Alberto Becherelli
ITALIA E STATO INDIPENDENTE CROATO (1941-1943)
Edizioni Nuova Cultura
Volume pubblicato nell’ambito del progetto PRIN 2009 “Imperi e Nazioni in Europa dal XVIII al XX secolo” Unità di Ricerca Sapienza Università di Roma Il volume è stato sottoposto alla procedura di valutazione e accettazione double blind peer review
Copyright © 2012 Edizioni Nuova Cultura – Roma ISBN: 978.88.6134.780.9 DOI: 10.7348/becherelli01 Copertina: Legione croata (Lako prevozni zdrug) per il fronte russo, aprile 1942
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Questo volume è stato stampato con tecnologia “print on demand” presso centro stampa Nuova Cultura P.le Aldo Moro, 5 – 00185 Roma tel. 06.49912685 per ordini: ordini@nuovacultura.it
Indice
Premessa........................................................................................................................................ 9 Capitolo 1 - Jugoslavia, Italia e movimento ustaša 1.1. L’Italia e la questione nazionale croata .................................................................................. 13 1.2. Lo Sporazum serbo-croato e la ripresa del sostegno italiano a Pavelić ................................. 24 1.3. L’isolamento jugoslavo .......................................................................................................... 32 1.4. La neutralità di Belgrado (1939-1941) ................................................................................... 39
Capitolo 2 - Invasione e spartizione della Jugoslavia 2.1. L’aggressione dell’Asse .......................................................................................................... 49 2.2. Lo Stato Indipendente Croato ................................................................................................ 60 2.3. Le truppe italiane in Dalmazia e la nomina del Commissariato civile ................................... 77 2.4. Gli Accordi di Roma, 18 maggio 1941 ................................................................................... 91 2.5. La Commissione per la delimitazione dei confini italo-croati ............................................... 101
Capitolo 3 - Giugno-dicembre 1941 3.1. Gli eventi dell’estate ............................................................................................................. 115 3.2. La rivolta in Lika .................................................................................................................. 134 3.3. Tito, Mihailović e la resistenza ............................................................................................ 142 3.4. La rioccupazione della seconda e terza zona ......................................................................... 149 3.5. Il Governatorato della Dalmazia .......................................................................................... 159 3.6. Gli incontri di Zagabria, Abbazia e Venezia ........................................................................ 165 3.7. Popolazione civile, militari italiani ed ustaša ...................................................................... 172
Capitolo 4 - Controllo del territorio e cicli operativi (1942) 4.1. La “Legione autotrasportabile croata” (Lako Prevozni Drug) sul fronte orientale .............. 182 4.2. Notizie dalla Croazia: la ricostituzione del Sabor ................................................................ 188 4.3. Il sostegno italiano ai četnici ............................................................................................... 198 4.4. Operazione Trio ................................................................................................................... 212 4.5. Gli accordi di Zagabria, 19 giugno 1942.............................................................................. 226
4.6. La 2ª Armata e gli ebrei ........................................................................................................ 235 4.7. Repressione e internamento di civili..................................................................................... 252 4.8. Il confine dalmata ................................................................................................................. 259
Capitolo 5 - Diplomazia e operazioni militari nel 1943 5.1. Situazione dello Stato Indipendente Croato ......................................................................... 271 5.2. L’operazione Weiss .............................................................................................................. 277 5.3. Sviluppo dell’occupazione tedesca ........................................................................................ 292 5.4. Il fallimentare nuovo ordine economico........................................................................... 299 5.5. Conclusione dei lavori della commissione confini ................................................................ 313 5.6. Tra 25 luglio e 8 settembre ................................................................................................... 318
Conclusioni ............................................................................................................................... 327 Fonti archivistiche e documenti.............................................................................................. 335 Bibliografia ................................................................................................................................ 337
A mio padre e mia madre
Premessa
Nella primavera del 1941 le potenze dell’Asse invasero la Jugoslavia, che incapace di opporre una seria resistenza fu sconfitta in pochi giorni. Le truppe tedesche entrarono a Zagabria e fu proclamato lo Stato Indipendente Croato (Nezavisna Država Hrvatska, NDH) alla cui guida fu posto Ante Pavelić, leader degli ustaša, movimento separatista e ultranazionalista croato che, sostenuto fin dagli anni Trenta dall’Italia fascista con finanziamenti, armi e la possibilità di addestrare uomini, non aveva disdegnato negli anni precedenti l’utilizzo di metodi terroristici nella lotta politica contro il regime di Belgrado (clamoroso l’assassinio del sovrano jugoslavo a Marsiglia il 9 ottobre del 1934). Fino alla capitolazione italiana, lo Stato Indipendente Croato fu formalmente incluso nella sfera d’interesse di Roma ma di fatto rimase diviso in due zone d’occupazione distinte – italiana e tedesca – e l’Italia esercitò una reale influenza solamente nella parte direttamente occupata dalle forze della 2ª Armata. Il presente studio si propone quindi di ricostruire ed analizzare alcuni aspetti delle relazioni politico-diplomatiche, militari ed economiche intercorse tra l’Italia e lo Stato croato fino alla caduta del fascismo e al successivo armistizio dell’8 settembre 1943. Ufficialmente contrassegnate dal rapporto di alleanza, le relazioni italo-croate furono caratterizzate in realtà da una forte conflittualità a diversi livelli, generata da alcune fondamentali questioni, tra le quali primeggiava la disputa dalmata. Le tensioni non riguardarono solo i rapporti tra Roma e Zagabria ma determinarono ancor più una serie di attriti tra le autorità militari e le personalità politiche italiane all’interno dello stesso Stato croato: gli ambienti militari italiani fin dall’inizio si dimostrarono critici nei confronti degli ustaša al potere, mentre la Legazione Italiana a Zagabria – decisamente più conciliante con l’alleato croato fino a gran parte del 1943 – criticò gli atteggiamenti filo-serbi assunti da ufficiali e soldati italiani. L’intransigenza degli ustaša vicini alla Germania nazista in contrapposizione alla flessibilità che caratterizzò le posizioni del Poglavnik rappresentò poi un ulteriore ostacolo per l’imperialismo italiano; senza dimenticare infine, nel contesto quotidiano, i numerosi “incidenti” tra militari italiani e milizie croate. L’intento principale è stato fornire un quadro generale dei rapporti tra i due Stati attraverso il confronto di documenti italiani e croati, con particolare attenzione ad alcuni contesti locali ed eventi che rappresentarono esempi particolarmente significativi. Infatti,
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
pur essendo disponibile una vasta produzione bibliografica sull’occupazione italiana della Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale, a cui in parte si rimanda nel corso del testo, meno gli studi pubblicati si sono concentrati nello specifico sulle relazioni tra le istituzioni diplomatiche, le autorità militari e la popolazione dell’Italia e dello Stato Indipendente Croato. La ricerca, inoltre, è stata a volte legata al dibattito sul topos degli italiani “brava gente”, questione volutamente ignorata in questa sede, dove si è preferito affrontare determinati temi – quali l’aperta ostilità tra l’alleato croato ed i militari italiani, la collaborazione del regio esercito con i serbi (četnici e bande anti-comuniste), l’atteggiamento dei militari italiani nei confronti della popolazione civile, le operazioni per la repressione del movimento di liberazione jugoslavo in Croazia e Bosnia-Erzegovina – quasi esclusivamente riportando gli avvenimenti in questione, senza adottare – o almeno tentando di non farlo – particolari linee interpretative. Inevitabile iniziare delineando i principali temi (questione adriatica e proclamazione della Jugoslavia, politica estera fascista nei Balcani, sostegno italiano agli ustaša, accordi Ciano-Stojadinović) che nel periodo interbellico rappresentarono gli antefatti delle vicende del 1941-1943. Per la ricostruzione del biennio 1939-1941 sono stati utilizzati soprattutto i documenti conservati presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME), con particolare attenzione alla documentazione del Servizio Informazioni Militare (SIM) sullo Stato jugoslavo. In generale i documenti dell’AUSSME hanno consentito di ripercorrere le relazioni italo-croate non solo attraverso la ricostruzione delle operazioni militari ma affrontando una più ampia riflessione sul conflitto d’interessi tra Italia e Germania per l’egemonia nell’area balcanica formalmente concessa all’influenza italiana. Anche le raccolte di documenti e le pubblicazioni edite hanno assunto una particolare importanza per la ricostruzione degli eventi (soprattutto delle operazioni anti-insurrezionali) e l’interpretazione del sistema d’occupazione italiano. La documentazione militare è stata quindi integrata dal materiale consultato presso l’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri (ASDMAE), prezioso, ad esempio, per ricostruire l’iter che portò agli Accordi di Roma del 18 maggio 1941, e dell’Archivio di Stato di Zagabria, Hrvatski Državni Arhiv (HDA), ad integrare il quadro complessivo con particolare attenzione alle corrispondenze con i rispettivi governi delle legazioni croata e italiana a Roma e Zagabria e alla situazione del Governatorato italiano in Dalmazia. Nell’ultimo capitolo, infine, un paragrafo è stato dedicato ad un’analisi degli interessi economici contesi tra Italia e Croazia, in realtà ampiamente soffocati dall’ingerenza e dalla supremazia economica tedesca. Lo Stato Indipendente Croato condivise con Italia e Germania le poche glorie e le tante miserie. Nel 1945, con la sconfitta del nazi-fascismo, la Jugoslavia venne ricostituita all’insegna del socialismo reale dal movimento partigiano di Tito, uscito vincitore dal conflitto con il sostegno degli Alleati. Gli eventi che investirono lo Stato croato in questi quattro anni furono tra i più sconvolgenti della Seconda guerra mondiale: gli ustaša di Pavelić uccisero centinaia di migliaia di serbo-ortodossi e decine di migliaia di ebrei e rom,
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Premessa
in nome di una “soluzione finale” della questione nazionale croata ricordata da alcuni storici come “Olocausto balcanico”. Le autorità militari italiane, coinvolte nella tragedia dai propositi imperialisti di Roma, si trovarono ad affrontare una situazione che avrebbe avuto importanti ripercussioni politiche, intervenendo in favore di serbi ed ebrei contro gli alleati ustaša. Anche in questo caso un ampio dibattito, più o meno equilibrato, ha cercato di interpretare nella recente bibliografia le reali ragioni che portarono a tale decisione, arrivando a conclusioni non del tutto univoche. È tuttavia appurato che tra la linea politica di Roma e quella adottata dalle forze armate sul territorio si verificò una progressiva divergenza che creò gravi incomprensioni e contrasti, sia tra Roma e Zagabria, sia tra le massime autorità politiche italiane e l’esercito. L’ordine categorico fu di non intervenire dinanzi alle violenze e disinteressarsi delle questioni locali, ma forte rimase la tentazione da parte italiana di allontanare gli ustaša – almeno dai territori dalmati direttamente annessi all’Italia – in quanto ritenuti i principali colpevoli della situazione generatasi nello Stato Indipendente Croato. Desidero ringraziare vivamente una serie di persone a cui sono riconoscente per il sostegno fornito, intellettuale e materiale, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare il presente volume e, più in generale, le ricerche fin qui compiute: il Prof. Antonello Biagini e la Prof.ssa Giovanna Motta, Alessandro Gionfrida, Andrea Carteny, Alessandro Vagnini, Giuseppe Motta, Antonello Battaglia, Anida Sokol, Valeria del Sordo, Martina Bitunjac. AB
Capitolo 1 Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
1.1.
L’Italia e la questione nazionale croata
Al termine della Prima guerra mondiale le potenze vincitrici dell’Intesa imposero un nuovo equilibrio europeo e ridisegnarono la carta politica del vecchio continente, deludendo per lo più le speranze e le illusioni createsi tra le masse durante i lunghi e difficili anni di conflitto. I molteplici equivoci dei trattati di pace e l’insoddisfazione delle diverse aspirazioni nazionali aprirono in Europa un periodo di instabilità e conflittualità e le compagini statali sorte sulle macerie dei grandi Imperi multinazionali si rivelarono deboli e frammentate come i loro predecessori. Nei Balcani il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (Kraljevina Srba, Hrvata i Slovenaca, SHS, in seguito Regno di Jugoslavia, Kraljevina Jugoslavije) non rappresentò una valida soluzione per le diverse componenti nazionali slave del sud ed i croati in particolare contrastarono il processo di assimilazione ad uno Stato serbocentrico che considerarono una palese violazione del proprio diritto all’autodeterminazione.1 Il Partito contadino croato (Hrvatska Pučka Seljačka Stranka, HPSS), fondato da Stjepan e Antun Radić nel 1904, seppure fondamentalmente pacifico, nel periodo interbellico avrebbe dato vita a forti movimenti di protesta assumendo quasi esclusivamente il diritto di rappresentare gli interessi croati dinanzi al potere di Belgrado. In Croazia, tuttavia, non si estinse neppure il tradizionale sentimento austroslavista e anti-serbo espresso principalmente dal Partito del diritto croato (Hrvatska Stranka Prava, HSP) e dalle correnti da questo generatesi. Fondato da Ante Starčević e Eugen Kvaternik nel 1861, il partito inizialmente aveva sostenuto la creazione di uno Stato croato indipendente per poi abbandonare
1
Per un quadro d’insieme della storia jugoslava si veda S. Clissold (a cura di), Storia della
Jugoslavia. Gli slavi del sud dalle origini a oggi, Torino, Einaudi, 1969. Sui primi anni in particolare si vedano I.J. Lederer, La Jugoslavia dalla Conferenza di Pace al trattato di Rapallo 1919-1920, Milano, Il Saggiatore, 1966; I. Banac, The National Question in Yugoslavia. Origins, History, Politics, ItachaLondon, Cornell University Press, 1984.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
progressivamente le posizioni anti-asburgiche: a fine Ottocento la frazione guidata da Josip Frank si era definita pura (Čista Stranka Prava, ČSP) accentuando la matrice cattolica del partito e il lealismo agli Asburgo in funzione anti-serba (i seguaci di Frank erano noti nel panorama politico croato come i “frankisti”, frankovci).2 Con l’opposizione croata a Belgrado quasi esclusivamente rappresentata dal Partito contadino, che poteva contare su un vasto seguito popolare nelle campagne, il Partito del diritto croato nel periodo interbellico attraversò una crisi profonda e si dovette accontentare di un modesto consenso elettorale e di un ruolo politico secondario. Croati e sloveni risultavano compromessi dall’aver combattuto fino all’ultimo tra le file dell’esercito austro-ungarico ed accettarono le condizioni serbe per l’unificazione jugoslava anche al fine di assicurarsi la tutela internazionale di Belgrado, nell’ottica di contrastare le aspirazioni italiane di completamento nazionale e di sicurezza strategico-marittima nell’Adriatico. L’Italia era entrata in guerra al fianco dell’Intesa dopo aver concluso a Londra, il 26 aprile 1915, un patto segreto che le prometteva in caso di vittoria ampi territori ai danni dell’AustriaUngheria. L’accordo le assicurava il Trentino, la frontiera naturale del Brennero, Trieste, le contee di Gorizia e Gradisca e l’Istria fino al Quarnaro (Kvarner) comprese le isole Cherso (Cres), Lussino (Lošinj) e altre più piccole.3 Assegnava inoltre all’Italia parte della provincia della Dalmazia comprese a nord Lisarica e Tribania (Tribanj) e a sud la linea che da Capo Planka sulla costa seguiva ad est le cime delle alture, in modo da lasciare al territorio italiano le valli ed i fiumi verso Sebenico (Šibenik). L’Italia, infine, avrebbe ottenuto le isole nel nord-ovest della Dalmazia (Lissa, Lesina, Curzola, Lagosta)4 oltre agli isolotti limitrofi e Pelagosa (Palagruža). A Croazia, Serbia e Montenegro invece sarebbero stati assegnati: nell’Adriatico settentrionale l’intera costa dalla baia di Volosca (Volosko) ai confini dell’Istria (fino alla frontiera settentrionale della Dalmazia), compresa la costa adriatica appartenente al Regno d’Ungheria e l’intera costa della Croazia con il porto di Fiume (Rijeka) e le isole di Veglia (Krk) ed Arbe (Rab); nell’Adriatico meridionale – d’interesse della Serbia e del Montenegro – l’intera costa da Capo Planka fino al fiume Drina, con Spalato (Split), Ragusa (Dubrovnik), Cattaro (Kotor) e le isole (Zirona Grande e Piccola, Bua, Solta, Brazza).5 Il crollo dell’Impero
2
Sulla questione nazionale slavo-meridionale nell’Impero asburgico si veda R.W. Seton-
Watson, The Southern Slav Question and the Habsburg Monarchy, New York, Constable, 1969; B. Krizman, The Croatians in the Habsburg Monarchy in the Nineteenth Century, Austrian History Yearbook, Vol. 3, Pt. 02, Rice University, 1967; B. Salvi, Il movimento nazionale e politico degli sloveni e dei croati. Dall’Illuminismo alla creazione dello Stato jugoslavo (1918), Trieste, ISDEE, 1971. 3
Patto di Londra, 26 aprile 1915, in A. Giannini, Documenti per la storia dei rapporti fra l’Italia e
la Jugoslavia, Roma, Istituto per l’Europa orientale, 1934, pp. 7-12. 4
Vis, Hvar, Korčula, Lastovo.
5
Drvenik, Mali Drvenik, Ciovo, Solta, Brač.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
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austro-ungarico e la nascita del regno serbo-croato-sloveno, tuttavia, avrebbero reso difficile l’adempimento delle promesse fatte al governo di Roma. Il complesso intrigo di nazionalità ereditato dall’Impero asburgico nell’area adriatica rendeva infatti difficile una soluzione che soddisfacesse entrambe le parti. La popolazione slava in Dalmazia e nelle isole era andata aumentando costantemente negli anni, riducendo la comunità italiana ad una minoranza presente prevalentemente nei centri urbani. A Parigi la delegazione italiana oltre ai territori promessi nel 1915 rivendicò la città di Fiume, incontrando l’opposizione dei circoli inglesi e del presidente americano Woodrow Wilson, inclini a soddisfare le aspirazioni jugoslave.6 Nell’aprile del 1919 Orlando e Sonnino abbandonarono la Conferenza di Pace protestando per le posizioni degli alleati dinanzi alle rivendicazioni italiane sulla costa adriatica e tornarono in Italia accolti da grandi manifestazioni di patriottismo.7 Gabriele D’Annunzio perseverò con l’espressione vittoria mutilata e a settembre occupò Fiume con i suoi legionari.8 La questione fiumana venne risolta solo in parte il 12 novembre 1920 con il Trattato di Rapallo, che riconosceva all’Italia l’Istria, Zara (Zadar) e alcune isole della costa (le più importanti Cherso, Lussino, Lagosta, Pelagosa), rinunciando al resto della Dalmazia e riconoscendo Fiume quale Stato libero (mai sorto) sotto il controllo della Società delle Nazioni.9 Il confine stabilito sacrificava circa quattrocentomila sloveni e centomila croati in territorio italiano: l’avvento del fascismo, con le minoranze slave oggetto delle azioni provocatorie e della politica di snazionalizzazione forzata attuata dal regime, avrebbe peggiorato la loro condizione, sottoponendo il movimento nazionale sloveno e croato ad una violenta e sistematica opera di demolizione, condotta di pari passo con la repressione di socialisti e sindacalisti in nome di un’unica lotta contro la barbarie slavo-comunista.10 La questione adriatica divenne uno degli obiettivi principali della Documenti Diplomatici Italiani (DDI), Sesta serie, 1918-1922, vol. III (24 marzo-22 giugno
6
1919), docc. 108, 151, 247. In generale R. Albrecht-Carrié, Italy at the Paris Peace Conference, New York, Columbia University Press, 1938. 7
La possibilità del ritiro italiano dalla Conferenza di Pace, ventilata nel colloquio tra Orlando
e Wilson del 14 aprile, fu ritenuta definitivamente necessaria la settimana successiva, 23-24 aprile 1919. DDI, Sesta serie, vol. III, docc. 194, 195, 239, 280, 300. 8
Sull’impresa di D’Annunzio a Fiume e la questione adriatico-fiumana si veda P. Alatri, Nitti,
D’Annunzio e la questione adriatica (1919-1920), Milano, Feltrinelli, 1959. 9
Accordi di Rapallo, 12 novembre 1920, in A. Giannini, op. cit., pp. 36-45. Si veda inoltre M.
Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale, 1 - Dall’armistizio di Cormons alla decadenza del patto Mussolini-Pašić (1866-1929), Udine, Del Bianco, 1989, pp. 197-202 e ss. 10
Sulle relazioni tra nazionalità al confine orientale, gli spostamenti di popolazioni e le
politiche di assimilazione-snazionalizzazione del regime fascista nei confronti della minoranza slava si ricordano E. Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, Bari, Laterza, 1966; L. Čermelj, Sloveni e croati in Italia tra le due guerre, Trieste, Est-Ztt, 1974; M. Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale 1866-2006, Bologna, Il Mulino, 2007.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
politica di potenza fascista e rimase viva fino alla caduta del regime. 11 Sul momento, però, il 27 gennaio del 1924, il Patto di Roma portava ad un compromesso che lasciava comunque i due contendenti soddisfatti solamente in parte: l’Italia annetteva la città di Fiume, allo Stato jugoslavo veniva assegnata Sušak.12 Subito dopo iniziarono a Belgrado le trattative per la risoluzione delle questioni di carattere pratico legate alle intese di Roma, che portarono agli accordi dell’estate del 1924 e ad integrazione di quest’ultimi agli Accordi di Nettuno del 20 luglio 1925.13 Il 20 giugno 1928 la tensione tra nazionalità jugoslave raggiunse l’apice quando un deputato montenegrino appartenente alla maggioranza radicale uccise a colpi di pistola in parlamento Pavle Radić e un altro deputato croato e ferì mortalmente Stjepan, che morì poco tempo dopo (8 agosto). Vladko Maček subentrò alla guida del Partito contadino. Il Regno dei Serbi, Croati, Sloveni di lì a qualche mese avrebbe assunto il nome Jugoslavia nel tentativo di creare un comune sentimento di unità nazionale. Re Aleksandar Karađorđević scelse la svolta dittatoriale (6 gennaio 1929), che accompagnata ad un patriottismo jugoslavo tutto nuovo, avrebbe dovuto creare l’unità nazionale che gli jugoslavi fino a quel momento non avevano dimostrato di avere. Con la proclamazione della dittatura un’ondata di arresti, perquisizioni e processi colpì i più importanti esponenti politici croati. Tra questi l’avvocato Ante Pavelić, seguace di Frank rappresentante il nazionalismo più estremista, incline alla secessione.14 Il senatore e direttore del quotidiano La Tribuna Roberto Forges Davanzati nel 1927 lo incontrò per la prima volta informalmente per conto del governo italiano: descrisse Pavelić come un personaggio modesto, tranquillo, limitato, privo delle tradizionali caratteristiche del congiurato balcanico.15 Pavelić fondò l’Organizzazione Rivoluzionaria Croata Ribelle (Ustaša Hrvatska Revolucionarna Organizacija, UHRO), più semplicemente nota come movimento ustaša (“ribelle”, “insorto”), che si proponeva come fini, da perseguire con la lotta armata, l’insurrezione della Croazia e la sua erezione a Stato
11
Sulla politica di potenza dell’Italia fascista E. Collotti (con N. Labanca e T. Sala), Fascismo e
politica di potenza. Politica estera 1922-1939, Milano-Firenze, La Nuova Italia, 2000. Una qualsivoglia analisi sul fascismo non potrebbe inoltre prescindere dagli studi di Renzo De Felice, di cui si ricordano per il periodo in oggetto: id., Mussolini il fascista, voll. I-II, Torino, Einaudi, 1966-68; id., Mussolini il duce, voll. I-II Lo Stato totalitario (1936-1940), Torino, Einaudi, 1974-81. 12
Accordi di Roma, 27 gennaio 1924, in A. Giannini, op. cit., pp. 124-161.
13
Ibidem, Accordi di Belgrado, 14 luglio e 21 agosto 1924, pp. 162-284 e 285-307; Accordi di
Nettuno, 20 luglio 1925, pp. 308-456. Si veda inoltre M. Dassovich, op. cit., pp. 212-230. 14
Per brevi presentazioni biografiche dei protagonisti delle vicende croate nel secondo
conflitto mondiale si rimanda fin da subito a Tko je Tko u NDH, Hrvatska 1941.-1945., Zagreb, Minerva, 1997. 15
DDI, Settima serie, 1922-1935, vol. V (7 febbraio-31 dicembre 1927), doc. 324.
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indipendente.16 Il movimento avrebbe fatto appello alla solidarietà dei croati emigrati all’estero e degli Stati solidali con la causa croata; con una rigida struttura verticale avrebbe seguito quello che nei movimenti fascisti esistenti era il principio del capo, cui rispondeva la figura di Pavelić come Poglavnik.17 A Vienna Pavelić poteva contare sul sostegno degli ex ufficiali croati dell’esercito austro-ungarico rimasti nella capitale austriaca; in Bulgaria, invece, aveva stabilito contatti con l’Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone (Vnatrešnata Makedonska Revolucionarna Organizacija, VMRO). L’Italia fascista non perse l’occasione di sostenere i separatisti croati. Le relazioni con la Jugoslavia vedevano una serie di questioni ancora controverse: il trattamento riservato alla minoranza slava in Venezia Giulia, la rivalità per il controllo dell’Albania, la questione dalmata tenuta in vita dalla propaganda fascista, il ruolo della Jugoslavia nel sistema di equilibrio dell’Europa sudorientale. Gli incontri degli incaricati del Ministero degli Affari Esteri italiano con i fuoriusciti croati andarono quindi intensificandosi nel corso del 1929.18 L’Italia andava concretizzando la propria ambiguità politica nei confronti della Jugoslavia, altalenante tra i tentativi di raggiungere accordi di amicizia e collaborazione con Belgrado ed il sostenere il separatismo croato e macedone al fine di disgregare lo Stato jugoslavo dall’interno ed estendere la propria supremazia oltre Adriatico sfruttando la conflittualità tra le diverse nazionalità jugoslave. 19 L’uso del dissidio serbo-croato a vantaggio degli interessi italiani era un progetto considerato fin dai tempi della Conferenza di Pace, suggerito al ministro degli Esteri Sonnino dallo Stato Maggiore dell’Esercito,20 e almeno dal 1924 il governo di Roma aveva posto le proprie attenzioni sui movimenti eversivi nel regno serbo-croato-sloveno. Roma strinse il sodalizio con il movimento separatista croato in primo luogo per la 16
Sul movimento ustaša e la sua evoluzione si veda G. Scotti, “Ustascia” tra il fascio e la svastica,
Udine, Incontri, 1976; F. Jelić-Butić, Ustaše i Nezavisna Država Hrvatska 1941-1945., Zagreb, Liber, 1977, pp. 13-57; B. Krizman, Ante Pavelić i ustaše, Zagreb, Globus, 1978; P. Adriano, G. Cingolani, La via dei conventi. Ante Pavelić e il terrorismo ustascia dal Fascismo alla Guerra Fredda, Milano, Mursia, 2011. 17
Diversi autori si sono interessati degli ustaša nell’ottica comparativa ampiamente dibattuta e
controversa fascismo-fascismi: M. Ambri, I falsi fascismi. Ungheria, Jugoslavia, Romania, 1919-1945, Roma, Jouvence, 1980; E. Collotti, Fascismo, fascismi, Milano, Sansoni, 1989; S. Payne, Il fascismo. Origini, storia e declino delle dittature che si sono imposte tra le due guerre, Roma, Newton & Compton, 1999; M. Jareb, Ustaško-domobranski pokret od nastanka do travnja 1941. godine, Zagreb, Školska knjiga, 2007. 18
DDI, Settima serie, 1922-1935, vol. VII (24 settembre 1928-12 settembre 1929), docc. 46, 249,
458. In generale si veda J.J. Sadkovich, Italian Support for Croatian Separatism, 1927-1937, New York, Garland, 1987. 19
Cfr. M. Bucarelli, Mussolini e la Jugoslavia (1922-1939), Bari, B.A. Graphis, 2006, pp. 144-145.
20
DDI, Sesta serie, vol. III, doc. 152. Si veda inoltre il piano attribuito all’allora sottocapo di
Stato Maggiore dell’Esercito generale Pietro Badoglio riportato in I.J. Lederer, op. cit., pp. 87-90.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
maggiore disponibilità di Pavelić ad un accordo che soddisfacesse le aspirazioni italiane in Dalmazia, dinanzi ad un Partito contadino che in tal senso si era rivelato invece più cauto e diffidente. Si trattò fondamentalmente di un incontro casuale in un periodo in cui Pavelić girava l’Europa in cerca di un alleato:21 il fascismo intravide nell’alleanza la possibilità di ottenere i propri interessi, nonostante slavofobia e avversione per i croati – soprattutto in Istria, a Fiume e a Zara – fossero componenti essenziali del nazionalismo italiano e della stessa propaganda fascista. Agli ustaša fu quindi fornito supporto politico ed economico, armi e la possibilità di addestrare uomini. Dal 1933 L’ispettore generale di Pubblica Sicurezza Ercole Conti ne fu il responsabile logistico-organizzativo, fino al 1941, anno in cui avviò Pavelić alla presa del potere a Zagabria.22 Per sfuggire alle ricerche della polizia politica jugoslava gli ustaša cambiarono spesso luoghi di permanenza: campi di addestramento furono organizzati fino al 1934 a Bovegno (Brescia), Borgotaro e Vischetto (Parma), Oliveto (Arezzo) e San Demetrio (L’Aquila).23 Gli ustaša venivano addestrati all’uso delle armi e degli esplosivi subendo un forte indottrinamento ideologico. La propaganda ustaša si diffuse soprattutto negli ambienti dell’emigrazione europea e americana, ma in Croazia la popolazione rimase generalmente fedele al partito di Maček, anche nei momenti più difficili. L’opposizione croata crebbe d’intensità, scontri tra nazionalisti e forze dell’ordine divennero frequenti e gli ustaša organizzarono una sequela di attentati dinamitardi a Zagabria e Belgrado. Nell’autunno del 1932 un piccolo commando organizzato da Andrija Artuković (futuro ministro degli Interni dello Stato Indipendente Croato) penetrò nella Lika da Zara con l’intenzione di provocare una ribellione contadina nel retroterra dalmata, sfruttando le condizioni di estrema miseria delle popolazioni della zona. Composto da un esiguo numero di uomini, il gruppo riuscì a realizzare solamente un modesto attentato alla gendarmeria del
21 In merito si vedano anche le dichiarazioni del ministro italiano a Belgrado Carlo Galli (19281936) sul sostegno ai movimenti eversivi jugoslavi come elemento di pressione sul regno serbocroato-sloveno: DDI, Settima serie, vol. VII, doc. 60. 22
Il carteggio di Conti conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato risulta fondamentale
per ricostruire la gestione logistica degli ustaša in Italia. Il materiale in questione è stato ampiamente esaminato in P. Iuso, Il fascismo e gli ustascia 1929-1941. Il separatismo croato in Italia, Roma, Gangemi, 1998; E. Gobetti, Dittatore per caso. Un piccolo duce protetto dall’Italia fascista, Napoli, l’ancora del mediterraneo, 2001; M. Ferrara, Ante Pavelić il duce croato, Udine, Kappa Vu, 2008. 23
Relazione sul movimento separatista croato in Italia, Conti a Filippo Anfuso, 18 aprile 1941, in
DDI, Nona serie, 1939-1943, vol. VI (29 ottobre 1940-23 aprile 1941), doc. 936. Originale in Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri (ASDMAE), Gabinetto del Ministro e Segreteria Generale 1923-1943, b. 1166 (UC 50), Corrispondenza relativa alla questione croata 1938-1941; ibidem, b. 1167 (UC 51), Documentazione preparatoria per l’incontro di Monfalcone del 7 maggio 1941, fasc. 2.
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villaggio di Brušani e la ribellione fu repressa dall’esercito (la pattuglia riparò precipitosamente in Italia). In seguito alla fallimentare insurrezione in Lika, che aveva portato il governo e la stampa di Belgrado ad accusare l’Italia di aver appoggiato e armato gli ustaša, il governo di Roma tornò a considerare con riserve e prudenza la possibilità di successo del movimento separatista croato ed il sostegno ad esso fornito. A Belgrado era vista con preoccupazione l’evoluzione della politica francese, che sembrava considerare seriamente l’avvicinamento all’Italia, ritenuto rischioso per gli interessi jugoslavi e le relazioni di amicizia franco-serbe. Così nonostante le dichiarazioni polemiche nei confronti di Roma il governo jugoslavo tornò a prendere in considerazione la necessità di un riavvicinamento all’Italia. Le preoccupazioni di Belgrado erano rivolte soprattutto all’affermazione nazista in Germania: l’ipotesi di un putsch in Austria, proveniente dal Reich o interno al Paese, rappresentava un grave pericolo politico ed economico ed era quindi fondamentale una solidarietà di interessi con l’Italia, nonché il sostegno italiano contro le aspirazioni revisioniste ungheresi. Si apriva uno spiraglio per la soluzione delle questioni di attrito tra i due Paesi, ma Belgrado considerava ancora il coinvolgimento di Roma nelle vicende croate l’impedimento maggiore all’avvicinamento italo-jugoslavo. L’Italia per il raggiungimento dell’accordo chiedeva invece il riconoscimento della prevalenza dei propri interessi in Albania, il riesamine dei trattati sulla minoranza italiana in Dalmazia e la creazione di un consorzio portuale Fiume-Sušak. A gennaio la bozza del trattato di amicizia e collaborazione era pronta. Un protocollo riservato affermava gli interessi comuni alla base dell’accordo: opposizione all’Anschluss e riconoscimento dello status quo politico e territoriale nell’Adriatico.24 Il progetto rimase tuttavia senza seguito: gli ustaša avevano già programmato l’assassinio del sovrano jugoslavo. L’opportunità si presentò il 9 ottobre 1934 a Marsiglia, in occasione della visita del re in Francia. La responsabilità degli ustaša fu evidente. Incalzato dalle pressioni internazionali, Mussolini fece arrestare Pavelić ed Eugen Kvaternik-Dido e confinò a Lipari gli ustaša presenti nella penisola (all’epoca circa quattrocentocinquanta); alla successiva richiesta di estradizione delle autorità francesi i leader croati tuttavia non furono consegnati. La decisione non poteva non apparire sospetta a coloro che accusavano Mussolini di essere a conoscenza dei piani degli ustaša o addirittura di esserne l’ispiratore. Si
24
ASDMAE, b. 1165 (UC 49), Corrispondenza relativa ai rapporti con la Jugoslavia, settembre
1933-aprile 1940, fasc. 1, Colloquio col signor Avakumovic, f.to Cosmelli, Roma, 26 settembre XI (1933); id., Spunti per una preliminare risposta al signor Avakumovic, Roma, 27 settembre XI. Sui rapporti tra Italia e Jugoslavia ed il contesto internazionale nel biennio 1933-1934: R. De Felice, Mussolini il duce, vol. I, pp. 513 e 520-527; M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale, 2 – Dal mancato rinnovo del patto Mussolini-Pašić alla ratifica degli accordi di Osimo (1929-1977), Udine, Del Bianco, 1990, pp. 45-58; M. Bucarelli, op. cit., pp. 249-261.
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tende tuttavia ad escludere un coinvolgimento diretto di Roma nell’attentato, pur nell’evidenza che le autorità italiane non potevano ignorare le intenzioni di Pavelić e dei suoi uomini e che ospitandoli e finanziandoli l’Italia assumeva una generica responsabilità politica e morale per le loro attività.25 Mussolini in quel determinato momento non aveva alcun interesse a pregiudicare le trattative con Francia e Jugoslavia ed il governo di Roma sembrava realmente disposto a migliorare le proprie relazioni con Belgrado e Parigi, onde assicurarsi una posizione di vantaggio nei Balcani che ridimensionasse l’aggressività tedesca. 26 Ad ogni modo si cercò di chiudere il prima possibile l’incidente, evitando complicazioni internazionali e senza indagare un eventuale coinvolgimento dell’Italia. Con Pavelić e Kvaternik in carcere a Torino fino alla fine del processo di Aix en Provence, l’Italia sospese il sostegno ai separatisti croati. Era interesse italiano attenuare le pressioni internazionali e distendere per quanto possibile le relazioni con la Jugoslavia, nel tentativo di riprendere il discorso favorevole ad un patto di amicizia e collaborazione bruscamente interrotto dal regicidio. Il ministro a Belgrado Viola fu incaricato di assicurare il governo jugoslavo che l’Italia aveva cessato i rapporti con i fuoriusciti croati, salvo l’accoglienza concessa per un principio generico di ospitalità e senso di umanità. I croati concentrati a Lipari avrebbero presto avuto la possibilità di emigrare altrove. Il ministro a Belgrado veniva inoltre incaricato di sorvegliare attentamente i rapporti tedesco-jugoslavi per impedire un’eventuale intesa. Nel caso l’unione dell’Austria alla Germania si fosse infine verificata, per movimento spontaneo o azione violenta, la Jugoslavia doveva essere persuasa della convenienza di essere alleata dell’Italia per ostacolare la marcia tedesca verso i Balcani.27 La corona jugoslava passò a Petar, il figlio di Aleksandar ancora undicenne, e la reggenza al principe Pavle, cugino del sovrano imparentato con la monarchia inglese. Il reggente invitò l’economista e politico serbo Milan Stojadinović a capo del nuovo governo. Stojadinović era intenzionato a disarmare le opposizioni nazionali mediante una politica unitaria e una graduale evoluzione del sistema centralista. Alla fine la sua politica autoritaria sarebbe stata percepita come un pericolo dallo stesso principe Pavle, nel timore che le sue iniziative potessero mirare ad instaurare un potere personale permanente asservendo, più o meno
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La volontà di assassinare il sovrano jugoslavo era del resto nota ai funzionari del governo di
Roma già dal 1929. Si veda l’appunto ministeriale sul programma d’azione e le aspettative di Pavelić in nota a DDI, Settima serie, 1922-1935, vol. IX (15 aprile-31 dicembre 1930), doc. 33. 26
R. De Felice, Mussolini il duce, vol. I, pp. 516-519.
27
ASDMAE, b. 1165 (UC 49), Ministero degli Affari Esteri, Riservato, Appunto per S.E. il
Sottosegretatio di Stato, Istruzioni di S.E. il Capo del Governo al Ministro Viola, 26 febbraio 1935-XIII. Si veda anche R. De Felice, pp. 646-647 n.; M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale, vol. 2, p. 60; M. Bucarelli, op. cit., pp. 310-312.
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intenzionalmente, lo Stato jugoslavo alle potenze dell’Asse.28 Stojadinović iniziò infatti ad avvicinarsi a Germania e Italia allentando progressivamente i tradizionali legami con Francia e Inghilterra. Il riavvicinamento italo-jugoslavo fu inaugurato nel 1936 dalla ripresa delle relazioni commerciali e il 25 marzo 1937 concluso con il trattato di amicizia firmato a Belgrado da Galeazzo Ciano:29 l’accordo politico-economico prevedeva il rispetto delle frontiere comuni e la promessa di non tollerare attività dirette contro l’integrità territoriale e l’ordine esistente nell’altro Paese.30 L’Italia si impegnava dunque a non sostenere le attività dei fuoriusciti croati. Una dichiarazione segreta riguardava esplicitamente gli ustaša ospitati in territorio italiano: Pavelić e Kvaternik sarebbero stati internati e posti nell’impossibilità di svolgere attività politica, i loro uomini sarebbero stati trasferiti nelle colonie italiane in destinazioni segnalate alla polizia jugoslava e i campi paramilitari chiusi. Le autorità italiane avrebbero fornito alle jugoslave una lista di croati che sarebbero potuti rientrare in patria avvalendosi di un’apposita amnistia del governo di Belgrado. La Jugoslavia avrebbe controllato le attività degli emigrati croati in Italia mediante un proprio delegato accreditato presso la polizia italiana.31 Pavelić fu costretto a sciogliere formalmente l’organizzazione ed i circa cinquecento ustaša presenti in Italia diventarono un pericolo ed una spesa inutile per le autorità italiane: duecento rientrarono in Jugoslavia, altri furono inviati in Libia e in Somalia, altri ancora rimasero a Lipari (il numero più consistente) o confinati in Sardegna, Sicilia e nell’Italia meridionale. 32 La situazione esasperò ulteriormente l’insofferenza dei fuoriusciti: i primi a rimpatriare furono proprio i più compromessi col movimento, con la volontà di riprendere la propaganda direttamente in patria. Nell’estate del 1937 la crisi del concordato fu al centro di ulteriori attriti tra serbi e croati. Alla Skupština fu presentata la proposta di legge relativa alle condizioni del
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Per un quadro generale della Jugoslavia nella seconda metà degli anni Trenta J.B. Hoptner,
Yugoslavia in Crisis 1934-1941, New York-London, Columbia University Press, 1962. 29
ASDMAE, b. 1165 (UC 49), Ministero degli Affari Esteri, Segreto, Accordi di Belgrado, 25
marzo 1937-XV, Roma, Tipografia del Ministero degli Affari Esteri, 1937; id., Ministero degli Affari Esteri, Appunto per il Duce, Resoconto dei colloqui con il Presidente Stojadinovich, f.to Ciano, 26 marzo 1937-XV. Sugli accordi si veda anche M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale, vol. 2, pp. 75-79; M. Bucarelli, Gli accordi Ciano-Stojadinović del 25 marzo 1937, in Clio, 36, 2000, n. 2, pp. 327-395. 30
ASDMAE, b. 1165 (UC 49), Dichiarazioni segrete italiane (8 documenti), Copia, Jugoslavia,
Secret-Usage Confidentiel, Beograd, 25 mars 1937-XV. 31
Ibidem, Copia, n. 144, Jugoslavia, Strictement secret, Beograd, 25 mars 1937-XV.
32
Ibidem, b. 1166 (UC 50), a Eccellenza Dott. Filippo Anfuso, Roma, f.to Ante Pavelić, 12 ottobre
1940-XVIII.
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negoziato tra Belgrado e la Santa Sede del 1935:33 il concordato nasceva dall’esigenza di regolare i rapporti tra la Chiesa cattolica e lo Stato jugoslavo, nel tentativo di attenuare l’ostilità della prima nei confronti del secondo. I serbi, incitati dalla Chiesa ortodossa, protestarono denunciando la convenzione e il sinodo ortodosso scomunicò i ministri e i deputati che avevano votato a favore della sua approvazione: di fronte all’inattesa reazione Stojadinović rinunciò alla ratifica della legge e la Chiesa cattolica rimase l’unica istituzione religiosa a non formalizzare il proprio status all’interno dello Stato jugoslavo.34 Alla fine dell’anno il premier jugoslavo fu ricevuto in Italia da Mussolini e Ciano. Nonostante le misure adottate contro gli uomini di Pavelić venne scoperto un tentativo di attentato di Mijo Babić, ustaša noto ai servizi segreti jugoslavi. Furono quindi date disposizioni per l’intensificazione dei controlli, nel periodo della visita, dei croati confinati in Italia e l’arresto temporaneo degli elementi più pericolosi.35 Tre mesi dopo (marzo 1938) l’Anschluss fu per l’Italia una dura battuta d’arresto alle aspirazioni nell’Europa danubiano-balcanica. L’assorbimento dell’Austria nel Reich spostò decisamente a favore della Germania l’equilibrio delle potenze europee nel settore centro-orientale, concretizzando i timori italiani. A giugno Stojadinović e Ciano si confrontarono a Venezia in merito alla questione cecoslovacca:36 la crisi dei Sudeti e il patto di Monaco del 30 settembre 1938 furono infatti il passo successivo del revisionismo hitleriano,37 che alimentò le aspettative di alcuni ambienti nazionalisti croati di poter attuare per la Jugoslavia una soluzione simile a quella adottata per lo Stato cecoslovacco. Intanto il Partito contadino e gli altri partiti di opposizione stabilivano una stretta collaborazione in vista delle elezioni generali di dicembre. I risultati elettorali confermarono, secondo la stampa governativa, il sostegno popolare al regime di Stojadinović, ma la realtà vedeva l’opposizione ottenere oltre il 40% dei voti. I risultati favorevoli in Croazia e Dalmazia furono accolti con viva soddisfazione dai croati che agitarono nuovamente e con maggiore intensità la
33
Per il testo del Concordato si veda Predlog zakona o Konkordatu. Konkordat između Svete Stolice
i Kraljevine Jugoslavije, 23. jula 1937., in B. Petranović, M. Zečević, Jugoslovenski federalizam, Ideje i Stvarnost. Tematska zbirka Dokumenata, Prvi tom 1914-1943, Beograd, Prosveta, 1987, pp. 480-490. 34
S. Clissold, op. cit., pp. 217-218; I. Goldstein, Hrvatska 1918-2008., Zagreb, EPHLiber, 2008, p.
35
ASDMAE, b. 1165 (UC 49), Corrispondenza relativa ai rapporti con la Jugoslavia, settembre
160. 1933 - aprile 1940, fasc. 2, Progetto di attentato contro S.E. Stojadinovich, Ministero dell’Interno, Appunto per S.E. il Capo del Governo, Roma, 2 dicembre 1937-XVI. 36
Ibidem, Colloqui Stojadinovich-Ciano, Venezia 16-17-18 giugno 1938-XVI, Ministero degli
Affari Esteri, Segreto, Appunto per il Duce, Venezia, 18 giugno 1938-XVI. 37
Si veda E. Collotti, T. Sala, G. Vaccarino, L’Italia nell’Europa danubiana durante la seconda
guerra mondiale, Milano, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, F.lli Ferrari, 1967, pp. 5-6.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
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questione nazionale. Stojadinović da un lato sembrava disposto a concedere alla Croazia un regime di autonomia amministrativa, al tempo stesso, però, non era da escludersi l’instaurazione di un più deciso regime autoritario. In molti comizi e manifestazioni degli aderenti ai partiti governativi erano stati rivelati saluti romani, formazioni di camicie verdi e l’invocazione vođa all’indirizzo del capo del governo.38 I tentativi di compromesso con i croati risultarono ancora una volta vani. La speranza diffusa tra i dirigenti politici croati era che qualora non avessero aderito all’accordo nel quadro della costituzione, Stojadinović avrebbe presentato alla camera un progetto di concessione di autonomia amministrativa tendente a regolare la questione nazionale.39 Mussolini continuava a confermare l’esistenza dei migliori rapporti con la Jugoslavia.40 Ciano si era confrontato a lungo con Stojadinović circa la situazione interna del Paese e a Belgrado il principe Pavle aveva assicurato il ministro italiano che la monarchia sosteneva senza riserve l’azione del premier jugoslavo e che la stabilità e la sicurezza jugoslave erano necessariamente da cercarsi nell’ambito della politica di equilibrio dell’Asse. La pressione politica ed economica tedesca era vissuta con grande disagio e preoccupazione da Belgrado e la collaborazione con l’Italia rappresentava la possibilità di allentare la morsa tedesca in campo economico.41 A febbraio però Pavle sorprendentemente destituì Stojadinović e incaricò Dragiša Cvetković di formare il nuovo esecutivo, con il preciso compito di risolvere la questione croata. Alla presentazione del nuovo gabinetto Cvetković espose i propri obiettivi politici: consolidamento dell’unità nazionale e soluzione della questione croata; miglioramento delle condizioni economiche del Paese; proseguimento della politica estera sulla base dei risultati positivi conseguiti durante gli ultimi anni. Le trattative avviate con Maček 38
Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME), fondo I-4,
Carteggio Stato Maggiore Generale – Comando Supremo – Stato Maggiore Difesa, anni 1924-1948, b. 6, fasc. 5, Notizie politiche-militari sulla Jugoslavia dal 24 gennaio 1939 al 16 febbraio 1940, Ufficio del Capo di Stato Maggiore Generale, Stralcio notiziario mensile Stati esteri – dicembre 1938XVII, Jugoslavia, Roma, 24 gennaio 1939-XVII. 39
Ibidem, fondo H-3, Servizio Informazioni Militari – Notiziari Stati Esteri – Bollettini – 2ª
Guerra Mondiale, b. 44, fasc. 15, Notiziario politico-militare dal 31 dicembre 1938 al 3 giugno 1939, Stralcio dal bollettino settimanale di informazioni politico militare di attualità (n. 136 del 31 dicembre 1938 - anno XVII), Jugoslavia, Notizie politiche, Situazione politica interna. 40
A. Biagini, F. Frattolillo (a cura di), Verbali delle Riunioni tenute dal Capo di S.M. Generale, Vol.
I (26 gennaio 1939-29 dicembre 1940), Roma, Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1983, Verbale n. 1, Seduta del 26 gennaio 1939, Direttive politico strategiche; scorte per le industrie di guerra; mobilitazione civile; mobilitazione per la Milizia Dicat, Verbale della seduta del 26 gennaio 1939-XVII presieduta da S.E. il Capo di Stato Maggiore Generale, pp. 2-3. 41
ASDMAE, b. 1165 (UC 49), fasc. 3, Viaggio di S.E. il Ministro in Jugoslavia, 18-23
gennaio.939-XVII, Colloqui Ciano-Stojadinovitch, Ministero degli Affari Esteri, Viaggio in Jugoslavia, 18-23 gennaio XVII (1939).
