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L’ARTE MILITARE DEL 2000 PARTE I

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Llll7AIVInA

mUTARE

Direttore responsabile: Giovanni Cerbo

©

1998

Proprietà letteraria artistica e scientifica riservata

:\ella l ralla zi,ont• dell'argomento, l'Autore parte da dttL' prt"messe fnndamentali: • per hen identificare le prnhlematiche militari del preSL·nte e la reale portata delle lr<tsformazioni in allo occorre riferirsi al passato, alla storia delle idee, delle dollrine militari, agli ammaestramcut i delle guerre passate; • in questo senso. più clw di <<rholuzioni» o <<evoluzioni» dell'arte militare c dclla strategia, si donehhe parlare di <<mutamcntin, tenendo presente dw la strategia non può idctttilicarsi con l'arte militare lotti wurr. Ciò pn·messo, il periodo posi-guerra fredda segna il tramonto della guerra di \azioni di stampo napolconico c assumL' connotati militari, non di rado analoghi a quelli delle guerre «politicltt'», limitate c «di Cahim·llo» del secolo XVIli, nelle quali non si ccrca1 a la rlt'hdlttfio dell'a' 1·ersario ma la trallatha, c si hada1 a a limitare le perdite, st•nt.a mohilitare il Paese intero c tu Ile le sue risorse. IJhl'l!la cusì possihilc, secondo 1'.\utore: • supentn• il cunccllo di strategia glohalc, per comune ammissione piÌI politicn che militarr, l'farlo cuincidcrc piulloslo con quello di «politica slnttegica» o politica di sicureaa; • restituire, di conseguenza, alla strategia ranlicH malrict• militan·, o meglio armala; • pn·1 eden· una numa suddi\ isione dell'arte militan• cltl'lle inserisca le diwrse cumponcnti nelle tre rt-<tsi dassicltc cldl'allh ila operati'a militare in gem..-c (conccl.ione/stmlio, orgaiJiaal.ionclpn·paral.ionc, impiego delle fnr1e). In quest'ultima categoria rientrano la strategia, la tallica e la lo~istica opcralha. ,\Ila htCL' di tali criteri, illa1oro l' slrulluralo in: • una parte a caratten· preliminare c storico, nella 1111:1le si prendono in esame gli spunti c le idee chr piÌI sono utili per ilhmtinarc la prohlemalica teorica e pratica del presente; • una parte rift"rila a ll'allualità teorica, nella 11uale 1',\ulorc slahiliscc. in mcccssionc logica, ilmruvo t·oncHio c la defìnizimw di guerra posi-guerra frcdd a, i cara licri c la d elini zinne generale d l'Ila strategia che ne dcrha, la suddi\ isionc dl'll'arlc militare. tenendo presente che anche l'impiq_:u della fnna militare a fini dissuasi\ i l' pur Sl·mpn: un impi~o; • una (Jarlt• applicatha nella quale si mcltl' in c1 idcnza che lo slnmt cnlo m ililan· italia no dew essnc t'tptilihrato n l'Ile sue lrc cum pom·nti l' chc la sua pn·pantl.ilmt· momlc c materiale non puù essen· incrntrala sulle SJJt•cifìche esigente dl•lle «missioni di pacr>>, ma richiede cltt' il militare ridin·nti un comhallente. ,\ tallìm· dc\/Jlln l'SSl'l'r ncupentli gli antichi 'al ori morali nll'ssi in lucr da ClauSt'\1 il.~;. t·on particolan· riguardo all'arte d l'l cnwando t' ai principi disciplinari, cix· sono rtul'lli di sempre (in .\ppL·mlicr 'il'IIL' presentata la ristampa di alcune consider;uioni di ('lmtsrnill sulla fìgunt, il molo c le qualilil dl'l Capo l'sull'importanza dci 1alori montli).


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PRESENTAZIONE

Nel 1989 è caduto il muro di Berlino: fenomeno epocale, che non può non avere ripercussioni profonde sul modo di concepire La guerra e la strategia, rendendo in parte obsoleto il patrimonio teorico della guerra fredda. Dieci anni sono un periodo assai breve nella storia, sono un battito d'ali; molto spesso è accaduto, in passato, che gli stessi protagonisti non siano stati in grado di giudicare appieno L'effettiva portata innovatrice di un evento. Ciò non toglie che sia oggi possibiLe, e necessario, valutare prima di tutto da un punto di vista teorico i mutamenti in atto, sia pur senza pretesa di pervenire ad acquisizioni definitive e certe. Quest'opera del Colonnello Ferruccio Botti, avvalendosi anche di precedenti studi dell'Autore sull'arte militare e strategia del passato e del presente, prende atto dell'esigenza prima descritta. Rappresenta, cioè, la ricerca di una prima risposta ai mutamenti, dopo averne definito la portata. È un qualificato contributo su una materia in rapida evoluzione nella quale poche sono le certezze. e dunque è inevitabile - e anzi salutare - che esistano diversi pareri e diverse soluzioni. Le riflessioni e conclusioni dell'Autore non impegnano pertanto la Rivista che, come libera palestra di pensiero, ha solo ritenuto opportuno promuovere un vivace dibattito per far emergere utili spunti teorici e dottrinali.


Va comunque apprezzato lo sforzo dell'Autore di collegare il presente con il pensiero strategico europeo e italiano del passato, inserendo la problematica dell'Esercito in quella inteiforze, senza perdere mai di vista la prospettiva nazionale. Tale approccio, che tiene conto dei riflessi teorici della nuova legge sui vertici militari, è senza dubbio il più idoneo per individuare ciò che è veramente nuovo, facendo venire spontaneamente alla luce le testimonianze dei numerosi autori italiani del passato oggi dimenticati. In una più vasta prospettiva, il pensiero strategico italiano - le cui grandi tradizioni sono meritevoli di riscoperta e rivisitazione - non può rimanere assente dal processo di rinnovamento delle teorie e dottrine militari europee e occidentali, alla luce delle nuove realtà. Anche in questo senso, la fatica del Colonnello Botti giunge assai tempestiva e merita l'attenzione degli studiosi e dei Quadri.

IL DIRETTORE DELLA RIVISTA MILITARE (Col. Giovanni Cerbo)


CONSIDERAZIONI PRELIMINARI


SOMMARIO: l. È ancora necessario l'uso della forza? • 2. L'arte militare è soggetta a evoluzioni, rivoluzioni o mutamenti? • 3. Arte militare e storia: quali mutamenti nei secoli XIX c XX? • 4. Direttrici dell'opera.

Memre sconvolge le basi dell'maoritcì individuale, lo spirito del tempo non cessa di aprire falle nel prestigio secolare dei corpi costituiti. Non che la qualireì illirinuca sia c:ambiara seiLfibilmeme, mtr è un fauo che la critica e /'irrivertmz.a li stringono più da l'icino e li colpiscono pitì aspramente. L'e· serciro soffre. per primo. eli questo tlec/ino {... /Le Elites, come gli mdividui. non hanno più il prestigio di diriuo. Per riconquistare il pmprio, l 'esercito Ira meno bisogno di leggi. eli appelli. di preghiere eire tli 1111 l'asro sfor..o inremo. MAGG. CIIAKU:S O~; G\li.LI'., l/filo della spada (1932)

l. È ANCORA NECESSARIO L'USO DELLA FORZA? Siamo giunti alla fine del secolo XX, è tempo di bilanci; ma bisogna anche guardare al futuro. Questo vale - e richiede una risposta anche per l' Istituzione militare. Che cosa essa è stata finora? Che cosa dovrà invece essere in futuro? Quale il suo ruolo? Quale il suo prevedibile impiego? Che cosa c'è da cambiare. e da conservare? Quale soldato in futuro? Interrogativi legittimi, ai quali però è estremamente diffici le trovare una risposta esaustiva. Vogliamo dare un primo e sommario contributo in questa direzione, contributo che auspichiamo risulti di qualche utilità, specialmente per i giovani Quadri. L'incertezza, la crisi di valori, l'individualismo eccessivo che spesso trascende in egoismo contraddistinguono la nostra epoca: l'Istituzione militare non può non tisentime. Ma proprio per questo bisogna guardare aUa realtà, affrontarla, studiarla, trovare i rimedi, misurarsi con i fatti perché, come diceva il filosofo Spinoza, le nostre collere non li toccano; non è con anatemi, nostalgie, declamazioni che si trova la via di un miglior avvenire. Ma ciò che accade oggi, è proprio tutto così nuovo? Siamo di fronte a una rivoluzione o a una evoluzione? Anche a questo interrogativo ci sentiamo obbligati a rispondere; la difficoltà dell'impresa valga almeno a giustificare in qualche misura le manchevolezze dell' indagine, spesso costretta a scavare in settori dove poche sono le certezze e molte le ragioni di dubbio. Chi parla oggi di arte militare deve tenere conto di queUe che potremmo chiamare incrostazioni storiche e culturali, le quaJi hanno favorito, in passato, l'erezione di alti steccati tra cultura militare e cultura civile. Si preferisce ancora, in parecchi casi, rimuovere anziché studiare; si indulge a comodi slogan che esprimono il naturale desiderio di pace, senza chie-


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dersi se essi fotografano la realtà con la quale occorre misurarsi; e sembra quasi che il «politico» non contenga il «militare», ma sia un modo per accantonarlo. Si confonde la cultura militare - che dovrebbe essere parte integrante delJa cultura politica- con l'evocazione e la giustificazione della guerra. II maggior scrittore militare italiano della seconda metà del secolo scorso, il generale Nicola Marselli, scriveva nel 1875: «Stimiamo necessario che lo studio delle cose militari acquisti maggior coscienza della propria altezza scientifica. Se in una biblioteca pubblica chiedete libri militari, vi si risponde che non si è creduto acquistarli, perché trattano di una materia troppo speciale: quasi che una biblioteca non dovesse abbracciare tutte le specialità, e quasi che il libro di teologia non fosse troppo speciale per chi si occupa di scienze naturali. In preda allora ad un sentimento di umiliazione, no, di sprezzo, il militare rammenta che un illustre scrittore crede di escluderlo dalle classi intellettuali. Fu un errore e un'ingiustizia, ma che dobbiamo noi per primi correggere e riparare»•. Sono passati oltre cento anni; eppure queste considerazioni - o meglio, constatazioni -non banno perduto per nulla d'attualità. Non si può ancora dire che- specialmente in Italia - lo studio della problematica militare sia tenuto in alto onore. anche se da esso- basti pensare non solo all'arma nucleare, ma alle decine di focolai di tensione, di crisi, di violenza che infestano il mondo e in particolar modo delle aree a noi vicine come il Mediten-aneo e i Balcani - in ultima analisi continua a dipendere in parte considerevole il destino dell'umanità e della stessa Italia. Va da sé che i militari non sono certo gli unici competenti a trattare una branca che ha risvolti sociali e economici così evidenti, da non richiedere particolari sottolineature. I militari, comunque, sono tuttora i primi ad avere non tanto il diritto, ma il dovere di approfondire una categoria di problemi, nella quale si identifica il loro ruolo nella società e sulla quale- diversamente da altre categorie di studiosi - possono fornire un contributo di esperienza quotidiana, personale, tecnica c non solo tecnica, che costituisce un autentico patrimonio per la Nazione e che non può in nessun modo essere sostituito da altri mezzi, strumenti e metodologie. Occon·e, a tal proposito, dissipare subito frequenti e quasi istintivi equ ivoci, tipici di questo dopoguerra. La sconfitta e l'umi liazione della Patria dopo il 1945 hanno portato il cittadino italiano medio - che non ha mai amato le armi -a diffidare da tutto ciò che è militare, a respingerlo

' N. Marsclli, ù1 Guerra e la sua storill. - Vol. I, Milano, Trcvcs. 1875. p. 43.


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ancor più ai margini della vita intellettuale e quotidiana. In tal modo molti hanno dimenticato che storicamente virtù civiche e militari hanno sempre camminato di pari passo, e che la disaffezione per le armj ne i secoli passati non ha mai pOitato agli italiani né pace, né libertà, né unità. Ammaestramenti dimenticati: solo negli ultimi anni si può notare un approccio più razionale, più maturo, meno emotivo al problema, che anche in questo - bisogna sottolinearlo - avvicina l'Italia aJie più antiche democrazie occidentali. C'è ancora parecchia strada da percorrere prima di dare alla componente militare un giusto ruolo nella società. Questo potrà essere fatto, solo se si trarranno tutte le conseguenze da un elementare concetto: la tautologia «militare» (o addirittura Patria!) l guerra l violenza l devastazione e morte è ing iusta e approssimativa, dunque scientificamente inaccettabile. È ing iusta e approssimativa non solo e non tanto perché le recenti missioni di pace hanno dimostrato che la forza militare organizzata non distrugge e conquista ma, al contrario, anche con il suo impiego potenziale favorisce o impone la cessazione dei conflitti e/o la mantiene vigilando sui patti conclusi tra le parti. Questo è un fatto certamente non marginale che configura la realtà internazionale odierna; ma in prima istanza, bisogn~ rendersi conto che studiare i problemi militari significa studiare i problemi della pace e della guerra, due concetti contrapposti che per rivelare tutti i loro interfaccia hanno bisogno di confrontarsi continuamente l' uno con i'altro, tanto più oggi che i loro contorni sono quanto mai sfumati. Se «la guerra igiene del mondo» di De Maistre e dei futuristi, se la guerra vista come manifestazione di vieto nazionalismo e di «militarismo» o «marittimismo»2 ha fatto il suo te mpo e non può più essere

: Per "rnilitarismo" si imende l'auribuzione di un peso eccessivo- nella politica estera c imcrna di una nazione- alle istituzioni militari e a chi le rappresenta (cioè alla cosiddcua "casta militare"). Comporta uno sviluppo degli arnlamcmi terrestri anche al di là di quanto lo possa consentire il bilancio dello Stato e una politica di fol7.a nei rapporti internazionali. Il suo contraltare è l'amimilitarismo. Esempio classico. il militarismo prussiano e poi germanico: il militarismo è invece piuttosto estraneo alla tradizione italiana. Per "marinimismo" (tcmlinc che ha avuto una certa diffusione in Italia all'inizio del nostro secolo) si imende un peso eccessivo nell'economia. nella politica estera c nella vita nazionale della Marina c delle sue esigenze di potenziamemo. con conseguente forte sviluppo delle spese per gli armamenti navali presentato a volte- dai "mariuimisti" -come economica e necessaria alternativa alle spese per armamenti terrestri o in senso lato. come alternativa politica "democratica" al militarismo. "Navalismo'' è invece una corrente d'idee mirame a gi ustificare in campo gcostrategico- facendo frequente riferimento alle teorie di Mahan - la preminenza delle fol7.c navali rispcno a quelle terrestri c aeree e a propugnare quindi la necessità di una grande flotta in grado di aver ragione dell'avversario con bauaglie decisive. Il suo contrario è il "continemalismo", che vede nelle fOlte terrestri o acroterrestri la componente principale della difesa nazionale e fa riferimemo a Clausewitz.


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assunta come base di un'analisi seria, anche la pace ridotta a mito e declamazione, a desiderio unilaterale anche se naturale e ovvio (bisogna volerla tutti), a rifiuto unilaterale, aprioristico e assoluto delle armi (o meglio dell'uso della forza) è non meno lontana dalla realtà e, diciamolo pure, non meno nociva e non meno lontana dalla politica; non solo dalla politica in genere, ma dalla politica dei nostri giorni. Non sarà mai deno, e ripetuto abbastanza, che costruire la pace è estremamente difficile, è difficile almeno quanto preparare la guerra. Non ci può essere pace- interna o internazionale- se non c'è o non si ritiene che vi sia giustizia, se ogni popolo, ogni etnia o gruppo sociale non vede riconosciuti i suoi legittimi diritti, se - per semplificare al massimo- ciascuno non ha del pane a sufficienza, e non si sente padrone a casa propria. Questo è riconosciuto in primis dalle più alte autorità religiose; appare perciò contraddittorio e demagogico l'atteggiamento di taluni, che trovano naturali e anzi necessari e salutari conflitti anche vioLenti o rapporti di forza tra comunità o gruppi sociali portatori di diversi e contrapposti interessi ali' interno di uno stesso Stato, salvo poi a non ammettere che gli stessi conflitti di interessi, e- diciamolo pure- le stesse passioni e tensioni facciano sentire la loro influenza nei rapporti tra Stati. Il contlino è una lotta per far prevalere la propria volontà; non avviene così anche nelle competizioni sociali e economiche. dove l'uso del termine «lotta>> è non casualmente frequente? È capitato, anni fa, a chi scrive di visitare una mostra, nella quale era esposta la documentazione relativa a i g randi scioperi agrari in Emilia nel periodo l 908-19 l l, che hanno avuto anche delle vittime. Ebbene, il linguaggio violento e di incitamento alla violenza e alle prove di forza allora usato da ambedue le parti sociali in lotta è poi ricomparso, alla vigi lia della guerra 191 5- 19 18, nelle campagne di stampa degli interventisti, i cui principa li esponenti non casualmente erano stati anche i capi del sindacaJismo rivoluzionario e delle correnti più estremiste dell'antimilitarismo. Naturalmente, a tale linguaggio hanno poi attinto molti giornali e molti organi di propaganda durante la guerra; ciò dimostra che Le tensioni interne di uno Stato tendono a scaricarsi anche all'esterno, e che se in una società si riscontra un tasso di violenza elevato, questo fenomeno presto o tardi non può non avere riflessi anche a ll 'esterno e sul modo di concepire il problema della guerra e della pace, che dunque sarebbe illusorio ritenere che riguard i solamente la dialettica dei rapporti tra Stati o tra eserciti regolari.


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Di più: l' «interventismo» va inteso come linea di tendenza polit ica che propugna l'intervento in una guerra per ragioni ideologiche e morali, comunque estranee a calcoli di convenienza e di carattere economico e strategico, ai giochi della diplomazia basati sulla realpolitik. Sotto questo profilo esso si può coniugare benissimo con l'antimilitarismo; lo si è visto sia negli ultimi anni, sia nel secolo scorso. Per l' interventismo «volere» è «potere»: non vi sono problemi di coerenza, e le opportunità politico-sociali del momento prevalgono su ogni altra esigenza. Non sono rari, nella storia, gli esempi di guerre dichiarate sotto la pressione della piazza, o della cosiddetta pubblica opinione; l' approccio «interventista» al problema della guerra e della pace è assai antico e non ha mancato di manifestarsi anche ai nostri giorni, quando correnti di opinione non certo sospette di simpatia per le Forze Armate hanno sostenuto la necessità di energici interventi militari in questa o in quella area di crisi, senza preoccuparsi dell'utile politico, dei rischi, della disponibilità o meno di forze idonee. Le vicende storiche dell'interventismo dimostrano che la paceintesa come assenza di conflitti ove si ricorra in misura varia all'uso della forza armata- è sempre un assetto. un equilibrio provvisorio, che fa'vorisce qualcuno e danneggia qualcun altro. Chi si ritiene danneggiato, in prima approssimazione diventa interventista e/o si arma in attesa del momento favorevole per l' intervento, per la «guerra calda>>. Chi, invece, è avvantaggiato dal tipo di pace del momento (pax romana, pax austriaca, pax britannica; una pace, dunque, sempre con aggettivi) è contrario ad ogni mutamento, e di conseguenza è pacifista. Non è vero che l'era atomica ha bloccato questi meccanismi: li ha solo allontanati, per nostra fortuna, dall'Europa Occidentale (ma non dal Mediterraneo, né tanto meno dai Balcani e dal Medio e Estremo Oriente). In secondo luogo, l' interventismo segna la prevalenza assoluta- assai pericolosadella «politique politicienne» sulla strategia: come tale è solo apparentemente clausewitziano. In nome di improvvisi imperativi politici economici, l' interventismo tende a superare calcoli di convenienza e interessi, rapporti di forze ecc.: è cioè, nella sostanza, antistrategico. La direzione politico-strategica è da sempre considerata accorta, solo se sa usare lo strumento militare (magari a fini dissuasivi, e/o per esercitare una pressione psicologica che induca l'avversario a certe decisioni, e non ad altre) in modo razionale e in relazione a precisi e chiari scopi e interessi, che tengano però conto delle effettive possibilità dello strumento, e dei vincoli di vario genere che comporta sempre


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il suo impiego; questo vale anche oggi. Così come, sarebbe errato l'operato di un vertice militare che non tenesse conto della logica. delle finalità politiche che devono sempre essere alla base delle sue decisioni. Non esiste una logica politica (o civile) e una logica militare: c'è solo una logica strategica, nella quale esigenze politiche e linee d'azione militare armonicamente si fondono. Se si tiene conto di questi presupposti, si deve osservare che l' interventismo al di là delle apparenze è estraneo alla mentalità, al tipo di approccio degli Stati Maggiori, per la loro natura portati a misurare le forze e a valutare attentamente rischi, vantaggi e svantaggi di un intervento militare, ben conoscendo le sue implicazioni e i suoi riflessi sulla vita del Paese e dell'esercito. Riflessi non sempre positivi anche in caso di una guerra vittoriosa, specie nel XX secolo3• Questo è vero particolarmente nel caso italiano. Nelle guen·e del XX secolo i nostri vertici militari non possono certo essere ritenuti esenti da responsabilità e errori, che peraltro loro stessi hanno riconosciuto. Ma non possono legittimamente essere accusati di avere voluto, di aver fomentato. di aver propagandato delle guerre, che sono state decise dall'autorità politica anche senza tener conto del loro parere. Questo vale in particolar modo per le guerre d'Etiopia e Spagna, alle quali i nostri principali esponenti militari erano contrari ben sapendo che esse avrebbero assorbito un volume di risorse tale, da compromettere l' ammodernamento dell'esercito proprio quando le principali potenze europee dopo il fallimento delle trattative per il disarmo nel 1934 avevano dato inizio a imponenti programmi di riarmo con i quali l'Italia - al di là della retorica guerriera del tempo - non poteva competere. Questo vale soprattutto per l'intervento nella seconda guerra mondiale, deciso non casualmente da un Capo del Governo che rimaneva l' antico socialista ri voluzionario, antimilitarista e interventista del 1914-19 15. E deciso, giocando con un solo colpo di dadi il destino della Nazione, affrontando cioè senza tener conto della preparazione militare e con un tasso troppo elevato di rischio una guerra contro le grandi potenze, che - come anche la prima guerra mondiale - avrebbe dovuto essere breve e economica e invece è stata lunga e ha provocato

' Si veda, ad esempio. la critica situazione morale e materiale dci Quadri dell'Esercito subito dopo la fine della prima guerra mondiale descriua in A. Gaui, Tre nnni di vita militare italimw. Milano. Mondadori 1924.


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alla Nazione gravissime ferite materiali e morali, queste ultime non ancora del tutto rimarginate. Va notato ancora che nel 1939-1940 la nostra impreparazione militare e l'incapacità dell'economia nazionale di sostenere da sola una guerra lunga, già rivelatasi fin dal 1866•, non hanno spinto la direzione politica alla prudenza: al contrario, l'hanno spinta all 'azzardo, proprio per compensare in tal modo la carente preparazione e quei limiti economici dei quali tutti erano coscienti. Dunque il vero problema, ieri come oggi, prima della «guerra fredda» così come dopo. è di lasciare le utopie agli utopisti, di sfuggire ai miti contrapposti e ugualmente nocivi del pacifismo e dell' interventismo, evitando in ambedue i casi di scambiare «volere» con «potere», di giocare a dadi sulla pelle della Nazione. Come la politica, la strategia è da sempre l'arte del possibile; non perdona i retori e i sognatori e premia solo il genio (che è raro) e il rischio calcolato. Oggi questa operazione, diffic ile ma necessaria (che anche nello specifico settore non farebbe che allineare l'Italia alle più antiche democrazie) è purtroppo resa difficile dall 'eredità morale della seconda g uerra mondiale; che rende oggettivamente poco agevole, per gli italiani, ricordare bene e tutto. Eppure essi non dovrebbero dimenticare che, a l di là di limiti e lacune i quali peraltro rispecchiavano quelli della Nazione, l'esercito italiano nel secolo scorso è stato protagonista principale delle guerre per l' unità nazionale e dopo il 1861 l'ha mantenuta e rafforzata, portando sulle sue spaJJe anche il greve, doloroso e indesiderato fardello di ristabil ire l'ordine pubblico nel Sud afflitto da secoli di malgoverno, corruzione e abbandono e, già aJJora, dalla delinquenza organizzata. È intervenuto sempre come forza principale- anche se ciò non era previsto per legge - nel soccorso alle popolazioni colpite da inondazioni e terremoti. Ha vinto una grande guerra di popolo come è stata quella del 1915-1918: guerra di popolo, perché allora l'esercito si è veramente identificato con il popolo in armi e in particolare con le classi più umili, alla quali va attribuito il merito maggiore di una vittoria militare che oggi si ha quasi timore di ricordare, e che pure torna a onore della Nazione tutta, non solo dell'esercito. Bisogna pur tenere conto che la stessa guerra d'Etiopia - guerra di conquista, «politica>> e strategicamente ingiustificata che come è avve-

• Cfr. F. Botti. Storia della /ogistica dell'Esercito Italiano- Vol. Il. Roma, SME- Uf. Storico 1991. pp. 123-214.


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nuto per secoli ha comportato l'assoggettamento di altri popoli -con uno sforzo logistico senza precedenti nella storia coloniale è stata vinta in pochi mesi contro le previsioni dei più accreditati tecnici militari stranieri, e ha consentito almeno di cancellare l'amara pagina- amara dal punto di vista politico oltre che militare, perchè ha nociuto al prestigio deJla Nazione- di Adua 1896, dove sono caduti 6600 uomini (di cui quasi 5000 nazionali, con 2 generali e 266 ufficialis). Gli abissini hanno di recente festeggiato questa grande vittoria contro il colonialismo, il che dal loro punto di vista è comprensibile; ma noi non possiamo dimenticare che questi uomini sono caduti valorosamente combattendo per il loro Paese e nell'adempimento del loro dovere, dunque meritano rispetto e un memore ricordo, perchè non è tale un popolo che non onora i suoi morti. Nel quadro della positiva tendenza al recupero dei valori nazionali oggi in atto, è stato giustamente osservato che uno Stato democratico può essere efficiente e equo, può corrispondere alle attese e agli interessi dei cittadini solo se quest'ultimi hanno un patrimonio spirituale comune, al quale fare riferimento; se sentono cioè di appartenere a una stessa comunità nazionale, se sono in grado di alimentare gli indispensabili sentimenti di solidarietà sociale e di rispetto per la collettività facendo leva su un patrimonio, una tradizione, una memoria storica alla quale tutti fanno riferimento e deJJa quale sono orgogl iosi. Anche un esercito non può vivere, non può guardare all'avvenire con fiducia, senza una tradizione, senza una memoria storica e senza delle vittorie da scrivere sulle sue bandiere (come fanno i reggimenti deJI'Armeè de terre francese da Napoleone in poi, e come dovrebbero fare anche i nostri). Inconsciamente, la pubblica opinione te nde spesso a rendere il militare- o meglio il mil itare di caniera- l'unico responsabile di guerre politicamente non cond ivise e/o giud icate dannose e ingiuste. Atteggiamento epidermico ma non giustificato: come cittadino e uomo del suo tempo, il militare di qualsiasi grado ha sempre avuto e ha proprie idee sulla convenienza e opportunità o meno di una guerra o di una politica, così come- in quanto tale- ha sempre avuto e ha proprie idee sulla strategia con cui condurla, o sulla rispondenza, opportunità e tempestività di ordini, direttive, circolari, piani dei Comandi superiori. Ma una volta che una guerra è dichiarata dal Governo legittimo della

> Enciclopedia Mili1are, Milano 1933. Vol. l p. 148.


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Nazione, la disciplina, la secolare etica dei servitori dello Stato non gli concedono scampo: deve accantonare le personali opinioni e ha il dovere di combatterla al meglio delle sue forze, applicando il motto che ha fatto grande, nei secoli passati, l'Inghilterra: «a torto o a ragione, sempre dalla parte del mio Paese». Per questo il militare è stato educato, addestrato, pagato fin dalla sua gioventù; è questo che gli si chiede anche oggi, e il sacrificio delle proprie personali e legittime opinioni accompagna da sempre il dovere miJ itare. Certamente più un militare crede nella causa per cui combatte, e meglio opera; questo vale in particolar modo per gli eserciti di leva. Ma ciò non toglie che anche per il soldato - cittadino chiamato o richiamato alle armi e a combattere per la sua Patria, il fatto che una guerra sia offensiva o difensiva, o abbia questo o quell'obiettivo politico, passa in seconda linea di fronte al suo dovere primario di servire in armi, in caso di bisogno, il suo Paese, senza dunque poter essere ritenuto responsabile degli obiettivi che la guerra si ripromette. Giustamente oggi si onorano i caduti e i reduci della campagna di Russia, pur infelice e strategicamente errata. In altre parole, il dovere militare non è che un risvolto particolare del dovere del cittadino- garanzia fondamentale della civile convivenza - di osservare lealmente le leggi dello Stato, anche quando non le condivide e fino a quando non sono mutate. Si deve anche aggiungere che tutto ciò che oggi si identifica nei termini «machismo» e «rambismo», con il culto della violenza insomma, appartiene alla parte meno no bi le d eli' uomo ed è del tutto estraneo alla tradizionale mentalità militare, che vede nell'esercizio della violenza organizzata solo un dovere, un grave onere da sopportare - a danno anche della propria incolumità personale - esclusivamente nel pubblico interesse. Eredi delle tradizioni cavalleresche, gli eserciti dei secoli scorsi si facevano un punto d'onore nell'escludere i civili, le donne, i deboli, i prigionieri, persino le navi mercantili dalle contese militari; l'etica militare autentica ha sempre respinto come indegne dell'uniforme le violenze sulla popolazione civile. Molto ci sarebbe da dire sulle ragioni, circostanze e responsabilità dell'estensione della guerra alle popolazioni civili nel XX secolo, sull'uso potenziale o effettivo di armi di sterminio di massa e sul bombardamento indiscriminato delle città. Basti osservare che queste forme di violenza sono sempre state condannate dalle leggi di guerra (comprese le nostre) e non hanno mai fatto parte del codice d'onore, scritto e non scritto, delle Forze Armate di una nazione civile. Un


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Codice neppure oggi sorpassato: un Codice che è una forza, ma può essere anche una ragione di maggiore vulnerabilità. Questi semplici parametri di giudizio vanno tenuti nel debito conto, quando ci si volge alle guerre del passato. Una storia è tale, solo se abbraccia tutta la realtà degli eventi e solo se attraverso delle analisi comparative tende a dare a ogni aspetto il giusto peso, evitando strumentalizzazioni contingenti in un senso o nell'altro. Non si può ricordare, delle nostre guerre, solo le sconfitte, le pagine più controverse e oscure, quelle più difficili e meno lusinghiere per le Forze Armate; e molto lontano porterebbe anche il confronto di talune pagine della nostra storia coloniale, con quelle dì altri Paesi. Per fare un solo esempio, nei disordini del maggio 1945 a Setif in Algeria sono periti da una parte cento francesi, e dall'altra quindicirnila algerini (o quarantacinquerniJa, secondo altre fonti) 6 • In fatto di pacifismo, storicamente noi italiani non abbiamo nulla da imparare da nessuno: dal Rinascimento al Risorgimento, infatti, gli italiani, poco amanti delle armi e divisi tra di loro, non hanno mai invaso i forti Stati nazionali già formatis i oltr'Alpe, ma è avvenuto il contrario. E anche dopo la formazione del nuovo Stato unitario nel 1861, l'espansione ha riguardato solo talune piccole colonie trascurate, perché poco redditizie, dalle grandi potenze coloniali ..... Anche in questo caso, bisognerebbe ricordare tutto e bene per fare un bilancio assai istruttivo, perché aiuta a meglio lumeggiare il ruolo della forza militare di oggi. È ben noto che, nella florida Italia del Rinascimento, nei nostri Comuni ove fiorivano i commerci e nascevano capolavori dell 'arte di ogni tempo, i mercanti, il popolo avevano ben altro da fare che occuparsi di esercizi militari, per i quali non sentivano peraltro alcuna vocazione: preferirono perciò «dare in appalto» la loro difesa a mercenari prezzolati , spesso stranieri, i cui capi divennero ben presto i padroni dello Stato, soffocando ogni libertà e la stessa vita economica. Le divisioni degli italiani hanno fatto il resto: per secoli l'Italia è stata percorsa da bande armate nelle quali si raccoglieva la feccia d'Europa, ed è stata oggetto - e non soggetto, anzi vittima- della politica e delle contese dei grandi Stati nazionali formatisi al le sue frontiere secoli prima di quello italiano. Ha scritto il grande storico militare Piero Pieri: «la calata dì Carlo V/l! [Re di Francia] in Italia [1494-

" <<La Repubblica>> 14 marzo 1998.


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1495 - finanziata da ... banchieri italiani - N.d.a.] mette a nudo non /'imrinseca insufficienza strategica o tallica degli Italiani, ma soprattutto la loro insufficienza spirituale: la mancan:a cioè di un superiore, forte sentimento di coesione sia come cittadini, fra di loro e verso il proprio governo, sia come italiani, nei riguardi di altri Stati della penisola. Da ciò la debolezza costituzionale da un lato e la fragilità e incertezza della politica dall'altro, da ciò gli insuccessi politici che si traducono in insuccessi militari tosto che fra i contendenti sia apparsa una poten:a estera organicamente più solida e capace d'una politica energica e risoluta. Essa an:iché uno strumento delle collfinue contese e lotte d'equilibrio dei nostri Stati, potrà finire adesso col diventare l'elemento preponderante o addirillura l'arbitro»7 • Sentimenti, mod i di dire scomparsi? Que l che importa ora ri levare, è che il «pacifismo», cioè l'incapacità degli Italiani di esprimere un forte Stato unitario con un efficiente potere militare nazionale ha portato l'Italia a secoli di decadenza economica e sociale sotto un pesante dominio straniero che ha disperso l'eredità del Rinascimento. Nella prima metà del secolo XVI l'opera di Nicolò Machiavelli, molto in anticipo sui tempi, s i è riassunta in una presa di coscienza dei mal i dell'Ital ia e nel tentalivo di rimediarvi con un forte potere unificante sostenuto da un esercito di cittadini e non più di mercenari, d unque un esercito fortemente motivato che esprima i bisogni della collettività e non un potere vessatorio ad essa estraneo. Solo tre secoli dopo sono maturate le condizioni per accogliere il suo messaggio politico e militare: !ungi dall' inseguire meri e illusori ideali, gl i spiri ti migliori del Risorgimento hanno visto nell'unità nazionale - da conquistare con le armi da parte degli Italiani stessi, senza affidare la loro causa a mani straniere - l'unico rimedio per por fine a una vita economica e sociale stentata all'interno dei vari staterelli male amm inistrati, con corti ingorde e oziose e una burocrazia corrotta e inefficiente, separati da inutili barriere dagli altri stati ital iani e soggetti alla pesante tutela di truppe straniere. E hanno ritenuto l'unità l'unico presupposto anche per far sentire di nuovo la voce economica e militare dell ' Italia in un mare, come ii Mediterraneo, che con la pro-

' P. Pieri, Il Rinascimento e la crisi militare italiana. Torino. Einaudi, 1952, pp. 340341. Cfr. anche, in merito, E. Riconi, Storia delle compagnie di l'en111ra in Italia, Torino, Pomba 1844.


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spettiva aperta dalla costruzione del Canale di Suez e con la propulsione a vapore stava ridiventando il cuore geost.rategico e geoeconomico del mondo, mentre le marinerie mercantili e militari dei vari Stati italiani brillavano per la loro pressoché totale assenza. Non sarà mai abbastanza ripetuto, e sottolineato, che l'unità italiana e lo Stato centralizzato sono stati visti daJia massa degli intellettuali del Risorgimento come rimedio a mali antichi e a eccessivi localismi. Lo Stato borbonico, ad esempio. era profondamente corrotto e inefficiente: questo non ha favorito le autonomie locali. La storia dimostra, dunque, che il pacifismo innato dagli italiani ha sempre costituito un danno politico, economico e morale, e, alla fin fine, ha incentivato le continu e invas ion i e ingerenze di altri popoli. In tempi più recenti, nel 1939, anche la Francia è stata vittima delle lusinghe pacifiste, che da essa non hanno allontanato la guerra, ma anzi ne hanno aumentato i danni. Dopo l'ecatombe della pur vittoriosa guerra 19 14- 1918, il popolo francese non voleva più guerre. e aveva affidato la sua sicurezza al costoso cemento della linea fortificata Maginot, che però- come sempre era avvenuto per la fortificazione- non poteva certo sostituire l'animus pugnandi. Stretta da una grave crisi economica e dilaniata da profondi contrasti interni, la Francia all'inizio degli anni Trenta era preda di una crisi di valori e di credibilità delle Istituzioni, della quale inevitabilmente l'esercito era la prima vittima, pur essendo ancora considerato il migliore d'Europa. Fu allora che il maggiore di fanteria Charles De Gaulle (poi generale; inutile qui sottolineare la grande rilevanza politica ed europea del personaggio nel dopoguerra) diede alla luce un libro intitolato Il filo della spada ( 1932)\ nel quale sosteneva, appunto, la necessità di restituire alla spada, cioè all'esercito, il suo splendore, la sua lama affilata, la sua insostituibile funzione storica, partendo dall'amara constatazione che «dopo aver subìto la crudeltà della forza, le masse reagiscono in 1nodo passionale. In ogni dove, s'è diffusa una mistica che non soltanto tende a maledire la guerra, ma anche a considerarla mo11a per sempre, tanto si vorrebbe che così fosse [. .. ] Dei combattimellli non si vogliono evocare che il sangue, le lacrime, Le tombe, non la gloria con la quale i popoli consolavano i loro dolori. Non si risparmia nemmeno la Storia,

• Cfr. C. De Gaulle, Il Filo della spada ( 1932) traduz. it. Milano, 11 Borghese 1964.


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di cui alcuni sfigurano i tratti, con il pretesto di cancellarne la guerra. L'ordine militare è attaccato alle sue radici: Un tale movimento, per eccessivo che sembra, si spiega fin troppo bene. Attraverso di lui si manifesta, tutto sommato, l'istinto di conservazione dell'Europa indebolita, che avverte tutti i rischi di un nuovo conflitto [. .. ] Ma senza negare alcuna speranza, dove accade che le passioni e gli interessi dai quali nascono i conflitti armati siano ormai sopiti, che qualcuno rinunci di buon grado a quello che ha e a quello che desidera, che gli uomini, infine, cessino di essere uomini? Si considera definitivo l'equilibrio attuale, mentre i piccoli vogliono ingrandirsi, i forti dominare, i vecchi sopravvivere? {. .. / Del resto, anche supponendo che le nazioni accettino, per un certo tempo, di regolare i loro rapporti per me:;.zo di un codice sovrano, basterà fare La legge, se non si riuscirà a imporla? "Le leggi disarmate cadono nel disprezzo", diceva il Cardinale di Retz. Le leggi imenwzionali non avrebbero alcun valore senza truppe. Qualsiasi dire-;.ione prenda il mondo, non potrà fare a meno delle armi» 9 • In un successivo libro dal titolo Verso Lm esercito di professionisti (Vers L'année de metier- 1934) De Gaulle sosteneva la necessità di un esercito che si potrebbe definire lancia e scudo, nel quale la lancia era composta da unità corazzate formate con volontari a lunga ferma ed a e levato grado di approntamento operativo (cioè più o meno corrispondente alla formula in via di applicazione oggi), e lo scudo dell'esercito di leva 10• Non fu ascoltato: ne consegul, nel 1940, il crollo prima di tutto morale dell'esercito francese e l'occupazione straniera della Francia. Certo, negli anni Trenta molti sentivano avvicinarsi sempre più la bufera, quella che molti oggi chiamano la seconda guerra civile europea. La prospettiva della guerra tra Stati europei oggi è per fortuna scomparsa: ma se a «guerra», al concetto di guerra totale, si sostituisce «uso anche potenziale della forza, dello strumento militare», si deve riconoscere che De Gaulle, oltre ad essere stato buon profeta ad aver intravisto il pericolo al quale stava andando incontro la Francia, ha fatto una diagnosi che se riferita ali 'Europa ancor oggi fa pensare. Si prenda come esempio la crisi tra Stati Uniti e Iraq del febbraio 1998, risoltasi all'ultimo momento per via diplomatica, ma non si sa se ternpora-

• ivi. pp. IO-Il.

'" C. De Gaulle, Verso 1111 esercito di professionisti ( 1934), Lraduz. it. Roma, Priscilla 1945.


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neamente o in via pennanente. Questo solo dubbio è stato tale, da non far abbassare le anni né agli Stati Uniti e a tutto ciò che essi rappresentano, né allo stesso Iraq. Potenti forze aeronavali americane e inglesi nel Golfo Persico erano pronte e ad agire: il loro ruolo è stato inutile? l'impiego della forza è stato scongiurato, come dicono i mass media, dallo strumento diplomatico? Assolutamente no. Anzitutto la forza (militare) è stata impiegata per esercitare una visibile pressione sull'Iraq, senza la quale con ogni evidenza la diplomazia non avrebbe avuto successo. Quindi ha vinto la diplomazia, ma grazie all'impiego sia pur potenziale dello strumento militare; non senza lo strumento militare, o nonostante lo strumento militare (o con lo strumento militare in attesa passiva del connitto caldo). In secondo luogo, la vera posta in gioco riguardava e riguarda il mantenimento della pace e dell'equilibrio in una regione vitale per gli interessi dell'Occidente, nella quale, dunque, non si può consentire a nessuno di sviluppare l'anna chimica, a ragione definita «l'atomica dei poveri». Anche oggi, dunque, bisogna riconoscere che «le leggi internazionali non avrebbero alcun valore senza truppe». Anche oggi non basta desiderare la pace- la pace !"hanno sempre desiderata tutti - ma per ottenerla. mantenerla e tutelarla, occorre pur sempre che lo strumento militare affianchi altri strumenti; né può dirsi passato il tempo in cui in qualche parte del mondo- ma anche fin troppo vic ino ai nostri confini orientaH - la politica lascia alle anni l' ultima parola. Soprattutto oggi più che mai perdura quell'i ncertezza, che De Gaulle percepì va fin dalle prime righe del Filo della spada e che di per sé stessa genera dei rischi: «L'incertez;:.a caratteriz::a la nostra epoca. Tame smentite alle convenzioni, previsioni, dottrine; /ante prove, sconfitte, delusioni; tanti scoppi, urti, sorprese hanno squassato l'ordine stabilito. Le armi, che ham10 mutato il mondo, ne soffrono e piangono i loro perduti splendori. Questa malinconia dell'ordine militare lontano dai tempi delle grandi lotte, indubbiamente non ha nulla che non sia c/assico» 11 • Anche oggi specie in Italia ci si può c hiede re: come può l' Istituzione militare- c il g rande patrimonio morale, l'eredità che essa rappresenta - non risentire dello spirito dei tempi, dcii' incertezza e della crisi di antichi valori che li domina, del pacifismo declamatorio, assiomatico e unilaterale che si fa spesso consistere in un semplice rifiuto del ruolo della forza militare, e in un comodo disimpegno dai valori e

" C. Dc Gaulle. Il Filo della spada (Cit.). p. 9.


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dai doveri che essa sempre ha comportato e comporta? Che crede nell'abolizione della guerra per decreto, come si potrebbe fare per altri mali dell'epoca? che non tiene conto del dato elementare che per avere la pace bisogna essere almeno in due? Se si considera la realtà del nostro tempo, mutatis mutandis vi è più di un'analogia tra quanto scriveva De Gaulle più di sessant'anni fa e quanto scrive oggi uno dei maggiori potitologi italiani: «uno stato cessa di essere tale se diventa persino incapace di "pensare la guerra", se diventa incapace di pensare che ci sono doveri cui uno stato, se vuole restare tale, non può sfuggire [. .. ] Finita la guerra fredda, le altre potenze sconfitte della seconda guerra mondiale, Germania e Giappone, va1mo progressivamente riappropriandosi dell'idea che la forza può essere legittimamente usata in difesa degli interessi nazionali. Solo l'Italia sembra invece tuttora prigioniera della sindrorne della scorifitta [. .. ]A differenza dell'aspirazione alla pace e dell'azione intelligente e prudente per realizzar/a che dovrebbero essere proprie di qualunque sana democrazia, il pacifismo "assoluto", quello che pretende di abolire, sempre e comunque, il ricorso alle armi e alla violenza, è una patologia dell'anima ... » 12• A queste osservazioni si potrebbe aggiungere che la diffusione, la forza del pacifismo assoluto è certamente un dato di fatto che fa riflettere e impone un'approfondita ricerca delle sue cause vicine e lontane, sia pur rimarcando bene la ctifferenza tra la doverosa, concreta, diuturna azione diplomatica di un Governo per prevenire i conflitti e spegnere i focolai d'incendio, e posizioni che troppo spesso assomigliano a un disimpegno e di fatto coincidono con quel culto del «particulare» che agli italiani non ha mai portato prosperità e fmtuna. TI pacifismo non può coincidere con l'assenza di capacità militare da parte di uno Stato, assenza che invece può veicolare il disordine, e quindi incoraggiare conflitti interni e guerre. Fa ancora pensare, in proposito, quanto osservava Ercole Ricotti nel 1844, alla vigilia delle gue1Te per l'unità nazionale: che cioè dal 1300 a1 1550 circa, le funeste compagnie di ventura, che vivevano cti rapine, devastazioni e prepotenze, nella Francia ormai unificata furono un fenomeno accidentale, secondario e temporaneo, mentre nell'Italia squassata da divisioni e lotte tra i vari potentati «fw·ono l'unica vera milizia durante due secoli» 13•

" A. Pancbianco, Giochi di guerra e giri di valzer, «Corriere della Sera» del 15 febbraio 1998. " E. Ricotti. Op. clt.. l Vol. p. 14.


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2. L'ARTE MILITARE È SOGGETTA A EVOLUZIONI, RIVOLUZIONI O MUTAMENTI? Se l'impiego dello strumento militare continua ad essere legato alla necessità dell'uso della forza, occorre allora esaminare anche le modalità, i criteri, e per così dire la filosofia, alJe quali detto strumento deve ispirare la sua vita e la sua azione. Ciò equivale a chiedersi, nel concreto, qual' è l'arte militare del nostro tempo, e, sulla base di questa, quale potrà essere l'arte militare del futuro. Per meglio rispondere a questi interrogativi fondamentali, è opportuno indicare anzitutto che cosa intendiamo per arte militare e quale metodica intendiamo seguire per individuarne i contenuti. Arte militare e arte della guerra specie in passato sono stati usati come sinonimi; oggi si usa di più- ma sempre assai di rado- il termine arte militare, molto probabilmente per ragioni legate agli sgradevoli ricordi e alle reazioni indesiderate che suscita l'uso del termine guerra, tanto da essere bandito, non appena si può, dal linguaggio ufficiale. Certo, si è costretti a parlare - non se ne può fare a meno - di guerra del Golfo e delle Falkland, o nell'ex-Jugoslavia; ma se si deve studiare il fenomeno in sé si tende a usare altri vocaboli, come se non parlare di guerra servisse a scongiw·arJa. Al posto di arte militare (o della guerra) oggi nel linguaggio corrente è assai diffuso l'uso del termine strategia, che in sostanza compendia ciò che concerne le grandi linee per l'impiego dello strumento militare, e al tempo stesso va acquistando un significato sempre più largo e quindi indistinto, che lo porta a essere usato nei più diversi settori della società. Ritorneremo su questo argomento-chiave: ma intanto l'uso del termine arte militare sembra rendere meglio la complessità e varietà della problematica che vogliamo trattare, perché se tutto concorre a formare, a definire una strategia, la strategia stessa in prima approssimazione è utilizzazione, finalizzazione di molteplici apporti e branche di studio che non le appartengono; è come la punta di una lancia, la cui asta o impugnatura è rappresentata appunto dalla problematica militare in tutte le sue sfaccettature. Si parla, oggi, comunemente, di pensiero strategico e pensiero militare; di problema strategico e problema militare; di branca strategica e branca militare: evidentemente l'aggettivo «militare» è più onnicomprensivo di «Strategico» e rende meglio il peso oggi assunto da talune branche di rilevante impatto sociale. Il Maresciallo Marmont (1845) ha distinto tra arte militare- vista come


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insieme di cognizioni necessarie per organizzare e portare al combattimento un esercito - e genio della guerra, che consiste «nella capacità di applicarle a proposito, di scorgere le migliori combinazioni con sicurezza e prontezza, in mezzo ai pericoli e alla crisi» 14 • Ecco, oggi la strategia - e gli studi su di essa incentrati - corrispondono, al genio della guerra; sono quindi cosa diversa dall'arte militare. Induce a preferire il termine arte militare anche il significato estremamente conlroverso di strategia, che dura fin dalla sua nascita. Al tempo stesso, questi due termini fanno subito emergere delle questioni lessicali sulle quali si sono spesso scontrati gli scrittori di ogni tempo, che attengono alle differenze tra pensiero (o studio, pianificazione, concezione) e azione, tra politico e militare, tra militare e attinente alla guerra. Vi è sempre stata notevole differenza tra arte militare e arte della guerra, anche se fino al 1940 diversamente da oggi era quest'ultimo termine ad essere più frequentemen te usato. Per comprensibi li ragioni legate alla trasformazione del concetto di guerra, questa differenza a tine secolo XX è aumentata. L'aggettivo «militare» ha un significato assai più ampio rispetto al termine «della guerra», che pure in esso è racchiuso. Attiene a tutto ciò che in senso lato riguarda l'Istituzione militare anche nelle vicende di pace; dunque per questo solo fatto è preferibile, specie oggi, parlare di arte militare e non di arte della guerra. Ambedue queste arti, comunque, si differenziano dal concetto di scienza e di scienza militare (e/o della guerra), rimanendo al tempo stesso ad esso legate. Nell'arte è insito il concetto dell'operare, dell'attività pratica; per arte in genere si intende (Dizionario Garzanti) «attività umana che si compie con l'ingegno e secondo regole dettate dall'esperienza e dallo studio»; l'arte ha dunque carattere applicativo, cioè applica delle norme o regole, delle tecniche e delle teorie. Scienza invece non è attività, applicazione pratica, ma comporta un complesso organico di conoscenze: «complesso organico e sistematico delle conoscenze che si posseggono intorno a un determinato ordine di fenomeni» (Dizionario Garzanti), o, meglio ancora, «Complesso dei risultati dell'attività specificativa volta alla conoscenza di cause, leggi, effetti intomo a un determinato ordine di fenomeni, e basata sul metodo, lo studio e l' esperienza» (Dizionario ZingarelJi).

" Maresciallo Marmont, Dello spirito delle lstiwzioni militari (1845), Firenze, Le Monnier 1939. p. 138.


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Se ne deduce che per scienza militare si può intendere «il complesso delle cognizioni teoriche necessarie per preparare, organizzare, conservare e impiegare la forza militare». Arte militare è più propriamente il passo successivo, che si riferisce ad applicazione della teoria; è in sostanza una guida per la concreta applicazione delle predette cognizioni, fornisce degli orientamenti per l'attività militare. Comporta quindi anche delle scelte, delle opzioni ben precise nei vari campi in cui si suddividono le scienze militari, avendo però sempre di mira l'impiego delle forze. Le espressioni scienza della gueiTa e arte della gueiTa (quest'ultima più frequente) si riferiscono a un campo più ristretto, cioè aJla preparazione, organizzazione e condotta operativa delle forze sul campo di battaglia. Anche se la gueiTa - o meglio, l'impiego deJlo strumento militarenon può non essere in ogni tempo il fine ultimo dell'organizzazione militare, lo studio dell'impiego delle forze non esaurisce il sempre più vasto campo delle cognizioni e delle correlate attività di interesse militare di una Nazione. Già durante la prima guerra mondiale con arte mi litare veniva generalmente indicato quanto si riferiva allo studio e all'insegnamento dell'impiego dello strumento militare. Questo perché, come ben dice un'opera sul lessico militare del 19 16, «l'arte militare è la scienza in atto; questa è il pensato; quella il pensiero attuato. L'appellativo di arte militare è nel comune linguaggio più abituale che quello di scienza; e ciò non già perché si voglia negare alle cose della guerra il fondamento scientifico, ossia l'immutabilità dei princìpi fondamentali, ma perché La denominazione di arte meglio si accorda allo scopo pratico essenziale degli studi militari; che non è già lo speculare, ma L'insegnare a fare, cioè a vincere. Ma La scienza della guerra è anche arte nel senso più elevato della parola, perché non basta il formulario scientifico per trattare della guerra in tutte le sue manifestazioni; questo formulario è bensì indispensabile, ma rappresenta solo ciò che nella pittura è la tecnica dei colori e nella musica quella del contrappunto; occorre anche una certa genialità creativa, un certo intuito della divinazione ... » 1s. In altre parole, la rispondenza di qualsiasi formulazione teorica si può verificare solo ali' atto d eli' impiego effetti vo delle forze; a sua volta l'impiego potenziale di tali forze sarà tanto più efficace, quanto

" A.A.Y.V .. Lessico Militare Italiano (Vol. l}, Milano, Yallardi 1916, p. 168.


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più vi saranno fondate o provate ragioni per far r itenere che tale impiego effettivo sarà a sua volta efficace. A questa ragione primaria - che induce a parlare di arte anziché di scienza o tecnica militare - se ne aggiunge una seconda. Nel senso compiuto del termine, una scienza, per ordinare in modo organico e sistematico la materia che rientra nel suo campo di indagine, ammette generalmente dei princìpi verificabi li e sperimentalmente riconosciuti, princìpi che, come si è visto, il Lessico militare italiano r iconosce anche per la scienza militare. Ma in ogni tempo, i pareri sull'esistenza o meno di princìpi costanti anche in campo militare e soprattutto su lla loro effettiva valenza sono stati vari e spesso contrastanti. Nel secondo dopoguerra ( 1950) il comandante A lber ini ha fornito un metro di giudizio che sottolinea la natura di scienza incompleta (se non addirittura di arte pura) della guerra: «che il fare la guerra costitui-

sca opera d'arte è cosa generalmente amtnessa [... }Scopo della scienza è solo il conoscere e non l'insegnare a fare. La Scienza[... } ricerca i rapporti di causa e effetto attraverso l'uniformità dei fatti, formula delle leggi. Nella guerra tutto è incerto e aleatorio. In essa agiscono largamente forze ed effetti morali, cioè imponderabili [... ] Un evento della guerra non si ripete mai nelle identiche condizioni: come si fa a parlare di una scienza della guerra?{... } L'arte invece non ha lo scopo di proporre ipotesi, di costruire teorie, di dellare leggi entro cui i falli devono muoversi docili e obbedienti; il suo scopo è non sapere, ma fare, il suo regno è L'immediatezza e in essa opera e crea. L'arte è intuizione (B. Croce) e l'arte della guerra è appunto intuizione. Arte dunque e non scienza. Aggiungiamo anche: arte e non tecnica. La tecnica è costituita da un complesso di cognizioni disposte e indirizzate ad uso dell'azione pratica e cioè del fare; ma non è l'arte / ... ] Per comprendere esattamente il concetto di arte, bisogna depurarlo di qualsiasi tecnica. È bene che il poeta conosca la metrica e il comrappunto, che però non erano in alcun modo la poesia e la musica» 16• Vi è parecchia verità in quanto afferma l' Alberini; ma il linguaggioe il linguaggio militare in particolar modo- più che a purisrni o sottigliezze lessicali ha sempre corrisposto a ben definite esigenze pratiche e persino attinenti al morale degli uomini, a loro volta derivanti da un pre-

6 ' R. Albcrini. Riflessioni sulla guerra come arte. «Rivista Marittima» marzo 1950. pp. 535-550.


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ciso contesto politico-sociale. La distinzione di massima tra scienza e arte militare ha tuttora una sua ragion d 'essere, anche se si deve ammettere che essa non è netta e univoca. Quanto afferma l' Alberini, tuttavia, è una ragione in più per parlare di arte militare a preferenza di scienza o tecnica militare o scienze militari. Cosl facendo meglio si fa emergere il carattere di filosofia dell'azione che tale arte assume; e si esalta anche l'importanza dell'intuito, tutto artistico, della capacità di previsione della /eadership in una branca in cui un peso preponderante assumono la tematica della guerra futura, la valutazione dell'effettivo rendimento in guerra di un materiale, di un Capo, di un'unità, il calcolo dell'efficienza delle forze nemiche: tutti elementi che solo l'esperienza può fornire, ma solo quando non sono più suscettibili di applicazione immediata. Per comodità di trattazione anche oggi si può considerare l'arte militare come scomposta in arte militare terrestre, marittima e aerea: ma questo non può far dimenticare che specie dalla prima guerra mondiale in poi le interconnessioni strategiche e tattiche, nel campo della preparazione militare, degli armamenti ecc. tra una Forza Armata e l'altra, sono diventate sempre più frequenti . Dunque la forza delle cose impone un approccio interforze alla problematica militare in genere, e non solo dell'impiego operativo delle forze: senza tale approccio anche questioni solo apparentemente di Forza Armata corro no il pericolo di perdere molti dei loro interfaccia, dunque di risultare falsate e di prestarsi a stru mentalizzazioni di parte e a soluzioni inadeguate, a tutto danno delle singole Forze Armate. Un'altra questione da affrontare in via preliminare è se, in senso generale, si possa o meno parlare di evoluzione dell'arte militare (e quindi anche di involuzione, o di rivoluzione): tutti termini che assumono un significato ben preciso e che hanno implicazioni teoriche, pratiche e metodologiche assai profonde, le quali vanno molto al di là della pura dimensione lessicale e contribuiscono notevolmente a chiarire la vera natura degli odierni conflitti, «Caldi» o meno che siano. Rivolu()one è un termine assai impegnati vo: comporta un mutamento improvviso, radicale e irreversibile, un taglio netto rispetto al passato; dà inizio a una fase nuova, presuppone delle soluzioni di continuità larghe e evidenti; è insomma, «la trasformazione rapida e radicale di un assetto, di un sistema (per effetto di nuove scoperte, dell ' applicazione di nuove metodologie.)» (Dizionario Garzanti). Dunque una rivoluzione tende a rifiutare l'apporto di un passato anche vicino, chiude un 'era e ne apre un 'altra; il tutto in poco tempo. L'evoluzione è, a l


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contrario, caratterizzata dalla continuità e daUa lentezza: è «sviluppo lento e graduale; svolgimento da una forma all 'altra, generalmente più completa e perfetta» (Dizionario Garzanti); si può correttamente parlare di evoluzione del pensiero, della società, della scienza. Involuzione è il contrario di evoluzione: significa percorrere un cammino contrario a quello di evoluzione, «il regredire a caratteri meno complessi e perfetti; declino, decadimento» (Dizionario Garzanti). Nel campo militare il temùne rivoluzione, nonostante le sue implicazioni radicali, è stato frequentemente usato. Si è parlato e si parla di rivoluzione dovuta alle armi da fuoco, all'arte militare napoleonica, alle ferrovie, alla propulsione a vapore e alle corazze delle navi, alla nùtragliatrice abbinata al reticolato, all'aereo (Douhet), al sommergibile, ai gas, al carro armato, all'arma atomica. L' ultima rivoluzione, secondo taluni, è avvenuta dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, con la riconversione degli strumenti nùlitari a un ruolo «di pace» ecc .. Dopo aver notato che le cosiddette rivoluzioni in campo militare possono essere dovute sia all'introduzione di un nuovo sistema d'arma che a fenomeni politico-sociali (tipici, appunto, i casi della Rivoluzione Francese e della caduta del muro di Berlino), se si percorre a volo d'aquila la storia e si inserisce ciascun evento in quelti precedenti e successivi ci si rende conto subito che le rivoluzioni militari vere e proprie, complete, autentiche, sono state assai poche, e forse non si sono mai verificate; in ogni caso, non sempre e non necessariamente a una rivoluzione politico-sociale consegue una rivoluzione nùlitare. L'introduzione delle armi da fuoco- o della vela, o della propulsione a vapore - è stata in realtà graduale; ha dunque avuto effetti graduali sulla tattica, sulla fortificazione, sulle costruzioni navali; la strategia terrestre e navale ne ha risentito ancor meno. Fino all914 il modello strategico prevalente nell'esercito tedesco è stato la battaglia di annientamento di Canne e ovunque, anche nel XX secolo, gli Stati Maggiori si sono ispirati alla «guerra di movimento» di stampo napoleonico, e se vogliamo pre-napo1eonico (Federico II di Prussia). La guerra di trincea e di logoramento del 1914-1918 è stata solo una parentesi; tuttavia, anche per il numero elevato delle perdite, essa ricorda la guerra di secessione americana 1861-1865 17• Dal 1919 in poi è tornato a prevalere, come nel periodo 1870-1914, il modello della

" Cfr., in merito, R. Luraghi, L'ideologia della guerra industriale 1861-1945. «Memorie Storiche Militari», Roma, SME- Uf. Storico l 981. pp. l 69-190.


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guerra eli movimento napoleonica, che nel 1940-1941 ha trovato nelle divisioni corazzate germaniche una nuova lancia. Ma le battaglie di El Alamein, di Stalingrado ecc. dal 1942 in poi (così come la campagna d' Italia 1943-1945), nonostante l'aereo e il carro armato non sono state che un ritorno alle battaglie e alla guerra di logoramento del 19141918: nel suo complesso tale è stata anche la seconda guerra mondiale, durata più della prima..... Dunque: alla «rivoluzione» del 1915, è forse seguita La «rivoluzione» del 1940-1941, per poi tornare al 1915 con l'«involuzione» de11942-1 945? Si può parlare, allora, di evoluzione, di passaggio graduale da una forma all'altra? L' Alberini, per il quale la guerra è solo arte, non ba dubbi: «i mezzi della guerra si peifezionano (peifettibilità tecnica); l'arte della guerra varia, ma non si può dire che progredisce. Parlare di evoluzione dell 'arte della guerra, come si fa spesso, è un errore, come sarebbe errore parlare di evoluzione della poesia da Dante a Un garetli»18. Se è per questo, non c'è rivoluzione - o evoluzione - nemmeno nella pittura. Scrive il celebre critico d'arte Ernst H. Gombrich, parlando della pittura italiana del XIII secolo: «Si è soliti iniziare con Giotto un nuovo capitolo; gli italiani erano convinti che un 'epoca completamente nuova nell'arte era cominciata con l'apparizione di quel grande, e vedremo che avevano ragione. Ma, nonostante tutto ciò, può non essere inutile ricordare che nella storia non vi sono capitoli e inizi nuovi, e che non si toglie nulla alla grandezza di Giotto rendendosi conto che i suoi metodi devono parecchio ai maestri bizantini, e i suoi fini e il suo orientamento ai grandi scultori delle cattedrali nordiche [ ... ] Erano mille anni che non si era fatto niente di simile. Giotto aveva riscoperto l'arte di creare su una supeificie piatta l'illusione della profon.dità» 19. Se ne dovrebbe dedurre che anche la strategia, la tattica, o più in generale l'arte militare, non si rivoluzionano, non si evolvono (cioè non sempre denotano un progresso lineare), ma piuttosto cambiano, senza mai rifiutare in. toto i retaggi del passato. Questo naturalmente vale, quanto più esse si avvicinano all 'arte pura, alla quale fa riferimento l' Alberini. Ma, come si è visto, con arte militare si è spesso inteso indicare anche· un complesso di conoscenze nei vari settori che sono

'~ '9

R. Alberini, Art. cil .. Allegato a «La Repubblica» del 2 1-22 febbraio 1998.


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utili sia per la preparazione che per l'impiego dello strumento militare: dunque da questo punto di vista l' impiego del termine evoluzione non si può sempre categoricamente escludere, così come non l'hanno escluso, fino a oggi, gli scrittori militari . Ciò non toglie che il termine più corretto, da usare con maggiore frequenza anche quando si parla di tattica e strategia, è mutazione. Lo ha messo in evidenza meglio di tutti nel 1941 il generale dell'aeronautica Amedeo Mecozzi, tra i massimi scrittori di strategia aerea del secolo: «a) La parola "evoluzione" potrebbe essere considerata non obiettiva, perchè presuppone un giudizio di "progresso"; meglio sarebbe "parlare di mutazione". b) Le mutazioni non sempre sono state volon/arie e più genericamente, non dipesero da constatazioni di un vantaggio da conseguire o da un inconveniente da evitare; dipesero dalla diversità politica, geografica, slagionale, eccetera, delle successive situazioni; dipesero dalla disponibilità di mezzi (in ispecie e quantità) e dal 1empo che occorre per provvederne di specie diversa e in quanlilà appropriala; dipesero sopratlulto da preconcetti doltrinari che talvolta resistono anche all'insegnamenlo dei falti. c) In particolare Le nuaazioni nel campo s1ra1egico si collegano slrettamente alle mutazioni nel campo tattico e viceversa, quali che siano le cause determinanti dell'uno e dell'altro gruppo di mutazioni; anche se siano subìte piuttosto che deliberate. d) Il conslatare che una delle parti belligeranti ha attuato una mutazione nell'impiego, non può far indurre che quella mutazione sarà perdurante. Il constatare Le muta::.ioni avvenute è vano studio se non si deducano le mutazioni avvenire possibili e ancor meglio quelle desiderabili. e) Possono essere desiderabili anche mutazioni che alla pura Logica dottrinaria non sembrino tali, qualora si adeguino a (logiche o illogiche) mutazioni del nemico»20• Solo se si tiene conto di questa riflessione di Mecozzi si può evitare di definire decadente- e frutto di una involuzione che il vero militare non può che deprecare- l'arte militare di oggi: che limita al massimo

"' A. Gen. Mecozzi, Evoluzione dell'impiego dell'aviazione nell'anno 1941 (Supplemento alla «Rivista Aeronautica» n.l2 - dicembre 1941 ). Roma. l st. Poi. dello Stato 1941.


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l' uso effettivo dello strumento militare, che non vuole- come ai bei tempi di Federico ll, di Napoleone e del Blitzkrieg - la vittoria, la debellatio dell'avversario.... È forse decadente anche la politica che la ispira? In definitiva l'ambiguità del termine «arte militare» è insopprimibile. L'arte militare non è solo arte; è al tempo stesso studio, conoscenza, esperienza. Ma anche dalle riflessioni del Mecozzi si deduce che l'aspetto in senso lato artistico è preminente, senza con questo consentirne la piena assimilazione con la scrittura, la pittura, la poesia ecc., cioè con le attività umane che si limitano a creare opere alle quali si riconosce un valore estetico. No: l' arte militare è qualcosa di più, di molto più complesso. Non si limita a fornire all'uomo dei meri strumenti di contemplazione e di godimento estetico, ma opera sull'uomo, fa leva sui suoi sentimenti, sulle sue passioni, intende farlo agire con molti altri per uno scopo comune e in situazioni di pericolo, nonostante il suo naturale spirito egoistico e di conservazione; è costretta a tenere continuamente conto dell'ambiente e delle reazioni dell'altro; deve continuamente misurarsi con fattori che sfuggono al calcolo esatto. Incide sulla realtà politico-sociale e economica; è filosofia dell'azione; ma cosa ancor più difficile, non si limita a definire i lineamenti dell'azione di chi la concepisce, ma è rivolta soprattutto a far agire masse d'individui, il tutto in presenza di imprevedibili reazioni dell'avversario che il Capo deve pur considerare a priori, e fronteggiare con tempestività azione durante. Infine, come se ciò non bastasse, richiede la fusione in unico complesso dell' uomo e del materiale e dunque anche della relativa, complessa problematica, che impone la ricerca di equilibri e la definizione di organi e dei loro rapporti ..... Si deve dunque ammettere che l'attività artistica militare, l' intuito artistico del Capo, la sua creazione, la sua attività quotidiana si esercitano in campi ben diversi e speciali rispetto alla normale attività artistica. Le analogie con tale attività esistono, ma hanno confini invalicabili. Quando si opera sui sentimenti umani, quando si tratta di ordinare e muovere delle masse, le parole «progresso» o «decadenza>> hanno valore relativo; per questo la parola «mutazione» proposta dal Mecozzi è quella più rispondente o - se si preferisce - la meno imperfetta. L'arte militare è soggetta a troppi condizionamenti, deve affrontare troppe contingenze per avere un percorso rettilineo: anche parlare di evoluzione è dunque improprio: meglio si potrebbe parlare di corsi e ricorsi vichiani. La parola «mutazione» non impedisce di tener conto, sia pure in misura variabile, dell'eredità del passato; né d'altro canto


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impone di tenerne conto, o postula mutamenli irreversibili. Fino a che punto l'uomo, cioè l'oggetto, il motore principale dell'arte militare, è soggetto a mutamenti? Scriveva Caterina Il di Ru ss ia nel 1768: «Ottenere una vittoria è niente; una terra è già qualcosa; del denaro è tutto! l moralisti si adoprano per correggere i cattivi costumi: rna è poi sicuro che gli uomini siano peifeuibili? Hanno peifezionato ogni cosa! Il sapere, le arti, persino la natura, ma l'uomo è rimasto sempre allo stesso punto. Omero ha raffigurato Ulisse, Agamennone, Calcante, Tersi te! Non sembra forse che siano stati dipinti ieri? Altri ci lumno parlato dei Tito, dei Nerone [... ] Gli originali, ahimé, sono ancora in vita e non morranno mai!»21• Una cosa è certa: rispetto al passato, l'uomo non è migliorato. Invano abbiamo atteso c atte ndiamo l' «uomo nuovo» variamente vagheggiato e mai nato. Secondo la communis opinio di oggi, anzi, l'uomo è peggiorato, non ha più ideali, è più smarrito del passato perché non vive più in ordini sociali consol idati. Non ci soffermiamo su considerazioni moralistiche; ma di questo dato sociologico primario bisognatenere conto, per definire con buona approssimazione la portata delle mutazioni subìte negli anni più recenti dell'arte militare. Gli equivoci, le inesattezze, le diverse interpretazioni dei suoi contenuti sono lo specchio di un'ambiguità e indeterminatezza secolari proprio perché insopprimibili, rispecchiano la communis opinio- o meglio la speranza- degli scrittori militari d'ogni tempo, che essa possa essere ridotta a scienza con princìpi e regole certe, e come tale soggetta a un progresso lineare. Ma - su un piano più vasto e pilt a monte - tale «progresso» presupporrebbe quel determinismo storico e quella fede nelle ideologie totalizzanti, che oggi- è l'unico dato certo- nessuno più accetta.

3. ARTE MILITARE E STORIA: QUALI MUTAMENTI NEI SECOLI XIX E XX? Con la fisionomia prima delineata, che intendiamo rispettare, l'arte militare si compendia nello studio delle mutazioni e dei riflessi che esse hanno avuto, hanno o potranno avere. Il grande storico Mare Blocb ba indicato come oggetto fondamentale della storia la spiegazione del cambiamento, perché «la storia è una scienza in divenire ed è per questo che

" <<Corriere della Sera» del 18 dicembre 1997.


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è viva. Nulla è più appassionante e pill degno d'essere divulgato della storia mentre accade». Bisogna dunque chiedersi: che cosa è veramente accaduto, che mutamenti effettivi ci sono stati nel secolo che sta per finire? di conseguenza, quali sono i mutamenti che stiamo vivendo? Il secolo XX è il secolo delle guerre totali, giunte al loro estremo limite. Nella prima metà del secolo, quelle che a ragione sono state chiamate le grandi guerre civili europee; nella seconda metà la guerra fredda, dal 1989 (caduta del muro di Berlino) in poi gli anni di pace instabile e inquieta che stiamo vivendo, meglio definibile come «pace» tra virgolette. Dopo la fi ne di ciascuna delle guerre mondiali e dopo il 1989 molti scrittori militari hanno parlato di rivoluz ione dell' arte della guerra; ai nostri giorni, Francis Fukuyama ha parlato addirittura di fine della storia. Più che la fine della storia, i l 1989 ha senza dubbio segnato la fine della prospettiva di una sempre rovinosa guerra totale tra due blocchi di potenze, che ha segnato il secolo XIX e XX; il 1989 è stato dunque un mutamento di grande portata, destinato a segnare anche la storia - e la stmia militare - del XXI secolo. Mutamento temporaneo o irreversibile? Rimane anche da chiedersi se oggi stiamo vivendo i postumi di una rivoluzione, oppure se anche in quest' ultimo e più importante caso - l'arte militare non può e no n deve ro mpere con il passato. Domanda doverosa e carica di impli cazioni pratiche, perché è ben noto che l'Istituzione militare rappresenta la tradizione, la storia, quind i anche l' indole di un popolo. E nel caso che si arrivi all a conclusione che non si deve rompere con il passato, sorge un problema ancor più impegnativo: che cosa esattamente va conservato, e perché? Nella ricerca di una risposta si possono percorrere due strade. La prima è quella di compiere un esame il più possibile esteso di quanto in Italia e all'estero e particolarmente nella nazione-gu ida dell ' Occidente, gl i Stati Uniti - negli ultimi anni si è detto della realtà attuale, mettere poi a confronto le varie opin ioni e interpretazioni e trame delle conclusioni e deJie indicazioni per il futuro. La seconda è quella di comi nciare a guardare al passato, a lla storia del pensiero, delle idee, delle dottrine militari (con particolare riferimento a quelle nazionali), per poi esaminare se e che cosa rimane oggi valido, dunque innestando il presente sul passato, e il futuro sul presente. Il primo procedimento risente del culto del <<nuovo» e presenta il pericolo di condurre un ragionamento senza una base di partenza teorica salda e sicura, alla quale riferire i cardi ni del pensiero di c iascun


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autore. Il secondo, al contrario, risente del culto dell'antico, può portare alla pretesa di applicare alla realtà attuale schemi, metodiche, impostazioni per così dire classiche, anzi millenarie, nate e valide quando la natura dei conflitti era ben diversa, quando ad esempio- prima dell'arma nucleare - la guerra era di nazioni, tendeva all 'assoluto, mirava ancora alla vittoria e non comportava la distruzione reciproca dei contendenti, o del mondo. Per evitare ambedue i pericoli - il «nuovismo» e il «passatismo» si tratta di saper ben distinguere il nuovo dal vecchio, onde evitare, come si suoi dire con colorita ma efficace espressione del linguaggio quotidiano, di «scoprire l'acqua calda», di ritenere cioè tipico della nostra epoca - e/o del nostro esercito - un connotato che non è tale. Questo vale sia nel campo del personale, sia nel campo operativo. Due esempi, tra i tanti, insegnano subito a diffidare da chi vuoi trovare delle novità a ogni costo. La sociologia militare, un'infinita serie di studi intendono oggi - a ragione - dare ai giovani ufficiali i ferri del mestiere, farne dei veri Comandanti. Ma il nocciolo duro dell'azione di comando è forse mutato? Si può rispondere fin d'ora: sicuramente no. Il Maresciallo Foch, uno degli artefici della vittoria francese nel 1914- 19 18, nelle sue memorie parla della sua esperienza di comandante di reggimento di arti glie ri a a fine secolo XIX: «l'esercizio del comando è certo il più grande piacere della vita militare, specie nel grado di capitano, per l'autorità che si esercita in tutte Le forme sull'uomo di truppa intelligente, devoto, attivo, qual'è il soldato francese, e nel grado eli colonnello, comandante di un cotpo, per l'autorità che si esercita su un gruppo di ufficiali[. ..] e attraverso eli essi, su tutto un reggimento che diviene presto l'immagine del proprio Capo [. .. ] Chiunque abbia un grado, ha oggi una parte indispensabile nell'azione; non basta più che esso sia reputato un soldato valoroso e perfettamente disciplinato, occorre che tutti riconoscano in lui un Capo illuminato e capace cl'iniziativa»22 • Se a «soldato francese» si sostituisce «soldato italiano», tutto è perfettamente valido anche oggi. È ben noto che per comandare occorre anzitutto l'esempio: ma questo valeva anche per gli eserciti del passato, i quali pur rispecchiavano una società nella quale ai molti privilegi della nobiltà si contrapponeva l'estrema miseria della popolazione,

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Maresciallo Foch, Memorie, Mondadori, Milano 1931 . pp.22-23.


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delle classi più umili, da essa separate con fossati talmente profondi e invalicabili, da delimitare e rendere incomunicabili due mondi più che due classi. Eppure, anche allora, davanti al dovere di difendere la propria terra, davanti al pericolo tutti erano, tutti dovevano essere uguali, e anzi i privilegi di classe e di nascita imponevano doveri maggiori. Si è poi presentata la guerra di trincea 1914-1918 come un fatto nuovo, una rivoluzione che ha sorpreso tutti; ma i meccanismi della guerra, i doveri che essa impone ai Quadri prima che agli altri hanno vita secolare. Dimostra tutto questo, a cominciare dal valore dell'esempio, la battaglia del Colle dell' Assieua ( 1747), dove le truppe piemontesi combatterono vittoriosamente contro superiori forze francesi salvando il Piemonte dall'invasione: «più violenta e più lunga fu la Lotta alla testa

deli'Assietta o ve due colonne francesi affiancate, giovandosi abilmente de/terreno, giunsero al coperto sino a tiro di pistola dall'estrema tenaglia del trinceramento piemontese e si lanciarono poi alla baionetta sulla trincea con audacia grande e con mirabile vigore. Erano alla testa delle colonne due marescialli di campo (d'Amault e d'Andelot), li seguivano intere file di ufficiali che davano magnifico esempio di risoluto ardimento. Anche da parte piemontese l'esempio era dato dai Capi: il maggior generale Alciati, il brigadiere Martinengo, il tenellfe colonnello di S. Sebastiano, comandante del battaglione guardie, erano tra le loro truppe, sui parapetti, a respingere l'attaccante. Il quale si aggrappò alle trincee, tentò di scalzar/e coi picconi, riuscì anche qua e là, sui fianchi, ad occupare temporaneamente qualche elemento, ma non potè mai prendere piede all'interno dell'opera, grazie alla tenacia con cui i valorosi soldati delle guardie e di Casale si difendevano a colpi di baionetra e di sassate»n. A questo punto lo stesso comandante francese, cavaliere di Bellisle, afferrata una bandiera si portò in testa alle proprie truppe e cadde sul campo ... Dunque anche allora davanti al pericolo l'ufficiale, anche se di grado molto elevato, era tenuto a dare l'esempio; e davanti al pericolo, il diverso status sociale imponeva doveri maggiori alle classi dirigenti. La guerra di trincea ha avuto anch'essa tanti precedenti... Come si fa a definire, a caratterizzare il nuovo, se non si sa bene che cos'è stato il vecchio? Per «vecchio» nel nostro caso intendiamo,

" Col. A. Vacca Maggiolini, 211923, p. 89.

l

u1 battaglia deii'Assieua.

«Aicre Flammam» n.


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naturalmente, non un'arida descrizione di guerre e battaglie del passato, ma lo studio delle idee, delle dottrine, del modo di concepire la guerra e la pace, deJla figura dell'ufficiale e del soldato del passato, degli ammaestramenti che di volta in volta sono stati tratti dall'esperienza delle guerre. Del resto, anche a prescindere dai due esempi prima citati, già trattando del concetto di arte militare che è alla base delle nostre riflessioni abbiano ritenuto naturale, spontaneo, inevitabile riferirei anzitutto alla storia. La scelta di basarci sulla storia non è nemmeno tale: è una necessità oggettiva, è un passaggio inevitabile per capire e giudicare il presente, cosa che non può essere fatta senza riferirsi a una base certa: questa base non può essere che fornita dalla storia. Oltre che essere obbligata, tale scelta è tutt'altro che originale. Anche Benedetto Croce nel 1934 ha definito «la storia vera e propria» come una storia nella quale «il presente rischiara il passato e il passato il presente, reciprocamente conve1tendosi e identificandosi». Per Croce, quindi, il passato è sempre «vi vo» e «presente», né la storia può essere accusata di inutilità, perché la riflessione stmica «interviene sempre in ogni deliberazione e forma U transito ad ogni nostro operare»24 • Questo vale per la storia in generale: ma la storia militare? Basti qui ricordare che quando si tratta di modificare un organismo, una struttura, l'organico di una unità, delle norme addestrative o dottrinali, non si può prescindere dall'esperienza del passato e non si può evitare di riscontrare gli inconvenienti, i vantaggi e svantaggi, i risultati che tale esperienza ha rivelato. In fatto di teorie e dottrine, poi, almeno fino al 1945, fino a quando è comparsa la bomba atomica, la strategia, la tattica, la logistica sono rimaste legate a doppio filo alla storia, sia pur non senza inconvenienti di un duplice ordine, che oggi vanno attentamente soppesati, proprio per dare alla dimensione storica il suo giusto peso, che non può essere quello di ieri. Il primo inconveniente, che nel secondo dopoguerra ha avuto strascichi in senso opposto, è stato la diffusione di un concetto troppo specialistico di storia militare, fino all'ultima guerra principalmente concepita come mate1ia professionale primaria per militari, che da essa traevano appunto sia motivi di esaltazione delle virtù militari e di orgoglio, sia gli exempla, i lineamenti per le strategie e dottrine. In tal modo

"' B. Croce, Ultimi Saggi, Bari, Laterza 1935, pp. 312-322.


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la storia militare- riservata ai soli militari o quasi- da una parte si prestava a occultare la verità con interpretazioni g iustificazioniste o retoriche, aventi lo scopo di commuovere o esaltare gli animi, diventava cioè la «storia oratoria» giustamente condannata dal Croce; dall'altra perdeva parecchi dei suoi interfaccia, che le potevano derivare solo dallo studio dei legami con le altre «Storie», e in particolare con la storia generale e/o politico-sociale. A una storia militare monca corrispondeva così una storia generale ugualmente monca, perché lo storico non militare tendeva a ignorare o sottovalutare la dimensione tecnico-militare. Contrapposte tendenze condannate già nel 1934 dal generale Baldini , il quale lamentava che la storia generale, tenuta a rappresentare nella sua più alta si ntesi la vicenda della vita dei popoli, tralasciava per lo più di interessarsi degli istituti militari, anche dove era chiarissimo il legame con gli istituti economico-sociali e con la politica interna ed estera; e quando si trovava dinanzi a una guerra, se la cavava nel modo più spiccio possibile trattandone incompiutamente senza cogliere il nesso fra fenomeni militari e fenomeni concomitanti, quasi con la fretta di chiudere una parentesi perturbatrice del nesso storico25• In tal modo, secondo il Baldini, lo storico politico trascurava i riflessi della politica sulla guerra, considerando quest'ultima «roba da militari»; e il mjJ_itare, a sua volta, «rimaneva guardingo e reticente» per le cause di ordine extra-militare che influivano sulla guerra, considerandole «roba di politica». Per ovviare a questo inconveniente, il generale Baldini proponeva un «Cameratismo scientifico» fra storici generali e militari, il quale al tempo «faceva difetto», perché «non è che mancasse una vaga sensazione della sua utilità; mancavano l'abito mentale e le necessarie cognizioni nella massa dei cittadini colti». Problema oggi superato? Il secondo inconveniente è dato dal peso eccessivo della storia, che tendeva ad alimentare il conservatorismo militare, facendo dire a taluni, con qualche ragione, che gli Stati Maggiori tendevano sempre a preparare le guerre del passato, rimanevano cioè così attaccati alla base di partenza, da non potersene distaccare. In tal modo la storia e la tradizione, invece di concorrere alla ricerca di nuove soluzioni

"' Gen. A. Baldini. La Cultummilitare nel quadro della 11azio11e (in AA.VV .. Alli della Società Italiana per il Progresso delle Scien~e. Roma, Società Italiana per il Progresso delle Scienze 1935. pp. l 56- 158).


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equilibrate e vivificate dall'esperienza, finivano con il favorire i fenomeni di isteresi presenti in ogni organizzazione burocratica e gerarchica e insieme davano luogo a interpretazioni ad usum delphini di eventi che invece avrebbero potuto e dovuto essere fonte di salutare meditazione per il futuro. Gli inconvenienti e pericoli bastano forse a far scartare un metodo che per quanto detto prima è obbligato, e che potremmo chiamare critico-storico? Certo, non vogliamo certo cercare nella storia ricette per la strategia del futuro, come in effetti si è fatto in parecchi eserciti del passato con lo schematismo e il dogmatismo che la stessa organizzazione militare di pace favorisce. C'è però modo e modo di fare, di interpretare la storia: non si tratta di rinunciare a interpretarla, ma di interpretarla correttamente. Ci conforta, comunque, constatare che sulla storia ha ad esempio basato le sue teorie di fine secolo XIX l'ammiraglio americano Mahan, ancora oggi studiato ed esaltato nelle Accademie navali per le sue concezioni suJ potere marittimo e la strategia, che tuttora sono alla base della politica militare e navale degli Stati UnitF6 • E per rimanere in campo nazionaJe, i due maggiori scrittori militari degli anni Venti- il colonnello (poi Maresciallo d' Italia) Ettore Bastico e l'ammiraglio Romeo Bernotti, a lui unito da vincoli di amicizia27 - hanno tratto dallo studio del passato, e in particolare degli eventi della prima guerra mondiale, il materiale di base per costruire una nuova dottrina e per definire i lineamenti della guerra futura, che già allora appariva aJl'orizzonte. Nel 1924 il colonnello Bastico indicava come concetto informatore della sua dotta opera L'evoluzione dell'arte della guerra il motto del Principe di Ligne ( 1735-1814) «studiando il passato, si lavora per l'avvenire» e scriveva nella Prefazione: «La presente situazione rispetto all'Arte della Guerra potrebbe perciò così. sintetizzarsi: da una parte l'esperienza del recente passato, per quanto vasta e profonda, non è tuttavia sufficiente a determinare con certezza la via da seguire nei riguardi del futuro; dall'altra La nuova fisionomia della lotta spinge necessariamente alla ricerca di nuove forme belliche;

,._ Cfr., in merito, specialmente A.T. Mahan. L'Importanza del porere marirtimo per gli interessi degli Stati Uniti ( 1897), Roma, Ed. Forum di Relazioni Internazionali 1996 (a cura di Ferruccio Botti). n. Cfr. Col. E. Bastico. L'Evoluzione dell'arte della guerra. Firenze. Carpigiani e Zipoli 1924: Cap. Vascello R. Bernotti, La guerra marittima. Li vorno. Giusti 1923.


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forme cioè che servano a meglio e più intensamente sfruttare non solo il prezioso e insostituibile elemento uomo, ma anche tutti i mezzi che la feconda e geniale attività umana ha già creato e potrà creare, quali elementi accessori ma necessari e potenti di lotta. Ora, dato questo particolare stato di fatto in cui ci dibattiamo, 11110 studio il cui campo di indagine è offerto più che altro dal passato, potrebbe sembrare se non del tutto vano per lo meno supe1jluo: ma sarà sufficiente di soffermarsi alcun poco sull'argomento, cercando già di dare nella nostra mente veste e sostanza allo studio da cornpiere e di anticiparne le conclusioni, perchè ogni dubbio al riguardo si dilegui. Se infatti l'esame sereno ed obbielfivo del passato varrà a farci maggiormente convinti che ad onta di ogni progresso umano e di qualsiasi peifezionarsi e moltiplicarsi dei me~~i di offesa e di difesa, l 'uomo resta sempre il fattore prùno e decisivo del successo; che nonostante ogni nuova fisionomia parziale o generale assunta dalla guerra nel volgere dei tempi, la sua condoua è sempre stata governata da pochi principi generali, taluni dei quali quasi astratti, tutti impossibili a costringersi in formule ed in assiomi, ma non per questo meno certi, evidenti ed immutabili nella loro sostanza; clze le organizzazioni militari so11o insite al vivere sociale e perciò progrediscono o retrocedono, si rafforzano o si indeboliscono di pari passo con esse; che infine le più notevoli innovazioni o rinnovazioni in fatto di forme e procedimenti bellici, sono state quasi sempre in tutti i tempi frutto immediato od indiretto di un precedente movimento intellettuale; noi avremo già in certo qual modo fissati i limiti entro i quali costringere le nostre indagini; determinate le vie maestre da battere per raggiungere più direltamente e sicuramente la mèta; e dimostrata a priori l'utilità di ogni studio che miri a creare quella nuova dourina militare, che dovrà, in un avvenire più o meno lontano, essere guida sicura nella condotta della guerra e fattore indispensabile di successo»2K. Anche l'ammiraglio Bernotti nel 1923 per indicare i lineamenti della guerra marittima del futuro scriveva: «i metodi di una guerra

futura non saranno la ripetizione di quelli della guerra recente, perché ogni situazione guerresca costituisce un caso particolare e l'evoluzione dei me~i bellici può imporre profondi mutamellli nella condorra della guerra; occorre 11011 dimenticare che nel rece111e conjlilfo i me-:;zi più

"' E. Bas1ico, Op. cii.• Vol. l pp. 4-5.


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nuovi hanno assunto importanza imprevista [. .. ]Non bisogna irrigidirsi nella visione della guerra di ieri, ma ciò non esclude la necessità di riferirsi ad essa, cercando di stabilire come risulti modificata la dottrina marittima dell'anteguerra [cioè del periodo precedente la guerra 1915-1918- N.d.a.]; soltanto in questo modo potremo dare una base al nostro ragionamento, per spingere lo sguardo verso le forme che potrà assumere la guerra nell'avvenire [. .. ] Ogni nuovo mezzo fu sempre accolto con estrema diffidenza. Giustamente un nostro ufficiale, a proposito delle odierne discussioni sull'avvenire degli aerei ha ricordato che "quando apparvero le prime armi da fuoco i cavalieri ne risero, e quando apparve il motore a vapore sulla nave gli scettici non furono meno feroci. .. ". Ma un mezzo offensivo non è sufficiente a produrre la condanna di un altro, per quanto possa renderne pericoloso l'impiego, ove il mezzo preesistente risponda a una funzione di carattere diverso dal mezzo nuovo; questo è assiomatico... » 29 • Dopo la guerra 1939-1945, nonostante l'avvento dell ' arma atomica e il mutato assetto interno e internazionale che spinge ad accantonare tutto ciò che è militare, il Bernotti non ha cambiato affatto idea... Nel 1960 ha trattato della «Strategia come studio»30 e, in linea generale, ha ribadito che «la critica storica è l'elemento stimolante dell'immaginazione, in quanto sviluppa la capacità di concezione e di orientamento di fronte alle nuove possibilità. Così deve essere inteso il famoso detto napoleonico «l'ispirazione spesso non è che una reminiscenza». E affrontando più nel concreto i mutamenti della strategia, in relazione al progresso tecnico richiama questa osservazione del Brassey (The Armed Forces Year Book - 1959): «troppo spesso, nei passati 500 anni, un singolo mezzo di sviluppo tecnico, la dreadnought [cioè la grande corazzata monocalibra, la <<nave assoluta» che ha dominato la guerra marittima dai primi anni del secolo fino al 1941 - N.d.a.], il carro armato, il velivolo bombardiere, la bomba atomica, sono stati considerati dalla opinione pubblica come capaci di risolvere tutti i nostri problemi strategici, che invece non ammettono panacee. La politica della difesa occidentale ha assunto caratteri di crescente complessità; ifattori tecnici che su di essa influiscono sono divenuti difficili a capire per i non esperti»; perciò occorre diffondere i concetti su cui è basata.

29 · 30

R. Bernorti, Op.cit., pp. 213, 301, 303. «Rivista Marittima>> marzo 1960.


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La preparazione all'arte della guerra - prosegue il Bernotti richiede nei Capi un addestramento non soltanto tecnico, bensì morale e spirituale, mediante l'esame di concrete situazioni belliche. «È un errore i l credere di poter dare l'ostracismo alla storia, sal vo ad attingere da essa alcune citazioni a sostegno di determinati argomenti». Egli torna perciò a proporre per lo studio della strategia più o meno la stessa metodica da lui suggerita, subito dopo la prima guen·a mondiale: a) l'analisi delle dottrine strategiche del periodo precedente la guerra 1939-1945; b) l'eredità strategica della guerra; c) i mutamenti avvenuti nei mezzi di guerra e l'apprezzamento della situazione strategica del momento; d) «le nuove possibilità strategiche guerra globale e guerra limitata». Infine, nelle sue memorie del1971 il Bernotti- come già nel secolo XIX avevano fatto numerosi scrittori terrestri e navajj, e lo stesso Mahan- ha esposto le ragioni che anche nell'era atomica rendono indispensabile l'ancoraggio della strategia alla storia: «specialmente nella Marina [ma questo non vale solo per la Marina - N.d.a.] molti cosiddetti uomini pratici si vantano di ignorare la storia, perché i falli non si ripetono mai allo stesso modo. Io sostenevo invece (e ancora cosi penso) che occorresse abituarsi a riflettere sulla storia delle condizioni strategiche per acquistare l'abitudine a ragionare nei casi concreti. Coloro che sono scellici nei confronti della storia credono che basti attenersi al cosiddetto metodo, ossia alle norme dì massima prestabilite per l'apprezzamento logico della situazione. Ma in tal modo incorrono nell'errore di credere che esistano regole di tipo cartesiano per definire la via logica della condotta della guerra. Le norme regolamentari sono soltanto suggerimenti generici; esse sono poco significative per chi non ha la mente preparata. In altri termini, chi non è abituato a leggere libri di strategia, ossia a ragionare su problemi strategici, si troverà inevitabilmente disorientato nel caso reale complesso [. .. ] Nel caso concreto, quanto più la mente sarà educata nella luce della storia, tanto più il ragionamento potrà riuscire spontaneo e tempestivd 1• Fa d'uopo, ora, chiarire ulteriormente di quale tipo di storia abbisogna l'arte militare per cercare le fondamenta, l'ispirazione. Non certo una storia ridotta ad arida e asettica descrizione degli avvenimenti, a

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Amm. R. Bernotti. Cinquant'anni nella Marina Militare, Milano, Mursia 1971 ,

pp. 133-134.


