Cli anni che vanno dal 1861 al 1866 vedono i primi tentativi del nuovo regno italiano di Cf[/èrmare la propria presenza in campo internazionale. In tale anibito si inquadra la missione italiana in Persia, con il successivo invio di due Ufficiali nel Caucaso durante La riconquista russa della regione. L'opera, che analizza La politica estera dell'epoca, si completa con le relazioni dei due ufficiali.
N. Cat. 6553
Cesare La Mantia, nato a Messina il 19 luglio 1955, dopo essersi Laurealo in Scienze Politiche nella Locale università, ha conseguito il d ottorato di ricerca all'Università "La Sapienza " di Roma. È autore di alcuni saggi di p olitica estera e italiana quali: Il disarmo nella politica estera italiana (1931 - 1932).
- La Santa Sede e la politica estera italiana all'inizio della seconda guerra mondiale (Il diritto ecclesiastico e rassegna di diritto matrimoniale) .
EDIZIONE A CURA DEL: Col. c. s.SM RI CCARDO TREPPICCTONE Ca/JO [fffìcio Storico Ten. Col. f. (alp.) par. s. SM MAUHIZIO RUfFO Caj)o 1 a Sezione
Cap. f. cr. fll.JPl'O CAPPELLANO [f/Jìciale Addetlo
Prezzo L. 30.000
STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFFICIO STORICO
Cesare LA NIANTIA
LA MISSIONE MILITARE ITALIANA NEL CAUCASO (1861-1866) Le Jonti archivistiche dell 'U.fjìcio Storico
ROJ\ilA, 1997
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione. © By SME - Ufficio Storico - Roma 1997
Finito di stampare nel mese di maggio 1997 ne.Ilo Scabilirnento de lla Tipolitografica Cerbone s.n.c. Te!. 081/831.81.92 - 834.55.38 - AFRAGOLA ( NA)
PRESENTAZIONE Il I 8 febbraio I 861, con il discorso della Comna che inaugurava la prima legislatura del Parlamento italiano, Villoria Emanuele II poneva in luce la necessitĂ di riconoscimento della politica estera del nuovo regno da parte delle potenze europee. Le qu estioni sul tappeto erano complesse in quanto il Sovrano ben sapeva che, pur dovendo l'Italia apparire conservatrice, rimaneva insoluta la questione del!' un4icazione territoriale essendo ancora parte delt'ltalia sotto il regno di Pio IX o solloposta al dominio austriaco. L'opera di Cesare La Manria si divide in due parti. La prima, mette in luce il travagliato e complesso lavorio diplomatico evidenz;ando la stretta connessione esistente tra politica estera e politica interna. La seconda, nell'esaminare il lavoro della missione militare in Persia , diviene sussidiaria alla prima rivolgendo l'allenzione al mondo balcanico ed al collegamento tra questione orientale e questione italiana. Il volume, teso a valorizzare il patrimonio archivistico del!' Ufficio Storico dello Stato Maggiore del!' Esercito, assume cosi' particolare valenza individuando le linee di condoua adottate per giungere ali' agognato traguardo del!' un(fĂš:azione territoriale.
li Capo Ufficio Col. c.s. SM Riccardo TREPPICCIONE
Al termine di questo lavoro desidero porgere i miei ringraziamenti al Capo dell' Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, per averne consentita la realizzazione. Al personale militare e civile dell'Ufficio va il mio apprezzamento per la collaborazione e la competenza dimostrata. Un pensiero affettuoso e riconoscente al prof. Antonello Biagini che ha indirizzato la ricerca e indicato il materiale documentario.
Introduzione
La spedizione italiana in Persia, il transito dal Caucaso ed il successivo viaggio del capitano A . Clemencich a Pietroburgo fi,1,rono alcuni degli aspetti di un' impostazione di politica estera volta nei primi anni dell'unificazione a far conoscere e riconoscere l'esistenza del nuovo Stato alla comunità internazionale contemporaneamente alla ricerca di possibili alleati contro l'Austria. Era la fase molto dura in cui l'Italia, parzialmente, unificata doveva affrontare l'immane lavoro di costruzione dello Stato e bloccare le spinte contrarie al!' unità. La scelta di una politica estera è cosa sempre assai delicata e lo è ancora di più quando esistono pesanti limiti alla libertà di manovra e per l'Italia questi consistevano soprattutto nella grave crisi economica che l'attanagliava, nella marcata ingerenza del sovrano Vittorio Emanuele Il nella conduzione della politica estera al punto da creare una sorta di diplomazia parallela a quella governativa, nel mancato raggiungimento del!' unità che imponeva di perseguire come scopo prioritaro il suo completamento. La parte iniziale di questo lavoro è dedicata alla ricostruzione dei primi cinque anni di politica estera italiana nel corso dei quali sarebbero nati e maturali gli obiettivi e scelti gli strumenti spesso obbligati - che in futuro l'avrebbero caratterizzata. Periodo in cui la commistione tra la politica estera e quella interna fu molto stretta ed in cui le scelte operate nel!' un campo si riflettevano sull'altro riducendo la libertà di azione dei governi. Il rapporto con i cattolici e con la Chiesa era un problema interno, ma investiva anche le relazioni con la Francia che del papa e del suo potere temporale su Roma si era dichiarata tutrice. Con Parigi non bisognava arrivare mai a una rottura in quanto era in sospeso il problema veneto e Napoleone III poteva essere un futu ro alleato . La necessità di costruire l'apparato amministrativo dello Stato e le prime misure di intervento economico erano un problema interno, ma anche internazionale in quanto la scarsa presenza di capitali sul mercato italiano obbligò il ricorso massiccio a quelli esteri, in particolare sulle piazze finanziare di 5
Pari1ti e Londra. Lo stesso rapporto tra i Gabinetti e le maggioranze parlamentari aveva un innegabile riflesso internazionale consentendo o bloccando la conduzione di una determinata linea di politica estera. Nella prima parte del volume saranno costanti i riferimenti alla situazione politico-economica del paese. La seconda parte si occupa della ricostruzione e dell'analisi della missione militare in Persia. Ne saranno descritte le finalità ed i contrasti affiorati nella fase preparatoria circa la sua utilità, parte di quelli più generali esistenti sulla definizione e conduzione della politica estera italiana. Tra gli scopi della missione Clemencich uno era quello di rendersi conto della situazione militare del Caucaso dove era in corso, ormai da anni, l'occupazione zarista cui rispondeva la guerriglia delle popolazioni della regione e delle eventuali direttrici d'espansione russa oltre il Caucaso. Saranno analizzati i sistemi di colonizzazione russa ed i modi in cui avveniva la penetrazione militare. Particolare attenzione sarà prestata al teatro operativo, che ebbe un ruolo determinante nelle scelte strategiche e tattiche, ed alle forze in campo. Per meglio comprendere gli avvenimenti illustrati dal capitano Clemencich nel 1862 è stato anche utilizzato uno studio antecedente di dieci anni del ten. col. E.G. Giustiniani (1806-1859) sulle stesse regioni attraversate da Clemencich. Un aiuto prezioso a completamento delle informazioni fornite dalle relazioni dei due militari è stato dato dai diari di alcuni membri della spedizione in Persia.
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PARTE
I
La politica estera italiana dal 1861 al 1866
1. Nel discorso della Corona del 18 febbraio 1861 Vittorio Emanuele Il offriva all 'Europa l'immagine di un'Italia conservatrice ed antirivoluzionaria, strumento di ordine, di pace e di sviluppo della civiltà universale (1). Le parole del re pronunciate all'inaugurazione della I Legislatura del Parlamento italiano, esprimevano il problema centrale della politica estera del neonato Regno: i] suo riconoscimento da parte degli stati europei. La questione si presentava di complessa soluzione a causa del duplice e quasi antitetico ruolo che l'Italia voleva giocare nel Concerto delle potenze europee. Da un lato elemento di conservazione e staticità, dall'altro fattore di dinamismo e cambiamento volto al completamento dell'unità nazionale essendo una parte dello Stato pontificio sotto il regno di Pio IX e le Venezie sotto il dominio austriaco. Il riconoscimento internazionale non era un atto puramente formale e significava l'accettazione della nuova entità statuale nel contesto europeo e la successione del Regno sardo negli accordi da questo stipulati prima della proclamazione dell'Unità. Accogliere il nuovo Regno nel novero delle potenze europee importava implicitamente l'approvazione dei metodi usati per raggiungere la quasi unità, basati sull'affermazione del principio di nazionalità, sullo sfruttamento di moti popolari liberali, repubblicani. Moti popolari comunque rivoluzionari anche se imbrigliati dall'attenta regia monarchica di Cavour, intaccanti il legittimismo dinastico stabilito al Congresso di Vienna e rispettato dalle Monarchie europee. Tra queste l'Austria sconfitta in guerra, ma con il proprio potenziale bellico intatto era la più decisa oppositrice del riconoscimento del Regno d'Italia. Francesco Il di Borbone dall'esilio romano presso la corte di Pio IX continuava a manifestare la propria opposizione al re che lo aveva spodestato dal trono delle Due Sicilie, trovando un valido sostegno nel pontefice il quale nel ritorno dei Borboni a Napoli vedeva la possibilità di una difesa del restante potere temporale della Chiesa. L'azione dei Borboni sostenuta dalla Chiesa trovò fertile terreno in un Meridione in cui la povertà e la firre delle illusioni garibal( 1) Vittorio Emanuele Il, discorso della Corona 18 fe bbraio 1861, I Legislatura del ParlamentO italiano - VIII nell'ordine del Parlamento Subalpino in G. PERTICOl\lE (a cura di), (La politica estera dell'Italia negli atti, documenti e discussioni parlamentari dal 1861 al 1914), voi. I (1861-1876) Roma 1971.
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dine, unite all'insofferenza per la rapida estensione del sistema amministrativo piemontese centralizzato e poco incline a dar corso alle aspirazioni autonomistiche delle regioni annesse, diedero vita al fenomeno del brigantaggio. Al problema della guerriglia anti-governativa nel Sud del Regno si aggiungeva quello di Roma capitale, vero e proprio catalizzatore delle tensioni interne ed internazionali che gravavano sul nuovo Stato italiano. Secondo Cavour, Roma doveva essere la capitale, se ciò non fosse stato l'Italia non avrebbe potuto ritenersi unificata; si trattava di una verità che l' Italia e l'Europa dovevano accettare. Il Conte era conscio dei problemi legati al raggiungimento dell'obiettivo di Roma capitale e dall a loro analisi nasceva la strategia da applicare. La Questione romana si presentava delicata a causa dei duecento milioni di cattolici esistenti nel mondo, la sua soluzione doveva tener presente non soltanto gli aspetti politici, ma anche quelli morali e religiosi, ed una volta raggiunta avrebbe eliminato una grande causa di dissenso tra gli italiani. In un momento in cui l'Italia era isolata in campo internazionale e molto debole all ' interno, Cavour si rendeva conto che, pur rimanendo ferma l'intenzione di andare a Roma, questa poteva reali zzarsi a due condizioni particolari: con il consenso della Francia ed evitando che potesse essere interpretata dai cattolici come il segnale della servitù della Chiesa, ciò sarebbe avvenuto non estendendo il potere dell 'autorità civile all'ordine spi rituale. Andare a Roma senza l'approvazione francese lo riteneva una follia, rompere la connessione tra potere temporale e religioso significava rendere libera la Chiesa. Napoleone III non aveva ancora assorbito la delusione per il tramonto del suo progetto di un'Italia bipartita o quadripartita - Parigi aveva richiamato il proprio ambasciatore a Torino dopo la proclamazione dell'Unità - sotto la sua influenza. La Questione romana e la tutela assuntasi della difesa del papato e di ciò che restava del potere temporale gli offrivano la possibilità di continuare a svolgere un ruolo decisivo nella politica italiana e di tamponare le forti pressioni cui lo sottoponevano gli ambienti clericali francesi sostenuti dall ' imperatrice Eugenia. Le preoccupazioni e gli intendimenti di Cavour erano rispecchiati nell'ordine del giorno del Senato del 19 aprile 1861 che così recitava: "Il Senato confidando che le dichiarazioni del Governo del Re per la piena e leale applicazione del principio della libertà religiosa 10
faranno fede alla Francia e ali ' intera società cattolica che l' unione all'Italia di Roma, sua naturale capitale, si compierà assicurando nel tempo stesso il decoro e l'indipendenza della Chiesa e del Pontefice passa all ' ordine del giorno" (2) ! Nel periodo dalla proclamazione del Regno d 'Italia fino alla morte di Cavour, 6 giugno 1861, le direttrici della politica estera furono una continua pressione diplomatica sulle grandi potenze europee per ottenere il loro riconoscimento, il completamento dell 'unificazione nazionale, la successione al Regno di Sardegna negli accordi da questo stipulati in particolare al Congresso di Parigi del 1856 in base ai quali Torino entrava a far parte del Concerto Orientale, potendo così intervenire a pieno titolo nelle questioni attinenti le crisi balcaniche e dell'Impero Ottomano e continuando la politica sarda della loro utilizzazione in funzione anti austriaca. Il raggiungimento degli obiettivi era inserito in un contesto di politica interna denso di problemi. La Destra storica al governo aveva il compito di costruire sotto i profili giuridici ed istituzionali il nuovo ordinamento statale da sostituire ed imporre ai vecchi, cozzando e contro i forti interessi in essi identificatesi e con le resistenze di una popolazione spesso indifferente per disinteresse politico, se non ostile per fedeltà dinastica. Gli uomini della ricostruzione post-unitaria erano una minoranza che operava in condizioni di grande difficoltà e nella edificazione del nuovo apparato statale trasferirono le idee della borghesia moderata di cui erano espressione. Da ciò il mantenimento del suffragio ristretto per evitare che le masse strumentalizzate potessero fare il gioco del1e forze conservatrici e la creazione di una struttura dello stato tale da consentire al governo il controllo sull'intera amministrazione e su tutto il territorio nazionale. Il modello scelto fu quello di un forte stato centralizzato, elemento di coesione e propulsione della società civile ed il rifiuto di qualsiasi forma di regionalismo, visto come minaccia ad un'unità interna, ancora in costruzione e comunque messa in pericolo anche da rivendicazioni autonomistiche. Il nuovo Stato nasceva sul modello sabaudo chè era poi quello francese e sotto (2) Cavour risponde al deputato Audinot, discussione del 25-27 marzo
186 l alla Camera, ed a una interpellanza del senatore Vacca il 19 aprile 1861 , in La politica estera ... cit. pp. 23-38 e 55-70.
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l'impulso istituzionale del governo cui la legge 11° 249 del 9 ottobre 1861 affidava ampi poteri di intervento nell'emanazione di nuove ed organiche leggi amministrative (3). I problemi affrontati dalla Destra storica nei primi anni del! 'unità furono, a parte quelli di politica estera e di costruzione del}' apparato statale, di natura economica. I progressi compiuti nel decennio precedente il 1861 erano avvenuti entro i limiti di una economia essenzialmente regionale. I contrasti tra le differenti aree del paese erano molto forti, ma le industrie piemontesi e lombarde non erano ancora così sviluppate da poter vincere la concorrenza con quelle dell 'Jtalia central e e meridionale che nonostante la soppressione delle dogane interne trovavano giovamento dalla lentezza e dall'alto costo dei trasporti interni (4). Nel decennio precedente l'unità, i trasporti ferroviari avevano avuto un buon incremento soprattutto nelle regioni centro-settentrionali, ma i 2000 km costruiti non bastavano a soddisfare le esigenze di uno Stato in via di modernizzazione ed il primo piano di sviluppo ferroviario prevedeva la realizzazione di altri 6000 km di strada ferrata, per i quali occorreva investire 1,5 miliardi di lire del periodo. Il denaro fu raccolto tramite l'accessione ai capitali privati stranieri in particolare francesi e con la costituzione di società alle quali era concesso l'esercizio della linea e la garanzia di un interesse sui capitali anticipati e di un reddito minimo per chilometro ad esercizio iniziato (5). Le difficoltà finanziarie in cui versava lo Stato erano molto gravi. A p artire dal 1859 nonostante una costanza nelle entrate si registrò un progressivo aumento delle uscite e del disavanzo che, dai 41 O mil ioni nel 1860 e i 468 nell'anno della proclamazione dell 'Unità, raggiunse nel quinquennio 1861-1865 la somma di 2178 a fronte di 645 milioni di entrate (6). Al suo debutto nelle relazioni estere l'Italia unita si presentava con deficit di bilancio, che ne sminuivano il già precario prestigio internazionale, dovuto al ruolo dello Stato e
(3) C. GHISALBERTI, Storia costituzionale cl' Italia, 1849-1948, Bari 1974 pp.105-108. (4) G. LUZZATTO, Storia economica de/l' e1à moderna e contemporanea, parte seconda L'età contemporanea, Padova 1960 pp.373-376. (5) ID., op. cit. pp. 380-387. (6) ID., op. cit. pp. 372-379 12
della spesa pubblica nella organizzazione generale della nazione. Si cercò di coprire i disavanzi mediante l'emissione di rendita consolidata con la conseguente espansione del debito pubblico i cui titoli erano in buona parte appartenenti al capitale straniero che nel 1861, su un totale di 1860 in milioni di lire del periodo, ne possedeva 640 e quattro anni dopo su 4600 ne possedeva 1700. L'Italia che chiedeva l' ammissione al Concerto delle grandi potenze europee aveva la propria finanza nazionale sottoposta ai condizionamenti esteri, in particolare francesi, ed alle oscillazioni dei grandi mercati fin anziari internazionali dove erano trattati i titoli del debito pubblico italiano. In queste condizioni , la capacità contrattuale del nuovo Stato risultava molto ridotta. Dallo sviluppo de) piano ferrov iario dipendeva anche la ripresa delle principali città dei Regni regionali precedenti l'Unità che da questa avevano subìto un grave danno. In un'economia an-etrata e lenta nel suo sviluppo la presenza delle corti dei regnanti recava notevoli vantaggi. L a vi ta amministrativa ed economica oltre che politica ruotava attorno alla capitale che ne diventava il centro propulsore. Le relazioni internazionali tra gli Stati europei nel 1861 avevano come punto di riferimento il Concerto delle grandi potenze. Nato in funzione anti-francese dalla restaurata Europa conservatrice di Castlereagh e Metternich, per bloccare qualsiasi minaccia Parigi potesse portare con aggressioni esterne o moti rivoluzionari intern i all'ordinamento creato dal Congresso di Vienna, il Concerto rappresentò in seguito la volontà delle potenze vincitrici di Napoleone di incontrarsi e consultarsi ogni volta che l'equilibrio delle forze in Europa fosse stato minacciato e non soltanto dalla Francia. Di fatto il Concerto del quale fece parte Parigi dopo il breve periodo di quarantena post-napoleonico - trattato di Aquisgrana del 9 ottobre 1818 - fu un formi dabile strumento di conservazione e di limitazione dei danni provocati dagli attriti tra le potenze. Basato su di un sostanziale equilibrio delle forze divenne la cornice dentro la quale furon o discusse le principali crisi europee e i suoi membri tessero il proprio gioco di alleanze ed isolamenti. Quasi mai riuscì a fermare i cambiamenti nei rapporti di potenza, ma ebbe la capacità di diluirli nel tempo e di stabi lire un principio di consultazioni in presenza di una crisi, tra le parti in contrasto ed uno di intervento negli affari anche interni delle medie e piccole potenze in virtù del quale nelle Conferenze 13
di Troppau nell'ottobre - novembre 1820 e Lubiana nel dicembre dello stesso anno, il Concerto decise su iniziativa di Metternich di dare mandato all'Austria di restaurare con le armi il potere assoluto di Ferdinando di Borbone re delle Due Sicilie, il quale, nel luglio dello stesso anno, era stato costretto da una rivolta a concedere una Costituzione. L'Austria intervenne nel febbraio del 1821 e nell 'aprile successivo stroncando anche la prima esperienza statutaria di Carlo Alberto in Piemonte. Ad agitare le acque europee furono nel periodo 1861-1871 problemi nati nei decenni precedenti la cui complessa natura investiva la generalità delle relazioni tra le potenze del Concerto. La situazione interna dell'Impero Ottomano era molto grave e la costante crisi faceva prevedere come prossimo un crollo del sultano Abdul-Aziz il quale operò dei tentativi di riforma della struttura politico - amministrativa turca. Le riforme non diedero gli esiti sperati, ma la necessità di reperire capitali aumentò l'influenza straniera specialmente francese in Turchia. Fu con il concorso di capitali e capacità amministrative francesi che la Banque Impériale Ottomane fu creata nel 1863 e l'amministrazione del Debito Pubblico Ottomano organizzata due anni dopo. Nei confronti dell'Impero Ottomano si registravano due posizioni distinte: quella francese favorevole ad una spartizione delle future spoglie e di sostegno ai movimenti nazionalisti presenti nel territorio e quella inglese basata sul principio della conservazione dell 'integrità territoriale ottomana. Per la Francia si trattava di un altro aspetto della sua politica tesa a scardinare il sistema creato dal Congresso di Vienna, per la Gran Bretagna era più facile controllare uno stato in crisi che nuovi ed aggressivi stati galvanizzati dal nazionalismo e dalla voglia di espandersi. Il differente approccio alla crisi ottomana si rivelò nella questione rumena. I Principati di Moldavia e di Valacchia al Congresso di Parigi del 1856, conclusivo della guerra di Crimea, erano rimasti sotto sovranità turca, ma alla precedente tutela russa era stata sostituita quella europea. Napoleone III sosteneva I 'unione dei due Principati in chiara funzione anti-austriaca. Oltre l'Austria e la Turchia anche la Gran Bretagna era contraria. Con il sostegno russo la Francia riuscì a ottenere lo svolgimento di elezioni fatte in modo irregolare nella primavera del 1857 e conclusesi con la vittoria degli oppositori all'unione tra i due Principati. Le potenze 14
europee si schierarono: Francia, Russia, Prussia e Sardegna favorevoli a nuove elezioni ed all'unione dei Principati, Gran Bretagna e Austria contrarie così come il sultano. L'accordo fu raggiunto in questi termini: ci sarebbero state nuove elezioni, i Principati avrebbero potuto avere istituzioni in comune, ma sarebbero rimasti separati. Accordo denso di ambiguità che nel futuro avrebbe dato adito a numerosi problemi. Tra il gennaio del 1859 ed il mese successivo Valacchi e Moldavi scelsero quale loro principe Alessandro Cuza e ciò contravveniva al principio di separazione tra i due territori, ma, seguendo una prassi spesso utilizzata, il Concerto europeo accettò il dato di fatto e non ci furono interventi armati con grande soddisfazione di Napoleone III alla cui azione anti-austriaca si aggiungeva adesso la pedina rumena. Assieme all'Italia 1'altro grande fattore destabilizzante del già precario equilibrio europeo era costituito dalla Germania. Dopo il Congresso di Vienna era stata creata la Confederazione germanica della quale, oltre la Prussia ed altri Stati minori, faceva parte a pieno titolo anche 1' Austria la cui politica di carattere egemonico fatalmente si scontrava con que)]a prussiana. Il contrasto tra i due Stati era anche un contrasto dinastico tra gli Asburgo di Vienna e gli Hohenzollern di Prussia. Il problema unitario tedesco si presentava incanalato lungo due possibili direttrici: o lo si risolveva accettando la posizione dominante austriaca, oppure lo scontro con l'Austria sarebbe stato inevitabile. La vittoria austriaca di Olmtitz nel novembre del 1852 aveva temporaneamente bloccato l'ascesa dell'influenza prussiana nella Confederazione germanica. Il decennio 1850-1860 consolidò i rapporti economici tra gli Stati tedeschi con l' esclusione dell 'Austria, tramite uno sviluppo costante dell'industria e del sistema ferroviario che aggiungeva un importante tassello alla già forte collaborazione economica tra gli Stati della Confederazione consolidata dall'unione doganale del 1852. Nell'anno della proclamazione dell'unità d'Italia la Prussia di Guglielmo V di Hohenzollern tentava di rafforzare il proprio esercito e per reperire le necessarie risorse finanziarie il re entrò in contrasto con il Landtag. La crisi fu molto dura e Guglielmo, che non riusciva a spuntarla, pensò anche alla rinuncia al trono, ma alla fine accettò il consiglio del proprio ministro della Guerra von Roon e richiamò Bismarck dal suo posto di ambasciatore a Parigi per affidargli il compito di capo del 15
Governo. Bismarck avrebbe avuto un ruolo importantissimo nella politica estera italiana e lo si vedrà nel corso della trattazione, per il momento è necessario sottolineare come sin dal settembre 1862, quando a quarantasette anni assunse la guida del governo prussiano, avesse ben chiari i propri programmi, in seguito sfruttati dall'Italia per il raggiungimento dei propri obiettivi, nei quali prevedeva un riassetto dell'Europa centrale e un ridimensionamento del ruolo dell'Austria per giungere alla riunificazione tedesca. Questo l'obiettivo principale; gli strumenti avrebbero dovuto essere diplomatici per isolare l'Austria e tamponare le pressioni russe e francesi, militari per avere la forza a sostegno della propria politica. Un 'aspetto della strategia di Bismarck fu la posizione assunta dalla Prussia nella crisi polacca del 1863. A Vienna nel 1815 le tre potenze dell'Europa orientale non vollero restaurare la Polonia. Prussia e Russia avevano raggiunto un accordo in base al quale lo zar avrebbe avuto la Polonia e la Prussia la Sassonia. L'accordo di Kalish preoccupò Vienna e Londra e diede la possibilità alla Francia di Talleyrand di uscire dall'isolamento schierandosi a favore dell'Austria e della Gran Bretagna dal loro canto ansiose di assicurarsi il sostegno francese. I rapporti di potenza così creatisi determinarono la concessione allo zar della maggior parte della Polonia, espansione bilanciata con l'attribuzione alla Prussia dei territori di Polsen e della Prussia occidentale ed all'Austria della Galizia. Rispetto all'accordo di Kalish la Prussia non otteneva tutta la Sassonia bensì i due quinti . Lo zar Alessandro I invece di annettersi la Polonia se ne proclamò re costituzionale concedendo una Carta in virtù della quale i polacchi avrebbero goduto di libertà di stampa e di religione. Lo zar si riservava il controllo tramite la presenza di un viceré,J'amministrazione era in mano polacche e l'esercito era comandato da un generale russo , esisteva anche una Dieta eletta con suffragio ristretto. Pur essendo sottoposti allo zar i polacchi godevano di un certo margine di autonomia. L'opposizione interna comunque non cessò mai di esistere e, pur se frammentata e disorganizzata, era in grado di infiammare il paese. Così nel novembre del 1830 un'insurrezione che ebbe a pretesto la mobilitazione dell'esercito polacco per un suo impiego in Belgio, costrinse il vicerè alla fuga e scatenò una pesante reazione russa. Nel settembre 1831 1 russi 16
rientrarono a Varsavia ed i polacchi ebbero a pentirsi della dichiarazione d'indipendenza del 25 gennaio 1831. Nonostante il ripetersi di episodi di rivolta contro lo zar la situazione interna rimase stabile e nel 1862 Alessandro II decise di restaurare l'assetto costituzionale del primo periodo del regno di Alessandro I, ma l'intransigenza dell'area più radicale del movimento indipendentista portò al rifiuto della politica dello zar ed allo scoppio di moti insurrezionali a Varsavia nel gennaio 1863. L'unica potenza del Concerto europeo ad appoggiare la Russia nella repressione dei moti polacchi fu la Prussia di Bismarck. In base alla Convenzione di Alvensleben la Prussia si impegnava a controllare l'attività dei polacchi nei suoi territori dichiarandosi disponibile ad un intervento armato in territorio polacco a fianco delle truppe zariste, offerta che, per evitare poi il problema di dover far sloggiare le truppe prussiane, fu cortesemente rifiutata. Con l'accordo di Alvensleben, vista la scelta contraria a Pietroburgo di P arigi, Bismarck diede un buon colpo "Ila posizione della Francia e nell'Europa centrale sostenne la Russia guadagnandosene le simpatie, se non proprio la riconoscenza, appoggiandola sia contro Austria e Francia sia contro Londra e Torino, allo scontro con le quali portava la sua politica estera. 2. La prima crisi con la quale si confrontò la diplomazia italiana fu quella dei Principati danubiani. Cavour era favorevole ad una loro riunificazione su base nazionale ed in funzione antiaustriaca. La Russia propose una conferenza e Torino aderì all 'iniziativa (7) sollevando il problema della propria ammissione. Come successore del Regno di Sardegna quello italiano aveva il diritto di partecipare ad una eventuale conferenza in quanto mem- · bro del Concetto europeo orientale che vegliava anche sui territori turchi in Europa, ma non tutte le potenze che avrebbero dovuto pa1tecipare alla conferenza erano d'accordo sulla presenza italiana. Infatti ciò avrebbe comportato l'implicito riconoscimento del nuovo Regno. La resistenza principale era quella austriaca, ma anche la Turchia assunse una posizione poco favorevole all'Italia e notificò soltanto ufficiosamente la posizione che avrebbe assun(7) Archivio Storico Ministero Affari Esteri(== ASMAE), Costantinopoli, copialettere n.9 dispacci di Cavour a Durando del 17 gennaio e del 1° giugno 1861. 17
to di fronte alla questione della fusione dei due Principati. La posizione turca era di prudenza per un motivo essenziale: la presenza di uno Stato favorevole al principio di nazionalità ad una conferenza in cui questo sarebbe stato usato in funzione anti-ottomana avrebbe favorito la futura Romania, a ciò va aggiunto il timore turco di eventualì sbarchi garibaldini in Albania e di uno scambio tra le Venezie e l 'Erzergovina per cui l'Austria avrebbe dato all'Italia il Veneto ed in cambio si sarebbe allargata nei Balcani a danno della Turchia (8). Cavour decise di notificare alla Sublime Porta il titolo di Re d'Italia, assunto da Vittorio Emanuele II, e, sopiti i timori per sbarchi e scambi territoriali, la Turchia riconobbe il Regno d'Italia nella prima settimana di luglio. Il conte di Cavour non fece in tempo a vedere l'ultimo successo della sua diplomazia. Il 6 giugno 1861 l'artefice principale dell'Unità scomparve lasciando al suo successore Bettino Ricasoli un compito molto arduo da portare a compimento (9). Il problema che immediatamente si pose fu la forte divergenza circa gli obiettivi di politica estera tra il sovrano ed il suo primo ministro. Libero dalla fotte personalità di Cavour, Vittorio Emanuele varò una propria politica estera spesso in contrasto con quella del Governo e perseguì gli obiettivi scelti con una diplomazia segreta e con uomini legati per rispetto dinastico più alla Corona che al governo parlamentare. Ricasoli era convinto della necessità di consolidare lo Stato e renderlo effettivamente indipendente tramite l'eliminazione del condizionamento derivato dalla presenza francese a Roma; dunque precedenza alla Questione romana. Il re aveva come obiettivo prioritario la liberazione del Veneto e ciò avrebbe dovuto realizzarsi tramite una guerra europea in cui l'Italia avrebbe dovuto essere a fianco della Francia. Vittorio Emanuele pensava ad un conflitto scoppiato a causa di insmTezioni anti-turche in Erzegovina sostenute dal Montenegro e dalla Serbia, allo sbarco di Garibaldi in Dalmazia, all'insurrezione
(8) Documenti Diplomatici Italiani (=DDI), s. I ( 1861-1870), vol. I (8 gennaio-31 dicembre 1861) Roma 1952, vol. I., Durando a Cavour 8 maggio; Cavour a Durando 15 maggio; Durando a Ricasoli 6 luglio; D'Azeglio da Londra a Ricasoli 1O giugno 1861. (9) Atti parlamentari 1861 (= AA pp) pp. 1296 presentazione del 1° Ministero Ricasoli alla Camera. 18
degli ungheresi e per finire ad un intervento italo-francese contro l'Austria. Si trattava di una politica opposta rispetto a quella condotta da Cavour ed in parte da Ricasoli. In particolare tra il conte Camillo ed il barone esisteva una differenza riguardante il ruolo di Parigi. Il primo preferiva non giungere ad una completa rottura, il secondo aveva una posizione più intransigente, comunque entrambi gli statisti erano poco favorevoli alla bellicosa politica del re (10). Lo scontro tra il sovrano ed il Ricasoli fu molto duro e ritardò il riconoscimento italiano da parte delle Corti di Berlino e Pietroburgo preoccupate da un re che nei discorsi de)]a Corona parlava di stabilità e nello stesso tempo spingeva per una politica destabilizzante. Il 23 settembre 1861 si riunirono i capi missione del Concerto e della Porta e il delegato italiano Cerruti non fu ammesso per l'opposizione di Austria, Prussia e Russia che, a differenza di Francia, Gran Bretagna e Impero Ottomano, non avevano ancora riconosciuto il Regno d'Italia. Sullo scoglio della partecipazione italiana naufragò la conferenza, ma altri fattori avevano creato uno stato di crisi, in particolare la guerra di secessione degli Stati Uniti nella quale rischiava di essere coinvolta anche la Gran Bretagna. Con Londra impegnata nel conflitto americano l'Italia avrebbe perso il principale contrappeso alla presenza francese e Ricasoli che voleva eliminare l' influenza di Parigi sull'Italia ne era consapevole e ciò mitigò in pa1te la sua intransigenza, inducendolo ad accettare la proposta francese di un negoziato diretto tra le potenze del Concerto e l'Impero Ottomano. Sulla questione dei Principati la posizione di Torino era a favore dell'unificazione sotto il principe Cuza, ma con molta pmdenza per evitare di suscitare problemi con la Turchia. Infatti, pur sostenendo l'unificazione, l'Italia approvava che la Porta la limitasse al periodo dell'esistenza di Cuza e soltanto con il consenso delle altre potenze avrebbe votato in favore di una estensione duratura dell'unione. Rimettendosi alla volontà della maggioranza delle potenze del Concerto orientale, Torino mandava messaggi tranquillizzanti alle Corti d'Europa pur non venendo completamente meno alla sua visione dinamica della situazione (10) Cfr. F. CURATO, / primi passi dell'Italia nella politica internazionale, in "Il Politico" 1955, I, pp. 38 ss; e la politica estera del primo Ministero Ricasoli, in "Rassegna storica toscana" 1963, I. 19
europea. Alla fine dell'anno le assemblee di Moldavia e Valacchia votarono l'unione senza condizioni. Nella Conferenza consolare del 16 dicembre tra le potenze del Concerto prevalse la posizione italiana espressa dal console Strambio di non esprimere condanne o riserve sostanziali alla notifica dell 'unificazione. Si trattava comunque di una tappa nel cammino dell'indipendenza rumena che sarebbe stata proclamata nel maggio 1877. La prima esperienza internazionale dell'Italia non si chiudeva in modo positivo, il rifiuto aJla presenza italiana da parte delle Corti di Berlino, Pietroburgo e Vienna era stato netto e soltanto particolari situazioni avevano permesso la partecipazione italiana ad un dialogo diretto con la Porta. Sebbene negativa, la vicenda aveva chiarito quanto sarebbe stato difficile per l'Italia essere in Europa elemento di stabilità e nello stesso tempo sostegno degli ideali di riunificazione nazionale: non si poteva predicare l'ordine e contemporaneamente incoraggiare movimenti insurrezionali. Ricasoli, in pieno disaccordo con Vittorio Emanuele, optò per una politica priva di follie, soprattutto in Europa orientale dove l'eventuale rovesciamento della situazione esistente sarebbe avvenuto al buio in quanto i popoli balcanici erano divisi, ed avrebbe provocato solo il forte risentimento dell'Austria - militarmente forte - obbligando Torino a riavvicinarsi Parigi mantenendo dunque l'influenza francese su Il 'Italia che era l'esatto opposto di ciò che Ricasoli desiderava. Il re, però non demordeva sostenuto dal proprio rappresentante a Parigi conte Ottaviano Vimercati, il quale riteneva che un'eventuale crisi anglo-francese a causa del Libano avrebbe potuto portare ad una guerra tra Londra e Parigi e quest'ultima avrebbe accettato la guerra contro l'Austria schierandosi con l'Italia e consentendole di conquistare le Venezie. Vimercati non spiegava il proprio ragionamento rivelatosi in seguito privo di fondamento a tal punto che Napoleone III si rifiutò di ascoltare i piani di guerra di Vittorio Emanuele II chiarendo come l'Italia non alla Francia, bensì alla Russia dovesse guardare per una eventuale guerra nei Balcani. Una crisi provocata dall'Italia 1'avrebbe lasciata da sola a fronteggiare l'Austria perché Pietroburgo avrebbe temuto 1'estensione del moto rivoluzionario in Polonia ed era esclusa a qualsiasi titolo una partecipazione francese. Quest'ipotesi attribuiva alla Russia intenzioni da 20
essa non avute, ma ebbe il merito di bloccare temporaneamente l'attivismo del sovrano, dando un sostegno insperato alla politica di Ricasoli sempre più convinto della necessità di tenere lontano il re dalla politica estera e di rafforzare la struttura interna dello Stato. Il progresso delle nazionalità doveva essere seguito con attenzione e protetto, ma senza follie (11). Il contrasto tra il re e Ricasoli aumentava costantemente ed il sovrano continuò la conduzione parallela della politica estera creando problemi al Governo. Nonostante Ja fiducia del Parlamento Vittorio Emanuele riuscì a far cadere il Ministero Ricasoli con una crisi extra parlamentare sostituendolo, dopo le sue dimissioni, con Urbano Rattazzi (12). Questi era considerato, nel febbraio 1862, un politico al di sopra delle parti sia per la fiducia attribuitagli dal re sia per il prestigio derivatogli dall'essere presidente della Camera. In politica interna Rattazzi continuò l'opera di costruzione dell'apparato amministrativo dello Stato intrapresa dai suoi predecessori. Riuscì a far approvare dal Parlamento la legge 14 agosto 1862 istitutiva della Cmte dei Conti de] Regno d'Italia. Si portava così a compimento il disegno di Cavour di concentrare il controllo preventivo e repressivo in un magistrato unico ed inamovibile con la conseguente abolizione delle magistrature affini degli antichi Stati regionali. Compito della Corte era di vigilare su come 1'amministrazione utilizzasse il denaro dello Stato in maniera che avvenisse in modo conforme alla destinazione ed all'entità degli stanziamenti previsti nei bilanci preventivi. Le Camere non erano in grado di effettuare questo sindacato esaminando i bilanci preventivi e consuntivi per la grande difficoltà di verificare ]e singole voci di spesa. Alla Corte fu attribuito il compito di riscontrare la spesa decretata e impegnata da ogni singolo ministro con quella autorizzata in bilancio. Continuatore della linea dei precedenti governi in politica interna, in quella estera il Gabinetto Rattazzi sposò le idee della Corona. Infatti il presidente del Consiglio poneva al centro (11) DDT, s.I,vol.l Strambio a Ricasoli 19,20,28 e 31 dicembre; Ricasoli a Strambio, a Scovasso e Durio 18 dicembre 1861; Vimercati a Vittorio Emanuele 27 novembre 1861. (12)Aa pp.1861-62 pp.1461 dichiarazioni programmatiche alla Camera del I Ministero Rattazzi. 21
la questione veneta ed aveva attivamente collaborato alla stesura dei progetti insutTezionali nei Balcani tramite il sostegno alle forze nazionalistiche e con eventuali sbarchi di garibaldini. Il problema veneto fu riproposto in termini così duri da fare pensare ad un'imminente crisi con l'Austria (13). Rattazzi tentò di rifare il gioco cavouriano del sostegno e delle smentite, appoggiare cioè i moti nazionalisti e nello stesso tempo negare di averlo fatto proponendosi come fattore di stabilità. Tutte le potenze del Concerto reagirono negativamente. Russia e Prussia presero tempo per il riconoscimento e Rattazzi, che nel frattempo si era accordato con Garibaldi per dei piani insurrezionali nei Balcani, dovette lasciare al gen. Giacomo Durando gli Esteri per rassicurare le potenze del Concerto (14). Durando portò un contributo di prudenza alla politica estera italiana, gli obiettivi non mutarono, ma il modo di perseguirli divenne più consono alle limitate capacità di imporsi possedute dall'Italia in quel periodo. Da ciò una politica attenta, ma non interventista ad ogni costo nei Balcani, anti-austriaca, ma non al punto da aITivare ad uno scontro da soli. La crisi serbo-turca fu il primo banco di prova per il nuovo ministro degli Esteri. 11 15 giugno erano scoppiati disordini tra serbi e turchi a Belgrado e le forze dell'Impero avevano bombardato la città dalla fortezza occupata in base ali' art. 29 del trattato di Parigi. La posizione assunta dall'Italia fu di netta opposizione a qualsiasi forma d'intervento austriaco a fianco della Turchia, allineandosi così alle potenze del Concerto e di fatto isolando Vienna. Nel contempo Durando evidenziava l'interesse di Torino per tutto ciò che riguardasse l'Impero Turco allacciandolo a considerazioni generali legate alla posizione geografica italiana ed al fatto di essere l'Italia una delle potenze del Concerto orientale provvista quindi del titolo giuridico per intervenire negli affari dell'Europa orientale e dell'Impero Ottomano. Durando svincolava l'interesse italiano per i Balcani dal meccanismo di scambio: espansione dell'Austria nei Balcani, passaggio del Veneto all 'ltalia e dava un respiro più ampio alla politica estera di Torino. I diplomatici ita(13) DDI, s. I, vol. Il (31 dicembre 1861 - 31 luglio 1862) Roma 1959 Ricasoli a D'Azeglio 6 e 10 febbraio 1862. (14) DDI, s.l,vol.Il, Rattazzi a D' A zeglio 14 marzo 1862 ; Vittorio Emanuele al principe Napoleone 22 aprile 1862. 22
liani prudentemente non dovevano irrigidirsi su posizioni di poco valore, ma avrebbero dovuto tener duro sulle questioni attinenti i rapporti internazionali della Turchia, l'ordinamento delle provincie vassalle, gli interventi diplomatici od armati in esse e gli eventuali loro mutamenti territoriali. La cautela di Durando si basava anche sul timore comune a molti politici europei, di uno scontro - date le loro divisioni - tra i popoli dei Balcani. Dallo sviluppo della crisi serbo-turca nacque una nuova politica russa verso l'Italia. Il ministro degli Esteri russo principe Gorciacok ritenne di poter riavvicinare Pietroburgo a Parigi per ottenerne il sostegno nei problemi orientali riconoscendo l'Italia di Vittorio Emanuele. Il ministro russo chiese a Napoleone III di non ostacolare il ruolo della Russia se questa si fosse trovata a fare nei Balcani ciò che il Piemonte aveva fatto in Italia, Gorciacok auspicava una neutralità benevola. L'8 luglio 1862 la Russia riconobbe il Regno d'Italia e a Vittorio Emanuele li un fondamentale ruolo di garanzia contro le forze rivoluzionarie. La strumentalità del riconoscimento italiano fu evidenziata dal consenso di Gorciacok ad una eventuale ripresa dei progetti federativi di Napoleone III sull'Italia, con lo scopo ultimo di riportare i Borboni sul trono delle due Sicilie (15). La grande cautela dimostrata da Parigi nel1'accettare i progetti russi , dovuta anche ai problemi che Napoleone stava affrontando a causa dell 'intervento in Messico, non diede al principe Gorciacok i risultati sperati facendogli così sprecare la carta del riconoscimento italiano. Il quale era avvenuto in un momento in cui il problema serbo faceva nascere un attrito tra l'Italia e la Gran Bretagna dovuto alle differenti politiche verso l'Impero Ottomano: quella italiana di cauto sostegno delle forze nazionali in fermento, quella inglese di ferma opposizione a qualsiasi attentato alla integrità dell'Impero. Era un momento molto delicato da gestire. Torino era in opposizione con la prima grande potenza che l'aveva riconosciuta subito e senza condizioni e nello stesso tempo si trovava più vicina alle posizioni della Francia, dalla quale la divideva la Questione romana, e della Russia, da parte della quale il riconoscimento italiano aveva solo ( I 5) Per il testo integrale del dispaccio russo del 2 luglio, Thouvenel in DDI, s. I, v. Il. Circa le condizioni poste dalla Russia per il riconoscimento del Regno d' Italia DDT, s. I, vol. II. Thouvenel a Benedetti, Parigi l l giugno 1862. 23
una funzione strumentale. Soltanto con l 'Austria i rapporti erano molto chiari: di netto contrasto. Accettando i metodi del Concerto europeo l'Impero Ottomano acconsentì alla convocazione di una conferenza su lla crisi serbo-turca. E, come ogni volta che c'era una conferenza, alla presenza italiana erano decisamente contrarie l'Austria e la stessa Porta. Le prevedibili reazioni italiane per l 'esclusione, avrebbero offerto a Vienna un ottimo pretesto per farla fallire e per ridare vigore alla proposta di intervento austriaco nei Balcani. Il pericolo di stallo fu superato da una probabile pressione francese sul governo turco che accettò la richiesta fattagli dall' Italia di convocazione della Conferenza dei capi missione del Concerto orientale. Era stato su sollecito francese che il rappresentante italiano in Costantinopoli, Greppi, aveva fatto l'invito; all'accettazione della richiesta seguì l'invito del ministro degli Esteri ottomano Ali P asc ià a Greppi di par tec ipare alla Conferenza. A quattro giorni dalla prima seduta Ia Prussia riconobbe il Regno d'Italia. La reazione austriaca non si fece attendere ed all'apertura dei lavori il rappresentante di Vienna dichiarò che non avrebbe firmato qualsiasi atto al quale accedesse anche il delegato italiano a meno che questi non vi figurasse come rappresentante il re di Sardegna (16). La protesta austriaca non ebbe esito e l'Italia ottenne una piccola vittoria. La condotta italiana fu di grande cautela e tesa ad evitare un confl itto dagli esiti incerti. Si trattava di una politica fatta di piccoli passi, di rafforzamento delle nuove entità nazionali in funzione antiaustriaca. Alla Serbia, Torino consigli ava di non tirare troppo la corda con l 'Impero Turco e di ripiegare sul miglioramento delle condizioni interne. Gli stessi consigl i di moderazione erano fatti alla Porta ed alla fine la guerra che nessuno voleva tranne l'Aus tria fu ev itata. L'accordo firmato 1'8 settembre 1862 prevedeva il mantepimento della guardia nazionale serba, lo sgombero di Belgrado da parte della popolazione turca ed il mantenimento della fortezza dominante la città in mani turche, e quindi della presenza ottomana in Serbia sanci ta dall'art. 29 del trattato di Parigi. La Conferenza si chiudeva con un successo italiano. La Serbia si era consolidata, il ( 16) DDJ, s.l voi. Il, Durando a Greppi , 14 luglio 1862; Greppi a Durando 16 luglio; Greppi ad Ali Pascià 12 luglio 1862; Greppi a Durando 20-21 luglio 1862.