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continuarono tuttavia a rivelarsi infruttuose: i croati insistevano per la trasformazione dello Stato in un sistema federalista, rifiutando le proposte del principe Pavle di rimandare la soluzione del problema alla maggiore età di re Petar.42 La destituzione di Stojadinović non fu gradita ai governi di Roma e Berlino, nonostante Belgrado si fosse affrettata a riaffermare l’immutata amicizia con le potenze dell’Asse. Di fatto, malgrado le rassicurazioni di Pavle, gli sforzi italo-tedeschi di attrarre la Jugoslavia nella propria sfera d’influenza andavano scontrandosi con le posizioni filo-occidentali del reggente e di gran parte dell’establishment di Belgrado.
1.2. Lo Sporazum serbo-croato e la ripresa del sostegno italiano a Pavelić Gli avvenimenti in Cecoslovacchia produssero ulteriore impressione ed ebbero ripercussioni anche sulla situazione jugoslava. L’occupazione tedesca di Praga nel marzo del 1939 rappresentò per Pavle un ulteriore segnale che fosse necessario arrivare ad un accordo con i croati, che continuavano le dimostrazioni al grido di Viva la Croazia indipendente. Se i croati in un primo tempo avevano aggiunto alla richiesta dello Stato federativo la costituzione, a garanzia della propria autonomia, di un esercito croato inquadrato da ufficiali croati, sembrava si orientassero ora verso la collaborazione con un governo di concentrazione nazionale. La politica tedesca verso la Jugoslavia appariva ambigua a Belgrado. La Germania, pur contraria ad un azione nei Balcani, sosteneva attivamente il partito di Maček: si attribuivano a Berlino mire su Croazia e Slovenia, che vedeva parte della popolazione, favorevole all’unione con il Reich, chiedere l’intervento delle truppe tedesche.43 L’Italia da parte sua temeva la penetrazione economica tedesca nei Balcani e la premessa per la realizzazione della politica dell’Asse fu il disinteresse tedesco – più volte affermato da Hitler e Ribbentrop all’alleato di Roma – nelle
42
AUSSME, I-4, b. 6, fasc. 5, Ufficio di S.E. il Capo di Stato Maggiore Generale, Stralcio
notiziario mensile Stati esteri del S.I.M. – marzo 1939, Jugoslavia, Situazione politica interna e riflessi di politica estera. Il testo del discorso di Cvetković (Govor Pretsednika Ministarskog Saveta i Ministra Unutrašnjih Poslova Dragiše J. Cvetkovića, 16. februar 1939) è in parte riportato in B. Petranović, M. Zečević, op. cit., pp. 503-505. 43
AUSSME, I-4, b. 6, fasc. 5, Ufficio di S.E. il Capo di Stato Maggiore Generale, Stralcio
notiziario mensile Stati esteri del S.I.M. – marzo 1939, Jugoslavia. Anche B. Petranović, M. Zečević, op. cit., pp. 503-505.
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questioni croate, riconoscendo in tutta l’area mediterranea, e in particolare in Grecia e Jugoslavia, la preminenza italiana.44 Alla Legazione italiana a Belgrado si presentò l’ingegnere Amadeo Carnelutti di Zagabria, fiduciario di Maček, per un contatto con il governo italiano in merito ad eventuali obiettivi politici da raggiungere in comunione d’interessi. 45 Maček sosteneva che gli obiettivi nazionali croati non avrebbero potuto trovare serie garanzie che in soluzioni massime: ampia organizzazione autonoma nello Stato jugoslavo oppure completa indipendenza. Il leader croato cercava garanzie presso l’Italia, secondo una linea politica, come quella di Pavelić, speculare agli interessi italiani nell’Adriatico. Maček doveva prendere una decisione nei confronti di Belgrado e considerò tutte le possibilità: da parte italiana, se in precedenza ragioni di riguardo verso Stojadinović avevano suggerito di evitare contatti col suo più aperto oppositore, ora era possibile intavolare trattative, a maggior ragione considerando che anche il principe Pavle e il governo jugoslavo avevano iniziato ad invertire la linea politica nei confronti del leader croato e del Partito contadino.46 I governi di Roma e Belgrado proseguivano apparentemente all’insegna della cordialità. Ufficialmente l’Italia intendeva continuare a svolgere una politica di stretta collaborazione con la Jugoslavia ed attribuiva la massima importanza al rispetto dell’unità nazionale jugoslava. Mussolini consigliò al principe Pavle di risolvere il prima possibile la questione croata, poiché molti indizi lasciavano intendere che l’azione separatista dei croati era stata intensificata ed ulteriori indugi avrebbero potuto avere conseguenze di estrema gravità.47 Anche Pavle affermava di desiderare la più stretta amicizia con il vicino italiano e si disse seriamente intenzionato ad addivenire ad un accordo con Maček per porre definitivamente fine all’insidia croata.48 44
DDI, Nona serie, 1939-1943, vol. V, docc. 200, 617; ASDMAE, b. 1494 (AP 29), Dichiarazioni
tedesche di disinteresse per la Croazia e riconoscimento del preminente interesse italiano, Ribbentrop a Ciano, Berlino 20 marzo 1939. Si veda anche G. Ciano (a cura di R. De Felice), Diario 1937-1943, Milano, Rizzoli, 2006, 17 marzo 1939. 45
ASDMAE, b. 1166 (UC50), Ministero degli Affari Esteri, Colloquio con l’ingegner Amedeo
Carnelutti, Roma 20 marzo 1939-XVII. Carnelutti era entrato in contatto con Ciano nel novembre del 1938. Si veda T. Jonjić, Hrvatska vanjska politika 1939.-1942, Zagreb, Libar, 2000, pp. 39-43 e 5153. 46
ASDMAE, b. 1165 (UC 49), R. Legazione d’Italia, Riservatissimo, Telespresso n. 1203/366, a
Regio Ministero degli Affari Esteri-Gabinetto, Roma, oggetto: Questione croata, Belgrado, 11 marzo 1939-XVII. 47
Ibidem, 32 – Situazione interna jugoslava, a) Telegramma alla R. Legazione a Belgrado n. 46
del 19 marzo 1939-XVII, Ministero degli Affari Esteri, Segreto, Telegramma n. 4408/46 P.R., a Italdipl Belgrado, f.to Ciano, Roma, 19 marzo 1939-XVII. 48
Ibidem, b) Telegramma della R. Legazione a Belgrado n. 51 del 20 marzo 1939, Legazione
italiana Belgrado, Telegramma n. 4296 P.R., Segreto non diramare, f.to Indelli, Belgrado, 20 marzo 1939-XVII.
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Belgrado continuava tuttavia a temere interventi italiani alla frontiera slovena e in Albania, ai quali bisognava aggiungere il pericolo rappresentato dalla minacciosa propaganda nazista: i richiami effettuati in Italia all’inizio di aprile e le misure prese per il rinforzo della frontiera giuliana destarono ulteriori preoccupazioni e portarono lo Stato Maggiore jugoslavo all’adozione di una serie di provvedimenti precauzionali.49 Fu intensificata la sorveglianza delle zone di confine, mentre i depositi militari presso le frontiere furono progressivamente spostati verso la Serbia.50 Lungo la frontiera giuliana vi fu un graduale afflusso di truppe e materiali, così come verso l’albanese.51 L’azione italiana in Albania diede comunque motivo al governo jugoslavo, non senza una chiara inquietudine, di ribadire gli immutati amichevoli rapporti con l’Italia, come sottolinearono Ciano e Aleksandar Cincar-Marković a Venezia e il principe Pavle a Roma (10-13 maggio), ricevuto a Palazzo Venezia da Mussolini e Ciano e da Vittorio Emanuele III al Quirinale.52 Cvetković e Maček giunsero ad un accordo solamente alla fine di agosto: ancora nel maggio del 1939 il leader del Partito contadino aveva dichiarato – forse non del tutto sinceramente – che le trattative potevano considerarsi fallite.53 Maček continuò infatti l’ambiguo gioco di trattare con Belgrado contattando al tempo stesso emissari tedeschi e italiani per sondare la reale possibilità di una nuova Monaco che investisse l’integrità jugoslava. Bisognava sfruttare la delicata situazione internazionale e premere sull’opinione pubblica per ottenere concessioni agitando il pericolo di un intervento degli Stati limitrofi in supporto delle rivendicazioni croate.54 I tedeschi non dimostrarono interesse a destabilizzare 49
AUSSME, H-3, b. 44, fasc. 15, Stralcio del Bollettino Settimanale di informazioni politico-militare
di attualità, copia n.14 dell’8 aprile 1939 - anno XVII, Jugoslavia, Notizie militari, Provvedimenti precauzionali (schizzo 4). 50
Ibidem, I-4, b. 6, fasc. 5, Ufficio di S.E. il Capo di Stato Maggiore Generale, Stralcio notiziario
mensile Stati esteri del S.I.M., marzo 1939, Jugoslavia, Situazione politica interna e riflessi di politica estera. 51
Ibidem, H-3, b. 44, fasc. 15, Stralcio notiziario del S.I.M. in data 5 aprile 1939-XVII, Promemoria
per S.E. il Sottosegretario, oggetto: Crisi europea, Azione dei vari Stati dal 2 al 4 aprile 1939-XVII, Jugoslavia, Frontiera Giulia; id., Stralcio del fascicolo trasmesso col f. 2/9561, in data 17 maggio 1939XVII, Tensione europea: situazione 11-16 maggio, Jugoslavia, Frontiera albanese. 52
ASDMAE, b. 1165 (UC 49), Comunicato dei colloqui di Venezia del 22-23 aprile 1939-XVII tra S.E.
Ciano ed il Ministro degli Affari Esteri di Jugoslavia sig. Zinzar-Markovic, Venezia, 23 aprile 1939-XVII; id., Viaggio del Principe reggente Paolo di Jugoslavia e della Principessa Olga a Roma, 10-13 maggio 1939-XVII, Comunicato dei colloqui e testo dei brindisi pronunziati al Quirinale il 10 maggio 1939-XVII. 53
AUSSME, I-4, b. 6, fasc. 5, Ufficio di S.E. il Capo di Stato Maggiore Generale, Stralcio
notiziario giornaliero del S.I.M., 8-16 maggio 1939, Jugoslavia. 54
Ibidem, Promemoria per S.E. il Capo di Stato Maggiore Generale, Dal notiziario giornaliero del
S.I.M., 17-23 giugno 1939-XVII, Roma 24 giugno 1939-XVII.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
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i Balcani e Maček puntò ancora sull’Italia. Il marchese Josip de Bombelles (si scoprirà essere una spia di Belgrado),55 prima fiduciario di Maček e successivamente intermediario di Pavelić, incontrò Ciano chiedendo l’intervento di Roma presso il governo jugoslavo affinché fosse concessa una larga autonomia alla Croazia; nel caso il sostegno politico italiano non fosse stato sufficiente, i leader croati avrebbero provocato un’insurrezione con l’intento di proclamare uno Stato indipendente sotto la protezione italiana.56 Gli incontri tra Ciano e Bombelles non portarono però ad un’intesa definitiva, prevalendo la diffidenza italiana verso Maček, ritenuto troppo filo-tedesco e già accordatosi con il governo di Belgrado.57 Quest’ultimo del resto era comunque deciso a venire incontro alle richieste di autonomia croate prima che la situazione precipitasse. Il 26 agosto 1939 fu firmato lo Sporazum (accordo) serbo-croato per un governo di coalizione con Cvetković presidente, Maček alla vicepresidenza, Cincar-Marković ministro degli Esteri e la presenza nella compagine di altri quattro ministri croati, cercando così di assicurare ai croati un peso più rilevante nella vita politica jugoslava. Veniva istituita la Banovina Hrvatska riconoscendole un’ampia autonomia da Belgrado: alla carica del bano venne restituita la tradizionale importanza e il Sabor (parlamento) ricostituito per esercitare l’attività legislativa insieme a Belgrado.58 Lo Sporazum tuttavia più che assicurare istituzioni più democratiche realizzava una spartizione territoriale del potere e avrebbe mostrato presto i propri limiti mancando l’occasione di risolvere la questione nazionale. Per gli ufficiali serbi dell’esercito l’autonomia non rendeva i croati sudditi più fedeli e in caso di guerra continuavano a ritenerli inaffidabili, al pari di agenti tedeschi da neutralizzare. Di conseguenza nel corso dell’anno, oltre alla sostituzione in Croazia di truppe croate con soldati macedoni,59 erano stati organizzati distaccamenti speciali serbi per il controllo delle attività civili e militari croate. Politici e intellettuali serbi, insieme alla Chiesa ortodossa, reagirono all’accordo con un aggressivo movimento panserbista che conquistò consensi negli ampi strati della popolazione contrari alla concessione dell’autonomia ai croati; il principe Pavle fu accusato di aver violato l’indivisibilità dello Stato e fu sospettato di volersi liberare del giovane re Petar per salire al trono. Anche tra i croati non si calmò l’insoddisfazione. L’autonomia fu considerata una momentanea concessione dovuta alla critica situazione internazionale e in quanto tale revocabile allorché fossero giunti tempi migliori.60
55
ASDMAE, b. 1166 (UC 50), fasc. 3, 24 luglio 1940.
56
E. Collotti, T. Sala, G. Vaccarino, op. cit., pp. 31-32; T. Jonjić, op. cit., pp. 46 e 54-55.
57
G. Ciano, 2 maggio 1939.
58
Sullo Sporazum si veda L. Boban, Sporazum Cvetković-Maček, Beograd, Institut društvenih
nauka, 1965. Il testo dell’accordo è riportato in B. Petranović, M. Zečević, op. cit., pp. 508-510 e 514516. 59
DDI, Nona serie, 1939-1943, vol. I (4 settembre-24 ottobre 1939), doc. 192.
60
Ibidem, doc. 568.
28
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Maček per mantenere fede all’accordo dovette affrontare le derive estremiste del movimento croato, ricorrendo alla forza contro la propaganda ustaša. Il 1° settembre 1939 truppe tedesche invasero la Polonia e Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra alla Germania: iniziava così il secondo conflitto mondiale. La sopravvivenza dello Stato jugoslavo dipendeva ora dai suoi rapporti con i due potenti vicini, l’Italia e la Germania, confinante con il regno dei Karađorđević dopo l’Anschluss. La questione fondamentale che si poneva agli Stati danubiano-balcanici era la posizione da assumere nei confronti del conflitto. Berlino contava sulla loro neutralità, che li avrebbe di fatto allineati agli interessi politici ed economici tedeschi senza assumere posizioni apertamente antibritanniche e anti-francesi.61 L’Europa sud-orientale rappresentava per la Germania una preziosa riserva di materie prime e di risorse indispensabili alla vittoria: qualsiasi mutamento dello status quo nell’area avrebbe messo a rischio un settore essenziale, danneggiando per di più le relazioni con l’Unione Sovietica. L’intenzione di Berlino era monopolizzare il commercio di esportazione jugoslavo, ma Belgrado tentava di opporsi mirando all’industrializzazione dello Stato, in special modo nel campo della produzione bellica. Sicuramente per tale ragione i notabili jugoslavi apparivano assai meno preoccupati di quanto si credesse dell’influenza russa che si andava profilando nei Balcani: tra i due mali, a quello tedesco era preferito sicuramente quello russo.62 Mussolini doveva invece dimostrare di non essere da meno dell’alleato tedesco e cessati i contatti con Maček riprese il sostegno a Pavelić. All’inizio del 1940 Ciano si rivolse agli emissari croati per progettare piani d’insurrezione che legittimassero l’intervento italiano in Croazia. Il 21 gennaio ricevette nuovamente a Roma il marchese di Bombelles, che lo aggiornò sulla situazione a Zagabria, affermando che tutto era pronto in città per un movimento insurrezionalista. L’eventuale linea d’azione sarebbe stata: insurrezione croata, occupazione di Zagabria, arrivo di Pavelić, invito all’Italia ad intervenire, costituzione del Regno di Croazia, offerta della corona al re d’Italia (Ciano e Pavelić si incontrarono due giorni dopo per fissarne i punti principali).63
61
Per la ricostruzione delle dinamiche interne e del quadro politico internazionale nel quale
maturò la politica di neutralità jugoslava si veda A. Breccia, Jugoslavia 1939-1941. Diplomazia della neutralità, Milano, Giuffrè, 1978. 62
AUSSME, I-4, b. 6, fasc. 5, Ufficio di S.E. il Capo di Stato Maggiore Generale, Promemoria per
S.E. il Capo di Stato Maggiore Generale, oggetto: Informazioni sulla Jugoslavia, Roma, 13 ottobre 1939XVII. Si veda inoltre E. Collotti, T. Sala, G. Vaccarino, op. cit., pp. 20-21 e 27. 63
G. Ciano, 21-23 gennaio 1940. Si veda inoltre il marchese di Bombelles sulla situazione
interna croata (riportato a Ciano da Anfuso, capo di Gabinetto del ministero), in DDI, Nona serie, 1939-1943, Vol. III (1° gennaio-8 aprile 1940), docc. 182, 194. Si rimanda anche a E. Collotti, T. Sala, G. Vaccarino, op. cit., pp. 32-33; B. Krizman, op. cit., pp. 324-329; T. Jonjić, op. cit., pp. 124-134.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
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L’Italia avrebbe quindi approfittato di un collasso jugoslavo ma era da escludersi una sua azione di forza diretta, poiché avrebbe assorbito un tal numero di forze che, ove il collasso non fosse stato completo e repentino, avrebbe complicato anche le operazioni, o la semplice sorveglianza, della frontiera occidentale.64 La Jugoslavia, infatti, nonostante le dichiarazioni distensive, intensificava i richiami alle armi e attuava una vera e propria mobilitazione. 65 Il 10 maggio Ciano incontrò nuovamente Pavelić per stabilire i tempi del movimento insurrezionale, raccomandando di non affrettare l’azione per evidenti ragioni di carattere internazionale e di attendere in ogni caso il via da Roma.66 Il piano rimaneva sostanzialmente invariato: in seguito alla rivolta croata sarebbe stata proclamata l’indipendenza e dopo la costituzione del governo a Zagabria le truppe italiane sarebbero state invitate ad intervenire per il mantenimento dell’ordine. Lo Stato croato avrebbe avuto un’unione monetaria e doganale con l’Italia e avrebbe istituito un esercito nazionale croato (Domobranstvo). In un secondo tempo avrebbe stabilito l’unione personale con il Regno d’Italia, facilmente realizzabile una volta che l’Italia si fosse stabilita definitivamente in Croazia. Le truppe italiane avrebbero fatto il loro ingresso a Zagabria guidate dagli ustaša addestrati in Italia.67 Gli ustaša di conseguenza ebbero accesso alle stazioni radiofoniche italiane per svolgere attività di propaganda e vennero riforniti di armi e divise. Le voci di un’azione più o meno imminente delle potenze dell’Asse circolavano ormai comunemente in Jugoslavia, accolte con rassegnazione dalla popolazione, mentre l’ambiente militare serbo sembrava deciso a difendere l’integrità statale.68 Il timore era relativo ad una prossima occupazione della Slovenia e della Dalmazia, ma non mancavano allarmi di un’azione italiana contro la Grecia.69 Le autorità jugoslave 64
A. Biagini, F. Frattolillo, Verbali delle Riunioni…, Vol. I, Verbale n. 3, Seduta del 9 aprile 1940,
“Norme strategiche emanate dal Duce”, Ufficio del Capo di Stato Maggiore Generale verbale della seduta del 9 aprile 1940-XVIII presieduta dall’Eccellenza il Capo di Stato Maggiore Generale, p. 33. 65
AUSSME, H-3, b. 59, fasc. 2, Jugoslavia notizie situazione militare 1940, Ministero della
Guerra, S.I.M., a Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Operazioni I, prot. n. z/38485, oggetto: Jugoslavia-situazione militare, f.to Generale di Brigata Capo Servizio G. Carboni, Roma, 1° maggio 1940-XVIII. 66
G. Ciano, 10 maggio 1940.
67
B. Krizman, op. cit., pp. 328-330.
68
AUSSME, H-3, b. 80, fasc. 1, Informazioni sulla Jugoslavia (1940), Comando Gruppo
Armate-Ufficio Informazioni, Jugoslavia, Informazioni della 2ª Armata, Situazione descrittiva settimanale, Comando 2ª Armata-Ufficio I, Situazione descrittiva d’oltre confine n. 22, Deduzioni, 23 luglio 1940-XVIII. 69
A. Biagini, F. Frattolillo (a cura di), Diario Storico del Comando Supremo, Vol. I (11.6.1940 –
31.8.1940), Tomo I, Diario, Roma, Stato Maggiore Esercito Ufficio Storico, 1986, II – Comunicazioni e richieste dei comandi dipendenti, f.to il Generale Addetto Q. Armellini, 2 e 7 agosto 1940, p. 307 e pp. 339-340.
30
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
aumentarono il richiamo di riservisti, accelerarono la preparazione dell’aviazione e disposero l’allontanamento dal confine degli oriundi istriani e degli italiani espatriati per motivi politici e residenti in Jugoslavia.70 Le alte sfere jugoslave ufficialmente si mantenevano riservate: in varie manifestazioni e negli articoli dei più importanti giornali, era posta all’ordine del giorno la necessità di riorganizzare lo Stato su base corporativa e di riesaminare a fondo la stessa costituzione. La leadership di Belgrado era alla ricerca di una formula per l’organizzazione sociale dello Stato con indirizzo totalitario, quale estremo tentativo di riorganizzare il pericolante edificio statale su più solide basi e al tempo stesso conquistare le simpatie dell’Asse; l’orientamento del governo jugoslavo per l’applicazione della riforma incontrava tuttavia l’opposizione crescente delle classi popolari. 71 L’attesa dei risultati dei colloqui in corso tra le potenze dell’Asse e Ungheria, Romania e Bulgaria, era febbrile: negli accordi che andavano maturando si intravedeva la creazione di una barriera che, ponendosi tra Unione Sovietica e Jugoslavia, avrebbe reso difficile col conseguente isolamento l’aiuto sovietico sul quale andava contando parte dell’opinione pubblica e i comunisti jugoslavi. 72 La propaganda di quest’ultimi, che assumeva spesso toni panslavisti, era aumentata dopo l’acquisizione sovietica della Bucovina e della Bessarabia e andava diffondendosi anche tra le forze armate. L’attività comunista faceva proseliti anche tra i nazionalisti, che nell’avvicinamento all’Unione Sovietica vedevano la possibilità di conservare l’integrità del territorio jugoslavo.73 Crebbero le dimostrazioni anti-italiane e soprattutto nei dintorni di Zara la popolazione slava si abbandonò ad aperte manifestazioni di ostilità.74 Formazioni irregolari e volontarie andavano formandosi in tutta la Jugoslavia, e anche se il reclutamento avveniva principalmente nel Kosovo e nel Dibrano, il fenomeno del volontarismo andava diffondendosi anche tra la popolazione croata del litorale, mentre l’immissione di miliziani serbi nelle forze armate jugoslave era stata
70
AUSSME, H-3, b. 80, fasc. 1, Comando Gruppo Armate-Ufficio Informazioni, Jugoslavia,
Informazioni della 2ª Armata, Situazione descrittiva settimanale, Comando 2ª Armata-Ufficio I, Notiziario giornalierio d’oltre confine n. 57, Varie, Gorizia, 9 agosto 1940-XVIII; id., Situazione descrittiva d’oltre confine n. 26, Sintesi, 20 agosto 1940-XVIII. 71
Ibidem, b. 60, fasc. 4, Carteggio del Servizio Informazioni Militari (S.I.M.) relativo ai vari
Stati, Jugoslavia, Stralcio bollettino situazione settimanale n. 140, Jugoslavia, 18 luglio 1940. 72
Ibidem, b. 80, fasc. 1, Comando 2ª Armata-Ufficio I, Situazione descrittiva d’oltre confine n. 23,
Sintesi, Premessa, 30 luglio 1940-XVIII. 73
Ibidem, b. 60, fasc. 4, Jugoslavia, Roma 10 luglio 1940-XVIII.
74
Ibidem, b. 59, fasc. 2, Carteggio del Servizio Informazioni Militari (S.I.M.) relativo ai vari
Stati, Jugoslavia, Ministero della Guerra, Gabinetto, P.N.F., Zara: mattinale novità Situazione Jugoslavia, Appunto per il Duce, Roma 19 maggio 1940-XVIII.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
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ufficialmente sanzionata e intorno al nucleo fondamentale, rappresentato dai reduci, si andava raggruppando un buon numero di volontari.75 Intanto in Croazia gli ustaša erano strettamente sorvegliati, arrestati e tradotti a Belgrado per il minimo motivo. A luglio a Sušak una manifestazione in favore di Pavelić e dell’indipendenza croata, che aveva visto la partecipazione di circa cinquecento persone, si era conclusa con l’intervento della gendarmeria e numerosi arresti.76 Il movimento separatista continuava l’attiva propaganda antigovernativa facendo circolare insistentemente la notizia di un imminente attacco italiano in suo supporto.77 Gli eventi confermavano le ripercussioni politiche ed economiche delle eccezionali misure militari adottate dallo Stato jugoslavo, che non avevano tra l’altro attenuato il malcontento diffuso tra i soldati croati e sloveni, dovuto alla lunga durata dei richiami, al pessimo trattamento da parte degli ufficiali serbi (si verificarono gravi incidenti e atti d’insubordinazione), al vitto insufficiente e ai ritardi nei pagamenti.78 Reggimenti costituiti da croati erano rinforzati da elementi serbi e da soldati bosniaci e lo stesso avveniva per alcuni reparti di gendarmeria operanti alla frontiera, anche se, peraltro, sintomi di insofferenza andavano crescendo anche tra i bosniaci musulmani in correlazione al riaccendersi della propaganda autonomista per la Bosnia musulmana guidata da Džafer Kulenović, subentrato alla guida dell’Organizzazione musulmana jugoslava (Jugoslavenska Muslimanska Organizacija, JMO) alla morte di Mehmed Spaho.79 Per eliminare la possibilità di insurrezioni nelle zone abitate da albanesi il governo jugoslavo aveva inoltre accentuato il richiamo degli albanesi validi allontanandoli dal Kosovo per avviarli verso la frontiera ungherese e bulgara (viceversa l’elemento serbo di immigrazione ne era stato largamente dispensato). 80 Andavano infine consolidandosi anche le milizie organizzate dal Partito contadino croato, la Protezione contadina croata (Hrvatska Seljačka Zaštita), guardia armata costituita fin dal 1936 e formata da volontari inquadrati militarmente. A
75
Ibidem, Ministero della Guerra, S.I.M., prot. n. Z/314894, oggetto: Jugoslavia-Attività di
formazioni irregolari e volontaristiche, a Comando del Corpo di S.M.-Ufficio Operazioni, f.to il Generale di Div. Capo Servizio G. Carboni, Roma 21 giugno 1940-XVIII. 76
Ibidem, b. 60, fasc. 4, Carteggio del Servizio Informazioni Militari (S.I.M.) relativo ai vari
Stati, Jugoslavia, Roma 20 luglio 1940-XVIII. 77
Ibidem, Stralcio della situazione settimanale del S.I.M. n. 142, Jugoslavia, 1° agosto 1940-XVIII.
78
Ibidem, Jugoslavia, Roma 30 luglio 1940-XVIII.
79
Ibidem, Ministero della Guerra, S.I.M., Notiziario giornaliero, Jugoslavia, Roma 4 settembre
1940-XVIII; id., b. 80, fasc. 1, Informazioni sulla Jugoslavia (1940), Comando Gruppo ArmateUfficio Informazioni, Jugoslavia, Informazioni della 2ª Armata, Situazione descrittiva settimanale, Comando 2ª Armata-Ufficio I, Situazione descrittiva d’oltre confine n. 23, Sintesi, Premessa, 30 luglio 1940-XVIII. 80
Ibidem, b. 60, fasc. 4, Stralcio notiziario informazioni del S.I.M. n. 147, Parte III, gli Stati
danubiani e balcanici, 1°- Jugoslavia (s.d.).
32
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
luglio Maček ispezionò la Protezione contadina croata accompagnato dagli addetti stampa dei consolati tedesco, russo e bulgaro a Zagabria.81 Ad ottobre la milizia contava già centottantamila iscritti: poteva aderirvi ogni membro del Partito contadino che avesse compiuto il venticinquesimo anno d’età e risultasse di condotta incensurata. L’utilizzo delle formazioni era previsto in caso di gravi circostanze, al fine di sopperire alle impossibilità della forza pubblica.82 La politica jugoslava di neutralità proseguiva dunque tra insidie e sospetti, non tralasciando l’adozione di provvedimenti volti ad allestire una difesa militare che poco meno di un anno dopo si sarebbe dimostrata del tutto inappropriata dinanzi all’attacco tedesco e degli alleati dell’Asse.
1.3
L’isolamento jugoslavo
Con l’accordo serbo-croato e la concessione dell’autonomia amministrativa lo Stato jugoslavo sembrò assumere sempre più un carattere federativo; in Croazia, tuttavia, il concetto di autonomia tendeva definitivamente ad evolversi verso l’aspirazione all’assoluta indipendenza.83 I dissidi continuarono con le riforme politico-sociali a carattere corporativo inaugurate dal governo e fortemente ostacolate dai croati, che considerarono i provvedimenti un espediente per privare la Banovina Hrvatska della propria autonomia amministrativa.84 Il 25-26 agosto 1940, in occasione della ricorrenza dello Sporazum, il Consiglio dei ministri si riunì a Zagabria dando particolare solennità e rilievo all’evento, ma fu evidente la debolezza della dirigenza serba dinanzi alla persistente volontà separatista croata ed il governo fu costretto a rimandare ad un secondo momento l’approvazione del testo di legge sulla riforma sociale e del lavoro, anticipando la garanzia dell’estraneità della Croazia ai provvedimenti e riaffermandone in pieno l’autonomia.85 In Italia intanto venivano fornite le direttive per il perfezionamento dell’operazione contro la Jugoslavia (8 agosto). Mussolini stabilì l’inizio dell’offensiva per il 20 settembre ed ordinò di prendere contatto con lo Stato 81
Ibidem, Jugoslavia, Roma 18 e 27 luglio 1940-XVIII.
82
Ibidem, b. 80, fasc. 1, Comando Gruppo Armate-Ufficio Informazioni, Informazioni della 2ª
Armata, notiziario giornaliero 1940, Situazione descrittiva d’oltre confine n. 36, Elementi informativi, Organizzazioni paramilitari: Protezione contadina croata, 30 ottobre 1940-XVIII. 83
Ibidem, Stralcio notiziario settimanale del S.I.M., 25 luglio 1940.
84
Ibidem, Comando Gruppo Armate – Ufficio Informazioni, Jugoslavia, Informazioni della 2ª
Armata, Situazione descrittiva settimanale, Comando 2ª Armata-Ufficio I, Situazione descrittiva d’oltre confine n. 26, Sintesi, 20 agosto 1940-XVIII. 85
Ibidem, Comando 2ª Armata-Ufficio I, Stralcio stampa jugoslava, 20 agosto 1940-XVIII; Stralcio
stampa jugoslava, 27 agosto 1940-XVIII.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
33
Maggiore di Germania e Ungheria onde accertare la disponibilità ad attuare l’operazione con il concorso di truppe tedesche e ungheresi.86 I generali tedeschi tuttavia comunicavano la contrarietà di Hitler ad effettuare operazioni militari nei Balcani, onde evitare di perturbare l’area da cui la Germania traeva materie prime fondamentali all’esito del conflitto e scongiurare il pericolo che l’Inghilterra ne approfittasse per crearsi basi aeree in Jugoslavia. 87 Arrivava dunque il veto tedesco all’attuazione del piano italiano e Mussolini lasciò da parte per il momento lo scacchiere balcanico, allineandosi agli interessi tedeschi per il mantenimento della stabilità nell’area.88 Si accentuò tuttavia la sensazione di isolamento della Jugoslavia, nonostante il governo di Belgrado ostentasse un atteggiamento di assoluta neutralità sia nei riguardi dell’agitazione italo-greca, sia in merito alle trattative ungaro-romene nell’ambito del secondo arbitrato di Vienna per l’assegnazione all’Ungheria della Transilvania del nord.89 Proprio in conseguenza degli incidenti con la Grecia la diffidenza nei riguardi dell’Italia era cresciuta e alla frontiera italo-jugoslava fu intensificata la vigilanza con particolari misure restrittive per la disciplina del transito di persone attraverso i valichi di confine. 90 Anche la lenta ma graduale soggezione della Romania alla Germania destò viva preoccupazione e portò ai lavori di fortificazione sulla frontiera romena.91 Il Partito comunista jugoslavo (Komunistička Partija Jugoslavije, KPJ), con un discreto seguito tra i contadini della Croazia e della Bosnia-Erzegovina, diede vita 86
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. I, Tomo I, II – Comunicazioni
e richieste dei comandi dipendenti, Jugoslavia, f.to il Generale Addetto Q. Armellini, 2 e 7 agosto 1940, pp. 307 e 339-340; III – Direttive ed ordini dati, f.to il Generale Addetto Q. Armellini, 8 agosto 1940, p. 343; X – Note personali dell’Eccellenza il Capo di S.M. Generale, f.to il Capo di Stato Maggiore Generale P. Badoglio, 11 agosto 1940, p. 361. 87
Ibidem, V – Attività informativa, f.to il Generale Addetto Q. Armellini, 15 agosto 1940, p. 382;
X – Note personali dell’Eccellenza il Capo di S.M. Generale, f.to il Capo di Stato Maggiore Generale P. Badoglio, 20 agosto 1940, p. 411; IX – Note dell’Eccellenza il Capo di S.M. Generale, f.to il Capo di Stato Maggiore Generale P. Badoglio, 21 agosto 1940, p. 416. 88
Si vedano le corrispondenze in DDI, Nona serie, vol. V, docc. 431, 435, 467, 484, 506. Anche
G. Perich, Mussolini nei Balcani, Milano, Longanesi, 1966, pp. 13-15; M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale, vol. 2, pp. 86-88. 89
AUSSME, H-3, b. 80, fasc. 1, Comando Gruppo Armate-Ufficio Informazioni, Jugoslavia,
Informazioni della 2ª Armata, Situazione descrittiva settimanale, Comando 2ª Armata-Ufficio I, Situazione descrittiva d’oltre confine n. 27, Sintesi, 27 agosto 1940-XVIII. 90
Ibidem, b. 67, fasc. 4, Informazioni sulla frontiera jugoslava (1940), Ministero della Guerra-
Gabinetto, a Stato Maggiore R. Esercito, prot. n. 144628, oggetto: Attività terroristica alla frontiera orientale, f.to il Sottosegretario di Stato Soddu, Roma 23 settembre 1940-XVIII. 91
Ibidem, b. 80, fasc. 1, Comando Gruppo Armate-Ufficio Informazioni, Jugoslavia,
Informazioni della 2ª Armata, Situazione descrittiva settimanale, Comando 2ª Armata-Ufficio I, Situazione descrittiva d’oltre confine n. 31, Sintesi, 24 settembre 1940-XVIII.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
a nuove proteste per il crescente carovita e agitazioni di piazza in diverse località: Zagabria, Belgrado, Mostar, Spalato. In quest’ultima l’intervento della polizia aveva provocato morti e feriti e numerosi arresti. Anche nell’ambito militare una sempre maggiore insofferenza caratterizzava sloveni e croati nei confronti degli ufficiali serbi, mentre gli ambienti governativi jugoslavi apparivano turbati sia dai progressi che andava facendo il movimento ustaša di Pavelić sia dalla tendenza germanofila del Partito contadino di Maček. In campo economico le requisizioni e le esportazioni in contropartita di forniture belliche pesavano sempre più sulle scorte alimentari, compromettendone la regolare distribuzione, mentre la produzione industriale e i mercati interni vivevano una crisi quasi totale. Il governo jugoslavo cercava di calmare l’opinione pubblica esasperata dall’aumento dei prezzi verificatosi tra luglio e agosto e la mancanza di generi di prima necessità. Le dimostrazioni e gli scioperi si allargarono rapidamente ai centri di Maribor, Sebenico, Sarajevo e Lubiana.92 L’intervento italiano continuava comunque a rivelarsi alquanto improbabile.93 Negli ambienti responsabili di Belgrado la possibilità che la controversia italogreca potesse sfociare in un atto di forza delle potenze dell’Asse destava viva inquietudine e si andava precisando la tendenza ad una soluzione di compromesso con i croati di Maček. La situazione era stata oggetto d’esame a Belgrado in un incontro tra il reggente Pavle e il leader del Partito contadino, che tornato a Zagabria aveva riunito i senatori e i deputati croati. Era inoltre da rilevare ancora la campagna anti-serba condotta dagli ustaša, la cui attività continuava però ad essere sorvegliata, contenuta e repressa.94 I circoli politici jugoslavi si sforzarono di eliminare cause d’attrito con Italia e Germania. Il Ministero degli Interni sciolse le federazioni degli emigrati slavi e l’associazione irredentistica Trieste-Istria-Gorizia-Rijeka (TIGR) sequestrandone i beni; gli ebrei furono esclusi da ogni tipo di attività commerciale ed industriale e dalle università seguendo i decreti tedeschi; dirigenti e capitali francesi ed inglesi
92
Ibidem, Situazione descrittiva d’oltre confine n. 29, Situazione morale e politica (dalla stampa),
10 settembre 1940-XVIII; id., Situazione descrittiva d’oltre confine n. 30, 17 settembre 1940-XVIII; id., Situazione descrittiva d’oltre confine n. 31, Sintesi, 24 settembre 1940-XVIII. Le notizie sulle agitazioni a sfondo comunista sono riportate anche in b. 60, fasc. 4, Stralcio notiziario informazioni del S.I.M. n. 147, Parte III, gli Stati danubiani e balcanici, 1°- Jugoslavia (s.d.); id., Stralcio della situazione settimanale del S.I.M. n. 148, Parte III, gli Stati danubiani e balcanici, 1°- Jugoslavia (s.d.). 93
A. Biagini, F. Frattolillo, Verbali delle Riunioni…, Vol. I, Verbale n. 12, Seduta del 25 settembre
1940, “Situazione politico-militare”, Riunione tenutasi al Comando Supremo-Stato Maggiore Generale il 25 settembre 1940-XVIII sotto la presidenza del Maresciallo Badoglio, pp. 80-81. 94
AUSSME, H-3, b. 80, fasc. 1, Comando Gruppo Armate-Ufficio Informazioni, Informazioni
della 2ª Armata, Situazione descrittiva settimanale, Comando della 2ª Armata-Ufficio I, Situazione descrittiva d’oltre confine n. 32, Sintesi, Premessa, 1º ottobre 1940-XVIII; id., Situazione descrittiva d’oltre confine n. 33, Sintesi, 8 ottobre 1940-XVIII.
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vennero progressivamente sostituiti da tedeschi nelle imprese industriali e minerarie. In particolare con il provvedimento contro gli ebrei non solo si era trovato un capo espiatorio all’impreparazione del governo nell’arginare il crescente caroviveri, ma si colpivano gli ebrei magiari della Vojvodina, uno dei principali obiettivi, passando ai serbi le loro aziende.95 Al tempo stesso a Skopije Cvetković ed il generale Milan Nedić confermarono la decisa volontà jugoslava di difendere il proprio territorio a qualunque costo (ottobre 1940)96 e fu quindi accelerato il trasferimento delle industrie dai territori croati a quelli serbi, destando notevole malumore tra la popolazione croata. Negli ambienti militari permaneva la profonda convinzione che qualsiasi cenno di debolezza del governo centrale avrebbe segnato il crollo dell’unità statale jugoslava ed erano dunque da escludersi nel modo più assoluto eventuali revisioni delle frontiere.97 La penetrazione tedesca andava estendendosi alle più importanti attività industriali ed economiche superando non senza difficoltà la residua resistenza degli ambienti anglofili.98 Belgrado sembrava orientarsi verso la necessità di cedere alle pressioni tedesche almeno nell’ambito dei rapporti economici e culturali e alcune dichiarazioni ed eventi più o meno ufficiali confermavano la sensazione. A Novi Sad Cvetković aveva dichiarato che il governo jugoslavo era deciso ad accogliere le richieste avanzate dalla minoranza tedesca, concedendo, insieme con i consigli comunali e distrettuali, la lingua tedesca nei rapporti d’ufficio e l’ammissione di funzionari tedeschi nei comuni e nelle banovine; l’ambasciatore tedesco aveva organizzato l’esposizione di architettura tedesca a Belgrado, alla cui inaugurazione erano intervenuti il principe Pavle, l’intero gabinetto jugoslavo ed eminenti personalità del mondo politico e culturale della capitale; la principessa Olga e diversi ministri avevano visitato i posti di sosta e ristoro a Belgrado e Zagabria per gli emigrati tedeschi che rimpatriavano dalla Bessarabia passando per la Jugoslavia; infine era stato tenuto
95
Ibidem, Comando Gruppo Armate-Ufficio Informazioni, Informazioni della 2ª Armata,
Comando della 2ª Armata-Ufficio I, Stralcio stampa jugoslava, 13 ottobre 1940-XVIII. Sulle leggi antisemite del 1940 si veda I. Goldstein, Anti-Semitism in Croatia, pp. 43-44; id., Dva antisemitska zakona u Kraljevini Jugoslaviji 1940. godine, in Zbornik Mire Kolar-Dimitrijević: zbornik radova povodom 70. rođendana, Zagreb, Filozofski fakultet, Odsjek za povijest, FF Press, 2003, pp. 395-405. 96
Ibidem, Stralcio stampa jugoslava, Discorso del Presidente del Consiglio jugoslavo Cvetković
a Skoplje, 13 ottobre 1940-XVIII. 97
Ibidem, b. 60, fasc. 4, Carteggio del Servizio Informazioni Militari (S.I.M.) relativo ai vari
Stati, Jugoslavia, Ministero della Guerra, S.I.M., Notiziario giornaliero, Jugoslavia, Roma, 19 ottobre 1940-XVIII. 98
Ibidem, b. 80, fasc. 1, Informazioni sulla Jugoslavia (1940), Comando Gruppo Armate-
Ufficio Informazioni, Jugoslavia, Informazioni della 2ª Armata, Situazione descrittiva settimanale, Comando 2ª Armata-Ufficio I, Situazione descrittiva d’oltre confine n. 34, Sintesi, 15 ottobre 1940XVIII.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
un ricevimento presso la Legazione tedesca a Belgrado in onore di ministri e intellettuali jugoslavi. L’ingerenza tedesca era però solo parzialmente soddisfacente per l’economia jugoslava che permaneva in condizioni difficili. La propaganda comunista era ampiamente diffusa in Croazia e Dalmazia con manifestini e volantini distribuiti di preferenza tra le truppe, sempre più scontente per la rigida disciplina e lo scarso vitto.99 Una serie di volantini diffusi dagli ustaša avevano invece riaffermato il diritto all’indipendenza croata e la speranza di un intervento dell’Asse in suo favore. I volantini contenevano violenti attacchi a Maček, accusato di essere uno strumento del governo di Belgrado e di tradire il popolo croato. Contemporaneamente gravi incidenti fra soldati cattolici ed ortodossi avvenivano a Knin, con morti e feriti: questioni di religione e nazionalità erano presto degenerate in rissa.100 Gran parte della popolazione serba era comunque convinta che malgrado le vittorie iniziali tedesche l’Inghilterra alla fine avrebbe vinto, opinione peraltro largamente condivisa dallo Stato Maggiore e dal principe Pavle. Se Belgrado cercava di non compromettersi con la Germania ingegnandosi in campo economico, nei confronti dell’Italia predominava la diffidenza, aumentata dalla presenza dei contingenti italiani alla frontiera slovena e albanese. L’influenza italiana raggiunta con gli accordi Ciano-Stojadinović del 1937 era ormai perduta, mentre la Germania andava assorbendo l’economia jugoslava con un’azione che non si limitava all’esaurimento di gran parte delle risorse alimentari del Paese ma penetrava in profondità, procedendo all’acquisto di stabili ed istituti economici. L’attività tedesca non teneva in alcuna considerazione gli interessi italiani e lo Stato jugoslavo, fornitore di materie prime, era ormai decisamente inquadrato nello spazio vitale del Reich.101 La Jugoslavia non dovette attendere molto l’arrivo del conflitto ai propri confini: il 28 ottobre 1940 l’Italia dichiarò guerra alla Grecia, informando l’alleato tedesco a fatto compiuto. Mussolini si illudeva di aggirare il veto tedesco ad azioni belliche nei Balcani e prendersi una rivincita sul potente alleato. La politica di amicizia di Belgrado nei riguardi dell’Italia rimaneva invariata, ma a dispetto dei vari comunicati ufficiali ed ufficiosi della stampa jugoslava, l’opinione pubblica ed il contegno delle popolazioni serba, croata e slovena si mantenevano ostili al vicino italiano. L’atteggiamento jugoslavo sembrava decisamente collegato all’esito delle operazioni militari italiane in Grecia e non pochi si auguravano che la lenta e difficile avanzata italiana fosse arrestata del tutto. In tal caso era
99
Ibidem, Situazione politica e morale (dalla stampa), pp. 12-13.
100
Ibidem, Stralcio stampa jugoslava, Comando della 2ª Armata-Ufficio I, Stralcio stampa
jugoslava, 16 ottobre 1940-XVIII. 101
Ibidem, b. 67, fasc. 4, Informazioni sulla frontiera jugoslava (1940), Comando della 2ª
Armata, oggetto: Conversazione con un italiano proveniente da Belgrado, 20 ottobre 1940-XVIII.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
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probabile che la Jugoslavia riesaminasse la propria posizione per schierarsi apertamente con l’Inghilterra, che aveva intensificato la propaganda contro l’Italia in Dalmazia tramite il consolato inglese a Spalato.102 In seguito alle resistenze incontrate dalla manovra italiana in Grecia il Comando Supremo italiano corse ai ripari rinforzando le forze schierate.103 Per bilanciare il predominio tedesco nella penisola balcanica all’azione bellica il governo di Roma aggiunse la diplomazia, avviando un dialogo segreto con i dirigenti jugoslavi. Questi avevano sperato fino all’ultimo nella non belligeranza italiana, ma l’attacco alla Grecia aveva infranto le speranze rendendo infine indispensabile un accordo con Roma. L’11 novembre Ciano incontrò un emissario del principe Pavle, che vedendo il proprio Paese accerchiato dalle truppe italiane in Albania e in Grecia, era intenzionato a conoscere se l’accordo italo-jugoslavo del 1937 fosse ancora una valida base dei rapporti tra i due Stati (la dirigenza jugoslava era eventualmente disposta ad intensificare la collaborazione). L’azione contro la Grecia non aveva lo scopo di accerchiare il regno jugoslavo come affermava la propaganda inglese – aveva risposto Ciano – ma solamente di proteggere le linee marittime italiane in quell’area di Mediterraneo:104 l’amicizia con lo Stato jugoslavo continuava pertanto ad essere fondamentale per l’Italia e qualsiasi suo indebolimento sarebbe andato a danno dell’equilibrio nei Balcani cui mirava la politica estera fascista. Sebbene i colloqui furono ritenuti piuttosto soddisfacenti dal principe Pavle, non si raggiunse alcun tipo di accordo a causa della quasi totale mancanza di fiducia reciproca tra le due parti. Da parte tedesca invece la neutralità jugoslava iniziava a non essere più sufficiente e si richiedeva ora un pronunciamento esplicito pro o contro l’Asse. A Berlino continuava a prevalere la tendenza ad ottenere il favore di Belgrado senza ricorrere alla forza, dal momento che un’azione spregiudicata avrebbe trasformato i Balcani in un focolaio di guerra, attirando nella zona l’Unione Sovietica e provocando una solidarietà anglo-russa compromettente per i piani tedeschi. Il principe Pavle avrebbe incontrato sempre maggiori difficoltà nel resistere alle pressioni tedesche per l’adesione al Patto Tripartito firmato nel settembre del 1940 da Germania, Italia e Giappone per la creazione di un nuovo ordine euro-asiatico.105
102
Ibidem, b. 59, fasc. 2, Carteggio del Servizio Informazioni Militari (S.I.M.) relativo ai vari
Stati, Jugoslavia, Ministero della Guerra, Contro-spionaggio militare e servizi speciali, all’Ecc. il Sottocapo di S.M. dell’Esercito, Roma, 4 novembre 1940-XIX, Jugoslavia, Notizie di fonte fiduciaria attendibile, Zara, 2 novembre 1940-XIX. 103
A. Biagini, F. Frattolillo, Verbali delle Riunioni…, Vol. I, Verbale n. 17, Seduta del 3 novembre
1940, “Situazione in Grecia-Versione corretta”, Riunione tenutasi presso il Comando Supremo-Stato Maggiore Generale sotto la presidenza del Maresciallo Badoglio il 3 novembre 1940-XVIII alle ore 14, pp. 113-114. 104
G. Perich, Mussolini nei Balcani, Milano, Longanesi, 1966, pp. 42-43.
105
DDI, Nona serie, vol. V, doc. 649.
