un boco buono» e meno lentamente, perché i cammelli fanno soltanto 4 chilometri l'ora. Non sono buoni mehara del Sudan o dell'Algeria, ma questa schifìa della Dancalia. Appare chiara qualche frequentazione siciliana di Bescìr Abdallah. Come dicono, in arabo, schifìa? «Dire Sf:ft, ma anche quello non buono, nero, per buco nella barca». Catrame, per intenderci. Il maggiore Pietro Morandi, un valoroso di Custoza, apparentemente sulla cinquantina con enormi baffoni, riceve Filo con semplicità, forse un po' sostenuta, dopo averlo fatto attendere per poter prima leggere la posta . Nella quale probabilmente qualcosa riguarda Filo stesso, ma niente di speciale. Troverà come superiore un uomo assolutamente eccezionale: un'ora con lui è più utile di un anno cli scuola: si troverà bene, anche se il posto non somiglia a una spiaggia elegante sulla Costa Azzurra. Hanno portato il suo bagaglio al club degli ufficiali? Benissimo, vi potrà anche pernottare e prendere i pasti. Morandi comanda il battaglione cli presidio ed è temporaneamente commissario civile. U n ufficiale di cavalleria ad Assab è una novità divertente. Il posto è ancora più brutto di quanto immaginava: non occorre essere architetto per constatare che gli italiani, in cinque anni, hanno costruito un po' a vanvera: una quindicina cli opere in aggiunta alle molte capanne cli prima o nuove. Al club ha avuto grandi manifestazioni di benvenuto: qu.i ci si sente veramente lontani, e fuori dal mondo. Tutti hanno grande ammirazione per il comandante Gravina. E lo avvertono che la sera stessa ci sarà una «fantasia» araba cui non dovrebbe mancare, con un paio di bellissime ballerine negre, baldoria piena e beveraggio fresco, perché ad Assab funziona già l'impianto per il ghiaccio. La tavola dei subalterni è rumorosa e lieta. Filo vuole far bella figura senza troppa fatica e rifà la scena della rissa verbale tra bimbi, rifacendo perfettamente le parole arabe, provocando risate fragorose. 11 discorso è portato sulle lingue locali da imparare: l'arabo era la più utile finché stavamo alla costa, ma ora stiamo dilagando all'interno, dove gli abissini hanno idiomi diversi e talvolta incomprensibili tra loro: galla, tigrino, scioano, amarico.
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Faremo come i «maestri» coloniali inglesi e francesi che, per orgogliosa pigrizia, impongono il loro idioma'? 'fra i presenti qualcuno ha imparato un po' l'arabo, e istruisce Filo: <<Talvolta ti chiederai: cli che razza è costui'? Tu allora fagli un bel pernacchione. Se è musulmano riderà, se ebreo fingerà di non aver sentito, se cristiano copto griderà disgustato e fuggirà >>.
Gli arabi sono bravissimi per scegliere soprannomi a noi infedeli, e parlando tra loro li usano evitando nome, cognome e grado. In generale adoperano la parola abù, pad re, segu.i ta dalla caratteristica . Il nostro maggiore, facile allo scatto, è ahù zaal, padre della rabbia. Un topografo venuto da Firenze con il generale Gené, abù noum , padre del sonno. Quanto al supplente ufficiale postale, che fa bene il suo mestiere ma pensa soltanto alle donne, abù zohr. Filo: «Padre del sesso'?» - «Sì , ma in modo esplicito: zobr in senso fisiologico e maschile, è molto più preciso». Ne l pomeriggio Filo ha conosciuto il piccolo drappello di cammellieri e assistito ai preparativi, sempre molto minuziosi, per il caricamento. Ha anche provato un cammello, e imparato come si monta, facendolo «barricare», cioè accovacciare, e poi alzare. Hanno la sella sudanese, ch iamata 1naclufa, molto dura e non comoda come l'elegante racla dei Tì.rnreg; ma non hanno altro. «Maclufa non buono, racla molto buonissimo». La prevista orgia serale non rall egr~t Filo, anzi aume nta la sua segreta tristezza. Specialmente quando gli hanno detto che il più scatenato dei partecipanti sarebbe stato il supplente ufficiale postale, che ha aspetto insigni ficante e di messo, ma che in quelle occasioni è capace delle più strane esibizioni, nonostante la superata quarantina. Comunque, dopo cena, Filo si è arreso, h a accompagnato una dozzina di colleghi fuori dall'ab itato, in una gran capanna. Accovacciata contro i muri è l'orchestra, composta cli cinque arabi armati di tamburello: le d ue dive hanno corpo scultorio e sono q uasi co mpletamente nude. La località è vicina al monu mento eretto all'esploratore G iuli etti, al sottotenente di vascello Biglieri e ai loro dieci uomini, trucidati poco lontano nel 1884. Con quel massacro e con il precedente dell'esploratore Bianchi, nella stessa località, era stata giustificata la nostra occupazione del febbraio 1885 . Ma dopo mezz'ora Filo ne aveva abbastanza, e con il pretesto de.lla gran stanchezza, nauseato, se l'è svignata verso le 22 .
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«Olà, bel giovane, venga un po' qui». La voce, nel buio, viene da una capanna illuminata, circondata da una zerihha, specie di siepe formata da canne e sterpaglie. Sotto un telaio cubico rivestito di sottile rete metaJlica, disteso sopra una sedia a sdraio, giace il capitano medico Angelo De Ivlartino, che Filo ha già incontrato al club. Le zanzare sono attirate dal fanale ad acetilene ma non hanno ingresso. «Prenda una sedia, mentre le preparo una bibita ghiacciata. Già finita l'orgia?» - «Non ancora cominciata, dottore; ma per me bastava». Filo non si aspettava un imprevisto tanto interessante. Il medico è molto intelligente, orientato e informato. Dunque il capitano di fregata Luigi De Simone, napoletano, che fu per due anni il più brillante commissario civile di Assab, pensò a un uomo che avrebbe potuto dare un raro contributo al nostro compito: Girolamo Gravina, già suo collega, ora comandante del San Matteo come semplice tenente di vascello. In breve: figlio di un veneto e di una siciliana, allìevo della I.R. scuola d i marina austriaca a Vene zia, nel '59, ai primi rumori bellici, diserta con due compagni, è ammesso alla scuola di Genova. Brillantissimo e indiavolato, nel 66 è.'. in Estremo Oriente, sottotenente di vascello sul Magenta cli Arminjon, e ciò gli risparmia Lissa, che gli sarebbe stata imbarazzante. Dopo il 73, nonostante un sicuro avvenire di carriera, dà improvvisamente le dim issioni e scompare. Come avviene, lo dimenticano presto. Voci pettegole lo mostrano in una fumeria d'oppio a Singapore, in un convento benedettino a Clermont Ferrand, in un allevarnento cli cavalli nel ~lèxas, nelle biblioteche universitarie di Cambridge e di Coimbra in Portogallo e altre balle. Ha rotto i contatti italiani, non ha fam iglia, ma conservato il collegamento con De Simone, che lo vuole: conosce bene il Mar Rosso e l'arabo, parla perfettamente l'inglese, e tra i marinai di forte influenza è assai rimpianto, in modo speciale dagli ammiragli Guglielmo Acton (appassionato dell'arabo), e Napoleone Canevaro. Ma c'è un gua.io: la R. Marina non perdona i di m issionari. Niente paura. Nel frattempo è morto lo zio Gravina, che ha testato a suo favore a condizione del cambio di cognome. Quanto al fisico, era un pezzo d'uom o, con gran barba bionda e occhi celesti. Somigliava molto al defun-
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to Massimiliano d'Asburgo, che però, negli occhi, non dimostrava certo intelligenza o fuoco segreto. Ormai era uno scheletrico uomo maturo, rasato all'inglese, irriconoscibile: venne richiamato «fuori ruolo», con il nuovo cognome, come proveniente dalla marina austriaca. Non era un po' il caso anche dell'attuale comandante superiore in Eritrea, il generale Antonio Baldissera, padovano, g.ià capitano austriaco e decorato della massima decorazione militare, l'ordine cli Maria Teresa, nella guerra austro-prussiana ciel 66? Come sa, il dottore, tutte queste bell e cose? Se.m plice: curò De Simone a Napoli, quando rienlrò eia Assab, che gliele narrò, ricoverato a ll'ospedale militare. Gravina, a fine 1888, fu addetto al nostro consolato di Aden. Da allora successero casi strani. È noto quale sia il reciproco odio tra Inghilterra e Francia, e anche il loro perfetto accordo quando si tratti di danneggiare l'Italia. Ad esempio nel fornire armi all'Abissinia. Avvenne così, pare, un fatto curioso. Una grossa partita di fucili francesi Gras ammodernati, con munizioni, sbarcata a Gedda da una nave francese che portava pellegrini arabi alla Mecca, trasferita su sambuchi destinati a Obock, dove il presidio . francese l'avrebbe avviata in Abissinia, fu misteriosamente sbarcata nella baietta di Kohr Umaira, non lontana da Aden, in territorio britannico, per una tribù noloriamente ribelle . Ne nacque un pandemonio tra francesi e inglesi, finito a] Quai d'Orsay e a Dmvning Street. Il caso non fu isolato. Gravina, dice il dottore, ha una caratteristica forse unica al mondo: non parla mai di sé, e non usa mai, per nessuna ragione, la prima persona singolare. Toglie a chiunque la volontà di indagare sul suo passato, ma offre anche la certezza cli non avere colpe da nascondere. Acciaio e cristallo. La «pratica» per il d istaccamento dell'antico forte di San Matteo, probabilmente coslruito a metà ciel secolo XVI, si concluse adagio, tre mesi or sono. Due sambuchi armati, con equipaggio arabo, e trenta ascari arabi o eritrei con venti cammelli. In più un a ltro italiano, lui pure di notevole interesse, il furiermaggiore di cavalleria Fopper, lombardo, che era addetto a l comando superiore. In partenza era maniscalco: scopersero poi che aveva una bella mano di scritto, e lo misero in ufficio. Intelligente, abilissimo artigiano, non alieno da un buon bicchiere. Non si ch iama Fopper.
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Aveva un intercalare frequentissirno «foo per dì» , faccio... per dire. Al reggim ento lo soprannominarono «Fopperdì», poi abbreviato. Con rabb iosa volontà guarì l'abitudine, sostituendola con un più raro «acless disemm.», ora diciamo. Ma il soprannome è rimasto. Fanno tutti un buon lavoro, ma pare che l'idea del distaccamento fosse improntata a qualche ottimism.o. 11 medico lascia libero Filo, non senza raccomandargli cli rnandare notizie, e, se occorre, rivolgersi a lui. Crateri di il1allali, 14 novembre
Ecco, in fine di mattinata, Filo completo degli attributi necessari alla coreografia africana di prescrizione: carovana di cammelli e cammellieri, sole a picco, deserto piatto, solitudine assoluta. Si Lace l'aumentato orrore del paesaggio, il succedersi di spianate basaltiche nere, d i colate rosse, cli sabbie madreporiche, i milioni di milioni cli minuscoli crateri vulcanici morti nascendo, la spietata scomparsa della vegetazione qualche chilometro dopo Assab. N e deriva un senso angoscioso, e Filo, per il momento, non vi può contrapporre un incendio di letizia interna. Poi v'è:.'. anche la brutta sorpresa della sella rnaculata, che dopo tre ore d i marcia comincia a intaccare l'epidermide e le carni nei punti non incalliti da quattro anni ininterrotti di sella inglese. Dalle reni alle ginocchia. Niente di preoccupante, ci si allena a tutto, ma per il momento è un guaio. Filo smonta, e prosegue a p iedi, come sono del resto Bescir e gli ascari. Gli sembra di rinascere. Si fanno cinque minuti di sosta ogni ora. Intanto il cielo si è annuvolato, adeguandos i al panorama. All'Uadi Orclogoi (circa 25 chilometri da Assab) Bescir propone un riposo di mezz'ora, per la preghiera, e per il the. I cammelli vengono barricati e legati. Si trovano un po' di sterpi per il fuoco, si mette a bollire l'acqua, mentre i cinque musulmani si schierano inginocchiati e iniziano la preghiera nel nome d i .Allah Onnipotente e Nlisericordioso, con Maometto suo profeta. Le preci implicano una rigorosa ginnastica di inchini, gesti e baci del terreno, sempre volgendosi alla .Mecca, cioè quasi esattamente a nord. Filo beve il suo primo the arabo, tre tazzine bollenti, l'ultima con menta. Si riparte. Filo rimonta in sella: il
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guaio è peggiorato, ma già appare, forse, il rim edio. Anche il tempo si mette male: si forma, lontanissima, una nuvola nera, molto bassa. «Quello non buono», dice Bescir. Sta a vedere dove si dirigerà. Sernbra ferma, e la marcia procede. Dopo un'ora è chiaro che la nube nera si allarga e si avvicina. «Quello hahùh», dice Bescir: è il classico ciclone proveniente dal Sudan, preceduto da silenziosa caduta d'ogni vento, ma esploderà con violenza e torrenti d'acqua. Il terreno è abbastanza mosso: la carovana è ferma, i cammelli vengono scaricati, tutlo il materiale è avvolto dai copertoni e legato ermeticamente. Il nuovo letto-tenda inglese viene messo in posizione ben studiata, dove non si raccolga l'acqua: e anch'esso solidamente legato a grossi pietroni sparsi. Sono vicini ai pozzi di Hallali; v'è anche un costoncino granitico che proteggerà i cinque ascari avvolti nello stesso telone. Ecco il silenzio previsto, rnentre avanza la muraglia verticale, compatta e buia del habùb. Filo penetra nella sua cassapanca di tela e si distende pensando che la forma di sarcofago, apoteosi del malocchio, differisce poco. L'iradiddio si scatena.
È una seconda edizione del tifone incontrato davanti Spartivento; l'abitacolo di Filo in certi momenti, sotto le raffiche di vento e di pioggia, sembra voglia volar via: non era certo eccessiva la prudenza di fermarlo da corde a mezza dozzina di pietroni. Arrivano anche colpi solidi, di pacchi di sabbia, fors 'anche da qualche oggetto in volo. E i cammelli, senza riparo alcuno'? Non ne hanno bisogno; sono anch'essi di basalto, è il loro mestiere. La burrasca è durata un'ora. Il letto-tenda, con doppio fondo che si gonfia a fiato e diventa morbi.do materasso, ha fatto ottima prova, si è appena inumidito. La vita riprende, il cielo è pieno ormai di stelle; uomini e animali possono fare un sommario pasto. La luna è al primo quarto. Ripartiranno prima del sole, mancano circa tre ore alla baia di Beilul dove troveranno il sambuco. Forte
iJi San 1J;/atteo, 16 1w11e11ibre dera
Dal pozzo Halasa si scende a un piccolo pontile costruito dalla R. Marina, sulla sporgenza orienta]e della baia. Hanno camminato tre ore, e manca
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solLanto mezzo chilometro. Il sambuco è già ormeggiato, e v'è un certo movimento: <la qualche accampamenLo vicino (il paesino di Beilul è ancora lontano una decina di chilometri) è accorso un gruppetto bruno <li indigeni, che circondano i nostri ascari marinai, per affari c!i tabacco, pesci, spugne, acqua. Si stacca una figura bianca che subito si rivela per europea, e si dirige verso la carovana preceduta eia Filo, a piedi, che presto individua il personaggio: statura un po' inferiore alla media, gambe arcuate da cavaliere, sciabola di cavalleria, passo gagliardo, baffoni, berretlo a busta con visiera. Iv1a prima di essere a cento metri estrae i guanti bianchi e se li calza, accelerando il passo: poi si pianta di colpo, ha potuto decifrare il berretto di Filo; urla: «Evviva! Viva gli usseril» Fa di corsa gli ultimi passi, si ferma battendo i talloni , saluta e si present.a: «Furiermaggiore Colombo Ambrogio, 19° Guide». La stretta cli mano non sarebbe regolamentare, ma la situazione esce dalla banalità. È un incontro vigoroso. «Signor tenente, dice, chi l'è che si immaginava una simile sorpresa? l 8° e 19°, i reggimen ti gemelli. Noi aspettavarno un artigliere, il comandante aveva chiesto così, per via dei quattro cacafuoco che abbiamo, e cli quelli un po' meglio che speriamo». Poi si fanno i programmi; Filo si imbarcherà, anche per via delle possibili piaghe provocate dalla rnaclufa. «È la regola, assicura il sottufficiale Colombo detto Fopper, la m'è capitada inscì anca a mì». Intanto sono arrivati al pontile, che i marinai hanno fatto sgomberare, e sono già a.llineati, sei, agli ordini del nacuda, com.e gli arabi chiamano il capobarca. Questi ha dato l'attenti, e Filo ha già preso l'attitudine del generale davanti al suo corpo d'armata, quando improvvisamente parte come un razzo verso il paletto sopraelevalo dal quale si è sciolta la cirnetta d'ormeggio, e già l'imbarcazione si muove ve rso il largo: pe r fo rtuna Filo, con velocità felina, ha agguantato il capo e riesce a ottenerne due giri attorn o alla bitta sommaria . «Chi aveva fatto questo ormeggio?» chiede. Intanto il sambuco si è riavvicinato e la cimetta d isponib ile è abbondante. I1 nacuda presenta il colpevole, terrorizzato. Filo lo tranquillizza ridendo e dandogli una manata sulla spalla: «G uarda, o ciòla veneranda, come si fa: con una mano fai una gassa di corda, con l'altra ne fai un'altra uguale, le rovesci una addosso all'altra, infila tu tto sulla bitta, dai uno strappone: è il nodo a bocca di lupo e non lo slega neanche il Padreterno».
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[I nacuda si presenta: Ahmed Said, di Gedda. Parla abbastanza l'italiano,
avendo lavorato a lungo nei porti cli Alessandria e Porto Said. Poi si volge a Foppcr, e gli dice: «Laétna ràghel tàieb» . .Fopper traduce: <<Abbiamo trovato un brav'uorno». Come si chiama il sambuco'? Namussa, cioè zanzara; ha
nove metri fuori tutto, uno di immersione, una sola vela latina, quaranta metri quadri che hanno ottenuto la velocità massima: tredici all'ora. L'arma'? Nel gavone, con i fucili e molta altra roba, è nascosto il cannoncino da 3 ì che può essere imhullonato a prua in pochi minuti. :C altro sambuco, più grosso e pesante, restato al forte, ha dodici cli lunghezza, tre di larghezza, uno e me1.zo di immersione, una vela e un fiocco con sessanta melri quadri di tela; il cannone 3 7 si spera sostituirlo con un ì 6, portando !'equi.paggio da I O a 12. Si chiama Debbana, cioè moscone. Può arrivare a dieci n1iglia. li nacuda è Sultan Ahmed, padre quarantenne del già nominato Ahmed Said, venticinquenne. ln Oriente si ama anticipare, e ritardare, rispetto ai nostri orari europei.
C'è un bel scirocchetto teso, possono prenderlo nella andatura migliore, cioè a gran lasco: in meno di tre ore saranno a casa. La conversazione procede intensa e rapida. Sono nati a poca distanza, sulle opposte rive lombarda e piemontese del Ticino. M.a Fopper parla un buon milanese, non il diakttaccio di Ferno, con una cantilena cli Busto Arsizio. Eh già: se ne è liberato quando era garzone di maniscalco alle porte di Milano, vicino a Niguarda. E dov'è la casa di Filo'? È isolata in carnpagna tra Oleggio e Vaprio d'Agogna, facile da trovare, ci sono sei pioppi molto alti attorno al portale d'ingresso sulla strada per Momo. Non c'è la proprietà Cattaneo subito dopo'? Sì. Bene, Fopper bambino col padre ci andavano in carretta sul finire della stagione dei bigatti, pardon, dei bachi da seta, quando mancava la foglia per la quinta dorma, e ai Cattaneo avanzava, perché le risaie rendevano di più, e la foglia dei gelsi, adess disemm, non ci serviva più. Fopper è pervaso di nostalgie lombarde. La bellezza cli vivere in stalla d'inverno, quando le bestie facevano da stufa, con quel buon odore che pareva
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proprio un profumo. La Messa grande alla domenica, le donne a sinistra, con le spadine nei capelli coperte dal velo, se no in chiesa non ci entravano; e gli uomini a destra: vestiti cli nero i vecchi, di chiaro i giovani. L'oratorio, con Don Gaetano coadiutore, e la scuola di recitazione le sere del mercoledì e del sabato, che i bambini erano così impazientj di andarci. Le passeggiate nei sentieri di campagna, con la morosa, un po' di anni dopo; le siepi fitte di robinie nascondevano tutto. E le belle mangiate di cagiata, pardòn, di latte agro, la mattina d'estate, col bel pane giallo cli granoturco ancora bello caldo del forno. «Bei tempi, signor tenente. Nla vedrà che il tempo migliore lo passerà adesso, in questo inferno di bruttezza, per via del nostro comanclan te. Lei non sa che uomo è, non ci dico niente, vedrà». Poi c'è la ridda dei nomi militari cli cavalleria, numerosi quelli conosciuti da Fopper, meno quelli di Filo; e le considerazioni sulla campagna d'Africa in corso. I fatti grossi sono stati due, quello di Dogali, e se n'è parlato molto, con quattrocentocinquanta morti italiani: e l'anno dopo c'è stata Saganeiti, che Filo ignorava, perché il governo aveva messo la museruola ai giornali: ma Fopper sapeva esattamente corne erano andate le cose, perché era al comando cli presidio di Archico con il colonnello Ponza di San Martino: nessun superstite dei cinque ufficiali italiani, e duecentocinquanta morti delle bande indigene. Indigeni finché si vuole, ma, Santa Madonna, uomini anche loro.