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nozionismo più o meno annacquato, una storia frutto dell'illusione tipicamente positivista di taluni studiosi del secolo scorso, i quali ritenevano che la missione dello storico dovesse limitarsi allo scrupoloso accertamento dei fatti sulla base dei documenti esistenti negli archivi. Si tratta di un'illusione: perché - come ha osservato di recente il Le Goff - il concetto di documento storico va inteso in senso molto più vasto, comprende tutte le manifestazioni del vivere quotidiano (du nque- noi osserviamo - anche Ja letteratura, e la letteratura militare, di un dato periodo). E giustamente lo stesso Le Goff osserva che l'assenza o la rarità in un archivio di documenti su un dato periodo o evento, e/o la loro sovrabbondanza, in genere non sono certo casuali, vogliono dimostrare, dire (o non dire) qualcosa32•••• È certamente indispensabi le conoscere bene gli avvenimenti; ma è ancor più necessario, specie per i Quadri militari , conoscere la lezione che essi contengono, cioè l'eredità di una guerra in tutte le sue manifestazioni, a cominciare dalle teorie o dottrine militari che l' hanno preceduta, e che in essa banno subìto un collaudo, e non infrequenti smentite. L'aspetto più importante della storia militare è dunque il divenire delle teorie, delJe filosofie che presiedono all'impiego e quindi alla formazione delle strutture militari, sulla base delle esperienze di guerra e di pace man mano acquisite e della situazione politico-sociale. Si tratta, in altre parole, di fare della storia delle idee, disciplina che - come osserva il grande storico del dopoguerra Luigi Firpo per la storia delle idee politiche- anche in campo militare rappresenta «un grande immunizzante contro il semplicismo delle ideologie e contro l'appiattimento di ogni questione alla misura emotiva del contemporaneo». In effetti, anche in can1po militare esiste un semplicismo delle ideologie; ciò avviene ed è avvenuto, con gravissimi inconvenienti quando si erigono a dogma o a postulato indiscutibiJe, delle teorie e dottrine nate in altre epoche, in altri contesti politico-sociali e internazionali, per altre Nazioni; ed è ben strano che anche nei nostri giorni, caratterizzati dal tramonto delle idee politiche, si trovino nella letteratura militare non infrequenti accenni di comodo a teorie d'altri tempi, ancora ;iste come immutabile obelisco al quale è doveroso rendere omaggio, erché pretendono di rimanere al centro della riflessione storica.

" J. Le Goff. Voce «Documento/MonumentO>>in «Enciclopedia Einaudi>>. Torino 1978, Vol. V pp. 38-48.


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Per altro verso, la storia deUe idee richiede un'indagine critica su uomini, eventi, soluzioni ed esperienze del passato che all'atto pratico è tutt'altro che agevole e può essere poco apprezzata, magari perché ritenuta nociva al prestigio dell'Istituzione e della leadership. Scriveva nel 1930 il generale Roberto Bencivenga, autore di un Saggio critico sulla nostra guerra (cioè sulla guerra 1915-1918) nel quale, come dice il titolo stesso, nonostante la vittoria non risparmia fondate critiche alla leadership: «l'indagine critica è L'unico mezzo per trarre insegnamenti dalla storia. Troppo spesso l'educazione servi/e, o la polemica a scopo partigiano tendono a deformare La verità; a sostituire la Leggenda alla realtà; a nascondere errori; a ingenerare false idee nella formazione del pensiero operativo. Ciò non solo non contribuisce alla preparazione spirituale degli uomini, cui domani il Paese dovrà affidare La guida nel compimento del p1vprio destino; ma neppure all'educazione delle masse popolari, ogni giorno più partecipanti alla vita della nazione. Bisogna che il popolo sappia, che incertezze ed errori sono insiti nella natura umana [. .. ]. È del resto noto L'aforisma "in guerra vince chi fa meno errori". Ed errori commisero anche i più grandi condottieri davanti la storia [. .. ]. La critica, quando serena e imparziale, concorre a elevare la figura del condottiero, mettendo in luce le dif.ficoltà dell'impresa»33• Nel l 931 anche il generale Francesco Saverio Grazioli riteneva necessario porre a base delle future dottrine «la utilità somma, anzi la necessità, di conservare genuina in noi, la immagine viva, precisa, pittoresca se occorre, della guerra reale, così come noi l'abbiamo vista, sentita, vissuta». Per fare questo, non sono sufficienti, anzi sono controproducenti, «l'oratoria commemorativa ufficiale», «il racconto dalla viva voce dei reduci», «le relazioni militari ufficiali». Nemmeno quest'ultime, perché chi scrive ad azione compiuta è indotto inevitabilmente «a dire più come avrebbe voluto che le cose fossero andate, che non come realmente andarono»; e prova «una specie di strano pudore a dire schiettamente la verità, per tema di offendere la così detta dottrina bellica...».J.I. A sua volta il generale Amedeo Mecozzi in piena guerra, nel 1941, affermava che «gli scritti di propaganda sono cosa diversa dagli studi; per questi, guardare in faccia la realtà senza ottimismi non

" Gen. R. Bencivcnga, Saggio critico sulla nostra guerra, Roma. Tip. Agostiniana

1930, Vol. l pp. 8-9. " Gcn. F. S. Gra7ioli, Della guerra e della pace - mediwzioni di «Nuova Antologia>> Vol. CCLXXVHI- Fase. 1423- 1° luglio 193 1, p. 16.

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combauente,


Considerazioni preliminari

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è un diritto, ma è un dovere; il quale non spetta soltanto alle autorità responsabili, ma anche ai privati studiosi»)s. Molto opportunamente il Mecozzi ha parlato del dovere di guardare in faccia la realtà: perché, specialmente dalla prima guen·a mondiale in poi, l' avvento dell'arma aerea e la crescente importanza assunta dai rifornimenti via mare e dalla produzione industriale hanno imposto la necessità di rinunciare a vecchi schemi e di considerare la guerra - quindi anche la sua storia e l'arte militare in genere- in un'ottica unitaria e globale, che presuppone un approccio interforze. La guerra 1939- l 945 è stata aeroterrestre e aeromarittima; il bombardamento strategico ha coinvolto le nazioni intere, di fatto considerando - al di là delle norme di diritto internazionale - anche i civili come combattenti. Ne consegue che le storie per così dire di Forza Armata se non tengono sufficiente conto del quadro generale e di ciò che accade nelle altre Forze Armate non solo risultano inattendibili e deformate, ma !ungi dall 'essere utili diventano pericolosi strumenti di divisione e fonte di polemiche tra le Forze Armate stesse, accentuando i difetti delle relazioni ufficiali riscontrati dal generale Grazioli e alimentando posizioni dogmatiche aventi fini contingenti estranei alla storia stessa e alla realtà strategica in esame. 4. DIRETTRICI DELL' OPERA Se ben interpretati, i materiali che dimostrano la perdurante utilità della storia anche nell'era atomica sono dunque abbondanti e tracciano di per sé la via da percorrere, sia pur facendo parallelamente emergere la difficoltà di trame indicazioni utili. In proposito, ci avvarremo anche di precedenti studP6 per esaminare quattro argomenti fondamentali: - se esista o meno una soluzione di continuità, una netta frattura tra l'arte militare e la strategia del secolo XIX, quelle deJJ ' ultima guerra mondiale e della guerra fredda e quelle di fine secolo XX; - quale può essere, oggi, il concetto teorico di arte militare e la sua ripartizione;

». A. Mecozzi. Art. ci t.. .16. Si veda specialmente F. Boui -V. llari, l/ Pensiero militare italiano tra il primo e il secondo dopoguem1 ( 1919-1949), Roma, SME- Uf. Storico 1985; F. Botti, Il Pensiero militare e navale italiano dalla Rivoluzione Francese alla prima guerra mondiale - Vol. I ( 1789-1 848), Roma. SME - Uf. Storico 1995; F. Botti - M. Cermelli. La Teoria della guerra aerea 1884- 1939, Roma. SMA - Uf. Storico 1989.


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- quali sono i conseguenti concetti informatori dell' organizzazione militare di oggi, a quali requisiti di carattere tecnico-addestrativo, morale ed etico deve corrispondere la figura attuale del!' homo militaris e se e in quale misura vanno mantenuti, anche in questo campo, gli archetipi del passato; - uno sguardo all'arte militare del futuro. Per tutte le ragioni dette prima - e in particolare per evitare approcci e conclusioni parziali e settoriali - la nostra indagine, pur essendo rivolta in prevalenza all'arte mi litare terrestre, non potrà che partire da una prospettiva globale, e tenere al tempo stesso nel debito conto le interconnessioni tra ambienti e Forze Armate diverse: tanto più che, oggi, sistemi d'arma di peso crescente- come il missile, il satellite, la stessa arma nucleare - non possono certo essere studiati e valutati ingabbiandoli in un solo elemento (la terra, il mare, l'aria) o in un solo «potere» (aereo, terrestre o marittimo). Queste esigenze di per sé impongono di ricorrere alla metodica della storia comparata, cioè di confrontare ciascun concetto, ciascuna idea, ciascuna dottrina con altri diversi e magari opposti: solo in questo modo si riesce a farne emergere tutte le peculiarità, perché, come ha scritto il Le Goff, «qualsiasi studio locale, regionale o nazionale è veramente storico solo se chiarito attraverso il comparativismo» 37 • La trattazione di argomenti così complessi e impegnativi sarà necessariamente schemati ca e rivolta ali ' essenzia le; anche i riferi menti storici saranno in prevalenza attualizzanti e mirati . Una tale scelta - ce ne rendiamo conto - è storicamente poco ortodossa; tuttavia qui non si tratta di studiare la storia in sé, ma piuttosto di interpretare l'odierna realtà avvalendosi anche della storia. Siamo perciò costretti a sacrificare il rigore scientifico e teorico e l' organicità del l' indagine storica agli scopi pratici da raggiungere, scegliendo con inevitabile soggettività i materiali, gli autori, i concetti che meglio possano contribuire al ch iarimento del quadro strategico attuale. La ricerca di una base storica che meglio aiuti a capire la realtà attuale, cioè a individuare quel che è veramente nuovo, è indispensabile, ma anche estremamente d ifficoltosa. Si tratta di scegliere delle pietre pregiate che emanino un a luce ancor viva in una farragi-

1 ·' ·

l

«Corriere della Sera» 2 l febbraio l 998.


Considera::.ioni preliminari

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ne di materiali e di avvenimenti, perché anche dagli avvenimenti ivi compresi quelli delle g ue rre «limhate» dopo il 1945- bisogna saper trarre delle lezioni. È più facile dimenticare, trascurare che ricordare; soprattutto, è pressoché inevitabile che talune parti riproposte, taluni spunti storic i risultino poi poco o nulla utilizzati quando ci si riferisce all'attualità; in altre parole, nel percorso tortuoso della storia si potrebbe, se non smarrirsi, almeno perdere tempo. È un rischio che non si può evitare; d'altra parte il fatto che un materiale non sia qui utilizzato o utilizzato appieno, non significa per ciò stesso che sia inutile o che non possa tornare in un secondo tempo utile al lettore. In ogni caso, tutto serve a ricostruire il contesto dei «pezzi» più pregevoli e a meglio illuminarne gli interfaccia. Le riOessioni di un autore, così come un avvenimento, vanno inseriti ne l loro tempo; solo così si riducono i margini di interpretazione personale. Per questo saranno oggetto primario del lavoro di ricerca le teorie e dottrine militari, le strategie di volta in volta in auge e i limiti e vantaggi che hanno dimostrato quando sono state sottoposte a ll'unico, vero e probante collaudo: quello della guerra. Ad esse dedicheremo più attenzione dei materiali e ordinamenti; quest'ultimi risultano più «datati», più legati a ll'epoca: poco ci potrebbe dire oggi un carro a traino animale o un cannone del secolo scorso, o il modo di organizzare i trasporti di allora. Ciò che attiene invece all'uomo, al suo intuito, alle sue diverse categorie di pensiero ha vita assai più lunga, anzi non è mai del tutto perduto; si potrebbe quasi dire che è soggetto a corsi e ricorsi vichiani. Ecco perché, in ultima analisi, non si può ignorare la storia, che è storia prima di tutto dell'uomo. Suggeriamo perciò al lettore di non saltare a piè pari la parte storica, per volgersi subito all'attualità: così facendo perderebbe l'occasione di caratterizzare meglio quest'ultima, di darle un volto che sia il meno indeterminato possibile, di apprezzare la reale natura e portata dei mutamenti. Alle teorie, dottrine, strategie, al pensiero dei vari autori occorre però un approccio corretto e non fideistico, lontano il più possibile da esigenze strumentali; cosa assai più difficile di quanto possa apparire, la quale richiede distinzioni chiare tra i vari termini. In linea generale ogni teoria - e a maggior ragione, ogni teoria che, come quella militare, «lavora» sull'uomo e ri guarda l'azione di masse organizzate di uomini - vale in tanto in quanto si avvicina al1a realtà; ma nessuna teoria finora è mai riuscita a identificarsi totalmente con la realtà, e ancor di meno a plasmarsi sui cont1itti del futuro.


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L'011e militare de/2000

Ciò premesso, nel campo dell'arte militare occorre ben distinguere tra teoria, dortrina e prassi. La teoria, che risulta in genere dagli scritti di un autore o di un gruppo di ricerca, indica un certo numero di chiavi interpretative, di criteri, princìpi e metodologie per penetrare la realtà della guerra. Tiene conto di fattori politico-sociali e storici e della tecnologia militare del momento e non è specificamente riferita- o non è solamente riferita- alle esigenze di ciascun paese, anche se risente inevitabilmente della nazionalità di ciascun autore o gruppo di ricerca, degJi idola non solo militari del tempo, delle aspirazioni della Nazione, dei condizionamenti socio economici. Le teorie di taluni autori hanno la pretesa - loro attribuita anche dai seguaci e interpreti magari per ragioni pratiche e contingenti - di assumere validità permanente. Evidentemente un siffatto requisito le avvicinerebbe a articoli di fede o profezie, cioè a qualcosa che non è proprio dell'uomo; dunque esse sono in tutto o in parte caduche, né hanno valore in tutti i casi e in tutte le situazioni. Sotto questo profilo, gli scritti di Clausewitz, Douhet, Mahan, Bonamico ecc. non sono dottrine: sono teorie. Validità ancor più lùnitata nello spazio e nel tempo hanno le dottrine, che rappresentano l'adattamento di postulati, princìpi e concetti teorici - non necessariamente dovuti a un solo autore - a un dato contesto geopolitico e geostrategico, a un dato ambiente naturale, a una data situazione delle forze proprie e nemiche ecc.. Le dottrine hanno, in sostanza, carattere applicativo e prescrittivo e derivano dagli studi dei singoli Stati Maggiori. Si riferiscono a casi medi d'impiego e non costituiscono un dogma; corrispondono a esigenze pratiche, intendono cioè fornire una guida, un riferimento unico ai Quadri, favorendo la «disciplina delle intelligenze». Anche le dottrine non fotografano la realtà; intendono solo facilitare ai comandanti la presa di coscienza di tale realtà e la conseguente decisione. Sono dunque uno strumento imperfetto, che a sua volta dà una prima idea dell'aderenza alla realtà delle teorie che prendono come riferimento. La misura dell'effettivo valore di una dottrina è data solo dall'azione, dalla sua vicinanza ai criteri d'impiego delle forze effettivamente adottati, in guerra, dalla leadership, in base a una situazione reale che non coincide mai perfettamente con quella a base della dottrina. La capacità di una leadership consiste dunque nel definire a priori una dottrina non troppo divergente dalla realtà della guerra, ciò che dà la misura concreta della sua capacità di previsione; ma ancor di pill essa risalta dalla capacità di adattare in tempi ristretti la dottrina aprioristi-


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camente prescelta alle esigenze operative- spesso impreviste e imprevedibi li - che si presentano conflitto durante. Tale adattamento è la fase ultima di un processo di lavorazione e di affinamenti di idee, concetti, scelte che viene da molto lontano; e quanto più tale processo è stato approfondito, tanto più utile sarà il contributo che potrà dare al presente. La materia prima è costituita da idee imperfette, spesso caduche e tuttavia utili: questo deve mettere in guardia dal pronunciare facil i condanne e assoluzioni. Come diceva Napoleone, in guerra tutti sbagliano: vince chi sbaglia di meno, chi sa rimediare prontamente agli errori. Di più: errori e lacune hanno il pregio - se non nascosti ma attentamente valutati con una serena critica storica- di mettere in guardia per l'avvenire. Essi possono e debbono avere un ruolo positivo per quello che è anche l'auspicio, il fine ultimo dì quest'opera: dare un senso al passato, ribadire la continuità tra passato e presente per rendere l'Istituzione militare italiana piì:1 consapevole del proprio ruolo, dei propri destini, dei valori di cui essa è e deve essere portatrice; farla guardare al passato per migliorarlo. L' Italia aspira a inserirsi sempre più strettamente, e dignitosamente, in Europa; ebbene, non si può dimenticare che le grandi democrazie europee- e i loro eserciti -sono un modello e un termine di confronto, nel quale hanno un grande peso le secolari tradizioni militari e di servizio dello Stato. La tradizione militare non è un peso, un fardello da dimenticare nella vita dei popoli, e quindi anche degli eserciti; se bene intesa, essa è un elemento di forza, di fierezza, un cemento per l'unità degli animi e per la concord ia nazionale, la quale non può avvenire che intorno a valori comunemente condivisi. Unendo in un solo testo il passato aJ presente, ricercando gli elementi di continuità, questo intendiamo dire specialmente- ma non solo -ai Quadri dell 'esercito del 2000, tanto più «nuovo» (nel senso migliore, autentico, positivo del termine), quanto più avrà solide radici. Roma, novembre 1998 L'Autore


PARTE PRIMA

DALLA GUERRA NAPOLEONICA ALLA GUERRA POST-NUCLEARE: TRAMONTO DELLA GUERRA DI NAZIONI?


,..

CAPITOLO I

DALLE «GUERRE DI GABINETTO» ALLE GUERRE DELLA RIVOLUZIONE B DELL'IMPERO: NASCITA DELL'ARTE MILITARE CONTEMPORANEA.


SOMMARIO: l. Premessa • 2. La nuo va guerra dell'illuminismo e della Ri voluzione Francese • 3. L'arte militare napoleonica: è stata una ri voluzione? • 4. La controversa eredità strategica napoleonica: Jomini e Clausewitz • 5. n colonnello Nockern de Schorn, sconosciuto precursore della s trategia contemporanea • 6. Conclusione: breve esame comparativo delle teorie di Jomini e Clausewitz e ragioni del loro interesse attuale.

l. PREMESSA

In prìma approssimazione e a prescì ndere dall'avvento dell 'astro napoleonìco, anche dal punto di vista militare la Rivoluzione Francese pone fine al secolo XVill e apre la strada a nuovi motivi e moduli, e a un diverso approccio al problema della guerra e della pace. A sua volta, militarmente parlando, e fors'anche dal punto di vista politico-sociale, il XX secolo ha inizìo non nel 1900 ma nel 1914, quando in pochi mesi tramonta il modello militare delle guerre prussiane 1864, 1866 e l 870-1871. Ma per qualì specifiche ragìoni è utile parlare ancora della Rivoluzione Francese e di Napoleone nell'era nucleare? A ben guardare, e al di là di ingannevoli apparenze <<moderniste», nelle guerre della Rivoluzione e dell'Impero (1789-1815) sono nati princìpi, criteri, linee-guida che da allora in poi harmo largamente influenzato, tino a oggi, non tanto e non solo il pensiero politicostrategico, ma anche la vita dell'Istituzione militare, il ruolo da essa svolto, il suo rapporto con la società, il modo di ordinaria e impiegarla. D'altro cantocome sempre accade -le predette guerre non sono nate in vacuo, nemmeno da un punto di vìsta culturale: esse sono state preparate- contro le sue intenzioni -proprio dall'illuminismo, che paradossalmente ha concesso molto al pacifismo, all'antimilitarismo, e persino all'intemazionalismo. Si deve anche constatare che l'autore più citato in Italia dopo il 1945 è proprio Clausewitz, i cui scritti sono da parecchi autori ritenuti pienamente validi anche nell'era atomica': ebbene, è ìndiscutibile che

'-Cfr. ad esempio, C. Jean, Teoria della grterra e peiiSiero strategico del generale Karl Von Clausewitz. «Rivista Militare» n. 3/1978, p. 44 e segg. e L. Rizzi, Clausewitz, l'arte militare e l'età nucleare, Milano, Rizzoli 1987.


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Clausewitz prende come riferimento e modello delle sue teorie proprio le guerre napoleoniche e la figura di Napoleone2 • 2. LA NUOVA GUERRA DELL'ILLUMINISMO E DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE Fino a metà secolo XVITI la guerra era affare della nobiltà e dei sovrani, che la combattevano con ben precisi e circoscritti obiettivi, nei quali gli interessi della dinastia e dello Stato coincidevano. Essi seguivano determinate leggi non scritte, le quali tenevano conto che si combatteva tra eguali, tra uomini che rimanevano uniti da vincoli di solidarietà e di stima derivanti dall'appartenenza a una stessa classe dominante, la nobiltà, e in genere rispettavano le antiche regole della cavalleria, basate sul rispetto dei deboli, degli inermi, deJJe donne. I soldati erano di mestiere, e costavano cari; per dare il minor fastidio possibile ai civili essi erano alimentati a spese del sovrano stesso, ed era loro proibito di «vivere sul Paese»: di qui la grande importanza dei magazzini. Era, insomma, il periodo delle cosiddette guerre di gabinetto, guerre quant'altre mai condizionate dalla politica e con obiettivi limitati, che comportavano movimenti anch'essi limitati perché le truppe erano legate ai magazzini, e alla necessità di difenderli. Le operazioni erano dominate dalla necessità comune di limitare i costi e i danni, quindi per tacita convenzione non erano spinte a fondo, non cercavano la debellatio del nemico ma solo di indurlo a una pace onorevole, intendevano «tenere fuori» il pitl possibile i civili e contenere le perdite. Corrispondeva a questa impostazione anche l'atteggiamento della Chiesa cattolica, che riteneva la guerra un fenomeno deprecabile ma di fatto inevitabile, quindi mirava a limitarla più che ad abolirla, rendendola meno frequente e meno dannosa, facendovi prevalere regole umanitarie, ammettendola solo se (ma per chi?) era «giusta». Con le guerre di Federico li, re di Prussia dal 1740 al 1786, lo scenario comincia a cambiare. Sovrano di un piccolo Stato con modeste tisorse, senza frontiere naturali e con potenti vicini, è costretto a contare soprattutto su!Ja qualità dello strumento militare, non si può permettere guerre lunghe quindi ricerca guerre brevi e economiche con battaglie decisive, nelle quali tende a concentrare con rapide manovre le sue

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F. Botti, Il pensiero militare e namle .... (Cit.), cap. Ili.


l - Guerre di Gabinello. della Rii'Oinzione e dell'Impero

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scarse forze contro una sola parte di quelle nemiche: la guerra di Federico II riprende perciò, sono la spinta delle necessità, il carattere di movimento e decisivo che aveva perduto, c che era stato già tipico delle guerre combattute dai grandi condottieri dell'antichità, da A lessandro a Annibale e Scipione a Cesare. l mutamenti più profondi del concetto di guerra, nella cui scia ancora ci muoviamo, avvengono però con l 'illuminismo della seconda metà del secolo XVITT, con l'Enciclopedia France e che ne è l'espressione e con la Rivoluzione Francese del 1789 che ne è la manifestazione storica e politico-militare. Di tale rivoluzione si è di recente celebrato il centenario, anche dal punto di vista militare3; è ben noto che con essa- e prima ancora, con la rivoluzione americana 1775/1783 - si sono affermati i valori fondanti delle moderne democrazie occidentali. Si tende a dimenticare, specie in Italia, che tali valori sono stati prima di tutto nazionali e militari, perché si sono affermati grazie alle baionette, non malgrado le baionette. I colon i americani, individuali sti, allergici al mestiere delle armi anche se ottimi cacciatori e quindi ottimi tiratori, sono stati costretti a dare di piglio al fucile per conquistarsi libertà e indipendenza (binomio da sempre indissolubile) battendo gli eserciti di mestiere inglesi. Essi devono la vittoria, oltre che al loro valore, al terreno, aJia lontananza dell'Inghil terra, a favorevoli contingenze internazional i, e soprattutto alle naturali doti militari di Giorgio Washington, il cui aiutante e primo collaboratore è stato, vedi caso, il generale prussiano Von Steubcn. I valori della Rivoluzione Francese si diffondono in tutta Europa grazie aJ nuovo esercito francese e aJ genio di Napoleone l. Nella rivoluzione americana e in quella francese prevale un nuovo principio illuministico, che è anche vecchio perché già tipico dell'età repubblicana di Roma: la sicurezza e difesa, la milizia, sono affare di tutti i cittadini e non del solo sovrano, dei condottieri e soldati da lui pagati, e/o di un'élite sociale. Chiamato a prendere le armi in caso di bisogno, il cittadino acquista automaticamente il diritto di giudicare - anche attraverso i suoi rappresentanti - se una guerra è giusta e conveniente, o meno: va da sé che sono disposti a combatterla - e/o la combattono con il dovuto vigore- solo coloro che ne condividono gli scopi, le motivazioni, coloro che sono convinti di battersi pro aris et foci s.

' Cfr. AA.VV .. Scien:e e ordinamenti militari della Rii'Oin::ione Francese. Roma, Ed. Difesa 1991.


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L'a ne militare de/2000

Democratizzandosi, le guerre diventano inevitabilmente ideologiche e tendono all'assoluto. Una guerra di masse di cittadinj sorretti solo daU'entusiasmo non può durare a lungo, ha bisogno di fornire a chi la combatte motivazioni convincenti, di indic~u·e dei «nemici» nel senso schmlttiano del termine, di far balenare dei concreti vantaggi per tutti in caso di vittoria. anche perché esaurisce rapidamente le risorse del Paese. sul quale un grande esercito è costretto a vivere: ragione non ultima per portare gli eserciti fuori dai confini nazionali, per ricorrere a una guerra offensiva .... Per forza di cose e al di là delle intenzioni nasce, insomma, una guerra molto più cruenta, inumana, offensiva, dannosa della guerra dei Re. Eppure proprio con la Rivoluzione Fra ncese si afferma la tendenza - assai diffusa anche nel XX secolo - a rovesciare la colpa della guerra e dei suoi orrori su un determinato sistema politico-sociale perverso, che dunque si vuole abbattere (con la guerra, naturalmente). oppure ad attribuirla esclusivamente all 'ambizione e agH interessi di pochi .... L'Enciclopedia Francese inveisce contro le stragi che provoca, descrive le sofferenze che arreca alla popolazione civile, e non trova di meglio che ammetterla- come sempre- solo se essa è giusta, solo se serve per difendere da un rapace avversario la propria terra. Riferendosi ancora alle guerre dei re, nel capitolo III della sua opera Candido Yoltaire, scrittore tra i maggiori esponenti dell'illuminismo, ci ha lasciato uno dei primi e più efficaci esempi di antimilitarismo, di contrasto tra guerra, logica, civiltà, moralità e ragione. di guerra come inutile strage: «niente era così bello, così spedito, così splendente, così ben ordinato come i due eserciti[. .. ] Prima i cannoni rovesciarono a terra circa seimila uomini per parte; poi la moschetteria tolse dal migliore dei mondi da nove a diecimila furfanti che ne infettavano la superficie. Anche la baionetta fu ragione sufficiente della morte di qualche migliaio d'uomini [. ..]. Finalmente, mentre i due re facevano cantare dei Te Deum [credendo o dando a intendere, ambedue, di aver vin to - N.d.a.), ciascuno, nel proprio accampamento, decise di andarsene da un 'altra parte a ragionare sugli effetti e sulle cause. Candido fil protagonista del libro - N.d.a.] passò sopra mucchi di morti e morenti, e raggiunse dapprima Wl villaggio vicino; era ridotto in cenere. Si trattava di Wl villaggio àvaro che i Bulgari avevano incendiato, secondo le leggi del diriTto pubblico. Quei vecchi crivellati di colpi guardavano morire le loro mogli sgozzate, che stringevano i bambini alle mammelle

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sanguinanti; là ragazze sventrate, dopo aver saziato i naturali bisogni di qualche eroe, esalavano l'ultimo respiro [. ..}. Candido f uggì al più p resto un altro villaggio: appa rteneva ai Bulgari, e gli eroi A vari l 'avevano trattato allo stesso modo». Una condanna della guerra, questa di Yoltaire, lucida e razionale, in tanto in quanto presenta i suoi danni come qualcosa che sfugge all a ragione: ma razionale solo in apparenza, visto che i fatti si sono incari cati presto di smentirla, di renderla utopìstica, e di capovolgere le stesse premesse dell ' illuminismo. Coerentemente con tali premesse, nei primi tempi dell a Rivoluzione l 'assemblea nazionale francese sogna l'abolizione delle guerre e anche dei confini. cosa che fa impressione in uno Stato dove la coscienza nazionale - alla quale la Rivoluzione ha dato un impulso decisivo- è stata sempre molto forte, fino a trascendere non di rado nel nazionalismo. Come ricorda il Ritter, «nell 'cLssem blea nazionale f rancese del 1789 ci si era letteralmente cullati nell'orgogliosa certezza che, con la vittoria della libertà sul dispotismo dei re, si sarebbe posto fine anche alla guerra, diabolico parto delle ambizioni dinastiche. La costituzione del 3 sel/em bre 1791 da essa solennemente vOtata, dichiarava nel titolo sesto: "la nazione francese rinuncia ad imraprendere qualsiasi guerra di conquh;ta''. Perfino un politico avveduto come Mirabecw [. .. ]annunciava pateticamente (25 agosto 1790): "Forse non è lontano il mom ento in cui la libertà ernanciperà il genere umano dal crimine della guerra e amwnzierà la pace universale .... Allora le passioni non lacereranno p iù con sanguinose com ese i legami della fratellanza, allora potrà stringersi il patto d'alleanza del genere umano". E ancora nel gennaio 1791 parlava della confo rtanTe prospettiva di "cancellare i confini di tutti gli StaTi per fa re sì che il genere umano fo rmi un 'unica famiglia ... ed erigere alla pace un alta re .formato da tutti gli strumenti di distruzione di cui è disseminata /'Europa"»J. Parole che parrebbero scritte oggi, così come è stato sempre diffuso e val ido il principio- sancito anche dalla Costituzione italiana- che va rifiutata la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali . Parole che tuttavia esprimono una contraddizione, una frattura tra speranze e desideri e realtà - o meglio tra utopia e real -politik - più che mai v iva oggi , visto che il desiderio generalizzato e crescente di

• G. Rincr. l militari e la politica nella Germania moderna - da Federico il Grande alla prima guermmondiale. Torino. Einaudi 1967. p.57.


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pace - tipico in particolar modo della società evolute occidentali - si accompagna alla costruzione e all'impiego in varie forme di strumenti militari sempre più micidiali e letali. Come se l'uomo volesse delegare alla macchina, o a pochi gruppi, il compito di provvedere anche con la violenza alla sicurezza di tutti, sempre necessaria perché legata alle umane passioni. Spinta dalla forza degli avvenimenti, e con gli eserciti coalizzati dei Sovran i d'Europa che premono alle sue fro ntiere, nel 1793 la Repubblica francese decreta la mobilitazione generale: i più giovani devono accorrere sotto le bandiere, tutti gli altri, compresi i vecchi e le donne, devono contribuire come possono alla produzione militare, allo sforzo bellico e all'efficienza anche morale dei combattenti; la guerra diventa così di popoli, e non più di eserciti. Dal 1796 in poi la Rivoluzione trova la sua spada: Napoleone. Fino al 1815 si susseguono sul continente europeo guerre di massa, alle quali partecipano - con gravissime perdite - eserciti di cittadini-soldati molto più numerosi di quelli del passato. Nel 1815, quando Napoleone viene definitivamente sconfitto a Waterloo, l'Europa è dissanguata anche economicamente, e non desidera che la pace. Creando come sempre molti scontenti specie in Italia, la pace al Congresso di Vienna viene decisa con i vecchi metodi da lle grandi potenze vittoriose, che con la Santa Alleanza vogliono instaurare- s'intende secondo i loro interessi -un nuovo ordine internazionale capace di garantire la pace. Sui mari vige la pax britan nica, che durerà fino al 1940 con il potente supporto deHa Royal Navy; sul continente, e particolarmente in Italia, s.i instaura la pax austdaca, garantita dal potente esercito austriaco con basi in Italia, al quale si appoggiano i principi dei vari Stati italiani. Benchè sconfitta, la Francia rimane forte e fa sentire sempre più il suo peso; la Germania è ancora divisa, ma la Prussia sta crescendo e avviandosi a conquistare la Leadership in Germania e in Europa. Questo è lo scenario reale, che fa seguito alle utopie pacifiste e antim ilitaris te dell'assemblea generale francese. Utopie alle quali paradossalmente ·corrisponde, a fine secolo XVIII, un tasso di militarizzazione senza precedenti della Francia e d eli 'Europa, che accentua le sofferenze dei popoli. Nonostante le declamazioni degli enciclopedisti e dell'assemblea francese, i grossi eserciti di Napoleone vivevano sul Paese, con tuni gli inevitabili abusi che ne conseguivano, e che si verificavano in misura minore negli eserciti dinastici del XVITI secolo. E il Direttorio, a corto di risorse e con le finanze dello Stato in disse-


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sto, nel 1796 esortava ripetutamente Napoleone, che stava avanzando nella ricca pianura padana, a imporre senza pietà gravosi contributi agli italiani non solo per la paga c il mantenimento del suo esercito, ma per rimpinguare le esauste casse dello Stato francese; come se ciò non bastasse, gli ordinava anche di saccheggiare i musei italiani per inviare il bottino in Francia5... La patente contraddizione tra ideali originari e realtà della Rivoluzione si trova già, del resto, ne lla stessa Enciclopedia Francese del 1757. Che, se da una parte inveisce contro la guerra giudicandola fruito perverso delle passioni umane, dall'altra la sottopone a un processo di razionalizzazione e verifica, ne ricerca le regole e le condizioni , con un tipo di approccio all'arte militare più moderno di quanto si possa oggi ritenere, nel quale già si trovano non pochi concetti che poi verranno sviluppati dagli scrittori dei secoli seguenti. L'Enciclopedia rifiuta la guerra tendenzialmente assoluta e di distruzione, ammette che non necessariamente il suo fine è la vittoria, e ritiene necessario sottoporla a vincoli , calcoli di convenienza e controlli che rientrano neJla sfera della politica. Ricorda che presso i romani anche dopo che i feciali avevano stabilito che vi erano ragioni sufficienti per dichiarare una guerra, il senato si riuniva per discutere un ' ultima volta se sarebbe stato veramente vantaggioso iniziarla. E cita anche Polibio, che sosteneva la necessità di sLUdiare tutte le arti e le scienze che hanno dei collegamenti con la guerra. con c iò stesso facendone, già allora, una questione che non era solo tecnico-militare e quindi non riguardava solo i militari. Altro caposaldo delle riflessioni de ll'Enciclopedia sulla guerra è che essa «è un'arte che ha le sue regole e i suoi princ)pi, e di conseguenza la sua teoria e la sua pratica». Queste regole e princìpi (secondo un procedimento logico di tipo illuministico poi largamente seguìto fino ai nostri giorni) si ricavano per induzione, cioè partendo dai singoli fall i, dall 'esperienza storica per risali re a concetti di carattere generale, i quali dunque sono il frutto unificante di ricerche, fatte in diversi periodi e in diverse circostanze, per individuare il miglior modo di combattere. I riferimenti privilegiati dell ' Enciclopedia per ricavare i predetti princìpi (che sottolineano indirettamente la continuità storica dell ' arte militare nonostante l' introduzione delle armi da

s Magg. E. Scala. Napoleone l e l'twlia, «Aiere Aammam» n. 1/1923, pp.56-59.


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fuoco) sono i conflitti dell'antichità c lassica greca e romana, e gli autori che li hanno commentati (Yegezio e Polibio in particolar modo). L'Enciclopedia precisa che per diventare un buon generale, non è sufficiente apprenderli insieme con tutti gli altri aspetti dell'arte militare, né basta la pratica: condurre la guerra con successo, vanificare i disegni de l ne mi co, trovare il modo di ne utral izzare la sua superio rità, mante nere l' iniz iativa, è prerogativa innata del genio, perfezionato da lungo studio e intenso lavoro. L' Enciclopedia sottolinea anche l' importanza della preparazione e di un 'accurata pianificazione della guerra. Prima di cominciarla. bisog na definire degli obiettivi e delle ben precise linee d'azione per raggi ungerl i, che devono essere seguite fino a quando le circostanze lo permetteranno. Non è sufficiente che il generale sappia far muovere e combattere nel modo migliore l'esercito: deve quotidianamente pensare a quella che oggi si chiama organizzazione logistica e aver cura del soldato, assicurargli i viveii, preservarlo dalle malattie, saper tenere a lto il suo morale. Ri guardo al la ripartizio ne dell'arte militare, sono assenti dali' Enc icloped ia i termini strategia e logistica; essa dedica invece la rgo spaz io alla «voce tatti ca», la quale «è propriamente la scienza dei movimenti militari, o, come dice Polibio, l'arte di mettere insieme un certo numero di uomini destinati a comballere, di distribuirli per linee e perfile, e di istruir/i su tutte le manovre di guerra. Altresì la tattica indica l'eserci::.io o il maneggio delle armi; le evoluzioni, l 'arte di far marciare le truppe, di fa rle accampare e la disposizione degli ordini di ba/faglia [. . .]. La base della tattica moderna è composta da quelle dei Greci e dei Romani. Come i primi, noi fonniamo dei corpi a ranghi e file serrate, come i secondi, noi abbiamo i nostri battaglioni che corrispondono esartamente alle loro coorti {. . .]. Occorre rendersi conto dell'importan za della tallica nella pratica della guerra: è essa che ne contiene le prime regole e i principali elementi. e senza di essa un esercito non sarebbe che una massa COI~fusa di uomini, ugualmenre incapaci di muoversi regolarmente, e di atraccare o difendersi comro il nemico». Le acq uis iz io ni più duratu re e o ri g in al i de ll'illumini smo no n sono, comunque, quel le prima descritte. TI principale frutto dell ' illuminismo, che ha pesato sul pensiero militare fino ai nostri giorni, è un vero mito , anch'esso pa radossa lmente fig lio della rag io ne: la «nazione armata». Un mito, dunque, che prima ancor che la strategia,


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riguarda l'organica e in particolare il reclutamento sia dei Quadri che delle truppe, e ha un profondo radicamento sociale, intendendo impostare in modo assai diverso dal passato- ancorché non nuovo- il rapporto esercito-paese. In estrema sintesi, l.a formu la organica della nazione armata consiste nel rifiuto dell'esercito permanente a lunga ferma e su base sostanzialmente volontaria del secolo XYI1l (c anche del periodo post-napoleonico), giudicato strumento passivo nelle mani del sovrano, quindi pericoloso per la libertà perché disposto a rivolgere le armi anche contro i cittadini, e soprattutto antieconomico e socialmente nocivo. In sostituzione di tale formu la, la nazione armata propone un esercito interamente composto da cittadini e con obbligo mil itare esteso al massimo, che in tempo di pace si addestrano per periodi minimi ma con una certa frequenza, e accorrono in massa alle armi solo in caso di grave minaccia alla sicurezza dello Stato: in tal modo. secondo i teorici della nazione armata con minore spesa si otterrebbe in caso di guerra uno strumento molto più combattivo, perché composto non da volontari prezzolati e spesso dal rifiuto della società, ma dalla parte più giovane e migliore dei cittadini, animata da amor patrio e credente nella causa per cui combatte. Un precursore in questo campo è stato l'illuminista e sociologo napoletano Gaetano Filangieri ( 1752-1788), che nella sua Scienza della Legislazione (1780-1785) si ispira ali' astratto, totalizzante razionalismo e all'eccessiva fede nell'umana natura che contraddistinguono il movimenw al quale aderisce, portato a credere appunto che l' introduzione di buone leggi «illum inate» basti a cambiare e migliorare la società, inaugurando una nuova èra di felicità. Significativamente nello stesso periodo della rivoluzione americana 1775-1783, il Filangieri applica queste sue ottimistiche convinzioni anche al modello militare derivante dalla nuova società che vagheggia, modello che risulta vincente in America. Liberista fino all'estremo, è acerrimo nemico degl i eserciti permanenti a lunga ferma del tempo soprattutto per ragioni economiche. Sul cittadino, su chi svolge un lavoro produttivo- egli lamenta gravano «insoppottabili conttibuzioni» giustificate solo da falsi bisogni dello Stato, quali sono il mantenimento di corti lussuose e parassitarie e, appunto, le spese militari: ma non si possono chiamare bisogni dello Stato le guerre intraprese per la conquista di qualche provincia sulla quale si rivendicano dubbi diritti, né si può chlamare bisogno dello Stato


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«i l mantenimento di centomila combattenti, che fan vedere gli orrori della guerra anche in mezzo alla pace e che invece di difendere la nazione, la spopolano col loro celibato, e coi loro vizi; con quello, che consumano senza riprodurre, e colla miseria, alla quale sono condannati i popoli per provvedere al loro mantenimento. Lo stato si opprime. la nazione si spopola per alimentare tanti spopolmori ...». Oltre a essere dispendiosa, questa solu1.ione, sempre econdo il Filangieri, non garantisce affatto la sicureua dello Stato e dei Princìpi, perché «Se i loro sudditi tremano innanzi alle loro truppe. le loro truppe fuggono innanzi al nemico». Per rimediare a questo stato di co c bi ogna concili are l'economia con la sicurezza, c richiamare in vita il modello militare dell'antica Grecia e di Roma repubblicana. A tale scopo, sia pure in contrasto con la sua tesi che ormai quello che valgono sono le macchine e il denaro e che dopo la scoperta della pol vere l'antico valore o la destrezza delle Legioni romane non servono pitl. il Filangicri propone un esercito di ciuadini brevemente addestrati a pese dello Stato prima di i criverli nelle liste di mobilitazione. che nei giorni festivi si eserciterebbe otto la gu ida di ufficiali scelti tra la nobiltà locale. In tal modo si otterrebbe il vantaggio collaterale che gli ufficiali non dissiperebbero più nei vizi c nell'ozio delle guarnigioni i loro averi, ma curerebbero le loro terre migliorando la produzione c contribuendo alla prosperità generale. Le guerre di aggressione improvvise, magari alimentate dai popoli poveri e bellicosi contro quelli ricchi c sazi, non sono più possibili c auuaJi: «da per tutto non si pensa ad altro, che ad essere in pace c ad arricchirsi [ ... 1 i nostri politici non vanno in cerca che di riccheue c tesori». Ma proprio in questo mondo dominato anche allora daJic ricchezze e dall'individualismo. il Filangieri pensa che «questi soldati [cioè i ciuadini/soldati dell'esercito da lui proposto - N.d.a. J arebbero tanti Spartani, tanti Ateniesi, tanti Romani r... ); l'ini mico non guadagnc· rebbe niente allora, guadagnando una battagl ia, perché troverebbe sempre nuove resi. tcnze, finché troverebbe nuovi cittadini da combattere: le guerre sarebbero allora rare. e giuste, c le loro vittorie onorevoli ...». La miglior difesa del trono di un Sovrano- prosegue il Filangcri non consi. te nella disponibilità di truppe mercenarie. delle quali diventa al tempo stesso schiavo e viuima; essa dipende solo dalla giustizia e umanità con cui governa. Anche i vantaggi che as icurerebbero contro un improvvisato esercito di cittadini truppe addestrate a lungo e ben disciplinate, sono illusori: «io rispondo, che questi vantag-


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gi sono compensati dalla mollezza, che l'ozio delle guarnigioni ispira al soldato, e che due, tre mesi di maneggiamento d'armi basteranno per addestrare un agricoltore robusto, e indurito dal lavoro, nel mentre che tre settimane di fatica distruggeranno in una guerra le legioni intere de' soldati agili, e disciplinati, quando questi non sono avvezzi al travaglio, e al rigore delle stagioni». Infine, anche a parte l'addestramento, un cittadino - soldato cosciente della causa in cui combatte a difesa del proprio focolare, sarà sempre più valoroso, e meno propenso ad arrendersi, di un mercenario.... Il Filangieri, molto attento all'economia, non considera le ingenti spese che per un esercito di massa richiederebbe pur sempre la produzione e il rinnovo del materiale militare- divise, fucili, cannoni, munizioni ecc. -che non può essere requisito alla mobilitazione, e i cui costi aumentano continuamente con i progressi della tecnologia; né considera l'ancor maggiore volume dj risorse che richiederebbe, anche allora, l'armamento di una forte marina militare. Probabilmente perché il Regno dj Napoli non può non avere delle aspirazioni marittime dettate dalla geografia, suggerisce infatti di compensare l'eliminazione dell'esercito permanente con una forte marina, che «converrebbe innalzare sulle rovine delle truppe di terra». Infatti «queste cagionano, come abbiamo dimostrato, la miseria dei popoli senza difenderli, e quella li difende non solo senza impoverirli, ma arricchendoli. Non è questo il tempo da descrivere tutti vantaggi, che recherebbero ad una nazione i progressi della marineria militare. Io potrei anche dimostrare come la popolazione intera ci guadagnerebbe ....». Con queste idee poco note sul ruolo prevalente e compensativo delle forze navali - topos del navalismo sempre ben presente, anche in Italia, fino ai nostri giorni -il Filangieri si qualifica come un precursore anche nel sostenere il futuro ruolo mondiale e «talassocratico» degli Stati Uniti, la cui rivolta contro l'Inghilterra viene da lui vista con molta simpatia e come conseguenza della cattiva politica estera e commerciale dello Stato d'Oitremanica, basata sull'egoismo e sulla ricerca del monopolio, quindi nociva alla libertà dei commerci internazionali da lui sostenuta. Per !imitarci alla questione della nazione armata, nulla di più e di meglio delle idee del Filangieri troveremo nei fautori di questa formula, dalla seconda metà del secolo XIX continuamente ricorrente nella letteratura militare fino ai nostri giorni. Non senza forzature essa è stata contrapposta anche al modello di difesa basato su un forte esercito di


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leva con ferma tendenzialmente lunga e «Organica», che prevede perciò la permanenza alle anni di un forte contingente di truppe in tempo di pace sia per assicurarne l'addestramento, sia come garanzia di sicurezza e per fornire l'intelaiatura- e/o la maggior parte dei reparti - per la mobilitazione in caso di guerra. Le considerazioni che seguono, scritte dal generale Felice De Chaurand de Saint Eustache nel 1895, meglio di tante altre fanno apprezzare l'influsso delle idee del Filangieri e l'ambiguità storica secolare del concetto di nazione armata, di attualità anche nel XX secolo, visto che in tale secolo si sono scontrati eserciti di massa affrettatamente addestrati, come queUi im maginati dal Filangieri: «la nazione armata soddisfa agli ideali dei conservatori, che vedono in essa una soluzione al problema di avere un grande esercito con Limitata spesa; dei progressisti, i quali vi scorgono un mezzo per aumentare maggiormente la fusione dell 'esercito con la nazione; dei radicali, che mirano a realizzare il motto di Carlo Cattaneo: Tutti mi liti, nessun soldato, e contrappongono la nazione armata ali 'attuale nazione accasermata. Ne/nuovo sistema che si fa strada, gli oppositori del militarismo intravedono il primo sintomo della tendenza alla soppressione degli eserciti permanenti; i fautori della pace universale e perpetua e i filantropi ne traggono la speranza della graduale abolizione della guerra tra gli uomini; gli economisti vi fondano la fiducia di poter addivenire presto ad una considerevole riduzione delle spese improduttive per gli Stati; tutti coloro infine che per qualsiasi motivo desiderano la trasformazione del presente stato sociale, credono di trovarvi un minore intoppo alla realizzazione delle loro teorie e dei loro propositi. Insomma, lo stesso nome di nazione armata, si adopera per esprimere una quantità di differenti ideali, dappoché la sua esatta portata è finora legata e l'interpretazione libera»6 • Militarismo, antimilitarismo, pacifismo, navalismo: con questi concetti deve misurarsi l'arte mi litare g ià prima della R ivoluzione Francese, nella quale, peraltro, sugli elementi di rottura prevalgono quelli di continuità. Questo vale anche nel campo organico, dove la soluzione più avanzata - quella della nazione armata del Filangieri non fa che richiamarsi ali' antico.

• Gcn. Felice de Chaurand de Saint Eustache, Le isriruzioni militari odieme e il loro Roma, Voghera 1895. pp. 257-258.

a~•venire.


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3. L'ARTE MILITARE NAPOLEONICA: É STATA UNA RIVOLUZIONE? Dopo ciò che è stato detto sul contrasto tra utopie illuministiche e aspetti militari della Rivoluzione, occorre stabilire se l'arte mi litare di Napoleone- l'ultimo grande condottiero, che nessun generale del XX secolo ha superato7 - è stata o meno una rivoluzione; al tempo stesso, bisogna chiedersi se, in campo mi litare, la rivoluzione francese (e quindi lo stesso Napoleone) «incidono sempre meno sul nostro presente», come ha scritto di recente un noto poUtologo. Parrebbero, almeno i n prima istanza, dargli ragione il recente abbandono del principio della leva obbligatoria, proprio nella Francia patria del cittadino-soldato, e la sua sostituzione con il servizio volontario e il servizio civile. E giusto in questi giorni (febbraio 1998) il giornale francese Le Monde nota, con preoccupazione, che il 24% dei giovani in età di leva non ha ottemperato all'obbligo di iscriversi su apposite liste comunali per partecipare, una volta raggiunti i 18 anni, alla giornata «d'appel de preparation à la defénse nationale». Che dire, infine, degli armamenti e del terreno (meno coperto di abitati, meno coltivato) dell' inizio del secolo scorso, tali da scoraggiare qualsiasi confronto con la guerra odierna? In realtà, guardando all'organizzazione e condotta delle guerre napoleoniche vi si trova subito, senza bi sogno di elaborate ricerche, un legame non episodico e frammentario con il passato e con la strategia di Federico II di Prussia; al tempo stesso, la figura del Capo incarnata (come meglio di lui nessuno ha saputo fare fino a oggi) da Napoleone, insieme con la figur a del soldato che egli sa avvincere e affascinare (ma senza risparmiargli privazioni e chiedendogli un tributo di sangue come mai era avvenuto nelle guerre precedenti) non banno tempo e appartengono tanto alla storia che all'attualità. Certo, c'è modo e modo di intendere e studiare l'esperienza napoleonlca, alla quale - fino aU'ulti ma guerra mondiale - generali e ufficiali d'ogni nazione hanno dedicato un' infinita serie di volumi, biografie, monografie, che si soffermano soprattutto sull'individuazione di

' Sulle campagne napoleoniche s i veda specialmente D.G. Chandler, Le armare di Napoleone, Mi lano, Rizzoli 1968 e G . Blond, Storia della grande armée, Mi lano, Rizzo! i 1981.


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schemi di manovra, di criteri strategici ecc. da lui usati, (peraltro in particolari e diverse circostanze) per trarnc ammaestramenti per l'avvenire. Oggi un siffatto approccio, nel quale si sono distinti fino agli anni Venti il genera le francese Hubert Camon con un 'opera di recente ristampata, e il nostro colonnello Ettore Bastico8 , sarebbe decisamente sorpassato. Non così avviene se si studiano non tanto la condotta operativa delle varie campagne. ma la mentalità e la straordinaria personalità dell' uomo, la sua formazione culturale, il suo modo di intendere l" arte militare in genere. Come già accennato, Napoleone in Italia si comporta da conquistatore: depreda i nostri musei, impone pesanti contribuzion i, fa vivere i suoi soldati sul Paese, chiude un occhio - e magari tutti c due - su abusi, vessazioni, ruberie, vandalismi delle sue truppe in Italia. Ma è còrso di famiglia di lontana origine lombarda, poi trapiantata in Toscana ed emigrata ne ll ' isolaQ; è quindi italiano di idee e sentimento,di mentalità,di temperamento. Come ha affermato il generale Edoardo Scala. «non basta certo l'efficacia di un improvviso mutamento politico a distruggere in noi quelle caratteristiche qualità che ogni terra conferisce ai suoi figli attraverso aHe generazioni . Egli era senza dubbio italiano, poiché nella sua figura fi s ica, ne l suo carancrc pensoso, nella fantasia irrequ ieta, nella passionalità de lla sua anima e nei peculiari aspetti de l suo genio politico e militare, egli portò profondamente impressi i segni cara tteristic i della nostra stirpe» 10• L'arte mi litare napoleonica non è illumini stica. Non ha nulla di schematico, di ripetitivo. di obbligato; non tende a razionalizzare ciò che non può essere razionalizzato. È fatta di intuito e di immaginazione. riesce in misura incomparabile ad adeguare rapidamente, di volta in volta, mezzi e provvedimenti allo scopo. Il tutto, con una straordinaria capacità di galvanizzare e avvincere gli uomini, di toccare le corde più sensibili dell'animo del soldato, ben capendo che iJ soldato francese della Rivoluzione e d~II ' Impero non era più quello - a lunga ferma, volontario, sottoposto a rigidissima disciplina- delle guerre del secolo XVIJT. Per Napoleone non è il soldato, non sono gli uomini che

• Geo. H. Camon. Lt1 guerre napo/eomtienne - les :>isteme.1 d'opérations - tltéorie et te,·ni<JIII!. Poris. Economico 1997 (Preraz. di B. Colson) c Col. E. Bastico. Op.cit.. Vol. l. • «Enciclopedia Militare» (Cit.). voci Bonap:lnc (Il, 344-345) c Napoleone l (V. 429). •~ E. Scala. An. cit ..


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devono adeguarsi alle esigenze dell'arte militare; se mai è il contrario, cioè è quest'ultima che- grazie all'abilità vera e rara del generale deve tener conto di questi fattori. Si tratta, però, di applicare dei princìpi che corrispondono all'arte militare classica, a quella di Federico II, a quella che il Guibert e altri scrittori francesi di fine secolo XVIII, e prima della Rivoluzione, hanno trattato nelle loro opere, che Napoleone ben conosce. Nei concetti-base napoleonici non vi è, dunque, nulla di rivoluzionario, c'è invece molta attenzione per l'esperienza storica: «ogni guerra deve essere metodica, perché ogni guerra deve avére un ben preciso scopo, ed essere condotta conformemente ai princìpi e alle regole dell' arte. La guerra deve essere fatta con forze proporzionate agli ostacoli prevedibilmente da affrontare». E ancora: «Nella guerra non vi sono idee precise, determinate; tutto dipende dal carattere del generale, dalle sue doti e dai suoi difetti, dalla natura delle truppe, dalla portata delle armi, dalla stagione e da mille altre circostanze ... ». Bisogna, comunque, tener conto che «la guerra dipende per tre quarti da vicende d'indole morale; la forza materi.ale non pesa che per un quarto sulla bilancia».Con questo concetto di arte della guerra - quindi anche di arte militare - Napoleone non rompe affatto con il passato, ma ne fa un trampolino di lancio, un utile anche se non dogmatico e tassativo riferimento, un dato d'esperienza da studiare e meditare. Lo scrive esplicitamente: «tutti i grandi capitani hanno operato grandi cose solo conformandosi alle regole e ai princìpi dell'arte, cioè con la giustezza dei calcoli e il rapporto logico dei mezzi con le conseguenze, degli sforzi con gli ostacoli[. .. ]. Essi non hanno mai cessato di considerare la guerra come una vera scienza. Solo a questo titolo essi sono i nostri grandi rnodelli e solo imitandoli si può sperare di assomigliarli[. .. ] Sola guida ai comandanti supremi, la loro esperienza e il loro genio tattico. Evoluzioni, scienza di Armi dotte [cioè l'artiglieria e il genio- N.d.a.] possono impararsi nei trattati; ma La conoscenza della grande tattica [nostra sottolineatura: sta per strategia - N.d.a.] non si acquista che con La pratica e con lo studio della storia delle campagne dei grandi capitani. Gustavo Adolfo, Turenne, Federico, come Alessandro, Annibale e Cesare, hanno tutti operato secondo gli stessi princìpi. Tenere raccolte le proprie forze, non essere vulnerabile su nessun punto, portarsi rapidamente sui punti importanti, tali i princìpi che assicurano la vittoria... ». I meccanismi, i princìpi fondamentali della guerra non mutano: «la guerra è un'arte singolare: io ho date sessanta battaglie, ma non v'im-


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parai nulla che non sapessi già quando scesi in campo La prima volta». Essa va condotta con decisione, ricercando il combattimento e rifuggendo dalle azioni metodiche e poco energiche tipiche del secolo XVIII: «l'essenziale in guerra è vincere le battaglie». E il primo principio da osservare è «dare battaglia solo quando si sono riunite tutte le truppe sul campo: la scienza militare è il calcolo delle masse sopra alcuni punti». Durante la battaglia, bisogna saper impiegare le riserve e decidere al momento opportuno: «in guerra non v'è che un solo momento favorevole; il gran talento sta nel coglierlo»; «è un battaglione che talvolta decide le sorti di una giornata»; «i generali che conservano delle truppe fresche all'indomani della battaglia sono quasi sempre battuti». Tendere a risparmiare la vita dei soldati non è sempre una buona scelta: «vi sono casi in cui spendere la vita degli uomini significa fare economia di sangue». Per questo bisogna saper sfruttare a fondo il successo: «il più grande pericolo in una battaglia sta nel momento della vittoria». E per questo- nonostante l'importanza da lui data ai fattori morali - Napoleone, ufficiale d'artiglieria, sa sfruttare al massimo il fuoco d'artiglieria, impiegandolo a massa nei momenti decisivi per sostenere la manovra e facilitare il compito della fanteria, ciò che equivale a diminuire le proprie perdite e aumentare quelle del nemico. Molte altre prescrizioni denotano il concetto estremamente dinamico che Napoleone ha della guerra, nella quale la forza di un esercito è data dalla velocità moltiplicata per la massa, come nella meccanica: di qui la grande importanza delle marce rapide, che accrescono il morale delle truppe, aumentano le probabilità di vittoria, consentono di compensare l'inferiorità numerica. Un generale può e deve sempre essere in grado di avere informazioni sul nemico, e «si deve chiedere più volte durante la giornata: se l'armata nemica comparisse di fronte a me, sulla destra e sulla sinistra, che cosa farei? Se si trova in imbarazzo nel rispondere a questa domanda, significa che ha mal disposto le sue forze, e deve subito rimediare». Un altro principio è di non fare mai ciò che vorrebbe il nemico, per la sola ragione che egli lo vuole. Quindi bisogna evitare i campi di battaglia da lui riconosciuti o studiati, e ancor di più quelli che ha fortificato o dove si è trincerato; né bisogna mai attaccare di fronte una posizione che può essere conquistata aggirandola. Guerra dinamica non significa però, per Napoleone, offensiva ad ogni costo e battaglia ad ogni costo, ma attuare, all'occon·enza, anche una difensiva dinamica. Quando si è inferiori di forze bisogna evitare la

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battaglia, ognj sera trincerarsi su buone posizioni, compensare l' inferiorità numerica con la rapidità delle marce, la mancanza d'artiglieria con raccortezza delle manovre, l'inferiorità deiJa cavalleria con la scelta delle posizioni. Può anche accadere di essere sorpresi da forze nemiche superiori su una cattiva posizione: in questo caso un generale qualsiasi cercherà la salvezza nella ritirata, «ma un grande capitano giocherà d'audacia, e marcerà incontro al nemico, in tal modo sconcertandolo; e se poi il nemico avanza con poca decisione, può anche sperare nella vittoria .... ». I generali del XVIII secolo avevano un vero culto per le linee di operazione a tergo dell'esercito, che congiungevano il loro esercito con i magazzini retrostanti e con la base d'operazioni: anzi la guerra del XVIII secolo si riduceva spesso all'attacco e difesa delle Unee di operazione e dei magazzini. Napoleone dà anch'egli grande importanza alle linee di operazione proprie e nemiche; quest'ultime sono spesso obiettivo delle sue offensive. Le considera, però, in modo assai più elastico: un esercito deve avere una sola linea d'operazione, mantenerla con cura, abbandonarla solo per cause di forza maggiore: ma cambiare, quando le circostanze lo richiedano, una linea d'operazione è una delle manovre più abili che un generale possa compire, perché in tal modo «Sorprende il nemico, che non sa più dov'è il suo tergo, e dove sono i punti deboli dove può essere minacciato». Napoleone mantiene lo stesso atteggiamento elastico anche nei confronti del piano di guerra, che «deve prevedere tutto ciò che il nemico può fare, e indicare il modo per averne ragione». Tuttavia «i piani di campagna sono soggetti a continue modifiche, a seconda deJle circostanze, del genio del Capo, della natura delle truppe, e della morfologia del teatro della guerra». In proposito si concede una battuta, la quale dimostra l'influsso che ha in guerra l'imprevisto: «non vi sono che due tipi di piani di campagna: i buoni e i cattivi. l buoni non riescono, quasi sempre, per circostanze impreviste che fanno spesso riuscire i cattivi». Constatazione solo apparentemente paradossale, la quale dimostra anche che in guerra ciò che conta, ciò che è la misura di tutte le cose, di tutti i calcoli, di tutte le teorie, di tutte le previsioni è il risultato, il successo o l'insuccesso: concetti che, come meglio vedremo in seguito, saranno poi ripresi da Clausewitz. La figura del capo militare che utilizza queste materie prime - il soldato, i dati d'esperienza e gli studi storici sulle gesta dei grandi capitani, i trattati di carattere tecnico sull'impiego dei mezzi- è qualcosa di


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molto superiore a quella dell'artista che utilizza colori, tavolozze, le tecniche dell 'arte: oltre che un intuito superiore, gli si Iichiede il carattere, l'attitudine a comandare altri uomini. Napoleone distingue tra «parte divina» e «parte terrena» dell'arte della guerra: la prima è data «da tutto ciò che deriva da considerazioni morali, dal carattere, dal talento. dall'interesse del nemico. dai sentimenti e dallo spirito del soldato cbe è forte e vincitore, oppure debole e battuto a seconda di quello che crede»; la seconda è data da fattori materiali ben misurabili. cioè le armi, le posizioni, ecc .. Ebbene, secondo Napoleone la figura del generale deve corrispondere soprattutto alla parte divina, che come tale non si può imparare, ma si deve solo saper applicare; e ciò che dice del generale non fa che continuamente ric hiamare la necessità che egli possegga doti innate, quindi non proprie dell'epoca ma dell'uomo, quindi sempre valide: «in un grande generale non vi è insieme di grandi azioni che sia opera del caso o della fortuna: tutte derivano dal calcolo e dall'intuito geniale». Deve saper valutare a prima vista il terre no, con un «colpo d'occhio che i grandi capitani ricevettero dalla nascita». Il calcolo, l' intuito devono essere di uno solo: la responsabilità, il comando non si dividono. «Un cattivo generale vale meglio di due buoni»; «il comandante di un esercito ne è la testa, ne è il tutto. Non è l'esercito romano che ha vinto la Gallia, ma Giulio Cesare»; «alla guerra non è la massa degli uomjni che conta, bensì la mente di un uomo solo» . Niente consigli di guerra tra generali, che (così la pensavano anche Federico II e il generale Cadorna, così non la pensavano i generali La Marmora e Cialdini nel 1866, con cattivi risultati), servono solo ad adottare la soluzione «più pusillanime, o, se si preferisce. la più prudente». Al contrario, per un generale «la vera saggezza consiste nell'adottare una decisione energica»: questo perché «in guerra solo il capo comprende l' importanza di certi particolari, cd egli solo può, grazie alla sua forza di volontà e al suo intuito superiore, vincere e sormontare tutte le difficoltà». Un generale deve essere giovane: «non vi dovrebbero essere generali che abbiano più di sessant'anni . Ai comandanti pervenuti a tale età bisognerebbe dare dei posti onorevoli in cui non avessero nuJJa a che fare». Gli si richiede quell'energia, quell'instancabile attività che lui stesso ha dimostrato di possedere, e che deve trasmettere a tutto l'eserc ito: «un generale in capo non deve mai lasciar riposare né vinti né i vincitori». Deve essere audace, perché «alla guerra l'audacia è il più

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bel calcolo del genio»: ma non deve essere impulsivo, imprudente, perché «l'arte di essere ora audace ora prudente è l'arte di riuscire». L'importante è che sappia ciò che vuole: «un generale indeciso che opera senza princìpi e senza un piano», anche se dispone di forze superiori si espone ad essere sconfitto. La prima qualità di un generale in capo deve essere perciò quella di possedere una mente fredda, che gli consenta di att:ribui1·e a ogni fatto, a ogni problema, a ogni notizia la giusta importanza, collocandoli nella sua mente al posto che essi meritano di occupare: dote che non tutti posseggono. Le sue istruzioni non vanno mai concepite come veri ordini e quindi non esigono un'obbedienza passiva, che può essere pretesa solo quando gli ordini sono dati da un superiore che sia presente all'azione da compiere, e quindi sia in grado di ascoltare le obiezioni e fornire subito i chiarimenti necessari. Questi princìpi hanno delJe ricadute anche morali , alle quali Napoleone è particolarmente attento. Un generale in capo - egli afferma- non può giustificare i suoi errori e insuccessi in guerra asserendo che si è limitato ad obbedire doverosamente agli ordini del sovrano o di un Ministro, quando chi dà tali ordini è lontano dal campo di battaglia e non può quindi valutare bene la situazione del momento: «ne risulta che ogni generalissimo che accetti di eseguire un piano che ritiene cattivo, è colpevole: ha il dovere di esporre le sue ragioni, insistere perché il piano sia cambiato, e infine dimettersi piuttosto che essere strumento della rovina del suo esercito». Ugualmente colpevole è il generale, che dia battaglia con la certezza di perderla; e se il sovrano gli ingiunge di lasciarsi battere dall'avversario, egli deve obbedire solo se gli si fa ben comprendere l'utilità di un siffatto, strano ordine. Vi sono anche dei fatti per così dire di costume, dei quali Napoleone ben conosce i riflessi sul morale dell'esercito: il generale non deve autorizzare, non deve tollerare, deve punire severamente anche con la pena di morte, le capitolazioni di una parte delle sue forze a condizioni vantaggiose per chi accetta di arrendersi, ma nocive per il resto dell 'esercito; né deve approfittare delle glorie conquistate al servizio della patria per combatterla aprendo le sue contrade allo straniero. La fiducia nei dipendenti ha un limite reale: «COmandante in capo, parla come se tu avessi fiducia in tutti, ma agisci come se tu non potessi contare su nessuno». Il soldato della Rivoluzione ha bisogno di credere nella causa: di qui il suo detto che «un generale deve essere un ciarlatano»: cioè, si


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direbbe oggi, deve curare l'immagine, saperla raccontare, saper mantenere alto il morale de i dipendenti, organizzare un ' intelligente propaganda, non rinunc iare a colpire l'immaginaz ione del soldato con il beau geste, con gesti esemplari che poi sono a lungo ricordati e raccontati, creare intorno a sé un alone di leggenda, come in tempi recenti hanno saputo fare il generale Rommel in Africa settentrionale, i suoi imitatori Montgomery e Patton. il generale Giap in Estremo Oriente... Napoleone sa bene che il soldato vuole i fatti , vuole l'esempio anche dal generale: «il gesto di un generale amato vale molto meglio di una bella arringa». Coerentemente con questa idea, alla battaglia di Arcole (15 novembre 1796) in una fase critica dei combattimenti afferra una bandiera e si getta in avanti, sul ponte dell ' Al pone preso d' infilata dai cannoni austriaci. .. anche se, allora come oggi, non competeva certo al generale combattere in prima linea. I bei discorsi vanno bene, ma al momento adatto: «non sono certo i discorsi fatti quando sta per cominciare il combattime nto che rendono i soldati va lo rosi: i veterani li ascoltano appena, le reclute li dimenticano al primo colpo di cannone. Discorsi e ragionamenti sono però utili nel corso della campagna, per neutralizzare le insinuazioni e le false voci, mantenere alto il morale, fornire dei buoni argomenti alle discussioni intorno al fuoco dei bivacchi. L'ordine del giorno corrisponde a questi diversi scopi». «Alia guerra il morale degli uomini è tutto»: quindi quando si parla nei proclami ecc. delle proprie forze, bisogna senza scrupoli raddoppiarle o triplicarle, riducendo invece alla metà o a un terzo quelle nemiche. n soldato, comunq ue, vale per ciò che dà, non si improvvisa, non valgono solo i valori morali: «la guerra si impara solamente andando al fuoco» e «le truppe migliori sono quelle che vincono le battaglie». Un buon generale, dci buoni quadri, una buona organizzazione, un buon addestramento, una disciplina severa fa nno delle buone truppe indipendentemente dalla causa per cui si battono: tuttavia «il fanatismo, l'amor di patria, la gloria naziona le possono e levare lo spirito combattivo di truppe inesperte». Nessuna fiducia eccessiva in quest' ultime: «q uando una nazione manca di Quadri c di un'organizzazione militare, gli riesce molto diffic ile organizzare un esercito». I soldati giovani , le reclute si possono condurre al fuoco, «ma non si può far loro sopportare a lungo l'ansietà, quell'ansietà che nasce nelle grandi e tragiche situazioni». Quindi con queste truppe si può conquistare una posizione, «ma non si può spingere la vittoria fino al suo ultimo termine». Bisogna perc iò incoraggiare in

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tutti i modi i soldati più anziani prossimi al congedo a rimanere nelJ'esercito: questo «Si può ottenere facilmente» dimostrando una grande stima per i vecchi soldati, e aumentando la paga in relazione agli anni di servizio: «è infatti un ' ingiustizia pagare un veterano come una recluta». Dà, però, per scontato che il soldato debba sopportare grandi disagi: la sua prima qualità è appunto quella di sopportare senza lamentarsi fatiche e privazioni, il valore viene dopo. Infatti «la povertà, le privazioni e la miseria, sono la vera scuola del buon soldato». Vuole che il soldato, a prescindere dal clima, bivacchi all'aperto, senza tende: le tende sono poco sane, attraverso di esse il nemico può calcolare le nostre forze, senza di esse le truppe sono più leggere e più pronte a muovere. Solo gli ufficiali superiori, che devono scrivere e consultare carte, hanno bisogno di tende: deve però essere loro proibito di alloggiare nelle case. Il soldato deve avere sempre con sé cinque cose: il fucile, le cartucce, il sacco, viveri per quattro giorni, e l'attrezzo leggero da pioniere. Il sacco può essere ridotto al minor volume possibile, ma deve sempre essere portato al seguito. Napoleone pretende molto dal soldato, pretende molto di più dei generali della vecchia scuola: ma gli dà di meno. Questa constatazione sintetizza anche il suo modo di considerare la logistica, cioè iJ modo di alimentare l'esercito e di organizzare i rifornimenti per mantenerlo in efficienza 11 • Nel secolo XVTII la logistica nel senso attuale del termine, cioè come branca teorica autonoma deli' arte della guerra, non era ancora nata e coincideva, grosso modo, con l'amministrazione, cioè con la gestione e contabilità della quota fissa pro capite in denaro che lo Stato versava al colonnello di un reggimento per provvedere- come meglio credeva e ricorrendo a fornitori locali - al rancio, al vestiario e alla paga del soldato. Da quest'ultima si detraevano le spese per il rancio e il vestiario con il cosiddetto «sistema delle masse», che dava luogo a frequenti abusi e ruberie e creava un continuo contenzioso tra il colonnello, il capitano (altra figura amministrativa fondamentale) e il soldato. Le branche artiglieria e genio erano considerate a parte, e queste due Armi provvedevano in proprio all'acquisto, rifornimento e manutenzione del rispettivo materiale. La sanità era civile, non esistevano

" Cfr., in merito, F. Botti, Approvvigionamemi e organiuavone logisrica delle armare della Rivoluzione e di Napoleone (in AA.VV., Scienze e ordinamemi militari- Cit., pp. 91118) e F. Botti, Storia della logistica dell'Esercito Italiano - Vol. I ( 183 l -1861 ), Roma, SME- Uf. Storico 1991, cap. ll.


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ospedali militari. n sistema logistico-amministrativo era in pratica articolato per reggimenti, che corrispondevano direttamente con il Ministro; il reggimento era amministrato dagli stessi ufficiali d'Arma, controllati da commissari civili rappresentanti del Ministero, con i quali correvano naturalmente rapporti difficili. In guerra, l'organizzazione subiva dei correttivi parziali, con la costituzione di magazzini e di ospedali militari e l'organizzazione di trasporti, spesso affidati a imprese civili; questo è tutto. Come si è accennato, parecchie concezioni strategiche e tattiche di Napoleone, a cominciare dal principio della massa, dalla velocità, dall' importanza data al fuoco d'artiglieria, già si trovano in Federico II di Prussia. Lo stesso avviene per la logistica: «pressato dall'esigenza di sostenere logisticamente le rapide e profonde manovre del suo esercito, Federico al sistema dei magazzini fissi, creati dal Louvois, diffusosi in tutti gli eserciti ed usato dal 1741 al 1766, aggiunse i convogli mobili con dotazioni per un mese e i forni metallici, ma non rinunciò allo sfruttamento delle risorse locali, attuato mediante il vitto presso gli abitanti e mediante la requisizione e l'impiego di macine portatili. Usò cioè con metodo delle risorse dei paesi attraversati tutte le volte che Lo trovò necessario e opportuno, risparmiando tuttavia per quanto possibile i paesi stessi, al fine di non alienarseli» 12• Napoleone è costretto a muovere masse di uomini con estrema rapidità; non può permettersi di portare al seguito dei rifornimenti come Federico, sia perché i suo eserciti sono troppo numerosi, sia soprattutto perché la Repubblica manca di risorse per pagare e sostenere logisticamente i suoi grossi eserciti in varie regioni d' Europa. Per giunta tra commissari, impresari, addetti con vari incarichi alla logistica e all'amministrazione, le ruberie e la corruzione sono più che mai frequenti, ecome si è visto- nella campagna d'Italia il Direttorio gli ordina, anzi, di imporre contributi per sanare il bilancio francese. La strada che percorre è perciò obbligata, e va in senso opposto a quella di Federico, per il quale il ricorso alle risorse locali era l'eccezione, e il rifornimento regolare mediante magazzini la regola. Insegnare al soldato, e all'ufficiale, ad «arrangiarsi» come può, vivere esc lusivamente sul paese, saccheggiarlo senza riguardi , è la

12 C. Gregorio, /..'amministrazione e gli amministratori militari nella storia, «Rivista di Commissariato>> n. 5/ 1940.


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regola per l'armata napoleonica e può anche dirsi un riflesso inevitabile della strategia del suo Capo; contare sui rifornimenti regolari da tergo è un'eccezione. Non si tratta di una scelta, ma di un espediente obbligato, che però porta lo sé sia i vantaggi della strategia napoleonica, sia i suoi limiti. Il primo vantaggio dipende esclusivamente dalle doti assolutamente straordinarie di Capo dello stesso Napoleone. Nel 1796 viene inviato da Parigi a comandare l'armata d'Italia schierata sulle Alpi contro gli austro-piemontesi che, da lungo tempo sulla difensiva, conduce una guerra inconcludente ed è in condizioni logistiche che influiscono pesantemente sul suo morale: paghe arretrate da mesi, scarsità di vestiario, scarpe e quadrupedi, viveri e foraggi che non arrivano anche per le solite malversazioni dei fornitori .... Qualsiasi altro generale avrebbe chiesto rinforzi e rifornimenti: Napoleone invece riesce a galvanizzare in pochi giorni le truppe e prende l'offensiva, che nel 1797 lo porterà a minacciare Vienna dopo aver conquistato la pianura padana. Le carenze di viveri sono additittura da lui trasformate in un'arma per accrescere lo spirito aggressivo del soldato; famoso è rimasto il suo proclama: «soldati! voi siete nudi e mal nutriti, la Francia vi deve molto e non può darvi nulla. Io vi condurrò nelle più fertili pianure della terra ....». Il secondo vantaggio è dato dalla forzata leggerezza dei reparti, che non hanno al seguito impedimenta e organi logistici, quindi si muovono senza impaccio, e anzi sono indotti a cambiare frequentemente zona per trovare con più facilità di che vivere. Gli eserciti nemici continuano invece a ricorrere fin che possibile ai sistemi di rifornimento tradizionale, quindi sono appesantiti dai carriaggi e si espongono continuamente ad essere battuti in velocità e sorpresi. Sull'altro piatto della bilancia, iJ «vivere sul paese» oltre ad essere nocivo per la disciplina della truppa e a causare corruzione tra i Quadri, con le ruberie e gli abusi che comporta aliena alle truppe francesi, alla Francia, a Napoleone e alla sua politica l'animo delle popolazioni conquistate. Senza contare che non tutti i paesi d'Europa sono in grado di sostenere logisticamente eserciti così numerosi.... Sarebbe, comunque, errato e fuorviante affermare che Napoleone non dà peso alla logistica; semplicemente ne vuol evitare i condizionamenti. Specie per la campagna del 1806 in Germania e per la campagna di Russia egli organizza con grande cura Servizi logistici e magazzini, e soprattutto si sforza di migliorare l'organizzazione esistente, riuscendovi in parecchi casi. Come si è visto, dà la dovuta importanza a basi,


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linee d'operazione e magazzini successivi; soprattutto comprende che un esercito in guerra non può senza danno affidare a dei civili l'organizzazione dei rifornimenti e i Servizi logistici di campagna. Nel 1800 riordina i commissari di guerra, reclutando tra ufficiali superiori e generali queUi con mansioni più elevate e assimilandoli in parte al grado militare. E in base al principio che «le nostre armate non saranno organizzate che quando non vi sarà più un solo amministratore agente civile, allorquando rutto sarà rnilitarizzato», dal 1800 al 1806 militarizza tutti i tmsporti a cominciare da quelli dj rutigHeria e genio, e nel 1809 inizia la militarizzazione della sanità, creando una compagnia di infermieri militari. Nel 1813 crea gli antenati degli odierni battaglioni logistici, cioè i battaglioni ouvriers d'administration, che riunivano panettieri, macellai e pressatori dj foraggi. Infine, sempre nel campo sanitario non manca di attuare (sia pw-e in parte o solo per la Guardia Imperiale) dei provvedimenti che tendono a militruizzare anche questo Servizio, creano organi sanitari di campagna e rendono più tempestivo il soccorso dei feriti. Certo, nella Grande armeé il Servizio sanitario e gli altri Servizi funzionano male, e anche per questo le epidemie sono frequenti e le perdite enormi: ma molti suoi provvedimenti logistici sono d'avanguardia e lasciano il segno, fino a venir ripresi lru·gamente a metà secolo XIX anche dall'esercito piemontese e poi italiano. Ciò non toglie che la sua logistica - e la sua strategia - hanno bisogno di avere il nemico solo davanti, e di avere alle spalle un paese non solo tranquillo, ma anche ricco e rassegnato a farsi spogliare senza reagire, se non a collaborare. In questo senso, la campagna di Russia del 1812 e ancor di più quella di Spagna del J 808 - 1813 segnano i limiti non solo della logistica, ma deUa strategia di masse napoleonica. Prive dj rifornimenti e attaccati continuamente alle spalle e ai fianchi, di sorpresa, da reparti guerriglieri che poi svaniscono nel nulla e hanno la totale solidarietà della popolazione, le truppe francesi fino allora vittoriose sul campo per la prima volta sono quasi impotenti, perché non trovano un punto d'applicazione su cui esercitare la loro superiore forza. In Russia, contro Napoleone, vince «il generale inverno», come avverrà poi in seguito; vince la strategia logistica «della terra bruciata», mirante a togliere al suo esercito la possibilità di rifornirsi nelle zone occupate; e vince anche la strategia temporeggiatrice del generale Kutuzov, che conta sui tempi lunghi, evita le battaglie decisive, e al tempo stesso rifiuta di venire a patti con l' avversru·io, in tal modo applicando l'insegnamento dello sesso Napoleone, che raccomandava di non fare mai ciò che l'avversario preferisce.

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Napoleone puntava sempre sulla capitale dello Stato nemico, sapendo che così facendo l'esercito avversario gli avrebbe sba1Tato la strada, e una volta sconfitto, avrebbe costretto il Sovrano nemico a chiedere la pace. Nulla di tutto questo avviene in queste due campagne, che hanno segnato il suo declino. Giunto a Mosca nel settembre 1812, Napoleone come sempre si aspetta che qualcuno vada a chiedergli la pace, ma nessuno si presenta: nella capitale scoppia anzi un vasto e non casuale incendio che lo costringe ad abbandonarla. Intanto l'esercito russo, che non è stato mai completamente battuto, si rafforza e l'inverno avanza: ha inizio così una disastrosa ritirata nella quale gran parte delle sue truppe rimane sul ten·eno. In Spagna le truppe napoleoniche battono facilmente l'esercito regio spagnolo e occupano Madrid, ma proprio aJlora inizia la vera guerra: città e campagne insorgono, aiutate dall'esercito inglese di Wellington sbarcato in Portogallo e sobillate dal clero. La lotta è durissima e ancor più sanguinosa e rovinosa della guerra tra eserciti: le truppe francesi sono costrette a combattere ovunque e contro chiunque; nemmeno possono spargersi per le campagne per rifornirsi, perché ogni casa nasconde un'insidia, e ogni spagnolo, sia esso curato, mercante, artigiano, borghese o contadino, è un nemico che nasconde un pugnale o un fucile. Le colonne di rifornimento sono attaccate e spesso distrutte. L'epilogo è inevitabile e tragico; specie in Spagna i princìpi della strategia napoleonica prima illustrati rivelano tutti i loro limiti, anche perché Napoleone non può condurre di persona la lotta. Queste due campagne fanno dunque emergere alcuni importanti interfaccia dell'arte militare napoleonica che i suoi successi avevano oscurato, e che avranno larga influenza fino ai nostri giorni. Anzitutto l'incongruenza di quella che con termine moderno dei nostri giorni si potrebbe chiamare la «grande strategia» di Napoleone. Non è una buona strategia quella che- come avviene dal 1813 al 1814- impone al pur forte esercito francese di combattere contemporaneamente due campagne così difficili in due teatri di guerra lontani tra di loro, nei quali per di più non si tratta di far fronte aiJe sole forze regolari nemiche, ma di combattere - di fronte, ai lati, alle spalle- contro esercito e popoli riuniti, contro una nazione intera, conducendo contemporaneamente operazioni contro forze regolari di controguerriglia. Come se ciò non bastasse, nel 1813-1814 l'esercito francese è costretto a combattere contro una coalizione dei maggiori eserciti d'Europa, che nonostante le risorse del genio di Napoleone, giungono fino a Parigi ...


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In secondo luogo, la guerra di Napoleone può essere definita tradizionale, continentale, centro-europea e di masse. Tradizionale, perché nonostante il messaggio politico rivoluzionario che porta, non esce e non vuoi uscire dal normale ambito della guerra classica tra Stati e eserciti, con le relative dichiarazioni di guerra, le trattative di pace, i vantaggi territoriali per il vincitore, i tentativi di novus ordo europeo regolato questa volta dalla potenza-guida, la Francia, che riprende i vecchi sogni egemonici di Luigi XIV. Continentale perché, nella sostanza, al di là dei suoi tentativi e programmi Napoleone - e in questo sta la sua fondamentale debolezza - è costretto a limitare la sua prospettiva strategica al continente europeo e alla guerra terrestre. La Francia rimane una potenza continentale; la flotta delude costantemente le sue aspettative e viene definitivamente tolta di scena dalla RoyaJ Navy nel 1805, con la battaglia di Trafalgar. Una dissimmetria tra Forze Armate che è dunque fatale alla Francia, e già dimostra che l'efficienza di un sistema militare è data dal prodotto, e non dalla somma dei vari fattori. Alla fin fine, contro questa linea di tendenza strategica si rivela vincente e a pill largo respiro la grande strategia inglese, che è l'opposto di quella di Napoleone. Non è vero che la vittoria di Trafalgar ha impedito all'esercito di Napoleone, già radunato sulle rive della Manica, di invadere l 'Inghilterra: quando avviene la battaglia di Trafalgar la Grande Armeé sta di nuovo marciando verso il Centro Europa. Vero è, invece, che la Royal Navy ha rappresentato per tutta la guerra il tessuto connettivo indispensabile per la grande strategia indiretta e di logoramento inglese, che alla guerra di masse e continentale napoleonica, basata sul concentramento delle forze terrestri, ha contrapposto, fin da all ora, una guerra con basi economiche e militari extra-europee, periferica, nella quale allo strumento mili tare, fondato su un'armonica combinazione tra esercito e flotta che accresce il rendimento delle forze terrestri, è stato abilmente affiancato lo strumento politico, diplomatico, economico e finanziario, fino a delineare con chiarezza una «grande strategia» inglese a sfondo marittimo, risultata vincente di fronte alla strategia terrestre e «Continentale» napoleonica. Con la forza prima di tutto economica e finanziaria- che aveva le sue fonti principali nel vasto Impero coloniale- l' Inghilterra è così riuscita a mobilitare contro Napoleone da diverse parti sempre nuovi nemici, alimentando ovunque rivolte e cercando anche di impedirgli


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l'alimentazione della guerra con il blocco dichiarato nel 1803. Egrazie alla flotta, che all 'occorrenza ha sostenuto la politica e soprattutto ha agito da force multiplie1; con un esercito sempre relativamente ridotto e rimasto su base volontari a è riuscita a combattere vantaggiosamente le armate francesi, sostenendo anche fi nanziariamente lo sforzo militare terrestre della Prussia, della Russia, dell'Austri a, senza il quale non ci sarebbe stato Waterloo, né sarebbe stata possibile l'invasione della Francia. La strategia di Napoleone - rimasta essenlialmente mi litare - si è rivelata adatta soprattutto al Centro Europa, all'asse Parigi - Bruxelles dove anche il terreno favoriva il rapido concentramento delle forze e la banaglia decisiva tra eserciti. Ma quando sono entrati i campo altri fattori non strettamente mi litari, essa ha messo a nudo i suoi limiti e nonostante folgo r anti vittorie si è rivelata perdente. La tendenza dell' Inghi lterra a opporsi alla potenza dominante del Continente prima di rutto con idonee alleanze e mantenendo il dominio del mare si è invece definitivamente affermata, anticipando gli eventi del XX secolo e fin da allora allargando lo spazio strategico comro un avversario «terrestre» che, invece, aveva bisogno di spazi relativamente più ristretti e di un terreno favorevole a grandi battagl ie campali. Al di là della strategia, la quotidiana opera mil itare di Napoleone dimostra, per prima cosa, che non necessariamente una rivoluzione politica -e una grande rivoluzione, come è stata quella francese- provoca o ri chiede una rivoluzione anche in campo militare. Essa è essenzialmente legata alla figura del Capo, il quale trova un contesto politico-sociale favorevole per far prevalere il suo genio. È frutto di intuizione, di applicazione: non di nuovi princìpi e nuovi cardini dell'arte della guerra, visto che per ammissione dello stesso Napoleone affonda le sue radici nel passato. I n quanto ha al centro l'uomo e guarda ai fanori morali, tale arte non è mai del tutto nuova e al tempo stesso non è mai completamente sorpassata, anche al mutare dei mezzi tecnici e delle forme della guerra. Risponde, perc iò, ancora a veri tà quanto osserva l 'ignoto commentatore (forse Jomini?) di una raccolta delle Maximes de guerre de Napoléon " , i l quale ri scontra delle analogie tra i contenuti di tale raccolta e gli scritti di Raimondo Montecuccoli (grande con-

" Bruxelles. Societé Beige dc Librairie 1837.


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dottiero italiano del sec. XVll) e di Federico II di Prussia, deducendone che l'arte della guerra va considerata sotto due punti di vista: l'uno che si liferisce interamente alle conoscenze e al genio del generale in capo, l'altro che riguarda i dettagli tecnici. II primo è lo stesso per tutti tempi e per tutti i popoli , quali che siano le armi con le quali essi combattono, perciò in tutti i tempi i grandi capitani hanno seguìto i medesimi princìpi; al contrario, i dettagli tecnici variano al mutare dei tempi, dello spirito dei popoli e della qualità delle armi 14 • Non si può parlare di rivoluzione nemmeno in campo organico: gli eserciti di cittadini, la leva obbligatoria non erano una novità assoluta, né in Francia né altrove. E già Guibert, a fine secolo XVIII, aveva lamentato la guerra eccessivamente metodica e a breve respiro che erano costretti a condune gli eserciti dinastici gravati da troppi bagagli e carriaggi .... Napoleone, come si è visto, apprezza molto i vecchi soldati; e parecchi Quadri e vecchi soldati dell'esercito regio sono rimasti nelle file della Grande armeé. ll cittadino-soldato non sempre è migliore del vecchio soldato di mestiere; spesso è male addestrato e anche poco motivato, perché arruolato a forza e non per scelta. Dunque anche in questo caso parlare di progresso organico non è sempre calzante. Vero è invece, che Napoleone- come tutti i Capi di razza - è maestro nel far fuoco con ciò che ha, nel motivare il personale. Anche per questo, come si può dire che la sua lezione, la sua figura siano ormai da relegare in soffitta? Con i loro caratteri le guene napoleoniche in certo senso rappresentano per lungo tempo un optim.um strategico, o almeno un traguardo avanzato di riferimento: ma questo vale- fino ai nostri giorni - solo per la guerra classica, di eserciti. Esse lasciano aperti due capitoli di grande importanza. Il primo è quello delle guerre di popolo e della guerriglia e della controguerri gli a, alle quali Napoleone non fa mai ricorso preferendo sempre i grossi battaglioni, e contro le quali la sua strategia, il suo genio in Spagna (dove peraltro era assente) e in Russia non sono bastati. Il secondo è quello di una strategia di grandi spazi basata sul coordinamento tra operazioni terrestri e marittime, da lui intravista ma tuttav ia mai attuata per mancanza di uno strumento idoneo.

" ivi, pp. 48-49.


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4. LA CONTROVERSA EREDITÀ STRATEG ICA NAPOLEONICA: JOMIN I E CLAUSEWITZ

Jomilli, capostipite dei «dottrinari» Dati i suoi caratteri e la sua formula organica, l'arte militare napoleonica influenza largamente le dottrine strategiche dei principali eserciti del Continente. fino alla guerra 1939- 1945. La guerra breve e decisiva, la manovra rapida delle truppe, l'audacia, l' intuito e la personalità del Capo, lo sfruttamento del successo, il grande esercito di leva diventano dei veri miti , degli obelischi al centro della riflessione strategica. Rjvendicano l'eredità napoleonica sia lo Stato Maggiore francese che quello prussiano; gli exempla historica tratti dal le campagne napoleoniche non si contano; e anzi si può dire che per un secolo e mezzo, a cominciare daj primi anni del secolo XIX, le linee salienti del pensiero militare coincidono con l' interpretazione da dare all'esperienza napoleonica, con la qualità dei riferimenti e con lo studio della possibilità di applicare gli ammaestramenti delle sue campagne alle specifiche esigenze geostrategiche nazionali. ai nuovi mezzi, ai nuovi spazi. Le guerre napoleoniche sono sullo sfondo dell'opera dei due più g randi scrittori militari contemporanei, Clausewitz e il meno noto Jomini, che ambedue di tali guerre sono stati anche attori, il che non impedisce loro di fornire interpretazioni spesso diverse, anzi opposte dell'esperienza napolonica e della natura della sua strategia. Nella letteratura militare italiana dopo il 1945 gli studi su Clausewitz hanno ricevuto grande impulso e le ricorrenti citazioni del suo pensiero - che peraltro raramente è stato approfondito- battono di gran lunga quelli su Jomini, rimasto uno sconosciuto nonostante taJune recenti riscoperte15• Questa sorta di innamoramento collettivo per Clausewitz che pervade le pagine della letteratura militare italiana del secondo dopoguerra e che è conciliabile non senza difficoltà con il contesto nazionale e internazionaJe e con l'influsso dell' arma atomica - in fondo non fa che rendere omaggio, con notevole ritardo, alle considerazioni e raccomandazioni del colonnello Oete Blatto nella sua introduzione a una poco

" Cfr. B. Colson, Lo Culwre stratégique americaine - /'influence de Jomini, Paris. Fedn- Economica 1993: F. Boni, Jomini- /'amiclausewit:. «Informazioni della Difesa» n. 5/1995, pp. 29-35; !D., Il pensiero militare e nam/e ... (Cit.). cap. Il.


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nota raccolta di pagine scelte di Clausewitz tradotte e pubblicate nel J930. Scriveva allora il Blatto: «noi siamo pet:fellamente, intimamente convinti dell'utilità attuale, pralica, dello studio del C/ausewitz. Non foss 'altro che per questi quattro punti fondamentali: 1°) Efficacia dello studio della storia nell'educazione intellettuale degli ufficiali destinati ai gradi elevati della gerarchia militare. È, se si vuole, l'abusato aforisma napoleonico "la connaissance des haures parties de la guerre ne s'acquiert que par l'éwde de l'histoire et par /'e.xperience ". Tuili sanno a qual posto modestissimo sia invece stata confinata la storia nei nostri istituti di cultura. 2°) Necessità di formare, educare, elevare la "personalità" di coloro che sono destinati a condurre gli uomini in guerra. Tutti sanno come al nutrito fuoco pedagogico di alcuni anni addietro sia subentrata la calma più assoluta. 3°) Utilità di riesaminare i rapporti tra politica e guerra, alla luce degli avvenimenti della [prima] Guerra Mondiale. Gli studiosi sanno quanto siano state controbattute le teorie di C/auseiVit-;. in materia... »•~>. In fondo C lausewitz, generale prussiano insegnante alla Kriegs Akademie di Berlino, è un autore della prima metà del secolo XIX. Da questi dati di fatto si deduce subito che il pensiero e l'arte militare di oggi nonostante tutto continuano a fare riferimento a teorie del XIX secolo; di conseguenza quest'ultime vanno subito esaminate se non si vuoi cadere nel pericolo di citazioni espunte dal contesto e dunque fuorvianti, vezzo ricorrente in ogni tempo c condannato dallo stesso Clausewitz. Induce a prendere subito in esame e confrontare brevemente il pensiero di questi due autori fondamentali anche la constatazione che nelle scuole di oggi la storia militare, oltre ad avere ridotto spazio didattico data la priorità di altre discipline, raramente esce dall'ambito dell'histoire-batail/e, sì che la letteratura militare, la storia delle teorie e dottrine militari non vi vengono esaminate o ricevono insufficiente spazio. Nemmeno questo, viste le lamentele del Blatto, è un fatto nuovo .... Forse perché Clausewitz non è mai stato st udiato in forma organica - come del resto la letteratura militare - nelle scuole e nelle università, è assai frequente la tendenza a ridurne il pensiero in pi llole edificanti o al più a qualche paginetta, a ricordarto soprattutto come colui che ha

•• Clauscwilt., Della guerra - pagine scelte (a cura di Ol!lc Blauo), Torino, Schioppo 1930. pp. 8-9.