38
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Berlino progressivamente isolò la Jugoslavia: nel novembre del 1940 l’Ungheria e la Romania aderirono al Tripartito, la Bulgaria avrebbe completato l’accerchiamento aderendovi pochi mesi dopo. Pavle continuò a dimostrarsi incerto, confuso da ministri e generali, divisi tra coloro che convinti dell’impossibilità delle potenze occidentali di inviare un aiuto nei Balcani erano propensi ad accordarsi con la Germania e quanti continuavano invece a sostenere un’aperta presa di posizione favorevole agli inglesi e ai francesi. Alti ecclesiastici fra cui il patriarca ortodosso, uomini d’affari e ufficiali dell’esercito ritenevano che le potenze occidentali avrebbero sconfitto la Germania: accettare la protezione dei tedeschi non soltanto sarebbe stato inconciliabile con la tradizione serba ma alla lunga si sarebbe dimostrato svantaggioso. Il governo di Belgrado e il principe reggente in occasione di pubblici discorsi riaffermarono la volontà di pace, ma l’opinione pubblica jugoslava continuava ad essere agitata dai partiti di opposizione che con pretesti diversi miravano a scalzare il prestigio del governo e nell’esercito rappresentavano con la loro propaganda la principale causa delle diserzioni, soprattutto tra i soldati croati.106 La conclusione del Patto di Amicizia Perpetua con l’Ungheria firmato a Belgrado il 12 dicembre 1940 fu preceduta da una favorevole propaganda tra i rappresentanti dell’Asse, anche se il patto, oltre ad affermazioni generiche di amicizia, non conteneva impegni che potessero collegarlo al Tripartito e altro non era che un tentativo di consolidamento dei rapporti con uno Stato confinante. 107 L’avvicinamento all’Unione Sovietica era invece confermato dalla conclusione di trattative per la fornitura bellica, dall’inizio di scambi commerciali e dalle visite dell’addetto militare sovietico alle guarnigioni e ai lavori di fortificazione alle frontiere. Se il governo di Belgrado si proclamava disposto a proseguire sulla via della collaborazione con l’Asse, la quasi totalità dei circoli politici belgradesi coltivava la speranza di un maggiore impegno dei russi per il mantenimento dello status quo nei Balcani occidentali.108 Iniziarono gli incontri per legare concretamente la Jugoslavia al sistema di alleanze tedesco e alla fine del mese vi fu un primo colloquio tra Hitler e il ministro degli Esteri Cincar-Marković, in cui il Führer si presentò quale paladino di un ruolo predominante dello Stato jugoslavo nella penisola balcanica. Gli obiettivi urgenti che si poneva la Germania all’approssimarsi dell’anno nuovo erano
106
AUSSME, H-3, b. 60, fasc. 4, Stato Maggiore R. Esercito-S.I.M., Situazione generale
Jugoslavia (politico-militare), 30 maggio 1940-28 dicembre 1940, Stralcio situazione settimanale n. 160, Jugoslavia, 5 dicembre 1940. 107
Ibidem, Stralcio situazione settimanale n. 162, Jugoslavia, Situazione politico-militare, 19
dicembre 1940-XIX. Sul Patto con l’Ungheria si veda A. Vagnini, L’Ungheria nella guerra dell’Asse (1939-1943), Cosenza, Periferia, 2007, pp. 118-120. 108
Ibidem, Stralcio situazione settimanale n. 163, Jugoslavia, Situazione politico-militare, 28
dicembre 1940-XIX.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
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sottrarre l’Italia all’umiliazione in Grecia e garantire al Reich un’alleanza strategica per la guerra all’Unione Sovietica. Entrambi non potevano prescindere dall’adesione di Belgrado al Patto Tripartito.
1.4.
La neutralità di Belgrado (1939-1941)
Il 1941 fu caratterizzato per l’Italia dalla sconfitta delle forze armate in Africa Orientale, dalla campagna di Jugoslavia e di Grecia, dalla partecipazione alla campagna sul fronte orientale con il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) e dalla ripresa offensiva in Africa Settentrionale.109 In Jugoslavia l’attenzione era inevitabilmente attirata dalla grave situazione internazionale, che aveva imposto una tregua ai dissensi e alle divisioni politiche interne.110 I circoli politici e militari seguivano con preoccupazione lo sviluppo della situazione in Romania, ove erano segnalati continui arrivi di truppe e materiale dell’esercito tedesco. Belgrado tentò di persuadere la Germania della propria volontà di svolgere una politica di neutralità, nella certezza che la già forte pressione tedesca fosse destinata ad aumentare e celando a stento un vivo senso di inquietudine (l’addensarsi di forze tedesche nel Banato romeno aveva confermato le apprensioni). 111 Le relazioni con l’Italia continuavano invece apparentemente normali, sebbene il Servizio Informazioni Militare (SIM) italiano segnalasse una vivace ed aperta campagna anti-italiana a Belgrado e Zagabria e in generale da parte della stampa slovena e croata. In alcuni centri della Dalmazia erano state anche tenute manifestazioni irredentistiche per la Venezia Giulia e tra le forze armate la propaganda di ostilità all’Asse era svolta in termini sempre più decisi. La condizione di incerta attesa vissuta dallo Stato jugoslavo era aggravata dalla persistente crisi dei generi di prima necessità, ma il momentaneo stallo militare dell’Asse in Albania ed in Africa, la speranza in un favorevole atteggiamento dell’Unione Sovietica e la propaganda inglese sembrarono creare un lieve miglioramento ed un’atmosfera di maggiore sicurezza, che determinarono un rafforzamento della compagine governativa, alla quale si era stretta con una sempre più chiara adesione anche il Partito contadino di Maček. Una ripresa delle agitazioni dei nazionalisti croati, cui andava collegato l’attentato contro il circolo inglese di Zagabria, fu repressa con 109
Biagini, F. Frattolillo (a cura di), Verbali delle Riunioni tenute dal Capo di S.M. Generale, Vol. II,
1 gennaio 1941 – 31 dicembre 1941, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1983, p. IX. 110
AUSSME, H-3, b. 66, fasc. 2, Carteggio del Servizio Informazioni Militari (S.I.M.) relativo ai
vari Stati, Notiziari politici militari ed economici sulla Jugoslavia (1941), 9 gennaio-5 aprile 1941, Stralcio della situazione settimanale n. 1, Jugoslavia, Situazione politico-militare, 4 gennaio 1941-XIX. 111
Ibidem, Stralcio della situazione settimanale n. 2, Jugoslavia, Situazione politico-militare, 9
gennaio 1941-XIX; Stralcio della situazione settimanale n. 3, Jugoslavia, Situazione politico-militare, 16 gennaio 1941-XIX.
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l’arresto degli attentatori; al tempo stesso veniva segnalata una ripresa della propaganda comunista, specie tra i contadini.112 Il 2 febbraio gli ambasciatori a Belgrado di Gran Bretagna, Stati Uniti, Grecia e Turchia chiesero esplicitamente al governo jugoslavo di precisare il proprio atteggiamento nell’eventualità che la Germania avesse chiesto il transito di truppe dell’Asse in territorio jugoslavo.113 Il colonnello americano Donovan promise l’aiuto statunitense qualora la Jugoslavia si fosse impegnata a resistere alle pressioni tedesche, assicurando che anche la Turchia non sarebbe rimasta passiva nel caso la Germania avesse agito attraverso i territori jugoslavi evitando la Bulgaria. La psicosi di guerra determinatasi nei circoli militari serbi indusse lo Stato Maggiore a prendere una serie di disposizioni e di misure precauzionali tali da consentire la rapida mobilitazione delle forze armate in vista della primavera: i circoli militari, infatti, continuavano – solo apparentemente in contrasto con gli ambienti governativi – ad opporsi a qualunque pressione dell’Asse nella certezza della vittoria finale inglese.114 Il 14 febbraio, mentre la notizia della rottura delle relazioni diplomatiche tra Inghilterra e Romania destava nuove preoccupazioni, Cvetković e CincarMarković si recarono da Hitler e Ribbentrop in Austria per chiarire la posizione jugoslava nell’eventualità di un passaggio delle truppe tedesche in Bulgaria. 115 I circoli politici e militari belgradesi erano convinti che la Bulgaria non si sarebbe opposta al passaggio tedesco e che l’Unione Sovietica e la Turchia non avrebbero reagito se i loro territori ed i loro più vicini interessi non fossero direttamente minacciati.116 I colloqui si conclusero con la netta affermazione tedesca di voler eliminare qualsiasi ingerenza inglese nei Balcani e l’invito più o meno chiaramente esplicito ai ministri jugoslavi ad aderire al Tripartito. Con gli avvenimenti di politica interna in secondo piano dinanzi agli eventi internazionali poco risalto ebbero alcuni tentativi di attività irredentistica in Macedonia e la propaganda ustaša in Croazia, peraltro subito repressi dalle autorità jugoslave.117 Il 1º marzo l’adesione della Bulgaria al Tripartito e la conseguente penetrazione delle truppe tedesche nel Paese accelerarono la messa in atto da parte di Belgrado di misure difensive alla frontiera sud-orientale, in attesa della decisione
112
Ibidem, Stralcio del bollettino settimanale n. 6, Jugoslavia, Situazione politico-militare, 6
febbraio 1941-XIX; Stralcio della situazione settimanale n. 7, Jugoslavia, Situazione politico-militare, 13 febbraio 1941-XIX. 113
Ibidem, Stralcio del bollettino giornaliero n. 40, Jugoslavia, 9 febbraio 1941-XIX.
114
Ibidem, Stralcio del bollettino giornaliero n. 32, 1° febbraio 1941-XIX.
115
Sulla visita dei ministri jugoslavi in Austria si veda G. Perich, op. cit., pp. 49-51.
116
AUSSME, H-3, b. 66, fasc. 2, Stralcio del bollettino settimanale n. 8, Jugoslavia, Situazione
politico-militare, 20 febbraio 1941-XIX. 117
Ibidem, Stralcio della situazione settimanale n. 10, Jugoslavia, Situazione politico-militare, 6
marzo 1941-XIX.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
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dell’atteggiamento politico da adottare. Il reggente Pavle si recò in incognito al Berghof (4 marzo) per continuare le conversazioni con i tedeschi. L’obiettivo era guadagnare tempo ma la situazione non permetteva di dilazionare ulteriormente la presa di una chiara posizione, che peraltro sembrava sempre più propendere per l’adesione jugoslava alla politica dell’Asse, come confermato dalla partenza di elementi britannici da Belgrado e dall’intervento del governo presso gli ambienti militari per modificarne le note simpatie filo-inglesi.118 I tedeschi avevano chiaramente ribadito al reggente jugoslavo che intendevano al più presto creare nei Balcani una situazione di assoluto e definitivo predominio militare, che consentisse loro la completa disponibilità delle forze e la piena libertà di azione, e con l’adesione della Bulgaria al Tripartito avevano di fatto completato l’accerchiamento politico e militare della Jugoslavia.119 Per la dirigenza di Belgrado si trattava di trovare una formula di adesione apparentemente negoziata e non apertamente imposta, che salvasse l’orgoglio nazionale agli occhi dell’opinione pubblica e dei militari.120 Con l’adesione al Tripartito, alla Jugoslavia sarebbe stata garantita l’integrità territoriale senza chiedere un impegno in ambito militare o pretendere il passaggio delle truppe dell’Asse attraverso il proprio territorio. Al termine del confronto, in un’atmosfera di grande disagio per il reggente, Pavle promise a Hitler che le sue proposte sarebbero state esaminate e che la decisione sarebbe stata comunicata al più presto.121 Per trovare una soluzione alle lotte interne jugoslave, si faceva intanto insistente la possibilità di un rimpasto governativo con la costituzione di un gabinetto di guerra che inaugurasse una politica d’intransigenza verso l’Asse fino alle estreme conseguenze o in alternativa con la formazione di un governo di concentrazione nazionale – con il compito di aderire al Tripartito – presieduto ancora da Cvetković ma comprendente anche i capi dell’opposizione. 122 Il grave momento che la Jugoslavia stava attraversando aveva provocato nel Paese una netta divisione tra due correnti, l’una rappresentata dai croati, che manifestava cautamente una tendenza conciliatrice verso l’Asse, l’altra impersonata dai nazionalisti jugoslavi e dai serbi, che difendevano invece l’integrità territoriale e ostentavano la propria ostilità alla politica di potenza tedesca.123 Continuava inoltre la pressione britannica su Belgrado, per influenzare l’atteggiamento da assumere nei confronti dell’Asse. Secondo le indiscrezioni di alcune personalità
118
Ibidem, Stralcio del bollettino giornaliero n. 68, Jugoslavia, 9 marzo 1941-XIX.
119
Ibidem, Stralcio della situazione settimanale n. 11, Jugoslavia, Situazione politico-militare, 13
marzo 1941-XIX. 120
Ibidem, Stralcio della situazione settimanale Stati esteri n. 12, Jugoslavia, Situazione politico-
militare, 20 marzo 1941-XIX. 121
G. Perich, op. cit., pp. 58-60.
122
AUSSME, H-3, b. 66, fasc. 2, 13 marzo 1941-XIX.
123
Ibidem, 20 marzo 1941-XIX.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
diplomatiche sembrava che Eden avesse promesso larghi aiuti al reggente e, al termine del conflitto, l’Istria, le isole dalmate e parte dell’Albania; il principe Pavle non aveva però risposto al messaggio del ministro inglese, con grave disappunto degli ambienti jugoslavi filo-britannici.124 Il 13 marzo Pavle autorizzò Cincar-Marković a trattare con i tedeschi sulla base delle proposte ricevute pochi giorni prima al Berghof.125 Particolari clausole che secondo Belgrado avrebbero asservito all’Asse l’economia jugoslava rallentarono le trattative, ma si giunse comunque ad un accordo di massima: con l’adesione al Tripartito la Jugoslavia avrebbe ottenuto la garanzia dell’inviolabilità del proprio territorio senza l’obbligo di aiutare le potenze dell’Asse nello sforzo bellico (rimaneva in sospeso la questione dell’eventuale passaggio di truppe sul suolo jugoslavo).126 Rimanevano però forti le correnti contrarie: a Lubiana e in tutta la Slovenia venivano diffusi manifestini che accusavano il governo di aver ceduto alle pressioni dell’Asse e incitavano alla ribellione.127 Il 22 marzo arrivò quasi un ultimatum di Ribbentrop a Cincar-Marković: la decisione definitiva in merito all’adesione jugoslava sarebbe dovuta pervenire a Berlino nei giorni successivi, altrimenti Belgrado avrebbe perso l’occasione di sistemare vantaggiosamente le proprie relazioni con l’Asse. Difficoltà ancora opposte agli accordi erano dovute alla preoccupazione jugoslava di coinvolgere il Paese in un eventuale allargamento del conflitto. Al tempo stesso l’adesione al Tripartito era quasi obbligatoria per garantire l’integrità dello Stato: la previsione ultima era di limitare la concessione di transito attraverso il territorio jugoslavo al solo materiale sanitario e commissariato. La residenza reale divenne sede di una serie di consultazioni sull’adesione o meno: il principe reggente sottopose l’argomento al consiglio della corona – composto dai principali ministri e dai comandanti militari – di cui faceva parte anche Maček.128 I membri del consiglio e la maggioranza dei ministri si dimostrarono favorevoli ad accettare l’accordo con la Germania, tre ministri invece si dimisero dichiarando che l’adesione al sistema diplomatico dell’Asse era estremamente pericolosa per l’indipendenza dello Stato.129 Nella decisione jugoslava ebbe un ruolo determinante lo schieramento
124
Ibidem, Stralcio del bollettino giornaliero n. 70, Jugoslavia, 11 marzo 1941-XIX.
125
G. Perich, op. cit., p. 61.
126
Documents on German Foreign Policy 1918-1945 (DGFP), Series D (1937-1945), Vol. XII,
The War Years, Febraury 1-June 22, 1941, London, Her Majesty’s Stationery Office, 1962, docc. 156, 216, 165, 183, 281. 127
AUSSME, H-3, b. 66, fasc. 2, Stralcio bollettino giornaliero n. 73, Jugoslavia, 14 marzo 1941-
XIX. 128
DGFP, Series D, Vol. XII, docc. 191, 192, 194, 256, 320. Cfr. Anche G. Perich, op. cit., p. 62.
129
AUSSME, H-3, b. 66, fasc. 2, Stralcio al bollettino giornaliero n. 82, Jugoslavia, 23 marzo 1941-
XIX.
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quel giorno stesso (22 marzo), delle truppe tedesche lungo la frontiera bulgarojugoslava.130 Infine il 25 marzo Cvetković e Cincar-Marković firmarono l’adesione al Patto Tripartito. L’accordo prevedeva espressamente l’impegno tedesco a non violare i confini jugoslavi, salvo il diritto di transito delle truppe tedesche per raggiungere la Grecia.131 Il viaggio a Vienna dei due ministri era stato tenuto in gran segreto, ma il 26 marzo al rientro a Belgrado la notizia dell’adesione jugoslava al sistema di alleanze dell’Asse si diffuse rapidamente e la situazione in Jugoslavia diventò critica: nella capitale e nelle principali città serbe ebbero luogo manifestazioni ostili al governo, che dispose un largo spiegamento di forze di polizia, la chiusura delle scuole e severe disposizioni per evitare attentati ed atti di sabotaggio. 132 L’adesione jugoslava al Tripartito, avvenuta dopo lunghe esitazioni e contrasti interni, poneva la popolazione e l’esercito dinanzi al fatto compiuto.133 Sulla decisione avevano influito, tra l’altro, le aspirazioni revisioniste ungheresi e bulgare e la convinzione dell’impossibilità di concreti aiuti da parte inglese. Alla fine l’allineamento alle potenze dell’Asse era stato considerato l’inevitabile compromesso per non partecipare alla guerra. Disposizioni di sicurezza continuarono ad essere prese per impedire manifestazioni di disapprovazione all’operato del governo.134 La notte tra il 26 ed il 27 marzo nella capitale jugoslava il generale Dušan Simović, ex capo di Stato Maggiore e il generale Bora Mirković, comandante dell’aviazione, sostenuti dai servizi segreti britannici e dalle forze armate jugoslave e con il beneplacito dei circoli politici serbi e del clero ortodosso, attuarono un colpo di Stato incruento che pose fine alla reggenza del principe Pavle e investì del potere regio il giovanissimo Petar, ancora diciassettenne. Il governo Cvetković venne destituito ed il primo ministro, insieme al ministro degli Esteri Cincar-Marković e ad altri alti funzionari statali, furono momentaneamente posti agli arresti. Il giorno dopo il giovane Petar pose Simović alla guida del governo, il quale si affrettò a comunicare a Berlino e a Roma che sarebbero stati onorati gli impegni presi dal precedente governo con l’adesione al Tripartito. Il governo Simović era deciso a non intraprendere iniziative che ai tedeschi potessero apparire provocatorie, nel tentativo di evitare la guerra o per lo meno di
130
G. Perich, op. cit., p. 63.
131
Si veda lo scambio di note tra i governi jugoslavo, italiano e tedesco, in DGFP, Series D,
Vol. XII, docc. 205, 206, 207, 208. Anche DDI, Nona serie, vol. VI, doc. 778. 132
AUSSME, H-3, b. 66, fasc. 2, Stralcio del bollettino giornaliero n. 87, Jugoslavia, 28 marzo 1941-
XIX. 133
Ibidem, Stralcio della situazione settimanale n. 13, Jugoslavia, 27 marzo 1941-XIX.
134
Ibidem, Stralcio al bollettino giornaliero n. 85, Jugoslavia, 26 marzo 1941-XIX.
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guadagnare tempo, nella speranza che nuovi imprevedibili eventi potessero arrestare la discesa tedesca nei Balcani.135 Lo Stato Maggiore Generale italiano avvertì i comandi supremi di esercito, marina e aviazione di tenersi pronti nel caso le intenzioni tedesche fossero aprire le ostilità contro la Jugoslavia.136 Nelle prime ore del 28 l’ambasciatore tedesco a Roma Hans Georg von Mackensen consegnava a Mussolini il testo di una lettera di Hitler, in cui, senza accennare all’utilizzo dei separatisti croati, erano esposte le decisioni prese in merito alla Jugoslavia e si comunicava di aver chiesto per l’offensiva il concorso bulgaro e ungherese. Fu Mussolini a ricordare all’alleato tedesco di tener presente, nel conflitto che si andava delineando, anche gli ustaša di Pavelić.137 Favorevole a fornire ai croati assicurazioni politiche per l’indipendenza, anche Hitler era intenzionato a sfruttare le tensioni interne jugoslave provocate dalla questione croata, ma i tedeschi avrebbero preferito avere Maček alla guida del movimento indipendentista e Ribbentrop chiese al leader del Partito contadino di non collaborare in alcun modo con il nuovo governo nell’ottica di una secessione croata. Maček in quel momento stava appunto trattando il proprio ingresso nel governo Simović in cambio dell’adempimento dell’impegno preso con il Patto Tripartito, dell’istituzione di due co-reggenti per il re di cui uno croato ed il ritiro dei militari da ogni incarico politico. 138 A Villa Torlonia, invece, Pavelić fu ricevuto da Mussolini e Filippo Anfuso, ai quali fornì ampie assicurazioni sulla fedeltà degli ustaša all’Italia fascista. Il Poglavnik non nascose tuttavia l’estrema difficoltà che avrebbe incontrato nel far accettare ai croati le pretese italiane in Dalmazia, promettendo comunque a Mussolini che avrebbe preparato la popolazione alle rivendicazioni italiane convincendola dei vantaggi di un’unione personale con l’Italia.139 Fu dato il via all’armamento degli ustaša e nel giro di dieci giorni furono mobilitati duecentocinquanta croati provenienti da Lipari e dagli altri luoghi di confino. Anche Berlino intensificò le relazioni con i separatisti, vedendo nell’ex colonnello dell’esercito austro-ungarico Slavko Kvaternik, padre di Eugen Kvaternik-Dido e
135
In merito agli eventi del colpo di Stato del 27 marzo si veda G. Perich, op. cit., pp. 71-74.
Anche il giornalista italiano Alfio Russo, all’epoca dei fatti corrispondente da Belgrado del quotidiano La Stampa di Torino, fornisce una ricostruzione nel libro di ricordi e cronache A. Russo, Rivoluzione in Jugoslavia, Roma, De Luigi Editore, 1944, pp. 27-35. 136
AUSSME, I-4, b. 18, fasc. 5, Operazioni alla frontiera jugoslava dall’8 marzo al 14 maggio
1941, Comando Supremo Stato Maggiore Generale-Ufficio Operazioni, a Superesercito, Supermarina, Superaereo, Ministero della Guerra-Gabinetto, oggetto: Situazione in Jugoslavia, f.to il Capo di Stato Maggiore Generale, 27 marzo 1941-XIX. 137
DGFP, Series D, Vol. XII, docc. 224, 226.
138
Ibidem, docc. 215, 238, 241.
139
Si veda F. Anfuso, Roma-Berlino-Salò (1936-1945), Milano, Garzanti, 1950, pp. 184-188; B.
Krizman, op. cit., pp. 368-370 e 399-400; T. Jonjić, op. cit., pp. 288-292.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
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di noti sentimenti filo-tedeschi, la personalità tra questi decisamente più affidabile: Kvaternik assicurò i tedeschi di poter contare non solo sul sostegno degli ustaša ma anche su quello di molti esponenti del Partito contadino di Maček.140 Il 29 marzo il governo insediatosi a Belgrado proclamò lo stato d’assedio, chiuse le frontiere e ordinò la mobilitazione generale, contando sui croati presenti nel gabinetto quali elementi moderatori. Costituito con rappresentanze di tutti i partiti il governo intendeva evitare l’accerchiamento del Paese e prospettava gli avvenimenti dei giorni precedenti come il risultato di uno sforzo delle correnti che si erano proposte di salvare l’onore nazionale. A Roma si presumeva che il colpo di Stato fosse stato attuato con la connivenza dell’esecutivo precedente e del reggente, partito per Atene. Prove ulteriori in tal senso erano dimostrate dall’immediata costituzione del nuovo governo, dall’assoluta mancanza di reazione agli avvenimenti dei giorni precedenti e dalla partecipazione al gabinetto Simović di alcuni esponenti del precedente esecutivo.141 Il cambiamento di governo e ancor più l’entusiasmo popolare che lo aveva accolto dimostravano chiaramente che i sentimenti jugoslavi erano profondamente anti-Asse e dominati dal timore dell’accerchiamento. Il colpo di Stato aveva suscitato un diffuso consenso tra la popolazione di Belgrado e in particolare tra i comunisti: le masse e i soldati scesero in piazza al grido di “meglio la guerra che il patto” (bolje rat nego pakt), “meglio la tomba della schiavitù” (bolje grob nego rob), “viva il re, abbasso la Germania”. Ricomparvero in pubblico le bandiere del Partito comunista.142 Svanito l’entusiasmo iniziale il governo Simović si trovava però a dover fronteggiare la decisa reazione delle potenze dell’Asse, l’ostinata ostilità dei croati che temevano la revoca di ogni autonomia e la propaganda comunista e della piazza che attendevano ormai l’aggressione della Germania e dei suoi alleati ed il coinvolgimento jugoslavo nel conflitto.143 Aumentò l’attività insurrezionale croata: il 31 marzo un gruppo di secessionisti aveva già preparato un manifesto che proclamava la decadenza della sovranità jugoslava e la creazione di uno Stato indipendente croato,144 mentre numerosi croati risultavano renitenti alla leva – soprattutto nella zona della Lika, centro delle tendenze ustaša – e le truppe intorno a Zara venivano ulteriormente rinforzate con elementi bosniaci e macedoni. Anche
140
G. Perich, op. cit., p. 123.
141
AUSSME, H-3, b. 66, fasc. 2, Stralcio del bollettino giornaliero n. 88, 29 marzo 1941-XIX; id.,
Stralcio bollettino giornaliero n. 90, Jugoslavia, 31 marzo 1941-XIX. 142
A. Russo, op. cit., pp. 36-39.
143
AUSSME, H-3, b. 66, fasc. 2, Stralcio della situazione settimanale Stati esteri n. 14, Jugoslavia,
Situazione politico-militare, 3 aprile 1941-XIX. Nella regione di Zagabria, dove i richiami alle armi erano assai limitati, si segnalavano nei primi giorni di aprile nuove formazioni armate costituite da esponenti del partito contadino. Ibidem, Stralcio bollettino giornaliero n. 94, Jugoslavia, 4 aprile 1941-XIX. 144
DGFP, Series D, Vol. XII, doc. 270.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
tra la popolazione dei maggiori centri urbani l’iniziale entusiasmo dei giorni precedenti lasciò il passo al panico diffuso: nella capitale, priva di ricoveri contro i bombardamenti e di particolari servizi di difesa, fu vietata l’evacuazione della popolazione.145 Il Comando militare jugoslavo intendeva guadagnare tempo per completare i preparativi di guerra. Il richiamo alle armi era stato progressivamente esteso sino alle classi più anziane e i riservisti erano stati richiamati fino ad oltre i sessant’anni di età per essere adibiti ad incarichi territoriali. Formazioni paramilitari e di volontari erano state mobilitate mentre i reparti di frontiera, la marina e l’aviazione avevano già assunto lo stato d’emergenza. Le requisizioni e gli acquisti erano compiuti su vasta scala e senza più riguardi ai bisogni della popolazione, mentre venivano minate (notte del 31 marzo) le acque territoriali, fluviali e marittime. Lo Stato Maggiore jugoslavo si preoccupò prima di affrontare possibili minacce tedesche dall’Ungheria, dalla Bulgaria e dalla Romania, rafforzando i dispositivi difensivi esistenti; in seguito rivolse l’attenzione alle frontiere giuliana, tedesca e al litorale.146 Anche la frontiera nella zona Strumica-Zaplona veniva rinforzata con soldati macedoni e bosniaci ed il giorno seguente nuovi rinforzi di fanteria assumevano la dislocazione d’emergenza nel settore Alta Sava e Alta Kupa. Un nucleo considerevole di elementi serbi e bosniaci affluiva inoltre alla frontiera tedesca all’altezza di Jesenice (Alta Sava), mentre nuove forze completavano le unità schierate sulla frontiera albanese. 147 La popolazione di Sušak residente in prossimità del ponte sull’Eneo riceveva il preavviso di sgomberare le proprie abitazioni per il pericolo che il ponte fosse fatto saltare e dalla città venivano trasferiti archivi e valori governativi e postali. Il governo jugoslavo non era solo consapevole della pressione militare che le potenze dell’Asse andavano esercitando alle frontiere ma anche del pericolo sempre più concreto rappresentato dalla loro influenza sulle tendenze separatiste croate.148 Se il colpo di Stato aveva diffuso entusiasmo tra i serbi, la destituzione di Pavle e Cvetković fu vissuta dai croati come una condanna dello Sporazum e una riaffermazione dell’egemonia di Belgrado. I croati finirono col collegare autonomia e adesione al Patto Tripartito, ma Maček nonostante le insistenze degli emissari tedeschi rimase fermo nella volontà di non separare la Croazia dalla Jugoslavia ed entrò nel governo solamente quando fu certo che sarebbe stato rispettato lo Sporazum e confermata l’alleanza con la Germania. Il 4 aprile accettò la vicepresidenza del governo nel tentativo di garantire l’autonomia croata all’interno dello Stato jugoslavo e rifiutò il ruolo offertogli dai tedeschi di premier-
145
AUSSME, H-3, b. 66, fasc. 2, Stralcio della situazione giornaliera n. 93, 3 aprile 1941-XIX.
146
Ibidem, Stralcio della situazione settimanale Stati esteri n. 14, Jugoslavia, Situazione politico-
militare, 3 aprile 1941-XIX. 147
Ibidem, Stralcio bollettino giornaliero n. 95, Jugoslavia, 5 aprile 1941-XIX.
148
Ibidem, Stralcio del bollettino giornaliero n. 91, Jugoslavia, 1° aprile 1941.
Jugoslavia, Italia e movimento ustaša
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fantoccio, dichiarandosi al più disponibile a sostenere l’indipendenza croata senza avervi parte attiva. Le assicurazioni di Belgrado alle potenze dell’Asse si rivelarono vane: il 5 aprile il governo jugoslavo strinse un inutile patto di amicizia e di non aggressione con l’Unione Sovietica, nella speranza che un avvicinamento a Stalin potesse scongiurare l’imminente attacco, ma Hitler era ormai convinto che la questione jugoslava non ammettesse altra soluzione che quella militare ed il 6 aprile del 1941 le truppe dell’Asse invasero la Jugoslavia.149
149
DGFP, Series D, Vol. XII, docc. 281, 289; DDI, Nona serie, vol. VI, docc. 865, 868.
Sull’accordo sovietico-jugoslavo si veda G. Perich, op. cit., pp. 97-99.
Capitolo 2 Invasione e spartizione della Jugoslavia
2.1.
L’aggressione dell’Asse
Con il delinearsi di una condizione che sembrava non consentire altre possibilità che l’impiego della forza, per la conquista dell’egemonia nell’Adriatico e l’influenza nei Balcani, nell’agosto del 1939 Mussolini aveva avviato colloqui con il capo di Stato Maggiore Generale, maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, per sollecitare l’adozione dei provvedimenti necessari in previsione del conflitto. Badoglio aveva perfezionato i piani per l’offensiva contro Grecia e Jugoslavia ma aveva anche espresso la necessità di rinviare le operazioni militari a causa dell’inadeguatezza delle forze italiane al progetto d’invasione, carenti di artiglierie, carri armati, aerei, tecnologie e quant’altro, e l’opportunità di intraprendere l’offensiva programmata solo in circostanze particolarmente favorevoli. È noto come lo stesso Mussolini ritenesse impossibile un impegno bellico dell’Italia prima della fine del 1942: lo aveva fatto presente ad Hitler in un promemoria del maggio 1939 sostenendo l’opportunità di rinviare l’apertura delle ostilità. Ancora il 1° novembre l’efficienza delle forze armate italiane era assai lontana da quella che avrebbe dovuto essere nell’imminenza di un ingresso in guerra.150 Le considerazioni di Badoglio non frenarono la preparazione dell’intervento nei Balcani, previsto nel periodo successivo l’armistizio con la Francia. Contro la Jugoslavia nel giugno del 1940 lo Stato Maggiore dispose un piano per l’occupazione delle isole di Veglia e Arbe, a difesa del successivo sbarco sulla costa dalmata fra Segna (Senj) e Sv. Juraj, di un contingente che avrebbe operato lungo le direttrici Segna-Brinje-Ogulin-Karlovac e Otočac-Slunj-Karlovac-Vojnic, aggirando le difese jugoslave nella parte meridionale della frontiera giuliana separando la
150
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico, Vol. I, Tomo II, Allegati, doc. 1, all. 1, Riassunto di
Badoglio, Capo di Stato Maggiore Generale, sugli avvenimenti precedenti l’entrata in guerra (1939-29 maggio 1940), pp. 3-5. Si veda anche S. Loi, Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia (1941-1943), Roma, Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1978, pp. 30-31.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Dalmazia dalla Slovenia. La marina e l’aeronautica avrebbero concorso alle operazioni con bombardamenti sulle difese nemiche delle zone di sbarco.151 Le autorità jugoslave di conseguenza disponevano il trasferimento nell’interno degli archivi e degli oggetti d’arte delle due isole.152 L’operazione offensiva non poteva però essere condotta contro la Jugoslavia fino a quando le questioni nazionali croata e macedone non avessero assicurato condizioni così favorevoli da fare assumere alle operazioni il carattere di intervento in sostegno a insurrezioni interne jugoslave. All’offensiva italiana era inoltre necessario il congruo concorso delle truppe tedesche e ungheresi, onde evitare l’utilizzo delle divisioni assegnate all’offensiva in Grecia. 153 Il 27 marzo 1941 al generale Mario Roatta, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, fu ordinato di completare lo schieramento di sicurezza alla frontiera jugoslava.154 L’Italia aveva a disposizione un numero decisamente inferiore di grandi unità rispetto a quelle previste nell’estate del 1940: molte divisioni erano state avviate in Africa settentrionale o sul fronte greco-albanese. All’inizio di aprile nella Venezia Giulia era attestata la sola 2ª Armata, comandata dal generale Vittorio Ambrosio, inizialmente con il compito di difendere la frontiera, in seguito con quello di effettuare una serie di azioni offensive in concorso con le truppe tedesche, che avrebbero attaccato la Jugoslavia dalla Stiria e dalla Carinzia.155 Fiume avrebbe rappresentato una posizione di grande importanza e il 2 aprile Roatta e Ambrosio affrontarono nello specifico la questione del saliente castuano. Le truppe distribuite in città si sarebbero riunite al resto della Divisione Bergamo e in parte concentrate a Mattuglie, presso il mare. In città sarebbe rimasta la Guardia di Frontiera e le forze di polizia (carabinieri e Milizie Volontarie Sicurezza NazionaleMVSN) a mantenere l’ordine interno. La linea di comunicazione fra Fiume e Mattuglie sarebbe stata assicurata da nuclei destinati ad opporsi ad eventuali
151
AUSSME, H-3, b. 60, fasc. 5, Direttive per le operazioni contro la Jugoslavia nello scacchiere
dalmata giugno 1940, Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Operazioni I-Sezione 3ˆ, Fascicolo IV, Direttive per le operazioni contro la Jugoslavia nello scacchiere dalmata, I. – Operazioni contro le isole Veglia e Arbe; II. – Sbarco sulla costa dalmata tra Segna e Sv. Juraj, Giugno 1940-XVIII. 152
Ibidem, fasc. 4, Stato Maggiore R. Esercito-S.I.M., Situazione generale Jugoslavia (politica-
militare), 30 maggio 1940 – 28 dicembre 1940, Stralcio notiziario informazioni (S.I.M.), Jugoslavia, Varie, 2 luglio 1940-XVIII. 153
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico, Vol. I, Tomo II, doc. 1, annesso n. 1 all’all. 2
dell’appendice n. 5, Pariani, Sottosegretario di Stato alla Guerra, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, a Badoglio, Capo di Stato Maggiore Generale, Roma, 27 agosto 1939, p. 108. 154
Id., Diario Storico del Comando Supremo, Vol. III (1.1.1941 - 30.4.1941), Tomo I, Diario, Roma,
Stato Maggiore Esercito Ufficio Storico, 1989, III – Direttive ed ordini dati, f.to il Sottocapo di Stato Maggiore Generale A. Guzzoni, 27 marzo 1941, p. 586. 155
S. Loi, op. cit., p. 50.
Invasione e spartizione della Jugoslavia
51
puntate di piccoli reparti avversari introdottisi oltre il confine jugoslavo o di civili che avessero compiuto atti ostili, sabotaggi o ribellioni.156 Il 4 aprile dall’Italia Pavelić diffuse in Croazia attraverso Radio Firenze, ribattezzata Radio Velebit, l’invito a sabotare l’esercito jugoslavo.157 All’alba del giorno 6 le potenze dell’Asse iniziarono l’invasione. Nel corso della mattina la popolazione italiana fu sgomberata dalla frontiera orientale, da Lagosta e dalla provincia di Zara; da Fiume, invece, ad iniziativa del prefetto, gran parte della popolazione era già affluita ad Abbazia (Opatijia) e dintorni come misura di protezione anti-aerea. Lo sgombero della popolazione fu effettuato anche nel tarvisiano e nei territori del V e XI Corpo d’Armata, dove proseguiva regolarmente il richiamo alle armi.158 L’operazione Castigo fu condotta da divisioni tedesche, italiane e ungheresi sostenute dai bombardamenti aerei che rasero al suolo le basi dell’aviazione jugoslava localizzate grazie al tradimento del capitano dell’aviazione Vladimir Kren, croato, recatosi a Graz alla vigilia dell’attacco per fornire dettagliate informazioni sulle forze aeree jugoslave.159 Distruggendo a terra gran parte dell’aviazione jugoslava i tedeschi si impossessarono del controllo dei cieli, operando indisturbati: vennero attaccati gli aeroporti di Sarajevo, Podgorica e Mostar, quest’ultimo con il concorso dei bombardamenti italiani sul porto di Spalato e l’arsenale di Cattaro.160 Belgrado fu distrutta nei primi due giorni di guerra con massicci bombardamenti che paralizzarono i centri dell’amministrazione civile e militare jugoslava.161 Il 9 aprile formazioni di velivoli italiani bombardavano la base navale di Sebenico colpendone gli impianti
156
AUSSME, I-4, b. 18, fasc. 5, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni – Sez. 3ª, prot. n.
4480, oggetto: Fiume e saliente castuano, all’Ecc. il Generale designato d’Armata Vittorio Ambrosio, Comandante della 2ª Armata, Posta militare n. 10, f.to il Capo di S.M. dell’Esercito M. Roatta, P.M.9, 2 aprile 1941-XIX. Si veda inoltre S. Loi, op. cit., p. 55. 157
Il proclama è riportato in B. Krizman, op. cit., pp. 372-375.
158
AUSSME, fondo M-3, Documenti it., b. 5, fasc. 7, Carteggio Comando Supremo, Relazione e
memorie della 2ª Armata, Situazione economica e politica Slovenia e Dalmazia, Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Ordinamento e Mobilitazione, a Comando Supremo-Stato Maggiore Generale, a Ministero della Guerra-Gabinetto, prot. n. 47568, oggetto: Sgombero delle popolazioni dalla frontiera orientale, da Lagosta e dalla provincia di Zara, f.to il Sottocapo di S.M. dell’Esercito, P.M.9, 6 aprile 1941-XIX. Per una cronaca delle operazioni di sfollamento a Zara e Lagosta si veda O. Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1941), Roma, Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1985, pp. 14-18. 159
B. Krizman, op. cit., p. 378.
160
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico, Vol. III, Tomo I, I – Novità operative, f.to il Sottocapo
di Stato Maggiore Generale A. Guzzoni, 7 aprile 1941, pp. 661-662. 161
Cfr. S. Bianchini, F. Privitera, 6 aprile 1941. L’attacco italiano alla Jugoslavia, Settimo Milanese,
Marzorati editore, 1993, p. 53.
52
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
ferroviari e i fabbricati;162 il giorno dopo truppe jugoslave venivano bombardate presso Bencovazzo (Benkovac).163 Le armate tedesche dilagarono da nord mentre le truppe ungheresi occuparono parte della Vojvodina e della Slovenia; la Romania e la Bulgaria, da cui venne sferrato parte dell’attacco tedesco, non parteciparono all’offensiva ma le truppe bulgare, successivamente, avrebbero concorso all’occupazione dei territori macedoni e di parte della Serbia.164 L’11 aprile, come concordato con gli alleati, fu dato il via all’offensiva delle unità italiane, che avanzarono in Slovenia e lungo la costa dalmata, già colpita dai bombardamenti, senza incontrare particolare resistenza. L’esercito italiano operò sul fronte giuliano, zaratino e al confine albanese-jugoslavo.165 La frontiera giuliana fu affidata alla 2ª Armata, con cinque Corpi d’Armata – V (zona nord-ovest della Croazia), VI (Dalmazia), XI (Slovenia occidentale), autotrasportabile e celere (sudovest della Croazia) – mentre un’altra colonna si mosse da Zara.166 L’obiettivo della 2ª Armata era puntare l’allineamento Spalato-Jaice, in concomitanza con l’azione tedesca nella valle della Sava, finalizzata alla definitiva conquista di Belgrado. L’offensiva, preceduta da alcune azioni minori in territorio sloveno, ebbe inizio con la repentina caduta di Lubiana (XI Corpo d’Armata), prevenendo l’occupazione della città da parte tedesca.167 Il giorno successivo, mentre il V Corpo d’Armata da Fiume muoveva verso Karlovac occupando Sušak, venivano avviate anche le operazioni sul fronte di Zara, con puntate verso l’interno – Bencovazzo e di lì fino a Knin (Tenìn nei documenti italiani) – e l’occupazione di alcune isole dinanzi alla città costiera.168 Il 14 aprile la Divisione Torino, partita da Fiume il 12 con l’obiettivo di congiungersi alla colonna proveniente da Zara, prima conquistava Gračac, poi l’importante nodo ferroviario di Knin e infine puntava su Sebenico, che cadeva in mani italiane insieme a Spalato il 15, giorno del definitivo tracollo jugoslavo.169 La sera del 16 aprile unità italiane raggiungevano Mostar e il giorno successivo Ragusa, mentre veniva completata la conquista della Slovenia 162
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico, Vol. III, Tomo I, I – Novità operative, f.to il Sottocapo
di Stato Maggiore Generale A. Guzzoni, 9 aprile 1941, p. 677. 163
Ibidem, 10 aprile 1941, p. 685.
164
S. Loi, op. cit., p. 46.
165
Per un resoconto dettagliato delle operazioni offensive italiane sul fronte zaratino e per la
conquista di Knin si veda O. Talpo, op. cit., pp. 31-62. 166
AUSSME, fondo L-10, S.M.R.E.-Vari Uffici, b. 90, fasc. 10, Studio occupazione Croazia,
Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-Sezione 3ª, Segreto, Studio per l’occupazione dei territori jugoslavi, P.M.9, 10 aprile 1941-XIX, in allegato Studio per l’occupazione della Slovenia occidentale, della Croazia occidentale e della Dalmazia sino all’Albania. 167
S. Loi, op. cit., pp. 55 e 59-60.
168
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico, Vol. III, Tomo I, I – Novità operative, f.to il Sottocapo
di Stato Maggiore Generale A. Guzzoni, 11 aprile 1941, p. 693; id., 12 aprile 1941, p. 701. 169
Si veda anche D. Gizdić, Dalmacija 1941. Prilozi historiji Narodnooslobodilačke borbe, Zagreb,
Izdavačko poduzeće “27. Srpanj”, 1959, pp. 113-126.
Invasione e spartizione della Jugoslavia
53
sud-occidentale e le truppe tedesche, già da qualche giorno, stazionavano in ciò che rimaneva di Belgrado.170 L’offensiva praticamente era terminata. La Jugoslavia capitolava ed i rappresentanti del governo di Belgrado, che aveva perso rapidamente il controllo di un Paese che andava disintegrandosi, si ritiravano prima nell’interno della Šumadija, poi a Sarajevo e infine nel Montenegro, da dove, insieme al giovane re Petar, avrebbero raggiunto in aereo il territorio alleato (prima Atene, poi Il Cairo, infine Londra). Il 17 aprile, undici giorni dopo l’aggressione, cessò ogni forma organizzata di resistenza jugoslava: alle ore 21, a Belgrado, i plenipotenziari del Comando Supremo Aleksandar Cincar-Marković e il generale Radovoje Janković sottoscrissero l’atto di resa incondizionata, che sarebbe entrato in vigore alle 12 del giorno seguente.171 A Roma, ancor prima che l’armistizio venisse firmato, lo Stato Maggiore Generale si pronunciava in favore di un protettorato italiano sulla Slovenia – esclusa la zona di Maribor assegnata alla Germania – e sulla Croazia elevata a Stato libero; Sušak, pur considerata città croata, sarebbe passata all’Italia. Era fondamentale stabilire un confine che tenesse conto delle necessità militari italiane, eventualmente prolungabile fino alla linea Risnjak-Kamenjak e di lì a Porto Re (Kraljevica). Le isole dalmate sarebbero passate alla provincia del Carnaro e alla Croazia sarebbe stato concesso un tratto di litorale; per i limiti della provincia italiana della Dalmazia occorreva tuttavia tenere presente la necessità di dare un conveniente retroterra alle città costiere, senza il quale sarebbero state economicamente strozzate. La provincia avrebbe compreso Zara, Sebenico, Spalato, il nodo di Knin e verso sud sarebbe giunta fino al punto, da determinarsi, che avrebbe segnato il confine con una Piccola Serbia. Sembra infatti che almeno inizialmente fosse contemplata la possibilità di concedere uno sbocco al mare ad una ridimensionata entità serba, tra Spalato e Ragusa, con le Bocche di Cattaro (Boka Kotora) incluse nei confini italiani. Da qui verso sud sarebbe ricominciata l’occupazione italiana sia con la costituzione di un Montenegro soggetto all’Italia, sia con la costituzione di un’altra provincia albanese. La ripartizione delle forze avrebbe tenuto conto della separazione dei territori che prevedibilmente sarebbero rimasti all’Italia da quelli che sarebbero stati restituiti alla Croazia una volta che le autorità croate fossero state autosufficienti. 172 Se la Croazia fosse diventata uno Stato nella sfera d’influenza italiana attraverso l’unione personale con Casa Savoia
170
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico, Vol. III, Tomo I, I – Novità operative, f.to il Sottocapo
di Stato Maggiore Generale A. Guzzoni, 14-15 aprile 1941, pp. 717-725; id., 17 aprile 1941, p. 743. 171
Ibidem, II – Comunicazioni e richieste dei comandi dipendenti, 1) Stato Maggiore Regio Esercito,
f.to il Sottocapo di Stato Maggiore Generale A. Guzzoni, 18 aprile 1941, p. 754. 172
A. Biagini, F. Frattolillo, Verbali delle Riunioni…, Vol. II, Verbale n. 14, Verbale della riunione
tenuta dall’Eccellenza il Sottocapo di Stato Maggiore Generale nel suo ufficio al Ministero della Guerra il 17 aprile 1941-XIX, dalle ore 9.00 alle ore 10.30, p. 33-35.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
avrebbe ottenuto anche uno sbocco al mare (eventualmente il tratto di costa da Sušak a Zara), non concesso nel caso avesse invece ottenuto la piena indipendenza. Gran parte della Dalmazia, in ogni caso, era destinata a diventare italiana; per la Serbia, invece, la possibilità di ottenere Ragusa – i vertici militari italiani sostenevano l’annessione della città alla provincia dalmata – e l’accesso alla costa svanirono immediatamente.173 La grave sconfitta jugoslava segnò altresì l’inizio di una guerra altrettanto dura: quella delle forze insurrezionali agli occupanti. La resa dell’esercito regolare alle potenze dell’Asse, infatti, non era stata completa ed alcune sue sparute frange, i serbi monarchico-nazionalisti del colonnello Dragoljub Draža Mihailović (generalmente detti četnici), si erano rifugiate nelle zone montuose del Paese per opporsi agli invasori.174 Da Londra, re Petar avrebbe promosso Mihailović generale, nominandolo ministro della Guerra del governo jugoslavo in esilio. A luglio, in seguito all’aggressione della Germania all’Unione Sovietica (22 giugno 1941), sarebbe inoltre iniziata la resistenza – destinata a svolgere un ruolo ben più importante nella liberazione nazionale – dei partigiani guidati dal croato-sloveno Josip Broz, detto Tito, dal 1937 segretario del clandestino Partito comunista jugoslavo. Il Partito comunista, fino a quel momento emarginato dalla vita politica jugoslava, secondo le direttive del Comintern avrebbe organizzato la resistenza agli occupanti, la guerra patriottica in sostegno al popolo sovietico guida del proletariato internazionale, che avrebbe al tempo stesso risollevato le sorti della patria jugoslava. Tito esaltò il pluralismo e la multinazionalità jugoslava e riconobbe all’interno del movimento partigiano pari dignità a serbi, croati e sloveni, come agli altri soggetti nazionali (montenegrini, macedoni, albanesi, ecc.): intuì una strategia propagandistica vincente – solamente il comunismo poteva risolvere prontamente i problemi nazionali, sociali e religiosi e salvare le piccole nazioni –175 con la 173
Ibidem, Verbale n. 15, Verbale della riunione tenuta dall’Eccellenza il Sottocapo di Stato Maggiore
Generale nel suo ufficio al Ministero della Guerra il 17 aprile 1941-XIX, dalle ore 16.00 alle ore 16.45, pp. 38-39; id., Verbale n. 16, Verbale della riunione tenuta dall’Eccellenza il Sottocapo di Stato Maggiore Generale nel suo ufficio al Ministero della Guerra il 17 aprile 1941-XIX, dalle ore 17.00 alle ore 18.15, p. 43. 174
Četnik, al plurale četnici, significa propriamente “guerrigliero”, da četa, “compagnia” o
“banda”. Il termine e l’immaginario ad esso collegato, divenuto sinonimo di “nazionalista serbo”, è stato abbondantemente utilizzato anche durante la dissoluzione jugoslava degli anni Novanta. Sui četnici durante la Seconda guerra mondiale si ricordano fin da ora M.J. Milazzo, The Chetnik Movement and the Yugoslav Resistance, Baltimore and London, John Hopkins University Press, 1975; J. Tomasevich, War and Revolution in Yugoslavia, 1941-1945: The Chetniks, Stanford, University Press, 1975; F. Jelić-Butić, Četnici u Hrvatskoj, 1941-1945, Zagreb, Globus, 1986. 175
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Armistizio pace, AG Croazia P.G., aprile-dicembre 1941,
Allegato a rapporto 24 giugno 1941-XIX n. 455 del Governo della Dalmazia, Manifestazioni croate antitaliane – Attività degli “Ustasci” (Notizie desunte da rapporti ufficiali e da informazioni fiduciarie), 5) Notiziario 18 giugno del Comando VI Corpo d’Armata.
