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L’ARTE MILITARE DEL 2000 PARTE II

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Llll7AIVInA

mUTARE

Direttore responsabile: Giovanni Cerbo

©

1998

Proprietà letteraria artistica e scientifica riservata

:\ella t ralla zi,ont' dell'argomento, l'Autore parte da dm· prt'messe fnndamentali: • per hen identificare le prnhlematiche militari del preH·nte e la reale portata delle lr<tsformazioni in atto occorre riferirsi al passato, alla storia delle idee, delle dollrine militari, agli ammaestramcut i delle guerre passate; • in questo senso. più clw di <<rholuzioni» o <<evoluzioni» dell'arte militare c dclla strategia, si donehhe parlare di <<mutamcntin, tenendo presente dw la strategia non può idctttilicarsi cou l'arte militare lotti wurr. Ciò pn·messo, il periodo posi-guerra fredda segna il tramonto della guerra di \azioni di stampo napolconico c assumL' connotati militari, non di rado analoghi a quelli delle guerre «politicltt'», limitate c «di Cahim·llo» del secolo XVIli, nelle quali non si ccrca1 a la rlt'hdlttfio dell'a' 1·ersario ma la trallatha. c si hada1 a a limitare le perdite. St'nl.a mohilitare il Paese intero c tu Ile le sue risorse. IJhl'l!la cusì possihilc. secondo 1'.\utore: • supentn• il cunccllo di strategia glohalc, per comune ammissione piÌI politicn che militarr, l'farlo cuincidcrc piulloslo con quello di «politica stnttegica» o politica di sicureaa; • restituire, di conseguenza, alla strategia ranlicH malrict• militan·, o meglio armala; • Jll"l'l eden· una numa sud di\ isione dell'arte militan• cltl'lle inserisca le diwrse cumponcnti nelle tre rt-<tsi dassicltc ddl'allh ila operati'a militare in gem..-c (conccl.ione/stmlio, orgaiJiaal.ionclpn·paral.ionc. impiego delle fnr1c). In quest'ultima categoria rientrano la strategia, la tallica c la lo~islica opcralha. ,\Ila htCL' di tali criteri, illa1oro l' slrulluralo in: • una parte a carattcn· preliminare c storico, nella 1111:1le si prendono in esame gli spunti c le idee chr piÌI sono utili per illuminare la prohlemalicatcorica e pratica del presente; • una parte riferita a ll'allualità Icori ca, nella 1111ale 1',\ulorc slahiliscc. in successione logica, ilmruvo t·oncHio c la defìnizimw di g ucrra posi-guerra frcdd a, i cara licri c la d elini zinne generale d l'Ila strategia che ne dcrha, la suddi\ isionc dl'll'arte militare. lenendo presente che anche l'impiq_:u della fnna militare a fini dissuasi\ i l' pur Sl·mpn: un impi~o; • una (Jarlt• applicatha nella quale si mcltl' in c1 idcnza che lo slnmt cnlo m ilitan· italia no dew essnc t'tptilihrato n l'Ile sue Ire cum pom·nti l' che la sua pn·pantl.ilmt· momlc c materiale non puù essen· incrntrala sulle SJJt•cifìche esigente dl•lle «missioni di pacr>>. ma richiede cltt' il militare ridin·nti un comhallcnlc. ,\ tallìm· dc\/Jlln l'SSl'l'r ncupentli gli antichi 'al ori morali nll'ssi in lucr da ClauSt'\1 il.~;. t·on particolan· riguardo all'arte d l'l cnwando t' ai principi disciplinari, cix· sono rtul'lli di sempre (in .\ppL·mlicr 'il'IIL' presentata la ristampa di alcune consider;uioni di ('lmtsrnill sulla fìgunt, il molo c le qualilil dl'l Capo l'sull'importanza dci 1alori montli).


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·Ferruccio Botti

L'ARTE MILITARE DEL 2000 UOMINI E STRATEGIE TRA XIX E XX SECOLO 0!24% 3%#/.$!

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PRESENTAZIONE

Nel 1989 è caduto il muro di Berlino: fenomeno epocale, che non può non avere ripercussioni profonde sul modo di concepire La guerra e la strategia, rendendo in parte obsoleto il patrimonio teorico della guerra fredda. Dieci anni sono un periodo assai breve nella storia, sono un battito d'ali; molto spesso è accaduto, in passato, che gli stessi protagonisti non siano stati in grado di giudicare appieno L'effettiva portata innovatrice di un evento. Ciò non toglie che sia oggi possibiLe, e necessario, valutare prima di tutto da un punto di vista teorico i mutamenti in atto, sia pur senza pretesa di pervenire ad acquisizioni definitive e certe. Quest'opera del Colonnello Ferruccio Botti, avvalendosi anche di precedenti studi dell'Autore sull'arte militare e strategia del passato e del presente, prende atto dell'esigenza prima descritta. Rappresenta, cioè, la ricerca di una prima risposta ai mutamenti, dopo averne definito la portata. È un qualificato contributo su una materia in rapida evoluzione nella quale poche sono le certezze, e dunque è inevitabile - e anzi salutare - che esistano diversi pareri e diverse soluzioni. Le riflessioni e conclusioni dell'Autore non impegnano pertanto la Rivista che, come libera palestra di pensiero, ha solo ritenuto opportuno promuovere un vivace dibattito per far emergere utili spunti teorici e dottrinali.


Va comunque apprezzato lo sforzo dell'Autore di collegare il presente con il pensiero strategico europeo e italiano del passato, inserendo la problematica dell'Esercito in quella interforze, senza perdere mai di vista la prospettiva nazionale. Tale approccio, che tiene conto dei riflessi teorici della nuova legge sui vertici militari, è senza dubbio il più idoneo per individuare ciò che è veramente nuovo, facendo venire spontaneamente alla luce le testimonianze dei numerosi autori italiani del passato oggi dimenticati. In una più vasta prospettiva, il pensiero strategico italiano - le cui grandi tradizioni sono meritevoli di riscoperta e rivisitazione - non può rimanere assente dal processo di rinnovamento delle teorie e dottrine militari europee e occidentali, alla luce delle nuove realtà. Anche in questo senso, la fatica del Colonnello Botti giunge assai tempestiva e merita l'attenzione degli studiosi e dei Quadri.

IL DIRETTORE DELLA RIVISTA MILITARE (Col. Giovanni Cerbo)


CONSIDERAZIONI PRELIMINARI


SOMMARIO: l. È ancora necessario l' uso della forza? • 2. L'arte militare è soggetta a evoluzioni, rivoluzioni o mutamenti? • 3. Arte militare c storia: quali mutamenti nei secoli XJX c XX? • 4. Direttrici dell 'opera.

Meli/re sconvolge le ba.1i dell'amoritil individuale, lo spirito dt'l tempo non cessa di aprire falle nel prestigio secolare dei corpi costituiti. Non cile la qualitcl imrinuca sia cambiata sensibilmentt', nw è un fatto che la critica e /'irril•erenw li stringono pitì do l'iCÌIIO e li colpiscono più asprameme. L'e· sercito soffre, per primo. di questo declino(... / Le Elites, come gli mdi1•idui, 11011 hanno piiÌ il prestigio di diriuo. Per rico11qui.flltrl! il proprio, l'esercito Ira meno bisogno di fl!/1/(i. di appelli. di preghierl! clrl! di 1111 \'OSIO sfor-..o illll'n!O. MA cc. CII \IU.f.S OF. GAIII.LI'., Il filo della spada ( /932)

l. È ANCORA NECESSARIO L'USO DELLA FORZA? Siamo gi unti alla fine del secolo XX. è tempo di bilanci; ma bisogna anche guardare al futuro. Questo vale - e richiede una risposta anche per l' Istituzione militare. Che cosa essa è stata finora? Che cosa dovrà invece essere in futuro? Quale il suo ruolo? Quale il suo prevedibile impiego? Che cosa c'è da cambiare, e da conservare? Quale soldato in futuro? Interrogativi legittimi, ai quali però è estremamente difficile trovare una risposta esaustiva. Vogliamo dare un primo e sommario contributo in questa direzione, contributo che auspichiamo risulti di qualche utilità, specialmente per i giovani Quadri. L'incertezza, la crisi di valori, l'individualismo eccessivo che spesso trascende in egoismo contraddistinguono la nostra epoca: l'Istituzione militare non può non risentime. Ma proprio per questo bisogna guardare alla realtà, affrontarla, studiarla, trovare i rimedi, misurarsi con i fatti perché, come diceva il filosofo Spinoza, le nostre collere non li toccano; non è con anatemi, nostalgie, declamazioni che si trova la via di un miglior avvenire. Ma ciò che accade oggi, è proprio tutto così nuovo? Siamo di fronte a una rivoluzione o a una evoluzione? Anche a questo interrogativo ci sentiamo obbligati a rispondere; la difficoltà dell' impresa valga almeno a giustificare in qualche misura le manchevolezze dell'indagine, spesso costretta a scavare in settori dove poche sono le certezze e molte le ragioni di dubbio. Chi parla oggi di arte militare deve tenere conto di quelle che potremmo chiamare incrostazioni storiche e culturali, le quali hanno favorito, in passato, l'erezione di alti steccati tra cultura militare e cultura civile. Si preferisce ancora, in parecchi casi, rimuovere anziché studiare; si indulge a comodi slogan che esprimono il naturale desiderio di pace, senza chje-


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dersi se essi fotografano la realtà con la quale occorre misurarsi; e sembra quasi che il «politico» non contenga il «militare», ma sia un modo per accantonarlo. Si confonde la cultura militare - che dovrebbe essere parte integrante deiJa cultura politica - con l'evocazione e la giustificazione della guerra. II maggior scrittore militare italiano della seconda metà del secolo scorso, il generale Nicola Marselli, scriveva nel 1875: «Stimiamo necessario che Io studio delle cose militari acquisti maggior coscienza della propria altezza scientifica. Se in una biblioteca pubblica chiedete libri militari , vi si risponde che non si è creduto acquistarli, perché trattano di una materia troppo speciale: quasi che una biblioteca non dovesse abbracciare tutte le specialità, e quasi che il libro di teologia non fosse troppo speciale per chi si occupa di scienze naturali. In preda allora ad un sentimento di umjliazione, no, di sprezzo, il militare rammenta che un illustre scrittore crede di escluderlo dalle classi intellettuali. Fu un errore e un ' ingiustizia, ma che dobbiamo noi per primi correggere e riparare»'. Sono passati oltre cento anni ; eppure queste considerazioni - o meglio, constatazioru -non banno perduto per nulla d'attualità. Non si può ancora dire che - specialmente in Italia - lo studio della problematica militare sia tenuto in alto onore. anche se da esso- basti pensare non solo all'anna nucleare, ma alle decine di focolai di tensione, di crisi, di violenza che infestano il mondo e in particolar modo delle aree a noi vicine come il Mediten·aneo e i Balcani - in ultima analisi continua a dipendere in pru1e considerevole il destino dell'umanità e della stessa Italia. Va da sé che i militari non sono certo gli unici competenti a trattru·e una branca che ha risvolti sociali e economici così evidenti, da non richiedere partkolari sottolineature. I militari, comunque, sono tuttora i primi ad avere non tanto il diritto, ma il dovere di approfondire una categoria di problemi, nella quale si identifica il loro ruolo nella società e sulla quale- diversamente da altre categorie di studiosi - possono forni re un contributo di esperienza quotidiana, personale, tecnica c non solo tecnica, che costituisce un autentico patrimonio per la Nazione e che non può in nessun modo essere sostituito da altri mezzi, strumenti e metodologie. Occorre, a tal proposito, djssipare subito frequenti e quasi istintivi equivoci, tipici di questo dopoguerra. La sconfitta e l' umiliazione della Patria dopo il 1945 hanno portato il cittadino italiano medio - che non ha mai amato le armi -a diffidare da tutto ciò che è militare, a respingerlo

' N. Marsclli, u1 Guerra e la sua stori(l, - Vol. I, Milano, Trcvcs. 1875. p. 43.


Considerazioni preliminari

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ancor più ai marg ini della vita intellettuale e quotidiana. In tal modo molti hanno dimenticato che storicamente virtù civiche e militari hanno sempre camm inato d i pari passo, e che la disaffezione per le armi nei secoli passati non ha mai pOitato agli italiani né pace, né libertà, né unità. Ammaestramenti dimenticati: solo negli ultimi anni si può notare un approccio più razionale, più maturo, meno emotivo al problema, che anche in questo - bisogna sottolinearlo - avvicina l'Italia aJie più antiche democrazie occidentali. C'è ancora parecchia strada da percorrere prima di dare alla componente militare un giusto molo nella società. Questo potrà essere fatto, solo se si trarranno tutte le conseguenze da un elementare concetto: la tautologia «militare» (o addirittura Patria!) l guerra l violenza l devastazione e morte è ingiusta e approssimativa, dunque scientificamente inaccettabile. È ingiusta e approssimativa non solo e non tanto perché le recenti missioni di pace hanno dimostrato che la forza militare organizzata non distrugge e conquista ma, aJ contrario, anche con il suo impiego potenziale favorisce o impone la cessazione dei conflitti e/o la mantiene vigilando sui patti conclusi tra le parti. Questo è un fatto certamente non marginale che configura la realtà intemazionale odierna; ma in prima istanza, bisogn~ rendersi conto che studiare i problemi militari significa studiare i problemi della pace e della guerra, due concetti contrapposti che per rivelare tutti i loro interfaccia hanno bisogno di confrontarsi continuamente l' uno con i'altro, tanto più oggi che i loro contorni sono quanto mai sfumati. Se «la guerra igiene del mondo» di De Maistre e dei futuristi, se la guerra vista come manifestazione di vieto nazionalismo e di «militarismo» o «marittimismo» 2 ha fatto il suo te mpo e non può più essere

: Per ··militarismo" si imende l'auribuzione di un peso eccessivo- nella politica estera c imcrna di una nazione- alle isti!Uzioni militari c a chi le rappresenta (cioè alla cosiddeua "casta militare"). Comporta uno sviluppo degli arnlamcnti terrestri anche al di là di quanto lo possa consentire il bilancio dello Stato e una politica di forta nei rapporti internazionali. Il suo contraltare è r amimilitarismo. Esempio classico. il militarismo prussiano e poi germanico: il militarismo è invece piuuosto estraneo alla tradizione italiana. Per "mariuimismo" (tcmlinc che ha avuto una certa diffusione in Italia all'inizio del nostro secolo) si intende un peso eccessivo nell'economia. nella politica estera c nella vita nazionale della Marina c delle sue esigenze di potenziamento. con conseguente fone sviluppo delle spese per gli armamenti navali presentato a volte- dai "mariuimisti" -come economica e necessaria alternativa alle spese per armamenti terrestri o in senso lato. come alternativa politica "democratica" al militarismo. "Navalismo'' è invece una corrente d'idee mirante a giustificare in campo geostrategico- facendo frequente riferimento alle teorie di Mahan - la preminenza delle forze navali rispcno a quelle terrestri c aeree e a propugnare quindi la necessità di una grande floua in grado di aver ragione dell'avversario con bauaglie decisive. Il suo contrario è il "continentalismo", che vede nelle forze terrestri o acroterrestri la componente principale della difesa nazionale e fa riferimento a Clausewitz.


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assunta come base di un'analisi seria, anche la pace ridotta a mito e declamazione, a desiderio unilaterale anche se naturale e ovvio (bisogna volerla tutti), a rifiuto unilaterale, aprioristico e assoluto delle armi (o meglio dell'uso della forza) è non meno lontana dalla realtà e, diciamolo pure, non meno nociva e non meno lontana dalla politica; no n solo dalla politica in genere, ma dalla politi.ca dei nostri giorni. Non sarà mai deno, e ripetuto abbastanza, che costruire la pace è estremamente difficile, è difficile almeno quanto preparare la guerra. Non ci può essere pace- interna o internazionale- se non c'è o non si ritiene che vi sia giustizia, se ogni popolo, ogni etnia o gruppo sociale non vede riconosciuti i suoi legittimi diritti, se - per sempl ificare al massimo- ciascuno non ha del pane a sufficienza, e non si sente padrone a casa propria. Questo è riconosciuto in primis dalle più alte autorità religiose; appare perciò contraddittorio e demagogico l'atteggiamento di taluni, che trovano naturali e anzi necessari e salutari conflitti anche violenti o rapporti di forza tra comunità o gruppi sociali portatori di diversi e contrapposti interessi ali' interno di uno stesso Stato, salvo poi a non ammettere che gl i stessi conflitti di interessi, e- diciamolo pure- le stesse passioni e tensioni facciano sentire la loro influenza nei rapporti tra Stati. Il conflitto è una lotta per far prevalere la propria volontà; non avviene così anche nelle competizioni sociali e economiche. dove l'uso del termine «lotta>> è non casualmente frequente?

È capitato, anni fa, a chi scrive di visitare una mostra, nella quale era esposta la documentazione relativa a i g randi scioperi agrari in Emilia nel periodo l 908-19 l l, che hanno avuto anche delle vittime. Ebbene, il linguaggio violento e di incitamento alla violenza e alle prove di forza allora usato da ambedue le parti sociali in lotta è poi ricomparso, alla vigi lia della guerra 191 5- 19 18, nelle campagne di stampa degli interventisti , i cui principa li esponenti non casualmente erano stati anche i capi del sindacalismo rivoluzionario e delle correnti più estremiste dell'antimilitarismo. Naturalmente, a tale linguaggio hanno poi attinto molti giornali e molti organi di propaganda durante la guerra; ciò dimostra che Le tensioni interne di uno Stato tendono a scaricarsi anche all'esterno, e che se in una società si riscontra un tasso di violenza elevato, questo fenomeno presto o tardi non può non avere riflessi anche a ll 'esterno e sul modo di concepire il problema della guerra e della pace, che dunque sarebbe illusorio ritenere che riguard i solamente la dialettica dei rapporti tra Stati o tra eserciti regolari.


Considera zioni preliminari

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Di più: l' «interventismo» va inteso come linea di tendenza politica che propugna l' intervento in una guerra per ragioni ideologiche e morali, comunque estranee a calcoli di convenienza e di carattere economico e strategico, ai giochi della diplomazia basati sulla realpolitik. Sono questo profilo esso si può coniugare benissimo con l'antimi litarismo; lo si è visto sia negli ultimi anni, sia nel secolo scorso. Per l' interventismo «volere» è «potere»: non vi sono problemi di coerenza, e le opp01tunità politico-sociali del momento prevalgono su ogni altra esigenza. Non sono rari, nella storia, gli esempi di guerre dichiarate sotto la pressione della piazza, o della cosiddetta pubblica opinione; l' approccio «interventista» al problema della guerra e della pace è assai antico e non ha mancato di manifestarsi anche ai nostri giorni , quando correnti di opinione non certo sospette di impatia per le Forze Armate hanno sostenuto la necessità di energici interventi militari in questa o in quella area di crisi, senza preoccuparsi dell'utile politico, dei rischi, della disponibilità o meno di forze idonee. Le vicende storiche dell'interventismo dimostrano che la paceintesa come assenza di conflitti ove si ricorra in misura varia all' uso della forza armata- è sempre un assetto. un equilibrio provvisorio, che fa'vorisce qualcuno e danneggia qualcun altro. Chi si ritiene danneggiato, in prima approssi mazione diventa interventista e/o si arma in attesa del momento favorevole per l' intervento, per la «guerra calda>>. Chi, invece, è avvantaggiato dal tipo di pace del momento (pax romana, pax austriaca, pax britannica; una pace, dunque, sempre con aggett ivi) è contrario ad ogni mutamento, e di conseguenza è pacifista. Non è vero che l'era atomica ha bloccato questi meccanismi: li ha solo allontanati, per nostra fortuna, dall'Europa Occidentale (ma non dal Mediterraneo, né tanto meno dai Balcani e dal Medio e Estremo Oriente). In secondo luogo, l' interventismo segna la prevalenza assoluta- assai pericolosadella «politique politicienne» sulla strategia: come tale è solo apparentemente clausewitziano. In nome di improvvisi imperativi politici economici, l' interventismo tende a superare calcoli di convenienza e interessi, rapporti di forze ecc.: è cioè, nella sostanza, antistrategico. La direzione politico-strategica è da sempre considerata accorta, solo se sa usare lo strumento militare (magari a fi ni dissuasivi, e/o per esercitare una pressione psicologica che induca l'avversario a certe decisioni, e non ad altre) in modo razionale e in relazione a precisi e chiari scopi e interessi, che tengano però conto delle effettive possibilità dello strumento, e dei vincoli di vario genere che comporta sempre


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il suo impiego; questo vaJe anche oggi. Così come, sarebbe errato l'operato di un vertice militare che non tenesse conto della logica. delle finalità politiche che devono sempre essere alla base delle sue decisioni. Non esiste una logica politica (o civile) e una logica militare: c'è solo una logica strategica, nella quale esigenze politiche e linee d'azione militare armonicamente si fondono. Se si tiene conto di questi presupposti, si deve osservare che l' interventismo al di là delle apparenze è estraneo alla mentalità, al tipo di approccio degli Stati Maggiori, per la loro natura portati a misurare le forze e a valutare attentamente rischi, vantaggi e svantaggi di un intervento militare, ben conoscendo le sue implicazioni e i suoi riflessi sulla vita del Paese e dell'esercito. Riflessi non sempre positivi anche in caso di una guena vittoriosa, specie nel XX secolo3• Questo è vero particolarmente nel caso italiano. Nelle guen·e del XX secolo i nostri vertici militari non possono certo essere ritenuti esenti da responsabilità e errori, che peraltro loro stessi hanno riconosciuto. Ma non possono legittimamente essere accusati di avere voluto, di aver fomentato. di aver propagandato delle guerre, che sono state decise dall'autorità politica anche senza tener conto del loro parere. Questo vale in particolar modo per le guerre d'Etiopia e Spagna, alle quali i nostri principali esponenti militari erano contrari ben sapendo che esse avrebbero assorbito un volume di risorse tale, da compromettere l' ammodernamento dell'esercito proprio quando le principali potenze europee dopo il fallimento delle trattative per il disarmo nel 1934 avevano dato inizio a imponenti programmi di riarmo con i quali l' Italia - al di là della retorica guerriera del tempo - non poteva competere. Questo vale soprattutto per l'intervento nella seconda guerra mondiale, deciso non casualmente da un Capo del Governo che rimaneva l' antico socialista rivoluzionario, antimilitarista e interventista del 1914-1915. E deciso, giocando con un solo colpo di dadi il destino della Nazione, affrontando cioè senza tener conto della preparazione militare e con un tasso troppo elevato di rischio una guerra contro le grandi potenze, che - come anche la prima guerra mondiale - avrebbe dovuto essere breve e economica e invece è stata lunga e ha provocato

' Si veda, ad esempio. la critica situazione morale e materiale dei Quadri dell'Esercito subito dopo la fine della prima guerra mondiale descriua in A. Galli, Tre tmni di vito militore italiano. Milano. Mondadori 1924.


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Considerazioni preliminari

alla Nazione gravissime ferite materiali e morali, queste ultime non ancora del tutto rimarginate. Va notato ancora che nel 1939-1940 la nostra impreparazione militare e l'incapacità dell'economia nazionale di sostenere da sola una guerra lunga, già rivelatasi fin dal 18664 , non hanno spinto la direzione politica alla prudenza: al contrario, l'hanno spinta all'azzardo, proprio per compensare in tal modo la carente preparazione e quei limiti economici dei quali tutti erano coscienti. Dunque il vero problema, ieri come oggi, prima della «guerra fredda>> così come dopo. è di lasciare le utopie agli utopisti, di sfuggire ai miti contrapposti e ugualmente nocivi del pacifismo e dell' interventismo, evitando in ambedue i casi di scambiare «volere» con «potere», di giocare a dadi sulla pelle della Nazione. Come la politica, la strategia è da sempre l'arte del possibile; non perdona i retori e i sognatori e premia solo il genio (che è raro) e il rischio calcolato. Oggi questa operazione, difficile ma necessaria (che anche nello specifico settore non farebbe che allineare l'Italia alle più antiche democrazie) è purtroppo resa difficile dall 'eredità morale della seconda guen·a mondiate; che rende oggeuivamente poco agevole, per gli italiani , ricordare bene e tutto. Eppure essi non dovrebbero dimenticare che, al di là di limiti e lacune i quali peraltro rispecchiavano quelli della Nazione, l'esercito italiano nel secolo scorso è stato protagonista principale delle guerre per l'unità nazionale e dopo il 1861 l'ha mantenuta e rafforzata, portando sulle sue spaJie anche il greve, doloroso e indesiderato fardello di ristabilire l'ordine pubblico nel Sud afflitto da secoli di malgoverno, corruzione e abbandono e, già aJlora, dalla delinquenza organizzata. È intervenuto sempre come forza principale - anche se ciò non era previsto per legge - nel soccorso alle popolazioni colpite da inondazioni e terremoti. Ha vinto una grande guerra di popolo come è stata quella del 1915-1918: guerra di popolo, perché allora l'esercito si è veramente identificato con il popolo in armi e in particolare con le classi più umi li, alla quali va attribuito il merito maggiore di una vittoria militare che oggi si ha quasi timore di ricordare, e che pure torna a onore della Nazione tutta, non solo dell'esercito. Bisogna pur tenere conto che la stessa guerra d 'Etiopia - guerra di conquista, «politica>> e strategicamente ingiustificata che come è avve-

• Cfr. F. Botti. Storia della /ogistica dell'Esercito italiano- Vol. Storico 1991. pp. 123-214.

n.

Roma, SME- Uf.


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nuto per secoli ha comportato l'assoggettamento di altri popoli -con uno sforzo logistico senza precedenti nella storia coloniale è stata vinta in pochi mesi contro le previsioni dei più accreditati tecnici militari stranieri, e ha consentito almeno di cancellare l'amara pagina- amara dal punto di vista politico oltre che militare, perchè ha nociuto al prestigio deJla Nazione- di Adua 1896, dove sono caduti 6600 uomini (di cui quasi 5000 nazionali, con 2 generali e 266 ufficialis). Gli abissini hanno di recente festeggiato questa grande vittoria contro il colonialismo, il che dal loro punto di vista è comprensibile; ma noi non possiamo dimenticare che questi uomini sono caduti valorosamente combattendo per il loro Paese e neJl'adempimento del loro dovere, dunque meritano rispetto e un memore ricordo, perchè non è tale un popolo che non onora i suoi morti. Nel quadro della positiva tendenza al recupero dei valori nazionali oggi in atto, è stato giustamente osservato che uno Stato democratico può essere efficiente e equo, può corrispondere alle attese e agli interessi dei cittadini solo se quest'ultimi hanno un patrimonio spirituale comune, al quale fare riferimento; se sentono cioè di appartenere a una stessa comunità nazionale, se sono in grado di alimentare gli indispensabili sentimenti di solidarietà sociale e di rispetto per la collettività facendo leva su un patrimonio, una tradizione, una memoria storica alla quale tutti fanno riferimento e della quale sono orgogliosi. Anche un esercito non può vivere, non può guardare all'avvenire con fiducia, senza una tradizione, senza una memoria storica e senza delle vittorie da scrivere sulle sue bandiere (come fanno i reggimenti deli'Armeè de terre francese da Napoleone in poi, e come dovrebbero fare anche i nostri). Inconsciamente, la pubblica opinione te nde spesso a rendere il militare- o meglio il mil itare di caniera- l'unico responsabile di guerre politicamente non cond ivise e/o giud icate dannose e ingiuste. Atteggiamento epidermico ma non giustificato: come cittadino e uomo del suo tempo, il militare di qualsiasi grado ha sempre avuto e ha proprie idee sulla convenienza e opportunità o meno di una guerra o di una politica, così come- in quanto tale- ha sempre avuto e ha proprie idee sulla strategia con cui condurla, o sulla rispondenza, opportunità e tempestività di ordini, direttive, circolari, piani dei Comandi superiori. Ma una volta che una guerra è dichiarata dal Governo legittimo della

> Enciclopedia Mili1are, Milano 1933. Vol. t p. 148.


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Nazione, la disciplina, la secolare etica dei servitori dello Stato non gli concedono scampo: deve accantonare le personali opinioni e ha il dovere di combatterla al meglio delle sue forze, applicando il motto che ha fatto grande, nei secoli passati, l'Inghilterra: «a torto o a ragione, sempre dalla parte del mio Paese». Per questo il militare è stato educato, addestrato, pagato fin dalla sua gioventù; è questo che gli si chiede anche oggi, e il sacrificio delle proprie personali e legittime opinioni accompagna da sempre il dovere militare. Certamente più un militare crede nella causa per cui combatte, e meglio opera; questo vale in particolar modo per gli eserciti di leva. Ma ciò non toglie che anche per il so ldato - cittadino chiamato o richiamato alle armi e a combattere per la sua Patria, il fatto che una guerra sia offensiva o difensiva, o abbia questo o quell'obiettivo politico, passa in seconda linea di fronte al suo dovere primario di servire in armi, in caso di bisogno, il suo Paese, senza dunque poter essere ritenuto responsabile degli obiettivi che la guerra si ripromette. Giustamente oggi si onorano i caduti e i reduci della campagna di Russia, pur infelice e strategicamente errata. In altre parole, il dovere militare non è che un risvolto particolare del dovere del cittadino - garanzia fondamentale della civile convivenza - di osservare lealmente le leggi dello Stato, anche quando non le condivide e fino a quando non sono mutate. Si deve anche aggiungere che tutto ciò che oggi si identifica nei termini «machismo» e «rambismo», con il culto della violenza insomma, appartiene alla parte meno no bi le d eli' uomo ed è del tutto estraneo alla tradizionale mentalità mHitare, che vede nell'esercizio della violenza organizzata solo un dovere, un grave onere da sopportare - a danno anche della propria incolumità personale - esclusivamente nel pubblico interesse. Eredi delle tradizioni cavalleresche, gli eserciti dei secoli scorsi si facevano un punto d'onore nell'escludere i civili, le donne, i deboli, i prigionieri, persino le navi mercantili dalle contese militari; l'etica militare autentica ha sempre respinto come indegne dell'uniforme le violenze sulla popolazione civile. Molto ci sarebbe da dire sulle ragioni, circostanze e responsabilità dell'estensione della guerra alle popolazioni civili nel XX secolo, sull'uso potenziale o effettivo di armi di sterminio di massa e sul bombardamento indiscriminato delle città. Basti osservare che queste forme di violenza sono sempre state condannate dalle leggi di guerra (comprese le nostre) e non hanno mai fatto parte del codice d'onore, scritto e non scritto, delle Forze Armate di una nazione civile. Un


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Codice neppure oggi sorpassato: un Codice che è una forza, ma può essere anche una ragione di maggiore vulnerabilità. Questi semplici parametri di giudizio vanno tenuti nel debito conto, quando ci si volge alle guerre del passato. Una storia è tale, solo se abbraccia tutta la realtà degli eventi e solo se attraverso delle analisi comparative tende a dare a ogni aspetto il giusto peso, evitando strumentalizzazioni contingenti in un senso o nell'altro. Non si può ricordare, delle nostre guerre, solo le sconfitte, le pagine più controverse e oscure, quelle più difficili e meno lusinghiere per le Forze Armate; e molto lontano porterebbe anche il confronto di talune pagine della nostra storia coloniale, con quelle dì altri Paesi. Per fare un solo esempio, nei disordini del maggio 1945 a Setif in Algeria sono periti da una parte cento francesi, e dall'altra quindicimila algerini (o quarantacinquemiJa, secondo altre fonti)6 • In fatto di pacifismo, storicamente noi italiani non abbiamo nulla da imparare da nessuno: dal Rinascimento al Risorgimento, infatti, gli italiani, poco amanti delle armi e divisi tra di loro, non hanno mai invaso i forti Stati nazionaH già formatisi oltr'Alpe, ma è avvenuto il contrario. E anche dopo la formazione del nuovo Stato unitario nel 1861, l'espansione ha riguardato solo talune piccole colonie trascurate, perché poco redditizie, dalle grandi potenze coloniali ..... Anche in questo caso, bisognerebbe ricordare tutto e bene per fare un bilancio assai istruttivo, perché aiuta a meglio lumeggiare il ruolo della forza militare di oggi. È ben noto che, nella florida Italia del Rinascimento, nei nostri Comuni ove fiorivano i commerci e nascevano capolavori dell 'arte di ogni tempo, i mercanti, il popolo avevano ben altro da fare che occuparsi di esercizi militari, per i quali non sentivano peraltro alcuna vocazione: preferirono perciò «dare in appalto» la loro difesa a mercenari prezzolati , spesso stranieri, i cui capi divennero ben presto i padroni dello Stato, soffocando ogni libertà e la stessa vita economica. Le divisioni degli italiani hanno fatto il resto: per secoli l'Italia è stata percorsa da bande armate nelle quali si raccoglieva la feccia d'Europa, ed è stata oggetto - e non soggetto, anzi vittima- della politica e delle contese dei grandi Stati nazionali formatisi alle sue frontiere secoli prima di quello italiano. Ha scritto il grande stoiico militare Piero Pieri: «la calata dì Carlo V/Jl [Re di Francia] in Italia [1494-

" <<La Repubblica>> 14 marzo 1998.


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1495 - finanziata da ... banchieri italiani - N.d.a.] mette a nudo non l'intrinseca insufficienza strategica o tattica degli Italiani, ma soprattutto la loro insufficienza spirituale: la mancanza cioè di un superiore, forte sentimento di coesione sia come cittadini, fra di loro e verso il proprio governo, sia come italiani, nei riguardi di altri Stati della penisola. Da ciò la debolezza costituzionale da w1 lato e la fragilità e incertezza della politica dall'altro, da ciò gli insuccessi politici che si traducono in insuccessi militari tosto che fra i contendenti sia apparsa una potenza estera organicamente piiÌ solida e capace d'una politica energica e risoluta. Essa anziché uno strumemo delle cominue contese e lotte d'equilibrio dei nostri Stati, potrà finire adesso col diventare l'elemento preponderante o addirittura l'arbitro» 1 • Sentimenti, modi di dire scomparsi? Que l che importa ora rilevare, è che il «pacifismo», cioè l' incapacità degli Italiani di esprimere un forte Stato unitario con un efficiente potere militare nazionale ha portato l'Italia a secoli di decadenza economica e sociale sotto un pesante domjnio straniero che ha disperso l'eredità del Rinascimento. Nella prima metà del secolo XVI l'opera di Nicolò Machiave!Ji, molto in anticipo sui tempi, si è riassunta in una presa di coscienza dei mali dell'Italia e nel tentativo d i rimediarvi con un forte potere unificante sostenuto da un esercito di cittadini e non più di mercenari, dunque un esercito fortemente motivato che esprima i bisogni della collettività e non un potere vessatorio ad essa estraneo. Solo tre secoli dopo sono maturate le condizioni per accogliere il suo messaggio politico e militare: lungi dall'inseguire meri e illusori ideali, g li spiri ti migliori del Risorgimento hanno visto nell'unità nazionale - da conquistare con le armi da parte degli Italiani stessi, senza affidare la loro causa a mani straniere - l'unico rimedio per por fine a una vita economica e sociale stentata all' interno dei vari staterelli male amministrati, con corti ingorde e oziose e una burocrazia corrotta e inefficiente, separati da inutili barriere dagli a ltri stati italianj e soggetti alla pesante tutela di truppe straniere. E hanno ritenuto J'unùà l'unico presupposto anche per far sentire di nuovo la voce economica c militare dell ' Italia in un mare, come il Mediterraneo, che con la pro-

7 · P. Pieri, Il Rinascimelllo e la crisi militare italiana. Torino, Einaudi, 1952, pp. 340341. Cfr. anche, in merito, E. Ricotti, Storia delle compagnie di ''enmra in Italia, Torino,

Pomba 1844.


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spettiva aperta dalla costruzione del Canale di Suez e con la propulsione a vapore stava ridiventando il cuore geostrategico e geoeconomico del mondo, mentre le marinerie mercantil i e militari dei vari Stati italiani brillavano per la loro pressoché totale assenza. Non sarà mai abbastanza ripetuto, e sottolineato, che l'unità italiana e lo Stato centralizzato sono stati visti dalla massa degli intellettuali del Risorgimento come rimedio a mali antichi e a eccessivi localismi. Lo Stato borbonico, ad esempio, era profondamente corrotto e inefficiente: questo non ha favorito le autonomie locali. La storia dimostra, dunque, che il pacifismo innato dagli italiani ha sempre costituito un danno politico, economico e morale, e, alla fin fine, ha incentivato le cont inu e in vas io ni e ingerenze di altri popoli. In tempi più recenti, nel 1939, anche la Francia è stata vittima delle lusinghe pacifiste, che da essa non hanno allontanato la guerra, ma anzi ne hanno aumentato i danni. Dopo l'ecatombe della pur vittoriosa guerra 19 14-1918, il popolo francese non voleva più guerre. e aveva affidato la sua sicurezza al costoso cemento della linea fortificata Maginot, che però- come sempre era avvenuto per la fortificazione - non poteva certo sostituire 1'animus pugnandi. Stretta da una grave crisi economica e dilaniata da profondi contrasti interni, la Francia all'inizio degli anni Trenta era preda di una crisi di valori e di credibilità delle Istituz ion i, della qua le inevitabilmente l'esercito era la prima vittima, pur essendo ancora considerato il migliore d'Europa. Fu allora che il maggiore di fanteria Charles De Gaulle (poi generale; inutile qui sottolineare la grande rilevanza politica ed europea del personaggio nel dopoguerra) diede alla luce un libro intitolato Il filo della spada ( 1932)\ nel quale sosteneva, appunto, la necessità di restituire alla spada, cioè all'esercito, il suo splendore, la sua lama affilata, la sua insostituibile funzione storica, partendo dall 'amara constatazione che «dopo aver subìto la crudeltà della forza, le masse reagiscono in modo passionale. In ogni dove, s'è diffusa una mistica che non soltanto tende a maledire la guerra, ma anche a considerarla morta per sempre, tanto si vorrebbe che così fosse [. .. ] Dei combattimellli non si vogliono evocare che il sangue, Le lacrime, le tombe, 11011 la gloria con la quale i popoli consolavano i loro dolori. Non si risparmia nemmeno la Storia,

• Cfr. C. Dc Gaulle, Il Filo della spada ( 1932) traduz. i t. Milano, 11 Borghese 1964.


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di cui alcuni sfigurano i traNi, con il pretesto di canee/lame la guerra. L'ordine militare è attaccato alle sue radici: Un tale movimento, per eccessivo che sembra, si spiega fin troppo bene. Attraverso di lui si manifesta, tutto sonunato, l'istinto di conservazione dell'Europa indebolita, che avverte tutti i rischi di un nuovo conf/illo [. .. ] Ma senza negare alcuna speranza, dove accade che le passioni e gli interessi dai quali nascono i conflitti armati siano ormai sopiti, che qualcuno rinunci di buon grado a quello che ha e a quello che desidera, che gli uomini, infine, cessino di essere uomini? Si considera definitivo l'equilibrio attuale, mentre i piccoli vogliono ingrandirsi, i forti dominare, i vecchi sopravvivere?{... } Del resto, anche supponendo che le nazioni accettino, per un certo tempo, di regolare i loro rapporti per nzezzo di un codice sovrano, basterà fare La Legge, se non si riuscirà a imporla? "Le leggi disarmate cadono nel disprezzo", diceva il Cardinale di Retz. Le leggi internazionali non avrebbero alcun valore senza truppe. Qualsiasi direzione prenda il mondo, non potrà fare a meno delle armi»'~. ln un successivo libro dal titolo Verso Lm esercito di professionisti (Vers L'armée de metier- 1934) De Gaulle sosteneva la necessità di un esercito che si potrebbe definire lancia e cudo, nel quale la lancia era composta da unità corazzate formate con volontari a lunga ferma ed a elevato grado di approntamento operativo (cioè più o meno corrispondente alla formula in via di applicazione oggi), e lo scudo dell'esercito di leva 10• Non fu ascoltato: ne conseguì, nel 1940, il crollo prima di tutlo morale dell 'esercito francese e l'occupazione straniera della Francia. Certo, negli anni Trenta molti sentivano avvicinarsi sempre più la bufera, quella che molti oggi chiamano la seconda guerra civile europea. La prospettiva della guerra tra Stati europei oggi è per fortuna scomparsa: ma se a «guerra», al concetto di guerra totale, si sostituisce «uso anche potenziale della forza, dello strumento militare», si deve riconoscere che De Gaulle, oltre ad essere stato buon profeta ad aver intravisto il pericolo al quale stava andando incontro la Francia, ha fatto una diagnosi che se riferita ali' Europa ancor oggi fa pensare. Si prenda come esempio la crisi tra Stati Uniti e Iraq del febbraio 1998, risoltasi all'ultimo momento per via diplomatica, ma non si sa se tempora-

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ivi, pp. IO-Il.

•o. C.

De Gaulle, Verso 1111 esercito di professionisti ( 1934), traduz. it. Roma, Priscilla 1945.


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neamente o in via pennanente. Questo solo dubbio è stato tale, da non far abbassare le anni né agli Stati Uniti e a tutto ciò che essi rappresentano, né allo stesso Iraq. Potenti forze aeronavali americane e inglesi nel Golfo Persico erano pronte e ad agire: il loro ruolo è stato inutile? l'impiego della forza è stato scongiurato, come <licono i mass media, dallo strumento diplomatico? Assolutamente no. Anzitutto la forza (militare) è stata impiegata per esercitare una visibile pressione suiJ'lraq, senza la quale con ogni evidenza la diplomazia non avrebbe avuto successo. Quindi ha vinto la diplomazia, ma grazie all'impiego sia pur potenziale dello strumento militare; non senza lo strumento militare, o nonostante lo strumento militare (o con lo strumento militare in attesa passiva del connitto caldo). In secondo luogo, la vera posta in gioco riguardava e riguarda il mantenimento della pace e dell'equilibrio in una regione vitale per gli interessi dell'Occidente, nella quale, dunque, non si può consentire a nessuno di sviluppare l'arma chimica, a ragione definita «l'atomica dei poveri». Anche oggi, dunque, bisogna riconoscere che «le leggi internazionali non avrebbero alcun valore senza truppe». Anche oggi non basta desiderare la pace- la pace J"hanno sempre desiderata tutti - ma per ottenerla. mantenerla c tutelarla, occorre pur sempre che lo strumento militare affianchi allri strumenti; né può dirsi passato il tempo in cui in qualche parte del mondo- ma anche fin troppo vic ino ai nostri confini orientali - la politica lascia alle armi l'u ltima parola. Soprattutto oggi

più che mai perdura quell'incertezza, che De Gaulle percepiva fin dalle prime righe del Filo della spada e che di per sé stessa genera dei rischi: «L'incerte-;;:.a caratteri:za la nostra epoca. Tame smentite alle conven::.ioni, previsioni, dottrine; tante prove, sconjìtte, delusioni; tallli scoppi, urti, sorprese hanno squassato l 'ordine stabilito. Le armi, che hanno mutato il mondo, ne soffrono e piangono i loro perduti splendori. Questa malinconia dell'ordine militare lontano dai tempi delle grandi lotte, indubbiamente non ha nulla che non sia c/assico» 11 • Anche oggi specie in Italia ci si può c hiedere: come può l' Istituzione militare- e il grande patrimonio morale, l'eredità che essa rappresenta - non risentire dello spirito dei tempi, dell'incertezza e della crisi di antichi valori che li domina, del pacifismo declamatorio, assiomatico e unilaterale che si fa spesso consistere in un semplice rifiuto del ruolo della forza militare, e in un comodo disimpegno dai valori e

" C. Dc Gaulle. Il Fitti della spada (Cit.). p. 9.


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dai doveri che essa sempre ha comportato e comporta? Che crede nell'abolizione della guerra per decreto, come si potrebbe fare per altri mali dell'epoca? che non tiene conto del dato elementare che per avere la pace bisogna essere almeno in due? Se si considera la realtà del nostro tempo, mutatis mutandis vi è più di un'analogia tra quanto scriveva De Gaulle più di sessant'anni fa e quanto scrive oggi uno dei maggiori potitologi italiani: «uno stato cessa di essere tale se diventa persino incapace di "pensare la guerra ", se diventa incapace di pensare che ci sono doveri cui uno stato, se vuole restare tale, non può sfuggire [. .. ] Finita la guerra fredda, le altre potenze sconfitte della seconda guerra mondiale, Germania e Giappone, vanno progressivamente riappropriandosi dell'idea che la forza può essere legittùnamente usata in difesa degli interessi nazionali. Solo l'Italia sembra invece tuttora prigioniera della sindrorne della sconfitta [. .. ]A differenza dell'aspirazione alla pace e dell'azione intelligente e prudente per realizzar/a che dovrebbero essere proprie di qualunque sana democrazia, il pacifismo "assoluto", quello che pretende di abolire, sempre e comunque, il ricorso alle armi e alla violenza, è una patologia dell'anima... » 12• A queste osservazioni si potrebbe aggiungere che la diffusione, la forza del pacifismo assoluto è certamente un dato di fatto che fa riflettere e impone un 'approfondita ricerca delle sue cause vicine e lontane, sia pur rimarcando bene la ctifferenza tra la doverosa, concreta, diuturna azione diplomatica di un Governo per prevenire i conflitti e spegnere i focolai d' incendio, e posizioni che troppo spesso assomigliano a un disimpegno e di fatto coincidono con quel culto del «particulare» che agli italiani non ha mai portato prosperità e fmtuna. TI pacifismo non può coincidere con l'assenza di capacità militare da parte di uno Stato, assenza che invece può veicolare il disordine, e quindi incoraggiare conflitti interni e guerre. Fa ancora pensare, in proposito, quanto osservava Ercole Ricotti nel 1844, alla vigilia delle guerre per l'unità nazionale: che cioè dal 1300 al 1550 circa, le funeste compagnie di ventura, che vivevano cti rapine, devastazioni e prepotenze, nella Francia ormai unificata furono un fenomeno accidentale, secondario e temporaneo, mentre nell'Italia squassata da divisioni e lotte tra i vari potentati «fw·ono l' unica vera milizia durante due secoli» 13•

11 A. Pancbianco, Giochi di guerra e giri di valzer, «Corriere della Sera» del 15 febbraio 1998. " E. Ricotti. Op. clt.. l Vol. p. 14.


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2. L'ARTE MILITARE È SOGGETIA A EVOLUZIONI, RIVOLUZIONI O MUTAMENTI? Se l'impiego dello strumento militare continua ad essere legato alla necessità dell'uso della forza, occorre allora esaminare anche le modalità, i criteri, e per così dire la filosofia, aJJe quali detto strumento deve ispirare la sua vita e la sua azione. Ciò equivale a chiedersi, nel concreto, qual' è l'arte militare del nostro tempo, e, sulla base di questa, quale potrà essere l'arte militare del futuro. Per meglio rispondere a questi interrogativi fondamentali, è opportuno indicare anzitutto che cosa intendiamo per arte militare e quale metodica intendiamo seguire per individuarne i contenuti. Arte militare e arte della guerra specie in passato sono stati usati come sinonimi; oggi si usa di più - ma sempre assai di rado - il tennine arte militare, molto probabilmente per ragioni legate agli sgradevoli ricordi e alle reazioni indesiderate che suscita l'uso del termine guerra, tanto da essere bandito, non appena si può, dal linguaggio ufficiale. Certo, si è costretti a parlare - non se ne può fare a meno - di guerra del Golfo e delle Falkland, o nell'ex-Jugoslavia; ma se si deve studiare il fenomeno in sé si tende a usare altri vocaboli, come se non parlare di guerra servisse a scongiurarla. Al posto di arte militare (o della guerra) oggi nel linguaggio corrente è assai diffuso l'uso del termine strategia, che in sostanza compendia ciò che concerne le grandi linee per l'impiego dello strumento militare, e al tempo stesso va acquistando un significato sempre più largo e quindi indistinto, che lo porta a essere usato nei più diversi settori della società. Ritorneremo su questo argomento-chiave: ma intanto l'uso del termine arte militare sembra rendere meglio la complessità e varietà della problematica che vogliamo trattare, perché se tutto concorre a formare, a definire una strategia, la strategia stessa in prima approssimazione è utilizzazione, finalizzazione di molteplici apporti e branche di studio che non le appartengono; è come la punta di una lancia, la cui asta o impugnatura è rappresentata appunto dalla problematica militare in tutte le sue sfaccettature. Si parla, oggi, comunemente, di pensiero strategico e pensiero militare; di problema strategico e problema militare; di branca strategica e branca militare: evidentemente l'aggettivo «militare» è più onnicomprensivo di «Strategico» e rende meglio il peso oggi assunto da talune branche di rilevante impatto sociale. Il Maresciallo Marmont (1845) ha distinto tra arte militare- vista come


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insieme di cognizioni necessarie per organizzare e portare al combattimento un esercito - e genio della guerra, che consiste «nella capacità di applicarle a proposito, di scorgere le migliori combinazioni con sicurezza e prontezza, in mezzo ai pericoli e alla crisi» 14 • Ecco, oggi la strategia - e gli studi su di essa incentrati - corrispondono, al genio della guerra; sono quindi cosa diversa dall'arte militare. Induce a preferire il termine arte militare anche il significato estremamente conlroverso di strategia, che dura fin dalla sua nascita. Al tempo stesso, questi due termini fanno subito emergere delle questioni lessicaJi sulle quali si sono spesso scontrati gli scrittori di ogni tempo, che attengono alle differenze tra pensiero (o studio, pianificazione, concezione) e azione, tra politico e militare, tra militare e attinente alla guerra. Vi è sempre stata notevole differenza tra arte militare e arte della guerra, anche se fino al 1940 diversamente da oggi era quest'ultimo termine ad essere più frequentemente usato. Per comprensibili ragioni legate alla trasformazione del concetto di guerra, questa differenza a tine secolo XX è aumentata. L'aggettivo «militare» ha un significato assai più ampio rispetto al termine «della guerra», che pure in esso è racchiuso. Attiene a tutto ciò che in senso lato riguarda l'Istituzione militare anche nelle vicende di pace; dunque per questo solo fatto è preferibile, specie oggi, parlare di arte militare e non di arte della guerra. Ambedue queste arti, comunque, si differenziano dal concetto di scienza e di scienza mmtare (e/o della guerra), rimanendo al tempo stesso ad esso legate. Nell'arte è insito il concetto dell'operare, dell'attività pratica; per arte in genere si intende (Dizionario Garzanti) «attività umana che si compie con l'ingegno e secondo regole dettate dall'esperienza e dallo studio»; l'arte ha dunque carattere applicativo, cioè applica delle norme o regole, delle tecniche e delle teorie. Scienza invece non è attività, applicazione pratica, ma comporta un complesso organico di conoscenze: «complesso organico e sistematico delle conoscenze che si posseggono intorno a un determinato ordine di fenomeni» (Dizionario Garzanti), o, meglio ancora, «Complesso dei risultati dell'attività specificativa volta alla conoscenza di cause, leggi, effetti intomo a un determinato ordine di fenomeni, e basata sul metodo, lo studio e l' esperienza» (Dizionario ZingarelJi).

" Maresciallo Marmont, Dello spirito delle lstiwzioni militari (1845), Firenze, Le Monnier 1939. p. 138.


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Se ne deduce che per scienza militare si può intendere «il complesso delle cognizioni teoriche necessarie per preparare, organizzare, conservare e impiegare la forza militare». Arte militare è più propriamente il passo successivo, che si riferisce ad applicazione della teoria; è in sostanza una guida per la concreta applicazione delle predette cognizioni, fornisce degli orientamenti per l'attività militare. Comporta quindi anche delle scelte, delle opzioni ben precise nei vari campi in cui si suddividono le scienze militari, avendo però sempre di mira l'impiego delle forze. Le espressioni scienza della gue1Ta e arte della guerra (quest'ultima più frequente) si riferiscono a un campo più ristretto, cioè aJla preparazione, organizzazione e condotta operativa delle forze sul campo di battaglia. Anche se la guerra - o meglio, l'impiego deJlo strumento militare non può non essere in ogni tempo il fine ultimo dell'organizzazione militare, lo studio d eli' impiego delle forze non esaurisce il sempre più vasto campo delle cognizioni e delle correlate attività di interesse militare di una Nazione. Già durante la prima guerra mondiale con arte militare veniva generalmente indicato quanto si riferiva allo studio e aH' insegnamento dell'impiego dello strumento militare. Questo perché, come ben dice un'opera sul lessico militare del 19 16, «l'arte militare è la scienza in atto; questa è il pensato; quella il pensiero attuato. L'appellativo di arte militare è nel comune linguaggio più abituale che quello di scienza; e ciò non già perché si voglia negare alle cose della guerra il fondamento scientifico, ossia l'immutabilità dei princìpi fondamentali, ma perché La denominazione di arte meglio si accorda allo scopo pratico essenziale degli studi militari; che non è già lo speculare, ma L'insegnare a fare, cioè a vincere. Ma La scienza della guerra è anche arte nel senso più elevato della parola, perché non basta il formulario scientifico per trattare della guerra in tutte le sue manifestazioni; questo formulario è bensì indispensabile, ma rappresenta solo ciò che nella pittura è la tecnica dei colori e nella musica quella del contrappunto; occorre anche una certa genialità creativa, un certo intuito della divinaz.ione... » 1s. In altre parole, la rispondenza di qualsiasi formulazione teorica si può verificare solo ali' atto d eli' impiego effetti vo delle forze; a sua volta l'impiego potenziale di tali forze sarà tanto più efficace, quanto

" A.A.Y.V .. Lessico Militare Italiano (Vol. l}, Milano, Yallardi 1916, p. 168.


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più vi saranno fondate o provate ragioni per far ritenere che tale impiego effettivo sarà a sua volta efficace. A questa ragione primaria - che induce a parlare di arte anziché di scienza o tecnica militare - se ne aggiunge una seconda. Nel senso compiuto del termine, una scienza, per ordinare in modo organico e sistematico la materia che rientra nel suo campo di indagine, ammette generalmente dei princìpi verificabili e sperimental mente riconosciuti, princìpi che, come si è visto, il Lessico militare italiano riconosce anche per la scienza militare. Ma in ogni tempo, i pareri sull'esistenza o meno di princìpi costanti anche in campo militare e soprattutto su lla loro effetti va valenza sono stati vari e spesso contrastanti . Nel secondo dopogueJTa ( 1950) il comandante Alberini ha fornito un metro di giudizio che sottolinea la natura di scienza incompleta (se non addirittura di arte pura) della guerra: «che il fare la guerra costitui-

sca opera d'arte è cosa generalmente amrnessa [... }Scopo della scienza è solo il conoscere e non l'insegnare a fare. La Scienza[... } ricerca i rapporti di causa e effetto attraverso l'uniformità dei fatli, formula delle leggi. Nella guerra tutto è incerto e aleatorio. In essa agiscono largamente forze ed ejfelli morali, cioè imponderabili [... ] Un evento della guerra non si ripete mai nelle identiche condizioni: come si fa a parlare di una scienza della guerra?{... } L'arte invece non ha lo scopo di proporre ipotesi, di costruire teorie, di dellare leggi entro cui i fttlli devono muoversi docili e obbedienti; il suo scopo è non sapere, ma fare, il suo regno è l'immediatezza e in essa opera e crea. L'arte è intuizione (B. Croce) e l'arte della guerra è appunto intuizione. Arte dunque e non scienza. Aggiungiamo anche: arte e non tecnica. La tecnica è costituita da un complesso di cognizioni disposte e indirizzate ad uso dell'azione pratica e cioè del fare; ma non è l'arte / ... ] Per comprendere esattamente il conce/lo di arte, bisogna depurarlo di qualsiasi tecnica. È bene che il poeta conosca la metrica e il comrappunto, che però non erano in alcun modo la poesia e la musica» 16• Vi è parecchia verità in quanto afferma l' Alberini; ma il linguaggioe il linguaggio militare in particolar modo- più che a purisrni o sottigliezze lessicali ha sempre corrisposto a ben definite esigenze pratiche e persino attinenti al morale degli uomini, a loro volta derivanti da un pre-

6 ' R. Albcrini. Riflessioni sulla guerra come arte. «Rivista Marittima» marzo 1950. pp. 535-550.


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ciso contesto politico-sociale. La distinzione di massima tra scienza e arte militare ha tuttora una sua ragion d'essere, anche se si deve ammettere che essa non è netta e univoca. Quanto afferma l' Alberini, tuttavia, è una ragione in più per parlare di arte militare a preferenza di scienza o tecnica militare o scienze militari. Così facendo meglio si fa emergere il carattere dì filosofia dell'azione che tale arte assume; e si esalta anche l'importanza dell ' intuito, tutto artistico, della capacità di previsione della leadership in una branca in cui un peso preponderante assumono la tematica della guerra futura, la valutazione dell'effettivo rendimento in guerra di un materiale, di un Capo, di un'unità, il calcolo dell'efficienza delle forze nemiche: tutti elementi che solo l'esperienza può fornire, ma solo quando non sono più suscettibili di applicazione immediata. Per comodità di trattazione anche oggi si può considerare l'arte militare come scomposta in arte militare terrestre, marittima e aerea: ma questo non può far dimenticare che specie dalla prima guerra mondiale in poi le interconnessìoni strategiche e tattiche, nel campo della preparazione militare, degli armamenti ecc. tra una Forza Armata e l'altra, sono diventate sempre più frequenti. Dunque la forza delle cose impone un approccio interforze alla problematica militare in genere, e non solo dell'impiego operativo delle forze: senza tale approccio anche questioni solo apparentemente dì Forza Armata corrono il pericolo di perdere molti dei loro interfaccia, dunque di risultare falsate e di prestarsi a strumentalizzazioni di parte e a soluzioni inadeguate, a tutto danno delle singole Forze Armate. Un'altra questione da affrontare in via preliminare è se, in senso generale, si possa o meno parlare di evoluzione dell'arte militare (e quindi anche di involuzione, o di rivoluzione): tutti termini che assumono un significato ben preciso e che hanno implicazioni teoriche, pratiche e metodologiche assai profonde, le quali vanno molto al di là della pura dimensione lessicale e contribuiscono notevolmente a chiarire la vera natura degli odierni conflitti , «caldi» o meno che siano. Rivolu<:ione è un termine assai impegnativo: comporta un mutamento improvviso, radicale e irreversibile, un taglio netto rispetto al passato; dà inizio a una fase nuova, presuppone delle soluzioni di continuità larghe e evidenti; è insomma, «la trasformazione rapida e radicale di un assetto, di un sistema (per effetto di nuove scoperte, dell'applicazione di nuove metodologie.)» (Dizionario Garzanti). Dunque una rivoluzione tende a rifiutare l'apporto di un passato anche vicino, chiude un'era e ne apre un'altra; il tutto in poco tempo. L'evoluzione è, al


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contrario, caratterizzata dalla continuità e dalla lentezza: è «sviluppo lento e graduale; svolgimento da una forma all' altra, generalmente piiì completa e perfetta» (Dizionario Garzanti); si può correttamente parlare di evoluzione del pensiero, della società, della scienza. Involuzione è il contrario di evoluzione: significa percorrere un cammino contrario a quello di evoluzione, «il regredire a caratteri meno complessi e perfetti ; declino, decadimento» (Dizionario Garzanti). Nel campo militare iJ temune rivoluzione, nonostante le sue implicazioni radicali, è stato frequentemente usato. Si è parlato e si parla di rivoluzione dovuta alle armi da fuoco, all'arte militare napoleonica, alle ferrovie, alla propulsione a vapore e alle corazze delle navi, alla nUtragliatrice abbinata al reticolato, all'aereo (Douhet), al sommergibile, ai gas, al carro armato, all'arma atomica. L' ultima rivoluzione, secondo taluni, è avvenuta dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, con la riconversione degli strumenti n1ilitari a un ruolo «di pace» ecc .. Dopo aver notato che le cosiddette rivoluzioni in campo militare possono essere dovute sia all' introduzione di un nuovo sistema d'arma che a fenomeni politico-sociali (tipici, appunto, i casi della Rivoluzione Francese e della caduta del muro di Berlino), se si percorre a volo d'aquila la storia e si inserisce ciascun evento in quelti precedenti e successivi ci si rende conto subito che le rivoluzioni militari vere e proprie, complete, autentiche, sono state assai poche, e forse non si sono mai verificate; in ogni caso, non sempre e non necessariamente a una rivoluzione politico-sociale consegue una rivoluzione militare. L'introduzione delle armi da fuoco- o della vela, o della propulsione a vapore - è stata in realtà graduale; ha dunque avuto effetti graduali sulla tattica, sulla fortificazione, sulle costruzioni navali; la strategia terrestre e navale ne ha risentito ancor meno. Fino al1914 il modello strategico prevalente nell'esercito tedesco è stato la battaglia di annientamento di Canne e ovunque, anche nel XX secolo, gli Stati Maggiori si sono ispirati alla «guerra di movimento» di stampo napoleonico, e se vogliamo pre-napo1eonico (Federico II di Prussia). La guerra di trincea e di logoramento del 1914-191 8 è stata solo una parentesi; tuttavia, anche per il numero elevato delle perdite, essa ricorda la guerra di secessione americana 1861-1865 17• Dal 1919 in poi è tornato a prevalere, come nel periodo 1870-1914, il modello della

" Cfr., in merito, R. Luragh i, L'ideologia della guerra industriale 1861 - 1945. «Memorie Storiche Militari», Roma, SME- Uf. Storico 1981. pp. l 69-190.


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guerra eli movimento napoleonica, che nel 1940-1941 ha trovato nelle divisioni corazzate germaniche una nuova lancia. Ma le battaglie di El Alamein, eli Stalingrado ecc. dal 1942 in poi (così come la campagna d' Italia 1943-1945), nonostante l'aereo e il carro armato non sono state che un ritorno alle battaglie e alla guerra di logoramento del 19141918: nel suo complesso tale è stata anche la seconda guerra mondiale, durata più della prima..... Dunque: alla «rivoluzione» del 1915, è forse seguita La «rivoluzione» del 1940-1941, per poi tornare al 1915 con l'«involuzione» del1942-1 945? Si può parlare, allora, di evoluzione, di passaggio graduale da una forma all'altra? L' Alberini, per il quale la guerra è solo arte, non ba dubbi: «i mezzi della guerra si perfezionano (perfettibilità tecnica); l'arte della guerra varia, ma non si può dire che progredisce. Parlare di evoluzione dell'arte della guerra, come si fa spesso, è un errore, come sarebbe errore parlare di evoluzione della poesia da Dante a Un garetti»18. Se è per questo, non c'è rivoluzione - o evoluzione - nemmeno nella pittura. Scrive il celebre critico d'arte Ernst H. Gombrich, parlando della pittura italiana del XIII secolo: «Si è soliti iniziare con Giotto un nuovo capitolo; gli italiani erano convinti che un 'epoca completamente nuova nell'arte era cominciata con l'apparizione di quel grande, e vedremo che avevano ragione. Ma, nonostante tutto ciò, può non essere inutile ricordare che nella storia non vi sono capitoli e inizi nuovi, e che non si toglie nulla alla grandezza di Giotto rendendosi conto che i suoi metodi devono parecchio ai maestri bizantini, e i suoi fini e il suo orientamento ai grandi scultori delle cattedrali nordiche[. .. ] Erano mille anni che non si era fatto niente di simile. Giotto aveva riscoperto l'arte di creare su una superficie piatta l'illusione della profondità» 19• Se ne dovrebbe dedurre che anche la strategia, la tattica, o più in generale l'arte militare, non si rivoluzionano, non si evolvono (cioè non sempre denotano un progresso lineare), ma piuttosto cambiano, senza mai rifiutare in toto i retaggi del passato. Questo naturalmente vale, quanto più esse si avvicinano all 'arte pura, alla quale fa riferimento l' Alberini. Ma, come si è visto, con arte militare si è spesso inteso indicare anche· un complesso di conoscenze nei vari settori che sono

1

~

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R. Alberini , Art. c il .. Allegato a «La Repubblica» del 2 1-22 febbraio 1998.


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utili sia per la preparazione che per l'i mpiego dello strumento militare: dunque da questo punto di vista l'impiego del termine evoluzione non si può sempre categoricamente escludere, così come non l'banno escluso, fino a oggi, gli scrittori militari. Ciò non toglie che il termine più corretto, da usare con maggiore frequenza anche quando si parla di tattica e strategia, è mutazione. Lo ha messo in evidenza meglio di tutti nel 1941 il generale deJJ' aeronautica Amedeo Mecozzi, tra i massimi scrittori di strategia aerea del secolo: «a) La parola "evoluzione" potrebbe essere considerata non obiettiva, perchè presuppone un giudizio di "progresso"; meglio sarebbe "parlare di mutazione". b) Le mutazioni non sempre sono state volontarie e più genericamente, non dipesero da constatazioni di un vantaggio da conseguire o da un inconveniente da evitare; dipesero dalla diversità politica, geografica, stagionale, eccetera, delle successive situazioni; dipesero dalla disponibilità di mezzi (in ispecie e quamirà) e dal tempo che occorre per provvedeme di specie diversa e in quantità appropriata; dipesero sopra/lui/o da preconcelli dollrinari che talvolta resistono anche all'insegnamento dei fatti. c) In particolare le mutazioni nel campo srrategico si collegano strettamente alle mutazioni nel campo tallico e viceversa, quali che siano le cause determinanti dell'uno e dell'altro gruppo di mutazioni; anche se siano subìte piutrosto che deliberate. d) Il constatare che una delle parti belligeranti ha attuato una mutazione nell'impiego, non può far indurre che quella mutazione sarà perdurante. Il constatare le muta-;.ioni avvenute è vano studio se non si deducano le mutazioni avvenire possibili e ancor meglio quelle desiderabili. e) Possono essere desiderabili anche mutazioni che alla pura logica dottrinaria non sembrino tali, qualora si adeguino a (logiche o illogiche) mutazioni del nemico»20• Solo se si tiene conto di questa riflessione di Mecozzi si può evitare di definire decadente - e frutto di una involuzione che il vero militare non può che deprecare- l'arte militare di oggi: che limita al massimo

m A. Gen. Mecozzi. Evoluzione dell'impiego dell'avia-:,ione nell'anno 1941 (Supplemento alla «Rivista Aeronautica>> n.l2- dicembre 1941). Roma. Ist. Poi. dello Stato 1941.


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l'uso effetti vo dello strumento militare, che non vuole - come ai bei tempi di Federico di Napoleone e del Blitzkrieg - la vittoria, la debelLatio dell'avversario.... È forse decadente anche la politica che la ispira? In definitiva l'ambiguità del termine «arte militare» è insopprimibile. L'arte militare non è solo arte; è al tempo stesso studio, conoscenza, esperienza. Ma anche dalle riflessioni del Mecozzi si deduce che l'aspetto in senso lato artistico è preminente, senza con questo consentirne la piena assimilazione con la scrittura, la pittura, la poesia ecc., cioè con le attività umane che si limitano a creare opere alle quali si riconosce un valore estetico. No: l' arte militare è qualcosa di più, di molto più complesso. Non si limita a fornire all'uomo dei meri strumenti di contemplazione e di godimento estetico, ma opera sull'uomo, fa leva sui suoi sentimenti, sulle sue passioni, intende farlo agire con molti altri per uno scopo comune e in situazioni di pericolo, nonostante il suo naturale spirito egoistico e di conservazione; è costretta a tenere continuamente conto dell'ambiente e delle reazioni dell'altro; deve continuamente misurarsi con fattori che sfuggono al calcolo esatto. Incide sulla realtà politico-sociale e economica; è filosofia dell'azione; ma cosa ancor più difficile, non si limita a definire i lineamenti dell'azione di chi la concepisce, ma è rivolta soprattutto a far agire masse d'individui, il tutto in presenza di imprevedibili reazioni dell'avversario che il Capo deve pur considerare a priori, e fronteggiare con tempestività azione durante. Infine, come se ciò non bastasse, richiede la fusione in unico complesso dell' uomo e del materiale e dunque anche della relativa, complessa problematica, che impone la ricerca di equilibri e la definizione di organi e dei loro rapporti ..... Si deve dunque ammettere che l'attività artistica militare, l' intuito artistico del Capo, la sua creazione, la sua attività quotidiana si esercitano in campi ben diversi e speciali rispetto alla normale attività artistica. Le analogie con tale attività esistono, ma hanno confini invalicabili. Quando si opera sui sentimenti umani, quando si tratta di ordinare e muovere delle masse, le parole «progresso» o «decadenza» hanno valore relativo; per questo la parola «mutazione» proposta dal Mecozzi è quella più rispondente o - se si preferisce - la meno imperfetta. L'arte militare è soggetta a troppi condizionamenti, deve affrontare troppe contingenze per avere un percorso rettil ineo: anche parlare di evoluzione è dunque improprio: meglio si potrebbe parlare di corsi e ricorsi vichiani. La parola «mutazione» non impedisce di tener conto, sia pure in misura variabile, dell'eredità del passato; né d'altro canto

n.


Considera-.ioni preliminari

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impone di tenerne conto, o postula mutamenli irreversibili. Fino a che punto l'uomo, cioè l'oggetto, il motore principale dell'arte militare, è soggetto a mutamenti? Scriveva Caterina Il di Ru ss ia nel 1768: «Ottenere una vitroria è niente; una terra è già qualcosa; del denaro è tutto! l moralisti si adoprano per correggere i cattivi costumi: ma è poi sicuro che gli uomini siano peifettibili? Hanno peifezionato ogni cosa! Il sapere, le arti, persino la natura, ma l'uomo è rimasto sempre allo stesso punto. Omero ha raffigurato Ulisse, Agamennone, Calcante, Tersite! Non sembra forse che siano stati dipinti ieri? Altri ci hanno parlato dei Tito, dei Nerone [. .. ] Gli originali, ahimé, sono ancora in vita e non morranno mai!»21 • Una cosa è certa: rispetto al passato, l'uomo non è migliorato. rnvano abbiamo atteso e attendiamo l'«uomo nuovo» variamente vagheggiato e mai nato. Secondo la communis opinio di oggi, anzi, l'uomo è peggiorato, non ha più ideali, è più smarrito del passato perché non vive più in ordini sociali consolidati. Non ci sofferrniamo su considerazioni moralistiche; ma di questo dato sociologico primario bisognatenere conto, per definire con buona approssimazione la portata delle mutazioni subìte negli anni più recenti dell'arte militare. Gli equivoci, le inesattezze, le diverse interpretazioni dei suoi contenuti sono lo specchio di un'ambiguità e indeterminatezza secolari proprio perché insopprirnibili, rispecchiano la communis opinio- o meglio la speranza- degli scrittori militari d'ogni tempo, che essa possa essere ridotta a scienza con princìpi e regole certe, e come tale soggetta a un progresso lineare. Ma - su un piano più vasto e più a monte - tale «progresso» presupporrebbe quel determinismo storico e quella fede nelle ideologie totalizzanti, che oggi- è l'unico dato certo- nessuno più accetta. 3. ARTE MILITARE E STORIA: QUALI MUTAMENTI NEI SECOLI

XTXEXX? Con la fisionomia prima delineata, che intendiamo rispettare, l'arte militare si compendia nello studio delle mutazioni e dei riflessi che esse hanno avuto, hanno o potranno avere. Il grande storico Mare Bloch ha indicato come oggetto fondamentale della storia la spiegazione del cambiamento, perché «la storia è una scienza in divenire ed è per questo che

"· «Corriere della Sera>> del 18 dicembre 1997.


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è viva. Nulla è più appassionante e più degno d'essere divulgato della storia mentre accade». Bisogna dunque chiedersi: che cosa è veramente accaduto, che mutamenti effettivi ci sono stati nel secolo che sta per fmire? di conseguenza, quali sono i mutamenti che stiamo vivendo? Il secolo XX è il secolo delle guerre totali, giunte al loro estremo limite. Nella prima metà del secolo, quelle che a ragione sono state chiamate le grandi guerre civili europee; nella seconda metà la guerra fredda, dal 1989 (caduta del muro di Berlino) in poi gli anni di pace instabile e inquieta che stiamo vivendo, meglio definibile come «pace» tra virgolette. Dopo la fine di ciascuna delle guerre mondiali e dopo il 1989 molti scrittori militari hanno parlato di rivoluzione dell'arte della guerra; ai nostri giorni, Francis Fukuyama ha parlato addirittura di fine della storia. Più che la fine della storia, il 1989 ha senza dubbio segnato la fine della prospettiva di una sempre rovinosa guerra totale tra due blocchi di potenze, che ha segnato il secolo XIX e XX; il 1989 è stato dunque un mutamento di grande portata, destinato a segnare anche la storia - e la storia militare - del XXI secolo. Mutamento temporaneo o irreversibile? Rimane anche da chiedersi se oggi stiamo vivendo i postumi di una rivoluzione, oppure se anche in quest'ultimo e più importante caso- l'arte militare non può e non deve rompere con il passato. Domanda doverosa e carica di impli cazioni pratiche, perché è ben noto che l'Istituzione militare rappresenta la tradizione, la storia, quind i anche l'indole di un popolo. E nel caso che si arrivi alla conclusione che non si deve rompere con il passato, sorge un problema ancor più impegnativo: che cosa esattamente va conservato, e perché? Nella ricerca di una risposta si possono percorrere due strade. La prima è quella di compiere un esame il più possibile esteso di quanto i n I tal ia e ali' estero e particolarmente nella nazione-guida d eli' Occidente, gli Stati Uniti - negli ultimi anni si è detto della realtà attuale, mettere poi a confronto le varie opinioni e interpretazioni e trame delle conclusioni e deJle indicazioni per il futuro. La seconda è quella di cominciare a guardare al passato, al la storia del pensiero, delle idee, delle dottrine militari (con particolare riferimento a quelle nazionali), per poi esaminare se e che cosa rimane oggi valido, dunque innestando il presente sul passato, e il futuro sul presente. Il primo procedimento risente del culto del <<nuovo» e presenta il pericolo di condurre un ragionamento senza una base di partenza teorica salda e sicura, alla quale riferire i cardin i del pensiero di ciascun


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autore. Il secondo, al contrario, risente del culto dell'antico, può portare alla pretesa di applicare alla realtà attuale schemi , metodiche, impostazioni per così dire classiche, anzi millenarie, nate e valide quando la natura dei conflitti era ben diversa, quando ad esempio- prima delJ'arma nucleare - la guerra era di nazion i, tendeva a ll 'assoluto, mirava ancora a11a vittoria e non comportava la distruzione reciproca dei contendenti, o del mondo. Per evitare ambedue i pericoli - il «nuovismo» e il «passatismo» si tratta di saper ben di stinguere il nuovo dal vecchio, onde evitare, come si suol dire con colorita ma efficace espressione del linguaggio quotidiano, di «scoprire l'acqua calda», di ritenere cioè tipico della nostra epoca - e/o del nostro esercito - un connotato che non è tale. Questo vale sia nel campo del personale, sia nel campo operativo. Due esempi, tra i tanti, insegnano subito a diffidare da chi vuoi trovare delle novità a ogni costo. La sociologia militare, un'infinita serie di studi intendono oggi - a ragione - dare ai giovani ufficiali i ferri del mestiere, farne dei veri Comandanti. Ma il nocciolo duro dell'azione di comando è forse mutato? Si può rispondere fin d'ora: sicuramente no. Il Maresciallo Foch, uno degli artefici della vittoria francese nel 1914-1918, nelle sue memorie parla della sua esperienza di comandante di reggimento di arti glieria a fine secolo XIX: «l'esercizio del comando è certo il più grande piacere della vita militare, specie nel grado di capitano, per L'autorità che si esercita in tutte Le forme sull'uomo di truppa intelligente, devoto, attivo, qual'è il soldato francese, e nel grado di colonnello, comandante di un cotpo, per L'autorità che si esercita su un gruppo di ufficiali[. ..] e attraverso di essi, su tutto un reggimento che diviene presto L'immagine del proprio Capo [. .. ] Chiunque abbia un grado, ha oggi una parte indispensabile nell'azione; non basta più che esso sia reputato un soldato valoroso e perfettamente disciplinato, occorre che tutti riconoscano in lui un Capo illuminato e capace d'iniziativa»22 • Se a «soldato francese» si sostituisce «soldato italiano», tutto è perfettamente valido anche oggi. È ben noto che per comandare occorre anzitutto l'esempio: ma questo valeva anche per gli eserciti del passato, i quali pur rispecchiavano una società nella quale ai molti privilegi della nobiltà si contrapponeva l'estrema miseria della popolazione,

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Maresciallo Foch, Memorie, Mondadori. Milano 193 1. pp.22-23.


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delle classi più umili , da essa separate con fossati talmente profondi e invalicabilj, da delimitare e rendere incomunicabili due mondi più che due classi. Eppure, anche allora, davanti al dovere dj difendere la propria terra, davanti al pericolo tutti erano, tutti dovevano essere uguali, e anzi i privilegi di classe e di nascita imponevano doveri maggiori. Si è poi presentata la g uerra di trincea 1914-19 18 come un fatto nuovo, una rivoluzione che ha sorpreso tutti; ma i meccanismi della guerra, i doveri che essa impone ai Quadri prima che agli altri hanno vita secolare. Dimostra tutto questo, a cominciare dal valore dell 'esempio, la battaglia del Colle de ll ' Assietta (1747), dove le truppe piemontesi combatterono vittoriosamente contro superiori forze francesi salvando il Piemonte dall ' invas ione: «più violenta e più lunga fu la lotta alla testa deli'Assietta o ve due colonne francesi affiancate, giovandosi abilmente del terreno, giunsero al coperto sino a tiro di pistola dall'estrema tenaglia del trinceramento piemontese e si lanciarono poi alla baionetta sulla trincea con audacia grande e co11 mirabile vigore. Erano alla testa delle colo11ne due marescialli di campo (d'Amault e d'A11delot), li seguivano intere file di ufficiali che davano magnifico esempio di risoluto ardimento. Anche da parte piemontese l'esempio era dato dai Capi: il maggior generale Alciati, il brigadiere Martinengo, il tenente colonnello di S. Sebastiano, comandante del battaglione guardie, erano tra le loro truppe, sui parapetti, a respingere l 'attaccante. Il quale si aggrappò alle trincee, tentò di scalzar/e coi picconi, riuscì anche qua e là, sui fianchi, ad occupare temporaneamente qualche elemento, ma non potè mai prendere piede a/l'intemo dell'opera, grazie alla tenacia con cui i valorosi soldati delle guardie e di Casale si difendevano a colpi di baionetta e di sassate» 23 • A questo punto lo stesso comandante francese, cavaliere di Be llisle, afferrata una bandiera si portò in testa alle proprie truppe e cadde sul campo ... Dunque anche allora davanti al pericolo l' ufficiale, anche se di grado molto e levato, era tenuto a dare l'esempio; e davanti al pericolo, il diverso status sociale imponeva doveri maggiori alle classi dirigenti. La guerra di trincea ha avuto anch'essa tanti precedenti... Come si fa a definire, a caratterizzare il nuovo, se non si sa bene che cos'è stato il vecchio? Per «vecchio» ne l nostro caso intendiamo,

,, Col. A. Vacca Maggiolini,

211923, p. 89.

u1

battaglia de/I'Assietta. «Aicre Flammam» n.


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naturalmente, non un'arida descrizione di guerre e battaglie del passato, ma lo studio delle idee, delle dottrine, del modo di concepire la guerra e la pace, deJla figura dell'ufficiale e de l soldato del passato, degli ammaestramenti che di volta in volta sono stati tratti dall'esperienza delle guene. Del resto, anche a prescindere dai due esempi prima citati, già trattando del concetto di arte militare che è alla base delle nostre riflessioni abbiano ritenuto natw·ale, spontaneo, inevitabile riferirei anzitutto alla storia. La scelta di basarci sulla storia non è nemmeno tale: è una necessità oggettiva, è un passaggio inevitabile per capire e giudicare il presente, cosa che non può essere fatta senza riferirsi a una base certa: questa base non può essere che fornita dalla storia. Oltre che essere obbligata, tale scelta è tutt'altro che originale. Anche Benedetto Croce nel 1934 ha defin.ito «la storia vera e propria» come una storia nella quale «il presente rischiara il passato e il passato il presente, reciprocamente convertendosi e identificandosi». Per Croce, quindi, il passato è sempre «vi vo» e «presente», né la storia può essere accusata di inutilità, perché la riflessione storica «interviene sempre in ogni deliberazione e forma U transito ad ogni nostro operare»24 • Questo vale per la storia in generale: ma la storia militare? Basti qui ricordare che quando si tratta di modificare un organismo, una struttura, l'organico di una unità, delle norme addestrati ve o dottrinali, non si può prescindere dall 'esperienza del passato e non si può evitare di riscontrare gli inconvenienti, i vantaggi e svantaggi, i risultati che tale esperienza ha rivelato. In fatto di teorie e dottrine, poi, al meno fino al 1945, fino a quando è comparsa la bomba atomica, la strategia, la tattica, la logistica sono rimaste legate a doppio filo a lla storia, sia pur non senza inconven.ienti di un duplice ordine, che oggi vanno attentamente soppesati, proprio per dare alla dimensione storica il suo giusto peso, che non può essere quello di ieri. Il primo inconven.iente, che nel secondo dopoguerra ha avuto strascichi in senso opposto, è stato la diffusione di un concetto troppo specialistico di storia militare, fino all'ultima guerra principalmente concepita come materia professionale primaria per rn.ilitrui, che da essa traevano appunto sia motivi di esaltazione delle virtù militari e di orgoglio, sia gli exempla, i lineamenti per le strategie e dotttine. In tal modo

"' B. Croce, Ultimi Saggi, Bari, Laterza 1935, pp. 312-322.


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la storia militare- riservata ai soli militari o quasi- da una parte si prestava a occultare la verità con interpretazioni g iustificazioniste o retoriche, aventi lo scopo di commuovere o esaltare gli animi , diventava cioè la «storia oratoria» giustamente condannata dal Croce; dall'altra perdeva parecchi dei suoi interfaccia, che le potevano derivare solo dallo stud io dei legami con le altre «Storie», e in particolare con la storia generale e/o politico-sociale. A una storia militare monca corrispondeva così una storia generale ugualmente monca, perché lo storico non mi litare tendeva a ignorare o sottovalutare la dimensione tecnico-militare. Contrapposte tendenze condannate già nel 1934 dal generale Baldini , il quale lamentava che la storia genera le, tenuta a rappresentare nella sua più alta sintesi la vicenda della vita dei popoli, tralasciava per lo più di interessarsi degli istituti militari , anche dove era chiarissimo il legame con g li istituti economico-sociali e con la politica interna ed estera; e quando si trovava dinanzi a una g uerra, se la cavava nel modo più spiccio possibile trattandone incompiutamente senza cogliere il nesso fra fenomeni militari e fenomeni concomitanti, quasi con la fretta di chiudere una parentesi perturbatrice del nesso storicots. In tal modo, secondo il Baldini, lo storico politico trascurava i riflessi della pol itica sulla guerra, considerando quest'ultima «roba da militari»; e il militare, a sua volta, «rimaneva guardingo c reticente» per le cause di ordine extra-militare che influivano sulla guerra, considerandole «roba di politica». Per ovviare a questo inconveniente, il generale Baldini proponeva un «cameratismo scientifico» fra storici generali e militari, il quale al tempo «faceva difetto», perché «non è che mancasse una vaga sensazione della sua utilità; mancavano l'abito mentale e le necessarie cognizioni nella massa dei cittadini colti». Problema oggi superato? Il secondo inconveniente è dato dal peso eccessivo de ll a storia, c he tendeva ad alimentare il conservatorismo militare, facendo dire a taluni, con qualche ragione, che gl i Stati Maggiori te ndevano sempre a preparare le guerre del passato, rimanevano c ioè così attaccati alla base di partenza, da non potersene distaccare. In tal modo la storia e la tradizione, invece di concorrere alla ricerca di nuove soluzioni

>< Gen. A. Baldini. Ll1 Cultura militare nel quadro dellantlzione (in AA.VV., Aui della Societù Italiana per il Progresso delle Scie11ze, Roma , Società Italiana per il Progresso delle Scienze 1935. pp. l 56-158).


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equilibrate e vivificate dall'esperienza, finivano con il favorire i fenomeni di isteresi presenti in ogni organizzazione burocratica e gerarchica e insieme davano luogo a interpretazioni ad usum delphini di eventi che invece avrebbero potuto e dovuto essere fonte di salutare meditazione per il futuro. Gli inconvenienti e pericoli bastano forse a far scartare un metodo che per quanto detto prima è obbligato, e che potremmo chiamare critico-storico? Certo, non vogliamo certo cercare nella storia ricette per la strategia del futuro, come in effetti si è fatto in parecchi eserciti del passato con lo schematismo e il dogmatismo che la stessa organizzazione militare di pace favor isce. C'è però modo e modo di fare, di interpretare la storia: non si tratta di rinunciare a interpretarla, ma di interpretarla correttamente. Ci conforta, comunque, constatare che sulla storia ha ad esempio basato le sue teorie di fine secolo XIX l'ammiraglio americano Mahan, ancora oggi studiato ed esaltato nelle Accademie navali per le sue concezioni sul potere marittimo e la strategia, che tuttora sono alla base della politica militare e navale degli Stati UnitF6 • E per rimanere in campo nazionale, i due maggiori scrittori militari degli anni Venti- il colonnello (poi Maresciallo d'Italia) Ettore Bastico e l'ammiraglio Romeo Bernotti, a lui unito da vincoli di amicizia27- hanno tratto dallo studio del passato, e in particolare degli eventi della prima guerra mondiale, il materiale di base per costruire una nuova dottrina e per definire i lineamenti della guerra futura, che già allora appariva all'orizzonte. Nel 1924 il colonneJlo Bastico indicava come concetto informatore della sua dotta opera L'evoluzione dell'arte della guerra il motto del Principe di Ligne ( 1735-1814) «studiando il passato, si lavora per l'avvenire» e scriveva nella Prefazione: «La presente situazione rispetto all'Arte della Guerra potrebbe perciò così. sintetizzarsi: da una parte L'esperienza del recente passato, per quanto vasta e profonda, non è tuttavia sufficiente a determinare con certezza la via da seguire nei riguardi del futuro; dall'altra La nuova fisionomia della lotta spinge necessariamente alla ricerca di nuove forme belliche;

'"- Cfr., in merito, specialmente A.T. Mahan. L'Importanza del porere marirtimo per gli interessi degli Stati Uniti ( 1897), Roma, Ed. Forum di Relazioni Internazionali 1996 (a cura di Ferruccio Botti). n. Cfr. Col. E. Bastico. L'Evoluzione dell'arte della guerra, Firenze. Carpigiani e Zipoli 1924: Cap. Vascello R. Bernotti, La guerra marittima. Li vorno. Giusti 1923.


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forme cioè che servano a meglio e più intensamente sfruttare non solo il prezioso e insostituibile elemento uomo, ma anche tutti i mezzi che la feconda e geniale attività umana ha già creato e potrà creare, quali elementi accessori ma necessari e potenti di lotta. Ora, dato questo particolare stato di fatto in cui ci dibattiamo, uno studio il cui campo di indagine è offerto più che altro dal passato, potrebbe sembrare se non del tutto vano per lo meno supe1jluo: ma sarà sufficiente di soffermarsi alcun poco sull'argomento, cercando già di dare nella nostra mente veste e sostan-:.a allo studio da compiere e di anticiparne le conclusioni, perchè ogni dubbio al riguardo si dilegui. Se infatti l'esame sereno ed obbiettivo del passato varrà a farci maggiormente convinti che ad onta di ogni progresso umano e di qualsiasi peifezionarsi e moltiplicarsi dei me-:.zi di offesa e di difesa, l'uomo resta sempre il fattore primo e decisivo del successo; che nonostante ogni nuova fisionomia par-:_iale o generale assunta dalla guerra nel volgere dei tempi, la sua condoua è sempre stata governata da pochi principi generali, taluni dei quali quasi astratti, tutti impossibili a costringersi in formule ed in assiomi, ma non per questo meno certi, evidenti ed immutabili nella loro sostanza; che le organizzazioni militari sono irzsite al vivere sociale e perciò progrediscono o retrocedono, si rafforzano o si indeboliscono di pari passo con esse; che infine le più notevoli innovazioni o rinnovazioni in fatto di forme e procedimenti bellici, sono state quasi sempre in tutti i tempi frutto immediato od indiretto di un precedente movimento intellettuale; noi avremo già in certo qual modo fissati i limiti entro i quali costringere le nostre indagini; determinate le vie maestre da battere per raggiungere più direllamente e sicuramente la mèta; e dimostrata a priori l'utilità di ogni studio che miri a creare quella nuova dottrina militare, che dovrà, in wz avvenire più o meno lontano, essere guida sicura nella condotta della guerra e fattore indispensabile di successo»2K. Anche l'ammiraglio Bernotti nel 1923 per indicare i li neamenli della guerra marillima del futuro scriveva: «i metodi di una guerra

futura non saranno La ripetdone di quelli della guerra recente, perché ogni situazione guerresca costituisce w1 caso particolare e l'evoluzione dei mez-:.i bellici può imporre profondi mwamenti nella condotta della guerra; occorre non dimelllicare che nel recente conflitto i mez;:.i pitì

"' E. Baslico, Op. cii.. Vol. l pp. 4-5.


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nuovi hanno assunto importanza imprevista [. .. ]Non bisogna irrigidirsi nella visione della guerra di ieri, ma ciò non esclude la necessità di riferirsi ad essa, cercando di stabilire come risulti modificata la dottrina marittima dell'anteguerra [cioè del periodo precedente la guerra 1915-1918- N.d.a.]; soltanto in questo modo potremo dare una base al nostro ragionamento, per spingere lo sguardo verso le forme che potrà assumere la guerra nell'avvenire [. .. ] Ogni nuovo mezzo fu sempre accolto con estrema diffidenza. Giustamente un nostro ufficiale, a proposito delle odierne discussioni sull'avvenire degli aerei ha ricordato che "quando apparvero le prime armi da fuoco i cavalieri ne risero, e quando apparve il motore a vapore sulla nave gli scettici non furono meno feroci. .. ". Ma un mezzo offensivo non è sufficiente a produrre la condanna di un altro, per quanto possa renderne pericoloso l'impiego, ove il mezzo preesistente risponda a una funzione di carattere diverso dal mezzo nuovo; questo è assiomatico... »29 • Dopo la guerra 1939-1945, nonostante l'avvento dell ' arma atomica e il mutato assetto interno e internazionale che spinge ad accantonare tutto ciò che è militare, il Bernotti non ha cambiato affatto idea... Nel 1960 ha trattato della «Strategia come studìo»30 e, in linea generale, ha ribadito che «la critica storica è l'elemento stimolante dell'immaginazione, in quanto sviluppa la capacità di concezione e dì orientamento di fronte alle nuove possibilità. Così deve essere inteso il famoso detto napoleonico «l'ispirazione spesso non è che una reminiscenza». E affrontando più nel concreto i mutamenti della strategia, in relazione al progresso tecnico richiama questa osservazione del Brassey (The Armed Forces Year Book - 1959): «troppo spesso, nei passati 500 anni, un singolo mezzo di sviluppo tecnico, la dreadnought [cioè la grande corazzata monocalibra, la <<nave assoluta» che ha dominato la guerra marittima dai primi anni del secolo fino al 1941 - N.d.a.], il carro armato, il velivolo bombardiere, la bomba atomica, sono stati considerati dalla opinione pubblica come capaci di risolvere tutti i nostri problemi strategici, che invece non ammettono panacee. La politica della difesa occidentale ha assunto caratteri di crescente complessità; ifattori tecnici che su di essa influiscono sono divenuti difficili a capire per i non esperti»; perciò occorre diffondere i concetti su cui è basata.

29

R. Bernorti, Op. cii., pp. 213, 301, 303.

"' «Rivista Marittima>> marzo 1960.


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La preparazione all'arte della guerra - prosegue il Bernotti richiede nei Capi un addestramento non soltanto tecnico, bensì morale e spirituale, mediante l'esame di concrete situazioni belliche. «È un errore i l credere di poter dare l'ostracismo alla storia, sal vo ad attingere da essa alcune citazioni a sostegno di determinati argomenti». Egli torna perciò a proporre per lo studio della strategia più o meno la stessa metodica da lui suggerita, subito dopo la prima guen·a mondiale: a) l'analisi delle dottrine strategiche del periodo precedente la guerra 1939-1945; b) l'eredità strategica della guerra; c) i mutamenti avvenuti nei mezzi di guerra e l'apprezzamento della situazione strategica del momento; d) «le nuove possibilità strategiche guerra globale e guerra limitata». Infine, nelle sue memorie del1971 il Bernotti- come già nel secolo XIX avevano fatto numerosi scrittori terrestri e navajj, e lo stesso Mahan- ha esposto le ragioni che anche nell'era atomica rendono indispensabile l'ancoraggio della strategia alla storia: «specialmente nella Marina [ma questo non vale solo per la Marina - N.d.a.] molti cosiddetti uomini pratici si vantano di ignorare la storia, perché i falli non si ripetono mai allo stesso modo. Io sostenevo invece (e ancora cosi penso) che occorresse abituarsi a riflellere sulla storia delle condizioni strategiche per acquistare l'abitudine a ragionare nei casi concreti. Coloro che sono scettici nei confronti della storia credono che basti attenersi al cosiddetto metodo, ossia alle norme dì massima prestabilite per l'apprezzamento logico della situazione. Ma in tal modo incorrono nell'errore di credere che esistano regole di tipo cartesiano per definire la via logica della condotta della guerra. Le norme regolamentari sono soltanto suggerimenti generici; esse sono poco significative per chi non ha la mente preparata. In altri termini, chi non è abituato a leggere libri di strategia, ossia a ragionare su problemi strategici, si troverà inevitabilmente disorientato nel caso reale complesso [. .. ] Nel caso concreto, quanto più la mente sarà educata nella luce della storia, tanto più il ragionamento potrà riuscire spontaneo e tempestivd 1• Fa d'uopo, ora, chiarire ulteriormente di quale tipo di storia abbisogna l'arte militare per cercare le fondamenta, l'ispirazione. Non certo una storia ridotta ad arida e asettica descrizione degli avvenimenti, a

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Amm. R. Bernotti. Cinquant'anni nella Marina Militare, Milano, Mursia 1971,

pp. 133-134.


Considerazioni preliminari

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nozionismo più o meno annacquato, una storia frutto dell'illusione tipicamente positivista di taluni studiosi del secolo scorso, i quali ritenevano che la missione dello storico dovesse limitarsi allo scrupo.loso accertamento dei fatti sulla base dei documenti esistenti negli archivi. Si tratta di un'illusione: perché - come ha osservato di recente il Le Goff - il concetto di documento storico va inteso in senso molto più vasto, comprende tutte le manifestazioni del vivere quotidiano (du nque- noi osserviamo - anche la letteratura, e la letteratura militare, di un dato periodo). E giustamente lo stesso Le Goff osserva che l'assenza o la rarità in un archivio di documenti su un dato periodo o evento, e/o la loro sovrabbondanza, in genere non sono certo casuali, vogliono dimostrare, dire (o non dire) qualcosa32•••• È certamente indispensabi le conoscere bene gli avvenimenti; ma è ancor più necessario, specie per i Quadri militari , conoscere la lezione che essi contengono, cioè l'eredità di una guerra in tutte le sue manifestazioni , a cominciare dalle teorie o dottrine militari che l' hanno preceduta, e che in essa banno subìto un collaudo, e non infrequenti smentite. L'aspetto più importante della storia militare è dunque il divenire delle teorie, delJe filosofie che presiedono all'impiego e quindi alla formazione delle strutture militari, sulla base delle esperienze di guerra e di pace man mano acquisite e della situazione politico-sociale. Si tratta, in altre parole, di fare della storia delle idee, disciplina che - come osserva il grande storico del dopoguerra Luigi Firpo per la storia delle idee politiche- anche in campo militare rappresenta «un grande immunizzante contro il semplicismo delle ideologie e contro l'appiattimento di ogni questione alla misura emotiva del contemporaneo». In effetti, anche in can1po militare esiste un semplicismo delle ideologie; ciò avviene ed è avvenuto, con gravissimi inconvenienti quando si erigono a dogma o a postulato indiscutibiJe, delle teorie e dottrine nate in altre epoche, in altri contesti politico-sociali e internazionali, per altre Nazioni; ed è ben strano che anche nei nostri giorni, caratterizzati dal tramonto delle idee politiche, si trovino nella letteratura militare non infrequenti accenni di comodo a teorie d'altri tempi, ancora ;iste come immutabile obelisco al quale è doveroso rendere omaggio, erché pretendono di rimanere al centro della riflessione storica.

" J. Le Goff. Voce «Documento/MonumentO>> in «Enciclopedia Einaudi>>. Torino 1978, Vol.

v pp. 38-48.


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Per altro verso, la storia delle idee richiede un'indagine critica su uomini, eventi, soluzioni ed esperienze del passato che all'atto pratico è tutt'altro che agevole e può essere poco apprezzata, magari perché ritenuta nociva al prestigio dell'Istituzione e della leadership. Scriveva nel 1930 il generale Roberto Bencivenga, autore di un Saggio critico sulla nostra guerra (cioè sulla guerra 1915-1 918) nel quale, come dice il titolo stesso, nonostante la vittoria non risparmia fondate critiche alla Jeadership: «l'indagine critica è l'unico mezzo per trarre insegnamenti dalla storia. Troppo spesso l'educazione servite, o la polemica a scopo partigiano tendono a deformare la verità; a sostituire la leggenda alla realtà; a nascondere errori; a ingenerare false idee nella formazione del pensiero operativo. Ciò non solo non contribuisce alla preparazione spirituale degli uomini, cui domani il Paese dovrà affidare la guida nel compimento del proprio destino; ma neppure all'educazione delle masse popolari, ogni giorno più partecipanti alla vita della nazione. Bisogna che il popolo sappia, che incertezze ed errori sono insiti nella natura umana [. .. ]. È del resto noto l'aforisma "in guerra vince chi fa meno errori". Ed errori commisero anche i più grandi condottieri davanti La storia [. ..]. La critica, quando serena e imparziale, concorre a elevare la figura del condottiero, mettendo in Luce le difficoltà dell'impresa» 33• Nel 1931 anche il generale Francesco Saverio Grazioli riteneva necessario porre a base delle future dottrine «la utilità somma, anzi la necessità, di conservare genuina in noi, la immagine viva, precisa, pittoresca se occorre, della guerra reale, così come noi l'abbiamo vista, sentita, vissuta». Per fare questo, non sono sufficienti, anzi sono controproducenti, «i' oratoria commemorativa ufficiale», «il racconto dalla viva voce dei reduci», «le relazioni militari ufficiali». Nemmeno quest'ultime, perché chi scrive ad azione compiuta è indotto inevitabilmente «a dire più come avrebbe voluto che le cose fossero andate, che non come realmente andarono»; e prova «una specie di strano pudore a dire schiettamente la verità, per tema di offendere la così detta dottrina bellica... »).!. A sua volta il generale Amedeo Mecozzi in piena guerra, nel 1941, affermava che «gH scritti di propaganda sono cosa diversa dagli studi; per questi, guardare in faccia la realtà senza ottimismi non

" Gen. R. Bencivenga, Saggio critico sulla nostra guerra, Ro ma, Tip. Agostiniana 1930, Vol. l pp. 8-9. " Gen. F. S. Grazioli, Delftt guerra e della pace - meditazioni di 1111 combatte/l/e, <<Nuova Antologia» Vol. CCLXXVffi- Fase. 1423 - l o luglio 193 1, p. 16.


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è un diritto, ma è un dovere; il quale non spetta soltanto alle autorità responsabili, ma anche ai privati studiosi»)s. Molto opportunamente il Mecozzi ha parlato del dovere di guardare in faccia la realtà: perché, specialmente dalla prima guen·a mondiale in poi, l' avvento dell'arma aerea e la crescente importanza assunta dai rifornimenti via mare e dalla produzione industriale hanno imposto la necessità di rinunc iare a vecchi schemi e di considerare la guerra - quindi anche la sua storia e l'arte militare in genere- in un'ottica unitaria e globale, che presuppone un approccio interforze. La guerra 1939- l 945 è stata aeroterrestre e aeromarittima; il bombardamento strategico ha coinvolto le nazioni intere, di fatto considerando - al di là delle norme di diritto internazionale- anche i civili come combattenti. Ne consegue che le storie per così dire di Forza Armata se non tengono sufficiente conto del quadro generale e di ciò che accade nelle altre Forze Armate non solo risultano inattendibili e deformate, ma lungi dall 'essere utili diventano pericolosi strumenti di divisione e fonte di polemiche tra le Forze Armate stesse, accentuando i difetti delle relazioni ufficiali riscontrati dal generale Grazioli e alimentando posizioni dogmatiche aventi fin i contingenti estranei alla storia stessa e alla realtà strategica in esame. 4. DIRETTRICI DELL'OPERA Se ben interpretati, i materiali che dimostrano la perdurante utilità deiJa storia anche nell'era atomica sono dunque abbondanti e tracciano di per sé la via da percorrere, sia pur facendo parallelamente emergere la difficoltà di trame indicazioni utili. In proposito, ci avvarremo anche di precedenti studP6 per esaminare quattro argomenti fondamentali: - se esista o meno una soluzione di continuità, una netta frattura tra l'arte militare e la strategia del secolo XIX, quelle deJJ ' ultima guerra mondiale e della guerra fredda e quelle di fine secolo XX; - quale può essere, oggi, il concetto teorico di arte militare e la sua ripartizione;

». A. Mecozzi. Art. ci t.. .16. Si veda specialmente F. Boui -V. llari, l/ Pensiero militare italiano tra il primo e il secondo dopoguem1 ( 1919-1949), Roma, SME- Uf. Storico 1985; F. Botti, Il Pensiero militare e navale italiano dalla Rivoluzione Francese alla prima guerra mondiale - Vol. I ( 1789-1 848), Roma. SME - Uf. Storico 1995; F. Botti - M. Cermelli. La Teoria della guerra aerea 1884- 1939, Roma. SMA - Uf. Storico 1989.


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- quali sono i conseguenti concetti informatori dell'organizzazione militare di oggi, a quali requisiti di carattere tecnico-addestrativo, morale ed etico deve corrispondere la figura attuale del!' homo militaris e se e in quale misura vanno mantenuti, anche in questo campo, gli archetipi del passato; -uno sguardo all'arte militare del futuro. Per tutte le ragioni dette prima - e in particolare per evitare approcci e conclusioni parziali e settoriali - la nostra indagine, pur essendo rivolta in prevalenza all'arte militare terrestre, non potrà che partire da una prospettiva globale, e tenere al tempo stesso nel debito conto le interconnessioni tra ambienti e Forze Armate diverse: tanto più che, oggi, sistemi d'arma di peso crescente- come il missile, il satellite, la stessa arma nucleare - non possono certo essere studiati e valutati ingabbiandoli in un solo elemento (la terra, il mare, l'aria) o in un solo «potere» (aereo, terrestre o marittimo). Queste esigenze di per sé impongono di ricorrere alla metodica della storia comparata, cioè di confrontare ciascun concetto, ciascuna idea, ciascuna dottrina con altri diversi e magari opposti: solo in questo modo si riesce a fame emergere tutte le peculiarità, perché, come ha scritto il Le Goff, «qualsiasi studio locale, regionale o nazionale è veramente storico solo se chiarito attraverso il comparativismo» 37• La trattazione di argomenti così complessi e impegnativi sarà necessariamente schematka e rivolta ali ' essenzìale; anche i riferimenti storici saranno in prevalenza attualizzanti e mirati . Una tale scelta - ce ne rendiamo conto - è storicamente poco ortodossa; tuttavia qui non si tratta di studiare la storia in sé, ma piuttosto di interpretare l'odierna realtà avvalendosi anche della storia. Siamo perciò costretti a sacrificare il rigore scientifico e teorico e l' organicità dell'indagine storica agli scopi pratici da raggiungere, scegliendo con inevitabile soggettività i materiali, gli autori, i concetti che meglio possano contribuire al chiarimento del quadro strategico attuale. La ricerca di una base storica che meglio aiuti a capire la realtà attuale, cioè a individuare quel che è veramente nuovo, è indispensabile, ma anche estremamente difficoltosa. Si tratta di scegliere delle pietre pregiate che emanino una luce ancor viva in una farragi-

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1

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«Corriere della Sera» 2 l febbraio l 998.


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ne di materiali e di avven imenti, perché anc he dag li avvenime nti ivi com presi que lli delle g ue rre «limitate» dopo il 1945 - bisogna saper trarre de lle lezioni. È più facile dimenticare, trascurare che ricordare; soprattutto, è pressoché inevitabile che talune parti riproposte, taluni spunti storic i ri sultino poi poco o nulla utilizzati quando ci si riferi sce all'attua lità; in altre parole, ne l percorso tortuoso della storia si potrebbe, se non smarrirsi, a lme no perdere te mpo. È un rischio che non si può evitare; d'altra parte il fatto che un materiale non sia qui utilizzato o uti lizzato appieno, non significa per ciò stesso che sia inutile o che non possa tornare in un secondo tempo utile a l le ttore. In ogni caso, tutto serve a ricostruire il contesto dei «pezzi» più pregevoli e a meglio illuminarne g li interfaccia. Le riflessioni di un autore, così come un avvenimento, vanno inseriti ne l loro tempo; solo così si riducono i margini di interpretazione personale. Per questo saranno oggetto primario del lavoro di ricerca le teorie e dottrine militari, le strategie di volta in volta in auge e i limiti e vantaggi che hanno dimostrato quando sono state sottoposte all ' unico, vero e probante collaudo: quello della guerra. Ad esse dedicheremo più attenzione de i material i e ordinamenti ; quest'ultimi risultano più «datati», più legati all'epoca: poco ci potrebbe dire oggi un carro a traino animale o un cannone del secolo scorso, o il modo di organizzare i trasporti di allora. Ciò che attiene invece all'uomo, al suo intuito, alle sue diverse categorie di pensiero ha vita assai più lunga, anzi non è mai del tutto perduto; si potrebbe quasi dire che è soggetto a corsi e ricorsi vichiani. Ecco perché, in ultima analisi, non si può ig no rare la storia, che è storia prima di tutto dell 'uomo. Suggeriamo perciò al lettore di non saltare a piè pari la parte storica, per volgersi subito all'attualità: così facendo perderebbe l'occasione di caratterizzare meglio quest'ultima, di darle un volto che sia il meno indeterminato possibile, di apprezzare la reale natura e portata de i mutamenti. A lle teorie, dottrine, strategie, al pensiero dei vari auto ri occon·e però un approccio corretto e non fideistico, lontano il più possibile da esigenze strumentali ; cosa assai più diffici le di quanto possa apparire, la quale richiede distinzioni chiare tra i vari termini. In linea generale ogni teoria - e a maggior ragione, ogni teoria che, come quella militare, «lavora» sull ' uo mo e riguarda l'azione d i masse organizzate di uom ini - vale in tanto in quanto si avvicina alla realtà; ma nessuna teoria finora è mai riuscita a identificarsi totalmente con la realtà, e ancor di meno a plasmarsi sui conflitti del futuro.


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Ciò premesso, nel campo dell'arte militare occorre ben distinguere tra teoria, dortrina e prassi. La teoria, che risulta in genere dagli scritti di un autore o di un gruppo di ricerca, indica un certo numero di chiavi interpretative, di criteri, princìpi e metodologie per penetrare la realtà della guerra. Tiene conto di fattori politico-sociali e storici e della tecnologia militare del momento e non è specificamente riferita- o non è solamente riferita- alle esigenze di ciascun paese, anche se risente inevitabilmente della nazionalità di ciascun autore o gruppo di ricerca, degJi idola non solo militari del tempo, delle aspirazioni della Nazione, dei condizionamenti socio economici. Le teorie di taluni autori hanno la pretesa - loro attribuita anche dai seguaci e interpreti magari per ragioni pratiche e contingenti - di assumere validità permanente. Evidentemente un siffatto requisito le avvicinerebbe a articoli di fede o profezie, cioè a qualcosa che non è proprio dell'uomo; dunque esse sono in tutto o in parte caduche, né hanno valore in tutti i casi e in tulte le situazioni. Sotto questo profilo, gli scritti di Clausewitz, Douhet, Mahan, Bonamico ecc. non sono dottrine: sono teorie. Validità ancor più lùnitata nello spazio e nel tempo hanno le dottrine, che rappresentano l'adattamento di postulati, princìpi e concetti teorici - non necessariamente dovuti a un solo autore - a un dato contesto geopolitico e geostrategico, a un dato ambiente naturale, a una data situazione delle forze proprie e nemiche ecc.. Le dottrine hanno, in

sostanza, carattere applicativo e prescrittivo e derivano dagli studi dei singoli Stati Maggiori. Si riferiscono a casi medi d'impiego e non costituiscono un dogma; corrispondono a esigenze pratiche, intendono cioè fornire una guida, un riferimento unico ai Quadri, favorendo la «disciplina delle intelligenze». Anche le dottrine non fotografano la realtà; intendono solo facilitare ai comandanti la presa di coscienza di tale realtà e la conseguente decisione. Sono dunque uno strumento imperfetto, che a sua volta dà una prima idea dell 'aderenza alla realtà delle teorie che prendono come riferimento. La misura dell 'effettivo valore di una dottrina è data solo dall 'azione, dalla sua vicinanza ai criteri d'impiego delle forze effettivamente adottati, in guerra, dalla leadership, in base a una situazione reale che non coincide mai perfettamente con quella a base della dottrina. La capacità di una leadership consiste dunque nel definire a priori una dottrina non troppo divergente dalla realtà della guerra, ciò che dà la misura concreta della sua capacità di previsione; ma ancor di pill essa risalta dalla capacità di adattare in tempi ristretti la dottrina aprioristi-


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camente prescelta alle esigenze operative- spesso impreviste e imprevedibili - che si presentano conflitto durante. Tale adattamento è la fase ultima di un processo di lavorazione e di affinamenti di idee, concetti, scelte che viene da molto lontano; e quanto più tale processo è stato approfondito, tanto più utile sarà il contributo che potrà dare al presente. La materia prima è costituita da idee imperfette, spesso caduche e tuttavia uti li: questo deve mettere in guardia dal pronunciare facili condanne e assoluzioni. Come diceva Napoleone, in guerra tutti sbagliano: vince chi sbaglia di meno, chi sa rimediare prontamente agli errori. Di più: errori e lacune hanno il pregio - se non nascosti ma attentamente valutati con una serena critica storica- di mettere in guardia per l'avvenire. Essi possono e debbono avere un ruolo positivo per quello che è anche l'auspicio, il fine ultimo di quest'opera: dare un senso al passato, ribadire la continuità tra passato e presente per rendere l'Istituzione militare italiana pitl consapevole del proprio ruolo, dei propri destini, dei valori di cui essa è e deve essere portatrice; farla guardare al passato per migliorarlo. L' Italia aspira a inserirsi sempre più strettamente, e dignitosamente, in Europa; ebbene, non si può dimenticare che le grandi democrazie europee- e i loro eserciti -sono un modello e un termine di confronto, nel quale hanno un grande peso le secolari tradizioni militari e di servizio dello Stato. La tradizione militare non è un peso, un fardello da dimenticare nella vita dei popoli, e quindi anche degli eserciti; se bene intesa, essa è un elemento di forza, di fierezza, un cemento per l'unità degli animi e per la concordia nazionale, la quale non può avvenire che intorno a valori comunemente condivisi. Unendo in un solo testo il passato aJ presente, ricercando gli elementi di continuità, questo intendiamo dire specialmente- ma non solo -ai Quadri dell 'esercito del 2000, tanto più «nuovo» (nel senso migliore, autentico, positivo del termine), quanto più avrà solide radici. Roma, novembre 1998 L'Autore


PARTE PRIMA

DALLA GUERRA NAPOLEONICA ALLA GUERRA POST-NUCLEARE: TRAMONTO DELLA GUERRA DI NAZIONI?


PARTE SECONDA

L'ARTE MILITARE E IL SOLDATO DI OGGI: L'OCCIDENTE TRA GUERRA D'Ã&#x2030;LITE E DI MACCHINE E MISSIONI DI PACE


CAPITOLO IV

l CHE COS'Ã&#x2C6; LA GUERRA DI OGGI?


SOMMARIO: l. Premessa • 2. La «nuova guerra»: caratteri e definizione generale • 3. Connitti e crisi: rapporti con la guerra. Guerra e pace • 4. Le principali forme di guerra nelle più recenti pubblicazioni dominali italiane: guerra nucleare e guerra limitata • 5. Guerra sovversiva o rivoluzionaria? • 6. La guerriglia: tattica o strategia? Sue affinità con la <<nuova guerra» • 7. Il volto multifom1e del terrorismo: sua fisionomia strategica. • 8. La «nuova guerra» del 2000 è ancora e sempre uno strumento della politica? Le teorie anticlausewitziane di John Keegan e della scuola inglese • 9. La gueJTa del futuro: rivoluzione o mutamento? • 10. Cenni sulla guerra marittima e aerea.

l. PREMESSA La teoria è sempre a monte della pratica, delia quotidianità. Per individuare al termine dell'excursus storico compiuto gli interfaccia deli' arte militare del 2000 è prima di tutto necessario chiedersi che cos'è la guerra di oggi e quali differenze sostanziali presenta rispetto al passato; solo dopo aver ben chiarito i nuovi contenuti del fenomeno si può procedere oltre. Parlare di altri argomenti connessi senza prima approfondire bene che cosa sia la guen·a e qual'è il suo odiemo rapporto con la politica, significa inoltrarsi in un cammino tortuoso senza punti di riferimento saldi; l'individuazione di tali punti di riferimento è dunque la via migliore da percorrere per ridutTe i margini di soggettività e approdare a constatazioni il più possibile oggettive. Di fronte alla complessità e ag(j aspetti controversi della materia, viene da rimpiangere la «bella guetTa» tra Stati e eserciti regolari del secolo XVIII, con vittime limitate e tispetto tacito di un codice d'onore. 2. LA «NUOVA GUERRA»: CARATTERI E DEFINIZIONE GENERALE Certamente la guerra di oggi non è più queUa di Raimondo Montecuccoli («azione di eserciti offendentesi in ogni guisa, il cui fine è la vittotia») e nemmeno quella dell'Enciclopedia Francese 1757 («contesa tra due princìpi o Stati, decisa con la forza o la via delle armi»). Non è più nemmeno quella definita dall'Enciclopedia Italiana 1933: «uso della forza armata da parte di uno Stato per raggiungere un fine imposto o permesso dal diritto internazionale»•;

' Enciclopedia Italiana. Roma. Ist. Encicl. lt. 1933, XV III. 53 e segg..


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L'arte militare del 2()()()

tuttavia è ancora valido quanto la predetta Enciclopedia afferma a proposito della guerra non solo come facoltà di uno Stato, ma anche come obbligo che gli deriva dall'appartenenza ad alleanze militari (come la NATO), a una Confederazione di Stati, oppure da un casus foederis che lo obbliga a prestare a un alleato il soccorso pattuito . Non è nemmeno necessario ricordare - sia pur con rammarico che è ormai sorpassato dalla realtà storica quanto stabilito dalla Convenzione deii'Aja del 1907. che cioè le ostilità tra due contendenti «non possono cominciare senza un precedente non equivoco avviso che abbia sia la forma di una dichiarazione di guerra motivata. sia quella d'un ultimatum con dichiarazione condizionale». Pensare, ad esempio, ad una guerra nucleare preceduta da un pubblico dibattito in Parlamento, da regolare dichiarazione di guerra e da tutte le relative formalità previste dal diritto internazionale, sarebbe oggi fuori dalla realtà; ma a parte questo, sia nel 19391945 sia nelle innumerevoli guerre dopo il 1945 (si pensi ad esempio al sanguinoso e lungo scontro Iran-Iraq, mai dichiarato) la dichiarazione di guerra è praticamente caduta in disuso, anche per il carattere dei conflitti stessi. Più in generale, è superfluo ricordare le sistematiche, continue violazioni delle norme di diritto internazionale esistenti - non da una sola parte - sia nella guerra 1940-1945, sia soprattutto nel dopoguerra. Questo fatto è altamente significativo, perché dimostra che: a) la forma - Stato come un ica depositaria del diritto all'uso della violenza organizzata non tende più ad essere. come in passato, i l soggetto e l'attore esci usi vo della guerra: b) nonostante la diffusione e lo sviluppo della civiltà industriale e delle società democratiche, le norme umanitarie, il rispetto per le popolazioni civil i, la tendenza a non coinvolgerle tipica delle guerre del seco lo XIX hanno perso terreno di fro nte all'esigenza di infli ggere il massimo danno alt 'avversario, presentato spesso dalla propaganda come «il nemico» da distruggere nel senso schmittiano del termine; c) di conseguenza, le forze militari regolari degli Stati non sono più le uniche protagoniste delle guerre. Questo è senza dubbio un grave danno e la causa primaria dell'imbarbarimento delle guerre stesse; d) ancora una volta, i concetti di «evoluzione», di «progresso» o «regresso» ecc. non hanno alcun senso se riferiti all'arte militare; se mai, si può parlare dei corsi c ricorsi storici del Vico.


IV- Che cos'è ltl guerra di oggi?

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Oggi sembra perdente la tendenza a umanizzare. limitare, regolare le guerre tipica degli ultimi secoli, con il ritorno anche all'interno degli Stati a forme di violenza diffuse e senza regole che hanno qualche preoccupante analogia con quelle antecedenti la formazione degli Stati nazionali. Né il mancato ricorso a dichiarazioni di guerra è un fatto tipico della nostra epoca: come ricorda l'Enciclopedia Italiana, «i l colonnello Maurice aveva fatto una statistica diligente dal 1700 al 1870 e aveva contato Il O casi di guerra non preceduta da alcuna dichiarazione contro soli l O nei quali la formalità era stata osservata... ». È bene precisare che non si tratta di una semplice «formalità»: solo uno Stato sovrano può dichiarare la guerra o ricevere tale dichiarazione. Essa significa - ed è importante - rispetto delle regole di diritto internaziona le, a prescindere daJia gi ustezza della guerra; significa che si intende affidare la condotta della guerra a Forze Armate regolari, cosa che- l'esperienza lo ha dimostrato -è sempre il male minore. Dalla famosa esclamazione «signori francesi, sparate per primi», dalle «guerre di gabinetto» del secolo XVIII, sommamente umanitarie e che oltre tutto non depredavano le popolazioni civili, si è passati all'accusa di Hitler ai suoi generali di voler condurre una guerra ormai anacronistica, perché cavalleresca e con i guanti bianchi, e al bombardamento «Strategico» sulle città. Poco si attagliano alla realtà della guerra attuale anche le definizioni degli autori del periodo della guerra fredda prima esaminati, che non rispecchiano bene nemmeno ciò che è avvenuto nel periodo della contrapposizione tra i due blocchi e denotano una visione eurocentrica -o se si vuole occidentale - della guerra stessa. Ad esempio i popoli che nell' immediato dopoguerra hanno combattuto- senza risparmiare le vite proprie e altrui - le guerre nazionali per affrancarsi dallo stato di colonia europea non hanno fatto che ripetere anche nelle forme essenziali e negli atti di barbarie la guerra d' indipendenza spagnola 18081813; e come allora, hanno sconfitto i potenti eserciti costruiti, armati, addestrati per la guerra tra eserciti centro-europea. Dunque per loro la guerra non è certo consistita - come la guerra fredda nella concezione occidentale - nella ricerca di modalità alternative per evitare «la guerra guerreggiata»; al contrario. è consistita proprio nella ricerca e nell'estensione di quest' ultimo tipo di guerra, ben sapendo che era proprio la guerra che il nemico non avrebbe voluto o potuto combattere. e in tal modo onorando il detto di Napoleone che non bisogna mai fare ciò che si attende il nemico, o che gli piace.


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Giusto anche ammeuere, come fa il Supino, forme di guerra anomale ecc.; ma tali forme comportano pur sempre- sia pure in varia misuraquel ricorso alla violenza organizzata. che giustifica anche l'utilità delle forze militari convenzionali. La «guerra guerreggiata» è stata ben presente, fortunatamente fuori dall'Europa, anche nel periodo della guerra fredda, c ha causato milioni di vittime anche senza armi nucleari. Un'accettabile definizione di «guerra fredda» avrebbe quindi dovuto rispecchiare anche questo fenomeno. Dopo il 1945 è spesso avvenuto- e tuttora avviene- che forze regolari di uno Stato abbiano combattuto contro formazioni irregolari, oppure che vi siano stati scontri tra contrapposte formazioni irregolari. Ne consegue che la guerra è indubbiamente espressione armata e cruenta di un conflitto fra Stati o gruppi organizzati, ma non sempre «viene impiegata la forza militare per imporre all'avversario la propria volontà». «Militare», infatti. è un aggettivo riferito alle forze armate regolari, classiche di uno Stato: significa «riferito alle forze armate o ai soldati». Una formazione armata non necessariamente è «mi litare»; anche i volontari del Risorgimento non intendevano essere «militari». ma alternativi rispetto alle forze regolari. Essi intendevano combattere- e Io facevano con encomiabile valore - solo fino a quando lo ritenevano soggettivamente necessario: il concetto di servizio militare in tempo di pace era a loro totalmente estraneo, e non ritenevano cosa loro la disciplina di caserma e/o l'esecuzione di ordini che non condividevano. In conclusione, il fenomeno guerra è caratterizzato dall'impiego delle armi su ampia scala da parte di formazioni organizzate. non necessariamente regolari e facenti capo a uno Stato regolarmente costituito e riconosciuto. Una definizione di guerra meno soggetta a situazioni storicamente contingenti o temporanee (le contese esclusive tra Stati fino al 1940-1945; la guerra fredda tra i due blocchi dopo ill945. ora superata), ci sembra quella di Alastair Buchan sull'Enciclopedia del novecento 2• Preso atto che è ormai superato il concetto della guerra come forma di violenza governata da regole. attraverso la quale i governi (e solo i governi) decidono le loro controversie, Buchan ricorda giustamente che «la guerra è un fenomeno antecedente alla forma-:::.ione degli Stati e dei governi in senso moderno, e può aver luogo all'interno

' Enciclopedia del Novecento. Roma. bt. Encicl. lt. 1978. m 1-l69- 1483.


IV- Che cos'è la guerra di oggi?

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di uno Stato oltreché tra Stati diversi. Inoltre, ogni defindone della guerra deve contenere wz qualche riferimento alla forza o alla violen;.a, per distinguerla per w1 verso dalla concorren;.a tra Stati o gruppi, e per l'altro dalle "controversie" che, a loro volta, possono essere o non essere composte pacificamente. E la violenza propria della guerra deve poi avere una qualche interna organizzazione, per distinguerla dalla violenza del criminale o dello psicopatico; così come deve avere anche w1 obiettivo politico, per distinguerla dalle attività di associazioni come la mafia o le società segrete». Il Buchan richiama poi la definizione di Clausewitz («Un atto di forza che ha come scopo di costringere l' avversario a souomettersi alla nostra volontà» 3), senza però far notare che (cosa importante) per Clausewitz i protagonisti della guerra sono sempre e in ogni caso gli Stati, i quali possono avvalersi anche della guerra di popolo, in ausilio o in sostituz ione delle forze regolari. Alla definizione di Clausewitz aggiunge quella di Hobbes: «come la nptura di una procella non consiste in w1 rovescio o due di grandine, ma nella disposdone dell 'atmos,fera a essere cattiva per molti giorni insieme, così la natura della guerra non consiste in questo o quel combattimento, ma nella disposizione manifestamente "ostile" durante la quale 11011 v 'è alcuna sicurez::.a per l'avversario». Il Buchan osserva che quest' ultima definizione si adatta alla fenomeno logia della guerra fredda e al meccanis mo della di ssuasione, mirante cioè a influire sul comportamento dell 'avversario con scelte circa le dimensioni e natura degli armamenti che non necessariamente sfociano in un conflitto armato. E dopo aver notato che è inevitabile caratterizzare la guerra in modo diverso a seconda dei periodi storici, propone di definire la guerra di oggi come «un atto o una condizione di violenza sociale o d i gruppo mirante a raggiungere o difendere un obiettivo politico». In tal modo diventa legittimo includervi non solo le guerre internazionali ma anche le guerre civili, le guerre rivoluzionarie, i mutamenti d i governo operati con la forza, escludendovi però «gli scoppi di violenza disorganizzati e sporadici». A questo punto, la linea di ragionamento seguìta da Buchan diventa poco lineare. L'espressione «atto o condizione di violenza» potrebbe essere interpretata come impiego effettivo della violenza stessa: invece

' Karl Von Clausewitz. Della guerra, (Cit.). Vol. l p. 19.


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da una parte afferma che «appare legittimo assumere sotto l'etichetta di "guerra" anche tutte quelle attività di preparazione militare, che pure mirano a prevenire la guerra piuttosto che a combatterla effettivamente»; dall'altra indica gli aspetti relativi all'impiego delle forze militari come appartenenti più alla strategia che alla guerra, in quanto «il termine "strategia", che aveva originariamente il significato puro e semplice di condotta delle operazioni, ha gradualmente mutato significato fino a indicare l'uso complessivo del potenziale bellico di uno Stato per fini politici o diplomatici; la strategia viene quindi a essere Wl elemento essenziale della politica internazionale». L'approccio del Buchan aiuta a cogliere un aspetto essenziale della guerra: se cioè ci si trovi di fronte a uno stato di guerra solo quando la violenza organizzata venga effettivamente e attivamente esercitata, oppure se anche l' impiego pote nziale della forza armata configuri uno stato di guerra; evidente me nte, solo in quest'ultimo caso il te rmine «guerra fredda » sarebbe ammissibile. Sembrano accreditare la prima interpretazione anche queste definizioni citate da Mario Silvestri: «la guerra è "una rottura delle relazioni organizzate tra gU Stati. Tale rottura, o se si preferisce interruzione dell'equilibrio interstatale esistente, è la condizione di possibilità di ogni guerra in assoluto" (Sorokin) [ma la guerra fredda era basata proprio sull'equ ilibrio e su relazioni continue anche se confl ittuali tra gli Stati -guida e tra i due blocchi - N.d .a.]. La guerra "è La loua armata e sanguinosa fra gruppi organizzati" (Bouthoul). "In primo luogo, perché un conflitto possa essere definito guerra deve esserci un sostanziale grado di organizzazione in entrambi i fronti [ ... ]. In secondo Luogo, deve esserci una significativa quantità di combattimenti perché un atto di forza possa essere qualificato come 'guerra' [... ]. In terzo Luogo, il coinvolgimento deve durare per un periodo significativo" (Luard)» 4 • 11 Silvestri ritiene sufficiente la definizione di Boutboul: «perché ci sia la guerra deve esserci Lotta fra gruppi umani organizzati. Dire che un gruppo umano è "organizzato " significa dire che in esso è presente una qualche struttura di comando. Ciò equivale però ad affermare che si tratta di una "unità politica", per quanto semplice e elementare possa essere il suo sistema organizzativo. Quindi La guer-

• Enciclopedia delle Scienze Sociali. Roma. lsl. Enc. 11 1994, IV. 465-467.


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ra è connessa strettamente alla politica, nel senso che la guerra presuppone L'esistenza di unità politiche». Rifacendosi anche alle citate defi nizioni del Jean e del Supino, si può ora pervenire alle seguenti conclusioni: a) va di massima accettato il detto di Clausewitz che «la guerra è un atto di forza che ha per scopo di costringere l'avversario a sottomettersi alla nostra volontà», completato dagli altri che «non appartiene né al dominio dell' arte né a quello della scienza, ma al dominio della vita sociale. È un conflitto di grandi interessi, che ba una soluzione sanguinosa, e solamente in questo differisce dagli altri» e che «in guerra l'azione non è mai diretta contro la sola materia, ma anche, contemporaneamente, contro le forze morali che l' animano; e il differenziarle è impossibile»; b) due cose, però, vi sono da osservare. La prima è che il carattere «Sanguinoso» della guerra è, al di là delle apparenze, compatibile con lo stato di «guerra fredda>>. Se sì guarda a questo tipo di guerra in un'ottica extra-europea, si constata che essa è stata accompagnata, fuori dall'Europa, da forme di guerra limitate o da guerre per procura che hanno provocato - con intervento diretto o indiretto delle due superpotenze - gran numero di vittime. In secondo luogo, quando Clausewitz - non è il solo, fino ai nostri giornj - parla di «imporre al nemico la propria volontà», si riferisce principalmente al caso ideale, cioè alla debellatio dell'esercito nemico, che è appunto la condizione necessaria per imporre al nemko, senza aggiustamenti e compromessi, la propria volontà. Ma vi possono essere anche forme di guerra (a cominciare dalla stessa guerra fredda) il cui obiettivo politico è più ridotto, è il negoziato, il compromesso, una situazione di equilibrio temporaneo ecc., oppure consiste nell'impedire al nemico di realizzare i suoi obiettivi (cioè di imporre la sua volontà), senza potersi permettere di imporre totalmente la propria; c) gli Stati sono solo uno dei possibili protagonisti della guerra; in tutti i casi, essa riguarda gruppi sociali organizzati; d) non necessariamente la «forza militare» è lo strumento della guerra; più in generale, si può affermare che tale strumento è una forza armata (non necessariamente regolare e/o facente capo a un'organizzazione statuale); e) in prima approssimazione, non è possibile escludere la guerra fredda (oggi finita con la sconfitta dell 'URSS) dal fenomeno guerra vero e proprio. La guerra fredda non era che un particolare impiego


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della forza armata. Essa si basava sulla minaccia dell'uso della forza annata, che proprio per essere credibile, doveva essere concreta, rinnovata, palese, continua, con tutti i relativi rischi. n si vis pacem para bellum della guerra fredda configurava un equ ilibrio instabile e sempre pericoloso perché soggetto a equivoci e malintesi, o a errate valutazioni della psicologia dell'avversario. Era, insomma, un rimedio imperfetto che assicurava- specie in Europa- non la pace, ma il non - uso effettivo di armi micidiali per ambedue i contendenti. Esso paradossalmente valeva, proprio in tanto in quanto configurava una situazione di pericolo tale da non far mai escludere il ricorso alla «guerra guerreggiata», che sia pur fuori dall'Europa si è verificato di frequente. Per la stessa Europa, come scriveva nel 1978 il Buchan, «benché gli atteggiamenti e la diplomazia degli anni della guerra fredda abbiano ceduto il posto alla distensione tra le "superpotenze", non vi è nessuna certezza che si finisca con l'arrivare a una guerra strategica o a una guerra nucleare»; t) un'altra ragione per non escludere i meccanismi già tipici della guerra fredda dalla nan.ra della guerra di oggi è data dal fatto che - sia .pure solo per l'Occidente sviluppato - l'impiego effettivo dello strumento militare continua ad essere l'ultima ratio, l'opzione ultima che si cerca di evitare il più possibile, per le ricadute che ha su una pubbJjca opinione estremamente sensibile aJle perdite, e per gli elevati costi che un intervento militare anche lintitato e temporaneo comporta. In questo senso, si può affermare che, al di là della riacquistata importanza delle armi convenzionali (importanza peraltro aumentata già negli anru 80) e dell'aumentata frequenza degli interventi militari, rimane più che mai attuale la filosofia strategica di Sun Zu. già alla base de1la guerra fredda: piegare la resistenza del nemico senza combattere. Essa è, in fondo, l'inevitabile risvolto miJjtare delle società avanzate, delle civiltà matw-e e millenarie, come già era quella cinese; g) l'uso (potenziale o effettivo) della forza armata è sempre accompagnato da quelle che il Jean chiama «forme non cruente di lotta: economica, psicologica e così via». Ma anche l'uso della forza armata può non essere cruento; inoltre, le cosiddette «forme non cruente di lotta» configurano pur sempre l'uso della forza, sia pur non armata, o anche forme di violenza o di coercizione non armata. Caso tipico l'embargo o le sanzioni, le quali non sono che una particolare forma di violenza esercitata su tutto un popolo, per indurre il suo governo a determinati comportamenti. Anche la guerra economica, o psicologica, sono forme di coercizione e di violenza, senza contare forme di violenza localizzata e ridotta ma d i grande impatto psicologico come il terrorismo;

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h) perché si verifichi uno stato di guerra. valgono le condizioni indicate da Luard: sostanziale grado di organizzazione da ambedue le parti, significativa quantità di combattimenti, durata per un periodo sign ificativo degli stessi. Definire la guerra è sempre impresa difficile e controversa, se non altro perché, specie oggi, i suoi confini sono sempre incerti. Tra le molte definizioni. una delle migliori ( 1968) ci sembra quella del Maresciallo Montgomery, che sorprendentemente non ne fa una faccenda di impiego di mezzi militari e nemmeno ne indica come unici protagonisti gli Stati: «la guerra è la continuazione con le armi di qualsia i conniuo sorto tra gruppi politici ri val i. Essa include insurrezioni e guerre civi li ed esclude disordini c atti di violenza individuale»5. Tenendo conto delle caratteristiche prima del ineate. essa pertanto potrebbe essere così definita: «stato di ostilità e di lotta conseguente o meno a un conflitto di gr a ndi interessi o a una crisi (tra Stati o coalizioni di Stati, tra Stati e gruppi organizzati interni o esterni, oppure solamente tra gruppi or ganizzati) che r aggiunge un livello ta le da rendere n ecessa rio e inevitabile da parte di a mbedue i contendenti il ricorso su scala r agguardevole a ll' uso pote nziale e/o effetti vo d ella forza a rmata per raggiungere i rispettivi obiettivi politici». Premesso che per «forza armata» si intende sia le forze annate regolari di uno Stato sia formazioni irregolari (come ad esempio quelle che conducono la guerriglia), la guerra oscilla tra uno stadio minimo (minaccia dell"uso). uno stadio intermedio (uso effettivo ma sempre limitato della forza armata. accompagnato oppure no dall'uso potenziale) e uno stadio massimo (nel quale l'uso effettivo della forza armata, accompagnato o no da altre forme, trova dei limiti solo in calcoli di economicità c rendimento dei vari tipi di for-t.e e di armi e/o nel timore di ritorsioni avversarie). Quest'ultimo stadio, conispondente alla guerra generale e integrale, ha caratterizzato le due guerre mondiali del XX secolo ed è stato sullo sfondo della guerra fredda; oggi almeno a breve termine sembra scomparso da una realistica prospettiva europea e occidentale. Si sta così verificando al massimo grado quanto già aveva teorizzato Clauscwitz: l'influenza moderatrice della politica sulla guerra, che tuttavia ne

'

Marc~ciallo

Montgomery. Storia delle guerre ( 1968). Milano. Rizzoli 1970. p. IO.


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rimane uno strumento, sia pure estremo. La guerra si è allontanata dall'Europa solo durante la guerra fredda, per poi ricomparire- anche sotto forma di lotta armata tra gruppi organizzati, tra etnie -nell'exJugoslavia; la guerra del Golfo - che tale è stata - ha coinvolto per la prima volta nel dopoguerra anche forze militari italiane. Per non parlare della guerra di Corea, delle Falkland, degli innumerevoli focolai di guerra sparsi per il mondo.... 3. CONFLITII E CRISI; RAPPORTI CON LA GUERRA. GUERRA E PACE La guerra va distinta dai confl itti e dalle crisi; l'uso (anche effettivo) della forza militare può avvenire anche senza che sia in atto una vera e propria guerra. Il conflitto è un contrasto di idee e/o interessi tra Stati, forze sociali e economiche o gruppi politici, che può anche prevedere il ricorso alla forza armata, a forme di violenza e/o terrorismo, ma su un piano sempre assai r idotto, episodico e temporaneo. Nel conflitto prevale la trattativa, il confronto sia pur duro: nella guerra, prevalgono le armi e/o la minaccia annata. Quest'ultima è tuttavia presente anche nel conflitto, ma si propone soprattutto di evitare la guerra e fasi più «calde», spesso con soluzioni di compromesso e temporanee che non eliminano le ragioni di fondo del contrasto e magari lasciano insoddisfatte ambedue le parti. n conflitto si distingue dalla guerra - che ne è per così dire respressione o la conseguenza armata e/o mil itare- per il minor peso, la minor durata, la minore intensità dell'utilizzazione della forza armata; difficile perciò stabilire il momento esatto in cui dal conflitto si passa alla guerra, o - più a monte - per individuare dei sempre opinabili parametri in base ai quali si passerebbe dal conflitto alla guerra, o viceversa. Su questo «viceversa>> occorre soffermarsi un attimo: perché un'altra delle certezze alle quali bisogna oggi rinunciare, è che la guerra sia una sorta di operazione chirurgica, capace di eliminare il bubbone, di risolvere definitivamente a favore di una delle parti - e con suo vantaggio - una situazione di crisi o contrasto. Invece essa, proprio perché limitata nelle finalità politiche e nello spazio di interesse, e perché- se condotta dalle potenze occidentali- tendenzialmente breve, raramente oggi risolve in misura radicale e definitiva i conflitti: lo dimostrano le vicende del Medio Oriente, non solo con l'eterna tensione tra arabi e israeliani, e quelle dell'ex-Jugoslavia. La guerra può


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quindi essere anche una sorta di indesiderato surriscaldamento temporaneo, un mero episodio di un conflitto che continua a non trovare un punto di risoluzione definitiva; può aggravare un conflitto e i suoi danni anziché risolverlo. Nel loro Dictionnaire de stratégie militaire Chaliand e Blin parlano di «conflits du faible intensité» (conflitti a bassa intensità) quale o·aduzione del termine anglo-sassone Low-lntensity Conflicf', osservando che «questo nuovo concetto non pretende affatto di descrivere un tipo di guerra inedito ma serve piuttosto da nozione onnicomprensiva, che consente di raggruppare in una sola categoria tutti i conflitti che si distinguono dalle guerre classiche (cioè dalle guerre tra eserciti regolari). Così definita, la guerra può essere interpretata in funzione del grado di violenza dei combattimenti». Non si può concordare con questa interpretazione, per diverse ragioni: a) essa confonde tra conflitto e guerra, che sono due cose diverse; b) il conflitto, di per sé, è già «a bassa intensità», altrimenti sarebbe una vera e propria guerra; c) vi sono guerre al di fuori delle guerre classiche, come le guerre di popolo e/o guerriglie, che da sempre (basti pensare alla guerra d'indipendenza spagnola 1808-1813) sono più sanguinose- e strategicamente più diffici li da condurre - delle guerre di eserciti; d) l'espressione «conflitti a bassa intensità» fa legittimamente ritenere che ne esistano anche «ad alta (o media) intensità»; questi ultimi, però, non sono mai stati trattati da alcuno, anzi tale espressione è sconosciuta. Si parla normalmente di guerre totali o assolute; ma non di conflitti totali o assoluti. Insomma, l'espressione «conflitti a bassa intensità» è una tautologia; al suo posto, sarebbe meglio usare il termine «guerre a bassa intensità». Pur avendo le caratteristiche principali della guerra, queste ultime prevedono un uso della forza militare limitato soprattutto sotto il profilo qualitativo, ad esempio con esclusione delle armi più perfezionate e letali e/o di determinate unità speciali. Si tratta di guerre, insomma, nelle quali chi combatte - e in particolare le Forze Armate dei paesi occidentali- per qualche ragione politica, perchè gli armamenti sofisticati non sono necessari o solamente per limitare le perdite, ricorrono all'impiego solo di determinati tipi di armi, o comunque rinunciano a sviluppare tutta la potenza di fuoco che sarebbe nelle loro possibilità, e

,. G. Chaliand- A. Blin. Dictionnaire de stratégie militaire. Paris, Penin 1998, pp. 106-107.


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che consentirebbero gli armamenti più moderni. Si possono definire tali anche le guerre locali, nelle quali ambedue i contendenti - magari perchè si tratta di Paesi agricoli, poveri e industrialmente poco sviluppati- dispongono di armamenti antiquati e rustici, che le grandi potenze non hanno interesse a sostituire con altri più moderni. Anche in tali guerre, un intervento militare di Paesi occidentali può limitare la potenza, la qualità e la quantità delle armi. Ad esempio l'inesistenza o la scarsa efficienza delle difese aeree può rendere possibile l' impiego di determinati tipi di aereo con determinate modalità operative, che non sarebbe possibile in altre circostanze: una poartaerei, o una semplice nave da trasporto carica di truppe o materiale militare, possono avvicinarsi a una costa solo se da tale costa non esiste la possibilità di «proiezioni di potenza» dalla tena verso il mare, magari con quei rustici missili cinesi che pure hanno messo in crisi il traffico delle petroliere nel Golfo Persico. Con tutto questo, è difficile definire il confine esatto tra «guerra» e «conflitto»; comunque, non si può certo affermare che esistono conflitti «ad alta intensità»: questi ultimi sono guene.