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teorizzato la dipendenza della guerra dalla politica, la guerra assoluta e la battaglia decisiva, ispirando- dalle guerre del 1864 e 1866 fino alla guerra 1939-1945 - le grandi scelte strategiche delJo Stato Maggiore prussiano e poi germanico, diventate un modello pressoché universale. Non è proprio così; il pensiero di un autore va esaminato nel contesto generale dell'arte mi litare e delle teorie dell'epoca, senza dimenticare che egli è anzitutto uomo, e uomo del suo tempo. Né si deve trascurare che l'autore stesso ha una Patria, ha delle amicizie e inimicizie personali. Esprime cioè sempre l'anima militare, la mentalità, l'indole, le aspirazioni, le esigenze strategiche del suo Paese; intende spesso controbattere qualcuno e/o cambiare qualcosa, ha non di rado un ben definito scopo pratico e contingente. A questi parametri indispensabili per una corretta valutazione di qualsivoglia apporto teorico e/o storico in materia strategica non si sottrae Clausewitz, il cui pensiero acquista i giusti interfaccia solo se inserito in quello del secolo XIX. A tal proposito il comandante Mordacq, insegnante alla Scuola Superiore di Guerra francese, nel 1912 ha distinto le scuole di pensiero strategico in due categorie: quella dei dottrinari e quella degli ideologi. T dottrinari tendono a concepire la strategia soprattutto come scienza, studio, conoscenza, preparazione, come pianificazione più che azione, e danno grande importanza al materiale, alla storia e alla geografia. Da queste due ultime discipline estraggono i princìpi dell'arte della guerra, che ritengono onnicomprensivi e sempre validi. Gli ideologi, al contrario, concepiscono guerra e strategia soprattutto come arte, come azione dominata da forze morali e spirituali non quantificabili a priori e variabili. Perciò danno molto minore importanza al materiale, alla geografia, ai princìpi della guerra e agli exempla storici, che ritengono utili ma non vincolanti, né costanti. Ciò che importa è il successo: di conseguenza non si tratta tanto di trovare le migliori modalità di applicazione di tali princlpi, ma di trovare comunque la via della vittoria. Ambedue queste grandi correnti di pensiero traggono origine dalle guerre napoleoniche, che peraltro interpretano ciascuno a suffragio delle sue tesi. Secondo il Mordacq «i dottrinari nel Loro entusiasmo volto a trarre degli ammaestrc1menti dalla grande epopea napoleonica, finirono col perdersi in una dottrina delle più strette. Essi giunsero a questa singolare conclusione: che l'arte della guerra non era più in nessun modo suscettibile di perfezionamenti e che se ne trovavano tutti gli elementi nelle campagne dell'inizio del XIX secolo. Essi miravano


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realmeme a ridurre la guerra in equazioni[... ]. È ancora ai dollrinari che si deve quella terminologia complicata, che corrisponde così poco a/ linguaggio abituale, impiegato negli Stati Maggiori e nei reggimenti e che ha scoraggiato per tanto tempo gli ufficiali desiderosi di istruirsi [... ]E ciò che ha ancor più complicato le cose, è che la maggior parte di questi autori non era affatto d'accordo sul significato dei differenti vocaboli, fallo che sarebbe sufficiente per condcmname l'impiego» 11• Se i dottrinari hanno la pretesa - tipica del razionalismo cartesiano - di ridurre a sistema compiuto con proprie leggi la complessità della guerra, gli ideologi (termine usato in senso spregiativo dagli stessi dottrinari) sono da quest'u ltimi accusati di c ulto dall'astrazione. perché «tendono a indagare solo sull' aspetto filoso fi co della g uerra, e non toccano da vici no la concreta problematica strategica; in una parola, volano talmente alto da diventare evanescenti, inintelligibili». Il capostipi te dci dottrinari è stato lo scriuore svizzero di lingua francese e di origine italiana Auguste Henry Jomini ( 1779-1869), che esprime per così dire r anima francese. cartesiana e latina delle dottrine militari. Il capostipite degli ideologi è stato invece C lausewitz. espressione dell'anima militare prussiana, i cu i più convi nti seguaci fino al 1945 sono stati quasi esclusivamente scrittori tedesch i (anche se è stato ammirato e studiato da Lenin). Jomini, ne lla prima g ioventù tecnico bancario, ha fa tto parte per lungo tempo degli Stati Maggiori della Grande A rrnéc napoleonica, dove (non è il solo) è diventato genera le anche senza aver mai frequentato scuole militari; per contrast i e rivalità con i generali francesi è poi passato al servizio dello Zar. Ha avuto la presunzione di scoprire nientemeno che il segreto delle vittorie di Napoleone, di metterlo alla portata della media dei generali. fatto che la dice già lunga su l suo tipo di approccio a ll 'arte della guerra. La scuola di Jomini ha finora avuto in Ital ia, in Europa, e negli Stati Uniti (si pensi a A.T. Mahan e al pensiero militare americano in genere) un numero di seguaci - anche non dichiarati - di gran lunga superiore a quello degli ideologi di Clausewitz. Egli precede anche - sia pur di poco - Clausewitz nell'affrontare in modo organico e sistematico, fin dal 1803-1805, la prob1ematica dell'arte militare. Ha per primo for-

" Commnndant Mordacq. Li1 stratégie·histOrique - évolmion, Paris, Fournicr 19 12.

pp. 37-38.


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nito una defini.lione di strategia che ha avuto larga influenza, tanto che la Rivista Militare Italiana nel 1867 pubblicando una sua lettera attribuiva a lui - e non a Clausewitz - la qualifica di «padre della teoria strategica contemporanea». Lo esamineremo per primo, anche perché il Della guerra di Clausewitz va letto anzitutlo come contrapposizione c reazione alle teorie di Jomini e dei dottrinari in genere. Egli tende a fare dell'arte militare una scienza esatta, governata da princìpi - estratti dalla storia - che sono immutabili, dunque vanno considerati come costante riferimento per le decisioni dei comandanti, che per nessuna ragione possono permettersi di violarli. Si riferisce anzitutto alle campagne di Federico II d i Prussia (seconda metà del secolo XVIII), le quali hanno dimostrato che «il segreto della vittoria consisteva nella manovra semplicissima (sic) di portare il grosso delle forze su di una sola ala dell'esercito nemico». Questa manovra- egli afferma - è stata anche la causa dei primi successi di Napoleone J neUa campagna d'Italia del 1796, «il che mi ha convinto che applicando nel campo strategico a tutto lo scacchiere d'una guerra, il medesimo principio che Federico Il aveva applicato nelle battaglie [cioè in campo tattico - N.d.a.], si avrebbe tra le mani la chiave dell'intera scienza della guerra». Questo, per Jomini, è il principio fondamentale dell'arte della guerra intorno a l quale ruota l'intera sua opera. A tale principio però ammette delle eccezioni, sia pur nel solo caso che (come è avvenuto nella guerra d'indipendenza spagnola 1808-1813, che egli chiama «nazionale») le forze regolari (nella fattispecie, quelle francesi) siano costrette a combattere non contro il solo esercito, ma contro un intero popolo che si solleva in armi: «nelle guerre di questa specie, è difficile sottomellere le popola:ioni senza dividersi; e quando ci si vuole raccogliere per comballere, ci si espone a perdere le province conquistate. Il mezzo per rimediare a questi inconvenienti è di avere un 'armata che conduce la campagna, e delle divisioni indipendenti per organizzare le sue retrovie. Queste divisioni devono essere comandate da generali istruiti, buoni amministratori, fermi e giusti, perché i loro uomini possano contribuire con la forza delle anni, a so11omet1ere le province che sono loro affidate». Oltre che un'eccezione strategica nella quale non valgono i princìpi, la guerriglia è da lui giudicata una calamità, perché provoca un pericoloso imbarbarimento dei popoli e distrugge l'ordine costituito. La guerra deve avvenire unicamente tra eserciti, coinvolgendo il meno


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possibile la popolazione civile; è dovere dei sovrani mantenerla limitata, evitando anche il reclutamento di milizie improvvisate. Per questo il riferimento privilegiato delle sue riflessioni strategiche è alle campagne di Federico II, condotte dal re di Prussia con un piccolo esercito a lunga ferma ben addestrato e sottoposto a rigida disciplina -del quale fanno parte anche mercenari stranieri - con il dichiarato intento di lasciare il più possibile i suoi sudditi alle normali attività. Nelle guerre napoleoniche Jornini vede solo la conferma e restensione di princìpi già ottimamente introdotti da Federico II. Non ha nessuna simpatia per queste sanguinose guerre di massa che hanno portato per lungo tempo la devastazione in tutta Europa, e le considera anch'esse come una calamità e un'eccezione, da evitare per il futuro. Si dichiara perciò contrario alla leva generalizzata, ed esclama: «Se una legislazione e un diritto pubblico nuovo, non metteranno dei limiti a queste leve in massa, è impossibile prevedere dove queste devastazioni si arresteranno». Auspica accordi di pace tra i governi europei, ma non è pacifista ad ogni costo: «la febbre industriale e l'incremento delle ricchezze che si spera di trame, non saranno sempre le sole divinità alle quali le società sac1ificheranno. La guerra sarà sempre un male necessario, non solo per innalzare o salvare gli Stati, ma anche per salvare il corpo sociale della dissoluzione». Jomini non è entusiasta nemmeno della campagna d' Italia 17961797 di Napoleone, dove pure si è rivelala appieno, come giustamente pensano altri scrittori, tutta la forza e la freschezza del suo genio. A suo avviso, valicando per due volte le Alpi per colpire al cuore l'Impero austriaco, in questo caso il generale còrso ha scelto la via più difficile, lunga e faticosa, e ha contravvenuto al principio di colpire il nemico nel punto più debole e per la via più diretta; perciò si è esposto a gravi rischi e ha vinto solo perché i generali austriaci hanno commesso violazioni dei princìpi della guerra ancor più gravi dei suoi. Jomini è stato anche il primo scrittore militare ad approfondire i rapporti tra politica e guerra, e a indicare in forma organica e completa la ripartizione in branche dell'arte della guerra, della quale nel 1838 entra a far parte la logistica come branca autonoma, sia pure con un significato diverso dall'attuale. Tale ripartizione compare (insieme con il termine «logistica», che però non viene ancora considerato come branca autonoma) nel Tableau analytique des principales

combinations de La guerre et des leurs rapports avec La po/itique des Etats (Quadro analitico delle principali combinazioni della guerra e


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dei loro rapporti con la politica degli Stati) pubblic ato nel 1829183018, c ioè due anni prima de l celebre Della guerra di Clausewitz. Essa riceve forma definitiva nel successivo Prècis de l'art de la guerre ou nouveau tabLeau analytique des principales combinaisions de La stratégie, de la grande tactique et de la politique militaire (Compendio dell'arte della g uerra o nuovo quadro analitico delle principali combinazioni della strategia, della grande tattica e della politica militare) del 1837- 1838, che può essere considerato l'opera principale e definitiva di Jomini 19• Il Prècis prevede una ripartizione dell'arte della guerra dalla quale risalta l'importanza della politica, fino a considerarla (Jomini è l' unico a adottare questa soluzione) addirittura come facente parte integrante dell'arte della guerra stessa: «l'arte della guerra, così come viene generalmente intesa, si divide in cinque branche puramente militari: la strategia, la grande tattica, la logistica, l'arte del geniere e la tattica di dettaglio; ma occorre anche tener conto di una branca essen:iale di questa scien-;;a [dunque per Jomini la guerra è arte e scienza - N.d.a.) che, a torto, finora ne è stata esclusa: La politica della guerra. Per quanto quest'ultima, da quando si è voluto separare la toga della spada, rientri più nelle competenze dell'uomo di Stato che in quelle del guerriero, si deve ammettere che, se è inutile per un generale in sott'ordine, è tuttavia indispensabile al generale comandante di w1 esercito; essa entra in tutti i calcoli che possono portare a decidere La guerra, e nella definizione delle operazioni da intraprendere; di conseguen~a. fa necessariamellfe parte della scienza che stiamo trattando. Perciò l'arte della guerra si compone di sei parti ben distinte: - la prima è La politica della guerra; - la seconda è la strategia, ossia l'arte di ben dirigere le masse sul teatro di guerra, sia per invadere un paese nemico, sia per difendere il proprio; - la terza è La grande tattica delle battaglie e dei combattimenti; - La quarta è la logistica, cioè l'applicazione pratica dell'arte di muovere le armate; - la quinta è L'arte del geniere, L'attacco e la difesa delle piazzej011i; - la sesta è la tattica di dettaglio;

" Paris. Anselin 1830. •• Paris. Anselin 1838.


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-si potrebbe anche aggiungere la filosofia o parte morale della guerra; ma è più conveniente riunir/a con la politica in un 'unica branca»20• Per politica della guerra Jomini intende «le combi nazioni, i calcoli attraverso i quali un uomo di Stato deve giudicare se una guerra è conveniente, opportuna o comunque indispensabile, e quali saranno le diverse operazioni necessarie per raggiungere lo scopo». Perciò «entra in tutte le combinazioni che possono determinare una guerra, e nella definizione delle operazioni che possono essere intraprese». La politica della guerra è cosa diversa dalla politica militare (o filosofia della guerra), che non fa parte dell'arte della guerra e ha contenuti più estesi. Essa «consiste in combinazioni le quali non hanno rapporto che con le operazioni delle armate, una volta che la lotta è iniziata. Si dà loro il nome di politica militare, perché esse non appartengono del tutto né alla diplomazia, né alla strategia, e nondimeno sono della più alta importanza nei piani di un gabinetto, come in quelli di un generale d'armata[. .. ]. La politica della guerra comprende tutti i rapporti della diplomazia con la guerra, mentre la politica militare non indica che le combinazioni militari d'uno Stato o di un generale». Come è sua abitudine per ogni argomento, Jomini fa un lungo elenco delle materie che interessano la politica militare, senza riuscire proprio per questo a chiarirne bene il signiticato e i caratteri propri: comprende la valutazione dell'indole del popolo che si deve combattere, delle sue istituzioni, delle sue risorse economiche e finanziarie, delle sue forze mililari, del carattere e della personalità del Capo dello Stato e dei Capi dell'esercito, della dottrina militare, delle caratteristiche geografiche del Paese nemico .... Al tempo stesso si occupa di tutto ciò che riguarda la preparazione militare, visto che «un governo che con qualsivoglia pretesto trascura il suo esercito è un governo colpevole agli occhi della prosperità, perché prepara delle umiliazioni al suo trono e al suo Paese, invece di preparare loro dei successi seguendo una marcia contraria. Lontano da noi il pensiero che un governo deve tutto sacrificare all'esercito! Sarebbe un'assurdità. Ma ne deve fare l'obiettivo costante delle sue cure, e se il principe non ha lui stesso un'educazione militare, è difficile che oflenga questo scopo». Occorre chiedersi se e come questa visione di Jomini s'inquadra negli attuali concetti di politica di sicurezza (che indica le modalità per

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ivi. pp. 36-37.


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la protezione d i uno S tato da ogni tipo d i minaccia, no n solo militare), politica di difesa (modalità per far fronte a minacce mi litari, che riguardano sia la preparazione militare che que lla c ivile) e politica mi litare (defini zione degli obiettivi e principali concetti strategici, ripartizio ne de lle risorse per raggiungerli, lineamenti generali per l'organizzazione e l' impiego de lle Forze Armate). Grosso modo, la politica della guerra riguarda l'att uale politica di difesa: defini sce preventivamente, come afferma lo stesso Jo mini, se una g uerra è conveniente e indispensabile e, nelle grand i linee, la sua forma (difensiva, offensiva ecc.) più o pportuna per raggiungere lo scopo. La politica militare entra in campo una volta che la g uerra è decisa, opera in uno spazio più ristretto, più militare e coincide grosso modo sia con l'attuale politica militare, sia con l'attua le strategia g lo bal e. Essa comporta la compilazione cong iunta, tra Capi politici c militari, del piano di guerra (cosa che richiede anche la vaJ utazione di elementi «civili», come le risorse, le esigenze diplomatiche, le esigenze interne ecc.). Nonostante le dettagliate analisi d i Jomini, la distinzione tra politica della guerra e politica militare è tutt'altro che chiara e univoca; per questo, forse, non ha avuto alcuna fortuna. La politica della guerra, se vuo i definire tipo c scopo de lla guerra, non può non prendere in esame anch'essa g li stessi e le menti c he rie ntrano nel campo d'azione de lla poli tica militare; è invece spiegabile l'assenza di qualcosa che assomigli all 'attua le politica di sicurezza, perché la minaccia da fronteggiare all 'epoca è solo militare e esterna. La strategia, per Jom ini , ha lo scopo d i portare la massa dell 'esercito aJia battaglia ne lle miglio ri condizioni e nel punto decisivo. Essa compre nde tutti i fa uo ri da considerare nel piano d i campagna (che sono ben 15), dei qua li fa parte la scelta dell 'obiettivo, la defin izione del punto decisivo de l teatro di guerra, de lla base d 'operazioni. delle li nee di comunicazio ne ecc .; pertanto si fo nda s ull a geografia. La «gran tattica» defini sce le modalità per ben condurre e per vincere con l' intero esercito le battaglie preparate dall a strategia. Mentre quest'u ltima è anzitutto scie nza, studio, pi anificazio ne , la tattica è arte e esecuz ione, perché vi pesa di più la te mpesti vità d i decisione del Capo. Per tattica di dettaglio o secondaria, invece, Jomini intende la preparazione, lo schierame nto e l' impiego de lle truppe a livell i inferiori a quello dell ' intero esercito. La logistica viene inizialmente introdotta da Jomini nel 1829 come parte e ancella della strategia. Poiché quest' ul tima ha la sua quintessen-


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za nel movimento, la nuova disciplina si occupa essenzialmente dell'organizzazione e direzione del movimento de1le truppe, compito essenziale degli Stati Maggiori. Nel Prècis del 1837, però, Jomini deve prendere atto che la problematica del movimento delle truppe diventa sempre più complessa, mentre gli Stati Maggiori hanno ricevuto attribuzioni sempre più estese: pertanto, non senza dubbi considera la logistica come branca autonoma dell'arte della gue1Ta e la fa coincidere, in pratica, con l'intera attività degli Stati Maggiori, specificando ben 18 attività che in essa rientrano (tra le quali quelle che oggi si chiamano propriamente logistiche e in certo senso, preparano il movimento o sono connesse con movimenti e trasporti). Ciò non significa, però, che Jomini non si occupi di logistica nel senso attuale del termine: dedica anzi largo spazio alle modalità di rifornimento dei viveri in guerra e all'organizzazione dei magazzini, riconoscendo che la logistica ha grande influenza sulle operazioni. E giustamente annota che il sistema di Napoleone di vivere sul Paese ha aumentato la velocità delle sue manovre, «ma egli ne ha abusato, applicandolo su una scala eccessiva e in regioni dove esso era impraticabile [come in Spagna e in Russia - N.d.a.]». Saggiamente, perciò, suggerisce di evitare in futu ro questi eccessi e inconvenienti, vivendo fin che possibile su l paese, ma senza eccessi, disciplinando con criteri razionali lo sfruttamento delle risorse locali e riducendone al minimo la necessità mediante l'organizzazione di magazzini e sistemi di rifornimento militari. Insegnamento magistralmente applicato dall'esercito prussiano nella vittoriosa campagna del 1870-1871 contro la Francia..... ln ogni caso «è assai difficile stab il ire delle regole su ciò che sarebbe prudente intraprendere, senza organizzare in precedenza dei magazzini, oppure tracciare la demarcazione esatta tra il possibile e l'impossibile. Le regioni geografiche, le stagioni, la forza degli eserciti, l'atteggiamento delle popolazioni, tutto varia in queste combinazioni». Criteri saggi, ai quali si atterranno più o meno tutti gli eserciti fino alla prima guerra mondiale. Ad essi Jomini - evidentemente sulla base della guerra di Spagna 1808-1813- aggiunge due constatazioni: a) in paesi dove l'esercito invasore è costrelto a combattere la guerriglia, il ricorso alle risorse locali è impossibile, e i convogli di rifornimento sono soggetti ad attacchi. Anche per questo tali guerre sono estremamente difficili per un esercito regolare; b) i rifornimenti diventano invece molto più facili per un esercito che opera mantenendosi


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nelle vicinanze di un mare dominato dalla propria flotta (come è avvenuto per l'esercito inglese nella guerra di Spagna; questa possibilità ha aumentato, tra l'altro, la popolarità della causa antinapoleonica). In linea generale, Jomini dà grande importanza a tutto ciò che rientra nella preparazione di un esercito, che per essere soddisfacente richiede tutta una serie di condizioni da lui indicate nel dettaglio: buon sistema di reclutamento, buona formazione di base, Quadri e truppe ben istruiti, disciplina salda senza essere umiliante, un sistema di ricompense ben congegnato e tale da stimolare l 'emulazione, Armi speciali (artiglieria e genio) ben organizzate e istruite, armamento se possibile superiore in qualità a quello avversario, un ottimo Stato Maggiore in grado di utilizzare al meglio le varie componenti. Tra tutte queste componenti a sfondo materialistico, perde però importanza tutto ciò che attiene allo spirito, alla vis pugnandi dell'esercito, alla sua fede nella causa. Jomin i è stato sempre- sia nell'esercito francese che in quello russo - ufficiale di Stato Maggiore e ascoltato consigliere del comandante. Dà perciò molto peso alla qualità dello Stato Maggiore e al suo lavoro, rendendoli importanti almeno quanto le doti del Capo, per il quale non dimostra lo stesso culto di Napoleone e di Clausewitz. Del grande còrso dice che «ha trionfato traendo profitto dal dominio delle passioni, fonte inesauribile di potenza», e che Le sue vittorie sono dovute «all'arte di condurre gli uomini, di accendere tutte le genti d'entusiasmo e di armare i popoli in favore delle sue imprese». Ma poi è caduto proprio per aver calpestato gli stessi princlpi che avevano fatto la sua gloria, e per aver dimenticato che «la forza e lo spirito umano hanno anch'essi i loro limiti, e che più le masse in movimento sono grandi, meno il genio ha parte degli avvenimenti». Si può obiettare che le vittorie di Napoleone sono dovute in primo luogo al suo genio irripetibile e solo in seconda istanza alla sua capacità di condurre gli uomini, peraltro in un contesto politico-sociale che (anche questo ha avuto un peso) favoriva le sue imprese, fino a farne l'uomo del suo tempo, la spada della Rivoluzione: una spada che in altre epoche non sarebbe stata così affilata. Ma Jornini ha tuttavia ragione nell'affermare che la forza, e lo spirito umano hanno dei limiti: questi limiti hanno prodotto la sconfitta francese nella grande battaglia di Lipsia del 1813 e quella definitiva di Waterloo del 1815. Ancor di più Jomini coglie nel segno, quando osserva che anche il genio si trova in difficoltà a dominare la situazione negli scontri di masse: è la storia delle due guerre industriali


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del XX secolo, guerre di macchine e non più «agricole» come quelle napoleoniche: g uerre che- come osserva anche il Luraghi - si attagliano più a un approccio generale jominiano che a uno c lausewitziano21 •

L'Arciduca Carlo, massima espressione della corrente dei dottrinari Jomini può essere defi nito un dottrinario moderato, un cultore del giusto mezzo. Dopo tuuo anch'egli - sia pur con mano più leggera di Clausewitz- contesta il Biilow. che riduce la guerra a una questione di calcoli geometrici a sfondo geografico, di basi e linee d'operazione ecc ... 22• Cita fin troppo favorevolmente, invece, l' Arciduca Carlo di Lorena, comandante dell 'esercito austriaco contro Napoleone, che dopo essere stato sconfitto, si ritira dal servizio c dal 1806 all8 14 pubblica scritti con gli stess i difetti di quelli di Jomi ni , senza averne i pregi23 • Questo generale, che rappresenta il punto di vista austriaco sorprendentemente diverso da quello prussiano - sull 'esperienza napoleonica, è un pacifista: definisce la guerra «il più grande dei mali che affligger possono uno Stato o nazione», senza alcuna concessione al concetto di guerra (giusta, ideologica o necessaria) tipico della Rivoluzione Francese. Gli sfugge, però, quas i totalmente l' importanza dei valori morali e de l genio del Capo, e così con fi gura il concetto di strategia e tattica: «Dicesi s1ra1egia la scienza della guerra: essa traccia il pia1zo, abbraccia l'insieme, e determina l'andamento delle opera-:.ioni militari. È particolarmente la scienza dei Generali in capo. Chiamasi Tattica l'arte della guerra: ques1 'arte insegna il metodo di eseguire i progelti strategici, e quindi è inerente al comando. Ogni ufficiale che si trovi alla resia della truppa deve sapeme metfere in pratica i princìpi { .. .]. La regola generale richiede che le considerazioni strategiche abbiano la preferenza f su quelle tatliche ]: perché i punti e le linee

" R. Luraghi. An. cit .. pp. 170·182. >: Cfr. H. D. Von BUIO\\. Esprit du sistème de guerre mode me par 1111 ancien officier prussien- 1799 (tradut.. del cittadino Tranchant - Laveme). Parb. Bcmard 180 l. Clau~ewiu affem1a che !>ia iltentati\'O •geometriCO» di Biilow di compendiare la teoria della guerra nel conceuo di base d'opcra?ione sia r «altro principio geometrico, detto delle linee interne" di Jomini. rappresenwno un progresso solo nella pane analitica; nella pane sintetica in\'ccc, cioè nella prete~a di trame regole c prescrizioni. «non valgono assolutamente nulla» (Cfr. Karl Von Clau~ewitL. Della guerra. Mondadori. Milano 1870, Vol. l pp. 108-109). ,, Per un esame più completo degli scritti dell'Arciduca si veda F. Botti. Il pen~ier() miliwre e namle...(Cit.). Cap. Il. S7.. Il.


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additate da questa scien:a sono invariabili, e dipendono dalle località che costituiscono iltet1tro della guerra, mentre che iltaltico trova nella sua arte delle risorse, onde supplire ai difetti di una posizione svantaggiosa per mezzo di manovre, di posti rinforzati, di stratagemmi ecc.». L'Arciduca riscontra, ino ltre, «la necessità assoluta (s ic) di non arrischiare mai le posizioni, o i movimenti, che potessero compromettere la sicurezza di questa base, e delle sue comunicazioni». Con questa impostazione (che potrebbe dirsi manichea, non ammette rischi e fa della strategia una scienLa esclusivamente basata su considerazioni di carattere matematico e geografico), il concetto scientifico- e dunque, sostanzialmente antinapoleonico - della guerra raggiunge la massima espressione. Appare perciò inspiegabile- o spiegabi le solo con l'appartenenza a uno dei più nobili e potenti casati del tempo - la frequenza delle citazioni dell'Arciduca nel pensiero militare italiano del secolo XIX, per di più quasi sempre accompagnate da non giustificati e logi alla sua abilità di condottiero. Clausewitz, capostipite degli «ideologi» Sintetizzando al massimo, si potrebbe dire che le riflessioni di Clausewitz24 percorrono generalmente la rotta opposta rispetto a Jomini, fino a farlo ritenere, appunto, l' «anti-Jomini». Il suo concetto di guerra non è puramente «mi litare» come in Jomini. La guerra è un duello su vasta scala, un fenomeno sociale dove e ntrano energie fisiche, ma soprattutto morali e spirituali (talento del Capo, vi1tù militare dell'esercito, sentimento nazionale che, per essere dell'esercito, deve essere prima del popolo). Non appartiene pienamente al dominio dell'arte: ancor meno appartiene a quello della scienza. La forza ne costituisce il mezzo; l'atto di imporre la nostra volontà, lo scopo. Per Clausewitz «l'arte deiJa guerra si muove nel campo delle forze viventi e delle forze morali e non può, quindi, mai raggiungere l'assoluto, la certezza». Diversamente da Jomini non ritiene possibile pervenire a una teoria compiuta della guerra; g li è anche estranea qualsiasi pretesa di limitarne, disciplinarne aprioristicamente la natura. Per imporre la nostra volontà al nemico, occorre metterlo nell'impossibilità di difendersi; quindi di per sé la guerra mira sempre a disarmare, abbattere l'avversa-

:• ivi. Cap. 111.


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rio. «È un atto di forza, all'impresa della quale non esistono Umiti; i belligeranti si impongono legge mutualmente; ne risulta un'azione reciproca che logicamente deve condurre all'estremo». Essa si sottrae a regole umanitarie; perciò sbagliano coloro che «immaginano che esistano metodi tecnici per disarmare o abbattere l'avversario senza ìnfliggergli troppe ferite e che sia questa la finalità autentica dell'arte militare». Sia lo scopo della guerra. sia le modalità per la sua condotta sono influenzate, all'atto pratico. da vari fattori, e principalmente dalla politica. Lo scopo politico della guerra ha influsso variabile. ma sempre fondamentale; quindi la guerra «è come un camaleonte e possono esisterne di ogni tipo, da quella di sterminio alla semplice osservazione armata». Il suo obiettivo militare deve coincidere con lo scopo politico, oppure consentime iJ raggiungi mento; in ogni caso lo scopo politico deve tenere conto delle esigenze militari, «non deve avere il carattere di un legislatore dispotico». Per queste ragioni la sconfitta non è un fatto puramente militare; essa è prima di tutto un fatto politico e deriva da errori politici. Da questi asserti emergono già, in prima approssimazione. le discriminanti fondamentali delle teorie di Clausewitz rispetto a quelle di Jomini. Poiché ci si trova di fronte a una materia non del tutto soggetta ai meccanismi logici delJa scienza, per Clausewitz è meglio definire quella della guerra arte piuttosto che scienza: ma in senso stretto «la guerra non è un'arte né una scienza, e appunto lasciandosi condurre da erronei criteri derivanti da queste parole, si è giunti a comparare la guerra con alcune arti e scienze e a far sorgere analogie che non ci sono». La guerra, infatti, non è effetto di un atto di volontà esercitato su una materia inerte (come avviene nelle arti meccaniche, cioè con la pittura. la scultura ... ) o verso un oggetto vivente ma passivo, senza reazione (come avviene per la poesia, la musica... ). Essa agisce sopra un oggetto vivente e reagente, cioè l'uomo: «è facile quindi vedere come lo schematismo proprio di arte e scienza si appl ichi poco ad attività del genere, c si comprende anche perché le ricerche e i tentativi conti nui per giungere a leggi analoghe a quelle che si riferiscono al mondo dei corpi inerti, abbiano dovuto necessariamente produrre errori durevoli. Tuttavia sono precisamente le arti meccaniche quelle che si sono volute, di solito, prendere a modello». Queste considerazioni già suonano come una polemica contro il tentativo di Jomini di ridurre tutto al principio fondamentale c immanente della concentrazione delle forze nel punto decisivo. Ma Clause-


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witz condanna ancor più esplicitamente- pur senza fare nomi - le teorie «geometriche» di Jomini e dei suoi seguaci (così come, più in generale, gli scritti degli autori che l'hanno preceduto) quando afferma che i tentativi di por fine al contrasto di opinioni sulla condotta della guerra stabilendo princìpi e regole comuni e invariabili «non valgono assolutamente nulla», perché la guerra e la sua condotta si ramificano in ogni direzione senza limiti determinati: «invece ogni sistema, ogni edificio dottrinario è una sintesi che implica dei limiti; ne consegue una contraddizione inconciliabile tra tale teoria e la pratica». Tali tentativi tendono verso grandezze determinate, mentre in guerra tutto è indeterminato, e il calcolo non può esercitarsi che su grandezze variabili. Essi dirigono il loro esame solo verso le grandezze materiali, mentre tutto l'atto di guena è solcato da forze e da effetti di origine morale. Essi non considerano che un'attività unilaterale, mentre la guerra consiste in azioni e reazioni continue. Non si può raggruppare in un sistema geometrico un complesso di elementi morali e materiali eterogenei; è quindi errato (scoperta l'allusione a Jomini) indicare come fattore principale della vittoria una condizione materiale come la superiorità numerica, perché è soggetta a leggi matematiche esclusivamente basate su fattori spaziali e temporali che fanno astrazione da ogni altra circostanza: questo metodo sarebbe stato tollerabile, se lo scopo fosse quello di rendersi conto di tale fattore in relazione alle sue condizioni; ma ammettere il principio come permanente, considerare la superiorità del numero come legge esclusiva e scorgere l'intero segreto dell'arte della guerra nella formula «procurarsi la superiorità del numero in un tempo e sopra un punto dato» [così fa Jomini con il suo principio fondamentale - N.d.a.], è una limitazione assolutamente incompatibile colla forza della vita reale. Su questo punto, però, occorre fare chiarezza. Clausewitz ammette che ormai la forza degli eserciti tende a equivalersi, quindi concentrare nel punto decisivo il maggior numero possibile di forze è la condizione più importante di tutte: ma ciò che è errato, è considerare tutta la strategia come basata esclusivamente su calcoli di spazio e tempo [come fanno Jomini e ancor di più l'Arciduca Carlo- N.d.a.]. Il successo della manovra sta invece nel giusto apprezzamento della situazione dell'avversario, dei punti decisivi e della direzione più opportuna, e nella capacità di realizzare la sorpresa. Bisogna tenere riunite le proprie forze, e saperle concentrare al momento opportuno e nel punto decisivo: ma questo richiede una corretta valutazione preventiva di elementi quanto


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mai incerti e indeterminati, che solo il condottiero di genio sa fare. Quindi il genio -e la superiore razionalità alla quale egli solo sa giungere- non si possono spiegare, disciplinare, riprodurre, ricondurre a un solo tipo di manovra. Tutto ciò che sfugge al dominio della scienza costituisce dominio del genio, che si innalza al di sopra delle cosiddette regole: guai all'uomo di guerra che dovesse penosamente trascinarsi tra l'ingombro di simili regole. troppo cattive per il genio che sa mettersi al di sopra di esse, e al caso anche beffarsene! Ciò che il genio fa deve, al contrario. costituire la più bella regola. e la teoria non ha nulla di meglio da fare che dimostrare il come e il perché di tale carattere del genio. Diversamente da Jomini, Clausewitz ritiene impossibi le «dotare l'arte della guerra di un corpo di dottrina che possa servire sempre di guida o di regola di condotta al comandante»: se così fosse il genio agirebbe fuori dalla legge e la dottrina sarebbe l'antitesi della realtà. Ciò non significa, però, che siano inutili princìpi, regole, prescrizioni e metodi, che sono anzi indispensabili specie ai minori livelli e per i quali si può ricorrere all'exemplum llisroricum (come, in effetti, lo stesso Clausewitz fa assai spesso nel suo libro Della guerra). Né l ' exemplum hisroricum, né i princìpi da esso estratti possono avere valore vincolante c assoluto: essi devono essere solo degli utili riferimenti, «non bisogna estrarne una formula algebrica destinata al campo di battaglia». Ne consegue un'altra divergenza fondamentale da Jomini c dall'Arciduca: non ci può essere alcuna differenza tra teoria (rappresentata dalla strategia, dal piano) c pratica (rappresentata dalla tattica, cioè dalla condotta della battaglia). La teoria fornisce olo degli strumenti per la comprensione della situazione, sulla quale poi il comandanre basa la sua decisione. È più difficile formulare una dottrina per la strategia che per la tatùca; mentre la strategia deve tener conto di molteplici e variabili componenti. la tattica «non si occupa che di un numero di oggetti ben detenninati in un campo limitato». Oltre a non dare il peso che dà Clausewitz ai fattori spirituali c moral i e al genio del Capo, Jomini, come si è visto, dà grande importanza alla preparazione dello strumento, all'addestramento, allo Stato M aggiore, alla logistica ccc.: ma per Clauscwitz le attività connesse con l 'organizzazione delle forze e con il loro mantenimento in efficienza (quindi anche con la logistica nel senso auuale del termine) vanno considerate come «estranee all'arte della guerra concepita in senso ristretto», cioè alla condotta della guerra: «è anche necessario il farlo, se si vuoi soddisfare a una condizione capitale imposta a ogni teoria, e cioè sceverare le cose eterogenee».


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Lo stesso avviene per la geografia, che Jomini indica come base della strategia. Clausewitz invece ironizza sul concetto di «chiave del lerritorio», condanna la tendenza ad auribuire di per sé a una posizione un valore, un'innuenza che in realtà essa può assumere solo in determinali casi e situazioni c se accortamente utilizzala azione durante: sono sempre le forze, la loro effettiva capacità combaltiva e i loro criteri d'impiego ad avere un ruolo decisivo. Le catene montane, è vero, costituiscono un ostacolo che influisce sulla condotta della guerTa, ma tale influenza è ambivalente e tutto sta a saperlo correttamente utilizzare: «se un esercito italiano si frazionasse nell'elevata regione alpina, qualunque avversario risoluto avrebbe il sopravvento su di esso senza neppure /asciargli l'alternativa di una vittoria o di una sconjilfa: mentre nella pianura torinese le possibilità sarebbero equamente ripartite. Non per questo alcuno deve credere che sia opportuno perl'allaccante l'attraversare un massiccio montano come le Alpi e fasciarselo a tergo. D'altronde, mediante questa battaglia principale accettata in piano, non si esclude una difesa temporanea della regione montana con forze secondarie; tale difesa per massicci del tipo delle Alpi e dei Pirenei è molto consigliabile. Infine, siamo molto lontani dal ritenere che la conquista di una regione di pianura sia più facile di una montana, anche se un'unica vittoria valesse a disannare del twto il nemico. Dopo questa vittoria subentra per il conquistatore un periodo difensivo, nel quale il terreno montano gli sarà svantaggioso e lo sarà più di quanto non fosse per il difensore. Se la guerra si prolunga, se giungono aiuti dall'estero, se il popolo prende le armi, queste rea·;;ioni saranno accresciLI/e dal terreno montmw [. ..]. Se la difesa in montagna è più debole, potrebbe essere motivo per l'attaccante di puntare a preferen-;.a contro i monti; ma ciò avverrà di rado, perché le difficoltà di rifornimento e stradali, l'incertezza sull'accetta-;.ione o meno da parte dell'avversario di una ballaglia principale per l'appunto nei monti, ed anche l'incertezza sullo schieramento del grosso dell'avversario sui monti o no, equilibreranno abbondantemente quel possibile vantaggio»2S. Queste idee dimostrano il concetto molto equilibrato e niente affatto dogmatico che Clausewitz ha del valore del terreno, nella cui valutazione occorre, anche in questo caso, tener conto di un complesso di fattori spesso non determinabili; per Clausewitz il terreno non può quindi

l$

K. Von Clausewitz, Op. cii.. Vol. II, p. 553.


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essere aproristicamente l'elemento determinante da considerare nella definizione della condotta delle operazioni. Ritorneremo su questo argomento e sulla problematica della difesa del confine alpino, nella quale dal 1815 fino al 1989 si è identificato il compito principale prima dell'esercito piemontese e poi di quello italiano. U concetto clausewitziano di ripartizione del1'arte della guerra e di strategia- anch'esso profondamente differente da quello di Jomini tiene conto che si tratta, appunto, solo di impiegare le forze e quindi non considera come facenti parte dell' arte della guerra - come fa Jomini - branche più che altro attinenti alla preparazione militare; profondamente diverso anche il suo modo di valutare l' influsso della politica (per la quale non fa delle distinzioni). Clausewitz, pur propendendo per il modello napoleonico, non intende indicare un modello preciso di guerra: Jomini da una parte presenta come modello le guerre limitate del secolo XVTIJ condotte da eserciti ridotti, dunque fa riferimento a guerre in cui il tributo di sangue è ridotto al minimo; dall'altra esamina ampiamente l'influsso della politica sulJa guerra, ma diversamente da Clausewitz (che parla di scopo politico) indica pur sempre la vittoria come meta comune della strategia e della tattica, le quali per di più obbediscono al principio fisso del concentramento delle forze nel punto decisivo. Oltre a ridurre l'arte della guerra a una questione di condotta operativa delle forze, Clausewitz la considera ripartita solo in tattica e strategia. La prima predispone e dirige i combattimenti: la seconda li collega tra di loro per raggiungere lo scopo (politico) della guerra. La guerra è un atto politico, lo strumento militare è un mezzo della politica: di qui il famoso asserto che «la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi». La politica, dunque, per Clausewitz vincola la guerra non solo perché le indica uno scopo extramilitare, ma soprattutto perché impone di coll.egare i combattimenti tra di loro per raggiungere tale scopo (il che non può avvenire che con la compilazione di un piano di guerra). Questi caratteri del rapporto tra politica e guerra non sono del tutto in annonia con la sua insistenza nel presentare la guerra come dominio delle forze morali e spirituali, dell'imprevisto e delle imprevedibili reazioni dell 'avversario: perché sia pure in misura varia, il piano di guerra tende proprio a prevedere, vincolare e quantificare, cioè a rendere finito e misurabile ciò che Clausewitz stesso non vuole misurabile; tale piano è, insomma, una camicia di forza che Clausewitz non dovrebbe ammettere.


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Un'altra e ancor più forte contraddizione è data daJ fatto che, nonostante le sue insistenze sull'effetto moderatore della politica sulla guerra (potrebbe anche - come è avvenuto - verificarsi il contrario!) Clausewitz considera la grande battaglia decisiva sul modello napoleonico, nel quale viene impiegata la massa principale dell'esercito, come «il centro di gravitazione della guerra», il quale «è la via più sanguinosa verso la soluzione». Queste affermazioni valgono «qualunque sia la forma particolare assunta dalla condotta deHa guerra, e quali che siano le modificazìoni che dovremo in seguito ammettere in essa, purché necessarie». Ne consegue che La strategia «tocca le sue maggiori altezze di concezione quando si estrinseca nel procurarsi i mezzi per la medesima, nel determinarne opportunamente il luogo, il tempo e la direzione delle forze e nel ricavarne poi il massimo profitto». Eppure egli contemporaneamente sostiene che la guerra, essendo pur sempre un mezzo perché il suo scopo è politico, può aJ massimo esigere che tale scopo venga modificato: tesi che non si accorda del tutto con l' asserzione che la battaglia decisiva è in ogni caso il centro di gravità della guerra (cosa che sicuramente non può avvenire per chi dispone di forze inferiori, e deve quindi evitarla per non subire sconfitte). Nessuno come Napoleone ha personificato la tendenza alla battaglia decisiva: quindi per Clausewitz le guerre di massa napoleoniche non sono, come per Jomini, una jattura da scongiurare per il futuro, né una semplice applicazione su scala più vasta di princìpi già applicati da Federico Il Sono invece il modello delle guerre dell'avvenire, modello non dovuto a fattori contingenti o agli errori degli avversari di Napoleone, ma a nuove condizioni politico-sociali derivanti dalla Rivoluzione Francese, e in particolare all'affermazione del principio di nazionalità e alla partecipazione di tutti i cittadini alla difesa della Nazione, che spingono la guena verso l'assoluto. Su questo punto Clausewitz ha ragione e torto insieme; ma in prospettiva ha più torto che ragione. Vede giusto quando sostiene che il modello delle guerre napoleoniche di massa e delle battaglie decisive, con il supporto della leva obbligatoria, sarà quello del futuro, fmo al 1939-1945 almeno. Ha torto, perché la sua prospettiva geostrategicacosì come quella del suo idolo Napoleone- rimane espressione di una nazione «continental ista», quindi si limita a configurare una guerra e una strategia eminentemente terrestri e di masse armate, il cui centro di gravità è l'asse Parigi-Bruxelles, il cuore cioè dell'Europa continentale. Limite che condivide con Jomini, e che- pur essendo suo aromi-


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ratore - lo stratega e storico navale Julian Corbett (non casualmente inglese) gli rinfaccerà nel 1911, affermando che «il suo punto di vista meramente continentale gli impedisce di considerare che vi possano essere casi nei quali l'obiettivo è di carattere così limitato, che la forma inferiore di guerra può essere allo stesso tempo la più efficace e la più economica. In una guerra continentale, come abbiamo visto, questi casi occorrono raramente, ma acquistano importanza quando il fattore marittimo interviene in misura abbastanza consistente. La tendenza britannica a ricorrere alla forma inferiore o limitata di guerra è senzpre stata tanto evidente quanto l'opposta tendenza sul continente [personificata da Napoleone e appunto da Clausewitz - N.d.a.]. Attribuire questa tendenza, come è talvolta di moda, a un'innata mancanza di spirito combattivo, è sufficientemente contraddetto dai risultati che essa ha ottenuto. In effetto non v'è alcuna ragione per sminuirla, invece di considerarla come un sagace istinto per il tipo di guerra che meglio si adatta alle condizioni della nostra esistenza... » 26• Certo, anche Clausewitz ammette la guerra limitata come qualsiasi altro tipo di guerra: ma è indubbio che, a costo di contradd irsi, predilige il modello napoleonico adatto solo a un grande esercito continentale, modello che dunque non può essere inglese. Analoghe differenze tra Clausewitz e Jomini si riscontrano a proposito della «guerra di popolo» e della guerriglia: Clausewitz è stato anche partigiano antifrancese, e ha tenuto un corso di lezioni sulla guerra partigiana al la Kriegs Akademie di Berlino nel 1810-1811, fatti generalmente trascurati dagli storici. Non ci si può quindi meravigliare se egli interpreta l'esperienza delle guerre di Spagna e di Russia- e la mobilitazione nazionale della Prussia nel 18 l 3 contro Napoleone - in modo molto diverso da Jomini. Afferma infatti che con la loro lotta tenace, gli spagnoli hanno dimostrato l'efficacia di una guen·a estesa al popolo intero e delle insurrezioni su vasta scala; la campagna di Russia nel 19 12 ha dimostrato che un grande [mpero non può essere conquistato e che, comunque, non necessariamente le probabilità di successo decrescono con le battaglie, le capitali e le province perdute; infine la Prussia nel 1813 ha dimostrato che «sforzi improvvisi possono sestuplicare, a mezzo di milizie, la forza ordinaria di un esercito, e che queste milizie

"' J. Corbeu, Alcuni principi tli strategia mariflima, Roma. Ufficio Slorico Marina

1995. pp. 73-74.


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possono combattere altrettanto bene sia all'interno del Paese sia al di là delle frontiere». Ecco la base del sistema di reclutamento prussiano del XIX secolo, contrapposto a quello francese e jominiano, basato sulla ferma lunga ... Dall'esperienza di queste guerre Clausewitz deduce che «il cuore e il sentimento della nazione» costituiscono «un fattore enorme nel prodotto delle forze di uno Stato», perciò è prevedibile che nelle guerre future non lo trascureranno. Definisce la guerra di popolo «guerra nella quale la popolazione civile impugna le armi»; essa supera il tradizionale concetto della guerra tra eserciti, quindi richiede una strategia ad hoc. Non si tratta di considerarla- come fa Jomini- un' eccezione nella quale non valgono i normali princìpi della guerra, una calamità, un imbarbarimento ecc.; al contrario essa «è da considerarsi come conseguenza dello sfondamento che il fattore bellico, nei nostri tempi, ha effettuato attraverso la sua muraglia artificiosa, e cioè come una estensione e un rinvigorimento del processo di fermentazione che denominiamo "guena"». Clausewitz definisce con una ce1ta precisione anche i vantaggi che assicura la guerra di popolo (la cui forma tattica normale è la guerriglia) e quali sono le condizioni per la sua applicazione, tenendo presente che essa fa parte a pieno titolo della strategiil: - se il ricorso alla guerra di popolo sia o no conveniente è una domanda alla quale - come nel caso della convenienza o meno della guerra- bisogna lasciare ai filosofi di rispondere [Jomini invece aveva risposto negativamente- N.d.a.]; - in linea generale le energie assorbite dalla guerra di popolo non possono essere impiegate in altro modo, e anzi, essa esalta al massimo tali energie; - la guerra di popolo distrugge alle basi la saldezza dell'esercito nemico, ma per far sentire i suoi effetti ha bi sogno di tempo, di vasti spazi che possiede solo la Russia, di un terreno adatto (frastagliato e poco accessibile) e dell'indole del popolo che la favorisca; - di conseguenza «è necessario immaginarsi la guerra di popolo in connessione con la guena di un esercito permanente, e un coordinamento di entrambe secondo un piano generale d'insieme»; - il piano di difesa strategica può prevedere due diversi ruoli per la guerra di popolo: o quale mezzo estremo al quale ricorrere dopo una battaglia perduta, o come un mezzo per logorare le forze nemiche prima di una battaglia decisiva.


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Clausewitz considera la guerra di popolo come la forma di guerra nella quale hanno maggior peso le doti naturali e il sentimento nazionale di ciascuno; e poiché nella guerra di montagna prevale l'azione individuale, ritiene che «le montagne sono i migliori campi di lotta per le insurrezioni e le leve in massa». Nelle guerre di popolo le doti naturali dell'individuo, il suo sentimento nazionale, l'entusiasmo per la causa possono anche sostituire la virtù militare, che si manifesta nello spirito di corpo e consiste nell'accettazione consapevole, da parte del singolo, di tutto quel complesso di norme disciplinari e di regole anche morali sulle quali si fonda l' azione delle forze militari, e nella sua disponibilità a dedicarsi interamente all'attività bellica. Tale virtù militare «è propria degli eserciti permanenti. Sono essi appunto che più ne hanno bisogno. Nelle nazioni armate e nelle loro guerre, la virtù militare è sostituita dalle qualità naturali, le quali si sviluppano in esse rapidamente». Come si è visto, per Clausewitz le forze morali principali sono il talento del capo, la virtù militare d eli' esercito e il suo sentimento nazionale, da lui concepiti come fattori indipendenti per i quali non è possibile, né opportuno stabilire a priori delle gerarchie. Occorre qui soffermarsi sul sentimento nazionale, che entra per la prima volta, con un grande ruolo, nell'arte militare. Clausewitz ha evidentemente sotto gli occhi sia le guerre della Rivoluzione Francese, condotte contro quella che potrebbe definirsi «l'internazionale dei re», sia il movimento nazionale prussiano contro Napoleone nel 1813, nel quale lo stesso re di Prussia ha fatto appello a tutto il popolo, invitandolo a imitare quello spagnolo. Con le sue considerazioni sulle forze morali , pertanto, Clausewitz reagisce al cosmopolitismo illuministico e dà risalto a un'eredità delle guerre napoleoniche tuttora viva: il sentimento nazionale, visto come aspirazione dei popoli e quindi come un motore della storia, che non può non far sentire il suo peso anche sul modo di concepire e organizzare la guerra. La nazione, eredità tipica della Rivoluzione Francese al pari dei princìpi di libertà e uguaglianza, è stata spesso confusa con il nazionalismo e indicata come causa principale delle guerre del XIX e XX secolo. Si deve invece dire che tali guerre sono spesso avvenute, o perché tale concetto non è stato rispettato generando così quasi spontanee guerre di liberazione nazionale, o perché esso è degenerato- per cause diverse - in nazionalismo. Anche oggi la nazione, che significa rispetto delle tradizioni , della storia, della cultura e della lingua di ciascun


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popolo e sua giusta aspirazione a essere padrone del proprio destino, è una realtà con la quale occorre fare i conti e che occorre non abolire ma salvaguardare. Clausewitz non può essere indicato come un nazionalista prussiano; ma certamente si trovano in lui i germi latenti dell'unità germanica, che è sullo sfondo di quel rapporto tra strategia e sentimento, aspirazioni nazionali da lui introdotto come realtà dei conflitti futuri, con ciò stesso lasciando capire che la strategia non può essere ridotta a fatto matematico. La sua attenzione per il sentimento nazionale e per la guerra di popolo che ne é la più completa espressione, e la sua affermazione che «Si può battersi ottimamente come i Vandeani, compiere grandi cose come gli Svizzeri, gli Americani, gli Spagnuoli» senza possedere le virtù militari o altre caratteristiche tipiche dell'esercito permanente e esaltate dai jominiani, lo portano a collegare fin da allora strategia, nazione, sentimento e aspirazion i nazionali, cogliendo così per primoanche in questo- il messaggio autentico della Rivoluzione Francese. La polemica postuma di Jomini contro Clausewitz nel «Prècis de l'art de la guerre» del1838

Finora abbiamo riscontrato sempre e solo differenze; in effetti è difficile trovare un terreno comune tra Clausewitz e Jomini, se non l'ambizione di fare il punto sullo stato dell'arte della guerra e della strategia, la comune ammirazione (peraltro pill tiepida in Jomini) per Napoleone, i frequenti riferimenti a exempla historica, il tentativo di guardare all'avvenire partendo però dal passato, cioè lo storicismo (più accentuato in Jomini), e - cosa importante - il comune rifiuto di considerare l'arte della guerra napoleonica come una rivoluzione. Nell'interessantissima e ampia panoramica degli scrittoii militari europei coevi e antecedenti che traccia all'inizio del suo Prècis (uscito sei anni dopo il Della guerra di Clausewitz), Jomini non cita lo stesso Clausewitz - che pure pubblica nel 1804-1805 i suoi primi scritti di strategia - tra i precursori della nuova branca, elencando invece tutta una serie di autori minori. Tuttavia fa chiari riferimenti polemici al generale prussiano, per il quale - anche se è già defunto - non nasconde iJ suo astio: «un anno dopo la pubblicazione del mio Tableau analytique [cioè nel 1831-N.d.a.] il generale Clausewitz è morto, lasciando alla vedova l'onere di pubblicare le sue opere postume, che sono state presentate come delle bozze rimaste incompiute. Quest'opera [cioè il Della guerra- N.d.a.] ha fatto


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grande impressione in Germania [espressione limitativa ... solo io Germania - N.d.a.], e dal canto mio mi duole che L'abbia scritta prima di conoscere il mio Prècis de l'art de la guerre [pubblicato nel 1837 N.d.a.], persuaso come sono di avergli reso in qualche modo giustizia in questo Libro. Non si può negare che il generale Clausewitz dimostri una grande dottrina, e una penna facile; ma questa penna, peraltro un po' vagabonda, è soprattutto troppo pretenziosa per una discussione didattica, nella quale semplicità e chiarezza deve essere il primo requisito. Inoltre l'autore si dimostra troppo scettico infàtto eli scienza militare: il suo primo volume non è che una declamazione contro qualsiasi teoria della guerra, mentre i due volumi seguenti [Jomini fa ancora riferimento al Della guerra di Clausewitz, pubbli cato nel 1832 in tre volumi N.d.a.], provano che se L'autore non crede alle dottrine degli altri, crede tuttavia all'efficacia delle proprie. Quanto a me, lo confesso, ho trovato nel sapiente labirinto clausewitziano solo un piccolo numero di idee Luminose e eli riflessioni degne eli nota; e fungi dall'aver giustificato lo scetticismo dell'autore, nessuna opera come la sua ha contribuito a convincermi dell'utilità e bontà delle buone teorie, se ma avessi avuto dei dubbi in proposito: bisogna solo intendersi bene su Loro Limiti di applicazione, per non cadere in un pedantismo peggiore dell'ignoranza; bisogna soprattutto ben distinguere tra una teoria de princìpi e una teoria dei sistemi. Si potrebbe obiettare che, nella maggior parte delle mie riflessioni in quest'opera, anch'io ammetto che vi sono poche regole assolute da applicare sui diversi aspetti dell'arte della guerra; riconosco di buon grado questa verità, ma ciò non significa che non possa esistere una teoria della guerra. Se su 45 argomenti trattati alcuni consentono di formulare dieci massime positive e gli altri una o due solamente, non è forse sufficiente disporre di 150-200 massime e norme generali per definire un corpo dottrinale assai valido sia nel campo strategico che in quello tattico? e se a tali regole generali si aggiunge il gran numero di precetti che ammettono più o meno delle eccezioni, non si potrà forse disporre di più dogmi di quanto sia necessario per fissare le idee su tutte Le operazioni di guerra?». Tn una nota alla tìne della predetta panoramica iniziale del Prècis Jomini attacca ancora Clausewitz, fi no ad accusarlo di plagio: «Le opere di Clausewitz sono state incontestabilmente utili, quantunque la Loro utilità vada spesso attribuita, più che alle tesi dell'autore, alle idee ad esse contrarie che la loro lettura fa nascere. Esse sarebbero ancor più utili se uno stile pretenzioso non Le rendesse frequentemente incom-


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prensibili. Ma se come awore didattico egli ha più sollevato dei dubbi che svelato delle verità, come storico critico è stato w1 imitatore poco scrupoloso. Coloro che hanno letto la mia opera sulla campagna [Mpoleonica / del 1799, pubblicata dieci anni prima della sua, non potranno certo dissentire da questo mio giudizio, perché non c'è una sola mia riflessione che egli non abbia ripetuta». A parte questa acredine così viva da conservarsi e rafforzarsi anche dopo la morte dell'avversario, Jomini nel Prècis tiene conto più di quanto non voglia far apparire delle critiche di Clausewitz, e cerca di annacquare - cosa che g li riesce solo in parte - le precedenti, troppo categoriche tesi sulla guerra come scienza c sulla validità assoluta dei princìpi, che tuttavia dominano e caratterizzano anche il Prècis; tenta insomma di trovare un compromesso, una via di mezzo tra due impostazioni di fondo inconciliabili. Dimostrazione di tale tentativo è lo scavo di canali ancor più profondi tra strategia c tattica, tra pensiero c azione, con l'affermazione che «se la strategia soprattutto può essere sottomessa a delle massime dogmatiche che si avvicinano ad assiomi delle scienze positive, non è men vero che l'insieme di operazioni di una guerra, e i combattimenti fra le a ltre, sfuggono a tutti i calcoli scientifici, per offrirei delle azioni essenzialmente drammatiche, nelle quali le qualità personali , le ispi razioni morali e mille a ltre cause, avranno talora il primo ruolo». Dunque, sembrerebbe che i fattori spirituali e morali, l' imprevisto, l'attrito, il genio del Capo, tutto ciò insomma che costituisce il nocciolo duro delle teorie clausewitziane, riguardino principalmente la tattica nella quale (contrariamente a precedemi affermazioni) i princìpi che continuano a dominare la strategia passano talvolta in sottordine rispetto ai fattori morali e spiritua li, c he invece nella strategia rimangono al secondo posto. Come se il Capo dovesse essere essenzialmente un calcolatore, un uomo da tavolino .... Meno contraddittoria l'affennazione che segue, la quale riguarda sia la strategia che la tattica e sembra sfumare l'influsso dei princìpi, presentandoli tuttavia come utili e teoricamente giustificati: «le passioni che agiteranno le masse chiamate a scontrarsi, le loro qualità guerriere, il caraltere, l'energia e il talento dei capi; lo spirito più o meno guerriero, non solamente delle nazioni, ma anche dell 'epoca; in una parola rutto quello che può essere chiamato La poesia e la metafisica della guerra [e che costituisce l'essenza delle teorie di Clausewitz - N.d.a.], influirà eternamente sui suoi risultati. Ma questo significa affermare che non vi sono regole di tattica, e


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che nessuna teoria di tattica sarebbe utile? Quale militare ragionevole oserebbe pronunciare una tale bestemmia?». Clausewitz- come Napoleone, secondo il quale vale meglio un esercito di somari comandati da un leone, che un esercito di leoni comandati da un somaro - esalta fin troppo le doti, l'intuito naturale del Capo, grazie alle quali un generale valido si può anche permettere di non essere uno studioso. Egli sembra quasi escludere che a un Capo fornho ili doti eccezionali possa corrispondere un cattivo strumento: ma Jomini obietta che se un Capo non dispone che di orde indisciplinate, se viene tradito da perfidi collaboratori, anche le sue più felici intuizioni strategiche potranno solo ridune le conseguenze di una disfatta pressoché inevitabile. Nessun geniale sistema tattico, per Jomini, può garantire la vittoria quando il morale dell'esercito è cattivo; e anche quando esso è eccellente, la vittoria può dipendere dalla fortuna, da cause accidentali. Ma «queste verità non impediscono per nulla L'esistenza di buone rnassime di guerra che, a parità di condizioni, possono assicurare la vittoria; e se è vero che queste teorie non potranno insegnare con una precisione matematica ciò che converrebbe fare in tutti i casi possibili, è nondimeno certo che esse indicheranno pur sempre gli errori che si dovrà evitare. Questo sarà già un grande risultato ... ».

5. IL COLONNELLO NOCKERN DE SCHORN, SCONOSCIUTO PRECURSORE DELLA STRATEGIA CONTEMPORANEA Nell'introduzione al suo Prècis Jomini attribuisce al Lloyd e al Btilow il merito di «aver sollevato il primo velo della scienza strategica», ma tra i tanti scrittori militari del periodo compreso tra fine secolo XVIII e inizio secolo XIX (quando nasce la strategia intesa come teoria) da lui citati, non comprende il colonnello Nockern de Schom, autore di un'opera didattica intitolata Sistema generale di tutte le cognizioni militari e metodo chiaro e preciso per istudiare ordinatamente la scienza della guerra pubbl icata nel 178327 (cioè subito dopo le campagne di Federico II di Prussia che hanno ispirato Jomini; prima della Rivoluzione Francese e di Napoleone; prima delle opere dello stesso Jomini).

21 Traduzione dal francese in iLaliano a cura dell'ufficiale napole1ano Ferdinando Rodriguez (Napoli, da' 1orchi di Raffaele Miranda 1825).

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Questo Nockern de Schorn, totalmente dimenticato oggi, è un autore assai importante. Segue una linea concettuale intermedia tra Clausewitz e Jomini molto prima degli scritti di ambedue, ancora una volta indirettamente dimostrando che l'opera del loro comune ispiratore Napoleone non è stata una compiuta rivoluzione. Per il de Schorn quella della guerra è una scienza e arte insieme, e la differenza tra questi due aspetti è, nella sostanza, la stessa che intercorre tra teoria e pratica: Distingue- ed è l'unico autore a farlo- tra talento e ingegno; il primo riguarda le doti intellettuali, è «una facile attitudine ad acquistare con lo studio le cognizioni relative alla guerra»; il secondo non è altro che il genio del Capo, il colpo d'occhio, l'intuizione tanto esaltati da Clausewitz. Il talento può essere di molto giovamento a un militare; ma è solo con l'ingegno, che non è di tutti, che un generale in guerra diventa «un uomo grande». Il de Schorn divide la scienza della guerra in sei parti: costituzione generale dello stato militare (cioè l'organica), disciplina, tattica, arte deJJ ' ingegnere, artiglieria, strategia. D concetto che ha di strategia e tattica è sorprendentemente moderno, e alieno da eccessive semplificazioni e astratti schematismi. La strategia riguarda l'azione, più che lo studio, la preparazione e la pianificazione; ba cioè carattere essenzialmente operativo. Essa è «L'arte di comandare e dirigere Le operazioni di guerra [. .. ]. Forma la parte sublime e la più estesa della scienza, poichè ne presuppone e abbraccia tutte le altre parti. Il calcolo del tempo, delle distanze, dei movimenti; la combinazione delle circostanze, e del fine con i mezzi; la previsione delle difficoltà, delle casualità, degli accidenti non calcolabili, La cognizione del Paese; il colpo d'occhio sulle località; il modo di giudicare la posizione, le manovre, le dimostrazioni e i movimenti del nemico; l'attività; l'audacia; l'ingegno inventivo; in breve un'infinità di cognizioni e di qualità sono necessarie in capo dell'esercito, e con le dovute proporzioni, agli ufficiali superiori e subaltemi» 28• Molto elastico e flessibile anche il concetto di tattica, che potrebbe andar bene anche oggi: «è il fondamento e la chiave di tutte le operazioni di guerra. l suoi princ'ipi derivano dalla natura delle truppe, dalle loro armi rispettive, dagli effetti dell'artiglieria modem.a, dal modo di fare la guerra come si pratica oggidi. Ma L'applicazione delle manovre delle truppe ai casi diversi dipende dal colpo d'occhio militare, dalla

IS.

i vi. (Sesta Tavola Metodica).


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situazione, dalla località, dalla qualità e quantità delle truppe rispettive, e dai movimenti del nemico»29• I sociologi militari di oggi insistono fin troppo sull'impostazione eminentemente classista degli eserciti del XVIII secolo, sulla durezza della disciplina, sul cattivo trattamento del soldato ecc.: evidentemente queste erano piuttosto degenerazioni della vita quotidiana dei cattivi eserciti - e non di quelli buoni - dell'epoca. Il de Schorn, infatti, sostiene (molto prima di Napoleone) che bisogna dare al soldato e al sottufficiale che lo meritano la possibilità non solo di diventare ufficiali, ma di accedere anche agli alti gradi, risvegliando in loro lo spirito di emulazione; l'ufficiale deve ricevere una buona paga che sia sufficiente per consentirgli di vivere solo della sua spada; anche il sottufficiale va trattato bene, perché «è l'anima della disciplina». Il soldato deve ricevere quanto gli spetta, bisogna evitare qualsiasi forma di discipUna vessatoria, va trattato come un uomo, anzi «con dolcezza e affettuosamente»; bisogna risvegliare in lui i buoni sentimenti, e (poiché al tempo è a lunga ferma) ogni biennio gli va accordata una lunga licenza di sei mesi perché possa rivedere la famiglia e curare le sue faccende. Infine, niente addestramento formalistico di piazza d'armi: bisogna addestrarlo con realismo e fuori dalla caserma. Con queste caratteristiche, gli scritti del de Schorn pur senza nulla togliere ai meriti emergenti di Jomini e Clausewitz ben dimostrano che, proprio in quanto basate sull 'uomo (materia prima che poco cambia), la buona arte militare e la buona disciplina mutano forme, metodi e obiettivi, ma assai di meno gli aspetti sostanziali. 6 . CONCLUSIONE: BREVE ESAME COMPARATIVO DELLE TEORIE DI JOMINI E CLAUSEWITZ E RAGIONI DEL LORO INTERESSE ATTUALE Le precedenti considerazioni dimostrano che riferirsi sempre e unicamente a Clausewitz può portare a concezioni unilaterali; in realtà senza un esame comparativo delle teorie di Jomini e Clausewitz, dei pregi, limiti e influssi di due autori così diversi, non è possibile stabilire delle buone coordinate di riferimento per il pensiero militare - non solo «terrestre» - fino ai nostri giorni. Come afferma Piero Pieri - il più

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ivi, p. 25.


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grande storico militare de l dopoguerra- in una delle rare opere dedicate al pensiero mi litare, «i maggiori teoric i italiani de l secolo XIX sono sostanzialmente ne ll 'orbita dello Jomini» 1<1; lo stesso si può dire di quelli di tutto il secolo XX, ivi compresi (e lo dimosu-eremo) quelli del periodo post-1945. Fino all'inizio della seconda guerra mondiale, non ci sono dubbi di sorta: l' influsso di Jom ini prevale di gran lunga su quello di Clausewitz. Lo testimonia nel 1939 il tene nte colonne llo di fanteria Emilio Canevari, il pill autorevole interprete italiano di Clausewitz tra le due guerre mondiali: secondo il Canevari, «le idee di Clausewit-;. sono quasi completamente sconosciure in !rafia "e questa lacuna -ha scrirro S.E. il Maresciallo Caviglia - influisce sulla instabilità delle basi della nostra dorrrinami/itare" [... /. In !rafia invece, su questi argomenti si è ancora più o meno alle idee di Jomini sugli "immorwli princìpi": ancor oggi al nostro massimo istituto di guerra si studia la storia cercando di trame dei princìpi o delle conferme di princìpi / ... }. Molto ci sarebbe da dire su questa tenden-;.a all'intellettualismo e all'astra-;.ione, tendenza venutaci dalla Francia con l'illuminismo sellecemesco, che ha infestato quasi turra la cultura italiana [. .. ]. Consideriamo lo stato della scien-;.a militare al momento in cui Clausewitz preparava la sua opera [... }. Il trionfatore nel campo teorico era lo svi-;.-;.ei'O Jomini [... ], il quale [. .. ] limitava lo studio della guerra particolarmente all'esame delle forme operative, e cioè, insomma, all'elemento geometrico della guerra, senza curarsi di penetrare l 'intima sostanza di questo complesso fenomeno»,,. Og ni qual volta verrà preso in esame uno scrittore italiano, non dovrà mai essere dimenticato che questa è la situazione dei due poli di riferimento teorico europei. L'influsso di Jo mini s i misura con la semplice constatazione che egli è padre di quei princìpi dell'arte delJa guerra, che dal secolo XIX in poi si trovano, con più o meno rilievo, ne lle dottrine militari di ciascun esercito e ispirano la formazione dei Quadri . In linea generale principio significa «Ciò che rappresenta il fondamento di un ragionamento, di una dottrina, di una scienza» e «norma generale che sta alla base di una convinzione, di un comportamento» (Garzanti): dunque s i tratta anche, nella pratica quotidiana, di un riferimento costante, di una norma vincolante; si tratta del fondamento della «disci-

"' P. Pieri, Guerra e fJOiilica negli scriuori iwliani, Milano. Mondadori 1975. p. 226. " E. Canevari, Clmtsell'il: e la teoria della guerra, <<Rassegna di Cultura Militare» n. 2/1939. pp. 135-136e 14 1.


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plina delle intelligenze», grazie alla quale la media dei Quadri dinnanzi ad analoghe situazioni in guerra reagisce in modo analogo, e del «metodo», grazie al quale l'approccio al problema operativo avviene in modo uniforme. Sull'altro piatto della bilancia bisogna collocare l'amore di Jomini per le regole, per le distinzioni anche artificiose, puramente teoriche e non necessarie, per le minute classificazioni e le casistiche, per le «pignolerie» insomma, e il suo tentativo di racchiudere in qualche formula il genio napoleonico. Se ne deve dedurre che Jomini è l'interfaccia militare del razionalismo di matrice cartesiana, illuminista e dunque francese, che pur avendo molti meriti pretende di ingabbiare una complessa realtà in schemi teorici sempre troppo angusti, dettare leggi e formule anche quando non è il caso, e dunque - se applicato in campo militare- tende a soffocare l'iniziativa e la personalità dell'individuo ingabbiando con minute prescrizioni e macchinose procedure la vita dell' organismo militare, cosa assai nociva sia in guerra che in pace. Questi inconvenienti, e l'eccesso di burocrazia che ne deriva specie in tempo di pace in un organismo, come quello militare, dove rutto dovrebbe esaltare lo spirito e l'attività, hanno le loro radici in quanto Charles de Gaulle ha condannato per l'esercito francese nel 1932: «sembra che allo spirito militare francese ripugni riconoscere all'azione di guerra il carattere essenzialmente empirico che essa deve rivestire. Egli si sforza, senza posa, di costruire una dottrina che gli permetta di orientare L'azione e di concepirne La forma a priori, senza tener conto delle circostanze che dovrebbero costituirne la base. In ciò, è vero, egli trova una sorta di soddisfazione, ma pericolosa; tanto più pericolosa perché appartiene a un ordine superiore. Credere di possedere un mezzo per evitare i pericoli e le sorprese delle circostanze e di dominare, vuoi dire procurare alla mente il riposo verso il quale tende senza sosta, l'illusione di poter negligere il mistero dell'ignoto. Indubbiamente, Lo spirito francese a ciò è particolarmente portato dal suo amore vivissimo per l'astrazione e il sistema, dal suo culto dell'assoluto e del categorico che gli assicurano chiari vantaggi nel campo speculativo, ma lo espongono all'errore nel campo dell 'azione»32• Quando si lamentano questi difetti non certo tipici dell'esercito francese tra le due guerre mondiali, pagati molto cari nel 1940,

ll.

C. De Gaulle, Il filo della spada (Cit.}, p. 90.


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e quando ci si trova di fro nte alle conclusioni assolute di certe feticistiche dottrine le quali anziché adattarsi alla realtà pretendono che sia la realtà ad adattarsi ai loro canoni, bisogna dunque ricordarsi che il referente ultimo di un siiTatto dannoso approccio all'arte, alla problematica militare è Jomini. Jomini è anche fautore dell'organizzazione, della pianificazione accurata, dell'azione metodica, delle regole precise, dell ' importanza del materiale. Bisogna però chiedersi, prima di gettare il s uo pensiero alle orti che: fino a che punto la complessità dell'organis mo militare occidentale di fine secolo XX - specie quando assume una fisionomia interforze e/o multinazionale - può fare a meno di una pianificazione accurata, di un 'azione metodica, di procedure vincolanti? c fino a che punto i progressi della cibernetica e dei sistemi di comando e di contro ll o, con gli automatismi che ne derivano, danno ragione a Jomini? In fondo egli tende a razionalizzare la guerra, a ridurre - e non esaltare, come fa Clausewitz - i margini d eli' imprevisto, obiettivo che rientra nella mentalità dei comandanti militari di ogni tempo, e a dare il massimo rilievo possibile alla pianificazione, dalla quale sempre meno oggi si può prescindere; e che dire del s uo metodismo, che è così connaturato alle operazioni militari del XX secolo? A questo si aggiunga che Jomini più di Clausewitz dà importanza al materiale, alla logistica, alla buona organizzazione: perciò si avvicina più del teorico prussiano alla realtà delle guerre totali del XX secolo. Non c'è dubbio che, dalla prima guerra mondiale (anzi, dalla guerra di secessione americana 1861-1865) in poi, la comparsa della guerra industriale e di logoramento e degli eserciti di massa ha tarpato le ali ai grandi voli della strategia di marca clausewitziana e ha finito con il far prevalere chi ha saputo produrre più materiale dell'avversario, dando origine sul piano teorico a quelle che potrebbero essere definite «dourine del materiale», c ioè a una dottrina antitetica a quella spiritualista di Clausewitz, e dunque a una dottrina in ultima analisi jominiana. Per contro nella rete di princìpi e regole jominiana v'è oggetti vamente poco spazio per il concetto di disciplina consapevole, per lo sviluppo della personalità dei Quadri inferiori e del soldato, per lo spirito d'iniziativa, che da molto tempo - non solo ai giorni nostri- sono riconosciuti fattori primari dell'efficienza militare. Ma bisogna anche rendersi conto che tali desiderabili requisiti non si


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improvvisano, non si creano facilmente: derivano anzitutto dall 'indole, dall'autodisciplina, dalla coesione, dallo spirito civico e militare di un popolo, dalla sua fede nella causa per cui si combatte e nella leadership politico-m ilita re. Quindi proporzionalmente alla mancanza - nel Paese prima ancor che nell'esercito - di tali virtù, diventa inevitabile, sotto la spinta della necessità, limitare l'autonomia di ciascun livello gerarchico e accentuare g li aspetti repressivi della d iscip lina, come per forza di cose è avvenuto, non solo sul fronte italiano, nella prima guerra mondiale. La fede di Jomini nelle guerre limitate, la sua diffidenza per i grossi eserciti di milizia e la sua contrarietà al coinvolgimento dell' i nt ero popolo nella guerra corrispondono più al «volere» che «al potere»: ma in fondo è stato cattivo profeta fino a un certo punto, visto che a fine secolo XX il tipo di g uerra da lui auspicato più che teorizzato, è tornato d'attualità e che, comu nque, ciò che ha affermato circa le rovine che avrebbe provocato lo scontro tra i grossi eserciti di leva delle principali nazioni ha trovato sang uinoso riscontro nelle due g uerre mondiali del XX secolo. Decisamente da respingere è la dicotomia tra pensiero e azione da lui individuata, là dove afferma che la strategia è l' arte di far la guerra sulla carta, mentre la tattica è l'arte di combattere sul teneno. Sia pure in modo distorto, anche in questo caso egli pone un problema - fm dove debba estendersi il campo della strategia, se essa sia o meno solo preparazione e pianificazione, o se invece debba abbracciare anche l'azione- che venà dibattuto fino ai nostri giorni , con molte contraddizioni e senza mai pervenire a conclusioni definitive e esaustive: se l'imprevisto domina sempre i conflitti , l' incertezza domina la strategia teorica da quando essa è nata. Infine il ruolo centrale assegnato da Jomini aJla geografia - nella quale individua una delle principali basi che fanno della strategia una scienza positiva, c ioè ancorata a dati certi e verificabili, quindi anche (sempre a suo giudizio) relativamente semplice - appare meno «datato» di quanto possa apparire a prima vista, se si tiene conto dell 'attuale concetto di «geografia umana>>. Vi si trova il fondamento dell 'attuale geopolitica e geostrategia, visto che fa rientrare la valutazione di elementi geografici anche nella «politica della guerra» e «politica mi litare». E , come meglio vedremo in seguito, tale valutazione si trova alla base sia della problematica della difesa dello Stato (ampiamente trattata e fortemente dibattuta in Italia fino alla prima guerra mondale) sia


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delle teorie del potere marittimo di A.T. Mahan e del nostro Domenico Bonamico a fine secolo XIX 33 • Come si è visto Jomini include la politica neU ' arte militare, assegnandole il compito di definire fino a che punto una guerra è indispensabile, e di indicare nelle grandi linee - prima che la guerra abbia inizio - le operazioni necessarie per raggiungere il suo scopo .. Ma poi, quando si tratta di combatterla, assegna alla strategia e alla tattica sempre il compito- eminentemente operativo, e totalmente svincolato dalla politica - di concentrare la maggior parte delle forze sul punto decisivo, nei rispettivi campi d'azione. Ciò significa che: a) per Jomini la politica è così importante per l' arte della guerra, da dover essere considerata- al primo posto - come una delle sue branche, i cui lineamenti essenziali sono tracciati insieme dal Capo politico e da quello militare; b) per contro la guerra ha esigenze del tutto autonome, quindi la sua condotta (tanto nel campo strategico che tattico) deve sempre e in ogni caso mirare alla vittoria, con un ' unica modalità d'azione; questo anche se, di per sé, non necessariamente la politica identifica il raggiungimento dell'obiettivo con la vittoria. Se ne deduce che Clausewitz non ha il merito - come vorrebbe la communis opinio- di aver individuato quel legame tra guerra e politica che prima di lui ha intravisto e tentato di definire Jomini , ma piuttosto di aver corretto, impostandolo su basi più chiare, solide e durature, tale legame. Per Clausewitz la guerra- e dunque anche l'arte della guerrapiù che dipendere dalla politica fa parte della politica stessa (e non viceversa); concetto tuttora aderente alla realtà. Così come è aderente alla realtà la sua affermazione che la strategia ha un obiettivo politico o un obiettivo militare tale da comportarne il raggiungimento, quindi non necessariamente- come per Jomini -ha come fine la vittoria, e ancor meno può essere identificata con questa o quella modalità d'azione. Infine, per Clausewitz la guerra non interrompe il dialogo tra i contendenti, quindi la politica non cessa di esercitare la sua influenza anche sulla condotta della guerra stessa, che dunque non può essere affare dei soli militari come lascia capire Jomini (e come è avvenuto di fatto, con il generale Cadorna, neJla prima guerra mondiale).

" Cfr. A. T. Mahan, L'importanza del potere marittimo per gli interessi degli Stati Uniti (1897). Roma, Ed. Forum di Relazioni Internazionali 1997 (a cura di F. Botti) e D. Bonamico, Seri Ili sul potere marittimo ( 1894-1 905), Roma. Uf. Storico Marina Militare l 998 (a cura di F. Botti).


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La c hjara preferenza dimostrata da Clausewitz per la battaglia decisiva, le sue ironie contro coloro che identificano l'arte della guerra con la tendenza a limitare le perdite e con i temporeggiamenti, il suo rifiuto di considerare, in questo caso, l'influsso moderatore della politica, appaiono senza dubbio in contraddizione con quanto afferma a proposito dell'influsso permanente e della preminenza della politica stessa. Ma in tal modo egli fotografa e vive in sè stesso una contraddizione sempre latente e mai definitivamente superata, che attiene all'esatta delimitazione del ruolo del «politico» e del «tecnico» e, più in generale, alla definizione sempre incerta di ciò che rientra nella politica e di ciò che invece rientra nella strategia. Senza contare che la sua opera è rimasta incompiuta, e che quindi, questa e altre contraddjzioni non hanno potuto essere eliminate, o attenuate... Ciò che rimarca la maggiore differenza tra Jomini e Clausewitz è la diversa concezione della natura della guerra, che fa ritenere non del tutto calzante la qualifica di caposcuola dei dottrinari data al primo e degli ideologi data al secondo. A queste definizioni bisogna aggiungere che le teorie di Jomini sono a sfondo essenzialmente materialistico e quelle di Clausewitz a sfondo spiritualista, fino a dare origine in ambedue a opposte forme di estremismo concettuale. Jomini in tutto ciò che riguarda la guerra vuoi allargare a l massimo le componenti finite, quindi verificabili, quantificabili, sottoposte a calcoli tendenzialmente esatti; Clausewitz nega tale possibilità, accentuando al massimo il dominio dei fatto ri morali e spirituali e dell 'intuito del capo, cioè il campo dej fattori non quantificabili e verificabili a priori. Di qui la malaccorta pretesa di Jomini di carpire segreti e diffonderli tra i Quadri con una teoria organica della guerra basata su princìpi analiticamente verificati attraverso l'esperienza storica; e la contrapposta negazione di Clausewitz della possibilità di elaborare una teoria compiuta della guerra, il suo antidogmatismo, il carattere esclusivamente formativo, preparatorio attribuito all'esperie nza storica, e di semplice guida non vincolante a qualsiasi dottrina o acquisizione teorica, perché ciò che vale è solo il successo, sono solo i fatti , sono solo le decisioni del momento che li determinano. In tal modo per l' uno acquistano peso eccessivo il materiale, l'organizzazione, la preparazione, le procedure e le dottrine; per l'altro diventa veramente importante solo l'azione e la decisione del momento che la determina, e sia la strategia che la tattica riguardano esclusivamente l'azione, non la preparazione. Rimangono così dannosamente fuor


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dalla porta, per Clausewitz, tutti quei fattori - la preparazione, la logistica, la produzione militare, l'organizzazione, la geografia- che hanno avuto grande influenza sulla condotta degli eserciti del XX secolo, ma che anche nel XIX secolo hanno fatto sentire la loro voce e condizionato - per ammissione dello stesso Clausewitz - le operazioni già nelle guerre napoleoniche. In tal modo, benché i fattori spirituali e morali siano il cardine della sua opera gli sfuggono le ricadute che su tali fattori hanno la logistica e la buona organizzazione: che' il soldato vi vede un tangibile segno della sollecitudine e dell'amore per il combattente della Nazione e della capacità della leadership politico-militare. Non combatte bene un soldato che sa di non essere curato se cade ferito, che non dispone di armi competitive e di un vestiario che lo ripari dalle intemperie, che non può contare su un'alimentazione sufficiente. Napoleone ha fatto miracoli anche con truppe mal vestite e alimentate: ma era Napoleone.... Egli ha dimostrato quanto vale quella credibilità della Leadership, che normalmente si acquista prima di tutto con una buona logistica. La prospettiva di ambedue è quella della guerra tra Stati e tra eserciti: ma Clausewitz «apre» già alla guerra di popolo, con tale termine indicando non solo la guerriglia, ma in generale l'armamento del popolo anche sotto forma di quelle milizie che- egli assicura- nella rivolta prussiana del 1813 contro Napoleone hanno combattuto bene come le forze regolari. È senz'altro da non condividere, in merito, sia la diffidenza preconcetta di Jomini per le milizie, sia la sua affermazione che le operazioni di un esercito invasore contro la guerriglia condotta da forze popolari irregolari non si prestano all'applicazione dei princìpi della guerra. In realtà l'esercito regolare si trova semplicemente in forte difficoltà nell'applicare tali princìpi, con pruticolare riguardo a quelli della massa, dell'economia delle forze, della sorpresa; al contrario, per la loro stessa natura irregolare le formazioni guerrigliere possono meglio di forze regolari colpire, realizzando fulmineamente la superiorità di forze, là ove il nemico è più debole o meno se l'aspetta, agire di sorpresa, arrecare consistenti danni al nemico con poche forze, realizzando quindi al massimo grado quel principio dell'economia che assume sapore tautologico, perché nessuna azione è intelligente se non mira al massimo risultato col minimo sforzo. Si può dunque affermare che Clausewitz e Jomini, comparativamente studiati, danno anche oggi un'immagine della guerra reale, o meglio delle diverse e molteplici forze che entrano in gioco nei conflitti: in que-


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sto quadro acquista rilievo l'antidogmatismo clausewitziano, il suo culto dei valori spirituali e la sua tendenza ad allargare il campo d'azione della strategia (che tuttavia rimane come quella di Jomini essenzialmente militare) a tutto ciò che riguarda il coinvolgimento di forze e energie non militari, non rappresentate cioè dal solo esercito regolare. Il prussiano Clausewitz è perciò di gran lunga miglior interprete di Napoleone del «francese» Jomini, per il quale- aJ di là dei suoi meriti che ne fanno un autore tutt'altro che sorpassato - vale quanto ba scritto nel 1930 il colonnello BJatto: «proprio lo Jomi ni, freddo, piatto, geometrico direi, era il meno idoneo ad approfondire le cause di quelle vittorie nate [come quelle di Napoleone - N.d.a.] dal fondersi di un 'attività, di un calore, di un 'immaginazione, di una volontà senza pari»~ . Molte delle carte decisive del pensiero militare di fine secolo XX si giocano ancora sull 'interpretazione di Clausewitz: eppure, in altra opera abbiamo dimostrato che assai raramente è stato colto - in Italia e altrove- il vero sigruficato (o tutto il significato) della sua vasta opera, della quale, tra l'altro, è stato finora tradotto in italiano il solo Vom Kriege (Della guerra), e anche in data abbastanza recente (1942)35 • Per quanto ciò sembri strano, nessun pensatore italiano o straniero ha fi nora fornito sulle matrici autentiche del pensiero clausewitziano pagine migliori di quelle del nostro celebre filosofo Benedetto Croce36, la cu i interpretazione fornisce un contributo tuttora fondamentale e esaustivo per chiarire il sempre controverso e complesso rapporto tra esperie nza storica, natura reale dell'arte militare e strategica (quindi dell'atto guerresco), capacità della leadership, regole e meccani smi della usuale logica filosofica. Secondo Croce «solo la unilaterale e povera cultura degli ordinari studiosi di filosofia, il loro in.intelligente specialismo, il provincialismo, per così dire, del costume loro, li tengono indifferenti e lontani da libri come questo del Clausewitz, che essi stimano di argomento a loro estraneo o inferiore, laddove in effetto contengono indagini che entrano, e in modo assai concreto, nel vivo di taluni problemi filosofici e ne promuovono le soluzioni, venendo a rischiarare con ciò gli altri problemi tutti, giacché tutti i problemi filosofici si legano tra di loro» [nostra sottolineatura - N.d.a.].

" O. B l~mo, Op. ci t., p. 8. " F. Botli, Il pensiero militare e navale ... (Cit.}, Cap. IIJ sz.ll. ,. B. Croce, Azione, successo e giudizio: note in margine al «Vom Kriege» di Clausewitz (in Ultimi saggi, Bari, Laterza 1935, pp. 266-279).


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Non esiste, per il Croce, alcuna frattura tra logica militare strategica e logica filosofica. Di Clausewitz, sotto quest' ultimo profilo, egli ammira «lo spirito indagatore e critico, rifuggente non meno dal vuoto raziocinare che dal molle e contraddittorio empirismo, e il rigore filosofico della mente, che rispondeva in parte al generale abito speculativo-storico formatosi in Germania tra il sette e l'ollocento, e più ancora alla rinata colà meditazione dell'opera del Machiavelli, dal Clausewitz assai studiata in gioventù e alla quale sempre gli piacque riferirsi». Gli studi sull'arte della guerra- osserva il fi losofo- come quelli analoghi del ben pensare, del ben parlare, del ben agire, ben dipingere ecc. (cioè relativi alle «arti della logica, arti della prudenza, grammatiche e precettistiche, pittoriche e architettoniche ecc.») erano finalizzati al fare, e perciò «Si dicevano arti nel senso originario di tecniche». E come tutte le altre, anche l'arte della guerra era soggetta «alla doppia vicenda, ora di una pedantesca e superficiale sovra estimazione delle regole del fare, smarrito il senso del limite Loro, e ora di ww sollo estimazione, di una ribellione e dispregio di esse, come dannose e in ogni caso inutili, contrapponendosi alle regole il tal/o pratico, il genio superiore alle regole, l'ispirazione e la creazione». Ciò premesso, nessuno più di Clausewitz, prosegue il Croce, ha stimato l' intuito e le qualità del Capo; d'altro canto «da mente filosofica quale egli era» non poteva appagarsi del troppo radicale asserto che il genio si solleva al di sopra delle regole (le quali sarebbero, secondo taluni, con esso in opposizione). In realtà questa opposizione - così come le artificiose separazioni delle regole dal genio, e del pensiero dall'azione- per Clausewitz non esistono: per lui «ciò che il genio fa, deve essere appun to la più bella regola, e la teoria non può far di meglio che mostrare come e perché è così». Per Clausewitz la teoria non deve pretendere di dettare deiJe norme per l'azione, ma va vista come «una contemplazione», un'indagine analitica dell'oggetto che lo fa conoscere a fondo e se applicata all'esperienza, cioè alla storia della guerra, «conduce alla familiarità con l'oggetto stesso; e quanto più consegue questo fine, tanto più trapassa dalla forma oggettiva di un sapere (Wissen) a quella oggettiva di un potere (Konnen), e tanto più si proverà efficace anche dove la natura delle cose non permette altra risoluzione che quella del talento». Né, per Clausewitz, le cose deHa guerra si possono ridurre al solo momento dell 'azione, in cui opera il genio del Capo: «perché bisogna pur ragionare e persuadere nelle consulte, al che si richiedono idee


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chiare e dimostrazioni di forte coerenza logica, per non perdersi in discorsi senza capo nè coda». D 'altro canto, ciò che Clausewitz afferma sul rapporto tra teoria e pratica della guerra vale anche per ogni altro argomento, ad esempio per la poesia. Qui, sottolinea Croce, anche le regole non sono l'opposto del genio, e quando gli si oppongono, sono false regole, osservazioni empiriche rese rigide e assolute; il genio è la vera regola; e la teoria della natura della poesia, la consapevolezza che il genio acquista di sé stesso, la familiarità con la propria storia che è storia delia poesia, si t:rasfondono in «potere», ossia rinvigoriscono la libertà dell'atto creativo, come, d'altra parte, servono a dirigere le menti nel discernimento della poesia vera dalia falsa. Croce ricorda, in proposito, che Clausewitz si è significativamente occupato dei rapporti e analogie tra le teorie dell'arte e quella della guerra in uno scritto inedito citato dal Roques. E quantunque il generale prussiano abbia fatto notare la differenza tra le arti che (come quelle meccaniche e ideali) trattano un materiale morto o un oggetto vivente ma reso passivo, e l'arte della guerra che ha invece come materia esseri viventi, conviene osservare che anche l'artista o il pensatore devono lottare «con l'interiore tumulto dell'animo che è, anche in quel rapporto, attivo e non passivo»; a c iò si aggiunga che la differenza tra la materia morta e quella viva e reagente «è una metafora, che copre differenze soltanto di grado e quantità, o meglio, l' uso magg iore o minore che è dato fare della classificazione e del calcolo». Non per nulla Clausewitz ha notato che man mano che si scende da ll'alto in basso, dalla strategia alla tattica, l' individualità e la genialità restringono il loro campo d'azione..... Aborrendo dalla «formalistica vacui tà filo sofica», Clausewitz secondo Croce forn isce gli strumenti per superare un duplice pericolo al quale vanno soggette le trattazioni di carattere teorico, «Ossia che si propongono in modo più prossimo di servire alla pratica (più prossimo, perché ogni verità è sempre praticamente efficace e g iovevole)» : tale percolo consiste da una parte nel trattarle ricorr-endo a un metodo esclusivamente filosofico con iJ quale, «eliminando le proposizioni di esperienza, si cade ne lla più perfetta vacu ità, ovvero, innalzando queste a proposizioni speculative e assolute, si cade nell 'arbitrio»; dall'altra, nell'opposta te ndenza ad affrontarle con una metodica tutta e mpirica, «abbassando a empiriche le stesse proposizioni speculative e, per così dire, moUificando e liquefacendo l' ossatura e il sostegno della trattazione stessa».