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conflitto era stato evitato, l'Austria era stata posta in posizione di isolamento ed il Regno d'Italia invitato ad una Conferenza internazionale del Concerto orientale (17 .) Al successo in politica estera corrispondeva una situazione di difficoltà interna. Un'altra crisi extra-parlamentare causò la caduta del ministero Rattazzi dimessosi il 1° dicembre 1862 per evitare un voto di sfiducia . Ad essere sotto accusa era la sua politica nei confronti dei garibaldini imputata di aver portato agli scontri di Sarnico ed Aspromonte ed al ferimento di Giuseppe Garibaldi. Era un periodo molto delicato della storia politico-istituzionale del nuovo Regno. I fatti avvenuti spostavano al di fuori delle aule parlamentari il dibattito politico. Iniziava anche il lento processo di sfaldamento della maggioranza politica liberale moderata al quale corrispondeva un aumento della presenza della Corona favorita dall'assenza di un leader carismatico come il conte di Cavour o autorevole come il primo Ricasoli. La Destra riusciva comunque ancora a trovare la compattezza per limitare le ingerenze del sovrano e continuare la costruzione dello Stato. Al governo Rattazzi successe quello Farini-Minghetti, al quale le Camere diedero una larga fiducia. In politica estera il nuovo Gabinetto si caratterizzò per il tentativo di rassicurare le altre potenze europee della posizione conservatrice e pacifica dell'Italia nel contesto internazionale. Il ministro degli Affari Esteri Pasolini indicava ai capi missione italiani di porre l'accento sullo sforzo riorganizzativo cui il Regno d'Italia si stava sottoponendo e di rendere più solidi i rapporti con gli altri Stati dimostrando che la nascita del Regno d'Italia era stata un progresso verso il consolidamento dell'equilibrio europeo. Dovevano altresì sottolineare come l'Unità avrebbe conservato il proprio carattere liberale e conservatore allontanando i timori di rivoluzioni mazziniane o garibaldine (18). Pasolini però non accennava a mutamenti negli obiettivi di politica estera. Le assicurazioni del ministro avevano solo un valore strumentale e rimaneva intatto nei (17) DDI s. I voi. Il, Greppi a Caracciolo e Durando 23 luglio 1862; Durando a Caracciolo , 2 agosto 1862, Scovasso a Durando 5 agosto e Durando a Scovasso 7 agosto 1862. (18) La circolare di Pasolini in DDI, s. I, voi. III. (1 ° agosto 1862 - 9 luglio 1863) Roma 1965 Pasolini alle legazioni ali' estero 20 dicembre 1862. 25
confronti dell'Europa il nodo centrale della politica estera italiana, da un lato una politica di conservazione e dall'altro di cambiamento in quanto per realizzare i propri scopi avrebbe dovuto alterare di molto il sistema che diceva di voler conservare. In effetti la posizione dell'Italia non era dissimile da quella delle altre potenze le quali, mentre si dichiaravano conservatrici dell'equilibrio, tessevano intricate tele per alterarlo a proprio vantaggio. Più che di potenza si trattava di equilibrio di impotenza in quanto i singoli Stati non erano in grado di affermare da soli i propri interessi e, mentre si preparavano militarmente in attesa di avere forze sufficenti al raggiungimento dell'obiettivo, sceglievano la cornice del Concerto europeo all'interno della quale regolare questioni e cercare alleanze. Un ulteriore banco di prova per la diplomazia italiana fu la crisi greca iniziata nell'ottobre 1862. La Grecia era sotto la tutela di tre grandi potenze, la Gran Bretagna, la Francia e la Russia e governata da un re straniero Ottone I di Baviera. La Russia assunse un ruolo molto attivo nel tentativo di risolvere la crisi e tentò di avvicinare la Francia al proprio punto di vista contrario all'ascesa al trono di una dinastia filo-britannica. Continuando la politica di prudenza sposata nella crisi serba, il governo italiano assunse una linea di rigorosa astensione da qualsiasi ingerenza. Non si voleva urtare la suscettibilità delle potenze tutrici. Vittorio Emanuele non era di questo avviso e propendeva per un atteggiamento attivo, interventista. Il re pensava ad un invio di truppe regolari in Grecia o ad una spedizione di volontari, pensava anche ad una eventuale candidatura sabauda al trono (19). Ciò avrebbe incontrato numerose difficoltà, in particolare da parte britannica essendo Londra sempre sospettosa verso la politica italiana nei confronti dell'Impero Ottomano in modo specifico e dell'Europa orientale in generale. Londra temeva che Torino spingesse verso una conflagrazione in modo da impegnare le forze austriache e occupare il Veneto. L'ipotesi di un Savoia sul trono greco non incontrò favori e le potenze protettrici si accordarono per un principe non appartenente alle loro case regnanti. La scelta cadde sul (19) DDI, s. I, voi. II Durando a Nigra 26 aprile 1862. Ottone di Baviera (1815-1867) ascese al u·ono greco nel 1833 per decisione della Conferenza di Londra (1832) fù costretto a rinunciare al potere in seguito a rivolte. 26
principe Guglielmo di Danimarca al quale il parlamento greco offrì la corona alla fine del marzo 1863. Legata ai rapporti angloitaliani era la cessione delle isole Jonie alla Grecia da pmte della Gran Bretagna. La .richiesta italiana di partecipazione alla conferenza che avrebbe sancito il passaggio di sovranità fu rifiutata sostanzialmente per gli stessi motivi che avevano portato all'esclusione della candidatura di un Savoia sul tro no greco. L'eccessivo presenzialismo italiano dei primi anni dell'unificazione serviva a dimostrare all'Europa che l'Italia c'era ed ogni partecipazione a conferenze e riunioni internazionali aggiungeva un tassello all'immagine di un'Italia potenza europea; esisteva però il forte rischio di irritare con la propria insistenza le altre potenze e spesso a causa di questioni di non eccessiva rilevanza. Le richieste italiane di partecipazione alla conferenza ebbero solo il risultato di innervosire notevolmente il premier britannico Palmerston, secondo il quale l'interessamento dell'Italia alla cessione delle isole alla Grecia derivava dal timore di un rafforzamento della posizione della Grecia nel Mediterraneo, dunque l 'Ttalia aveva un buon motivo per far fallire la conferenza e ciò rappresentava un'ottima ragione per non invitarla volendo invece la Gran Bretagna p011arla a compimento. Palmerston gratificò il ministro d'Italia a Londra D'Azeglio di una solenne lavata di capo paragonando l'Italia ad un parvenu la cui voglia di prender parte a tutto produceva solo una pessima impressione senza ottenere dei risultati. D'Azeglio consigliò subito dopo al proprio ministro degli Esteri Visconti Venosta, succeduto al Pasolini, di abbandonare lo stile avuto fino a quel momento nei confronti dei congressi. In altri termini il diplomatico proponeva una maggior discrezione nel modo con cui si richiedevano partecipazioni a convegni internazionali ed una più accurata selezione delle richieste. L'interesse italiano ed inglese alle sorti della Grecia era legato alla situazione delR 'Impero Ottomano del quale si aspettava il crollo in tempi non lunghi. Nell'attesa si cercavano le postazioni migliori sia per eventualmente partecipare alla spartizione delle spoglie, sia per premunirsi dai futuri problemi che sarebbero derivati dal crollo della Sublime Porta. ln tale contesto va esaminata la posizione della Francia, che non aveva accettato il coinvolgimento nella politica anti-britannica della Russia. Ciò aveva portato ad un raffreddamento dei rapporti tra i due imperi. II disimpegno 27
dall'intesa balcanico-danubiana con la Russia significava per la Francia togliersi dai pericoli di una eventuale guerra nei Balcani. Napoleone III si era impegnato a fondo nell'avventura messicana e non voleva rischiare un conflitto in cui probabilmente Austria e Gran Bretagna gli sarebbero state avversarie. L'imperatore francese aveva una visione dinamica della politica europea. Dinamica nel senso di giungere ad una revisione del1'assetto deciso nel 18 15 a Vienna. Un successivo coinvolgimento nei problemi orientali appariva come improduttivo e lontano dai reali obiettivi di Parigi. Il prestigio dell'imperatore era stato inoltre scosso dall'incerto esito della spedizione in Messico e dal rifiuto di Pietroburgo e Londra di operare un'azione congiunta per far cessare la guerra di secessione americana. Nel periodo che va dalla fine del 1862 ai primi mesi dell'anno successivo la posizione delle potenze è in via di ridefinizione. La Russia ha il proprio principale obiettivo nei Balcani. La Francia si sta rivolgendo verso l'Europa orientale e centrale. La Gran Bretagna mirava alla salvaguardia del precario equilibrio tra le potenze ed a mantenere integro l' Impero Ottomano. La potenza che aveva più problemi era però l'Austria che, oltre ai tentativi russi di espansione nei Balcani, doveva affrontare la questione veneta con l'Italia e quella più pesante dell'egemonia nella Confederazione germanica con la Prussia. 3. La crisi polacca fu vissuta in Italia con particolare attenzione sia per una naturale simpatia verso i polacchi in lotta per la propria indipendenza, sia per la possibilità d;i poterla sfruttare per riproporre la questione veneta. La Convenzione di Alvensleben aveva suscitato preoccupazione in tutta Europa. Per l'Italia la situazione si presentava piuttosto intricata. La decisione di associarsi alle iniziative 'internazionali andava nella direzione di opporsi alla Russia e la possibilità di sfruttare in favore del Veneto la crisi polacca era legata ad una eventuale guerra austrorussa dalla quale Vienna sarebbe dovuta uscire vincitrice, ingrandirsi nei Balcani e dare al! 'Italia, come compenso per la propria espansione, il Veneto (20). Tutto ciò era molto complesso soprat(20) DDJ, s. I., vol. III Pasolini a Nigra 18 febbraio J863; D'Azeglio a Pasolini 19 febbraio 1863. 28
tutto se si considera come i] progressivo allontanamento della Francia dai problemi balcanici ed il contrasto con la Gran Bretagna e l'Austria avessero di fatto isolato l'Italia la cui politica estera poteva trovare sostegno solo a Pietroburgo, con la quale le decisioni prese circa la questione polacca portavano ad uno scontro diplomatico. Data la complessità della situazione il ministro degli Esteri Pasolini consigliò la massima prudenza unita ad una costante attenzione per ciò che sarebbe accaduto: l'Italia doveva mantenere la propria autonomia pronta a sfruttare ogni possibile occasione. Napoleone III prese l' iniziativa per una soluzione pacifica della crisi, tramite un'azione congiunta su Berlino per bloccare gli effetti degli accordi di Alvensleben. L'imperatore francese pensava ad una nota alla quale avrebbero dovuto associarsi l'Austria e la Gran Bretagna. Il Gabinetto britannico si presentava diviso. Palmerston riteneva di dover fare l'eventuale rimostranza non a Berlino, bensì a Pietroburgo da cui la repressione aveva avuto origine. Il titolare del Foreign Office, Russell, era invece favorevole all'ipotesi francese. Alla fine Londra decise di astenersi dal tipo d'intervento proposto da Napoleone III e nella scelta entrarono considerazioni legate alla possibilità che una eventuale guerra contro la Prussia avrebbe potuto recare vantaggi territoriali alla Francia con conseguente alterazione del sempre più precario equilibrio europeo. Il Gabinetto britannico finì per fare un passo presso quello dello zar consigliando il ripristino della Polonia così come era stato previsto dal Congresso di Vienna; a Berlino furono riservate delle osservazioni di scarso peso. Nel periodo della crisi polacca Parigi era un focolaio di idee e non tutte a sfondo pacifico. La scelta di intervenire su Berlino e non su Pietroburgo, che in fondo aveva creato il problema, non era stata casuale e l'imperatrice Eugenia aveva avuto un ruolo decisivo prospettando anche un'alleanza con l'Austria per contrastare i progetti prussiani di egemonia nella Confederazione germanica. Ma il vero obiettivo francese era costituito da un cambiamento dell'Europa del Congresso di Vienna. Alla Corte asburgica furono sottoposti due piani entrambi di natura eversiva rispetto all'ordine stabilito nel 1815. Il primo prevedeva una duplice alleanza, offensiva e difensiva, l'Austria si sarebbe espansa in Slesia, in Bosnia, in Erzegovina e nei territori che avesse voluto a sud del Reno; la Polonia sarebbe stata ricostruita; la Prussia e la 29
Russia avrebbero ricevuto come compenso per i territori persi zone appartenenti all'Impero Turco destinato a scomparire; la Francia avrebbe avuto i territori alla sinistra del Reno divenendo così la terza potenza tedesca. Ai principi spodestati era riservata un'emigrazione forzata in America Latina. Il secondo piano prevedeva un coinvolgimento armato diretto italiano a fianco della Francia e della Svezia sempre contro la Prussia e la Russia; si contava sulla neutralità della Gran Bretagna e dell'Austria che in cambio del Veneto all'Italia avrebbe avuto la possibilità di espandersi in Germania e nei Balcani. I piani bellici francesi fallirono grazie alla prudenza dell'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe. A Vienna il timore per nuove avventure napoleoniche era più fotte di quello per l'aumentata influenza prussiana nella Confederazione germanica. Francesco Giuseppe non voleva impegnarsi legandosi le mani e contemporaneamente alla proposta francese rifiutò quella russa di una collaborazione sul modelJo di quella con la Prussia per reprimere i moti polacchi. L'imperatore d'Austria chiedeva allo zar un impegno chiaro sulla situazione danubiana e balcanica. L'attivismo francese non diede i risultati sperati. I piani di cambiamento dell'Europa del Congresso del 1815 rimasero inattuati, ma non per questo Parigi mutò i propri obiettivi. La proposta francese per un intervento tripartito su Berlino fallì principalmente per la forte caratura anti-prussiana datale da Parigi. Dall'inizio della crisi polacca l'unico passo concreto fatto rimase quello della Gran Bretagna su Pietroburgo richiedente la restaurazione della Polonia del Congresso. La Francia, la Gran Bretagna e l'Austria si presentarono in ordine sparso dinanzi alla crisi polacca. Dopo l'emanazione della nota il Gabinetto inglese invitò le piccole e medie potenze europee a fare un passo analogo. A differenza dell'iniziativa francese, quella britannica aveva un respiro più ampio svincolata dai propositi bellici parigini, ma aveva forse una minor capacità di pressione sulla Russia. Era comunque il massimo che Londra potesse fare. Se avesse minacciato una guerra sarebbe stata attratta dal meccanismo francese e per il governo di Sua Maestà ciò era l'ultimo dei desideri. Il ministro degli Esteri italiano aveva le idee ben chiare circa la posizione che l'Italia avrebbe dovuto assumere nel contesto della crisi polacca. Si trattava di un ruolo di mediazione tra Francia, Gran Bretagna e Austria. Naturalmente si sperava in una 30
eventuale cessione del Veneto da pmte dell'Austria (21). Nigra da Parigi e D'Azeglio da Londra comunicavano le posizioni dei governi presso cui erano accreditati (22). Pasolini, come al solito prudente, consigliò al marchese Pepoli di muoversi con cautela a Pietroburgo, il che significava di parlare con estrema riserva di ciò che avveniva in Polonia. Il tentativo italiano di giungere ad un 'intesa con la Russia sulla questione balcanica limitava le possibilità di intervento a favore della Polonia. Per non inimicarsi la Russia e per non restare al di fuori dell'eventuale soluzione della crisi, a Torino si optò per una misurata protesta a Berlino. Scelto inizialmente quasi come ripiego, l'appoggio alle tesi francesi assunse successivamente contorni più forti. In un discorso alla Camera, Pasolini dichiarò l'adesione italiana al principio di non intervento (23). L'equ ivoco della posizione italiana verso la Russia provocò la ferma reazione di Gorciakov. Pepoli da un lato avanzava proposte di collaborazione, mentre dall'altro faceva delle rimostranze anche se molto contenute sull'atteggiamento russo in Polonia. Gorciakov si richiamò alla situazione ital iana effettuando un paragone tra la repressione dell'avanzata garibaldina verso Roma culminata con gli scontri di Sarnico ed Aspromonte e quanto stava accadendo in Polonia e così come la Russia non chiedeva conto all'Italia di ciò che avveniva in casa sua, si aspettava che Torino facesse altrettanto. L'Italia poi era secondo il ministro russo Ja meno indicata a richiamarsi all'ordine stabilito a Vienna nel 1815, perché la sua stessa esistenza era una palese violazione di quell'ordine (24). La questione dell'intesa italo-russa nei Balcani fu affrontata dallo stesso Gorciakov il quale espresse una posizione d'attesa non escludendo un possibile accordo fondato su di un programma concordato, ma nello stesso tempo consigliava all'Italia di prendere l'esempio russo e pènsare a risolvere i propri problemi interni. (21) ivi. (22) DDI, s.I voi. III Nigra a Pasolini 20,25 ,26 febbraio 1863; D'Azeglio a Pasolini 26 febbraio 1863. (23) DDI, s.I, voi. III Pasolini a Pepoli 24 febbraio 1863; Pasolini a Nigra 25 febbraio 1863; il discorso di Pasolini del 26 febbraio 1863 in Atti parlamentari della Camera dei Deputati XXXIX pp.536-560. (24) ODI, s.l, vol. lii Pepo/i a Pasolini 24 marzo 1863; Pepo/i a Visconti Venosta 26 marzo 1863.
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Alla fine del marzo 1863 Marco Minghetti sostituì l'ammalato Farini nella carica di presidente del Consiglio e Visconti Venosta assunse la titolarità degli Affari Esteri al posto di Pasolini, il quale nonostante l'attivismo dell 'ultimo periodo lasciava il proprio dicastero senza grandi risultati rispetto ai noti obiettivi italiani. Il programma del Gabinetto Minghetti era basato sulla soluzione dei problemi interni con particolare riguardo al risanamento finanziario ed alla pacificazione del Meridione. Una politica di moderazione verso la Chiesa e nei rapporti con la Curia romana. Un politica estera cauta, in attesa di momenti più propizi al raggiungimento degli obiettivi che comunque non mutavano. E, proprio da questa politica d'attesa nasceva la necessità di mantenersi sciolti da vincoli limitanti la possibilità di scelta: bisognava mantenersi indipendenti. Politica da condurre con estrema attenzione per evitare il rischio di essere isolati. Era in quel momento forse la miglior politica estera che l'Italia potesse svolgere. La situazione europea era infatti molto confusa anche se il sistema del Concerto riusciva ancora ad assorbire i fattori dinamici e di disgregazione in esso presenti. Gli elementi dinamici erano rappresentati dal costante revisionismo francese, dal progetto bismarchiano di egemonia in Germania, dalla situazione balcanica e polacca e chiaramente dal mancato completamento della riunificazione italiana. Il sistema teneva perché i rapporti di forza politici e militari non consentivano ad alcuna potenza - per il momento - di essere in grado di affermare da sola i propri progetti. L'Italia, media come effettiva potenza, ma grande come ambizioni, aveva un percorso più accidentato degli altri Stati. Il programma di Visconti Venosta si sintetizzava nella espressione «indipendenti sempre, ma isolati mai» ed era difficile mantenersi indipendenti senza correre il rischio di rimanere isolati. Eventualità molto grave per uno Stato in fase di costruzione come l'Italia, temuta da un diplomatico come il Visconti Venosta che aveva una grande fiducia nelle azioni collettive in favore del mantenimento della pace (25). Il tentativo di dipanare (25) Per una sintetica analisi dell'opera di Visconti Venosta cfr. R.PETRIGNANI, Neutralità e alleanza. Le scelte di politica eslera del!' Italia dopo l'Unità , Bologna 1987; F. CHABOD, Considerazioni sulla politica estera dell'Italia dal 1870 al 1915 in Orientamenti per la storia d'Italia nel Risorgimento, Bari 1952; SIOria della politica estera italiana dal 1870 al I 896, Bari 1951. DDI, s.I, voi. III Visconti Venosta a D'Azeglio / 0 Aprile 1863. 32
1'intricata situazione nella quale Pasolini aveva lasciato l'Italia fu il primo obiettivo del nuovo ministro degli Affari Esteri, da raggiungere tramite un riavvicinamento alle posizioni di Francia e Gran Bretagna con una maggior attenzione alle relazioni con quest'ultima per riequilibrare l'eccessivo spostamento verso Parigi del periodo precedente. In linea con questa nuova impostazione l'Italia accettò l'invito rivolto dalla Gran Bretagna alle piccole e medie potenze europee di associarsi al tipo di passo moderato e ispiratosi al Congresso di Vienna, fatto presso la Russia e non la Prussia per tentare di risolvere la questione polacca. La rich iesta inglese era stata accettata per uscire dai pericoli cui portava la politica francese, ma allineava l'Italia alle piccole e medie potenze europee e ciò non era del tutto tollerato da uno Stato teso ad afferm ars i c ome grande pote nza. F ra ncia, Au stria e Gran Bretagna stavano discutendo sulla possibilità di un passo congiunto a Pietroburgo, immediata fu la rich iesta italiana di assoc iazione. La risposta di Londra, a cui la richiesta era stata fatta, fu negativa essenzialmente per due motiv i: la diffidenza verso la politica italiana nei Balcani in generale ed il desiderio di evitare complicazioni con Vienna già di per sé poco incline ad intervenire nella questione polacca. Il Gabinetto inglese covava un certo fastidio per le continue richieste di associazione a tutto ciò che avven iva di rilevante in Europa, rincrescimento che sarebbe esploso, come si è visto in precedenza, durante la cessione delle isole Ionie dalla Gran Bretagna alla Grecia. D'Azeglio da Londra era consapevole del malumore verso 1'Ita lia presente nel governo di Sua Maestà e manifestava il timore che se l'Italia avesse continuato a tentare di primeggiare con le grandi potenze queste sarebbero state ogni volta d'accordo per partito preso a bocciarne tutte le richieste. Anche Costantino Nigra da Parigi consigliava cautela nel domandare l'associazione al passo tripartito se avesse avuto luogo. La richiesta italiana cadde non per decisione di Torino, ma perché le tre grandi potenze non si mi sero d'accordo e optarono per agire separatamente, il Gabinetto italiano decise allora di non accettare l' invito britannico di passo collettivo e si mosse da solo. Esclusa la possibilit à di astenersi da ogni intervento, Visconti Venosta e Minghetti stabilirono che 1'Ital ia non si sarebbe richiamata al Congresso di Vienna, ma al rispetto del principio di nazionalità. Anche la Francia invitò le piccole e medie potenze 33
d'Europa ad operare separatamente, ma con lo stesso obiettivo a favore della Polonia, dei passi diplomatici su Pietroburgo. Parigi aveva scelto di seguire la strada inglese. In questa occasione l'Italia volle dimostrare di avere una politica propria ed autonoma rispetto a quella delle grandi potenze europee. Fu deciso di effettuare il passo per non rimanere esclusi dalla conduzione della crisi, ma senza far riferimento agli inviti ricevuti prima dalla Gran Bretagna e poi daila Francia, in tal modo si evitava di trovarsi sulla stessa posizione del l'Austria. La nota fu presentata a Pietroburgo come nata dal desiderio italiano di mantenere con la Russia rappo1ti di amicizia e fiducia. Torino si richiamava ai principi costitutivi del Regno d'Italia ed al loro rispetto, sottolineava l 'inutilitĂ della forza per risolvere i problemi e chiedeva allo Zar di adottare un sistema atto ad evitare per il futuro lo scoppio di crisi (26). La reazione russa fu molto dura. All'Italia fu imputato un comportamento non da grande potenza bensĂŹ da satellite nei confronti della Francia e della Gran Bretagna che la qualificava come avversaria della Russia mentre le due nazioni dovevano andare d' accordo visti gli interessi che in parte avevano in comune. Dando un taglio decisamente anti-francese al proprio discorso Gorciakov fece balenare al ministro italiano Pepoli, latore della nota, la possibile convocazione di un congresso generale che discutesse la politica d'espansione attribuita alla Francia di Napoleone III. II ministro russo conosceva bene il suo interlocu tore e le linee fondamentali della politica estera italiana. Un congresso in chiave europea significava per Torino la possibilitĂ di riaprire il discorso sulla Questione romana e su quella veneta. Da parte russa si trattava di un tentativo teso a distogliere l' attenzione dal problema polacco proprio mentre l'opera di repress ione continuava (27). L'esperienza del Congresso di Parigi conclusivo della guena di Crimea era ancora molto viva tra i diplomatici italiani e la speranza per un congresso era forte anche se spesso non giustificata, al punto che l 'assenza nella nota italiana di espressioni di condanna del Congresso di Vienna del 1815 era stata voluta per non mettere l'Italia in difficoltĂ per la pa1tecipazione ad un (26) DDI; s:l voi. III, Artom a Nigra, 18 Aprile 1863; V.Venosta a Pepo/i 19-29 aprile 1863; Artom a Nigra 24 aprile 1863. (27) DDI, s.l, voi. III Pepo/i a V.Venosta 30 aprile 1863. 34
eventuale congresso che sarebbe stata decisa in base ai Trattati del 1815 e per l'invito al quale Torino doveva basarsi sull 'accessione sarda ali' Atto fi nale di Vienna del 1815 (28). La possibilità di un congresso era comunque reale anche se non con le finalità russe. A proporlo era stata la Francia; l'oggetto doveva essere il problema polacco e la Gran Bretagna aveva accettato a condizione che avven isse dopo il periodo di armistizio da lei proposto. Le iniziative fallirono a causa dell'Austria timorosa dell'eventualità che si discutesse in un congresso del Veneto e della sua cessione ali ' Italia. Vienna in alternativa proponeva un programma di sei punti consistente in un ' amnistia generale, nella ri costruzione della Polonia del Congresso - ovvero secondo quanto stabilito a Vienna nel 1815 - unita ad una rappresentanza analoga a quell a concessa ai polacchi di Galizia da11 'Austria, la regolamentazione per legge della coscrizione militare dei polacchi e della loro utilizzazione nell'esercito zarista, autonomia amministrativa, possibilità di utilizzare la lingua polacca ed infine riconoscimento della libertà di coscienza e di culto. Come nell'aprile precedente Francia, Austria e Gran Bretagna si presentarono in ordine sparso e al posto di un ' azione congiunta furono presentate tre note separate respinte dalla Russia in maniera decisa. Pietroburgo non voleva interferenze straniere in Polonia e si dichiarava disponibile a consultazioni solo con Vienna e Berlino in quanto possessori di tenitori ex-polacchi. Rispetto all' ipotesi di convocazione di un congresso, l'Italia si comportò in una maniera abbastanza prevedi bi le adope rando s i per otte nere l 'invi to. A tale scopo il Gabinetto di Torino tentò di avere il sostegno di quello britannico per il quale non sussistevano problemi d ' ordine generale o di principio, ma se 1'Austria si fosse opposta, come appariva assai probabile, dovendo scegliere tra il congresso con 1'Austria e quello senza l'Austria, ma con l'Italia, avrebbe scelto la prima ipotesi. Nella costruzione dell ' ipotesi di congresso il ruolo che Vienna doveva giocare era per Londra superi ore a quello che l' Ital ia avrebbe potuto avere. Il congresso poi avrebbe dovuto svolgere una funzione stabilizzante e la presenza italian a rischiava di (28) DDI, s.l, voi. III , Visconti Venosta a Nigra 30 aprile 1863; Pepo/i a Vittorio Emanuele ed a Visconti Venosta 2 maggio 1863; V.Venosta a Nigra 9 e 12 maggio 1863; V.Vemwa a Pepoli 3 maggio 1863.
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riproporre il problema del Veneto e dei rapporti con l'Austria (29). La politica estera italiana non pativa soltanto le differenti impostazioni della Corona e del governo, ma anche quelle esistenti all'interno dello stesso ministero degli Affari Esteri. L'Italia stava perseguendo nella seconda fase della crisi polacca una politica di riavvicinamento alla Gran Bretagna e mentre Visconti Venosta da Torino e D'Azeglio da Londra lavoravano in tal senso il capo di Gabinetto del ministro, Artom, tentava un riavvicinamento alla Francia e preparava un piano di! riassetto territoriale sulla falsa riga di quello austriaco. L'utilità per l'Italia di tale progetto stava nella possibilità di accedere al congresso e di vedere la propria proposta argomento di discussione. Se questa fosse stata approvata avrebbe partecipato, in qualità di stato successore del regno di Sardegna, al protettorato della ricostruita città libera di Cracovia assieme alle altre potenze partecipanti al Congresso di Vienna, in sostituzione di quello esercitato dalla Russia, dalla Prussia e dall'Austria. Il piano di Artom prevedeva per le tre parti di Polonia delle costituzioni politiche separate e distinte da quelle delle tre potenze prima citate i cui re avrebbero avuto poteri analoghi a quelli del sovrano di Svezia sulla Norvegia, le tre regioni polacche, pur rimanendo sotto la sovranità dei rispettivi re di Prussia ed imperatori d'Austria e Russia, avrebbero dovuto essere riunite in una confederazione polacca con capitale Cracovia (30). Il piano di Artom era di difficile esecuzione soprattutto per la contraddizione in esso insita di voler creare tramite la confederazione un centro unitario che però sarebbe stato sottoposto all 'autorità di tre differenti potenze con le quali i rapporti non. erano tutti uguali. La proposta di Artom rimase inattuata e l'idea stessa di un congresso sembrava tramontare in particolare dopo la ferma opposizione russa ad un congresso avente come oggetto soltanto la Polonia e che di fatto avrebbe posto Pietroburgo nella posizione d'imputata. Il Gabinetto dello zar avrebbe sostenuto un congresso generale che si occupasse di tutte le questioni ed i problemi presenti in quel periodo in Europa. Progetto però non accettato (29) DDI, s.l, voi. Ili V.Venosta a Pepo li 9 maggio 1863; V. Venosta a D'Azeglio 9 e 12 maggio 1863; D'Azeglio a V.Venosta 12,13, e 14 maggio 1863. (30) DDI, s.l voi. III Pepo/i a V.Venosta 16 maggio 1863. 36
dalla Gran Bretagna in quanto Pietroburgo avrebbe voluto inserire nel novero delle questioni da trattare anche quella molto spinosa dell'abolizione delle clausole di smilitarizzazione del Mar Nero del Trattato di Parigi alla quale Londra non avrebbe mai consentito (31). I tentativi italiani di coinvolgimento nella questione polacca non davano frutti, anzi creavano complicazioni nei rapporti con le due potenze di riferimento Francia e Gran Bretagna e con la potenza con la quale si stava tentando un incontro sul terreno dei reciproci interessi balcanici, la Russia. Tutto ciò senza creare fastidi all'Austria e senza aver risolto nulla sotto il profilo territoriale. La vicenda polacca poneva in rilievo anche un altro elemento: la Gran Bretagna posta nelle condizioni di dover scegliere aveva scelto l'Austria, nel senso che, tra l'ipotesi di partecipazione italiana con esclusione dell'Austria e viceversa, aveva scelto la seconda, venendo cosÏ a mancare alla strategia italiana l'elemento equilibratore nei confronti della Francia, che a sua volta riteneva piÚ impo1tante la presenza dell'Austria rispetto a quella italiana, in funzione anti-prussiana. L'Italia in effetti non aveva molte carte da giocare per partecipare ad un eventuale congresso che se pur ci fosse stato avrebbe riguardato solo il problema polacco. L'opinione pubblica italiana, ovvero quel limitato numero di persone informato degli avvenimenti internazionali, era schierata con buona parte del Parlamento a favore della Polonia e spinse il governo ad interessarsi della questione quando forse sarebbe stato meglio aspettare un piÚ netto pronunciamento delle potenze (32). La questione polacca attraversava un periodo di stallo e la Russia continuava ad essere ferma nel proprio convincimento di non accettare un congresso; Austria, Francia e Gran Bretagna inviavano moderate note di protesta e Berlino non cedeva di un passo nella sua politica di accordo con la Russia. L'unico risultato concreto ottenuto dall'Italia era stato un peggioramento dei rapporti con la Francia e la Gran Bretagna. Per riparare tale situazione il Gabinetto Minghetti decise una missione confidenziale a Parigi ed a Londra. Si trattava di una iniziativa esplorativa circa i progetti anglo-francesi sulle principali questioni europee e su quella polacca in particolare. La missione fu (3 I) DDI, s.l, voi. III Artom a Nigra 13 maggio 1863. (32) DDI, s.l, voi. Ili Nigra a Minghetti 24 giugno 1863.
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affidata all'ex ministro degli Esteri Pasolini. Suo compito specifico era quello di rinsaldare i legami anglo-italiani. Minghetti riteneva si dovessero tutelare gli interessi nazionali in entrambe le ipotesi di soluzione della questione polacca con un congresso o con una guerra; il progetto di Artom era proposto con qualche variante come possibile soluzione. La Gran Bretagna, però, difficilmente avrebbe accettato le proposte italiane sia per gli obiettivi che per il metodo atto a realizzarli. La questione veneta era affrontata come al solito unendo il binomio: espansione dell'Austria nei Balcani; restituzione del Veneto all'Italia, ciò contrastava con la politica inglese di mantenimento dell'integrità dell'Impero Ottomano. Il progetto era poco realistico soprattutto in un momento in cui la capacità contrattuale di Torino su Londra era insufficente rispetto al fine perseguito. Il mezzo per arrivare ad un rimescolamento territoriale dell'Europa era ancor meno realistico dell'obiettivo da raggiungere. Si basava sull'eventualità di una guerra contro la Russia, combattuta da una coalizione come ai tempi della guerra di Crimea, della quale avrebbero fatto parte Austria, Francia, Gran Bretagna e Svezia. La coalizione avrebbe combattuto la Russia dopo essersi assicurata la neutralità della Prussia e della Confederazione germanica. Vinta la guerra il Granducato di Varsavia sarebbe stato ricostituito, posto sotto la protezione del Concerto europeo e neutralizzato sull'esempio del Belgio. Il tentativo di conciliare la spartizione della Polonia ed il mantenimento di un principio unitario si riscontrava nella decisione di creare un vincolo permanente tra le province polacche d'Austria e Prussia e il Granducato mediante un 'unione doganale; ai polacchi di Russia sarebbe stato concesso di scegliere il proprio sovrano tra i principi polacchi oppure un arciduca asburgico. Anche la Svezia avrebbe ottenuto qualcosa essendole garantita la restituzione delle isole Aland (33). La Gran Bretagna non era disposta ad impegnarsi in una guerra e nemmeno in un congresso. La sua netta posizione faceva crollare tutta la costruzione italiana eliminandone i presupposti e chiarendo come la Gran Bretagna si sarebbe opposta ad una eventuale (33) Cfr. Carteggio tra M. Minghetti e G. Pasolini, (d'ora in poi: Carteggio,) III, Torino 1929 pp.288-289; G. Pasolini, Memorie, Torino 1887 pp. 361 ss.
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partecipazione italiana ad un ipotetico congresso ed anche ad un'azione diplomatica congiunta per la Polonia essendo questa limitata ai soli firmatari dell'Atto finale di Vienna del 1815. La missione di Pasolini si era rivelata un fiasco sotto ogni aspetto. Apparentemente per mitigare il colpo inferto alle speranze italiane il ministro degli Esteri britannico Russe li chiese all' ambasciatore d'Austria se Vienna fosse disposta a negoziare la cessione del Veneto all'Italia ottenendo una risposta negativa. Il vero obiettivo di Russell era comunque un altro. Escludendo la cessione volontaria per ottenere il Veneto restava solo la guerra che però J'Italia avrebbe dovuto combattere da sola in quanto la Gran Bretagna non sarebbe stata favorevole a nuovi ingrandimenti territoriali della Francia. Londra limitava fortemente l'azione italiana. Escludeva uno scambio Veneto-Principati danubiani e di fatto imponeva all'Italia di non allearsi con la Francia in funzione antiaus triaca. La soddisfazione del presidente del Consiglio Minghetti per il dissiparsi delle nubi nei rapporti anglo-italiani appaiono non giustificate, ancor più se si considera che l'interesse positivo per le posizioni italiane fu espresso da Russell solo per le assicurazioni date da Pasolini sulla politica italiana nei Balcani ed in Oriente che non sarebbe stata filo -russa o filo-francese, ma comprensiva degli interessi inglesi visto che a Londra si offriva una cooperazione nelle questioni orientali (34). Alla fine della sua missione Pasolini si convinse che per l'Italia la cosa migliore sarebbe stata quella di aspettare, anche se in posizione d'isolamento, un chiarimento della situazione internazionale evitando di prendere decisioni compromettenti (35). Minghetti al contrario riteneva l'isolamento improponibile all'opinione pubblica italiana e legava la riorganizzazione dello Stato e la stabilità interna alla soluzione dei problemi veneto e romano. Il Gabinetto di Torino non appariva in grado di gestire fino in fondo la politica prevista da Visconti Yenosta, la paura dell'isolamento era troppo forte mentre la capacità d'attendere era molto scarsa. Se risulta comprensibile l'ansia di guadagnarsi un posto tra le grandi potenze europee lo è meno la caparbietà di perseguire disegni con st:rumen(34) Cfr. ivi: Pasolini a Minghetti, 24 luglio pp.291-293, 27-28 luglio pp.294-297. (35) ivi: Pasolini a Mingheui 10 agosto pp.309-315. 39
ti inadeguati. Il continuo proporre il binomio congresso-questione veneta non aveva dato frutti, ma era considerato l'unico mezzo a disposizione. La politica estera italiana continuava a seguire il solco tracciato da Cavour ovvero una internazionalizzazione dei problemi italiani i1Tisolti. Per uno Stato giovane e pieno di problemi e con una debole capacità di affermazione della propria politica estera poteva trattarsi di una impostazione corretta, il problema stava nella sua rigidità riguardo agli strumenti da usare, al punto da rendere prevedibili le mosse italiane. Una maggior flessibilità sarebbe stata necessaria soprattutto perché lo sfondo era cambiato. I due principali punti di riferimento, Francia e Gran Bretagna, avevano modificato il proprio atteggiamento nei riguardi di Torino. Parigi stava spostando l'asse dei propri interessi verso il Reno e la Confederazione germanica all'interno della quale temeva la forza crescente della Prussia, ciò significava che in funzione anti-prussiana l'Austria assumeva un ruolo molto importante e certamente superiore rispetto a quello italiano, dunque il sostegno di Napoleone III in funzione anti-austriaca non era più scontato. Londra aveva sostenuto il processo unitario in funzione anti-francese, ma adesso la politica di compensi in Oriente per l'Austria in cambio del Veneto faceva dell'Italia un fattore destabilizzante in un'area che la Gran Bretagna voleva invece mantenere tranquilla, timorosa di ciò che sarebbe successo se l'Impero Ottomano fosse caduto, anche il sostegno inglese sarebbe stato condizionato. Nell'agosto del 1863 l'Italia non aveva ancora ottenuto nulla di ciò che desiderava e l'offerta del trono del Messico da parte francese a Massimiliano d'Austria aumentava i timori per l'intesa tra Parigi e Vienna. In effetti c'era di più, in quanto l'imperatore dei Francesi aveva proposto un'alleanza all'Austria per fronteggiare le eventuali conseguenze belliche del problema polacco. La garanzia offerta da Parigi non riguardava il Veneto (36), ma Minghetti e Visconti Venosta ritennero fosse ormai inderogabile la soluzione della questione veneta di concerto o contro l'Austria, provocando con ciò un nuovo attivismo da parte della diplomazia italiana. Pasolini fu mandato a Parigi e dai suoi colloqui con l'imperatore i (36) ASMAE, Parigi, busta 198: Nigra a V.Venosta 19 febbraio 1864 (resoconto sulla crisi polacca); Gabinetto Registro Corrispondenzea Confidenzi,ùe, n. 9 V. Venosta aNigra, 1° novembre; Pmigi, busta 197: Nigra a V.Venosta, 7 novembre 1864.
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timori italiani ne usdrono rafforzati. Napoleone III, secondo il diplomatico italiano, riteneva positiva la posizione di Torino sul problema veneto perché così l'Italia avrebbe continuato ad aver bisogno della Francia e comunque Parigi non avrebbe preso, al meno nell'immediato, le armi contro l'Austria. Napoleone III con la sua politica nei riguardi della Polonia non aveva ottenuto risultati ed aveva dovuto ripiegare sulle posizioni della Gran Bretagna. Il sovrano francese aveva ricevuto il sostegno solo dagli Stati minori interessati per vari motivi alla soluzione della crisi. Adesso gli rimanevano due possibilità: accettare di continuare l'infruttuoso balletto diplomatico di note consegnate e ricevute condotto con l'Austria e la Gran Bretagna, oppure tentare con qualche nuova iniziativa, visto che la mancanza di alleati rendeva improponibile una guerra contro la Prussia e la Russia. Napoleone rilanciò l'idea di un congresso europeo pa1tendo dalla considerazione del rovesciamento dei trattati del 1815, la riunione doveva essere senza preconcetti ed ambizioni esclusive e con il principale obiettivo di ristabilire l'ordine necessario allo sviluppo dei popoli . Napoleone tentò di giocare d'anticipo sulle eventuali difficoltà e prima del discorso sul congresso diramò gli inviti alle potenze che avevano sostenuto la sua posizione nel corso della crisi polacca ed anche agli altri sovrani europei compresi i quattro regni della Confederazione germanica e la Dieta di Francoforte. L'iniziativa dell'imperatore era presentata come disinteressata e dominata dalla volontà di non trascurare nulla per ricostruire il governo del diritto in Europa. Pesavano sulla convocazione del congresso le conseguenze che sarebbero derivate da un suo mancato svolgimento. Senza un chiarimento basato sulla forza del diritto gli stati europei avrebbero finito per separarsi nella ricerca di altre vie finendo per urtarsi dopo essersi schierati secondo i propri interessi. Le idee sulle quali sarebbe avvenuta la scelta di campo delle nazioni europee sarebbero state la revisione dei trattati ed il mantenimento della situazione da essi prevista (37). Il desiderio di evitare una guerra o la possibilità che in un congresso le questioni che più direttamente le interessavano avrebbero potuto trovare soluzione, spinsero le potenze minori ad aderire all 'iniziativa di Napoleone III. A Londra e Vienna le reazioni furono (37) ASMAE, Parigi, ibusta 197. Circolare Drouyn 15 novembre I 864. 41
d'allarme. Si trattava delle due capita} i in cui si aveva il maggiore interesse per il mantenimento dello status quo europeo. Un congresso che volesse alterare la situazione esistente non poteva essere accettato. L'unica eventualità che forse avrebbe indotto la Gran Bretagna ad accettare l'invito si configurava nella possibilità di Napoleone III di fare la guerra, ma l'Austria, su cui il sovrano francese contava, si schierò a fianco della Gran Bretagna e Parigi da sola non avrebbe scatenato un conflitto. In tale situazione appariva prevedibile il rifiuto britannico e dopo un ulteriore chiarimento sulle intenzioni francesi e sugli .argomenti che sarebbero stati oggetto del congresso, Londra adducendo la mancata consultazione preventiva declinò l'invito. L' Austria si schierò sulla posizione britannica. La reazione di Pietroburgo ebbe un respiro più ampio. Il Gabinetto dello zar si mosse lungo due diretti-ici: non rifiutò subito l'invito al congresso, ma nello stesso tempo propose un accordo ai governi di Londra, Vienna e Berlino per opporre un fronte unito alle richieste francesi. Se il piano fosse andato in porto Pietroburgo avrebbe rovesciato la situazione isolando la Francia. Anche sulla proposta russa gravavano minacce di guerra così che la Gran Bretagna la rifiutò. Incassate le risposte negative delle maggiori potenze, Napoleone Hl abbassò il profilo della sua iniziativa, ma non l'abbandonò. In luogo del congresso suggerì una conferenza dei ministri degli Esteri degli Stati che avevano aderito alla prima proposta. Non è chiara l'utilità che tale mossa dovesse avere. L'assenso degli Stati minori sarebbe servito a ben poco senza quello delle maggiori potenze, Prussia, Austria e Russia che rifiutarono l'ulteriore passo. La Gran Bretagna era stata esclusa dall'iniziativa in quanto aveva senza condizioni respinto l'idea originmia di un congresso. L'idea di Napoleone non aveva dato alcun frutto, anzi la minaccia che il nome stesso del sovrano francese sembrava facesse pesare su Il 'Europa aveva spostato 1'interesse dalla questione russo-polacca alle idee revisioniste di Parigi, che alla fine si ritrovava in compagnia soltanto degli stati più piccoli e meno influenti non in grado di darle un sostegno adeguato, ma che guardavano a Parigi per riceverlo. Naturalmente il progetto napoleonico, non poteva non suscitare l'interesse italiano. Napoleone aveva mostrato finalmente attenzione ai piani di cambiamento territoriale italiani in Polonia e chiedeva all'Italia di svolgere un'opera di mediazione tra la Francia e la Gran 42
Bretagna per ottenere il riavvicinamento, sulle basi del progetto italiano. Costantino Nigra da Parigi informava che al congresso le questioni italiane sarebbero state discusse e Napoleone III era forse disponibile al ritiro delle truppe francesi da Roma (38). Con tali premesse il ministro degli Esteri Visconti Venosta accettò l'invito francese. Il rifiuto inglese molto netto mise in una posizione difficile l'Italia privata del suo ruolo di mediatrice tra Londra e Parigi, e con il problema di spiegare al governo britannico la decisione di accettare l' invito francese a partecipare al congresso. La posizione italiana fu illustrata con l'opportunità di dimostrarsi non favorevoli al mantenimento della situazione territoriale e politica europea sottolineando la necessità di un cambiamento da effettuarsi in modo pacifico attraverso un'assise internazionale. Torino dopo il diniego inglese si trovava in una delicata situazione in quanto svanivano le possibilità di un congresso e con esso i cambiamenti territoriali (39). Nonostante la posizione britannica e la scarsa influenza italiana sul Gabinetto di Londra, l'imperatore dei Francesi chiese un'ulteriore missione di Pasolini a Londra, per spiegare al Governo inglese la convenienza di aJlearsi con la Francia per risolvere il problema polacco con una guerra visto che aveva rifiutato il congresso (40). Non è chiaro in base a quali presupposti Napoleone III pensasse di indurre la Gran Bretagna ad un alleanza finalizzata alla guerra contro la Russia e la Prussia visto che Londra non aveva cambiato parere sulla necessità di non pennettere alla Francia un'espansione in direzione del Reno,. anche se la base di riassetto territoriale avrebbe dovuto essere, secondo Napoleone, il piano Artom. La risposta inglese fu negativa. La Gran Bretagna non era disponibile ad una guerra. Palmerston si pronunciò sulle altre parti del piano Artom ed implicitamente sull'impostazione data da Torino alla propria politica estera. La questione veneta avrebbe dovuta essere condotta separatamente e non inserita nel calderone dei problemi europei. Circa lo scambio tra il Veneto ed i Principati danubiani l'opinione del politi-
(38) Carteggio, cit.: Nigra a Minghetti , 15 ott. pp. 370-372; Minghetti a Pasolini, 25 ottobre, pp. 369-370, Nigra a Pasolini, 18 novembre pp. 375-376. (39) ASMAE, Gabinetto Registro Corrispondenza Confidenziale, n.9: V.Venosta a Nigra, 20-21 novembre e. a D'Azeglio, 4 dicembre; Parigi, busta 197: Nigra a V.Venosta, I° dicembre. 1864. (40) Carteggio, cit. Nigra a Minghetti, 30 novembre e 1° dicembre, 1864. 43
co britannico era che av rebbe dovuto avvenire in modo pacifico e con il consenso delle po~enze - Austria e Turchia - e delle popolazioni interessate (41). No.1sappiamo tuttavia come, mediante la proposta di un plebiscito, Pasolini pensasse di ottenere l'assenso all'annessione all'Austria delle popolazioni dei Principati interessati allo scambio. Fallita anche la missione di riavvicinamento anglo-francese, l'Italia doveva rispondere alla proposta francese di conferenza tra i ministri degli Esteri. L'invito fu accettato immediatamente e senza condizioni con la precisazione però che le questioni veneta e romana dovevano essere discusse, accanto a quelle polacca, dello Schleswig-Holstein e dei Principati danubiani. L'Italia dunque continuava nel tentativo di risolvere il problema del completamento del1'unità nazionale in una cornice europea. Stava cioè facendo l'esatto contrario di quanto aveva suggerito Palmerston (42). L'intenzione italiana era quella di convincere Napoleone ad accettare il punto di vista britannico sul Veneto e fare di ciò l'elemento principale di un riavvicinamento tra Londra e Parigi. Una stretta unione tra Francia e Gran Bretagna per appoggiare l'Italia sarebbe stata determinante per convincere l'Austria ad accettare l'eventuale scambio di territori. Prima di lasciare Londra all'inizio del gennaio 1865 Pasolini ebbe nuovi colloqui con il premier Palmerston ed il titolare del Foreign Office Russell ed ebbe la conferma del loro parere favorevole ad una cooperazione con il governo di Parigi per una soluzione pacifica della questione veneta. Non bisogna sopravvalutare la disponibilità britannica. Londra stava prendendo impegni, ma manifestava il suo assenso ad una soluzione che passava attraverso il convincimento dell'Austria, della Turchia e dei Principati e non diceva che si sarebbe adoperata in tale direzione. 11 senso della mossa britannica stava forse nel tentativo di staccare l'Italia dalla Francia per isolare Parigi e renderla più malleabile. Alla fine degli incontri la strumentalità della posizione inglese apparve più evidente: Palmerston consigliò Pasolini di attendere prima di sollevare ancora una volta la questione (41) Carteggio, cit.: Pasolini a Minghetti, li dicembre 1864; appunti di Pasolini, 14 dicembre 1864; Pasolini a Minghetti 17 dicembre 1864 e 18 dicembre; Pasolini a Nigra 26 dicembre 1864. (42) ASMAE, Gabinetto Registro Confidenziale Gabinetto, n.9 V.Venosta a Nigra, 24 dicembre 1864, Parigi, busta 197: Nigra a V.Venosta 29 dicembre 1864. 44
veneta. Secondo l'italiano, il premier inglese era più preoccupato della crisi dello Schleswig - Holstein che di quella veneta (43). Dopo i colloqui con Pasolini, Russell ebbe degli incontri con il rappresentante italiano a Londra D'Azeglio nel corso dei quali sottolineò come l'Italia avesse aderito agli inviti francesi non condizionando la sua accettazione a quella britannica al pari di quasi tutti gli altri governi europei. Così come in altre occasioni Russell, assumeva un tono di rimprovero verso l'impostazione e la conduzione della politica estera italiana. In questo caso le si rimproverava di fatto un'eccessiva autonomia, unita forse ad una mancanza di rispetto per il rango di grande potenza della Gran Bretagna. La risposta italiana fu puntuale e corretta, sottolineò D 'Azeglio come l'atteggiamento italiano non avesse inteso compromettere i rapporti con la Gran Bretagna, ma il governo di Vittorio Emanuele non poteva contraddirsi rifiutandosi di partecipare ad un congresso sui Principati europei dopo averlo chiesto insistentemente per tre anni. E così come appariva naturale che l'Austria si fosse appoggiata alla Gran Bretagna per far fallire il congresso, era altrettanto naturale che l'Italia si appoggiasse alla Francia per portarlo a buon fine. Le accuse di eccessiva amicizia con Parigi il diplomatico italiano ·1e ritorse su Londra dato che questa non offriva assistenza all'Italia per risolvere i suoi problemi con il conseguente rinvio nel tempo dell'indipendenza totale della politica italiana raggiungibile solo dopo che i problemi pendenti fossero stati risolti. Si confermavano così le idee del gen. Durando secondo il quale solo con il completamento dell'unificazione la politica estera italiana sarebbe diventata autonoma (44). Rientrando da Londra, Pasolini ebbe a Parigi due colloqui con l'imperatore disilludendolo sui risultati sperati della sua missione a Londra. La quale era sempre più decisa ad evitare una guerra contro la Prussia e la Russia per la Polonia. Su di un cosa Napoleone concordava con la Gran Bretagna: era necessario rinviare la questione veneta in quanto più urgente da risolvere era quella dei Ducati danesi. L'Italia doveva saper aspettare e bloccare gli eventuali eccessi provocati dal Partito d'Azione, fino a quando 1'intesa tra la Prussia e l'Austria, nata sul problema dei (43) Carteggio, cit., IV: Minghetti a Pasolini 8 gennaio 1865. (44) ASMAE, Londra, busta 183: D'Azeglio a \!.Venosta, 23 gennaio 1865. 45
Ducati danesi, non fosse finita. Una crisi con l'Austria sarebbe stata possibile solo con Vienna isolata ed in difficoltà nella Confederazione germanica (45). La crisi polacca era ormai giunta a conclusione e nell'aprile del 1864 la repressione russa completò il suo lavoro spegnendo le istanze indipendentistiche polacche. L'unica nazione che in realtà aveva ottenuto un utile era stata la Prussia di Bismarck che aveva tenuto duro alle pressioni francesi guadagnandosi la riconoscenz a dell'unico stato che potesse minacciarla da Oriente. 4. Nella primavera del 1863 le già tormentate acque europee furono agitate anche dalla questione dei Ducati danesi. La crisi polacca e quest 'ultima sembrarono darsi il cambio e più diminuivano le possibilità di una gue1Ta contro la Prussia e la Russia per la Polonia, più aumentavano quelle di una guerra tra la prima e la Danimarca. Federico VII di Danimarca, con le Patenti del marzo 1863 fece una riforma costituzionale che inve stiva i rapporti tra il proprio regno ed i Ducati, contravvenendo agli impegni internazionali presi nei due Protocolli di Londra dell'agosto 1850 e del maggio 1852 in base ai quali era obbligato a consultare le Diete dei Ducati prima di varare la loro unione costituzionale con la Danimarca, la quale era il presupposto di una futura annessione del Ducato di Schleswig-Holstein. La morte di Federico VII provocò gravi conseguenze legate alla successi,o ne al trono dei due Ducati. Cristiano di Glucksburg in base al Protocollo di Londra del 1852 divenne re di Danimarca con il nome di Cristiano IX. Il possesso dei troni ducali gli fu contestato dal principe tedesco Federico di Augustemburg, la cui sovranità fu riconosciuta da Principati e Regni minori della Confederazione germanica. Federico era sostenuto dal movimento liberal-nazionalista tedesco e per tale motivo non deve sorprendere se Austria e Prussia non solo non lo riconobbero, ma sostennero il rispetto degli impegni indicati nel Protocollo di Londra del 1852. L'interesse di Berlino e Vienna era di incorporare i Ducati nel proprio territorio. In particolare Bismarck voleva impedire il sorgere di un nuovo staterello tedesco su basi liberal-nazionali, proprio in un momento in cui il Cancelliere era in difficoltà con i liberali prussiani. Facendo (45) Carteggio, cit. IV: Pasolini a Minghetti, 6, 11221 gennaio 1865.