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Invasione e spartizione della Jugoslavia
prospettiva di una nuova unione jugoslava caratterizzata dall’uguaglianza e dalla giustizia sociale, che nella drammaticità del conflitto portò ai partigiani consensi senza distinzione di provenienza nazionale o religiosa, trasformando il Partito comunista nell’avanguardia di un movimento di resistenza che liberò il Paese dall’occupante nazi-fascista e ricostituì lo Stato jugoslavo all’insegna del socialismo e del federalismo. Tito avrebbe scatenato una serie di atti di sabotaggio e rapidi attacchi agli avamposti tedeschi e agguati ai convogli, che già alla fine del luglio 1941 avevano assunto le proporzioni di una rivolta generale. 176 Causa principale del collasso jugoslavo era stata del resto la mancanza di una vera solidità statale sulla quale erano prevalse le rivalità nazionali intestine: i croati in particolare, istigati al sabotaggio dai proclami di Pavelić, non avevano palesato alcuna volontà di combattere per la sopravvivenza di uno Stato nel quale avevano cessato di credere da tempo. Così non si erano presentati alle armi e in alcuni casi erano insorti disarmando le stesse truppe jugoslave; il 10 aprile, poi, anche grazie alle loro diserzioni, le truppe tedesche erano entrate a Zagabria senza colpo ferire: due reggimenti completi erano passati al comando dei tedeschi e un terzo si era consegnato agli ungheresi; singole compagnie sventolarono la bandiera bianca all’apparire degli aeroplani nemici, attendendo passivamente l’arrivo delle truppe dell’Asse. Una compagnia di motociclisti tedeschi che attraversava la Slavonia si trovò di fronte un’intera brigata pronta ad arrendersi. Prima ancora di ricevere l’ordine di deporre le armi, i soldati croati avevano destituito gli ufficiali serbi o più semplicemente erano tornati alle proprie case. 177 L’esercito tedesco era entrato a Zagabria in modo trionfale, accolto con applausi e ringraziamenti, nel corso della guerra la sola occasione della Wehrmacht di ricevere una così favorevole accoglienza da parte della popolazione di un Paese invaso.178 Ai microfoni di Radio Zagabria Slavko Kvaternik proclamò lo Stato Indipendente Croato (Nezavisna Država Hrvatska, NDH).179 In una successiva dichiarazione rivolta ai croati della Bosnia-Erzegovina aveva però ringraziato il solo Hitler, senza fare menzione alcuna dell’Italia. Maček mantenne la promessa di sostenere una qualsiasi forma di Stato croato indipendente ed invitò la popolazione a collaborare
176
Sull’organizzazione
dell’Esercito
di
Liberazione
Nazionale
della
Jugoslavia
(Narodnooslobodilačka vojska Jugoslavije) si rimanda fin da ora alle informazioni in AUSSME, M-3, b. 385, Comando XVIII Corpo d’Armata, Notiziario n. 126, Costituzione dell’Esercito popolare liberatore di Jugoslavia, P.M.118, 6 maggio 1943-XXI. Più in generale si veda G. Bambara, La guerra di Liberazione nazionale in Jugoslavia 1941-1943, Milano, Mursia, 1988. 177
DGFP, Series D, Vol. XII, doc. 313.
178
G. Perich, op. cit., p. 124. Si veda anche N. Kisić-Kolanović, NDH i Italija. Političke veze i
diplomatski odnosi, Zagreb, Naklada Ljevak: Hrvatski institut za povijest, 2001, p. 48. 179
Narodne novine, 11. travnja 1941. Per il testo della proclamazione anche F. Jelić-Butić, Ustaše
i NDH, p. 70; B. Petranović, M. Zečević, op. cit., Proglašenje NDH 10. aprila 1941.-Proklamacija Slavka Kvaternika, p. 649.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
con le nuove autorità e riconoscere Kvaternik quale capo del movimento nazionale e comandante supremo delle forze armate.180 Il colonnello croato costituì un Consiglio di Stato quale base del futuro governo ustaša, atto che nella confusione generale diede ai tedeschi l’impressione che Kvaternik potesse aspirare alla leadership dello Stato scalzando Pavelić.181 Il rientro del Poglavnik a Zagabria era però già stato programmato. Dopo aver ribadito a Mussolini l’impegno preso a Villa Torlonia in merito alla Dalmazia, il 12 aprile Pavelić era partito dall’Italia alla volta della capitale croata, scortato da circa trecento ustaša precedentemente radunati a Trieste, 182 da due ufficiali del servizio segreto italiano e dal funzionario di polizia Conti, che aveva sorvegliato i separatisti croati nel corso degli anni Trenta. Il convoglio disponeva di uno speciale ordine di precedenza, che permise a Pavelić di procedere lungo le strade bloccate dalle unità militari. La sera del 13 aprile giunse a Karlovac, accolto festosamente dalla popolazione, dal comandante della divisione tedesca che presidiava la città e dal comandante del 12° Reggimento Bersaglieri. Pavelić espresse – prima al generale tedesco e poi al colonnello italiano – la riconoscenza della Croazia per il Führer e per il Duce (particolarmente calorose le sue parole all’indirizzo di quest’ultimo e dell’Italia).183 Da Zagabria giunse Kvaternik accompagnato da Edmund Veesenmayer, emissario tedesco che avviò serrate trattative con Pavelić.184 Mussolini inviò allora in Croazia il capo gabinetto degli Affari Esteri Filippo Anfuso, con l’incarico di ottenere da Pavelić un impegno formale a definire le frontiere del nuovo Stato croato tenendo conto degli interessi italiani in Dalmazia;185 contemporaneamente il Duce ribadiva all’ambasciatore 180
Izjava Vladka Mačeka prilikom proglašenja Nezavisne Države Hrvatske, Zagreb, 10. aprila 1941,
in B. Petranović, M. Zečević, op. cit., pp. 650. 181
DGFP, Series D, Vol. XII, nota n. 1 al doc. 324. Hitler, venuto a conoscenza del dubbio
insinuatosi tra le autorità tedesche a Zagabria, dava ordini di non interferire negli affari politici croati. Ibidem, doc. 319. 182
Ibidem, doc. 310. Per una ricostruzione degli eventi nei giorni successivi alla proclamazione
dell’indipendenza si veda anche la cronologia del riconoscimento dello Stato Indipendente Croato consegnata a Ciano dal segretario di gabinetto De Ferraris, in ASDMAE, b. 1166 (UC 50), fasc. 6, Cronologia del riconoscimento dello Stato Indipendente di Croazia, Roma 11-15 aprile 1941 (anche in DDI, Nona serie, vol. VI, doc. 912). 183
AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Operazioni I-Sezione 3^, a
Comando Supremo-Stato Maggiore Generale, a Ministero della Guerra-Gabinetto, prot. n. 9680, oggetto: Arrivo del dott. Pavelic a Karlovac, f.to il Sottocapo di S.M. dell’Esercito, P.M.9, 16 aprile 1941-XIX. 184
DGFP, Series D, Vol. XII, doc. 341.
185
ASDMAE, b. 1166 (UC 50), fasc. 6, Telegramma di Anfuso 14 aprile 1941; ibidem, b. 1167 (UC
51), Documentazione preparatoria per l’incontro di Monfalcone del 7 maggio 1941, fasc. 1. Si veda inoltre F. Anfuso, op. cit., pp. 191-193 e ss.; B. Krizman, op. cit., pp. 407-411; T. Jonjić, op. cit., pp. 312-343.
Invasione e spartizione della Jugoslavia
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tedesco a Roma von Mackensen le rivendicazioni italiane sull’area adriatica. Mussolini faceva presente l’opportunità che nella dichiarazione tedesca di riconoscimento dello Stato Indipendente Croato fosse compresa una clausola sui confini, analoga a quella inserita nella formula del riconoscimento dello Stato concordata da Pavelić e Anfuso. Ribbentrop convenne che nel comunicato tedesco fosse inclusa una clausola per i confini fra il Reich e lo Stato Indipendente Croato, ma evitò alcun coinvolgimento della Germania nella questione dalmata: il ministro tedesco si limitò ad accettare la proposta italiana per la soluzione del problema mediante un’intesa diretta italo-croata.186 Il Poglavnik proseguì poi verso Zagabria e all’arrivo nella capitale il potere fu consegnato nelle sue mani. Da anni lontano dalla Croazia, in patria nonostante l’accresciuta notorietà degli ultimi anni rimaneva un leader poco conosciuto, estraneo a gran parte della società rurale. Il consenso raccolto sul momento era soprattutto dovuto alla proclamata indipendenza (nella migliore ipotesi quindicimila simpatizzanti).187 Germania e Italia il 15 aprile via radio diffusero i comunicati del riconoscimento dello Stato Indipendente Croato sotto la sua guida.188 Alla disfatta militare seguì la spartizione dei territori jugoslavi da parte delle potenze vincitrici (Italia, Germania, Ungheria e Bulgaria), che subito dopo la conclusione della guerra, procedettero allo smembramento della Jugoslavia e alla demarcazione delle rispettive zone d’occupazione. Diveniva urgente definire, non più il limite tra zona d’azione italiana e tedesca in relazione alle operazioni da svolgere, bensì il limite fra occupazioni militari. Da parte italiana non v’erano particolari interessi ad estendere eccessivamente la zona d’occupazione, ma essa avrebbe dovuto necessariamente comprendere la costa dalmata, il Montenegro, il Kosovo e, a nord, la conca di Lubiana. La situazione economica e alimentare nel frattempo risultava assai grave e richiedeva l’invio urgente di rifornimenti. La zona occupata dall’Italia si avviava all’esaurimento completo delle riserve alimentari, soprattutto di farina, distribuita anche dalle autorità militari. Urgeva inoltre definire la questione del cambio monetario, che fissato dal bando di Mussolini del 16 aprile a trenta lire per cento dinari, ostacolava la ripresa del commercio, tanto che di fatto le transazioni
186 187
DGFP, Series D, Vol. XII, docc. 345, 346, 348, 823. ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P. Uff. Croazia, a PNF,
Governo della Dalmazia, R. Ambasciata Berlino, R. Ambasciata Santa Sede, Telespresso n. 03183, oggetto: Situazione in Croazia, f.to Ducci, Roma, 31 luglio 1941-XIX, in allegato copia del rapporto del consigliere nazionale Coselschi, Riservatissimo, Osservazioni sull’attuale situazione in Croazia, Zagabria, 4 giugno 1941-XIX. 188
DGFP, Series D, Vol. XII, docc. 331, 336, 338, 343; ASDMAE, b. 1494 (AP 29), Italia e
Germania riconoscono il nuovo Stato Indipendente della Croazia, Roma 15 aprile 1941-XIX.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
avevano luogo al cambio di quaranta lire per cento dinari. Il contegno del clero locale rimaneva riservato e celatamente ostile agli occupanti. 189 Il pericolo dell’allargamento dell’orbita tedesca all’Europa sud-orientale era stata una delle maggiori preoccupazioni di Mussolini. Ribbentrop invitò Ciano a discutere la spartizione dei territori jugoslavi tenendo conto dei comuni interessi: il ministro degli Esteri tedesco aveva già annunciato la decisione di annettere al Reich tutto il territorio sloveno a nord di Lubiana e di lasciare all’Italia la Slovenia meridionale.190 Su almeno due questioni particolarmente care agli italiani i tedeschi continuavano ad esprimere riserve e non si impegnarono a sostenere apertamente le aspirazioni dell’alleato: la costa dalmata (pur lasciandovi mano libera) e l’unione personale fra Italia e Stato Indipendente Croato. 191 Il governo di Roma inizialmente optò per l’annessione dell’intera costa da Segna a Cattaro, dal litorale alle Dinariche, anche nell’eventualità dell’unione personale; la Dalmazia avrebbe avuto uno speciale regime politico-amministrativo che avrebbe permesso la coabitazione italo-croata. Ribbentrop comunicò ufficialmente la spartizione dei territori jugoslavi nel corso di due incontri a Vienna il 18 aprile con tutti gli alleati e il 21 e il 22 con il solo Ciano.192 L’incontro fra i due ministri degli Esteri confermò l’apparente disinteresse tedesco per le questioni italo-croate, lasciando ai diretti interessati il compito di trovare una soluzione per la definizione del confine e delle questioni ad esso connesse.193 L’Italia annetteva infine la Slovenia meridionale compresa Lubiana, la Dalmazia (destinata a diventare un governatorato italiano) con Cattaro, stabiliva un protettorato sul Montenegro e ampliava l’Albania con il Kosovo, la Ciamuria e alcuni regioni della Macedonia. Vedeva inoltre riconosciuto l’inserimento dello Stato Indipendente Croato nella propria sfera d’interessi,194 attraverso un’unione personale o un accordo che assicurasse comunque all’Italia una speciale posizione in Croazia. Ciano e Mussolini predisposero anche un’altra soluzione, proporre a Zagabria un patto di alleanza, garanzia e collaborazione della durata di
189
AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Comando Supremo Stato Maggiore Generale, OP/1^, Situazione
economica e politica Slovenia e Dalmazia, 15 aprile 1941-XIX; ibidem, I-4, b. 11, fasc. 6, Bandi e ordinanze emanate dal 19 settembre 1940 al 16 dicembre 1942, Bando che detta norme relative ai pagamenti da eseguirsi nel territorio jugoslavo occupato, f.to Mussolini, 16 aprile 1941-XIX. 190
DGFP, Series D Vol. XII, docc. 238, 363.
191
E. Collotti, T. Sala, G. Vaccarino, op. cit., p. 34.
192
Cfr. E. Gobetti, L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943), Roma, Carocci,
2007, p. 42. 193
ASDMAE, b. 1167 (UC 51), fasc. 1, Colloqui di Ciano a Vienna 21-22 aprile 1941-XIX. Anche
DGFP, Series D, Vol. XII, doc. 385, e DDI, Nona Serie, Vol. VI, docc. 956, 967. Si veda inoltre F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, p. 87; B. Krizman, Pavelić između Hitlera i Mussolinija, Zagreb, Globus, 1980, pp. 20-22. 194
DGFP, Series D, Vol. XII, doc. 398.
Invasione e spartizione della Jugoslavia
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venticinque anni: qualora Pavelić avesse accettato Roma avrebbe preso in considerazione le aspirazioni croate sull’Adriatico, altrimenti avrebbe annesso tutta la costa.195 La Germania annetteva invece la Slovenia settentrionale e imponeva alla Serbia, ridotta entro i confini precedenti le guerra balcaniche, un regime militare alle dipendenze dello Stato Maggiore tedesco: l’autorità politica inizialmente affidata a Milan Aćimović nell’agosto del 1941 passò al generale Nedić (in carica fino al 1944), noto anti-comunista in precedenza allontanato dalla vita politica jugoslava per le posizioni e gli atteggiamenti filo-Asse.196 La Macedonia e alcune regioni della Serbia meridionale venivano annesse dalla Bulgaria e l’Ungheria acquisiva Vojvodina, Baranja, Bačka e Banato occidentale; il banato orientale, oltre il Danubio, venne affidato all’amministrazione delle popolazioni di origine tedesca, il Volkdeutsche Verwaltung. La parte più vasta della smembrata Jugoslavia andò a formare lo Stato Indipendente Croato (115.133 km²), comprendente i territori della CroaziaSlavonia, la Bosnia-Erzegovina con le sue numerose comunità musulmane e serboortodosse e una limitata parte di Dalmazia, per un totale di circa sei milioni e mezzo di abitanti:197 oltre a tre milioni e trecentomila croati, contava circa due milioni di serbo-ortodossi, circa trentaseimila ebrei, trentamila rom e settecentomila musulmani.198 Una linea invisibile avrebbe diviso di fatto lo Stato in due zone d’occupazione: ad ovest l’italiana, ad est la tedesca. 199 La delimitazione tra armate italiane e tedesche e le modalità per la sostituzione dei rispettivi reparti furono precisate al Comando Supremo italiano dall’Ufficio di collegamento presso la 2ª Armata tedesca il 26 aprile.200 La demarcazione stabilita tagliava trasversalmente, da nord a sud, lo Stato Indipendente Croato lungo la linea Samobor, Petrinja, Glina, Bosanki Novi, Prijedor, Banja Luka, Jaice, Donji Vakuf,
195
O. Talpo, op. cit., p. 317.
196
S. Bianchini, F. Privitera, op. cit., p. 55-56. Per una sintesi dell’esperienza collaborazionista
di Nedić si veda M. Bucarelli, Disgregazione iugoslava e questione serba nella politica italiana, in F. Caccamo, L. Monzali (a cura di), L’occupazione italiana della Iugoslavia (1941-1943), Firenze, Le Lettere, 2008, pp. 35-47. 197
ASDMAE, b. 1494 (AP 29), Croazia in cifre.
198
F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, p. 106; B. Krizman, Pavelić između Hitlera i Mussolinija, p. 129;
S.P. Ramet (a cura di), Nezavisna Država Hrvatska 1941.-1945. (zbornik radova), Zagreb, Alinea, 2009, p. 12. 199
F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, p. 84.
200
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico, Vol. III, Tomo I, III – Collegamento con le forze armate
germaniche, 2) Ufficio collegamento italiano presso la 2ª Armata germanica, XII – Il Generale Addetto G. Magli, 26 aprile 1941, p. 835.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Travnik, Visoko, Sarajevo, Prača, Ustiprača, Rudo. 201 Al Comando Supremo fu disposta l’occupazione di Karlovac, non appena ottenuto il via libera tedesco. 202 La parte di Stato croato occupata dall’Italia sarebbe stata progressivamente concepita come divisa in tre zone d’occupazione con diverse condizioni giuridicoamministrative, sulle quali le truppe italiane avrebbero esercitato un controllo che diminuiva gradualmente dalla costa verso l’interno:203 la prima zona (Dalmazia e costa adriatica) era costituita dai territori annessi all’Italia e considerati italiani a tutti gli effetti (fu in questo settore che le autorità militari si affrettarono a completare l’occupazione); la seconda zona (il Gorski Kotar, l’intera Lika, l’entroterra dalmata, buona parte dell’Erzegovina e i territori lungo la costa e le isole formalmente appartenenti allo Stato Indipendente Croato), inizialmente denominata zona demilitarizzata, rimase occupata dalle truppe italiane, che avrebbero avuto la facoltà di condurvi operazioni militari, ma con i poteri civili affidati alle autorità croate; infine la terza zona (da Karlovac – incluse Bihać, Bugojno e Prozor – a Bileća e Čajniče sulla Drina) fino alla linea di demarcazione con l’occupazione tedesca, zona posta sotto il controllo civile e militare croato, sarebbe rimasta aperta all’eventuale accesso di truppe italiane o tedesche in caso di necessità. Le tre diverse condizioni avrebbero reso l’amministrazione militare italiana dei territori dello Stato Indipendente Croato non poco confusa, creando più di un attrito tra milizie croate ed esercito italiano per le competenze territoriali: nell’immediato, però, consentivano all’Italia di lasciare truppe d’occupazione a presidio di vaste zone della Croazia e della Bosnia-Erzegovina, unico mezzo per tentare di esercitare un’effettiva influenza italiana sull’altra sponda dell’Adriatico.204
2.2.
Lo Stato Indipendente Croato
Il disciplinato ordinamento del movimento ustaša, in forma stabile ed organica, costituì il tessuto fondamentale del nuovo Stato croato, la sua base politica ed economica, il sistema d’inquadramento della gioventù e delle sue formazioni militari. Il 16 aprile venne presentato il governo di Zagabria: Pavelić presidente e ministro degli Esteri, Osman Kulenović (musulmano) alla vicepresidenza e Slavko
201 202
F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, p. 85; S. Loi, op. cit., p. 110. A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico, Vol. III, Tomo I, IV – Direttive ed ordini dati, 1)
Sottocapo di Stato Maggiore Generale, X – Il Generale Addetto G. Magli, 27 aprile 1941, p. 843. 203
Cfr. J. Burgwyn, L’impero sull’Adriatico. Mussolini e la conquista della Jugoslavia 1941-1943,
Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2006, p. 66. 204
G. Bambara, op. cit, p. 38.
Invasione e spartizione della Jugoslavia
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Kvaternik capo delle Forze Armate e ministro della Difesa. 205 Kvaternik istituì le Forze di Autodifesa Croata (Hravtsko Domobrantsvo), affidate ad ufficiali dell’ex esercito asburgico e rinominate Forze Armate Croate (Oružane snage NDH) nel 1943.206 L’esercito (Kopnena Vojska, dal gennaio del 1943 Domobranstvo), formato dai “difensori della Patria” (domobranci), arruolati prevalentemente per coscrizione obbligatoria, sarebbe arrivato a contare circa centomila unità alla fine del 1941, salite a duecentocinquantamila verso la fine della guerra, mentre la Marina croata (Hrvatska Mornarica), a causa delle pretese italiane di mantenere smilitarizzati i brevi tratti di costa adriatica e le isole dalmate assegnate allo Stato Indipendente Croato (vedi infra), fu decisamente modesta e relegata più che altro al pattugliamento fluviale (anche se successivamente fu utilizzata dai tedeschi nel Mar Nero). L’Aviazione (Hrvatsko Zrakoplovtsvo), addestrata da reparti tedeschi, fu equipaggiata con obsoleti aerei italiani, tedeschi o catturati al nemico. La milizia ustaša, costituita con il decreto del 22 maggio, fornì i migliori elementi volontari alla “Brigata della guardia del corpo del Poglavnik” (Poglavnikov Tjelesni Zdrug),207 mentre la “Legione nera” (Crna Legija) del colonnello Juraj Francetić seminò il terrore tra la popolazione serba della Bosnia orientale. La Gendarmeria croata (Hrvatsko Oruznistvo), in parte organizzata sul modello dei carabinieri italiani, con un organico di circa centomila tra agenti e funzionari, fu affiancata dalla Polizia urbana (Redarstvena Straža). Al “Servizio di lavoro” (Država Casna Radna Služba) fu affidata la sorveglianza dei condannati ai lavori forzati, il “Servizio di controllo ustaša” (Ustaska Nadzorna Služba), invece, diretto da Andrija Artuković, funzionò da servizio di polizia per la repressione dell’opposizione interna.208 Se si escludono le forze schierate contro i partigiani, i reparti militari croati, raramente impegnati 205
Mirko Puk, ministro della Giustizia; Andrija Artuković, ministro degli Interni; Ivan Petrić,
ministro della Sanità; Lovro Sušić, ministro dell’Economia; Mile Budak, ministro dell’Educazione e del Culto; Ivica Frković, ministro delle Foreste e delle Miniere; Jozo Dumandžić, ministro della Propaganda; Milovan Žanić, presidente del consiglio legislativo. Cfr. B. Krizman, Pavelić i ustaše, p. 413; F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, p. 82. Nei successivi quattro anni i rimpasti governativi sarebbero tuttavia stati frequenti. Per accenni biografici si rimanda a Tko je Tko. 206
Sull’organizzazione delle forze armate croate si veda F. Čulinović, Organizacija vlasti i
oružane snage u NDH, in Vojnoistorijski glassi, n. 3, 19, 1968, pp. 131-199; F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, pp. 114-123; B. Krizman, Pavelić između Hitlera i Mussolinija, pp. 321-328. 207
ASDMAE, b. 1495 (AP 30), AG Croazia (ustasci), Ustaša n. 1 del 22 maggio 1941, Ordinanza
sulla milizia ustaša, Quartier Generale Ustaša, 10 maggio 1941. Inizialmente costituita dai soli fuoriusciti unitisi a Pavelić in Italia – presto impegnati da incarichi politici o militari in quanto uomini di assoluta fiducia – la brigata fu successivamente ampliata ma sempre limitata ad elementi scelti. A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VII (1.5.1942 31.8.1942), Tomo II, Allegati, Roma, Stato Maggiore Esercito Ufficio Storico, 1997, doc. 38, allegato n. 320 bis al Diario Storico, Zagabria 29 maggio 1942, pp. 93-97. 208
ASDMAE, b. 1495 (AP 30), AG Croazia (ustasci), Narodne Novine n. 111 del 26 agosto 1941,
Decreto legge sul Servizio di controllo ustaša, Zagabria 14 agosto 1941.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
in vere e proprie azioni di guerra, sarebbero stati utilizzati prevalentemente per operazioni repressive interne: alcune truppe furono impegnate in una vera e propria campagna militare solamente dall’estate del 1941, quando anche lo Stato Indipendente Croato inviò il proprio contributo alla lotta al bolscevismo offrendo forze croate per il fronte russo. L’organizzazione militare croata andò gradualmente sviluppandosi mediante il reclutamento nei diversi distretti e la costituzione a Zagabria di nuclei quadro per la formazione di battaglioni e reggimenti da inviare alle varie guarnigioni. I nuclei furono trasferiti a Virovitica, Karlovac e in località della Bosnia-Erzegovina abbandonate dalle truppe dell’Asse. Al 25 aprile sei reggimenti risultavano già costituiti e altri sei in formazione ma gli organici erano ancora ridotti e male inquadrati, nonostante le numerose domande di arruolamento da parte di ex militari dell’esercito jugoslavo.209 Notevoli difficoltà furono determinate dalla carenza di materiale, dalla mancanza di un programma organico ben definito, dall’alto numero di renitenti alla leva e da un sensibile dissidio con la milizia ustaša, che all’esercito regolare tendeva ad affiancarsi in parità di diritti. Il Comando Supremo fu affidato, non senza un certo malcontento di alcuni ambienti ustaša, a vecchi ufficiali dell’ex esercito austro-ungarico, attratti per tradizione e cultura nell’orbita tedesca. Vi furono quotidiani contatti tra il Comando Supremo croato e la Missione militare tedesca a Zagabria, la cui natura di intensa e profonda collaborazione trovava piena conferma nei colloqui che il maresciallo Kvaternik aveva avuto con Hitler e con il maresciallo Wilhelm Keitel.210 Si cercava in particolare di arruolare volontari già addestrati alle armi in Lika e in Bosnia, dove si prevedeva di reclutare circa ventimila uomini, portando a ventottomila effettivi l’esercito regolare. L’arruolamento tra gli ustaša procedeva con più successo, dato il carattere di formazione di partito ed i vantaggi personali che se ne potevano trarre costituendo la milizia di regime: a metà maggio seimila uomini risultavano già armati, altri duemila lo sarebbero stati nel giro di poche settimane.211 I quadri erano costituiti da fedeli del movimento, sensibili alla
209
AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Situazione economica e politica Slovenia e Dalmazia, Comando
Supremo Stato Maggiore Generale-Ufficio Informazioni, da S.I.M. a Gabinetto-Stamage Uff. I, R. Marina, R. Aeronautica, Superesercito, n. Z/39970, Croazia, 25 aprile 1941. 210
Ibidem, fondo H-1, Ministero Guerra – Gabinetto, b. 16, fasc. 1, Notizie e informazioni
inviate dalla 2ª Armata riguardanti il territorio jugoslavo dal nov. 1940 al dic. 1941, situazione politica dei territori ex jugoslavi, Comando 2ª Armata, Ufficio I, a Stato Maggiore Regio EsercitoUfficio Operazioni, prot. n. I/7268/S, oggetto: Situazione politica in Croazia, f.to Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 23 luglio 1941-XIX. 211
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Ministero Affari Esteri Gab.A.P. (U.C.),
telegramma n. 4336 R., Segreto non diramare, 64-Urgente, oggetto: Situazione interna, f.to Casertano, Zagabria, 13 maggio 1941-XIX; id., R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando
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vendetta personale e ad eccessi di ogni genere. A Zagabria furono accolte anche le formazioni armate del Partito contadino, che pur avendo aderito al regime rimasero forze estremamente difficili da controllare e in quanto tali spesso disarmate. Roma contribuì all’armamento di domobranci e ustaša, in alcuni casi ricevendo in compenso direttamente materie prime (ferro, zinco, rame).212 Nonostante l’orgoglio e l’ambizione dimostrata dagli esponenti militari croati, nonché la diffidenza e l’ostilità diffusa sia tra la milizia sia nell’esercito nei confronti dell’alleato italiano, l’orientamento verso la collaborazione con l’Italia in campo militare, almeno inizialmente, sembrò dunque possibile e Mussolini agevolò l’armamento dell’esercito croato con la concessione di fucili e mitragliatrici leggere.213 Il tentativo di costituire un esercito efficiente, tuttavia, si rivelò fallimentare. I criteri antiquati, la renitenza dei giovani ad arruolarsi per l’ostilità presto diffusasi al regime di Pavelić, le insufficienti condizioni materiali e morali dei domobranci in confronto a quelle della milizia ustaša di assoluto privilegio, furono difficoltà quasi insormontabili alla formazione e sviluppo delle forze armate croate. Nei reparti costituiti, morale, istruzione, disciplina e equipaggiamento furono deficienti, le qualità combattive scarse. Dimostrando la milizia di ottenere risultati migliori, dall’estate del 1942 il Poglavnik tentò di porre riparo alla situazione dell’esercito proprio aumentando il numero delle formazioni ustaša.214 Il 18 marzo precedente era infatti stato pubblicato a Zagabria un decreto-legge che parificava nelle forze armate croate la Difesa Territoriale (esercito, aviazione e marina) e la milizia ustaša.215 Nell’ottobre successivo il comando della 2ª Armata cedette a pagamento ancora armi e munizioni al governo di Zagabria, distribuite ai reparti regolari o
Supremo, a R. Ministro d’Italia, a Comando 2ª Armata, n. 2717 di S.M. Segreto, oggetto: Del morale degli ufficiali e dell’esercito croato in relazione alla situazione politica, Zagabria 24 dicembre 1941-XX. 212
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4707 R., Segreto non
diramare, 99-Urgente, f.to Casertano, Zagabria, 20 maggio 1941-XIX. 213
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. A.E.M.-A.C., telegramma n. 3865 R., oggetto:
Rapporti con lo Stato Croato, 14 - Riservatissima, f.to Casertano, Zagabria 2 maggio 1941-XIX; id., Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P., Appunto per il Duce, Roma 26 giugno 1941-XIX. 214
AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 1, Comando Supremo, Ufficio Operativo, Notiziari del generale
Pièche 1942 (situazione in Croazia; movimenti cetnici), Rapporti del generale Pièche al Ministero degli Esteri (notizie dalla Serbia), a Ministero Affari Esteri-Gab.A.P. Roma, oggetto: Relazione sulla Croazia, f.to il generale Pièche, P.M.10, 5 agosto 1942-XX. 215
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VII (1.5.1942 - 31.8.1942),
Tomo II, Allegati, Roma, Stato Maggiore Esercito Ufficio Storico, 1997, doc. 4, allegato n. 1 all’allegato n. 164 al Diario Storico, Zagabria 18 marzo 1942-XX, pp. 12-23.
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ustaša posti dal Ministero della Difesa croato alle dipendenze del comando italiano.216 Senza un vero e proprio assetto istituzionale che costituisse la base della nuova compagine statale il decreto Sulla composizione e l’attività del movimento ustaša (23 giugno 1941) assunse carattere costituzionale.217 In qualità di capo di Stato, Pavelić prestò giuramento di fedeltà sul testo delle “enunciazioni programmatiche” (ustaška načelna) del 7 gennaio 1929 (redatte in realtà nel 1932), trasformando il programma del movimento ustaša in principi costituzionali.218 Il concetto della Croazia ai croati divenne programma rigido ed esclusivista, sostanzialmente xenofobo, aperto ad ogni possibile interpretazione e per questo adatto all’apparente legittimazione di qualsiasi arbitrio. Per affermare rapidamente il proprio potere Pavelić si affidò, soprattutto nelle aree periferiche, all’iniziativa di uomini su cui poteva contare per fedeltà ma meno per preparazione e moralità. Fu concessa loro la più larga autonomia al fine di propagare l’ideologia di regime nei distretti, nei comuni e nei villaggi: fuoriusciti che in precedenza avevano subito condanne e detenzioni e che avevano conosciuto la durezza dell’esilio si ritrovarono improvvisamente a ricoprire ruoli di responsabilità in uno Stato con una notevole presenza di serbo-ortodossi.219 Pavelić istituì il Quartier Generale Ustaša (Glavni Ustaški Stan), analogo al Gran Consiglio del Fascismo, formato da dodici doglavnik, suoi consiglieri e sostituti scelti secondo una determinata ripartizione territoriale, in modo che ognuno potesse, nella propria zona, vigilare alla retta applicazione della legge da parte dei prefetti (župani).220 Amministrativamente il territorio dello Stato Indipendente Croato venne infatti diviso in župe (contee), comprendenti kotari (distretti) e općine (comuni): alle župe
216
Ibidem, Vol. VIII (1.9.1942-31.12.1942), Tomo II, Allegati, Roma, Stato Maggiore
dell’Esercito Ufficio Storico, 1999, doc. 27, allegato n. 1736 al Diario Storico, Roatta Comandante Superiore Forze Armate Slovenia-Dalmazia, a Comando Supremo, 28 ottobre 1942-XX, p. 60. 217
ASDMAE, b. 1495 (AP 30), Discorsi di ministri croati, Decreto concernente la composizione e
l’attività del movimento degli “ustase”, f.to il Poglavnik Dr. Ante Pavelić, Zagabria 23 giugno 1941 (Novi List n. 56 del 24 giugno 1941). Si veda inoltre D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 125. 218
Ibidem, Organizzazione del movimento ustascia in Croazia.
219
O. Talpo, op. cit., pp. 402-404 e 463-464.
220
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P. Uff. Croazia, a PNF,
Governo della Dalmazia, R. Ambasciata Berlino, R. Ambasciata Santa Sede, Telespresso n. 03183, oggetto: Situazione in Croazia, f.to Ducci, Roma, 31 luglio 1941-XIX, in allegato copia del rapporto del consigliere nazionale Coselschi, Riservatissimo, Osservazioni sull’attuale situazione in Croazia, Organizzazione dello Stato, Zagabria, 4 giugno 1941-XIX, pp. 63-64. Si veda inoltre D. Rodogno, op. cit., p. 125.
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furono dati i nomi storici della Croazia medioevale, per riaffermare la continuità con l’antico regno.221 Il governo di Zagabria sciolse i partiti politici oppositori e soppresse la libertà di stampa, il cattolicesimo fu dichiarato religione di Stato. Il regime cercò la rapida adesione dei dirigenti del Partito contadino, con risultati del tutto eterogenei a secondo dei luoghi e delle diverse personalità.222 A Maček, relegato nella propria casa a Kupinec (zona d’occupazione italiana) sotto sorveglianza di polizia, fu impedita ogni tipo di attività politica, ma il leader contadino, nel complesso, si dimostrò decisamente ostile a Pavelić mantenendo contatti con gli ambienti dell’occupazione tedesca.223 Nè il movimento ustaša nè il vecchio Partito del diritto croato avevano mai elaborato un preciso programma di governo. Gli ustaša non avevano progetti concreti neppure per l’organizzazione della società croata e Zagabria, per sopperire, cercò di fondere la demagogia razziale nazista con quella sociale del fascismo, cercando di organizzare senza molto successo la struttura socio-economico dello Stato secondo i principi corporativisti di quest’ultimo. 224 Era fondamentale guadagnare al regime i consensi delle classi popolari, il cui atteggiamento era fortemente condizionato dal rincaro dei prezzi e dalle scarse possibilità di approvvigionamento, onde evitare che le disagiate condizioni economiche si trasformassero rapidamente in malcontento.225 Fu lanciata un’intensa campagna propagandistica nei centri urbani e nelle campagne, con raduni rurali e organizzazione di formazioni contadine nazionaliste a carattere sindacale, preludio della regolare costituzione di sindacati, con l’obiettivo di strappare al Partito contadino il sostegno della popolazione delle campagne. 226 Il 10 giugno, inoltre, alla Camera dei Lavoratori di Zagabria furono autorizzati i regolamenti sindacali dei gruppi salariati delle ditte private: le discussioni furono incentrate soprattutto sulla concessione degli aumenti salariali, al fine di sopperire alle menzionate questioni del crescente rincaro e della carenza di generi di prima necessità. Gli aumenti salariali, che il governo di Zagabria sembrava disposto a
221
I. Goldstein, Hrvatska 1918.-2008., p. 214; P. Adriano, G. Cingolani, op. cit., p. 212.
222
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P.-Uff. Croazia, a Governo
della Dalmazia Zara, oggetto: Rapporto di un Ispettore di P.S. in missione a Zagabria sulla situazione in Croazia, f.to Ducci, s.d. 223
Ibidem, Regia Delegazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.Cr.), telegramma n. 5064 R., segreto
non diramare, 117, f.to Casertano, Zagabria 28 maggio 1941-XIX. 224
Ibidem, Rapporto Coselschi, Osservazioni…, Organizzazione dello Stato, Zagabria, 4 giugno
1941-XIX, pp. 62-66. 225
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 3682 R., segreto non
diramare, 200-Urgente, 12 giugno 1941-XIX. 226
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 5161 R., segreto non
diramare, 151 urgente, f.to Casertano, Zagabria 1 giugno 1941-XIX.
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sostenere, avrebbero gravato in massima parte sulle ditte di proprietà di cittadini di origine ebraica.227 Come detto le sole misure di ordine interno previste prima della fondazione dello Stato Indipendente Croato discendevano dal postulato secondo cui la Croazia sarebbe dovuta appartenere ai croati. Ciò significava per gli ustaša che diritti politici e civili non sarebbero stati riconosciuti a serbi ed ebrei: l’azione del governo di Zagabria sarebbe stata finalizzata a rendere lo Stato Indipendente Croato la patria di un popolo puro nel corpo e nello spirito, privo di commistioni razziali e depurato degli individui estranei alla fede cattolica. L’omogeneità nazionale era minata soprattutto dai serbi, gli scismatici ortodossi contrari alla Chiesa di Roma, oppressori nel regno jugoslavo. Furono quindi emanati una serie di decreti e di norme giuridico-amministrative volte a colpire quest’ultimi e – in linea alle disposizioni tedesche – gli ebrei. Il 17 aprile il decreto-legge “Per la tutela del popolo e dello Stato” (Zakonska odredba za odbranu Naroda i Države) stabiliva che chiunque avesse leso l’onore e gli interessi del popolo croato o minacciato l’esistenza dello Stato indipendente si sarebbe reso responsabile di alto tradimento, punibile con la morte.228 Due giorni dopo la legge “Sulla conservazione del patrimonio nazionale croato” (Zakonska odredba o sačuvanju hrvatske narodne imovine) introduceva i primi decreti per l’espropriazione delle imprese, dei beni e delle terre di proprietà di serbi ed ebrei e l’arresto di tutti coloro noti come comunisti anche in base a semplici indizi.229 Il decreto legge del 23 aprile “Sulle riparazioni di irregolarità e di ingiustizie effettuate in materia di nomina, promozione e collocamento in quiescenza dei funzionari e degli impiegati” diede al governo la più alta discrezionalità nella scelta dei funzionari dello Stato. Il 25 aprile un altro decreto legge proibì l’uso dell’alfabeto cirillico, sia nella vita privata sia in quella pubblica;230 cinque giorni dopo il decreto “Sull’appartenenza razziale” (Zakonska odredba o rasnoj pripadnosti) stabiliva i criteri che determinavano la discendenza di origine ariana, contrapposta a quella ebraica, adottati dallo Stato croato. Venivano considerati ebrei coloro che avevano almeno ascendenti di secondo grado di origine ebraica. Le persone che accanto ad ascendenti ariani avevano uno e in casi particolari due ascendenti di secondo grado ebrei venivano equiparate, con riguardo al conseguimento della cittadinanza, a quelle di origine ariana. Tutti i
227
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 18595 PR., oggetto:
Situazione in Croazia, 194-Urgente, f.to Casertano, Zagabria, 11 giugno 1941-XIX. 228
Narodne novine, 17. travnja 1941, in B. Petranović, M. Zečević, op. cit., Zakonska odredba za
odbranu Naroda i Države, 17. aprila 1941., pp. 652-653. 229
AUSSME, M-3, b. 69, 2ª Armata, Ebrei internati in Jugoslavia (1942-1943), Legislazione
razziale dello Stato Indipendente di Croazia, D.L. 19-4-1941 n. 19182-41, Sulla conservazione del patrimonio nazionale croato. 230
Narodne novine, 25. travnja 1941, in B. Petranović, M. Zečević, op. cit., Zabrana ćirilice, Aprila
1941., pp. 650-651.
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cambiamenti dei cognomi ebraici eseguiti dopo il 1° dicembre 1918 cessavano di essere in vigore e venivano sostituiti con i cognomi originali. Il decreto “Per la tutela del sangue ariano e della dignità del popolo croato” (Zakonska odredba o zaštiti arijevske krvi i časti hrvatskog naroda) imponeva inoltre l’identificazione pubblica razziale-religiosa, obbligando i serbi ad indossare un bracciale con la lettera “P” (pravoslavni), i rom con la lettera “C” (ciganin), gli ebrei con la “Ž” (židovi) o la stella di David.231 Lo stesso 30 aprile il decreto “Sulla cittadinanza croata” (Zakonska odredba o državljanstvo) stabiliva il diritto di cittadinanza e i diritti politici nello Stato Indipendente Croato, spettanti a coloro di discendenza ariana. La popolazione fu divisa tra “cittadini” (državljani) con pieni diritti, cioè i croati ariani, e “membri dello Stato” (državni pripadnik) non aventi diritti: serbi ed ebrei non erano cittadini dello Stato ma semplici abitanti dei suoi territori, ospiti indesiderati privi della protezione delle leggi e quindi soggetti a qualsiasi arbitrio; i matrimoni e le relazioni sessuali extraconiugali tra ariani e non ariani (decreto rivolto principalmente alla popolazione ebraica) erano proibiti o nel primo caso consentiti solamente con apposita autorizzazione. Erano considerate ebree anche le persone ad essi coniugate: una commissione politica per la razza del Ministero degli Interni avrebbe espresso pareri e presentato proposte nei casi dubbi di appartenenza razziale. A serbi, ebrei e rom venne proibita la frequentazione di luoghi e mezzi di trasporto pubblici, dei negozi e dei ristoranti.232 Gli esercizi di proprietà dei serbi furono confiscati o saccheggiati, ai proprietari fu intimato di abbandonare i propri averi ed emigrare in Serbia.233 I provvedimenti erano la premessa della crociata che il Poglavnik e i suoi uomini si apprestavano ad intraprendere nel maggio del 1941 per risolvere la questione nazionale. I due milioni di serbi dello Stato Indipendente Croato rappresentavano un terzo della popolazione e non potevano essere ignorati: fu loro intimato di abbandonare lo Stato o di convertirsi al cattolicesimo e più semplicemente divennero il bersaglio delle persecuzioni ustaša, con massacri, deportazioni, conversioni di massa. Serbi ed ebrei furono accusati di diffondere incertezza, malcontento e notizie atte ad ostacolare l’operato del governo di Zagabria.234 In particolare
231
Hrvatski Narod, 1. svibanj 1941.
232
Narodne novine, 30. travnja 1941., Decreto legge Sull’appartenenza di razza, f.to A. Pavelić,
Zagabria, 30 aprile 1941; Decreto legge Per la tutela del sangue ariano e della dignità del popolo croato, f.to A. Pavelić, Zagabria 30 aprile 1941, entrambi nella citata relazione di Coselschi in ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Osservazioni…, pp. 21-26. Si veda inoltre B. Petranović, M. Zečević, op. cit., pp. 652653 n.; O. Talpo, op. cit., pp. 402-404. 233
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Allegato n. 2 al foglio I/8635/S in data 26 settembre 1941, Stralcio
di un documentario inviato dal capo del sinodo ortodosso al comando militare germanico della Serbia in data 20 luglio 1941. 234
Ibidem, Divisione Polizia Politica Roma, al Ministero dell’Interno Direzione Generale della
P.S., prot. n. 695, allegato n.1, oggetto: Situazione interna croata, f.to l’Ispettore Generale di P.S.
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si dimostrarono del tutto incontrollabili i cosiddetti ustaša irregolari o selvaggi, gruppi armati formatisi per spontanea aggregazione degli elementi più eterogenei, in prevalenza profittatori del momento, sbandati, aderenti dell’ultima ora che, ponendosi alle dipendenze o imponendosi ai fiduciari locali del movimento, si abbandonarono alle persecuzioni più indiscriminate. Nei confronti dell’Islam bosniaco il regime di Zagabria era invece intenzionato a garantirsi il consenso della popolazione, definendo i musulmani bosniaci croati perfetti convertiti all’Islam sotto il dominio ottomano, il fiore del popolo croato. La conquista del patriottismo islamico era necessaria considerato il limitato favore di cui gli ustaša godevano in Bosnia-Erzegovina ed i musulmani bosniaci erano generalmente considerati amanti dell’ordine, ossequiosi e fedeli ai governi, come avevano dimostrato anche nel periodo austriaco.235 Il 24 aprile a Sarajevo Slavko Kvaternik diffuse un proclama rivolto ai croati bosniaco-erzegovinesi – inclusi i musulmani – che dichiarava la Bosnia-Erzegovina l’orgoglio e la più preziosa gemma dello Stato Indipendente Croato e la popolazione musulmana i croati con il sangue più puro, rimasti incontaminati nel tempo, al contrario dei cattolici che avevano subito l’influenza tedesca, magiara, italiana e slovena. Lo Stato Indipendente Croato non sarebbe potuto esistere senza i suoi figli più coraggiosi e senza il suo cuore e centro più importante bosniaco-erzegovinese: Kvaternik promise lo spostamento del governo e della capitale da Zagabria a Banja Luka, centro geografico dello Stato, ma il progetto rimase irrealizzato.236 In quanto abitato da musulmani gli ustaša tentarono anche di allargare i confini ad est del fiume Drina, al Sangiaccato di Novi Pazar. Invaso all’inizio di maggio, le forze armate croate dovettero ritirarsi in seguito all’opposizione incontrata presso l’alleato italiano. Nei mesi successivi un gruppo di musulmani del distretto di Prijepolje ed una delegazione in visita a Sarajevo avrebbero comunque inviato dichiarazioni di gratitudine a Pavelić per il tentativo di annessione e unione con i fratelli della Bosnia-Erzegovina.237 Alcune eminenti personalità musulmane bosniache – selezionate negli ambienti islamici filo-croati – furono incluse nel governo o promosse con incarichi pubblici
(firma illeggibile) Milano, 30 maggio 1941-XIX, allegata relazione Situazione interna della Croazia, Fiume, 28 maggio 1941. 235
Ibidem.
236
Cfr. E. Redžić, Bosnia and Herzegovina in the Second World War, London-New York, Frank
Cass, 2005, pp. 68-71; M.A. Hoare, History of Bosnia. From the Middle Ages to the Present Day, London, Saqi, 2007, p. 201. Si vedano anche i documenti in ASDMAE, b. 1494 (AP 29), Ministero degli Affari Esteri-Gabinetto, Ufficio Armistizio e Territori Occupati, oggetto: nuova capitale della Croazia. 237
M.A. Hoare, op. cit., p. 203; F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, pp. 91-92.