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Il Clausewitz non pretende ridurre a sistema l'arte della guerra, ma vuoi dare soltanto «alcuni granelli di buon metallo» ai quali peraltro non manca il nesso. «Sempre egli va a fondo dei fatti mil itari e non si sottrae alla logica lilosolica», ma bada al tempo stesso a non volare troppo alto, a non scivolare nell 'astratto; per questo, come egli stesso dice, «quando il filo di questa [cioè della logica filosofica - N.d.a.) diventa troppo sottile e fine, è preferibile spezzarlo e riannodarlo al corrispondente fatto di esperienza», giacchè, soggiunge, «le foglie e i frutti teoretici non devono essere spinti troppo in alto, ma tenuti prossimi all'esperienza, che è il loro proprio terreno». Filosofia ed esperienza devono sempre andar congiunte e garantirsi a vicenda; e le loro proposizioni (dice sempre Clausewitz) «appoggiano la stretta volta della loro logica interna su questi due punti esterni di sostegno: l'esperienza, da una parte, c dall 'altra i l concetto; né potrebbero fare a meno di questi contrafforti». Il Croce ricorda anche che Clausewitz appl ica queste categorie di pensiero al giudizio sulle azioni militari, nel quale viene prima la ricerca di come si sono svolti i fatti (ossia l'indagine storica), poi la deduzione dell'effetto delle cause, che è «l'indagine propriamente critica, indispensabile alla teoria», e, i nfine, «l 'esame dei mezzi adoperati, che è la vera e propria critica, in cui si loda e si biasima, e che serve alla teoria o piuttosto all 'ammaestramento che si deve trarre dalla storia». Ma bisogna guardarsi, secondo Clausewitz, dall'attribuire valore assoluto a pri ncìpi positivi e ricavati da conoscenze storiche necessariamente imperfette, perché non è mai possibile fare piena luce sulle ragioni e le circostanze che hanno indotto un generale a adottare una certa decisione. Quindi la critica si giustifica non per vere e proprie ragioni storiografiche, ma per ragioni didascaliche e tecniche, le quali gli fanno affermare che «non è necessario né desiderabile che la critica si identifichi interamente con l 'agente». Quando il critico mostra gli errori di Federico o Napoleone, questo non significa che lui, il critico, non li avrebbe commessi , ma solo che egli, «conoscendo questi errori dalla connessione delle cose, esige dalla sagacità dell 'agente che questi avrebbe dovuto vederli». Non essendo mai possibile definire bene le circostanze di una decisione del Capo, quel che vale è il risultato, unico fenomeno visibile e determinabile. Per questo Clausewitz afferma che «tra il successo attribuito aUa fortuna e il genio dell'agente c'è un sotti le legame, invisibile all'occhio dell' intelletto[ ...]. Onde si comprende come la fortuna nella


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guerra assuma una mollo più nobile natura che non sia quella della fortuna nel gioco»; e conc lude che «la critica [ ... ] per la parte in cui la profonda e secreta connessione delle cose non s' incorpora in fenomeni visibiU deve lasciar parlare il successo e, per un verso, proteggere questa sentenza, pronunciata con voce sommessa da una superiore legislazione. contro il tumulto del rozzo opinare e, insieme, per un altro verso, respingere i goffi abusi che di tale altissima istanza si potrebbero fare». Così Clausewitz; i «goffi abusi» -precisa a questo punto Croce- sono quelli di coloro che [come fanno i jominiani - N.d.a.) cristallizzano e deificano un particolare successo, e lo convertono in definitivo e totale nella storia, «che continua sempre a tessere la sua tela e ha sempre molti fili a sua disposizione». In questa interpretazione del Croce, nella quale non c'è una virgola di dissenso dal pensiero del generale prussiano, quest'ultimo diventa un modello tanto del sano e logico filosofare come del sano e logico operare militare. Dalla esemplare contiguità, invero ben dimostrata. tra logica clausewitziana e meccanismi de lla logica filosofica in generale, Croce trae una lezione tanto chiara e precisa quanto attuale sul modo di trattare le questioni connesse con l'arte militare: «Quest 'ultime [in qua m o] indiri~cae immediatamente alla pratica e alla preparazione degli uomini pratici, e avendo d'uopo di chiari concetto e di osservazione storica, non debbono troppo allargarsi in specifica filosofia, ma continuamente mantenersi nella concretezza dei fatti, pur richiamando sernpre quel tanto di cognh;ioni filosofiche che sono via via necessarie, e richiamando/e davvero, nel loro vigore speculativo, ché altrimenti non fanno luce e non servono». Nell'accettare totalmente questa lezione, noi possiamo oggi serenamente dedurne che sono ingiuste e infondate- almeno per quanto riguarda il loro capostipite C lausewitz- le accuse di astrattezza e tendenza a puro idealismo che all'inizio del secolo sono state indirizzate dai seguaci di Jomini agli ideologi. Nè si deve credere che queste querelles siano ormai superate, che sull ' intima essenza dell 'arte militare e quindi de lla strategia sia stato detto tutto, che si tratti comunque di inintluenti ricerche del pelo nell'uovo. Ad esempio, alla luce dell'interpretazione crociana di Clausewitz - nella quale si riflette il vero carattere della contrapposta opera di Jomini - non possono essere condivisi i contenuti attribuiti alla strategia (e alla logica che vi presiede) in un recentissimo dizionario, riferito alla guerra di oggi: «scienza [non arte?- N.d.a.l della guerra [di tutto ciò che riguarda la guerra?- N.d.a.] che differisce dalle altre scienze


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perché la logica della guerra è diversa dalla nonnale logica [nostra sottolincatura - N.d.a.j. in contrasto con la logica lineare/formale di tutti i giorni, la logica della guerra, e in termini phì estesi di w1 conjliuo, è paradossale ("se vuoi la pace, prepara la guerra") e dialettict1 (le azioni provocano non un solo risultato, ma anche una reazione che modifica, e può rovesciare completamente questo risultato )»31• I n verità con la sua teoria dell 'attrito, nessuno meglio di Clausewi tz ha dimostrato che la logica della guerra è dialettica; ma al tempo stesso nessuno megl io di lui ha anche dimostrato che tale logica non è affatto paradossale. o lo è- al massimo- solo all 'apparenza, perché in realtà opera sempre in stretta connessione con il filosofico ragionare; né il superiore intui to del genio va contrapposto a regole valide solo per gli altri. essendo esso stesso dovuto a una rara capacità di cogliere le vere regole. Dal canto suo Jomini non fa che razionalizzare la guerra anche oltre il dovuto, con un processo i nduttivo basato sull'exemplum historicum e condotto secondo il cl assico armamentario logico cartesi ano: dov'è dunque questa logica paradossa le? Come ha di recente osservato il generale Jean, «non c'è possibilità di pace senza un mini mo di esercizio dell a forza. La debolezza ha sempre incoraggiato le aggressi oni, la forza le ha imped ite. Vale sempre la logica del si vis pacem, para belhmm )f,. I l fatto stesso che si tratti di un detto romano. dimos tra c he l a log ica della strateg ia dell 'età nucleare è la stessa di quella di sempre, e che dunque al di là delle apparenze la strategia nucleare, nel suo concetto ispiratore, non segna alcuna reale rottura con il passato. Si deve solo osservare che, come dimostra il periodo precedente la grande guerra, la corsa agli armamenti tra due Stati e/o blocchi mil itari non sempre è un toccasana c non è mai pri va di peri coli: può sfociare anche in una rovinosa guerra. Le stesse ricette non sempre valgono, e in ci rcostanze diverse possono produrre sia l a guerra (come nel 19 14- 19 18) sia i l crollo - fortunatamente senza spargimento di sangue - di una delle due parti in lotta (come è avvenuto di recente con l' implosione del sistema sovietico pur militarmente possente, fenomeno universalmente imprevisto che dimostra, tra l'altro, l ' impossibili tà di una razionalizzazione completa del fenomeno guerra) .

"· E. N. Luuwak- S.L. Koehl, La Guerra modemo. Rizwli. Milano 1982, p. 882. " C. Jean. Guerm. strmegio e sicurew1. Bari. Laterza 1997. p. 220.


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Se poi ci si vuoi riferire alla «logica lineare/formale di tutti i giorni» (cioè alla logica non militare), anche prescindendo dalle riflessioni dei due famosi autori e del celebre filosofo si può osservare che, nella vita quotidiana, le azioni di un individuo o di un organismo provocano reazioni di vario ordine che in buona parte non possono essere definite e calcolate a priori; così come tutti sanno che dimostrarsi forti, protetti, determinati può servire a «scoraggiare» l'altro, a indurlo a miti consigli, a fargli abbandonare una strada che abbiamo delle buone ragioni per ritenere a noi dannosa: chi trova duro, è indotto a non attaccare l'ostacolo e a cercare altre vie. E questa è logica pura. Oltre tutto, in tempi nei quali si insiste tanto sul legame tra mondo militare e società civile, sarebbe ben strano se la «logica milita re» fosse veramente diversa da quella «civi le»; ciò significherebbe, oltre tutto, attribuire un' ingiusta patente di diversità anche alla logica politica e sociale, della quale la logica strategica fa parte integrante e deriva i suoi orientamenti concreti. Al di là degli illuminanti giudizi sul Vom Kriege, dunque, Croce dà una lezione di metodo dalla quale esce sconfitta ogni logica «separatista» e nella quale lo storia va vista come un'esperienza da valutare ai fini del pratico operare, come strumento di conoscenza di un problema sul quale esercitare il giudizio, onde familiarizzarsi con l'oggetto prescelto e favorire così le scelte di attualità. Nulla di più e nulla di meno: v'è quanto basta per credere fin d' ora che non il paradosso, ma proprio l'applicazione di una logica stringente - che non è da tutti - è la chiave dell'arte militare di ieri e di oggi, anch'essa arte delle relazioni e interrelazioni così come lo è l'arte politica dalla quale derivano i suoi caratteri di base.

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CAPITOLO II

UNO SGUARDO AL PENSIERO STRATEGICO ITALIANO DAL RISORGIMENTO ALPEruODOPOS~GUERRAFREDDA


SOMMARIO: l. Premessa • 2. La Restaurazione (1815-1848): laboratorio militare della futura rinascita nazionale • 3. LI periodo delle guerre per l'indipendenza nazionale ( 1848-1870) c la sua eredità strategica • 4. Dalla guerra franco-pmssiana ( 18701871) alla prima guerra mondiale: <<revival» della guerra rapida e decisiva napolconica • 5. L'eredità della prima guerra mondiale ( 19 l 9- l 939): come evitare la guerra di trincea? • 6. Il periodo della guerra fredda ( 1945-1989) e i primi anni Novanta: rivoluzione del la strategia? • 7. Conclusione.

l. PREMESSA

La Rivoluzione Francese ha esportato in Europa il concetto di guerra di nazioni da allora rimasto sullo sfondo della storia fino alla caduta del muro di Berlino. La guerra fredda dopo il 1945 non è stata che l' ultima e più micidiale espressione di una serie di scontri fra popoli , idee, culture diverse che ha provocato tante vittime e danni, e ha tolto all'Europa il primato mondiale. Essa è stata l'u ltimo rigurgito di un millenarismo a sfondo ideologico, che è cominciato quando le baionette francesi, naturalmente nell' interesse della Francia, hanno tentato di imporre a tutta Europa il motto «guerra ai castelli, pace alle capanne», con i nuovi valori di libertà, uguaglianza, fraternità e anche con un nuovo modello di discipl ina, basato sull'entusiasmo e sulla fiducia nel Capo e nella causa della Rjvoluzione da parte del cittadino-soldato. In questo capitolo daremo conto dei mutamenti dell'arte militare della caduta dell 'astro napoleonico (18 15) in poi , con particolare riguardo al pensiero strategico italiano. La vasta materia, da noi già in buona parte affrontata in precedenti opere•, è tale da richiedere un

' Cfr. le seguenti opere: F. Botti - V. Ilari, Il pensiero militare iwliano ... (Ci t.): F. Botti - M. Cermelli. La teoria clellt1 guerr(l aerea ... (Cit.); F. Botti. LA storia della logistica dell'Esercito Italiano 1831-1981. Roma, SME- Uf. Storico 1991-1995 (4 Vol. con illustrazioni): F. Botti.// pensiero mi/iwre e navale iwliano ... -Vol. l - (Cit.) (il Vol. Il. riferito alle guerre d'indipendenza 1848-1870. i': in corso di stampa); F. Botti, Note sul pensiero miliwre italiano da fine secolo XIX all'inizio dello prima guerra mondiale, «Studi Storico-Militari» 1985. 1986 e 1987, Roma, SME - Uf. Storico. Si ricordano ancora i seguenti li bri ristampati con commento e note di F. Botti: A.T. Mahan. L"importanzn del potere marillimo per gli imeressi degli Stati Uniti (Cit.), D. Bonamico. Seri/li sul potere mariuimo (1878- 1914). (Ci t.).


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esame ben più vasto e articolato d i que llo che è ora possibile. Le brevi riflessioni che seguono hanno, perc iò, lo scopo principale di richiamare l'attenzione su q uei concetti e queg li autori che più ci saranno utili quando sarà il momento di affrontare, senza dimenticare il passato, il clou dell'opera, cioè lo stato dell 'arte militare dopo la caduta del muro di Berlino. In secondo luogo, tali riflessioni vogliono essere un invito- rivolto specialmente ai giovani Quadri - alla lettura, alla meditazione sul passato, utile specialmente in quest' epoca nella quale mancano quelle basi anche morali salde e sicure, le quali non possono che essere ricercate nella storia e nella storia e trad izione militare nazionale. La sconfitta e il successivo avvento della guerra fredda hanno incoraggiato le nuove generazioni del dopoguerra a trascurare il passato e la storia politico-militare dell' Italia, in nome degli imperativi tecnici dell'epoca, dell'era nucleare e delle esigenze unificatrici delle organizzazioni multinazionali. TI nostro pensiero militare, invece, ba illustri tradizioni, con autori di grande livello le cui opere ancora sono vive e ancor oggi invitano a cercare in Italia ciò che con troppa facilità si vuoi cercare altrove. 2. LA RESTAURAZIONE (1815-1848): LABORATORIO MILITARE DELLA FUTU RA RINASCITA NAZIONALE Dato il comportamento degli occupanti francesi, gli intellettuali italiani, dapprima entusiasti delle n uove idee della Rivoluzione, ne sono ben presto delusi; ma oltre a introdurre in Italia le grandi idee di nazione, libertà, uguaglianza, fratern ità , il dominio francese ha il merito di risvegliare negli italiani, con la poco gradita leva obbligatoria, lo s pirito naziona le e mili tare sepolti da secoli di umiliante servaggio straniero. Ne l maggio 1796, dopo le prime folgora nti vittorie che consegnano il suo nome a ll a storia, Napoleone indirizza questo proclama ai mi lanesi: «la libertà, o cittadini, non s i ottiene col semplice desiderarla; ma bisogna invece esserne degni, divenire abbastanza forti per conq uistarla o per difenderla; occorre scuotere le molli abitudini , abbandonare per sempre g li e ffeminati costumi, imbracciare nuovamente le armi». S ia pur per una causa non nazionale, circa duecentomila italiani combattono con onore nella Grande armée, lasciando sui campi di battaglia di tutta Europa ben trcntamila caduti.

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1.<:..)

La cultura civile e militare italiana della Restaurazione e del Risorgimento rispecchia l'esortazione di Napoleone. Sulla Restaurazione c'è un equivoco di fondo da dissipare. Essa è certamente specie per l'Italia - un periodo di forte decadenza delle nostre Istituzioni militari, che perdono quasi del tullo l'operatività e diventano una sorta di forza di polizia stanziale, avulsa dal Paese e senz'anima. Una volta tornati -grazie aJJe vittorie altrui - sul proprio trono dopo il 18 l 5, i sovrani degli Stati pre-unitari secondo un antico, deleterio costume italiano affidano la loro sicurezza alle baionette austriache, trascurando il proprio esercito, riducendolo al minimo e anzi guardandolo con diffidenza per tre ragioni essenziali: a) per non gravare su un bilancio in dissesto e su un'economia stagnante a causa della lunga guerra e delle troppe barriere doganali; b) perché il Congresso di Vienna ha accantonato la prospettiva di conflitti interstatuali , con un patto di mutuo soccorso tra sovrani garantito dall'esercito aus triaco e dalla flotta inglese, che sono «forze di pace» in anteprima, perché hanno il compito di garantire l'assetto esistente contro torbidi e sollevazioni nazionali; c) perché gli eserciti italiani sono, per forza di cose, in gran parte composti da Quadri delle ex-armate napoleoniche, che quindi hanno assorbito, e fatto propri, i nuovi princìpi della Rivoluzione Francese, e sono non casualmente protagonisti dei moti liberali del periodo specie in Piemonte e nel Regno di Napoli 2 • Come sempre avviene nei periodi di decadenza, la professionalità militare diventa un valore residuale, anzi una fonte di sospetto: ciò che prevale è la fedeltà al sovrano. Secondo il capitano degli alpini Giuseppe Sticca ( 1912), tale decadenza s i estende perciò anche al pensiero, alla letteratura mili tare del periodo, dove «nacque per ogni dove uno spirito retrivo ed ostile al decaduto [Napoleone], e, con pervicacia e cecità pari al fanatismo di ieri, si negò, disconobbe qualsivoglia valore dell'opera sua: i suoi metodi di guerra, i suoi trionfi inauditi si tacciarono di imprese pazzesche, di sfacciate disfide alla fortuna [. .. ]. Adunque il periodo che come dal 1815 al 1848 è rappresentato, nel campo degli studi militari

~ Sulle istituzioni militari e sui Quadri del Regno di Napoli, che nel periodo 1815-1848 hanno perduto ogni spirito militare e ogni attitudine operativa, si veda ad esempio M. D'Ayala, Vita del Re di Napoli, Torino, Ti p. V. Steffanone 1856.


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tecnici, da esigua povera schiera di pennaioli discendenti in Linea retta da quelli del secolo precedente, formanti di essi quasi una retroguardia» 3 . Non è così, non è sempre così. Se per «pensiero militare» si intende, come si deve intendere, non solo le opere degli ufficiali in servizio che come tali non possono discostarsi molto dal pensiero ufficiale, ma anche gli scritti militari o di interesse militare di autori civili, il quadro è ben diviso, fino a far concepire- sotto questo profilo- la Restaurazione come parte integrante e anzi lievito del Risorgimento. È nella Restaurazione, infatti, che si affilano le armi, si prepara anche moralmente e spiritualmente lo strumento per la futura guerra di liberazione nazionale, si richiamano alla memoria le tesi di Machiavell i per un solo principe e un solo esercito nazionale di cittadini. Comincia così a prendere forma, dopo secoli, un pensiero strategico nazionale con propri connotati. Esso è la manifestazione mi li tare di un più vasto movimento culturale e storico nazionale, che concordemente mira a risvegliare negli italiani l'orgoglio per il loro glorioso passato, indicando spesso come modello di virtù civiche e militari l'antica repubblica di Roma. Posto che la libertà, l'unità, l'indipendenza non possono essere ottenute che con la guerra all'Austria, prevale la convinzione che tale guerra non deve essere condotta dagli Italiani supplicando il sempre interessato aiuto straniero, ma facendo affidamento anzitutto sulle loro armi e sull'antico valore. Le modalità prescelte sono molto diverse: ma almeno su questo, c'è larga concordanza. Come già accennato, nel periodo esaminato Clausewitz è totalmente sconosciuto e le concezioni di fondo di Jomini dominano incontrastate. Nulla di particolarmente nuovo viene pubblicato in materia di arte militare, sua natura e sua ripartizione. Tuttavia, la più o meno pronunciata ascendenza jominiana è comune al pensiero europeo e americano del periodo. E oltre a non essere di per sé indice di scarsa originalità, essa non impedisce a parecchi scrittori italiani di indicare le modalità strategiche e ordinative più convenienti per liberare l' Italia dallo straniero, dando risalto anche ai valori morali.

' G. S1icca, Scrittori miliwri iwliani. Torino. Cassone 1912. p. 183.

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La letteratura militare italiana de l periodo è assai copiosa, cosa che di pe r sé ne d imostra l'i nteresse; essa è stata da noi organicamente esaminata nel ci tato vol ume sul Pensiero militare e navale italiano 1789- 1848, a l quale rimandi amo. Ne daremo solo qualche cen no, s udd ivide ndo g li autori in tre po li principali: quello piemontese, quello napo letano, quello lo mbardo. Ciascuno di essi ha caratteristiche proprie, c he g li derivano dalla sua collocazione geopo litica. dalla siLUazione po litico-sociale e dagl i influssi degli Stati vicini; per q uesta ragione i poli più importanti sono anche quelli dei due Stati più «italiani», perché militarmente più fort i e quind i meno soggetti a l controll o stra ni ero: quello piemontese e quello napoletano.

Il polo piemontese Come già detto, l'importanza della politica militare non è un'acquisizione clausewitziana. Lo dimostra un· opera (rimasta fino ai nostri giorni ignorata) dell'avvocato Giuseppe Cridis sulla politica militare', interessante perché ben rispecchia l'approccio alla problematica militare dell'establishment piemontese del tempo e pur non citando mai Clausewitz sviluppa un concetto di politica militare pienamente attuale, nel quale si dà per scontata e naturale la preminenza delle esigenze politico-socia li del mo mento. Il Crid is è contrario al concetto di «grande guerra» napoleonica, che giudica frutto di una sete di gloria funesta, perché non indirizzata al pubblico bene; ad esso contrappone quello (antico ma ancora attuale) di guerra lim itata e giusta. Pur giudicando la guerra offensiva più conveniente di quella difensiva anche per i uoi positivi riflessi sul morale delle truppe, attacca i due perni della strategia napoleonica: i grossi eserciti formati con la leva in massa e «il sacco del Paese nemiCO», c ioè lo sfruttamento spietato delle risorse del territorio conquistato che fa parte- per forza di cose - del sistema di guerra napoleonico. Gli eserciti troppo numerosi secondo il C ridi s spopolano gli Stati, dissanguano l'erario, possono essere riforniti solo con g rand i

• G. Cridis. Della politica militare -libri quauro. Torino. per I'AIIianza 1824. La datazione dell'opera ha un preciso significato: il libro di Clausewitz Della Guerra, nel quale si analiz7.3- tra raltro- rinflusso della polit ica sulla guerra. è stato pubblicato postumo nel 1832.


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difficoltà, richiedono troppo tempo per la mobilitazione e radunata facendo così perdere le occasioni favorevol i, sono difficilmente comandabili in guerra da un solo condottiero, si muovono con troppa lentezza, sono facile preda delle malattie ... fl «Sacco del paese nemico» è da lui ritenuto un sistema da evitare non tanto per ragioni umanitarie, ma perché danneggia inutilmente e in misura eccessiva sia il Paese conquistato destando odio per l'invasore e provocando ribellioni, sia lo stesso esercito invasore che, dedito al saccheggio, diventa più indisciplinato, meno comandabile, meno pronto al combatti mento. Il Cridis si dimostra, invece, insolitamente progressista su due questioni, dove le sue idee non saranno certo tenute in debito conto nelle guerre d'indipendenza: il comando effettivo dell'esercito da parte dello stesso Principe e r avanzamento dei Quadri. A suo giudizio il Principe non deve assumere di persona il comando dell'esercito se non possiede le qualità necessarie per tale delicato incarico; deve però fars i vedere spesso sul campo, per infondere coraggio ai soldati. Non è giusto riservare i gradi più elevati agli ufficia li nobi li , perché le tasse per il mantenimento dell'esercito non sono pagate da una sola classe: tutti i componenti dell'esercito, che sopportano i disagi della vita militare, se lo meritano devono avere accesso ai vantaggi e onori dei gradi più elevati. Infrne, egli sia pur senza prendere posizione affronta un argomento cruciale, che rimarrà sul tappeto per gran parte del secolo XIX e XX: il confronto tra vantaggi e svantaggi dell'«esercito permanente», (cioè a lunga ferma, di qualità, mantenuto anche in pace a livelli di forza elevati) ed esercito «di milizia» (di massa e a brevissima ferma, tipo nazione armata e basato su una massiccia mobilitazione solo all'emergenza). Il primo modello corrisponde alla soluzione adottata dall'esercito francese almeno fino al 1870; al secondo si avvicina più delle altre la soluzione dell'esercito prussiano, che anche per ragioni economiche manteneva una ferma breve e in gran parte istruttiva ma estesa a tutti, e faceva affidamento soprattutto su una mobilitazione accuratamente predisposta e preparata con brevi richiami periodici. Le tesi pro e contro i due modelli, che il Cridis diligentemente espone, ricorreranno spesso fino alla guerra fredda: esse meritano dunque di essere qui brevemente riassunte, non senza notare che il Cridis è, a quanto ci risulta, il primo autore italiano a usare il termine «nazione armata», inteso nel senso Jeuerale e se vogliamo clausewitziano: cioè di distribuzione delle armi


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a tutto il popolo, soluzione estrema e guardata con sospetto, anche per i risvolti sociali, in tutte le nazioni d'Europa meno che in Prussia. Il Cridis riferisce che secondo i loro fautori, gli eserci ti permanenti oltre ad assicurare la sicurezza interna impongono rispetto a amici e nemici, danno la possibilità di prendere iniziative militari nel momento più opportuno, e soprattutto proteggono lo Stato da attacchi improvvisi. Essi non possono essere sostituiti da milizie improvvisate, formate da soldati chiamati alle armi per pochi giorni all'anno. Se di tre abitanti di un villaggio uno fa il soldato a tempo pieno e gli altri due fanno solo l' agricoltore, lo Stato ha il vantaggio di avere un ottimo soldato e due buoni agricoltori; con il sistema di milizia, invece, ha solo «tre soldati indisciplinati, che sono nello stesso tempo agricoltori oziosi, e corrotti». Alla resa dei conti l'esercito permanente è anche il più economico, perché sottrae meno forze alla produzione e non la danneggia. Se esso non esistesse, si potrebbe essere costretti a mobilitare improvvisamente i mietitori proprio quando il grano è maturo, e i seminatori al momento della semina. Inoltre, se lo Stato è costretto ad affidare la sua difesa a una milizia, all'emergenza deve ordinare, con gravi pericoli, la leva in massa, perché si tratta di supplire con il numero alla scarsa disciplina e alla scarsa efficienza delle unità: «Ora è cosa dubbia, se il Governo possa essere lungamente sicuro quando tutto il popolo è istruito nel maneggio delle armi, ed è assuejalfo a ricorrere ad esse. Ciascuna fazione si troverà alla testa di un'armata, ciascun mal contentamento ecciterà una commozione, e ciascuna commozione una guerra civile». Nelle argomentazioni degli avversari degli eserciti permanenti esposte dal Cridis si trovano invece molte vecchie tesi antimilitariste del Filangieri, tipiche dell'illuminismo prima della Rivoluzione Franceses: gli eserciti a lunga ferma tolgono braccia aiJe attività produttive, richiedono per il loro mantenimento gravosi tributi, impediscono al fior fiore della gioventù di procreare proprio nell'età più favorevole, a causa del celibato forzato «conompono e rendono dissolute le donne, e ampiamente diffondono i morbi venerei». Inoltre i soldati di mestiere sono contro la pace, perché dalla guerra sperano onori e gradi; e in mancanza di nemici esterni sono indotti a volgersi contro i loro stessi concittadini.

' Cfr. F. Botti, Gaetano Filangieri precursore della «Nazione Armata». (( Rivista Militare» n. 4/1998, pp. 108- 117 (Pubblicato anche dalla rivista francese Stratégique - Pari s. n. 68 - 411997).


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Se mpre secondo i suoi avversari, l'esercito permanente non è utile né per la sicurezza interna né per quella este rna. La miglior difesa interna del trono è il buon governo; d' altro canto, anche se il governo è buono i soldati di mestiere si possono ugualmente sollevare, perché i loro interessi sono divers i da que lli della restante po polazione. La disponibilità di forze permanenti può indurre il governo ad avventure mil itari: d'altro canto, il Princ ipe se non è amato da l popolo deve dipendere interamente da esse. Per quanto riguarda la di fesa esterna ormai «la comunicazione dei popoli è universale», quindi non sono più da atte ndersi aggressioni improvvise; né si può ottenere maggior sicurezza con le forze permane nti, perché ciascun Stato le accresce in proporzione a quelle dei vicini. Con opportuni provvedimenti e esenzioni parzia li , i da nni che il s istema di mili zia a rreca a ll a produzione in caso di gue rra possono essere ridotti o e limin ati ; in ogni caso, me ntre con l 'esercito di milizia s i può danneggia re qua lche volta la semin a o la mi etitura, con l'eserc ito pe rmane nte s i dan neggia inev itabilmente la produzio ne tu tto l'anno .... Un popolo no n g ravato da gross i tributi a causa delle s pese mil itari «combatte rà all ' uopo pe r la s ua patri a, e pe' vantaggi di c ui in essa gode, con un valore di gran lunga superiore a que llo, c he aspetta r s i possa da un eserc ito pe rmane nte di me rcenari» . Va a nc he respinta la tes i de lla ripartizio ne de l lavoro, e de ll'inconcili abilità tra il mestiere de lle armi - e l'addestra me nto c he richie de- e i mestie ri c ivili. Le mi lizie posso no essere efficaceme nte addestrate ne i g iorni festivi o ne i pe ri odi in c ui il lavoro da i campi è me no inte nso; i co ntadini sono molto ada tti per i lavori di fortifi cazione, e la loro a bitudine a lla vita parca e dura li re nde più adatti a sopportare le fa tic he e i disagi de lla g ue rra c he i so ldati ra mmolliti da ll 'ozio de ll e caserme (a ltro argo me nto, ques to, de l Fila ng ie ri ). Il fatto che il Cridis non prenda ne ttame nte pos izione dimostra che, al mome nto, in Pie monte non c'è accordo su qua l mode llo seguire, anche perché uno Stato gue rriero e con potenti vic ini alle frontiere come il Piemonte era stato spesso costretto, ne i secoli precedenti, a integrare il ridotto eserc ito pe rmane nte con milizie a reclutamento locale, progenitrici degli alpini. In materia di arre militare, comunque, il pensiero uffic ia le de l tempo ri sulta dalle opere di alcuni ufficiali insegnanti a ll ' Accademia militare di Torino (Racchi a, Pougni - Guillet. Vassalli, Giusri niani), che tranne il Vassall i scrivono in francese.


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Degli scritti del Racchia e del Pougni si può molto brevemente dire che riprendono Jomini con accenti antinapoleonici (e quindi peggiorativi e contraddittori) miranti a dimostrare come non più necessaria la debellatio dell'avversario. Questa caratteristica si accentua specie nel Pougni, fautore di una «guerra metodica» che fa a pugni, appunto, con quella di Napoleone: Probabilmente gli attacchi a Napoleone sono di comodo, perché raramente in accordo con le tesi di fondo; ad ogni modo, specie il Vassalli mostra di apprezzare, nella sostanza, l'arte militare di Napoleone. Probabilmente Lo Sticca nel formulare il suo giudizio negativo si riferiva esclusivamente a quest'ultimi autori, che abbiamo chiamato «scolastici»: perché nel pensiero, per così dire, laico non mancano spunti di grosso riUevo. Il rinnovamento nazionale comincia dal linguaggio militare, fino a quel momento asservito a quello francese. Pur non essendo militare (cosa che gl i verrà fatta pesare dai suoi avversari), il dotto torinese Giuseppe Grassi compila il primo Dizionario Militare Italiano (Torino 1817 - 2• ed izione postuma 1833), che ha tre caratteristiche fondamentali: a) intende sottrarre il linguaggio militare italiano al vassallaggio francese. riscoprendo le nostre antiche fonti classiche e richiamandosi agli stessi autori ritenuti validi dalla Crusca; b) di conseguenza è manifestazione di «purismo» linguistico militare che viene fortemente criticato dagli antipuristi, i quaU rinfacciano al Grassi la sua incompetenza militare e non a torto lo accusano di trascurare molte voci che esprimono il progresso delle tecnologie militari -e specialmente delle armi e artiglierie- dal XVI al XIX secolo, avvenuto sempre più fuori d'Italia; c) ha la veste di un vero e proprio dizionario enciclopedico, perciò dà un'immagine estremamente precisa e utile non solo dell'arte e delle teorie militari del tempo, ma anche del costume, delle tradizioni, della storia, degli ordinamenti, del concetto di guerra ecc.. Il Grassi fa opera altamente nazionale, e il suo cuore di patriota italiano si rivela anche dal modo con cui tratta alcune voci. Il suo dizionario apre la serie di dizionari e degli studi di lessicografia militare e navale che fino al 1870 circa è abbastanza nutrita, culminando con il Vocabolario marino e militare del Guglielmotti (1889). Fatto positivo, che indica un rinnovato interesse per le cose militari e una coscienza culturale attenta ai valori, alJe radici nazionali e aliena da manifestazio-


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ni di esterofilia, le quali si rivelano prima di tutto nel linguaggio. In proposito si deve constatare che. nel XX secolo, i dizionari militari sono caduti in disuso, e la loro assenza non è stata affatto compensata dalle voci militari dei normali dizionari, generalmente incomplete e di contenuti assai discutibili. Un fatto non positivo, sul quale oggi bisogna meditare: fino a che punto l'adesione alla NATO può giustificare rassenza di studi approfonditi sul linguaggio mi l itare italiano attuale? Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo e Giovanni Durando sono tre altri autori piemontesi, i cui scritti di interesse militare sono mal noti. Di Gioberti e Balbo viene studiato i l pensiero politico moderato e neoguelfo, ma sono, in genere assai trascurati gli aspetti militari di tale pensiero. Degli scritti del generale Giacomo Durando, anch'egli moderato ma non amico del Papato, s'è ricordato solo Piero Pieri , peraltro in modo troppo sommario e senza coglierne l'importanza6 • Tutti e tre questi autori hanno il merito di porsi, sia pur con conclusioni diverse, il concreto problema strategico della guen·a all'Austria, inserendolo non solo nel contesto europeo ma anche in quello mediterraneo e nella questione d·Onente. E tutti e tre, da buoni piemontesi. sono pot1atori di una visione geopolitica e geostrategica che assegna al Piemonte, al suo esercito e allo scacchiere d'operazioni settentrionale un ruolo centrale e decisivo. Nella sua opera principale, Il Primato morale e civile degli italiani ( 1846), l'abate Giobet1i si rivela - con un bisticcio di parole solo apparente - un federalista unitario, al quale non sfugge l' importanza dello strumento militare per conquistare e mantenere l'indipendenza nazionale. Alla sua visione di carattere e interesse militare ar riva per la strada maestra della geopolitica, accompagnata da uno storicismo che ne rafforza e completa le acquisizioni, e da un forte sentimento cattolico, nel quale diversamente da altri patrioti - non si riscontra alcuna dicotomia tra ciò che attiene al ruolo spirituale della Chiesa di Roma e ciò che rientra, invece. nel suo ruolo politico. culturale. mi litare nel futuro Stato italiano. Con appropriate considerazioni di carattere geopolitico e storico, dimostra infatti la necessità che i vm·i Stati uniscano le loro forze fino a fare dell' Italia una Confederazione di Stati presieduta dal Papa che sarebbe una grande potenza economica e militare, in grado di imporsi in Europa e di dominare il Mediterraneo. Per la conquista dell ' indipendenza nazionale non ritiene che possano avere successo le rivoluzioni, le insur-

~ P.

Pieri. Storia miliwre del Risorgimemo. Torino. Einaudi 1962. pp. 151-152.


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rezioni popolari o le invasioni dei fuorusciti: conta perciò solo sull'esercito regolare piemontese, al quale dovrebbe unirsi anche quello napoletano, e su una flotta riunita che, oltre a «difendere le porte marittime e tutelare la Jjbertà del Mediterraneo contro le prepotenze straniere» renderebbe possibile l'espansione coloniale, da lui giudicata necessaria. Cesare Balbo, del quale vanno ricordate soprattutto le opere Le Speranze d'Italia (1844) e Studi sulla guerra d'indipendenza di Spagna e Portogallo ( 1847), auspica anch'egli una Confederazione che assicuri al Piemonte l'egemonia politica e militare in Italia, giungendo a definire «divino» l'esercito piemontese e dimostrandosi invece scettico sul valore combattivo di quello napoletano. Come ufficiale in congedo costretto a dimettersi per ragioni politiche, scende più nel dettaglio del Gioberti sugli aspetti tecnico-militari, con tre importanti acquisizioni derivanti dallo studio della guerra d'indipendenza spagnola, che dal Gioberti lo distinguono pur facendogli apprezzare, come lo stesso Gioberti, l'importanza delle forze navali: - la superiorità tattica e addestrativa dell'esercito austriaco può essere annullata sfruttando a fondo il terreno difficile e ricco di città fOitificate dalla penisola; - come insegna il modello spagnolo, la guerriglia, 1' insurrezione deJle città e le operazioni delle forze regolari sono tutte forme ugualmente utili della guerra nazionale. L' importante è che gli italiani, come gli spagnoJj, siano tutti ben decisi a combattere; - il modello di guerra napoleonico e centro-europeo non è adatto al terreno italiano e alle specifiche esigenze della nostra guerra d'indipendenza. Meglio il modello difensivo-controffensivo di Wellington in Spagna, basato sulJ' integrazione degli sforzi delle forze regolari e non, e sul concorso della flotta. Il generale Giacomo Durando, laureato in legge e costretto aJI'esilio nel 1831 per aver indirizzato al Re Carlo Alberto un opuscolo nel quale criticava aspramente l'amministrazione civile e militare del Piemonte, si è guadagnato i gradi in esilio sui campi di battaglia spagnoli. Nel suo libro Della nazionalità italiana -saggio politico - militare (1846)7, pur tributando i consueti elogi a Jomini e all'Arciduca

'· Losanna, Bonamici e C. 1846. Sulle teorie del Durando Cfr. il Nostro Il concetto di geostrategia e la sua applicazione alla nazionalità italiana nelle teorie del generale Giacomo Durando, «informazioni della Difesa o. 3/1994>>. pp. 51-62 (pubblicato anche dalla rivista francese Stratégique- Paris, n. 58 - 2/1995).


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Carlo dimostra notevole originalità, coniando per primo in Italia e nel mondo i termini «geostrategia» e «geotattica» e d imostrando che le diverse condizioni geografiche sono state storicamente la matrice primaria delle nazionalità e subnazionalità, quindi anche della politica e strategia di ciascun popolo. Nelle grandi linee, perciò, quest'ultime rimangono inalterate al mutare delle contingenze storiche. La strategia di una nazione non è che politica armata: essa segue le stesse direttrici della politica, dettate dalla geografia. In particolare, secondo il Durando «la strategia studia l'influsso del terreno sull'azione delle varie armi; essa per lo più esamina turte le parti del suolo in modo distinto dalla geologia, geognosia, geodesia e geografia, ma si vale di tutte queste scienze in più d'una occasione, e ne è, propriamente parlando, il compimento. Onde mi sono servito del vocabolo, credo finora inusitato, di geostra.tegia, ogni qual volta mi occorse di considerare il terreno in astratto e fuori dall'applicazione delle forze organizzate, ma naturalmente sempre in relazione a esse. Dico perciò: le condizioni geostrategiche, geo /attiche d'Italia o di Spagna, quando studio astrattamente L'ossatura e la contestura del suolo; e dico: mosse o direzioni strategiche, o talliche, volendo indicare un'operazione militare eseguita su certi punti determinati di terreno. Separo quindi mentalmente, e per chiarezza, due cose che nel fatto e nell'applicazione non vanno mai disgiunte»8• Il federalismo del Durando deriva dalla necessità di prendere atto delle profonde differenze tra le popolazioni ital iane, dovute alla geog rafia; è però avverso al primato del Papa, anzi considera - e non è certo il solo- la presenza del Papato a Roma come il principale ostacolo storico per l'unità italiana. Contro l' Austria è fautore di una strategia basata su «operazioni concertate tra gli eserciti dei due Stati capi-lega [il Piemonte e Napoli- N.d.a.] e simultane ità e accordo delle operazioni degU eserciti di terra con le nostre marine», tenendo presente che le marine sarda e napoletana riunite risulterebbero molto superiori a quella austriaca, tra l'altro composta in prevalenza da marinai italiani che non combatterebbero volentieri contro i loro compatrioti. L'azione da condurre sarebbe schematicamente la seguente: «guerra passiva-difensiva al di qua del Ticino; guerra d(fensiva-attiva nell'Appennino superiore per mezzo degli eserciti de/1' /!alia meridionale e

• C. Durando, Op. ci t., p. 444.


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centrale; guerra offensiva-attiva nell'Adriatico di tulle le Marine della lega riunite; guerra per bande nelle Alpi lombarde, nelle vene/e, e da per tutto dove possa assecondare le operazioni regolari». Gli eserciti regolari rimarrebbero iJ perno dell'azione; il Durando osserva infatti che l'Italia non è la Francia o gli Stati Uniti, dove esiste da tempo un diffuso spirito nazionale e si può contare sull'apporto della massa dei cittadini. Ciò non togHe che sia necessario e possibile allargare la base di reclutamento degli eserciti e suscitare entusiasmo per la causa nazionale, concedendo le libertà costituzionali prima della guerra d'indipendenza e non dopo (come vorrebbe invece il Balbo). Al polo piemontese appartengono, infine, due «irregolari» fieramente avversi agli autori moderati prima citati: il ligure Giuseppe Mazzini e Carlo Branco di Saint Jorioz, nobile piemontese e ufficiale di cavalleria aderente alla carboneria, che nel 1821 si compromette nei moti militari di Alessandria e, condannato a morte, è costretto all'esilio dove aderisce alla Giovane Italia, della quale diventa la mente militare. Come tutti i democratici del suo tempo, Mazzini è fortemente unitario e centralista: nella soluzione federativa o confederale vede solo un tentativo dei conservatori di favorire la sopravvivenza dei vecchi Stati inefficienti e corrotti, con i loro principi nemici dell' Italia e del popolo e servi dello straniero. Nei suoi scritti sostiene la guerriglia o guerra per bande, definendola come «la sola via per la quale l'insurrezione italiana può prepararsi la vittoria infallibile» e indicando l'Italia del Nord come suo centro geostrategico. Sfruttando la sua esperienza militare, Carlo Bianco ne approfondisce gli aspetti tecnici, con due opere pubblicate nel 1830- 1833 nelle quali subisce l' influsso del La Mière e delle guerre d' indipendenza spagnola e americana, che studia avvalendosi delle opere del Vacani e di Carlo Botta. Gli scritti del Mazzini e del Bianco vanno rettamente interpretati. Non intendono presentare la guerTiglia e l'insurrezione popolare come un'alternativa costantemente e in ogni caso valida alJa guerra di tipo napoleonico e agli eserciti regolari, né indicano un nuovo modo «democratico, popolare, progressista» ecc. di fare la guerra, contrapposto a quello, classico, dei generali conservatori. Semplicemente Mazzini e Bianco prendono atto che, al momento, per la riscossa nazionale non si può fare affidamento né sui sovrani né sugli eserciti regolari a loro fedeli , che sarebbero peraltro ben lieti di avere a disposizione; e, per il resto, non intendono compilare dotti trattati di teoria militare, ma scritti propagandistici che invitano alJ'azione e infondono fiducia nell'azione, con tutti i limiti teorici del caso.


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Quella dell'insurrezione popolare e della guerra per bande non è, perciò, una vera scelta fra diversa opzioni, ma l'unica possibilità del momento per chi intende rovesciare i troni. Nella visione di Mazzini e Bianco, la guerra per bande è solo la fase iniziale della lotta, e non appena possibile dovrà essere costituito un esercito regolare. Ciò che veramente importa a Mazzini -e in questo non è molto lontano dal Balbo - è che gli italiani, inquadrati o meno nelle forze regolari, insorgano compatti, come hanno fatto spagnoli e americani, contro lo straniero e i principi locali. Egli scrive significativamente: «la guerra per bande è la guerra di tutte le Nazioni che s'emancipano da U/1 conquistatore straniero. Essa supplisce alla mancanza, inevitabile sui princìpi delle insurrezioni, degli eserciti regolari [... ] certo, noi abbiamo eserciti, e sovr'essi posano Le nostre care speranze; eserciti che una bandiera di guerra e di Libertà trarrebbe ad emulare le nostre più care speranze [... ]. Ma un esercito - un esercito veramente nazionale, numeroso, atto a prendere il campo, a vincere senz'altri aiuti la prova -noi non lo abbiamo; a crearlo vuolsi tempo e Lavoro; e il nemico ci sta sopra; e convien provvedervi sen-;.a dimora, perché i primi fatti d'una rivolu-;.wne decidono della rivoluzione>>. Ecco perché guerriglia e insurrezione, che non richiedono lungo addestramento, sono l'unica via da seguire. Per il futuro, Mazzini esplicitamente dispone che «l'organizzazione di c iascuna banda deve essere diretta a preparare una compagnia del futuro esercito», il cui nucleo principale sarà formato dagli eserciti piemontese e napoletano. Ma si deve anche tener conto che «gli ordini soli creano gli eserciti, e ordini non sono, se non inviscerati nel soldato dall'abitudine, nutriti dalla sommessione e dalla fiducia nei capi, consacrati dalla disciplina, senza la quale non è esercito che regga al l'urto nemico...». Non si deve inutilmente sacrificare la gioventù costituendo malferme schiere regolari: sarebbe «un voler mietere la messe anzitempo, un divorare il frutto in germoglio». Tanto più che manca da secoli , negli itali ani, uno spirito, un'educazione militare: «gli ordini fanno gli eserciti - e tra noi dov'è l'educazione militare che dia vita agli ordini? - dov'è La cieca subordinazione, indispensabile almeno finché dura La guerra? Dov'è la fiducia che deve regnare illimitara fra i capi e i subaltemi? Lo slancio rivoluzionario agevola, 11011 crea l'arre della guerra, le abitudini dei ranghi, e quello spirito di co1po che strugge quanto è individuale nell'uomo, che vince il f remito delle passioni urtate a ogni ora dalle leggi di disciplina, che immedesima il soldato alla bandiera del corpo ov'ei milita>>.


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Il polo napoletallo Assai numeroso, il polo napoletano è totalmente composto da dotti ufficiali usciti dalla prestigiosa Scuola Militare della Nunziatella. Dal 1835 al 1846 si pubblica a NapoH l'Antologia Militare, che precede la Rivista Militare fondata a Torino nel 1856 da due ufficiali anch'essi napoletani, Carlo e Luigi Mezzacapo. L'Antologia Militare è un periodico moderatamente riformista di tendenze cosmopolite, che raccoglie intorno a sé, con studi e contributi di ottimo livello, gli ufficiali nonostante tutto fedeli alla monarchia borbonica: Luigi Blanch, Francesco Sponzilli, Antonio c Gerolamo Ulloa .... Tra di essi Luigi Blanch, ufficiale di fanteria in congedo, è il maggiore esponente del pensiero militare napoletano del tempo. Nei suoi «Nove discorsi della scienza militare» (1832), apprezzati anche da Jomini e tradotti in francese, si rivela scrittore più europeo che italiano, trattando dell'evoluzione dell'arte della guerra nella storia in un'ottica generale e sovranazionale, senza riferimenti specifici al caso italiano. Il punto di partenza delle sue riflessioni è l'affermazione del Cousin che dallo stato militare di un popolo e dal suo modo di fare la guerra è possibile dedurre tutti gli altri elementi della sua storia. In particolare: a) il grado di sviluppo delle arti della guerra è direttamente proporzionale a quello delle arti non mil itari; b) le relazioni della scienza militare con le altre scienze e la sua dipendenza da esse si accrescono quando un esercito entra in guerra; c) la politica militare ha strettissima relazione con la storia, il diritto pubblico, la politica estera; d) la scienza militare influisce molto positivamente sullo sviluppo dell'intelligenza e della volontà. Accanto al Blanch va ricordato Francesco Sponzilli, ufficiale intelligente e colto, acceso anti purista e antipiemontese, sviscerato ammiratore, anzi adulatore dell'Arciduca Carlo del quale traduce in italiano nel 1844l'opera principale. Nel suo «Sunto di alquante lezioni di strategia» ( 1837) pur dimostrandosi convinto aderente alla scuola dei dottrinari capeggiata da Jomini e dallo stesso Arciduca Carlo, tratta la problematica teorica e i contenuti della strategia e tattica con ben maggiore acume, versatilità e dottrina dei citati ufficiali-scrittori piemontesi del periodo. Tra gli ufficiali napoletani ardenti fautori dell'unità nazionale, quindi nemici della monarchia borbonica e dei suoi sostenitori, spiccano altri due grandi nomi: Guglielmo Pepe e Mariano d' Ayala. Nella sua opera maggiore, L'Italia Militare (1836), diversamente dagli scrittori piemontesi il Pepe vede nelle fiere e combattive popolazioni meridio-


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nali -che già si sono ribellate a Napoleone- le protagoniste principali della futura guerra all'Austria, e nell' Italia peninsulare il teatro d'operazioni principali di tale guerra. La strategia da lui suggerita per aver ragione dell 'esercito austriaco ricorda in taluni aspetti quella del Balbo e del Durando, ed è basata sullo studio del terreno dell'Italia Centrale e Meridionale, nel quale individua una serie di posizioni, di ostacoli naturali e di città fortificate capaci di logorare, convogliare e ritardare progressivamente la penetrazione dell'esercito austriaco verso Sud, che poi troverebbe nelle Calabrie un autentico e imprendibile santuario della difesa. Dal punto di vista ordinativo, suggerisce sostanzialmente un modello «lancia e scudo», con forze permanenti ben scelte e addestrate che in pace sono il più ridotte possibile, e un 'aliquota di forze territoriali, a reclutamento regionale, che copre le spalle all 'aliquota permanente, la alimenta, funge da riserva e a sua volta ha al suo interno un grado di operatività differenziato. La pedina organica di base sarebbe la Legione, Grande Unità elementare plurianna a reclutamento regionale equivalente all'attuale Brigata. Due Legioni formerebbero una Divisione; più Divisioni un Corpo d'Armata. Di particolare interesse, e molto moderne, sono le sue idee sull 'addestramento, sull 'amministrazione, sulla disciplina, e sui legami tra esercito e popolo. L'addestramento sarebbe quello tipico della nazione armata: frequente, ma per periodi brevi e molto intenso, decentrato al livello di Comune. Per prevenire abusi e ruberie, i membri dei consigli di amministrazione dei corpi dovrebbero essere elettivi e durare poco in carica. La disciplina per il Pepe non consiste solo nell ' ubbidire per timore di punizione o per sete di ricompensa, ma nell'ispirare nel mili tare «Sentimenti elevati ed entusiasmo nell 'esecuzione del proprio dovere». Essa si tutela soprattutto con una sana amministrazione, e con punizioni appropriate che escludano personalismi. Molta importanza per la disciplina ha l'operato dei generali, che devono improntare la loro azione di comando a una serie di princìpi suggeriti dallo stesso Pepe (punire tutte le mancanze e non solo alcune piuttosto di altre, perché questo sarebbe «rivoltante dispotismo»; convincere i soldati che i loro padri non avrebbero cura maggiore per i loro bisogni; convincere le truppe che l'antico valore italiano non è morto; ricordare agli ufficiali che hanno il diritto di punire ma non di insultare i sottoposti, tenendo comunque presente che «se un generale dopo aver comandato un esercito per una anno non riesce a infondergli disciplina e entusiasmo la colpa è solo sua»). Chi oggi critica il Pepe è bene ricordi quanto di lui scrive alla sua morte la Gazzetta


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Militare austriaca, non facile alle lodi nei nostri confronti: «fu uno dei più illustri personaggi della storia delle guen·e italiane; innegabili le sue capacità; il suo carattere nobile più di quelJo di molti suoi colleghi». Il generale Marselli lo giudica uno dei fondatori della geografia militare nazionale; in effetti, le sue idee sulla difesa della penisola per linee successive hanno avuto vasta influenza nel secolo XIX. Mariano D' Ayala, ardente patriota, fecondo e dotto scrittore, ha compi lato un dizionario militare nel quale si rivela convinto purista e seguace del Grassi; per questo viene duramente attaccato e insultato dal conterraneo Sponzilli. Sua è anche una Bibliografia Militare Italiana ( 1856), tuttora insuperata per la letteratura militare fino a tale data. Il polo lombardo Andrea Zambelli, Carlo Cattaneo e Cesare Cantù. tutti e tre non-militari, ne sono i maggi01i esponenti. Nella sua opera Sulla guerra ( 1839), lo Zambelli rivela un concetto positivista dell'arte della gueJTa, indicando l'artiglieria come protagonista di una vera rivoluzione sia in campo teJTestre che navale e matrice di tulte le trasformazioni. Tale Iivoluzione a suo dire aJ momento si è aJTestata, perché ormai le armi da fuoco hanno raggiunto la perfezione. Polemizza con il Filangeti difendendo contro la formula della nazione armata quella degli eserciti permanenti; per contro, commentando sul Politecnico le opere di Nicolò Machiavelli concorda con le sue tesi suHa necessità di un forte potere centrale capace di guidare il riscatto dell'Italia e basato su milizie cittadine. L'opera dello Zambelli viene commentata da Carlo Cattaneo nel suo scritto Della milizia antica e modema (1839), nel quale con lui concorda solo in parte, occupandosi in particolar modo dei riflessi dell'uso generalizzato del fucile, che a suo dire avrebbe esaltato il valore della massa e semplificato l' addestramento, perché «basta il coraggio di stare al posto e l'abitudine di compiere con ordine e agilità una facile operaz ione meccanica [di caricamento]». È nemico delle fortezze e delle colonie, e intravede la grande importanza militare delle feJTovie; ma pur essendo positivista, fine economista e sostenitore della razionalizzazione delle spese dello Stato, non si occupa mai delle ricadute industriali e economiche della costituzione di eserciti di massa e dei risvolti finanziaIi dell ' impiego dei nuovi mezzi tecnici, di cui è convinto fautore. Pur rimanendo federalista e antipiemontese, si converte alla causa dell' unità nazionale con la gueiTa del 1848: fino a tale anno sostiene non già l' u-


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nità italiana, ma «armi e libertà per tutte le nazioni dell'Impero [austriaco], ognuna entro i suoi confini. e i soldati italiani al servizio degli italiani». Lamenta, inoltre, la rapida eliminazione da parte degli austriaci, dopo il 1915, delle numerose istituzioni e scuole militari del Regno itaJico dell'età napoleonica, che dimostra l'intento di togliere alle popolazioni del lombardo-veneto qualsivoglia educazione militare. Un cenno merita anche Cesare Cantù, scrittore e storico lombardo di orientamento moderato e neo-guelfo che tuttavia nel suo libro Sulla guerra ( 1846), appartenente aiJa collana della Storia Universale, accanto a collages di riflessioni militari di autori militari e stranieri del passato e del presente si dimostra di idee assai equilibrate e, a volte. avanzate. Valuta in misura esatta i positivi riflessi dell'introduzione del telegrafo, delle ferrovie, della propulsione a vapore; è fautore della coscrizione obbligatoria; non vede di buon occhio gli eserciti a lunga ferma della Restaurazione, perché ricettacolo degli clementi peggiori e non della migliore gioventù; rifugge da un approccio meramente «scientifico» alla guerra e mette nel dovuto rilievo l'importanza dei valori morali e spirituali. E pur prevedendo, a torto, che il progresso de ll 'arte della guerra la farà diventare breve e decisiva, riconosce che <<l 'esercito è manifestamento della vita di una nazione; né nazione si chiama quella che non n'abbia, essendo questo l'estremo argomento per risolvere i litigi fra nazioni che non abbiano verun superiore. Cruda necessità, ma finché durino la prepotenza e l'ambizione, questa sarà sempre la guarentigia che l'individualità non rimanga abolita, né calpestati gli interessi di un popolo». Le sentenze e citazioni interessanti come questa, che abbondano nel libro, lo rendono di proficua lettura anche oggi. 3. IL PERIODO DELLE GUERRE PER L' INDIPENDENZA NAZIONALE ( 1848-1870) E LA SUA EREDITÀ STRATEGICA Le idee emerse nel corso della Restaurazione trovano il primo, e a volte inesorabile e amaro collaudo nel corso de lle guerre d' indipendenza nazionale9 • Tra di esse, l'alternativa nazione armata/esercito permanente, la reale incidenza dell'insurrezione e della g uerriglia, la strategia per la guerra all'Austria sono i temi più ricorrenti.

' Per la pane relativa alle operazioni. si rimanda ~opmuuuo a P. Pieri. Op. cit.: per la parte relativa alla logistica. Cfr. F. Botti. La storia della lngistim detr Esercito (Ci t.).

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Pur portando con rapidità a volte insperata aJl'unità nazionale, le guerre d'indipendenza nel loro complesso sono state militarmente tutt'altro che fortunate, e hanno lasciato uno strascico amaro di polemiche. In merito, alcune considerazioni preliminari si impongono. La prima è che, per ragioni diverse, fino ai nostri giorni non è mai stato facile un sereno esame degli avvenimenti dal punto di vista tecnicomilitare, per trarne i dovuti ammaestramenti e adottare gli opportuni correttivi. Fino all'ultima guerra, cioè fino a quando è durata la monarchia, non è mai stato agevole analizzare fino in fondo le responsabilità del venice pol itico-mili tare, per l a sempl ice ragione che magna pars di tale vertice sono stati i re del tempo, i quali hanno sempre voluto assumere il comando effettivo delle operazioni, senza delegarlo con chiari poteri e senza accontentarsi di di re l'ultima parola sulle questioni decisive e sulla scelta dei Capi (come ha fatto la monarchia prussiana del periodo, con risultali eccellenti). La seconda è che nel periodo dopo il 1945, caratterizzato dal predominio di studiosi civil i , hanno prevalso approcci di carattere politicosociale legati all'attualità, con tendenza a dimostrare semplicisticamente che la vera causa delle sconfitte, specie nel 1848/1849, è stato il mancato ricorso da parte dell'establishment politico e militare piemontese alla «guerra di popolo», cioè alla mobil itazione popolare contro lo straniero, dando invece preferenza alla «guerra regia», cioè a una guerra limitata, classica. condotta dal solo esercito regolare piemontese e attenta al quadro diplomatico i nternazionale, che per questo solo fatto e non per altre cause- a loro avviso sarebbe stata perdente. I fautori di tale interpretazione non hanno mai esaurientemente risposto a una semplice domanda: nelle condizioni oggettive delle guerre d'indipendenza 1848-1870, nelle qual i la popolazione delle campagne (cioè la grande maggioranza della popolazione) subiva la forte influenza del clero contrario, allora, all'unità nazionale, sarebbe stato possi bile cacciare l'Austria senza l'esercito e quindi senza la monarchia piemontese? Garibaldi, pur essendo repubbl icano, ha risposto di no. Non si può, dunque, che provare una sincera invidia per l 'esercito francese. braccio armato della Rivoluzione, che anche se sconfitto nel 1815 ha lasciato alla Nazione un retaggio immortale di glorie e di vittorie scritte sull'Arco di Trionfo. La stessa invidia merita l'esercito prussiano e poi germanico, che nel l 866 e nel 1870-187 l si è dimostrato degno erede delle glorie di Federico II, imponendosi con folgoranti vittorie su due grandi eserciti di gloriose tradi zioni come


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quello francese di Napoleone IU e quello austriaco, e presentandosi come riconosciuto fondatore della grande Germania moderna. A nche se, a sua volta, è stato indiscusso protagoni sta delle guerre di indipendenza e ha combattuto valorosamente, l 'esercito italiano non ha avuto pari fortuna. Ha iniziato la sua vita con le evitabili sconfi tte di Custoza e L issa nel 1866, e ha sempre sofferto la mancanza. nelle guerre d'indipendenza, di una vittoria piena, sicura, indiscussa. decisiva per i destini della Nazione. che rinsaldasse il suo presti gio e quello dell ' Italia nel consesso internazionale, e collocasse fin dall'inizio i suoi Capi tra i Padri della Patria. Questa mancanza ricorre frequentemente nella letteratura militare di fine secolo XIX, che risente di questa ferita aperta. Per ultimo, da un punto di vi sta teori co c tecni co- militare le guerre d'indipendenza non dicono mo lto di pi tl, anzi talvolta dicono molto di meno, di quanto già abbiano detto le guerre napoleoniche e i loro i nterpreti Clausewitz e Jomini (Cfr. cap. H). Da ambedue le parti esse segnano, nell a sostanza, un faticoso e spesso non riuscito tentativo di tornare alle modalità strategiche di condona e agli ordinamenti di Napoleone, senza che vengano fatti sostanziali progressi nonostante l 'i mpiego delle ferrovie e del telegrafo già nelle guerre del 1859 e 1866.

Guerra 1848-1849 Ha inizio con le cinque giornate di Milano nel marzo 1848 e con l'invasione della Lombardia da parte di Carlo A lberto alla testa del suo esercito. Termina la sconfitta di Novara c con l 'esilio dello stesso Carlo Alberto. L'esame degli avvenimenti dimostra che quest' ultimo è stato sconfitto non tanto perché ha attuato una «guerra regia» o meno. ma perché ha voluto comandare l'esercito senza averne le qualità. commettendo dei gravi errori di condotta politica c strategica dell' azione, dei quali ha saputo approfittare nel modo migliore il maresciallo Radetzky suo avversario, vecchia volpe amata c seguita da tutto il suo esercito. E mentre l'eserci to austriaco si è dimostrato efficiente, fidente nel suo Capo, manovriero, l 'esercito piemontese ha rivelato gravi lacune, pri ma di tutto logistico-ammi nistrative, nel meccanismo di mobilitazione, nell 'organ izzazione di comando, nell ' istruzione delle riserve. Perch6? Le ragioni sono di verse; la prima è che per fare di un esercito per così dire «di pace», sparso nelle fortezze e stanziate. uno


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strumento agile, manovriero, operativo, occorre tempo e occorrono non pochi sforzi di una leadership capace e decisa, quale non era quella piemontese del momento. Con una decisione che anche oggi apparirebbe sorprendente, e che comunque denota grande apertura, in data l o settembre 1848, al termine della prima, infelice fase della campagna conclusasi con la sconfitta di Custoza, il Ministero della guerra piemontese ha chiesto ai comandanti fino al livello di reggimento compreso una relazione sulle operazioni svolte e sugli inconvenienti emersi. Le relazioni sono state rapidamente vagliate da una Commissione, e pubblicate nel 1908-1911, in tre volumi, dall'Ufficio Storico SME. Le conclusioni della Commissione, improntate a lodevole franchezza, non lasciano dubbi sulle reali cause della sconfitta: «1° pessima organizzazione dell'armata e sue conseguenze; 2° indisciplina; 3° mancanza di unità di comando, di un piano di guerra e di gran parte dell'occorrente in ogni ramo del servizio; 4° poca attitudine di alcuni ufficiali superiori e di alcune Armi; 5° circostanze politiche, le quali valsero bensì a cagionare ed avviare la guerra, ma in realtà ne impedirono il libero andamento [cioè: cattiva condotta poUtica della guerra- N.d.a.]». Che dire di piì'1? Questi difetti erano tali , da richiedere lungo tempo per la loro eliminazione: gli sfavorevoli eventi successivi lo hanno confermato. È innegabile che, con siffatte lacune, l 'esercito piemontese per vincere avrebbe avuto bisogno del concorso concorde e disinteressato sia degli altri Stati italiani , sia dei repubblicani e di tutti i partiti, sia delle insurrezioni popolari ecc., in nome del superiore interesse nazionale e contro il comune nemico. Questo concorso non c'è stato o c'è stato in misura insufficiente. Hanno di fatto prevalso i due schieramenti estremi: quello di coloro che (come Cesare Balbo) sostenevano a torto che l'esercito piemontese poteva fare a meno del concorso delle insurrezioni popolari ecc., e quello di coloro che (come Carlo Cattaneo) sostenevano , altrettanto a torto che l' unità italiana potesse, anzi dovesse essere fatta - e la guerra all'Austria vinta - senza l' esercito e la monarchia piemontese, che con tutti i loro limiti rimanevano pur sempre il riferimento più sicuro e efficiente per la guerra d'indipendenza nazionale. Nei loro riguardi, perciò, tutti avrebbero dovuto comportarsi come ha fatto Garibaldi.


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Guerra del l 859 Si conclude con le sanguinose vittolie di San Martino e Solfe!Ìno. La campagna è diretta da Napoleone ID, alleato del Piemonte. La preparazione politica, guidata dal Cavour, questa volta è eccellente. U Cavour riesce anche ad assicurarsi un buon concorso di Garibaldi e dei suoi volontari, che si battono valorosamente nel Trentina. Grazie alle riforme del generale La Marmora, l'esercito piemontese ha la fisionomia di una forza di qualità, con meno divisioni e minor numero di riserve poco addestrate rispetto al 1848/1849; tuttavia non mancano le sollte lacune neH' organizzazione di comando, nella logistica ecc.. E come osserva il generale Luigi Cadorna nel suo libro sulla vita del padre Raffaele (comandante di divisione nella battaglia di San Martino), in questa battaglia, pur vittoliosa, l'azione dell'esercito piemontese si rivela, come nel 1848/49 a Custoza e Novara, slegata, episodica, mal coordinata nonostante il valore delle truppe. Purtroppo anche questa campagna si conclude in modo lesivo per il prestigio delle armi piemontesi e del nascente Stato italiano. All'insaputa del Governo piemontese, e senza invitarJo alle trattative, Napoleone III conclude improvvisamente la pace con l'Austria, che cede la Lombardia non al Piemonte ma alla Francia stessa. Napoleone III la rimette al Piemonte facendo però pesare, da allora in poi, una pesante ipoteca sulle cose italiane, dove vuoi sostituire l' Austria, e pretendendo la cessione di Nizza e Savoia. Questi avvenimenti provocano ulteriori divisioni tra gli italiani, scavando un solco ancor più profondo tra la monarchia piemontese e i democratici, che Je imputano di aver subìto passivamente le decisioni di Napoleone III, interrompendo la guerra proprio quando essa poteva essere spinta a fondo per colpire al cuore l'Impero austriaco.

Campagna dell860-1861 di Garibaldi nel Sud Garibaldi vi dimostra le sue doti di generale (e non di semplice guerrigliero) e il suo acume politico, sbarcando in Sicilia al momento giusto e lasciando il passo al momento giusto, dopo la vittoriosa battaglia del Volturno, all'esercito piemontese. n troppo rapido crollo dell'esercito e del Regno di Napoli, i cui ufficiali e funzionari entrano in buona par te nell'esercito e nell'amministrazione del nuovo Regno d'Italia costituito nel 1861, ancora una volta è occasione di polemiche e divisioni. Nel campo militare, vi è chi dagli eventi deduce senz'altro

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la superiorità, sul piano generale, della formula del volontarismo rispetto a quella dell'esercito permanente; altre polemiche nascono a causa dell'immissione nell'esercito regolare di un numero di ufficiali garibaldioj da taluni giudicato troppo esiguo e previ severi esami, mentre gli ufficiali borbonici di carriera anche se sconfitti vi vengono accolti con maggiore facilità.

Campagna dell866 È purtroppo l' ultima condotta dell'esercito italiano io Europa prima del 1915; è seguìta da un periodo di pace di cinquant'anni. Purtroppo: come già accennato, nonostante il valore delle truppe si traduce in un duro colpo al prestigio del nuovo esercito e della nuova flotta, che nelle speranze della vigilia ambedue avrebbero dovuto aver ragione abbastanza facilmente delle contrapposte forze austriache, tanto più che l'esercito austriaco era contemporaneamente impegnato contro quello prussiano, dal quale veniva battuto a Sadowa. Quel che è peggio, questa guerra lascia un lungo strascico di polemiche - anche pubbliche e sulla stampa militare- tra i principali Capi militari, a tutto danno della coesione e della rinascita morale delle Forze Annate. Non c'è dubbio che la sconfitta è essenzialmente dovuta a carenza di leadership e a rivalità tra alti gradi. Lo dimostrano, all'inizio del nostro secolo, il generale Alberto Pollio (poi Capo di Stato Maggiore dell'Esercito) nel suo libro Custoza (1866) 10, magistrale esempio di critica storica, e per la parte navale il maggiore Domenico Guerrini con due volumi su Lissa 11 • Leadership a parte, bisogna anche tener conto che, come osservava il colonnello Somale nel 1896, «L'Esercito aveva conservato lo spirito, ma non poteva più avere l'istruzione, La solidità del 1859. Quadruplicato in pochi anni, composto d'elementi che non avevano ancora avuto il tempo d'amalgamarsi bene insieme, con parte degli ufficiali saliti in brevissimo tempo ai gradi superiori a causa dell'aumento dei quadri, e non per lunghi servizi o per merito di guerra, con la piaga del brigantaggio che tanto danno aveva recato allo sviluppo dell'istruzione e della disciplina, con tutti i servizi sofferenti per le molte economie che si erano introdotti alla vigilia della campagna, era

'"' Torino, Roux e Yiarengo 1903. " Torino, Casanova 1908.


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come una macchina pesante che funzionava poco bene, e di non facile govemo» 12• A Custoza l'esercito italiano subisce perdite esigue e inferiori a quelle austriache; aJia sconfitta si potrebbe perciò porre rimedio. ma non viene fatto. Ciononostante, con il successivo trattato di pace l'Austria cede il Veneto all'Italia. La nuova acquisizione corona antiche aspirazioni; ma con il Trentino ancora in mano austriaca, il nuovo confine a Est è strategicamente infelice, perché si presta ad essere aggirato a lle spalle dal Trentino. Il pensiero militare del periodo non può non avere sullo sfondo le guerre che vi vengono combattute, e in particolare que ll a de l 1848/1849, sotto tanti aspetti controversa. r nomi di maggiore spicco sono tre: Agostino Ricci, Carlo De Cristoforis, Carlo Pisacane. Tutti e tre partecipano alla guerra 1848/1849 come volontari non inquadrati nell'esercito piemontese, ma i primi due ne traggono deduzioni e ammaestramenti molto diversi da Carlo Pisacane, socialista rivoluzionario e fautore di un grande esercito nazionale basato su nuovi princìpi. Invece Agostino Ricci c Carlo De Cristoforis, dopo aver constatato di persona i difetti delle truppe volontarie (scarsa disciplina, scarso addestramento, carente organizzazione, Quadri spesso non all'altezza del compito per carenza di doti di comando, di esperienza, di professionalità), giungono ambedue alla conclusione che per condurre con successo la guerra d'indipendenza nazionale occorre uno strumento jominiano, classico, organizzato sul modeUo a lunga ferma francese, con ferrea disciplina e lungo addestramento. Da semplice volontario a sedici anni nel 1848, Agostino Ricci, ufficiale colto anche se non ha mai freque ntato scuole militari, raggiunge il grado di tenente generale e comandante in 2• del Corpo di Stato Maggiore, dopo aver insegnato per lunghi anni alla Scuola di Guerra di To rino costituita nel 1867. La sua opera teorica principale, L' flllro duzione allo studio dell'arte militare ( 1863) ha avuto vasta innuenza anche nel secolo XX. Ha finalità em inentemente didattiche ed è rivolta ai g iovani; non intende essere un lavoro mcramente teorico, ma una g uida pratica e una guida a ll o studio delle materie professionali. Suddivide la scienza o arte militare in due rami, «di cui uno studia i princìpi dell'organizzazione delle armate, c l'altro quelli della condotta

•~ F. Soma le. Lo swdio del/ti :>~oria militare cmuidermo qua/efauore dell'educa:.ione e i:itru:.ion<• dell'ufficiale. «Rivi sla Mili1arc haliana» 1896, Vol. l. p. 823.


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delle armate in campagna». L'organizzazione riguarda: l'uomo e le operazioni che su di esso si compiono (reclutamento, ecc.), il materiale (stabile-mobile), il terreno (inteso sia come studio - geodesia, topografia, statistica - sia come organizzazione del territorio e fortificazione). La condotta degli eserciti riguarda: i preliminari (politica della guerra, geografia militare, mobilitazione), l'azione (strategia, gran tattica, logistica, e persino la «psicologia militare» (cioè i problemi del comando in guerra e doti del comandante) e infine la conclusione (diplomazia militare, politica finale della guerra). Ripartizione non sempre condivisibil e, per la disti nz ione non necessaria e possibile tra politica della guerra, diplomazia militare ecc., l'inclusione in patti diverse di elementi tra di loro connessi come la geografia militare e la statistica, l' inclusione della mobilitazione tra le attività di condotta e non di preparazione, ecc.. Per la strategia il R icci si limita a riprendere la discutibile definizione dell'Arciduca Carlo; molto moderna, comunque, la sua affermazione che, data la grande importanza assunta dai rifornimenti , la strategia deve avere lo scopo fondamentale di troncare i legam i tra l'esercito operante e il paese che lo sostiene, mantenendo i propri. Nella caratterizzazione dell'obiettivo militare e nell'importanza data ai fattori morali e spirituali e alle doti del Capo egli si avvicina comu nque a Clausewitz, pur senza nominarlo; la sua definizione di logistica e di gran tattica è invece analoga a quella di Jorniru. Più elastico e completo di quello di Jomini, e anch'esso affine a quanto ne dice Clausewitz, il suo concetto di guen·a pattigiat1a, la quale non va confusa con la «piccola guerra>> e non può essere soggetta a regole perché «solo il genio naturale, o meglio ancora l' istinto, possono servirle da guida». Non necessariamente essa va condotta quale forma sussidiaria delle operazion i dell 'esercito, ed è utile o meno a seconda delle circostanze. Nelle guerre d'indipendenza nazionale, comunque, essa è sempre utile, perché rende possibile utilizzare tanti elementi irrequieti, che se inquadrati nell'esercito regolare sarebbero più di danno che di utilità, per la difficoltà che si avrebbe ad assoggettarli alla necessaria disciplina. n Ricci dà una definizione tuttora valida di scienza deJl'organizzazione militru·e di uno Stato, che è «l'insieme di quegli elementi di forza, i quali sono preparati nei periodi di pace, collo scopo di tutelare la sua esistenza sia all'interno che all'estero[. ..]. È regolata da una quantità di istituzioni e di Leggi le quali risolvono praticamente i diversi problemi che essa come scienza studia in astratto». Essa prepat·a glj elementi


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greggi che riceve dalla nazione fino al momento in cui sono idonei all'impiego, e passano dalla competenza del Ministero della guerra a queJia del generale in capo che dirige l'azione. Considera l' uomo come il princi.pale elemento dell'organizzazione, perciò si dilunga molto sull'educazione e istruzione del soldato e in particolare delle reclute. A quest'ultimo argomento dedica pagine esemplari, criticando aspramente i metodi in uso che non tengono conto dello stato d'animo particolare della recluta quando g iunge al corpo, e deprecando che siano state accolte con scarsa attenzione le prescrizioni del generale La Marmora, il quale voleva «Che l'accoglienza fatta alle reclute fosse solenne quanto era possibile, che gli ufficiali e il corpo di musica del reggimento fossero a riceverle, che fossero scortate al quartiere con una certa pompa ed accomunate coi vecchi soldati del reggimento». Secondo taluni sarebbe stato il Ricci, e non il Perrucchetti, il padre e il fondatore degli alpini. In effetti, in una lettera del 1894 egli rivendica tale paternità, affermando di aver studiato e sperimentato per primo, da insegnante alla Scuo la di guerra nel 1868, l'impiego a difesa delle valli alpine di «alcuni battaglioni di bersaglieri mobilitati con le classi in congedo delle zone alpine in cui si doveva operare», il che avrebbe fatto nascere l'idea delle truppe alpine nel Ministro generale Ricotti, che le istituì nel 1872. A parte il fatto che l'unico padre delle truppe al pine è colui che le ha create, cioè lo stesso generale Ricotti, la questione è assai più complessa ed è stata da noi affrontata in altri studi 13• Quando gli alpini sono nati, esistevano già delle truppe idonee anche e soprattutto all'impiego in montagna: erano i bersaglieri, indicati dal La Marmora, nella proposta di cosùtuzione, con truppe leggere particolarmente adatte all ' impiego in ten·eni rotti e montuosi, dove la normale fanteria di allora non poteva essere utilizzata dato il suo addestramento a combattere in formazioni serrate e con fuoco a comando. Gli alpini, inizialmente costituiti solo presso i distretti alpini con elementi local i, e dunque non facenti parte dell'esercito operativo di prima linea inquadrato in brigate, divisioni ecc., sono nati per soddisfare un'antica esigenza. I duchi di Savoia, dovendo difendere con esigue forze permanenti un ampio arco alpino contro le invasioni francesi, avevano spesso fatto ricorso, nei

'' F. Botti, Le vere origini degli alpini. «Panorama Di fesa» n. 139- gennaio 1997, c ID.. Che piaccia o no siamjigli dei bersaglieri. «L ' A lpino» settembre 1997. Sulle finalità della costituzione degli Alpini Cfr. anche D.. L'Esercito lwliano del 1872. «Rivista Militare Italiana» gennaio 1873, pp. 144-145.


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secoli precedenti, alla rapida mobilitazione di milizie locali con le quali difendere i passi e le fortificazioni e logorare e ritardare le penetrazioni nemiche da Ovest, dando te mpo al retrostante esercito permanente, mantenuto in posizione centrale ai piedi delle Alpi, di intervenire dove maggiore era la minaccia. La stessa funzione avrebbero dovuto svolgere gli alpini all'atto della loro nascita: nel 1872, infatti, non era previsto l'impiego dell'esercito all'interno delle Alpi, ma si prevedeva di mobilitarlo e radunarlo nell'alta pianura padana, per contrattaccare le forze nemiche all 'atto del loro sbocco in piano, c ioè nel momento di massima crisi e quando erano ancora divise. Ricci parla di milizie locali- senza accennare agli Alpini- nei suoi Appunti per la difesa d'Italia de l 1° gennaio 1972; prima di lui, tutta una serie di studiosi (Angelo Morelli di Popolo, Cesare di Saluzzo, Carlo e Luigi Mezzacapo ... ) hanno proposto tale costituzione. Soprattutto, il colonnello Fe lice Martini ha pubblicato nel 1868 un Progello sui bersaglieri delle Alpi (del quale parla anche nel 187 l sulla Rivista Militare) dove delinea con chiarezza la formula dei futuri alpini. Il Ricci l'ha solo sperimentata, non teorizzata; il merito di averla teorizzata spetta al Martini e ad altri prima di lui. Dal canto suo il capitano di Stato Maggiore Perrucchetti ha tradotto le idee prima di lui emerse - che evidentemente già avevano convinto i suoi superiori in un progetto organico di fattibi lità pubblicato su lla Rivista Miliwre del maggio 1872, nel qual prendendo come modello anche le soluz ioni austriache (cacciatori e bersaglieri tirolesi) e quelle svizzere, propone di costituire presso i distretti di frontiera unità di «bersaglieri delle Alpi» (non parla ancora di alpini), prevedendo (è questa l'unica novità) che, per agevolare la mobilitazione, presso i distretti alpini siano istituite fin dal tempo di pace delle compagnie alpine destinate a formare l'ossatura dei futuri battaglioni mobilitati. U Ricci non prevede la possibilità di costituire in pace tali compagnie; questo non intirma i suoi meriti di profondo studioso dei problemi di difesa dello Stato, in una visione anche interforze moderna e in anticipo sui tempi, che gli è costata l'accusa di non tutelare appieno gli interessi dell'esercito. Di nobile e ricca famiglia milanese, Carlo De Cristoforis partecipa alle cinque giornate di Milano e poi è tra i pochissimi volontari che lasciano subito la città per andare a combattere gli austriaci sulle montagne lombarde. La cattiva condotta strategica della campagna del 1848, la carente azione di comando della quale è testimone, l'indisciplina, la scarsa preparazione e istruzione dei volontari, le lacune logistiche, le discordie tra i loro comandanti lo feriscono e deludono profondamente,


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tanto da indurlo a non partecipare alla seconda fase della campagna nel 1949. Nasce allora in lui l'idea di Che cosa sia la guerra, unica sua opera alla quale lavora fino alla morte in combattimento nel 1859 quale capitano dei «Cacciatori delle Alpi» di Garibaldi, e che viene pubblicata postuma dal suo amico Gutierrez nel 1860. Ideata «a insegnamento rapido dei suoi coetanei», essa è prima di tutto una reazione alle negative esperienze del De Cristoforis come volontario; dalle sue pagine traspare una forte avversione per le insurrezioni mazziniane, per la guerra per bande, per «Soldati improvvisati» quali sono i volontari. Pochi autori sono stati, come il De Cristoforis, convinti sostenitori del modello di esercito a lunga ferma francese, della rigida disciplina, del lungo addesu·amento. Più in generale, nonostante qualche sporadica citazione di Clausewitz il libro risente di un'impostazione teorica prettamente francese e jominiana, con molti richiami anche allo Spirito delle istituzioni militari del MaresciaUo Marmont. Grazie alle sue aderenze il De Cristoforis riesce infatti a frequentare con buon profitto, dal 1853 al 1855, la Scuola di Applicazione di Stato Maggiore francese. Come Jomini incentra le sue riflessioni sul principio della massa, da lui definito «unico e sommo» indicandolo, en·oneamente, come prodotto dell' «arte nuova» che nasce con la Rivoluzione Francese. Non ammette alcuna eccezione a tale principio, ma precisa che la massa non va intesa solo come unione di forze materiali: al contrario, «sta unita per forze morali; è perciò che la cognizione del cuore umano è la base della scienza della guerra; è perciò che molti dimenLicando che la guerra è una scienza morale più che una scienza geometrica, pochi sono saliti all'intelligenza chiara del suo ptincipio [della massa]». Anche in questo caso, neJJ'opera le variazioni sul tema, la trattazione di argomenti particolari come le formazioni, l'impiego delJe riserve, i criteri tattici in generale, ecc. sono la parte più pregevole: di particolare rilievo, ad esempio, l'affermazione che l'addestramento puramente di piazza d'anni non serve, e che l'addestramento di pace deve riprodurre le effettive esigenze di combattimento. Grazie a queste angolature, il libro senza dubbio poteva fornire utili insegnamenti ai Quadri del tempo, ed è tuttora ricco di spunti di carattere morale. Ma da un punto di vista puramente teorico pecca di originalità e non merita delLUtlo le lodi che gli sono state rivolte anche da storici italiani del dopoguerra, se non altro perché, checché ne dicano taluni, non è opera culturalmente italiana e non rappresenta affatto una delle architravi del pensiero militare nazionale: nella «bibliografia ragionata» a corredo di Che cosa sia la guerra, infatti, lo stesso


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De Cristoforis ammette a chiare lettere che «l'autore vorrebbe aver indicato molli più libri italiani, e ve ne sono certamente di buoni. ma egli li ignora avendo fallo fuor di Patria la propria educazione militare». Jominiano come i due autori precedenti, Carlo Pisacane, ufficiale del genio napoletano, nel 1847 diserta e si imbarca per l'Italia settentrionale a causa di una questione amorosa. Partecipa alla campagna del 1848/1849 dapprima come volontario in un reggimento lombardo, poi come magna pars del Comitato che dirige la difesa della Repubblica romana nel 1849, dove nasce un suo forte dissidio con Garibaldi. Caduta la Repubblica si reca in esilio, vivendo in miseria e perseguitato dalle polizie. Le amare esperienze fanno nascere in lui idee radicalmente socialiste, abbinate a una fone esterofobia e a un vivo amor di Patria, che sconfinano nel nazionalismo. Nel 185 1 pubblica La guerra combattuta in Italia nel 1848/1849, dove accusa il Re Carlo A lberto di essere entrato in Lombardia volutamente in ritardo, perdendo così l'occasione di cogliere l'esercito austriaco in piena crisi perché impegnato a far fronte all'insurrezione, e, in realtà, avendo come obiettivo non di battere gli austriaci ma di controllare l'insurrezione stessa. Ma se la crisi iniziale dell'esercito austriaco non è stata sfruttata a fondo, secondo Pisacane la colpa è anche del governo provvisorio lombardo, che non ha adottato i provvedimenti militari necessari e ha cercato anch·esso di frenare l'insurrezione popolare anziché favorirla, estenderla e convogliarla. La «Camari lla di cotte» di Carlo A lberto e il governo lombardo divenrano, così, per Pisacane, i responsabil i della cattiva condotta di tutta la guerra, riuscendo a scoraggiare e demoralizzare anche il soldato piemontese che almeno all'inizio era pieno di ardore combattivo. Nelle soluzioni alternative da lui suggerite già si trova il clou delle sue future teorie: sarebbe stato necessario raggruppare gli insorti e i volontari in una massa unica della quale la punta di diamante sarebbero stali i circa 12.000 disertori italiani, già ben addestrati , dell'esercito austriaco. motivare il popolo con provvedimenti di carattere sociale, stabilire il principio dell'uguaglianza della paga tra ufficiali e truppa, agire a forze riunite contro le forze austriache divise. Anziché farli agire offensivamente e a massa contro Trento - lamenta Pisacane - i volontari lombardi sono stati mal comandati, impiegati in una difesa a cordone del confine col Trentina e abbandonati e ostacolati dal Governo: «allora essi si avve::arono a

vedere il governo nel capo che li comandava es 'inaugurò il triste merodo delle bande, delle colonne e delle legioni [. .. ] quindi non più sentimento na:ionale nelle masse, ma solo divergenti culti individuali».


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Nasce da questa constatazione l'avversione di Pisacane ai corpi speciali come quello di Garibaldi a Roma ne l 1849, alla guerriglia, a tutto ciò che ostacola la condotta unitaria e a massa delle operazioni e la coesione dell'esercito. Le sue idee, compiutamente espresse nei quattro Saggi storici - politici - militari sull'Italia (1851-1856), si inquadrano nella geostrategia «meridionalista» della quale è stato esponente il Pepe, le cui idee sono dal Pisacane largamente riprese insieme con quella del Filangieri. Nei Saggi la meta unica è la rivoluzione nazionale, il cui strumento è un grande eserc ito regolare nazionale costituito con nuovi criteri e ben motivato: a tal fine. la rivoluzione nazionale deve essere accompagnata da una rivoluzione sociale, che dia ai contadini la proprietà de lla terra e ne faccia dei soldati consapevoli di difendere a nche le loro conqui ste sociali. Tutto è basato sul fattore tempo: secondo Pisacane, le insurrezioni spontanee specie al Sud possono essere rapidamente organizzate per costituire un esercito nazionale ricco d'entusiasmo, che muovendo dal Sud al Nord si accrescerebbe e addestrerebbe combattendo. fino a essere in grado di battere L'esercito austriaco in campo aperto. L'indagine storica che è parte importante dei Saggi serve a dimostrare questo asserto, con richiami alle istituzioni militari dell 'antica repubblica di Roma dove ogni c ittadino era soldato. Da essa, quindi , il Pisacane deduce il primato militare me ridionale e italiano e la superiorità degli eserciti di c itladini su quell i professionali a lunga ferma. La triste fine alla quale, in piena coerenza con le sue idee, va incontro nel 1857 nel fa llito tentativo di so llevare le popolazioni meridionali dimostra il fa llimento delle sue teorie. Ciononostante. al di là degli estremismi gli scritti del Pisacane fornisco no preziosi spunti per un pensiero militare e una storia militare autenticamente nazionali. l conte nuti meramente sociopolitici delle sue teorie non possono essere dissociati, come spesso è stato fatto nel dopoguerra. da que ll i mil itari e nazionali: prima ancor c he sociale, quell a di Pisacane è una rivoluzione nazionale e militare, che per riuscire deve essere anche s.ociale: non viceversa. In sintesi, nelle guerre del Risorgimento da una parte e dall'altra si ritrova molto di rado qualcosa che ricordi le ardite concezioni napoleoniche. Nonostante la possibilità di usare telegrafo e ferrovie, le operazioni perdono di dinamismo. Vero è che le circostanze sono cambiate: come osserva Carlo Primis nelle sue Considerazioni sopra gli avvenimenti militari del mar:.o 1849. non è possibi le un confronto tra la pur


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criticabile campagna di Carlo Alberto in Lombardia nel 1848/ 1849 c la campagna di Napoleone, che con forze infe riori ha cacciato gli auslriac i da lle stesse contrade: «a chi così. parlava e parla, io vorrei chiedere

che mi desse anzitutto un Napoleone, poi un 'Austria di 60 anni fa, poi finalmen te un terreno campale pure di quell'epoca [cioè me no rotto e meno collivato- N.d.a.]; pareggiate le partite, allora la critica sarebbe possibile». A parte le teorie di tre autori prima esposte, i quali si richiamano all'esperienza napoleonica, le care nze dell 'esercito piemontese suscitano un dibattito che allrimenti non sarebbe nemmeno nato, sulla possibilità di sostituire l'esercito permanente con la naz ione armata, sul ruolo del volontarismo ecc.: d ibattito con forzature e c hiusure reciproche, che riproduce i contrasti di fondo. In realtà l'esercito permanente non era sostituibile, ma tutte le forze potevano e dovevano avere un loro ruolo: ciò che era importante, e che non si è verificato o si è solo in parte verificato, è che g li italiani fossero tutti uniti nel combattere lo straniero. 4 . DALLA GUERRA FRANCO-PRUSSIANA (1870- 187 1) ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE: «R EVIVAL» DELLA GUERRA RAPIDA E DECISIVA NAPOLEONICA Le guerre d ' indipendenza d ' Italia, ne lle quali più che questioni di strategia teorica e mergono questioni sociopolitiche, ordinative e di condotta della guerra, non aiutano a cogliere i mutamenti in atto in campo europeo, e la portata della comparsa di una nuova, grande potenza militare, che trae i suoi motivi ispiratori dallo spiritualismo c lausewitziano. rn cinque anni, dal 1866 (rapida vittoria sull 'eserc ito austriaco) al 1871 (rapida vittoria sull'eserc ito francese) l'esercito prussiano si impone all ' attenzione dell 'Europa e induce le Istituzioni militari di rutti i Paesi a prenderlo come modello. In effetti questo esercito recepisce g li aspetti migliori de ll 'eredità di Federico Il e realizza alti traguardi di qualità con una rara combinazione di caratteristiche positive: alta motivazione, coesione e spirito combattivo in tutti i suoi co mpone nti, qualità de ll'armamento e dell'organizzazione, elevato livello culturale e accurata selezione dei Quadri, disc iplina sentita e consapevole, una formula organica che senza preclu sioni e pregiudiz iali politiche combina insie me i vantaggi dell 'esercito permanente con quelli della nazione armata, attenuandone gli svantaggi; nessuna ingerenza del monarca ne lla con-


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dotta delle operazioni e nessun centralismo dello Stato Maggiore, che lascia anche ai Quadri inferiori quell'ampia iniziativa che ampiamente meritano la loro preparazione e la loro dedizione aJ dovere, accompagnate da una tradizionale cura per il benessere morale c materiale del soldato. La visione strategica del comandante in capo generale Von Moltke può dirsi autenticamente clausewitziana e antijominiana: Per iJ Moltke in guerra non valgono schemi precostituiti, regole fisse: «la strategia è un insieme di espedienti. le sue regole sorpassano di poco i princìpi elementari del buon senso». La forza di un esercito è data dalle forze morali che lo animano, dalla qualità dei Quadri, dall'intelligenza dei Capi; quest'ultimi devono essere in grado di valutare con esattezza la situazione e «fare con fermezza e avvedutezza quello che vi ha di più semplice e naturale». Poiché la guerra è dominata dall'incertezza e da elementi imponderabili. per il Moltke a poco valgono i princìpi e le regole tratti dali' esperienza storica: tutto si riduce a trovare il modo di applicarli se e fino a quando è possibile. Con questi criteri. e grazie a uno Stato Maggiore estremamente scelto e efficiente, l'esercito prussiano riesce a sfruttare bene e fino in fondo l'apporto delle ferrovie e del telegrafo (mal impiegati dal nostro esercito nel 1866), raggiungendo altri traguardi di efficienza anche nel campo sanitario e logistico in genere, caratterizzato dallo sfruttamento sistematico e organizzato delle risorse locali c da metodi d'avanguardia nella cura dei feriti, grazie ai quali si riesce a ridurre le amputazioni e a capovolgere per la prima volta il rapporto tra morti per malauia e per ferite. fino a quel momento a favore dei primi 14• Le vittorie prussiane provocano un'autentica scossa anche nel campo delle teorie militari, mettendo fine a una prolungata stasi. Come scriveva il generale Cosenz pochi anni dopo. «la guerra 1870-1871 coi suoi splendidi risultati per la parte tedesca, risultati giammai, per lo addietro, da alcun alt1v esercito raggiunti, ha scosso in taluni la fidu cia che si aveva in alcuni princìpi della guerra e specialmente di strategia, talché ci è stato chi li ha finanche relegati fra i ferra vecchi e le cose inutili. No11 è da fame le meraviglie, avvegnaché lo stesso fenomeno si produsse in seguito alle grandi l'it torie del primo Napoleone, fin-

" Cfr. F. Botti. Lltlogislica deii'Esercilo lwliano (Cii.). Vol. Il ( 1861 - 1918). Cap. IV. Ve VII.


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ché poi, calmate Le prime impressioni e i primi entusiasmi, si venne a più equo e ponderato giudi::.io» 1 ~. L'esempio prussiano intluenza la preparazione militare, italiana e non solo italiana. fino aJJa prima guerra mondiale, che da ambedue le parti inizia tentando di ripetere - con ordinamenti ad hoc improntati alla mobilità - l'exploit dell'esercito prussiano nel 1870- 1871 , costante modello di riferimento anche logistico. Nel secondo dopoguerra taluni autori hanno accusato gli Stati Maggiori europei di scarsa preveggenza, per aver trascurato gli ammaestramenti della guetTa di secessione americana 186 1- 1865, nella quale già compaiono i caratteri salienti del conflitto europeo 1914-1918: guerra di masse di coscritti poco addestrati, prevalenza del fuoco e dell"ostacolo sul movimento, quindi guerra industriale. di posizione e di logoramento c gran numero di caduti. Giudizio inesatto. per due ragioni essenziali: a) anche la guerra americana, grazie all'impiego su larga scala e su larghi spazi delle ferrovie, ai raids di cavalleria e allo spostamento delle truppe lungo i numerosi fiumi con naviglio a vapore, aveva assunto spesso la forma di guerra di movimento; b) a giudizio unanime degli autori coevi, nonostante la protluvie di mezzi tecnici con caratteristiche avanzate impiegati, !"organizzazione di comando, addestrativa. di reclutamento ecc. e il livello medio dei Quadri dei due eserciti americani contrapposti rimanevano notevolmente inferiori agli tandards europei in generale e tedeschi in particolare. Prima ancor che dai militari, dopo il 1870- 1871 la guerra rapida e decisiva è sempre stata ambìta e ricercata dai politici, per la semplice ragione che è la forma di guerra più economica, e meno pericolosa per le sorti del Governo: non c'era, dunque, ragione per non ritenere più possibili vittorie come quelle prussiane, che erano state riportate su due de i più gloriosi e prestigiosi eserciti europei.Tanto più che l'esercito francese, sconfitto nel 1870-1871 , aveva già allora adottato una dottrina difensiva e basata sul fuoco, con l' impiego delle prime mitragliatrici. Semplicemente, gli Stati Maggiori europei non sono stati profeti, e hanno attribuito le forti perdite e i momenti di stasi della guerra americana a scarso addestramento dei Quadri e delle truppe. Diagnosi non del tutto sbagliata: perché. come meglio si vedrà

'' Cii. in E. C:mevari - G. Prcnolini. Mane - Anwlo11ia Militare. Firenze. Bcmporad 1925. Vol. l. p. 101.


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in seguito, gli eserciti di massa, gli eserciti di padri di famiglia richiamati composti da classi relativamente anziane hanno dimostrato. nelle due guerre mondiali, ridotta attitudine all'offensiva e decrescente addestramento c spirito combattivo. Oltre che dall'esperienza della guerra franco-prussiana, il pensiero militare italiano del periodo 1870-1915 è dominato dai riflessi strategici e ordinativi dell'inimicizia con la Francia e della conseguente conclusione della Triplice alleanza (con l'Austria e la Germania) nel 1882. che pone ardui problemi di difesa del territorio nazionale perché da una parte l'Italia sia sulle Alpi Occidentali che nel Mediterraneo deve prepararsi ad affrontare un Paese, come la Francia, militarmente molto superiore sia in terra che per mare; dall'altra, il confine orientale con l'Austria per tante ragioni continua a non essere esente da preoccupazioni, anche per le permanenti diffidenze - ricambiate - nei riguardi della secolare nemica dell'unità italiana e per la ferita sempre aperta delle terre irredente. Nel suo citato libro del 1912 La Stratégie - Hisrorique - Evolwion, il comandante francese Mordacq giudica il pensiero militare italiano di fine secolo XX carente anche dal punto di vista quantitativo e assai poco originale 16: giudizio non meritato, molto probabi lmente derivante da scarsa conoscenza dell ' argomento. TI periodo in esame è infatti dominato da due grandi figure che possiamo definire senza tema di smentite di livello internazionale, il generale Nicola Marselli e il comandante di marina Domenico Bonamico. Ad essi si aggiungono numerosi comprimari. tra i quali ricordiamo per i suoi studi suJla difesa dello Stato il generale Ricci prima citato, il generale Giuseppe Perrucchetti, il generale Felice de Chaurand dc Saint Eustache. Tra fine secolo XIX e l'inizio deiJa guerra mondiale sono inoltre pubblicati innumerevoli scritti c opuscoli, che in genere riguardano la riforma dell 'eserci to e i problemi dei Quadri. Senza contare c he la Rivista Militare Italiana, la Rivista di Artiglieria e Genio. la Rivista Marittima contengono articoli sempre di livello elevato. a i quali si aggiunge una costante attenzione, anche attraverso le numerose rubriche, a quanto viene pubblicato ali' estero e alla problematica dei principali eserciti e delle principali marine.