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leva sulla molla anti-liberale Bismarck convinse Vienna ad intervenire congiuntamente contro la Danimarca. Con la scusa di combattere gli effetti delle Patenti del marzo 1863, Austria e Prussia di fatto combattevano contro il movimento liberal-nazionale nei Ducati ed anche contro la decisione della Dieta di Francoforte espressione del liberahsmo-nazionalista tedesco - che il 14 gennaio 1864 aveva negato la propria sanzione ad un'azione militare contro i Ducati. Il contesto internazionale era comunque favorevole ad un intervento annato. La Russia era impegnata in Polonia e certamente non avrebbe fatto nulla contro 1'unico Stato che di fatto sosteneva la sua repressione. Francia e Gran Bretagna si presentavano divise a causa del differente approccio al problema polacco; l'Italia non poteva certamente contrastare da sola le forze prussiane ed austriache ed i problemi danesi rientravano solo marginalmente nella costruzione politica italiana . Nonostante le difficoltà la Gran Bretagna riuscì a riunire a Londra una Conferenza del Concerto europeo dal 20 aprile al 25 giugno 1864 che non ottenne risultato alcuno. La guerra austro-prussiana contro la Danimarca si concluse con la Pace di Vienna del 30 ottobre 1864. La Danimarca vinta dalle forze tedesche che erano penetrate nel suo territorio, cedette i diritti sui Ducati all'Austria ed alla Prussia congiuntamente. La questione era risolta riguardo alla Danimarca, ma si apriva un'ulteriore occasione di scontro tra Austria e Prussia. L'Italia non si intromise nella q uestione dei Ducati , ma ne seguì con apprensione la vicenda temendo che ad una eventuale annessione dei due territori alla Prussia potesse corrispondere una garanzia di Berlino per un'eventuale espansione compensativa austriaca in Italia. In effetti, a metà gennaio 1864, Bismark promise all'ambasciatore di Vienna che una eventuale annessione dei Ducati alla Prussia sarebbe stata compensata, ma non da una espansione austriaca nella Peni sola, come l'Italia paventava, bensì garantendo e permettendo ali' Austria di consolidare il possesso del Veneto. Non riuscirono a dissipare il timore di un accordo austro-prussiano relativo al Veneto neppure le assicurazioni date a Torino da11 'ambasciatore prussiano. Visconti Venosta riteneva reale il pericolo di un 'intesa. L'Austria diffuse voci circa una possibile diversione sul Mincio dell 'Ttalia per aiutare i danesi e per tentare di prendersi 47
il Veneto, approfittando della situazione. Il ministro degli Esteri italiano smentì categoricamente tale eventualità (46). Nel periodo della guerra per i Ducati, Visconti Venosta ampliò il respiro della sua azione iniziando a tessere rapporti con gli Stati minori della Confederazione germanica. Scopo ufficiale era ottenere il riconoscimento del Regno d'Italia dagli Staterelli della Confederazione che, fondati sul principio della legittimità dinastica, non lo avevano ancora fatto . Il motivo reale era quello di utilizzare la Confederazione germanica in funzione anti-austriaca e anti-prussiana. Il momento era quello giusto. Austria e Prussia avevano infl itto una forte umiliazione alla Confederazione attaccando la Danimarca, che aveva negato loro l'investitura dell'esecuzione confederale contro lo Schleswig-Holstein. Visconti Venosta puntò sul Regno del Baden e sulla Dieta di Francoforte invitandoli a rivendicare la loro libertà d 'azione, ad affermare nella loro politica estera il principio di nazionalità tramite il riconoscimento dell'Italia. Nella stessa direzione andavano i tentativ i fatti con la Sassonia ed il Wtirttemberg. L'Italia si presentava come campione dei diritti degli Stati minori e per aumentare le possibilità di riuscita della propria mossa in sede di preparazione della Conferenza di Londra, Visconti Venosta sostenne che se 1'Italia fosse stata invitata avrebbe appoggiato la partecipazione della Dieta di Francoforte proprio perché l'Austria avrebbe tentato di escluderla. Il progetto italiano andava oltre la crisi danese ed il riconoscimento del Regno da parte degli Stati minori; ma prevedeva un'intesa con il Baden - unico tra gli Stati della Confederazione ad aver riconosciuto il Regno d'Italia - che avrebbe potuto essere utilizzata come ponte tra la Germania e la Francia se Parigi avesse riconosciuto l'importanz,\ dell'iniziativa italiana. L'inserimento della Francia nel disegno italiano ne sminuiva la capacità d'affermazione. Oltre il Reno il nome di Napoleone suscitava solo brutti ricordi e unito al timore di eventuali reazioni di Vienna e Berlino provocò l'insuccesso del tentativo, nonostante si insistesse da parte italiana sul sostegno al prin(46) ASMAE, Parigi, busta 198. Nigra a V.Venosta, 11 febbraio 1864; Gabinetto Registro Conispondenza confidenziale, n. 9: V. Venosta ad Oldini, 24 febbraio: V. Venosta ai Ministri in Berlino, Francia e Carlsruhe 25 aprile 1864.
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cipio di nazionalità dato da Torino e Parigi (47). All'attivismo verso le Potenze Minori della Confederazione germanica si affiancava una politica molto cauta verso la crisi danese. Il ministro italiano a Copenaghen, Doria, aveva avuto istruzioni di perseguire una politica di riserva e di attesa. Il coinvolgimento italiano avrebbe dovuto arrivare al massimo a sostenere la necessità di un compromesso che potesse conciliare i diritti danesi con il rispetto dovuto al principio di nazionalità. Si trattava di un appoggio dato alle forze liberal-nazionaliste dei Ducati, ma )'Italia non poteva andare oltre in quanto troppo impegnata con i propri problemi interni. La conclusione negativa della Conferenza di Londra convinse il ministro degli Esteri italiano della bontà della sua politica di prudenza nella crisi danese (48). I problemi interni cui l'Italia doveva badare erano incentrati sulla Questione romana riportata in primo piano dalle aspettative create dalla morte del pontefice Pio IX ritenuta prossima. Il Gabinetto Minghetti temeva che il decesso del papa avrebbe potuto provocare una insurrezione di tipo mazziniano per la conquista di Roma con mezzi rivoluzionari. Il presidente del Consiglio era del parere che le forze mazziniane dovessero essere imbrigliate all'interno della politica generale del governo. Minghetti seguiva il solco della tradizione cavouriana di sfruttamento delle istanze rivoluzionarie per il raggiungimento del fine unitario. Il contesto internazionale favoriva poi una ripresa dei tentativi di soluzione della Questione romana. In particolare per la Francia che stava variando la sua posizione. Il cambiamento di Parigi rientrava nei canoni di comportamento delle potenze del Concerto europeo che quando si trovavano in condizioni di quasi o completo isolamento a causa del fallimento della propria politica cedevano all'aspetto di essa che riavvicinandola a qualche altra potenza avrebbe rotto l'isolamento. La Francia di Napoleone III negli ultimi due anni aveva ottenuto solo fallimenti. La questione polacca e quella dei Ducati danesi non avevano dato i (47) ASMAE, Gabinetto Registro Corrispondenza Confidenziale, n.9 V. Venosta a.cl Oldini, Nigra e de Barra!, 20 gennaio 1864, ad Oldini, 9 marzo 1864. (48) ivi: dispaccio Cerruti, 4 aprile 1864; V.Venosta ai Ministri in Berlino, Francoforte e Carlsruhe, 1°luglio 1864; Istruzioni per missioni all'Estero, Gabinetto, Registro 18: istruzioni ad Artom, ministro a Copenaghen, agosto 1867.
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risultati desiderati, anzi le proposte di Parigi erano state tutte respinte, la figura dell'imperatore all'interno risultava più s biadita, il suo prestigio intaccato e ciò era molto grave per un regime che utilizzava di sovente la politica estera per rafforzare il consenso interno. Per rompere l'isolamento in cui si trovava a causa della sua stessa politica Napoleone III scelse di cedere in parte sulla Questione romana perché era quella in cui avrebbe pagato il prezzo minore. In aprile fu comunicato a Torino che a determinate condizioni Parigi avrebbe ritirato le proprie truppe da Roma. L'offerta di Napoleone fu oggetto di discussioni e polemiche; il prezzo richiesto all'Italia era alto. La rinuncia a Roma capitale ed il trasferimento della capitale attuale da Torino a Firenze. Quest'atto avrebbe dovuto avere il significato di rinuncia effettiva al progetto di stabilire in futuro la capitale a Roma ufficializzato nel voto espresso dal Parlamento di Torino nel marzo 1861. Se l'Italia avesse accettato, la Francia si sarebbe impegnata a ritirare entro due anni le proprie forze da Roma l'Italia a sua volta si sarebbe impegnata a non invadere ciò che rimaneva del territorio pontificio e a tutelarlo da attacchi di altra provenienza. Il riferimento era abbastanza chiaramente rivolto alle forze mazziniane (49). Gli attacchi al governo Minghetti propenso ad accettare la proposta francese furono molto duri, in particolare i parlamentari piemontesi mal digerivano il trasferimento della capitale a Firenze ritenendolo un affronto alla città culla dell'unità nazionale. I profitti derivanti dall'accettazione dell'offerta francese erano superiori alle perdite. Si sarebbe ottenuto l'allontanamento di truppe straniere dal territorio nazionale e più in generale un riavvicinamento alla Francia; in caso contrario l'Italia sarebbe stata additata come l'attentatrice delle libertà del papa con il conseguente riaccendersi della Questione romana. L'accordo italofrancese fu firmato il 15 settembre 1864 e da ciò il nome di Convenzione di Settembre. Il trasferimento della capitale da Torino a Fi renze fu attuato ne l giugno 1865. L'accordo con l'Italia, se diede respiro su di un piano internazionale alla Francia (49) Cfr. L.M. CASE, Franco -italian relations 1860-1865. The Roman Question ancl the Convention of September, Filad~lfia 1962. Cfr. AA pp.18631864 pp.4179-4182 Crispi, Mazzini e la Convenzione cli Settembre; AA pp.1863-65 doc.265: Testo; Protocollo e reazioni della Convenzione. 50
isolata, sottopose l'imperatore agli attacchi dei clericali riducendo e di molto l'effetto positivo della Convenzione. La crisi dei rapporti austrn-prussiani era stata temporaneamente fermata dal com une intervento nella questione dei Ducati. Ma la conclusione stessa della guerra contro la Danimarca aveva inserito con la coabitazione politico-amministrativa nei Ducati un nuovo fattore di crisi. Il problema di fondo era sempre lo s tesso: il ruolo di potenza leader all'interno della Confederazione germanica. I rapporti tra Vie nna e Berlino sarebbero divenuti l'elemento caratterizzante la ·politica europea ed avrebbero avuto, come si vedrà, un ruolo determinante nella politica estera italiana. Q uella austriaca era condizionata dai problemi interni segnatamente economici in cui l'Austria versava. Vie nna praticava una pol itica d'immobilismo verso la Prussia dando così un implicito incoraggiamento a quella molto decisa esercitata invece da Bismarck. Questi riteneva sempre possibile l'uso della forza per realizzare il progetto un itario tedesco. Erano due i fattor i che spingevano il Cancelliere prussiano verso l'opzione bellica: la capacità militare prussiana collaudata in Danimarca ed il contesto internazionale. Dalle crisi polacca e danese la potenze del Concerto europeo erano uscite tutte più isolate ciò semplificava di molto i reciproci rapporti ridotti al loro aspetto mi li tare . L' unico pericolo per chi volesse regolare i propri conti con le armi era costituito dalla possibilità che l'eventuale crisi bellica funzionasse da fattore aggregante tra le potenze altrimenti separate ed in disaccordo tra di loro. Un tentativo per risolvere il problema politico-amministrativo dei Ducati danesi in modo pacifico fu fatto. Austria e Prussia si riunirono a Gastein ed il risultato degli incontri fu sancito 'dalla Convenzione di Sali sburgo de] 20 agosto 1865. In base a tali accordi lo scontro era soltanto e per un 'altra volta, rim andato . L'Austria ottenne l'amministrazione del ducato cli Holstein, la Prussia quella del ducato di Schleswig. L'elemento destinato ad infi ciare l'accordo stava nel mantenimento della sovranità congiunta sui due Ducati. L'intesa austro-prussiana preoccupò Napoleone III, il quale pur avendo subìto numerosi colpi nei tre anni precedenti, manteneva inalterato il proprio interesse per le faccende tedesche e per un 'eventuale espansione verso i territori renani . Napoleone era conv into cli poter sfruttare i contrasti austro-prussiani. Per evitare il pericolo di un'alterazione dello scenario inter51
nazionale al momento favorevole per la Pruss ia, Bismarck tentò di rassicurare l'imperatore francese. I due uomini si incontrarono nell'ottobre del 1865 a BiaITitz. Dal colloquio Napoleone trasse l'impressione di poter giocare un ruolo di mediazione al momento opportuno tra le due potenze tedesche o comunque d i poter sfruttare la crisi esistente per ottenere dei vantaggi. Un'affermazione in politica estera sembrava necessaria all'imperatore al quale arrivavano cattive notizie anche dal Messico. G li Stati Uniti non avevano mai riconosciuto la sovranità di Massimiliano d'Asburgo sul Messico e la fine della guerra di Secessione restituiva libertà di movimento a Washington. Già nell'aprile del 1864 il Senato statunitense aveva votato una risoluzione in base alla quale era definito contrario alla Dottrina di Monroe il riconosc imento di una monarchia fondata sulle rovine di una repubblica americana con l'auspicio di uno Stato europeo. Da parte statunitense iniziarono ad essere fatte pressioni sulla Francia prima per indurla a non sostenere 1'avventura di Massimiliano d'Austria, poi per obbligarla a sgombrare il suo corpo dì spedizione dal Messico. Parigi non era più in grado di sostenere l'onere militare e politico della spedizione in America Latina e dovette accettare le pressanti richieste statun itensi impegnandosi al ritiro delle truppe entro il 1886. Privo del sostegno francese, Massimiliano fu fucilato nel giugno dell'anno successivo. Le conferenze di Gastein e di Biarritz sancirono il debutto della politica del cance11iere di assicurazioni e contrassicurazioni che negli anni successivi avrebbe toccato il vertice. Gli accordi di Gastein con l'Austria servivano anche a bloccare o mitigare la pretesa francese sul Reno e comunque i tentativi di influenzare le politica prussiana, gli incontri di Biarritz, minacciando un 'intesa con la Francia, svolgevano la funzione di indebolire la posizione del!' Austria. Ciò avrebbe consentito alla Prussia di svolgere un ruolo di mediazione tra Francia ed Austria. Il ruolo che Napoleone III riteneva di poter svolgere tra l'Austria e la Prussia, la cui crisi dei rapporti riteneva imminente, in effetti lo avrebbe svolto Berlino tra Vienna e Parigi. Per l'imperatore dei Francesi si stava preparando una nuova sconfitta. Il Concerto europeo non doveva fare i conti solo con la crisi polacca, quella dei Ducati danesi, il contrasto austro-prussiano ed i problemi della Francia e dell'Italia, ma doveva confrontarsi anche con la nuova crisi nei Principati danubiani. Il principe Cuza 52
sciolse ne] maggio 1864 1'Assemblea unificata dei due Principati di Valacchia e Moldavia indicendo le elezioni per una nuova assemblea che avrebbe dovuto deliberare la revisione della Costituzione stabilita dalla Convenzione dell'agosto 1858. L'iniziativa metteva di fatto in discussione la sovranità turca sui Principati danubiani la cui situazione interna era critica. Una rivolta aveva costretto Cuza ad abdicare ed egli aveva risposto con lo scioglimento de1l 'Assemblea. Per la diplomazia italiana una crisi nei Balcani significava avere l'occasione di proporre all'Austria il solito scambio Veneto-Principati (50). Napoleone III fu contattato per conoscere la sua posizione riguardo all'ipotesi di scambio. L'imperatore ritenne possibile la proposta italiana e, rivelando il proprio interesse ne11a vicenda, consigliava una stretta collaborazione tra l'Italia e la Prussia per costringere eventualmente l'Austria alla guerra o comunque per metterla con le spalle al muro e consentire alla Francia di offrire lo scambio da sola o con la partecipazione della Gran Bretagna. La proposta italiana fu fatta anche a Londra. Le possibilità di ottenere un appoggio da parte britannica erano scarse in quanto le intenzioni italiane andavano contro la politica estera inglese nei Balcani. D'Azeglio, rappresentante italiano a Londra, si prese un'altra lavata di capo dal ministro degli Affari Esteri del Gabinetto britannico, Clarendon, il quale si espresse in maniera molto pesante nei confronti deI1a politica estera italiana, di una nazione che si riteneva alfiere dell 'indipendenza dei popoli e del principio di nazionalità e che poi tentava di utilizzare questi stessi popoli come merce di scambio per realizzare i propri obiettivi di politica estera. Clarendon rifiutò qualsiasi ingerenza britannica in quella vicenda di ipotetico scambio ritenendo che non si poteva disporre dei popoli come mandrie anche per uno scopo importante come quello italiano. Il ministro inglese insisteva sulla necessità di avere il consenso delle popolazioni interessate e que1lo della Turchia per sancire il trasferimento di sovranità. La crisi dei Principati si svolgeva in contemporanea con le trattative tra Berlino e Firenze per un'alleanza militare. Fu questo fatto nuovo - che (50) Nigra fin dal 24 febbraio sottolineava la possibilità di trar profitto dalla questione romena per risolvere quella veneta.
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svilupperemo più avanti - a spingere Londra e Parigi, che comunque aveva dichiarato la propria disponibilità a farlo, a chiedere a Vienna una risposta alla proposta italiana ritenuta vantaggiosa soprattutto perché avrebbe bloccato una possibile guerra. La risposta di Mensdorff ministro degli Esteri austriaco fu nettamente negativa. Vienna rifiutava il progetto italiano di scambio in quanto temeva che l'Italia avrebbe successivamente avanzato delle richieste riguardanti altri territori in possesso dell'Austria con particolare riferimento al Trentino (51). Il progetto di scambio non incontrò il favore della Russia dello zar Alessandro II; era ritenuto contrario agli interessi russi - probabilmente perché avrebbe provocato un rafforzamento della posizione dell'Austria nei Balcani - , un atto malevolo e, se necessario, Pietroburgo si sarebbe opposta con la forza. Il rappresentante italiano de Launay dichiarò di non conoscere tale progetto e che I'Italia si era comportata con amicizia verso la Russia (52). L'iniziativa italiana non aveva dato effetto alcuno e l'ennesima ipotesi di uno scambio Veneto-Principati danubiani era tramontata. Il governo turco tentò di sfruttare la crisi in atto per ritornare nel pieno possesso della sovranità dei Principati e propose l'invio di un proprio delegato a Bucarest accompagnato da rappresentanti delle potenze garanti lo status dei Principati!. La Francia invece, appoggiata dalla Gran Bretagna, prese l'iniziativa di demandare ad una conferenza la soluzione della crisi. La proposta seguiva un passo collegiale delle potenze garanti i Principati perché Costantinopoli si astenesse dal ricorrere all'uso della forza in Moldavia e Valacchia. La Porta fu così costretta a rinunciare al progetto di ristabilire la propria sovranità ed accettò la convocazione di una conferenza a Parigi a condizione però che la Convenzione del 1858 fosse considerata le sola base delle nuove deliberazioni collegiali. Il che comportava una ferma opposizione allo sviluppo dell'influenza austriaca nella Romania. Pietroburgo (51) ASMAE, Parigi, pacco 200; Nigra a La M armora 24 febbraio e 9 marzo 1866; Londra, 185: D'Azeglio a La Marmara, 1° marzo, 9, 11, 17, e 20 aprile 1866. (52) ASMAE, Pietroburgo, 206: de Launay a La Mormora , 28 febbraio , 7, 14, 17 e 28 marzo 1866. 54
si stava avvicinando alle posizioni inglesi su11 'Impero Ottomano. Lo zar identificò a metà marzo il pericolo del giorno nella tendenza a sconfessare gli impegni internazionali riferendosi all'intenzione dell'Assemblea rumena di eleggere un principe straniero alla guida dello Stato. Anche il ministro degli Esteri britannico Clarendon si schierava sulla stessa posizione - contraria a quella francese - precisando come in presenza delle disposizioni a calpestare i diritti sanciti dagli accordi da parte di certi governi le grandi potenze avessero il dovere di dare il buon esempio all'Europa, attestando il loro rispetto per il mantenimento dei trattati. L'Italia fu favorevole alle richieste rumene d'indipendenza e si mosse affermando due principi: quello del non intervento armato e quello del rispetto del fatto compiuto. Il governo di Firenze espresse un parere definitivo riguardo all'elezione di un principe straniero sul trono rumeno, lasciava il compito di decidere alla conferenza la cui libertà non doveva essere limitata, se non in caso di estrema necessità, tanto più che vista la rinuncia all'uso della forza i delegati avrebbero dovuto trovare soluzioni valide per tutti . La posizione italiana era molto vicina a quella francese ed il presidente del Consiglio gen. La Marmora sperava che anche Berlino si allineasse ad essa in quanto quei principì di nazionalità che la Prussia aspirava a veder trionfare in Germania potevano trovare compimento in Romania. La Marmora si augurava che l'opzione favorevole ad un non-intervento armato fosse giudicata positivamente da Pietroburgo ed espresse anche l'auspicio che alla Conferenza di Parigi il delegato russo si trovasse d'accordo più con l'Italia che con l'Austria. Firenze era certamente preoccupata che alle lunghe il nuovo atteggiamento russo potesse portare anche ad un accordo tra Vienna e Pietroburgo per l'Oriente. Va sottolineato come lo svolgimento della crisi rumena avvenisse in contemporanea con l'avvio delle trattative italo-prussiane per un'alleanza militare. La Conferenza si riunì quattro volte e rimase bloccata in una posizione di stallo. Italia, Francia e Prussia non erano favorevoli alla conservazione dell'unione dei due Principati ed ali' elezione di un principe straniero; la Gran Bretagna, la Russia ed in parte l'Austria erano favorevoli alle posizioni turche. Lo stallo durò fino al 31 marzo 1866 quando la Conferenza fu superata dagli eventi. Il giorno precedente, la Luogotenenza principesca di Bucarest, in funzione di governo 55
provvisorio, aveva sciolto l ' Assemblea e convocato i comizi elettorali. Il timore che da ciò potesse scaturire un'evoluzione in senso repubblicano della Romania indusse la Gran Bretagna ad accettare l'ipotesi di un principe straniero eletto purché si fosse trattato di una persona affidabile ed in grado di non commettere gli errori che gli altri principi stranieri avevano commesso negli Stati in cui avevano governato. Londra sperava in un principe in grado di bloccare i movimenti rivoluzionari interni. Impossibilitate a raggiungere una soluzione di compromesso le potenze presenti alla Conferenza trovarono l'accordo su di un testo mirante a salvaguardare i loro interessi e quelli della Porta. C i ò s ignificava mantenere la sovranità di Costantinopoli sui Principati. Contrariamente alle aspettative la posizione italiana alla Conferenza di Parigi era stata molto criticata da Pietroburgo che rimproverava a Firenze una politica estera troppo vicina alle posizioni francesi a] punto da dipendere da Parigi per ogni decisione. Il rappresentante italiano a Pietroburgo de Launay ribatté alle critiche dichiarando che fin quando la questione veneta non fosse stata risolta, l ' Italia sarebbe stata costretta ad avere riguardi verso la Francia. De Launay sottolineava come in realtà l'Ita lia desiderasse una maggiore intimità con la Russia considerata un alleato naturale (53). I romeni erano spinti ad agire dall'inefficienza dimostrata dalla Conferenza di Parigi, dal sostegno di Napoleone III e dal montante contrasto tra Italia, Austria e Prussia. Neanche la Gran Bretagna era disposta ad un conflitto armato, anzi aveva improntato il proprio atteggiamento sulla necessità di evitarlo. Le ultimi fasi della crisi rumena si svolsero mentre si acuiva quella tra Berlino e Vienna. L'alleanza italo-prussiana fu firmata 1'8 aprile, il 9 Bismarck propose alla Dieta di Francoforte il progetto di riforma confederale, l' 11 di aprile un proclama del governo provvisorio indiceva un plebiscito sulla scelta del principe Carlo Luigi di Hohenzollern-Sigmaringen come successore di Cuza. Italia e Francia furono per il riconoscimento del fatto compiuto, la Prussia si allineò alle loro posizioni, la Gran Bretagna temeva che l ' insediamento di un Hohenzollern a (53) Circa l'atteggiamento nisso di fronte ad un eventuale conflitto austro-prussiano, ASMAE, Pietroburgo 206: de Launay a La, Marmora, 2, 11 e 15 aprile 1866. 56
Bucarest avrebbe potuto avere funzione anti-austriaca, per lo stesso motivo J'Austria fu contraria, la Russia, mantenendo la propria politica di antirevisionismo e di opposizione a qualsiasi presenza straniera nei Balcani, dichiarò di non essere favorevole al superamento della Conferenza da parte dei rumeni e propose una nuova convocazione della s tessa. Pietroburgo avrebbe chiesto durante i lavori l ' annullamento di tutte le misure adottate dai Principati dopo la caduta di Cuza e, richiamandosi al rispetto del Protocollo del 6 settembre 1859 in base al quale Cuza aveva ricevuto la sanzione a vita della propria elezione, avrebbe spinto per l'invio a Bucarest di un commissario ottomano con delegati delle potenze garanti. La mancata accoglienza da parte rumena degli invitati o il loro mancato ascolto avrebbe dovuto provocare l'esercizio di mezzi coercitivi. La Russia si allineava così del tu tto alle po sizioni turche. Alla possibile intesa russo-turca favorevole ad un intervento armato corrispose il riavv icinamento inglese alla posizione francese e di fatto anche a quella italiana. Londra temev a i 'eventuale crollo nei Balcani dell 'lmpero turco. Sul rico noscimento dell'insediamento del principe tedesco e sul possibile intervento armato si incentrarono tutte le sedute della Conferenza la cui vita non fu mai facile ed i ris ultati ottenuti scarsi. La crisi si acuì il 22 maggio 1866 con l'arrivo a Bucarest del principe eletto. La Conferenza dovette allora accogli ere le proteste del delegato turco Savfet Pascià contro le flagrant i e ripetute violazioni dei trattati da parte romena. Costantinopoli dichiarava illegali tutti gli atti compiuli per insediare il principe Carlo sul trono rumeno e si riservava l'uso di tutte le facoltà consentitegli dai Trattati per ristabilire il rispetto della legalità. Il diritto cli intervento armato così esplicitamente richi es to clall 'Impero Ottomano fu contestato dalla Fùrncia. Parigi si basava sulla assenza di d isordini interni in Romania e s ul mancato consenso delle potenze garanli per bloccare l'intervento ottomano. La Sublime Porta tentò di attirare a sé Londra puntando s ul principio di integrità dell'impero al quale i governi britannici avevano dato sempre il proprio sostegno. La Gran Bretagna non acconsentiva ad alcuna manovra al di fuori dal Concerto europeo ed avrebbe appoggiato l'intervento solo nel caso in cui fosse s tato riconosciuto come necessario dalla Conferenza i cui lavori, pur se stancamen te, continuavano. Si 57
trattava di dichiarazioni molto importanti in quanto segnavano un cambiamento della politica inglese verso l'Impero Ottomano. Londra, condizionando l'intervento armato al consenso delle potenze garanti presenti alla Conferenza e soprattutto avvicinandosi alla posizione francese e di fatto anche a quella italiana, inseriva un fattore di flessibilità, di possibilismo revisionistico nella sua politica nei Balcani. Il mutamento britannico deve essere giudicato alla luce del fatto che in quel periodo dominava la scena politica europea non il problema rumeno bensì la crisi austro-prussiana ed il pericolo che sfociasse in una guerra alla quale avrebbe partecipato anche l'Italia. Londra attraverso la Romania si stava riavvicinando alla Francia, ma ciò avveniva solo in funzione anti-prussiana e con il grande limite del costante timore inglese per una possibile espansione francese verso i territori renani. I Principati erano decisi a resistere con le armi ali' eventuale intervento turco. Il Governo di Firenze era contrario ad ogni intervento armato nei Principati essendo l'Italia fedele(!) al principio della non coazione della volontà delle popolazioni. Costantinopoli ebbe soltanto il fermo sostegno di Pietroburgo. Gorciakov giustificava il possibile intervento turco qualora la Conferenza non avesse risolto il problema della violazione degli accordi da parte rumena. Se i delegati non fossero riusciti a fare nulla di concreto nel senso desiderato dal Gabinetto dello zar, questo avrebbe richiesto la fine degli incontri (54). La Conferenza si riunì per l'ultima sua seduta, la decima, su richiesta russa il 4 giugno. L'azione a favore di un intervento armato fu espletata dai delegati turco, russo ed anche austriaco. Gli ultimi lavori si svolsero in un'atmosfera di tensione per l'imminente guerra austro-italo-prussiana. Le posizioni delle potenze partecipanti rimasero invariate e lo stallo favori il fatto compiuto. Pietroburgo coerentemente con quanto espresso in precedenza, decise di chiedere lo scioglimento della Conferenza a causa della sua impossibilità, ampiamente dimostrata, di adottare misure atte a ripristinare il rispetto della legalità in Romania (55). (54) ASMAE, Pietroburgo, 206: de Launay a La Marmara, 25 maggio e 2 giugno 1866. (55) cfr. Ministère des Affaires Etrangères. Les Origines diplomatiques de la guerre du 1870-1871, Vl-Vl!J. 58
Ma la stessa ultima riunione non si tenne a causa dello scoppio della guerra tra Austria, Prussia ed Italia e la conseguente impossibilità dei delegati delle tre potenze belligeranti di sedere allo stesso tavolo di trattative. La richiesta russa fu accolta solo in parte, nel senso che le altre potenze ammisero solo la sospensione dei lavori della Conferenza che in seguito avrebbe potuto riunirsi di nuovo. Alla fine, dunque, la questione rumena trovava un temporaneo arresto con la sconfitta delle posizioni della Turchia. Il Concerto europeo aveva patito un altro colpo ed aveva finito con l'accettare l' unificazione tra Moldavia e Valacchia sotto lo scettro di un principe straniero. Alle potenze del Concerto orientale rimaneva ormai 1'ultima funzione di tutela dell'Impero Ottomano, garantendo per il mantenimento della sua sovranità sulla Romania. L'Italia aveva tentato di sfruttare la questione rumena in funzione delle proprie esigenze interne e non c'era riuscita a causa della ferma opposizione austriaca. Di tutta la vicenda è forse questo il riflesso più importante. Le richieste italiane di cessione del Veneto da parte dell'Austria che avrebbe ricevuto in cambio i Principati danubiani avvennero in contemporanea con le trattative con Berlino per un'alleanza militare che aveva come scopo proprio la conquista del Veneto. Se l'Austria avesse accettato lo scambio avrebbe tolto all 'Italia l'elemento determinante all'alleanza con la Prussia. 5. In Italia il governo Minghetti cadde per una gravissima crisi extraparlamentare e con il decisivo intervento di Vittorio Emanuele. Il re non aveva ben accettato il trasferimento della capitale da Torino a Firenze in base alla Convenzione di Settembre con la Francia e colse l'occasione dei disordini scoppiati e duramente repressi a Torino, per licenziare Minghetti. Scavalcando il Parlamento con l'uso della sua sola prerogativa nominò il La Marmora a capo del nuovo esecutivo. Vittorio Emanuele ebbe comunque l'accortezza di non imporre mutamenti alla linea politica della Destra e la Convenzione di Settembre rimase in vigore. Il re, comunque, aderiva in linea di massima alle tesi liberal-moderate della Destra sia in tema di politica estera relativamente alla Questione romana, che sugli argomenti riguardanti la difficoltosa organizzazione dello Stato. In tale contesto il Gabinetto La Marmora continuò l'opera del Minghetti per l'unifi59
cazione legislativa ed amministrativa dello Stato e fu in grado di far ratificare dalle Camere con un ampio suffragio la Convenzione ed il conseguente trasferimento della capitale del Regno da Torino a Firenze. Il momento era molto delicato oltre che sotto il profilo della politica estera anche per quello della politica interna. Sul piano normativo esistevano ancora tante differenze tra gli ex Stati regionali ora parte di una unità politica e si trattava di trasferire il concetto dell'Unità dal terreno ideale a quello estremamente concreto dei rapporti giuridici tra i cittadini e tra questi e le nuove istituzioni. Il Gabinetto La Marmora richiese al Parlamento gli strumenti atti a superare lo stallo raggiunto nel processo di unificazione giuridico-amministrativa dello Stato. Stallo provocato dal rilevante numero di provvedimenti in discussione presso le commissioni delle Camere. La Marmora domandò una delega legislativa per emanare con decreto governativo le leggi ritenute necessarie al completamento o forse è meglio dire all'inizio del processo unitario amministrativo. Il presidente del Consiglio di fatto desiderava un vasto potere d'intervento che lo Statuto del Regno non prevedeva e la facoltà di introdmTe nelle norme da promulgare tutte quelle modificazioni ritenute indispensabili per motivi di coordinamento legislativo o per altre ragioni di carattere tecnico. Il clima divenne incandescente in Parlamento. La Sinistra accusò il Gabinetto La Marmora di comportamento contrario allo Statuto in generale e di averne violato l'art. 55 che prevedeva da parte delle due Camere l'approvazione articolo per articolo di ogni proposta di legge. Forte dell 'appoggio del re e sfruttando la flessibilità della Carta statutaria, il Gabinetto La Marmora riuscì a giungere ali' emanazione della legge 20 marzo 1865 n. 2245 sulla unificazione amministrativa del Regno. Con l'emanazione di tale legge l'opera della Destra storica di costruzione dello Stato unitario raggiunse 'il suo momento più alto, ma segnò anche l'inizio di una fase decadente. Il Gabinetto La Marmora riuscì comunque a restare in carica, nonostante le gravi difficoltà economiche ed il risultato delle elezioni del 22 ottobre 1865 in cui la Sinistra aveva ottenuto un incremento di voti e la rappresentanza liberale moderata si era in parte frantumata su basi regionali. Il La Marmora rimaneva al governo più per il disaccordo tra gli avversari che per effettiva sua forza. I contrasti all'interno del governo c'erano e vertevano 60
sui rapporti tra il presidente del Consiglio e i due più autorevoli ministri Sella e Lanza, tra i quali regnava scarsa armonia. Lo stesso Ricasoli, che voleva tornare al governo a capo di una coalizione di moderati ed esponenti della Sinistra sfruttando un momento dì crisi provocato dalla messa in minoranza dell'esecutivo alle Camere su di una questione finanziaria, non era in grado di proporre in Parlamento una alternativa numericamente consistente al Gabinetto La Marmora. Bettino Ricasoli godeva di un indubbio prestigio, ma non al punto da essere riconosciuto dagli esponenti del liberalismo moderato come un capo al quale fosse dovuta sottomissione in qualsiasi circostanza. Inoltre la Destra storica, pur molto divisa al suo interno non accettava ancora l'idea di collaborare nella gestione ciel potere con alcuni uomini appartenenti alla sua rivale tradizionale, la Sinistra. Se la vita politica era agitata lo si doveva anche alla crisi economica in cui versava il Paese. I problemi economici che lo attanagliavano erano culminati nel 1866 in un provvedimento preso da uno dei più noti economisti italiani del tempo Antonio Scialoja, ministro delle Finanze: la cessazione della convertibilità dei biglietti di banca in moneta metallica introducendo il corso forzoso. Nel periodo tra il 1860 ed il 1865 lo Stato aveva sempre faho ricorso ai prestiti per coprire i disavanzi dì bilancio e per provvedere alle spese straordinarie. Le società che operavano con la garanzia dello Stato sì erano comportate nella stessa maniera. Questo ricorso al credito avvenne anche sui mercati finan ziari esteri che assorbirono una grande quantità di titoli italiani. Nel biennio 1863-65, mentre il deb ito pubblico passava da 3720 milioni a 4600 circa, la fetta ìn mano estera passava da 1320 a 1700 milioni. Il rastrellamento del credito all'estero era un 'arma a doppio taglio infatti se da un lato era necessario, per l 'impossìbilìtà del capitale interno a sostenere le spese della costruzione del nuovo Stato, dall'altro poteva durare fin quando la fiducia nell'economia italiana fosse rimasta intatta ed i mercati finanziari avessero goduto di stabilità. Al contrario ci sarebbero state le richieste di rimborso e la vend ita dei titoli italiani. Tra il 1865 ed il 1866 le condizioni negative prima indicate si verificarono in contemporanea. Le richieste di rimborso, ovvero il ritorno in patria di ingenti e crescenti quantitativi del consolidato in mani estere, provocò l'esodo di grandi quantità di moneta metallica verso l'estero. La crisi abbattutasi sui mercati di 61
crisi abbattutasi sui mercati di Londra e Parigi portò ad un calo delle quotazioni della rendita italiana che sulla piazza parigina dimezzò quasi il proprio valore in pochi mesi, passando da più di 60 a 36 sopra un valore nominale di 100 lire. Le voci circa un accordo militare con la Prussia e le sue conseguenze aumentarono il rientro in patria di titoli italiani all'estero. Gli stessi risparmiatori cominciarono a ritirare i propri depositi per convertirli in moneta metallica verso cui avevano maggior fiducia. Il biglietto di banca non era ancora entrato nella mentalità della maggior parte della popolazione, specialmente quella rurale. Il timore di una guerra aumentò le difficoltà economiche e nello stesso tempo quasi impose la necessità di un rafforzamento dell'immagine, del prestigio internazionale dell 'ltalia tramite un forte successo in politica estera. 11 corso forzoso forse ci sarebbe stato anche senza le voci e poi la realtà di una guerra; nel periodo 1861-66 il ricorso al credito per i bisogni dello Stato era ammontato a circa 3 miliardi ed era costato al Tesoro 4 1h miliardi di lire, troppo per uno Stato in crisi economica sin dalla sua nascita. 6. Un ruolo dete1minante ebbe ancora una volta Napoleone III nelle scelte politiche italiane ed in particolare nella decisione di Firenze di allearsi con la Prussia. A convincere l' imperatore francese a premere sull'Italia in senso favorevole ad un'alleanza con Berlino era la valutazione positiva circa il ruolo che la Francia avrebbe potuto avere in un conflitto austro-italo-prussiano ritenuto ormai imminente dopo i colloqui di Biarritz con Bismarck. Questi incontri rappresentarono una delle tappe fondamentali della preparazione diplomatica da parte prussiana della guerra contro l'Austria; durante il loro svolgimento il cancelliere volle eliminare l'eventualità di un'alleanza militare austro-francese. Napoleone era in un momento di grande difficoltà interna ed internazionale e dovendo scegliere tra una guerra ipotetica a fianco dell'Austria e l'accettazione dei vaghi accenni a possibili compensi per la Francia fatti da Bismarck scelse di schierarsi con la Prussia che gli consentiva di porsi in posizione d'attesa per poter sfruttare ogni occasione favorevole; nel frattempo contribuì a garantire l'apertura di un secondo fronte, quello meridionale, alla Prussia obbligando l'Austria a combattere in due diversi teatri operativi. Napoleone garantì l'annessione del Veneto all'Italia 62
comunque fosse andata la guerra, a tal fine l'imperatore insistette con l'Austria considerandola condizione essenziale al mantenimento della neutralità richiesta da Vienna (56). Lo scenario italiano nel quale le proposte prussiane si inserirono era quello di uno Stato che a cinque anni dalla sua nascita non aveva ancora realizzato il principale obiettivo della sua politica estera, il completamento dell'unità nazionale, ed al quale mancavano i mezzi per farlo da solo. Il progressivo fallimento del tentativo di ottenere una cessione pacifica del Veneto aumentava la disponibilità ad un eventuale accordo sostenuta dalle difficoltà politico-economiche interne le quali accrescevano il desiderio di un forte successo in politica estera che rafforzasse la posizione del governo in patria. Su questo terreno si inserì l'intervento di Napoleone III. Secondo Costantino Nigra 1' imperatore desiderava lo scoppio della guerra austro-prussiana e, pur non volendosi impegnare in un'alleanza con qualcuno dei belligeranti, consigliava all'Italia la conclusione dell'accordo con Berlino. Si trattava di un parere interessato che non comportando impegni per la Francia sottolineava la sua intenzione di trarre vantaggi senza combattere oppure di farlo quando la guerra fosse scoppiata. Per convincere l'Italia l'imperatore oltre che sul governo intervenne anche direttamente sul re sfruttando il canale personale di comunicazione con Vittorio Emanuele rappresentato dal conte Arese in missione confidenziale a Parigi. Anche il genero del re d'Italia, principe Napoleone, fu impiegato nell'opera di convincimento. Costui fu così inviato a Firenze presso il suocero per indurlo all'alleanza con la Prussia con la promessa dell'appoggio francese nel caso in cui quest'ultima, concludendo una pace separata con Vienna, avesse lasciato l'Italia sola contro l'Austria. Il governo italiano alla fine optò per l'alleanza che firmò a Berlino 1'8 aprile 1866. In base ad essa si impegnava ad entrare in guerra contro l'Austria se questa non avesse accettato la riforma della Confederazione germanica proposta dalla Prussia che avrebbe dovuto imporre con le armi il suo punto di vista. L'accordo era più favorevole alla Prussia che all'Italia. Le clausole militari avrebbero avuto effetto solo in caso di crisi austro-prussiana e non austro -italiana, non essendo (56) Le dichiarazioni di La Mannora ed il testo dell ' accordo in: AA pp. 1863-1865 pp. 6584-6588 e La politica estera ... cit. pp.219. 63
Berlino vincolata ad intervenire nell'eventualità di gravi problemi militari tra Vienna e Firenze. L'Italia risultava subordinata alla Prussia per il raggiungimento dei propri obiettivi comunque limitati al solo Veneto in quanto il cancelliere prussiano non era intenzionato ad assumersi impegni circa l'eventuale raggiungimento di frontiere naturali da parte italiana. Le reazioni delle potenze furono differenziate. La Francia era stata favorevole fin dall 'inizio e continuava ad esserlo anche dopo la firma dell ' accordo convinta di poter trarre vantaggio da una guerra. La Russia assunse una posizione di neutralità benevola nei confronti della Prussia non priva di un certo timore per la possibile richiesta di compensi nei Balcani da parte dell'Austria privata del Veneto. La Gran Bretagna era e si mantenne contraria all'alleanza continuando a puntare su di una soluzione pacifica del problema della restituzione del Veneto all'Italia, pur se con qualche diversificazione all'interno del Gabinetto in cui il ministro degli Esteri Clarendon rimase sempre contrario e Lord Russell, Primo Ministro, più possibilista. Le riserve britanniche nascevano dal timore di una eventuale generalizzazione del conflitto tra Berlino e Vienna. Clarendon aveva anche tentato di indurre Napoleone III a spingere l'Italia a non partecipare alla guerra. Il dissenso inglese ad un'alleanza tra Firenze e Berlino era manifestato contemporaneamente a quello sullo scambio Veneto-Principati danubiani proposto dall'Italia e che sarebbe avvenuto di fatto e non con il consenso dell'Impero Ottomano. La posizione britannica rilevava l'interesse al mantenimento dello status quo in Europa. Il rappresentante italiano a Londra, D'Azeglio, accusò Clarendon di essere filo austriaco ed anti-italiano e di spingere con il proprio comportamento l'Italia in braccio alla Francia andando contro lo stesso interesse britannico per un'Italia autonoma dall ' influenza di Parigi. Russell rispose alle accuse di D'Azeglio attribuendo la posizione del suo governo, e di Clarendon in particolare, alla constatazione dell'opposizione austriaca allo scambio territoriale. L'intervento di D'Azeglio ebbe il risultato di convincere Londra a premere su Vienna. Clarendon invitò l'ambasciatore a Parigi, Cowley, a parlare di nuovo con il Metternich, ambasciatore d'Austria, dell'eventuale scambio territoriale. Anche Russe li, spinto dal timore delle conseguenze di una guerra generale in Europa, sostenne il progetto di scambio con Apponyi ambasciate64
re austriaco. La risposta di Vienna fu come sempre, di netto rifiuto a causa del timore per la successiva richiesta di frontiere naturali da parte italiana. L'alleanza e la guena parevano ormai inevitabili. Con la firma dell'accordo il Concerto ricevette un duro colpo. Un fattore di forte dinamismo si inseriva in una struttura tendenzialmente statica. Il Concerto europeo si reggeva su di un instabile equi librio di non-potenza, ovvero sulla incapacità degli Stati membri di realizzare i propri obiettivi per debolezza militare e pol itica. Prussia ed Italia al leandosi avevano la forza militare e, sfruttando il contesto internazionale favorevole, quella politica di alterare a proprio vantaggio l'equilibrio europeo a danno dell'Austria forte militarmente, ma per la quale nessun' altro Stato avrebbe preso le anni. L'attitudine alla mediazione, alla soluzione mediante un congresso al cui tavolo avrebbero trovato posto i contendenti, in altri termini, il metodo di gestione delle crisi esi stenti ali 'interno del Concerto europeo non poteva sparire di colpo e lungo la strada da esso indicata si mosse l'Austria per ottenere almeno la fuoriuscita dell'Italia dall'alleanza con la Prussia. Vienna, politicamente isolata e militarmente in difficoltà perché avrebbe dovuto combattere su due fronti, pensò ad un congresso. Alla proposta si arrivò dopo una complessa gestazione e l'eliminazione di altre opzioni possibili. Dopo la firma dell 'alleanza tra Berlino e Vienna ci fu una fase di distensione inaspettata. Il progetto di riforma della Confederazione germanica presentato dalla Prussia il 9 aprile 1866 fu affidato ad una commissione costituitasi il 26 e se ciò non significava una soluzione pacifica del contrasto sembrava allontanare il pericolo di una guerra immediata. Nello stesso tempo si registrava un allentamento della pressione dei rispettivi eserciti in Boemia. L'improvvisa distensione era in parte provocata dalle tensioni esistenti nelle due capitali tedesche tra le correnti moderate e quelle intransigenti. A Berlino, il re era riluttante ad impegnarsi in una guerra contro l'altra grande nazione tedesca; a Vienna, era la crisi economica a fare da freno alle pressioni dei militari, sostenuti dall'imperatore Francesco Giuseppe, in senso favorevole ad uno scontro. Il rischio maggiore in questa fase intricata lo coITeva l'Italia ed era quello che un eventuale accordo tra Vienna e Berlino vanificasse le speranze riposte in un conflitto. Non è possibile verificare con assoluta certezza se le esagerate notizie di preparativi militari ita65
liani giunte in Austria fossero di matrice italiana. Tali notizie spinsero Francesco Giuseppe a decidere la mobilitazione delle armate meridionali (21 di aprile); analoga decisione prese il Gabinetto di Vittorio Emanuele. Al governo furono concessi i pieni poteri per provvedere alla difesa nazionale il 30 di aprile. Temendo forse che si trattasse di un'azione combinata tra Berlino e Firenze, l'imperatore d'Austria ordinò di rafforzare le truppe già presenti in Boemia dando così la spinta definitiva a Guglielmo di Prussia il quale il 3 maggio 1866 firmò l'ordine di mobilitazione generale. La mobilitazione italiana se accelerava i tempi di un conflitto, nello stesso tempo faceva fallire i possibili tentativi di mediazione. Il più contrario fu Napoleone III il quale preferiva che la guerra scoppiasse in Germania e non in Italia in quanto soltanto in tal modo avrebbe potuto realizzare - a seconda dei risultati - gli obiettivi nell'area renana. Se l'Italia avesse attaccato da sola l'Austria provocando così la mancata applicazione del casus foederis con la Prussia, Parigi non sarebbe intervenuta. Se ad avanzare fosse stata l'Austria la Francia non avrebbe consentito una violazione dell 'integrità territoriale italiana (57). La decisione italiana di mobilitare irritò profondamente Bismarck che mal sopportava le iniziative autonome dell'alleato, ma viste le reazioni austriache il cancelliere ricevette un aiuto forse insperato per convincere Guglielmo a firmare l'ordine di mobilitazione generale e per intervenire se l'Austria avesse attaccato il paese alleato. Stretta tra due fronti e ritenendo inevitabile la guerra con la Prussia, Vienna decise di tentare di staccare l'Italia da Bismarck mediante la tanto sospirata cessione del Veneto. Il tramite fu ancora una volta Napoleone III al quale fu proposta la cessione immediata del Veneto che avrebbe poi "girato" all'Italia. In cambio l'Austria domandava il consenso francese a recuperare la Slesia in caso di vittoria sulla Prussia. La neutralità era, richiesta a Parigi e Firenze. L'Italia respinse l 'offerta austriaca per dovere di fedeltà all'alleanza con la Prussia. Al rifiuto italiano non furono estranee le osservazioni fatte da Nigra a Parigi secon(57) La Marmora, Un pò più di luce sugli eventi politici e militari del!' anno 1866, Firenze 1879: circolare del 27 aprile sulla mobilitazione italiana pp. 180181; Nigra e La Marmora pp. 189-90, 1° maggio; reazioni di Napoleone e Claredon p. 181.