Il Forte è in vista, grazie alla bandiera, ma si confonde con lo sfondo movimentato di vulcani spenti e dune scure di sabbia silicea . Finalmente si vede bene, è un rudero basso sul mare, sormontato da un osservatorio di legno a traliccio, con l'albero dei segnali e il tricolore. Vi è anche, all'estremità d'un pennoncino, la bandiera azzurra col riquadro bianco interno, quella delle navi mercantili che partiranno in giornata. Fopper: «Il comandante è fuori, in mare. Non aveva detto niente, c'è stata qualche novità». Gl.i ascarj presenti sono schierati agli ordini dello sciumbasci Mansùr Abel el
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Kader, un beduino abbastanza italianizzato dalle frequentazioni di lavoro durante le ope re del Canale. Ma bisogna chiamarlo 1-fag J\1ansùr, perché porta il collare di barba nera a ll a Cavour, avendo fatto il pellegrinaggio alla Mecca. Dopo la presentazione deJla truppa al nuovo ufficiale e il «rompete le righe», lo sciumbasci comunica che la mattina presto è venuto un sambuco «borghese» di I\!loka, dalla sponda opposta del Mar Rosso, e che il nacuda ha parlato al comandante. Avevano appena messo in secca, nella baietta Attevi, il sambuco grande, il Dcbbana, per via dello scirocco. Subito rimess_o a mare, sono partiti verso nord, e forse non tarderà a tornare.
Il rottame cli forte ( una sola torre con tre grandi locali adiacenti, ora suddivisi con tramezzi, un cortiletto mutilato con due arcate superstiti di un portico) è stato riattato con un minimo di spese. Quanto manca dell'antico castello è stato inghiot.ti\p in mare, assieme alla sottostante piattaforma di basalto, dal terremoto che ha accompagnato, nel 1861, l'eruzione del vicino vulcano Dubbi, alt.o quasi duemila metri: la memoria del fatto ha lasciato un vero terrore nei pochi dancali della regione. I nuovi lavori sono ·stati assai ridotti, come avviene a un distaccamento sperimentale in tempi di bilancio magro. La «cella» destinata a Filo è pulita, imbiancata di fresco: l'antica feritoia stretta e verticale per l'archibugio è stata leggermente ampliata a finestrino. L'arredamento è rudimentale: branda eia caserma, due sgabelli, un tavolino, due attaccapanni con numerosi ganci, una lunga scansia per libri e oggetti . Pavimento a selciato. Complesso amabilmente carcerario, ma trasformabile con eleganza, basta qualcosa sui muri e un tappeto multicolore di sacchi tinti e cuciti assieme. Gli indigeni e i cammelli hanno il loro campo sulla spiaggia, a duecento metri. Dopo pochi giorni dall'arrivo i dancali del paesino più accessibile, a 12 chilometri, Bahar Assoli, avevano fatto sapere che il rudero godeva di una maledizione, per la sopravvivenza cli un portoghese che vi era stato impiccato più di tre secoli prima. Il suo fantasma appariva spesso, e sempre foriero di carestie, terremoti, epidemie, eruzioni ed altre sventure. E
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poiché i cammelli, in ogni modo, non potevano vivere tra mura, come cavalli, pollastri e conigli, gli ascari preferirono la loro compagnia a quella più silenziosa dello spettro lusitano. Perfino la vedetta che scruta il mare e il deserto dall'osservatorio (che Fopper chiama «bai tresca») è sempre accoppiata a un compagno che dorme placidamente. Le altre presenze cli indigeni., per pulizia, cucina o servizi, sono sempre ridotte al minimo.
Ma Filo, mentre estrae e riordina le sue poche cose, è angosciato da una nuova oppressione, nell'incertezza del prossimo incontro. Un peso cli più oltre quello che trasporta da due settimane. Vedrà un uomo misterioso e inquietante. La sua scia non è stata subito cancellata dalle onde in corsa, come vogliono circostanze e abitudini. Fu ribollente e procellosa, ricca di temerarie vicende, finché comparvero - chi lo sa? - stanchezza, dolore, delusioni, aspirazioni imprecise, e l'iniziativa di un amico che rappresentava l'Italia ad Assab. Pomeriggio avanzato, sole ancora alto ed abbagliante. Compare Fopper: «II comandante l'aspetta tra un quarto d'ora». - Filo, già ripulito e rimesso a nuovo, mette a tracolla sciarpa e bandoliera, cinge la sciabola, calza i guanti, e dopo quattordici minuti, preceduto da Fopper, entra ne.I locale ciel comando, che è completamente buio. O tale gli sembra, quasi accecato com'è dal riverbero sui muri esterni imbiancati. La camera è a volta ribassata fino a terra: in fondo il rettangolo luminoso della solita feritoia allargata. Ora ci si vede un po' di più. Distingue un tavolo, e qualcuno che scrive, a testa bassa, immobile. La voce dice: «Benvenuto al San Matteo». La mano sinistra indica uno sgabello: «Sieda». Poi spinge avanti un foglio: «Legga». La testa è sempre china sulla lettera. Fopper è uscito. Il foglio è del reggimento, da Udine, datato 26 ottobre, e comunica con rincrescimento che l'ufficiale, all'arrivo, dovrà scontare cinque giorni di arresti semplici per aver vestito l'abito borghese senza autorizzazione. Dietro, a matita, in Assab, il maggiore Morandi ha aggiunto: «A me i primi della classe non sono mai piaciuti. Questo, che pare abbia farna di scavezzacollo, mi ha fatto buona impressione. Cordialità, Pi'v1.».
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«Fopper», chiama il comandante, spargendo e raccogliendo sabbia sulla scrittura fresca d'inchiostro, sempre a testa bassa. Fopper entra. «Faccia due copie dopo aver scritto l'indirizzo: Comando Regia ìv1arina, Mass~ua. Ci metta il protocollo. Non inumidisca troppo la carta. Inumidisca invece bene d'olio quel suo torchio deJla malora, che sibila come un pitone». Finalmente alza la testa, scatta in piedi, porge a Filo la destra scarna e ossosa, guardandolo fisso. La stretta di mano è fresca e robusta. L'intervento di due occhi azzurro-chiari, magnetici, illuminati dal basso (il sole rifrange battendo sulla pietra bianca della soglia) ha rischiarato l'intero locale. La ricchezza di quegli occhi non ha limiti. «Neppure al San Matteo i primi della classe hanno corso legale. Qui si attendeva un artigliere demolito dal mal di mare, dopo i viaggi in piroscafo e in sambuco. Arriva invece un ussero che in mare ci sta come un pescatore di Pantelleria e fa subito "scuola nodi" ai marinai indigeni che lo ricevono. Fopper». li furiermaggiore riappare . «Abbia l'estrema finezza d i pregare Abdu perché porti tre bicchieri, la bottiglia di Cinzano e, se ne rimane o se è arrivato, un po' di ghiaccio». Fopper esce. «Naturalmente, continua Gravina, qui i gradi contano poco di fronte al colore dell a pelle, con tutto il rispetto ai bravi indigeni. Certo, caro · signor d'Agogna, non avrà obiezioni per i pasti in comune. Fopper lo merita più di tanti nostri colleghi». I gradi contano poco anche per Gravina, che porta una sbiadita e linda tenuta di tela deJ.l'esercito, maniche rimboccate, collo libero, piedi nudi con sandali. Uniche tracce militari, le stellette al bavero, il berretto di tenente di vascello sul muro e, sull'avambraccio destro molto abbronzato, un minuscolo tatuaggio: l'ancora sormontata dalla corona impe ri ale austriaca, ricordo lontano, da allievo tredicenne, d'una crociera a Smirne. Cuomo è alt.o, rn.agrissimo: ha tratto principesco.
A cena, sotto il portichetto ben difeso dalla rete zanzariera, il comandante parla: «Dica un po', signor d'Agogna, del suo viaggio: mare, tempo, perso-
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ne e spellacoli da Napoli in giù». - «Ho avuto tre spcttacol.i, lo Stretto con tempo bello, un ciclone molto brutto al largo cli Spartivento e il sudiciume del quartiere arabo a Porto Said. E incontrato tre persone salienti, il comandante Brofferio del Polcevera con il suo primo t imoniere Ivlate Stiglich da Lussinpiccolo, e un bambino arabo di sei anni che insultava un coetaneo vicino ai bordelli di Porto Said, dopo rnezzanotte. Ho irnparato da lui la mia prima frase araba: tis abuk sufaret el anabcr» . II scrio Gravina sbotta in una risata inconteni bile, mentre Fopper sorride per cortesia, non sapendo, pur conoscendo benino l'arabo, cosa significhi anabcr. Glielo traduce Gravina: «È nientemeno che l'arsenale».
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La fine Jef[ i1icuho t1egreto
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Porte, 17 novembre
l comandante guida Filo a «imparare» il San Matteo, riutilizzato con rnezzi minimi: rinforzi murari, imbiancatura, pareli mternc, un con trafforte esterno sopra una base basaltica apparentemente solida (ma non sono ancora venuti i palombari a esplorare sollo, dove Gravina ritiene ci sia una immensa caverna). Sono stati impiantati serbatoi di acqua dolce e salata, un distillatore solare che può bastare per un uomo al giorno, una colombaia, nella quale restano due piccioni viaggiatori, in grado di portare ad Assab un messaggio in due ore, ma per la risposla occorre il cammello o il sambuco. I portoghesi hanno anche lasciato due piccoli sotterranei, usati per prigione o santabarbara: oggi, con opportuni accorgimenti, speci.ali chiusure e molto sale vi si conservano i pani di ghiaccio, attenzione mensile del presidio di Assab. Un'altra «ghiacciaia» è data da una feritoia che mai prende sole, e grazie alla corrente d'aria allunga di qualche ora l'efficienza della carne da cucina, o del pesce, con protezione di rete metallica sottile contro insetti o uccelli. A duecento metri dal forte c'è il recinto cammelli, "addossato aIJ'attendament.o della truppa. A sud, lontano un chilometro c'è la piccola marsa, che chiamano baietta, dove si può tuffarsi senza pericolo di pe.scicani, e dove uno scalo inclinato cli vecchi alberi di sambuco pennette in pochi minuti, con palanchi tripli, di mettere a secco le imbarcazioni. Nel forte esiste ora una doccia con acqua di mare, e relativi servizi. Si dispone anche di una novità inglese, il sapone che fa schiuma con la stessa acqua, «ma che dà scarsa soddisfazione», come dice Fopper. Un piccolo impianto centrale elettrico? Sarebbe una gran fortuna per segna.lare, e per i locali. Ma la richiesta produrrebbe un colpo apoplettico a Massaua, e si tira avanti con petrolio e acetilene. Fopper ha preso parte alla tournée specialmente nel settore indigeno e camrnelliero. Ha con cluso: «E così, signor tenente, le abbiamo fatto vedere tutto, raccontandoci su la rava e la fava>>.
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Gravina: «C'è una parola araba, s'intende naturalmente nel gergo infame
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usato da noi europei maleducati e infedeli, che ha sconfinata estensione, e che il signor d'Agogna dovrebbe assimilare senza ritardo: rotùba. Fopper dà un colpo di tosse, avanzo cli lontane bronchiti? Rotùba. La sabbia, al mattino, è inzuppata d'acqua? Rotùba. Un cammello si lamenta, e stenta a inginocchiarsi per un reumatismo al ginocchio? Rotùba. Uno <leve continuamente soffiarsi il naso, infreddatissimo, o la sua gola è.'. rossa e infiammata? Rotùba. La biancheria stesa ad asciugare è ancora umida dopo dieci ore? Rotùba. Un marinaio è scivolato sul. ponte non ancora asciutto dopo il lavaggio o dopo un'ondata, e si è spaccato il femore'? Rotùba. Il significato base è l'umidità, ma è infallibilmente usato anche quando si scopre un cadavere senza tracce di pugnalate o spari: il meschin è morto di umidità».
«Che cosa si sa di questo forte'?» chiede Filo. Gravina: «Poco. Il comandante De Simone ha fatto ricerche, anche sulla faccenda dell'archibugiere portoghese impiccato. Lo aiutava un professore di Oporto, suo amico, che trovò in un archivio polveroso qualche carta, tra cui il testo di una possibile epigrafe muraria, più o meno così concepita: «O ARQU18UZIERO GARCIA .FERN1\NDES - FOI ENFORCADO AQUI - NO DIA 14 DEABRIL 1575 - POR TER SLDO REO DE BLASFEMIAS - NO SANTO NOME DE NOSSO SENHOR - E DE VIRGEN SANTISSIMA». L'esattezza linguistica non è garantita, ma poteva essere intenzionalmente destinata qui. Il nome San Matteo era noto al professor padre Sapeto, e l'esistenza del forte è confermata nel volume "Guerra d'Africa" del signor Piccinini (il peggiore, del resto, che possa esistere, come stampa e rnaterialc). Il forte somiglia molto agli altri costruiti dai portoghesi su queste coste, dall'isolotto "dei Coralli" nel golfo d'Aqaba fino a Mombaza, dove è ancora in ottime condizioni la "Fortaleza Jesus". Abbia l'estrema finezza di aspettare un attimo». Il comandante esce e riappare con un volume ben rilegato in cuoio. «Ecco l'orrendo lavoro del Piccinini. Guardi qui, annata 1888, pagina 400, a metà della prima colonna: "uno stabilimento
portoghese" sulla costa clàncala. Neanche riportato sulle carte, tanto si confonde con lo scenario retrostante».
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ròrte, 20 novembre
Sono stati quattro giorni stracarichi. Il comandante aveva formulato, cl'accordo con Filo, un programma molto vario, e del resto il fatto dominante restava la novità assoluta di tutto quanto doveva imparare e fare, a parte l'uso del fucile e il tiro. Corne prima cosa, far riposare qualche giorno le vesciche create dalla maclufa mal edetta prima di riprendere le cavalcate, e intanto far lavoro da tavolino, lezione d'arabo da Gravina e da Tlag l\fansùr, lezione dell'alfabeto Morse e del fanale Faini per segnalazione, compito che Fopper ha imparato egregiamente, al punto da corrispondere con navi italiane a distanza di quindici miglia. leri Filo ha faLto un'ora di cammello, con la pattuglia che è andata lungo la costa verso nord, per controllare i passaggi usati dai contrabbandieri notturni, ed eventuali tracce sulle sabbie madreporiche. Stamattina, un'ora e mezzo nella direzione opposta. Domani, per un paio d'ore, di nuovo a nord, non più con i mediocri e rassegnati cammelli dancali, ma con i due bellissimi mehara Tì.rnreg che sono stati trovati nel Sudan, principi della razza, imponenti, veloci, e con atti tu dine da purisangue: ma costosiss imi per il loro bisogno di foraggio, cerea.li e acqua. • detto Gravina, alla corrispondenza d'ufficio, «Dia anche un'occhiata, ha perfettamente plaLOnica, superflua e per fortuna decurtata, dei nostri tre mesi di vita». Filo vi ha speso trentacinque minuti. Fopper, naturalmente, è felice della presenza di un giovane come Filo, sia per lo spirito di corpo, sia per la simpatia che ispira e la cordialità semplice del tratto; e poi, essenziale, delle sue stesse latitudine e longi tudine. Ma si preoccupa perché, ogni giorno, nuovi elementi lo persuadono che Filo non è nella sua fase normale; forse vuole stordirsi di lavoro, quasi per un bisogno di stanchezza. Per dormire meglio? Per dimenticare qualche cosa? 1'v1olte volte, di notte, si alza, sale sulla terrazza alta e sull'osservatorio, ispeziona a lungo il mare con il canocchiale, sfodera con la sentinella il poco arabo imparato, scende, e si melte a camminare rapidamente su e giù, cercando di non far rumore per non svegliare i due unici addormentati sotto, Gravina e Fopper. Che non si sveglierebbero, qualora veramente dormissero: le mura e le volte hanno due metri di spessore, tutto di tufo e basalto .
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L'ora migliore è.'. sempre la cena. La conversazione di Gravina è certamente salita di tono da quando c'è Filo. Spesso, quando Fopper, che ama ritirarsi presto, se ne va, padano inglese. Gravina ha una huona biblioteca, di ogni lingua o soggetto. Lament a il egrave ritardo d'arrivo dell'ultimo volume, il e cc 24°, dell'Enciclopedia Britannica, già in circolazione da due o tre mesi: gli altri ventitré attendono, nella pomposa rilegatura di cuoio dorato, mentre il posto è provvisoriamente occupato da un grosso volume di effemeridi astronomiche. E mai come durante questa attesa è capitata la necessità di documentarsi con nomi o parole iniziate da Y o da Z. «Capitata a chi'?» pensa Filo «Ci conosciamo da cinque giorni e mai una volta ha parlato in prima persona». E la posta dall'Italia'? Pare sia molto irregolare. Si stanno prendendo accordi con gli inglesi, per evitare che in un posto isolato come Assab certe lettere impieghino oltre un mese, magari passando da Perim e da Aden. Cioè una settimana di più per il forte . «E al tempo di Magellano o di Colombo, cosa dicevano gli equipaggi?>> chiede filo. Gravina: «Non dicevano niente, perché erano tutti nello stesso caso. Nelle campagne oceaniche della Marina Sarda, prima che ci fossero i telegrafi, quando una lettera scritta in primavera arrivava in estate, tutti. dicevano che il destinatario era nato con la cam icia». E Fopper, rispettosamente: <<Ne i tempi antichi, adess disemm, la gente chiedeva poco perché la vita la costava niente. Nlorire allora era come adesso prendere il raffreddore».
Dopo cena, non senza sottolineare l'utilità di avere a disposizione il senno e l'esperienza coloniale d i Fopper (il quale da almeno tre anni è stato anche a contatto diretto con gli alti papaveri, ed è senza dubbio al corrente di molti segreti che tiene per sé, da soldato vero), Gravina ri assume e giudica il prodotto pratico, in tre mesi di vita, del San Matteo. Ottima l'attività navale, con risultati positivi. Ottimo il funzionamento della truppa a terra. Preoccupante la questione dei cammelli, per quanto non sfruttati e trattati con ogni attenzione. Ma occorrono almeno I O chili
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giornalieri di foraggio e 5 litri d 'acqua, per le bestie dancalc, almeno il doppio per i due mehara tuareg, da utilizzare soltanto nei casi d'urgenza, perché possano, in una sola tappa, percorrere i 90 chilometri di mediocre pista da Assab. Il pozzo di Beheta Ali, quello che probabilmente condizionò la scelta del posto, nel cinquecento, ai portoghesi, dà acqua un po' salmastra, talvolta rifiutata da uomini e cammelli. Si deve pertanto provvedere ogni tanto con la piccola nave cisterna a vapore che staziona ad Assab, o con sambuchi cli proprietà indigena, sia per l'acqua, sia per il foraggio, essendo assolutamente povera la vegetazione attorno alla palude o nell'isola di Selévi, raggiungibile a guado quando la marea è bassa. È invece notevole il vantaggio della segretezza (impossibile a Iv1assaua o ad Assab) nell'azione informativa o anche repressiva che ha il Forte come centro d'arrivo o di partenza. La notte facilita ogni movimento di natante o di uomo isolato che porti notizie, dal mare o dal deserto. Rimane da tirare le somme, che possono apparire negative, e che, a giudizio cli Gravina, lo sono. L'esperimento tanto caldeggiato eia De Simone potrebbe svilupparsi in senso marittimo, con una piccola nave stazionaria, che in caso di mare forte potrebbe utili zzare i buoni fondali sottovento di Ras Rahmàt e dell'isola omonima, o dell'isola Selévi. Filo: «E abbandonare il disiaccamento a terra. Ha già fatto proposte, comandante?» - Gravina: «Risponda lei, Fopper». - «Le proposte, adess disemm, è un bel po' che sono partite da qui . Non bisognava mica chiamarsi Napoleone Bonaparte per capire quello che al signor com.andante sono bastati dieci giorni per capirlo . .Ma signor tenente: se ci sono voluti quindici mesi prima di decidere la prova, adesso ci vorranno quindici anni per abolirla».