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di primo ordine.238 Džafer Kulenović, politico di primo piano dell’Organizzazione musulmana jugoslava, fu nominato vicepresidente del Consiglio e Fehim Spaho (fratello di Mehmed, leader della JMO nel periodo interbellico), Reis ul-ulema al momento della presa del potere degli ustaša, svolse un ruolo importante nell’associazione culturale musulmana filo-croata Narodna Uzdanica, pur rimanendo fortemente contrario ad una croatizzazione dei bosniaci musulmani.239 Ciò nonostante lo Stato Indipendente Croato fu di fatto dominato dai croatocattolici e i musulmani non trovarono molto spazio nelle istituzioni statali, fossero esse governative, politiche o militari. Sebbene non mancò la partecipazione di musulmani alle persecuzioni di serbi ed ebrei, unita ad una certa libertà di religione ed educazione loro concessa, non si potè evitare la diffusione anche nella comunità islamica del malcontento nei confronti di una dittatura fondata sulla violenza e la brutalità e considerata estranea da gran parte della popolazione.240 Al termine della guerra il numero di musulmani deceduti si sarebbe aggirato sui settantacinquemila: essi combatterono su tutti i fronti – ustaša, tedesco, serbo, partigiano – e furono uccisi per mano di tutti. Si scatenò una spietata caccia al serbo: se alcune delle vittime potevano essere responsabili delle persecuzioni del governo di Belgrado dei decenni precedenti, la maggioranza non aveva altre colpe se non quella di essere serbo-ortodossa. Dopo le occasionali violenze e le leggi razziali, l’espulsione e lo sterminio divennero sistematici metodi per ottenere la croatizzazione in quei territori dove i serbi, per consistenza numerica, potevano alterare la fisionomia croato-cattolica dello Stato. Anche nella capitale, dove gli arresti si susseguivano incessantemente ma gli eccessi erano in parte limitati dalla presenza del Poglavnik (erano stati disarmati gli elementi ustaša dell’ultima ora) e dagli obblighi di questo dinanzi agli alleati tedesco e italiano, rigorosi provvedimenti di polizia ingiunsero alla popolazione serba, circa trentamila persone, di abbandonare la città e trasferirsi in periferia (si notava in generale un minore affollamento a causa delle disposizioni restrittive per la circolazione di serbi ed ebrei).241 Particolare ferocia colpì coloro che si rifiutarono di convertirsi al cattolicesimo e chi aveva occupato posti di responsabilità durante il precedente regime. I luoghi di culto ortodossi furono
238
ASDMAE, b. 1495 (AP 30), AG Croazia (Sarajevo), R. Consolato d’Italia a Banja Luka, a R.
Legazione d’Italia a Zagabria, e p.c R. Console Generale Sarajevo, telespresso n. 76, oggetto: Posizione dei musulmani nel nuovo Stato croato, f.to il R. Vice Console Oberto Fabiani, Banja Luka 30 luglio 1941-XIX. 239
Cfr. N. Malcolm, Storia della Bosnia, Milano, Bompiani, 2000, pp. 250-251.
240
Si veda anche E. Redžić, op. cit., pp. 78-81.
241
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P., A.E.M., telegramma n. 4380
R., oggetto: Situazione in Croazia, f.to Casertano, Zagabria, 14 maggio 1941-XIX; id., R. Legazione d’Italia Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4431 R., segreto non diramare, 74-Urgente, f.to Casertano, Zagabria, 15 maggio 1941-XIX.
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distrutti e i pope uccisi con particolare efferatezza: chiese ortodosse furono distrutte a Banja Luka, Bihać, Nova Gradiška.242 La distruzione e l’assassinio degli esponenti del clero furono accompagnati da una minuziosa opera di spoliazione dei loro beni ed il regime di Zagabria istituì due strutture specificamente adibite al saccheggio, il Consiglio di Stato per la ricostruzione e il Comitato per la confisca delle chiese ortodosse e dei relativi beni. La maggior parte degli edifici di culto ortodossi furono convertiti in luoghi di culto cattolici, distrutti o adibiti a magazzini. Sorte simile toccò le sinagoghe: il 16 aprile 1941 reparti tedeschi e ustaša devastarono la sinagoga di Sarajevo, con la sua biblioteca e gli antichi archivi.243 Pochi giorni dopo analoga sorte per il tempio ebraico di Mostar, mentre ad ottobre sarebbe stata la volta della distruzione della sinagoga di Zagabria.244 I serbi non potevano essere soppressi o cacciati in massa, bisognava assimilarli di forza, cancellare ciò che li rendeva diversi e che costituiva il loro punto di riferimento culturale: l’appartenenza alla Chiesa ortodossa, considerata l’avversaria principale del popolo e dello Stato croato. A Zagabria fu istituito un apposito dipartimento religioso preposto alle conversioni (in due anni i serbi convertiti sarebbero stati oltre duecentoquarantamila). Mile Budak, ministro dell’Istruzione e del Culto, dichiarò che nel territorio dello Stato croato sarebbero potute coesistere solamente due religioni, la cattolica e la musulmana: l’ortodossia doveva essere cancellata.245 Il 5 maggio Narodne Novine pubblicò la legge relativa alla conversione religiosa, firmata insieme al Poglavnik. Il 14 luglio fu diramata la circolare indirizzata agli ordinari vescovili, con la quale venivano regolamentate le pratiche delle conversioni e le modalità relative all’accettazione nella Chiesa cattolica degli ortodossi; prima della fine del 1941 le conversioni erano diventate così tante da rendere difficile l’accoglienza dei convertiti nelle diocesi. Le cerimonie collettive di battesimo furono ritenute sacrileghe dalle alte gerarchie ecclesiastiche: v’era il timore che la Chiesa cattolica fosse considerata responsabile dei riprovevoli metodi ustaša. L’arcivescovo di Zagabria Alojzije Viktor Stepinac, temperamento da diplomatico esperto e fedele interprete delle istruzioni vaticane, ne prese le distanze.246 Controversa e dibattuta rimane tuttavia
242
Ibidem, Allegato n. 2 al foglio I/8635/S in data 26 settembre 1941, Stralcio di un documentario
inviato dal capo del sinodo ortodosso al comando militare germanico della Serbia in data 20 luglio 1941. 243
G. Scotti, op. cit., p. 82.
244
N. Malcolm, op. cit., p. 238.
245
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Allegato n. 2 al foglio I/8635/S in data 26 settembre 1941, Stralcio
di un documentario inviato dal capo del sinodo ortodosso al comando militare germanico della Serbia in data 20 luglio 1941. 246
AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 1, Comando Supremo, Ufficio Operativo, Notiziari del generale
Pièche 1942 (situazione in Croazia; movimenti cetnici), Rapporti del generale Pièche al Ministero degli Esteri (notizie dalla Serbia), al Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto-Ufficio A.P. Roma,
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la posizione che l’alto prelato assunse nei confronti del regime: i giudizi sul metropolita croato appaiono contrastanti.247 Stepinac accolse favorevolmente la proclamazione dello Stato Indipendente Croato, ma secondo il generale Ambrosio, comandante della 2ª Armata, l’arcivescovo avrebbe rifiutato di aderire alla delegazione che il 18 maggio si recò a Roma per offrire la corona croata ad un principe Savoia (vedi infra), poiché in disaccordo con Pavelić, e avrebbe meditato il ritiro in monastero, per evitare di presenziare ad eventi pubblici o ufficiali. 248 In un secondo tempo, poi, a conoscenza delle persecuzioni nei confronti di serbi ed ebrei, Stepinac avrebbe assunto una posizione di condanna e denuncia, intervenendo presso il Poglavnik anche con pubbliche proteste. Ciò nonostante rimangono dubbi sulla figura dell’arcivescovo: Stepinac si mosse con estrema cautela, alternando gli inviti alla moderazione e la deplorazione degli atti commessi dagli ustaša, agli elogi per i provvedimenti del governo di Zagabria in difesa del cattolicesimo.249 Al contrario il basso clero partecipò entusiasta alle iniziative del regime, spesso impegnandosi direttamente nelle pratiche di conversione; anche tra gli alti rappresentanti clericali non mancò comunque chi sostenne più apertamente Pavelić, come l’arcivescovo di Sarajevo Ivan Šarić, vicino agli ambienti di potere e al Poglavnik (nel 1945 al suo seguito in fuga). Il governo di Zagabria iniziò ad allestire i primi logor (campi di internamento e lavoro), legalizzati a novembre dal decreto del Poglavnik e del ministro degli Interni Artuković (Zakonska odredba o upućivanju nepoćudnih i pogibeljnih osoba na prisilni rad u sabirne i radne logor), alle cui dipendenze furono posti. Situati
oggetto: Relazione sulla Croazia, f.to il generale Pièche, P.M.10, 5 agosto 1942-XX. Per un breve excursus biografico di Stepinac si rimanda a Tko je Tko. 247
Si ricordano in particolare due pubblicazioni che ben rappresentano l’approccio apologetico
e colpevolista alla questione dell’operato di Stepinac: M.A. Rivelli, L’arcivescovo del genocidio. Monsignor Stepinac, il Vaticano e la dittatura ustascia in Croazia, 1941-1945, Milano, Kaos edizioni, 1998; G. Mattei, Il cardinale Alojzije Stepinac. Una vita eroica nella testimonianza di quanti con lui sono stati vittime della persecuzione nella Jugoslavia comunista, Città del Vaticano, L’Osservatore romano, 1999. Nel 1946 il tribunale jugoslavo di Zagabria condannò Stepinac a sedici anni di carcere con l’accusa di collaborazionismo: il prelato espiò la pena prevalentemente a domicilio coatto nel paese natio Krašić. Nel 1952 Pio XII nominò Stepinac (deceduto nel 1960) cardinale; nel 1998 Giovanni Paolo II ha provveduto alla sua beatificazione (sei anni prima il parlamento croato aveva già sconfessato la sentenza del 1946). Sul processo a Stepinac e le relazioni tra Stato jugoslavo e Chiesa cattolica nel dopoguerra B. Jandrić, Kontroverze iz suvremene hrvatske povijesti, Zagreb, Srednja Europa, 2006. 248
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Situazione politico-economico-militare in Croazia e Slovenia,
Comando 2ª Armata, Ufficio Affati Civili, a Stato Maggiore Regio Esercito, prot. n. 725/AC/Segreto, oggetto: Relazione politico-economico-militare, f.to Generale Comandante desiganto d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 26 giugno 1941-XIX. 249
Cfr. I. Goldstein, Holokaust u Zagrebu, Zagreb, Novi Liber, 2001, pp. 563-564.
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prevalentemente nella zona occupata dai tedeschi, gran parte dei campi attivi nel territorio dello Stato Indipendente Croato rimase in funzione per breve tempo. Il primo fu allestito presso Koprivnica nei locali dell’ex fabbrica di prodotti chimici Danica a metà aprile del 1941, chiuso il 1° settembre 1942. A Jadovno, presso il monte Velebit, il campo fu attivato tra maggio e giugno per essere smantellato tre mesi dopo. Il campo di Đakovo, nel quale furono rinchiusi anche donne e bambini serbi ed ebrei di Sarajevo, fu allestito nel dicembre del 1941 e rimase in funzione fino al luglio del 1942. Il ritmo degli internamenti in tutto lo Stato Indipendente Croato andò crescendo progressivamente, così come il numero dei logor attivati e dismessi, a Lepoglava, Krušćica, Pisarovina, Virovitica, Vinkovći, Kostajnica, Hravtska Dubica, Donji Miholjac, Zemun, Gornja Rijeka, Jastrebarsko, Loborgrad, Slavonska Požega, Sisak e altre località.250 Solamente il complesso dei campi di Jasenovac, l’Auschwitz dei Balcani, il principale logor ustaša, rimase in funzione fino all’aprile del 1945, poco prima dell’arrivo dei partigiani jugoslavi: vi morirono almeno ottantamila persone.251 A circa trenta chilometri da Stara Gradiška, lungo la ferrovia Zagabria-Belgrado, il logor era stato allestito nel maggio del 1941: l’afflusso di prigionieri (serbi, ebrei, rom, croati dissidenti, comunisti) era costante, come le esecuzioni. Nel 1942 il giornalista Alfio Russo visitò il campo insieme ad un gruppo di osservatori internazionali accompagnati da una delegazione croata guidata da KvaternikDido: il corrispondente italiano tentò di rivolgere domande agli internati senza ottenere risposte, ai detenuti era stato rigorosamente imposto il silenzio. Nonostante fosse stato adeguatamente ripulito, al giornalista risultò chiara la macabra atmosfera del posto.252 Per un determinato periodo il logor fu affidato al frate francescano Miroslav Filipović-Majstorović, che diresse il campo nell’autunno-inverno del 1942-1943. Amico di Pavelić e maggiore della milizia ustaša, quando assunse il comando a Jasenovac si era già distinto nelle 250
Sui campi di concentramento dello Stato Indipendente Croato si vedano M. Peršen, Ustaški
logori, Zagreb, Stvarnost, 1966; A. Miletić, Ustaška fabrika smrti 1941-1945, Beograd, VIZ, 1988. 251
Il numero delle vittime di Jasenovac ha rappresentato a lungo una questione controversa.
La maggior parte degli storici accettano una cifra compresa tra le ottanta e le centomila vittime: agli estremi Franjo Tuđman, primo presidente della Repubblica di Croazia, espresse dubbi sulle cifre di Jasenovac suggerendo che il numero delle vittime potesse aggirarsi in realtà intorno alle quarantamila, mentre alcuni autori serbi affermano essere superiore alle settecentomila. Una copiosa bibliografia si è interessata ai tragici eventi del logor, si ricordano in particolare A. Miletić, Koncentracioni logor Jasenovac 1941-1945. Dokumenta, I-III, Beograd, Narodna Knjiga, 1986-87; R. Bulatović R., Koncentracioni logor Jasenovac, s posebnim osvrtom na Donju Gradinu, Sarajevo, Svjetlost, 1990; N. Mataušić, Jasenovac 1941.-1945. Logor smrti i radni logor, Jasenovac-Zagreb, Biblioteka Kameni cvijet, 2003. 252
A. Russo, op. cit., p. 89. L’episodio è riportato anche in M.A. Rivelli, op. cit., p. 102. Si veda
inoltre M. Sobolevski, Jews in the Jasenovac Group of Concentration Camps, in I. Goldstein, AntiSemitism Holocaust Anti-Fascism, pp. 105-106.
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persecuzioni della popolazione ortodossa in diversi villaggi. Nel 1942 Filipović fu espulso dall’ordine francescano dalle autorità ecclesiastiche: alla fine della guerra venne processato e condannato a morte dai partigiani.253 Le proteste tedesche e italiane per il caos diffuso dagli ustaša solo in parte attenuarono le persecuzioni. Nell’aprile del 1942 i diritti dei cittadini di religione ortodossa furono parificati su tutto il territorio statale a quelli dei croati di fede cattolica, musulmana e protestante e venne proclamata l’istituzione di una Chiesa greco-orientale croata autocefala a Zagabria. L’iniziativa fu presumibilmente promossa in seguito alla richiesta presentata da alcuni notabili ortodossi, tra cui il sacerdote Vaso Surlan di Zemun (Vojvodina) parroco nella capitale croata, incontratosi con Pavelić anche pochi giorni dopo l’emanazione del decreto. Fu costituita l’Associazione Ortodossa Croata e avviata l’organizzazione della Chiesa su tutto il territorio dello Stato: il governo di Zagabria avrebbe provveduto al necessario numero di sacerdoti. Sarebbero cessate le conversioni al cattolicesimo, purchè la popolazione ortodossa si fosse stretta intorno alla chiesa ortodossa croata, istituzione libera e indipendente, con regolare insegnamento religioso nelle scuole. L’intento era confermare e fissare la parità dei diritti dei cittadini dello Stato croato per ottenerne il consenso, unica condizione per la piena uguaglianza dinanzi alle istituzioni statali.254 A capo della Chiesa ortodossa croata fu posto un metropolita russo (un cosacco del Don ubriacone e degenerato che viveva da gran signore nel migliore albergo della capitale), rimasto, in seguito all’energico intervento delle chiese bulgara e romena, con le semplici funzioni aricivescovili. Tale politica religiosa, fatta di ripieghi, illogica, incoerente e inabile, indispose la Chiesa romana e produsse serie tensioni con il Vaticano, mentre l’intera popolazione, cattolica o no, rimaneva sconcertata dinanzi al riconoscimento ufficiale dell’ortodossia in precedenza selvaggiamente perseguitata e colpita.255 Anche la persecuzione degli ebrei, iniziata come quella dei serbi subito dopo la proclamazione dello Stato Indipendente Croato, fu spietata, tesa all’annientamento della minoranza ebraica e alla rapina dei suoi beni in favore di tedeschi e croati. Gli ebrei jugoslavi erano circa settantacinquemila e vivevano soprattutto nelle grandi città, come Zagabria (dodicimila) e Sarajevo (ottomila): nello Stato Indipendente Croato costituivano la comunità ebraica jugoslava numericamente più consistente. I nazisti incoraggiarono le stragi ustaša, che non si risparmiarono nel dimostrare la propria gratitudine al Reich per l’insediamento al potere. A differenza dei primi, però, gli ustaša erano pronti a risparmiare coloro che potevano pagare a peso d’oro il prezzo della propria vita. Gli uomini del Poglavnik,
253
Tko je tko, pp. 114-115; I. Goldstein, Holokaust u Zagrebu, p. 565.
254
AUSSME, M-3, b. 59, fasc. 1, Operazioni antipartigiane in Croazia e Bosnia, Alla popolazione
greco-orientale (ortodossa) dello Stato Indipendente Croato, Sarajevo, 1° maggio 1942-XX. 255
Ibidem, b. 6, fasc. 1, a Ministero Affari Esteri, Gabinetto-Ufficio A.P. Roma, oggetto:
Relazione sulla Croazia, f.to il generale Pièche, P.M.10, 5 agosto 1942-XX.
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grazie al Decreto di nazionalizzazione che vietava agli ebrei il possesso di beni mobili e immobili, poterono impadronirsi di patrimoni, proprietà, case, avviando una vasta operazione di confisca.256 Fin dall’aprile del 1941 a Zagabria furono arrestate influenti personalità ed intellettuali, avvocati e giovani appartenenti alla locale comunità ebraica, per essere internati nel vicino campo di Kerestinec; dalla fine di giugno iniziarono gli arresti di massa, decretati il giorno 15, senza distinzioni di posizione sociale, sesso o età, da principio nelle zone di provincia, poi nelle città. A Ragusa già dall’inizio del mese la questura aveva inibito agli ebrei di frequentare caffè, stabilimenti balneari e altri ritrovi pubblici: gli esercizi commerciali avrebbero dovuto appendere fuori dalle proprie botteghe e laboratori un cartello che segnalasse in lingua croata, tedesca e italiana l’eventuale appartenenza dell’attività ad ebrei. 257 Il Poglavnik dichiarò che la questione ebraica sarebbe stata liquidata nel più breve tempo possibile. Alla fine del 1941 due terzi degli ebrei dello Stato Indipendente Croato erano già stati deportati, in gran parte uccisi o deceduti per malattie, fame e stenti. A ottobre un decreto legge di Zagabria per il rinnovamento dell’economia nazionale stabilì la statalizzazione dei beni degli ebrei e delle aziende di loro proprietà anche senza indennizzo, eventualmente stabilito dalla Direzione Statale per il Rinnovamento con criteri insindacabili in merito all’entità e al modo da corrispondersi.258 Nei primi mesi del 1942, una volta incamerati i beni, il governo di Zagabria sembrò quantomeno propenso ad attenuare le persecuzioni contro gli ebrei, presumibilmente a causa delle pur caute proteste della Chiesa cattolica contro la barbarie compiuta in Croazia. Intervennero allora i tedeschi avviando le deportazioni nei campi di concentramento del Reich e dall’estate successiva – in seguito ad un accordo tra Berlino e Zagabria – nuove ondate di arresti in massa iniziarono nello Stato Indipendente Croato. Il primo trasporto di ebrei diretto ad Auschwitz partì 256
In merito alla questione ebraica e allo sterminio degli ebrei nello Stato Indipendente Croato
si vedano J. Romano, Jevreij Jugoslavije 1941-1945. Žrtve genocida i učesnici Narodnooslobodilačkog rata,, Beograd, Jevrejski istorijski muzej, 1980; N. Lengel Krizman, Camps for Jews in the Indipendent State of Croatia, in I. Goldstein, Anti-Semitism Holocaust Anti-Fascism, pp. 89-100. 257
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Centro “I” Antico, al Servizio Informazioni Militare Ufficio I
Albania P.M.22 – A, prot. n. 5/1266 segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, f.to il Capitano dei CC. RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.91A, 8 giugno 1941-XIX. I cartelli sugli esercizi furono tuttavia tolti rapidamente e nessuna altra misura fu adottata nei confronti della popolazione di origine ebraica: essendo numerosi gli ebrei in città, legati da interessi e da parentele con gran parte della popolazione, le autorità croate avevano desistito dall’applicare misure particolarmente repressive. Ibidem, Centro “I” Antico, al Servizio Informazioni Militare Ufficio I Albania P.M.22 – A, prot. n. 5/1279 segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, f.to il Capitano dei CC. RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.9IA, 11 giugno 1941-XIX. 258
AUSSME, M-3, b. 69, Nazionalizzazione dei beni degli ebrei, n. 856, Decreto legge sulla
statizzazione dei beni degli Ebrei e delle aziende ebree, 9 ottobre 1941.
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da Zagabria in agosto, seguito nello stesso mese da altri cinque convogli, per un totale di circa cinquemilacinquecento persone, di cui pochissimi sopravvissero. Ad ottobre il ministro delle Finanze croato si dichiarò pronto a pagare al governo tedesco trenta marchi per ogni ebreo deportato (incamerandone i beni come corrispettivo), quale contributo agli sforzi tedeschi per la soluzione finale della questione giudaica nello Stato Indipendente Croato.259 Le persecuzioni ustaša non risparmiarono la marginale popolazione nomade. I rom vittime del regime del Poglavnik sono generalmente considerati tra i ventimila e i trentamila, anche se ricerche più recenti tendono ad abbassare il numero: privi d’influenza sociale o economica, non possedevano chiese o sinagoghe da depredare ma rappresentavano fonte di disordine sociale, seguaci di un sincretismo religioso malvisto al regime.260 Le cifre presumibilmente più verosimili affermano esser stati eliminati almeno trecentomila serbi, circa ventiseimila ebrei (dodicimila nella sola Bosnia su un totale di quattordicimila all’inizio della guerra) e altrettanti rom. Con una brutale campagna terroristica altri duecentocinquantamila serbi furono espulsi e più di duecentomila costretti a convertirsi al cattolicesimo.261 Già nell’estate del 1941 il generale Ambrosio delineò le cause che concorrevano alla situazione di estrema e diffusa incertezza dello Stato croato: l’ascesa al potere di uomini impreparati all’alta funzione; il carattere di improvvisazione impresso ai loro provvedimenti di governo; gli eccessi in cui il regime era caduto nell’affrontare la questione nazionale; lo sviluppo di un nazionalismo esacerbato; la mancanza di unità di vedute tra gli stessi uomini di governo; la crisi che ne conseguiva nell’ambito finanziario, economico, organizzativo e sociale.262
259
Cfr. M. Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in
Dalmazia (1941-1943), Roma, Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, 2009, pp. 61-64; N. Lengel Krizman, op. cit., p. 94. 260
Sulle persecuzioni della popolazione rom nello Stato Indipendente Croato si veda D.
Reinhartz, Unmarked graves: the destruction of the Yugoslav Roma in the Balkan Holocaust, 1941-1945, in Journal of Genocide Research, 1, 1, 1999, pp. 81-89; N. Lengel-Krizman, Genocid nad Romima – Jasenovac 1942., Jasenovac-Zagreb, Biblioteka Kameni cvijet, 2003, in particolare p. 62. 261
In generale sui crimini degli ustaša si vedano E. Paris, Genocide in Satellite Croatia, Chicago,
American Institute for Balkan Affairs, 1961; P. Morača, I crimini commessi da occupanti e collaborazionisti in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale, in E. Collotti (a cura di), L’occupazione nazista in Europa, Roma, Editori Riuniti, 1964, pp. 517-552; M. Bulajić, A. Miletić, D. Lukić, Never again: Ustashi Genocide in the Independent State of Croatia (NDH) from 1941-1945, Belgrade, BIGZ, 1992; G. Škoro, Genocide over the Serbs in the Independent State of Croatia. Be Catholic or Die, Belgrade, Institute of Contemporary History, 2000. 262
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Situazione politica dei territori ex jugoslavi, Comando 2ª
Armata, Ufficio I, a Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. I/7268/S, oggetto: Situazione politica in Croazia, f.to Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 23 luglio 1941-XIX.
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Ambrosio commentò anche l’atteggiamento del clero croato. Secondo il generale l’alto clero, compreso Stepinac, era decisamente contrario alla politica dell’Asse e particolarmente al nazionalsocialismo; il clero medio e basso, e specialmente i frati francescani, avevano invece aderito al regime di Pavelić.263 Il mancato riconoscimento dello Stato Indipendente Croato da parte del Vaticano (vedi infra) – che il generale riteneva un fatto di notevoli ripercussioni sugli avvenimenti interni – aveva inoltre ulteriormente contribuito alla partecipazione dei religiosi alla sanguinosa persecuzione condotta contro i serbo-ortodossi. Il provinciale dei francescani Petar Grabić, al ritorno da Roma, ove erano stati chiamati tutti i provinciali francescani croati, aveva raccontato di aver subito in Vaticano le proteste per la partecipazione dei frati alle azioni degli ustaša. La Santa Sede non approvava la partecipazione dei frati alle questioni politiche e nazionali, soprattutto se dirette contro i fedeli di altre religioni.264 Dichiarazioni del francescano a parte, le responsabilità della Chiesa cattolica croata e del Vaticano nelle vicende dello Stato Indipendente Croato rappresentano un altro tema ancora ampiamente dibattuto e difficilmente riconducibile ad un giudizio univoco.265 Si può affermare con un certo equilibrio che l’atteggiamento della Chiesa croata fu indissolubilmente legato e conforme a quello dell’intera Chiesa cattolica e del Vaticano nei confronti del nazismo e del fascismo e degli eventi della Seconda guerra mondiale.266 Nel caso jugoslavo bisogna aggiungere che nella Jugoslavia monarchica la Chiesa cattolica croata era stata al centro delle discriminazioni del potere di Belgrado, con la Chiesa ortodossa contraria alla regolarizzazione dei rapporti tra Stato e Chiesa di Roma (mancato concordato del 1937). Ciò aveva portato gli esponenti del clero cattolico croato ad assumere un atteggiamento sempre più politico e nazionalista, che avrebbe trovato nell’avvento del regime ustaša le condizioni per degenerare in fanatico integralismo. Già negli anni precedenti la proclamazione dell’indipendenza il movimento di Pavelić
263
Ibidem, Situazione politico-economico-militare in Croazia e Slovenia, Comando 2ª Armata-
Ufficio Affati Civili, a Stato Maggiore Regio Esercito, prot. n. 725/AC/Segreto, oggetto: Relazione politico-economico-militare, f.to Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 26 giugno 1941-XIX. 264
Ibidem, situazione politica dei territori ex jugoslavi, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari
Civili, a Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. 824/AC/Segreto, oggetto: Violenze degli ustasci, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 8 luglio 1941-XIX. 265
In merito alle relazioni tra Chiesa cattolica e Stato Indipendente Croato si veda anche: C.
Falconi, Il silenzio di Pio XII, Milano, Sugar, 1965; V. Dedijer, Vatikan i Jasenovac, Dokumenti, Beograd, Rad, 1987; J. Krišto, Katolička crkva i Nezavisna Država Hrvatska 1941-1945, I-II, Zagreb, Hrvatski institut za povijest, 1998; G. Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, Milano, Rizzoli, 2000. 266
I. Goldstein, Holokaust u Zagrebu, p. 559.
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aveva raccolto consensi presso i settori più integralisti del cattolicesimo croato, come l’associazione dei “Crociati” (Križari), che nello Stato Indipendente Croato pubblicava regolarmente il suo organo stampa, il settimanale “La Domenica” (Nedelja). Se parte del clero cattolico locale aderì alle politiche di Zagabria, vi fu anche chi cercò di alleviare le sofferenze dei perseguitati offrendo rifugio a serbi ed ebrei e predicando la pacificazione. Alcuni prelati sfidarono il regime firmando un documento di condanna delle distruzioni delle chiese ortodosse e della deportazione e uccisione dei pope, altri finirono per unirsi ai partigiani di Tito (casi comunque piuttosto eccezionali).267 Numerose anche nelle relazioni dei militari italiani le testimonianze della partecipazione diretta di religiosi cattolici ai massacri degli ustaša (a Dernis-Drniš, Knin, Signo-Sinj), soprattutto in funzione dell’aperta ostilità assunta dai francescani nei confronti dell’alleato occupante. Vivai di propaganda nazionalista e anti-italiana furono segnalati nei seminari, influenzati dal contegno di preti e docenti, che nelle zone rurali e periferiche conducevano una decisa azione improntata a sentimenti e ideali irredentisti, riaffermando le rivendicazioni croate in Dalmazia. Il convento dei frati francescani delle Paludi di Spalato era ritenuto un ricettacolo di elementi ostili: i parroci della città e dei dintorni (Salona, Castel Vitturi, Traù-Trogir, Sebenico) erano considerati i più ferventi sostenitori dell’irredentismo croato, propagato fra gli studenti delle scuole e dimostrato quotidianamente nell’ostilità manifestata alle truppe italiane. L’intera Bosnia divenne il centro dell’ustascismo francescano e per il loro atteggiamento indipendente e nazionalista i francescani, da sempre accesi custodi dell’identità nazionale croata, divennero una costante preoccupazione per il governo di Roma.
2.3.
Le truppe italiane in Dalmazia e la nomina del Commissariato civile
Le truppe italiane si disposero a presidio di larghe zone della Dalmazia, della Croazia e della Bosnia-Erzegovina: all’iniziale malcontento dei nazionalisti croati sarebbe progressivamente subentrata una calma diffusa, in attesa dello sviluppo degli eventi. Il comando della 2ª Armata fu inizialmente stabilito a Sušak ma il Poglavnik, per agevolare i rapporti tra Kvaternik e Ambrosio, spinse per trasferirlo a Karlovac, meno distante da Zagabria, dove rimase fino al settembre del 1941, quando tornò alla sede iniziale.268 Il governo croato iniziò l’organizzazione
267
P. Adriano, G. Cingolani, op. cit., p. 275.
268
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P., a R. Ministero Guerra-
Gabinetto, telegramma n. 15055 P.R., segreto, Roma 12 maggio 1941-XIX; N. Kisić Kolanović, op.
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dell’apparato statale, che non risparmiò i centri costieri come Sebenico e Spalato – al centro delle aspirazioni italiane – per legittimare il proprio potere sull’intera costa dalmata occupata dall’alleato: i funzionari pubblici croati in molte località giurarono fedeltà allo Stato Indipendente Croato. Il 16 aprile Mussolini nominò commissario civile nei territori sloveni il segretario federale di Trieste Emilio Grazioli e per le terre dalmate Athos Bartolucci, segretario federale di Zara.269 Un mese dopo il bando del 17 maggio sull’ordinamento amministrativo e giudiziario nei territori occupati avrebbe assegnato ai commissari, nominati e revocati con ordinanza del Comando Supremo, l’esercizio dei poteri civili, legittimando anche i provvedimenti presi in precedenza.270 I commissari civili, con sede a Lubiana e Spalato, pur trattando direttamente con i vari ministeri per gli affari di propria competenza, sarebbero stati sottoposti alle dipendenze dei comandanti dei corpi d’armata di Lubiana (XI CdA) e Sebenico (VI CdA), in materia di ordine pubblico e sicurezza e di attività e compiti delle truppe d’occupazione. I commissari avrebbero provveduto al funzionamento dei servizi civili ed avrebbero esercitato le funzioni di pertinenza delle autorità politiche regionali jugoslave, in attesa della loro abolizione, vigilando sulle pubbliche amministrazioni locali affinché si attenessero alle direttive delle autorità militari. Tra i vari compiti: impedire le attività ostili delle organizzazioni nazionaliste slave ed interrompere il funzionamento dei consolati dei Paesi nemici; favorire il rastrellamento e l’arresto degli elementi indesiderabili; diffondere ed esporre bandiere italiane ed effigi del Duce e del re negli uffici e negli esercizi pubblici; imporre il saluto romano ai funzionari statali e curare la diffusione di frasi e motti del fascismo; favorire la costituzione di centri di assistenza del Partito fascista; diffidare la popolazione da attentati alla vita di militari e cittadini italiani; provvedere alla censura della stampa croata e alla
cit., p. 179. In merito ai primi giorni di occupazione italiana e all’annessione della Dalmazia si veda anche N. Scotti-Žurić, Odnosi između Italije i NDH 1941. Nastanak i posljedice Rimskih ugovora, Split, Institut za historiju radničkog pokreta Dalmacije-Split, 1972. 269
In merito ai commissariati civili si veda M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1941-42, pp. 13-16.
Per una ricostruzione dell’operato di Athos Bartolucci in qualità di Commissario civile per la Dalmazia si veda la relazione consegnata dal federale a Mussolini il 26 maggio 1941, testo allegato in O. Talpo, op. cit., pp. 244-252. 270
Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 116, 17 maggio 1941-XIX, Ordinamento amministrativo
e giudiziario nel territorio dell’ex-Regno di Jugoslavia occupato dalle Forze italiane, in Comando Supremo, Commissione consultiva per il diritto di guerra, Raccolta dei bandi, delle ordinanze e dei decreti emanati dal Comandante delle truppe operanti su tutte le fronti e dai Comandanti superiori delle Forze Armate, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1940-1943, Fascicolo II, pag. 71.
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diffusione di giornali in lingua italiana; applicare scrupolosamente la normativa valutaria e favorire la penetrazione economica di imprese italiane.271 Sembrava certa la suddivisione della Dalmazia in almeno due provincie con capoluogo Zara e Spalato.272 La diffusa disoccupazione e le gravi carenze nell’approvvigionamento alimentare destavano le maggiori preoccupazioni, temendo il prosperare della propaganda anti-italiana dei comunisti e dei nazionalisti croati collegati a Zagabria.273 Commissari straordinari raggiunsero i diversi distretti della costa, Zaravecchia (Biograd na moru), Ragusa, Metković, Sebenico, Makarska, Curzola, Signo, Imotski. Nelle previsioni iniziali il Comando Supremo italiano era intenzionato a lasciare a presidio dell’area costiera – ultimata la sistemazione dei territori dalmati e ritirate le truppe eccedenti – una sola divisione, integrata da truppe suppletive necessarie ad assicurare la difesa dell’intera zona, con sede a Zara e presidi a Sebenico, Traù e Spalato.274 La popolazione dalmata maturò subito un forte sentimento irredentista – istigato dagli ustaša ma in realtà comune a tutti i croati – decisamente ostile a qualsiasi concessione all’Italia.275 La propaganda ustaša adottò fin dai primi giorni un indirizzo particolarmente aggressivo, tendendo a proclamare la Dalmazia parte integrante della nuova compagine statale croata: ad Ambrosio vennero quindi date disposizioni affinchè gli ambienti nazionalisti croati più intransigenti fossero tenuti strettamente sotto controllo.276 Proprio il comandante della 2ª Armata il 23 aprile delineava la delicata situazione dei territori d’occupazione italiana: l’azione croata proseguiva con un carattere spiccatamente nocivo e grave d’incognite, soprattutto per il grado di spregiudicata sicurezza con la quale veniva affermata, sia da persone che ricoprivano incarichi di responsabilità e avrebbero pertanto dovuto agire con un certo riserbo, sia da elementi che palesemente obbedivano al proprio istinto 271
AUSSME, M-3, b. 580, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, Allegato al foglio n. 11
prot. A.C., Segreto, oggetto: Mansioni e compiti dei Commissari Civili, f.to generale Vittorio Ambrosio, P.M.10, 26 aprile 1941. 272
Ibidem, I-4, b. 18, fasc. 5, Comando Supremo Stato Maggiore Generale, a ministeri Guerra,
Marina, Aeronautica, a Stato Maggiore R. Esercito, R. Marina, R. Aeronautica, a Comando 2ª Armata, prot. n. 01046/Pers., oggetto: Futuro assetto della Dalmazia, f.to il Sottocapo di S.M. Generale A. Guzzoni, P.M.21, 26 aprile 1941-XIX. 273 274
O. Talpo, op. cit., pp. 157-158. AUSSME, I-4, b. 18, fasc. 5, Comando Supremo Stato Maggiore Generale, Ufficio
Operazioni-Sez. 1ª, prot. n. 9384, oggetto: Presidi della Slovenia e della Dalmazia, a Superesercito e per conoscenza Guerra-Gabinetto, Supermarina, Superaereo, f.to il Sottocapo di S.M. Generale A. Guzzoni, 14 maggio 1941-XIX. 275
DGFP, Series D, Vol. XII, doc. 356.
276
AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Operazioni-I-Sezione 3^, a
Comando Supremo-Stato Maggiore Generale, prot. n. 5988, oggetto: Manifesti Croati, f.to il Sottocapo di S.M. dell’Esercito, P.M.9, 20 aprile 1941-XIX.
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piuttosto che ad una direttiva superiore. L’italianità della Dalmazia era un ricordo che sopravviveva nei monumenti e nella tradizione di pochi pastori della Morlacchia, mentre nei centri urbani era decisamente motivo di reazione a sfondo nazionalista slavo. L’occupazione italiana, accolta con assai tiepida simpatia nei centri rurali, era ostentatamente subita in quelli urbani, dove era considerata quasi un male necessario e soprattutto transitorio. Il malessere croato si manifestava in diverse forme, dall’espressione dell’individuo isolato e di gruppi di persone, alla negata oppure ostruzionistica collaborazione delle autorità costituite verso il potere militare italiano. Alla base dello stato d’animo croato non v’era un sentimento di soggezione nei confronti degli occupanti, bensì una sensazione di assoluta parità con l’alleato italiano e tedesco, determinatasi nella coscienza croato-dalmata con la proclamazione della piena indipendenza della Croazia promossa da Hitler e Mussolini.277 La sensazione diffusa era che le autorità di Zagabria, nonostante la presenza italiana e l’attesa per la preannunciata determinazione dei confini, più che all’organizzazione dei poteri civili, procedessero pienamente sovrane e con deliberato proposito alla creazione di stati di fatto irrevocabili e di mezzi per potenziarli. Segno evidente erano le bandiere croate sparse in tutta la Dalmazia e nella regione di Sušak, con la totale mancanza o quasi di bandiere italiane. Per rimediare il 24 aprile ne furono distribuite settemila ai comandi di Corpo d’Armata, affinché se ne curasse al massimo l’esposizione e vennero interessate le organizzazioni patriottiche dalmate affinchè diffondessero nel territorio d’occupazione il maggior numero di vessilli dalmati, distintivi ed ogni altro oggetto che potesse affermare l’italianità della Dalmazia.278 Un concetto soventemente ripetuto fu quello di ri-italianizzare la costa dalmata, eliminando la popolazione slava sopraggiunta dopo il 1919, snazionalizzandola attraverso l’educazione e l’opera dello Stato fascista e rimpatriando i dalmati italiani residenti in Italia o in altre regioni jugoslave.279 A Spalato i propositi propagandistici italiani si rivelarono del tutto inutili: venne diffusa da agenti croati la notizia del prossimo arrivo di truppe tedesche, con l’intenzione di dimostrare che il Reich sosteneva i croati e non gli italiani nelle rivendicazioni dei territori costieri. La popolazione accolse favorevolmente la notizia, esponendo bandiere croate alle finestre, e le truppe italiane dovettero impedire un tentativo di dimostrazione. Il Comando Supremo raccomandò quindi alla 2ª Armata l’impiego di maggiore energia nell’impedire e prevenire tali
277
Ibidem, Comando 2ª Armata-Ufficio I, a Ministero della Guerra-Gabinetto, prot. n. I/2952/S,
oggetto: Attività croata nel territorio di occupazione, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 23 aprile 1941-XIX. 278
Ibidem.
279
D. Rodogno, op. cit., p. 103.
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situazioni, almeno fino a quando il territorio non fosse stato occupato completamente.280 Il successo militare italiano era sostanzialmente considerato dai croati un fortunato riflesso della potenza e del valore tedesco. 281 Comune e profonda nella popolazione la convinzione che la Dalmazia ed il retroterra fiumano appartenessero alla Croazia: alla diffusione di tale opinione concorrevano le stesse autorità di Zagabria, con la nomina operata dallo stesso Pavelić di suoi fiduciari a capo dei principali centri dalmati e fiumani, l’imposizione del giuramento di fedeltà ai funzionari statali e parastatali in loco, l’agitazione propagandistica di alcuni luogotenenti del Poglavnik che non si davano pace e cercavano ad ogni occasione di infervorare la coscienza croata a scapito evidente delle iniziative italiane. Questione anche più rilevante l’abusiva detenzione di armi da parte di elementi nazionalisti croati. Risultava infatti che, al momento del dissolvimento dell’esercito jugoslavo, gli ustaša si fossero lanciati sui depositi di armi e munizioni per impossessarsene, sia per armare le milizie di Pavelić, sia per uso personale. Molti di questi elementi, nonostante un bando di Ambrosio ne avesse imposto il versamento, avevano trattenuto di nascosto le armi di cui si erano impadroniti, presumibilmente allo scopo di valersene in caso di sommosse. Ambrosio aveva disposto quindi che si provvedesse al rastrellamento delle zone d’occupazione, e dove necessario, a perquisizioni domiciliari. Tutto ciò mostrava chiaramente – concludeva il comandante della 2ª Armata – come a Zagabria, in Dalmazia e a Sušak fosse generale e profonda la convinzione che le regioni occupate dalle truppe italiane fossero parte integrante della Croazia, convinzione sostenuta dalle disposizioni di carattere istituzionale ordinate da Pavelić.282 Ad inizio maggio, mentre Lubiana diventava provincia italiana con ordinamento autonomo,283 Raffaele Casertano, incaricato d’affari a Zagabria del Ministero degli Affari Esteri, riferiva al Comando Supremo dello Stato Maggiore Generale sul contegno delle truppe tedesche nei confronti della popolazione croata. L’impressione era che la Germania considerasse i croati col massimo rispetto. Non si erano verificati incidenti negli acquisti e nei pagamenti, né in merito a questioni femminili, e le trattative d’affari si svolgevano con l’opportuna
280
AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Comando Supremo Stato Maggiore Generale-Ufficio
Informazioni, da S.I.M. a Gabinetto-Stamage Uff. I, R. Marina, R. Aeronautica, Superesercito, n. Z/39970, Croazia, 25 aprile 1941; id., Comando Supremo Stato Maggiore Generale-Ufficio Operazioni-Sezione 2^, 26 aprile 1941-XIX. 281
Ibidem, Comando 2ª Armata-Ufficio I, a Ministero della Guerra-Gabinetto, prot. n. I/2952/S,
oggetto: Attività croata nel territorio di occupazione, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 23 aprile 1941-XIX. 282
Ibidem.
283
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Regio decreto legge 3 maggio 1941-XIX, n. 291, Costituzione della
Provincia di Lubiana, Roma, 3 maggio 1941-XIX.
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correttezza. I contatti col clero erano riservati agli ufficiali di grado elevato e alla truppa di religione cattolica: erano stati visti nelle chiese croate soldati tedeschi che, obbedendo agli ordini ricevuti, ascoltavano la messa quotidianamente con esagerata compunzione. Casertano suggeriva quindi che ufficiali e soldati italiani adottassero un comportamento altrettanto adeguato e non credessero – come aveva avuto occasione di rilevare – che la Croazia fosse un Paese conquistato.284 Si fece insistente la voce che, pur nell’incertezza dell’estensione del retroterra dalmata, Spalato sarebbe stata assegnata all’Italia e la corona croata offerta ad un principe sabaudo.285 Contemporaneamente le relazioni tra il comando italiano e le autorità croate in via di formazione iniziarono a mostrare i primi sintomi di conflittualità. Il 6 maggio il generale Roatta, a capo dello Stato Maggiore dell’Esercito, comunicò l’autorizzazione in talune zone del territorio occupato alla costituzione di formazioni volontarie croate, che andarono rapidamente assumendo il carattere di veri e propri reparti regolari: le autorità militari croate procedevano infatti al richiamo di smobilitati e giovani reclute, estendendo i provvedimenti anche agli abitanti delle zone in cui la formazione di reparti volontari non era stata consentita (territorio di Sušak e Dalmazia), poiché destinati a diventare italiani (si prospettava in proposito un intervento presso Zagabria). Roatta presentava altresì la necessità che – in attesa di provvedimenti definitivi al riguardo – fosse urgentemente chiarito l’atteggiamento da adottare da parte delle autorità militari italiane.286 Il Comando Supremo rispose di non intervenire presso le autorità croate. Al governo di Zagabria non era ancora ufficialmente riconosciuto il diritto di riarmare uomini e fino a quando le truppe italiane fossero rimaste in territorio croato esse sarebbero state responsabili dell’ordine interno. La costituzione di reparti volontari croati era tuttavia stata concessa a scopo di collaborazione con le forze regolari italiane e tedesche in eventuali operazioni anti-guerriglia: con il cessare della necessità sarebbero state sciolte, ma al momento se ne poteva solamente limitare consistenza e numero. La 2ª Armata avrebbe stabilito per ogni formazione da costituire l’entità del reparto e la sua dislocazione. In tal modo i
284
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a A.E.M., telegramma n. 4029 R., oggetto: Truppe germaniche
di occupazione, f.to Casertano, Zagabria, 5 maggio 1941-XIX; id., Ministero degli Affari Esteri-Uff. A.E.M. II, a Comando Supremo Stato Maggiore Generale, telegramma n. 1545 P.R., oggetto: Truppe germaniche di occupazione in Croazia, 8 maggio 1941-XIX. Quest’ultimo anche in AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7. 285
A. Biagini, F. Frattolillo, Verbali delle Riunioni…, Vol. II, Verbale n. 20, Verbale della riunione
tenuta dall’Eccellenza il Sottocapo di Stato Maggiore Generale nel suo ufficio al Ministero della Guerra il 5 maggio 1941-XIX, dalle ore 16.00 alle ore 18.15, pp. 56-57. 286
AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Operazioni I-Sezione 3ª, prot.
n. 7216, oggetto: Formazioni di volontari nel territorio occupato, a Comando Supremo-Stato Maggiore Generale, P.M.9, 6 maggio 1941-XIX.
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reparti volontari sarebbero sorti solamente nelle località in cui l’autorità occupante li avesse considerati utili. Il Comando Supremo proponeva quindi di attendere le decisioni in merito alla costituzione dello Stato croato e nel frattempo limitarne con tatto l’azione, onde evitare che le formazioni aumentassero.287 I territori occupati dalla 2ª Armata, agli effetti dell’amministrazione civile, furono suddivisi in tre zone: Slovenia, territori fiumani e della Kupa, Dalmazia; Ambrosio conferì i poteri per le terre fiumane e i territori della Kupa a Temistocle Testa, prefetto di Fiume alle sue dirette dipendenze, fermo sostenitore di acquisizioni limitate allo stretto necessario (Spalato, Sebenico e le isole), onde procedere facilmente all’italianizzazione delle terre redente espellendo gli allogeni e introducendo elementi regnicoli.288 Tutte le isole erano ormai presidiate da truppe italiane. Ambrosio affermava che esclusi piccoli gruppi di agitatori intransigenti, nelle zone occupate il contegno della popolazione croata, seppure molto riservato nei confronti degli italiani, risultava in generale calmo ed indifferente, principalmente a causa delle interferenze delle autorità di Zagabria e dei suoi emissari locali, la cui presenza andava rafforzando l’opinione che l’occupazione italiana fosse solo temporanea.289 A Spalato, per indebolire il fronte croato, iniziò il rientro degli italiani di Dalmazia che avevano abbandonato le città della costa alla deflagrazione del conflitto: elementi croati provenienti dalla capitale continuavano infatti a sobillare i loro connazionali e minacciavano coloro che assecondavano l’occupazione italiana. Edo Bulat, spalatino e ministro di Pavelić fiduciario per la Dalmazia occupata, svolgeva propaganda anti-italiana e si era rifiutato di consegnare i poteri all’alleato: veniva vigilato dalle autorità militari italiane, che avrebbero cercato di impedire il suo rientro in città dalla capitale croata, mentre il vescovo della città – pur di sentimenti non italiani – aveva dato disposizioni affinchè il clero esortasse i fedeli a consegnare le armi e a collaborare.290 Più in generale, il contegno del clero
287
Ibidem, Comando Supremo Stato Maggiore Generale, OP/1^, Formazioni di volontari nel
territorio occupato (foglio 7216 di Superesercito), 8 maggio 1941-XIX. 288
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Supremo Stato Maggiore
Generale-Ufficio Personale e Affari Vari, prot. n. 102/A.C./S., oggetto: Informazioni di carattere politico, 2°) Situazione politica in Croazia e Dalmazia, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 4 maggio 1941-XIX, pp. 1-2. Cfr. anche D. Rodogno, op. cit., p. 104. 289
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Supremo Stato Maggiore
Generale-Ufficio Personale e Affari Vari, prot. n. 155/A.C., oggetto: Informazioni di carattere politico, 2°) Situazione politica in Croazia e Dalmazia, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 9 maggio 1941-XIX, p. 3. 290
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Supremo Stato Maggiore
Generale-Ufficio Personale e Affari Vari, prot. n. 102/A.C./S., oggetto: Informazioni di carattere politico, 2°) Situazione politica in Croazia e Dalmazia, f.to il Generale Comandante desiganto d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 4 maggio 1941-XIX, p. 2.