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do il quale accettando la proposta austriaca l'Italia avrebbe contratto un altro grosso debito con la Francia ed i vantaggi sarebbero stati relativi in quanto l'Austria sarebbe rimasta una potenza di prima grandezza fortemente ostile all'Italia, il cui prestigio in campo internazionale sarebbe stato scosso dal fatto di aver tradito un'alleanza che era poi la prima ad essere stata firmata da quando il Regno d'Italia era stato proclamato. Il tentativo austriaco di staccare l'Italia dalla Prussia fu contemporaneo alla proposta per la convocazione di un congresso operata da più parti. L'iniziativa era stata presa dall'interno della Confederazione germanica da parte degli Stati minori e ad essa diede il proprio assenso la Danimarca che voleva sfruttare la Conferenza di Parigi sui Principati danubiani trasformandola in congresso tramite 1 'inserimento de] problema dei Ducati. L'allargamento della Conferenza alla questione dei Ducati era considerato favorevolmente dall'ambasciatore italiano a Pietroburgo de Launay che in esso vedeva la possibilità di inserire la questione veneta (58). L'idea di un congresso piacque a Napoleone III il quale in esso desiderava svolgere un ruolo da protagonista e contrariamente a qqanto era avvenuto per la crisi polacca, ottenne l'assenso britannico. In questa occasione la Gran Bretagna riteneva che un congresso avrebbe potuto salvare la pace, ma giudicava molto realisticamente, necessario un accordo preliminare sugli argomenti da affrontare per limitarli a quelli ai quali sarebbe stato possibile dare una soluzione. 11 Gabinetto di Londra si muoveva comunque in modo autonomo rispetto a Parigi, di cui temeva le intenzioni revisioniste dei Trattati del 1815 denunciati da Napoleone III il 6 maggio, e propose un appello solenne anglo-franco-russo alle potenze in crisi, richiamandosi al Protocollo XXIII di Parigi del 1856 in base al quale le potenze firmatarie dell'accordo si impegnavano a richiedere l 'intervento di Stati amici prima di riconere alle armi. Nella prima metà di maggio la proposta francese assunse connotati più precisi sia sui problemi da affrontare che sulle loro soluzioni. Il Veneto sarebbe andato all'Italia che avrebbe dovuto offrire delle garanzie per il mantenimento di ciò che rimaneva del potere temporale del (58) ASMAE, Pietroburgo, 206: de Launay a La Marmara, 7 marzo, Berlino 161: de Barra[ a La Marmora, 2 marzo 1866. 67
papa. L'Austria avrebbe avuto dei compensi territoriali in Slesia per la perdita del Veneto e dei Ducati ex-danesi che sarebbero stati assegnati interamente alla Prussia, mentre la Francia avrebbe chiesto il protettorato di alcuni piccoli Stati renani. Le soluzioni territoriali francesi insospettirono il governo britannico che rimase fermo nella sua proposta di intervento a tre come condizione preliminare alla eventuale successiva convocazione di un congresso. La Russia fu più vicina alle posizioni di Londra che a quelle di Parigi. Pressioni sull'Italia perché accettasse di partecipare ad un congresso furono esercitate anche dalla Gran Bretagna e Russell per convincere Firenze dichiarò che non ci sarebbero stati problemi per un invito ali 'Italia da allora in poi considerata come primaria potenza. Si trattava di un riconoscimento importante riguardante uno dei principali obiettivi della politica estera italiana (59). In Italia fu accolta favorevolmente ] 'idea di un congresso. Si vedeva in esso la possibilità di risolvere pacificamente il problema veneto senza ricorrere ad una guerra e senza litigare con la Prussia in quanto l'eventuale congresso avrebbe allungato i tempi dell'intervento armato probabilmente fino alla scadenza - fissata in tre mesi - dell'alleanza con Berlino. L' 11 maggio il presidente del Consiglio La Marmara informò i capimissione all'estero del proprio assenso e della disponibilità a sospendere gli armamenti in corso se l'Austria avesse fatto altrettanto, ma non a smobilitare le forze già chiamate alle armi dopo l'allarme dei primi di maggio. Il Governo si muoveva dunque con cautela. Le questioni italiane furono oggetto di contrasto tra le tre potenze che appoggiavano la convocazione di un congresso. Russia e Gran Bretagna non accettavano l'idea francese di inserire nella scaletta dei lavori anche il problema della garanzia dello Stato pontificio e dei suoi territori. La Gran Bretagna ebbe una posizione più nettamente contraria, mentre la Russia, pur non volendo assumere impegni per una garanzia internazionale dello Stato pontificio, non sarebbe stata contraria ad un riconoscimento unito ad una garanzia circa il rispetto del potere temporale dei papi da parte italiana. (59) LA MARMORA, cit: D'Azeglio il 2, Nigra il 7 e de Barrai il 9, ancora Nigra il 19 di maggio tutti messaggi al presidente del Consiglio. ASMAE, Londra, 185 (colloqui Russell-D'Azeglio) 13 maggio; Parigi, 200; Nigra a La Marmora 11 e 16 maggio 1866.
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L'accordo tra le potenze ispiratrici del congresso fu raggiunto e la Questione romana fu eliminata dagli obiettivi dei lavori. Circa il riarmo delle potenze in crisi, quelle invitanti avrebbero suggerito la sospensione dei preparativi militari se Prussia, Italia ed Austria avessero accolto l'invito al congresso. Italia e Prussia l'accettarono. La soluzione ipotizzata però penalizzava fortemente l'Austria per la quale l'ingrandimento in Slesia, in compenso della perdita del Veneto, non avrebbe comportato la fine del contrasto con la Prussia anzi avrebbe aumentato i fattori di crisi. L'unico vantaggio sarebbe stato costituito dallo spostamento nel tempo dello scontro con la Prussia, mentre a Vienna si rafforzava la corrente militare favorevole ad una soluzione bellica del contenzioso. Con tali premesse Vienna dichiarò la propria accettazione al Congresso, ma a tre condizioni: l'esclusione delJa questione veneta dalle deliberazioni; l'impegno delle potenze invitate a non ambire ad ingrandi men ti territori ali, presenza del papa al Congresso. L'Austria si riteneva minacciata da una coalizione di Stati europei che di fatto le chiedevano di scendere dal rango di grande potenza proponendole di cedere pa1ti del proprio territorio. La decisione austriaca bloccava ogni possibilità di congresso e le potenze proponenti riconobbero la sollecitudine italiana e prussiana nell 'aderire al progetto (60). Il rifiuto di Vienna diede così un ulteriore vantaggio a Bismarck consentendogli di scaricare almeno in parte la responsabilità d'essere l'aggressore. Il cancelliere prussiano aveva comunque fretta di iniziare le operazioni militari convinto che dopo una vittoria le possibilità di soluzione del contenzioso sarebibero aumentate. Il Gabinetto viennese deciso ormai allo scontro tentò di crearsi le condizioni internazionali più favorevoli cercando di avere la solidarietà degli Stati tedeschi minori e della Francia. Vienna volle pertanto investire la Dieta federale del problema dei Ducati ex-danesi per strumentalizzarla in funzione anti-prussiana violando di fatto gli accordi con la Prussia, di Gastein del 1865, ricreando la condizione di condomi(60) LA MARMORA, cit. La Marmara a Nigra, 2 giugno; Nigra a La Marmara 4 giugno 1866. ASMAE, Parigi, 200: Nigra a La Marmora, 4 giugno 1866, Londra 185. D'Azeglio a La Marmora 6 giugno 1866. La politica e,Ùera ... cit. pp.230 ss.; comunicazione di Ricasoii - succeduto a La Marmora - alla Camera sulla dichiarazione di guena all'Austria.
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nio politico-amministrativo sopra i Ducati e autorizzando così Berlino e Vienna a mandare le proprie truppe nel Ducato amministrato dall'altra. La situazione stava ormai precipitando verso la guerra. Proseguendo nel tentativo di portare gli Stati minori tedeschi dalla sua parte, l'Austria non oppose resistenza all'ingresso delle forze prussiane nell'Holstein e volendo evidenziare come la crisi non fosse tra l'Austria e la Prussia, bensì tra questa e la Confederazione di cui Vienna era membro, chiese la mobilitazione delle truppe federali contro Berlino e la ottenne con il consenso dell 'Hannover, dell 'Assia-Kassel e della Sassonia impegnandosi a difendere quest'ultima davanti alla Dieta federale. Alla Sassonia così come agli altri due Stati Bismarck intimò un ultimatum il 15 di giugno dopo aver dichiarato sciolta la Confederazione. La tutela austriaca sulla Sassonia fu considerata come una dichiarazione di guerra che realizzava le condizioni previste dall'art. 2 dell'alleanza con l'Italia, il 16 Berlino si considerò in guerra con l'Austria ed il 17 la Prussia chiese l'intervento italiano con la conseguente apertura di un secondo fronte. In Italia allo scoppio della guerra corrispose un mutamento ministeriale un po' anomalo. Il gen. La Marmara rinunciò alla presidenza del Consiglio pur mantenendo la carica di ministro senza portafoglio ed assumendo quella di capo di stato maggiore. Alla guida dell ' esecutivo gli succedeva il Ricasoli. Il Gabinetto assumeva una caratteristica particolare con l'ingresso di Agostino Depretis nella compagine come ministro della Marina. Era, il Depretis l'esponente della Sinistra più favorevole ad una collaborazione con la Destra storica al governo ed a questo data la situazione d'emergenza, furono concessi i pieni poteri, sfruttati non soltanto per portare a compimento i provvedimenti necessari alla conduzione della guerra. Ciò fu possibile perché le norme votate dal Parlamento avevano un'ampiezza superiore a quelle votate per lo stesso motivo nel 1848 e nel 1859 dato che affidavano al Gabinetto anche l'autorità di provvedere alle riforme occorrenti nelle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato. Il governo Ricasoli si avvalse dei poteri ricevuti emanando le nonne in materia di imposta sui terreni, sui fabbricati e sui redditi di ricchezza mobile approvate dalla Camera, ma non dal Senato. I provvedimenti erano strettamente 70
collegati con la guerra in quanto servivano a ottenere nuove risorse in un momento di grave situazione finanziaria. Altri provvedimenti volti a reperire fondi per lo sforzo bellico riguardavano in particolare la soppressione delle corporazioni e delle congregazioni religiose regolari e secolari con la devoluzione al demanio dei loro beni che in parte sarebbero stati venduti. Le decisioni del governo Ricasoli erano giustificate forse dal momento particolare, ma rientravano in una tradizione risorgimentale che nella Chiesa vedeva un nemico e non un alleato nel processo unitario. L'effetto negativo dei decreti governativi si ebbe nei settori dell'assistenza pubblica e della sanità in cui la carenza dello Stato era supplita, in particolare nelle regioni più povere eliminate dalle istituzioni religiose che lasciarono un vuoto non colmato dallo Stato per la mancata emanazione di una nuova legislazione sulla pubblica assistenza e la sanità. Fu in un clima di tensione interna e di grande aspettativa per ciò che sarebbe successo che le truppe italiane attraversarono il Mincio iniziando le operazioni contro l'Austria. La mancanza di chiarezza nelle scelte strategiche e tattiche, le rivalità tra i comandanti ed il loro spirito di insubordinazione furono le principali cause della negativa condotta della guerra. Gli unici successi li ottenne Garibaldi che, sfruttando l'estrema mobilità delle sue forze dopo la vittoria di Bezzecca del 21 luglio, iniziò la marcia su Trento. Lo stato di tensione esistente nelle forze armate fu rivelato dalla sconfitta di Custoza del 24 giugno in grado di provocare uno scompiglio superiore all'entità dell'evento stesso, solo otto giorni dopo l'iniziativa fu ripresa con l'invasione del Trentino. Il 20 luglio la flotta patì ad opera di quella austriaca, una grave sconfitta a Lissa nell'Adriatico. Al contrario dell'esercito italiano quello prussiano sconfisse l'Austria. La forte autorità di von Moltke, la chiarezza delle scelte strategiche e tattiche e l'univocità di direzione nella loro applicazione, unite ad un armamento moderno e ad una grande capacità di movimento consentirono alle forze prussiane di chiudere il conflitto in soli 13 giorni effettivi di campagna. La vittoria di Sadowa del 3 luglio sancì la predominanza prussiana nella Confederazione germanica. L'Austria era stata sconfitta, ma non distrutta ed il suo potenziale bellico era ancora intatto così come il suo orgoglio nei confronti dell'Italia sconfitta sul campo, alla quale avrebbe dovuto cedere il Veneto. 71
In Italia alla fine della guerra ci si interrogò sui motivi delle sconfitte militari e a fame le spese fu il senatore Persano che con il grado di ammiraglio comandava la flotta a Lissa, il quale finì per pagare da solo le colpe di una guerra mal preparata e peggio condotta. Fu il Senato, costituitosi in Alta Corte di Giustizia in conformità dell'art. 37 dello Statuto albertino, a giudicarlo. Il processo fu un avvenimento costituzionalmente rilevante in quanto per la prima volta dalla sua creazione il Parlamento italiano giudicava un proprio membro. L'ammiraglio fu accusato di alto tradimento, viltà davanti al nemico, negligenze ed imperizia. Dopo un lungo processo dal quale sarebbe uscito come l'unico responsabile delle sconfitte italiane, fu scagionato dalle accuse di tradimento e di viltà e condannato, per disubbidienza agli ordini ricevuti, negligenze ed incapacità, a dimettersi dalla marina ed alla perdita del grado pur rimanendo senatore. La rapida vittoria prussiana capovolse le previsioni di una guerra di logoramento e mise in difficoltà Napoleone III che su di essa contava per fungere da mediatore. L'imperatore prevedeva per sè un ruolo di arbitrio nella determinazione del vincitore; essendo questo ben indicato dopo Sadowa, divenne il tramite delle trattative di pace. Vienna aveva comunque tentato di coinvolgere la Francia in modo più diretto prospettando un'azione armata al suo fianco al fine di evitare l 'esdusiva dominazione della Prussia in Germania. Napoleone decise di non intervenire militarmente, pentendosene probabilmente dopo Sedan, tentando all'interno di un ruolo di mediazione tra le parti belligeranti di soddisfare i propri interessi nella zona del Reno. Bismarck dal suo canto sfruttò la situazione per aggiungere alla vittoria militare quella politica. Il cancelliere si mosse lungo due direttrici principali. La trattativa con la Francia ed il condizionamento della politica dell'alleato italiano. Il negoziato con la Francia iniziò a Parigi il 10 luglio. L'imperatore non si occupò di eventuali compensi francesi nella Renania, ma lasciò alla nascita di una nuova Confederazione fatta da Stati indipendenti a sud del Meno il compito di bilanciare l'influenza prussiana in un'area da cui l'Austria sarebbe stata espulsa e dove la Prussia sarebbe stata l'elemento dominante della Confederazione da fondare a nord del Meno. Su queste basi il 26 luglio fu firmato l'armistizio di Nikolsburg. 72
L'offerta d i mediazione per concludere il conflitto giungeva in Italia in un momento particolare: quello della ri organizzazione politico-militare per potersi ri fare della sconfitta di Custoza e tentare la conquista del Trentino rimasto escl uso sia dagli obiettivi del! 'allean za con la Prussia c he dall a mediazione di Pari g i. Bismarck incoraggiò l' Italia a resistere alle offerte pacificatrici di Napoleone e nello stesso tempo si trincerò dietro le resistenze italiane invocando l'impegno tra g li alleati a non siglare armistizi separati per rafforzare la propria capacità contrattuale nei confronti di Parigi. Infatti ottenuto l 'appogg io di Napoleone alle proprie richieste, il cancelliere non sostenne più l 'Ila!ia e firm ando l'armistizio, di fatto costrinse l'alleato a fare altrett:anto a meno chè non volesse continuare da solo la guen-a contro l'Austria per l'eventu ale conquista del Trentino e il raggiungimento di fronti ere più sicure. Bismarck riteneva che essendo l'Italia in procinto di acquistare il Veneto, la Prussia avesse esaurito i propri obblighi di alleata (61 ). La resistenza itali ana ad un eventu ale armistizio si fondava anche sulla necessità di includere in esso le parti del Trentino occupate da Garibaldi e dal gen. Medici con la ri serva di trattare la questione della nuove fro ntiere nei successivi negoziati di pace. L' azione itali ana era destinata a fa llire. La Prussia firmò l'armistizio da sola garantendo l'integrità dell' Impero Asburg ico privato del Veneto; si impegnava però ad ottenere l'adesione del Gabinetto di Firenze ai preliminari di Nikolsburg e al trattato di pace dopo che il Veneto, tramite la Francia, fosse stato ceduto a li ' Italia. Le richieste italiane sulle terre occupate in Trentino durante la guerra non furono accettate dall ' Austria che ne pretese lo sgombero, preliminare all 'armistizio. Trovandosi da so la a sostenere il propri o punto di vista contro Pru ssia, Austria e Francia, I' Ila lia dovette cedere e dopo il ritiro delle truppe regolari e dei garibald ini dalla Carnia e dal Trentino il 12 agosto 1866 firmò l'armistizio con l ' Austri a a Cormons (62). li mancato sostegno prussiano alle richieste italiane rientrava in un gioco molto (61) B.RTCASOLI, c it. , Nigra a Ricasoli, 8. e risposta di Ricasoli del 9 luglio i 866. (6?) B.RICASOLI, V. Venosta a Nigra 29 luglio - condizioni d'am1istizio - e 6 agosto 1866. M. TABARRINI - J\. GOTJ'I (a cura cli) Leuere e documenti del Barone Bettino Ricasoli. Voi. VIII (20 giugno - 19 settembre 1866) Firenzel893.
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complesso che Bismarck stava conducendo. Il cancelliere per iniziare la guerra dovette superare le resistenze del suo re, ma dopo la vittoria di Sadowa dovette tenerne a freno l'entusiasmo che lo spingeva assieme ai militari a chiedere di marciare su Vienna. L ' Austria era forse la pedina più importante nella scacchiera europea del cancelliere. Vienna sotto l 'influenza di Berlino avrebbe dovuto svolgere una funzione d'equilibrio soprattutto nei Balcani, per questo motivo il suo ridimensionamento territoriale avrebbe dovuto essere quello strettamente necessario a garantire la supremazia della Prussia. Il Veneto all'Italia era il prezzo per l'alleanza con Firenze. Il Trentino in prospettiva avrebbe giocato un ruolo importante nei rapporti tra la Prussia, l'Austria e l'Italia e tra le ultime due. Non sostenendo le richieste italiane circa il Trentino, Bismarck lasciava in sospeso un importante fattore di crisi tra Italia ed Austria riservandosi la possibilità di sfruttarlo a proprio vantaggio. Dopo la firma dell'armistizio i rapporti tra Berlino e Parigi mutarono. Bismarck era riuscito a far accettare i suoi programmi alla Francìa che li aveva fatti propri, rimanendo nel vago circa i compensi territoriali nella zona renana sempre richiesti da Napoleone III, siglato l'am1istizio la Francia esaurì il compito che il cancelliere desiderava avesse e la risposta di Berlino alle richiesti francesi fu negativa. Il 5 maggio l'ambasciatore francese Benedetti presentò a Bismarck una richiesta di compensi territoriali in base alla quale la Francia domandava la cessione dei territori alla sinistra del Reno appartenenti alla Baviera ed all'Assia, compresa Magonza, l'annullamento dei legami del Lussemburgo e del Limburgo con l'ex Confederazione germanica ed il ritiro della guarnigione prussiana dalla fo1tezza lussemburghese. La reazione negativa di Bismarck si basò sull'impossibilità di togliere territori a principi tedeschi per soddisfare le esigenze francesi (63). Il cancelliere diede grande pubblicità alle richieste di Napoleone e l'opinione pubblica tedesca ne fu molto scossa. Bismarck utilizzò l'avvenimento per rafforzare il consenso alla sua politica in un periodo in cui per ingrandire la Prussia eliminava tanti piccoli Stati tedeschi. A sottolineare come in Europa le grandi potenze aspettassero l'esito della guerra prima di intraprendere qualche azione, dopo la firma dell'armistizio (63) ASMAE, Berlino, 161: de Barrai a V. Venosta 7 agosto 1866.
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anche la Russia si mosse. In previsione dei mutamenti territoriali preannunciati nei preliminari di pace austro-prussiani il Gabinetto dello zar tentò di reinserirsi nel gioco dichiarando che solo un congresso generale avrebbe potuto giudicare le soluzioni da approntare nella questione tedesca. Pietroburgo rivendicava il diritto dell'Europa del Concerto a pronunciarsi sulla revisione del1'assetto territoriale deciso a Vienna nel 1815. Lo zar era forse spinto anche da preoccupazioni di ordine legittimistico data l'eliminazione di tanti principati ad opera di Guglielmo di Prussia. Con il suo netto diniego Bismarck diede un altro forte colpo al traballante edificiq del Concerto europeo. Convinte del rifiuto prussiano le altre potenze del Concerto non vollero esporsi ad esso ed accolsero in modo tiepido la richiesta russa, che comunque non chiamava in causa direttamente il Concerto, ma di questo seguiva la prassi e si rivolgeva in particolare alle potenze che lo costituivano. Anche l'Italia fu oggetto de11 ' iniziativa russa. La risposta negativa del governo di Firenze fu in parte determinata da quella prussiana, ma un ruolo importante ebbe il fatto che il congresso sarebbe stato senza garanzie preliminari per le rivendicazioni italiane sul Trentino. La posizione britannica fu detenninata anche dalla preoccupazione che un congresso avrebbe potuto avallare le richieste francesi di espansione nella Renania. Parigi, del resto, faceva di tutto per incrementare i sospetti di Londra, proponendo il 16 di agosto a Berlino un'alleanza offensiva e difensiva ed il consenso francese alla federazione tra le Confederazioni divise dal Meno, in cambio chiedeva un parere positivo all'annessione del Belgio e del Lussemburgo. Il negoziato non ebbe luogo essendo Bismarck convinto della priorità da dare alla ricostruzione interna e della impopolarità che avrebbe avuto un accordo con Napoleone. Rispetto alle precedenti richieste, quelJe del 16 agosto avevano un elemento di importante novità: la Francia non domandava territori renani e spostandosi dal Reno al Belgio diede al governo della regina Vittoria la spinta a considerare positivamente la presenza di un grande Stato protestante nell'Europa centrale con il compito di svolgere una funzione di stabilità e di conservazione della pace. Tramontate le possibilità di convocazione di un congresso fu sulla base degli armistizi che vennero firmate le paci tra i belligeranti: a Praga tra la Prussia e l'Austria il 23 di agosto, ed a Vienna tra Italia e Austria il 75
3 ottobre. Con la pace di Praga l'Austria riconosceva lo scioglimento della Confederazione germanica e l'organizzazione della Germania in due nuove Confederazioni: al Nord del Meno sotto l'influenza prussiana ed a Sud del Meno fonnalmente indipendente. Il riconoscimento della prop1ia esclusione dalle due formazioni era dato dall'assenso austriaco ad un futuro legame tra di esse. I ducati dello Schleswig e dell 'Holstein erano assegnati alla Prussia e, dietro pressanti richieste di Napoleone, questa accettò la clausola in. base alla quale se gli abitanti dello Schleswig avessero espresso con un voto il proprio volere di riunirsi alla Danimarca, Berlino lo avrebbe consentito. Nel trattato fu inserito un riconoscimento alla posizione italiana includendo nel primo articolo la cessione del Veneto tramite Napoleone alla conclusione della pace. L'accordo di pace italo-austriaco conteneva degli aspetti ce1tamente favorevoli per l'Italia, ma sancÏ anche la netta opposizione di Vienna a concedere una frontiera strategica. Gli elementi positivi deU'accordo erano costituiti dal raggiungimento, nonostante la sconfitta militare, di due degli obiettivi principali della politica estera dell'Italia unita: il riconoscimento da parte dell'Austria come parte contraente e l'unione del Veneto al territorio nazionale. TI trattato di pace, inoltre, regolava la delimitazione dei confini, il diritto di opzione degli abitanti del Veneto e degli italiani d'Austria, altre questioni sia d'ordine amministrativo e finanziario che di gestione delle ferrovie del Lombardo-Veneto. Poco prima della firma degli accordi di pace Bismarck ottenne un'altra vittoria. Sfruttando abilmente le richieste francesi di compensi territoriali per aumentare il consenso alla sua politica, riuscÏ a stipulare con i Regni germanici del Baden e del Wiirttemberg dei trattati di alleanza difensiva ed offensiva. Il timore di rimanere isolata e quello per i propri territori renani sui quali si indirizzavano le richieste francesi indussero anche la Baviera a stipulare un identico patto estendendo di fatto l'intluenza di Berlino su tre dei principali Regni germanici. L'unione del Veneto all'Italia pose una serie di problemi che il governo italiano cominciò ad affrontare quando ancora la guerra era in corso con la nomina di commissari del re provvisti di una delega in base alla quale avrebbero retto le province di prossima e sperata liberazione. Gli esponenti della classe politica veneta condividevano nella loro maggior pa1te il desiderio di riunificazione al resto della nazione. La prevalenza raggiunta dal partito liberale 76
moderato sulle altre forze politiche dovuta al suo carattere interclassista ed al suo programma strettamente aderente a quello del governo italiano rese più facile l'annessione. Il Veneto testimoniò la propria scelta unitaria sia agli austriaci che ai rappresentanti di Napoleone III che l 'ebbero dall'Austria per consegnarlo all 'Italia. L'omogeneità di intenti rimase fin quando ci fu un pericolo esterno - l'Austria - a rinsaldarla. Andata via l'Austria le forze politiche venete cominciarono a differenziarsi esprimendo opinioni diverse sulla posizione d'assumere verso il plebiscito che avrebbe dovuto sancire l'unificazione all'Italia. Il carattere monarchico e la quantificazione del consenso che si aspettava quasi totale non erano in questione e le discussioni sulla formula da adottare nel quesito plebiscitario dimostrarono soltanto l'interesse di taluni esponenti della classe politica veneta a qualificare maggiormente in senso monarchico la riunificazione nazionale sancita dal plebiscito del 21 ottobre che detenn inò il transito dalla fase dell 'entusiasmo a quella dei problemi da affrontare. Nel novembre del 1866 il governo soppresse i commissariati civili per le province venete ed estese gli ordinamenti comunale e provinciale vigenti nelle altre parti del Regno. Fu il Gabinetto Ricasoli ad approntare i provvedimenti e lo fece in un periodo in cui il Parlamento stava affrontando due importanti dibattiti sulle incompatibilità parlamentari e sulla liquidazione dell'asse ecclesiastico. Il primo provvedimento era stato approvato solo dalla Camera, ma fu lasciato cadere a causa dell'opposizione del Senato. Minghetti lo aveva predisposto nel 1864 ed aveva lo scopo di regolare tutte le cause di incompatibilità tra l'interesse generale e quello personale di deputati e senatori. Il provvedimento era caduto nonostante fossero a suo favore esponenti come il Crispi ed il Lanza. La liquidazione dell'asse ecclesiastico investiva la natura stessa dell'ordinamento italiano, il quale qualificava ai sensi dell'art. 1 dello Statuto la religione cattolica essere la sola religione dello Stato e gli altri culti solamente tollerati. Ricasoli voleva riformare il rapporto con la Chiesa basandosi sui principi del liberalismo e della separazione tra i due ordinamenti, ed appoggiando di conseguenza il disegno di legge Scialoja-Borgatti secondo il quale lo Stato avrebbe avuto piena libertà in materia di liquidazione dell'asse ecclesiastico. L'opposizione in Parlamento superiore ai pareri favorevoli e quella nel paese al di fuori delle aule, causa di disordini, crearono dif77
ficoltà a Ricasoli che battuto alla Camera fu costretto dal re ad indire nuove elezioni (64). Con l'acquisizione del Veneto, l'Italia raggiungeva in patte uno degli obiettivi che dopo la proclamazione del Regno si era posta. Dal marzo del 1861 il Gabinetto Cavour e poi a seguire tutti gli altri avevano tentato di realizzare il riconoscimento internazionale del nuovo Stato, il completamento dell'unificazione nazionale ed infine il raggiungimento dello status di grande potenza. Dopo la guerra contro l'Austria il primo scopo era stato ottenuto, anche Vienna alla fine si decise a riconoscere come controparte il Regno d'Italia, al secondo mancavano il Trentino, Trieste e soprattutto Roma, il terzo era in corso d'opera. Il concetto di "grande potenza" può prestarsi a dividersi significati legati generalmente al possesso di particolari attributi come la forza militare, quella economica o la stabilità politica interna indici di per sé di potenza, ai quali bisogna aggiungere la capacità di utilizzarli e di sfruttare il contesto internazionale per i propri scopi. Grande potenza sarà forse lo Stato che partendo da una realistica considerazione dei propri mezzi è in grado di farne un uso adeguato a condizionare l'operato delle altre potenze. Nei sessantacinque anni che separano il Congresso di Vienna dalla sconfitta di Napoleone a Sedai1, essere una grande potenza significava far parte del Concetto europeo. Fu con estrema difficoltà che il Regno d'Italia riuscì a far parte del Concetto orientale, dell'altro rimase ai margini nonostante l'insistenza con la quale si chiese 1'ingresso. Il riconoscimento richiesto dai governi italiani si concretizzava in un'attitudine alla consultazione, al coinvolgimento nella gestione dì un patrimonio ritenuto comune da parte delle potenze europee, identificabile in un consolidato metodo di conduzione delle crisi tramite il quale si gestivano gli elementi dinamici di un sistema che si voleva mantenere statico. Attitudine alla compa1tecipazione che stentava a sorgere nei riguardi di uno Stato nato da poco su basi fortemente destabilizzanti per il sistema di cui voleva essere parte. L'appartenenza al Concerto orientale ed i tentativi per entrare in quello europeo ebbero il merito di portare l'Italia a ritagliarsi uno spazio all'interno dell'Europa, ma non le (64) Il programma di alienazione dell'asse ecclesiastico fu portato a compimento dal successore del Ricasoli, Rattazzi con la legge 15 agosto 1867 che si occupava anche della soppressione delle corporazioni religiose. 78
consentirono di entrare in quel meccanismo di pesi e contrappesi dal quale sperava di ottenere il soddisfacimento delle sue richieste da parte dell'Austria. Con costanza i governi italiani tentarono senza successo lo scambio Veneto-Principati danubiani. E, fallirono perché il metodo di compensazione del Concerto serviva a bloccare crisi già in atto per evitarne l'eventuale degenerazione, facilitato in ciò dal sostanziale equilibrio di potenza esistente. L'Italia era in grado di iniziare una crisi, ma non di gestirla da sola perché gli indici di potenza militari, economici e politici erano a proprio svantaggio. L'incubo di un eventuale isolamento pesò sempre sui governi italiani. Della tradizione cavouriana, i ministri degli Esteri succeduti al Conte conservarono l'intento di utilizzare la cornice europea per risolvere i problemi italiani e in questa visione strategica ognuno di loro inserì le proprie variazioni tattiche, compreso il Visconti Venosta la cui formula "indipendenti sempre, isolati mai", poteva significare un 'attenta politica d'attesa di congiunture favorevoli senza l'assunzione d'impegni che potessero impedirne l'eventuale sfruttamento. Un altro elemento comune tra i successori di Cavour fu il modo in cui, dimenticando gli ideali risorgimentali, per avere il Veneto offrirono ali' Austria compensi territoriali non italiani, ma balcanici. All'opzione militare si pensò sempre di più in concomitanza dello svanire delle possibilità di soluzione pacifica dei contrasti con Vienna. Ma i limiti della forza militare italiana imponevano che essa potesse essere usata in azione combinata con un alleato e non da sola. La collocazione internazionale dell'Italia, a cinque anni dalla proclamazione dell'unificazione, risultava, comunque, migliorata. Gli uomini che ressero la politica estera italiana dovettero affrontare un compito improbo. Ministri di uno Stato con velleità di grande potenza senza i mezzi per esserlo, supplirono alla limitazione degli strumenti con un attivismo qualche volta eccessivo mirante ad inserire l'Italia in qualsiasi avvenimento internazionale, provocando qualche volta problemi, ma riuscendo alla fine a far considerare l'Italia non una grande potenza bensì uno Stato dei cui interessi era necessario tenere anche conto.
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I - Battaglione del Reggim.ento Kuban 2 - 1° Bauag/ione del Reggim.en10 Sebastopoli
3 - 6° Battaglione del Reggimen/o di Linea
~ ) 1° , 4° 8011agUone S,lnmopo/; e Bai/. Co,daton 7 - Battaglione Cacciatori del Reggimento Ka/Jarda 8 - Cavalleria 9 - Battaglione composto N. 3 Cacci(lfori IO - 21 ° Batwglione Cacciatori 11 - Battaglione compos10 di riserv(I
*** a - Due pezzi cannoni riforma/i b - Batteria di montagna c - Bmteri(I N. 14 dei Cosacchi d - Campo del Principe di Prussia e - Campo del Conte Scodakimof f - Campo del Conwndante del Distaccamento g - Campo dei musicanti h - Carnpo dei volontari i - Campo dei zoppatori k - Cam/JO dei volontari del Reggimenlo Ka/Jarda I - Ridotto in cui trovasi col/ovato l ' Ospedale
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PARTE
II
La missione militare italiana in Persia (1862) Introduzione alle relazioni Relazione Clemencich Rapporto Giustiniani
'
INTRODUZIONE L'Autore della prima documentazione pubblicata, il capitano di stato maggiore Clemencich, apparteneva alla sezione militare della legazione straordinaria italiana in Persia che il 21 aprile 1862 salpò dal porto di Genova a bordo della pirocorvetta Ichnusa, comandata dal capitano Campo Fregoso, alla volta di Costantinopoli (1). Circa le origini della missione, Clemencich non dice nulla, ma secondo il conte Grimaldi del Poggetto, altro membro militare della legazione, si sarebbe trattato deJla conclusione di un antico progetto di Cavour che doveva servire da copertura alla sua politica anti-austriaca. L'idea del Conte era di indurre l'Ungheria alla ribellione, a tale scopo sarebbe servita una legione di garibaldini che avrebbero dovuto prima eccitare gli animi e poi collaborare attivamente alla rivolta contro Vienna. La base dalla quale i garibaldini avrebbero dovuto muove rsi sarebbe stata Costantinopoli (2). I preparativi, però non furono fatti con la dovuta segretezza e l' invio di armi, munizioni e viveri in territorio ottomano destò la preoccupazione del governo turco che chiese spiegazioni a quello italiano (3). Ma, sia per la mancata segretezza sia per l'impossibilità magiara di insorgere dopo le repressioni del 1849, il Conte rinunziò al progetto ed i preparativi fatti vennero giustificati come preliminari di una missione presso lo scià di Persia per concludere un accordo commerciale. Furono compiuti tutti gli atti necessari per dar credito alla spiegazione data, nominati il capo missione ed il personale addetto e, cosa più importante, fu comunicata al governo di Teheran l'intenzione di quello di Torino. Se nell'immediato la ventilata spedizione dei garibaldini doveva servire a creare dei problemi all'Austria, essa rappresentava anche un aspetto della politica estera di Cavour per il quale l 'attenzione verso il mondo balcanico ed il suo collegamento con la
(1) S. GRIMALDT DEL POGGETTO, 1825-1903 Ricordi di un iiffìciale esercì/o sardo, Torino 1893 III, pp.95-96. (2) S.GRIMALDI DEL POGGETTO, op. cit. p. 90. (3) DDI, s. I voi. I, Cerruti a Ricasoli 18/09!1861 .
del 'antico
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questione a italiana fu sempre molto viva (4). L' eventualità di un concentramento di garibaldini in Turchia si inseriva in una strategia di cui facevano parte anche gli invii di anni avvenuti nel corso del 1859 e 1860 nei Principati danubiani e che nel suo complesso doveva indicare alle Potenze europee, oltre alla possibilità, la decisione di Cavour di servirsi della questione bakanica per risolvere quella italiana. La politica del Conte ebbe il sostegno del ministro sardo a Costantinopoli, generale Giacomo Durando favorevole ai contatti con il Comitato di fuorusciti ungheresi ed alle spedizioni di armi ai nazionalisti magiari utilizzando il Danubio (5). Durando sarebbe stato titolare del p01tafoglio degli Affari Esteri nel primo ministero Rattazzi sotto il quale ebbe inizio la missione in Persia. La guerra contro l'Austria, i problemi del riconoscimento del nuovo Stato italiano e quelli derivati dalla incompleta unificazione e dal sorgere della Questione romana, spostarono in secondo piano la programmata spedizione a Teheran. Ricasoli, succeduto al defunto Cavour ne11a carica di presidente del Consiglio, aveva ereditato dal1a precedente amministrazione la progettata missione. Decisamente contrario ad essa, solo l' esistenza di un impegno con la Persia gli impediva di annu llarla. La giudicava inutile e dispendiosa. Se per il passato governo poteva avere uno scopo politico di copertura delle attività da compiersi a Costantinopoli che ne giustificava l'attu azione, durante il suo Gabinetto tale finalità era venuta meno e con essa anche la necessità della missione (6). I toni che il barone Ricasoli
(4) Per una approfondita analisi sulla figura e l'operato ciel conte di Cavour cfr. ROSARIO ROMEO, Cavour e il suo tempo 1854 -1861, Bari 1969- 1984. ROSARIO ROMEO, Dal Piemonte sabaudo all'Italia liberale, Roma-Bari 1974. Ad uno studio più centrato sull'attività internazionale del conte di Cavour sono dedicati i lavori che seguono: UMBERTO MARCELLI, La politica estera cavouriana 1855-1859, Bologna 1957. UMBERTO MARCELLI, Cavour diplomatico, Bologna 1961. Per la comprensione degli aspetti balcanici della politica estera cli Cavour cfr. ANGELO T AMBORRA, Cavour e i Balcani, Torino 1958. (5) CESARE DURANDO, Episodi diplomatici del Risorgimento italiano dal 1856 al 1863. Estratti dalle carte ciel generale Giacomo Durando compilati da Cesare Durando, Torino 1901 in particolare pp.78-79. (6) M.T ABARRTNTe A.GOTTI, (a cura di) Lettere e documenti del barone Bellino Ricasoli, vol. VII pp.56-58 Firenze 1892, Lettera indirizzata al fratello Vincenzo Ricasoli a Grosseto, datata Brolio 3 aprile 1862. 86
assunse furono durissimi. Al fratello .Vincenzo, cui era stato proposto di partecipare come capo alla sezione militare della spedizione e che gli chiedeva un parere circa l'opportunità di accettare o meno, il barone Bettino rispondeva di non andarci altrimenti ne avrebbe ricavato solo noie e molestie. Nel momento in cui scriveva al fratello, Ricasoli non era più presidente del Consiglio e non è escluso che il parere negativo dato a Vincenzo, consigliandolo di andare in Maremma piuttosto che in Persia, derivasse dalla considerazione che non era opportuno che il fratello del vecchio primo ministro partecipasse ad una missione la cui composizione il nuovo governo aveva mutato. In effetti Ricasoli aveva rimandato proprio all'aprile del 1862 l'attuazione della spedizione ed al fine di evitare spese superflue ne aveva ridotto al minimo la composizione; mentre così come il nuovo governo l'aveva impostata sarebbe stata secondo Ricasoli "una di quelle cose che non meritano altra qualifica che di pretta vanità, futilità inane e stupidità" dalla quale l'Italia non avrebbe tratto nessun utile "salvo il dar pascolo di croci e regali" a chi ci fosse andato (7). Non sappiamo se il capitano Clemencich facesse o meno parte dei membri previsti da Ricasoli e comunque ciò ha una importanza relativa, Vincenzo Ricasolì non partecipò al viaggio. Le opinioni del governo italiano sulla missione erano notevolmente differenti da quelle di Bettino Ricasoli. Secondo quanto riportato da uno dei membri della sezione scientifica della spedizione, il professor De Filippi zoologo, erano state "convenienze diplomatiche e vivi interessi commerciali" a indurre il governo a non ritardare l'invio di una ambasciata straordinaria allo scià di Persia. Circa la composizione della legazione, essa avrebbe rispecchiato il cambiamento che era avvenuto in Italia dal piccolo Regno di Sardegna al più vasto ed importante Regno d'Italia e ciò significava una delegazione più numerosa di quanto non si fosse stabilito (8). Era stato questo particolare a s u sci tare le ire di Ricasoli. Secondo i 1 Grimaldi erano due i motivi della missione: da un lato le insistenze dello scià affinché, al pari delle altre potenze, anche l'Italia mandasse una legazione a Teheran per "ossequiarlo", (7) ivi. (8) F.DE FILIPPI, Note di un viaggio in Persia nel 1862, Milano 1865, p. l ss.
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dall'altro la speranza di trovare dei sem i di bachi da seta immuni dalla malattia che aveva colpito quell i piemontesi e lombardi, nella provincia del Mazauderhane ed indurre i Persiani a consentirne l' importazione in Italia (9). Le finalità della missione sono chiarite dalle istruzioni che il segretario gene rale agli Affari Esteri Melegari impartì al capo della legazione italiana a Costantinopoli , ministro Cerruti, il quale avrebbe assunto il ruolo di capo della missione straordinaria a Teheran ( IO). La Persia si trovava a svolgere un ruolo di cuscinetto tra due direttrici di forza espansioniste: quella russa e quella inglese e fino a quel momento la necessità di Londra a non avere i Russi sul confine dell 'India l'aveva salvata dal pericoloso vic ino. Si trattava di verificare lo stato dei rapporti tra la Persia, la Russia e la Gran Bretagna. La situazione persiana era simile a quella turca. Così come l'Impero Ottomano, la Persia continuava a vivere più per l' incapacità di accordarsi dei suoi vicini che per merito proprio; e conoscere il live llo di influenza che Londra e Mosca, avevano su Teheran sarebbe stato importante per com prendere gli sv ilupp i de ll a politica dello scià. L'interesse di Melegari era legittimo , soprattutto se si considera che le truppe russe stavano concludendo la conq uista del Caucaso e c iò le avrebbe poste nell a cond izione di avere un retroterra adatto ad una eventuale invas ione del territorio persiano. E anche se ciò non fosse stato nelle intenzioni dello zar, la s ituazione creatasi gli avrebbe permesso di recare in quelle regioni fastidio alla Gran Bretagna per bilanciare la po litica anti-russa di Londra nella Turchia e uropea . L'intricato e pericoloso rapporto di Teheran con i propri invadenti vicini av rebbe potuto creare, secondo Melegari, buone opportunità commerciali e politiche per chi non aveva interessi strategici in Pers ia. Cerruti con la propria attività ,avrebbe dovuto "gettare i germi di una solida e durevole amicizia" . Inoltre avrebbe dovuto verificare le aspirazioni persiane circa un 'eventu ale riconqui sta delle prov ince perdute sia dal lato dell ' India come l'Herat, l'Afghan istan ed il Peloucistan, sia da l lato della Ru ss ia e della Turchi a con la quale era vigente il contenzioso (9) S. GRIMALDI DEL POGGETTO, o/J .cit. p. 90 ss . (10) DDI, s. I voi.Il Cerruti a Durando , Cos1an1inopoli /3 aprile 1862: Durando a Cerruti, Torino 14 aprile 1862 ,
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relativo alle valli del Tigri e dell'Eufrate. Un 'ultima precisa indicazione riguardava la necessità di ottenere una riduzione del divieto all'esportazione del "seme serico" persiano (11 ). Le istruzioni date a Cerruti dimostrano l'attenzione con la quale a Torino si seguivano le vicende politiche dell'area persiana. Alla missione non erano stati impartiti soltanto compiti politici e l'aspetto scientifico fu molto curato, come risulta dall'elenco degli studiosi partecipanti. 11 governo decise che la spedizione sarebbe stata composta di tre sezioni: diplomatica, militare e scientifica. Di quest'ultima avrebbero fatto parte i professori De Filippi e Lessona, direttore il primo del Museo di Storia Naturale di Torino, ed il secondo di quello di Genova, assieme ai professori Lignana, Ferrati ed al marchese Giacomo Doria entomologo genovese. Della sezione militare oltre al conte Grimaldi ed al capitano Cle menc ich avrebbero fatto parte un fotografo di nome Montabone ed il suo operatore Pietrobon (12). Il conte Grimaldi era anche un abile disegnatore e cartografo e a lui fu affidato il compito di illustrare il viaggio con disegni e ricostruzioni ambientali. L' aspetto più squisitamente militare della missione fu affidato al capitano Clemencich, il quale oltre alla propria specifica esperienza aveva la possibilità di sfruttare la conoscenza di parte delle lingue parlate nel territorio che avrebbe attraversato. Le istruzioni gli furono impartite a voce dal ministro degli Affari Esteri generale Durando e dal capo dell'ufficio superiore del Corpo di stato maggiore generale Ricci. Anche se verbali, le istruzioni erano molto chiare e prevedevano che alla fine della sua missione il capitano fosse in grado di informare Torino sui seguenti punti: stato delle forze russe nel Caucaso; condizioni delle parti belligeranti; spirito delle popolazioni del Caucaso e delle province transcaucasiche; quali forze sarebbero rimaste disponibili alla Russia dopo la sottomissione dei Circassi e dove si sarebbe svolta a guerra finita l'attività russa in Oriente (13). Richieste precise a testimonianza dell'interesse del governo di Torino verso gli avvenimenti del Caucaso, sottolineato da un rap-
(11) DDl, s. Tvoi. II, Melegari a Cerruti, Torino 20 aprile 1862, (12) S. GRIMALDI DEL POGGETTO, op. cit., p. 92. ( 13) Cfr. Relazione, Clemencich.
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porto precedente a quello di Clemencich, redatto dal tenente colonnello del Corpo reale dello Stato Maggiore Giustiniani, nel 1852 ed avente come destinatari particolari "gli ufficiali capitani e subalterni del Corpo" (14). Le fonti utilìzzate da Giustiniani e da Clemencich d ifferiscono per un dato sostanziale, il secondo poté osservare di persona lo svolgimento di alcune operazioni militari, studiando così sia il terreno che le forze in campo. L'esperienza personale di Clemencich, riportata nel diario storico, gli fu d 'aiuto nell 'analisi dei documenti ufficiali fornitegli. Anche Giustiniani si era servito di documenti ufficiali, di bollettini, ma l'accesso alle fonti di Clemencich era stato più diretto ed i materiali necessari alla compilazione dell'organizzazione dell'armata russa nel Caucaso gli furono dati dall'ufficio di Stato Maggiore della medesima annata (15). I documenti sui quali Giustiniani lavorò presentavano delle lacune riguardanti la descrizione del teatro di guerra senza la quale risultava difficile comprendere il sistema di occupazione e la conduzione stessa delle operazioni militari. Per ovviare a tale problema il redattore utilizzò il lavoro La Russie dans l' Asie Mineure traduzione francese dall'originale del colonnello Uschatrof. Circa la quantità e la dislocazione delle forze armate è lo stesso Giustiniani a sottolineare che i dati da lui riportati devono essere analizzati con cura in quanto non esenti da imprecisioni, "per mettere, almeno in via approssimativa, l'ordine di battaglia in rapporto alla dislocazione della truppa e colla natura del teatro della guerra in generale" (16). Anche in questo caso l'Autore pensò di completare le infonnazioni in suo possesso con l'ausilio di pubblicazioni delle quali però non fornisce i titoli. I lavori di Giustiniani e Clemencich trattano lo stesso argomento ed entrambi i documenti provengono dalla sezione Studi Particolari dell'Archivio dello Stato Maggiore dell'Esercito. Quello di Giustiniani è diviso in due parti. Nella prima si occupa dello scenario nel quale la vicenda bellica si svolge analizzando le caratte(14) Cfr. Rapporto, Giustiniani . (15) Cfr. Relazione, Clemencich. ( I 6) Archivio Ufficio Stato Maggiore del ! 'Esercir.o, sezione S tudi Particolari, busta 189 fase.I. Giustiniani "all'ill.mo Sig.Magg.Generale Conte del corpo Reale di Staio Maggiore", Torino, 22 marzo I 852,
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ristiche del teatro operativo e quelle delle popolazioni in lotta. Dedica una sezione della prima parte alla descrizione del sistema di occupazione russo ed alla politica degli occupanti verso le popolazioni locali. Nella seconda parte tratta dell'ordine di battaglia e della dislocazione delle forze russe nel teatro bellico (17). 11 lavoro di Clemencich è diviso in quattro parti o capi. È con uno stile conciso, caratteristico di tutta l'opera, che nel primo capo il capitano italiano descrive ed analizza le operazioni svoltesi nel Caucaso prima del suo arrivo e quelle in corso di attuazione durante la sua visita. L'osservatore si dimostra molto abile sia nel cogliere gli aspetti essenziali delle operazioni sia ne] valutarne le conseguenze, comprese quelle derivate dalla particolare conformazione del teatro operativo di cui si occupa anche il ten. col. Giustiniani. I due ufficiali pur avendo utilizzato fonti diverse giungono infatti alle medesime conclusioni. Clemencich riterrà che, se con quelle condizioni operative si voleva realizzare una conquista militare del tenitorio, la tattica della terra bruciata e delle espulsioni delle etnie ribelli dalle zone di residenza messa in atto da Jevdakimoff fosse l'unica atta ad assicurare un possesso definitivo. La descrizione del teatro di guerra del primo capo deve essere completata con la sezione dedicata ai lavori di fortificazione inserita alla fine dell 'articolo primo del capo secondo. Rispetto al lavoro di Giustiniani, quello di Clemencich è più approfondito disponendo l'Autore dì maggiori informazioni. Ne deriva un resoconto abbastanza completo della situazione dell'esercito russo nel Caucaso. li quadro delineato da Clemencich descrive una macchina militare in grado dì raggiungere g]i obiettivi fissati nonostante i problemi provocati sia dalle proprie condizioni di operatività che dalle disfunzioni tipiche dell'esercito russo. E per apprendere quali queste fossero e in che misura influissero sulle forze presenti nel Caucaso è necessario conoscere Jo stato generale delle forze armate dello zar del quale Clemencich e neanche Giustiniani parlano. Manca in entrambi un paragone tra l'esercito caucasico e le altre annate russe. Il capo quarto è dedicato alla narrazione dei preparativi antecedenti la partecipazione del capitano Clemencich alle operazioni militari
(17) ivi.