La crisi è caratterizzata dal mutamento - improvviso e sovente non previsto e non prevedibile - di un assetto politico-militare o sociale preesistente, che viene percepito come una minaccia alla quale si rende necessario far fronte in tempi ristretti. Secondo il Colombo, le crisi internazionali sono i l punto di raccordo tra l' «instabilità» dell 'ambiente politico internazionale e la «sicurezza» del singolo attore, ovvero, dal punto di vista degli organi decisionali, periodi di tempo nel corso dei quali l'instabilità si traduce in precise minacce alla sicurezza: «Nella letteratura delle Relazioni lmernazionali il concetto di "crisi" non si è ancora emancipato dalla sua origine politico-militare. In linea di massima esso abbraccia tre elementi: un "innesco" (trigger) costituito da qualche mutamento nel contesto interno o internazionale; la percezione da parle degli organi decisionali di una minaccia ai valori fondamentali, di una elevata possibililà di coinvolgimento in ostililà militari e della consapevolezza di avere a disposizione un periodo di tempo limitato per reagire; infine, un cambiamento nel comportamemo (e nella percezione della realtà) dei decision-makers come conseguenza dello "stress" a cui vengono sottoposti. Per adattare queste definizioni di "crisi" al nuovo contesto internazionale sono necessari almeno due corollari. Il primo è facilmente intuibile: i mutamenti capaci di innescare una crisi non sono solo quelli che investono la dimensione politicomilitare della sicurezza [. .. ]. Una crisi può essere innescata anche da

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mutamemi di natura economica, o dt1 catastrofi mnbientali, oppure da fenomeni migratori acuti come quello di due armi fa dall'Albania. Anche se viene meno l'elevata probabilità di guerra, anche in questi casi gli organi decisionali percepiscono una minaccia e la necessità di rispondere in un periodo di tempo limitato. Il secondo corollario si riferisce a quello che potremmo definire l'aspetto "soggettivo" delle crisi. Mentre in ambito bipolare, 1W11 c'era modo di sottrarsi alla minaccia dell'Unione Sovietica, l'instabilità del sistema internazionale posi-bipolare investe la sicurezza degli attori solo in ramo in quanto sono coinvolti nelle aree instabili»' . Secondo Isernia Jo stress, più che essere un elemento carauerizzante della crisi. è una conseguenza dello stimolo costituito dalla minaccia e quindi va interpretato come una variabi le che si coiJoca tra lo stimolo stesso e la risposta da dare. L'Isernia inoltre privilegia, nell' analisi del concetto di crisi, la prospettiva decisionale; non considera cioè la crisi come mutamento di stato nel flusso di azioni politiche internazionali (caratterizzato da un volume di eventi inusuale e di elevata intensità), ma come una situazione decisionale con proprie caratteristiche, comunemente riassunte in: a) minaccia grave a valori (o obiettivi) importanti; b) tempo ridotto per rispondere; c) sorpresa: d) elevata proprie tà dello scoppio di un conflitto o, alternativamente. dell'uso della forzas. Comunque sia. la crisi- che ruuavia si verifica in pace e anzi contraddistingue la pace inquieta e imperfetta nei nostri giorni- segna sempre il passaggio da una situazione di rischio generale a una minaccia localizzata, anche se spesso difficile da determinare esattamente. Essa va governata in modo lale. da non degenerare in conflitto o addirittura in guen·a: da questo si misura la capacità della leadership. Richiede pertanto un accurato studio dell'ambiente e dei precedenti e un dialogo continuo con «l'altro»; rientrano in essa forme di guerra psicologica, economica, diplomatica e anche ani di terrorismo; può comportare l'impiego potenziale della forza militare: non si risolve generalmente con la sconfitta, il cedimento di uno dei contendenti, ma con una soluzione di compromesso ottenuta con negoziati anche lunghi e laborios i. Per la sua risoluzione, l'elemento essenziale è il desiderio più o meno tacito e nascosto di ambedue i conten-

'· A. Colombo. Analisi delle forme di rischio (in AA.VV .. Rischio da Sud - a cura di C.M. Santoro. Milano. Franco Angeli 1996. pp. 45-46). • P. !!'ernia. Gestione delle crisi: nu:wdologie e s11·unwmi. Roma, Ri vista Militare CEM ISS 1994. pp. 31-35.


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denti di evitare degenerazioni e spiralizzazioni; anche le pressioni delle grandi potenze aventi interesse a limitarla o spegnerla sono spesso di fondamentale importanza. Queste pressioni banno tanto più successo, quanto più chi le esercita dispone di una credibile forza economica e militare. Fino al 19391945 la forza militare degli Stati veniva impiegata, al servizio della politica, soprattutto in guerre regolarmente dichiarate; ora si sta verificando il contrario, cioè l'impiego (magari potenziale) della forza armata normalmente al di fuori delle guerre. Conflitti e crisi, almeno per le Forze Armate occidentali, sono diventate le occasioni d' impiego più frequenti; pertanto richiedono idonee strutture sempre pronte ad entrare in azione. Queste strutture devono essere miste, cioè politico-militari, e agire in base a norme e procedure di massima accuratamente studiate e pianificate. Non è cosa di poco conto, visto che il D .P.R. 18 novembre 1965, n. 1477 continua a prevedere, come sempre, solo l'ordinamento degli Stati Maggiori in tempo di pace, presupponendo quindi che, in tempo di pace, non sia necessario disporre di un vertice militare pienamente operativo. Questo concetto va oggi superato così come quello, ormai obsoleto, di mobilitazione, cioè dell'inizio dell' approntamento operativo di Comandi, Unità e Servizi logistici solo quando l'autorità politica ha regolarmente dichiarato lo stato di guerra, con conseguente inidoneità prima di tutto psicologica a qualsivoglia impiego operativo «in pace» o senza dichiarazione di guerra. Per altro verso non ci si può meravigliare della nuova situazione: la politica è anzitutto conflitto di poteri e di forze che deve saper governare, sia all'interno che all'esterno degli Stati. In ultima analisi ha sempre come riferimento ultimo la forza, anche per trovare una linea di mediazione e conciliazione tra diversi interessi. Perciò, come afferma il Jean, «la forza militare svolge un ruolo politico anche in tempo di pace, seppure i"n forme diverse. Viene infatti utilizzata allo_stato potenziale, con funzioni di dissuasione, di coercizione e di intimidazione (o compellenza). La forza si trasforma in potere e in autorità ed agisce con la sua sola presenza, quando è credibile, cioè solo se esiste effettivamente la volontà di impiegarla qualora lo si ritenga necessario» [Noi aggiungeremmo: «e solo se essa, naturalmente, è in grado di essere proficuamente impiegata»- N.d.a.] 9 •

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C. Jean, Guerm, strategia... (cit), p. 3 .

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Anche se questo vale solo per gli Stati e per le nazioni più sviluppate, è indubbio che oggi l' impiego della forza militare in tempo di pace, nei conflitti e crisi, impone di ripensare anche la pace. I suoi confini con la guerra sono diventati estremamente incerti. La forza armata, la minaccia credibile del suo uso, e anche gli interventi militari limitati, «mirati» e «Selettivi» -come quelli recenti in Bosnia nel 1995 o contro l 'Iraq - sono sempre più un supporto indispensabile della diplomazia. E, per i motivi prima illustrati, la guerra fredda non può essere esclusa dalla guerra vera e propria, eppure essa si è svolta e conclusa in tempo di pace. Che cos'è, dunque, oggi la pace? si può brevemente e semplicemente definire «assenza di forme di guerra guerreggiata»; tutte le altre forme di guerra sono compatibili con lo stato di pace, fino a far apparire aderente a una realtà contraddittoria l'espressione - inevitabilmente anch'essa contraddittoria - «guerre del tempo di pace». Si tratta, in fondo, di un fenome no non tipico solo del nostro tempo. Per secoli l'Inghilterra nel suo vasto Impero ha impegnato in tempo di pace e senza scrupoli esercito e flotta per sedare ovunque conflitti, disordini, rivolte, oppure per sostenere con argomenti persuasivi l'azione diplomatica. Charles de Gaulle nel suo libro T/filo della Spada fa un lungo elenco degli interventi dell'esercito francese in Europa e nell'Impero dopo la grande guerra e fino ai primi anni 30, nei quali sono caduti ben 1000 ufficiali, cioè «più di quanto la Grande Anneé abbia perduto a Ulm, Austerliz, Iena e Eylau, più di quanti siano caduti nel 1870 dal mattino di Wissembourg fino alla sera di Saint-Privat» 10• Questa fenomenologia complessa, che sfugge a qualsivoglia rigida delimitazione concettuale e quindi non rende possibili definizioni esaustive, è, in fondo, altamente istruttiva. Induce a diffidare specie oggi dalle verità assolute, dalle teorie miracolistiche e totalizzanti che a maggior ragione nel campo militare rivelano tutti i loro Limiti e pericoli. Come scrive il filosofo Bergson (citato dallo stesso De Gaulle), <<noi sentiamo bene che nessuna delle categorie del nostro pensiero si applica esattamente alle cose della vita. Invano costringiamo la materia vivente in questo o quel nostro schema; tutti gli schemi si spezzano; sono troppo stretti, troppo rigidi, soprattutto per quello che noi vorremmo mettervi dentro. n nostro ragionamento, così sicuro di sé stesso quando circola tra le cose inerti, non si trova a suo agio su questo nuovo terreno».

•• C. Dc Gaulle. Il filo della spada (Ci t.}, pp. 82-83.


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L'arte militare del 2000

Le difficoltà con le quali siamo stati costretti a misurarci parlando della guerra e della pace, non potranno non ripresentarsi tratlando. -come ora faremo- sia delle forme e tecniche di guerra, sia della strategia. 4. LE PRINCIPALI FORME DI GUERRA NELLE PIÙ RECENTI PUBBLICAZIONI DOTTRINALI ITALIANE: GUERRA NUCLEARE E GUERRA LIMITATA La Pubblicazione SME n. 5564 Impiego delle Grandi Unirà complesse (n. 700 della serie dottrinale) - Ed. l 963 è tuttora l'unico documento ufficiale al quale riferirsi. in prima istanza, per definire o meglio ridefinire i vari tipi di guerra a fine secolo XX, che ovviamente devono tener conto del mutato contesto internazionale e di diverse realtà geopolitiche e geostrategiche. Al paragrafo l essa afferma: «la guerra è il ricorso alle armi per la risoluzione di Lm confliuo di gran-

di interessi. La sua estensione e inrensità derivano dall'importan~a degli imeressi in contrasto. La guerra generale, in contrapposizione a quella locale, non ha limiti geografici; la guerra integrale coinvolge tu/le le forze vive, morali e materiali, dei belligeranti. Immutabile il suo scopo: la capitola~ione del nemico, conseguita di massima auraverso la distru-::.ione del suo poten~iale bellico. Varia e mutevole può essere, invece, la sua fisionomia: -guerra nucleare illimitata, con impiego, cioè di armi nucleari in campo strategico e in campo tattico; - guerra nucleare limitata, con impiego di anni nucleari nel solo campo taltico; -guerra conven~iona/e in ambieme nucleare potenziale; -guerra conven::.ionale. A fa Ilor comune: - particolari forme di lotta: guerra non tradizionale, guerriglia, guerra territoriale, attività clandestina, guerra sovversiva; - speciali tecniche: guerra elettronica, guerra psicologica, guerra biologica, guerra chimica>>. Superfluo rilevare elle, oggi. particolarmente in Europa il pericolo di una guerra nucleare è pressoché scomparso, mentre non lo è affauo in altre aree inquiete del mondo; né la guerra può avere oggi come scopo necessariamente la debellatio, la capitolazione dell'avversario e la distruzione del suo potenziale bellico: potrebbe semplicemente proporsi- come è avvenuto nella guerra del Golfo- di umi-

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IV - Che cos ·~ la guerra di oggi?

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liarlo, di indurlo a concessioni, limitare la sua sovranità in certe zone, indurlo a ritirarsi da altre. Non si può però essere eccessivamente ottimisti, anche se non c'è motivo, per il momento, di drammatizzare. Il pericolo costituito dalla d isponibilità da parte di vari Stati di un numero tuttora eccessivo di armi di distruzione di massa rimane; non si può mai essere certi che chi dispone di un'arma, non la impieghi. Poiché i Paesi del terzo mondo tendono a fare delle armi chimiche e batteriologiche « ratomica dei poveri» e le tecnologie missilistiche sono anch'esse relativamente accessibili, esiste un oggenivo ri chio del ricorso a tali armi da parte di Paesi della sponda Sud del Mediterraneo e del Medio Oriente; basti ricordare la corsa degli israeliani a dotarsi di maschere antigas sia nell a guerra del Golfo 1990-1991, sia nella crisi Stati Uniti-Iraq dell'inizio 1998. La guerra psicologica e quella elettronica hanno accresciuto la loro imponanza, fino a far parlare di «guerra virtuale», con tutte le possibili manipolazioni dei mass media che ne conseguono. e che di fatto svuotano il concetto di democrazia. Infine, se i concetti di guerra generale o locale sono unicamente riferiti alresistenza o meno di limiti geografici, se ne deduce che una guerra integrale non necessariamente è anche generale. e viceversa. La «guerra non convenzionale» (unconventional wG1fare) viene così definita dal nomenclatore militare 1962: «Particolare forma di lotta condotta in ten·itorio nemico, o occupato dal nemico, da nuclei di incursori (personale delle Forze Armate regolari sbarcato da mezzi navali o aerei o paracadutato). a scopo informativo. di sabotaggio ed eccezionalmente di disturbo. Ha, di norma, carattere specifico e temporaneo»11. Il successivo nomenclatore 1969 '~. che tiene conto della Pub. 700, non riporta più la definizione di «guerra non convenzionale» (probabilmente perché ha manifestazioni analoghe a que!le della guerra territoriale), e non riporta nemmeno la voce «guerra» senza aggettivi , distinguendo però tra: guerra biologica, guerra chimica, guerra elettronica, guerra generale, guerra locale, guerra psicologica, guerra sovversiva (o rivoluzionaria). guerra territoriale, guerriglia. Tra i predetti termini. riportiamo quelli più interessanti ai fini della ricerca e dei confronti successivi.

' SME. Nomcnclatorc Organico- T artico- Logislico (Pub. n. 5514). Roma 1962, p. 114. " SME. Nomcncl:uorc Mililare (Escrcilo)- Pub. n. 5895. Roma 1969. pp. 57-58.


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Guerra generale Ricorso alle armi per la risoluzione di un conflitto di grandi interessi che non sia stato possibile comporre pacificamente. Non ha limiti geografici e coinvolge tutte le forze vive, morali e materiali, dei belligeranti. Riveste quindi carattere integrale e si risolve con la capitolazione di una delle due parti conseguita, di massima, attraverso la distruzione del suo potenziale bellico.

Guerra locale Ricorso alle armi per la risoluzione di un conflitto di grandi interessi che non sia stato possibile comporre pacificamente. Investe un' area geografica limitata e non comporta necessariamente la capitolazione di uno dei contendenti. Può via via inasprirsi sino a trasformarsi in guerra generale.

Guerra psicologica (psicologica[ warfare) Complesso delle attività di propaganda e contro propaganda e di altre azioni a carattere psicologico, pianificate e coordinate da parte delle Autorità politiche e militari, rivolte a influenzare opinioni, tendenze e comportamento delle popolazioni e delle Forze Armate dei Paesi nemici, amici e neutrali. al duplice scopo di sostenere le finalità politiche del Governo e concorrere al successo delle operazioni belliche. Può essere offensiva e difensiva, strategica e tattica.

Guerra sovversiva (o rivoluzionaria) Forma di guerra che mira al rovesciamento del regime vigente in un Paese e all'instaurazione di uno nuovo. Nasce, si sviluppa e si conclude nell'interno di uno Stato con l'appoggio o meno di Potenze straniere. Si avvale essenzialmente della guerriglia come strumento di azioni militari, pur senza escludere il ricorso a vere e proprie operazioni tradizionali. Può manifestarsi anche in concomitanza con una guerra generale o locale.

Guerra territoriale Particolare forma di lotta condotta da complessi tattici del livello massimo di compagnia in territorio occupato dal nemico, allo scopo di concorrere al logoramento della sua capacità operativa. Le unità che devono condurla si lasciano superare dal nemico per agire, successivamente, nelle sue retrovie; ovvero raggiungono le retrovie stesse a mezzo di aviosbarchi, elisbarchi, sbarchi dal mare. La guerra territoriale, di massima, si identifica con una guerriglia condotta da forze regolari.

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Guerriglia Particolare forma di lotta, condotta da forze militari o pararnilitari, in territorio controllato dall'avversario: -in concorso alle operazioni dell'Esercito nazionale, in una guerra generale o locale; -ovvero quale aspetto di azione militare in una guerra sovversiva.

Il successivo nomenclatore militare 1984 13 (che recepisce il quadro operarivo tracciato dalla pubblicazione SME n. 6176- Ed. 1977/1983 Memoria sull'impiego delle Grandi Unità - n. 900 della serie dottrinale e risulta nel 1998 in via di rifacimento) non riporta più le voci guerra biologica, guerra chimica, guerra locale e guerra territoriale (evidentemente ritenendo quest'ultima coincidente con la guerriglia) e fornisce per la prima volta una definizione ufficiale di guerra senza aggettivi: «ricorso alle armi per la soluzione di una controversia tra Stati. Può manifestarsi in una estesa gamma di forme, ai cui estremi si collocano: -la guerra generale che ricerca la distruzione completa dell'avversario e coinvolge tutte le risorse materiali e spirituali dei belligeranti; -la guerra limitata che, in genere, tende all'acquisizione di un obiettivo locale con azioni di breve durata, volte a determinare una favorevole situazione di fatto, in vista di una successiva trattativa politica». Le nuove voci guerra sovversiva (non si parla più di guerra rivoluzionaria) e guerriglia del nomenclatore 1984 presentano qualche differenza rispetto a quelle del nomenclatore 1969: Guerra sovversiva Forma di loua. condotta all'interno di una Nazione da una parte dei cittadini, con o senza l'aiuto esterno, allo scopo di rovesciare il Governo e/o le Istituzioni, o quanto meno di paralizzarne le azioni e le funzioni. Si avvale prevalentemente della guerriglia come strumento di azioni militari, pur senza escludere il ricorso a vere e proprie operazioni tradizionali. Può manifestarsi anche in concomitanza con una guerra generale e limitata.

Guerriglia Forma di lotta particolare condotta da unità militari o paramilitari [per unità si intende un complesso di personale e mezzi, di qualsiasi livello ordinativo, e agli

" SME, Nomenclatore Militare (Esercito)- Pub. n. 5894. Roma 1984, pp. 60-61.


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ordini di un solo Comandante, avente compiti operativi - N.d.a.], in territorio controllato dall'avversario, con l'appoggio almeno parziale della popolazione. Si sviluppa con azioni aggressive improntate a fluidità, rapidità e sorpresa, tendenti a logorare il morale e le forze dell'avversario.

Per completare il quadro, va ancora notato che i primi nomenclatori del dopoguerra ( 1951 e 1956) 14 non accennano alla voce guerra e ad alcun tipo di guerra, fatta eccezione per la guerriglia, da a mbedue definita «forma particolare di lotta, prevalentemente offensiva, svolta, in genere, da piccole formazioni mobi li e manovriere che, evitando in linea di massima azioni decisive e onerose. cercano di danneggiare l'avversario che occupa il territorio nel quale essi operano» . Infine una forma di guerra che possiamo definire tradizionale ma tuttora fondamentale, la guerra economica, riceve attenzione solo nel nomenclatore 1962: Guerra economica (economie warfare) Impiego pianificato e coordinato. sia in tempo di pace. sia in tempo di guerra, da parte delle Aurorità politiche e militari, dei mezzi e dei materiali di ogni specie idonei a mantenere o ad accrescere il potenziale economico della Nazione e dei suoi alleati, ovvero a ridurre o a neutralizzare quello del nemico.

Oggi si impiega l'arma economica (sanzioni) anche contro Stati che violano in qualche modo l'assetto internazionale e non intendono soggiacere alle pressioni dell'ONU e/o delle grandi potenze. Come già si è accennato, questa forma di guerra, volta prima di tutto a diminuire il potenziale bellico di uno Stato, la sua capacità di resistenza e il morale delle sue popolazioni e solo in seconda istanza ad accrescere il proprio, è comparsa già neJia guerra d'indipendenza americana 1775-1783; si è accentuata nelle guerre napoleoniche con il blocco inglese alle coste dei Paesi dell'Europa continentale conq uistati da Napoleone e con il contro-blocco napoleonico e per ovvi motivi è tuttora l'arma preferita dall'Occidente (ancorché di dubbia efficacia) per esercitare pressioni senza ricorrere allo strumento militare (o unitamente a tale ricorso). Dalle predette definizioni ufficiali, pur «datate», si può trarre anzitutto la conferma che la guerra - non da ora - è il ricorso alle armi su

''- Cfr. Pub. SME n. 4891 -Ed. 1951 e n. 5211 -d. 1956.

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scala sufficientemente vasta: non è dunque il ricorso alle forze militari, concetto che sarebbe limitativo. li nomenclatore del 1969 è quello che più rispecchia la contrapposizione tra i due blocchi, e insieme il concetto di guerra classica, napoleonica: nonostante la presenza dell'arma nucleare, la guerra generale tende pur sempre alla vittoria e alla debellatio dell'avversario; non a indurlo alla trattativa o - più genericamente - a realizzare uno scopo politico che come tale ha contenuti sempre variabili e contingenti. Le caratteristiche di «relatività», di variabilità degli obiettivi e risultati affiorano solo nelle guerre locali, che secondo il predetto nomenclatore 1962 possono anche concludersi senza quella capitolazione dell'avversario che pur sarebbe la soluzione migliore (probabilmente è l'esito incerto della guerra di Corea, con la quale l'espansione militare del blocco comunista è stata contenuta ma solo momentaneamente e in quella ristretta area, a dettare questa maggiore elasticità). Il clima di contrapposizione tra i due blocchi, che porta alle cosiddette (e anch'esse non nuove) «guerre per procura», affiora tuttavia nell'ammissione che le guerre locali possono trasformarsi in guerra generale, il che sottintende che rispetto ad esse l' atteggiamento delle due superpotenze non è mai neutrale e quindi, può dare luogo a crisi pericolose. Il successivo nomenclatore 1984 conferma il precedente concetto di guerra generale, accennando semplicemente al coinvolgimento di tutte le risorse dei belligeranti; quest'ultimi non possono essere che i due blocchi al momento contrapposti. Al posto della guerra locale, riferita in precedenza solo alla ristrettezza dell'area geografica di interesse, il predetto nomenclatore introduce il concetto di guerra limitata, con caratteristiche relative anche allo scopo e alla condotta. Essa deve raggiungere un obiettivo locale che determini un vantaggio in vista di una successiva trattativa politica, e deve essere breve. In proposito, la citata Pub. SME n. 900 (Vol. I, paragrafi l -4) precisa anche che gli sforzi e i rischi sono proporzionati agli interessi politici in gioco, e che l'obiettivo locale può essere conseguito «mediante azioni di breve e brevissima durata». Da quanto sopra si deduce che anche il termine «guerra limitata» va ancora essenzialrnente riferito al teatro europeo e alla tensione tra i due blocchi ancora in corso. L'impiego dell'ordigno nucleare non è escluso: esso tuttavia secondo la pubblicazione 900 deve essere limitato e selettivo e ha carattere bilaterale, perché «il ricorso alle armi


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nucleari da parte di uno dei belligeranti determinerà ineluttabilmente analoga reazione da parte dell'avversario»). Pertanto essa esclude (diversamente dalla Pub. 700) che un conflitto con impiego non limitato di armi nucleari possa essere conveniente e quindi sia sottoposto a una logica dottrinale. Ritiene aleatorie anche le possibilità di controllare una guerra che inizi con lo scambio di ordigni nucleari: questo fatto «accresce la probabilità che futuri conflitti armati assumano i caratteri di guerra convenzionale: dallo scontro locale a guerre più estese, ma con obiettivi tali da non giustificare l'impiego di ordigni nucleari». Sono tuttavia possibili conflitti nucleari limitati, con impiego di ordigni nelle fasi iniziali di una guerra, o in seguito alla spiralizzazione (escalation) di uno scontro inizialmente convenzionale. In questo quadro, assumono «valore fondamentale» le forze convenzionali e gli armamenti nucleari tattici, «i l cui impiego eventuale, pur comportando il rischio di una specializzazione, non dà luogo inevitabilmente ad una guerra nucleare generale». Infatti, sempre secondo la Pubblicazione 900 (Vol. l): <<forze convenzionali e armamenti nucleari sono le componenti più valide della dissuasione, in quanto, se sostenuti da una ferma volontà di reazione, testimoniano la capacità di difesa e dimostrano ad un possibile nemico che il ricorso alle anni non avrebbe probabilità di successo, a meno di non accettare un rischio molto elevato. Sono anche gli strumenti indispensabili, nel caso di fallimento della dissuasione, per attuare in tutte Le sue forme una reazione controllata e graduata: dalla difesa diretta, che si ripromette difennare l'aggressione combattendo allo stesso livello scelto dall 'aggressore, alla spiralizzazione [escalation -N.d.a.] deliberata che, elevando coscientemente La portata e l'intensità del conflitto, è intesa a rendere il costo e il rischio delle operazioni sproporzionati agli obiettivi che l'aggressore persegue». In quest'ultima frase della Pub. 900 si coglie l'eco della dottrina NATO del first use, avente essenzialmente lo scopo di rimediare alla forte inferiorità convenzionale delle forze NATO in Europa accrescendo agli occhi dell'avversario la loro capacità dissuasiva. Posto che la predetta pubblicazione prende atto della dottrina NATO del momento e la applica alla specifica situazione geostrategica italiana, non si può non rilevare l'ambiguità, le contraddizioni e i rischi insiti in una situazione di equilibrio molto precario, nella quale anche la minaccia di ricorrere per primi ali ' impiego sia pur limitato e selettivo dell'arma nucleare finisce con l' assumere un valore relativo, perché- come precisa la stessa Pub. 900 - rende inevitabile l'impiego anche da parte del-

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l'avversario di una siffatta arma, con altrettanto inevitabile distruzione di gran parte dell'Europa, anche senza spiralizzazioni. È forse per questa ragione che la Pub. 900 ritiene probabile, per il futuro, il ricorso alle sole armi convenzionali, fidando evidentemente nella razionalità dei comportamenti di ambedue i contendenti. Vi è solo da sottolineare, in proposito, quanto ricorda il Supino, cioè che anche una guerra convenzionale integrale avrebbe ugualmente distrutto l'Europa. E un altro fatto da sottolineare, con importanti riflessi teorici, è che gli aggettivi «limitato» e «tattico» sono tali solo se riferiti all'ottica degli Stati Uniti, della superpotenza dominante: per una potenza europea, che sarebbe distrutta in uno scontro nucleare, l'impiego della bomba non sarebbe né limitato né selettivo e ciò che è «tattico» sarebbe strategico. È consolante constatare che, oggi , il quadro è ben diverso; soprattutto la guerra limitata ha cambiato pelle. Oltre a non comportare generalmente, da parte occidentale, l' impiego dell'anna nucleare nemmeno allo stato potenziale, la guerra limitata non rientra più nella dialettica delle superpotenze, non è più una guerra per procura. È l'unico tipo di guerra possibile a breve termine; ha spesso inizio (Falkland, Golfo, ex-Jugoslavia) come sbocco di conflitti endemici in qualche area, o di crisi locali ricorrenti, le cui origini risalgono spesso a situazioni antecedenti la guerra 1939-1945; si accende contro la volontà dell' Occidente, degli Stati Uniti e della stessa Russia; si sviluppa nonostante il loro intervento diplomatico e economico, e a volte anche militare; normalmente si conclude con faticosi e lunghi negoziati, che difficilmente consacrano un vincitore risolvendo definitivamente il conflitto o la crisi. Se non fosse per quest' ultimo aspetto, sarebbe insomma una guerra che scoppia spontaneamente tra due Stati o gruppi organizzati, per le stesse e complesse ragioni - non di carattere meramente economico - per cui sono sempre scoppiate in Europa, e altrove, da millenni, le guerre. Ragioni nelle quali prevalgono le passioni umane, come l' odio, l'intolleranza religiosa o politica, lo spirito di rivalsa, l' ideologizzazione del contrasto, i rancori secolari, la tendenza a sopraffare altre etnie, eccetera. Va da sè che l' Occidente sviluppato e la stessa Russia oggi considerano, in genere, le guerre limitate come una turbativa della stabilità internazionale contraria ai loro interessi, anche se - diversamente dal passato - riguardano anche l'Europa. Esse nascono in aree tradizionalmente instabili come i Balcani, cioè in aree al di fuori dell'Europa Occidentale propriamente detta e piuttosto estranee ai legami che - aJ


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di là dei trattati- si sono stabiliti per forza di cose dopo il 1945 tra le vecchie Nazioni di quest' area. Legami che hanno tracciato una sorta di limes morale,economico, sociale tra Francia, Germania, Italia e Spagna e gli altri Stati europei ex-comunisti, i quali stan no attraversando una crisi di assestamento come tale non breve e non priva di convulsioni, problemi e pericoli. La definizione teorica di guerra limitata che ne deriva potrebbe essere la seguente: «forma di guerra che interessa una ristretta area geografica, assumendo peraltro di frequente - per i contendenti carattere integrale, senza escludere il ricorso potenziale o effettivo ad armi di sterminio di massa e specialmente all'arma chimica o batteriologica. Rappresenta in genere lo sbocco di conflitti endemici o di crisi locali sfuggite al controllo delle organizzazioni internazionali. Raramente si conclude con la debellatio di una delle parti; più spesso trova sbocco in un armistizio o trattato di pace conclusi in seguito alle pressioni diplomatiche, economiche e al limite militari delle principali potenze e sotto l'egida delle organizzazioni internazionali. L'intervento militare dell' Occidente, perciò, si mantiene finchè possibile allo stato potenziale e assume forma ridotta, mirata e temporanea con fini di interposizione, per convincere le parti al negoziato». Questa forma di guerra tende, oggi, a diventare la guerra tout court. Essa fa emergere il diverso modo di percepirla e condurla da parte delle nazioni più sviluppate e da parte, invece, di chi la combatte sul posto. Per chi la combatte, essa diventa una guerra integrale sul modello della seconda guerra mondi ale, nella quale non esiste alcuna distinzione o pregiudiziale tra le varie modalità per condurla, con le popolazioni civili che soffrono le perd ite e i danni più pesanti e sono anzi un obiettivo privilegiato. Se non vi vengono impiegati dai contendenti certi tipi di anna, è semplicemente perché non se ne dispone; se non sono spinte a fondo, è solo a causa di pressioni esterne. Per le nazioni più sviluppate è il contrario: si ricorre a tutti i mezzi per non intervenire militarmente, le forze militari sono impiegate fin che possibile con fini dissuasivi, e anche l'intervento effettivo viene condotto !imitandolo al massimo nello spazio e nel tempo, con una scelta delle armi e degli obiettivi che tiene conto in misura preminente non dell'efficacia materiale o puramente tecnico-militare delle armi stesse e dei loro limiti e tempi di intervento (come vuole la metodica classica degli Stati Maggiori), ma delle ricadute politiche, morali, psicologiche del loro im-

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piego e delle perdite (ancor prima che sui protagonisti locali della guerra, sulla propria opinione pubblica). Si potrebbe dire, perciò, che oggi le guerre sono «limitate», ma solo nell'ottica delle Nazioni più sviluppate, che almeno per il momento escludono rovinosi scontri tra di loro; e che nell'ambito dello stesso Occidente- si pensi al concetto di guerra nucleare «limitata», cioè di guerra nucleare solo in Europa- una guerra all'atto pratico può essere «limitata» solo per la potenza-guida, non certo per l'Europa. Gli scritti del Supino, del Di Giamberardino ecc. già dimostrano, del resto, questa percezione diversa pur nel perseguimento di obiettivi comuni: percezione non dovuta a arbitrarie valutazioni della situazione dal momento da una parte o dall'altra, ma a insopprimibili e naturali peculiarità di carattere geopolitico e geostrategico, che non vanno soffocate ma confrontate per trovare soluzioni nel comune interesse. Va da sé che la strategia non può rimanere indifferente a questi vistosi mutamenti di ottica, che influiscono anche sul suo rapporto con la tattica. Se le guerre limitate tendono a riassumere in sé i caratteri della guerra tout court, vi è un ultimo, importante corollario da considerare: l'arma nucleare è oggi confinata a puro ruolo di dissuasione dell'uso di analoghe armi da parte dell'avversario. Se mai lo è stata - i maggiori scrittori politici e militari ne hanno sempre dubitato, anche quando ciò veniva sancito dalle dottrine ufficiali- certamente oggi l'arma nucleare non è più un' arma da usare in operazioni belliche, per ottenere dei vantaggi operativi sull'avversario; né può più sostituire o potenziare il ruolo dissuasivo delle armi convenzionali. Tuttavia per uno Stato il possesso della bomba rimane una condizione necessaria - ancorché non sufficiente- per acquistare lo status di grande potenza e aspirare di conseguenza a una politica nazionale autonoma. Al di là della loro appartenenza a organizzazioni internazionali e sovranazionali, Francia e Inghilterra percepiscono tuttora in questo modo il possesso dell'arma nucleare: non sono i soli Stati a fare questo, e il pericolo di ampliamento di fatto del club nucleare- insieme con il problema tuttora irrisolto dell'utilizzazione delle forze nucleari nazionali europee - fa pensare a un futuro gravido di incertezze. Rappresenta, evidentemente, uno dei più cospicui strascichi della seconda guerra mondiale il fatto che due potenze europee almeno formalmente vincitrici della stessa guerra- la Francia e l' Inghilterra - dispongono di un arsenale militare sotto esclusivo controllo nazionale, mentre le potenze sconfitte - Germania,


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Giappone e Italia - nonostante il loro ben noto peso economico, industriale e finan ziario, non ne dispongono affatto, dando luogo a uno stato di minorità e a una dissimmetria geostrategica che appare sempre meno giustificata, e può essere risolta solo con un effettivo controllo sovranazionale e e uropeo di tale arsenale. In ogni caso, il termine guerra nucleare ha perduto il rango determinante che aveva assunto durante la guerra fredda. È diventata non una forma di guerra o semplicemente la guerra, ma solo una possibile tecnica di guerra, come la guerra elettronica, guerra chimica ecc., aggiungendosi così alle «speciali tecniche» de lle quali parla la Pub. 700. E, al momento almeno, è ancor meno probabile della guerra chimica o batteriologica, le cui tecnologie sono pilt accessibili. Dal ridotto ruolo attuale dell ' arma nucleare discende anche il ridotto ruolo della preparazione alla guerra nucleare, che era concepita come un atto di guerra di per sé, una fase della guerra fredda perchè era una sfida all'avversario, e mirava a equilibrarne e possibilmente a superarne la potenza, con armi di caratteristiche sempre più avanzate. La conta degli ordigni e delle loro caratteristiche era perciò argomento quotidiano di confronto e di contesa, e oscurava di gran lunga i rimanenti aspetti dei contrapposti dispositivi militari. Ora tutto ciò non ha più senso; l' importante è che gli arsenali nucleari dei vari Stati - il cui controllo è rimasto di fatto nazionale - si dimostrino effettivamente in grado di arrecare danni irreparabili a chiunque ardisca impiegare per primo queste armi. Ha acquistato importanza non tanto la potenza e quantità degli ordigni e la capacità di impiegarli di sorpresa e per primi contro l'avversario, ma la cosiddetta «Capacità di secondo colpo». Nel senso che, anche una potenza nucleare per così dire secondaria, che disponga di relativamente pochi ordigni ma sia determinata a impiegarli se attaccata, con la minaccia di ritorsione può indurre un avversario più forte a rinunciare all'attacco, perché i danni non compenserebbero i vantaggi: in poche parole, dalla dissuasione si è oggi passati alla deterrenza•s.

u l concetti di dissuasione e deterrenza non sono definiti dai nomenclatori del!" esercito. TI Dictiomwire de stratégie militaire di Chaliand e BI in tratta solo la dissuasione. Il Glossario di rem1inologia NATO ed Europa- Ed. 1988 li definisce come segue; «Dissuasione. Si ha dissuasione quando le difese di cui si dispone sono talmente foni da non lasciare all'avversario alcuna speranza di riuscita, impedendogli quindi di fatto ogni aggressione e inducendolo a un atteggiamento più moderato. Deter renza. Si ha deterrenza quando la minaccia di rappresaglie - per cui qualsiasi azione ostile. quand'anche fosse coronata da un successo iniziale. sarebbe inevitabilmente seguita da una ritorsione- induce l'avversario a considerare il costo


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È bene sottolineare che anche queste considerazioni sono «euro arnericanocentriche»: valgono cioè soprattutto per i rapporti tra grandi potenze occidentali e tra di queste e la Russia. Gli esperimenti nucleari francesi del 1995 aumentano l'autosufficienza nucleare europea, anche se stabiliscono un primato militare continentale francese non da tutti accettato; ma non possono non destare preoccupazione gli esperimenti nucleari dell'India e del Pakistan (maggio 1998), suscettibili di innestare una nuova corsa agli armamenti nucleari - con inevitabile guen·a fredda che potrebbe trasformarsi in calda - tra le tre Nazioni - guida dell'Asia: India, Pakist:an e Cina. Naturalmente a questa contesa potrebbero sovrapporsi con 1iflessi imprevedibili le potenze occidentali, magari con diversi obiettivi ..... Le lezioni da trarre dagli ultimi sviluppi sono almeno tre. Anzitutto, contrariamente a quanto ha sostenuto Francis Fukuyama la stolia continua, e in tale sto1ia l'arma nucleare - e più in generale le armi di distruzione di massa - mantengono un loro posto e un loro peso, che la situazione politica internazionale potrà forse accrescere, ma assai più difficilmente diminuire più di quanto è già avvenuto. In secondo luogo, gli auspici e desideri di pace, i richiami a una logica peraltro solo apparente e a ragioni umanitarie a poco servono. Come sempre, se la rinuncia a una data arma o a u11 certo livello di armamenti è unilaterale, non fa che incoraggiare coloro che non intendono accettare alcuna misura di disarmo all'adozione di politiche aggressive, con relative turbative dell'ordine internazionale. Per ultimo, anche in relazione a questo problema occorre chiedersi: il concetto di gue1Ta e strategia deve essere eurocenllico e legato ad un deteflllinato e sempre momentaneo assetto politicosociale, oppure adattarsi anche a mutamenti sostanzia.li e ad altre aree del mondo, in questo caso perdendo però connotazioni specifiche?

probabile di una sua eventuale aggressione più elevato dei vantaggi sperati. facendolo rinunciare alrintervento. A differenza della dissuasione, la deterrenza è basata non sull'impedimento dell'azione offensiva, ma sul terrore della rappresaglja. e quindi può essere esercitata anche "dal più debole al più forte" (a questo principio si ispira, ad esempio, la Force de Frappe francese)». Se ne deduce che la dissuasione implica - per chi la esercita - anche la deterrenza: al comrario. chi esercita la deterrenza non può ambire alla dissuasione. Quest'ultima giustifica e rende necessaria una inequivocabile superiorità nucleare e mi litare in genere: solo con tale superiorità. infani, si può realizzare il massimo grado di russuasione. Essa è tuttavia possibile- per ambedue i contendenti - anche in caso di parità nucleare; d' altro canto. la superiorità nucleare di una delle due parli rende pur sempre possibile all'altra di esercitare la deterrenza. Ci si può allora chjedere: a che cosa serve la superiorità nucleare? Si può solo rispondere che serve a rendere possibile e più agevo le in tutti i casi- e soprauutto in ca~o di attacco nucleare di sorpresa- almeno la ritorsione e quindi la deterrenza; essa può aumentare cioè il grado di dissuasione.


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5. GUERRA SOVVERSIVA O RIVOLUZIONARIA?

Come si è accennato in precedenza, la Pub. 700 indica delle «patticolari forme di lotta» tra le quali le più importanti sono oggi la guerra sovversiva (o rivoluzionaria) e la guerriglia. Anche la Pub. 900 (para. 5 Vol. I) afferma che «indipendentemente dal carattere assunto, il conflitto può essere preceduto o integrato da forme non tradizionali di lotta, quali ad esempio la guerra psicologica e la guerriglia. Quest'ultima, in particolari situazioni, può assurgere a principale forma di lotta». Tutto questo è vero ancor più oggi: è pertanto opportuno soffermarsi sul significato di questi due termini, anche per dissipare taluni equivoci e talune interpretazioni prive di solida base storica. Come concordemente affermano i nomenclatori 1969 e 1984, la guerriglia è la forma operativa che frequentemente assume la guerra tivoluzionaria; quest'ultima, peraltro, può anche essere condotta con operazioni «tradizionali» (cioè classiche e tipiche della guerra tra forze regolari). Se ne deduce che l'aggettivo «rivoluzionario» è riferito anzitutto aJl' obiettivo politico della guerra: assai di meno alle sue modalità di condotta, le quali non possono che essere quelle dettate dalla situazione e soprattutto dalle caratteristiche dello strumento di cui si dispone. La guerra rivoluzionaria intende rovesciare l'assetto interno d el momento di uno Stato (cioè il Governo, le Istituzioni e/o l'occupazione militare o coloniale straniera) senza tener conto di remore !egalitarie o umanitarie, di patti e norme di diritto interne o internazionali. Assume spesso la fisionomia di una guerra civile, interna; perciò molto di più delle guerre internazionali richiede forti motivazioni morali da parte degli attori e tutto un complesso di attività legate alla guerra psicologica. Non è possibile fissare a priori quali debbono essere le sue strategie, le sue tattiche e i suoi strumenti: dipende dalla situazione e da ciò che si ba a disposizione. Certamente, in essa si verifica la massima divaricazione tra strategie e tattiche di chi detiene il potere legale, e di chi invece intende attaccare e demolire le Istituzioni. Si è già messa in evidenza la ragione di fondo che ha indotto Mazzini a diventare sostenitore della guerriglia soprattutto prima del 1848: evidentemente se le Forze Armate rimangono in tutto o in gran parte fedeli al potere, il ricorso all ' insurrezione e/o alla guerriglia anche urbana diventa, per chi intende rovesciare il potere stesso, una scelta obbligata, almeno all'inizio. Se, al contrario, le Forze Armate in massima parte parteggiano per la rivoluzione, anche al partito filo-

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governativo non rimane che scegliere la guerriglia. Sono poi possibili diverse situazioni intermedie, nelle qualì una delle due parti può passare dalla guerriglia alla guerra regolare, oppure abbinare la guerriglia a operazioni classiche. Ci si trova, in sintesi, di fronte al caso classico della strategia come arte del successo, senza alcun vincolo relativo a mezzi o modalità operative. Con questi caratteri, da un punto di vista politico la guerra rivoluzionaria non è certo una novità, e non presenta differenze sostanziali rispetto alla «guerra di popolo» mazziniana. Da quando non viene rispettato il principio di nazionalità, e un potere straniero governa con la sola forza delle armi altri popoli, presto o tardi si assiste a una di quelle guerre di popolo che Jomini, sul modello della guerra spagnola 1808-1813, chiama «guerre nazionali». E da quanto esiste una formaStato - o meglio ancora da quando esiste il potere di uno solo (il Capo) o di un'élite su una forma anche primitiva di organizzazione sociale (come ad esempio la tribù)- per questo solo fatto presto o tardi nasce una fazione dissidente che minaccia il potere centrale e facendo leva su un malcontento popolare che ha interesse a alimentare (e/o su centri di potere periferici) tende a scalzarlo. Le «purghe» staliniane degli anni 30, spesso basate su false confessioni estorte anche con la tortura come si usava agli albori del diritto, vanno viste soprattutto come azioni preventive intese ad eliminare non solo e non tanto le forze che già congiuravano contro il potere, ma soprattutto quelle che avrebbero potuto, in prospettiva, costituire una minaccia o un ostacolo per il potere stesso, tra le quali vanno inclusi anche i «Kulaki». Così il Capo della più grande rivoluzione del secolo XX non ha fatto che ripetere, ampliandoli. i metodi secolari dei sospettosi monarchi che si sono sentiti per qualche ragione minacciati e insicuri, e hanno eliminato, anche senza prove, cortigiani o princìpi semplicemente sospettati di tramare contro di loro. C'è evidentemente una differenza sostanziale tra colpo di Stato e guerra rivoluzionaria: quest'ultima deve essere una guerra, cioè essere condotta per un certo tempo e da un gruppo organizzato con un vertice in grado di dare direttive politiche e militari. Tuttavia, molte volte è sufficiente eliminare anche con un'azione preventiva questo vertice, per decapitare la guerra rivoluzionaria. Rimane da stabilire se, dal punto di vista militare, la guerra rivoluzionaria - espressione nata solo nel dopoguerra e durante la tensione tra i due blocchi - sia veramente tale: rappresenti cioè una rottura rispetto al passato, introduca nuove forme operative, nuove metodiche,


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nuove strategie. Esiste un modo «rivoluzionario» di fare la guerra, contrapposto a quello classico, tradizionale, degli Stati Maggiori, basato sulla guerra tra eserciti regolari? e se esiste, quali sono teoria e prassi della «nuova» guerra? quest'ultima è tale - specie oggi che le armi nucleari sono passate in seconda linea - da sostituire in parte o in tutto la «vecchia» guerra? Non v'è dubbio che inducono a porre queste domande soprattutto le guerre extraeuropee dopo il 1945: la rivoluzione cubana capeggiata da Fidel Castro, che ha eliminato la dittatura filo-americana di Batista instaurando a poche miglia dalle coste degli Stati Uniti un nuovo regime comunista; le guerre di lndocina e Vi etnam, che hanno visto la sconfitta di una grande potenza militare come la Francia e subito dopo di una superpotenza come gli Stati Uniti; la lunga guerra d'Algeria, terminata con un 'altra e più pesante sconfitta francese; infine la guerra dell'Afghanistan, nella quale anche l'armata rossa è stata costretta a ritirarsi dopo aver subìto gravi perdite. Potrebbe rientrare in questo campo anche la cosiddetta rivolta ungherese, che più di una semplice rivolta è stata una rivoluzione, nella quale l' improvvisa controffensiva sovietica ha di nuovo abbattuto il governo nato daJl' insurrezione e ha ristabilito lo status quo ante. Un recente saggio di John Sky e Thomas W. Collier cerca di fare il punto sulla questione, e merita di essere preso come riferimento'6 .Essi ammettono che «l'essenziale per ogni definizione di guerra rivoluzionaria, è l'esistenza di un obiettivo rivoluzionario: i mezzi specifici da utilizzare per raggiungerlo sono di secondaria importanza». Tuttavia si diffondono proprio su questi «mezzi di secondaria importanza>>, cominciando così la loro trattazione: «l'espressione "guerra rivoluzionaria" designa la conquista del potere politico con l'uso della forza armata. Non tutti accetterebbero questa semplice definizione, e in effetti l'espressione ha altre connotazioni: la presa del potere deve avvenire da parte di un movimento politico popolare o comunque dotato di una vasta base sociale, deve comportare un periodo relativamente Lungo di conflitto armato e deve essere finalizzata ali' attuazione di un programma politico e sociale largamente propagandato. La definizione implica, inoltre, un elevato grado di consapevolezza per quanto riguarda gli

16 • J. Sky e T. W. Collier, La guerra rivoluzionaria (in AA.VV., Guerra e strategia nell'età contemporanea- a cura di P. Paret, Genova, Marietti 1992, pp. 36 1-406).


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obiettivi e i metodi, cioè la coscienza che si sta combattendo una "guerra rivoluzionaria"». Queste prime considerazioni lasciano trasparire un'impronta antioccidentale della guerra rivoluzionaria, che non gli può che derivare dai modelli di guerre prima citati, nelle quali i più forti strumenti militari classici dell ' Occidente nonostante le loro tecnologie infinitamente superiori sono stati sconfitti io guerre coloniali e limitate dalle forze armate rivoluzionarie, che pure avevano potenza di fuoco estremamente ridotta ed erano inquadrate da Capi non usciti dalle Accademie militari. Pur non affermandolo esplicitamente, Sky e Collier lasciano inoltre capire che alla base delle guerre rivoluzionarie c'è normalmente una ideologia politico-sociale a sua volta rivoluzionaria, volta al riscatto delle classi meno abbienti, fu or di metafora: un'ideologia comunista o vicina al comunismo, sia come dottrina politica che come Stato-guida. E ne deducono erroneamente che «nella teoria come nella pratica, la guerra rivoluzionaria è fondamentalmente diversa dalla "guerra" comunemente intesa>>, mettendo in evidenza altri caratteri di questa speciale guerra. A loro giudizio non va confusa con la guerriglia, che costituisce solo uno dei modi di condurla e può anche non avere carattere rivoluzionario. Sono sue manifestazioni tipiche «la mobilitazione politica non violenta, l'azione politica legale, gli scioperi, le agitazioni, il terrorismo e via di questo passo fino alle battaglie su larga scala e alle operazioni militari convenzionali». Non si tratta di una guerra internazionale, dalla quale si attende che i combattimenti portino a una qualche forma di negoziato: nella maggior parte dei casi, però, vi intervengono delle potenze straniere che ne modificano il corso e spesso l'esito. Sempre secondo gli autori, sono esempi recenti di guerra rivoluzionaria quella condotta nel 1941-1945 dalle formazioni comuniste guidate da Tito contro l'occupazione militare tedesca e italiana della Jugoslavia, che è stata influenzata dagli eventi della contemporanea guerra in Europa, e la rivolta araba contro la Turchia nel1916-1918, guidata dall'agente britannico colonnello Lawrence. Come esempio della mancata comprensione della «diversità» di questa nuova guerra da parte delle leaderships politico-militari occidentali, essi citano il rapporto compilato da una commissione americana sulle circostanze in cui è avvenuto l'attentato del 23 ottobre 1983 contro la caserma dei marines americani inviati come «forza di pace» in Libano, che ha provocato la morte di ben 231 soldati americani e indotto il governo americano a ritirare le sue truppe. Secondo la


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Commissione, <<l'attacco non aveva avuto successo per una serie di ragioni: La missione dei marines in Libano non era stata adeguatamente compresa; il battaglione colpito occupava una posizione sbagliata; la struttura di comando (sviluppata durante la seconda guerra mondiale) non era ada/la al contesto di una guerra civile; la mancanza di coesione tra i servizi militari americani ostacolava la prontezza dell'a~io­ ne; dalla massa di informazioni raccolte l'esiguo Stato Maggiore del battaglione fu incapace di ricavare quella vitale: quali erano gli a womezzi indebitamellte parcheggiati nella ~ona». Lo Sky e il Collier osservano che questo rapporto mette in luce gli errori da evitare in futuro, ma non compie un'analisi più ampia del fenomeno, limitandosi a definire «ten·ori smo di Stato» ciò che non è altro, invece, che un episodio specifico di una guerra rivoluzionaria in corso. Poichè si tratta della mancata percezione di un fenomeno, i predetti autori affermano che, data la sua natura, la guerra rivoluzionaria sfugge a codificazioni teoriche sufficientemente precise ed è emersa come importante branca del pensiero militare solo nell'ultimo mezzo secolo [e Mazzini e Bianco?- N.d.a.], manifestando i suoi stretti legami con due fenomeni tipici della modernità: l'industrialismo e l'imperialismo . Infatti «i marxisti e altri critici radicali del moderno ordine industriale, economico e sociale furono tra i primi ad analizzare il problema di mobilitare e impiegare la forza armata per sconfiggere la polizia e l'esercito al servizio delle classi capitaliste e dominanti. Verso La fine del XX secolo, mentre i rivoluzionari studiavano questa problematico nel contesto industriale europeo e nordamericano, in Asia i fautori radicali della resistenza al colonialismo cominciavano ad affrontare il problema, 11011 dissimile, di rovesciare la burocrazia e le forze armate imperialistiche insieme ai loro collaboratori indigeni. Le proteste violente e le sollevazioni popolari, ovviamente, hanno costellato la storia europea, e la resistenza all'intrusione imperialistica è vecchia quanto L'imperialismo stesso, ma fu soltalllo circa un secolo fa che l'idea della guerra rivoluzionaria, intesa come co_mplesso di enormi problemi suscettibili di specifiche soluzioni strategiche, cominciò a prendereforma e ad acquistare slancio». Questa interpretazione di Sky e Collier ha carattere centro-europeo e trascura non tanto gli eventi dalla Rivoluzione Francese (compresa) in poi, ma l'interpretazione che ne è stata data dal pensiero militare italiano. Come abbiamo ricordato (cap. Il), già nel periodo dall915 al 1948 in Italia Mazzini e Bianco si pongono il problema di liberare l' Italia dai

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tiranni stranieri e domestici (che hanno al loro servizio gli eserciti regolari) ricorrendo alla guerra di popolo e soprattutto alla guerriglia, e in un secondo tempo costituendo su nuove basi un grande esercito nazionale. Lo stesso obiettivo se lo pone Pisacane, che pur essendo contrario alla guerriglia indica le modalità per costituire, guerra durante, un grande esercito nazionale e rivoluzionario. Soprattutto Mazzini, Bianco e Pisacane si pongono nonostante le loro diversità sia il problema strategico della nuova guerra che a buon diritto può essere chiamata rivoluzionaria, sia il problema della motivazione del personale. della propaganda rivoluzionaria, di una nuova disciplina; così fa anche il Pepe. L'industrialismo e l'imperialismo non c'entrano: il modello di Mazzini e Bianco è la guerra d'indipendenza spagnola 1808-1 813, cioè la guerra solidale di un popolo eminentemente «agricolo» fanatizzato dal clero, che riesce- come avverrà anche dopo il 1945 -ad aver ragione d eli' esercito regolare di una nazione sviluppata, per di più guidato da generali - come quelli francesi- allievi del più grande genio militare moderno. Non è neppur vero che il pensiero militare italiano ufficiale della prima metà del secolo XIX ha dato l'ostracismo a questo tipo di guerre, che pure sono consider ate da Jomini una jattu ra da evitare e da Clausewitz trascurate. Anche quando parla di armamento del popolo e di guerriglia, il generale prussiano è fermo alla prospettiva della sollevazione nazionale prussiana del 1813, cioè a una guerra concordemente combattuta contro lo straniero dal re, dal suo esercito regolare, dalla nobiltà e da tutto un popolo: quindi non a una guerra civile e interna, che mira a scalzare il potere del monarca o delle classi abbienti o a eliminare da sola l'occupazione straniera. Mentre Mazzini e Bianco proprio per comprensibili ragioni psicologiche e di propaganda non danno alcun peso alle circostanze internazionali che hanno grandemente favorito il successo della guerra rivoluzionaria spagnola, il pensiero militare per così dire conservatore e moderato- e non solo Cesare Balbo- è ben !ungi dall'ignorare o sottovalutare tale guerra. della quale indica con sufficente obiettività i caratteri. Anzitutto essa richiede elevata vis pugnandi e odio allo straniero da parte di tutto un popolo: cosa peculiare degli spagnoli ma, inutile dirlo, difficile da ottenere in Italia. In secondo luogo, si dà il dovuto rilievo al ruolo fondamentale della Royal Navy e alle truppe di Wellington la cui strategia difensiva- controffensiva, basata sull'accorto sfruttamento del terreno, viene messa in luce e molto apprezzata da Balbo, che indica


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anche per la conquista dell'indipendenza italiana un modello analogo a quello spagnolo, basato sulla fusione tra azione delle forze regolari, guerriglia e insunezione delle città. Oltre a non considerare queste antiche radici italiane della teoria della guerra rivoluzionaria, Sky e Collier affermano che essa è estranea al pensiero di Jomlnl: cosa non esatta, perchè nel Vol. I del suo Prècis de l'art de la guerre Jomini dedica tre paragrafi rispettivamente alle «guerre d'opinione», alle «guerre nazionali» (il cui modello è appunto la guerra d'indipendenza spagnola) e alle «guerre civili e religiose»: tutti tipi di guena che di fatto sono assimilabili alle attuali guene rivoluzionarie. La lettura di Jominl è importante anche per far venire aJia luce il vero carattere di molte guerre rivoluzionarie e le ragioni del loro successo. Jomini parla di guerre nazionali e d'opinione; in effetti, dalla guetTa di Spagna 1808-1813 alla guerra partigiana jugoslava 1941-1945 e alle guerre d'indipendenza contro il colonialismo fino a quella dell' Afghanistan, il successo è dovuto essenzialmente al carattere nazionale assunto dalle guetTe stesse. Si combatte, cioè, tutti uniti contro lo straniero: questa esigenza richiede un blocco di forze, un «Fronte di liberazione nazionale» nel quale la componente di riscano sociale o r ideologia comunista esiste ma non necessariamente è predominante. Ciò che predomina è l'odio allo straniero e l'esigenza di unire tutte le forze: in fondo anche Mazzini, Garibaldi e Balbo sostenevano una guerra di unione nazionale contro lo straniero; e lo stesso Pisacane, esaltato nel dopoguerra solo come socialista rivoluzionario, fa del suo socialismo non il fine, ma il mezzo per motivare le masse contadine e indurle a combattere la guerra nazionale, pur senza riconere alla guerriglia. Sky e Collier accennarto, in modo non sempre convincente, alle cause per le quali la teoria della guerra rivoluzionaria fino al 1939-1945 è stata dimenticata dagli Stati Maggiori. Ma esse sono le stesse. per cui nella prima metà del secolo XlX lo studio di queste guene ha incontrato grande favore rra i patrioti italiani. Una volta che in Europa nel periodo 1848-1870 si sono formati o consolidari gli Stati nazionali, le contese interne hanno perduto l'antica importanza militare, e sono diventate una questione di ordine pubblico: per contro la guerra di eserciti ha occupato il centro della scena. A metà secolo XX c'è stato un revival della guerr-a rivoluzionaria, dovuto a quattro fattori: dapprima la rinascita della guerriglia nel 19391945 dovuta alla brutale occupazione tedesca e alla politica di sfrutta-


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mento dei territori occupati messa in atto dal nazismo, poi la crisi degli imperi coloniali, infine la guerra psicologica e propagandistica sovietica e il clima della guerra fredda, che dopo il 1945 induce a formare in Occidente «quinte colonne» e a cercare forme di g uerra sostitutive della guerra nucleare e dello scontro tra forze convenzionali dei due blocchi. Sky e Collier ne fanno una questione di incapacità e ritardi degli Stati Maggiori nel cogliere gli aspeui della «nuova» guerra: ma si tratta di incapacità di cogliere i caratteri di questa nuova guerra, o semplicemente della guerra, che non si ripete mai nello stesso modo? Questo è il punto. In sostanza, la guerra rivoluzionaria non è una guerra «militare» o tutta «militare»; prescinde dunque dalla «grande guerra» che è su llo sfondo delle teorie di Clausewitz e Jomini. Non ha schemi e regole fisse, né una teoria precisa: può perciò coincidere anche con la guerra di popolo nel concetto mazziniano del termine, con conseguente ampliamento della guerra di eserciti. Richiede però sempre, in chi la combatte, una fede assoluta nella causa e nei Capi. Un realistico adattamento alle circostanze specifiche della loua in Cina. la motivazione dei combattenti e la ricerca dell'appoggio popolare sono. in fondo, il succo delle teorie di Mao-T se Tung, a tono esaltate come una sorta di breviario per un <<nuovo» tipo di guerra per la quale non possono peraltro esistere dottrine, né breviari. Come Mazzini e Bianco, Mao prescinde dalle dottrine della guerra classica per la semplice ragione che non ha un esercito in grado di far fronte a quello degli avversari: non fa leva sul proletariato industriale delle città, per la semplice ragione che esso non esiste o non esiste in misura sufficiente, c le città sono controllate dai suoi avversari. Rimangono le campagne, che diventano la sua roccaforte; di conseguenza il suo concetto di spazio e tempo è ben diverso da quello di coloro che combattono le guerre di tipo napoleonico. Come osservano sempre lo Sky e il Collier, nella tradizione occidentale, impersonata da Napoleone, la vittoria militare doveva essere raggiunta rapidamente e la conquista o la difesa del territorio era essenziale per lo scopo stesso della guerra. Agli occhi di Mao. che a lungo non ebbe i mezzi né per conquistare e controllare un territorio. né per ottenere una pronta vittoria, lo spazio e il tempo divennero armi piuttosto che scenari o obiettivi. La «lotta di lunga durata» prometteva di logorare il nemico, se non militarmente almeno politicament~. impedendogli di ottenere la rapida vittoria tipica della tradizione occidentale. Analogamenre, cercare di occupare un territorio poteva essere suicida per le


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forze della guerriglia, ma, operando su un terreno vasto e impervio che conoscevano meglio del nemico, esse potevano adescare, confondere e logorare quest'ultimo, creando le possibilità per efficaci attacchi di sorpresa. Le idee-chiave di Mao erano, dunque, incentrate sulla politica, il tempo e lo spazio. Sky e Collier presentano tutto questo come una novità. Ma non si riesce a capire che cosa vi sia di tanto diverso da quanto già riconosceva oltre centocinquant'anni fa Jomini a proposito delle «guerre d'opinione» e «nazionali», sia pur mettendosi dalla parte opposta (cioè solo dalla parte delle forze regolari nemiche della rivoluzione, alle quali questo tipo di guerra non sta bene) e citando le guerre di Vandea, di Spagna e del Tirolo contro Napoleone. Scrive Jomini: «i popoli delle montagne hanno sempre resistito [agli eserciti regolari] più a lungo di quelli delle pianure, sia per la loro indole e i loro costumi, che per la natura dei luoghi. Le strette, le gole, le grandi foreste, le rocce favoriscono questo tipo di difesa parziale [... ]. Gli ostacoli che un esercito regolare incontra nelle guerre d'opinione come nelle guerre nazionali, sono immensi e rendono estremamente difficile la missione del generale incaricato di condurle [ ... ]. È soprattullo quando le popolazioni nemkhe sono appoggiate da considerevoli forze regolari, che una siffatta guerra offre immense difficoltà. Voi avete solo un esercito, invece i vostri avversari hanno un esercito e un popolo intero insorto in massa o in gran parte; un popolo che trasforma qualsiasi cosa in un. 'arma, nel quale ciascuno trama per la vostra perdita, nel quale tutti, anche non - combattenti, ricercano la vostra rovina e la favoriscono con tutti i mezzi [... }. Nessun esercito, per quanto agguerrito sia, potrebbe lottare con successo contro una sif.fatta forma di guerra condotla da un grande popolo, a meno che possa disporre di forze talmente formidabili da consentirgli di occupare fortemente tutte le posizioni-chiave del paese, proteggere le proprie comunicazioni e bauere il nemico ovunque si presenti con considerevoli forz.e mobili [nemmeno con un siffatto, formidabile spiegamento di forze gli americani hanno vinto in Vietnam - N.d.a.]» 17 • A fronte di questa antica, ineliminabile e ben nota dissimmetria di base tra modalità d'azione delle forze regolari e delle forze insurrezionali, perdono lo smalto della originalità e divenrano piuttosto una scel-

" A.H. Jomini, Précis (Cit.). Vol. Lpp. 74-78.


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ta obbligata anche queste considerazioni di Mao, riferite da Sky e Collier: «l'esercito rosso non fa la guerra per amore della guerra, ma per fare propagcmdafra le masse, per organizzar/e, armarle ed aiutarle a costruire il potere politico rivoluzionario. Senza questi obiettivi La guerra perderebbe il suo significato e l'esercito rosso non avrebbe più ragione di esistere [... }. Specialmente oggi, L'esercito rosso non può assolutamente limitarsi a combaltere {... ]. Occorre l'unità tra l'esercito e il popolo, che significa mantenere una disciplina che proibisca anche la piii piccola violazione degli imeressi del popolo, fare propaganda tra le masse, organizzar/e e armarle, diminuire i loro aggravi economici e colpire i traditori e i collaborazionisti che sono dannosi all'esercito e al popolo; il risultato è che l'esercito è strettamente unito al popolo ed ovunque ben accolto». Quale esercito vincente fa la guerra solo per amore della guerra, cioè senza un obiettivo politico? quale esercito efficiente del XX secolo ha potuto e può combattere a lungo, qualunque fosse il suo obiettivo e a prescindere dalle modalità strategiche e dal suo ordinamento, senza l'appoggio popolare? Clausewitz non ha forse impostato le sue teorie sullo spirito guerriero dell'esercito e della nazione? non dicevano già Mazzini, Bianco, Pepe, Garibaldi ecc. che l'unità tra esercito e popolo, i buoni rapporti con le popolazioni, la disciplina intesa a evitare soprusi ecc. erano il fondamento del successo della causa nazionale? Pisacane non ha posto l'accento sulla coincidenza di interessi tra i combauenti per la causa nazionale e il popolo? Rimane da stabilire il rapporto tra una formula di reclutamento eminentemente popolare (come è la «nazione armata» di Cattaneo e Pisacane) e la guerra dvoluzionaria. Questo rapporto non esiste in forma organica e costante; semplicemente, può esistere. Una guerra rivoluzionaria può benissimo essere condotla sia da un esercito permanente a lunga ferma sia da uno strumento che si ispira alla nazione armata. La guerra d'indipendenza americana 1775-1883 ha comportato una mobili tazione popolare tipo «nazione armata» sostanzialmente spontanea, che l'ha avvicinata notevolmente alla guerra rivoluzionaria, e ba assunto l'aspetto di una lotta contro un potere legale straniero quello coloniale inglese- estraneo agli interessi del popolo18•

•• Cfr. C. Bona. Storia della gerra d'indipendenza degli Stati Uniti d'America, Livor-

no. A monelli e C. 1836.


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Non vi sono mancati episodi di guerriglia; e in generale Washington ha vinto con una strategia e una tattica che, come si è visto, non erano e non potevano essere quelle di un esercito regolare a lunga ferma e ben addestrato come quello inglese del tempo. Anche se non ha privilegiato la guerriglia, il generale Washington ha fatto ciò che poteva, non ciò che voleva fare; si potrebbe dire che il carattere delle operazioni militari da lui condotte era intermedio tra la guerriglia e le operazioni militari classiche. Esso era basato -come la strategia e la tattica di Mao e de lla guerriglia - su una diversa concezione dello spazio e del tempo e sul logorame nto dell'avversario, il quale non poteva essere affrontato in battaglie dec isive che avrebbero fatto il suo gioco, come in Spagna. Non si può, pertanto, concordare con l' interpretazione che della guerra d' indipendenza americana danno lo Sky e il Collier: «la natura "rivoluzionaria " della guerra ne risultò minimizzata e la violenza assunse il carattere popolare e irregolare della "guerra rivoluzionaria" soltanto all'inizio lungo Le Linee di fromiera e poi di nuovo nel Sud, durante gli ultimi anni. Se il carattere rivoluzionario della guerra fu minimo, quella che può essere definita come teoria strategica della rivoLuzione fu quasi assente. Tuttavia uno dei generali americani, Charles Lee, un ex-ufficiale britannico che aveva preso parte alla sollevazione polacca del 1769, formulò una strategia della "guerra di popolo", che implicitamente si opponeva a quella adottata da Washington, affidata a soldati a lunga ferma ed a manovre militari convenzionali. Lee sosteneva che la democrazia, il numero e l'entusiasmo degli americani erano le basi appropriate su cui costruire una strategia di guerra prolungata e di logoramento, fondata sulla resistenza locale. Egli perse ben presto qualsiasi influenza sulla condotta della guerra e le sue idee non furono più riprese da altri; la sua ipotesi di integrare gli aspetti politici, sociali e militari della strategia poteva nascere solo in una situazione rivoluzionaria e preannunciava un aspeuo fondamentale delle successive riflessioni sulla guerra rivoluzionaria». Si può obiettare che una strategia degna di questo nome non può in ogni guerra - non considerare gli aspetti politici, sociali e militari. Inoltre Washington non ha mai adottato un sistema di guerra basato sull' impiego di quei soldati a lunga ferma che certamente non possedeva, anche se avrebbe voluto possedere; al contrario, ha dovuto tener conto che le sue truppe erano composte da soldati improvvisati e anche poco disciplinati. Perciò non ha effettuato né manovre militari «convenziona-

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li» (quindi miranti ad affrontare l'avversario in battaglie decisive, come prevedeva la teoria della guerra classica) né manovre «non convenzionali»; semplicemente, come ogni buon condottiero di ogni tempo e come Garibaldi, ha concepito e attuato, spesso con successo, solo quelle manovre che potevano assicurargli un vantaggio. Il valore e l'entusiasmo delle sue milizie, la loro consapevolezza degli obiettivi della guerra e dei concreti vantaggi che essa avrebbe assicurato sono stati il suo atout decisivo, che gli ha consentito di supplire alle loro molte lacune addestrative, logistiche.disciplinari. I suoi uomini combattevano nel solo modo per loro possibile: alla spicciolata, senza fonnazioni rigide, con una tattica «naturale» assai contigua a quella della guerriglia. Le difficoltà del terreno, i grandi spazi, le grandi distanze dalla madre patria delle truppe inglesi e la loro dipendenza dal mare, l'appoggio delle vecchie nemiche continentali dell'Inghilterra (Francia e Spagna) hanno assai facilitato la vittoria, ottenuta con una strategia di logoramento anch'essa tipica della guerriglia, visto che la guerra è durata otto anni. Sarebbe interessante conoscere più nel dettaglio le teorie del generale Lee: ma fin d'ora, si deve escludere che esse siano state trascurate da Washington. Questo eminente generale americano - i fatti lo dimostrano- le ha applicate come di solito si fa per tutte le teorie: cioè nella misura del possibile e del conveniente, in rapporto alla situazione contingente propria e del nemico. Rimane da stabilire come le forze regolari e più in generale il potere costituito che viene attaccato dalla guerra rivoluzionaria, devono combatterla. Nella breve analisi prima c itata Jomini ha già fornito delle indicazioni per un redditizio impiego delle forze militari , ma accenna anche ai mezzi politico-sociali da usare: «i mezzi per ottenere il successo in un si.ffatto tipo di guerra sono assai difficili: dispiegare anzitutto una massa di forze proporzionata alle resistenze e agli ostacoli che si deve affrontare; spegnere le passioni popolari con turri i mezzi possibili; sfruttar/e a tempo e modo opportuno; arruare una politica che preveda una saggia mescolanza di moderazione e severità, e soprattutto una grande giustizia» 19• ln fondo, anche per Jornini queste guerre non si vincono con mezzi puramente militari. ... Si attengono a questi criteri anche i metodi per combattere e vincere nelle colonie la guerra rivoluzionaria di ispirazione comunista, teorizzati (ispirandosi agli scritti di Mao-T se-Tu ng) da un

•• A.H. Jomini. Précis (Cit.). Vol. I, p. 79.


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gruppo di ufficiali francesi negli anni 50 e così riassunti da Sky e Collier:

«in primo luogo, era essenziale la rinnovata fede nella crociata contro il comunismo (ed il Male); al centro di questa fede doveva esserci necessariamente la rinascita del cristianesimo[. .. ]. Il passo successivo sarebbe stato un ampio programma di guerra psicologica per diffondere tale fede rinnovata e dimostrare la malvagità del comunismo. Un programma parallelo di intervento sociale ed economico avrebbe inoltre dovwo affrontare con vigore problemi come l'istruzione, la salute pubblica e la povertà, che creavano le condizioni suscettibili di essere sfruttata dal comunismo. L'aspetto militare consisteva nella riorganizzazione e trasformazione delle forze armate, parte in unità nwbili amiguerriglia, parte in forze di presidio con poteri quasi governativi, il che trasferiva di fatto l'autorità amministrativa dalle mani dei civili a quelle dei militari. Soltanto su un punto i teorici della guerre révolutionnaire erano in disaccordo: l'uso del terrore e della tortura». I criteri per tale organizzazione militare non si discostano da quelli indicati da Jomini; ma anche per il resto, con queste teorie si prende atto- come già fa lo stesso Jomini - che occorre guadagnare il consenso della popolazione locale, usando - in misura che non può essere reorizzata a priori perché, come recita il nostro vecchio regolamento di disciplina, è «Virtù di comandante» - il guanto di velluto o il pugno di ferro. Nulla di sostanzialmente nuovo dunque: l'unica cosa da aggiungere, è che anche le forze regolati aJ servizio del potere costituito devono essere motivate e preparate al massimo, devono credere nella causa per cui combattono. Esigenza tutt'altro che scontata, perché da sempre il militare- tanto più se di carriera e a lunga ferma - non ama combattere guerre logoranti, insidiose e crudeli contro civili o formazioni irregolari, che non sono tenute all'osservanza di codici morali e di onore nei quali egli solo crede e delle norme di d iritto internazionale e, in genere, rappresentano proprio per questo il tipo di nemico più difficile. Tutte queste sfaccettarure della guerra rivoluzionaria sono emerse nel periodo della guerra fredda, nel quale essa con qualche semplificazione è stata vista - da parte occidentale - come una sorta di grimaldello sovietico per aggirare da Sud le difese NATO europee e per minare le posizioni de1l'Occidente nel terzo mondo, senza ricorrere alla guerra nucleare o alla guerra generale e classica. Ma nel periodo post-guerra fredda essa conserva tutta la sua importanza, anzi la sua centralità: anche senza le pressioni e l'appoggio dell' URSS, a prescindere dalla caratterizzazione politica è rimasta, infatti, l'unica forma di guerra che

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può essere condotta con qualche prospettiva di successo contro gli eserciti regolari delle nazioni più sviluppate. Quest'ultimi per mentalità, ordinamento e armamento (e soprattutto per vincoli anche di natura politica e morale), rimangono poco idonei, come in passato, a condurre un siffatto tipo di guerra. Così avveniva anche ai tempi di Napoleone, quando le forze militari espresse dalla Rivoluzione Francese- che significativamente hanno portato al punto di massima perfezione tecnico-militare proprio la guerra classica tra eserciti -sono state sconfitte in una guerra che era nazionale e rivoluzionaria. anche se in un'ottica politica di parte potrebbe essere definita controrivoluzionaria. Se ne può dedurre che, oggi: a) l' aggettivo «rivoluzionario» rimane più che mai riferito all'obiettivo politico della guerra (rovesciamento del Governo o di poteri stranieri; eliminazione della presenza di truppe straniere sul territorio nazionale, anche se giustificata da trattati o da mandati internazionali). Esso potrebbe essere anche «COntrorivoluzionario»; b) solo in seconda istanza esso è riferito aJ modo di condurre la guerra, nel quale la popolazione civile è sempre parte attiva e integrante e non vi sono confini netti tra forze regolari e irregolari, tra combattenti e civili, tra operazioni militari classiche e guerriglia, ecc.. Di conseguenza, vi assumono grande importanza la guerra psicologica e la propaganda miranti a conquistare il consenso della popolazione civile. Anche il ricorso al terrorismo per influenzare l'animo delle popolazioni è frequente; c) la caratterizzazione politica della guerra (che potrebbe essere, semplificando per chiarezza, sia «di sinistra» che «di destra») non ha mai avuto e non ha influenza sull'aggettivo «rivoluzionario» e sulla fisionomia operativa della guerra; le forze militari classiche possono essere presenti fin dall'inizio, oppure essere costituite guerre durante; d) a proposito di tale caratterizzazione politica, devono far riflettere le pratiche analogie tra la guerra d' indipendenza spagnola 1808-1813 e le guerre locali anticolonialiste dopo il 1945. In ambedue i casi queste guerre hanno assunto un carattere nazionale, di mobilitazione contro lo straniero. quindi non solamente di classe; in ambedue i casi hanno avuto bisogno di aiuti esterni; in ambedue i casi gli eserciti regolari non hanno potuto sfruttare le ragioni della loro superiorità, e sono stati affrontati (ci riferiamo anche alla strategia di Wellington in Spagna) solo quando tale superiorità per cause diverse si era attenuata, e con tipiche azioni «indirette», con la vecchia guen·a di Sun Zu.


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Il generale Giap, vincitore sul terreno di casa prima dell'esercito francese e poi di quello statunitense, pur non avendo mai frequentato accademie militari ha vinto con una tattica, una strategia e uno strumento che non erano che un' intelligente versione di quelli tradizionali, se mai con armi più antiquate. Se si guarda, ad esempio, alle modalità tattiche da lui usate nell 'espugnazione della fortezza di Dien Bie n Phu. si deve concludere che sono quelle da sempre tipiche della guerra d'assedio, ivi comprese le «parallele» di avvicinamento e le postazioni di artiglieria in caverna e ben mascherate per evitare che siano individuate dall'avversario; e ivi comprese le misure per neutralizzare l'aviazione avversaria, con atracchi e movimenti notturni, accurato mascheramento, efficace contraerea. In un ' intervista televisiva, Giap ha affermato che i generali suoi avversari non conoscevano i princìpi della guerra e il terreno. Giudizio esagerato: sta di fatto che la guerra rivoluzionaria di questo generale d'occasione, formatosi con la guerra stessa, non è che l'applicazione e l'affinamento dei criteri e princìpi peraltro dettati da una stretta logica, che hanno sempre ispirato anche la strategia c lassica. Quest'ultima non ha mai potuto prescindere nemmeno dalla motivazione del personale, ed è sempre consistita nel colpire le vulnerabilità nell ' avversario e ne ll'intuirne e anticiparne le mosse, al tempo stesso attenuando le proprie vulnerabi lità. Lev Trotskij ci ha già insegnato che non esistono una strategia e una tattica rivoluzionarie: esistono solo una strategia e una tattica vincenti o perdenti. Non esistono degli ordinamenti, una gerarchia, una disciplina con caratteri rivoluzionari: esistono solo ordinamenti, gerarchie, discipline adatti (o meno) al tipo di guerra e all'indole del popolo che la combatte in quel momento. Non si può quindi sostenere la tesi della «diversità» della guerra rivoluzionaria: ciascuna guerra è diversa dalle altre, e la percezione dei termini esatti di questa diversità rispetto a que lle precedenti, è proprio - da sempre- la prima misura della capacità e dell'intuito dì una leadership vincente. T vecchi generali malamente sconfitti da Napoleone non usavano forse giustificarsi asserendo che la sua era una guerra «diversa», la guerra di un parvenu che non rispettava le consuete regole? Certamente la guerra rivoluzionaria ha caratte ristiche opposte a quelle della guerra del materiale: ma la vicenda biblica di Davide e Golia insegna che da sempre anche gli organismi più forti banno delle vulnerabilità. Viene perciò da chiedersi se la guerra rivoluzionaria in passato abbia avu to successo per le proprie caratteristiche intrinseche e

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in quanto tale, oppure per gli errori, la mancanza di chiari obiettivi politici e quindi militari, le vulnerabilità e la scarsa motivazione delle contrapposte forze regolari. Pretendere di combattere con strumenti adatti a guerre «industriali» ed europee delle formazioni armate di società agricole sul loro terreno, è sempre stato un assurdo strategico, così come è sempre stato un assurdo strategico pretendere che il nemico accetti il combattimento come a noi farebbe più comodo, o non curarsi abbastanza - in questo tipo di guerre- del consenso delle popolazioni civili. La strategia è sempre stata arte del possibile. Per queste ragioni il termine «guerra sovversiva» usato dalla nostra vecchia regolamentazione sembra rispecchiare la realtà meglio di «guerra rivoluzionaria>>; quest' ultimo termine sottintende anche una strategia e una tattica rivoluzionarie nella fattispecie in gran parte inesistenti. Parlando di «guerra sovversiva» si accentua maggiormente il carattere politico interno della guerra, che tende sempre a sovvertire un potere o un determinato assetto politico-sociale. Il fatto saliente è che, appunto, che questa guerra provoca un «sovvertimento» politico (subversion), sostantivo previsto anche dal nomenclatore mjlitare 1962: «Perturbazione profonda dell'ordine costituito, degli ordinamenti, delle leggi e delle istituzioni dello Stato per sostituirvi rivoluzionariamente istituzioni fondate su princìpi del rutto diversi». Come, se con la guerriglia o altre strategie. non importa; altrimenti il predetto nomenclatore ne avrebbe fatto menzione. Tenendo conto di queste caratteristiche che lasciano indistinto e quindi mutevole a seconda delle circostanze il suo volto militare, la guerra sovversiva potrebbe essere così definita: «Forma di guerra che con la forza delle armi e l'appoggio almeno di una parte consistente della popolazione mira al rovesciamento del regime vigente in un paese e alla sua sostituzione con uno nuovo, oppure all'eliminazione della presenza militare, dell'influenza o della dominazione straniera in un territorio. Può essere condotta con l'aiuto o meno di altre potenze. Si avvale frequentemente del terrorismo e della guerriglia, pur senza escludere il ricorso (contemporaneo o in fasi successive) a formazioni regolari e a operazioni classiche. Può manifestarsi anche in concomitanza con altre forme di guerra, e per chi la inizia ha sempre carattere integrale; per chi la contrasta, può assumere il carattere di guerra limitata». In questa definizione rientrano sia la lotta annata condotta da gruppi organizzati contro iJ governo legittimo di uno Stato, sia la lotta tra gruppi organizzati all'interno di uno Stato (che così vede il


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suo ruolo progressivamente erodersi), sia la lotta armata contro le forze regolari di un occupante straniero, in nome della nazione o dell'etnia. Alastair Buchan distingue tra «gue rre ins urrezionali », aventi lo scopo di liberare il paese dall'occupazione straniera (come le guerre d'indipendenza americana e spagnola e le guerre di liberazione coloni ale) e guerre rivoluzionarie, quest'ultime aventi lo scopo di imporre un diverso regime politico e sociale: ma non è il caso. Ambedue i tipi di guerra hanno inizio con un'insurrezione, ambedue sono rivoluzionari e ambedue si ripromettono- con modalità di condotta analoghe- di el iminare il potere costituito, l'ordinamento politico del momento sostituendovi un diverso assetto; senza contare che spesso i governi locali si appoggiano a una potenza straniera, proprio per poter fronteggiare meglio le insurrezioni ... Nel caso, poi, delle potenze coloniali, è sempre stata prassi normale costituire un governo locale spesso denominato dai suoi avversari «governo-fantoccio», perché dotato di poteri limitati, controll ato dalla potenza dominante e costituito solo per dare una risposta politica alle aspirazioni all'indipendenza, al tempo stesso agevolando ramministrazione della colonia. In tutti casi, dunque, si tratta di una guerra che «sovverte» e che al limite, sostituendo un governo con un altro, potrebbe risultare, in un secondo tempo almeno, poco «rivoluzionaria». 6. LA GUERRIGLIA: TATTICA O STRATEGIA? SUE AFFINITÀ CON LA «NUOVA GUERRA» La guerriglia è un fenomeno di grande attualità. pur essendo al tempo stesso molto antico: particolarmente in questo caso si è portati a scambiare per «nuovo» e «rivoluzionario» ciò che non lo è affatto, oppure lo è solo in parte. Per trattarla faremo riferimento comparativo soprattutto alla voce «guerriglia» su Enciclopedia della Resisten:a20 , a quelle compilate da Werner Hahlweg su Enciclopedia del novecellto e da Carlo Jean su Enciclopedia delle scien:e socia/P' e a un recentissimo articolo di Jean-Pierre Husson sulle cause della sconfitta francese

w Enciclopedia dell'antifascismo e della resistcnta, Milano, La Pietra 1971. Il. 695-700. :• Enciclopedia del novecento (Cit.). Ili. 484-493 c Enciclopedia delle scicn..:c sociali (Ci t.). IV. 488-495.

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in lndocina ( 1946-1954)22 , in una lunga serie di operazioni coloniali importante sia perché segna la prima sconfi tta dell'Occidente dopo il 1945 in una guerra limitata e «rivoluzionaria», sia perché ben si presta a trarre dagli eventi spunti di carattere teorico generale. Mao Tse Tung ha scritto: «la nostra è la tattica [nostra sottolineatura - N.d.a.] della guerra partigiana. Essa può essere così riassunta: "decentrare le nostre truppe per sollevare le masse e concentrarle per fronreggiare il nemico·: "il nemico attacca, noi ci ritiriamo; il nemico si arresta, noi lo molestiamo; il nemico è esaurito, noi lo attacchiamo; il nemico si ritira, noi lo inseguiamo'; "sollevare le più larghe masse impiegando il minor tempo ed i migliori modi possibili'». Sky e Collier osservano che Mao affronta lo stesso problema di Jomini e Clausewitz: come superare cioè lo scarto tra teoria e pratica. Pertanto, «i luoghi comuni detta sua (oggi famosa) dottrina strategica non erano per Mao che delle semplici linee-guida, capaci di indicare la giusta direzione alla strategia rivoluzionaria e mettere in guardia contro i peggiori errori strategici. Ma olo l'applicazione realistica, che richiedeva un estremo sforzo intellettuale, poteva trasformare le formule strategiche in una concreta vittoria». Affermazione piuttosto ovvia.... I due predetti studiosi aggiungono che «COme Clausewitz, anche Jomini accettava la dicotomia tra teoria e pratica». C iò non è vero a lmeno per quanto riguarda Clausewitz, sosten itore del nesso tra teoria e pratica e della guerra come fenomeno essenzialmente sociale e spirituale: vero è, invece, che J omini spinge la sua teoria «verso la sua forma più astratta e semplificata». Egli indica un principio fondamentale della guerra, quello della concentrazione della massa delle forze nel punto decisivo, che ritiene sempre valido: te modalità di applicazione però variano, e in esse si rive la la capacità della /eadership. A questo punto, occorre sottoli neare ancora che la prospettiva strategica di Jomi ni rimane ancor più di quella di Ctausewitz ancorata a lta «grande guerra» classica tra eserciti di stampo napoleonico. Riteniamo di conseguenza importante c iò che egli afferma in nota al suo Traité des grandes operations militaires (18 11-1816), riferendosi alla guerra d ' indipendenza spagnola 1808-1813. Dopo aver definito perfette solo le operazioni c he riescono ad applicare te

" J.P. Husson. Perché la Francia ha perso in lndocilw. «Panorama Difesa» n. 153 aprile 1998. pp. 62-68.


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combinazioni e i princìpi da lui indicati, aggiunge (come se si trattasse di cosa di poco conto) che «le guerre nazionali nelle quali si deve combattere contro un intero popolo, sono le sole a fare eccezione a questa regola [cioè a non rendere possibile l'applicazione del suo principio della massa - N.d.a.]. Nelle guerre di questa specie, è difficile sottomettere le popolazioni senza dividersi; e quando ci si vuole raccogliere per combattere, ci si espone a perdere le province conquistate. Il mezzo per rimediare a questi inconvenienti è di avere un'armata che conduce la campagna, e delle divisioni indipendenti per organizzare le sue retrovie» 23 • Oltre a far coincidere la guerra di popolo con la guerriglia, con questa distinzione - frnora ignorata da tutti coloro che ne hanno studiato le teorie - Jomini ha il merito di metterei di fronte al corno opposto del problema, alla questione-chiave: quale sia cioè il rapporto della guerriglia con il concetto classico di guerra e strategia; se essa sia solo una tecnica operativa, o rientri piuttosto nel campo della strategia; se, pur con le sue peculiarità, la sua condotta possa tener conto o meno nei princìpi o criteri generali comunemente adottati per la guerra tra eserciti. Jomini lo nega, e la ritiene inoltre una forma di lotta dispendiosa e da evitare, perché causa numerose rovine eccetera. Vi è, certamente, in questa sua preclusione, la radice teorica dell' atteggiamento epidermico e istintivo dei Quadri degli eserciti regolari verso questo tipo di guerra. Tutti i teorici della guerriglia sono concordi nell'affermare che è una forma di lotta alla quale ricorre - almeno momentaneamente chi è troppo debole per affrontare in campo aperto le forze regolari dell'avversario, con qualche probabilità di successo. Chi si trova in queste condizioni è quindi costretto a ricercare altre modalità per raggiungere ugualmente lo scopo politico che si propone, sfruttando le vu lnerabilità del nemico e esaltando le proprie chances. È, in certo senso, una forina di lotta armata «naturale», sia perché non è una scelta vera ma è imposta dalle circostanze, sia perché sfrutta le doti naturali, le forze morali dell'individuo senza bisogno degli armamenti ed equipaggiamenti sofisticati e del lungo training che richiedono le forze militari regolari. Come scrive Werner Hahlweg,

21 A. H. Jomini, Traté des grandes operations militaires, Paris. Mangime! 1811 - 1816. Tomo VII pp. VI- VII. Cfr. anche F. Botti, Il pensiero militare e navale... (Cit.), pp. 109-110.


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«il potere esecutivo [della controparte che chi ricorre alla guerriglia deve combattere- N.d.a.] dispone per lo più di forze armate regolari

e di corpi di polizia ben addestrati e muniti dei più svariati mezzi tecnici [. .. ]. Da parte Loro, i guerriglieri devono affrontare questo potere ponendosi la domanda: è possibile per l'individuo affermare se stesso conlro /"'apparato"? Di quali possibilità dispone la guerriglia di fronte al calcolatore? Quale atteggiamento assume il guerrigliero nei riguardi delle nuove relazioni- vigenti anche nell'apparato - tra idee, algoritmi e decisioni nella modema conduzione della lotta? Nel delineare questa problematica, M. Baumann contrappone all'apparato ["'istinto" del singolo: "un istinto per cui inconsciamente agisci proprio nel modo giusto; questa è davvero la forma più elevata che tu possa raggiungere nelle esperienze di guerriglia, acquistare l'istinto di un animale nella giungla". La controparte dispone di un apparato ben più vasto ed efficiente, con speciali sistemi di raccolta dei dati e di identificazione: i guerriglieri allora rinunzieranno a ogni apparato e saranno invece automaticamente e istintivamente sicuri, abili nella falsificazione di documenti e nel furto di auto, esperti di armi e dorati di eccellenti capacità ideative. Più che la specia/izzazione, è necessaria un'estrema versatilirà... ». Le riflessioni di Hahlweg spiegano perché la guerriglia sia un fenomeno così antico, e al tempo stesso così moderno. In fondo essa risponde a una logica stringente, analoga a quella della guen·a fredda come di tutte le guerre: diminuire o annullare il rendimento delle armi più potenti del nemico e delle relative procedure d ' impiego, ricercando delle modalità di lotta che rendano competitivo anche chi, almeno in fatto di armi, materiali, apparati, è più debole. È una lotta di forze morali contro forze materiali; segna perciò un punto di massima nella politicizzazione della guerra, nell'esaltazione delle sue componenti sociali e psicologiche, esigenze rese indispensabili proprio dall ' impossibilità di disporre di un apparato organizzativo militare classico che richiederebbe al singolo minori qualità e minori prestazioni e, al tempo stesso, elevati standard addestrativi. Poiché comporta il massimo dominio della politica, cioè la scelta di «come» combattere l' avversario da parte di un gruppo organizzato e/o di una parte politica, la guerriglia può essere certamente una strategia; è sempre una tattica. Tattica e strategia sono estremamente diffici li da distinguere in una forma di lotta, che comporta più che mai la rinuncia a schemi e moduli fissi. Ma è essa veramente estranea ai concetti-guida


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(meglio non parlare di princìpi) della guerra tra eserciti, come vorrebbe Jomini? Non sembra. Come si è visto, Mao parla di dividere le forze per esigenze in senso lato logistiche, cioè dì preparazione, di ampliamento della base di consenso, per poi concentrarle contro il nemico; è quanto faceva, mutatis mutandis, anche Napoleone.... Quando i guerriglieri attaccano di sorpresa - con forze superiori anche se pur sempre limitate- un posto isolato nemico, non compiono certo un atto di guerra eterodosso: ripetono anche in questo caso, e nei limiti del possibile, ciò che faceva Napoleone; per parlare in termini jominiani, realizzano contemporaneamente il principio della massa, quello della sorpresa e quello dell'economia delle forze. Quando si dileguano dopo la rapida azione per far cadere nel vuoto l'immancabile, prcvedibile reazione offensiva avversaria, seguono la vecchia massima che bisogna accettare il combattimento solo se si presume di poter avere la meglio, improntata a una saggezza elementare. Quando attaccano l'apparato logistico e le comunicazioni delle forze nemiche - importanti quanto vulnerabili - agiscono contro il punto più debole del nemico, e così facendo applicano un'altra collaudata risorsa della strategia napoleonica ... E quando cercano di demotivare, di disarmare moralmente il nemico, di dare l'impressione di essere più forti e onnipresenti di quel che sono, appUcano Sun Zu .. : cioè un teorico antico, espressione della guerra così come viene razionalmente concepita da una civiltà millenaria, da una società che potremmo oggi definire matura. Che la guerriglia non rinneghi affatto i princìpi della guerra. come volva Jomini, lo riconoscono senza equivoci i protagonisti del dopoguerra. Secondo Che Guevara, «la guerra obbedisce a una determinata serie di leggi scientifiche, contro le quali non si può andare senza sconfitta. Anche la guerriglia - che è un momento, una fase della guerra deve basarsi sulle stesse leggi. Per il suo carattere particolare, però, essa è soggetta a una serie di leggi accessorie che bisogna rispettare». E Guevara riconosce senza equivoci anche che «i l trionfo finale sarà sempre ottenuto da un esercito regolare, anche se le sue origini saranno state guerrigliere». Anche secondo Pietro Secchia la guerra partigiana «non sfugge alle leggi dell'arte e della scienza militare», ma «il carattere specifico delle operazioni e della guerra partigiana è profondamente diverso da quello di un esercito regolare». Si potrebbe continuare ricercando altre analogie, che da un punto di vista militare fanno dei criteri di condotta della guerriglia un semplice


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affinamento di quelli della guerra classica, o meglio un loro adattamento a particolari situazioni politico-sociali, economiche, geografiche: adattamento tuttavia sempre indispensabile - e in primo luogo da attuare - in qualsivoglia tipo di guerra ..... Ma se è cosl, dove va individuato il suo carattere «alternativo»? Prima ancor che nell' obiettivo politico, in un dato di fatto strategico riconosciuto dallo stesso generale Giap, secondo il quale «la guerriglia diventa la guerra delle masse popolari di un paese economicamente arretrato che insorge contro un esercito potentemente equipaggiato e ben addestrato». Perciò essa esige «una continua combinazione con l'azione politica ed economica, un lavoro di preparazione, e tra i membri di un partito, un gigantesco sforzo di organizzazione, una grande unità di intenti e sacrifici e di eroismo sia tra o combattenti che tra la popolazione al fronte come nelle retrovie». Queste considerazioni, che inseri scono la guerriglia nell'humus della guerra di popolo, non fanno che confermare il carattere nazionale che tale guerra deve assumere, il che presuppone anche la possibilità e incidenza di aiuti esterni, perché una guerra nazionale non può, specie oggi, non avere riflessi internazionali. Da un punto di vista tecnicomilitare, ciò comporta la contrapposizione de lle risorse umane a quelle tecnologiche e il costante rifiuto di una strategia e di una tattica esclusivamente atte alla ricerca delle modalità per esprimere, in campo aperto, una potenza di fuoco paragonabile o superiore a quella dell'avversario, per superare cioè l'avversario con la sola potenza delle armi e quindi con la sofisticazione massima dell 'organizzazione. Le armi di base del guerrigliero sono rimaste anche a fine secolo XX quelle leggere e individuali di sempre: al massimo, dalla seconda guerra mondiale in poi ha potuto contare su fucili mitragliarori , mortai, armi controcarri e contraeree leggere. Niente aviazione; niente artiglieria. La guerriglia, perciò, è costretta a puntare tutto sull'uomo, sulla sua motivazione e autodisciplina, sulle sue risorse morali e fisiche; ovviamente, alle carenze Jogistiche e di reclutamento deve supplire con l'appoggio della popolazione . Il contrario normalmente fa -con scarsi risultati - chi combatte la guerriglia: ma è una novità che l' uomo è l'atout decisivo? Tutto qui: quando Mao e Giap parlano di formazione politica del combattente con nuovi criteri, ecc. non fanno, ancora una volta, che applicare in un contesto specifico e in difficili circostanze ciò che tutti i condottieri di vaglia hanno rite nuto necessario: motivare il soldato, convincerlo della buona causa per cui combatte, rafforzare la coesione inte rna dell 'esercito, garantirgli l'appoggio della Nazione


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ecc .. In fondo, nel dare poco al soldato pretendendo molto, Napoleone è stato un maestro insuperato. Così come gli uomini scalzi e mal nutriti di Giap hanno dimostrato la loro sostanziale superiorità contro i ben pasciuti figli della società industriale americana, due secoli prima i soldati dei primi anni de1la Rivoluzione Francese, senza impedimento al seguito, hanno avuto buon gioco contro gh eserciti dinastici europei e i fuoriusciti aristocratici, con al seguito carrozze e carriaggi e tutto il resto, legati a formazioni e schemi tattici fissi e rigidi. Hanno, perciò, più ragione che torto Chaliand e Blin quando richiamano la compatibilità tra il succo delle teorie di Jomini - che pure non ama la guerriglia - e la strategia della guerriglia stessa: «ai nostri giorni, la scelta dei punti decisivi interessa dei settori della società indipendenti dagli eserciti, e le Linee d'operazione offrono delle possibilità nuove, sconosciute nel secolo XIX. Le guerre d'Indocina, d'Algeria o del Vietnam dimostrano che il principio fondamentale di Jomini - impegnare la massa delle forze contro il punto più debole del dispositivo nemico dove è possibile infliggergli danni tali da annientarlo -può garantire una vittoria, politica se non militare, a condizione che la scelta degli obiettivi (punti decisivi) e dei mezzi (linee cl' operazione) sia fatta in modo razionale»2• . Ma questo è sempre stato vero! ci può essere una scelta irrazionale? Oggi si tratta di scegliere le linee d'azione tenendo conto soprattutto dei particolari caratteri «non militari» dell'avversario, che creano vulnerabilità tali da influenzare poi le sue stesse forze militari, operative, minandone l'efficienza. Ciò richiede, però, alle formazioni guerrigliere un'utilizzazione diversa - e anzi opposta a quella propria delle forze regolari - dello spazio e del tempo. Lo spazio serve al guerrigliero a far disperdere le forze dell'avversario, e a sottrarre le proprie all'azione e reazione dell'avversario stesso; il tempo serve a logorare l'avversario e ritardare i suoi movimenti, non a concentrare le forze per azioni decisive. E serve anche per migliorare progressivamente il rapporto di forze, per approfondire il lavoro politico anche con qualche «colpo» sensazionale che aumenti il consenso .... Nonostante il comune e scontato riconoscimento della mancanza di schemi fissi, gli storici e gli studiosi del dopoguerra si sono spesso ostinati nell'inquadrare la guerriglia in schemi politici, ideologici

2'

G. Chaliand - A. Blin. Op.cit.. p. 390.


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o strategico-ordinativi definiti tout court nuovi, che in quanto tali, a prescindere dal resto, non possono rispecchiare appieno l'effettiva realtà di questa forma di guerra. Perché di una vera e propria forma di guerra si tratta: non solo di «un tipo particolare di operazione militare svolta sia da forze regolari che irregolari»25 • Quando, ad esempio, un popolo insorge contro l'occupazione militare straniera, la sua è una guerra oppure no? È certamente una guerra. Come è costretto a condurre questa guerra, cioè quale forma strategica è costretto a imprimerle? gli è consentito, almeno all'i nizio, solo il ricorso alla guerriglia. Clausewitz stesso, pur prevedendo operazioni di guerriglia normalmente condotte in concomitanza con quelle delle forze regolari, non esclude (come fa invece Jomini) che la guerriglia possa essere la sola e l'ultima carta da giocare per una nazione che non voglia arrendersi dopo la sconfitta del suo esercito: non è forse avvenuto così anche in Jugoslavia nel 1941-1945? quella allora attuata da Tito era solo un particolare tipo di operazione militare nella fattispecie svolta da forze irregolari, era una tattica oppure era una forma di guerra? La risposta è ovvia. Non è vero che le forze della guerriglia non si prefiggono la vittoria e/o la distruzione de11 'avversario, e/o che hanno piuttosto come obiettivo la conquista del sostegno della popolazione. Tale sostegno è un mezzo, non un fine; il fine è l'eliminazione del! ' occupazione militare straniera e/o del governo del momento. Si può solo dire che, non potendo distruggere il nemico in scontri decisivi, sono costrette ad applicare il vecchio motto «gutta cavat lapidem», la goccia scava a poco a poco la pietra; quindi contano sui tempi lunghi e attuano una particolare guerra di logoramento e psicologica, nella quale si tende a colpire soprattutto il morale delle forze nemiche e di tutto ciò che le sostiene, che sta loro dietro. In tal modo, la guerriglia applica il vecchio motto di sapore napoleonico, che il nemico è battuto solo quando, appunto, è convinto di essere tale. Questo potrebbe voler dire cercare la vittoria politica anziché militare: ma è un fatto che, senza una buona efficienza «militare», tale vittoria non può essere raggiunta. La strategia della guerriglia è difensiva, mentre solo la sua tattica sarebbe offensiva? Questa tesi, già sostenuta da Clausewitz, è generai-

15•

Enciclopedia delle scenze sociali (Cit.), IV, 490.


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mente accettata dagli studiosi di oggi; ma non appare convincente. Se la strategia della guerriglia è difensiva, ciò significa che quella dell'avversario è offensiva: questo non può essere, perché chi occupa un territorio, chi ha un potere politico e militare (cioè il nemico della guerriglia), tende piuttosto a conservare e difendere ciò che ba, è ben lieto che nessuno ci trovi a ridire, non attacca nessuno per primo ... Nemmeno la fase iniziale della guerriglia può dirsi propriamente difensiva: per far percepire la sua esistenza, per proporsi come soggetto politico la guerriglia non può, ma deve attaccare; non avendo ancora nulla conquistato, non ha nulla da difendere. Più in generale la strategia della guerriglia non è mai una semplice difesa; non si ripromette di fermare I' avversario, lo lascia anzi libero di occupare tutto il territorio che vuole. Ha un ben preciso scopo offensivo: scalzare il suo potere, eliminarlo sia pure con i tempi lunghi. Tende a individuare le vulnerabilità del nemico, per colpirle; non prevede un atteggiamento statico, perché la stasi è la morte; deve anzi rifiutare ogni attendismo e compiere azioni ardite, perché sono le uniche capaci di garantirgli l'indispensabile consenso e elevare il morale dei combattenti. Non si vede, quindi, in che cosa consista questa «difesa»: difesa di un potere politico che non c'è e si vuol conquistare? Difesa diretta di obiettivi e aree che consentirebbe al nemico di sfruttare la sua superiorità di forze e di fuoco? Non può attendere l'iniziativa dell'avversario: nel prevenire tale iniziativa sta la sua salvezza. Né si può affermare che la guerriglia è una forma di difesa, di reazione contro il nemico che occupa il territorio: più le forze nemiche si spargono sul territorio, più esse favori scono la strategia della guerriglia, che ha carattere offensivo sia perché si avvale frequentemente di «Santuari», (cioè di basi di partenza all' esterno dei confini e non raggiungibili dal nemico, dalJe quali conduce le sue azioni) sia perché solo l'esitenza di parti del territorio non controllate o non ben controllate dal nemico può consentirle di prepararsi, per poi condurre rapidi raids sempre impostati sul «mordi e fuggi». Non è perciò del tutto vero che l'offensiva di chi ricorre alJa guerriglia può essere condotta solo alla fine, quando diventa possibile «annientare» l'avversario con operazioni convenzionali. Anche prima del passaggio a operazioni convenzionali la guerriglia- se vuoi sopravvivere - non può limitarsi a subire l'iniziativa delle forze che conducono la controguerriglia; deve pur sempre imporre là ove è possibile al nemico la propria iniziativa e ricercare la diminuzione della sua capacità operativa, il che significa perseguire le finalità classiche dell'offen-


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siva. E anche quando è in grado di condurre operazioni convenzionali, raramente la guerriglia riesce a «annientare» l'avversario: non si è sempre ripetuto che il suo obiettivo è politico e non militare, che ricerca piuttosto la sconfitta politica dell'avversario, che vuoi indurlo a trattare? n fatto è che i termini «Offensiva» e «difensiva» sono, anche oggi, essenzialmente riferiti alle operazioni di forze regolari contrapposte, e mal si attagliano alla ben diversa realtà che stiamo descrivendo. In questo caso molto meglio sarebbe parlare semplicemente di strategia e tattica della guerriglia, le cui azioni sfuggono a scherni fissi e comportano sempre un misto o una successione di obiettivi e atti offensivi e difensivi, senza distinzioni nette tra tattica e strategia, difensiva e offensiva; lo stesso avviene,in fon do, anche per chi combatte la guerriglia, costretto a difendere e attaccare nello stesso tempo. Non ha alcun reale significato militare e strategico nemmeno la distinzione della guerriglia in due tipi: «una nazionale, che consi ste nella lotta contro l'operazione straniera o in operazioni di forze speciali nelJe retrovie nemiche, l'altra ideologico-politica, sovversiva e rivoluzionaria, volta a modificare gli assetti politici, sociali ed economici esistenti»26. È appena il caso di ricordare che da sempre anche le guerre nazionali (Mazzini, Pisacane, Garibaldi) hanno - tanto più per chi le contrasta - carattere sovversivo e rivoluzionario, e ovviamente anche ideologico-politico, perché mirano anch'esse a modificare gli assetti politici esistenti, magari per sostituivi quelli precedenti; inoltre le operazioni sulle retrovie nemiche sono tipiche di qualsiasi tipo di guerriglia. Più in generale, non hanno mai avuto reale significato le schematizzazioni -frequenti nella guerra fredda- miranti a mettere la guerriglia in rapporto all'ideologia marxista a fame l'espressione militare della rivoluzione sociale, e a presentare la controguerriglia come una guerra anticomunista. Le guerriglie spagnole, vandeane, calabresi, tirolesi contro Napoleone erano controrivoluzionarie. Anzi: come osservano Chaliand e Blin, oggi nel campo delJa guerriglia si deve constatare che «per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale, Lo stesso Occidente sostiene- talvolta assai attivamente - dei movimenti armati: Contras del Nicaragua, Mugiaddjn dell 'Afghanistan, Unita in Angola e Renamo in Mo~ambico (aiutati dal Sud-Africa che ha iniziato questa politica fin dagli anni 70). Così per La prima volta sono tornate, contro

"' ivi.


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dei regimi che si ispiravano al marxismo e che in gran parte avevano conquistato il potere con la lotta popolare armata, le stesse tecniche da essi usate per impadronirsi del potere. I risultati sono diversi e dipendono [come sempre - N.d.a.] da fattori legati all'effettiva base popolare (assai debole per i Contras), dalla capacità organizzativa e dalla coesione del movimento (assai debole presso gli Afgani)»21 • È dunque sempre e solo il sostegno popolare a determinare in prima e ultima istanza iJ successo della guerriglia. Si è già visto che essa è una componente fondamentale- ma non esclusiva - della guerra di popolo e della guerra sovversiva. Il suo rapporto con le forze regolari amiche può essere il più vario: quest'ultime possono essere una componente minoritaria, o viceversa. Anche qui, nessuna demonizzazione: ritenere di per sé una dimutio capitis delle forze della guerriglia la loro dipendenza dai comandanti delle forze regolari, o viceversa, è solo frutto di nocivi e opposti pregiudizi. Comanda chi deve e può comandare: l'importante è che la leadership sia unica e efficiente, in questa occasione come in tutte le altre. L'unica diminutio capitis può venire- per tutti i tipi di forze- dalla sconfitta, che è sempre segno di strategia e tattica inadeguate. È certo, comunque, che man mano che la guerriglia si consolida, che estende il suo raggio d' azione fino a potersi permettere il controllo di parti del territorio, le sue forze tendono a trasformarsi in forze regolari e a condurre operazioni convenzionali, migliorando progressivamente il loro armamento e «istituzionalizzando» la gerarchia e la discipl ina. I nuovi Stati del dopoguerra sorti dalla guerriglia, hanno ben presto costituito un esercito regolare: paradossalmente, l'esercito regolare algerino sta oggi combattendo dalla parte !egalitaria qualcosa di molto simile a una guerra civile, provocata da formazioni irregolari estremiste. Lo studio della fenomenologia degli innumerevoli casi di ricorso alla guerriglia dopo il 1945 consente anche di stabilire che quella della guerriglia è una scelta generalmente temporanea; in altre parole, la guerra sovversiva assume gradualmente la forma di guerra classica come tale affidata principalmente anche se non esclusivamente a forze regolari - man mano che si riesce a stabilire un rapporto di forze più favorevole con le unità regolari avversarie. In tal modo la guerra sovversiva, come sempre avviene per tutti i tipi di guerra, si affida senza

"· G. Chaliand - A. BI in, Op. cit., pp. 380-381.

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preclusione alcuna alle strategie e alle tattiche di volta in volta più convenienti, opportunamente combinando levare forme operative elevare componenti. Ancora una volta, quindi, questo fatto consente di sottolineare che non esistono strategie, tattiche, ordinamenti «rivoluzionari» e «conservatori» o «reazionari»: esistono solo strategie, tattiche, ordinamenti vincenti o perdenti. Come scrive l'Husson, <<il Vietminh iniziò la guerra contro la Francia nel dicembre 1946, utilizzando tutti i mezzi possibili per conseguire i propri scopi: azione psicologica, propaganda armata, terrorismo, guerriglia generalizzata, guerra di movimento e, dopo la costituzione di Grandi Unità [regolari] perfettamente addestrate e organizzate, operazioni militari in grande stile». Sempre secondo I'Husson, dal punto di vista Vietminh la guerra si è articolata in tre fasi distinte: una fase iniziale difensiva, corrispondente al periodo in cui si stava organizzando una resistenza armata sempre più attiva contro iJ corpo di spedizione francese (che dal canto suo cercava invano di «pacificare» il Paese e controllare il territorio), in secondo luogo il raggiungimento dell'equilibrio delle forze, grazie anche all'aiuto cinese e alla disponibilità di «santuari» nel vicino territorio cinese; per ultimo, la controffensiva generalizzata affidata a forze regolari. Quest' ultime - come tutte le forze di élite in ogni tempo venivano impiegate solo a colpo sicuro, e a loro vantaggio il Vietrninh era pronto a sacrificare i vari tipi di milizia popolare (in tal modo dimostrando che le forze regolari, una volta costituite, possono diventare la punta di diamante anche per chi conduce la guena sovversiva). In questo quadro, «tra la prima e l' ultima fase la guerriglia ha svolto un ruolo essenziale e prioritario, mentre la guerra di movimento ha svolto un ruolo secondario, anche se via via sempre più importante». Come ha scritto il generale Giap, «il Vìetrninh ha saputo realizzare una combinazione stretta e armoniosa tra queste due forme di combattimento: la nostra resistenza è stata una guerra di guerriglia, che si è trasformata gradualmente in guerra regolare, passando dalla guerriglia alla guerra di movimento, combinata parzialmente alla guerra di posizione». L'Husson mette infme in giusta evidenza che il successo del Vietminh, e l' impiego tempestivo e razionale delle sue forze, sono stati agevolati in misura decisiva da un ottimo e capillare servizio di intelligence, che gli consentiva di conoscere nel dettaglio e in anticipo i movimenti delle unità francesi. Per queste ultime, quella di lndocina era solo una «Sale guerre», una sporca guerra durata insopportabilmente ben nove anni; per il


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Vietminh e larga parte della popolazione locale, era invece - prima ancor che una guerra comunista - una guerra patriottica e di emancipazione nazionale contro lo straniero e il colonialismo. Come è avvenuto in Jugoslavia nel 1941-1945, la componente comunista ha prevalso non in quanto tale ma perché era la più decisa, organizzata e addestrata nella lotta senza quartiere contro lo straniero. La differenza tra i due schieramenti era tutta qui: era perciò una guerra che l'esercito francese semplicemente non poteva vincere, per la semplice ragione che gli è sempre mancato l'appoggio delle popolazioni. Quindi le forze francesi non hanno potuto condurre che una guerra coloniale vecchio stile, tra l'altro sempre più avversata in Francia da forti correnti della pubblica opinione e dal partito comunista. Se ne può dedurre che, anche dopo il 1945, una nazione sviluppata ha più che mai bisogno di condurre guerre brevi e decisive, con rapide operazioni chirurgiche coronate da successo; ma per fare questo le servono ottimi e comodi bersagli. Se l'avversario, ben cosciente di questi gravi limiti di carattere morale e sociale, riesce a imporre un'inconcludente guerra di logoramento coronata da uno stillicidio di perdite, ha già mezza vittoria in tasca, e troverà alleati sempre più numerosi nella nazione avversaria e nelle retrovie dello stesso esercito regolare nemico, il cui morale non potrà non risentime. L'enorme superiorità in fatto di armamenti sofisticati e potenti non basta, e anzi rischia di trasformarsi in boomerang: questo spiega perché negli u1timi anni la maggiore potenza militare mondiale, gli Stati Uniti, è stata sconfitta in Vietnam, si è ritirata senza aver raggiunto gli obiettivi politici prima dal Libano e poi dalla Somalia, e per ultimo si è ben guardata dall'impantanarsi con le sue forze terrestri nelle foreste e nelle montagne della ex-Jugoslavia, dove nel 1941-1945 l'esercito italiano e la stessa Wehrmacht avevano già subìto pesanti perdite. Non c'è molto da meravigliarsi, non si tratta di cose nuove: che l'armamento e il materiale non bastano, che nella guerra dominano i fattori spirituali e morali l'aveva già scritto Clausewitz. Dall'altra parte, la condotta di una guerra non basata sui grossi battaglioni e, in genere, sulle forze terrestri, ma sull' uso di strumenti diversificati e se mai, sulle forze navali, fa parte della tradizione britannica ed è stata ripresa in forma più accentuata dagli Stati Uniti , fin dalla guerra ispano-americana del 1898. Sul versante opposto, la costante tendenza a costituire non appena possibile forze regolari con armamento modemo anche in Paesi industrialmente e socialmente poco sviluppati (Jugoslavia dopo il 1945,


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Cina, lndocina, Vietnam, Algeria... ) fa ritenere improponibile la presentazione della guerriglia come «escamotage» pacifista e antimilitarista per fare a meno di eserciti permanenti e regolari, rispetto ai quali dimostrerebbe una superiorità tale, da consigliare di far coincidere la difesa nazionale con la preparazione della guerriglia tout court, strumentalmente vista come forma di guerra «alternativa», «progressista», «popolare» e codificata, alla quale affidare in toto la difesa nazionale; ovviamente questo vale ancor più per i paesi dell'Occidente sviluppato. Non è vero, però, che, nei Paesi dell'Occidente, il ricorso alla guerriglia provocherebbe perdite e distruzioni maggiori di quelle di operazioni convenzionali. È facile immaginare che cosa avverrebbe oggi se due moderne Forze Armate «industriali», con la loro enorme potenza di fuoco, si scontrassero nelle aree fittamente popolate dell'Europa Occidentale: sarebbe un'ecatombe tale, da far ritenere sotto questo aspetto meno dannoso lasciar penetrare il nemico nel Paese, per poi attaccarlo e logorarlo. Sotto questo profilo, ha ragione il Supino quando indica le devastazioni che produrrebbero anche un conflitto convenzionale in Europa tra le cause della guerra fredda. Le procedure, i meccanismi, la logica, le forme e gli strumenti legati a questo tipo di guerra sono dunque tutt' altro che obsoJeti e sopravvivono alla caduta del muro di Berlino nel 1989, tendendo a fare della «guerra fredda» la guerra tout court per l' Occidente sviluppato, o meglio, l'unico tipo di guerra che lo stesso Occidente può ancora permettersi di combattere e vincere. La guerriglia è una forma di guerra non adatta a essere condotta dall ' Occidente e in Occidente per un ' altra ragione: richiede una dedizione, una ferocia, un fanatismo totale fino allo sprezzo della vita propria e altrui da parte di buona parte della popolazione. Richiede cioè una filosofia di vita sempre più estranea alle società del benessere fondate sull ' egoismo individuale, che ormai possono permettersi di condurre - nella migliore delle ipotesi - solo guerre di macchine, nelle quali si tende appunto a sostituire l'uomo con la macchina: non viceversa, come è giocoforza fare con la guerriglia. Oggi il vero confine tra l'Occidente sviluppato da una parte e l'ex-Jugoslavia e le altre parti del mondo dall 'altra passa proprio da qui: in una diversa filosofia di vita ormai incompatibile con tutte le armi tipiche della guerriglia, che sono, prima ancor che politiche, moraJi. In fondo , oon si tratta di un fatto nuovo. Nel periodo della Restaurazione Luigi Blanch riteneva che la guerriglia potesse avere successo e diffusione solo in società semibarbare e arcaiche, come era quella spa-


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gnola del tempo, e con il favore del terreno; tutte condizioni che a suo avviso non esistevano in Italia. E già nel periodo della Restaurazione lluni scrittori ritenevano che nessun esercito regolare potesse sostenere on successo la lotta contro un popolo unanimamente deciso a battersi con ogni mezzo; persino il Maresciallo Radetzky era di questo parere ... ma il difficile è sempre stato, appunto, raggiungere effettivamente questa unanimità, questa compattezza, questa volontà di combattere da parte di tutti. Non è un mistero che, durante il nostro Risorgimento. solo una minoranza si è dimostrata effettivamente disposta a battersi contro l'Austria. In proposito, non è affatto vero che «rispetto alla guerriglia rurale, Carlo de Cristoforis, Pisacane e altri attribuirono maggiore importanza, specie dopo il successo delle cinque giornate di Milano, all'insurrezione delle città guidata dalla borghesia patriottica. Essa avrebbe dovuto pem1ettere l'immediata costituzione di formazioni regolari, da impiegare in operazioni di tipo tradizionale. Fu quello che in realtà avvenne, anche se le potenzialità del volontariato nazionale [... ] non furono mai completamente utilizzate per l'opposizione dei moderati, fautori della "guerra regia", contrapposta alla "guerra di popolo" ... »28• I reparti volontari non potevano definirsi- per disciplina, addestramento, armamento, logistica - «formazioni regolari»; e abbiamo già ricordato (cap. Il) che, dopo l'amara esperienza dell'insurrezione delle cinque giornate e della militanza nelle file dei volontari lombardi nel 1848, Carlo De Cristoforis diventa (come l'altro volontario Agostino Ricci) convinto fautore deH'esercito a lunga ferma e con dura disciplina sul modello francese e della strategia jominiana, vedendo in tale esercito e in tale strategia- quindi non nell'insurrezione e/o nel volontarismo - gli unici strumenti adatti alla conquista dell'unità nazionale. E anche per quanto attiene alle teorie di Carlo Pisacane, abbiamo dimostrato che egli non conta affatto sull'insurrezione delle città, ma sulla rapida costituzione- principalmente con contadini meridionali diventati padroni delle terre e quindi interessati a difenderle - di un grande esercito nazionale di cittadini-soldati che si addestrerebbe combattendo e/o in tempi brevi. Pisacane, nemico di Garibaldi, è perciò contrario alla guerrigl ia e al volontarismo, anche perché contrastano frontalmente con il suo concetto di esercito regolare di massa. Per quanto riguarda il volontarismo, è evidente che esso era un fenomeno di élite, e che -

"' Enciclopedia delle scienze sociali (Cit.), IV. p. 492.


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come lamenta lo stesso Garibaldi - la massa della popolazione, composta da contadini poveri, vi è rimasta totalmente estranea. Infine, senza con questo voler scusare l'ostilità dei Quadri in servizio permanente piemontesi, è un fatto che il volontariato, con i suoi limiti insopprimibili che ne erano anche la forza, nel contesto italiano non poteva certo essere l' unico o il principale protagonista della guerra aU' Austria... Come il volontarismo di marca garibaldina, anche la guerriglia è sempre stata, all'inizio almeno, un fenomeno di élite, per poi espandersi rapidamente. Essa ha sempre avuto nell'aderenza del suo programma politico alle attese e ai sentimenti di larghe masse di cittadini i suoi veri punti di forza. Quindi può essere oggi definita, riprendendo largamente la citata definjzione del nomenclatore militare 1984, come «forma di guerra condotta da gruppi armati o da reparti militari armati alla leggera nell'ambito o meno di una guerra di popolo, o di una guerra sovversiva. Evita lo scontro in campo aperto e a forze riunite con l'avversario e mira invece a logorarlo anche moralmente. Le sue azioni prescindono da ogni schematismo, sono eminentemente aggressive e improntate a fluidità, rapidità e sorpresa, e sono spesso abbinate ad atti di terrorismo e alla guerra psicologica. Può anche essere condotta in concomitanza con le operazioni di forze regolari. Per alimentarsi e svilupparsi richiede il costante appoggio della popolazione civile. Se e quando le circostanze e i rapporti di forze lo consentono, può sfociare in operazioni classiche condotte da forze regolari». Con questi caratteri, la guerriglia è in sostanza - come l'arma cmmica - un espediente dei deboli, dei poveri, dei popoli industrialmente poco sviluppati per affrontare con probabilità di successo le forze militari dei paesi occidentali più progrediti. Così è sempre stato; come ricorda l'Enciclopedia delle scienze sociali, «il combattimento in formazioni diradate, con la tattica del "colpisci e fuggi', era praticato regolarmente dai popoli nomadi contro quelli sedentari. Lo storico arabo Ibn Khaldun afferma che esistono due modi di combattere: quello europeo, in potenti forma zioni serrate di fanteria e di cavalleria catafratta, e quello arabo, basato su arcieri a cavallo o su cammello, che dopo aver colpito il nemico, si ritirano nelle Loro inaccessibili basi nel deserto». Cos' è cambiato? Si può aggiungere che fino alla prima metà del secolo scorso - cioè fino a tempi relativamente recenti - i popoli della sponda Sud del Mediterraneo (e in particolare gU algerini e tunisini) oppressi anche allora dalla fame, hanno spesso praticato ardite forme di guerriglia marittima e di pirateria contro il ricco traffico mer-


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cantile europeo, e hanno spesso saccheggiato le nostre coste, naturalmente rifuggendo dallo scontro con le forze terrestri e navali regolari. Queste attività, che i deboli Stati italiani non sono mai riusciti a eliminare, non sono che l'ennesima conferma di quanto ha scritto Blanch: che cioè il modo di fare e organizzare la guena rispecchia sempre le condizioni sociali, economiche, politiche di un popolo. Non è perciò difficile pronosticare alla guerriglia un avvenire certo e una diffusione ancor maggiore di quella passata, almeno fuori dalle nazioni sviluppate. Essa infatti è - come sempre - l'unica forma di guerra che consenta di colpire con poco sforzo, con armi rustiche e con azioni di alto rendimento le vulnerabilità delle forze militari; tanto meglio se quest'ultime sono, come ora, altamente tecnicizzate, sofisticate. Al tempo stesso, la guerriglia si adatta mirabilmente alle caratteristiche dei conflitti locali odierni, e dati i suoi riflessi morali ha un alto potere destabilizzante sulle società industriali avanzate. È, insomma, una metodica - si direbbe un 'arma - tipicamente anti occidentale, e se vogliamo, anti americana, che ha persino un suo potere deterrente. Date le sempre più macroscopiche differenze tra popoli ricchi e poveri - sono queste le vere ragioni di preoccupazione - i nemici dei primi non mancano e non mancheranno ce110. Non sarà mai sottolineato abbastanza che tra guerriglia e guerra classica esiste un legame ben più solido di quanto possa apparire a prima vista, legame che non giustifica dicotomie teoriche tra le due forme fondamentali di guerra nemmeno per il passato. Dal punto di vista di chi vi ricorre, la guerriglia soddisfa l'esigenza elementare di non accettare il confronto con l'avversario sul terreno e con le forme di guerra dove egli è più forte, e rende omaggio all'altro p1incipio fisico elementare che anche la forza più potente per far sentire appieno i suoi effetti deve avere quel punto di applicazione,senza il quale rimane senza effetti. Colpendo di sorpresa le vulnerabilità di un avversario più forte nonostante le poche forze e l'armamento inferiore, essa realizza contemporaneamente i vecchi princìpi della massa, della sorpresa e dell'economia delle forze; al tempo stesso rende arduo per l'avversario l'applicazione del principio della sicurezza. La «modernità» di questa forma di guerra è dimostrata anche dalle sue contiguità con la guerra psicologica: guadagnarsi il consenso delle popolazioni; colpire anzitutto il morale dell'avversario e esaltare il proprio; far emergere per forza di cose e spontaneamente una gerarchia nella quale c'è spazio solo per il merito, le doti personali, il coraggio,


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l'iniziativa, l'ascendente naturale del vero Capo e la forza dell'esempio; prescindere, in campo tattico, da ogni schematismo; applicare una disciplina esclusivamente sostanziale, ma più dura e tempestiva di quella formale; esaltare al massimo la mobilità e la flessibilità d'impiego delle formazioni; ridune al minimo le esigenze logistiche; sviluppare al massimo la propaganda e la raccolta di informazioni. Sono, queste, tutte conditio sine qua non per la sopravvivenza e lo sviluppo della guerriglia, che specie oggi dovrebbero essere ugualmente tenute in onore delle forze regolari. Per un complesso di comprensibili ragioni, peraltro, quest'ultime faticano assai di più ad adottare quella che potremmo definire la filosofia della guerriglia, che in larga parte è anche la filosofia della guerra di oggi. Non è, in particolare, altrettanto facile motivare le forze regolari che combattono la guerriglia. In fatto di motivazione del soldato regolare, dovrebbe far riflettere i l caso d eli' esercito israeliano, unanimamente ritenuto il migliore o tra i migliori del dopoguerra: ma cos'è che ne ha fatto la forza? Non solamente l'intelligenza e l'attitudine per la tecnica del soldato e dell'ufficiale medio, che non è certo una prerogativa solo israeliana: ma la convinzione di un intero popolo che solo alla forza delle armi è affidata la sua salvezza, la sua sopravvivenza, il possesso di un ristretto territorio negato ai suoi avi e tuttora contestato. Di qui quella mirabile coesione, quella forza morale derivante da valori comuni e fortemente sentiti e condivisi, che da sempre è la base della vis pugnandi di un esercito. Chi sa di combattere per la vita o la morte del suo popolo, affronta la lotta con un animus ben diverso da quel soldato volontario che, invece, ritiene di dover compiere solo il suo dovere in lontane contrade dove spesso sente su di sé l'odio o l'indifferenza almeno di una parte delle popolazioni locali, in una guerra che taluni settori della pubblica opinione del suo Paese magari non condividono, e dalla quale, comunque, non dipende certo la vita o la morte della sua Nazione e della sua famiglia. In queste condizioni, si potrebbe dire che oggi la guerriglia - e le guerre locali in genere - non le combattono e vincolo solo i generali; ma non si può dimenticare che non la perdono solo i generali. La guerriglia è una sfida non tanto e non solo alle forze regolari, ma al sistema occidentale e alle società che ad esso si ispirano; come tale esso ne mette a nudo tutte le debolezze e ne attenua tutti i punti di forza. C'è sempre da imparare dal nemico; è un altro vecchio principio che vale soprattutto in questo caso.


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7. IL VOLTO MULTIFORME DEL TERRORISMO: SUA FISIONOMIA STRATEGICA Un fenomeno assai contiguo alla guetTiglia, che con essa ba in comune talune caratteristiche, ma che conserva proprie peculiarità, è il terrorismo. Fenomeno anch'esso molto antico, (tirannicidi, setta degli «assassini»), che solo negli ultimi anni ha accresciuto la sua diffusione e ha dimostrato di possedere un peso negli affari internazionali, che non esitiamo a definire strategico. È stato finora ignorato dai trattati e dizionari di arte militare e di strategia; a quanto ci risulta, il recentissimo Dictionnaire de stratégie rnilitaire di Chaliand-Blin è la prima opera del genere a dedicargli una specifica voce abbastanza estesa (4 pagine)29, che ne sintetizza assai bene la storia e le caratteristiche mamore solito - non ne azzarda una definizione. Lo stesso fa il Jean 30; da ricordare anche il succinto trattato di Luigi Bonanate sul terrorismo internazionale, con ampi riferimenti storici e buona bibliografia3' . Giova esaminare, anzitutto, quali sono le analogie tra terrorismo e guerriglia, e quali sono invece i suoi caratteri peculiari. Come la guerriglia, il terrorismo: a) è anch'esso un fenomeno antico ed estremamente moderno; b) è una tattica e una strategia insieme; c) presuppone atti di violenza al di fuori di regole umanitarie e di leggi interne e internazionali; d) ha fini eminentemente politici; e) intende agire soprattutto sulla psicologia, sul morale delle popolazioni e delle forze annate avversarie; t) tende a colpire le vulnerabilità nemiche; g) come dimostrano in particolar modo gli eventi degli ultimi anni, è un'arma anti-occidentale e anti-americana di sicura efficacia, forse superiore a quella della guerriglia stessa perché richiede minori mezzi e uomini e sforzi meno prolungati e intensi; h) gioca sui tempi lunghi; i) può avere sia finalità di sovversione di poteri costituiti, sia finalità di difesa e consolidamento di tali poteri, e/o accompagnarsi a operazioni di forze regolari; l) può rappresentare l'innesco e/o il potenziamento della guerriglia, quindi ha con essa un terreno comune. Il terrorismo si distingue, però, dalla guerriglia per le seguenti ragioni: a) si indirizza verso diversi obiettivi: non le forze o l'esercito nemico

"' G. Chaliand -A. Blin, Op.cit., pp. 659-663. "' C: Jean, Guerra, strategia e sicurezza (Ci t.), pp. 171-175. " Cfr. L. Bonanate. Terrorismo internazionale, Firenze, Giunti 1994.


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in genere, ma obiettivi molto più ristretti e localizzati il cui unico requisito deve essere quello di destare la più vasta risonanza possibile nella pubblica opinione, di indirizzare la psicologia delle masse in un certo senso; b) le vittime di un atto terroristico sono indistinte; colpisce anche, se non soprattutto, «coloro che non c'entrano»; c) l'atto terroristico può essere compiuto da gruppi estremamente ristretti e non richiede una certa base di consenso - per la causa politica che lo ispira - da parte della pubblica opinione. Esso mira piuttosto a sensibilizzarla sull'esistenza di un dato problema, e solo in un secondo tempo a conquistare adepti; d) non è tipico solo della guerra o di operazioni armate di una certa estensione, ma può accompagnare crisi e conflitti di vario ordine, e anche stati di «pace» più o meno perfetta; e) la democrazia, le società industriali sviluppate, l'importanza preponderante assunta dai mass media respingono la guerriglia ai margini dell'Occidente sviluppato; il contrario avviene per il terrorismo, il quale non ha zone franche, riguarda anche gli Stati Uniti ed è dovuto sia a forze «interne» che a forze «esterne» alle società occidentali; t) quest'ultime da una parte gli forniscono obiettivi relativamente facili e poco difesi (aerei e altri mezzi di trasporto, centri vitali poco protetti, personalità eminenti e loro famigliari, ecc.) e dall'altra, eccellenti mezzi di comunicazione per ampliare nel senso desiderato la risonanza dell ' atto compiuto, risonanza che diventa facilmente nazionale e mondiale; g) può ricorrere anche ad armi più sofisticate di quelle della guerriglia: armi chimiche o atomiche miniaturizzate, esplosivi invisibili ai mezzi di controllo, ecc.; h) in questo senso, ancor più della guerriglia il terrorismo rappresenta un trai! d'union tra guerra fredda e guerra post-guerra fredda, con un crescente potere destabilizzante; i) la sua efficacia e la sua diffusione futura saranno presumibilmente anche maggiori di quelle della guerriglia; l) riesce a ottenere, con minori forze e minori effetti materiali. risultati psicologici molto maggiori di quelli della guerriglia, in tal modo realizzando in misura più e levata il principio del massimo risultato con il minimo sforzo; m) in relazione alla minor consistenza delle forze e dei mezzi materiali impiegati e alla contrazione degli spazi e dei tempi in cui opera, è assai più difficile da combattere che non la guerriglia, e al tempo stesso ha a disposizione una gamma di possibili obiettivi così estesa, da rendere aleatorie e sempre insufficienti le misure di sicurezza passiva. 11 terrorismo pur manifestandosi con le stesse forme può essere esercitato in vari contesti politici, indicati da Cbaliand e Blin come segue: a) da parte di un movimento di liberazione a base popolare con


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una direzione politica unica e delle forze armate. In questo caso può essere sia una forma di lotta sussidiaria esercitata da gruppi specializzati sia una forma di lotta esclusiva (es. IRA); b) da parte di movimenti o gruppi antimperialisti o rivoluzionari privi di basi di massa (gruppi lati no-ameri can i come Tupamaros in Uruguay o Montoneros in Argentina); c) da sette politiche a vocazione rivoluzionaria interne alle società democratiche occidentali (Rote Armée Fraktion in Germania, brigate rosse in Italia ecc.); d) da parte degli stessi Stati, con l' obiettivo di consol idare il potere statuale. per esempio liquidando fisicamente con rapidi colpi le opposizioni effettive e potenziali. In questo caso. dunque, il terrorismo - pur conservando forme analoghe a quelle di carattere eversivo- ha finalità stabilizzanti e non destabilizzanti. Nel loro tentativo di classificare e raggruppare le azioni terroristiche, inspiegabilmente Chaliand e Blin non danno il dovuto rilievo a un tipo di terrorismo oggi foriero di serie e continue complicazioni internazionali fino a poter innescare crisi e persino guerre: il terrorismo favorito o esercitato in proprio da uno Stato contro un altro Stato, per indirizzare nel senso voluto la sua pubblica opinione, mettere in crisi l' azione del suo governo o delle sue Forze Armate, o, semplicemente, premere sulla diplomazia e sulle organizzazioni internazionali onde ottenere determinati risultati politici, ad esempio accelerando o impedendo la conclusione di un trattato. Del resto, la seconda guerra mondiale dimostra che anche gli Stati industrialmente più avanzati, se ne hanno la possibilità e se lo giudicano conveniente, non esitano a ricercare effetti non privi di analogie con quelli che su scala molto più ridotta e localizzata ricerca il terrorismo di ieri e di oggi . La fisionomia assunta dalla guerra industriale, che da una parte ha reso le popolazioni civili protagoniste dello sforzo bellico e dall ' altra ha enormemente aumentato - con l'arma aerospaziale - il braccio di azione delle forze armate, ha ~fatti reso possibile nell'ultima guerra il bombardamento strategico per colpire non tanto e non solo le fonti della produzione bellica e quindi dell' alimentazione delle forze armate, ma anche il morale, la «tenuta» delle popolazioni civili e quindi degli stessi eserciti, come ha teorizzato Douhet negli anni Venti. Da un punto di vista sb·ettamente tecnico-militare, anche queste azioni si sono svolte al di fuori della guerra classica tra Forze Armate e di regole umanitarie e norme di diritto internazionale, per perseguire finalità eminentemente morali e tendenti a sostituire l'impiego di forze di superficie. Non intendiamo qui fare indebiti accostamenti, collocando sullo stesso


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piano politico e morale atti di violenza molto diversi: ma è un fatto innegabile che i bombardamenti contro le città nell'ultima guerra al di là dei loro scopi dichiarati non hanno avuto solo obiettivi militari, e hanno inteso colpire anche e soprattutto il morale delle popolazioni, cioè la resistenza psicologica del nemico, in tal modo ricercando effetti indiretti non lontani da quelli tipici del terrorismo classico. Molto ci sarebbe da dire sugl i effetti spesso controproducenti ottenuti da siffatte azioni (i bombardamenti aerei non hanno fiaccato rapidamente la volontà di resistenza delle popolazioni tedesche e giapponesi come si sperava: le spietate repressioni germaniche hanno accresciuto il consenso per le forze di resistenza anziché spegnerlo). Sta di fatto che né prima della guerra 1940-1945, né dopo, le Forze Armate regolari di vari Stati banno rinunciato, all'occorrenza, a perseguire sia pur con metodi diversi e magari con l'impiego di armamenti più sofisticati finalità contigue a quelle tipiche del terrorismo. Basti ricordare che la Royal Navy da sempre ha usato bombardare le città costiere per piegare l'avversario o dimostrare la determinazione inglese, che il generale Sherman nella guerra di secessione 1861-1865 ha condotto una vera guerra contro le popolazioni civili, e che il bombardamento terroristico delle citrà costiere italiane per provocare ribellioni è stato teorizzato nella seconda metà del secolo XIX dalla Jeune École navale francese, alla quale si è ispirato anche Douhet. Nel dopoguerra, la logica della guerra nucleare è stata sostanzialmente terroristica e psicologica, e proprio per questo ha dato forza al concetto di dissuasione. Lanciando missili contro le città israeliane e non contro i ghiotti bersagli militari pur forni tigli dalle forze occidentali , Saddam Hussein nella recente guerra del Golfo ha inteso raggiungere effetti emi nentemente morali e psicologici: mutatis mutandis, sempre effetti morali hanno inteso raggiungere i recenti bombardamenti americani in Bosnia (1995), con incerti danni materiali ma tali da dimostrare la sia pur tardiva detenninazione americana. La Rivoluzione Francese - e ancor più quella bolscevica con milioni di vittime - dimostrano del resto che il terrore è da molto tempo un'arma politica che può assumere connotazioni di massa, distinguendosi dal terrorismo propriamente detto, le cui vittime sono sempre in numero relativamente limitato. Tutto questo induce a una semplice constatazione, che possiamo definire di carattere clausewitziano: là ove si manifesta la possibilità e convenienza di infliggere danni all'avversario anche sotto l'aspetto morale e in settori non stret-


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tamente militari, presto o tardi tale possibilità viene sfruttata dagli Stati anche prescindendo da remore umanitarie. Colpire il morale dell'avversario, dare alle popolazioni che si ribellano un esempio che si spera salutare con dure repressioni, sono sempre stati degli obiettivi . Man mano che diminuisce il ruolo delle forze militari e che si tende a !imitarne l'impiego, il terrorismo acquista più facilmente valenza strategica sia per chi intende sovvertire sia per chi intende combattere la sovversione. Tuttavia, per diverse e comprensibili ragioni è più frequente che si ricorra al terrorismo da parte del debole contro il forte, da parte dell'anti-Stato contro lo Stato, da parte di gruppi armati irregolari contro le forze militari regolari. Se la «targa» politica del terrorismo è assai varia, non gli può essere attribuita nemmeno una precisa connotazione ideologica o rivoluzionaria. Dalla Rivoluzione Francese in poi, a pratiche terroristiche più o meno estese hanno fatto ricorso. in varia misura, sia i governi rivoluzionari che quelli conservatori. Chi ha inquadrato meglio la valenza politica e strategica del terrorismo è stato Lev Trotzkij, il quale ha affermato: «la rivoluzione non richiede ··logicamente" il terrorismo, proprio come "logicamente" non richiede un'insurrezione armata. Che profonda banalità! Ma la rivoluzione richiede aJla classe rivoluzionaria che essa raggiunga il proprio line con tutti i mezzi a disposizione, e se necessario, con un'insurrezione armata; se occorre, con il terrorismo» 32 • Affermazione che potrebbe benissimo valere anche per la controrivoluzione.... Queste sfumature aiutano a definire con una certa precisione i contenuti del terrorismo. Che, potendo essere esercitato anche per finalità attinenti ai rapporti internazionali, e anche per consolidare il potere legale, non può identificarsi semplicemente con «l'azione di movimenti clandestini che hanno di mira solitamente il governo di uno o più paesi, in vista di un sovvertimento rapido e drastico dell'ordine politico e sociale- non soltanto all'interno di un certo Stato, ma anche sul piano globale» (Bonanate). Nè può essere solo un «metodo di lotta di gruppi o movimenti politici che, negando o vedendosi negata la possibilità di conseguire i loro fini con mezzi legali, cercano di rovesciare l'assetto politico-sociale esistente con atti di violenza organiz-

:u- L. Trotzkji, Terrorismo e comunismo. Milano. Sugar Co. 1977. p. 98 (Cit. in L. Bonanate. Op. ci t., p. 60).


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zata (attentati, omicidi, sabotaggi ecc.)» (Garzanti). Se così fosse, poco si distinguerebbe il terrorismo dalla guerriglia ... Una definizione accettabile di terrorismo potrebbe invece essere la seguente: «insieme di atti di violenza coordinati e illegali ai quali ricorrono gruppi organizzati interni o esterni a uno Stato per raggiungere rapidamente e di forza finalità politiche spesso destabilizzanti (ma a volte anche stabilizzanti) di una data situazione, le quali possono produrre i mutamenti nei rapporti interni o in quelli internazionali. Gli obiettivi da colpire, molto circoscritti, sono più spesso civili che militari ma sempre tali - anche per il momento prescelto da destare la massima e immediata risonanza nella pubblica opinione e nei mass media. In questo senso, gli effetti spesso indiscriminati degli atti terroristici ne favoriscono l'impatto. Il T. funge da innesco alla guerriglia o l'accompagna, e fa parte della guerra psicologica; può però svilupparsi sia in pace che in tutti i tipi di guerra». 8. LA «NUOVA GUERRA» DEL 2000 È ANCORA E SEMPRE UNO STRUMENTO DELLA POLITICA? LE TEORIE ANTICLAUSEWITZIANE DI JOHN KEEGAN E DELLA SCUOLA INGLESE Il terrorismo e il terrore nelle sue varie forme e a volte esercitato anche da Stati all' interno e ali' esterno, sono senza dubbio strumenti violenti e «alternativi» della politica, quindi anche della strategia: ma può dirsi altrettanto della guerra in senso lato? La risposta parrebbe, anche oggi, scontata: Clausewitz e Jomini sono concordi nel dimostrare l' intima relazione che deve esistere tra politica e guerra, relazione oggi comunemente ammessa tanto da far ricordare Clausewitz da molti - piuttosto semplicisticamente - esclusivamente per averla illustrata. Ma le correnti pacifiste e non violente - la cui importanza e influenza oggi, purtroppo nel solo Occidente sviluppato, non sono certo trascurabili - tendono a negarla, specialmente in relazione alla realtà internazionale odierna. In estrema sintesi, secondo una communis opinio pacifista deve essere compito principale della politica estera non perseguire degli obiettivi interessi anche con forme d'impiego della forza armata, ma disinnescare i conflitti, impedire che si trasformi no in guerre, risolvere i motivi di contrasto con il negoziato, ridurre al minimo o eliminare gli strumenti militari , in quanto la loro esistenza ed efficienza è di per sé una rn.jnaccia alla pace: questo, a prescindere o meno dalla «guerra


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fredda». E poichè nessuno può negare a un popolo il diritto di difendersi, di provvedere alla propria sicurezza, molti pacifisti teorizzano forme di difesa non-violenta, indicando ad esempio il Mahathma Gandhi come un campione di tali forme di difesa, e la sua attività politica come dimostrazione dei risultati concreti che con esse è possibiJe ottenere. Poco da dire a proposito della possibilità di realizzare la difesa nonviolenta come unica forma di difesa: per raggiungere i suoi effetti e non rimanere un altro dei tanti «escamotages» antimilitaristi, essa richiederebbe un impegno popolare, una compauezza superiori a quelli richiesti dal ricorso alla guerra di popolo, alla guerriglia e a qualsiasi altra forma di lotta. Come scrive il Jean, «per essere efficace, la resisten(.a non violenta presuppone l'assoluta compattezza della popolazione, una disciplina collettiva e una for:.a d 'animo ben superiori a quelli necessari ad un esercito regolare e alle sresse forma~ioni guerrigliere[. .. }. Basra che una parte anche ridoua della popolazione collabori con l'occupanre, o ceda alla violen:.a e alle minacce, perché l'efficacia di qualsiasi resisten-::.a non violenra diminuisca notevolmente fino ad annullarsi. Un ulreriore problema da risolvere da parte dei movimenti non violenri è quello di come comporrarsi con i col/abora:.ionisri [cioè se e liminarli o meno- N.d.a.]»H. Se si considera l' indole del popolo italiano, e più in generale se si guarda a quanto è avvenuto nell' ultima guerra spec ie in Italia e Francia durante l'occupaz ione tedesca (o a quanto sarebbe realisticamente avvenuto in queste due Nazioni in caso di invasione sovietica), si può liquidare s ubito qualsiasi reali stica prospettiva in questo campo. Sarebbe, del resto, fin troppo facile ricordare che Gandhi dopo tutto è stato assassinato, e che proprio il Paese della cui indipendenza è stato apostolo si è recentemente dotato della bomba momica, con esperimenti nucleari c he stanno innescando una nuova g uerra fredda con il Pakistan, cioè con l'a ltra metà musulmana dell'lndia costituitasi nel sangue come Stato dopo la cessazione del dominio coloniale inglese. E che dire dei massacri a sfondo religioso che hanno fatto subito seguito alla partenza dall' India delle truppe inglesi e accompagnato la divisione dell'India in due Stati? Sta di fatto che la minaccia di ecatombe nucleare, gravante specie sull'Europa dopo il 1945, ha portato molti a non ritenere più valido

" C. Jcan. Guerra, strategia e sicure::.u1 (Cit.). pp. 176-177.