Gravina parla della spedizione inglese condotta <la Sir Robert Napier contro l'Abissinia, più di vent'anni or sono. V'era urgenza di liberare alcuni ostaggi britannici incatenati o quasi dal negus Teodoro. Fecero le cose adagio e bene, istruiti da troppe esperienze sanguinose. Senza far troppi complimenti con la Turchia, padrona di casa, occuparono l'intera baia di Arme-
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sley, come la chiamarono subito, vicino a .Nlassaua: ne fecero una base per le proprie truppe, anche con impianti ferroviari : al momento voluto dalle piogge partirono verso Magclala capitale, e, con pochi feriti, senza un solo morto, conclusero mentre il negus si suicidava. Con loro, come osservatori, erano presenti due nostri ufficiali di Stato .Maggiore adatti aJ compito. Il più giovane era il capitano Egidio Osio, milanese, che ne scrisse una splendida relazione. È lo stesso che fino aI1'anno scorso ha insegnato il mestiere al nostro Principe di Napoli. Filo ne ha sentito parlare, e leggerà volentieri lo scritto di Osio, se disponib ile. Nla gli sembra che in pochi posti gli Inglesi abbiano avuto infortuni quanto nel Sudan: un altro Gordon non lo trovano più . Il discorso si allarga in quel settore. Gravina: «Loro sanno, ad esempio, quanto avvenne quindici mesi prirna della morte di Gordon, a El Obeid, capitale del Kordofan, sudanese? No? È stato un episodio come tanti altri. Alla testa di forze egiziane il colonnello inglese Hicks pascià fu sorpreso in pieno deserto dal famoso Mahdi,
quella specie di neo-iv1aometto, che disponeva di 50 mila uomini. Tlicks aveva 7000 fucilieri, I 000 cavalieri, 2000 uomini e donne al seguito e 5000 cammelli. Tutti senz'acqua da qualche giorno. Era, salvo errore, nel novembre de!I'83. Gli egiziani, tranne i beduini del deserto che non accettano obblighi militari, sono modesti guerrieri: il reggimento di Alessandria si gettò collettivamente in ginocchio dopo aver buttato i fucili . Cominciò il massacro generale: gli unici a difendersi furono i 36 ufficiali e sottufficiali europei, tra cui dodici italiani, che fecero un piccolo quadrato attorno a Hicks, e spararono fino all'ultimo. Pare che non ci fosse, tra i novemi la esseri urn.ani, un solo risparmiato». Forte, 21 novembre
Ne lla sede de l comando, dentro alla torre superstite, Fi.Jo ha notato al posto dei ritratti sovrani in brutte oleografie prescritte e distribuite in tutti gli uffici di Stato, dal catasto alla prefettura, un grande quadro allungato e due incision i minori. Il primo è una buona riproduzione, in bianco e nero, del famoso quadro di Giovanni Fattori, la battaglia di Custoza, con il qua-
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drato del 49° fanteria . Le aJtrc .sono eccellenti ritratti dei principi Eugenio cd Emanuele Filiberto di Savoia, incisioni su rame ciel settecento. Filo è solo con Fopper, e ne richìama l'attenzione. Fopper spiega che il comandante <.'. troppo raffinato per to llerare le oleografie. D'altra parte ha voluto rendere omaggio ai due migliori generali della famiglia regnante, e al nostro Re, così valoroso a Custoza, dentro nel quadrato. «Anzi, aggiunge, voglio vederlo un po' da vicino: guardi un po' anche lei, signor tenenle». Sulla sfondo, fumo di spari e figure sparse, alberi. Tn primo piano, al centro e a sinistra, un pezzo d'artiglieria in azione, al comando di un ufficiale a cavallo con la sciabola sguainata; a destra i fucilieri, in quadrato, sparano, caricano, mirano, in ginocchio la prima linea, in piedi quelli dietro. Più indietro ancora, al centro ciel quadrato, e a cavaHo, dominano cinque figure. «Un bel quadro, dice Filo. Nessuna esagerazione di cadaveri che coprono il terreno, o cli attitudini da pa.lcoscenico. Il Fattori ci sapeva fare, aveva provato di persona; non come il celebre Nleissonnier francese che prima si faceva raccontare i combattimenti, e poi li faceva a modo suo». Fopper: «Ma signor tenente, guardi un po' bene anche lei. Quei cinque a cavallo sono tutti anziani, omaccioni con baffi bianchi o quasi. Sua Altezza Reale l'era on giovin in su i vint ann. Ch'el guarda un po' anche Jei». Filo: <<Ci deve essere per forza . Però non lo vedo neanch'io». Fopper: «C'è stato sicuro un momento di distrazione del pittore, e ha sbagliato quadrato. Insomma: lu el gh'è no, ma mì m'e.1 figuri». Forte, 22 novembre
Gravina spiega a Filo il nuovo sestante, inventato dal francese comandante fleuriais, che ha rivoluzionalo l'operazione del «punto». Applicando all'i strumento un minuscolo ca nnocchiale si riesce a determinare la linea d'orizzonte anche di notte, o con molto mare. «Se aspettava un po', l'invenzione gliela fregava quel tremendo Tom Eclison , che scopre qualcosa di nuov issimo in tutto lo scibile, dalla lampadina elettrica al telefono, dai cavi telegrafici che possono trasrnettere nei due sensi alle onde sonore».
III
Parlano poi delle ultime costruzioni navali, e di quell'ammiraglio americano che h a scritto della marina italiana, oggi a l terzo posto nel mondo dopo quelle inglese e francese . «Probabilmenle lei segue quanto si va facendo <la noi. Quell'ammiraglio dichiara che la nostra Duilio, da sola, può distruggere in poche ore tutta la flotta americana, con le sue granate da 450 che pesano due tonnellate». - «Sì, comandante, m.a la Duilio sembra un ferro eia stiro, come le più grandi e perfezionate Italia e Lepanto. Le paragoni a un clipper americano sotto forza di vele. O anche a uno dei nostri sambuchi». - Poi Filo deplora infinitamente le navi miste, nate come velieri e trasformate in piroscafi: né carne né pesce. Gravina dice che filo ha ragione, ma che non c'è da preoccuparsi: bisogna soltanto aver pazienza ancora per qualche decina d'anni, e allora ci saranno, con l'occhio che si sarà abituato, tre marine diverse: i velieri, che non possono sopprimersi per la loro grande economia quando non ci sia urgenza di trasporto; i piroscafi <la cari co o da passeggeri; e le navi da combattimento, potenti e bellissime. «Quanto alle navi da guerra bastarde, come pensa lei, caro signor d'Agogna, ci sono sorprese così sbalorditive da lasciarci tutti pensosi, date certe ragioni d'imp iego. Abbiamo avuto un caso interessante dieci anni or sono, quando il comandante de Amezaga era la personalità più in vista che si occupava della faccenda di Assab, e altrettanto meritevo le quanto padre Sapeto che aveva previsto con largo anticipo quanto sarebbe avvenuto, acquistando Assab al sultano dei Raheita, in nome dell'armatore Rubattino. Cioè del nostro governo. Dunque imbarcarono de Amezaga sopra la pirocorvetta Varese, corazzata e bene armata. Era una carcassa malriuscita, troppo a lta <li bordi, con un gigantesco sperone e il fumaiolo troppo a prua, quasi a contatto del trinchetto. Pensi lei con quali gioia e beneficio dei gabbieri quando si navigava contemporaneamente a vela e a vapore, e il fumo grasso del carbo n fossile si infilava tra tela, manovre e sartiame. Inoltre la Viu-ese doveva affrontare i fondi traditori cli questo mare, imprecisamente rilevati dalle carte e in continua variazione per lo sviluppo delle madrepore, con ben 6 metri cli immersione. La Varese e la sua gemella Palestro erano nate male, jeJlate: la seconda esplose e scomparve a Lissa, quasi senza superstiti. L'.altra, che tuttora forse infesta la tvlarina, ha 2000
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tonnellate di stazza, una ridicola macchina di 300 cavalli che la spinge a 7 nodi. Dc Amczaga ottenne un'altra carcassa, ma ottima, con pescaggio minimo, molta rnaneggevolezza, e il miracolo (così dissero quando fecero le prove con questa ultimissima delJe navi a ruote) di raggiungere i J 7 nodi, macchina cli l 000 cavalli e poco consumo di carhone. Era il Regio .Avviso Esploratore, di 980 tonnel late, quello stesso che avvistò la flotta austriaca avviata a Lissa. «Oggi ci prepariamo a una grande soddisfazione per gli esteti: entreranno in serviz io le tre corazzate tipo Re Umberto, non certo ferri da stiro, poderose ma slanciate: 15 mila tonnellate, oltre 130 metri di lunghezza, 20 mila cavalli di forza e 20 nodi di velocità; e armate con pezzi da 343, ben superiori ai mastodonti della Duilio». Forte,, .1era
Gravina: «Si era discorso, giorni sono, delle isole Hanish, che vediamo da qui, esse pure oggetto dei nostri compit i. Le conosciamo - non è forse vero, caro Fopper'? - a fondo, anche le rninori e gli scogli isolati. Ci andiamo sernprc a bandiera spiegata, con equipaggi vestiti di bianco e i cannoni al loro posto: ci ricevono con tutti gli onori, accettano doni, che restitui scono in forme diverse, magari con notizie utili : ma sono pur sempre un epicentro di pirateria, e contrabbando. Ci andremo domani, signor d'Agogna, con l'agile Namussa parata a festa, e in pompa magna verrà presentato il nostro nuovo tenente - el mulazim e! ghedìd - non nelle isole grandi e poco interessanti, Zugar e Hanish Kebir, lunghe dicci miglia, ma in quella di due miglia che sta tra loro, Hanish Seghìr». Filo: «Splendido. E quando non si va in pompa rnagna'?». Gravina e Fopper ridono. Non avviene spesso, ma qualche volta sì, e stando alla larga dalle isole, magari costeggiando la riva asiatica. Questo compito di solito tocca alla Namussa, faci lmente camuffabile. L'albero è spostato quasi un metro poppavia, viene messo in opera un bompresso posticcio con trinchettina e fiocco grande; in due ore si passa una mano cli pittura magra, sudicia, color legno marcio, sulla vernice bianca, e si alza una vel a più piccola, rabberciata e scura, magari con qualche bello strappo. Viene simulato, sotto un copertone vistoso, il carico
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che non esiste. l'.equipaggio si toglie la divisa bianca e sj veste di stracci sudici, in qualche caso si alza bandiera turca, ma cli solito le barche indigene non ne portano affatto. Così si raccolgono notizie valide talvolta anche oltre il .M ar Rosso, fino ad Aden, .M ogadiscio e Mombaza: e il nacuda Ahmed Said in tale lavoro è insostituibile. Tùlvolta, quando c'era ancora Granclwille al comando del R . avviso Agostino Barbarigo che filava a I 7 miglia e non dava pace a pirati, negrieri e contrabbandieri d'armi, le informazioni di Ahmed Said furono risolutive. lvla come, il signor d'Agogna non sa chi s ia Eugenio Grandwille, fiorentino, oggi capitano cli vascello, l'unico ufficiale inferiore di marina decorato cl i medaglia d'oro nel 66? S'impara sempre qualche cosa». Quando Gravina accolse i due nacuda, padre e figlio, fu logico <lare il sambuco grande al padre, che aveva due galloni, lasciando il piccolo al figlio: tanto più che la Namussa era più veloce e maneggevole, così come il figlio rivelava maggior acume. Quello che Gravina non prevedeva era la gelosia creatasi ne l padre, con numeros i inconvenienti. Fopper: «Se daranno il pezzo da 76 alla Debbana e all'altra ci lasciano il 37, tornerà la pace in famiglia». Forte, 24 novembre
Ieri, grazie a venti prop1z1 del primo e del quarto quadrante, la Namussa ha coperto in quattro ore le trentatré miglia da qui a Hanish piccola. Nella baietta nord c'è.'. un roccione sporgente che sostituisce qualunque pontile, e un gruppetto cli bamb ini aspettava Gravina, già segnalato eia mezz'ora. Erano ru morosi e .festanti. Gravina ha un sacchetto di caramelle, ne ha dato una a ciascuno e consegnato il resto al più grandicello per la distribuzione. Il capo locale, lo sceicco Abdul Ham id Moham1.ned, senza fretta, si è presentato con il seguito, e tutti hanno raggiunto la sua tenda, dove si è svolto il ricevimento improvvisato, seguito dalla rituale cerimonia del pranzo. Non molto gradita da Filo, data l'assenza di posate e l'abbondanza di cibi gocciolanti d'unto. Gli uomini presenti avevano l'aria bonaria e cordiale, mentre analoga funzione, sotto u na tenda meno prestigiosa., avveniva per l'equipaggio. Vi sono state molte insistenze perché gli ospiti
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rimanessero fino all'indomani, ma era impossibile, al forte si attendeva, ha spiegato Gravina, un'ispezione superiore. La maggior parte di questi indigeni erano fumatori, e fabbricavano le loro spagnolette con abilità notevole; ma lo sceicco, come sempre, ha gradito un generoso omaggio d i spagnolette già pronte. La partenza è stata un po' affrettata, perché bisognava profittare del vento favorevole . «Ha saputo cose interessanti'?» ha poi chies to Filo, una volta al largo. «Certo. Hanno fatto eccellenti affari. Il posto è molto pescoso, e usano portare il pesce vivo, in barili d'acqua, sulla rotta dei piroscafi, che non hanno tempo di pescare ma possono rallentare o fermare qualche minuto per la necessaria opera zione. Nei giorni scorsi due "Piendoo" inglesi, cioè della Peninsular and Oriental, sono stati particolarmente generosi . Altra notizietta: navigL. ano, da Suez, tre grossi sambuchi di Aden, con abbonclanL
te carico di fuc ili belgi, destinazione il solito Obock francese in fondo a.I Mar Rosso. Naturalmente la merce filerebbe a dorso di cammello verso l'altipiano abissino. Improbabile. Vedrà». A quindici miglia dal fone è entrato in azione il telegrafo ottico, favorito dal primo buio, dopo acceso il fanale trasmettitore. Passati cinque minuti, Fopper ha risposto con il suo. Ecco il messaggio: «Approntare mehara tuareg per avviso urgente Assab». Fopper assicura. Gravina: «Assab, con il telegrafo via Aden, avverte Massaua, beninteso con test.o cifrato. Ammenoché non ci sia già sul posto qualche nostro avviso o cannoniera, che possa spostarsi tra alcuni giorni e incrociare nella zona interessata». La serata e il tramonto sono stati rifulgenti. Poco prima dell' arrivo Gravina chiede: «Come le sono piaciuti i suoi nuovi amici, signor d'Agogna? Lei ha avuto molto successo, nonostante il suo for zato silenzio» . - «Bella gente, in complesso, t ran quilla e cordiale; molto più pulila nelle isole, credo, che sull a costa. Onesti pescatori che non farebbero male a una mosca . l\1a io vorrei vedere quelli veri e implacabili, mercanti d i carne umana e cli oppio, forzatori cli blocco e assi ciel crimine». - «Già fatto, caro amico, è appena stato .loro ospite». All'arrivo, grande novità: la posta da Assab, arrivata con il sambuco «borghese» del foraggio per i cammelli. C'è, per Gravina che prepara frettolosa-
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rnente il messaggio per il mehara in attesa, il sospirato 24° volum.e dell'Enciclopedia Britannica. Ci sono anche lettere per Filo rispe<lite <la Massaua, con l'indirizzo dato in partenza. 'fra le altre, due da Udine e una da Graz, uguale scrittura. G li hanno rinforzato la passione, non riportato la tranquilliLà. La nolte ha passeggiato a lungo sull a terrazza del forte . .Forte, 50 novembre
Nei giorni scorsi, come nei precedenti esc luso quello passato in mare, costante intensa attività. Scuola cli tiro con tutto il distaccamento, a tre chilornetri, dove gli esploratori hanno classificato «ruderi pe rsian i» gli spuntoni rocciosi verticali che escono dal la piana sabbiosa. Lezioni di arabo, pattuglie a cammello, esercizi di segnalazione, ispezioni alle arm.i. Si è rivelata anche a Filo la personalità marcante di Hag Mansùr: beduino di visibile nobiltà fisica, ha fatto ottima carriera militare dopo essere stato caso eccezionale per un nomade - sempli ce manovale durante gli scavi del Canale. Sergente nell'esercilo egiziano, sollo ufficiali Lurchi e inglesi, è una celebrità nel seguire e decifrare tracce umane e cammelliere su terreno <lesertico. Sa dire, guardando un'orma nella sabbia, se è di anni o di ore prima, e così anche esaminando un pezzetto di sterco di cammello. Sa leggere e scrivere, parla turco, inglese e italiano. È stato più volte sollecitato a tornare in Egitto, con importante grado nella polizia, ora che si fa la campagna per arrestare i contrabbandieri di ogni genere. l'vla, dice, è meglio stare con gli italiani. Eppure non sa dove è nato, né quando. È venuto al mondo in carovana, nel dese rto occidentale, forse vicino all a costa mediterranea, forse duemi la chilometri più a sud, in Nubia. Q uando'? Non lo sapeva neppure il padre, che aveva dìverse mogli: queste gU scodellarono mezza dozzina di maschi in poco tempo, tra gli anni 48 e 51, cioè attorno alla morte di Mohammed Ali pascià, celeberrimo sovrano cl'Egillo, scomparso nel 49. Ha vissuto, in.somma, una quarantina d'anni. Oggi è rientrato il rnehara che aveva portato ad Assab il messaggio urgente; e ha recato la posta più fresca. Erano circa le undici. Per Filo c'erano
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allre due lettere e un Lelegramma giunto a "tv1assaua dieci giorni prima. Filo non ha mostrato fretta, ma ha detto a Fopper che voleva aprire e leggere in tranquillità, nella baietta dove sbuca l'Uadi Attevi, un chilometro a sud. Un colpo cli fortuna: tra due giorni è atteso ad Assab l'avviso Scilla che cammina bene, cd è comandato da Carlo Basso, l'uomo della situazione. Non lascerà scappare i fucili belgi.
Dieci minuti dopo, molto emozio nato, il muntàz Bescir Abdallah, quello che parla un italiano sicilianizzato, arriva di corsa dove il comandante e Fopper comm entano i giornali appena arrivati. «Ja signor cumandante, signor tenente lui nesciuto pazzo, prendere canocchiale e guardare verso marsa piccola». I due salgono sulla terrazza. Sulla spiaggia liscia, nel breve tratto non chiuso dalla barriera madreporica, un essere um.ano sta facendo la ruota, descrivendo cerchi acrobatici con rara perfezione; non è possibile distinguere quando sono le mani o i piedi che toccano terra. Quando ha finito si spoglia, si getta in acqua - eppure sa che c'è perico.lo di pescicani - e si rimette a far cerchi, sollevando getti e schiuma come una torpediniera. Finalmente smette, si sdraia al sole per asciugarsi, si riveste e si rimette in carnmino verso il Forte. E canta. Ha una forte voce baritonale, e il vento porta agli ascoltatori l'inno wagneriano della primavera. Ma tace presto, e quando arriva al Forte è il Filo di sempre, semplice, tranqui.llo. Chiede di dar un'occhiata ai giornali.
Gravina e Fopper si sono guardati, senza parlare. A tavola tutto è. come sempre. Abdu serve con i guanti bianchi i cibi semplicissimi, spesso a base di carne in scatola: nessuno de.i tre ha tendenze gastronomiche. Tuttavia, nell'aria, c'è qualcosa di lieto che prima mancava. Fopper: «Mi devono scusare tanto, se ho talmente la faccia di tolla con degli ufficiali come loro, che sono anchesì, adess disernm, dei gran signori.
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Ma il signor tenente, un po' di giorni fa, mi parlava dei soprannomi che gli indigeni· danno a noi, senza farsi mai sentire. Mi l'. venuto in mente che dobbiamo avere anche noi il nostro soprannome . E siccome sono abbastanza in confidenza con il nostro Hag Mansùr, gJi ho raccontato di questa faccenda, gli ho detto di Abù Noum, di Abù Zohr - parlando con rispetto - di Abù Zaal e così via. Quello rideva com·c un matto, ma aveva già capito dove l'è che andavo a finire, e con molta fatica sono riuscito a sapere. D unque lei, comandante, ha fatto sempre molta impressione. Non alza mai la voce, non cambia colore quando portano qualche brutta notizia, non fa vedere nessuna allegria se succede un qualche cosa che va bene. E allora lo chiamano Ahù talk, il padre del ghiaccio. Il signor tenente ha fatto anche lui colpo per via della caramella, e allora, aspettando di vedere il tipo e il carattere, gli hanno dato un soprannome lungo: Ahù nuss naddara, il padre di metà occhiali. Quanto a me, che a dir la verità un bicchierino di brodo d ' uva non mi ha mai spaventato, mi chiamano Abù cubbàja, il padre del bicchiere. Dopodiché mi ha fatto giurare, il bravo Hag Ivlansùr, che non avrei parlato». Gravina: «I Tanno messo a nudo i nostri delitti». E Filo: «Protesto. Porto il monocolo per pareggiare due occhi che fun7,ionano a ritmo disuguale». Gravina: «E se ci bevessimo sopra'? Il sambuco del foraggio ha portato due forme di ghiaccio: è un delitto metterlo nel ~tlpolicclla, ma con le temperature che abbiamo no». Si brinda alla lingua araba, e Filo ha riacquistato l'antica arte.: irnitatoria, riproducendo ammircvolmente la parlata arabo-sicula di Bescir Abdallah. Le risate si sprecano, specialmente dopo che Filo ha messo in scena il maggiore iVlorandi e il dottor Dc Martino. Porte, I 'dicembre
I due sambuchi sono cert? più veloci di quelli ordinari: spesso, con vento buono, battono i piroscafi. Gravina racconta che furono scoperti dal suo amico comandante De Simone: erano in costruzione, rna abbandonati da molto tempo, tra Zeila e Berbera. Notò diverse novità: il fondo piatto e l'ossatura a clipper, cioè con la massima larghezza a due terzi, verso prua.