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da lui stesso raccontate nel diario storico-militare. Le due relazioni hanno un quadro riassuntivo finale delle forze e del loro armamento presenti in Caucaso e citati nel corso della trattazione. È probabile che quasi tutti i partecipanti alla spedizione tenessero un diario di viaggio. Per molti di loro il disbrigo del compito speciale per il quale erano stati inseriti tra i membri della missione, si accompagnava all'osservazione dei luoghi e delle popolazioni che incontravano ed il viaggio assunse in qualche caso l'aspetto dell 'esplorazione di terre lontane esconosciute. I lavori per noi interessanti sono due: i diari del conte Grimaldi del Poggetto e del professor De Filippi. Il primo inserisce la ricostruzione del suo viaggio in Persia in un più ampio volume di ricordi edito nel 1892, con una tiratura limitata di sole cento copie fuori commercio. Molto preciso nella ricostruzione degli antefatti della spedizione, il Grimaldi descrive con cura il percorso effettuato. Riteneva che il capo mission e Cerruti considerasse lu i e Clemencich come "esclusivamente destinati a prestar braccio forte all'occorrenza, dar sciabolate in caso di bisogno, mantenere la disciplina nel personale ed appoggiare colla forza gli ordini del potere esecutivo" (18). In realtà il compito affidato a Grimaldi non si limitava all'eventuale esercizio della forza bruta. Provetto disegnatore e cartografo e bbe l'incombenza di illustrare il viaggio. Ed è sotto questo aspetto che ci è utile per le accurate descrizioni del teatro operativo caucasico. Il lavoro da lui svolto avrebbe dovuto far parte di una relazione ufficiale illustrata con disegni del territorio attraversato dalla spedizione, ma per problemi di bilancio la spesa no n fu affrontata ed il progetto fu fatto cadere. A tutti i membri della missione furono consegnate delle decorazioni. Il Grimaldi fu insignito del grado di Ufficiale di San Maurizio e Lazzaro, del quale era già cavaliere. Il professor De Filippi dedicò un lavoro specifico, alla miss ione , edito nel 1865 a M ilano. Sotto forma di note di viaggio nelle quali destinò un breve spazio alle origini della spedizione, il De Filippi descrisse i luoghi attraversati e le popolazioni incontrate. Attento alle ricostruzioni d'ambiente ed alle tradizioni locali la sua opera si
(18) S.GRlMALDT DEL POGGETTO, op.cit., p.125
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fa apprezzare per la precisione e l'acutezza delle osservazioni . I tre capitoli dedicati al Caucaso ci consentono di comprendere meglio la natura delle popolazioni e del territorio invaso dalla Russia (19). Salpata dal porto di Genova e fatto scalo a Messina per rifornirsi di carbone, l 'Icnhusa dopo una tranquilla navigazione nel Mediterraneo orientale entrò nel porto di Costan tinopoli e attraccò a Tophanè nei pressi dell'arsenale. Nella capitale turca si aggregò agli uomini partiti dall'Italia il capo missione Marcello Cerruti, ministro presso la Sublime Porta. La presenza del diplomatico ebbe un ruolo importante nella missione di Clemencich. Cerruti aveva iniziato la propria carriera consolare nel maggio 1825 ed era stato incaricato delle funzioni di segretario particolare presso il ministro di Sardegna in Istanbul. I successivi impegni lo avevano portato ad approfondire la conoscenza degli uomini e della mentalità medio-orientale e ciò fu determinante nel fargli ottenere il lasciapassare dall'ambasciatore russo Labanoff affinché la missione italiana potesse recarsi in Persia attraversando il Caucaso, nonostante i rapporti diplomatici tra Russia e Regno di Sardegna prima e quello d'Italia dopo fossero interrotti dai tempi della gueITa in Crimea. La possibilità di attraversare il Caucaso favorì il lavoro di Clemencich, il quale nel corso del primo soggiorno a Tiflis (o Tiblisi) con l'aiuto di Grimaldi aveva incominciato a prendere i contatti necessari allo svolgimento del suo compito. L' 11 maggio la missione lasciò Trebisonda sulla costa meridionale del mar Nero. A bordo del vaporetto raggiunse Poti sulla foce del fiume Rion che risalì fino a Mazan. Il 14 maggio era a Koutais (o Koutatis) antica capitale della Colchide e ora capoluogo della provincia dell'Imezia. Il I 6 di maggio arrivò a Tiflis, la città più importante del Caucaso, ove i delegati italiani, in assenza del governatore generale, principe Bariatinski, fecero visita al vice governatore generale Orbelliani oriundo georgiano. Il 13 giugno 1862 la missione italiana pattì da Tiflis diretta alla volta di Teheran; sei carrozze, dodici carri coperti per i bagagli ed un imprecisato numero di cavalli costituivano la carovana. La legazione rimase unita fino all'udienza generale con lo scià Nassar
(19) DE FILIPPI, op.cit., al Caucaso dedica i capitoli lll e IV. 93
Eddin, quarto sovrano della dinastia turca dei Kagiar. Alla fine di agosto parte degli scopi della missione potevano ritenersi raggiunti: la questione serica era stata risolta e molti semi di bachi furono acquistati nel Mazanderan con la speranza di portarli in Italia privi d'infezioni. La sezione diplomatica non aveva ancora raggiunto l'obiettivo prefissato ed il ministro Cerruti con gli altri diplomatici rimase a Teheran dove il 24 settembre firmò un trattato di navigazione e commercio con la Persia. Dall'accampamento italiano di Tegretch presso Teheran partirono prima le carrozze dei membri della commissione scientifica e qualche giorno dopo, il 4 settembre, a cavallo si mossero Clemencich e Grimaldi alla volta di Recht dove, nella rada di Enzeli sul Caspio, ancora in territorio persiano, avrebbero preso il battello a vapore per Baku, località dalla quale, mentre il resto della spedizione risalendo il Volga raggiungeva Mosca e l'Italia, Clemencich partiva con la. speranza di essere accolto come osservatore militare tra le forze russe impegnate in una spedizione contro le ultime sacche di ribelli; ciò gli avrebbe dato la possibilità di verificare sul campo le informazioni prese nel corso del suo primo soggiorno in Caucaso. Fin dall'inizio della loro occupazione le forze russe avevano dovuto confrontarsi con le particolari caratteristiche del territorio. Al momento in cui l'osservatore italiano entrò per la seconda volta in Caucaso le forze d'occupazione russe erano impegnate nel diffic ile compito di contrastare gli ultimi focolai di guerriglia rimasti in una zona compresa tra il mar Nero ad Occidente ed il corso del fiume Kuban a Nord ed a Est. Mentre le parti centrali della regione per la natura montuosa del terreno si prestavano meglio ad operazioni di guerriglia, il suolo stepposo e relativamente pianeggiante della Valle del Kuban non consentiva,ai ribelli di applicare la tattica del 'mordi e fuggi'. L' ambiente favoriva nel Kuban i rastrellamenti della cavalleria cosacca che negli spazi aperti manovrava con agilità e caricava il nemico. I ribelli potevano rispondere con una tattica basata sull'azione cli piccoli gruppi di uomini dotati di armamento leggero ed estremamente mobili. Clemencich indica con precisione la situazione in cui si trovavano le forze contrapposte: i Russi in pianura, i ribelli sulle montagne. Determinante diventavano a questo punto le vie di comunicazione tra le due zone. Un ruolo importante lungo le direttrici 94
pianura-montagna e viceversa lo giocavano gli affluenti di sinistra del Kuban che scaturivano dal versante Nord-Est della grande catena del Caucaso. Larghi alla foce, sempre più stretti in direzione della sorgente ed a regime torrentizio, questi fiumi erano scarsamente utilizzati. Infatti se la larghezza della foce consentiva concentramenti di truppe, queste potevano risalire il letto del corso d'acqua fino al punto in cui il restringimento del letto non avrebbe più favorito il movimento di massa. Le truppe avrebbero dovuto procedere incolonnate così esposte agli attacchi dall'alto lungo canaloni accidentati. L'importanza della natura del territorio fu ben compresa anche dal Giustiniani il quale nella sua relazione dedicò una dettagliata analisi all'incidenza che la particolare struttura ambientale ebbe nei confronti dell'occupazione. La presenza di tre catene montuose nel tratto del paese compreso tra il mar Nero ed il mar Caspio in direzione Est-Ovest rendeva particolmmente aspro il paesaggio ed ardua una gue1rn di tipo tradizionale. Il Giustiniani si riferiva alle catene dell'Elborug che a Nord costituiscono quasi una barriera contro la Russia, a quelle dell'Allaghiera o dell'Ararat che formano un muro naturale contro la Persia e l ' Asia Minore. Dal centro della reg ione dell 'Elborug si propendevano in direzione Nord dei contrafforti digradanti verso le steppe della Russia. I fianchi dei monti erano ricoperti da dense foreste che favorivano la tattica dei ribelli. Con molta precisione Giustiniani descrive il sistema orografico e le condizioni climatiche delle zone interessate ali' occupazione russa. A differenza di Clemencich, Giustiniani però non sottolinea gli aspetti militari derivanti dalle caratteristiche dei corsi d'acqua montani. Circa il clima, le informazioni fornite ci permettono di avere una visione abbastanza chiara delle condizioni in cui la truppe zariste operavano. Esso era caratterizzato da forti contrasti a seconda delle zone del paese. Il freddo dei settori alti e montani del territorio era compensato dalla salubrità di quelle terre a differenza di quel le più calde e umide in cui le febbri malariche erano diffuse. Foreste e pascoli abbondavano nelle valli del Kuban e del Tereck, anche gli altipiani erano ricchi di pascoli e con l'avvicinarsi delle zone costiere i terreni diventavano più fertili e predisposti all'agricoltura. Considerando la valle del fiume Tereck come elemento divisorio della catena caucasica, le popolazioni in lotta contro i Russi erano residenti nel lato destro. 95
I gruppi impegnati nella guerriglia erano gli Abazechi, gli Ubichi e gli Shapsughi o Natukais appartenenti alle genti circasse o adighè per un totale di circa trecentomila persone. Le informazioni che sia Clemencich che Giustiniani dann o sulle popolazioni impegnate contro le forze russe non sono molte. Entrambi danno l'ubicazione geografica dei gruppi e soltanto il primo dice qualcosa sulla loro organizzazione politica, cogliendo, pur nell 'estrema sintesi delle infonnazioni, un dato essenziale: la scarsa unità esistente tra i capi tribù e dei villaggi che li privava di una direzione unitaria nelle operazioni contro i Russi. Giustiniani capiva l'aspetto positivo di tale situazione. L'assenza di centri di potere consolidati e di concentramenti di nemici non consentiva alle truppe zariste di operare una normale guerra. Dotati di annamento leggero e favoriti dalla conoscenza del territorio, ai ribelli circassi non conveniva provocare scontri in campo aperto. La tecnica migliore era l'imboscata o l'attacco improvviso alle retroguardie delle colonne seguito da rapida fuga. Questa tattica era applicata così bene dai guerriglieri circassi che gli stessi movimenti dei Russi tra le loro linee fortificate potevano avvenire con estrema cautela, cioè sotto scorta provvista di artiglieria leggera. Nell'autunno del I 862 le forze russe erano impegnate a conquistare il fianco destro del territorio caucasico, quello prospiciente il mar Nero, dopo aver conquistato il fianco sinistro corrispondente al territorio del Daghestan. Le truppe del principe Bariatinski stavano affrontando le medesime difficoltà che dieci anni prima avevano ostacolato le truppe di cui scrive Giustiniani. II quadro militare non era cambiato soprattutto perché non era mutata la conformazione territoriale del paese e fu questa a determinare le scelte strategiche russe. A favore dei ribelli giocava la possibilità di ritirarsi negli accampamenti disseminati negli altopiani e tra le montagne. I rifornimenti erano in parte tratti dal territorio di residenza ed in parte provenivano dal mare; inoltre le vie d'accesso agli altopiani erano costituite da scoscesi canaloni e dal letto dei corsi d'acqua. Ciò significava che una conquista del territorio che eliminasse le possibilità di esercitare la guerriglia doveva essere accompagnata da una occupazione capillare della regione sì da ottenere due scopi essenziali: il controllo delle linee di rifornimento dei ribelli e l'isolamento negli altopiani, dopo la occupazione delle strade di accesso ai villaggi. Si trattava di 96
applicare i principi di una guerra volta a stringere in modo energico un cordone contro gli insorti, tramite delle colonne militari molto mobili dotate di armamento appropriato e dunque in grado di inseguire il nemico. Compito di queste colonne era sorprendere gli insorti e distruggere i loro depositi di armi. Obiettivo difficile da raggiungere in quanto le forze della guerriglia erano in grado di controllare i movimenti dei Russi. Alle colonne allora era impartito l'ordine che, in mancanza di nemico da inseguire, si facesse ovunque tena bruciata, dando alle fiamme accampamenti riserve alimentari e soprattutto le foreste che davano agli insorti la possibilità di fuggire. Il transito delle colonne russe non garantiva agli occupanti il definitivo controllo del territorio e perfino la deforestazione non avrebbe dato risultati positivi se le zone attraversate dalle colonne non fossero state controllate stabilmente. Fu così creato un sistema di campi fortificati. La conquista militare era dunque sempre seguita dall 'occupazione del territorio, pratica ancora in pieno sviluppo al momento della presenza di Clemencich in Caucaso. Il sistema si basava su tre elementi fondamentali: le stanizze, i forti e i posti fortificati. Le prime erano dei villaggi fortificati, circondati cioè da una palizzata oppure da una doppia parete di graticci riempita di fascine e di terra. Nei villaggi fortificati , a seconda della loro grandezza, si installavano una o due compagnie di soldati e circa trecento famiglie di coloni. Il governo era così interessato alla creazione di poli di sviluppo russi nel Caucaso che per i primi tre anni si accollava le spese per il sostentamento dei coloni e l'avvio di attività economiche legate all'agricoltura ed al commercio del legname derivante dalla deforestazione, tutte attività che aumentavano estendendolo in modo capillare il controllo sul territorio. I forti erano posti a difesa di nodi strategici, una sotnia o compagnia di cosacchi poteva a seconda delle esigenze esservi sistemata; a parte l'armamento dei soldati il forte era munito di uno o due cannoni. Un insieme di strade (che a Clemencich non piacque molto perché era stato tracciato e spianato su un fondo non ben curato e per di più coperto di fascine e di ghiaia nei terreni paludosi) collegava le stanizze tra di loro ed a difesa di questo sistema di comunicazione erano stati eretti dei posti fortificati il cui elemento principale era costituito dall'alta piattaf01ma di avvistamento posta al centro del recinto. Nelle stanizze i soldati potevano vivere con le loro famiglie, 97
occupando il tempo libero da impegni militari lavorando i campi o svolgendo attività artigianali, integrando con il proprio lavoro il magro soldo percepito dall'esercito. Famiglie di soldati ammogliati erano residenti nei villaggi sorti al di fuori delle fortificazioni. Ogni domenica si teneva in Tiflis un mercato particolare, nel quale, a prezzi più bassi rispetto al mercato corrente. si vendevano i prodotti dei soldati: tela, panni grossolani, mobili e armi. Ad informarci circa la motivazione della presenza di soldati con famiglie nel Caucaso è anche il professor De Filippi nel suo diario, secondo il quale durante la prima occupazione russa e nel corso delle guerre contro la Persia e dell'invasione del Daghestan i soldati russi oltre a patire la snervante guerriglia delle popolazioni locali e le privazioni tipiche di una dura campagna militare, soffrivano per i lunghi periodi di distacco dalle proprie famiglie e soprattutto sentivano la mancanza di donne! Diventavano così molto sensibili alle offe1te di agenti persiani che in cambio della loro diserzione offrivano una o due mogli. Il fenomeno dovette assumere aspetti preoccupanti se il generale Jermoloff propose ed ottenne che fossero spediti in Caucaso soldati ammogliati con le loro famiglie, guadagnando una diminuzione non quantificata delle diserzioni, così come non era quantificata l'entità delle diserzioni medesime. L'iniziativa ebbe comunque successo e dei cinque battaglioni che componevano ogni reggimento di fanteria russa nel Caucaso uno era composto da soldati ammogliati (20). La maggior parte dei coloni-militari era formata da cosacchi. I quali nelle spedizioni contro i ribelli fornivano una cavalleria non adatta alle cariche in linea, a causa di una quasi assoluta mancanza di disciplina tattica, ma preziosa per le operazioni di rastrellamento e controguerriglia. E cosacchi erano coloro che subentravano alle popolazioni locali sconfitte e deportate sulle coste del Mar Nero. Il governo russo versava ad ogni cosacco sotto le armi un soldo compreso tra i cento ed i centocinquanta rubli l'anno. Al proprio vitto ed a quello del suo cavallo il cosacco doveva provvedere da sè (21). Il tentativo russo di conquistare il fianco destro del territorio invaso era stato reso possibile dalla sconfiilta e da11a cattura in quello sinistro del capo dei ribelli Shamyl con conseguente possi(20) DE FILIPPI, op.cit., 64 ss. (21) S.GRIMALDI DEL POGGETTO, op.cit.,p. 157.
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bilità di spostare le truppe. Clemencich è molto preciso nell ' indicare le tribù ribelli. Circa la loro entità numerica bisogna dire che l'inviato italiano non ebbe la possibilità di controllare di persona e si basò su stime russe. Il ten. col. Giustiniani, segnalando nel proprio studio nelle genti circasse il gruppo etnico dominante, non precisa quali parti di esse fossero impegnate nella lotta, ma tiene a sottolineare che per sobrietà, tenacia e destrezza erano particolarmente portate alla guerriglia (22). Giustiniani si riferisce all'intero teatro operativo, mentre le informazioni di Clemencich riguardano le popolazioni del fronte meridionale. Appartenevano tutte alla stirpe circassa e comprendevano tre gruppi principali: gli Abazechi, gli Ubichi e gli Shapsughi o Natukais. Così come Giustiniani, ma con maggior precisione nell' indicare i raggruppamenti, Clemencich evidenzia l'estrema frammentarietà dei gruppi e l'esistenza di piccole popolazioni assai differenti tra di loro. Le tribù (ed i clan all'interno di esse) erano divise. Unite da un comune e radicato odio nei confronti dell'invasore, ma separate da antiche faide e rivalità, non riuscivano a dare una conduzione unitaria alla lotta .(23 ). E ciò significava che i Russi avrebbero dovuto impegnarsi contro più centri di guerriglia. Le alternative non erano molte e tutte si riconducevano alle necessità di controllare il territorio e bloccare i rifornimenti. Le scelte strategiche furono fatte nell'ottobre 1860. I piani in discussione erano quelli del capo di Stato Maggiore dell'Armata del Caucaso generale Philpson e del comandante delle forze operanti sul fianco destro generale Jevdakimoff. Obiettivo di entrambi era la conquista definitiva del territorio mediante un effettivo controllo di esso e l'estinzione di ogni forma di guerriglia. I due generali concordavano sul fine, ma avevano opinioni diverse circa i metodi atti a raggiungerlo. Differivano sull'identificazione del principale nemico. Entrambi non prevedevano una guerra totale contro le tre principali tribù circasse presenti nel fianco destro, bensì il concentramento delle forze contro la tribù più forte, identificata da Philpson in quella degli Shapsughi e da Jevdakimoff in quella degli Abazechi. In entrambi i casi era importante avere retrovie sicure ed abbastanza vicine al fronte, poiche l'allungamento delle (22) Cfr. Rapporto, Giustiniani. (23) Cfr. Relazione, Clemencich.
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linee di rifornimento avrebbe favorito le azioni di guerriglia. Secondo Jevdakimoff la base più sicura per la campagna contro gli Abazechi era l'alto Kuban popolato da coloni russi. Le coste del mar Nero erano ritenute da Philpson le basi ideali per l'attacco agli Shapsughi e per quello successivo agli Abazechi. Clemencich non dice in base a quali considerazioni fu stabilita la pericolosità delle tribù. Nella scelta di Philpson un ruolo importante potrebbe avere avuto il parziale fallimento della campagna dell'aprile 1860 contro gli Shapsughi. I due piani prevedevano, anche se in tempi diversi, l'attacco alla popolazione Abazeca, che nel 1859 aveva firmato con gli occupanti un accordo in base al quale si impegnava a cessare le azioni di guerriglia nel territorio controllato dai Russi mentre questi si obbligavano a non continuare l'opera di penetrazione in territorio abazeco. Clemencich dedica maggior spazio all'analisi del piano di Jevdakimoff che a quello di Philpson, del quale si limita a indicare l'obiettivo, la sottomissione prima degli Shapsughi e poi degli Abazechi partendo dal mar Nero. Il capitano italiano riteneva le idee di Jevdakimoff atte ad una guerra di sterminio, ma nello stesso tempo le giudicava provviste di buone possibilità di riuscita. Si tratta di un giudizio espresso a campagna iniziata, dopo cioè che si erano visti i risultatri del piano del comandante Jevdakimoff. In esso non c'erano riferimenti espliciti alla eliminazione fisica delle genti abazeche, ma l'alternativa che loro si offriva era netta: andarsene o rimanere a combattere in un territorio nel quale le truppe russe applicavano la tattica della terra bruciata. Le direttrici di marcia previste dal generale erano due: l'una tendeva a risalire il corso dei principali fiumi del bacino del Kuban, l ' altra era volta a rinsaldare le posizioni russe sul mar Nero. Le operazioni sarebbero iniziate nel periodo tardo autunnale, quando, sarebbe mancata la protezione cara a tutti i gueniglieri operanti in zone boschive: le foglie degli alberi. La strategia russa illustrataci da C lemencich non differisce molto da quella descritta da Giustiniani dieci anni prima, ma nel 1861 essa fu condotta con maggior decisione. Le ingenti forze a disposizione del generale conte Jevdakimoff appartenevano ali' Armata del Caucaso. Questa godeva, rispetto alle altre forze a1mate di Alessandro II, di una propria autonomia nei settori dell'amministrazione, dell'avanzamento e della disci100
plina e ciò, unito alla lontananza da Mosca e da San Pietroburgo, diluiva gli effetti provocati dalla turbolenta corte dello zar. La peculiarità del teatro operativo non si prestava ad un tipo di guerra convenzionale ed il contatto continuo con un nemico, spesso invisibile, non lasciava spazio eccessivo alle esercitazioni da parata. Tutto questo concorse a dare all'Armata del Caucaso delle caratteristiche particolari, rendendola meno sensibile ai cambiamenti inseriti in campo militare dalla scuola di Gatcina e facendo assumere nel Caucaso connotazioni differenti ad esperienze tentate in campo nazionale. Clemencich ci informa che l'Armata del Caucaso aveva lo status di colonia militare, ma questo tipo di colonia militare era diverso da quello primitivo creato da Alessandro I. In comune le due istituzioni avevano soltanto il nome. L'intenzione dello zar Alessandro I, quando nel 1815 istituì le colonie militari, fu quella di soddisfare due esigenze basilari: ridurre la spesa dello Stato per il mantenimento di parte delle forze armate ed evitare che i contadini lasciassero il proprio villaggio per espletare il servizio militare. Nei villaggi si sarebbero installate sia le truppe di fanteria che di cavalleria. I contadini avrebbero imparato l'arte militare e quelle truppe li avrebbero aiutati nella conduzione dei campi. Sei anni dopo la loro istituzione esisteva già un corpo autonomo delle colonie militari, ad ogni battaglione corrispondeva un distretto e ad ogni compagnia un vilJaggio. La cavalleria fu stanziata in Ucraina e la fanteria nel governatorato di Novgorod. Parte dell'esercito fu in tal maniera vincolato alla terra e nel 1825, anno della massima espansione delle colonie militari, 126 battaglioni e 149 squadroni, nel complesso un terzo degli effettivi, è organizzata in colonie militari. Nonostante le buone intenzioni, Alessandro I non considerò gli effetti dell'incontro forzoso di due tipologie sociali differenti come soldati e contadini. Probabilmente pensò che essendo la truppa formata da contadini che avevano indossato la divisa non sarebbero sorti problemi eccessivi. Ma il contadino russo avvertì la presenza del soldato come un'intrusione nonostante i vantaggi che godeva come la possibilità di utilizzare gratuitamente agronomi specializzati, la creazione di scuole per i figli, cure mediche gratuite e soprattutto la dispensa del servizio militare. La presenza dei militari non fu comunque tollerata. Il soldato dopo le esercitazioni in ordine 101
chiuso era impegnato in lavori di costruzione e di insegnamento ai contadini, i quali dopo aver provveduto al lavoro nei campi, sotto il controllo degli ufficiali erano impiegati in servizi di pulizia. Nel 1831 il malcontento giunse al punto da provocare anche delle rivolte. Le colonie militari furono soppresse. Differenti per concezione e destinazione erano le colonie militari cui Clemencich fa cenno. Esse derivavano direttamente dalla strategia della linea applicata dal generale Ermolov a partire dal 1816 ed esattamente da quando nel mese d'aprile dello stesso anno aveva assunto il comando delle forze russe in Caucaso. Ermolov partiva da una considerazione di carattere territoriale in base alla quale riteneva il Caucaso una sorta di fortezza (24). Essendo troppo elevato il prezzo da pagare in uomini se si fosse optato per un assalto diretto, scelse il sistema dell'assedio nel senso che alle conquiste militari doveva seguire il possesso reale del territorio mediante I'insediamento di coloni e la creazione di un sistema di fortificazioni. Stanizze, fortezze e posti fortificati costituivano la "Linea", una sorta di frontiera che divideva i Russi dai ribelli. Il sistema della linea ( o guerra di cordone) è illustrato sia da Giustiniani che da Clemencich. Nelle stanizze scoppiarono spesso delle rivolte che avrebbero indotto il successore di Alessandro I, lo zar Nicola I, a sopprimere nel restante territorio russo il sistema delle colonie militari. Dei coloni che si sostituivano alle popolazioni sconfitte facevano parte militari alla fine del servizio o già in congedo che ritornavano a fare i contadini ed in piÚ l'esistenza di un comune nemico fungeva da collante. Secondo le informazioni fornite a Clemencich dal comando dell'Armata a Tif1is, al momento della sua visita Je forze russe ammontavano ad un totale di 152.940 uomini. Giustiniani nel suo lavoro scrive di un costante aumento del numero degli, effettivi, da 46mila durante la campagna del 1828-29 a 124mila durante il 1852. In dieci anni la presenza russa nel Caucaso era aumentata di circa 29mila unità . Sempre secondo Giustiniani le forze erano organizzate in due armate: l'una schierata nella valle del Kuban con quartier generale a Stravopol, l'altra oltre il versante sud della catena caucasica con quarti~r generale a Tiflis. Le armate
(24) S.ANDOLENKO, SLoria dell'esercito russo, Firenze 1969 pp. 204-205.
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erano composte da tre corpi d'armata. Al tempo di Clemencich le due armate erano state fuse in una sola e delle variazioni c'erano state anche per i corpi d'armata passati da sei a quattro complessivi con l'aggiunta di due divisioni autonome, quella di Koutais, residenza del generale Kalubackin, al cui comando rispondevano le truppe esistenti in Mingreglia, Gouriel ed Imerezia, e quella di riserva d'Azov comandata dal generale Oushevski. Il rapporto esistente tra ufficiali e soldati è giudicato buono da Clemencich che riteneva altresì positiva l'esperienza caucasica per la formazione degli ufficiali di truppa e per quelli di stato maggiore ai quali però attribuiva una scarsa conoscenza degli studi militari. L'osservatore italiano stigmatizzava gli episodi di arricchimento illecito degli ufficiali che si verificavano in particolare nel settore dei rifornimenti ed in quello dell'assistenza sanitaria ai soldati (25). Il problema della disciplina e della scelta degli ufficiali aveva sempre gravato sulla vita dell 'esercito russo tanto che la restaurazione della disciplina e della severità nei rapporti gerarchici era stato l'obiettivo principale delle riforme militari dello zar Paolo I, il sovrano sotto il quale l'intera Georgia fu annessa alla Russia il 30 dicembre 1800. Convinto della superiorità dell'ordine prussiano, lo zar decise di trasformare l'esercito russo seguendo quel mode.Jlo. Fu quello di Paolo I il più grande tentativo di cambiamento operato su un apparato militare e per certi aspetti si tradusse in un arresto dell'evoluzione dell'esercito russo. Ancora zarevic, Paolo I istituì nel 1782 a Gatcina, presso San Pietroburgo, una scuola militare il cui primo comandante fu il vecchio capitano prussiano Steinwehr al quale successe il colonnello Arakè5eev nel 1796. Da Gatt<ina sarebbero usciti la riconferma dell'ordine lineare di battaglia nonostante le sconfitte inflittegli da Napoleone, l'immenso amore per le esercitazioni da parata, per il "drill" nella convinzione che più le truppe fossero disciplinate maggiori sarebbero state le possibilità di vincere (26). Se l'addestramento formale e le pene corporali furono il mezzo per restaurare la disciplina tra i soldati, il rispetto dei rapporti
(25) Cfr. Relazione, C lemencich. (26) Nei cinque anni di regno di Paolo I furono allontanati dal servizio per violazione del regolamento 7 marescialli, 300 generali e 2000 ufficiali. Cfr. S. ANDOLENKO, op. cit., p .132. 103
gerarchici fu ripristinato con la centralizzazione del comando: tutto, perfino le licenze matrimoniali, faceva capo allo zar. Il quale cercò di rendere più omogeneo il corpo ufficiali favorendo l'ingresso dei nobili in carriera (27). Con i successori di Paolo I, gli zar Alessandro I e Nicola I, l'esercito mantenne sostanzialmente l'impronta della scuola di Gaffina con l'unica eccezione riguardo ali 'intensità dell'applicazione delle idee gatciniane delle forze schierate nel Caucaso. In questa regione i soldati erano inviati dopo aver prestato servizio in altri corpi. Avevano dunque superato la fase iniziale dell'addestramento che non veniva ripreso una volta giunti a destinazione in quanto troppe erano le incombenze. E, Clemencich, infatti, sottolinea come nel Caucaso la guerra la si facesse oltre che con le armi anche con l'ascia ed il piccone. Alla mancanza di addestramento l'osservatore italiano attribuiva la lentezza delle manovre e l'imprecisione nel tiro della fanteria. Le truppe del Caucaso risentivano della scarsa attenzione data dalla scuola di Gatcina all'addestramento individuale. Il regolamento della fanteria pubblicato il 29 novembre 1796 trascurava del tutto l'istruzione individuale al tiro e l'ordine sparso, riservando grande attenzione ai fuochi di plotone difensivo ed offensivo. Giustiniani non dedica spazio all'addestramento della fanteria e neanche a quello della cavalleria, della quale descrive solo la composizione. Clemencich, che la vide all'opera, manifestò un giudizio lusinghiero sulla cavalleria russa (28) decisamente opposto a quello espresso sull'artiglieria ritenuta l'arma più scadente dell'esercito del Caucaso per materiali, ufficiali mediocri e soldati senza addestramento. Giustiniani descrive gli effettivi e l'armamento delle brigate di artiglieria presenti nel Caucaso. Gli uomini visti da Clemencich erano quelli di Alessandro II, lo zar delle riforme politiche e militari. Fu lui a dare l'impulso decisivo alla conquista del Caucaso aumentando gli effettivi e l'armamento e affidando il comando delle operazioni al principe Bariatinski di cui Miliutin fu capo di Stato
(27) Per il ruolo svolto da Arak~eev nella riforma delle istituzioni militari russe si veda H. SETON WATSON; Storia dell'impero russo (1801-1917), Torino 1971, pp.142-159. (28) Cfr. Relazione, Clemencich. 104
Maggiore. E probabilmente il servizio presso unità operative che combattevano una g uerra particolare e la lontananza dai centri di potere russi favorirono in Miliutin lo svi luppo di un pensiero autonomo rispet to alle tendenze della scuo la di Gatcina. Clemencich cita solo una volta Miliutin, il quale, quando l'osservatore italiano giunse in Caucaso, era già dal1' anno precedente ministro della Guerra e lo sarebbe rimasto fino al 1881. Giustiniani non lo cita. Miliutin dopo una lunga gestazione si concentrò su due problemi essenziali: il comando giudicato eccessivain ente centralizzato ed il numero degli effettivi ritenuto basso. Nel suo schema di riforma il ruolo che assumeva il ministro della Guerra era molto importante e particolare. Ad esso sarebbero state subordinate tutte le autorità militari nei confronti delle quali avrebbe svolto una funzione d'indirizzo e controllo generale. Ciò doveva servire a limitare la gravosa centralizzazione pur mantenendo la coesione ali 'interno delle forze armate favorendo il decentramento del potere e lo sviluppo dello spirito d'iniziativa nei comandanti che comunque era già presente negli ufficiali operanti in Caucaso. Mìliutin fu molto sensibile a l problema della formazione dei quadri, creò tre scuo le di fanteria ·e una di cavalleria e scuole di allievi ufficiali per volontari. Nel 1871 di queste scuole se ne contavano undici, di fanteria due, di cavalleria due miste e una per cosacchi. Circa gl i effettivi il loro numero fu crescente fino al 1865 quando la tendenza si invertì (29). Le riforme di Miliutin si scontrarono con l'opposizione degli stati maggiori formatisi sotto Nicola I che seguivano i principi del centralismo e del formalismo gatciniano. Nelle forze del Caucaso forse esisteva già il sentore dello scontro tra le due tendenze, ma Clemencich nulla scrive al riguardo. I nostri Autori vissero, probabilmente in Italia, l'eco delle vicende russe. Non siamo a conoscenza di altri relaz.ion i scritte da Giustiniani o da Clemencich. Quest 'ultimo dopo aver partecipato alla spedizione descritta nel diario storico, lasciò Maikop nel Caucaso il 24 novembre 1862 al seguito del principe Alberto di Prussia con destinazione Mosca. L'osservatore italiano fu anche ricevuto dallo zar Alessandro II con il quale ebbe un colloquio di un 'ora e del quale non riportò nulla per iscritto. (29) S.ANDOLENKO, op.cii. , p.281. 105
Relazione e Diario Storico del capitano di Stato Maggiore Clemencich circa la sua missione riel Caucaso
N.B .: Non sono stati effettuati interventi sul testo e sulla grafia dei nomi.
RELAZIONE
I popoli del Caucaso alla cui sottomissione tendono fin dal principio del corrente secolo gli sforzi perseveranti della Russia abitano la grande catena del Caucaso. Divisi per origine e per razza in una quantità di piccoli gruppi autonomi ed affatto eterogenei, non poterono mai unirsi e contrapporre una forza centralizzata all'invasione dei Russi. La grande catena del Caucaso è divisa dalla valle del Tereck in 2 parti: J<1 ll fianco destro il quale si estende dal Tereck al Mar Nero. 2!! Il fianco sinistro dal Tereck al Caspio. Questa valle cadde in potere dei Russi fin dai primordi della loro occupazione e fu sempre la linea principale di comunicazione fra la Russia e le sue provincie transcaucasiche. I popoli Cecenzi e Lesghi del Daghestan si erano collegati fin dal 1837 sotto l'autorità di Shamyl e da lui ebbero quella specie di ordinamento militare e politico che loro permise di continuare, con alterna vece di fortuna durante 30 anni, la più sanguinosa guerra contro la invasione russa. Que] grande agitatore aveva fatti reiterati tentativi per riunire sotto il suo vessillo anche il nobile popolo degli Adighè (ossia veri Circassi) ma i suo.i sforzi andarono falliti per l'assoluta mancanza di ordinamento politico in quelle popolazioni. , Nell'anno 1859 fu dato al principe Bariatinski di porre fine alla guerra del fianco sinistro colla presa di Gunib e di sottomettere definitivamente quei popoli alla dominazione moscovita. Rimaneva ancora alla Russia il grave compito di estendere la sua dominazione anche sul fianco destro il quale è per lei stante la sua costa del Mar Nero della più alta importanza politica. Le operazioni contro il fianco destro ebbero principio dopo la caduta di Shamyl e l'Armata Russa è attualmente occupata a raggiungere quell'intento. 109
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CAPO PRIMO
Limiti dell'attuale teatro di guerra Il teatro di guerra attuale è limitato - all'Est e Nord - dal Kuban il quale, dalle sue sorgenti al monte Elbrouz fino alle sue foci nel Mar Nero, contorna il territorio suddetto. Il Mar Nero forma il suo limite Occidentale. I Russi tentarono, fin dai primi tempi, di assicurarsi la costa collo stabilimento di forti, ma, dopo i disastri di Crimea e dopo perduto il predominio nel Mar Nero, furono obbligati di distruggerli e volgere i loro attacchi unicamente dalla parte di terra. Il limite Meridionale forma il dorsale stesso della grande catena. Esso è di poca importanza strategica, dappoichè l'inaccessibilità della medesima impedisce ad entrambe le parti operazioni decisive. Un tentativo che fecero i Russi nel decorso 1861 dall' Imerezia lungo la costa del Mar Nero fallì completamente. La valle del Kuban è una vasta bassura portante ovunque il carattere di steppa. Essa non presenta impedimenti di terreno considerevoli ai movimenti di truppe, per cui fu ai Russi possibile di mantenersi nella medesima anche con deboli forze durante la lunga guerra contro Shamyl. Un grande vantaggio dei Russi per le attuali operazioni sono la quantità e direzione degli affluenti del Kuban sulla sua riva sinistra. Fra questi citeremo, scendendo a valle, i seguenti; I) Il piccolo e grande Zelensik di poca importanza nelle attuali operazioni; 2) L'Urup che dà nel Kuban presso Procnajakop; 3) La Laba che versa le sue acque nel Kuban presso alla Labinskaja dopo aver ricevuto la piccola Laba; 4) Il Fars che sbocca presso Tenginskaja; 5) La Bielaja co' suoi confluenti, il Gourgiups, la Pshechà, il Pshich; 6) Il Pshekoubsh, che va nel Kuban. Tutti questi fiumi scaturiscono ne] versante Nord-Est della grande catena; essi hanno tutti il carattere dei fiumi di montagna, i loro corsi d'acqua sono quindi soggetti alle più grandi variazioni. 111
Le loro valli, allargandosi verso le foci, rendono facili e spediti i concentramenti delle truppe; ma restringendosi verso la montagna, diventano nell'alto difficili e quasi impraticabili a corpi di truppa rilevanti. Codesti fiumi sono ottime basi di operazioni e, mentre favoriscono i movimenti delle truppe, facilitano ed assicurano lo stabilimento di forti e stanizze come pure la costruzione delle vie di comunicazione. Il sistema che tengono i Russi nell'attuale guerra si riduce in genere ad occupare dapprima il corso inferiore dei fiumi con stabilimenti militari, rimontare in seguito la valle, eseguire i tagli di foreste, stanizze, forti e posti fortificati necessari, costruire vie di comunicazione fra i medesimi, ed infine collegare la nuova linea colla retrostante già consolidata col mazzo di vie perpendicolari e posti fortificati. Là dove stanno le sorgenti della Pshesh, ]a montagna si abbassa repentinamente e perde il suo carattere alpestre. Gli ufficiali dello Stato Maggiore Russo ritengono che sia possibile di passare colà con truppe la montagna e discendere colle artiglierie nel versante del Mar Nero.
POPOLI JMPEGNA11 NELLA LOTTA
Il popolo che abita il paese suddescritto è detto Adighè, ossia Circassi, e si divide in tre gruppi principali: 1. Gli Abazechi; 2. Gli Ubichi; 3. Gli Shapsughi o Natukais. Lo stipite più potente è quello degli Abazechi, che conta all'incirca 200.000 anime ed abita il versante Nord della grande catena alle sorgenti della Laba, Bielaja, Pscheba e Pshisch e si estende fino nella valle del Kuban. Gli Ubichi sommano a 30.000 anime ed abitano il versante SudOvest della Grande Catena centrale fino al Mar Nero; essi sono il popolo più guerriero ed intrapendente, quindi il più temuto. Gli Shapsughi o Natukais contano incirca 60.000 anime ed abitano la montagna fra il corso inferiore del Kuban ed il Mar Nero. 11 2
Oltre a queste tre stirpi maggiori, esistono nella montagna una quantità di piccole popolazioni di origine, razze e tradizioni diverse, le quali si raggruppano alle medesime: a) I Beghleneievzi nella valle del Hodz, confluente della Laba; b) I Bagonzi nell'alta valle del!' Hodz; e) I Kazilbejevzi fra la grande e la piccola Laba; d) I Tambovzi nell'alta valle della Laba. La costituzione politica di tutti questi popoli è essenzialmente democratica, vige però presso i medesimi la schiavitù. I capi delle tribù e villaggi sono affatto indipendenti, quindi difetta in loro quella direzione comune ed unica che sola sarebbe capace di dare sistema all'attuale guerra. Essi si radunano a volontà in stormi di 200 fino a 2000 uomini nello scopo di trattenere le colonne russe o di assaltare le stanizze o forti occupati dalle colonie militari.