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l'asserto clausewitziano che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi; la politica non può portare al suicidio. Scriveva in proposito il generale Supino nel 1962: «una nota massima clausewitziana, ripetuta alla sazietà da esegeti ed epigoni e divenuta ancor più celebre in seguito ai consensi dei teorici del comunismo, definisce la guerra una continua:ione della politica con altri mezzi. Razionalismo kantia110 e romanticismo tedesco vi hanno impressi i loro segni, come del resto su gran parte del pensiero coevo. Ad essi si deve far risalire la tesi della guerra considerata strumento correllfe per conseguire quei fini vitali delle politiche na:ionali, che non erano perseguibili per vie pacifiche. La guerra, anche se non è in allo, è w1 fallo immanente, secondo quella tesi tradizionalmeme autorevole, del quale non resta che riconoscere l'inelullabilitcì, come è attributo inalienabile della sovranità degli Stati il diritto soggettivo di organizzar/a e di condurla per il conseguimento dei fini accennati. Si tratta di argomenti intorno ai quali si è molto discusso, senza giungere a conclusioni universalmente accettate. Sen:a riandare alle vicende di una disputa secolare, cui hanno portato di volta in volta i loro contributi etica, religione, filosofia del diritto, sociologia e così di seguito, si deve riconoscere che l'impostazione della questione [oggi] è stata alterata in modo sostanziale per il consolidarsi degli orientamemi, relativi alle relazioni internazionali, imesi a porre al bando la guerra, alla stregua di fatto patoLogico della vita associata - falta eccezione per la guerra difensiva, contro un'aggressione manifesta e debitamente accertata - ed il sorgere di organismi internazionali, delegati alla prevenzione della guerra. Mentre La massima citata ha conservato al più il prestigio che le può deriva re dal consenso del quale è stato oggetto a lungo in altri tempi, a sua somiglian:a se ne è udita pronunziare un'altra, senza dubbio di minore perspicuità, la quale affenna che la pace è una continuazione della guerra con altri mezzi»3-l. Come si è visto, anche per il Supino (è questa la radice della guerra fredda) la guerra non è più l' unico mezzo valido per risolvere i conflitti tra Stati, e non è più accettata come strumento corrente delle politiche nazionali. Va anche ricordato che questa linea di tendenza ha g ià cominciato a emergere, almeno in Francia e Inghilterra, dopo i massacri della prima guerra mondiale. Il Supino stesso ricorda che persino il

>< P. Supino. Dalla strategia classica alla strategia globale (Cit.). pp. 209-210.


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generale Yon Seekt, padre della Reichswehr, nelle sue memorie del 1928 ha negato anch'egli la validità dell 'asserto clausewitziano, asserendo che la guerra dovrebbe piuttosto essere definita la bancarotta della politica35• Affermazione meno sorprendente di quanto possa sembrare: evidentemente Seekt pensava alla g uerra di trincea e di logoramento del 1914- 1918, tomba della professionalità militare e defaillance degli Stati Maggiori e della stessa scuola militare tedesca. ultima della storia a tentare senza successo - con il b/izkrieg del 1940/1941 - una forma di guerra tra Nazioni rapida, decisiva, quindi poco onerosa e sanguinosa, quindi ancora meritevole di essere combattuta con vantaggio, accettata volentieri dal popolo, decisa e sostenuta dalla politica. Del resto, come si è più volte ricordato, la scuola strategica ing lese è stata sempre anticlausewitziana (o a - clausewitziana) e antinapoleonica, e ha sempre contato sui tempi lunghi. n Maresciallo Montgomery ha scritto: «le mie letture e i miei studi di storia militare sono stati ampi ma generalmente limitati a libri scritti da storici inglesi nel corso stesso della mia vita. Tentai anche di leggere opere del prussiano Clausewitz o dello svizzero Jomini , entrambi famosi scrittori di cose militari , ma non potei assimilarli bene e tornai agli storici del mio paese e della mia Iingua»36. Liddell Hart e il generale Fuller hanno indicato Clausewitz, e ancor più i suoi allievi, tra i responsabili de lle stragi della prima guerra mondiale; lo stesso Liddell Hart ha pubblicato in chiave anticlausewitziana (già negli anni Venti) una biografia di Scipione l' Africano37• nella quale Io definisce significativamente «un uomo più grande di Napoleone» e lo esalta come campione della strategia indiretta, maestro nell'impiego di mezzi psicologici, economici, politici per ottenere le finalità politiche della g uerra, senza ricercare la debellatio dell ' avversario in cruente battag lie, e senza imporre paci onerose che poi generano odi e risentimenti e sono fomite di nuove guerre. Liddell Hart sembra precorrere l' odierno concetto di strategia, quando afferma nella prefazione del libro che dal punto di vista strategico, Scipione è tuttora «moderno»: «Il presente è un periodo di disillusioni, quando si pensi che carneficina non è affatto sinonimo di vittoria, e che "la distntzione delle principali forze annate avversarie sul campo di battaglia" costituisce,

Js. ivi. Maresciallo Montgomery, Storia delle guerre ( 1968), Milano, Ri zzo! i. 1970. Cfr. B. Liddell Han, Un uomo più grande di Napoleone: Scipione l'Africano (traduz. it. 1929), Ristampa SME- Ufficio Storico, Roma 1975. 36. 3 '·


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nel migliore dei casi, solo un mezzo per raggiungere lo scopo e non uno scopo in sé stesso, come asserirono i ciechi apostoli del Clausewitz, illudendo sé stessi e il mondo, in modo così infelice. Nel futuro, più ancora che nel passato, quello che necessita è di studiare e di intendere tutto il connesso gioco delle forze militari, politiche ed economiche, che in strategìa costituiscono un tutto indissolubile». Più che stupirsi per il sapore attuale di queste riflessioni degli anni Venti, occorre considerare che esse non fanno che rispecchiare il tradizionale e più volte descritto approccio inglese al concetto di guerra e di strategia, basato sul contrasto della strategia di masse e di eserciti napoleonica e centro-europea con una strategia «periferica» nella quale hanno gran parte il potere marittimo e l'uso di strumenti economici, diplomatici, psicologici accanto a quelli militari, fino a non rendere necessaria, come in Europa, la costituzione di grossi eserciti e il ricorso alla leva anche in pace, riflesso organico della concezione napoleonica e clausewitziana alla quale in Europa si è fatto ricorso fino agli anni 90 e nonostante «la bomba». Non ci si può pertanto meravigliare se il maggior critico di Clausewitz e del legame tra guerra e politica da lui sostenuto è uno studioso inglese: John Keegan, le cui idee meritano di essere analizzate con una certa ampiezza, perché aiutano a definire gli odierni contorni della guerra e, al tempo stesso, a individuare limiti e fondamenta del pacifismo. Nel suo recente libro La grande storia della guerra (1993) 3s, Keegan non contesta Clausewitz- come fa Supino - in nome degli imperativi dell'età nucleare e dei meccanismi della guerra fredda, ma richiamandosi a ragioni storico-culturali e antropologiche legate alla natura dell'uomo, le quali escluderebbero una «razionalizzazione» della guerra. È importante anche notare che Keegan è tutt'altro che antimilitarista o pacifista; si autodefinisce soldato mancato per ragioni fisiche, ha sempre avuto passione per le cose militari, è stato insegnante all'Accademia di Sandhurst fin dagli anni 60, e nell'introduzione al libro afferma di aver imparato dai suoi contatti con il mondo militare che «i militari non sono come gli altri [. ..]. Questa lezione mi ha insegnato a considerare con estremo sospetto tutte le teorie e definizioni che equiparano la guerra a ogni altra attività umana. Senza dubbio la

>L Cfr. J. Keegan , A HistOI)' of Wa1jare ( 1993), traduz. i r. La grande storia della guerra, Milano. Mondadori 1996.


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guerra, come dimostrano i teorici, è connessa all'economia, alla diplomazia e alla politica, ma una connessione non equivale all'identità e neppure alla similarità. La guerra è affatto diversa dalla diplomazia e dalla politica in quanto deve essere cornbattuta da uomini i cui valori e le cui capacità non sono quelli degli uomini politici e dei diplomatici: sono quelli di un mondo a parte, w1 mondo molto antico che esiste parallelamente al mondo quotidiano ma non ne fa parte» 39• Nel suo precedente libro Storia sociale della guerra (1956)"0 Keegan, pur registrando l'ostilità di Liddell Hart e Fuller per la scuola clausewitziana e criticando talune interpretazioni date da Clausewitz ai metodi napoleonici, riconosce che «poiché le sue conclusioni rimangono in gran parte valide quali che siano i mutamenti nella natura delle armi, la sua opera è applicabile in tutti i tempi». E proprio come Liddell Hart e Fuller condanna non tanto le teorie di Clausewitz ma la cattiva interpretazione del suo pensiero da parte dei generali suoi seguaci, sottolineando che il passo dello scritto di Clausewitz in cui si esprime l'idea che la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi è destinato di fatto a mostrare che l'inizio di una guerra non significa la fine delle relazioni politiche tra le nazioni belligeranti, perché la guerra in sé è una forma di transazione politica. Pertanto quel passo vitale, che è la chiave per la comprensione di tutta la dottrina di Clausewitz, dovrebbe essere interpretato come un argomento a favore della supremazia di una linea politica su una visione angustamente militare e a favore dell'esercizio della moderazione una volta conseguita la vittoria. Esso è stato invece usato anche troppo spesso per giustificare una linea opposta; secondo Clausewitz quando ciò accade «Ci troviamo di fronte a una cosa senza senso priva di un soggetto». Ci sarebbe molto da discutere su quest'ultima parte delle considerazioni di Keegan, perché in Della guerra -opera che Clausewitz non ha potuto rivedere e completare - le contraddizioni non mancano certo; e se da una parte il generale prussiano afferma che la guerra deve sempre sottomettersi all'azione moderatrice della politica, dall'altra esprime senza equivoci la sua preferenza per la guerra breve e decisiva, per le grandi battaglie risolutive tipiche dell'epopea napoleonica. Eviden-

9 ' ivi, p. 6. "' J. Kccgan, Men in arms ( 1956), Traduz. il. Storia sociale della guerra. Milano. Mondadori 1973. pp. 290-292.


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temente i suoi seguaci - e in particolare i suoi seguaci tedeschi -hanno colto, e cercato di applicare dal 1870 al 1939-1945. solo quest' ultima parte del suo messaggio, e non quella che la guerra è subordinata alla politica; tanto più che la politica, almeno nel 1939- 1945 e in Germania, spingeva ancor di più in direzione della guerra assoluta e decisiva .... Ad ogni modo, quarant'anni dopo Kegan sposta decisamente il tiro sullo stesso Clausewitz, e lo attacca fin dalle prime righe della sua Grande storia della guerra: «la guerra non è la continua-;.ione della politica con altri mez(.i. Se la massima di Von C/ausewitz fosse vera, sarebbe più semplice capire il mondo: Von Clausewit-;. [. .. ] in realtà disse che la guerra è la continuazione "del procedimento politico" (des politisches verkehrs) "conl'imervento di altri mezzi" (mit Einmischung anderer Mittel). L'originale tedesco esprime un'idea pitì so11ile e complessa delle parole italiane con cui viene tanto spesso citato. Ad ogni modo il pensiero di Von Clausewit-;. è incompleto in entrambe le forme: implica l'esistenza di Stati, di interessi statali e di un calcolo razionale circa il modo di soddisfar/i. Ma la guerra precede di molti millenni lo Stato, la diploma-;.ia e la strategia. La guerra è antica quasi quali/o l'uomo stesso e si annida nelle nicchie più riposte del cuore umano, nicchie dove L'io cancella il fine razionale, dove regna l'orgoglio, dove domina l'emo::.ione, dove l'istinto è sovrano. "L'uomo è w1 animale politico··, disse Aristotele; Von Clausewitz, figlio di Aristotele, si limitò ad affermare che un animale politico è Wl animale belligerante. Nessuno dei due osò conjivntarsi con l'idea che l'uomo sia un animale pensante il cui intellello pilota l'istinto della caccia e L'abilità nell'uccidere. È li/l 'idea che non è più facile da affivntare per L'uomo moderno di quanto Lo fosse per un t~/Jiciale prussiano nipote di un ecclesiastico e cresciuto nello spirito dell'illuminismo settecentesco»41 • Secondo Keegan le teorie di Clausewitz sono espressione della prevalenza della cultura occidentale ed europea sulla natura umana, la quale ha fano sì c he istituzioni e leggi abbiano frenato il naturale potenziale umano di violenza, fino a punirlo come un crimine se esercitato nella vita quotidiana, dando invece forma di «guerra civilizzata» aJI ' uso istituzionale che ne fa lo Stato. <clnfaui la nostra cultura cerca il compromesso, e quello cui è pervenuta sulla questione della violenza pubblica chiede di deprecarne la manifestazione ma di legittimame

" J. Kecgan. Ul ;:rande swria della guerra (Cit.). p. 9.


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l'uso. Il pacifismo è assw1o a ideale; ma p011are Legittimamente le armi - sulla base di un codice rigoroso di giustizia militare e nel quadro di un co1pus di leggi unw.nitarie - è stato acceuato come una necessità pratica. "La guerra come continuazione della politica" fu La formula scelta da Von Clausewitz per enunciare il compromesso che gli Stati a lui noti avevano stabilito. Esprimeva rispetto per l'etica prevalentedella sovranità assoluta, della diplomazia regolata e di trattati Legalmente vincolanti - tenendo però in debito conto il principio prioritario dell'interesse dello Stato. Se non ammeueva l'ideale del pacifismo, che il filosofo prussiano Kant cominciava appena a trasporre dalla sfera religiosa a quella politica, di certo distingueva nettamente tra illegittimo portatore di a!mi e il ribelle, il predone e il brigame. Presupponeva un livello elevato di disciplina militare e un grado eccezionale di obbedienza dei subalterni ai legittimi superiori. Supponeva che la guerra assumesse talune forme minuziosamente definibili - assedio, battaglia campale, scaramuccia, scorreria, ricognizioni, servizi di ronda e avamposti - ciascuna delle quali aveva le proprie convenzioni riconosciute. Preswneva che la guerra avesse un inizio e una fine. Non prevedeva assolutamente una guerra senza inizio o fine, la guerra endemica delle popolazioni senza Stato o pre-Stato, in cui non c'era distinzione alcuna tra portatori legittimi e non Legittimi di armi, giacché tutti i maschi erano guerrieri; una forma di guerra che si era imposta per lunghi periodi della storia unu:ma e che invadeva ancora marginalmente la vita degli Stati civilizzati, e per la verità veniva da essi sfruttata attraverso la pratica comune di inquadrame i militanti nelle unità "irregolari" di cavalleria leggera e di fanteria. Gli ufficiali degli Stati civilizzati [ma in quale periodo? - N.d.a.] distoglievano lo sguardo dai metodi illegittimi e non civili con cui quei guerrieri irregolari ricompensavano sé stessi nelle campagne e dai loro modi barbari di combattere; tuttavia, senza i loro servizi le armate superaddestrate in cui Von Clausewitz e i suoi simili erano cresciuti sarebbero state a malapena in grado di tenere il campo. Tutti gli eserciti regolari, anche le armate della Rivoluzione Francese, reclutavano irregolari per il pallugliamento, la ricognizione e le scaramucce; l'espansione di queste forze - Highlanders, uomini di cm~fine, ussari - durante il secolo XVIII fu uno degli sviluppi militari più notevoli del tempo» 42 •

"

1

ivi. p. Il.


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Clausewitz- prosegue Keegan- ha inteso enunciare, in larga misura riuscendoci. «una teoria universale di ciò che la guerra avrebbe dovuto essere. non di ciò che era ed era stata». Perciò nella pratica bellica lo statista e il comandante supremo continuano a basarsi sui suoi princìpi; invece quando si tratta di descrivere fedelmente la guerra, il testimone oculare e lo storico devono abbandonare i suoi metodi, anche se egli stesso è stato un testimone oculare, che ha assistito a molti fatti non inquadrabili nelle sue teorie, senza peraltro capirne bene il significato. Per Keegan questi fatti non sono casuali come mostra di credere Clausewitz, ma sono dovuti a una cultura, a modi di vita, e quindi a modi di combattere, diversi e opposti rispetto a quelli che Clausewitz si limita a considerare. E qui Keegan cita l'esempio dei cosacchi e Klephti greci che si battevano per l'indipendenza della Greca contro i turchi nella prima metà del secolo XIX. Nella guerra del 1812 contro Napoleone e nella guerra di Crimea del 1854-1855. i cosacchi si sono sempre dimostrati crudeli con i deboli ma codardi di fronte agli audaci, ritirandosi senza indugio di fronte a decise cariche e attacchi in forze e attaccando solo le colonne di sbandati e i punti deboli del nemico, soprattutto a fini di preda. I Klephti, deludendo Byron e gli altri inglesi che li avevano inizialmente considerati gli eredi degli antichi eroi greci. erano in realtà metà banditi e metà ribelli contro il giogo turco. Rifiutavano di combattere in formazioni serrate come gli eserciti regolari e avevano come obiettivo bellico «la conquista della libertà per continuare, da Klephti quali erano, a farsi beffe delle autorità nelle Loro terre montagnose di confine, vivendo di brigantaggio, cambiando bandiera se loro era conveniente, uccidendo i rivali religiosi quando ne avevano l'occasione, facendo sfoggio di ornamenti vistosi, brandendo anni spaventose, riempiendosi la borsa di doni disonorevoli offerti per corromperli, guardandosi bene dal morire fino all'ultimo uomo, e neppure al primo se potevano evitarlo... » 41 • In tal modo essi riproducevano l'antico modo di combattere dei popoli dell'Asia minore che si era trovati di fronte Alessandro Magno, i quali costruivano muretti nei punti di probabile contatto con il nemico e quando quest'ultimo attaccava, fuggivano allo scopo di poter combattere ancora; la vittoria in battaglia era semplicemente un obiettivo che non riuscivano a capire, a concepire. Anche i turchi- ricorda Keegan-

" i\i.p. l 7.


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combauevano secondo «uno sti le etnico», sia pur opposto a quello dei greci: si lanciavano all'attacco in cariche disordinate, senza riguardo per le perdite. Alla fin fine, coloro che stavano dalla parte dei greci sostenevano che quest'ultimi, se volevano vincere, avrebbero dovuto decidersi ad affrontare i turchi; i greci obiettavano che così facendo sarebbero morti tutti e quindi avrebbero perso anche la guerra. Per Keegan il concetto clausewitziano della guerra è perciò «lacunoso a livello culturale»; egli rimane un «ufficiale di reggimento» e un uomo del suo tempo, che ha appunto l'esercito regolare e lo Stato come caposaldo e limite della sua riflessione. È «Un osservatore attento del presente che credeva ardentemente nel fu turo»; non è però riuscito a capire quanto tale futuro, nei suoi scritti, rimane legato al suo passato di ufficiale di carriera di uno Stato europeo centralizzato; «se la sua mente avesse disposto di un 'ulteriore dimensione intellettuale - e va detto che disponeva di un intelletto assai raffinato - avrebbe potuto percepire che la guerra abbrctccia ben più della politica: che è sempre un'espressione della cultura, spesso un elemento determinante delle forme culwrali, e in alcune società. la cultura stessa». Con gli altri riformatori prussiani del suo tempo, secondo Keegan Clausewitz ha tentato di risolvere l'arduo problema di come prevenire alle forme di guerra praticate dalle armate della Rivoluzione Francese e di Napoleone, senza per questo accettare le idee politiche dell a Rivoluzione, di fare insomma una guerra popolare senza uno Stato popolare: «se solo egli fosse riuscito a trovare il linguaggio adatto a convincere l'esercito prussiano che la guerra era in realtà una forma di attività politica, che quanto più si fosse avvicinata alla "guerra vera" !Cmto meglio avrebbe servito gli interessi politici di un paese e che il divario restante tra la "guerra vera" e la fonna imperfeua della "guerra reale" doveva essere acce/lato semplicemente come w1a concessione della strategia alla necessità politica, allora sarebbe stcuo possibile lasciare il soldato prussiano in 11110 stato di innocenza ideologica, con la differenza elle da quel momento avrebbe comballuto come se il suo fuoco, il fuoco della politica, gli combauesse nelle vene».u. Secondo Keegan Clausewitz non ha mai ritenuto colmabile del tutto il divario Lra guerra reale e guerra vera. L'efficacia del suo appello tra gli intellettuali - in particolare quelli marxisti- è dovuta alla viva

.. ivi. p. 23.


N- Che cos'è la guerra di oggi?

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attenzione da lui prestata ai fattori non quantificabili e prevedibili a priori (il caso, i malintesi, l'incapacità dei Capi...), che rendono la «guerra vera» intollerabile e fanno apparire più probabile la «guerra reale», cioè la guerra sottoposta all'influsso della politica e dei predetti fattori non predeterminabili. E poiché la guerra deve tener conto delle finalità politiche, mentre la sua vera natura è invece di servire a sé stessa, secondo la logica clausewitziana ne consegue che «chi fa della guerra un fine a sé stante ha maggiori probabilità di successo di chi cerca di mitigarne il carattere per ragioni poli6che»4 s. Discendono da questa sostanziale esaltazione e idealizzazione della «vera guerra», della guen·a senza limiti e freni, le responsabilità di Clausewitz - che secondo Keegan, questa volta sono dirette - ne!Ja condotta della prima guerra mondiale da parte degli Stati Maggiori: «Dopo la folgorante vittoria del suo allievo Moltkejunior nella guerra de/18701871 contro la Francia, quest'ultimi hanno semplicemente ritenuto le sue teorie una sorta di ricetta per vincere, "l'essenza dell'arte di vincere la guerra". Accadde così che la politica non ebbe nella conduzione della prima guerra mondiale un ruolo degno di essere menzionato. La Grande Guerra fu al contrario un'aberrazione culturale eccezionale, mostruosa, conseguenza di una decisione inconsapevole degli europei nel secolo di Clausewitz- che iniziò con il suo ritorno dalla Russia nel1813 e si concluse nel 1913, l'ultimo anno della lunga pace europea- di trasformare l'Europa in una società guerriera. Von Clausewitz non fu l'architetto di questa decisione culturale, non più di quanto Marx sa stato l'architetto dell'impulso rivoluzionario, che snaturò il Liberalismo nello stesso periodo, ma l'uno e l'altro hanno forti responsabilità. 1loro celebri scritti, che avevano la pretesa di essere scientifici, erano in realtà inebrianti opere di ideologia che enunciavano una visione del mondo non come era in realtà ma come avrebbe potuto essere>>46• In tal modo -prosegue Keegan - la fi losofia della guerra di Clausewitz, con i suoi inconsapevoli tabù costituiti dal re e dal reggimento, e con la sua esaltazione dell ' atto drammatico - la battaglia decisiva - e dell'individuo egoistico- il Capo impersonato da Napoleone - non ha compreso che quello che intendeva legittimare non era affatto un ordine, e che «la sua filosofia della guerra era la

" ivi. p. 27. .. Ibidem.


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ricetta per la distruzione della cultura europea>>. Per Keegan l'idea che la guerra debba essere continuazione della politica, e possa quindi essere «razionalizzata», è tipicamente europea. L'esistenza degli schiavi militari degli ottomani, i giannizzeri, dimostra la supremazia della religione sulla politica nella vita pubblica turca. Perciò la decisione di Clausewitz di ignorare le istituzioni militari ottomane, ancora importanti ai suoi tempi, incrina dalle fondamenta la solidità delle sue teorie; «se si guarda oltre la schiavitù mi/ilare e si osservano Le culrure mi/ilari ancor più singolari dei polinesiani, degli zuliì. e dei samurai, il cui modo di fare La guerra negava assolutamente la razionalirà della polirica così com'è intesa dagli occidentali, si capisce quanto l'idea della guerra come continuazione della politica sia incompleta, provinciale e in ultima analisi fuorviante>> 47 • Le riflessioni di Keegan non hanno sullo sfondo solo le guerre di Clausewitz e la prima guerra mondiale. Scrive La grande storia della guerra mentre è in corso la guerra interetnica jugoslava; e non manca di trarre conferme delle sue teorie anche da questa guerra e da quella del Golfo del 1990-1991. A suo giudizio, in quest'ultimo caso le forze della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti hanno inflitto all' Iraq «una sconfitta clausewitziana»; ma Saddam Hussein, non ammettendo la sconfitta «grazie alla ben nota retorica islamica che nega la sconfitta dello spirito quali che siano le perdite materiali subìte», ha privato la vittoria della coalizione di gran parte del suo scopo politico. Perciò «il fatto che Saddam abbia conservato il potere con l'apparente acquiescenza dei vincitori, è un'esemplificazione eclatante d eli' inutilità dell' "arte occidentale della guerra" contro un avversario che rifiuta di condividerne gli assunti culturali. La guerra del Golfo può essere vista in certo senso come un conflitto tra due culwre militari affatto diverse, ciascuna con profonde radici storiche, nessuna delle quali può essere interpretata tramite concetti astratti sulla "natura della guerra" sressa, giacché una cosa del genere non esiste>>48 • Anche gli orrori della guerra in Jugoslavia, «tanto incomprensibili quanto rivoltanti per la mente civilizzata», non possono essere spiegati in termini militari convènzionali; si tratta di fenomeni comprensibili solo per gli antropologi di professione che studiano la guerra tra popo-

ivi, p. 29. o13. jvi. p. VII.

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)azioni tribali e marginali. E anche se molti antropologi negano l'esistenza della «guerra primitiva>>, senza dubbio le «pulizie etniche», gli stupri, le vendette ecc. hanno delle analogie con le guerre «pre-Stato». Dalle riflessioni di Keegan su queste due recenti guerre si deve dedurre, indirettamente almeno, che a suo avviso la guerra è insita nella natura umana. In effetti, la sua contestazione del legame tra politica e guerra non è dovuta a convinzioni pacifiste. Dedica molte pagine al rapporto tra guerra e natura umana, si chiede perché gli uomini combanono, ma non sposa del tutto la dichiarazione di Siviglia (maggio 1986) dell'organizzazione per l'istruzione, la scienza e la cultura delle Nazioni Unite, che pure ha riscosso vasti consensi perché condanna la tesi della natura violenta dell'uomo, negando recisamente che «abbiamo ereditato dai nostri antenati animali la tendenza a fare la guen·a», che «la guerra e qualunque altro comportamento violento siano programmati geneticamente nella natura umana», e che «la guerra sia causata dall'"istinto" o da qualche singola motivazione» 49 • Keegan pensa che sia gli avversari che i fautori della tesi che «l' uomo è aggressivo per natura» portano all 'estremo le loro considerazioni ; in particolare, coloro che non ritengono che l'uomo sia portato per natura alla violenza, «Sfidano il buon senso». Infatti «l'osservazione dimostra che tutti gli animali uccidono membri di altra specie e combattono anche fra di loro; i maschi di alcune specie si battono fino alla morte: se si vuole scartare la possibilità che l' aggressività faccia parte dell'eredità genetica dell'uomo bisogna rifiutare ogni connessione genetica tra l'uomo e il resto del mondo animale, una posizione ormai sostenuta solo dai creazionisti più rigidi»so. Ma anche i sostenitori della tesi opposta allargano troppo i confini dell'aggressività, non distinguendo tra l'aggressione (la quale può avvenire per conservare qualcosa, oppure per infastidire o ferire un altro individuo) e la reazione autodifensiva, provocata dalle azioni di altri; essi trascurano inoltre l' influenza moderatrice di zone del cervello esterne aJ sistema limbico, ben nota agli scienziati. Keegan conclude in modo interlocutorio, esprimendo la speranza di aver messo almeno in discussione l' idea che l' uomo sia inevitabilmente destinato a fare la guerra e che gli affari del mondo debbano essere

•• ivi. p. 82. 'Cl ivi. p. 85.


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regolati in ultima analisi con la violenza, idea dovuta anche al fatto che la storia scritta del mondo è in larga misura una storia di guerre, così come dalla guerra sono nati gli Stati in cui viviamo. Nella vita quotidiana le persone conoscono ben poco la violenza; «ciò che fa funzionare il mondo è lo spirito di cooperazione, non il confronto»; la socievolezza e la gentilezza sono considerate le migliori delle virtù comuni. Peraltro, la socievolezza prospera all' interno di limiti ben precisi di controllo; le società moderne sono governate dalla legge, cioè dalla costrizione; «accettando la sorveglianza, ammettiamo tacitamente che nella natura umana esista un lato più oscuro che dev'essere tenuto a freno dalla paura di una forza superiore», con la quale la società punisce chi non si lascia reprimere. Dopo quest'altra ammissione implicita della natura violenta dell'uomo, però, Keegan osserva che «la guerra moderna ha circondato di una cattiva reputazione la moderazione o l'autocontrollo; le intromissioni e le mediazioni umanitarie sono considerate cinicamente uno strumento con cu i mitigare o mascherare l'intollerabile»51 • Eppure, anche dallo studio del modo di fare la guerra nelle società primitive si deduce che l' uomo che scende in guerra, nonostante il suo potenziale di violenza ha fatto spesso spontaneamente ricorso a vari espedienti per limitare natura ed effetti delle proprie azioni violente, per esempio esentando dalla guerra membri specifici delJa società (donne, bambini, vecchi, inabili), scegliendo il tempo, il luogo e la stagione in cui iniziare la guerra, e soprattutto sottoponendo i combattimenti a un rituale, che ne definisce e limita la natura e ne favorisce lo sbocco in negoziati e nella pacificazione. Di fronte a un siffatto tentativo di demolire il piedistallo clausewitziano richiamandosi ai modelli di guerra delle società primitive preStato, quid agendum ? Keegan va aggiunto al lun go e le nco di coloro c he danno di Clausewitz una lettura soggettiva e unilaterale. L'accusa di aver guardato solo alla guerra c lassica, tra Stati e tra eserciti e uropei, e di essere stato uomo del suo te mpo, è pleonastica, e va rivolta al tempo stesso non solo a Jomini, ma alla total ità o quasi degli scrittori militari occidentali, di ieri e di oggi. Non casualmente Keegan si guarda bene dali ' indicare qualche teorico militare «alternativo» al quale riferirsi. Nel prendere in esame solo la «grande guerra» europea C lausewitz ha

" ivi., p. 388.


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qualche ragione: in fondo , questa «grande guerra» è stata costantemente sull 'orizzonte europeo fino al 1989, anzi è stata, come ammette lo stesso Keegan, una guerra clausewitziana. Keegan non parla mai di Sun Zu, che pottebbe essere in parecchi casi contrapposto a Clausewitz come autore che esprime una guerra «diversa» e non europea; eppure le teorie di Sun Zu dimostrano anch'esse, se non altro, che ogni autore è uomo del suo tempo, guarda alla guerra del suo tempo, dà forma nei suoi scritti al tipo di guen·a e di strategia che meglio si confanno al tipo di società in cui vive. Difficile non ammettere, ad esempio. che la guerra nella visione di Sun Zu è espressione di una civiltà matura, che come tale tende a circoscrivere la violenza e a disciplinare la guerra il più possibile. Keegan esagera decisamente anche il ruolo delle forze irregolari che fin dali ' antichità hanno accompagnato gli eserciti: anche nel secolo XVIII - quando è nato il termine partigiano (cioè «componente di un partito,di una parte autonoma dell'esercito»)- i partigiani. le milizie irregolari erano una componente minoritaria e ausiliaria; nel secolo XIX poi quest' ultime sono scomparse ovunque, e il loro ruolo è stato riservato a unità di fanteria leggera regolare (cacciatori, bersaglieri, alpini ... ). E a che cosa avrebbe dovuto (o dove) ricorrere uno Stato che fa la guerra, se non a forze regolari uni formemente disciplinate e istruite? Anche le forze turche, ampiamente studiate da Montecuccoli e dagli scrittori dei secoli XVIl e XVIll, erano tali .... È innegabiJe, comunque, che tra gli autori del secolo XIX Clausewitz è quello che più di tulti si avvicina a c iò che preme tanto a Keegan: diversamente da quanto scrive quest' ultimo non ritiene possibile formulare una teoria compiuta della guerra; afferma che la guerra è come un camaleonte, è dominata da fattori morali e spirituali non quantificabili, è sottoposta all'influsso moderatore della politica: tutti caratteri della guerra che anche per Keegan risulta diffic ile negare, anche se si guarda bene - almeno ne l secondo libro del 1993- dal riconoscere a Clausewitz ciò che è suo. Quello di Clausewitz è semplicemente un tentativo- bisogna dire riuscito - di disegnare la guerra più adatta al suo Paese, prendendo atto dell'alto spirito patriottico già dimostrato dal popolo prussiano contro Napoleone;le guerre di nazioni sono state sempre dominate dai sedimenti antichi dallo spirito nazionale e non dalle nuove idee della Rivoluzione Francese; l'alta coesione nazionale prussiana preesisteva al 1789. Né si può dimenticare che le «guerre di Gabinetto» del secolo XVIII erano guerre limitate, che non cercavano la battaglia decisiva e la sconfitta rota-


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le dell'avversario: eppure erano guerre «aristocratiche», e non primitive e orientali. Seguendo la linea di ragionamento di Keegan, si arriverebbe all'assurdo che le successive guerre «democratiche» e napoleoniche, ideologiche e pervase da forze morali e dalle passioni popolari, dalle quali Clausewitz prende spunto, sono una sorta di artificiosa camicia di forza imposta alla guerra, che ne soffoca l'intima natura. Tautologica e scontata anche l'affermazione di Keegan - già tipica di Blanch e Marselli - che la guerra è un fatto culturale, che esprime e dimostra la cultura, lo stadio di civiltà di un popolo. Chi, come Clausewitz, intende deliberatamente riferirsi alla guerra europea, non può che teorizzare in prevalenza una guerra con caratteri europei: dov'è la sua colpa? Piuttosto, nonostante la sua insistenza sulla guerra come espressione della cultura, Keegan trascura che questa cultura inevitabilmente influenza, prima e durante la guerra, anche la politica e la personalità dei Capi: quindi non necessariamente (lo dimostrano la stessa guerra di popoli dell 'ex-Jugoslavia, la guerra di Hitler, e prima ancora, la guerra di secessione americana 1861-1865) la politica esercita sulla guerra l'influenza moderatrice che avrebbe voluto Clausewitz (limite che giustamente gli viene rinfacciato dal Ritter)52• Prima ancor che la guerra, è la politica a risentire di umane passioni, degli idola del tempo, di timori, diffidenze e odi ancestrali dell'indole e delle tradizioni dei vari popoli. La guerra risente di questi condizionamenti, proprio perché ne risente - prima - la politica. Di più: nella concezione clausewitziana -che è poi quella tuttora valida - la guerra, più che dipenderne, è piuttosto parte integrante della politica stessa: non ne è una pedina esterna con propria individualità, se non altro perché la politica forgia tutti gli strumenti della guerra, che dunque è un fenomeno sociale e un braccio di un unico corpo. Insomma, alla resa dei con6 Clausewitz vuoi schematizzare, costringere entro vie obbligate la guerra molto meno di altri; lo testimonia la sua stessa affermazione che la guerra tende a sottrarsi a vincoli di carattere umanitario. La contrapposizione tra «vera guerra>> (la guerra libera da condizionamen6 politici o di altro genere) e «guerra reale» (la guerra che viene effettivamente condotta, con tutti gli influssi che subisce) non viene affatto risolta da Clausewitz - come parrebbe leggendo

5'- G. Ritter, I militari e la politica nella guerra mode ma - da Federico il Grande alla prima guerra monda/e, Torino, Einaudi 1967, pp. 82-93.


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Keegan - a favore della «vera guerra», ma a favore della «guerra reale». Lo precisa egli stesso, affermando che «quanto abbiamo chiamato tendenza naturale della guerra [cioè all'assoluto - N.d.a.] non lo è che dal punto di vista filosofico, o meglio logico e non si riferisce affatto alla tendenza delle forze impegnate realmente in un conflitto»53, ribadendo la preminenza della politica in tutti i casi, e aggiungendo che essa, oltre a cambiare natura ad ogni caso concreto, «si presenta come uno strano triedro» composto «dalla violenza originale del suo elemento [... ] da considerarsi come un cieco istinto»; dal gioco delle probabilità e del caso, «che le imprimono il carattere di libera attività dell'anima»; «dalla sua natura subordinata di strumento politico, che la riconduce alla pura e semplice ragione»54• In questa immagine dove l'elemento politico pur essendo predominante rimane uno dei tanti che agiscono sulla guerra, c'è evidentemente posto anche per le g uerre dei greci, dei giannizzeri, dei cosacchi e dei turchi, che Keegan artificiosamente contrappone alle g uerre clausewitziane; va da sé che dove non c'è politica ed esercito perché non c'è Stato, prevalgono i due primi elementi del triedro. Come si può sostenere che teorizza la guerra non quale è, ma quale dovrebbe essere? Clausewitz è responsabile diretto della prima g uerra mondiale? Accusa infondata: si tratta esattamente del contrario. Come ha ben messo in rilievo il Luraghi, la prima guerra mondiale è stata una guerra «industriale» più jominiana che clausewitziana, dove dominano i l materiale e il numero, non le forze morali. Clausewitz si riferiva ancora ad eserciti di una civiltà agricola; e in merito Luraghi cita una frase di Stalin del 1947, secondo il quale «Clausewitz era propriamente il rappresentante del periodo manifatturiero della g uerra. Ora abbiamo il periodo della macch ina nella guerra. Non c'è dubbio che H periodo della macchina richiede nuovi ideologi militari»''· Soprattutto, si deve considerare che durante la prima guerra mondiale i politici hanno interrotto quel dialogo tra avversari che Clausewitz ritiene sempre necessario, e hanno lasciato mano libera ai militari. Cadorna aveva proibito ai politici l' ingresso in zona di guerra ; Ludendorff è arrivato a scrivere che la politica doveva essere al servizio della guerra. Clausewitz ba sostenuto, è vero, la battaglia decisiva e la

''- K. Yon Clausewitz, Op. cit., Vol. L p.38. " ivi, p. 40. "· R. Luraghi, L'ideologia della guerra industriale (Cit.).


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guerra di movimento breve e spinta a fondo sul modello napoleonico, che - se ben condotta - è proprio un modo economico per evitare la guerra di logoramento. Non ha mai detto che si devono ricercare battaglie decisive, quando esse comportano solo dei morti e non ottengono lo scopo essenziale, cioè non pongono rapidamente fine alla guerra. D tipo di guerra sostenuta da Clausewitz non è stato «inventato» né da lui, né da Napoleone e nemmeno da Federico II di Prussia: ne sapevano già qualcosa Alessandro Magno, Annibale, Cesare e - all'occorenza- lo stesso Scipione l' Africano .... La battaglia decisiva, visto come mezzo per concludere rapidamente e quindi economicamente la guerra, ha del resto affascinato i politici del nostro secolo, prima ancor che i militari; è per questa ragione che, in base alle rispettive tradizioni ed esigenze geostrategiche, i politici inglesi hanno adorato dapprima il grande vascello a vela, poi la corazzata Dreadnought, poi (con quelli americani) sono passati al grande bombardiere strategico; dal canto suo, sempre per le stesse ragioni Hitler negli anni Trenta ha entusiasticamente accolto le idee dei sostenitori del carro armato, o meglio delle divisioni corazzate .... Clausewitz non ha «inventato» nemmeno il troppo esaltato raccordo tra politica e guerra, ben presente negli autori francesi della seconda metà del secolo XVIII e, vedi caso, anche negli scritti dell'inglese Lloyd. Anzi: Chaliand e Blin ricordano che «da Machiavelli Clausewitz riprende il concetto che la guerra è uno strumento della politica e da essa non può quindi essere dissociata, principio che probabilmente è il più noto - e il più mal compreso - del pensiero clausewitziano. Guibert [Défense du sistéme de guerre moderne- 1779 - N.d.a.], che anch'egli sottolinea l'importanza del binomio guerra-politica, tenta per primo d'applicare i princìpi della sociologia di Montesquieu allo studio della guerra, come farà più tardi Clausewitz» 50 • Ancora una volta, dunque, Keegan sbaglia bersaglio, attribuendo sic et simpliciter (questa volta non è il solo) solo a Clausewitz un concetto che all'inizio del secolo XIX poteva già dirsi comune. Rimane però da sciogliere definitivamente l'interrogativo tipico dei nostri tempi, che ci siamo posti fin dall'inizio: cioè se (e/o in che misura) la guerra può dirsi, oggi, ancora un mezzo, uno strumento della politica. Si tratta anzitutto di intendersi sul significato generale del termine

56

G.Chaliand- A. Blin, Op.cit., pp. 89-90.


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guerra e di precisare a quale area del mondo di oggi si intende applicarlo. Keegan non indica mai che cosa intenda per guerra; certamente, se si fa riferimento ali' approccio giuridico in auge prima del 1939-1945 e rispecchiato dall' Enciclopedia Italiana (cioè di ricorso da parte di Stati o loro coalizioni alle armi, e quindi alle rispettive forze armate per risolvere le controversie), allora Keegan ha ragione: la guerra non può più essere, come è stata per millenni, uno strumento normale e di uso frequente nei rapporti tra Stati. Di più: non può più essere tale strumento normale nemmeno l'impiego effettivo delle armi in genere, anche in occasioni diverse da quelle di una guerra vera e propria. Questa l i rnitazione è iniziata dopo il 1945 con la guerra fredda, durante la quale l'impiego di forze militari da parte dell'Occidente ha avuto carattere limitato, periferico (cioè al di fuori dell'Europa) e strategicamente difensivo (tentare di conservare gli Imperi coloniali, ormai condannati dalla storia più che dal comunismo; arrestare - Corea e Vietnam - l' avanzata del comunismo stesso in Asia). Ma dura tuttora, il che significa che essa è dovuta non tanto a ragioni tecnico-mmtari o alle particolari circostanze della guerra fredda, ma a ragioni politicosociali, al prevalere cioè di un'etica che respinge la guerra e/o semplicemente, rifiuta l'uso delle armi e il possibile sacrificio della vita per la difesa della collettività. Per la pace, però, bisogna essere in due: questo fenomeno riguarda principalmente gli Stati occidentali e le società avanzate. Diversamente da quest'ultimi, gli Stati del terzo mondo (lo dimostrano il massiccio aumento della vendita di armi in Asia e Africa e i venti di guerra che continuamente percorrono questi paesi) pur essendo spesso «nuovi», e pur avendo enormi problemi sociali da risolvere e la fame da combattere, vedono spesso nelle armi non tanto «un male necessario», ma l' unico mezzo per realizzare le aspirazioni dei rispettivi popoli, e por fine alla loro emarginazione politica ed economica; un mezzo, insomma, per conquistarsi quel «posto al sole» che finora è stato loro negato. Si potrebbe parlare di una sorta di sfasatura storica, la quale fa sì che il nazionalismo e il militarismo tipici dell'Europa fino al 1945, oggi rivivano fuori dell'Europa stessa. Persino la guerra fredda, finita in Europa nel 1989, si sta riaccendendo in Asia con gli esperimenti atomici dell ' India, seguiti in breve lasso di tempo da quelli del Pakistan. La situazione odierna si può dunque definire «classica» e può essere così riassunta: gli Stati occidentali, che sono anche quelli «sazi» e quindi non hanno nulla da conquistare con le armi ma


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molto da conservare e difendere se necessario, tendono a bandire la guerra e a ridurre al minimo l' impiego dello strumento militare, preferendogli - esattamente come tra le due guerre mondiali - sanzioni economiche, pressioni diplomatiche, interventi rientranti nell'ambito della guerra psicologica. La guerra continua però a essere presente sotto varie forme nei Balcani, nel Medio Oriente, nella Costa Sud del Mediterraneo,in Asia, dove le forze armate regolari occupano ':,~~.:~;~Q. \\1;\~ \\~~m\W~J~\Th ~w~J~\.~ ~l,iti~. D'~ttQ. ~tQ., \~ ~\\.'i.\.'i>tE!.\\.UJ.

del bilancio militare della nazione-guida, gli Stati Uniti, e la politica estera e militare delle principali nazioni dell' Occidente dimostrano che lo strumento militare viene tuttora ritenuto insostituibile come architrave della sicurezza; e lo stesso «disordine mondiale», con le relative pericolose situazioni incontrollabili anche dagli stessi Stati Uniti, non può che incoraggiare la tendenza dell ' Occidente amantenere un accettabile grado di efficienza militare: un grado di efficienza militare - va sottolineato -che tuttora eccede di molto le esigenze che comporterebbero le esigenze delle missioni di peace Keeping e enforcing. Per ultimo, i recenti avvenimenti ripropongono anche il problema dell'arma nucleare, e ne escludono non solo l'eliminazione, ma anche la marginalizzazione. Rimangono i richiami di Keegan alle guerre come espressione della cultura, dell'indole dei popoli e al modo di combatterla dei popoli primitivi ed extraeuropei, ecc.. Tali richiami servono anzitutto a portare l'attenzione su un fenomeno assai preoccupante: l'accrescersi della violenza interna alle società più progredite, con forme di illegalità diffusa, terrorismo e delinquenza organizzata e di elevata conflittualità le quali da una parte tendono ad allargare a soggetti diversi dallo Stato l' uso della violenza e quindi anche la capacità di dare origine a conflitti, crisi e persino guerre, dall'altra, indicano la necessità di rafforzare, e non diminuire, il ruolo, i poteri di regolazione e la capacità militare dello Stato stesso. La violenza istintiva dell'individuo può essere regolata e contenuta, dice Keegan; e ammette pure che su questo principio si basa la società. Chi può farlo, se non lo Stato? Dopo tanto arzigogolare, Keegan finisce dunque con l'ammettere la validità anche attuale di un concetto elementare, che è alla base delle relazioni pacifiche all' interno degli Stati e tra gli Stati stessi: non ci sono alternative al ruolo dello Stato nazionale - e delle organizzazioni internazionali che lo hanno come fondamento -come unico depositario dell' uso legale della violenza organizzata,


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unico mezzo per limitare l'anarchia interna e internazionale. Quando e se lo Stato non svolge tale funzione più che mai oggi indispensabile, è peggio e non meglio: si ritorna alla guerra diffusa delle società pre-statuali, o a situazioni sul tipo di quelle che hanno segnato la decadenza dell ' Italia del Rjnascimento, vittima delle bande mercenarie e delle ambizioni delle grandi potenze i cui eserciti combattevano sul suo suolo. D'altro canto è un fatto - sia pur deplorevole - che la guerra oggi può essere condotta anche da gruppi organizzati, e che si ricorre alle armi in contingenze estremamente diversificate, magari anche in conflitti interni o esterru e/o in crisi, o solo allo stato potenziale. Tirando le somme, e tenendo conto della definizione che abbiamo dato di guerra, oggi il rapporto tra politica e guerra va corretto sostituendo a «guerra» nel senso clausewitziano del termine (cioè come prodotto e parte soprattutto della politica di uno Stato), l'espressione più generica «uso delle armj». Diremo pertanto, parafrasando quanto afferma Clausewitz57, che «il ricorso all' uso (potenziale o effettivo) d elle armi non è che la continuazione della politica con altri mezzi. L'impiego delle armi non è solam ente un atto politico, ma un vero strumento d ella politica, un seguito d el procedimento polit ico, una sua continuazione con altri mezzi. Quindi, quanto all 'impiego d elle armi rimane di proprio non si riferisce che a lla natura particolare del mezzo impiegato». Con questa rimodulazione del concetto, nuova e antica allo stesso tempo, si vuoi esprimere l' impiego oggi estremamente diversificato della forza armata al servizio della politica, sia essa quella di uno Stato o di un gruppo organizzato. Che questo impiego sia tuttora necessario, senza per questo sfociare in una guerra aperta e/o provocare le rovine dei due conflitti mondiali , Io dimostra la realtà di ogni giorno, nella quale le diplomazie disarmate o i profeti disarmati continuano ad avere scarso successo. In compenso, i vecchl Stati europei hanno smesso finalmente di combattersi tra di loro. Un fano di portata epocale, del quale Clausewitz, se vivesse oggi, non potrebbe non tenere conto; ma un fatto che non cancella la rispondenza dell'antico detto, che una politica senza uno strumento militare o armato è come un'orchestra senza strumenti musicali.

H

K. Von Clauscwitz. Op.cit., Vol. l para. 24.


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9. LA GUERRA DEL FUTURO: RIVOLUZIONE O MUTAMENTO? CENNI SULLA GUERRA MARITTIMA E AEREA Parlare di guerra del futuro- come hanno fatto molti scrittori militari del secolo XIX e del periodo tra le due guerre mondiali - oggi potrebbe apparire provocatorio e inutile: ma come si può pensare alla pace, senza considerare il suo contrario, la guerra? Diamo anche per scontato che dopo le rovine delle due «guerre civili europee» e dopo il pericolo continuo di olocausto nucleare dal 1945 al 1990, a parte i «monopolisti della pace», nessun cittadino responsabile in Europa le vuole. Non sarà però, mai ripetuto abbastanza che non volere una guerra non significa evitarla: per evitarla occorre rimuoverne le cause e la realtà quotidiana dimostra quanto questo sa difficile; non basta che una delle due parti in un contrasto intenda evitarla, ma ambedue le parti devono avere in comune, una decisa volontà di pace; e occorre anche che nessuno cambi idea, magari per effetto di crisi improvvise artatamente provocate. Di fronte a una molteplicità di rischi e di sfide e alla violenza diffusa che percorre la società e il mondo, chi può escludere recisamente che conflitti e crisi possano degenerare ancora in guerre? In fondo, l' ultimo decennio del XX secolo si è aperto con la guerra del Golfo, in un'area vitale e tuttora inquieta; e ne sono stati protagonisti, proprio come nel 1940, aerei e mezzi corazzati. È cessata la guerra fredda in Europa; ma gli arsenali atomici americani, russi e della Francia e Inghilterra rimangono imponenti e tali da poter caU'Sare la distruzione dell'Europa e del mondo; né è del tutto scomparso, in proposito, il rischio di malintesi e di revivals, in Europa e ancor più fuori dall'Europa. Il «Trattato di non proliferazione nucleare» sembra perdere gran parte della sua efficacia e delle sue finalità, perché sono sempre di meno i grandi Stati disposti ad accettare il monopolio nucleare di pochi, e a rinunciare a un' arma nella quale a torto o a ragione vedono una garanzia di autonomia nazionale e una fonte di prestigio. E anche nel campo convenzionale, gli eventi quotidiani dimostrano quanto è inefficace la teoria del negoziato ad ogni costo, specchio del desiderio occidentale (che solo tale rimane) di non ricorrere alle armi, il quale invece può fungere da incentivo proprio allo scoppio di crisi, conflitti e guerre locali. Si può dire semplicemente che armi e armati sono come sempre necessari, perché, come sempre, nella realtà quotidiana Stati e/o gruppi organizzati non riescono a risolvere i loro contrasti senza le armi. Di nuovo c'è solo la riluttanza degli Stati occidentali all' impiego


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effettivo della forza militare; perciò rimane, come sempre, ai politici il compito di prevenire, evitare o almeno rendere più rari e meno intensi gli scontri armati, e agli «addetti ai lavori», militari e non, studiarle e fare in modo che nessuna situazione possa compromettere la sicurezza nazionale. Ciò può essere fatto solo evitando che - come tante volte è avvenuto in passato, anche se le guerre erano allora prevedibili - lo strumento militare sia colto impreparato. Sulla base della precedente analisi, viene anzitutto da chiedersi quali saranno i principali tipi di guerra, se la guerra del futuro sarà una guerra classica o sovversiva, quale parte in essa avranno guerriglia e/o il terrorismo, quale potrà essere il ruolo delle forze regolari ecc .. Se posti in questo modo, si tratta di interrogativi naturali e leciti, ma che non possono avere risposte esaustive. Per quanto detto prima, sarebbe meglio parlare di impiego della forza militare o, meglio ancora, della forza armata, in modo da ampliare la casistica contemplata come la situazione odierna richiede; ma non c'è alcuna rivoluzione all'orizzonte. Le nazioni più sviluppate dell'Occidente- e, con esse, le organizzazioni internazionali- per ragioni essenzialmente socio economiche tenderanno - come fanno fin dagli anni Trenta - a evitare al massimo il ricorso effettivo alle armi, e in caso estremo preferiranno condurre operazioni classiche affidate a forze regolari, sostituendo però il più possibile con forme di guerra psicologica, con il fuoco, con le macchine, con le tecnologie più avanzate gli uomini. In una parola, come sempre è avvenuto, l' Occidente - come già faceva ai tempi di Clausewitz e Jomini, i quali non fanno che prenderne atto - tenderà a condurre la guerra che più gli è congeniale e che più gli fa comodo. Per le stesse ragioni, chiunque si troverà a contrastare le forze regolari di una nazione sviluppata condurrà una guerra per così dire «alternativa» con criteri diametralmente opposti, basata soprattutto sulla vulnerabilità morale dell'avversario e sulla necessità di non offrirgli bersagli paganti, impedendogli di sfruttare la sua superiorità tecnologica. Ricorrerà perciò anch'esso alla guerra psicologica, colpendo soprattutto l' elemento uomo, il suo morale e il morale della nazione che esprime la forza militare contrapposta, e cercando di galvanizzare i propri combattenti e l' intero popolo. Anche gli avversari delle nazioni occidentali, insomma, condurranno il tipo di guerra che loro farà più comodo, più congeniale alle loro possibilità e tradizioni. Con la rilevante differenza, però, che la guerra «occidentale» - lo dimostra la recentissima «rivoluzione degli affari militari» decisa negli Stati Uniti - raggiunge il


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massimo dell'efficacia contro eserciti armati e organizzati in modo analogo a quelli dell'Occidente; ma (come sempre) è assai meno efficace contro formazioni armate pre-industriali che non accettano il confronto in campo aperto, mentre i sistemi di guerra «alternativi» se applicati da valide e determinate leadership forniranno sempre elevato rendimento contro eserciti «industriali» soggetti al dominio dei mass media a un punto tale, da far parlare di «guerra virtuale»: proprio quella guerra che farebbe comodo all'avversario. Dimostrano l'efficacia di questo tipo di guerra non solamente le guerre anticolonialiste, di Cuba, dell'Afghanistan contro l'esercito sovietico, ecc., ma la stessa guerra del Golfo, con l'aviazione di Saddam -destinata a sicura distruzione- riparata inopinatamente in Iran fin dai primi giorni deli ' attacco americano, con i missili iracheni lanciati sulle città israeliane, con la guerra psicologica e la propaganda di Saddarn per presentarsi alle masse arabe di diseredati come campione delle rivendicazioni dei popoli poveri contro l'Occidente, con la sua non accettazione della sconfitta, con la sottrazione alla sicura distruzione delle migliori unità del suo esercito, da utilizzare all'interno nel dopoguerra. Si può obiettare che se Saddam ha fatto questo, lo ha fatto solo perché, per considerazioni politico-strategiche legate alla necessità di salvaguardare l'equilibrio dell'area, gli Stati Uniti hanno trovato più dannosa che utile la conquista di Bagdad e la conseguente caduta del dittatore: bastava loro umiliarlo e impedire che l'Iraq diventasse la potenza-guida di un 'area vitale dell'Occidente. Checché se ne dica, e checché ne dica Keegan, l'obiettivo politico delJa guerra è dunque stato raggiunto; questo fatto dimostra, ancora una volta, che da una parte (per l'Occidente) la politica tende a moderare, a limitare la guerra, e dall' altra che chi combatte una potenza occidentale ha invece come unica chance quella di estendere la guerra, trasformarla politicamente in una crociata, in una guerra di religione ricorrendo a tutti i mezzi per compensare l'inferiorità delle proprie forze. Guerre e conflitti del futuro oscilleranno tra queste dissimmetrie di base, determinate dal fatto che, anche se (è sperabile per sempre ma non è affatto certo) va accantonata la prospettiva dello scontro tra Paesi sviluppati operante fino al 1989, per l'Occidente- e solo per l'Occidente - sono rimaste sempre valide, anzi si sono accentuate, le motivazioni di base anche morali e sociologiche, che nel periodo della guerra fredda già portavano a evitare l'impiego effettivo dello strumento militare e fare leva sul deterrente nucleare, visto come sostitutivo delle for-


IV - Che cos'è la guerra di oggi?

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ze convenzionali. Di qui il successo di quelle che il Supino chiama «forme morbide di guerra», e l'accentuarsi dell'obsolescenza - già in atto nella guerra fredda e registrata dallo stesso Supino - di tutto ciò che fa da fondamento alla diffusione dello spirito militare nell'intera nazione, presupposto indispensabile per ottenere, in guerra, elevato rendimento da un grande esercito di leva. Si va molto oltre quanto il Supino scriveva nel 1862: «vanno assumendo caratteristiche recessive l'infatuazione bellicista, il mito della guerra risanatrice e nobilizzatrice delle stirpi, il precetto della fecondità dello spargimento di sangue, coltivato dagli epigoni napoleonici sino alle soglie della prima guerra mondiale [noi diremmo sino alle soglie della seconda- N.d.a.], e quello che indica l'obiettivo principale della guerra nella distruzione delle forze armate nemiche, un precetto di merito indiscusso per i tecnici militari di cinquant'anni or sono, divenuto pressoché vuoto di contenuto da quando le forze armate non sono più l'unico strumento di potenza degli Stati moderni, bensì uno tra molti, perfino controproducente allorché distrae da obiettivi più immediatamente redditizi» 58 • In realtà si sta andando oltre: la scomparsa di miti e retoriche belliciste è un bene, ma non è più un bene quando nelle società comincia a venire meno - in nome dell'individualismo, dell'egoismo, del materialismo - il riconoscimento della necessità di sacrificarsi per un ideale collettivo, come è la sicurezza e difesa dell'intera nazione. Su questa necessità è basato il principio illuminista della difesa della Patria come diritto e dovere di ogni cittadino, tuttora fondamento del servizio di leva e in particolare della «nazione armata» sul modello svizzero. La Svizzera non ha mai coltivato miti bellicisti e imperialisti: ciononostante, più di tutti i vecchi Stati europei ha fondato e fonda la sua difesa nazionale su un alto presupposto morale, sul quale di fatto - inutile nasconderlo - le altre nazioni occidentali trovano sempre più arduo fondare il proprio apparato difensivo. Secondo la communis opinio di oggi, nel periodo post-guerra fredda per ragioni strategiche e tecnico-militari non sono più necessari grossi eserciti di leva. Ma questo si sosteneva (gli scritti di Supino e Jean lo dimostrano) già durante la guerra fredda; e il servizio militare volontario è sempre stato alla base della politica militare degli Stati Uniti e dell'Inghilterra. li fatto nuovo (o recente) è invece un altro, e ha

" P. Supino, Dalla strategia classica alla strategia globale (Cit.), p. 2 14.


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carattere essenzialmente spirituale e sociale: anche in Paesi nei quali lo spirito nazionale e militare è sempre stato assai elevato (la Francia, la Germania, la Spagna) oggi sta venendo meno - o almeno si sta sensibilmente attenuando - quello che clausewitzianamente, napoleonicamente potremmo chiamare lo «spirito guerriero della nazione», senza il quale l'esercito, qualunque sia la sua forma di reclutamento, trova difficoltà ad esprimere quella «Virtù militare» e quel «Sentimento nazionale» che con il talento del Capo sono per Clausewitz le forze morali principali. Noi aggiung iamo che è estremamente difficile, se non impossibile, che là ove manca un reale spirito guerriero della nazione, possa nascere una leadership militare e strategica valida; persino un riconosciuto genio come Napoleone ha trovato un humus favorevole, ha «militarizzato» una buona materia prima già esistente, che gli ha fornito delle leve, dei buoni comprimari. Lo spirito militare è certo cosa diversa dallo spirito guerriero ancorché connesso con esso, e tende a rimanere nei ranghi più a lungo perché è fatto di tradizioni e di fierezza per le antiche vittorie. Sta di fatto che, per l' Occidente, la «virtù militare» può oggi sopravvivere solo o prevalentemente in piccoli eserciti volontari; non si può più pretendere di estenderla automaticamente a grossi eserciti di leva e di massa, come nelle due guerre mondiali. Le guerre di massa- lo dimostrano già le guerre napoleoniche - hanno bisogno di un «nemico» ideologico, e di offrire alla massa vincitrice che ha versato il suo sangue a profusione, al popolo che si è sacrificato, dei vantaggi estesi e concreti; pertanto esse sono cosa molto diversa dalle guerre di élites. Risultano perciò confermati taluni asserti clausewitziani ai quali si è finora dedicata scarsa attenzione, anche se contraddicono il semplicistico giudizio di Keegan sul generale prussiano. Ad esempio i seguenti: - «la virtù militare non è propria che degli eserciti permanenti [cioè a ferma lunga - N.d.a.] . Sono essi appunto che ne hanno più bisogno. Nelle nazioni armate e nelle loro guerre, la virtù militare è sostituita dalle qualità naturali, le quali si sviluppano in esse rapidamente» [nel caso di oggi, è molto difficile esigere che nelle nazioni armate occidentali «si sviluppino rapidamente» delle qualità naturali poco diffuse; a maggior ragione, perciò, è vera la prima parte del ragionamento- N.d.a.]; - «eserciti permanenti contrapposti possono meglio prescindere dalla virtù militare, di un esercito permanente contrapposto ad una insurrezione»;


IV - Che cos'è fa guerra di oggi?

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- «due cose si sostituiscono nella realtà, come motivi di pace, alla impossibilità di continuare la resistenza; la prima è la improbabilità del successo, la seconda, l'eccessivo prezzo che dovrebbe essere pagato per conseguirlo» [se a «continuare la resistenza» si sostituisce «iniziare e/o continuare la guerra», ecco spiegato l'approccio occidentale odierno - N.d.a.]; - «la guerra non ha bisogno di essere perseguita fino all'atterramento completo di uno dei belligeranti; si può anzi concepire che, nei casi in cui moventi e tensione sono molto deboli, anche una leggera probabilità appena delineatesi in favore di una delle due parti basti per decidere l'altra a cedere»; - «possiamo altresì considerare un mezzo grande per agire sulla probabilità del risultato senza atterrare la forza militare nemica: le imprese che hanno una ripercussione politica immediata. Se esistono imprese che siano particolarmente atte a rompere o paralizzare le alleanze del nostro avversario, per procurarne a noi delle nuove, per suscitare nel suo interno fenomeni politici a nostro favore, si vede chiaro come esse possano aumentare molto le probabilità del successo e far raggiungere lo scopo seguendo un cammino molto più corto che non la distruzione delle forze»59 • Se ne può dedurre che, a prescindere dall'incidenza dell'arma nucleare, oggi per l'Occidente è giocoforza rinunciare alla guerra di massa e concentrare le virtù militari, sempre necessarie, in formazioni di élite. Specie per i Paesi, come l'Italia, che non hanno tradizioni militari consolidate e nazionali, vi è un altro pericolo da scongiurare: si tratta di evitare che il nuovo esercito volontario oggi in via di costituzione, il quale corrisponde a una precisa necessità di fine secolo, acquisti un profilo occupazionale e impiegatizio, diventi una forza scarsamente motivata e di ridotta efficienza combattiva, composta da personale che vede nella professione militare essenzialmente un'occupazione e non una vocazione e ama la pace non nel modo giusto, cioè come la deve amare un cittadino consapevole, ma soprattutto come l'occasione per sfuggire a rischi, pericoli, intense attività addestrative e sacrifici e vivere una tranquilla e comoda vita di guarnigione, tra il disinteresse e l ' indifferenza dei cittadini che non avrebbero alcun motivo per apprezzare siffatte truppe. Occorre rendersi conto che non contribuisco-

,. K. Von Clausewitz, Op.cit., Vol. I, pp. 44, 46, 191.


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no ad elevare la capacità combattiva dell'esercito nemmeno le attualie pur popolari - «missioni di pace», nelle quali la prospettiva dello scontro armato è evanescente se non esorcizzata, mentre il soldato sorveglia, controlla, presidia ma non misura sé stesso nel combattimento e in operazioni dinamiche e coordinate in presenza di reazione avversaria, che pure costituiscono il caso peggiore per il quale forze armate efficienti oggi come ieri devono essere preparate per giustificare la loro esistenza. In caso diverso, come nella Restaurazione non vi sarebbero più nette differenze tra esercito e forze di polizia e quest'ultime potrebbero legittimamente svolgere anche i compiti oggi affidati all'esercito stesso nelle «missioni di pace». Si tratta di un pericolo- prima di tutto morale- assai antico: come si è visto anche nella Restaurazione ( 1815-1848) la prospettiva di guerre fra Stati europei era stata allontanata dalla Santa Alleanza del 1815, l'unico pericolo era quello di torbidi e conflitti interni, il forte esercito austriaco svolgeva quasi in esclusiva un ruolo per certi aspetti assimilabile a quello «di pace», e i ridotti eserciti a lunga ferma degli Stati italiani pre-unitari, scarsamente efficienti e visti con sospetto dai prìncipi, poco si differenziavano dalle attual i forze di polizia e avevano tutti i difetti degli eserciti a lunga ferma «di caserma», senza averne i pregi. Ha risentito assai di tali difetti l'organizzazione dell'esercito piemontese nella guerra 1848/1849; soprattutto l'esercito a lunga ferma borbonico, che pur essendo ben armato nel 1860-1861 non ha certo dato buona prova, ha dimostrato la persistenza e la difficoltà di eliminare tali difetti, che tuttavia- è bene ricordarlo- esistevano assai di meno nell'esercito a lunga ferma francese del tempo, e ancor di meno in quello austriaco (ambedue rivelatesi validi strumenti operativi anche nel periodo dal 18 15 al 1848). Essi possono essere evitati solo dando al soldato di mestiere la consapevolezza di far parte di un' élite sociale, la cui missione è ritenuta indispensabile e altamente apprezzata dalla Nazione. Rinnovando e aggiornando la filosofia del «soldato-cittadino» nata dalla Rivoluzione Francese, l'Italia di oggi dovrebbe applicare il motto «non nell'Esercito, ma con l'Esercito e per l'Esercito»; guai a quell'esercito permanente, che è ritenuto solo «un male necessario». Per i cittadini di uno Stato democratico, oggi vi sono altri modi, diversi dal servizio di leva, per farsi giusto carico delle esigenze della sicurezza nazionale. Essi consistono nel riconoscimento a tutti gli effetti del ruolo e delle responsabilità speciali di chi ha il compito di tutelare a rischio della vita la sicurezza comune. Proprio perché vi è chi si


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rifiuta di portare le armi, le Forze Armate- e più in generale coloro che accettano di portare le armi per la Patria - devono realmente, quotidianamente, concretamente essere considerati la parte migliore della Nazione, devono avere- e rneritarsi- tutto ciò che serve alla loro efficienza, devono perciò essere in grado di smentire ciò che nel 1835 lamentava Alfredo de Vigny nel suo celebre libro Servitù e grandezza della vita militare, riferendosi agli eserciti a lunga ferma del tempo: «non appena l'esercito moderno cessa di essere in stato di guerra, diviene una sorta di gendarmeria. Sente vergogna di sé, non sa né cosa fa né quello che è; si chiede senza posa se esso sia il Re o lo schiavo deJJo Stato; è un corpo che cerca ovunque la propria anima, invano»60• La pubblica opinione è oggi portata a esaltare fin troppo i vantaggi di un esercito professionale: ma la storia dimostra le frustrazioni e i mali dei quali soprattutto un siffatto esercito soffre, quando per una qualche ragione non sente su di sé- anche in pace - il calore, l'attenzione, la sollecitudine, la stima della Nazione. La necessità oggettiva di restringere a formazioni d 'élite l' esercizio delle virtù militari, che fa delle predette formazioni le uniche paganti, non è solo di oggi. A parte il fatto che ne prendono già atto il generale Bencivenga e il generale De Gaulle nelle loro citate opere tra le due guerre mondiali, ambedue queste guerre hanno già rivelato indubbi e non equivoci segni di quella che potremmo chiamare «crisi delle masse armate». Con la solo parziale eccezione delle forze armate germaniche (dove peraltro vanno ricordati i germi di dissoluzione già presenti e operanti nell'esercito nel 1918, gli ammutinamenti nella flotta della prima guerra mondiale e l'inevitabile e forte scadimento qualitativo delle forze terrestri nel 1944-1945), sia nel 1914-1918 che nel 19391945, dopo il primo periodo di guerra s i è assistito al progressivo degrado della capacità combattiva (prima di tutto sotto il profilo morale) e dell'inquadramento degli eserciti di massa, con parallela riduzione della loro capacità offensiva. In altre parole, con il trascorrere degli anni di guerra più che a salde compagini guerriere gli eserciti hanno finito con il rassomigliare sempre di più a milizie spesso sommariamente addestrate e non sempre motivate, alle quali si doveva e si poteva chiedere sempre di meno, e in particolare non si poteva più chiedere il bagno di sangue del 1914- 1918. Se la linea

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A. De Vigny. Sen·iuì e grandezza della vi/O militare, Milano. BUR Rizzo! i 195 l, p. 20.


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Maginot è stata storicamente la prima conseguenza di questa tendenza già emersa negli anni 20, essa ha avuto piena conferma nella condotta della guerra da parte delle grandi democrazie occidentali specie a partire dal 1942. Ad essa è dovuta, in ultima istanza, la lentezza dell'avanzata in Africa Settentrionale, in Italia e sul fronte occidentale, la ricerca da parte alleata di una grande superiorità di fuoco e di mezzi, e il carattere di guerra di logoramento (con prevalenza del fuoco e del bombardamento aereo strategico), assunto dalla guerra degli alleati contro la Germania. Già allora il risparmio di vite umane è artificiosamente diventato un'esigenza strategica, che ha favorito il ricorso alla guerra aerea e ha dato ragione, in ritardo, alle tesi di molti generali piemontesi dopo la guerra del 1948/1949, ai sostenitori dell'esercito ridotto a lunga ferma: non si può fare la guerra con padri di famiglia, ai quali si chiede di lasciare la casa e il lavoro per andare a morire. E sembra dar ragione persino ai generali francesi conservatori, i quali nel periodo 1919-1939 hanno preso atto che la Francia non intendeva più pagare un tributo di un milione di caduti, non hanno creduto non tanto nel carro armato, ma nel bliz - Krieg e si sono affidati al cemento e al ferro della costosa Maginot, la quale intendeva risparmiare prima di tutto il sangue della gioventù francese, come se fosse questo - e non la vittoria e/o un obiettivo politico - lo scopo di una nuova guerra. La crisi delle virtù militari, dei valori morali e spiri tua! i de!l' Occidente che oggi si lamenta quotidianamente comincia dunque da lontano e ha i dovuti riflessi militari: non sarebbe saggio non prenderne atto, e disegnare ciò che dovrebbe essere la guerra e non ciò che è e potrà essere. Inutile aggiungere che a maggior ragione chi dovrà contrastare Forze Armate di élite sarà indotto, invece, a ricorrere a forme analoghe a quelle della vecchia guerra di popolo, alle quali si prestano in particolar modo i paesi islamici e quelli del Terzo mondo, dove si può ricorrere ancora a quello che Clausewitz chiama «il cuore e il sentimento della nazione», dando un fucile a ciascun cittadino. Lo stesso contrasto nucleare e rnissilistico tra l ' India induista e il Paki:. stan musulmano sembra rinnovare, con l'opposto fanatismo popolare che sta suscitando, le vecchie guerre di religione. Specie fuori dall'Europa, la miseria delle masse popolari non è un incentivo alla fratellanza e a evitare le guerre «dei generali e mercanti d'armi», come predicavano i socialisti all'inizio del nostro secolo: è invece diventata il più forte fattore di destabilizzazione internazionale, e la principale causa dell ' aggravarsi dei conflitti.


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La complessità della situazione che si sta delineando, con le dissimmetrie crescenti che presenta, fa ritenere un esercizio meramente teorico e lontano dalla realtà schematizzare i vari tipi di guerra del futuro. Nel loro recentissimo Dictionnaire de stratégie militaire Chaliand e Blin distinguono tra guerriglia, guerra assoluta (cioè senza alcun limite, nel senso clausewitziano del termine), guerra classica (cioè solo tra eserciti regolari), guerra d' usura, blizkrieg, guerra economica, guerra fredda, guerra giusta, guerra limitata, guerra economica, guerra fredda, guerra psicologica, guerra rivoluzionaria, guerra totale (che impegna le risorse di nazioni intere e quindi assume connotati ideologici), guerre coloniali, guerre medioevali... Se ne potrebbero aggiungere molte altre, come la guerra elettronica o le guerre etniche e di religione o le guerre civili, delle quali non mancano certo esempi e tentativi anche nel dopoguerra: si potrebbero tentare delle classificazioni a seconda del contenuto politico o militare. Ma quel che oggi importa è il frequente intrecciarsi di queste tipologie e forme di guerra, secondo un mixage nel quale diventa difficile distinguere tra le varie componenti politico-militari. Sia pur per ragioni diverse e anche opposte, la guerra classica o di soli eserciti tende ad essere sempre accompagnata da altre forme di guerra, che rendono inattuale e non più praticabile una distinzione netta tra di essa e la guerra di popolo o guerriglia, e sempre più frequente il ricorso integrativo o sostitutivo a quelle forme di guerra extramilitari o paramil itari, succedanee ecc. già descritte dal Supino come tipiche della guerra fredda. Non ha più interesse a ricorrere sic et simpliciter alla guerra classica nemmeno l'Occidente, perché essa significherebbe quell'impegno di risorse soprattutto umane - con relative perdite - che invece tende a evitare. Acquista perciò rilevanza maggiore il citato para.5 della Pubblicazione SME n. 900 dell977 (Vol. l), secondo il quale «indipendentemente dal carattere assunto, il conflitto può essere preceduto o integrato da forme non tradizionali di lotta, quali ad esempio la guerra psicologica e la guerriglia». Noi oggi aggiungeremmo altre forme di guerra, come quella economica (che peraltro - vista la scarsa efficacia delle sanzioni - ha i suoi limiti, dimostrati fin dalla guerra d'Etiopia 19351936) o la guerra diplomatica. Se si tiene conto della persistenza di molti motivi già tipici della guerra fredda e del pericolo di un suo revival, non si può certo parlare di «rivoluzione della guerra»; lo stesso periodo «post-guerra fredda» potrebbe essere definito altrimenti, ad esempio facendo un riferimento limitativo («post-guerra fredda USNURSS»). Ad ogni modo, dal punto


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di vista tecnico-militare il mutamento startegico vero- che è poi, anche un ritorno all'antico - è l'accantonamento (che non significa totale abbandono) del concetto di fronte continuo, nato in Europa a fine 1914 e durato fino alla caduta del muro di Berlino nel1989. Accantonamento tipico della guerriglia anche post- 1945, ma da sempre conseguenza inevitabile della disponibilità di piccoli eserciti, in rapporto agli ampi spazi strategici: è appena il caso di ricordare che il concetto di fronte continuo era estraneo alla guerra classica dei grandi capitani d'ogni tempo, ivi compreso Napoleone nonostante la sua strategia basata su grossi eserciti di leva. Per contro, il concetto di fronte continuo è un tipico prodotto della guerra industriale e totale tra nazioni sviluppate del XX secolo , fino al 1989. Esso consiste nello schieramento contrapposto e senza soluzioni di continuità negli spazi delle Grandi Unità affiancate di due coalizioni militari, con riserve e Servizi logistici retrostanti, che in ultima analisi, pur mirando sempre a condurre una guerra napoleonica, si risolveva nella difesa di un territorio e nel tentativo di conquistarlo, se non altro perché neli' Europa nel XX secolo il territorio non poteva essere concepito come una sorta di ambiente neutro, che serve solo a fornire vettovaglie ad ambedue i contendenti. Anzi: con la «resa senza condizioni» chiesta dagli alleati alla Germania durante l' ultima guerra, è prevalso -diversamente dal 1914-1918 - il concetto che solo con la conquista totale del territorio nemico e la caduta della sua capitale si poteva considerare conclusa la guerra. Lo schieramento militare della NATO fino al 1989 aveva un senso solo in tanto in quanto serviva a salvaguardare il territorio... Ne prende atto il concetto NATO di «difesa avanzata» (Forward Defense) così definito dal Glossario di terminologia NATO del 1988: «Schieramento di forze di difesa alleate in posizioni prossime alla frontiera con i Paesi del Blocco sovietico, in modo da conservare il più a Lungo possibile, in caso di attacco nemico, la massima estensione del territorio dei paesi dell'Alleanza Atlantica. Si contrappone ad altri tipi di impostazione della difesa, quali quelli della "difesa in profondità", di "abbandono e riconquista", di "rappresaglie", ecc.». Come precisa lo stesso Glossario NATO alla voce «Dottrina strategica», la difesa avanzata era solo uno dei pilastri della dottrina NATO : l'altro era la «risposta flessibile», cioè «una gamma elastica ed equilibrata di risposte, tanto convenzionali che nucleari, proporzionate ai vari livelli di aggressione o di minaccia di aggressione».


IV- Che cos'è fa guerra di oggi?

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Nel concreto, ciò significa che fino a quando è durata in Europa la contrapposizione tra i due blocchi, prima ancor che il terreno, le forze disponibili, le forze nemiche e il loro atteggiamento ecc., sull'impostazione della difesa banno avuto peso decisivo due esigenze: la possibilità di ricorso- anche in prima istanza- all'impiego dell'arma nucleare e l'impossibilità e non convenienza politica di cedere terreno all 'avversario, anche per impedirgli di acquisire «pegni» con azioni di sorpresa (basti pensare all'andamento de!la frontiera tra le due Germanie di allora). Il concetto classico e tuttora valido di difesa convenzionale - ne lla quale lo spazio è sempre un fattore incrementale, una moneta operativa da spendere per logorare l'avversario, la prima condizione di flessibilità - ne risultava così inevitabilmente alterato, con tutti g li inconvenienti che in caso di operazioni solo convenzionali sarebbero derivati (anche alla nostra frontiera di Nord-Est) da un dispositivo difensivo sostanzialmente rigido, poco profondo e aprioristicamente sbilanciato in avanti , a prescindere dal terreno e dalle probabili direttrici dell'attaccante. Con il concetto di fronte continuo ha perso l'antico smalto anche il concetto di retrovia (intesa come area di schieramento di unità dei Servizi, riserve e Comandi relativamente sicura, perchè protetta da offese nemiche dal dispositivo antistante), che ha avuto la massima valenza nella prima guerra mondiale (nella quale gli addetti ai Servizi delle retrovie, spesso disarmati, erano chiamati dai fanti in trincea «imboscati»), ha cominciato a subire duri colpi nella seconda a causa della minaccia aerea e di puntate corazzate, e dopo il 1945 ha subìto un'ulteriore diminutio capitis a causa del pericolo di sabotaggi e della guerriglia. In pratica oggi non vi sono più «Zone franche» e relativamente sicure: la reattività a 360° delle unità anche ai minori live lli , la loro flessibi lità e la loro autonomia tattrico-logistica, requisiti sempre desiderabili e già richiesti specie nella guerra dei corazzati e nelle operazioni di contro guerrigl ia, sono diventati delle conditio sine qua non di efficienza. Esamineremo. più nel dettaglio, nel prosieguo dell'opera, le ricadute operative, ordinative e disciplinari dell'attuale quadro della guerra: fin da ora, però, si deve sottolineare che l'obsolescenza del concetto di retrovia tipico della prima guerra mondiale, con la conseguente mancanza di una distinzione netta tra G.U. di prima schiera e retrovie, è la spia di un più vasto fenomeno, che investe la natura stessa della guerra e sembra portare ovunque all'eliminazione o attenuazione di confini e


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barriere, prima di tutto concettuali. In parecchi casi e situazioni, la guerra sembra avvicinarsi allo status primitivo del quale parla Keegan. Stanno diventando labili e opinabili i confini tra guerra e pace, l'inizio e la fine della guerra sono spesso difficili da distinguere cosi come diventa sempre più arduo cogliere le differenze reali tra guerre e conflitti, tra guerre interstatuali e civili, tra diverse forme di guerra (e prima di tutto tra guerra classica e guerriglia), tra tattica e strategia, tra portatori legittimi e illegittimi di armi, tra ribelli in nome di un ideale politico, terroristi e malavitosi. E quand'è che un conflitto interno anche violento, o un conflitto interno inserito in una guerra interstatuale si trasforma in guerra civile? come si può misurare in modo scienti fico, in questi casi, il grado di consenso e il numero di aderenti di ciascuna delle parti in lotta? coloro che non vi partecipano direttamente come vanno considerati? Siamo nel campo dell'opinabile, dell' indistinto, dove il giudizio dello storico, e dello storico militare, è più che mai largamente influenzato da soggettivi orientamenti, anche ideologici. In tutti i casi, appartiene a un passato ormai lontano la pretesa di trattare forme di guerra definibili nel dettaglio e con sicurezza, e da tutti riconosciute per più o meno tacita convenzione. Il pericolo è di vedere nel «camaleonte» clausewitziano dei colori che non possiede affatto o possiede solo in parte, e che comunque a ciascuno per una qualche ragione fa comodo vedere. La crisi (o confl itto, o guerra?) del Kosovo, al punto a cui è giunta nel giugno l998,è un utile esempio. Sono state decise, come al solito, delle sanzioni contro la Serbia, che però al momento attuale - non è una sorpresa- non sembrano avere alcun effetto. La NATO ha inviato degli osservatori e sta studiando delle modalità per un intervento militare, che si ha motivo di ritenere non rapido e tale da non doversi trasformare in una missione di peace enforcing, o almeno da non richiedere il coinvolgimento in situazioni pericolose di unità di fanteria. Per il governo serbo, si tratta di un problema esclusivamente interno e di ordine pubblico che comporta solo l'eliminazione di nuclei di terroristi ad opera della polizia. Per il governo albanese e la popolazione albanese del Kosovo, i cui villaggi sono bombardati dall 'artiglieria serba con molte vittime e con conseguente esodo di migliaia di profughi verso l'Albania, si tratta invece di una guerra vera e propria, anzi di una guerra di popolo: è stata, addirittura decisa dai dirigenti dell 'etnia albanese la mobilitazione generale. Che cosa è dunque? una guerra civile, una guerra religiosa, una guerra etnica, un conflitto interno, una


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guerra - o un conmuo -che sta divemando - con l'intervento della NATO - internazionale? In tutti i casi, è un fenomeno con un profondo retroterra storico e geopolitico: vi si scontrano i concetti anteguerra di «grande Albania» e «grande Serbia». La decisa azione serba mirante a risolvere con la fo rza delle anni l'antico conflitto etnico, approfittando anche d eli' attuale debolezza militare dell'Albania, mette in luce tutti i limiti della politica occidentale e della NATO, già ampiamente e mersi anche nel caso della lunga guerra nell'ex-Jugoslavia. Ben sapendo - e ben sfruttando - la fede eccessiva nel negoziato (che di per sé comporta tempi lunghi) e la riluttanza ad impiegare lo strumento mjlitare anche solo aereo da parte dell ' Occidente, le parti più forti spingono intanto a fondo l'azione per ottenere pegni consistenti da far valere poi al tavolo del negoziato (che accetteranno, naturalmente, solo quando farà loro comodo e da posizioni di forza). La «pace» ottenuta magari dopo qualche raid aereo NATO (come quella tra Serbia e Croazia) e con l'aggiunta di promesse di carattere economico, non sarà quindi merito deiJa «determinazione» dimostrata sia pure in ritardo dall'Occidente o dell'efficacia dell 'Arma Aerea, ma piuttosto conseguenza di una situazione, neJia quale ambedue i contendenti dopo lunghi e cruenti scontri disperano di poter ancora otte nere qualcosa. Da parte dell ' Occidente la determinazione andrebbe dimostrata subito, non dopo anni di stragi: solo così essa funzionerebbe da deterrente ed eviterebbe - come a suo tempo la difesa avanzata NATO - l'acquisizione di pegni territoriali. Non giova certo a chiarire la situazione, a fornire elementi per un corretto approccio teorico e pratico al problema delle guerre e dei conflirti, l'atteggiamento prevalente dei mass media occidentali. Si tende non di rado a negare o a sfumare l'esistenza di un problema guerra/pace, o l'esigenza di un intervento militare operativo, con termini ingannevol i che non aiutano a cogliere la realtà, chiamando con altro nome ciò che si vuoi scongiurare;alle valutazioni realistiche si sostituiscono sterili auspici, invocazioni e appelli di pace, esaltazioni del negoziato come unica forma di soluzione, dimenticando che il negoziato ha successo, solo se i contendenti sono ambedue animati da un minimo desiderio di trovare un accordo, e se percepiscono come deterrente reale la minaccia di inrervento militare. Oppure si passa sic et simpliciter a invocare «un intervento», pretendendo però che esso sia al tempo stesso non violento, indolore ecc.; se non è tale, si imbastiscono processi e si lanciano accuse ai militari. La stessa massa delle informazioni non aiuta, a volte, a


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cogliere la verità e si presta alle più varie interpretazioni, senza parlare poi della guerra «virtuale», televisiva della quale si è avuto un saggio durante la guerra del Golfo, e che ha presentato una realtà deformata: meglio poche notizie sicure, che una massa di informazioni contraddittorie e volte alla ricerca di effetti sensazionali. 10. CENNI SULLA GUERRA MARITTIMA E AEREA Viene da chiedersi, per ultimo, se e in che misura la situazione prima descritta (che potrebbe essere definita sfuggente, multiforme, gravida di ince1tezze e soggetta alle più diverse e soggettive interpretazioni) si fa sentire anche sulla guerra marittima e aerea. Anzitutto, come lo stesso termine «guerra terrestre» i termini «guerra marittima» e «guerra aerea» in senso stretto sarebbero da evitare, perché non rendono la realtà attuale e richiamano ormai antiquati e superati concetti di separatezza. Si potrebbe anche dire -suscitando le ire dei douhetiani - che la guerra terrestre è ormai da tempo aeroterrestre, che quella marittima fin dagli anni Venti è aeromarittima, e che la guerra aerea ha un senso, solo se fa sentire rapidamente i suoi effetti sulle operazioni di superficie, come è avvenuto nelle guerre delle Falkland e del Golfo. Più esatto dire che la guerra è unica e ha una dimensione terrestre, marittima e aerea insieme, con pari dignità tra le tre Forze Armate e un ruolo di ciascuna da definire di volta in volta a seconda delle esigenze. Persino ovvio richiamare la necessità di un approccio e una gestione interforze - affiorata fio dagli anni Venti - per la preparazione militare e per crisi, conflitti e guerre. Per il momento, basti osservare che in campo marittimo vanno ormai accantonati i concetti di battaglia decisiva e più in generale la necessità di conquistare e mantenere il dominio del mare o almeno il controllo del mare, fino al 1989 ben presenti anche negli orientamenti d'impiego e nella costituzione organica della marina italiana, articolata in due «gruppi d'altura» come sempre composti da un nucleo forte di unità maggiori e dal relativo naviglio di scorta. Oggi sulle tracce dei nuovi orientamenti della marina - guida (la U.S. Navy) prevalgono le esigenze delle «proiezioni di potenza», e delle missioni «Out of area». Rimane da configurare con precisione, però, il grado di priorità delle missioni di protezione diretta dei convogli, la cui importanza è stata dimostrata dalla crisi del Golfo Persico e dalla minaccia al vitale traffico delle petroliere. Vecchi nemici delle forze navali di superficie, come il sommergibile e la mina, sono più che mai vivi, efficaci e alla portata anche di Paesi


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industrialmente poco sviluppati; gli elicotteri, che costituiscono parte essenziale dell'armamento delle unità di superficie, sono vulnerabili alla minaccia delle armi contraeree portatili a corta gittata, capillarmente diffuse; la capacità di proiezione di potenza delle flotte di superficie, esaltata dal vettore aereo, dall'elicottero e dal missile, è soggetta - specie nei mari ristretti - alla simmetrica minaccia di «proiezioni di potenza» dalla terra verso il mare, alla quale ha dato grande impulso la disponibilità di missili a media gittata terra-mare. In sintesi anche per la guerra marittima, come per la guerra terrestre, si può parlare di sostituzione della guerra classica con forme di guerra che si avvicinano molto alla guerriglia, adottate di recente nel Golfo Persico per disturbare in misura sensibile il vitale traffico di petroliere nonostante la presenza di grandi forze navall occidentali, la cui formula strategica e costruttiva non si è rivelata molto idonea a fronteggiare una siffatta situazione fluida. Anche per le forze aeree non si pone più con l'urgenza del passato l'esigenza di conquistare e mantenere il dominio dell'aria o almeno la superiorità aerea. non tanto perché non sia importante raggiungere questi obiettivi (che sono mezzi e non scopi), ma perché non si intravedono, all'orizzonte, delle aviazioni possibili concorrenti. Hanno invece acquistato rilievo tre aspetti tipici del dopoguerra (che, come si è visto, Amedeo Mecozzi ha avuto il merito di avvertire per primo): - la necessità di una ripartizione di compiti tra aereo e missile, anche in relazione alla maggiore vulnerabilità del primo e agli inconvenienti provocati dalla cattura di piloti di aerei abbattuti, e dal loro sfruttamento a fini propagandistici ; - la possibilità di impiegare le forze aeree in sostituzione delle forze terrestri, non perchè operativamente più efficienti, ma perchè consentono di evitare il combattimento ravvicinato di fanteria, con inevitabili perdite che la pubblica opinione più non tollera (ma può essere questa la ragione principale che oggi giustifica l'esistenza e l'efficacia dell'arma aerea o addirittura la sua preminenza?); -l'importanza dell 'aereo come vettore da trasporto rapido, in caso di crisi; - la crescente efficacia delle difese aeree, che impone di dominare prima di tutto la terra, cioè di neutralizzare, prima di qualsivoglia altro tipo di missione, le difese antiaeree terrestri. Anche in campo aereo quella che potremmo definire guerra classica ha dunque perduto gran parte dei suoi caratteri, né la guerra aerea può certo esaurirsi - come affermano Douhet e i suoi seguaci di oggi -


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neJla conquista del domino dell ' aria. Come il dominio del mare, il domino dell'aria ha perduto il carattere «esclusivo» del passato, è diventato dipendente da altre condizioni. Richiede sempre di più, a monte, il dominio dello spazio (sateJiiti, ecc.) e, a valle, il dominio preventivo della superficie terrestre (neutralizzazione delle difese aeree, cioè della capacità di reazione dalla terra verso l'aria); può essere sostituito, almeno in parte, dal ricorso al missile, che tra l'altro richiede tecnologie poco sofisticate e un addestramento psicofisico degli operatori meno impegnativo, caratteristiche che ne fanno un'arma preferenziale per Paesi industrialmente poco sviluppati. Il quadro generale nel quale va inserita la guerra aerea ba fortemente aumentato il suo potere condizionante e anche in questo dà ragione a Mecozzi, che ha avuto il merito, già negli anni Venti, di ritenere inutile e pericoloso il termine «indipendenza» (assai ricorrente fino ai nostri giorni nella letteratura aeronautica). Se c'è un aspetto della guerra di oggi che non lascia dubbi, è quello che a nessuno è più permesso di essere «indipendente». Tutti dipendono da tutti; questo vale ancor più nel caso della collocazione geopolitica e geostrategica dell ' Italia. Il supposto carattere decisivo e indipendente che al suo apparire avrebbe dovuto assumere la guerra aerea era legato al ruolo di arma di distruzione di massa che negli anni Venti avrebbe potuto svolgere l'aereo (binomio aereo-gas). Oggi tale concetto è obsoleto; non è perciò vero che l'arma aerea fornisce il suo maggior rendimento quando viene impiegata, con il minor numero di vincoli, in aziorti «indipendenti» o «concomitanti». Come qualsivoglia altra forza armata - milìtare o non - l'arma aerea dà invece il meglio di sé solo se impiegata contro obiettivi paganti agli effetti delle operazioni in corso nei tre elementi, adeguati alle sue possibilità e tali da non comportare - visto il costo del mezzo e del pilota - rischi eccessivi; il resto poco conta. Se ad esempio nella guerra del Vietnam la potente e ultramoderna arma aerea americana non ha dato risultati risolutivi contro un avversario che pur non la possedeva affatto (anche se disponeva di una buona contraerea), ciò non è avvenuto perché essa è stata «mortificata» con un impiego in concorso alle operazioni di superficie, oppure perché è stata costretta a operare «con un braccio legato alla schiena» (si doveva forse lanciare la bomba atomica? si doveva aJlargare il conflitto e bombardare Pechino, rischiando di innescare una terza guerra mondiale?), ma perché - proprio come l'U.S.Army - ha dovuto combattere una guerra male impostata dal punto di vista politico - strategico e per la quale, nonostante la grande


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disponibilità di uomini e mezzi sofisticati, né la nazione americana né le sue Forze armate erano adatte e preparate. prima di tutto dal punto di vista psicologico e morale. Come dunque ottenere. nella realtà quotidiana, il miglior rendimento delle forze aeree e di qualsivoglia tipo di forze? un'integrazione troppo stretta tra Forze Armate diverse, non potrebbe mortificare le preziose peculiarità di ciascuna di esse, in definitiva diminuendone anziché aumentandone la capacità operativa? La risposta è solo apparentemente ovvia. Premesso che il rendimento di uno strumento militare nel suo complesso è da sempre dato non dalla somma ma dal prodotto delle sue diverse componenti, tale rendimento si ottiene: a) con una buona politica; b) al livello tecnico-militare, con una /eadership che abbia assimilato a fondo una cultura, una mentalità interforze. Un Capo militare terrestre molto valido, che però non conosce bene limiti epossibilità del mezzo aereo, la sua storia e le norme per il suo impiego, non potrà che male impiegare l'aviazione; un Capo militare aeronautico, valido ma digiuno della problematica strategica terrestre, non potrà, al contrario, distinguere bene quale sia il contributo più utile che alla guerra o al conflitto/crisi in corso possono dare le forze terrestri o marirtime alle sue dipendenze. Senza contare che occorre anche una frequentazione. una comunicazione quotidiana e personale tra ufficiali delle tre Forze Armate .... Si tratta, insomma, prima di tutto di un problema culturale, di formazione. di mentalità, di rapporti continui. Problema di oggi, o almeno dell'ultima guerra mondiale? Nemmeno per sogno. Scriveva nel 1902 l'allora tenente di vascello Romeo Bernotti, con riferimenti estensibili anche alla guerra aerea non solo di oggi: «il grado di attitudine delle floue e degli eserciti [e anche - dopo la prima guerra mondiale - delle armate aeree - N.d.a.] a concorrere in maniera diretta verso w1 unico obiettivo, varia co11 i mezzi d'azione e co11 le condizioni sociali[. ..]. Su w/e materia guardiamoci bene dal sentenziare per partito preso; procediamo lentamente ma con sicurezza, confrontando il mezzo allo scopo. Per .wabilire La correla::.ione delle for::.e terrestri e navali, bisogna dunque a1•ere concetti esatti sui me::.zi e sul modo di condurre la guerra in terra e i mare; altrimenti è Lo stesso che voler costruire una casa cominciando dall'ultimo piano. Non si potrebbe certo attendere il massimo rendimento dalla potenza militare di uno Stato, riunendo a consiglio ammiragli e generali ignari a vicenda delle cose terrestri e di quelle navali; sono necessarie menti direttive in cui le conoscenze terrestri e


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navali siano unificate [nostra sottolineatura - N.d.a.]. Se ognuno ammette che fra le operazioni in terra e in mare debba esistere accordo, e che generali e ammiragli debbano avere comunanza d'idee, deve chiedersi: bisogna proprio aspettare ad essere generali e ammiragli per acquistare queste idee? No, di sicuro; perciò gli ufficiali dell'esercito non devono intercunente trascurare le cose della marina, e quelli di mare hanno bisogno di formarsi giusti concetti sulle operazioni terrestri. È ovvio, che ciò che s'insegna nelle scuole non può bastare... »61 • Basta, oggi, ciò che s'insegna nelle scuole? Secondo la communis opinio degli scriuori militari italiani di ieri e di oggi, esiste un problema di diffusione della cultura militare all'esterno delle Forze Armate. e di comunicazione quotidiana, di mutua comprensione tra quest' ultime e la Nazione. Questo però non deve far dimenticare che, più a monte, esiste e non è ancora del tutto risolto un annoso problema di compenetrazione tra diverse culture e mentalità di Forza Armata, e di comunicazione continua tra le Forze Armate stesse. U segno più evidente di queste dicotomie culturali è dato da un molto diverso modo di interpretare gli ammaestramenti della storia, frequente fonte di polemiche anziché base per quella cultura comune- che è anzitutto cultura storica - senza la quale non si può proficuamente operare per uno scopo comune. In conclusione, anche i suoi aspetti marittimi e aerei confennano che la guen-a di oggi - così come quella del futuro - si sottrae più che mai alle lusinghe del materiale e rende improponibile l'attribuzione aprioristica di un potere risolutivo «indipendente», costante e sempre operante a questo o quel sistema d'arma o a questa o quella Forza Armata. Occorre invece mettere l' accento non tanto sulla potenza intrinseca, ma sulla vulnerabilità: vulnerabilità sia dei sistemi d'arma. e dei sistemi militari nel loro complesso, sia delle nazioni; vulnerabilità, dunque, prima di tutto morale e spirituale, contro la quale non esiste nessuna miracolistica corazza, nessuna Maginot. Ne risulta poco frequente e svalutata - sia per ragioni tecniche che spirituali - la guerra classica e per così dire napoleonica; di conseguenza le forze regolari - e con esse il potere dissuasivo dell ' Occidente - nella realtà quotidiana tendono a ridurre - quale che sia la loro potenza intrinseca - il loro peso. Ancora una volta è bene sottoli-

" R . Bem olli, Le navi da guerra. «Ri vis ra di Artig lieria e Genio>> Vo l. lV • ottobre 1902. pp. 314-3 15.


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neare, però, che non vi sono rotture nette con il passato e che quindi non ci si trova di fronte a una rivoluzione: la vecchia espressione «guerra rivoluzionaria» è indice di una lunga crisi della guerra classica, che è anche la guerra per la quale le forze regolari occidentali rimangono da sempre più adatte. Si può andare più oltre: in fondo ambedue le guerre mondiali dimostrano che è inconsistente e nefasta la pretesa di condurre una guerra napoleonica, rapida e decisiva tra nazioni industriali, che come tali possono dar vita a un fronte continuo e mantenerlo per lungo tempo. La guerra del Golfo 1990-1991 -e se vogliamo quella d'Etiopia del 1935- 1936- dimostrano al di là delle apparenze la validità di questa constatazione di fondo: le guerre rapide e decisive - da sempre le più convenienti per le nazioni sviluppate- possono infatti avere successo, solo contro nazioni o società poco sviluppate che «collaborano», offrendo buoni bersagli all'offesa aerea e al fuoco, opponendo poco accortamente battaglioni a battaglioni e accettando battaglie a forze riunite in campo aperto che per ovvie ragioni, non sono in grado di vincere. Ma si potrà sempre contare sulla collaborazione dell'avversario? Misurarsi con le strategie altrui; imporre la propria. Questa è la sfida di sempre; una sfida che meno che mai ammette ricette precostituite e la possibilità, per l'Occidente, di fare «guerre in carrozza», nelle quali sia sufficiente dimostrare ai mass media che si vince. Credere questo, ridurre tutto a informazioni, potrà portare ad amare disillusioni.


CAPITOLO V

DALLA STRATEGIA DELLA GUERRA FREDDA A QUELLA DELLA NON-GUERRA: CONTENUTI E DEFINIZIONE ATTUALI


SOMMARIO: l. Premessa • 2. Un'utile comparazione: arte militare e strategia nel più receme pensiero militare francese • 3. Che cosa è stata. che cosa non può essere, che cosa è oggi la strategia: analisi dei suoi caraueri auuali • 4. La strategia della guerra fredda Ira il vecchio e il nuovo: definizione e interfaccia.

l. PREMESSA

Abbiamo già rilevato che, peraltro senza pervenire a risultati esaustivi e a una base comune di riferimento, nel dopoguerra ci si è soffermati soprattutto su contenuti e significato della strategia, trascurando il problema della ripartizione dell' arte militare in genere e del conseguente rapporto della strategia stessa con le altre branche. Potrebbe essere obiettato che la strategia viene di fatto ormai considerata come coincidente con l' arte militare stessa, il che non ci sembra; ad ogni modo, se così fosse mancano convincenti dimostrazioni di questa semplificazione, che a noi parrebbe eccessiva e ingiustificata. Clausewitz osserva che «il primo compito di ogni teoria è quello di porre ordine nelle idee avventate e alla rinfusa e molto aggrovigliate tra di Loro. Solo quando si è d'accordo sui nomi e sulle definizioni si può sperare di procedere in modo lucido e facile all'esame delle cose; solamente allora si può sperare di u-ovarsi sempre allo stesso punto di vista col lettore. La tattica e la strategia designano due attività che si compenetrano nello spazio e nel tempo, ma restano tuttavia essenzialmente distinte; le loro leggi intime e i loro mutui rapporti non possono, in definitiva, essere chiaramente concepiti che a mezzo di definizioni ben nette» 1•

Lo stesso si può dire del rapporto della strategia con la politica e la guerra, così come con le altre branche. Senza aver prima definito che cos'è la guerra di oggi e il suo rapporto con la politica e la società, non si può parlare di strategia teorica; ma non si può parlare di strategia

' K. Von Clausewitz. Op.cit.. Vol. l pp. 103- 104.


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teorica nemmeno senza contestualmente riferirsi allo scibile militare, all'arte militare in genere, alla sua possibile ripartizione in branche. Se poi si vuoi far coincidere la strategia stessa con l'arte militare, occorre prima di tutto marufestare chiaramente questo intento, senza !asciarlo implicito e come nascosto tra le pieghe del discorso strategico; e in secondo luogo, occorre spiegare bene le ragioni di questo notevolissimo salto concettuale, il quale inserisce e anzi fonde in unico contenitore elementi disparati e modifica radicalmente un assetto secolare. Naturalmente si tratta di tenere conto di tutti i mutamenti odierni, da taluni visti come una rivoluzione e da altri come ritorno all'antico; ciò significa inquadrare l'odierno rapporto tra teoria e pratica, tra concezione, preparazione e azione, tra obiettivo e modalità per raggiungerlo. Lo si può, anzi lo si deve fare senza perdere di vista la realtà internazionale di oggi, che presenta due ben distinti interfaccia, ciascuno dei quali con sottofondi teorici propri: quello di uno Stato industriale sv iluppato e quello - generalmente trascurato - di un gruppo politico organizzato che non è o non è ancora Stato, e che tuttavia fa una propria guerra con una propria strategia per raggiungere - con la violenza anch'essa orgaruzzata - i propri obiettivi politici. Caso, questo, meno sporadico e meno eccezionale di quanto possa apparire: lo conferma in particolar modo lo scenario mondiale della guerra fredda e del periodo post-guerra fredda. Ignorandolo o esorcizzandolo, non faremmo che ripetere l'errore di Jomini, che lanciava anatemi contro la guerriglia e la guerra di popolo e le escludeva dal domin io della strategia di Stato, della «grande guerra» - che per lui era anche la «bella guerra» -e dei suoi princìpi. In questa prospettiva, per prima cosa occorre stabilire con buona approssimazione dove finisce il dominio della politica e dove comincia quello dell'arte militare. In secondo luogo, si tratta di individuare il rapporto tra strategia e arte militare in genere, cioè di chiedersi fino a che punto oggi, essa possa riassumere in sé tutte le componenti dell'arte militare, essere «l'arte militare» tout court. Ne consegue la necessità di trovare la risposta anche a un terzo interrogativo-chiave che rispecchia gli aspetti più controversi: la strategia è ancora - almeno in prevalenza - l'arte del generale, così come è nata? o meglio ancora, fino a che punto e perché il campo d'azione che le è sempre stato proprio dovrebbe essere esteso? Non è nemmeno il caso di mettere in dubbio che, almeno da quando guerre e conflitti riguardano e coinvolgono tutta la Nazione, la strategia non può


V- Strategia della guerra fredda e della non guerra

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più essere «terreno di caccia» del moderno Principe o dei soli militari. Ma l'attuale uso di tale termine nelle più diverse branche dell'attività civile quotidiana, anche se favorito da questo stato di fatto, non necessariamente e non automaticamente comporta una parallela estensione del campo e quindi dei tipi della strategia, fino a farne una cosa bonne à tout faire, senza una fisionomia definita, con una gamma di applicazione che si allarga a piacere di ciascuno. Fin da ora si può affermare che il campo della strategia, in quanto tale, deve necessariamente avere un limite. tanto superiore che inferiore; e deve avere un'estensione esattamente proporzionata ai contenuti teorici che si intende attribuirle. Ne consegue che anche i tipi di strategia vanno limitati e circoscritti; altra cosa è, invece, l' individuazione e lo studio di legami, rappo1ti e reciproche influenze, che possono essere o diventare più o meno intensi e diretti, e che presuppongono una diversa fisionomia delle branche o discipline l scienze l arti tra le quali si stabilisce una relazione. 2. UN'UTILE COMPARAZIONE: ARTE MILITARE E STRATEGIA NEL PIÙ RECENTE PENSIERO MILITARE FRANCESE Nel precedente capitolo II abbiamo esaminato il pensiero dei principali autori italiani del dopoguerra, fin o ai nostri giorn i; si possono però trovare spunti molto interessanti anche negli scritti di recentissimi autori francesi, che consentono un'utile ricerca di analogie e differenze con quelli italiani e fanno emergere nuovi interfaccia. suscitando stimolanti e anche diverse riflessioni. Anzitutto giova ricordare quanto scrivono Chaliand e Blin alle voci art de la guerre e stratégie nel loro recentissimo e più volte citato Dictionnaire de stratégie militaire. «More solito», dell'arte della guerra il dizionario fa molto brevemente la storia, ma senza accennare ai suoi contenuti e alla sua ripartizione attuale e senza parlare di arte militare, espressione che noi riteniamo più adatta alla realtà odierna perché meno legata alla guerra. L'unica osservazione di interesse attuale che fanno ChaJiand e Blin non è certo originale: bisogna essere prudenti nel concepire l'arte della guerra e la strategia come scienze esatte. Lo suggerisce la storia del nostro secolo, nel quale «i progressi spettacolari nel campo delle comunicazioni e dell'armamento hanno spinto taluni studiosi di strategia a ridurla a una competizione tecnologica, relegando l'imprevisto e il rischio nei ricordi del passato».


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Secondo Chaliand e Blin questo errore è stato commesso da numerosi strateghi del periodo tra le due guerre mondiali [qui essi sembrano riferirsi soprattutto alle concezioni razionalizzanti che hanno portato in Francia alla linea Maginot e alla adozione di una strategia dove tutto tendeva ad essere pianificato e previsto- N.d.a.]. La lezione della seconda guerra mondiale - proseguono i due autori francesi - non è stata affatto recepita, e le generazioni del dopoguerra si sono cullate nelle medesime illusioni prima che questa linea di tendenza fosse capovolta nel corso degli ultimi due o tre decenni. Se è innegabile che talune metodiche derivate dalle scienze esatte hanno fatto emergere numerosi elementi aventi un rapporto diretto o indiretto con la guerra, «non è lecito trarre da queste analisi delle leggi che esse non contengono affatto». Ci sembra di cogliere, in questa affermazione, tutti i limiti- dimostrati anche dell' imç>losione del sistema sovietico - del continuo ossessivo confronto tra armi e armamenti dei due blocchi contrapposti durato fino al 1989, confronto nel quale è passato spesso in seconda linea il fatto elementare che chi manovra le armi è un uomo, il quale per essere anche un combattente deve avere dietro di sé una nazione organizzata, compatta, che crede in sé stessa e nel suo prospero avvenire e quindi ritiene necessario difendersi. Al tempo stesso, i due autori sembrano qui alludere indirettamente alle sconfitte degli eserciti francesi e occidentali nelle guerre coloniali dopo il 1945. Chaliand e Blin accennano anche ai vari tipi di guerra, ma non definiscono la guerra senza aggettivi di oggi. Anche per questo, ciò che affermano alla voce strategia appare assai opinabile; ne dimostreremo il perché nel prosieguo dell'opera. A loro giudizio, «COme sottolinea Paul Chamay; la proliferazione "quasi anarchica dell'impiego della parola strategia" rivela un capovolgimento del rapporto strategia/guerra: "la strategia fino agli anni 50 era concepita come una parte della guerra: essa comportava il ricorso organizzato a una dose più o meno forte, ma pur sempre importante, di violenza. Allualmente invece la strategia ingloba la guerra, la quale è rimasta un fenomeno assai limitato e circoscritto in rapporto all'ordinamento sociale generale" [ma per chi? per gli Stati occidentali o per tutti?- N.d.a.]. Al mutamento del rapporto tra strategia e guerra e alla proliferazione "verticale" delle suddivisioni della strategia (proliferazione corrispondente ai diversi Livelli della struttura politico - strategica), si sta aggiungendo una proliferazione "orizzontale" corrispondente alla diversa tipologia delle guerre con-


V- STraTegia della guerra fredda e della 11011 guerra

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temporanee e alle peculiarità delle strategie militari (terrestre, marittima e aerea). Se si parla di strategia, è ormai necessario precisare anche a quali strategie ci si riferisce: con la moltiplicazione dei tipi di conflitto, [... ] ciascun tipo di guerra richiede una propria strategia: strategia convenzionale, strategia nucleare (e di dissuasione), strategia indiretta, strategia della guerriglia, contro-insurrezione. Uno dei problemi principali che oggi devono affrontare le leadership politico-militari consiste nell'identifica:ione delle strategie più adatte ai conflitti nei quali esse sono impegnate, adattamento che spesso è difficile da realizzare a causa dei pregiudd culturali e storici che spesso influiscono sulle scelte strategiche. Sotto il profilo storico, gli storici militari, sulle orme di H. Delbrii.ck che si richiama a Clausewitz, hanno idemificato due tipi di strategia, la strategia di usura e la strategia di annientamento, non senza creare qualche polemica sul fondamento effettivo di questa dicotomia, nw stabilendo ww tipologiafrequentemente utilizzata dai teorici della guerra» 2• Se ne dovrebbe forse dedurre che non è possibile pervenire a un concetto generale e unificante di strategia, perché ogni tipo di guerra e di conflitto ne ha una diversa? Benché queste considerazioni abbiano il pregio di riassumere gran parte dell'odierna materia del contendere, fin da ora si può replicare che: a) è senz'altro vero che, fin che è rimasta in atto la guerra fredda con la conseguente minaccia di distruzione (nucleare o convenzionale non importa) dell'Europa, la strategia occ ide ntale ha inglobato la guerra (e, quindi, in senso lato, ha riguardato anche e soprattutto l'impiego di strumenti non militari). Ma è stato altrettanto vero - per rOccidente e per i suoi nemici - quando si è tratlato di combattere guerre limitate fuori dall'Europa? ed è ancor vero dopo il 1989, visto che l'opzione militare per la NATO ha fatto la sua comparsa anche nei Balcani e nel Mediterranèo? b) la proliferazione attuale degli armamenti in Asia e nel terzo mondo non dimostra forse che- anche prescindendo dagli innumerevoli focolai di guerra - in queste regioni la strategia mantiene e anzi accentua il suo ruolo tradizionale, fatto del quale le teorie occidentali non possono non tenere conto? c) l'asserita marginalità sociale e culturale della guerra, o meglio del ricorso alle armi anche a livelli ragguardevoli, non è mai stata vali-

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L

G. Chaliand - A. Blin. Op. ci t.. pp. 599-600.


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L ·ane miliwre del 2000

da per gruppi organizzati miranti a sovverlire le Istituzioni di uno Stato, o comunque ad abbattere poteri costituiti ; d) la su·ategia non riguarda solo gli Stati e/o le forze regolari, come lasciano capire Chaliand e Blin. Nel secolo scorso Mazzini, Garibaldi, Pisacane avevano una loro strategia «alternativa» e anti - Stati per la conquista dell'unità nazionale. Anche Ho Chi Mine il generale Giap, o Fide! Castro, avevano, fin dall' inizio della loro guerra, una loro strategia: e) che ogni guerra richieda una sua strategia, e che sia compito delle classi dirigenti scegliere la migliore, è da sempre vero; f) che tale scelta sia ostacolata da pregiudizi culturali e storici, è da sempre vero; la qualità di una leadership militare - e l'adere nza alla realtà di una dottrina - deriva appunto dalla capacità e possibilità di accantonare tali pregiudizi. Chaliand e Blin affrontano anche lo spinoso e confuso tema dei vari livelli e tipi di strategia, prendendo atto che l' idea generale di una scala o struttura strategica con al livello superiore la strategia globale e al livello inferiore la tattica è generalmente accettata: «Ciò premesso, questa struttura corrisponde grosso modo al sistema seguente: sfi·Cllegia globale; strategie generali comprendenti la strategia militare e Le strategie politiche, diplomatiche, economiche ecc.; strategia operativa; strategia dei mezzi; tattica (Edward Lutrwak suggerisce una classificazione leggermente diversa: "grande strategia", strategia di teatro, arte operativa, tattica e tecnica). La strategia globale (chiamata anche strategia totale, strategia integrale, Slralegia polilico-militare, strato-politica e, in inglese, Grand Strategy e talvolta National strategy) concerne la decisione politica, decisione che appartiene al capo dello Stato. La strategia globale opera, con carattere di continuità, sia in pace che in guerra. Essa compete direttamente alla politica alla quale è subordinata. IL suo scopo è di raggiungere gli obietlivi definiti dalla politica, obiettivi che non necessariamente comportano l'impiego dello strumenlo mi/ilare. Le sue risorse sono quelle della nazione. La suafun:ione è di ripartire Le missioni tra le singole strategie generali per raggiungere gli obiettivi che le sono stati assegnali» 3 • Senza alcun dubbio, ciò che Chaliand e Blin affermano a proposito di strategia globale - che «concerne la dec isione politica» - caratterizza il livello superiore a quello di strategia militare, comunque lo si

' ivi. pp. 601-602.

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voglia ripartire e definire; così come appare evidente che tale livello superiore appartiene senza equivoci al domin io della politica, cosa meno scontata di quanto possa apparire, dalla quale occorre trarre le dovute conseguenze nel tracciare il confine tra politica e arte militare. Chaliand e Bl in dopo aver citato varie definizioni generali di strategia non ne forniscono una loro, soffermandosi piuttosto sui vari tipi di strategia; quanto affermano assume perciò il prevalente aspetto di una ricognizione storica della problematica sul tappeto, anziché di una ricerca epistemologica con l'indicazione di soluzioni. Ben diversamente fanno due altri autori francesi che ora esamineremo e che meritano la dovuta attenzione, anche perché possono legittimamente essere ritenuti vicini al pensiero strategico ufficiale di una Nazione tradizionalmente assai attenta a tutto ciò che concerne la politica e lo strumento mil itare, e al tempo stesso poco propensa ad accantonare la storia, cioè la cultura nella sua più ampia accezione. Nella sua lntrodu-;.ione alla strategia'- titolo già di per sé classico, che abbiamo trovato anche in Italia nel secolo scorso - Hervé Coutau Bégarie (direttore di studi all' «École pratique des Hautes Études» della Sorbona e direttore del ciclo di strategia al «Collège Jnterarmées de Défense») è forse l'unico studioso del dopoguerra a impostare un ' indagine d ' insieme (storica, epistemologica, lingu istica e filosofica) su significato e contenuti della strategia, con ciò stesso ammettendo che essa neppure dopo il 1945, neppure con la guerra fredda e dopo la guerra fredda può essere studiata tagliando i suoi legami con il passato vicino e lontano. come invece vorrebbero il Supino e altri. Le conclusioni alle quali egli perviene una volta tanto risentono il meno possibile del clima della guerra fredda o post-guerra fredda e sono focalizzate sul significato generale di strategia: -«la strategia deve rimanere basata sull'utilizzazione (strategia d'azione) o, almeno, sulla minaccia di utilizzazione (strategia di dissuasione) della forza. Di conseguenza. se si pretende di estenderla a situazioni che 11011 comportano affatto intenzioni e atteggiamenti ostili e che non richiedono il ricorso a me::.~.i violenti, si commette Wl abuso linguistico»~ :

' H. Coutau - Bégaric. lmroduction à la stratégie. Co/lège lnteranneés de Défeme, 5e Promotion 1997-1998 (l. Stratégie generale - Jer et 2e fascicule; 2. Geostratégie; 3. Stratégies particulières}. ' ivi. /. Stratégie generale. p. 62.


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- «il binomio violenza - forza costituisce un criterio assai valido per distinguere la strategia della diplomazia, che sono, come afferma Raymond Aron, "i due metodi cornplementari e opposti per La gestione dei rapporti tra Stati". Mentre la strategia non può essere separata dalla costrizione, dalla coercizione, "La diplomazia [per Aron] può essere definita L'arte di convincere senza impiegare La forza " [ma se ha dietro di sé una forza armata credibile diventa molto più convincente ! - N.d.a.]. La strategia ragiona in termini di potenza mentre la diplomazia ragiona in termini d'influenza; quest'ultima deriva meno dalla forza che dall'abilità dell'attore»6 ; - «anche se, oggi, La strategia ha debordato dal quadro della guerra, essa rientra pur sempre nei conflitti, i quali si distinguono dalla rivalità e dalla concorrenza nel campo industriale e commerciale, "per il ricorso alla violenza, La quale può se necessario giungere fino alL'annientamentofisico dell'altro" (J. Freud) »1 ; - «la strategia tradizionale, sia pur modernizzata e con un campo d'azione più vasto, non ha ancora detto la sua ultima parola. Essa conserva quella focalizzazione sulla forza che gli analisti contemporanei sono portati a eliminare, senza dubbio perché La giudicano primitiva e superata in un sistema che si vuole sempre più integrato. Questo significa dimenticare che "L'antagonismo politico è il più forte di tutti, è L'antagonismo supremo" (Cari Schmitt); e La guerra non è che questo antagonismo spinto al suo limite estremo»; - dimostrano quanto sopra le guerre «limitate» che dopo il 1945 hanno causato milioni di morti [dunque erano tali solo per l'Occidente! - N.d.a.] e i numerosi focolai di guerra oggi presenti in ogni regione del mondo; - la prima guerra mondiale, prima guerra totale, ha già fatto della strategia militare una componente della guerra insieme ad altre, e questo ha favorito la nascita di strategie non militari già negli anni Venti (grande strategia, Liddell Hart, strategia economica, Emst Wageman 1929). Nel 1937 l'ammiraglio Castex ha proposto il concetto di strategia generale per indicare «l'arte di dirigere, in tempo di guerra e in tempo di pace, l'insieme delle forze e dei mezzi di lotta di una nazione» . Essa «coordina e disciplina le strategie particolari, quelle dei

6 7

Ibidem. ivi, p. 63.


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diversi settori di lotta: politica, terrestre, marittima, aerea, economica, coloniale, morale... »8 ; -«dopo la seconda guerra mondiale si è verificata un'ultima evoluzione che ha fatto uscire la strategia dalla sfera dello Stato e della guerra per estendersi a qualsivoglia attività sociale [. .. ]. La società civile ha così adottato un concetto fondamentalmente militare mentre i militari hanno adottato in misura massiccia dei concetti civili. A partire dall'era Mac Namara, la strategia ha dovuto subire anche la concorrenza della «defense management» e della gestione delle crisi» 9 ; - questa compenetrazione, pur essendo stata benefica perché ha favorito la messa a punto di nuovi strumenti d'analisi e la conoscenza reciproca tra due ambienti che avevano fino ad anni recenti coesistito riducendo però i loro contatti al minimo, «ha causato un'estrema confusione sul piano dei concetti. Certi autori parlano oggi di diplomazia strategica mentre altri parlano di strategia diplomatica; anche eminenti autorità politiche e militari, usano concetti assolutamente non pertinenti e privi di senso... »; - «per rimediare a questa confusione è necessario ritrovare l'essenza dell'attività strategica, restituire al concetto di strategia la purezza originale [. .. ]. Cari Schmitt identifica come criterio di base della polilica La designazione dell'avversario: il gruppo definisce la sua identità in rapporto ad altri gruppi. Allo stesso modo, bisogna trovare La discriminante dell'attività strategica. Un semplice conflitto d'interessi, un approccio razionale per risolvere un problema qualunque non sono affatto sufficienti per caratterizzare La strategia» 10 ; -ciononostante il paradigma del primato della politica ha resistito ali' asserto anticlausewitziano di Ludendorff, secondo il quale la politica deve servire la guerra, «ma ha resistito anche a un'estensione illimitata del concetto di strategia alla realtà contemporanea. Il generale Poirier, che ha spinto tale estensione al suo estremo Limite proponendo il concetto di strategia integrale, non ne ha per nulla rimesso in discussione il principio della fissazione dei suoi fini da parre della politica, definendo la strategia come "la politica in atto [. .. ]. Essa è la scienza e l'arte della manovra delle forze per rag-

" ivi, pp. 46-47. 9 i vi, p. 48. •• ivi, p. 49.


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giungere ifini della politica, trasformati in obiettivi strategici"» 11 ; - peraltro, il legame costante tra guerra e strategia indicato da Clausewitz e Jornini non può far dimenticare che «la dimensione militare non è che un aspetto particolare - anche se evidentemente determinante - di un insieme polimorfo». Lo dimostra Gaston Bouthoul, che ha tentato di includere tutte le sue dimensioni (politica, economica, sociale, culturale, demografica) in una nuova disciplina da lui chiamata polemologia 12• Dopo averne messo in evidenza questi interfaccia, il Coutau propone di definire la strategia come «dialettica delle intelligenze, in un ambiente conflittuale, fondata sull'utilizzazione o sulla minaccia di utilizzazione di mezzi violenti». Come egli stesso chiarisce, questa definizione deriva da una modifica di quella già data dal generale Beaufre, il quale parla di «dialettica delle volontà che impiega la forza per risolvere i loro conflitti». Anche la tattica - osserva Coutau - è una dialettica delle volontà [noi aggiungerenuno: anche la politica - N.d.a.]: parlando di dialettica delle intelligenze si mette invece in rilievo che la strategia «Si colloca a un livello superiore a quello della tattica, dove l'astuzia, il ricorso agli stratagemmi, la rapidità di esecuzione prevalgono sulla forza bruta, che si manifesta soprattutto nella condotta del combattimento» [ma anche la tattica non richiede forse analoghe quaUtà da parte dei Quadri inferiori?- N.d.a.]. La fedeltà ai contenuti essenziali della strategia classica consente al Coutau di non accettare la tesi di Luttwak - alla quale si è già accennato - che la strategia ha una «logica paradossale» diversa dalla logica comune. Per il Coutau, quando Luttwak afferma che l'ingegnosità militare si rivela proprio accordando «una preferenza paradossale» all'itinerario meno favorevole, alla via d'accesso più pericolosa ecc., si sbaglia e cita esempi non calzanti: «il fattore determinante non è lo stato delle vie di comunicazione, ma la probabilità di resistenza. Analogamente, quando egli stabilisce la "relazione ineluttabilmente paradossale tra il successo dei nuovi equipaggiamenti e la probabilità dei loro futuri risultati: qualsiasi nemico dotato di ragione si sforzerà di trovare contromisure suscettibili la nuova invenzione dell'avversario", non si può fare a meno di osservare che in questo

11

12

,

ivi, p. 73. Cfr. G. Bouthoul, Traité de polémologie. Sociologie d es guerres. Paris. Payot 1970.


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tipo di logica strategica non c'è proprio nulla di specifico: nel campo economico, l'iniziativa di un 'impresa suscita, per lo più, una reazione dei suoi concorrenti, e più il prodotto proposto ha successo, più dovrà misurarsi con una forte concorrenza, di modo che la sua redditività è destinata inevitabilmente a decrescere [. .. ]. La logica _m·ategica è invece una logica probabilista nella quale l'informazione non è mai perfetta. Clausewitz l'aveva già detto: "ciascuna delle due parti cercherà di prevedere l'azione dell'altra traendo le sue conclusioni dal carattere, dalle istituzioni, dalla situazione e dalle condizioni in cui si trova l'avversario, e vi adatterà la propria linea d'azione servendosi delle leggi del calcolo delle probabilità" [. ..]. Da questo punto di vista, l'economia è un'attività assai più aperta[. .. ]. Questo carattere probabilista è una delle ragioni principali della specificità strategica. Ma essa non è tale, da giustificare una Logica radicalmente diversa da quella delle altre attività umane» 13 • Anche a proposito della dimensione psicologica della strategia decisiva per esercitare effetti di dissuasione - il Coutau si rifà a exempla classici, ricordando che la vittoria in una battaglia risulta da un fattore materiale (la distruzione di un esercito o di una flotta), ma può anche derivare da un fattore psicologico: è vinto colui che riconosce di essere stato battuto. Napoleone (i cui detti sono stati anche da noi citati nel cap. I) r aveva riconosciuto. Riguardo alla collocazione della strategia nell'arte militare in genere, il Coutau afferma che «la strategia non può essere identificata sic et simpliciter con l'arte militare, o meglio con il suo "piano nobile" completato da un Livello di base, la tattica. Così facendo, si dimentica che la guerra non può essere ridotta al binomio strategia-tattica. Quest'ultimo riguarda la guerra in atto, ma bisogna aggiungervi la logistica, (della quale si sottovaluta spesso la complessità - "l'lntendence suivra") e lutto ciò che attiene all'organizzazione, al reclutamento, alla preparazione delle forze, quella branca insomma che taluni autori del XIX secolo e del XX secolo avevano chiamato, senza essere seguiti, l'organica. Quest'ultima oggi viene definita, con una visione più larga, politica militare o politica di difesa e comincia solamente ad essere conosciuta come una componente della strategia» 1 J.

'' H. CoULau- Bégarie, lmroduction... (Cir.). l. Stratégie Generale. pp. 67-68. " ivi, p. 64.


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Questa suddivisione assai vicina a quella tradizionale non deve però trarre in inganno: Coutau pur indicando nell'uso o neJla minaccia di uso della violenza la matrice concettuale della strategia mostra di accettare la subordinazione della strategia «militare~> a un Livello più elevato della strategia stessa che ne comprende altre anche non-militari (che dunque non hanno la violenza come matrice). Essa- egli afferma - oggi opera su due piani. politico e militare, assicurando «la condotta generale della guerra e delle crisi e la condotta generale delle operazioni e azioni militari», e in ambedue i casi fornendo «il concetto direttore centrale che coordina tutti gli elementi e li orienta verso un fine predeterminato». Nella condotta generale delle guerre e delle crisi, la strategia «Ormai si identifica con la politica in atto e si è impadronita della condotta generale dell'azione, lasciando alla politica solo le decisioni ultime. Essa accresce il suo potere, mentre la politica tradizionale si integra ormai in una strategia globale con denominazioni diverse a seconda degli autori» '5 • Ciò premesso. le indicazioni del Coutau '6 consentono fin d" ora di operare qualche utile distruzione tra grande strategia, strategia totale, strategia integrale, strategia generale ecc., termini che Chaliand e Blin non sono certo i soli a considerare come simili. La «grande strategia» precisa il Coutau - è un concetto anglosassone, che si è diffuso negli ann i 50: «Lidde/1 Hart nella sua opera principale, Strategy, l'ha definita semplicemente come "politica della guerra rma perché non la chiama semplicemente così? - N.d.a.]. Essa ha scopo di coordinare e dirigere flltte le risorse della nazione o di una coaldone, per raggiungere gli scopi della guerra". La grande strategia è comigua alla politica in modo tale, da far riconoscere a Liddell Hart che "la grande strategia domina la strategia, i princìpi ai quali ispira la sua az;ione sono frequentemellle opposti a quelli della strategia stessa"», [cosa che avviene anche oggi, e che in prima approssimazione accredita la possibi lità di individuare un confine sufficientemente netto tra dominio della politica e dominio dell'arte militare. N.d.a.]. Il Coutau dà conto anche delle differenti espressioni usate negli Stati Uniti, in Francia e nell'Unione Sovietica. Gli americani usano il termine strategia nazionale. suddiviso in strategia nazionale di sicurez-

" ivi. pp. 90·91. •• ivi. pp. 90·92 c 313-318.


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za (che corrisponde a grande strategia) e in strategia nazionale militare. La terminologia russa (Enciclopedia Militare Sovietica) distingue nettamente tra politica militare e strategia militare. La prima corrisponde «alla preparazione e impiego dei mezzi della forza armata per raggiungere gli obiettivi della politica»; la seconda è «parte costitutiva e dominio superiore dell'arte militare comprendente la teoria e la pratica della preparazione delle forze armate e del paese alla guerra, la pianificazione e la condotta delle operazioni strategiche e della guerra in generale». Ne deriva, da parte dell' Enciclopedia Sovietica, un'esaltazione della dimensione militare della strategia che non si trova in altri Paesi. Per ultimo, in Francia è prevalso negli anni 50 il concetto di strategia generale. definito dall' /nstruction sur l' emploi d es forces armée del 1959 come «l'arte di combinare la totalità dei mezzi di cui dispone la politica per raggiungere gli scopi che essa ha definito». Il generale Beaufre ha invece introdotto il concetto di strategia totale, che si differenzia da quello di grand strategy inglese perché non è più riferito in prevalenza a lla guerra e quindi assegna alla forza militare un ruolo subordinato, in quanto «la decisione politica, sempre necessaria, può essere ottenuta solo con la combinazione di un 'azione militare limitata con altre opportune azioni condotte nel campo psicologico, economico e diplomatico». Ne consegue che anche Ja strategia militare ha un ruolo subordinato rispetto ad altre strategie, nell 'ambito di una strategia totale alla quale compete di «concepire Ja condotta della guerra totale, definendo la propria missione e la combinazione delle diverse strategie generale, politica, economica, diplomatica e militare». Alla fine degli anni 60 il generale Poirier ha teorizzato la strategia integrale, termine con il quale intende «teoria e pratica della manovra d'insieme delle forze di qualsiasi tipo - in potenza e in atto- che risultano dall ' attività della nazione. Ha lo scopo di conseguire i fini definiti dalla politica generale, e riunisce i risultati delle tre strategie economica, culturale e militare [... ] in un' unità di pensiero e d'azione che collega i loro scopi, i loro mezzi e modalità d'azione». Convinto della necessità di conservare il primato della poJitica, Coutau è molto critico nei riguardi di quest' ultimo ampliamento della strategia fino all'estremo limite, che la porta a emanciparsi dalla pol itica e anzi a sottometterla ai suoi fini , facendone (secondo il filosofo Jean Guitton) una «metastrategia». Si tratta di un «imperialismo strategico» che- come d'altronde ammette lo stesso Poirier - corrisponde a una concezione astratta e a esigenze puramente teoriche; ali ' atto prati-


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co la complessità delle società contemporanee si oppone alla riduzione della politica alla strategia. Le vicende del totalitarismo nazista e sovietico dimostrano che l'ideologia strategica totalizzante, lungi dall'incrementare la potenza dello stato, può condurre il Paese alla rovina; più in generale, «una focalizzazione troppo esclusiva sulla strategia comporta il rischio permanente di una sorta di nocivo innamoramento per i suoi obiettivi, che porta all'incomprensione di una realtà sociale infinitamente complessa e, per dirla tutta, a dimenticare il buon senso. Ludendorff ne ha già fornito un buon esempio con il suo sogno di una guerra totale dove tutto doveva essere asservito ai bisogni della guerra, concepita come finalità suprema dello Stato[. .. ]. Nell'età nucleare, questa degenerazione si osserva soprattutto nel campo tecnico, con il peJfezionamento incessante di arsenali nucleari che giunge a non tenere più conto della relazione fondamentale tra la guerra e la politica». In effetti questo concetto troppo estremista non viene recepito dagli ultimi orientamenti dottrinali francesi. Secondo quanto afferma lo stesso Coutau, nel concetto ufficiale francese di oggi (1998) la strategia militare coincide con la condotta generale delle operazioni e delle azioni militari, nella quale esercita il suo ruolo tradizionale (se ne può legittimamente dedurre che solo a questo livello la strategia si identifica con l'uso della violenza e delle armi, che lo stesso Coutau presenta, però, come carattere distintivo della strategia tout court). A questo punto, egli indica il limite superiore e quello inferiore della strategia militare secondo la concezione ufficiale francese vigente nel modo seguente: «In Francia, l'esercizio del comando al più alto livello militare comprende la concezione, la preparazione e la condotta delle operazioni militari. È piuttosto a questo livello che conviene parlare di strategia generale, la quale è propria di una categoria di forze o di mezzi. La dottrina francese lo ha recentemente riconosciuto con il Glossario interforze dell995, che definisce la strategia globale come "combinazione dei mezzi nei differenti campi militare, economico, diplomatico dei quali si avvale il potere politico per raggiungere i suoi obiettivi", mentre la strategia generale [militare] viene ormai definita come "creazione, spiegamento e impiego dei mezzi per raggiungere in un dato campo [quindi , non solo in quello militare - N.d.a.] gli obiettivi della strategia globale"». Ne consegue che, secondo il Coutau, la condotta generale delle operazioni militari avviene ormai a due diversi livelli strategici. La strategia classica, che impiega le forze sul terreno, è definita strategia operativa ed è messa in opera dai Comandi superiori (gruppo d'armate,


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armata, o flotta) con le risorse fornite da una strategia dei mezzi che coordina la logistica (al livello superiore) e l'organica. Progressivamente, il legame tra strategia e operazioni va estendendosi, fino a soppiantare la strategia operativa con l'arte operativa. Il Coutau (che in merito cita anche uno studio di Herbert Rosinslù degli a1mi 50, da lui recentemente pubblicato postumo su Stratégique) 11 fa un interessante quadro epistemologico e storico di quest'ultimo termine oggi assai di moda, che si presta quant'altri mai a equivoci e assume significati alquanto opinabili; riassumiamo pertanto contestualmente le sue riflessioni e quelle del Rosinski. «Strategia operativa» è un termine assai antico, comparso in Germania a fine secolo XIX con il chiaro intento di colmare un supposto vuoto tra strategia e tattica. Il Rosinski critica Clausewitz, perché ha concentrato unilateralmente la sua attenzione su un unico mezzo per aver ragione dell'avversario, la battaglia [cosa vera fino a un certo punto - N .d.a.], trascurando così il fatto che Napoleone «è stato il primo a sviluppare al massimo l'altro mezzo, cioè le azioni strategiche che intendono provocare la disfatta dell'avversario con il movimento». Verdy de Vernois (1875) ha sostenuto la necessità di «allargare il più possibile le basi attuali della strategia e della tattica e completare queste due branche delle scienze militari con un insegnamento relativo alla condotta delle truppe... dal plotone fino all'armata». Tra le due guerre mondiali l'Enciclopedia Militare Sovietica ha definito l' «arte operativa» come «la teoria e la pratica della preparazione e condotta delle operazioni interforze, combinate e autonome concementi i vari tipi di Grande Unità (corpi d' armata, armate, gruppi d'armata, flotte aeree e marittima)». E la stessa Enciclopedia aggiunge che «nelle teorie militari di numerosi paesi stranieri, invece del termine arte operativa si usa l'espressione grande tattica o piccola strategia». Ma chi, secondo il Rosinski, ha meglio compreso il significato di arte operativa è stato il generale austriaco Alfred Kraus, il quale «nell936 ha dimostrato che tra strategia e tattica esiste un profondo fossato che è la condotta delle forze verso la battaglia, precisando che questo immenso spazio (sic) era stato fino a quel momento riempito in parte dalla strategia e in parte dalla tattica. All'Accademia militare austria-

"· H. Rosinski, Stratégie, opératique, tactique. Frontières conceptuelles entre stratégie. opérations ettactique dans l'art de la guerre, <<Sttatégique» n. 68 - 4/ L997. pp. 7- l 9.


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ca, lo studio di Kraus ha suscitato scarsa attenzione[. .. ]. Tuttavia, egli ha proseguito mettendo in evidenza che questo campo operativo comprende tutto ciò che è necessario per portare le forze militari a un livello conveniente di efficienza e nella direzione più favorevole verso la baltaglia decisiva, in vista della distruzione dell'avversario; vale a dire tutto ciò che appartiene all'organizzazione delle marce, e al rifornimento di armi, munizioni e viveri alle truppe». Non si capisce bene perché il Rosinski citi tanto favorevolmente Kraus, visto che- come egli stesso ammette- questo generale austriaco non fa che chiamare «arte operativa» ciò che Jomini nel 1830 ha chiamato logistica. Più interessante e in linea di massima condivisibile, invece, ciò che Rosinski afferma sul diverso campo d'azione della politica e della strategia, e quindi anche del ruolo dei politici e dei militari. A suo giudizio la politica fa nascere la guerra, ne esercita la direzione suprema e si riserva di dirimere gli eventuali conflitti di competenza tra le varie componenti che vi sono interessate. Tra di esse la componente militare, coordinata dalla direzione suprema politica, si divide in due gruppi fondamentali di attività: da una parte il reclutamento, l'addestramento, l'equipaggiamento e il rifornimento delle unità e dall'altra l'impiego di tali unità in campagna contro il nemico. n primo gruppo di attività è di competenza dell'Amministrazione militare, cioè del Ministero della Difesa; il secondo gruppo, del comandante in capo o del Consiglio Supremo di difesa. Il compito del comandante in capo- prosegue Rosinski -si riassuIw..>

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militari per raggiungere l'obiettivo militare, vale a dire [per ottenere] il successo negli scontri armati necessario per raggiungere l'obiettivo fissato dalla politica [ma tale successo, sulla base dell ' analisi clausewitziana, può non essere necessario - N.d.a.]. Questo obiettivo varierà in funzione della situazione politica e delle condizioni generali della guerra [. ..]. Nel caso che le ostilità debbano essere condotte su diversi teatri d'operazione, si deve stabilire su quale occorre esercitare lo sforzo principale...». A questo punto arriva la giustificazione da parte di Rosinski della strategia operativa, con l'indicazione delle sue differenze rispetto alla strategia e alla tattica: «tutti i mutamenti nel modo di esercitare lo sforzo bellico e nella distribuzione delle forze nel corso del conflitto appartengono al dominio della strategia, in quanto direzione suprema dell'azione militare. Anche gli spostamenti di forze da un punto a un altro - che


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hanno avuto un ruolo importante in numerosi conflitti, e in particolare nella strategia germanica nelle due guerre mondiali - appartengono al dominio dei movùnenti strategici propriamente detti [si possono anche avere movimenti tattici; bisogna quindi precisare meglio - N.d.a.j. Partendo da questa disposizione strategica di base o modificata delle forze, la strategia dispone di due strumenti per raggiungere i suoi obiettivi: i movimenti e il combattimento, cioè, rispettivamente, le operazioni e la tattica. Le operazioni hanno come obiettivo la disfatta del nemico costringendolo ad occupare una posizione non favorevole o, al limite, una posizione che non gli lascia alcuna speranza, o ancora imponendogli degli sforzi che indeboliscono e paralizzano la sua capacità offensiva. La tattica ricerca la disfatta dell'avversario, sia con l'annientamento fisico delle sue forze, sia disorganizzandolo o demoralizzandolo [. .. }. Inoltre, mentre la strategia rappresenta il tutto - in relazione alle disposizioni generali e al comando delle forze -, le operazioni ne sono solo una parte che ha come obiettivo la disfatta dell'avversario; disfatta ottenuta prima di tutto con il movimento e la manovra, per metterlo in una situazione nella quale è obbligato ad arrendersi o a accettare battaglia in condizioni sfavorevoli. Inoltre, Le operazioni sono sempre qualcosa di più che dei semplici movimenti di forze direui verso w1 punto piùfavorevolmente situato, o un punto ancor più srrategico per condurre queste forze comro il nemico; si tralla invece di movimellfi diretti, nel senso che essi tendono a provocare la disfatta del nemico o a preparar/a con una mobilità superiore o con forme d'auacco specifici: con linee esterne o interne, con L'avvolgimento o con una ritirata ben calcolata [. ..]. È lo sfruttamento di una mobilità superiore e di tutte le forme che essa può prendere a confluire una funzione specdìca alle operazioni nello schema generale della srrategia, distinguendoli nettamente dai movimenti strategici propriamente detti, che consistono nel disporre e concentrare le forze nel pumo dove verrà sferrato l'attacco decisivo, ma che, tuttavia, non derermìnano né la forma né l'e.ffello del predetto attacco». A parer nostro. questa giustificazione della necessità di una strategia «Operativa» con fisionomia autonoma rispetto alla strategia è oggi totalmente superata, e assai dubbia anche ai tempi di Napoleone: qualsiasi tipo di movimento in campo strategico portava anche allora a dare battaglia in condizioni favorevoli o sfavorevoli, si trattasse di un concentramento di forze o di un movimento diversivo. Il nemico era spesso costretto da Napoleone ad accettare battaglia in condizioni sfavorevoli per un complesso di cause, e non solo per i suoi movimenti in sé; la


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scelta di una posizione sbagliata poteva essere decisa per varie cause. così come la demolizzazione e disorganizzazione delle forze poteva essere dovuta a vari motivi. La manovra strategica di Napoleone aveva sempre carattere unitario; non vi si poteva mai distinguere nettamente tra una strategia, e una strategia operativa. Comunque sia, il concetto di manovra sancito dal nostro nomenclatore 1958, e ancor più quello del nomenclatore 1984, non lasciano alcun spazio a siffatte giustificazioni della necessità di una strategia operativa vista come intermedia tra strategia e tattica, che dunque vanno cercate altrove. Il nomenclatore 1958 definisce la manovra «impiego e combinazione nel tempo e nello spazio delle forze e dei mezzi a disposizione per raggiungere. malgrado le reazioni nemiche, uno scopo determinato». La definizione del 1984 è più ampia: «impiego combinato nel tempo e nello spazio, su uno o più assi paralleli o convergenti, delle forze e del fuoco per raggiungere, malgrado le reazioni nemiche, uno scopo determinato. In relazione allivello, assume la denominazione di manovra strategica, se svolta a livello di scacchiere. e manovra tattica, se svolta allivello di corpo d'armata o inferiore». Non c'è, dunque, alcun fossato da riempire, alcuna soluzione di continuità tra strategia e tattica; la manovra, la combinazione delle forze (che poi si traducono in movimenti) possono avere diversi scopi, incluso quello di provocare la disfatta del nemico senza combattere. Si deve comunque notare che, se il Rosinski ritiene necessaria una «Strategia operativa», non nega affatto il carattere a sua volta operativo in senso lato (cioè attinente all'azione, all'impiego delle forze) della strategia al livello superiore. E al disopra di quest'ultima prevede un livello politico, al quale fa capo la preparazione degli uomini e dei mezzi, mentre al livello strategico comporterebbe il loro impiego; per Rosinski, in conclusione, il livello strategico non deborda affatto verso l' alro. Per meglio chiarire, secondo parametri più moderni, la necessità di una strategia operativa, il Coutau cita la recente dottrina della U.S. Navy (2020 Vision. A Navy for 21 st Cemury), secondo la quale le opzioni strategiche hanno per scopo di «spezzare la volontà del nemico o di costringerlo a modificare le sue intenzioni», mentre quelle operative attaccano «le infrastrutture del nemico, le componenti militari e civi li - industriali che permettono alle sue forze di combattere efficacemente» e quelle tattiche hanno come obiettivo quello di «vincere le forze militari nemiche sul campo di battaglia>>. Coutau osserva, giusta-

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mente, che la distinzione tra opzioni strategiche e operative è assai artificiosa. In tuni e tre i casi. infatt i, robieuivo finale non può essere che quello di spezzare la volontà del nemico, agire sul suo morale ecc., mentre la viuoria, se non del livello strategico superiore, è certamente anche la meta delle opzioni operative così definite. Anche il generale Beaufre distingue le operazioni dalla battaglia, definendo le prime come l'insieme delle dispositioni e delle manovre destinate a ingaggiare la bauagHa nelle condizioni più favorevoli [cioè: la strdtegia di Jomini - N.d.a.]. 11 Coutau ricorda che Beaufre non ha inserito il livello operativo tra quello strategico e quello tauico: noi aggiungiamo che, se le operazioni hanno le finalità indicate dal Beaufre, non si vede come possa esistere un livello operativo diverso da quello stra_tegico, visto che quello strategico non può. a sua volta, che avere lo scopo finale di creare le condizioni favorevoli per la battaglia. E quando si combatte una battaglia, non si conducono forse operazioni? Non si attuano manovre? Tra tante incertezze e concezioni ambigue o superate, finalmente un raggio di luce: come riferisce il Coutau. «dopo Becmfre il generale Poirier ha caldeggiato una opératique [che non va tradotta come (strategia) operativa. ma come ··operatica.. - N.d.a.!. Questo conce/lo è stato recentememe recepito.

con la costittdone fin Francia] di 11110 Swto Maggiore lnteifor;.e. Secondo il glossario illlelfor;.efrcmcese, il livello operativo è quello "al quale tma opem;.ione è pianijicaw. condotta e sostenuw, per raggiungere w1 obiettivo stmtegico su 1111 teatro (/"opera-;.ioni. È il livello di combina;.ione delle azioni inte1jor;.e in w/e teatro. condotto souo la responsabilità del comandame di teatro··. L'arte operatil•a è fondamemalmeme inte1jorze: allil•ello di annata o gruppo d'armate, è 1111 imperati1•o categorico prevedere il coordinamento delle for;.e terrestri e aeree, o aeree e navali... l So1·ietici prevedevano tu/la via delle ·'arti operotive" per ciascun tipo difor:.e, i1•i comprese un'arte operativa delle retrovie e tm'arte operatii'Cl della difesa civile. Specie al giorno d'oggi, le opercdoni in grande stile non possono essere affidate a 1111 solo tipo di for:.e. in re/a-:,ione alla natura de//(lmissione o de/terreno»'' . Da quest' ultima interpretazione si deduce che la strategia operativa (o l'arte operativa. o l' «operatica») è essenzialmente riferita a un solo teatro di operazioni e all'impiego in tale teatro di complessi interforze: indica dunque non la sola strategia con caratteristiche operative in senso lato. ma la strategia di un determinato livello di Co-

" H. Coutau • B~garic. lntrodttctiOTI. (Cit.). l.