•• Commandanl Mordacq, Op. ci l .. pp. 97 e scgg..


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Il generale Nicola Marselli, uscito dalla scuola militare della Nunzi atella e proveniente dal genio dell ' esercito napoletano, può essere definito il maggior scrittore militare italiano contemporaneo. La sua opera, tuttora viva nonostante taluni limiti, è stata ingiustamente dimenticata; le dedicheremo pertanto un certo spazio 17 • Oltre che maestro di cultura militare del suo tempo, è stato fine intellettuale, filosofo e storico, l'unico militare a essere studiato e citato in tale veste da Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Parlamentare per lungo tempo, beniamino del Ministro generale Ricotti e da lui chiamato nel 1884 a reggere la carica di Segretario generale del Ministero, è stato più volte relatore del bilancio della guerra, distinguendosi per numerosi e sempre apprezzati interventi parlamentari. Nel campo dell'arte militare, le sue opere maggiori sono due: La Guerra e la sua storia (1875) in tre volumi18 , a carattere storico e teorico insieme; La Politica dello Stato italiano19 , raccolta di articoli nella quale espone le sue vedute in materia di politica estera e di politica militare e navale, senza mai perdere di vista il quadro politico complessivo e la situazione finanziaria del Paese. Nella Guerra e la sua storia il Marselli ha un obiettivo molto ambizioso e solo in parte raggiunto, da allora in poi mai più tentato da alcuno: superare sia Jomini sia Clausewitz (del quale è il primo attento studioso italiano), per gettare le fondamenta di un pensiero militare italiano autenticamente nazionale, originale e costruito su nuove basi scientifiche. Tali nuove basi sono peraltro malferme, a causa del contradditorio percorso intellettuale e filosofico dell'autore, che passa dalla giovanile ammirazione per la metafisica hegeliana al positivismo, senza peraltro mai accantonare Hegel. Ne conseguono un determinismo e un evoluzionismo storico nei quali si sente l'influenza del Blanch, che fanno a pugni con l'approccio clausewitziano e, consapevolmente o meno, in pratica riconducono il Marselli a Jomini e al suo concetto di strategia come scienza più che arte. Come scrive il Croce, «il frutto migliore del suo ingegno, il libro su La guerra e la sua storia, costruisce sul tipo hegeliano [cioè sulla trilogia- tesi- antitesi- sintesi- N.d.a.] la storia dell 'arte militare, che in

" Sul pensiero del Marselli Cfr. in panicolare P. Pieri, Guerra e politica, Mi lano, Mondadori 1975. pp. 209-227. ,._ Milano, Treves, 1975- l 977. •• Napoli. Morano 1882.


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Oriente sarebbe stata rudimentale, in Grecia consolidata, in Roma articolata, e nella Europa medioevale e moderna avrebbe ripetuto in guisa più intensa queste tre forme, e, come sembra, si accingerebbe a ripeterle ancora nella nuova era, apertasi con il sec. XIX[. ..]. Vero è che egli protestava contro il metodo hegeliano [. .. ]e per dare positività alle sue deduzioni, aggiungeva cause geografiche, etnografiche e storiche: ma con ciò contaminava, non correggeva, quel metodo... » 20• La trilogia hegeliana è il riferimento costante, lo schema obbligato delle sue idee, a cominciare dalle grandi tappe dello sviluppo storico della strategia che descrive - a mò di esempio - come segue. Prima di Federico II di Prussia la strategia è stata «molto intuitiva e poco risolutiva», sia nel modo di comporre gli eserciti che nel farli combattere. Con Federico «le grandi operazioni militari divengono meglio coordinate e più risolutive»; infine, «previamente coordinate, dominate da sovrano ingegno sintetico, interamente risolutive appaiono per opera di Napoleone». Dopo Napoleone, la curva rappresentante la serie storica dei tipi strategici «ridiscese di nuovo ad un livello assai inferiore a quello delle campagne di Federico. Si ritornò al tipo della guerra disseminata, al separatismo slrategico, al cordone, alla fissazione intorno alle fortezze, alla poca risoluzione». Questo periodo- prosegue il Marselli - è durato dal 1815 al 1866. Con la vittoriosa campagna del 1866 dell'esercito prussiano contro quello austriaco [non certo con le operazioni in Italia! - N.d.a.] «la curva risale all'altezza di Federico e l'oltrepassa; poi colla campagna del 1870-71 la curva risale all'altezza di Napoleone». In quest'ultima campagna, vinta in pochi mesi dal Moltke, «Se consideriamo la difficoltà di muovere una macchina così grande com'è quella di un esercito odierno, se ci riferiamo alla precisione con cui le sue molteplici parti furono mosse, alla educazione tattica, allargo uso dei trovati meccanici, in breve alla rapidità dei movimenti ed alla risoluzione degli effetti, noi dobbiamo pur dire che l'arte della guerra, presa nel suo complesso, ha toccato un 'eccellenza mai veduta prima. È certo un pericolo codesta invasione della massa e della meccanica, è certo un germe di decadenza; ma quando l'intelligenza e il carattere riescono a dominarle, affermano più luminosamente la

,.,_ B. Croce, Storia delta stOriografitl italiana nel secolo XfX. Bari, Later7.a 1921. pp. 172-173.


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propria forza e porgono al mondo uno spettacolo degno della più alta ammirazione». [Nostre sottolineature - N.d.a.] 21 • Con queste poche parole il Marselli sintetizza le ragioni delJa preferenza ovunque accordata alla guerra dell'esercito prussiano e non a que!Ja degU eserciti americani del 1861-1865; semplicemente, lo Stato Maggiore prussiano ha mostrato di saper dominare le masse e i perfezionati mezzi tecnici, prodotto della civiltà industriale, mettendoli al servizio della guena rapida e decisiva. Se il Marselli fosse vissuto al tempo delle due guerre mondiali o della guerra fredda, le avrebbe senza dubbio viste come manifestazione di una nuova fase di decadenza dell'arte militare, naturalmente alla condizione di assumere come l'optimum il modello di guerra napoleonico, In fondo, quando definisce «un germe di decadenza» la massa e la meccanica, cioè la guerra industriale che rende possibile armare masse di combattenti, è assai meno conservatore di quanto possa apparire e anzi sembra preconere i tempi. Le due guerre mondiali hanno dimostrato, infatti, che nelle guerre totali tra Paesi industriali avanzati le masse e le tecnologie o rendono le guerre troppo lunghe (quindi dannose anche per il vincitore), o addirittura con la bomba atomica e i gas- sono suscettibili di provocare uno sterminio generaUzzato, senza né vinti né vincitori . Questa degenerazione contrasta con il concetto classico di strategia, che comunque intesa, è sempre stata ricerca della possibilità di ottenere dei vantaggi con il minimo sforzo, di premiare cioè il vincitore. Dalla mai del tutto rinnegata fede hegeliana e dal tentativo di conciliarla col positivismo deriva un altro atteggiamento caratteristico del Marselli, che può riassumersi nella ricerca ad ogni costo, e in ogni occasione, della sintesi degli estremi e del giusto mezzo; giusto mezzo anche in politica, visto che è sempre stato uomo di centro. Il suo approccio all'arte della guerra, alla strategia si riassume in questa frase: «possibile che tra la fede nelle antiche formule e lo scetticismo verso ogni maniera di regole, non vi sia una strada di mezzo? lo deploro, al pari dell'autore, lo scetticismo cronico, sebbene consideri come benefico il dubbio che precede la scoperta del vero e ne stimola la ricerca». Come dire: tra Jomini e Clausewitz, c'è una via di mezzo. Ma quando si tratta di percorrerla, ecco che il Marselli al di là delle sue buone intenzioni scivola sostanzialmente verso Jomini, del qual pur critica «le

" N. Marsellj. La guerra e la sua sToria (Ci t.). Vol. ili, p. 380.


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forme scolastiche e i periodoni», dimostrando di non approvare il fatto che «le sue leggi spiegano tutte le operazioni strategiche, e non ammettono il più lieve ritocco». A suo giudizio, «bisogna distinguere tra pochissimi princìpi - che per loro natura so1zo assoluti e sempre vaUdi- e le regole, che come tali ammettono anche delle eccezioni. Molto spesso si confondono gli uni con le altre, chiamando princìpi delle regole che come tali valgono solo in detenninati casi e pretendendo da essi ciò che non possono dare: se, invece, da chi vuoi fare scien::.a applicata si distinguessero con precisione i princìpi assolwi dalle regole più o meno generali, i valori costami dalle variabili, credo che si potrebbe far progredire, colla teoria della guerra, la fede nella sua verità. Ond'io ho ragionato così: la guerra è obietto di scienza, perché obbedisce a princìpi che sono leggi, e segue regole che sono guide; ma nel fatto è arte, è una incarnazione di quegli ideali nelle più svariate e incerte situazioni del reale. l princìpi, pari ad assiomi, non possono essere che pochi[. .. ] le regole sono parecchie[. .. }. A questo modo la teoria, invece di essere un ristrello circolo in cui il reale soffoca. può abbracciare le sue fonne, secondame i necessari movimenti e diventare teoria della guerra reale [... ]. La necessità di preferire nello studio della grande guerra il metodo storico o sperimentale a quello così detto razionale, e di sbandire alfa/lo il dogmatismo dottrinale, ho sempre proclamata... » 22• Ammettendo - questo è l' importante - pochi princìpi di valore assoluto, il Marsell i si distacca da Clausewitz e in pari misura si avvicina a Jomini, che di princìpi ne ammette addirittura uno solo. quello della concentrazione della massa delle forze nel punto decisivo. Si distacca da Clausewitz, ancora una volta ricadendo nella sfera jominiana, anche su un altro punto essenziale: la possibilità di razionalizzare sia pure non per intero, di sottoporre a leggi scientifiche il fenomeno guerra, data dal progresso delle scienze sperimentali. In tal modo la teoria della guerra può diventare «più positiva», rendendo possibile «allargare la sfera d'azione della preveggenza e restringere quella del caso». Cosa che Clausewitz esclude, perché la guerra è il regno dell'imprevisto ed è dominata da forze morali e spirituali non quantificabili, non razionaJizzabili con procedimenti scientifici. La razionalizzazione del fenomeno guerra è stata anche un obiettivo di Jornini, che ha preteso di carpire il segreto delle vittorie di Napoleone, di spiegarlo, di tra-

n. N. Marselli. Lo guerra

reale. «Rivista militare haliana>> 1876, Vol. I pp. 380-383.


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dLuTe il suo genio in princìpi razionali e dimetterlo alla po1tata di tutti. Queste concezioni dominano l'intera opera del Marselli, a cominciare dal concetto di guerra. Come Clausewitz ritiene che essa è «la crisi dell'attività sociale che travasi allo stato di congestione» e che prende svruiate forme; ma al tempo stesso la giudica una fom1a detla lotta per l'esistenza che secondo Darwin si combatte nel mondo animale, e della «concorrenza vitale» che secondo il Malthus si fanno i popoli. Essa non è casuale: proprio come avviene nel mondo animale, «i conflitti della storia dell'umanità sono governati dalla legge dell'evoluzione progressiva, mediante la quale trionfano quelle nazioni che meglio rispondono alle aspirazioni dello spirito umano in un dato momento storico». Le guerre tra Stati tendono a diventare sempre più rare e sempre più brevi; contribuiscono a limitarle, ancorché non a eliminarle, anche le organizzazioni internazionali. Questo non necessariamente sarà un bene, visto che parallelamente la crisi dello Stato nazionale lascerà spazio ai separatismi locali, col pericolo che gli Stati «possano trovare in sé stessi quelle cagioni di guerra che non trovano più tanto fra loro». Al concetto evoluzionistico e naturalistico della civiltà, della guerra e della loro storia corrisponde la pretesa deterministica del Mru·selli di sottoporre l'arte miutare alle stesse e ben definite leggi che governano il loro sviluppo. Intende infatti «delineare a grandi tratti la legge di evoluzione dell'arte militare, e propriruuente del modo con cui gli uomini vennero ordinati e disposti per la pugna. Questo è il fato più concreto della gueJTa, e quella legge è il più alto risultato della sua scienza storica». Per il Marselli, perciò, la storia generale dell'umanità e quella delle sue guerre vanno trattate, sia pur con opportuni adeguruuenti, con la stessa metodica della storia naturale; inutile dire che, per lui come anche per Jomini, è dall'esperienza storica che si traggono le fondamenta detl' arte militare. Il risultato di questo lungo e dotto peregrinare del Marselli nei piani alti della scienza, della filosofia, della storia dell'umanità per poi giungere all'arte militare e alle sue parti componenti è tutto sommato modesto. Non è cosa nuova, già a quei tempi, il rapporto tra civiltà e arte militare; per il resto, i contenuti della scienza/arte della guerra da lui indicati, le sue parti componenti, i princìpi che la governano si identificano spesso, nelle grandi linee, con l'approccio jominiano. Sono una variazione sul tema e non un nuovo tema, anche se mettono in giusta evidenza la necessità di distinguere tra preparazione l orga-


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nizzazione e azione. Come Jomini il Marselli si riferisce costantemente alla «grande guerra» di stampo napoleonico, definendo la «Scienza della guerra», nel suo senso più largo, come «lo studio di tutte le funzioni militari», diviso «in una parte che riguarda l'apparecchio o l'organica, e in un'altra che riguarda l'azione, o «scienza della guerra nel senso stretto». Della parte che riguarda l' «apparecchio» fanno parte anche l'amministrazione militare, la legislazione militare, l'artiglieria (intesa come studio del materiale, delle armi e del loro impiego), la fortificazione (intesa come scienza del costruire e utilizzare le fortificazioni), la topografia (intesa come arte di rilevare il terreno e di leggere carte LOpografiche) e la pedagogia militare. Quest'ultima al momento non esiste ancora come branca teorica autonoma, riguarda le modalità da seguire per l'istruzione e educazione del personale e pertanto «pigl ia le mosse dalla psicologia e giunge sino alle norme per l'ammaestramento delle Grandi Unità, per dettare le quali norme l'ordinatore ispirasi agli studi che riguardano l'azione». La «Scienza della guerra nel senso stretto», che riguarda solo l'azione, comprende: «la politica della guerra, siccome quella che assegna lo scopo generale e i limiti delle operazioni militari; la strategia, che precisa lo scopo generale o militare, e fa il piano direttore; la logistica, che si occupa delle disposizioni di marcia per eseguire il conceilo strategico e giungere all'urto, cioè alla tattica. L'Artiglieria rientra in scena come una delle tre armi combattenti, e la Fortificazione come trincee da battaglia e lavori campali, cioè rientrano entrambe come elementi della tattica; ma, come guerra delle fortezze, riconquistano una posizione più autonoma. La geografia militare si aggiunge come studio della natura relativamente all'azione militare». Delle scienze militari fa parte anche la storia della guerra, della quale il Marselli dice che «essa è nel tempo stesso un tutto. poiché comprende l'azione nello spazio e nel tempo di tutti gli elementi militari preparati nella pace». Come Jomini, dunque, il Marselli include la politica della guerra nell'arte/scienza della guena; e anche i suoi concetti di logistica (assai diverso dall'attuale) e di tattica sono affini a quelli di Jomini. Riguardo alla strategia, sembra ammettere l'esistenza di una geostrategia, pur senza indicarne le differenze rispetto alla strategia: «la teoria della grande guerra - afferma -abbraccia quelle della Strategia in sé e della Geostrategia, dell'alta Logistica, della Grande Tattica, cioè di quelle scienze che hanno per contenuto i princìpi e le regole per la scelta della base, dell'obiettivo, delle linee di moto e dei


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punti di urto nella guerra tra gli eserciti». Più in generale, «la Strategia è un mezzo rispetto alla politica, ma assegna lo scopo militare alle operazioni guerresche. Sceglie L'obiettivo da raggiungere, la direzione da seguire e la base su cui poggiare, cioè da cui muovere e da cui ritirarsi[. .. ]. La strategia è dunque quella branca della scienza bellica che ha per oggetto il piano che regola e coordina le operazioni militari». Una contaminatio tra Jomini, Clausewitz e 1' Arciduca Carlo, rispetto ai quali il Marselli tiene a timarcare le differenze della sua concezione: ma ancora una volta, indicando princìpi e regole come contenuti e basi essenziali della strategia, della tattica ecc., egli si avvicina, anche senza volerlo, a Jomini. Si avvicina sostanzialmente a Jomini anche nell'indicare i princìpi della strategia (e non dell'arte della guena), da lui distaccandosi su alcuni particolari ma non nelle idee di fondo. Il primo principio è - come più o meno per Jomini - «Operare in guisa da avere la supetiorità sul punto decisivo», che il Marselli modifica sostituendo alla massa di Jomini e De Cristoforis la forza, che esprime un concetto più largo e non solo una dimensione quantitativa come la massa. Tale principio pertanto diventa «accumulare sul punto decisivo la maggior somma di forza relativa». n secondo è che «la superiorità della forza, per essere in sommo grado efficace, deve essere appl icata secondo quella direzione che mena un esercito sulla linea di ritirata dell'altro». Il terzo prescrive di «Operare a massa e con vigore, prescegliendo quelle linee che conducono il proprio esercito o a battere partitamente queJJo avversario o a riunirsi sul medesimo campo di battaglia nel modo più pronto e più efficace». Il secondo e terzo principio sono criticati dal generale Cosenz23, secondo i l quale il secondo principio in primo luogo sembra escludere che si possa attaccare la linea di operazioni del nemico se si dispone di forze inferiori, e sembra non dare importanza alla propria linea d'operazioni, come se si potesse abbandonarla impunemente e non difenderla. Il terzo principio è invece, sempre secondo il Cosenz. una ripetizione del primo, che già implica la necessità di operare a forze riunite contro il nemico diviso e tiunire le forze nel modo più pronto e efficace possibile. Al di là dei limiti indicati, le meditazioni del Marsell i sulla guerra, sul modo di condurla, sui legami tra arte militare, storia e civiltà ecc. lo

:.•. «Rivi sta Militare italiana» ottobre-dicembre 1875. Cfr. anche. in merito, la replica del Mm'Sclli alle critiche del Cosenz nell'articolo La guerra reale (Cit.}, pp. 379-434.


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collocano su un livello assai più alto degli scrittori italiani che l'hanno preceduto e seguìto. Abbiamo qui potuto tracciare solo alcuni lineamenti del suo lavoro, trascurando una massa di concetti, di giudizi, di spunti su argomenti storici e di attualità che, forse, risentono dell'usura del tempo meno che le sue considerazioni sulla grande guerra e sui princìpi, indicando invece con mano ferma che cos'è veramente una guerra e come deve essere un esercito. Le tendenze positiviste non gli impediscono di dare grande risalto all'importanza delle forze morali e della Leadership; per contro, lo aiutano a individuare gli stretti legami della strategia con la geografia e la statistica, che sono uno degli argomenti dominanti. Preziosi e sempre ben calibrati anche i suoi giudizi sugli autori e sulle guerre passate. Infine, nella Politica dello Stato Italiano sostiene la necessità che l'Italia concluda con l'Austria e la Germania la Triplice Alleanza, perché la politica non è sentimento e si deve prendere atto dell' ostilità della Francia a quell'espansione dell' Italia nel Mediterraneo, che ritiene necessaria e possibile conservando buoni rapporti con l'Inghilterra. Poiché l'esercito non è in grado di difendere, oltre che le Alpi, anche la penisola, sostiene la necessità di rafforzare la marina e l'intero apparato difensivo, attuando una serie di preveggenti riforme. Tra di esse il decentramento dell'Amministrazione della guerra, la costituzione fin dal tempo di pace dell'Intendenza generale dell'esercito, il rafforzamento dei poteri del Capo di Stato Maggiore dell'esercito (al momento molto ridotti) e del suo ufficio, l'adozione di un modello ordinativo vicino a quello tedesco, con la riduzione della ferma per aumentare, con la stessa spesa, la forza dell'esercito di prima linea, il potenziamento delle truppe alpine per difendere più saldamente la fascia montana di confine, provvedimenti per svecchiare i Quadri rendendoli più «operativi» e per assicurare loro un trattamento economico e morale più decoroso ecc.. L'alter ego del Marselli in campo navale è il comandante Domenico Bonamico24 , che è in cordiali rapporti di amicizia con lo stesso Marselli, con il Ricci e il Perrucchetti, da lui conosciuti da allievo (e poi da insegnante) alla Scuola di Guerra di Torino. Come il Marselli è ufficiale estremamente colto, e di vasta influenza anche sul pensiero navale del XX secolo. Condivide con lui sia l'orientamento di fondo della politica militare (necessità di aderire alla Triplice Alleanza) sia, naturalmente, la

"'· Cfr. D. Bonamico, Scritti sul potere marittimo- a cura dj F. Botti (Cit.).


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necessità di rafforzare la marina assegnandole la difesa dell'Italia peninsulare e delle isole contro possibili sbarchi francesi. Autore estremamente prolifico con scritti che vanno dal 1870 al 1914, Bonamico va ricordato per i seguenti aspetti essenziali del suo pensiero: a) ancor più del Marselli insiste, fin dal 1880, sulla necessità di un'impostazione interforze della difesa nazionale, anche con organismi comuni che assicurino un raccordo tra i Ministeri della guena e della marina (fino a quel momento due organismi totalmente separati e non comunicanti) e con la frequenza di scuole comuni da prute degli ufficiali delle due Forze Armate; b) diversamente da altri esponenti dell'esercito, giudica uno sbarco di forze francesi dell'ordine di 100.000 uomini nell'Italia meridionale come il pericolo maggiore, ritenendo meno probabile un attacco sulle Alpi Occidentali; c) compito essenziale della flotta è di opporsi a tale sbarco, attaccando la sco1ta dei convogli con naviglio che privilegi velocità e armamento rispetto alla protezione. Essendo molto inferiore a quella francese, la flotta italiana non deve opporsi ai bombardamenti delle nostre città costiere teorizzati dalla Jeune École navale francese, perché sru·ebbe costretta ad accettare una battaglia dove avrebbe la peggio; d) la sua ottica strategica è pertanto quella di una marina inferiore che deve affrontare una marina superiore. Di conseguenza è contrario, per la marina italiana, alla «guerra di squadre» di tipo nelsoniano, con la ricerca della battaglia decisiva per distruggere la flotta nemica, e ritiene invece più utile preparare la «guena di crociera», dando la priorità anziché alle grandi corazzate, a naviglio adatto a tale tipo di guena; e) prendendo spunto dagli studi di strategia e geografia militare terrestre (tra i quali il saggio di geografia militru·e sul Tirolo del Perrucchetti) è l'iniziatore in Italia degli studi di strategia navale e di geogr·afia militare marittima; t) sostiene la necessità di uno stretto raccordo anche tra operazioni terrestri e navali , anche perché giudica l'occupazione delle basi navali nemiche dalla prute di terra come un'opzione strategica preferibile alla battaglia navale decisiva; g) nello studio Il problema marittimo dell'Italia (1899) intende dimostrru·e la necessità che l'esercito sia ridotto da 12 a 8 o 9 corpi d' armata per recuperare risorse a favore della marina, i cui fondi sono stati decurtati negli anni precedenti anche per far fronte alle spese aggiuntive per la guena d'Eritrea;


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h) come Marselli rimane sostanzialmente nella scia jorniniana, pur citando Clausewitz e dando spazio ad elementi clausewhziani come «il genio» e «l'invenzione». È stato un precursore, sotto certi aspetti, di Mahan, del quale con il suo libro del 1899 Mahan e Callwell rimane il maggiore studioso italiano, non risparmiandogli critiche; i) ha commentato sulla Rivista Marittima le guen·e ispano-americana del 1898 e russo-giapponese del 1904-1905 in modo magistrale e forse insuperato, non solo con un'ortica interforze ma partendo da un largo inquadramento storico, politico-sociale e di costume mirante a far emergere le reali forze morali e materiali messe in campo dai contendenti, e in tal modo 1iuscendo spesso a prevedere gli eventi futuri. Il Marselli, il Bonamico, il Ricci e il Perrucchetti rappresentano nella seconda metà del secolo XIX una sorta di punta avanzata delle rispettive Forze Armate. Pur con diversi accenti essi ritengono fondamentale un'impostazione interforze della difesa nazionale, nella quale ciascuna delle due Forze Annate, senza indulgere a troppi voli pindarici, abbia un ruolo proporzionato alle sue possibilità e alle risorse effettivamente disponibili. Perciò cercano - e spesso trovano - un terreno d'intesa, sforzandosi più di trovare convergenze che di rimarcare divergenze. Peraltro la maggior parte degli scrittori delle due Forze Armate, e anche i rispettivi vertici, non li seguono su questo terreno. Nell'esercito prevale l'opinione che il pericolo di uno sbarco francese nell' Italia meridionale dovrebbe essere di molto ridimensionato: sarebbe la pianura padana il teatro decisivo di un'eventuale guerra con la Francia. Perciò data la notevole superiorità degli eserciti francese e austriaco, al consolidamento della difesa terrestre dovrebbe essere destinato il massimo volume di risorse possibile. Al contrario, secondo gli esponenti più estremisti della marina l'offesa francese dal mare è il pericolo maggiore. Essa va fronteggiata raggiungendo possibilmente la pruità navale con la Francia e costruendo grandi corazzate: i fondi si debbono trovare, perché me va della vita della Nazione. Incomincia così fin da allora una forte dialettica tra Forze Annate, nella quale le argomentazioni teoriche e strategiche hanno sullo sfondo il ben concreto problema della ripartizione degli scarsi fondi disponibili. Alla mai spenta querelle su quale delle due Forze Armate debba avere la priorità nell'assegnazione delle risorse si aggiunge, nel primo decennio del secolo XX, una crisi senza precedenti dell' Istituzione militare, costretta ad affrontare nuovi problemi di vario ordine che ne minano l'efficienza e la credibilità. Specie dal 1900 al


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1907, esercito e marina toccano il punto più basso di efficienza morale e materiale 25 , sotto il peso di una serie di fattori negativi purtroppo concomitanti: la perdita di prestigio e le frustrazioni conseguenti alla sconfitta di Adua nel 1896, che 1'esercito non ha la possibilità di riscattare; la difficile situazione economica e sociale e il bilancio dello Stato in dissesto, che portano i Governi del tempo a ridurre i bilanci militari e al tempo stesso a impiegare in misura massiccia le truppe in ordine pubblico (in rinforzo alle forze di polizia mantenute, per risparmiare, a livelli di forza esigui). Tale impiego non è gradito dai Quadri per tutta una serie di buone ragioni: ha negativi riflessi sul morale, sull'addestramento, sull'azione di comando e sulla coesione organica dei reparti; comporta tutta una serie di disagi e di trasferimenti per Quadri e truppe; diminuisce la popolarità dell'esercito portando acqua al molino del crescente antimilitarismo, che dalle classi lavoratrici tende a estendersi anche alla classe borghese, creando uno stato di grave disagio e di insoddisfazione tra i Quadri. Queste difficoltà, per così diJ·e, «esterne» finiscono con lo sviare l'attenzione dalle riforme interne, delle quali ambedue le Forze Annate avrebbero, per la verità, gran bisogno per rendere l'organizzazione più economica ed efficiente. Infatti, di fronte all'aumento delle tensioni internazionali e ai rapidissimi progressi tecnologici (comparsa di nuove e costose armj quali la mitragliatrice, il fucile a ripetizione ordj naria, il cannone a tiro rapido con affusto a deformazione, e di nuovi mezzi quali l'automobile, il dirigibile e l'aeroplano, la grande corazzata tipo Dreadnought e il sommergibile), diventa vieppiù necessario affrontare il problema militare con nuove idee, risorse finanziarie adeguate alle molte necessità di rinnovamento e il sostegno dell'opinione pubblica. Le Commissioni parlamentari d'Inchiesta per la marina e per l'esercito, nominate dal Governo rispettivamente nel 1904 e nel 1907, non sono, per ovvie ragioni, ben accolte dal mondo militare: ma non si può negare che dalle voluminose relazioni da loro compilate emerga una serie di inefficienze e di lacune specie nel campo addestrativo e logistico-amministrativo non tutte dovute a scarsità di risorse, alle

,; Sulla criùca situazione dell'esercito italiano nei primi anni del secolo Cfr., in particolare. generale F. De Chaurand dc Saint Eustache, Come l'Esercito Italiano entrò in guerra, Milano. Mondadori 1929.


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quali sarebbe necessario e urgente porre rimedio. Nonostante l'aumento dei bilanci militari, anche in seguito alle turbative e al forte dispendio di risorse provocate dalla guerra di Libia del 191 1-1912 le riforme introdotte prima deUa grande guerra non incidono sulle inefficienze in misura sufficiente26• Per l'esercito, esse non riescono che a ovviare molto parzialmente alla carenza principale prima del 1915; l'eccessivo volume organico in rapporto alle risorse disponibili, con negativi riflessi sull'inquadramento di ufficiali inferiori, sull'idoneità delle infrastrutture (spesso non adatte anche dal punto di vista igienico e tali da costringere i reggimenti a un eccessivo e dannoso frazionamento delle unità in più sedi), sul morale e sull'addestramento di Quadri e truppe, oltre che sulla disponibilità di armi e mezzi moderni (specie artiglierie pesanti e pesanti campali, mitragliatrici, fortificazioni, munizioni). Se mancano riforme incisive e tali da risolvere vecchi problemi, non mancano le idee, che per meglio apprezzarne la valenza vanno inquadrate nel contesto prima descritto. Tra i molti scrittori del periodo che va da fine secolo XIX all'inizio della grande guerra, spiccano il generale Felice de Chaurand de Saint Eustache, il generale Fortunato Marazzi, ancora il generale Giuseppe Perrucchetti, l'allora tenente colonnello di artiglieria di Stato Maggiore Giulio Douhet e Mario Morasso27• Già con l'opera Le istituzioni militari odierne e il/oro avvenire (1895) il De Chaurand avverte la pressione dei nuovi tempi e propone profondi mutamenti. Fin da allora riscontra che i grossi eserciti e i progrediti armamenti del tempo finiscono con l'esercitare una benefica funzione di deterrenza, in quanto «renderebbero la lotta più crudele e più disastrosa di qualunque altra abbia funestato il genere umano: tale da mettere in causa l'esistenza stessa delle nazioni». Contrario alla teoria dei piccoli eserciti, riprende sostanzialmente, con opportuni adeguamenti, la vecchia formula della nazione armata, che giudica espressione della naturale tendenza a utilizzare in

•• Cfr., in merito, l'apprezzamento della non soddisfacente situazione dcii" esercito alla vigi lia della guerra mondiale da parte dello stesso capo di Stato Maggiore generale Cadoma in Ministero della Guerra- Uflicio Storico. L'EserciTo twliano nella grande guerra- Vol. l Roma 1974 (la ristampa), pp. 67-69. "' Per maggiori dettagli Cfr. F. Botti. N01e sul pensiero miliTare i w fiano da fine secolo XIX ali 'ini::.io della prima guerra mondiale (Ci t. ).


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guerra la maggior somma possibile di forze, opportunamente notando però che ciascuno tende ad attribuire a tale espressione il significato che più gli fa comodo. n tipo di nazione armata proposto dal Marazzi non mira, in realtà, a creare milizie improvvisate, ma a fornire all'esercito una maggiore quantità di uomini addestrati con ferma più ridotta, con una serie di provvedimenti che ricordano le proposte del Filangieri e del Pepe: reclutamento e ordinamento territoriale, marcia, tiro a segno e addestramento ginnico resi obbligatori e affiancati all'istruzione scolastica, assegnazione alle Anni tecniche (artiglieria e genio) di personale con precedenti di mestiere in buona parte già addestrato, riduzione dei servizi di caserma e presidio ecc.. Queste idee del Chaurand non sono accompagnate dall' approfondimento della complessa problematica che la loro realizzazione comporta. Egli scende, invece, più nel dettaglio - non senza talune contraddizioni - nelle successive opere La preparazione militare (1907) e Il disagio militare (1910), dominate dall'esempio degli eserciti tedesco e giapponese, che con un'organizzazione encomiabile hanno saputo creare, nel 1870-1871 e nel 1904-1905, un congegno ben oliato che ha battuto gli eserciti impreparati di nazioni più grandi e potenti. Perciò egli insiste molto sulla preparazione, ribadendo che le guerre si vincono nel tempo di pace. Alla preparazione collega la tematica della guerra futura che, a suo giudizio, se si protrarrà nel tempo, dando origine a una profonda crisi economica e sociale e a dissensi interni destinati ad accentuarsi in caso di insuccesso; avrà perciò molta importanza, in questo caso, anche il morale delle popolazioni. Per evitare questi mali, la guerra deve essere breve. Occorre perciò disporre fin dai primi giorni di guerra di un esercito ben organizzato, manovriero, rapidamente mobilitabile, di forza tale da metter!o in grado di «agire senza ritardo contro l'avversario, quando non sia possibile prevenirlo, in guisa da assestargli al più presto un colpo decisivo e procrastinare il periodo di crisi». Le modalità per raggiungere questo non facile obiettivo indicato dal De Chaurand potrebbero contradditoriamente riassumersi in una nazione armata - cioè in un esercito di massa di cittadini - di qualità. Più banalmente, le sue considerazioni equivalgono a una ricerca del giusto mezzo facile da indicare ma difficile da tradurre in pratica.


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Ad esempio: le guerre future coinvolgeranno l'intera nazione e non potranno essere condotte con effettivi limitati, ma non bisogna avere il culto del numero; le lunghe ferme sono inutili, ma la ferma breve non deve essere troppo breve, e , in ogni caso, meglio prevedere una ferma un po' più lunga che ricorrere a richiami, troppo brevi per essere utili; le classi dell 'esercito di linea devono essere giovani (non piLJ di cinque o sei) e non bisogna farsi soverchie illusioni sul possibile impiego di truppe di seconda linea (cioè composte da richiamati) in combattimento, perché hanno Quadli poco validi e sono poco addestrate: si potrà quindi contare su di esse solo per alleggerire l'esercito di prima Linea. Con questa impostazione le tesi del De Chaurand si avvicinano assai al modello conservatore di nazione armata: esercito il più numeroso possibile in tempo di pace e poco spazio alle macchine. Le sue considerazioni e previsioni, imperniate non su ciò che è effettivamente possibile fare per evitare la guerra lunga, ma su ciò che si dovrebbe fare, sono state smentite dalla prima guerra mondiale, guerra tipicamente di masse e di logoramento che ha visto il fallimento iniziale della guerra breve con truppe di qualità. Ad ogni modo parecchie sue idee sono valide e lungimiranti. Ritiene necessario mettere l' uomo e non le nuove macchine al centro dell'organizzazione, sviluppare lo spirito d'iniziativa, l'addestramento tattico, la fiducia del soldato in sé stesso, motorizzare i Servizi e introdurre cucine rotabili (cosa che verrà fatta solo nella guerra 1940-1943), coordinare 1'attività dei due Ministeri militari e dei due Capi di Stato Maggiore con uno specifico «organo centralizzatore», ecc .. È inoltre contrario alla fo1tificazione permanente, che richiede una spesa eccessiva per opere poi rapidamente superate dal progresso tecnico e vincola il piano di campagna. Il suo largo sviluppo (emblematica la grande muraglia cinese) secondo il De Chaurand è segno di decadenza dell'arte militare e di inammissibile sfiducia nell'elemento uomo, al quale si VOITebbe sopperire con <<elementi passivi». Meglio perciò sviluppare le forze mobili di copertura della mobilitazione dell ' Esercito e migliorare la rete ferroviaria: è nelle ferrovie e nella «fortificazione improvvisata» (cioè nella fortificazione campale) che ormai risiede la forza di un esercito. Anche il colonnello e deputato Fortunato Marazzi con la sua opera più famosa, L'esercito nei tempi nuovi (1901) propone un profondo rinnovamento dell'esercito, con idee che peraltro non trovano alcun seguito concreto e suscitano aspre clitiche. Come il De Chaurand, ma con modalità assai diverse, ritiene necessario adottare un particolare tipo di


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nazione armata. nel quale viene privilegiata ancor di più la qualità e viene fissato, per la forza mobilitabiJe, il limite assai esiguo di 600.000 uomini (la metà di quelli al momento previsti), limite che esprime «l'esatto rapporto tra il numero, la qualità, la fi nanza e lo scopo da raggiungere». Per il resto, il modello militare da lui preconizzato si basa sui seguenti princìpi, «che bisogna decidersi ad accettare o respingere in blocco: sistema territoriale [ cioè reclutamento territoriale e servi zio militare in caserme vicine alla residenza del soldato di leva sul modello tedesco- N.d.a.], sedi fisse [cioè niente trasferimenti continui dei reggimenti di fanteria e cavalleria - N.d.a.],Jerme brevi [ridotte da tre anni a un anno, con «temperamenti» per le truppe speciali- N.d.a.], contingente unico, frequenti richiami, compagnie piccole, Quadri ottimi, forza bilanciata [del tempo di pace] minima, scuola primaria militare obbligatoria». Gli ufficiali devono essere tutti ugualmente istruiti in un ' unica «Università militare» creata a Torino, eliminando le differenze del passato che ostacolavano l'indispensabile affratellamento tra ufficiali delle varie Armi, visto che «all ' ufficiale di artiglieria, o del genio, si continuò a instillare una cultura tecnica molto superiore ai bisogni delle battaglie, si esagerò nelle matematiche a scapito del generale sapere, e all'ufficiale di fanteria, considerato quasi ancella, si creò una posizione insoffribi le, ingiusta, di odiosa inferiorità». Per eliminare questi inconvenienti, le «armi dotte», cioè artiglieria e genio, devono scindersi in due parti, la combattente e la tecnica, dando origine a un corpo tecnico. La ferma breve richiede un ' utilizzazione più razionale del tempo disponibile per l'istruzione. Questo obiettivo può essere ottenuto anzitutto con il miglioramento delle infrastrutture e la costruzione di nuove casem1e razionali, che consentano anche di ridulTe il personale addetto ai vari servizi; le relative risorse possono essere ottenute alienando i vecchi immobili non più idonei all'impiego militare, che spesso occupano aree di elevalo valore. L'addestramento va intensificato anche riducendo gli impieghi in ordine pubblico, da considerare eccezionali perché sono affare delle forze di polizia: «circa le sommosse la miglior sicurezza è quella di non provocarle con atti inconsulti [... ] se si vuole che l'esercito vegli all 'ordine pubblico non bisogna affrettatamente ingrossarlo allorché l'aria si fa opaca, ma impartirgli ordini semplici e chiari». Dal punto eli vista operativo, i suoi suggerimenti sono assai diversi da quelli del De Chaurand: guena difensiva con massima utilizzazione del valore impeditivo della fascia alpina, ottenuta sbarrando le valli alpine con la fortificazione permanente e truppe scelte di copertura (alpi1ù, bersaglieri, artiglieria da


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montagna, fanti, popolazione armata); esercito del tempo di pace in seconda schiera, per contrattaccare il nemico allo sbocco in piano; tutte le rimanenti forze disponibili in terza schiera, per manovrare in pianura e per la difesa delle coste. Ad ogni modo, la futura guerra difensiva sulla zona di confine sarà lunga, in essa avrà importanza premmente la fanteria e quasi nulla la cavalleria, mentre il telegrafo senza fili, i nuovi esplosivi, il telefono e i dirigibili agevoleranno la difesa. L'obbligo della dote per le mogli degli ufficiali, che al tempo ha dato luogo a molte famiglie irregolari, deve essere abolito, punendo però duramente l'ufficiale che non sa comportarsi con decoro e dignità sia nella vita pubblica che in quella privata. In generale, l'organizzazione militare deve essere resa più snella e economica, decentrandola e privatizzandola a1 mas&imo, riducendo la burocrazia, utilizzando gli ufficiali in ausiliaria a1 posto degli impiegati civili, sciogliendo ospedali, farmacie militari, tribunali militari e stabilimenti militari e riducendo i compiti del genio, che non deve più occuparsi della costruzione di immobili militari. Il perno della vita amministrativa deve essere- come in passato - il reggimento, senza livelli intermedi tra reggimenti e Ministero. Occorre abituare i Quadri, anche dal punto di vista amministrativo, all'autonomia e alla responsabilità che sarà loro richiesta in guerra: «invece in pace ogni cosa si accentra e controlla ad epoca fissa: ogni minima operazione amministrativa necessita di un pern1esso ed un rapporto, e per ogni fatto, con attinenza di finanza, è tolta persino l'apparenza della fiducia». il Perrucchetti, già protagonista del dibattito sulla difesa dello Stato nella seconda metà del secolo XIX, nei primi anni del secolo XX è autorevole Segretario della Commissione d'Inchiesta sull' esercito e collaboratore militare del «Corriere della Sera», con numerosi articoli poi raccolti nei libri Guerra alla guerra (1907) e Questioni militari d'attualità (1910). In sintesi, a conferma di quanto già da noi affermato a proposito del ruolo originario delle truppe alpine, anche nelle predette opere il Perrucchetti non riconosce elevato valore impeditivo intrinseco alla fascia alpina, attraverso la quale sono sempre passati innumerevoli invasori. A suo giudizio, il vero e grande pregio del nostro terreno di frontiera sta nel costringere i grossi eserciti che si dovrebbero impiegare contro l'Italia a frazionarsi in diverse masse, che per il difensore sarebbe poi agevole battere separatamente a1 loro sbocco in piano. La fortificazione permanente, gli alpini e i bersaglieri - raggruppati in 6 brigate- dovrebbero perciò ottenere nella fascia alpina un tempo d'arresto dell'offensiva nemica sufficiente, per assicurare la mobilita-

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zione e la radunata del dispositivo retrostante e evitare le sorprese. Il reclutamento territoriale e le s~di fisse, già adottati con buoni risultati per gli alpini, dovrebbero essere estesi a tutto l'esercito. A tutto l'esercito andrebbe anche esteso, sul modello austriaco, l' ordinamento per brigata pluriarma a composizione variabile (anziché per divisione a composizione fissa), che si presta meglio al nostro terreno. Anche il Perrucchetti, perciò, crede nella fortificazione permanente, necessaria per sbarrare i passaggi attraverso le Alpi senza escludere la frontiera con l'Austria, dove è anzitutto necessario fortificare la fascia di confine di pianura in corrispondenza del basso Isonzo. Pur essendo nostra amica e alleata, l'Austria ha chiuso con buone fortificazioni le porte verso l' Italia e ha sviluppato la rete ferrovia1ia che porta verso il nostro confine: se l'Italia fa altrettanto, ne ba dunque pieno diritto. Mario Morasso, aderente al movimento futurista, con il suo libro La nuova guerra-armi, combattenti, battaglie (1914) prevede la futura guerra corazzata e di macchine, nelle quali - con le «automobili da guerra», le «cannoniere automobili» (cioè i carri armati) e gli aeroplani - la velocità prevarrà sulla forza, rappresentata dalle artiglierie pesanti di ridotta mobilità. I nuovi carri armati avranno motori a benzina e persino turbine a gas di elevata potenza. Un modello più veloce, con cannone più piccolo, corazza più leggera e motore più btillante servirà per le truppe celeri e da montagna. L'artiglieria da campagna ippotrainata sarà sostituita da un carro pesante armato con grossi pezzi, la fanteria sarà sostituita da reggimenti di «automobili corazzati» medi, la cavalleria da squadriglie aeree e «torpediniere terresu·i», gli Stati Maggiori avranno sede in dirigibili nascosti tra le nubi dai quali impa1tiranno ordini a mezzo radio. In tal modo «tutto l' impianto fisso della guerra, caserme, arsenali, campi trincerati, linee fortificate non avranno più ragione di essere. Non accorreranno che officine e officine, stabilimenti metallurgici di ogni specie[ ...] e cioè l'impianto fisso dell'industria>>. Infine, Giulio Douhet nel 1910 inizia sul giornale «La Preparazione» la pubblicazione di studi sul futuro ruolo dell'Arma aerea 28• Mentre l'orientamento ufficiale è a favore del dirigibile, prevede giustamente che a causa della vulnerabilità e dell'elevato costo unitario di questa macchina aerea su di essa prevarrà l'aeroplano. Fino al 1914-

"' Per maggiori particolari sulle teorie di Douhet c quelle di Mecozzi e dei suoi numerosi contraddittori. Cfr. F. Botti -M. Cermelli. La teoria deffa guerra aerea... (Cit.).


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1915 non crede ancora nella possibilità di perfezionarlo, rendendolo idoneo al trasporto di carichi sempre più pesanti, e quindi al bombardamento: prevede però che gli aeroplani combatteranno tra di loro per conquistare il dominio dell'aria. La sua conquista avrà valore decisivo, perché l'esplorazione esercitata dall'alto dell'aeroplano impedirà al nemico di celare le sue mosse favorendo in modo determinante la manovra di chi domina il cielo. Solo intorno al 1915 il suo collaboratore Gianni Caproni lo convince delle grandi possibilità del pesante aereo da bombardamento che è tra i primi nel mondo a progettare. e che per merito anche di Douhet viene rapidamente introdotto in servizio. Come meglio vedremo in seguito. intorno a tale bombardiere Douhet costruirà le sue teorie. In conclusione, nel periodo 1900- l 915 già affiorano le principali tematiche che caratterizzeranno le guerre di tutto il secolo. ivi compresa la prospettiva della guerra lunga e di nazioni , che si cerca di scongiurare più che di studiare. La guerra russo-giapponese del 1904- l 905 già fa emergere l'importanza deiJe mitragliatrici e della fortificazione campale: ma anch'essa si conclude rapidamente a favore di un esercito e di una flotta che, quali quelli del Giappone. dimostrano una leadership, una qualità, una capacità manovriera. un'attitudine all'offensiva. e un'efficienza superiori a quell i dell'avversario russo. In tal modo. proprio il timore delle molte ricadute negative e dei danni che provocherebbe una lunga guerra statica e di masse spinge ancor più gli Stati Maggiori - e, prima di loro, i politici - a privilegiare ovunque l'offensiva e il modello del 1870-1871, ricercando una gue1Ta breve, economica e offensiva che è ormai resa impossibile non tanto dal binomio mitragliatrice-reticolato, ma dal progressivo livellamento di valori - anche dal punto di vista morale - degli eserciti di massa e di padri di famiglia che la rivoluzione industriale rende possibile mobilitare. nei quali il numero fru isce sempre con il prevalere sulla qualità e quindi sullo spirito offensivo. 5. L'EREDITÀ DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE (1919-1939): COME EVITARE LA GUERRA DI TRINCEA? La guerra di trincea e di logoramemo della prima guerra mondiale, con le elevatissime perdite e il grave dissesto economico che provoca negli anni del primo dopoguerra. produce un autentico shoc nei popoli europei come negli stessi Stati Maggiori, che vi vedono il fallimento della strategia classica di matrice napoleonica. Dopo il 1918 in ogni


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nazione gli scrittori militari, così come la pubblica opinione, sono concordi almeno sull'esigenza di evitare, per il futuro, i massacri della prima guerra mondiale. Alla fin fine nella ricerca delle relative modalità ciascun Paese finisce come sempre col seguire la via più consona alle sue tradizioni, alla sua storia, alla sua situazione economica e politico-sociale. L'Inghilterra ritorna al tradizionale modello di piccolo esercito, dando un certo spazio, negli anni Trenta, alla motorizzazione e meccanizzazione e sviluppando l'Arma aerea e la marina. La Francia, che nella guerra ha avuto circa un milione e mezzo di morti (quasi il triplo dell'Italia). nonostante le garanzie date alla Polonia si affida al costoso schermo della Linea Maginot, con una dottrina difensiva- controffensiva metodica, cartesiana, che privilegia il fuoco rispetto al movimento e lascia poca iniziativa ai Quadri. Italia e Germania, nazionj insoddisfatte dell'assetto europeo raggiunto nel dopogueiTa, puntano ambedue fin dagli anni Venti sull'offensiva. Ma mentre la Germania negli anni Trenta coerentemente appronta uno strumento moderno, ben inquadrato, ben istruito e di qualità, la cui punta di diamante sono le divisioni corazzate, l' Italia- non solo per carenza di risorse- alla dottrina offen siva non fa corrispondere uno strumento idoneo per attuarla, e comunque tale da reggere il confronto qualitativo con quelli dei principali Stati 29• Le sconfitte in Africa Settentrionale, in Grecia e nel Mediterraneo ne sono l'inevitabile conseguenza. Ancora una volta, però, non mancano nemmeno in Italia le buone idee, specie negli anni Venti. Gli esponenti maggiori del nostro pensiero militare tra le due guerre sono Giulio Douhet e il generale Amedeo Mecozzi in campo aeronautico, l'ammiraglio Romeo Bernotti in campo marittimo, il generale Roberto Bencivenga, il tenente colonnello Natale Penti mali i e il tenente colonnello Emilio Canevari in campo terrestre. Grazie alla sua opera maggiore, il Dominio dell'aria dell921 , Giulio Douhet è l'unico autore italiano del secolo XX conosciuto, tradotto e tuttora molto apprezzato anche all'estero. La sua tesi di fondo è semplice: l'Aeronautica è diventata l'arma decisiva e rispetto ad essa le forze di superficie hanno ormai un ruolo secondario e sostanzialmente difensivo. perché il grande aeroplano da bombardamento, abbinato al

"' Cfr.. in merito. il Nostro La fogisrica dei poveri: organi:zaz.ione dei rifornimenti e amminismdone deff"Eserciro nel 1940, «Studi Storico Militari.l992>>. Roma, SME - Uf. Storico 1994, pp. 407-443.


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gas il cui impiego sarà inevitabile, è in grado di penetrare in profondità nella nazione avversaria riuscendo così a colpire non le forze militari, ma soprattutto i centri demografici e industriali che assicurano alle forze militari l'indispensabile sostegno, e al tempo stesso sono anche gli obiettivi più vulnerabili soprattutto dal punto di vista morale, e più facili da colpire. Con una massiccia offensiva aerea iniziale scatenata da un'aviazione da bombardamento superiore, la nazione avversaria potrà essere vinta in pochi giorni e in modo più economico, costringendo il Governo nemico a chiedere la pace. Tutto va perciò sacrificato all'aviazione da bombardamento: oltre che le forze di superficie, l'aviazione da caccia, le difese aeree, le aviazioni dell'esercito e della marina. Naturalmente, l'azione dell'aviazione, in quanto decisiva e ctiretta verso obiettivi non militari, dovrà essere indipendente. I principali contradditori di Douhet sono l'ammiraglio Bernotti e il generale (poi Maresciallo d'Italia) Ettore Bastico. Il Bernotti ritiene che la battaglia decisiva tra flotte riunite per la conquista definitiva del dominio del mare sia poco probabile in futuro, e sia comunque non conveniente per una marina, come quella italiana, inferiore a quella delle maggiori potenze navali, a cominciare dall'Inghilterra. D'altro canto, la corazzata nella prima guerra mondiale ha dimostrato la sua vulnerabilità, specie rispetto all'offesa dei sommergibili e delle mine; vulnerabilità ancora accresciuta dalla comparsa del mezzo aereo. Ne consegue che, secondo il Bernotti, per la marina italiana è indispensabile una forte aviazione navale alle dirette dipendenze del comandante in mare, e per assicurare la tempestività d'intervento del mezzo aereo è necessario dare la priorità alla costruzione di portaerei. Anche l'aviazione basata a terra dovrà essere in grado di intervenire efficacemente sul mare e in terra a seconda delle necessità, perché i suoi pretesi effetti decisivi contro obiettivi civili sono assai dubbi, e l'impiego dei gas non è affatto certo. Più in generale, secondo il Bernotti la guerra futura e la sua strategia, a maggior ragione per un Paese mediterraneo come l'Italia, devono avere carattere interforze; ha poco senso stabilire a priori, in via definitiva, quale delle Forze Armate dovrà avere la prevalenza. Nel Vol. III del suo libro del 1923 L 'Evoluzione dell'arte della guerra, il generale Bastico accenna ai lineamenti della guerra futura, che a suo giudizio poco si discosterà da quella passata. Né l'aereo, né il carro armato né altre nuove armi, pertanto, potranno rivoluzionare l' arte della guerra, pur rivelandosi importanti. Il più duro avversario di Douhet è


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però il generale dell'Aeronautica Amedeo Mecozzi, il cui pensiero è sempre stato assai meno popolare di quello di Douhet all'interno dell' Aeronautica. Mecozzi sostiene che il bombardamento dei centri demografici e industriali sostenuto da Douhet oltre ad essere inaccettabile moralmente è poco efficace, e si inquadra nella logica della guerra di logoramento. L'aviazione, pur limitandosi a interventi nel campo strategico e rifiutando la temuta cooperazione nel campo tattico con l'esercito, deve colpire obiettivi militari di ridotte dimensioni, o obiettivi che abbiano diretto e immediato influsso sulle operazioni militari e sul supporto logistico delle forze di superficie. Importante per essa è anche la funzione di trasporto, rivelatasi estremamente utile in Etiopia ma concepita da Douhet e dai suoi seguaci come un impiego improprio dell'aereo che è da escludere, perché sottrae mezzi al bombardamento. Mecozzi, inoltre, diversamente da Douhet dà molta importanza alle difese aeree sia fisse che con aerei specializzati. U modello di aereo di base da lui caldeggiato è, di conseguenza, anch'esso antitetico al grande aeroplano da bombardamento sostenuto da Douhet, una vera corazzata alla quale si avvicinano le «fortezze volanti» angloamericane della guerra 19391945. Si tratta di «un bombardiere il più possibile simile a un cacciatore» da lui chiamato «aereo d'assalto», che deve agire non a massa ma in piccoli gruppi, ricercando la sorpresa e sfuggendo alla contraerea con il volo radente al suolo (volo rasente). In pratica, l'aereo di Mecozzi assomiglia molto alla formula del cacciabombardiere della guerra e del dopoguerra, e può essere anche aerosilurante. In campo terrestre, le tesi sostenute dal generale Roberto Bencivenga sono estremamente attuali. Nel suo poco noto libro L'Esercito di oggi e quello di domani (1921), raccolta di articoli pubblicati sul «Tempo» di Roma, Bencivenga ritiene necessario abbandonare il modello di esercito di leva classico per costituire «Un esercito piccolo, ma saldo e manovriero» a reclutamento volonrario, che in prospettiva potrà avere il compito di proteggere, in caso di emergenza, la mobilitazione e radunata delle restanti unità di leva. Un modello di difesa «lancia e scudo» insomma, giustificato dalla previsione che, nella guerra futura, «ciascuno dei due avversari cercherà di soffocare l'altro prima che esso possa compiere lo sforzo di chiamare il popolo in armi. Ed io penso che un tale scopo potrà essere raggiunto solo mediante un'azione fulminea di un esercito piccolo ma pronto il quale agisca in armonia coll a flotta aerea e, dove possibile, colla flotta del mare». In tal modo, «riprenderebbe dominio incontrastato la manovra».


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Questo piccolo esercito deve rappresentare una svolta. Il Bencivenga critica duramente il modo con cui dopo il 1918 si è proceduto alla smobilitazione, senza una visione chiara e netta dell'obiettivo da raggiungere, cioè dell'ordinamento di pace dell'esercito, e «la tumultuarietà dei congedamenti fatta sotto la pressione di avvenimenti interni». Le forze rimaste non sono troppo numerose; «il male è che questa poca gente è tenuta in un inquadramento gigantesco, un inquadramento che andrebbe bene per milioni di armati e che soprattutto conserva molto dell'architettura di guerra». Troppo personale disperso per alimentare «lutti quei nidi di burocrazia che durante la guerra cominciarono a forma rsi quali trincee d·imboscamenro, e che, dopo la guerra, non furono neppur più combattuti». Troppi comandi inutili, mentre a quelli necessari si destinano ufficiali di grado più elevato di quanto sarebbe richiesto. Si è invece evitato di abbassare i limiti di età, benché la guerra abbia dimostrato che i comandi di Grande Unità non possono essere retti da personale di età avanzata. Troppe unità scheletriche, quindi inefficienti. Prudenza vuole che l'eventualità di una guerra sia sempre tenuta presente: ma «è inutile ostinarsi a tenere in piedi un· armatura che. per molti anni ancora, se non forse per sempre, non potrà essere utilizzata». Sarebbe follia credere che, in futu ro. potranno ancora ripetersi guerre combattute da miJjoni di uomini. perché i popoli sono usciti troppo esauriti dal conflitto per ripetere lo sforzo già fatto. «Oggi la guerra non potrebbe essere sostenuta che da eserciti relativamente piccoli, formati da poche classi giovani e con forte concorso di volontari[. ..}. Oggi un esercito volontario, a parità di numero, ha un valore incomparabilmente superiore a un esercito di Leva, così come i reparti d'assalto, nella grande guerra, avevano un valore superiore a quello delle masse». Secondo il Bencivenga, il modello di reclutamento italiano non dovrebbe ricalcare né il sistema svizzero né quello tedesco, ma essere nazionale. Ad ogni modo, dal sistema svizzero egJj riprende l'istituzione delle «Scuole di reclute», nelle quali mentre l'esercito permanente pronto all'impiego vigila alla frontiera senza essere appesantito da mansioni addestrative, le reclute vengono addestrate in breve tempo e senza essere distolte per nessun motivo dall'attività quotidiana. La ferma di leva deve perciò essere interamente istruttiva e regionale: «io non vedo proprio la necessità che il piccolo pastore della Calabria debba attraversare tutta la penisola per andare a ricevere l'istruzione militare in un piccolo paese del Piemonte». Anche se fosse dimostrata


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la necessità di avere in guerra un esercito a reclutamento nazionale, sarebbe ugualmente conveniente organizzare su base regionale il reclutamento per istruzione del tempo di pace, che oltre tutto consente un notevole risparmio di tempo e di fondi. Poiché la guerra ha dimostrato quanto siano rare e preziose le doti di carattere e l'attitudine al comando degli ufficiali, il Bencivenga propone di abbandonare del tutto il sistema di formazione dei Quadri vigente, che finisce col selezionarli in base al rendimento nello studio e penalizza nell' avanzamento i caratteri forti . Bisogna tener presente che «la difficoltà di fare del cittadino un ufficiale non consiste già nel dargli una cultura professionale, ma nell'inculcare in lui quelle qualità morali, senza le quali non si portano i soldati al fuoco», e che «nessuno deve diventare ufficiale di carriera se prima non abbia dato prove serie di averne attitudine». Gli ufficiali di carriera dovrebbero essere reclutati tra gli ufficiali di complemento che abbiano dato buona prova, e poi comandati a frequentare un ' apposita Scuola di Applicazione. In tal modo, si assicurerebbe l'immissione nei Quadri in servizio permanente di elementi che posseggono le attitudini necessarie e hanno piena coscienza del passo che compiono, consolidando inoltre il cameratismo tra ufficiali di carriera e di complemento. Il ten. col. Natale Pentimalli, già addetto militare in Svizzera, con il suo libro La Nazione organizzata (1922) si sforza di conciliare le teorie douhetiane con i princìpi della nazione armata, sostenuti anche nel dopoguerra dal generale Marazzi. Il Pentimalli ha una fede assoluta, persino superiore a quella dello stesso Douhet, nel binomio aereo-gas e quindi nella necessità di conquistare il dominio dell'aria, che consentirà di colpire a morte il nemico nella sua capitale e nei suoi centri industriali. Anche la guerra terrestre è destinata a diventare guerra di macchine; l' artiglieria sarà o someggiata o motorizzata, la cavalleria e le fortificazioni saranno inutili. Non servono più grossi eserciti di leva a ferma di pace lunga: la questione essenziale è organizzare, al bisogno, la mobilitazione sia militare che industriale, per la produzione degli aerei, delle macchine e dei prodotti chimici necessari in caso di guerra. Tutti devono perciò essere considerati mobilitati all'emergenza: la nazione da «armata» diventa «Organizzata» e poiché all'inizio della guerra il binomio aereo-gas sarà il protagonista principale, diventa possibile prevedere per l'esercito le soluzioni tipiche della nazione armata: ferma di pace regionale e di tre mesi (però senza premilitare) per tutti, addestramento intensivo da effettuare anche in «l O vasti appezzamenti


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di terreno per i campi d'istruzione». ufficiali di complemento tratti dai laureati nelle università civili accrescendone in tal modo il prestigio e l'istruzione, e ufficiali in servizio permanente tratti dai migliori ufficiali di complemento. Questo sistema però, secondo i l Pentimalli, è adatto solo in una non meglio precisata «situazione normale»: in una situazione internazionale difficile quale è quella del momento, ritiene ancora necessario un esercito di copertura, totalmente operativo, di 74.000 uomini con 9 mesi di ferma, suddiviso in 12 divisioni da montagna senza cavalleria, più 60 squadriglie aeree. In tal modo il piccolo esercito di qualità, cacciato dalla finestra, rientra dalla porta d'Italia, fino a far pensare che il Penrimalli e altri sostenitori della nazione armata la vedono come obiettivo ideale a lungo termine, e, nel frattempo, ritengono necessario un esercito «lancia e scudo». Il tenente colonnello di fanteria di Stato Maggiore Emilio Canevari, congedato nel 1934, ha due meriti fondamentali: introduce fin dagli anni Venti lo studio di Clausewitz in Italia, e negli anni Trenta si batte, in verità senza molti risultati. per un deciso rinnovamento dell'esercito. È fervente ammiratore delJo Stato Maggiore prussiano e del modello di esercito germanico, e altrettanto deciso avversario del modello francese e italiano di guerra che ha rivelato tutti i suoi limiti nel 1914-1918: burocrazia, prevalenza del numero sulla qualità, scarso spirito offensivo, costume quotidiano dei Quadri anche di livello superiore attento a inutili particolari della vita e disciplina da caserma, che perciò ostacola la formazione di una mentalità operativa, insufficiente addestramento ecc.. La sua prospettiva rimane quella del tradizionale esercito di leva: ma, semplicemente, vuole un esercito veramente fatto per la guerra, senza i difetti anche di costume, di mentalità che ha dimostrato di possedere nella guerra e nel dopoguerra. Niente culto del numero e niente unità scheletriche, a tutto danno dell'operativìtà dell'insieme. La forza dell'esercito deve essere strettamente commisurata alla capacità industriale del Paese, cioè all'effettiva capacità di dotarlo di un armamento e di mezzi e materiali moderni e competitivi. In tempo di pace, bastano poche divisioni ad organici di guerra dislocate alla frontiera in condizioni simili a quelle della radunata. sottoposte a continuo e realistico addestramento e così sottratte alla snervante e monotona vita di caserma. All'interno del Paese, si devono approntare solo i Quadri de!Je unità da costituire per mobilitazione; quest'ultime devono essere composte dalle classi più giovani (sotto i trent'anni), impiegando quelle più


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anziane per le esigenze della mobilitazione civile e industriale. Di conseguenza, occorre adottare una ferma differenziata (tre mesi per le reclute da destinare a unità di prevista mobilitazione solo in caso di guerra; dodici altri mesi di servizio per coloro che sono destinati alle forze di copertura). Il Canevari ha la mano particolarmente felice quando indica i miglioramenti da apportare alla fanteria: fuoco di accompagnamento più potente ma non tale da ostacolare la mobilità e la rapidità dei reparti. quindi imperniato sulle armi a tiro curvo. da prevedere anche a livello di compagnia. Quest' ultima unità dovrebbe articolarsi come poi sarebbe avvenuto solo ne i rece nti anni 60 (tre plotoni fucilieri e plotone armi d'accompagnamento, con mortai e mitragliatrici dotate anche di munizionamento perforante e di treppiede per il tiro controaerei). Niente fucili mitragliatori e niente baionette nei plotoni fucilieri: tutti i fanti devono essere armati con moschetto automatico. Massima cura per la cooperazione fanteria-artiglieria e decentramento ove necessario dell'artiglieria da campagna ai reggimenti, ai quali, al bisogno, potrebbero essere decentrati anche carri. cavalleria ecc.: negli scritti del Canevari spunta già nitidamente. dunque. il concetto-base di «raggruppamento tattico» degli anni Sessanta e Settanta. Altro non secondario merito del Canevari è di trarre dalla guerra di Spagna 1936-1939 ammaestramenti realistici sulla effettiva possibilità di realizzare la «guerra di movimento». la quale non può consistere in un rapido movimento verso l'avanti, ma deve anzitutto tener conto della reazione avversaria: quindi fin da aJiora giudica errato l'orientamento ufficiale a «alleggerire» la divisione e troppo debole la nuova divisione «binaria». Giustamente osserva c he le operazioni hanno dimostrato che. per avanzare, occorre non il fuoco, ma «un uragano di fuoco»: ciò rende indispensabile aumentare- e non diminuire come si sta facendo- i mezzi di fuoco delle Grandi Unità. Anche l'aviazione d'assalto si è dimostrata in Spagna molto efficace, mentre il fucile mitragliatore della fanteria (Breda 30) ha dato cattiva prova, perché poco rustico e abbisognevole di continua lubrificazione. Secondo Canevari la guerra di Spagna ha dimostrato la primaria importanza della qualità «disciplinare e tecnica» dei Quadri , e la necessità di un solido inquadramenro dei reparti con buoni sottufficiaJi di carriera. Sui Quadri Canevari ripete idee già espresse da altri: è necessario svilupparne lo spirito d'iniziativa e di responsabilità, assumere il carattere come base per la loro selezione, ecc .. L'aderenza alla realtà degli scritti


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citati sarà pienamente confermata dall'ormai prossima guerra. nella quale vengono alla luce proprio le lacune che Canevari avrebbe voluto eliminare: solo sul futuro ruolo del carro armato, delle unità corazzate e della motorìzzazione egli non è altrettanto preveggente. Tutti gli scritti prima citati sono dominati, in fondo, daHa negativa esperienza della guerra di trincea e dalla necessità di non ridurre la strategia della prossima guerra a ricercare il logoramento dell'avversario in una dispendiosa lotta, dove riesce vincitore semplicemente chi, senza alcuna genialità, esaurisce le proprie fo rze e risorse meno rapidamente d eli' avversario. Le questioni teoriche sulla ripartizione dell'arte militare, sui contenuti della strategia ecc. sono trattate solo marginalmente, e come soffocate dall'imperante filosofia dell'azione e dalle prestazioni vere o supposte dell'aeroplano, del carro armato, del mezzo a motore, con relative teorie e dottrine ruotanti intorno al materiale e non a fattori di carattere politico-sociale e spirituale. Il contributo teorico e storico più interessante in merito all'arte militare è un saggio del colonnello Aurelio Ricchetti (1920) dal titolo «Qualche considerazione intorno alla partizione teorica dell'Arte Militare e alla sua ripercussione suU'ordinamento degli Studi Militari>);o. Il Ricchetti fa un interessante excursus sulla ripartizione teorica dell'arte militare proposta dai vari autori dal Rinascimento in poi e giudica negativamente la ripartizione di Jomini (Cap. Il). Pur avendo avuto notevole influenza sugli studi militari italiani, a suo giudizio essa non è completa, perché trascura il ramo preparazione (organica), e non è soddisfacente, per la mutevolezza del criterio che conduce Jomini ad osservare l'arte militare successivamente da diversi punti di vista. Allorché ad esempio distingue la politica della guerra della strategia, evidentemente la sua attenzione è fissa al comandante, ma allorché distingue la logistica c la guerra d'assedio dalla strategia, la sua attenzione diverge verso altra gerarchia o specialità tecnica di personale. gli Stati Maggiori, gli artiglieri, o gli ingegneri. Questa mutevolezza di criterio crea delle sovrapposizioni nelle varie parti e non permette soprattutto di fissare bene i limiti di esse. Il Ricchetti critica anche la ripartizione di arte militare proposta dal Ricci, che ha molti punti di contatto con quella di Jomini ma, pur non

"' <<Rivista Marittima» settembre 1920. pp. 329-342.


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trascurando l'organica, è ancor meno soddisfacente, «perché spingendo più oltre la partizione, ne accentua la mutevolezza dei criteri divisori». Per le stesse ragioni non condivide nemmeno la ripartizione del Marselli, che si avvicina notevolmente a quella del Jomini e del Ricci. Non concorda, infine, sull'opportunità di considerare come disciplina a parte la logistica, che già con Jomini nasce senza confini ben delimitati, dando di conseguenza origine a «un insegnamento monco e incerto» e all'ano pratico facendo mancare il necessario raccordo tra operazioni e Servizi: «hanno così origine frasi sintomatiche, giuste nella loro essenza, ma tendenziose sotto un certo punto di vista come: i Servizi sono fatti per servire. Esse possono ingenerare la credenza che i Servizi siano un qualcosa a sé rispetto alle truppe combattenti ... ». Ria~sumendo. secondo il Ricchetti la ripartizione teorica dell'arte militare presenta sempre notevoli difficoltà e nessuna delle tante proposte fino a quel momento formulate può essere ritenuta condivisibile. In tutte le ripartizioni, difficilmente si può con unità di criterio andare a1 di là di due rami: organica e condotta delle operazioni. Pertanto, «dopo aver distinto i due rami organica e condotta della guerra si studi la condotta della guen'a nel suo insieme, senza parlare più né di tattica, né di logistica, né di Sll'ategia.>>. La conseguente 1ipartizione da lui suggerita tiene conto della necessità di preparare alla guerra non solo le Forze Armate, ma anche la Nazione: .

{

- delle Forze Armate

preparaziOne -delle restanti energie della Nazione arte militare -delle Forze Armate (condouadelleopernzioni) impiego { -delle restanti energie della Nazione 11 Ricchetti sembra trascurare che, in ogni tempo, il buon comandante ha sempre fatto i debiti conti con la logistica e l'ha sempre coordinata con le operazioni, a prescindere dalla sua individualità o meno nel quadro complessivo dell'arte militare. Gli sfugge anche che il comandante ha sempre avuto nel suo entourage degli specialisti di logisti-


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ca e amministrazione, e che sarebbe ben strano se, proprio nella guerra industriale e di nazioni, la problernatica logistica non avesse una fisionomia autonoma, visto anche il crescente potere condizionante da essa esercitato su lla strategia. Comunque sia, le circostanze e i fattori che influiscono sulla fisionomia dello strumento militare italiano tra le due guerre sono stati ben altri, e non attengono certo alla ripartizione dell'arte militare. La questione essenziale da affrontare è quale ruolo devono assumere le nuove macchine e come, di conseguenza. rinnovare la struttura delle unità. In proposito, negli scritti degli autori prima citati, e di altri, non mancano certo gli accenti critici sulla condotta della prima guerra mondiale e sui difettosi ordinamenti del dopoguerra ~• . Vi è larga concordanza su un punto: la guerra è stata vinta nonostante i difetti e le lacune, spesso antichi, dell'organizzazione militare, che dunque bisogna cambiare. Purtroppo, su queste tendenze innovatrici prevalgono le correnti d'idee più conservatrici, cioè gli opposti orientamenti di coloro che, anche al di là delle dottrine ufficiali, ritengono che vadano il più possibile conservati gli stessi criteri informatori dell'organizzazione militare che a loro giudizio hanno assicurato la vittoria ne lla prima guerra mondiale, con le relative mentalità. All'atto dell'entrata in guerra nel 1940 l'organizzazione militare italiana si dimostra così antiquata e non competitiva, con pronunciata separatezza delle tre Forze Armate. L'unica riforma di rilievo dell'esercito, que lla della divisione «binaria» dal 1937 in poi, peggiora la situazione anziché migliorarla, prevedendo un numero eccessivo di Grandi Unità su due soli reggimenti, senza riserve di forze e logistiche e con insufficienti mezzi di fuoco. la cui costituzione proprio alla vigilia della guerra provoca un dannoso ri maneggiamento di reparti. materiali e Comandi, a discapito della coesione. dell'affiatamento e dall'addestramento. In definitiva, quello del 1940 è un esercito di massa male inquadrato e armato, che è l'esatto contrario di quello che avrebbero voluto il Bencivenga, il Canevari , il Bclluzzo e tanti altri e non riesce a far froll(e ne mmeno alle esigenze di automezzi e armi moderne pur previste dal nuovo ordinamento de lle unità, sia pure in misura insufficiente.

'' Sulle lacune organiuativc dell'Esercito nel 1924 c sui conseguenti rimedi propoMi daii'On. Ing. Bclluao, rclatorc di una Souocommissionc parlamentare. Cfr. C. Jcan. La relazione Bel/uz:.o. <<Rivista Militare» n. 6/1978. pp. 13·16.


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6. IL PERIODO DELLA GUERRA FREDDA (1945- 1989) E I PRIMI ANNI NOVANTA: RIVOLUZIONE DELLA STRATEGIA? Il pensiero militare italiano del secondo dopoguerra è dominato da due parametri che ne condizionano pesantemente Lo sviluppo e l'autonomia: i postumi, soprattutto morali, della sconfitta e della traumatica conclusione della guerra con l'armistizio dell '8 settembre, che ha negativi riflessi sul prestigio interno e internazionale delle Forze Armate; la difficile situazione politico-sociale del Paese, che rende altrettanto difficile compiere scelte militari realmente volte a conseguire traguardi di efficienza. e a far sentire l'autonoma voce dell'Italia e delle sue peculiarità nazionali nell'ambito delle alleanze militari. Il quadro generale è naturalmente dominato dalla «bomba» e dalla guerra fredda, con scelte e esigenze che, nelle linee fondamentali, non sono e non possono essere che quelle della NATO. L'Italia rinuncia - né potrebbe fare altrimenti - a un deterrente nucleare nazionale, con tutto ciò che ne consegue in termini di ruolo internazionale e di autonomia del pensiero strategico. Non si può certo pretendere che, come hanno fatto quelli francesi, dopo il 1945 gli scrittori militari italiani elaborino teorie e dottrine «alternative» a quelle ufficiali, non solo in materia di strategia nucleare. Ad ogni modo, non mancano nella letteratura militare e strategica spunti pregevoli e originali e autori di notevole statura, i cui scritti hanno il solo torto di essere poco conosciuti- per ragioni persino ovvie- al l'interno, e di essere del tutto ignorati all'estero. Il pensiero militare di una Nazione può diffondersi ed essere apprezzato altrove, solo grazie a buone divisioni che abbiano riportato convincenti vittorie: chi conosceva, prima del secondo dopoguerra, il pensiero militare, La storia militare, le Istituzioni militari degli Stati Uniti? Merita una particolare sottolineatura la regolamentazione operativa e logistica dell'esercito, che fino agli ultimi anni è stato l'unica Forza Armata a definire con precisione il quadro della guerra futura con le relative implicazioni operative, logistiche e ordinative dell'impiego dell 'arma nucleare. La regolamentazione delle serie 600, 700, 800 e 900 e la corrispondente regolarnentazione logistica sono esemplari e pienamente all'altezza dei tempi, ricollegandosi alle migliori tradizioni del nostro pensiero mi litare. Per un complesso di circostanze e cause tra le quali la carenza di risorse è la principale, ma non l'unica, questa regolamentazione avanzata non trova però sufficiente


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riscontro nella fisionomia dello strumento e dell'organizzazione militare in genere, che rimangono in genere poco competitive rispetto ai principali eserciti occidentali. Eppure il primo Capo di Stato Maggiore del dopoguerra (generale Raffaele Cadorna, figlio del grande Luigi Cadorna della prima guerra mondiale) in un documento che meriterebbe di essere ricordato. nel 1947 indica con chiarezza le direttirici lungo le quali muovere per organizzare l'esercito del dopoguerra 32 • Esercito di qualità anzitutto: per raggiungere questo obiettivo primario, bisogna «essere disposti a ridurre fino all'estremo pur di applicare il concetto di qualità a ciò che oggi è essenziale». In secondo luogo, esercito di leva con forte aliquota di volontari a lunga ferma. Agli alleati che vorrebbero un esercito volontario, lo Stato Maggiore fa presente «come non sia conveniente. per un paese amilitare come il nostro, sospendere l'applicazione del principio del servizio militare obbligatorio. Dando vita a un esercito esclusivamente di mestiere verrebbe a cessare la funzione che l'esercito italiano ha sempre svolto nel corso della sua storia, cioè quella di essere praticamente scuola nazionale che contribuisce a formare l'unità degli italiani, attutendo l'ancora eccessivo spirito regionalistico. Ciò a prescindere dalle difficoltà finanziarie che ne scaturirebbero, poiché non sarebbe mai possibile prevedere un trattamento economico tanto vantaggioso da indurre dei militari a rimanere volontariamente alle armi per lunghi anni senza fo1ti possibilità di carriera»33• Piuttosto critico nei riguardi dell ' organizzazione militare della guerra e delle doti professionali e soprattutto di carattere dimostrate da una parte dei Quadri anche di Stato Maggiore, il generale Cadorna intende ricostruire l'esercito con nuovi criteri, antitetici a quelli di fatto prevalsi in passato. J. Quadri ad elevato livello morale, materiale, professionale. con accurata selezione che elimini i meno idonei e trattamento economico adeguato all'importanza delle loro funzioni per i rimasti, in modo da renderne possibile anche il trasferimento: importanza preminente alJa funzione di istruttori; ripristino del valore e del prestigio dei gradi, «perseguendo uh oculato decentramento di funzioni, evitando l'invadenza dei superiori nelle attribuzioni degli inferiori, ottenendo il rispet-

' 1 Cfr. G.N. Amoretti. La relazione Cadoma sull'opera dello SME (seuembre 1943 · 31 luglio 1947). Salerno. Ed. Ipotesi 1983. '' ivi. p. xxm.


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to e il riconoscimento della responsabilità connessa con r esercizio delle funzioni di ogni grado». 2. Materiale ottimo e quantitativamente commisurato alle esigenze di addestramento e impiego. 3. Unjtà d'impiego ridotte allo stretto indispensabile, con «poche G.U. (division i ternarie) largamente motorizzate e con aliquote corazzate. poco sotto l'organico di guerra per permettere il pronto impiego di esse a condizioni favorevoli all'addestramento dei Quadri». 4. Organizzazione di addestramento ampia. in modo da sviluppare al massimo la capacità professionale. 5. Organizzazione territoriale e dei Servizi ridotta e «appoggiata per quanto possibile su quella civile. lasciando in veste militare solo quelle branche che devono assumere in avvenire pill largo sviJuppo». 7. «LiveJio disciplinare ristabilito secondo l'antica tradizione». 8. «Esercito al di fuod e al di sopra delle lotte di parte». Quindi «Esercito apolitico, o meglio apartitico», con divieto ai Quadri di carriera di iscriversi a partiti politici. 9. «Esercito non distratto dal suo compito essenziale di preparazione aJla guerra». Quindi: normalmente nessun impiego delresercito in ordine pubblico, servizi territoriali e di guardia eliminati o ridotti al minimo. abolizione appena possibile degli attendenti e intanto loro riduzione. l O. Sviluppo degli studi scientifici di carattere militare. l l. Nella formazione del bilancio. distinzione netta delle spese per la costituzione e il mantenimento del nuovo esercito da quelJe attinenti all'eredità della guerra e/o derivanti da esigenze politiche e assistenziali. 12. Riforma dell'Amministrazione Centrale, suo snellimento (reso necessario anche «dalla sproporzione esistente tra il centro, rimasto presso a poco alle proporzioni pre-armistizio, e una periferia di estensione molto ridotta nei confronti del passato»), decentramento di funzioni e responsabilità. In tal modo, il Cadorna intende ovviare alle deficienze che l'organizzazione militare ha dimostrato durante la guerra, che si riassumono in: «- dilui-:;ione di responsabilità, che rende inerfe e inefficace la volontà dei singoli; - caren:a di unità di indiri:-:;o che parali:-:;a l'a-:.ione del centro e disorienw gli organi della periferia; - sovrapposi-:.ione di compili, grande lellfe::.a delle decisioni, incerfe-:.-:.a nelle compelen:.e e dannose inferferen:.e».


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Né gli inconvenienti. né i rimedi indicati dal Cadorna sono del tutto nuovi ; essi ricorrono da molti anni nella letteratura militare. Va anche tenuto conto che nei progetti e documenti dello SME del l 944l 945 affiorano giudizi molto più duri c idee molto più radicali. diverse anche da quelle del Cadorna34 • Molto si insiste sulla qualità dei Quadri, ivi compresi naturalmente i souufficiali, e sulla necessità che essi ricevano una nuova formazione e siano severamente selezionati specie dal punto di vista morale. evitando che la professione militare sia vista come uno sbocco occupazionale specie per i giovani provenienti dalle regioni più disagiate. che costituiscono la grande maggioranza dei Quadri. Ad esempio. il Capo di Stato Maggiore pro tempore, generale Claudio Trezzani , scri ve in un documento del 14 luglio 1945 presentato al Presidente del Consiglio: «alla prova dei falli, le Forze Armate [... ]sono crollate [. .. ]. Le cause sono molte: morali, tecniche e materiali, ma una delle principali va ricercata nelle deficien::.e dei Quadri [. .. ]. Vi furono moltissime belle ecce::.ioni ma nel cornplesso bisogna ammettere che, sict pure con molte e forti auenuanti, la nw.ua dei Quadri non è staw al/ 'alte::.::.a del suo difficilissimo cornpilo. Qui non si vuole condannare e neanche criticare; si vuole guardare in faccia la realtà unicamente per non ripetere gli errori del passato. Bisogna riformare i Quadri [. .. }. Gli ufficiali vanno reclutati in tulto il Paese e devono essere ottimi, e perciò bisogna pagar/i bene[. .. ]. Se noi conlinuiamo a reclutare quegli individui che non vogliono, o non possono, competere nella pubblica lotta per la vita, e si accontemano di una carriera governativa mediocre, ma senza rischi, noi continueremo a reclutare delle mediocrità [. .. }. Noi ci siamo presemati alla guerra con molti incapaci tali già riconosciuti e giudicati ma non eliminati per 11011 ridurre troppi individui e famiglie alla miseria [. .. }. Bisogna sganciare gli stipendi degli ufficiali da quelli dei civili; e sarebbe giuslizia, perché le prestazioni ad essi richieste so11o molto più onerose da quelle che si voglio11o dai civili[... ]. Selezio11ati gli ufficiali ed assicurato loro un giusto trattamento morale e economico si dovrà rimeuerli a nuovo con w1 lavoro di rieduca::.ione morale e di aggiomamenlo professionale»3s.

" Cfr. L. Nuti, L 'Esercito Italiano nel secondo dopoguerra, Roma. SME- Uf. Storico 1989 (specie Documenti allegati n. l. 2 e 4). '' ivi. pp. 277-280.


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Altre proposte e altri progetti riguardano: l'abolizione del Corpo di Stato Maggiore come ruolo a parte, con riduzione al minimo o meglio ancora soppressione dei vantaggi di carriera; l'obbligo per tutti gli ufficiali eli frequentare la Scuola di Guerra, facendoli ruotare tutti in incarichi di Stato Maggiore; per gli ufficiali eli complemento, selezione non solo in base al titolo di studio, periodo preliminare di prova presso i reparti degli aspiranti al corso, avanzamento molto severo (in pace fino al grado massimo eli capitano e in guerra fino al grado di tenente colonnello); abolizione totale degli attendenti, degli ufficiali eli ordinanza e, in guerra e al campo, delle mense ufficiali e sottufficiali; mense eli corpo solo in pace, però con divieto eli impiegarvi personale militare; contrazione generale dei Servizi logistici (eliminazione degli stabilimenti militari, però con severe norme e sanzioni per le commissioni di accettazione dei materiali dall'industria; riduzione a 5 o 6 degli ospedali militari; scioglimento dei corpi eli sussistenza e amministrazione, affidando le loro mansioni a personale civHe militarizzato; soppressione anche del corpo automobilistico, costituendo le unità trasporti solo con personale delle varie Armi); spese per i Carabinieri gravanti sul bilancio degli interni, dato che l'azione dell'Arma si svolge quasi esclusivamente a favore eli tale Ministero; trasformazione della Guardia di Finanza in corpo militarizzato senza stellette, alle dipendenze del Ministero delle Finanze; per la truppa di leva, selezione psicofisica molto più rigorosa che escluda elementi non idonei anche dal punto di vista psicologico; miglioramento delle caserme, del vitto e del vestiario, consumazione del rancio in refettori idonei e con stoviglie, docce calde ogni giorno ecc.; divieto eli impiegare soldati di leva in servizi presicliari, guardie a magazzini e depositi ecc., dove potranno essere sostituiti da guardie giurate; alienazione delle vecchie caserme all'interno delle città e istituzione di grandi campi d'addestramento ove saranno sufficienti sei mesi per ben addestrare un contingente di leva. Anche sulle pagine della Rivista Militare, che riprende le pubblicazioni nel 1945 auspicando un ampio e Hbero dibattito, spira una positiva aria di rinnovamento, il cui obiettivo finale è il raggiungimento di traguardi eli qualità e il miglioramento della struttura degli organi centrali; su questi temi sono nell'immediato dopoguerra pubblicate diverse opere36• Le questioni puramente teoriche rimangono un po' in disparte fino agli anni 50,

·"' Si rimanda, in merito, a F. Botti -V. Ilari, Il pensiero militare tra il primo e il secon-

do dopoguerra (Ci t.). pp. 505 e segg..


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quando ricevono nuovo impulso dalJ 'adesione dell'Italia al Patto Atlantico e dalla guerra di Corea. li maggior esponente del pensiero militare e strategico italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, e anzi dell'intero periodo della guerra fredda, è il generale Paolo Supino, con numerose opere e circa 100 articoli prevalentemente sulla Rivista Militare che riguardano sia gli aspetti teorici dell'arte militare e della strategia nella guerra fredda, sia i loro specifici riflessi sul ruolo geopolitico dell'Italia e sulla fisionomia delle Forze Armate e dell'esercito in particolare37 • L'elemento caratterizzante del pensiero del Supino è la netta soluzione di continuità, anzi la netta frattura da lui riscontrata tra la strategia dell'età nucleare e quella classica, accompagnata da una fede che potremmo definire «marselliana» nella tecnica e nella ricerca operativa. Su quest'ultima materia pubblica una serie di studi volti a dimosu·are che, come già a suo tempo aveva sostenuto il Marselli, è possibile estendere la «razionalizzazione» della problematica militare, riducendo lo spazio lasciato all'imprevisto, a fattori morali e spirituali non quantificabili, all'intuito e alla personalità del Capo. In tal modo inconsapevolmente si avvicina a Jomini, anche se non lo cita. Da questa impostazione discendono il suo convinto antistoricismo, (vieppiù rafforzato dal giudizio critico sulla condotta politico-militare della guerra l 940-1943 da parte italiana). e il suo approccio anticlausewitziano alla problematica della guerra e strategia, a cominciare dalla contestazione del detto di Clausewitz che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi; citando un detto del generale Von Seekt ritiene, invece, che fin dalla prima guerra mondiale la guerra è diventata la bancarotta della politica. Va però subito notato che da una parte non trascura affatto i valori morali e dall'altra l'antistoricismo non gli impedisce di 1icorrere con una certa frequenza a exempla historica specialmente riferiti alle due guerre mondiali. ciò che indirettan1ente dimostra l'utilità della storia militare. E poiché la giudica «fonte di artrosi intellettuale» e tale da alimentare perniciosi schematismi e conservatorismi

" Il generale Paolo Supino. laureato in ingegneria. dopo il 1945 è stato tra l'altro Comandante delle Scuole di Appl icazione e della Scuola di Guerra. Capo di Gabinetto del Ministro della Difesa. primo Segretario generale dell'Esercito. Sue opere principali: Considerazioni sulla ballag/ia mode ma ( 1951 ) e Asperri della guerra modema ( 1952). ambedue edite dalla Rivista Militare: Problemi dell'Eserciro: Capi. Quadri e Speciali::;ari. Roma, Collcz. Gladio 1954; Saggi sulla ricerca operariva e awoma::.ione. Roma. Istituto Ed it. Romano 1958; Dalla srraregitl classica alla nuova srraregia ( 1962) e Srraregia globale ( 1965). opere an eh· esse edite dalla Rivista Militare.


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che nascondono la nuova realtà della guerra, se ne deve dedurre che, più che alla storia in sé. egli è contrario a un certo tipo di storia militare mal fatta, all 'hiswire-baraille così come veniva e viene insegnata. A sua volta, l'anti storicismo porta il Supino a negare l'utilità de i princìpi della strategia e la stessa esistenza dell'arte militare, termine c he a suo avvi o ha soprattutto un 'origine storica senza aggancio con la realtà 3~ . Non esistono né un 'arte né una scienza della guerra; e «Considerato il carattere scientifico-tecnico che hanno assunto le attività riguardanti la g uerra, e in particolare la preparazione e l' impiego delle forze armate moderne». a suo avviso s i dovrebbe parlare piu ttosto di «tecnica della guerra», termine ritenuto più calzante dal Bouthoul. Anche g li « immutabili princìpi» sono da accantonare: «nella loro gene ra lità e anche nella lo ro immutabilità non hanno potere di inquadrare una prassi d' impiego che pe r sua natura e per esigenze di fatto è decisamente evolutiva, cioè mutevole». Sono, in pratica, «delle astrazioni capaci di formalizzare il pensiero militare in un intellettualismo sterile destinato a perdersi al primo contatto coll'azione». Essi sono validi solo a parità di altri fattori, « i quali divengono i determinanti di un giuoco complesso e di ardua valutazione. ciò che rende ragione degli innumerevoli esempi di successo in guerra conseguito malgrado la violazione e talora in forza della violazione dei princìpi». Al posto dei «princìpi» il Supino propone di ricon·ere al meno tassativo termine «proposizioni», che essendo preso in prestito dalla logica matematica meglio si addice a una teorica operativa e apre la strada all'utilizzazione del calcolo delle probabilità e della statistica. Le «proposizioni» da lui indicate sono, peraltro. assai più vaghe e generiche dei princìpi comunemente ammessi: l 0 ) la strategia dell'epoca delle coalizioni intercontinentali è una strategia a scala mondiale; 2°) spazio e risorse occorrenti per soste nere e vincere una guerra su scala mondiale superano la disponibilità della maggior parte de i si ngoli Stati e sono vincolati ve anche riguardo alla costituzione di coalizioni di Stati: 3°) per effetto della potenza decrescente dell'attacco e degli attacchi esiste un punto limite dell 'attacco e un punto limite dell'offensiva:

" P. Supino. Aspetti della guerra modema. pp. 20-45.


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4 °) esiste una linea limite della difensiva, la quale delimita quella parte del territorio che uno Stato aggredito può perdere senza vedere irrimediabilmente compromessa la sorte del conflitto. Il Supino fin dal 1952 affronta la tematica della guerra dell'era nucleare. Essa oltre ad essere, come sempre,un fenomeno sociale, psicologico, è diventata un fatto tecnico sempre più complesso; i comandanti sono diventati dei tecnici e nei Comandi più elevati hanno grande importanza i consulenti tecnici; un numero assai elevato di scienziati e ingegneri lavora per assicurare il possesso di armi superiori a quelle deli' avversario ed evitare la sorpresa tecnica. Se nel passato vi sono state guerre vinte dai maestri di scuola, in futuro potranno esservi guerre vinte dagli scienziati. In questo quadro acquista particolare rilievo la guerra fredda, «che appartiene al sistema della guerra totale come vi appartengono La guerra atomica, La guerra biologica, la guerra chimica ecc. e si può individuarla nell'insieme dei procedimenti atti a provocare danni all'antagonista esclusi quelli propri della guerra guerreggiata, cioè è una guerra condotta in piena luce. La nozione di guerra totale conduce alla nozione di una strategia globale, che include la strategia militare e una strategia extramilitare [... ]. Gli obiettivi di guerra includono l'intero territorio dell'avversario e il totale del suo sforzo di guerra [... ]. Essi sono offerti dai più svariati parametri dello sforzo militare dell'avversario, il potenziale umano, il potenziale di volontà per non citarne che alcuni[... ]. La guerra fredda può costituire un mezzo economico per raggiungere gli stessi obiettivi di una guerra convenzionale [... ]. In definitiva, Lo scopo fondamentale della guerra fredda è la vittoria senza combattere... » 39• n concetto di guerra fredda, per il Supino, non è giustificato solo dall'avvento della bomba atonùca: già le due guerre mondiali hanno dimostrato che uno scontro tra nazioni industriali non premia nemmeno il vincitore, e anche un conflitto classico, convenzionale ridurrebbe l' Europa a un cumulo di rovine. Pertanto le guerre tendono sempre più a utilizzare mezzi non militari, o almeno a limitare al massimo l'uso effettivo di mezzi militari. Esse si dividono in convenzionali e non convenzionali; quest' ultime a loro volta si dividono in anomale (guerra fredda, guerre locali o per procura, guerre sediziose o insurrezionali, operazioni di grande polizia in territori occupati o soggetti) nelle quali

,._ ivi, pp. 226-234.


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l'uso delle armi è tendenzialmente limitato, e in surrettizie, neUe quali si accentua il decrescente contenuto di attività operative e il crescente contenuto di attività insidiose, fino a sostituire l'uso delle armi (guerre delle materie prime, dei potenziali bellici, psicologiche e dei mass media, guerra di mezzi industriali, economici, scientifici... ). Alla mutata natura della guerra corrisponde, secondo il Supino, una nuova strategia che deve tenere conto di tre parametri: «1°): disponibilità di una poten~ di distrtdone tanto considerevole da doverla considerare sovrabbondante; 2°) facoltà di conseguire risultati importanti, di carattere strategico, ad opera di sisTemi dij01·-;.e di consisten-:.a organica relativamente modesta; 3 °) inconsistenza ormai innegabile, in dipenden::.a dell'accesso sempre più massiccio allo spazio aereo, di una strategia terrestre e di una strategia navale a sé stanti e consolidarsi di una strategia aeroterrestre e di una strategia aeronavale, antesignane di una strategia globale aerea-terrestre navale già in avanzata formazione» 40• Di qui la necessità di superare la strategia classica, che pure mutatis mutandis resta valida nel campo più ristretto dell'impiego di forze convenzionali. e l'affermazione di «nuove strategie», nelle quali prevalgono «azioni indirette». La strategia militare classica e le strategie extramilitari sono coordinate da un livello strategico superiore, che è la strategia globale o «Strategia politica». U Supino definisce la nuova su·ategia come «normativa degli atteggiamenti da assumere (o degli atti da compiere) per conseguire nel le migliori condizioni obiettivi contesi in aspri conflitti di potenza, in guerra e in pace»~', oppure anche «nonnariva coerente di atteggiamenti proficui in una situazione competitiva». L'aggettivo «globale» è giustificato dal Supino con il fatto che la nuova strategia utilizza tulli i mezzi di lotta validi, dei quali le armi sono soltanto una quota parte, e intende colpire tutti gli obiettivi possibili senza remore di carattere morale. Tuttavia egli contradditoriamente tende a sfumare, in essa, il peso dell'anna atomica, che a suo giudizio va al di là delle nonne correnti di qualsiasi strategia militare, anzi in pratica le annulla, ed è il mezzo di una strategia solo politica. Per il Supino. perciò. l'aggettivo «globale» souolinea anzitutto l'impiego in un quadro unitario deiJe forze terrestri, navali, aeree e missilistiche. Le armi conservano tuna la loro importanza, anche se con-

' P. Supino. Dalla strategia classica alla strategia globale (Cit.). pp. 26-28. ' ivi, p. 135.