RIASSUNTO STORICO
Le prime occupazioni dei Russi nel Kuban datano dall'anno 1792, nella qual epoca i così detti Cosacchi Cemomorski furono colà stabiliti. Codesta colonizzazione era però di poca importanza militare, potendo essa a mala pena difendere la riva destra del Kuban contro le aggressioni dei montanari. Nei primi decenni di questo secolo, codesta li nea militare fu a poco a poco rinforzata sì che i Russi fin dall'anno 1820 possedevano Stavropol e tutte le stanizze del Kuban dalla Batalpaschinskaja in giù fino alla sua foce. Le valli de11 'Urup e della Laba erano abitate da popoli Circassi indipendenti. Il centro dell'amministrazione militare nella provincia del Kuban era fino all'anno 1850 Procnajakop, alla foce dell'Urup. La conquista della provincia del Kuban incomincia nell'anno 1830, nelJa quale epoca fu posto a quel comando il celebre generale Satz. Esso scacciò i Circassi dalle valli della bassa Laba e stabilì tre stanizze in riva alla medesima e due al fiume Urup. Da queste egli faceva le sue ardite e memorande razzie nel I I3
paese fra il Kuban e la Laba, fra la Laba e la Bielaja e scacciò gl'indigeni da tutti i luoghi abitabili di quella zona. Ma di una occupazione durevole non c'era pur anco traccia, poiché i Circassi rompevano di frequente la linea e danneggiavano potentemente le colonie dei Russi. Nel 1840 il generale Satz veniva richiamato. Le operazioni contro Shamyl nel Daghestan tenevano allora occupate quasi tutte le forze russe per cui dovette limitarsi alla semplice conservazione dello status quo al fianco destro. La linea della Laba fu bensì rinforzata con un gran numero di stanizze, le quali però non valsero ad impedire che essa venisse frequentemente infestata da incursioni nemiche. Codesto stato di cose durò fino all'anno 1856, nel quale il generale Kosslofskij, divenuto comandante la provincia del Kuban, allargò ragguardevolmente i possedimenti russi in quella regione. Esso stabilì il reggimento Sebastopoli a Dsibaj sulla piccola Laba, fondò nel 1857 la fortezza di Maikop alla bassa Laba e stabilì nella medesima lo Stato Maggiore del reggimento Kubanski. Collo stabilimento di Maikop, esso venne al possesso di tutta la zona di paese fra la Laba e la Bielaja. Nel 1858, il generale Kosslofskij fu rimpiazzato nel suo comando dal generale Philpson. Questo generale era stato fin dal 1815 Attamano dei Cosacchi del Mar Nero. Nel corso degli anni 1855-56-57 esso aveva fondato la linea di Adagouri nel basso Kuban, costrutto colà il forte Krimski ed assicurata la linea dell'Urup con venti nuove stanizze. Nel 1859 esso concentrò otto Battaglioni, penetrò coi medesimi nel paese fra la Bielaja e la Laba superiore e fondò colà il forte Kamkesie. Gli Abazecchi, i quali si videro respinti per ogni parte e forse anche demoralizzati dalla caduta di Shamyl, offersero proposte di pace. Nel novembre 1859 fu conchiusa una convenzione fra i Russi e Mohamed Amin, capo degli Abazecchi. In essa quest'ultimo prometteva di non più fare aggressioni sul territorio russo ed al contrario i Russi si obbligavano di non più stabilire forti o stanizze od aprire strade nel paese degli Abazecchi. 114
Nel tempo in cui fu conchiuso questo trattato, i Russi avevano per cordone estremo la linea della Laba e possedevano inoltre quali punti avanzati Kamkesie fra la Bielaja e la Laba, Maikop e Bjelarginskaja alla Bielaja. La Laba superiore fu collegata all'alto Urup da una nuova linea di stanizze. Poichè nel corso del 1859 la guerra del Daghestan fu finita colla presa di Shamyl, rimase ai Russi disponibile una grande quantità di truppe le quali fino allora erano state occupate al fianco sinistro. Le forze del generale Philipson furono aumentate di 16 Battaglioni Cacciatori e così portate a venticinque battaglioni. Essendoché gli Abazecchi mantenevano i loro patti fedelmente, il generale Philipson risolvette d'impiegare queste forze alla sottomissione degli Shapsughi. Preso per base di operazioni iJ basso Kuban, concentrò neJI'aprile 1860: 24 Battaglioni d' Infanteria; 6 Squadroni Dragoni; 18 Sottnie Cosacchi 24 Pezzi d'Artiglieria. Senza un piano di guerra preconcetto, passò il Kuban, fece molte ma inutili Marcie e Contromarcie sulla riva destra e costrusse i forti di Ilski, Mitrofski, Gregorevski. Il successo però della campagna non corrispose alla potenza dei mezzi impiegati e nel 1860 il generale Philipson, nominato Capo di Stato Maggiore dell 'Armata del Caucaso, venne rimpiazzato nel Comando Militare del fianco destro dal generale Jevdakimoff. Nell'ottobre 1860 il principe Bmiatinski radunò un consiglio di guerra a Vladikaukas, al quale presero parte i generali Jevdakimoff, Miliutin, attuale Ministro della Guerra, Philpson e Mirski. Tanto il generale Philipson quanto Jevdakimoff presentarono i loro rispettivi piani di gue1rn per la sottomissione del fianco destro. Il piano di guerra proposto dal generale Philipson era il seguente: partire dalla base del basso Kuban e sottomettere da prima i Shapsughi, stabilirsi quindi fortemente sulla costa del Mar Nero e, fatta il mare nuova base di operazione, attaccare gli Abazecchi alle spalle. 11 5
PIANO DI GUERRA DEL GENERALE JEVDAKIMOFF 1. Prendere per base l'alto Kuban già fatto paese russo, rimontare le valli della Laba, Bielaja, Psbeha, Pshesh, Psecubsh, facendo di pari passo procedere la colonizzazione Russa fino alla costa del Mar Nero. 2. Appena occupata ed assicurata una nuova linea fluviale, rendere praticabile mercé tagli di foreste e costruzioni di strade il terreno retrostante, stabilire nei posti importanti forti stanizze, collegarli con posti fortificati, e così assicurare in modo stabile il possesso Russo popolandolo interamente di coloni di razza Slava. 3. Incominciare fin dal mese di novembre, epoca in cui per il cadere delle foglie le operazioni sono più facili, una guerra di sterminio contro gli Abazecchi, incendiare i loro couls (Clemencich scrive il vocabolo aut, riferendosi ad un villaggio, in tre maniere differenti: Aoul - Coul - oul, aggiungendo una s per il plurale. N.d.R .) e provvigioni, impossessarsi delle loro greggi e per tal modo portarli colla miseria e colla fame alla sottomissione. 4. Stabilire agli Abazecchi in modo inesorabile per condizione di pace lo sgombro totale della montagna. 5. Far loro inesorabilmente l'alternativa di emigrare in Turchia oppure trasmigrare in una certa zona di terreno che il governo avrebbe loro assegnato sulla riva sinistra del Kuban. 6. Appena inoltrate per tal modo le operazioni fino alla Pshesh, rimontare quel fiume fino alle sorgenti, attraversare in quel punto la montagna, quindi appoggiando il fianco sinistro al mare e colla cooperazione della flottiglia, volgere le sue forze compatte verso i Shapsughi. Intanto il generale Babich avrebbe 1' incarico di manovrare contro di essi al basso Kuban. La differenza essenziale fra i due progetti Philipson e Jevdakimoff sta quindi nella diversità della base e nel punto d'attacco, poiché il generale Philipson ritenendo i Shapsughi per il popolo più potente opinava di dover sottomettere dapprima questo e poi attaccare gli Abazecchi dalla parte del mare, mentre Jevdakimoff riconosceva (come realmente si vede in oggi) gli Abazecchi per i più potenti e poneva più fiducia nel1a sicura base dell'alto Kuban e Laba popolata da Russi che in quella troppo incerta del Mar Nero. Non si può negare che la guerra secondo il progetto 116
Jevdakimoff doveva diventare una guerra di sterminio, ma altresì devesi confessare che essa aveva per sé la probabilità della riuscita come venne comprovato dalla campagna dell'anno scorso. Dopo lunga discussione e forte opposizione dei generali Mirski e Melikoff, prevalsero le idee di Jevdakimoff ed il suo progetto fu accettato dall'Imperatore. Il generale Jevdakimoff impiegò 1' inverno del 1860-61 per ricondurre le truppe dal basso all'alto Kuban. Il generale Babich fu lasciato al basso Kuban col suo distaccamento e gli fu posto 1'ordine di fare soltanto un grande taglio di foresta dal forte Abin fino al forte Demitrovski per separare i possedimenti russi dal paese degli Abazecchi. I sette Battaglioni che il Generale Philipson aveva lasciato a Kamkesie furon destinati a fare un taglio di foresta nella valle dell'Hodlz e ad aprire una strada fino alla stanizza Perepravnaja. Col primo di maggio 1861, questi lavori furono ultimati ed il Generale Jevdakimoff poté allora attaccare per la valle del Hodlz le popolazioni dei Baglinejevzi e scacciarle dal loro suolo. Esso ordinò quindi la costruzione di varie stanizze alla Laba, al Gups, allo Hodlz ed all'alto Kuban. Nel medesimo tempo il Colonnello Gershkoff penetrò con sette Battaglioni dalla Labinskaja nella valle della Bielaja, attraversò la grande foresta fino al Maikop, vi costrusse una strada carreggiabile e fondò le grandi stanizze Nyni, Jarskaja e Kujorskaja. Addì 17 luglio, il generale .levdakimoff si recava al campo di Kamketie dove aveva concentrato: I 1 Battaglioni d' Infanteria; 10 Squadroni; 24 Pezzi; ed attendeva colà impazientemente che gli Abazecchi, i quali fino allora non avevano tirato un solo colpo di fucile né altrimenti molestati i possedimenti russi, facessero un qualche atto di ostilità che gli desse il pretesto di attaccarli. In questo mentre, giungeva Sua Maestà l'imperatore nel campo russo presso Kamketie. Tutti i popoli del Caucaso mandarono deputazioni e così pure gli Abazecchi. Essi chiedevano istantemente la pace e mettevano per unica condizione ai Russi "di non costruire forti o strade nel loro territorio". 117
Questa condizione venne non solo respinta, ma altresì significato ai medesimi "che non si sarebbe mai più trattato sopra altre basi che sull'abbandono del loro suolo, e lasciata ad essi la sola alternativa di emigrare in Turchia o di trasferirsi nella zona loro assegnata al Kuban" (vedi la carta tinta lilla). Naturalmente codeste due condizioni non furono accettate da quelle popolazioni. Dopo la partenza dell'Imperatore, il Generale Jevdakimoff stabilì per obiettivo immediato della campagna le fotti posizioni di Daho fino allora considerate quasi inespugnabili. In tale intento, divise le sue forze in due corpi alla testa dei quali mise i generali Tihotzki e Gershkoff. Il corpo del generale Tihotzki scese per la valle del Fars, ultimò la strada e tagli di foresta fino alla Nijshni - Farskaja, quindi fece ritorno nella valle della Bielaja, la passò, discese fino alla stanizza Hanskaja e stabilì un ponte sulla Bielaja. Il corpo del generale Gershkoff, invece eseguì un taglio di foresta nella valle della Bielaja da Maikop fino all' Abazechskaja. Con questo movimento, le tre popolazioni, Temirgoi, Egherukoj e Makoshi stabilite tra la Laba e la Bielaja, furono divise dagli Abazecchi. Dietro alla loro promessa di non più intraprendere ostilità e di emigrare nella primavera in Turchia si lasciarono tranquille nei loro couls. Gli Abazecchi non si erano per anco mossi, né altrimenti dato ai Russi il pretesto di attaccarli. Finalmente nel Dicembre aprirono la campagna, cadendo repentinamente con impeto disperato sopra entrambi i due corpi Tihotzki e Gershkoff. Il 18 Dicembre, il Colonnello Heyman fu incaricato del Corpo Tihotzki e questo Generale allontanato dal Caucaso con ,un congedo di vari mesi. Heyman rimontò la Bielaja fino al punto ove giace in oggi l 'Abazechskaja, si volse di là verso il Fars, eseguì un grande taglio di foresta ed una strada fino al punto dove eresse la grande stanizza Zarskaja. Alla fine di gennaio ottenne un rinforzo di quattro battaglioni del corpo Gershkoff, fece una riconoscenza nella direzione di Daho e vi eseguì strade e tagli di foresta considerevoli. Onde non dare sospetto agli abitanti di Daho, ritornò alla 118
Zarskaja, lasciò colà sei Battaglioni, attraversò con sette battaglioni la grande foresta fino al punto dove in seguito fu costrutta la stanizza Mahofskaja alla Bielaja, e dove il Generale Jevdakimoff teneva riuniti diciotto battaglioni sotto il suo comando personale. Dopo costrutto un ponte presso Hanskaja sulla Bielaja, un Corpo di Truppe passò sull'altra riva per costrurre una strada verso la Psheha. Le acque della Bielaja, essendo repentinamente cresciute, distrussero il ponte ed il distaccamento fu momentaneamente tagliato dalla riva destra. Gli Abazecchi approfittarono della circostanza, attaccarono per due volte con accanimento il distaccamento ed eseguirono una diversione sulla riva destra, ove scontrato il battaglione cacciatori di Apsheron, lo tagliarono a pezzi non ostante la più eroica difesa del medesimo. Notisi che questo attacco veniva eseguito da quelle medesime popolazioni, le quali ( come già dissi) erano state lasciate fino alla primavera sulla riva destra della Bielaja ed avevano promesso di non più fare ostilità. Il Generale Jevdakimoff decise allora di farle attaccare concentricamente da tre parti: 1. Il colonnello Gershkoff. Con otto Battaglioni partendo dall' Abazechskaja; 2. Il Colonnello Osrein con cinque Battaglioni da NyniFarskaja; 3. Il Colonnello Heyman, al quale furon dati altri due Battaglioni di rinforzo, ebbe l'incarico di eseguire un taglio di foresta nella direzione di U nakas verso Daho per scendere da quella parte nella valle e girare la posizione. Esso eseguì questo taglio malgrado la più seria opposizione di quelle popolazioni. Il dì 25 aprile il generale Jevdakimoff dopo aver con tutta segretezza concertati sedici Battaglioni e mezzo nei paraggi della Zarskaja marciò coi medesimi sopra Udakas, da dove discese con difficoltà e perdite enormi nella forte valle di Daho. I montanari gli contrastarono palmo a palmo quelle posizioni per loro importantissime; ciò non pertanto sopraffatti dal numero dovettero cedere Daho e cadde Ahulgo, al prezzo però di molto sangue, nel potere dei Russi. 119
In seguito alla presa di Daho, si sollevarono le popolazioni dei versanti Meridionali ed impegnarono in breve tratto di tempo sanguinosi ma inutili combattimenti colle Truppe Russe. Il Battaglione Kabardà, assalito vivamente, fu quasi distrutto. Furono successivamente attaccate le stanizze Psemenskaja, Subskaja, Sebastopolskaja, Bakofskaja ed il forte Kamkesie. Essi non poterono distruggere la stanizze ma incendiarono le provvigioni e condussero via il bestiame. L'attacco più vivo fu diretto contro la stanizza Psemenskaja. Malgrado la più eroica difesa de' suoi abitanti, i Circassi poterono entrarvi, l'incendiarono e scannarono gli abitanti non eccettuati neppure i bambini. Il 19 luglio il Corpo del Generale Heyman si accampò nei paraggi dell 'Abazechskaj a ove fu raggiunto dal generale Jevdakimoff, il quale eseguì col medesimo il 27 settembre una marcia avanti fino al fiume Gourgiups nel! ' intento di stabilirvi delle stanizze ed aprire una strada da quella valle a Maìkop. Quel Corpo trovavasi al mio arrivo nella valle del Gourgiups sulla destra riva del medesimo a venti miglia da Maìkop dove attendeva gli ordini per le grandi operazioni decretate per l' autunno del decorso 1862. Mentre succedevano questi avvenimenti sull'alta Laba e nella valle di Daho, un corpo forte di sedici battaglioni sotto gli ordini del generale Preobrashenski, che rimpiazzò il generale Tihotzki, passò la Bielaja e si divise quindi in due parti. L'una si diresse verso la Psheha, costruì nella valle una strada e fondò la stanizza Pshehinskaja; l'altra parte sotto gli ordini del Generale Kukarenko marciò verso il Pshesh e si occupò ugualmente di costruzioni di strade e tagli di foreste. Il distaccamento della Pshesh, appena costrutta la stanizza Psehinskaja, si volse verso la Pshesha e vi costruì una via di comunicazione fra le due valli. Rimane ancora da espon-e le operazioni del Generale Babich il quale, come sopra dissi, aveva l'ordine di manovrare al basso Kuban. Nell'Inverno del 1860 costruì undici stanizze in Adagoum. Nel corso della Primavera e nell'Estate, fece deJle riconoscenze combinate con costruzioni di strade e tagli di foreste e si spinse nella valle dell 'Abin nel Maggio fino alla valle del Sebensik. Al momento, questo distaccamento sta accampato nella valle del fiume Kabel. 120
Il giorno 14 Novembre giunse al cmnpo del Gourgìups (v. tav. I) Sua Altezza Reale ìl Principe Alberto di Prussia ed assunse il Comando Generale di quel Corpo d'Armata. La relazione intorno alle operazioni eseguite e la descrizione dei lavori e costruzioni militari fatti da quelle truppe stanno raccolte nell'estratto del mio Giornale Storico-Militare qui annesso. Scopo della nostra spedizione si era d'impossessarsi della valle del Gourgiups fin alle sorgenti del fiume, distruggere nella medesima tutti gli ouls del nemico e rispettive provvigioni, volgere quindi all'Est ed operare il congiungimento col Generale Preobrashenski il quale contemporaneamente a noi doveva rimontare la valle della Psheha. Il risultato della spedizione fu che 500 famiglie abitanti la zona fra i sopraddetti due fiumi si arresero a discrezione, mentre la rimanente popolazione sgombrò definitivamente dalla medesima; conseguentemente tutto iì tratto di paese fra il Gourgiups e la Psheha cadde in potere dei Russi. Gli sforzi del Generale Jevdakimoff tendono attualmente a rigettare le popolazioni degli Abazecchi nel versante del Mar Nero abitato dagli Ubichi. Il paese dì questi ultimi essendo poco produttivo, ne conseguirà inevitabilmente in causa della sovverchia agglomerazione di gente un'estrema penuria di viveri, e quindi discordie intestine dalle quali quell'astuto generale saprà trarre il massimo profitto. Non v 'ha dubbio che nel venturo inverno i Corpi del Gourgiups - Pshesh e Pshekoupsh saranno arrivati alle sorgenti dei detti fiumi, e quindi padroni dei passaggi della montagna, i quali (come già dissi) sono facili in quelle regioni in virtù del repentino e ragguardevole abbassamento della catena nei paraggi del Mar Nero. Ove anche gli Ubichi mossi dal comune pericolo giungano a riunirsi coi Shapsughi, succederanno forse dei fatti d'armi più rilevanti, ma i Russi, padroni dei passi e sostenuti alle spalle da una forte colonia militare, non cederanno d'un passo il terreno conquistato e la resistenza del Circassi dovrà finire per mancanza di pane ed estenuazione di forze. Se accadranno ritardi rilevanti essi potranno soltanto dipendere da quelli i quali hanno interesse di mantenere viva colla guerra una ricca fonte di guadagno e di onori. 121
Rimane però certo che, continuando il sistema Jevdakimoff, la guena al fianco destro sarà per sempre finita nel lasso di due o tre anni, mentre, cambiando sistema, durerebbe eternamente. Il Generale Jevdakimoff conta molti nemici a Pietroburgo ed ho ragioni di credere che, nell'accusa propagata che esso frodi annualmente di due milioni l'erario, non sia estranea la previdente attività della Legazione Inglese. Il Generale Jevdakimoff dispone attualmente d'una armata composta di: 72.000 uomini 60 Battaglioni di Fanteria 18 Squadroni di Cavalleria regolare 2.700 uomini 111 Sottnie di Cosacchi 16.650 uomini 82 Pezzi d'Artiglieria 1.800 uomini Totale 93.150 uomini Quest'armata è divisa in cinque Corpi e 7 Grandi Cordoni Militari. Corpi d'Operazione o Distaccamenti 1) Corpo del Gourgiups o Daho di Adagum 2) » 3) » della Pshesh del Sheps 4) » 5) » della Piccola Laba Cordoni Militari 1) Cordone di Adagum 2) » del Kuban 3) » della Bielaja 4) » di Daho 6) » degli Abazecchi » del/' Urup 7)
I Distaccamenti sono Corpi di Truppa destinati essenzialmente alle Operazioni Militari, mentre le truppe delle Linee e Cordoni occupano e difendono i forti e le stanizze. Le forze delle quali dispone attualmente il Generale Jevdakimoff appartengono in parte al Grande Dipartimento Militare del Kuban e parte gli fu assegnata dagli altri Dipartimenti Militari del Caucaso e della 122
Divisione di Riserva d'Azov. Il Corpo d'Armata del Kuban non è ripartito in Divisioni e Brigate come gli altri Corpi d'Armata dell'Armata Russa. Il Generale compone a suo beneplacito e, secondo le circostanze, varii distaccamenti! Esso tiene al suo Quartier Generale raccolti vari Uffiziali Generali che incarica del comando delle spedizioni, secondoché li ravvisa più adatti alla natura delle medesime. Il Quartier Generale dell'Armata del Kuban si compone dei seguenti uffici: i) Stato Maggiore Generale CAPO COMANDANTE SABUTZKI
2) Comando d'Artiglieria GENERALE SHULEMAN
3) Comando del Genio GENERALE POSIBKIN
4) Intendenza Generale GENERALE KRASNOSENCO
5) Comando dei Cosacchi della Linea ATTAMANO lVANOFF
123
CAPO SECONDO
Organizzazione dell'Armata del Caucaso L'Armata del Caucaso è ripartita in: A: Quattro Corpi d'Armata .l) della Tchecnia 2) del Daghestan 3) del Kuban 4) delle Provincie Transcaucasiche
B: Comando di Kutais C: Divisione di riserva Le truppe si dividono in: I) Armata Regolare 2) Colonie Militari
ARTICOLO PRIMO
Armata Regolare L'armata regolare si compone di: 1) 4 Divisioni di Fanteria 2) 4 Reggimenti di Cavalleria 3) 37 Battaglioni di Linea 4) 2 Battaglioni Zappatori del Genio 5) 4 Brigate di Artiglieria 6) 30 Compagnie d'Invalidi 7) 20 Compagnie di Artiglieria di Piazza 8) 8 Mezze Compagnie di Operai Militari 9) 20 Compagnie di Veterani 10) .l Compagnia di Operai delle Mine . Le Divisioni appartenenti all'Annata del Caucaso sono le seguenti: I) la Divisione Granatieri del Caucaso 2) la XIX/a, la XX/a e la XXl!a di linea. Ogni Divisione si compone di: 1 Battaglione di Bersaglieri 4 Reggimenti di Linea. 124
I Reggimenti sono formati da cinque Battaglioni Ordinari e uno di Riserva. I Battaglioni, sia di linea che Zappatori o Bersaglieri, si compongono tutti indistintamente di cinque compagnie: Tanto nei reggimenti quanto nei 37 Battaglioni di Linea le V/e Compagnie sono di Cacciatori. In tempo di Guerra esse vengono riunite quattro a quattro e costituiscono Battaglioni Autonomi di Cacciatori, esse sono armate di carabine Minic. Nei Reggimenti , le Compagnie Fucilieri portano i numeri progressivi dall'uno al venti, quelle di Cacciatori invece i numeri dei Battaglioni. I Battaglioni Bersaglieri sono armati di carabine di precisione. In tempo di guerra detti Battaglioni formano una compagnia di volontari, Enfants perdus, la quale viene impiegata negli attacchi di notte e nelle imprese più difficili; essa è armata di carabine rigate a doppia canna alle quali è attaccata una baionetta che si alza premendo una molla. Questa compagnia po1ta il nome di Rot Ahotnici. I 37 battaglioni di linea sono ripartiti tra cinque ispezioni ed hanno essi pure la V/a compagnia di cacciatori, armata di carabine rigate. Cavalleria La Cavalleria Regolare del Caucaso si compone di 4 reggimenti di dragoni (a 6 squadroni) e 7 squadroni di riserva. Sono armati di carabina rigata, sciabola e due pistole. Artiglieria L'artiglieria del Caucaso consta di 4 Brigate:
I) la Brigata d'Artiglieria dei Granatieri 2) la XIX/a, la XX/a, e la XXJ/a Brigata d'Artiglieria. Ogni Brigata è formata di 4 Batterie. Formazione delle Batterie. Le Batterie si dividono in pesanti, riformate e leggere e sono formate come segue: Batterie pesanti a piedi, 4 cannoni da 12 pud, 4 obici da mezzo pud; Batterie pesanti a cavallo, 8 obici da, mezzo pud; Batterie leggere a piedi, 6 cannoni da 6 pud e 2 obici da 1/4 di pud; Batterie leggere a cavallo, 4 cannoni da 6 pud, 4 obici da, mezzo pud; Batterie riformate a piedi ed a cavallo, 8 obici corti da IO pud.
* 1 pud = 16,38046 Kg.
125
QUADRO DELLA FORZA DELLE BATTERIE Ufficiali Bass'Uffli Trombe Cannoni lm1alidi
Batterie Pesanti
Totale Ufjìciali Bassaforza
7
27
4
248
40
7
3 19
»
Leggere
7
27
4
183
38
7
254
»
Riformate
7
27
4
234
40
7
305
STATO DELLA FORZA DEI R EGG.TI DRAGONI DEL CAUCASO E SQUADRONI DI R ISERVA
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Osservazioni
L'arbìtrio assoluto dei comandanti di corpo e lo sperperamento delle truppe in centinaia di stanizze rendono difficile di indicare precisamente lo stato della forza dei varii corpi dell'armata del Caucaso. Ciò non pertanto, raffrontando le situazioni coll'effettivo dei battaglioni e squadroni, credo di non andare errato computando le forze di varii corpi come segue:
EFFETTIVO TOTALE DELV ARMATA REGOLARE.
a 1000 uomini 96.000 96 Battaglioni di Fanteria » 4.000 a 1000 4 Battaglioni di Bersaglieri » 37.000 a 1000 37 Battaglioni di Linea » 2.800 a 700 4 Reggimenti di Dragoni » 2.000 a 1000 2 Battaglioni di Zappatori )) 4.000 a 250 16 Batterie di Artiglieria 2.000 a 100 >> 20 Compagnie di Artiglieria di Piazza » 1.140 a 120 9 Compagnie e Mezzo di Operai » 4.000 a 50 Compagnie di Veterani e di Invalidi 80 152.940 totale generale uomini L'Armata del Caucaso, analogamente a quelle di Orenburgo e di Siberia, costituisce un Corpo a parte, autonomo con amministrazione, avanzamento e disciplina affatto speciali. Essa sta sotto il Comando del Viceré del Caucaso Granduca Michele, il quale dal Kuban e dal Tereck estende la sua autorità civile e militare sopra tutte le provincie transacaucasiche fino alle frontiere turca e persiana. Esso ha residenza a Tit1is ed ha al fianco per gli affari civili il Vice Governatore conte Grnsenstern e per gli affari militari il luogotenente generale Hardzeff, capo di Stato Maggiore di tutta l'armata. Questa è divisa in quattro Corpi d'Armata e due Divisioni, cioè la Divisione di Koutais e la Divisione di riserva. 1) Il Corpo d'Armata delle provincie transcaucasiche è comandato dal principe Orbelliani, con residenza a Tiflis. 2) Il Corpo d'Armata della Tcenia sta sotto gli ordini del Generale d'Annata principe Mirski, il quale risiede a Vladikauka. 3) Il Corpo d'Armata del Daghestan dipende dal Generale d'Armata Melikoff. La sede del Gran Comando è a Themirhanshura. 127
4) Il Corpo d'Armata del Kuban e forze aggiunte stanno sotto gli ordini del Generale d'Armata Generale Jevdakimoff, il quale ha il suo Quartier Generale a Stavropol. 5) Le forze stanziate nel Mingrelia, Gouriel ed Imerezia stanno sotto il comando del Generale Kolubackin il quale ha la sua residenza a Kutais. 6) Infine la divisione di riserva è comandata dal Generale Oushevski, il quale ha il suo Quartier Generale a Taganrok. Tutta l'annata del Caucaso, sia regolare che in-egolare, riveste i caratteri di colonia militare. Ogni corpo ha il suo deposito i.n una città o stanizza. I terreni adiacenti alle medesime, divenendo beni demaniali per l'abbandono degli indigeni, sono ripartiti fra le truppe regolari ed i coloni militari. I corpi hanno quindi le loro terre e la loro propria economia, essi lasciano una parte dei loro uomini per coltivarle, curare le greggie, confezionare il pane etc ... etc ... Il soldato russo riceve soltanto 16 centesimi al giorno di prestiti; di questi egli ne lascia 11 per l'ordinario. In ogni compagnia i soldati scelgono un economo, il quale incassa il denaro per 1'ordinario e provvede al vitto della medesima. Le razzie dei ricchi pascoli delle stanizze provvedono abbondantemente la carne, e quei terreni fertilissimi verdura e pane, per cui gli ordinarii dei soldati sono generalmente buoni ed abbondanti. Quando un Corpo deve muovere e trainare dietro a sÊ i viveri per 10 o 15 giorni, i comandanti di corpo fanno tagliare il fieno dalla propria gente e trasportare ai depositi coi propri carri, per cui non dubito punto di esagerare computando a 100.000 franchi l'anno il profitto che essi ritraggono da quella rubrica. Un altro abuso, che è quasi generale ne' Corpi del Caucaso, sarebbe il seguente: il regolamento accorda 80 centesimi giornalieri per ogni soldato ammalato ricoverato in un ospedale, le situazioni portano un gran numero di soldati ali' ospedale, mentre invece sono mandati alle proprie case per curarsi. L'Armata del Caucaso viene alimentata con soldati provenenti da altri Corpi Russi, nei quali devono aver compiuti almeno due o tre anni di servizio. 128
Al Caucaso non si fa più nulla per la loro istruzione militare, essendoché i molti e proteiformi lavori tengono interamente impegnata la loro attività; d'altronde, nel Caucaso, si fa la guerra altrettando coll'ascia e col picco, quantocchè colle armi. Disciplina e Manovre
La disciplina nei Corpi del Caucaso è molto più ragionevole che nell'armata russa.. Questa vita di continui e comuni pericoli e la costituzione quasi patriarcale delle compagnie stringe ufficiali e soldati con vincoli dli soda e verace affezione. 111:{anteria
L'lnfanteria, nelle sue manovre, sia in ordine chiuso che in ordine sparso, è piuttosto lourde ed impacciata; tira mediocremente al bersaglio. Quei soldati resistono però mirabilmente a favolos i strapazzi, ho veduto molte volte dopo marcie di 40 e 50 verst * prendere dai medesimi gli utensili ed andare al lavoro del più buon umore del mondo ( con 20° Réaum di freddo). Cavalleria
La Cavalleria regolare (dragoniJ è eccellente, malgrado la poca istruzione dei suoi soldati i quali dopo due o tre mesi di maneggio raggiungono il reggimento. Essa giustifica pienamente l'alta sua riputazione e confesso eh' è difficile di vedere in azione una cavalleria più soda, più brava e più brillante di quella. Senza contare mai il nemico, vi si getta dentro a testa bassa ovunque l'incontri e non v'ha esempio eh' essa abbia mai abbandonato un cadavere al medesimo. I suoi cavalli provengono dalle steppe del Don, hanno andature generose, sono sferrati e guidati a solo filetto; la sella usata è circassa, molto incassata, a staffe cortissime. Artiglieria
L'artiglieria è l'arma più scadente nell'armata del Caucaso; il suo impiego nelle spedizioni è affatto secondario. Materiali e sistemi antichi, ufficiali mediocri, soldati senza istruzione e senza pratica nel puntamento e manovra dei pezzi. In molte circostanze vidi perdere il tempo più prezioso per mettersi in batteria e tirare malissimo. * l vest pari a 500 sazèn ed a 1,06678 Km. 129
Treno d'armata Esiste nel Caucaso un Corpo speciale del treno, ma in minime proporzioni (due squadroni). Ogni reggimento trascina dietro a sé centinaia di carri per la maggior parte ( ...), che si sfasciano ad ogni tratto. Ufficiali di truppa Il Caucaso è un'ottima scuola per l'Ufficiali di truppa fino al grado di Maggiore inclusivamente. Gli Ufficiali subalterni hanno in genere poca istruzione, ma compensano tale difetto con un' abnegazione esemplare e splendido valore. Ufficiali di Stato Maggiore Gli Ufficiali di Stato Maggiore che ebbi occasione di conoscere sembraronmi, eccettuate alcune notorietà scientifiche, meno versati negli studi militari, ciò non pertanto l'esperienza di quella lotta li rende utilissimi nel Caucaso; non hanno però alcuna idea della grande guerra. Servizio sanitario Questo ramo fece un notevole progresso dopo la guerra di Crimea. La posizione ragguardevole che gli fu fatta in quell 'epoca richiamò in Russia molti medici distinti dalla Germania, i quali introdussero nell'Armata Russa tutte le migliorle e perfezionamenti che si riscontrano nelle armate più civilizzate. Armamento V'ha a Tiflis, per l'Armata del Caucaso, un arsenale nel quale si rigano le canne e si montano i fucili; le canne e le lame sono tratte dalle grandi fabbriche d'armi di Tuia. Quasi tutti i fucili della fanteria sono di già rigati, il proiettile è uguale al nostro. I Bersaglieri sono armati di Stutzen con proiettile Minic forzato alla culatta; il m ateriale dell'artiglieria è in gran parte Gribovald. I cannoni di montagna sono trainati da un cavallo. Vestiario Le stoffe vengono fornite dall'erario; i Colonnelli provvedono al confezionamento degli oggetti di vestiario, ogni oggetto deve servire per un tempo determinato. 130
La "tenuta,, delle truppe del Caucaso è identica a quella dell'Annata in Russia; nelle regioni molto calde i soldati vestono nell'estate tunica, pantaloni, fodera di bonetto di tela bianca; nelle spedizioni d'inverno ogni soldato è fornito dal Comandante di C01po di una pelliccia di montone - detta dublonca - serrata a vita a moda paletot. Il papah, ossia bonetto circasso di pelle di montone, non ostante sia stato abolito, si porta ancora da tutte le truppe nelle spedizioni.
Campi Le tende dei soldati hanno la capacità di venti uomini e sono confezionate di semplice tela, quelle degli ufficiali sono foderate di panno. I soldati russi, essendo molto industriosi ed avendo materiale in gran copia, si costruiscono capanne o gourbis per sé e per i loro ufficiali. I Corpi di truppa si accampano in battaglia, il fronte in fuori, nel mezzo del poligono così formato stanno gli Stati Maggiori e la Cavalleria. Servizio di sicurezza Il servizio di sicurezza varia sensibilmente da quello usato presso di noi; esso è provveduto da ogni corpo per sé, col mezzo di sentinelle collocate in avanti a cento passi di distanza. Sui punti culminanti vicini sono collocati due piccoli posti guarniti da una cinta di vimini (come si vedrà in appresso). Di notte si aumenta la sorveglianza col mezzo di piccoli posti letto detti segrete, essi sono scaglionati nei siti dove il nemico potrebbe presumibilmente nascondersi, o nelle avvenute più frequentate dal medesimo; esse rimangono appiattite, durante tutta la notte ed hanno cura di cambiar quotidianamente i loro nascondigli. 11 Generale in Capo ed il Maggiore d'ispezione soli conoscono il collocamento delle segrete, è loro proibito severamente di far fuoco. Ove il nemico si approssimi in piccolo numero, debbano lasciarlo avvicinare del tutto ed assalirli alla baionetta. Questo sistema di sicurezza fece buonissima prova dappoichè i Circassi, temendo di cadere in queste segrete, non si avvicinano più di notte ai campi, mentre prima col nostro sistema d'avamposti pochi uomini tenevano all'erta il campo intero durante tutta la notte. Contro popoli dotati di vivida immaginazione, codesto sistema è il migliore. 131
Lavori che si eseguiscono dalle Truppe Russe in campagna Mi fò a dare una buona descrizione dei lavori e costruzioni militari che si eseguiscono dalle truppe russe in campagna, riservandomi di presentare più tardi un lavoro dettagliato e corredato dei rispettivi disegni all'Uffizio del Real Corpo di Stato Maggiore. Stanizze Le stanizze sono villaggi fortificati; la cinta prende uno sviluppo adattato al terreno ed è formata da una doppia parete di graticci, riempita di fascine e terra, (v. Tav. II e III). L'altezza della parete esterna varia dai due ai tre metri e si pratica nella medesima una doppia riga di feritoie; la parete interna è alta appena cm 80 e forma, mercé il riempimento, la banchina per una seconda riga. Ai salienti sono stabiliti sopra pali alti dai sei agli otto metri dei palchi di travi muniti di feritoie per le vedette; quando i medesimi sono costrutti fuori dalla stanizza, si circondano da una cinta di graticci come sopra. Tutte le case e stabilimenti militari sono costrutti dalle truppe stesse. Nel centro della stanizza circa v'à una piazza alla quale convergono quasi tutte le vie; in mezzo alla medesima è fabbricata la chiesa la quale, nel caso di attacco, serve ai difensori di ridotto estremo. Appena la cinta della stanizza è ultimata, si stabiliscono nella medesima una o due Compagnie di soldati e 300 circa famiglie di Coloni, al cui sostentamento il governo provvede durante il lasso di tre anni. Dopo questo tempo la stanizza viene emancipata, i'coloni debbono mettere a cavallo 100 cosacchi e provvedere da sé alla propria difesa e sostentamento, locchè possono agevolmente trovarsi dopo tre anni per lo meno in terza linea. Al comando di Stavropol, stanno inscritte nei Registri dei Coloni più di 10.000 famiglie Russe disponibili e nuove domande d'iscrizione giungono tutti i giorni. Forti Nei punti importanti sono stabiliti dei forti, per la maggior parte ridotte, colla solita cinta in vimini, annata di uno o due cannoni, e blokhaus interno. La capienza dei medesimi è calcolata alla difesa di una Compagnia o sottnia di Cosacchi. 132
Posti Jortijzcati Le stanizze di 1!! e 2!! linea essendo stabilite a 20 o 30 verst di distanza sono collegate fra loro col mezzo di piccole opere distanti fra di loro 1 o 2 verst. Esse hanno la solita cinta e nel suo mezzo il palco per le vedette suddescritte, ed hanno la capacità di 1 pelot. Tagli di foresta Questi costituiscono nel Caucaso il lavoro principale di quelle truppe e si eseguiscono con una celerità prodigiosa. Si comandano intere Brigate per quell'operazione e mentre una parte della gente è intenta al lavoro, l'altra stesa in catena trattiene il nemico. I tagli si fanno della larghezza di 2 verst per lasciare a11a strada che si traccia in mezzo da ogni parte uno spazio libero di 1.000 metri che sono la portata media dei fucili dei montanari. Gli alberi abbattuti sono lasciati sul luogo ove marciscono dopo sei anni. Strade e ponti Le strade vengono soltanto tracciate e spianate, nei terreni paludosi hanno un piccolo fondo di fascine e ghiaia. Le pendenze sono eccessive e solo praticabili da veicoli e traini russi. Nella costruzione dei ponti grazie a11 'esuberanza dei materiali trovasi più solidità che arte. ARTICOLO SECONDO
Colonie militari
Cosacchi della Linea Tutta quell'immensa zona di terreno che da Stavropol e Voronesch si estende fino ai piedi della grande montagna è abitata da colonie militari russe. Queste formano dalle foci del Kuban a quelle del Tereck una linea militare permanente, destinata a tenere in freno le popolazioni conquistate, .a combattere quelle che ancora resistono ed a sostituirsi alle medesime nei terreni abbandonati. 133
Esistevano prima del 1860 vari Corpi autonomi di Cosacchi quali: 1° Cosacchi del Kuban; » del Grebenskoy; 2° 3° » del Mar Nero; 4° » del Tereck. Con recente Ukase Imperiale furono riuniti in un solo Corpo sotto la denominazione generica di Cosacchi della Linea. Esso si divide attualmente in due Grandi Dipartimenti, cioè: 1° cosacchi del Kuban; 2° cosacchi del Tereck. Il Corpo dei Cosacchi delJa Linea al Kuban si compone dello Squadrone Guardie del Corpo; di 22 Regg,; n° 1-23. Cosacchi a cavallo; di 13 Batt."; n° 1-14. Cosacchi a piedi; di 5 Batt.';' da 12 d'artiglieria a cavallo; di 1 Compagnia Artiglieria di Piazza.
Il Corpo dei Cosacchi del Tereck consta di: 10 Regg a cavallo; 2 Batterie d'Artiglieria a Cavallo. 1 ;
I Cosacchi della Linea fanno un doppio servizio, cioè: di cordone e di guerra (per turno nelJe spedizioni). Oltre ai Cosacchi della Linea esistono ancora nel Caucaso varii altri Corpi di truppe irregolari, a piedi ed a cavallo, indicate nell'annesso quadro generale dell'Armata.
Stato della forza dei Corpi di Cav.';" Irregolare Uff.li Bass'Uff.li Trombe Cosacchi Annotazioni 18 4 160 Gli squadroni o reggimenti Squadrone Guardie Corpo 7 SO 13 degli altri corpi di cavalleCosacchi del Kuban 20 798 ria irre olare hanno la forCosacchi del Tereck 34 36 7 720 mazio;e dello squadrone 36 7 720 della Laba e di reggimenti, Milizia del Daghestan 24 l OO quella della milizia del Squadrone della Laba 4 8 Daghestan. 0
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I Corpi di Fanteria Irregolare hanno per ogni battaglione: 16 Ufficiali; 82 Bassi Ufficiali; 18 Musicanti; 920 Cosacchi. Le batterie cosacche contano: 8 Ufficiali; 20 Bassi Ufficiali; 4 Trombe; 178 Cannonieri; 258 Cavalli. Ogni colono nasce Cosacco e presta giuramento a11 'età di 20 anni , i figli d'Ufficiale a 17. Ogni Reggimento di Cosacchi della Linea consta di 6 sottnie ed ha oltre a ciò una riserva di altre 6 sottnie le quali all'occorrenza possono pure entrare in campagna. V'ha ancora in ogni stanizza una IF riserva composta di uomini che hanno di già compiuto il 25° anno di servizio. Essa si chiama Lgota (che significa dispensa dal1e corvèes) la quale pure può essere chiamata sotto le armi nei casi estremi; ciò spiega come 1 Reggimento di Cosacchi de11a linea può talvolta raggiungere la ragguardevole cifra di 3 o 4000 uomini. Ogni Reggimento possiede le terre che deve difendere, esso raggruppa intorno a sé una popolazione di mercenarii per la coltura delle terre, negozianti, operai etc.etc., sicché alcuni circondari di reggimento contano fino a 12 o 15.000 abitanti fra cui 2/3 di maschi. Le terre sono ripartite secondo il grado: un semplice Cosacco riceve dalle 30 alle 60 dessettine un Ufficiale subalterno 200 >> Maggiore 300 » Colonnello 600 » 11 Caucaso ha terreni arabili eccellenti e quelli coloni raggiungeranno fra pochi anni un grado di prosperità non mai veduto. La Disciplina è rigorosa nelle stanizze, le punizioni s ' infliggono in presenza di tutta la popolazione. La nomina degli Ufficiali è fatta dall'Imperatore. In ogni stanizza v ' ha una scuola nella quale s ' insegna Aritmetica, Lingua Russa, Regolamenti e Teorie. 135
I Cosacchi della Linea vestono il costume Circasso, i varii Reggimenti si distinguono pel colore del Cekmet ( cappotto nero, bianco, cannella) ·e del' Beshmet ( camicia bianca, rossa, gialla, azzurra). Le armi, cioè pistole, pugnali, fucile rigato a calcio corto e Shashka, sono pure identiche a quelle dei Circassi. I loro cavalli sono sferrati, condotti a filetto e sellati alla circassa (con sella orientale molto incassata e staffe cortissime). Essi sono piccoli e se da un canto resistono alle più grandi fatiche, dall'altro mancano di velocità e d'impulsione per sostenere il cozzo delle nostre cavallerie regolari. L'Artiglieria di questi Cosacchi è per materiale ed ufficiali ancora inferiore all'Artiglieria Regolare del Caucaso. Di queste truppe può dirsi in genere che, seppure sieno superiori ad ogni altro elemento militare asiatico, farebbero cattiva prova in Europa, stante la loro poco disciplina in campagna e il difetto di una seria istruzione militare. Sarebbe impossibile di stabilire l'effettivo di questi Cosacchi, che la Russia in caso di guerra potrebbe mettere a cavallo; ciò non pertanto coll'appoggio dei migliori materiali stimo di avvicinarmi al vero calcolando il loro numero dagli 80 ai 90.000 uomini.
Cosacchi del Don Il Corpo dei Cosacchi del Don distacca tutti gli anni alcuni Reggimenti (5-6) per turno presso l'annata del Caucaso o frontiera turca o persiana. Il limite del presente lavoro non mi concede dilungarmi attorno alla complicata organizzazione di quell'importante colonia militare. Ciò non pertanto viste le poche notizie esatte che si hanno intorno alla medesima in Europa credo conveniente di dare alcuni ragguagli della medesima. Il fertile paese del Don si estende dal Nord a Mezzogiorno per un tratto di 450 km sopra una larghezza da Ponente a Levante di 380 km e conta circa 800.000 abitanti. Ogni uomo è soldato, possiede la terra che coltiva a titolo di colono e deve al suo sovrano il servizio militare, dall'età dei 20 ai 60 anni. 136
Di questi 40 anni della sua esistenza 22 appartengono al servizio militare attivo, durante i quali esso può essere chiamato a portarsi in tutti i punti più lontani dell'Impero sia d'Asia che d'Europa (eccettuata la sola Siberia), ed a seguire anche all'estero l'Armata Russa. Ogni cosacco deve provvedersi co' suoi mezzi di cavallo, vestiario ed armi; soltanto in marcia la corona gli assegna soldo e razione. Il Corpo dei Cosacchi del Don si compone dei: 2 Reggimenti a Cavallo della Guardia; 64 Reggimenti a Cavallo degli Ordinarii,· 14 Batterie d'Artiglieria a Cavallo. In caso di bisogno {come nell' anno 1812 e durante la guerra di Crimea), altri 30 Reggimenti tratti dagli uomini di Riserva del1'età dei 30 ai 60 anni possono ancora essere organizzati. Ogni Reggimento si compone di 6 sottnie, ognuna delle quali ascende a 140 uomini per cui la forza del reggimento è di 850 uomini circa. La forza totale si pu_ò conseguentemente far ascendere a 60.000 uomini per la ]Prima chiamata, a 80.000 in caso di urgente necessità. Nato nella steppa il Cosacco impara giovanissimo a riconoscervisi, esso ha l'istinto della pianura, il più piccolo accidente gli basta per guida. Di notte interroga il finnamento come i pastori antichi e conosce perfettamente le costellazioni principali. Quando il cielo è cope1to giudica il Nord dall'umidità di una pietra e così attraversa sicuro la steppa anche nelle regioni sconosciute. I cavalli del Don crescono selvaggi nella steppa e sono infaticabili. Avendo questi Cosacchi gli stessi difetti dei Cosacchi della Linea e vivendo per lunghe epoche lontani dai pericoli della guerra del Caucaso sono a mio credere inferiori a questi ultimi per valore e spirito militare. Il contingente annuo dei Cosacchi del Don è di 25 Reggimenti, cioè: Reggimenti 8 nel Caucaso e provincie transcaucasiche; » 13 in Polonia, Littau, Paolia; » 3 in B essarabia; » 1 in Finlandia. 137
Ogni uomo serve 3 anni sotto le armi e 3 a casa sua dove possiede 30 desettine di terreno. La Colonia conta oggigiorno 104 stanizze ed ha 9 milioni di desettine di ten-eno coltivato; essa è ricca di grani e cavalli e carbon fossile. Ogni Ufficiale e gentiluomo gode di tutti i privilegi della nobiltà russa. Sta a capo del Governo della colonia 1' attamano conte Graf. Militarmente il paese è diviso in 4 Dipartimenti Militari Comandati da Generali. Per l'amministrazione esso è dipartito in 7 circoli militari. Ognuno di questi è governato da un consiglio provinciale formato (per 3 anni) di nobili, presieduto da un ufficiale che è nel medesimo tempo il Governatore del Circolo. Questo consiglio propone le leggi, tasse etc., per la decisione ogni cosacco è chiamato a votare. Il Supremo Tribunale è l'alta camera di Giustizia di NovoCerkask. L' Attamano è il Presidente nato; i Consiglieri, Nobili eletti per tre anni con suffragio universale. La colonia del Don ha il suo proprio budget: Entrate = 13 112 milioni Spese = da 8 a 1O " Questa separazione di budget costituisce il privilegio principale dei cosacchi del Don. L'attuale Ministro della Guerra Miliutin lavora attualmente intorno al Progetto di parificare il paese del Don alle altre Province dell'Impero (relativamente all'amministrazione) e di incorporare nell'Armata Regolare questo Corpo dei Cosacchi togliendo loro, da un canto, gli antichi privilegi e sciogliendoli, dall'altro, dall'obbligo generale al servizio militare. L'esecuzione di questo progetto incontrerà sicuramente serie difficoltà nonostante la grande devozione che i Cosacchi portano alla causa dell'Imperatore, provata col sangue sparso in cento guerre a pro della medesima. Al mio passaggio trovai quelle popolazioni in istato di seria effervescenza, malgrado si fosse soprasseduto all'esecuzione del sopraddetto progetto probabilmente in vista degli affari di Polonia. 138
CAPO TERZO
Considerazione intorno allo spirito pubblico dei popoli del Caucaso e delle Province Transcaucasiche A compimento del mio assunto mi rimane ancora di esporre lo stato dello spirito pubblico negli abitanti del Caucaso e delle Province Transcaucasiche. Divisi com 'essi sono in una gran quantità di popolazioni aventi caratteri e storia ed intendimenti affatto speciali sarebbe tToppo lungo nonché parlare di ognuno di essi paititamente anche il solo enumerarli. Studiando però il carattere dei medesimi ed i fini loro particolari sembrami, in vista di una certa analogia di condizioni morali esistenti fra alcuni di essi cli poterli raggruppare nelle seguenti cinque categorie ed esaminare brevemente ognuna di esse. 1°. Giorgia; 2°. Armenia; 3° . Ahhasia-Guriel; 4° . Fianco Sinistro cioè Daghestan-Cecenia; 5°. Fianco Destro aauale Teatro di Guerra =(Circassia).
Giorgia E' nota la triste storia di quel reame. Impotente a difendersi contro le due più grandi Potenze Musulmane che si disputavano da molti secoli la conquista invadendolo alternativamente dovette sul finire dello scorso secolo chiamare in suo aiuto i Russi i quali dopo poco tempo da difensori divennero i padroni di quel paese. Con una serie d'intrighi e prepotenze riuscì alla politica moscovita di far rinunziare a suoi diritti alla corona al debole Re Giorgio XIII in favore dello Czar Paolo I con atto 22 settembre 1800. Dopo quell'epoca i Giorgiani fecero molti tentativi di emancipazione. L'ultimo, promosso nel 1832 dal principe Alessandro di Giorgia, fu dai Russi punito con severità tale da togliere a quelle genti per lungo tempo la voglia di ritentare la prova. La casa di Giorgia nel cedere i suoi diritti al trono aveva pattuito colla Russia un certo corrispettivo, ma la famiglia essendo numerosa e disdegnosa da accettare cariche governative impoverì smembrandosi e ne venne per conseguenza la defezione q uas i intera del suo partito nel paese. 139
Dal canto suo la Russia dotata d'una potenza d'assimilazione straordinaria seppe guadagnare (con onori, cariche e con una marcata preferenza negl 'impieghi) in siffatto modo quelle popolazioni che di lei disse benissimo lo Sheal: "La Russia fece diventare i Giorgiani più Russi dei Russi stessi". Eccetto quel po' di antipatia inevitabile fra i dominati e dominatori e qualche isolata e poetica aspirazione ad un' impossibile autonomia, non vi sono partiti marcati nel paese né vi penetrano ancora idee di politica libertà. Armenia L'Armenia, avvezza da secoli a passare dalla schiavitù turca alla persiana e sempre con devastazioni e stragi generali, sente tutto il beneficio della sicurezza individuale e della rassicurata proprietà. La sua popolazione è piuttosto commerciale che agricola ed industriale ed avendo perduto fino le memoria della sua politica autonomia si affezionò ai Russi in ragione diretta del reale aumento della sua materiale prosperità e della sua poco sicura politica costituzione. Anche questa popolazione può dirsi definitivamente assimilata. Abhasia L' Abhasia essendo limitrofa alla Circassia mantenne fin dai tempi più remoti rapporti di commercio e di amicizia con quelle popolazioni. I Russi intenti ad assicurarsi la sua neutralità la vincolarono con trattati e le garentirono quell'ombra di autonomia che essa possiede tuttora. Ciò non pertanto interessata a garentirsi da una defezione ed a preparare lentamente la definitiva incorporazione va man mano usurpando tutti gli anni con finissima atte qualche reale prerogativa. Oggi giorno essa ha il diritto di guarnigione in tutto il regno, amministra la giustizia, e mantiene un suo generale ad latus del Principe regnante. Tanto quest'ultimo è come tutti gli altri principi della famiglia che rivestono gradi sia onorari sia effettivi nell'Armata Russa, e non v 'ha dubbio che una volta sottomessi i Circassi la Russia potrà con un sol tratto di penna rovesciare senza sconvolgimenti quella larva di Regno. 140
Fianco Sinistro Le popolazioni del Daghestan e della Cecenia, quantunque da 4 anni sottomesse colla caduta di Shamyl e strette dalle linee Russe quasi da una cerchia di ferro, saranno molto tarde ad assimilarsi per causa del loro ardente fanatismo religioso. Anche quando quelle regioni sieno attraversate da strade e collegati da11e medesime i numerosi forti strategicamente bene disposti, le truppe possano facilmente trasportarsi da un luogo all'altro, crede chi scrive che vi rimarranno sempre i resti di quel selvaggio spirito d'indipendenza, l'odio per la dominazione straniera e che quindi durerà costante un certo stato di guerra e di disposizione all'insurrezione. Seppure la forza materiale potrà tenerle in freno, la sola forza morale varrà col tempo ad assimilarle. Fianco Destro A guerra finita le colonie Russe che si vanno sostituendo aUe popolazioni circasse renderanno alla Russia il possesso pacifico della coste del Mar Nero togliendo in pari tempo alla politica Inglese e Turca ogni azione ed influenza sulle fanatiche popolazioni Musulmane del fianco sinistro. Dalla presente esposizione si può conchiudere che in una guerra contro la Russia una diversione nella regione del Caucaso non potrebbe fare alcun calcolo sul favore o sulla partecipazione di quelle popolazioni. A compimento dell'incarico ricevuto mi rimarrebbe ancora di rispondere ai due seguenti quesiti: 1i2 Quali forze rimarranno disponibili aJla Russia dopo finita la guerra del Caucaso? 2° Da qual parte presumibilmente volgerà la sua attività? Da un minuto calcolo dei presidii e cordoni che per molti anni ancora dovrà tenere in guardia delle popolazioni musulmane, ed avuto riguardo al tempo necessario al consolidamento delle nuove colonie, risulterebbero al sottoscritto le seguenti cifre di truppe disponibili per li scopi ulteriori della Russia in Oriente: 1° Truppe Regolari, dai 35 ai 40.000 uomini; 2° Truppe Irregolari, dai 20 ai 25.000 uomini. 141
Relativamente al secondo quesito dirò che da molte conversazioni tenute con Uffiziali Generali e di Stato Maggiore Russo, non che dalla solerzia con cui si raccolgono materiali topografici e statistici intorno ai paesi di frontiera Turchi, mi risulterebbe che l'obiettivo primo a cui si volgerà l'attività della Russia sarà Kars e l'Armenia turca. Istruzioni impartitemi da S.E. il Generale Durando e dal Luogotenente Generale M. Ricci, Capo dell'Ufficio Superiore del Corpo di Stato Maggiore. Crede così lo scrivente di aver esaurito l'incarico risultante dalle istruzioni verbali dategli da S.E. Generale Durando alla vigilia della sua partenza per la Persia, che stima potersi concretare in seguenti quesiti: 1° Stato delle forze Russe nel Caucaso; 2° Condizioni delle parti belligeranti; 3° Spirito pubblico delle popolazioni del Caucaso e Province transcaucasiche; 4° Quali forze rimarranno disponibili alla Russia dopo la sottomissione dei Circassi; 5° Dove si volgerà a guerra conclusa presumibilmente l' attività Russa in Oriente; 6° Fino a qual punto una diversione delle regioni del Caucaso troverebbe favore e partecipazione in quelle popolazioni.