Strml!~ie

Generale. pp. 94-95.


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L'ane militare de/2000

mando, al di sopra dei Comandi di unità tattiche e al di sotto di quello strategico - milita re tout courl, livello che potrebbe essere chiamato nazionale o multinazionale. Le riflessioni del Coutau vanno completate con quelle del colonnello Loup Francart, «breveté de l'ense ignement militaire superie ur», c he su ll 'autorevole pe riodico Strcaégique ha esposto il più recente concetto teorico ufficiale di strategia e di strategia generale militare sancito nel «Concept d'emploi des forces» (luglio 1997) e manato dallo Stato Maggiore Interforze fra ncese' 9 • Il saggio del Francart è perta nto utile soprattutto per la ripartizione della strategia generale militare. Secondo il Francart dal progetto politico deriva la strategia globale, definita con un concetto analogo a quello del Poirier «livello al quale è sviluppato e impiegato l'insieme delle forze in potenza e in atto della nazione, fin dal tempo di pace, per raggiungere gli scopi definiti dalla politica generale del Governo». La strategia globale si articola in varie strategie generali (economica, culturale, diplomatica, mjlitare). La strategia generale militare, a sua volta. s i elabora e si conduce fin dal tempo di pace e comprende: strategia dei mezzi, strategia operativa, strategia di spiegamento, strategia d 'influe nza. Queste strategie particolari sono così definite: Strategia dei mezzi Costituisce la base della strategia generale militare e comprende la strategia genetica (organizzazione delle forze e scelta dei sistemi d'arma), la strategia industriale d'armamento alla quale partecipano generalmente le forte armate. la strategia logistica che predispone le scorte di materiali in funzione della strategia generale adottata;

Strategia di spiegamento delle forze Ouimizza il loro possibile impiego e comprende le scelte in materia di stazionamento e preposizionamento delle forze, la pianificazione relativa alla spiralizzazione dell'impiego dei diversi lipi di forze e i piani di proiezione di potenza in relazione alle capacità di trasporto e di protezione dello spiegamento strategico delle forze;

•• L. Francart, L 'evolmions des niveaux srrarégique, opérarif et tacrique. <<Stratégique» n. 68 - 411997. pp. 21-38.

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\1 • Strategia della 8Ut>rra fredda e della T/Oli guerm

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Strategia d'influem;a Ha come scopo di assicurare la credibilità delle for-t.c predisposte e dipende dalla potenza numerica e dal livello tecnologico delle unità e dalle relazioni delle forze armate na7ionali con le altre, in particolare alleate:

Strategia operativa ~1euc in ationc le fort.e in caso di nece. sità. Studia fin dal tempo di pace le ipotesi per l'impiego in combauimento delle forte c le modalità strategiche più opponune per ouenere il successo.

Molto opportunamente il Francart osserva che ai termini campagna, operazioni, impiego delle forze in combattimento (engagement), battaglia ecc. spesso sono stati attribuiti significati confusi e riscontra la necessità di un linguaggio comune sia in ambito nazionale che interalleato. Perciò fornisce le seguenti definizioni: Lil•ello strategico "' guerra: connitto aperto. in generale ad alta intensità. che meue in gioco i nostri interessi vitali. La guerra è uno stato di fatto dichiarato dal Parlamento. nel quale le risorse della nazione sono mobilitate per difendere i suoi interessi: "' teatro di guerra: area geostrategica all'interno della quale è possibile combinare l'azione di forze che agiscono su dci teatri di campagna o di operazione differenti. per conseguire la vittoria finale: "' campagna: serie di operazioni interfort.e c per lo più interalleate o multinazionali, destinate a raggiungere lo scopo indicato dal livello politico (nazionale o multinazionale) alle fort.e armate: "' teatro di campagna: area geografica nella quale agiscono le forze armate per ouenere lo scopo strategico fissato dal governo o dalla coalizione;

Livello operativo "' operazione: serie di atti tattici o di azioni a carattere particolare condotte da un aggruppamento di forze in una determinata tona geografica (chiamata teatro d'operat.ione) per raggiungere un obieuivo fissato dal livello strategico. Una opera.donc può essere aeroterrestre, aeronavale. anfibia. terrestre, aerea o marittima: "' teatro di operazione: area geografica nella quale un complesso di unità, per lo più a caraucre interfort.e. agisce per raggiungere un obiettivo fissato dal livello strategico;


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L'ane miliwre tle/2000

Livello lattico * battaglia: complesso di azioni coordinate di un cerro numero di mezzi che mirano a indebolire, neutralizzare o distruggere una certa pane delle fort.e nemiche; *atto (engagement) tarrico: per una Grande Unità, un gruppo o un sottogruppo di for.le. azione che mira alla riuscita di una missione operativa.

Il Francart si sofferma soprattutto sull'analisi della strategia operativa, precisando che a questo livello viene pianificato. condotto e sostenuto l' impiego delle forze per creare la nuova s ituazione alla quale mira la politica. Ciò premesso, «il ricorso all' impiego delle forze può avvenire a due diversi livelli. Nel contesto attuale. esso si colloca in genere al li vello operativo nel quadro di un 'operazione a carattere limHato, senza intervento diretto sul teatro delle operazioni dell ' Alto Comando Nazionale o dell'organizzazione internazionale che ha dato mandato alle forze di agire. Nel quadro di un impegno delle forze a più largo respiro. entra in azione anche il livello strategico propriamente derto. Questo è il caso della Guerra del Golfo. che di fatto è stata una campagna con due fasi operative successive. Desert shield e Deserr Storm». Un altro aspetto di rilievo sottolineato dal Francart è l'incidenza ancor più marcata delle esigenze politiche anche sul concetto attuale di strategia operativa. Infatti «le attuai i moda l irà per l' impiego delle forze si collocano nel quadro della difesa degli interessi strategici , quadro nel quale l'azione delle forze armate è più soggetta a vincoli e maggiormente legata a una caratterizzazione politica di quanto avviene nel caso della difesa degli interessi vitali della nazione» [cioè della guerra- N.d.a.]. Questa caratteristica fondamentale del livello di strategia operativa fa emergere, per il Francart. i differenti aspeni delle attuali forme di impiego delle forze armate rispetto alla guerra vera e propria: guerra delle comunicazioni (intesa anche come guerra dei mezzi di telecomunicazione) tra il teatro di campagna o di operazioni e il territorio nazionale; guerra dei potenziali , vale a dire azione permanente di indebolimento della coesione delle parti del dispositivo dell'avversario in tutti i campi (partecipazione delle forze al controllo dell'embargo o del blocco economico, ecc.; impiego attivo delle forze armate in un teatro d'operazioni o di campagna che nel contesto attuale si trova fuori dal territorio nazionale); infine, «guen·a di influenza», che ha accentuato la sua importanza in relazione al crescente influsso dei mass media sul pro-

,


V- Strategia della guerra fredda e della

11011

guerra

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cesso decisionale e ha come scopo di mantenere la legittimità internazionale e la coesione nazionale intorno a un progetto politico, contrastando la propaganda dell'avversario e demoralizzandolo. Ormai «la guerra delle informazioni ingloba praticamente tutti gli aspetti prima citati: guerra delle influenze beninteso; guerra guerreggiata con la guerra del comando e controllo (Command and Contro/ Warfare), guerra delle informazioni (lntelligence WCIJfare et Deception), guerra elettronica ( Elecrronic WCI/fare); guerra delle comunicazioni. In definitiva, il concetto di guerra delle informazioni ingloba ormai un tal numero di altri tipi di guerra che è difficile presentarla semplicemente come un aspetto particolare della strategia operativa». Nemmeno il Francart fa riferimento alrarte della guerra; ad ogni modo le sue riflessioni rappresentano il massimo grado di «strategizzazione» non solo e un tanto della politica, ma di quella che viene tradizionalmente intesa come arte militare, e, inoltre, il massimo grado di frammentazione della strategia stessa. Quest'ultima ha sempre un aggettivo e comprende una nutrita serie di sottocategorie, che inglobano non solo gli antichi concetti di organica e logistica, ma anche branche che possono essere ritenute come rientranti a pieno titolo nella politica di sicurezza o militare. Ad esempio, viene da chiedersi se la «strategia d·influenza» non sia piuttosto affare della politica, se la strategia di spiegamento delle forze non sia piuttosto parte integrante della strategia operativa o addirittura della strategia generale militare (ogni decisione strategica o tattica comporta, da sempre, la ridislocazione di forze), se la «strategia dei mezzi» non debba essere accompagnata da una «strategia degli uomini>> e del personale, se la strategia logistica debba limitarsi ali' approntamento degli «Stock», se la «strategia industriale» sia piuttosto da considerare insieme con la «strategia genetica» oppure con la «strategia logistica>>, e non faccia piuttosto parte della politica, eccetera..... Da notare anche che, finora, nella nomenclatura italiana non è prevista la distinzione tra teatro di guerra (che ha la massima estensione), teatro di campagna e teatro d'operazione (i primi due al livello strategico; l'ultimo al livello ora detto operativo). Il nomenclatore 1984 prevede solo il teatro di operazioni («area geografica, di norma di estensione continentale o subcontinentale, comprendente più scacchieri operativi strategicamente indipendenti, nella quale si svolgono operazioni di guerra») e lo scacchiere operativo («Parte di un teatro d'operazioni con propria individualità geografica e strategica. Vi operano più Corpi d ' Armata alle


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L'arre miliTare del 2000

dipendenze di un unico Comandante di Scacchiere»). Ne consegue che il teatro d'operazioni coincide, nell'ottica italiana, con il teatro della guerra francese, mentre lo scacchiere operativo (che ha anch'esso un'individualità strategica) coincide con il teatro di campagna. Nell'analisi del Francart la strategia «Operativa» appare essenzialmente riferita a interventi out of àrea, limitati e a bassa intensità. Egli non indulge, tuttavia, alla retorica delle «missioni di pace» e a ragione presenta tali interventi - senza mai distinguere tra peace keeping e enforcing- come miranti alla difesa di interessi strategici; né è assente. dalla sua prospettiva, la guerra classica e tra Stati, che anzi è. l'unico tipo di guerra vera e propria da lui previsto, con connotati classici. Più in generale, la sua riflessione ha sempre sullo sfondo la strategia di uno Stato che - come la Francia - non si rassegna a un ruolo subordinato. Essa risente di un «gusto del particolare», della distinzione sottile proprio di Jomini e della tradizione strategica francese; pertanto, induce a porre ancora una volta con forza il problema di una delimitazione a l livello superiore e inferiore della strategia, e della ricerca di contenuti unificanti e il più possibile estensibili a vari casi e diverse situazioni. Quanto affermano il Coutau e il Francart va confrontato con i recenti accenni del generale Caligaris (1992) alla strategia di teatro e operativa: «[come la grand strategy], la strategia militare acquisisce anch'essa più dimensioni, sia come livello di forze e ampiezza dello sforzo militare, sia in funzione degli strumenti a essa asserviti e nella scelta delle forme di lotta. Esiste quindi la strategia "di teatro", che interessa la condotta di operazioni all'interno di una zona ben definita e distinta da altre, zona normalmente eli notevole ampiezza, che può includere anche un sub-conrinente (per esempio la NATO definisce "teatro europeo" il complesso geostrategico che comprende l'Europa occidentale e orientale). A livello inferiore si colloca la strategia "operativa", cui compete la condotta delle operazioni sugli scacchieri in cui si divide il teatro di operazioni. Quanto a specificità della lotta, si hanno strategie "navali" o "aeree", quando si tratta di condurre operazioni navali o aeree distinte da quelle terrestri o fra loro. Non. vi può essere invece una strategia solo terrestre, in quanto è indispensabile la cooperazione delle forze terrestri con altre [ma, normalmente, anche di forze aeree e navali con altre. N.d.a.]. Si parla, perciò, di operazioni "combinate" condotte in comune da forze armate diverse»20•

10.

Enciclopedia Italiana, Appendice V ( 1979-1992). pp. 303·305.


V- STraTegia della guerra fredda e della 11011 guerra

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Da queste analis i. che ben riassumono g li ultimi orientamenti nel campo strategico di due importanti Paesi europei e mediterranei. s i può dedurre che: a) la ricerca di antichi precedenti storici dell 'arte operativa o strategia operativa non ha molto senso. In realtà il concetto di strategia «Operativa» nasce da un approccio occidentale e NATO- quindi principalmente americano - a ll a strategia in genere; b) esso risponde essenzialmente a esigenze di demoltiplica della catena di comando e cont rollo. nell'ottica prevalente dell'unica superpotenza globale; c) in senso lato, la strategia senza aggettivi e la strategia militare non possono non essere anch'esse operative. cioè riferite essenz ialmente all'azione, all'impiego (se necessario potenziale) delle fo rze. Non è quindi del tutto esatta la ricorrente affermazione che l' arte operativa è «in termedia tra la strategia e la tattica»; è se mai una strategia nel senso pieno e tradizionale del termine, visto che più di tutte si avvicina a quella napoleonica e federiciana. Nel concetto attuale, si differenzia da quella propriamente detta (o militare) solo perché agisce su uno spazio più ristretto e, in genere, con maggiori vincoli anche di natura politica; d) per ragioni essenzialmente spaziali , temporali e geografiche, non è evidentemente possibile fa r pianificare e condurre quotidi anamente da un unico organismo strategico centrale le operazioni in diversi teatri d ' operazione mo ndiali o- nell 'a mbito di un so lo teatro d'operazione - su vari scacchieri; e) questo limite specie nell 'ottica dell"unica superpotenza e nell'ottica NATO richiede, evidentemente, diversi livelli strategici, con le grandi scelte ai livelli più elevati e con la pianificazione e gestione delle operazioni strategiche a livelli locali e meno elevati: f) ciò non toglie che - per una media potenza mediterranea e NATO quale è l' Italia- diventa strategia tout court (o strategia nazionale) non so lamente ciò che per gli Stati Uniti è solo strategia di teatro (cioè strategia riferita a ll 'area europea), ma anche ciò che è strategia di scacchiere (cioè strategia de llo scacch iere mediterraneo); g) in tutti i casi, il concetto attuale di strategia militare e strategia operativa rimane tipicamente occidentale (e se vogliamo NATO) e riferito a uno Stato o a una coalizione di Stati; h) tale concetto non può essere automaticamente ri fe rito, quindi, alle strategie di Stati non occidentali o a quelle di gruppi organizzati che pure possono essere protagonisti della guerra; i) i l Coutau e il Francart affermano che il livello di strategia o arte


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L 'tme m iliwre de/2000

operativa [e ancor più quelli superiori- N.d.a.] è necessariamente interforze; il Caligaris fa delle distinzioni. Comunque, se si tratta di «guerra guerreggiata» ancorchè limitata, è improbabile che una sola Forza Armata - a maggior ragione se è di una media potenza - possa bastare, e sia i n grado di risolvere tutto; m) anche in quest'ultimo caso come nel caso delle diverse strategie militari, ciò che conta è il potenziale militare, il peso imernazionale e geostrategico dello Stato di riferimento. Per gli Stati Uniti un ruolo strategico autonomo di ciascuna delle Forze Armate - e specie di marina e aeronautica - è nella logica delle cose possibile. frequente. Per l' Italia - date le sue caratteristiche geografiche e geopolitiche- tale ruolo autonomo è estremamente raro e- non solo oggi - fuori da ogni logica. In conclusione, le dissimmetrie prima indicate inducono a considerare due diversi approcci alla teoria strategica: uno teorico generale (nel quale trova posto, ad esempio, anche la definizione data da Coutau - Bégarie) e uno riferito all'organizzazione NATO. che può essere definito «dottrinale» perché tiene conto di precise esigenze pratiche e contingenti, delle finalità e dell 'architettura delralleanza e dell'Occidente in genere- nel presente momento storico. A fattor comune, va tenuto presente che le remore all'impiego effettivo dello strumento militare tipiche della guerra fredda in Europa non sono cadute, ma sono diventate - per così dire - meno assolute. Se ne può fin d'ora dedurre che - come ha osservato anche Francart- in tale impiego - tipico delle «missioni di pace» - l'arte militare non è solamente diretta dalla politica, ma in certo senso soffocata e tenuta al guinzaglio dalla politica: può esso essere il costante riferimento dell"arte militare occidentale del futuro ? Certamente no; la strategia. anche per una media potenza come l' Italia, non si può certo riassumere nelle «missioni di pace». Gli equivoci e le interpretazioni distorte - favorite dalla confusione attualmente esistente negli studi strategici- possono essere fugati in un solo modo: definendo anche in Italia al livello di Stato Maggiore della Difesa i lineamenti di una teoria e dottrina strategica interforze. Con l'emanazione di un glossario interforze nel 1995 e di un «concetto d' impiego delle forze» (1997) questo in Francia è stato fatto: perché non può essere fatto in Italia, tanto più che la recente legge 18 febbraio 1997, n. 25 sulla ristrutturazione dei vertici militari e della Difesa non solo lo consente, ma lo richiede?

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V- Strategia de/1<1 guerra fredda e della 11011 guerra

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3. CHE COSA È STATA, CHE COSA NON PUÒ ESSERE. CHE COSA È OGGI LA STRATEGIA: ANALISI DEI SUOI CARATTERI ATTUALI Secondo Jaspers, per ideologia si inte nde «il complesso di pensieri e rappresentazioni che appare come una verità assoluta al soggetto pensante producendo un autoinganno, un occultamento, una fuga». Anche secondo Engels. uno dei maestri dell'ideologia marxista oggi decaduta, si tratta di «un processo che il cosiddetto pensatore compie consciamente ma con falsa coscienza». In un'epoca che vede il tramonto delle ideologie politiche «Storiche», questi giudizi dovrebbero ammonire anche chi tratta di strategia- figlia e anzi parte della politica- ad evitare e lucubrazioni teoriche aventi sullo sfondo miti e idola dei tempi. che avrebbero come unico risultato di allentare quel legame strategia e pratica. tra rappresentazione letteraria e realtà, ritenuto necessario da Clausewitz e non solo da Clausewitz. Una teoria vale in tanto in quanto è aderente alla realtà; non può più essere - come è avvenuto in passato - un atto di fede, un imperativo morale, ma (è già tanto} dovrebbe essere solo una guida senza pretese totalizzanti al ragionamento e al corretto operare, la quale tiene presente come la realtà può anche essere scomoda, difficile da interpretare e non in accordo con g li schemi, ma rimane tale. Se si vuoi pervenire a qualche risultato utile c he valga a chiarire il quadro e non a confonderlo ulteriormente, la via da seguire si riassume nella necessità di: a) utilizzare l'apporto di pensiero degli autori contemporanei prima citati (e in particolare di quelli più recenti) senza dimenticare le passate concezioni e senza perdere di vista gli avvenimento degli ultimi anni; b) cambiare le concezioni passate non in ossequio ali' ip se dixir, a mode o «nuovismi» o per smania di originalità, ma per precise e ben dimostrate esigenze attuali, che rendono superati taluni concetti. Se una parola continua a esprimere delle fun zioni, delle esigenze tuttora ben definite, non c'è alcuna ragione per accantonarla. o per mutarne il significato; è il commercio quotidiano nel senso clausewitziano del termine. e non la cervel lotica speculazione di qualche autorevole studioso, che deve indurre a ridefinizioni e riassestamenti. Seguendo questi criteri è possibile fissare un certo numero di caratteri riassuntivi della strategia attuale. Essi sono tra di loro più o meno connessi; ma tutti in varia misura concorrono alla difficile ricerca di una definizione generale e al tempo stesso sono suscettibili di rendere il


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L 'ane mi/iw re del 2000

concetto di strategia il meno controvertibile possibile, fissando almeno alcuni punti fermi. Faremo prevalente ricorso a!Ja metodica induttiva, traendo cioè da fatti particolari delle indicazioni di carattere generale. In linea di principio non c'è dubbio che la teoria ha la missione di precedere e dettare le soluzioni pratiche, ma specie nei nostri giorni, quest' ultime devono tener conto di una molteplicità di fattori tale, da indurre non tanto e non solo a cercare nella realtà la conferma della teoria, ma a sottoporre ad attenta analisi le soluzioni stesse per individuarne la matrice teorica generale. magari inconsapevole e quindi non dichiarata e non riconosciuta come tale. L'esempio più emblematico è la struttura di comando e controiJo con le connesse attribuzioni ai vari livelli, alla quale faremo frequente riferimento perché di per sé lascia trasparire più a monte una filosofia strategica e ordinativa, un determinato aggancio dottrinale, il modo di concepire l'arte del comando e quindi anche l'arte militare e le sue branche. Se poi si guarda al pensiero, alla letteratura militare fino a oggi, e magari anche alla vita quotidiana dell'organismo militare, quanti jominiani inconsapevoli, quanti «pezzi» di antiche teorie e dottrine si incontrano? I. Al momento attuale (giugno 1998) in Italia non sono disponibili in misura sufficiente definizioni ufficiali che possano fu ngere da guida e riferimento a lla ricerca dei nuovi contenuti di arte militare e strategia nel periodo post-guerra fredda. I più recenU nomenclatori delresercito - riferiti essenzialmente al livello tattico - date le loro finalità pratiche e applicative non ne forniscono una definizione. Fa eccezione quello ormai abrogato - del 1962, che pur non accennando a significato e ripartizione dell'arte militare implicitamente ne ammette la tradizionale ripartizione «orizzontale» in strategia, tattica, organica e logistica, così definendo ciascuna di queste branche: - strategia: «branca dell'arte militare che tratta i prindpi generali delle operazioni militari e il piano generale della guerra>>; -tattica: «branca dell'arte militare che u-atta i princìpi generali. i criteri e le modalità per l'impiego delle unità e dei mezzi nel combattimento»; -organica: «branca dell'arte militare che tratta i criteri e le modalità per la raccolta e la ripartizione del personale umano ai fini dell'efficienza operativa delle FF.AA. e dell 'organizzazione bellica del Paese»; -logistica: «branca dell'arte militare che tratta tutte le attività dirette ad assicurare alle F.A. quanto necessario per muovere, vivere e combattere nelle migliori condizioni di efficienza». Si conosce anche una definizione del Glossario dei termini NATO del 1982, cioè ancora del


V- S1ra1egia della guerra fredda e della 11011 guerra

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periodo della guerra fredda: «strategia militare. Componente di una strategia nazionale o multinazionale, che tratta delle modalità per lo sviluppo e l'applicazione del potenziale militare nell'interesse di una nazione o di un gruppo di nazioni». Fatto da sottolineare, il predetto glossario NATO non riporta il termine «Strategia globale», oggi generalmente adottato in Europa anche se è tipico della guerra fredda,anche se si conviene che esso esprime un concetto più politico che militare, e anche se è notorio che le decisioni in materia di strategia globale competono al livello politico. Il termine «strategia nazionale o multinazionale», invece, si presta assai di meno a discussioni: ciascun Stato o ciascun gruppo di Stati dovrebbe pur sempre avere- anche se all'atto pratico non sempre ha - una propria strategia nazionale e unitaria, i cui contenuti andrebbero peraltro meglio precisati. Le definizioni prima citate non possono che avere sullo s fondo il quadro NATO e della tensione tra i due blocchi, ed essere quindi essenzialmente riferite all'uso potenziale della forza militare - cioè delle forze regolari - da parte di uno Stato o meglio di una coalizione mi litare di Stati. Volendo ricercare una defi n izione di carattere generale, meno «occidentale» e tale da rispecchiare la realtà di oggi e di domani , ci si deve anzitutto chiedere: fino a che punto corrispondono alle esigenze attuali termini come «grande strategia», «strategia globale», «Strategia generale». «Strategia pol itica»? è ancora possibile - come proponeva anni fa il Jean - «militarizzare» la strategia, cioè tomare a rife rirla essenzialmente all' impiego delle forze regolari, come hanno fatto s ia Clausewitz, che Jomini e i loro allievi fino al 1945? L'ammiraglio Castex negli anni Trenta ha scritto che «la strategia militare è come lo spettro solare: essa è un infrarosso che arriva fino al centro della strategia generale nel quale essa si compenetra con la politica del Governo. e un ultravioletto che interferisce con il campo della tattica»: ebbene. anziché accettare come insopprimibile dato di fatto questa confusione concettuale che evidentemente non è tipica del nostro tempo. è quanto meno doveroso tentare di fare un po' più ordine nella materia. Lo si può fare con due strumenti: quello lessicale, che considera cioè il significato letterale e etimologico dei tem1ini, e quello storico-epistemologico, basato sulla constatazione che ciascun termine è nato non casualmente in epoche diverse e in diversi Paesi, per corrispondere a determinate funzioni . II. La g rande strategia degli anni venti (Liddell Hrut) è una strategia di guerra: non fa che rispecchiare l'esperienza della prima guerra mon-


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L 'arte militare del 2000

diale appena conclusa, e vuole evitarne gli inconvenienti. Si richiama perciò alla necessità, emersa nel 1914-1918, di coordinare tutte le risorse nazionali ai tini della vittoria in una guena totale, che dunque non è più affare solo militare e di per sé accentua il primato del «politico» sul «militare». Al tempo stesso, essa corr-isponde alla tradizionale strategia inglese e anglosassone, che ha sempre affiancato con successo allo strumento militare tenestre altri strumenti (quello diplomatico e economico, sostenuti dalla flotta). La strategia globale (o integrale, o totale, o generale) del secondo dopoguerra, è legata prima di tutto all'arma nucleare e alla tensione tra i due blocchi; essa si ripromette in ultima analisi di raggiungere gli obiettivi della politica ugualmente mobilitando le risorse nazionali, ma prescindendo il più possibile dell'impiego effettivo dello strumento militare. Ne consegue che: a) la strategia globale- finalizzata alla pace- ha finalità e contenuti molto diversi dalla grande strategia di Liddell Hart, final izzata alla vittoria nella guerra totale; b) oggi tali concetti sono suscettibi li di superamento. Non si tratta pitJ di ricorrere a tutte le risorse nazionali per vincere - sia pur senza combattere - un certo tipo di guerra o di conflitto, ma, al contrario, di mobilitare il meno possibile tali risorse e di impiegare- sia pure di preferenza (ma non sempre) allo stato potenziale - lo strumento militare in operazioni chirurgiche e generalmente a bassa intensità, contro obiettivi limitati e selettivi. Dal suo uso corrente e quotidiano nelle più varie epoche e circostanze si può dedurre, però, che la strategia - anche in un contesto civile - esprime sempre le grandi linee e le grandi tappe per il perseguimento di obiettivi di importanza vitale, in una situazione di contrasto e nonostante la resistenza e i diversi obiettivi di altri attori. L'esatta e chiara conftgurazione d eli' obiettivo è di somma importanza, perché rende possibile la definizione di precise priorità e il raggiungimento di tale obiettivo con il minimo sforzo e per la via più breve, cioè in modo economico: sono, quest'ultimi, altri due caratteri costanti e di grande rilievo della strategia, anche se attinenti alla logica generale delle azioni quotidiane. La caratterizzazione dell'obiettivo è una volta tanto relativamente agevole: è strategico tutto ciò che influisce in misura determinante sull'esito di una guerra, di un conflitto, di una crisi, oppure sul raggiungimento degli scopi di una missione out of area da parte di un complesso di forze nazionali o multinazionali; è tattico ciò che ba carattere episodico e parziale in relazione all'obiettivo strategico, che cioè è solo una


V - Strategia della guerra j reddt1 e della 110 11 guerra

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tappa per raggiungerlo. Un obiettivo di carattere strategico è soggeno a mutazio ni, ridimensionamenti e ampliamenti, ma molto difficilmente diventa tattico; invece. un obiettivo tattico o un' az ione tattica in seguito a eventi imprev isti specie oggi possono assumere valenza strategica. Se ad esempio in una missio ne tattica di peace keeping un comandante pe ri ferico di fro nte a un aperto atto di ostilità non può evitare l ' uso de lle anni, l'evento assume immediato sig nificato strategico e rilevanza nazionale e internazionale; ma i confini tra strategia e tattica non sono mai stati cert i. .. Se si ammette che la strategia in tuni i casi riguarda i grandi obiettivi e perciò le az io ni di maggior influenza e le g randi scelte, si deve necessariame nte ammettere che il termine «Strategia gene rale» è un pleonasmo. Per sua natura una strategia è sempre generale, perché in q ualsivogli a occasio ne. e anche in campo c ivile. riguarda le g randi scelte di vertice e i grandi obiettivi di Stati o o rganizzazioni: fatto che inevitabilmente comporta la risoluzio ne di una problematica a largo spettro e no n scttoriale. In quanto al termine «strategia generale militare» (o «strategia militare») esso è accettabile solo se imposto da ragioni di chiarezza c di distinzione, cioè se contestua lmente si accenna ad a ltre «Strategie» (ad esempio, q uella diplo ma tica o economica) c he concorro no con quella militare al raggiungimento di un unico scopo. Ma c iò non toglie che. di per sé, una strategia (senza aggettivi) è già militare, è quale essa è nata, è quale è sempre stata. In senso stretto è pleonastico- oltre che obsoleto- anche il termine grande strategia: una strategia è sempre grande, anche perché i confini teorici de l contrapposto termine «piccola strategia», e in particolare il confine di quest' ultimo con il termine «lattica» (e ancor più con «grande tattica») sare bbero evanescenti quant 'altri mai. Più accertabili , in prima approssimazione, i termini «Strategia totale», «integrale», «globale». c he corrispondono alla guerra totale e/o integrale, cioè non solo di forze armate, e tutti rispecchiano l' inevitabile estensio ne della guerra tra Stati - avvenuta a partire dal 19 14- 1918- dai soli eserc iti a lle nazio ni intere. In questo senso, s i può osservare c he il concetto di «guerra totale» viene piuttosto riferito a una guerra- come è stata que lla 19 14-1 9 18- ne lla quale le popolazioni civili sono state protagoniste dello sforzo bellico, ma per ragioni essenzialmente tecniche e di braccio d'azio ne delle anni (l'aviazione nel l 9 14- 19 18 era alle prime armi) esse non sono ancora considerate come facenti parte degli obiettivi da colpire. A partire dagli anni Venti invece (Douhet, Fioravanzo) il tenn i-


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ne guerra integrale (così come dopo il 1945 quello strategia globale) rispecchia, in spregio alle regole umanitarie, il coinvolgimento delle popolazioni civili nella guerra, addirittura come obiettivi primari dell' offesa beli ica. L'estensione della guerra alla nazione intera, la militarizzazione dell'economia, dell'industria e dell'intera vita nazionale imposte dalle due grandi guerre del XX secolo spiega perché l'uso del termine strategia è entrato nella vira quotidiana dei popoli, si è «Smilitarizzato» e ha avuto buon successo soprattutto nel campo industriale e commerciale, conservando tuuavia - fatto da rimarcare - una forte accentuazione operativa. Su questo fenomeno, però, occorre fare chiarezza. Esso non indica affauo, di per sé, la necessità che la strategia clausewitziana c jominiana tradizionale - riferita alla guerra tra Stati prima ancor che tra eserciti - allarghi il suo campo d'azione fino a comprendere settori e attività civili che non la riguardano, o la riguardano solo in via subordinata, perché rimangono dominio prevalente della politica. E non indica affatto la necessità, specularmente oppo ta, che la strategia spalanchi le porte e diventi qualcosa che non s i sa bene se s ia mjlitare o civile, riguardi la guerra o la pace. la tecnica o la politica. Si può benissimo parlare di strategia diplomatica, economica. industriale, commerciale ecc.: tali termini vanno pur sempre ricondotti al regno della politica, dell 'economia o della società c ivile. Essi rappresentano il non indispensabile e non automatico adattamento di espressioni di origine mi litare ritenute più efficaci di altre, a esigenze che poco o nulla hanno a che fare con la strategia nel signilicato militare originario. Il militare si deve rallegrare di questa estensione. la quale deriva da un fatto storico: la precoce adozione da parte militare di moduli organizzarivi razionali, che poi nel secolo XX sono entrati a far parte della filosofia industriale e commerciale. Tuno qui. Nemmeno si può sostenere che la politica, l'economia, l' industria oggi hanno bisogno di «Strategizzarsi» , di militarizzarsi, e che quindi le predelle espressioni rappresentano una nuova esigenza. La politica inglese da sempre ha dimostrato l'armonico inserimento della componente militare e navale in una politica estera e economica complessiva; Richelieu e Napoleone hanno o no avuto anch'essi una visione politica complessiva, nella quale hanno innestato gli aspetti militari o navali? Chi oggi parla di strategia diplomatica, eccetera, che lo voglia o meno nega il fatto - generalmente ammesso - che la guerra è un atto polit ico, o meglio, che l'uso dello strumento militare è affare della politica e non


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della strategia. Al tempo stesso, usando tale termine si pretende che la strategia domini non solo e non tanto la guerra ma anche la politica, che insomma ad essa possano e debbano essere ricondotte tutte le decisioni di un Governo, in un quadro di troppa stretta coerenza che il Coutau giudica giustamente impraticabile nel quotidiano. Per dimostrare l'utilità e la portata innovatrice dei nuovi termini «strategia diplomatica, industriale, economica» ecc. e il loro legame con un nuovo e diverso concetto di strategia. bisognerebbe dimostrare in che cosa, ad esempio, la strategia diplomatica si differenzia dalla politica estera. le cui connessioni e matrici militari sono sempre state evidenti e riconosciute. e in che cosa la strategia economica e industriale si differenzia dalla politica economica e industriale di uno Stato, che da sempre - in quanto titolare dell'interesse nazionale - è deputato a perseguire obiettivi di espansione economica e industriale, con relative aree di influenza. Chi ha studiato il linguaggio militare sa che da sempre i vocaboli estendono il loro significato senza per questo perdere quello originario, e da sempre avviene un interscambio di termini, e di «modelli», tra mondo militare e mondo civile, pur rimanendo ben distinti i due campi. Ad esempio, l'antico termine (sec. XVIII- XIX) Consiglio di Amministrazione, riferito all 'amministrazione di un reggimento, è entrato a far parte nel nostro secolo del normale linguaggio industriale e finanziario: ciò sign ifica forse che l'Amministrazione militare deve occuparsi anche della gestione d'imprese private? Naturalmente. questo non equivale a criminalizzare termini come strategia diplomatica, economica ecc.: piuttosto essi andrebbero usati per indicare la coerenza tra grandi obiettivi e grandi scelte, così come avviene ad esempio per la cosiddetta strategia di vendita di un nuovo prodotto, o per la strategia di una grande corporation, fermo restando che tali termini ormai appartengono - almeno in prevalenza- al regno della politica, dell'industria o dell'economia, senza che vi sia ragione per concepirli come specchio di un'estensione del campo della strategia tradizionale, traendone deduzioni teoriche improprie. III. È forse impossibile- o non è più necessario - tracciare dei confini tra politica e strategia? Con una certa incongruenza taluni sostengono che oggi la politica si è rnilitarizzata o rimilitarizzata, e aJ tempo stesso la strategia si è politicizzata. perché la forza militare è sempre più impiegata anche in combattimento, e le sue capacità effettive oggi hanno più importanza di quelle virtuali tipiche del confronto tra i due blocchi. Si potrebbe obiettare che il confronto tra i due blocchi ha visto


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specie da parte delle due s uperpotenze un 'onerosissima corsa agli armamenti -e in particolare a quelli nucleari e missilistici - senza precedenti nella storia, e che sono state princ ipalmente le consegue nze poHtico-sociali e economiche di tale corsa, insostenibile per l'economia comunista, a determinare o accelerare l'implosione del sistema sovietico. Se ne deduce che, a parte le declamazioni sulla pace. il periodo della guerra fredda ha segnato la massima «Strategizzazione» e militarizzazione della politica, imponendo soluzioni prima di tutto legate all'esigenza del confronto militare tra i due blocchi. Queste esigenze hanno dominato la politica, l'economia, l'i ndustria e il flusso de lle informazioni (condizionato dalla guerra psicologica). Non è casuale che, nel periodo della guerra fredda, sia pur con forzature e esageraz ioni di parte taluni autori occidentali abbiano parlato di un «complesso militare- industriale» che ha dominato l'economia. l'industria e la politica di ambedue le potenze-guida. Secondo il Coutau. «l'espressione "complesso militare-industriale", impiegata per la prima volta dal Presidente Eisenhower nel suo discorso di commiato, ha avuto una singolare fortuna. Il sociologo Wright Milis ha denunciato nel 1856, nel suo libro The Power Élite, l'alleanza dei militari e degli industriali. Dopo di lui, altri autori liberals americani hanno voluto dillwstrare la trasformazione della società americana in wz gigantesco complesso bellicista[. .. ] l'idea centrale di queste opere è la militariu.azione dell 'economia[.. .]. Dalla militari::.zazione dell 'economia si passa facilmente alla militarizza::.ione della na-:.ione imera [. .. ]. E in Unione Sovietica? Egberr Jahn [. .. ] dimostra il carattere militarista della società sovietica e l'impossibilità per il potere politico di opporsi ai militari»21 • Parlare di militarizzazione della politica di oggi proprio quando una siffatta situazione di confronto militare continuo e di incessanti tentativi di reciproco superamento è venuta meno, e quando i bilanci militari (anche negli Stati Uniti) tendono al ribasso, non sembra affatto giustificato. Questo fatto deve avere dei riflessi primari anche sull'allargamento, o meno, del campo d'azione della strategia. Senza contare che nella guerra fredda la capacità militare «Virtuale» - peraltro assicurata solo dalla credibilità militare. cioè dalla capacità di dimostrare all'avversario e agli alleati la volontà determinata di impiegare forze anche convenzionali ad e levata valenza operativa - è

" H. Courau - Bégaric, Op. cir.. /. Stratégie génémle. pp. 357-358.


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stata caratteristica non univoca, ma limitata all'area europea e alla capacità missilistica/aerea intercontinentale. Nello stesso periodo della guerra fredda le guerre di decolonizzazione, la Corea, il Yietnam, l'affermazione di Mao in Cina, di Castro a Cuba ... sono state occasioni di grande respiro nelle quali è entrata in campo - più a sfavore che a favore dell ' Occidente -la capacità militare effettiva, sia pure al solo livello convenzionale. Anche in questo la scomparsa della corsa agli armamenti e della prospettiva di uno scontro armato in Europa, la caduta della cortina di ferro (vera e propria linea di demarcazione militare e linea di contatto tra forze armate contrapposte), la scomparsa della prospettiva di guerre interstatuali in Europa, segnano, al contrario, una netta demilitarizzazione della politica dopo ill989 . Oggi da parte dell ' Occidente si ricorre con frequenza maggiore, è vero, all'impiego dello strumento militare: ma come? Evitandone al massimo, fino all'esasperazione, l' impiego effettivo; scegliendo mezzi -se possibile vettori missilistici non pilotati - che consentano la «guerra a zero morti» o quella che il Luttwak chiama «guerra post-eroica»; dando il massimo sviluppo all'impiego potenziale, dimostrativo dello strumento militare, e in tal modo imitando gli antichi guerrieri che amavano rendere terribile il loro aspetto e prima della battaglia levavano alte grida di guerra. Dunque: dalla prospettiva della guerra integrale, della mutua distruzione assicurata si è passati a centellinare - anzi a cercar di evitare anche 1· impiego effettivo di pochi uomini, magari con armamento ad hoc avente lo scopo di limitare - e non più di accrescere- l'efficacia delle armi, e privilegiando la protezione rispetto alla potenza. Non è vero che la dissuasione nucleare non funziona più, e che non è più applicabile il presupposto di razionalità del comportamento avversario. Gli arsenali nucleari rimangono, e in misura persino eccessiva; per fortuna essi oggi svolgono esclusivamente la loro funzione più autenticamente dissuasiva, cioè si limitano a dissuadere dal ricorrere a simili ordigni l' «altro», chiunque esso sia, e a sancire uno stato di predominio. In quanto alla fede nella razionalità del comportamento avversario, oltre a trascurare il pericolo sempre incombente di una guen·a atomica iniziata per errore (accresciuto dalla reciproca diffidenza e dallo stesso progresso delle tecnologie e dell'automazione), tale fede- di carattere tipicamente anche se inconsciamente jominiano - è stata tipica di teorie e strategie nucleari oggi obsolete, tendenti a razionalizzare al massimo l' impiego della bomba, cosa che richiedeva l'anticlausewitziana e indistinta attribuzione ad ambedue i contendenti di schemi di ragionamento precostituiti e di


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reazioni rientranti anch'esse in una logica che si è pretesa fosse matematicamente predetemunata, come se nella guerra fredda tutto si risolvesse in calcoli di potenza e non giocassero più l'imprevisto, le umane passioni, le forze morali messe in luce da Clausewitz. È un fatto notorio che nella guerra fredda l'incertezza sull'impiego di armi nucleari da parte dell'avversario ha avuto grande importanza: ma tale incertezza è stata alimentata anche dalla tendenza a n'llgliorare continuamente - sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo- gli stocks nucleari. Anche il vecchio (e tutt'altro che paradossale) detto si vis pacem para bellum ha avuto i suoi meriti: uno squilibrio troppo marcato a favore di uno dei due contendenti avrebbe diminuito tale incertezza e indotto chi era superiore a sperare di poter avere una volta per tutte la meglio con un buon colpo sferrato magari di sorpresa. Si può concludere che proprio oggi la dissuasione nucleare dà il massimo che può dare, onde evitare l'impiego suicida di tale arma; e che la fede nella razionalità del comportamento avversario non è tramontata, perché non c'è mai stata nella politica reale ed è stata solo prodotto di alcune teorie. Dal canto suo la strategia si è politicizzata come mai in passato: ciò equivale a dire che essa ha ristretto - e non allargato - il suo campo d'azione. È costretta, cioè, a impiegare le armi con vincoli assai più severi di quelli del passato, della guerra totale e integrale; ma ciò non toglie che essa continui a essere in primis riferita all'impiego dello strumento militare o armato in condizioni date, come del resto sempre è avvenuto. Nessuno ha mai detto che la strategia, per essere tale, deve avere campo libero come quella di Napoleone: Clausewitz è stato il primo a riconoscerlo. Per ultimo, tutto quanto prima detto sulla militarizzazione o meno della politica, e sulla politicizzazione della strategia, vale soprattutto per gli Stati-guida dell'Occidente sviluppato. Non vale affatto o vale molto di meno per gli Stati del terzo mondo, nei quali la guerra dichiarata o meno- continua a essere un norrnale strumento della politica interna e estera, la vittoria militare ha ancora un significato, e la strategia è quella di sempre, cioè vuoi raggiungere fin che possibile la debellatio in combattimento dell'avversario. E, naturalmente, non vale nemmeno per soggetti della strategia che non sono Stati: chi cerca una definizione generale di strategia non può ignorare questa dissimmetria. Al tempo stesso, le considerazioni precedenti non valgono per un Paese, come l'Italia, che durante la guerra fredda è stato notoriamente consumatore di sicurezza. Nel caso italiano, non si può certo far coinci-


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dere il periodo della guerra fredda con la militarizzazione della politica e dell'economia, con l'invadenza della strategia eccetera: se mai si può parlare - data la ben nota situazione politico-sociale interna - di una linea di tendenza in senso contrario, che proprio dopo la fine della guerra fredda paradossalmente richiederebbe dei correttivi, perché è sempre più insostenibile. Ma tale correzione richiederebbe una larga convergenza intorno ai grandi interessi nazionali ... Questa fenomenologia, sempre contraddittoria e a dimensioni variabili a seconda dei punti di vista e delle singole realtà nazionali e/o regionali c he la espri mono, aiuta a comprendere che giudizi drastici in negativo o in positivo, accenni a modelli teorici e soluz ioni ottimali ma astratti lasciano il tempo che trovano, se non si tiene conto del fatto e lementare c he- in ogni tempo e in ogni nazionepolitica e strategia, più che essere in grado di dettare, imporre de lle soluzioni teoricamente corrette, devono prendere atto di una realtà politico-sociale multiforme che è facile disapprovare, ma che tuttavia non per questo cessa di dettare delle soluzioni, non solo di suggerirle. Anche una non-strategia, o la mancanza di una strategia, paradossalmente sono indice dell'unica strategia possibile: esprimono, cioè, semplicemente ciò che uno Stato o una coalizione di Stati possono fare in un dato momento, nonostante i palesi limiti delle soluz ioni adottate. Peggio sarebbe, in fondo, se si volesse fa re ciò che non si può fare, se senza che ne esistano le reali premesse si perseguisse ciò che in linea puramente teorica e razionale gli avvenimenti richiederebbero. IV. La strategia del periodo post-guerra fredda tende dunque ad assumere contenuti sensibilmente diversi da quelli tipici della g uerra fredda, e anche delle due grandi guerre del XX secolo. Essa non ha più bisogno di mobilitare e sfruttare le risorse dell 'i ntero Paese per la vittoria su ll ' Impero del male, ma, al contrario, tende a contribu ire al potenziamento di tali risorse: non prosciuga il g ranaio con la spesa militare ma tende ad accrescerlo, affrontando - in modo il più possibile soft- chi non è d'accordo. La politica non ha più pressante bisogno di «Strategizzarsi»: al contrario accresce il suo dominio sulla strategia. Quest' ultima è su lla difensiva e di fatto oggi non sta più allargando il suo campo d 'azione, come in teoria dovrebbe avvenire: al contrario, come avviene sempre per chi è sulla difensiva, lo restringe e tende a riassumere spontaneamente molti dei contenuti origi nari, peraltro adattandosi al (temporaneo o


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definitivo?) accantonamento della guerra tra Stati, cioè della guerra nelle sue forme classiche. Le guerre del futuro tra Stati europei sono fortunatamente poco probabili, e forse da escludere; non così le guerre tra altri protagonisti, che certamente non possono essere escluse. Guardiamoci bene, però, dal ritenere queste linee di tendenza, assai promettenti, come una nuova e definitiva acquisizione tipica di fine secolo XX. Con la Santa Alleanza del 1815. gli Stati europei, esausti per i rinessi anche economici delle guerre napoleoniche, hanno rinunciato a combattersi tra di loro ; si sa come è finita dopo pochi anni. Anche nel periodo tra le due guerre mondiali specie la Francia e l' lnghilterra (ma, sotto la superficie, anche l' Italia) sono state percorse da ondate di pacifismo e dal rifiuto di accettare le carneficine della guerra di trincea, fenomeni dai quali sono derivati inevitabilmente il tentativo di appeasement inglese nei riguardi di Hitler e la dottrina difensiva francese sfociata nella Maginot. La nuova ondata di pacifismo del periodo post-1945 ha avuto e ha, in ltalia come altrove, i riflessi, le dottrine e i risultati che tutti possono constatare. Ciò che preoccupa di più, tuttavia, non è il pacifismo in sé, che storicamente corrisponde a naturali senti menti dei popoli: ma i motivi che in esso oggi hanno la prevalenza. riconducibili in larga misura a mero e materialistico egoismo individuale, più che a reali sentimenti di solidarietà e mutua comprensione, di tolleranza, di rifiuto generalizzato di qualsiasi forma di violenza e prepotenza quotidiana. Chi non concede allo Stato la licenza di ricorrere alla violenza organizzata, ma non sa nella vita di ogni giorno rinunciare all 'intolleranza, alla prevaricazione dei diritti altrui e alla violenza in proprio, è un pacifista part rime che, sempre che ne abbia il tornaconto personale, può c hiedere da un momento all'altro di essere violento e prevaricatore anche a quello Stato, per i cui ideali collettivi non intende sacrificarsi, sia c he si tratti dei doveri militari che delle tasse o delle virtù civiche. Che sia possibile, e sempre praticabile, una strategia «a zero morti» o «post-eroica», è perciò una pericolosa illusione, anche se in armonia con lo spirito (occidentale) dei tempi. Perché questo avvenisse, occorrerebbe che- oltre all'Occidente- anche !'«altro» si convincesse a mettere il fucile in soffitta, se non a gettarlo via: cosa evidentemente mai avvenuta. e che non si vede perché debba avvenire. Oppure occorrerebbe che lo strumento convenzionale oc-


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cidentale avesse lo stesso potere dissuasivo delle armi nucleari nella guerra fredda: pretesa evidentemente assurda. In questo contesto la strategia non ha scelta: deve essere operativa, nel senso di essere riferita a uno strumento idoneo a operare con immediatezza e quindi, di essere arte e scienza finalizzata all'azione. Dopo tutto, anche nella guerra fredda ad assumere una valenza strategica non era (come dicono taluni) la preparazione in sé, ma piuttosto la capacità e possibilità reale- nella percezione dell'altro - di finalizzarla all'azione. Vale ancora, quindi, l'antico detto (Arciduca Carlo e altri) che essa è «la parte sublime dell'arte della guerra»; a sua volta, anche quest'ultima come abbiamo detto è finalizzata all'azione. Questa constatazione non contrasta con l'impiego potenziale e dissuasivo delle forze convenzionali oggi in auge: anche tale impiego, infatti, si ripromette di esercitare un'azione psicologica sull'«altro», di raggiungere effetti pratici, concreti, misurabili e traducibili in obiettivi politici. Sarebbe forse meglio parlare, invece, di azione, di impiego: ma tale impiego sottintende, o comporta appunto, un'azione o una capacità concreta di azione. Diversamente da quanto vuole Clausewitz, oggi la strategia riguarda anche il tempo di pace e viene influenzata dal grado e tipo di preparazione militare effettivamente raggiunto, ispirando tale preparazione e forn endole degli obiettivi, delle linee direttrici e delle tappe. Non c'è da togliere una virgola a quanto afferma lo stesso Clausewitz a proposito dell ' arte della guerra, che vale anche se si parla più genericamente di arte militare, e se ci si riferisce a conflitti e crisi tipici dei nostri tempi: «l'arte della guerra propriamente detta è l'arte di impiegare nella lotta i mezzi dati, e non possiamo meglio definirla che denominandola condotta della guerra. Peraltro, con un significato più esteso, l'arte della guerra comprende anche tutte le affmità esistenti a causa della guerra, e quindi tutto quanto serve a creare le forze, cioè il reclutamento, l'armamento e l' addestramento»22. Eppure Clausewitz molto insiste sul rapporto diretto tra politica (come prassi) e strategia ... Clausewitz aggiunge che quella militare è un'arte tutta di applicazione: non si tratta tanto di conoscere, di studiare ma di applicare ciò che magari da secoli è noto: «tutto il segreto della strategia è di

:u. K.

Von Clausewitz. Op. cit., Vol. I p. 96.


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sapersi servire meglio di altri di ciò che tutti conoscono»u . Né la strategia richiede l'applicazione di una logica particolare: per Clausewitz «la guerra [e quindi anche la strategia- N.d.a.] ha una propria grammatica, ma non una propria logica»: dunque alla luce della logica comune si deve concludere- a conferma di quanto pr ima detto- che a maggior ragione la strategia, essendo solo applicazione e azione non può racchiudere in sé «tuuo quanto serve a creare le forze», che è affare- come dice lo stesso Clausewitz- dell'arte mi litare. Anche il Jean, pur prevedendo un certo numero di livelli e dimensioni verticali e orizzontali della strategia e pur sostenendo la necessità di un suo livello «Operativo» insieme ad altri, riconosce che «la strategia nella sua accezione più vasta è una prasseologia, cioè una logica dell'azione[...] come logica interna, la strategia è simile alla politica e più in generale a tutta la logica delle situazioni conflittuali». Se è così, oltre ad essere operativa a qualsivoglia livello essa non può racchiudere in sé tutta l'arte militare; e siccome la sua logica è quella stessa della polWca, se tale logica - come pretenderebbe il Lurtwak -è paradossale, anche la politica- e la società e la cultura che la esprimono- sarebbero ispirate da una logica paradossale. In quanto finalizzata aJI'azione. la strategia sfrutta, coordina, riconduce a un contesto unitario diverse componenti. Questo non significa che essa debba racchiuderle in sé, con ciò stesso appesantendosi e alterando la sua vocazione originaria e autentica all'azione. Essa ha appunto il compito di indirizzare verso un unico obiettivo, impedendone la dissociazione, le varie branche dell 'arte militare, alle quali ancora oggi corrisponde, di massima, la struttura dei Comandi. Per sua natura la strategia ha in sé una sola dimensione, quella operativa e di comando (arte del generale) finalizzata all'azione. Dire che essa ha anche una dimensione psicologica è una tautologia, in quanto tale dimensione rivolta sia verso il morale del nemico che verso il morale delle proprie truppe- da sempre fa parte integrante deJJ 'azione di comando e delle operazioni. Dire che ha una dimensione organica e logistica al suo interno significa alterarne la natura, spostarla dall'azione e dall'impiego - che devono rimanere preminenti - alla preparazione. Essa invece coordina, impiega, dirige su un unico obiettivo fattori di caranere orga-

1

'

Commandant «X» et H. Montechant. Introduzione a Essai de stratigie n01·ale. Paris.

Bcrgcr - Lévrault 1893.


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nico e logistico che rispetto ai suoi veri contenuti teorici rimangono esterni, anche se ne sono ispirati e illuminati, e che corrispondono a branche di attività necessariamente specializzate e con propria fisionomia, specie oggi. La mancanza di una visione d'insieme nell'elaborazione della scienza strategica, o l'incomunicabilità tra i vari settori, è dovuta semplicemente a carenze dottrinali o di leadership, o a rivalità interne: non si elimina facendo tutto confluire nella strategia, ivi comprese le attività di vario ordine inerenti a uomini e materiali, e in tal modo spersonalizzandola. Per rimanere nel concreto, la recente legge 18 febbraio 1997, n. 25 sui vertici militari prevede là ove necessario e possibile l'unificazione di attività e organismi, ma al tempo stesso rende ampio omaggio al principio della diversificazione e specializzazione di funzioni, indispensabile in un organismo complesso quale quello della Difesa. Essa delinea pertanto una (finalmente) chlara ripartizione di funzioni e compiti tra Stati Maggiori (ai quali fa capo l'area «tecnico-operativa» della Difesa, quindi il comando, l'approntamento, l 'impiego e la pianificazione d ' impiego delle forze) e Ministero della Difesa, al quale fa capo (vds Artt.l, 5 e 8 della legge) la politica militare e tutto quanto rientra nell' area tecnico-amministrativa e tecnicoindustriale della Difesa, cioè neli' amministrazione e nella «logistica degli approvvigionamenti». Quest' ultima non è altro che la vecchia «logistica di produzione» e si riassume nella capacità di studiare, produrre e acquisire materiali e armamenti adeguati alle esigenze strategiche e tecnologicamente avanzati. Anche l'attuale articolazione dello SME, pur essendo per molti aspetti innovativa, rispecchla come sempre le diverse funzioni di comando, alle quali non può non ispirarsi la stessa suddivisione dell'arte militare, finalizzata all' azione, all'applicazione pratica: reparto pianificazione generale e finanziaria (ivi compreso l'ufficio organizzazione delle forze - ex-ordinamento - che in senso lato traduce in unità e organi le risorse disponibili); reparto impiego del personale; reparto impiego delle forze (pianificazione operativa in relazione alla situazione; dottrina e regolamenti, addestramento, armamenti); reparto sostegno logistico (che fissa la policy logistica in relazione alle esigenze d' impiego delle forze e dunque già opera nel campo della logistica «Operativa», cioè della vecchia logistica di distribuzione e di campagna). Come già è avvenuto - con buoni risultati - sia nella prima guerra mondiale che nelle guerre d'Etiopia e di Spagna con le «Intendenze»,


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le attività logistiche gestionali fanno capo a un Ispettorato logistico, che ha una fisionomia diversa - e più mjrata al sostegno delle unità operative -rispetto all'Ispettorato logistico previsto dall'Art. 9 del D.P.R. 18 novembre 1965, n. 1477. abrogato dalla citata legge del febbraio 1997 sui vertici militari. Rjassumendo, l'attività logistica si articola su tre livelli diversi: ricerca, sviluppo, approvvigionamenti (cioè logistica di produzione) al uvello di Ministero della Difesa; area logistica di sostegno (Stati Maggiori l Ispettorati logistici); area logistica di aderenza (Comandi operativi). Con l'assetto attuale gli Stati Maggiori (organi «tecnico-operativi») rivolgono la loro attività essenzialmente all'approntamento operativo e all'impiego delle forze, cioè alla strategia; sono organi di consumo, di utilizzazione a fini strategici di ciò che il Ministero della Difesa, «organo tecnico-amministrativo» predispone e amministra, sia in termini di uomini che di materiali. Se la strategia è in senso lato sempre operativa, cioè rivolta al ben operare, nel profilo della legge del 1997 anche g li Stati Maggiori di Forza Armata- e non solo quello della Difesa- sono organi operativi, nel senso proprio di questo aggettivo (dal tardo latino operativum, che significa «operare, compiere; che ha la capacità di operare; che serve a operare; fatto in vista di un'azione; che riguarda la fase di attuazione pratica» - Dizionario Garzanti). Oltre ad essere organi di comando (e come può un organo di comando non essere operativo?) e ad esprimere Comandi operativi, essi propongono, infatti, al Capo di Stato Maggiore della Difesa la pianificazione generale di competenza della propria forza armata e sono responsabili dell'organizzazione e approntamento delle forze alle rispettive dipendenze. Sono, insomma, organi che comandano, agiscono, hanno una parte attiva nella definizione di una strategia nazionale senza aggettivi, nella relativa pianificazione e nella parte esecutiva, nel «fare» e nell' approntare. Sarebbe ben strano se proprio organi di comando e di pianificazione di importanza capitale. che rappresentano una Forza Armata, non fossero ritenuti - in senso lato operativi .... Se non fossero tali, che cosa sarebbero? Certamente non organi tecnico-amministrativi , perché l'organo tecnico-amministrativo è, per legge, il Ministero. L'esistenza di un livello dJ comando oggi definito nel linguaggio NATO «Operativo», al quale nella soluzione italiana corrispondono sia il Comando operativo interforze che i Comandi operativi di Forza Armata, non è in contraddizione con quanto prima affermato circa l' «operativi ti~» in senso lato attribuibile anche agl i Stati Maggiori di Forza Armata.


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Come già si è accennato, l'operatività è un requisito generico; i predetti Comandi operativi di Forza Armata, dai quali difendono le singole componenti tattiche di Forza Armata, hanno anch'essi generico carattere strategico, perché pur essendo essenzialmente orientati alla condotta delle operazioni esercitano la loro attività in un determinato teatro o scacchiere, livello al quale da sempre si attribuiscono connotazioni strategiche, sia pure ristrette a una data area che è parte di un tutto. D'altra parte, l'operatività non è una loro prerogativa esclusiva: fin dalla seconda guerra mondiale almeno nel campo alleato si è ritenuto necessario affidare le principali decisioni strategiche e operative a tistretti organi politico-strategici misti, cioè composti da politici e militari e diretti dall'autorità politica. A maggior ragione ciò avviene oggi nella gestione strategica dei conflitti e delle crisi, affidata anch'essa fatta salva l'attività operativa dei Comandi periferici- a organi misti, cioè politico-militari. In conclusione, anche nell'attuale struttura di comando e controllo nazionale, così come a livello NATO, la costituzione di «Comandi operativi delle forze» risponde a esigenze pratiche di demoltiplica dell'azione di comando e non è collegata alla necessità storica e teorica di un livello intermedio tra strategia e tattica, sulla quale abbiamo già espresso le nostre perplessità. Non conforta la necessità teorica generale di tale livello intermedio nemmeno la pubblicazione NATO AAP - 6 Glossario dei termini e definizioni, che definisce il concetto di «Supporto logistico al combattimento» (Combat Service Support) come «supporto fornito alle forze combattenti [cioè ali' esercito di campagna, alle unità operative N.d.a.] principalmente nel campo della logistica e dell'amministrazione». E definisce l'ammi nistrazione e la logistica «direzione e esecuzione di tutti gli affari militari tranne quelli che possono essere ricondotti alla tattica e alla strategia, e in particolare nel campo della logistica e dell' amministrazione del personale», mentre l'amministrazione è «la gestione interna delle unità». Ciò significa che le attività per così dire intermedie, le quali non possono essere ricondotte né alla tattica né alla strategia, anche secondo il glossario NATO non rientrano nell'area cosiddetta «Operativa», ma piuttosto appartengono al campo della logistica e dell'amministrazione. V. In base al principio, prima sottolineato, che nella terminologia occorre cambiare solo ciò che si mostra palesamente e per comprovate ragioni non più rispondente ai tempi, viene da chiedersi: perché parlare di strategia logistica (o di componente logistica della strategia) quando


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da oltre un secolo esiste - ed è tuttora ben viva - una branca specializzata e autonoma che, in funzione della strategia stessa, si occupa di ciò che attiene al supporto logistico? perchè parlare di strategia genetica, quando da tempo si parla di organica, branca la cui importanza, come si è visto, è stata sottolineata dal Ricci, dal Marselli e nel dopoguerra dal Supino, e tratta in senso lato la raccolta e ripartizione del potenziale umano, delle armi e dei mezzi? Non c'è dubbio che la funzione fondamentale della strategia è quella di trarre il massimo rendimento delle forze e dai mezzi, tenendo naturalmente conto dell'ambiente, del contesto in cui debbono operare; ma coloro che ritengono che essa debba racchiudere in sé - e non solamente ispirare- tutto ciò che attiene all'organizzazione delle forze in senso lato, devono ancora dimostrare i vantaggi che questa innovazione radicale comporterebbe. VI. Si usa affermare, oggi, che il concetto di sicurezza ha ormai sostituito quello di difesa, senza peraltro approfondire bene la portata e le implicazioni strategiche di questa affermazione. «Sicurezza» specie oggi è un concetto più vasto di quello di difesa, ma lo integra e non lo sostituisce: oggi si può essere sicuri senza esprimere - anche per ragioni dissuasive - una capacità di difesa militare? Questo è il punto. Se si afferma che oggi ciò che importa non è tanto la difesa, quanto la sicurezza si dà luogo a un pericoloso equivoco, che trae in inganno la pubblica opinione: più corretto affermare che la sola difesa (militare o civile) non basta, e va integrata con provvedimenti in vari campi extra-militari che rendono possibile realizzare pienamente il concetto di sicurezza. È fuor di dubbio che dopo la fine della guerra fredda, il concetto di sicurezza è profondamente mutato: non è più necessario difendere il territorio nazionale contro minacce dirette provenienti da Est. Ma, a fronte della instabilità delle regioni vicine ai nostri confillÌ orientali, della molteplicità dei rischi e della proliferazione anche in aree vitali e a noi vicine di missili e armi di distruzione di massa, la difesa degli spazi aerei, marittimi e terrestri nazionali - che non si improvvisa al bisogno ma richiede predisposizioni di lunga mano - può forse essere accantonata senza danno per la sicurezza, che è soprattutto prudenza, preparazione e capacità di far fronte all'imprevisto? È proprio vero che «la gerarchia fra Stati non è più determinata dalla rispettiva forza militare», oppure è meglio affermare- come noi riteniamo - che la gerarchia fra Stati, come del resto avveniva anche durante la guerra fredda, non è determinata solo dalla rispettiva forza militare?


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L'economia, la finanza hanno l'importanza che tutti possono giornalmente constatare: sta di fatto che, anche oggi, uno Stato che voglia essere di primo rango nella scala dei valori europei e mondiali deve affiancare alla forza economica una ragguardevole capacità militare, e possibilmente nucleare. Ce lo insegnano non solo la Francia e l'Inghilterra, potenze oggi economicamente non molto superiori all'Ital ia; ma anche la Germania, che possiede pur sempre il più forte esercito dell'Europa Occidentale, e il Giappone, che dedica grandi risorse e grandi cure soprattutto alla sua gloriosa marina. I dirigenti, i governanti di questi Paesi inseguono forse antiche chimere, sorpassati modelli di politica estera e mi litare? Non si direbbe, visto che il loro sistema politico-sociale viene spesso citato come esempio, come meta da raggiungere in Italia. Per un Paese come l' Italia- che durante la guerra fredda aveva in troppo larga misura delegato la propria difesa agli Stati Uniti e alle organizzazioni internazionali - l' attuale concetto di sicurezza collettiva, che avrebbe sostituito quelJo di difesa, alJ'atto pratico richiede un impegno militare molto maggiore di quanto avveniva in passato, perché è pur sempre vero cbe tale sicurezza collettiva va tutelata, all'occorrenza, anche con l'impiego effettivo di forze militari nel quadro di operazioni multinazionali nelle quali ciascun Paese deve fare la sua parte, e dà misura di sé e della credibilità della propria politica - anche nei riguardi degli alleati - soprattutto con le sue Forze Armate. Anche qui, i mutamenti sono molto minori di quanto potrebbe apparire a prima vista, e - almeno per l'Italia - all'atto pratico comportano se mai una maggiore efficienza, operatività e visibilità politica dello strume nto militare, non certo la sua marginalizzazione in nome di mai visti dividendi della pace o della «vittoria». Dopo tutto, è una vecchia verità che la capacità militare effettiva di una nazione non dipende solo dalla capacità militare che essa può esprimere sulla carta, in base a una valutazione a priori e prettamente tecnica. Se si vuole che questa capacità militare non sia fittizia e apparente, abbia radici ben salde, è evidentemente necessario che come sempre - dietro le forze armate vi sia una nazione coesa, con una leadership politica avveduta e capace di esprimere una politica estera e interna all'altezza delle sfide e delle esigenze dei tempi, Istituzioni prima di tutto moralmente salde e ben strutturate, un livello economico, industriale, tecnologico, culturale elevato, uno spirito nazionale, un senso civico, uno spirito di sacrificio per il bene comu-


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ne, un culto delle tradizioni e dei valori morali che esse tramandano diffuso nella massa dei cittadini. In proposito, non sarà mai ricordato abbastanza che è stato proprio il difetto di virtù civiche, di coesione, di saldo spirito nazionale e unitario che ha provocato la soggezione per secoli dell'Italia allo straniero, soffocando anche la sua fiorente vita economica e culturale. E già Domenico Bonamico (Cfr. cap. Il) a fine secolo XIX lamentava i perversi effetti sulla efficienza delle Forze Armate, da lui a ragione non giudicata favorevolmente, di antiche carenze di carattere morale della Nazione .... Solo oggi si comincia anche in Italia a comprendere che i valori nazionali -e la definizione dei relativi interessi nazionali- non attengono a tramontate ideologie nazionalistiche, ma al contrario sono il fondamento della moderna democrazia e sono il presupposto perché le organizzazioni sovranazionali corrispondano alle attese di tutti i popoli che ne fanno parte. Si deve tuttavia constatare che le sfide alla sicurezza e prosperità nazionale dovute a fattori non strettamente militari o non prevalentemente militari sono di molto aumentate: sfide nel campo energetico, economico, finanziario, industriale; immigrazione clandestina di massa; droga e delinquenza organizzata; terrorismo ecc .. La natura complessa di questa fenomenologia, la sua estensione in diverse aree del pianeta fa sì che la sicurezza non possa più essere una questione esclusivamente nazionale, nemmeno per la potenza-guida dell'Occidente: ma tutto questo non significa né che la sicurezza di uno Stato debba e possa essere delegata sostanzialmente a un altro Stato (o a organizzazioni internazionali che dovrebbero imporla, ma spesso non ci riescono), né che la sicurezza di uno Stato possa esistere senza una solida base militare e armata a cura dello Stato stesso, alla quale oggi, anzi, si richiede un'efficienza e una capacità d'intervento immediato (anche in «pace» e in un ventaglio sempre più vasto di opzioni operative) che prima non erano richieste. li concetto senz'altro suggestivo di sicurezza globale, sostenuto dai teorici della Peace Research, trova scarsi e incerti riscontri nella realtà internazionale di oggi, la quale ogni giorno si dimostra quella che è e non quella che potrebbe o dovrebbe essere secondo il pacifismo militante e declamatorio. Come afferma il Coutau, «oggi le minacce militari classiche, che implicano il tradizionale confronto amico/nemico, sono "svalutate e accusate di essere artificialmente alimentate dalle burocrazie ispirate dal complesso militare - industriale", per nascon-


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dere le vere minacce all'umanità (ambiente, sovrappopolazione ecc.), che richiedono la collaborazione e non lo scontro. Ma, anche dopo il crollo dell ' Unione Sovietica, questo discorso, che si autodefinisce alternativo, ha ancora molto cammino da compiere prima di sorpassare, sia pur malamente, lo stadio della dichiarazione d'intenti, mentre la dimensione militare resta non riducibile. Viviamo in un sistem.a a variabili multiple, nel quale un solo fattore, per quanto potente esso sia [evidente il riferimento all'effettiva capacità degli Stati Uniti di mantenere sotto controllo la situazione internazionale - N.d.a.], non è per nulla in grado di regolare il funzionamento dell'intero sistema. E nell'era nucleare, lo spettro della guerra continua a turbare gli animi[. .. ]. È perché possiede ancora migliaia di testaLe nucleari che l'ex-Unione Sovietica continua a suscitare tante auenzioni e tanti timori da parte dei paesi occidentali, anziché essere abbandonata al suo destino. La proliferazione nucleare, chimica e degli armamenti convenzionali nei paesi del Sud moltiplica il rischio di conflitti [. .. ). Julien Freud l'ha ricordato con forza: ogni stato di fatto politico, sia esso di pace o di guerra, presuppone un rapp0110 di forze, quindi "ogni misura di disarmo avviene in una situazione conflittuale, sia per prevenire lo scontro armato, sia per diminuire i suoi effetti se la guerra dovesse scoppiare ". In questo contesto la sicurezza è più che mai inseparabile dalla difesa e i dividendi della pace non potranno mai produrre l'azzeramento del capitale militare; la strategia ha ancora davanti dei bei giorn i » 2~ [nostra sonolineatura- N.d.a.). Queste osservazioni del Coutau mettono bene in luce la forte differenza tra ciò che sarebbe necessario (una spontanea, solidale, e soprattutto disinteressata collaborazione tra Stati per risolvere i grandi e ben noti problemi dell'umanità intera) e ciò che è concretamente possibile in relazione alla situazione internazionale: nello spazio che c'è tra il necessario e il possibile, tra utopia e realtà internazionale, si colloca appunto lo strumento militare. Se ne può dedurre che anche nel futuro la strategia, pur dovendo tenere conto dell ' aumento delle sfide nonmilitari, dovrà mantenere un'impronta prima di tutto nazionale e militare o armata, senza rubare il mestiere agli utopisti e ai benefattori e lasciando alla politica il suo ruolo di sempre, che è quello di prevenire i conflitti armati o, quando e nella misura in cui ciò non risulti possibile,

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H. Coutau - Bégarie, Op. cii., /. Strarégie généra/e, pp. 20-21.


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di creare valide premesse per un impiego strategicamente corretto e redditizio della forza armata (cosa raramente avvenuta, anche se elementare). Al tempo stesso, dato il contesto internazionale appare chiaro che un sano, vero e non «alternativo» concetto di sicurezza presuppone che il ruolo della forza militare di uno Stato occidentale non possa e non debba esaurirsi nelle cosiddette «missioni di pace» e out of area. Quest'ultime non vanno nemmeno considerate come il polo di riferimento principale della pre parazione militare e della strategia. Non si tratta di impieghi alternativi e definitivi dello strumento militare: si tratta di impegni aggiuntivi a quelli classici, i quali richiedono ai Quadri - e ai Quadri inferiori in special modo - doti e capacità aggiuntive a quelle tradizionali e di base, che come sempre si riassumono in una capacità operativa e combat ready. Le teorie e ideologie politico-sociali ed economiche hanno dovuto prendere definitivamente atto, in anni molto recenti , che l' «uomo nuovo», virtuoso, generoso, pacifista, altruista, non-violento, non è mai nato: è troppo pretendere di non attribuire le stesse qualità allo Stato, e lasciare alla strategia - dunque anche all' Istituzione militare - il suo ruolo, un ruolo nel quale - inutile dirlo ancora - rimangono ben vive nonostante tutto la sua origine, la sua storia, le sue tradizioni? VII. La strategia non può consistere nell'uso generico della forza, come vuole la definizione - non casualmente tipica della guerra fredda - del generale Beaufre: «arte della dialettica delle volontà che impiega la forza per risolvere i conflitti [perché non anche le crisi, e le guerre? N.d.a.]» e consiste «nel provocare la decisione creando e sfruttando una situazione che comporta una disintegrazione morale dell 'avversario sufficiente per fargli accettare le condizioni che si vuole imporgli». Da una parte la strategia di oggi non sempre e non necessariamente mira a provocare la disintegrazione morale dell'avversario; per lo più si accontenta (come è avvenuto nella guerra del Golfo, e anche nelle Falkland) di costringerlo e rinunciare a certi suoi obiettivi, oppure mira a convincere con le buone o con le cattive i contendenti di un conflitto indesiderato a sedersi al tavolo della pace. Dall'altra, la disintegrazione morale dell'avversario è stata lo scopo ultimo anche delle battaglie di stile napoleonico, della debellatio dell'avversario ottenuta magari con il bombardamento strategico indiscrirninato e esteso alle popolazioni civili. Per giunta, anche la politica - e non solo la strategia - riguarda l' uso della forza. Dovendo governare la polis essa non fa che tener conto in prima istanza dei rapporti di forze, dei vari poteri in conflitto,


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sia all'interno che nei rapporti interstatuali. Per questo si dice che la politica è arte del possibile, nel senso che deve realisticamente far fronte a tutto ciò che si oppone ai disegni ideali, alle ideologie, a progetti che vorrebbero l'optimum, per tenerne conto: insomma di quelli che C1ausewitz chiamerebbe attriti e che anche in essa si manifestano, condizionando in grande misura l'attività di governo. Possono, senza dubbio, esistere vari tipi di strategia; anche le case automobil istiche hanno una strategia commerciale, o della produzione, o del personale. Ma quando si vuoi trattare di una strategia nella quale il ricorso potenziale o effettivo alle armi non sia un'eventualità da scongiurare o una semplice possibilità, e sia invece l'elemento qualificante, non c'è dubbio che tale ricorso deve essere ben percepìbile anche nella definizione che se ne vuoi dare, perché ne rappresenta l'elemento qualificante. Anche durante la guerra fredda la strategia era basata sull'impiego sia pur potenziale dell'arma nucleare, senza tener conto delle innumerevoli guerre limitate, convenzionali ecc. fuori dall'Europa. Lo stesso Supino, come si è visto, tiene più volte a precisare che le forze convenzionali rappresentano l'intelaiatura, che rende possibile la strategia d'insieme della guerra fredda, mirante a evitare la guerra. Ha dunque ragione- almeno per il concetto di strategia pura e semplice - Liddell Hart, il quale distingue tra «grand strategy» e strategia, alla prima attribuendo il significato già indicato di impiego di tutte le risorse della nazione per raggiungere l'obiettivo politico della guerra, e alla seconda quello eli «distribuire e applicare i mezzi militari per raggiungere i fini della politica»? «Militare» significa «relativo alle forze armate o ai soldati» (Garzanti): anche quando parla di strategia senza aggettivi, quindi, Liddell Hart si riferisce escl usivamente sia alla guerra totale, sia allo Stato come soggetto esclusivo della strategia e alle sue forze armate regolari come unico mezzo. In relazione alla natura odierna della guerra, che (Cfr. cap. IV) può anche essere decisa e condotta da gruppi organizzati, anche la definizione di Liddell Hart appare di conseguenza superata; più che di «mezzi militari» occorrerebbe parlare di «armi» o di «forza armata». Va però notato che, rendendo indiretto omaggio al significato originario di strategia, anche quando parla di impiegare «mezzi militari» Liddell Hart non ritiene necessario aggiungere al sostantivo «Strategia» l'aggettivo «militare», come fan no tanti oggi. Ciò significa che, per Liddell Hart, il termine strategia senza altre specificazioni non può


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che essere esclusivamente riferito alle forze militari, come del resto è sempre stato fino alia guerra fredda. VIII. Anche nell'attuale concetto allargato di sicurezza, la componente armata rimane dunque l'ordito fondamentale e non va per nulla confinata nel retrobottega, tra le cose che servono poco o che per una qualche ragione non si vuoi mostrare alla clientela, o a tutta la clientela. Oltre a prendere atto di questa realtà, la strategia deve al tempo stesso chiarire bene quaJ'è il suo motivo centrale, il suo core business. Se essa si esaurisse nell'«uso della forza» senza aggettivi, equivarrebbe alla politica; se si esaurisse nell' «uso della forza militare» esprimerebbe solo l'impiego di forze regolari, cioè la sola strategia ili uno Stato o di una coalizione di Stati, che peraltro tendono a evitare il più possibile l'uso effettivo della forza militare; se si esaurisse nell'uso della forza armata amplierebbe la gamma, ma non abbastanza (tale uso può essere anche potenziale, e bisogna pur dirlo); e poichè le azioni armate o Io sfruttamento politico della forza armata possono essere accompagnati, coadiuvati, anche sostituiti quando e se possibile, dal concorso di azioni non militari (diplomatiche, psicologiche, economiche, ecc.), bisogna che una definizione contempli anche questa possibilità. Rimane, ora, da chiedersi come e in quali forme e modi, al livello superiore, la politica deve esprimere la sua influenza sulla strategia (e al tempo stesso clausewitzianamente accettarne, a sua volta, le esigenze connesse con la particolare natura della forza armata). Se, per la bisogna, i termini «grand strategy», strategia globale ecc. non sono soddisfacenti, lasciano margini di ambiguità e esprimono in modo imperfetto e confuso la reale situazione attuale, che fare? Come si è visto (cap. II) il Supino indica come motivo conduttore della strategia globale la necessità di evitare comunque la guerra e la chiama anche «Strategia politica», perché vuoi sottolineare appunto la preminenza assoluta in essa di esigenze politiche, che impongono di accantonare la strategia classica e, con essa, quella che potremmo chiamare autonomia operativa e libera iniziativa della leadership militare. Con questa fisionomia, il concetto di «strategia politica» del Supino si colloca all'estremo opposto di quello di «grand strategy» di Liddell Hart. Ma anche «Strategia politica» è un pleonasmo, perché per sua natura una strategia è sempre politica, riguarda un atto politico come è sempre stata la guerra. Non c'è dubbio, comunque, che anche oggi la politica - almeno quella occidentale - continua a prevaricare i concetti classici di impiego operativo delle forze, a centellinare la violenza;


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questa tendenza va espressa con termini appropriati. A tal fine , meglio renderebbe la situazione attuale il termine capovolto «politica strategica», che esprime la preminenza della politica (non quella della strategia come la strategia globale e affini) e quindi rispecchia assai meglio la situazione del periodo post-guerra fredda, nella quale è scomparsa la corsa agli armamenti e la psicosi che in qualche modo la strategia globale rispecchiava. La «politica strategica» è, insomma, semplicemente una politica che si fa doverosamente carico della problematica strategica. Se si parla di strategia politica o globale, si è invece pienamente autorizzati a ritenere che, !ungi dall'essere uno degli interfaccìa della politica, la strategia è la politica, domina la politica come voleva Ludendorff. Per giungere a questa conclusione, non c'è alcun bisogno del concetto di strategia integrale del Poirier con il quale il Coutau giustamente non concorda, perché esprime un «imperialisme stratégique» che insidia il giusto primato della politica e al tempo stesso non tiene conto della complessa realtà politico-sociale. La «politica strategica», infine, meglio esprime la necessità che le linee portanti della strategia siano decise non dai soli miJitari o dai soli politici, ma da organi collegiali nei quali i militari, ai quali pur non competono le decisioni finali più importanti, possano far sentire la loro voce e indurre la politica a considerare nel modo giusto - come è sempre necessario -limiti e possibilità dello strumento militare. IX. L'opportunità di usare il termine «politica strategica» risalta ancor meglio dalresame del significato degli attuali termini politica di difesa, di sicurezza e militare, con i quali quello strategia globale oggettivamente interagisce in un modo tale, da renderlo difficilmente distinguibile da essi: non è casuale il fatto che nessun autore si preoccupi di chiarire bene il differente significato di strategia globale e il suo rapporto con tali tipi di politica, cosa molto difficile e forse impossibile, eppur necessaria. Secondo il Jean (1989) i tre termini hanno un significato differente e un contenuto progressivamente più ristretto e specifico: «Non esiste una loro definizione precisa, che però sarebbe necessaria [. ..]. La politica di sicurezza comprende quella di difesa e quest'ultima include la politica militare. La politica di sicurezza rappresenta la risposta alla globalità delle sfide che ad uno Stato pervengono dall'esterno [nostra sottolineatura - N.d.a.] e che non sono solo militari. La politica di difesa, nelle sue due componenti, militare e civile, è invece riferita specificamente alle minacce di tipo militare. La


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politica militare riguarda infine le concezioni e la pianificazione strategiche e le problematiche generali delle Forze Armate. La politica di sicurezza comprende una gamma molto vasta di attività in cui si concreta l'azione internazionale dello Stato. Ad esempio, la politica di sicurezza considera la sicurezza dei rifornimenti energetici, la sicure:.za dell'autonomia nazionale contro l'acquisto da parte di Stati o di imprese straniere di sei/ori-chiave dell'economia e dell'industria, e cosi via[. .. ]. Anche la politica di difesa ha una componente militare ed una civile. Essa è incentrata specificamente sulla preparazione nOTI solo delle Forze Armate, ma anche della nazione in vista di un conjTiuo [. ..]. La politica militare riguarda infine la definizione degli obiellivi e dei concetti strategici, la ripartizione delle risorse per la realizzazione dei vari programmi e i lineamenti generali dell'organizzazione e dell'impiego delle Forze Armate»25 • Sempre secondo il Jean, mentre la politica di sicurezza e difesa sono di competenza interministeriale, la politica militare è dj competenza del Ministro della Difesa: né bisogna dimenticare che, in Italia, secondo la più accreditata giurisprudenza il comando effettivo delle Forze Armate compete al Presidente del Consiglio... Su questi livelli di competenza. e sui contenuti dei vari tipi di politica, vi sono parecchie cose da osservare. a) Questo inquadramento del 1989 era ovviamente ancora riferito a uno Stato della NATO nel periodo della guerra fredda. Di conseguenza, le definizioni indicate richiedono opportuni adattamenti alla realtà odierna e a quella di Stati non appartenenti all'alleanza: b) Se la pol itica di difesa deve organizzare sia la nazione che le Forze Armate per far fronte a una precisa minaccia, oggi l'opportunità di considerare ancora questa specifica branca è dubbia, perché non si ravvisano più minacce di conflitto totale, come avveniva fino aJ 1989. c) La definizione degli obiettivi strategici (e la relativa allocazione e ripartizione delle risorse tra Forze Armate) non può riguardare solo il Ministro della difesa, ma è responsabilità primaria di Governo; in tutti i casi essa deve coinvolgere sia al livello di consulenza che di gestione anche il vertice militare. d) Una politica di sicurezza, almeno nel significato che si vuole oggi attribuirle, non può riguardare solo la dimensione esterna, interna-

u. C.

Jcan. L 'ordinamemo della difesa inlwlia. Padova, Ceda m 1989. pp. 7-8.


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zionale, ma deve riguardare anche quella - sempre p iù importante della sicurezza interna (tra l'altro: lotta contro la droga, il terrorismo, l' immigrazione clandestina, la delinquenza organizzata...). e) Specie ma non solo oggi, la definizione degli obiettivi e concetti strategici, la ripartizione delle risorse tra i vari programmi e i lineamenti generali dell 'impiego (e quindi dell 'organizzazione ) delle Forze Armate non possono che essere materia politico-strategica, e coinvolgere sia il vertice politico che quello militare. f) Lo stesso Jean in altra sede (1985) afferma che la dottrina strategica «deriva da decisioni e scelte circa i princìpi, i concetti, le regole e le tecniche da seguire nella preparazione e nell'impiego delle forze per conseguire gli obiettivi contingenti deJia politica in una determinata situazione e in un certo ambiente»26 • g) La politica di sicurezza, anche nel significato attribuitole dal Jean, ha molte analogie e troppe sovrapposizioni con la «Strategia globale», «grande strategia>> ecc.. L'unica cosa da osservare è che, specie oggi, tale politica di sicurezza non può riguardare «azioni in settori prevale nteme nte non militari», come se la componente militare fosse accessoria. Più appropriato dire che riguarda «azioni in settori anche non militari», perché - come sottolineano sia il Supino che lo stesso Jean - la componente militare rimane in ogni caso l' intelaiatura del sistema di sicurezza, quindi la sua componente principale. b) Non solo gli obiettivi strategici da conseguire, ma anche le principali scelte strategiche nel corso di un conflitto o di una crisi, non possono essere dì competenza esclusivamente militare e/o del M inistro della Difesa, ma sono anch'esse primaria responsabilità di governo. i) Attribuire a politica di sicurezza, di difesa e militare i significati prima indicati nel 1989 dal Jean - ancora riferiti in prevalenza alla guerra fredda - significa anche attribuire (noi riteniamo con ragione) alla politica dei campi d'azione che lo stesso Jean nella sua ultima opera del 1997 assegna invece alla «Strategia nazionale di sicurezza, ovvero grande strategia o strategia globale» 27 • Perché, allora, introdurre dei nuovi termini per indicare le stesse cose dei vecchi? Quest' ultimi oltre tutto hanno il vantaggio di chiamare «politica>>- e non strategia-

"' C. Jean, Il pensiero strategico - cominuità e evoluzione (in AA.VV., tegico - a cura di C. Jean. Milano. Franco Angeli 1985, p. 79). n. C. Jean, Guerra, strategia... (Cit.), p. 74.

n pensiero stra-


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ciò che per comune ammissione è, appunto, di competenza politica o prevalentemente politica. Il ricorso a nuovi termini come strategia globale, generale ecc. potrebbe essere giustificato con la constatazione che la strategia, non potendo più essere solo «militare» come ai tempi di Clausewitz e Jomini, è costretta ad allargare il suo campo d'azione. L'asserita tendenza all'ampliamento risponde a una logica solo apparentemente lineare: in realtà essa ignora il fatto innegabile e fondamentale che da sempre è la strategia ad essere un atto politico, uno strumento della politica: non viceversa. Da sempre, anche da quando la strategia come teoria era ignorata, una buona politica ha perseguito i grandi obiettivi, i grandi interessi dello Stato. Machiavelli, Richelieu, Mazarino, il Re Sole, Federico II, l'antica Roma repubblicana sono stati maestri in questo campo. Nella situazione attuale la politica è costretta a imporre maggiori vincoli all'impiego dello strumento militare: è dunque essa, non la strategia, a dover allargare - a spese della strategia - il suo campo d'azione, per perseguire gli interessi nazionaU anche prescindendo daLl'uso del le armi, al quale- anche per ammissione di coloro che ammettono termini come strategia globale ecc. - continua ad essere rivolta almeno in prevalenza la strategia. Dalla politica si deve esigere che essa persegua gli interessi nazionali: non che si confonda con la strategia, cosa niente affatto necessaria e anzi nociva. Tutto questo porta a riconsiderare il significato e i contenuti dell'espressione «politica di sicurezza», ampliandoli fino a renderla una risposta globale alle sfide e/o ai rischi e minacce - non solo militari che ad uno Stato provengono sia dall'interno che dall'esterno, risposta che di per sé comporta anche delle scelte concernenti la strategia (militare) da adottare. In definitiva i termini «politica di difesa» e «politica militare» sembrano riferiti almeno in prevalenza a realtà ormai superate di contrapposizione tra due blocchi. Anche le interferenze della politica di sicurezza con la politica estera, prima notate dallo stesso Jean, non hanno più motivo di esistere, in quanto la politica strategica concepita così come da noi proposto diventa la necessaria sintesi e armonizzazione della politica di tre Ministeri-chiave: esteri, interni e difesa, e al tempo stesso rende meglio l'estensione del concetto di sicurezza- che potrebbe essere ritenuto troppo passivo e limitato - alla difesa attiva degli interessi nazionali anche al di fuori dei confini e anche con lo strumento militare. Si potrebbe osservare che, in questo modo, si apre la porta a una politica «interventista», se non a guerre di aggressione:


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ma la risposta è semplice. Nel Mediterraneo «allargato», nei Balcani e ovunque, non solo l'Italia, ma l' Europa e gli Stati Uniti sono interessati, per ragioni persino ovvie, al mamenimento dell'attuale assetto internazionale: ciò significa che sono interessati al mantenimento della pace, della stabilità, deJI 'ordine internazionale e diversamente da altri non cercano cambiamenti di status. Questa impostazione traccia un confine meglio visibile tra politica e strategia, senza fare di quest'u ltima disciplina qualcosa di avulso dalla realtà politica. Come si è visto, l' autorità politica specie oggi non può limitarsi a fi ssare gli obiettivi della strategia ma ne determina anche le modalità principal i d'azione, sia pur dopo aver sentito i Capi militari ; né può estraniarsi dalla condotta strategica. Anche da questi interfaccia risulta, dunque, l' ambiguità e l' imperfetta aderenza a un corretto funzionamento del vertice politico-militare di termini come strategia globale, generale ecc., che ricorrono a un sostantivo tradizionalmente militare - strategia - per indicare i contenuti di qualcosa che, invece, non può essere che eminentemente politico, e solo in seconda istanza militare e strategico. L'essenza politica del concetto di strategia globale la riconoscono, in fondo, sia Chaliand - Blin che il Coutau, Poirier e il Jean. I primi ad esempio affermano che «la strategia globale tocca direttamente la politica [ ... ] e concerne la decisione politica, che appartiene al Capo di Stato [non al generale- N.d.a.]». A parere del secondo «il livello di strategia globale corrisponde a quello che Clausewitz chiama politica»28• Se è così, perché cambiare, perché usare una parola che da sempre indica arte del generale, per indicare ciò che invece è arte del politico prima ancor che del generale? Oltre a consentire il dovuto campo d'azione alla politica senza estraniarla dalla strategia e ancor di meno dall'arte militare, il termine «politica strategica» si presta meglio degli altri anche a inquadrare l'azione politico-strategica dei gruppi armati extrastatuali, cioè di soggetti strategici che non sono Stati e attuano, per esempio, una guerra sovversiva, o una strategia basata sul terrorismo. Per questi soggetti non si può parlare di politica di sicurezza, né di politica di difesa o militare, termini che si attagliano solo a uno Stato occidentale; si può invece parlare di un'organizzazione che programma l' uso a scopo politico della violenza e delle armi, cioè una politica strategica.

:. ivi, p. 73.


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Il concetto di politica strategica, la vera natura della strategia e della strategia «Operativa», il campo d'azione della logistica trovano eloquente riscontro nei nuovi orientamenti dell'esercito italiano in materia di comando e controllo, cioè in oggettive esigenze pratiche dei nostri giorni delle quali la teoria deve tenere conto29 • Infatti, in base a tali orientamenti all'esercizio del comando e controllo sono destinati i comandanti e gli Staff, mentre allo sviluppo di funzioni operative sono destinate unità, mezzi e procedure. Appare opportuno, in primo luogo, richiamare i tre livelli di responsabilità individuabili nella condotta di qualsiasi operazione: «-livello politico-strategico [cioè Governo/Stati Maggiori -N.d.a.], al quale compete la responsabilità della definizione degli obiettivi da perseguire, della formulazione del mandato e dell'allocazione delle risorse necessarie; - livello operativo, responsabile di tradurre il mandato politico in obiettivi tecnici militari (ordini di operazioni) e di condurre L'operazione con visione unitaria; -livello tattico, al quale compete la responsabilità di condurre L'operazione per singole componenti o settori di responsabilità» 30• X. Sostenere - come noi facciamo - che la strategia dopo il 1989 deve il meno possibile debordare - come è avvenuto per fondate ragioni nella guerra fredda - nel campo della politica, significa riteneme necessario - sempre nella misura del possibile- un ritorno al suo significato originario. Ma ciò equivale forse- per l'Occidente- a «rimilitarizzare» la strategia? e in caso affermativo, questo è possibile? «Possibile>> non vuol dire conveniente, né necessario; volere non è potere. Non bisogna confondere ciò che sarebbe necessario con ciò che è possibile. Bisogna anzitutto distinguere tra «rimilitarizzare» la strategia (cioè renderla cosa propria delle forze regolari degli Stati) e tornare a riferirla all'impiego dello strumento armato in senso lato, sia esso regolare o meno. Ciò premesso, nella ricerca di una risposta si dovrebbe tener conto di un'esigenza primaria per l'Occidente e per l' Italia in particola-

"'· Sulle soluzioni attualmente adottate dallo SME nel campo del comando e controllo delle forze e sulla relativa struttura di comando Cfr. gen. F. Resce, Esercito progetto 2000: il comando e comrol/o delle operazioni militari, «Rivista Militare» n. 2/1998, pp. 4-19 e Col. A. Casa1otto- Ten. Col. N. Ge1ao. Verso il nuovo Esercito: punto di simazione, "'Rivista Militare" n. 3/1998, pp. 30-43. )0. Pubblicazione SME- Pianificazione «i paccheui di capacità operativa». 1997.


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re: in una società nella quale i valori morali - e di conseguenza anche quem nazionali e militari -hanno quello scarso peso che viene da tutti lamentato per i suoi vasti e non positivi riflessi sulla vita nazionale c sulla pubblica moralità, è quanto mai opportuno richiamare l'importanza e il peso non solo della strategia, ma di quella componente militare che tuttora ne è indiscutibilmente la base e ancor più a monte, del patrimonio morale che l'Istituzione miJjtare rappresenta. Sull'altro piatto della bilancia, corre l'obbligo di trarre tutte le conseguenze da un altro dato di fatto: l'esaltazione del ruolo dello strumento militare comporta. di per sé, la possibilità di un suo impiego effettivo in un quadro di razionalità e economicità, cioè come la migliore e più breve e tempestiva via da seguire per raggiungere - a prescindere da altre considerazioni - lo scopo politico. Ma le «altre considerazioni» (cioè le considerazioni estranee alla pura logica strategica e militare, dettata dal rapporto tra fine e mezzi), quelle che potrebbero essere chiamate relative ali' «ambiente» hanno, in una società dominata dai mass media, un peso determinante. Come già detto, anche se l'impiego effettivo e tempestivo dello strumento militare sarebbe manifestamente il mezzo più adatto, e spesso anche l'unico, per risolvere economicamente e nel senso voluto i conflitti e le c ri si senza arrivare a massacri come quelli dell 'exJugoslavia. la pubblica opinione rimane, in genere, contraria all' impiego dello strumento militare in operazioni belliche. Le «missioni di pace» sono molto popolari, ma fino a quando la forza militare che vi partecipa non è costretta a usare le anni, e fino a quando, comunque, non vi sono da una parte o dall'altra delle vittime. Molti vedono in tali missioni l'agognato, idealistico sbocco di un'evoluzione rnillenaria: le forze militari dci Paesi più civili che finalmente non combattono più assurde guerre tra di loro, che non aggrediscono più altri popoli, ma che vanno in Paesi oltre confine e oltre mare solo per mantenere la pace e per soccorrere materialmente altri popoli (che invece, chissà perché, continuano come da millenni a ricorrere alle armi per risolvere i conflitti locali): qualcosa di analogo, insomma, alla missione civilizzatrice a suo tempo attribuita alle guerre coloniali specie ma non solo in ItaJia, guerre che non di rado anche in tempi più recenti sono state chiamate «pacificazioni». Si potrebbe dire che a un'ideologia in senso Jato militare e militarista- che vedeva nell'uso effettivo dello strumento militare contro l'avversario un fatto rientrante nella normalità dei rapporti tra Stati - è


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subentrata (purtroppo solo in Occidente) un 'ideologia per la quali ogni mezzo è buono se riesce a evitare l'impiego effettivo (o anche potenziale) dello strumento militare e/o armato. l limiti e i pericoli di ambedue queste chiavi interpretative della realtà sono evidenti, e attingono ai limiti classici delle ideologie, degli idola del tempo. Comunque sia, c'è una cosa che chi tratta di strategia non deve assolutamente fare: lasciarsi influenzare da una qualsiasi ideologia. sia essa «pro» o «contro» qualche cosa. E c'è una cosa che, invece. deve fare: guardare alla realtà del tempo, accettarne i limiti, accettare anche - se non può fare altrimenti - di essere parziale, di soffrire dei condizionamenti. Una strategia angustamente «mi litare» in una società che pretende che il soldato combatta rigorosamente senza perdite non è proponibile: ecco tutto. Si può condividere la critica di Ilari al poco condivisibile e razionale modo «occidentale» di concepire la strategia: ma occorre prendere atto che la prospettiva delle guerre limitate e locali, degli interventi militari in qualcuna delle innumerevoli aree di crisi. se è tale da poter comportare azioni cruente viene vagliata anche dalla leadership politico-militare degli Stati Uniti, la potenza-guida, con estrema prudenza, per gli effetti indesiderati che potrebbero avere sulla pubblica opinione perdite e/o insuccessi. Tutto, dunque, porta a ritenere che non solo una strategia «militare» e clausewitziana, ma anche una strategia basata nell'impiego effettivo della sola forza annata non sia oggi proponibile per l'Occidente. «Oggi» e «Occidente» sono certamente due termini fortemente limitativi in una definizione teorica: ma se tale definizione deve essere aderente alla realtà, non può fare a meno di tenerne conto. Una realtà come sempre non del tutto nuova: potendo tener conto solo nella misura più ridotta possibile delle possibilità intrinseche della grande potenza che potrebbe oggi esprimere anche uno strumento militare convenzionale, essa non può che continuare a richiedere nella maggior misura possibile quelle forme di «Strategia indiretta» per secol i praticate con ottimi risultati dall'Inghilterra, e alternative o complementari a quelle clausewitziane. Questo fatto, che indica una direzione pressochè obb)jgata da percorrere per la teoria occidentale, non può impedire in sede teorica di mettere il dito sulla piaga, cioè sulle vulnerabilità fo ndamentali dell'Occidente sviluppato: vulnerabilità in larga parte inevitabili, perché connaturate alla realtà sociale e non dovute a scelte della leader-


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ship. Di tale vulnerabilità è paradossalmente espressione la stessa «rivoluzione negli affari militari» di recente enunciata negli Stati Uniti, che pure è manifestazione e sfruttamento di un indiscutibile superiorità tecnologica e industriale, che al momento nessuno è anche lontanamente in grado di insidiare. È dubbio che si tratti di una vera «rivoluzione», per almeno due ragioni. La prima è che essa è l'ultima dimostrazione e espressione di quello che aveva già teorizzato Sun Zu: anche la potenza è vulnerabi le. vecchia verità apparentemente paradossale che i suoi allievi Mao e Giap ci hanno ricordato anche nel dopoguerra. La seconda è che, come da sempre accade, essa non può che rispecchiare la fisionomia della società che la esprime. e dunque basarsi su princìpi dottrinali praticamente imposti, dettati da una società industriale altamente sviluppata e all'avanguardia nelle tecnologie militari, che costituiscono La sua forza e la sua debolezza insieme. È l'ultima e più aggiornata versione della guerra industriale e di materiali- quindi anticlausewitziana- nata proprio negli Stati Uniti nel 1861-1865, della quale ha trattato Raimondo Luraghi nello studio più volte citato; non può quindi essere una rivoluzione. La predetta dottrina americana richiede evidentemente che l'avversario offra obiettivi paganti, presenti cioè un'organjzzazione civile e militare tale, da scoprire quei gangli vitali che con procedure tipiche della strategia indiretta essa indica come centri di gravità dell'azione da condurre. È proprio questo il punto: e se il nemico contrappone a questo tipo di guerra come è avvenuto nel Vietnam - una guerra popolare o «del riso», una guerra tipica di una società agricola, pre-industriale o comunque poco sviluppata? se cioè il nemico non commette, mutatis mutandis, lo stesso errore degli abissini nella guerra d'Etiopia 1935-1936 e di Saddam Hussein nella guerra del Golfo, cioè non fa emergere le sue vulnerabilità e non offre bersagli paganti alla soverchiante superiorità di fuoco e tecnologica dell'avversario? se alla guerra virtuale, dei mass media e delle informazioni di marca occidentale essa contrappone - nei riguardi del terzo mondo- una propria guerra psicologica, facente leva sul fanatismo religioso, sull'utile menzogna e sul rifiuto di accettare la sconfitta? La tendenza ad affidare la guerra a macchine sempre più complesse, che dovrebbero sostituire L'uomo e la sua vis pugnandi, è tipica delle società altamente mature, civi li e sviluppate ma che si avviano alla decadenza, e già si è vista nel tardo Impero romano e bizantino: di questo fatto bisogna essere ben consci. Lo strumento militare più perfezionato ed efficiente, come tale adatto a combattere contro forze


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armate impostate più o meno con gli stessi criteri tradizionali, ha già mostrato i suoi limiti in Spagna e in Russia durante le guerre napoleoniche. Quel che più importa, poiché un esercito regolare che deve far fronte a una gue rra di popolo è inevitabilmente soggetto a sensibili perdite, questa oggettiva constatazione ha avuto il suo peso nel mancato intervento di forze terrestri e specie di fanterie nella recente guerra deU' ex-Jugoslavia. In quest' ultimo caso è emerso anche un altro fatto emblematico, che rafforza la tendenza a dare spazio anche ai contenuti non strettamente militari della strategia teorica, e al te mpo stesso, aiuta a valutare il ruolo strategico attuale del potere aereo. Come già si è accennato, nel 1995 in Bosnia è stata impiegata l'Arma aerea a fini eminente mente psicologici che peraltro rientrano nel suo impiego tradizionale, cioè per dimostrare ai contendenti che l'Occidente in generale, e soprattutto gli Stati Uniti, erano fin almente disposti all'intervento armato per mettere fine alla guerra e per convincerli a trattare. Missione riuscita, che dimostra senza dubbio l'efficacia e flessibilità del potere aereo nelle attuali missioni out of area; bisogna tuttavia considerare tutta una serie di fattori. a) L'intervento militare nell'ex-Jugos lavia è avvenuto molto in ritardo, e dopo che anni di carneficine, violenze e devastazioni del tutto degne del periodo più barbaro delle guerre e delle guerre balcaniche avevano già stremato le popolazioni , di per sé rendendole propense a sospendere le ostilità. b) Le questioni politiche ed etniche sul tappeto, estremamente complesse e con profonde radici storiche, non sono state risolte. La guerra è cessata non si sa fino a quando; ma la situazione conflittuale e il periodo di crisi rimangono, cosa non sorprendente e anzi inevitabile visto che le cause del conflitto attuale hanno radici secolari. c) Ha avuto peso determinante il potere economico e militare degli Stati Uniti; l' Europa in quanto tale ha dimostrato il suo scarso peso militare e quindi politico. L' Italia, pur essendosi dimostrata - come del resto è avvenuto per il Medio Oriente- un' indispensabile trampolino di lancio e retrovia, è stata esclusa dal gruppo di contatto e dalle decisioni che contano: lezione politica e militare da non dimenticare. d) Il potere marittimo, esercitato attraverso l'embargo, non si è dimostrato efficace. L'efficacia puramente tecnico-mi litare dell'intervento aereo non risulta ben documentata. Quanti cannoni del generale Mladic (che ha avuto tutto il tempo per mascherarli e proteggerli dagli

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attacchi aerei) sono stati distrutti? quanti obiettivi militari di importanza rilevante sono stati distrutti? Non si è mai saputo. e) Ciononostante, r intervento aereo è avvenuto in sostituzione dell' intervento delle forze terrestri, che dovendo percorrere e occupare un territorio avrebbero subìto probabili perdite e dato luogo a tutta una serie di inconvenienti di carattere politico-militare ai quali non sono soggette- in situazioni di questo genere- le forze aeree. Ma l'abbattimento di un aereo francese e la cattura di due piloti da parte delle truppe serbe del generale Mladic, ampiamente sfruttata a fini di legittimazione politica di una delle due parti in lotta, ha reso di impiego meno conveniente e più difficile lo stesso mezzo aereo anche in missioni del genere, ha confermato la vulnerabilità alla contraerea dell"aereo pilotato e sta manifestamente inducendo gli Stati Uniti e l'Occidente a puntare sempre più sul missile a media ginata tipo Cruise-Tomahawk- e in prospettiva sull'aereo non pilotato- come arma più adatta per interventi dimostrativi in conflitti locali; il tutto a prescindere da considerazioni puramente efficientistiche e tecnico-militari sugli effetti dell'arma stessa. L'acquisizione di nuovi materiali, però, dovrà pur sempre tenere conto di ragioni di efficienza e rendimento tecnico-militare in relazione ai casi peggiori, classici. ... Non sarà mai abbastanza sottolineato che la discriminante fondamentale per gli attuali interventi militari dell'Occidente e per l'adozione delle strategie più adatte è sempre e solo la necessità di evitare o almeno ridurre al minimo il rischio di perdite; questa esigenza spiega anche il ruolo iniziale dell"arma aerea nella guerra del Golfo, e in genere tutta la condotta di tale guerra, che pure è stata la più «calda» dopo quella del Vietnam. Ma una tale impostazione strategica sarà sempre possibile? sarà questo il modello di guerra occidentale del futuro? Evidentemente no. A fronte di questa tendenza insopprimibile, bisogna pur considerare (si veda la crisi del Kosovo, peraltro endemica, che nella primaveraestate 1998 è qualcosa di molto simile a una guerra non dichiarata e a una guerra nazionale) che i Balcani rimangono una polveriera nella quale i popoli e le etnie non esitano ad affrontarsi con armi e milizie popolari alla vecchia maniera. cioè con gli stessi odi e lo stesso disprezzo per la vita propria e di altri dei loro avi; che il Medio Oriente, oltre ad essere un'altra polveriera, è un arsenale di armi convenzionali e non, nel quale il fanatismo religioso si accompagna a una stima del valore della vita umana specularmente opposta a quella dell'Occidente.


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È forse questa dissimmetria l'aspetto più preoccupante dal punto di vista strategico, perché induce a temere che a un concetto sempre più specificamente «occidentale» delJa strategia, dove la componente armata ha minor rilievo ed è riservata ad élites, si contrapponga un concetto alternativo nelle aree extra-occidentali, dove la predetta componente tende ad essere esclusiva e ad estendersi secondo i vecchi moduli della nazione armata a interi popoli. Come si è visto lo stesso generale Jean ba sostenuto il ritorno a un concetto clausewitziano e quincti militare della strategia perché «COn la fine del confronto bipolare, la dissuasione nucleare non ha una stabilità intrinseca analoga alla prima. Occorre perciò orientarsi a intervenire effettivamente e a combattere». Parallelamente, però, ha dovuto ammettere che «una strategia concepita in termini solo militari non ha significato», e che «la pubblica opinione occidentale è indisponibile ad accettare non solo perdite proprie, ma anche perdite inflitte al nemico»31 • Di questo stato di fatto contraddittorio deve tener conto sia la decisione di intervenire o meno in un conflitto, sia la strategia per combatterlo. E, sempre secondo il Jean, occorre tenerne conto anche in sede di approntamento e pianificazione delle forze, concentrando le risorse disponibili sulle componenti delle forze armate suscettibili di subire minori perctite (esempio: carri armati trasformati in corazze mobili anziché mezzi di combattimento). È perciò legittimo trame due deduzioni: - questa nuova filosofia del materiale è una seria vulnerabilità, che si aggiunge a quella insita nella tendenza eccessiva a sostituire (naturalmente, senza riuscirei) l'uomo con la macchina, e a moltiplicare le prestazioni dei sistemi d'arma trascurando il frequente e parallelo incremento della vulnerabilità. Infatti, come ammette lo stesso Jean, «la capacità di subire perdite e sacrifici e di prolungare la lotta nel tempo neutralizza o rende inefficaci le sofisticate tecnologie dell'Occidente, anche per la sua riluttanza non solo a subire ma anche ad arrecare perdite»32 ; - il contrasto tra ciò che l'Occidente a parere del Jean dovrebbe (ma non può) fare (intervenire effettivamente e combattere, proprio per risolvere in modo rapido e economico i conflitti) e ciò che invece dati i limiti della realtà odierna è effettivamente in grado cti fare, può essere

"· C. Jean. Guerra, strategia ... (Cit.). pp. 35 e 41-42, 44. 2 ' ivi, p. 45.

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risoho in un solo modo: con guerre che rendano la parte riservata allo strumento armato la più ristretta possibi le. Decadenza della strategia, dunque? necessità di «ripensarla»? Ma niente affatto: da quando esiste, la strategia sia ne lle sue manifestazioni operative, pratiche sia in quelle teoriche ha mirato unicamente a ricercare la via più economica, rapida e sicura per raggiungere gli obiettivi politici più diversi. Da sempre un buon Capo di eserciti si è distinto prima di tutto nel non far versare inutilmente il sangue del suo esercito. Lo stesso Napoleone, che pure non è stato certo avaro del sangue dei suoi uomini, ha scritto che «vi sono casi cui spendere la vira degli uomini significa fare economia di sangue». E della sconfitta patita in Russia si è giusti fi cato asserendo di non aver potuto vincere «le fiamme, il gelo, l'assideramento, la morte», c ioè: le vere armi dei suoi nemici, cioè le vulnerabilità e le debolezze proprie derivanti dall'ambiente, quindi non «militari». Nemmeno Napoleone, ai suoi tempi per tanti versi ideali, ha potuto vincere il nemico solo grazie alle quadrate legioni: come sempre, oggi si tratta di cambiare, più che i concetti di base, i corollari, le modalità e i mezzi per applicarli. Lo si deve fare senza troppo rammarico: in fondo a nche la secolare ricerca - riuscita solo nel 1870-1871 all 'esercito prussiano - della «bella guerra» napoleonica rapida, decisiva è da allora in poi sempre fallita, e ha avuto come unico risultato certo quello della dimunutio capiris dell 'Europa in campo mondiale, accompagnata per di più da cumuli di rovine. lutti e sofferenze. L'attuale accantonamento del concetto di fronte continuo e di retrovia, di difesa lineare del territorio nazionale ecc. non deve, perciò, addolorare o disorientare troppo gli storici e i teorici. Questo fronte continuo è stato la tomba dell'arte mi litare e dal 1914 al 1989 la storia militare si riassume in tentativi di superarlo, cosa possibi le solo con il cedimento del fronte interno: lo dimostra lo stesso crollo non militare della potente Unione Sovietica. In ogni caso, i vincoli molteplici che - peraltro solo per gli Stati dell'Occidente sviluppato- la politica oggi pone all'impiego della fona militare (e quindi anche alla strategia) non sono in contraddizione con quanto abbiamo affermato nei sottoparagrafi precedenti, che cioè la strategia di oggi deve restringere il suo campo d'azione c riguardare principalmente l'impiego (potenziale o effettivo) dello strumento armato. Si può semplicemente dire che- per l'Occidente- l'impiego effettivo, in combattimento di tale strumento- e solo questo tipo d' impiego- va considerato come ultima


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ratio, e fin che possibile va integrato o sostituito con altri mezzi, dei quali la strategia - senza perdere il suo carattere- deve tenere conto. Se la politica tende a procrastinare l'impiego effettivo delle armi e a !imitarne l'estensione e la potenza, ciò non significa che lo strumento militare possa o debba essere inefficiente. AJ contrario, esso deve essere in ogni momento pronto a una rapida entrata in azione e a esplicare la massima potenza distruttiva, condizione quest'ultima indispensabile per ottenere reali effetti dissuasivi. In tutte quelle azioni nelle quali lo strumento militare ha un ruolo predominante o meno, U entra in campo la strategia, in quanto riferita al nocciolo duro del sistema, che ne assicura la coesione e la coerenza con gli obiettivi. A parte le remore di carattere politico-sociale, lo strumento armato è in grado di agire da solo, anche senza ricorso a mezzi extra-militari; quest'ultimi, invece, molto raramente da soli riescono a raggiungere g li obiettivi. Xl. La storia delle dottrine mjlitari dell'Occidente, da Napoleone in poi, nella gran parte dei casi si traduce nella storia dei loro fallimenti, o di una loro conclamata insufficienza alla prova dei fatti. L' impiego reale delle forze è, infatti, l'unico metro di giudizio valido: questo vale per le strategie, per le tattiche, per le logistiche, per gli ordinamenti. E vale anche per le Leaderships militari, la c ui selezione- con criteri inevitabilmente riferiti più alla vita di pace dell'Istituzione mi litare che alla guerra - spesso si è dimostrata insufficiente, facendo emergere ovunque- per necessità di cose- quelli che potrebbero essere definiti uomini di guerra, a loro volta non sempre adatti alla vita militare di pace. Le legittime perplessità che possono destare tra i «tecnici» le modalità d'impiego- o di non impiego - attuali deiJa forza militare da parte dell ' Occidente non vanno sopravvalutate. Esse dimostrano ancora una volta che la strategia è arte del possibile, così come arte del possibile è la politica dalla quale essa deriva o della quale fa parte: «la politica fu definita da Luigi Luzzatti l'arte più ribelle all' ideale. E di vero essa presenta a lcune oscurità, obbedisce a certe necessità che sono accettate anche da chi le subisce suo malgrado [ .. .]. n peso di queste complicazioni e di queste imperfezioni è inerente alla vita pubblica, la quale perciò differisce dalla speculazione pura, riservata agli spiriti che non vogliono sottomettersi a quella necessità»33• Ciò avviene anche per

'' C. Montalcini, Ruggero Bonglzi e i suoi discorsi parlamemari. «Nuova Anlologia», Vol. 1/94. Fase. l 109- l aprile 1918. pp. 260-276.

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la strategia reale, rispetto alla quale la teoria e la dottrina sono spesso state costrette (anche nel dopoguerra) a cercare delle giustificazioni, delle regioni a posteriori, anziché ispirarla e promuoverla. Panta rei, tutto scorre, diceva il filosofo greco: solo il tempo può garantire la sopravvivenza di ciò che merita di sopravvivere, e provocare l'inesorabile accantonamento di ciò che alla prova degli eventi si rivela distorto. Visto che la strategia risente di parametri di base di carattere politico-sociale difficilmente modificabili, è possibile oggi, riprendere il discorso di Jomini, Marselli e Supino tentando di spingere al massimo la sua razionalizzazione? Dagli anni 90 in poi la molteplicità dei rischi e la mancanza di precise minacce ha portato la strategia a dimenticare la conta matematica e razionalizzante delle testate nucleari e le tabelle dei confronti matematici o pseudo-scientifici di forze, oggi improponibili. Il detto napoleonico - ripreso da Clausewitz che vi ha costruito sopra l.e sue teorie- che l'imprevu domine à la guerre (l'imprevisto domina la guerra) è più che mai attuale, ed è senza dubbio un elemento frenante di fedi preconcette nel materiale e nella tecnologia. Nonostante i progressi dell'automazione e della ricerca operativa, ai calcoli delle macchine continuano a sfuggire gli elementi di carattere morale e spirituale, proprio quelli che mancano di più all'Occidente. Né i calcoli delle macchine possono valutare con attendibilità il grado di rischio che comporta una data operazione: come sempre, tutto rimane affidato all'intuito del Capo militare. E nemmeno si può pensare all'eliminazione dei rischi: è vero anche oggi ciò che affermava Napoleone, cioè che se non si rischia, non si vince. Una buona strategia reale non può certo ignorare in nome di imperativi tecnico-militari il contesto, l'ambiente, nel quale opera: sarebbe un controsenso. Se l'uso di un dato sistema d'arma (per esempio quello nucleare, ma non solo quello nucleare), il ricorso a un dato procedimento d'impiego, una data manovra di carattere strategico o tattico, per ragioni che in senso lato sono riconducibili aH' «ambiente», al contesto politico-sociale non si rivelano possibili, la strategia ovviamente ricerca altre vie per raggiungere l'obiettivo (strategia della guerra fredda, delle «missioni di pace» ecc.). Quindi: niente «paradosso nucleare», niente «logica nucleare» avulsa dalla normale logica. La strategia nucleare fa esattamente- sia pure in misura più visibile anche ai profani -ciò che la strategia ha sempre fatto: raggiungere gli obiettivi tenendo conto dei vincoli dell'ambiente. Alla fine degli anni 20 l'ammiraglio Castex già parla delle «servitù» (cioè dei vincoli di vario ordine all'azione delle

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Forze Armate) che si manifestano fin dal tempo di pace e influenzano la preparazione34 • Vincoli nocivi, illogici? Non è detto. Mettendo tutto al servizio della strategia militare e sfruttando senza pietà i vasti territori conquistati, la Germania non ha evitato rovinose sconfitte nelle due guerre mondiali; lo stesso è avvenuto per il sistema sovietico, che ha militarizzato troppo l'economia. Xll. Abbiamo già indicato ad abundantiam le ragioni che impediscono alla strategia di tornare ad essere puramente «militare» nel senso clausewitziano del termine, cioè strategia degli Stati e delle loro forze regolari. Ma la tesi opposta, e ancor di più il frequente richiamo alle teorie clausewitziane come modello immarcescibile, denotano un atteggiamento deterministico, dogmatico, ideologico, manicheo proprio nei riguardi di un autore che della lotta al dogmatismo, allo schematismo e al preteso scientismo della letteratura militare del suo tempo ha fatto la sua bandiera. Né Clausewitz né qualsivoglia altro scrittore sono il centro dell'universo strategico, il metro unico con cui invariabilmente confrontarsi. Anche l'opera di Clausewitz, in riferimento alla realtà odierna, ha parecchi parti valide, ma altre molto meno; bisogna anzitutto stabilire a proposito di quale argomento se ne vuole verificare la vaUdità. Riguardo alla guerra e strategia, se la guerra -come egli ha affermato è un camaleonte, anche la strategia è un camaleonte, e questo vale sempre. Ma la «guerra» di Stati e eserciti sullo sfondo della sua opera non è più attuale; né la strategia può essere sempre il coordinamento dei combattimenti per raggiungere lo scopo della guerra e imporre la propria volontà al nemico. E che dire delle ironie del generale prussiano a proposito di coloro che - come oggi - vorrebbero risolvere la guerra senza combattere, con colpi di fioretto anziché di spada, con temporeggiamenti e senza spingerla a fondo? o della sua netta e mai smentita preferenza per la battaglia decisiva? Come già si è osservato (cap. IV) a proposito della contestazione di Clausewitz da parte di Keegan, tutto dipende dal significato che si vuoi attribuire a «guerra», che non può più essere quello di guerra tra soli Stati e eserciti; e tutto dipende dai conseguenti significati figurati e non letterali che si potrebbe attribuire alle riflessioni clausewitziane. Sarebbe, allora, pur sempre vero che la strategia coordina singole mis-

} o Amiral Castex, Théories stratégiques (a cura di H. Coutau-Bégarie). Paris. Economica 1997, Vol. l p. 252.

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sioni, singoli episodi, detem1inate azioni per raggiungere lo scopo poJjtico di una guerra. di un conflitto e di una crisi; e sarebbe anche vero che essa è essenzialmente azione, o meglio è condotta delle operazioni; è, insomma, quella che oggi viene chiamata strategia operativa. Su quest'ultimo aspetto, va rilevato che cadono in contraddizione coloro che richiamano la validità della concezione clausew itziana della strategia ma al tempo stesso la estendono sia verso l'alto a ciò che Clausewitz stesso chiama politica (strategia globale), sia verso il basso, individuando un livello operativo «intermedio» tra quel1o strategico e la tattica, e indicando per essa varie dimensioni (logistica, economica, psicologica ecc... ) che di fatto la fanno coincidere con l'arte militare. Tutti interfaccia che Clausewitz respinge senza ombra di dubbio, facendo della sua solo una strategia militare e operativa nel senso proprio del termine e giustamente chiamando - come ammesso anche dal Jean - «politica>> ciò che molti oggi chiamano senza specificarne bene le ragioni e i vantaggi «Strategia globale». La strategia di oggi vede ridotto il ruolo del singolo Capo militare, esaltato fin troppo da Clausewitz, nel senso che anche il quotidiano processo decisionale strategico-militare accentua il peso della politica e del politico. Al di sotto del Capo, la complessità della problematica sul tappeto esalta il ruolo degli Stati Maggiori e del materiale, così come voleva Jomini. Né si può oggi affermare, come Clausewitz, che la strategia va studiata e configurata prescindendo dal suo legame con la preparazione e la logistica e/o che essa è limitata alla guerra, non riguarda cioè il tempo di pace: non c'è nemmeno bisogno di dimostrarlo. A ben guardare anche l' «imposizione della propria volontà» ali' avversario (della quale parla Clausewitz) rimane ancorata alla possibilità della sua debel/atio militare con una o più battaglie decisive. Invece oggi l' «avversario» - cioè colui sul quale l'impiego dello strumento militare intende esercitare degli effetti- può non essere tale, può essere (cosa molto diversa) solo un attore di un conflitto o di una crisi che si mira a convincere, a indurre al negoziato o a prescegliere una data linea d'azione. Può anche avvenire che uno dei due avversari- generalmente il più debole - non possa permettersi il lusso di imporre la propria volontà all'altro: gli basta impedire a chi è più forte di realizzare i suoi disegni (ad esempio, fermando o contenendo in una zona ristretta un'invasione, o conducendo una guen·a marittima «di corsa» contro il traffico mercantile di un nemico che ha una flotta molto superiore). Specie oggi e specie per l'Occidente, imposizione della propria volontà


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e obiettivo politico sono due termini da non confondere, che spesso non coincidono. L'obiettivo politico, proprio in tanto in quanto spesso non prevede la debellatio e ha come fine il negoziato, deve tener conto anche della volontà dell' «altro», e in genere delle interreJazioni dell'ambiente: dunque ancora una volta in questo caso l'ideale deve lasciare iJ posto aJ possibile, anche a costo di evitare le soluzioni definitive e «vere». Per fare un esempio, l'interminabile conflitto araboisraeliano non è che una continua ricerca del possibile, del compromesso tra due contrapposte tendenze estreme, ciascuna delJe quali potrebbe assicurare, previa debellatio dell'avversario alla maniera antica, la soluzione definitiva. Lo stesso si potrebbe dire del conflitto irlandese, nel quale le condizioni politico-sociali del momento non hanno mai consentito, a nessuno dei due contendenti, la debellatio definitiva e rapida dell'avversario da lui sempre desiderata. Non potendo essere - o potendo essere solo raramente - imposizione della propria volontà all'avversario, la strategia è forse dialettica delle volontà (come vuole il Beaufre) o delle intelligenze (come vuole il Coutau per sottolineare il livello superiore del ragionamento strategico)? Premesso che quella della strategia è certamente una dialettica, un confronto, un complesso di azioni e reazioni, noi non vediamo contrasto o rivalità tra le due dialettiche, che possono benjssimo convivere. Si può verificare contemporaneamente una dialettica delle volontà e delle intelligenze: è la vita di ogni giorno e non della sola strategia, che però si distacca nettamente dalla fenomenologia dei rapporti sociali quotidiani per l'uso della violenza, della forza armata a livelli ragguardevoli e organizzati. Se, come noi abbiamo fatto, si afferma che è meglio parlare di dialettica anziché di imposizione della propria volontà aJr «altro», ciò avviene solo perché occorre prendere atto della realtà, dello spirito dei tempi: non si tratta di una scelta tra diverse opzioni strategiche, né di una soluzione orumale. Non casualmente, da due secoli la guerra napoleonica, rapida, decisiva continua ad avere successo: gli hanno paradossalmente reso omaggio anche quegli scrittori aeronautici del dopoguerra. i quali hanno sostenuto il bombardamento strategico illimitato - magari anche con l'impiego dell 'arma atorruca- per piegare prima la Cina nella guerra di Corea e poi il Vietnam. Si potrebbe dire che, almeno all'apparenza, quella napoleonica è l'unica guerra logica, anche dal punto di vista politico: consente, infatti, di risolvere economicamente e rapidamente e una volta per tutte i conflitti, come teorizzava anche Douhet. Ma se questo non è


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avvenuto e non avviene nonostante l'enonne potenziale di distruzione delle anni, è per debolezza, inadeguatezza e incoerenza della leadership politico-militare, o semplicemente perché la situazione interna e internazionale del momento, freddamente considerata in tutte le sue componenti, non lo ha mai consentito e reso conveniente? Noi propendiamo per questa seconda ragione. Da che mondo è mondo, ciascuno combatte solo la «sua» guerra, quella che è concretamente possibile affrontare. Il prezzo del modo occidentale di fare la guerra di oggi è l'incancrenirsi dei problemi e il prolungamento dei conflitti; ma i due tentativi di guerra rapida e decisiva del XX secolo - le due guerre mondiali - banno forse prodotto migliori risultati, hanno risolto i problemi? Per ultimo, bisogna considerare che la strategia di Clausewitz anche se ammette una pluralità di obiettivi politici richiede sempre un «nemico» deciso e preciso, nel senso schmittiano del termine; un nemico che ha una propria forza militare alla quale assegna degli obiettivi. Questo è stato vero- per l'Occidente- fino al 1989: il nemico prima ancor che il comunismo era l'Unione Sovietica, J' «Impero del male». Era nemico non solo in quanto comunista, ma anche in quanto grande Stato da sempre geopoliticamente antagonista con potenti Forze Armate capaci di competere con quelle occidentali, anche perché rafforzate dalla capacità di pene trazione di un'ideologia che era al servizio di tale grande Stato (e non viceversa). Ora non esistono più minacce precise: la strategia è senza nemici, è come un braccio rimasto improvvisamente senza una leva millenaria. Deve fare i conti con rischi indistinti, con eventi improvvisi; rischia di perdere la propria anima, non sa se è militare, civile, politica; non sa se avere come riferimento la guerra o la pace, essendo ambedue queste opzioni superate dalla realtà odierna. In conclusione non si può dimenticare - quando fa comodo - che il modello di riferimento di Clausewitz rimane quello della guerra napoleonica, che fa appello alle doti eccezionali di un capo ideale e allo spirito guerriero di un intero popolo. Esso non può più essere accettato, non solo perché la guerra napoleonica non può più essere il modello unico e traente, ma anche perché un Capo solo, ancorché provvisto di doti eccezionali, non può più governare la complessità dei conflitti moderni, né dominarli con il suo solo intuito. Anziché sforzarsi di dimostrare la validità generale e indistinta (o la simmetrica non validità) dell'approccio clausewitziano- naturalmente dimenticando gli interfaccia dei suoi scritti che tale validità o meno non confennano - è meglio richiamare e dimostrare, come noi abbiamo tenta-


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todi fare fin dall'inizio, la vaJidltà dl parti importanti del suo pensiero: non è cosa da poco. Così facendo si tiene conto delle ben note contraddizioni di un'opera rimasta incompiuta per la prematura morte del generale prussiano, e meglio si rende omaggio a chi ha sempre sostenuto il relativismo concettuale e l'improponibilità di modelli assoluti, compreso quindi il suo. Xlii. li modo di considerare i confini tra politica e strategia/arte militare e il ruolo della strategia stessa nell'ambito dell'arte militare (la riassume in sé o ne è solo una componente, sia pur la principale?) sono di importanza basilare anche per l'applicazione dell'analisi dei sistemi alla problematica militare e strategica. Nel concreto, occorre chiedersi: l'arte militare (o la strategia) è un sistema o un sotto-sistema? Il dizionario Garzanti intende per sistema «una pluraHtà di elementi materiali coordinati tra loro in modo da formare un complesso organico soggetto a date regole» o anche - in astronomia - «un insieme di corpi celesti appartenenti a un unico complesso gravitazionale». Secondo il generale Mayer, «sistema sta a indicare "un complesso ordinato in cui tutte le parti hanno una relazione e dipendenza reciproca" [. .. ]. Nell'ordine ideale è un insieme di idee subordinate ad uno o più princìpi generali e coordinate tra loro in modo che Le une non si possano comprendere senza Le altre. Secondo Amhony il sistema è "una unità complessa, formata da molte parti, spesso diverse, soggette a un piano comune o che perseguono un unico scopo". In questa definizione esistono due punti fondamentali. a) le singole parti del sistema spesso sono diverse; b) l'insieme delle parti .forma un'unità- oppure un complesso integratoo perché le parti sono soggette a un piano comune o perché esse perseguono uno stesso scopo» 35 • Nell'applicazione delle nozioni teoriche di sistema alla realtà militare e strategica i pareri sono assai discordi. Secondo lo stesso Mayer. sia la Difesa che lo Stato sono dei sistemi. Secondo il Jean, il sistema militare fa parte del metasistema politico-sociale «Che lo esprime, che lo utilizza, che decide se far la guerra o come farla o di concludere la pace». Sempre secondo il Jean, «senza obiettivi politici la forza militare è cieca; senza consenso si delegittima; senza volontà politica la forza non può essere impiegata, né si può polarizzare per raggiungere un obietti-

» G. Mayer, Economia Milirare - sroria e reoria, Roma, S1a1o Maggiore Aeronauti Ufficio S10rico 1981, p. 20 l.


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vo. Parimenti, senza forza, il sistema politico-sociale non può sopravvivere ad attacchi né svolgere un'azione attiva per modificare l'ambiente circostante in senso corrispondente ai suoi interessi. La forza senza politica è irresponsabile. La politica senza forza è impotente»36 • Il Coutau fa riferimento al concetto di strategia integrale del Poirier e afferma che «il sistema strategico è l'articolazione di tutte le forze messe al servizio della strategia totale integrale o nazionale. Esso supera le distinzioni comunemente adottate per includere la politica interna e la politica estera, la diplomazia e la strategia nella Loro accezione classica, le istituzioni e i gruppi di pressione informa/i, in un'architettura complessa[. .. ] nella quale si distinguono due sfere, quella materiale (le forze) e quella culturale (le dottrine, la cultura strategica) e altresì Le forze morali: coesione e adesione della nazione, lucidità e solidità delle élites urgenti... vale a dire ciò che Castex chiama il morale strategico»37 • In s intesi, secondo Mayer il sistema militare e strategico è a sé stante; secondo Jean è un sistema parte di un metasistema politicosociale; secondo Coutau il sistema strategico ingloba tutto, anche quello politico-sociale. Noi riteniamo che: a) in nessun modo specie oggi l' arte militare può dare luogo a un sistema autonomo e autoreferente. Essa non coincide con la strategia: è dunque un sistema composto da parti diverse; b) queste parti diverse hanno nella strategia il loro fuoco, il loro centro gravitazionale; c) similmente, l' arte militare ha il suo fuoco o centro gravitazionale nella politica; d) l'arte militare conserva una propria autonoma fisionomia: non può inglobare il sistema politico, né interamente confondersi con esso. Tutto sommato, se si attribuisce a «sistema» un carattere ben definito, una capacità autoreferenziale, l' obbedienza a leggi proprie, e se si considerano le continue sollecitazioni e inframmetenze della politica nel campo militare, almeno oggi si dura molta fatica a considerare come «Sistema» a pieno titolo quello militare, e quindi anche quello dell' arte militare. Solo il sistema politico può definirsi compiuto: a quello militare si attaglia di più il carattere di sottosistema. Tale sottosistema ha naturalmente nella strategia, e nei concetti e indirizzi che ne derivano, il suo centro gravitazionale.

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C. Jean. Pensiero strategico e politica di sicurezza, «Informazioni della Difesa» n.

1/1996, p.

xx.

». H. Coutau- Bégarie. Op.cit., /. Stratégie gé11érale, p. 356.


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XIV. Considerare, come si è fatto prima, il sottosistema militare come un quid non autonomo, che è parte del sistema politico e viene da esso gujdato, non significa altro che tener conto di quanto ha detto Clausewitz: la guerra è un atto politico, che ha una sua grammatica ma non una sua logica. Se è un atto politico, come può formare da sola un sistema nel senso proprio del termine? al contrario, come può l'atto politico far parte dell'atto militare, come avviene nel concetto di strategia integrale del Poirier? Se è così, i confini tra il sistema politico e il sottosistema militare possono essere tracciati, con buona approssimazione, solo attribuendo a tale sottosistema il dominio delle modalità tecniche per l'approntamento e l' impiego della forza armata, della violenza organizzata. Come si è già detto la politica di per sé già usa la forza; solo se ha come riferimento la forza delle armi l'arte militare può acquistare connotazioni proprie e una propria influenza nel sistema politico. Una volta tracciato il suo confine con la politica, quali criteri adottare per la ripartizione interna dell'arte militare? Quello meno controvertibile consiste nel far corrispondere le parti o branche delJ'arte militare a ben precise e diverse funzioni. La logica non ha età; i riferimenti più efficaci sono molto antichi. Nel libro I dell'Arte della guerra (1506) di Nicolò Machiavelli si trova questo passo: «ad ordinare un esercito, bisogna trovare gli uomini, armarli, ordinarli e nei piccoli e grossi ordini esercitarli, alloggiarli, e al nemico di poi, o stando o camminando, rappresentarli In queste cose consiste tutta l'industria della guerra campale... ». Ancor più chiaramente, nei suoi «Aforismi dell'arte bellica» (1668) Raimondo Montecuccoli scrive: «La vittoria si conseguisce per mezzo dell'apparecchio, della disposizione e dell'operazione. In ciascuno di tutti e tre questi membri si hanno vantaggi o disavvantaggi, che sono qualità naturali o acquistate, di tempo, di luogo, d'armi o d'altro, che giovano o nuocciono a sormontare il nemico. L'apparecchio si fa d'uomini, d'artiglieria, di munizioni, di bagaglio o di denaro. La disposizione si ragguaglia alle forze, al paese, al disegno che si ha di offendere, di difendere o di soccorrere. L'operazione s'eseguisce con risoluzione, con segretezza, con celerità, marciando, alloggiando e combattendo». Se ne deduce che, in tutti i casi e tenendo conto dell' input della politica, si tratta di organizzare e preparare la forza armata, di fissarne le grandi linee per la dislocazione e l'impiego (strategia) e infine di condurla al combattimento, di gestire tale impiego (qualcosa di simile

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all'attuale «strategia operativa» e alla tattica). Tre momenti ben distinti, sui quali non vi sono molti dubbi; una successione temporale e logica che dovrebbe trovare preciso riscontro nella ripartizione dell'arte militare. In linea di stretta coerenza, tale ripartizione dovrebbe tenere conto che tutto ciò che è preparazione, pianificazione, attività organizzativa precede l'impiego delle forze, cioè «la parte sublime dell'arte della guerra». A monte dell'attività organìzzatìva e preparatoria vi è, a sua volta, lo studio, la cultura. e quella che potremmo chiamare scienza militare; il tutto è ispirato dalla poHtica. Non c'è dubbio, quindi, che la ripartizione «Orizzontale» e classica dell'arte militare-strategia, tattica, organica, logistica- non rispecchia tali diversi momenti, perché allinea sullo stesso piano branche che rappresentano momenti diversi e funzioni di diversa estensione e di diversa importanza; ma non li rispecchia nemmeno l'identificazione della strategia con l'arte militare e la suddivisione della strategia stessa in livelli «verticali» (generale militare, di teatro, operativo, tattico) e «Orizzontali» (operativa, logìstica o economica, organica, psicologica, tecnologica). Anche con una siffatta soluzione non vi è alcuna distinzione tra preparazione, organizzazione e impiego delle forze. Come già detto i livelli verticali rìspecchiano, essenzialmente, esigenze pratiche dell'organizzazione dì comando e controllo NATO, cioè un caso particolare dettato dall'ampiezza degli spazi. Bisogna chiedersi ancora: nel caso italiano sarebbe possibile adottare una siffatta suddivisione, se si considera, ad esempio, che quella che per gli Stati Uniti- superpotenza globale- è solo strategia di teatro o operativa, per l' Italia, media potenza regionale, è strategia o strategia nazionale tout court? E ciò che è tattico per gli Stati Uniti (ad esempio, le forze aerotattiche nel Sud-Europa) non è forse, per noi, strategico? Riguardo alle dimensioni «orizzontali» della strategia prima citata, si può riprendere in buona parte quanto il colonnello Ricchetti osserva nel 1920 a proposito della ripartizione proposta da Jomini (cap. II): considera le dimensioni della strategia non secondo un unico punto di osservazione, e/o secondo un approccio con criteri di selezione uniformi, ma da diversi punti di vista: vengono così mescolate insieme componenti di natura troppo diversa, che non vi è nessuna ragione per mettere insieme, e per includere nella strategia. XV. L'arte militare e la strategia attuali devono interrompere l'inutile e dannoso legame con la storia, come vorrebbe il Supino? esse segnano oppure no una rivoluzione? Sia per la prima che per la seconda guer-


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ra mondiale, si è già parlato di rivoluzione. Se è così, quella della guerra fredda, dovuta alla bomba atomica, è stata una contro-rivoluzione e non una rivoluzione, in quanto ha rivolto la strategia alla non-guerra, a evitare lo scontro estremo e la debellatio del nemico (come peraltro hanno già fatto Sun Zu, e quando possibile - secondo Liddell Hart- Scipione l'Africano). Come classificare, allora, l'attuale linea di tendenza strategica? una contro-rivoluzione anch'essa. visto che vorrebbe eliminare la guerra tra Stati europei, come è già avvenuto nella Restaurazione e dopo la caduta di Napoleone, spada della Rivoluzione? La lettura della storia militare come un susseguirsi di «rivoluzioni» non porta da nessuna parte. Le «nuove» guerre hanno sempre introdotto elementi nuovi, hanno avuto sviluppi spesso imprevisti, ma non hanno mai interrotto i legami col passato; nonostante l'imponente panoplia di nuove armi, la guerra 1939-1945 oltre ad essere diventata ben presto di logoramento come la prima, ha prodotto- come la prima - eserciti di massa che hanno visto diminuire sempre più la loro capacità offensiva. Nonostante la loro rilevante superiorità, la profluvie di mezzi, l'impiego a massa dell'aviazione strategica che avrebbe dovuto azzerare rapidamente la resistenza morale e la capacità industriale nemica, gli eserciti alleati e quello sovietico sono avanzati molto lentamente verso il cuore della Germania; si deve solo ammettere che sono stati evitati gli inconcludenti massacri di fanterie della prima guerra mondiale, in compenso massacrando i civili dall'alto. Dopo il 1945 non si è mai cessato di richiamare l'importanza delle forze convenzionali, impostate sostanzialmente alla vecchia maniera e chiamate a presidiare un fronte continuo. E ora? diciamo solo che la ritrosia occidentale a impiegare la fanteria non fa che richiamame la millenaria importanza, che è anche la millenaria importanza dell'uomo e delle virtù militari. Alla luce dei recenti eventi, fa pensare- anche nel mutato contesto- quanto già scriveva il Marselli nel 1875: «una attenuazione soverchia del [suo] carattere distruttivo negherebbe l'essenza della guerra e insieme aumenterebbe il disagio della società, perché impedirebbe alle crisi di essere risolutive. L'azione del progresso sulla guerra deve esercitarsi nel senso di rendere sempre più ampi gli intervalli tra le guerre, sempre più breve la durata di ciascuna...» 3~ . È l'aspirazione di oggi: ma finora è rimasta solo tale.