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Seppe che il committente era stato incarcerato; mise cli mezzo un indigeno «di paglia» per combinarne l'acquisto a buon prezzo, senza far conoscere la vera destinazione; da ottimo marinaio (era entrato nella marina napoletana a nove anni; a tredici allievo, a diciotto pilota e subito dopo guardiamarina in quella italiana) ne aveva curato i lavori cli completamento e perfezionamento. 11 fondo piatto ne facilitava la messa in secco, eliminando la necessità cli un sorgitore sicuro nel caso di tempo cattivo. Normalmente si ormeggiavano a due gavitelli ancorati al riparo dei venti di maestrale, tramontana e grecale, sotto la massa del forte che sporgeva dalla costa. Gravina è un patito della vela. Il comandante ha preso una decisione. Bisogna anelare presto ad Assab, e farà una tirata sola con la veloce Namussa: il cielo promette un buon maestrale. Contemporaneamente Filo, con quasi tutto il distaccamento e TTag Mansùr, risalirà la costa nord fino a Edd, un centinaio di chilometri, sfruttando ogni pascolo intermedio, ed esaminando il terreno sabbioso: forse Hag l'v1ansùr scoprirà qualche traccia interessante: e Fopper assume il comando del Forte. Forte, 6. éJicemhre
La spedizione di Filo si è svolta regolarmente, in due tappe, una giornata di riposo, e il ritorno. Hanno raggiunto la laguna nord, chiusa da capo Rahmat e dalle isole di Selévi e Rahmat. Sono bordate da estese boscaglie cli mangrovie, apprezzate dai cammel.l.i: non così J.c verdissime graminacee, salate. 11 paesino cli Bahar Assoli, miserabile e infido, avrà al m.assimo qualche centinaio di abitanti, che le zanzare hanno reso ormai insensibili, pur senza distruggere la malaria. Il terreno è il solito, pianeggiante, alternando colate laviche e sabbie basaltiche o madreporiche. l'vla Filo comincia a sopportarle ormai egregiamente, e Hag Mansùr ha ispezionato per ore intere la spiaggia di lvlarsa Dudo, trovando molte orme recenti, senza dubbio collegate al mare. Nien te di interessante, dice. «Perché?» chiede Filo. «Perché sono tutte di pescatori che non trasportano grossi pesci: si vede subito quando il segno dei piedi ·nudi nel.la sabbia è profondo per via del peso raddoppiato da casse di fucili o cli rnunizioni: o quando sono stati imbarcati, in numero forte,
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gli schiavi, uomini donne e bambini». La seconda tappa, più breve, è stata interrotta per un nuovo esame della spiaggia, a ~1arsa ~1ussèli; anche questo negativo. E finalmente sono giunti a Edd, dove esiste, oltre le solite capanne poverissime, un'interessante moschea di pietra, con un minareto molto tozzo e sprovvisto della solita cuspide. A Edd la vegetazione è buona, e l'acqua dei pozzi soltanto impercett.ibilment.e salmastra, bevibile. Dopo una giornata di riposo si è iniziato il ritorno, che non ha avuto storia. Anche Gravina è tornato, e ritiene che ormai la partita di fucili belgi sia in navigazione, a bordo del lo Scilla, verso Massaua, per arricchire il deposito già ben fornito.
Sono ricominciate le serate piacevoli. Pare che ad Assab sia giunto un sottotenente nuovo, compagno cli Filo. La musica sacrilega e le conversazioni con il cavallo SeaguI.l sono ormai dominio pubblico. Gravina ride. Foppe r, semiserio, dice: «Se fosse successo al mio paese, signor tenente, lo avrebbero linciato. E anche il prevosto, don Cristoforo, ci avrebbe dato una mano sicuro». Foppe r ha chiesto licenza cli anelare a riposare. Gravina: «Lei si è certamente reso conto del valore di quest'uomo. È nato generoso; cresciuto in altro ambiente non sarebbe staLo chiuso nel vicolo buio cli una carriera ridotta. Nla ha un difetto: beve. Temo che abbia profittato della nostra assenza. Non è ancora un alcolizzalo, nessuno lo ha mai visto ubriaco. Ma quando ha mandato giù un bicchiere di troppo, scon1pare, non per andare a co ri carsi, ma per prendere aria e cantare, lungo la spiaggia. Ma torniamo al discorso di prima. «Dall'idea che uno può farsi della sua personalità caro signor d'Agogna, e con la dovuta discrezione, si pongono tra le cose che le mancano quaggiù anche il cavallo e il pianoforte, attività alquanto avvincenti». «Sì, comandante, ci penso. Ogni tanto vorrei cavalcare il mio Seagull, provare con lui un percorso nuovo. E anche, quando mi risuonano nel cranio musiche dì passione (il 17° preludio di Chopin, o la sua "Caduta di Varsavia", o la terza sinfonia cli Beethoven) mi vien voglia di un piano, anche scordato e malridotto,
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pur di averlo. Ma, in realtà, meno di quanto m i aspettavo. Il mio periodo di assestamento qui è finito. Lei ha già assistito a casi del genere?». La tela metallica antizanzara che avvolge il portichetto non isola un canto lontano, dalla riva. La voce non è raffinata, ma intonatissima: E la Cicilia l'è un'isoletta
l'è un'isoletta in fondo al mar; e il Re di Napoli, coi suoi cannoni noi lo faremo sprifondar. E Garibaldi faceva l'oste Napoleone il camerier! E la regina dell'lnghilpri.issia la ci lavava i suoi biccièr. Purtroppo il principio è sfuggito. Gravina: «Nobile sintesi cli sovrana tedesca alla testa di impero britannico,
il massimo della Terra. La nostra spiaggia sta diventando musicale, da \Vagner all'epopea di Calatafimi. Lei vuol sapere qualche altro caso di pianista insoddisfatto? Ne l 66, in missione triennale, la nostra piro.fregata Magenta, cornandante Arminjon, savoiardo, aveva tra gli ufficiali un pianista bravissimo, vicecommissario: Tito Giubilei. Si lamentava, perché la mancanza di esercizio gli induriva le mani. Ma a Melbourne, dove siamo rimasti tutto il maggio 67, trovò un'armonica tedesca. Ci volle un mese cc . perché si impratichisse: aveva del resto una straordinaria rnemoria musicale, e se la cavava senza spartiti perfino con Bach e Mozart. - Ha ancora que.1 giornale di Udine che ha mostrato arrivando?». Filo porta la «Patria del Friuli», 23 ottobre. Gravina: «Ecco qua: Grande Magazzino alle Quattro Stagioni, cli Verza Augusto, via Mercatovecchio 5/7 . Tra le varie merci: "!strumenti musicali di ogni tipo, armoniche tedesche della celebre ditta Silbermann". Perché non provare?». Lontano. il canto continua: La Dosolina la va di sopra e la si mette al tavolino
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solo per scrivere una letterina, e mandarla al Napolitan. Napolitan l'è anclà a Bologna per cattarsi una morosa. La Dosolina, povera tosa, Napolitano l'ha bandonà. La capella dei solfranelli Dosolina la fa deslinguà; e la beve finché il vileno finché il vilcno morjre la fa. Gravina: «Naturalmente gli strafalcioni sono più che sottolineati. Una specie di civetteria campagnola estesa al bivacco. Così anche la sua parlata è volutamente dialettale, sempre nei limiti della più perfetta subordinazione. Quando scrive "in proprio'', con la sua bella e velocissima calligrafia, non certo da maniscalco, tira fuori, adess disemm, un italiano senza pecche. Non è sempre casto nel linguaggio. Navigando verso la quarantina è logicamente tormentato, talvolta, dal "clémon clu mieli", e si mette di malumore. Per fortuna non mancano k occasi.onj, per sacrosante urgenze non affidabili a indigeni, di fare un salto ad Assab con il sambuco o i cammelli dei viveri: e allora, con poche lire e dopo prese le più rigorose precauzioni sanitarie, è probabile che il rappresentante delle Guide biancoazzurre conceda qualche galanteria all'apposita istituzione locale». Filo: «E i nostri ascari?» - «Finché siamo in "esperimento" non possiamo appesantirci con il prescritto "campo famiglie". A Bahar Assoli ci sono le mogli e i figli minori di I-Iag Mansùr e di Bescir Abdallah; ci vanno ogni tanto con pattuglie di quattro o cinque ascari , mai gli stessi: e tutti ritornano con espressione placata, grazie a qualche predisposta organizzazione, privata o collettjva. Finora non sono arrivate lagnanze dal dancalo capopaese, probabilmente cointeressato al soprallauclato esercizio».
D'Agogna ha ricevuto un biglietto del capitano dottor Dc :tv1artino, a com-
12.J
pletamento della chiacchierata serale ad Assab. Dunque Gravina, nel periodo giovanile e scapestrato, aveva innumerevoli successi, e sempre a buon livello. Sdegnava aurici di moda, cortigiane professional i od onorarie , ninfomani come - secondo la infida e pettegola voce pubblica - le contesse Lara e Verasis. Poco prima cli lasciare la Marina, verso la metà degli anni 70, era in vacanza a Ostenda, dove alloggiava al l'vlajestic, e non a caso: vi stava anche la bella figlia di un lord, e la discrezione, come sempre da lui, era rispettata. Un giorno, rientrando, il poniere gli disse dandogli la chiave: «La sua posta, e altro ancora, è già sopra». Gravina pensò a un pacco che attendeva, con scritti di Hcinc e Hoffmann, i grandi romantici tedesch i. Si stupì cli trovare la porta aperta, vide lettere sul tavolino e una giovane sed uta che fumava leggendo il Figaro . Accidenti, era un'illustre conoscenza da salotto, Arciduchessa di Lorena, ventisettenne. Gravina fece un lungo profondo inchino e si mise a sfogliare le lettere dicendo: «Que Vòtre Alt.esse lmpériale et Royale daigne se considérer ici comme chez elle, mais il y a probablement erreur de chambre». Inoltre Fi lo aveva chiesto alla sorella Maria Cristina alcune notizie da un dec repito libro spagnolo del 1574, custodito in casa, sull'assedio turco a l'vlalta nel 1565. Gli sono giunte. Le perdite dei Cavalieri furono ingenti, centi naia di mort i con primato per la Lingua d'Ital ia, il 65 per cento. Prima della rotla nemica era arrivato il «Piccolo Soccorso», condotto da 24 Cavalieri dei quali 16 furono uccisi e 3 feriti . Ma uno ebbe singolare ventura: catturato dai turchi durante il viaggio tra il punto di sbarco e La Valletta, liquidò crudamente la scorta e raggiunse il suo posto di battaglia. Era cavaliere professo e si chiamava Fra Girolarno Gravina, come il comandante. Dopo qualche esitazione, Filo si decide: «Comandante, cosa farebbe ricevendo note confiden1,iali sul mio conto?» - <<Le saprebbe subito». - «E se capitasse a me nei suoi riguardi?» - << La stessa cosa». - «Allora guardi un po' questi due foglietti, che non impongono riserve di segretezza». Gravina impassibile legge, ride e restituisce: «Ostenda: se sa il tedesco, troverà qui i romantici. Titolo arciducale sbaglialo e discorso chiuso. Malta: casuale coincidenza nomi. Zio Gravina testò lasciando il cognome all'erede: non portava titoli né risulta che ascendenti vestissero l'abito d i Malta».
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Fehhre terzana e pa11ettone di Natale
Porte., 7 é)fremhre., Sant'Amhro17io
ilo traversa un periodo fel ice. Ogni arrivo postale gli porta gioia, che
F
cerca di non manifestare, così come prima faceva , de l suo incuho. È
persino preoccupato di una propria inattesa trasformazione. Non più scatti violenti, né bizzarrie incontenibili. Il San Matteo gli piace. Non disprez-
za più il carnmello, guarda con amicizia retrospettiva il morso e filetto d.i Seagull appesi sopra la branda, così come su quella di Gravina stanno il sestante, la sciabola dorata di marina, la sciarpa azzurra e due anelli di ancora piccola, certo coUegati a ricordi remoti. Ha trovato nell a truppa indigena la stessa popolarità cordiale che il vecchio plotone - quelli rimasti, perché un terzo se ne è andato in congedo - gli tributa ancora da Udine, con messaggi co llettivi e individuali . Iv1a non è più il Padre di Metà Occhiali: la scenetta di M.arsa Attévi è stata apprezzatissima dagli ascari, che ora lo chiamano Padre della Ruota, Abù àgala. Guarda all'avvenire senza impazienza: i venti mesi ci' Africa passeranno presto, tutta la sua vita avvenire è garantita dall'espressione degli occhi di Velda. Ne ha scritto a Luigi Ajroldi: forse sente il bisogno di confidare la propria vicenda. A chi? Non a Gravina, che pure ha destato in lui un'ammirazione mai provata prima, e che gli dimostra, a modo suo, con uno charme irresistibile, una amicizia che mai potrà deludere, ma anche una specie di ritegno quasi da tim ido. Invece, durante una ricognizione di due giorni nell 'interno, per una verifica delle numerose piste che si ritengono abbandonate da anni, ha trovato qualcuno che desidera aprirsi con lui: Fopper. Sono saliti al vulcano spento Afrori con sei ascari, e si accampano. La pregh iera del vespero è finita e si prepara il the. Ma Fopper, non senza subordinati prelim.inari, vuol parlare di Gravina. Anche Fopper ha udito voci curiose sulla lunga scomparsa. Perché? È, prima cli tulto, un uomo come non ce n'è mezzo in dieci milioni; ha ragione il maggiore di Assab, si impara più in dieci minuti con lui che in anni di scuola. Ma dietro a lui
c'è'. qualche segreto da far paura. «Son di quelle robe, acless disemrn signor tenente, che non si può dire "fatti suoi: e che si arrangi". iv1i sembra come un bisogno di dargli una mano; se per caso ride e fa l'allegro sento che didentro ci ha il diavolo a quattro. Macché fumerie cinesi o masseria americana, chi dice così
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è matto da legare. Magari sì, invece, il convento per far penitenza o la b.iblioteca per studiare». Secondo Fopper, c'è stata di mezzo la passione, e magari c'è anche scappato il morto, forse per un colpo di spada o cli pistola; e chissà, una morta, suicida. «Io, continua Fopper, sarei sull'idea del convento, adess clisemm, anche se ogni tanto, nel parlare, tira fuori qualche parola da corpo di guardia: raro, ma è capitato. Non ha mai sentito dire, lei, di certe vocazioni religiose in ritardo, saltate fuori dopo una disgrazia'?». Filo: «Caro Fopper, ha fatto bene a parlarmene perché anch'io ero arrivato vicino a questa idea. Uno che vuol uscire dal mondo, al riparo tra una chiesa, una cella, e un bel chiostro quadrato con ]a fontana in mezzo; e allora si fa frate, prende gli ordini minori, crede di aver ricominciato a respirare. Dopo un po', siccome ha studiato e potrebbe anche dir messa, chiede di fare il gran passo, con gli ordini perpetui. AJto là, strillano i superiori, ci vogliono uno o due anni cli prova, senza dir niente a nessuno ma ben sorvegliati, nello stesso ambiente di quando era un gran peccatore; e poi si vedrà. Non pensa, Fopper, che potrebbero anche essere d 'accordo i suoi protettori, cominciando dal famoso ammiraglio Acton?». Non sono più tornati sull'argomento. Ore 2()
Ormai è buio fitto. È nota la direzione del Forte: 4 7 gradi di bussola da monte Afrori, 27 chilometri in linea d'aria. Si accende il fanale Faini, e si chiama. Il forte risponde dopo dieci minuti, la visibilità, da 320 di altitudine, è perfetta. Pi.lo trasmette: <<fotto bene. Nessuna scoperta. Rientro come previsto su altro itinerario più a nord». Gravina risponde: «Ricordate prelievo campioni roccia et sabbia. Auguri Fopper per onomastico, buon riposo e sogni dorati». Forte, .tJiOPedÌ 12 'Jic., San Valerio
Nient.e vale una doccia di acqua salata dopo 70 chilometri di deserto. Filo, appena tornato da nuova pattuglia, si sente un cannone, e fa il suo rapporto. Nessuno dei sentieri carovanieri (larghezza di prescrizione centimetri trenta) è stato percorso negli ultimi cinque anni, per affermazione del-
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l'anziano ascari Scuci cl Sci.arghi, che sa il fatto suo. Ma questa sera il comandante ha una brutta faccia, anche se dice scherzosamente, dando a Fopper la cappottina cli panno blu e il berretto, con una busta: «Urge la sua opera di grande sarto. Abbia l'estrema finezza di eseguire». Sono i gaJloni nuovissimi di capitano di corvetta. Rallegramenti, è chiamato anche Hag Mansùr per brindare con una limonata, come vuole Allah, mentre gli altri tre si accontenteranno di Cinzano. Ivla quando è arrivata la promozione, chi ha offerto i galloni? Prima che venisse il signor tenente, in ottobre. Perché non l'ha detto a nessuno? Perché non c'era urgenza. Né importanza. Uno rimane quello che è, anche se Io indorano tutto. Il titolo di com.andante, usato per corte.sia ai tenenti cli vascello anzian i, rimane come era, ma rientra nella legalità. Non vi rientra invece un gran mal di testa, forse con un po' cli febbre. «Cosicché stasera, cari amici, ceneranno soli. Domani, grazie al chinino e una bella dormita, tutto sarà in ordine. Buonanotte». Ma verso le ventidue l'attendente-cuoco Said sveglia Foppcr, dice che il comandante «lui ayan hàlas, malato completo, per Allah lui meschino, haràra sai nar, calore come fuogo e non parlare mai». Fopper chian1a Filo. Gravina ha perso conoscenza, è scosso da fur iosi brividi e ha una febbre da cavallo. Cosa si fa? Vivere in questo maledetto buco deserto va be.ne finché tutti stanno sani. Angoscia. C 'è ancora un po' di ghiaccio nel pozzetto sotto: i due e Hag Mansùr si alternano per tenergli fermo in testa il panno inzuppato. Dei due piccioni rimasti in colombaia si sceglie il più robusto, che in poco tempo può raggiungere Assab, e far venire un medico, possibilmente con un rimorchiatore. Gli ascari affluiscono dalla spiaggia. Vada pure in malora Io spettro clell'archibuzeiro impiccato. Entrano nel cortile e si accovacciano contro il muro, uno accanto all'altro, in silenzio. Lo splendore del cielo, nell'ult imo quarto di luna, è beffardo. La cella di Gravina è nuda, salvo i soliti mobili sommari e le scansie di legno con centinaia cli libri. l'v1a c'è qualcosa cli nuovo sulla panoplia di sciabola e sestante, con sciarpa e catena. Se n'accorge Fopper, e senza aprir bocca ammicca per attirarvi l'attenzione di Filo. Alla panoplia s'è aggiunto un grosso cordone bianco, con nodi e con robusto rosario a grani, terminante in un crocifisso.