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croato in Dalmazia continuava riservato e celatamente ostile, mentre in contrasto con l’atteggiamento clericale, i funzionari dell’amministrazione civile sembravano dimostrare una crescente cordialità nei riguardi delle autorità italiane.291 Nonostante le esortazioni, gran quantità di fucili e mitragliatori furono scoperti in diverse parti della città e in periferia, mentre correvano voci di complotti e di tentativi di rivolta. Le autorità italiane rinforzarono i presidi cittadini, aumentarono i servizi di controllo e perlustrazione e ordinarono il trasferimento a Fiume dei militari croati dell’esercito jugoslavo che fino ad allora erano stati rimandati – non senza difficoltà – alle loro case, provvedimento che seguiva l’arresto, due settimane prima, di alcuni ustaša trattenuti presso il locale comando dei carabinieri.292 Gli attriti tra italiani e croati a Spalato preoccuparono Casertano ed il console generale Luigi Arduini, che palesarono al Ministero degli Affari Esteri il timore che rappresaglie e persecuzioni nei confronti della popolazione cittadina croata potessero turbare le relazioni italo-croate ed accrescere le preoccupazioni interne di Pavelić.293 Proprio la popolazione era apparsa fin dall’inizio disorientata, diffidente ed incerta sull’atteggiamento da tenere nei riguardi degli occupanti. Se inizialmente le truppe italiane erano state accolte con sollievo per la fine del disordine e dei primi eccessi degli ustaša, anche qui all’entusiasmo era presto subentrata la delusione per un’occupazione che sembrava giorno dopo giorno meno provvisoria. In parte continuava ad essere diffusa l’opinione – o meglio la speranza – che gli italiani non rimanessero in città e che Spalato diventasse parte dello Stato croato: profonda delusione si ebbe nell’apprendere che la realtà sarebbe stata diversa. Vi erano già state proteste per la presa di possesso della sede banovile (21 aprile) da parte del commissario Bartolucci e per le dimissioni dell’amministrazione municipale. Dubbi erano stati espressi dai notabili locali anche sulla decisione di affidare il potere a Pavelić, che non godeva in Dalmazia di particolare prestigio, e a Spalato poteva contare al massimo su un 291
Ibidem, Comando Supremo Stato Maggiore Generale, OP/1^, Informazioni di carattere
politico, 2) Situazione politica Croazia e Dalmazia, 7 maggio 1941-XIX. 292
Il governo croato intervenne presso Casertano anche per lasciar proseguire gratuitamente
per le loro destinazioni i soldati bloccati in città dalla mancanza di denaro e al fine di far rientrare alle proprie abitazioni i militati croati detenuti o da avviare nei campi di prigionia. ASDMAE b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 13753 P.R., oggetto: Rimpatrio soldati croati, f.to Casertano, Zagabria, 11 maggio 1941-XIX; Ministero degli Affari EsteriUff. Gab.A.P., a Ministero della Guerra-Gabinetto, telegramma n. 16056 P.R., 12 maggio 1941-XIX; id., A.G.I, a Comando Supremo S.M.G.-Uff. Pers. e Affari Vari, Prigionieri di origine croata, f.to Anfuso. 293
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P. Uff. Croazia, a PNF,
Governo della Dalmazia, R. Ambasciata Berlino, R. Ambasciata Santa Sede, Telespresso n. 03183, oggetto: Situazione in Croazia, f.to Ducci, Roma, 31 luglio 1941-XIX, in allegato copia del rapporto del consigliere nazionale Coselschi, Riservatissimo, Osservazioni sull’attuale situazione in Croazia, Zagabria, 4 giugno 1941-XIX.
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centinaio di seguaci su cinquantamila abitanti. Gran parte della popolazione sosteneva Maček, ma forti risultavano anche le tendenze comuniste (le autorità italiane e i simpatizzanti del Poglavnik tendevano ad accumunare le due propensioni), anche se buona parte dei cittadini si vantava di aver influito sulla disgregazione dell’esercito jugoslavo rifiutandosi di combattere. C’era anche chi sosteneva tendenze panslaviste, affermando che entro un anno la Dalmazia sarebbe stata occupata dalla Russia. In generale sembrava che anche in città la classe operaia si fosse avvicinata alle idee comuniste più per il disagio economico che per convinzione politica: era necessario provvedere rapidamente ad un adeguato miglioramento dei salari, nella speranza di guadagnare consensi all’annessione italiana. La carenza di rifornimenti alimentari aveva assunto fin dai primi giorni aspetti preoccupanti, soprattutto per la mancanza di farina; decise misure erano state prese dalle autorità italiane per il ritiro delle bandiere croate e lo scioglimento dei gruppi ustaša più ostili, provvedimenti che avevano contribuito a disporre gli animi ad una certa apatica rassegnazione. Risultavano in parte favorevoli all’Italia molti mačekiani, i serbofili e gli anglofili, sostanzialmente mossi dalla paura che il potere finisse nelle mani degli uomini di Zagabria.294 Altro problema era rappresentato da Ragusa – non sottoposta al Commissariato civile – dove a fianco dell’occupazione mantenuta dalle truppe italiane i poteri civili erano rimasti in mano agli ex funzionari jugoslavi e al comitato ustaša locale (quest’ultimo senza aver ottenuto il riconoscimento formale delle autorità militari). Il 23 aprile un reparto tedesco si era insediato al municipio issando la svastica: invitato al comando italiano per fornire spiegazioni, l’ufficiale alla sua guida si era giustificato dicendo di essere arrivato in soccorso ai croati, che volevano salvare Dubrovnik dall’annessione italiana; dichiarando di aver agito impulsivamente aveva poi acconsentito a ripartire. La convinzione diffusa tra le autorità italiane era che non si fosse trattato di un’iniziativa personale dell’ufficiale, ma di un’azione provocatoria volta a generare tra i croati l’impressione che la Germania si ponesse a salvaguardia della loro indipendenza contro le pretese italiane. A Ragusa la quasi totalità della popolazione desiderava l’annessione alla Croazia e solo la minoranza serba preferiva il male minore dell’annessione italiana, eventualità comunque generalmente temuta e deprecata.295 Gli ufficiali della 2ª Armata ritenevano necessario che il comando militare avesse giurisdizione su tutta la Dalmazia occupata fino a Ragusa compresa. La città non poteva essere in alcun modo considerata estranea al complesso culturale, geografico ed economico dalmata: pur tenendone in considerazione la storia e la tradizionale autonomia, era
294
Ibidem, Comunicazione a mezzo telegrafo per il Duce, f.to Host Venturi, Spalato, 4 maggio
1941-XIX; id., A Roma da Dubrovnik, f.to Host Venturi, trasmesso dal Ministero delle Comunicazioni, il Capo di Gabinetto di S.E. il Ministro, Roma, 5 maggio 1941-XIX; id., Riassunto del rapporto n. 601 in data 8.5.41-XIX del R. Console Generale in Spalato. 295
O. Talpo, op. cit., pp. 272-276.
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assolutamente da evitare l’assegnazione alla Croazia o al Montenegro. Ragusa aveva mantenuto con il resto della Dalmazia una completa identità di sviluppo nell’idioma, nel diritto, nella religione e nei sistemi di vita morale ed economica. La sua particolare posizione avrebbe reso più facile un accordo con Zagabria per lo sbocco al mare dello Stato croato: era necessario tenere in gran considerazione la classe dirigente locale e le tradizioni culturali latine, che respingevano sia la soluzione croata, sia quella montenegrina. In quanto parte della Dalmazia la città non poteva essere scissa dal trattamento e dall’ordinamento riservato al resto della regione, pur mantenendone l’autonomia comunale. Sarebbe bastato – sosteneva Ambrosio – che una soluzione autonomista fosse stata favorita dall’Italia, secondo l’altrettanto gloriosa tradizione comunale italiana, per attirare le simpatie dei ragusei di qualunque origine e partito. In tal modo, senza scindere i legami con la Dalmazia a breve annessa all’Italia, sarebbero stati agevolati i collegamenti con Croazia e Montenegro: nulla infatti vietava che il porto franco cittadino potesse convogliare i commerci del retroterra erzegovinese, poiché anche nel caso la parte di Erzegovina occupata dalle truppe italiane non fosse infine stata annessa, la Croazia avrebbe avuto un libero sbocco al mare nella parte meridionale della costa, in una regione – quella ragusea – incorporata alla Dalmazia italiana con un particolare regime amministrativo.296 Sebbene nessun atto di aperta ostilità fosse stato compiuto in Dalmazia nei giorni precedenti e in alcune località andasse persino accentuandosi una minore riservatezza della popolazione nei riguardi delle truppe italiane, gli agitatori croati erano in continuo contatto e da Zagabria giungevano assicurazioni che ne alimentavano le speranze; alle agitazioni non erano estranei neppure elementi comunisti, principalmente nella zona di Delnice. La generale situazione di incertezza manteneva distanti gli elementi politici che, sia pure senza eccessivo entusiasmo, avrebbero potuto accettare la sovranità italiana per interessi economici, ma si astenevano da qualsiasi manifestazione. Conferma si era avuta in occasione di una visita di Ambrosio nelle isole del Carnaro. A Veglia era stato accolto da popolazione inneggiante al re e al Duce, inquadrata nelle organizzazioni fasciste: sull’isola era forte l’elemento italiano, che anche durante il ventennio jugoslavo, era stato sostenuto attraverso le istituzioni educative. Ad Arbe, invece, ove la popolazione era in gran parte croata – senza dimostrarsi particolarmente ostile o mossa da atteggiamenti nazionalisti – e la situazione economica ed alimentare era di estrema gravità, il comandante della 2ª Armata era
296
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ragusa nel quadro della Dalmazia occupata, f.to ufficiale di
collegamento del Comando della 2ª Armata con la Dalmazia t.col. E. Coselschi, P.M. 10, 1 maggio 1941-XIX. Si veda anche AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Supremo Stato Maggiore Generale-Ufficio Personale e Affari Vari, prot. n. 102/A.C./S., oggetto: Informazioni di carattere politico, 4°) Situazione di Ragusa, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 4 maggio 1941-XIX, pp. 4-6.
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stato accolto decisamente con circospezione. Per sua disposizione era stato elargito un sussidio in generi alimentari ed il giorno dopo il prefetto di Fiume Temistocle Testa aveva inviato nell’isola una notevole quantità di farina.297 L’inizio parziale delle comunicazioni costiere e l’assunzione di un migliaio di operai per il riadattamento delle strade e la ripresa dei lavori nei cementifici e nei cantieri (il caso della S.A. Cantieri Navali Adriatici di Spalato), avevano prodotto ottima impressione nella massa lavoratrice duramente provata: il ritorno di alcune migliaia di profughi italiani dal regno avrebbe contribuito a rafforzare ulteriormente il consenso popolare. Era però necessario evitare complicazioni e sollecitare la soluzione definitiva della questione dalmata e croata, poiché l’indugiare eccessivamente avrebbe creato atteggiamenti contraddittori e dannosi che avrebbero pregiudicato non solo i rapporti tra Roma e Zagabria, ma anche quelli con i tedeschi, per i quali i croati ostentavano sentimenti di entusiasmo e di ammirazione.298 Nel maggio del 1941 il console generale d’Italia a Spalato Luigi Arduini, giunto in città ad aprile, sintetizzava le speranze italiane nella complessa realtà dalmata. Arduini confermava che le truppe italiane erano state accolte con generale benevolenza dalla popolazione croata nell’illusione che l’occupazione fosse provvisoria e non compromettesse le sorti dalmate; tale era stata l’impressione anche nei colloqui avuti fin dal suo arrivo con i fiduciari di Bulat, plenipotenziario di Pavelić. Era comprensibile la delusione diffusasi tra i croati quando Bartolucci era stato nominato Commissario civile per la Dalmazia.299 La popolazione italiana da parte sua rimaneva legata alla vecchia mentalità di avversione e di lotta, che ben poco concedeva alla distensione e normalizzazione dei rapporti: era indispensabile che poco per volta il risentimento sparisse nelle relazioni fra italiani e croati della costa, inaugurando un orizzonte nuovo, non più diviso ma unico, congiunto dalla fede religiosa e dall’ideologia politica. Secondo Arduini così erano intese le relazioni italocroate anche dai pavelićiani più illuminati, i più stretti collaboratori del Poglavnik, che guardavano al futuro e non si preoccupavano del passato. Accanto ad essi, però, v’erano gli estremisti apertamente ostili che accusavano gli italiani di tradimento, gli ambiziosi insoddisfatti che sabotavano e intralciavano l’opera di persuasione e attrazione delle masse perseguita dagli elementi croati filo-italiani.
297
AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Supremo
Stato Maggiore Generale-Ufficio Personale e Affari Vari, prot. n. 155/A.C., oggetto: Informazioni di carattere politico, 2) Situazione politica in Croazia e Dalmazia, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 9 maggio 1941-XIX. 298
Ibidem. Sulla S.A. Cantieri Navali adriatici si veda la citata relazione del Comando 2ª
Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Supremo Stato Maggiore Generale-Ufficio Personale e Affari Vari, prot. n. 102/A.C./S., oggetto: Informazioni di carattere politico, 3°) Questioni economiche, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 4 maggio 1941-XIX. 299
O. Talpo, op. cit., pp. 265-271.
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Perfino Casertano, da subito attento ad un atteggiamento conciliante con il governo di Zagabria – atteggiamento che lo avrebbe presto portato ad un aperto contrasto con le autorità militari italiane – chiese l’intervento di Roma presso le autorità italiane sul litorale affinchè evitassero l’arrivo nella capitale croata di quei politici ed ecclesiastici che alimentavano l’irredentismo croato. Era fin troppo evidente come nella capitale le indiscrezioni sull’andamento dei negoziati, le contrastanti supposizioni sul tracciato del confine e l’indecisione sulla sorte di Spalato alimentassero dubbi e incertezze che spostavano l’opinione pubblica su posizioni filo-tedesche.300 La questione finanziaria del cambio fra dinaro e lira, al vaglio del Comando Supremo italiano già dal 15 aprile, era necessario fosse affrontata con la maggiore sollecitudine allo scopo di normalizzare le attività commerciali nella zona occupata. Ambrosio fece presente che il cambio fissato a trenta lire per cento dinari non veniva osservato e che le banche croate come quelle italiane non avevano i dinari occorrenti alle necessità commerciali.301 La situazione alimentare era in costante peggioramento e specialmente nelle zone croate e dalmate le classi più povere soffrivano la fame.302 Parziale sollievo era stato fornito, da alcuni giorni, dalla ripresa dell’attività peschereccia a Buccari (Bakar) e Porto Re, a breve autorizzata anche nel canale della Morlacca, in tutte le isole e sulla costa. 303 Era inoltre stato disposto che nessun bando o ordinanza potesse essere pubblicato dalle autorità di Zagabria nei territori occupati senza la preventiva autorizzazione delle autorità italiane ed era stata disciplinata, in tutta la Dalmazia, la diffusione di giornali, vietando l’introduzione dall’estero di quelli ostili all’Italia.304 Il comandante della 2ª Armata concludeva le proprie considerazioni sostenendo la 300
Ibidem, pp. 378-379.
301
Il mese successivo la questione del cambio fu sollevata dal Ministero degli Esteri croato, in
connessione al mancato pagamento dei professori delle scuole croate rimaste nei territori annessi all’Italia – secondo gli Accordi di Roma (vedi infra) compito dello Stato italiano – segnalato dall’Associazione professori croati. Hrvatski Državni Arhiv (HDA), fond 227, Ministarstvo Vanjskih Poslova Nezavisne Države Hrvatske (MVP NDH), Zagreb (1942-45), kut. 4, Politički Odjel, Odsjek za romanske zemlje, Taj. Italije 1941-43, 32-641 bb., Prijepis, Hrvatsko profesorsko društvo središnjica Zagreb, Potpisani članovi Hrvatskog profesorskog društva, ispred organizovanih članova u Splitu, Šibeniku i Sušaku podnose Naslovu ovu, Zagreb 23. lipnja 1941. 302
AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Supremo
Stato Maggiore Generale-Ufficio Personale e Affari Vari, prot. n. 155/A.C., oggetto: Informazioni di carattere politico, 3) Questioni economiche, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 9 maggio 1941-XIX. 303
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Supremo Stato Maggiore
Generale-Ufficio Personale e Affari Vari, prot. n. 102/A.C./S., oggetto: Informazioni di carattere politico, 3°) Questioni economiche, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 4 maggio 1941-XIX. 304
Ibidem, 2) Situazione politica in Croazia e Dalmazia.
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ferma convinzione che una volta avvenuta l’annessione e istituiti gli ordinamenti civili e politici italiani, la popolazione dalmata avrebbe costituito una massa di sudditi disciplinata e fedele.305 Nel frattempo anche la popolazione dell’entroterra occupato (Kninska Krajina, Lika e area dell’Erzegovina circostante Mostar), che sulla costa dalmata gravitava culturalmente ed economicamente, viveva con inquietudine gli avvenimenti, nell’attesa di conoscere il proprio destino. Anche l’entroterra era ritenuto dai croati e dalle autorità di Zagabria a tutti gli effetti parte della Croazia; i serbi, per istintiva salvaguardia, di fronte al pericolo delle rappresaglie ustaša finirono con il sostenere le rivendicazioni italiane. La comunità serbo-ortodossa era particolarmente compatta nella zona da Obrovazzo (Obrovac) a Dernis con, al centro, il comune di Knin nel quale vivevano circa ventimila serbi e tremila croati.306 La regione coincideva con i territori in cui si era stabilizzato il confine tra l’Impero asburgico e quello ottomano e serbi e croati in fuga dai turchi avevano rappresentato l’Antemurale Christianitatis, lasciando in eredità una complessa composizione nazionale. Vienna offriva ai granicari, i soldati di frontiera che difendevano il confine (Krajina), speciali privilegi e autonomie. Dernis e Vrlika erano centri amministrativi e commerciali con un’alta percentuale di popolazione cattolica; a nord Ervenik, Gračac e la stessa Knin, erano invece a maggioranza ortodossa, come gran parte dei villaggi delle campagne, ma in modo tutt’altro che omogeneo. Si trattava di una zona rurale tagliata fuori da una crescita economica di tipo industriale ma ricca di materie prime (carbone, ferro, legname). Forte il peso dei pope ortodossi e della religione sulla società, al contrario dell’ideologia comunista – a causa della mancanza di un proletariato industriale politicizzato – e del proselitismo ustaša, per il predominio esercitato dal Partito contadino.307 La popolazione serba di Knin, Gospić, Gračac e degli altri comuni della Kninska Krajina e della Lika sostenne necessariamente l’annessione della regione all’Italia e gli italiani, a loro volta, nella piena consapevolezza dell’importanza di controllare anche quella parte di retroterra dalmata economicamente legato alla costa, presero in considerazione la possibilità – inizialmente sostenuta dallo stesso Mussolini – di assegnare all’Italia l’intera zona. Il commissario civile distrettuale di Knin, Carlo De Hoeberth, sostenne l’iniziativa di due notabili serbi suoi compagni di studio nel ginnasio italiano della Zara austriaca – il dottor Niko Novaković, fiduciario comunale di Knin ed ex ministro, e l’avvocato Boško Desnica di Obrovazzo – che consegnarono all’autorità italiana a Spalato una petizione firmata da oltre centomila serbi della Bucovizza, regione montana fra Sebenico e Zara, con cui si chiedeva l’annessione dell’area all’Italia (7 maggio). Si sperava così di esercitare
305
Ibidem, Comando Supremo Stato Maggiore Generale, OP/1^, Informazioni di carattere
politico, 2) Situazione politica Croazia e Dalmazia, 7 maggio 1941-XIX. 306
O. Talpo, op. cit., pp. 179-180.
307
E. Gobetti, L’occupazione allegra, pp. 32-33.
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pressioni su Zagabria per delegittimare le pretese croate e si riteneva che la stessa operazione potesse essere ripetuta con altre comunità serbo-ortodosse fra Ragusa e le Bocche di Cattaro. La petizione ebbe notevoli ripercussioni anche fra i serbi della Bosnia e pochi giorni dopo al comando della Divisione Sassari si presentarono i rappresentanti delle comunità di Bosanski Grahovo, Dervar (Drvar), Sanski Most, Bosanski Petrovac, Bihać, Bosanska Krupa, Ključ e Donj Lapac, scongiurando l’annessione all’Italia. Sentimenti favorevoli agli italiani sembra furono dimostrati anche dai musulmani e dal resto della popolazione dell’Erzegovina. La notizia della petizioni giunse però a Mussolini troppo tardi, dopo i colloqui con Pavelić a Monfalcone del 7 maggio (infra), quando i confini della Dalmazia erano ormai già stati definiti.308 Il processo di integrazione e riavvicinamento tra nazionalità jugoslave divenne comunque uno degli obiettivi fondamentali della politica del commissariato civile, al fine di mantenere l’ordine pubblico nei territori occupati, ma l’intransigenza degli ustaša aveva iniziato a dare vita alle prime cruente manifestazioni contro serbi ed ebrei, con metodi che trovarono fin da subito contrari i croati benpensanti, nazionalisti avversi all’estremismo e alla ferocia che andavano dimostrando gli uomini di Pavelić. Anche nelle zone controllate dagli italiani andavano costituendosi formazioni irregolari di ustaša che si abbandonavano a violenze, rapine, fucilazioni e devastazioni, costringendo i militari italiani a prendere i primi provvedimenti per marginare il fenomeno: a Spalato il generale Renzo Dalmazzo, comandante il VI Corpo d’Armata, a scopo precauzionale dispose l’immediato allontanamento di alcuni di essi nonostante fossero giunti in città con una regolare licenza del comando di Zagabria. Cresceva anche il numero di serbi ed ebrei che dai villaggi e dalle città dell’entroterra accorrevano verso la costa, chiedendo protezione ai comandi militari italiani e ai commissari civili, mentre la resistenza alle violenze degli ustaša andava esprimendosi con la formazione delle prime bande armate a scopo difensivo.309 Gli Accordi di Roma del 18 maggio 1941 (vedi infra), infine, elevarono Spalato, Cattaro e Zara a province italiane, che avrebbero costituito il Governatorato della Dalmazia (trecentonovantamila abitanti, di cui circa cinquemila italiani, duecentottantamila croati e novantamila serbi),310 affidato a Giuseppe Bastianini, alto gerarca e uomo di fiducia di Mussolini che ricoprì l’incarico dal giugno del 1941 al febbraio del 1943, quando fu sostituito da Francesco Giunta (il Governatorato della Dalmazia sarebbe stato soppresso il 19 agosto del 1943). Ai primi di giugno furono nominati i prefetti delle tre province: Paolo Valerio Zerbino a Spalato, Francesco Scassellati Sforzolini a Cattaro e a Zara Manlio Binna, che sostituì Giovanni Zattera per raggiunti limiti di età (subentrerà in seguito
308
O. Talpo, op. cit., pp. 181-183.
309
Ibidem, p. 189.
310
T. Jonjić, op. cit., p. 476.
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Vezio Orazi).311 Per la provincia di Fiume, esterna al governatorato e ampliata con i distretti di Sušak, Castua, Čabar, parte di Delnice e le isole Arbe e Veglia, il 18 maggio era stato riconfermato Temistocle Testa. Il 6 giugno il commissario civile Bartolucci si congedava dal suo incarico e il giorno successivo Bastianini arrivava a Zara, sede del Governatorato. Dipendente direttamente da Mussolini, il governatore della Dalmazia avrebbe esercitato le potestà – legislativa, esecutiva e giudiziaria – nella regione, avrebbe attuato le direttive generali per l’assetto amministrativo, economico e sociale dei territori delle tre province e avrebbe reso effettive le decisioni impartite da Roma in merito a servizi civili, governativi e locali.312 Si provvide rapidamente al trapasso dei poteri civili nelle località fino a quel momento amministrate dalle forze d’occupazione italiane – Knin, Dernis, Signo, Obrovazzo, Tribanj, Almissa (Omiš), Brazza, Lesina, Makarska, Metković, Ragusa – ed assegnate allo Stato Indipendente Croato. L’equivoca condizione delle truppe italiane lasciate nello Stato croato, formalmente non più come forze d’occupazione ma in sostegno al consolidamento dell’amministrazione croata, contribuirono a rendere ancora più complessi i vari problemi esistenti. Ne sarebbe inevitabilmente derivato un progressivo allontanamento tra l’orientamento della linea politica ufficiale del governo di Roma e gli atteggiamenti delle forze armate italiane, che tendenti a soccorrere la consistente minoranza serba perseguita dagli ustaša, creò di fatto un imprevisto legame con essa, in contrasto con le intese raggiunte tra Roma e Zagabria. Ne sarebbero nate gravi incomprensioni e attriti, sia tra i due governi, sia tra le massime autorità politiche italiane e l’esercito schierato in Dalmazia e nei territori passati ai croati.
2.4.
Gli Accordi di Roma, 18 maggio 1941
Le trattative tra Roma e Zagabria per la delimitazione del confine dalmata non sembravano affatto semplici. Il problema delle frontiere non era mai stato contemplato in modo specifico con Pavelić, che aveva sempre e solo acconsentito ad un generico impegno a tenere in particolare considerazione gli interessi italiani in Dalmazia. Il Poglavnik, tuttavia, nelle prime dichiarazioni programmatiche aveva affermato apertamente il diritto croato sull’intero litorale dalmata, dalle Bocche di Cattaro a Fiume, incluse le isole. Giunto a Zagabria aveva
311
D. Rodogno, op. cit., p. 111.
312
M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale, vol. 2, pp. 99-100. Per il testo del
decreto-legge con cui fu annessa la Dalmazia si veda Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 133, 7 giugno 1941-XIX (Regio decreto-legge 18 maggio 1941-XIX): n. 452, Sistemazione dei territori venuti a far parte integrante del Regno d’Italia; n. 453, Circoscrizioni territoriali delle provincie di Zara, Spalato e Cattaro e attribuzioni del Governatore della Dalmazia.
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inevitabilmente difeso gli interessi croati e nel primo telegramma inviato a Mussolini in qualità di capo di Stato aveva affermato di aver dato disposizioni ai suoi esponenti in Dalmazia di accogliere le truppe italiane con la massima cordialità e fiducia, sicuri che la delimitazione dei confini sarebbe avvenuta secondo la già tanto conosciuta magnanimità del Duce verso i croati. Era la formula per presentarsi come l’ospite che accoglieva l’alleato italiano in casa propria con la dovuta cordialità, senza ammettere l’invio di esponenti croati in Dalmazia al fine di istruire la popolazione civile sul determinato comportamento da tenere nei confronti della presenza italiana.313 Il primo incontro per le trattative sui confini si tenne a Lubiana il 25 aprile 1941, tra Ciano e Pavelić.314 La linea politica italiana contemplava due soluzioni: l’annessione integrale della costa adriatica da Fiume a Cattaro o l’acquisizione della sola Dalmazia storica.315 Pavelić non si mostrò accondiscendente alle richieste italiane, consapevole di non potersi permettere, dinanzi ai croati, la rinuncia alla costa dalmata.316 A colloquio con Ciano il Poglavnik fu piuttosto diretto: accettare le soluzioni del governo di Roma avrebbe comportato un serio rischio al consolidamento del proprio potere a Zagabria.317 Il leader ustaša era sostanzialmente favorevole ad un accordo che legasse lo Stato Indipendente Croato all’Italia tramite un’unione personale e monetaria-doganale, ma fece di tutto per convincere l’alleato italiano ad annettere una parte minima del territorio dalmata, trovando del resto d’accordo Ciano e Mussolini, altrettanto convinti di quanto fosse più utile attrarre lo Stato croato nell’orbita politica italiana piuttosto che pretendere ad ogni costo l’annessione di territori abitati da croati ostili. Solamente l’idea di assegnare Spalato allo Stato Indipendente Croato incontrò la decisa intransigenza del Duce.318 Si delineò la possibilità di accordarsi secondo le seguenti direttive: allo Stato Indipendente Croato sarebbero andate la costa da Porto Re ad Obrovazzo, il tratto da Traù, esclusa, fino a Ragusa compresa, più
313
ASDMAE, b. 1166 (UC 50), fasc. 6, Pavelić a Mussolini, Zagabria 18 aprile 1941-XIX.
314
Per una ricostruzione dettagliata del contesto generale dell’incontro di Lubiana si veda T.
Jonjić, op. cit., pp. 389-430. 315
ASDMAE, b. 1167 (UC 51), fasc. 1. Cfr. anche F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, p. 88; D.
Rodogno, op. cit., p. 106. 316
E. Gobetti, L’occupazione allegra, p. 45.
317
I timori del Poglavnik pochi giorni dopo sarebbero stati riportati anche da Casertano in un
telegramma diretto a Roma. ASDMAE, b. 1168 (UC 52), Corrispondenza relativa ai rapporti con la Croazia, maggio-dicembre 1941, fasc. 1, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 13996 P.R., f.to Casertano, Zagabria 13 maggio 1941-XIX. 318
G. Ciano, 24-26 aprile 1941. Si veda inoltre N. Kisić-Kolanović, op. cit., pp. 88-90; M.
Dassovich, Fronte jugoslavo 1941-42. Aspetti e momenti della presenza militare italiana sull’opposta sponda adriatica durante la seconda guerra mondiale, Udine, Del Bianco editore, 1999, pp. 8-9; D. Rodogno, op. cit., p. 111.
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Pago (Pag), Brazza, Lesina ed altre isole minori; l’Italia invece avrebbe annesso una limitata fascia di territorio presso Fiume da Sušak a Porto Re, la zona di Cattaro, la Dalmazia nord-occidentale (con Sebenico e Traù) sino a una profondità di quaranta chilometri dalla costa, più buona parte delle isole (Arbe, Veglia, Lissa, Curzola e Meleda).319 Il 28 aprile Pavelić inviò una lettera a Mussolini in cui offriva ufficialmente la corona croata ad un principe di casa Savoia designato dal re d’Italia.320 Il 4 maggio, mentre Hitler in un discorso al Reichstag ribadiva il disinteresse tedesco per la Croazia, in quanto collocata nello spazio vitale italiano, Casertano comunicava a Roma che Spalato poteva essere annessa all’Italia concedendo al governo di Zagabria alcune garanzie sull’amministrazione della città.321 Riconoscendo la prevalente nazionalità croata degli abitanti, Casertano proponeva che venissero affidate ad autorità croate amministrazione comunale e gestione finanziaria, mentre la giustizia sarebbe stata amministrata da un tribunale misto. Un’apposita convenzione avrebbe regolato l’insegnamento della lingua, della storia e della letteratura italiana a Spalato e nella Dalmazia croata. Pavelić da parte sua provò comunque un blando tentativo di convincere Mussolini a concedere la città dalmata allo Stato Indipendente Croato, senza alcun successo.322 I negoziati arrivarono ad una svolta il 7 maggio con l’incontro PavelićMussolini a Monfalcone, portando alla stesura di due trattati – uno relativo ai confini, l’altro di garanzia e collaborazione politica – e un accordo su questioni militari. Si arrivava così all’intesa per la determinazione del confine, con l’annessione da parte italiana di buona parte della Dalmazia, da Zara a Spalato inclusa, oltre a quasi tutte le isole, il trono croato concesso ad un principe italiano ed il progetto di creare un’unione doganale tra i due Stati.323 Le intese di Monfalcone furono ratificate il 18 maggio in una cerimonia ufficiale a Roma.324 Una delegazione croata di esponenti politici e religiosi con in testa il Poglavnik arrivò alla stazione Ostiense: a riceverla, oltre a Mussolini, membri del governo e rappresentanti delle istituzioni italiane, personalità dell’esercito e del Partito
319
O. Talpo, op. cit., p. 319; M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale, vol. 2, pp.
93-94. 320
ASDMAE, b. 1166 (UC 50), fasc. 7, Zagreb 28 aprile 1941.
321
N. Kisić-Kolanović, op. cit., p. 95.
322
ASDMAE, b. 1167 (UC 51), fasc. 1, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P., telegramma n. 12905
P.R., f.to Casertano, Zagabria 5 maggio 1941-XIX. 323
Ibidem, b. 1168 (UC 52), Corrispondenza relativa ai rapporti con la Croazia, maggio-
dicembre 1941, fasc. 1. Sull’incontro di Monfalcone si veda anche T. Jonjić, op. cit., pp. 430-466. 324
Sugli Accordi di Roma del 18 maggio 1941 si veda N. Scotti-Žurić, op. cit.; T. Jonjić, op. cit.,
pp. 466-484; M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale, vol. 2, pp. 94-96; N. KisićKolanović, op. cit., pp. 101-104; L. Monzali, La difficile alleanza con la Croazia ustascia, in F. Caccamo, L. Monzali, op. cit., pp. 61-67.
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fascista, ambasciatori degli Stati aderenti al Patto Tripartito, formazioni della Gioventù Italiana del Littorio e della Gioventù Croata – in costumi tradizionali – residente a Roma e una compagnia di soldati a rendere gli onori. Un corteo di berline si diresse al Quirinale, dove Vittorio Emanuele III avrebbe accolto gli ospiti. L’evento non suscitò l’entusiasmo sperato dal regime. Ciano commentò nel Diario: per le strade, poca folla e freddina. Soltanto da pochi è realizzata l’importanza dell’avvenimento.325 Al Quirinale Pavelić fu accolto alla presenza delle più alte cariche civili, militari e politiche italiane e di gran parte dei membri di Casa Savoia. Il popolo croato, nella sua millenaria tradizione e dopo decenni di oppressione e di lotte, offriva la Corona di Zvonimir, leggendario re medioevale croato simbolo della sovranità e dell’indipendenza dello Stato, a un principe sabaudo, quale fondatore della nuova dinastia nazionale.326 Vittorio Emanuele III accoglieva la richiesta, testimonianza della volontà croata di collaborare con l’Italia in spirito d’amicizia. Il re salutava la rinascita della nazione croata e designava il nipote, Aimone di Savoia-Aosta, Duca di Spoleto, per cingere la corona.327 Secondo Ciano la delegazione croata rimase soddisfatta della nomina; al tempo stesso, però, annotava il fatto che tutto, cerimonia e firma degli accordi, aveva dato l’impressione di qualcosa di estremamente temporaneo e non definitivo.328 Ammiraglio della marina militare e appassionato viaggiatore alla guida di spedizioni in Africa, Aimone di Savoia era del tutto sconosciuto alla popolazione croata, compresi i delegati presenti a Roma. Il principe sabaudo accettò l’investitura – con il nome di Tomislavo II – su pressione di Mussolini e del re, senza mai cingere la corona o mettere piede nel suo regno, conscio della pura formalità del titolo, concesso dal Poglavnik per puro opportunismo politico (un espediente – come lo definì nel colloquio con Hitler del 7 giugno – per agevolare l’indipendenza croata).329 Al re di Croazia non sarebbero state concesse le abituali prerogative di un sovrano: Aimone di Savoia non avrebbe avuto alcuna ingerenza nella vita istituzionale o nella scelta dei ministri di governo, nominati dal Poglavnik e solo dinanzi a lui responsabili del proprio operato. Nell’ampia e dettagliata “Disposizione di legge n. 286 riguardante il governo dello Stato Indipendente Croato” (Zakonska Odredba o državnoj vladi Nezavisne Države Hrvatske, broj 286), che emanata il 24 giugno 1941 – insieme alla precedente in merito alle attività del
325
G. Ciano, 18 maggio 1941.
326
Hrvatski Narod, Zagreb, 15. travnja 1941.
327
Su Aimone di Savoia re di Croazia si veda O. Talpo, Ajmone di Savoia, Re di Croazia. Una
figura da rivalutare (Da documenti inediti o poco noti), in Rivista dalmatica, n. 3-4, 1980; G. Vignoli, Il sovrano sconosciuto. Tomislavo II Re di Croazia, Milano, Mursia, 2006; A. Ungari, Casa Savoia e la diplomazia fascista nei Balcani, in F. Caccamo, L. Monzali, op. cit., pp. 340-349. 328
G. Ciano, 18 maggio 1941.
329
E. Collotti, T. Sala, G. Vaccarino, op. cit., pp. 35-36.
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movimento ustaša – rappresentava norma di valore costituzionale in assenza di una vera e propria costituzione, il regnante non era minimamente menzionato. La stessa denominazione Stato Indipendente Croato – e non Regno di Croazia come lo definivano Mussolini, i Savoia e gli stessi Accordi di Roma – non menzionava l’istituzione monarchica: per l’ordinamento giuridico così come per la popolazione croata, Tomislavo II quasi non esisteva. Non che il principe sabaudo se ne avesse a lamentare. Convinto, a ragione, di non essere ben accetto ai croati e temendo per la propria incolumità e per quella della propria famiglia, il disagio e la contrarietà di Aimone a recarsi in terra croata si palesò rapidamente. Falliti i tentativi presso il re e Mussolini per riconsiderare l’investitura, si dotò di una sorta di gabinetto per la raccolta di informazioni, che sulla base di fonti diplomatiche, militari e private, compilò un notiziario in cui venne riunito materiale vario (persecuzioni e violenze ustaša ai danni di serbi ed ebrei, consenso popolare per Pavelić, penetrazione tedesca in Croazia, partigiani, četnici, ecc.), il cui unico risultato fu di rafforzare la repulsione del savoiardo per l’incarico ricevuto.330 L’incoronazione, inizialmente posticipata, non ebbe mai luogo. Ancora all’inizio del 1942, in occasione di un incontro con Slavko Kvaternik e Stijepan Perić, ministro croato a Roma, Aimone confermava che avrebbe onorato il proprio incarico solamente dopo che un plebiscito popolare ed il parlamento croato lo avessero legittimato, onde risultare il meno possibile un sovrano imposto. Nel corso dell’anno i rapporti tra Roma e Zagabria sarebbero diventati sempre più difficili e la complicata situazione generale avrebbe reso l’incoronazione sempre meno probabile. Infine, con l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’annullamento degli Accordi di Roma da parte del governo di Zagabria, la designazione al trono croato decadde ufficialmente.331 A conclusione della visita a Roma del 18 maggio, dopo il Quirinale e Palazzo Venezia, dove furono firmati gli accordi, la delegazione croata fu ricevuta in Vaticano. La Santa Sede secondo antica prassi non riconosceva, sotto l’aspetto diplomatico, nuove entità statali determinate da conflitti in corso – manteneva ufficialmente relazioni con il governo jugoslavo in esilio – e lo stesso fece Pio XII
330
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Pro-memoria al Duce del Fascismo – Capo del Governo italiano in
merito alla situazione interna della Croazia – Richiesta di precisazioni, f.to Aimone di Savoia Aosta, Roma 23 giugno 1941-XIX. Per una ricostruzione delle relazioni italo-croate attraverso i documenti di Aimone di Savoia si veda G.N. Amoretti (a cura di), La vicenda italo-croata nei documenti di Aimone di Savoia (1941-1943), Rapallo, Ipotesi, 1979. 331
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. (Uff. Croazia), Appunto
per l’Eccellenza il Ministro, Roma 2 luglio 1941-XIX; id., Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. (Uff. Croazia), Appunto per l’Altezza Reale il Duca di Spoleto, Roma 4 luglio 1941-XIX; id., al Capitano di Fregata Giovanni Mazzucchetti Ufficiale Superiore addetto all’Altezza Reale il Duca di Spoleto, Roma 3 luglio 1941-XIX.
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con Pavelić, ricevuto da semplice privato e non come personalità politica:332 la stampa croata interpretò comunque l’evento come il riconoscimento dello Stato da parte del pontefice. Gli Accordi di Roma resero pubblici i confini e formalizzarono i trattati relativi alle questioni di carattere militare concernenti il litorale dalmata e quello di garanzia e collaborazione, ponendo le basi per un’intima collaborazione militare, economica e culturale tra i due Stati. L’articolo 1 del Trattato per la determinazione dei confini fra il Regno d’Italia ed il Regno di Croazia riconosceva all’Italia i seguenti territori, annessi per Regio Decreto il 7 giugno 1941:333 “- i distretti di Castua, di Sussak, Cabar e, del distretto di Delnice, una parte secondo una linea che, partendo da quota 710 di Biljevina e passando per le creste dello Starcev Vrh, del V. Tomac, dell’Ostrac, del Ragozno e del Borlos, raggiunge il confine amministrativo del distretto di Sussak alla cima dello Jelencic (q. 1106) e scende quindi al mare presso Buccarizza (Bakarac) per le alture dei monti Gorica, Mec e le quote 623, 424 e 252 lasciando in territorio croato i comuni di Hreljin, di Dol-Bakarac e di Porto Re (Kraljevica – Smrika) con il porto medesimo ed i nodi stradali che vi adducono; - lo scoglio di S. Marco, le isole di Veglia, Arbe e quelle minori sino all’altezza di Jablanazzo; - tutte le isole dell’arcipelago di Zara; - il territorio compreso da una linea che, partendo dalla punta Prevlaca (Privlaka), raggiunge il canale della Morlacca, segue il tracciato interno di esso fino al mare di Novogradska (Novegradi), continua lungo la sponda superiore di detto mare, comprende la Bukovizza e, raggiunto il corso del Cherca (Krka), sotto il paese di Podjene (Pàgene), scende lungo il fiume e se ne diparte in modo da comprendere tutto il territorio di Sebenico, di Traù e la città di Spalato, compresi i sobborghi ed escluse le isole di Brazza e Lèsina; - le isole di Bua, Zirona, Solta, Lissa, Bisevo, S. Andrea, Pomo e le altre minori adiacenti; - le isole di Curzola e Melada; - il distretto comprendente tutte le Bocche di Cattaro, secondo una linea che, lasciando la costa in un punto intermedio fra le località di Cavtat e di Vitaljnia, sale verso nord-est includendo la località di Gruda ed il massiccio del M. Orjen, fino a raggiungere il confine col Montenegro”.334
332
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Urgentissimo, Appunto per l’Eccellenza il Ministro,
Roma, 17 maggio-XIX. 333
Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 7 giugno 1941, n. 133 – Regio decreto-legge 18 maggio
1941-XIX, n. 452, Sistemazione dei territori che sono venuti a far parte integrante del Regno d’Italia. 334
ASDMAE, b. 1494 (AP 29), Ministero degli Affari Esteri, Trattati e Convenzioni, Accordi fra
il Regno d’Italia e il Regno di Croazia (Roma, 18 maggio 1941-XIX), Roma, Tipografia riservata del Ministero degli Affari Esteri, 1941-XIX, Trattato per la determinazione dei confini fra il Regno d’Italia ed
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L’accordo prevedeva inoltre la conclusione di una convenzione speciale per la definizione dell’ordinamento amministrativo del comune di Spalato – più degli altri al centro della disputa italo-croata – con i sobborghi, la zona dei Castelli e l’isola di Curzola.335 Assegnata la città all’Italia, il governo di Roma si impegnava a preparare al più presto il testo di una convenzione con il governo di Zagabria che tutelasse i diritti dei cittadini croati; in cambio alle minoranze italiane della Dalmazia sottoposte all’amministrazione croata sarebbero state assicurate garanzie per l’uso della lingua italiana e la creazione di istituti e scuole di educazione e istruzione.336 L’articolo 2 stabiliva che una commissione composta per metà di delegati del governo italiano e per metà di delegati del governo croato avrebbe proceduto al più presto a determinare sul terreno i confini tra l’Italia (compresa la provincia di Lubiana) e il Regno di Croazia, all’insegna dell’equità e nel rispetto delle situazioni geografiche e delle necessità di ordine economico.337 Con le clausole del Trattato di garanzia e di collaborazione l’Italia si assumeva inoltre l’impegno di garantire l’indipendenza politica e l’integrità territoriale dello Stato croato, sostenendo lo sviluppo politico del movimento ustaša; a sua volta il governo croato si impegnava a non assumere impegni internazionali incompatibili con la garanzia stabilita e ad avvalersi della collaborazione italiana per la riorganizzazione e l’istruzione tecnica delle proprie forze armate, con le autorità militari italiane responsabili anche della dislocazione logistica croata. I governi di Roma e Zagabria s’impegnavano – non appena consolidata la situazione economica – ad entrare nelle più strette relazioni doganali e valutarie e a tale scopo sarebbe stata costituita una commissione permanente economica italocroata. Infine sarebbero stati conclusi al più presto accordi speciali in materia di traffici ferroviari e marittimi, nonché per regolare relazioni culturali e giuridiche ed altre questioni di comune interesse.338 In base all’Accordo su questioni di carattere militare concernenti la zona litoranea adriatica, infine, la Croazia avrebbe smilitarizzato le isole e la costa (per una zona
il Regno di Croazia, Roma, 18 maggio 1941-XIX. Anche in b. 1168 (UC 52), fasc. 1; AUSSME, fondo H-5, S.M.R.E. – Classificato RR., b. 40/RR, fasc. 14; ibidem, M-3, b. 77, fasc. 4. 335
Ibidem, Trattato per la determinazione dei confini fra il Regno d’Italia ed il Regno di Croazia,
Roma, 18 maggio 1941-XIX, art. 1. 336
Ibidem, Il capo del governo italiano al capo del governo croato, f.to Mussolini, Roma, 18 maggio
1941-XIX; Il capo del governo croato al capo del governo italiano, f. to Pavelić, Roma, 18 maggio 1941XIX. 337
Ibidem, Trattato per la determinazione dei confini fra il Regno d’Italia ed il Regno di Croazia,
Roma 18 maggio 1941-XIX, art. 2. 338
Ibidem, Trattato di garanzia e di collaborazione tra il Regno d’Italia ed il Regno di Croazia, Roma
18 maggio 1941-XIX.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
profonda da quaranta ad ottanta chilometri) e s’impegnava a non dotarsi di alcuna opera o apprestamento militare, rinunciando a costituire una marina da guerra, salvo disporre di unità specializzate necessarie ad assicurare i servizi di polizia e di finanza. Le due parti avrebbero precisato in un ulteriore accordo le modalità di transito delle forze armate italiane sul territorio croato lungo la rotabile litoranea Fiume-Cattaro e la linea ferroviaria Fiume-Ogulin-Spalato, con il suo eventuale prolungamento fino a Cattaro.339 Gli Accordi di Roma assegnarono dunque all’Italia buona parte del litorale dalmata e le città costiere più importanti, salvo Ragusa: la discontinuità territoriale della Dalmazia annessa – tra Spalato e Cattaro si estendeva il litorale croato – non comprometteva il controllo italiano dell’Adriatico, poiché i punti strategici della costa (Sebenico, Lissa e le Bocche di Cattaro) erano tutti in possesso italiano. 340 Tuttavia, pur realizzando momentaneamente le aspirazione italiane, le annessioni in Dalmazia si rivelarono un clamoroso errore ed il sottovalutato irredentismo croato-dalmata divenne la priorità degli ustaša.341 Gli accordi rappresentarono un duro colpo per il prestigio di Pavelić, che dovette impegnarsi in tutti i modi per dimostrare la propria autonomia da Roma ai croati, sempre più convinti, alla luce dei fatti, che attraverso il Poglavnik gli italiani volessero curare esclusivamente i propri interessi. Pavelić, come temuto, fu accusato di aver svenduto i territori dalmati: vincolato dai doveri di gratitudine e riconoscenza non era riuscito a risolvere la questione dalmata in favore dei croati. Sembra che subito dopo gli accordi, tra i ministri di Zagabria increduli alla notizia si verificò un’opposizione unanime e la volontà di presentare le dimissioni in blocco. Di conseguenza crebbe ulteriormente l’intesa tra Zagabria e Berlino, a vantaggio di Hitler, intenzionato ad affermare anche nello Stato Indipendente Croato l’influenza politica ed economica tedesca. Il presupposto che nei territori jugoslavi dovessero essere conservati gli interessi economici del Reich era in aperto contrasto con l’inclusione dello Stato croato nello spazio vitale italiano e le aspirazioni di Roma ad assicurarsi una larga penetrazione economica ed il monopolio degli scambi commerciali croati.342 Erano in corso trattative economiche per la fornitura di prodotti tessili e cuoiami croati alle forze armate tedesche; altre, per altri prodotti, sarebbero state presto avviate, così da assicurare
339
Ibidem, Accordo su questioni di carattere militare concernenti la zona litoranea adriatica, Roma 18
maggio 1941-XIX. 340
In una nota in merito all’isola di Curzola Supermarina affermava che il problema strategico
dell’Adriatico si riassumeva nell’assioma che il litorale della penisola si difende dalla sponda orientale. ASDMAE, b. 1494 (AP 29), Ufficio Croazia, Carteggio circa discussioni confinarie, Supermarina, n. 95, Nota sull’isola di Curzola, Roma 8 maggio 1941-XIX. 341
D. Rodogno, op. cit., p. 111.
342
ASDMAE, b. 1168 (UC 52), fasc. 2, R. Ambasciata Berlino, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n.