,.. N. Marselli. La guerra e la sua storia (Cit.), Vol. r p. 104.


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Potrebbe essere scritto oggi quanto scriveva, nel 1920, il Comandante D.W.Knox dell'U.S. Navy: «un antico proverbio cinese, frutto di secolare esperienza, dice: "quand 'anche tutto iL mondo fosse in pace, e l'arte della guerra dimenticata, vi sarebbe sempre pericolo" [. .. ]. Attraversiamo oggi uno dei periodi più critici della storia. Il mondo, nauseato dalla guerra, tende alla sua definitiva abolizione. Si studiano riordinamenti geografici, politici ed economici sulla base di una giustizia fondamentale, che dovrebbe essere più pelfetta di quella fiJW ad oggi praticata e si tende a fondare una forma nuova di organizzazione internazionale mirante a impedire o quanto meno a diminuire grandemente, le probabilità di guerre future. Forse questo stato d'anirno mondiale, e le provvidenze che ne deriveranno, avranno il potere di prolungare i periodi di pace: forse anche di impedire future guerre di aggressione. Ma chi, da questo, volesse dedurre che entro breve tempo ogni probabilità di guerra possa essere definitivamente eliminata, soffocherebbe ogni ragionamento e preparerebbe il terreno ad amare sorprese» 39• Fino a oggi - e non solo fino ai 1939 - purtroppo il comandante Knox ha avuto ragione; non c'è motivo di sperare che abbia torto in futuro. Le organizzazioni internazionali di oggi non riescono a spegnere presto e definitivamente gli innumerevoli focolai di crisi per le stesse cause del passato: perché c'é sempre qualcuno al quale non sta bene l'assetto esistente- cioè la <<pace» del momento- e perciò lo vuoi modificare col fucile; perché le potenze maggiori si guardano bene dall'esporre a cuor leggero la vita dei loro soldati per interessi non vitali, e dunque anche per questo le crisi locali incancreniscono, senza che la forza militare occidentale possegga minimamente il prestigio e l'antica capacità dissuasiva della Royal Navy (nel secolo XIX bastava la comparsa in rada di qualche nave inglese, per indurre i potentati e· governi locali a miti consigli, naturalmente nel senso voluto dalla Gran Bretagna... ). La guerra non ha mai spezzato il legame con la storia: come può farlo oggi l'arte militare? Se nel dopoguerra e nel periodo della guerra fredda l'arte militare lo ba fatto, ciò è dovuto a uno dei tanti effetti perversi dell' anna atomica, a una sorta di paralisi concettuale che ba portato a ignorare i precedenti storici della dissuasione e della strategia indiretta e a concepire la storia militare solo come storia dei tentativi -generalmente falliti

)9. D. W. Knox, Il nostro compito del dopoguerra. «Rivista Marittima» settembre 1920, p. 343.


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- di ripetere in un contesto molto diverso il modello napoleonico. Il

Supino ha certamente ragione: fino al 1945 la storia militare, lungi dal fornire stimoli e utili dati d'esperienza ai giovani Quadri, almeno in Italia è servita spesso a fossilizzare le menti , a giudicare vittorie ottenute nonostante i difetti dell'organizzazione come prove delJa bontà della stessa organizzazione che dunque non andava cambiata, a creare mentalità conservatrici, a pensare la guerra (e l'ufficiale e il soldato) del passato e non quella dell'avvenire. Ma - come già abbiamo osservato- il carente e a volte distorto sfruttamento di una risorsa, di un'esperienza basilare, basta a far accantonare la risorsa stessa, a far dimenticare ciò essa può dare? Si tratta, dunque, di riannodare i legami tra strategia, arte militare e storia ma bisogna saperlo fare nel modo giusto; gli ostacoli sono molti. Bisogna far rivivere non l'analisi degli eventi in sé, ma le idee, gli ammaestramenti, le teorie, la letteratura e il linguaggio militare, la vita delle Istituzioni militari. Questo può essere fatto solo con una critica storica vera, che guardi agli uomini e alle Istituzioni e non solo agli eventi, che rinunci a difendere o attaccare e non sia ispirata da tesi precostituite, ma intenda solo riferirsi alla concreta situazione del momento e alle effettive opzioni che essa poteva offrire, senza basarsi su modelli teorici astratti e sempre legati a un 'epoca o a una data leadership, e senza indulgere al facile senno del poi. Solo in questo modo la storia diventa, o ridiventa, un utile corredo professionale. Su questa via, bisogna anche riannodare il legame tra arte militare e geografia: fenomeno in controtendenza viste le rinnovate fortune anche in Italia della geopolitica e geostrategia, con la fondazione nel 1993 dell'autorevole rivista Limes. In tutti e due i casi, non si tratta di cercare nella storia e/o nella geografia - come a volte è stato fatto in passato la conferma di questa o quella teoria, delle formule esemplari e delle ricette, ma di avvicinare la teoria alla realtà, all'ambiente su cui essa deve incidere, dandole un ancoraggio il più possibile certo e verificabile. La storia è esperienza umana, quindi anche militare; la geografia indica vincoli e possibilità dell'ambiente a chiunque voglia utilizzarlo, per qualsivoglia fine. Perché il militare non dovrebbe studiarla? XVI. Strategia diretta o indiretta? Dalla guerra fredda in poi se ne parla molto. Se si traggono deduzioni lineari e logiche dal citato panegirico di Scipione l'Africano da parte di Liddell Hart, la strategia indiretta potrebbe essere definita «la strategia tradizionale inglese», o meglio «la strategia dei furbi, degli intelligenti, dei civilizzati», mentre l'altra potrebbe essere quella dei barbari, dei brutali, degli inintelligenti, dei presuntuo-


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si, dei «militaristi» del continente europeo. Napoleone, indiscusso principe della strategia diretta, era forse un barbaro poco intelligente? Clausewitz e i generali tedeschi che più di tutti hanno rinverdito le vittorie napoleoniche (ma anche le sconfitte finali) erano forse intelletti grossolani? Qui si rischia di finire nell'assurdo, in un vicolo cieco. Per evitare tale rischio, è bene esaminare rapidamente la vera natura dei due tipi di strategia. Secondo il Jean, «la strategia diretta pone lo scontro militare - cioè la prova di forza, la manovra e la battaglia -al centro del conflitto. Si attacca il sistema militare nemico per causargli perdite e convincere così i responsabili nemici che hanno tutto da perdere a continuare a resistere [. .. ]. La strategia indiretta agisce, invece, sul sistema politico-sociale avversario[. ..]. In altri casi la strategia indiretta tende a recidere i legami fra il sistema militare e il metasistema politicosociale...».!(). Ma è sempre così? è sempre stato così? oppure quanto afferma il Jean ha sullo sfondo la strategia occidentale? In realtà, ciò che distingue veramente la strategia indiretta da quella diretta non è tanto l'attacco al dispositivo non-militare dell'avversario o l'isolamento del suo sistema militare (cosa non sempre possibile), ma il ricorso a una panoplia di armi e anche a mezzi para-militari o non militari, (nel senso indicato dal Supino), a astuzie, stratagemmi, espedienti, azioni psicologiche, aventi come risultato ultimo quello di diminuire in misura significativa - e possibilmente decisiva - l'efficienza morale e materiale e/o il peso sugli eventi delle forze militari nemiche, che rimangono il baricentro dell'azione. Se il sistema militare isolato dal contesto non dà più risultati, anche il contesto politico-sociale isolato dalla componente militare a sua volta appare sterile; lo scopo ultimo rimane sempre quello di neutralizzare la componente militare. Le vittoriose guerre sovversive e di guerriglia combattute dalle «civiltà del riso» contro eserciti occidentali assai più potenti e moderni, che disponevano anche dell'Arma aerea e di masse di elicotteri, hanno certamente avuto come obiettivo la pubblica opini one e il Governo nemici: questa non può essere una novità, né una caratteristica peculiare. Napoleone non faceva forse lo stesso, convincendo con vittoriose campagne i governi nemici a cedere? non ha sempre rivolto tutte le sue cure a sostenere il morale delle proprie forze e abbattere quello delle forze nemiche? Nel J940-1943 la strategia alleata non ha forse avuto

"' C. Jean, Guerra, strategia... (Cit.), pp. 80-83.


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come obiettivo- con un'accorta guerra psicolog ica e con l'impiego dell' arma aerea contro le popolazioni civili- di convincere la pubblica opinione e l'establishment italiani a dissociarsi dal fascismo e dalla Germania a concludere l'armistizio? g li alleati nel 1939-1945 non hanno forse- diversamente dalla Germania -contato sui tempi lunghi? Anche le guerre anticolonialiste e sovversive de l dopoguerra sono state vinte solo quando le forze militari ne miche hanno lasciato il Paese, dopo aver perso il controllo del territorio. Le strategie de lle guerre anticolonialiste sono risultate vincenti per tre ragioni essenzial i: perché all'opposto d i quanto è avvenuto ne l campo avversario hanno realizzato una perfetta fu sione tra politica, società e guerra, creando con le buone o con le cattive un consenso popolare sempre maggiore intorno alla forza am1ata; perché han no scelto obiettivi militari tali, da colpire tutte le vulnerabilità del dispositivo nemico e da metteme in evidenza l'inadeguatezza addestrativa, tattica e strategica, con conseguenti effetti morali di grande portata sia nei riguardi delle forze proprie, che di quelle nemiche e della pubblica opinione nemica e internazionale; perché. infine, hanno potuto contare su concreti aiuti e appoggi politici dall·estem o, che hanno loro consentito di condurre una guerra impostata sui tempi lunghi. Quest' ultimo è un aspetto decisivo: nessuna nazione industrial mente avanzata - ivi compresa l'URSS - dopo il 1945 ha dimostrato di essere in grado di sostenere moralmente e economkamente lunghe g uerre locali e limitate, che non coinvolgono interessi vitali e per contro comportano forti perdite: l'Afghanistan significa che chi di spada ferisce, di spada perisce. Sarebbe improprio indicare le g uerre anticolonialiste in questione come esempi di «Strategia indiretta>>. Esse hanno semplicemente dimostrato il significativo fallimento, in quelle specifiche condizioni, dell'unica strategia che l' Occ idente è tuttora in grado di applicare: la strategia del materiale e delle tecnologie, tendente a supplire con esse a tutto il resto, e a limitare le perdite. Dal canto loro g li avversari delle potenze occidentali in quelle guerre hanno applicato l' unica strategia possibile e per loro conveniente, che si riassumeva nel fare l'opposto di quello che si aspettava l'avversario, proprio come suggeriva Napoleone, le cui battaglie - come risulta da un' intervista del 1969 - sono state accuratamente studiate dal generale Giap. Alla g uerra limitata, con molti mezzi tecnici, dei francesi e degli americani, Giap ha contrapposto una g uerra di popolo, senza badare alle perdite visto che gli mancavano mezzi moderni , ma con soldati motivati

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che dietro di sè avevano tutto un popolo. I francesi, sconfitti a Dien Bien Phu, hanno perduto in quell'occasione 12.000 uomini contro i 45.000 di Giap, il quale (nel 1969) ha ammesso di aver perduto fino ad allora 500.000 uornini41 • Una ben strana «strategia indiretta» la sua, visto che ha provocato tante perdite tra le sue stesse file .... Nelle guerre «limitate» post-1945, tra i nemici delle potenze coloniali si è addirittura assistito a una subordinazione della politica alla strategia. Solo con l'azione annata, infatti, i gruppi organizzati che intendevano opporsi al dominio coloniale potevano acquistare popolarità e legittimazione politica all'interno e all'estero, farsi riconoscere con interlocutori alla pari. Anche oggi (1998), in Algeria come nel Kosovo, le potenze occidentali mediatrici spingono la parte governativa a trattare con coloro che essa ritiene semplici terroristi. Solo dimostrando di possedere unità armate competitive, sufficientemente numerose e con larga base di consenso quest'ultimi possono sperare di sedersi al tavolo dei negoziati e di essere riconosciuti come forza politica. Ogni vera strategia in quanto tale rappresenta, semplicemente, il miglior modo di raggiungere l'obiettivo politico in una data situazione. Più che parlare di «Strategia diretta» o «indiretta>>, si dovrebbe quindi parlare di forme di strategia diretta o indiretta, che normalmente convivono - in misura varia- con altre. L'attacco dal forte al debole, il ricorso alla sorpresa e agli stratagemmi, la «distruzione della rete intersistemica» sono, da millenni, ingredienti ai quali, in misura variabile, ha fatto ricorso qualsìvoglia strategia; per contro non sempre e nn necessariamente «l'attacco dal forte al forte» è stato indice di scarsa perspicacia del generale. Le strategie di Federico II o di Napoleone, e quella di Jominì, erano nella sostanza «attacchi dal forte al debole». Al tempo stesso, anche l ' «attacco dal forte al forte» (ad esempio, quando ambedue i contendenti sono convinti dell'importanza di un obiettivo), l'importanza della potenza e la diminuzione dei rischi (per la forza armata potente e tecnologicamente avanzata, che magari per ragioni politicosociali non può rischiare) possono essere ingredienti utili di una strategia, che è buona solo se è vincente: non se è diretta o indiretta. Anche la prima guerra mondiale ha visto forme di strategia indiretta, sia con l'intensa propaganda rivolta anche alle popolazioni, sia con classici attacchi «dal forte al debole» (Caporetto, Riga, Vittorio Veneto ...).

" O. Fallaci, Intervista con la storia, Milano, BUR- Rizzoli 1977, pp. 68-80.


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Infine, vi è qualche strategia degna di questo nome che non miri a diminuire i costi, cioè a ottenere il massimo risultato col minimo sforzo? Appare non condivisibile anche la tesi che l'approccio diretto darebbe importanza alJa potenza, mentre l'approccio indiretto lo darebbe alla rapidità (come è avvenuto - secondo taluni -con il BlitzKrieg germanico del 1939-1940). Potenza e rapidità - cioè la capacità distruttiva intrinseca e i mezzi e tempi necessari per esplicarla - sono, da sempre, i due inscindibiti fattori di base da considerare in qualsivoglia sistema d'arma, in qualsivoglia ordinamento e quindi anche in qualsivoglia strategia. Essi vanno considerati insieme e caso per caso: in questo senso il BlitzKrieg non ba affatto privilegiato la rapidità in sé, ma ba temporaneamente risolto il problema napoleonico - rimasto insoluto nella prima guerra mondiale - di concentrare rapidamente la potenza in un punto e in un momento dati, per poi sfruttare a fondo il successo trasferendola rapidamente in avanti anche con )•apporto dell'Arma aerea. Dopo tutto, Napoleone era un provetto artigliere, riconosciuto maestro nel rapido concentramento del fuoco di artiglieria sui punti e nei momenti decisivi: la sua strategia non era quindi impostata sulla potenza, né sulla rapidità, ma sulla sapiente combinazione di questi due fattori. E quale modello organico, nella storia, ha saputo conciliare più della Legione romana potenza, rapidità e flessibilità? Nella seconda guerra mondiale questa combinazione ha avuto brillanti successi con il binomio carro-aereo della Wehrmacht, successi però limitati al periodo 1939-1941, cioè di fronte a difese lineari impostate alla vecchia maniera, che non privilegiavano la reattività controcarri e contraerea. Le soverchianti forze corazzate sovietiche e anglo-americane impiegate dal 1943 in poi senza più realizzare il BlitzKrieg, non dimostrano forse che tale BlitzKrieg non coincideva, di per sé, né con l' impiego di forze corazzate, né con la semplice rapidità? In conclusione, si può definire prevalentemente indiretta una strategia che mira non tanto a relegare le proprie forze armate in un ruolo secondario, ma anzitutto a diminuire- anche ma non esclusivamente con mezzi extra-militari - l'efficienza morale e materiale e il peso nella guerra delle forze armate avversarie, condizionando inoltre la Leadership politico-militare nemica nel senso voluto. Sotto questo profilo, quando dopo la disfatta di Canne il Senato romano ha fatto in modo che la città dì Roma mostrasse agli ambasciatori inviati da Annibale il volto della normalità e ha rifiutato la pace, ha attuato una forma di strategia indiretta. E così ha fatto lo stesso Annibale, quando nel


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colloquio con Scipione prima della battaglia decisiva di Zama (voluta proprio dal generale romano, in Spagna pur campione della cosiddetta strategia indiretta) ha cercato di dissuaderlo dali ' attaccare battaglia, perché non doveva chiedere troppo alla fortuna e da essa avrebbe personalmente avuto tutto da perdere in caso di sconfitta e nulla da guadagnare in caso di vittoria, avendo già raggiunto l'apice della gloria per le sue imprese. Nessuna forma di strategia diretta o indiretta, ma semplicemente la migliore strategia del momento per le proprie forze, hanno invece attuato H console Fabio Massimo «il temporeggiatore» prima di Canne, e lo stesso Annibale. Per venire a eventi a noi più vicini è almeno dubbio che, da parte occidentale, la guerra fredda sia stata contraddistinta dal ricorso alla strategia indiretta. La strategia occidentale di fondo in quel periodo mirava, infatti , più a evitare comunque l' impiego effettivo del proprio strumento militare, che a indebolire quello nemico. Al contrario, quella sovietica invece mirava soprattutto a mutare i termini del confronto, a minare il morale e la capacità di resistenza delle nazioni e quindi degli eserciti occidentali con forti «quinte colonne» e con offensive pacifiste; il che non ha mai impedito all'URSS di fomentare, sfruttare e alimentare vere e proprie guerre convenzionali contro l'Occidente ovunque possibile, fuori dall'Europa. Non si deve mai dimenticare che quello della guerra fredda, fuori dall'Europa, è stato anche un periodo di guerre «calde» , che tuttora continuano. Guerre calde che hanno avuto e hanno fondamentalmente sapore antioccidentale: la notevol issi ma influenza che l'URSS ha avuto nel mondo nonostante i sempre più chiari limiti del sistema sociale e economico comunista è dovuta essenzialmente alla sua capacità di proporsi come unica alternativa al sistema, alla «pax» occidentale, nei riguardi dei quali non sono mai mancate- e non mancano - le aree di scontento e di potenziale rivolta, oggi accresciute dalla crescente disparità economica e demografica. Questa dissimmetria consente di stabilire che, a seconda dei casi e delle situazioni, la strategia di annientamento o quella di logoramento, le forme dirette o indirette possono tornare più convenienti a uno dei due contendenti. Altra conferma, questa, che quando si parla di strategia le schematizzazioni, le sottili distinzioni, i pur lodevoli tentativi di racchiuderne la mutevole e sempre più complessa natura in qualche grafico e qualche formula spesso non chiariscono, ma confondono il quadro generale nel quale essa va inserita.


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4. LA STRATEGIA POST-GUERRA FREDDA TRA IL VECCHIO E IL NUOVO: DEFINIZIONE E INTERFACCIA Concludendo, una definizione generale di strategia non può essere onnicomprensiva, ma deve rispecchiame i contenuti principali ed essere valida non solo per gli Stati e gli Stati Occidentali. La sua caratterizzazione principale, tuttavia, deve derivarle da un chiaro ancoraggio alla mutata realtà del periodo post-guerra fredda, e della sua capacità di differenziarsi dalla politica (cosa senz'altro più difficile durante la guerra fredda). Pertanto potrebbe essere così formulata: «concezione/pianificazione deUe grandi linee deU 'uso deUa forza armata (o prevalentemente armata) e suo impiego potenziale-effettivo per raggiungere i fini della politica, in una situazione di contrasto. Comporta delle scelte tra diverse opzioni e l'indicazione di priorità». Jomini identificava la strategia - che pertanto assumeva una valenza totalmente operativa - nelle operazioni necessarie per portare la massa delle forze sul punto decisivo del teatro di guerra; la predetta definizione, pertanto, non può certo dirsi jorniniana. Essa non può nemmeno dirsi - in senso stretto- clausewitzìana; tuttavia, essendo riferita ali' impiego sempre preminente della forza armata, essa se non neoclausewitziana, è la più clausewitziana possibile. L'accenno a una generica situazione di contrasto rispecchia l'estesa gamma di situazioni che oggi la strategia deve affrontare: non solamente (o non tanto) guerre, ma conflitti, crisi o semplici e indistinti rischi provenienti dalle possibili azioni di altri soggetti. Come già detto, le situazioni estremamente diversificate da affrontare non sempre e non necessariamente richiedono l' imposizione della propria volontà all'avversario, cosa che - al massimo - può fare chi conduce una decisa offensiva e chi agisce in seguito a precise minacce, o per esercitarle. Oltre tutto, se la strategia - come spesso è stato detto, a cominciare da Clausewitz- consistesse semplicemente nell'imposizione della propria volontà all 'avversario, in che cosa differirebbe dalla politica, dalla vita economica e dalla vita quotidiana, che spesso è anch'essa dura lotta e contrasto inconciliabile di volontà con gli avversari, contro i quali accanto alla guerriglia e alla guerra di logoramento non è raro che si passi a battaglie decisive? Non per nulla nelle «lotte» sociaH del XX secolo si è fatto e si fa largo uso di forme di violenza e di coercizione non armate e di termini di chiara origine militare come massa, concentramento, resistenza, resa, mobilitazione, presidio, picchetto, dimostra-


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zione, conquista, offensiva, attacco, difesa, ricorrendo anche alla demonizzazione dell'avversario tipica delle guerre ideologiche da Napoleone in poi ... Al tempo stesso, il riferimento alla forza armata come motivo centrale della strategia serve a differenziarla dalla poUtica, la quale è «modo di governare, di gestire [la polis]», «insieme dei fini cui tende lo Stato e dei mezzi impiegati per raggiungerli» (Garzanti ) e dunque gestisce e impiega anch'essa, per raggiungere i suoi fini, dei mezzi, delle forze ivi compresa quella militare, che pertanto solo in riferimento alla politica può definire- con la strategia -le sue peculiarità, la sua autonoma fisionomia. Non si può prescindere da un accenno alla pianificazione: specie oggi la complessità dello strumento richiede una pianificazione estremamente accurata, unica via per ottenere, in fase condotta delle operazioni, che ciascuna componente dia il meglio di sé per raggiungere il comune obiettivo. Quando lo strumento era meno complesso e non costringeva. come oggi, a misurarsi continuamente con la problematica interforze e con vincoli e possibilità logistiche, l'iniziativa e l'intuito dei comandanti più elevati avevano maggiori spazi; rimane comunque ben fermo che la strategia non può occuparsi di qu isquilie ma riguarda le linee portanti dell'azione, senza con questo autorizzare chi formula concetti strategici a rimanere nel vago e a sfiorare l'ovvietà, o a fare lunghe elencazioni di obiettivi e modalità per raggiungerli nelle quali si perde di vista ciò che è più importante. Quando ciò avviene, anziché essere una guida efficace per l'azione il concetto strategico diventa specchio dell'incapacità o impossibilità della leadership politico-militare di affrontare i nodi strutturali. Tra ciò che ha carattere generale, e ciò che invece è semplicemente generico. c'è una bella differenza. La pianificazione deve essere guidata da un concetto chiaro, esauriente anche se sintetico: esigenza apparentemente elementare, che però ha implicazioni profonde. Significa studio, capacità di trarre dall'esperienza del passato, e dalla teoria in genere, ciò che serve; significa valutazione appropriata dei termini del problema strategico e capacità di giungere a una conclusione, a una sintesi nella quale l'intuito, il coup d'oeil della leadership, tanto esaltati da Clausewitz, conservano tutto il loro valore, sia pure in condizioni più difficili e senza riferirsi a una sola persona. Un carattere tipico del nostro tempo, del quale si tiene conto nella definizione, è che la strategia raramente può essere riferita all'impiego delle sole armi: più spesso è accompagnata da forme di azione non arma-


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ta, che tuttavia non può ignorare, perché raggiungono la massima efficacia solo se sono ancorate a una matrice militare (o armata) efficiente. La politica estera degli Stati Uniti di oggi è una politica della non-guerra, con un uso effettivo delle armi centellinato al massimo: ciò non toglie che dietro di essa vi sia - non casualmente - un potenziale militare, nucleare, aerospaziale e chimico imponente, che assorbe ancora notevolissime risorse finanziarie, industriali, tecnologiche, e dà alla politica stessa una credibilità indispensabile, fungendo in un ceno senso da camera di compensazione alla tendenza ad evitare l'uso effettivo delle armi. Non si tratta di una contraddizione, ma di una necessità. NelJa maggior parte dei conflitti di oggi, la dissuasio ne puramente nucleare da parte degli Stati Uniti o della NATO è inoperante, è come una moneta d i grande valo re che non può essere spesa, perché non è frazionabile in spiccioli. Rimane la dissuasione convenzionale: per farla sentire in guerre, conflitti e crisi che oggi travagliano ogni parte del mondo, essa deve fondarsi su standards quantitativi e qualitativi elevati - anzi possibilmente schiaccianti -delle forze. D raggiungimento di tali standards è condizione necessaria per ridurre al minimo l'impiego effettivo delle forze stesse. Quando esso avviene, è tanto più credibi le e efficace quanto più l'avversario, i contendenti ecc. sono convinti che quello è solo un assaggio, che la capacità di intervento dell ' Occidente è ben altra e può credibilmente essere sfruttata. Per questa ragione nella definizione si parla d i «impiego potenziale-effettivo»: non di «impiego potenziale o effettivo»: un'alternativa secca non esiste e ambedue le fonne d'impiego convivono, senza che l'impiego effettivo ponga drasticamente fine all'impiego potenziale, senza che quest'ultimo risulti sempre sufficiente, senza che una fonna d'impiego abbia sempre la prevalenza sull'altra. Se gli Stati Uniti avessero mantenuto operative solamente le forze militari strettamente necessarie per le pur numerose operazioni out of area di questi anni, il loro potenziale militare avrebbe potuto subire contrazioni di grande portata: ciò non è avvenuto, proprio perché oggi la dissuasione vera la esercitano solo le forze convenzionali. Questo fatto dovrebbe essere di ammonimento per i Paesi minori come l' Italia, oggi portati a ritenere sufficienti per la sicurezza nazionale (il che non è) i pochi reparti e i pochi mezzi necessari per partecipare a qualche missione out of area. L'espressione «forza prevalentemente armata», quindi, indirettamente indica la necessità che la strategia, anche quando fa leva su mezzi e strumenti non armati, possa contare sempre su uno strumento convenzionale forte e efficiente. Essa tiene conto di un fatto ceno: una strategia disarmata o con le

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armi considerate mera componente secondaria non è possibi le; è invece possibile una strategia solo armata, anche se l'Occidente mira ad evitarla. Anche per una media potenza europea, se non ha niente altro dietro di sé la semplice presenza in missioni out of area non basta, è anzi dannosa perché agli occhi degli alleati e del mondo internazionale (che non sono ingenui e non fanno sconti a nessuno) serve solo a far emergere la mancanza di una politica coerente e di un potenziale militare che non sia residuale e non si esaurisca in una ininfluente e subaltema «presenza». Una media potenza anche oggi deve, invece concretamente dimostrare in ogni occasione la sua volontà di provvedere da sé stessa, nella misura del possibile, alla propria sicurezza. Se il potenziale economico e industriale non è accompagnato da una proporzionale e credibile capacità miUtare, anche oggi presto o tardi se ne paga il prezzo: chi sostiene il contrario- che cioè oggi la capacità militare di uno Stato non vale più e vale solo la sua forza economica - si lascia ingannare dalle apparenze, dalle verbosità diplomatiche, salvo poi a lamentare - contraddittoriamente - lo scarso peso internazionale dell ' Italia. Quale credibilità ba, nel commercio, una ditta che dietro la pubblicità non ba nulla? Francesco Sisci -esperto di problemi asiatici -ha di recente scritto un articolo dal titolo emblematico: «Una lezione per l'Asia- l'economia non basta per diventare grandi», nel quale, riferendosi alla recente crisi economica asiatica e agli esperimenti nucleari di India e Pakistan, afferma che «intellettuali giapponesi dicono a mezza bocca che negli anni 80 le cose sarebbero andate diversamente se il Giappone avesse avuto la Bomba, se cioè Tokyo fosse stata indipendente al livello di sicurezza», mentre i paesi asiatici in genere, che avevano puntato tutto sull 'economia per acquistare uno status internazionale, negli ultimi anni si sono convinti che «il successo economico non basta ad assicurarsi un rilevante ruolo geopolitico, in mancanza del quale anche lo sviluppo dell'economia è in pericolo»" 2• Si tratta, in fondo, di una vecchia verità dimenticata nel secondo dopoguerra, verità che dovrebbe essere ben nota a noi italiani. Per altro verso la definizione proposta non è e non vuole essere particolarmente innovativa. Essa si basa su un semplice principio: nel periodo post-guerra fredda è diventato nuovamente possibile- di massima - dare alla politica ciò che è sempre stato della politica e dare alla strategia ciò

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«Limes» o. 2/1998, pp. 18-19.


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che è sempre stato della strategia. Come si è accennato nel capitolo precedente e come riferito dal Couta u, anche in piena guerra fredda l'Enciclopedia Sovietica distingue nettamente tra politica e strategia, assegnando a quest'ultima il ruolo di parte costitutiva e dominio superiore dell'arte militare e rifiutando il principio della subordinazione del fine politico ai mezzi, in qualche modo legittimato daJia guerra fredda. La citata, breve definizione del glossario NATO 1982 non viene. comunque, accantonata: al termine «potenziale militare» che caratterizza tale definizione noi proponiamo solo di sostituire la voce «forza armata», che tiene conto del fatto innegabile che soggetti della strategia non sono solo gli Stati. Per il resto, non essendo più necessario, oggi, concentrare tutte le risorse morali e materiali sul confronto sia pur «freddo» tra i due blocchi, la strategia non ba più necessità di estendersi verso l'alto, verso la politica (esigenza rappresentata dal concetto di strategia globale e affini) e può quindi rientrare almeno in parte nel suo alveo naturale e storico, senza peraltro riferirsi espressamente - come per Clausewtiz e Jornini alla «grande guerra» tra Stati e eserciti regolari. Certamente oggi non è più vero quanto il Bonanate scrive nel suo libretto La guerra, pur pubblicato nell' aprile 1998: «se "come fare la guerra" diventa, nella seconda metà del secolo XX [ma solo fi no al 1989 - N.d.a.], il progetto parossistico di due grandi potenze che spendono a tal fine migliaia di miliardi ogni anno per migliorare e innovare i loro arsenali nucleari[. .. ], "nonfarla" è il fine supremo degli statisti che reggono Le sorti del mondo bipolare. La funzione del pensiero strategico di conseguenza si amplia fino a coincidere con L'attività politica, o meglio, insieme, l'uno e L'altra danno vita a una nuova scien~a sociale, quella che si occupa della pace nell'età nucleare: le competen~e richieste da questa nuova situazione dovranno pervenire tanto dalla scienza politica quanto dall'economia, tanto dalla matematica quanto dalle soluzioni internazionali e dalla teoria strategica»43• Bonanate non si chiede se e in che misura questa situazione sia oggi cambiata: noi invece riteniamo che sia questo l'interrogativo strategico fondamentale da porsi nell' ultimo decennio del secolo. e la definizione di strategia che abbiamo proposto rappresenta, appunto, una prima risposta che tiene conto de i mutamenti in atto. Tra di essi, basta ricordare ancora che: a) non è più necessario che il pensiero strategico «si ampli fino a

., L. Bonanate. La guerra. Bari, Laterza 1998, p. 66.


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comprendere l'attività politica>>. Se mai, si sta verificando il processo contrario; b) oggi gli statisti (meglio precisare: solo quelli occidentali) non hanno più come fine supremo «non fare la guerra [come il Patto di Varsavia]», cioè non suicidarsi. Si propongono semplicemente - come sempre hanno fatto i buoni statisti - di prevenirla e evitarla, nell'intesa che - come sempre - a volte non ci riescono. Non è cosa da poco: dal 1945 al 1989 non potevano permettersi di sbagliare, perché ciò avrebbe causato la catastrofe, la fi ne della civiltà. Se oggi sbagliano i danni sono ancora rilevanti, ma - per il momento- non c'è più pericolo, almeno in Europa, di catastrofe. La strategia deve o non deve tener conto di questi mutamenti, che segnano l'accantonamento della guerra totale e integrale e della conseguente strategia totale e integrale? La vasta portata del fenomeno della fine della guerra fredda risulta, in fondo, anche da quanto scrive lo stesso Bonanate: «L'imprevista - sia nella data sia nelle modalità - fine della "guerra fredda" non ha soltanto Lasciato senza lavoro gli autori di spy stories di successo; ha stravolto tutte le idee che la cultura, quella scientifica come quella umanistica, si era costruite, per wz cinquantennio, sulla natura e sul futuro della politica imemazionale. Nulla, infatti, nelle temperie dell'ottantanove si è svolto secondo Le regole, secondo le previsioni - né degli studiosi né dei polirici. Se a ciò si aggiunge che negli anni immediatamente successivi il nwndo ha assistito a una guerra anomala come quella del Golfo e a una delle più violente guerre civili della Storia, nella exJugoslavia, ecco che ogni certezza sembra svanire e qualsiasi proiezione futura apparire, più che impossibile, addirittura insensata>>44 • L' imprevu di Napoleone e Clausewitz, dunque, è tornato nella scena politico-strategica. Le strategie razionalizzanti dell'età nucleare tendevano, a ragione, a escluderlo o scongiurarlo; ora esso è il dato di fatto più gravido di riflessi su una nuova situazione, che paradossalmente segna sotto taluni aspetti un ritorno all'antico e che la strategia deve rispecchiare, se non altro perché lo «stravolgimento delle idee sulla natura e sul futuro della poUtica internazionale «del quale parla Bonanate la tocca da molto vicino, visto che è indiscussa figlia e parte della politica. Sarebbe, però, inesatto affermare che vale sempre e in ogni caso il detto clausewitziano «la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi». Se a «guerra>> si attribuisce il significato più ampio di cui abbiamo trattato al

.. ivi. p. 128.


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cap. TV, e se si estende il campo d'azione della strategia ai conflitti, alle crisi e alla «pace» (o meglio alla non-guerra), se ne deve dedurre che il ricorso alle attuali, variegate forme di impiego dello strumento militare non è più «un altro mezzo» (con ciò volendo significare che è un mezzo anomalo, eccezionale, della politica, rispetto ad altri che sono normali), ma che esso tende a diventare un mezzo normale, da impiegare in alternativa e più spesso in unione ad altri; l'espressione «altro mezzo» rimane valida, solo se riferita all'uso effettivo delle armi. n risalto dato nella definizione anche ai mezzi non militari della strategia e ali' impiego potenziale di tali mezzi tiene conto anche di queste angolature. Per contro, il parziale ritorno all'antico consente di tracciare con una maggiore approssimazione i confini tra politica e strategia. Poiché non esiste più la «strategia politica>> della quale parla il Supino, non c'è più bisogno di far seguire a «Strategia» l'aggettivo «militare». Come già si è detto una strategia è sempre, in quanto tale, riferita all'impiego dello strumento militare o armato: ma se parlare di strategia militare sarebbe spesso pleonastico, parlare di «strategia armata» sarebbe privo di senso. Diventa così possibile caratterizzare meglio i rispettivi campi di interesse della politica e della strategia, e di conseguenza, definire meglio anche il confine tra arte e scienza politica e arte e scienza militare. Compete alla politica - con l'indispensabile consulenza del vertice tecnico-militare - la definizione degli obiettivi che la forza militare o armata deve raggiungere, l'allocazione delle risorse, la definizione nelle grandi linee degli strumenti necessari, in relazione alle loro incidenze sociali, diplomatiche, economiche, industriali. Compete alla strategia - cioè al vertice tecnico-militare, ovviamente soggetto a controllo politico - tutto il resto, con particolare riguardo a scelte e priorità relative a dottrine, ordinamenti, approvvigionamenti ecc., alle modalità d'azione e alla relativa pianificazione, alla gestione operativa. Una strategia vale, in tanto in quanto individua obiettivi ben calibrati e scelte e priorità ben precise: solo l'intuito e la capacità della leadership politico-militare, e la qualità del loro lavoro comune, potrà ridurre al minimo il peso dei vincoli e sfruttare a fondo gli spazi liberi. Fin dalla campagna del 1866, l'inconveniente che ha maggiormente condizionato il rendimento delle Forze Armate italiane in guerra non è stata la scarsità di risorse, ma la mancanza sia in fase preparazione che in fase condotta di obiettivi chiari e realistici, del coordinamento tra azione politica e azione militare e di un'impostazione stra-

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tegica coerente e unitaria delle operazioni da condurre, ciò che ha reso impossibili quelle scelte ben ponderate sulle quali è il caso di insistere perché estremamente rare. Anzi: la strategia potrebbe anche essere definita «arte e scienza delle grandi scelte in situazioni di contrasto che comportano, o possono comportare, l'impiego potenziale o effettivo delle armi». Molto spesso, nella storia anche recente, ci si è trovati di fronte a delle non-strategie, che con gravi conseguenze non hanno configu rato con chiarezza né gli obiettivi, né la natura dell'azione da svolgere. Decidere il da farsi - come deve fare la strategia - significa scegliere; per configurare bene un'azione, occorre definirne i limiti di spazio e tempo. Di qui l'accenno, nella definizione, a quelle scelte e a quella definizione di priorità alle quali nessuna valida leadership può sottrarsi. Accennando a tali scelte e priorità, abbiamo anche voluto ribadire l'importanza di quel legame tra teoria e pratica, tra volere e potere, tra il quotidiano e i grandi piani, al quale non può mai sfuggire chi voglia trattare di arte militare guardando alla realtà del momento. Solo considerando a tale mutevole realtà le diverse definizioni possono essere giustificate, senza farsene meraviglia. Clausewitz e Jornini, e più tardi il Marselli e i teorici della guerra fredda, hanno definito la strategia in relazione al tipo di guerra dei loro tempi, e alle principali esigenze di pianificazione e condotta che ne derivavano: non si tratta, dunque, di ritenere sbagl iati o insufficienti, ma se mai superati in tutto o in parte dai tempi, i contenuti che a!Ja strategia sono stati di volta in volta attribuiti, senza che con questi si possa parlare di «rivoluzioni», «evoluzioni» o «progressi». Duemila anni di storia e storia militare rappresentano un patrimonio imponente, nel quale si può trovare tutto, e il contrario di tutto. Per stabilire la vera natura dei mutamenti in atto, e individuare i loro riflessi sull'arte militare non c'è che da fare ciò che abbiamo inteso fare finora: liberare il linguaggio militare - e con esso la teoria - dagli idola del tempo, dalle conseguenze del troppo affrettato accantonamento dell'eredità del passato provocato dalla bomba atomica, dalle esigenze e forzature propagandistiche della guerra psicologica tra i due blocchi, dai dogmatismi jominiani e dalle eccessive pretese razionalizzanti delle dottrine nucleari, dal culto del materiale e delle tecnologie derivante dalla conta dei missili e delle testate e dall'esasperazione della vecchia tendenza a sostituire l' uomo con la macchina.


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La novità vera consiste proprio in questo: in un ritorno sia pur selettivo al passato, del quale tuttavia bisogna stabilire la misura, i modi, le aree interessate. Tale ritorno ruota intorno a una vecchia verità, da cogliere in tutte le sue reali implicazioni: la guerra- e più in generale H modo di usare le armi - è un fenomeno sociale, che sempre meno può essere lasciato ai tecnici. Questa però non è una buona ragione per passare dalla strategia dell '(apparente) disarmo, tipica della guerra fredda, a11· altrettanto apparente strategia «non armata» inaugurata affrettatamente dai mass media nel 1989. La natura storica, quindi reale della strategia non va confusa con i vestiti che è temporaneamente costretta a indossare, in ossequio alla moda del tempo.

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CAPITOLO VI

L'ARTE MILITARE: RIPARTIZIONE, VECCHI E NUOVI PRINCÃ&#x152;PI, RAPPORTI TRA GUERRA MARITTIMA, AEREA E TERRESTRE


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SOMMARIO: l. Premessa • 2. La <<politica strategica>>: sue componenti • 3. La ripartizione dell'arte militare: criteri e fasi • 4. Ragioni dell'inadeguatezza dei «princìpi» e possibilità di sosriruirli con altri termini • 5. I «fattori essenziali di successo» della strategia e della tattica • 6. Che cos'è la geostrategia? suoi rapporti con la geopolitica e con la strategia • 7. L'arte militare marittima e aerea: caratteri specifici , rapporti con quella terrestre • 8. Conclusione: dai singoli «poteri» al potere militare e al potenziale bellico.

l. PREMESSA Le acquisizioni del capitolo precedente sulla natura della strategia consentono di definire la fisionomia delle singole componenti deli' arte militare in relazione a quella più importante, ma sono solo un primo passo. Occorre contestualmente stabilire se e in che misura si può ancora parlare di princìpi della guerra e/o della strategia; che cosa si intende per geopolitica e geostrategia e qual'è il loro rapporto con politica e strategia; qual'è, infine, il rapporto tra quest'ultime e le strategie di Forza Armata (marittima, aerea....), che a loro volta vanno confrontate con i «vecchi» poteri (marittimo, aereo... ) e quelli «nuovi» (nucleare; spaziale o aerospaziale....), la cui esistenza viene da taluni contestata. Molta carne al fuoco dunque, con rapporti collaterali tra i vari elementi che non possono essere trascurati, e vanno ricondotti a un unico quadro. 2. LA «POLITICA STRATEGICA»: SUE COMPONENTI Lo schema da riempire è quello della pagina seguente, nel quale figurano gli elementi finora emersi. Volendo definire la «politica strategica» di uno Stato - termine che vuoi esprimere un concetto più «attivo» di quello, ad esso affine, di politica di sicurezza - si può utilizzare il significato che il Francart assegna a «strategia», per la quale ritiene ancora necessario 1' allargamento proposto da Liddell H art e dagli studiosi della guerra fredda: «arte di coordinare l' insieme delle forze della nazione per farle raggiungere il posto e il ruolo [interna-


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POLITICA STRATEGICA E ARTE MILITARE

PROGETfO POLITICO GENERALE DEL GOVERNO

ll

COMPONENTI

POLITICA STRATEGICA

- DIPLOMATICA - PSICOLOGICA -CULTURALE -ECONOMICA - FINANZIARIA - INDUSTRIALE E TECNOLOGICA -MILITARE

r1 ARTE MILITARE

STRATEGIA

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zionale] definiti dal progetto politico del governo»'. Abbiamo aggiunto solo l'aggettivo «internazionale»: appare evidente, infatti, che solo riferendosi alla vita internazionale, cioè ad altri Stati, un Statonazione può prendere coscienza di sé stesso, definire i suoi interessi e quindi anche i suoi obiettivi, precisare il ruolo al quale aspira; per contro, una politica strategica ricava tutti i suoi elementi di forza dalla vita interna della nazione. Poiché la politica è di per sé stessa azione, gestione di forze in vari campi per raggiungere ben definiti scopi, non è il caso di parlare di una suddivisione della politica strategica in varie «Strategie»: la parola più calzante ci sembra «componenti». Avremo così una componente diplomatica, una psicologica (la «strategia d' influenza» del Francart, che all'occasione diventa anche guerra psicologica, guerra di propaganda, ecc.) e via dicendo. La componente militare postula, come già detto prima, l'indicazione di obiettivi militari, la definizione delle risorse e delle grandi linee di quella che potremmo chiamare politica industriale e politica del personale della Difesa, di preminente competenza politica. Se poi si preferisce usare il termine - più «leggero», meno impegnativo - «politica di sicurezza», nessun scandalo: purché si eviti di dare al sostantivo «sicurezza» un significato troppo letterale e si tenga presente che per ottenere un certo ruolo in campo internazionale, la sicurezza intesa in senso stretto è solo un presupposto per azioni attive: ma non è tutto. Ad esempio, taluni affermano, che determinati interventi militari out of area servono a tutelare la sicurezza nazionale: più corretto affermare che servono a difendere interessi nazionali, sia pur non sempre vitali. Ma «Sicurezza» è pur sempre un termine che la pubblica opinione, sempre pacifista, digerisce meglio di altri ... Nel suo significato letterale, «sicurezza>> è una situazione che non presenta pericoli; si dice che agisce in una cornice di sicurezza chi è ben protetto, ben difeso. La sicurezza è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per agire con successo: non può compendiarsi nell'azione stessa, che a sua volta non può pretendere sicurezza assoluta. Nemmeno c'è da scandalizzarsi se, anziché parlare di «componente diplomatica», si usa «Strategia diplomatica», anziché parlare di «componente industriale» si usa «strategia industriale», eccetera, per giungere fino a usare «Strategia militare» anziché «componente militare della poli-

' L. Francan, Art. cit., p. 23.


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tica strategica». Ci chiediamo solo: un governo ha certamente una politica industriale, una politica economica ecc.: perché non deve avere anche una politica industriale, economica, del personale ecc. della difesa, senza scomodare il termine strategia? A meno che non si usi quest'ultimo termine nello stesso senso- generico e amilitare- con cui, in campo civile, oggi si usano correntemente i termini «Strategia d'impresa», «strategia commerciale» ecc., con intento rafforzativo rispetto ad altri. Usando in questo senso non specifico il termine «strategia diplomatica», o altri, si potrebbe giustificare anche il termine «Strategia militare», nel quale compare una necessaria aggettivazione per distinguerlo da altri settori. Ciò non toglie, tuttavia, che sarebbe più coretto il termine «politica strategica militare», oppure, semplicemente, quello assai antico «politica militare», il cui significato è peraltro del tutto analogo a quello- già esaminato nel cap. V - di «Strategia militare generale» ecc., il cui uso a questo punto serve solo a confondere ciò che non deve essere confuso. La «politica strategica» - cosa che non avviene se si parla di «politica di sicurezza» - può essere benissimo riferita anche a un soggetto politico che non sia Stato, o non abbia ancora assunto la forma-Stato: in questo caso si dovrebbero apportare solo alcuni alleggerimenti alle sue componenti. Per fare un esempio concreto, anche un gruppo organizzato che programma un'insurrezione oppure è protagonista di una guerra civile ha una politica strategica e un 'arte militare. In nuce, anche tale gruppo avrà pur sempre una sua attività diplomatica e propagandistica all'estero, una sua propaganda all'interno, degli elementi culturali di supporto, una politica finanziaria e economica per il sostegno della lotta armata ecc.. L'unico fatto di rilievo, che segna una differenza fondamentale rispetto alla politica strategica di uno Stato, è la preponderanza assol uta della componente «m ilitare» in senso lato cioè delJe esigenze dirette della lotta armata - rispetto alle altre componenti, che ne sono per così dire le vassalle. In questo caso - ma solo in questo caso - la politica tende a fondersi con la strategia, che comunque su di essa acquista la prevalenza assoluta e diventa strategia integrale nel senso teorizzato dal Poirier e dal Ludendorff, nella quale tutto è al servizio della lotta armata: altra dimostrazione che la strategia non può essere ingabbiata in «modelli» fissi e segue una sola legge, quella della necessità. La forza militare o armata è un mezzo della politica, al quale Clausewitz riconosce, se non una sua logica, certamente una sua «grammatica»: ebbene l'arte militare, della quale la strategia è la sinte-


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si, ba una sua peculiare grammatica, una sua teoria e una sua tecnica, che ne giustificano un certo grado di autonomia, sono influenzate dalla politica e, a loro volta, influenzano la politica stessa. Come individuare, allora, le parti componenti di questo sottosistema militare, e il loro rapporto con la strategia? Tenendo conto di un certo numero di fattori e condizioni che elencheremo di seguito. 3. LA RIPARTIZIONE DELL'ARTE MILITARE: CRITERI E FASI La ripartizione dell' arte militare è, storicamente, materia ancor più opinabile, controversa e incerta della definizione di strategia. Vi si sono cin1entati, con risultati sempre non esaustivi e temporanei, i più illustri ingegni: ciò dimostra, se non altro, i contenuti e i limiti inevitabilmente molto elastici della materia, la mancanza di una sua vita autonoma, la molteplicità degli influssi dall'esterno che non giustifica l'attribuzione dei caratteri di un sistema compiuto alla galassia militare, dunque nemmeno all'arte militare. Il Marselli trattando della scienza storica della guerra afferma, giustamente, che «la prima condizione perché una scienza esista è che essa delinei nettamente il proprio contenuto, i propri limiti», e si sforza di tracciarli. Ebbene, specie oggi tali limiti , nonostante tutti i doverosi tentativi ivi compreso il nostro, rimangono opinabili e impari all'importanza di questa operazione preliminare. Per pervenire a qualche risultato e ridurre il margine di incertezza, di discrezionalità e di errore non c'è che una via da seguire: guardare alla storia. Si tratta di richiamarsi alla ripartizione dell'arte bellica del Montecuccol i e alle riflessioni del Ricci e del Marselli. Vale ancora, in particolare, ciò che afferma il Ricci: «la scienza o arte militare, che dir si voglia, consta di due grandi rami principali, di cui l'uno studia i princìpi della organizzazione delle armate, e l'altro quelli della condotta delle armate in campagna»2 • Tutti e tre gli autori prima citati , distinguono sia pure in modo diverso tra organizzazione e condotta: ancor più a monte, noi aggiungeremmo lo studio e la concezione. Ne deriva un primo punto fermo: le parti componenti dell'arte della guerra vanno riferite alle tre fasi principali di un processo teorico che, prendendo spunto dalla politica, arriva per gradi fino a considerare le condizioni, circostanze

l.

A. Ricci, lmroduz.ione allo studio dell'arte militare (Ci t ), p. 36.


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e modalità dell 'uso effettivo della forza armata in combattimento, che è come sempre il fine ultimo dell'arte mil itare, e l'ultimo stadio del processo. Ciascuna fase di tale processo condiziona quello successivo e ne è condizionata; ciascuna parte trova nella collocazione in tale fase il suo ruolo, definito in relazione alle altre che appartengono aJia stessa fase. Non si vede come altrimenti si possa evitare la contaminatio (che compie anche il Ricci) tra materie teoriche di studio, branche tipiche di attività, modalità, forme e requisiti dell'azione di comando, uomini, mezzi e modo di uti lizzarli ecc.. Concezione, organizzazione e condotta sono dopo tutto le fasi nelle quali normalmente si articola l'auività operativa, cioè quell'azione dello strumento che l'arte militare considera come suo costante motivo ispiratore. L'unica avvertenza da usare in questa articolazione è che, all'atto pratico, non esiste un processo lineare, unidirezionale da una fase o momento a quelli successivi, dal livello superiore a quello inferiore: la concezione fa da guida all'organizzazione, ma da essa può essere condizionata; la condona è il risultato pratico dell'organizzazione, ma a sua volta può condizionare concezione e organizzazione. Esiste, insomma, un interscambio continuo di impulsi incrociati che si sottrae a ogni schematizzazione rigida. Esempio tipico di tale interscambio è la logistica, che in teoria dovrebbe rendere attuabili le decisioni strategiche ma, io pratica, è il primo fattore da considerare nei calcoli strategici. Dire «Studio e concezione» significa dire cultura. Luigi Blanch ci ha insegnato che l'arte militare di una data epoca è anzitutto un fano culturale, e che le sue concrete e diverse manifestazioni derivano dalla cultura, dalle tradizioni, dall'indole e daJ ia vita economica e sociale di ciascun popolo. Viene comunemente lamentato che in Italia è molto debole- e assai poco diffusa nei mass media e nella classe dirigentela cultura dello Stato, cioè la coscienza dell 'interesse collettivo. Questo fatto, evidentemente legato alla carenza di spirito nazionale, genera anche una carenza di cultura e spirito militare nel Paese e a volte nelle stesse Forze Armate, in un recente passato indotte dal «contesto» a privilegiare un profilo «occupazionaJe» e impiegatizio del personale che non è più compatibile con le esigenze del periodo post-guerra fredda. Se l'arte militare è anzitutto un fatto culturale, le materie d'insegnamento militari e non militari delle Accademie e degli Istituti di formazione non sono mai neutre, non sono mai un fatto meramente tecnico: rispecchiano, sempre, la cultura politico-sociale dominante in un Paese,

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esprimono ciò che si chiede ai Quadri e quindi alle Forze Armate. Nel sottosistema arte militare, quindi, a monte troviamo anzitutto la cultura mjJitare, dalla quale discende la dottrina militare, cioè l'adattamento dei princìpi teorici ammessi a una data realtà strategica. In secondo luogo troviamo l'organizzazione, che discende dalla cultura e dottrina e ha legami assai stretti con la politica e la società. La forma di reclutamento, la durata e le finalità reali della ferma di leva là ove ancora esiste, le strutture logistico-amministrative, la stessa filosofia organica non sono mai un fatto neutro e meramente tecnico-militare, né possono essere - come in teoria, ma solo in teoria dovrebbe avvenire - il coerente e matematicamente esatto riflesso della dottrina strategica prescelta, la quale, al contrario, deve tener conto di certe realtà. Dopo l'organizzazione viene la condotta, l'impiego potenziale o effettivo delle forze, che per quanto dimostrato al capitolo precedente è il regno della strategia e, naturalmente, della tattica e della logistica di campagna. Può avvenire che, nel quotidiano, queste tre fasi si sovrappongano: ad ogni modo esse hanno caratteri ben distinti, che richiedono un esame separato e saranno da noi riassunti come segue. I. La cultura militare non si identifica - come taluni oggi ritengono -con l'acquisizione di un certo bagaglio di conoscenze meramente tecnico-militari, che magari il discente può apprendere, almeno in parte, per conto suo: è qualcosa di ben più vasto e profondo, che investe la personalità del singolo, la sua formazione , la sua mentalità. Per cultura in generale si intende «un complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, comportamenti e simili, trasmessi e usati sistematicameme, caratteristico di w1 gruppo sociale, di un popolo o dell'intera umanità» (Dizionario Zanichelli). Per l'Enciclopedia Italiana invece «La cultura integrale, cioè La coscienza che L'uomo ha di sé medesimo, esige insieme L'intelletlualità e La praticità. Molti credono che La prima debba servire di strumento alla seconda. Ma non è vero [... ] che la seconda valga soltanto come strumento della prima. Sono, L'una e l'altra, forme inseparabili, coessenziali, dell 'attività consapevole umana... »'. L'Enciclopedia Italiana rimarca inoltre la differenza che intercorre tra cultura e mera tecnica, tra cultura e scienza: «dalla scienza, manifestazione anch'essa, ma circoscritta e parziale, del pensare, L'uo-

' Enciclopedia Italiana, Xll. 103-104.


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mo colto non astrae: ma gli basta un 'informazione sommaria delle conclusioni accertate, senz'addentrarsi nel procedimento costruttivo, non intelligibile che dagli specialisti. Lo scienziato vuoi impadronirsi della scienza da lui coltivata, conoscerne a fondo e valutarne il procedimento non meno che le conclusioni: perché l'intento suo è di contribuire a svilupparlo. Per l'uomo, che vuol essere colto, l'intento è invece di riprodurre in sé il pensare umano, di sentirlo (si passi la metafora) circolare pulsante e caldo nelle vene, di assimilarselo in guisa che il suo proprio pensare ne sia nutrito, risanato e nobilitato». La cultura militare di un popolo non è che una parte della cultura in generale, la quale comprende anche la cultura politica. È un complesso di cognizioni letterarie, storiche, tecniche, che interessano la problematica militare (quindi: non solo l' arte militare in senso stretto o la tecnica militare), è un insieme di modelli di comportamento, di tradizioni, codici morali e norme anche non scritte, che caratterizzano un gruppo sociale con caratteristiche molto specifiche, quale è sempre stato quello militare. La cultura militare è cosa diversa dalla cultura strategica, la quale «concerne un insieme di credenze, opinioni e percezioni, profondamente influenzate dalle esperienze storiche di ciascun popolo, dalla sua ideologia, dai suoi princìpi e valori nonché dal suo ordinamento politico interno. L'insieme di questi fattori determina il modo in cui ogni popolo affronta i problemi della pace e della guerra; il proprio destino e ruolo nel mondo; la legittimità etica e l'utilità politica dell 'uso della forza. Dalla cultura strategica dipendono, inoltre, le reazioni di fronte alle perdite proprie e a quelle inflitte al nemico. Essa riguarda, infine, le particolari propensioni manifestate dai singoli paesi, spesso derivanti dal loro sistema sociopolitico, dal tipo di reclutamento adottato, dalla popolarità e legittimità delle classi dirigenti politiche e militari, ecc. »~ . La cultura militare è prevalentemente interna alle Forze Armate, anche se non può essere solo «cultura dei militari» e anche se la sua conoscenza è doverosa, anzi indispensabile, specie per il politico, il sociologo, lo storico, e in genere per chi voglia trattare con cognizione di causa di cose militarì. Più che l' azione o l' istruzione, essa riguarda la formazione, cioè i presupposti anche morali per ben agire. Anche se risente anch'essa, naturalmente, delle peculiarità morali, delle tradizioni e della storia di ciascun popolo, la cultura militare abbraccia un

' C. Jean, Guerra. strategia e sicurezza (Cit.), p. 121.

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campo più vasto della cultura strategica, che è maggiormente legata all'azione, al quotidiano e si innesta in quella politica quasi confondendosi con essa, esprimendo nella sostanza, solo il modo di concepire l' uso della forza armata al servizio della politica. La cultura strategica riguarda, inoltre, la politica, il mondo «esterno» a quello militare almeno quanto la stessa Leadership militare. Come già suggeriva Jomìni, quest'ultima deve avere anche una cultura politica; ma non c'è dubbio che, a sua volta, la Leadership politica, tenuta a fissare il ruolo della componente militare al servizio dei grandi obiettivi nazionali e a decidere sulle risorse da destinarle, non può ben operare senza una cultura strategica. La cultura strategica può essere insegnata anche al di fuori delle scuole militari: ma quella militare riguarda in primis la formazione dei Quadri e va insegnata nelle scuole militari. Lungi dall'essere un lusso, un'appendice non necessaria da sacrificare a altre esigenze più pressanti. una prerogativa di pochi eletti, essa è anzitutto un fatto spirituale, è tradizione e storia, è elevazione del si ngolo. Prima ancor di farne un tecnico, ne plasma il carattere e ne detta i modelli di comportamento, dietro i quali c'è, appunto, un 'esperienza di generazioni. Essa insegna, anzitutto che un esercito - come dice la parola stessa- deve esercitarsi, prepararsi per combattere. Che questo, poi , sia o meno necessario, è affare della politica; tra volere la guerra e responsabilmente prepararsi se viene ordinato dal governo a combatterla, c'è una bella differenza. Per combattere, occorrono requi siti molto specifici riconosciuti come tali da millenni, e da millenni non facili da raggiungere. Sarebbe ben strano se - per malinteso pacifismo - una forza che trae tutte le sue peculiarità e le ragioni stesse della sua esistenza dal fatto di essere armata, non fosse addestrata ali ' uso delle armi stesse. Non serve, oggi, una forza armata che abbia tanti requisiti e possa far fronte a tante opzioni d' impiego, meno quella del combattimento, cioè dell' uso delle armi stesse. A parte il fatto che un reparto combat ready è, con qualche adattamento, adatto anche ad altri impieghi, se l'autorità politica, se la società che esprime e legittima la predetta autorità stabiliscono che per la sicurezza nazionale non è più necessario combattere, allora le Forze Armate - e la cultura che le esprime- non banno più ragione di esistere. Fine ultimo della cultura militare è perciò il combattimento; il suo soggetto dominante non è tanto I' homo militaris, l'homo ludens o l'Istituzione militare in sé, ma l' uomo che combatte.


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La formazione dei Quadri deve essere finalizzata al comando di uomini in guerra. L'individuazione e lo sviluppo di tali qualità di base devono essere l'oggetto principale degli studi militari, che proprio per questa peculiarità si distinguono dagli studi civili. n management militare si distingue da quello civile perché gli si chiede l'impiego di uomini in guerra al servizio della Nazione, non l' impiego di uomini in attività produttive finalizzate al profitto della cellula sociale di cui fanno parte, e a loro volta agenti in base a mero interesse personale. La disciplina, la vita dell'esercito in pace devono avere anch'esse tale meta. Per il soldato la pace non è fine a sé stessa: se egli perde le sue peculiarità militari, perde anche le ragioni autentiche della sua utilità per lo Stato e per la società. Come può essere articolato lo scibile militare? Grosso modo in due grandi categorie: materie a carattere generale (ad esempio teorie e dottrine militari, storia militare, geografia militare) e matetie a carattere più spiccatamente tecnico, cioè relative a una parte del tutto (modalità d'impiego dì una data Arma- ad esempio, cavalleria, artiglieria - di una determinata unità, di un'arma, di un materiale, dì un mezzo, ivi compresa la manutenzione). II. Per organizzazione militare va benissimo la definizione del nomenclatore 1956, anche se non più ripresa dai successivi: «insieme delle predisposizioni che, in vista dell'impiego, mirano a trarre il massimo rendimento dalle forze e dai mezzi in relazione alle loro caratteristiche, alla situazione e alle condizioni determinate dal terreno e dal tempo». Un'organizzazione - militare o meno - è sempre un complesso organizzato di vari organi opportunamente dimensionati per corrispondere a determinate funzioni e in collegamento tra di loro, che hanno una ben definita meta comune. Perché «organizzazione» e non <<preparazione», termine quest'ultimo largamente usato anche dal Supino, e tipico del linguaggio militare tradizionale? Fin che è esistita - cosa che specie dopo la caduta del muro di Berlino più non avviene - una chiara dicotomia pace/guerra, non c'erano dubbi: le forze armate assumevano una fisionomia contratta di «pace», che serviva soprattutto a preparare l'organismo in vista della «guerra», unico caso d'impiego previsto. In sostanza: pace = preparazione, guerra = mobilitazione e impiego delle forze. Nella guerra fredda, la qualità della preparazione - magari opportunamente ostentata - aveva inoltre un forte effetto dissuasivo e psicologico, serviva cioè a scongiurare la guerra e al tempo stesso a rassicurare la pubblica opinione, a farla sentire sicura.

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Oggi questi concetti sono obsoleti: presentando il 7 luglio 1998 un libro sull'attività del suo dicastero, il nostro Ministro degli Esteri ha affermato che «la gestione delle crisi è un'emergenza permanente». Le crisi riguardano in primis l'apparato di sicurezza, dunque le Forze Armate e la loro strategia, quella dei corpi armati ai quali compete il mantenimento dell'ordine interno. La preparazione è diventata una connotazione, un requisito costante di ciascuna parte dell'organismo militare, che in ogni momento deve essere in grado di svolgere i suoi compiti, siano essi «di pace» o- in senso lato - «di guerra». La preparazione, cioè, è qualcosa di sempre più connaturato all'impiego: non è più una fase da esso distinta, e non essendo più tale, interessa prima ancor che l'impiego, l'organizzazione delle forze. Quest' ultima è di competenza sia politica che militare. Alla politica strategica compete quella che il Francart (vds cap. V) chiama «strategia dei mezzi»: cioè la politica industriale della difesa, ivi compresa l'ultima parola s ulla scelta dei principali s istemi d'arma, e quella che potremmo chiamare struttura ordinativa di base (o filosofia ordinativa) delle forze armate. All'arte militare - quindi agli organi militari - compete il riempimento di questa cornice, e anzitutto il complesso di operazioni tecniche facenti capo all'organica, per la quale va qui richiamata - oltre che la definizione del nomenclatore 1962 (cap. V) -la definizione «allargata» del Marselli (cap. II): «è La scienza generale dell'organamento della potenza militare di uno Stato. Essa abbraccia tutto il meccanismo della potenza militare, ne svela i nessi ed assegna le norme che il suo ordinatore deve seguire. Si occupa pertanto delle questioni che si collegano ai tre fattori della potenza militare [il personale, il materiale e il terreno, allora inteso soprattutto come suo potenziamento con la fortificazione permanente e sfruttamento delle sue risorse - N.d.a.]; ma di quelle alcune sviluppa, altre tocca appena, e solo per coordinarle nel complesso dell'organizzazione». L'organica anche oggi si occupa essenzialmente del reclutamento del personale e della ripartizione del personale e del materiale nelle unità e Enti; in questo senso funge da anello di congiunzione tra politica strategica e strategia. Sono perciò di sua competenza un complesso di operazioni tecniche, che non si vede perché e come debbano rientrare nella politica o in qualche parte della strategia, le quali ispirano dette operazioni ciascuna nella parte di competenza ma rimangono ad essa estranee. L' organizzazione delle forze non si riso l ve neli' organica: le forze che quest'ultima mette a disposizione e aggruppa devono essere adde-


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strate, approntate e preposizionate. Per addestramento si intende l'acquisizione progressiva sia da parte del singolo che del reparto della capacità di svolgere i compiti operativi che potranno essergli affidati; per approntamento si intende un complesso di operazioni di vario ordine, concernenti in particolar modo i mezzi e i materiali, che mirano a rendere un reparto combat ready e in grado di affrontare operazioni attive per un determinato periodo di tempo. Per preposizionamento si intende l'assunzione da parte di un'unità della dislocazione più adatta in relazione al presumibile impiego. Pertanto esso potrebbe legittimamente rientrare nella strategia ma ha a che fare anche con l'organizzazione, non potendo quest'ultima prescindere dai tempi di approntamento e dalla localizzazione delle unità. Ad ogni modo, anche ammesso che tale localizzazione meglio rientri nella strategia, non riteniamo che sia il caso di individuare - come avviene nella dottrina francese - una specifica «stratégie de déploiment» (strategia di dislocamento), che aveva un senso solo nella guerra fredda, quando la dislocazione in una data regione di un certo numero e tipo missili nucleari, aveva di per sé ripercussioni immediate e importanti nella contesa tra i due blocchi (basti pensare alla pericolosa crisi di Cuba). Da sempre la strategia - come del resto anche la tattica - è consistita nella decisione di dislocare e ridislocare le forze con determinati criteri e tempi, e nei relativi movimenti: la «Stratégie de deploiment» riassume dunque l'essenza della strategia, è la strategia stessa, e se vogliamo corrisponde anche all' «Opératique». III. Dopo quanto abbiamo detto nel capitolo precedente, appare chiaro che la condotta delle forze è il regno della strategia e della tattica, attività che ancor più che nel passato - inutile ripeterlo - si compenetrano e si influenzano a vicenda. L'unico modo che rimane da chiarire bene, è la configurazione del livello «operativo» o di «Strategia operativa», detto anche «arte operativa». Per fare questo, bisogna cominciare dall'alto, e riferirsi per comodità all'esempio di uno Stato europeo membro della NATO, dell'ONU, dell'OSCE ecc .. Questo Stato ha certamente una politica strategica nazionale, una cultura politica e militare nazionale, dunque anche una strategia nazionale. Che poi questo Stato - come spesso si sente lamentare nel caso italiano - non abbia una politica strategica vera e propria (cioè tale da esprimere gli interessi e le peculiarità nazionali anche in seno alle alleanze), una cultura militare vera e propria, e dunque nemmeno una strategia con connotati nazionali, da un punto di vista teorico

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è irrilevante: anche una non-politica e una non-strategia, infatti, sono paradossalmente inelice eli una politica e di una strategia, la quale consiste appunto nell'impossibilità o non-volontà di definire propri obiettivi, scelte e priorità. Si potrebbe obiettare che, se un Paese aderisce a un'alleanza come la NATO, la sua politica strategica e la sua strategia non possono che essere quelle dell'alleanza. n che è vero fino a un certo punto, perché bisogna considerare che: a) ciascun Paese - non solo nel suo interesse ma nello stesso interesse dell'alleanza - deve opportunamente adattare alle sue peculiarità quanto viene deciso dagli organi collegiali multinazionali; b) ciascun Paese deve far sentire con la dovuta energia e abilità le sue esigenze e i suoi legittimi interessi nell'ambito dell'alleanza; c) rimangono degli ampi spazi di iniziativa nei rapporti con Paesi che non sono membri dell'alleanza stessa; d) ogni Stato mantiene, comunque, un'autonoma capacità decisionale. Sul piano teorico generale la strategia rimane queiJa che abbiamo definito nel capitolo precedente: ma la strategia nella sua estrinsecazione pratica, la strategia applicata a un caso concreto - cioè la dottrina e prassi strategica - va considerata divisa in nazionale/multinazionale, e delle operazioni. La strategia nazionale non è che il riflesso insopprimibile delle peculiarità geopolitiche e geoeconomiche di ciascun Stato, a loro volta insopprimibili, a largo respiro e largamente costanti. Non è lecito chiedere alla strategia nazionale eli non esistere, o di identificarsi semplicisticamente con quella dell'alleanza della quale lo Stato fa parte: gli si può chiedere solo eli rispecchiare i reali interessi nazionali e eli non entrare in contrasto con quella dell'alleanza stessa. I contrasti possono esistere, ma vanno appianati; devono essere fisiologici ma non patologici. Da questo contesto eliscende che non solo la superpotenza o manopotenza dominante (gli Stati Uniti) ha una propria strategia nazionale (tale cioè da far fronte a esigenze di politica internazionale anche al di fuori e a prescindere dalle alleanze) ma anche le medie potenze europee hanno o devono avere una loro strategia, che sia espressione di specifici interessi nazionali, e prima ancora, della cultura, delle tradizioni, dell'indole nazionale. Sarà una strategia sulla quale peseranno vincoli severi: ma pur sempre una strategia. Trasportando nel campo della ripartizione teorica dell'arte militare queste esigenze pratiche, si riscontra anzitutto la necessità di una strategia a liveiJo nazionale, che corrisponde allivello di «strategia genera-


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le militare» del quale parla il Francart, e che - in aggiunta ai contenuti teorici generali individuati nel capitolo precedente - potrebbe essere definita (facendo riferimento a uno Stato Occidentale e parafrasando ciò che il Francart dice della strategia generale militare): «livello al quale è organizzato il contributo delle Forze Armate alla politica strategica messa in opera dal Governo». Non si tratta, dunque, di definire il contributo (compito del governo), ma di organizzarlo. Nel caso italiano, questo livello ai sensi della citata nuova legge sui vertici militari del febbraio 1997 corrisponde principalmente allo Stato Maggiore della Difesa; al livello operativo corrispondono il Comando operativo interforze e i Comandi operativi di Forza Armata; al livello tattico le singole componenti di forza armata (terrestre, navale, aerea) 5 • Come già si è accennato, con questa configurazione anche il Comando operativo interforze e i Comandi operativi di Forza Armata oltre ad essere operativi possono dirsi - in senso lato - anch'essi Comandi strategici, mentre il Comando Superiore - pur essendo maggiormente orientato su pianificazione e organizzazione- può dirsi anch'esso operativo, in quanto è al vertice politico-militare che specie oggi competono anche le principali scelte operative. Ne consegue la necess ità di articolare la strategia in due livelli: strategia nazionale e strategia delle operazioni (di teatro/scacchiere). L'espressione «strategia delle operazioni di teatro/scacchiere», oppure «Strategia delle operazioni» ci sembra preferibil e al la «Strategia operativa» (stratég ie opérationelle) del Francart o all '«arte operati va», perché si presta di meno ad essere ritenuto l' unico livello con il contrassegno deli ' «Operatività» in senso lato. Se si guarda alla sostanza e non alle parole (in questo caso di matrice americana e NATO) che tentano di renderla, nella guerra 1940- 1943 anche da parte de li' Asse vi sono state due strateg ie, quella operativa e q uelle a li vello nazio nale e/o di all eanza. Supermarina da Roma dirigeva nel dettaglio le operazioni della flotta in mare, il che significa che c'era una strategia navale operativa (di competenza del Comandante in mare e mirata alla condotta delle operazioni strategiche della flotta, viste come preparazione

' Cfr., in merito, gen. l. F. Resce, Esercito progetto 2000: Comando e Co111rollo delle operazioni militari, «Ri vista Militare>> n. 2/1998, pp. 6-19.


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allo scontro tattico) e una strategia navale per così dire nazionale e cioè a vasto raggio: l'una non escludeva l'altra. Anche la guerra in Africa Settentrionale era condotta sul posto da un'unità strategica - l'armata itala-tedesca- e a Roma da organi operativi poli ticomilitari interalleati, che - con il frequente intervento dello stesso Mussolini e del maresciallo Kesserling, comandante delle forze germaniche nel Mediterraneo - provvedevano all'alimentazione della guerra in Africa e adottavano le decisioni più importanti sulla sua condotta, imponendole ai comandanti sul campo6 • L'esistenza di due livelli strategici, che non ha nulla di veramente nuovo, conferma la validità di due definizioni accessorie di strategia date dal Marselli: «è la scienza che studia il modo per fare il piano generale, il quale regola e coordina le operazioni militari sul teatro di guerra» oppure «è la scienza del comando>>7 • Tutto questo esige una ripartizione di compiti tra organi diversi, anche perché va mutato nel senso di una maggiore ingerenza della politica nelle operazioni ciò che il Marselli stesso afferma sulla ripartizione di compiti tra politica e guerra: «alla politica il compito di indicare lo scopo supremo e i limiti generali deli' azione militare; alla guerra la scelta dei mezzi e la libertà dei movimenti nei limiti segnati»8 • Sia la scelta dei mezzi che la libertà dei movimenti sono diventati, per la str·ategia, più ristretti. IV. Rimane da collocare - in tutte e tre le fasi prima schematizzate - la funzione logistica, che pur avendo incontestabilmente un proprio ruolo specifico, una propria autonomia, un campo d'azione assai ben delimitabile, almeno nella dottrina ufficiale francese esposta dal Francart non trova posto. In base a quanto affermato nel capitolo precedente, al Uvello di poUtica strategica va prevalentemente collocata la logistica di produzione o degli approvvigionamenti. Dal livello Stato Maggiore della Difesa (cioè strategico) in giù si entra nel campo della logistica operativa di campagna, a sua volta articolata in logistica di supporto (al livello di Stati Maggiori l Ispettorato Logistico) e logistica di aderenza (ai livelli «Operativo» e tattico).

6 Cfr. F. Botti. La logistica dell'Esercito Italiano, Vol. IV Tomo I ( 1940- 1943), Roma, SME- Uf. Storico 1995. 7 N. Marselli, Op.cit., Vol. ll p. 326. '- ivi, p. 24.


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n grafico della pagina seguente riassume le precedenti considerazioni e si basa su due criteri principali: a) l'arte militare, in quanto sottosistema, non può essere considerata- nemmeno in sede teorica - come a sé stante. Per inquadrarne correttamente il campo d'azione - che di fatto coincide con le responsabilità degli Stati Maggiori - occorre preventivarnente definire il campo d'azione della politica (governo/Ministero della Difesa). Solo in questo modo la teoria ha un fondamento, una rispondenza nella realtà e nella concreta ripartizione di compiti, responsabilità, funzioni; b) strategia e tattica rappresentano il culmine, la fase ultima, l'utilizzazione pratica e concreta di tutto un lavoro teorico e pratico che riceve l' input dalla politica e ha, a monte, un complesso di attività - anche attinenti alla cultura, alla formazione, ali' istruzione militare- che deve comparire, e deve comparire a monte e non a valle, anche se gli influssi sono reciproci e non unidirezionali. Politica e strategia sono ambedue espressione di una cultura: ma è la strategia ad essere espressione di una cultura politica, non viceversa È la strategia a dover tenere conto di un certo contesto; il contrario avverrebbe solo se operasse in vacuo, cosa da escludere prima di tutto in sede teorica. Dunque tra politica e strategia è ancora possibile tracciare un confine di massima; c) una media potenza può impiegare su un solo scacchiere la totalità, o la parte migliore delle sue forze: è avvenuto in passato specie per l'Italia, a maggior ragione può avvenire oggi. Dunque la cosiddetta «arte operativa» è, in realtà, più una strategia di secondo livello che un livello intermedio tra strategia e tattica. Essa non è l'unico livello al quale si pianificano e si conducono (nelle grandi linee) le operazioni. Sempre la strategia è operativa: prepara gli atti tattici anche con gli opportuni ridislocamenti, li pianifica nelle grandi linee li coordina, li finalizza a un unico obiettivo di livello superiore. Questo è il significato della strategia per Clausewitz. Se la si concepisce come qualcosa di estraneo alle operazioni, si accredita un'antica, artificiosa dicotomia tra teoria e pratica, tra studio, preparazione e esecuzione, che in realtà non esiste o non esiste in modo così netto, e che troviamo nell'Arciduca Carlo e nei dottrinari, secondo i quali la strategia prepara l'azione sul campo di battaglia, e la tattica la compie. 4. RAGIONI DELL'INADEGUATEZZA DEI «PRINCÌPI» E POSSIBILITÀ DI SOSTITUIRLI CON ALTRI TERMINI

La diatriba sull'effettiva validità o meno dei princìpi dell'arte della guerra ha due secoli: dura fin dai tempi di Jomini e Clausewitz. Sono, oggi, ancora ammissibili? in caso affermativo, in che forma e a quali livelli? Per


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PROGETTOPOLDnCOGENERALE DEL GOVERNO

t• COMPONENTI

POLmCA STRATEGICA (Governo e Ministero della Difesa)

- DIPLOMATICA - PSICOLOGICA -CULTURALE - ECONOMICA - FINANZIARIA - INDUSTRIALE E TECNOLOGICA -MILITARE (x)

t• I- CULTURA E SCIENZE MILITARI (xx)

ARTE MILITARE (STATI MAGGIORI)

- Economia militare e eli gueiTa - Sociologia militare -Pedagogia militare -Storia militare - Geografia e topografia militare - Statistica militare - Management, amministrazione e scienza dell'organizzazione militare - Servizio eli Stato Maggiore - Impiego deUe forze, teorie e dottrine m ililari - Regolamenli -Armi, tiro e materiali d'artiglieda - Mateiiali vari (impiego tecnico)

ll - ORGANIZZAZIONE E PREPARAZIONE DELLE FORZE (ORGANICA) (xxx)

(xxx:xx) ID -IMPIEGO (POTENZIALE E/O EFFETTIVO) DELLE FORZE

(Vds. note alla pagina successiva)

/ nazionale -STRATEGIA (xxxx) " " deUe operazioni (eli teatro o scacchiere) - TAITICA / di sostegno - LOGISTICA OPERATIVA ~ di aderenza


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cercare una risposta il meno possibile opinabile a questi eterni interrogativi, è indispensabile ricorrere ai riferimenti lessicali, dissipando anzitutto i dubbi sul significato dei vari termini; in secondo luogo, torna molto utile ricordare gli accenni che si trovano nelle pubblicazioni dottrinali del dopoguerra. Principio è un termine assai impegnativo e vincolante, da usare con una cautela in verità assai rara nelle teorie e dottrine militari. Secondo il recente e autorevole Vocabolario della Lingua Italiana (Istituto Enciclopedia Italiana, 1991) si tratta eli un «concetto, affermazione, enunciato che forma uno dei fondamenti di una dottrina, di una scienza o di particolare sistema». Oppure per esso si intende «le basi, i presupposti e anche le nozioni generaU su cui è costituito un sistema, una disciplina, e simili». Nelle scienze sperimentali è anche «enunciato che costituisce la generalizzazione di una vasta evidenza sperimentale e che si assume come vero per ogni possibile ulteriore esperienza: esso funziona quindi come criterio-guida per la formulazione eli leggi e teorie (che non devono ammettere conseguenze in contraddizione con il principio) e per deduzioni e dimostrazioni teoriche (dove funziona come premessa inviolabile). n riferimento all'evidenza sperimentale lo distingue dal postulato (in quanto semplice premessa di un sistema ipotetico-deduttivo), mentre l'ampiezza del campo di applicazione (che può essere comune a diverse teorie e addirittura a diverse discipline) lo distingue dalla legge». Una prima deduzione: quando Jornini accenna a un unico principio fondamentale e inviolabile dell'arte della guerra, non la concepisce come tale, ma come scienza sperimentale. n clou delle sue teorie è, infatti, la constataNote al grafico d i pag. 515 (x) Riguarda l' indicazione dei compiti dello strumento militare. la definizione delia sua struttura di base c della forma e policy di reclutamento, i lineamenti principali della logistica degli approvvigionamenti (e di produzione). la relativa allocazione delle risorse. Tutti questi settori sono di preminente responsab ilità politica e di Govemo, fatto salvo il ruolo consultivo e di proposta del Capo di Stat.o Maggiore della Difesa. (xx) Sono indicat.e, con criterio soggettivo, le discipline principali, senza specifico riferimento alle attuali materi e militari di insegnamento negli istituti scolastici militari (interforze e di Forl.a Armata), che runavia rispecchiano almeno in buona pane questi argomenti. (xxx) L'organica è riferita alle sole operazioni tecniche sul personale (recl utamento, addestramento. ripanizione e impiego) e sul materiale, che ricadono nelle competenze degli Stati

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Maggiori. In questo senso, l'organica è da sempre scienza dell'organizzazione militare. È componente essenziale della preparazione delle forze. che tuttavia con essa non coincide. richiedendo provvedimenti di vario ord.ine, anche di carattere morale e logistico. (xxxx) La strategia riguarda anche la preparazione, della quale indica caratteri. modalità e tempi. Ma poiché la preparazione esprime. in senso lato, delle possibilità, la strategia è a sua volta influenzata dai suoi liJniti e dai livelli che essa raggiunge, e rimane comunque finalizzata al l'azione più che alla preparazione. cosl come voleva Clausewitz. (xxxxx) Ciascuna delle tre suddivisioni principali dell'ane militare (l-scienze. Il-organizzazione, fll-impiego) influenza e le altre e ne è influenzata: tutte sono influenzate dalla politica. e la possono influenzare con le loro esigenze.


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zione che attraverso lo studio delle campagne di Federico n e di quelle napoleoniche è possibile verificare che, al variare delle situazioni delle forze proprie e nemiche, del terreno ecc., il generale ba ottenuto la vittoria concentrando la massa delle proprie forze contro una parte di quelle nemiche. Dopo Jornini anche De Cristoforis, Ricci, Marselli hanno seguìto la stessa strada, che nelle grandi linee almeno, è quella tuttora più battuta. n fatto che le dottrine militari dei vari paesi anche oggi ammettano, in genere, dei princìpi, significa semplicemente che l'esperienza del passato ha fatto ritenere utile fornire ai Quadri dei capisaldi teorici, dei criteriguida in una materia estremamente complessa; non significa certo che i princìpi vengono interpretati nel loro significato letterale e vincolante. In tal modo il termine principio è entrato nel linguaggio militare corrente senza badare troppo al suo significato letterale, visto che da molto tempo nessuno si sogna più di richiamare - come fa Jomini - l'attenzione dei Quadri sull'inviolabilità e sulla validità permanente dei princìpi stessi, ma si afferma chiaramente il contrario, che cioè le dottrine militari servono per offrire degli orientamenti ma vanno se necessario adattate alla situazione. Si potrebbe dire che oggi i princìpi e le regole sono generalmente concepiti così come lj voleva Clausewitz: come utile riferimento, come oggetto di studio e di riflessione, ma non come guida immutabile e vincolante ali' azione. Non è esatto affermare, come fanno alcuni, che secondo Clausewitz «l'arte della guerra non ha princìpi fissi e le sue regole dipendono solo dalle condizioni e situazioni contingenti»9 • Clausewitz ha bensì riconosciuto che «sarebbe impossibile dotare l'arte della guerra [come pretende di fare Jornini - N.d.a.] di un corpo positivo di dottrina che possa servire sempre di guida e di regola di condotta al comandante»; ma al tempo stesso, posto che «la teoria non deve essere una istruzione sulla condotta da tenere», ha riaffermato l'utilità della teoria stessa, con relativi princìpi e regole, sempre che siano intesi in un modo non vincolante e applicati cum grano salis. Infatti, per Clausewitz «Sarà assai meno difficile formulare una teoria per la tattica che non per la strategia [. .. ]. Se la teoria esamina i diversi elementi di cui si compone la guerra; se distingue nettamente ciò che sembra confuso a primo colpo d'occhio; se analizza completamente le proprietà di ogni mezzo; se ne indica gli effetti probabili; se determina la natura degli scopi; se porta su tutto il campo della guerra la luce di un esame critico profondo, avrà compiuto la parte principale della

9 ·

C. Jean, Guerra, srrategia e sicurezza, (Cit.), p. 118.


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sua missione. Essa diverrà così una guida per chi vorrà, sui libri, familiarizzarsi con La guerra, illuminerà il suo cammino, alleggerirà i suoi passi, formerà il suo criterio e Lo prese1verà da concezioni errate [. ..]. La teoria deve dunque formare Lo spirito del futuro capo destinato a condurre la guerra, o, piuttosto, dirigerlo nel lavoro di formazione di sè stesso, ma senza aver La pretesa di accompagnarlo sul campo di battaglia[. .. ]. Se poi dalle considerazioni provocate dalla teoria nascono spontaneamente princìpi e regole, se La verità viene così a cristallizzarsi da sé stessa, La teoria non contrasterà questa tendenza naturale dello spirito; anzi, quando l'arco si completerà con questa specie di chiave di volta, essa La metterà in evidenza ancor maggiore. Ma, facendolo, suo scopo non deve essere che soddisfare una naturale tendenza logica del pensie1v, rendere appariscenti i fuochi sui quali convergono tutti i raggi e non estrarne una formula algebrica destinata al campo di battaglia; giacché, per lo spirito pensante, questi princìpi e queste regole debbono costituire le linee fondamentali delle abituali rijlession~ piuttosto che Le pietre miliari indicanti positivamente il cammino da seguire nella pratica» 10• Le predette considerazioni sono in contrasto con quanto Clausewitz afferma subito dopo: che cioè non deve esistere alcuna dìcotorrtia tra teoria e pratica, la formazione teorica di un capo non può non influenzare anche la sua condotta, un principio teorico, se la teoria è valida, ha anche validità pratica. Ad ogni modo, la sostanza del discorso dì Clausewitz è che prìncìpì e regole specie ai livelli superiori non devono vincolare l'azione del comandante; così essi anche oggi vengono concepiti dai più, senza troppo rispettare il significato autentico di pri ncipio. Il modo di concepire i princìpi, comunque, è legato al modo di concepire ciò che rientra nella sfera rrtilitare: se sì tratta, cioè, di arte e scienza, di arte o di scienza. Solo se quella militare viene concepita come scienza compiuta è possibile attribuirle dei princìpi nel senso autentico e letterale del terrrtine; attribuire dei prindpi immutabili a un'arte sarebbe assurdo. Anche i princìpi attribuiti a una disciplina che non ha i caratteri compiuti di scienza non avrebbero, a loro volta, i caratteri compiuti di princìpi, quindi non sarebbero princìpi e sarebbe meglio chiamarli in altro modo. Nella parte introduttiva abbiamo già affermato che quella della guerra non può dirsi né un'arte, né una scienza in senso compiuto, e che se mai è più arte che scienza. Ne consegue fin d'ora che il termine «princìpi», pur così usato, sicuramente mal si attaglia a una siffatta branca, e

•o. K. Von Clausewitz, Op. cit., Vol. l pp. 115-118.

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che quelli ai quali accenna Clausewhz non sono dei princìpi propriamente detti che come tali ispirano anche l'azione, non solo la teoria. Se, però, quella militare fosse soltanto «una tecnica», tutto sarebbe risolto: il termine princìpi non potrebbe essere usato, senza commettere una grossolana inesattezza terminologica. Una tecnica - e lo si constata anche nella citata definizione di cultura data dall'Enciclopedia Italiana -è qualcosa di molto più ristretto e vincolante di una scienza; essa richiede regole e norme ben precise e circoscritte, non dei princìpi; essa è un metodo, un procedimento, che è solo la base e lo strumento dell'attività artistica, nella quale si manifesta la personalità dell'individuo e la sua capacità di scelta Vìene infatti definita dal citato Vocabolario della Lingua Italiana (Ist. Enc. It.) come «insieme delle norme su cui è fondata la pratica di un'arte, di una professione o di una qualsiasi attività, non soltanto manuale ma anche strettamente intellettuale, in quanto vengono applicate e seguite (si contrappone ora a teoria, ora a arte o scienza nel loro significato più astratto)». ll Dizionario Garzanti la definisce invece <<insieme di regole pratiche da applicare nell'esercizio di un'attività intellettuale o manuale», «procedimento specifico seguìto nell'esecuzione di un lavoro o di un'opera, soprattutto quando esso implica un'attività manuale o l' uso di strumenti (si distingue da metodo, che è invece il procedimento logico)». Come si è accennato, Clausewitz parla di logica comune ma di grammatica diversa tra politica e guerra, e definisce l'arte della guerra dei primordi come quella puran1ente manuale tipica dello spadaio, ben diversa da quella del maestro d'armi, che è l'arte vera e propria. In questo modo, descrive esattamente la differenza tra l'arte e la tecnica della guerra: della prima tutto può essere detto, meno che non investa per intero la personalità dell'individuo, il suo intuito innato, l'attitudine al comando, tutte facoltà che non si apprendono - come la tecnica- solo con lo studio e l'esperienza. Essa va molto più in là dell'applicazione di un insieme di norme e regole, che anche ai livelli più bassi non compendia certo l'azione di comando; a maggior ragione tale applicazione non basta in guerra, di fronte all'imprevisto, al pericolo, ai sentimenti umani da dominare, alle mosse del nemico da prevedere. Se dunque si definisse quella militare «una tecnica», si incorrerebbe in un'inesattezza ancor maggiore, non si terrebbe conto di duemila anni di storia delle guerre, nei quali la parola decisiva l'hanno sempre detta le doti, il carattere, il prestigio, il colpo d'occhio, l'intuito, la capacità decisionale e di previsione non solo del generale, ma anche di chiunque sia dotato di funzioni di comando. Anche senza riferirsi a quanto Croce dice di Clausewitz e del suo modo di concepire la figura del Capo (cap. l), appare


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chiaro che tutto ciò è rivolto all'uomo -e ancor di più alla disciplina del suo comportamento in condizioni di estremo pericolo- è qualcosa di molto più elevato della tecnica, anche se si avvale della tecnica stessa. Tutti ammettono l'esistenza di un'arte politica, dalla quale discende quella militare; perché quest'ultima non dovrebbe avere a sua volta aspetti artistici? Napoleone era solo «un tecnico»? il suo genio non è forse qualcosa che, in campo militare, equivale al genio politico di un Richelieu, di un Mazarino? oppure Napoleone è stato solo un genio politico? Tanto più checome osserva il Marselli - la capacità di adattarsi alle mutevoli situazioni riguarda tanto la strategia [quindi in senso più lato l'arte militare - N.d.a.] quanto la politica, e «nessuna diversità può infirmare i princìpi fondamentali, i quali sono assoluti e pochi così per l'una come per l'altra branca, e vogliono essere intesi e applicati secondo lo spirito. Che questi princìpi esistano per la politica militare e che esistano pure regole assolute di buona condotta pratica nel medesimo campo, si deduce dall'esame dei fatti storici» 11 • A parte le concezioni assolutiste e decisamente jominiane del Marselli. rimane dunque assodato che arte politica e arte militare hanno un largo terreno comune nel quale operano seguendo princìpi spesso analoghi: sarebbe ben strano il contrario, visto il legame organico che le unisce. Ma al di là di considerazioni di carattere teoretico e storico, che quella mHitare non sia una semplice tecnica, ma qualcosa di più artistico, di più alto e complesso e difficile, lo può constatare chiunque, anche in pace e in gradi modesti, abbia avuto la responsabilità di un comando militare. Vengono presto o tardi dei momenti nei quali chi comanda è irrimediabilmente e giustamente solo di fronte a decisioni che solo lui può e deve prendere: né dall'alto, né dal basso gli si deve e può imporre la via giusta da seguire. Gli studi, le riflessioni. le precedenti esperienze, la conoscenza dei problemi e degli uomini lo possono aiutare, ma fino a un certo punto: c'é sempre un confine assai netto, oltre il quale c'è un terreno esclusivamente riservato alla sua personale scelta. Se quella militare non è una tecnica e non è nemmeno una scienza nel senso compiuto del termine (cioè legata a princìpi ben definiti e immutabili), ha forse ragione il Supino, quando afferma che «i princìpi di per se stessi non sono che astrazioni, capaci soltanto di formalizzare il pensiero militare in un intellettualismo arido, sterile destinato a perdersi al primo contatto con l'azione»'2 ?

11

· N. Marselli, Op. ci t. , Vol. II pp. 25-26. ''-P. Supino, Aspelli della guerra rrwdema (Cit.). p. 26.


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A questo interrogativo bisogna però aggiungerne un altro: se è così, come mai tali princìpi sono ammessi nella maggior parte delle dottrine militari? Certamente nella forma che è stata loro data - o che viene loro data- molti di essi attengono a elementari norme eli buon senso, sono piuttosto degli assiomi, cioè delle «verità e princìpi che si ammettono senza cliscussone, evidenti di per sé» (Vocabolario della Lingua Italiana). Ma questa non è una buona ragione per eliminarli: è ben noto che, come osserva Clausewitz, quella della guerra è un'arte tutta di applicazione, dovenella realtà del combattimento - anche l'applicazione dei concetti più elementari, di ciò che tutti sanno, diventa estremamente difficile, richiede delle scelte precise e quindi dà la misura effettiva della capacità della leadership. In altro campo, anche i proverbi esprimono dei semplici concetti, che però solo gli intellettuali superbi e pretenziosi possono prendere alla leggera: in realtà rispecchiano la saggezza popolare derivante da un'esperienza di millenni, dunque senza essere trasformati in dogmi vanno attentamente studiati e considerati e possono tornare utili persino oggi. Anche coloro che vorrebbero dimostrare l'inapplicabilità di questo o quel principio in determinate situazioni, da una parte sfondano una porta già aperta - nulla in guerra è mai stato tassativo, immutabile, tutto è sempre stato soggetto a valutazioni contingenti -dall'altra sostengono tesi ampiamente controvertibili. È vero, ad esempio, che «il criterio della saturazione tattica assegna un limite al principio della massa>>; ma questo significa solo che tale principio va applicato tenendo conto - come sempre si deve fare- delle circostanze del momento e del terreno: non significa affatto che non va applicato. Applica, ovviamente, male il principio dell'econorrùa dei mezzi chi «elimina>> mezzi aJ momento non indispensabili, che poi però possono tornare utili altrove o in un secondo tempo: i mezzi, i materiali non vanno mai eliminati, distrutti, ma immagazzinati e mantenuti efficienti in modo che possano tornare utili. Chi attacca solo con le forze al momento disponibili senza attendere ulteriori rinforzi, perché «al momento il rapporto di forze è favorevole e il tempo lavora più a favore dell'avversario che a favore proprio», non fa che applicare correttamente, in quelle circostanze, il principio della massa, che non ha mai voluto dire «aspettare di avere alla mano tutti i mezzi a disposizione prima di attaccare»: quel che importa è avere forze e mezzi sufficienti perché l'attacco riesca nel punto e nel momento voluti. Nemmeno la constatazione che i princìpi comportano esigenze contrapposte, interagiscono e possono addirittura elidersi l'un l'altro è un argomento che va contro la validità dei princìpi stessi: a ben guardare, è invece


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un argomento che conferma tale validità, e insieme conferma anche l'opportunità di considerare - come noi abbiamo fatto - l'individuazione di scelte precise come componente essenziale della strategia Essi non sempre sono contrapposti, e spesso l'uno è il presupposto dell'altro: ad esempio la concentrazione delle forze nel punto decisivo contemporaneamente realizza anche l'economia delle forze, è compatibile sia con il principio dell'offensiva che con quello della difensiva, richiede - e non rende inattuabile, come taluno sostiene - la flessibilità delle forze, che significa capacità di adattarsi rapidamente a mutamenti di obiettivi e del dispositivo; infine, è compatibile anche con il principio della sorpresa, che significa capacità di svolgere determinate azioni in un punto, in un momento, con delle modalità inaspettati dal nemico. Certamente lo stesso principio della massa, o quello della sorpresa, contrastano o possono contrastare con quello della sicurezza: ma proprio per questo esiste una leadership, alla quale - non sarà mai ripetuto abbastanza - compete appunto di valutare i pro e i contro di ogni soluzione scegliendo la migliore, nell'intesa che, in guerra, all'atto pratico una soluzione che non presenti rischi e inconvenienti o non esiste, o non consente di ottenere dei risultati tali, da raggiungere pagando il minor prezzo possibile gli obiettivi. Per vincere bisogna rischiare, diceva Napoleone; e tanto più occorre rischiare, se si vuoi vincere bene e rapidamente. Questo dà anche la misura delle difficoltà nelle quali, fin dalla guerra fredda, si dibatte la strategia occidentale, alla quale la politica per ragioni interne chiede di ridurre a livelli minimi, se non inesistenti, i margini di rischio... Nemmeno è vero che «i princìpi dell'arte militare non sono leggi, ma "coppie filosofiche" che esprimono idealtipi estremi entro i quali si situa la realtà>>. Ciò accade solo quando gli obiettivi che ci si propone non sono raggiunti: al contrario - si tratta di un loro Limite - i princìpi, almeno nell' accezione attuale, hanno la pretesa di indicare delle condizioni per raggiungere il successo, che non sono affatto astratte e ideali, ma possono dirsi pratiche perché generalmente necessarie e derivanti da un'esperienza storica. Esse sono state tenute presenti non solo da Napoleone ma da molti altri condottieri, sono dunque dei dati d'esperienza di indubbio interesse, che non possono essere relegati nel ciarpame teorico del passato. Abbiamo parlato di pretesa perché il problema consiste, appunto, nell'osservare in diverse circostanze tali princìpi, e soprattutto nello scegliere le modalità per osservarli nella realtà. Quest'ultima non detta affatto soluzioni intermedie tra questi estremi, ma al contrario- almeno per il condottiero di vaglia - rende possibili delle soluzioni che più si

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avvicinino a quel principio che, in un dato momento e in una data situazione, meglio degli altri consente il raggiungimento dell'obiettivo. In genere non viene stabilita una gerarchia tra i princìpi stessi: ciò significa che sta al Capo individuare di volta in volta tale gerarchia - o modificarla quando essa viene espressamente indicata - sulla base delle priorità strategiche e della situazione contingente. Ciò dimostra, oltre tutto, che non si tratta sempre di «coppie filosofiche»: i princìpi non sempre costituiscono delle «coppie» e degli estremi opposti: assumono solo di volta in volta un peso variabile, da un massimo allo zero, che sta a una /eadership accorta valutare. Un'altra caratteristica dei princìpi meritevole di sottolineatura è che, da quando essi esistono, si riferiscono essenzialmente alla «grande guerra», alla guerra tra eserciti di tipo napoleonico, alla strategia che oggi diremmo «operativa>> che è sullo sfondo delle teorie di Clausewitz e Jomini. Ciò avviene tuttora: eppure è ben noto, è una verità indiscussa che oggi l'arte militare e la strategia non possono più riferirsi esclusivamente a tale guerra, devono estendere il loro campo d'azione anche al tempo di pace, a conflitti , crisi, operazioni «a bassa intensità ecc.», e che quindi, più che di arte della guerra si deve parlare di arte militare. Se a quest'ultima caratteristica si assommano le precedenti considerazioni sull'insopprimibile ambiguità e sull'imperfetta rispondenza di termini come arte/scienza della guerra o militare, si pongono due esigenze fondamentali: a) occorre individuare, in sostituzione di «princìpi», un termine più flessibile e meno vincolante, che tuttavia fornisca un utile riferimento ai Quadri, svolgendo la stessa funzione di fatto svolta dai princìpi, cioè indicando un concetto-guida di carattere generale che va applicato di massima e non di norma; b) poiché i princìpi riguardano essenzialmente l'azione, l'impiego delle forze, occorre riferire tale nuovo termine non, genericamente, all'arte della guerra o militare (come comunemente anche oggi viene fano per i princìpi), ma alla strategia e- nei limiti del possibile e su un piano più ristretto- alla tattica .. Jomini fa consistere la strategia e la tattica nell'attuazione del principio fondamentale dell'arte della guerra al rispettivo livello, cioè nella concentrazione della massa delle forze sul punto decisivo; e anche Marselli, pur parlando in altre occasioni di princìpi dell'arte della guerra, indica, come si è visto, come principio-cardine della strategia quello


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di «Operare in guisa da avere la superiorità sul punto decisivo». Ma, a parte questo ancoraggio storico, se si considerano, ad esempio, i contenuti della logistica e dell'organica, appare palesemente impossibile applicare sic et simpliciter a queste discipline princìpi tipicamente «Operativi» come quelli della massa, della sorpresa ecc.. Ad esempio i princìpi (se così, per il momento, li vogliamo chiamare) della logistica possono essere altri: un allievo del Centro Alti Studi per la D ifesa 1997-1998 ne identifica cinque, «aventi valielità generale sia per l'organizzazione logistica sia per la pianificazione del supporto logistico ad una specifica operazione». Essi sono la previsione, l'economia, la cooperazione, la semplicità, la flessibilità 13 ; tuttavia poiché economia, semplicità, flessibilità, cooperazione ecc. possono essere anche requisiti (più che princlpi) dell'organizzazione militare in genere, non si può escludere che esistano dei princìpi comuni a due o più branche. Per individuare un nuovo termine più adatto, si può iniziare prendendo in esame quelli che non si prestano alla bisogna, così come sono definiti dal citato Vocabolario della Lingua Italiana. Non va bene assioma, che è «una verità e principio che si ammette senza eliscussione, evidente in sé». Se è evidente in sé, allora non c'é bisogno eli enunciarlo; la semplicità dei concetti ha un limite. Lo stesso può dirsi di postulato, «proposizione che, senza essere evidente né ctimostrata, si assume - o si richiede all'interlocutore di assumere- come fondamento eli una ctimostrazione o eli una teoria». Occorrono invece concetti ben ctimostrabili, o meglio confortati da una casistica convincente, rispondenti a una ben precisa logica induttiva, che parte cioè dai fatti. Così hanno fatto anche Jomini e Clausewitz, le cui conclusioni, pur elivergenti e soggette a verifica, hanno certamente ambedue una base solida nella realtà e nella storia della guerra. Potrebbe andare meglio massima, «giudizio che si trae dall'esperienza pratica e si assume come norma generale d' agire» oppure «principio accettato inizialmente come norma generica, e che nell'attuazione pratica potrà avere deroghe e eccezioni (specie neJJe locuzioni avverbiali 'eli massima', in linea di massima ecc.)». Questo termine ha ricevuto il crisma della quasi - ufficialità nell'Enciclopedia Militare 1933, che alla voce Strategia 1 ~ pur accennando ai «sommi princìpi dell'arte» afferma che

13 • Brig. geo. V. De Luca. Nuovo conce/lo di logistica approvvigionativa e operativa (in Sommari dei lavori individuali deifrequemarori- XUX Sessione, Roma, CASO 1998). " Enciclopedia Militare, Milano 1933, VI. 1107.


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«non esiste un sistema strategico ideale; esistono bensì massime che devono guidare l'azione dello stratega». La predetta Enciclopedia ne elenca ben 12: 1• ) «la politica deve essere in stretta connessione con la strategia [veramente è il contrario- N.d.a.], ma lo stratega deve avere piena responsabilità e Hbertà>>; 2• ) mantenere l'iniziativa e imporre la propria volontà al nemico; 3•) la strategia consiste nella manovra e inizia con lo schieramento delle forze; 4•) il suo obiettivo principale è la vittoria; s·) portare il massimo delle forze nel luogo decisivo e nel tempo utile [Jomini- N.d.a.]; 6• ) uomini e mezzi [Jornini - N.d.a.] devono giungere nel punto decisivo nella massima efficienza; 7• ) manovrare le proprie forze riunite contro il nemico frazionato nei suoi punti più deboli e nelle direzioni più redditizie per colpire i suoi punti vitali [è un assioma, una tautologia - N.d.a.]; 8• ) ripartire gli obiettivi in rapporto allo scopo unico finale e dosare equamente le forze in rapporto agli obiettivi stessi [anche questo è piuttosto un assioma - N.d.a.]: 9• ) non mutare con frequenza il tipo di strategia; il meglio è spesso nemico del bene. In ogni caso, evitare l'indecisione, sempre funesta: la strategia è fatta d'audacia, lo stratega che non rischia non otterrà mai risultati brillanti; 10> ) valorizzare i mezzi nuovi e progrediti per realizzare la massa e la sorpresa nel campo tattico [e perché non dovrebbe essere fatto, se è possibile? e perché la massa e la sorpresa si possono realizzare solo nel campo tattico?- N.d.a.]; 11") «l'organizzazione e l'esecuzione di ogni atto strategico devono essere inquadrati nel concetto di sicurezza» [affermazione che contraddice quella sulla necessità di correre rischi di cui al precedente punro 9- N.d.a.]; 12• ) da tenere presente sempre la prevalenza dei valori morali, e che il principale elemento agente è l'uomo nelle sue debolezze e virtù. Con queste specificazioni e a parte talune espressioni assiomatiche, le massime dell'Enciclopedia Militare assumono piuttosto le sembianze di quelli che comunemente sono definiti princìpi, nonostante la notevole differenza tra i due termini. Potrebbe risultare più elastica, meno tassativa di massima la parola aforisma, «proposizione che riassume in brevi e sentenziose parole il risultato di precedenti osservazioni o che, più genericamente, afferma una verità, una regola o una massima di vita pratica». Oltre tutto si tratta di un termine che ha illustri precedenti storici, anche militari: nel secolo XVTI il celebre condottiero Raimondo Montecuccoli ha pubblicato gli Aforismi dell'arte della guerra, distillato della sua esperienza pratica di condottiero; Aforismi è il titolo di un'opera che raccoglieva i precetti medici di Ippocrate; anche la scuola medica salernitana ha diffuso i suoi Aforismi.


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Come si è visto (cap. II) mentre il Jean sembra ammettere, sia pur con limiti e temperamenti che non li rendono propriamente tali, i princìpi, il Supino propone il termine proposizioni, sottolineando i suoi sottofondi matematici che in sostanza agevolerebbero la ricerca operativa con l'utilizzazione di metodiche matematiche, del calcolo delle probabilità, della statistica ecc .. Proposizione significa (per il Vocabolario della Lingua Italiana) «qualsiasi affermazione, specialmente di carattere declamatorio, filosofico, teologico, che abbia una certa gravità» o anche «in logica matematica, enunciazione e espressione di un giudizio in forma dichiarativa non ambigua; ogni proposizione risulta pertanto vera o falsa». Per il Grande Dizionario della Lingua Italiana (UTET 1988) significa invece «Concetto o idea di valore generale o ritenuta tale; principio fondamentale di un sistema filosofico o politico, assioma». 5. I «FATTORI ESSENZIALI DI SUCCESSO» DELLA STRATEGIA E DELLA TATTICA L'esplorazione finora svolta non fornisce risultati convincenti: pur essendo meno vincolanti dei princìpi, anche le massime e gli aforismi conservano un aspetto ancor troppo prescrittivo e di sentenza calata dall'alto, che rafforzato dall'autorità di chi li emana, potrebbe risultare ancora eccessivamente condizionante e al tempo stesso indeterminato, prestandosi a infinite elencazioni sul tipo di quelle dell'Enciclopedia Militare, che renderebbero una teoria o dottrina militare assai simile a un libro di proverbi: c'è invece bisogno di pochi concetti, che siano generali ma non troppo. Proposizione ha una fisionomia troppo indeterminata; è un'affermazione di un certo peso che però può avvicinarsi sia a principio che a assioma (cosa che non andrebbe bene), oppure può essere matematicamente vera o falsa; insomma, con questo termine troppo vago e elastico si scivola nell'estremo opposto rispetto a principio, e tanto varrebbe allora mantenersi a metà strada con il ricorso alle massime o agli aforismi. Per fortuna, se si consulta la regolamentazione dottrinale italiana del dopoguerra si trovano, sparsi qua e là, degli accenni assai interessanti, che non indicano la soluzione del nostro problema ma tuttavia aiutano molto a uscire dall'impasse, a trovare delle espressioni finalmente calzanti e tali da non alterare, smentendolo con l'attribuzione di altri contenuti, il significato dei termini usati.

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I vari nomenclatori non accennano né a princìpi della guerra o strategia, né ad altri termini di riferimento per caratterizzare le operazioni da condurre; ma la Pubblicazione n. 600 del 1958 (para.9) definisce la sorpresa come «fondamentale fattore di successo anche in una guerra nucleare». Al para. 18 afferma, inoltre, che «Secondo un noto principio sancito dall'esperienza, ogni attacco progredendo si esaurisce», e al para. 19 indica come «fattori fondamentali della potenza difensiva» il terreno, l'ostacolo naturale e artificiale e lo spazio. La successiva Pubblicazione 700 del 1963 è l' unica del dopoguerra a parlare esplicitamente di princìpi (para.21-24), riferendoli non all'arte della guerra ma alla condotta delle operazioni, cioè alla strategia e alla tattica. Afferma infatti - jorninianamente - che «la condotta delle operazioni si ispira tuttora ai princìpi fondamentali della guerra, tra cui, in particolare, quelli della massa, della sorpresa e della sicurezza. Le modalità di applicazione dei princìpi stessi mutano, tuttavia, con l'incessante - spesso rivoluzionario- progredire dei mezzi». L'insistenza sui tre princìpi prima indicati è principalmente dovuta all'accentuata possibilità di impiego operativo dell'arma nucleare, sulle quali è imperniata la pubblicazione; ciò vale in particolar modo per la sicurezza, che in ambiente nucleare è «presupposto indispensabile per la sopravvivenza» e richiede misure attive (frequenti cambi di schieramento e dislocazione ecc.) e misure passive (misure contro la guerra NBC, corazzature, interramento, mascheramento ecc.). TI para. 6 della predetta pubblicazione 700 accenna anche (senza chiamarli princìpi o con altro nome) ai criteri con cui va impostata la preparazione (strumento di guerra valido per ogni evenienza, dottrina d'impiego duttile, pianificazione operativa elastica, approntamento e adeguata dislocazione delle forze e dei mezzi di repressione e difesa e loro costante livello di efficienza, azione psicologica diretta a far conoscere e apprezzare i valori ideologici e gli interessi da difendere e ad assicurare la completezza spirituale e materiale della Nazione e delle Forze Armate). Infine, afferma (para. 29) che «Sulla concezione, organizzazione e condotta delle operazioni influiscono in maniera decisiva i seguenti fattori : fuoco nucleare, ambiente naturale, potere aereo, specie delle forze disponibili. dottrina e manovra del nemico». Il Vol. I (operazioni difensive) della successiva Pubblicazione 900 del 1977 contiene anch'esso accenni a quelli che, in altre epoche, sono stati definiti princìpi, da essa presentati come presupposti per ottenere il successo. Pur riferendosi ai riflessi delJe nuove tecnologie, il para. 7


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si mantiene paradossalmente non lontano da un'ispirazione jominiana: «in virtù delle più recenti realizzazioni tecnologiche, che hanno conferito al campo di battaglia una fisionomia nuova, le operazioni offensive e difensive: - si affidano oggi più che in passato alla manovra delle forze e de/fuoco per realizzare tempestive concentrazioni di potenza;sifondano di conseguenza sulla rapidità di esecuzione... ». Nel para. 8 ancor più esplicitamente si stabilisce che il successo «è legato in misura determinante alla volontà di prevalere, alla libertà di decisione e d'azione e alla capacità di comando e di esecuzione». Da ricordare anche quanto afferma il para. 9: «nella guerra moderna il successo può essere conseguito soltanto mediante l'integrazione delle operazioni di forze terrestri, di quelle aeree e di quelle navali>>. Il para. l del successivo Vol. II (1983) della Pubblicazione 900, dedicato alle operazioni offensive, fa un altro passo avanti, ricorrendo al termine «fattori essenziali di successo» per indicare quelli che nella comune accezione sono dei princìpi: «-fattori essenziali di successo [per le operazioni offensive] sono: la manovra, per realizzare concentrazioni di potenza, di massima in corrispondenza dei punti più deboli dello schieramento avversario; -la sorpresa, riferita alla scelta del momento e del luogo d'applicazione degli sforzi e dei procedimenti d'azione; - la capacità di celere adeguamento dei dispositivi agli sviluppi della situazione [cioè la flessibilità- N.d.a.]; -la continuità e il ritnw sostenuto d'esecuzione, senza interruzioni dovute alla notte o a condizioni di limitata visibilità, nell'intento di penetrare rapidamente in profondità; - la sicurezza delle proprie forze, da garantire con adeguati provvedimenti, al fine di salvaguardare la capacità operativa nel tempo [accentuazione dovuta ai riflessi del possibile ricorso all'arma nucleare- N.d.a.]». Accanto alla persistenza dell'influsso jominiano, dal precedente esame si deduce che il termine princìpi, usato solo nel 1963, viene con una certa frequenza accantonato sostituendolo confattori, il cui significato letterale è «causa o elemento che determina o concorre a produrre un effetto» (Garzanti). Nella fattispecie, l'effetto che si ricerca non è la vittoria, ma il successo delle operazioni, cioè l'assolvimento del compito: cosa che si adatta assai bene alla realtà odierna. Per ultimo, la Pubblicazione 900 del 1963 ricorre al termine fattori essenziali di successo, per indicare sostanzialmente de princìpi classici di ispirazione


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jorniniana, che dunque pur avendo ormai due secoli di vita sono ritenuti come sempre utili. Fatto che acquista maggior risalto, se si pensa che Jomini oggi è sconosciuto, e dunque non può più condizionare con schemi rigidi le menti. In conclusione, l'espressione <<fattori essenziali di successo», significativamente usata in quella che al momento attuale (primavera 1998) rimane l'ultima pubblicazione della serie dottrinale d ell'Esercito, meglio di tutte si presta per indicare i principali (non tutti) concetti informatori delle operazioni del futuro, cioè della strategia non solo terrestre - del futuro. Va rimarcato ancora che specie oggi si tratta di indicare non la chiave del successo, ma più modestamente e realisticamente dei presupposti, delle predisposizioni, dei fattori che normalmente creano premesse favorevoli per la buona riuscita dell'azione. Un siffatto approccio, caratterizzato da obiettivi limitati e non trascendentali, senza pretesa di «inventare» formule nuove e rivoluzionarie, si presta all'obiezione che, in questo modo, i «fattori essenziali di successo» che vogliamo ora indicare non sfuggono, a loro volta, ai limiti frequentemente attribuiti agli «immortali princìpi»: di essere cioè semplici dettati del buon senso, condizioni elementari per la riuscita dell'azione, che come tali sono alla portata di tutti. Che siano di per sé concetti alla portata di tutti, è una caratteristica positiva e non negativa. Alla portata di tutti e da tutti condivi si sono anche, ad esempio, gli obiettivi generali che dovrebbe avere oggi la politica nazionale, il lavoro specie al Sud, l'efficienza dei pubblici servizi, la lotta all 'immigrazione illegale, l'ordine e la sicurezza pubblica, eccetera. Eppure nel quotidiano questi obiettivi elementari sono assai difficili da raggiungere, anzi non sono mai stati raggiunti. In sede teorica non si può che sottolineare ciò che è più necessario fare, perché arte militare e strategia sono tutte di esecuzione, e solo ciò che è semplice, diceva Hindenburg, può riuscire: non si tratta quindi di scoprire form ule affascinanti nuove, ma di indicare dei criteri-guida sui quali deve essere maggiormente portata l'attenzione dei Quadri a prescindere dalla loro evidenza o meno. In fondo lo stesso Supino (cap. II) dopo aver aspramente criticato i princìpi e messo in evidenza l'ovvietà dei loro contenuti, enuncia proposizioni che, oltre a essere a loro volta scontate, non presentano nemmeno, aJI 'epoca, difficoltà di esecuzione e assomigliano piuttosto a semplici constatazioni: «la strategia delle coalizioni intercontinentali è una strategia su scala mondiale», «spazio e risorse occorrenti per vince-


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re una guerra su scala mondiale superano le disponibilità della maggior parte dei singoli Stati...» 15, eccetera. Ciò che importa è l'utilità pratica e il grado di priorità dell'enunciato; che poi esso sia semplice e esprima un concetto di tutta evidenza, è altra cosa: l'importante è non aspettarsi dai «fattori essenziali di successo» ciò che essi non possono dare. Una volta stabilito che occorre pervenire a «fattori essenziali di successo», si tratta di individuare la metodica più adatta per definirli. La strada non può essere che quella di sempre: guardare alla realtà attuale e alle esigenze che essa pone, in modo da stabilire fino a che punto sono ancora validi gli ammaestramenti dei conflitti passati, da assumere come base primaria. L'esperienza del passato andrà principalmente riferita alle nostre Forze Armate: non per nulla in ciascuna Nazione sono stati sempre definiti princìpi diversi, in tal modo mostrando di voler tenere opportunamente conto delle specificità nazionali, senza eccessive pretese totalizzanti che affascinerebbero i teorici ad oltranza, facendo però loro dimenticare che le peculiarità nazionali non possono essere senza danno accantonate in teorie che vogliano avvicinarsi alla pratica: non sono cioè, le peculiarità nazionali a dover adattarsi alla teoria, ma viceversa. Per ultimo, si deve ancora ricordare che nella regolamentazione dottrinale dei vari Paesi raramente viene indicata una gerarchia dei princìpi, raramente cioè si stabilisce una graduatoria in base alla loro importanza. È dunque doveroso vagliare anche questa possibilità, facendo in modo che il campo d'indeterminatezza sia circoscritto a «fattori di successo» non essenziali, che possono essere trascurati senza danno o, al contrario, aggiunti senza alterare l'equilibrio razionale dell'insieme: naturalmente, è sempre e solo l'esperienza del passato, magari anche vicino, a indicare ciò di cui c'è maggiormente bisogno. Nelle nostre guerre d'indipendenza- e in particolar modo in quella del 1966- è stato possibile sfruttare solo in parte le forze disponibiliche erano quantitativamente superiori a quelle nemiche- per mancanza di coordinamento o discordie tra i comandanti e tra le forze politiche della nazione. Nel campo austriaco, invece, un solo comandante, un solo obiettivo, una sola volontà: ordini chiari, truppe moralmente salde, disciplinate, ben addestrate: ne sono derivate le amare sconfitte di Custoza e Lissa, tra l'altro conseguenza della mancanza di coordinamento strategico tra forze di terra e di mare.

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P. Supino. Aspeui della guerra moderna (Cit.), pp. 32-33.


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La successiva sconfitta di Adua (1896) sul piano tattico è essenzialmente dovuta a mancato coordinamento delle forze e sul piano strategico a mancata, tempestiva disponibilità delle forze e dei mezzi - soprattutto logistici - per raggiungere gli obiettivi della campagna, fin troppo ambiziosi in relazione all'impegno di forze previsto. Per non compromettere il prestigio dell'esercito e della Nazione -che ne ha sofferto assai -sarebbe stato necessario e possibile rimediarvi, ché tutti gli eserciti europei hanno subìto seri rovesci nelle campagne coloniali: non si è più rimediato per le discordie interne alla nazione, che per tutta la durata della campagna così infelicemente conclusasi hanno impedito un armonico raccordo tra obiettivi politici e militari, tra politica e guerra. La maggiore nostra sconfitta nella prima guerra mondiale, Caporeno, e la maggiore nostra vittoria nella stessa guerra, Vittorio Veneto, sono dovute a cause sirnilari. che hanno giocato prima a nostro sfavore, e poi a nostro favore. Caporetto è dovuta alla capacità di concentrazione delle forze nel punto più debole della nostra difesa da parte nemica (con effetti largamente accresciuti dalla sorpresa), alla quale si è opposto l'insufficiente coordinamento del nostro dispositivo e del nostro fuoco, anche per il discorde concetto di difesa tra Comando Supremo e Comando 3• annata. Al contrario, a Vittorio Veneto si è vista la capacità di concentrazione delle forze e del fuoco da parte nostra, alla quale per cause anche morali e logistiche la difesa nemica non ha saputo opporre una pari concentrazione e determinazione. La guerra d'Etiopia, come già detto, è stata l'esatto contrario della campagna d'Eritrea del 1895-1896: massima armonia tra politica e guerra, obiettivi chiari, tempestivo concentramento in colonia di forze più che adeguate all'obiettivo politico, e - fast not Least - buon coordinamento anche tra forze aeree e terrestri e tra strategia e logistica, che una volta tanto non ha lesinato quanto occorreva. Ne è conseguita - caso raro - quella vittoria rapida e decisiva che come sempre la politica richiedeva. La guerra 1940-1943 dovrebbe far riflettere: massimo scoordinamento tra alleati, tra obiettivi politici e militari e tra forze armate; distrazione di forze preziose inviate in Russia e mancato concentramento delle forze terrestri sul fronte principale per l'Italia (quello dell' Africa Settentrionale); discordie tra forze armate, che nel Mediterraneo hanno condotta ciascuna una sua «guerra parallela» che non poteva che avere gli esiti che ha avuto; mancato coordinamento anche della produzione bellica, ecc ..


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È, infine, appena il caso di accennare a un'altra, ben nota costante storica, che già si è manifestata in tutta la sua ampiezza nella campagna dell848-1849 ed è proseguita in tutte le rimanenti guerre, fino all'ultima: la mancanza di coordinamento tra operazioni e logistica, tra Comandi logistici e Comandi operativi, che ancor più della carenza di risorse ha fatto con troppa frequenza dei Servizi logistici la palla al piede, l'handicap delle truppe, e non -come dovrebbero essere - l'indispensabile trampolino di lancio, la sicura e flessibile alimentazione degli sforzi 16• La storia del dopoguerra è troppo nota: basti dire che in essa sono riemersi parecchi limiti che la guerra aveva rivelato, a cominciare dalla mancanza di coordinamento tra Forze Armate e tra esigenze operative e possibilità logisticbe. Le missioni di pace, infine, non hanno cessato affatto di richiedere anch'esse coordinamento nell'ambito delle forze multinazionali, coordinamento tra obiettivi politici e militari, coordinamento tra forze armate specie nei trasporti e nella sanità. Tirando le fila di un' esperienza ultrasecola re, ci pa re logico che, anche in futuro, per l'Italia il principale «fattore essenziale di successo», il pr imo della lista, sia il coordinamento e l' integrazione degli sforzi. Esigenza valida sia in campo multinazionale, sia in campo nazionale (coordinamento tra politica e fisionomia e uso dello strumento militare), sia a livello interforze che nell'ambito della Forza Armata. Si richiama l'attenzione sulla parola sforzi, usata a preferenza di «forze» o di aJtre espressioni. Con tale parola si vuoi cogliere nel modo migliore - adattandolo opportunamente - l'insegnamento del Marselli, secondo il quale «generalmente è il solo principio della Forza, della quale la superiorità quantitativa è una delle modalità, che nella vita reale dà la vittoria solo quando non è neutralizzata da inferiorità qualitativa»17. Analogamente si può osservare che coordinare o integrare le forze militari, così come sono non basta: bisogna integrare e coordinare gli sforzi di ogni genere, morali e materiali, politici, sociali, militari, economici, industriali ecc., fino a formare un blocco solo di forze militari e nazione e tra le stesse forze militari, ottenendo così livelli ottimali di rendimento in tutti i settori, nel campo materiale e morale, nel campo dei raccordi interforze ecc.. In tal modo, pur essendo sempre

t6. Cfr. F. Botti, Lo logistica dell'Esercito Italiano ( 183 1- 1981) - 4 Vol. (Cit.). "· N. Marselli, Op.cit., Vol. H pp. 95-96.


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riferito alle esigenze strategiche, questo fattore essenziale di successo riguarda anche la politica e il suo raccordo con lo strumento militare. Non è valida l'obiezione che coordinamento e integrazione sono un presupposto e lementare per il successo, dunque non vale la pena di ribadire questi assiomi: questo è vero, ma il carattere elementare e l'ovvietà sono solo apparenti. L'esperienza storica, la complessità dell o strume nto militare moderno. le pulsioni che percorrono la pubblica opinione, la pratica difficoltà di trovare una concordanza di obiettivi e di linee d'azione nelle missioni multinazionali (Somalia docet), la difficoltà di realizzare un'effettiva integrazione interforze (benché essa sia ritenuta da sempre necessaria e - oggi - sancita anche per legge), tutti questi connotati reali che emergono continuamente quando si passa dalle parole ai fatti, dimostrano quanto - specie in Italia - sia necessario, e al tempo stesso sempre difficile, raggiunge re obiettivi che di per sé sono presupposti elementari, condizioni necessarie anche se non sufficienti per ottenere un rendimento soddisfacente dello strumento militare. Il termine coordinamento ha un significato militare ben prec iso: indica «un 'azione svolta da un Comandante o da altra Autorità militare di qualsiasi livello diretta ad armonizzare e indirizzare verso uno scopo comune le attività degli organi/organismi direttamente subordinati. È responsabilmente attuato, nel superiore interesse, anche di iniziativa tra Autorità e organi dello stesso livello per l'assolvimento di compiti o la risoluzione di problemi di natura complessa» 18• Da sottolineare l'ultima frase: specie a livello interforze può avvenire che due comandanti si trovino in disaccordo; ma in questo caso, è loro preciso dovere, «nel superiore interesse», non ignorarsi ma sedersi intorno a un tavolo per trovare comunque un accordo. L'integrazione è assai più impegnativa: in linea generale, secondo il Vocabolario della Lingua Italiana (Enc. It.) significa «con valore reciproco, l'integrarsi a vicenda, unione, fusione di più elementi o soggetti che si completano l' un l'altro, spesso attraverso il coordinamento dei loro mezzi, delle loro risorse, delle loro capacità» o anche «il fatto di integrare, di rendere intero, pieno, perfetto, ciò che è incompleto o insufficiente a un determinato scopo, aggiungendo quanto è necessario o supplendo al difetto con mezzi opportuni».

" SME, Nomenclatore Militare (Esercito) 1983 (Cii.), pp. 35-36.


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Da queste definizioni si deduce che il coordinamento, sempre necessario, è il livello minimo, è un obiettivo preliminare sempre da raggiungere quando si impiegano forze con caratteristiche diverse e sotto Comandi diversi: comandare, specie oggi, significa anzitutto coordinare. L'integrazione è il livello massimo, non sempre necessario: sta alla leadership stabilire se, quando e in che misura è necessario. L'integrazione, comunque, si rende non necessaria ma indispensabile, quando un determinato rotismo deU 'organizzazione non è in grado di svolgere, da solo, la missione. Coordinamento e integrazione sono cosa diversa dalla cooperazione, definita «complesso deJJe attività svolte da unità appartenenti a Specialità, Anni o forze armate diverse, ai fini del reciproco concorso volto al conseguimento di uno scopo tattico. Presuppone l'attuazione del collegamento tattico, cioè di un complesso di misure adottate da due o più unità per porsi in grado di conoscere in ogni momento la reciproca situazione e concordare le modalità più opportune per attuare la cooperazione» 19• La pub. n. 900 indica come primo «fattore essenziale di successo» la concentrazione delle forze, riferendola ovviamente al quadro delle operazioni tra eserciti regolari. Concentrazione delle forze, non massa: qui ha sempre ragione il Marselli. Guardiamoci dal ritenere questo antico concetto troppo elementare. Concentrare le forze anche oggi è operazione difficile e richiede tempo (basti pensare alla recente guerra del Golfo), tanto più se si tratta di Forze Armate di nazioni diverse; ma ancor più difficile è come è sempre stato - concentrare le forze nel punto e nel momento giusto, sia in campo tattico che strategico. D'altro canto, la concentrazione delle forze sugli obiettivi più importanti non riguarda solo il campo militare: è una legge della vita. Per le stesse ragioni per cui abbiamo preferito

parlare di coordinamento ecc. degli sforzi, noi indicheremo perciò la capacità di rapida concentrazione degli sforzi (senza parlare di punto decisivo, punto più debole ecc.) come secondo fattore essenziale di successo della strategia, e come primo riflesso della capacità di scelta e di indicazione di priorità che essa, per essere tale, deve strettamente esprimere. Naturalmente, questo secondo fattore è dipendente dal primo: per ben concentrare gli sforzi occorre, prima, ben coordinarli e se del caso integrarli. Per concentrare rapidamente gli sforzi occorre anche che il dispositivo sia flessibile: questo requisito si ottiene sia con la flessibilità

" i vi, p. 26 e 35.

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intrinseca, organica, di base delle forze, sia con idonea organizzazione di comando, sia con l'adozione per ciascun caso concreto di un dispositivo ad boe che consenta agevoli rimaneggiamenti azione durante. Se si guarda all'attuale scarsità di risorse, alla necessità di contemperare varie esigenze, ecc., non c'è bisogno di spendere molte parole per sottolineare la necessità di tener conti nuamente presente nel quotidiano la necessità di concentrare gli sforzi, valida in tutto ciò che riguarda la programmazione e l'impiego dello strumento militare e, prima ancora, l'allocazione delle risorse umane e materiali e l'organizzazione delle forze. Né è il caso di ricordare che, anche qui, si tratta di colmare il notevole divario tra il dire e il fare, tra un'acquisizione teorica semplice e la sua pratica applicazione, che tra l'altro richiede la preventiva, accurata scelta di obiettivi realisticamente raggiungibili, cioè dei punti di applicazione degli sforzi. Conseguenza diretta e immediata di una appropriata concentrazione d egli sforzi - e, ancor più a monte, del loro indispensabile coordinamento - è l'economia d egli sforzi stessi, che può essere assunta com e terzo fattore essenziale di successo e consiste nel raggiungere iJ m assimo risultato con il minimo sforzo. Ciò richiede un economico e razionale sfruttamento di tutto quanto disponibile per raggiungere l'obiettivo. evitando sia dispersione di energie e sforzi non sufficientemente proficui per raggiungere l'obiettivo stesso, sia sovradimensionamenti di forze e mezzi derivanti da sopravvalutazione delle possibili reazioni dell'altro e/o dei rischi e minacce. Specie oggi, la corretta valutazione degli effettivi rischi e della loro effettiva possibilità di trasformarsi in minacce - valutazione che non potrà mai essere affidata interamente o principalmente alle macchine, alla ricerca operativa -è il cardine dell'azione di comando. Una sana economia consiste, però, solo nel chiedere a ciascun roùsmo dell'organizzazione, a ciascun tipo di unità, semplicemente tutto ciò che può dare, ciò che può svolgere con successo; non consiste affatto nel tentativo, ovviamente destinato a fallire, di imporre a un ' unità, a un organismo di svolgere missioni superiori alle sue forze . con negative ripercussioni anche sul morale e sulla fiducia nella Leaderslzip. È perciò antieconomica- lo dimostra la guerra italiana 1940-1943 - la predisposizione per una data missione strategica di forze numericamente sufficienti e maga(i esuberanti, ma sottoalimentate, male armate o con carenze di fondo tali, da rendere impossibile anche lo sfruttamento delle loro residue qualità positive. Il materiale, la logistica non sono


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rutto: ma se le carenze in questi settori superano il livello di guardia, ne risente anche il morale delle truppe. D quarto fattore essenziale di successo non può essere che quello - antichissimo e raccomandato anche da Suo Zu - della sorpresa. Sorpresa significa, in generale, seguire una raccomandazione di Napoleone: non fare mai ciò che vorrebbe l'avversario, ciò che vorrebbe che tu faccia, ciò che si aspetta che tu faccia: costringerlo, dunque, a cambiare improvvisamente le sue carte, colpirlo dove e quando meno si aspetta. I vantaggi che assicura l'applicazione, quanto mai ardua, di questo principio non hanno bisogno di essere illustrati; esiste una casistica storica infinita. Le tecnologie moderne, i satelliti che tengono sotto controllo costante l'intero pianeta, le moderne tecniche di intelligen.ce, i costosi apparati che i principali Stati impiegano per «sapere» in anticipo e per non far sapere, potrebbero far ritenere che la sorpresa oggi è diventata assai difficile, più difficile che in passato. Non è vero: non si è riusciti a prevedere e quindi a prevenire l' invasione della Corea del Sud da parte della Corea del Nord nell950, l' invasione del Kuwait da parte dell'Iraq nel 1990, la rapida dissoluzione della Repubblica Federativa Jugoslava e la sanguinosa guerra civile che ne è nata, l'implosione politico-militare improvvisa dell'URSS, la sua disponibilità alla riunificazione della Germania e, per ultimo, gli esperimenti nucleari dell'India e del Pakistan. La sorpresa militare, operativa oggi è assai difficile ma è ancora possibile, cosl come è stata sempre possibile. Può essere ottenuta sia con l'impiego di nuovi mezzi e sistemi d'arma, sia con la scelta del momento e del luogo più opportuni per sferrare un'improvvisa offensiva, sia smentendo le previsioni dei più accreditati analisti militari, i quali sono portati ad attribuire a una compagine militare - basandosi su dati cartacei - una forza che poi in operazioni è !ungi dal dimostrare, o viceversa. Esempio classico l'esercito francese fin troppo facilmente travolto, nel 1940, da quello germanico, nonostante la sua fama. Indicheremo come quinto fattore essenziale di successo l'iniziativa dei Quadri, e in particolare di quelli di più modesto livello. Il nomenclatore 1984 la definisce «capacità di affrontare una situazione imprevista, assumendo decisioni autonome in assenza di ordini o quando questi non siano più aderenti alla situazione. D suo corretto esercizio richiede la piena cognizione dei fini superiori e la decisa volontà di perseguirli». Presupposto indispensabile perché l'iniziativa dia tutti i suoi frutti è la disciplina delle intelligenze, termine un po' pas-

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sato di moda ma importante: significa, infatti, un'appropriata e non breve formazione anche spirituale dei Quadri, in modo da coltivare in loro l'amore e non il terrore delle responsabilità, e fare in modo che, in linea di massima, ciascun di loro di fronte a analoghe situazioni adotti analoghi provvedimenti. L'iniziativa è un'esigenza secolare, non solo di oggi; su di essa c'è tutta una letteratura20• Una formazione dei Quadri per così dire jominiana, dogmatica (quale è stata tradizionalmente quella francese e italiana) non la incoraggia; una formazione clausewitziana la favorisce, e per questo l'antico ufficiale prussiano, e persino il sottufficiale, la possedevano in misura molto superiore a quella di altri eserciti. L'iniziativa è necessaria più che mai anche nelle attuali missioni di pace: le più minute regole d'ingaggio non potranno mai prescrivere e prevedere tutto, e dunque il subalterno, spesso isolato, dovrà avere la capacità di decidere bene e rapidamente da solo, pena gravi conseguenze. Giunti al quinto fattore essenziale di successo, noi ci fermeremo: indicare come fattore di successo anche la sicurezza potrebbe creare nei Quadri, senza alcun riscontro, delle rigidità e dei vincoli oltre a quelli - assai numerosi - che già devono affrontare, una mentalità insomma portata a evitare rischi per il solo fatto che sono tali, senza soppesare bene i vantaggi che potrebbero essere ottenuti correndo dei rischi sia pur calcolati, ragionati, ridotti al minor livello possibile in un solo modo: con la capacità di lucida valutazione e previsione che contraddistingue la buona leadership. Nel campo strategico, dare un colpo al cerchio e uno alla botte è nocivo: bisogna scegliere. Ciascuna scelta comporta dei rischi; non si sono preoccupati di proteggere i loro fianchi i cunei corazzati tedeschi che, dal 1939 al 1941, hanno atterrato anche psicologicamente gli eserciti polacco, francese, sovietico: eppure, i fatti dimostrano che hanno avuto ragione. La sicurezza è importante, ma non è mai stata qualcosa di assoluto; i risultati risolutivi sono figli, più che della sicurezz.:'l, del rischio calcolato. Napoleone diceva che il vero Capo sa distinguere quando deve essere prudente, e quando deve essere audace; è tutto. Chi al momento opportuno non sa rischiare, non sa assumersi le sue responsabilità, non è un buon comandante: la storia lo dimostra. La sicurezza non può identificarsi con l'azione: ne crea solo le premesse. Facendo della sicurezza nel senso pas-

"' Si vedano, ad esempio, i due anicoli dedicali dalla Rivista Militare di oltre cento anni fa all ' iniziativa (Magg. A. Mazzoleni, Dell'iniziativa - tema per tma conferenza, «Rivista Militare>> l o luglio e 15 luglio 1896).