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CAPO QUARTO
Relazione intorno al mio viaggio da Baku a Mosca ed alle Operazioni di Guerra alle quali presi parte col Corpo d'Armata del Gourgiups ARTICOLO PRIMO
La bella relazione che il Conte Grimaldi mio compagno nella sezione militare presentava al Ministero degli Esteri, associandovi gentilmente il mio nome, nulla mi lascia di aggiungere relativamente al nostro viaggio di Persia e viaggio di ritorno da Teheran fino a Baku. Si è quindi da Baku ove dovetti separarmi da quel distinto Ufficiale per adempiere la mia missione speciale del Caucaso che incomincia la relazione che ho l'onore di sottomettere all 'E.V. Fin dal nostro primo arrivo a Tiflis incominciai coll'aiuto del sullodato Ufficiale le pratiche necessarie per rendere effettuabile la missione del Caucaso. Grazie ad alcune fortunate combinazioni mi riescì si stringere relazione con alcuni Principi Circassi del Daghestan e della Cecenia non che cogli Ufficiali Generali Governatori di quelle province. Contando sul loro appoggio e sulla conoscenza degli idiomi turco e russo parlati dalla maggior parte di quegli abitanti avevo fissato il seguente itinerario: Sbarcare a Derbent - attraversare la grande catena al fianco sinistro - ... per la via che da Temirhanshura per Gunib mette a Zakatali (che è il punto d'appoggio della Linea Mi litare Meridionale del fianco sinistro) - percorre detta linea fino a Tiflis, e quindi recarmi sul Teatro della Guerra. Ma essendosi per l'assenza dello Shah ... prolungato oltre le nostre aspettative il viaggio di Persia, non potei esser a Baku prima della fine di settembre nella quale epoca in causa della tormenta e delle molte nevi è impossibile attraversare la grande catena. Mi rimaneva quindi la seguente alternativa: 1°. Sbarcare a Derbent e visitare la linea Settentrionale del Tereck - la quale è da gran tempo consolidata e formata da Colonie Militari Russe. 143
2°. O percorrere la linea Meridionale per Zakatali e Lagodeki dove le popolazioni del basso D.a ghestan seppure sottomesse sono le più fanatiche ed intolleranti del giogo russo e dove per conseguenza la Linea Militare funziona come in stato di guerra. Mi risolsi naturalmente per quest'ultima e lasciai Baku il 21 Settembre. Anzi tutto stimo necessario di far precedere alcune nozioni sul metodo usato in Russia per viaggiare. I viaggiatori ottengono dall'Autorità Governativa una specie di passavanti detto"padarozna", dietro la cui presentazione gli uffici postali loro forniscono il numero di cavalli domandato. Le "padarozne" sono di tre specie: 1°. Ordinarie per i viaggiatori privati. 2°. Raccomandate per gli ufficiali governativi in servizio. 3°. Da corriere per i Corrieri Ufficiali esteri in missione, Generai i etc. Ogni stazione di posta è obbligata a tenere in riserva per quest'ultimi due troike di cavalli scelti, le quali debbono essere attaccate immediatamente e camminare a briglia sciolte. Colle altre Padarozne si ottengono cavalli quando se ne trovano di disponibili. I traini ordinari sono di 3 o 5 cavalli, il prezzo varia fra i 2 1/2 e i 5 kopeki per cavallo ogni verst. Meno che nelle grandi città in Russia non esistono alberghi. In ogni stazione postale vi sono però due camere vuote a disposizione dei viaggiatori i quali conseguentemente devono portare seco loro letto, viveri ed ogni cosa. L'unico veicolo fornito dalla posta è la così detta Perekladnaja, carro scoperto senza molle che si cambia in ogni stazione. , Esso è piccolissimo e capisce appena il viaggiatore senza bagagli. È quindi convenienza provvedersi per i lunghi viaggi di un Tarantase, ossia legno coperto che riposa sopra 4 pali lunghissimi i quali fanno l'ufficio di molle. Si risparmia così una seconda vettura. Pa1tii da Baku il 21 Settembre, attraversai per erte rapidissime l'estremità della grande catena, la quale a guisa di anfiteatro cinge intorno la penisola di Absheron. 144
Linea Militare Meridionale del Daghestan Stato delle strade: La strada da Baku a Tiflis è come in genere tutte quelle della Russia affatto naturale. Nei terreni piani o leggermente ondulati la mano dell'uomo non vi concorse neppure per il tracciato; i veicoli passano liberamente dove stimano, la sua larghezza è quindi indefinita. Nei terreni montuosi esistono solamente quelle costrutte dalle truppe durante le operazioni di guerra, le loro pendenze sono talvolta eccessive e solo praticabili dai traini Russi. L'inconveniente maggiore sono i numerosi torrenti che le tagliano; il letto dei medesimi raggiunge talvolta la larghezza di 1 km. La forza delle correnti, stante la grande altezza e vicinanza della montagna, ne rende il guado pericolosissimo, massime nell'epoca della fondi ta delle nevi. Il servizio di sicurezza è fatto da un Corpo di Milizia Indigena recentemente formato. Esso si compone di volontarii i quali non si obbligano ad alcuna ferma, dipendono da11 'autorità politica; sono formati in Sottnie e vestono il Costume Circasso con una certa uniformità di colori. Il governo dà ad ogni Miliziano 50 fr. al mese, devono provvedersi da sé armi e cavallo. Per le strade della Giorgia e dell'Armenia vi sono due Reggimenti di codeste Milizie le quali fecero fin ora ottima prova; ma essendosi sparsa la voce che il governo voleva obbligarle ad una piccola ferma, la maggior parte chiese il congedo. Seppi poi da buona fonte che il governo medesimo volendo introdurre a poco per volta la leva nel paese fece spargere ad arte quella voce per provocare disordini ed avere così un pretesto per militarizzarli.
Shirvan Visitai Semahà, capitale del Shirvan. Essa fu ampliata per ordine del generale Jermoloff ed elevata e sede di Governo. La sua posizione essendo di una certa importanza strategica per le eventuali operazioni contro la Persia si demolirono le sue antiche fortificazioni Persiane costruendo in loro vece opere moderne. 145
La sua guarnigione conta: 2 Battaglioni di Fanti; 2 Batterie d'Artiglieria; 2 Sottnie di Cosacchi del Don. La provincia del Shirvan forma un quadrato di 200 verst di lato ed è ricchissima di seta e vino. Dopo Semahà passai a guado il Gutshai famoso per i suoi 8 rami, tutti profondi e rapidissimi. Questi fiumi versano al Nord della Kura in una quantità di laghi, locchè prova che tutto quel paese è molto basso ed il piano delle sue acque di tipo superiore al livello del Caspio. Da Semahà a Tshemaklu si attraversa un paese sterile ed infestato da briganti. Da Tshemaklu conducono tre strade a Tiflis. La Prima Postale passa a Mezzogiorno della Kura attraversa Zarski - Kalotzi - essa è un po' più breve ma cattivissima. La 2ll (pure postale) al Nord della Kura attraversa TorskiKalotzi - essa è un po più breve ma cattivissima. La 3~ (puramente militare) congiunge Nuka a Zakatali e fu quella da me percorsa. Nuka Nuka è una piccola città rinomata per la sua cultura serica; i suoi abitanti sono rinomati per il loro fanatismo religioso. Shamyl fece nella medesima i primi proseliti del Nuridismo. Nel 1860 mossi dal fanatismo religioso scannarono varii Francesi negozianti di sementi e tutta la colonia europea - composta di Francesi e di Italiani - avrebbe subito ugual sorte senza la presenza di spirito e la fermezza del Console di Francia, Barone Pinot, il quale rappresenta sì degnamente anche l'Italia nelle regioni del Caucaso. Fortificazioni persiane: La nuova città e valle sottostante sono dominate da una fortezza, antica residenza di Chan, di costruzione Persiana. Il muro di cinta è solidissimo e fiancheggiato da 100 in 100 metri da torri rotonde armate da cannoni. Per i montanari ignari deII 'uso delle artiglierie queste fortezze persiane sono inespugnabili; non sarebbero però opere serie in Europa, in primo luogo perché dominate da tutte le parti ed in secondo luogo perché quelle torri sono così ravvicinate da rendere inefficace il fiancheggiamento. 146
La fortezza contiene molti edifici, magazzini e caserme, quest'ultime capaci di 3 o 4.000 uomini. Zakatali Da Nuka presi la via che mena lunghesso il piede della montagna direttamente a Zakatali. Questa città è sede di un Deposito di un Reggimento di Fanteria ed ha oltre ciò un presidio di 5 Battaglioni Granatieri. Queste truppe trasformarono quasi per incanto quella piccola borgata in una magnifica Città Militare. Ampie caserme - belle case per gli Ufficiali - Clubs - Chalets per i soldati si elevano a vista d'occhio. Lagodichi Da Zakatali la strada continua direttamente per Lagodichi ed è guardata da truppe scaglionate e posti fortificati. La mancanza del servizio di posta e di rigori della polizia militare mi procurarono qualche imbarazzo ciò non pertanto trovai il modo di percorrerla. Lagodichi analogamente a Zakatali diventerà col tempo una città importante, facendovi capo molte strade della montagna. Trovai colà concentrati 9 Battaglioni di Granatieri. Queste truppe sono destinate a tenere in scacco la montagna ed a reprimere immantinenti ogni principio d'insurrezione. Fu recentemente decretata la costruzione di molte opere di fortificazione intorno alla città. Zarski - Kalotzi Da Lagodichi scesi sulla strada di Zarski Kalotzi per visitare quel celebre deposito di cavalleria. Esso è situato nel centro di un 'immensa plaga di rigogliose praterie e si compone di una quantità di solide costruzioni capaci a contenere 4.000 uomini ed altrettanti cavalli. Ogni squadrone ha la sua caserma - senderia - e maneggio scoperto a patte. Da Zarski - Kalotzi continuai per la via di Telav fino a Tiflis dove giunsi la notte del 29 Settembre.
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Incumbenti fatti per l'ottenimento della licenza di recarmi al campo Al mio arrivo a Tiflis fui assalito dal male del paese. Esso si pronuncia ordinariamente con febbri terze le quali, ove non siano vinte da dosi di chinino di 60 grammi al giorno, si convertono in tifo o migliare bianche. Ebbi la fortuna di prevenire entrambi i predetti malanni e dopo 6 giorni potei abbandonare il letto. Incominciai tosto le pratiche necessarie per ottenere il permesso di recarmi sul Teatro della Guerra. Le autorità Russe mantengono relativamente agli affari della guerra il più scrupoloso segreto, atalchè a Tifiis stesso in fuori del Corpo di Stato Maggiore nessuno sa cosa succeda nella montagna e vi circolano le voci le più strane e le più contraddittorie. Il permesso su accennato non può essere conceduto da altri che dall'Imperatore o dal Viceré del Caucaso. Nell'assenza del Principe Bariatinski dovetti fare i miei incombenti presso i gentili Principi Orbelliani e Harzef i quali entrambi mi colmarono di ogni fatta d'amabilità e premure. In queste pratiche mi fu molto utile la relazione del Generale Oklobdge, Montenegrino di origine e genero del Principe Orbelliani non ché l'influenza personale del Console di Francia, signore Barone Finot. Occupai intanto il tempo del mio soggiorno a Tiflis per raccogliere presso quell'Uffizio di Stato Maggiore i materiali necessarii alla compilazione dell'organizzazione dell'Armata del Caucaso - dell'Armata Russa in genere non chè alcuni interessantissimi relativamente all'Armata Turca e Persiana.
Materiali raccolti: Anche la Sezione Topografica mise a mia disposizione i suoi Materiali Asiatici dai quali estrassi: 1° Un Itinerario in grande scala (1 pollice inglese = 5 verst) da Poti a Teheran; 2° Itinerario da Teheran a Keshr; 3° Itinerario da Teheran a Damavend, itinerario e levata della montagna; 4° Itinerario da Ezerum a Kars. 148
Arrivo a Tiflis di S.A. Reale il Principe Alberto. Intanto era arrivato a Tiflis il Principe Alberto di Prussia, fratello di quel Re e zio materno dell'Imperatore Alessandro, luogotenente Generale Onorario dell'Armata Russa. Questo Principe aveva ottenuto dallo Zar il favore da lungo tempo ambito di comandare una spedizione d'inverno contro i Circassi. Fra gli Uffi ciali del suo seguito trovasi il Barone di Loe, Aiutante d'ala di S.M. il re di Prussia - ufficiale distintissimo e collaboratore nel lavoro che pubblicò ultimamente lo Stato Maggiore Prussiano sulla Campagna d'Italia del 1859. Fatta la sua conoscenza col mezzo del Barone Finot, ebbi dal medesimo l'invito di accompagnarlo sul teatro di guerra ove doveva precedere il Principe di alcune settimane. Tale invito mi fu dal medesimo ripetuto con molta insistenza, cosa facile a comprendersi dappoichè essendo ignaro delle lingue del paese riconosceva la difficoltà di arrivare a destinazione e di fare gli studii necessari per informare chi lo mandava del vero stato delle cose nel Caucaso. Accettai l'invito tanto più volentieri in quanto che mi metteva in grado di approfittare di tutti i materiali e di nnte le informazioni che gli Stati Maggiori Russi avevano ordine di comunicare al medesimo. Il dì successivo mi giunse inattesa la chiesta licenza della quale non saprei dire se sia stata dovuta alle autorità Russe o a qualche impegno del Principe di Prussia - il fatto è che mi fu tosto fornita una Padarozna da Corriere, un pacco di Commendatizie - ed un bass'Ufficiale dei cosacchi del Don a mia intiera disposizione fino al campo. A questo punto mi corre l'obbligo di esprimere all 'E. V. la riconoscenza da me dovuta al Barone Pinot, Console di Francia, incaricato pure della gestione gli affari italiani nel Caucaso. Oltre alla più cordiale ospitalità offertami in casa sua si impiegò con infaticabile zelo a mio pro presso le autorità Russe e presso il Principe di Prussia e confesso che gran parte di quanto ottenni è dovuto alla possente di lui influenza ed all'alta stima ch'egli meritamente gode in quelle contrade. Partimmo la notte del 27 ottobre per Vladikaukas per la nuova strada che attraversa la montagna al Col di Kazbek, della quale l'Imperatore Alessandro disse costargli più di quanto gli sarebbe costato per selciarla d'argento. 149
La sua larghezza è di 10 m, ha sovverchio lusso di ponti-muri di sostegno e parapetti. I suoi pendii sono dolcissimi per cui si sale e scende attraverso la grande catena (1.200 piedi sopra il livello del mare) alle più veloci andature. Passammo per la valle di Kobi dalla quale gli storici fanno provenire i popoli d'Europa. S'incontrarono nella medesima da ogni parte le piccole capanne degli Osseti, fabbricate sulle punte delle roccie più acuminate, e protette da torri quadrate munite di ferritoie che provano lo spirito guerriero di quella razza. Lunghesso la via da Kobi a Kazbek s'incontrano di tratto in tratto casenne pei distaccamenti delle truppe. Esse sono ben tenute e munite di cannoni. Alle 4 pomeridiane del dì successivo giungemmo al villaggio di Kazbek e di là penetrammo nel celebre defile di Davil le cui pareti si restringono tanto da contenere appena il Terek e si innalzano quasi perpendicolari fino alle più alte creste della grande catena. La lunghezza dello stretto è di 12 km circa. Esso è occupato da distaccamenti di truppe da 30 a 80 uomini scaglionati a distanza di 2 o 3 km (sotto tende) per cui, malgrado sia abitato dalle selvagge tribù degli Osseti, si viaggia sicuri anche di notte senza scorta. Il 29 alle 11 pomeridiane giungemmo a Vladikaukas detta la guardiana dei monti e sede del grande comando della Cecenia. Essa è situata sulla riva destra del Terek sull'alto di una lunga valle, il cui fondo unito ed incolto si eleva fino a lei per una pendenza poco sensibile. La città è circondata da una cinta bastionata armata di cannoni di grosso calibro. Dalla parte della montagna la sorveglitanza è attivissima, le vedette sono collocate sopra palchi altissimi dei quali la vista spazia alle più grandi distanze, locchè proverebbe che un'improvvisa aggressione dalla montagna è ancora riputata possibile. La sua guarnigione consta di 4 Battaglioni. Da Vladikaukas a Stavropol la strada cessa dall'essere battuta, 150
ed attraversa per centinaia di miglia un paese incolto e molto ondulato; essa ha talvolta pendenze rapidissime per cui succedono frequenti disastri. In quel tratto di strada ribaltammo 4 volte e S.A.R. non fu più fortunata di noi più tardi, dappoichè ribaltò in una discesa riportando gravi contusioni ed una ferita al capo che la obbligò a tenere il letto per varii giorni. Giungemmo a Stavropol la sera del 1° Novembre. Questa città è la sede del Gran Comando del Dipartimento militare del Kuban ; il suo materiale è moderno poiché conta appena 30 anni di esistenza. Nella medesima è stabilito il deposito generale delle munizioni da guerra e da bocca per l'esercito operante. Presentatici al nostro arrivo a S.E. il Conte Jevdakimoff fummo dal medesimo ricevuti con squisita cortesia convitati pel medesimo giorno ad un pranzo, al quale fece convenire tutti gli Ufficiali Generali e Comandanti di Corpo per metterci in relazione coi medesimi. Il dì successivo destinò il Capitano di Stato Maggiore Conte Kutaissoff (nipote del ministro Gorshakoff) per accompagnarci fino al Campo del Gourgiups - diramò gli ordini necessari perché ci venissero fornite le scorte nel viaggio, rendendo responsabili delle nostre persone i Comandanti le Brigate di Cosacchi stazionate lungo la via - ed ordinò al suo Capo di Stato Maggiore di mettere a disposizione del Barone di Loe i materiali che avrebbe richiesti. Partimmo da Stavropol la notte de] 2 novembre. La strada volge ad Ovest fino a Procnajakop al Kuban ed attraversa un paese di steppa, nella quale s'incontrano di tratto in trat- · to - quasi Oasi nel Deserto - stanizze di Cosacchi. Le distanze da una stanizza ali' altra variano fra le 20 o le 30 verst ed il servizio di posta è fatto di Cosacchi. Trovandosi questo tratto di via quasi in terza linea si viaggia con piccole scorte, ma da Procnajakop avanti fino alla Labinskaja esse non possono essere inferiori a mezza Sottnia (50 cavalli, comandata da un' officiale). Dalla Labinskaja in poi montammo a cavallo e viaggiammo con scorte di 1 o 2 sottnie di Cosacchi fino a Maikop - sulla Bielaja - punto d'appoggio della prima linea. 151
Presa del Generale Kuharenko. Per dare un'idea dell'ardimento dei montanari Circassi - e conseguente necessità di forti scorte - citerò un fatto succeduto alcuni giorni prima del nostro passaggio. Una squadra di Circassi (15 uomini) sapendo che il Generale Kuharenko Comandante la linea di Adagoum doveva passare per la via che da Ekaterinodar da a Stavropol, scende dalla montagna, attraversa senza far sosta 110 verst di terreno nemico, si appiatta nei paraggi della Labinskaja, sorprende il convoglio, taglia a pezzi scorta cocchiere ed ordinanaze, prende in groppa il generale ed il suo aiutante e li trasporta così per la via già fatta nella montagna. Il Generale morì dopo pochi giorni, l'Aiutante sarà riscattato dal Governo. La notte del 3 arrivammo a Maikop. Maikop in 4 anni di esistenza è cresciuta a città. Essa è circondata da una cinta bastionata armata in tutto punto - e sarebbe anche una fortificazione seria in Europa. I Russi vi costrussero Caserme, Magazzini e bellissime case; recentemente furono colà collocati i depositi del Reggimento Dragoni Vishny Novgorod e del Reggimento Fanteria Sebastopoli per cui i fabbricati crescono a vista d'occhio. Il mattino del 4 scortati da due squadroni di Dragoni e due Sottnie di Cosacchi ci recammo al Campo del Gourgiups distante da Maikop 20 km dove fummo ricevuti colla più grande cordialità dal Comandante Generale Heyman il quale si compiacque di tosto aggregarci al suo Stato Maggiore. Il dì successivo 5 novembre visitai al suo seguito i varii lavori di campagna che si eseguivano dalle sue truppe dei quali diedi più sopra una sommaria descrizione. La Relazione poi delle operazioni di guerra, alle quali assistei durante il mio soggiorno presso quel Corpo d'Armata, trovasi compendiata nel seguente.
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Estratto del Diario Storico-Militare tenuto dallo scrivente ARTICOLO S ECONDO
5 Novembre: Riconoscenza a monte del Gourgiups. Ordine del Giorno: Domattina si eseguirà una riconoscenza nella valle del Gourgiups. Vi prenderanno parte le seguenti truppe: 4 Squadroni del Reggimento Dragoni Vishny Novgorod; 4 Sottnie di Cosacchi della Linea; Il Battaglione del Reggimento Sebastopoli; XXI Battaglione Cacciatori. Il Distaccamento lascierà il Campo alle 6 antimeridiane. Firmato: Heyman.
Relazione: Alle 6 del mattino la colonna si mise in marcia sotto il Comando diretto del Generale Heyman. Scopo della riconoscenza si era di ricercare a monte del Gourgiups una posizione forte onde trasportare di 15 o 20 km in avanti il grande accampamento, incendiare tutti gli Aouls nella valle, scegliere una direttrice per una strada e rispettivo taglio di foresta. Gli Ufficiali Topografici accompagnavano la spedizione. Attraversammo dapprima un terreno ondulato e scoperto senza incontrare il nemico, ma avvicinatasi la colonna alla lisière d'una lingua di foresta che velava un Aoul retrostante fu salutata da una viva salva di moschetteria. I Dragoni che marciavano in testa si gettarono nella medesima e messo piede a terra impegnarono una viva fucilata coi montanari i quali sgombrarono temendo di essere girati. Concentratasi la truppa alla lisière prospiciente l' Aoul, i due Squadroni di Dragoni e tutti i Cosacchi ricevettero ordine di circondarlo e d 'impossessarsene. 1 Cosacchi partirono alla carriera, investirono la paite compatta del medesimo e dopo pochi minuti abitati e provvigioni erano in fiairune. Lo spirito di distruzione delle Truppe Irregolari Russe fa loro perdere ogiù disciplina ed ordine nell'azione, attalchè un piccolo numero compatto di nemici sarebbe bastato per arrecar loro un grave danno. 153
Alcuni esploratori Cosacchi avendo riconosciute delle greggie fuggenti a molti km di distanza, i Comandanti le sottnie di Cosacchi diedero ordine d'inseguirle; senza riordinare la sottnia ogni Cosacco per proprio conto, la carabina alla mano, volse il cavallo alla grande carriera in quella direzione senza curarsi d'altro che di raggiungerle al più presto possibile. In un baleno ci fummo di sopra - i montanari che si apprestavano a difenderle furono tagliati a pezzi e 2.000 e più capi di bestiame furono la preda di quella carriera. Durante questa corsa 15 cosacchi furono feriti da colpi di fucile che si partivano da tutte le parti. Nel ritorno s 'incendiarono gli Aouls delle piccole valli laterali e tutte le provvisioni che la Cavalleria non poteva trasportare al Campo. 7 Novembre. Razzia: II Generale Heyman avendo riconosciuto che una turba di montanari si era avvicinata al Campo sulla riva opposta del Gourgiups nell'intento di foraggiare nei vicini Aouls decise di punirli immediatamente. Dato il segnale a Cavallo in pochi minuti tutta la Cavalleria Regolare ed Irregolare stava pronta a marciare. Partimmo alla carriera, il Generale alla testa, e sempre a quel!' andatura senza rallentare di un momento fummo sopra I' Aoul distante 10 km circa il quale venne immediatamente incendiato. Le greggie fuggenti furono inseguite dai Cosacchi i quali se ne resero padroni dopo aver sciabolato il piccolo partito che voleva contrastarli. Nel frattempo due Battaglioni di Cacciatori erano sopraggiunti alla corsa ed avevano presa posizione davanti all'aou] incendiato per sostenere la ritirata della Cavalleria la quale si era data a foraggiare. Si iniziò quindi la ritirata. Un forte partito di montanari si era intanto radunato e vedendo lontana la Cavalleria Regolare si gettò a corpo perduto sul Battaglione Cacciatori di Kabardà. Questo sostenne bravamente l'urto ripetuto con grande audacia dai Circasssi per ben tre volte, quindi iniziò la ritirata. Allora incominciò da parte dei montanari ]a solita "Digitofka" di inseguimento, la quale consiste in cariche alla spicciolata fino a trenta passi di distanza: un colpo di carabina fatto il quale si salvano alla carriera. Per tal modo fummo accompagnati fino al Campo, le perdite furono di 2 feriti e 7 morti. 154
14 Novembre: Arrivo di S.A.R. il Principe Alberto di Prussia al Campo del Gourgiups. 16 Novembre: Riconoscenza nella valle del Tsbash sotto gli ordini di S.A.R.
Ordine del Giorno: Domattina si eseguirà una riconoscenza nella valle del Tsbash lunghesso la sua riva sinistra, nello scopo di eseguire una levata a vista di quel terreno, tracciare un taglio di foresta, rendere carreggiabile la strada e fare una grande provvista di foraggi per il Campo. Fonneranno la Colonna le seguenti Truppe: I e III Battaglione del reggimento Sebastopoli; » Cacciatori N°2 l; » Combinato di Riserva; » Combinato N°2 e N°3; 1 Compagnia di Zappatori; 1 Divisione del Reggimento Dragoni Nishny Novgorod; 2 Sottnie di Milizie; 5 Sottnie di Cosacchi; 2 Pezzi Artiglieria di Montagna. Alle 7 del mattino le Truppe dovranno aver preso il rancio ed al segnale di marcia si formeranno sulla riva sinistra del Gourgiups d irimpetto al Campo del Battaglione Cacciatori Kabardà. La colonna sarà comandata personalmente da S.A.R. il Principe Alberto di Prussia ed il Generale Heyman prenderà gli ordini dal medesimo. Tutte le Sottnie saranno riunite sotto gli ordini del Colonnello dei Cosacchi Starsikoff. Firmato Jevdakimoff. Relazione: Alle ore 9 antimeridiane il Distaccamento stava disposto sulla riva sinistra del Gourgiups nell'ordine seguente: 2 Sottnie di Milizia; 5 Sottnie di Cosacchi; Avanguardia: Divisione di Dragoni; 2 Pezzi Artiglieria di Montagna; 155
Battaglione Kabardà; I e II Battaglioni Sebastopoli; Grosso. Battaglione Combinato N° 2; Compagnia Zappatori; 2 Pezzi Artiglieria a Cavallo; Battaglione Combinato N°3; Retroguardia: Battaglione Cacciatori N°21. Alle 9 1/2 la colonna si mise in movimento attraverso un paese unito e scoperto. Il nemico si mostrava in numero ma a grande distanza molestando sempre e da tutte le parti la Colonna con colpi di fucile. Alle 12 Verst dal Campo S.A.R. ebbe l'avviso che una sottnia di Cosacchi inviata a bruciare un' Aoul laterale aveva incontrato il nemico in forze. Essa diede immantinenti ordini al Maggiore· dei Cosacchi P. Vittchenstein di cenere in suo aiuto. Dopo un breve ma serio combattimento al quale presi parte, i montanari sgombrarono il terreno lasciando nelle mani dei cosacchi varii prigionie1i, 350 Capi di grosso e 1.800 di piccolo bestiame. La Colonna prese posizione per il tempo necessario all 'esecuzione della Levata, quindi eseguì la solita ritirata con solito inseguimento di Digitofke da patte dei Circassi. 17 Novembre: Ordine del Giorno: Da domani - 18 Novembre il Corpo d 'Armata del Gourgiups sarà diviso in due Distaccamenti. Il 1° si comporrà: 4 Compagnie del Battaglione di Linea N°6; 3 Compagnie del Reggimento Kuban; 1 Sottnia Cosacchi del Don N°30; 1 Sottnia Cosacchi della Linea; 2 Pezzi di Montagna. Questo Distaccamento rimarrà sotto gli ordini del Colonnello Fokin, guardia della Vaggembourg al Campo del Gourgiups. La 2~ parte composta di tutti li rimanenti Corpi di Daho farà un movimento avanti fino alla valle della Psheha sotto il Comando diretto di S.A.R. il Principe Alberto di Prussia. Il movimento offensivo sopra indicato ha per iscopo: di ricercare una comunicazione fra le valli del Gourgiups e della Psheha - eseguire in quella direzione tagli di foresta - accomodare le vie ed 156
aprirne di nuove - distruggere gli Aouls e le provvigioni del nemico - ed in fine operare il congiungimento del Corpo del Generale Preobrashenski il quale contemporaneamente rimonterà la Psheha. Codesti risultati possono ottenersi in 8 giorni - per cui i varii corpi sono obbligati provvedersi per questo lasso di tempo dei viveri necessari. Onde rendere le Truppe mobili per quanto possibile, le Compagnie, Squadroni e Sottnie non dovranno avere che un solo can-o per ciascuna. Uno dei Battaglioni del corpo marciante condurrà seco 200 badili e 200 ascie. Tutti gli altri Corpi condurranno seco il numero di utensili prescritto. Firmato Jevdakimoff. Ordine del Giorno di S.A.R. Domattina alle 9 le Truppe del Corpo di Spedizione di Daho saranno divise nell'ordine seguente:
P Colonna, sotto gli Ordini del Colonnello di Cavalleria, Conte Grabbe: 2 Sottnie di Cosacchi della Linea; 2 Sottnie di Milizia; Reggimento Dragoni Nishny Novgorod; Battaglione Cacciatori Kabardà; Battaglione della Linea N° 3; 2 pezzi d'Artiglieria a Cavallo. 2ll Colonna, sotto gli Ordini del Tenente Colonnello Delphin:
1 Compagnia Zappatori; Battaglione Cacciatori N° 21; Battaglione Combinato di linea N° 2; Battaglione di Riserva; I - III - IV battaglioni del reggimento Sebastopoli; IV Battaglione del Reggimento Kuban; 2 Pezzi da 12; 2 Pezzi da 6 a Cavallo; 2 Pezzi di Montagna. 157
Colla 2!! Colonna marceranno i can-i nell'ordine seguente: a. le Ambulanze; b. i Carri di S.A.R.; c. i Carri del Colonnello Eyman; d. i Carri della P Colonna Secondo l'anz.•à dei Corpi; e. i Carri della 2!! Colonna. Il Battaglione combinato N° 2 porta seco 200 badili e 200 ascie che gli verranno distribuiti dal Deposito del Genio. Gli altri Corpi d'Infanteria porteranno seco loro gli utensili prescritti. Le Truppe avranno con sé viveri per 7 giorni che po1teranno parte (per 4 giorni) nei proprii sacchi viveri e parte saranno condotti dai Carri delle Compagnie. Onde rendere le Truppe più mobili che possibile non porteranno le tende - ed il numero dei carri sarà ridotto al puro indispensabile cioè: 4 Carri per Battaglione: 2 Carri per le marmitte; 1 Carro pel biscotto; 1 Effetti degli Ufficiali. I Carri saranno tirati da 5 cavalli e saranno muniti di un' asse e di una ruota di riserva. La munizione sarà trasportata da cavalli da soma. Presso la Vaggemburg del Gourgiups rimarranno sotto gli ordini del Colonnello Fok le seguenti truppe: 4 Compagnie del Battaglione di Linea N° 6; 3 Compagnie del Reggimento Kuban; 1 Sottnia Cosacchi del Don N° 30; 1 Sottnia Cosacchi della Linea; 2 Pezzi di Montagna. Firmato Albert
Relazione: Alle 7 del mattino S.A.R. passò in rassegna le truppe formate in colonna nell'ordine suddescritto, dopo di che si iniziò la marcia sulla riva sinistra del Gourgiups, (v. Tav. IV). Verso le 11 antimeridiane scese una nebbia così fitta da togliere la vista a pochi passi di distanza, per cui si dovettero serrare le colonne, restringere le catene d'Avanguardia e Fiancheggiatori ed accamparsi senza aver riconosciuta la loca158
lità, sulla prima Plaga libera incontrata in prossimità dell 'Aoul e Shaghujeabl. Il nemico temendo di cimentarsi in quella nebbia si limitava a far fuoco da lontano senza potersi distinguere, ciò non pertanto si subì la perdita di 3 morti e 7 feriti.
i 8 Novembre: Campo di Shaghujeabl. Ordine del Giorno: Domani 19 novembre si eseguirà una marcia offensiva verso la Psheha. Alla medesima prenderanno parte tutte le Truppe. Si lascierà il Campo alle 8 antimeridiane, la Colonna sarà disposta nell'ordine seguente:
Avanguardia:
Grosso:
Retroguardia:
2 Sottnie Milizia; Battaglione Cacciatori Kabardà; Battaglione Cacciatori N° 21; Battaglione di Riserva N° 3; 2 Pezzi di Montagna. 111 Compagnia Zappatori; I e II Reggimento Sebastopoli; 2 Pezzi di Montagna; Carri della Colonna; IV Battaglione del Reggimento Sebastopoli. A destra del Grosso marcerà l'intera Cavalleria con 2 Pezzi d ' Artiglieria a Cavallo; 4 Battaglioni per il Reggimento Kuban; 2 Pezzi da 12 pl. Firmato Albert.
Relazione: Alle 9 del mattino la colonna si pose in marcia. La fitta nebbia obbligò il Principe di rinunziare alla marcia in doppia Colonna per cui ordinò alla Cavalleria di porsi alla testa del distaccamento. Un profondo Ravin, avendo trattenuto per molte ore la marcia della colonna la Cavalleria, si spinse per due Verst avanti fino ad un altipiano che domina la valle della Tshesha. Infrattanto si era dissipata la nebbia e si potevano scorgere nella valle forti partiti nemici. 159
Quando la colonna ci ebbe raggiunti si continuò indisturbati la marcia in avanti fino alla lisière della foresta nella quale si era rassemblato un forte numero di nemici (5, o, 600) per contrastarci il passaggio impegnando un fuoco di moschetteria ben nutrito. Fu tosto dato ordine al Battaglione Kabardà di penetrare nella foresta intantochè si faceva girare la medesima da tutte le sottnie di Cosacchi. I Circassi accortisi del movimento di girata della Cavalleria ed avendo dietro a sé un gran tratto di ten-eno scope1to si ritirarono sull'alto di una montagna rocciosa retrostante continuando da quella a molestare col loro fuoco. Ciò non pertanto essendo il giorno presto a mancare S.A.R. ordinò di stabilire il Campo per quella notte su quel ten-eno mandando due Battaglioni Bersaglieri a sloggiare il nemico dalle sue posizioni e ad accamparsi in quel luogo medesimo. 19 Novembre. Accampamento al Kujok Ordine del Giorno: Domani 20 novembre si eseguirà un movimento avanti fino alla Pshehà. A questo movimento vengono destinate le seguenti Truppe: Battaglione Cacciatori Kabardà; Battaglione N° 21; 4 Pezzi di Montagna; Battaglione Combinato di Riserva; Reggimento Dragoni di Nisny Novgorod; 2 Sottnie di Milizia; 4 Sottnie di Cosacchi; 2 Pezzi d'Artiglieria a Cavallo. Rimangono al campo: III e IV Battaglioni Sebastopoli; 1 Sottnia di Cosacchi; 2 Pezzi d 'Artiglieria a Cavallo; 2 Pezzi d'Artiglieria da 12 pl. Il Comando di queste Truppe rimaste a guardia del Campo resta affidato al Colonnello Delfin. Per il taglio della foresta presso 1'accampamento e per rendere carreggiabile le strada che dà al Gourgiups sarà formato un terzo 160
Distaccamento sotto il Comando del Tenente Colonnell o Preobrahenski così composto: VI Battaglione del Reggimento Kuban; l Battaglione del Reggimento Sebastopoli; Battaglione della Linea Combinato N° 3; 1.i Compagnia Zappatori. La Colonna destinata a fare il movimento avanti verso la Psheha prenderà al segnale delle trombe l'ordine di Colonna suddescritto all'altezza dell'Accampamento del 3° Battaglione Sebastopoli. Immediatamente dietro alla medesima si ordinerà la colonna del Tenente Colonnello Preobrashenski. La gente dovrà aver mangiato il rancio, lascierà indietro sacchi zaini ed ogni bagaglio dovendosi far ritorno nell'Accampamento nella sera. La Colonna che eseguirà la marcia in avanti sarà sotto il comando diretto del Principe Alberto il quale affidò il Comando della Cavalleria ed Artiglieria a Cavallo al Colonnello Grabe e quello della Retroguardia al Colonnello Ahotnici.
Relazione: Alle 8 del mattino la Colonna avente la Cavalleria e l'Artiglieria a Cavallo in testa intraprese la marcia avanti nell'ordine suddescritto. Essendo il Ravin che stava di fronte al campo difficilissimo da passare ed occupato fortemente dal nemico, la Colonna si diresse 2 Verst circa di fianco ove incontrò un passaggio molto più facile. Le Divisioni nemiche, trovandosi con questo movimento inaspettato, girando il loro fianco sinistro, si ritirarono a precipizio verso la Psheha. La Colonna continuò la sua marcia e giunse dopo 3 ore presso quel fiume. La nebbia ci inviluppava così fittamente da non lasciar discemere l'uomo a 1O passi di distanza, per cui fu forza ravvicinare i fiancheggiatori alla Colonna e ricevere con molte perdite la fucilata del nemico che ci arrivava da tutte le parti senza poterla ripostare. Al punto in cui s'incontrò il fiume furono lasciati indietro due Battaglioni con due pezzi d'Artiglieria, e la colonna continuò la marcia a monte della Psheha per 5 km circa fino ad un Aoul molto esteso. 161
Alcune Divisioni nemiche forti di 6 od 800 uomini si erano intanto concentrate dirimpetto al medesimo sulla riva sinistra del fiume in prossimità di un altro grande Aoul residenza del Capo di tutte quelle popolazioni. Il fuoco del nemico facendosi sempre più gagliardo, S.A.R. dopo spiegata le Colonna in riva al fiume ordinò al Colonnello Grabbe di guadare la Psheha con tutta la sua Cavalleria e due Battaglioni Cacciatori, d'impossessarsi dell'Aoul, di seguire la riva sinistra del fiume a valle e di riguadarlo al punto dove si erano lasciati indietro due Battaglioni Cacciatori con due pezzi d'artiglieria. La resistenza del nemico facendosi alquanto seria fu forza mandare in sostegno al Colonnello Grabbe due altri Battaglioni. Il nemico dovette cedere ma ebbe il tempo di portar via tutti i suoi morti, le perdite nostre si elevarono a 28 uomini, S.A.R. prese parte attiva al combattimento. La nebbia, che si era alquanto diradata, ricadde fittissima per cui il nemico non poté tentare che un solo attacco durante la nostra ritirata il quale fu energicamente respinto dal Battaglione Kabardà che chiudeva la marcia. Alle 7 di sera la Colonna era rientrata al suo accampamento del Kujok. 20 Novembre: Accampamento al Kujok: Ordine del Giorno. Domattina 21 il Corpo di Armata abbandonerà la posizione al Kujok e farà ritorno al Gourgiups passando la notte nel medesimo luogo dove si era accampato il giorno 18. L'ordine di marcia sarà il seguente: Avanguardia. Sotto il Comando del Principe Suaroff (Tenente Colonnello):
Battaglione Combinato di riserva N° 2; 1 Compagnia Zappatori; 2 Pezzi da 12.
Grosso:
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IV Battaglione del Reggimento Kuban; I III e IV Battaglione del Reggimento Sebastopoli; 2 Pezzi d'Artiglieria a Cavano; 2 Pezzi di Montagna.
Le Truppe del Grosso furono nuovamente ripartite come segue: il IV Battaglione Kuban coprirà il Grosso alla Testa sostenuto da 2 Pezzi a Cavallo; il Fianco destro del Grosso sarà coperto dal III Battaglione Sebastopoli, la coda dal I Battaglione Sebastopoli sostenuto da due Pezzi.
Retroguardia: La retroguardia sarà composta da tutta la Cavalleria e Battaglione Cacciatori. Il Battaglione Kabardà chiuderà la marcia. Relazione: Alle 8 del mattino il Corpo si mise in movimento per la via stessa che aveva tenuto nell'avanzare. Le Truppe rimaste indietro avevano intanto eseguito un rilevante taglio di foresta e resa carreggiabile la strada. La nebbia cadde così fitta da rendere impossibile le progettate distruzioni delle vallate laterali coperte di Aouls e della più splendida vegetazione. Il nemico ci aveva preparato diverse imboscate. I Cosacchi caricarono nei luoghi scoperti, ma temendo essere avviluppati ritornarono verso il Grosso che marciava nell'ordine il più compatto possibile. Più tardi le Cavalleria coi Cosacchi volle tentare un foraggiamento negli Aouls vicino alla stradà ma molestata da ogni dove dovette restare dal suo progetto. A 3 km circa di distanza dal luogo destinato all 'accampamento il Battaglione Kabardà che chiudeva la marcia fu assalito vivamente al suo fianco sinistro da un partito nemico, mentre questo Battaglione fu così obbligato a volgere il suo fronte a sinistra il 21 ° Battaglione Cacciatori fu destinato a chiudere in sua vece la marcia steso in fitta catena di Bersaglieri. Alla distanza di 1/2 km dall' Accampamento nel quale tutta la colonna era già rientrata questo Battaglion·e veniva attaccato vivamente da un partito nemico stabilito alla lisière di un bosco. In un baleno caddero 20 uomini. Il Comandante il Battaglione Colonnello Bintink riunì tosto la sua riserva di tre Compagnie, e si gettò testa bassa nella foresta 163
per riprendere i suoi cadaveri intorno ai quali era impegnato il più vivo combattimento. Trovandosi sul luogo lo scrivente potè prendervi parte. S.A.R. che era già scesa da cavallo accorse immediatamente sul luogo con tutta la Cavalleria e il nemico cedette il campo lasciandovi 50 cadaveri. Il Battaglione Bintink aveva perduto in quel combattimento due ufficiali, 40 soldati; il numero dei feriti fu di 100 circa. 21 Novembre: Accampamento di Shagujchabl Ordine del Giorno: Domattina alle ore 6 1/2 l'intero Corpo di Spedizione farà ritorno all'accampamento del Gourgiups. L'ordine di marcia sarà quello del giorno antecedente. Il Convoglio dei morti precederà 1'artiglieria. In appoggio alla Retroguardia marcierà presso ogni sostegno della catena uno Squadrone di Dragoni. La rimanente Cavalleria foraggerà il più abbondantemente possibile servendosi di tutti i carri disponibili. Relazione: Alle 6 1/2 del mattino la Colonna si mise in marcia dopo aver incendiato il grande Aoul di Shagujchabl e tutti quelli della valle. Il nemico si mostrò ad intervalli ora sulla destra ed ora sulla sinistra. Alle 3 pomeridiane tutto il Corpo di spedizione era rientrato a' suoi accampamenti. Presso il Campo alcuni Principi Circassi chiesero di parlare al Principe. Essi chiedevano la pace a qualunque condizione purché si lasciassero tranquilli fino alla Primavera. ' Codeste proposizioni furono respinte sapendo che i Circassi fanno tutti gli anni delle proposte nell 'inverno alle quali mancano poi al ritorno delle foglie avendo allora tutto l'avantaggio per loro. Mentre il nostro Corpo aveva eseguito il su esposto movimento il Generale Preobrashenski, era marciato di pari passo parallelamente a noi a monte della Psheha ed era già giunto a 4 km dalla distanza dalla nostra Colonna. Esso ebbe pure dei brillanti Combattimenti ed il suo Reggimento di Dragoni eseguì nel mattino del 19 novembre una 164
splendida carica nella quale uccise un centinaio di Circassi e tolse loro una gran quantità d'armi e prigionieri. Il risultato delle operazioni di quest'anno al Gourgiups ed alla Psheha si fu che tutto il terreno compreso fra questi due fiumi fu sgombrato dagl'indigeni e che 100 famiglie circasse accettarono di trasmigrare coi loro averi nella plaga loro assegnata alle rive del Kuban dal Governo Russo.
22 Novembre: Mio viaggio da Maikop a Torino. Il giorno 22 Novembre S.A.R. dopo aver assistito agli onori funebri resi ai soldati morti nella spedizione passò in rivista tutto il Corpo di Daho e quindi scortato da tutta la Cavalleria Regolare ed irregolare fece ritorno a Maikop. Avendo inteso ch'io aveva l'intenzione d'intraprendere il mio viaggio di ritorno attraverso la Russia per Mosca m'invitò di accompagnarla fino a quella città nella quale era intenzionata di soggiornare alcune settimane. Partiti il 24 da Maikop fummo il 26 nella notte a Stavropol ed il 29 a Novo-Cerkask, Capitale della Colonia Militare del Don. Durante il breve soggiorno in quella città mi fu possibile di raccogliere i materiali relativi alla costruzione di quell'importante Stabilimento Militare. Lasciammo Novo-Cerkask il 30 - fummo il 3 dicembre a Karkoff la città più antica della Russia (di 150.000 abitanti) - il 5 a Tuia ove visitammo quei grandiosi stabilimenti di fonderie e fabbriche d'armi - e 1'8 dicembre infine nella città di Mosca. Troppo lungo sarebbe il descrivere le fatiche ed i molti accidenti incontrati in quel viaggio di 2200 verst - continuato giorno e notte attraverso le steppe della Russia - con cavalli selvaggi spinti sempre ad andature impossibili - con ogni sorta di veicoli - èd una temperatura di 25-30 gradi Reàumur (sotto lo 0°). S.M. l'Imperatore essendo stata informata del mio passaggio mi fece chiamare a sé e m' intrattenne durante 1 ora nel colloquio che ebbi l'onore di ripetere a voce all 'E. V. Il giorno 12 dicembre, dopo aver preso comiato da S.A.R. il Principe Alberto la quale fin dal giorno della mia presentazione si era sempre degnata di trattarmi con particolare benevolenza e famigliarità, partii da Pietroburgo ove mi soffermai per 5 giorni durante i quali potei visitare tutti gli Stabilimenti Militari eccetto 165
Kronstadt per l'assenza del Ministro della Guerra il quale si è riservato di accordare il permesso di visitare quella fortezza. Lasciai Pietroburgo il 22 dicembre e mi recai a Berlino ove giunsi il mattino del 26 per via di Eydkuhnen. In quella città mi fu agevole di vedere ogni cosa grazie all'amicizia del Barone di Loe il quale volle essermi guida durante il tempo di mio soggiorno. Da Berlino continuai per Parigi ove dovetti soffermarmi 2 giorni per attendere alcuni dispacci del nostro Ministro e giunsi a Torino la notte del 2 Gennaio 1863.
Torino addl 16 marzo 1863. ll capitano di stato maggiore CLEMENCICH
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TA VOLA
III
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La Guerra del Caucaso Rapporto del Tenente Colonnello Giustiniani comunicato _al Ministero di Guerra con foglio del 31 Marzo n. 257 confidenziale.
Tavola IV
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S. Grimaldi del Poggetto (1825-1903) Scultore e pittore militare membro della spedizione e probabile autore della tavola afianco.