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venzionali: le nuove strategie sono senz'armi, ma non disarmate: anti «senza eccezione, tutte le forme anomale di guerra e tutte le strategie, che vi trovano gli strumellti preferenziali, sono valoriz:::.ate in modo necessario dalla esisten-:.a, alle loro spalle, di massicci armamenti conven-;.ionali e atomici in funzione di determintmti delle situazioni più idonee al rendimento delle loro imprese. A questi infatti è riservaw l'importante incomben-;.a di elevare a livelli di efficacia sufficiente il mordente delle nuove strategie»~~. Tra queste nuove strategie. acquista particolare rilievo la «strategia della minaccia», che intende dissuadere l'avversario prima di tutto dall'impiego effettivo delle armi nucleari e in genere, dal ricorso alle armi. La preparazione acqu ista perciò, di per sé, una valenza operativa: migliore è la preparazione, più remoto è l'impiego delle amti; «la sufficienza dell'azione preventiva elimina la necessità dell'azione effettiva». Il Supino ritiene, peraltro, che il ruolo dell'arma nucleare debba essere Limitato a quello della dissuasione e della ritorsione: è perciò conu·ario all"impiego operativo dell'arma nucleare e alla strategia NATO della risposta flessibile, e giudica destabilizzante e pericoloso qualsiasi squilibrio nucleare tra le due superpotenze, ivi compreso anche un eventuale. futuro scudo spaziale. Le sue riflessioni non si limitano alle nuove fom1e di guerra c di strategia, ma riguardano anche il modello di difesa da adottare per l'Italia. R itiene ormai obsoleta la mobilitazione di grossi contingenti di leva, con personale inevitabilmente dotato di scarso spirito combattivo. carente inquadramento. vie di comunicazione soggette alla minaccia aerea; la guerra dovrà essere iniziata con le stesse forze del tempo di pace. Pertanto all'Italia occorre un esercito volontario di ridotte dimensioni ma ben armato e addestrato, con elevata pronteLZa operativa e organizzato su un· «Arma unica», estremamente mobile. Ormai le Armi tradizionali sono superate, perché le moderne unità non si differenziano più tra di loro in base ai mezzi e materiali d'armamento di cui sono dotate, ma in base ai compiti che devono assolvere. Ne consegue una «ibridizzazione delle Armi tradizionali» e una ripartizione funziona le degli uomini per specializzazioni anziché per Armi Dedica grande attenzione anch'egli al problema della formazione e dell'impiego dei Quadri e specializzati, riassumendo le sue

., ivi. p. 146.


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idee nel citato volume del 1954 Problemi dell'Esercito. Propone, in particolare, la parificazione degli studi militari regolari con gli studi universitari, il conferimento della laurea in scienze militari agli ufficiali usciti dalr Accademia, l'equiparazione dei due anni d'Accademia al biennio d'ingegneria. senza peraltro trascurare (il che sembra arduo) la cultura militare e umanistica. Per quanto attiene ai rapporti tra Forze Armate, il Supino non ritiene più ammissibili «poteri separati» (aereo o marittimo) con asserito ruolo deci s ivo e strategie di Forza Armata. Dà comunque grande importanza all'Arma aerea, anche per la funzione di trasporto che assicurerebbe la necessaria mobilità delle forte terrestri. Essa dovrebbe avere un ruolo paritario rispetto a quest'ultime, quindi il termine «concorso aereo» - che di per sé presuppone un ruolo dell'aviazione subordinato alle operazioni terrestri - andrebbe a suo avviso abolito. Per contro si dichiara apertamente contrario al potenziamento della marina, pur riconoscendo che i sommergibili nucleari sarebbero l'unico mezzo in grado di assicurare a una potenza occidentale minore come l'Italia, il cui territorio in caso di scontro tra i due blocchi sarebbe soggetto a rapida invasione o neutralizzazione, un'autonoma capacità di reazione. Sui problemi della Difesa e dell'esercito, che nel complesso non sono la parte preponderante negli scritti del Supino, merita un cenno la radiografia compiuta nel 1963 da un'eminente personalità militare che è il più qualificato a farla: il generale Giorgio Liuzzi. già Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Gli argomenti affrontati dal Liuzzi nel suo libro Italia difesa 43?, titolo nel quale il punto interrogativo già dice molto. non sono certo nuovi, e sono in gran parte ancora sul tappeto. Egli lamenta, nella prefazione, il disinteresse della pubblica opinione e degli intellettuali per i problemi militari e la povertà della stampa militare del momento. favorita dalla carente attività degli organi di pubblica informazione del Ministero e degli Uffici Storici. A suo parere, per migliorare la situazione vanno cambiate le norme che impongono ai militari di chiedere la preventiva autorizzazione al Ministero per trattare argomenti militari: nella situazione del momento tutti i cittadini possono trauare liberamente argomenti di carattere militare meno i militari stessi, che sono i più competenti in materia. Occorre rendere più stretti e ampi i contatti tra ambiente militare e stampa e lasciare ai singoli

• Roma. Ed. Giovanni Volpe 1963.


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militari l'intera responsabilità della loro attività di scrittori. fermo restando il dovere delle autorità competenti di intervenire in caso di violazione del segreto e delle buone norme disciplinari. Nell'ampio ventaglio dei problemi da lui affrontati ricordiamo: le lacune della difesa civile e la mancanza nei Ministeri non militari di organi che trattino gli aspetti di interesse militare delle branche di rispettiva competenza; la mancata, precisa definizione dei compiti delle Forze Am1ate e la cronica insufficienza di risorse; l'organizzazione pl etorica del Ministero della Difesa del tempo, contraddistinto da sovrapposizione di organi nuovi a quelli preesistenti e da confusione di competenze; la difettosa ripartizione di compiti tra Ministero e Stati Maggiori, con eccessivo accentramento di poteri nella figura del Ministro; la correlata necessità di rendere gli Stati Maggiori veri organi di comando e di accrescere il ruolo e il prestigio dei Capi di Stato Maggiore; la necessità di unificare a livello interforze gli approvvigionamenti di commissariato e di materiali comuni, oltre che altre funzioni e branche di attività; la necessità di ridurre il numero di stabilimenti, magazzini, in1mobili, Enti burocratici, di utilizzare meglio il personale militare e civile e di ammodernare le caserme; gli inconvenienti provocati dagli aiuti militari USA nell'immediato dopoguerra (mancato potenziamento dell'industria nazionale, scarsa considerazione per il problema dei materiali, disponibili in abbondanza all'inizio ma poi cessati); la necessità di considerare tutti i riflessi sulla difesa nazionale dell'installazione sul territorio italiano di basi NATO (con specifico riferimento al problema dell'installazione dei vecchi missili «jupiteD>, che avrebbe richiesto contropartite e garanzie USA in materia di difesa del territorio e degli spazi aerei nazionali, perché collocava sul territorio nazionale degli obiettivi primari dell'offesa missilistica sovietica); La forte carenza, nell'esercito, di specializzati a lunga ferma a causa del cattivo trattamento economico (la Bundeswehr prevedeva il 50% di personale specializzato e Quadri); le ottime doti dimostrate dal personale di leva e, per contro, il reclutamento quantitativamente e qualitativamente carente dei Quadri; l'abnorme aumento degli organici delle forze di polizia trascurando le economie che potrebbero essere fatte con un loro miglior coordinamento, e, per contro, la tendenza a ricercare economie solo con la riduzione degli organici dell'esercito. A partire dalla fine degli anni Settanta il generale Carlo Jean prosegue l'opera del Supino (da lui peraltro ignorato dando la preferenza a fonti straniere e in prevalenza anglosassoni), con una copiosa serie di


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scritti che copre sia l'ultimo periodo della guerra fredda sia il periodo post-guerra fredda fino ai nostri giorni"" e che dunque vanno esaminati, sia pur brevemente, senza soluzioni di continuità. Al Supino lo avvicinano molte idee sui meccanismi della guerra fredda e sulla fisionomia che dovrebbe assumere l'esercito, alle quali si aggiunge un certo antistoricismo di fondo, tuttavia meno pronunciato e categorico di quello del Supino. Dal Supino lo allontanano principalmente la sua qualità di massimo esponente, fin dal periodo della guerra fredda, della corrente di pensiero neo-clausewitziana in Italia e una diversa valutazione del ruolo delle forze navali, peraltro legata al periodo post-guerra fredda che il Supino non ha vissuto. In un articolo del 1978 sulla Rivista Militare'5 , il Jean intende dimostrare la piena validità della concezione clausewitziana anche nella guerra nucleare, richiamandosi a Raymond Aron e ai teorici USA della risposta graduata. I valori morali esaltati da Clausewitz conservano tutta la loro importanza; con la sua affermazione che la guerra è come un camaleonte. che bisogna realizzare la sorpresa, ecc., Clausewitz apre la porta all'impiego di mezzi non militari e nel suo concetto di strategia include anche quello di strategia indiretta, che dunque non va ad esso contrapposto come fanno Liddell Hart e altri. Nel 198 l compare un importante articolo di Virgilio Ilari 46, il quale mette in evidenza la forte dissimetria esistente tra il concetto occidentale di strategia e quello dei nemici dell'Occidente. La concezione occidentale chiama «follia» le strategie diverse dalla sua, che «può spiegare la propria efficacia soltanto se riesce a convincere anzitutto i propri avversari della "follia" di quanto si distacca da essa». La strategia della dissuasione non è il prodotto della bomba atomica, ma «il prodotto storico della vittoria americana nella seconda guerra mondiale», cioè di chi vuoi conservare i frutti deJla vittoria. Le concezioni degli avversari dell'Occidente usano la ragione per guidare l'azione militare e diplo-

" Oltre a una copiosa messe di srudi su riviste militari e non. ai fini della nostra indagine delle opere del generale Carlo Jean ricordiamo soprauuuo A.A.Y. V .. // pensiero strategico (libro da lui curato con un suo saggio). Milano. Franco Angeli 1985: A.A.V.Y., Sicurez::p e difesa (altro libro da lui curato con un suo saggio), Milano, Franco Angeli 1986: Geopolitica. Bari. Laterza 1995: L'uso dellafor::.a, Bari. Laterza 1996: Guerra, strategia e siwre::.za. (Cit.). " C. Jcan. Teoria della guerra e pensiero strategico del generale Karl Von Clausewitz, <<Rivista Militare» n. 311978. pp. 40-50. ... V. Ilari. UJ strategia. <<Rivista Militare» n. 611981. pp. 2-12.


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matica finalizzata al raggiungimento di un preciso scopo politico; al contrario, l'Occidente usa la ragione per dissuadere dali" azione militare e diplomatica. Questa stessa logica ha presieduto alle guerre limitate (e soprattutto a quella del Vietnam) combattute e perse dali 'Occidente, per il quale lo scontro militare era finalizzato all'apertura di un negoziato, mentre, nel campo opposto, esso serviva - come il negoziato stesso - a raggiungere clausewitzianamente lo scopo politico. Ne consegue che, secondo Ilari, è errato prevedere un raccordo operativo tra forle convenzionali e nucleari, utilizzando quest'ultime per bilanciare l'inferiorità convenzionale: occorre invece una doppia strategia. nucleare e convenzionale. Prendendo spunto dall'articolo di Ilari, nel 1982 il Jean manifesta le sue perplessità per la strategia della «risposta flessibile» c riscontra che il concetto di strategia globale- «che appartiene al campo politico e non a quello militare» - ha tolto ogni specificità alla strategia, rendendo incerti i suoi confini e i suoi rapporti con la politica: potrebbe riacquistare un significato più preciso «limitando il suo interesse al solo settore propriamente militare, cioè a quello di competenza del 'generale'», e tornando a dare priorità alla componente operativa•'. A tal fine, essa dovrebbe considerare in un comesro unitario e unificante tutti g li aspetti che sono di specifica influenza e interesse per le decisioni del capo militare: bisogna perciò eliminare la separatczza delle varie componenti della strategia, favorita dalla tradizionale ripartizione ca1tesiana [noi diremmo anche jominiana - N.d.a.] in strategia, tattica, organica e logistica. «Quindi l 'arte militare, che comprende il livello strategico e il livello fallico, anziché essere ripartiTa nei qual/ro settori "verticali" del classico quadrivio, dovrebbe comprendere due sottosistemi "ori~~ontali ", la strategia e la tallica, che considerino in una visione unitaria le varie componenti, da quella operativa a quella logistica, pertinenti alle decisioni di tale livello». La strategia dovrebbe perciò racchiudere in sé quattro dimensioni: operativa, organica (o componente sociale della strategia). logistica, psicologica, tecnologica. Nel 1985 il Jean accentua questo orientamento, proponendo scnz ·altro di «abbandonare il termine strategia globale, che si identifica con la politica e la ragion di Stato, e riferire il termine strategia al solo campo

' C. Jcan, Il pensiero strategico alla ricerca di tmiwrietil, «Rivista Militare» n. 211982. pp. 8-13.


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militare», con una definizione che si avvicina, per sua stessa ammissione, a quella di LiddeLI Hart: «arte di distribuire e applicare i mezzi militari per conseguire gli scopi della politica>>-lll. (In proposito, noi osserviamo che una tale definizione da una parte sembra escludere che la strategia possa utilizzare - magari in concorso con le forze militari - anche mezzi non militari, e dall'altra pare riferita solo a Stati che dispongono di forze militari regolari: non a organizzazioni che, ad esempio, vogl iono conquistare il potere con un'insurrezione popolare, le quali dispongono di formazioni armate ma non propriamente «militari»). Il ritorno a una stretta militarità della strategia è così giustificato dal Jean: «<'affermarsi della strategia globale ha contribuito ad una crisi del pensiero strategico, inteso nel senso tradizionale del termine, togliendogli specificità e militarità. Ha distrutto praticamente i motivi per cui si era ritenuto necessario "inventare " la strategia, come campo di sovrapposizione e di raccordo tra considerazioni politiclfe e considerazioni militari. La strategia globale, ùivece eli militarizzare la politica, ha politicizzato la strategia, smilitarizzandola e impoverendone soprattutto le dimensioni propriamente operative. La strategia deve bensì tener conto dei fini politici [. .. ] nel contempo, però, dovrebbe essere ben chiaro che La strategia, ammesso che si ritenga opportuno mantener/a come disciplina oggetto di studio e di competenze specifiche, va distinta, anche se artificialmente e contingentamente, dalla politica. Evitare la guerra non è compito del militare ma del politico. Se il soldato può fare qualcosa per mantenere la pace è prepararsi per La guerra. È un 'illusione pericolosa - anche se può essere utile come mezzo propagandistico nelle discussioni da salotto - ritenere che la fun zione del soldato sia quella di preparare la pace. A rigar di logica, il militare deve pensare alla guerra, per poter/a fare su ordine e per vincerla, Se poi il politico non glie la fa fare, tanto megliO>>. Queste riflessioni del tardo periodo della guerra fredda a maggior ragione dovrebbero valere dopo la guerra fredda: ma nel petiodo 19951997 (il più fecondo dell'autore, con opere che toccano molte angolature della teoria della guerra e della strategia) egli sembra abbandonare in misura notevole le posizioni di dodici anni prima specie a proposito del superamento della strategia globale e della natura mi litare e neo-

" C. Jean. Il pensiero strategico: cominuiTà ed evoluzione ( in AA.VV .. Il pensiero srrategico - Cit.. pp. 72-76).


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clausewitziana della strategia, ammettendo che Clausewitz, prima lodato senza riserve, «definisce la strategia in modo ristretto» e «la appiattisce sulla tattica» 49• E pur co11fermando che la strategia ha le componenti prima indicate, riconosce che «l'azione strategica non si occupa solo della conduzione del conflitto armato, ma anche dello sfruttamento delle forze allo stato potenziale e, più in generale, dell'uso politico di tutti i fattori di potenza di uno Stato, tra cui quelli militari, rna anche quelli economici, psicologici, diplomatici e così via». Ne consegue la legittimazione. a monte della strategia militare. di «un livello definito strategia globale dal generale André Beaufre. grande strategia da Sir Basil Liddell Hart e strategia nazionale di sicurezza negli Stati Uniti. Questo livello coincide con quello che Clausewitz chiama politica». Ne consegue anche la configurazione dell'edificio strategico in senso verticale, in una costruzione a più piani tra di loro comunkanti e a ampiezza variabile, che riprende sostanzialmente l'attuale soluzione ufficiale americana, con: -al vertice gli interessi nazionali; - aJ piano inferiore «la strategia nazionale di sicurezza/ grande strategia l strategia globale, con le varie componenti (economica, psicologica, diplomatica, militare)»; - ancora al di sotto della strategia nazionale di sicurezza, i livelli strategico, operativo e tattico. Quest' ultimo livello strategico è essenzialmente militare e si articola in strategia generale militare e di teatro d'operazioni (Europa, Asia ecc.). A questo livello sono individuati gli obiettivi militari e sono ripartite le risorse fra vari teatri operativi a seconda delle loro priorità. Al livello di strategia di teatro si applica la forza militare per raggiungere l'obiettivo indicato allivello superiore indicando le relative modalità. Al livello operativo, che è intermedio tra quello strategico e tattico (generalmente corpo d'armata), si combinano manovre e combattimenti; il livello tattico riguarda i combattimenti. Giova sottolineare ancora che questa architettura è dimensionata per le esigenze - di respiro mondiale - dell'unica superpotenza. È legittimo chiedersi: fino a che punto oggi essa è praticabile per una media potenza con diversa struttura di vertice e forze e mezzi estremamente più ridotti come l'Italia, la cui strategia generale militare coinci-

•• C. Jean. Guerra. srrmegia e sicure::zti (Cit.). pp. 65-87.


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de con quella che per gli Stati Uniti è una strategia di scacchiere, se non addirittura «operativa»? e fino a che punto, dopo la guerra fredda, il potenziale militare. inteso come mobilitazione e sintesi di tutte le risorse civili e militari del Paese ai fini della guerra, conserva il suo peso politico e strategico, visto che non si tratta più di un confronto militare tra due blocchi contrapposti, e che lo strumento mil itare deve essere piuttosto idoneo a interventi parcellizzati, che non richiedono preventiva mobilitazione di risorse, e comunque non richiedono più di gettare sulla bilancia tutte le risorse e il destino della nazione? Sulla validità dei «princìpi» delr arte della guerra50 il Jean è meno categorico del Supino. Non ne nega, come quest' ultimo, la validità, ma si limita a metterne in evidenza tutti i limiti, a cominciare dal fatto che «sono contrapposti, o quanto meno interagiscono l'uno con l'altro». Ad esempio, flessibilità e massa non possono essere ricercate contemporaneamente; puntare sulla sorpresa significa rischiare c quindi contravvenire al principio della sicurezza, ecc.. Essi «Sono coppie filosofiche, che esprimono idealtipi estremi entro i quali si situa la realtà». Ogni studioso, ogni esercito hanno princìpi diversi: In genere, chi adotta decisioni strategiche o operative non fa riferimento a «princìpi generali»; più frequente il loro uso per giustificare a posteriori le decisioni. Sono, in definitiva, dovuti, secondo il Jean, al tentativo di razionalizzare la guerra, di ridurla a scienza. Ritorneremo sulrargomento: per il momento. noi ci limitiamo a osservare che il modo con cui il Jean considera i princìpi e la loro funzione, di fatto non ne fa dei princìpi nel senso autentico, letterale, lessicale, compiuto, generale del termine. I contenuti de i princìpi implicano sempre un quid di «assoluto». di immuta bile che non compare nella concezione del Jean. In secondo luogo, non ci sembra che la «massa» sia in contraddizione con la «flessibilità»: la flessibilità, anzi, è un presupposto indispensabile per realizzare più rapidamente la massa, là ove occorre. Se vogliamo anche l'economia delle forze, o la sorpresa, sono princìpi complementari a quello della massa. Concentrare le forze là ove è più redditizio significa usarle in modo economico; se si concentrano dove e quando il nemico non si aspetta, il princ ipio de lla massa acquista maggiore efficacia. Il principio della sicurezza non può significare assenza di rischi: la sicurezza assoluta non esiste, sicurezza significa ridurre al

"" ivi. pp. 113-121.


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minimo i rischi compatibilmente con le esigenze dell'azione da svolgere, che di per sé- essendo un'azione bellica- come tutte le intraprese umane comporta dei rischi, in quanto deve far fronte all' imprevisto e a reazioni avversarie non prevedibili. La miglior sicurezza consiste nell 'i ntuire le mosse dell'«altro»: ecco, dunque, che qui entra sempre in gioco quel ruolo della leadership che neppure i princìpi immutabili e assoluti dei dottrinari, cioè quelli ve1i, possono sostituire. o hanno voluto sostituire. Con l'opera Geopolitica (1995) il Jean dà un notevole app0110 sia teorico che applicativo anche nel campo degli studi di geopolitica. Dopo un accurato esame dei vari approcci, arriva alla conclusione che essa studia l' influenza dei fattori geografici sulle analisi. scelte e azioni politiche in relazione ad altri soggetti. Non è una scienza, ma una metodica e non è mai neutrale; la geostrategia è la sua sorella minore e può essere definita anche «geopolitica militare». Infine, specie nelle opere e articoli del 1995-1997 il Jean affronta i principali nodi del ruolo geopolitico e geostrategico dell'Italia e della conseguente fisionomia che deve assumere il suo strumento militare. La sua visione geopolitica, geoeconomica e geostrategica è nettamente continentalista: «né il Mediterraneo né l'Africa costituiscono sicuramente l'area geografica preferenziale in cui il nostro Paese possa operare per contare di più in Europa [. .. ]. L'avvenire italiano non è sicuramente nel Mediterraneo, la cui importanza economica relativa si è ridotta drasTicamente per il nostro Paese ed è destinata a contrarsi ulteriormenTe. L'impegno mediTerraneo non deve essere né esclusivo né predominante, anzi dovrebbe essere al più basso livello possibile compatibilmente con la sicurezza italiana... » $ 1• Perciò «l' Italia non è un Paese mediterraneo; è un Paese europeo che si trova nel Mediterraneo»52• n suo territorio non è più soggetto a minacce militari dirette, eccetto quelle conseguenti all'eventuale proliferazione di anni di distruzione di massa o di azioni terroristiche su vasta scala; né corrisponde agli interessi italiani una strategia di separazione che trasformi il Mediterraneo in barriera tra Nord e Sud. L'Italia deve, piuttosto, guardare a Est e nei Balcani, mhando a trasformare l'asse Parigi-Bonn , che la esclude, nel triangolo Parigi-Roma-Bonn;

" ivi. pp. 259-260. " C. Jean. L 'uso della forza (Cit.). pp. 90-91.


Il- Unn .sguardo al pt•n\icro .Hraregici> iraliano del pa.\.laW

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«l' Europa è divenu ta preminente per g li interessi nazional i italiani rispetto all'alleanta con gli Stati Uniti» ~'. Il corrispondente strumemo militare dovrà essere considerato dalla politica e dai mass media come tale, senza indulgere a retoriche e utapie pacifiste~ : «occorre smetter/a con la retorica dei "soldati di pace",

implicitamente contrapposti ai •·cattivi" soldati della guerra fredda, che sono poi quelli che hanno concorso a mantenere l'Italia in OccidenTe e a impedire che subisse i disastri del socialismo reale. EnTrambi sono o soflo suai della Repubblica italiana e basTa». Esso «non a. olverà più il compito statico di protezione del territorio», ma dovrà garantire la presenza italiana negli interventi in varie aree del mondo, nonché proteggere il fianco marittimo della penisola da minac. cc derivanti dalla prolifcrazionc missilistica c da armi di distruzione di massa. Di conseguenza l'Italia deve disporre oltre che di difese, «d i una forza di dissuasione convenzionale - aerea. navale, soprattutto con Cruisc imbarcati. e composta anche da unità speciali - in condizione di reagire prontamente ad attacchi al nostro territorio». Il Jean, come il Supino. ritiene sorpassate e improponibili teorie che accreditino poteri aerei e marittimi «decisivi » e strategie separate; contesta anche la «marillimità» dell'Italia . astenuta dagli scriuori nava li ~\ che «si arrampicano . ugli specch i». c non anribuiscc alcun valore alla dipendenza dell'Italia dai trasporti marittimi c all'estensione delle sue coste. Nel 1996 propone. comunque, di dare priorità nella pianificazione a breve termine agl i interventi all'estero della marina e dell'aeronautica. dando però priorità alle forze terrestri nel medio-lungo periodo. in aderenza al progetto Chirac di una forza di pronto intervento di 250-300.000 uomini in Europa~ . Sempre nel 1996, poiché l'Italia dovrà far parte di coalizioni comprendenti le principali potenze maritlime ritiene necessario che la marina concentri le sue capacità operative nelle «nicchie» in cui le potenze maggiori presentano lacune e carenze, come le contromisure mines7• Nel 1997 ritiene necessario aumentare le risorse per la marina e diminuire quelle per l'esercito, facendo però il contrario «qualora la situazione politica interna dovesse cambiare». Tale soluzione, a suo avviso. «è avvalorata anche dalla

• C. Jcan. Geopolirica (Cii.). p. 254. " Ì\ i. pp. 269-273. " C. Jcan. Guerra ..1rraregia e sicure:::.a (Cii.). pp. 134- 135. "' C. Jean. L 'uso e/etili [m711. pp. 127-128. " hi.p. l21.


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situazione di profonda crisi in cui versa l'esercito, dalla maggiore "solidità" della marina e del suo corpo ufficiali e dalla più facile integrabilità multinazionale delle forze navali rispetto a quelle terrestri». E poiché le capacità militari del momento sono molto ridotte, non vi è alternativa per l'Italia a privilegiare azioni in ambito multinazionale a basso costo e rischio. contribuendo a un'alleanza proprio là ove essa è più forte, in modo da partecipare con ridotto impegno e ridotti rischi alla gestione dei conflitti e alle trattative di pace, facendovi sentire la nostra influenzaSll. Riguardo alla fisionomia dell'esercito il Jean perviene a conclusioni non dissimili da quelle del Supino: recl utamento in prevalenza volontario (totalmente volontario. se verrà ancora ridotta la g ià breve ferma di leva attuale); elevata mobilità tattica e strategica; capacità di intervento in tempi brevi; gravitazione sulle unità di fanteria leggera, s ui s istemi di comando, controllo, comunicazione, sorveg lian za e acquisizione di obiettivi specializzati, su reparti a elevatissimo contenuto tecnologico e di fuoco di precisione in profondità. Oltre che, naturalmente, g li scrittori navali, sul ruolo dell'ltaJia nel Mediterraneo parecchi autori manifestano idee diverse da quelle de l Jean. Tra di essi citiamo il generale Lui g i Caligaris e Carlo Maria Santoro, che nel loro libro Obiettivo difesa ( 1986)59 sostengo no una tesi per così dire st01icistica, perché è un 'argomentazione chiave dei «navalisti» italiani fin dal secolo scorso: l' Italia è da sempre la chiave del Mediterraneo e la sua «proiezione espansiva naturale» è sempre stata diretta verso il bacino matittimo; pertanto, diversamente dalla Francia l' Italia non deve diventare più «europea», ma pit) «mediterranea». Nel suo libro Paura di vincere (1995)(\(1 il Caligaris manifesta, peraJtro, un orientamento strategico più continentalista, osservando che «il ruolo dell 'Italia è vincolato, oggi più di prima, dal suo destino geopolitico che le impone di misurarsi al nord come al sud. Da scongiurare due scelte entrambe popolari in Italia: quella solo mediterranea, nell 'errata convin::.ione d 'emergere confrontandosi con Paesi più deboli, e quella d'aggcmciarsi al solo centro Europa nella speranza di farsi trainare da Paesi più forti. Si impolle invece una scelta bijìvnte, nord e sud»61 • Tale situazione geostrategica bifronte tichiede, sempre secondo il Caligaris, una scelta ordì-

" C. Jcan. Guerra, srr(l(egia e siçure~~a. pp. 134- 135. "' Bologna, 11 Mulino 1986. w Milano. Rizzoli 1995. •• ivi. pp. 374-375.


Il - Uno sgullrdo al pensiero strategico iwlimw del J)(ISS(ItO

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nativa a sua volta bifronte, con la prcdisposizione di uno strumento in prevalenza aerotcJTestre al Nord c in prevalenza aeronavale al Sud. Del Caligaris vanno inoltre ricordate, nelle opere prima citate e nel suo primo libro (l nuovi militari, del 1983, Co-autore Piero Ostellino)62 le numerose e apprezzabili proposte per migliorare il livello dci Quadri c il morale. l'operatività, l 'addestramento, la struttura dell ' intero organismo militare. Dal canto suo il Santoro. in aderenza al suo approccio geopoli ti co e geostrategico eminentemente mediterraneo, nel libro Rischio da Sud (1996)M raccoglie (oltre al suo su «Geopolitica e stJ·ategia del Sistema Sud») una serie di saggi che analizzano le forme di rischio nel Mediterraneo allargato, la situazione degli armamenti nell 'area c le mi ure di sicurezza e difesa possibili. rn campo aeronautico, nell'immediato dopoguerra e fino ai primi anni Settanta domina ancora il pensiero del generale Amedeo Mecozzi, che inasprisce la sua polemica postuma contro Douhet, non giudica decisivi, ma facenti parte di una logica della guerra di logoramento gl i effetti dci bombardamenti strategici indiscriminati anglo-americani sulle città tedesche, giapponesi e in pa11e anche italiane, e vede negli eventi della guerra la conferma delle sue teorie sull 'aviazione d'assalto. Al tempo . tesso. raccoglie l 'eredità di Douhet nell' intransigente difesa dell'autonomia e dell'impiego accentrato delraeronautica. In particolare. nei suoi scritti del 1969 e 1971 contesta il concetto NATO di cooperazione aeroterrestre (nel quale vede solo un escamotage per mantenere le forze aeree dannosamente soggette alle esigenze delle forze eli superficie) e introduce il concetto di «aviazione subentrante», capace cioè di svolgere anche funzioni operative prima riservate a quest'ultime. La sua intuizione più brillante e attuale riguarda però il futuro ruolo del missile. Fin dal 1945 prevede che questa «forza nuova» assorbirà i compiti di arma di distruzione di massa già erroneamente attribui ti da Douhet al grande aereo da bombardamento, lasciando all'aviazione solo il ruolo «controforze», con bombardamenti selettivi e di precisione che richiederanno. appunto, la formula del cacciabombardiere. Nel campo marittimo il Bemotti, il Fioravanzo, il Di Giamberardino riprendono nella sostanza le tesi dell'anteguen·a, sostenendo subito dopo il 1945 che, nonostante l'importanza assunta dalla portaerei. la corazzata

... Milano. Mondadori 1983. •' Milano. Franco Angeli 1996.


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è ancora utile. I n pru1icolare. il Di Giamberardino nel 1848 ritiene valido anche per il fu turo l'asserto douhetiano «resistere sulla superficie per fare massa nell 'ari a>>, assegnru1do il compito di resistere sulla superficie alle forze convenzionali europee integrate c quello di «fare massa nell 'aria» alle forze aeromarittime e nucleari degli Stati U niti. Dieci anni dopo. pur riconoscendo la preminenza della pottaerei non manca di farne notare la vulnerabilità che nell 'anteguen·a lo aveva portato a non ritenerla di conveniente costruzione, e aggiunge che «l 'aereo sta perdendo importanza: forse sta già venendo il momento nel quale la portaerei cederà il passo alla nave lanciamissili». Negli anni 80 l ' accentuarsi della minaccia sul fianco Sud della NATO provoca la ripresa. secondo schemi concertuali tutt ·altro che nuovi, della dialettica tra Forze Armate, avente come posta l'eterno problema della ripartizione delle scarse risorse. Secondo gli esponenti dell'esercito la difesa del la soglia di Gorizia conserva tutta la sua priorità ed eventuali impegni aggiuntivi a Sud richiederebbero, se mai. il rafforzamento delle unità terrestri. Anche l'aeronautica mantiene un orientamento prevalentemente «continentalista», giustificato dal fatto che un eventuale scontro sarebbe breve e decisivo. quindi non sarebbe necessaria l'alimentazione della guen·a con rifornimenti auraverso il Mediterraneo. mare peraltro dominato dalla U.S. Navy. La marina, al contrario. ritiene sempre preminente la difesa delle comunicazioni marittime. per la quale sarebbe indispensabile ai fini di una tempestiva difesa aerea della flotta un «incrociatore tutto ponte portaeromobili» la cui costruzione è contestata dall'aeronautica, che giudica tale nave antieconomica. molto vulne,·abile e se mai adatta a realizzare, con la componente imbarcata, quelle «proiezioni di potenza» contro la terraferma che non rientrano negli obiettivi della politica estera e militare del momento. 7. CONCL USIONE Il pensiero militare italiano ha belle tradizioni e in ogni tempo ha fallo emergere autor i e idee ancor oggi meritevoli di attenta considerazione, che spesso hanno percorso i tempi. Dopo il 1945, i riflessi anche psicologici dell 'arma nucleare e le nuove tecnologie hanno favorito l 'antistoricismo e hanno portato parecchi autori italiani del nostro tempo a riferirsi pressoché esclusivamente a fonli straniere, trascurando il molto che possono ancora dire gli scriui militari italiani del passato e, in genere, la storia militare nazionale. specie se intesa come storia


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delle idee c teorie. Un altro limite è il ricorso pressoché esclusivo a Clausewitz, con citazioni non di rado frammentarie e avulse dal testo che si prestano a dimostrare le più svariate tesi. Rar amente sono stati considerati i li miti dello stesso Clausewitz, il suo inserimento nel pensiero militare europeo del secolo XIX , la parallela e permanente uti li tà, sotto taluni aspetti. di un approccio j omini ano. che megli o si presta a interpretare la logica della guerra di macchine e i riflessi anche morali delle tecnologie di oggi. Ciò non toglie che l'insegnamento fondamentale di Cl ausew itz l 'uomo. i suoi sentimenti. le sue passioni sono al centro di tutte le cose militari e strategiche- non si stanca. da secoli. di essere confermato dagli avvenimenti quotidiani , di per sé invitando a guardare con maggiore anenzione al nostro passato, alla nostra letteratura militare e, in gene re, alla nostra trad izione militare. Ag li idea li, alle concezioni sovranazionali si giunge attraverso quelli nazionalì: non cortocircuitando questi ultimi. In Europa si va ciascuno portando al seguito il suo passato, che è anche la sua cultura. La centralità dell ' uomo, dunque anche dell a /eadership di ogni giorno, spiega anche perché le soluzioni razionali, in ogni tempo individuate da lucidi autori per risolvere ant ichi problemi e eliminare persistenti lacune e inefficienze. hanno avuto in Italia così modesto successo, facendo sì. ad esempio, che la citata «Relazione Belluzzo» del 1924 potesse benissimo essere stata scritta anche dopo il 1945, e fi no ad anni recenti. Non basta cogliere con·ettamente gli ammaestramenti delle guerre c della casistica d' impiego, individuare i problemi , pervenire alle migliori soluzioni: l ' impor tante è raggiungere effettivamente gli obiettivi delle ri forme; il momento decisivo è la gestione quotidiana del le riforme stesse. Questo è l' insegnamento della storia, che aiuta ad apprezzare le molte e serie difficoltà del presente momento e ad auspicare che, grazie a un concorde sforzo, le ri forme militari oggi sul tappeto raggiungano finalmente, nell'interesse dell 'I talia e dell'esercito, i loro condivisibili scopi.


CAPITOLO III

IL RUOLO SOCIALE DELL' ISTITUZIONE MILITARE, IL SOLDATO E LA DISCIPLINA DAI PRIMI ANNI DELL'UNITÃ&#x20AC; NAZIONALE FINO ALLA GUERRA FREDDA: QUALI MUTAMENTI?


SOMMARIO: l. Premessa • 2. Esercito. disciplina e costume militare nei primi anni dell'unità nazionale: i primi regolamenti • 3. l problemi della vita quotidiana dell'Esercito secondo il generale Nicola Marselli ( 1889) • 4. L' impatto della democrazia. dell'antimilitarismo c del socialismo sull"lstituzione militare tra fine secolo XIX e l' initio della prima guerra mondiale • 5. Dalla prima alla seconda guerra mondiale: il regolamento di disciplina 1929 • 6. l regolamenti di disciplina dopo il 1945 • 7. Conclusione. · Più che imparo dall"efpt•rit•II:JJ. t' pui 1111 fH'r.mado. che w/a fctwla t•dum/TIC't' t' la 1·ira pratica l/ripa tldlu l'ecchiu scrwlu co.llilltita t/a 1111 mcwnro che legge. o cltl' parla tt di.fcepoli ciii' ll.lcoltallo. o che smr· uetxhiuuo [... / haforw i/1/ll>tempa/... /. La guerra libica è la più l>t•lla dimolmdouc di questa 1-erittì. C.11U ha mosrroraww m/w tli pili. dlt' àù che di meglio ubbia 1'/w/ia è il w/data. il quale haww gmndi.1· 1imu mag~iarm411 di ctmtudini ww/fa/11!11, o/limi mldmi. che tum fumtw a tlt•uwut di'Ile 1·ecchie snwhdallr quali uscirono i libri 1ulla Dt•mdi'II::JJ della ro:;;p /mina. o nmrro il Miliwri,mo e tante insulse reorit·, dtt• \f~twrcmo l'abuso e l'orgw tft•l/a p<1ro/a. Ma t·ssi furtmo a qtwlla \CliO/a delltt l'illl che folla renacemt·ntl' coli/m la fame. e che nomt.\ltl//11' la ma.nimamiseria dei mtd,fit ilmt•g/io dlt' fiiUÌ f11!r I'Ìncere•. T FS. C01..

N. i\1. CA\II'(ll.lt: ll, «Rivista Militare» /9/.1

l. PREMESSA

Ciascuna epoca c ciascuna società hanno un loro particolare tipo di arte militare: ma ancor prima hanno un particolare tipo di soldato e di disciplina, che corrisponde al comune sentire di c iascun popolo. dw1que è diverso da Nazione a Na7ione. Abbiamo detto «ancor plima»: perché, aJla lì n fine. non è o non è sempre r arte militare di una data epoca a modellare, imporre la figura del soldato e le regole alle quali deve sottostare. È la Nazione, la società del momento a fornire anzitutto un certo tipo di soldato, di disciplina e anche di mezzi, sul quaJe poi si modella l'arte militare. Questo spiega perché, anche oggi, ciascun esercito ha una propria cultura, una proplia tradizione che poi si traducono in regole anche non scritte della vita quotidiana, che rimangono ben radicate nei secoli e che lo distinguono dagli altri. Questa situazione induce a non commettere due errori. che invece non sono rari: giudicare la disciplina di un esercito in senso astratto e con schemi di riferimento vaJidi per altri eserciti; giudicare le forme della disciplina di un esercito in una data epoca. con il metro di un'epoca più recente, nella quale quindi è diverso lo stato della società.

2. ESERCITO, DISCIPLINA E COSTUME M ILITARE NEI PRIMI ANNI DELL'UN ITÀ NAZIONALE: I PRIMI REGOLAMENTI Dl DISCIPLINA Dopo il 1945 taluni crittori hanno duramente criticato la disciplina dell'esercito italiano nel secolo scorso. mettendone in evidenza l'autoritarismo, l'eccessiva severità, lo scarso rispetto per l'individuo. Era veramente così? Non vi è che un mezzo, oggi, per rispondere a questo inter-


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L 'arre militare del 2000

rogativo: analizzare le regole sulle quali tale disciplina si reggeva, tenendo naturalmente presente anche la situazione politico-sociale del tempo. Va detto anzjtutto che -come già il regolamento di djsciplina del 1959, l'ultimo piemontese- la regolamentazione disciplinare dei primi anni di vita dell'esercito italiano era anche una sorta di codice mora le, al quale si aggiungevano minute prescrizioni sulla vita di caserma, sull'addestramento, sul governo dci quadrupedi, sulla salute e alimentazione del soldato, su marce e trasferimenti per ferrovia o via mare ecc .. Tale regolamentazione è dunque un documento prezioso anche se finora poco utilizzato -per stabilire la fisionomia reale della compagine militare, la condizione militare del tempo, e persino il costume militare quotidiano. Ciò premesso, ci riferiremo al Regolamento di disciplina milirare e d'istnr::.ione e servi-;jo interno per la cavalleria del l 864, e al Regolamento di disciplina militare del 1872 (a firma del Ministro generale Ricotti 2), che abroga la Parte I del Regolamento di disciplina militare e

d'istruzione e servi::.io interno per la fanteria approvato con nosrro decreto 30 ottobre l 859 c il predetto regolamento 1864. Su tali regolamenti va le l a pena di soffermarsi in modo particolare, perché essi danno l'impronta alla disciplina dell'esercito anche nel XX secolo, i cui capisaldi rimangono immutati. L'Art. 3 del regolamento l 864 indica i «doveri generali d'ogni mi litare», che con qualche ritocco andrebbero bene anche oggi. fl militare deve onorare la religione, rispettare le cose sacre, tenere una vita privata irreprensibile mantenendosi lontano dal gioco e dai debiti, essere di esempio a tutti i cittadini nel rispetto delle leggi e nell'osservanza dei doveri civici. I n qualsiasi circostanza deve essere «benevolo o cortese verso i concittadini, pronto ad accorrere ovunque altri versi in pericolo, od abbisogni di protezione, o del suo coraggio». Poiché è armato unicamente per la difesa del Re, della Patria, delle sue leggi, egli non deve partecipare a assembramenti o manifestazioni politiche, o abbandonarsi, specie in pubblico, ad atti disordinati e violenti: commetterebbe poi «una enorme viltà meritevole delle punizioni più severe, quando usasse le armi per soprusi e prepotenze contro persone inermi». Se richiesto, deve dare man forte alle forze dell'ordine: se in sua presenza

' Torino, Fodratti 1864. · Roma, Voghera 1872.

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/Il - Ruolo socit1/e de/1'/uitu:.ìoue mi/iwre, soldaw e (/i.\cipliua

avviene qualche disordine. deve intervenire per scdarlo, e in caso di reato imminente o flagrante. deve sforlarsi per impedirlo o arrestare il colpevole. In pace. deve impiegare i l tempo libero dal servizio per perfezionare la sua istruzione e cultura c cu rare con esercizi ginnici la sveltezza del corpo: ma è soprattutto in guerra che è chiamato a dar prova di pazienza. abnegazione, coraggio a tutta prova, abbandonando il combattimento solo in casa di grave ferita. L'An. 4 è dedicato al lo spirito di corpo. c anche in questo caso, non si riesce a trovare alcunché di riprovevole. o di arcaico. Ciascun militare ha il dovere di mantenere e accrescere il buon nome, l'onore, la reputazione e le onorevoli tradi.t.ioni del corpo cui appaniene, considerandoli come cosa propria: i militari di uno stesso corpo devono considerarsi come membri della stessa famiglia. aiutarsi e confortarsi a vicenda. usare tra di loro modi conesi, schietti c cordiali, apprezzare senza gelosie i meriti altrui. In particolare «gli inferiori sapranno

acquistarsi la benevolenz.a dei superiori non già colle arti del/ 'adula~ione, ma con quel modesto contegno che è proprio del vero merito e collo :elame adempimellfo dei loro doveri. l superiori ne li ricambienmno colla bomà. colla sollecitudine patema pelloro benessere materiale e morale. soccorrendo di consigli la poca loro esperien:a, e prendendo fltfte le precwdoni igieniche perla loro salute che siano conciliabili col servi:io. Il superiore avrà speciale cura di esrhpare promameme ogni germe di discordia che fosse per nascere tra i suoi subordinati, castigandone severameme gli a w ori e guardandosi dal/ 'influen:a esclusil'a che altri lenwsse di acquiswre su di lui. la quale riuscirebbe funesta alla concordia e alla buona armonia de· suoi dipendemi. Egli si assicurerà finalmente la stima dei subordinati. spiegando verso tuffi egualmeme ferme::a e bomà, giusri:ia proma, imperar breve e positi\'0, comegno dignitoso e alieno dal/'allerigia e dalla dimestiche::a; sopra ogni cosa varrà a conciliargli il/oro rispello, la condoua esemplare e il pe1je11o adempimento degli uffici del suo gmdo». L'Art. 6 è dedicato alla subordinazione, che consiste nell 'obbed ienLa dovuta dall' inferiore al superiore «nelle cose di servizio e in tutto ciò che si appartiene all'autorità a lui conferita dai regolamenti». Essa è la legge fondamentale della disciplina c deve essere «pronta, rispettosa e assoluta». Inoltre «non è permesso all'inferiore alcuna esitazione, richiamo od osservaLione, salvo che sia interpellato dai superiore, quand'anche si creda ingiustamente punito». fermo restando il suo diritto di presentare reclamo con le modalità previste. Anche fuori ser-


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vizio l'inferiore deve al superiore deferenza eri. peno; commetterebbe grave mancanza il militare che criticasse gli ordini del superiore o la sua persona, oppure che prendesse parte «a mene o raggiri tendenti a menomare la sua autorità e la considerazione che gli è dovuta». Se riferite ai tempi, queste prescrizioni non sembrano avere alcunché di eccessivo. se non altre perché. allora, con le formazioni serrate e il fuoco in piedi c a comando. di fronte al nemico l'obbedienza a soluta. oggi da molti criticata. era una necessità oggettiva. E anche oggi. come si può fare a meno di un'obbedienza «pronta e rispettosa?». Nella mentalità odierna - ma non in quella di allora - il fatto che non sia ammessa obiezione alcuna è eccessivo, e in taluni casi, può essere dannoso al buon andamento del servizio; ma, anche qui, che avverrebbe. oggi, se in un reparto si diffondesse l'abitudine di discutere gli ordini qmùi che essi siano, l'abitudine delle continue obiezioni? Né può essere ritenuta cosa lecita, per i suoi ri flessi sul morale del reparto. la pubblica critica all'operato del superiore o la maldiccn1.a .... Fin da ora si può osservare che. a proposito dcll'obbedienla c dci suoi limiti. ci troviamo subito di fronte a un problema che non può essere regolamcntato nei più minuti dettagli. perché riguarda -come tutti i veri cardini della disciplina- i sentimenti c le passioni dell'uomo. Premesso che da sempre un esercito che non obbedisce prontamente e lealmente non è un esercito c che per saper ben comandare bisogna saper ben obbedire, l'obbedienza non è un problema. è cosa naturale se chi comanda e chi obbedisce credono negli stessi valori. hanno ben chiaro lo scopo della missione c soprattutto sono uniti da vincoli di reciproca stima e affetto. Chi ha la dovuta considerazione per i sottoposti si fa scrupolo di far loro capire la necessità di un ordine. c di chiarirne bene tutti gli aspetti: chi stima colui che impartisce l'ordine non prende nemmeno in considerazione l'idea di discuterlo. e se anche non ne comprende, non ne conosce o non ne approva pienamente lo scopo. lo esegue senza esitazione perché. ciononostante. è portato a giudicarlo giusto, per il solo fatto che proviene da persona di fiducia. Tutto diventa difficile, invece, quando tra chi impartisce e chi esegue l'ordine si interpongono quei sentimenti c stati d'animo che ostacolano la coesione militare, valore che il regolamento 1864 si preoccupa di tutelare c sottolineare al meglio. Gli ordini riguardano uomini. non livelli gerarchici o di comando. Dare ordi ni , comandare è un dovere. c un dovere difficile almeno quanto eseguire: questa constata:lione viene spontanea di fronte all'c-


111 · Ruolo sociale dei/'Jstitu:.ione miliwre. .w/dalO e disciplina

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lencazione dci doveri di ciascun livello gerarchico. che contraddisti ngue il predetto regolamento 1864. In generale. secondo tale regolamento il superiore ha il dovere di far osservare ai dipendenti le leggi, i regolamenti e gli ordini; deve reprimere, anche fuori servizio, atti e comportamenti contrari alla disciplina c al decoro della divisa; deve instil lare nei dipendenti la stima dei superiori e la fiducia nei loro ordini. Ogni militare investito di un comando è garante della condotta dci suoi dipendenti, e dell'esecuzione degli ordini ricevuti: peraltro «sono severamente vietati al superiore i rigori supe1j1ui. le ptmizioni non determinate dai regolamemi, o suggerite da tm motivo qualsiasi e/te non sia il suo dovere lchiaro riferimento a possibili animosità personali - N.d.a.j, ogni atto o espressione

oltraggicmte verso qualunque suo subordinato. Egli deve anche accuratamente astenersi da ogni modo inurbcmo o sconveniente». Il colonnello comandante di corpo è il perno della vita dell ' esercito; il regolamento 1864 ne tratteggia la Jigura con pennel late senza tempo: «all 'autorità, direzione e vigilan~a del comandante è affidato il governo del Corpo in ogni sua parte {. .. }. Somma è l'importanza

della sua carica, e per disimpegnarne lodevolmente gli uffici egli vuole essere fomito in alto grado di tutte le doti richieste in 1111 ufjìziale. Egli deve perciò congiungere al coraggio e all'energia l'operosità. l'ismr:.ione e la pruden~a. Colla dignità del contegno, e colla ferme~­ ~ct delle sue determina~ioni si assicura il rispello dei subordinati; lasciando a ciascuno dei suoi dipendenti quella parte d'autorità e di responsabilità che spetta al grado e alle fun~ioni di lui, esige con assidua vigilan~a e fermezza che ognuno adempia pelfettamente a tutti i suoi doveri, reprime le mancanze con imparziale e giusta severità, e ricompensa il vero merito senza riguardo alle .fallaci apparenze ed alle raccomandazioni importune». Deve esercitare con la massima attenzione le sue prerogative riguardanti le promozioni , «dalle qual i dipende i n gran parte il buon nome del corpo»: piuttosto che destinare a un incarico persone inette o di cattiva condotta. deve !asciarlo vacante. Deve esercitare assidua vigilanza sulla condotta anche morale dei suoi ufticiali, reprimendo severamente i comportamenti «che disdicono al decoro del loro grado, e soprattutto l'in temperanza e il gioco, da cui più specialmente hanno origine i debiti, e per cui si affievolisce quello spirito di buon camerata, che deve regnare fra gli uftiziali». Deve vigilare anche sul loro comportamento . ociale. «correggendo quelle mancanze che offendono le leggi


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de l viver costumato e civile, e procurando di mantenere e promuovere sempre fra loro quella squisita urbanità e nobiltà di maniere che si addice alla loro condizione». Nel campo logistico, pur essendo presidente del Consiglio di Amministrazione rorganismo collegiale a l quale al tempo era affidata l'amministrazione del corpo e, in genere, la direzione dei Servizi logistici del reggimento- N.d.a.] deve astenersi dall 'adottare decisioni che competono allo stesso Consiglio. Tramite l'ufficiale relatore segue !"andamento della branca, mantenendosi informato «su tutto ciò che possa giovare o nuocere alla salme o agl i interessi del soldato». Dopo le ispezioni prescritte, con ordine del giorno da leggere agli ufficiali riuniti indica «quali compagnie o squadroni ha trovato meglio amministrati, quali mediocre mente, e quali male». Controlla la proprietà dell'uniforme e l'igiene della persona dei dipendenti, «e pitl specialmente che gli uffiziali vestano con quella perfetta decenza che si conviene al loro grado». Controlla, inoltre, che le armi, le bardatuJe dei cavalli, le uniformi, il corredo del soldato, i materiali di caserma siano in perfetto stato e siano sottoposti, dai comandanti di compagnia, alle ispezioni prescritte. ControiJa anche l'operato dei vivandieri , ai quali è vietato di vendere acquavite, di cedere a credito viveri e bevande, o di acquistare comunque su sottuffic iali e truppa crediti eccedenti un mese di paga. Devono chiudere la cantina al le ore prescritte, no n permettere nel locale giochi d'azzardo, e avvertire immediatamente la guardia di polizia in caso di disordini . Altra lìgura-chiave è il capitano comandante di compagnia/squadrone, al quale spetta «di condurla ne lle vie d'onore, e renderla utile allo Stato e al Regio servizio». Deve «attendervi con tutto lo zelo, ed adoperarsi soprattutto a mantenervi vivo e profondo il sentimento del dovere mil itare». L'importanza del suo incarico richiede che il capitano «riunisca a tutte le virtù del soldato la capacità e le cognizio ni di un comandante valoroso e intrepido in faccia a l nemico, contro cui deve condurre la sua truppa con prudenza e fermezza, incoraggiandola con l'esempio nei più gravi momenti>>. Deve dare esempio di diligenza nell'adempimento. dei suoi doveri, mantenendo sempre condotta esemplare. Con gli ufficiali dipendenti deve mantenere «quel contegno benevolo, che senza nuocere alla sua autorità, valga ad assicurargliene !"affezione». Né deve trascurare d'acquistarsi l'affetto della truppa, «dimostrando costante e paterna premura per il suo benessere». Ha l'obbligo di essere sempre perfettamente informato di tutto ciò che riguarda il suo reparto in generale e c iascun militare in particolare.


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Deve cono. cere indole. capacità e attitudini dci uoi soldati. ricordarnc il cognome. sapere se sanno leggere c scrivere, e vigilare sulla loro condotta morale. «ritcnendol i per quanto possibile dal traviare»; controlla in particolar modo gli attendenti e coloro che prestano servizio presso i capi-operai del corpo. Controlla che «i nuovi soldati» (cioè le reclute) «vengano sempre. e segnatamcnte nelle istruzioni, trattati con amorevolcz7.a e pa7ienza sia dai loro . upcriori che dai soldati anziani, vietando rigorosamente ogni maltrattamento . oprauuuo per pane degli istruttori. Procura che loro s'inculchino anc regole di ser vizio e di disciplina. ed imparino il signi ficato dei principali vocabol i italiani che si usano in servizio». Se un militare si ammala. di tanto in tanto si reca a visitarlo c veglia perché sia convenientemente curato. La sua incombenza fondamentale deve essere l'addestramento dci dipendenti: a tal fine «deve essere in grado di far loro chiaramente conoscere le diverse istruzioni e regolamenti militari nel loro vero spirito; riguardo al regolamento d'esercizio [cioè al regolamento che disciplina le auività addcstrativc e indica il loro scopo c le loro modalità- N.d.a.], le sue i. truzioni devono essere estese al segno d'abituarli non solo ad e. eguirne le varie parti in qualsiasi occorrenza. ma a comprendere eziandio lo scopo di ogni evoluzione. Egli procurerà inoltre d'abilitare i suoi subordinati alle funzioni del grado o dell'impiego rispeuivamcntc superiore al loro». Le sue responsabilità nel campo logistico sono assai estese: risponde direuamcnte dell' amministrazione interna del reparto, sia per quanto riguarda la gestione del denaro che dci viveri e materiali; vigila sul buon ordine delle camerate, sul buono stato del vestiario e del corredo degli uomini. delle bardature dei cavalli, delle anni e munizioni. Si accerta del regolare pagamento del «prestito» (l'equivalente della decade) da parte del furiere, al quale consegna solo le somme necessarie, fermo restando che della custodia c amministrazione dei fondi è egli stesso il solo responsabile. Controlla spesso il rancio dello squadrone, recandosi nelle camerate all 'ora della distribuzione [al tempo il rancio è amministrato e distribuito per compagnia; non sono ancora previsti refettori- N.d.a.]. Il soldato ha il dovere di operare sempre per il bene del servizio. impiegando tutta la sua istruzione e abilità «Senza riserva di ane o professione alcuna». Deve sforzarsi di trarre il massimo profitto dalle istruzioni militari, con particolare riguardo alle istru7ioni di «lettere e conteggio», che potranno essergli molto utili nella vita civile, e abilitarlo a


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rendere servigi più importanti. Deve aver cura della sua salute con rigiene personale e la temperanza. anche per essere in grado di servire con tutte le sue forze il Re e la Patria. Se si ammala, ne informa il caporale, «guardandosi di nulla celare per malintesa avversione alr ospedale». Se, ricoverato all ' ospedale. ha delle lagnanze da fare. si rivolge al direuore, all'ufficiale d'ispezione oppure al comandante di compagnia/squadrone, quando si reca a visitarlo. Se ha in consegna un cavallo. deve affezionarglisi. risparrniarlo. ben governarlo. trattarlo secondo la sua indole e non malmcnarlo mai. 1nfatri «il cavallo è l'abituale compagno del soldato di cavalleria nei momenti più decisivi della di lui vita, l 'aiuta ad affrontare e vincere i pericoli e lo porta alla gloria». Talune disposizioni di dettaglio, infine, sono assai indicative per stabilire la reale natura del rapporto tra vari gradi: gli ufficiaU, sottufficiali e caporal i si rivolgono ai dipendenti con il «voi» (e non con il «tu»; disposizione rimasta in vigore anche dopo il 1945 e fino a anni recenti, quando è stato introdotto, per tutti, il «lei»); in ogni altro caso i militari si rivolgono ai graduati con il «Ici»; se si chiama per nome un graduato, si deve premettere il grado: in servizio deve cessare ogni famigliarità tra superiore e inferiore. anche se vi sono legami di parentela: il capitano che riceve un dipendente deve «vestire una montura decente» (i l che è anche segno di rispetto per il dipendente stesso). Il successivo regolamento di disciplina del l o dicembre 1972. emanato nel quadro delle rifonne del Ministro generale Ricotti, poco innova nella sostanza e nelle forme della disciplina e appare più che altro preoccupato di meglio illustrare ai componenti dell'esercito il significato. la quintcsscnza morale della disciplina, e le finalità del sistema gerarchi co c disciplinare. Esso è dovuto all'allora tenente Tancrcdi Fogliani. scrittore militare di fama c insegnante all'Accademia di Modena congedatosi da maggiore. che nel 187 l è stato incaricalo dal Ministro Ricolt i, di rivedere dal punto di vista formale e lessicale la bozza del nuovo regolamento·'. Ultima to il lavoro di revisione. i l Fogliani l'ha restituito osservando che un regolamento di disciplina doveva avere, oltre alla forma esteriore, una sostanza interiore: nel caso specifico «la parte esteriore è curata. ma l'essenza interiore manca

' Sulla genesi del nuovo regolamento Cfr. Ten. Col. N. M. Campolieti. Pensieri .\lilla disciplina miliwre de/maggiore Ttmcredi Fo~:litmi. «Rivista Militare Italiana>> 16 dicembre 1914. pp. 332 1-3347.


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affatto». Il Ricotti. allora, ha dato al Fogliani stesso l'incarico di aggiungere le considerazioni da lui ritenute necessarie, che nel corso del 1872 per ben sci volle ha corretto e modificato. LI Fogliani, come scriverà nel 1914 un suo allievo, il Tcn. Col. Campolieti, «aveva lavorato assiduamewe cilcuni mesi per trovar la ragione e i princìpi della

disciplina militare, per ridurre cioè a principio i motivi dai quali dipende che la disciplina militare è così diversa da ogni altra {. ..]. E così nacque la parte .filosofica del nostro Regolamento di disciplina, alla quale. in più cl"una parte, non è coerente la parte pilÌ specialmeme regolamemare l vale a dire la concreta normativa che regola i rapporti tra i vari l ivelli gerarchici. stabilisce ricompense e punizioni, attribuzioni dei vari l ivelli e modalità per la vita quotidiana dell 'EsercitoN.d.a.], alla quale il Fogliani non mise mano. E. con questo lavoro, il

Fogliani si levb al disopra di tutti gli psicologi dellct vita militare che lo precedettero. restando oggi ancora insuperato nella felice concezione della disciplina, la quale non penetrò in tutte le menti come nella sua (ho cercato di dimostrarlo ne/libro Patria c Disciplina). [. .. ]Il classico regolamento destò tanti entusiasmi e fece scuola in Italia, nono.wante un difetto. che non era nella mente dell'autore. ma che risulta dal regolamento, specialmente perché fu l'opm di due logiche molto lontane nei princìpi e nelle conseguen-:.e [quella del Fogl iani e quella del la parte " regolamentare··. che il Fogliani non ha toccato- N.d.a.]»~. Caso raro. in un articolo sulla Rivista Militare dell'inizio 1973 ~ il Fogliani ha spiegato ad abwulamiam i concetti-gu ida ai quali si era ispirato nella compilazione del nuovo regolamento a cominciare dalla forma: un testo dove sono raccolte «le massime supreme e di carattere, diremmo, immutabile. perché essenziali alla costituzione stessa dell'Esercito»; allegate al testo le disposizioni particolareggiate che come tali sono soggette a periodiche modifiche senza particolari problemi, però sempre escludendo dal nuovo regolamento le norme non srretramente attinenti alla disciplina, come le norme per il servizio interno di caserma largamente presenti nella precedente edizione. In secondo luogo. il Fogl iani ha inteso chiarire, illustrare, definire il concetto di disciplina. intorno al quale ruota tutto l'insieme. L a disc i-

' ivi. ' C:1p. T. Fogliani. Del 111101'0 regolamemo di disciplina 1° dicembre 1872, «Rivista Militare hnliana» 1° gennaio 1873. pp. 155-175.


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plina impone al militare degli obblighi richiesti dalla necessità di rendere l'esercito idoneo a svolgere i compiti che ne giustificano r esistenza (cioè la difesa sociale, la guerra), garantendo anzitutto unità di forza e di azione. Ne consegue che «queste obbligazioni, le quali talvolta impongono una gravissima limitazione della libertà e dei diritti comuni a tutto il resto dei cittadini, non sono giustificate se non in quanto conducono allo scopo supremo della difesa sociale: ondeché. qualunque obbligazione non necessaria a questo scopo, è inutile e perciò ingiusta». Concetto molto moderno. mantenuto e sottolineato anche dalla legge di principio del 1978 ..... Il pieno adempimento degli obblighi così stabiliti costituisce lo stato militare, mentre l'abito di adempiere tutte le obbligazioni inerenti allo stato militare, costituisce la disciplina militare. «Si dice l'abito, per distinguere l'adempimento attuale, che si può avere per cause estrinseche e accidentali- (l'autorità personale di un generale, l'imminenza di un pericolo, ecc.) -dall'adempimento abituale che si fa per l'apprendimento acquistato col lungo uso di adempiere questi doveri, e nel quale propriamente consiste la disciplina, come suona la voce, che significa istruzione, insegnamento, e metonimicamente apprendimento, scienza, arte». L'esposizione dei doveri e degli obblighi inerenti allo stato militare costituisce il Regolamento di Di ciplina. Tra tali doveri, quello primario è l'obbedienza, «cioè l'unificazione di tutte le volontà individuali sotto la volontà suprema di chi comanda», onde realizzare il massimo grado di forza tenendo conto della necessità funzionale di ripartire la massa dell'esercito in singole parti, a ciascuna delle quali sono preposti dei superiori investiti di una frazione d eli' autorità suprema. L'obbedienza non va confusa con la subordinazione, che è cosa diversa: «l'obbedienza è l 'accettazione della volontà suprema per parte di flllte le volontà individuali componenti l'esercito; subordinazione è la ripartizione e l'ordinamenlo organico dato al/'esercilo, per lo scopo della più pronta trasmissione ed esecuzione degli ordini del comandanle supremo, e la riparti-;.ione correla livo del/ 'aulorità suprema nei vari gradi che costituiscono la gerarchia mi/ilare Egregiamente perciò disse il Principe di Meclemburgo: la subordina-;.ione consistere nella so11omissione di un grado al/'al11·o, e nei dirilli e nei doveri di un grado verso l'altro». L'obbligo dell' obbedienza e della subordinazione trae la sua origine esclusivamente dalle necessità di guerra: pertanto rimane sempre tale, a prescindere dalle qualità personali di chi è investito del coman-


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do. Ciò non toglie, però, che l'autorità deve essere conferita, a qualsiasi livello, a colui che più si dimostra capace di esercitarla, anche perché «la saldezza, compattezza, forza di coesione di un esercito, consta per la maggior parte del sentimento generale di fiducia e di sicurezza in sé e negli altri che anima le parti e il tutto», e nasce dalla conoscenza e dalla stima della capacità dei propri compagni e dei superiori. La capacità risulta da un doppio ordine di qualità che per metà sono materiali, e per metà acquisite; quest'ullime sono l'istruzione e l'addestramento, che costituiscono un primario obbligo disciplinare. Non va però dimenticato che «la professione miUtare è essenzialmente di azione, e vi sono doti, come l'operosità, la fermezza, l'autorevolezza, il coraggio, la risolutezza, l'energia, insomma i forti caratteri che più influiscono e meglio provano nei cimenti, e certo in guerra valgono molto di più di una forte intelligenza non servita di queste qualità». Altra esigenza di rilievo è l'ordine, indispensabile in qualunque luogo e tempo; solo con l'ordine «possono essere adempiute le funzioni vitali in una compagine così compl icata e artificiosa», specie sul campo di battaglia. Infine, il Fogliani si sofferma sul rapporto tra virtù civili e militari. Se non solo i doveri civili, ma anche i doveri esclusivamente morali come la temperanza, la sobrietà, il disinteresse, la vita morigerata ecc. sono considerati doveri militari prescritti e sanciti con punizioni disciplinari. vi è una ragione profonda: essi aumentano le forze del militare, e «sono incetto qual modo strumenti per combattere». Da questa esigenza deriva l'elevatezza morale della carriera delle armi, la quale «è di natura tale che ricerca in chi La professa non solo un 'abitudine costante del corpo alle fatiche che vanno ad esso congiunte, ma altresì un'abituale disposizione de/l 'animo al sacrificio di tuflo ciò che all'umana natura è più caramente diletto. Per avere questo stato di corpo e d'animo è necessaria La pratica continua di tutte le virtù che rendono a rinvigorire l'uno e l'altro, e a mantenere il cuore e la mente in uno stato conze di generosa esaltazione e di appassionamento per rurro ciò che è nobile e grande; senza i quali sentimenti non vi può essere spirito di abnegazione e di sacrificio». Volontario nel 1848, soldato nel 1859 e poi sottotenente, iJ Fogliani può dirsi un ufficiale anticonformista. Ha idee generali assai ardite, come queste: «Ogni reggimento si formi i suoi ufficiali. Aboliti tutti gli istituti miJitari»; gli ufficiali non devono essere eletti, ma nemmeno si deve lasciare la scelta a uno solo, cioè al livello gerarchjco superiore, perché il giudizio può essere influenzato da interessi personali. Si, dovrebbe a suo avviso, scegliere la via


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di mezzo: ma non si capisce bene a cru si riferisca quando affenna che le nomine dovrebbero essere lasciate «alla votazione collettiva di tutti coloro che hanno la maggiore attitudjne a conoscere la capacità del nominando, e che hanno tutto l'interesse a scegliere il più capace». Altra sua idea ardita è che «non vi deve essere nessun militare, ossia soggetto ai doveri e partecipe dei diritti militari, se non è combattente. Anche i professori non debbono essere militari. Le materie militari si possono studiare da sé». Altre idee sono moderne e condivisibili: «E ercito nazionale non è quello che si compone dei soldati di tutta la nazione; sebbene quello che è ordinato in guisa che non può essere adoperato, se non secondo i voleri e gli interessi della nazione». Se trattate onestamente, cioè con ragioni vere alla base delle dec isioni , «le cose militari sono le pill facili di questo mondo a conoscersi o trattarsi»; diventano diffici lissime e intricate se ciò non avviene, se cioè le vere ragioni di certe decisioni non hanno come meta l'efficienza militare, e sono diverse da quelle dichiarate. «LO spirito di corpo nell'esercito dovrebbe essere. per gli ufficiali, la gara di sollevarsi sopra tutto il corpo sociale per intelligenza e per cuore. per spirito di gentilezza e di sacrificio (maestri, giurati, mantenitori dell'ordine. regolatori delle epidemie)». «Gran bella cosa il comandare! II parlar soli noi e gli altri obbedire! 1... ] Chi è quel minchione che a questo modo non sappia comandare? Quello che importa è vedere giusto c di saper far fare agl i altri quello che è giusto». Poiché sul campo di battaglia è necessario dare ordini categorici, taluni trovano comodo fare così anche fuori dal campo di battaglia; anzi coloro che più apprezzano questo metodo «sono poi di solito quelli che sul campo non sanno far altro che accattar consigli dagli altri». Invece, quando possibile si dovrebbe chiedere consiglio «a chi ne può sapere tanto come noi, e fors'anche più di noi. Ma gli ignoranti. per tema di dimostrare la propria ignoranza, preferiscono parlar soli». Detesta i «Volontari di un anno», cioè i giovani di famiglie benestanti, in genere studenti, che previo pagamento allo Stato di una forte somma compiono un anno di servizio militare anziché tre come tutti gli altri, con possibilità di nomina a ufficiale di complemento a fine ferma (agevolazione al tempo concessa in Italia e Francia, ma non in Germania): «Tutti soldati per tre anni. E non più eccezioni che per i poveri. Dopo tre anni di miliLia potranno riprendere i loro studi se vogliono, e faranno l'avvocato o l'impiegato con un po' più di giudizio: e se per questa interruzione non sanno far nulla, facciano il facchino o il contadino, che sarà tanto meglio: e si ri sparmi erà al paese una massa di ignoranza laureata e patentata che ogni anno vi si versa».


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È ammiratore dell'antica nobiltà piemontese, che ha costituito fino a quel momento l'ossatura dell'esercito. Erano sue virtì:t «legame di devozione e confidenza tra nobiltà e dipendenti; conoscenza e fiducia reciproca: coesione e saldezza della monarchia nonché dell'Esercito. Devozione insieme e indipendenza di fronte al Re». Prevede che «l'Italia un giomo regrellerà il piemontesismo, e bramerà che avesse persistito più a lungo». E aggiunge: «quei nobili rpiemontesi] sapevano non mollo, ma sufficientemente, e sempre più della loro riputazione; ma ciò che non sapevano. sapevano di non saperlo, cognizione preziosissima. Grande differenza tra la boriosa insipienza che ora invade tutti i gradi». Non potendo più avere, per forza di cose, quell'antica nobiltà, «bisogna cambiare di pianta e cercare di sostituirvi quell'ordine di gente che piì:1 può assomigliarsi a quella nella quantità di virtù morale e intellettuale, cioè l'ordine popolare». A questo punto, l'esame analitico di quella che potrebbe essere chiamata la parte morale, filosofica del Regolamento l 872 diventa quasi superfluo: esso Iispecchia, con i dovuti temperamenti, il modo di sentire del Fogliani, l'approccio alla realtà militare che abbiamo prima descritto. Il Regolamento 1872 indica, anzitutto, lo scopo dell'esercito, e definisce la disciplina: due parti che mancano nel precedente regolamento. «L'Esercito è istituito per sorreggere il Trono, tutelare le leggi e le istituzioni nazionali. far guerra ovunque venga dal sovrano ordinato. difendere sino all'estremo l'onore e l'indipendenza della Patria». Fin dalle prime righe. emerge la preoccupazione di giustificare la disciplina, di fare in modo che venga ritenuta una necessità comune e non una fonte di arbitrio e vessazioni : «l'azione di tLttri i corpi che compongono l'esercito deve essere pronta e concorde, e perciò le attribuzioni e i doveri di ciaschedun membro della militar gerarchia vogliono essere definiti con regole certe e inviolabili. Nell'osservanza di queste regole consisre la disciplina militare. Essa è la principale virtù dell'esercito, e primo dovere del militare d'ogni grado. La storia di tutti i tempi e di tutte le nazioni prova che nella disciplina, assai più che ne/numero, sta la forza degli eserciti. La disciplina s'infonde in tempo di pace, e si mantiene salda in tempo di guerra, rnercè la diligente e costante abitudine di osservame i precetti». Essa richiede l'abitudine di adempiere coscienziosamente ed esattamente i propri doveri «non per timore di pena o speranza di ricompensa, ma per intima persuasione della loro intrinseca necessità». U militare ha l'obbligo di concorrere alla saldezza di questa base fondamentale


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dell 'esercito «non solo colla pratica rigorosa dei doveri tutti inerenti al proprio stato, ma anche collo spiegarne le ragioni ai propri dipendenti; essendoché meglio si adempie ciò di cui si conosce la ragione». L a subordi nazione (Art. 3 - par a. Il ) «consiste nella sottomissione di ciascun grado ai gradi superiori , e nell 'osservanza dei diritti e doveri che da essa risultano. Principal i tra questi doveri è quello dell'obbedienza dovuta dall'inferiore al superiore nelle cose di servizio, e in tutto ciò che si appartiene all' autorità a lui conferita dai regolamenti». Concetto. questo, assai importante e nuovo. perchè stabilisce il principio che ciascun livello gerarchico- dunque anche il soldato- ha non solo doveri ma anche diritti; al tempo stesso, mantiene nei giusti lim iti il principio dell' autorità, che non è assoluta ma deve esercitarsi solo nelle cose di servizio e nell 'ambito delle leggi e dei regolamenti vigenti. Ri guardo all 'obbedi enza (Art. 3 - para.l 2) il nuovo regol amento conferma che essa deve essere pronta, rispettosa e assoluta; non compare più. comunque, la preci sazione del regolamento l 864 che <<anche all ' infuori del servizio, l ' inferiore deve al superiore deferenza e rispetto in ogni luogo, tempo e circostanza». Si accentua il divieto di menomare con detti o falli di qualsiasi genere l'autorità del superiore. di criticarlo (cosa «gravissima» in presenza di inferiori). A nzi : «quand' anche nell' esegui mento di una disposiz ione sorgessero di fficoltà o inconvenienti impreveduti, invece di esagerarli ai propri occhi e agl i altrui, il militare deve fare ogni suo potere per sormontare gl i ostacoli, e auenu ar e ogni effetto meno buono. Ciò è voluto dall ' interesse del servizio, ed anche dal sentimento di solidarietà che deve stringere tra loro tutti i membri dell'Esercito». L ' istruzione e l 'ordine sono altri capisaldi del Regolamento 1872 non trattati dal regolamento precedente. Dell ' istruzione si sottol ineano i ri flessi morali: «per essa l 'autorità del superiore si impone più facile e pi ù ferma, e l ' obbedienza dei subordinati viene più pronta e più intera». Auraversi di essa il militare acquista fiducia in sé stesso. nei commilitoni e nei superiori. a tutto vantaggio della coesione c compattezza dell ' insieme. Ci ascun militare ha il dovere di curare l ' istruzione propria e dei dipendenti, non !imitandol a solo alle rispettive attribuzioni, ma estendendola «a tutto ciò che può in qualunque modo conferire allo svolgi mento sempre maggiore delle forze intelleuuali c morali , e alla più perfetta cognizione dei propri doveri , non solo militari , ma social i»; in questo modo «l ' E ercito viene ad essere la vera scuola della nazione>>.


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L'ordine, che ne l regolamento 1864 anch'esso non riceve specifica trattazione, consiste «nell'abito di serbare personalmente il posto assegnato, di mettere ogni cosa al suo luogo, di fare ogni cosa al tempo prescritto». Esso «è condizione essenziale non solo per le operazioni di un esercito, ma per la sua stessa esistenza». Pertanto i superiori di ogni grado devono esigere senza mai stancarsi dai dipendenti lo scrupoloso adempimento di tutte le prescrizioni, che regolano anche le più minute operazioni di servizio. Solo in questo modo l'eserciz io di questa virtù diventa abitua le, fino a essere praticata dal soldato anche tra le e mozioni del combattimento e di fronte al pericolo. Essa continua la sua benefica azione anche quando il soldato torna alla vita civile, «diffondendo in tutta la naz ione le abitudini del vivere assestato, e il profondo sentimento del rispetto alle leggi». I doveri di ogni militare- che diventano «doveri morali» e non più «doveri generali» - sono trattati in forma più ampia del precedente regolamento, dando spazio soprattutto al le virtù interiori , ai sentimenti che deve possedere, mentre le norme di comportamento rimangono, nella sostanza, invariate: «gli obblighi che sono comuni ad altri cittadini, per i mi litari acquistano un vigore particolare; ed esso deve essere di modello a tutti nel rispetto delle leggi, nell 'osservanza dei doveri civili». «S i rassegna volenterosamente a vedersi privato di certi diritli e certe libertà, per meglio garantirne l'esercizio a tutti gli altri cittadini». Deve avere «per nonna costante de lle sue azioni in tutto e a qualunque costo l'alta idea del dovere», rendendo così una virtù abituale lo spirito di abnegazio ne e di sacrificio, con il quale «diventa atto a sopportare i disagi e le privazioni, intrepido ne i pericoli, generoso in ogni occorrenza». Oltre a g uardarsi dal gioco d'azzardo, dal contrarre debiti magari anche con gli inferiori, ecc., è tenuto a conservare sempre vigorose le faco ltà de l corpo e della mente con una vita sobria e m01igerata, astenendosi da ogni eccesso e dall 'alcool, «fonte troppo spesso di disordini, di risse, d' insubordinazioni , e causa di vecchiaia precoce e disordinata»; deve inoltre osservare le regole igieniche elementari. Anche le virtù delle quali il militare deve dar prova in guerra sono più diffusamente indicate: «gli è in guerra principalmente che debbono spiegarsi in tutto il loro vigore le virtù che costituiscono il vero militare. Allora è dovere d'ogni militare di sforzare non meno l'animo che il corpo proprio a fare l'estremo di ogni suo potere in sopportare con invincibile costanza fame, sete, intemperie di stagioni, fatiche di lavori e di marce, non avendo altro pensiero che l'adempimento del suo dove-


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re. Nel combattimento non recede mai dal suo posto, salvo che gli venga espressamente ordinato; attento ai comandi, li eseguisce prontamente; anima coll'esempio i suoi compagni e, se graduato, gl'inferiori, mostrandosi primo ove il pericolo è maggiore; ai suoi superiori fa scudo del proprio petto; e affronta intrepidamente ogni pericolo di ferita o di morte, persuaso che di quante belle e gloriose azioni può onorarsi l'umana natura, niuna uguaglia il morire per la Patria». I doveri del superiore, molto svi luppati, si aprono con una nuova norma aurea e pertanto senza tempo: «i/ superiore deve tenere per norma del suo operare che il grado e il comando gli sono dati per essere impie-

gati ed esercitati unicamente a servizio e a vantaggio dell'esercito e del paese, e per far osservare ai suoi dipendenti le leggi, i regolamenti e gli ordini militari. Quindi a lui per primo spetta di dare ai suoi subordinati l'esempio del rispetto alfa disciplina, e della rigorosa osservanza dei regolamenti; e questo dovere cresce quanto più elevato è il suo grado. Deve volgere ogni cura a sviluppare le qualità degli inferiori mediante l'istruzione, a conoscere e utifizzame le varie capacità, a mantenere fra di essi una severa disciplina, conquistandosi il foro rispetto, la loro stima e il foro affetto; ciò otterrà adoperando verso tuili egualrnente fermezza e bontà, giustizia pronta e imparziale, comandare chiaro, breve e preciso, conregno dignitoso insieme e affabile, alieno dalf'a frerigia non meno che dalla dimestichezza. Soprattutto, a concigliarg fi il rispetto e la stima dei subordinati varranno la condotta esemplare sotto ogni rapporto, il petfetto adempimento de' suoi doveri, e l'essere inesorabile nell 'esigerlo dai suoi dipendenti, non meno che l'intrepidezza e fa bravura di fronte a ogni pericolo; e gli acquisteranno la loro affezione, l'umanità del tra/lo e delle parole, e la premura sincera, costante ed efficace per il/oro benessere materiale e morale>>. Deve dedicare grande atlenzione aJla tutela della buona salute dei dipendenti, non solo nell ' interesse del servizio, ma per affetto verso di loro; fa perciò osservare tutte le prescrizioni igieniche regolamentari . Anche fuori serv izio reprime gli atti e il contegno contrari alla disciplina e al decoro della divisa. Vigila affinché gli ufficiali e graduati da lui dipendenti mantengano gelosamente la loro autorità c le attribuzioni del loro grado. A tal fine, deve lasciare a ciascun li vello gerarchico l 'autorità, la responsabilità e la libertà d'azione che gli competono, «astenendosi dall'esercitare esso, per un eccessivo amore del bene del servizio, le attribuzioni proprie dei gradi inferiori, salvo che circostanze eccezionali non ri echeggiano l 'opera sua direttamente». Ha tuttavia


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l'obbligo di controll are l'operato dei dipendenti, guidarli, ammonirli e se necessario punirli: «COlpevole di g rave mancanza in servizio e indegno della fiducia del Governo sarà il superiore che avrà tenuto nascosto il reato di un subord inato o che, per coprirne L'infedeltà, avrà rifuso del proprio il denaro mancante». Dalla corretta compi !azione delle note caratteristiche dipende l' interesse generale di tutto l'Eserc ito; pertanto gli ufficiali tenuti a compilarle «Sono mallevadori sull 'onor loro di tutti i torti che commettessero per trascuranza, per parzialità, per debolezza o per altri non retti motivi, come pure del danno c he ne risultasse al serv izio». È perciò loro stretto dovere individuare, alla prova dei fatti, le buone e cattive qualità dei dipendenti e descriverle con la massima accuratezza e la più scrupolosa imparzialità. T doveri del comandante di corpo e del comandante di compagnia sono confermati rispetto al precedente regolamento, e descritti con maggiore ampiezza. Tra le attribuzioni del comandante di corpo acquistano rilievo: la linea d'azione da seguire ne i riguard i di coloro che contraggono debiti senza onorarli; il dovere d'intervenire per «reprimere al primo indizio il concubinaggio [abbastanza freq uente in seguito all'obb ligo della dote per le mogli degli ufficiali e agli elevati limiti superiori di età prescritti per contrarre matrimonio -N.d.a.], origine di unioni indecorose, e causa troppo spesso di scandali , di dissesti e di rovina» (tale dovere non cessa se l' ufficiale contrae matrimonio religioso- ma non civile- con la concubina); il divieto di concedere faci litazioni o dispense dal servizio ai militari iscritti all' università, perché, per quanto lodevole possa essere il desiderio di favorirli nei loro studi, unico e preminente dovere dei militari sotto le armi è l' istruzione nelle armi; il dovere di controllare che gli ufficiali addetti a mansioni d'ufficio non trascurino le istruzioni e esercitazioni militari, con pregiudizio del loro avanzamento; il dovere di accertarsi che si facciano solo spese necessarie e di evidente utilità, e «Che tutti i militati ricevano ciò che loro compete, nel tempo e nella quantità e qualità prescritta, che non si facciano ritenzioni indebite, che non succedano malversazioni a danno degli individui ovvero del benessere del corpo tutto». Come meglio si vedrà in seguito, l'impianto fondamenta le del Regolamento 1872, i concetti di disciplina, subordinazione, ordine ecc., i doveri dei due livelli gerru·chici e amministrativi di base dell'esercito (colonnello e capitano), i doveri dei superiori rimarranno pressoché invariati per oltre un secolo, fino al 1965. Lo meritano: perché, anche oggi, i concetti del Fogliani non richiederebbero più di


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qualche ritocco. Si deve solo notare l'insistenza del Fogliani stesso sulle rare doti morali che deve possedere in misura eminente l' ufficiale, fino a farne una specie di asceta incorporeo estremamente lontano dalla società odierna e dai valori -o non valori- che essa esprime. Un concetto troppo ascetico della figura dell'ufficiale ha portato in passato, e potrebbe portare ancora, a ritenere che egli debba solo dare, e poco ricevere dal punto di vista morale e materiale; ricevere magari meno di quello che è giusto, che compete al suo ruolo e al prestigio della sua figura, che finisce col garantirne la serenità e favorirne l'impegno. Est modus in rebus: anche i Quadri (ivi compresi, naturalmente, i sottufficiali) in ogni tempo hanno avuto bisogno di un giusto trattamento economico e normativa che assicurasse loro, e alle loro famiglie, un decoroso tenore di vita e un giusto livello di benessere. Spesso ciò non è avvenuto, e non ci riferiamo solo al periodo dopo il 1945: i riflessi morali e sull'efficienza delle unità sono stati pesanti e inevitabili, perché l'ufficiale e il sottufficiale è uomo e non trappista. Ciò premesso, è un fatto che ai Quadri di ogni tempo, anche a quelli di oggi e del futuro, continuano a essere richieste doti morali non così indispensabili alla massa dei cittadini, e nemmeno alla classe dirigente; e che l'abnegazione, lo spirito di sacrificio, il disinteresse, l'amore per la propria Patria, il senso di responsabilità, la coscienza dei propri doveri nei riguardi della Nazione, dell'esercito e dei dipendenti, il culto dell'esempio, l'abitudine a decidere e operare per il solo bene dell'unità cui si appartiene, la solidarietà nei riguardi degli altri ... sono doti morali senza le quali certamente si può comandare, magari anche con minore fatica e maggior vantaggio proprio: ma sono anche doti, senza le quali non si può e non si potrà mai comandare bene, e operare nel solo interesse della Nazione e dell'esercito. Il Regolamento l 872 compilato dal Fogliani indica dei princìpi certamente di grande interesse, anche con pennellate di costume come quelle riguardanti debiti, gioco, concubinaggio, tendenza a nascondere le mancanze e magagne amministrative, ecc.: ma quali sono, al tempo i problemi di vita quotidiana, di costume? Una prima risposta oggettiva, anche tra le righe, si trova in due articoli sulla Rivista Militare del 1873-1874, che riguardano cioè l'esercito nel pieno delle riforme del generale Ricotti, Ministro della guerra dal 1870 al 1876: L'esercito Italiano nel 1872 (a firma D., e molto probabilmente ispirato dal Ministro) e Pensieri d'un colonnello sulla importanza e difficoltà del

l


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comando, a firma del maggior gene rale Camillo Linati, comandante fino a poco prima di un reggimento di fanteria6 • Nel primo di questi articoli si ricorda che l'emanazione del nuovo regolamento di disciplina si inquadra neli ' opera del Ministro tesa a «rafforzare la compagine morale dell'Esercito, rialzando il sentimento del dovere, della disciplina, dell ' ini ziativa e della responsabilità, doti indispensabili perché il concetto delle nuove leggi venga largamente compreso e esercitato ... » . Il nuovo regolamento è accompagnato da altri due provvedimenti: una circolare che tratta della libertà d'azione da lasciare ai comandanti di corpo, di battaglione e di compagnia e un'altra che esclude dall'invio in congedo illi mitato i militari completamente analfabeti, prescrivendo che gli stessi ogni due mes i siano sottoposti a uno speciale esame, per accertare se hanno raggiunto il grado d' istruzione richiesto per l'invio in congedo; è inoltre fatto divieto agli ufficiali di impiegare come attendenti i soldati illetterati. La circolare sulla libertà d'azione, riprodotta anche da autorevoli periodici militari esteri, «tende a sviluppare l'iniziativa individuale, a sostituire alla responsabilità collettiva, che non ha certo un valore pratico, la responsabilità degl'individui, a introdurre insomma il moto e l'emulazione, dove facilmente si annidano l'immobilità e l'indifferenza. Nessuno potrebbe disconoscere quante difficoltà si oppongano e quanti ostacoli bisogna superare perché disposizioni di un ordine molto elevato, ma pur sempre teorico, si infiltrino nelle file di una così vasta associa::.ione qual è l'esercito, e riescano a sostituirsi completamente alle vecchie abitudini; tuttavia il punto più decisivo da vincersi è l'inerte resistenza di queste abitudini, e se i risultati nei primi tempi saranno scarsi, nessun dubbio eh 'essi diventeranno sempre maggiori, quanto più coraggiosamente si progredirà sulla via dei progressivi miglioramenti soprattutto morali e intellettuali». Si registra favorevolmente anche il notevole sviluppo assunto dalla letteratura militare, corrispondente al risveglio dell'interesse del Paese per tutto ciò che si riferisce alla problematica delle Forze Armate. Gli ufficiali hanno com inciato a comprendere che il disimpegno degli obblighi di servizio non deve assorbire tutta la loro attività; non pochi di essi hanno esposti i risultati dei loro studi in parecchie pubblicazioni, «alcune delle quali si tolgono dali' ordinario così per la serietà degli

~<<Rivi sta

Militare Italiana» gennaio 1873, pp. 127- 154 e luglio 1874, pp. 5-27.


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argomenti trattati, come per il più completo rispetto di quel principio di autorità e disciplina, senza del quale la discussione militare può traviare, e diventare un pericolo grave, anziché manifestarsi come una prova del1'attività scientifica che esiste nel nostro Esercito». Anche gli ufficiali che non si sentono di pubblicare loro studi dedicano un tempo maggiore al perfezionamento delle loro cognizioni con la lettura, «e non lasciano, come un tempo, deserte le biblioteche». Si accenna, tuttavia, a seri problemi di reclutamento per i Quadri, dovuti «allo spostamento nei rapporti tra le diverse classi sociali, e nelle loro condizioni economiche», che ha prosciugato la tradizionale sorgente per la professione militare. Al di là dei provvedimenti di legge adottati e allo studio per migliorare lo status dei Quadri, «è mestieri riconoscere che l'ufficio del legislatore è insufficiente a togliere di mezzo tutte le cause principali che concorrono a diminuire il sentimento militare, a allontanare dalla carriera militare buona parte della nostra gioventù non solo, ma a rendere sempre maggiori i vuoti che si stanno facendo nelle file dell'esercito. Ogni riforma, lo stesso miglioramento economico e morale nelle condizioni degli ufficiali, non riuscirà a guarire il male che tutti unanimamente deplorano, se non sarà possibile il ristabilirsi di quell'equilibrio sociale che in un lungo periodo di guerre e eli sconvolgimenti politici andò quasi completamente perduto. L'obbligatorietà del servizio militare imposto a tutti i cittadini non mancherà di esercitare una salutare influenza anche nel sentimento militare del paese, sicché una maggiore partecipazione delle classi più agiate e più colte nella costituzione dell'esercito riuscirà ad alimentare di nuovo quelle fonti che sembrano ora pressoché inaridite e delle quali le istituzioni militari di un popolo grandemente si giovano [. ..]. Ci limitiamo intanto a esprimere i più caldi voti perché la gramigna della gente nova e dei sùbiti guadagni non estenda le sue radici per tutto il paese e in tutte le classi della società, in modo che le stesse istituzioni militari ne abbiano a ricevere ferita irreparabile. Ma vuole giustizia che si dica come non sia questo un male particolare d'Italia[. .. ]. Esso non è stato circoscritto a piccole proporzioni se non dove [probabile allusione alla Germania - N.d.a.] ha trovato resistenza nel fermo carattere e nel sentimento militare delle popolazioni, il quale non dipende solo dalle buone o cattive leggi[. .. }, ma trae la sua origine da una buona e morale educazione che incomincia nel seno stesso delle famiglie e va a fortificarsi sui banchi delle scuole e in un tirocinio molte volte assai breve nelle file dell'esercito».


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L'ottimismo del compilatore dell'articolo circa la possibilità che i giovani appartenenti alle classi più agiate e più colte della Nazione tornino ad alimentare i Quadri dell'esercito non sarà confermato dagl i eventi successivi. Non si può dire che questo sia sempre un male, perché, in una società democratica, ciò che importa è che la società sia tutta penneata da alti valori morali e che gli aspiranti Quadri militari siano idonei prima di tutto moralmente al delicato compito che li attende. Ad ogni modo, è sintomatico che un problema ricorrente nel secondo dopoguerra, relarivo alla qualità dei Quadri, già si presenti nei primi anni dell'esercito unitario. L'altro articolo citato, che riporta le considerazioni di un colonnello sull'arte del comando, è essenzialmente la conferma della validità dei princìpi del Fogliani c l'indicazione di come applicarli. Vi si accenna alla necessità di selezionare sia dal punto di vista fisico che morale i l personale di leva del reggimento di fanteria, eliminando e destinando a unità territoriali i soldati che non riescono a reggere alle lunghe marce e il grave peso dello zaino, e inviando alle compagnie di disciplina i soldati abitualmente indisciplinati, che potrebbero guastare gli altri. Occorre curare il benessere della truppa, e assicurarsi anche che abbia buone calzature e usi le pezze per proteggere i piedi; il soldato deve osservare le norme igieniche e lavarsi spesso. Tutte cose non facili da ottenere: «per me, ol/enere certezza che i soldati sì lavassero quotidianamente e bene gli occhi e il viso, è stata una delle più ardue imprese, e ci sono solo riusciw in parte, con perseveran-;.a, energia ed ostina-;.ione. Come si lava ed asciuga un soldato è sempre un piccolo mistero. Alla rassegna egli presenta 1m pe-;.;:.o di sapone che dura quanto il suo servi-:_io, Wl asciugamano pe1fettameme netto, di bucato, e un a/uv per lo più nascosto nel pagliericcio sudicio, nero e bisumo. Domandategli come si sia lavato e asciugato il viso, e lo vedrete tosto entrare in ambagi e reticen-;.e e perdersi in un labirinto di risposte vaghe e inverosimili». Per tutelare il prestigio della sua figura, un colonnello non deve farsi vedere troppo spesso; è però necessario che tutto veda e conosca da sé e che si accerti di persona che le sue disposizioni siano eseguite. Quando interviene, deve sempre far sentire la sua presenza con osservazioni giuste e opportune, prendendo nota delle pecche che riscontra per constatare in altra occasione se sono state corrette e eliminate: «un colonnello che sta tre ore ad osservare le istruzioni senza dir nulla. né fare osservazioni che dimostrino la sua superiore intelligenza ed esperienza, acquista forse concetto di zelante, ma vi rimette


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altrettanto di autorità e prestigio». Alle punizioni bisogna sempre abbinare le ricompense, alle parole di biasimo, quelle di lode: «non ho mai passato una rassegna senza essere anticipatamente deciso a trovare qualcosa da lodare; da biasimare si trova sempre». Le ispezioni devono essere brevi, frequenti e «mirate»: le rassegne lunghe annoiano il soldato; basta «l'esame rapido di qualche specialità, or l' una or l'a ltra», per mantenere sempre vigil e l'azione dei comandanti responsabili. Riguardo ai rapporti tra ufficiali, sottufficia li e truppa, «a lla franchezza e scioltezza con cu i ho veduto in una caserma in Francia due caporali bere l' acquavite col proprio capitano nella cantina de l reggimento, preferi1·ei la riservatezza aristocratica che osservai nell ' ufficialità in Inghilterra e anche in Prussia, per quanto dissuoni dalle nostre abitudini, indole e costumi. Ritengo che le tre classi del reggime nto debbano essere recisamente separate, usandos i da superiore a infe riore tratto affabi le e modi improntati di una paterna benevolenza». Riguardo alla disciplina degli uffic iali, bisognerebbe tener conto di quanto affermava un vecchio regolamento di disciplina di quarant'anni prima: «l' uffic iale i cui sentimenti del dovere e d e li ' onore non bastano a mantenerlo ne l retto sentie ro, non è degno di servire». Meglio lo spietato mezzo dell' eliminazione, che una serie di punizioni infruttuose. 3. I PROB LEMI QUOTIDIANI DEL REGGIMENTO E DELL'ESERCITO SECONDO IL GENERALE NICOLA MARSELLI ( 1889) Oltre che e minente teorico e scrittore militare, il generale Nicola Marselli è stato uomo di vasta esperienza, che ha vissuto per lungo tempo la vita dei reparti, dei Comandi e del Ministero, ricoprendo e levati incarichi a cominciare da quello - allora come oggi fondamentale - di comandante di reggimento. Esperienza preziosa che non è andata perduta, perché affidata dal Marselli all 'opera La vita del reggimento - osservazioni e ricordi ( 1889)1. Si tratta di una radiografia dei concreti problemi dell 'eserc ito e al tempo stesso, di un compendio delle idee che, come egli stesso afferma ne l proemio, ha «Cercato di esp licare» (c iò che implica che non sempre vi è riuscito) sia da colonnello comandante di reggimento di fanteria, sia da Segretario generale del Ministero.