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sivo, ristretto del termine una sorta di principio, un elemento dominante, si correrebbe - per rimanere in tema - un rischio assai grave: quello di tornare alle concezioni anticlausewitziane dell'Arciduca Carlo, il quale prescrivendo che in nessun caso il generale doveva abbandonare la linea d'operazione dell'esercito non ha fatto che tarpare le ali alla manovra degli eserciti austriaci, contro un avversario che, come Napoleone, basava la sua strategia sui rapidi e spregiudicati movimenti miranti a sorprendere l'avversario, pur essendo anch'egli convinto che, in linea di massima, la linea d'operazione non doveva essere abbandonata. La miglior sicurezza consiste in una corretta applicazione dei fattori essenziali di successo prima indicati. Dipende dalle forme di manovra prescelte, è cioè indiretta, prima che diretta; consiste nel sorprendere l'avversario anziché farsi sorprendere, nell'intuire le sue mosse in anticipo. Per il resto, è sufficiente ricordare che la sicurezza del dispositivo in ogni circostanza deve essere cura del comandante, il quale vi deve destinare forse sufficienti ma non esuberanti rispetto alle effettive esigenze. La sicurezza non può mai essere una meta: fa parte deJle indispensabili precauzioni da adottare per raggiungere la meta stessa, variabili caso per caso e da lasciare ad esclusiva discrezione del comandante. Dire «ricordati della sicurezza» potrebbe essere persino offensivo: come l' esplorazione e la ricognizione - con essa connesse - è un'attività, un'esigenza quotidiana, continua, importante ma non al punto tale da rappresentare un fattore essenziale di successo. Al massimo può essere definita un fattore di successo e basta, ma in questo caso si potrebbe obiettare che il successo non si ottiene con lo scudo bensl con la lancia, cioè con l'insidiare la sicurezza altrui curando così nel modo migliore la propria, come voleva Douhet. Siamo portati ad escludere dai fattori essenziali di successo anche la libertà d'azione, definita dal nomenclatore 1984 «facoltà di un Comandante di qualsiasi livello, e di qualunque militare in genere, di scegliere, ai fini degli scopi generali che devono essere raggiunti, nell'ambito delle proprie attribuzioni e nel rispetto dei vincoli eventualmente posti dall'Autorità superiore, le modalità più opportune per l'assolvimento del compito ricevuto». Un'ampia libertà d' azione favorisce l'iniziativa: ma non sono la stessa cosa, visto che l'iniziativa consiste nella capacità di far fronte a situazioni impreviste quando mancano o sono superati gli ordini. La libertà d'azione in senso lato è un dato costitutivo fisso, non è che disciplina; è l'effetto di una buona organizzazione gerarchica, nella quale di ciascun livello si delimitano competenze,

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facoltà, dipendenze, imponendogli solo i vincoli necessari. I troppi vincoli sono manifestazioni di sfiducia; per contro, essi possono essere ridotti al minimo solo se riguardano un comandante che si ha motivo di ritenere esperto, ben addestrato e all'altezza del compito. Non sempre ciò avviene: ne conseguono ordini troppo dettagliati che spesso non migliorano affatto le chances. È inesatta l'affermazione che la libertà d'azione si tutela con la sicurezza, perché in tal modo si evitano sorprese che possono ridurla o annullarla. La sicurezza si tutela soprattutto, come già detto, prevedendo le mosse del nemico e indovinando le proprie; essa riguarda non solo la libertà d'azione ma tutti i fattori di successo, fa parte integrante di qualsivoglia predisposizione da adattare. È scontato che il nemico, «l'altro», si opponga ai disegni del comandante, e dunque limiti la sua libertà d'azione e la ostacoli come meglio può: se è così, il primo e autentico rimedio non consiste nella sicurezza in sé, ma nel battere chi si oppone, nel far cadere nel vuoto i suoi tentativi. L'espressione «libertà d'azione» va invece oggi riferita, alla necessità di far operare ciascun livello gerarchico con il minor numero di vincoli possibile, consentendogli così di meglio fronteggiare le mutevoli situazioni, e, in una parola, di assumersi tutte le responsabilità che competono al suo grado. Si tratta di un'antica esigenza, che non è affatto venuta meno nel quadro delle operazioni moderne: ma all'atto pratico, specie in relazione agli impieghi oggi più frequenti si può solo affermare, molto genericamente , che a ciascun comandante deve essere lasciato un grado di libertà d'azione variabile, perché inevitabilmente dipendente dal tipo di missione che gli viene assegnata. All'atto pratico, in molti casi e situazioni i vincoli sono di diverso ordine e tendono a crescere anziché diminuire, senza che sia possibile arrestare o capovolgere una linea di tendenza che difficilmente può subire variazioni, perché imposta dalla situazione e dalla complessità dei moderni organismi. Ciò che si può e si deve esigere, è che ai vari livelli gerarchici sia lasciato il massimo grado di libertà d'azione consentito dalle circostanze. Già nella seconda guerra mondiale, come si è accennato, i comandanti più elevati sul campo, i responsabili dei vari teatri d'operazione e scacchieri periferici erano vincolati sia da decisioni concernenti la condotta strategica delle operazioni provenienti dal centro, sia dalle possibilità logistiche, sia infine - nel solo campo alleato - dalla necessità di ridurre al minimo le perdite. Inutile aggiungere che, nel dopoguerra, la libertà d'azione e di decisione dei Capi militari è stata ancor più decisa-


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mente tarpata e di fatto annullata dalla presenza e influenza di un'arma troppo potente per essere usata a loro discrezione: la bomba atomica, proprio per questo diventata arma politica più che militare e operativa. Nemmeno nel periodo post-guerra fredda la libertà d'azione dei Capi militari (dal più elevato in grado al comandante di plotone, ad esempio nelle missioni di peace keeping) ha potuto riguadagnare terreno: anzi ha perso ulteriori posizioni. Vi ha contribuito un complesso di fattori. ai quali già si è accennato: a) l'accresciuta <<politicizzazione» dell'impiego dello strumento militare in genere; b) la necessità di scegliere sistemi d'arma e procedimenti d'azione miranti a evitare perdite e non solo a ridurle; c) il carattere delle missioni di peace keeping, e la pratica necessità di scongiurame la loro trasformazione in missioni di peace enforcing. Ciò ha imposto l'adozione di minute «regole di ingaggio» particolarmente vincolanti per i comandanti di minori unità; d) il carattere di semplice «avvertimento» politico (esempio: attacchi missilistici improvvisi ma limitati e non ripetuti aJriraq; attacchi aerei a postazioni antiaeree irakene) di taJuni interventi militari tipo «mordi e fuggi»; e) la necessità di evitare l' impiego di fanterie in combattimento (nella guerra del Golfo esso è stato l'ultima ratio, a un punto tale che non vi sono praticamente state perdite; nell 'ex-Jugoslavia è stata impiegata solo l'aviazione e, in parte, l'artiglieria); f) la stessa complessità dell'organismo militare moderno, che richiede accurata pianificazione e nel quale ciascuno dipende da altri, deve «aspettare» gli altri e coordinarsi continuamente con loro. Altro che «indipendenza»! Con questi limiti, la libertà d. azione- principio che peraltro non ha mai avito vita facile nelle Forze Armate italiane - va relegata nei ricordi del passato, perché è di fatto diventata non un valore in sé, ma un valore «relativo» e «dipendente». In quanto riferiti prima di tutto alle operazioni, i cinque fattori essenziali d i successo prima indicati possono benissimo essere trasferiti alla tattica, che li applica sui un piano più ristretto e in complessi di forze di minore livello. Essi non sono riferiti al solo esercito, né riguardano il solo caso di operazioni belliche o la sola azione. Anche nei conflitti e crisi e nelle missioni out of area sono necessari il coordinamento, la concentrazione degli sforzi e la loro economia; l'unico fattore di incerta applicazione è la sorpresa, che peraltro entra sicuramente in campo se si passa a operazioni di peace enforcing. Senza contare che la sorpresa può essere una chance anche in operazioni di peace keeping, in quanto, ad esempio, l'improvvisa e inaspettata ostentazione di una forte

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determinazione nell'uso delle armi può colpire i contendenti e indurii a muti consigli, o più semplicemente può avere generici effetti dissuasivi. In fondo anche la politica strategica, la sua componente militare e più in generale la politica richiedono - per raggiungere gli obiettivi - il coordinamento e la concentrazione degli sforzi, l'economia degli stessi e persino la sorpresa, che aumenta gli effetti psicologici delle mosse o attenua i loro riflessi negativi e i rischi. Le decisioni inattese e improvvise fanno parte del gioco politico, economico, finanziario quotidiano; così come si parla spesso del core business, sul quale concentrare gli sforzi, di sinergie industriali, di cartelli e accordi, di integrazione degli sforzi in un dato settore_ ... Analogie che non possono sorprendere: in fondo, politica e strategia non hanno forse, come dice CJausewitz, la stessa logica? non riguardano ambedue anzitutto l'uomo? non agiscono in base a rapporti di forze e in un clima di contrasto di volontà e intelligenze? politica e guerra non sono ambedue un fenomeno sociale? I predetti fattori, e ancor di meno le priorità che sono state loro assegnate, non possono invece adattarsi sic et simpliciter ad altre parti dell'arte militare: ciò dimostra ancora una volta, per altra via, il diverso carattere deJla strategia rispetto ad altre parti e la necessità di ben distinguerle. Per l' organica e l'organizzazione delle forze in genere noi indicheremmo quale fattore essenziale di successo la flessibilità, questa volta non genericamente riferita agli sforzi ma alle forze. La flessibilità è oggi imposta dalla molteplicità dei rischi, dall'assenza di precise minacce, dalla diversificazione dell'impiego dello strumento militare. Essa significa dar vita a un dispositivo tale da poter far fronte rapidamente e senza trasformazioni traumatiche a qualsivoglia esigenza d'impiego o minaccia, e, prima di tutto, idoneo sia alla difesa del territorio e degli spazi aerei e marittimi nazionali, sia alle missioni out of area: un dispositivo polivalente insomma, non «unidirezionale» e proiettato solo verso la «grande guerra» come è stato fino al 1989, ma nenm1eno tale, da accantonare del tutto la guerra classica tra forze armate. Per la logistica, vale ugualmente quale primario fattore di successo la flessibilità, alla quale noi aggiungeremmo sullo stesso piano la capacità di aderire tempestivamente e in ogni occasione alle esigenze delle truppe, e su un piano subordinato altri due fattori: la capacità di previsione - con la correlata predisposizione di riserve logistiche e di mezzi di trasporto adeguati alla durata del ciclo operativo e scaglionati in base alle effettive possibilità di afflusso dei rifornimenti e - questa volta- la sicurezza, intesa sia come protezione passiva del personale e del mate-


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rìale sia come reattività in proprio e protezione degli organi logistici, i quali oggi meno che mai possono contare sul rassicurante concetto di retrovia del passato, già messo in crisi dalla guerra aerea e dei corazzati. Le esigenze di coordinamento e integrazione degli sforzi, di concentrazione, di economia ecc. fanno naturalmente sentire la loro importanza e influenza anche sull'organizzazione delle forze e sulla logistica: ma derivano principalmente dalla strategia, in quanto sono manifestazioni primarie dell'azione di comando, chiamata a forgiare con criteri uniformi l'intero organismo. Esse hanno riflessi diretti soprattutto sugli organi di comando operativi e logistici, su procedure e compiti, che vanno definiti in modo tale da assicurare il pieno e economico soddisfacimento di quanto la strategia chiede. La logistica moderna, con la problematica organizzativa anche a livello interforze che essa pone e con le sue interazioni dirette e continue con l'operatività delle forze, è qualcosa di più e di molto diverso rispetto alla branca tecnica e specialistica vassalla della strategia del passato, riassunta nei vecchi motti - che hanno avuto grande e fin troppo persistente successo nel costume quotidiano, nella mentalità di taluni comandanti l' lntenderzce suivra, <<Ì Servizi sono fatti per servire», «S'arranger» (Napoleone). In un recente studio del CASD si propone di prendere come riferimento il settore civile, nel quale «logistica e management diventano, in un certo senso, sinonimi, in quanto afferiscono alla stessa materia, ossia alle risorse e alla Loro gestione in senso produttivo [...]. Ciò non fa altro che giustificare l'accostamento tra logistica e management, ove la logistica, in quanto funzione strategica, diventa nelle mani del manager uno strumento di grande efficacia per conseguire gli obiettivi dell'impresa>>. Trasportando nel campo militare questi concetti, il compilatore dello studio propone «una distinzione speculativa tra logistica e supporto logistico, intendendo per logistica l'attività concettuale/dottrinale volta a risolvere con visione unitaria il problema logistico [che dunque è funzione di comando - N.d.a.], mentre per supporto logistico va intesa tutta la serie di attività diretta a porre in essere la logistica. D logista, dunque, dovrà sviluppare gli aspetti dottrinali, volgendo lo sguardo all'evoluzione tecnologica e alle esigenze operative dei sistemi d'arma, mentre il logistico dovrà assicurare l'impiego del materiale in termini di costo/efficacia...» 21 • In questa

" Col. t. Sg V. Di Ventura, L'insegnamento della logistica e del «management» nell'iter formativo degli Ufficiali (in Sommari del CASO XLIX Sessione- Cit.).


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organizzazione, che vediamo rispecchiata nell'attuale ripartizione delle funzioni logistiche tra SME e Ispettorato logistico, evidentemente è lo SME, cioè l'organo operativo, a definire le linee portanti dell'organizzazione logistica, la filosofia logistica: solo se la logistica risponde agli stessi fini che ispirano le attività strategiche e operative può svolgere il suo ruolo. Ad esempio il requisito dell'economia - esigenza estremamente importante anche per la logistica - è tale solo se ad esso si ispira l'intero organismo. Non vi può essere un'organizzazione logistica economica, se non è economica l'intera struttura delle forze: l'economia è affare del comandante operativo, prima ancor del comandante logistico. Essa deriva principalmente da una buona organizzazione generale, e dall'indicazione a ciascuna componente di compiti appropriati: cioè da una buona azione di comando. Lo stesso può dirsi del coordinamento tra operazioni e logistica, e/o dei Servizi logistici tra di loro. In sintesi la strategia e i suoi fattori essenziali di successo ispirano il tutto; ciò non toglie che ciascuna altra parte dell'arte militare ammetta dei fattori essenziali di successo specifici, e ammetta diverse priorità. Per ultimo, anche se i fattori essenziali di successo predetti hanno lo scopo di ribadire, di sottolineare ciò che più è mancato nella casistica d'impiego delle Forze Armate italiane da quando esistono, essi non esauriscono affatto la materia. Sarebbe perciò utile, in sede dottrinale e/o nelle scuole, integrarli con un certo numero di massime, di detti celebri atti a calamitare l'attenzione dei Quadri, a farli riflettere su particolari argomenti, a dare uno spessore storico alla problematica attuale, aiutandoli a distinguere tra ciò che è nuovo e ciò che sembra nuovo, ma non lo è del tutto. In tal modo potrebbero essere meglio inquadrate anche le ragioni di talune norme e di talune forme tradizionali dell'organizzazione militare, cosa sempre benefica. Al di là della materia strategica e tattica, le massime sono ancor più utili nell'insegnamento teorico delle attività relative al personale, unica branca forse dove più che di massime si potrebbe parlare, questa volta, di autentici e immutabili princìpi: è innegabile che la capacità del comandante di dare l'esempio, di imporre naturalmente la sua autorità e personalità, di comprendere i dipendenti e di farsi da loro comprendere, di motivarli, infondere loro fiducia e coinvolgerli intorno a comuni obiettivi, di acquistare prestigio con azioni e decisioni giuste e centrate, è da sempre la base dell'azione di comando, è veramente un immutabile principio, così come è immutabile l'animo dell'uomo. Napoleone, prima ancor che genio della guerra, è stato un comandante impareggiabile: e così tutti i grandi generali dell'antichità.


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6. CHE COS'È LA STRATEGIA? SUOI RAPPORTI CON LA GEOPOLITICA E CON LA GEOSTRATEGIA Sia come «arte del generale» e della condotta di eserciti da sempre praticata, sia come teoria esplicitamente riconosciuta e studiata come tale, la strategia ha sempre dovuto fare i conti anzirutto con fattori geografici, con rapporti di spazio. Le distanze, le caratteristiche del terreno, i tempi, le forze sono sempre stati gli ingredienti di qualsiasi strategia. n concetto di strategia di Jomini, così come quello del suo allievo Mahan a fine secolo XIX, hanno avuto come principale riferimento la geografia, sia pur abbinata all' exemplum historicum. Da buon positivista, Carlo Cattaneo scriveva nel 1839: «le più grandi radici delle più grandi vittorie stanno nella perfezione dei rilievi topografici e nella perizia dei comandanti a calcolarli; così se la vittoria una volta pareva opera del braccio, ora à più manifesta figlia della mente [. .. ]. La vittoria non è della generazione robusta e dura che forma i valorosi squadroni; ma del giovane taciturno [evidente il riferimento a Napoleone - N.d.a.], che proteso bocconi sulla carta col compasso in mano, sceglie quel crocicchio fatale di strade che diverrà campo famoso di battaglia»21• Non solo Jomini, ma anche l'Arciduca Carlo e tutta la corrente dei dottrinari del secolo XIX fino ai nostri Ricci, Marselli, Perrucchetti e Bonarnico hanno indicato nella geografa uno dei fondamenti, anzi il principale fondamento della strategia, della fortificazione permanente, della difesa terrestre e marittima dello Stato e della politica militare. Va qui sottolineato, in particolar modo, quanto scrive il Marselli sul rapporto tra strategia, geografia e storia: «quanto più il genio si sottometterà all'indeclinabile ragione della geografia (sic), tanto più volgeranno bene le operazioni militari, tanto più padroneggerà l'avversario. Come lo scienziato industre doma la natura col comprenderne Le leggi e col sottoporvisi, così il generale conquista i favori della vittoria col ricalcar L'opera della natura, cioè col considerare come linee e punti strategici e vitali della guerra quelli che la natura ha fatto tali[. .. ]. La strategia ha dunque la geografia militare a suo fondamento, e questa, quella fisica. Gustavo Adolfo di Svezia afferrò L'idea madre dell.a geografia militare. Né suoi Sentimenti e propositi, disse: "lo osservo che Le regioni sono

tt C. Cattaneo, Della milizia amica e modema ( 1839) - Ci t. in F. Botti, Il pensiero militare e navale .... (Cit.}, Vol. I pp. 598-599.

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conquistate mediante lo stesso principio che le ha popolate in origine; il metodo dì far la guerra rimane identico a quello tenuto dalla Natura [. ..]. Prima di esistere come studio autonomo, la geografia militare viveva nella storia militare, dalla quale non può mai separarsi interamente. La storia e La geografia sono legate fra loro come l'anima e il corpo, come l'attore e la scena, come il tempo e lo spazio. Indispensabile è e sarà sempre il descrivere ed esaminare un teatro geografico prima di nan·are ed esaminare le operazioni militari che in esse si svolsero»23 • Le riflessioni del Marselli (1875) consentono di stabilire un primo punto fermo, che aiuta a comprendere meglio le mutazioni del concetto di geostrategia fino ai nostri giorni: nella seconda metà del secolo XIX l'importanza della geografia, già centrale in Jomini, viene se mai accentuata, fino a stabilire che il genio non può, non deve fare altro che interpretare e ricalcare l'opera della natura , la quale di per sé impone, a prescindere da altri fattori, le scelte strategiche; la storia militare poi completa il quadro di riferimento, aggiungendo ulteriori dati d'esperienza. Parafrasando il celebre detto di Napoleone che «la politica degli Stati dipende dalla loro geografia», si potrebbe dire che, secondo il Marselli, «la strategia degli Stati dipende dalla loro storia e geografia». In una tale concezione le scelte strategiche sono dettate da fattori fissi e costanti nel tempo. Acquistano cioè una fisionomia positivista e deterministica, che ha carattere fondamentalmente anticlausewitziano; e in virtù del loro carattere costante, nel secolo XIX i fattori geografici sono stati assunti a cardine della pianificazione per la difesa dello Stato e della dislocazione e del ruolo delle opere di fortificazione permanente. Ne consegue anche, in prima istanza, che se la strategia è già così dipendente dalla geografia, la geostrategia nel suo significato attuale deve esprimere, deve accentuare qualcosa di diverso, e anzi di più impegnativo2~. Posto che da sempre la geografia, o meglio la geografia militare, è il fondamento della strategia, che cosa si vuoi indicare di più con questo termine, nel quale il prefisso geo (terra, terreno, o in senso lato e traslato spazio, o anche globo terrestre) già indica di per sé non solo un legame organico di natura geografica, ma una connotazione prevalentemente geografica?

"· N. Marselli, La guerra e la sua storia (Cit.), Vol. li pp. 119- 120. ,. Si veda. in merito. il Nostro Geografia politica. geopolitica e geostrategia, «Rivista Militare», n. 3/1996, pp. 39-SI.


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Nel capitolo II si è visto che- come riconosciuto anche all'estero e come da noi riscontrato in anni recenti - il generale Giacomo Durando nel 1846 è stato il primo a usare questo termine. Il Durando indica la geografia come l'elemento fondamentale che ha concorso alla formazione delle nazionalità entro determinati confini e la geostrategia come studio delle condizioni che la morfologia del terreno pone in astratto alla strategia, fermo restando che l'espansione demografica e militare dei popoli, e quindi la loro strategia, camminano di pari passo perché le loro direttrici sono costanti, sono comuni e sono dettate appunto dalla geografia: politica e strategia hanno così una base comune e l'uso delle armi è l'unico elemento che fa la differenza tra di loro. Per la verità nessuno si è mai ricordato, fino a oggi, di quanto ha scritto Durando. Il termine geostrategia, secondo il Coutauu, è ricomparso negli anni 40 per merito del geografo George B. Cressey, che nel suo libro Asia's Lands and People (1944) ha contrapposto la geostrategia alla geopolitica militarista e imperialista: «la funzione della geostrategia è di comprendere i problemi e il potenziale di una nazione e di suggerire un programma di sviluppo interno e di cooperazione internazionale nell'interesse di tutti». Insomma: un concetto non tanto e non solo politico, ma «civile», non armato, nel quale non si capisce bene che cosa abbiano a che fare la strategia e la geografia militare; e nel quale si trascura che, se la strategia deriva dalla politica, anche la geostrategia non può che derivare a sua volta dalla politica, o meglio dalla geopolitica. Un'indagine sui vari significati attribuiti dal 1944 in poi a «geostrategia» è scarsamente indicativa, anzi dannosa, perché confonde le idee e allontana dal cuore del problema anziché indicare una rotta per pervenire a qualche risultato certo. Basti ricordare che il terrnine geostrategia è stato spesso usato occasionalmente, senza approfondirne gli aspetti lessicali e l'epistemologia, e soprattutto, senza accennare al legame che esso deve pur avere con la geografia, la geografia militare e la strategia nel suo significato classico. Mancando una matrice teorica comune, ciascun studioso ha manipolato come meglio ha creduto la materia prima: ne è derivata una molteplicità e disparità di significati che, invero, sono ancor meno coerenti di quelli a suo tempo attribuiti alla strategia stessa.

" H. Coutau - Bégarie, Op. cit., 2. Géostratégie, pp. 41-42.

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Ci limitiamo perciò a riportare la parte conclusiva del lungo esame che il Coutau dedica alla geostrategia: «la geostrategia mette l'accento sulla dimensione spaziale che contende alla tecnica il primo posto negli elementi determinanti della strategia, anche all'infuori dei conflitti, perché il XX secolo ha conosciuto delle trasformazioni radicali, che obbligano a pensare lo spa-;.io in modo ben diverso che in termini di terreno, come faceva la geografia militare. Non solamente perché l'ambiente agisce a tutti i livelli dell'arte della guerra, perché le risorse e le infrastrutture conddonano più fortemente che nel passato (nel quale contava soprattutto il fattore finanziario) il rapporto di forze in una guerra lunga, ma anche perché gli analisti hanno preso coscienza di un'influenza più profonda, impercettibile a prima vista: la geografia è il substrato, il fondamento a partire dal quale prende progressivamente corpo ciò che noi oggi chiamiamo la cultura strategica, vale a dire l 'insieme dei comportamenti ereditari che influenzano i Capi politici e militari, in misura variabile, nella condotta della guerra. Lungi dall'escludersi a vicenda, l'approccio geostrategico e quello culturale si completano. Ambedue tendono a ridurre la libertà degli attori, ma quest'ultima rimane incomprensibile ed è anzi essa, in ultima analisi, a fare la differenza. Con un obiettivo così vasto, è possibile abbozzare una definizione? Il colonnello Golbery [principale esponente della scuola brasiliana di geopolitica, autore dell 'opera Geopolitica e geostrategia (1959)- N.d.a.] ha indicato la geostrategia come "geopolitica della sicurezza nazionale" e ha proposto di dividerla, come la geopolitica, nelle branche politica, psicosocia/e, economica e militare, per arrivare (come Castex, al quale si è ispirato) a una "visione strategica universale e ben integrata". Visione assai larga se non grandiosa, ma al tempo stesso, difficilmente maneggiabile. In effetti, la sicurezza è una nozione talmente onnicomprensiva che la strategia, così intesa, tende a inglobare tutto, avvicinandosi al concetto di strategia integrale del generale Poirier che prevede una strategia generale militare, una strategia generale economica e una strategia generale culturale; ma si tratta più di un 'archetipo ideale nel senso weberiano del termine, che di un modello valido per l'attività pratica degli Stati. André Vigarié ha definito la geostrategia come "l'insieme dei comportamenti di difesa alle più vaste dimensioni e con la più grande varietà di mezzi d'azione". Una siffatta definizione è più precisa di quella del Golbery, perché sostituisce la difesa a un concetto troppo indeterminato di sicurezza, e perché insiste sull'ampliamento della dimensione di riferimento. Senza


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dubbio bisogna insistere sul fondamento geografico di questa varietà di mezzi d'azione; si potrebbe dire, perciò, che "la geostrategia è una strategia fondata sullo sfruttamento sistematico delle possibilità offerte dai grandi spazi in termini di estensione, di forma, di topografia, di risorse di tutti i generi". Quest'ultimo approccio fa ben emergere l'idea centrale, quella di una mondiali::::a::ione e di una crescente complessità della strategia all'epoca contemporanea. In sintesi, si potrebbe dire che la geografia militare ragionava in termini di terreno e di fronti, mentre la geostrategia ragiona in termini di spazio e di reti (i famosi C 4 l americani: Comando, Controllo, Comunicazione, computer e informazioni); che la geografia militare era descrittiva e statica, mentre la geostrategia è prescrittiva e dinamica. La geostrategia, infine è sorella della strategia nucleare. Essa mostra di rendersi conto dei mutamenti della strategia dell'azione, mentre la strategia nucleare anali:;::a i meccanismi della strategia di dissuasione»u. Da quanto afferma il Coutau si deduce che la geostrategia di oggi più che la generica funzione di sicurezza, dovrebbe riguardare quella di difesa, cioè l'uso dello strumento militare in genere; inoltre essa dovrebbe riferirsi ai grandi spazi e al moderno concetto di «geografia umana», con tale termine intendendo una disciplina che «studia l'uomo sulla terra, l'uomo e la terra o la dimensione spa::iale della società [. .. ] studia anzitutto la distribuzione degli uomini sulla terra e la maniera in cui vivono[... ] si sofferma poi su/funzionamento della società e sul modo con cui le distan::e e la lontananza ne in.fluen::ano variamente le attività [ ... ].La geografia umana presenta dunque tre versanti. Il primo studia il posto degli uomini negli ecosistemi; il secondo anali-:.za la logica per cui le innumerevoli decisioni umane finiscono col produrre un certo ordine spaziale, un'organizzazione regionale; il terzo si interessa del modo con cui gli uomini concepiscono il mondo, gli attribuiscono un senso e di conseguenza lo modificano»21 • Constatato che c'è molta differenza tra il concetto di geostrategia del Durando, quello del Jean e quello del Coutau, per trovare qualche caposaldo di riferimento non si può studiare la geostrategia in sé, ma piuttosto riferirsi anzitutto a sua madre: la geopolitica, esaminando in che cosa

26.

:n.

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ivi, pp. 63-64. Enciclopedia delle Scienze Sociali, Roma, Ist. Enc. Il. 1994, IV 265-266.


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quest'ultima, a sua volta, si differenzia dalla geografia politica e dalla geografia militare. È senz'altro vero, quando affem1a il Jean: «la geostrategia può essere denominata "geopolitica militare" e considerata sorella minore della geopolitica»:za. Se si vuol stabilire in via preliminare le differenze tra politica e geopolitica, si deve constatare che, in quanto tali e proprio come ba fatto la strategia, la politica e l'economia fin dai tempi più antichi non banno mai potuto ignorare, anzi hanno spesso collocato in posizione preminente la dimensione geografica. Naturalmente ai tempi del Durando e del Marselli, gli spazi di interesse tanto della strategia che della geostrategia erano molto più ridotti di quelli attuali, ma già neJia seconda gueiTa mondiale politica e strategia hanno definitivamente assunto quel respiro intercontinentale che le ha caratterizzate da allora in poi. Fin daUa seconda gueiTa mondiale, quindi, le possibilità offerte dai grandi spazi sono state sistematicamente sfruttate sia dalla politica, che dalla strategia: che cosa, allora, ha segnato e segna la diversità tra questi termini e la geostrategia? Fin da ora si deve escludere che la geopolitica - o geostrategia consistano semplicemente nello studiare l'influenza dei fattori geografici , sia fisici che umani, suUe analisi, scelte e azioni rispettivamente politiche o strategiche: questo studio è da sempre premessa anzi e parte indispensabile di una buona politica e di una buona strategia senza prefissi e aggettivi, che non hanno mai omesso -in quanto tali - di considerare e studiare tra i fattori principali quelli attinenti alla geografia umana. Basti pensare al ruolo della geografia nello sviluppo e nella decadenza delle Repubbliche marinare oppure nella politica delle grandi potenze colonialiste a cominciare dali 'Inghilterra, che - protetta dal mare- non ba mai avuto bisogno di un grosso esercito di leva ed è stata piuttosto attenta ad assicurarsi e mantenere ad ogni costo il controllo dei punti-chiave che dominano le rotte marittime in ogni parte del mondo o al controllo del MediteiTaneo.... Se la geografia politica, consapevolmente o meno, è sempre stata il fondamento deUa politica degli Stati e delle relazioni - conflittuali o meno - degli Stati tra di loro, non si è tardato molto anche a riconoscerla esplicitamente come branca di studio e ricerca, cioè come teoria. Nel secolo XVII il padre gesuita Giovanni Pietrobelli è stato fino a prova contraria il primo - in Italia e nel mondo- a pubblicare un trattato intito-

"' C. Jean, Geopolitica (Cit.), p. 14.


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lato Geografia istorico-politica29 , seguito nel secolo XIX, ad esempio, dalla Geografia politica dell'Italia di Matteo Bianchi30, e dalla Geografia politica per corredo della storia universale di Cesare Cantù3'. n libro del Pietrobelli è assai interessante: esclusivamente descrittivo e senza alcuna carta geografica, va più in là di quanto promette il titolo ed è efficace dimostrazione del legame, del terreno comune che indubbiamente esiste tra la geografia e la politica, la geopolitica e la geostrategia. Descrive accuratamente gli ordinamenti politici e militari degli Stati europei del tempo e il loro legame con la storia e geografia di ciascun Paese, individuandone le ricadute strategiche e le ragioni di debolezza e decadenza. Approfondisce le ragioni geografiche della già allora crescente potenza inglese sui mari. Trattando della Repubblica di Venezia si sofferma sulle «massime e princìpi» (ben 12) costantemente alla base della politica interna, estera e militare di queJJo Stato (con i relativi ordinamenti militari, ovviamente imperniati sulla flotta). E osserva che specie per i Veneziani «vale il proverbio che corre in Turchia, aver Iddio dato il mare ai Cristiani, ad essi la terra». Di conseguenza «il nerbo principale delle forze venete consiste nel mare, sì a cagione del suo sito, sia a difesa della sovranità del Golfo, sì a conservazione delle isole, che tiene nel Mediterraneo, e delle Provincie à mare; sì a sicurezza del traffico in Oriente». E non manca di accennare alle ragioni della decadenza di Venezia, che già vede incipiente..... Dal punto di vista teorico la geografia politica - alla quale dobbiamo ad esempio il concetto tuttora operante di confine, inteso come ragionata suddivisione del territorio (o della superficie marittima) tra vari Stati - riguarda sempre il rapporto tra territorio e attività dell'uomo, tra le quali in primis quella istituzionale e militare. Ci sembra perciò calzante questa definizione di geografia politica del Weigert: «ramo della geografia umana interessato a un particolare aspetto dei rapporti terra-uomo, e con un'accentuazione specifica per il rapporto tra fattori geografici ed entità politica»32 • Comunque sia, la geografia politica è sempre descrittiva e non prescrittiva; è analisi, descrizione, studio di tali rapporti e comparazione e valutazione degli elementi emersi, per individuare i caratteri specifici di

29 • Parma, Stamperia Ducale 1689. "'- Firenze, Soc. Ed. Fiorentina 1845. " ·Torino, Pomba 1851. 3'- Cit. in M. r. Glassner, Manuale di Geografia politica, Milano, Franco Angeli 1995. Vol. Tp. 27.


c.

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ciascuna regione e/o di ciascuna suddivisione politica, in rapporto ad altri. Lo sbocco, il risultato finale della geografia politica non è una tesi come tale opinabile, e nemmeno una legge, una regola; è la descrizione e valutazione comparata e sintetica delle caratteristiche di un territorio e del modo cui esso è governato, che si basa su dati certi e verificabili e dunque lascia poco margine a dubbi o a personali, quindi controverse interpretazioni. La geografia politica, insomma, è uno strumento e una base di lavoro, e assume tutti i caratteri di una scienza compiuta. Fino alla prima metà circa del secolo XIX essa ha mantenuto al suo interno la geografia militare, tanto cbe le citate opere di geografia politica del Bianchi e del Cantù, e - come si è visto - molto prima quella del Pietrobelli, contengono un' ampia messe di dati e considerazioni di carattere militare. Si è già visto l'importanza della geografia militare per la strategia; naturalmente è del pari importante per la tattica, per la logistica e anche per l'organica, apparendo chiaro che la fisionomia organica delle unità va adattata alle caratteristiche del terreno su cui devono agire. La geografia militare può essere definita «ramo della geografia che studia il rapporto tra fattori geografici e attività militari». Essa rimane strettamente legata alla geografia politica, e al di là di questa alla geografia umana. Con tutta evidenza la funzione tattica e strategica di una regione, di un'area o di una posizione-chiave muta, a seconda di chi le controlla politicamente e/o militarmente: la geografia militare si pone perciò come un anello intermedio, come un elemento di raccordo tra geografia politica (o geopolitica) e strategica (o geostrategica). Anch'essa descrittiva e non prescrittiva, fornisce specie alla geopolitica e alla geostrategia degli elementi di valutazione, che spetta a loro trasformare in scelte concrete e precise. In questo senso va intesa, riteniamo, l'affermazione del Coutau. Si può dunque stabilire che sia la geopolitica che la geostrategia come la politica e la strategia - si caratterizzano per degli orientamenti concreti, per delle scelte, delle direttrici d'azione, alle quali la geografia politica e militare - in quanto discipline teoriche e scienze compiute forniscono le basi e, in certo senso, la giustificazione. Non basta: quando Napoleone afferma, come si è visto, che la politica di uno Stato dipende dalla sua geografia (si potrebbe aggiungere: dalla sua geografia politica, economica, umana) non troppo implicitamente riconosce che la politica di uno Stato (dunque anche la sua politica economica, o strategica) deve fare i conti anzitutto con delle costanti di carattere geografico che condizionano a priori la politica stessa, e delle quali la Leadership,


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comunque la pensi, è costretta a tenere conto. Tant'è vero che nelle grandi e antiche democrazie (Francia, Inghilterra, Stati Uniti) con il mutare dei governi poco o nulla muta la politica estera e strategica. Napoleone ha ragione o torto? In effetti la storia politica e militare dell'Europa e del Mediterraneo è dominata da grandi temi e da ragioni di contrasto secolari, che ciclicamente - sia pure con forme e intensità diverse e senza necessariamente sboccare in conflitti caldi - si ripetono, per la semplice ragione che sono insiti nella geografia e nella storia di ciascun popolo e sono dovute a moventi di base difficilmente modificabili. Il più recente e eclatante esempio è la instabilità dei Balcani, crocevia Est-Ovest che a suo tempo ha dato origine alla prima guerra mondiale, e che da secoli è un'area dove a conflitti e crisi endemiche si aggiungono gli interessi spesso discordanti delle grandi potenze. Le ragioni del contrasto attuale tra serbi, croati e musulmani sono secolari. Nella storia vanno ricercate le cause della crisi bosniaca, e le cause che hanno fatto dei serbi, dei croati, dei montenegrini delle nazioni guerriere, animate da un invidiabile senso di coesione intorno ai grandi temi nazionali, e al tempo stesso da una meno invidiabile aggressività e persino crudeltà verso chi «non è dei loro». E che dire della guerra attuale del Kosovo, che è ormai tale? La lista è molto lunga: il secolare conflitto irlandese per il quale oggi c'è solo una speranza di risoluzione, è nato da una battaglia del 1690, nella quale i cattolici sono stati sconfitti. D conflitto arabo-israeJjano è nato tra un popolo che vanta diritti rnillenari su un territorio da lui abitato in tempi molto lontani prima di disperdersi, e un altro che l'ha abitato in tempi più recenti, dopo la diaspora degli ebrei. Persino l'attuale problema dell'immigrazione clandestina in Italia, essenzialmente dovuto allo squilibrio tra regioni prospere e sviluppate della sponda Nord del Mediterraneo e regioni sottosviluppate e sovrapopolate della sponda Sud, ha origini antiche. Questi problemi esistevano anche in passato: approfittando come oggi della grande estensione delle coste della penisola e della !abilità del sistema di controllo politico-militare, fino alla metà circa del secolo XIX i pirati magrebini hanno fatto temute incursioni sulle coste italiane, depredando, uccidendo e catturando schiavP3• Contro queste incursioni e la piaga della pirateria gli Stati pre-

33 · Cfr., in merito, F. Russo, Il mnre, fromiera ad afro rischio, «Rivista Militare» n. 4/1998, pp. 118-127.


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unitari italiani, divisi e militarmente deboli sia per terra che per mare, non sono mai riusciti a trovare una difesa efficace e banno supplicato, a volte, L' intervento inglese. Solo la conquista francese dell'Algeria, decisa nel 1830 anche per stroncare l'attività dei pirati, ha posto fine a queste incursioni. Coloro che sbarcano oggi sono fortunatamente disrumati: ma le cause di fondo sono rimaste le stesse. Se anche nei secoli scorsi l' economia della sponda Sud del Mediterraneo fosse stata prospera, se vi fosse stato un equilibrio economico-sociale tra le due sponde, la secolare pirateria non ci sarebbe stata o ci sru·ebbe stata molto di meno. Nel Mediterraneo, le esigenze politico-economiche di fondo dell' Italia non sono mai mutate, da quando ha raggiunto l'unità in poi. n «dualismo continentale e marittimo» al quale, come si è visto, accennava il Bonamico non è mai stato risolto per la semplice ragione che è insito nella geografia. L'Italia è la prima interessata alla stabilità politica, alla libertà di navigazione, allo sviluppo dei commerci in un'area per essa vitale, che non le ha mai appartenuto e che senza dubbio sarebbe bene che fosse da essa almeno in prevalenza controllata, come suggerisce la geografia. Non potendo fare questo, non ha mai avuto altra via che cercare un modus vivendi, una proficua alleanza con la potenza più forte in questo mare. Quando (guerra 1940-1943) ha manifestato velleità superiori alle sue possibilità, si sa come è finita... Ma al di là di fenomeni che toccano molto da vicino, in modo visibile la politica nazionale e riscuotono l' attenzione dei mass media, è un fatto che, sul piano generale, le relazioni e competizioni tra i popoli da sempre manifestano linee di tendenza costanti a sfondo geografico, ormai entrate a far parte della storia, della cultura, dell'indole dei popoli stessi, e quindi anche della loro politica estera e militare. Carl Schmitt ha concepito la storia come riflesso della lotta tra i popoli a caratterizzazione «continentalista», che tendono al mare, e i popoli marittimi, le cui linee di espansione procedono in senso contrario34. Nella storia della Gran Bretagna ha gran parte la sua fisionomia geopolitica insulare e marittima; una costante che ha dettato anche i suoi rapporti con il vicino continente europeo, rendendola da secoli avversa prima alla Francia e a Napoleone e poi - nel XX secolo - alla Germania e a Hitler, cioè alle potenze e agli uomini che hanno inteso stabilire il primato sul Continente. Né i riflessi di questo atteggiamento storico sono oggi inoperanti .....

34

Cfr. C. Schmill. Terra e mare ( 1942), Milano, Giuffrè 1988.


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La politica estera e militare americana ricalca ancora, nelle grandi linee, i suggerimenti di Maban a fine secolo XIX, quando il giovane e vigoroso Stato non era ancora una potenza mondiale. È cioè la politica di una grande potenza insulare con interessi globali e coste sui due Oceani, che dunque deve disporre di uno strumento militare a prevalente connotazione marittima (e, oggi, aeromarittima e aerospaziale). In questo senso, le teorie di Mahan non fanno che tradurre in termini strategici, militari e navali la precedente dottrina politica di Monroe, che sancisce il predominio degli Stati Uniti sull'intero continente americano, sottratto agli appetiti europei. E che dire dell'espansione americana verso i mercati dell'Oriente, la cui necessità è stata riscontrata da Mahan, e della secolare tendenza russa verso i mari caldi, del pendolarisma Est-Ovest di questa grande potenza, che la geografia ha reso spesso antagonista dell'Europa Occidentale, con interessi propri anche nel Mediterraneo? Per ultimo, che differenza di obiettivi c'è tra il Lebensraum, tra la teoria dello spazio vitale teorizzata in Germania da Karl Haushofer nel periodo tra le due guerre, l' Ost politik significativamente inaugurata dalla Germania ancora nel periodo della guerra fredda, e l'attuale, ben visibile tendenza dell'economia germanica ad espandersi verso Est e nei Balcani in concorrenza con altre potenze europee, inclusa l' Italia? La teoria del Lebensraum è stata fin troppo criminalizzata, per la semplice ragione che i suoi obiettivi sono stati perseguiti non con mezzi pacifici e con lo strumento economico come oggi, ma con i carri armati di Hitler: è stata cioè ritenuta la giustificazione teorica e geografica del primato militare e politico germanico sull'Europa Occidentale. Lo si è fatto non del tutto a ragione, visto che, come si trova scritto alla voce Geopolitica sull'Enciclopedia Italiana del dopoguerra, «in sede di bilancio storiografico appare ormai assodata la pressoché assoluta irrilevanza della Geopolitik nei confronti delle scelte politiche del regime nazista>> 35• Senza dubbio la geopolitica è soggetta a strumentalizzazioni, si presta a giustificare a posteriori determinate linee d'azione politicomilitari, si presta, insomma, ad essere «la geografia del Principe» (cosa che- per inciso - è avvenuta non solo per le potenze dell'Asse nella seconda guerra mondiale). Ma questo interfaccia negativo della geopolitica, questa possibilità di strumentalizzazione a fini particolari

» Enciclopedia Italiana, Appendice V ( 1992), p. 394.

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e propagandistici, non ha forse caratterizzato con carattere di continuità anche la politica, la strategia dichiarata, le dottrine militari e nucleari, la guerra psicologica della guerra fredda? Non concedere valore scientifico a una disciplina teorica, solo perché essa sarebbe suscettibile di strumentalizzazioni contingenti, non sarebbe giustificato: basti pensare a quanto è avvenuto in passato con gli scritti di taluni autori non per questo poco validi, a cominciare dalle teorie di Mahan e Douhet trasformate, non solo in Italia, in contrapposta miniera di argomenti nelle contese tra Forze Armate aventi sullo sfondo le magre risorse del bilancio militare. Occorre piuttosto chiedersi: - gU Stati odierni con economia più sviluppata (o le associazioni tra tali Stati) hanno oppure no bisogno di uno spazio economico adeguato alle loro potenzialità, di mercati verso i quali indirizzare i loro prodotti e di conseguenza esercitare la loro influenza politica e militare, per proteggere i loro interessi e assicurare l'indispensabile stabilità politica dell'area? - vi sono oppure no, nel mondo, delle aree di interesse economico, politico e quindi militare vitale (come quelle del petrolio) dalle quali è dipesa, dipende e dipenderà ancora per molti anni non solo l'economia, ma la vita stessa delle nazioni più progredite, quindi in senso lato la loro sicurezza? - in relazione a queste esigenze che riguardano il benessere e la vita di tutti, uno Stato - chiamato per prima cosa a difendere gli interessi della collettività - deve oppure no perseguire dei grandi obiettivi geopolitici e delle linee d'azione largamente costanti nel tempo, che poco mutano anche all'alternarsi dei Governi, della leadership politicomilitare e delle relative politiche e strategie? da che cosa è dettato il ruolo dell'Italia in Europa e nel Mediterraneo, se non da costanti che in senso lato attengono alla sua geografia umana?

La geopolitica non può che consistere nella ricerca, studio, e nell'individuazione delle modalità di perseguimento di queste costanti, in senso lato storiche, geografiche e spazi ali. Non c'è contraddizione tra quest'ultimi termini: la storia non influenza la geografia, ma ne è influenzata: basti pensare alle invasioni barbariche. Quando i mezzi di comunicazione erano ancora quelli animali, non si conosceva la ferrovia o l'aereo e le stesse tecnologie per la compilazione delle carte topografiche (che peraltro ha sempre avuto l' input da esigenze militari) erano manuali e rudimentali, la geografia - e la geografia militare - erano rivolte in prevalenza ad aree ristrette della superficie terrestre; lo stesso avveniva per la strategia, dominata dall'asse Parigi-Bruxelles. Nell'era dei tra-


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sporti e dei missili intercontinentali, dominata da un'unica superpotenza globale, la geografia - e quindi anche la geopolitica e la geostrategia non possono che estendersi ai grandi spazi e alle tre dimensioni. Scendendo ancor più nel dettaglio, la geopolitica si distingue dalla geografia politica pura e semplice perché mentre quest'ultima si limita a studiare, descrivere, fornire del materiale di studio, essa utilizza appunto tale materiale per individuare nella politica interna e nelle relazioni internazionali di uno Stato dei riferimenti geografici e spaziali, degli obiettivi e deUe linee di tendenza largamente costanti. Le conseguenti definizioni potrebbero essere le seguenti: - geopolitica: «particolare orientamento della politica che assume come riferimento principale e caratterizzante obiettivi e linee di tendenza largamente costanti, perché derivanti da fattori di carattere geografico e spaziale a loro volta di influsso storicamente costante, ben determinato e verificabile»; - geostrategia: «particolare orientamento della strategia che nella definizione degli obiettivi della forza armata e delle grandi linee d 'azione per raggiungerli si fonda principalmente su fattori di carattere geografico e spaziale con valenza costante, connessi con quelli della geopolitica». Se per definire le rispettive linee d' azione la geopolitica e geostrategia si limitassero a utilizzare genericamente fattori - non meglio specificati - di carattere geografico e spaziale, esse non diffe1irebbero sensibilmente dall'antico concetto di strategia di Jomini, dell'Arciduca Carlo e del Marselli. Le definizioni indicate intendono invece evidenziare che le due discipline io questione assumono come riferimento principale non semplici fattori di carattere geografico e spaziale, ma solo quei fattori geografici e spaziale che hanno la particolarità di esercitare influssi costanti e storicamente verificabHi sulla definizione dei grandi obiettivi nazionali e deUe modalità per raggiungerli. Un vantaggio accessorio ma importante di questo approccio è, inoltre, la possibilità di tracciare esatti confini tra geopolitica e geostrategia: quest'ultima, ovviamente figlia della prima, da essa si differenzia solo per l'uso dello strumento armato, cosl come voleva il Durando. Nel caso della prassi politica e strategica, la valutazione dell'influsso dei fattori di carattere geografico e spaziale è sempre soggettiva e variabile; ciò non avviene - o avviene molto di meno - nel caso deJJa geopolitica e geostrategia, quando si tratta prima di individuare delle costanti e poi di tenerne coerentemente conto neUa prassi. Per fare un

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esempio semplice, mentre la grande politica e la grande strategia degli Stati Uniti_ qualunque sia la loro leadership, per ragioni geopolitiche non possono che avere, come già detto, una connotazione aeromarittima, al contrario grandi Stati continentalisti come la Germania e la Russia non possono che seguire, nella loro politica e strategia, delle direttrici «continentaliste», aeroterrestri: si tratta di vincoli estremamente severi, di per sé tali da limitare di molto la soggettività delle teorie, che più che agli obiettivi, può riferirsi al modo di raggiungerli. Con questa fisionomia, geopolitica e geostrategia acquistano indubbiamente una fisionomia determinista e prescrittiva e se vogliamo - checché se ne dica - anche dinamica, perché riguardano degli obiettivi da perseguire e delle linee d'azione, delle linee di forza per raggiungerli, ciò che comporta movimento, manovra, dunque dinamismo: nulla di tutto ciò fa la geografia politica. Ma il determinismo in sé non è un difetto, quando s i riferisce, come in questo caso, a realtà ben delimitabili e verificabili ... Una legge, una regola, un principio non vanno aprioristicamente respinti in quanto tale, ma solo in quanto indebitamente tentano di regolamentare, razionalizzare qualcosa che non può e non deve essere regolamentato e razionalizzato; non è questo i l caso in esame. Non ci sembra fondata nemmeno la tesi che gli originari contenuti deterministici della geopolitica e geostrategia- legati a una dimensione puramente orizzontale, temporale e ristretta deJla geografia - sarebbero oggi superati, in quanto lo sviluppo de lle tecnologie moderne (aerei, missili, telecomunicazioni, computerizzazione ecc.) tenderebbe a ridurre notevolmente il peso di tale dimensione nella problematica economica, politica e strategica, esaltandone in misura crescente invece, la «dimensione verticale» (produttività, flussi finanziari ecc.), in un mondo caratterizzato da «una rete di dimensioni in gran parte immateriali». È innegabile che il progresso dei mezzi di comunicazione e l' aumento senza precedenti del braccio d'azione e della potenza delle armi (con particolare riguardo al settore aerospaziale), hanno diminuito in grande misura il peso dei condizionamenti geografici, il valore strategico delle distanze, il ruolo strategico degli stessi mari specie se ristretti (si pensi a quello che era l' Adriatico nel 1914-1918 e a quello che è oggi, con quei pochi chilometri di distanza tra le due sponde facilmente valicabili in tempi estremamente ridotti da un aereo e da un missile, e/o esplorabili con un radar). Ma questo fenomeno ha forse capovolto tutti i tennini del problema economico, politico e strategico?


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Non sembra. I mari, anche se ristretti, continuano a mantenere un certo valore disgiuntivo: senza considerare gli Oceani, tra le coste Sud e Nord del Mediterraneo, tra le due coste dell'Adriatico permangono forti differenze di carattere poUtico-sociale e economico e attinenti in genere alla geografia umana, che quotidianamente fanno sentire i] loro peso. E che dire delle forti differenze, dovute a costanti geografiche e storiche, che tuttora sussistono tra le regioni italiane? Nonostante lo sviluppo dei trasporti aerei e delle comunicazioni in genere, i trasporti marittimi poco hanno perduto, anche militarmente, della loro importanza. Si può parlare fin che si vuole di reti immateriali, di contatti ecc.: ma il concetto di confine, di spazio controllato da uno Stato, è forse superato? La risposta la forniscono, ogni giorno, gli eventi dei Balcani e del Mediterraneo. E ancora: l'evidente, stretto rapporto odierno tra efficienza militare, tecnologie e risorse finanziarie e industriali, non è forse tale da esaltare, sotto altri aspetti, il peso sulla politica e strategia di fattori ancora una volta riconducibili alla geografia umana di uno Stato o di un'alleanza di Stati? Se avessero ragione gli antideterrninisti e i «modemisti» ad oltranza, non si spiegherebbe perché (a brevissima distanza di tempo daJla fine della guerra fredda e dal tramonto di un ordine mondiale bipolare rivelatosi effimero proprio perché senza basi storiche e geografiche salde) nonostante le tecnologie più avanzate hanno cominciato a emergere anche in Europa vecchie, secolari e più o meno insolute questioni che sono state sullo sfondo della vita internazionale (e delle relative concezioni geopolitiche) fino al 1940. E subito dopo il 1989 sono affiorate qua e là per il mondo, con il linguaggio eloquente delle armi. tendenze «revisioniste» di vecchie soluzioni delle grandi potenze europee, che si sono rivelate superate sempre per le stesse, eterne ragioni: in nome di interessi contingenti non hanno tenuto abbastanza conto della storia e geografia, hanno imposto confini e soluzioni territoriali artificiose, banno voluto esportare «modelli» non esportabili in altri contesti geografici e storici. La guerra in Jugoslavia e il problema dei Balcani, i problemi aperti in Asia a cominciare dall'equilibrio nucleare, la stessa guerra del Golfo sono, forse, meri incidenti di percorso per il misticismo e l'astratto buonismo a sfondo tecnologico della nuova scuola geopolitica, oggi contrapposto artificiosamente a quei vecchi miti rnilitaristi, navalisti e razziali dai quali non è stato esente lo stesso Mahan, miti che a loro volta hanno fatto più male che bene alla vecchia geopolitica, molto spesso espressione più o meno nascosta dello scontro tra la volontà di potenza germanica e il mondo anglosassone, poco disposto a rinunciare al predominio mondiale?


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Anche liberando la nuova geopolitica da strumentalizzazioni propagandistiche e dall'utopia pseudopacifista, non si riesce a individuare le ragioni della localizzazione in un'area relativamente ristretta di un'esigua minoranza di popoli, che detiene il predominio mondiale e il monopolio delle risorse del pianeta ed è all'avanguardia del progresso tecnologico, creando squilibri economici, quindi anche politico-sociali e militari, che sono argomento quotidiano della vita internazionale. Queste ragioni non possono che essere, comunque, geografiche e storiche: sono dovute a delle costanti millenarie, che dunque esistono, sono e saranno operanti: le costanti appunto della geopolitica, e se si vuole, della geoeconomia. Certe situazioni non si costruiscono in qualche anno, e nemmeno in qualche secolo. D'altro canto la geografia non è, oggi, una semplice scienza della dimensione orizzontale dello spazio, del terreno. È anche scienza che analizza e interpreta gli spazi nella loro globalità e in tutte le loro dimensioni, individuandone i caratteri; né le nuove tecnologie sono ad essa estranee, anche se non annullano il peso, i connotati storici del concetto di territorio e di divisione del territorio. Se oggi, come taluni sostengono, il vecchio rapporto tra spazio e realtà politica fosse addirittura capovolto, se il mondo attuale fosse realmente dominato da «una rete di relazioni in gran parte immateriali» che avrebbe reso obsoleti i vecchi concetti di confine, nazione ecc., non si capirebbe perché, come già detto, il mondo continua a essere dominato da guerre e contese a carattere territoriale e etnico sul tipo di quella del Kosovo, perché la politica militare americana non è che l'estensione al campo aerospaziale di quella che ha auspicato Mahan, perché l'Italia continua a fare i conti con quella ambiguità geopolitica, che rende ancora attuale il titolo di un saggio del 1893 del Maggiore Cristoforo Manfredi: L'Italia deve essere potenza terrestre o marittima16? Benché il margine di discrezionalità reale della geopolitica e geostrategia sia assai ridotto (almeno se esse non sono mera e strumentale propaganda), gli studiosi, gli attori politici e militari risentono sempre degli idola del tempo, sono uomini del loro tempo e della loro nazione, sono quindi portati a valutare il materiale a disposizione in funzione della mentalità, della cultura, degli interessi del loro Paese, e persino del gruppo sociale o Istituzione a cui appartengono. Certi studiosi di strate-

,.. Ristampa 1996 Roma. Ed. Forum di Relazioni Internazionali.


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gia navale vedono la crosta terrestre circondata dal mare, elemento predominante; taluni strateghi terrestri, al contrario, vedono il mare (o l'aria) come un semplice prolungamento della terra. La guerra fredda è stata dominata da una parte dalla minaccia di aggressione sovietica (militare e ai valori della democrazia), dall'altra dalla psicosi dell'accerchiamento del mondo comunista con il sistema di basi del sistema capitalista, visto da Mosca come una minaccia. Ma questi sono inconvenienti io buona misura inevitabili: ciascuna teoria o dottrina politico-strategica non è mai neutrale, asettica, slegata dai tempi e dalle aspirazioni della nazione in cui viene formulata. Clausewitz, Jomini, Mahan, Corbett. Bonamico, Callwell, Aube, Douhet, Castex ecc. non possono essere capiti senza inquadrarli nel loro tempo e nella loro nazione. Anzi: le teorie geopolitiche e geostrategiche hanno proprio il pregio di esprimere assai bene gli interessi, la cultura dominante, le pulsioni di una nazione. Più della politica e della strategia - che trovano il loro momento decisivo nell ' interpretazione artistica e perciò soggettiva -la geopolitica e geostrategia si avvicinano a scienza. Sono basate su princìpi costanti ai quali si ispira l'azione politica e strategica. Tendono perciò a ridurre sensibilmente, non a aumentare, il margine di discrezionalità, soggettività e imprevedibilità che caratterizza la normale politica e strategia, specchio delle umane passioni. Coloro che negano l'opportunità dell'approccio deterministico da noi caldeggiato, dovrebbero chiarire bene in che cosa, allora, geopolitica e geostrategia si differenziano dalla normale politica e strategia. Posto che il fattore geografico è sempre presente, la geopolitica (e un ragionamento perfettamente analogo potrebbe essere fatto per la geostrategia) non può essere semplicemente «un particolare approccio alla politica» (ma quale? di che tipo? se è geografico, esso non fa già parte integrante della normale politica?), né essere «una riflessione che precede l'azione politica», la quale è invece preceduta dalla valutazione di un complesso di fattori. Se la politica stessa non può ignorare, in nessun momento, ciò che dovrebbe rientrare nel campo della geopolitica, la geopolitica non può «tendere a individuare gli interessi e gli obiettivi di un particolare soggetto politico», perché questo già lo fa la politica tout court. Ancora, si può osservare che più la politica e la strategia di uno Stato allargano il loro campo d'azione, assumono dimensioni globali e spaziali, più questo Stato - lo voglia o meno - fa della geopolitica e della geostrategia. Per contro, le prospettive geopolitiche e geostrategiche di una media potenza europea di oggi sono inevitabilmente ristrette: non corrispondono a ciò di cui la nazione avrebbe bisogno per rea-


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lizzare sé stessa compiutamente. ma a quanto le si lascia fare, a quanto può fare in una situazione dominata da altri. Di conseguenza, più che una geopolitica vera la sua sarà una politica, per così dire, di piccolo cabotaggio, anche se i numerosi vincoli non esimono la classe dirigente dall'attento studio delle realtà geopolitiche per individuarvi nuovi spazi di azione nazionali. La geopolitica è bensì la geografia del principe; ma fa sentire tutto il suo peso solo se si tratta del principe di un grande Stato, con obiettivi planetari. In questo senso, più che geografia del principe potrebbe essere geografia dello Stato-guida. Da quanto precede emerge anche che la geostrategia si distingue dalla geopolitica ancor di meno di quanto possa fare la strategia in genere rispetto alla normale politica, proprio perché è una strategia costretta a ispirarsi a princìpi costanti che condivide con la politica. Mentre la strategia in genere, come diceva Clausewitz, è più arte che scienza, la geostrategia è più scienza che arte. Ha ancora un fondamento di verità l'affermazione di Domenico Bonarnico che la filosofia delle costruzioni navali dovrebbe ispirarsi prima di tutto alle esigenze geostrategiche nazionali. Più in generale, si può affermare che, oggi, l'attitudine delle Forze Armate nazionali ad operare in complessi di forze multinazionali va contemperata con la necessità di tener conto di peculiarità nazionali, che come tali si riferiscono a fattori rientranti nella geografia umana, cioè in costanti geopolitiche e geostrategiche nazionali tuttora ben vive, meritevoli di rispetto e con sensibili ricadute. Queste ricadute riguardano, anzitutto, il modo di fare la guerra di ciascun Paese, e in particolare della superpotenza dominante. È assai dubbio che «la tendenza propria degli Stati Uniti di fare la guen·a contro le società anziché contro le loro forze armate», rilevabile dalla grande importanza tradizionalmente data al bombardamento strategico, «è stata sicuramente influenzata dai raid punitivi contro gli indiani o da quelli del generale Sherman, contro la Georgia e le due Caroline, nel 1864»17 • La natura geopolitica insulare del Paese, le sue capacità industriali e tecnologiche, lo spirito commerciale e utiJitaristico della popolazione e la sua indole tradizionalmente molto lontana dal militarismo «continentalista>> classico, hanno invece portato gli Stati Uniti a raccogliere l'eredità inglese, facendo leva in prevalenza sullo stmmento aeromarittimo e ricorrendo a tutte quelle forme indirette di strategia, che evitino quei brutali e sanguinosi scontri

" C. Jcan, Guerra, srrmegia e sicurez::.a (Ci t.), p. 131.


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di fanterie tipici delle guerre dei Paesi con struttura geopolitica continentale. C'è dunque sempre stata una guerra- o una strategia- che chiameremmo anglosassone e aeromarittima, e un'altra centro-europea e continentalista; ma a che cosa è dovuta questa tendenza secolare e tuttora ben viva, se non a fattori geopolitici costanti, che hanno indotto ciascun Paese a sfruttare l suoi elementi di forza e a compensare quelli di debolezza? Mutatis mutandis, la storia continua a ripetersi. Dovendo far fronte alla superiore capacità di manovra e perizia marittima della flotta cartaginese, espressione di una potenza che al contrario di Roma era da sempre marittima, Caio Duilio ha inventata con successo il «corvo», cioè una passerella che lanciata sulla nave nemica la immobilizzava e trasformava il combattimento navale in combattimento terrestre, nel quale la fanteria romana imbarcata era superiore; ha cioè cercato tutti gli accorgimenti possibili per combattere con le modalità più congeniali alla sua nazione e al suo esercito il nemico, cosa che sempre è stata fatta e sempre verrà fatta. Combattere il terrorismo con i missili «Cruise» - come hanno fatto gli Stati Uniti nell'agosto 1998 -può essere ritenuto un metodo poco efficace, ma è stato certamente il metodo più conveniente, per quella data nazione e per quel dato momento: per questo la maggioranza degli americani l'ha approvato. 7. L'ARTE MILITARE MARITTIMA E AEREA: CARATTERI SPECIFICI, RAPPORTI CON QUELLA TERRESTRE La trattazione della tematica relativa all'impiego dello strumento ten·estre, cosl come della tematica geopolitica e geostrategica generale, avrebbe specie oggi ben poco senso se non considerasse, almeno per sommi capi, ciò che avviene negli altri tre elementi: il mare, l'aria e lo spazio. In proposito ci si trova di fronte a una frequente confusione di termini e a estremismi concettuali contrapposti, dovuti alla mancanza specie in Italia, per ragioni persino ovvie, di una cultura, di una mentalità, di un approccio interforze. Qual'è, ad esempio, la differenza tra dominio del mare, dell'aria e dello spazio e potere marittimo/aereo/spaziale? qual'è il rapporto della strategia - o delle strategie - con tali poteri? esiste o meno anche un potere terrestre, un dominio della terra? se esiste, qual'è il suo rapporto con gli altri poteri38?

38• Sul concetto di «potere terrestre» si veda il Nostro Il porere rerres1re nel 2000: a che serve l'Eserciro Italiano? «Rivista Militare>> n. 311997, pp. 22-23 e n. 4/1997. pp. 34-43.

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Su questa tematica, assai complessa, il disaccordo è profondo; non v'è accordo neppure sull'opportunità di considerare o meno «poteri» e strategie separate, sulla valenza reale e costante di «tali poteri», sui riflessi del dominio del mare e dell'aria ecc.. Così stando le cose, la via migliore da seguire ci sembra quella di esaminare, anzitutto, se e fino a che punto quanto abbiamo detto a proposito di arte militare e sue parti vale anche per la guerra sul mare, nell 'aria e nello spazio. In secondo luogo, si rende necessario analizzare brevemente gli aspetti teorici e storici e le componenti dei vari «poteri», le ragioni della nascita delle varie teorie e le differenze e relazioni tra di esse, a cominciare dalle teorie del potere marittimo. Si potrà così verificare in quali limiti e a quali condizioni è possibile pervenire a un quadro teorico unitario, nel quale, prescindendo da strumentalizzazioni, visioni settoriali, pregiudiziali e tecnologie non più attuali, la guerra nei rispettivi elementi trovi una gusta collocazione, senza mortificarne le peculiarità e la valenza specifica. Abbiamo già dato conto (Cfr. cap. Il) di quanto hanno scritto, in merito, il Supino, il Jean, il Caligaris-Santoro, che sia pur con toni diversi si sono dimostrati contrari all'aprioristica attribuzione di influssi decisivi alla guerra nel mare o nell 'aria, con relative strategie separate. Ma chi più recisamente in anni recenti ha preso posizione sull'argomento è stato Edward Luttwak, secondo il quale semplicemente non esiste «una "strategia" seguita da un' unica forza armata, navale, aerea o nucleare che sia». In proposito, a suo giudizio «si notano sia una semplice imprecisione di Linguaggio, sia l'innocente esuberan-;.a di entusiasti i quali non credono seriameme che il/oro strumento preferito possa davvero comprendere l 'intera situazione strategica, oltre all'accurata pretesa proprio di una propria autonomia. Non si rralfa soltamo di una questione semantica, perché se esistesse qualcosa di simile alla su·areg ia navale, o a quella aerea, in un senso qualsiasi, diverso da una fusione dei livelli rauico, tecnico o operativo della stessa strategia universale, a/Iom ciascuna di queste strategia dovrebbe avere una logica cararreristica propria [ma perché? la logica è sempre logica - N.d.a.], oppure esistere in quanto controparte della strategia di teatro, la quale, allora. dovrebbe essere Limitata soltanto alle strategie di terra. Il primo caso è impossibile, il secondo del turro inurile» 19•

., E. N. Luttwak, Strategia {1987), Milano. Rizzoli 1989. pp. 224-248.


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Questi drastici giudizi sono basati su una lettura non sempre condivisibile delle teorie di Mahan e Douhet. Non è vero che Mahan ha usato il termine potere m.a rittimo «in due sensi completamente diversi, per definire le forze armate dominanti in mare [... ] e, in senso più vasto, per descrivere tutta la gamma di vantaggi che le imprese marittime possono conseguire: commercio, navigazione, colonie, mercati>>. Secondo Mahan non ci sono interpretazioni diverse dei contenuti del potere marittimo, da lui visto, al contrario, come un unicum inscindibile, dipendente da tre fattori essenziali e in armonia tra di loro: a) produzione; b) marina militare e mercantile; c) colonie e mercati-IO. Non è nemmeno vero che l'ammiraglio americano abbia sottolineato la necessità di sviluppare aprioristicamente - senza tener conto di altri fattori del potere marittimo e della politica interna e estera del Paese- la marina da guerra. Al contrario, constatato che al momento gl i Stati Uniti disponevano solo di ridotte forze navali costiere, dal 1890 in poi Mahan ha sostenuto la necessità di imitare l'Inghilterra proteggendo il commercio nazionale, ormai proteso alla conquista dei mercati mondiali, con una flotta d'alto mare basata sulle corazzate e appoggiata a un buon sistema di basi, di consistenza tale da poter fronteggiare non le principali flotte europee, ma solamente l'aliquota di forze navali europee che avrebbe potuto essere distaccata nel Mar dei Caraibi per contrastare le aspirazioni americane al controllo del Canale di Panama di prossima apertura, cioè per impedire l'applicazione della dottrina di Monroe. Mahan non ha commesso certo un errore- come afferma il Luttwak -indicando nella priorità data dall'Inghilterra alle forze navali la causa primaria della sua vittoria contro Napoleone (e, noi aggiungeremmo, anche nelle due guerre mondiali del XX secolo contro le più forti potenze continentali). Sarebbe stato un suicidio se una nazione geopoliticamente insulare come la Gran Bretagna, con un'economia fondata su proficui traffici con il più vasto e ricco Impero coloniale della storia, non avesse sviluppato le forze navali anche a detrimento di quelle terrestri. Il mantenimento in costante efficienza della prima flotta del mondo, addirittura sempre in grado di far fronte (Two power standard) alle due altre flotte maggiori riunite, è stato un architrave secolare della politica

~· Cfr. A. T. Mahan, L'injluen-:a del potere mariuimo sulla storia 1660-1783 (Cit.) e LD .. L'imporUmZP del potere mariuimo per gli imeressi degli Stati Uniti (a cura di F. Bmli- Cit.).


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britannica. Rispetto a questa esigenza ha avuto carattere secondario, benché pur sempre importante, l'altra secolare tendenza inglese ad avvalersi dello strumento diplomatico e finanziario per impedire che il Continente fosse dominato da una potenza egemone, da Luttwak presentata come l'unica, vera causa delle vittorie britanniche, mentre ne è stata solo una componente importante, resa credibile proprio dalla potenza della Royal Navy, e dal prestigio che si era conquistata con quell'aggressività e determinazione ben messa in luce da Mahan. L'indiscusso primato navale dell'Inghilterra è stato mantenuto per secoli, grazie alla capacità industriale e finanziaria del Paese ed è stato iJ cardine insostituibile della sua politica estera. La gara degli armamenti navali con la Germania all'inizio del secolo XX non è stata, dunque un etTore faci litato dall' «i llusione di Mahan», ma la conseguenza ultima di un secolare orientamento, che ba fatto del dominio del mare una questione di vita o di morte per l'Inghilterra. Fino alla seconda guerra mondiale, essa non ha mai tollerato non solo potenze dominanti sul continente, ma anche potenze che potessero insidiare il primato della sua flotta. Non ci sono mai state rotture nella continuità storica della politica estera e navale ingle e. come sostiene Luttwak: lo testimonia anche l'episodio di Mers-EI-Kebir del 3 luglio 1940, quando la Royal Navy ha attaccato e spietatamente distrutto la flotta francese - alleata fino a qualche giorno prima- che era all 'ancora e non in grado di difendersi. solo per il timore che essa potesse cadere nelle mani dell'Asse o essere da essa utilizzata, in taJ modo capovolgendo a suo sfavore l'equilibrio delle forze navali nel Mediterraneo. Le periodiche lamentele degli ammiragli inglesi sulla scarsità dei fondi ecc. riferite da Luttwak, vanno viste in relazione all'esigenza pressante di mantenere tale primato c non sono state di per sé indice di scarsa cura del governo inglese per la flotta, che in effetti tale primato ha sempre mantenuto. Per ultimo, non è condivisibile nemmeno l'affermazione di Luttwak che «Mahan tendeva a generalizzare a causa della sua interpretazione della storia britannica, perché la sua equazione della potenza marittima in entrambi i significati ignorava tolll court gli Imperi continentali che non si basavano sulla navigazione, dei quali l'Unione Sovietica costituisce l'esempio moderno più evidente». Le teorie di Mahan hanno avuto un dichiarato scopo pratico, ristretto alle esigenze e interessi degli Stati Uniti: convincere l'opinione pubblica e il Governo del suo Paese che era necessaria una forte flotta per la difesa degli interessi nazionali. Non ha mai preteso di fornire ricette valide


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ovunque e per tutll 1 Paesi, anche quelli continentali ; ha esaminato, nell' Influenza del potere marittimo sulla storia, solo le guerre dal l 660 al 1783 tra Ingh ilterra, Francia, Spagna e Olanda, cioè tra le potenze marittime dell'epoca; ha preso come riferimento per le sue teorie solo le guerre del periodo velico, trascurando quelle dell'età del vapore: e ha inteso dimostrare, appunto, che in queste guerre e per questi popoli il potere marittimo ha avuto influsso decisivo. Quel che più importa, ha affermato che nella pur vittoriosa guerra del 1898 contro la Spagna per gli Stati Uniti sarebbe stato necessario disporre anche di un forte esercito agente in armonia con le operazioni della flotta, e ha riconosciuto che i grandi e costosi eserc iti di leva delle nazioni continentali europee erano strategicamente necessari come barriera verso Est, e avevano il ruolo positivo di conservare lo spirito militare nelle popolazio ni europee. A ciò si aggiunga che le sue teorie - a cominciare dalla necessità di mantenere concentrata la flotta per la battaglia decis iva - notori amente si ispirano a un autore terrestre per eccellenza: Jomini. Coloro, dunque, che in te mpi diversi, in altri Paesi, in altre circostanze si sono appellati a Mahan per sostenere sic et simpliciter il ruolo decisivo delle rispettive forze navali e quindi l' incremento delle risorse per la loro flotta, se questa interpretazio ne non era correlata a fattori geopolitici e geostrategici specifici hanno semplicemente strumentalizzato Mahan al di là delle sue intenzioni: molte volte una tesi che viene attribuita a un autore, è in realtà dovuta a distorte interpretazioni e forzatu re dei suoi seguaci. Ciò è avvenuto ancor di più per le teorie della guerra aerea, nate negli anni Vemi, e così presentate dal Luuwak (che, per inciso, definisce erroneamente il nostro Giulio Douhet, sempre rimasto generale dell 'esercito, «uno dei capi dell'aviazione militare italiana ancor pri ma della prima guerra mondiale»): «fa tesi comune di Douhet, Mitchell [pilota dell'aviazione dell'esercito americano- N.d.a.] e Trenchard [capo de lla Royal Air Force, prima aeronautica " indipendente" costituita nel 1918 N.d.a.] era che l'aereo offriva La possibilità di penetrare direttamente nel cuore del territorio nemico, scavalcando la lenta avanzata delle truppe di terra e tutti gli ostacoli topografici; che grandi flotte di bombardieri potevano evitare La guerra terrestre e mari/lima, distruggendo le industrie da cui dipendono tutte le forme della potenza militare; e che la vittoria si poteva rapidamente ottenere soltanto con una potenza aerea superiore, senza le enormi perdite della guerra terrestre e i lunghi anni di un blocco navale. Douhet, Trenchard e i loro seguaci nelle


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embrioniche specialità da bombardamento delle principali forze aeree, si distinguevano da Mitche/L perché sostenevano che i bombardieri potevano praticamente non tener conto delle difese, mettendo così sullo stesso piano la potenza aerea con l 'offensiva aerea. Ma erano tutti perfettamente d'accordo su/fatto che nella nuova era dell'aviazione tutte le altre forme di for:.a militare erano diventate antiquate». Quest'ultima affermazione, che riassume anche lo sbocco pratico, concreto delle teorie dei tre «profeti», è vera. Ma nel caso di Douhet almeno, bisogna ricordare ancora che la giustificazione da lui data della necessità della preminenza e «indipendenza» delle Forze Aeree è diversa: prima ancor che le industrie, secondo Douhetl'aereo da bombardamento- abbinato al gas - doveva colpire gli abitati in genere, la popolazione civi le, per abbatterne rapidamente il morale e costringere in pochi giorni il governo della nazione nemica a chiedere la pace. Da La vittoria alata del 19 19 (pri ma opera del dopoguetTa, che precede il celebre Dominio del/ 'aria del 1921) fino all'ultimo saggio (La guerra del l 9 ... del l 930) è questo il leit mori v delle teorie douhetiane, al quale, come si è visto, egli ha conferito le sembianze di una stretta logica di ispirazione jominiana: le regole umanitarie non sono mai state rispettate e non saranno mai rispettate, nelle guerre del futuro ogni arma sarà usata, e colpendo anche con il gas le popolazioni, non si faceva che applicare un vecchio principio della guerra: colpire il nemico facendo massa nel suo punto più debole e meno difeso, appunto le popolazioni civili che alimentavano la guerra industriale. È un fatto che le teorie douhetiane intese in senso stretto non sono state confermate dagli eventi della seconda guerra mondiale, dove tra l'altro i gas sono stati largamente prodotti e perfezionati nei due campi, ma non usati per quello stesso timore di ritorsioni, che più tardi ha impedito l'uso della bomba atomica. Come mette in evidenza Luttwak, sia il bombardamento strategico della Luftwaffe contro le città inglesi nel 1940- 1941, sia l'offensiva di masse di bombardieri angloamericani contro la Germania e il Giappone dal 194 l in poi non hanno dato i risultati sperati, non hanno abbattuto il morale delle popolazioni ma anzi hanno rinfocolato il loro odio contro l'avversario fornendo ottimi argomenti alla propaganda. né hanno azzerato la capacità industriale, o hanno agevolato in misura decisiva le operazioni terrestri. L'aereo è diventato un mezzo di logoramento, così come aveva avuto effetti di logoramento il dominio del mare mantenuto dalle potenze avversarie degli Imperi centrali nel 1914-1918. Nonostante il carro


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armato, l 'aereo, la profluvie di mezzi tecnici, la guerra 1939-1945 è durata più della prima, e pur potendo contare su una grande superiorità nel campo aereo e marittimo, gli anglo-americani hanno dovuto costituire anche potenti eserciti terrestri, che unitamente all'armata rossa hanno impiegato anni per piegare la Wehrmacht, nonostante la forte inferiorità quantitativa e le crescenti carenze logistiche di quest' ultima. Nonostante i loro lati condivisibili. le tesi di Luuwak vanno viste come un'estremizzazione in senso opposto delle teorie totalizzanti di Mahan e D ouhet, che non rappresentano l" unico e definitivo approccio alla guerra nei rispeuivi elementi visto che andrebbero integrate e confrontate con quelle di altri autori: per la guerra aerea A medeo Mecozzi. per la guerra marinima il generale Callwell, Julian Corbett, il nostro ammiraglio Romeo Bernotti, l 'ammiraglio francese Raoul Castex. In quanto opera dell'uomo. nessuna teoria potrà mai fotografare in modo compiuto la realtà, e trasformarsi in profezia. A questo dato di fallo bisogna aggiungerne un altro: come già si è accennato. nonostante i progressi della tecnica ciascun ambiente geografico mantiene anche oggi proprie caratteristiche specifiche. Diversamente dalla terra. raria c lo spazio anche oggi non possono essere presidiati in permanenza. Le vie dell'aria non hanno mai sostituito quelle del mare, ancora indispensabi li - e di impiego complesso e oneroso- per le operazioni oltremare di un certo livello. L'uomo vive sulla ten·a, navi e aerei partono da basi terrestri e vi ritornano. La guerra nei rispettivi elementi vale, in quanto fa sentire i suoi effetti diretti o indiretti sulla superficie terrestre. Questo non influenza solo la tattica e la strategia, cioè l'impiego tecnico-operalivo dello strumento militare: diversamente da quanto sostiene taluno, influenza anche la politica strategica (o di sicurezza, o grande strategia). di ciascun Paese, che è influenzata in primis, come già detto più volte. dalla geografia umana, e dal diverso ruolo che gli spazi marini mi e aerospaziale giocano per ciascuna nazione. in relazione all 'andamento dei suoi confini , alla sua posizione geopolitica, ai rapporti con i Paesi vicini. alle aree di interesse della sua politica e economia. L'esistenza di ambienti con specifiche caratteristiche e di Nazioni con ruolo geopolitico eminentemente aeromaritti mo o continentale non giustifica però, di per sé, l'esistenza di strategie di Forza Armata separate e indipendenti , specie per le medie potenze. Per questo trauando nel precedente capitolo IV della guerra di oggi, abbiamo già riscontrato che i termini «guerra terrestre», «guen·a marinima» e «guerra aerea» se intesi in senso strcuo, se considerati a sè stanti così come vorrebbero


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superate e strumentali concezioni estremiste, non rendono bene la realtà attuale, nella quale non solo il coordinamento, ma l'integrazione delle forze operanti nei tre elementi è nella logica delle cose, non è più un'opzione da valutare e discutere o un pericolo da evitare ma, semplicemente, una soluzione imposta dagli avvenimenti, tanto più per l'Italia e per il Mediterraneo. Tali termini se male intesi potrebbero, perciò, accreditare ancora quella separatezza tra Forze Armate, alla quale sono indiscutibilmente dovuti dolorosi rovesci militari che ancora pesano sul prestigio dell'Istituzione militare italiana e che hanno immeritatamente oscurato pagine gloriose di dedizione e sacrificio. Si potrebbe dire lo stesso di arte militare marittima e aerea, e di strategia navale (o marittima) e aerea: se arte militare e strategia, infatti, non sono accompagnate da alcun aggettivo, comunemente si intende con tali termini prevalentemente l'arte militare e la strategia terrestre. È, questa, un 'eredità storica: l'arte della guerra intesa come teoria e letteratura (e poi, quando molto più tardi si sono formati gli eserciti regolari, l 'arte militare) è nata come terrestre, e - a quanto ci risulta - solo intorno ai secoli XV-XV I è diventata anche marittima. La strategia marittima o navale dal punto di vista teorico è nata intorno al 1860 circa, con l'introduzione del vapore che ha reso possibile un calcolo scientifico dei movimenti delle forze navali, avvicinandone l'impiego a quello degli eserciti. La strategia aerea è nata solo negli ann i Venti, con l'aumento del raggio d'azione e della portata dell 'aeroplano che ha reso possibile colpire anche obiettivi molto distanti dalla linea di contatto degli eserciti. e/o dalle coste. Non basta: prima i missili e poi i satelliti già a partire dai primi anni 40 hanno esteso la guerra a una quarta dimensione. lo spazio41• Questa successione storicamente assai rapida, dovuta al progresso tecnico, ha praticamente imposto le sue leggi alla strategia, ne ha dettato i motivi ispiratori , capovolgendo il processo logico che in linea astratta vorrebbe, appunto, che la teoria precedesse anche in questo caso la pratica, cioè che H mezzo ser visse a tradurre in atto il concetto c da esso prendesse forma, anziché dettare, modulare il concetto stesso, che nel caso dell'arte militare e della strategia deriva principalmente dall'esperienza storica.

'' Si veda, in merito. il Nostro Verso wz «quarto potere» missilistico · spa~ia/e? <<Informazioni della Difesa» n. 3/1993, pp. 46-54.


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Sono state le circostanze del momento, oltre che il progresso tecnico, a creare l'humus favorevole per teorie, come quelle di Ma han e Douhet, che vanno viste anzitutto come reazione ai ritardi e ai conservatorismi dell'establishment politico-militare, portato ovunque a pensare soprattutto in termini di guerra e strategia terrestre e a non valutare appieno l'influsso della guerra negli altri elementi e le possibilità offerte dai nuovi mezzi. Gli stessi aspetti più estremistici e totalizzanti di tali teorie. dovute più che agli autori stessi ai loro seguaci e tendenti a presentare come aprioristicamente e in ogni caso decisiva la guerra nei rispettivi elementi, derivano dalla necessità di colmare un vuoto concettuale, di aprire delle brecce in uno spazio fino a quel momento pressoché totalmente riservato alla guerra terrestre o al massimo alla guerra terrestre e navale; e come sempre accade, gli innovatori pur facendo opera benefica c necessaria hanno calcato troppo la mano. Il linguaggio militare ha potuto solo prendere atto di una situazione che teoricamente rimane poco ortodossa e tale da prestarsi a equivoci c strumentalizzazioni di Forza Armata: ma oggi sarebbe irrealistico, sarebbe troppo tardi pretendere che esso si modifichi, per la semplice ragione che lo studio spassionato di una lcssicografia militare sempre assai dipendente da influssi esterni - quale è almeno dal secolo XV II I in poi quella italiana- porta a concludere che c'è un solo elemento per g iudicare se una data parola sia o meno corretta, rispecchi la realtà: appunto, il suo uso corrente. Ciò significa anche che l'uso corrente di una parola ha dietro di sé tutta una storia, denota un certo approccio che bisogna far emergere, perché tale da fornire preziose indicazioni teoriche; è, insomma, un dato di fatto da studiare e del quale bi ogna prendere atto, anziché esorcizzarlo. Per studiare l'epistemologia e i contenuti dei termini inerenti alla guerra marittima, però, poco affidamento si può fare sull'ultimo dizionario ufficiale riguardante la guerra marittima, il Dizionario di Marina medioevale e moderno dell'Accademia d'Italia (1937). Non vi compare né l'aggettivo aeronavale, né tanto meno quello aeromarittimo; anche il termine potere marittimo e/o navale, pur così diffusamente usato anche in Italia da Domenico Bonamico già a fine secolo XIX, non vi è definito. Inspiegabilmente non vi compare nemmeno una definizione di dominio del mare, termine usato dai nostri scrittori navali fin dal secolo XVI. Guerra marittima e navale, senza fare distinzione tra di esse, sono definite «guerra combattuta sul mare». Si parla di Arte militare nava-


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le, definendola «Studio della condotta della guerra marittima» [non può essere solo studio! - N.d.a.]. Chissà perchè, sotto la voce strategia si precisa poi che «a p. 46 del presente dizionario, sotto Arte militare navale, va aggiunto c he l'attuale denomi naz io ne è Arte mili tare marittima, perché riguarda non soltanto l' impiego delle forze navali (unità da guerra), ma anche quello del naviglio mercanti le, delle vie marittime ecc .. Si dice infatti Guerra marittima e non navale» [nessuno proibisce, invero, di usare il termine guerra navale, quando si vuoi indicare solo il contrasto tra flotte da guerra- N.d.a.]. Comunque, secondo il Dizionario l' «arte militare navale» si divide in due sole parti: strategia e tattica navale. Pur non essendo definiti, i termini «potere marittimo» e «dominio del mare» ricompaiono nella definizione di strategia navale del citato dizionario, che è «parte dell'arte militare marittima riguardanti i criteri generali per l'impiego del potere marittimo, ossia le grandi linee per la condotta delle operazioni fino al diretto contatto con l'avversario, condotta intesa a conquistare il dominio del mare quando si abbia prevalen-;.a di mezzi e vantaggiosa situazione geografica o, in caso diverso, a contrastarlo all'avversario (difensiva strategica). Della strategia navale fanno parte i criteri fondamentali per la ripartizione e economia delle forze, per la loro dislocazione in rapporto alle basi navali e per le modalità di azione (Enc. /t. XXXII, 827-829)». Pur essendo riferita aJla guerra di squadre, allo scontro decisivo fra flotte e quindi non essendo più attuale, questa definizione ha due pregi: non fa riferimento - come molti navalisti ad oltranza - alla conquista del dominio del mare come unica meta e condizione del potere marittimo, e si riallaccia a quanto afferma l'Enciclopedia Italiana alla stessa voce strategia navale compilata nel 1936 dall 'ammiraglio Bernotti. Anche quest'ultimo - non potrebbe essere diversamente, dati i tempi si riferisce alla guerra di squadre: ma fa delle affermazioni - non si sa perché non riportate dal predetto Dizionario - che risultano assai moderne e attuali, e che qui perciò riassumiamo: «per strategia navale s'intende la parte dell 'arte militare marittima riguardante i criteri generali per l'impiego del potere mariuimo, ossia Le grandi Linee per la condotta delle operazioni fino al diretto comatto con l'avversario. l criteri per la condotta della guerra sul mare devono essere fondati sulla conce-;.ione integrale della guerra, cioè sulla necessità di correla::.ionefra La Marina e Le forze di terra e dell'aria[. .. ]. L'importanza relativa delle diverse specie di compiti non può definirsi in modo


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astratto, essendo assai variabile col carattere della guerra e con la situazione dei belligeranti nelle successive fasi del conflitto. [nostra sottolineatura- N.d.a.]. Quando la guerra terrestre non sia prontamente decisiva, la difesa e l 'attacco delle comunicazioni marittime assume importanza predominante[. ..]. Ma l'influenza dell'azione contro il commercio diviene sensibile in progresso di tempo, memre è ovvio che quando si verifica la necessità di eseguire f ra i propri territori trasporti di truppe per via marittima tale necessità ha carattere impellente [. .. }. Le finalità delle operazioni di guerra marittima si riassumono nella f ormula: assicurare alle proprie navi libertà di movimento sul mare, ossia fa libertà di uso del mare, e contrastarla all'avversario. Concetto di dominio del mare. - La libe11à di uso del mare sarebbe assicurata in modo assoluto da attacchi navali soltanto se si potesse infliggere alla Marina avversaria una disfatta veramente decisiva, nel senso più esteso della parola. A questo risultato ideale corrisponde letteralmente l'espressione "dominio o padronanza del mare". In realtà il dominio del mare, anziché essere completo e definitivo, avrà, generalmente, importanti limitazioni, cioè: a) sarà ternporaneo e limitato a uno scacchiere di operazioni, potrà essere quindi compromesso dall'arrivo di nuove forze avversarie; b) sarà incompleto; questo carattere è aggravato dall ' importanza assunta dai sommergibili e dai mezzi aerei [nostra sottolineatura - N.d.a.]. Per quanto nel caso concreto l'espressione "dominio del mare" abbia dunque un significato vago, sussiste l'importanza f ondamentale del concetto che è insito in tale espressione, ossia la necessità di orientare la condotla della guerra marittima rife,·endosi alla predetla situazione limite»" 2• Nemmeno il Bernotti forni sce nei suoi scritti una de fini zio ne di potere marittimo, pur richiamandosi a Mahan e c itandolo in termini lusinghieri. La miglior defin izio ne di potere marittimo nella quale ci siamo imbattuti è de l 1933: «il potere (o meglio il potenziale) marittimo è il complesso dei mezzi mercé i quali una nazione acquista la capacità di affermarsi, espandersi e prosperare sul ma re e per il mare. Esso è la risultante di molteplici svariati elementi, naturali alcuni, dipendenti dall'umana volontà altri, fra i quali si annoverano non solo il naviglio da guerra e mercantile, l'idroa viazione e gli appoggi che essi ricevono dalle risorse naturali e dall'organizzazione

'1

Enciclopedia haliana. XXXII. 827.


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militare economica e industriale di tutto il Paese, ma altresì Le condizioni geografiche, economiche, demografiche del territorio nazionale; le latenti tendenze avventurose e colonizzatrici della stirpe per le quali Le giovani generazioni si affacciano alla vita inconsciamente soggiogate dalla divina inquietudine del navigare; la massa degli uomini di mare e la loro preparazione professionale, spirituale ai compiti che il potere navale è chiamato a svolgere; il patrimonio di tradizioni per le quali l'appassionato interessamento a tutto ciò che al mare si riferisce, s'improvvisa nell'animo di un popolo, e segna Le vie e la meta del suo sviluppo economico e della sua espansione politica. Chi si limitasse pertanto a considerare il potere marittimo come risultante esclusiva del possesso di una forte e agguerrita Marina militare, avrebbe di esso un concetto ristretto e incompleto: l'affermazione e l'esercizio della forza sul mare è questione ben altrimenti ardua e complessa, dipendente da jalfori svariatissimi ponderabili e imponderabili, l'azione efficace dei quali si ha quando ciascuno è sfruttato in accordo sui principi che si adattano e combinato con altri ùz guisa da avere con essi il giusto rapporto di relatività»~ • La defìnizione di potere marittimo prima citata fa solo un fugace accenno ali' «idroaviazione», che potrebbe essere intesa come «aviazione navale basara su idrovolanti» oppure, semplicemente, come aviazione navale. Naturalmente nemmeno Mahan, il nostro Bonamico, e gli altri scrittori navali fino alla prima guerra mondiale compresa non hanno mai considerato l'incidenza del mezzo aereo sulla guerra marittima. Ancora una volta, per considerare tale incidenza non vi sono altri strumenti che quelli lessicali e storici. Si può cominciare richiamando la differenza tra gli aggettivi marittimo e navale, che è ben nota fin dal secolo scorso ed è peculiare, perché non trova riscontro in ciò che riguarda gli altri due elementi: navale è tutto ciò che si riferisce solo al naviglio militare e al suo impiego; marittimo ha un significato più vasto e completo, e si riferisce a tutto ciò che ha attinenza col mare, che si svolge sul mare, quindi non solo le forze navali (o aeronavali), ma -la marina mercantile, i porti, i commerci via mare, la vita economica che ha come riferimento il mare ecc .. 3

'' (Senza Autore). Carattere, preparazione e condotta della guerra navale, Panna, Ti p. Riunite Donati 1933 (si tratta di sintesi di lezioni tenute alla Scuola di Applicazione di Fanteria c Cavalleria di Parma).


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A partire dai primi anni del nostro secolo, il mezzo aereo (prima il dirigibile e poi l'aeroplano, anche imbarcato) ha cominciato a far sentire il suo peso anche nella guerra terrestre e marittima. Di conseguenza, già negli anni Venti la guerra è diventata aeroterrestre e aeromarittima o aeronavale. In particolare, la marina ha perso l'esclusiva della guerra sul mare, e anche il tradizionale ruolo di «frontiera più avanzata della difesa nazionale». Ma la novità più importante è che la guerra sul mare da marittima è diventata aeromarittima, con tale termine intendendo la combinazione dell'azione dell'aliquota principale delle forze aeree - non dipendenti dalla marina ma dall'aeronautica - basata a terra, e di quella delle fo rze navali o aeronavali dipendenti dalla marina (cioè comprendenti anche l'aviazione imbarcata su piattaforme navali, con l'aereo che in questo caso è solo un vettore d'arma navale totalmente dipendente dal comandante in mare). Se oggi si affermasse che la guerra sul mare è diventata aeronavale, si trascurerebbe il fatto che sul mare agiscono, appunto, anche forze aeree che non dipendono e non debbono dipendere dalla marina, e che vi svolgono magari missioni di trasporto - o di difesa aerea - che non riguardano o riguardano solo in parte la marina. È un fatto che sul mare dagli anni Venti in poi agiscono due «poteri» con caratteristiche ben diverse e facenti capo a diverse Forze

Annate: quello marittimo e quello aereo, Parlare, come taluni scrittori navali di oggi continuano a fare, di «mezzo aereo quale nuovo mezzo del potere marittimo» è inesatto e denota un'angusta ottica di forza armata: rispecchia solo una parte della realtà, perché il potere aereo autonomo e basato a terra ha assunto una rilevanza che, almeno nei mari ristretti come il Mediten·aneo, è di molto superiore a quella -facente parte del potere marittimo -derivante da!J 'aviazione imbarcata. Compete all'aviazione basata a terra, infatti la difesa dello spazio aereo nazionale (quindi anche la difesa aerea delle basi e dei porti) e la conquista e il mantenimento della supremazia aerea, o quanto meno della supetiorità aerea, nelle aree che interessano le operazioni navali , creando così le più favorevoli e indispensabili premesse per l'impiego in operazioni di aderenza della stessa aviazione imbarcata. Non è mai stato, quindi, vero - e oggi è doppiamente superato - quanto ha scritto nel 1934 l'ammiraglio inglese Richmond, pur presentato da taluni come un estimatore del mezzo aereo: «la denominazione "Potere aereo" è errata, non essendo gli aerei che mezzi del Potere Marittimo, ossia armi adoperate in mare, per contrastare il dominio del mare che è


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l'obiettivo del potere marittimo»"". Chi conquista, allora, il dominio dell'aria sopra i porti, le basi e il mare, che è cosa diversa dal dominio del mare e può impedirne l'esercizio, come dimostrato nella seconda guen·a mondiale proprio nel Mediterraneo dove il ruolo maggiore l'ha avuto l'aviazione basata a terra? Quanto afferma il Richrnond vale solo per l'aviazione imbarcata, che effettivamente è un' arma navale (anche se specie oggi non esclusivamente navale); ma la restante aviazione che agisce sul mare non è affatto un'arma navale, anche se è in grado di ostacolare o favorire in misura decisiva l'esercizio del potere marittimo. n Richmond dice cosa inesatta anche quando afferma che il dominio del mare è l'obiettivo del potere marittimo. Se mai è l' obiettivo della strategia navale delle marine preponderanti, che sono in grado di raggiungerlo e mantenerlo: non delle flotte in genere. n potere marittimo esprime solo una capacità, una possibi lità, non un'azione per raggiungere determinati obiettivi militari. Soprattutto, ciascuna potenza marittima raggiunge un proprio grado di potere marittimo diverso dagli altri, perché diversi e propri di ciascun Stato sono gli elementi che lo compongono. n potere marittimo esprime una capacità variabile, propria di ciascun Stato che ha le coste bagnate dal mare. Non basta: l'avvento del missile basato a terra o sulle navi e dei satelliti ha ulteriormente ridotto il ruolo delle forze navali propriamente dette nella guerra sul mare. Da una parte quest' ultime - come del resto le stesse forze aeree e quelle terrestri - sono diventate assai dipendenti dai satelliti in un settore vitale come quello del comando e controllo e delle informazioni. Dall'altra, con i missili imbarcati le forze navali hanno notevolmente ampliato la capacità di «proiezione di potenza» dal mare verso la terra, ma si è verificato con influssi maggiori anche l'effetto opposto, cioè l'aumento della capacità di proiezione di potenza dalla terra verso il mare. Le reciproche possibilità di proiezione di potenza - così come bisogna fare per il potere marittimo - non vanno considerate in astratto, ma riferendole a casi specifici e alle differenze geostrategiche tra Oceani e mari ristretti, come sono il Mediterraneo - per noi di particolare interesse - e il Golfo Persico. Se si tratta di coste bagnate dagli Oceani i riflessi delle reciproche «proiezioni di potenza», dal mare verso la terra

"'- H. Richmond, Il potere marittimo nell'epoca moderna ( 1934). Lraduz. it. Forum di Relazioni Internazionali, Roma 1998, p. 119.


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e da!Ja terra verso il mare, si equivalgono, anche se occorrerebbe riprendere, in q uesto caso, una vecchia querelle, esaminando se lo scafo di una nave anche da guerra non sia più vulnerabile di un missile antinave costiero con postazione a scomparsa in roccia e ben corazzata e mascherata, o ancora di un missile costiero mobile. Ma se si considerano le distanze e la conformazione geografica di un mare ristretto come il Mediterraneo, il rapporto diventa ineguale e si sposta a favore delle proiezioni di potenza dalla terra verso il mare. In effetti le batterie di missili terrestri antinave, abbinate a estesi e poco costosi e sofisticati campi minati sul tipo di quelli della seconda guerra mondiale e dislocate in punti-chiave faci lmente individuabi li, sono oggi in grado di interdire, o quanto meno gravemente ostacolare, la navigazione in qualsivoglia punto del Mediterraneo. Il territorio è da molti anni soggeno a ll 'offesa aerea: in questo caso. quindi, i riflessi dell'impiego del missile sono maggiori nella guerra marittima, come ulteriore fattore limitativo de!Ja libertà di util izzazione degli spazi marittimi (lo hanno dimostrato, in anni recenti, le turbative sul traffico delle petroliere nel Golfo Persico provocate, nonostante la presenza di formidabili forze navali dell 'Occidente, dalle postazioni di vecchi missili antinave cinesi che dominavano lo stretto di Ormuz). Queste considerazioni fanno indirettamente emergere un altro con-

cetto che ha carattere essenzialmente geopolitico: per quanto attiene a ruolo e fisionomia di tutte e tre le Forze Armate (e non solo di quelle navali e aeree), ciò che vale per la superpotenza-guida (detta anche monopotenza) a ca ra ttere geopolitico insulare, gli Stati Uniti, non va le necessariamente per una media potenza - e per una media potenza mediterra nea - come l'Italia. Dal punto di vista teorico, è ancora valida la distinzione tra strategia marittima c strategia navale proposta dall 'i nglese J ulian Corbett nel 19 11, che la ri ferisce anche a condivisibi li rapporti tra guerra marittima e guerra terrestre, nei quali non c'è nu lla di dogmatico, di precostituito, di costante: «per strategia marittima illlendiamo i prùzcìpi che governano una guerra nella quale il mare rappresenta tm fattore sostanziale. La strategia navale è quella parte della strategia mari/lima che determina i movimenti del/aflotta quando la strategia marittima stessa ha determinato quale parte la flotta debba giocare i relazione alle azioni delle for-;.e terrestri; poiché è appena il caso di dire che è quasi impossibile che 1111a guerra possa essere decisa solamente con azioni navali. Senza aiwi la pressione navale può agire solo come processo di logoramen-


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to. Pertanto i suoi effetti sono sempre, di necessità, lentì, e disturbano sia la nostra comunità commerciale sia i neutrali. La tendenza è dunque sempre quella di accettare termini di pace che sono ben lontani dall 'essere conclusivi. Per una decisione stabile si richiede unafonna di pressione più rapida e drastica. Poiché l'uomo vive sulla terra e non sul mare, i grandi scontri tra nazioni in guerra sono stati sempre decisi- eccetto rarissimi casi- da ciò che l'esercito può fare contro l'esercito nemico e la vita della nazione nemica, oppure dal timore di ciò che la flotta può consentire all'esercito di fare. Quindi la preoccupazione principale della strategia marittima è quella di determinare le reciproche relazioni che in un piano di guerra ben strutturato, devono instaurarsi tra l 'esercito e la marina. Quando ciò sia stato fatto, e non prima, la strategia navale può iniziare a studiare il modo col quale la flotta può assolvere la funzione assegnatole»45 • Per Corbett, dunque, l' aggettivo marittimo che qualifica la strategia non è riferito solo alla guerra sul mare: con tale termine egli intende piuttosto riferirsi a una strategia unitaria e interforze di una nazione, nella quale il ruolo prevalente sia assegnato alJa guerra sul mare, quindi alle forze navali. Ne consegue che una strategia non necessariamente è marittima; tutto dipende dalle caratteristiche geopolitiche di una nazione. Essa riguarda solo le nazioni che - come l'Inghilterra e gli Stati Uniti- hanno carattere geopolitico inconfondibilmente insulare; non si attaglia, invece, a nazioni che hanno carattere geopolitico continentale o non pienamente marittimo, come la Germania, la Russia e anche la Francia. In questo caso, è la strategia terrestre ad avere la priorità, fatto salvo il carattere sempre conclusivo delle operazioni terrestri. Nessuno può negare che il potere marittimo abbia avuto, abbia e possa avere ancora in futuro riflessi estremamente importanti, anzi decisivi nella vita dei popoli: ma accanto a questa constatazione, bisogna sempre precisare quando e per chi. L'incidenza del potere marittimo è diversa, a seconda dei tempi, dei tipi di conflitto e delle nazioni interessate. Ai nostri tempi, ad esempio, è un fatto che il missile a testata nucleare ha sostituito come emblema della potenza di una nazione la grande nave corazzata, che era tale fino agli anni 30. Più in generale, oggi il potere marittimo per far sentire tutti i suoi effetti deve essere aeromarittimo, e in secondo luogo deve poter contare su fattori di

' 5·

J. Corben, Op. cit., pp. 23-24.


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carattere generale con riflessi marittimi solo indiretti ma di un peso tale da consentire al potere marittimo di raggiungere l'apice, cosa che non è di tutti gli Stati geopoliticamente marittimi. Risulta perciò discutibile già negli anni Trenta quanto afferma il Richmond, il quale divide le nazioni che hanno sviluppato il potere marittimo in due categorie: «alla prima appartengono le nazioni il cui potere marittimo fu conseguenza naturale e spontanea del loro sviluppo economico e sociale [.. .]. Il potere marittimo rappresentò per queste nazioni una forma di energia, che influì profondamente sulle direttive politiche, fu ascensione naturale non politica né artificiale. All'altra categoria appartengono le nazioni che, non essendo dipendenti dai commerci marittimi o da territori oltremare, lottarono per ottenere ciò che altre Potenze già possedevano e per conquistare ricchezza e forza e il prestigio che queste conferiscono»46• A proposito del potere marittimo il Richmond afferma anche che «sono dette "Potenze Marittime " le Nazioni il cui potere marittimo ha avuto origine dalla loro situazione geografica o dell'abilità e dal carauere del loro popolo. Altre nazioni sono tuttavia pervenute ad avere un "potere marittimo " in misura e per motivi diversi[... ]. L'espressione "Potere Marittimo" ha quindi vari significati: in senso restrittivo rappresenta la potenza di una nazione circoscritta in una particolare zona o ad una speciale situazione, mentre, in senso lato, è la capacità di una Nazione ad influire sui grandi problemi di importanza mondiale. Le Potenze Marinime sono quelle il cui potere sul mare ha quest'ultimo carattere e di esse occorre sempre tener conto perché la loro influenza non si limita alle loro coste, ma abbraccia tutto il commercio oceanico>>41 • Lo schema del Richmond non riesce ad abbracciare l' intera casistica delle nazioni interessate al potere marittimo, che è assai più complessa. Non c'è dubbio che la capacità di una nazione di influire sugli affari mondiali dipende dalla sua capacità di esercitare su scala globale il potere marittimo, e in questo senso la potenza marittima di prima categoria per eccellenza in passato è stata solo l' Inghilterra, e al presente sono solo gli Stati Uniti. La Francia è stata ed è il prototipo della seconda categoria di potenza marittima: ma che dire del Giappone, la cui posizione geopolitica è stata tale - e tuttora sarebbe tale - da

"' H. Richmond, Op.cit., p. 57. •• ivi, p. 69.


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imporgli il ruolo di potenza marittima egemone dell'Asia? che dire dell'Italia, la cui collocazione geopolitica nel Mediterraneo le imporrebbe - potendolo - di dominare questo mare, cioè di essere nella prima categoria ? La Russia della guerra fredda, che pur essendo a fi sionomia geopolitica nettamente continentalista ambiva a crearsi un potere marittimo mondiale in grado di competere con quello occidentale, può anch' essa essere inclusa nella seconda categoria: ma fino a che punto il tentativo della Germania (inizio secolo XX) di contendere la Leadership mondiale sul mare al l 'Inghilterra può dirsi un' «ascensione artific iale», visto che corrispondeva, dopo tutto, allo sviluppo mondiale ormai assunto dal commercio tedesco? Richmond trascura anche i non infrequenti casi di dualismo continentale e marittimo, nei quali una nazione è condotta dalla sua natura geopolitica ad essere una potenza continentale e marittima insieme. E trascura anche che le potenze marittime naturali, le quali pur hanno una netta fisionomia geopolitica marittima, non tutte sono in grado di influire sugli affari mondiali solo in virtù della loro naturale vocazione marittima. Tra quelle che egli chiama Potenze Marittime si determina ben presto, anche per effetto delle guerre, una gerarchia abbastanza precisa. In ultima analisi, questa gerarchia non è dovuta a elementi in senso stretto marittimi: è il potenziale economico complessivo, tecnologico, finanziario, demografico a fare la vera differenza, ad avere l' ultima parola. Questo spiega perché gli Stati Uniti hanno sostituito l' InghilteiTa come potenza eminentemente marittima, dopo averle consentito di superare la Germania e dopo aver eliminato prima la Spagna e poi il Giappone dal novero delle potenze che potevano insidiare il loro primato mondiale. Nel XX secolo, insomma, si è potuto constatare che non è il potere marittimo «naturale» a creare la potenza economica, industriale e politica di una nazione, ma che è quest' ultima a fare di una potenza marittima naturale anche una potenza di rango mondiale. Sugli elementi «diretti» che determinano il potere marittimo di una nazione considerati da Mahan (posizione geografica, conformazione fisica, estensione del territorio, entità della popolazione, carattere nazionale), che pure conservano la loro importanza, hanno così nettamente prevalso elementi «indiretti» di carattere generale, il cui legame con il potere marittimo non è esclusivo ed è assai meno visibile a prima vista: economia, finanza, capacità industriale e tecnologica ecc .. Inutile aggiungere che oggi una potenza con ambizioni mondiali, oltre ad essere marittima nel


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senso indicato dal Richmond deve avere raggiunto anche il predominio aerospaziale e nucleare: questo fatto incontestabile rimarca ancora una volta la differenza del passato, quando i «poteri» erano solo due: terrestre o continentale e marittimo, con le potenze marittime che, in quanto tali, erano le sole a poter aspirare al dominio mondiale. Se sono aumentati i vincoli e le dipendenze della guerra marittima, non si tratta di un fenomeno unico; anche la guerra e strategia aerea e quella terrestre hanno sempre più ridotto i loro margini di autonomia. Questi mutamenti dovrebbero essere rispecchiati dalla lessicografia; ciò avviene in modo ancora imperfetto. Ad ogni modo, forse perché riguarda l' impiego di un mezzo assai recente e in continua evoluzione, la lessicografia relativa alla guerra aerea risulta, almeno in taluni settori, più aggiornata di quella della guerra marittima prima esaminata. È anzitutto disponibile un ponderoso volume sulla Terminologia aeronautica, che oltre ad essere abbastanza recente ( 1964) assume veste ufficiale, in quanto compilato da apposito Comitato costituito i seno al Registro Aeronautico I taliano~8 . Ne riportiamo le voci di maggior interesse per l'arte militare:

Guerra aerea - Guerra nella quale vengono applicate Le dottrine strategiche e tattiche del potere aereo. Guerra tridimensionale - Guerra in cui viene impiegato anche il potere aereo. Dottrina di guerra aerea - Dottrina relativa al modo di condurre una guerra aerea. Potere aereo - Potere derivante dalla disponibilità di mezzi aerei militari e civili e della relativa industria. Può diventare strumento di politica nazionale, sfruttabile sia in guerra, sia in pace. Dominio dell'aria - In senso lato: dominio per il quale una nazione è in grado di mantenere, con le proprie forze relative, una posizione di predominio nei riguardi del potere aereo e delle capacità aeree nazionali, nonché di esercitare, in virtù di queste, una influenza voluta sulle azioni di altra nazione od altre nazioni, sia in pace che in guerra. In senso stretto: controllo fisico dello spazio aereo con impiego di mezzi aerei militari.

" Reg islro Aeronaulico llaliano, Terminologia aeronautica, Roma. Arli Grafiche Yisigalli- PaselLi 1964.


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Superiorità aerea - Superiorità nel potere aereo o nel controllo aereo, locale o generale, mantenuta quando una forza aerea ha maggiore efficienza combattiva della forza che le è opposta. Supremazia aerea - Grado di potenza aerea o controllo dell'aria, locale o generale, che può essere mantenuto quando un'aviazione militare riesce a imporre la sua volontà all'aviazione avversaria, in ogni tempo e in ogni luogo, nei limiti della zona di controllo assegnata. È il più alto grado di superiorità aerea. Strategia aerea - Strategia a mezzo della quale si cerca di raggiungere i voluti obiettivi, sia in pace che in guerra servendosi prevalentemente del potere aereo. Tattica aerea - Branca dell'arte o della scienza militare aerea che tratta della dislocazione, della disposizione e della manovra delle forze aeree nel campo tallico. Logistica aerea- Branca dell 'arte militare aerea che studia e provvede al rifornimento, alla manutenzione e al movimento dei mezzi, nonché al sostentamento del personale di un'aeronautica militare. Organica aerea- Branca dell'arte militare aerea che regola la costituzione, l'organizza zione e lo sviluppo dell 'aeronautica militare, in relazione alla missione che le è stata assegnata. Cooperazione aerotattica (concorso aereo) - Complesso di attività che le forze aeree svolgono a favore delle unità terrestri, che si esplicano sotto varie forme, a seconda del tipo di contributo che le fo rze aeree apportano nel quadro della lotta terrestre: - conquista e mantenimento della superiorità aerea nel teatro delle operazioni; - interdizione di una prescelta zona d'operazioni; - partecipazione diretta alla folla terrestre, fornendo appoggio alle forze di superficie impegnate in combattimento. Operazione aerostrategica - Operazione effettuata da unità aeree, unitamente a fo17.e di appoggio, per l'attacco sistematico di detenninati obiettivi vitali del nemico, allo scopo di distmggeme o disintegrarne la capacità bellica, fino acl impedimento di continuare La guerra. Le operazioni aerostrategiche sono dirette contro il sistema militare, industriale, politico ed economico dell'avversario o rivolte a minare il morale del medesimo con azioni massicce... Operazione aerotattica - Operazione effettuata da aerei singoli o da unità aeree contro o in presenza di una forza nemica, comprendendo la cooperazione con forze di superficie. In senso lato il termine si riferisce a qualsiasi operazione ispirata a princìpi tattici.


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Aeron avale - [Aggettivo che] designa ogni attività di carattere aereo riferentesi a unità navali. Aeromarittimo - [Aggettivo che] designa ogni attività di carattere aereo avente come campo d'azione il mare, e analogamente, un servizio, ente o problema inerente a tale attività. Es. impiego aeromarittimo - impiego di aerei sul mare. A proposito di potere aereo, strategia aerea e domi nlo del!' aria, né Douhet né Mecozzi hanno mai usato o definito nei loro scritti i primi due terrnlnl; il dominio dell'aria, architrave delle teorie douhetiane, è stato invece da lui definito sinteticamente come la facoltà di usare liberamente lo spazio aereo, impedendo al nemico di svolgervi operazioni di qualche rilievo. In relazione alle attuali caratteristiche delle missioni aut of area (con particolare riguardo alla necessità di interventi anche dimostrativi tempestivi ed efficaci, alla possibilità di evitare l'occupazione del territorio e di sostituire in certa misura almeno l'impiego ancor più rischioso di forze terrestri), i Capi di Stato Maggiore delle Aeronautiche NATO e di talune nazioni non allineate (Austria, Svezia, Svizzera e Finlandia) periodicamente si riuniscono nella European Air Chiefs' Conference (EURAC) per elaborare concetti comuni relativi al potere aereo~ 9 • Un apposito documento dell'EURAC così lo definisce: «ìl Potere Aereo di una Nazione - non è composto solo di unità combattenti dell'aviazione, né è parte unicamente delle forze aeree; esso è un 'attività completa, civile e militare (basata su terra, mare, aria e spazio), commerciale e privata, ancora esistente e potenziale. Quindi il potere aereo potrebbe essere considerato come un puzzle dove i pezzi rappresentano aeromobili, missili, armi, personale, campi d'aviazione, ricambi meccanici ed elettrici e carburante, [. .. ] e la guerra aerea può essere descritta come l'applicazione pratica del potere aereo e guidata, quindi, dalla dottrina del potere aereo. Focalizzando l'attenzione sull'uso pratico, la guerra aerea è orientata nazionalmente in termini di mezzi e dottrina». Premesso che velocità, raggio di azione, mobilità e flessibilità sono le caratteristiche essenziali comuni a tutti i tipi di forze, secondo l'EURAC il potere aereo possiede queste caratteristiche in misura maggiore degli altri «poteri», in quanto «può esercitare pressione in

9 ' • l. M. Coggi, Potere aereo: il pullfo di vis1a deli'EURAC, «Rivista Aeronautica» n. 511997' pp. 6- 1l.


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ogni momento, se necessario entro poche ore, in ogni parte del globo» e «può essere rischlerato rapidamente qualora vengano prese le decisio ni più appropriate», accrescendo il raggio d'azione con rifornimenti in volo c he gli consentono così di utilizzare- con ovvi vantaggi- basi nazionali, con un livello di flessibilità operativa e mobilità tattica estremamente ampio, al quale corrisponde una gamma a nch'essa estremamente ampia di interventi. L'EURAC parla solo di potere aereo, a quanto par di capire comprendendovi anche il potere spaziaJe. ln realtà, almeno oggi si tratta di due cose ben diverse. Anche se sembra che alla metà circa del prossimo secolo l'aeroplano non sarà più pilotato, allo stato attuale, premesso che specie per una media potenza anche i missili - nucleari e non - a media e grande gittata dovrebbero dipendere dall'Aeronautica, si dovrebbe più correttamente parlare di potere aerospaziale (aeroplano pilotato o non missile a media e grande gittata con piattaforma di lanc io terrestre satellite). Non solo: ma, almeno a partire dal 1945, il missile- come profetizzato da Amedeo Mecozzi -si pone come un mezzo sostitutivo (e non integrativo) dell 'aereo pilotato, e in particolare del grande bombardiere strategico e del cacciabombardiere tipo Tornado/Amx. Anche senza voler considerare il ruolo degli Scud, dei Cruise e dei missili terra-mare, nella guerra del Golfo e nelle recenti missioni out of area è un fatto che: a) già durante la guerra fredda il missile intercontinentale con testata nucleare è venuto sempre più riducendo il ruolo come arma di sterminio di massa - del grande bombardiere strategico con armamento nucleare, tipo B-52; b) dalla seconda guerra mondiale in poi, le difese aeree attive (intercettori, missili, artiglierie, tecnologie di scoperta e guida) non hanno cessato di accrescere Ja loro efficacia, fino a porre come condizione preliminare per l'impiego di velivoli in missioni offensive la loro neutralizzazione; c) anche l' impiego delle forze aeree, come quello deiJe forze di superficie, è sempre più dipendente- per le comunicazioni e le informazioni - dai satelliti artificiali agenti nello spazio. Ciò significa che, in primo luogo, il dominio dell'aria (o quanto meno la superiorità aerea) NON è più sufficiente come condizione preliminare per svolgere con successo operazioni nei tre elementi. Deve essere accompagnato dal dominio o quanto meno dalla superiorità nello spazio, che è cosa diversa dal dominio dell'aria perché, a tutt'oggi, l'efficacia delle difese antimissile è assai ridotta (e addirittura inesistente per medie potenze come l'Italia). In secondo luogo, rispetto al


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missile convenzionale l'aeroplano conserva una maggiore flessibilità d'impiego, rimane insostituibile come vettore da trasporto rapido e per l'offesa contro bersagli in movimento, può essere richiamato anche missione durante, si presta maggiormente a svolgere varie forme di missioni dissuasive e rivolte ad ottenere fini psicologici anche senza ricorrere all'uso delle armi. Ma se si considerano la crescente vulnerabilità, l'elevato costo, la persistente dipendenza dalle condizioni meteo, la necessità di un 'onerosa e complessa manutenzione e di una costosa e lunga formazione dei piloti, questo mezzo che una volta era l'indiscusso e unico re dell'aria richiede un vaglio sempre più severo della convenienza del suo impiego, da valutare caso per caso in relazione all'importanza e alle caratteristiche dell'obiettivo e alla crescente possibilità di usare aerei senza pilota e missili. L'immagine douhetiana del mezzo aereo destinato con priorità assoluta alla conquista del dominio dell'aria e a battere obiettivi di importanza decisiva, che quindi richiedeva un impiego «indipendente» e rendeva antieconomiche missioni di cooperazione in campo tattico con le forze di superficie, è ormai obsoleta. I confini tra il campo tattico e quello strategico sono più che mai evanescenti, le situazioni da affrontare sempre più complesse e meno che mai inquadrabili in pregiudiziali teoriche: ciò che ogg1 si deve chiedere ai Comandi interforze, è di tener conto della vulnerabilità e del costo del mezzo e di impiegarlo secondo le sue possibilità. Anche il raggiungimento del dominio dell'aria nel senso douhetiano, assoluto del termine non basta: deve sempre essere accompagnato dal dominio dello spazio (sopra) e quindi da adeguata capacità missilistica, e dal dominio della terra (sotto). Dominio della terra, perché l'impiego dell'aeroplano può avvenire o mantenendosi sopra il territorio amico (e, in questo caso, colpendo obiettivi nemici con armamenti stand-ojj) oppure sopra il territorio nemico, ma in questo caso previa neutralizzazione (magari con missili) delle difese aeree nemiche. Con questi caratteri, il potere aerospaziale di una nazione si rivela ancor più dipendente di quello marittimo da quei fattori di carattere generale, che influenzano in misura preminente anche il potere marittimo, a cominciare dalla capacità industriale e tecnologica e dalle possibilità finanziarie. La posizione geografica, la conformazione fisica e l'estensione del territorio ecc., senza i fattori di base prima indicati ha riflessi ridotti: solo una società industriale avanzata può fornire piloti, organi di manutenzione efficienti, e tutto quel complesso di attitudini,


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capacità, servizi senza i quali un mezzo aereo anche d'avanguardia non può essere sfruttato a fondo. Questo fatto favorisce, nelle nazioni meno progredite, lo sviluppo del missile a media o grande gittata con testata convenzionale o chimica in sostituzione dell'aeroplano. La definizione di potere aereo del Registro Aeronautico prima citata appare perciò troppo stringata, e potrebbe essere sostituita in questo modo: «Complesso di fa ttori statici e dinamici di vario ordine (geog rafici, economici, industriali, tecnologici, militari, morali e spirituali) mediante i quali uno Stato o un insieme di Stati acquistano la capacità di conquistare e mantenere un grado di possesso e/o controllo degli spazi aerei corrispondente agli interessi nazionali». Sostituendo l'espressione «spazi aerei» con «dell 'aria e dello spazio» si ha una definizione di potere aerospaziale, sostituendo la predetta espressione con «dello spazio» si ottiene una definizione di potere spaziale. In tutti i casi, la definizione- come avviene anche per il potere marittimo non può essere incentrata sulle sole esigenze della superpotenza globale, l'unica che può permettersi il domjnio di tutti e quattro gli e lementi. Ciascuna Nazione è in grado mesercitare un grado di potere aereo (o marittimo) corrispondente alle sue possibilità, alle peculiarità nazionali e al conseguente suo ruolo nel consesso internazionale. Così avviene anche per il potere terrestre o continentale, la cui natura è stata da noi esaminata in due recenti articoli sulla Rivista Militare, ai quali rimandiamo per una visione più completa50• Sottolineare ancora non tanto e non solo l'esistenza, ma l'importanza del potere terrestre potrebbe apparire pleonastico. Se finora si è ampiamente trattato nella letteratura militare di potere marittimo e aereo ma non si è mai esaminato dal punto di vista teorico il potere terrestre o continentale, la ragione è semplice: tale potere esiste da sempre, si ha davanti agli occhi ogni giorno. Le innumerevoli guerre, anche prima della nascita degli Stati, hanno sempre avuto come posta il possesso di territori e/o delle ricchezze e risorse che vi si trovavano. Il ruolo del potere terrestre è dunque da millenni scontato, e non ha mai avuto bisogno di esegeti e profeti, anche perché non si è mai affidato al preteso ruolo decisivo di questa o quell 'arma. Il concetto di Stato è da sempre insci ndibile da quello di territorio; ed è tale territorio che esprime quelle capacità, quelle potenzialità, quelle chances che poi

<O.

F. Bolli. l/ potere terrestre ne/2000 (Cit.).


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vengono sfruttate da tutti i «poteri». Solo la disponibilità di un potere terrestre consente, perciò, a uno Stato di adottare liberamente le istituzioni politiche, sociali e militari e gli indirizzi economici e di politica estera che ritiene più consoni agli interessi dei cittadini, tenendo presente che, come ha affermato E.T. Carr, «la potenza economica è sempre stata un fattore della potenza politica, se non altro attraverso la sua associazione con quella militare». Il potere terrestre, presupposto della sovranità dello Stato, è dunque anche veicolo e presupposto di libertà. Al tempo stesso, esso - come anche gli altri poteri - deriva da un complesso di elementi, nei quali lo strumento militare è come la punta di una lancia che senza l' asta o impugnatura (rappresentata da ciò che militare non è) sarebbe inservibile (è vero, però, anche il contrario). E al pari degli altri poteri, anche il potere terrestre affonda le sue radici, oltre che in elementi in senso lato attinenti alla geografia umana di un Paese che ne possono determinare i rapporti con gli altri, neli' economia, neli' industria, nella capacità tecnologica e nella finanza di un Paese. Sarà la geografia umana a dire se un Paese ha vocazione geopolitica terrestre e continentale, oppure marittima; ma saranno i fattori attinenti all'economia, all'industria ecc., a definire il grado di potere terrestre che un Paese può esercitare. Di conseguenza anche il potere terrestre può essere definito, in analogia a quello aereo, come «il complesso di fattori di vario ordine (geografici, economici, demogr afici, industriali, finanziari, tecnologici, militari, morali e spirituali) mediante i quali uno Stato o un insieme di Stati acquistano la capacità di mantenere il sicuro e totale possesso o quanto meno il controllo del proprio territorio o di territori di loro interesse, assicurandone la sicurezza e difesa, garantendo il libero uso delle loro risorse e vie di comunicazione e se necessario vietandolo ad altri». Senza possesso, senza controllo del territorio non può essere esercitato alcun altro potere. Gli aerei, le navi, i missili, i satelliti e le piattaforme spaziali partono dalla terra e arrivano sulla terra; la loro attività, civile o militare che sia, ha un senso in tanto in quanto ha dei riflessi per così dire terrestri. Questa constatazione elementare è di per sé sufficiente per far ritenere strumentali le tesi di taluni autori, che anche in tempi recenti hanno esaltato l' «indipendenza» delle operazioni aeree (o anche navali) come una condizione ideale per ottenere i massimi risultati nella guerra aerea o marittima. Da molto tempo non si può parlare di indipendenza, ma piuttosto di interdipendenza, specie nei riguardi delle


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operazioni aeree. La guerra terrestre in Africa Settentrionale 19401943 ha avuto un senso, in tanto in quanto ha avvicinato le nostre basi aeronavali a quelle nemiche, e ha tenuto quest'ultime lontane il più possibile dal tenitorio nazionale: non è quindi vero che le forze terrestri o di superficie hanno chiesto all'aeronautica tutto, senza dare nulla in cambio. La guerra in Africa Settentrionale non è mai stata una guerra dell'esercito, o prevalentemente dell'esercito: è sempre stata la guen·a di tutti, che tutti purtroppo hanno perduto. Sui rapporti tra potere terrestre e altri poteri, dunque, potrebbe essere detto quanto negli anni 20 riconosce l'ammiraglio Castex, massimo scrittore di strategia e strategia navale francese e tra i maggiori del nostro secolo: «una volta acquistato il controllo delle comunicazioni essenziali, il mare, o meglio il potere marittimo del quale è il supporto e il campo d'applicazione, deve attaccarsi alla terra[. .. ]. L'habitat normale dei popoli è la terra. È da essa che traggono la loro forza. L'Oceano è la sola via che li unisce e che si disputano. Le loro comunicazioni marittime, il naviglio che le percorre, non sono che l'irradiamento esterno delle nazioni; sono cioè i rami ma non Le radici e il tronco, che si trovano solo sulla terraferma. È qui che è il cuore, e il ridotto centrale; è qui che sì tratta di colpire nella generalità dei casi»51 • Lo stesso potrebbe dirsi per le vie dell'aria; ma ciò non significa, da un punto di vista militare generale, accreditare aprioristicamente la preminenza del potere terrestre sugli altri poteri, senza distinzioni caso per caso, e senza fare riferimento alle diverse caratteristiche geopolitiche di ciascuna nazione. Anche il potere terrestre nel XX secolo è diventato a sua volta sempre più dipendente da altri «poteri». Così come la guerra marittima è diventata aeromarittima, la guerra terrestre è diventata aeroterrestre, nel senso che l'aereo - come già affermava il Supino- non è più un semplice mezzo di concorso: è un protagonista della battaglia, alla pari delle forze terrestri. Non c'è dunque alcun motivo di guardare con sospetto all'aggettivo aeroterrestre (non citato dalla predetta Terminologia aeronautica che pure ammette i l termine aeromarittimo), ritenendolo indice de il ' «asservimento» delle forze aeree alle operazioni terrestri: rispecchia solo una realtà, la quale impone il coordinamento- a parità di ruolo- delle operazio-

" Amiral Castex. Theories stratégiques (a cura di H. Coutau - Bégarie), Paris, Ed. Economica 1997. p. l.


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ni terrestri e aeree; senza tale coordinamento nessuna delle due componenti può raggiungere l'optimum del rendimento. Non si può certo affermare che la regolamentazione d'impiego dell'esercito del dopoguerra abbia sottovalutato il ruolo delle forze aeree, o che abbia inteso mantenerle in secondo piano rispetto alle operazioni terrestri. La Pubblicazione 600 del 1958 (para. l 0) afferma, douhetianamente, che «probabilmente la battaglia per la conquista del predominio aereo e atomico impronterà la fase iniziale del conflitto ed influenzerà in misura determinante l'esito definitivo della guerra». Il nomenclatore 1962 non parla più di concorso aereo alla battaglia terrestre ma definisce la battaglia (difensiva o offensiva) come «operazione aeroterrestre complessa». La Pubblicazione 700 del 1963 (para. 44) riconosce che «l'intervento delle forze aeree nelle operazioni è determinante sia nel campo strategico, sia in quello tattico [...]. La conquista della superiorità aerea è elemento essenziale per interrompere o concludere un ciclo difensivo e dare inizio a un ciclo controffensivo». Se poi si ottiene il domino dell'aria, tanto meglio .... Questi interfaccia non sono sostanzialmente mutati nel periodo postguerra fredda. Nelle missioni out of area le forze aeree e marittime hanno un ruolo indiscutibilmente importante, ma non si può dimenticare che, ancor più che nelle operazioni classiche, lo scopo di queste speciali missioni è il controllo del territorio da parte delle forze terrestri, con forme di attività che, come dimostra anche il caso della Somalia, comportano pericoli, insidie e il pagamento di prezzi in vite umane, richiedendo soprattutto ai Quadri inferiori non comuni doti di Comando. 8. CONCLUSIONE: DAI SINGOLI «POTERI» AL POTERE MILITARE E AL POTENZIALE BELLICO Nelle precedenti considerazioni emergono a ogni piè sospinto le interdipendenze, i legami e al tempo stesso le differenze tra «poteri», strategie e «domini» (terrestri o continentali, marittimi, aerei e spaziali o aerospaziali). In base a quanto prima affermato, si può intanto stabilire che: a) con l'espressione guerra terrestre/marittima/aerea/spaziale non si può più, oggi, indicare una guerra esclusivamente riservata a questa o quella forza armata, ma semplicemente una guerra i cui obiettivi militari, i cui riferimenti si trovano in prevalenza su un dato elemento, a prescindere da chi la dirige, dai mezzi con cui viene condotta e dal loro ordinamento tattico;


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b) almeno dal 1919 in poi una guerra non è più esclusivamente terrestre, marittima e aerea in nessuno dei tre elementi. Vi possono certamente essere ancora specifiche operazioni condotte da una sola Forza Armata; ma anche tali operazioni vanno coordinate con il quadro generale e vanno decise in base al criterio generale, sempre e ovunque valido, che a ciascun obiettivo corrispondono diverse modalità e diverse dosature di forze per raggiungerlo; c) la guerra navale o marittima non può più essere - come per Mahan - «lotta per la conquista del potere marittimo a mezzo della flotta da battaglia» [cosa sarebbe stata allora, anche ai tempi della guerra di squadre, la guerra navale di una marina inferiore? - N.d.a.]. E la guerra aerea non può più esaurirsi, come per Doubet, nella conquista del dominio dell'aria. Nel1943-1945 la soverchiante aviazione angloamericana non avrebbe combattuto una guerra aerea? Quell a del Vietnam e del Golfo non sarebbe stata una guerra aerea, visto che il dominio dell 'aria non era mai stato, in queste guerre, in discussione? d) con le espressioni strategia marittima o navale, strategia aerea ecc. si intende semplicemente indicare la componente della strategia nazionale o multinazionale che concerne l' impiego delle forze nell 'aria o sul mare. In particolare, le strategie marittima o aerospaziale non possono più avere come meta principale la conquista o il mantenimento del «dominio» del rispettivo elemento, bensì riguardano il contributo delle rispettive forze al raggiungimento dell 'obiettivo della strategia nazionale. Per definire tali strategie, perciò, basta sostituire a «forza armata» della definizione di strategia (cap. V) l'espressione «forze navali», «forze aerospaziali» ecc.; e) sotto questo profilo, rispetto al periodo della guerra fredda va tenuto conto che l'attacco e la difesa delle comunicazioni marittime, la conquista o il mantenimento del dominio dell 'aria (o della supremazia aerea) pur rimanendo un cardine della strategia nei rispettivi elementi non necessariamente e non sempre ne costituiscono l'obiettivo, per la semplice ragione che il controllo del cielo e del mare possono essere obiettivi già acquisiti. Ciò che sempre è necessario, è solo che le forze aeree e navali concorrano, per la parte di competenza, al raggiungimento delJ 'obiettivo politico della guerra, del conflitto o della crisi; f) con l'espressione (tuttora in uso) «arte militare marittima» e «arte militare aerea» si intende semplicemente indicare quella componente dell 'arte militare, che riguarda in prevalenza le forze marittime e aeree/spaziali;


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g) la ripartizione dell 'arte militare prima indicata, con i relativi «fattori essenziali di successo» che caratterizzano le varie branche a cominciare dalla strategia, nella sostanza si attaglia anche alla guerra marittima/aerea/spaziale, visto che tali guen·e non possono essere considerate disinvoltamente recidendo i loro legami molteplici con l' elemento terrestre, e non solo con la guerra terrestre. Ciò premesso, i «poteri» non vanno confusi con le <<Strategie» e i «domini», né ritenuti un termine di rilevanza politica più che militare. Composti da elementi sia politico-sociali, economici, industriali che militari, essi sono il primo risultato della politica strategica. senza confondersi con essa. Il potere politico crea o sviluppa dei fattori di potenza militare, che sta all'arte militare tradurre in atto; i «poteri» costituiscono dunque l'anello intermedio, di raccordo tra politica strategica e arte mmtare. «Potere» in generale indica sempre una capacità, una possibilità, da esercitare nel modo e nel tempo opportuno. li potere marittimo e quello aereo/spaziale, nelle interpretazioni di Douhet e Mahan, non solo comprendono delle capacità militari, ma si fondano su di esse: solo grazie ad esse, infaui. possono essere conquistati, mantenuti, difesi. Al tempo stesso la capacità militare è la sintesi, il baricentro degli altri elementi, li condiziona e ne è condizionata. In questo senso, il potere non deriva esclusivamente da elementi militari (o economici o politico-sociali), ma da tutti. Le strategie rispettive entrano in campo quando è necessario che i poteri esprimano, facciano entrare in funzione le loro capacità militari. Esse indicano il modo di farne uso per raggiungere gli obiettivi. Diver samente dai corrispondenti « poteri» , i termini dominio del mare/dell'aria/dello spazio non indicano né delle capacità o delle possibilità, né il modo di tradurli militarmente in atto, compito che come si è visto spetta alle rispettive strategie. Indicano semplicemente degli stati di fatto militari ottimali, da raggiungere con idonea strategia. Non può perciò essere condivisa questa definizione dell'Enciclopedia Militare 1933; «potere marillimo (dominio del mare). Ha in guerra capitale importanza, e consiste nella padronanza delle comunicazioni marittime, dei cavi sottomarini e di tutti i valori che dal mare possono essere ricavati... »52• Oltre a far sentire i suoi effetti -come tutti gli altri - anche in pace, il potere marittimo è cosa diversa dal dominio del mare, che con-

~:

Enciclopedia Mili1are (Cii.). VI. 263.


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siste appunto nella padronanza delle comunicazioni marittime ecc.. La sommatoria dei suoi elementi crea le premesse per il dominio del mare, che a sua volta garantisce il pieno e sicuro sfruttamento del potere marittimo. Né è mai stato vero, nemmeno ai tempi della guerra di squadre, checome afferma la stessa Enciclopedia Militare- «la strategia marittima [perchè non navale? - N.d.a.] ha per oggetto il controllo delle comunicazioni marittime. Ciò può essere ottenuto solo con la sconfitta del grosso delle forze nemiche»53• Definizione che va bene solo per le marine preponderanti; le marine che non erano un grado di affrontare la battaglia decisiva non avevano forse una strategia? Anche in passato, si discuteva della conquista o difesa delle comunicazioni marittime da ottenere non necessariamente con una battaglia decisiva, e anche oggi l'oggetto della strategia marittima può anche non riguardare le comunicazioni marittime. Anche in tema di potere aereo, la definizione dell'Enciclopedia Militare è lontana dall'essere soddisfacente: «la forza inerente alla organizzazione militare aerea di uno Stato ne costituisce il potere aereo, il quale si basa: sul numero, il morale e l'abilità dei piloti; sulla qualità e quantità degli apparecchi; sull'organizzazione terrestre; sulle riserve uti/izzabili»s.t. Le componenti non militari vi sono totalmente trascurate; eppure, rispetto agli altri «poteri» il potere aerospaziale è quello più dipendente dal livello industriale e dalle risorse tecnologiche, distiguendosi inoltre per la necessità di disporre di un' élite di piloti e specialisti, che solo una società industriale avanzata può fornire, e che certamente non sono in grado di fornire le società sottosviluppate. Viene anche da chiedersi fino a che punto oggi sia ancora valido quanto afferma l'Enciclopedia Militare sul rapporto tra potere aereo e strategia navale: «l'influenza del potere aereo sulle acque ristrette, ossia in quelle acque in cui le forze aeree possono operare partendo da basi terrestri [evidente il riferimento al Mediterraneo- N.d.a.], è considerevole, nel senso che il potere aereo aumenta la capacità della poten za navale più debole di infliggere danni, sebbene non le conferisca la possibilità di giungere a un risultato decisivo. Al di fuori delle acque ristrette, il potere aereo è un prezioso ausiliario del potere marittimo, pur avendo effetti strategici molto minori»55 •

5 ' ivi, VI. 1107. so ivi. VI, 262. sS- ivi. VI. 1107.


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Già la guerra aeronavale nel Mediterraneo specie dal 1942 in poi ha avuto come protagoni sta princ ipale l'aviazione basata a te rra: si può dunque rispondere che tale influenza- alla quale oggi si aggiunge quella dei mjssili antinave - rimane considerevole, fermo restando che la disponibilità di una unità portaeromobili assicura ai complessi di forze navali in mare una maggiore autonomia operativa e maggiore tempestività di intervento. Tale grossa unità portaeromobili rimane tuttavia vulnerabile anche all'azione de i missili basati a te rra. mentre la scarsa aviazione imbarcata non è di per sé sufficiente ad assicurare la supremazia o la superiorità aerea ne l teatro delle operazioni marittime. Tutto sommato, non si tratta certo di mutame nti rilevanti rispetto al 1933. La seconda guerra mondiale è finita da oltre cinquant'anni; eppure, specie per l 'Italia le esigenze e i concetti di base per la condotta della guerra nel Mediterraneo non sono cambiati. In sintesi, anche a fine secolo vale quanto si afferma alla voce Strategia sull'Enciclopedia Italiana 194856 : - «la strategia odierna subisce in misura sempre maggiore !'influenza dei carafleri della società ambierlle. La sua correlazione con gli altri aspe/ti dell'arte militare (a rmamemo, tartica, organica ecc.) si è resa inoltre sempre più strelta»; - «altri due fattori hanno collfribuito a modificare la nozione e la concreta altività della strategia, COI~{erendole un più vasto e insieme più realistico significato: l) La tendenza, sempre più accentuata nella dottrina [. .. ]a sfumare le differenze tra strategia e tattica [. .. ]; 2) il delinearsi sempre più sicuro, al di là delle strategie delle singole Forze Armate, d'una strategia unitaria, aero-terrestre-marittima». A questa strategia unitaria non può che corrispondere, a monte, un «potere» unitario, terrestre, marittimo, aerospaziale insieme: non può che corrispondere, cioè, un potere militare che è la sintesi armonica e il prodotto (non la somma) delle componenti mjlitari dei vari poteri. Tali componenti non sono un dato acquisito: variano per ogni Stato e per ogni situazione. Quando i rischi sono molteplici e non si configura una precisa minaccia, il potere militare deve essere il più equilibrato possibile, senza eccessiva gravitazione su questa o quella componente; le guerre hanno sempre smentito le previsioni degli esperti.

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Enciclopedia llaliana - Apd. li ( 1938-1948). pp. 916-92 1.


VI · L 'arte militare: ripartizione e princìpi

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A sua volta il potere militare affonda le sue radici nel potenziale bellico, che può essere definito come l'insieme dei fattori, militari e non, che indicano la capacità militare di uno S tato e, all'atto pratico, con il loro grado di sviluppo determinano il rendimento delle Forze Armate - e delle singole loro parti - nelle guerre, nei conflitti e nelle crisi. Il concetto di potenziale bellico è dunque più largo di quello di potere militare, che ne è, per così dire, la punta di lancia e che ne dipende. Esso considera, infatti: - fattori politico-sociali, nei quali acquistano rilievo l 'appropriata scelta delle alleanze, la stabilità degli ordinamenti politici interni, la coesione sociale. la pubblica moral ità, le virtù civiche e lo spirito nazionale del Paese, che trovano preciso riscontro nelle virtù militari ; - fattori economici, industriali , tecnologici e commerciali, la cui importanza non richiede sottolineature; -fattori geografici, legati cioè alla geografia umana del paese; - fattori demografici (non solo quantità, ma indole, attività, grado di istruzione ecc. della popolazione); - fattori militari legati ai precedenti, con particolare riguardo a livello quanlitativo e qualitativo delle Forze Armate, morale, disciplina, organizzazione, armamento, logistica ecc.. L'auspicio è dunque che si parli più spesso, in futuro, di potere militare e potenziale bellico, e meno spesso- magari a fmi strumentali - di singoli «poteri» che- lo abbiamo dimostrato - non avrebbero più l'autonoma valenza del passato, L' auspicio è anche che alle esigenze teoriche prima delineate, concordemente tali da sottolineare l' unitarietà degli sforzi, faccia riscontro una altrettanto concorde volontà di accantonare posizioni corporative per il bene superiore delle Forze Armate e dell'Italia. In proposito l'ottimismo è d'obbligo, anche se in passato non sempre tale concorde volontà si è manifestata nella misura desiderabile e possibile.


CAPITOLO VII

L' ITALIA TRA EUROPA E MEDITERRANEO: QUALE STRUMENTO INTERFORZE, QUALE SOLDATO E QUALE DISCIPLINA?


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SOMMARIO: l. Premessa • 2. L' Italia è una Nazione europea o mediterranea? • 3. Le missioni di «peace keeping» e «enforcing»: tra utopia e realtà • 4. L'Italia e l'Europa: esigenze geostrategiche e ruolo dello strumento aeroterrestre • 5. L' Italia e il Mediterraneo «allargato»: riflessi sulla sicurezza e ruolo dello strumento aeromarittimo e aeroterrestre • 6. Lineamenti essenziali di una dottrina interforze: riflessi ordinativi con particolare riguardo all'esercito • 7. Quale soldato per il 2000?- 8. Conclusione: tra innovazione e ritorno all'antico.

l. PREMESSA Dalla teoria alla pratica: l'indagine teorica e storica fin qui" condotta richiede un breve esame della sua possibile applicazione alla realtà nazionale attuale. n làvoro da compiere non può certo essere basato su obiettivi ottimali da raggiungere o su «modelli» puramente teorici da seguire, anche se non vi sono le premesse necessarie. Così facendo si farebbe opera puramente letteraria e astratta. AUo strumento militare si deve chiedere solo ciò che esso può dare; non gli si deve chiedere quanto potrebbe o dovrebbe dare. Uno Stato progredisce, elimina i suoi difetti, in tanto in quanto progredisce e migliora la società che lo esprime: questo vale per tutte le Istituzioni, ivi compresa quella militare. Vale più che mai la vecchia verità, che le Forze Armate invariabilmente rispecchiano, in tutte le sue componenti, la situazione eli un Paese, di una società in un dato momento. Sulla base di tale situazione devono essere dimensionati i loro obiettivi; operando diversamente, si provocherebbero distorsioni e si aumenterebbero, nella sostanza, le ragioni di inefficienza e di disagio. Si tratta, anche in questo, di applicare una logica strategica, che è anche logica elementare. Una buona strategia si rivela tale, prima di tutto nell ' individuazione e nella configurazione di obiettivi che tengano conto di tutti i parametri della situazione del momento e delle possibilità deLle forze disponibili; è in relazione a tali possibilità che vanno studiate e attuate le scelte. Applicando questi criteri all'argomento in esame, si tratta ora di definire qual'è il ruolo geopolitico dell'Italia in Europa e nel Mediterraneo e, di conseguenza, quali possono essere i caratteri salienti


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dello strumento militare nel suo complesso, tenendo naturalmente conto di ciò che- anche in termini di patrimonio morale, di etica prevalente e di uomini - la Nazione mette a disposizione. Sono questi i parametri di riferimento che terremo presenti. Essi potrebbero apparire scontati e pleonastici, ma, sempre per rimanere in tema, sia la storia del dopoguerra, sia quella del giovane Stato italiano dimostrano le frequenti non positive ricadute dello squilibrio tra le esigenze, tra compiti molteplici e teoricamente espressi e le effettive possibilità. 2. L'ITALIA È UNA NAZIONE EUROPEA O MEDITERRANEA? La retorica del Mediterraneo «lago di pace», area di pacifici scambi tra popoli affratellati da una storia millenaria ecc., così come la retorica che potremmo chiamare europea, nella quale confini e differenze tra i popoli non dovrebbero avere più senso, è fin troppo coltivata dai mass media italiani odierni, che tuttavia rispecchiano un'esigenza italiana reale, anche se trascurano dei dati di fatto, sui quali bisogna pur responsabilmente riflettere. Non v' è dubbio che l'Italia non ha alcun interesse a modifiche dell'equilibrio geopolitico e geostrategico del Mediterraneo e delle regioni più vicine ai suoi confini terrestri, cioè dei Balcani. Guerre, crisi o conflitti in queste aree - e si vede quanto crisi e conflitti siano quotidianamente pericoli reali - compromettono seriamente gli interessi italiani, per tre ragioni essenziali: a) perché l'Italia è la Nazione più vicina ai focolai di crisi; b) perché fanno emergere le oggettive lacune militari del Paese, rendendolo inevitabilmente troppo dipendente da iniziative altrui, sulle quali può avere ridotta influenza; c) perché nuocciono all'economia e al commercio nazionale e possono compromettere in misura imprevedibile anche la sicurezza nazionale, ostacolando o addirittura interrompendo i rifornimenti di petrolio e di gas provenienti dal Medio Oriente e dalla sponda Sud del Mediterraneo, vitali quanto difficilmente sostituibili, dunque da proteggere. L'assetto geopolitico e geoeconomico attuale coiJoca l'Italia dalla parte dei beati possidentes, e al tempo stesso ne fa una ragione di confine. Al di là di ogni retorica e della valenza sempre ben viva dei confini politici, infatti, non c' è alcun dubbio che oggi esiste in Europa e nel Mediterraneo un confine reale con riflessi estremamente importanti e non positivi anche dal punto di vista geostrategico: quello tra regioni altamente sviluppate (tra le quali anche l'Italia) e regioni che, invece,


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soffrono di un reddito individuale e di un livello di vita estremamente inferiore, inferiore in modo preoccupante per l'equilibrio geopolitico, il quale non può che derivare da un equilibrio geoeconornico. Come ha osservato di recente l'ammiragUo Cesaretti, «la peculiare collocazione dell'Italia rispetto alle aree con le quali si rapporta, più che da situazioni d'ordine geografico, è determinata dalle sostanziali differen:.e negli standard di vita e di benessere ed è misurabile attraverso vari metodi. IL primo mette in relazione il prodotto interno Lordo con il numero degli abitanti [. . .]. Questo rapporto evidenzia come L'Italia si collochi allo stesso livello dei Paesi europei economicamente più avan:.ari. Dall'altro lato di questa ideale barriera [ideale perché non tracciata sulle carte geografiche generali; ma è una barriera ben marcata, ben visibile, ben nota! -N.d.a.] della ricchezza e dello sviluppo, si trovano pressoché tutti i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Per i Paesi dell'Est europeo, per quelli emersi dalla disgregazione della ex-Jugoslavia e dell'URSS e per l'Albania, a parte alcune ecce:;ioni, la situazione non è sostanzialrnente diversa. Altro elemento significativo è rappresentato dal confronto tra i vari parametri che esprimono la ricchezza prodotta da ciascun Paese. Sotto questo profilo, la sola Italia esprime una forza economica pari a tre volte quella complessiva dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, traducendosi per ogni cittadino italiano in una capacità di produzione di ricche:;za oltre dieci volte superiore a quella degli altri [. ..]. I dati relativi al reddito pro capite e all'indice dello sviluppo umano sottolineano come l'Italia goda mediamente di una posi-;.ione da due a tre volte piùfavorevole» 1• La rapida crescita della popolazione proprio nelle aree più disagiate è destinata ad aggravare inevitabilmente queste disuguaglianze, nelle quali va ricercata la matrice principale di quattro fenomeni - integralismo religioso, conflitti interetnici, terrorismo, immigrazione clandestina e altre attività illegali- che, con ovvie ricadute anche militari, creano un ininterrotto e permanente arco di crisi dai Balcan i al Medio Oriente, cioè tutto intorno all' Italia e anzi sulle coste della penisola e delle isole. Come rimediare a questa situazione, tale da compromettere la stabilità e la sicurezza proprio delle aree più vicine all'Italia, oltre che la sua integrità territoriale?