5734 R., f.to Alfieri, Berlino 12 giugno 1941-XIX.
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la ripresa e lo sviluppo delle principali industrie croate. 343 Il 16 maggio fu firmato un protocollo segreto che impegnava il governo di Zagabria ad operare tenendo sempre in speciale considerazione gli interessi economici della Germania, a cui venne garantito lo sfruttamento senza restrizioni delle risorse naturali croate.344 Alle intese economiche croato-tedesche fu in parte attribuito il fallimento del progetto di unione monetaria e doganale tra Stato Indipendente Croato e Italia – previsto all’art. 4 del Trattato di garanzia e di collaborazione – e l’insuccesso della missione di Donato Menichella, direttore generale dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), giunto a Zagabria appositamente. Menichella riteneva l’unione monetaria-doganale indispensabile per la penetrazione economica italiana in territorio croato e la competizione con la Germania, forte di un largo seguito tra gli uomini d’affari e i politici vicino a Pavelić. L’unione sarebbe stata fondamentale per rimediare alle conseguenze di una linea di confine tracciata spezzando in due l’unità economica dalmata.345 Il programma rimase tuttavia senza seguito, principalmente a causa della mancata intenzione da parte di Zagabria di assegnare all’Italia una serie di privilegi apertamente in contrasto con i diritti economici del Reich stabiliti negli accordi croato-tedeschi.346 Il 30 maggio Ciano e Pavelić arrivarono ad un accordo per la creazione di un ente italo-croata con capitale prevalentemente italiano per la gestione delle attività industriali già esistenti nei territori dalmati e per l’industrializzazione della Dalmazia attraverso la valorizzazione delle sue risorse, ad iniziare da quelle idriche.347 Il Poglavnik avrebbe perduto progressivamente il favore dei suoi uomini, che si sarebbero volti verso Kvaternik, apertamente filo-tedesco e figura di primo piano del movimento ustaša e del governo di Zagabria, libero da vincoli precedenti con l’Italia. Kvaternik era fortemente legato agli ufficiali italofobi dell’ex esercito austroungarico – in particolar modo al generale Von Ostenan, suo vecchio compagno d’armi – e non nascondeva il desiderio, comune ai patrioti croati, di godere di una
343
AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Ministero della
Guerra, a Comando Supremo-Stato Maggiore Generale-Ufficio Personale e Affari Civili, a Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. 234/A.C., oggetto: Relazione politico-economica, Situazione politica, I-Slovenia, P.M.10, 16 maggio 1941-XIX. 344
Firmatari per la Germania Karl Clodius, vicedirettore del dipartimento di politica
economica del Ministero degli Affari Esteri del Reich, e Siegfried Kasche, ministro tedesco a Zagabria, per lo Stato Indipendente Croato Lovro Sušić, ministro dell’economia, e Mladen Lorković, sottosegretario di Stato agli Affari Esteri. DGFP, Series D, Vol. XII, doc. 526. 345
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Relazione per il Duce, f.to Domenico Menichella, 17 maggio 1941-
XIX. 346
Si veda N. Kisić Kolanović, op. cit., pp. 235-244.
347
HDA, 227, MVP NDH, kut. 6, Sporazum Pavelić-Ciano od 30. svibnja 1941.
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più ampia indipendenza dalle potenze dell’Asse.348 La situazione incerta era sfruttata dai partiti politici avversi al regime – seguaci di Maček, comunisti – e non era azzardato il prevedere in un tempo più o meno prossimo il riaccendersi di lotte interne. Tutti i partiti erano però stati concordi nell’affermare l’indissolubilità della Dalmazia dalle sorti croate. Anche gli esponenti dalmati italiani avevano presentato la necessità che la Dalmazia annessa rimanesse un complesso non solo etnico-storico ma anche economico, a cui fosse assicurato il naturale retroterra sino a Knin incluse le miniere di carbone del monte Promina, di Sinj e di parte della Verbaska Banovina, ricca di minerali e di foreste. La Dalmazia costiera centrosettentrionale, privata dell’indispensabile retroterra, sarebbe stata destinata ad un rapido declino. Le autorità italiane si impegnarono anche a rimettere in funzione le industrie della zona occupata, tra cui la cementizia e l’estrattiva, e furono ristabilite le linee di navigazione indispensabili per assicurare gli approvvigionamenti alle isole. L’organizzazione dell’esercito croato intanto proseguiva, anche se l’armamento era scarso e limitato alle sole armi portatili, mentre i quadri risultavano insufficienti.349 Gli italiani non potevano sperare di fare dei croati i loro principali alleati nei Balcani privandoli della Dalmazia, ritenuta da questi culla della propria identità nazionale.350 Come sostenne a Ragusa un domobran anonimo in un colloquio con un ufficiale italiano – notizia segnalata ai carabinieri dalla Divisione Marche – gli Accordi di Roma avevano causato un forte malcontento tra i croati, che attendevano l’annessione di tutta la costa. Si diffuse la convinzione che l’Asse non avesse sufficientemente ricompensato i croati per il contributo fornito nella vittoria sulla Jugoslavia. Il merito del successo andava in gran parte attribuito a loro che avevano sabotato l’esercito serbo, e qualcuno arrivava al punto di affermare – continuava indignato il rapporto dei carabinieri – che anche tutta l’Istria spettasse allo Stato Indipendente Croato.351 Berlino intanto, considerando lo Stato croato parte integrante del sistema politico-economico del Reich e area fondamentale
348
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 5161
R., segreto non diramare, 151 urgente, f.to Casertano, Zagabria 1 giugno 1941-XIX. 349
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P. Uff. Croazia, a PNF, Governo della
Dalmazia, R. Ambasciata Berlino, R. Ambasciata Santa Sede, Telespresso n. 03183, oggetto: Situazione in Croazia, f.to Ducci, Roma, 31 luglio 1941-XIX, in allegato copia del rapporto del consigliere nazionale Coselschi, Riservatissimo, Osservazioni sull’attuale situazione in Croazia, Zagabria, 4 giugno 1941-XIX; AUSSME, M-3, b. 5, fasc. 7, Comando Supremo Stato Maggiore Generale, OP/1^, Relazione politico-economica sulla Slovenia e territori ex jugoslavi occupati dalle nostre truppe, 19 maggio 1941-XIX. 350
G. Perich, op. cit., p. 126.
351
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Centro “I” Antico, al Servizio Informazioni Militare Ufficio
Albania P.M.22 – A, n. prot. 5/1240 segreto, oggetto: Notizie sulla Croazia, f.to il Capitano dei CC. RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.9IA., 7 giugno 1941-XIX.
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insieme al resto dell’Europa sud-orientale per l’esito positivo della guerra, attendeva con interesse l’evoluzione dei dissidi italo-croati. La linea di demarcazione stabilita tra la zona d’occupazione italiana e quella tedesca aveva confermato tale sensazione lasciando sotto il controllo tedesco le aree più ricche e industrializzate, a cui andavano inoltre aggiunti i privilegi economici concessi ai tedeschi sulle risorse minerali – in particolare le miniere di bauxite – nella stessa zona d’occupazione italiana.
2.5.
La Commissione per la delimitazione dei confini italo-croati
Dall’estate del 1941 all’agosto del 1943 come previsto dall’articolo 2 del Trattato per la determinazione dei confini del 18 maggio 1941 una commissione mista, la Commissione regionale per la delimitazione dei confini italo-croati, composta di delegati italiani e croati, si occupò di determinare sul terreno, affrontando prevalentemente problemi d’ordine tecnico, la linea di confine tra l’Italia e lo Stato Indipendente Croato, studiando eventuali modifiche che salvaguardassero ad entrambi gli Stati interessi economici, logistici e geografici specifici non considerati negli Accordi di Roma.352 La linea di confine stabilita il 18 maggio, infatti, in parte tracciata sui limiti amministrativi preesistenti, non teneva conto degli interessi locali né dei limiti amministrativi dei comuni e delle frazioni di confine, che divennero invece fondamentale oggetto di studio della commissione, soprattutto in quelle località (Porto Re, Buccari, distretto di Delnice, Cirquenizza, Spalato) fino all’ultimo al centro delle trattative italo-croate.353 Altre commissioni regionali furono istituite con l’incarico di tracciare i nuovi confini di Slovenia, Montenegro e Albania: quella italo-croata si occupò anche dei confini croato-montenegrini.354 Le commissioni regionali erano sottoposte alla Commissione centrale per la delimitazione dei confini, istituita presso il Ministero degli Affari Esteri e costituita da Luca Pietromarchi, capo del Gabinetto Armistizio-Pace355 (Gab.A.P., alle cui dipendenze si trovava anche l’Ufficio Croazia per il coordinamento degli affari e delle trattative relative
352
Sulle attività della delegazione si vedano i diari storico-militari della commissione in
AUSSME, fondo N. 1-11, Diari storici Seconda guerra mondiale, bb. 426, 682, 851, 962, Diari storico-militari della Commissione per la delimitazione dei confini italo-croati. 353
In merito si vedano i carteggi di Casertano indirizzati a Roma in ASDMAE, b. 1494 (AP 29),
Ufficio Croazia, Carteggi circa discussioni confinarie. 354
AUSSME, H-1, b. 27, fasc. 12, Commissioni per delimitazioni nuovi confini Slovenia,
Croazia-Montenegro ed Albania, dal 14 giugno al 15 dicembre 1941. 355
Il nuovo ufficio, alle dirette dipendenze di Ciano, fu costituito nella primavera del 1941 per
occuparsi di questioni economiche e politiche relative ai Paesi europei caduti sotto il dominio italiano. H. J. Burgwyn, op. cit., p. 59.
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allo Stato croato)356 e dal generale De Castiglioni, designato dal Comando Supremo, più un insieme di esperti. Le commissioni regionali erano a loro volta divise in sottocommissioni composte quasi esclusivamente da militari selezionati dallo Stato Maggiore su disposizione del Comando Supremo, fornito, per seguire le attività di delimitazione, di un apposito ufficio presso il Ministero. Pietromarchi era stato uno dei sostenitori della tesi massima di annessione della Dalmazia, dal litorale adriatico alle Alpi Dinariche e oltre, con tutti i porti in mano italiana, onde evitare da parte croata il dirottamento dei traffici commerciali dell’entroterra verso i centri marittimi sotto l’autorità di Zagabria (con la conseguente vanificazione delle annessioni italiane). Il plenipotenziario del Ministero degli Esteri vedeva nella Dalmazia, ricca di risorse minerarie, un luminoso futuro di sviluppo industriale, purchè il territorio non fosse stato disgiunto dalle zone interne bosniache in grado di sopperire alle risorse mancanti (bestiame, cereali, legname).357 Mussolini alla fine di giugno ribadì a Pavelić il fermo desiderio di vedere le frontiere comuni ai due Stati sistemate nel tempo di una settimana;358 tuttavia le direttive imposte dal governo di Roma – interessato a mantenere il più possibile aperta la questione dei confini nella speranza di acquisire ulteriori territori – avrebbero condizionato fin da subito gli studi della delegazione italiana della commissione regionale, indirizzata a svolgere con apposita lentezza i propri lavori. Il personale della delegazione fu continuamente ridotto per rallentarne lo svolgimento delle funzioni: in due anni di lavoro non si arrivò ad una soluzione definitiva neppure nel primo settore studiato, il confine fiumano-sloveno. Il governo di Roma sembrava non voler considerare chiusa la questione confinaria, sperando in eventuali ridefinizioni della frontiera, prospettiva non improbabile visto il continuo avanzare dell’occupazione italiana nello Stato Indipendente Croato verificatosi nel corso del 1941 (vedi infra). Ciò spiegherebbe la mancata ratifica degli Accordi di Roma alle camere: i tre documenti, infatti, portavano la clausola dell’entrata in vigore al momento della firma ma per diventare vincolanti avrebbero dovuto ottenere il voto favorevole delle camere all’apposita legge. Il disegno legislativo, però, non fu mai presentato al Gran Consiglio del Fascismo: c’è da pensare che Mussolini, pur concludendo formalmente gli Accordi, non intendesse perfezionarli considerandoli una soluzione provvisoria.359 L’ipotesi
356
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P., a Presidenza Consiglio
dei Ministri, Partito Nazionale Fascista e ministeri italiani, telespresso n. 8/01693, Istituzione di un Ufficio di Coordinamento per le questioni croate, f.to Ciano, 12 maggio 1941-XIX; id., Appunto per il Duce, approvato il 14 maggio 1941-XIX. 357
H. J. Burgwyn, op. cit., p. 60.
358
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P., a R. Legazione Zagabria,
telespresso n. 8/02439, oggetto: Confini tra Italia e Croazia, Roma, 30 giugno 1941-XIX. 359
D. Rodogno, op. cit., p. 105.
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spiegherebbe anche la serie di incongruenze per gli interessi italiani, oggetto di studio della commissione regionale, insite nelle intese di Roma, quali la soluzione per Spalato, la discontinuità territoriale del Governatorato della Dalmazia, l’abbandono in territorio croato della linea ferroviaria Fiume-Spalato (salvo pochi chilometri in prossimità delle città) e le centrali idroelettriche lasciate allo Stato Indipendente Croato.360 Il crescente movimento di resistenza alle forze occupanti e collaborazioniste rese superflui gli espedienti italiani: anche le zone di confine oggetto degli studi della commissione regionale si ritrovarono infatti a dover fare i conti con la ribellione, che divenne rapidamente il problema principale di italiani, tedeschi e croati. La conclusione nel 1943 delle attività della commissione con una delegazione italiana ormai ridotta a pochi effettivi si risolse infine con un nulla di fatto. Tuttavia la questione della delimitazione dei confini destò fin dall’inizio preoccupazioni diffuse. Eugenio Coselschi,361 pubblicista di origine slava prossimo rappresentante del Partito fascista a Zagabria, sosteneva che il tracciato del confine con la concessione allo Stato croato di Knin (chiave stradale e strategica della Dalmazia) e di gran parte della ferrovia limitrofa, era economicamente e strategicamente svantaggioso per l’Italia, mentre il distacco del porto e della città di Spalato dal retroterra – le principali industrie del litorale e i cementifici della città dipendevano dalle regioni interne per materie prime ed energia formando un unico complesso economico – costituiva una preoccupazione legittima per i croati.362 Anche il generale Ambrosio poneva in evidenza la questione della mancanza di un adeguato retroterra alle necessità di vita e di lavoro dei centri costieri annessi dall’Italia e la situazione di Spalato, che non ancora ben definita rendeva difficile la convivenza dei gruppi nazionali dell’area.363 Casertano ritenne importante stabilire subito che eventuali rettifiche determinate dai lavori della commissione delimitazione confini fossero limitate ad indispensabili necessità (accessi stradali e comunicazioni, esigenze economiche) onde evitare nuove
360
O. Talpo, Dalmazia, I, pp. 331-333.
361
Avvocato, segretario di D’Annunzio a Fiume, poi fiduciario di Mussolini a Roma. Autore di
Croazia libera, Roma, Nuova Europa, 1933. 362
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P. Uff. Croazia, a PNF,
Governo della Dalmazia, R. Ambasciata Berlino, R. Ambasciata Santa Sede, Telespresso n. 03183, oggetto: Situazione in Croazia, f.to Ducci, Roma, 31 luglio 1941-XIX, in allegato copia del rapporto del consigliere nazionale Coselschi, Riservatissimo, Osservazioni sull’attuale situazione in Croazia, Zagabria, 4 giugno 1941-XIX. 363
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Situazione politica dei territori ex jugoslavi, Comando 2ª
Armata, Ufficio I, a Stato Maggiore Regio Esercito, prot. n. 1/7523/S, oggetto: Situazione politica nelle zone annesse, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 4 agosto 1941-XIX.
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trattative e contrasti.364 La situazione di Pavelić, minata dalla linea politica filoitaliana che lo aveva privato dei favori di buona parte della dirigenza ustaša, continuava infatti ad esser critica e qualora la delimitazione dei confini avesse assunto carattere di revisione sostanziale, v’era il rischio di arrivare alla caduta o alle dimissioni del Poglavnik.365 Inevitabilmente anche Bastianini in qualità di governatore della Dalmazia era interessato alle questioni confinarie: giunto a Zara si premurò di conoscere dal comando del VI Corpo d’Armata il livello di sicurezza dei confini del Governatorato. Il controllo del confine era difficile e l’incertezza alimentava le voci più disparate sul destino della Dalmazia: nella zona di Knin vi erano tentativi d’infiltrazione di elementi croati che effettuavano arresti e perquisizioni in territori da considerarsi italiani. Troppi elementi sfuggivano ad ogni tipo di controllo e la situazione creava in generale malumore e indisciplina tra la popolazione e terreno fertile per eventuali agitazioni, specie nell’area di Spalato e dei Castelli.366 Il 24 giugno il generale Dalmazzo istituì una linea di vigilanza provvisoria per impedire l’esodo di cittadini croati ed incursioni di elementi armati nei territori annessi.367 Il giorno prima anche Pavelić, in una lettera inviata a Mussolini, aveva sollecitato la ripresa dei colloqui per stabilire i confini con il Montenegro, delimitare quelli della Slovenia e della Dalmazia, definire la convenzione per Spalato e Curzola e risolvere i problemi doganali ed economici, nell’intento di evitare che le questioni in sospeso creassero malintesi tra i loro stessi collaboratori e difficili situazioni di ordine interno ed economico. 368 In merito ai confini con il Montenegro Zagabria rivendicava anche il Sangiaccato, come aveva dimostrato il precedente tentativo di invasione. Nonostante non avesse mai fatto parte della Croazia storica e non vi fossero croati, parte della popolazione della regione chiedeva di essere territorialmente unita alla Bosnia. Casertano suggeriva a Roma di rinuciare alla rivendicazione del Sangiaccato stringendo un accordo con Zagabria per addivenire ad uno scambio di popolazione tra ortodossi di Croazia e popolazione musulmana di religione ma di razza
364
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4359
R., segreto non diramare, 68-Urgente, f.to Casertano, Zagabria 14 maggio 1941-XIX. 365
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 7546 R., segreto non
diramare, 383, f.to Casertano, Zagabria 31 luglio 1941-XIX. 366
Ibidem, Comando VI Corpo d’Armata, Stato Maggiore-Ufficio Operazioni, all’Eccellenza
Bastianini Governatore della Dalmazia, prot. n. 2180/Op, oggetto: Delimitazione confini, f.to il Generale Comandante del Corpo d’Armata R. Dalmazzo, Zara, P.M.39, 12 giugno 1941-XIX. 367
AUSSME, N. 1-11, b. 582, Comando VI Corpo d’Armata, prot. n. 2515/Op, oggetto: Linea di
vigilanza militare provvisoria, P.M. 39, 24 giugno 1941-XIX. 368
O. Talpo, op. cit., pp. 480-481.
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croata, in modo da evitare futuri conflitti. 369 Alla fine di giugno scoppiarono scontri di confine tra musulmani e montenegrini e alcuni soldati della Divisione Marche vi rimasero uccisi. Gli ustaša non risparmiavano le violenze anche ai montenegrini che viaggiavano in treno diretti in Croazia muniti di documenti di identità regolarmente rilasciati dall’Alto Commissariato italiano di Cettigne.370 Si decise infine di stabilire il confine croato-montenegrino lungo la Drina, lasciando buona parte del Sangiaccato al Montenegro a scapito delle rivendicazioni croate. L’accordo per i confini prevedeva infatti una linea di confine che dalla zona di Dobrićevo (limite settentrionale stabilito negli Accordi di Roma) seguiva il confine del 1914 fra il Montenegro e rispettivamente l’Impero austroungarico e la Serbia, fin presso la confluenza del fiume Sutjeska nella Drina. Da qui seguiva il corso della Drina fino alla confluenza con il fiume Lim e poi la displuviale tra questo e il fiume Rzav, passando al nord di Bijelo-Brdo fino a raggiungere il Monte Kliunačka Glava, punto triconfinale fra Montenegro, Stato Indipendente Croato e Serbia.371 L’Italia rinunciava all’altra riva della Drina per ottenere una frontiera più sicura con meno salienti e rientranti.372 La principale preoccupazione di Pavelić nelle trattative divenne il confine stabilito dalla confluenza del Lim nella Drina fino Hum, che cedeva al Montenegro due distretti del territorio bosniaco abitato da musulmani e considerato a tutti gli effetti Stato Indipendente Croato. Se i distretti di Čajniče, Foča e parte di quelli di Višegrad fossero passati al Montenegro circa centomila musulmani sarebbero rimasti sotto la giurisdizione montenegrina, con il conseguente rischio di incidenti che coinvolgessero anche truppe italiane e croate.373 Il pretesto si rivelò valido e Mussolini accolse la richiesta del Poglavnik di fissare il confine tra Stato Indipendente Croato e Montenegro sulla base del confine storico, nella speranza 369
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 22485
P.R., oggetto: Sistemazione frontiere, 302-303-304, urgente, f.to Casertano, Zagabria 4 luglio 1941XIX. 370
Ibidem, Comando Supremo, Servizio Informazioni Militare, Uff. I Albania, Centro I
Cettigne, a Servizio Informazioni Militare Uff. I Albania, oggetto: Notizie della Croazia, f.to per il capitano dei CC. RR. capo centro Angelo Antico, il sottotenenente A. Coffari, P.M.91/A, 29 giugno 1941-XIX. 371
Ibidem, Accordo italo-croato relativo ai confini del Regno di Croazia verso il Montenegro; id., R.
Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 6970 R., oggetto: accordo confinario croatomontenegrino, 324-Urgente, f.to Casertano, Zagabria, 14 luglio 1941-XIX; id., R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 6946 R., oggetto: accordo confinario, 322-Urgente, f.to Casertano, Zagabria 13 luglio 1941-XIX. 372
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P., a R. Legazione Zagabria, telespresso n.
8/02439, oggetto: Confini tra Italia e Croazia, Roma 30 giugno 1941-XIX. 373
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telespresso n. 6599 R., segreto non
diramare, 300-Urgente, f.to Casertano, Zagabria 3 luglio 1941-XIX; id., telegramma n. 22485, Zagabria 4 luglio 1941-XIX.
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che la decisione rendesse più comprensivo Pavelić per la questione di Spalato e la collaborazione economica e doganale.374 Ad inizio luglio, alla conferma del ritiro delle unità italiane dallo Stato Indipendente Croato (vedi infra), Bastianini contattò la commissione centrale per proporre di non modificare lo stato dell’occupazione militare italiana, lasciando presidi nella Dalmazia centrale nelle zone del fiume Zermagna (Zrmanja), del Cherca e del Cetina, onde consentire alla delegazione della commissione regionale di tracciare un confine il più vantaggioso possibile.375 Nella zona in questione rimanevano contesi il bacino carbonifero della Zermagna, le miniere di carbone del monte Promina, la ferrovia Sebenico-Spalato, le centrali elettriche sul Cherca, le cave di marna per i cementifici di Spalato, oltre allo spostamento del confine nel tratto Spalato-Castella-Traù. In questo modo le richieste italiane sarebbero state avvalorate dalla presenza delle truppe nelle singole località. Alla fine del mese il Comando Supremo dispose l’occupazione della zona per consentire la piena libertà di transito lungo la ferrovia da Sušak a Spalato che attraversava la Lika. In tal modo rimaneva assicurata l’occupazione italiana dei centri che più interessavano la commissione nella Dalmazia centrale.376 Alla presidenza della delegazione italiana della commissione fu nominato il generale Lorenzo Mugnai. La commissione avrebbe compreso tre sottocommissioni: una per il tratto di confine settentrionale fiumano-sloveno, una per il tratto di confine centrale dalmata e una per il confine meridionale montenegrino. Le singole commissioni avrebbero determinato sulle carte l’andamento definitivo della linee di confine segnalandolo alla commissione centrale: definita la frontiera le delegazioni avrebbero tracciato sul terreno con gli appositi segnali la linea di confine e posato i cippi confinari. Il 29 luglio Mugnai e gli altri ufficiali delegati partirono per Zagabria.377 Alla stazione il gruppo fu ricevuto dal generale Giovanni Oxilia, capo della Missione Militare Italiana presso il governo croato, dal colonnello Gian Carlo Re, addetto militare presso la
374
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telespresso n. 6775 R., segreto non
diramare, 309, f.to Casertano, Zagabria 9 luglio 1941-XIX; ibidem, b. 1168 (UC 52), Corrispondenza relativa ai rapporti con la Croazia maggio-dicembre 1941, fasc. 1, R. Legazione Zagabria a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 25809/232 P.R., f.to Ciano, Roma 5 luglio 1941-XIX. 375
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P., Appunto per l’Eccelenza il Ministro, Roma, 10
luglio 1941-XIX. 376
Ibidem, b. 1493 (AP 28), Commissione Centrale delimitazione nuovi confini, Ufficio del
generale delegato del Comando Supremo, Appunto per l’Eccellenza Pietromarchi, f.to generale M.L. De Castiglioni, 31 luglio 1941-XIX. 377
AUSSME, N. 1-11, b. 426, fasc. 2, Diari storico-militari della Commissione per la
delimitazione dei confini italo-croati, bimestre luglio-agosto 1941-XIX, Allegato n. 2, Roma, 29 luglio 1941, Ufficio del Generale Delegato del Comando Supremo, Direttive per la Commissione “Croazia”.
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Legazione d’Italia a Zagabria, e dalla delegazione croata guidata dal vicepresidente Petar Senjanović, in assenza del presidente vicemaresciallo August Marić. Inizialmente fu convenuto di dare la precedenza allo studio del settore settentrionale fiumano-sloveno, suddiviso in tre sottosettori: fiumano (dal mare a Osilnica), sloveno occidentale (da Osilnica al Monte Sv.Jera) e sloveno orientale (dal Monte Sv.Jera al punto triconfinale italo-tedesco-croato). Mugnai fu ricevuto da Pavelić, al quale delineò i compiti della commissione senza incontrare obiezioni particolari del Poglavnik. Senjanović pose all’attenzione degli italiani le aree circostanti alcuni comuni sulla linea di confine, la cui appartenenza – mal definita dall’approssimativa scala delle carte del trattato del 18 maggio – il governo di Zagabria avrebbe gradito fosse attribuita allo Stato Indipendente Croato. 378 Senjanović attribuì all’operato della commissione un ruolo determinante nella realizzazione della stretta amicizia e intima collaborazione tra i due Stati auspicate da Pavelić e Mussolini, esaltando le relazioni di buon vicinato tra i due popoli e sminuendone i contrasti. 379 Successivamente, però, Senjanović, su incarico di Pavelić, propose di cambiare i programmi e iniziare i lavori dal settore confinario dalmata, anziché da quello settentrionale fiumano-sloveno. Se la frontiera nord-ovest dello Stato Indipendente Croato verso la provincia di Lubiana in gran parte coincideva alla precedente tra l’ex provincia austriaca di Carniola e il Regno di Croazia (mantenuto come confine amministrativo da Belgrado), la frontiera dalmata era del tutto nuova e aveva bisogno di una più repentina sistemazione. La prima essendo una frontiera mai eliminata e nota alla popolazione poteva attendere la delimitazione definitiva del confine senza che la vita economica e politica locale ne risentisse; la seconda, invece, inedita e tracciata da Obrovazzo a Spalato tagliando sommariamente larghe zone amministrative e piccole unità comunali e distrettuali e dividendo tra due Stati un’area economicamente compatta, lasciava nell’incertezza le popolazioni dei territori di confine. Diversamente dal settore fiumano-sloveno, inoltre, la delineazione del confine in quello dalmata era reso difficile dalla mancanza di frontiere etniche ben definite.380 Allo scopo di normalizzare la
378
Ibidem. I comuni interessati erano Radatovici e Marindol (al confine tra la provincia di
Lubiana e lo Stato Indipendente Croato), Hreljin, Buccarizza e Porto Re, il bacino idrico e forestale nella zona di Rogozno e le località Mrzla Vodica e Crni Lug, a causa della loro gravitazione economica sullo Stato croato. 379
Ibidem, Allegato n. 1/II, Discorso di apertura del vicepresidente Senjanović.
380
Ibidem, Allegato I al verbale n. 3, Dichiarazione della Delegazione Croata nella seduta del 3
agosto 1941. Interessante notare che i delegati croati non usavano parlare di territori italiani dalmati ma esclusivamente di Dalmazia o settore dalmata. Anche all’interno della commissione italocroata, così come nel resto dello Stato Indipendente Croato, non si doveva assolutamente parlare
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situazione era dunque desiderio del governo croato affrontare subito il problema dei confini dalmati, perché il rinvio della delimitazione avrebbe potuto portare conseguenze indesiderabili. Pavelić aveva sollecitato una rapida definizione del confine adriatico e della Convenzione prevista per Spalato e Curzola anche in una lettera indirizzata a Mussolini il 23 giugno.381 Mugnai, tuttavia, avviò comunque gli studi nel settore fiumano-sloveno. I lavori sul confine dalmata apparivano indubbiamente complessi a causa della frammentata linea di demarcazione e dell’impossibilità di attribuire una chiara ed omogenea nazionalità alla popolazione degli abitati limitrofi. Se la delegazione croata, su ordine di Pavelić, spingeva affinché fosse tracciata al più presto la precisa linea confinaria, onde evitare che le mire espansionistiche fasciste potessero guadagnare all’Italia ulteriori zone costiere, Mussolini non era interessato ad affrettarne la demarcazione definitiva, nella speranza che prima o poi si potesse approfittare del caos diffuso nello Stato croato per annettere altri territori del litorale e dell’entroterra: a tal fine la commissione centrale approvò la scelta della delegazione italiana di iniziare i lavori dal confine settentrionale, anziché da quello dalmata come richiesto dai croati. La questione del confine nel settore fiumano, infatti, aveva per lo Stato Maggiore italiano un’importanza di gran lunga rilevante, tesa a chiudere le frontiere lungo una linea naturale che bene si prestasse alle esigenze della difesa e a dare conveniente respiro alla città e al porto sottraendoli almeno al tiro delle artiglierie di medio calibro. Nelle determinazione del confine non era dunque possibile seguire i limiti amministrativi dei distretti e dei comuni croati, ma bisognava riferirsi alle linee maestre del terreno.382 Ad agosto a Fiume fu riunito il personale della commissione fornito dalla 2ª Armata e le tre sottocommissioni iniziarono i lavori di ricognizione. Mugnai raccomandò di mantenere un velo di riservatezza per evitare che sorgessero tra le popolazioni e le truppe occupanti allarmi o false notizie. 383 La presidenza prendeva contatto anche con l’Istituto idrografico della Reale Marina, per ricevere eventuali
di Dalmazia italiana associando i due termini, onde evitare di ricordare la ferita aperta dalle annessioni italiane. 381
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Poglavnik Nezavisne Države Hrvatske, all’Eccellenza Benito
Mussolini, Zagabria 23 giugno 1941-XIX. 382
AUSSME, M-3, b. 48, fasc, 4, Comando Supremo, Notizie di carattere economico e
finanziario Slovenia-Dalmazia, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio del Generale Capo del I Reparto, Promemoria circa il confine italo-croato nella zona di Fiume, P.M.9, 8 maggio 1941-XIX. 383
Ibidem, N. 1-11, b. 426, fasc. 2, Allegato n. 6, Promemoria per i sottocommissari, Fiume 9
agosto 1941-XIX.
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direttive per l’individuazione dei confini marittimi.384 Tutto era pronto per l’inizio dei lavori delle tre sottocommissioni, tuttavia dopo la decisione del 26 agosto 1941 di rioccupare la seconda zona e assumerne i poteri civili (infra), Mussolini comunicò al Ministero degli Esteri e a quello della Guerra, che si occupavano della delimitazione dei confini tramite le commissioni, di rinviare a situazione normalizzata o possibilmente a guerra finita la delimitazione e le trattative inerenti le modifiche dei confini. La commissione centrale rallentò l’attività della delegazione italiana in modo da procrastinare decisioni impegnative circa l’andamento del confine; in quest’ordine di idee maturò la decisione di ridurre il personale assegnato alla commissione regionale, affidando ad un’unica sottocommissione i lavori per il settore sloveno. Il governo di Roma, pur escludendo la totale sospensione dei lavori della commissione, creava così un serio impedimento alla delimitazione confinaria in Dalmazia, attribuendo, dinanzi alle proteste dell’alleato di Zagabria, la causa della lentezza dei rilievi svolti dalla delegazione italiana ai problemi generati nei lavori dalle circostanze eccezionali riscontrate nelle zone di confine.385 Il personale della commissione fu ridotto limitando la sua costituzione a due sole sottocommissioni (settori fiumano e sloveno). 386 Veniva ricordata ancora una volta esplicitamente la direttiva di procedere nei lavori lentamente e con cautela, evitando i rapporti con la delegazione croata ed escludendo nel modo più assoluto comunicazioni verbali o scritte che potessero assumere carattere impegnativo circa il definitivo andamento del confine. La delegazione croata chiese di risolvere, anche in via provvisoria, la questione del libero transito dei prodotti agricoli attraverso la linea di confine da parte dei proprietari di terreni situati nell’area circostante. La popolazione della zona confinaria era danneggiata dall’incerta situazione determinata dalla mancata delineazione di una frontiera precisa, poiché ai coltivatori era impedita dalla polizia militare italiana la libera circolazione attraverso il confine per lavorare nelle campagne, a causa della politica di sicurezza che limitava al minimo – quando non impediva del tutto – il transito, dai territori dalmati italiani a quelli croati e viceversa, alla popolazione croata. 387 Il
384
Ibidem, Allegato n. 14, Promemoria: Direttive tecniche di dettaglio per lo svolgimento dei lavori
topografici, Sussak 21 agosto 1941-XIX. 385
AUSSME, N. 1-11, b. 426, fasc. 2, Diari storico-militari della Commissione per la
delimitazione dei confini italo-croati, bimestre settembre-ottobre 1941-XIX, Allegato n. 2, Confini tra Fiumano e Croazia, Fiume 11 settembre 1941-XIX. 386
Ibidem, Allegato n. 4, Varie, Roma 12 settembre 1941-XIX; Allegato n. 5, Riduzione del
personale – Riordinamento delle sottocommissioni, Fiume 14 settembre 1941-XIX. 387
Problemi simili si erano presentati durante l’estate anche tra le autorità croate e i
commercianti delle zone di confine con la necessità di recarsi nello Stato croato per l’acquisto di generi vari, anche se muniti di lasciapassare dalle autorità italiane: ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Promemoria per il Duce, 16 luglio 1941-XIX; id. Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P., a Governo
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problema diventava, peraltro, ancora più urgente in vista della stagione della mietitura e della raccolta dell’uva, da cui dipendeva la sussistenza di parte della popolazione locale. Ai proprietari di terreni situati nel raggio di dieci chilometri dal confine fu infine concessa la possibilità di trasportare prodotti alimentari senza impedimenti doganali fornendo alle autorità di frontiera un certificato rilasciato dal comune di appartenenza. Si richiedeva, però, che le autorità croate accordassero le stesse facilitazioni agli italiani proprietari di terreni nel raggio dei dieci chilometri stabiliti. Per il transito delle persone sarebbe entrato in vigore un sistema di tessere di frontiera, rilasciate dalle autorità di pubblica sicurezza sottoposte al Comando della 2ª Armata.388 Gli studi preliminari relativi alla delimitazione dei confini comprendevano il lavoro effettuato nel settore fiumano, una descrizione della linea di confine lungo il fiume Kupa nel tratto Osilnica-Brod na Kupi (anche qui la guardia di finanza italiana ostacolava il libero transito a popolazione e funzionari croati) 389 e una descrizione orientativa del confine nel terzo sottosettore (dal Monte Sv. Jera al punto triconfinale italo-croato-tedesco).390 Venivano trasmesse anche le ricerche effettuate in relazione ai comuni di Radatovici e Marindol, che Senjanović aveva posto all’attenzione della delegazione italiana. Radatovici (circa duemila abitanti) presso Metlika (Slovenia italiana), non poteva essere separato dai legami economici e naturali (risorse idriche e vie di comunicazione) con la circostante Bela Krajna (regione slovena annessa all’Italia); la delegazione croata rivendicava invece il piccolo comune in quanto abitato al 95% da serbo-croati. Circa Marindol (trecento abitanti), comune del distretto di Karlovac, per rispettare gli accordi del 18 maggio e lasciare la zona allo Stato Indipendente Croato bisognava
della Dalmazia Zara, R. Legazione Zagabria, telespresso n. 02997, Situazione in varie località dalmate e croate, Roma 22 luglio 1941-XIX. 388
AUSSME, N. 1-11, b. 426, fasc. 2, Allegato n. 10, Transito nella zona di frontiera italo-croata per
i proprietari di confine, Fiume 19 settembre 1941-XIX. 389
HDA, fond 491, Opće Upravno Povjereništvo (OUP) MUP-a NDH kod II. Armate talijanske
vojske, kut. 2, 1941, povjerljivi spisi 578-1592, Zvonko Babić načelnik opcine Brod na Kupi, Gospodinu Dr. Andriji Karčiću opunomoćenom ministru i općem upravnom povjereniku kod II. Armate Sušak, Brod na Kupi 29. rujna 1941.; id., all’onorevole Comando II. Armata R.E.I., 279 1., f.to il Commissario generale amministrativo, Sussak, 17.IX.1941. 390
Il tratto di linea confinaria dal Monte Sv. Jera al punto triconfinale coincideva con la
demarcazione amministrativa dell’Impero asburgico tra Austria e Regno d’Ungheria, successivamente delimitante il Banato della Sava e quello della Drava della Jugoslavia (in parte il confine era già delimitato sul terreno dai cippi amministrativi imperiali). Dal Sv. Jera la linea seguiva la displuviale fra il bacino del fiume Cherca e quello del fiume Kupa; poi l’abbandonava nell’ultima parte per raggiungere il punto triconfinale. AUSSME, N. 1-11, b. 426, fasc. 2, Allegato n. 16, Studi preliminari relativi alla delimitazione confini italo-croati, P.M.10, 27 settembre 1941-XIX.
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abbandonare seppur per pochi chilometri il confine naturale rappresentato dal fiume Kupa. L’assegnazione di Marindol allo Stato croato comportava due serie questioni: gli abitanti essendo serbo-ortodossi erano preoccupati delle rappresaglie ustaša a cui sarebbero andati incontro (il pope di Marindol era già stato imprigionato) e ai fini militari tale territorio in mano croata avrebbe rappresentato una testa di ponte oltre il fiume Kupa, che, seppure di limitata ampiezza, avrebbe ricoperto un certo valore tattico. Secondo Mugnai quindi era necessario non rispettare gli accordi presi e portare anche in prossimità di Marindol il confine in corrispondenza del Kupa. Le richieste croate venivano quindi respinte.391 Il 24 novembre l’Ufficio Affari Civili del Comando della 2ª Armata chiese alla delegazione italiana notizie su alcune località situate sul confine dalmata, ovvero se rientrassero nel territorio annesso all’Italia per consentire o meno all’autorità croata, che ne aveva fatto richiesta, il reclutamento per l’esercito. Tra le località indicate alcune risultavano comprese nelle zone italiane, altre, ad est del confine dalmata, erano in territori che pur assegnati allo Stato Indipendente Croato sarebbero stati presto richiesti per essere incorporati all’Italia in quanto appartenenti all’area di Sebenico e Traù, riconosciute a quest’ultima. Le località erano al di fuori dei limiti amministrativi di Sebenico e di Spalato, quali risultavano dalle carte ex austriache, ma erano situate in quella seconda zona demilitarizzata, occupata dalle truppe italiane, in cui Zagabria esercitava una sovranità limitata, condizionata e controllata dal Comando della 2ª Armata (infra). La commissione consigliava di non consentire il reclutamento all’esercito croato, al fine di non dare motivi alle autorità di Zagabria per rivendicare in seguito quei territori: accettare il reclutamento avrebbe significato concedere, con l’autorizzazione italiana, un importante atto di sovranità controproducente prima della definitiva sistemazione dei confini.392 La questione si sarebbe riproposta numerose volte nei due anni successivi in merito a diverse località, caratterizzando la corrispondenza tra la delegazione italiana e l’Ufficio Affari Civili e l’Ufficio Operazioni del Comando della 2ª Armata.393 A conclusione dei lavori del 1941 Mugnai inviò alla commissione centrale la relazione sulle rettifiche confinarie della linea stabilita il 18 maggio sulla frontiera settentrionale proposte dalle due delegazioni. I delegati italiani, nell’esaminare le proposte croate di rettifica al confine e nel formulare quelle ritenute convenienti o necessarie all’Italia, una volta considerati gli interessi economici, affermavano di
391
Ibidem, Allegato n. 17, Studi relativi al settore sloveno, Roma 3 ottobre 1941-XIX.
392
Ibidem, fasc. 2 b, Commissione regionale per la delimitazione dei confini italo-croati, Diario
storico-militare bimestre novembre-dicembre 1941-XIX, Allegati n. 10 e 11, Richiesta di chiarimenti, P.M.10, 24-26 novembre 1941-XX. 393
Ibidem, fasc. 2c, Commissione regionale per la delimitazione dei confini italo-croati. Diario
storico-militare bimestre gennaio-febbraio1942-XX, Allegati n. 8 e 9, Chiarimenti, P.M.10, 20-21 gennaio 1942-XX.
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aver perseguito lo scopo di concretizzare una linea confinaria rispondente il più possibile alla conformazione geografica del territorio ed alle esigenze difensive italiane, senza tuttavia discostarsi di molto dalla linea stabilita e limitando al minimo le rettifiche proponibili.394 Al confine sloveno complessivamente la delimitazione si svolgeva lungo il confine amministrativo che in precedenza aveva separato il Banato della Drava da quello della Sava nel regno jugoslavo (ancor prima confine amministrativo dell’Impero asburgico tra Austria e Ungheria), seguendo la catena dei Monti Gorianci fino ad una delle sue diramazioni meridionali, per poi proseguire lungo un affluente di sinistra del fiume Kupa fino alle sorgenti di quest’ultimo. La delegazione italiana chiedeva il lieve spostamento a nord-ovest del punto triconfinale italo-croato-tedesco dal fondovalle del torrente Piraska Voda (lungo cui si sviluppava il precedente confine amministrativo tra Croazia e Slovenia), l’eliminazione del saliente croato del Ravnina lungo il limite tra le ex banovine della Drava e della Sava e l’allacciamento tra il crinale dei Monti Gorianci e la confluenza del torrente Kamenica nel fiume Kupa (sempre lungo l’ex confine amministrativo Drava-Sava), al fine di determinare la creazione di un confine in armonia con gli elementi geografici. Il confine fiumano, invece, secondo gli accordi di Roma si svolgeva lungo la linea mediana dell’alto corso del Kupa, da Čabar a Delnice, per poi percorrere l’affluente Krašićevica fino a Belevina e proseguire raggiungendo Sušak e scendere al mare presso Buccarizza. Nel complesso il settore fiumano, qualora nel tratto meridionale avesse raggiunto nel mare Adriatico anche il canale della Morlacca assicurando il dominio del canale di Maltempo e il più facile accesso all’isola di Veglia, avrebbe rappresentato – secondo la delegazione – un confine conveniente ed economicamente vantaggioso. La cessione allo Stato Indipendente Croato di Porto Re, Buccarizza e Hreljin risultava indispensabile per rivendicare l’assegnazione all’Italia dell’intero golfo del Carnaro.395 La delegazione italiana ritenne conveniente adottare soluzioni che non contrastassero eccessivamente gli interessi croati. Sembrò quindi opportuno seguire, lì dove era possibile, il criterio delle suddivisioni amministrative già esistenti e del rispetto degli interessi economici locali. Seguendo tale criterio bisognava tener presente che i comuni amministrativi e catastali dello Stato Indipendente Croato tagliati dalla linea di confine (Buccarizza, Hreljin, Fužine, Lokve e Crni Lug), economicamente danneggiati – secondo la relazione italiana – dalla separazione dal territorio di Fiume, più vicino centro di vita e di affari sul cui
394
Ibidem, Allegato n. 32, Relazione circa le rettifiche confinarie alla linea stabilita dal trattato di
Roma sulla frontiera settentrionale Italo-Croata (…), Sussak, 30 dicembre 1941-XIX. 395
Hreljin, il 31 ottobre, era stata oggetto dei rastrellamenti dei soldati e dei carabinieri italiani
alla ricerca di partigiani. HDA, 491, OUP, kut. 2, Stato Indipendente di Croazia, Commissariato Generale Amministrativo presso la 2ª Armata, all’Onorevole Comando 2ª Armata R.E.I., prot. n. 2665, 1941, Sušak 10 novembre 1941.
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retroterra erano impiantati, sarebbero dovuti essere assegnati all’Italia. Le richieste croate nel settore fiumano erano invece ritenute senza fondamento: riguardavano i comuni di Crni Lug (circa milleseicento abitanti) e di Lokve (millesettecentotrentacinque), la limitrofa zona boschiva ad ovest dell’Oštrac (principale risorsa economica e finanziaria dell’area), il bacino di alimentazione della centrale idroelettrica di Fužine-Cirquenizza (ancora in costruzione avrebbe fornito energia elettrica a tutto il territorio settentrionale dello Stato croato) 396 e la concessione delle terre boschive e dei pascoli necessari al fabbisogno degli abitanti di Hreljin (tremilacento abitanti), Buccarizza e Porto Re, sempre assegnati allo Stato Indipendente Croato. Le eventuali modifiche italiane invece riguardavano lo spostamento ad est della linea confinaria presso Crni Lug (per assicurare al confine le caratteristiche geografiche desiderate) e i piccoli comuni di Razloge (trecentosettantadue ab.) e Turke (seicentosessantasette ab.) che di pertinenza croata formavano un cuneo illogico nel distretto di Čabar assegnato all’Italia. Tra le questioni affrontate dalla delegazione italiana nel settore fiumanosloveno va infine ricordata quella degli interessi patrimoniali del conte tedesco Albert von Thurn-Taxis (residente in Baviera), proprietario di latifondi presso la linea di confine (diversi poderi compresi nei distretti di Delnice, Čabar, Sušak, Castua, Fiume, Karlovac e Vrbosko). Il collasso jugoslavo nell’aprile del 1941 aveva creato una situazione di estrema confusione: le proprietà Thurn-Taxis si erano ritrovate nel mezzo del confine italo-croato, con lo Stato croato che provvedeva all’amministrazione ed allo sfruttamento dei beni espropriati nelle vicinanze di Lokve e Delnice ed il conte che indugiava sul rivendicare o meno la proprietà, situata nelle aree di confine esaminate dalla commissione. Gran parte delle tenute Thurn-Taxis erano finite in territorio italiano (nei pressi di Lokve, Crnj Lug, Razloge, Turke) ed era indispensabile, nel prendere in considerazione le rettifiche di confine, il mantenere indivisi i possedimenti del conte, tenendoli nel massimo della considerazione (nel maggio del 1942 in difesa degli interessi patrimoniali di Thurn-Taxis sarebbe intervenuta anche l’ambasciata tedesca a Roma).397 L’attenzione a risolvere nel migliore dei modi il problema fu costante, riguardando – come veniva ripetutamente sottolineato – un suddito tedesco; dal 5 agosto 1941 ai circa centomila Volksdeutschen presenti nello Stato Indipendente Croato furono conferiti speciali diritti politici che li ponevano al di fuori del potere di Zagabria e li sottoponevano direttamente alla tutela del Reich: armati ed
396
Secondo la delegazione italiana i motivi reali delle proposte croate per lo spostamento
verso ovest del confine erano da ricercarsi, escluse le ragioni di carattere militare comunque non trascurabili, soprattutto nel desiderio di acquisire la rilevante zona boschiva presso Lokve e Fužine e i relativi cospicui proventi ricavati dalla lavorazione e dall’esportazione del legname. 397
AUSSME, N. 1-11, b. 682, Commissione regionale per la delimitazione dei confini italo-
croati, Diario storico-militare bimestre maggio-giugno 1942-XX, Notizie relative alla proprietà Thurn Taxis in Croazia, Allegato n. 22, Nota verbale dell’Ambasciata Germanica, P.M.10, 23 maggio1942-XX.
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inquadrati nelle SS, nella Hitlersjugend e nelle Donne hitleriane, i tedeschi rappresentarono, come nel resto dell’Europa occupata, uno Stato nello Stato, fornendo funzionari per l’amministrazione statale e collaborando alla “rinascita” economica del Paese e all’educazione del popolo croato.398 I lavori della commissione alla fine del 1941 confermavano il ruolo predominante della delegazione italiana, che andava esercitando un peso decisamente ponderante nel dirigere le attività di studio italo-croate. La delegazione del vicemaresciallo Marić fece buon viso a cattivo gioco, dimostrandosi conciliante nei confronti delle decisioni italiane ma al tempo stesso insistendo sulla necessità di un confronto e di tracciare al più presto almeno un confine provvisorio tra i due Stati, nella speranza di tutelare la parte croata dalle pretese italiane e permettere al più presto all’amministrazione civile croata di sfuggire, nei territori di propria pertinenza, all’ingerenza delle autorità militari italiane. La delegazione italiana, allineata alle direttive di Roma, confidava di arrivare senza particolari problemi ad un accordo con i croati, ma qualora ciò non fosse accaduto, era pronta ad imporre la linea di confine più favorevole e opportuna all’Italia.