' Firenze, Barbèra 1889.


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Ne scaturisce una serie di sapienti, suggestive e talvolta umoristiche pennellate, per trane dalla realtà quotidiana - senza eccessi polemici e ottimismi di maniera - delle idee, dei suggerimenti e ammaestramenti. Le sue critiche, quando c i sono e ci debbono essere, sono sempre velate, misurate, ponderate, costruttive: proprio per questo colpiscono ne l segno, e fanno del libro un documento prezioso per capire - al di là della problematica strategica, tattica e ordinativa - la realtà militare del tempo. La stessa data di pubblicazione (1889) ne aumenta l'interesse. Essa viene poco dopo la non felice esperienza de lla prima campagna colonia le in Eritrea. Segna la fine del positivo periodo di rinnovamento anche spirituale, di fiducia ne ll'avvenire innescato dalle illuminate riforme del Ministro Ricotti, e insieme l' inizio di un decennio non felice segnato dalla sconfi tta di Adua (1896) e da una difficile situazione interna, nel quale sembrano venir meno le tante speranze di tinascita e consolidamento dell'Istituzione militare secondo il vincente modello germanico, nate subito dopo la guerra 1870- 1871. La vita del reggimento dimostra quanto siano difficili da eliminare nell 'organizzazione militare italiana quei difetti di costume e mentalità, que lle lacune della vita quotidiana delle unità, che finiscono col cond izionare più di tante pur illuminate riforme ordinative, di nuove norme dottrinali, di laboriose circolari, l'efficienza e il re ndime nto dell ' ins ieme. I sociologi militari italiani di oggi hanno del tutto trascurato il Marselli, preferendogli autori stranieri più recenti, e anzi negandogli la quaJifica di sociologo militare: ma, dopo aver studiato questo libro, è difficile non riconoscere al Marselli il merito di essere un precursore in questo campo. Gli uffic iali più anziani di oggi, che hanno trascorso lunghi anni nelle unità dell'esercito secondo dopoguerra (per intenderei: nell 'esercito della guerra fredda) riconosceranno quasi a ogni piè sospinto l'attual ità dei problemi toccati dal Marsel1i, la freschezza di talune antiche figure militari (quale il colonnello e il capitano) da lui tracciate, e l'aderenza alla realtà di talune sue osservazioni, a cominciare da questa: «il colonnello di un reggimento è amministratore, istruttore, educatore di una notevole massa di uomini, che lo considerano come L'immediato rappresentante del loro Sovrano [oggi, dello Stato- N.d.a.] e de/ loro padre. Imm enso è il bene che può fare, quando è degno del posto che occupa e gli si lasci l'autorità necessaria: come immenso è il male che può produrre, quando non sappia né comandare, né amare, e gli si dia licenza di sbizzarrirsi a posta sua».


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Il Marselli è sostenitore della necessità di tutelare e, là ove occorre, rafforzare la disciplina. Ma il suo obiettivo è, appunto, la vera disciplina, secondo la quale l'ufficiale è un comandante tenuto per primo ad un'esatta osservanza dei suoi doveri, che deve avere sempre alto e nobi le il senso della sua missione e deve rifuggire dal carrierismo, da un deteriore individualismo, da atteggiamenti che ostacolino la solidarietà e la coesione tra i Quadri. Tale esatto concetto di disciplina comporta il rifiuto di qualsiasi chiusura alla società civile e dei modelli di ufficiale e di vita mil itare dei tempi passati, visti da taluni con nostalgia: «La vita pubblica e la vita militare sono ormai connesse in guisa che L'una rispecchia l'altra: il che ricordo non pure per dimostrare il carattere generale di un argomento che pare cotanto speciale, ma anche per evitare false interpretazioni intorno al valore di alcune osservazioni contenute in questo scritto. Non bisogna perdere di vista che se nell'ordinamento del nostro esercito si desidera maggiore autonomia negli organi principali e subalterni, più Larga sfera di autorità nei gradi inferiori della gerarchia e di iniziativa nell'individuo [evidentemente la circolare 1972 del Ministro Ricotti e le su modifiche ai regolamenti hanno avuto modesti effetti sulla vita delle unità - N.d.a.], non è già per un vizio proprio dell'Esercito, ma perché la vita pubblica italiana si risente tutta di quel difello di libertà e lo Stato è ordinato in modo rispondente [cioè corrispondente a tale difetto- N.d.a.]». Ne consegue un sano realismo, che non gli impedisce di essere moderatamente ottim ista sul futuro, e soprattutto sulla possibilità di applicare anche nel nostro esercito il modello tedesco, continuamente assunto come termine di paragone, sia pur tenendo conto che non sono possibili trasposizioni automatiche: «La pianta dell'ordinamento militare odierno non può prosperare che in un terreno fecondato dalla istruzione e dalla educazione pubblica: e però, spontanea in Germania, cominciò coll'essere esotica in Italia, ma finirà coll'essere naturale anche qui. Una imprescindibile necessità ci ha costretti a costruire in fre/la e in furia uno imrnenso square di piante in gran parte nordiche: ma, se vogliamo che non isteriliscano, curiamole molto ed adoperiamoci soprallutto a creare e sviluppare quelle condizioni che possono acclimatare le piante trasportate. È tanto più doveroso, in quanto che le condizioni da sviluppare sono appunto quelle che più direllamente corrispondono al cammino naturale delle società progressive, cioè l'istruzione pubblica e l'educazione civile e virile[ ... ] l modi di reclutare il nostro esercito e di farlo comballere, sebbene prussiani per la forma


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concreta ricevuta dal sistema complesso dell'obbligo generale, della breve ferma, della t ripartizione in esercito permanente, milizia mobile e mi/ba territoriale. delle armi a tiro rapido e della disciplina del fuoco, pur nondimeno esistevano in germe negli ordini militari del Piemonte, e, non si meraviglino i pedanti, nella scuola garibaldina del combattere. Non si possono leggere i consigli del generale Garibaldi ai suoi commilitoni, senza rimanere meravigliati per l 'intuito delle odierne forme tattiche che in essi si scotge. Si comprende allora che le piante esotiche possano a/lecchi re. lll01o sviluppo non avrà potuto procedere mediante un graduale adaltamellfo all'ambiente dell' istmzione e del/' educazione nazionale, come in Prussia; dovremo bensì follare COlli/O le difficoltà dell'avere piantato un albero troppo grosso su di un suolo non bene preparato: ma. siccome la terra è rigogliosa e il clima è propizio, così non è temerario I'Cllgomentare che si riuscirà a stabilire L'armonia fra La società italiana e i nuovi ordini militari. Ho di g ià osservato che, riguardo al modo di reclutare l 'esercito, i nuovi ordini rispondono allo sviluppo naturale e progressivo di una società democratica, qual è quella italiana, ed ora aggiungo che, quanto al modo di combal/ere, il soldato italiano, se non raggiunge la calma tedesca, è pur lontano dalla furia francese. Meglio educato e meglio addestrato, p otrebbe inca m are il pe1je11o tipo, in cui la sveltezza sposasi alla gravità»8 • La sua stessa ammirazione per il modello prussiano, dove le doti del Capo e la sua libertà d'azione sono clausewitzianamente tenuti in grande onore, lo porta ad apprezzare- diversamente da tanti altri generali provenienti dall'esercito piemontese e non, e dallo stesso Pìsacane - le doti anche strategiche dì Garibaldi: «egli era fornito delle qualità essenziali che costituiscono il Generale. l così detti uomini pratici penarono molto ad intendere le sue eminenti qualità militari, e però cominciarono spesso o coll'affidargli un comando da burla, come quando nel l 849 il Governo romano ne fece un tenente colonnello confinato a Macerata, o col circondarlo di diffidenze [accenno polemico all'operato militare del Governo rivoluzionario della Repubblica romana, del quale magna pars erano Mazzinì, e, per la parte militare, Pìsacane- N.d.a.]: ma sempre che gli si o.fferse l 'occasione di rivelare il suo genio e il suo valore, egli seppe coglierla in modo da destare invidia. E il suo genio consisteva in un ratO intuito strategico, nell'abi-

• N. Man;clli.LA Vita del reggime/1/o (Cit.), pp. 123-124 e 13 1.


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lità tattica per la guerra con catene e con stormi di cacciatori, nel risolversi con pronta iniziativa, moversi con instancabile velocità, combattere con ostinazione indomabile. Altre doti ancora sollevano questo gran guerrigliero all'altezza del gran generale: la facoltà di crearsi l'istrwnento della vittoria, d'infondergli vita e entusiasmo col fascino della sua persona, colla fede nella sua fortuna. Egli faceva appello alle forze morali del milite»9 • L'ottimismo del Marselli sulla possibilità di applicare col tempo il modello tedesco non è giustificato dagli eventi successivi, né le riforme da lui proposte hanno incontrato il successo che meritavano. Della difficoltà di attuare le riforme che ha in mente si rende conto egli stesso, quando ricorda che al principio del 1888, «stanco e ammalato per l'eccesso di lavoro» (nella carica di Segretario generale del Min istero) ha abbandonato la vita rninisteriale e si è recato a Palermo, e ammette (con evidente riferimento all'esercizio quotidiano della sua alta carica) che «potere ogni giorno far trionfare una idea che si reputa buona, impedire il compimento di un atto che stimasi dannoso, aiutare i meritevoli, punire i colpevoli, insomma servire lo Stato con efficacia, è certamente cosa seducente e che eleva l'animo; ma dovere ogni giorno penare per conseguire l'intento, a causa degli inveterati pregiudizi da vincere, delle passioni da combattere, degli interessi da ferire; vedere alle volte travisate le più mobili intenzioni; essere spesso costretto a sciupare La propria aflività nelle Lungaggini, nelle tergiversazioni e nelle torture inerenti all'eterna Lotta tra Le aspirazioni e La realtà, è cosa fastidiosissima, che sparge di tristez:::.a la vita, e che richiede qualità ben diverse da quelle puramente militari» 10• L'elemento prevalente nel libro è il rapporto tra esercito e società, che corrisponde perallro alle sue posizioni teoriche (Cfr. cap. III) e non è solo riferito al presente: anche in passato, quando gli eserciti d inastic i erano una comunità chiusa, ciò che finiva per prevalere, per decidere o meno d e li ' efficienza militare era pur sempre quello che potremmo ch iamare spirito della Nazione. E qui il Marselli nota che negli eserciti piemontese e napoletano di una volta «la macchina reggimentale non differiva gran fatto, e non valeva gran cosa nell'uno come nell'altro Stato». Se i risultati ottenuti sono stati diversi (eviden-

• ivi, p. 198. '" ivi, pp. 78-79.


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te il riferimento alle guerre d'indipendenza c agli eventi del 1860 nel Sud), «ciò è dovwo all'ambiente morale creato dalle vicende storiche,

dal carauere della Dinastia. dalla ragion politica per cui un esercito è ordinato e per cui combatte, dai sentimenti dei cittadini verso l'esercito, dalle virtù o dai vi-.i tradizionali del paese. Dalle buone correnti, che in cosijJal!o ambiente si sprigionavano, piuttosto che da un vero e proprio sistema educativo, applicato ne' reggimenti con assidua cura e con ra::Jonali conceui, sono derivati i buoni successi sul campo di battaglia. Era naturale che tali correllfi, penetrando nei reggimenti, assumessero il carauere di certe virrù militari, altamente educative; ma ILIIIO ciò accadeva per movimento spontaneo e non già sotto la forma rij7essa di le-.ioni morali, di preceui educativi, di alfi rivolti a conseguire in modo cosciente questo o quel jìne»11 • Come dire: prima ancor che dalle appropriate ci rcolari e dai buoni programm i, le virtù militari di un esercito derivano dal contesto politico-sociale e morale della Nazione, che vi trasfonde tutto il buono e dove c'è- tutto il cattivo, anche se «ciò non esclude che un razionale sistema educativo sia sempre necessario, nella vita interna dei reggimenti. o per fecondare i buoni influssi dell'ambiente esterno o per combattere quelli cattivi». L'impatto, sempre assai problematico, della democrazia sulla vita, la disciplina e l'educazione militare è un tema tipico dei nostri giorni. Eppure, già lo troviamo nei suoi termini essenzial i nel Mm·selli: di questo gli storici dovrebbero tenere conto. All'«influenza della democrazia sull'educazione militare)) dedica un breve capitolo, che si apre con la constatazione che in tutta Europa la religione- una volta strumento di governo - ha diminuito la sua azione educatrice su ll 'animo del soldato, per effetto dello sviluppo scientifico, industriale e democratico. Nel caso dell'Italia, poi, bisogna tener conto dei riflessi dell'ostilità del Vaticano nei riguardi dell'unità nazionale e del confl itto tra Chiesa e Stato. La democrazia non va confusa con la demagogia e non è contraria al principio di autorità e ad ogni regola disciplinare: «ma egli è certo che, colle sue abitudini di libera discussione, co' suoi princìpi di emancipazione, mal si armonizza con una vita fondata sul comando arbitrario e sulla obbedienza servile [ ... j. Nessun uomo d'ingegno, che comprenda il carattere de' nostri tempi, può nega-

ivi. p. 90.


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re che nel sistema democratico l'autorità militare non si sottrae al libero esame dell a coscienza dei soldati, e la disciplina meccanica non è acconcia ad ottenere una obbedienza sincera e sicura»'l. Jl ri sultato pratico è che «nel bilancio dell 'educazione militare abbiamo una partita attiva in meno. una passiva in più». Si tratta di combattere il malessere che ne deriva. abbandonando i sistemi antichi. E qui il M arselli cita Tocqueville. che nel capitolo XXV del uo libro La democra-:;ia in America affronta la tematica della disciplina militare nelle società democratiche. o servando che pretendere dai soldati di un popolo democratico l' antica disciplina cicca, rassegnata, minuziosa sarebbe controproducente, perché non vi sono preparati e non potrebbero sfruttare le loro doti naturali: «presso i popoli democratici, la disciplina militare non deve rischi are la distrutione del libero slancio degli animi: deve limitarsi a dirigerlo; il tipo di obbedienza che essa crea è meno esatto di quello antico. ma più spontaneo e più intelligente. La sua radice sta nella volontà stessa di colui che obbedisce: essa non si fonda tanto sul suo istinto. ma su lla sua ragione... ». Ecco. in nuce, il moderno concetto di partecipazione. con i l comandante che è anzitutto un coordinatore c un animatore: il Marselli ne prende ano. Non è più il tempo - egli afferma - di ottenere la disciplina con minacce, con punizioni che av rebbero come uni co ri sultato di formare un cattivo soldato. spesso un malfattore. Occorre «un sistema mi sto», che faccia intendere al soldato i suoi doveri. gli faccia amare la vita militare, e che solo se necessario lo punisca. Per farne un buon combattente, bisogna conquistare la sua anima con un gradu ale c paziente lavoro ed ucati vo; «facile è il primo modo di comandare, difficile il secondo: ma bi sogna per. uadersi che. pi accia o non piaccia, viviamo in tempi ne' quali il primo modo è un anacronismo. il secondo è una necessi tà». Dall 'azione della democrazia sull 'esercito si deve trarre spunro per migliorare il sistema educativo militare; ce n'è bisogno perché, sempre secondo il Marselli , nel nostro esercito siamo ancora assai lontani «da quella composta fraternità militare fra superiori e inferi ori , che il Tocqueville dice essere carattere degli eserciti democratici. e che oggi scorgesi negl i e erciti tedesco e austro-ungarico, sebbene questi siano reputati più aristocratici del nostro».

•~

ivi. p.

180.


Il/- R11o/t) .wcia/e c/e/1'/\titll:.imre mi/iw re. soldato e di.H·iplina

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Si tratta anche di far fronte all'antimilitarismo proveniente dalla tribuna parlamentare, dal foro e dalla stampa, ai «rctori sofisti» che consider ano perfido ogni allo dell'autorità, c santo ogni atto di ribellione: «incredibile è il male che reca all a vita militare la moltitudine degl'insetti roditori di tutto quel complesso di idee e sentimenti, che costituisce un forte esercito, un'ordinata società». Non è necessario che il soldato esca dalla caserma per respirare «quest'aria ammorbata»: arriva in caserma con i coscritti e con la stampa. Non si può ceto impedire che i soldati imparino a leggere e scrivere, e se si proibisse la leuura di quei giornali che minano la disciplina. non si farebbe che renderla più gustosa e ambìta: «nel regno della libertà non c'è che un mezzo solo per combattere il male accennalo sopra: parola contro parola, stampa contro stampa». Occorre perciò un giornale popolare, che ispiri nobili sentimenti e rievochi le glorie dei vecchi eserciti. Tale è, secondo il Marselli, il giornale La Caserma, la cui nascita è stata da lui incoraggiata: la somma richiesta dal suo finanziamento sarebbe più utile di quella necessaria per un nuovo obice. Dal vecchio al nuovo reggimento, dalla vecchia alla nuova figura deli' ufficiale: nonostante le difficoltà dei tempi c i problemi che i l nuovo tipo di società e di soldato comporta, il Marsell i non ha alcuna simpatia per il passato, e dissemina il libro di frecciate per gli ufficiali conservatori, nostalgici di un buon tempo antico che in fondo non lo è affatto, e che comunque non può tornare. Gli antichi reggimenti -egli ricorda - non compensavano l'ozio intellettuale con l'aumento dell'attività fisica e/o con l'educazione morale. In tempo di pace. le loro auività si riducevano a esercizi in ordine chiuso in piazza d'armi, servizi di presidio, parate e funzioni religiose; rare le marce; regnava l'ozio; «la scuola aveva preso stanza dal liquorista e dal cantiniere e le sue classi erano ripartite secondo i bisogni degl'intestini». Non esisteva educazione morale; la disciplina era fondata sui ferri e l'autorità sul le legnate. Il soldato arrivava alle armi ignorante e tornava a casa ignorante; il sottufficiale non veniva danneggiato dalla scarsa istruzione, «perché rendevalo quale deve essere: modesto e rassegnato alla propria posizione». L 'ufficiale, a sua volta, risentiva della poca cultura e del molto ozio; «ma, insieme col non piccolo stuolo di ufficiali strenui bevitori e giocatori. o avviliti padri di numerosa prole, ci erano uomini ricchi di altissime virtù, i quali, se riuscivano a pigliare il disopra, davano aJ reg-


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L 'ane militare del 2000

gimento una intonazione, che poteva trascinarlo a compiere egregie cose, nonostante i suoi vizi di educazione» 0 • Va anche osservato che

«nei tempi passati, dalle mense si usciva non di rado brilli o con w1a sfida a duello, cosa che non giovava certo alla disciplina. Oggi detestabile è quel tipo di soldato avvina;;;;ato, sciabolatore, attaccabrighe cogli eguali, prepotente cogl'inferiori, brontolone verso i superiori. Si dice che quel soldato facevasi ammaz::.are. E chi ha prove per sostenere che scapperebbe il soldato dei nostri /empi e dei nuovi ordini mi/ilari? È scapparo forse il soldato prussiano? Non so11o morti al proprio posto i so/dali di Dogali ? e per gli ufficiali i11 guerra non ci vuole forse più coraggio a scappare che a farsi amma;.zare? Se /'educazione nazionale e lo spirito della palria sorreggeranno il militare odierno, questo farà il suo dovere come l'antico, ma sollanto lo farà con meno liquore nello stomaco e più cultura nel cervello. Più che dalle forme e dagli ordini militari la vittoria dipende dalla virtù della mente e del cuore. Quando mancò questa, scapparono i soldati con lunghe ferme e gli ufficiali troupiers; quando non ve ne fu d ifel/o, vinsero i soldati con brevi ferme e gli ufficiali colti e ci vili» 1 ~. Di qui l'ostilità del Marselli per i circoli ufficiali e per le mense obbl igatorie, utili solo dove non esistono circoli di nessuna specie, c quando non c'è altro mezzo per ottenere che gli ufficiali stiano più uniti, pranzino a prezzi modici e attendano meglio agli obblighi di servizio. Il continuo contatto tra ufficiali è tutt'altro che opportuno, perché genera malumori e pettegolezzi ; d'altronde «è innegabile che i circoli sono

poco conformi allo spirito dei nostri tempi, i quali richieggono che gli ufficiali escano dalla ristrella cerchia dello spirito casta/e e moltiplichino le loro relazioni con la socie1à civile, lalliO più che i nuovi ordini mililari abbracciano tu/la la na::.ione, per il che ogni borghese valido è divenuto w1 mi/ilare, nel lempo s1esso che ogni mi/ilare si sente più ciltadino»15. Molto utili, invece, le periodiche ri unioni conviviali, che cementano il senso di solida1ietà e sono tanto più benefiche, «quanto meno diventano un' abitudine noiosa e un obbligo insopportabile». Nelle riflessioni del Marselli compare un altro leit-motiv, un'altra esigenza del secondo dopoguerra, che taluni credono, appunto, tipica

" i vi. p. 88. '' ivi. p. 56. " ivi. pp. 57-58.


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Il/- Ruota .m ciale de/1'/stitu::.i ane militare. soldlllo e disciplina __;:,.._

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dei nostri tempi. Ebbene, oltre un secolo fa egli scrive che l'ufficiale deve essere più colto rispetto al passato, per due ordini di motivi: a) gli eserciti sono diventati organismi sempre più grandi e complessi, quindi per guidarli in guerra non basta più l 'intuito. il genio del Capo. non basta più un solo cervello ma ne occorrono molti; b) non si tratta pit• di «maneggiare una massa di contadini, aventi la sotti le ma bonaria astuzia delle scarpe grosse; si tratta del governo di uomini la cui intelligenza è di già più aperta, e si aprirà, maggiormente», che sono diventati «meno disciplinati e meno governabi li colla sola autorità materiale o formale, così che è divenuto in pari tempo indispensabile di ottenere, col prestigio della cullura e con la vigoria della mente. effetti ancor più complessi di quelli che una volta si ouencvano col semplice atto di una volontà assoluta» 1b. L'organizzazione del reggimento c, al di là di essa, dell'esercito del tempo, è tale da far fronte alle nuove esigenze, eliminando i difetti del passato? Da quanto ne dice il Marselli, la risposta è più negativa che positiva. Non è possibi le soffermarsi sui particolari da lui toccati, e sulle relative proposte di miglioramento. Ad ogni modo, la critica fondamentale che egl i muove all 'organ izzazione del reggimento del tempo è che si è passati da un estremo all 'altro (cosa peraltro diflìcilmente evitabile perché è legge sociale che, prima di trovare un punto di equi librio, si tocchino ambedue gli estremi). In generale, «il nostro esercito venne forse con soverchia precipitazione trasportato da un sistema, nel quale il sapere era quasi disprezzato, ad un sistema in cui il sapere si è sviluppato con eccessiva prevalenza» 11• Nei reggimenti l 'educazione intelleuuale e fisica ha troppo prevalso su quella morale, trascurando che «la cu ltura della mente, l 'educazione del carattere e la ginnastica delle membra debbono essere pari a tre forze attive e convergenti verso l'unico fine di formare l'uomo intero, l'uomo civile o l 'uomo di guerra per eccellenza»; né si può trascurare che la diffusione in forma troppo esclusiva del sapere «rafforza i cervelli, ma togli nerbo ai caratteri , vigore all'azione, freschezza alla vita». L'eccesso di ozio nei reparti di una volla è stato sostituito da un eccesso di attività: «a questo si aggiunga che, anche per effetto di un eccessivo accentramento e della troppa burocrazia. il trionfo di quel

•• ivi. p. 143 c 148. " ivi. p. 20.


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sistema amministrativo, che bene a ragione è stato definito cartaceo, non pure toglie al colonnello ed ai capitani gli ultimi ritagli di tempo, ma tende a trasformare anch'essi in soldati burocratici, in lavoratori delle officine. Il complesso infine di queste svariate occupazioni è sottoposto al moto accelerato del vapore e dell'elettrico ...» 18• L'Istruzione 23 ottobre 1887 prevede che nel reggimento siano organizzate ben sette scuole (elementare, per aspiranti caporali. per aspiranti sergenti, di contabilità, per allievi sergenti. superiore per sottufficiali, per all ievi ufficiali di complemento). Per gli ufficiali sono previste: istruzioni per le manovre sulla carta e giochi di guerra. nozioni teoriche sul tiro, conferenze di tattica, conferenze sul regolamento di servizio in guerra, istruzioni sul servizio delle artiglierie, istruzioni su lla mobilitazione dell'esercito. A queste molteplici attività dei Quadri si aggiungono le istruzioni interne per la truppa nel periodo invernale, e interne e esterne, con campi, manovre ccc. nel periodo estivo; alla domenica mattina, infine, il generale comandante della Brigata passa in rassegna le truppe, con sfilamento. Inserire nell'orario giornaliero una siffatta pletora di disparate attività. tenendo conto anche dei servizi di caserma, «è l'operazione più difficile per un colonnello, il qual creda nelle regole dell'igiene fisica e menta le, e non abbia come suprema norma di tener modo che agli ufficia li non rimanga il tempo neanche di far colazione». Ne deriva che «non solo nell'ordinamento degli eserciti; ma anche nella loro istruzione, siamo schiacciati dalla quantità e poniamo in seconda linea la qualità». In proposito, va osservato che «il lusso dei prograrnmi, delle artificiali manovre, delle geometriche combinazioni tattiche, de' giochi di guerrct, delle banderuole, cartelloni e simili, aumenta in wL esercito quando da molto tempo non ha jaflo la guerra, e diminuisce d'assai dopo una campagna seria. Possicuno da ciò inferire che l'eccesso del formalismo e dello scolasticismo ci allontana anziché avvicinarci alla guerra reale» 19• L'eccesso di regolamenti e di attività nella vita del reggimento ha provocato altri tre grossi inconvenienti. Le circolari sono andate a poco resu·ingendo la libertà d'azione del colonnello, «trasformandolo insensibilmen te in una macchina non automotrice». Al tempo stesso, l'ec-

•~ ivi. p. 92. •• ivi. pp. 92-97.


/Il- Ruolt> wC'iale de/1'/Mim;;ione miliwre. soldaw t' di.H'Ìf,_JI_il_ w _ _ _ __

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cesso di vita collettiva. gli impegni pressanti di servizio, la tendenza a regolamentare ogni cosa hanno contribu ito a soffocare la personalità degli ufficiali dci reparti, la loro vita individuale, creando un 'eccessiva uniformità di caratteri che non si riscontrava negli antichi reggimenti. nei quali «la minor cultura. l'ozio maggiore c l'agiatezza degli ul'lìciali aristocratici lasciavano coesistere una ricca varietà di car atteri individuali, di tipi militari». A l momento, è necessario che in un esercito l ' unità del metodo si armonizzi con la varietà dci caratteri, con la personalità degl i ufficiali: anche per questo il Marselli è contrario a circoli e mense, che tendono a «trasformare la caserma in un convento, sino a fargli pigl iare a prestito eziandio il refettorio». Un ultimo inconveniente dell'eccesso d'attività è il logoramento precoce e l ' invecchiamento anzircmpo degli ufficiali, sì che si presenta un nuovo dilemma: «O conservarli logori per la guerra, o gettarli non ancora vecch i di an ni in quello stato di povertà che si chiama posizione ausiliaria». Per ovviare a questi inconvenienti - prosegue il Marselli - alcuni propongono di bandire la cu ltura dall'esercito: «altri vorrebbero tm aumento della ferma di leva, in modo da disporre di maggior tempo per f'educa-;.ione morale e tecnica del soldato; altri infine, riconoscendo l'impossibilità di fa re ritorno ai beati tempi dell'oscurantismo e di aumemare la ferma, si sollopone al nuovo ordine di cose come ad 1111 fallo nwlejìco e immutabile, rimpiange il passaro con lama maggiore amare-;.-;.a quamo minore è la speran-;.a di 1•ederlo risorgere e la memoria delle sue magagne, e si abbandona a continue lamentazioni contro gli ordini, elle dovrebbero applicare e vivificare. E coslnasce un altro carattere dei nostri eserciti, dei nostri tempi di passaggio: la macchina è affidata, in parte, al maneggio e alla custodia di alcuni operai che troppo diffidano di essa e rroppo ricordano le macchine antiche>> 211• Tn aderenza alla sua mentalità, al suo approccio hegeliano del quale abbiamo già trattato (Cfr. cap. III), il Marselli anche nel caso dci rimedi e miglioramenti da apportare all'organizzazione del reggimento c dell 'esercito è sostenitore del giusto mezzo: «noi 110 11 apparteniamo alla scuola elle vorrebbe distruggere la cultura, la breve ferma, le promo-;.ioni a scelw, il corpo di Stato Maggiore e tuili gli ordini militari presemi, solo perché in un periodo di rea-;.ione si è esagerato nel nuovo indiriz-;.o e si è sbagUato in certe modalità. A certi mali, che noi pure

"" ivi. p. 101.


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L'arre militare tle/2000

deploriamo, vogliamo trovare un rimedio, senza però rinnegare lo spirito dei tempi, le conquiste intellelluali del sapere tecnico, il progresso delle nuove istituzioni militari. E il rimedio vero e pratico sta nell'applicare un metodo più razionale al medesimo contenuto delle presenti istru zioni tecniche [. .. ] non si tratta dunque di demolir nulla. ma di temperar gli eccessi dello scolasticismo e di svolgere maggiormente Le virtù pratiche dell'uomo di guerrC/ ... » 21 • A li vello di reggimento, perciò, si traua di razionalizzare e diminuire le auivi tà, dando maggiore spazio all' educazione morale del soldato e lasciando ai comandanti maggiore tempo per la cura e la disciplina del personale. Poche att ività ben condotte, perché lo scopo è l ' istruzione del soldato e non lo svolgimento di progra mmi troppo vasti: «i l profitto non si misura dalla molta zavorra, confusamente e febbrilmente ammassata, ma è frutto di un lavoro calmo. paziente, ordinato, grad uale. che in poco volume distilla la copi osa materia greggia». Bisogna eliminare l a troppo scarsa cultura dell'ufficiale dell e A rmi di linea e il troppo meccan ico addestramento del soldato, entrambi incompatibili con l 'adozione dell 'ordine sparso imposta dall'efficacia delle armi moderne. Bi sogna combattere nello stesso tempo «l 'eccesso delle scuole nei reggimenti e il difetto della cultura nelle scuole», eliminando l a contraddi zione insita nel fatto che «in un medesimo esercilo prevalgono l e tendenze teoriche nella vita pratica e le lacune della cultura nella vita teorica». Nelle scuole per ufficiali devono avere più largo sviluppo gli studi classici, letterari , storici e sociali, «che formano l' uomo e l'educatore». Al momento, gli ufficiali in servizio permanente arrivano ai reggimenti dalle scuole militari «come inesperti nuotatori lanciati nella grave acqua», con negativi riflessi anche sul loro prestigio e rendendo necessario organizzare anche per loro un corso d'orientamento preliminare. Per el iminare questo inconveniente, bisogna isti tuire una scuola di applicazione a sfondo pratico e applicativo. L'obiellivo ideale da raggiungere per i Quadri è una classe di uffici ali omogenea per cultura e per educazione come in Germani a, «per il che nessuno dovrebbe diventare ufficiale se non supera le medes ime prove, senza alcu n privilegio di classe, né in favore

:o ivi. pp. 102- 103.


111- Ruolo sociale dell'lstiwzione militare, soldato e disciplina

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del nobi le, né in favore del plebeo». Tanto i l sottuffici ale che il soldato devono avere la possibilità di concorrere all 'ammissione alla scuola militare di Modena: c questo deve bastare. Va quindi capovolto l ' indirizzo del momento, che con la scuola spec iale per sottuffic iali di Caserta e la sc uola superiore per so ttuffic iali dci reggimenti mira a far fronte alle es igenze numeriche di ufficiali attingendo in misura troppo elevata ai sottuffi ciali, con un dupli ce i nconveniente: compromettendo l 'omogenei tà della categoria ufficiali e facendo spesso del sottufficialc italiano una figura irrequieta c insoddisfatta. che adempie mal volentieri agli obblighi di ser vizio e concepisce il proprio grado come una mera fase di passagg io per raggiungere il grado di ufficiale di ventato pratica mente un diritlo, perché ormai «il princ ipio democratico dell'eguagl ianza non è inteso nel senso della parità di merito per occupare un dato posto, quale che sia la nascita e la posizione soc iale; ma co me diritto naturale di una classe, di una categoria, di un grado a consegu ire un grado superiore»22• Il souuffìciale applica il mono «meglio un tenentino che un scrgentonc»; dovrebbe invece appl icare il motto «piuttosto un gran sot(llfficialc che un piccolo luogotenente». Ciò equivale a «adattarsi alla propria nicchia. restringersi al proprio orizzonte, proporzionare l 'ambizione alle forze. mirare al grado di ufficiale se si posseggono le necessarie cognizioni. contentarsi altrimenti dei vantaggi non liev i. presenti c futuri. che alla posizione del sottufticiale sono annessi c, ad ogn i modo, far sempre il proprio dovere con modestia e zelo» 2'. Sottufficiali validi e soddisfatti della loro condizione, uniforme reclutamento e seri a cultura degli ufficiali sono, insieme con lo sviluppo dell'educazione nazionale del cittadino, gli indispensabili cardini del sistema prussiano di ferma breve. Circa la ferma, in parecchie parti del libro il Marselli manifesta apprezzamento per i vantaggi - primo di tutto nel campo operativo e della mobilitazione- del sistema di reclutamento territoriale vigente in Prussia. che tra l'altro contribuisce a ridurre la nostalgia del soldato per il paese natìo: ma ritiene che, nella concreta situazione italiana ben diversa da quella tedesca, sia la ferma più breve sia l 'adozione integrale

:: ivi. p. 137. :• ivi, p. 133.


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di tale forma di reclutamento siano ancora premature. faua salva la possibilità di completare con un reclutamento territoriale più rapido almeno le unità dislocate ai confini. Il Marselli ritiene, tuttavia, che la ferma dovrebbe essere resa più produtti va «richiamando r eserc ito all e sue vere funzioni » e rccuperando così tempo per l'educazione morale. Nei primi anni dell ' unità nazionale, si è reso necessario che lo Stato, avvalendosi dell 'esercito, provvedesse «a certi bisogni materiali c a certe necessità intellettuali , il cui soddi sfacimento in tempi di più diffusa civiltà e di maggior governo di sé potrà essere abbandonato alla libera azione dell 'atti vità indi viduale e locale». L'eser ci to ha dovuto «soccorrere e istruire un popolo di analfabeti, che non sapeva aiutarsi da sé stesso». Sì è così trasformato in scuo la elementare, e iJ soldato è diventato «infermiere, panettiere, guardi a sanitaria, monatto. guarda-bàrberi e s imili »~·. Così facendo l 'esercito ha acquisito alti meriti: ma si tratta pur sempre di impieghi temporanei e impropri. La scuola pubblica non può essere una sempl ice preparazione ali' opera della scuola reggi mentale. come ritengono taluni uomini politici del tempo. Questo perché «in generale i nobili e pietosi uffici del maestro elementare, della guardia di sicurezza pubblica, della guardia contro il colera e simili, oltrepassano i doveri a cui w1 esercito è tenuto, ed a poco a poco potrebbero .maturar/o{... }. Un cosiffallo allargamento di occupa::;ioni non si pub verificare che a scapito della educazione intellelluale dell'Esercito, il cui programma è già così superficiale, e della educa::;ione morale militare, la cui scuola è così meschina. Accentuandosi sempre più un tale indiri::;::;o, l 'Italia finirebbe per avere Wl esercito della salute, invece di un esercito per la guerra >>·~. Non è possibile prendere io esame altre analisi e proposte del Marsellì, che pur lo meriterebbero se non altro perché toccano problemi ancora in tutto o in parte attuali. Per il momento, merita di essere sottolineato il fatto che un ufficiale in servizio di grado elevato, che ha ricoperto e ricopre alti incarichi, pubblichi senza remore le proprie personali valutazioni e proposte su un complesso di problemi assai delicati e controversi.

" ivi. pp. 119- 120. ·• ivi. p. 122.


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Il/- Ruolo socialt' tlt'lrl\titu::.imlt' militart'. .wldma t! cli.1cipluw

4. L'IMPATTO DELLA DEMOCRAZIA. DELL'ANTIMILITARISMO E DEL SOCIALISMO SULL'ISTITUZIONE MILITARE TRA FINE SECOLO XIX E L' INIZ IO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE Il Marsclli sente i nuovi tempi, sente premere i nuovi impulsi, non tutti positivi, della società i ndustriale. La nuova discip lina che egli vagheggia è difficile da ottenere nella pratica. Gli stessi problemi si pongono anche per la marina, tradizionalmente portata a forme disciplinari ancor più dure. Gabriele D'Annunzio. nel suo libro del 1889coevo a quello del Marselli- L'armata d'lwlia (per «armata» al tempo si intende la notta) critica duramente il tipo di di sciplina basata . u autoritarismo c repressione che a suo dire ancor prevale sulle navi, c pone la domanda retorica: «Or che cosa intendi amo noi per disciplina? una assoluta. cicca obbedienza al le insegne del comando o una perfetta armon ia di fede c di intenti tra superiori e inferi ori ? Insomma, un 'azione fisica o un fenomeno di coscienza?»zn. Dagli scritti dello stesso Marselli si deduce che non tuni, nell 'esercito, sono convinti della necessità di cambiare le forme e il costume disciplinare quotidiano. Poiché in questo campo la completa c puntuale applica1..ionc di nuovi criteri molto dipende da una convinta adesione di chi li deve applicare, si tratta prima di tutto di preparare i Quadri a far fronte alle esigenze dei tempi nuovi. e, in secondo luogo. di creare le concrete premesse organizzativc af'finché gli ufficiali dci reparti possano dedicare all' educazione del soldato il tempo e le energie necessarie. Dovrebbe, insomma. prendere forma una ligura di ufficiale conscio dei suoi nuovi doveri e dotato della cultura, della spinta, dell'entusiasmo necessari per proporsi come educatore e portatore di valori ideali tali. da combattere con efficacia tutto i l bagaglio teorico dell 'antimilitarismo che si va diffondendo anche tra la truppa. Gli ultimi anni del secolo X IX. dominati dalle cri si sociali e dall 'esito traumatico della guerra d' Eritrea. non creano ceno le condizioni necessarie per rinsaldare moralmente la compagine militare. per creare all ' interno dell'esercito e tra i Quadri un clima di serenità e di fiducia. Come già accennato nel precedente capitolo III, anziché il periodo di consolidamemo e miglioramento vivamente auspicato dal Marselli ha inizio

:o G.

o· Annuntio. L 'Annata d'lwlitl ( 1889). Ri~l:lmpa Vcnctia. Zaneui 1919. p. 57.


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per l'esercito un periodo di crisi, che dura fino alla vigilia della prima guerra mondiale, dove convergono motivi disparati, che tutti contribuiscono a creare un disagio. un malessere militare corrispondente del resto alla crisi anche morale della Nazione: i postumi lontani ma sempre vivi della sconfitta del 1866, alla quale si aggiunge quella di Adua del 1896; il trattamento economico, normativo e di carriera degli uflìciali, dei sottufficiali e dei carabinieri , che suscita malcontento c proteste degenerando persino in pubbliche manife tazioni contrastanti con la disciplina; la diffusione dell'antimilitarismo, del pacifismo c del socialismo; il sempre più frequente impiego della fanteria c cavalleria in ordi ne pubbl ico; i rinessi, anch'essi nocivi sulla disciplina, dell'adesione di non pochi ufficiali alla massoneria, che creava gerarch ie occu lte diverse da quelle ufficiali e dava a torto o a ragione adito a sospetti di favoritismi nella carriera e di camarille. La situazione che si crea sembra spegnere, nel popolo italiano e nell'intellenualità, gli ideali e le speranze del Risorgimento. Essa è descritta dal generale De Chaurand nel citato libro del 1929 Come l'Esercito Italiano entrò in guerra17; molto interessante anche il libro La vita di w1 ufficiale italiano sino alla guerra del generale De Rossihl. Il De Chaurand scrive che «i gruppi dirigenti del Risorgimento

si erano esauriti [... }; in complesso, niente popolo consapevole e volitivo, non classe dirigente che ne fosse organica emana:ione [ ... } quindi indebolimento delle istituzioni militari ed esclusione dalla concezione democratica dell'idea della guerra e di rutto ciò che ne è la preparazione. La società moderna, distruggendo le cause della disuguaglianza civile, ha facilitato lo sviluppo delle disuguaglianze economiche, e la loua per/ 'esisten:a, oggi divenuta folla economica, non è tale da fecondare, e tanto meno da suscitare, il culto degli ideali, fondamento dello spirito milirare di w/Cl Nazione. Lo contrastavano allora gli umanitari, come un ostacolo al graduale svolgimento degli ordini civili, ed in opposi:ione all'ideale di giustizia e di equità sociale; lo combauevano i socialisti come disperditore di for:e, che avrebbero potuto rivolgersi a beneficio delle classi /avorarrici, o ad imprese feconde per l'agricoltura e le industrie. L'improdurrività delle spese militari, consi-

' r:.

Dc Chaurand dc S.E .• Come/' Esercito lwlimw tmtrt} in guerra (Cii.). pp. 129-178. .. Milnno. Mondadori 1928.


111- Ruolo .wciale dell'lstittdmw militare. soldaw e disciplina

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derale quali una sottra:ione al benessere sociale. divenne presto in Italia tm articolo di fede, tm argomento adottato in ogni circoS{(LJL:a per combattere il militarismo - vocabolo foggiato in quell'epoca da Guglielmo Ferrero, per significare fa prevalenza dell'elemento militare e l'eccesso di quanto è pertinente al militare ma, in realtà, rivolto a demolire l'idea di Patria, impersonata nell'Esercito na:ionafe, , Fin dalle sue prime manifestazioni il ocialismo prende decisamente posizione contro l'e ercito, facendolo coincidere con il militarismo totll court, cioè con la degenerazione dei valori militari. Un ordine del giorno approvato nel 1891 dal Congresso operaio di Milano detinisce il militarismo «l 'applicazione dell a forza e della violenza alla difesa c alla conservazione delle classi c istituzioni privi legiatc» c indica la necessità che gl i operai facciano un 'attiva e continua propaganda contro «i dannosi effetti del militarismo e contro i sentimenti patriottici c nazionali, che ne formano il pretesto, nonché contro l'insegnamento morale della gloria e dell'onore militare». Commenta il De Chaurand che, in tal modo, «un profondo fossato si apriva tra l'esercito e il proletariato; ed un tentativo di provocare un movimento rivoluzionario nell'esercito, fu sventato per la vigi lanza delle autorità militari». Il De Chaurand aggiunge che l'ala rifonnista dei social isti, sia pur non senza contraddizioni e dopo lunghe polemiche, finiva col riconoscere «la necessità di armare la Patria», sia pure a scopo meramentc difensivo e senza far intervenire l'esercito nei conflitti tra capitale c lavoro. Al panorama tracciato dal De Chaurand andrebbe aggiunto, a nostro parere, che anche nella parte politica, per così dire, moderata e conservatrice e nella borghesia produttiva non mancavano certo coloro che ritenevano improduuive le spese militari, che consideravano gli ufficiali dei parassiti e comunque facevano della riduzione delle spese militari i l ri medio principe, la strada meno impopolare per rimediare al cronico dissesto della finanza pubblica. Come reagisce la stampa mi litare - a cominciare dalla Rivista Militare Italiana - alla diffici le situazione? come controbatte la propaganda antimilitarista, che trova facile alimento anche nei disagi della vita di caserma, nel problema dei suicidi, in veri o supposti soprusi? Non mancano opere che riguardano le vicende dell'antimilitarismo nel periodo in esame e anche il passaggio - naturale più di quanto si creda - delle correnti social iste più estremiste dall'antimilitarismo più intran-


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sigente ad un altrettanto intransigente interventismo nel 1914~; ma il pur necessario esame di quanto si pensa nel campo opposto, delle tesi a favore dell'Istituzione militare non è stato ancora tentato. In questa sede, possiamo solo accennare a qualche aspetto caratteristico della reazione del mondo militare. Nei suoi citati libri Le odierne tenden-;.e nel/ 'organi~a-;.ione degli eserciti ( 1888) e Le istitu-:;ioni militari odierne e il loro awenire (1895). lo stesso generale De Chaurand non fa che ripetere e ampliare (senza citarli ) le argomentazioni del Marselli e- sotto taluni aspetti -del Tocqueville: lo sviluppo capitalistico e della democrazia. la diffusione del benessere sono tutte cause concomitanti che concorrono a smorzare lo spirito militare nelle popolazioni; «di fronte alla politica degli Stati che serba il carattere nazionale, s'erge il complesso della vita moderna la quale assume ognora più indole cosmopolitica». Per contro, nonostante gli appelli e i congressi dei pacifisti. i progetti di arbitrato delle contese tra Stati. ecc., la prospettiva della guerra non è affatto scomparsa, anzi esistono in Europa i germi di una futura lotta. magari interna agli Stati. Tn questo quadro, «speriamo che il conto dei sedicenti umanitari non sia quello del gufo. e non debba riuscire ingrato ne giorno fatale nel quale. dall 'esercito discusso e ridiscusso, si reclamerà, oltre la fort.a materiale. anche quella fede c quel vigore morale che si fa a gara per togliergli». Secondo il Dc Chaurand le ripercussioni del nuovo stato di cose sulla figura dell ' ufficiale hanno capovolto la situazione antica: prima era la nasci ta c non il grado a determinare il suo rango sociale. ora è l'opposto: «l'ufficiale da ignorante è diventato istruito, da mestierante si è fallo tecnico, alla routine si è sostiiLiito il criterio individuale; e

l'ufficiale trae il proprio prestigio. non pitì dalla ricche~a della divisa, ma dalla serietà con la quale la porw, dalla compete11-;.a nel/'esercbo delle sue attribu-;.io11i e dallo -;.e/o e dall'attività di servdo. L'Esercito no11 è pitì u11a casta, dove domina 1m o spirito particolare: l'aumento dei suoi effettivi lo ha reso la fedele immagine de Paese. All'interno dell'Esercito si sentono le conseguen-;.e delle tenden-;.e della società, e l'antica disciplina cieca e assoluw ormai ha fallo il

• Cfr.. in mcrilo. G. Oli\'a, F..1ercito, Pae.\ t' l' IIWI'ÌIIIl'llto operaio - l'wllimilitcm.1mo dal 1861 aii'NlÌ ~iolittia11a. Milano. Franco Angeli 1986: S. Fabcr. Guerra e prolewriaw: il sindaculismo rivolu~imwrio dalla neutralità ull'interl't'llti.lmO. Milano. Soc. Ed. Barbarossa 1996; M . Dcgl'lnnoccnli. Il Sociali.1mo italiano l' la ~uen·a di Libia. Roma. Edilori Riunili 1976.


III· Ruolo socit1le del/'lslilll:.ione mi/ilare. so/dalo e disciplina

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suo tempo; cercando di restaurar/a, si rischierebbe di perdere i vantaggi attuali, per ottenere artificialmellle quelli già condannati. La frase la disciplina se ne va è antica quanto gli eserciti, e dimostra solo L'evoluzione ai costumi e alle idee». Di questa situazione prende atto anche Fabio Ranzi, capitano di fanteria di Stato Maggiore che nel gennaio 1996 fonda il periodico Armi e progresso. «Rivista Militare Sociale» '<~. Esponente del cosiddetto «modernismo militare» (equivalente al «modernismo» che al tempo nasce anche nella Chiesa), vorrebbe fare da ponte tra esercito e nazione, promuovendo un dibattito per combattere gli atteggiamenti e le tesi che si oppongono al rinnovamento in ambedue i campi e ostacolano la doppia corrente di scambio che deve esistere tra di essi. Egli intende, in particolare, neutralizzare la propaganda antimilitarista con opportune riforme interne che facciano degli ufficiali degli educatori, e nel 1903 fonda un altro periodico, IL Pensiero militare. L'opera del Ranzi almeno all'inizio è ben accolta dall'establish ment militare; ma, anche in seguito a personal i vicende disciplinari nelle quali egli ritiene di essere stato trattato ingiustamente, specie dal 1903 al 1908 la campagna di stampa da lui promossa degenera in dannose e pubbliche polemiche contro l' operato del Ministero e dello Stato Maggiore. In particolare, il Ranzi si fa portatore dei malumori, in verità giustificati, e delle richieste degli ufficiali dei gradi inferiori e specialmente dei subalterni di fanteria, che nel primo decennio del secolo XX lamentano un insufficiente trattamento economico unito a disparità tra le Armi e eccessivi ritardi nell'avanzamento. Se la sua opera è l'ennesima dimostrazione che «di buone intenzioni è lastricata la via dell'inferno», bisogna riconoscere che in molti scritti del periodo iniziale, e specie dal 1896 al 1899, il Ranzi non fa che proseguire l 'opera del Marselli , alla quale si richiama frequentemente chiamando «libro aureo» La vita del Reggimento. Fa inoltre cosa utile contestando validamente le tesi di Guglielmo Ferrero, che nel suo libro del 1898 Il milìtarismo' 1 fomisce un concentrato (per la vetità su basi teotiche e storiche molto malferme) dei pregiudizi antimilitari di ieri di oggi. Infine merito ignorato dai nostri studiosi di oggi che liallacciano le otigini della

" Sulla figura c l'opera del Ranzi Cfr. gen. F. Dc Chaurand de S.E.. Come I'Eserciw l w fiano eli/n) in guerra (Ci t.}. pp. 167-172. c gcn. E. De Rossi. Op. cit .. pp. 181 - 182. " Milano. Trcvcs 1898.


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sociologia militare come scienza al recente pensiero anglosassone - è il primo in Italia e forse anche in Europa, a quanto ci risulta, ad indicare la necessità di una nuova branca della sociologia, che tenga conto delle specificità militari e che appunto chiama «Sociologia rniUtare». Sul primo numero di Armi e progresso il Ranzi tratta dello «Spirito rnoderno delle istituzioni tn.ililari» 3\ e enuncia un programma così concepito: « l 0 compiere il rinnovamenlo delle idee e delle istiwzioni militari

- già felicemente iniziato - alla stregua delle nuove esigenze dello spirito moderno. 2° Elevare la cultura degli ufficiali, affinché questa classe ascenda sempre meglio all'altezza del suo compito sociale. 3° Presentare al Paese l'Esercito sotto la nuova luce, onde lo irradia la moderna civiltà, affinché si compia, al culto d'un ideale comune, il congiungimento dell'anima dell'Esercito con l'anima della Nazione». Lo studio si apre con una citazione di Carlo Corsi , eminente storico e scrittore militare, secondo il qual bisogna «mettersi a petto a petto col socialismo, che non è un vano spauracchio, né un mostro inferr.ale» e che, se si guarda bene, «v i si scorge quel che v'è di ragionevole. di necessario, di buono, da dover tenerne conto pel presente e l 'avvenire». Segue una citazione della Vita del reggimento del Marselli, e un'altra della Introduzione allo studio dell'arte militare del Ricci. secondo il quale «un Capo non può creare il principio d'azione del soldato poiché questo lo porta in sé stesso; ciò che egli può fare è di persuadere. è di dirigere, è di trascinare; ecco la differenza che passa fra l 'autorità che è il motore morale e la forza che è il motore tisico». Per il Ranzi, nella nuova realtà politico-sociale lo spirito militare deve identificarsi con lo spirito nazionale, traendo da quest'ultimo i nuovi concetti di diritto, di autorità, di libertà, di disciplina sociale e apportandovi solo le restrizioni richieste da specifiche e ben definite esigenze dello stato militare; per il resto, «è sacro anche pel militare il godimento intero di ciò che è patrimonio civile di qualsiasi cittadino». Si impone una nuova pratica disciplinare fondata sulla persuasione. L a classe degli ufficiali «ascende a clac;se dirigente per eccellenza», perché, oltre che gli strati popolari, deve educare le future classi diTigenti, cioè gli uflì-

11 crr. F. Ranzi, Lo Spirito moderno delle istilllzioni militari, Roma. Tip. della Pace di F. Cuggioni. 1896.


/Il- Ruolo sociale dell'lstilllzione militare, soldato e disciplina

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ciali di complemento. Ma non può fare questo, senza rendersi conto delle nuove aspirazioni che agitano le masse; «Oggi non è più permesso chiamar sovversiva l' idea propugnatrice di nuova equità sociale, poichéquasi promessa di buona novella - essa viene bandita a gara dal trono e dall'altare, dalla cattedra e dall'anticattedra»; si deve piuttosto studiare seriamente il fenomeno, in modo da coglierne anche i lati meno sani. Premesso che lo spirito nazionale è la prima fonte dell'educazione militare, tale particolare tipo di educazjone si riassume ne lla capacità di distinguere, nello spirito nazionale, ciò che «COntribuisce a illurrunare i nostri ideali», a tener salda la disciplina, e ciò che invece sarebbe dannoso alla disciplina stessa. Ne consegue la necessità di una nuova scienza, la sociologia rrulitare: «e nella stessa guisa che una sociologia, come scienza positiva dei fenomeni sociali, non potè sorgere a dignità di scienza se non quando quei fenomeni poterono compiersi ed essere spiegati liberamente fuori dalle pastoie imposte in nome di vantati diritti ultrasociali, così può sorgere una sociologia militare soltanto oggi che la vita dell'esercito è affrancata anch'esso da ogni costrizione, che non sia nella natura della sua esistenza e dei fini sociali cui è destinato[... ]. In altri tem1ini poiché la vita militare, oggi, si manifesta come una specializza::.ione della convivenza sociale, così la sociologia militare, ossia lo studio sociologico dell'esercito, diviene uno speciale aspetto di quella scienza che ha appunto officio di studiare nell'organismo sociale iL differenziamento delle parti e la specializzazione delle fun zioni». Non è vero- afferma il Ranzi- che l'esercito è «una società artificiale», per la quale non valgono i princìpi della società civile. Nessun diverso principio è stato introdotto nell'esercito, perché esso corrisponde alla più naturale delle necessità sociali, quella della difesa. Se da esso verussero ba nditi i princìpi della società civile, lo priveremmo delle fondamenta, e abbandoneremmo all'arbitrio la cura di un organismo, che deve raccogliere tutte le energie nazionali e deve esprimere le più alte marufestazioni della coscienza nazionale. Né può essere accettata l'affermazione che l'esercito è un servizio pubblico come gli altri , per il quale i depositar i del potere devono stabilire norme che abbiano come uruco scopo di ottenere il massimo rendimento: norme che vanno accettate, non discusse, dai cittadiru quando scelgono liberamente la professione militare. Il Ranzi obietta che con questa affermaz ione troppo autoritaria viene negato all'esercito «Ogni carattere di spontaneità sociale»: l'esercito non è un servizio pubblico come gli altri, perché nasce da una


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necessità generale, alla quale corrisponde un obbligo esteso a tutti i cittadini. Non serve a gestire questo o quel ramo dell'amministrazione dello Stato, ma a garantire beni supremi come la sicurezza e l'onore nazionale; «e poiché su tutti egualmente pesano gli obblighi, a tutti egualmente competono i diritti derivanti dalla miglior costituzione dello strumento militare». I fini ai quali è destinato l'esercito, perciò, «trascendono di lor natura non solo la responsabilità personale di un Ministro, ma altresì l'ambito di qualsiasi potere, poiché han radice nella coscienza stessa del "popolo che si fa esercito"». Accanto alla sociologia militare è necessario un diritto militare, che contemperi la necessità di evitare che «una troppo estesa sommessione» soffochi nel militare le migliori energie morali, e quella di fare sì che, dati i fini dell'esercito e le modalità per conseguirli, «ad ogni momento la somma di tutte le volontà siano raccolte nelle mani di uno solo e mosse da un solo comando». Compromesso difficile da raggiungere, ma non impossibile: basta tener presente che «tutto può essere comandato quando si reputa indispensabile al conseguimento dei fini militari; nulla, quando non sia assolutamente necessario». I militari, e in particolare quelli di grado più elevato, devono identificare la propria volontà con gli scopi da raggiungere: «in una parola è necessario che tutta intiera la vita militare sia espressione non già del lasciarsi comandare ma del voler obbedire». Il Ranzi ammette che questi princìpi (che anche al lettore di un secolo dopo sembrano assai difficili da calare nella realtà dei reparti) corrono il pericolo di creare malintesi, ma nega che possano compromettere il principio dell'obbedienza: «taluno ci ha attribuito il pensiero che noi volessimo introdurre nella vita militare un elemento inesauribile di discussione, così che non fosse possibile ottenere obbedienza senza prima discutere intorno alla più o meno imprescindibile necessità d'una esigenza militare. Dissipiamo gli equivoci: noi non solo non vagheggiamo un regime di disciplina alla mercé della discussione quotidiana, ma, al contrario, ci muove appunto il desiderio di porre la pratica discip/inarefuor di qualunque possibile discussione. Noi, come già scrivemmo altra volta, "se vogliamo che anche in materia di disciplina militare l 'ambito dell'autorità si riduca nei più ristretti limiti possibili, ciò vogliamo appunto perché in quel ridotto le basi della disciplina posino incrollabili e la pratica ne emani inesorabile "». Insieme con l'autorità trascendente i limiti della ragione umana, è ormai passato il tempo dei princìpi indiscutibili; adeguarsi ai tempi non


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è, per l'Istituzione militare, una scelta, ma una necessità. «Neanche la legge militare può sottrarsi alla discussione e alla critica, ma deve anche essa nutrirsi del pensiero di tutti gli interessati; il sentimento del dovere, oggi, non può impedire l' analisi sul diritto di comandare e sui limiti del comando»; sull'altro piatto della bilancia, rimane indispensabile che la prassi disciplinare escluda qualsiasi discussione ritardatrice. Queste due esigenze contrapposte possono essere conciliate con il seguente principio: «ampia libertà di discussione in quanto si riferisce alla formazione della legge, alla definizione della norma disciplinare; obbedienza risoluta e precisa alle norme sancite, agli ordini emanati». I Quadri devono invece bandire, secondo il Ranzi, la tendenza (dovuta a una malintesa concessione allo spirito dei tempi) ad essere meno rigidi nell'esigere dai dipendenti il rispetto assoluto delle norme, per poi diffidare dalle libre manifestazioni del pensiero per timore di troppo rigide innovazioni: «così abbiamo il regno delle mezze idee e delle mezze misure, le quali ci portano alla somma di due mali: la legge avvizzisce, mentre la disciplina decade». Il Ranzi affronta, infine, la vexata quaestio della concreta applicazione dei nuovi princlpi democratici alla vita dell'Istituzione militare. Una vera democrazia politica- egli precisa- deve concretamente tradun·e in atto la sovranità e partecipazione popolare, senza degenerare in «mera astrazione metafisica» o, peggio, in subdolo mezzo per assicurare il potere «ai più facinorosi e ai più cospicui detentori dei mezzi di corruzione». Per fare questo, è indispensabile che la società esprima delle élites moralmente e intellettualmente all' altezza dei loro compiti direttivi. II vero principio dell'eguaglianza che ne deriva consiste nella pari dignità di tutti i cittadini e nella loro eguaglianza di fronte a leggi che esprimano veramente la volontà di tutti, e nel proporzionare le inevitabili diseguaglianze a seconda del grado e dell'importanza della funzione sociale che ciascuno rappresenta, esclusivamente in base alle sue capacità. In tal modo, una democrazia si caratterizza per «il rispetto profondo al principio e al funzionamento dell'autorità, necessità imperiosa delle gerarchie, designate dalle virtù dell' intelletto e dell' animo». Questi princìpi, osserva il Ranzi, valgono anche per la vita militare, dove l'autorità deve essere rigorosamente distribuita a seconda dei vari gradi di attitudine e di capacità, e dove la gloria o la rovina deUa Patria dipendono dalle doti della Leadership: quindi le norme, che preparano la gerarchia militare, devono mirare rigorosamente a questo fine, senza pregiudizi di classe o altro. Tale obiettivo può essere raggiunto solo con


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un nuovo Corpus iuris che renda possibile il rinnovamento applicando moderni princìpi, perché al momento esistono solo «poche leggi, varie di età e di estensione, sommerse, soffocate talvolta da una congerie immane di regolamenti, di istruzioni, di decreti, che spesso tentano invano di mantenere in vita pezzi di codici che cadono a brandelli». Ma la parola scritta non basta; per tradursi nella realtà, deve trovare una conveniente educazione e predisposizione degli animi, grazie a un' opera continua nella quale, secondo il Ranzi, si identifica il ruolo del suo nuovo periodico. La Rivista Militare Italiana lo accoglie favorevolmente, osservando che «ha un posto ben designato», perché «anche in altri paesi, con forma varia, pullula questo desiderio di comprendere nettamente quali sieno le condizioni reciproche dell' esercito e della società»33• Va apprezzato in particolar modo, secondo la Rivista, il tentativo del Ranzi di discernere le correnti d' idee positive e negative che salgono dalla società all'esercito arginando quest' ultime, e combattendo anche le tendenze interne che si oppongono al rinnovamento. Anche il generale Alberto Cerruti, comandante della Scuola di Guerra, scrive al Ranzi che «sarebbe utilissimo per l' Esercito che la sua Rivista fosse molto letta dai borghesi». In un altro saggio, Modernità militare>~, il Ranzi torna sul problema dell'educazione nazionale, per il quale la scuola non è preparata, mentre il popolo non ha ancora ben compreso il ruolo dell'esercito .. Ciò dimostra che «non si può né in un giorno, né in un lustro, né forse in un secolo formare lo spirito di questo popolo, onde acquisti coscienza di tutti gli uffici che in virtù della sua dignità nova gli sono conferiti». Un esercito nazionale moderno, per il Ranzi, si caratterizza per tre aspetti: assorbe tutte le risorse materiali e morali di un popolo, è composto, senza privilegi, da tutte le classi sociali, e, di conseguenza, ha relazioni gerarchiche e disciplinari che tengono conto della sua composizione e dunque vanno impostate con nuovi criteri. È perciò necessario che la scienza militare si diffonda anche all'esterno dell'esercito: sarebbe un assurdo se a un così forte ampliamento delle Istituzioni militari non corrispondesse nel Paese la diffusione delle idee e dei sentimenti militari.

u. «Rivista Militare Italiana» 1° aprile 1896 - Disp. VII- pp. 549-550. " Estratto da «Rivista Politica e Le tteraria>> novembre 1987, Roma. Stab. Ti p. «Tribuna» 1897.


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A tal fine, egli propone che vengano istituite nelle Università cattedre di scienze militari, con il compito di «insegnare i doveri che rispetto ali ' Esercito sovrastano a una democrazia, onde una coscienza militare si venga solidamente formando nel Paese». Da una parte le classi dirigenti, secondo il Ranzi, devono occuparsi con più serietà e competenza delle questioni militari, peraltro bandendo ogni forma di dilettantismo e ogni pretesa di occuparsi di cose tecniche per le quali devono ascoltare con maggiore attenzione i militari; dall' altra, i militari stessi devono approfondire la conoscenza delle scienze sociali e svolgere quell'azione educativa che al momento non fa la scuola, tenendo presente che bisogna sfatare un vieto ma diffuso pregiudizio, secondo il quale la disciplina e l'educazione militare deprimono le forze morali, che dovrebbero solo governare: la disciplina dell'esercito, invece, si fonda sugli stessi princìpi della disciplina sociale, che è ugualmente necessaria in una democrazia. Il Ranzi tocca, poi, tre argomenti di grande interesse, non solo a quel tempo: la questione delle risorse da destinare all'esercito, i rapporti tra esercito e politica, le cause della sconfitta di Adua del marzo 1896. Premesso che la corsa agli armamenti in Europa sta assorbendo risorse sproporzionate rispetto alle pure esigenze di sicurezza, egli ironizza sul proliferare di studi che vorrebbero ottenere una diminuzione della spesa militare senza intaccare la nostra potenza militare, facendo notare che se si sommassero insieme le varie economie proposte, si otterrebbe un esercito a costo zero, anzi un esercito che costituirebbe un provento per lo Stato. Le spese militari vanno dimensionate prendendo come riferimento non la situazione interna, ma la situazione internazionale e gli obblighi assunti: non si può caldeggiare un programma di politica estera da grande nazione, e contemporaneamente sostenere la necessità di economie nelle spese militari; né si può fare «tagli», senza rendersi conto delle loro conseguenze sull'efficienza militare. Il Ranzi accetta l'affermazione che «l'esercito non deve immischiarsi di politica» solo se con essa si intende che i militari devono tenersi lontani da operazioni di bassa politica, manovre di partiti ecc.; ma, per il resto, si associa all'affermazione del Marselli che «la partecipazione dei militari alla vita pubblica, beninteso nei dovuti limiti, costituisce la più bella fra le conquiste della moderna libertà». La soluzione del delicato problema sta, perciò, in una formula che contemperi le esigenze della disciplina con i diritti del militare come cittadino, formula che peraltro risulta un po' vaga e generica: «lasciare ampia facoltà al


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militare di prender parte all'esercizio della vita pubblica fino a che ciò non comprometta la saldezza della disciplina militare, la dignità della divisa che, non bisogna mai dimenticarlo, rappresenta il simbolo solenne della pubblica djgnità», fermo restando che l'esercizio dei diritti politici dei singoli militari può essere impedito soltanto dalla oggettiva necessità di tutelare l'esistenza dell 'esercito e il suo funzionamento. II Ranzi riconosce che, in questo settore, la legislazione italiana è assai più liberale di quella francese, garantendo ai militari sia la possibilità di manifestare pubblicamente il loro pensiero, sia la possibilità di candidarsi alle elezioni e al Parlamento; ma sia nel campo militare che nel campo civile - egli nota - vi è chi vorrebbe limitare tali diritti. I gradi più elevati dell'esercito temono che la libertà per i militari di esprimere le loro opinioni politiche nuoccia alla disciplina; nel campo civile, la pretesa che il militare resti in tutto e per tutto indifferente alla vita politica e che non si occupi di politica, è un pregiudizio, un residuo dei vecchi tempi, quando l'esercito era una casta chiusa all'esclusivo servizio del sovrano. Il vero pericolo non è questo, «ma è che i politicanti si occupino dell 'Esercito per ragione di favoritismo o altro [ ...] di tutte le forme, onde il parlamentarismo ammorba la vita pubblica, quella che si riferisce all'Esercito è certamente la più perniciosa». In merito, sorge spontanea una riflessione: «se un ardore anche eccessivo nel caldeggiare opinioni politiche in coloro che vivono nei gradi inferiori della gerarchia può essere cosa censurabile, il danno che deriva da questi fatti sarà sempre un danno passeggero; mentre il danno gravissimo è l'esempio che viene dall'alto, quando si vedono altissimi offici tolti e ridonati secondo che spiri un vento di parte favorevole o ostile. Cotesti dolorosi avvenimenti tolgono all'Esercito lafiducia che la vita militare sia regolata con criteri esclusivamente ispirati dal bene dell'esercito. Ecco il pericolo grave: gli eccessi del nostro parlamentarismo attentano così in modo decisivo al sentimento più intimo della disciplina militare». Gli accenni del Ranzi ai «dolorosi avvenimenti», alle alte cariche militari date e tolte esclusivamente per influenze politiche e non per meriti militari, si riferiscono specialmente alla campagna d'Eritrea e ad Adua. Sulle responsabilità della sconfitta, il Ranzi non ha dubbi: <<fu il Paese - nessww ha il diritto di escludersi - il gran colpevole [. .. ] il morale dell'esercito ha subìto colpi fierissimi non per soverchiar di nemici, ma per l'ingiustificabile atteggiamento che ha preso il Paese verso di lui: ci si pensi seriamente. Il capitale morale si accumula nei


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secoli, ma si mina fin nelle sue basi in un momento di oblì.o». Se il Paese ha bisogno di un capro espiatorio, «scelga un Bazaine o un Napoleone qualunque, ma per carità non attenti a quella forza nazionale che sola si mostrò all' altezza della sua opera e da cui solo ora potrebbe sperare un risorgimento: non attenti all'Esercito». Questi drastici giudizi sono dal Ranzi troppo sbrigativamente giustificati con la nomina a comandante della spedizione del generale Baratieri, facendo prevalere ragioni politiche e non le ragioni militari, e con la sua troppo tardiva sostituzione con il generale Baldissera. In tutto questo, «avessimo almeno imparato a cotesta scuola del dolore che è la scuola dei popoli forti; avessimo imparato a considerare le cose militari anzitutto con criteri d'indole militare. Ma che non avvenga che oggi, una intransigente reazione contro tutto quanto è stato finora compiuto, ci conduca ad eccessi non meno disastrosi di quelli che si sono compiuti sotto imperio di unafiducia senzafondamento, di uno spirito avventuriero senza adeguata preparazione». La sconfitta di Adua è solo una delle cause le quali fanno sì che, secondo il Ranzi, l'esercito al momento non sia circondato in Italia - come dovrebbe avvenire - da un clima di alto rispetto, di sollecitudine affettuosa. Il pessimo trattamento economico degli ufficiali più giovani intacca il loro pane quotidiano, e li costringe a ricorrere fin dall'inizio della carriera ai debiti, con tutti i riflessi anche morali che ne conseguono. Glj insulti e attacchi all'esercito non sono tipici dei partiti sovversivi; vi si associa spesso anche una «larga schiera» di conservatori: ma «mentre i primi sono logici, perché, tentando di minare le istituzioni militari, tendono a sopprimere il sostegno più valido al mantenimento di tutti gli ordini costituiti, gli altri invece rispondono a non so qual fatale destinazione, cooperando essi stessi a combattere quello spirito di conservazione, che portano in gloria nei loro vessilli[. .. ]. Comunque sia, è certo che negli ultimi tempi le discussioni militari avvenute in Parlamento hanno avuto un significato così poco grato all'Esercito, che il morale 1wn ha potuto non risentirsene». Come già accennato, nel 1898-1899 il Ranzi utilizza il suo notevole bagaglio culturale e le idee prima esposte per contestare le tesi di Guglielmo Perrero nel suo libro Il Militarismo35 , che ruota intorno a un

35 • Cfr. F. Ranzi. L'Eserciro e la reoria del militarismo - Estratto da <<Rivista d'Italia>>, Roma. Società Dante Alighi eri 1898, e ID., Critici e nemici delle /stimzioni mifitari, Roma, Ed. «Anni e Progresso>> 1899.


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argomento smentito ogni giorno dalla storia del XX secolo: la guerra sinistra espressione delle più basse passioni dell'uomo - è stata ormai bandita dalle relazioni tra i popoli civili, e sopravvive solo perché fomentata dai calcoli interessati dei militari. Di conseguenza, gli ordinamenti militari non sono che la coltura artificiale di un militarismo, che oltre ad essere in contrasto con le aspirazioni e i veri interessi dei popoli non può neppure essere giustificato dalla necessità di far fronte a possibili guerre. Il libro IL Militarismo raccoglie le conferenze tenute dal Ferrero nel 1897 a Milano, per incarico della Unione Lombarda della Pace e davanti a un pubblico sceltissimo, che - nota il Ranzi - «furono salutate dal più vivo plauso, non soltanto dai credenti nella stessa fede, ma anche di quella stampa e di quel pubblico, che avrebbe dovuto supporsi di opinioni molto differenti da quelle espresse e magnificate dall'autore». Egli ricorda al Ferrero che, un anno dopo le sue conferenze, l'esercito è stato costretto a intervenire proprio a Milano per ristabilire l'ordine pubblico, in tal modo dimostrando che serve pure a qualcosa: tant'è vero che gli stessi borghesi, che un anno prima avevano applaudito il Ferrero, hanno fatto per l'esercito «Osanna senza fine, le più

calde dimostrazioni, sottoscrizioni generose». È anche sintomatico - prosegue il Ranzi - che le più atroci ingiurie lanciate all'esercito dai rivoltosi di Milano abbiano avuto non poche analogie con le argomentazioni «scientifiche» del Ferrero. Ad ogni modo, se gli applausi a suo tempo tributati a una teoria contraria a ogni spirito militare e patriottico sono stati un'offesa per l'esercito, la sua più alta funzione sociale è quella di affratellare sotto la stessa Bandiera nazionale sia i ricchi sia i poveri. Non può quindi accettare nemmeno gli applausi, per aver compiuto a Milano il suo dovere estremo e ingrato contro chi attenta alla legge: «inneggiando all'esercito, nel momento in cui ha dovuto colpire la misera plebe degli illusi, si offre nuovo pretesto alla taccia che esso è strumento di classi dominanti, sfruttatrici di miseri, non si sperde l' ingenerosa accusa che la caserma è sentina di vizi, è scuola di corruzione». Ciò premesso, le argomentazioni del Ranzi possono essere così riassunte: - toccherebbe al pensiero civile diffondere le ragioni scientifiche, per cui anche e specialmente in una società democratica è necessaria la funzione militare. Questo non viene fatto; i militari perciò, loro malgrado, sono costretti a difendersi essi stessi «dinanzi a un tribunale che ha


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già accolto l'accusa contro di noi e che non si mostra soverchiamente propenso ad intuire da sé le nostre ragioni»; - teorie come quelle del Ferrero derivano «dalla degenerazione del positivismo scientifico» e dal materialismo, che tende a sottomettere al metodo sperimentale anche i fenomeni dello spirito, degenerando in una nuova metafisica che vorrebbe inquadrarli e spiegarli, senza nessuna concessione ai valori spirituali; - frutto di tale errata tendenza è l'erronea contrapposizione della moderna società industriale a quella militare, vista come contrapposizione della materia alrideale. Ambedue i tipi di società sono invece necessari, perché la società militare serve per difendere la sicurezza de lla prima e la dignità nazionale. Anche se non è quotato in borsa, .quest'ultimo valore ha un suo peso pratico quando si tratta di definire il bilancio attivo di una nazione; - va respinta la tesi del FeiTero che la guerra è sempre stata figlia dei peggiori vizi umani e che, nei trenta secoli di storia dell'umanità è stata «la prima, la più brutale e violenta» espressione del desiderio di accumulare ricchezze faticando poco; - invece la guerra è un fenomeno assai più complesso, derivante prima di tutto dalla «necessità fatale» della lotta insita nella natura: non da un vizio. Non è stata mera espressione di cupidigia: ben presto si è imposta la figura dell'Eroe, con i nobiti sentimenti che essa ha avuto nei riguardi della massa e della donna, e di quest' ultime nei riguardi dell ' Eroe. La guerra è stata anche fattore di progresso: con la guerra Roma ha fatto opera non caduca, portando la civiltà nel mondo. Lo stesso Ferrero ammette che fino al 1870 vi sono state, nella storia, guerre necessarie e utili; la sua, perciò, non è una condanna della guerra in genere, ma di certe guerre, frutto di cupidigia e ambizione; - circa il presente e il futuro, il Ferrero ha lodato gli Stati Uniti , nazione profondamente de mocratica dove a suo dire sarebbe assente il militarismo e dove impererebbe il pacifismo; e ha previsto che non sarebbero intervenuti a Cuba contro la Spagna. Pochi mesi dopo è stato smentito: gli Stati Uniti «hanno provocato ad ogni costo la più ingiustificabile, la più aggressiva, la più mercantile guerra di questo secolo>>, violando i trattati internazionali perchè non avevano alcun diritto di intervenire contro la Spagna a Cuba, territorio di un altro Stato. Lo stesso Ferrero. del resto, si è augurato che le popolazioni del Sudan si ribellassero contro i Dervisci, e in effetti le truppe angloegiziane, con le armi. le hanno liberate;


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- il Ferrero ammette, contraddittoriamente, che per molti secoli ancora l'Europa avrà bisogno di soldati, perché «terribili inimicizie contro la civiltà europeo-americana sonnecchiano in Asia e Africa»; e che i Paesi democratici e liberi «se sono da qualche crisi sociale trascinati in guerra, ne escono più forti e sani di prima»; -non è vero ciò che il Ferrero, con sinistra compiacenza, dice della battaglia di Adua, che cioè le truppe itaJiane sono scappate; e non è nemmeno vero che, in una eventuale guerra, i nostri soldati non si batterebbero perché sono vili. Da tali contraddizioni, e dall'impostazione generale delle tesi del Ferrero, il Ranzi deduce che è falso che le guerre del passato siano state solo frutto di ignominie per l'umanità, è falso che le guerre dell'avvenire sian·o solo un fantasma nazionale agitato dai militari ed è inaccettabile l'affermazione che gu italiani, essendo vili, per il futuro dovrebbero evitare di combattere delle guerre. In realtà, per il Ranzi non vale nemmeno la pena di discutere col Ferrero: le sue teorie e interpretazioni storiche mirano non tanto a migliorare l'istituzione militare, ma a demolirla: è questo il chiaro intento che traspare dali' opera !l Militarismo. Nella contestazione delle idee del Ferrero il Ranzi dà, forse, il meglio di sé stesso. n resto della sua opera iniziale, che per molti aspetti accentua taluni caratteri di quella del Marselli, ha un notevole limite, che forse ne spiega anche l'insuccesso e i successi vi inconvenienti: parla di ciò che si dovrebbe fare ma non di ciò che si può realmente fare; ritiene realizzabili e a portata di mano degli obiettivi generali di per sé condivisibili, ma che - come del resto quelli, più moderati, del Marselli -calati nella realtà mmtare e civile deJritalia del momento, si rivelano non raggiungibili, prematuri e anche non scevri di risultati controproducenti, perché adatti solo a uomini di alto sentire e a organismi ben rodati . Nel proemio della Vita del reggimento il Marselli ha scritto, come si è accennato, che «vi sono radicali riforme, che neanche in molti anni di permanenza in una posizione politica e militare più alta di quella da me occupata [cioè di Segretario generale- N.d.a.] si possono recare ad atto, quando manchi la necessaria preparazione nel paese e nell'esercito»; se tale preparazione manca, gli atti di governo «traduconsi in circolari inefficaci e in leggi infeconde». È proprio quello che avviene. Queste parole, citate dallo stesso Ranzi, fotografano esattamente la situazione dell'intero periodo in esame, nel quale l'esercito raggiunge il punto di massima crisi nei


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primi anni del secolo XX, cioè dopo gli scritti esaminati. Sarebbe necessaria una forte spinta riformatrice sia nel Paese che nell'esercito, per eliminare le più pressanti cause di disagio sociale e dei Quadri; invece le riforme si allontanano, il disagio cresce e le tante idee e proposte valide si perdono nell'utopia. Ciò non toglie che quello che si dovrebbe fare sia ben chiaro, e da molti ufficiali condiviso: lo dimostrano numerosi articoli pubblicati dalla Rivista Militare, dei quali per ragioni di spazio siamo costretti a citarne solo alcuni. L' atmosfera nella quale deve operare l'esercito all'inizio del secolo è ben descritta da un articolo del 1907 dal titolo L'Antimilitarismo e l'ufficiale italiano, dovuto non a un noto scrittore ma a un certo capitano Perolo non altrimenti noto, fino a far sospettare che si tratti di uno pseudonimo36• Il Perolo osserva, anzitutto, che antimilitaristi non sono solo coloro che combattono le istituzioni e quindi anche l'esercito, ma anche coloro che, con le parole e con le azioni, assumono un atteggiamento di fatto o con le parole sfavorevole alla preparazione morale e materiale della guerra e della difesa nazionale: sono anzi quest'ultimi i veri padri dell'antimilitarismo, che hanno fornito agli antimilitaristi militanti diversi argomenti. E qui egli fa riferimento alla politica di lesina finanziaria degli ultimi vent'anni del secolo XIX, che ha provocato molti guasti morali e materiali nella vita dell'esercito. Infatti «Lo spirito di feroce economia che infuriava su tutta la nazione si mutò nella vita militare in ispirito di timidezza: timidezza nelle discussioni parlamentari riflettenti la nostra forza armata, timidezza nella stampa militare paurosa di urtare i sentimenti pacifici del paese, timidezza persino nelle manifestazioni della vita cittadina nella quale il militare di professione doveva tenersi riservato e prudentemente in disparte». A questo atteggiamento del Paese nei riguardi dell'esercito l'autore - per la verità non del tutto a ragione - attribuisce la responsabilità esclusiva della mancata realizzazione delle riforme proposte dal Marselli: «chi ha pensato a tener desto fra noi il sentimento militare che il Marselli, con intelletto veramente sovrano, ha trasfuso in opere che onorano tutta una nazione? [. .. ]. Se fosse stata possibile, in Italia, la costituzione d'un esercito come lo voleva il Marselli, nel quale le iniziative più ardite si fossero attuate in armonia alle esigenze della cultura

~ «Rivista

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Militare italiana» 1907- II Semestre, pp. 2403-2412 .


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scientifica moderna, ed inspirate ai sentimenti più elevati della patria e dell'umanità, io credo che le teorie antimilitariste avrebbero avuto ben poca presa sul nostro popolo. Forse neanche sarebbe stato possibile a G. Ferrera di scrivere il libro "Militarismo" che hafatto tanto rumore, se si fossero conosciute le poche innovazioni che già i tempi avevano introdotto nella nostra società militare, specialmente in riguardo alla disciplina. Questo non era certamente più la disciplina degli eserciti di Wallenstein per i quali sembra scrivesse il Ferrera [. ..]. Ma, come ripeto, un esercito siffatto non era già più il nostro; ed il paese l'avrebbe saputo ed avrebbe condannato il libro del Ferrera se fossero state possibili le riforme ideate dal gen. Marselli dopo la campagna dell870-1871 ». Quando il Perrero - aggiunge il Perolo - ha scritto che ad Adua i nostri soldati si sono sbandati spauriti davanti alle orde abissine, avrebbe dovuto aggiungere che davanti a quelle orde si era sbandata l'intera nazione italiana. «Lo spirito militare d' un esercito non si fiacca in una giornata campale, se dietro ai combattenti vi è tutto un popolo che vuol vincere ad ogni costo»: invece, dopo Adua il Parlamento italiano ha decretato la cessazione immediata della guerra d'Africa. Da questo comportamento il Perolo deduce, a ragione, che «il nostro

paese doveva passare per altre fasi prima di arrivare all'espansione coloniale; e fu torto degli uomini politici di allora, se non hanno compreso l'influenza perniciosa che la vita anemica del Paese aveva esercitato sulla potenza militare». In secondo luogo, il Perolo osserva che il socialismo marxista, basato su ricette semplici con le quali, attraverso la lotta di classe - la sola da combattere- sarebbe possibile alle classi subalterne conquistare immediatamente il benessere e l'emancipazione sociale distruggendo il capitalismo egoistico, non è una dottrina politica: è una fede, una religione, i cui dogmi sono stati diffusi «da veri apostoli i quali sono andati a predicarli di tugurio in tugurio, di campagna in campagna, più coli' esempio che con la parola»; questo sentimento non può, dunque, essere sostituito che da un altro sentimento <<più forte, più vero e predicato con maggior fede». Ma, al momento, «questa fede io non vedo nei nostri ufficiali. Date loro colla scienza del passato la poesia del divenire; ed essi dimentichi di tutto, vittoriosi dello scetticismo che ora li invade, dimostreranno coi fatti, più che a parole, l'assurdità della tendenza antimilitarista. E prima la caserma nostra, troppo forestiera in Italia, dovrà cambiarsi in un piccolo tempio di italianità. Tutto in essa parlerà della patria nostra e delle sue leggi: tutto in essa sarà indiriz-

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zato a un unico fine: l'educazione degli ufficiali e della truppa. La caserma ideale, che un'infinita serie di cause a tutti note [dunque: non solamente la carenza di risorse - N.d.a.] impedirono finora di attuare; ma che dovrà sempre arridere al pensiero di ogni buon ufficiale [. .. ]. Fu grave danno allo spirito militare del Paese, di non aver potuto diffondere nei reggimenti lo studio della guerra, perché egli è dai reggimenti che dovrebbe andare al popolo la rassicurante parola che gli ufficiali si preparano con diuturni sforzi al più complesso e difficile dei fatti sociali». Per il Perolo. il progresso sociale ed economico degli ultimi anni, l'aumento della ricchezza sono stati notevoli, ma non bastano ad arrestare le tendenze antimilitariste. Se si vuole dare una base solida all'azione degli ufficiali contro l'antimilitarismo, occorre tornare al sentimento patriottico, non con una vana retorica, ma con uno studio profondo della nostra storia e del nostro pensiero nazionale. Occorre far rifiorire «una cultura eminentemente nazionale che, impartita severamente e intensamente alle classi dirigenti, si diffondesse armonicamente in tutti gli strati sociali, anche ai più bassi», superando il dissidio di fondo delle generazioni venute dopo il1870, oscillanti tra la retorica usata ad ogni minuto dai protagonisti del Risorgimento, e «il dispregio ostentato e basso per tutto ciò che ricordava i momenti deJJa nostra rivoluzione». In sintesi, dall'articolo del Pero lo emergono tre esigenze: mettere la caserma, la sua organizzazione effettivamente in grado di agevolare, di favorire l'azione educatrice degli ufficiali per combattere i germi dell'antimilitarismo; dare ad essi una cultura più approfondita; diffondere nel Paese una cultura e una cultura storica nazionale. Ma né la caserma del tempo, né la scuola sono in grado di svolgere bene questi compiti; questi limiti ricorrono anche in altri studi. Non mancano pregevoli indagini sociologiche. Il capitano Zincone, che è rientrato da un periodo di permanenza ali' estero, ricorre a interessanti confronti con quanto avviene nelle Nazioni più progredite per spiegare le condizioni e i precedenti storici che hanno causato nel nostro Paese un profondo disagio sociale, favorendo la diffusione del socialismo nelle sue forme più estreme e ostacolando la nascita di uno spirito nazionale e militare37 • Cita perciò l' esempio della Germania, nella cu i storia «non vi ha traccia di eroi popolari, né di società segrete

" A. Zincone. Tra il Paese e l'Esercito, «Rivista Militare ItaUana>> 1906, I semestre, pp. 239-270.


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o di congiure. L'impulso all'azione collettiva viene sempre dall'alto e si propaga in basso anche sotto forma di imposizione forzata», che però dopo genera consenso. La fam iglia imperiale tedesca ha per motto «Tutto per il popolo e nulla con il popolo»; e poiché non c'è niente di meglio che una vittoria militare per rinsaldare l'unità nazionale. dal 18 13 al 1815 a Lipsia e Waterloo e con le vittorie del 1870- l 871 contro la Francia. la Germania l'ha cementata per sempre. Il contrario, per lo Zincone, è avvenuto nel processo di formazione dell'unità italiana, dove sono mancate convincenti vittorie mi litari che legittimassero agli occhi del popolo la monarchia e la classe dirigente innalzandone il prestigio, dove c'è sempre stato il culto della rivoluzione e delle congiure contro l' autorità costituita, e dove s'è data al popolo l'impressione che esso è tutto e può tutto, e che quanto si è fatto di buono in Italia nel Risorgimento è dovuto quasi esclusivamente ai suoi sacrifici e ai suoi gesti di ribellione. Di qui la tendenza esagerata del popolo italiano all' individualismo, allo scarso rispetto e all 'avversione per l'autorità, a «considerare le leggi quasi come una imposizione tirannica, fastidiosa per tutti, anziché considerarle come una norma necessaria regolatrice della vita sociale». Il fenomeno del socialismo ha assunto ben altre forme in Germania e in Inghilterra, dove la coscienza della vita sociale e cittadina è maggiormente sviluppata: in Inghilterra il popolo accoglie a fischi gli anarchici, ed in Germania, pur essendovi teorie estreme, governo e popolo concorrono con reciproca fiducia ad attuare quel socialismo di Stato, mercé le cui riforme si è già in gran parte riuscito a risolvere il gran problema di economia politica di salari alti in confronto di prezzi di consumo bassi. Ne è derivata la pace sociale: e Bebel, capo del socialismo tedesco, tiene al Reichstag discorsi moderati ben diversi dai nostri rappresentanti dell 'estrema sinistra, «e sovratutto prima di essere cosmopolita e umanitario è tedesco, ama cioè la patria e in caso di pericolo saprà compiere il suo dovere, adoperandosi sinceramente a che il popolo accorra a mettersi agli ordini dei suoi tradizionali comandanti». Con queste parole lo Zincone prevede, molto in anticipo, l'atteggiamento dei socialisti tedeschi nel 1914 all'entrata in guerra della Germania, ben diverso da quello della maggioranza dei socialisti italiani. Al tempo stesso, ben si comprende dai suoi giudizi l'atteggiamento dei Quadri dell'esercito, contrari al socialismo non tanto per il suo programma sociale e per la sua meritoria difesa dei diritti delle classi più

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umili, ma per le sue posizioni nelle quali la naturale aspirazione alla pace degenera nelrantirrulitarismo, nella negazione dei valori nazionali. Il rimedio proposto dallo Zincone non è nuovo. è sempre quello del Marselli: opporre alla propaganda antinazionale una propaganda ugualmente attiva e più efficace, cominciando a educare il cittadino dalla scuola, che dovrebbe insegnare «tutto quello che abbiamo di buono, di nobile, di eternamente sacro nella storia della nostra risurrezione politica». Questo patrimonio- egli osserva- è stato già dimenticato, o male insegnato; i giovani arruolati come allievi ufficiali. pur avendo la licenza liceale, «sanno raccontare di Pericle e di Augusto, ma ignorano i fani più salienti del nostro Risorgimento e poco più conoscono del qome di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele e di Cavour>>. Purtroppo, la scuola non è adatta per svolgere questo a lto compito nazionale: «Oltre degli innumerevoli seminari dove non si legge né Settembrini, né Dante e dove la nostra gioventù va a impallidire. noi abbiamo scuole tenute da preti o da sovversivi o da malcontenti, e pochl sono i professori e i maestri che facciano palpitare di italianità i cuori giovanili elevando la scuola al concetto di un tempio di patriottismo». L'educazione nazionale va improntata a princìpi dj disciplina, non a indisciplina; e bisogna anche eliminare l'abitudine ad aspettare tutto da uomini provvidenziali. Non vi è avvenimento in cui non si senta ripetere che manca l' uomo: «ma l'uomo è in noi stessi, deve essere dato dallo sforzo di tutti [ ...). La forLa, oggi più di prima, è rappresentata soltanto dal valore complessivo di tutti i cittadini ... ». Lo Zincone accenna anche a due altre fonti di debolezza tipiche della nostra Nazione: la divisione di fatto tra Nord e Sud e i rapporti Stato-Chiesa. «La divisione tra Nord e Sud, ereditata dalla storia, è causa anche oggi di squilibrio nella nostra vita politica, economica e morale, e sembra, com· è rappresentata da tal uni , che debba durare eterna e debba segnare veramente due diversi destini a un popolo che fu grande e potente solo a llorquando fu unito». Secondo lo Zincone, i problemi del Sud sono dovuti alla e ancor forte sopravvivenza degli aspetti negativi della dominazione spagnola, che in Lombardia fattori storici, geografici e economici hanno invece contribuito a cancellare. Nel Sud il progresso sociale e economico è difficile, perché ostacolato da numerosi e forti interessi locali. Ad ogni modo le prospettive per lo sviluppo sono favorevoli: «Or chi può negare che la trasformazione industriale avvenuta tanto felicemente nel Nord dell'llalia, non debba anche avvenire nel Sud, se arditi capitalisti vogliono affrontare il problema»? Anche il


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contrasto tra Stato e Chiesa, il quale fa sì che chi sia fedele cattolico non possa desiderare l' integrità e l' unità della sua Patria, è una delle più gravi debolezze della nostra Nazione: «mentre presso gli altri popoli i concetti di Patria e di religione si confondono in una idealità sacra formata di affetti e di fede e l' uno soccorre l' altro, in Italia i due conceui sono in contraddizione e in lotta continua». Superfluo rilevare l'auualità, e i riflessi sulla condizione militare di molti problemi toccati dallo Z incone; ma sono attuali anche molti altri argomenti , che gli ufficiali del tempo oppongono all'antimilitarismo. Ci limitiamo a citare, in merito, un articolo del colonnello Cavaciocchi, che contesta anzitutto la teoria dell 'impossibi lità della guerra sostenuta dal De Bloch3x. Secondo quest' ultimo: 1°) l' accresciuta potenza delle armi da fuoco le rende troppo micidiaH e dà troppa preva le nza alla difensiva sull' offensiva; 2°) dal punto di vista economico e fi nanziario, gli eserciti sul piede di guerra assorbono somme enormi e arrecano danni numerosi a tutte le attività; 3°) almeno nei paesi dove il socialismo è più diffuso, i cittadini sono indotti a rifiutare di correre in massa alle armi in caso di guerra. Il Cavaciocchi obietta che ogni volta che vi è stato un perfezionamento tecnico delle armi sono sempre state ripetute tesi come queste, poi regolarme nte sme ntite dai fatti: l'offe ns iva è sempre prevalsa sulla difensiva. L' impossibilità dal punto di vista finanziario ed economico vale, sia pur con qualche dubbio, in caso di una guerra generale europea; ma sono sempre possibili , ovunque, lotte pa rziali o campagne coloniali. Anche i progetti di pace perpetua, i trattati per stabilire arbitrati internazionali ecc. sono sempre falliti ; è faJlita ben presto la Santa Alleanza tra i Sovrani del 18 15, mentre la recente Conferenza dell ' Aj a ha ottenuto qualche risulta to, ma non quello di stabilire la pace perpetua e il disarmo. Sulla «nazione armata» soste nuta dai socialisti in alternativa all 'esercito permane nte, il Cavaciocchi si limita a osservare che, realisticamente, essa si riassume nella tendenza, già ovunque in atto. a ridurre gli effettivi in tempo di pace e aumentare quelli previsti in caso di guerra: per il resto le soluzioni pratiche non possono che variare da

~ A. Cavaciocchi, L'Esercito e il Paese. «Rivista Militare Italiana>> 1905. II semestre pp. 14 19- 1447. U1ilc anche A. Puglisi, Propaganda e comropropaganda. <<Rivisla Mili1arc llaliana>> 1906. n semes1re, pp. 2263-2301.