' R. Cesaretli. Italia 2000: imeressi nazionali e strategia marittima, Roma, Ed. Fonm1 di Relazioni Imemazionali 1998. p. 23.


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Il rimedio è chiaro e (almeno apparentemente) semplice: ridurre il fortissimo divario economico oggi esistente, perché «i differenziali ridotti agevolano la cooperazione. Se non sono a tale livello, bisogna portarceli». In altre parole, «si tratta di passare dal concetto di vantaggio economico a quello di interesse collettivo, dal concetto di solidarietà intesa di volta in volta come carità o come ricatto a quello di joint venture, dal concetto di difesa dei propri interessi in chiave nazionale a quello di sicurezza regionale nella sua massima estensione. Anche perché restare chiuso nei propri confini comincia a diventare troppo costoso di fronte alle crescenti eruzioni di instabilità>>2 • Nulla da dire: questa è la via migliore non solo per fare del Mediterraneo un' area stabile e sicura con popoli affratellati da una comune e millenaria storia peraltro sempre conflittuale, ma, io genere, per sanare contrasti e conflitti, e evitare guerre in qualsivoglia parte del mondo; a maggior ragione, in questa direzione si deve muovere la politica estera di una nazione a basso profilo militare come l'Italia. Ma, al tempo stesso, si deve pur prendere atto che sia la vita interna di uno Stato occidentale che quelJa internazionale sono determinate più che mai- e irrinunciabilmente - dal concetto-base di vantaggio economico, che a questo punto non può certo essere accantonato; e che il concetto di difesa dei propri interessi in chiave nazionale non è, oggi, una degenerazione o un anacronismo, ma come sempre il legittimo e necessario fondamento dell'azione di uno Stato in campo internazionale. L' interesse colJettivo non è un nuovo idolo virtuoso, al quale sacrificare sic et simpliciter gli interessi nazionali, che in tal modo sono demonizzati o assumono la veste di un' anticaglia. Esso è veramente tale, solo se concilia su un piano supedore gli interessi nazionali, che in tal modo ne sono esaltati con vantaggio di tutti, non mortificati. L' «euro» sacrifica interessi e prerogative nazionali: ma lo fa per corrispondere a aspettative di maggiori vantaggi per tutti. È senz' altro possibile rinunciare a vantaggi economici settoriali, o a interessi nazionali: ma bisogna che tutti gli Stati siano d'accordo, e a tali interessi rinuncino in pari misura, per perseguire obiettivi comuni. A tal proposito, non è privo di riflessi pratici e militari importanti il fatto - di per sé naturale - che il modo italiano di sentire, di valutare i problemi delle aree più vicine all'Italia non sia o non possa essere sempre lo stesso di una potenza centro-euro-

'- M. Coccia, Mediterraneo, «Rivista Militare» n. 611997, pp. 7 e Il.


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pea che guarda verso Est come la Germania, o di una superpotenza globale come gli Stati Uniti. I fatti, infine, dimostrano che, se un problema di sicurezza o economico riguarda uno degli Stati membri di un'alleanza, è anzitutto a tale Stato che gli alleati chiedono - giustamente- di fare la sua parte nella maggiore misura possibile: in campo internazionale nessuno fa regali e dà niente per niente. li raggiungimento degli obiettivi ideali prima indicati non è dunque vicino, e la riduzione del fortissimo divario economico, pur auspicabile e da ricercare, non può che essere graduale. Nel frattempo si deve prendere atto che, oggettivamente, l 'Italia per ragioni geografiche è la nazione europea più esposta ru rischi connessi con la situazione prima descritta, situazione che richiede quella maggiore attenzione della NATO per il fianco Sud dell'alleanza, della quale già si parlava negli anni 80 e durante la guerra fredda. Al tempo stesso, il divario attuale tra Paesi sviluppati e non, che interessa in particolar modo - anche se non solamente- il Mediterraneo, ruuta a cercare una risposta equilibrata e pratica ai due eterni interrogativi teorici che si trascinano fin dal secolo scorso e che, come si è visto, sono stati affrontati dagli studiosi con conclusioni specularmente opposte anche in anni recenti: il Mediterraneo è una zona di frattura geopolitica, o un ponte di raccordo, una cerniera, tra Africa, Europa e Asia? in secondo luogo, l 'Italia deve essere una potenza continentale o marittima? La risposta al primo interrogativo non può essere data che guardando all'attualità alla luce della storia. La storia insegna che i popoli comunicano, si conoscono, stabiliscono dei terreni d'intesa comune e delle analogie culturali, intrecciano rapporti economici anche e soprattutto attraverso guerre, invasioni e conflitti. È così avvenuto che la vecchia Europa, dopo millenni di guerre e contese, ha fatto nascere, ha fatto maturare, ha nutrito una civiltà europea, una cultura europea, un'economia, un'industria europea con caratteristiche comuni, e la coscienza di un comune avvenire. D Mediterraneo è sempre stato - ed è - insieme ponte e linea di frattura; a sua volta, l'Italia nei riguardi di questo mare è sempre stata ed è ponte e al tempo stesso marca di confine dell'Europa. Non necessariamente su un ponte può e deve passare di tutto, e magari passare di tutto lungo una sola direzione. Fino a quando prevarranno gli squilibri e si intensificheranno i fattori di rischio prima descritti, il Mediterraneo sarà, di fatto, più Linea di frattura e di confHtto che ponte. La collaborazione tra Paesi rivieraschi è certamente la linea maestra da seguire per risolvere anche problemi come l'immigrazione clandestina e i con-


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nessi traffici della delinquenza organizzata: ma a parte i ben noti contrasti che dividono gli stessi Paesi della sponda Sud e quelli del Medio Oriente, tale collaborazione richiede, ovviamente, la sincera e pari disponibilità degli Stati interessati. Senza fare drammi, per il momento si deve registrare che, di fatto, tale disponibilità non sempre esiste, o esiste in misura sufficiente: ciò oggettivamente rafforza il ruolo di confine che hanno le acque territoriali italiane, e impone idonee misure di sicurezza. La risposta al secondo interrogativo - se l' Italia debba essere potenza continentale o marittima - è assai più complessa e assai meno univoca. Vale la pena di riferirsi anzitutto alla geografia, citando quanto affermava nel 1873, in merito, un autore terrestre illustre come il colonnello Giovanni Sironi, padre della geografia strategica, che nella sua concezione si avvicina molto ali' attuale geopolitica: «L'Italia consta di una parte continentale, della penisola e delle isole. La parte continentale si protende molto addentro nelle terre della media Europa e con questo si confonde per tutto l'arco descritto dalla catena alpina [. .. ]. La penisola e le isole invece, avanzandosi profondamente nella conca del Mediterraneo, dividono questo in due grandi bacini, s'accostano a 200 Km dall'Africa boreale e vengono così a trovarsi sulla grande via commerciale marittima, dal Levante all'Europa occidentale. La prima, in contatto diretto e vicino col cuore dell'Europa e colle tre grandi nazioni, germanica, francese e slava, accomuna la patria nostra alla vita sociale e politica del continente e gliene fa subire immediatamente l'influenza, nel tempo stesso che le permette di far sentire e diffondere nella circostante Europa gli effetti della propria interna attività [. .. ]. La penisola e le isole - assise nel mezzo del Mediterraneo, e assai protese nel medesimo; - in contatto quasi coll'Africa - e su una delle principali vie tra l'Asia e l'Europa, legano l'Italia alla vita commerciale e politica di quelle due parti dell'antico continente, nel mentre che le estesissime loro coste la chiamano alla più larga partecipazione della marittima attività e ad essere una grande potenza navale [. ..]. Collocata così l'Italia a mezzo del Mediterraneo, nel quale ha il tronco e i piedi, mentre ha il capo sporgente all'interno dell'Europa[. .. ] a preferenza delle due altre penisole meridionali, riunisce in grado eminente le condizioni di Stato continentale e marittimo e il carattere di potenza veramente europea. La parte continentale adunque, e quella peninsulare-insulare, sono egualmente importanti; giacché la prima ha, in armonia con la sua pastura, un compito preferibilmente continentale; l'altra, per lo sviluppo delle

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coste e per la giacitura rispetto al Mediterraneo[. .. ] assegna all'Italia un posto invidiabile tra gli Stati marittimi»3 • ll Sironi accenna poi alle sfavorevoli condizioni che una siffatta fisionomia geografica bifronte offre per una difesa economica e unitaria; e conclude, non senza contraddizione con le precedenti affermazioni sull'Italia chiamata a essere «grande potenza navale», che, in caso di guerra, «la risolutiva partita sarà, più ancora oggidì che in passato, giuocata nel teatro dell'Italia settentrionale. Infatti essa, oltreché comprende più del terzo dell'intera popolazione d'Italia e certamente una ben maggiore proporzione di mezzi e di risorse, si trova poi in molteplice e diretto contatto coi tre principalissimi teatri del Danubio, Reno e Rodano, ed è la parte più vicina al centro politico maggiormente influente dell'Europa; il quale, come vuolsi avvertire, non è più, come in altre epoche, in Roma o altrove sul Mediterraneo, ma lontano da questo classico bacino marittimo, e nel cuore stesso del continente»4 • Quanto affenna il Siroru è sempre stato alla base delle teorie dei sostenitori di una strategia continentalista, con conseguente priorità alle forze terrestri e/o aeroterrestri fino alla guerra fredda compresa, durante la quale è un fatto che il focus della strategia della NATO era al centro dell'Europa, dove si trattava di far fronte alla superiorità quantitativa dell'armata rossa: ma ora che la prospettiva di un tale scontro non è più attuale, la tesi del Sironi è ancora valida? Domanda legittima visto che il Sifoni si riferiva alla situazione geostrategica dei suoi tempi, quando un conflitto con l'Inghilterra prima potenza mediterranea - non era neppure pensabile, mentre al confine alpino l'Italia aveva due forti eserciti di Nazioni per ragioni diverse non certo sue sicure amiche, come la Francia e l'Austria- Ungheria. Prima di rispondere a questa domanda, si deve constatare che le caratteristiche geografiche descritte dal Sironi confermano le tesi del Bonamico, del Ricci, del Marselli e di tanti altri: da un punto di vista geopolitico e geostrategico l'Italia non ha mai potuto e non può avere una fisionomia ben defiillta, è sempre stata condannata ad essere - «condannata» è la parola esatta - una potenza terrestre e marittima insieme, senza però dispone delle risorse per far

'- G. Sironi, Geografia strategica, Torino, Cassone 1873, pp. 323-325. Il Sironi divide la geografia militare in una pane descrittiva e una pane ragionata. Quest'ultima è appunto la geografia strategica, che sulla base della pane descrittiva, «fondandosi su ceni princìpi e criteri somministrati dalla strategia e dalla geografia comparata alla storia delle guerre>>, mette in luce il ruolo strategico degli elementi geografici di un teatro o zona di operazioni. '· ivi, p. 327.


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fronte a questo chiaro, irrìmediabile «dualismo continentale e marittimo», che le deriva dalla geografia ed è quindi un limite insopprimibile.

Porre in termini categorici, manichei la vexata quaestio se l'Italia debba essere un Paese mediterraneo che guarda all'Europa, o un Paese europeo che guarda al Mediterraneo, non ba molto senso: essa deve essere, a seconda dei casi e delle situazioni, sia l'uno che l'altro. Non può certo disinteressarsi di quanto avviene nell'Europa centrale e nei Balcani; ma non può nemmeno disinteressarsi di quanto avviene nel Mediterraneo. In ambedue le aree deve farsi sentire: ma per farsi sentire, anche dagli alleati, occorre una capacità militare sufficiente. Dal punto di vista militare, ciò significa che vale ancora per lo strumento nel suo complesso quanto Garibaldi affermava nei primi anni del Regno d' Italia riferendosi all'Esercito: «comunque sia, l' Italia avrà sempre un Esercito troppo forte per le sue finanze e troppo debole per i suoi potenti vicini». Questo oggettivo e costame limite le ha sempre imposto, e le impone, di ricorrere a idonee alleanze per tutelare la sua sicurezza in misura sufficiente. Il problema concreto con il quale l' Italia ha sempre dovuto e deve misurarsi è tutto qui: a poco vale cimentarsi in opposti estremismi, rappresentati da due tesi contrapposte alle quali abbiamo già accennato e che qui riassumiamo. Secondo taluni, il Mediterraneo è un «buco nero», un'area sostanzialmente ininfluente per i nostri interessi, perché l'area che oggi conta è solo l'Europa Centrale, mentre l' incidenza economica e politica dei rapporti con la sponda Sud e con l'Africa è minima e poco suscettibile di futuri sviluppi. D'altra parte, i pericoli di destabilizzazione sono minimi, visto che non c'è più I' URSS a fomentare e appoggiare movimenti antioccidentali. mentre la minaccia militare, aerea e missilistica non è ancora preoccupante. Secondo altri, l' Italia è invece un· «isola» geopolitica (al pari - si direbbe- dell' Inghilterra), è una potenza mediterranea e marittima che storicamente ha sempre trovato nel Mediterraneo l' unica via verso la quale indirizzare le sue iniziative. Al momento attuale, nell'area mediterranea i rischi sono molteplici; per attenuarli , per prevenire i conflitti l'Italia deve approfittare della fine della g uerra fredda svolgendovi una politica attiva che coinvolga anche l' Europa, e miri a favorire la rinascita del nostro Meridione. Anziché rimanere una lontana periferia sostanzialmente emarginata dalle grandi correnti della vita europea, l' Italia Meridionale potrebbe infatti trasformarsi in una cerniera tra due mondi oggi separati, con proficue occasioni di lavoro, di sviluppo, di scambi con le vicine nazioni balcaniche e con quelle della sponda Sud dell' Africa.


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Ciò premesso, noi osserviamo che le grandi direttrici geopolitiche e geoeconomiche dell'Italia di oggi non sono e non possono essere che tre: Est Europa e Balcani, Medio Oriente, Africa. In prospettiva, se ne può aggiungere una quarta (la Cina). Certamente l'Italia non ha mai fatto- né può fare oggi - una «politica delle cannoniere»; ma ciò non toglie che aJle tre direttrici indicate corrispondono aree di instabilità, e che dunque tali direttrici hanno anche ricadute geostrategiche, da valutare caso per caso e a seconda delle esigenze che si manifestano. Escludere a priori qualcuna di tale ricadute non sarebbe saggio, né realistico; così come non sarebbe saggio e realistico fare delle valutazioni di carattere militare prescindendo dal quadro europeo e NATO, nel quale tuttavia l'Italia deve far valere i suoi interessi e le sue specifiche esigenze come Paese di un «Fianco Sud della NATO» e dell'Europa che tuttora esiste, e anzi merita maggiore attenzione. L' Itatia non può dimenticare di essere una media potenza, che non è mai stata in grado di dominare il Mediterraneo e ha sempre dovuto cercare una convivenza con la potenza mediterranea maggiore. Tale potenza al momento attuale sono gli Stati Uniti, presenti nell'area con forze militari e navali preponderanti che hanno un duplice ruolo: difesa di interessi nazionali e ossatura principale del sistema di sicurezza NATO. Per gli Stati Uniti il Mediterraneo è un prezioso trampolino di lancio, un'indispensabile retrovia sia per operazioni nel Medio Oriente, sia per il controllo dell'Est e dei Balcani. Essi potranno, forse, ridurre ulteriormente il dispositivo aeroterrestre nell'Europa Centrale: ma è da escludere che possano trascurare il Mediterraneo. TI potenziamento in atto delle basi in territorio italiano e specie di Aviano lo dimostra. Tenendo conto che le basi italiane sono per gli Stati Uniti e per la NATO insostituibili specie dopo l'abbandono di quelle in altri Stati, l'Italia deve avvalersi anche di questo dato di fatto per stabilire con il potente aUeato rapporti appunto tra Stati sovrani e aUeati, e non di sudditanza; ma è da escludere qualsiasi sua iniziativa politica, che trascuri il peso della leadership politico-militare americana nell'area, e non tenga conto anche di specifici interessi americani. Si parla spesso di una forte corrente politica italiana «terzomondista» e a sfondo ideologico e utopistico, che si contrappone a quella basata sulla constatazione che esistono diversi Stati e diverse realtà geopolitiche con specifici interessi; comunque sia, tale politica non ha mai dato e non potrà mai dare risultati utili per risolvere i problemi dell'area. Gli ideologismi, le utopie valgono ancor di meno quando si tratta di sta-


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bilire le grandi linee della strategia nazionale. In quest'ultimo caso, ciò che importa non è rispondere alla solita domanda se l'Italia deve essere una potenza continentale o mediterranea, ma piuttosto indicare in quale misura deve essere una potenza terrestre e in quale misura deve essere una potenza marittima. Il tutto tenendo conto di specifiche esigenze del momento che possono anche mutare nel giro di pochi anni, senza quindi quelle pregiudiziali teoriche o dottrinali che possono rivelarsi all'improvviso- come già si sono rivelate in passato - non rispondenti. 3. LE MISSIONI DI «PEACE KEEPING» E «ENFORCING»: TRA UTOPIA E REALTÀ Finora ci siamo riferiti solo marginalmente a tali missioni, che rappresentano solo uno degli impieghi delle Forze Armate: non l' unico, residuo impiego presente e futuro, e nemmeno il principale impiego. Data l'importanz-a che loro viene attribuita dai mass media esse meritano un esame a parte, anche perché si prestano a tutta una serie di equivoci, derivanti anche dalla necessità di renderle bene accette alla pubblica opinione; se si vuoi condurre una serena e equilibrata indagine strategica, occorre dunque sgomberare in via preliminare il campo da tali equivoci. Premesso che - come giustamente sottolinea il Gobicchi - «la violenza non è la conseguenza, ma la causa della guerra», e che «affermare il contrario vuoi dire chiudere gli occhi alla realtà in una sorta di perfezionismo esistenziale per cui al di fuori del conflitto tutto è ideale»5 , ci si deve chiedere fino a che punto sono condivisibili interpretazioni come queste che seguono: -«la missione di pace rappresenta una sorta di "ponte ideologico" tra due differenti modi di considerare la guerra e la società; tra coloro per i quali la violenza costituisce ancora una forma socialmente diffusa di riferimento e coloro per i quali essa è stata ormai superata corne forma di relazione sociale»6 ; - Boutros Ghali [già Segretario dell'ONU prima dell'attuale N.d.a.] ha definito il militare post-guerra fredda come «un creatore di pace post-conflitto». Infatti «all'interno del nuovo ordine mondiale la

' A.A.V.V., LA professione militare oggi (a cura di A. Gobicchi). Milano. Franco Angeli 1995, p. 15. " ivi. p. 21.

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pace è vista non solo come assenza di conflitti internazionali, ma anche come rispetto dei diritti umani, rispetto delle minoranze, assenza di guerre fratricide» 7 ; - «il nuovo ruolo del militare comporta una ridefinizione degli obiettivi da conseguire e una riconfigurazione di quelle che ne sono le caratteristiche. l compiti diventano più complessi: non si tratta più di distruggere un esercito nemico, per quanto arduo possa essere, o di migliorare i propri arsenali in un'ottica di deterrenza. Si tratta piuttosto di gestire le innumerevoli crisi che possono scoppiare per motivazioni di vario genere, elaborando linee d 'azione nelle quali spesso l'elemento re/azionale diventa prioritario rispetto a quello bellico»8 • Ci troviamo veramente di fronte a un «nuovo ruolo del militare», o piuttosto dell' adattamento eli un ruolo che nelle linee essenziali rimane sempre lo stesso, a situazioni particolari che impongono particolari forme d'impiego della forza armata? Intanto le predette considerazioni non possono riguardare le missioni di peace enforcing, cioè di imposizione della pace. Per imporre la pace a fazioni armate che non la accettano, bisogna combattere, sia pure con azioni armate che in genere non superano la soglia della bassa intensità. Chi può escludere, oggi, che una missione di peace keeping non si trasformi, per circostanze certamente indipendenti dalla volontà di chi interviene, anzi da lui non volute, in peace enforcing? Ecco dunque che le missioni di pace devono essere preparate tenendo presente il caso più impegnativo; richiedono cioè, come sempre, un accurato addestramento del personale al combattimento e un armamento delle unità in grado di consentire loro di fronteggiare ogni evenienza. ll recentissimo termine peace enforcing potrebbe far supporre che si tratta di un impiego nuovo, e con finalità pacifiche che anche in questo caso non possono che essere condivise dalla pubblica opinione. In realtà, si tratta di un impiego assai antico. Per secoli la Royal Navy inglese - e se necessario l'esercito inglese - sono intervenuti per portare ordine e pace, così come richiedeva l'interesse nazionale, in qualche parte del vasto impero britannico, e ovunque fosse ritenuto necessario dal governo inglese, per assicurare la libertà dei traffici e dei commerci e persino per tutelare le attività e l'incolumità eli singoli cittaelini ingle-

'· i vi, p. 20. '- ivi, pp. 23-24.


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si. Anche l'esercito francese ha una lunga tradizione di «pacificazioni», di interventi nelle colonie per sedare ribellioni e riportare l'ordine: così è stata a suo tempo definita anche la guerra d'Algeria. La pace, la stabilità hanno sempre un aggettivo: giovano a qualcuno, sono spesso imposte e sono ritenute- per questo solo fano- meno soddisfacenti da quaJcun altro. Non esistono più colonie: ma rimangono, almeno dal punto di vista militare, parecchie analogie tra gli interventi oltremare di ieri e quelli di oggi. Da sempre, del resto, per «imporre la pace» bisogna combattere. La pace, una pace «giusta» naturalmente dal punto di vista del vincitore, è l'obiettivo di qualsiasi guerra. E, anche oggi, è da escludere che un governo decida un intervento militare che comporta l'impiego di forze in combattimento con tutto ciò che ne segue, senza che siano in gioco legittimi e importanti interessi nazionali. Come già ricordato, in passato, dati il prestigio incomparabile dell'Inghilterra e la ben nota aggressività della sua flotta, in molti casi è stata sufficiente la semplice comparsa di qualche nave da guerra inglese davanti ai porti per indurre i potentati locali a decidere nel senso voluto dall'Inghilterra e a rinunciare senz'altro ai loro piani. Non è quindi vero, e non è mai stato vero, che nelle missioni out oj area non si tratta più di esercitare una deterrenza. Anzi, la deterrenza rimane il mezzo più persuasivo per ottenere che le missioni di peace keeping rimangano tali. Basti pensare allo spettacolare sbarco americano sulle spiagge della Somalia con armamenti e mezzi tecnici esorbitanti quanto - alla prova dei fatti - inefficaci, o agli incessanti - e per lungo tempo incruenti raids aerei dell'aviazione della NATO sull'ex-Jugoslavia. Magari l'Occidente avesse il prestigio dell'Inghilterra nel secolo scorso! Il militare post-guerra fredda normalmente non «crea» la pace, proprio perché per «Crearla» occorre impugnare le armi, imporla. Molto più modestamente, cerca di mantenerla (e non è detto che ci riesca) con il consenso di ambedue i contendenti, i quaJi dunque devono - prima essere già pervenuti, per conto loro, alla conclusione che non vale la pena di continuare la guerra. Se uno di loro o una fazione non è d'accordo- cosa che può accadere da un momento all' altro- oppure se le truppe inviate in missioni di peace keeping subiscono danni e perdite, non solo la missione si trasforma in peace enjorcing, ma molto spesso ha termine: così è avvenuto in Libano e Somalia, missioni che- non ci sono dubbi - si sono risolte in un insuccesso e in uno smacco per il prestigio americano e europeo.

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Non è esatta, quindi, nemmeno l'affermazione che il militare, anziché combattere, deve «gestire le crisi». Intanto la gestione di taii crisi compete solo ai Capo militare, non al militare in genere; in secondo luogo il Capo militare fa normalmente parte di organismi misti di gestione delle crisi, nei quali la prevalenza va naturalmente all 'organo politico; rispetto a tale organo, il militare è come sempre il consulente e il Capo del braccio armato, pronto anche a combattere se gli viene ordinato. È vero che le linee d'azione elaborate in questi casi tendono a privilegiare «l" elemento relazionale rispetto a quello bellico»; ma non possono certo escludere l'elemento bellico, quindi il militare deve essere preparato a svolgere diversi compiti, non solo a sostituire con altri compiti quello bellico. Tanto più che il cosiddetto «rambismo», tipico di certe pellicole americane, oltre ad essere comunque estraneo alla mentalità italiana non è il ritratto del vero combattente: è l'esasperazione delle doti del combattente ad uso e consumo dei media. Quale addestramento richiede questa estensione di compiti? Per quanto possa apparire strano, in realtà richiede un affinamento del self contro!, dell'iniziativa, delle capacità di combattimento del singolo combattente e della capacità decisionale dei Quadri inferiori. In guerra sparano più facilmente - e muoiono più facilmente - le truppe poco addestrate, inesperte, che si fanno prendere dal panico, che con molta facilità vedono il pericolo anche dove non c'è, che non ragionano freddamente ma sono preda degli istinti primordiali: la paura, regoismo, l'autoconservazione. Abbiamo sentito vecchi ufficiali, comandati in passato a svolgere compiti di ordine pubblico con truppe inesperte, narrare che, in questi casi, il compito principale dell'ufficiale era di impedire ai giovani soldati, terrorizzati dalle urla, dalle minacce, dagli insulti e dalle sassate della folla, di sparare anche senza ordini. Qualcosa del genere può avvenire nelle attuali missioni di pace, ancora una volta a torto presentate come una novità assoluta e enfatizzate come una nuova frontiera, come un promettente e irreversibile traguardo raggiunto dal pacifismo che impiega finalmente le armi a fini di pace. In realtà tali missioni hanno parecchie analogie con quelle di ordine pubblico svolte suo malgrado dall'esercito con carattere di continuità fino al 1922 e saltuariamente dal luglio 1943 fin agli anni dell'immediato dopoguerra, per poi riprendere in tempi recenti. Anche in questo caso l'offesa deve essere proporzionata alla difesa, e l' uso delle armi - diversamente da quanto avviene in guerra - va limitato a


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casi estremi 9• A parte le cosiddette «regole d' ingaggio», il singolo militare impegnato in tali missioni particolari deve anzitutto assimilare bene i parametri della nuova situazione, e al tempo stesso avere quella fiducia in sé stesso, nella propria arma, nei compagni e nei superiori , che può essere ottenuta solo con un lungo training e che gli consente di valutare con freddezza e maturità ogni circostanza, senza scaricare l' arma alla minima percezione di pericolo e al tempo stesso senza compromettere la propria incolumità. Gli si chiede molto, perché anche una sola raffica inutile che parte daH' arma di un soldato spaventato può avere conseguenze strategiche e politiche di grande peso: ma non gli si è mai chiesto, né gli si può chiedere in maniera tassativa di non sparare, di non dife ndersi se occorre. D'altro canto anche le missioni di peace keeping pur rimanendo tali hanno comportato e potranno comportare il sacrificio di vite umane. Se ne deduce che esse - per chi le compie - comportano dei pericoli e dei rischi non valutabili a priori. Pericoli e rischi che richiedono, appunto, l'impiego di unità militari. Il militare non è un benefattore, anche se la sua opera ha spesso avuto - anche in passato - risvolti umanitari. Se si trattasse semplicemente di soccorrere delle popolazioni, verrebbero inviate solo le organizzazioni che hanno, anche in campo internazionale, questi compiti. Là ove si inviano dei contingenti armati, significa che vi sono pericoli da fronteggiare, esigenze di sicurezza da assicurare e legittimi interessi nazionali da difendere; significa cioè che le armi sono necessarie, con tutto quel che ne segue. L'invio di truppe da parte di un Governo al di fuori dei confini nazionali ha, per ciò stesso, un preciso significato strategico e politico. Non può e non deve avvenire, se non con chiari e possibili obiettivi politico-strategici e dopo precisi accordi con gli aJleati. Esso comporta sempre dei rischi, perché difficilmente tutte le fazion i locali vedono di buon occhio quello che rimane un intervento armato di una potenza

9 Si veda, ad esempio, sulla Rivista Militare del 1905 la sintesi dell'azione morale fatta da un capitano alla sua compagnia in previsione di un intervento in ordine pubblico: lo sciopero è un diritto dei lavoratori; il soldato non deve prendere le pani di nessuno ma ha solo il dovere di tutelare la legge e l'ordine; non deve reagire a insulti, provocazioni. sassate. lusinghe. proffene di amicizia: deve conservare la calma: deve usare le armi solo in caso estremo e solo su ordine dello stesso capitano. che dal canto suo si dichiara ben conscio della gravissima responsabilità che in tal caso si assumerebbe anche davanti a Dio e alla sua coscienza e «preferirebbe cento volte>> trovarsi in battaglia contro un esercito nemico (cap. A. Bosi. Saggi d'istruzione morale di 1111 capitano alla sua compagnia, «Rivista Militare Italiana» dicembre 1905, pp. 2274-2278).

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straniera; e non si mette a repentaglio la vita di giovani soldati, anche se volontari, se non per la difesa di interessi nazionali. Nella fattispecie, la difesa di taU interessi coincide con la cessazione dei conflitti armati, la ripresa delle attività produttive della popolazione locale e il mantenimento della pace: tanto meglio se le missioni armate in tal modo assumono risvolti umanitari. Tali risvolti di massima dovrebbero essere un mezzo per ottenere scopi politici: non un fine. E l' «ingerenza umanitaria>> rimane sempre un'ingerenza negli affari interni di altri Paesi, per la quale non esiste il conforto del diritto internazionale. In definitiva, al di là di ogni retorica le missioni di pace sono tali soprattutto per la pubblica opinione. Chi le compie, deve essere ben consapevole che esse sono missioni armate, che comportano dei pericoli, richiedono accurato addestramento e possono trasformarsi in vere e proprie missioni operative. Coloro che le compiono devono sperare che siano veramente di pace; ma devono essere preparati al caso peggiore. Sarebbe gran danno se esse provocassero negli attori una sorta di disarmo morale, che facesse loro guardare alle armi come a qualcosa di superfluo, abbassando pericolosamente le loro difese anche psicologiche e diminuendo gli stessi effetti della presenza armata, che raggiunge i suoi scopi senza impiego effettivo delle armi, solo se si mostra determinazione ad usarle all'occorrenza. Posto che gli interventi puramente umanitari sono qualcosa che non rientra nei compiti delle Forze Annate, anche se - specie in aree turbolente dove essi dipendono anzitutto da un minimo di ordine pubblico- quest'ultime sono in grado di svolgerli più di ogni altra organizzazione, noi non arriveremmo a definirli, come fa il Freedman, «Un semplice palliativo, che prolunga il conflitto o al più tende a consolidare lo status quo determinato dai rapporti di forza contingente». Ma è certamente vero che essi «si prestano ad ogni sorta di manipol~zione mediatica, specie televisiva [. .. ] che giochi sui buoni sentimenti, sulla cattiva coscienza, sui rimorsi ed emozioni, proprio allo scopo di evitare il problema principale, che è quello di far terminare il conflitto e definire accordi di pace sufficientemente stabili. Infatti, dal punto di vista strategico, le operazioni umanitarie impongono la dispersione delle forze sul territorio, diminuendo la loro capacità di autodifesa, trasformando i caschi blu in potenziali ostaggi e rendendo difficile l'impiego della forza per far cessare i combattimenti e consentire il raggiungimento di una soluzione pacifica del conjlitto» 10•

,._ C. Jean. Guerra. strategia... (ci!.), p. 241 .


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L'esperienza degli ultimi conflitti parla chiaro: solo con interventi di forza diretti a distruggere o neutralizzare chi si oppone, sarebbe stato possibile imporre tempestivamente la pace e evitare massacri, soprusi, nefandezze nei riguardi della popolazione civile sul tipo di quelle impunemente commesse nell'ex-Jugoslavia, dove le «forze di pace» dell'ONU, proprio in quanto forze di pace e in base a un malinteso concetto di pace, non sono intervenute di fronte a quel che si faceva sotto i loro occhi, non hanno reagito a provocazioni e atti di offesa anche mortali, sono diventate persino ostaggi legati a un albero. È giusto questo? può essere la guida, il riferimento etico e programmatico per l'avvenire? corrisponde a un corretto impiego, a un «nuovo ruolo» delle Forze Armate? La risposta è decisamente negativa. Non solo perché questi interventi minori, come già detto in precedenza, sono dominati dalla necessità di evitare perdite, fino a dettare comportamenti non compatibili con il prestigio e le tradizioni delle Forze Armate occidentali e dei Paesi che le esprimono. Ma anche perché questi interventi non hanno mai risolto i problemi che avevano provocato l'invio di truppe, così come un blando medicamento non risolve una malattia, che richiederebbe un intervento chirurgico. Questi interventi non vanno assunti come modello per la strategia e la tattica del futuro, che normalmente richiedono come sempre di prendere come principale riferimento operazioni chirurgiche: sono solo indice della flessibilità dello strumento militare, e al tempo stesso della confusione d'idee delle società occidentali e delle divergenze dei loro governi, che raramente- e questa è stata una ulteriore ragione di paralisi- hanno definito una loro linea comune, negativamente influenzando anche quella dell'ONU. Per il resto, almeno nel quadro attuale non necessariamente le missioni out of area sono di peace keeping: potrebbero anche assumere la forma di operazioni classiche. La loro identificazione con le missioni di pace è solo frutto di una comoda retorica, che mira a tranquillizzare la pubblica opinione. Le affermazioni citate in apertura del presente paragrafo, pertanto, dimostrano quanto taluni sociologi militari siano prigionieri degli idola del tempo, fino a perdere di vista la realtà. n militare ha il ruolo di sempre, non un «nuovo ruolo»: deve essere pronto a difendere con le armi gli interessi e la sicurezza nazionale, ovunque l'autorità politica lo ritenga necessario e con i vincoli che la politica pone alla sua azione. Come dimostra un recente, pregevole volwne edito dallo SME, le trup-

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pe italiane banno partecipato, già nell'anteguerra, a numerose missioni di pace11 • Esse non sono la conseguenza di un «ponte ideologico» tra coloro che ritengono la violenza ancora necessaria e coloro per i quali «essa è stata ormai superata come forma di relazione sociale». «È stata ormai superata>>, o dovrebbe - cosa ben diversa- essere superata? Di fronte al crescente tasso di violenza che pervade la società attuale, di fronte a fenomeni come la delinquenza organizzata e l'illegalità diffusa, come si può sostenere che la violenza sia superata come forma di relazione sociale? Se mai essa minaccia di diventare la forma di relazione sociale più diffusa del futuro, con tutti i riflessi del caso sull'eterno problema della guerra e della pace. Si dica piuttosto che, dopo il 1945, le due guerre civili europee (che hanno provocato immense rovine ma nessun vantaggio concreto sia per il vinto che per il vincitore) e - ancor prima della bomba atomica- la diffusione d eli' egoismo esasperato e del materialismo hanno reso sempre meno popolare e condiviso l'uso da parte dello Stato della violenza organizzata e legittima- cioè dello strumento militare- per risolvere le controversie internazionali e tutelare gli interessi nazionali, se non altro perché non si ammette più il sacrificio della vita per un ideale collettivo, e il dovere civico della difesa armata della Patria è sempre meno sentito. Ma queste tendenze attuali non significano affatto rifiuto della violenza nei rapporti sociali: significano, semplicemente, un concetto privatistico dell'uso della violenza stessa e il rifiuto di portare o impiegare le armi per la difesa di interessi collettivi, che non è la stessa cosa del pacifismo. Le cosiddette «missioni di pace» sono il riflesso militare di questa situazione. Esse rappresentano, semplicemente, quanto i governi Occidentali (a cominciare dagli Stati Uniti, che soffrono ancora della sindrome del Vietnam) possono ancora fare, riescono ancora a fare in un periodo nel quale nessuno vuol sentir parlare di guerra e nessuno, nemmeno gli stessi militari, ha voglia di fare guerre. Tuttavia, non si possono mai escludere tali guerre, e in questo senso le operazioni di peace enforcing non sono che guerre limitate. Così stando le cose, si tratta in sintesi di: a) assegnare a tali missioni obiettivi realistici e concordati con gli altri Stati, in modo da evitare che si trasformino in nocive occasioni di attrito; b) destinarvi solo forze

11 Cfr. E. Magnani. 0/Jremare - le missioni detrEsercito Italiano all'estero, Roma, Ed. SME 1992.


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con standards addestrativi, armi, mezzi e logistica pienamente all'altezza dei principali eserciti. Tali forze devono essere consapevoli di rappresentare anzitutto la Nazione e ad esse si deve chiedere l'intransigente tutela, in ogni occasione, del prestigio nazionale; c) trarre da ciascun intervento glì ammaestramenti necessari; d) dimensionare tuttavia lo strumento (nelle sue tre componenti) per il caso peggiore, cioè l' impiego delle forze in combattimento. Le missioni di pace possono richiedere degli adeguamenti, come ad esempio l'impiego di munizioni e armi «non letali»: non un'organizzazione e una dottrina a sé stanti, e/o su di esse fondate. Come ha di recente affermato il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, «Le esperienze degli ultimi anni hanno dimostrato che, nelle operazioni di supporto della pace, come ai fini più generali deUa deterrenza e della tradizionale difesa nei confronti di ogni potenziale aggressore, se il combat approach può non di rado risultare controproducente, la combat capability è sempre indispensabile». In questo quadro, gli scenari operativi ipotizzati - sempre secondo il Capo di SME - convergono su tre diversi tipi di conflittualità: «- conflitto convenzionale tra forze con capacità sostanzialmente pari/etiche; - conflitto asimmetrico tra forze con gradi di capacità vari e diversificati; - operazioni diverse dalla guerra (OOTW) e in particolare operazioni di supporto della pace»'2• 4. L'ITALIA E L'EUROPA: ESIGENZE GEOSTRATEGICHE E RUOLO DELLO STRUMENTO AEROTERRESTRE Alla fisionomia geopolitica e geostrategica bifronte dell'Italia non può che corrispondere uno strumento militare con ruolo a sua volta bifronte, cioè capace di rispondere sia a esigenze strategiche di carattere prevalentemente aeromarittimo, sia a esigenze strategiche di carattere prevalentemente aeroterrestre. Soluzione estremamente ambiziosa dato il livello di risorse disponibili, ma senza alternative. Anche la molteplicità dei rischi, l'assenza di precise minacce, la possibilità che, tuttavia, taluni rischi si trasformino improvvisamente in minacce induce a scegliere questa strada, che farebbe ritenere preferibile l'esistenza di una ben precisa e localizzata minaccia.

''- L'Esercito Italiano nei primi anni 2000: 11110 stmmemo terrestre integrato e imegra· bile (conferenza al CASO giugno 1998).

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Nell'attuale quadro geostrategico e dopo l'accentuata integrazione interforze che la nuova legge del febbra io l 997 postula, non si tratta tanto di stabilire quale Forza Armata debba avere la prevalenza e quindi assorbire la maggiore quantità di risorse, ma di definire in relazione a specifiche e ben definite esigenze geostrategiche interforze le caratteristiche, le principali strutture, i sistemi d'arma-base dello strumento unitario. Una volta fatto questo, si potrà ricavare senza pericolo di ridondanze o diseconomie la fisionomia della componente interforze e quella delle componenti di Forza Armata, con le corrispondenti risorse. Si tratta, insomma, di far corrispondere empiricamente la fisionomia dello strumento e l'allocazione delle risorse a precise funzioni da svolgere, dalla cui natura si può ricavare il grado di coordinamento e/o di integrazione tra Forze Armate diverse. Si potrebbe obiettare che, in tutti i casi, determinate funzioni rimangono di preminente interesse di questa o quella Forza Armata. Ma questi sono solo fattori che aiutano a dimensionare meglio il quadro complessivo, nel quale possono trovare equilibrata risposta: non ragioni per il frazionamento della dottrina e dell'apparato che le corrisponde in singole parti non comunicanti. Ciò non toglie che il contesto europeo e quello mediterraneo - o meglio quello del «Mediterraneo allargato» - hanno esigenze strategiche almeno in parte contrapposte e comunque diverse, le quali vanno analizzate comparativamente: solo in questo modo si potranno trarne degli orientamenti e definire ragionate priorità. Cominciando dal l'Europa, non v'è dubbio che la costruzione di un nuovo sistema di sicurezza e la rivitalizzazione e l'allargamento della NATO hanno il loro focus ne ll'Europa Centrale e Sud - Orientale: questo è un dato certo, e da tutti riconosciuto. Un altro dato certo è che la Russia rimane ancor oggi, nonostante la profonda crisi che sta attraversando, la seconda potenza nucleare mondiale e la prima potenza terrestre in Europa, dove le forze terrestri e nucleari americane sono state ridotte e il più forte esercito è quello tedesco. La grande realtà geopolitica russa, da sempre antagonista o potenzialmente antagonista rispetto all'Europa o al Giappone, non fa parte e non farà parte della NATO. E anche se al momento- si spera per sempre- i suoi rapporti con l'Occidente ex-nemico sono amichevoli, quasi sempre sulle questioni dell ' Europa Centrale, dei Balcani e del Medio Oriente, le posizioni russe (che ad esempio nella questione dell'exJugoslavia è da sempre filoserba) son diverse da quelle occidentali e richiamano le tradizionali linee direttrici della politica russa, anche pre-


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comunista. Sono ben note, e sintomatiche, anche le mai smentite riserve russe sull'allargamento della NATO verso Est, dettate- ovviamente dal punto di vista di Mosca - dalia tradizionale esigenza geopolitica di crearsi una cintura di Stati-cuscinetto, sottoposti alia propria influenza, a protezione del confine occidentale. In ogni caso la geografia, la storia, le grandi risorse economiche, le ricchezze del sottosuolo, gli enormi spazi strategici anche per il futuro non potranno che assegnare alla Russia, potenza come nessun'altra a netta fisionomia continentalista, un ruolo di primo piano nella politica e nell'economia mondiale. È naturalmente auspicabile che questo grande Paese risolva i suoi problemi interni e che i suoi rapporti con Europa e Stati Uniti diventino sempre più stretti e amichevoli, superando le ragioni di contrasto tuttora esistenti (non trascurabili perché storiche e geopolitiche) e sviluppando invece relazioni economiche e industriali di reciproca, grande utilità. Ma, intanto, è innegabile che permangono insopprirnibili ragioni di equilibrio delle forze aeroterrestri in Europa, perché nessuno può essere certo che in futuro la Russia prosegua l'attuale linea politica di non conflittualità con l'Occidente. Rimangono un' incognita anche i suoi rapporti futuri con grandi realtà geopolitiche e geoeconomiche asiatiche - come l' India e la Cina - H cui peso nella vita internazionale futura non potrà che crescere fino a poter compromettere la leadership mondiale degli Stati Uniti e di riflesso anche le posizioni europee, gettando sulla bilancia oltre tutto un potenziale demografico tale, da rendere assolutamente superflua - questo vale per tutto il terzo mondo - la tendenza tutta occidentale a fare del singolo cittadino un privilegiato che tuttavia ha aspettative di benessere crescenti e del singolo combattente terrestre una sofisticata, costosa, ben protetta e dunque poco spendibile pedina operativa, la cui potenza intrinseca viene ottenuta al prezzo di serie vulnerabilità e richiede comunque obiettivi paganti, che nessuno ha intenzione di offrire. Senza contare che per l'Italia, membro di un'alleanza militare, si pongono sul continente problemi di equilibrio delle forze, e di credibilità delle forze nazionali, rispetto agli stessi alleati. È ben noto - e, specie oggi, l'Italia lo constata ogni giorno- che, come sempre, nelle alleanze ciascun Stato membro vale solo per quanto può concretamente dare alla causa comune, ai comuni obiettivi e strumenti: altrimenti le istanze politico-strategiche, i legittimi interessi (anche economici) nazionali perdono qualsiasi peso e si traducono in puri esercizi verbali con umiliazioni quotidiane. Sotto questo profilo la Francia, terra dove è nato a fine secolo


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XVIII il servizio di leva prestato dal cittadino-soldato, diversamente dall'Italia ha fatto una scelta netta e precisa, e sta avviandosi al servizio volontario. Ma a parte il fatto che la consistenza delle forze volontarie francesi è fin d'ora assai superiore a quella dell'Italia e che la Francia dispone, come sempre, di un corpo come la Legione Straniera specializzato in interventi oltremare, diversamente dalla Germania e dalJ' Italia questa Nazione ha la Bomba, con la quale evidentemente intende bilanciare la superiorità della Bundeswehr, il miglior esercito de ll'Europa Occidentale. Che cosa ha l'Italia per «bilanciare» la forza militare altrui in proporzione alla sua forza economica? Per completare il quadro, è innegabile che le principali direttrici dell'economia, della finanza, dell'industria e del commercio nazionali oggi tendono verso l'Europa centrale, i Balcani e l'Est. In particolare, dopo la caduta del muro di Berlino la posizione dell'Italia rispetto a queste aeree è radicalmente mutata: le si sono aperte grandi prospettive di espansione economica e commerciale, il cui unico inconveniente è di costringerla a fronteggiare l' agguerrita concorrenza tedesca e francese. Questo fatto geoeconomico non può non avere anche ricadute di carattere geostrategico e militare. Non si conta qualcosa nelle crisi balcaniche, senza avere disponibile nel Nord Italia un efficiente strumento aeroterrestre. La forza militare rimane l'unico mezzo efficace e credibile per esercitare pressioni tali da indurre i contendenti nelle aree vicine a porre fine a conflitti e guerre rapidamente e quando e come vuole l'Occidente, non quando e come vogljono loro, nonostante le pressioni diplomatiche dell'Occidente stesso. E i tanto esaltati mezzi «indiretti», pacifici? L'embargo economico e marittimo nell'Adriatico non si è dimostrato sufficiente per arrestare - o quanto meno limitare anche nel tempo - i sanguinosi conflitti tra popolazioni che non solo hanno chiaramente espresso la volontà di non rimanere insieme dopo cinquant'anni di convivenza nella Repubblica Federativa Jugoslava, ma hanno anche inflessibilmente mostrato di voler regolare con le armi vecchi conti aperti da moltissimi anni, e di non voler cessare i combattimenti se prima questi conti non saranno regolati. Più in generale, secondo un articolo del New York Times di fine luglio 1998 il Governo americano «ha deciso che in molti casi le sanzioni non sono uno strumento efficace di politica estera», rivedendo negli ultimi mesi le misure contro i Paesi asiatici, Cuba e la Cina. «La linea sostenuta dal business americano è che, nella competitiva economia globale, le sanzioni non sono in grado di produrre cambiamenti e


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si ritorcono invece contro gli interessi della Nazione». Perciò, negli Stati Uniti, «Camera e Senato stanno esaminando una legge che imporrà una valutazione di costi/benefici per ogni nuova sanzione e introdurrà il limite massimo di due anni» 0 . Non c'è da stupirsi di queste conclusioni, visto che già nel 19351936, in occasione della guerra d'Etiopia, il tentativo della Società delle Nazioni di indurre Mussolini a miti consigli con le sanzioni si è risolto in un completo fallimento e anzi in un boomerang, accrescendo la popolarità della guerra in Italia e facendo, come sempre, le fortune di qualche speculatore internazionale. Le recenti vicende dei Balcani non accreditano nemmeno la tesi che, nell'attuale contesto, non c'è spazio per autonome e sia pur limitate iniziative nazionali. La crisi albanese dimostra, al contrario, che vi sono ancora aree nelle quali persino un Paese come l'Italia, dopo il 1945 estremamente riluttante di fronte alla possibilità di interventi militari autonomi al di fuori dei confini nazionali, è costretto dalla storia, daJia geografia, dall'economia ad assumersi autonomamente le responsabilità maggiori in missioni di stabilizzazione. Senza voler con questo sminuire l'importanza di altre componenti, è un fatto che «Stabilizzazione» significa controllo del territorio, e che tale controllo può essere raggiunto e mantenuto solo con forze terrestri adeguate per quantità e qualità ai compiti da assolvere; anzi, esse dovrebbero essere sovradimensionate se si vuoi esercitare un effetto deterrente e sicuro. Bisogna, infine, tener conto che in particolar modo alle forze terrestri si continuano a richiedere, nel quadro della legge di principio suJia disciplina militare del 1978, sia interventi in caso di pubbliche calamità (nei quali, accanto ai Vigili del fuoco, le Forze Armate rappresentano da sempre di gran lunga la forza d'intervento più efficiente, organizzata e di pronto impiego), sia interventi in concorso con le forze di polizia per il mantenimento dell'ordine pubblico e/o di pattugliamento delle coste contro l'immigrazione clandestina. L'esercito ha sempre svolto una fu nzione educativa e di completamento dell'istruzione elementare, che almeno fino agli anni 60 è stata assai utile, per non dire indispensabile. Con l'evoluzione sociale degli ultimi decenni, e dopo l'approvazione della legge sul servizio civile, questi compiti sono diventati sempre più accessori, e non possono di per sé giustifi care l'esistenza di Forze Armate basate sul servizio di le-

'' «Corriere della Sera>>del 2 agosto 1998.


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va, anche perché- come ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito al CASD (giugno 1998) - «il prevedibile andamento delle risorse disponibili prospetta una consistente riduzione dei livelli organici ed una sostanziale stabilità in termini reali delle assegnazioni di bilancio. In tale quadro, assume rilievo l'ipotesi di una progressiva anernizzazione nel breve- medio periodo della componente di leva, peraltro già oggi impiegabile operativamente con molte limitazioni». Riassumendo le implicazioni militari del rapporto Italia-Europa, da quanto detto si deduce, in primo luogo, che il nostro confine di Nord-Est rimane un vero confine sia per l'Italia che per l'Occidente, perché non molto lontano da aree di crisi e di instabilità e dal cuore dell'Europa. Esso continua dunque a richiedere una ragionata difesa, sia pure senza quell'ammassamento delle forze migliori che ha caratterizzato il periodo della guerra fredda, nel quale la missione fondamentale dello strumento non solo terrestre era la difesa della soglia di Gorizia. In secondo luogo, non solo la difesa di questo confine, ma gli interessi dell'Italia in Europa e nei Balcani richiedono un idoneo strumento aeroterrestre, rivelatosi non sostituibile con gli strumenti diplomatici e economici, che anzi acquistano forza in proporzione all'efficienza e alle credibilità militare della Nazione. Nello strumento aeroterrestre la componente terrestre è a sua volta sostituibile con la componente aerea o missilistica solo quando si tratta di interventi merarnente dimostrativi, miranti a convincere i contendenti ad accettare le proposte dell'Occidente o ad ammorbidire la posizione di una delle parti in causa. Ma nel caso - certo da non escludere a priori - che siano necessarie vere e proprie operazioni classiche, le forze terrestri - la cui componente fondamentale rimarrebbe una fanteria motivata, ben scelta dal punto di vista psicofisico, ben inquadrata, ben addestrata e bene armata - sarebbero insostituibili Oltre tutto, bisogna tener conto sia della ben nota ritrosia americana a impegnarsi militarmente nei Balcani, sia della tendenza storica degli Stati Uniti a far leva sulla componente aeromarittima, evitando in tutti i modi l'impiego sul campo di fanterie. Se oggi la pubblica opinione non solo italiana è particolarmente sensibile alle perdite, dovrebbe essere altrettanto consapevole che solo uno strumento quantitativamente e qualitativamente idoneo a quanto gli si continua a chiedere (e non è poco) può assicurare ai suoi singoli componenti stardards di sicurezza elevati, diminuendo fino al minimo livello possibile i rischi. L'impiego in combattimento di un soldato non addestrato al meglio per carenza di fondi, munizioni o infTastrutture e


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male inquadrato per carenza di Quadri (così come quello di un pilota con un numero di ore di volo di addestramento inferiore a quello richiesto) compo1tano sempre dei costi e un aumento dei rischi per il singolo e per l'unità. Questi costi e rischi incidono anche sul prestigio interno e internazionale delle Forze Armate, quindi sul prestigio internazionale dell'Italia tout court. Al di Là delle caratteristiche reali delle «missioni di pace» prima descritte, dovrebbe essere ben chiaro, sia alla pubblica opinione sia all'interno stesso delle Forze Armate, che in generale la scelta di obiettivi militari e di forme d'impiego dello strumento militare assumendo comunque come pregiudiziale ineludibile e fondamentale la necessità di evitare perdite (e quindi l'azzeramento o quasi dei rischi), è un ripiego meramente occasionale e temporaneo, che è stato e può essere adottato quando non sono in gioco interessi vitali degli Stati Uniti e dell'Europa occidentale. Le crisi del Libano, Somalia, ex-Jugoslavia ecc. sono state affrontate in modo ben diverso, e più soft, da quella del Golfo, dove si è concentrato il meglio delle forze anche terrestri occidentali, e dove sia pur entro certi limiti si è assistito a operazioni per così dire classiche. Come sempre, le normali opzioni strategiche e tattiche anche oggi consistono nella scelta razionale di obiettivi possibili da raggiungere in modo economico, senza però tendere a quell' azzeramento dei rischi e delle perdite, che provocherebbe gravi distorsioni e non assicm·erebbe il raggiungimento di obiettivi paganti. Tutto ha un costo; raramente accade, nella vita d'ogni giorno come in combattimento, che un obiettivo di grande portata venga raggiunto senza pagare dei prezzi. Per limitare le perdite, c'è un solo modo sicuro: limitare gli obiettivi fino a un'ininfluente presenza. Ne abbiamo avuto degli esempi negli ultimi anni; ma sarà sempre possibile e conveniente? è il miglior modo di assicurare la pace? 5. L' ITALIA E IL MEDITERRANEO «ALLARGATO»: RIFLESSI SULLA SICUREZZA E RUOLO DELLO STRUMENTO AEROMARITTIMO E AEROTERRESTRE La disponibilità di forze adeguate e la necessità di non assumere come leggi costanti i criteri adottati negli interventi militari degli ultimi anni vale anche nei rapporti tra Italia e Mediterraneo, per i quali bisogna tener presente, in via preliminare, quanto ha affermato Demetrio Volcic in una recente intervista alla Rivista Militare: «nessuno può e-

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scludere che, nei prossimi dieci anni, vicende come quelle balcaniche possano ripetersi nel Mediterraneo [e ancor di più nel "Mediterraneo aJlargato"- N.d.a.]: la crisi in Albania [alla quale, nell'estate 1998, va aggiunta quella del Kosovo - N.d.a.] è un segnale sul quale riflettere seriamente. Il rischio è che Le risorse destinate alla Difesa, invece di essere aumentate, siano ancora Limate nel quadro della ricerca spasmodica delle spese da tagliare» 1' . Più nel concreto, si tratta ora di valutare, in ordine di importanza, i rischi che l'area del Mediterraneo allargato (cioè Mediterraneo più Medio Oriente) comporta e il modo di farvi fronte. La guerra del Golfo ha avuto una motivazione essenziale: non si poteva permettere a un dittatore locale di assumere il controllo militare- quindi anche economico e politico - di un 'area vitale per gli interessi non solo degli Stati Uniti ma dell'Europa occidentale, violando impunemente lo status quo e presentandosi come valoroso paladino della riscossa delle masse di diseredati del mondo islamico contro popoli ricchi e prosperi grazie anche ali risorse energetiche importate dal Medio Oriente. Non intervenire militarrnente significava lasciare le porte aperte all'avventurismo. L'Italia è l'unico Paese dell'Occidente sviluppato ad avere le sue coste interamente nel Mediterraneo, e inoltre non può contare - diversamente da altri Paesi - su un'energia alternativa a quella fornita dal petrolio e gas, come è quella nucleare. Da queste semplici considerazioni emerge c he il Mediterraneo allargato per l'Italia è anzitutto un'area dalla quale dipende in larga parte più che il benessere, la vita stessa della Nazione. L'Italia è perciò la prima interessata sia alla stabilità e sicurezza delle aree petrolifere, sia alla sicurezza assoluta delle comunicazioni - in gran parte via mare - da queste al territorio nazionale. Riguardo alle vie di comunicazione marittime, secondo recenti statistiche il 64% del commercio estero dell'Italia si svolge via mare (cioè attraverso il Mediterraneo), mentre i Paesi dell'Unione Europea nel loro complesso si avvalgono ancor più del mare, attraverso il quale avviene 1'86% de lle importazioni e il 73% delle esportazioni 1s. La guerra del Golfo e i precedenti avveni menti del Golfo Persico, ai quali abbiamo già accennato, dimostrano che questi fatti non possono non avere ricadute militari importanti, riconosciute da anni

"«Rivista Militare•• n. 411997, p. 12. " R. Cesarctti. Op.cit., pp. 58-59.


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anche a liveJlo ufficiale. Ad esempio il «Modello di difesa 1995» deJJo Stato Maggiore Difesa afferma: «è evidente come le ragioni della difesa e della sicurezza non possano essere più confinate all'interno del territorio nazionale ma debbano essere, invece, proiettate anche e prevalentemente fuori di esso, ove si palesi un rischio diretto o indiretto per il nostro Paese e per le alleanze e organizzazioni internazionali di cui liberamente facciamo parte e di cui condividiamo valori e finalità. Alla tradizionale difesa del territorio si affiancano ed acquistano, anzi, rilevante valenza nuovi compiti, che si collegano al/'esigenza della tutela degli interessi e dei valori nazionali e internazionali» 16• Superfluo precisare che questi interessi, questi valori vanno tutelati sia per terra che per mare; solo se l'Italia non si trovasse nel Mediterraneo e non dipendesse molto, come dipende, dalle vie di comunicazioni marittime, la tutela per mare non sarebbe necessaria. La sicurezza nazionale dipende, anzitutto, dal sicuro afflusso delle matetie prime strategiche, a cominciare dal petrolio. Tutti hanno davanti agli occhi l' incendio dei pozzi petroliferi da parte di Saddam e la guerriglia marittima che ha fortemente disturbato il traffico delle petroliere nel Golfo Persico, nonostante il dominio del mare e dell'aria esercitato dalle strapotenli forze aeronavali dell'Occidente. Riguardo all'organizzazione e impiego delle forze, le esigenze del Mediterraneo allargato sono perciò due: a) disporre di forze aeroterrestri in grado di assicurare in ogni momento il sicuro controllo di aree anche oltremare vitali per la sicurezza nazionale, con relativi trasporti integrati marittimi e aerei da e per la madrepatria; b) disporre di forze aeronavali in grado di assicurare anzitutto il controllo diretto delle vie di comunicazione marittime, e in secondo luogo i trasporti e le «proiezioni di potenza» richieste dagli interventi out ofarea. Le missioni oltremare esaltano ovviamente l'importanza dei trasporti marittimi e aerei. Ma si deve pur ricordare che tali trasporti, e le operazioni marittime e aeree, sono in questo caso finalizzati allo sbarco e al supporto operativo e logistico di un contingente terrestre, al quale compete la conquista o il controllo del territorio, che è anche Lo scopo della missione. Va aggiunto che non necessariamente tutti i trasporti marittimi

'"' Stato Maggiore Difesa, Modello di difesa. Roma 1995, p. 14.


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e aerei devono essere eseguiti con vettori militari, anche perché uno sbarco in presenza di resistenze nemiche di un qualche rilievo è poco probabile e comunque in questo caso avverrebbe nel quadro di operazioni di contingenti multinazionali, nei quali gli Stati Uniti - tradizionalmente maestri in questo campo- sarebbero magna pars. Anche nelle guerre del Golfo, o delle Falkland, nessuna Forza Armata ha provocato, da sola, la decisione. Sarebbe dunque inesatto affermare che le missioni out of area dimostrano l'importanza delle forze marittime o di quelle aeree. ignorando lo strumento terrestre. Esse dimostrano semplicemente l'importanza di uno strumento militare integrato e ben equilibrato, nel quale c iascuna componen te di Forza Armata deve svolgere al meglio il suo lavoro. Già all'inizio del nostro secolo, gli interventi oltremare erano di particolare attualità, né si prevedeva che tutto si sarebbe risolto nella guerra di trincea. Si discuteva, allora, se fosse più importante la palla (cioè l'esercito, come era sempre stato nelle numerose spedizioni inglesi oltremare) o il cannone che la lanciava (la flotta, le forze marittime). La discussione non ha mai trovato un epilogo soddisfacente, non è mai giunta a risultati esaustivi e certi, per la semplice ragione che, sia pure in misura variabile a seconda dei casi e delle situazioni, erano importanti e insostituibili ambedue le componenti, che non potevano fare a meno l'una dell'altra. Riguardo alla protezione delle comunicazioni marittime, francamente non si capisce perché. secondo talunj, l'importanza del traffico via mare sarebbe militarmente irrilevante, dato che contro l'Occidente non potrebbe più essere impiegata l'arma del petrolio o quella del blocco di stretti o canali. Nella situazione internazionale attuale, escludere tassativamente questo o quel rischlo equivarrebbe a lasciar sopravvivere forme del vecchio e nocivo dogmatismo ideologico; tanto più che una materia prima strategica come il petrolio è di per sé un'arma. Al suo uso come tale si è già fatto ricorso nel Golfo Persico intorno al 1990, quando l'URSS era già in crisi: perché non potrebbe ripetersi? chi lo può escludere? le vie del petrolio, gli oleodotti rappresentano o no una forte vulnerabilità per l'Occidente? non sono obiettivi che possono essere attaccati con poche forze, con operazioni semplici e al limite tra terrorismo e guerriglia? il massiccio intervento occidentale nel Golfo Persico durante la guerra Iran-Iraq è forse riuscito a eliminare gli attacchi alle petroliere o l'insidia delle mine? un mare ristretto come il Mediterraneo, con pochi ponti focali per il traffico, non si presta forse a diventare, all'occorrenza, un secondo Golfo Persico? Si potrebbe ritenere certi rischi non suscettjbili di trasformarsi in mjnacce, solo se i movimenti


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antioccidentali e il terrorismo fossero oggettivamente in regresso, ma ciò non sta avvenendo e difficilmente avverrà: anzi, sta avvenendo il contrario. Certo, nessuno dichiarerà mai guerra all'Occidente, nessuno sfiderà mai direttamente, sul campo, le sue superarmate e sofisticate forze aeree, terrestri e navali: ma questo basta per sentirsi sicuri? La potenza della U.S. Navy è ben nota: ma contro certe forme d'insidia, contro la gueniglia marittima, ha anch'essa i suoi limiti. Ciascuna nazione, inoltre. deve cercare di gravare il meno possibile sugli alleati, e deve essere in grado di salvaguardare anzitutto con le sue forze militari gli interessi vitali della Nazione: ne va del suo effettivo grado di autonomia. Per questo noi riteniamo che il compito prioritario delle nostre forze navali rimanga ancor oggi quello classico, della protezione - che oggi deve essere diretta - delle vie di comunicazioni marittime, e che priorità almeno pari a quella delle missioni ow of area debba averla la difesa delle acque tenitoriali. La lotta all'immigrazione clandestina e ai traffici iJJeciti, dalla quale la marina militare - gli eventi di ogni giorno lo dimostrano - non può certo estraniarsi. è gravemente ostacolata dalla grande estensione delle coste italiane. Gli 8000 Km circa di coste e le numerose isole oggi non possono certo essere considerate, come fino al 1940, una delle ragioni principali per avere una marina forte: tuttavia anche questo rimane un dato di fatto politico-strategico che ha il suo peso nel dimensionamento dello strumento aeronavale. Sarebbe riduttivo, se non offensivo, chiedere alla marina (o alle altre due Forze Armate) di svolgere semplicemente delle missioni di rappresentanza, di biglietto da visita in interventi multinazionali. Ciascuna Forza Armata deve anzitutto soddisfare reali esigenze di sicurezza nazionale. La carenza di risorse può rendere imperfetto e insufficiente il dispositivo militare, oppure indurre a rinunciare a determinati interventi out of area; ma la linea di tendenza non può essere quella di una mera rappresentanza, dietro la quale sarebbe facilmente percepibile il vuoto, prima di tutto da parte degli alleati. Non si può, quindi, parlare di partecipazione a missioni multinazionali rafforzando il dispositivo messo in campo dalle potenze maggiori proprio là ove esso è più forte, in modo da fare facilmente bella figura, da riscuotere dei dividendi a poco prezzo. I dividendi di una siffatta partecipazione- del tutto irrilevante- sarebbero proporzionalmente irrilevanti, fino a farla ritenere simbolica, marginale e quindi inutile. Le potenze minori devono invece riempire- specie in un'area ristretta come il Mediterraneo - i vuoti lasciati da quelle maggiori: solo facendo questo il loro apparato militare acquista una sua funzio-

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ne, una sua dignità e credibiJità. In caso diverso, per il governo sarebbe più decoroso- e produttivo- dare un semplice contributo finanziario a operazioni mu ltinazionali, risparmiando anche sulla spesa del mantenimento delle Forze Armate. Né appare condivisibile l'affermazione che questa o quella Forza Armata dovrebbe assorbire un maggior volume di risorse, solo perché sarebbe più facilmente integrabile delle altre in dispositivi multinazionali. A parte il fatto- già più volte ribadito- che le missioni multinazionali our ofarea non possono costituire l'unico e il più importante obieuivo della preparazione militare. ma sono un impiego particolare ancorché oggi frequente, il requisito dell'integrabilità -di recente significativamente indicato dal Capo di Stato Maggiore come meta fondamentale per l'esercito- non può essere una questione di Forza Armata: va esteso in pari misura a tutte le componenti dello strumento unitario. È questo il compito essenziale dello Stato Maggiore Difesa, che dovrebbe por fine, per il futuro, a una nociva tendenza - segno di persistente separatezza tipica del passato, consistente nel cercare di preferenza raccordi, intese operative, e lementi in comune non tanto con le altre Forze Armate nazionali, ma con la corrispondente Forza Armata di altri Paesi. Le tappe dell'integrazione sono invece due: prima si ricerca e si persegue con il massimo impegno un'effettiva integrazione a livello nazionale, e poi si affronta la problematica dell'integrazione a livello internazionale, sempre in un contesto unitario e non da Forza Armata a Forza Armata. Un altro rischio sottovalutato non solo dai «continentalisti», ma dai sostenitori oltranzisti del potere marittimo e aereo timorosi di sottrazioni di risorse, è quello della proliferazione missilistica riguardante i Paesi del Medio Oriente e della sponda Sud del Mediterraneo. È vero che tali Paesi non hanno ancora acquisito appieno una capacità missilistica: ma stanno facendo continui progressi in questo senso, e l'ultima cosa che si può pensare, è c he essi pongano fine al potenziamento del loro apparato militare in genere. Riguardo ai missili a media gittata (dell'ordine dei 1000-3000 Km) si deve tener conto che: a) un po' come il terrorismo, sono l'unica arma che - grazie alle tecnologie poco sofisticate e relativamente accessibili che richiede la loro costruzione e al non eccelso addestramento necessario per gli operatori - è alla portata anche di paesi industrialmente poco sviluppati, consentendo loro di compensare la forte superiorità aeronavale occidentale, con la quale non possono competere (qualcosa del genere ha già fatto, con i missili nucleari, l'URSS dopo i l l 945);


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b) come hanno fatto Gheddafi e Saddam Hussein, queste armi si prestano particolarmente a colpire obiettivi tali da provocare effetti morali sulle popolazioni civili, tanto più consistenti se si tratta di popolazioni che - diversamente da quella israeliana - non sono per nulla preparate, prima di tutto psicologicamente, a ricevere offese del genere. Con limitati danni materiali, i missili potrebbero provocare danni morali di grande portata; c) mentre anche nella recente guerra del Golfo gli aerei più sofisticati e potenti si sono dimostrati vulnerabili a difese aeree terrestri ben organizzate, contro i missili nemmeno gli Stati Uniti dispongono di difese di pari efficacia. Questi vantaggi - che riguardano soprattutto, va ancora sottolineato, i Paesi industrialmente poco sviluppati -sono tali da rendere i missili, anche con semplice testata convenzionale, un crescente pericolo prima di tutto per l'Italia. Nessuna enfatizzazione: ma se i missili non sono ancora una minaccia reale, anche le difese antimissile, oggi inesistenti, richiedono una lunga fase di studio e di preparazione, che deve essere decisamente intensificata. Non esistono - né si vede quando e dove potranno esistere - delle aeronautiche in grado di contendere il primato aereo occidentale: la predisposizione di tali difese, perciò, diventa ancor più importante delle difese aeree. AJ tempo stesso va combattuta la tendenza a considerare quest' arma - le cui prestazioni in termini di potenza e gittata sono destinate sicuramente ad aumentare - unicamente come componente, sia pur importante, dell'armamento delle piattaforme navali e aeree. Anche con testata convenzionale, essa si avvia ad avere sempre più un ruolo autonomo, o meglio a recuperare e potenziare quello che già ha avuto con le V/l e V/2 tedesche nella seconda guerra mondiale. Oltre ad aver subìto senza reagire, nel 1986, attacchi missilistici fortunatamente incruenti da parte della Libia, nel corso del conflitto nell'ex-Jugoslavia l'Italia ha subìto anche minacce missilistiche- fortunatamente anch'esse rimaste solo tali - da parte di correnti ultranazionaliste serbe. L'armamento con missili convenzionali mobili della gittata di l 0003000 Km dovrebbe entrare presto o tardi a far parte della panoplia d'armi di un esercito occidentale, per il suo uso prima di tutto controforze. Né ci sembra troppo fantasiosa e irrealistica la constatazione che l'Italia, con un siffatto armamento, potrebbe se necessario svolgere un'utile funzione di deterrenza nei riguardi di analoghi armamenti di altri Paesi del Mediterraneo allargato, e al tempo stesso far pesare la


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possibilità di controllare e se necessario colpire - dal suo territorio, e senza impiego di forze navali o aeree - la navigazione nel bacino del Mediterraneo e le sue coste meridionali: un mare già considerato ristretto prima del 1940, che il progresso delle tecnologie ha reso e renderà sempre più tale, oggettivamente favorendo i vettori d'arma basati a terra e accrescendo la vulnerabilità di quelli marittimi di superficie. 6. LINEAMENTI ESSENZIALI DI UNA DOTTRINA INTERFORZE: RIFLESSI ORDINATIVI CON PARTICOLARE RIGUARDO ALL' ESERCITO Fino agli ultimi anni l'esercito è stato l' unica Forza Armata a codificare in apposite pubblicazioni dottrinali i li neamenti essenziali della strategia e tattica da seguire, con indicazioni sulla conseguente filosofia ordinativa. A partire dal 1995 la marina ha cominciato ad emanare dei «Rapporti» annuali, nei quali si esprimono le valutazioni della Forza Armata sulla situazione politico-strategica del momento e se ne traggono le deduzioni sul ruolo e sulla fisionomia delle forze navali nel nuovo contesto post-guerra fredda. Dal canto suo, a fine 1997 l'aeronautica ha emanato per la prima volta nella sua storia dei «Lineamenti» dottrinali, con finalità analoghe a quelle della mari na 17 • Naturalmente ambedue le Forze Armate danno rilievo al ruolo esercitato dalle rispettive unità, date le loro caratteristiche, nella guerra del Golfo e nelle recenti missioni out of area. Per la marina, particolare rilievo assume la rinuncia nel Rapporto 1995 alla tradizionale strategia «navalista», cioè basata sulla guerra indipendente di squadre con componente aeronavale per ottenere il dominio o quanto meno il controllo del mare: «il futuro è cominciato con il passaggio da una concezione "navalista" pura ad una "marittima" e con la concreta predisposizione della Marina a svolgere le proprie funzioni nella visione integrata del Modello di difesa e in generale con l'impegno ad operare a largo raggio, in sinfonia con scelte di politica internazionale che possono richiedere in qualsiasi momento la mobilitazione di unità navali» 18•

" Cfr. Stato Maggiore Aeronautica, La donritw deii'Aeronawica Militare - Lineamenti, Supplemento alla «Rivista Aeronautica» n. 1/1998. ·~ Stato

Maggiore Marina Militare, Rapporto 1995, p. 21.


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Da ricordare il rilievo dato, nell ' ultimo Rapporto 1997, al salvataggio e evacuazione di cittadini italiani che si trovano in grave pericolo all'estero, al contrasto del terrorismo marittimo, aJle attività di polizia marittima. Eloquenti, in proposito, i dati statistici sul pericolo rappresentato dalle mine nel Canale di Suez, nel Mar Rosso e nel Golfo Persico nel periodo 1986-1991, e sulle onerose operazioni di sminamento necessarie19• Riguardo alla programmazione delle costruzioni navali, la marina attribuisce elevata priorità a una «Nuova Unità Maggiore». con la quale intende «dare effettiva e permanellle consistenza al suo "ruolo abilitante" a favore della capacità di proiezione dello stmmento militare inte1jorze, assicurando nel contempo 11111e le necessarie capacità per La tempestiva evacuazione delle aree di crisi con le massime garanzie di sicurezza». Essa fun gerà anche da sede di Comando per operazioni aeronavali, anfibie e combinate. e «COStituirà integrazione alle capacità di trasporto c sbarco di truppe anfibie delle unità di questo tipo»w. Se ne deduce che la marina intende privilegiare, in questo momento. le specifiche esigenze delle missioni out ofarea. Dal citato documento dell'aeronautica emergono. invece. per quanto di interesse, i seguenti concetti essenziali: -permanente c preminente importanza della difesa antiaerea degli spazi territoriali, concretamente dimostrata anche dall'elevata priorità attribuita- ne lla destinazione delle risorse- al nuovo intercettore europeo EFA, a scapito del pur necessario aggiornamento del sistema Tornado («armamento intelligente», ecc,); - conseguente polarizzazione della difesa aerea pressoché e elusivamente su tale nuovo intercettore. che non lascia alcun spazio per risorse da destinare all'ammodernamento della componente antiaerea rnissilistica basata a terra; - «Centralizzazione sotto controllo unitario di rutto ciò che rientra nel concetto di Potere Aereo, a prescindere dalla Forza Armata a cui gli assetti appartengono» 21 ; - necessità che, in relazione alle sue speciali caratteristiche, l' impiego dello strumento aereo venga accentrato nelle mani di un comandante aereo: «è necessario infatti che il controllo operativo del mezzo

•• Stato Maggiore Marina. Rapporto 1997. p. 75. lll ivi. p. 78. " Stato Maggiore Aeronautica. Ll1 dottrina... (Ci t.). p. 41.

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aereo sia mantenuto al più alto livello di comando e, comunque, là dove più completa possibile è la visione d'insieme del teatro di operazioni e delle var ie componenti operative, anche terrestri e navali»; - non convenienza di specializzazioni operative dello strumento aereo nazionale in ambito interalleato e non convenienza di realizzarein relazione aJia scarsità di risorse - solo la parte più importante dello strumento aereo. Conseguente necessità di disporre di uno strumento aereo completo nelle sue capacità operative, pur se ridotto in relazione alla scarsità di risorse;

-«in tale logica, domande come quella di "quali programmi fare" ed evemualmellfe "quali non fare" debbono essere sostituite da "che cosa fare prima" e "che cosa fare dopo", aueso che La dimensione di ogni "cosa" sarà Legata indissolubilmeme alla quantità di risorse finanziarie rese disponibili» 12• A fronte di questi nuovi orientamenti delle due Forze Armate, che almeno nell'acquisizione di nuovi sistemi d'arma sembrano privilegiare rispettivamente le esigenze connesse con missioni out of area (Nuova Unità Maggiore della Marina) e quelle di difesa dello spazio aereo nazionale (EFA), i contenuti della nuova legge del febbraio 1997 sui vertici militari renderebbero necessario che: -lo Stato Maggiore Difesa emanasse specifici lineamenti dourinal i interforze, già resosi necessari nel 1940- 1943, quando la loro mancanza è stata la causa prima di dure sconfitte; - il Ministero della Difesa emanasse norme a carattere interforze concernenti la politica industriale e tecnologica e le «attività di ricerca e sviluppo, produzione e approvvigionamento dei sistemi d'arma». Ai sensi degli Artt. 6 e 8 della nuova legge sui vertici militari, infatti, le attività e le scelte in merito sono di esclusiva competenza del Segretario Generale della Difesa e non più degli Stati Maggiori di Forza Armata, come prevedeva la precedente legislazione 1965. Le pur necessarie dottrine e le normative di Forza Armata dovrebbero, di conseguenza, ispirarsi a linee-guida precedentemente emanate al livello interforze superiore. E poiché strategia significa anzitutto scelta tra diverse possibili opzioni e indicazione di priorità, una strategia nazionale interforze dovrebbe anzitutto indicare senza equivoci qual' è il grado di priorità a breve, medio c/o lungo termine, di ciascuna

=- ivi. p. 59.


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delle due funzioni essenziali che giustificano l'esistenza delle Forze Armate nella realtà attuale: missioni out of area e difesa del territorio e degli spazi aerei nazionali. In ogni caso, è auspicabile che grazie a un'impostazione autenticamente interforze sia possibile, io futuro, realizzare prima di tutto in ambito nazionale, gli obiettivi di standardizzazione e interoperabilità. In tal modo potranno essere eliminati antichi e ben noti inconvenienti, quali: a) autonoma scelta di sistemi d'arma principali di Forza Armata poco in armonia con le esigenze interforze; b) concentramento delle scarse risorse quasi esclusivamente su tali sistemi d'arma, con un duplice inconveniente: al livello di Forza Armata, mancanza o carenza del contesto operativo, organico, addestrativo e logistico che assicura il pieno sfruttamento dei predetti sistemi d ' arma principali; a livello interforze, scarsa cura per quelle aree di sovrapposizione tra Forze Armate diverse che oggi sono di preminente importanza; c) conservazione ingiustificata, in ambito Forza Armata, di «nicchie» e di procedure operative e/o logistico-amministrative separate e divergenti. Tenendo conto di quanto prima affermato in merito al «potere terrestre» e alla reale natura delle missioni di pace, significativamente chiamate «Operazioni diverse dalla guerra (OOTW)» , sarebbe assurdo incentrare un'intera organizzazione militare SUlla «DOn-guerra>>. li prOcedimentO più logico è invece quello di incentrare l'organizzazione sulla guerra, introducendo i correttivi necessari in tutti gli altri casi. Ciò significa prendere come riferimento principale, ancorché non unico, il caso più difficile anche se al momento meno probabile di altri, cioè quello che il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito chiama <<conflitto convenzionale tra forze con capacità sostanzialmente paritetiche» 23 • Poiché non sono al momento ipotizzabi li guerre offensive contro Paesi industrialmente sviluppati, tale conflitto può avvenire solo per la difesa del territorio nazionale e/o NATO. Non è più necessario gravitare sulla soglia di Gorizia, perché è cessato il pericolo che i cosacchi abbeverino i loro cavalli alle fontane di Roma. Tuttavia appare contraddittorio l'atteggiamento di coloro che da una parte sottolineano l'incertezza, la molteplicità e l'imprevedibilità dei rischi che caratterizzano il periodo post-guerra fredda, dall'altra escludono l'importanza della difesa del territorio nazionale, caldeggiando uno

u. Conferenza

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al CASO del giugno 1998 (Cit.).


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strumento militare dimensionato in misura prevalente per quelle missioni out of area, che non coincidono con le «missioni diverse dalla guerra» ma certamente si riassumono in gran parte in quest'ultime missioni. In estrema sintesi la sicurezza attuale comporta tre esigenze militari fondamentali: controllo del territorio nazionale, controllo delle vie di comunicazione marittime, controllo di aree di importanza vitale oltreconfine e oltremare. Non c'è alcuna ragione di trascurare la prima di tali esigenze; si può solo dire che essa non riassume più la sicurezza nazionale. Ma anche se l'alleanza non deve fronteggiare, in questo momento, precise minacce, la difesa del territorio e degli spazi aerei e marittimi di ciascun Stato membro rimane il mai smentito fondamento della NATO. Tant'è vero che i Paesi ex-satelliti dell'URSS hanno chiesto di aderirvi, principalmente in relazione all'integrità territoriale e alla difesa dei confini che l'alleanza assicurerebbe di fronte a nuove spinte espansioniste russe, o a un'eccessiva influenza politico-militare del loro grande vicino. Questa adesione, cioè, fa parte di un progetto politico-militare a lungo termine, che non dà gran peso all'attuale scomparsa delle tensioni tra Est e Ovest e continua a privilegiare l'integrità territoriale, che vuoi dire indipendenza. Per altro verso, la difesa del territorio rimane tuttora alla base del concetto di sicurezza. che non è alternativo ma integrativo rispetto ad essa. Come osserva il Cesaretti, «il concetto di sicurezza è strettamente connesso a quello di sovranità ed entrambi sono profondamente legati al significato di Stato. Per la definizione della territorialità è opportuno riferirsi all'articolo l della Costituzione che, nel richiamare il concetto di sovranità, fa naturale riferimento alla nozione di spazio su cui lo Stato esercita tale prerogativa. È da tener presente che, dal punto di vista costitu:..ionale, il termine "territorio" comprende oltre l'accezione propria spaziale inclusiva della terraferma, del mare territoriale e dello spazio aereo sovrastante, anche quella in senso lato- il cosiddetto territorio fluttuante - costituito da navi mercantili, battelli da pesca ed aerei civili che si trovano in alto mare e nello spazio aereo sovrastante, oltre ai me~i militari ovunque essi siano presenti. IL concetto di territorio supera, quindi, lo stretto ambito dei nostri confini territoriali. La relativa difesa costituisce un obbligo collettivo per tutta la Nazione che, per gli aspetti di maggior rilevanza, vi fa fronte nel contesto delL'Alleanza Atlantica e dell'Unione Europea Occidentale»u.

'' R. Cesareui, Op.cit.. p. 45.


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Se, dunque, il complesso territorio- vie di comunicazione marittime e aeree non è la difesa, né la sicurezza, esso continua ad essere il riferimento indispensabile per la difesa e sicurezza, anche per tre altre ragioni: a) di fronte alla molteplicità dei rischi che caratterizzano l'attuale situazione, l'integrità del territorio nel suo concetto «allargato» rimane certamente in tutti i casi un riferimento certo e indispensabile, perché rappresenta un'esigenza vitale, e richiede un'organizzazione di lunga mano, che non può essere in nessun settore improvvisata. Se la difesa del territorio fosse ormai un'esigenza geostrategica obsoleta, non si capirebbe perché la Svizzera, che esclusivamente su tale difesa ha sempre impemiato la sua capacità militare, continua a mantenere un esercito tipo «nazione armata»; b) le altre esigenze non sono alternative, ma complementari. Posto che non si può costituire uno strumento ad hoc per ciascuna esigenza, se ad esempio le Forze Annate fossero strutturate unicamente per le missioni di pace out of area non sarebbero in grado di affrontare, in breve tempo, anche minacce all'integrità territoriale del Paese e/o operazioni contro Forze Armate di valenza paritetica. Vale, invece, il contrario: cioè Forze Annate preparate per affrontare il caso peggiore, con opportuni adeguamenti possono essere pronte a svolgere, in breve tempo, missioni di peace keeping, tenendo presente che le forze destinate a svolgere tali missioni militarmente <<TTJinimali» devono essere comunque pronte al combattimento; c) lo si voglia o no, l'Europa, isola di benessere circondata da aree di povertà e di instabilità, continua per ciò stesso ad avere dei confini, i quali non fanno che prendere atto di profonde diversità. Tali confini -l'Italia lo sa bene - vanno tutelati e difesi, proprio per impostare su bac;;i corrette le relazioni con «chi sta fuori» . Eliminare i confmi, non essere in grado di difenderli senza prima eliminare le differenze non sarebbe possibile, e sarebbe estremamente nocivo. I rapporti internazionali non possono che essere basati, oggi come sempre, sul rispetto reciproco dei confini. E non si rispettano certo i confini favorendo o non ostacolando l'emigrazione illegale in altri Paesi... d) se le missioni di peace keeping dovessero, in buona sostanza, riassumere il ruolo delle Forze Armate, a tale obiettivo «minimale» dovrebbe corrispondere una struttura «minimale»: alcune migliaia di volontari per l'esercito, una decina di aerei da combattimento per l'aeronautica, 3-4 unità navali delle quali un paio da sbarco per la marina sarebbero più che sufficienti per quel ruolo dimostrativo di mero «biglietto da visita» al quale, secondo taluni, dovrebbe ridursi il nostro apparato difensivo. Ma è un'ipotesi da prendere in considerazione? È tale da corrispondere alla molteplicità dei rischi?


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Come già accennato, non rientra nelle nostre intenzioni, né nelle nostre possibilità, indicare quale componente dello strumento militare interforze debba avere la preminenza anche in sede di ripartizione delle risorse. I dogmatismi teorici, i richiami strumentali a modelli stranieri sono comunque fuori luogo: questi elementi possono derivare solo da approfonditi studi degli Stati Maggiori condotti in un'ottica nazionale e interforze, con ragionate scelte che non rappresentino - come è avvenuto talvolta in passato - dei cattivi compromessi frutto di opzioni sostanzialmente quantitative o di culto della separatezza Quanto detto finora è sufficiente per indicare le caratteristiche dello strumento militare interforze, che in prima istanza deve tener conto principalmente delle peculiarità nazionali e quindi non può assumere come «modello» assiomatico le soluzioni degli Stati Uniti, dove- a parte la ben nota preminenza assoluta della componen~ aeronavale - ciascuna Forza Armata, in relazione alla dimensione mondiale degli spazi in cui deve operare, mantiene un'autonomia e in grado di autosufficienza operativa e logistica in tutti i settori semplicemente impensabile in una media potenza con le caratteristiche geostrategiche dell'Italia. Se non altro per ragioni di spazio e a causa della conformazione geografica dalla penisola, non da oggi, ma da sempre nel nostro caso tutto suggerisce quell'impostazione unitaria della difesa nazionale finora mai raggiunta nella pratica. È pertamo quasi pleonastico, ma tuttavia necessario, affermare che lo strumento militare italiano nel suo complesso deve avere le stesse caratteristiche di fondo di recente indicate dal Capo di SME per l'Esercito: deve cioè essere anzitutto integrato e integrabile. Integrato fin che possibile e necessario - e qui sta il difficile - anche nella componente logisticoamrninistrativa e nelle strutture territoriali, dove i Comandi Regione interforze sono una meta necessaria. Sono ammissibiJi organi con caratteristiche specifiche, «Separati» e di Forza Armata solo se essi corrispondono realmente a funzioni specifiche e separate; questo è tutto. È ben noto che, fino agli ultimi anni, per ragioni persino ovvie che qui non è il caso di richiamare, le varie «ristrutturazioni» e contrazioni, a cominciare da quella del 1975, oltre ad interessare principalmente l'esercito poco hanno inciso sulla struttura logistico-territoriale della Difesa: da quanto si potrà realizzare in questo campo, quindi, dipende il successo dei provvedimenti che la legge del 1997 sui vertici militari renderebbe necessari. La giusta salvaguardia delle peculiarità. delle tradizioni di Forza Armata non può certo consistere nella mancata unificazione - come prescrive la legge del 1997 - di funzioni similari, né nella tendenza a svolgere azioni aprioristicamente definite «decisive», quindi indipendenti. Solo lo strumento


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nel suo complesso può avere carattere decisivo: a che vale il donùnio del mare o dell'aria senza quello della terra, o viceversa? Le frequenti rivendicazioni del carattere «decisivo» di questa o quella Forza Armata - e, nel secolo scorso, di questa o quell'Arma dell'esercito, come la cavalleria o l'artiglieria - dimostrano solo che tale aggettivo, in futuro, dovrebbe essere usato con maggiore parsimonia. Dovrebbe essere sfatata anche un'altra pregiudiziale: il rendimento di una singola componente di Forza Armata non è legato al suo impiego «indipendente» o meno, ma solo al suo peso effettivo nel quadro generale- variabile con il variare delle singole situazioni - e all' armonia tra scopi e mezzi per raggiungerli, cioè all'impiego appropriato di ciascuna componente di Forza Armata in relazione alle sue caratteristiche, raggiungendo un favorevole rapporto costo/efficacia. Per ottenere tale impiego appropriato il mezzo più sicuro non è né l'accentran1ento nelle mani di un unico comandante, né il decentramento: queste sono soluzioni ordinative che solo la situazione può dettare. L' impiego razionale delle singole componenti di complessi interforze può essere assicurato solo con la formazione, fin dalle Accademie, di Quadri con mentalità interforze, che una volta pervenuti agli alti gradi in virtù di una formazione unica, di un lungo affiatamento e di un lungo addestramento comune siano grado di comprendersi anche se appartenenti a Forze Armate diverse, e siano quindi in grado di impiegare razionalmente, senza preconcetti e chiusure, le forze a disposizione. Questo della formazione interforze è un obiettivo non facile da realizzare, anche se di recente è stato istitu ito un unico organismo di formazione superiore (Istituto Stati Maggiori lnterforze). Per realizzarlo compiutamente, sarebbero necessari fin dalle Accademie programmi e testi comuni per le materie militari principali, a cominciare dall'arte e dalla stolia militare. Quest'ultima disciplina è attualmente insegnata «per Forza Armata» snaturandone così i contenuti e incoraggiando indirettamente polemiche e visioni settoriali, nelle quali si tende a rovesciare la responsabilità delle sconfitte su altre Forze Armate, e ad attribuirsi il merito principale delle vittorie. Due altri requisiti dello strumento interforze che ricorrono continuamente neJle analisi e negli studi di questi anni sono la flessibilità e la mobilità. Poiché i rischi sono moltepJici, molteplici e diverse possono essere le minacce e comunque le esigenze d'impiego. La flessibilità, come già detto, consiste appunto nella capacità di un organismo di far rapidamente fronte, senza necessità di sostanziali e lunghi adeguamenti, al maggior ventaglio possibile di impieghi. La mobilità è un requisito legato non solo alle accresciute esigenze connesse con le missioni out of

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area, ma, in genere, all'accantonamento del concetto di fronte continuo, all'accrescimento parallelo della capacità di pronto intervento e alla contrazione numerica delle forze nei tre elementi. Anche in questo caso la storia si ripete: con forze terrestri quantitativamente ridotte ma con una forte flotta in grado di concentrarle in tempi ristretti ovunque fosse necessario, e di fungere da force multiplier, l'Inghilterra nei secoli passati ba fatto fronte ottimamente a tutte le situazioni che ba dovuto affrontare in ogni parte del mondo, ivi comprese le guerre sul continente. È quindi necessaria sia una mobilità strategica che una mobilità tattica. La prima non dipende solo da quantità e qualità dei mezzi di trasporto, ma dalla loro organizzazione integrata, dalla capacità di assicurarne se necessario la sicurezza e da procedure semplici e rapide, che non ci sono mai state. La mobilità tattica, generalmente di Forza Armata, dipende da un mix di fattori nei quali accanto a quantità e qualità dei mezzi di trasporto e combattimento entrano l'organizzazione di comando e controllo, le trasmissioni, la logistica, la stessa mentalità dei Quadri che deve essere estremamente dinamica, con largo spazio all' iniziativa. Riguardo ai mezzi e materiali, posto che banno assunto grande importanza il braccio di azione dei vettori e caratteristiche tali da agevolare l' elitrasporto e il trasporto aereo e marittimo, occorre soffermarsi su un requisito di importanza crescente imposto - anche per i sistemi d'arma principali di Forza Armata - non solo dalle caratteristiche delle missioni di pace, ma anche, e in misura forse maggiore, daJJe caratteristiche generali del combattimento moderno: la protezione diretta e indiretta. Le guerre delle Falkland e del Golfo, la facilità con la quale è stato ostacolato il traffico delle petroliere nel Golfo Persico alla fine degli anni 80, la stessa vulnerabilità ad attacchi terroristici dimostrata dalle componenti infrastrutturali e dal dispositivo militare, banno sostanzialmente dimostrato che, mutatis mutandis, se si concepisce in senso figurato e simbolico la secolare lotta tra corazza e cannone, il «Cannone» ha segnato parecchi punti a suo favore, in certo senso capovolgendo la situazione del 1914-1915. Armi relativamente semplici e abbastanza diffuse, come quelle anticarro e antiaeree l antielicotteri portatili, le mine, i missili antinave, hanno dimostrato tutta la loro efficacia anche contro i più sofisticati, costosi e potenti prodotti della tecnologia occidentale, troppo sbilanciati sul requisito della potenza. Nel Vietnam e Afghanistan le perdite di aerei e carri armati, e ancor più quelle di elicotteri, sono state assai elevate; nelle Falkland è

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emersa la vulnerabilità anche rispetto aJ pericolo di incendi degli scafi del più sofisticato naviglio; nella guerra del Golfo velivoli d'avanguardia come i Tornado dopo tutto sono stati abbattuti in buon numero da una difesa aerea, come quella irakena, che pure non poteva certo dirsi di primo piano e aveva subìto duri colpi che avrebbero dovuto neutralizzarla. Sono perciò necessarie misure di protezione direna e indiretta, a cominciare dal si ngolo combattente. Nelle prime dovrebbero rientrare i giubbotti anti proiettile e gli elmetti con caratteristiche migliorate per il personale, un minimo di protezione anche per i mezzi automobilistici di base (e, là, ove è possibile, anche per i mezzi e materiali tecnico-logistici in genere) e, last not least, per i sistemi d'arma. Per quest'ultimi, fino al periodo della guerra fredda si è in genere privilegiata la potenza intrinseca rispetto alla protezione, visto anche che ciascun mezzo o sistema d" arma operava normaJmente inquadrata in una cornice più vasta, che di per sé gl i garantiva un certo grado di sicurezza. O meglio, avrebbe dovuto garantirlo: perché quando si è trattato di conduJTe operazioni di controguerriglia - come è avvenuto, persino in campo marittimo, nel Golfo Persico - la potenza è servita a poco e la protezione sarebbe servita molto di più. La protezione diretta degli scafi delle navi e dei mezzi corazzati e quella degli aerei e degli elicotteri richiede, dunque, la massima cura. Ad esempio, un sofisticato e potente elicottero da combattimento se non è ben protetto non può fornire il rendimento teoricamente previsto; i compromessi in merito vanno cercati e raggiunti, ma sempre partendo dalla necessità di non sacrificare la protezione ad altre esigenze. che nel quadro attuaJe si rivelano assai meno prioritarie del passato. La protezione indiretta può essere ottenuta con particolari procedure d'impiego dei mezzi o con determinate loro caratteristiche, come la velocità, le dimensioni, la sagomatura dei mezzi, tecnologie particolari che ne impediscano o ostacolino l' individuazione da parte del nemico (tecnologie stea/th, nate in campo aereo ma in corso di studio e applicazione anche in campo navale e persino terrestre) o, al contrario. favoriscano la tempestiva individuazione dei pericoli. In campo marittimo la tendenza generale - a maggior ragione nel Mediterraneo - dovrebbe essere quella della diminuzione dei dislocamenti, evitando eccessive concentrazioni di potenza su grosse navi che poi in caso di combattimenti veri si rivelano per ciò stesso vulnerabili e poco spendibili, se non altro perché la loro perdita e il loro danneggiamento avrebbe effetti morali di grande portata. In fondo si tratta di trarre

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le debite deduzioni da una tendenza già in atto nella prima guerra mondiale e ancor più evidente nella seconda, specie da parte italiana: la tendenza, cioè, a non impiegare a fondo, a non rischiare la perdita delle unità maggiori, perché avrebbe effetti morali e materiali indesiderabili. Un mezzo potente e costoso, che non può essere impiegato con una certa libertà proprio in quanto tale, è solo costoso, quindi antieconomico. Per contro una nave, un carro armato ecc. deve rimanere un mezzo di combattimento: è antieconomico e nocivo studiarlo e concepirlo principalmente per operazioni «di pace» che poi possono non rivelarsi più tali o diventare comunque rare. Si può certamente impiegare munizionamento non letale, o ricorre a particolari procedure per i contlitt.i a bassa intensità: ma la filosofia costruttiva di un mezzo militare deve rimanere quella di offendere, e di non rendere contemporaneamente facile l'offesa da parte del nemico: se poi offendere non è necessario (ma fino a quando? per sempre?), tanto meglio. Per fare un esempio concreto, nelle recenti missioni di pace i mezzi corazzati sono spesso stati impiegati non come tali e secondo i canoni classici, ma principalmente come fortilizi mobili, con il compito di assicurare, grazie alla loro corazza, una maggiore protezione del personale impegnato in servizi di pattugliamento e sorveglianza. Ruolo che potrebbero svolgere benissimo anche i vecchi carri degli anni 40: a che servirebbero, allora, i moderni carri Ariete oggi in via di acquisizione? e a che servirebbe rinnovare l'armamento leggero della fanteria, visto che in queste missioni, dove l'impiego dell'arma individuale deve essere estremamente selettivo e comunque tale da evitare fin che possibile delle vittime, basterebbero e avanzerebbero anche quelle ora in corso di sostituzione, se non quelle a ripetizione ordinaria dell940? Quest' ultima, semplice constatazione conferma l'opportunità di non assumere le caratteristiche delle missioni di pace come meta principale della preparazione dell'intero organismo militare, pena vistose distorsioni anche nell'addestramento e nella stessa mentalità dei Quadri, che devono acquisire, invece, tutto ciò che è necessario per una combat capability, tenendo presente che l'utilizzazione o meno di tale capacità, oppure la sua utilizzazione parziale, condizionata e vincolata, anche in passato sono state affare della politica e il prodotto di circostanze: mai costanti da assumere come base della filosofia d'impiego delle forze militari. L'uso del tutto particolare - e non ripetibile in altri contesti - che nelle missioni di pace si fa anche dei sistemi d'arma più sofisticati del-


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l'esercito aiuta a comprendere meglio l'attuale filosofia d'impiego, e le conseguenti caratteristiche, della Forza Armata. Oltre che dalJa già citata conferenza del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito al CASO (giugno 1998), tale argomento è stato ampiamente trattato in una serie di articoli sulla Rivista Militare 1997-1998 e in una recenre pubblicazione dello SME dal titolo Esercito e professionistiZJ. A tali studi e a tali pubblicazioni - che non richiedono aggiunte - rimandiamo, !imitandoci in questa sede a toccare alcune problematiche di carattere generale. Quanto da noi affermato circa l'opportunità di modulare l'organizzazione e preparazione mmtare sul caso più difficile («conflitto convenzionale tra forze con capacità sostanzialmente paritetiche»/difesa del territorio e linee di comun icazione marittime e aeree) potrebbe apparire in contrasto con la suddivisione delle forze terrestri nelle tre categorie richieste dalla NATO (forze di proiezione per le operazioni out of area alimentate da personale volontario; forze di reazione destinate ad operare nell 'analogo contesto NATO, alimentate anch'esse preferibilmente con personale volontario; forze per la difesa del territorio, composte da personale di leva, ma in grado di concorrere, all'emergenza, ad altre operazioni fuori area o di difesa comune). Così non è, per una serie di ragioni : a) bisogna distinguere tra esigenze immediate - tutto sommato militarmente limitate e definite «operazioni diverse dalla guerra» - dettate dalla situazione del momento, e priorità di fondo, a medio e lungo termine, alle quali deve in prevalenza ispirarsi l'intera organizzazione militare; b) la NATO ha indicato agli Stati membri ciò che in questo momento essa richiede per soddisfare gli obblighi dell'alleanza. Ma specie per una marca di frontiera come l'Italia, la difesa nazionale nel suo complesso è altra cosa e non si esaurisce nell' assolvimento degli obblighi - e dei soli obblighi inerenti a missioni out of area d eli ' alleanza; c) indicando nella conferenza del giugno 1998 le tre tipologie principali di conflitti prima citate, il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito ha aggiunto che «le tipologie indicate, che affondano senza dubbio le loro radici nella realtà odierna, sfumano una nell'altra e si sovrappongono nel tempo e nello spazio», manifestando «significative caratteristiche generali comuni»:

>$. A cura di R. S1anglini, Roma 1997.


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d) ciò vale anche per le tre categorie di forze richieste dalla NATO. Posto che le forze di reazione- componente principale- possono legittimamente essere considerate anch'esse come destinate sia pur non esclusivamente alla difesa del territorio (in quanto sul territorio stazionano e devono <<reagire» a qualsivoglia eventuale minaccia), anche l'aliquota di forze destinate alle missioni out of area staziona normalmente sul territorio e dunque nulla vieta e tutto consiglia di prevederne l'impiego, ali' occorrenza, sul territorio stesso. In sostanza le stesse doti di flessibilità che deve possedere lo strumento terrestre gli consentono di far fronte a minacce e esigenze diverse, il cui riferimento diretto o indiretto rimane pur sempre la difesa del territorio nazionale e/o la sottrazione di un territorio al controllo altrui. In questo senso il territorio - e prima di tutto iJ territorio nazionale- rimane in ogni caso strettamente legato al ruolo dello strumento terrestre. Come tutti i traguardi importanti, la flessibilità non è facile da raggiungere. L'esercito è la Forza Armata che, specie dal 1975 in poi, ha subìto le contrazioni e le modifiche più profonde. Non è più necessario un grosso esercito di leva concentrato in buona parte alla frontiera di Nord-Est; ma per rendere lo strumento terrestre flessibile nella misura oggi necessaria occorre ad esempio incrementare in misura sostanziale l'aeromobilità delle forze, cioè la capacità di spostarsi e di combattere con aeromobili dell'aviazione dell'esercito. Sarebbe, questo, il solo modo di compensare l'esiguità numerica delle unità con la possibilità di concentrarle rapidamente ovunque sia necessario; ma tale aeromobilità, cosl come gli standard qualitativi richiesti e lo stesso personale volontario -è un requisito che comporta dei costi elevati. Ciò significa che i risparmi ottenuti con lo scioglimento di unità e Enti si potrebbero tradurre in un minor volume di risorse destinate alla Forza Armata solo se si rinunciasse in tutto o in parte ai predetti traguardi qualitativi, e in definitiva alla flessibilità reale delle forze, riproducendo i limiti dell'esercito della guerra fredda. Tale flessibilità è legata più di quanto possa apparire al grado di integrazione interna, esigenza che il Supino ha il merito di aver avvertito per primo, proponendo un'Arma unica. Senza giungere a tanto, non v'è dubbio che la differenziazione in Armi e specialità ha ancora un senso, solo se essa corrisponde a diverse e ben definite funzioni operative da assolvere: non può basarsi solo sulla tradizione, per quanto valore essa continui ad avere. Nell'articolo Fanteria


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poliva/ente26 abbiamo di recente affrontato il problema delle specialità dell a fanteria, giungendo alla conclusione che in questo campo è ormai necessario mutare l'assetto tipico di un esercito di leva con abbondante personale, in quanto: * fanti di linea e bersaglieri dovrebbero ormai avere le stesse caratteristiche psicofisiche e lo stesso addestramento, il che equivale a dire che la fanteria va livellata verso l'alto e deve tutta possedere quelle elevate caratteristiche psicofisiche, prima riservate ai bersaglieri; * il fante volontario deve gradualmente acquisire la capacità di essere sia fante leggero che meccan izzato. e la capacità di svolgere più di un incarico; * poiché è opportuno che anche appartenenti ad altre specialità della fanteria o altre Armi acquisiscano l'abilitazione al lancio con paracadute e l'aeromobi lità è in via di espansione, la specialità paracadutisti dovrebbe affinarsi, trasfonnandosi in «incursori-sabotatori»; * la specializzazione fanteria leggera o meccani zzata dovrebbe valere di massima solo per il personale di leva; * in relazione anche alla breve durata della ferma e al dirino di prestare servizio di leva presso unità in un raggio di 100 km dalla residenza, la specialità alpini dovrebbe, specie per quanto riguarda il contingente di leva, tornare alle origini. Per quanto detto al capitolo II sulla loro nascita, «tornare al le origini» per gli alpini di leva significa ridiventare una specialità reclutata esclusivamente nella fascia alpina, con ammissione (anche per le unità di leva) di personale di altre regioni italiane solo a sua richiesta. E significa rinunciare alla «bivalenza» o «polivalenza», alla meccanizzazione parziale ecc., per rimanere unità destinate all ' impiego in alta montagna e in climi rigidi, con relativi mezzi e materiali special i dimensionati per questa esigenza. A ciascuno il suo: non c'è nessuna ragione per cui gli alpini debbano ridurre lo spazio della normale fanteria, o viceversa. Anche con spiccate caratteristiche alpine e senza ibridismi , possono essere all'occorrenza- così come sono sempre stati in passato- un'ottima fanteria leggera impiegabile in terreni non alpini: questo basta. Anche se il personale proveniente da località non alpine, dalla piatta pianura padana o dal Centro-Sud si è sempre fatto onore nei ranghi delle unità alpine, è un fatto che l' «alpinità>>, come dice la parola stes-

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<<Ri vista Militare» n. 611996. pp. 72-83.


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sa, corrisponde alla mentalità, all'indole, alle caratteristiche, alla storia delle sole popolazioni della fascia alpina, che hanno trasferito tutto questo nella nuova specialità creata nel 1872 e le hanno impresso un'impronta indelebile che la differenza dalle altre soprattutto sotto l'aspetto morale e spirituale. La recente contrazione organica, perciò, fornisce alle unità alpine ru leva l'occasione per rafforzare l'«alpinità». Quelle volontarie, inevitabilmente composte da personale di varie regioru, avranno così un termine di riferimento sempre ben presente e saldo per essere, oltre che ottime truppe da montagna, truppe che conservano fin che possibile la tradizionale mentalità alpina. Un'ultima specialità, onusta anch'essa di tradizioni e tipica dell'esercito di leva fino alla guerra fredda, non trova più spazio, a parer nostro, in un ambito puramente di Forza Armata: i lagunari . Vi sono state, in passato, aspre polemiche sulle riviste militari su chi dovesse essere il legittimo erede dei Fanti da mar della Repubblica di Venezia: i lagunari, appunto, o il battaglione San Marco della marina, che oggi tale Forza Armata tiene in grande considerazione, per la semplice ragione che ne aumenta l'autosufficienza operativa nelle missioni out of area. Taluni scrittori navali banno anche sostenuto che le truppe anfibie, fin dai tempi ru Caio Duilio e del suo «COrvo» sono sempre state un'arma navale e non terrestre:tesi tipicamente di Forza Armata specie oggi, perché non si tratta più di abbordare le navi nemiche, e una volta messo piede a terra, le truppe antìbie diventano solo delle unità terrestri con modesta autonomia operativa. La situazione attuale rende superate tali polemiche: non c'è dubbio che le unità anfibie dell'esercito e della marina dovrebbero essere unificate in una sola Brigata anfibia, alle dirette &pendenze del Comando Operativo Interforze. Anche al momento attuale il battaglione San Marco, mezzi anfibi a parte, è dotato di armi, materiali e mezzi per il combattimento terrestre senza sensibili differenze da quelle dell'esercito. D'altra parte, se la marina come Forza Armata non può occuparsi di quanto avviene sulla ten·a ferma, l'esercito non può occuparsi, come Forza Armata, di quanto avviene prima dello sbarco; non c'è dunque alcuna ragione perché urutà con analoghe funzioni operative rimangano separate, tanto più che esse riguardano quelle «proiezioni di potenza» che sono di grande attualità. La tendenza generale all'accorpamento e alla riduzione di componenti specifiche trova un'eccezione nel forte sviluppo dell'aviazione del! 'esercito, che ha un altro riflesso importante nei rapporti tra Forze


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Armate, fornendo l'occasione di por fine a annose querelles. È ben noto che l'aeronautica ha spesso rimproverato all'esercito (come alla marina) la tendenza a concepire il mezzo aereo solo come «Un cannone che spara più lontano» mortificandone le doti con continue richieste di intervento in campo tattico su obiettivi di ridotta consistenza, che magari potevano essere meglio battuti dall'artiglieria. Senza entrare nel merito delle questioni sul tappeto, è un fatto che. oggi, siffatte controversie non dovrebbero più verificarsi in quanto: a) la sua componente aerea ad ala rotante (non ci pare economica. né necessaria e redditizia quella ad ala fissa) consente all'esercito di svolgere normalmente in proprio le missioni di aderenza, ivi compresi i trasporti a breve raggio. In tal modo, le missioni di appoggio aereo ravvicinato da parte dell'aeronautica diventano eccezionali, anche perché il mezzo aereo è oggettivamente sempre più costoso e sempre meno numeroso, quindi anche sempre meno spendibile; b) la distinzione tra atti tattici e strategici -che è sempre stata incerta - oggi non ha più molto senso, così come non ha mai avuto molto senso la tendenza a giudicare l'importanza degli obiettivi per l'aeronautica a seconda della vicinanza o meno alla linea di contatto tra le fone di superficie. Sarà il quadro operativo generale a indicare di volta in volta quali obiettivi, e di quale natura. debbano essere riservati alle forze aeree, e i relativi tempi di intervento; c) ne consegue che anche la priorità generale delle missioni connesse con la superiorità/supremazia aerea è una condizione da verificare di volta in volta, non aprioristica e assoluta, né tanto meno tali missioni sono la quintessenza della guerra aerea; d) non possono più esistere missioni aeree «indipendenti». Esistono solo missioni variamente connesse con le operazioni in corso, nell'intesa che le missioni aeree, prima ancora che agevolare le operazioni terrestri, agevolano le operazioni nel loro insieme. A seconda della situazione, come già affermava Mecozzi, esistono operazioni dove l'una o l'altra delle Forze Armate ha la prevalenza; quest'ultima anche nell'ambito di uno stesso ciclo operativo non è mai fissa e immutabile. «Integrazione» significa anche abbassamento di non necessarie barriere tra i Quadri, e tra i Quadri delle Armi e dei corpi e servizi logistici dell 'esercito, che dovrebbero avere almeno in parte una formazione comune. Dopo il 1945 è stata creata un'Accademia Militare unica per tutte le Armi: questa innovazione va non solo salvaguardata, ma estesa alle successive tappe della formazione dei Quadri dell'esercito. L'uffi-


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ciale, sia d'Anna che dei Servizi, è anzitutto un comandante, un dirigente che impiega uomini e mezzi: per progenarli e costruirli, occorrono iter diversi e studi tecnici acl hoc. Pertanto la laurea in scienze militari per gli ufficiali di tutte le Armi -e fin che possibile dei corpi logistici- costituisce oggi un'occasione unica per accrescere la coesione e l'affiatamento, uni fonnando la preparazione mili tare dei Quadri. Non è affatto indispensabile che gli ufficiali delle ex-«Armi dotte». o di determinati Servizi, siano laureati in materie tecniche, riesumando così quelle antiche e non necessarie differenze tra «Armi dotte» e non, tra «il laureato» e l' «operativo», che hanno fatto più male che bene alla compagine militare del passato. Qualsiasi Arma, oggi, impiega mezzi tecnici complessi che richiedono conoscenze rientranti nel campo dell'istruzione, non della cultura militare; per contro, la cultura militare, lo studio di materie militari primarie come la tattica, la strategia, la storia militare ecc., non possono essere di preminente interesse solo per gli ufficiali delle Armi «non dotte», in tal modo ricreando le nocive e ingiustificate differenze di formazione del periodo fino al 1940. Per tante ragioni è bene che l' ufficiale sia laureato, anche se da sempre i corsi d'Accademia e AppLicazione non hanno nulla da invidiare a corsi di laurea. Ciò non toglie che, oggettivamente, la laurea in discipline civili che hanno connessione solo indiretta con le esigenze militari fa sentire i ben noti inconvenienti sulla formazione iniziale, inconvenienti che hanno anche primari risvolti psicologici. Un giovane che ba dedicato anni allo studio di discipline tecniche civili, magari a contenuto tecnico-matematico, una volta conclusi tali studi ben difficilmente potrà, tutt'a un tratto, afferrare l'importanza anche formativa e morale della cultura militare in genere, delle tradizionali materie militari che non ha mai potuto apprezzare come sarebbe necessario, dato il poco tempo disponibile. La preparazione in materia di strategia, tattica, storia e geografia militare ecc. si acquisisce anzitutto avvertendone l' importanza, e in secondo luogo dedicandovi anni di studio sotto buona guida. In questo senso, il corso di laurea in scienze militari, se beo dimensionato e articolato, è un'occasione storica per conciliare nel modo migliore esigenze che altrimenti sarebbero difficilmente conciliabili, perché sarebbe paradossale chiedere proprio al giovane ufficiale una preparazione militare da autodidatta. Per altro verso, il concetto di integrazione potrebbe paradossalmente essere compromesso proprio dalla soluzione ordinativa attuale, che a un organismo omogeneo come era un esercito di leva ha sostituito un orga-


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nismo articolato in due componenti ben diverse: quella volontaria, alla quale sono riservati i compiti più spiccatamente operativi, e quella di leva. Soluzione non certo nuova, visto che essa ha molte analogie con quanto proposto nel secolo XIX da Guglielmo Pepe, e nel secolo XX dal generale Bencivenga (anni Venti) e dal generale De Gaulle (anni 30). Significativamente, una delle principali ragioni che negli anni Trenta ha fatto bocciare in Francia la proposta di De Gaulle è che essa divideva l'esercito in due parti non intercomunicantì, delle quali la parte ili leva risultava un elemento necessariamente sacrificato, che conservava i suoi antichi limiti a tutto danno dell'equilibrio dell'insieme. Il pericolo da scongiurare è perciò che la carenza di risorse, di Quadri inferiori , di specializzati ecc. porti al di là delle intenzioni a curare soprattutto la lancia a inevitabile detrimento dello scudo, cioè delle residue unità di leva. Nel caso ottimale, l'attuale leva abbreviata dovrebbe essere soprattutto istruttiva. Ciò richiederebbe, addirittura, una buona intelaiatura di personale civile e di personale militare volontario addetto ai Servizi, oltre che un inquadramento di ufficiali inferiori prevalentemente in servizio permanente e naturalmente, un sufficiente numero di sottufficiali istruttori. Esigenze antiche, che si ha motivo di ritenere difficili da soddisfare anche con la notevolissima riduzione che il contingente di leva è destinato a subire per effetto della nuova legge che regola il servizio civile, facendone una libera scelta del singolo, in alternativa al servizio militare. In ogni caso, ci sembra più che mai indispensabile chiamare alle armi solo il numero di soldati di leva che è possibile aJloggiare, addestrare, inquadrare, armare, impiegare con standards all'altezza dell' Istituzione militare di un paese industriale avanzato. Qualsiasi altra soluzione sarebbe estremamente dannosa, visto anche che il soldato di leva, e ancor più l'ufficiale di complemento di prima nomina, sono da sempre il più importante veicolo per il trasferimento dell'immagine reale dell'esercito alla società civile. Non è il caso ili cercare nella vita di una caserma la perfezione: sta di fatto che un soldato di leva che va in congedo con un giudizio tutto sommato positivo sul periodo trascorso sotto le armi e sui suoi superiori diretti è una vittoria, è una componente infinitesimale ma importante del vero legame che deve esistere tra Forze Atmate e società. Se si verifica il caso opposto, per l'Istituzione è una perdita secca che presto o tardi si farà sentire. n modo con cui il Parlamento affronta oggi il probl.ema militare, le leggi che approva e quelle che non prende in esame malgrado i desideri e le attese del mondo militare, hanno la loro origine nell'immagine che della realtà milita-


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re ha l'italiano medio. Guai se quest'italiano medio durante il servizio militare di leva rimane deluso, insoddisfatto, e riscontra a torto o a ragione dei forti difetti nell'organizzazione. Un addestramento breve e intenso, di tipo svizzero per intenderei, è possibile solo con la corrispondente disponibilità di Quadri, infrastrutture, risorse. Poiché il servizio di leva non può essere produttivo, né per il singolo né per l'Istituzione, senza un valido addestramento, il periodo di addestramento non può essere ridotto oltre un certo limite, e deve tenere conto anche degli ostacoli che può incontrare; oltre tutto, l'addestramento è il mezzo migliore per tutelare la sicurezza del personale e ha benefici effetti anche sulla disciplina e sul morale. Bisogna tener conto anche dei forti mutamenti sopravvenuti nelle finalità del servizio di leva. Fino alla seconda guerra mondiale, tali finalità erano chiare: addestrare il personale, e assicurare fin dal tempo di pace un'intelaiatura permanente, da completare all'emergenza con la mobilitazione massiccia del personale in congedo. Dopo il 1945 le caratteristiche di un eventuale futuro conflitto anche nucleare tra i due blocchi, il ruolo sostanzialmente di campanello d'allarme assegnato per lungo tempo alle forze terrestri, la situazione politica del Paese e la probabile offesa aerea nemica sul territorio all'inizio del conflitto hanno portato a svalutare notevolmente la mobilitazione, anche per questa ragione mantenendo una forza di pace relativamente elevata e perciò - come sempre - non proporzionata alle risorse effettivamente disponibili. Quale ruolo dovrà avere in futuro la mobilitazione ? Da escludere il ritorno agli antichi concetti. In relazione all'esiguità deJla forza sono le armi (che è destinata, almeno a meilio e lungo termine, a diminuire anziché ad aumentare) e all'opportunità di non escludere a priori nessuna minaccia, sembra tuttavia necessario prevedere ancora limitate misure di mobilitazione. Un secolo e più di esperienza storica27 ha fatto emergere, oltre che le difficoltà organizzative e logistiche delle mobilitazioni di massa, l'assoluta non convenienza di mobilitare personale relativamente anziano, coniugato, con carichi di famiglia e impegnative attività economiche in corso. A maggior ragione sono da escludere misure riguardanti personale del genere nell'attuale contesto politico-sociale.

"' Cfr. il Nostro La mobilitazione in Italia - precedemi storici (Prefazione del Capo di SME). supplemento al n. 411991 della <<Rivista Militare>>.


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Posto che, in tutti i casi, le risorse, le armi, i materiali e i Quadri in servizio permanente disponibili non consentirebbero che di mobilitare ridotte aliquote di personale in congedo, dovrebbe essere ancora possibile predisporre la mobilitazione di una ridotta e ben scelta riserva (della consistenza ad esempio di 50-100.000 uomini), con i seguenti criteri: a) impegno (o, in termini tecnici, «aggancio») solo delle classi volontarie e di leva più giovani, che abbiano lasciato il servizio attivo negli ultimi due-tre anni; b) disponibilità volontaria fin che possibile del personale al richiamo anche per addestramento, previ corrispettivi o vantaggi di qualche genere, dando così luogo a forme di mobilitazione volontaria o semi volontaria; c) sufficiente intelaiatura di Quadri e sottufficiali specializzati in servizio permanente per le unità da costituire e.x-novo, da ridurre al minimo; d) destinazione almeno di una parte delle unità di leva a unità da completare in caso di mobilitazione, con tutti i materiali necessari; e) strumento legislativo che consenta in tempi rapidi il richiamo, non tanto in caso di guerra nel senso giuridico e classico del termine, ma anche per calamità naturale, per ordine pubblico, per emergenze e crisi internazionali anche se non sfociate in guerra aperta. L' Inghilterra- paese peraltro con alte tradizioni civili e militari. anzi «naturalmente» guerriero - accanto all'esercito volontario dispone di una Territorio! Army, che si addestra periodicamente ed è pronta al richiamo in caso di necessità: fino a che punto l'Italia può seguire questo modello ? Comunque sia, una mobilitazione giuridicamente ammissibile solo in caso di guerra dichiarata dal Parlamento ha già avuto poco senso durante la guerra fredda e ne avrebbe ancor di meno in futuro; più in generale, mancandone talune indispensabili premesse funzionali anche di carattere politico- meglio sarebbe rinunciare a prevederla. A prescindere dalla mobilitazione, fin che esisteranno reggimenti delle varie Armi e organi dei Servizi composti da personale di leva, è un'esigenza primaria, è un obbligo morale conferire loro il massimo livello di operatività. A tal fine le unità operative, anche se di leva, non dovrebbero essere impegnate in servizi territoriali, guardie a depositi ecc .. Per tali servizi meglio formare unità ad hoc, come erano gli antichi battaglioni fucilieri territoriali, poi sciolti negli anni 50. Anche in questo caso, meglio ridurre ancora il contingente di leva (o addirittura eliminarlo come stanno facendo molti Paesi europei a cominciare dalla Francia), che mantenere in vita unità con basso livello di efficienza, le

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quali sarebbero nocive fonti di frustrazioni, insoddisfazioni e malumori sia per i Quadri che per la truppa. In caso di eliminazione o riduzioni ulteriori, l'importante è però ridurre proporzionalmente ciò che si chiede all'esercito, a cominciare da impieghi in ord ine pubblico o per la vigilanza delle coste. Nonostante i problemi ai quali si è brevemente accennato, i provvedimenti dello SME oggi in corso consentono di raggiungere quei traguardi di qualità che sono storicamente sempre mancati. Oltre che alla disponibilità di risorse sufficienti, la loro piena attuazione dipende dall'eliminazione o riduzione sostanziale dei difetti storici della vecchia organizzazione, ben noti agli ufficiali più anziani: l'insufficiente inquadramento delle unità operative con ufficiali inferiori e soprattutto sottufficiali in servizio permanente; il rendimento non sempre soddisfacente degli ufficiali di complemento; la mancanza, allivello reggimento, di ufficiaJi inferiori, sottufficiali specializzati e personale di truppa dei Servizi, anche quando previsti dalJ' organico; la regolamentazione logistico-amministrativa complessa e tale da caricare in misura eccessiva i comandanti di incombenze burocratiche e di responsabilità amministrative togliendo loro il tempo da dedicare all'addestramento e alla cura del personale; la mancanza di infrastrutture addestrative, di aule, di attrezzature didattiche. Combattere e vincere questi antichi mali, così difficili da eliminare, significa fare di Servizi e infrastrutture non la palla al piede, ma le ali delle truppe; significa perciò raggiungere effettivamente quei traguardi di operatività che oggi sono più che mai il reale fondamento del prestigio delle Forze Armate e che sono i soli a consentire di far fronte al meglio ad ogni situazione, traducendo in pratica i nuovi orientamenti strategici, logistici e ordinativi e rendendo possibile sfruttarne fino in fondo i vantaggi. 7. QUALE SOLDATO PER IL 2000? Chiedere come dovrà essere il soldato italiano del 2000 è una domanda che sorge spontanea, perché immediata e diretta: tuttavia potrebbe portare a eccessive semplificazioni o, al contrario, a inoltrarsi in labirinti senza via d'uscita. 11 soldato è l'ultimo anello di una catena, che con lui comincia e con lui finisce. Entra come materia grezza nella caserma; ne esce come prodotto finito. Un prodotto che peraltro può perfezionare, plasmare, migliorare la materia prima, ma non può certo


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modificare a suo piacimento le cellule che la compongono. Tra la materia prima e il prodotto finito vive e opera tutta un'organizzazione, che però, checchè se ne dica, ha sempre risentito e risente in modo diretto e visibile dello stesso contesto politico-sociale nel quale è cresciuto il giovane che varca la porta della caserma per diventare un militare; così il cerchio si chiude. Prima di chiedersi come dovrà essere il soldato del 2000 bisognerebbe, perciò, chiedersi com'è il giovane italiano del 2000. in che misura è diverso dal passato e quindi che cosa può diventare. In secondo luogo, occorrerebbe anche definire com'è e come deve essere la Leadership militare del 2000, e come sono e come devono essere, quale anima devono avere le unità alle sue dipendenze. Domande lecite, anzi necessarie; ma tuttavia tali da investire una massa di problemi militari e non, e da richiedere complicate anaJisi sociologiche le quali rischierebbero di far perdere il filo conduttore aumentando i margini di opinabilità delle conclusioni. I connotati sociali e morali della situazione del nostro Paese sono oggi ben noti, e non certo esenti da motivi di preoccupazione. Ben noti da secoli sono anche i legami dell'Istituzione militare, delle sue teorie e dottrine con la realtà sociopolitica del tempo. Proprio per questo noi riteniamo irrealistica, anche se suggestiva e lusinghiera, la pretesa di taluni autori militari che l'esercito, rinnovato nella sua quintessenza c nelle strutture, si metta alla testa della necessaria rinascita morale della Nazione, basata su un culto delle virtù civiche e quindi anche militari largamente condiviso. L'esercito non vive e opera in vacuo;non può possedere. non può creare un'autonoma spinta propulsiva di questo genere. L"auspicabile rinnovamento nazionale potrà avvenire solo nella misura in cui ciascun cittadino, e quindi ciascuna Istituzione, farà la sua parte per superare i ben noti difetti storici nazionali. Fin che un saldo e disciplinato esercito ha vigilato alle frontiere la civiltà romana è stata sé stessa; dopo sono venuti i barbari, con le belle città trasformate in cumuli di rovine, le biblioteche disperse, e le colonne, gli splendidi marmi utilizzati per secoli nella costruzione di capanne e abitazioni di circostanza per i nuovi venuti e le popolazioni soggette, abbrutite e dimentiche dell'antica grandezza. Ma se l'esercito è decaduto e poi crollato. ciò è avvenuto solo perché è decaduta e crollata, prima, la società che lo esprimeva con i suoi valori. L'esercito non crea: prende e migliora. Nel contesto attuale, si può solo stabilire con una certa sicurezza l'obiettivo a cui tendere, cioè che cosa deve essere l'esercito, quale deve

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essere la sua missione fondamentale, e di conseguenza che cosa deve essere anche la leadership e il soldato. Fissare l'obiettivo non è tutto:è tuttavia già molto, in tempi di disorientamento. Su ciò che deve essere l'esercito, basti ricordare quanto ha a suo tempo affermato Winston Churchill, discendente da una famiglia di illustri tradizioni militari cd egli stesso ufficiale di caniera in gioventll: «l'Esercito non è una società a responsabiliTà /imiTala che si può modificare, rifondare a seconda delle jlwwa-;.ioni de/mercato. L'EserciTo 11011 è neppure una s1ru11ura inanimaTa, come wr fabbricato, una casa, che può essere ristrulluraw, modificaTa, rinnovaTa secondo i desideri e i capricci del proprietario o dell'affiuuario. L'Esercito è una cosa viva, una cosa che ha bisogno di vivere nella società e con la socieTà; wta cosa viva che, se ostacolaw nellc1 sua allività, si adombra, se ostacolata ingiustamente e con eccessiva e ingiustijìcata frequenza, è portata a rinchiudersi in sé stessa e quindi a deperire e una volta che ciò avviene, per portare poi l'Esercito all'alte:;:.a dei suoi compiti, occorre molto tempo e molto danaro». L'esercito inglese, da sempre professionale ed espressione di un Paese non mil itare e militarista, ma certamente guerriero, coraggioso e dotato di mirabile spirito nazionale, non si è mai distinto per il culto delle novità, e pur essendo espressione di un'antica democrazia, ha largamente conservato al suo interno la rigida separazione in classi sociali tipica del Paese c le dure punizioni. Grazie all 'empirismo tipico della Nazione e a un'ottima intelaiatura di souufficiali, ha però sempre fatto fronte tempestivamente ai nuovi tempi e negli anni Venti e nei primi anni Trenta è stato aH" avanguardia della meccanizzazione. D suo valore e il suo rendimento sono sempre stati fuori discussione, sono stati una catena storica fino alla recente guerra delle Falkland. Eppure anche questo esercito, così prestigioso benché non composto dalla parte migliore della gioventù, nonostante la sua fisionomia si è sempre dimostrato bisognoso del sostegno morale della Nazione, e di una saggia c lungimirante politica poco sensibi le agli idola del tempo. Un esercito chiuso in sé stesso, come osserva Churchill, deperisce, diventa inefficiente: ciò è già avvenuto per gli eserciti italiani della Restaurazione: questi strumenti senz'anima nelle mani dei Sovrani, che proprio per questo non ne hanno ben protetto e difeso nemmeno il potere, messo sempre pill in discussione da influenti settori della pubblica opinione e dalla migliore borghesia, dalla pane migliore del popolo. Le parole di Churchill sono dunque un monito soprattutto per un esercito a base volontaria: dicono ciò che non deve essere, e ciò di cui ha bisogno per essere.


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Scegliendo la base volontaria, l'Esercito italiano non compie certo un piccolo salto. Rinuncia a una tradizione consolidata, che non del tutto a ragione ha spesso fatto della leva la ragione principale della sua legittimazione agli occhi della Nazione, legitrimazione che, invece, sarebbe dovuta derivare anzitutto da una sua riconosciuta, ben consolidata e ben definita funzione. Mai come in questo momento l'esercito ha bisogno del sostegno di una pubblica opinione, che fino ad anni recenti sembra essersi preoccupata non tanto dell'efficienza. ma soprattutto di un'asserita separatezza tra esercito e società, dei disagi veri o presunti del soldato di leva anche a causa della «disciplina» tout court, dei danni provocati al singolo dall'eccessiva durata del servizio militare, della sua «utilità» (con tale termine intendendo solo l'utile che il giovane dovrebbe trarre dal servizio, e non la sicurezza nazionale, ma gli impieghi accessori in ordine pubblico, per la protezione civile contro incendi, a salvaguardia del patrimonio artistico, ecc.). I postumi della guerra perduta e dell'8 settembre, le prospettive deJlo scontro nucleare tra i due blocchi. la diffusione di forme di pacifismo, pseudopacifismo e antimilitari sono state favorite anche dallo scarso spirito nazionale del Paese e dalla sua situazione politica, accentuando specie per l' Italia questa visione distorta della questione militare. Ne sono inevitabilmente derivati, tra l'altro: a) un profilo prevalentemente occupazionale e impiegatizio dei Quadri con le connesse ben note rigidità tipiche del pubblico impiego, a cominciare dalla difficoltà di trasferire il personale là dove serve; b) l'orario corto (che è in contraddizione con l'operatività e con la frequente richiesta di maggiori controlli nelle caserme per prevenire fenomeni come il «nonnismo» ecc.); c) l'abbreviazione della durata del servizio di leva per ragioni essenzialmente sociali, senza valutarne parallelamente - come dovrebbe essere fatto - le incidenze sull'efficienza dell'insieme (]'abbreviazione della leva è un lusso che si può permettere solo un organismo altamente efficiente, con una buona cornice di Quadri, infrastrutture e personale specializzato); d) accentuate difficoltà per un'accurata e giusta selezione del personale in servizio permanente, tale da privilegiare il merito. Occorre rendersi conto che questi indirizzi, peraltro corrispondenti al tardo periodo della guerra fredda e a una certa fase nella storia dell'Italia e dell'Occidente, oggi sono superati. Superati prima di tuuo all'esterno della caserma: oggi la pubblica opinione chiede sempre più

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imperiosamente alle varie Istituzioni, alle poste, alle ferrovie e dunque anche all'esercito, non di corrispondere agli interessi dei singoli componenti o di questa o quella categoria, ma dello Stato, cioè della collettività e del contribuente. È tornato in onore il rapporto costo/efficacia; ogni Istituzione è chiamata a dimostrare, come è giusto, che fa buon uso delle risorse ad essa destinate. L'efficienza è tornata ad essere un valore-guida in Europa: lo deve essere anche nel campo militare, dove non lo è mai stata al di là di affermazioni di principio. Per raggiungerla, gli sforzi interni dell'organizzazione non bastano: devono essere accompagnati da quelli della classe politica e della pubblica opinione. Discettare su chi deve muoversi per primo, su ciò che deve procedere o deve seguire è abbastanza ozioso. La fiducia della pubblica opinione nell e F9rze Armate, ad esempio, non è un diritto o un dovere patriotLico, ma una conquista, così come tocca al singolo trovare il modo di conquistarsi la fiducia e la stima dell'ambiente. D.altra parte, senza un contesto legislativo e normativa adatto ai nuovi tempi, e senza un minimo di risorse, è estremamente difficile che l'Istituzione militare trovi in sé la forza autonoma per raggiungere gli auspicati traguardi. Diciamo aJiora, semplicemente, che nel campo politico e all'interno dell'Istituzione militare deve esservi uno sforzo convergente e concorde, originato dalla comune consapevolezza che certi assetti tipici di un passato anche recente vanno superati semplicemente perché si stanno rivelando non più rispondenti alle esigenze del periodo post-guerra fredda, e sono decisamente antieconomici. Questo vale, naturalmente, anche per talune soluzioni corporativistiche, a cominciare da quelle che hanno conservato immeritatamente perniciose separatezze e differenze ingiustificate. Dopo tutto, il clima tipico della guerra fredda è mutato anche in Italia. Di recente il sociologo Fabrizio Battistelli ha ricostruito le ragioni che impongono un mutamento: «dotatesi di regimi democratici, L'Italia, la Germania e (sebbene anche di recente qualcuno abbia avanzato dei dubbi su quest'ultimo) il Giappone hanno variamente compiuto un itinerario di ripudio e di distacco nei confronti del militarismo e della guerra. Doloroso quanto salutare, il processo depressivo, tuttavia, non può essere pennanente. A generazioni che non soltanto non hanno vissuto la tragedia della guerra, ma che sempre più raramente, onnai, ne hanno sentito parlare dalla viva voce dei protagonisti, non può essere chiesto di continuare ad alimentare il senso di colpa in eterno. A prescindere che non è giusto, semplicemente non funziona. Altri meccani-


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smi, dunque, vanno messi a punto affinché, assieme al senso di colpa, non si disperda la memoria. A cinquanra anni dalla fine della seconda guerra mondiale, è arrivato il momenro in cui l'Italia deve ronzare ad affrontare, possibilmente in modo serio, i problemi della sicure~a»~. A fronte di quest'ultima esigenza, il Battistelli riscontra una positiva tendenza alla «ricostruzione del patriottismo» che a parer nostro è di importanza vitale per la ricostruzione anche morale delle Forze Armate. E riconosce che, al di là di limiti attuali. in via di auspicabile superamento. «alle For::e Armate non mancano i requisiti che, nella società post-modema, possono suscitare il sostegno di un 'opinione pubblica e di una popolazione giovanile le quali, presso strati crescenti, chiedono l'adempimento di bisogni sempre meno elementari e sempre meno complessi. Uscita dalla gabbia della guerra fredda, la comunità internazionale ha ripreso a fare politica, spesso con metodi violenti che sembravano allontanati per sempre dal nostro orizzonte geografico e mentale [nostra sottolineatura N.d.a. l. In questo quadro le Forze Armate italiane tornano ad essere lo strumento principe anche se certamente non unico della politica di sicure~a. La fine dell'" invisibilità" delle For::e Armate rappresenta anzitutto un contributo alla trasparen::a e alla gestione democratica di una parte importante del sistema statale. E, per l'intera società italiana, può significare la definitiva emancipa::ione dagli errori del passato, attraverso la riappropriazione di Llll segmento sign(fìcativo della propria identità» 29• Noi osserviamo che, dall'unità d'Italia ad oggi, le Forze Armate italiane hanno condotto, com'è loro dovere, le guerre, le campagne, le attività militari che sono state loro ordinate dal legittimo governo del momento. che il «militarismo» non appartiene al patrimonio genetico italiano ma è nato in Germania, in Francia e in Russia, e che le nostre Forze Armate, diversamente da quelle di altri Paesi anche europei, non hanno mai caldeggiato guerre, né sono mai intervenute pesantemente nella vita politica nazionale. Ad esse possono essere attribuite solo responsabilità meramente tecnico-militari, concernenti cioè l'organizzazione e la condotta delle operazioni; le cause e le finalità di questo o

1' F. Battistelli, So/dari- sociologia dei militari italiani nell'era del «peace keeping ». Milano. Franco Angeli 1996. p. 42. 20 ivi. p. 198.

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quell'intervento appartengono interamente al regno della politica, sono sempre state primarie responsabilità di governo. Alle Forze Armate compete, invece, di esaminare quel che c'è da imparare militarmente parlando dalle varie campagne di guerra, ivi compresi i lati meno pos.itivi, e di evitare la ripetizione degli errori. Una volta chiarito questo, non c'è dubbio che quanto abbiamo finora sostenuto partendo dalla reale natura delle guerre, dei conflitti e delle crisi di oggi, trova tuttora una compiuta sintesi in queste parole dello stesso Battistelli, ricche di implicazioni che le rendono tutt'altro che scontate, anche per quanto riguarda la reale natura della strategia: «quella di guerriero è una professione tra le più antiche e storicamente consolidate, ma non è una professione come le altre. IL soldato infatti è Lo specialista nella gestione di quella che Max Weber (1980) chiamava la violenza legittima, cioè la capacità di ricorrere alla forza delle armi. L'esercizio di una funzione così delicata non può non porre dei problemi. Il presupposto che la violenza affidata in gestione ai militari sia legiflima - emani cioè dalla volontà generale che si assume rappresentata dallo Stato - esclude che tale violenza possa essere impiegata al di fuori dei fini e delle modalità previste dalle Leggi, a cominciare dalla fonte fondamentale del diritto che nelle società moderne è costituita dalla carta costituzionale [. ..]. Nel pensiero politico e giuridico dell'Occidente è chiaro da almeno due secoli che il potere polirico, che nelle democrazie trae La propria legittimità dell'elettorato, decide gli obiettivi, mentre il sistema tecnico e burocratico dà esecuzione alle decisioni» 30 • Al di là di una retorica pacifista non meno deleteria di quella bellicista, la figura attuale del soldato continua a coincidere - o meglio ha ripreso a coincidere- con quella dell'antico guerriero; ha cioè il compito di usare le armi al servizio della collettività. La strategia, perciò, anche con questo approccio non può che riguardare l'uso della violenza organizzata al servizio della collettività. L'immagine del soldato/guerriero non è affatto in contrasto, come taluni sostengono, con quanto prevedono la nostra Costituzione (Artt. 11,52,78) e l' Art.l della legge Il luglio 1978, n. 382 Norme di principio sulla disciplina militare. L' Art.11 della Costituzione recita che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo

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F. Banistelli, Op.cit.. p. 43.


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di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Ciò significa che l'Italia ripudia le guerre di aggressione e le guerre concepite come normale strumento della politica: non le guerre che si rendessero necessarie per la difesa della sicurezza nazionale, e nemmeno gli interventi militari nel quadro di organizzazioni internazionali. Che bisogno ci sarebbe, altrimenti, di precisare che la difesa della Patria è «Sacro dovere di ogni cittadino» (Art.52) e che «le Camere deliberano lo Stato di guerra»? A buon diritto, e convinto di interpretare nel modo migliore la Costituzione della Repubblica, il soldato italiano del 2000 deve perciò essere un combattente motivato e disciplinato. Queste tre semplici parole, nelle quali si riassume il nuovo status militare, paradossalmente dicono anche che egli deve essere quello di sempre, quello dell'antica Roma se si vuole. Ha riconosciuto questa esigenza.fin dal 1994, il Capo di Stato Maggiore del tempo generale Bonifacio Incisa di Camerana, il quale in un intervento al Centro Alti Studi della Difesa ha affermato che «abbiamo bisogno di volontari da combattimento» e che, a tal fine, «il passaggio a una cultura del professionismo richiederà, altresì, di riprendere alla mano norme e regolamenti per adeguarli alle mutate esigenze del personale e alle future necessità dello strumento». Per quanto riguarda i Quadri, lo stesso generale Incisa di Camerana ha annunciato la progressiva abolizione degli ufficiali di complemento e ha aggiunto che «anche il corpus relativo agli ufficiali e sottufficiali dovrà subire significative rivisitazioni» " . Appare, dunque, chiaro che. a volontari da combattimento dovendo corrispondere Quadri combat ready; vanno rivisti in questo senso l'iter formativo e la stessa mentalità dei Quadri 32 • A chi g iudica la caratterizzazione del soldato come combattente antiquata e non in linea con l'attuale aspirazione dei popoli alla pace, si può replicare che i popoli hanno sempre desiderato, anche in passato, questo bene prezioso, senza poterlo raggiungere perché bisogna creare

1' Gen. Incisa di Camerana. Nuovo Esercito per nuovi militari, Roma. Ed. Rivista Militare 1994, pp. 20 e 34. n. Cfr.. in merito, il Nostro Combat ready: /a formazione dei Quadri. «Rivista Militare» n. 3/1995, pp. 110-121.