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Alha 'Ji 11ener'Jì 15 <Jicemhre, S. Lu.eia Vergine
e
111artire
Verso le due Gravina dorme tranquillo; il respiro è quasi regolare, il poJso ha ripreso bene, la febbre diminuisce e il sudore è abbondante. Fopper lo asciuga continuamente, dice che è terzana, può essere molto brutta, arriverà u n medico'? Hag Jvlansùr esce e mormora due parole a bassa voce. G li ascari si alzano dicendo: El hamdullillah , sia ringraziato lddio. Qualcuno aggiunge: B'esmillah el rohrnan el rahim, nel nome di Allah onnipotente e misericordioso. Alla spicciolata, tutti scompaiono. Gravina ha ripreso conoscenza, ringrazia, sono stati tutti molto bravi, ma vadano tutti a dormire subito, se ci sarà bisogno di qualcosa chiamerà. Il capoposto di guardia venga ogni ora a dare un'occhiata. Alba, 14 'dicembre
Filo e Fopper entrano in punta di piedi. Dorme tranquillo . .Ma si è certamente alzato qualche istante: è scomparso il .supplemento alla panoplia. In cortile, a bassa voce, Fopper: «L'ha veduu, scior tenent? Lui la sera, prima cli coricarsi, a lza il gran pavese. La mattina, prima che Said gli porti il caffè, lo ammaina. Iv1a che uomo». Poi brontola: «Giornata coperta, senza vento. Ieri era un venerdì tredici. Speremm ben». Più tardi Gravina ha protestato per la chiamata del medico. Filo lo ha convinto a trattenere fino a sera i1 sambuco che doveva partire per Assab: se la febbre non torna, o torna leggera, si potrà annullare il grido d'allarme. Sera
Il Narnussa è partito. Maestrale forte : domani in mattinata sarà ad Assab. Forte, 17 Jicemhre
In vece la notte sul 14 il vento è caduto a mezzanotte, e il sambuco è giun to ad Assab soltanto la sera, bordeggiando, perché alla ripresa .soffiava da libeccio, e debolmente. La notizia della malattia di Gravina è giunta
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con il biglietto di Filo al capitano medico De Martino, assieme al successivo miglioramento. E il piccione? tv1ai visto: non mancano, sul percorso, avvoltoi fame li ci, operanti anche al buio. D e Martino, al maggiore Morandi : <<Se è terzana, non c'è da scherzare, e io gli mando Palermo, giovane ma bravo. Può partire anche subito, con lo stesso sambuco, che sta caricando foraggio, acqua e altra roba». «Fra tre giorni, d ice il maggiore, aspettiamo qui , da Nfassaua, il piccolo Cariddi della Generale: possiamo telegrafare che dev ii sul Forte, lasciandovi la posta in arrivo, caricando Palermo pe r il ritorno, e il comandante se deve essere ricoverato». Il sottotenente medico Palermo-Patera dottor Stanislao è felice della imprevista missione: la vita ad Assab è monotona, e soprattutto è di gran peso l'ambulatorio indigeno, sia per il l.ivcllo della clientela, sia per la varietà dei ma li oltre il trinornio sifilide-tubercolosi- tracoma, sia per la .sua scarsa conoscenza degli idiomi locali. Palermo parla un ottimo trapanese d i cui infiora volentieri a nche l'italiano. E se il viaggio si prolu nga, tanto meglio: porta con sé un pacco d i periodici medici in tonsi per mancanza di tempo e stanchez za . .tvla il viaggio è slato molto lungo, il poco vento soffiava sempre in prua, e le bonacce duravano un'eternità. All'arrivo trovano il piroscafo Cariddi già alla fonda, a poca d istanza dal Forte e dal Debbana ormeggiato al gavitello; un complesso di alberature, ciminiera fumante, bandiere, lance in moto tra la nave e la terra. «Ma che è, chiede Palermo, Porto Teuficche, Liverpulle, Niuyorke'?». Sbarca, viene messo al corrente da Filo; il comandante ha avuto altri due attacchetti di febbre, ma non c'è ve rso di tenerlo tranquillo: meno male, ora, che può intervenire d'autorità il dottore. Dov'è il comandante'? È sull'osservatorio, con il primo uffic ia le dc.I Cariddi e due passeggeri . «Comandante, grida il medico, cu have permisso a Vosce nza di acch ianare lassùpra? Favorisca scinnerc, quanto lo visito e lo curo prima cli parti re». Le condi zion i di Gravina non sono cattive, m a le prescrizioni sono severe. Sa farsi iniezioni'? No . .Ma c'è Fopper, bravissimo, e a nche l'infermiere ascari del Forte. E le pillole, non da mettersi nel cassetto, ma da prendersi, tre al giorno, ogni sei ore. «E t u, d'Agogna, responsabbde sci, m:i spie-
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go? Uomo cli oro colato è, l'ùltemo dclli Abbenceraggi». Palermo è un caro figliolo. Il Cariddi, schiavo dell'orario, è gia m ritardo, e ha furia. Il dottore ha fatto una rapida visita clinica al personale ( due ore), cd è ripartito con le sue riviste , che pan'.ialmente intonse torneranno ad Assab . A bordo c'è qualche simpatica picciridda di duecento mesi, diretta ad J\den. 1',,rte, 1.9 Jicemhre
La posta ha portato a Gravina molti giornali italiani ed esteri, e la strenna natalizia che il Corriere della Sera riserva agli abbonati. Questa volta è l'edizione italo-inglese del capolavoro di Coleridge, la «Leggenda del Vecchio M.arinaro», con bellissime riproduzioni dei disegni di Gustavo Doré. 11 comandante, già rimesso in buona forma, è molto contento. «La conosco bene, dice Filo, e so a memoria buona parte del testo inglese. Ma ha costituito la tragedia della mia infanzia». Gravina vuol sapere. «Un giorno mio padre lo portò a casa, quando eravamo a Londra. Avevo nove anni e mi consideravo intrepido. Mi sbagliavo. Le illustrazioni, dalla prima all'ultima, hanno un tono calamitoso e terrorizzante. Una specialmente, quella in cui la prua di un ve liero è dominata dalla Morte che gioca ai dadi con una giovane donna già sua preda. Le confesso che un piccolo brivido, pensandoci, mi viene ancora. Tutti gli altri disegni, anche i più macabri, potevo tollerarli: quello no. La mia matrigna (come forse Le ho detto mia madre morì alla mia nascita) rideva: mio padre invece ne era furioso, non ammetteva cli avere un primogenito pusillanime. Invece la mia istitutrice irlandese, probabilmente più spaventata di mc, chiuse le due pagine con uno spillo, cosicché potevo sfogliare l'opuscolo - piatto e grande come questo che ha ricevuto lei - che nù attirava morbosamente, senza vedere la partita a dadi. Papà si arrabbiò ancora di più, e m1 obbligò a imparare a memoria gran parte del poema». Gravina ha trovato il disegno, lo guarda con diligenza pnma di passare l'opuscolo a Fopper, che lo esamina attentamente dieci minuti . «Chissà se è ancora vivo questo pittore così bravo». - «No, è morto da cinque o sei anni». - «E l'era sempre così menagramo'?». - «No, era bravo anche per le
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cose da ridere». - «Peccato, conclude Fopper, con tante disgrazie che ci sono in giro, e disgrazie vere sul scrio, non valeva la pena cli fabbricarne delle altre. È un po' come diceva quel tale: girà el cortei! in la fcrida».
Questo avviene in mattinata. Nel pomeriggio, un'altra novità. I cani hanno abbaiato senza una ragione, e subito dopo ecco una bella scossa forte, durata almeno dieci secondi. «Sussultoria, dice Gravina; aspettiamo il seguito». Ne seguono altre più leggere ma più lunghe, senza particolare emozione dei presenti. Gravina, tuttavia, pensa che sarà bene fare un esame minuzioso del forte, cominciando dalle terrazze. La sentinella che era sull'osservatorio dice che aveva temuto d'essere buttata sotto. L'ispezione ha rivelato diverse fessure nel portichetto, e anche nelle poderose murature maestre . l'vla quella che potrebbe preoccupare continua anche sotto, nel vivo del roccione vulcanico. «Avvertiremo Assab, dice Gravina, perché, con comodo, mandino qualche tecnico a vedere».
Fopper: «Da noi, quando qualche muro vecchio si apre, i muratori mettono delle spie cli gesso, a cavallo della fessura, e sul gesso, che diventa duro, adess discmrn, in pochi secondi, si scrive la data. Ogni tanto tornano a vedere, e capiscono se c'è pericolo e se si deve rinforzare la fondazione, cucire il muro con mattoni nuovi, eccetera. Quando gli spacchi sono grandi, si mette un pezzo di vetro, sempre fissato con gesso; ho paura che dovremo fare così per lo squarcio che c'è sotto, nella roccia». Gravina sovraintende all'operazione, che vuole estesa anche a qualche lesione sul terrazzo e in cortile; e numera le spie che Filo riporta sopra una pianta del Forte, iniziata dal Genio e completata da Gravina. A operazione finita, i tre si riuniscono nella stanza di Fopper; che è grande il triplo cli quelle occupate dai superiori, cd ha, all'ingresso, la scritta «Laboratorio». Deve infatti ospitare un tavolone da falegname, stretto e lungo, con morsa; la fucina completa di incudine , fornello, mantice e
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camtno. Sui muri, in bcll'ordine, la strumenteria per falegnami, fabbri, idraulici e imbianchini. In un angolo la branda, con una cassapanca dove Fopper tiene un po' tutto. Sul muro, un'oleografia della Vergine e, inchiodata senza cornice, qualche audace pagina della «Vie Parisienne»: Fopper è di multiforme na tu ra nello spirito come nella destrezza manuale. L'inle-
ro mobilio di tavoli, sgabelli e scansie è opera sua. Nella circostanza, offre ai suoi ufficiali un bicchiere di Po rto. <<Da dove viene'?» - «L'aveven lassà chi i portoghés quando hanno attaccato su l' archibugiero». Forte~ iHcem.b re
Filo a Gravina: «Il nostro Fopper parla sempre di genitori, sorelle e fratelli, mai di mogl ie e figli . È scapolo?» - «No. Si è sposato quando il reggimento era a Nola. Fortunatamente senza fig li. Altro imprevisto, la scomparsa completa de ll a mogli e; non ne sa nulla da ann i. Per sua norma, d'Ago2:na, l'argomento è tabù». caro signor < ( (_) ( Pomeriggio d'allarme. Piccolo veliero indigeno al largo, in direzione Bahar Assoli. Improvvisamente dirotta e si arena suIIa spiaggia, lungo la stretta penisola che porla a Capo Rahmal, a quasi I O chilometri dal Forte. Partono in ricogniz.ione il Nam ussa, e una patluglia di cinque cammelli con Bescìr: Gravina ha trattenuto sia Filo e Fopper, sia Flag Mansùr e il Debbana. DaJla zona sospetta, arrivati i nostri, due razzi bianchi: tutto regolare , rientrano. Riferiscono che il ve li ero doveva imbarcare, a Bahar Assoli, una famiglia dancala in lrasferimento, co me molte altre, sulla costa as iatica: il veliero aveva fatto avaria sopra uno scoglio di coralli . Gravina manda una pattuglia a Bahar Assoli, per pascolare i cammelli e verificare le intenzioni del veliero, confermate al ri torno. Nella stessa nottata, rimasto sull 'osservatorio con Fopper, Filo gli confida il proprio caso e gli mostra la medaglietta che porta al collo. Fopper: «Signor tenente, che scusi tanto: ma ci pensi due volte».
Concorso ippico a Nizza, internazionale e invernale, bandito dalle due
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società francesi del cavallo di guerra e del cavallo da tiro. Il capitano Arborio, su Seagull, ha vinto un primo premio nella «corsa piatta», e un terzo premio nella corsa a ostacoli. Le rispettive coppe gli sono consegnate da Carnot, presidente della repubblica, e al Forte giunge una grande fotografia della cerimonia, riprodotta anche sulla «Illustration Francaisc». Tutti vi fanno bellissima figura, specialmente, a lato e in primo piano, uno splendore di fanciulla appena sbocciata. Fopper fa i complimenti a Filo per il cavallo. Ma non può sfuggirgli la bella bimba, che il titolo precisa come la granduchessa Xenia Tatiana Romanoff, parente dello Zar. «Che tosa, dice Fopper, tra un para d'ann l'è bona anca subit». Da Assab: l'ufficiale del Genio è all'ospedale con la dissenteria, ma deve arrivare da !vlassaua, subito dopo Natale, il capitano che sostituisce il colonnello direttore del Genio, per ispezione ai lavori. Sono stati disposti telegraficamente tanto il suo anticipo, quanto la deviazione al Forte per il sopralluogo tecnico dopo il terremoto. Consigliata la posa cli spie al gesso, come se al Forte non ci avessero già pensato. Sono notati sordi rumori, a larghi intervalli e appena percettibili, nel roccione che sostiene il Forte. Le spie sono intatte.
Grandi notizie. l3aldissera ha occupato tutto l'altipiano, da Cheren all 'Asmara. Catturato, con la sua orda, il ribelle Barambaras Cafel, nel quale avevamo avuto tanta fiducia da affidargli il presidio di Cheren; sempre legato a filo doppio con l'altro predone, Debcb, il bellissimo, mentre lui, Cafel, è un orrendo scimmione. «Da sognarsi di notte», dice Fopper, che li conosce entrambi da11'86. Corrono voci della sostituzione cli Balclissera, per oftalmia, con il generale Baldassarre Orero, in arrivo per Natale. Gravina è certo che Baldissera ha chiesto il rimpatrio per aver esaurito la pazienza disponibile rispetto al governo di Roma e al parlamento. Il capitano del Genio Emanuele Ceschi, molto ammirato come ufficiale e come tecnico, arriverà con lo Sciacca qualche giorno prima di Natale, e sosterà le ore necessarie al sopralluogo.
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Lo Sciacca, partito da Massaua il 22, ha avuto un'avaria di macchina che . ha potuto riparare con i propri mezzi, sballottato dal m.are per trenta ore, e ancorandosi al largo del Forte a mezzogiorno della vigilia di Natale. Il capitano Ceschi afferma di non avere esperienza geologica, ma gli sembra che la situazione, per quanto spiacevole, non abbia per il momento molt~ gravità. Tuttavia Forte e roccione hanno subito amputazion.i gravi diciannove anni or sono, in una zona costiera ripida, dove il fondo raggiunge già i 20 metri a poca distanza. Consiglia quindi, qualora si aggravino le lesioni, e sempre salvo parere contrario del comandante, lo sgombro, tanto più che sussistono molti dubbi circa la durata del «distaccamento sperimentale», particolarmente ora che l'attenzione superiore è fortemente distratta dai facili successi sull'altipiano. Il capitano, con il sottotenente Pio Anelli, un pontiere da poco in colonia, consente a fermarsi la notte partecipando alla cena di Natale. Ha portato due panettoni in omaggio, appena giunti da Milano. li comandante dello Sciacca, pure invitato, rimanda la partenza alle prime luci del1' alba. F'orte, Vig,:/,'.a 'del S. Natale
Il portichetto ospita, per la cena (integrata in modo apprezzabile dalla cambusa dello Sciacca) sei italiani. Gravina è particolarmente fascinoso, con cappottina, colletto e cravatta, pantaloni bianchi e scarpe di vernice: anche gli altri sono in quel massimo di gala che consentono le loro meno vistose uniformi coloniali. Alla fine del pasto Saicl porta il panettone, e un gran coltello. Gravina si alza: «L'amico padre Nazzareno Cappucci, da Massaua, aveva lasciato sperare la sua presenza qui per la Messa di mezzanotte. Peccato che non l'abbiano lasciato venire. Qui, cari amici, mil itiamo in terra islamica o pagana, ma noi siamo cristiani. Sia almeno benedetto il panettone prima cli affettarlo». Il coltellone descrive il segno della Croce. Tutti sono in piedi, e si segnano, salvo il comandante dello Sciacca, che abbozza un lieve inchino.
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Il sottotenente Anelli, un pezzo d'uomo, piacentino, sulla t rentina (proviene dai sottufficiali), chiede come mai quaggiù sia scomparsa l'espressione basci buzuk, sempre usata in Italia per gli arruolati irregolari indigeni. Il capitano Ceschi spiega: «Le due parole turche avevano un recondito fondo spregiativo, che tutti siamo stati contenti di sostituire con ascari, soldato». L'anno I 889, tutto sommato, considerando l'aspro inizio italiano in Africa, non si concl ude m ale. È stato accoppato dai Dervisci sudanesi il negus Johannes, sempre tentennante, incoerente e molto mentitore. Il successore Menelick ci sembra amico, e ha firmato il 2 maggio, a Uccialli, il trattato stabilito con il conte Antonelli nostro fiduciario e in agosto ratificato a Roma dalla vistosa, e abbastanza selvatica missione di Ras Maconnen . Il confine è ormai spinto fino al Sudan. Non possiamo lamentarci, dopo aver trangugiato con tanta amarezza la giornata di Dogali. Forte, _11ennaio 1890
Il nuovo comandante superiore, che assume il titolo di governatore, Orero, viene dalla Cavalleria, è <li grande distinzione e valoroso passato. Non ha perso un minuto: sbarcato il 24 dicembre, ha lasciato a Rom a un Crispi esterrefatto perché non g.li ha nascosto il programma cli fare a modo suo, e ora scorrazza come vuole in ogni direzione. Baldissera gli ha fatto trovare sull'altipiano una situazione ottima, .Adua raggiunta dal maggiore Di IVlaio, 6000 uomini bene arm.ati, addestrati e guidati. 11 negus Menelick, i Ras Alula, M.angascià, Sebat, Sejum e IVlaconnen insistono nella continua rotazione di odì e a.m icizie, ben sfruttate da noi. Gravina ha una forte tosse. Fopper gli avvolge attorno al collo un doppio giro di sciamma, morbida e leggera striscia di lino che serve per tutti gli usi, dal turbante alla fasciatura. Filo chiede a Gravina: «Era un Ceschi a Santa Croce il capitano del Genio? È molto signore» . - «Domanda già fatta . Ha risposto no, e aggiunto che il Genio sarebbe felice di aristocratizzarsi un po', ma i casi sono rari perché voi di Cavalleria avete fatto piazza pulita, come un'inva-
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sione di cavallette. Ha poi detto che certamente, qui al Forte, il popolo sovrano è rappresentato dall'efficiente sottufficiale delle Guide . Ma Ceschi è stato subito tranquillizzato, perché i due ufficiali, di nobile, hanno soltanto il portamento, 1'aninius e la sonorità dei nomi».
Gravina legge una lettera che Filo ha ricevuto da Roma, e ride. Il mittente è Gherardo Lostia di Santa Sofia, compagno di corso e amico di Filo, sottotenente nei Cavalleggeri di Alessandria; e l'oggetto principale è il poeta Gabriele D'Annunzio, che spopola ovunque, ed è perfino ricevuto a Casa Reale. «Suppongo che anche Lei, comandante, dice Filo, abbia frequentato il Quirinale, e con successo folgorante, bello ed elegante com'è, parlatore insuperabile in qualunque lingua, e con quel sottile distacco che, ne sono certo, riserva in rnisura uguale a un sovrano e a un mendicante». - «Si sbaglia, signor d'Agogna. 11 Quirinale ha aperto i battenti ·alla folla soltanto dopo la morte di Re Vittorio, secondo una tolleranza nuova, imperniata sopra l'intelligente fascino della Regina e la simpatia imponente di Umberto. E allora la Regia ~larina era già orbata cli qualche suo navarca, uscito cli circolazione». L'amico scrive che il divo N arciso (beninteso in istato d'estasi sotto la propria aureola) aveva già superato ogni possibile proroga al servizio militare, temuto come un carcere duro; confidava anzi, al suo amico Francesco Paolo Michetti, il desiderio di spararsi per non assolvere quella crudele imposizione. Ti.1ttavia i ventisei li ha compiuti, si è rassegnato, ed eccolo cavalleggero a Roma. Disagio di tutto il reggimento, cominciando dal colonnello Majnoni d'Intignano. Viene assegnato al 6° squadrone, capitano conte Carradori, e proprio al plotone del terrorizzato sottotenente Lostia. Invece si adegua, si amalgama con la truppa, non si scompone se qualche ufficiale gli dimostra inattesa cortesia. «Non molti, dice Filo. Da noi la messa in scena conta rneno di come si sta in sella. Personalmente non sono gran lettore di poesie, e mi confesso abbastanza indifferente a D'Annunzio; ma se è un buon soldato, che sta al suo posto e non crea grane, gli riconosco un punto cli merito».
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Gravina: «Forse per apprezzare uno scrittore o poeta occorre mettersi il paraocchi, e ignorare la persona. Che cosa pensare di questo, clamorosamente e cinicamente epicureo, che a vent'anni abbaglia e rapisce Maria Hardouin di Gallese, innocente e virtuosa, le fabbrica un figlio, la sposa, vive qualche mese con lei, l'abbandona, per poi rivederla saltuariamente a distanza di anni, e producendo altri due figli? La poverina, questa primavera scorsa, ha tentato il suicidio, non a parole: e ha tre figli fra i due e i cinque anni. Una cosa da togliere il respiro: intanto lui folleggiava altrove, accarezzato ed esaltato anche dalle migliori penne d'Italia, come Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio». Nel frattempo è entrato Fopper, a l quale viene data una sommaria spiegazione del caso. «Signor tenente, mi pare che dopo il comandante, sia soltanto la Cavalleria a rifornire il San !vlatteo di italiani: speriamo che continui a rigare dritto, se no il colonnello Majnoni, che conosco bene, è capace di mandarcelo qui». Filo, da qualche giorno, è rattristato: si è riaperto il contrasto con la famiglia: il padre e la matrigna hanno proibito alla sorella l'vlaria Cristina di scriverg.li, e anche lui ha certamente passato il segno, avvertendoli che se desideravano sue notizie potevano rivolgersi direttamente al Comando di Presidio di Assab, probabilmente obbligato a rispondere d'ufficio.