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Paese a Paese. Su di esse influiscono, oltre che le condizioni sociali, quelle politiche e quelle geografiche, le istituzioni militari dei Paesi vicini, delle quali bisogna tener conto: ciascun Paese quindi deve adottare un proprio modello. Il Cavaciocchi, poi, controbatte la diffusa tesi dell'improduttività delle spese militari. Le istituzioni militari - egli afferma - appartengono alla categoria delle industrie «educative e protettrici», che sono economicamente produttive sia in forma diretta che indiretta. In forma diretta, sia perché l'esercito migJjora l' educazione morale e intellettuale di gran parte della Nazione, sia perché incentiva molte industrie e attività economiche, che altrimenti non potrebbero prosperare. La funzione produttiva indiretta in tempo di pace consiste nell'assicurare l'ordine pubblico e il pacifico svolgimento delle attività produttive; in tempo di guerra, nell'evitare le rovine e i danni anche economici della sconfitta e nell'assicurare alla Nazione i vantaggi della vittoria. Non è vero - prosegue il Cavaciocchi - che il servizio militare è dannoso dal punto di vista morale, perché sottrae i cittadini al lavoro utile e alla procreazione proprio nel periodo più favorevole. La brevità della ferma attuale costringe a un lavoro intenso, e con il servizio militare si evitano dannosi matrimoni precoci. È provato che il servizio militare migliora lo sviluppo fisico dei giovani; e anche se la vita di caserma non è perfetta, la caserma è sempre migliore dei suoi dintorni. Non è ne mmeno vero che l'Istituzione militare è la culla del militarismo, inteso come degenerazione dello stato militare, come sopraffazione dei civili ecc .. Parlare di mjlitarismo è anacrorustico: gli ufficiali non sono una casta privilegiata, non sono superiori alla legge, e l'unico loro privilegio è di essere soggetti a una legislazione assai più dura di quella dei comuni cittadilli, e a una seria limitazione dei loro diritti; né l' esercito ha assunto una forma non corrispondente alle condizioni sociali, o alla potenzialità economica del Paese. Riguardo al ruolo interno dell'esercito, il Cavaciocchi ritiene che, nelle condizioru del momento, sia giusto affidargli la tutela dell' ordine pubblico: in tempi normali ciò non dovrebbe avvenire, ma lo impongono ragioru di finanza. Con questo tipo d ' interventi a suo giudizio l'esercito tutela la legge, data la sua composizione nazionale garantisce che la forza non sia usata per fini estranei alla legge stessa, impedisce eccessi e violenze, fa ri spettare ugualmente la libertà di sciopero e quella di lavoro, evita i danni - e le limitazioni della libertà - che deriverebbero ai cittadini dali ' interruzione di


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pubblici servizi. Il Cavaciocchi non concorda invece con coloro che, vista la rarità delle guerre, vorrebbero che l'esercito svolgesse principalmente funzioni civil i: educazione sociale, lotta all'analfabeti smo, protezione civile e, addirittura, principale Ente scolastico per l'istruzione elementare. Posto che l'esercito è sempre intervenuto, e deve intervenire, per soccorrere i conc ittadini colpiti da calamità. «i l soldato non è chiamato alle armi per far il pompiere, né il becchino. né la suora di carità, né il maestro di scuola, funzioni tutte della società civi le». Se l' ufficiale non deve sostituire il maestro di scuola, vale anche il contrario: non si può, non si deve pretendere che il Paese [tanto più con le scuole che ha! -N.d.a.) mandi alle armi giovani già almeno in parte addestrati: li mandi sani di mente e di corpo e g ià educati alla disciplina civile e al ri spetto delle leggi, e al resto penseranno, dopo, gli istruttori militari, com'è loro compito. A queste considerazioni del Cavaciocchi si deve solo aggiungere che anche il mantenimenro dell 'ordine pubblico è una funzione civile e non militare. e che le tesi favorevoli alla «nazione armata» sul modello svizzero nel 1902 sono contestate, con maggiore efficacia. dal capitano di fanteria Ferrarow, secondo il quale: -il sistema svizzero, come ha dimostrato il colonnello Marazzi, è più costoso del nostro. E mentre il cittadino svizzero nasce soldato, l' Italia non ha vere tradizioni militari, né- per formare i Quadri - da noi si troverebbero professionisti e industriali disposti a impiegare parte del loro tempo per studi militari e manovre; - la tesi di tal uni che le Alpi basterebbero ad assicurare un· efficace difesa non è valida, perché sono sempre state superate da forri eserciti stranieri; - l'esempio della guerra ispano-americana del 1898, nella quale gli Stati Uniti hanno vinto benché avessero solo un ridottissimo esercito del tempo di pace, non vale. L'esercito spagnolo di Cuba, numeroso ma decimato dalle malattie e non rifornito dalla madrepatria, ha potuto fare ben poco; la vittoria è stata ottenuta dalla flotta, il che dimostra, appunto, la necessità di un'organizzazione militare permanente. Lo stesso presidente americano Roosevelt, già colonnello, in un suo libro ha parlato con disprezzo delle milizie improvvisate; e anche gli Stati Uniti si stanno armando.

" L. Ferraro. l Partiti SOI'I'ersivi e l'Esercito. «Rivista Militare Italiana» 1902 - l semestre. pp. 208-225.


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Nell'ottobre 1904 il Ministro Pedoni invia alle unità una famosa circolare, nella quale invita gli ufficìali a educare i soldati ai loro doveri di cittadini, facendo loro comprendere che , per il bene comune, sono necessarie delle leggi che governino il vivere civile, e che la democrazia consiste, anzitutto, nel rispettarle. Devono inoltre convincerli che le differenze sociali tra uomo e uomo sono naturali e inevitabili, e che i miglioramenti per le classi più umili si possono e si debbono ottenere non con la violenza, ma con un lento e perseverante lavoro. Da tempo. però. sulla Rivista Mi litare si sta dibattendo sui modi e te mpi, sulle premesse organizzarive per educare meglio il soldato. Ad esempio, nel 1902 il citato capitano Ferraro sostiene che, se si vuoi veramente educare il soldato, bisogna migliorare la vita di cac;erma ed evirare di sottoporlo ad addestramenri inutiUJO. Occorre migliorare le condizioni di abitabilità delle caserme, assai precarie; creare refettori e sale di lettura e ricreazione, che mancano; rendere più vario e gradevole il rancio. Data anche la brevità della ferma, bisogna ridurre le istruzioni in ordine chiuso, che occupano la maggior parte del tempo, e c he contrariamente a quanto sostengono i vecchi ufficiali, non sono pi ù necessarie né per la disciplina mode rna né per l' addestrame nto di guerra, al quale dovrebbe essere dedicato il tempo maggiore. Circa la preparazione dei Quadri, in relazione alla circolare del Ministro Pedotti il capitano De Domenico nel 1905 sostiene che gli ufficiali d'Arma oltre alla cultura strettamente militare, devono acquisire una cultura economica, sociologica e tecnologica: il Ministero pertanto dovrebbe comandare alcuni ufficiali dei reggimenti alla frequenza presso le Università di corsi su tali discipline. Solo in questo modo i comandanti di repruto «potranno senza tema di errare, affrontare una discussione, sfatare dei pregiudizi, ed operare colla coscienza convinta del vero nell'apostolato educativo», neutralizzando <(le partigiane insinuazioni dei settari e dei mestatori»••. n capitano Dallari indica invece il metodo che gli ufficiali dovrebbero seguire nella loro azione educativa, i testi ai quali attingere gli argomenti da trattare e come trattarli ecc.:! Egli non nasconde che è fonte di viva preoccupazione per le autorità

.., L. Ferraro. L'Azione educatrice déll'Esercito, «Rivista Militare Italiana» 1902, l semestre pp. 753-770. •• P. Dc Domenico. L 'lmportanw degli swdi sociali negli Ufficiali delle Armi com ba t· temi, «Rivista Militare Italiana>> 1905- Il semestre. pp. 1529- 1537. •> P. Dallari. L'Educavone civile del so/timo. <<Rivista Militare Italiana» 1907, l semestre, pp. 59-8 1.


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militari e di debolezza per l'esercito il fatto che «l'Italia occupa fra le nazioni più progredite il primo posto nella scala della criminalità, l' ultimo posto nella scala dell'istruzione, della ricchezza, del benessere popolare e degli scambi». Tuttavia anche se lo Stato in rapporto ad altri Paesi spende troppo poco per l' istruzione, e nonostante il nostro primato nell'analfabetismo, il soldato italiano è intelligente, impara in poco tempo e si dimostra molto ricettivo all'azione educativa, se essa è ben condotta. Sono numerose le opere che trattano dell 'educazione del soldato, tra le quali citiamo L'educazione del soldato nei tempi nuovi - appunti di psicologia militare (1907), del capitano Luigi Nasi~3 , Scuola e caserma (sale e ritrovo e scuole) del tenente Epimede Boccaccia (1907)"" e soprattutto Psicologia militare (1908) del capitano Nicola Maria Campolieti45. In quest' ultimo libro il CampoUeti critica aspramente, perché nocivo alla disciplina, l'eccessivo tempo impiegato per l'addestramento formale e dedica un capitolo conclusivo ai princìpi (princìpi morali dell'arte militare; del dovere militare; dell 'obbedienza; della disciplina; dell ' educazione militare; dell' avanzamento secondo il gen. Trochu ; di Napoleone), tra i quali molto si trova di ancor vivo. La Rivista Militare affronta anche temi assai delicati come la criminalità mjlitare e i suicidi, trattati dal tenente medico dott. Consiglio Placido con un notevole e ben documentato saggio e molti grafici, nei quaU si utilizzano dati statistici resi pubblici per la prima volta46. Un altro ufficiale inferiore, Ugo Scotti Berni, nell913 scrive un articolo dal titolo significativo: Siamo noi guerrieri? al quale risponde in questo modo: «No. Noi siamo i cavalieri della guerra. Noi siamo un perfetto modello di decadenza bellica»47• Si riferisce, infatti, alla recente guerra di Libia, sulla cui condotta da parte del nostro esercito taluni giornali itaUani e stranieri banno espresso un giudizio fortemente critico, perché le nostre forze, pur essendo molto superiori di numero a quelle turche e fomite di tutti i mezzi moderni, sono state tenute a lungo in iscacco «da pochi barbari rozzi e ignoranti, guidati da pochi capi i quali rivestono nell'esercito imperiale [turco] gradi più modesti di quelli dei suoi molteplici condottieri italiani».

" Torino, Casanova 1907. .... Verona, Libreria Braidense 1907. •s. Firenze, Ramella 1908. ~ C. Plac ido, Saggi di psicologia e scienza criminale nei milirari, «Rivista Militare Italiana» ottobre 1907, pp. 1893- J928 (con allegati grafici) . •, <<Rivista Militare Italiana>> 1913, I semestre, pp. 7 13-727.

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Le riflessioni inusuali dello Scotti Berni anticipano di cinquant'anni un concetto oggi di dominio comune, con il quale sono state giustificate, nel dopoguerra, le sconfitte nel Vietnam e nel terzo mondo dei migliori eserciti europei e dell'esercito USA: gli eserciti «Scientifici» delle nazioni più civili e industrialmente più avanzate sono più adatti a combattere contro formazioni similari modernamente armate che «contro bande selvagge, fanatiche, incomposte, ed in ambiente radicalmente diverso dal consueto» , nel quale banno acquistato valore l' abitudine a vivere nel deserto, la conoscenza minuta del terreno, gli istinti del guerriero primitivo, la sua crudeltà, tutte le doti insomma del guerrigliero e dell'arabo del deserto. Giustamente lo Scotti Berni ricorda le sconfitte napoleoniche in Russia e Spagna; e aggiunge che, nonostante tutte le difficoltà, le nostre truppe si sono battute con abnegazione e coraggio e non meritano le critiche. La vittoriosa campagna di Libia del 1911-1912 è almeno moralmente benefica, ma non elimina i problemi dell'organismo militare e i suoi limiti, che sono anche quelli della nazione. La situazione morale e disciplinare deli' esercì to itali ano ali' inizio della grande guerra è stata descritta dalla penna più autorevole e qualificata: il generale Luigi Cadorna, nel suo libro degli anni venti La guerra alla f ronte italiana•s. Il Cadorna afferma che una disciplina esteriore anche se molto severa [come quella da lui instaurata nell'esercito -N.d.a.], se non è accompagnata da una disciplina interiore, specie in contingenze eccezionali - quale è stata quella di Caporetto nel 1917- non basta. D' altro canto l'esercito non può possedere tale disci plina interiore, se essa manca nel Paese, e non è accompagnata da una virile educazione: «or in Italia [nel1915] né l' una, né l' altra cosa esisteva. L' indisciplina è male antico». E qui il Cadorna elenca le ragioni, già indicate dagli autori prima esaminati, per cui in Italia è sempre mancata la disciplina sociale, «fondamento dalla potenza di un popolo», e banno prosperato sterile ribellismo, disordine, corruzione. L'antimilitarismo, anche per il Cadorna, è stata la conseguenza di uno spirito di rivolta contro le Istituzioni e di un malinteso concetto della libertà e dei diritti dell ' individuo, che era assai diffuso nel

•• Ci t. in E. Canevari -G. Prczzolini, M arTe- Amologia Militare, (cit.), pp. 233-239.


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Paese. Se ne sono spesso fatti banditori, prima della guerra, «coloro stessi che provocavano l' Austria con dimostrazioni irredentiste, come se avessero poi potuto tener testa ad una grande potenza militare, salda per antiche tradizioni, colla retorica di cui erano maestri! ». Segue un deciso attacco agli interventisti provenienti dall 'ala del socialismo rivoluzionario [Mussolini , Corridoni , De Ambris ecc. N.d.a.]: «parecchi di coloro che più avevano sbraitato contro il militarismo e le spese militari, dichiararono poco dopo lo scoppio della guerra europea, di essere pronti a votare qualunque somma, anche di miliardi, per l'esercito: come se fosse possibile spendere utilmente dei miliardi in pochi giorni per un organismo che richiede cure lente, assidue e continuate!». Il Cadorna cita poi un articolo del generale Mainoni sul Corriere della Sera del 29 settembre 1910, secondo il quale era vana illusione credere che, in soli due anni di ferma, le poche lezioni settimanali di morale che gli ufficiali delle compagnie potevano tenere, «sempre turbate dai servizi di pubblica sicurezza», fossero sufficienti «a trasformare un cittadino in un guerriero, animato dal sentimento del dovere e dal fuoco sacro deJla Patria, pronto a sacrificarsi per essa». In realtà - prosegu iva il Mainoni - i soldati italiani non erano, non potevano essere quelli dipinti dai bozzetti edificanti del De Amicis e di altri. Erano semplicemente dei giovani con gli stessi sentimenti della classe sociale di appartenenza, in massima parte antimilitari; «come tali vengono mal volentieri alle armi, fanno il loro dovere, quando lo fanno , per tema di punizioni o per non aver noie, trattandosi di un breve periodo; ma appena lasciano il servizio tornano ad essere quelli di prima». Questa situazione - osserva il Cadorna - prima del 1914 si è verificata in parte anche neJl'esercito francese, ma è stata colà corretta da due fattori mancati in Italia: l'elevato spirito nazionale. frutto di secoli di storia unitaria, e le grandi tradizioni militari di quell'esercito. Il Cadorna conclude che l'Italia nel suo complesso non era moralmente preparata alla guerra, voluta da una minoranza di intellettuali e osteggiata dai partiti estremi e dai giolittiani. Ciononostante, durante la guerra si sono distinti parecchi giovani pieni di slanc io e patriottismo, che desideravano con ardore un ' Italia grande e potenre: questa gioventù - egli conclude - costituisce la miglior speranza della Nazione e ha diritto di governarla certamente più della vecchia classe dirigente.

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5. DALLA PRIMA ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE: IL

REGOLAMENTO DI DISCIPLINA 1929 Queste valutazioni del Cadoma, aJle quali è stata finora dedicata scarsa attenzione, spiegano il rigido regime disciplinare da lui introdotto durante la guerra, che peraltro rispondeva a uno stato di oggettiva necessità e alle caratteristiche della lotta. Si trattava di costituire in tempi estremamente contratti un grande esercito di massa con un popolo giovane, senza grandi tradizioni militari e dotato di scarso spirito civico e militare anche nella classe dirigente, dove non pochi erano gli analfabeti (scomparsi nell'esercito tedesco e giapponese già all'inizio del secolo). E si trattava di far condurre a questo esercito una sanguinosa guerra di logoramento che, come nel secolo XVIII, richiedeva al combattente soprattutto obbedienza e spirito di sacrificio: assai di meno quelle doti che, con visione assai moderna, erano state ritenute necessarie dal Marsel(j e da tanti altri, che avevano sostenuto un ben diverso tipo di soldato e di disciplina, peraltro non adatto a una guerra di logoramento e di trincea. La dura disciplina non è stata applicata solo nell'esercito italiano, ma anche in altri eserciti, a cominciare da quello francese. La prima guerra mondiate dal 1917 in poi ha visto affermarsi in Russia, naturalmente manu militari, la rivoluzione bolscevica. Ebbene, anche Lev Trotskij, organizzatore dell 'armata rossa, è stato costretto a creare, con brutale realismo, il nuovo ufficiale e il nuovo soldato rivoluzionari ricorrendo a metodi analoghi a quelli dei vecchi eserciti, se mai più duri rispetto a quelli di Cadorna: pugno di ferro, fucilazioni, destituzioni, rigida disciplina, richiamo in servizio dei vecchi ufficiali zaristi e quindi omaggio a una professionalità militare che nei casi medi non si improvvisa. In base al principio «necessità fa legge», nel 1914-1918 si è così verificata un'autentica rottura disciplinare rispetto a un passato recente e meno recente, nel quale la letteratura militare era stata dominata dall'esigenza di far penetrare le nuove istanze democratiche netta disciplina degli eserciti, privilegiando la persuasione e non la repressione. Contraddizione solo apparente: perché gli alti sentimenti e i traguardi educativi invocati nell'anteguerra dagli autori prima esaminati non potevano ipso facto tradursi in realtà, diventare patrimonio spirituale comune e diffuso di eserciti di massa improvvisati e in buona parte composti da richiamati con famiglia e preoccupazioni economiche. E, in attesa de cittadino ben istruito e dotato di alte virtù civiche, quindi anche del soldato esemplare, conscio dei suoi doveri, naturalmente disciplinato, bisognava, intanto, combattere, esattamente come, in attesa della pace perpetua e magari per ottenerla, bisognava fare- e vincere -la guerra.


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L 'arte miliwre del 2000

Sotto certi aspetti, e almeno nel concetto di disciplina, la prima guerra mondiale ha segnato dunque un ' involuzione imposta daJle caratteristiche della guerra di trincea, esperienza che anche gli ufficiali, in servizio permanente non avrebbero voluto più ripetere. Segna un' involuzione anche per un'altra ragione: come ha ricordato l'ammiraglio Fioravanzo nel secondo dopoguerra49, neli' edizione 1917 del Regolamento di disciplina - rimasto. nei princìpi generali, quello del 1872 dovuto a Tancredi Fogliani - il para. I l , che definisce la subordinazione. è stato modificato eliminando l'accenno ai diritti di ciascun grado, per il quale, dunque, esistono solo doveri. Modifica probabi lmente dovuta al particolare clima deJia guerra, che però non è di poco conto. Tra gli aspetti positivi e non caduchi della guerra, va ricordato un libro sulla Morale militare latina!!() scritto dal già citato Ten. Col. Campolieti, che vi raccoglie le lezioni da lui tenute alla Scuola Militare per ufficiali di complemento di Caserta dopo essere stato ferito al fronte (dove morirà nel 1918 per malattia); un'opera piena di riflessione senza tempo sui fattori morali che prevalgono in guerra, sulla discipl ina. sul carattere militare e sulle doti del Capo. Altro notevole libro è Vita e morale militare (1917) di Luigi Russo, anch'egli insegnante a Caserta. dove affiorano concetti di disciplina moderni e atrualis•. In secondo luogo, dal l 9 l 7 in poi si tende ad elevare il morale delle truppe con un ' intell igente propaganda e con misure di vario ordine tendenti ad accrescerne il benessere morale e materiale. Un modo pratico, e non solo teorico, di educare e formare il combattente, che non è un asceta, un martire o un eroe ma un cittadino italiano chiamato a compiere, spesso al prezzo della vita e con gravi disagi anche della famigl ia, il suo dovere. Un dovere che, fina lmente, dopo il l 917 era sentito e diffuso, se non altro perché di era potuto toccare con mano, dopo la rotta di Caporetto, che cosa significava l'invasione del territorio nazionale da parte di truppe straniere. L'esercito virrorioso del 1918 rimane, forse la migliore espressione della capacità militare delJ'ltalia da quando è unita; in esso sembravano finalmente ridotti a poca cosa quei limiti materiali e morali, che troppo avevano pesato in passato nella Nazione, e quindi anche neli' lstitu-

... G. Fioravanzo, Il Soldato di domani. Roma. Plus Ultra 1945, p. 5. » Cascna. Ed. E. Marino (senza data. ma prima del 1918). '' Ristampa 1992 con il nuovo titolo Vita e disciplina militare, Milano. il Saggiatorc.


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zione militare. Subito dopo la fine della guerra, però, nonostante la vittoria sono tornati a prevalere tra i Quadri più o meno gli stessi motivi di disagio e di insoddisfazione che avevano caratterizzato l'anteguerra; è riaffiorata anche la complessa problematica della disciplina, delle forme e scopi dell'Istituzione militare, dell'educazione e istruzione dei Quadri e del soldato. Due opere danno un'immagine interessante del periodo: Tre anni di vita militare italiana del colonnello Angelo Gatti52, e Pedagogia militare del già noto colonnello Epimede Boccaccias3• n Boccaccia si rifà al Marselli, che nella Guerra e la sua storia aveva osservato che «ciò che riguarda le norme per istruire e educare il personale potrebbero formare oggetto di uno studio pure speciale e che dovrebbe denominarsi pedagogia militare [.. .].Se l'organica[...) allargasi nello sviluppo del tema relativo all'istruzione e all'educazione, gli è perché non ancora esiste una pedagogia militare». Sulla scorta di quanto scrive il Marselli, il Boccaccia afferma che la pedagogia militare, come scienza dell'educazione militare, si distingue da quella generale perché ha un fine limitato e molto specifico, che è la vittoria in guerra; e la definisce «quel ramo della scienza pedagogica che ha per fine l'educazione militare del cittadino secondo i dettami dell' arte militare, cioè lo sviluppo armonico e completo delle sue energie fisiopsichiche, onde la società cui egli appartiene raggiunga il fine di una vittoriosa conservazione nelle eventuali lotte tra le forze armate degli Stati». A sua volta, l'educazione militare comprende sia «l' addestramento fisico-intellettuale» che «la preparazione morale» (cioè sia l'istruzione che l'educazione, da non confondere tra di loro). Così caratterizzata, la pedagogia militare entra a far parte d eli' arte militare; quest' ultima è suddivisa dal Boccaccia in cinque rami principali: I Organica (personale, materiale e terreno); II Pedagogia militare (Parte generale, didattica militare, analisi sperimentale e sintesi consistente nell ' esame dei fatti militari); III Strategia; IV Logistica; V Tattica (grande e piccola tattica). Il fatto più rilevante del periodo tra le due guerre è, però, la pubblicazione nel 1929 di una nuova edizione del Regolamento di disciplina, che rimane sostanzialmente valida fino al 1965, quando è sostituita dal primo regolamento di discipUna interforze.

" Milano, Mondadori 1924. " Firenze. Carpigiani e Zipoli 1921.


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L ·ane militare del 2(}()()

L'edizione 1929 per la parte generale non fa che ripetere, con qualche modifica formale e alcune aggiunte, le prescrizioni del Regolamento 1872, quasi sempre riportate al la lettera. Significativa la modifica degli scopi per cui è costituito l'esercito: «l'Esercito, del quale è comandante supremo S. M. il Re, è istituito per difendere sino all"estremo l'onore e l'indipendenza della patria, facendo la guerra ovunque venga dal Sovrano ordinato, e per tutelare le istituzioni e le leggi nazionali». Scompare. quindi. il compito (indicato per primo nel 1972) di sorreggere il Trono, sostituito con la precisazione che il comandante supremo è il Re; la difesa esterna occupa il primo posto. il compi to della tute la delle istituzioni e leggi nazionali viene per ultimo. e corrisponde al mancato impiego delresercito in ordine pubblico durante il regime fascista. Nel para. li, che tratta sempre della subordinazione, è mantenuta l'abolizione della parola diritti; ai doveri morali d'ogni militare si aggiunge quello di non bestemmiare, di evitare parole e discorsi «ripugnanti al senso morale» e di unirsi, se si trova in luogo pubblico di culto. agli atti di deferenza dei presenti per le persone e i simboli della religione (si tratta. probabilmente, di un riflesso del Concordato dello stesso anno 1929). Si aggiunge anche che (para.82) il militare «non deve appartenere ad associazioni le quali si propongono scopi occulti e contrari allo spirito del giuramento prestato» (forse, si fa riferimento alla massoneria). Si vieta anche agli ufficiali e sottufficiali in servizio di ricoprire cariche retribuite o meno in società industriali. commerciali e di credito. a meno che non si tratti di cooperative tra ufficiali e impiegati dello Stato. Viene aggiunta una serie di paragrafi (85-89) che disciplinano le «liberalità - spese di lusso - sottoscrizioni collenive», e prescrivono una stretta austerità: sono vietati, tranne casi particolari per i quali deve essere chiesta l'autorizzazione, pranzi. balli, feste di corpo; sono proibiti i regali ai superiori e le sottoscrizioni di carattere collettivo: è proibito al militare di farsi promotore di iniziative di dimostrazioni e sottoscrizioni, che, quando avvengono, devono avere carauere solo individuale. Ai «doveri propri del superiore» si aggiunga il para. 96. il quale prescrive che egli deve vigilare «che i propri dipendenti si mantengano in quella linea di riservatezza e di rinunzie che il regolamento addita», e inoltre deve evitare «negli ordini del giorno e nei discorsi ufficiali. di esprimere opinioni e apprezzamenti personali d'argomento politico». Si ribadisce (para.ll3) che l'inferiore deve al superiore obbedienza pronta, rispettosa e assoluta in tutte le cose di servizio, ecc.; però, mentre

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nel 1872 si affennava che in tale obbedienza si riassumevano tutti i doveri degli inferiori , questa volta si precisa che quello è «il principale dovere dell'inferiore». I doveri e le attribuzioni del comandante di corpo, dei capitani e dei comandanti di compagnia rimangono invariati. Thttavia il comandante di corpo, anziché avere «la soprintendenza e la responsabiHtà» di tutte le branche, ha «l'alta direzione, con conseguente responsabilità» della disciplina, dell'addestramento e della buona conservazione dei materiali, mentre ha solo «l'alta vigilanza» sulla gestione amministrativa (riflesso, questo. del nuovo regolamento di amministrazione 1927). Oltre che parecchi paragrafi dei doveri del comandante di corpo, dei capitani, dei subaltemi e sottufficiali, la parte più viva e attuale del regolamento 1929 è quella dedicata al modo di applicare le puruzioni, dalla quale traspare, in ogni riga, la consapevolezza dell'alto significato morale della punizione, del danno che si infligge non solo al singolo, ma al reparto con una punizione intempestiva o ingiusta, della necessità di preverurla, e della necessità di chiarire bene tutte le circostanze della mancanza, e di tener presente la personalità di chi l'ha commessa. Ad esempio: - affinché la punizione conservi la sua efficacia, ad essa si deve ricorrere «con grande ponderatezza, con molto tatto, con giusta misura», avvalendosi anche della conoscenza dei dipendenti e tenendo presente che una punizione ingiusta roma a danno della disciplina; -i l superiore ha il dovere di prevenire le mancanze dei dipendenti evitando ogni provocazione. e di controllare che così facciano anche i gradi a lui inferiori. Egli raggiunge questo scopo dimostrando di osservare rigidamente lui stesso, per primo, le norme disciplinari; - quanto maggiori sono la stima e il rispetto da cui il superiore è circondato, tanto più facile gli riesce mantenere la disciplina; - si deve ricorrere alla punizione solo dopo aver esaurito tutti i mezzi morali a disposizione, ritardando il più possibile la prima punizione, che se inflitta prima che il militare conosca bene i suoi doveri , causa scoraggiamento e dà una falsa impressione della disciplina; - quando si infliggono le punizioni bisogna evitare espression i ingiuriose o risentite e mantenere contegno sereno. calmo e composto, dimostrando così che si compie solo un dovere; -bisogna stabilire anzitutto se il militare ha avuto o no intenzione di mancare, e chiedergli tutti i chiarimenti che egli ritenga opportuno fornire a sua discolpa, appurando inoltre tutte le circostanze - anche aggravanti - in cui è avvenuta la mancanza. la personalità, i precedenti e l'anzianità di chi l' ha commessa, ecc.;


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- vanno sempre severamente colpite le mancanze, anche leggere, che denotano «indel icatezza, disonestà, scarsa dignità, insubordinazione, abuso di potere, ingiustizia, scarsa ponderatezza nel punire». Si deve tener conto anche delle più o meno gravi conseguenze che la mancanza ha prodotto e può produrre; - la mancanza è tanto più grave. quanto più elevato è il grado rivestito; - occorre evitare, «in linea di massima», di rimproverare o punire un militare in presenza di inferiori: -se l'effetto già ottenuto su un militare con la punizione lo suggerisce, il comandante di Corpo «fa largo uso di condoni di parte della pena». 6. I REGOLAMENTI DI DISCIPLINA DOPO IL 1945 Subito dopo il t 945 sulle riviste militari nasce un certo dibattito sul rapporto tra esercito e democrazia e su che cosa si debba intendere con l'espressione «spirito democratico». al quale la Costituzione vuole improntata l' Istituzione mHitare. l lineamenti generali del dibattito riprendono, nella sostanza, parecchi punti di vista già espressi dal Marselli e da altri nel periodo precedente la prima guerra mondiale. L'opera di maggior interesse, dalla quale si deduce lo spirito dei tempi e il punto di vista sulla disciplina della maggior parte dei Quadri che hanno vissuto l'esperienza della guerra e della sconfitta, è il libro dell'amm. Fioravanzo Il Soldato di domani ( 1945)''. Il Fioravanzo traccia un quadro assai severo delle cause di vario ordine - e in particolare dei provvedimenti di legge - che nel periodo tra le due guerre. hanno minato l'efficienza morale e materiale delle Forze Armate, con gravi conseguenze sulla condotta della guerra. E conclude: «che cosa si poteva pretendere 1'8 seuembre 1943 da w1'orgcmi::.za::.ione in cui da vent'anni si era perduta l'abitudine di comandare? In cui non si era imparato a "saper dire anche di no", per dirla con le parole di w1 precetto contenuto in w1 Libro americano intitolato "Naval Leadership" (Vademecum del condotliero navale)? In cui si ignorava che la disciplina consiste bensì nell'obbedienza volontaria e immediata a tutti gli ordini, ma anche, quando manchino gli ordini, nel comportarsi in base a quelli che si suppone sarebbero stati dati (secondo l'enunciazione del colonnello inglese Applin)? In cui si era rinunciato ad usare o si usava

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Cfr. G. Fioravanzo, Op. cit ..


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con eccessiva trepidazione del diritto di critica disciplinata e doverosa delle idee dei superiori prima che fossero trasformate in ordini? In cui esisteva una netta inferiorità di armamento rispetto al nemico? Viene fatto di chiedersi come mai tutto questo processo di involuzione e di decadenza degli istituti militari italiani abbia potuto avvenire sotto la falsa insegna del "volto guerriero della Nazione" senza nessuna reazione da parte delle Forze Armate, nonostante fossero diffusi malumore, critica, sfiducia e tanti altri sentimenti e atteggiamenti negativi. Crediamo si possa rispondere che le Forze Armate sono quello che è la Nazione e ne rispecchiano lo stato d'animo, e non viceversa»ss_ In riferimento a quest'ultima frase, noi osserviamo che 1'8 settembre 1943 ha dimostrato che quando l'esercito cede, cede tutta la Nazione; e fin che l'esercito «tiene», «tiene» tutta la Nazione. Ha, però, ancora una volta dimostrato che l'esercito non può essere, moralmente, cosa diversa dalla Nazione: perché non può combattere un esercito quando la Nazione a torto o a ragione è convinta che è inutile e dannoso continuare a combattere. Dopo il 1945, la Nazione non ha affatto eliminato le tossine, le lacune della guerra e del periodo precedente: il disagio morale dell'Istituzione militare, perciò, è continuato. Citando spesso il manuale americano «Naval Leadership», il Fioravanzo tocca argomenti non certo estranei, da quasi un secolo, alla letteratura militare italiana e alla stessa regolamentazione dell'esercito: il rapporto tra Forte Armate e democrazia, il giusto modo militare di applicare dei princìpi democratici peraltro non certo nuovi, l'ideale, che definisce «americano» (e che, molto prima, è stato italiano!) della «disciplina spontanea e serena, cui gli uomini si sottomettono volentieri in vista della causa per la quale essi lottano, animati dal rispetto e dalla fiducia nei loro Capi», l'iniziativa, il senso di responsabilità e la libertà d'azione dei livelli inferiori, la fiducia e il rispetto reciproco che devono intercorrere tra i vari livelli gerarchici, il prestigio della leadership, la necessità di un decentramento, e persino la necessità di un'educazione politica e sociale dell'ufficiale, a suo dire mancata tra le due guerre. Il Fioravanzo non poteva sapere che, dalla circolare 1872 del Ministro Ricotti, dal Marselli, dal Ranzi in poi, questi terni erano stati quasi quotidianamente trattati nella pubblicistica militare e sulla Rivista Mil itare. Non c'era, dunque, alcun bisogno di ricorrere a ma-

,. ivi, pp. 20-21.


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nuali stranieri: se i risultati sono stati quelli che sono stati, ciò è probabilmente avvenuto perché, come ha osservato il Marselli nel proemio alla Vita del Reggimento, un provvedimento di per sé ottimo, un 'idea innovatrice può raggiungere gli obiettivi sperati solo se vi è la necessaria preparazione (noi aggiungeremmo: prima di tutto spirituale. nella mentalità, nei cuori degli uomini) «nel Paese e nell 'Esercito» (si noti che il Marselli mette per primo il Paese). Esattamente come il Marselli e il Ranzi, il Fioravanzo conclude che, per «democratizzare» le Forze Armate. «il personale deve essere educato, istruito e addestrato tenendo presente che scopo ultimo della preparazione deve essere quello di avere dal Comandante supremo fino all 'ultimo soldato una catena ininterrotta di uomini, ciascuno dei quali sia in grado di agire senza suggerimenti né vigilanza, con perfetta coscienza della sua responsabilità». Per democrazia si deve intendere anche «attuazione sociale del rispetto della personalità, che non è d'altra parte rispettabile se non è responsabile» ~. Che i disagi e le sconfitte del passato non siano dovute a una questione di regolamenti e che ci sia ben poco da imparare da altri regolamenti stranieri implicitamente lo ammette. del resto, lo stesso Fioravanzo, che dall'esame del Regolamento 1929 deduce che «è ispirato a senso di umanità e contiene in sé tutti i princìpi del vivere democratico», quindi richiede solo poche modifiche «aventi lo scopo di mettere in maggior rilievo i concetti di personalità, responsabilità, decentramento». Egli perciò propone di: -aggiungere all'Art. 5, secondo il quale dall'operare concorde di tutti i gradi discende «la fiducia di ciascuno in sé medesimo e nei propri eguali, degli inferiori ne loro superiori», la parola «e viceversa», per significare che anche i superiori devono aver fiducia negli inferiori , e quindi essere portati a attuare il decentramento di funzioni e responsabilità; - aggiungere all' Art. Il (riguardante la subordinazione) che essa consiste, oltre che nell'osservanza dei doveri di ciascun livello gerarchico anche nell'osservanza dei diritti; - non modificare l'Art. 82, che vieta al militare di partecipare a dimostrazioni e pubbliche manifestazioni politiche; -completare l'Art. 12, secondo il quale l'obbedienza deve essere pronta, rispettosa e assoluta e non è permessa aJI' inferiore alcuna esita-

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ivi, pp. 75-76.


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zione o osservazione. con la frase «Tuttavia, quando l'inferiore sia a conoscenza di circostanze in contrasto con l'ordine ricevuto ha il dovere di rivelarle al superiore per metterlo in condizione di adeguare l'ordine alle circostanze stesse ... ». Occorre, infatti, introdurre esplicitamente il dovere dell'inferiore di contribuire a lla form ulazione di un ordine prima della sua esecuzione [concetto già espresso dal Ranzi N.d.a.], e applicare, nel caso specifico, lo spirito degli Artt. 5 e l O dove si parla di concordia, di mutua fiducia, di opportunità di spiegazioni di dipendenti. È interesse dell'esercito che il superiore in fase di elaborazione degli ordini tragga profitto dalla collaborazione dei dipendentl57• In sostanza il Fioravanzo più che delle modifiche radicali propone delle aggiunte, delle integrazion i. Fa anche un breve confronto con i regolamenti russo e germanico, osservando che il regolamento russo, nel quale si insiste su lla disciplina e si concede ai comandanti ampia facoltà di scegliere i mezzi punitivi fino all'uso delle armi nei riguardi di un inferiore, è «il più militare di quanti oggi esistano, dettato da una dura esperienza e con altrettanta durezza scrirto e (riteniamo) applicato». Giudica anche interessante e utile, in tale regolamento, l'istituzione di consigli dei pari grado, i quali possono giudicare in via preliminare coloro che infrangono la disciplina, in tal modo rendendo tutti i mi litari del reparto compartecipi della necessità di mantenere ordine e disciplina. De l regolamento di disciplina della Wehrmacht dice che risponde a concetti di sana democrazia: il militare di qualsiasi grado deve sentirsi rispettato; deve essere consapevole dell 'importanza del suo ruolo: Quadri e truppa non devono essere separati da falsi preconcetti sociali, perché sono affratellati dalla stessa divisa e perché chi lo merita deve avere la possibilità di raggiungere anche i più alti gradi; la fiducia tra i vari gradi deve essere reciproca; l'inferiore non deve temere. ma stimare il superiore. Il Regolamento di disciplina 1957 (Pub. n. 2917) è il primo del dopoguerra emanato dopo l'avvento della Repubblica e l'entrata in vigore della Costituzione. Non è, però, che la «6• ristampa aggiornata» del vecchio Regolamento 1929. Viene naturalmente cambiata la formula del giuramento, che questa volta è alla Repubblica e al suo Capo; ma per il resto non vi si parla mai di Repubblica e Costituzione, né tanto meno dello spirito democratico voluto dalla Costituzione stessa, e non

" ivi. pp. 77-89.


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si recepisce alcuna delle modifiche proposte dal Fioravanzo e da altri. Le Parti nelle quali è suddiviso sono sempre tre: Doveri disciplinari, Ricompense militari (7 pagine), Punizioni disciplinari (31 pagine). La massima parte dei paragrafi rimane la stessa; pochi ne sono aggiunti; in totale, essi si riducono dai 726 dell929 a 653. Rispetto al regolamento 1929 i compiti dell'esercito rimangono invariati, eliminando l'accenno al Sovrano e lasciando la frase «Ovunque venga ordinato>> (ma da chi, visto che l'ordine non proviene più dal Sovrano?). Nel più volte citato para. l l sulla subordinazione rimane l'accenno ai soli doveri, l'obbedienza (para.l2) deve essere come sempre pronta, rispettosa e assoluta e l'intero paragrafo rimane invariato, senza aggiunte. n testo rimane immutato fino al para.551; i mutamenti riguardano solo la Parte ID (punizioni disciplinari) dal para. 552 in pi, nella quale gli articoli del vecchio regolamento sono interamente sostituiti. Non si comprende bene la ragione delle modifiche alla parte del testo- la più importante - dedicata ai criteri per infliggere le punizioni, che subisce decurtazioni notevoli ma difficili da giustificare. Ad ogni modo, sembra prevalere la tendenza a limitare il ricorso alle punizioni: «552. Le punizioni disciplinari hanno soprattutto, valore morale. La limitazione di libertà personale connessa ad alcune di esse, va intesa come sanzione da applicarsi nei soli casi di recidività o di mancanze particolarmente gravi. 553. Le punizioni vanno scrupolosamente vagliate, tenendo presente che - specie per gli ufficiali - il loro valore è in ragione del grado rivestito dalla persona alla quale esse vengono applicate. 554. Ogni superiore ha il dovere e il diritto di punire l'inferiore che manchi. Come, quando, in quale misura valersi di tale facoltà, è virtù di comandante. Dalla punizione inflitta, il superiore deve trarre occasione per svolgere un'azione moralizzatrice ed incitatrice, intesa a registrare, in chi manca, il senso del dovere». Questi paragrafi rispecchiano la parte più nuova del regolamento 1957; si deve osservare che già parecchi dei concetti ivi espressi corrispondono allo spirito, se non alla lettera, del vecchio regolamento, e che l' aggiunta più apprezzabile è quella del para. 554 (come e se punire è virtù di comandante, non può essere insegnato; la punizione è più efficace, se il comandante ne fa oggetto di azione morale). Giustamente si sottolinea che la punizione, per essere efficace, deve essere pronta e immediata; ma si nota anche un elemento peggiorativo, non si sa se voluto o meno. Nel vecchio regolamento (para. 560) si ripete per due


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volte che prima di decidere specie e durata della punizione, occorre chiedere all'interessato tutti i chiarimenti che può dare a sua discolpa; aspetto non secondario omesso nel regolamento 1957, nel quale si mantiene solo la prescrizione di stabilire se chi ha mancato ne aveva o no l'intenzione (cosa che può essere fatta, al limite, anche senza interrogare direttamente l'interessato). Poco cambia anche per le punizioni: viene introdotto per tutti il richiamo (verbale) e si attenua la durata dei vari tipi di punizione, mantenendone invariati i tipi (anche se per la truppa la «prigione» è costituita dalla «camera di punizione»). Per i marescialli e sergenti maggiorì in carriera continuativa viene abolito il passaggio alle compagnie di correzione previa rimozione de] grado; questo tipo di punizione, tuttavia, è mantenuto per i sergenti e i sergenti maggiori non ammessi a carriera continuativa e per la truppa. Infine, il Regolamento 1957 continua inutilmente a definire doveri e attribuzioni di numerose figure di ufficiali e sottufficiali con incarichi particolari nell'ambito di Comandi ed Enti vari, che non esistono più nel 1957 e che negli anni immediatamente successivi scompariranno rapidamente. Pur portando l'intestazione «Ministero Difesa - Esercito» il Regolamento 1957 non è firmato da alcuna autorità, forse perché si tratta di una ristampa. Nel 1965 è sostituito dal primo Regolamento di disciplina interforze, firmato (per il Presidente della Repubblica) dal Presidente del Senato e controfrrmato dal Ministro della Difesa. Tal regolamento intende essere, come i precedenti, un «codice morale» per tutti i militari, e soprattutto per coloro che rivestono un grado e hanno la missione di educatori. La struttura del nuovo regolamento è profondamente diversa dal passato: molto più breve, comprende una Premessa e cinque «Titoli»: I Fondamenti delle Istituzioni militari, II Doveri militari, III Militari in particolare destinazione o assenti dal servizio, IV Ricompensa, distinzioni onorifiche - onorificenze, V Punizioni disciplinari. Nella Premessa si indicano i compiti delle Forze Armate, che sono gli stessi fissati per l'esercito dal precedente regolamento, e si illustra con le consuete parole la necessità e l'importanza della disciplina. La preminenza della difesa della Patria in guerra viene ribadita anche dall'Art. 37 sui doveri del comandante di corpo, il quale deve sempre rìcordare che «il complesso e delicato organismo affidatogli ha come fine supremo quello di essere impiegato in guerra per la difesa della Patria e che a tal fine devono, quindi, essere indirizzate tutte le attività


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del corpo». Nel Titolo I all'Art. l si parla del servizio militare, dovere da adempiere con le modalità indicate dalla legge, e si afferma che il cittadino che entra a far parte delle Forze Armate per scelta o per obbedienza alla legge «deve, al di sopra degli interessi personali. essere pronto ad ogni sacrificio e a dedicare tutte le forze fisiche, di intelletto e di cuore al bene della Patria». Sempre nel predetto Titolo I si tratta della disciplina. della subordinazione, dell'obbedienza, d eli' ordine, delle qualità mora l i del militare. Nulla di nuovo sulla disciplina e sull'ordine. Trattando della subordinazione, non si accenna più né a diritti, né a doveri in genere di ciascun livello gerarchico; si dice solo che, come sempre, essa è il primo dovere e consiste «sostanzialmente nell' obbedienza e nel rispetto verso il superiore». L'Art. 7 recita che, «in tutto ciò che si riferisce al servizio e alla disciplina», deve essere «pronta, rispettosa e leale» (quindi non più «pronta, rispettosa e assoluta»). Si precisa che è obbedienza leale «quella rivolta con ogni mezzo e senza riserve al conseguimento di ciò che viene ordinato»; pertanto il superiore deve, di massima, rendere l' inferiore consapevole dello scopo da raggiungere, perché in tal modo, conoscendone la ragione, esegue meglio l'ordine. L'ultimo capoverso dell' Art. 7 annulla almeno in parte quanto prima detto ull'obbedienza, precisando che «il dovere dell 'obbedienza è assoluto, salvi i limiti posti dalla legge penale». Tra le qualità morali che deve possedere il militare si sottolinea la lealtà, dalla quale discende la massima chiarezza di rapporti tra militari di ogni grado e che crea un clima «di stima e fiducia reciproche» (è la p1ima volta che si parla di reciprocità). L' Art. 3 parla, in particolare, di responsabilità differenti tra i vari gradi: «ma. nella disciplina, tutti sono uguali dinnanzi al dovere e al pericolo». Nel Titolo II si inserisce (Art. 11 ) il dovere di osservare e far osservare la consegna, che consiste nelle prescrizioni impartite per svolgere un dato servizio. Inoltre, al «Senso della responsabilità». all' «iniziativa», all' «esempio» sono dedicati tre Articoli ( 14, 15 e 16) che non compaiono nei regolamenti precedenti, anche se essi insistono sul valore dell'esempio e se l' importanza dell'amore per la responsabilità e dell ' iniziativa è stata più volte sottolineata, in dal secolo XIX, sulla letteratura militare. A proposito di iniziativa, forse riferendosi agli avvenimenti della guerra e dell'armistizio il regolamento afferma che «non è ammissibile che un militare- specialmente se di grado elevato - adduca a giustificazione della propria inerzia di fronte a circostanze impreviste il non aver ricevuto ordin i e diretti-

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ve». Si afferma che il cameratismo deve dare l'impronta alle relazioni tra tuui i gradi, e che specialmente le reclute devono essere trattate con cordialità: «ricordino gli anziani che quella prima esperienza di cameratismo e di solidarietà lascerà nei nuovi venuti una traccia indelebile». Nelle «norme di tratto», si stabilisce che gli ufficiali e sottufficiali si rivolgono ai militari di truppa con il «tu», anziché con il «VOi» come in precedenza. Trattando dei doveri dei superiori alle vecchie norme se ne aggiungono alrre, almeno in parte consone allo spirito delle vecchie: «il superiore deve avere somma cura di non menomare la dignità degli inferiori»; deve tener presente che prevenire le mancanze è molto più efficace che reprimerle: «deve evitare ogni benché menomo abuso di potere» e ricordare che le regole della disciplina, anche quando impongono un distacco formale, non devono mai portare a un distacco spirituale; deve avere altissimo il senso della responsabilità (precisazione un po' pleonastica, e se vogliamo, persino indelicata); «deve curare un'equa ripartizione di oneri e soddisfazioni e un'organizzazione del lavoro tale da consentire il conseguimento del risultato voluto senza inutile dispendio di energie»; deve lasciare ai dipendenti la dovuta autonomia e libertà d'azione. e accordare sempre i colloqui che gli sono richiesti. L'Art. 33 è dedicato alla vigi lanza sul comportamento dei dipendenti, sia in servizio che fuoli servizio. L'Art. 34 tratta dell'educazione militare dei dipendenti, precisando che per educare efficacemente bisogna conoscere 1· uomo. che occorre rivolgere particolare cura ai giovani subalterni e che il dovere di educare è proprio anche di coloro che hanno mansioni tecniche, perché il rendimento del personale, anche nel campo tecnico. dipende dal livello di educazione militare ricevuta. Sulla vexata quaestio dell'esecuzione degli ordini, le norme di cui all'Art. 7 prima citate sono, in parte, correne dalla prescrizione dell' Art. 31 che il superiore «deve consentire ai propri collaboratori diretti di esprimere - nei limiti della correttezza - la propria opi nione; ma, una volta che egli abbia preso le sue decisioni, deve esigere da essi l'adesione leale e fattiva senza alcuna riserva». L'Art. 38 ricorda che il militare commette grave mancanza se critica il superiore o gli ordini da lui emanati e condanna, come i precedenti regolamenti, la maldicenza. L'Art. 39 preci sa che il militare non deve fare alcuna osservazione quando riceve un ordine; può però chiedere chiarimenti, e se ritiene che, per motivi non conosciuti dal superiore, l'esecuzione di un ordine possa essere causa di danno, ha il dovere di farlo presente.


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Sulle limitazioni alle quali deve sottostare il militare il nuovo regolamento è più elastico del precedente, ammettendo la possibilità di organizzare pranzi e trattenimenti nell 'ambito del corpo previa autorizzazione del comandante di corpo stesso, con spese contenute in limiti modesti e ripartite tra gli aderenti in proporzione ai loro emolumenti; è consentita l'offerta di doni collettivi di modesto valore venale al militare che lascia iJ corpo; continuano ad essere proibite liberalità e elargizioni in proprio e sottoscrizioni collettive; a meno che <<specialissime circostanze» non lo consiglino, il superiore deve astenersi dal dare ordini in contrasto con le leggi e le disposizioni vigenti, e in tal caso se ne assume la piena responsabilità. Nel delicato campo delle limitazioni all'attività politica dei militari il nuovo regolamento è più elastico del precedente, che proibiva ai militari di partecipare a dimostrazioni e manifestazioni politiche. L'Art. 47 continua a vietare al militare di svolgere attività e propaganda politica ma non gli proibisce di «assistere a manifestazioni politiche», purché mantenga contegno riservato e corretto e si astenga da atti in contrasto con l'obbligo di restare al di fuori di competizioni politiche. Questi divieti sono sospesi se il militare si candida ad elezioni; ma in tal caso deve svolgere la sua attività politica in abito civile e fuori dai luoghi militari. Anche riguardo a un altro delicato settore connesso con il rapporto del militare con il mondo esterno, l'appartenenza ad associazioni (o partiti?), il nuovo regolamento entra più nel dettaglio rispetto al precedente, che (para. 82) vietava, genericamente, l'appartenenza «ad associazioni le quali si propongono scopi occulti o contrari al giuramento prestato». A mente dell'Art. 46, i militari nella nuova versione non possono appartenere: «- ad associazioni i cui fini o La cui attività nor- siano compatibili con gli obblighi del giuramento prestato, o possano costituire ostacolo alla rigorosa osservanza della disciplina; -ad associazioni di cui L'attività e La composizione o i nomi degli associati siano in tutto o in parte segreti, - ad associazioni paramilitari». Nulla viene detto circa il divieto o meno del militare di iscriversi a partiti o altre associazioni a sfondo politico, anche se la Costituzione prevede la possibilità di limitazioni in questo settore; tale iscrizione, mJatti, potrebbe essere in contrasto con i l primo comma dell'Art. 46. Nulla di nuovo, rispetto al regolamento 1957, circa i criteri per infliggere le punizioni; si aggiunge, peraltro, che «nessuna punizione può

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essere inflitta senza che siano sentite e vagliate le giustificazioni del militare che ha mancato», raccomandazione che, dovrebbe essere superflua. Si trascura, invece, di riportare talune vecchie ma utili proposizioni, come quella che come e quando punire è virtù di comandante. Rispetto al regolamento 1957: - la durata delle punizioni viene ancora ridotta per tutti; -per gli ufficiali la fortezza, la sospensione dall'impiego, la dispensa dal servizio permanente, la rimozione dal grado sono sostituite dalle «sanzioni disciplinari di Stato», mantenendo gli altri tipi di punizione; - anche per i sottufficiali la dispensa dal servizio e la retrocessione di grado sono sostituite dalle «Sanzioni disciplinari di Stato»; - il passaggio alle compagnie di disciplina dei sottufficiali o della truppa non è più previsto e tali speciali reparti sono così aboliti. Con qualche esitazione e molta prudenza, il regolamento 1965 attua parecchi dei suggerimenti del Fioravanzo. La formulazione relativa agli ordini e all'obbedienza avrebbe dovuto però essere più chiara e coerente, riunendo in unico articolo tutto ciò che concerneva questi delicati aspetti, stabiJendo i princìpi- ormai maturi- della collaborazione e partecipazione, mettendo in maggiore evidenza la necessità di un clima di fiducia e rispetto reciproci che solo il comandante può creare e sottolineando bene che le infrazioni alla disciplina sono tanto più gravi, e meno tollerabili, quanto più elevato è il grado di chi le commette: concetto, del resto, che affiora anche nei regolamenti precedenti. L'affermazione d eli' Art. 3 che «nella disciplina tutti sono uguali dinnanzi al dovere e al pericolo» non appare del tutto coerente con altre parti deiJo stesso regolamento 1965, né con i princìpi deiJ'etica militare di ogni tempo. A maggior ragione nel concetto moderno di disciplina, questa uguaguanza non esiste; il superiore in quanto tale ha maggiori e più pesanti doveri e responsabilità d eli' inferiore, e di fronte al pericolo, mentre il soldato semplice deve pensare solo a sé stesso, il comandante vero deve preoccuparsi, ancor prima e al di là della propria sicurezza personale, della sicurezza di tutti e, in generale, di far svolgere al reparto i propri compiti in una situazione, appunto, di pericolo, di crisi, di più facile cedimento dei valori morali e spirituali: è questa la missione principale di chi comanda, dal comandante di squadra a quello dell'esercito. Con legge 21 giugno 1878, n. 382 sono emanate le nuove «Norme di principio sulla disciplina militare», tuttora in vigore. L'Art. 25 della nuova legge stabilisce che, fino all'entrata in vigore di un nuovo regolamento di disciplina, continuano ad essere valide le norme del Rego-


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lamento 1965 prima esaminate, che non siano in contrasto con la nuova legge. U Manuale di disciplina militare emanato nello stesso anno 1878 dallo Stato Maggiore della Difesa ha carattere provvisorio e colma una vacatio legis, rimanendo in vigore fino all'emanazione del nuovo Regolamento di disciplina (D.P.R. 18 luglio 1986, n. 545). Date le sue finalità ben limitate, il Manuale non può e non deve approfondire una materia assai delicata e complessa, i cui princìpi possono essere configurati solo con una nuova regolamentazione attuativa a firma del Presidente della Repubblica, così come prescrive l'Art. 5 della legge 382178. Esso pertanto non è che il puro e semplice inserimento nel Regolamento I 965, senza ampliamenti o aggiunte interpretative e applicative, degli articoli della legge di principio, con la conseguente modifica delle sole norme del predetto Regolamento I 965 con essi in contrasto. Gli elementi più qualificanti e più nuovi della nuova legge di principio- e quindi del Manuale - sono: - i compiti delle Forze Armate (Alt. l), ai quali si aggiunge quello - peraltro sempre svolto, specie dall'esercito - dell'intervento nei casi di pubbliche calamità. La difesa, evidentemente armata, della Patria è comunque sempre al primo posto; - l'obbligo dello Stato di tutelare e promuovere la personalità dei militari, di assicurare loro un dignitoso trattamento di vita e di promuovere la loro elevazione culturale e la fonnazione della loro coscienza civica (Artt. 3 e 10), obiettivi peraltro perseguiti anche in passato; - l'indicazione deli' «assoluta fedeltà alle istituzioni repubblicane» come fondamento dei doveri del militare; -la pari dignità (Art.4)nei rapporti personali di tutti i militari: -l'abbandono delle vecchie formule circa l'esecuzione degli ordini. L'Art. 4 stabilisce, in particolare, che gli ordini devono essere attinenti alla disciplina, riguardare il servizio e non eccedere i compiti d'istituto (in passato esistevano già norme restrittive del genere) e che il militare «Osserva con senso di responsabilità e consapevole partecipazione» le norme sulla disciplina e sui rapporti gerarchici. Se, però, riceve un ordine manifestamente rivolto contro le istituzioni dello Stato o che comporta un reato, ha il dovere di non eseguirlo e di informame i superiori (quest'ultima norma era prevista anche nel regolamento austriaco della prima guerra mondiale); - la tendenza restrittiva (Art.5) nell'applicazione del Regolamento di discipUna (per chi svolge attività di servizio, in luoghi militari ecc.);


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- fermo restando che le Forze Armate debbono mantenersi al di fuori delle competizioni politiche, norme più larghe in merito all'esercizio delle attività politiche. Norme più larghe anche in merito all'uso dell'abito civile e alla pubblicazione di scritti (Artt. 5, 6, 9); -divieto di sciopero e di riunioni non di servizio in luoghi militari; divieto di costituire associazioni sindacali o di aderire ad associazioni sindacali (Artt. 7 e 8); istituzione di organi di rappresentanza (Artt. 1819) consultivi della gerarchia militare in materia di trattamento economico e normativa, di benessere e condizioni igienico-sanitarie del personale, con esclusione degli altri settori; - nuova struttura delle punizioni disciplinari (Artt. 13- 16), con: punizioni uguali per tutti e ulteriore diminuzione dei loro tipi e della loro durata; facoltà del comandante di corpo di infliggere la consegna di rigore solo per casi specificamente previsti dal regolamento di disciplina; prescrizione (non nuova) che l'autorità competente ad infliggere le punizioni deve prima ascoltare e vagliare le giustificazioni dell'interessato; per la sola consegna di rigore, costituzione di una commissione consultiva di chi la infligge, della quale fa parte anche un pari grado del militare che ha commesso la mancanza, assistito da un difensore; - divieto di schedature politiche. Storicamente le «Norme di principio» non sono che l'ultima concreta manifestazione - ovviamente con forme e modalità tipiche del tempo - del rapporto tra esercito e democrazia e della correlata necessità di restringere, per i militari , le limitazioni dei diritti del cittadino a quanto strettamente richiesto dal ruolo specifico delle Forze Armate. Una linea di tendenza che non nasce certo con la Repubblica e la Costituzione, ma che già troviamo nel pensiero di Tancredi Fogliani, e ancor più nitidamente, in quello del Marselli e del Ranzi. In questo caso i princìpi, le esigenze generali sono indiscutibili; quel che varia, e che è soggetta a diversi pareri, è la loro applicazione. Nel 1872 Tancredi Fogliani ha guardato molto in alto e molto lontano; i difficili anni del secondo dopoguerra avrebbero forse avuto bisogno di un secondo Tancredi Fogliani, che non c'è stato. L'effettiva portata innovatrice delle attuali norme riguardanti l'obbedienza, i rapporti gerarchici ecc. non è poi così elevata. Napoleone, come già visto, ha scritto che «un comandante in capo non è che il primo ufficiale della gerarchia militare; le sue istruzioni non sono mai dei veri ordini e quindi non esigono una passiva obbedienza. Anche un ordine militare non esige un'obbedienza passiva che quando sia dato da


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un superiore che si trovi presente all'azione al momento in cui lo dà, e può udire le obiezioni e dare le spiegazioni necessarie a chi deve porlo in esecuzione». E circa la gerarchia, ha osservato: <(nell 'esercito non vi sono prìncipi. Vi sono soltanto dei soldati, degli ufficiali, dei colonnelli e dei generali e il generale in capo, che è il responsabile di rutto e superiore a tutti [ ... ]. A me è caro innalzare un uomo di merito ai primi posti; Io non ho mai ricercato titoli di nobiltà, ma solo probità e talento». L'obbedienza passiva, silenziosa. rassegnata, distaccata, per ragioni anzitutto operative fin dai primi anni del secolo è diventata sempre più anacronistica e sempre meno necessaria e utile. Le obiezioni si dividono in utili e collaborative e inutili e non collaborative: le seconde vanno individuate subito. Le norme disciplinari, le norme per l'avanzamento ecc. sono sempre un tentativo- necessariamente temporaneo e imperfetto - di regolamentare una materia, come quella morale e spirituale, che di per sé è la più tetragona a ogni esatta formulazione, perché riguarda la personalità dell' uomo, il costume quotidiano e lo spirito dei tempi. La loro necessità e utilità, perciò, è inversamente proporzionale alle doti della leadership; al tempo stesso le norme non possono sostituire o prevedere ciò che solo un'efficie nte leadership può dare, per fare di un insieme di uomini, armi e mezzi una squadra come un esercito.

7. CONCLUSIONE Dall 'esame del passato si ricava sempre un certo numero di indicazioni valide per ogni tempo. Anzitutto da Luigi Blanch in poi è dive ntata quasi un luogo comune l' armonia che deve esistere- e che inesorabilmente, lo si voglia o no, finisce con lo stabilirs i o ristabilirsi - tra esercito e nazione (dove si individuano caratteri comuni e anzi una matrice comune). Tale armonia porta a escludere sia la pretesa di talun i che l'esercito possa sopravanzare la società, sia c he esso possa con vantaggio adottare pedissequamente modelli stranieri, copiandone magari gli aspetti meno positivi anziché quelli più positivi, e rendendo non appropriate soluzioni nate per altri eserciti e altre realtà, che dunque vanno studiate e appLicate con molta ponderazione e nei limiti del possibile. Più frequente che l'esercito cammini meno velocemente della società, per una serie di ostacoli anche esterni che si incontrano sul cammino delle riforme (almeno di quelle vere, che non sono mai indolori); da escludere, però, che esso possa rimanere a lungo chiuso e separato dalla società.


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In secondo luogo, bisogna sempre distinguere tra ciò che sulla carta viene riconosciuto necessario, e ciò che viene concretamente realizzato, che è sempre stato molto di meno. È da oltre un secolo che si parla di nuova disciplina, resa necessaria dai caratteri della società industriale, della democrazia e dalla necessità di lottare contro spinte utilitaristiche. Una disciplina, insomma, figlia o nipote della Rivoluzione Francese, ma anche imposta dai caratteri della guerra moderna. Già a fine secolo XIX le vecchie formazioni in piedi , a contatto di gomito e con fuoco a comando sono diventate obsolete, e hanno fatto nascere una nuova figura di soldato, di sottufficiale e di ufficiale inferiore dotati - ciascuno al suo livello- di una iniziativa e di una libertà d'azione che agli ufficiali delle vecchie generazioni sarebbero sembrate, e sono sembrate, fonte di indisciplina e di confusione. Ciascuna guerra, ciascuna epoca ha la sua disciplina: questo è un altro dato certo, e sempre valido. Non sono stati solo menti elette e cuori generosi come quelli del Marselli e dei pochi altri scrittori prima citati a capire che i tempi stanno cambiando, e che quindi anche l'ufficiale deve cambiare. Certo E. Pifferi scrive sulla Rivista Militare Italiana del 189558 che «i nostri ufficiali sono ancora troppo legati al quartiere, sono ancora troppo stancati dal tran-tran della vita di caserma, che annoia, stanca e toglie un tempo prezioso allo studio e al lavoro proficuo». Non è più necessario che l' ufficiale sprechi il suo tempo in minuti dettagli del servizio; deve essere, come diremmo oggi, operativo: «io vorrei vedere i nostri ufficiali là, fuori, soltanto fuori in campagna a studiare sotto buona guida le grandi questioni tattiche e strategiche, vorrei saper/i approfonditi nell'ardua scienza balistica, vorrei sentirli discorrere non d'annuario, di picchetti o di scopon.i ma ogni ora, ogni minuto stretti in frate/Levo! e consorzio, vecchi e giovani, generali e sottotenenti, studiando sui grandi problemi della civiltà moderna preparare il trionfo dell'avvenire[. .. ]. Fatta l'Italia si è creato anche il suo Esercito, bisogna adesso pensare a fare i suoi soldati». Secondo il Pifferi il nuovo stato di cose, nel quale lo spirito di libertà ha distrutto ogni privilegio, richiede che la massa dell'esercito sia solida, compatta, molto coesa: tra l'altro, «oggidì è scomparso ogni appiglio per giustificare le diverse specie di fanteria negli Eserciti». Il

sa. E. Pifferi, L 'Arte Militare e la civiltà dei popoli. «Rivista Militare Italiana» 1895 - T semes tre pp. 275-294.


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L 'eme militare de/2000

soldato è molto cambiato: «ai condottieri e ai soldati futuri non si potranno dettare od imporre regole e princìpi: l'antica dogmatica militare è ormai diventata roba da ferri vecchi, ai condottieri e ai soldati della civiltà contemporanea e futura non si può dire che: andate, operate del miglior senno e del miglior animo vostro, adottate tuili quei mezzi, quella tattica e quella strategia che siano più adatte a sviluppare le virtù che possedete, che valgano a impedire lo sviluppo delle virtù nemiche, e operando fortemente avete La vittoria. E questo è il vero principio dell'arte della guerra ... ». Come il Ranzi, il Pifferi, rispetto ai suoi tempi, corre troppo e pretende troppo. La rigida disciplina resasi ancora necessaria nella prima guerra mondiale dimostra quanto sia difficile portare in guerra condottieri e soldati tali, da rendere superflue e dannose norme ancora basate sui vecchi criteri repressivi. Ma non c'è dubbio che, a distanza di oltre un secolo, il traguardo da raggiungere- traguardo tuttora non facile- è sempre quello indicato dalle riflessioni del Pifferi. Non si saprebbe trovare qualcosa di meglio delle sue parole per riassumere l'insegnamento di due secoli di storia della figura dell'ufficiale e del soldato. Va solo aggiunto che un esercito porta sempre in

sé, in tutti i suoi risvolti, la sua storia e quella della Nazione cui appartiene. Se si vuole che le riforme raggiungano lo scopo, questa storia va assimilata e rispettata, in tal modo evitando sia nocive corse in avanti, sia quegli immobilismi tanto frequenti quanto condannati da tutti. Quest'ultimo tipo di inconvenienti è stato generalmente attribuito allo spirito burocratico e all'accentramento, mali tipici degli eserciti specie nei lunghi periodi di pace. Ma, anche a tal proposito, la storia insegna che le manifestazioni negative, generalmente attribuite a sistemi o regolamenti arretrati da mutare, sono in realtà dovute anche agli uomini, che magari hanno applicato le norme esistenti non con spirito largo e costruttivo e sforzandosi di rimediare per quanto possibile alle loro imperfezioni, ma traendo pretesto dalle norme stesse per realizzare. con un'interpretazione restrittiva, obiettivi loro personali, o comunque non coincidenti con quelli propri dell'organizzazione. Nessuna nom1a, in quanto opera dell'uomo, è perfetta; nessuna norma può sostituire la volontà costruttiva, la buona predisposizione di chi la deve applicare. Prima ancor che le strategie e le regole, sono gli uomini che fanno gli eserciti.


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INDICI


INDICE DEI NOMI DI PERSONA

A AGAMENNONE, 27. ALBERJNI, R. (Comandante), 21 e nt. 16, 22, 24, e nt. 18. ALCIATI, (Magg. Gen.), 30. ALESSANDRO MAGNO, 51 , 63, 371 ,

380,665. AMORETTI, G.N., 184. A NNIBALE, 5 1, 63, 380,487. A!'lTHONY, 476. APPLI , (Col.), 278. ARCIDUCA CARLO DI LoRENA, (Gen.),

88, 89, 91, 92, 131, 135, 145, 161, 445, 538, 544, 556. ARISTOTELE, 369. ARON, Raymond, 414. AUBE, The6phile (Amm.), 560. AUGUSTO, (lmp.), 265.

BALDISSERA, Antonio (Gen.), 257. BARATIERI, Oreste (Gen.), 257. BASTICO, Ettore (Maresciallo), 33 e nt. 27, 34, (nt. 28), 62 e nt. 8, 174. BATTISTELU, Fabrizio, 651 , 652 e nt. 28, 653 e nt. 30. BAUMANN, M., 343. B EAUFRE, André (Gen.), 198, 416, 419, 425,454, 474, 678, 679 nt.

4 1. B EBEL, August F., 264. B ELLUZZO, (On.), 182 e nt. 31,205. B ENCIVENGA, Roberto (Gen .), 38 e nt. 33, 173, 175, 176, 177, 182,

391,644. B ERGSON, H enry, 311. B ERNOTTl , Romeo (A mm.), 33 e nt. 27, 34, 35 e nt. 29, 36 e nt. 31, 173, 174,203,401,402 (nt.

61), 568,571, 572.

B

BIANCHI, Matteo, 550, 551. BIANCO or SAINT JORIOZ, Carlo,

B ADOGLIO, Pietro (Maresciallo),

133, 134, 328, 329, 331,333. BLANCH, Luigi, 135, 155, 290, 353, 378,504. BLATTO, Oete (Col.), 77, 78 e nt. 16, 112 e nt. 34.

674. B ALBO, Cesare, 130, 131, 133, 136,

141 , 329,330. BALDINI. Antonio (Gen.), 32 e nt. 25.


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L'arre militare del 2000

CADORNA, Raffaele (Gen., padre di Luigi), 142. CADORNA, Raffaele (Gen., figlio di Luigi), 184 e nt. 32, 185, 186. CAIO DUILIO, 562, 641. CALCANTE, 27. CALIGARIS, L uigi (Gen. ), 202, 203, 430, 432, 657 e nt. 34. CALLWELL, C.E. (Gen.), 164, 560, 568. CAMON, Hubert (Gen.), 62 e nt. 8. CAt\11POLJETI, Nicola Maria (Col.), 216, (nt. 3), 217,270,274. CANEVARI, Emilio (Ten. Col.), 105 e nt. 31, 153 (nt. 15), 173, 178, l 79, 182, 271 (n t. 48). CANTÃ&#x2122;, Cesare, 137, 138, 550, 551. CAPRONI. Gianni, 172. CARDINALE DI RETZ, 15. CARLO ALBERTO (Re di Sardegna), 131, 140, 149, 151,265. CARLO VITI (Re di Francia), 12. CARR, E.T., 586. CASALOTTO, A. (Col.), 462. CASTEX, Raoul (Amm.), 414, 435, 471, 477, 547, 560, 568, 587 e nt. 51. CASTRO, Fidel, 326, 441. CATERINA II DI RussiA, 27. CATTANEO, Carlo , 60, 137, 141 , 333, 554 e nt. 22. CAVACIOCCHI, Alberto (Col.), 266 e nt. 38, 269, 270. CAVIGLIA, Enrico (Maresciallo), 105. c CAVOUR, Camillo, 142, 265. CADORNA, Luigi (Maresciallo), CERMELLI, Mario (Ten. Col.), 39 (nt. 36), 121 (nt. l ), 171 (nt. 28). 66, 142, 166 (nt. 26), 271, 272, CERRUTI, Alberto (Gen.), 254. 273,379.

BLIN, A., 307 e nt. 6, 322 (nt. 15), 346 e nt. 24, 349, 350 (nt. 27), 358 e nt. 29, 359, 360, 380 e nt. 56, 393, 409, 410, 411 e nt. 2, 412,413,418,461. BLOCH, Mare, 27. BocCACCIA, Epimede (Col.), 270, 275. BONAMICO, Domenico (Comandante), 42, l 09 e n t. 33, 122 (nt. l), 154, 162 e nt. 24, 163, 164, 452, 544, 560, 561' 570, 573,603. BONANATE, Luigi, 358 e nt. 3 1, 362 e nt. 32, 492 e nt. 43, 493. BONGHI, Ruggero, 470 (nt. 33). BOTHOUL, Gaston, 189,302,416 e nt. J2. BOTTA, Carlo, 133, 333 (nt. 18). BOTTI, Fenuccio, 9 (nt. 4), 33 (nt. 26 e 27), 39 (nt. 36), 50 (nt. 2), 69 (nt. 11), 77 (nt. 15), 88 (nt. 23), l 09 (n t. 33), 112 (n t. 35), 121 (n t. l), 127 (n t. 5), 138 (n t. 9), 146 (nt. 13), 152 (nt. 14), 166 (nt. 27), 171 (nt. 28), 187 (nt. 36), 342 (nt. 23), 513 (nt. 6), 532 (nt. 16), 544 (nt. 22), 564 (nt. 40), 585 (nt. 50). BouTROS GHALI (Segretario ONU), 606. BUCHAN, Alastair, 300, 301, 302, 304, 340. BOLOW (VON), H.D., 88 e nt. 22, 102. BYRON, George G., 371.


707

Indice dei nomi di persona

CESARE, (Giulio), 51 , 63, 66, 380, 665. CESAREITI, Roberto (Amm.), 599 e nt. l , 621 (n t. 15), 631 e nt. 24. CHALIAND, G. 307 e nt. 6, 322 (nt. 15), 346 e nt. 24, 349, 350 (nt. 27), 358 e nt. 29, 359, 360, 380 e n t. 56, 393, 409, 41 O, 4 11 e nt. 2, 412, 413, 418, 461. CHARNAY, Paul, 410. CHIRAC, Jacques, 201. CHURCHILL, Wbiston, 649. CIALDINI, Enrico (Gen.), 66. CLAUSEWITZ, Karl (Gen.), 42, 49 e nt. l , 50, 65, 77, 78 e nt. 16, 79, 80, 83, 87, 88 (nt. 22), 89, 90, 91 , 92, 93 e nt 25, 94, 95, 96, 97, 98, 99, 100, 101, 102, 104, 105 e nt. 31, l07, 109, 110, l! l , 112 e nt. 36, 113, 114, 115. 116. l1 7, 124, 140, 145, 148, 155, 157, 158, 159, 161, 164, 178, 188, 198, 205, 301 e nt. 3, 303, 305, 329, 331 , 333, 341 ,347, 352, 363,366, 367,368, 369,370, 371, 372, 373, 374, 376, 377, 378, 379 e nt. 53, 380, 383 e nt. 57, 385, 388, 389 (nt. 59), 392, 407 e nt. 1, 411 , 416, 417 e nt. 13, 42 1, 433, 435, 442, 445 e nt. 22, 446, 453 , 4 55 , 460, 471 , 472, 473, 475 , 478 , 483 , 488, 489, 492, 493, 495, 502, 516, 517, 518 e nt. 10, 519, 521 , 523, 524. 541, 560, 561 , 670. COCCIA, Maurizio (Gen.), 600 (nt. 2). COGGI, I.M. , 582 (nt. 49). COLLIER, Thomas W. , 326 e nt. 16, 327 , 328, 330, 331 ' 332 , 333, 334, 336, 341.

COLOMBO, A., 309 (nt. 7). COLSON, Bruno, 62 (nt. 8), 77 (nt. 15). CORBEIT, Julian, 96 e nt. 26, 560, 568, 576, 577 e nt. 45. CORRlDONI, Filippo, 271 . CORSI, Carlo (Gen.), 250. COSENZ, Enrico (Gen.), 152, 161 e nt. 23. COUSIN, 135. COUTAU- BEGARIE, Hervé, 413 e nt. 4 , 416, 417, 418, 420, 421 , 424 , 425 e nt. 18, 426 , 430 , 432, 439, 440 e nt. 21 , 452, 453 e nt. 24, 457, 471 , 472 (nt. 34), 474, 477 e nt. 37, 492, 546 e nt. 25, 547, 548, 551 , 587 (nt. 51 ). CRESSEY, George B., 546. CRIDIS , Giu seppe , 125 e nt. 4 , 126, 127, 128. CROCE, Benedetto, 21 , 3 l e nt. 24, 32 , 112 e nt. 36, 113, 114, 115, 116, 118, 155, 519.

D DALLARI, P. (Cap.), 269 e nt. 42. D ' ANDELOT, (Maresciallo), 30. D'ANNuNZio, Gabriele, 245 e nt. 26. DANTE, 24, 265. D ' ARNAULT, (Maresciallo), 30. DARWIN, Char1es R., 159. D ' AYALA, Mariano (Gen.), 123 (nt. 2), 135, 137. D E AMBRIS, Alceste, 272. DE BLOCH, 266. DE CHAURAND DE SAINT EUSTACHE, Felice (Gen.), 60 e nt. 6, 154, 165 (nt. 25), 166, 168, 169, 246 e nt. 27, 247, 248, 249 (nt. 30).


708

L'arre militare de/2000

DE CRISTOFORIS, Carlo, 144, 147, 148,149,161,354,517. DE DOMENICO, P. (Cap.), 269 e nt. 41 . DE GAULLE, Charles (Gen.), 3, 14 e nt. 8, 15 e nt. 10, 16 e nt. 11, 17, 106 e nt. 32, 311 e nt. 10, 391, 444, 644, 658. DEGL'INNOCENTI, M., 248. DELBROCK, Hans, 411. DE LUCA, V. (Brig. Gen.), 524 (nt. 13). DE MAISTRE, Joseph, 5. DE Rossi, Eugenio (Gen.), 246, 249 (nt. 30). DE VtGNY, Alfred, 391 e nt. 60. DI BELLISLE, (Maresciallo), 30. DI GIAMBERARDINO, Oscar (Amm.), 203, 204, 321. DI SALUZZO, Cesare (Gen.), 147. DI SAN SEBASTIANO, (Ten. Col.), 30. DI VENTURA, V. (Col.), 542 (nt. 21 ). DOUHET, Giulio (Gen.) 23, 42, 171, 172, 173, 174, 175, 177, 203, 360, 361, 399, 437, 475, 538, 555, 564, 566, 567, 570, 582,589,590,675. DURANDO, Giacomo (Gen.), 130, 131 e nt. 7, 132 e nt. 8, 133, 136, 546,547, 549.

E EISENHOWER, Dwight D. (Gen.), 440. ENGELS, Friedrich, 433.

F FABER, Sergio, 248 (nt. 29). FABIO MASSHviO, 487.

FEDERICO Il DI PRUSSIA (IL GRANDE), 23, 26, 50, 51, 53 (nt. 4), 61, 63, 66, 70, 76, 81 , 82, 95 , 102, 115, 139, 151, 156, 378 (nt. 52), 380, 460, 485, 662. FERRARO, L. (Cap.), 268 e nt. 39, 269 e nt. 40. FERRERO, Guglielmo, 247, 249, 257,258,259,260,262. FILANGIERI, Gaetano, 57, 58, 59, 60, 127ent.5, 137, 150,167. FIORAVANZO, Giuseppe (Amm.), 203, 274 e nt. 49, 278 e nt. 54, 279,280,281,287,437. FocH, Ferdinand (Maresciallo), 29 e nt. 22. FOGLlANl, Tancredi (Magg.), 216 e nt. 3, 217 e nt. 5, 219, 221, 226, 229, 274, 289. FRANCART, Loup (Col.), 426 e nt. 19, 427, 428 , 429 , 430, 432, 499, 500 e nt. l, 509, 512, 5 13. FREEDMAN, Alain, 61 l. FREUD, Julien, 414, 453. FUKUYAMA, Francis, 28, 323. FULLER (Gen.), 366, 368.

G GANDHI, 364. GARIBALDI, Giuseppe (Gen.), 139, 141,142,148,149,150,233,330, 333,349,354,412, 604,662, 667. GATII, Angelo (Col.), 8 (nt. 3), 275. GELAO, N. (Ten. Col.), 462 (nt. 29). GENTILE, Giovanni, 155. GHEDDAFI (Col.), 628. GIAP, Wbo Nguyen (Gen.), 68, 338, 345,346,351,465,484.


709

Indice dei nomi di persona

GIOBERTI, Vincenzo, 130, 13 1. GIOTIO, 24. GIUSTINIANI, Enrico (Gen.), 128. GLASSNER, Martin, 550 (nt. 32). GOBICCHI, A., 606 e nt. 5. GOLBERY (Col.), 547. GOMBRICH, Emst R.. 24. GRASSI, Giuseppe, 129, 137. GRAZIOLI, Francesco Saverio (Gen.), 38 e ot 34. GREGORIO, Carlo (Magg. Comm.), 70 (nt. l 2). GuERRINl, Domenico (Magg.), 143. GUEvARA, Che, 344. GUGLIELMOTTI, Alberto (Padre), 129. GUlBERT, 63, 76, 380. GUSTAVO ADOLFO (RE DI SvEZIA), 63,544. GUTTIEREZ, 148.

H HAHLWEG, Werner, 340, 343. HAUSHOFER, Karl, 554. HEGEL, G.W.F., 155. HINDENBURG, Paul (M aresciallo), 529. HITLER. Adolf, 299, 378, 380, 444, 553,554. HOBBES, Thomas, 30 l. HussoN, Jean-Pierre, 340, 341 (nt. 22), 351. I ILARI, Virgilio, 39 (nt. 36), 121 (nt. l). 187 (nt. 36), 195 e nt. 46, 196. 464, 678 e nt. 40.

INCISA DI CANIERANA, Bonifacio (Gen.), 654 e nt. 31. lPPOCRATE, 525. ISERNIA, Paolo, 309 e nt. 8.

J JAHN, Egbert, 440. JASPERS, Karl, 433. J EAN, Carlo (Gen.), 49 (nt. l), 117 e n t. 38, 182 (n t. 31 ), 194, 195 e nt. 44 e 45, 196 e nt. 47, 197 e nt. 48, 199, 200 e nt. 52, 20 1 e nl. 53, 55 e 56, 202 e nt. 58, 303, 304, 31 O, 358 e nt. 30, 364 e nt. 33, 387, 435, 446, 457, 458 e nt. 25, 459 e n t. 26 e 27, 460, 461, 468 e nt. 3 L, 476,477 e nt. 36, 483 e nt. 40, 506 (nt. 4), 517 e nt. 9, 526, 548, 549 e nt. 28, 561 (nt. 37), 563, 611 (nt. 10), 656 (nt. 33). JOMINI, Antonie Henry (Gen.), 75, 77 e nt. 15, 80, 81, 82, 83, 84, 85, 86, 87, 88 e nt. 22, 89, 90, 91' 92, 93, 94, 95, 96, 97, 99, 100, 101, 102, 104, 105, 106, 107, 108, 109, 110, 111' 112, 116, 117, 124. 129, 131, 135, 140, 145, 148, 155, 157, 158, 160, 161, 180, 181, 325, 329, 330, 331, 332 e nt. 17, 335 e nt. 19, 336, 341, 342 e nt. 23,344,346,347,363,366, 384, 385, 416, 422, 430, 435, 460, 471, 473, 479, 488, 492, 495, 507, 5 16, 517, 523, 524, 556, 560, 566, 667.


710

L 'arte militare del 2000

K

KANT, Immanuel, 370. KEEGAN, John, 367 e nt. 38, 368 e nt. 40, 369 e nt. 41, 371, 372, 373, 374, 375, 376, 377, 378, 379, 380,381,382,386,388.396. KEsSELRING. Albert (Maresciallo). 513. KHALDUN, Ibn (storico arabo), 355. KNox, D.W. (Comandante), 481 e nt. 39. KRAUS, Alfred (Gen.), 421, 422. KUTUZOV, Michai l (Gen.), 72.

L LA MARMoRA, Alfonso (Gen.), 66, 142. 146. LA MrÉRE (Ten. Col.), l 33. LAWRENCE, Thomas E., 327. LEE, Charles (Gen.), 334. LE GoFF, Jacques, 37 e nt. 32, 40. LENIN, 80. LIDDELL HART, Basi l, 197, 198, 366 e nt. 37, 368,414,418,435, 436, 455, 456, 480, 482, 499, 669. LINATI, Camillo (Gen.), 227. LIUZZI, Giorgio (Gen.), l 93. LLOYD, 102, 380. LOUVOIS, François M. (Mi nistro della guerra), 70. LUARD, 302, 305. LUDENDORFF, Eric (Gen.), 379, 415, 457, 502. LUIGI XIV (RE SOLE), 74, 460. LURAGHI, Raimondo, 23 (nt. 17), 88 e n t. 21, 379 e nt. 55, 465.

L UTTWAK, Edward N., 117 (nt. 37), 412, 416, 441, 446, 563 e nt. 39,564,565,566,567,568. LUZZATII. Luigi, 470.

M MACHIAVELLI, Nicolò, 13, 113, 124, 137,380.460,471,478. MAC NAMARA, Robert (Segretario USA alla Difesa), 415. MAHAN, Arthur Thayer (Amm.), 33 e nt. 26, 36, 42, 80, 109 e nt. 33. 122 (nt. l), 164, 544, 554, 555. 559, 560, 564 e nt. 40. 565,570,572,573,579.590. MAGNANI, E., 613 (nt. 11). MAINONI (Gen.), 272. MALTHUS, Thomas R., 159. MANFREDI, Cristoforo (Magg.), 559. MAo TsE TuNa, 331, 332, 333, 334, 335,341,344.345,441,465. MARAZZI, Fortunato (Col.), 166, 167, 168, 177,268. MAR.\ItONT, Auguste F. (Maresciallo). 18, 19 (nt. 14), 148. MARSELLI, Nicola (Gen.), 4 e nt. l. 137, 154, 155 e nt. 17, 156, 157 e nt. 21, 158 e nt. 22, 159, 160, 161 e nt. 23, 162, 163, 164, 181, 188, 230, 231, 232, 233 (nt. 8), 234, 235, 236, 237, 238, 239. 24 1, 243, 244, 245, 248. 249, 260, 261, 262. 273. 275, 279. 280, 289, 291, 378. 450, 480, 495, 503, 509, 513 e nt. 6, 517,520 e nt. 11,523. 532 e nt. 17, 534, 544, 545 e nt. 23, 549, 556, 603.


711

Indice dei nomi di persona

MARTINENGO (Brig. Gen.), 30. MARTINT, Felice (Col), 147. MARX, Karl, 373. MAURlCE (Col.), 299. MAYER, Giuseppe (Gen.), 476 e nt. 35. MAZARINO, Giulio (Cardinale e Ministro). 460, 520. MAZZIN!, Giuseppe, 133, 134, 233, 324, 328, 330, 331, 333, 349.412. MAZZOLENI, A. (Magg.), 537 (nt. 20). MEcozzr, Amedeo (Gen.). 25 e nt. 20, 26, 38, 39 e nt. 35, 171 (nt. 28), ] 73. 175, 203, 399, 400, 568.582,583.642. MEZZACAPO, Carlo (Gen.). 135. 147. MEZZACAPO, Luigi (Gen.), 135, 147. MILLS. Wright, 440. MlRABEAU, Honoré, 53. MITCHELL (Gen.), 566. MLADIC (Gen.), 467. MoNROE, James (Presidente USA), 554.564. MOI\'TALCil\lJ. C., 470 (nt. 33). MONTECUCCOLI, Raimondo. 75, 297,478,503,525. MONTESQUIEU, Charles, 380. MONTGOMERY, Bernard L. (Maresciallo), 68, 305 e nt. 5, 366 e nt. 36. MORASSO, Mario, 166, 17 l. MORDACQ (Comandante), 79, 80 (nt. 17), 154 e nt. 16. MORELLI DI POPOLO, Angelo (Gen.). 147. MussouNI, Benito, 272, 618.

N

NAPOLEONE l, l 0, 26, 43, 49, 51, 54, 55 e nt. 5, 61 e nt. 7, 62 e nt. 9, 63, 64, 65, 66,67, 68,69 e nt. l l, 70, 71, 72, 73, 74, 75, 76, 81, 82, 86, 87, 95. 96, 98, 99, 103, J 11, 112, 115, 123, 124, 129, 136. 151, 152, 289, 332, 337, 338, 344, 346, 371, 372, 388, 394, 417, 423, 424, 438, 442, 469, 470, 480, 483, 484, 485, 489, 493, 520, 538, 542, 544, 545, 551' 552, 553, 658,661,662,667,675. NAPOLEONE III, 140, 142. NASI, Luigi (Cap.), 270. NERONE (Imperatore), 27. NOCKERN de Schorn (Col.), 102, 103. NUTI, Leopoldo, 186 (nt. 34).

o OLIVA, Gianni, 248 (nt. 29). 0MERO, 27. 0STELLINO, Pietro, 203, 657 e nt. 34 p

PANEB!ANCO, Angelo, J7 (nt. 12). PARET, Peter, 326 (nt. 16). PATION, George (Gen.), 68. PEoorn (Ministro della guerra), 269. PELANDA, Carlo, 673 e nt. 36, 674. PENTIMALLI, Natale (Ten. Col.), 173, 177, 178. PEPE, Guglielmo (Gen.), 135, 136, 150, 167, 329, 333, 644.


712

L 'a ne militare de/2000

PERICLE, 265. PEROLO (Cap.), 261,262, 263. PERRUCCHETTI, Giuseppe (Gen.), 146, 147, 154, 163, 164, 166, 170,544. PIERr, Piero, 12, 13 (nt. 7), 104, 105 (nt. 30), 130 e nt. 6, 138 (nt. 9), 155 (nt. 17). PlETROBELLI, Giovanni (Padre), 549, 550,55 l. PIFFERI, E. , 291 e nt. 58, 292. PISACANE, Carlo, 144, 149, 150, 233, 329, 330, 333, 349, 354, 412. PLACIDO, Consiglio (Ten. Med.) , 270 e nt. 46. POIRIER, Lucien (Gen.), 415 , 419, 425 , 426, 457, 461, 477, 478, 502. POLIBIO, 56. POLLIO, Alberto (Gen.), 143. PO UGNI-G UILLET, Giuseppe (Gen.), 128, 129. PREZZOLINJ , Giu seppe, 153 (nt. 15), 27 l (nt. 48). PRINCIPE DI L!GNE, 33. PRINCIPE DI MECLEMBURGO, 218. PUGLISI, A., 266 (nt. 38).

RICCHETTI, Aurelio (Col.), 180, 181, 479. RICCI, Agostino (Gen.), 144, 145, 146,154, 164, 180, 181,354,450, 503 e nt. 2, 504, 517, 544,603. RICHELIEU, Armand J., 438, 460, 520. RICHMOND, H. (Amm.), 574, 575 e nt. 44, 578 e nt. 46, 579, 580. RICOTTI, Cesare (Gen. Mini stro della guerra), 146, 155. 210, 216,226,231,232,279. RICOTTI, Ercole, 13 (nt. 7), 17 e nt. 13. RITTER, Gerard, 53 e nt. 4, 378 e nt. 52. RIZZI, Loris, 49 (nt. l). RODRIGUEZ, Ferdinando, 102 (nt. 27). ROMMEL, Erwin (Maresciallo), 68. ROOSEVELT (Col. e Presidente U.S.A.), 268. ROQUES, l 14. ROSINSKI, Herbert, 421 e nt. J 7, 422,424. Russo, F., 552 (nt. 33). Russo, Luigi, 274.

s

R RACCHIA, Paolo (Gen.), 128, 129. RAoETZKY (Maresciallo), 140, 354. RANZI, Fabio (Cap.), 249 e nt. 30, 250, 251' 252, 253, 254, 255, 256, 257 e nt. 35, 258, 260 , 279,280,28 1,289, 292. REscE, Ivan F. (Gen.), 462 (nt. 29), 512.

')

SADDAM HUSSEIN, 361, 374, 386, 465,626. SANTORO, Carlo Maria, 202, 203, 309 (nt. 7), 563. SCALA, Edoardo (Gen.), 55 (nt. 5), 62 e nt. 10. SCHMITI, Cari, 414,415, 553 e nt. 34. SCIPIONE L'AFRICANO, 51 , 366 e nt. 37, 480, 482.


713

Indice dei nomi di persona

Scarn BERNI, Ugo (Cap.), 270, 271. SECCHIA, Pietro, 344. SETIEMBRI l. Luigi, 265. SILVESTRI, Mario, 302. SIRONl, Giovanni (Col.), 602, 603 e nt. 3 SISCI, Francesco. 491 e nt. 42. SKY, John, 326 e nt. 16, 327, 328,

u UussE, 27. ULLOA, Antonio (Geo.), 135. ULLOA, Gerolamo (Gen.), 135. UNGARETTI, Giuseppe, 24.

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330,331,332,333,334,336,341. SOMALE, Francesco ( Col.) , 143, VACAN I, Camillo (Maresciallo), 144 (nt. 12), 662 e nt. 35. 133. SoROKIN, 302. VACCA MAGGIOLINl, Arturo (Col.), SPONZILLI, Francesco (Gen.), 135, 30 (nt. 23). VASSALLI, Sebastiarto, 128, 129. 137. STANGLI I. Ruggero, 638 (m. 25). VEGEZIO, 56. STICCA, Giuseppe (Cap.), 123, YITTORJO EMANUELE ll, 265. 124 (nt. 3), 129. VOLCIC, Demetrio, 620. SUN-ZU, 304,337,344,377,465, VOLTAIRE, 52, 53. 480,536. VON MOLTKE, Helmut (Gen.), 152, SuPINO, Paolo (Gen.), 188 e nt. 37, 156,373. 189, 190, 191 e nt. 40, 192, VON SEEKT, Hans (Gen.), 188, 193, 194. 195, 199, 201, 202, 366. 303,319,321,365 e nt. 34, VON STEUBEN (Gen.), 51. 367, 387 e nt. 58, 393, 450, 455, 456, 459, 471, 479, 482, w 494, 508, 520 e nt. 12, 526, 529, 530 (nt. 15), 563, 587, 639. WAGEMAN, Ernst, 414. WASHINGTON, George (Gen.), 51, T 334,335. WEBER, Max, 653. TERSITE, 27. W EIGERT, 550. W ELLINGTON, Arthur W. , (Gen.), TITO, Josiph Broz, 27, 327,347. TOCQUEVILLE, Alexis de. 236, 248. 73, 131. 329, 337. TRENCIIARD, (Maresciallo d eli' aria), 566. TREzzANI, Claudio (Gen.), 186. TROTSKIJ, Lev, 273, 338, 362 e nt.

32. TuRENNE, Henry (Maresciallo), 63.

z ZAMBELLI, Andrea, 137. ZlNCONE, A. (Cap.), 263 e nt. 37,

264, 265, 266.


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