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concrete premesse nella vita d'ogni giorno dei popoli come degli individui, bandendo ogni genere di violenza, ingiustizia e sopraffazione. Si può anche chiedere, agli utopisti, semplicemente se il quadro internazionale e interno è oggi tale, da far ritenere superato e inutile il ricorso alla violenza organizzata e legittima da parte degli Stati o organizzazioni sovranazionali. E se è anche tale da far ritenere i conflitti internazionali risolvibili senza l'uso delle armi, e gli atti di violenza interni eliminabili con la prevenzione, come se la repressione non rendesse la prevenzione più efficace e non fosse un mezzo per convincere chi ne ha bisogno, che al delitto corrisponde sempre una giusta pena. Se è vero che le leggi, le Istituzioni devono adeguarsi alla società, interpretarne i bisogni, c'è forse bisogno, oggi, di uno Stato disarmato? La caratterizzazione di combattente non è affatto in contrasto con guanto richiedono le missioni di pace, ma solo con la retorica con la quale dette missioni particolari sono state spesso sommerse e descritte dai mass media. Anche il termine ricorrente «soldato di pace», senza dubbio suggestivo, va ben inteso: è accettabile solo se intende indicare che, nelle attuali missioni out of area, l'intervento militare occidentale - anche quando comporta l'uso effettivo delle armi - mira a far cessare (spesso in ritardo) conflitti e massacri reciproci tra le popolazioni locali. Ma se invece l'uso di tale termine vuoi contrapporre il «Soldato di pace» di oggi (che non dovrebbe più fare la guerra) al «soldato di guerra» di ieri (ma anche della guerra del Golfo; delle Falkland, ecc.), allora la realtà viene falsata. Come già detto, nonostante il loro nome anche le «missioni di pace» hanno comportato l'uso effettivo delle armi, e hanno richiesto dei caduti, degli interventi per sedare disordini e convincere a trattare le parti recalcitranti: e allora? Un'altra frase fatta di uso molto frequente è «il ricorso allo strumento diplomatico per risolvere le crisi», ricorso inteso in via esclusiva e allo scopo di evitare che venga data la parola alle armi. Non è una novità: la diplomazia ba sempre lavorato in questo senso, anche se i suoi successi - la storia lo dimostra - sono sempre stati modesti, e non hanno mai indotto ad abbandonare le armi. Continua, però, ad essere vero che da una parte senza una convincente capacità militare dietro le spalle le parole e proposte del diplomatico perdono in gran parte il loro peso, dall'altra se usato da solo lo strumento diplomatico - la guerra del Kosovo dell 'estate 1998 ne è l 'ultima dimostrazione - anche non volendo lo finisce con il «lavorare per il più forte». Maschera la non-volontà di intervento militare delle


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maggiori potenze nel momento e con le modalità che sarebbero richieste dalla situazione. Dunque favorisce il più forte, che può raggiungere almeno in gran parte i suoi obiettivi prima di sedersi - con ottime carte in mano - al tavolo del negoziato accettando «mediazioni» le quali, in quanto tali, devono prendere atto di uno stato di fatto dove c'è già chi ha perso e chi ha vinto. Anche l'uso della forza ha i suoi limiti, specie in guerre civili e conflitti etnici con radici secolari. L'intervento militare esterno non sarebbe il toccasana: ma in ogni caso «il mito dell'intervento a zero morti costituisce un'autodissuasione dell'Occidente, le cui minacce di intervento vengono considerate dei semplici bluffi> 33 • Se è così, occorre trarre tutte le conseguenze sul ruolo che lo strumento militare deve assolvere, per non essere ritenuto semplice protagonista o causa di un bluff In senso stretto il soldato non è, non è mai stato né «di pace», né «di guerra». È uno strumento al servizi della politica che, questa sì, può essere (lo voglia o no) di guerra o di pace, e che ha comunque il dovere di prendersi cura del! 'Istituzione militare e di assegnargli obiettivi razionali e possibili. Se ciò non avviene, è una cattiva politica; a una cattiva politica non può mai corrispondere né un buon strumento militare, né l'assegnazione a tale strumento di obiettivi chiari e compatibili con le sue possibilità. Dire che il soldato deve essere un combattente significa molte cose. Oltre a richiedere, naturalmente, che combattenti prima di lui siano i suoi superiori, significa che l'intera organizzazione militare deve essere impostata in modo da produrre effettivamente unità idonee al combattimento. Significa anche che la politica, ben conscia dell'importanza di questi obiettivi, deve ritenere economica e corrispondente ai suoi scopi solo un'organizzazione militare che, grazie agH strumenti normativi e alle risorse fornitele dalla politica, sia effettivamente finalizzata alla creazione del combattente. La politica, insomma, oggi deve creare le premesse perché il soldato sia un combattente, deve incoraggiarlo ad essere tale. Finora è avvenuto, lo si volesse o no, il contrario. Le missionj di pace vanno attentamente studiate per individuarne limiti e possibilità: non vanno svalutate. Dopo tutto, per la prima volta nel dopoguerra esse hanno costretto anche i Quadri italiani - che non

u. C. Jean, Alleanza atlanTica: gestione delle crisi e dei conflitti, <<Rjvista Militare>> n. 3/1995, pp. 26-43.


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avevano mai partecipato a guerre limitate- a misurarsi con problemi operativi e di impiego reali, nei quali da una loro decisione dipendeva il prestigio della Nazione e la vita dei loro uomini. Questo è stato un autentico salto di qualità rispetto al periodo della guerra fredda, quando -con tutti i riflessi morali - non si poteva che sperare che lo strumento militare non sarebbe mai stato impiegato. Non poteva nascere che in quest'ultimo periodo, intorno agli anni 80, un lungo dibattuto - con echi anche sulla Rivista Militare - su un problema che non avrebbe nemmeno dovuto nascere: se l 'ufficiale debba essere un comandante, un guerriero o un manager. La formazione prevalentemente manageriale, scientifica d eli' ufficiale americano aveva già dimostrato tutti i suoi limiti nella guerra del Vietnam 1964-1975: ciononostante, secondo Ostellino-Caligaris ( 1883) <<in un Paese in cui La spesa militare è vista con sospetto o con disinteresse, si riteneva che, mutando contemporaneamente l'identità militare e l'immagine del Comando, si sarebbero create Forze Armate più moderne e quindi più accettabili[... } Sembrava a molti che sostituendo la sciabola con La valigetta executive e denominando tutte le attività dei Quadri militari attività manageriali anziché di comando, si operasse un effettivo salto di qualità [... } È oggi opinione di molti nostri ufficiali che tali complessi di una parte della classe miLitare, o meglio, della parte "meno militare" di tale classe, abbiano prodotto gravi danni alle Forze Armate [... ]. Molti militari, a contatto con il mondo civile, hanno così compreso che non c'erano motivi validi per continuare a soffrire di un complesso di inferiorità... » 34 • Apparire «il meno militari possibile» è stato ritenuto in passato, da taluni, come il mezzo più efficace per accattivarsi le simpatie di un mondo esterno diffidente e scettico, portato a targare sbrigativamente come sorpassato e inutile tutto il tradizionale patrimonio militare, scambiandolo con le sue distorsioni. Eppure anche nei giorni più bui della seconda guerra mondiale - la ritirata di Russia, 1'8 settembre - il soldato non poteva che guardare al suo ufficiale. Non gli ha mai chiesto niente altro, se non di essere tale, di essere quello che avrebbe dovuto essere da sempre: di essere presente, di dare l'esempio soprattutto nei momenti di supremo pericolo, di infondere calma e serenità, di padroneggiare la situazione e adottare decisioni appropriate, di garantire in ogni momento

" P. Ostellino- L. Caligaris, !nuovi miliwri. Milano Mondadori 1983, p. 97.


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i viveri e le munizioni, di saper essere in ogni momento la guida e il riferimento, di pagare di persona e per primo. Se nel dopoguerra il prestigio dell'Istituzione, inutile negarlo, è stato basso, ciò è avvenuto semplicemente perché non sempre la Leadership ha dimostrato di possedere in situazioni difficili e in misura sufficiente quello che gli si chiedeva ieri e gli si continua a chiedere anche oggi: di essere una leadership militare, adatta cioè a guidare uomini in guerra. AJ di là di ogni retorica, il soldato di allora ha già compreso quel che, in fondo, comincia a comprendere anche oggi l'uomo della strada alieno da ideologismi e intellettualismi: che, cioè, l'unica garanzia per il cittadino comune- e quindi anche per il soldato di truppa- è che l'ufficiale sia semplicemente tale, sia un militare nel senso migliore del termine, possegga cioè in misura eminente quelle virtù e quelle doti di comando, equilibrio, preparazione tecnica che sono le uniche a consentire al reparto di evitare perdite e disagi inutili, di «tornare a baita», come dicevano gli alpini nella guerra di Russia. De Gaulle ha scritto, negli anni 30, che «la preparazione alla guerra è soprattutto la preparazione dei Capi e si può affermare che agli eserciti come ai popoli provvisti di Capi eccellenti tutto il resto sarà dato in soprappiù». Prima di lui, Napoleone soleva dire che vale meglio un esercito di somari comandato da un leone, che un esercito di leoni comandato da un somaro. Come dire: valgono meglio cattive truppe comandate da un buon generale, che buone truppe comandate da un cattivo generale. Ciò che vaJe più di tutto, insomma, è la leadership. È quanto basta: gli arzigogoli sociologici, le disquisizioni sulla importanza anche della cultura non militare per i Quadri servono a poco. Si deve solo dire che, in determinati incarichi, l'ufficiale deve saper essere anche un manager. Non si potrà mai dire, in nessun caso, che egli deve identificarsi con un manager, così come la caserma non è mai stata e non potrà essere una fabbrica, dove si «Stacca» a orario fisso e dove c'è una ben chiara e inevitabile dialettica c contrapposizione di interessi tra maestranze e direzione. Nell'esercito tutti devono servire un interesse superiore, quello della Nazione; nell'esercito l'autorità gerarchica deve dare il meglio di sé in situazioni di emergenza e di pericolo, nelle quali è in gioco la vita di tutti. Un'autorità gerarchica che sa dominare, con le qualità che da sempre le sono richieste, tutte le situazioni, è anche la miglior garanzia di applicazione dello spirito democratico all'interno dell'Istituzione militare. n Paese le affida dei giovani da educare e guidare in situazioni di emergenza e pericolo: svolgere bene questo compito significa corrispondere alle attese tutelando al massimo anche la vita dei figli della Nazione.

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Queste esigenze inducono a concentrare l'attenzione sulla motivazione, che riguarda in particolar modo i Quadri in servizio permanente e i volontari. Essa deve caratterizzare prima di tutto il giovane che aspira a vestire la divisa. Tale aspirazione non dovrebbe nascere né dall'amore in sé e per sé delle armi e della violenza, né da ragioni meramente economiche e materiali: l'impiego sicuro e decoroso, lo stipendio che arriva ogni mese, una buona pensione, le possibilità e le esperienze che dopo tutto consente la vita militare, e che la rendono più interessante di tante altre. Tra fare il medico o l'impiegato di provincia e fare l'ufficiale, vi può essere chi sceglie quest'ultima opzione. E tra lavorare - se si è fortunati - in una fabbrica o essere disoccupati e arruolarsi nelresercito, vi può essere chi sceglie l'esercito. Questa visione meramente pratica, egoistica delle caratteristiche e dei vantaggi della vita militare non basta. Essa è legittima, e quasi naturale: ma se rimane l'unica o la prevalente, rischia di trasformare il giovane che si arruola in un qualsivoglia statale che pensa solo ad ottenere vantaggi personali, che vuoi raggiungere il massimo risultato col minimo sforzo e col minimo orario accettando i compromessi del caso, che, misurando tutlo con il metro dell'utile personale, sente di avere non dei doveri e degli obblighi verso la collettività, ma soprattutto degli interessi personali da di fendere e perseguire: sente non di dover dare, ma di trovare il modo di ricevere al massimo. Se è così, più questo giovane è valido e più è pericoloso per l'istituzione. Senza eroismi, autolesionismi e autoflagellazioni, invece, il giovane deve aspirare a vestire la divisa perché si sente attratto da tutto ciò che è la vera vita militare, la vita di ogni giorno d'una casenna: la bellezza di perseguire insieme con il gruppo obiettivi comuni, il contatto umano, gli aspetti interessanti e appaganti dell'attività addestrativa e dell'impiego di armi e uomini, la bellezza del sacrificio per difendere degnamente, e se necessario anche con la vita, gli ideali e i valori in cui crede, di essere utile alla Patria e quindi alla collettività, il vantaggio di veder realizzati nella vita militare più che in ogni altro tipo di vita gli ideali di ordine, disciplina, responsabilità, abnegazione, spirito di servizio e solidarietà, il tutto in nome di un ideale superiore che deve animare e unire tutti i componenti dell'Istituzione militare. Un giovane con questi ideali potrà rimanere deluso: ma non lo sarà mai abbastanza da cambiare idea, da diventare un semplice impiegato statale. L'organizzazione militare chiede perciò molto alla sua materia prima: queste doti morali, questi sentimenti oggi non sono certo così diffusi come dovrebbero essere, visto che sono anche i sentimenti del buon cittadino. Per di più, nessuna macchina, nessun test attitudinale può misurare con sicurez-


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za dei sentimenti. La prospettiva di un esercito volontario e altamente professionalizzato viene spesso presentata dai mass media in termini molto lusinghieri, come rimedio tout court a un esercito inefficiente. In realtà questa soluzione specie in un Paese senza salde tradizioni militari e con scarsa spinta nazionale come l'Italia comporta il pericolo che questo esercito non diventi quell'organismo atto al combattimento che è necessario alla Nazione, e finisca con l'assomigliare troppo a certi eserciti «Stanziali» pre-unitari. Chi ha vissuto per lungo tempo nel grosso esercito di leva della guerra fredda, ha potuto fare una constatazione che oggi deve far pensare: la causa principale delle inefficienze non andava certo ricercata tra i soldati di leva. L'esercito borbonico del 1860 era, almeno all'apparenza e sulla carta, ottimo: ufficiali spesso assai più colti e preparati dj quelli piemontesi, che poi si sarebbero fatti onore nel nuovo esercito italiano; truppa a lunga ferma; buon armamento, buona organizzazione logistica e buone fortezze. Eppure per assenza o carenza dj motivazione, dj fede nella causa della monarchia borbonica, di coesione e di spirito combattivo nei Quadri ancor più che nella truppa, questo esercito nonostante episodi di valore e pur avendo degnamente combattuto in Sicilia e sul Volturno, si è sfasciato sotto i colpi di pochi volontari garibaldini, che al contrario dell'esercito borbonico da un punto di vista tecnico-militare avevano molti difetti, ma erano galvanizzati dal loro Capo e possedevano in alta misura fede nella causa dell'unità italiana e spirito combattivo, cioè: motivazione. Una fine ingloriosa e immeritata che corrispondeva peraltro al disfacimento palese e inanestabile di un sistema politico-sociale, dj uno Stato giunto al capolinea, nel cui avvenire non credevano più nemmeno i suoi maggiori esponenti. La caduta del Regno di Napoli dice dunque un'altra cosa: che non può esistere una forza militare motivata e dotata dj elevata capacità combattiva, se ad essa non corrisponde una società che crede in sé stessa, coltiva alti valori civici, sa sviluppare gli anticorpi per la sua djfesa, sa fare i sacrifici necessari per affrontare l'avvenire. Per questo la motivazione, obiettivo pleonastico la cui importanza è da sempre da tutti riconosciuta, all'atto pratico diventa così difficile da raggiungere in misura desiderabile. Eppure essa è attentamente ricercata anche in campo civile: la motivazione del personale di un'industria, di un'impresa è uno dei presupposti del suo successo. La ragione è ovvia: in qualsivoglia campo, nessuna organizzazione può vivere senza un'anima, senza degli obiettivi da raggiungere insieme, senza una chiara percezione del nesso che esiste tra tali obiettivi e l'attività quotidiana propria e della cellula alla quale si appartiene, senza che i valori di base alla quale si informa l'organizzazione siano condivisi, senza che la diri-


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genza abbia la fiducia e la stima del personale e che ciascuno, quale che sia il suo incarico, si senta utile, realizzato, importante. Nel campo militare, in particolar modo in guerra ma anche nella tranquilla vita di guarnigione, «motivazione» significa soprattutto fede, fiducia. Fiducia nella leadership, dal livello più basso a quello più alto; nell'avvenire dell'Istituzione; nelJa razionalità degli obiettivi e nella possibilità di raggiungerli; nella Nazione e nella sua capacità di venire incontro all'esercito; nel gruppo e, per chi ha responsabilità di comando, nei propri dipendenti; fiducia , infine, nelle proprie armi e nei propri mezzi, nella propria organizzazione, che in particolar modo agli occhi del soldato e dei Quadri inferiori devono reggere il confronto con quelli degli alleati e dei nemici. Nella guetTa 1940-1943 ciò non è avvenuto per l'esercito italiano: i riflessi morali sono stati di grande portata. La fiducia deve essere sia ascendente, che discendente: in tal modo si crea quella coesione tra Quadri dei vari livelli gerarchici, e tra Quadri e truppa, che è garanzia primaria di successo in guerra e pace e che traduce in atto lo spirito democratico di cui parla la Costituzione. Un esercito, un'unità deve essere come una squadra di calcio vincente: tutti devono giocare per la squadra, per il risultato, tutti devono «remare» nella stessa direzione, tutti devono svolgere puntualmente la loro missione. sentirsi uniti da profondi vincoli di solidarietà e affetto, senza personalismi, senza privilegi, senza differenze ingiustificate. Va da sé che qualsivoglia compagine dove tutti danno il massimo e dove nessuno si sente vittima di nessuno, per ciò stesso pone le migliori premesse per vincere. A maggior ragione questo vale per una compagine militare, costituita per affrontare situazioni dove il naturale istinto di autoconservazione, la paura possono dominare il singolo e indurlo a mancare al suo compito, o a non svolgerlo al massimo. Molto conta lo spirito nazionale, l'amore per la propria terra, l'orgoglio di appartenere a un'organizzazione. La squadra nazionale di calcio francese, vincitrice dei campionati del mondo 1998 benché composta in buona parte da giocatori di non eccelse qualità, è un esempio non futile di spirito nazionale, di coesione, di voglia di vincere. Nel calcio come in guerra, accade così che, con la prevalenza di fattori imponderabili come quelli morali, le previsioni della vigilia vengano smentite dal campo. Squadre forti solo sulla carta, composte da forti individualità rivali tra di loro, sono spesso sconfitte. Per questo la leadership conta sempre molto. I generali avversari di Napoleone solevano affermare che la sua sola presenza sul campo di battaglia equivaleva a uno o due corpi d'armata francesi in più. Questo perché si creava un circolo virtuoso, con la forte motivazione e fiducia che la sola pre-


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senza infondeva nell'armée, tali da facilitare la riuscita delle sue brillanti manovre; a loro volta, i successi rafforzavano la motivazione e l'entusiasmo, il prestigio del Capo... Qualcosa del genere ha fatto Garibalcli. Non sono più i tempi di Napoleone e Garibaldi, ma- specie per le truppe italiane, estremamente sensibili all'azione di comando- se la leadership non gode del prestigio e della credibilità necessaria, le conseguenze sul morale e sull'efficienza sono molto gravi. Tale credibilità dipende, come sempre, anche da manifestazioni concrete: la qualità del rancio e del vestiario, la cura per i piccoli bisogni quotidiani della truppa, la puntualità della distribuzione della posta, la qualità e competitività degli armamenti e materiali, e via clicendo. Abbiamo prima parlato dell'indole del soldato italiano, particolarmente sensibile all'azione di comando. Ma così è sempre avvenuto, anche in eserciti come quello tedesco, espressione di un popolo naturalmente disciplinato e militare. È un luogo comune presentare l'ufficiale tedesco come personificazione degli aspetti più deteriori del rnilitarismo e dell'autoritarismo. In realtà, da Federico II in poi la cura morale e materiale del soldato è rimasta al primo posto nella tradizione di questo esercito e ne ha preparato le vittorie, cosa che non è mai sfuggita alla stampa militare italiana. Scriveva nel 1896 il colonnello Somale: «qualcuno disse che le vittorie tedesche nelle campagne del1870-71 si devono ai comandanti di compagnia. Se v'ha dell'esagerazione in questa asserzione, v'è però un fondo di vero. L'ufficiale tedesco nell'educare il soldato aveva imparato a conoscerne l'indole e se n'era guadagnato l'affetto e la stima, per il che il soldato aveva per i propri ufficiali e specialmente per i comandanti di compagnia una specie di ammirazione che rendeva assai meno difficile il comando. In battaglia, allorché il comandare riusciva impossibile, i soldati si raggruppavano attorno agli ufficiali come attorno a una bandiera e questi nuclei di combattenti composti sovente d'individui di vari corpi resistevano tenacemente, si consumavano tenacemente anche sotto il fuoco nemico, ma assai di rado si sbandavano»3 s. Ancora e sempre una questione di fiducia. La partecipazione a missioni di complessi di forze multinazionali può accrescere la motivazione delle unità e la fiducia nella Leadership,

"· Col. F. Somale, An. ci t..

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ma lo può anche compromettere. Quest'ultimo caso si verifica quando gli scopi della missione non sono chiari, o quando le truppe italiane, a contatto con quelle di altre Nazioni, devono constatare che il loro armamento, il loro equipaggiamento, il loro li vello addestrativo, la loro organizzazione logistica sono nettamente inferiori. Dovrebbero, perciò, essere inviati all'estero solo reparti sicuramente competitivi; e ogni singolo componente di tali reparti, a prescindere dal grado. dovrebbe essere ben consapevole che. a parte il quadro internazionale, egli è anzitutto il rappresentante delle Forze Armate italiane cd è tenuto in ogni occasione a tutelame e difenderne il prestigio ali' interno de li ' organizzazione, senza «annegare» in essa la propria matrice nazionale. Le uniformi tendono ad essere sempre più simili: ma sarebbe assai utile se qualche loro particolare (il copricapo, l'elmetto, le uniforme ordinarie, a ltri accessori ben visibili, ecc.) ricordasse sempre le tradizioni, la storia del nostro esercito, lo aiutasse a conservare un'identità nazionale. Dire che il soldato deve essere disciplinato è un altro pleonasmo: mai come in questo caso si rischia di essere fraintesi. Il vocabolo disciplina è raramente usato oggi in Italia: eppure ce n'è gran bisogno anche fuori dalla caserma La vulgata antimilitarista del dopoguerra l'ha inconsciamente o meno collegato al passato regime; soprattutto l'ha spesso confuso con l' autoritarismo, cioè con l'esercizio esagerato, arbitrario e irragionevole dell'autorità e anzi col suo abuso. Alla «disciplina» è stato anche attribuito arbitrariamente il soffocamento deiJa personalità dell'individuo, il ricorso frequente a dure punizioni, e, in genere, tutto ciò che di meno positivo e oppressivo taluni hanno trovato nella vita militare: la disciplina, insomma, è stata identificata tout court con il suo esatto contrario, con i suoi abusi. Nel capitolo III abbiamo descritto i reali contenuti che in passato sono stati ad essa attribuiti dai regolamenti e dai maggiori scrittori militari, tuttora validi. L' Art.2 del vigente regolamento di disciplina 1986 recita: «la disciplina del militare è l'osservanza consapevole delle norme attinenti allo stato di militare in relazione ai compiti istituzionali delle Forze Armate e alle esigenze che ne derivano. Essa è regola fondamentale per i cittadini alle mmi in quanto costituisce il principale fattore di coesione e di efficien::.a. Per il conseguimemo e il mantenimento della disciplina sono detenninate le posi::.ioni reciproche del superiore e dell'inferiore, le loro fun::.ioni, i loro compiti e le loro responsabilità. Da ciò discendono il principio della gerarchia e quindi il rapporto di subordina::.ione e il dovere dell'obbedienza [che deve essere "pronta, rispettosa e leale" - N.d.a.]. Il militare osserva con senso di responsabi-


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lità tutte le norme allinenti alla disciplina e ai rapporti gerarchici. Nella disciplina tutti sono eguali difronte al dovere e al pericolo». L' Art.l6 definisce, tra l'altro, lo spirito di corpo, «sentimento di solidarietà che, fondato sulle tradizioni etiche e storiche del Corpo, deve unire i membri di una stessa unità al fi ne di mantenere elevato e accrescere il prestigio del corpo cui appartengono». E ricorda che «lo spirito del corpo, pur essendo fonte di emul azione tra le unità. non deve però intaccare lo spirito di solidarietà tra tutti i componenti delle Forze Armate». A conferma di quanto abbiamo sostenuto nel cap.VI circa l'i niziativa, l' Art.I 3 del regolamento 1986 ne sottolinea l'importanza, come quello precedente ricordando - con probabile riferimento ai fatti dell' 8 settembre 1943 - che «il militare. specie se investito di particolari funzioni e responsabilità, non può invocare a giustificazione della propria inerzia di fronte a circostanze impreviste, il non aver ricevuto ordini e direttive». Trattando negli Artt.21-23 dei doveri dei superiori, il regolamento ricorda - come del resto quelli precedenti - che il grado e r autorità sono conferiti al superiore unicamente perché siano impiegati a servizio e vantaggio delle Forze armate e per far osservare ai dipendenti leggi , regolamenti e ordini , e che «per ptimo egli deve dare l'esempio» del rispetto della disciplina e della rigorosa osservanza dei regolamenti; «dovere tanto più imperioso quanto più elevato è il suo grado». Deve rispettare nei rapporti coi dipendenti la pari dignità di tutti. evitare di richiamare in pubblico il militare che ha mancato, conoscere bene i dipendenti e svilupparne la personalità, curare le condizioni di vita del personale, «tenere in ogni occasione esemplare comportamento ed agire con fermezza, comprensione e imparzialità». Negli Artt. 36-37, in fine, si raccomanda che «il mmtare deve in ogni circostanza tenere condotta esemplare a salvaguardia del prestigio delle Forze armate», aggiungendo che «la correttezza del tatto costituisce preciso dovere del militare». Avremmo preferito una formulazione più ampia del regolamento di disciplina 1986, tale da farlo assomigliare, sul modello di quelli fino all'anteguerra, a una sorta di manuale etico, a una guida morale e al tempo stesso pratica: in ogni caso non c'è dubbio che la disciplina attuale ba mutato notevolmente forme e modalità di applicazione, ma non fa che adeguare i vecchi e sempre validi princìpi a una mutata realtà sociale, a esigenze di maggiore partecipazione, allo «spirito democratico» voluto dalla Costiluzione, senza alcuna vera «rivoluzione». Le poche

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righe deJ regolamento 1986 prima citate avrebbero potuto in gran parte essere scritte anche cento anni fa. Esse non fanno che riprendere lo spirito e la lettera di quanto è stato già ritenuto valido in passato, indicando i capisaldi millenari dell'azione di comando, a cominciare dal comandante tenuto a dare per primo l'esempio, a rispettare i dipendenti e sviluppare la loro personalità, a usare l'autorità del grado non per fini suoi personali ma esclusivamente al servizio della Nazione. Quando Alessandro Magno, durante una faticosa marcia nel deserto nella quale il suo esercito soffriva la sete, ha versato a terra libando agli dei, senza berla, la poca acqua raccolta in una pozza che un cortigiano gli offriva, ha voluto dimostrare che non deve bere il Capo quando i suoi uomini soffrono la sete; si è così avvicinato al concetto di «spirito democratico» voluto dalla Costituzione. Il quale non significa, ovviamente, lassismo e rinuncia alle prerogative e ai doveri del grado, ma condivisione dei pericoli e disagi, rispetto della personalità e dignità di ciascuno, diritti e doveri ben definiti di ciascun livello gerarchico, riconoscimento al merito, eliminazione di tutto ciò che di arbitrario, di personalistico, di vessatorio vi può essere nella gestione della disciplina e nei rapporti gerarchici. Sotto questo profilo, in ogni tempo l'ottima, la vera leadership militare non ha potuto che applicare princìpi di vera democrazia. Quando Cesare, nel momento più critico di una battaglia nelle Gallie che stava volgendo al peggio, ha indossato la toga rossa per essere più facilmente riconosciuto e si è gettato nella mischia chiamando per nome i legionari a lui più fedeli, ha compiuto un gesto autenticamente democratico: ha stabilito che davanti al pericolo e nei momenti più bui, il Capo deve essere non solo presente, ma alla testa delle truppe, dividendo con loro il pericolo e la fortuna. Le prescrizioni suddette sono pienamente rispondenti anche per le missioni di pace, visto anche che molto insistono - come sempre - sulla correttezza del tratto e del comportamento del militare in ogni occasione e sullo spirito cti corpo inteso essenzialmente come solidarietà tra militari, in nome di altri valori morali comuni e del prestigio dell'unità. Totalmente infondate appaiono perciò le tesi di coloro che nel 1997, prendendo spunto da taluni circoscritti e ben noti episodi. hanno sostenuto che le missioni di pace richiedono una non meglio precisata <<nuova disciplina». una formazione, una mentalità militare diversa dal passato e hanno attaccato lo «Spirito di corpo», non si sa come inteso. Il rispetto per i prigionieri e per la popolazione civile è fin dal secolo scorso alla base del codice morale, scritto e non scritto. di tutti gli eserciti delle


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nazioni civili; il rarnbismo, come già più volte detto, è estraneo aUa tradizione militare italiana. Invece di cambiare la disciplina, per prevenire le sue violazioni in situazioni difficili si tratta, se mai, di richiamare le vecchie norme sui doveri del comandante di compagnia o di plotone e i contenuti della vecchia legge di guerra italiana del 1938; si tratta di chiedere al militare di essere più e meglio tale, cioè un operatore chiamato a esercitare, se del caso, una violenza legittima e sempre disciplinata, mai arbitraria, personale, estesa ai deboli e inermi, ai prigionieri. La mentalità e la motivazione del combattente, la discipJina: antichi obiettivi, antichi presupposti di efficienza, antichi cardini de ll 'etica militare. Se ne conoscono, da molto tempo, tutti i segreti e princìpi se ne sono calcolate le ricadute; ma ancora una volta si tratta di trovare i l modo di concretamente raggiungerli, e di raggiungerli in un contesto difficile quale è l'attuale.

8. CONCLUSIONE: TRA INNOVAZIONE E RITORNO ALL'ANTICO Dalle guerre napoleoniche in poi abbiamo costantemente cercato quella che, per usare un termine militare di attualità, potrebbe essere definita la «tivoluzione negli affari militari». Più che delle rivoluzioni abbiamo sempre trovato dei mutamenti nei quali il nuovo non si è mai staccato in misura diretta, inequivocabile, profonda dall'antico, così come richiederebbero le vere rivoluzioni. ln tutte le loro forme e manifestazioni, le Istituzioni militari non hanno mai potuto voltare completamente le spalle all 'antico. Dunque non si può parlare tanto facilmente di rivoluzioni militari, a meno che al concetto di rivoluzione non si voglia attribuire lo stesso significato, invero discutibile dal punto di vista lessicale, che ha indicato un uomo politico degli anni Venti, secondo il quale «ogni rivoluzione [politica! non è mai una linea matematica di separazione, ma una fascia di assorbimento del vecchio nel nuovo e del nuovo nel vecchio». Ma allora andrebbe chiamata evoluzione, o meglio ancora mutamento... Ben conoscendo i riflessi non positivi del cosiddetto «conservatorismo militare» e la difficilmente evitabile isteresi con cui qualsivoglia organizzazione burocratica, gerarch ica e centralizzata recepisce le novità, ci è venuto sovente il dubbio di essere a nostra volta vittima di un soverch io amore per il passato. Ma ci siamo sempre più convinti che in un'arte finalizzata all'azione, al risultato, al successo quale è quella militare, ciò che importa non è tanto la vetustà o novità di una soluzione o la sua aderenza a determinati e sempre opinabili canoni e parame-


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tri teorici, bensì la sua capacità di aderire alla situazione del momento, per raggiungere il risultato voluto. Sta all'accorta leadership scegliere senza pregiudizi tra il vecchio il nuovo; è tutto. Sta anche a un'accorta leadership imparare nella giusta misura dal passato, cosa che raramente è avvenuta. ll conservatorismo consiste nel guardare al passato con occhio distorto e per trovarvi conferma dei propri preconcetti: non consiste di per sé nel guardare al passato, visto che Napoleone - certamente non un generale conservatore - ha sempre sostenuto la necessità di prendere come modello i grandi capitani che l'hanno preceduto, non ha «inventato» ma magistralmente applicato. Tutto sta nell'adattare i modelli a una situazione contingente, nell'utilizzarli per quanto possono dare e solo per quanto possono dare, scartando ii resto. In questa operazione vengono semplicemente alla luce due tipi di leadership: quella che vi riesce (è il caso più difficile e più raro) e quella che non vi riesce ed è magari maestra solo nel giustificare i propri errori e alleviare le proprie responsabilità. La mancanza di nette soluzioni di continuità vale prima di tutto per la materia prima fondamentale: l'uomo. Come già detto, in questo caso- e solo in questo caso- abbiamo potuto riscontrare la validità di quanto Jomini e gli jominiani hanno sostenuto a proposito degli «immortali princìpi della guerra», la cui applicazione a un caso concreto è peraltro virtù di comandante che non si insegna e non si impara. n valore dell'esempio, la personalità morale del Comandante, la sua capacità di avvincere i dipendenti, i suoi doveri nei loro riguardi il concetto di comando come responsabilità maggiore e maggiore somma di doveri sono rimasti i capisaldi di sempre, e come sempre dipendono da doti, intuizioni, comportamenti concreti della leadership che sfuggono a ogni architettura precostituita, e persino a ogni minuta regolamentazione: una compagine armata non si comanda con messaggi, circolari, esortazioni. Anche nel deucato campo della gestione quotidiana, concreta della disciplina, la capacità di distinguere se una punizione sia o meno utile e necessaria, e la misura stessa della punizione sono, come diceva il vecchio regolamento, virtù di comandante; le sue decisioni hanno ripercussioni profonde sulla vita del reparto e sul suo prestigio. Le nuove norme introdotte dalla legge di principio del 1878 (Art. 15), prevedono, tra l'altro, che il comandante di corpo prima di fissare una punizione ascolti il parere di una commissione di tre militari, e che colui che ha commesso la mancanza sia assistito da un difensore. Ma chi conosce la vita dei reparti sa che anche in passato esistevano una commissione e dei difensori, sia pur virtuali e non istituzionali. Poiché


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una mancanza riguarda non solo l' indi viduo ma tutto il reparto, e tutti sanno tutto di tutti , il reparto stesso, i commilitoni di colui per il qua le veniva proposta una punizione hanno sempre giudicato, vagliato a loro modo i pro e i contro, tratto le lo ro conclusioni. Solo quando il g iudizio del comandante ha coinciso con il comune sentire del reparto la punizione ha ragg iunto e suoi scopi , cioè ha a iuta to l'individuo a miglio rarsi, ha rappresentato per tutti un bene fi co esempio di giustizia, ha tolto a ll a puni zione stessa quel quid di persona le, discrezio nale, arbitrario che essa no n deve avere, né deve dimostrare di avere. P iù che un diritto o una prerogativa, la puniz ione deve essere e deve appari re un dovere; la parte lesa è l'esercito, non chi la infligge. Non c' è dubbio che, in passato, la conc re ta applicazio ne degli alti e nobili princìpi de l regolamento di disciplina ne lla normativa derivata e sopra ttutto nel costume, ne lla prassi quotidiana ha talvolta lasciato a des ide rare, restringendo oltre il necessario il ca mpo de i diritti de ll ' indi viduo, incoragg ia ndo fo rme di autorita ri s mo, quindi al imentando la propaganda contro le Istituzio ni militari e le fru strazio ni dell o stesso pe rsona le militare. O ggi si tratta di evi ta re l'eccesso o pposto, e no n è per nulla faci le. Prima di essere- come è necessa ri o - un gue rrie ro, il soldato è un c ittadino di una soc ie tà de mocrati ca, che più di tutti g li altri deve c rede re ne i va lo ri che difende. Le inevitabili limitazio ni de i diritti de ll ' individuo devono essere ben g iustifi cate e vanno ca li brate a ttenta mente. No n devono ostacolare né l'effi c ie nza, né l'azio ne di comando, né la coesio ne e l'affiatamento tra tutti i compo nenti del corpo, ne l qua le la comuni cazione tra vertice e base deve essere continua e senza ba rriere ne i due sensi; ma no n può certo lasc iare spa.do a diale ttic he e scontri che pure sono fi s io logic i, a volte pe rsino necessari in una struttura o indu stri a c ivil e. Una c osa è certa : più l'az io ne di co ma ndo sa indiv iduare te mpestivamente i proble mi c riso lverli in modo equ o be n conoscendo il pensie ro e i bi sogni de i dipe nde nti , me no trovano spazio ma lumo ri , insoddisfazio ni , attegg iamenti para-s indaca li , più è a lto il mo ra le de l re parto, il qua le ri specchi a. a ppunto, la capacità de ll a leadership. La problematica dell'uomo non ha risentito gran che de l progresso della tecnica: è rimasta piuttosto legata all 'evoluz io ne sociopolitica. alla diffusione del benessere e all 'abbassamento delle barriere tra strati sociali divers i. Nel campo dell ' arte militare e dell a strategia teorica, speci e dal 1945 al l 989 i mutame nti sono stati di di verso ordine e


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senz'altro più profondi anche se, a loro volta, non tali -checché ne dicano taluni -da indurre a mettere in sofliua l'antica cultura militare. Carauerizzare esattamente tale periodo non è facile, perché è troppo vicino: eppure è necessario, se si vuoi comprendere con buona approssimazione la fase nella quale ci troviamo. Il binomio bomba atomica- contrapposizione ideologica e militare tra due blocchi ha reso la pace non quell'obiettivo desiderabile e primario che era sempre stato, ma l'unica garanzia per la sopravvivenza dell'umanità. Intorno alla tematica della pace - intesa come non-guerra o non-guerra almeno in Europa - si è sviluppata una guerra psicologica e ideologica che ha accompagnato la corsa agli armamenti più intensa e dispendiosa della storia, paradossalmente giustificata proprio dalla necessità di evitare la guerra. È così accaduto che tale guerra- più che mai di Nazioni, di popoli, di sistemi e concezioni di vita- per la prima volta nella toria, sia tata vinta dalla potenza economicamente e industrialmente più forte in fase di preparazione. cioè senza combatterla. Ciò è avvenuto, solo perché combatterla era impossibile. L'arte militare non ha potuto che prendere atto di una situazione dominata, appunto, da due esigenze: la guerra psicologica con relative, inevitabili distorsioni del linguaggio politico-militare e strategico, e la corsa agli armamenti prima di tutto missilistici e nucleari. Quest'ultima a sua volta ha segnato la vasta influenza di équipes di tecnici, di studiosi civili e del relativo linguaggio, estraneo ai legami con l'arte militare classica e anzi tendente a superarla con concezioni strategiche derivate dall'immanenza della bomba, nelle quali ha prevalso il tentativo - non nuovo ma sempre fallito in passato - di razionalizzare e imbrigliare i comportamenti propri e dell'avversario, di prevedere i meccanismi decisionali. per giungere a sistemi. modelli e teorie che fortunatamente non c'è mai stato bisogno di applicare. Ne sono derivate quattro invasioni di campo, che hanno accentuato, anzi portato agli estremi limiti l'allargamento della strategia oltre i tradizionali confini militari, già reso necessario dalla guerra industriale e sancito dal concetto di grand strategy di Liddell Hart negli anni Venti. Nella guerra più che mai industriale e di nazioni post-1945: a) la strategia, ormai dominata da équipes di tecnici civili, ha manifestato la tendenza non solo a dominare, ma a fagocitare, a rappresentare l'arte militare classica e le sue parti, tradizionale prerogativa teorica delle gerarchie militari. Da «parte sublime» dell'arte della guerra, è diventata arte della guerra tout court;


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b) la strategia nucleare ha invaso il campo della strategia militare e anzi l' ha assorbita, cioè non ne è rimasta una parte sia pur importante ma è di fatto arrivata a coincidere- o quasi -con essa; c) la strategia così concepita ha invaso il campo della politica. confondendosi con essa pressoché al completo. La realtà quotidiana ha imposto alla politica di tener conto anzitutto delle implicazioni militari dello scontro tra i due blocchi, tra i quali si è sviluppata una dialettica strategica q uotidiana. La difesa dell'Occidente- di fesa anzitutto militare- è stato il tema dominante, anche delle campagne elettorali; d) specie in Italia, la politica e la strategia di «blocco» non sono state una parte della politica e strategia, ma sono state la politica e la strategia, la sola politica e la sola strategia. La prima, inevitabile conseguenza di questo stato di cose è stata la confusione del linguaggio militare, accentuata anche dalle esigenze della guerra psicologica. Si è parlato sia di «Strategizzazione della politica» che di «pol iticizzazione della strategia>>: che cosa è avvenuto esattamente? Politica e strategia hanno ancor più confuso confini peraltro mai risultati chiari e ben definiti: ma non c'è dubbio che ha finito col prevalere la «Strategizzazione» della politica. La politicizzazione, anche spinta, della strategia è fatto noto da secoli ; la necessità che in ogni caso prevalga la politica è stata riconosciuta da Clausewitz. Le esigenze militari del confronto tra i due blocchi, il modo mmtare di affrontarlo, cioè la strategia, hanno condizionato la politica: non poteva essere altrimenti, visto che ne andava dell'esistenza o meno di intere civiltà e che i bi lanci militari ne lle due potenze-guida hanno raggiunto i ben noti livelli storicamente senza precedenti, con relative vaste implicazioni sociali, industriali c economiche. In senso opposto, come sempre la strategia non ha fatto che studiare e attuare la guerra politicamente possibi le, e fuori dall'Europa ha anche riguardato guerre convenzionali. Rispetto a questi parametri rimasti immutati per circa mezzo secolo -cioè per un periodo anche storicamente significativo- la discontinuità concettuale di parecchi aspetti del periodo post-guerra fredda appare evidente. Oltre che dalla scomparsa di una precisa minaccia delle armi nucleari e di distruzione di massa, l'epoca che stiamo vivendo come già detto è caratterizzata dall'accantonamento, che si spera definitivo e irreversibile, della prospettiva della guerra di nazioni in Europa, durata dalla Rivoluzione Francese alla caduta del muro di Berlino. In secondo luogo, la strategia è tornata all'antico. Non è più dominata dalle tecnologie nucleari e missilistiche, non si risolve più nella

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conta delle armi nucleari e in interminabili trattative tra le due superpotenze. Essa deve di nuovo fare i conti con la storia e la geografia. La storia e la cultura di altri continenti, di altri popoli è la sua base; per questo solo fatto la Nazione è ben viva, e l'economia non è il solo motore dei rapporti internazionali e dei conflitti. Ad ogni modo, se la Nazione è viva, lo è assai di meno la nazione armata, almeno per l'Europa; questo è un altro fatto nuovo su cui occorre riflettere. Nove anni sono un periodo troppo breve perché il linguaggio militare, l'arte militare, la strategia teorica prendano doverosamente atto di tale mutamento epocale- che non è una semplice variazione sul tema e ne traggano le dovute conseguenze; il linguaggio, in particolare, continua a rispecchiare in buona parte le specifiche esigenze della guerra fredda, oggi tramontate. L' excursus da noi compiuto non rappresenta che un primo tentativo di trarre le dovute conseguenze teoriche e lessicali dal mutamento prima descritto. Conseguenze che non derivano dai caratteri delle missioni di pace, ma piuttosto da un paradosso che ha primarie implicazioni sociopolitiche prima ancor che militari: l'accantonamento della guerra di nazioni di matrice napoleonica, la conseguente non necessità della «nazione in armi», il ritorno puro e semplice al concetto dì esercito d'élite a lunga ferma di Federico il, chiamato a condurre le guerre ritenute utili dal Sovrano (cioè, in una democrazia, il Governo e il Parlamento liberamente eletti dal popolo) ovunque sia necessario, disturbando al minimo le pacifiche attività del comune cittadino. Schematizzazione troppo sommaria come tutte le schematizzazioni, ma tuttavia rispondente alla sostanza della situazione attuale, con la Nazione che decide e alimenta la gue1Ta, ma delega la sua condotta a un'élite, senza esserne protagonista diretta come da Valmy al muro di Berlino. Ne consegue che, con l'ennesimo paradosso, la novità della nuova situazione consiste proprio in un ritorno all'antico concetto di esercito del secolo XVID: il tutto indipendentemente dal progresso tecnologico e dai nuovi princìpi democratici. Vi è forse contrasto con la realtà politico-sociale dell'Occidente, vi è qualcosa che stride in queste nuove forme militari? Il contrasto è solo apparente. Da una parte le tecnologie stesse richiedono quella specializzazìone, quella divisione del lavoro già teorizzata nel secolo scorso. n soldato deve essere anche un tecnico, un professionista, meno che mai anche per ragioni morali il cittadino può diventare da un giorno all'altro un guerriero, come voleva Filangieri. Dall'altra, se i concetti


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illuministici della Rivoluzione Francese continuano a richiedere che ogni cittadino si faccia carico della sicurezza della Nazione, si deve del pari ammettere che l'obbligo militare, l'obbligo assoluto e generalizzato di prendere le armi collide con il concetto di democrazia compiuta e con i diritti dell'individuo, o almeno appare discutibile e soggetto a verifica. Tant'è vero che le più antiche democrazie- gli Stati Uniti e l'Inghilterra- tradizionalmente non lo hanno mai ammesso e l'hanno adottato solo in casi eccezionali, mentre il diritto ali' obiezione di coscienza per particolari motivi di caranere morale è diventato un principio di civiltà giuridica delle nazioni democratiche, anche se si è prestato fin troppo, specie in Italia, a forme di disimpegno puro e semplice da scomodi servizi per conto della collettività. La linea di tendenza attuale è dunque chiara: essa denota una specializzazione spinta della figura del soldato e il parallelo restringimento degli spazi politico-sociali tradizionalmente riservati all'Istituzione militare. e ben simboleggiati dal concetto di esercito di leva e dal parallelo concetto di mobilitazione generale ali' emergenza, espressione del dovere militare indistinto e generalizzato. A questo stato di fatto non può che corrispondere il ritorno della strategia nel suo alveo classico, naturale, dal quale era uscita con palese disagio per invadere campi non propri; tale ritorno rende possibile anche il recupero da parte dell'arte militare del suo antico ruolo, della sua antica personalità. I capitoli da noi dedjcati all'argomento non esauriscono certo il tema, e ovviamente rappresentano una chiave interpretativa soggetta a verifiche e diversi pareri; tuttavia ci sembra non soggettiva la constatazione che un ritorno al passato è necessario. Mutatis mutandis, ed entro certi limiti, il ritorno vale anche per la tradizionale figura dell'homo militaris. Di fronte al profilo copertamente o scopertamente impiegatizio e a - militare che secondo talune tendenze «innovatrici» avrebbe dovuto assumere la figura dell'ufficiale a fine secolo XX, di fronte alla falsa ma diffusa idea che l'ufficiale di un Paese democratico deve essere «il meno militare possibile», diventa ancor più necessario rinfrescare vecchie norme del regolamento di disciplina e restituire all'addestramento il suo alto significato formativo e morale, ben espresso ad esempio in queste vecchie nonne del 1939: «III. - Naturali istruttori dei reparti sono i rispettivi comandanti. Pretenderne la competenza e salvaguardane il prestigio è dovere dei superiori, i quali mireranno a sviluppare in essi quelle forze morali che elevww l'esercizio del comando; fra tutte, in primo piano, il sentimento della responsabilità e il culto del rischio.


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460. Il comcmdcmte di compagnia è capo per eccellenza. La sua personalità deve dominare, tanto nel campo disciplinare che in quello addestrativo. Vivere tra i propri fanti, conoscerli a fondo, suscitarne la stima e l'affetto, vuoi dire formare della compagnia un blocco di energie capaci del più alto rendimento. Nella zona più tormentata della lo11a, in situazioni spesso impreviste e quasi sempre mutevoli, egli deve essere esempio di volontà, di decisione o di coraggio personale. 198. Il fante deve essere: ardimentoso; marciatore instancabile; buon tiratore. La sua figura morale deve rispecchiare: cieca fiducia nei superiori e saldo cameratismo; sentimento profondo della disciplina; ce rte~za di saper vincere, nei momenti più critici della folla, l'istinto di conserva~ion e» :~~.. Tornare all'antico, ricordarsi del passato e della storia o ltre a non essere manifestazio ne di conservatorismo, può sig nificare addirittura essere innovativi, almeno se così facendo si scopre o riscopre un interfaccia che lì per lì, e guardando solo avanti, sfuggirebbe. Le riforme sbagliate, derivanti da errate valutazio ni del «nuovo», sono più nocive delle non-rifotme. Questo vale anche in campo operativo. Ad esempio, Carlo Pelanda in un suo interessante libro del 1996n accenna a lla necessità di mantenere l'attuale superiorità militare dell' Occidente, la quale a suo avviso «non è tanto, o almeno non è solo, tecnologica, ma organizzativa, addestrativa, nonché più sofisticata sul piano delle dottrine strategiche, operative e logistiche». A noi sembra, invece, che la superiorità militare debba come sempre avere al centro ruomo. la sua motivazione, il suo spirito combattivo: nell 'eserc ito del tardo Impero romano erano abbondanti le macchine, ma questo vantagg io non ha frenato la decadenza. A che serve la superiorità organizzativa e addestrativa senza l'uomo? Lo abbiamo g ià visto, anche dopo il 1945. Pelanda osserva poi, a ragione, che la «rivoluzione tecnico-mjlitare» dovrebbe essere se mai un ' «evoluz ione», perché rig uarda i sistemi d'arma e i mezzi militari , ma non le modalità di condotta della guerra, la natura del conflitto ecc.. Tale evoluzione però- sempre a suo giudizio- viene rallentata e resa meno incisiva da tre fattori: a) la separatezza tra Forze Armate, che interpretano «ciascuna a proprio vantaggio, e

"' Ministero della guerra. Pub. n. 3705 Addestramemo della Jameria - Vol. Il, Roma 1939, pp. l. 84. 178. " Cfr. C. Pc landa. E1•oluzione della guerra - Occideme e Italia di fronte alla «Rivolu;:.ione negli Affari Miliwri». Milano, Franco Angeli 1996.


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con una propria ottica, i riflessi dell'evoluzione tecnologica e gli insegnamenti della g uerra del Golfo», ostacolando l'elaborazione di dottrine e pianificazioni interforze; b) la non convenienza di provocare soluzioni di continuità nell 'efficienza delle Forze Armate, soprattutto in un periodo di grande incertezza come l'attuale; c) la mancata sperirnentazione del rendimento delle nuove tecnologie nei conflitti a bassa intensità, che sono attualmente i più frequenti e i più critici. Facile replicare che la separatezza delle Forze Armate è un dato non nuovo e che, specie in Italia, ba fano sentire i suoi effetti negativi fin dagli anni Venti ; che in nessun periodo storico è mai stato conveniente creare soluzioni di continuità nella sicurezza del Paese, e che evidentemente, le nuove tecnologie fomiscono il massimo rendimento contro Forze Armate similari che offro no buoni bersagli: ne fomiscono molto di meno, da sempre, dalle guen-e «limitate» in poi, in conflitti a bassa intensità, dove trovano assai raramente bersagli redditizi e da battere senza limitazioni. Analogo ragionamento può essere fatto su i risultati dell'esperienza della guerra del Golfo 1990- 1991, dal Pelanda si ntetizzati come segue: a) sostituzione almeno parziale della manovra delle forze con quella del fuoco, grazie all' impiego di armi ad e levate prestazioni che consente di evitare il più possibile il contatto diretto, riducendo le perdite; b) estensione delle operazioni a tutta la profondità del teatro operativo fin dall'inizio; c) contemporaneità e simultaneità delle operazioni dirette contro il centro di gravità del dispositivo avversario; d) contrazione dei tempi informativi, decisionali e esecutivi; e) accesso diretto e completo a tutte le informazioni disponibili, mediante incorporazione nelle strutture militari di elementi caratteristici delle organizzazioni orizzontali a rete. ln tal modo la piani fi cazione centralizzata può limitarsi a definire principalmente i centri di gravità dell'azione, lasciando ai livelli subordinati un 'ampia iniziativa nel rispettivo spazio di battaglia; f) il combattimento terrestre diventa simile a quello navale, integrando le azioni aeree e facendo ampio ricorso allo spazio extra-atmosferico; g) ricerca dei mezzi e delle modalità per ottenere la libertà d' informazione. A costo di essere monotoni, che cosa c'è di realmente nuovo. al di là dei mezzi tecnici sempre più perfezionati? La sostituzione almeno parziale della manovra delle forze con quella del fuoco è stata tentata dall'esercito francese con non buoni risultati, nella prima guerra mondiale, tra le due gueJTe e nel 1940, con il concetto della linea Maginot. È riuscita a Badoglio in Etiopia nel 1935- 1936, solo perché l'esercito abissino si è illuso di poter ripetere Adua, attaccando e operando a massa e


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fornendo così bersagli paganti all'artiglieria e aviazione; è ancora fall ita, inutile ricordarlo, nel Vietnam. Senza contare che, nel 1943-1945 in Italia. non ha evitato la stasi del fronte e ha favorito la resistenza tedesca ... L'estensione, fin dall 'inizio, delle operazioni a tutta la nazione avversaria, resa possibile dall'aviazione, è stata già teorizzata da Douhet nei primi anni Venti. Il concentramento simultaneo delle forze sul punto decisivo è già stato il cardine della strategia e tattica napoleoniche e jominiane, che ha sempre evitato, ovviamente, di farle entrare in contatto a spizzico. La velocità è stata un 'altra caratteristica della strategia napoleonica, e se vogliamo del bliz krieg germanico nel 1940-1941. Nonostante i mezzi rudimentali del tempo, la ricerca delle informazioni e la loro corretta valutazione simultanea sono state un altro dei cardini della strategia di Napoleone, che in questo campo, specie con l'impiego della cavalleria, ha raggiunto un'indiscussa superiorità sugli avversari. Già in Africa Settentrionale 1940-1943 si è preso atto che la battaglia terrestre è diventata aeroterrestre e che i livelli di integrazione interforze si sono abbassati. In quanto alla libertà d'azione dei livelli inferiori, è un vecchio, secolare cardine della strategia e tattica germaniche, reso possibile dall'accurato addestramento e dalla motivazione dei Quadri, e continuamente richiamato dalle nostre dottrine. Nessuna meraviglia, dunque, se le caratteristiche della futura guerra terrestre indicate da Pelanda si differenziano dal passato per le prestazioni delle armi e delle tecnologie: non per i concetti d'impiego 38 • La «mobilità e dispersione delle forze connesse con gittata e letalità dei mezzi di fuoco avversari» concettualmente risale alla seconda metà del secolo XIX, quando si è cominciato a riconoscere la necessità di diradare e interrare le formazioni in relazione all'aumento della gittata e celerità di tiro di mezzi di fuoco; la minaccia aerea dopo il 1918 e l'ambiente nucleare dal l 945 in poi hanno dato un'ulteriore spinta. Della sostituzione della manovra delle forze con quella del fuoco e dell' «integrazione sistemica» che consente il decentramento ecc. si è già detto. Anche l' «invisibilità, la riduzione della capacità di delezione da parte deli' avversario e l'inganno», accorgimenti resi necessari dalle attuali tecnologie, sono nati con la necessità di sottrarsi ali' osservazione aerea o terrestre già ben avvertita nella guerra 1914-1918. Non parliamo poi della constatazione del Pelanda che «gli effetti sia della manovra che del

11.

i vi, pp. 78-80.


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fuoco sono sempre esaJtati dal loro impiego a massa e di sorpresa» e del suo concetto d i massa «Selettiva», che hanno quasi due secoli. Vanno perciò attribuite all'assenza di una ben consolidata memoria storica le attuali linee di tendenza del linguaggio politico-sociale e - di conseguenza- anche di quello militare, portate a non chiamare le cose col loro nome o col loro nome antico e a introdurre senza che sia indispensabile nuovi termini che non reggono bene alla prova della realtà, dunque possono produrre distorsioni concettuali e ostacolare la comprensione dei fenomeni, presentando per nuovo ciò che non lo è o non lo è del tutto. Per quanto è stato nelle nostre possibilità, abbiamo voluto dare un contributo chiarificatore, che auspichiamo valga almeno a porre un problema che, in ogni caso, non può essere risolto ricorrendo -anche quando non è necessario - all ' uso di termini stranieri, dunque nati in altro contesto culturale e per altre esigenze. L' incertezza, la molteplicità dei rischi , la mancanza di sicuri punti di riferimento sono un dato costante e generale della nostra epoca; l'arte militare non può che rispecchiarlo. La globalizzazione dell'economia, il progresso incessante delle tecnologie hanno dei vantaggi, ma anche degli inconvenienti. Possono affossare i valori morali, la personal ità dell' individuo, i legami di solidarietà che lo uniscono agli altri e distruggere con una piatta uniformità imposta da esigenze puramente economiche e commerciali le peculiarità, le tradizioni, i costumi, il modo di vivere e il rapporto con il territorio di ciascun popolo, cioè le sue vere e inalienabili ricchezze anche militari. Lungi dall'essere un lascito ormai inoperante del secolo scorso eper l' Italia - una mai sentita, artificiale creazione dell'élite risorgimentale, lo Stato - nazione - concetto eminentemente democratico - è più che mai vivo e necessario, prima di tutto come contrappeso agli effetti indesiderati del «progresso» e come luogo di coltura di valori che nobili tano l'uomo e dunque anche l'homo militaris, costituendo tuttora il riferimento più sicuro della sua vita e della sua libertà. È sintomatico che, a dispetto del preteso superamento dei vecchi Stati - nazione, le guerre, i conflitti e le crisi che oggi travagliano varie parti del mondo vadano in gran parte ricondotte al desiderio naturale e si direbbe storico di ciascun popolo, di ciascuna etnia di vivere entro sicuri e certi confini scegliendosi liberamente un proprio governo. Lungi dall'essere un'impalcatura inutile, una scatola sempre pilr vuota, lo Stato-nazione è dunque una condizione necessaria di efficienza e il primo mezzo per dominare le tecnologie senza esserne dominati,

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sfruttandone le ricadute positive e combattendo quelle negative. Non può esistere uno Stato efficiente, se esso non ha un sicuro fondamento nazionale, se cioè i cittadini non sono animati da un sano spirito e orgoglio nazionale. che significa consenso per le Istituzioni comuni e solidarietà tra tutti i cittadini in nome di valori condivisi e di una storia, una tradizione che tutti considerano propria. Nazione è cultura e storia insieme, è coscienza delle proprie radici comuni; l'Istituzione militare è, da sempre, la sua prima c più valida espressione, perché senza sicurezza non esiste libertà e progresso. Così come la Nazione, anche l' Istituzione militare deve cercare nella storia, nella tradizione rettamente intesa le prime ragioni della sua esistenza e efficienza. Con la massa di esempi, di dati, di spunti che se ben insegnata e meditata essa fornisce, la storia può dimostrare la persistenza, la validità, l'attualità di quei valori morali e di quel disinteressato spirito di servizio, la cui mancanza costituirebbe, per il mondo militare, una minaccia molto più grave di quelle- pur giornalmente lamentate- che affliggono la società civi le. Molti servitori dello Stato civili e militari dovrebbero avere, oggi, lo stesso spirito, le stesse disinteressate e nobili motivazioni di quei generosi giovani che - nel 1860 - hanno lasciato una vita spesso agiata per sbarcare in Sicilia e fare, con Garibaldi, l'Italia libera e una. Pagandone il prezzo dato il cattivo armamento, lo scarso addestramento, la precaria logistica, quei giovani - tra i quali era un antenato di chi scrive caduto sul Volturno- anche allora hanno vittoriosamente affrontato e dominato le tecnologie. Ecco, oggi bisogna fare come quei giovani: dominare le tecnologie, non esserne dominati; chiedere al materiale e alle armi perfezionate ciò che essi possono dare, e non ciò che non possono dare. Dal punto di vista del materiale, l'evoluzione in atto è abbastanza chiara. La diffusione delle tecnologie stealtlz in tutti e tre gli elementi dimostra che sulla corazza - intesa come difesa in senso lato - sta prevalendo il cannone, cioè l'offesa in tutte le sue manifestazioni, ivi compreso terrorismo e guerriglia. La «rivoluzione negli affari militari» prevede l'attacco e la disarticolazione del sistema di comunicazioni avversario: rimane dubbio fino a che punto tale attacco possa essere efficace contro forze armate non tecnologicamente avanzate, ma certamente sarebbe micidiale- e non certo da escludere- contro Forze Armate occidentali. La tendenza a ridurre gli equipaggi di navi sempre più sofisticate e potenti, i progetti aeronautici che prevedono per metà secolo aeroplani


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non pilotati, confermano che l'uomo, per l'Occidente, è una pedina sempre più preziosa che si tende a sostituire con la macchina. In sintesi, lo strumento militare occidentale nel suo complesso sta diventando sempre più costoso e sempre meno spendibile; il tutto, a fronte dell'esplosione demografica - e del deprezzamento della vita umana - nelle aree che circondano l'Occidente. Una linea di tendenza, dunque, non priva di vulnerabilità e inconvenienti, a cominciare dalla mancata flessibilità dello strumento, cioè dalla mancanza proprio di un requisito oggi ritenuto essenziale. Al di là delle apparenze, più l'uomo e i materiali diventano sofisticati e poco spendibili, meno lo strumento militare è flessibile: si tratta di una legge matematica. Che fare, dunque? mantenere al centro dell'organizzazione l'uomo e non la macchina; evitare che il tecnico di fatto soffochi il guerriero, che il laureato soffochi l'ufficiale, che il sottufficiale sia uno specializzato e non un comandante, che il naturale amore per la pace crei dei guerrieri disarmati. Vecchi ed elementari rimedi forse: ma da essi dipende la qualità di quella difesa della Patria, che la Costituzione definisce sacra. Solo così, infatti , s i potrà evitare quanto il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito ba giudicato come un contrassegno negativo del mondo attuale: «la tecnologia, rassicurante panacea della superiorità occidentale e del mondo moderno, è pronta a dissolversi al primo black-out>>39• Così stando le cose, al di là delle pur fondamentali questioni teoriche connesse vi sono tre errori che chi in Occidente si occupa di strategia dovrebbe curarsi di evitare: pensare che i meccanismi della guerra fredda siano stati suggeriti solo o in prevalenza dalla minaccia nucleare; come ha notato Ilari 40, chiamare «folli», ritenere irrazionali, immorali, le strategie di Paesi con mentalità, culture, tradizioni, storia, strutture sociopolitiche diverse da quelle occidentali; per contro, pretendere che l'Occidente cambi rotta strategica, la smetta con la filosofia della «guerra a zero morti» eccetera, diventi veramente ciò che dovrebbe o potrebbe essere da un astratto punto di vista tecnico-militare. Nessuno in Italia ricorda che il generale André Beaufre, uno dei padri della strategia del dopoguerra e della Force de frappe francese, nel 1939, qualche giorno prima dell'inizio della seconda guerra mondiale, ha scritto un articolo dal titolo emblematico Une forme nouvelle

19•

Conferenza al CASO del giugno 1998. "" V. Ilari, Lo strategia (Cit.).


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des con.flits intemationau.x: la paix- guerre41 , dove descrive tutti i caratleri di una guerra fredda in anteprima, quale è stata quella già tentata negli anni Trenta dalla Francia e dall' Inghilterra per far fronte senza spargimento di sangue al revanscismo della Germania, prendendo atto che la pubblica opinione di allora già rifiutava l'idea della guerra, «perché l'ultima ha lasciato una impressione profonda d'orrore e d'inutilità». Già allora si è tentata, in sostituzione dell'impiego effettivo delle armi, una «guerra politica», una «guerra diplomatica», una «guerra economica», ecc.. Lo strumento mi li tare, con i suoi effetti dissuasivi, è rimasto sullo sfondo di tali guerre, le ha rese possibili. Già Beaufre parla di «punti critici», di stati intermedi tra guerra e pace, di soglie che non devono essere superate, accennando anche a precedenti storici (Machiavelli, le guerre del secolo XVIII) e persino a lla necessità di costituire, al di là degli apparati difensivi, delle forze di pronto intervento per missioni al di fuori dei confini nazionali ..... Ebbene, dopo il 1945 l'Occidente non ha fatto che seguire la stessa rotta, dovuta prima di tullo a quel rifiuto della guerra e a quella vulnerabilità anche morale delle società europee, che sono stati il retaggio del 1914-1918. Non c'è alcuna ragione per ritenere che, cessata la guerra fredda, questa rotta di fondo possa cambiare: essa viene oggi proseguita con altri mezzi, che nella sostanza sono quelli classici, tradizionali tipici della superpotenza inglese fino al secolo XX. Se l'Occidente è condannato a una strategia di macchine e di élites, i suoi avversari presenti e futuri sono condannati a una strategia opposta. Questo è il riferimento certo, sul quale imbastire la nuova strategia teorica: nuova e vecchia al tempo stesso, perché più ridotta e tesa a ottenere i massimi risultati con il minimo di forze e energie, come ha sempre fatto la strategia classica e come NON ha fatto la guerra fredda, che solo per non combattere sul campo ha dispiegato il massimo sforzo, fino a esaurire l'Unione Sovietica.

•• «Revue des Deux Mondes» del 15 agosto 1939, pp. 766-789. L'articolo non è firmato, ma il Beaufre se ne auribuisce la paternità nella sua lntroduction à la stratégie del dopoguerra.


APPENDICE

VALORI MORALI E STRATEGIA SECONDO CLAUSEWITZ


Come ha messo in particolare evidenza il Blanch e come ha ricordato anche il Marselli, le Istituzioni militari, nel bene e nel male, sono espressione e manifestazione dello stato della società in un dato momento, che si rispecchia 'mche nella loro strategia, nella loro tattica, nelle Loro modalità di reclutameno, nella loro organizzazione, nella loro vita e nella loro filosofia di vira. Oggi le Forze Annate delle nazioni industriali piu sviluppare non possono che essere a loro volta espressione di società indusniali, nelle quali la macchina - o traguardi puramente materiali come la tendenza a un sempre nwggiore benessere - tendono a ottenebrare, a collocare in posizione subordinata quei valori morali che da sempre sono alla base di qualsiasi società, Istituzione, organizzazione anche non militare, e in ultima analisi- in quanto le fonne di organizzazione sociale sono pur sempre definite e gestite da uomini- ne determinano il buon funzionamento. Il recupe1v dei valori morali è un tema civile e quindi filosofico oggi di p01ticolare attualità; a maggior ragione lo è per Le Fo17.e Amtate, nelle quali l'erica del dovere e del sacrificio, i valori della solidarietà, la consapevole accettazione dei vincoli della disciplina in nome del superiore interesse della Patria, la disponibilità ad acceuare anche il sacrificio della vita al servizio della collettività nazionale, da sempre costituiscono dei valori fondanti che nessun pe1jezionato materiale, nessuna avanzata j01ma organizzariva hanno potuto o potranno sostituire. Delle tre Forze Armate L'Esercito è tuttora quella più basata sull'uomo, quella necessariamente meno «automatizzata» e dove l'organizzazione di una massa di combattenti è la prima meta: di questo occorre rendersi ben conto. L'Ae1vnautica, al contrario, è quella dove la macchina conta più di tutte, dove gli automatismi tecnologici hanno l'impatto maggiore; ma anche qui L'uomo e . i suoi valori non abdicano affauo al loro ruolo. Lo dimostra quanto ha di


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recente affermato il Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica su «Informazioni Offesa» n. 611997: «non si potrà fare a meno eli una politica eli formazione che riproponga l'etica al centro del rnicrocosmo individuale eli ciascun militare. L'etica militare e sociale deve ritrovare spazio adeguato nelle scuole militari e prolungarsi presso gli Enti e reparti in un dialogo periodico e costante tra il superiore - a tutti i livelli organizzativi di responsabilità- ed i propri dipendenti. Questo perché maturare in certi valori significa anche crescere nella responsabilità e nella oculatezza delle scelte, a beneficio dell'organizzazione di appartenenza e dell'intera comunità sociale. Nella sua visione per l'Aeronautica del 2000 Ronald Fogleman, Capo di Stato Maggiore deU 'USAF, assieme ad avvenieristiche tecnologie spaziali riproponeva al suo personale i valori antichi [nostra sottolineatura - N.d.a] del codice d'onore di ogni militare, ovvero mantenere piena integrità morale, anteporre all'interesse personale la lealtà verso l'Istituzione, fare nel modo migliore iJ proprio dovere». Il Capo di Stato Maggiore ha parlato di «valori antichi»; ebbene, chi ponga mente agli attuali impieghi dello strumento militare deve prendere coscienza che, al di là delle mutate forme operative, i valori morali mantengono e fors'anche accentuano quel ruolo che prima di tutti ha magistralmente esaltato Clausewitz, anche se gli obiettivi della strategia e della tattica possono essere molto diversi da quelli della guerra classica. È forse tramontato l'influsso di categorie spirituali e morali sulla strategia, non sono forse anche importanti il talento del Capo e le virtù militari dell'esercito? Sussiste tuttora uno stretto rapp011o tra queste componenti operative e i valori etici generali che sono stati dianzi sottolineati. Riteniamo perciò utile riproporre integralmente nelle pagine che seguono quanto ha qffermato nel secolo scorso Clausewitz a proposito degli elementi della strategia, delle forze morali e dell 'audacia, tenendo presente che quest'ultima anche in pace significa, per il Capo militare, andare dritto allo scopo coincidente con un interesse vitale dell'Istituzione, senza scoraggiarsi di fronte agli ostacoli e ai rischi e pienmnente assumendo le proprie responsabilità. La freschezza, la mirabile aderenza alla realtà e alle esigenze attuali delle riflessioni contenute nel testo che segue non sono che la conferma del giudizio che Benedetto Croce dette sul Libro del generale prussiano «Della Guerra», dal quale «il non scolastico studioso di filosofia» (e dunque, aggiungiamo noi, anche chi ragiona di cose militari) può ricavare molto «d'insegnamento e di stimolo»; un libro che «rimane sempre vivo e fecondo per quel che è del pensiero che vi circonda dentro». Ancor più del pensiero, forse, è il cuore del soldato a ispirare queste righe.... V Autore

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ELEMENTI DELLA STRATEGIA Le cause che nella strategia influiscono sull 'impiego del combattimento, possono venir raggruppate in clementi di natura diversa: morali , fisici, matematici, geografici e statistici. Nel primo gruppo occorrerebbe porre tutto ciò che riguarda le qualità spirituali c gli effetti morali; il secondo comprenderebbe l'entità della forza armata, la sua composizione, la proporzione fra le anni ecc.: il terzo, gli angoli delle linee d'operazione, i movimenti convergenti e divergenti in quanto la loro natura geometrica acquista valore nel calcolo; il quarto gruppo abbraccerebbe l'esame dell 'influenza del terreno e cioè dei punti dominanti, delle montagne, dei corsi d'acqua, foreste, strade ecc.: infine il quinto riguarderebbe i mezzi di conservazione delle forze, ecc. Vi è qualche vantaggio a concepire come separati questi elementi per chiarire le idee e per rendersi esatto conto del valore relativo dei si ngoli gruppi. Molti fra essi perdono così, senz'altro, la loro fittizia importanza: per esempio si vede subito che il valore di una base di operazione, quando anche la si consideri semplicemente in rapporto alla direzione della linea di operazione, dipende assai più dalla natura delle strade e del terreno che quest'ultime attraversate che non da un elemento geometrico quale l'angolo che le linee comprendono. Ma voler trattare la strategia smembrandola in quei diversi elementi sarebbe un ' idea infelicissima, poiché essi sono in genere uniti intimamente, e variamente si intrecciano negli atti parziali di guerra: ci si perderebbe dunque nell 'analisi più arida e, come in un cattivo sogno, si farebbero sforzi costantemente vani per costruire su questa base astratta l'edificio dei fatti del mondo reale. Che il cielo preservi ogni teorico da simile impresa ! Resteremo dunque nel mondo dei fatti integrali, e non spingeremo mai l'analisi più lungi di quanto non sia necessario per far comprendere il pensiero che vogliamo instillare nelle menti, e che, invece di essere il risultato di ricerche speculative. sarà un derivato della impressione che i fatti reali della guerra hanno prodotto su di noi.

FORZE MORALI Dobbiamo ritornare su questo argomento che abbiamo esaminato superficialmente nel II capitolo del libro secondo, poiché le forze morali sono fra le piu importanti in guerra. Sono infatti g li spiriti, che


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penetrano tutto l'elemento della guerra e si collegano alla volontà che deve dare impulso e dirigere l'insieme delle forze. Essi avvolgono, per così dire, questa volontà; si incorporano ad essa, cui sono affini, poiché anch'essa è un atto morale. Sfortunatamente, questi agenti sfuggono al sapere attinto nei libri, non si lasciano ridurre in cifre né in categorie; debbono essere veduti e sentiti. Lo spirito e le altre qualità morali dell'esercito, del condottiero, dei governi; i sentimenti delle province in cui la guerra deve essere condona; l'effetto morale di una vittoria o di una sconfitta, sono altrettante entità, diversissime per natura e che, nei loro rapporti coi nostri scopi e le nostre condizioni, possono esercitare a loro volta influenze svariatissime. Per quanto poco o nulla possa dirsi in proposito in un libro, queste cose appartengono peraltro indubbiamente alla teoria della guerra, come tutte le altre che costituiscono la guerra. Ripetiamo ancora una volta: è una filosofia ben povera quella che, seguendo gli antichi metodi, arresta le sue regole ed i suoi princìpi al di qua del limite ove cominciano le forze morali; che si riduce ad elencare delle eccezioni appena l'azione di queste forze si manifesta e che tende a dare a tali concezioni forma scientifica, elevandoli a regole; più povera ancora, quando essa ricorre al «genio che è al di sopra di ogni regola», poiché, in fondo, ciò significa che quelle regole, oltre ad essere scritte per gli sciocchi, sono esse stesse delle sciocchezze. Quand'anche la teoria della guerra non potesse far altro che rammentare l'influenza delle forze immateriali e mostrare la necessità di apprezzarne tutto il valore e di tenerne conto nei calcoli, essa estenderebbe almeno, così, il suo impero nel campo morale, chiarirebbe le idee e condannerebbe preventivamente, mediante la semplice constatazione dell'esistenza ed importanza delle forze morali, chiunque volesse giustificarsi davanti ad essa coll'affermare di limitarsi ai soli rapporti fra le cose materiali. Vi ha di più: anche in grazia di tutte le altre cosiddette regole, la teoria non può bandire le cause morali dal suo dominio, perché gli effetti delle forze fis iche sono intimamente compenetrati con quelli delle forze morali, e non è possibile disgiungerli come si scompone una leva metall ica con un processo ch imico. Ogni volta che la teoria si occupa di una regola avente rapporto con le forze fisiche, la partecipazione delle forze morali è sottintesa necessariamente, e la parte che ad esse compete deve essere presente allo spirito, se la teoria non vuole lasciarsi trascinare a frasi categoriche purtroppo limitate e restrittive, ora troppo estese e troppo generiche.


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Anche le teorie che trattano la guerra nel modo più materiale non hanno potuto del tutto evitare le incursioni nel campo morale, giacché, ad esempio, una vittoria non può spiegarsi ne i suoi effetti che tenendo conto delle impressioni morali. Così, la maggior parte degli argomenti che esam iniamo in questo libro comprende cause ed e ffe tti in parte fisic i, in parte morali: si potrebbe dire c he i primi possono paragonarsi all'asta di legno di un a lancia e i secondi a ll a punta d'acciaio lucente. La sto ri a ci d imostra ne l modo migli o re il valore de lle forze morali e la loro influenza, spesso incredibile: e quest'è la sostanza nutritiva più pura e preziosa che la spada del condottiero possa trarre dalla storia. Occorre a questo proposito osservare che i germi della conoscenza destinati a fecondare l'an imo derivano più dai sentimenti, dalle impressioni generali e da qualche lampo isolato di verità, che non dal le dimostrazioni. dalle ricerche critiche e dalle sapienti dissertazioni. Potremmo esaminare i principali fenomeni morali della guerra, ricercare con l'accuratezza di un diligente professore, che cosa si possa estrarre di buono o di cattivo da ciascuno di essi. Ma questo metodo porta troppo facilmente ad esporre generalità e luoghi comuni; l'aridità dell'analisi uccide lo spirito, e si giunge ben presto a dire cose che tutti sanno. Preferiamo dunque restare incompleti e procedere frammentariamente, qui ancor più che in ogni altro campo, contentandoci di aver richiamato, in modo generico, l'attenzione su ll'importanza della cosa e di aver caratterizzato lo spirito nel quale è concepito questo libro. FORZE MORALI PREPONDERANTI Le forze morali principali sono il talento del capo, la virtù militare dell'esercito c il suo sentimento nazionale. Nessuno può, in massima, stabilire quale di questi fattori abbia peso maggiore, essendo già difficile compararne il relativo valore. La cosa mig liore è di non stimare troppo scarsamente alcuno dei tre elementi: errore che il giudizio umano è troppo incline a commettere abbandonandosi ad esagerazioni capricciose a favore ora dell'uno ora dell'altro. Ed è bene riunire esempi storici sufficienti, a provare l'incontestabile efficacia di ciascuna delle tre forze in questione. Dobbiamo, intanto, riconoscere che nei tempi moderni gli eserciti degli Stati europei sono giunti presso a poco tutti allo stesso grado di preparazione interna e di addestramento, e che la condotta della guerra,


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per valerci dell'espressione dei filosofi, si è naturalmente perfezionata, ed è divenuta una specie di metodo quasi comune a un dipresso a tutti gli eserciti, al punto tale che anche i capi non possono più fare assegnamento sull 'i mpiego di mezzi artificiosi speciali, concepiti in senso ristretto (come l'ordine di battaglia obliquo di Federico II). È quindi è innegabile che, allo stato attuale delle cose, resta incontestabilmente una maggior Latitudine al sentimento nazionale dell'esercito ed alla sua abitudine alla guerra. Una lunga pace potrebbe nuovamente alterare questi rapporti. Il sentimento nazionale dell'esercito (l'entusiasmo, lo zelo spinto al fanatismo, la fede, il convincimento) ha massimo peso nelle guerre di montagna, in cui ciascuno agisce individualmente, fino al semplice soldato. Ciò basta per fare delle montagne i migliori campi di lotta per Le insurrezioni e le leve in massa. L' abilità manovriera di un esercito e il coraggio incrollabile che tiene le masse unite, come se fossero fu se in un sol pezzo, manifestano invece maggiormente la loro superiorità in terreno piano e libero. Il talento del condottiero trova maggior campo d'azione nei terreni frastagliati e ondulati. In montagna, egli resta troppo poco padrone delle frazioni isolate, e la condotta omogenea dell'insieme sorpassa le sue possibilità: in pianura, la condotta d' insieme è semplice e non esaurisce le sue energie. Queste affinità, che non si possono disconoscere, dovrebbero venir prese in considerazione quando si elaborano i piani di guerra. VIRTÙ MILITARE DELL'ESERCITO La virtù militare si distingue dalla semplice prodezza e più ancora dall'entusiasmo per la causa della guen-a. È vero che la prima, di per sé stessa, forma parte integrante della virtù mili tare: ma poiché è un dono naturale nell' uomo, e in un guen-iero, quale parte di un esercito, può risultare anche dall 'abitudine e dall'esperienza, deve nel soldato avere un indirizzo differente rispetto agli altri uomini. Essa deve perdere la tendenza a li ' iniziativa sbrigliata ed ali ' esercizio sfrenato della forza, tendenza che è propria del singolo individuo, e subordinarsi invece alle condizioni d'ordine superiore, quali l'obbedienza, l'ordine, la regola ed il metodo. L'entusiasmo per la causa conferisce alla virtù militare di un esercito un carattere più vivace ed ardente, ma non ne costituisce elemento necessario. La guen-a è un'attività determinata (e tale riman-ebbe pur sempre, per quanto generale possa diventare la partecipazione a tale funzione, anche da parte di tutti gli uomini di una nazione atti a portare


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le armi), di fferente e distinta dalle altre attività riguardanti la vita umana. Esser compenetrati dallo spirito e dall 'essenza dell 'opera bellica; destare cd assimil are le forze che in tale opera debbono aver parte; penetrare compiutamente, col raziocinio, nell 'atti vità bellica; acquistarvi sicurezza e spigl iatezza in grazia della pratica esperienza; dedicarsi interamente ad essa e da uomo divenire agente per un compito determinato; quest 'è, nel singolo individuo, la virtù mi l itare. Per quanto si possano immaginare fusi il soldato ed il cittadino nel medesimo uomo, per quanto la guerra si nazionalizzi c la si possa immaginare diversa da quella che era sotto i condottieri di un tempo, non si potrà mai far scomparire la particolarità della sua funzione e, se non si può farlo, coloro che si dedicano a questa fun zione si considerano, finché vi avranno parte, come appartenenti ad una specie di consorteria, il cui ordinamento, leggi e abitudini costitu iscono precipuamente gli elementi spirituali della guerra; ed infatti è questo che avviene. Ne consegue che, per quanto si voglia considerare la guerra dal punto di vista più elevato possibile, si cadrebbe in grave errore trascurando lo spirito di corpo, il quale può e deve sempre regnare, daJ pi ù al meno, in un esercito. Esso serve per così dire da cemento alle energie naturali manifestanti la loro azione in ciò che noi abbiamo denominato la virtù militare dell 'esercito. L o spirito di corpo attira e raccoglie attorno a sé le virtù mil itari. L'esercito che mantiene il suo ordine abituale in mezzo al fuoco più distruttore, che non è mai sconvolto da timori im maginari e da terrori panici e contende a palmo a palmo il terreno davanti ai pericoli reali; l'esercito che, fiero del sentimento deiJe sue vittorie, anche in mezzo ai disastri della sconfitta non dimentica l 'obbedienza, non cessa di stimare i suoi capi e di aver fiducia in essi ; l'esercito le cui forze fisiche sono indurite dall'abitudine alle privazioni ed alle fatiche come i muscoli di un atleta; l'esercito infine che considera queste fatiche come mezzi per raggiungere la vittoria, anzkhé scorgere in esse una maledizione legata aJle sue bandiere, e che è mantenuto in tutti questi doveri e queste virtù dal conciso catechismo di un ' unica idea: l'onore delle armi ; quell'esercito è compenetrato da spirito militare. Si può battersi ottimamente come i Vandeani, compiere grandi cose come gli Svizzeri, gli Americani, gli Spagnuoli, senza sviluppare questa virtù militare: si può eziandio essere fortunati alla testa di eserciti permanenti, come Eugenio e M arlborough, senza dover rallegrarsi molto del concorso di questa virtù: non si deve dunque dire che una g uerra fo rtun ata no n è concepibil e senza v irtù m ili tar e. Richiamiamo l 'attenzione su questo punto preci samente allo scopo di


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meglio definire le nostre idee, affinché i concetti non cadano nel vuoto e non si fi nisca per credere che la virtù mi litare in definitiva è tutto. Lungi da ciò: la virtù militare dj un esercito dev'essere considerata come una potenza morale determinata che si può anche supporre assente, e la cui influenza può quindi essere calcolata: uno strumento, insomma, di cui si può valutare la forza. Dopo averla così caratterizzata, vediamo che cosa è possibile dire circa la sua influenza ed i mezzi per crearla. La virtù militare è per ciascuna parte de!J'esercito ciò che iJ genio del capo è per l'insieme. I1 capo non può occuparsi che delJ'insieme, non di ogni singolo particolare; quella parte che egli non può dirigere dev'essere guidata dallo spirito militare. Si sceglie il generale in capo per la fama delle sue elevate qualità; si designano uomini a comandare le grandi unità in base ad un'accurata scelta: ma queste cautele nella scelta iliminuiscono necessariamente quanto più basso si scende nella scala gerarchica; in conseguenza, qui si deve fare minor calcolo sulle attitudini individuali ciò che ad essa manca, dev'essere sostituito dalJa virtù militare. Lo stesso compito adempiono presso i popoli bellicosi le loro qualità naturali che sono il coraggio, l'abilità, la resistenza alle fatiche e l'entusiasmo: quaHtà che possono sostituire lo spirito militare, e inversamente. Si può quindi concludere quanto segue: l. La virtù mi litare non è propria che degli eserciti permanenti. Sono essi appunto che più ne hanno bisogno. Nelle nazioni armate e nelle loro guerre, la virtù militare è sostituita dalle qualità naturali, le quali si sviluppano in esse rapidamente. 2. Eserciti permanenti contrapposti possono meglio prescindere dalla virtù militare, di un esercito permanente contrapposto ad una insurrezione, poiché in simil genere di guerra le truppe sono più djsserrunate, e le loro aliquote sono maggiormente abbandonate a loro stesse. Ma quando l'esercito deve operare riunito, il genio del condottiero esercita una influenza preponderante, e compensa quanto può man- care allo spirito delJ'esercito. La virtù militare, soprattutto, diviene perciò tanto più necessaria quanto più la natura del teatro delle operazioni od altre circostanze rendono la guerra più complessa e maggiormente frazionano le forze. D solo insegnamento che si può trarre da queste verità è che occorre semplificare per quanto è possibile la forma della guerra, quando l'esercito che è chiamato a farla manca dj quell'elemento; oppure occorre raddoppiare le cure circa gli altri punti dell'organizzazione militare e non aspettarsi dal solo nome di «esercito permanente» ciò che è proprio della cosa.


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La virtù militare de ll 'esercito è dunque una delle principali forze morali in guerra. Dove essa ha fatto difetto, o la vediamo sostituita da una delle altre, come la superiorità del generale e l'entusiasmo nazionale, oppure dobbiamo constatare che i risultati non rispondono agli sforzi compiuti. Quali grandi cose possano venir generate da questa essenza, da questo perfezionarsi dell'esercito, da questa conversione del minerale greggio in metallo brillante, noi lo vediamo nelle gesta dei Macedoni sotto Alessandro, delle legioni romane sotto Cesare, della fanteria spagnuola sotto Alessandro Farnese, degli Svedesi sotto Gustavo Adolfo e Carlo XII, dei Prussiani sotto Federico il Grande e dei Francesi sotto Napoleone. Occorrerebbe chiudere volutamente gli occhi davanti a tutte le testimonianze storiche, se non si volesse ammettere c he i meravigliosi successi di questi condottieri e la loro grandezza nelle più critiche situazioni siano stati possibili solo con eserciti di quella tempra. Questo spirito non può scaturire che da due sorgenti, le quali lo generano in comune. La prima è una serie di guerre fortunate; la seconda, l'attività dell'esercito spinta sovente fino ai più estremi sforzi. Solo questi fanno conoscere al soldato tutta l'estensione delle sue forze. Più un generale esige abitualmente dalle sue truppe, più è certo di ottenere da esse. Il soldato è altrettanto fiero delle miserie che ha sopportato, quanto dei pericoli che ha corso. Questo germe non fruttifica dunque che in mezzo ad una incessante attività ed a sforzi continui, ed anche, solamente, al sole delJa vittoria. Quando è divenuto albero robusto, resiste alle più violente tempeste d eli' avversità e della sconfitta, resiste anche al riposo snervante della pace, per un certo tempo. Lo spirito milita, e non può insomma nascere che in guerra e sotto grandi generali: ma una volta formatosi può durare per più generazioni, anche sotto generali ordinari ed attraversò lunghi periodi di pace. Non bisogna paragonare a questo grande e nobile spirito di corpo delle provate coorti di veterani, l'amor proprio e l'orgoglio di eserciti permanenti i quali non reggono che in grazia dei vincoli dei regolamenti di disciplina e di esercizi. Una certa gravità austera, una disciplina rigorosa. possono mantenere per un tempo maggiore una virtù militare che già esiste, ma sono del tutto incapaci di generarla: sono cose che hanno indubbiamente un certo valore, ma non bisogna esagerare questo valore. L'ordine, il grado di addestramento, la buona volontà, anche una certa fierezza ed un morale ottimo sono qualità di un esercito educato in tempo di pace che meritano una certa stima, ma che non possono costituire un complesso sufficiente.


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Tutto dipende dall'integrità dell'insieme: una sola fessura basta per spezzare in frammenti la massa, come in un vetro bruscamente raffreddato. 1l miglior morale del mondo si trasforma assai facilmente, al primo rovescio, in pusillanimità e si potrebbe quasi dire, in una certa millanteria della paura, espressa nel grido francese «sauve qui peut>>. Un esercito del genere nulla può senza un buon generale. Esso deve venir condotto con precauzioni raddoppiate, finché la vittoria e i disagi non abbiano gradatamente adeguato le sue forze alla pesante armatura della guerra. Si badi dunque di non confondere lo spirito di un esercito con la sua apparenza esteriore. L'AUDACIA Abbiamo già detto, parlando della certezza del risultato, quale sia il posto che l'audacia occupa nel sistema dinamico de!Je forze, in cui si contrappone alla prudenza ed alla circospezione; vi accenniamo per dimostrare che la teoria non ha diritto di sminuire questa forza sotto il pretesto di legiferare. Ma questo nobile slancio, per mezzo del q uale l'anima umana si innalza al disopra dei più minacciosi pericoli, deve inoltre essere considerato in guerra come un principio d'azione efficace a sé stante. Ed infatti, in quale ramo dell 'attività umana l' audacia godrebbe meglio del diritto di cittadinanza che non in guerra? Dal conducente e dal tamburino fino al generale in capo, l'audacia è la più nobile delle qualità; è l'acciaio che dà all 'arma il suo fi lo e il suo splendore. Ammettiamolo senza esitazioni: l'audacia gode perfino di taluni privilegi, in guerra. Al risultato che è offerto dal calcolo dello spazio, del tempo e delle forze, si deve aggiungere una certa percentuale che l'audacia. ogni qualvolta si senta preponderante, trae dalla debolezza della parte opposta. Si tratta dunque di una forza veran1ente creatrice: e ciò non è neppure difficile a dimostrare razionalmente. Ogni volta che l' audacia si trova contrapposta all'esitazione, alla timidezza, ha necessruiamente per sé la probabilità del risultato, perché l'esitazione presuppone già una rottura d'equilibrio. L'audacia è in svantaggio solo quando incontra una prudenza illuminata la quale è, per così dire, altrettanto audace nel suo campo e, comunque, è altrettanto forte ed energica: ma questi casi sono rari. In tutte le categorie di uomini detti prudenti, la grande maggioranza lo è per timidezza.


Appem_ lic_·e_ __ __ _ _ _ _ _ _ _ _ _ __ _ _ _ _ _ _ _ 6_ 93 _

L'audacia diffusa in tutta la massa de ll'eserc ito è una forza il cui sviluppo non può mai nuocere all'azione di altri agenti , poiché la collettività resta sempre soggetta, attraverso alla cornice ed alla compagine dell 'ordine di battaglia e del servizio, ad una volontà superiore, e quindi è guidata da una fo rza esteriore. L'audacia, ne lle collettività militari , non è dunque che una molla tesa, sempre pro nta a scattare. Pii) c' innalziamo nella scala gerarchica dei Capi, più diviene necesario che l'audacia sia accompagnata da un giudizio ponderato, affinché non si manifesti senza scopo e come urto cieco della passione; più il comando è elevato, tanto meno si tratta di abnegazione personale, tanto più cresce la responsabil ità della conservazione degli altri e del benessere collettivo. Que l che in una collettività è regolato da un ordinamento di servizio divenuto una seconda natura, deve nel Capo venir regolato dalla riflessio ne. Per il Capo, l'audacia cti un'azione può già divenir facilmente errore: si tratta però pur sempre di un bell 'errore, che non deve venir considerato alla stregua degli altri. Felice l'esercito nel quale un'audacia intempestiva si mostra frequentemente: si tratta di una vegetazione forse eccessivamente lussureggiante ma che denota un terreno fertile. Anche la temerarietà, cioè l'audacia senza scopo, non deve essere disprezzata: è. in fondo, la stessa forza di carattere, che però si manifesta quasi passionalmente, senza la cooperazione compiuta dell'intelligenza. Solo quando l'audacia si erige contro il principio dell'obbedienza, quando trascura una volontà superiore chiaramente espressa, essa deve venir trattata come un male pericoloso, non in se stessa, ma a causa della disobbedienza: poiché, in guerra, nulla è al di sopra deU'obbedienza. A parità di discernimento, la timidezza guasta mille volte più, in guerra, dell'audacia: su questo punto non abbiamo che da accennare alla cosa. per essere certi del consenso dei lettori. ln fondo, l' intervento di uno scopo razionale sembrerebbe dover agevolare l' audacia, e diminuire quindi la parte di merito che le spelta nell 'azione: invece, avviene proprio il contrario. L'intervento del pensiero lucido, o addirittura il predominio dell'intelligenza, tolgono a tutte le forze derivanti dal carattere una gran parte della loro potenza; perciò l'audacia diviene sempre più rara con l'elevarsi dei gradi. Ed invero, anche suppone ndo c he il sapere e la facoltà di giudiz io non aumentassero col grado, sta di fatto che i capi gerarchici ricevono dall'esterno impressioni così numerose e forti, in fatto di grandezze obbiettive. di circostanze e di riguardi particolari, che il loro compito è


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tanto più grave, quanto minore è la loro capacità personale eli discernimento. Quest'è, in guerra, la causa principale del fatto che l'esperienza ha formulato nel detto francese: «Te! bri lle au second rang, qui s'éclipse au premier». Quasi tutti i generali che la storia ci ha fatto conoscere come mediocri, o come irresoluti, si erano invece segnalati per la loro audacia e la loro risolutezza nei gradi inferiori. Dobbiamo qui stabilire una distinzione circa i motivi di una azione audace che derivano dalla pressione della necessità: tale necessità ba le proprie gradazioni. Se tale pressione è di carattere immediato, se il generale è spinto a perseguire il suo scopo fra grandi pericoli ma per sfuggirne altri non meno gravi, non si deve allora lodarne che lo spirito di decisione: il quale ha pur tuttavia anch'esso il suo valore. Ed infatti , se un giovane cavaliere, volendo mostrare la propria abilità, salta un precipizio, dà prova di audacia: ma quando effettua lo stesso salto perché inseguito da una banda di briganti che cercano la sua testa, dà soltanto prova di spirito di decisione. Invece, quanto più lo stato di necessità è lontano, quanto più numerosi sono gli elementi che il raziocinio deve prendere in considerazione per rendersi conto della situazione, tanto più difficile diviene l'osare. Quando Federico il Grande riconobbe, nel 1756, che la guerra era inevitabile, e non vide possibilità di salvezza che nel prevenire i suo i avversari, ne risultò per lui la necessità di assumersi l'iniziativa della guerra. ma vi fu certo dell'audacia nel farlo, poiché ben pochi uomini vi si sarebbero decisi, nell a sua situazione. Sebbene la strategia sia dominio soltanto del generale in capo e dei comandanti di grandi unità, l'audacia dei singoli elementi dell'esercito, al pari delle altre virtù militari, non è per essa indifferente. Ben altre cose, infatti, si possono intraprendere coll 'esercito di una nazione ardita nella quale è sempre stato alimentato lo spirito dell'audacia, che con un esercito al quale tale virtù guerriera sia rimasta estranea. Per questo, abbiamo considerato l'audacia nei riguard i dell 'i ntero esercito. Tuttav ia l'audacia del Capo costi tuisce la parte principale del nostro soggetto, benché non ne resti molto a dire dopo che abbiamo caratterizzato come meglio potevamo, nelle sue linee generali, questa virtù militare. Più il comando è elevato, più lo spirito, il giudizio e il sapere acquistano ascendente sull'azione, e più dunque l'audacia, che è una proprietà del carattere, si trova respinta nell'ombra. Perciò essa è così rara nelle più elevate posizioni: ma, appunto per tal motivo, è più degna di ammirazione


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quando in esse si riscontra. L'audacia guidata da uno spirito superiore costituisce il vero suggello dell'eroe: essa non si manifesta coll 'osare contro la natura delle cose, urtando inabilmcnte la legge delle probabilità, ma sostenendo vigorosamente le conclusioni di quel calcolo mentale che il genio, il tano nel giudicare hanno effettuato colla prontezza del lampo, c quasi incoscientemente, allorché hanno preso la loro decisione. Più l'audacia dà ali aJio spirito e al discernimento, tanto maggiormente essi spiccano in alto il volo, lo sguardo abbraccia più vasti orizzonti e il risultato è felice. Ciò deve tunavia intendersi nel senso che con la grandezza dello scopo cresce anche sempre la grandezza dci pericoli. L'uomo ordinario, per non parlare di colui che è debole cd irresoluto, arriva tutt'al più ad un risultato esatto nel lavoro mentale d' ufficio, lungi dal pericolo e dalle responsabilità e solo in quanto tale risultato sia possibile senza la visione diretta delle cose. Ma quando il pericolo e la responsabilità lo stringono dappresso egli perde di vista l'insieme, ed anche se i suoi collaboratori glielo rammentassero, perderebbe lo spirito di decisione, poiché quanto gli manca sotto questo rapporto non può essergli conferito da altri. Noi riteniamo dunque che non si possa concepire un grande condoniero senza audacia; che nessun uomo, cioè, possa divenire un grande generale, se non è in lui innata questa forza del carattere: e la consideriamo perciò come condizione prima di una elevata carriera. Si tratta poi di sapere quanto resti di tale qualità innata, svi luppata in seguito e modificata dall'educazione e dagli avvenimenti della vita, quando l'uomo è alfine pervenuto ad un 'alta posizione. Tanto più resta di questa forza, tanto maggiore sarà lo slancio del genio e più alto il suo volo. I rischi diverranno sempre maggiori , ma con essi, anche gli scopi. Tanto se i motivi risultino da una necessità lontana quanto se convergano verso il compimento di una grande opera generata dall 'ambizione, sia Federico od A lessandro che agisca, ciò è presso a poco indifferente dal punto di vista della critica. Se il secondo caso ecci ta maggiormente l ' immaginazione, a causa della maggiore audacia in esso insita, nel primo il raziocinio trova maggiore soddisfazione, perché risponde ad una maggiore intima necessità. Ci resta ora da considerare una circostanza importante. Lo spirito d'audacia può essere proprio di un esercito sia perché procede daUa nazione stessa, sia perché è stato generato da una guerra fortunata sotto un capo ardito: nel secondo caso, però, verrà inizialmente a mancare.


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Ora, ai nostri tempi, non esiste altro mezzo che la guerra, e la guerra condotta audacemente, per sviluppare lo spirito nazionale io questa direzione. È questo il solo rimedio contro il rammollirsi dei caratteri, contro le tendenze alla comodità verso cui è tratta ogni nazione che aumenta il proprio benessere ed estende le proprie relazioni commerciali. Solo quando il carattere nazionale e l'abitudine delia guerra siano in relazione reciproca e si sostengano a vicenda, una nazione può sperare di occupare una posizione stabile nel mondo politico. LA PERSEVERANZA

n lettore crede di trovare qui degli angoli e delle linee, ed invece di questi insignì cittadini del mondo scientifico incontra solo esseri appartenenti alla vita ordinaria, che si vedono camminare per le strade. Ma l'autore non può decidersi ad essere più matematico, nemmeno di un briciolo, di quanto ciò non gli sia imposto dalla sua materia, e non teme lo stupore che il lettore potrebbe esternargli. In guerra, più che in ogni altro campo, le cose si attuano in modo tutto differente da come si erano supposte, ed hanno, viste da vicino, un aspetto ben diverso che non da lontano. Con quale tranquillità l' architetto vede inalzarsi il suo edificio e tradursi in real.tà gradatamente le previsioni del suo progetto! Anche il medico, per quanto esposto ad effetti spesso impensati e ad incidenti, conosce tuttavia esattamente gli effetti e le forme dei suoi mezzi. In guerra, invece, il capo di una grande massa è costantemente esposto al flusso delle informazioni vere e false, di errori commessi per timore, per negligenza o per precipitazione, di rimostranze che gli sono fatte in base a notizie o r vere or false, derivanti da un erroneo senso del dovere, da cattiva volontà, ed infine, ad incidenti ai quali nessuno aveva pensato. Insomma, egli è esposto ad impressioni innumerevoli, che per la più g ran parte tendono a preoccuparlo, e solo in piccola parte ad incoraggiarlo. Una lunga esperienza di guerra produce il tatto necessario per far g iudicare rapidamente il valore di ciascuno di talj fenomeru; un grande coraggio ed una grande forza di carattere possono resistere loro, come lo scoglio al cozzo incessante delle onde. Chi cedesse a tutte le impressioni non porterebbe a compimento nessuna impresa, ed è ciò che rende necessario, come contrappeso, la perseveranza nel progetto concepito, fino a che non intervengano elementi assolutamente decisivi per imporne il cambiamento. Inoltre, non


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esiste quasi al cuna impresa gloriosa che non debba compiersi a prezzo di sforti, di pene e privazioni immense: e poiché la debolezza, fisica e morale, delruomo è sempre proclive a cedere. lo scopo non può venire raggiunto che per effetto di una grande forza di volontà, la quale si manifesta con quella perseveranza che forma l'ammirazione dci contemporanei e dei posteri. PREPONDERANZA NUMERICA La preponderanza numerica è, in tattica come in strategia, il fattore più generale della vittoria: noi lo esamineremo anzitutto nelle grandi linee, nelle considerazioni che seguono. La strategia determina il luogo nel quale si deve combattere, il momento opportuno per il combattimento, le forze necessarie per combattere. Con questa triplice dcterTnlnazione, essa esercita una influenza considerevole sul risultato. Quando la tauica ha dato un combattimento e raggiunto un risultato, sia esso una vittoria o una sconfitta, la strategia deve trame tutto l'utile possibile nell'i nteresse dello scopo della guerra. Normalmente, questo scopo è spesso molto lontano: solo in rarissimi casi avviene che sia prossimo. Numerosi scopi intermedi sono ad esso subordinati. e rappresentano in pari tempo mezzi a pro dello scopo d'ordine superiore. Essi sono in pratica assai vari; ed anche lo scopo finale da raggiungere con la guerra varia per ciascuna guerra. Esamineremo tali singoli argomenti a mano a mano che prenderemo conoscenza dci singoli oggetti cui essi si riferiscono: non intendiamo peraltro abbracciare tutta l'estensione della materia facendone una enumerazione completa, anche se ciò fosse possibile. Daremo intanto la precedenza all'impiego del combattimento. Anche questi elementi a mezzo dei quali la strategia influisce sull'esito del combatti mento, determinandolo, e, in certo qual modo, decretandolo, non sono così semplici da poterl i afferrare con un colpo d'occhio complessivo. La strategia, stabilendo il tempo. il luogo e la forza, può variare considerevolmente le combinazioni di questi elementi. dei quali ciascuno modifica sia l'esito, sia le conseguenze del combattimento. Anche questo, lo vedremo gradatamente occupandoci degli obiettivi che specializzano l'i mpiego dei combattimenti. Se spogliamo così il combattimento da ogni carattere particolare conferitogli dal suo scopo immediato e dalle circostanze dalle quali esso deriva, se facciamo inve-


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ce astrazione dal valore delle truppe, poiché esso è un fattore determinato, non ci resta che l'idea nuda di un combattimento, e cioè di una lotta senza forma definita, in cui non distinguiamo che il numero dei combattenti. Questo numero determinerà dunque la vittoria. Ma già dalle numerose astrazioni che abbiamo dovuto compiere per giungere a questo punto, risulta che la preponderanza numerica in un combattimento è soltanto uno dei fattori della vittoria. Ben ]ungi quindi dall'aver guadagnato tutto, o sia pure il principale vantaggio, a mezzo della superiorità numerica, può spesso avvenire che con essa si sia ottenuto ben poco, a seconda della natura delle circostanze cooperanti. La superiorità del numero ha però dei gradi: si può concepire un esercito doppio, triplo, quadruplo dell'altro ecc.: si comprende perciò facilmente che, a mezzo di un simile aumento indefinito, questo fattore debba finire per preponderare su tutti gli altri. Da questo punto di vista, si deve ammettere che essa costituisce il fattore più importante per il risultato di un combattimento; soltanto deve essere sì grande da neutralizzare l' azione di tutte le circostanze concomitanti. In conseguenza, bisogna riunire sul punto decisivo e impegnare nel combattimento il maggior numero possibile di truppe. Siano queste truppe sufficienti o meno, agendo in tal modo si sarà realizzato, da questo punto di vista, tutto ciò che i mezzi permettevano. Tale è il primo principio della strategia. Ma espresso in modo così generico, esso si applicherebbe tanto ai Greci ed ai Persiani quanto agli Inglesi ed ai Mahratti, ai Francesi ed ai Tedeschi. Per concepire qualcosa di più concreto in proposito, gettiamo uno sguardo sulle condizioni militari dell' Europa. Vediamo che gli eserciti europei sono assai simili fra loro nei riguardi dell'armamento, dell'ordinamento e dell'addestramento; non rimane, a volta a volta, che una differenza nella virtù militare delle truppe e nel talento dei capi. Scorrendo la storia militare europea moderna, non vi troviamo più nulla di analogo ad una battaglia di Maratona. Federico il Grande batté a Leuthen 80.000 Austriaci con 30.000 uomini circa, ed a Rossbach, 50.000 Alleati con 25.00 Prussiani: questi sono peraltro i soli esempi di vittorie riportate sopra avversari di forza doppia e più che doppia numericamente. Non potremmo citare qui opportunamente l'esempio di Carlo XII alla battaglia di Narva, perché a quell'epoca i Russi potevano appena considerarsi europei, e, d'altron-

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de, le circostanze capitali di quella battaglia non ci sono abbastanza note. Bonaparte aveva a Dresda 120.000 uomini contro 220.000 Alleati: la proporzione non era nemmeno di uno contro due. A Kollin, Federico il Grande non poté riuscire a battere 50.000 Austriaci con 30.000 uomini: altrettanto avvenne a Napoleone nella sua battaglia disperata di Lipsia, ove aveva 160.000 uomini contro 280.000, e quindi il rapporto era ancor lontano da quello di uno a due. Si vede chiaran1ente da ciò, come in Europa sia oggi assai diffici le ad un generale, sia pure di grande genio, lo strappare la vittoria ad un avversario che abbia forza numerica doppia: ora, se vediamo una preponderanza del doppio pesare così fortemente nella bilancia contro i più grandi generali, non possiamo mettere in dubbio che nei casi ordinari, tanto nei grandi quanto nei piccoli combattimenti, basta, per assicurare la vittoria, il possedere una superiorità numerica notevole, che non occorre vada al di là di 2 contro l , per quanto sfavorevoli possano essere le altre circostanze. È vero che si può concepire una stretta in cui forze sia pure decuple non basterebbero per vincere: ma in simili casi non si tratta più di un combattimento propriamente detto. Riteniamo dunque che per l' appunto nella situazione militare odierna, come in tutte le altre analoghe, la quantità di forze nel punto decisivo sia cosa molto importante, e che in massima questa condizione sia la più importante di tutte. La forza nel punto decisivo dipende, a sua volta, dalla forza dell'esercito in valore assoluto, e dall'abilità nel suo impiego. La prima norma sarebbe dunque di entrare in campagna con un esercito che abbia la massima forza possibile: il che sembra un luogo comune, ma non lo è. Per dimostrare come, per lungo tempo, non si sia considerata affatto la forza numerica come condizione principale, ci basta l'osservare che la maggior parte degli storici militari, anche quelli del XVill secolo a cui si debbono le esposizioni più particolareggiate, non indicano la forza numerica degli eserciti, o la menzionano solo come cosa accessoria senza mostrare di annettervi particolare importanza. Tempelhoff nella sua storia della guerra dei Sette anni, è il primo, fra gli autori del tempo, che abbia regolarmente fornito notizie del genere, per quanto in modo del tutto superficiale. Massenbach stesso, nelle sue considerzioni critiche sulle campagne prussiane del I 793-94 nei Vosgi, parla molto a lungo di montagne, di strade, di valli e di sentieri, ma non dice una parola delle forze numeriche contrapposte.


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Un'altra prova di quanto abbiamo detto si trova in una strana idea che molti scrittori militari coltivavano: e cioè che esistesse una certa forza numerica la quale era la migliore: una cosiddetta «forza normale», al di là della quale il numero sarebbe stato, secondo loro, più dannoso che utile'. Vi è infine una quantità di esempi, sia di battaglie sia di intere guerre, nelle quali non si fecero concorrere tutte le truppe disponibili, perché non si accordava alla superiorità del numero il valore che gli compete secondo la natura stessa delle cose. Invece, quando si sia bene penetrati del convincimento che con una superiorità numerica considerevole si possono ottenere tutti i risultati che si vogliono, questo convincimento non può a meno di esercitare influenza sulle predisposizioni di guerra, nel senso di entrare in campagna col massimo possibile delle forze, sia per procurarsi la superiorità assoluta, sia, almeno, per garantirsi nel modo migliore contro l'avversario che la possiede. E questo basta, circa la potenza numerica assoluta con cui la guerra deve essere condotta. La misura di questa potenza numerica è determinata dal governo: e, sebbene con questa determinazione comincia l'attività bellica propriamente detta, ed essa costituisca prute essenziale della strategia, il generale in capo cui è affidata la condotta delle truppe deve peraltro, nella maggioranza dei casi, considerare la forza numerica assoluta come un dato di fatto a sé stante, sia che egli non abbia partecipato alla determinazione di essa, sia che le circostanze abbiano impedito di dare a questa forza una maggiore entità. Non gli resta dunque che procurarsi , a mezzo di un abile impiego delle forze, la superiorità relativa nel punto decisivo, anche quando la superiorità assoluta non si sia potuta raggiungere. D mezzo principale per ottenere tale scopo si basa sul calcolo dello spazio e del tempo: ne è conseguito che si è considerata tutta la strategia, anzi, ogni impiego di truppe, come basato esclusivamente su calcoli del genere. Si è giunti perfino ad attribuire ai generali, tattici o strateghi eminenti, speciali facoltà atte a tale lavoro. Ma questi calcoli di spazio e di tempo, pur essendo costantemente base per le operazioni strategiche, e costituendo per così dire il pane quotidiano della strategia, non costituiscono tuttavia né la difficoltà maggiore, né l'elemento più decisivo.

'· Tempelhoff e Montalembert sono i primi che ci vengono alla memoria su questo riguardo. (Nota di Clausewitz) .

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Se gettiamo un colpo d'occhio, senza idee preconcette, sulla storia militare, riscontreremo che i casi in cui errori nei calcoli del genere siano stati cause di gravi perdite sono estremamente rari; per lo meno, in strategia. Ma, se si intende comprendere nell'idea di un' «abile combinazione del tempo e dello spazio» tutti i casi in cui un generale risoluto ha battuto più avversari con lo stesso eserc ito, eseguendo rapide marce (Federico il Grande, Napoleone) si viene a creare un linguaggio convenzionale, altrettanto inutile quanto astruso.È invece necessario per la chiarezza e per la fecondità della concezione, che le cose siano sempre designate col loro vero nome. Giudicare alla sua giusta stregua l'avversario (Daun, Schwarzenberg); osare, lasciando momentaneamente di fronte a lui soltanto poche forze, spiegare l'energia di marce forzate, l'audacia di attacchi improvvisi e l' attività superiore propria dei grandi spiriti nel momento del pericolo: queste sono le cause di tali vittorie. Quali rapporti, domandiamo noi, esistono fra queste cause e l'attitudine a comparare due cose così semplici come lo spazio ed il tempo? Ma anche questo giuoco di rimbalzo delle forze, in cui le vittorie di Rossbach e di Montmirail hanno, per così dire, dato lo slancio per quelle di Leuthen e di Montereau, questo mezzo ai quali i grandi generali hanno spesso fatto ricorso nella difensiva, sono rari nella storia, se vogliamo essere esatti. La superiorità numerica relativa, e cioè l'abile concentramento di forze preponderanti sul punto decisivo, ha avuto, ben più spesso origine nel giusto apprezzamento di tali punti e nella direzione più opportuna, che in conseguenza di questo apprezzamento le forze ricevono fin dall'inizio, nello spirito di decisione necessario per negligere gli interessi secondari in favore dello scopo principale e cioè nel mantenere le proprie forze concentrate in modo preponderante. E quest'è appunto uno dei lati caratteristici di Federico II e di Napoleone. Crediamo di aver assegnato alla superiorità del numero l'importanza che le è dovuta: essa dev'essere considerata essenziale e si deve ricercarla sempre, nei limiti dei mezzi esistenti. Sarebbe tuttavia erronea interpretazione delle nostre considerazioni precedenti, il ritenere la superiorità numerica come condizione necessaria alla vittoria: le nostre conclusioni non si riferiscono che al valore che si deve dare alla forza numerica nel combattimento. Quando le sia stata data la necessaria entità consentita dalle circostanze, si è fatto abbastanza, nel sen-


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so della regola; e solo un giudizio sul complesso delle condizioni può far decidere se si debba, o meno, evitare un combattimento a causa della scarsezza di forze. LA SORPRESA Dall'oggetto del precedente capitolo, dalla tendenza generale cioè verso la superiorità relativa, deriva già un'altra tendenza, anch'essa logicamente generale: quella di sorprendere il nemico. Essa è, dal più al meno, base a tutte le imprese di guerra, poiché senza sorpresa non si concepisce la possibilità di ottenere la superiorità nel punto decisivo. La sorpresa diviene quindi un mezzo per ottenere la superiorità numerica: ma è altresì, in sé stessa, un principio a sé stante, e precisamente per i suoi effetti morali sull'avversario. Quando infatti essa riesce in alto grado, ha per conseguenza il disordine e lo scoraggiamento del nemico: e gli esempi, grandi e piccoli, nel conseguente ampliamento del successo abbondano. Non trattiamo qui della sorpresa propriamente detta, e cioè dell'attacco di sorpresa; bensì della ricerca di una sorpresa da attenersi precipuamente mercè i propri provvedimenti, ma specialmente mediante opportuna ripartizione delle forze: il che vale anche per la difensiva, e specialmente nella difesa tattica ha importanza capitale. Abbiamo detto che la tendenza a sorprendere è alla base di tutte le imprese di guerra, senza eccezione; ma essa si manifesta in grado assai diverso, a seconda della natura dell'impresa e delle circostanze contingenti. Tali differenze traggono poi origine dalle qualità dell'esercito, del capo militare ed altresì del governo. Segreto e rapidità sono i due termini di questo prodotto. Entrambi suppongono nel governo e nel condottiero una grande energia, e, nell'esercito, una grande serietà nel servizio. [DA KARL VON CLAUSEWITZ «Della guerra» (1832), Libro terzo.Traduzione a cura di Ufficio Storico de!Jo SME (1942)]

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INDICI


INDICE DEI NOMI DI PERSONA

A AGAMENNONE, 27. ALBERJNI , R. (Comandante), 21 e nt. 16, 22, 24, e nt. 18. ALCIATI, (Magg. Gen.), 30. ALESSA DRO MAGNO, 51, 63, 371,

380,665. AMORETTI, G.N., 184. A NNIBALE, 5 1, 63, 380, 487. ANTHONY, 476. APPLI , (Col.), 278. ARCIDUCA CARLO DI LoRENA, (Gen.),

88, 89, 91, 92, 131, 135, 145, 161, 445, 538, 544, 556. ARISTOTELE, 369. ARON, Raymond, 414. AUBE, The6phile ( Amm.), 560. A UGUSTO, (lmp.), 265.

BALDISSERA, Antonio (Gen.), 257. BARATIERI, Oreste (Gen.), 257. B ASTI CO, Ettore (Maresciallo), 33 e nt. 27, 34, (nt. 28), 62 e nt. 8, 174. BATTISTELU , Fabrizio, 651 , 652 e nt. 28, 653 e nt. 30. BAUMANN, M., 343. B EAUFRE, André (Gen.), 198, 416, 419, 425,454, 474, 678, 679 nt.

41. B EBEL, August F., 264. B ELLUZZO, (On.), 182 e nt. 31,205. B ENCIVENGA, Roberto (Gen.), 38 e nt. 33, 173, 175, 176, 177, 182,

391,644. B ERGSON, Henry, 311. B ERNOTTl, Romeo ( Amm.), 33 e nt. 27, 34, 35 e nt. 29, 36 e nt. 31, 173, 174,203,401,402 (nt.

6 1), 568, 571, 572.

B B ADOGLIO, Pietro (Maresciallo),

674. BALBO, Cesare, 130, 131, 133, 136,

141, 329,330. BALDINI. Antonio (Gen.), 32 e nt. 25.

BIANCHI, Matteo, 550, 551. BI ANCO DI SAINT JORIOZ, Carlo,

133, 134,328, 329,331 ,333. BLANCH, Luigi, 135, 155, 290, 353,

378,504. BLATIO, Oete (Col.), 77, 78 e nt. 16, 112 e nt. 34.


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L 'ane mi/irare del 2000

BLIN, A., 307 e nt. 6, 322 (nt. 15), 346 e nt. 24, 349, 350 (nt. 27), 358 e nt. 29, 359, 360, 380 e nt. 56, 393, 409, 410, 411 e nl. 2,

412,413,418,461. B LOCH. Mare, 27. BOCCACCIA. Epìmede (Col.). 270. 275. B ONAM ICO. Domenico (Comandante), 42, l 09 e n t. 33, 122 (nt. 1), 154, 162 e nt. 24, 163,

164, 452 , 544, 560, 561 ' 570, 573,603. BONANATE, Luigi, 358 e nt. 31, 362 e nt. 32, 492 e nt. 43, 493. B ONGHI, Ruggero, 470 (nt. 33). B OTHOUL, Gaston, 189. 302. 416 e nt. 12. B OTTA, Carlo, 133, 333 (nt. 18). BOTTI. Ferruccio, 9 (nt. 4), 33 {nt. 26 e 27), 39 (nt. 36), 50 (nt. 2), 69 (nt. 11), 77 (nl. 15), 88 (nt. 23), 109 (nt. 33), 11 2 (nt. 35), 121 (nt. l ), 127 (n t. 5), 138 (nt. 9), 146 (nt. 13), 152 (nt. 14), 166 (nt. 27), 171 (nt. 28), 187 (nt. 36), 342 (nt. 23). 513 (nt. 6), 532 (nt. 16). 544 (nt. 22). 564 (nt. 40), 585 (nt. 50). BOUTROS GHALI (Segretario ONU). 606. BUCHAN, Alastaìr, 300, 30 l , 302, 304, 340. B OLOW (VON), H.D., 88 e nt. 22, 102. BYRON, George G. , 37 1.

CADORNA, Raffaele (Gen .. padre dì Luigi), J42. CADORNA, Raffaele (Gen., figlio dì Luigi), 184 e nt. 32, 185, 186. CAIO D UILIO, 562, 641. CALCANTE, 27. C ALIGAR IS. Lui g i ( G en. ). 202.

203. 430, 432, 657 e nt. 34. CALLWELL, C.E. (Gen.), 164. 560. 568. CAMON, Hubert (Gen.), 62 e nt. 8. CAMPOLI ETI, Nicola Maria (Col.), 2 16, (nt. 3), 217,270,274. CANEVARI, Emilio (Ten. Col.), l 05 e nt 31, 153 (nt. 15), 173. 178, 179, 182. 271 (n t. 48). CAI\'TÙ. Cesare, 137, 138, 550, 551. CAPRONI, Gianni, 172. CARDINALE DI RElZ, 15. CARLO ALBERTO (Re di Sardegna),

131, 140, 149. 151,265. CARLO VIli (Re di Francia), 12. CARR, E.T., 586. CASALOTTO, A. (Col.), 462. CASTEX, Raoul (Amm.), 414. 435,

471,477, 547, 560, 568. 587 e nt. 51. CASTRO, Fìdel, 326. 441. CATERINA Il DI RUSSIA, 27. C ATIANEO, Carlo , 60, 137, 141 , 333, 554 e nt. 22. CAVACIOCCHI, Alberto (Col.), 266 e nt. 38, 269, 270. C AVIGLIA, Enrico (Maresciallo),

c CADORNA, Lui gi (Maresc iallo), 66, 142, 166 (nt. 26), 271, 272.

273, 379.

l05. CAVOUR, Camillo, 142, 265. CERM ELLI , Mario (Ten. Col.), 39 (nt. 36), 121 (nt. 1), 171 (nt. 28). CERRUTI, Alberto (Gen.), 254.


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Indice dei nomi di persona

CESARE, (Giulio), 51 , 63, 66, 380, 665. CESAREITI, Roberto (Amm.), 599 e nt. l , 621 (n t. 15), 631 e nt. 24. CHALIAND, G. 307 e nt. 6, 322 (nt. 15), 346 e nt. 24, 349, 350 (nt. 27), 358 e nt. 29, 359, 360, 380 e n t. 56, 393, 409, 41 O, 4 11 e nt. 2, 412, 413, 418, 461. CHARNAY, Paul, 410. CHIRAC, Jacques, 201. CHURCHILL, Wbiston, 649. CIALDINI, Enrico (Gen.), 66. CLAUSEWITZ, Karl (Gen.), 42, 49 e nt. l , 50, 65, 77, 78 e nt. 16, 79, 80, 83, 87, 88 (nt. 22), 89, 90, 91 , 92, 93 e nt 25, 94, 95, 96, 97, 98, 99, 100, 101, 102, 104, 105 e nt. 31, l07, 109, 110, l! l , 112 e nt. 36, 113, 114, 115. 116. l1 7, 124, 140, 145, 148, 155, 157, 158, 159, 161, 164, 178, 188, 198, 205, 301 e nt. 3, 303, 305, 329, 331 , 333, 341 ,347, 352, 363, 366, 367,368, 369,370, 371 , 372, 373,374, 376, 377, 378, 379 e nt. 53, 380, 383 e nt. 57, 385, 388, 389 (nt. 59), 392, 407 e nt 1, 411 , 416, 417 e nt. 13, 42 1, 433, 435, 442, 445 e nt. 22, 446, 453 , 4 55 , 460, 471 , 472, 473, 475 , 478 , 483 , 488, 489, 492, 493, 495, 502, 516, 517, 518 e nt. 10, 519, 521 , 523, 524. 541, 560, 561 , 670. COCCIA, Maurizio (Gen.), 600 (nt. 2). COGGI, I.M. , 582 (nt. 49). COLLIER, Thomas W. , 326 e nt. 16, 327 , 328, 330, 331 , 332, 333, 334, 336, 341.

COLOMBO, A., 309 (nt. 7). COLSON, Bruno, 62 (nt. 8), 77 (nt. 15). CORBEIT, Julian, 96 e nt. 26, 560, 568, 576, 577 e nt. 45. CORRlDONI, Filippo, 271 . CORSI, Carlo (Gen.), 250. COSENZ, Enrico (Gen.), 152, 161 e nt. 23. COUSIN, 135. COUTAU- BEGARIE, Hervé, 413 e nt. 4 , 416, 417, 418, 420, 421 , 424 , 425 e nt. 18, 426 , 430 , 432, 439, 440 e nt. 21 , 452, 453 e nt. 24, 457, 471 , 472 (nt. 34), 474, 477 e nt. 37, 492, 546 e nt. 25, 547, 548, 551 , 587 (nt. 51 ). CRESSEY, George B., 546. CRIDIS , Giu seppe , 125 e nt. 4 , 126, 127, 128. CROCE, Benedetto, 21 , 3 l e nt. 24, 32 , 112 e nt. 36, 113, 114, 115, 116, 118, 155, 519.

D DALLARI, P. (Cap.), 269 e nt. 42. D ' ANDELOT, (Maresciallo), 30. D'ANNUNZIO, Gabriele, 245 e nt. 26. DANTE, 24, 265. D ' ARNAULT, (Maresciallo), 30. DARWIN, Char1es R., 159. D ' AYALA, Mariano (Gen.), 123 (nt. 2), 135, 137. D E AMBRIS, Alceste, 272. DE BLOCH, 266. DE CHAURAND DE SAINT EUSTACHE, Felice (Gen.), 60 e nt. 6, 154, 165 (nt. 25), 166, 168, 169, 246 e nt. 27, 247, 248, 249 (nt. 30).


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L'arre militare de/2000

DE CRISTOFORIS, Carlo, 144, 147, 148,149,161,354,517. DE DOMENICO, P. (Cap.), 269 e nt. 41 . DE GAULLE, Charles (Gen.), 3, 14 e nt. 8, 15 e nt. 10, 16 e nt. 11, 17, 106 e nt. 32, 311 e nt. 10, 391, 444, 644, 658. DEGL'INNOCENTI, M., 248. DELBROCK, Hans, 411. DE LUCA, V. (Brig. Gen.), 524 (nt. 13). DE MAISTRE, Joseph, 5. DE Rossi, Eugenio (Gen.), 246, 249 (nt. 30). DE VtGNY, Alfred, 391 e nt. 60. DI BELLISLE, (Maresciallo), 30. DI GIAMBERARDINO, Oscar (Amm.), 203, 204, 321. DI SALUZZO, Cesare (Gen.), 147. DI SAN SEBASTIANO, (Ten. Col.), 30. DI VENTURA, V. (Col.), 542 (nt. 21). DOUHET, Giulio (Gen.) 23, 42, 171, 172, 173, 174, 175, 177, 203, 360, 361, 399, 437, 475, 538, 555, 564, 566, 567, 570, 582,589,590,675. DURANDO, Giacomo (Gen.), 130, 131 e nt. 7, 132 e nt. 8, 133, 136, 546,547, 549.

E EISENHOWER, Dwight D. (Gen.), 440. ENGELS, Friedrich, 433.

F FABER, Sergio, 248 (nt. 29). FABIO MASSIMO, 487.

FEDERICO Il DI PRUSSIA (IL GRANDE), 23, 26, 50, 51, 53 (nt. 4), 61, 63, 66, 70, 76, 81 , 82, 95 , 102, 115, 139, 151, 156, 378 (nt. 52), 380, 460, 485, 662. FERRARO, L. (Cap.), 268 e nt. 39, 269 e nt. 40. FERRERO, Guglielmo, 247, 249, 257,258,259,260,262. FILANGIERI, Gaetano, 57, 58, 59, 60, 127ent.5, 137, 150,167. FIORAVANZO, Giuseppe (Amm.), 203, 274 e nt. 49, 278 e nt. 54, 279,280,281,287,437. FocH, Ferdinand (Maresciallo), 29 e nt. 22. FOGLIANI, Tancredi (Magg.), 216 e nt. 3, 217 e nt. 5, 219, 221, 226, 229, 274, 289. FRANCART, Loup (Col.), 426 e nt. 19, 427, 428 , 429 , 430, 432, 499, 500 e nt. l, 509, 512, 5 13. FREEDMAN, Alain, 61 l. FREUD, Julien, 414, 453. FUKUYAMA, Francis, 28, 323. FULLER (Gen.), 366, 368.

G GANDHI, 364. GARIBALDI, Giuseppe (Gen.), 139, 141,142,148,149,150,233,330, 333,349,354,412, 604,662, 667. GATII, Angelo (Col.), 8 (nt. 3), 275. GELAO, N. (Ten. Col.), 462 (nt. 29). GENTILE, Giovanni, 155. GHEDDAFI (Col.), 628. GIAP, Wbo Nguyen (Geo.), 68, 338, 345,346,351,465,484.


709

Indice dei nomi di persona

GIOBERTI, Vincenzo, 130, 131. GIOTTO, 24. GrusTINIANI, Enrico (Gen.), 128. GLASSNER, Martin, 550 (nt. 32). GOBICCHl. A., 606 e nt. 5. GOLBERY (Col.), 547. GOMBRICH, Emst R., 24. GRASSI, Giuseppe, 129, 137. GRAZiou, Francesco Saverio (Geo.), 38 e nt. 34. GREGORIO, Carlo (Magg. Cornm.), 70 (nt. 12). GUERRINI, Domenico (Magg.), l 43. GUEVARA, Che, 344. GUGUELMOTTI, Alberto (Padre), 129. GUIBERT, 63, 76, 380. GUSTAVO ADOLFO (RE DI SvEZiA), 63,544. GUTIIEREZ, 148.

H HAHLWEG, Wemer, 340, 343. HAUSHOFER, Karl, 554. HEGEL, G.W.F., 155. HlNDENBURG, Paul (Maresciallo), 529. HITLER, Adolf, 299, 378, 380, 444, 553,554. HOBBES, Thomas, 30 l. H ussoN, Jean-Pierre, 340, 341 (nt. 22), 351. I ILARI, Virgilio, 39 (nt. 36), 121 (nt. 1), 187 (nt. 36), 195 e nt. 46, 196,464, 678 e nt. 40.

INCISA DI CAMERANA, Bonifacio (Gen.), 654 e nt. 31. lPPOCRATE, 525. ISERNIA, Paolo, 309 e nt. 8.

J JAHN, Egbert, 440. JASPERS, Karl, 433. J EAN, Carlo (Gen.), 49 (n t. l), 117 e nt. 38, 182 (nt. 3 1), 194, 195 e nt. 44 e 45, 196 e nt. 47, 197 e nt. 48, 199, 200 e nt. 52, 20 l e n t. 53, 55 e 56, 202 e nt. 58, 303, 304, 310, 358 e nt. 30, 364 e nt. 33, 387, 435, 446, 457, 458 e nt. 25, 459 e n t. 26 e 27, 460, 461, 468 e nt. 31, 476, 477 e nt. 36, 483 e nt. 40, 506 (nt. 4), 517 e nt. 9, 526, 548, 549 e nt. 28, 56 L (n t. 37), 563, 611 (nt. 10), 656 (nt. 33). JOMINI, Antonie Henry (Gen.), 75, 77 e nt. 15, 80, 81, 82, 83, 84, 85, 86, 87, 88 e nt. 22, 89, 90, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 97, 99, 100, 101 , 102, 104, 105 , 106, 107, 108, 109, 110, Il], 112,116,117,124,129,131, 135, 140, 145, 148, 155, 157, 158, 160, 161, 180, 181 , 325, 329, 330, 331, 332 e nt. 17, 335 e nt. 19, 336, 341, 342 e nt. 23,344,346,347,363,366, 384, 385, 416, 422, 430, 435, 460, 47 1, 473, 479, 488, 492, 495, 507, 516, 517, 523, 524, 556,560,566,667.


710

L 'arte militare del 2000

K

KANT, Immanuel, 370. KEEGAN, John, 367 e nt. 38, 368 e nt. 40. 369 e nt. 41, 371, 372, 373, 374, 375, 376, 377, 378, 379, 380,381,382,386,388.396. KEsSELRH,IG. Albert (Maresciallo). 513. KHALDUN, Ibn (storico arabo), 355. KNox, D.W. (Comandante), 481 e nt. 39. KRAUS, AJfred (Gen.), 421 ,422. KUTUZOV. Michail (Gen.), 72. L

LA MARMoRA, Alfonso (Gen.), 66, 142, 146. LA MrÉRE (Ten. Col.), 133. LAWRENCE, Thomas E., 327. LEE, Charles (Gen.), 334. LE GoFF, Jacques, 37 e nt. 32, 40. LENIN, 80. LJDDELL HART, Basi!, 197, 198, 366 e nt. 37. 368,414,418,435, 436, 455, 456, 480, 482, 499, 669. LINATI, Camillo (Gen .), 227. LruZZI, Giorgio (Gen.), 193. LLOYD, 102, 380. Louvors , François M. (Ministro della guerra), 70. LUARD, 302, 305. LUDENDORFF, Eric (Gen.), 379, 415, 457, 502. LUIGI XIV (RE SOLE), 74, 460. LURAGHI, Raimondo, 23 (nt. 17), 88 e n t. 21, 379 e nt. 55, 465.

L UTTWAK, E dward N. , 117 (nt. 37), 412, 416, 441,446, 563 e nt. 39,564,565, 566, 567,568. LUZZATTI, Luigi, 470. M

MACHIAVELLJ, Nicolò, 13, 113, 124, 137,380,460,471,478. MAC NAMARA, Robert (Segretario USA alla Difesa), 415. MAHAN, Arthur Thayer (Amm.), 33 e nt. 26, 36, 42, 80, 109 e nt. 33, 122 (n t. l ), 164, 544. 554, 555. 559, 560, 564 e nt. 40. 565,570,572,573,579.590. MAGNANJ, E., 613 (nt. 11 ). MAINONI (Gen.), 272. MALTHUS, Thomas R., 159. MANFREDI, Cristoforo (Magg.), 559. MAO TSE TuNG, 33 1, 332, 333, 334, 335, 34 1' 344. 345, 441 ' 465. MARAZZI, Fortunato (Col.), 166, 167, 168, 177,268. MARNtONT, Auguste F. (Maresciallo), 18, 19 (nt. 14), 148. MARSELLI, Nicola (Gen.). 4 e nt. L, 137, 154, 155 e nt. 17, 156, 157 e nt. 21, 158 e nt. 22, 159, 160, 161 e nt. 23, 162, 163, 164, 181 , 188, 230, 231, 232, 233 (nt. 8), 234, 235, 236, 237, 238, 239. 241, 243, 244, 245, 248, 249, 260, 26 1, 262. 273. 275, 279, 280, 289, 291, 378. 450, 480, 495, 503, 509, 513 e nt. 6, 517,520 e nt. 11 ,523. 532 e nt. 17, 534, 544, 545 e nt. 23, 549, 556, 603.


711

Indice dei nomi di persona

MARTU\'ENGO (Brig. Gen.), 30. MARTINT, Felice (Col), 147. MARx, Karl , 373. MAURJCE (Col.), 299. MAYER, Giuseppe (Gen.), 476 e nt. 35. MAZARINO, Giulio (Cardinale e Ministro), 460, 520. MAZZIN!, Giuseppe, 133. 134, 233, 324, 328, 330, 331, 333, 349,412. MAZZOLENI, A. (Magg.), 537 (nt. 20). MEcoZZI, Amedeo (Gen.), 25 e nt. 20, 26, 38, 39 e nt. 35, 171 (nt. 28), ] 73, 175, 203, 399, 400, 568.582,583.642. MEZZACAPO, Carlo (Gen.). 135. 147. ME2ZACAPO, Luigi (Gen.), 135, 147. MILLS, Wright, 440. MlRABEAU, Honoré, 53. MITCHELL (Gen.), 566. MLADIC (Gen.), 467. MoNROE, James (Presidente USA), 554.564. MONTALCINI, C., 470 (nt. 33). MONTECUCCOLI, Raimondo. 75, 297,478,503,525. MONTESQUTEU, Charles, 380. MONTGOMERY, Bernard L. (Marescial lo), 68, 305 e nt. 5, 366 e nt. 36. MORASSO, Mario, 166, 171. MORDACQ (Comandante), 79, 80 (nt. 17), 154 e nt. 16. MORELLI DI POPOLO, Angelo (Gen.), 147. MussouNI, Benito, 272, 618.

N

NAPOLEONE J, l 0, 26, 43, 49, 51, 54, 55 e nt. 5, 61 e nt. 7, 62 e nt. 9, 63, 64, 65, 66,67, 68,69 e nt. Il, 70, 71, 72, 73, 74, 75, 76, 81, 82, 86, 87' 95. 96, 98, 99, 103, 111, 112, 115, 123, 124. 129, 136. 151' 152, 289, 332, 337, 338, 344, 346, 371' 372, 388, 394, 417, 423, 424, 438, 442, 469, 470, 480, 483, 484, 485, 489, 493, 520, 538, 542, 544, 545, 551, 552, 553, 658,66 1,662,667,675. NAPOLEONE III, 140, 142. NASI, Luigi (Cap.), 270. NERONE (Imperatore), 27. NOCKERN de Schorn (Col.). l 02, 103. NUTI, Leopoldo, 186 (nt. 34).

o OLIVA, Gianni, 248 (nt. 29). 0MERO, 27. 0STELLINO, Pietro, 203, 657 e nt. 34 p

PANEB IANCO, Angelo, 17 (nt. 12). PARET, Peter, 326 (nt. 16). PATION, George (Gen.), 68. PEoom (Ministro della guerra), 269. PELANDA, Carlo, 673 e nt. 36, 674. PENTIMALLI, Natale (Ten. Col.), 173, 177, 178. PEPE, Guglielmo (Gen.), 135, 136, 150, 167, 329, 333, 644.


712

L '(m e militare de/2000

PERICLE, 265. PEROLO (Cap.), 261 , 262, 263. PERRUCCHETTI, Giuseppe (Gen.), 146, 147, 154, 163, 164, 166, 170,544. PIERr, Piero, 12, 13 (nt. 7), 104, 105 (nt. 30), 130 e nt. 6, 138 (nt. 9), 155 (nt. 17). PlETROBELLI, Giovanni (Padre), 549, 550, 55 l. PIFFERI, E. , 291 e nt. 58, 292. PISACANE, Carlo, 144, 149, 150, 233, 329, 330, 333, 349, 354, 412. PLACIDO, Consiglio (Ten. Med.) , 270 e nt. 46. PotRJER, Lucien (Gen.), 415 , 419, 425 , 426, 457 , 461 , 477, 478, 502. POUBIO, 56. POLLIO, Alberto (Gen.), 143. PO UGNI-G UILLET, Giuseppe (Gen.), 128, 129. PREZZOLINI , Giuseppe, 153 (nt. 15), 27 l (nt. 48). PRINCIPE DI LIGNE, 33. PRINCIPE DI MECLEMBURGO, 218. PUGLISI, A., 266 (nt. 38).

RICCHETTI , Aurelio (Col.), 180 , 181, 479. RICCI, Agostino (Gen.), 144, 145, 146, 154, 164, 180, 181, 354, 450, 503 e nt. 2, 504, 517, 544, 603. RICHELIEU, Armand J., 438, 460, 520. RICHMOND, H. (Amm.), 574, 575 e nt. 44, 578 e nt. 46, 579, 580. RICOTTI, Cesare (Gen. Mini stro della g uerra), 146, 155. 210 , 216, 226, 231 , 232, 279. RICOTTI , Ercole, 13 (nt. 7), 17 e nt. 13. RITTER, Gerard, 53 e nt. 4, 378 e nt. 52. RIZZI, Loris, 49 (nt. l). RODRIGUEZ, Ferdinando, 102 (nt. 27). ROMMEL, Erwin (Maresciallo), 68. ROOSEVELT (Col. e Presidente U.S.A.), 268. ROQUES, 114. ROSINSKI , Herbert, 421 e nt. J 7, 422, 424. Russo, F., 552 (nt. 33). Russo, Luigi, 274.

s

R RACCHIA, Paolo (Gen.), 128, 129. (Maresciallo), 140, 354. RANZI, Fabio (Cap.), 249 e nt. 30, 250, 251 ' 252, 253, 254, 255 , 256 , 257 e nt. 35, 258, 260 , 279, 280, 281 , 289, 292. REscE, Ivan F. (Gen.), 462 (nt. 29), 512 .

RADETZKY

.,

SADDAM HUSSEIN, 361, 374, 386, 465 , 626. SANTORO, Carlo Maria, 202, 203, 309 (nt. 7), 563. SCALA, Edoardo (Gen.), 55 (nt. 5), 62 e nt. 10. SCHMJTI, Cari, 414, 415, 553 e nt. 34. SCIPIONE L' AFRICANO, 51 , 366 e nt. 37, 480, 482.


7 13

Indice dei nomi di persona

Scam BERNI, Ugo (Cap.), 270, 271. SECCHIA. Pietro, 344. SETIEMBRINl, Luigi , 265. SILVESTRI, Mario, 302. SIRONl, Giovanni (Col.), 602, 603 e nt. 3 SJSCI. Francesco, 491 e nt. 42. SKY, John, 326 e nt. 16. 327, 328, 330,33 1,332,333,334,336,341. SOMALE, Francesco ( Col. ), 143, 144 (nl. 12), 662 e nt. 35. SOROKIN, 302. SPONZILLI, Francesco (Gen.). 135, 137. STANGLINI, Ruggero, 638 (nt. 25). STICCA, Giuseppe ( Cap. ), 123 , 124 (nt. 3), 129. SUN-ZU, 304,337,344,377, 465, 480,536. SuPINO. Paolo (Gen.). 188 e nt. 37, 189, 190, 191 e nt. 40, 192, 193, 194, 195, 199, 201, 202, 303, 3 19, 321, 365 e nt. 34, 367, 387 e n t. 58, 393 , 450, 455, 456, 459 , 471, 479, 482, 494, 508, 520 e nt. 12, 526, 529, 530 (nt. 15), 563, 587, 639.

T TERSITE, 27. T ITO. Josiph Broz, 27, 327, 347. TocQUEVILLE, Alexis de, 236, 248. TRENCHARD, (Marescial lo dell' aria), 566. TREZZANI, C laudio (Gen.), l 86. TROTSKIJ, Lev, 273, 338, 362 e nt. 32. TuRENNE, Henry (Maresciallo), 63.

u ULISSE, 27. ULLOA, Antonio (Gen.), 135. ULLOA, Gerolamo (Gen.), 135. UNGARETII, Giuseppe, 24.

v VACANI, Camillo (Maresciallo), 133. VACCA MAGGIOUNI, Arturo (Col.), 30 (nt. 23). VASSALLI, Sebastiano, 128, 129. VEGEZIO, 56. YITIORJO EMANUELE II, 265. VOLCIC, Demetrio, 620. VOLTAJRE, 52, 53. VoN MOLTKE, Helmut (Gen.), 152, 156, 373. VON SEEKT, H ans ( Gen .), 188, 366. VON STEUBEN (Gen.), 51.

w WAGEMAN, Emst, 414. WASHINGTON, George (Gen.), 5 1, 334,335. W EBER, Max, 653. W EIGERT, 550. WELLINGTON, Arthur W. , (Gen.), 73, 13 1.329,337.

z ZAMBELLI, Andrea, l 37. ZINCONE, A. (Cap.), 263 e nt. 37, 264, 265, 266.


B

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717

Indice generale

5. Guerra sovversiva o rivoluzionaria? " 6. La guerriglia: tattica o strategia? " 7. Il volto multiforme del terrorismo: sua fisionomia strategica " 8. Le teorie anticlausewitziane di John Keegan e della scuola inglese" 9. La guerra del futuro: rivoluzione o mutamento? " IO. Cenni sulla guerra marittima e aerea "

V - DALLA STRATEGIA DELLA GUERRA FREDDA A QUELLA DELLA NON-GUERRA: CONTENUTI E DEFINIZIONI ATTUALI l. Premessa 2. Un 'utile comparazione: arte militare e strategia nel più recente pensiero militare francese 3. Che cosa è stata, che cosa non può essere, che cosa è oggi la strategia: analisi dei suoi caratteri attuali 4. La strategia post-guerrafredda tra il vecchio e il nuovo: definizione e inteifaccia VI - L'ARTE MILITARE: RIPARTIZIONE, VECCHI E NUOVI PRINCÌPI, RAPPORTI TRA GUERRA AEREA, MARITTIMA E TERRESTRE l. Premessa 2. La "Politica strategica": sue componenti 3. La ripartizione dell'arte militare: criteri e fasi 4. Ragioni dell'inadeguatezza dei "princìpi" e possibilità di sostituir/i con altri termini 5. l "fattori essenziali di successo" della strategia e della tattica 6. Che cos'è la strategia? Suoi rapporti con la geopolitica e geostrategia 7. L'arte militare marittima e aerea: caratteri specifici, rapporti con quella terrestre 8. Conclusione: dai singoli "poteri" al potere militare e al potenziale bellico VII - L'ITALIA TRA EUROPA E MEDITERRANEO: QUALE STRUMENTO INTERFORZE, QUALE SOLDATO E QUALE DISCIPLINA? l. Premessa 2. L'Italia è una Nazione Europea o Mediterranea?

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L 'ane militare del 2000

3. Le missioni di "peace keeping" e "enforcing ": tra utopia e realtà 4. L'Italia e l'Europa: esigenze geostrategiche e ruolo dello strumento aeroterrestre 5. L'Italia e il Mediterraneo "allargato": riflessi sulla sicurezza e ruolo dello strumento aeromarillimo e aeroterrestre 6. Lineamenti essenziali di una dottrina illfe1jorze: riflessi ordinativi con particolare riguardo all'esercito 7. Quale soldato per il 2000? 8. Conclusione: tra innovazione e ritorno all'amico

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APPENDICE VALORI MORALI E STRATEGIA SECONDO CLAUSEWITZ

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INDICI INDICE DEI NOMI DI PERSONA INDICE GENERALE

Finito di \tamparc nel mese di dicembre 1998 dalla STILGRAFICA srl 00159 Roma • Via Ignazio Pettinengo. 31/33 Te l. 06 43588200 • Fax 06 43585693

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L’ARTE MILITARE DEL 2000 PARTE II by Biblioteca Militare - Issuu