Grav ina non è un gran lettore di romanzi, ma «Pècheur d'Is.lande» è certo un libro sentito; l'atmosfera marittima e sentimentale è profonda. Non si nota l'autore come raffinato e un po' decadente, una specie di D'Annunzio meno chiassoso. Filo: «Lo ha ma i incontrato'?». - «Sì, ad Alessandria. Era imbarcato sulla Gloire. Pierre Loti non era ancora celebre, ma un po' di posa gli stava bene, appena promosso sottotenente di vascello. I colleghi non avevano l'aria di prenderlo molto sul serio. Dopo la cena, alla quale eravamo invitati, appa rve una scàtola di sigari, e quando arrivò a lui ne restava uno solo, che guardò con ostentata attenzione: poi allontanò il matelot che serviva, dicendo: ".lVla foi, j 'ignore lequel choisir"».
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Da Tegetthoff a Ciaikoi,,dki
Forte, IJ,1Jen11.aio 189°' <1era
ilo vorrebbe che Gravina parlasse di Lissa, e gli ricorda una sua promessa di pochi giorni or sono. Il comandante parla. «Bisogna premettere un discorso che li stupirà lulli e due. Sono in ballo un grosso nome navale austriaco e un incontro avvenuto nel I 860 al largo di San Giovanni cl 'Acri, dove erano alla fonda assieme la noslra fregala Eurid ice, comandante Gioacchino Pilo Boyl di Putifigari, e la fregata austriaca di seconda classe Radetzki, un affarino di duemila tonnellate, comandante il neo-promosso capitano di fregata vVilhelrn von Tegetthoff, d i soli trentatré anni. Erano a bordo dell'Euridice una quindicina di aspiran Li del 5° corso, ammessi alla mensa di quadrato, dove una sera tra diversi invitati c'era Taget.thoff, vecchio amico cli Boyl dal tempo che erano stati assieme chissà dove, forse in Marocco o a Costantinopoli. Peccato che a Massaua non ci sia più Carlo Grillo, diventato ca pi tano cli vascello in questi giorni, già comandante della Regia pirofregata a clìca Garibaldi. Potrebbe raccontarci, come t.estirnon io oculare, essendo appunto uno dei quind ici, quali fossero sLale le parole esatte. Successe un fatto curioso: gli anziani, 13oyl in testa, più che fedeli a casa Savoia, consideravano Garibaldi come un avventuriero fascinoso e fortunalo, temporaneamente utile alla politica di Cavour, ma pur sempre un antico sottufficiale della R. Marina Sarda condannato a morte per diserzione e sobillazione faziosa; altri invece erano entusiasntati dai successi siciliani delle camicie rosse, ormai quasi padrone di tutta la Sicilia e pronte a sharcare sulla costa calabra. Doveva essere, quindi, l'agosto 1860. Intervenne Tè.'.getthoff, nel suo buon italiano, e fece una vera concione in favore di Garibaldi, dei volontari, dell'unità nazionale, sempre deprecando la presenza dei Borboni, e l'uditorio, specialmente i giovanissimi, era in grande orgasmo. Intervenne al lora Boy!: "E la faccenda cli Venezia dove la mettiamo?". Risposta: "Questa è una faccenda diversa. Venezia bisognerà che cc I.a disputiamo fra noi a legnate. Intanto diciamo pure che la vittoria d i Garihaldi a Ivlilazzo, il 20 luglio, è una gran data per tutti voi". Chi avrebbe mai detto che la stessa data, sci anni dopo, sarebbe stata per lui, Tegetthoff, la più gloriosa della sua vita, e a tutto scapito della nostra Ivlarina?».
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Filo: «Molto interessante. Quante cose non si sanno. Tegetthoff entusiasta del Risorgimento. Ma ci elica di Lissa, comandante». «Lissa. Un episodio non grandioso di guerra civile, tra gente che parlava la stessa lingua, in dialetti assortiti. Austriaci quasi tutti gli ufficiali cli Tegetthoff, ma l '80% degli equipaggi era triestino, veneto, istriano e dal mata. I nostri, con uguale radicale linguistica, parlavano veneto, siciliano, sardo, napoletano, ligure e toscano. La marina austriaca: piccola, senza esuberanza di personale in servizi vari, duramente disciplinata, silenziosa, addestratissima, su navi inferiori alle nostre in numero, potenza, armamento (noi avevamo già i cannoni rigati quasi ovunque, a loro era venuta meno la fornitura tedesca già in previsione della guerra prusso-austriaca svolta contemporanearnente nel 66). Gli ufficiali si occupavano dei loro uomini assai più che i colleghi dell'I.R. Esercito, ed erano di severità esemplare: parlavano poco e mai sarebbero giunti al punto d i tollerare, con la gente in rango, l'abituale brusìo francese o piemontese o toscano o calabrese. Da noi la maggiore potenza sembrava alimentare la confusione era generale e l'abuso del contrordine. Più erano elevati i <.:gradi·, maggiore cc la discordia: i tre ammiragli, Persano, Albini e Vacca non si amavano, ma era addirittura famosa l'antipatia tra il comandante in capo e il suo capo di stato maggiore, capitano cli vascello D'Amico, che mai si parlavano, neppure nelle fasi più acute dello scontro. Aggiungiamo la nostra estrema povertà cli cannonieri addestrati, e la necess ità di completare gli armamenti con marinai normali. «Non vale la pena cli descrivere le varie fasi della battaglia, nota a tutti quelli che sono stati a scuola. Salvo errore, lei, signor d'Agogna, desiderava u na sintesi, marinara e militare. Saranno utilissimi alcuni appunti, ma bisogna cercarli e parleranno più chiaro. È tardi e si può rimandare a domani». e_
Forte, 14_9e,uuzio, .1era
«Loro sono ancora dell'idea di parlare di Lissa?» chiede Gravina: «Benissimo. Ecco qui il rnateriale: poca roba, come vedono. Prima le quattro fasi: «Sono grafici onesti, perché composti attraverso i documenti ufficiali delle due
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parti e vanno del resto abbastanza d'accordo. Blu le nostre navi, rosse le austriache. È evidente l'evoluzione perfetta, quasi meccanica, di Tegetthoff: unione ed allineamento che certamente per episodi rapidi (come quello del Principe Umberto e del Governolo che vedremo poi, nel quale le fregate corazzate Prinz Eugen e Salamancler escono di formazione per intercettare l'azione italiana ma rientrandovi immediatamente) subiscono brevissime e subito rimediate variazioni. Altrettanto evidente la confusione italiana, fin dalla prima fase, quando Persano decide improvvisamente, già a contatto di cannone o quasi, di trasbordare sull'Affondatore e arresta il suo "Re d'Italia" per aspettare il nuovissimo ariete corazzato che segue a distanza. Donde la solita baraonda latina, tanto più che Persano non ha segnalato la propria decisione. «Guardino il quarto grafico. La battaglia è finita dopo qualche ora, cli cui soltanto cinquanta minuti sono stati di vera zuffa. La squadra austriaca, ordinatissim.a, si dispone per il ritorno a Pola: manca una sola nave, la più grossa, l'unica a due ponti, il Kaiser di von Petz, 5100 tonnellate e 92 cannoni, già al sicuro dentro Porto San Giorgio per leccarsi le ferite inferte da Riboty con il Re di Portogallo. Anche la squadra italiana, su tre file ben allineate, inizia l'accostata per dirigere a ponente, verso Ancona, con due navi in meno, il Re d'Italia, affondato in tre minuti, e la Palestro che brucia e non tarderà a esplodere, scomparendo. Ma perché se ne vanno'? Il grafico sembra parlare: gli italiani per disperazione, con le navi praticamente intatle, e a buona velocità, verso le dieci miglia; gli austriaci molto più lentamente, arrivano sì e no a sei miglia, non vogliono guastare il successo riportato dal momento che il nemico rirnane il più forte, e chissà come potrebbe finire. «E ora veniamo al quinto documento. Eccolo, è un'eccellente riproduzione viennese a colori del disegno cli Anton Romako, che ognuno può an:11nirare al museo storico della capitale austriaca. Rappresenta due gruppi a poppa della fregata fcrdinand Max. In basso, in primo piano, agguantati alle due ruote accopp iate, i quattro timonieri fanno forza per venire a dritta, gli occhi fissi a prua, e speronare il nostro Re d'Italia. Le espressioni sono, da sinistra: duro impassibile, stupefatto, spaventato, preoccupato. Dietro ad essi un marinaio, con una cima avvolta alla spalla sinistra, rivolto al casseretto agita il berretto gridando "urrah". Sul casseretto, protesi verso la prua, da sinistra, stanno il
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comandante barone ]\,1ax von Sterneck, che ha dato gli ordin1, col faccione tondo e attento; il barone contrammiraglio ·w .ilhelrn von Tegetthoff, piantato al centro, gambe larghe e mani in tasca, espressione tra l'accigliato e il sorridente; l'aiutante di squadra cavaliere Karl von Linden, che sta togliendo il cannocchiale dagli occhi, e con aria indifferente guarda a prua; ultimo l'aiutante di bandiera di Tegetthoff, il luogotenente di vascello barone Franz von i'vlinutillo, allegro, che ha addirittura sguainato la sciabola e la agiLa, come se volesse balLare avanti . Von Minutillo: il nome è chiaro, l'ufficiale non discende da arcigni castellani delle crociate, ma da uno scugnizzo evaso da qualche basso partenopeo; però 1'uomo, ormai, è nordico. «Guardino, signori, qual è il senso conclusivo e determinante del d isegno. Nonostante l' agitazione e le diverse reazioni, il tono è unico. Questa gente sa esattani.ente quello che deve fare, finisca bene o finisca male. C'è poi un part icolare che bal za all'occhio di noi marinai. Il casseretto è alto circa due metri sopra il ponte, e in epoche precedenti avrebbe avuto magari un bel parapetto di colonnine tornite con guardamano sagorn.ato: tutto diventava rococò attorno all' inclito cast.elio poppiero. Qui è costituito da una battagliola che quasi non si vede, e i quattro gentiluomini sembrano ballerini acrobatici da circo, sulla corda, tra il fumo. «E ora veniam.o al sesto e ultimo documento, un foglio di carta che riproduce una lettera scritta nel Canale dì Fasana quattro giorni dopo, il 24 luglio 1866, e intestata "Tapferkeit.zeugnis", brevetto d'eroisrno. È molto breve, riassume senza enfasi i fatti del 2 0 luglio, ma qualificandoli di "doppia vittoria", per avere sconfitto con gravi perdite la flotta italiana e li berato J'isola dì Lissa. Pertanto si chiede alla Imperiale e Regia Apostolica i'vlaestà dell 'Imperatore che all'ammiraglio sia conferita la p iù a lta dignità naz ionale, l'Ordine Militare e Imperiale di i'vlaria Teresa. Seguono le firme dei ventinove comandanti, iniziando dal meno anziano e ultimando dal decano, von Petz, già promosso conlrammiraglio sul campo. '1ùui assieme, a blocco, come in combattimento. «E da noi? ad Ancona? a Firenze capitale? Dopo la batosta di Custoza si è provocata un'inutile e in.fausta battaglia navale, a scopo equilibratore: bel risultato. Il paese nello sconforto e nell'esasperazione ha voluto contro Persano, soltanto in parte responsabile, un processo che ci ha portato dann i
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ben più gravi del le due navi ad essere pessimisti. La reazione è avvenuta nel cuore stesso della Marina: l'amalgama tra gli equipaggi di latitudini lontane è stato posto al lo stesso livello nei nuovi programm.i navali, e si aveva a disposizione un corpo di capi responsabili davvero fuori classe. Quale marina può vantare uom ini come Riboty, i\n:n.i njon, i fratelli AcLOn, D'Amico, Canevaro, Brin, Saint Bon e Morin, per dire i primi nomi che vengono alla mente'? Ora stiamo battendo, come efficienza, anche la Francia. Non chiediamo che una cosa: esser messi alla prova». filo: «fvlolto interessante. l\1a aveva accennato, comandante, a un episodio secondario. E un'altra volta, se ben ricordo, aveva detto di una dannata sequenza di sventure imprevedibili, che causarono la perdita cli Faà di Bruno con il "Re d'Italia''». «Ha ragione. A un certo momento, diciamo dopo circa un quarto d'ora cli lotta, l'Affondatore segnala di attaccare la retroguardia austriaca, compito riservato alla divisione dell'ammiraglio Albini, quella delle navi di legno. Ma per il fumo, e più per la confusione, dalla Maria Pia di .i \lbini il segnale non è visto. È però subito eseguito da due navi della sua squadra: il Principe Umberto di Guglielmo Acton e il Governolo di Gogola, che escono in forma' zione, si fanno sotto e appena a tiro aprono il fuoco contro il Salaman<ler di (.
Kern e il Prinz Eugen di von Barry, che subito si stavano mettendo per traverso, intercettandole. Due corazzate contro due navi di legno: era I.a fine per le nostre. Ma piomba sul posto, provvidenziale, la Maria Pia di Del Carretto, che scarica sul Prinz Eugen una fiancata completa di cannonate, immediatamente ricambiata. Le navi austriache riprendono il loro posto, Gogola e Acton ricevono l'ordine di fare altrettan to: erano sLaLi gli unici che avevano obbedito al segnale ignorato da Albini, il pri mo veneziano e barone austriaco, già disertore da quella marina e poi garibaldino, il secondo purosangue - o quasi - inglese e proveniente dalla marina borbonica, il terzo torinese e decorato cli medaglia d'oro sei anni prima, alla presa cli Gaeta: un divertente guazzabuglio, ma tutti uomini di prim'ordine. - Val la pena d'inserire qui un particolare cli estrema e settecentesca eleganza, quasi un ricordo di Fontenoy. Subito dopo lo scambio di fiancate, diradatosi il fumo, il Prinz Eugen e la Maria Pia rischiano d'investirsi, avendo direzioni convergenti e già a tiro di fionda, ma non c'è tempo di ricaricare i cannoni . Il fooco di fuci-
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leria infierisce, i due comandanti stanno allo scoperto, secondo la regola: due grandissimi signori, Evaristo Del Carretto marchese dì Torre Bormida, e
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Alfredo cavaliere von 13arry, nome che risuona cli Versaglia erotica ma anche di tragica ghigliottina (forse la sua origine è invece del ramo austriaco) . Si guardano e, contemporaneamente, si scoprono, con un lieve in chin o, mentre nuove volute di fumo separano le due navi che già si scostano. Non è il saluto militare, m.ano alla visiera, è la scappellata solenne dei secoli scorsi. Tn marina il fatto è noto, e anche l'amicizia nata poi tra i due e le rispettive famiglie. «Ma lei voleva anche qualche particolare sulla perdita del Re d'Italia e sopra la serie di sfortune che l'hanno provocata. Essa è tale da far pensare a un sortilegio macabro. La prima deriva dalla confusione che a un certo punto isola la nave tra quattro corazzate nemiche, tra cui l'arr:miraglia Ferdinand Max, che si trova ne.Li a posizione migliore per speronarle. Ma il comandante Faà di Bruno vuol trasformare il tentativo in un investimento e dispone l'arrembaggio: nello stesso istante una cannonata blocca il timone e la nave non può esser più governata: allora Faà di Bruno ordina macchina indietro, e la macchina non risponde, forse per un guasto improvviso: l'abbrivo non può essere fermato e la posizione è la più favorevole allo sperone nemico, che produce uno squarcio di diciassette metri. Il naufragio è istantaneo, 400 uomini circa, sopra un equipaggio di 550, perdono la vita con Faà di Bruno e quasi tutti gli ufficiali. Era rimasto a bordo il sottocapo di stato maggiore, Del Santo, capitano di fregata, anche dopo il trasbordo cli Persano: fortissimo nuotatore, è tra i superstiti, non senza aver salvato generosamente numerose vite. Ricuperato dal Principe Umberto, qualche ora dopo, completamente nudo, si presenta a Guglielmo Acton dicendo: "Scuserà, comandante, se non compaio davanti a lei con la divisa in perfetto ordine"». Gravina si ritira, restano soli i due. Fopper: «1ànt per cambià, scior tenent, neanche una parol.a su quello che ha visto lui a Lissa». - «Sfido io, non c'era». - «Ma come, doveva aver già due galloni». «Sì, ma era in Giappone, imbarcato. Per fortuna». Ma Fopper ignorava la provenienza di Gravina dalla marina austriaca, e Filo gliela racconta. «Se si fosse trovato a Lissa, avrebbe dovuto sparare su tanti amici di cui aveva ottimo ricordo. Si
figuri poi se fosse caduto vivo in mano loro, con l'emblema della loro
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marina tatuato sul braccio». - <<Appena a pensarci, signor tenente, me ven la peli de cappon». Forte/ dal 22 al 2(9emuzio
Gravina: <<Una classifica degli indigeni in base alle tre esigenze essenziali intelligenza, carattere, immaginazione - non è facile . Enormi sono le distanze tra razza e razza, infinite le sfumature per contatto. Dal dàncalo primitivo e ineducabile si passa all'arabo, che ha uno straordin ario passato storico e ideologico, e all'abissino a sua volta differenziato in almeno sette ceppi, con predominanza dei galla. Noi italiani, buoni ultimi, siamo entrati nella lizza coloniale con cinque nazioni europee, accontentandoci delle briciole, ma fino a un certo punto: basterebbe precisare che la piccola Eritrea ci basta come punto d'appoggio - oggi si dice base - ma non per la possibilità di sviluppo operoso e civile nell'i mmensa Etiopia, da lasciarsi indipendente, con le sue tradizioni, abitudini e gerarchie. Qualche alto personaggio abissino è d'accordo, ma travagliato dagli odi intestini, a base di razzìe e massacri, in un fantasmagorico evolversi e scambiarsi di pensiero e di fedeltà. TI fratello diventa nemico in poche ore. «Compito pazzesco per chi è inviato quaggiù a comandare, con mezzi ridicoli, soggetto a obbedienza politica e militare da ottimi ma sorpassati reggitori ignorantissimi delle cose africane e delle altrui secolari esperienze. L'appello angosciato da Massaua ieri, oggi dall'Asmara, si spegne contro la muraglia romana, tanto ossequiosa verso un parl.am.ento inutile, incompetente, disonesto e soprattutto verboso. Un lungo discorso raffinato di Ruggero Bonghi, elegante professore, rispettoso delle istituzioni, può dare il tono della giornata governativa, esattamente co me la travolgente e grossolana invettiva di Felice Cavallotli, esponente delle sinistre .«A proposito di Cavallotti, caro signor d'Agogna, ha mai sentito parlare di un maggiore Ivlaglia, del suo reggimento?».
«Ivli pare di sì, risponde filo. Era un famoso duellista una ventin a di anni or sono». «Cavallotti, per l'attitudine del reggimento verso le sinistre, sfidò a duello singolare tutti gli ufficiali, perché avevano reagito a un articolo insultante del
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periodico diretto da Bizzoni. Anche costui, amicissimo cli Cavallotti e come lui collezionista di duelli (oggi ha superato la cinquantina), era stato garibaldino, e accusava di nefandezza il trattamento che il nuovo Regno riservava agli ufficiali provenienti dalle camicie rosse. Maglia fu il primo a scendere sul terreno, e lo scontro fu senza pietà. Il maggiore ebbe un paio di scalfitture, ma Cavall otti subì una ferita grave a un braccio, e un'altra alla bocca: anzi, la punta della sciabola avversaria gli fece saltare un intero incisivo inferiore, aumentandogli il difetto di pronuncia che aveva dalla nascita, ma che non turbava la sua eloquenza». Filo: «E gli altri ufficiali che dovevano battersi?». Gravina: «La storia tace in proposito. È probabile una vaga riconciliazione: pratica da archiviare». Fopper si rallegra della rapidità con cui Filo ha imparalo a cavarsela in arabo; e a gesticolare - lui, che come Gravina, non muove mai le mani, tipica caratteristica dell'educazione inglese - quando la parola giusta non è disponibile. Cravina torna all'argomento coloniale, e dice che l'arabo C.'. per razza marinaro e carovaniere, ma si altera in modo irreparabile quando diventa fluviale, contadino e cittadino. E se il rischio della vita può essere misurato da una specie cli termometro, in combattimento, si vede senza ritardo come si comportino il beduino o il marinaio nei confronti de: coltivatore nel delta o nella valle del Nilo, o del cittadino cairota .