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La guerra del Caucaso. I Bullettini Russi hanno testé annunziata una vittoria ch'essi qualificano di splendida, riportata dalla Brigata Bariatinski dell'Esercito del Caucaso contro i montanari del Gran Tschetschmoja, sulle rive dell 'Argum. In quest'incontro i Russi avrebbero incendiato abitazioni e foreste senza incontrare grande resistenza. Una delle loro colonne avrebbe respinto il soccorso guidato da Shamyl in persona, quindi i medesimi si sarebbero ritirati dopo aver distrutto più di duemila capanne e vasti tratti di foresta. Conchiude infine il bullettino che con questo energico fatto i Russi verosimilmente si assicuravano il possesso del Tschetschmoja, perché i Circassi non hanno colà alcun punto ove potersi sostenere. 1. Le varie pubblicazioni che vennero in luce sin qui sulla Guerra del Caucaso concordano nell'opinione che il Governo Imperiale, nello scopo di sostenere l'onore delle armi e di menomare la sfiducia che ispira alla Nazione la prolungata resistenza di un popolo gagliardo contro a suoi poderosi Eserciti, coglie con diligenza il destro, comunque si presenti, per magnificare fatti talvolta insignificanti, dissimulando poi con danno dell'esattezza le perdite sofferte e gli insuccessi reali con cui di rado soggiace. E valga il vero; il bullettino che noi abbiamo or ora citato nomina egli (il Governo Imperiale, NdR) a conferma di quest'asserzioni. Non chiama egli enfaticamente splendida vittoria una scorreria del genere di quelle che i Francesi in Africa si contentano di chiamare razzia? È ella altra cosa che una semplice razzia, la passeggiera occupazione di un territorio, in cui la Colonna Russa non poté soggiornare 24 ore dopo la vittoria? 2. Checchè ne sia, questo fatto ci porge argomento per raccogliere su questa guerra que' maggiori ragguagli che pongono in grado il lettore di seguirne in avvenire con fondato criterio le vicende. Il faremo tanto più volentieri in quanto che siamo certi che applaudiranno il nostro pensiero tutti coloro che simpatizzano con la causa delle Nazionalità. Ma per ben comprendere il sistema dell'occupazione Russa, e l'ordinamento dell'Esercito che combatte in quelle regioni, è prima d'ogni altra cosa indispensabile farsi un'idea esatta della costuzione fisica del teatro della guerra per quindi procedere metodicamente agli ulteriori sviluppi che il soggetto comporta. 172
Montagne Tre catene di monti sorgono in direzione dall'Est all'Ovest, sul tratto di paese interposto fra il Mar Nero ed il mar Caspio. La prima, ossia la catena-nord, è la più alta, la più estesa e la più aspra. Essa forma barriera contro la Russia e prende la denominazione di catena dell'Elboruz dal monte dello stesso nome, alto 5130 m. sul livello del mare. Viene quindi la seconda, od intennedia che è chiamata dell' Allaghièja dal monte dello stesso nome, non più alto di 333 m. sul livello del mare. In fine, la catena-sud, detta d'Armenia o dell'Ararat, dal monte dello stesso nome che s'eleva di 4938 m sul livello del mare forma baniera contro l'Asia Minore e la Persia. Le catene nord e sud si congiungono all'Ovest presso il mar Nero e dal Nord ove si riuniscono, nasce la catena intermedia dell 'Allagheze. La catena-nord propriamente detta del Caucaso abbraccia nella sua estensione uno sviluppo di circa 1900 werste; e a partire dal monte Ochiten presso il Mar Nero sino al picco del Chakdagh presso il Caspio le nevi perpetue regnano ovunque sulla sue vette. Gli innumerevoli contrafforti che si diramano dal suo versante settentrionale si inchinano a gradini per balze scoscese verso le steppe della Russia ove finisce. È rimarchevole quello che staccandosi dall 'Elboruz corre verso il Nord, e separa le sorgenti del Kuban da quelle del Tereck. Il Bermanuk punto culminante di questo contrafforte, raggiunge un'elevazione di 2821 m. ed è sempre coperto di nevi. I fianchi de' monti in questa catena principalmente, sono velati da dense foreste. Tra la catena nord e l'intermedia si stendono i clivi feraci della M ingreglia, dell 'Imerezia e della Giorgia. Fra l 'intennedia e la Meridionale le Province d' Arzerum, di Rars ed' Armenia. Corsi d'acqua Da questo ammasso di montagne imprigionate fra due mari, si staccano in varie e bizzarre diramazioni dirupati contrafforti che formano inestricabili labirinti e non consentono che sgorghino dal loro seno sorgenti atte ad alimentare fiumi di primordine pel volume delle acque. Dal versante nord della gran catena non iscaturiscono che il Kuban ed il Tereck, i quali dopo avere irrigata la Circassia, la Rabardia, il Tschetschomoja ne versano le loro acque il primo nel Mar Nero, il secondo nel Caspio. 173
Scorrendo alle falde del versante nord della gran catena queste riviere formano per così dire il fosso del gran bastione naturale rivolto verso la Russia. Dalla catena sud, ossia dall'Ararat, scaturiscono l'Arasse che affluisce alla Kura e l'Eufrate che sbocca nel golfo Persico. La catena dell 'Allagheze non dà origine che alla Kura; questa irriga le pianure della Georgia e quindi ingrossata dall'Arasse sbocca nel mar Caspio. Nel Caucaso le sole riviere navigabili sono la Kura, il Rione e 1'Arasse, nel loro corso inferiore. Gli altri corsi d'acqua non sono che torrenti, che ingrossandosi all'epoca delle pioggie e dello scioglimento delle nevi, inondano le bassure nelle valli ed intercettano tutte le strade. Clima. Prodotti Il clima varia nelle regioni del Caucaso a seconda delle località. Nei siti elevati il clima è aspro, ma salubre, ne' bassi esso è più dolce, ma malsano. Le esalazioni pestilenziali che emanano dalle foreste dell 'Imerezia presso il Mar Nero generano febbri puttide. Nelle province d'Armenia di Chirvan e d'Elisabethpol il sole che <larda sui terreni sabbiosi, di fondo calcare, snerva l'abitante e ingenera febbri maligne. Tra le contrade del Caucaso le più favorite dalla natura sono l 'Abackzia, la Rartalinia e talune valli del Daguestan. Nullameno la vegetazione prospera in questi climi perniciosi all'uomo. Se le braccia non mancassero vi si potrebbe coltivare le piante di due emisferi, il gelso, il cotone, la canna da zucchero. Le valli del Kuban e del Tereck abbondano di foreste e di pascoli, di questi se ne incontrano frequentemente sui molti altopiani che regnano sulle giogaie della catena principale. I Circassi vi conducono i loro cavalli, noti per generosità di razza. I Cosacchi colonizzati su] basso Tereck coltivano la robbia, la vigna, il canape, il gelso. Le foreste, i vigneti, i cereali spesseggiano nell'alta valle della Kura e nel Daghestan. Egli è poi sul litorale del mar Nero che trovasi i teITeni più fertili. Fra Gagri e Batum verdeggiano molti arbusti che prosperano su11a spiaggie più ridenti del Mediterraneo. I campi dell'Imerezia e della Mingreglia fecondano la vite ed il grano turco. Le provincie turche oltre l'Ararat sono più salubri e più fertili che quelle del Caucaso: ma le terre rimangono improduttive per mancanza di braccia. 174
Popolazioni I Turkesses o Circassi sono la razza dominante, fra le diverse di Abakeasi, di Ossejti, di Kabardi, di Kumitris, di Tchitcheus, che abitano il versante settentrionale della gran catena fra il Kuban ed il Tereck (3). Sono queste le fiere popolazioni che, malgrado tanti reitetati sforzi, la Russia non poté sottomettere fino a questo giorno. Eppure si pretende ch'esse non ascendano guari al di là di 209.000 maschi. Benché non vivano tutte sotto la stessa autorità, esse venerano nei Principi delle due Kabardie la legittimità del1' origine e l'antichità della stirpe da cui, appunto, discende l 'eroico Schamyl. Nello scopo di assoggettare le popolazioni Circasse, la Russia ha colonizzato 11 Reggimenti di Cosacchi sulle rive del Tereck, della Sundja e del Kuban. Questi undici reggimenti che possono mettere 5519 lancie in linea, oltre una Riserva di egual forza, compongono una popolazione di 48.512 anime ripartite in due borghi e 95 villaggi. La colonia possiede 26099 cavalli e 96096 capi di bestiame. I Circassi, abilissimi nel tiro, sono però lenti a caricare. Essi si servono della palla forzata. Preferiscono combattere dietro ripari anziché per fazioni regolari in aperta campagna. Essi non si lasciano mai né raggiungere, né sorprendere dall'inimico, che non perdono mai di vista. Talvolta, ma di rado, si riuniscono in grosse bande,· e il fanno quando hanno in vista attacchi importanti. I combattimenti alla spicciolata, la fazione di posto sono il genere di guerra ch'essi esercitano per istinto. Pronti a dileguarsi rapidamente a fronte di forze soverchianti, essi molestano senza posa i distaccamenti e gli sbrancati de' Russi. Questi, non sapendo come e dove inseguirli, sono spesso stati costretti a riparare ne' loro posti di rifugio. Qui pure avviene spesso che le loro sentinelle sieno uccise sulla banchina delle opere dove non s 'ha colonna di foraggieri eh' apra, senz' essere attaccati e senza dover soggiacere a perdite più o meno considerevoli. Né tampoco possono i Russi muovere impunemente entro le stesse loro linee fortificate, eccetto con forze ragguardevoli accompagnate da artiglierie e con tutte le precauzioni di guerra. Cinque altre razze abitano il versante meridionale del Caucaso, fra il mar Caspio, il mar Nero e la catena sud. Queste popolazio175
ni, fra cui primeggia la razza Tartara, che è la più rozza e la più guerriera, non ascendono guarì oltre al millione. Esse sono quasi tutte più o meno dubbiosamente soggette; per tal fatto poco stimate dalle popolazioni Circasse, le quali per sobrietà, tenacità e destrezza sono eminentemente proprie alla guerra d'insurrezione. La razza Tartara fornisce un'eccellente cavalleria irregolare. Comunicazioni Nelle regioni aspramente frastagliate del Caucaso, gli Eserciti regolari non possono muovere che lungo le vie militari sistemate dai Russi. Ardua oltremodo è per ogni altra comunicazione il trasporto del materiale al seguito delle Armate costrette ad agire separatamente. Quantunque però la Russia abbia già fatto molto per riaprire comunicazioni, molto ancora le resta da fare. La natura ha diviso il teatro generale della guerra in varii distinti scacchieri o teatri d 'operazioni, in cui i diversi Corpi sono costretti ad agire appoggiati a linee ed a basi d'operazioni diverse, né si passa ali 'uno dall'altro che attraversando alte catene di monti per varchi angusti. In due teatri d'operazioni principali si divide il teatro generale della guerra e sono: a) Il Teatro della guerra Circassa, propriamente detta: questo trovasi al di quà del Caucaso, il suo fianco destro ha il mar Nero per punto d 'appoggio e la linea del Kuban per base. Il suo centro s'appoggia al nodo del contrafforte settentrionale dell 'Elboruz, che s'avanza fra le sorgenti del Kuban e del Tereck presso la Wladikaukas. Il suo fianco sinistro ha per appoggio il mar Caspio e per base il Tereck. La fronte d'operazione si stende da un mare a l'altro parallela alla gran catena Caucasica. b) Il Teatro della guerra transcaucasico, o intermedio~Il fianco destro di questo vasto scacchiere appoggia al mar Nero, ed è formato dalla provincia della Mingreglia, della Imerezia e del Guriel, i contrafforti meridionali dell'Elboruz separano queste provincie dal centro. Il centro abbraccia le ubertose Provincie della Somkezia, della Georgia e della bassa Kura. Il fianco sinistro occupa il paese compreso fra l' Allagheze e l'Ararat nelle Provincie Armene, sino alla fortezza di Lenkoran sul mar Caspio. La comunicazione principale fra i due teatri al di quà, e al di là del Caucaso e che, per così dire li taglia in due parti pressoché 176
eguali, è la gran strada militare della Giorgia. Questa strada per Ghéorghieswki e Wladikaukas risale l'alto Tereck, penetra nelle gole di Kiv presso Dariel per un pericoloso cammino che corre attraverso le strette chiamate pilae Caucasiae e scende nella Georgia per Kobi e per la montagna di Krestowai:a che ha 2281 metri di elevazione. Altre volte il passo delle pilae Caucasiae era dominato da un forte le cui rovine appaiono tuttora sull'orlo dei precipizii dalle sorgenti del Tereck. In oggi questo varco è difeso da un semplice ridotto presidiato da cento soldati Russi; quindi dopo aver attraversato il colle di Gud, la via militare sbocca su Tiflis, costeggiando l' Aragua per Mokhet. La distanza da Georghieswki a Tiflis è di 300 werste circa. Due sono lungo questa strada i nodi di comunicazione che dal centro tendono alle ale. Nel Teatro nord al di quà del Caucaso, la strada militare si dirama al punto di Georghieswki verso l'est, per Ekaterinograd, GroznaYa, Tarku, e il litorale del mar Caspio nel Daguestan. Verso l'ovest per Stavropol, Ekaterinodar, la testa di ponte d'Olgiuski, e la fortezza d'Anapa sul mar Nero. Dal che si inferisce che, oltre la via centrale della Georgia, si comunica nel Teatro di guerra transacaucasico per le estremità della gran catena nel litorale del mar Nero e del mar Caspio. Nel teatro sud oltre il Caucaso, Tiflis, capitale della Georgia, è il centro di tutte le comunicazioni. Tre sono le principali comunicazioni che da questo punto (cui mette capo la strada militare del nord) si diramano verso gli scacchieri laterali; cioè: a. Quella dell'ovest, la quale risale per Gori, verso l'origine della Kura; traversa a Surane i contrafforti meridionali dell'Elboruz, scende nei bacini dell'Imerezia e della Mingreglia, e per Kuta'i accenna a Redut-Kalè, ove comunica per la strada del litorale ad Anapa presso la foce del Kuban. b. Quella dell'est, la quale costeggia il piede della gran catena del Chakkdagh, passa per Telaw, N'Zakatali, Nuka e termina a Baku sul Caspio. c. Quella del sud, la quale per Kodi a Choula-veri traversa l'Allagheze al monte Pamba, presso Djebal-oglu, e accenna quindi ad Erivan. Da Tiflis si diramano altresì due comunicazioni secondarie, malagevoli per le operazioni delle truppe. La prima verso il sudest tende ad Arzerum; la seconda verso il nord-est tende a 177
Lenkoran sul Caspio. La prima per Akhaltisikh e Karzakh, si dirama su Ardagan, e su Kars, e mette capo ad Arzerum dopo aver attraversato l ' Ararati ai varchi del Saganlug. La seconda, per Kori, Chula-veri a Djebal-oglu traversa l' Allaghezza e mette capo ad Erivan. Tutte le altre comunicazioni sia sul litorale del mar Nero, sia nelle provincie di Armenia e Ba'izeth hanno poca importanza come linee di comunicazione. La strada del litorale del mar Nero è utile sino a Redut-Kalì, punto dal quale comunica con la Georgia per KutaJ°v a Gori. Oltre Batum verso Trebisonda essa è difficile a praticarsi. Dal qui fin detto apparisce che l'occupazione del paese dipende dal possesso delle vie di comunicazioni. Noi vedremo nel prgf. seguente per quali mezzi i Russi intendono a consolidarle.
Sistema d' occupazione. Fortezze Dopo la guerra sostenuta con la Persia e con la Turchia, le operazioni militari dei Russi ebbero unicamente per iscopo di consolidare la conquista delle provincie turche oltre il Caucaso e di ultimare la sommessione delle popolazioni ostili od insorte sui due versanti. Ciò posto, le combinazioni ordinarie della strategia mal potevano applicarsi contro un nemico che è da per tutto e non è in nessun luogo in un paese ove non esistono centri di potenza che possano servire d'oggetto. Il solo intendimento strategico di questa gue1Ta doveva essere quello di isolare gli insorti dal mare, per dove potevano ricevere soccorsi d' mmi e munizioni dall 'estero. Del resto il problema dell'offensiva strategica contro l'insurrezione che ferve in quelle contrade non poteva risolversi altrimenti che per mezzo di una guerra di cordone energicamente condotta. A tale scopo volevasi percorrere il paese con colonne mobili, le quali non trovando arsenali da distruggere ardessero le' capanne de ' sollevati, diradassero col fuoco e con la scure le foreste sì propizie agli agguati e quindi per mantenersi in possesso delle località conquistate vi ergessero trinceramenti campali ed anche fortificazioni permanenti. Tale appunto fu il sistema Russo a segno che attualmente 1'intero teatro della guerra è avviluppato da una vasta rete di punti fortificati. Questo sistema ha qualche analogia con quello che impegnavano i Francesi in Africa., se non ché i semplici blokaus d'Africa isolati e privi d'artiglielia sarebbero insufficienti nel Caucaso, il che affermiamo senza poter fondatamente decidere 178
se ciò provenga dall'audacia maggiore de' bellicosi Circassi oppure dalla poca energia del sistema impiegato dai Russi. Nasce pertanto da quest'ordine di cose che i Russi quantunque facciano una guerra offensiva sotto il punto di vista politico o strategico, sono, in riguardo alla tattica, ridotti alla difensiva passiva. Dietro ciò vuolsi conchiudere che la questione militare della guerra del Caucaso per parte della Russia si riduce ad una questione di tempo, di uomini e di denaro. Se a Lei non manca il concorso di questi tre elementi di vittoria è ovvio prevedere che tosto o tardi Ella finirà per cogliere il frutto della sua perseveranza e degli straordinari sacrifici che sopporta. Sarebbe lungo 1'enumerare tutti i punti fortificati che esistono al giorno d'oggi nel Caucaso. Ci limiteremo dunque ad accennare di volo le principali fmtezze, arsenali e centri d'approvvigionamento, soggiungendo che le linee del Kuban e del Tereck, quella della Kura e dell'Arasse, i litorali dei due mari, sono muniti di forti baluardi e di posti trincerati. Quattro sono le principali piazze d'approvvigionamento e di deposito del teatro della guerra; cioè: Tiflis che racchiude un arsenale, un laboratorio d'artiglieria per l'approvvigionamento dell'Esercito trans-caucasico. Redut-Kalè sul mar Nero. Derbeut e Baku sul mar Caspio, queste due piazze ricevono il loro approvigionamento da Astracan. Fra i diversi forti che sorgono sul litorale del mar Nero, è rimarchevole la fortezza d'Anapa presso la foce del Kuban. Essa è di forma rettangolare con torri agli angoli armate di batterie. Un'alta rupe rivolta a sud-ovest gli serve da piedistallo. Si trovano in essa 80 bocche a fuoco ed un migliaio d'uomini di presidio. Lungo la linea del Kuban sono rimarchevoli le testa di ponte d 'Olgiuski sul suo corso interiore; ed i forti di San Nicolò e d' Akassin situati sulla parte posteriore. Fra i forti della linea del Tereck è importante quella di Grozna'ia. Nelle provincie al di là del Camajo oltre la piazza di Tiflis, che è la capitale della Georgia, sorge Elisabethopol sita sulla riva sinistra del Ganja affluente della Kura. All'ovest della Georgia fra l 'Allagheze e l'Ararat trovasi ne1la provincia d 'Akhaltvik la fortezza dello stesso nome sita sul Pioskow affluente di destra della Kura. Questa piazza importante domi179
na la strada che da Gori tende a Kars per Ardagan. Sulla destra poi della Kura si presenta il forte d' Atskav che domina lo stretto di Bordjone. Gli sbocchi di Tsalki sono dominati dalla fortezza di Akhalkaski verso l'origine della Kura. Nelle provincie Armene si hanno le piazze di Erivan sulla riva sinistra del Tanga affluente dell'Arasse; ed il forte di Abas-Abad sulla riva sinistra dell'Arasse presso Nakichevan. Leukoran sul mar Caspio è il baluardo più avanzato della Russia contro la Persia.
Dati Storici. Politica Rare assai furono le invasioni Russe oltre il Caucaso prima del secolo presente. I loro stabilimenti in quelle contrade datano dal 1801, quindi la loro occupazione seguì sempre un andamento lento bensì ma ascendente che può dividersi in tre periodi distinti; cioè dal 1801 al 1815, dal '15 al 1829, dal '29 al giorno d'oggi. Durante il 1° periodo la Russia sostenne la guerra contro la Persia e la Turchia per la fissazione dei confini della Georgia di cui rimase definitivamente in possesso. Nel secondo, malgrado le continue guerre, tantosto contro i Persi, tantosto contro i Turchi, essa intese a consolidare la conquista delle provincie transcaucasiche aprendo vie di comunicazioni ed innalzando fortezze. Chiusero questo periodo i successi riportati dal Maresciallo Pasckewttkeh contro i Turchi nel 1828-29; in queste campagne i Russi conquistarono diverse piazze importanti e fra le altre Kars, Akhalkaski, Ba'iburth, Arzerum e s'assicurarono sull'Eufrate e sull'Arasse basi d 'operazioni contro l 'Asia minore e contro la Persia. Nel terzo periodo, che abbraccia un intervallo di tempo di 23 anni dal 1829 ai nostri giorni, l'attività militare della Russia fu assorta dalle interruzioni sempre rinascenti delle popolazioni Circasse. Quantunque questa potenza abbia sottomesso o rese tributarie varie tribù, rimangono tuttora in armi i Lezghi, gli Adighi, gli Abkhassi, i quali qualunque sia l'esito finale della lotta, già a quest'ora colla prolungata loro resistenza, risposero energicamente alla minaccia di cui si valse il dominatore del nord , quando per intimorire alcuni capi di tribù, caduti in sue mani, si pretende dicesse: Ho polvere bastante ne' miei arsenali per far saltare le vostre montagne! 180
L'opinione pubblica in Russia riguarda l'intera sommessione del Caucaso come una questione vitale per 1'Impero. Infatti come potrà Ella questa Potenza mantenersi lungamente le sue conquiste se oltre la gran catena ferva 1'insurrezione alle sue spalle? Finché i suoi eserciti sono esposti a trovare nei pochi varchi che la tengono in comunicazione coll'Europa la sorte di Carlo il Temerario a Morat, di Souwarof nella Svizzera, degli Inglesi nell 'Afganistan? Come potrà Ella finché dura quest'ordine di cose raggiungere il tanto desiderato scopo di estendere la sua influenza in Asia a danno dell'India Inglese? Non fa quindi meraviglia che con una straordinaria costanza la Russia impieghi tutti i mezzi che sono a sua disposizione per ultimare la pacificazione del paese. In questo suo intendimento essa procede in silenzio guadagnando politicamente e militarmente palmo a palmo il terreno. Già varie colonie furono fondate sulle rive dell'Arasse, già la latente invasione s 'avanza verso il sud nello scopo di proteggere le carovane. Nuovi vapori sono in costruzione ne' cantieri del mar Caspio, il quale può considerarsi a quest'ora come un lago Russo; la Persia lungi d'opporvisi lascia che le popolazioni marittime profittino del lucro che loro procura il commercio Russo. Irrevocabilmente determinato a far valere le clausole espresse nel trattato d'Adrianopoli, in cui le provincie del Caucaso furono cedute alla Russia, l'Imperatore si considera legittimo padrone di quelle contrade. Agli occhi suoi quei fieri circassi che non piegarono mai al giogo de' dominatori del Bosforo, Greci o Turchi, sono ribelli. Ciò posto il governo Russo nulla lascia d'intentato. Già da qualche tempo non rinuncia a mezzi violenti, egli vi associa gli artifizi politici, talché molte defezioni di principi o capi tribù già ebbero luogo. I Transfughi vengono trattati colla massima distinzione e vantaggiosamente provvisti. I loro figli sono educati nei primari collegi dell'Impero, ove con ogni studio si tenta di mansuetare l'indole gagliarda, facendo loro accarezzare le blandize della civiltà. Laonde occorre riconoscere che mercé il concorso di tanti mezzi riuniti la Russia verrà a capo di domare la più eroica resistenza di cui ci sia esempio nella storia contemporanea. Sarà una pagina dolorosa di più negli annali delle Guerre d'indipendenza. 181
Esercito del Caucaso L'esercito del Caucaso per la vasta estensione del territorio che occupa, per l'infinità dei presidi che è obbligato a mantenere, per la necessità in cui si trova di attivare incessanti escursioni in ogni senso per mezzo di colonne mobili per lo più composte delle tre armi, raggiunge al giorno d 'oggi un effettivo non minore di 124 mila combattenti. Durante le campagne del 1828-29, che furono l'epoca più brillante dell'invasione russa, l'esercito del Caucaso sotto Paskewitsch non depassava i 46mila uomini. Il che prova ed evidenza l' immenso sviluppo che ha preso presso quei popoli il sentimento nazionale. Le norme su cui si è basato l'attuale ordinamento dell'esercito del Caucaso si deducono naturalmente dalle condizioni del teatro della guerra fin qui dimostrata. Lo scacchiere nord al di quà del Caucaso, lo scacchiere sud oltre la gran catena; d 'onde consegue la necessità di due armate cioè, una impiegata al di quà, l'altra al di là: la prima basata sul Kuban e sul Tereck, la seconda alle piazze del mar Nero e a quelle del versante sud della gran catena. Entrambe poi queste armate sono necessariamente divise in tre grossi corpi c iascuna, cioè ala destra, centro e ala sinistra. Per poco che il Lettore abbia ritenuti gli sviluppi precedenti in ordine alla configurazione del teatro dell a g uerra, comprenderà che c iascuno di questi corpi agisce in teatri d 'operazioni più o meno indipendenti, secondo che è maggiore o minore la facilità delle comunicazioni, l ' importanza delle barriere naturali che li dividono. Il Gran Quartiere Generale dell'eserc ito ri siede a Tiflis, che come già si disse è il punto centrale del teatro della guerra oltre il Caucaso e nodo di tl!tte la comunicazioni che tendono ai due mari non che alle frontiere della Turchia e della Persia. Stavropol è il Quartiere Generale dell'Armata che opera al di quà del Caucaso. L'ordinamento dell'esercito del Caucaso non presenta, almeno per quanto riguarda l 'ordine di battaglia primitivo, la stessa regolarità che si osserva negli eserciti che guerreggiano in Europa. Ciò può provenire da varie cause: metteremo tra le prime la lunga occupazione che necessita tratto tratto spostamenti nella dislocazione, la quale per tal fatto più non si trova in rapporto coli 'ordine di battaglia; quindi le impreviste insurrezioni che obbligano talvolta l'una e l'altra frazione de1la linea a intervertire le fronti e 182
le basi parziali d'operazioni; e altre diverse che sarebbe inutile particolareggiare più al lungo. Le truppe mobili dell'esercito del Caucaso sono ordinate in divisioni di fanteria e in Brigate d 'Artiglieria. Le prime si compongono di due Brigate aventi due Reggimenti ciascuna. I reggimenti sono formati su 4 o 5 battaglioni, oltre una compagnia di non combattenti ed una d'invalidi. Ad ogni Divisione di fanteria è addetta una brigata d'arti glieria, queste sono generalmente di 4 batterie, cioè una pesante, due leggere ed una di riserva. Ogni batteria ha 8 bocche a fuoco (4 cannoni e 4 obici), quella di riserva ne ha 10 (5 cannoni e 5 obici). A ciascuna delle due armate che operano al di quà ed al di là del Caucaso sono addette brigate composte di battaglioni detti della linea, destinati ad occupare i varii forti della linea. Oltre di c iò ci sono dei battaglioni speciali di presidio che tengono guarnigione nelle principali fortezze e piazze di deposito. La cavalleria ad eccezione di pochi reggimenti è fornita dai Cosacchi della Linea e da quelli di presidio stabile, ossia colonizzati . I Cosacchi della linea sono formati per Brigate di 5 reggimenti ciascuna, ogni reggimento di 8 centurie. I cosacchi colonizzati sono metà a cavallo e metà a piedi, essi sono semplicemente ordinati per Reggimento. Al corpo dei cosacchi sono addette una Brigata d'artiglieria a cavallo ed una batteria a piedi. A maggiore schi arimento di quanto precede noi uniamo sotto un abbozzo approssimativo dell'ordine di battaglia primitivo dell'esercito del Caucaso e della sua dislocazione. In quanto all'effettivo noi lo indicheremo in via approssimativa con cifre rotonde.
ESERCITO DEL CAUCASO QUARTIERE PRINCIPA LE DELL' E SERCITO A T!FLIS
A. ARMATA OLTRE IL CAUCASO N .B. Quest'armata opera nella Georgia, nella Sakomizia, nella Imerezia, nell'Armenia. 183
QUARTLER GENERALE A TIFLIS
a. Infanteria DISLOCAZIONE
EFFETTIVO
Truppe addette al Q.G. a Tiflis.
17° Zakatali
BRIGATA
Tiflis e Gori
I
I. I.
I. Batt.ne Bersaglieri " Zappatori del Caucaso " modello
1800
1 Regg. infanteria Georgiana
3400
di RISERVA di GRANATIERI del CAUCASO
1. Regg. di Granat. di Georgia (4 Batt.) 1.
"
Carabinieri d 'Erivan (4 Batt.)
7000
1° DIVISIONE d 'fNFANTERlA
JQ Brigata
Nelle provincie di Xuba e Tarlau
1. Regg. d'Asperou (5 Batt.) 1. " Principe di Varsavia (5 Batt.)
2a Brigata Nelle provincie di Tecki e del Karabakh
16000
I. Regg. di Tiflis (5 Batt.) I. " di Mingreglia (5 Batt.)
6 BATTAGLIONI DI LINEA
AkhalkasckiAlexandropol. Zach presso Erivan. Buchemagli nell' Armania 184
I il Brigata - Battaglioni
3150
EFFETI'IVI
DISLOCAZIONE
Chuska. ChemakaLeukoran. Baku-Derbont sul mar Caspio Dja Provincia di Sclaw e Signak Forti del litorale mar Nero
2il Brigata - 9 Battaglioni
5600
3 2 Brigata - 5 Battaglioni
3300
I 4!! Brigata - 5 Batt. (presidio fisso)
3400
DIVISIONE D'ARTIGLIERIA - QUARTIER GENERALE: TIFLIS
Brigata d'artiglieria de' Granatieri del Caucaso M ukran-Telaw
1. Batteria pesante (4 pezzi e 4 obici) 2. id. leggere " "
1.
id.
di Riserva (5 pezzi e 5 obici)
personale 1850
19!! BRIGATA D'ARTIGLIERIA
Zarski-Kalodri
Il Parco a
Djal-Oisy
1. Batteria pesante (6 pezzi e 6 obici) 3. id. leggere (12 pezzi e 12 obici) 1. id. di riserva (5 obici, 4 pezzi di montagna e 8 mortai)
Materiale= 15 pezzi, 21 obici, 8 mortai DIVISIONE CAVALLERIA
Telaw Stram
1. Regg. Dragoni di Nijegorod 1. id. Cosacchi d 'Ural
TOTALE DELLE TRUPPE OLTRE IL CAUCASO
2000
47.500 185
B. ARMATA DELLA LINEA DEL CAUCASO N.B. Quest'armata opera al di quà del Caucaso. QUARTIER GENERALE STAVROPOL
a. Infante ria 14a Divisione Q.G. Stavropol ]'1 Brigata Q.G. Alexandrow
DISLOCAZIONE
EFFETTIVI
Nel Gran Kabardak Alexandrow
1. Regg. inftl. di Volinia ( 4 batt.) 1. id. " di Minsk (4 id. ) 2!! BRIGATA Q.G. PIVASKA-0KOP
Pivaska-OkopTourigenbek eforti del Kuban
17.000
1. Regg. inF- di Podolia (4 batt.) 1. id. " di Zitoumis (4 id. )
201! DIVISIONE Q.G. SKATERINOGRAD f '1 Brigata
Iaman, Skaterinodan Fort Caucase dans le Kuban
Q.G.
"
1. Regg. inF-. Teuginski (5 batt.) I . id. " Navigatori (5 id.) 2;! BRIGATA Q.G. GROZNAYA
KeronegeskaGorocherode,
18.200
1. Regg. inf-. Kabardah (5 batt.) 1. id. inf'l. leggiera di Kura (5 id.)
Prosko-Okop, Forte
Nalchik-Groznaya 186
Milizia del Djano-Lezghius
1.000
a. Battaglioni della linea del Caucaso EFFETTIVI
DlSLOCAZIONE
Lungo la linea del Kuban
12 battaglioni
8.400
Forti Nikolayefsk Kabardinski e Anapa
6 battaglioni (presidi fissi)
3.850
5 compagnie di disciplina (presidi fissi)
1.000
ecc. W ladikaukasStavropol e Piatigouz
b. Artiglieria 201! BRIGATA D'ARTIGLIERIA Q.G. STAVROPOL Polagiada
1. Batt.~ pesante (6 obici, 6 cannoni, 2 obici di montagna, 2 mortai)
Forte KaukasusStavlogadroJ:
3.Batt.~ leggere (18 obici, 12 cannoni, 1Oobici da montagna, 7 mortai)
Skaterindan
L Batt.il di riserva (5 obici, 5 cannoni, 4 obici da montagna, 4 mortai) PARCO
1.400
= ALEXANDRON
Matùiale: 29 obici, 29 cannoni, 12 obici di montagna, 4 mortai
1
Wladikaukas, Ardje-Forte Giro Costantinoguv
c. Cavalleria
1. Regg. 0 di Malorosiek 1. id. Ardje 1 . id. Cosacchi del Don 1. id. id.
4.000
TOTALE DELLE TRUPPE REGOLARI AL DI QUÀ DEL CAUCASO 53.750 Il totale degli effettivi indicati da Giustiniani non corrisponde - per difetto - alla somma delle singole componenti ammontante a 54.850. L'A, che dichiara la presenza d'imprecisione nei suoi dati (p. 90) e l'arrotondamento dei totali, non dice nulla sull'approssimazione per difetto. Anche non considerando i 1.000 uomini della milizia, il totale indicato è in difetto di 100.
187
e . COSACCHI N.B. I cosacchi occupano la linea del Kuban - del basso Tereck verso le steppe - e mandano anche qualche stazione oltre il Caucaso.
a. Cosacchi della linea del Caucaso DISLOCAZIONE
EFFETIIVI
1° Regg . ( del Caucaso ) 20 " ( del Kuban) 30 " ( N .N.) 40 " ( del Volga) 50 " ( Stavropol )
1~ Brigata Q.G. Ladofski
1° Regg. 20 " 30 " 40 " 50 " 60 "
2~ Brigata Q.G. Ekaterinograd
8 centurie
11.000
ciascuno
( di montagna ) ( di Modusk) ( di Greben) ( di Kezlan) ( di Laba) ( di Wladikaukas)
6 centurie 7 " 7 " 5 " 6 " 6 "
b. Cosacchi colonizzati 11 Reggimenti a cavallo 1O id. a piedi
I
10.700
c. Brigata d'Artiglieria del Cosacchi
Artiglieria a cavallo della linea
Artiglieria a piedi dei Cosacchi della linea
1. Compagnia (6 pezzi e 6 obici) 1. id. (6 " e 6 " ) 1. id. (4 " e 5 " )
Il ·
750
(6 pezzi e 6 obici)
id.
Materiale: pezzi 22, obici 23 Totale Cosacchi 188
.
.
.
.
.
.
.
. . 22.450
RIEPILOGO 47.500 53.750 22.450 124.800
A. Annata al di là del Caucaso B. Armata al di quà del Caucaso C. Cosacchi Totale generale
Il totale risultante dalla somma è di 124.700 e non 124.800, l'A. non spiega il motivo dell'aggiunta di cento uomini. Al totale generale vanno aggiunti 1100 uomini mancanti all'Armata al di quà del Caucaso.
RIEPILOGO PER ARMI DIVERSE Fanteria Artiglieria Cavalleria Cosacchi a cavallo Cosacchi a piedi Totale generale
cannoni85 obici 98 ( mortai 21
9::~~~-----·-·-·- (
6.000 11.000 10.700 124.800 uomm1
204
bocche a fuoco 204
Torino, addì 22 Marzo 1852
Il Tenente Colonnello nel Corpo Reale dello Stato Maggiore G IUSTINlANI
189
L'Autore delle note che seguono è iJ Ten. Col. Giustiniani 1) v. Gazzetta Piemontese n. 521° marzo 1852. 2) I giornali di S. Pietroburgo del 4 marzo annunziarono altre vittorie riportate dai Russi nella Piccola Cecenia e nel Daguestan. A giudicare dalle perdite che essi stessi confessano questi scontri sarebbero stati d i maggiore importanza. 3) I Tschetchens sono appunto gli abitanti del Tschetschnoja contro cui la Brigata Russa Bariatinski ottenne l'equivoca vittoria cirara dai Bulettini. (Ăˆ probabile che l 'A. indichi con il termine Tschetchens una popolazione di razza Tchitcheus residente nel luogo su segnalato. NdR).
190
INDICE
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
PARTE
5
I
La politica estera italiana dal 1861 al 1866
1. La prima fase della politica estera italiana: I presupposti, la
scelta degli obiettivi, il contesto internazionale . . . . . . . . . . . .
9
2. Il problema dei Principati danubiani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
17
3. La crisi polacca ed il collegamento con la questione veneta . . . .
28
4. La Convenzione di Settembre e le crisi danese e danubiana . . . 46 5. I problemi economici italian i . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
60
6. La guerra austro-italo-prussiana . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
63
PARTE
Il
La missione militare italiana in Persia (1862)
Introduzione alle relazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
85
Relazione Clemencich . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 107 Rapporto Giustiniani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 169 Indicazioni bibliografiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
193
Indice dei nomi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
195 191
'
INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE
Archivio Storico Ministero Affari Esteri (ASMAE) Costantinopoli, copialettere n. 9. Berlino, p. 161. Gabinetto, Registro n. 9, Corrispondenze Confidenziali. Gabinetto, Registro n. 18, Istruzioni per missioni all'Estero. Londra p. 183 - 185 Parigi p. 198 - I 99 - 200 Pietroburgo p. 206 Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito (AUS SME) Sezione Studi Particolari, p. I89 fase. 1 Atti parlamentari della Camera dei Deputati, voi. XXXIX Documenti Diplomatici Italiani Serie I 1861- 1870 Vol. I (8 gennaio - 31 dicembre 1861), Roma 1952, Voi. TI (31 dicembre 1861 - 31 luglio 1862), Roma 1959, Voi. III (1 ° agosto 1862 - 9 luglio 1863), Roma 1965. Ministère des Affaires Etrangères. Les Origines diplomatiques de La guerredul870-1891, VI-VIII S. ANDOLENKO, Storia del!' esercito russo F, 1960 Carteggio tra M. Minghetti e G. Pasolini vv. III - IV To 1929. M. BoGDAN, Historie des peuples de l'ex-URSS, du JX 0 siécle à nos jours. Paris, 1993. L.M. CASE, Franco-italian relations 1860-1865. Th e Roman Question and the Convention of Septembre. Filadelfia 1962. F. C HABOD, Considerazioni sulla politica estera dell'Italia dal I 870 al 1915, in «Orientamenti per la storia d'Italia nel Risorgimento». Ba 1952. F. CHABOD, Storia della politica estera italiana dal 1890 al 1896. Ba 1951. F. C URATO, I primi passi dell'Italia nella politica internazionale in «Il Politico» 1955, I. F. CUR ATO, La politica estera del primo min istero Ric asoli in «Rassegna storica Toscana>> 1963 , I. F. DE FILIPPI, Note di un viaggio in Persia nel 1862, Mi 1865. C. DURANDO, Episodi diplomatici del Risorgimento italiano dal I 856 al 1863, To 1901. S. GRIMALDI DEL POGGETIO, Ricordi di un ufficiale dell'antico esercito sardo, To 1893. 193
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G. LUZZATTO, Storia economica dell'età moderna e contemporanea. Parte seconda.L'età contemporanea. Pd. 1960. V. MARCELLI, Cavour diplomatico, Bo 1961. V. MARCELLI, La Politica estera cavouriana 1855-1859, Bo 1957. G. PASOLINI, Memorie, To 1887. G. PERTICONE, (a cura di) La politica estera del!' Italia nei li atti, documenti e discussioni parlamentari dal 1861 al 1914, Vol . I (1861 1876), Roma 1971. R. PETRIGNA NI, Neutralità e alleanza. La scelta di politica estera del/' Italia dopo l'Unità, Bo 1987. R. ROMEO, Dal Piemonte sabaudo ali' Italia liberale, Roma-Ba, 1974. R. ROMEO, Cavour e il suo tempo 1854-1861, Ba 1969-1984. H. SETON-WATSON, Storia dell'impero russo (1801-1917). To. 1971 (e sua nota bibliografica) G. SOKOLOFF, La Puissance pauvre: une histoire de la Russie de 1815 à nos jours. Paris, 1993. M. TABARRINI - A. GmT1 (a cura di) Lettere e documenti del barone Bettino Ricasoli, Vol. VII, F. 1892. A. TAMBORRA, Cavour e i Balcani, To 1958.
194
INDICE DEI NOMI
Abazechi (Abchazi) popolazioni caucasica, 96, 99, 114, 116, 117, 118, 119,120,121,123, 124. 'Abd ul-'Aziz, sultano Turco, 14. Ahotnici col. 163 . .Alessandro di Georgia, principe, 141 . Alberto di Prussia, principe, 106, 110, 123, 150, 157, 158, 160, 161, 163,167. Alessandro I Pavlovic (1777-1825) Zar di Russia, (1801-1825), 16, 101, 102 , 104. Alessandro II (1818-1881) Zar di Russia dal 1855, 55,101,105,106,150. Ali-Pascià , (1804-187 1) statista ottomano, 24. Azeglio M. Tajarelli, marchese d' ( 1798-1866) politico italiano, 18n, 22n, 27, 28n, 31, 33, 36, 43n, 45, 46n, 54, 55n, 65, 66, 69n, 70n. S. Andolenko, storico, 102, 104n, 105n. Apponyi. A.R. (1782-1852) amb. austriaco a Londra, 60. Arakcèev, col. es. russo, 103, 104n. Arese L. A., Conte, (1841-1904), 64. Artom I., (1829-1900) diplomatico italiano, 34, 36, 37n, 38, 44, 50. Asburgo, dinastia degli, 15. Audinot, deputato italiano, 11 n. Babich, gen., l.17, 119, 122. Baglinejevzi o Beghleneievzi, popolazione caucasica, 115,119. Bagonzi, popolazione caucasica, 115. Bariatinski, principe, governatore del Caucaso, 93, 96,105,111,117,150. Bazzal de, deputato italiano, 68n, 76n. Benedetti, amb. fr. a Berlino, 75. Bintink, col. es. russo, 164. Bismarck - Schonhausen, Otto, principe di (1815-1898) Cancelliere prussiano (1862-1890), 16, 17, 46, 47, 48, 52, 57, 63, 67, 70, 71, 73, 74, 75, 76, 77, 78. Borboni, dinastia dei, 9. Borgatti, politico italiano, 79. Campo Fregoso, capitano, comandante pirocorvetta Ichnusa, 85. Caracciolo Di Bella Camillo (1821-1888) diplomatico italiano, 25n. Carlo Alberto di Savoia - Carignano, re di Sardegna (1788-1849), 14. Carlo Luigi di Hohenzollem - Sigmaringen, principe, successore designato di Cuza in Romania, 57, 58. 195
Case L.M., storico, Sin. Castlereagh R.S . (1769-1822), ministro degli Esteri britannico, 13. Cavour C. Benso, conte di, ( 1810-1861 ), presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, (1852-1859), (1860-186 1), 9, 10, Il, 17, 18, 19,
21,25,40,60, 79,80,85,86. Cemomorski, cosacchi, Il 5, 136. Cerruti Marcello (1808- 1896), diplomatico italiano, 19, 50, 85n, 88, 89,
92, 93, 94. Chabod F. storico, 32n. Circassi, popolazione caucasica, 115,116,121,123, 133,138, 142, 144,
154,156,158,162,166,173,175,176,177, 180,181. Clarendon G.G.V. ( 1800- 1870), ministro degli Esteri britannico, 54, 56,
65, 67n. Clemencich, capitano, 5, 6, 85, 87, 89, 90, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 97,
99, 100,101,102,103,104,105,106, 167. Conte, Maggior gen. del Corpo Reale di S.M., 90n. Cosacchi, 115, 1.16, 735, 736, 138,139,140, 175. Cowley, amb. britannico a Parigi, 66. Crispi F. , ( 1818-1901), politico italiano, 51 n, 79. Cristiano di Glucksburg (1818 -1906) poi re di Danimarca come Cristiano IX, 47. Curato F., storico, 19n. Cura A. Ioan ( 1820-1873 ), principe cli Moldavia e Valacchia, (18591866), 19,53,57, 58. De Filippi F. , zoologo membro della spedizione, direttore del Museo di Storia Naturale di Torino, 87n, 89, 92, 93n, 98. Delphin, ten. col., 159, 162. Depretis A., ( 18 13- 1887) politico italiano, 71. Doria di PrelĂ R , (1824-1869), diplomatico italiano, 49. Doria G., entomologo, 89. Drouyn, diplomatico francese, 41 n. Durando C., redattore carte gen. Durando Giacomo, 86n. Durando G. gen. (1804- 1869), ministro degli Esteri del I ministero Rattazzi (1862), diplomatico, 17n, 18n, 22, 24n, 25n, 26n., 45, 86,
88n,89n,89,107, 144. Durio E., diplomatico italiano, 21 n. Egherukoi, popolazione caucasica, 120. Ermolov, gen. russo, 102. Eugenia di Montigo de Teba, contessa di Guzman, (1826-1920), moglie di Napoleone III imperatore dei Francesi, 19, 29. Eyman, col. 159. 196
Farini L.C., (1812-1866), politico italiano, 25, 32. Federico di Augustemburg, 47. Federico VII (1808-1863), re di Danimarca, 47. Ferdinando I cli Borbone, re delle Due Sicilie (giĂ IV come re di Napoli e III come re di Sicilia) (1751-1825), 14. Ferrati, prof. membro della spedizione, 89. Francesco II di Borbone (1836-1894) re delle Due Sicilie (1859-1860), 9. Francesco Giuseppe I d ' Asburgo-Lorena, (1830-1916) imperatore d'Austria e re d'Ungheria (1848-1916), 30, 67. Pinot, barone, console di Francia in Caucaso, 148, 150, 151. Fokin, col. es. russo, 158, 168. Francesi, 148,173,179. Garibaldi G. (1807-1882), 19, 25, 72, 74. Gershkoff, gen. o col., 119, 120, 121. Ghisalberti, C. storico] 2n. Giorgio XIII, re di Georgia, 141. Giorgiani, popolazione caucasica, 142. Giustiniani, ten. col. Corpo Reale di Stato Maggiore, 6, 90, 91 , 95, 96,
99,700, 102,103,104,105,106, 169. Gorciacok, principe, ministro degli Esteri russo, 23, 31, 34, 59. Gorshakoff, ministro russo, 153. Grabbe, conte, col. di cavalleria, 159, 163, 164. Graf, conte, capo della colonia di cosacchi in Caucaso, 140. Greppi A. (1841-1901), diplomatico italiano, 24. Grimaldi del Poggetto, conte, membro della spedizione, 85, 87, 88n, 89,
92, 94, 98n, 145. Grusenstern, conte, vice governatore del Caucaso, 129. Guglielmo, principe di Danimarca, nel 1863 il parlamento greco gli offrĂŹ la Corona, 26. Guglielmo V re di Prussia e imperatore di Germania come Guglielmo I (1797-1888), 15, 67, 76. Hordzeff o Hozzef, Capo di Stato Maggiore dell ' Armata del Caucaso,
129,150. Heyman, col. o generale, dell'esercito russo, 120, 121, 122,154,155,
156, 157. Hohenzollern, dinastia degli, 15. Italiani, 148. Ivanoff, Atamano cosacco, comandante dei cosacchi della linea, 125. Jermoloff, gen. russo, 98, 147. Jevdakimoff, gen. russo, 91, 99, 100,107,117, JJ8, JJ9, 120,1 21 ,122, 197
123,124,130, 153,157,159. Kalubackin, gen russo, 103, 130. Karilbejevzi, popolazione caucasica, 115. Kosslofskij , gen. russo, Il 6. Krasnosenco, gen. russo, 125. Kuharenko, gen. russo, 110,122,154. Kutaissoff, capitano di Stato Maggiore, 153. Labanoff, amb. russo a Costantinopoli, 93. La Marmara Alf. (1805-1878), gen., 55n, 56, 59n, 60, 61 , 62, 64n, 67n,
68n, 69, 70n, 71. Lanza G., ( 1810-1882) politico italiano, 62, 79. De Launay E.L.M., (1820- 1892), diplomatico italiano 55, 57, 59n., 68. Lessona, direttore del Museo di Storia Naturale di Genova, 89. Lugnanc, prof. membro della spedizione, 89. Loe, barone, aiutante d 'ala del re di Prussia, 110, 151,167. Luzzatto G., 12n. Marcelli U., storico, 86n. Massimiliano d'Austria (1832-1867), imperatore ciel Messico ( 18631867), 40, 53. Mazzini G., ( 1805-1872), 51 n. Medici G. gen. (1817-1882), 74. Melegori L.A. ( 1805-1881, diplomatico italiano, 88, 89n.. Melikoff, gen. russo, 119, 129. Mensdorff, ministro degli Esteri austriaco, 54. Metternich-Winneburg R., (1829-1895) , principe cli, diplomatico austriaco, 66. Metternich-Winneburg K. W.L. ( 1773-1859) statista austriaco, 13, 14. Michele, granduca, vicerĂŠ del Caucaso, 129 MĂŹliutin, gen. russo, 105, Jl7, 140. Minghetti M. (1829-1915) politico italiano, 25, 32, 33, 37, 3($, 39, 40,
43n, 44n, 45n, 46n, 50, 51, 60, 61, 79. Mirski, gen. russo, 117, 119,129. Mohamed Amin, capo abazeco, 116. Moltke C.B.H. (von) (1800- 1891), gen. prussiano, 73. Monroe J. ( 1758- J.831) V presidente degli Stati Uniti d'America (18171825), 53. Montabon e Pietromon, fotografo e operatore al seguito della spedizione, 89. Napoleone I (Bonaparte) (1769-1821), 13,103. Napoleone III C.L. ( 1808- I 873) imperatore dei Francesi ( 1852 -1870), 198
5, 10, 14 , 15, 20, 23, 28,29, 34,40,41, 42, 43, 44, 45, 4~ 50, 52, 54, 57,63,64, 65,67,68,73, 74, 75,76,77, 78,80. Napoleone G. , principe, 22, 64. Nassar Eddim, scia di Persia, 93. Nicola I Romanov (Nikolaj Pavlovic), ( 1796-1855), Zar di Russia (1825-1855) 102, 104 , 705. Nigra C. (1828-1907) diplomatico italiano, 26, 28n, 31, 34, 35n, 37n, 40n, 43, 44n, 48n, 54n, 5511, 64, 67n , 68, 69n, 70 , 74n. Oldoini F. ( 18 17-1889) diplomatico italiano, 48n. Orbelliani, principe, v. governatore del Caucaso, 93,129,150. Osrein, col. russo, 121 . Osseti, popolazione caucasica, 152 . Ottone I di Baviera ( 181 5- 1867) , 26 . Oushevski, gcn. russo, 103, 130. Palmerston H..J.T. visconte di, (1784-1865), starist.a britannico, 27, 29, 44, 45. Paolo I (Pavel Petrovic) , (1754- 1801 ), Zar di Prussia (1796-1801),103, 104,141 . Pasckevitsch, maresciallo russo, 181 , 183 . Pasolini G., (1 815-1879) , poli tico italiano, 25, 27, 28n, 29, 31, 32. 33, 38,39,41,43, 44,45,46n. Pepoli G.N. (1825- I 881), diplomatico italiano, 31, 34 , 35n, 36n. Persano C. Pellion di, ( 1806-1883), ammiraglio della Marina Sarda, 73. Persiani, 181 . Perticone G. , 9n. Petrignani R., 32n. Philpson gen. russo, 99 ,700,116,117,118,119. Pio IX (conte Giovanni Mastai -Ferretti cli Senigallia), ( l 792- I 878) papa (1846-1878), 9, 50. PosĂŹbkĂŹn, gen. russo, 125. PreobradhenskĂŹ, ten. col. russo, J62, 163. Preobradhenski , gen. russo 122, 123, 159,166. Rattazzi U. (1845- 19 11), politico italiano, 21 , 22, 25, 79n , 86. Ricasoli B., barone, (1 809-1880) politico italiano, 18, 19, 20, 21, 22n, 25, 62, 71, 72, 74n, 78, 79, 85n , 86, 87. Ricasoli V. , fratello del barone Bettino, 86. Ricci A. , gen. (1832-1896), Capo dell' Uffic io superiore del Capo cli Stato M aggiore dell'Esercito 89, 107,144. R. Romeo, storico, 86n. Room, (von), ministro della Guerra prussiano, 16. Russell G. ( I 792-1878), statista britannico, capo del partito whig. , 29, 199
39, 44, 65, 69. Russi, 115, 116, 1.17, 118, 120, 123,141,142, 154, 173, 176,177,178, 179,180,181.
Sabutzki, gen. russo, 125. Satz, gen. msso, 115,116. Savfet Pascia, delegato Turco alla Conferenza sui Principati rnmeni, 58, 66. Scialoia A. (1856-1933), economista e statista italiano, 62, 79. Scovasso S. ( I 816-1887), diplomatico italiano, 21 n, 25n. Sella Q., (1827-1884), politico italiano, 62. Seton-Watson, H., storico, 104n. Shamyl, capo ribelle del Caucaso, 98,111,113, 116, 117, 143,148,173, 176. Shapsughi o Natukais, popolazione caucasica, 96, 99, 114, 117,118,123. Shuleman, gen. russo, 125. Starsikoff, col. cosacco, 157. Steinwehr, cap. prussiano, I comandante della scuola militare di Gatcina, 103. Strambio A., (1819-1881) diplomatico italiano, 20, 21n. Svaroff, principe, ten. col. russo, 164. TalleirĂ nd P., (1754-1838), statista francese, 16. Tamborra A., storico, 86n. Tambovri, popolazione caucasica, 115 . Tartara, razza, 177. Termagoi, popolazione caucasica, 120. Thouvenel, E-Ant. (18 18-1866), ministro degli Esteri francese, 23n. Tihotzki, gen. es. russo, 120, 122. Turchi, 181 . Vacca, senatore, 11 n. Vimercati, conte, rappresentante personale di Vittorio Emanuele II a Parigi, 20, 21 n. Visconti Venosta G.M. (1887- 1947), politico e diplomatico italiano, 27, 32 , 33,35n,36,39, 40,43,44n,46n,48,49,50, 76n,80. Vittchenstein P., maggiore dei Cosacchi, 158. Vittoria A. (18I9-1901 ), regina del Regno Unito dal 1837, imperatrice delle Indie dal 1876, 77. Vittorio Emanuele II (1820-1878), re d'Italia dal 186 1, 5, 9, 18, 20, 21 , 22n, 23, 26, 35, 45, 60, 64, 67. Ubichi, popolazione caucasica, 96, 99, 114, 123 . Uschatrof, col. russo, 90. 200