La giornata del 23 gennaio scorre normale, salvo il ritorno di alcuni scricchiolii sotto il Forte, come gorgoglii soffocati nel ventre vulcanico e basaltico della costa al grado 13° e mezzo cli latitudine Nord. L'.ispezione alle numerose spie di gesso collocate sulle murature e sui pavimenti lesionati non rivela nuovi movimenti . Alle 20 ognuno si è ritirato nella propria carnera: Gravina legge, Filo scrive a Velda, Fopper dorme. Anche nell'accampamento il sonno regna su uomini, cammelli, cani; e sul pollaio, che ha due mesi di vita, e ha rapidamente prosperato. Il cielo è coperto, l'aria ferma, pesante, umidiccia; completo il buio. Dalla parte del pozzo Behetàli si Jeva l'abbaiare cli uno, poi di più sciacalli. D i colpo si risvegliano anche cam melli, cani, galline e i colombi nuovi della
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piccionaia; ma il pandemonio non dura un minuto, inghiottito da un improvviso, violento terremoto: i boati e i sussulti rabbiosi vanno però attenuandosi, forse è passata, il forte è ancora in piedi. Le scosse riprendono. Arriva di corsa Hag Mansùr, inquieto: i tre europei del forte stanno già esaminando opere e terreno con le lanterne. Molte spie si sono aperte, da qualche millimetro fino a un centirnetro. 1t1ttavia Hag Mansùr avverte che v'è uno spacco pauroso nel passaggio di roccia tra la costa e il forte: almeno un palmo di larghezza, ma più grave è il dislivello, un altro palmo, che si è creato tra le due parti. Evidentemente la piattaforma che regge il forte si è abbassata. «Sotto di noi, dice Gravina, calmissimo, ci deve essere il mare, siamo un gran mensolone sbagliato che sporge. M.a dopo una serie così forte , secondo la regola, e il leggero dessert servito dopo, torna la calma per molto tempo, e si sa che in Dancalia nessuno si impressiona molto, data la frequenza del fenomeno. Avete guardato a ponente, se risplendono le fiammate di nuovi crateri? No? E allora torniamo tutti a dormire, e domattina vedremo». Mattino del 24. Non ci sono stati grandi danni, a parte la sconnessione evidente della compagine muraria: ma, santo cielo, sono strutture che hanno metri di spessore, hanno sopportato centinaia di terremoti senza lamentarsi. Quanto ai danni dell'arredamento, è caduta senza guasti la panoplia di Gravina, subito rimessa a posto. Invece il Quadrato di Custoza-Villafranca, passando dalla parete al suolo, ha mandato il vetro in frantumi. Liberato dai pericolosi e taglienti residui, il Quadrato è tornato in posizione senza vetro. <<Intatti per fortuna, dice Filo, i nostri dodici lampadari cli IVlurano, tutte le porcellane di Sèvres, le cristallerie di Boemia e le grandi anfore cinesi di quattromila anni fa». La bandiera è stata alzata alle 8, con la solita cerimonia: i quattro ascari della guardia hanno presentato le armi, Filo e Fopper hanno salutato, Gravina, marinaio, si è scoperto. Poi Gravina ha ispezionato dall'esterno, fino all'acqua, calandosi con una cimetta, il perimetro del forte e del roccione. Ha pensato opportuno avvertire Assab, mandando in doppio il messaggio con due piccioni, e comunicando di aver preso le misure di sicurezza per il personale. Poi ha ordinato di smontare subito l'osservatorio, operazione facile poiché la struttura non ha altre giunzioni che bulloni e arpesi. Sarebbe stato rimontato subito sopra una <lunetta dominante l'accampamento, cosicché la vedetta verrà a trovarsi più
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o meno all'altezza di prima, e con uguale campo di sorveglianza utile. Lavorando con giudizio e numerando bene i pezzi, per sera si poteva finire; e i marinai, tutti presenti, non avrebbero avuto problemi. L'albero della bandiera resterà dov'è, sul forte. A terra anche i due cannoni da 37. Finalmente ha preso da parte Filo e Fopper. «Loro sgombrano il forte , soltanto con il necessario, e si fanno la tenda vicino all'accampamento. Sgombra anche la nostra cucina, non c'è pericolo di ricevere piatti ghiacciati sotto il portichetto, che continueremo a frequentare» . Per la ricostruzione dell'osservatorio c'è voluto un po' di più, completandolo soltanto nel pomeriggio del 25. È stato chiesto a Gravina dove desiderava .m ettere la propria tenda. «Non occorre, ha risposto. Da questo momento la bandiera resta a riva anche di notte, finché non giungano istruz,ioni superiori».
Così a sera, per la prima volta, nel solito buon maestrale, la cena è stata accompagnata dallo schioccare sonoro della stamigna, come piccole frustate . Gravina era molto discorsivo. Gli altri due no. Era tornato l'argomento degli arabi e dei clàncali, loro lingua e costumi, toponomastica della loro geografia. «Hanno notato il miscuglio di nomi arabi e dancali sul mare, mentre nell'interno sono soltanto dàncali? Isole Dahlak, Fatma, Haleb, Hanish, Zucùr, Ivlusheira, e per i capi, il nostro Ras Rahmàt, Lumah, Darmah, Sciacs, Dilèk, tutta roba araba e marittima. Dancali invece sono le isole Soivabi, Midiri, Selévi, e le baiette Attévi, Sadi, Gumudli, Tacaiti, i monti o vulcani Dubbi, Afrori, Detl1ali, Ghiddoli, e via dicendo». A questo punto Filo, con la faccia molto seria, ha detto: «Scusi, comandante, se cambiamo discorso. Parlo anche a nome cli Fopper. Non ha intenzione, per caso, di restare qua dentro da solo?» - «Sì». Fopper chiede di intervenire: «Lei sa come le vogliam.o bene tutti, qui così, cammelli compresi. Si capisce che lei non vuol lasciare la bandiera. M.a dov'è il nemico che la minaccia, che la vuol portar via per metterla in un museo o in una caserma? Non c'è. Invece c'è la pancia della terra che si è messa a far da matto. Non possiamo far niente contro la pancia della terra. Se lei resta
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qua dentro, ci restiamo anche noi due». Gravina: «Caro Fopper, il suo attaccamento è più che ricambiato, e lei Io sa benissimo. Sentano tutti e due . Non drammatizziamo: probabilrncntc noi saremo già scomparsi da secoli, e il San Matteo starà benone, a testimoniare le glorie portoghesi, turche e italiane. Ma gli ordini sono ordini, e certe regole variano soltanto per i vigliacchi, gli affaristi, i ruffiani e i pederasti. Per noi marinai non c'è differenza, quando la bandiera è a riva, tra una nave in navigazione (o alla fonda) e una fortezza. Il comandante ne segue il destino. Vada a dormire, caro Fopper. Sotto la tenda. Dovrebbe essere molto stanco. E mandi su Hag Mansùr». Fopper saluta e scompare. Filo: «Lei crede, comandante, che si possa parlare così anche a un ufficiale'? I-la visto come era agitato Bescir, quando è venuto a mostrarci tre avvoltoi che volteggiavano molto alti, a picco sopra le nostre test.e'? Diceva: "Quello non buono. Buono quando uno solo, non buono quando due, molto malissimo quanclo t.re "». «Il valore di Fopper è tale che i gradi scompaiono. Quanto a lei, caro signor d'Agogna, è assolutamente chiaro che i suoi vent'anni siano già illuminati da impegni e doveri per l'avvenire, ben staccati da gradi e uniformi . E agli avvoltoi noi due non crediamo. Vada a dormire sotto la sua tenda. È un cmline». «Signornò. Lei rappresenta la Regia M.arina, ma qui siamo a terra, e io rappresento il Regio Esercito. La prego rispettosamente cli tollerare la mia indisciplina». «V.1da sotto la sua tenda. Ci vediamo domani, e rideremo assieme di questo piccolo contrasto». Si presenta Hag Mansùr, che ha sentito da fuori, con araba curiosità, le ultime battute. Filo ha obbedito, ma dopo un'ora, nel silenzio completo, è tornato nel forte . Lo ha intuito Hag Mansùr, dall'accampamento, nonostante il buio. Non Fopper; vuotata, per amarezza, la fiaschetta della grappa, era anelato verso la baietta Attevi, cantando «La bell'Angiolina» che ha questo finale: e la gaveva la vesta rossa, la camisetta color del ciel
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e le scarpette con le rosette fatte aposta per ben balarl AI ritorno ha visto illuminata, nel forte, la feritoia di Gravina, non ha osato verificare la tenda di Filo per non destarlo e si è addormentato di colpo.
lrnprovvisamente, dopo mezzanotte, è successo il finimondo, preceduto dal solito allarme animale e terrificante. Fopper, svegliato dai latrati, è balzato alla tenda di Filo: era chiusa dal cli fuori, e J'ufficiale non aveva risposto. In quel momento Fopper si è sentito sollevare brutalmente, e scaraventare a terra, accecato dal polverone delle scosse. Si era levato un vento improvviso, da apocalisse, e il polverone è stato spazzato via. II San Matteo non c'era più. A,1,:1ah? primi di.febbraio 1890
Hanno consegnato a Fopper un grosso pacco, spedito dal negozio <<Alle Quattro Stagioni», di via Mercatovecchio in Udine. È indirizzato al sottotenente di cavalleria d'Agogna signor Filiberto. Contiene una lettera, un'armonica della ditta Silbermann cli Strasburgo, e un fascicoletto musicale. La lettera è di Gravina, dal Forte, datata ai primi dicembre: il donatore scriveva «augurabile» che Io strumento giungesse per Natale, con qualche buona musica classica trascritta per armonica. Nel fascicoletto è inserito un biglietto in tedesco, della «firma» Silbermann, e deplora di aver trovato soltanto, in materia, l'allegato spartito di Piotr Ilic Ciaikowski: Quarta Sinfonia in mi minore, dell'anno 1877.
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Ge,tetii 'ili qtt&Jto libro, con proc&Jtio
1889 - 1890 1917 - l.954 - 1982
Il seminarista Francesco Forlani da Castiglione Olona era giovane, pio, mite e in quel momento infelice. Esausto di stanchezza, intirizzito dal freddo, immobilizzato allo scoperto in una notte invernale a J 220 metri, aveva inoltre conficcato nelle costole il gomito arrogante del cittadino car- . ropepano Letosanto, che mite non era, e neppure pio perché si dichiarava massone influente della loggia cli Enna. Nello stesso tormento si trovavano il professore Ivlario Podestà, milanese di via Moscova e ordinario di italiano, latino e greco al vicino Regio Liceo Parini; il laureando ingègnere Aldo Cicognani cli Modigliana di Romagna, e il codognese Paolo Grecchi, capitano comandante i] grosso reparto di cui facevano parte, tra una decina di subalterni, i quattro nominati. Insaccati e pigiati, in piedi ma contorti, s'erano riparati in una minuscola baracchetta senza tetto, usata dai pastori nella buona stagione; lasciando fuori, dopo regolare estrazione a sorte, un tenente anziano, studente d'ingegneria, il ventunenne Paolo Sillavengo, milanese: incaricato di sistemare e presidiare una specie di trincea per la truppa e di tener d'occhio la situazione. Avrebbe avuto il cambio dopo un'ora. Si concludeva l'estremo tentativo austro-tedesco per sbucare in pianura dall'Altopiano di Asiago, sei settimane dopo la rotta di Caporetto: era la notte sul 6 dicembre I 91 7. Il reparto proveniva dal Carso ed era giunto il 3, assegnato alla raddoppiata 29 3 divisione del Generale Boriani, formata da fanti, bersaglieri e alpini di sei brigate molto esangui . La preparazione nernica d'artiglieria era già iniziata. Cattacco, la mattina del 4, aveva trovato ovunque una reazione disperata, ma l'avversario schierava forza doppia, e riposata; l'impeto era raddoppiato dalla meta vicina, 1'ubertosa pianura veneta. In quaranta ore la divisione aveva perdulo la metà in morti e feriti, più cli un quarto in prigionieri. Abbandonato il sistema difensivo Melette - Castelgomberto - Tonderacar, la sera del 5 i duemila superstiti tenevano bene l'ultima posizione difendibile. Era stata una· prova grave, specialmente per gli ultimi arrivati già pervasi dal famoso recupero spirituale e militare nato dalla staffilata cli Caporetto.
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Sillavengo rientrò a mezzanotte, fece il suo rapporto al capitan.o, che aveva appena superato, con onore, il battesimo di fuoco, acciaio e piombo; era appena giunto dall'Eritrea, mentre i suoi ufficiali, veterani carsici, ne sapevano anche troppo. Uscirono tutti dalla baracchetta per sgranchirsi. Il capitano andò con Letosanto all'embrionale trincea, cento metri più in là. Ad altri duecento metri si sentivano gli austriaci al lavoro: buon segno, niente attacco per il momento. Intanto il professore aveva trovato una coperta ancora arrotolata, che servì come tetto alla baracchetta nonostante strappi da schegge di granata. La battaglia moriva, benché ancora rumoreggiante sulla si nistra, verso Valbella, e sulla destra, sopra Valbrenta, dove era certamente impegnato il battaglione Alpini Stelvio. C'era in quel reparto, sottotenente di diciannove anni, già ferito e decorato, un fratello di Sillavengo; e questi stava in grande ansia. Tornò il capitano, si rallegrò della baracchetta sistemata a «reggia»: anche il nuovo ordinamento interno, pur sempre del tipo acciughe in scatola, era migliorato con l'uscita del grasso Letosanto e il rientro del magro Sillavengo. «Signor capitano, disse il seminarista, lei che viene dal Mar Rosso, c1 racconti qualcosa di laggiù, per scaldarci». Grecchi pensò subito alla frana del San Matteo, non troppo allegra a dir vero, ma esaltante la fedeltà al Tricolore. E poi recava il dovuto senso termico, il clima torrido della costa dancala, surriscaldata dall'ambiente sismico e vulcanico, ricco di lave incandescenti che si tramutavano in granito al contatto delle acque rnarine. Iniziò una si ntesi rapida di quanto è narrato nelle pagine che precedono, ma smise presto: tutti dormivano. In piedi, ma dormivano. Comunque avvenne, ancora al buio, la più felice delle soluzioni , e inattesa: affluiva un battaglione del 77° fanteria, brigata Lupi di Toscana, e prendeva in consegna la nuova linea: i rottami della 29a dovevano scendere al piano, per riorganizzarsi tra Valdagno e Recoaro. Così, già in mattinata, Sillavengo apprendeva che il battaglione Stelvio, dopo un scrio impegno ma con poche perdite, rientrava anch'esso in seconda linea: una
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pallottola di mitraglia aveva infilato un.o scarpone del fratello, stracciando il calzettone e accarezzando la pelle. Purtroppo la grave ansia dove.va presto ricominciare, e la tragica conclusione era soltanto ritardata di poche settimane.
L'intrepido capitano, quando parlava dell'Eritrea, e ricordava i protagonisti degli anni 1885-1896, poneva in proscenio il nome di un ufficiale modesto, refrattario a ogni ambizione, di lenta carriera perché sprovvisto di Santi in Paradiso, ma eccezionale per coraggio, intelligenza ed esempio: il maggiore vercellese Marcello Prestinari, che gli ascari consideravano come un mago, e gli avevano dedicato una canzone ancora cantata più di mezzo secolo dopo, quella del 7° battaglione Eritreo. Bersagliere nell'animo e nell'aspetto, durante il dramma cli Adua comandava i duemila uomini del forte di Adigrat: vi restò rinchiuso quasi tre mesi, subendo continui attacch i da forze decuple, e sempre rifiutando la resa. Fu finalmente liberato, più dall'ammirazione nemica che da un tardivo soccorso. Lasciò la carriera da colonnello, sdegnato per una fornitura di viveri avariati al suo reggimento ma non riconosci uta dai superiori . Dieci anni dopo, generale della riserva e panciuto settantenne, volJe riprendere servizio: era scoppiata la prima mondiale. Ebbe un comando secondario, ma valeva più di molti colleghi appena cinquantenni, e g.li fu affidata una brigata giovane ed efficiente per la difesa dell'Altipiano, dove già in quel 1916 era avvenuto che gli austriaci premessero agli sbocchi vallivi verso il piano. E fu u cciso come un sottotenente qualsiasi, proprio a quota 1220, sopra le macerie di una baita che si trovavano a pochi metri dalla baracchetta. M.orì dicendo: «A l'è pa ni ente, e io vado bene». Alla sua memoria arrivò la medaglia d'oro che s'erano scordati di dargli in Africa. (La coincidenza topografica fu scoperta nel l 920 da Cicognani e Podestà, ormai congedati, in gita «nostalgica» sui luoghi. La baracchetta era scomparsa, ma avevano ricostruito i casolari sparsi; e restavano a migliaia, ben tappezzate dall'erba novella, le buche di granata. Un vero firmamento).
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Grecchi portò la sua gente in una tranquilla val.le prealpina della retrovia abitata. L\mità, ben nota alla 3a Armata del Carso, era . la 2a compagni a lanciafiamme, mista di fanteria e genio, riservata alle posizioni e alle imprese meno raccom.andabili. Ne sia prova la sorte di cinque coetanei, classe I 896, compagni di Politecnico, ·e poi di .A ccademia Militare a T<xino, sottotenenti e tenenti del Genio, assegnati alla compagnia in tempi diversi. Due erano caduti, gli altri erano stati feriti, e Sillavengo era l'unico superstite presente. Qualcuno, nella nuova sede di riordino, ricordò la narrazione interrotta, e Grecchi, che non era un .M irabeau, se la cavò in un quarto d'ora. Stavolta nessuno era distrutto dalla stanchezza, e tutti restarono svegli, ascoltando con crescente in teresse, e ponendo questioni: come aveva appreso, il signor capitano, quella .faccenda vecchia di 27 anni? come mai non era di dom inio pubblico'? l'antico romanticismo patriottico, questa lunga coda di cometa risorgimentale, non si era accorto di un fatto così luminoso'? Il povero De Amicis, nel sarcofago, doveva contorcersi in cupo furore. Grecchi rispose che l'anno prima, appena giunta ali' Asmara la comunicazione della presa di Gorizia, la città si era tutta imbandierala, tra esultanti cortei e sonore bande militari. Aveva incontrato un conoscente, lombardo lui pure, pensionato, apparentemente sulla settantina, già in servizio civile al governatorato, e prima ancora furiermaggiore di cavalleria, un bel vecchio, fiero e loquace, il cavalier .A rnbrogio Colombo, ma più noto per il soprannome che gli conferiva una specie di alone nibelungico e wagneriano: cavalier Fopper, superstite del San iv1atteo. Erano andati a bere in onore della p rima autentica e indiscussa vittoria italiana dopo semplici vittoriucole come Castelfidardo, Bezzecca, Roma, Agordat e Cassala, offuscate dalle gravi batoste di Custoza, Lissa, Dogali ed Adua. E anche le recenti vittorie di Libia erano state più simili a semplici episodi. «Gorizia!» esclamava il cavaliere, «ma pensi un po' lei che bellezza, caro il mio capitano, altro che francesi e tedeschi e russi e inglesi di questa guerra qui di oggi». E giù un altro bicchierotto di Cinzano ghiacciato, opera-
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zione non sgradita, e notoriamente, al cavaliere. «Sono passati i tempi cli Crispi, Ivlancini, Bertolè - Viale, che dopo Dogali se la facevano addosso dalla gran paura dell'opinione popolare, guidata dagli anarchici che si erano infilati, come dicevano, perfino nella Camera. Hanno anchesì cercato di soffocare, mettendoci la museruola ai giornali, quella brutta faccenda del 7 agosto 1888, a Saganeiti: e in parte ci sono anche riusciti». Poi ha raccontato la storia del San Matteo, che Grecchi ignorava, e che toccava Fopper da vicino. «Sì figuri poi, caro signor capitano, che bella occasione dì far scomparire ogni traccia, quando i morti, anche se ufficiali straordinari, erano soltanto due: e la gran comodità di non aver grane da famiglie furiose, perché uno era senza e l'altro ce l'aveva, ma non si parlavano». In seguito Grecchi e Fopper si videro, e dissertarono a lungo del San Matteo. Fopper aveva conservato il proprio taccuino segreto, in cui annotava specialmente i soggetti delle famose conversazioni serali, le uscite con i sambuchi, e gli avvenimenti cli rilievo. Grecchi fece anche, per conto proprio, ricerche d'archivio al Governatorato e al Comando Truppe, dove aveva molti amici: zero. Poteva essere tutta un'invenzione di Fopper? Un fondo <li verità, anche gonfiato a dismisura, doveva esistere. Del resto Grecchi, in quel periodo, aveva ben alt.re preoccupazioni. Non riusciva ad ottenere il rimpatrio, con destinazione al fronte; una vergogna, per un ufficiale cli carriera, il vegetare nella comoda e sonnolente Eritrea, che già aveva dato numerosi caduti tra militari e civili rientrati per combattere. Ed erano venute di moda certe parole che lo facevano sussultare: imboscato, panciafichista, pescecane, figlioclipapà, camaleonte, conigliastro. Dovette pazientare molto. Finalmente lo accontentarono, ed ebbe scarsa fortuna . A fine ottobre 1917, impaziente e felice per l'assegnazione, da comandante, a un reparto di rispettabile fama, giunse nel Friuli dove fu sommerso dal caos ciel ripiegamento e dalla fiumana dilagante in senso inverso, finché trovò, per puro caso, tra Tagliamento e Piave, gli ordinati avanzi - un terzo della forza in linea - della compagnia. Dopo un breve periodo di riassestamento, l'aspra delusione sull'Altopiano.
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È da escludersi che il San Matteo sia un parto di Paolo Grecchi. Uomo
onesto, meticoloso, soldato perfetto, di piccola cultura (proveniva dalla gavetta, ed era, quanto all'anzianità, in ritardo) e di scarsa fantasia, non poteva avere impeti creativi. S'era lavorato gli appunti di Fopper, trascrivendo poi quanto gli narrava; con qualche discriminazione, affermava, quando gli sembrava il caso. Una volta disse a Fopper che avrebbe dovuto scrivere t utto, sigillare, e allegare al testamento. Fopper rideva. <<Testamento per chi, io che sono solo come un cane?».
Nel J 918 gli inquilini della baracchetta si dispersero, ma fortuna volle che si potessero ritrovare quasi tutti a guerra finita. Il maggiore Grecchi restò in servizio. II professor Podestà riprese a infierire sui liceali del Parini. Forlani fu ordinato sacerdote e divenne professore di musica e canto gregoriano nel seminario di Venegono Superiore (Varese). Sillavengo, che era stato inviato in Libia per sciogliere al sole un congelamento al piede destro, rientrò a metà 1919 e riprese, svogliatissimo, il suo Politecnico, disgustato dell'Italia al principio degli anni 20, proprio lui che era stato viziato vivendo oltralpe od oltremare fin dall'infanzia: finì per laurearsi e<l espatriò quasi subito. Così fece pure Cicognani, certo la figura più saliente, tra i sei, per carattere, generos ità e fascino (nei paesini di retrovia, appena arrivava il reparto, le donne sciamavano su di lui come api impazzite verso il roseto). Da bravo romagnolo repubblicano aveva avuto duri contrasti con l'ordine pubblico, e questo lo aveva perseguitato anche nell'esercito, ritardandogli ben due anni I.e spalline; tuttavia si era distinto fin dai primi giorni, da semplice gregario, sul ITticidiale San Michele, dove fu ferito da una baionettata. Due anni dopo, sempre sul Carso, finalmente ufficiale, fu protagonista di un episodio superbo ma subito mimetizzato per salvare qualcuno più in su. Nei turni di trincea il suo bagaglio era costituito da un sommario cambio di biancheria, dal solito trinomio sapone-rasoio-spazzolino, dalle poesie
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di Carducci e da «Gli Eroi>> di Carlyle. Amava il Trico.lore, possibilmente senza stemma sabaudo: pertanto andò ingegnere nel Messico, che disponeva del tricolore voluto. E laggiù, con dieci anni di ritardo, ebbe l'alto premio militare per l'episodio che gli amici non avevano scordato. Stavamo per trascurare il sesto, Letosanto, già sulla trentina, grasso e piccolo, non privo di coraggio e apprezzato dalla truppa. Un po' meno dai colleghi. Il suo vero nome, diceva, era «Leto nòbbek di Santo Stefano», ma preferiva, per modesti.a, abbreviare. Quando voleva far sfoggio di cultura, usava l'espressione «pedibus calcagno». E nel calcagno o meglio nel tallone ferrato aveva un chiodo «e.adorino» a punta trip la che incideva tracce indelebili sui pavimenti cli legno: altamente si compiaceva di lasciare così la propria sintesi massonica. Il foglio di viaggio che mesi prima lo aveva trasferito al reparto diceva, nello spazio «Annotazioni»: «In prossimo invio, dopo aggiornamento in corso, le carte personali dell'Ufficiale (sottotenente cpl. di fanteria, anzianità del maggio 1917)». Ma non giungevano. Il reggimento d'origine era scomparso a Caporetto; tuttavia la ragione era diversa, perché giammai quelle carte erano esistite. Arrivarono invece, due mesi dopo, i Reali Carabinieri: gli scucirono i gradi, con riguardo, se lo portarono via e non se ne seppe più nulla. Era un semplice fante, non privo d'iniziativa. I siciliani della compagnia, tutti, erano stati di ben diverso stile. Ci siamo un po' dilungati: lo meritavano i primi conoscitori del San .tv1atteo in questo secolo. Nel primo dopoguerra Grecchi e Sillavengo si occuparono del San Matteo: ma neppure a Roma ne esistevano tracce. Fu invece rinvenuta, sopra un vecchio almanacco nobiliare bavarese, qualche notizia sulla famiglia cli Velda von Veldenz, molto antica, con diversi rami comitali, tutti estinti. Esisteva dunque un ramo lievemente spurio della famiglia, trapiantato in Austria, che si era chiuso qualche secolo dopo con Velcla incantevole, ultima del nome e scomparsa giovanissima, come diremo. Più che una fine, ci appare come un d issolvimento immateriale, in dolore infinito ma anche con una grazia da fata. ~làle era la terza vittima del San Matteo. Grecchi ne.I 1923 fu inviato a Udine per una fornitura di legnarne occorrente al Gen io Militare, e ne profittò per riallacciare un filo spezzato,
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dopo aver constatato che le due Veldenz non comparivano da quasi trent'anni nei documenti del comune. Bisognava pertanto rintracciare la signora Angiola Gregorutti, l'antica governante di Velda e sua complice per la diffici le trasmissione della corrispondenza clandestina. Fopper aveva creduto a lungo che fosse Jci stessa la persona amata da Filo, pur trovando che la risonanza del cognome lasciasse qualche dubbio. Se poi avesse conosciuto l'Angiola quarantenne e atticciata, e che neppure a vent'anni poteva suscitare passioni, avrebbe immaginato la realtà, quando la posta arrivava o partiva, prima che Filo gli raccontasse tutto. Indagini e ritrovamenti non furono semplici: fortunatamente il legname del Genio, per «ritardato acconto», imponeva un prolungamento alla sosta friulana del maggiore Grecchi. Il. quale si incaponì con l'ostinazione più martellante, riuscendo a risalire attraverso anagrafi, parrocchie e parentele. Seppe finalmente che la persona viveva ancora, non più a Porta Gemona cli Udine, ma ospite cli un'anziana nipote vedova nei pressi di Faedis, in una casa colonica isolata. Grecchi non aveva con sé abiti borghesi; gli ripugnava chiederne a prestito e ancora più affrontare la spesa di un vestito nuovo, dati gli stipendi praticati nel Regio Esercito. Operò quindi in divisa. L'.arrivo di un ufficiale inpettito, pur sorridente e bonario, terrorizzò le due donnette, subito travolte da fantasmi poli zieschi e giudiziari, forieri di atroci conseguenze: e si barricarono in casa. Grecchi scomparve, ma tornò poco dopo, preceduto dal signor curato. Questi ottenne abilmente ascolto, non soltanto, ma anche un colloquio a quattr'occhi, allontanandosi con la nipote vedova. Purtroppo la vecchia si irrigidì con inaspettata fermezza. Disse soltanto che Velda aveva vissuto ancora qualche anno, in assoluta solitudine, rinunciando a prendere il velo per assistere la madre. Non poteva dir altro, perché legata al giuramento cli tacere sull'intera vicenda; non voleva commettere peccato mortale proprio sul finire della sua lunga vita. Grecchi ebbe l'impressione di una mente ottenebrata, ma ancora abbastanza limpida per non superare una lontana e acuta sofferenza.
Con la partenza di Sillavengo per l'Alto Nilo poco tempo dopo «l'opera-
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zione Faedis», i due amici, come avviene, si persero cli vista. Grecchi continuò onorevolmente la carriera, senza sussulti o infortuni, ridotto, nel periodo che precedette la quiescenza, a una modesta routine amministrativa, promosso tardi tenente colonnello e finalmente pensionato. Non aveva avuto la preparazione scientifica, umanistica e tecnica del quinquennio torinese, al!' Accademia e alla Scuola d'Applicazione, indispensabile, nelle armi chiarnate «dotte», per assurgere ai gradi elevati . Né egli vi aspirava, perché uomo di consapevolezza e coerenza. I suoi ufficiali lo rimpiansero sempre, e più di tutti Sillavengo. Non ha posto mano a questo libro: se per avventura
C'.
leggibile, il vero autore è lui, scomparso da
un quarto di secolo.
Una ventina d'anni dopo l'Isonzo gli it;1liani furono nuovamente impegnati in guerra, a quattro e a seimila chilometri più sotto, quasi all'equatore. Fu così che il richiamato capitano Sillavengo conobbe il J\.1ar Rosso al di là del Tropico, e l'Eritrea: ripensò al San Matteo, a Grecchi e a Popper. Essendo disordinatissiino, si chiese dove mai potessero trovarsi gli appunti fatti con Grecchi, e accarezzò qualche speranza di sopralluogo attorno a Ras Rahmal, benché l'arcinota rapidità dello sviluppo madreporico avesse certamente collaborato con la frequenza sismica per cambiar la faccia al paesaggio. Ma il programma bellico dei marescialli De Bono e Badoglio interessava i mobilitati in direzione più positiva, come avviene da sempre. Finito il periodo cli preparazione, iniziate le puntate oltre frontiera , rintuzzata l'impazienza romana dei padroni con l'antico consiglio <<venga un po' qui lei a vedere come stanno le cose, Eccellenza», subìto qualche parziale scacco perché molti abissini preferivano la loro schiavitù alla libertà imposta da stranieri, l'avanzata divenne generale. Il tenente colonnello di Cavalleria Emilio Benini (detto Burrasca), il capitano Bechi Luserna con la propria Banda irregolare eritrea di cav·alieri, e il capitano Sillavengo, che costituivano la punta della colonna Gastinelli , giunsero a sera in uno spiazzo nudo nella steppa gialla di aridità e calore, videro
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avanzi <li antichi tugùri bruciati, stracci e cocci rossi di terracotta. Seppero che quella era la «città» di Noggara, loro meta, morta eia tempo. Smontarono da cavallo e si disposero all'addiaccio, aspettando le fanterie. Si fece buio. Il caldo era atroce, senza un filo d 'aria: la stanchezza tanta. I sottotenenti Giusti del Giardino e Serego Alighieri dissero elegantemente che andava bene così m.a che un po' di ghiaccio non avrebbe guastato nulla; e Sillavengo pensò alla baracchetta di quota 1220. «Adesso gliela racconto io, per rinfrescarli». Erano lungo la frontiera sudanese: chissà, forse avevano sconfinato, durante il percorso, m.a Noggara, segnata sulla carta come una Parigi o una Londra africana, era certamente estranea al territorio anglo-egiziano. Invece tornò fuori il San Matteo, e tutti si addormentarono, come era avvenuto nella baracchetta: perché i grandi fatti storici si ripetono regolarmente secondo le prescrizioni muratoriane. Arrivò la fanteria indigena, il 28° Eritreo. Che al buio perse la pista, sopravanzò i cavalieri e dovette tornare indietro. Il sottotenente della pattuglia di punta si presentò, disse a Benini assonnato che aveva l'ordine di fermarsi a Noggara, e chiese se era lontano. «Come ha detto che si chiama, e'· lei?». «Sottotenente Paielli». «Paielli'? Ma non mi dica. Si rende conto, o prode, che stanotte lei entra nella Storia'? Insomma guardi: lei è quasi arrivato. Prosegua per trentadue <li bussola, cioè, in parole povere, est-nordest: a poche centinaia di metri ci sono le prime case e il termine del gran viale centrale. Poi la cattedrale, sulla destra con l'arcivescovado, e la prefettura sulla sinistra. Deve per l'appunto girare a sinistra, in una via secondaria, e vedrà un palazzotto rosso, con la sentinella abissina: quello è il comando di tappa, dove potrà avere istruzioni, e, si capisce, ogni conforto. Capito?». Il sottotenente mormorò un indeciso «signorsì», serio, e concluse: «Comandi, signor colonnello».
Alcuni mesi più tardi, ufficialmente finita la guerra e occupata l'Etiopia, Benini e Sillavengo si ritrovarono all'Asmara, e riparlarono del San Matteo. Benini ebbe così un'edizione meno sommaria dell'intera vicenda, com-
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prensiva anche delle giornate udinesi, e cli quanLo d'Agogna aveva confidalo a fopper in una sera d'allarme. Naturalmente Benini, stupendo ufficiale, che oltre la raggiunta celehrità anche internazionale nei concorsi ippici e un prezioso passalo guerriero come osservatore d'aeroplano, aveva un'acuta e an.t.iretorica sensibilità, trovava splendido l'attaccamenLo spiritual.e alla bandiera - pezzi di stoffe colorate e cucite assieme, che una tempesta cli sabbia bastava per distruggere - al punto da esigere una sanzione pratica con la presenza inderogabile e fisica cli un essere umano, comandante e responsabile . Da qui Ben.ini passava a sensate osservazioni. «li tuo narratore, anzi ripetitore, di vent'anni or sono, aveva lui stesso forti dubbi, anche perché la fonte principale, il furiermag·giore maniscalco e calligrafo, era g·ià un bevitore al San IvlaLteo, e, (. c.. <. come avviene, aveva poi intensificato tale procedura, con verosimili sviluppi di fantasia a detrimenlo della verità. Ma il fatto in sé è tanto bello da meritare l'onor dei torchi. Ne riparleremo in Italia, e intanto io mi darò da fare, nell'ambiente della cavalleria, per le possibili precisioni dei norni principali». Non si diedero da fare. II periodo Lra Etiopia e la 2a mondiale fu carico di altre preoccupazioni; Benini era colonnello alla Scuola di Pinerolo e Sillavengo ingegnere in vari lavori tra Asia Minore cd Egitto. Rimpatrialo a guerra iniziata e richiamato come maggiore ai primi del 1941, in Italia, poi rispedito in /\frica, rientrò per avaria a fine 1942, dopo Alamein. Dove tornò nel 1948, per una missione lunga: I O anni di cleserlo, senza telefono, hellissimi. E nel 1954, essendo ospite cli Benini a Nervesa della Battaglia, tornò a galla il San !vlatteo, con gli appunti cli Grecchi ritrovati a casa Sillavengo in Nerviano. Benini persuase l'amico a «buttar giù qualcosa su carta» e intanto «si diede da fare>>. Annuari ministeriali e diari reggimentali furono spulciati. Il corso di Filiberto d'Agogna era quello ultimato in agosto 1888, ma quel nome non c'era, e neppure, successivamente, tra gli ufficiali cli Pinerolo o negli usseri di Piacenza. Probabilmente era un predicato andato in disuso, o usalo occasionalmente. Che Io portasse il sottotenente Asquer, l'unico del corso morto poco ten1po dopo'? Luigi Ajroldi di Robbiate, il grande amico di d'Agogna, precedeva in graduatoria nientemeno che Feclerigo Caprilli, destinato a fan1a mondiale come grande
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innovatore dell'arte ippica, creatore della posizione detta «naturale» che permette al cavaliere e al cavallo una resa superiore con diminuito impegno. V'era pure, tra quei ventenni o diciannovenni, un altro ufficiale di sciabola e frustino, tagliente di penna e parola, molto brillante, che per poco tempo, subito dopo la prima mondiale, corse il serio rischio d'aver Sillavengo per genero. L'autunno 1955, nel felice silenzio del deserto dove viveva ormai da otto anni, il tenente colonnello Sillavengo consacrò qualche ora ogni sera alla stesura del racconto, e fece pure numerosi sch izzi prelirninari per le illustrazioni (alle quali poi rinunciò, perché inadeguate). A Benin i il racconto piacque, mentre fece osservazioni, non sempre giustificate, sui disegni. Ciò ri sulta dalla lettera pubblicata in originale nell'appendice, e che ha particolare interesse nell'ultima pagina, dove il mittente cita una grossa e volgare gaffe del giornalucolo italiano pubblicato al Cairo. Benini era molto legato allo stile, e, condannato a chiudere la sua vita in uno Stato che ignora del tutto come si sta a tavola o come si tratta un mascalzone, rifiutò il giuramento alla nuova repubblica, e, alcuni anni dopo, nella riserva, la promozione a generale. Disse semplicemente: «Sua Maestà mi fece colonnello». La lettera è da Firenze, in data 29 novembre 1955. I due am ici si videro in primavera, e Sillavengo si trovò alle prese con i pesanti annuari, e scoprì, in quello stesso corso della Scuola di l\1odena, oltre il mancato suocero, .Ajroldi e Caprilli, numerose alt.re vecchie conoscenze, in ispecie tra i 391 sottotenenti di fanteria, tutte incontrate nella prima mondiale, spesso già bianche di pelo. Ben quattro decorati di medaglia d'oro, i generali caduti lvlonti (che era stato capocorso), Bettoia e Turba (ucciso nella battaglia della baracchetta); e il sopravvissuto generale granatiere 13ignami. E superstiti, senza medaglia d'oro, anche il già ricordato Boriani, ferito cinque volte, il generale Tiscornia (quello del Calvario) e il colonnello Quintino Ronchi, alpino (quello dell'Adamello). Il più caro di tutti, classificato tra i migliori, il colonnello Raffaele Reghini, che fu a lungo superiore diretto cli Sillavengo nelle trincee del Carso, intrepido, sarcastico, acuto e umano. Finalmente, relegato tra i fanalini di coda nella classifica, il più ragazzo, già sottotenente a I 8 anni e destinato a grandi balzi: Ottavio Zoppi.
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Di queste cose ragionavano i due amici. Ma Burrasca si lamentava per la pigrizia e l'indecisione del collaboratore. «Una storia così non può essere raccontata come un positivo fatto di cronaca, siamo d'accordo . .Ma può essere pubblicata ugualmente se rischiarata eia un'aureola cli leggenda . .Meglio ancora se in un periodo di materialismo forsennato, come l'attuale. Non vedi che giovani educati apparentemente al rispetto per il dovere e all'arnor patrio ti sbottano in una risata perché mostri reverenza verso Attilio Regolo, Pietro Micca ed Enrico Toti'? E credi pure: l'anelar controcorrente dà doppia gioia in tempi come il nostro. Non perdiamo più gli anni in chiacchiere, mettiti sotto, scrivi, disegna e concludi». Cortesissimo, tralasciava gli epiteti «lazzarone , tiratardi»; ma li pensava con disgusto. «Burrasca, diceva Sillavengo, cosa ne diresti cli una dedica magnifica, a caralleri lapidari, subito dopo il frontespizio, nella seconda pagina di guardia'? AL BUIO DI QUANTI SCOMPARVERO SENZA TRJ\CCli\». - «fv1agnifica finché vuoi, ma inutile. E retorica». Benini ci lasciò nel I 9.58, e Sillavengo pensava spesso che ne aveva ereditato una specie di ordine imperioso: aveva l'obbligo di obbedire. Eppure passò un altro ventennio. Ogni tanto la cartella «San Matteo» accompagnava il nostro regista nei suoi viaggi di lavoro. Tra Natale I 977 e Capodanno 1978, nella vecchia casa cli Nerviano dove era nato, Sillavengo raccolse la documentazione ingiallita e anche avariata. Riunì il testo già approvato da Renini, carte nautiche, schizzi, la lettera citata e qualche altro documento. Lavorò in un locale ben riscaldato, trasformato in «stua ampeZ7.ana». Lo chiamarono al telefono, e prese con sé quanto occorreva per la stesura finale, dimenticando il resto e partendo l'indomani. La casa era disabitata, ma dopo due mesi si incendiò proprio l'ala in cui si trovava il grosso degli appunti con la cartella grande e le note di Grecchi desunte da quelle di Fopper. Tutto fu completamente distrutto. 11 manoscritto del 1956 (dal quale ogni tanto cade ancora un granello sabbioso cli Alamein), salvato a tempo, resta minaccioso co1ne un chirografo, e ancor più per un nuovo ritardo dovuto alla salute del regista. Dallo
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sch iaffo in Mercatovecchio sono trascorsi 94 anni , e pure dalla frana: una novantina dalla m.orte di Vclda, 86 dalla battaglia d'Adua e dalla nascita di S ill ave ngo, 66 dal racconto di Fopper, 65 da quello di Grecchi, 59 clall' «Operazione Faedis», 46 dal racconto a Benini, 26 dalla stesura del testo. E 24 da quando Bcnini, detto Burrasca, per l'ultim.a volta proclamò il desiderio di buttare «la follia» cli Gravina al giudizio del lettore italiano. «.Nla scherziarno, diceva, ma sci matto? Il nemico non è soltanto un uomo sudicio, morto di paura, che ti deve saltare. addosso per ucciderti. È anche la natu ra, nel ciclone che ti risucchia nella stratosfera, nel terremoto che ti sprofonda sotto dove magmi incandescenti faranno scomparire ogni tua traccia. Il vangelo di Gravina è anch'esso incandescente: la bandiera sul forte è come quella a riva d'una nave all a fonda o in navigazione: non si abbassa e non si abbandona». Dall'incendio sono passati quattro anni, e si obbedisce al misterioso avvertimento, non senza rispettare l'antica regola del ritardo. Su<10
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in Italia bella, 1982