398
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), fono-bollettino n. 142 bis, Il germanesimo in Croazia, 23 maggio
1941-XIX. Riporta il riassunto di un articolo apparso sul Deutsche Algemeine Zeitung (DAZ) trasmesso da Pietromarchi a Casertano il 25 maggio. Si veda inoltre AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Situazione politica dei territori ex jugoslavi, Comando della 2ª Armata, Ufficio I, allo Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. I/7365/S, oggetto: Attività politica tedesca in Croazia, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M. 10, 25 luglio 1941XIX; B. Petranović, M. Zečević, op. cit., p. 651 n.; D. Rodogno, op. cit., p. 248.
Capitolo 3 Giugno-dicembre 1941
3.1.
Gli eventi dell’estate
Lo Stato Indipendente Croato, subito caratterizzato da una serie di difficoltà di ordine politico, economico e sociale, sarebbe diventato il terreno di scontro tra l’imperialismo di Roma e Berlino, a parziale vantaggio di Pavelić, che avrebbe tentato di sfruttare tale antagonismo per ritagliarsi una reale autonomia dall’ingombrante presenza alleata nei territori croati. Roma e Berlino inviarono rappresentanze diplomatiche a Zagabria, che avrebbero spesso agito in contrasto tra loro, con lo scopo di acquisire influenza l’una a discapito dell’altra. 399 Il generale Edmund Glaise von Horstenau fu nominato da Hitler plenipotenziario delle forze armate tedesche presso lo Stato Indipendente Croato il 12 aprile, una settimana dopo fu la volta di Sigfried Kasche, ministro a Zagabria. Il governo di Roma nominò ministro nella capitale croata Raffaele Casertano che, ivi giunto il 24 aprile, aveva partecipato attivamente alle trattative di maggio sui confini; 400 successivamente anche il Partito fascista avrebbe inviato una propria delegazione guidata da Eugenio Coselschi, anch’egli già in precedenza attivo nelle politiche balcaniche italiane e rimasto in carica fino al dicembre del 1941, quando a causa dei contrasti con Casertano fu sostituito da Carlo Balestra di Mottola. Già dalla fine di maggio, invece, il governo di Zagabria aveva inviato a Roma il dalmata Stijepan Perić ministro della Legazione croata.401 Perić avrebbe svolto nei confronti dell’alleato italiano un’attività spesso contraddittoria, in alcune circostanze sostenendo gli interessi italiani, in altre facendosi eco dell’atmosfera ostile degli
399
E. Gobetti, L’occupazione allegra, p. 52.
400
F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, pp. 87-88; B. Krizman, Pavelić između Hitlera i Mussolinija, pp.
12-19 e 24. 401
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. (U.C.), Appunto per
l’Eccellenza Pietromarchi, Roma 23 maggio 1941-XIX.
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ambienti irredentisti croato-dalmati.402 Ai rappresentanti tedeschi nella capitale croata Hitler diede precise istruzioni di sfruttare ogni possibile dissidio tra Zagabria e Roma, in modo da imporre la supremazia tedesca, nonostante la formale appartenenza dello Stato Indipendente Croato alla sfera d’influenza italiana. Il Poglavnik aveva accettato le imposizioni italiane in mancanza di vere alternative e con la speranza che eventuali sviluppi permettessero successivamente l’affrancamento dalla protezione di Roma. Il problema principale era rappresentato dalla necessità di imprimere allo Stato l’unità politica degli ordinamenti del movimento ustaša, ostacolata – affermavano gli uomini di Pavelić – dalle forti correnti mačekiane, dagli ebrei, dai serbi e in parte anche da qualche pavelićiano deluso. Profondamente amareggiata dall’arrendevolezza dimostrata in occasione delle delimitazioni confinarie, la dirigenza ustaša lamentava la situazione di soffocamento rappresentata dal confine dalmata, che lasciava per di più allo Stato Indipendente Croato il solo porto operante di Ragusa, ritenuto insufficiente alle necessità commerciali croate. Probabilmente proprio per mitigare il dissenso nelle file ustaša era stata fatta circolare la voce che con l’incoronamento del re vi sarebbe stata una rettifica dei confini: la speranza diffusa era infatti che il re italiano portasse in dote ai croati la Dalmazia, da questi quasi esclusivamente popolata.403 Fin dall’inizio di maggio il Ministero degli Affari Esteri croato Lorković aveva chiesto la cessione alle autorità croate dei poteri civili tenuti dai comandi italiani ed il permesso per gli ustaša e la gendarmeria di portare armi:404 anche Pavelić era intervenuto presso Ambrosio accennando alla necessità del ritiro graduale delle truppe italiane ed il 19 maggio aveva ottenuto, su disposizione di Mussolini, l’amministrazione civile dei territori dello Stato Indipendente Croato, nei quali tuttavia le truppe italiane, pur cessando di avere il carattere di truppe d’occupazione, rimanevano in qualità di esercito amico (a Obrovazzo, Gračac, Knin, Livno, Imotski, Makarska, etc.),405 onde favorire il completo assestamento del
402
Ibidem, b. 1496 (AP 31), AG. Croazia PG 1943, Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P.
Croazia, a R. Ambasciata Madrid, telespresso n. 8/02327, f.to Bastianini, Roma 23 aprile 1943-XXI. 403
Ibidem, b. 1493 (AP 28), a Ministero dell’Interno Direzione Generale della P.S., Divisione
Polizia Politica Roma, prot. n. 695, allegato n.1, oggetto: Situazione interna croata, f.to l’Ispettore Generale di P.S. (firma illeggibile) Milano 30 maggio 1941-XIX, allegata relazione Situazione interna della Croazia, Fiume 28 maggio 1941. 404
O. Talpo, Dalmazia, I, p. 465.
405
AUSSME, N. 1-11, b. 580, Comando VI Corpo D’Armata, Diario Storico, a Comando 2ª
Armata, Telescritto n. 4550, P.M.10, 19 maggio 1941-XIX; id., Comandante VI Corpo d’Armata a comandi dipendenti, P.M.39, 24 maggio 1941-XIX. Riportato anche in ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P., Appunto per l’Eccellenza il ministro, Roma 24 maggio 1941XIX; ibidem, b. 1494 (AP 29), Ufficio Croazia, Carteggio discussioni confinarie, Protocollo sopra la
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governo di Zagabria. Pavelić, consapevole che la presenza delle truppe italiane avrebbe continuato a minare il prestigio ed il rafforzamento del proprio potere, cercò di respingere la proposta italiana – la cui esecuzione rappresentava l’unica vera garanzia per mantenere l’influenza sullo Stato croato – e rinnovò senza successo la richiesta che le forze italiane fossero ritirate del tutto, presentando un quadro alquanto ottimista della situazione interna, a suo dire tranquilla e sotto il pieno controllo di Zagabria.406 La dirigenza croata, in realtà, vedeva sempre più nella Germania il proprio alleato naturale. Malgrado le continue assicurazioni al governo di Roma sulla riconosciuta preminenza italiana nello Stato Indipendente Croato, Hitler, che aveva ribadito ancora una volta ad inizio giugno come la Germania nutrisse nella nuova compagine esclusivamente interessi economici e non politici,407 si presentò discretamente come sostenitore delle aspirazioni croate, facendo intendere di non aver apprezzato le esigenti richieste territoriali italiane. Per i nazisti lo Stato croato – abitato da un popolo, i croati, di antica civiltà occidentale, contrapposto ai barbari serbi storicamente soggetti all’influenza russa – rappresentava poco meno di un prolungamento diretto verso sud del Reich, un’area di diretta influenza, convinzione in cui si esprimeva l’aspetto della politica tedesca chiaramente ereditato dalla tradizione austro-ungarica. Propaganda tedesca e croata si superavano nel tentativo di accreditare l’estraneità dei croati all’etnia slava, adottando le tesi di un’improbabile origine gotica, e quindi germanica, del popolo croato. Altrettanto spesso fu richiamata, nell’ottica della lotta al bolscevismo, la secolare tradizione di resistenza ai turchi della cristianità contadina croata e la figura del contadino-soldato, baluardo della civiltà europea. La propaganda ustaša ne esaltava la fedeltà alla tradizione, il sano conservatorismo, l’etica comunitaria. Polizia militare e civile tedesca controllarono presto i servizi pubblici e le attività politiche ed economiche croate, ostacolando ogni tipo di iniziativa italiana e promuovendo insieme ai ministeri croati disposizioni rivolte a contrastare la diffusione della stampa italiana e le trattative economiche italo-croate. Le disposizioni per i controlli sulle persone provenienti dall’Italia – secondo Casertano emanate all’insaputa del Poglavnik stesso – stabilivano restrizioni che
cessazione dell’occupazione italiana del territorio dello Stato Indipendente di Croazia; ibidem, b. 1168 (UC 52), fasc. 3, Cessazione dell’occupazione italiana della Croazia, Poglavnik Nezavisne Države Hrvatske, Zagreb 5 giugno 1941; F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, p. 91; M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1941-42, pp. 23-24; D. Rodogno, op. cit., pp. 232-234. 406 407
O. Talpo, Dalmazia, I, pp. 466-471. ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.)-AEM, n. 313/176,
telegramma n. 5615/R, Segreto non diramare, f.to il R. Incaricato d’Affari Raffaele Casertano, Zagabria, 10 giugno 1941-XIX.
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impedivano l’arrivo a Zagabria di esponenti di enti e ditte italiane intenzionate a stabilire rapporti economici con lo Stato croato.408 Gli ustaša, considerati responsabili delle violenze diffuse e delle repressioni sommarie, risultavano altamente impopolari: la situazione era peggiorata anche dall’impossibilità per Pavelić di poter contare su sufficienti forze di polizia, con il conseguente ricorso alla milizia di partito per qualsiasi tipo di azione interna. Con il clero il Poglavnik svolgeva un’accorta politica per guadagnare il sostegno della curia, restìa ad assumere un atteggiamento di aperta collaborazione: l’arcivescovo Stepinac propose che almeno due esponenti del Partito contadino fossero chiamati a far parte del governo in occasione del rimaneggiamento del gabinetto.409 Anche Coselschi constatava che la più grave ed urgente difficoltà che si opponeva all’affermazione italiana nello Stato croato era la sistematica ostilità tedesca, che sembrava seguire una direttiva generale ricollegabile a particolari ambienti politici e militari e non essere opera di individui isolati. Nei territori croati e dalmati erano attivi SS e Gestapo – con una particolare concentrazione a Zagabria – che svolgevano propaganda filo-tedesca a danno del prestigio italiano; all’azione politica andava poi aggiunta la penetrazione economico-commerciale, antagonista a quella italiana, e l’utilizzo della questione dalmata per mantenere vive le speranze tra gli irredentisti croati di un intervento tedesco, al termine della guerra, per la restituzione dei territori annessi all’Italia. La questione dalmata rimaneva la causa principale delle difficoltà italiane, lasciando insoddisfatti sia gli irredentisti italiani sia i croati e l’opinione pubblica tutta. Per i nazionalisti croato-dalmati Spalato, Sebenico, Traù e la stessa Zara erano state usurpate ai diritti croati: il Poglavnik comunicava di voler trasferire i funzionari croati della Dalmazia in Bosnia o in altre regioni, proprio per evitare che venissero istigate dimostrazioni anti-italiane. La Dalmazia rimaneva una questione scottante in cui un errore, un passo falso, una disposizione precipitata, potevano causare irreparabili effetti: tutti i provvedimenti italiani erano visti negativamente e sfruttati contro l’Italia dalla propaganda croata; una volta pacificata la Dalmazia tutto sarebbe stato più facile e stabile per il regime del Poglavnik. 410 Nell’entroterra la situazione non era molto diversa, forse peggiorata solo dal fatto che diversamente dalla costa la limitata conoscenza dell’italiano tra la
408
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. n. 196/112, telegramma n. 5029/R, Segreto non
diramare, f.to il R. Incaricato d’Affari Raffaele Casertano, Zagabria 27 maggio 1941-XIX. 409
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 5255 R., segreto non
diramare, 160-urgente, f.to Casertano, Zagabria 3 giugno 1941-XIX. 410
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. Uff. Croazia, a PNF, Governo della
Dalmazia, R. Ambasciata Berlino, R. Ambasciata Santa Sede, Telespresso n. 03183, oggetto: Situazione in Croazia, f.to Ducci, Roma 31 luglio 1941-XIX, in allegato copia del rapporto del consigliere nazionale Coselschi, Riservatissimo, Osservazioni sull’attuale situazione in Croazia (La questione dalmata; L’opposizione tedesca), Zagabria 4 giugno 1941-XIX, pp. 34-62.
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popolazione rendeva ulteriormente difficili i contatti tra italiani e croati, al contrario di quanto avveniva con i tedeschi, per la diffusa conoscenza della lingua tedesca in ogni strato sociale croato. Le prospettive iniziali di un’effettiva influenza politica, economica e militare si scontravano con la realtà dei fatti: lo spazio vitale italiano, i fertili territori croati abitati da una popolazione contadina, tranquilla, facile ad essere governata purchè alla condizione indispensabile di darle la sensazione della ferma decisione italiana, vedevano il consolidamento del potere del Poglavnik, principale se non unica garanzia dell’influenza italiana, procedere lentamente tra la popolazione contadina, poiché tra l’altro Pavelić fino a quel momento si era preoccupato di soddisfare prevalentemente il ceto medio (professionisti e commercianti), i proprietari terrieri ed i suoi proseliti, rinviando la questione sociale. 411 La situazione rendeva invece indispensabili rapidi provvedimenti per sopperire alla carenza di generi alimentari della popolazione, in particolare nei territori occupati dalle truppe italiane (soprattutto a Mostar e nella Lika). Pavelić in questo senso si dimostrò disposto ad approvvigionare con carne e cereali le zone in necessità sollevando dall’onere le autorità italiane: era necessario che i comandanti delle truppe al momento dell’arrivo lasciassero passare i generi alimentari provenienti dall’interno dello Stato croato senza requisirli per i bisogni dei soldati.412 Coselschi confermava che un elemento assai favorevole al consolidamento del regime era rappresentato dall’adesione dei parroci di campagna e dei frati francescani, efficaci propagandisti dato il loro naturale ascendente sui fedeli, che benedivano le azioni ustaša e le vendette contro i serbi. Più freddo invece l’alto clero, presumibilmente influenzato dal mancato riconoscimento dello Stato Indipendente Croato da parte della Santa Sede.413 Il forte sentimento cattolico croato poteva essere considerato un elemento decisivo in favore italiano, da contrapporre all’influenza tedesca, anche se gli stessi prelati croati erano mossi da forti pulsioni nazionaliste. Anche la popolazione musulmana della Bosnia411
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4431 R., segreto non
diramare, 74-Urgente, f.to Casertano, Zagabria 15 maggio 1941-XIX. La settimana successiva Casertano segnalava una situazione sensibilmente migliorata, in parte a causa delle dichiarazioni di Pavelić – volte ad attrarre a sé i ceti popolari – sulle prospettive della politica sociale e rurale di Zagabria. Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), AEM, telegramma n. 4823 R., Situazione in Croazia, 113, f.to Casertano, Zagabria, 23 maggio 1941-XIX. 412
Ibidem, R. Legazione Zagabria, telegramma n. 4032 R., Offerta di approvvigionamento dei
distretti occupati, 29, f.to Casertano, Zagabria, 6 maggio 1941-XIX. 413
Anche Casertano confermava l’atteggiamento riservato del clero a Zagabria, ma a
differenza di Coselschi riteneva il fenomeno fosse ancora più diffuso nelle campagne, nonostante il vescovo (Casertano non specifica chi, presumibilmente Stepinac) e qualche prelato avessero mostrato, a suo avviso, incondizionata adesione al regime. Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4300 R., segreto non diramare, 62-Urgente, f.to Casertano, Zagabria, 12 maggio 1941-XIX; id., R. Legazione Zagabria, a Gab.AP. (U.C.), telegramma n. 4336 R., Segreto non diramare, 64-Urgente, f.to Casertano, Zagabria, 13 maggio 1941-XIX.
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Erzegovina sembrava aver manifestato una piena adesione al governo di Pavelić,414 ma la questione più delicata – l’intesa tra la popolazione serba ed il regime – era da ritenersi impossibile: il programma di Zagabria nei confronti dei serbi era semplicemente l’annientamento. Gli ustaša facevano irruzione nelle loro case prelevando persone di cui poi non si sapeva più nulla, in gran parte soppresse. I rancori sfogavano nel risentimento e in volgari interessi personali: si erano verificati casi di vera e propria ferocia, anche contro donne e bambini. La speranza era che le stragi, ritenute inevitabili, potessero almeno terminare all’arrivo di Aimone di Savoia come pacificatore a ripristino della legalità. Le azioni sanguinarie degli ustaša ponevano in imbarazzo i comandi militari italiani. Parte delle truppe della 2ª Armata rimanevano, come detto, nei territori stabiliti con il governo croato, non più come truppe d’occupazione ma come alleate, per agire eventualmente in sostegno di Zagabria. L’ordine categorico era di non intervenire dinanzi alle stragi degli uomini di Pavelić o sedicenti tali, ma forte era la tentazione dei militari italiani di allontanare gli ustaša almeno dai territori dalmati annessi e favorire la popolazione serba. Bisognava tuttavia ricordare sempre che gli alleati dell’Italia erano i primi e non i secondi: a tal proposito Ambrosio aveva dato precise istruzioni ai comandi dipendenti affinchè si evitasse l’impiego di serbi in posti di responsabilità e fossero allontanati i četnici dalle aree presidiate dalle truppe italiane. Il Poglavnik aveva espresso il proprio compiacimento per il provvedimento ma continuava a ritenere che la permanenza dell’elemento serbo nei territori dalmati annessi all’Italia in avvenire sarebbe diventato motivo di attrito e contrasto con l’autorità croata. Era da tener presente – affermava Coselschi – il carattere dei croati, più che orgoglioso, megalomane: inutile sperare nel riconoscimento della superiorità altrui, i croati avevano bisogno di sentire espressa la forza ed il prestigio. Atteggiamenti cortesi, cavallereschi, amichevoli, avevano senso se accompagnati da manifestazioni di superiorità effettiva, altrimenti sarebbero stati interpretati come debolezze. In contrasto a quanto osservato in precedenza da Casertano, Coselschi sosteneva che l’atteggiamento delle truppe tedesche verso la popolazione aveva suscitato intima riprovazione, al contrario del contegno onesto, corretto e gentile dei soldati italiani: a Karlovac, dove era stanziato il comando della Divisione Celere, i tedeschi avevano spogliato di ogni cosa enti pubblici e case private. Rimaneva comunque innegabile il prestigio che le vittorie militari tedesche andavano suscitando.415 Un altro elemento da tenere in considerazione era quello universitario della capitale. Circa duemila studenti avevano aderito al movimento di Pavelić, ma altrettanti non si erano ancora pronunciati ed era forte la presenza dei comunisti.
414
Ibidem, Coselschi, Osservazioni…, La posizione del Poglavnik, Zagabria, 4 giugno 1941-XIX,
pp. 10-12. 415
Ibidem, Le minoranze serbe, pp. 19-30; Condizioni sfavorevoli e favorevoli per la nostra
attuale penetrazione in Croazia, in particolare p. 33.
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La propaganda di quest’ultimi più difficilmente trovava seguito nelle campagne ma era forte tra gli operai e nei centri urbani, anche nella parte di Dalmazia annessa all’Italia. Gli uomini di fiducia su cui Pavelić poteva contare erano limitati al gruppo degli ustaša che erano stati in Italia con lui, mentre quelli di recente adesione erano necessariamente messi alla prova; su tutti però si distinguevano gli ustaša della Dalmazia, per ovvie ragioni i più accesi propagandisti anti-italiani. Difficoltà non indifferenti esistevano per formare i quadri dirigenti dell’amministrazione e risultava difficile scegliere tra la popolazione diplomatici, prefetti, questori e funzionari di pubblica sicurezza. L’assenza militare italiana nella capitale croata e l’ingombrante presenza tedesca erano tra le principali ragioni del disagio italiano ed in provincia la situazione non era molto diversa. A Zagabria nei negozi erano esposti i ritratti di Hitler e le bandiere tedesche, ma v’era totale assenza dei ritratti del Duce, di Vittorio Emanuele e di bandiere italiane: il Poglavnik aveva giustificato il fatto affermando di voler evitare l’esposizione di simboli italiani onde scongiurare reazioni spiacevoli contrarie all’Italia.416 La Germania esercitava una preminenza morale e politica dovuta all’appartenenza per lungo tempo della Croazia all’Impero austro-ungarico, del quale si poneva a successore.417 A Otočac, nella zona d’occupazione italiana, il 22 maggio una colonna motorizzata tedesca che rientrava in Germania era stata accolta con frenetico entusiasmo dalla popolazione, che aveva dato una festa in onore dei militari tedeschi senza invitare gli ufficiali italiani, a cui era stato impedito l’accesso. Sembra che soldati tedeschi e croati, fraternizzando ubriachi, si fossero lasciati andare ad insulti contro l’Italia: la tenace e sottile propaganda tedesca sembrava dunque ottenere i risultati voluti. In apparenza gli Accordi di Roma avevano stabilito i rapporti di collaborazione e amicizia tra Roma e Zagabria, ma era un’illusione pericolosa credere che le relazioni fossero all’insegna di un’effettiva pacificazione. Soltanto l’occupazione militare poteva salvaguardare la Dalmazia e l’Adriatico italiano da future rivendicazioni croate. Coselschi riteneva che la minoranza croata nei territori annessi all’Italia (anche il consigliere nazionale ammetteva si trattasse in realtà della netta maggioranza della popolazione), aspirasse ad un trattamento simile a quello che andava caratterizzando i tedeschi dello Stato Indipendente Croato, vale a dire il riconoscimento di un gruppo etnico con proprie scuole e cultura chiamato a collaborare con le autorità croate, e non di una minoranza nazionale sottoposta alla minaccia di una snazionalizzazione forzata, auspicabile ma controproducente per la stabilità delle relazioni tra Roma, Berlino e Zagabria. D’altronde conservando ai croato-dalmati le scuole croate con programmi italiani, si sarebbe comunque
416
Ibidem, Osservazioni…, La situazione a Zagabria, pp. 13-19.
417
Ibidem, Ministero della Cultura Popolare, Direzione Generale Teatro e Musica, Appunto per
il Ministro, il Direttore Generale Gr. Uff. De Pirro, Roma, 14 luglio 1941-XIX; id., a Gr. Uff. Raffaele Casertano, R. Ministro Plenipotenziario Zagabria, n. 02976, Roma 21 luglio 1941-XIX.
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progressivamente imposta la civiltà italiana, senza ricorrere ad una dannosa imposizione violenta. Era stato inoltre proposto di spostare la capitale a Banja Luka, nel centro della nuova compagine statale: la soluzione secondo Coselschi era favorevole agli interessi italiani, poiché avrebbe allontanato la dirigenza ustaša dall’ambiente di Zagabria, controllato dal comando e da centinaia di agenti tedeschi. Il trasferimento era un’opportunità da cogliere per liberarsi della tutela teutonica: fino a quando i tedeschi non se ne fossero andati da Zagabria, sarebbe stato impossibile svolgere un lavoro sistematico e proficuo a favore dell’affermazione italiana.418 Durante l’estate l’Italia tentò comunque, ripetutamente, di affermare la propria egemonia sullo Stato croato, pur delineandosi nel governo di Roma la piena consapevolezza che i piani in Jugoslavia non fossero andati come programmati inizialmente e nella speranza che la situazione non fosse del tutto irrecuperabile. Sembrava esserne pienamente consapevole Ciano, che non mancò di commentare, con sarcastico realismo, i primi passi diplomatici compiuti dello Stato Indipendente Croato. Il 6 giugno il Poglavnik si recò in Germania con Artuković e Lorković ad un incontro con Hitler, Hermann Göring e Ribbentrop: fu fissato il confine tra lo Stato croato e la Serbia, mentre in precedenza, con l’accordo del 13 maggio, erano stati stabiliti con i tedeschi i confini alla frontiera con la Slovenia. La presenza di Göring permise di affrontare anche la questione della necessità del Reich di disporre della bauxite croata per alimentare gli stabilimenti della GöringWerke.419 Dopo il vertice tedesco Pavelić si recò a Venezia accompagnato da Ribbentrop per la firma dell’adesione al Patto Tripartito (15 giugno).420 Ciano, senza retorica e con realismo, annotò nel Diario: l’adesione della Croazia ha il sapore delle tagliatelle fatte in casa, valore politico dell’evento eguale a zero.421
Inizialmente il governo di Roma ritenne opportuno insistere sulla trasformazione dello Stato in un protettorato italiano attraverso il sostegno alla corona di Aimone di Savoia e all’istituzione monarchica. Casertano sosteneva che la situazione interna croata andasse migliorando proprio a causa della diffusione in alcuni ambienti, anche popolari, di voci sull’imminente instaurazione della monarchia, che avrebbe rafforzato la debole posizione di Pavelić.422 La realtà era
418 419
Ibidem, Coselschi, Osservazioni…, La situazione a Zagabria, pp. 13-19. Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4359 R., segreto non
diramare, 68-Urgente, f.to Casertano, Zagabria 14 maggio 1941-XIX; id., b. 1168 (UC 52), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C. 52), telegramma n. 5692 R., segreto non diramare, R. Incaricato d’Affari Casertano, Zagabria 10 giugno 1941-XIX. Cfr. anche F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, p. 85. 420
B. Krizman, Pavelić i ustaše, pp. 501-504.
421
G. Ciano, 15 giugno 1941.
422
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4300
R., Segreto non diramare, 62-Urgente, f.to Casertano, Zagabria 12 maggio 1941-XIX.
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però che i croati erano rimasti piuttosto freddi e indifferenti alla designazione del sovrano, di cui Coselschi consigliava far conoscere e diffondere con insistenza le sue attività di esploratore e sportivo, gli episodi biografici che più potessero colpire l’immaginario collettivo e conquistare le simpatie della popolazione. Non era stata un’idea molto felice – affermava Coselschi – diffondere fotografie del duca sabaudo in uniforme di ammiraglio, dinanzi ad un popolo privato di gran parte della costa e di una propria marina da guerra: l’immagine di un re marinaio era apparsa a dir poco ironica.423 Secondo una voce appresa dagli ustaša e riferita ad un posto di blocco confinario di Chistagne (Kistanje) da una donna serba di Knin, inoltre, gli uomini del Poglavnik andavano proponendo di assassinare il principe Aimone, nel momento in cui si fosse recato a Duvno per essere incoronato. Il complotto, sosteneva l’informatrice, sarebbe stato organizzato dalle stesse persone componenti il seguito del principe, per poi attribuire la responsabilità ai serbi ed esporli alle rappresaglie italiane. La donna aveva dichiarato di essere stata indotta a riferire il fatto sia per la simpatia che nutriva verso l’Italia, sia per l’odio verso i croati, che avevano trucidato nella zona di Knin e Dernis circa cinquecento suoi correligionari.424 Vera o falsa che fosse, l’allarmante notizia dell’attentato era significativa: la situazione nei riguardi della nuova dinastia sulla quale si basavano molte delle speranze italiane non appariva nel complesso una delle più favorevoli. L’atteggiamento delle autorità croate verso il re designato continuava ad essere sostanzialmente negativo e si manifestava attraverso un ostentato silenzio: i capi ustaša non ne parlavano, così come la stampa, e mentre il governo di Roma si preoccupava ad inizio giugno di futili questioni come accomodare la residenza reale a Zagabria (e trovarne una estiva), scegliere una degna corte di aristocratici croati ed uno stemma dinastico, provvedere alla cerimonia d’incoronazione del sovrano e all’organizzazione di un corpo di guardia reale, la questione monarchica perse presto la propria importanza dinanzi alle sanguinose azioni degli ustaša nei territori sottoposti alla diretta amministrazione delle autorità di Zagabria.425 Gli ustaša tra la fine di aprile e la prima metà di agosto del 1941 si resero infatti protagonisti di efferati crimini contro la popolazione ortodossa, dimostrandosi incapaci di mantenere l’ordine. La persecuzione, inizialmente condotta dalle milizie, in modo disordinato e selvaggio, di villaggio in villaggio, fu presto sistematicamente organizzata dal governo di Zagabria, che diede direttive precise sull’annientamento della popolazione serba. Ai massacri parteciparono anche frati francescani, in alcuni casi alla guida delle spedizioni. In tutto lo Stato Indipendente
423 424
Ibidem, Coselschi, Osservazioni…, Il Re, Zagabria 4 giugno 1941-XIX. Ibidem, Allegato a rapporto 24 giugno 1941-XIX n. 455 del Governo della Dalmazia,
Manifestazioni croate antitaliane – Attività degli “Ustasci” (Notizie desunte da rapporti ufficiali e da informazioni fiduciarie), 8) Rapporto 19 giugno del Comando CC.RR. Zara. 425
Ibidem, Appunto per Comm. Raffaele Casertano, R. Incaricato di Affari Zagabria, Roma, 8
giugno 1941-XIX.
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Croato arresti, perquisizioni, devastazione di abitazioni, torture e soppressioni violente furono all’ordine del giorno. Alla fine di luglio solamente nei paesi di Veljnor e Kernijc (distretto di Karlovac) risultavano uccise circa seicentosettanta persone, mentre a Ljubriski e circondario non era rimasto neppure un serbo. 426 Le autorità militari italiane, coinvolte nello scontro fra serbi e croati, cui si aggiunsero i bosniaci musulmani, si trovarono ad affrontare una situazione che avrebbe avuto importanti ripercussioni politiche: dinanzi alle azioni degli uomini del Poglavnik intervennero in più di un’occasione a tutela dei civili, che cercavano la protezione italiana (a Gračac, Knin e Dernis); al contrario, con gli alleati ustaša, istigati dalla propaganda anti-italiana di Berlino e Zagabria, si creò ostilità fin da subito. Tra la linea politica ufficiale e la realtà in cui si trovavano le forze armate italiane si verificò una progressiva divergenza e sarebbero sorte gravi incomprensioni e contrasti, sia tra i governi di Roma e Zagabria, sia tra le massime autorità politiche italiane e gli ufficiali del Regio Esercito.427 A Roma giunsero notizie riguardanti la distruzione d’interi paesi. L’Ufficio Affari Civili della 2ª Armata l’11 giugno informava lo Stato Maggiore dell’Esercito dell’attività terroristica svolta dagli uomini del Poglavnik, che si erano lanciati alla caccia dei nemici dello Stato, individuati negli ebrei e nella popolazione ortodossa tutta, inclusi i profughi montenegrini che avevano la sciagura di capitare nelle loro mani.428 Croati e musulmani uccidevano a Trebinje, Nevesinje, Gacko e altre località dell’Erzegovina. Nel distretto di Nevesinje alla data del 20 luglio risultavano uccisi tra i quattro ed i cinquecento serbi, tra uomini, donne e bambini, così come a Gacko.429 Nel solo villaggio di Korita (distretto di Gacko) tra il 5 ed il 6 426
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Allegato n. 2 al foglio I/8635/S in data 26 settembre 1941, Stralcio
di un documentario inviato dal capo del sinodo ortodosso al comando militare germanico della Serbia in data 20 luglio 1941. 427
Ibidem, Delegazione del P.N.F. presso il movimento ustascia, al Duce, al Segretario del
P.N.F. e p.c. al Ministero degli Affari Esteri, prot. ris. 2/C, oggetto: relazione sulla situazione dopo l’ordine di rioccupazione militare, f.to il Capo Delegazione P.N.F. in Croazia Lgt. Gen. Eugenio Coselschi, Zagabria, 19 agosto 1941-XIX. Si veda anche M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale, II, p. 101. 428
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Comando Divisione Fanteria Messina (18)-Sezione Operazioni e
Servizi, all’Alto Commissariato civile per il Montenegro-Cettigne, prot. n. 1851 Op., all. 1, oggetto: Informazioni, d’ordine il Ten. Colonnello Capo di S.M. Michele Tanzi, P.M.91/A, 9 giugno 1941XIX; id., R. Ministero Affari Esteri Roma, f.to l’Alto Commissario Mazzolini, 16 giugno 1941-XIX; id., Commissariato civile per il Montenegro, Delegazione di Nikšić, all’Alto Commissariato per il Montenegro Cettigne, f.to il delegato Avv. Lodovico Maravalle. 429
Ibidem, Civilnom Komesarijatu Delegaciji Nikšić, Za Visokog Civilnog Komesara Cetinje,
Nikšić, 14. juna 1941; id., copia, all’Eccellenza il Conte Serafino Mazzolini Alto Commissario per il Montenegro, Cettigne 14 giugno 1941-XIX; id., Allegato n. 2 al foglio I/8635/S in data 26 settembre 1941, Stralcio di un documentario inviato dal capo del sinodo ortodosso al comando militare germanico della Serbia in data 20 luglio 1941.
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giugno elementi musulmani arrestarono centoquarantasette contadini ortodossi, che condotti in località Stepen furono uccisi a colpi di bastone e gettati in una scarpata. La notizia creò grande agitazione tra la popolazione ortodossa dei vicini villaggi, che si armò per resistere alle aggressioni.430 Negli stessi giorni, ancora al confine croato-montenegrino, altri cinquanta ustaša irregolari croati e musulmani si recarono armati nei pressi di Bijela Gora, sparando su un accampamento di trecento montenegrini fuggiti pochi giorni prima da Orahovac (comune di Lastva) e dal circondario di Trebinje. Gli assaliti fuggirono verso Grahovo senza opporre resistenza, gli ustaša asportarono dall’accampamento bestiame e viveri. 431 Avvenimenti simili diventarono ordinari al confine con il Montenegro come all’interno della Bosnia e dell’Erzegovina e confermavano alle autorità militari italiane il contegno inqualificabile degli ustaša contro la popolazione civile; le violenze erano state la causa delle reazioni che alcune bande serbe avevano avuto contro la Divisione Marche, accusata di essere complice degli ustaša, data la libertà loro concessa di compiere le violenze.432 Ancora nei villaggi di Kapavica e Graza nei primi giorni di giugno furono arrestati centosettantacinque agricoltori con le famiglie e, salvo i pochi riusciti a fuggire, tutti fucilati; altri centocinquanta furono uccisi nei villaggi di Vlahovići, Krajkovići e Rankovići;433 a Ljubinje a fine luglio trecentoundici serbi furono gettati nei burroni di Solubinja e Lastva ma in tutto il distretto il numero delle vittime saliva a duemilacinquecento; anche nel distretto di Stolac vennero distrutti interi paesi, tra cui Čapljina, Gabela e Domanovići.434 A Mostar sembra che alle persecuzioni parteciparono anche alcuni sostenitori del Partito contadino: subito dopo il trapasso dei poteri dalle autorità italiane a quelle croate, infatti, si vedevano ogni sera girare in città pattuglie di Cacciatori di 430
Ibidem, XI Battaglione Carabinieri Reali, Ufficio Comando, a Alto Commissariato civile per
il Montenegro-Cettigne, a Comando Superiore CC.RR. FF.AA. Albania-Tirana, a Comando Divisione Fanteria Messina-Cettigne, prot. n. 1/74 div.ris., 1279/124, oggetto: Segnalazione, f.to Capitano Comandante Int. del Battaglione Vincenzo Siragusa, Cettigne, 10 giugno 1941-XIX; id., R. Ministero Affari Esteri Roma, 1279/124, Segnalazione, f.to Mazzolini, 17 giugno 1941-XIX. 431
Ibidem, XI Battaglione Carabinieri Reali, Ufficio Comando, a Alto Commissariato per il
Montenegro-Cettigne, a Comando Superiore Forze Armate Albania-Tirana, a Comando Divisione Fanteria Messina-Cettigne, prot. n. 1/83 Ris., oggetto: Rapporto relativo ad incidenti verificatisi in zona di confine, f.to il Ten. Colonnello Comandante del Battaglione Giuseppe Benvenuti, p.c.c. il Capo della Sezione I Cap. Giorgio Paci, Cettigne 29 giugno 1941-XIX. 432
Ibidem, Comando Divisione Fanteria Messina, Ufficio Informazioni, a Comando Superiore
Forze Armate Albania 9ª Armata P.M.22/A, all’Alto Commissariato per il Montenegro Cettigne, n. 1139 s.I – All. 1, oggetto: Situazione nella zona di confine con la Croazia, f.to il Generale Comandante Carlo Tucci, P.M.91/A, 30 giugno 1941-XIX. 433
Ibidem, Commissariato civile per il Montenegro, all’Eccellenza Conte Serafino Mazzolini
Alto Commissario per il Montenegro, Cettigne 17 giugno 1941-XIX 434
Ibidem, Allegato n. 2 al foglio I/8635/S in data 26 settembre 1941, Stralcio di un documentario
inviato dal capo del sinodo ortodosso al comando militare germanico della Serbia in data 20 luglio 1941.
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Maček forti di una quindicina di uomini, guidati da un agente di polizia e adibiti al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica e privata. Il 1° giugno nelle prime ore del giorno questi avevano arrestato un gruppo di serbi, presi di casa in casa, di cui non si era avuta più notizia: i carabinieri riuscirono dopo qualche giorno a stabilire che erano stati fucilati subito dopo l’arresto e gettati nella Neretva. Nella prima settimana di giugno Cacciatori di Maček e ustaša, nonostante le divisioni politiche (i comandi militari italiani non escludevano che quest’ultimi potessero presto prendere di mira gli stessi sostenitori del Partito contadino), su mandato o per tacito consenso delle autorità croate, proseguirono le violenze in tutta la provincia di Mostar, con centinaia di omicidi, saccheggi e incendi di abitazioni. Non furono risparmiati pope ortodossi, vecchi, donne e bambini – i cadaveri bruciati o fatti a pezzi – che, pur con cautela dal momento che l’avvicinarsi ai militari italiani comportava l’attirare a sé l’attenzione e la conseguente persecuzione, si rivolgevano disperati ai comandi italiani. Quotidianamente dalle abitazioni di serbi ed ebrei, che passavano la notte in aperta campagna temendo per la propria vita, venivano asportati gli oggetti di valore; altri eccidi furono consumati per motivi di assoluta natura privata. La parte sana della società croata, incluso il comando militare e gran parte della popolazione musulmana della città, era indignata dallo scempio che si continuava a commettere e sembrava che il prelato alla guida della chiesa cattolica di Mostar si fosse diretto a Zagabria per chiedere l’intervento di Pavelić e far cessare le violenze. Le minoranze oppresse e coloro che odiavano gli ustaša stigmatizzavano l’astensione delle autorità militari italiane dal prendere provvedimenti. L’atteggiamento di indifferenza incoraggiava infatti le milizie croate e serbi ed ebrei andavano rapidamente perdendo la fiducia riposta nelle truppe italiane, meditando una qualche forma di resistenza alle persecuzioni.435 Alla fine dell’estate, secondo gli accertamenti eseguiti dai militari italiani, in città erano stati uccisi quattrocentottanta serbi: dei settemila che un tempo vivevano a Mostar ne erano rimasti solamente ottocento, in gran parte donne, vecchi e bambini e dei seimila mancanti non si avevano notizie.436 Anche i massacri compiuti in Lika (distretti di Ogulin, Gospić, Knin, Dernis, Otočac, Veljun, Plitvice), assunsero aspetti feroci che – scrisse l’Ufficio Affari Civili
435
Ibidem, Centro I Antico, a Servizio Informazioni Militare Ufficio I Albania, P.M.22 – A.,
prot. n. 5/1330 segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, Mostar, f.to il Comandante dei CC.RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.9I/A., 18 giugno 1941-XIX; id., Comando Supremo, Servizio Informazioni Militare Ufficio I Albania, Centro I Antico, a Servizio Informazioni Militare Ufficio I Albania P.M.22 – A., prot. n. 5/1375 segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, Mostar, f.to il Capitano dei CC.RR. Capo Centro Angelo Antico, 20 giugno 1941-XIX. 436
ASDMAE, b. 1495 (AP 30), Persecuzioni di ustasci verso montenegrini, Allegato n. 1 al
foglio I/8635/5 del 25 settembre 41/XIX, Dati sull’attività ustascia nella lotta a sfondo razziale contro serbi-ortodossi e ebrei, Mostar.
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della 2ª Armata – potevano trovare riscontro soltanto nei tempi più oscuri del Medioevo. Secondo il generale Ambrosio i civili uccisi erano migliaia (seicentocinquanta nel solo villaggio di Glina, a sud di Zagabria)437 e altrettante le persone arrestate: v’era stata un’esplosione di violenza generalmente condotta all’insaputa delle stesse autorità governative o degli stessi comandi delle truppe regolari, quasi sempre dovuta ad iniziative di gruppi locali, a manipoli di gente indefinibile. A Knin bande di giovani ustaša (collegate al vicino convento francescano di Sant’Anna) praticavano un regime di terrore, perquisendo le abitazioni dei serbi e non risparmiando gli alloggi degli ufficiali italiani.438 Ambrosio attribuiva la responsabilità della situazione esclusivamente agli uomini di Pavelić, precisando che le autorità civili e militari croate ne comprendevano invece la gravità. Era necessario porre fine alle violenze, che compromettevano seriamente l’esistenza stessa dello Stato Indipendente Croato e diminuivano il prestigio italiano tra la popolazione che tali atti subiva e deplorava. Al seguito del passaggio dei poteri alle autorità croate i comandi delle truppe italiane, in base alle disposizioni impartite, evitavano ogni ingerenza nelle attività politiche locali, ma le violenze trascendevano i limiti dell’episodio politico e l’esercito italiano sarebbe stato presto indotto ad intervenire: la sola presenza italiana, infatti, era stata sufficiente a frenare gli eccessi in molte località. Ambrosio invocò l’intervento di Casertano presso Pavelić, ma l’incaricato d’affari italiano, allineato alle posizioni di Zagabria, comunicò a Roma di non ritenere opportuno, in quel determinato momento, intrattenere il governo croato sulla questione. 439 Non dissimili dalle posizioni di Ambrosio le osservazioni del generale Furio Monticelli, comandante la Divisione Sassari a Knin. Qui gli arresti e gli omicidi della popolazione serba, numericamente prevalente, si susseguivano a ritmo incessante: le esecuzioni venivano stabilite in modo sommario da un tribunale costituito a Gospić, essenzialmente per vendette personali. Venivano eseguiti saccheggi di denaro, mobili, merci, negozi; le donne subivano violenze e i pope ortodossi in circolazione erano stati quasi tutti arrestati o giustiziati. La presenza italiana nella zona era sempre meno tollerata dagli ustaša, seppur sopportata; l’impotenza dinanzi alle violenze creava un sentimento di profondo malessere che rendeva difficile la permanenza delle truppe italiane. Monticelli sottolineava il rischio di vedersi sfuggire il controllo sui propri uomini, poiché nonostante il diffuso senso di disciplina e la volontà di ossequiare gli ordini, non poteva garantire che di
437
Come avvenne a Glina nel giugno del 1941, spesso la popolazione serba radunata nella
chiesa locale per il battesimo collettivo finiva per essere uccisa in massa (analoga sorte fu riservata, ad esempio, a duemila serbi riuniti il 3 agosto a Vrginmost). 438
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri, a R. Governatorato della Dalmazia
Zara, a R. Legazione italiana a Zagabria, telespresso n. 02159, oggetto: Attività degli “ustasci”, f.to Ducci, 18 giugno 1941-XIX. 439
O. Talpo, Dalmazia, I, pp. 472-479.
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fronte ad atti di così inaudita violenza compiuti in loro presenza, non vi fosse un intervento italiano contro le azioni delle locali autorità croate. Non intervenendo c’era il rischio di apparire complici dei massacri agli occhi delle vittime e in generale di chi disapprovava le persecuzioni.440 Sembrava infatti che un locale esponente del Partito contadino, a proposito degli eventi di quei giorni, avesse commentato Gli italiani approvano le persecuzioni dei serbo-ortodossi in Croazia e particolarmente nella Lika e nel territorio di Tenin. Essi hanno tutto l’interesse che venga creato un solco quanto mai profondo fra croati e serbi. Gli italiani sono certi, e noi croati non lo nascondiamo, che in caso di vittoria dell’Asse, la Croazia chiederà la rettifica dei confini attuali, perché non può esistere come “unità statale” senza il litorale dalmata. Se l’Italia non dovesse acconsentire la Croazia sarà costretta ad usare le armi.441
Il logornik (comandante) degli ustaša di Knin, Juco Rukavina, nei giorni della mattanza aveva dichiarato al capostazione di Dernis che i confini recentemente stabiliti fra l’Italia e lo Stato Indipendente Croato non potevano essere considerati definitivi e sarebbero stati modificati quanto prima, per amore o per forza. Tomislavo II, al momento dell’incoronazione, avrebbe omaggiato la Croazia della restituzione di Spalato con Castella e l’isola di Curzola, mentre al termine del conflitto sarebbero state restituite le altre terre dalmate e del litorale croato, come parte dell’Istria e Fiume. Qualora l’Italia non avesse restituito di buona volontà dette regioni, gli ustaša, sostenuti dai tedeschi (in cambio delle concessioni commerciali e finanziarie che Zagabria andava accordando alla Germania), sarebbero insorti sicuri della vittoria sulle truppe italiane ormai stanche e logorate dal conflitto. Rukavina sosteneva di essersi confrontato con Slavko Kvaternik e da questi aver appreso che i tedeschi non si fidavano assolutamente degli italiani, nel timore che quest’ultimi potessero allacciare o addirittura aver mantenuto contatti con gli inglesi. Sembra che Kvaternik, nei colloqui con gli alti funzionari tedeschi, avesse avvertito di non dimenticare la condotta italiana nel 1915. Lo stesso Rukavina, però, conversando con un ufficiale italiano, si era dichiarato un fervente italofilo, sentimento rafforzato a suo dire anche da un precedente confronto con il Poglavnik, che lo aveva rassicurato in merito alle intenzioni di Mussolini, il più grande amico dei croati.442 Decisamente più note, invece, le dichiarazioni del frate francescano Vjekoslav Šimić, del convento di Vrpolje, incaricato politico del comando ustaša di Knin. Ad 440
Ibidem.
441
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Allegato a rapporto 24 giugno 1941-XIX n. 455 del Governo
della Dalmazia, Manifestazioni croate antitaliane – Attività degli “Ustasci” (Notizie desunte da rapporti ufficiali e da informazioni fiduciarie), 5) Notiziario 18 giugno del Comando VI Corpo d’Armata. 442
Ibidem, 2) Notiziario 16 giugno del Comando VI Corpo d’Armata.
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un italiano lì residente presentatosi al comando per ritirare la razione di granoturco cui aveva diritto, aveva osservato che avrebbe dovuto farsi consegnare il grano dagli italiani, che avevano portato via tutto: legname, granaglie, foraggi e anche i vetri. Aveva inoltre aggiunto che gli italiani non avevano combattuto e quindi non avevano diritto a portare via nulla; che sessanta cetnici (sic) erano bastati a far retrocedere un’intera divisione italiana; e che della loro capacità combattiva gli italiani davano prova in Africa attraverso una serie di insuccessi.443
Le partecipazioni di frate Šimić alle spedizioni ustaša furono riportate in numerosi rapporti delle forze di occupazione italiana: il 21 maggio il francescano si presentò dal generale Monticelli chiedendo di poter assumere i poteri civili nella zona; al generale che aveva voluto conoscere la ragione della richiesta, Šimić aveva precisato: voglio uccidere tutti i serbi nel più breve tempo possibile.444 Le pubbliche ingiurie contro gli italiani più volte ripetute da Šimić erano costate al frate francescano anche un’aggressione da parte di un gruppo di soldati rimasti sconosciuti.445 Le vendette ustaša provocarono nei territori della Dalmazia annessa un grande afflusso di serbi che cercavano di fuggire alle persecuzioni, allarmando le autorità italiane e tedesche. Se i serbi avessero organizzato la propria difesa – come effettivamente si avviavano a fare – avrebbero creato uno stato di insicurezza permanente e la necessità di inviare altre truppe nello scacchiere balcanico. Già alla fine di giugno furono registrate violenze e aggressioni di četnici isolati e serbi delle campagne contro famiglie croate: donne e giovani familiari di ustaša erano state portate via dalle proprie abitazioni.446 Roma e Berlino, per chiaro interesse politico, lamentarono le violente azioni degli uomini del Poglavnik esercitando pressioni su Zagabria affinché ponesse fine ai massacri. La sistematicità dei crimini ustaša in alcuni casi sconcertarono persino le autorità militari tedesche, che avevano disarmato esponenti della Crna Legija di Francetić e giustiziato alcuni miliziani. Si trattò, comunque, di fatti isolati e poco significativi, mentre s’intensificarono i contatti degli agenti tedeschi con Maček e gli esponenti del Partito contadino, mai del tutto cessati.447 Sembra fu infatti presa in considerazione l’eventualità di rimpiazzare Pavelić, avvisando il maresciallo Kvaternik che qualora le persecuzioni ai danni dei serbi non fossero cessate, Hitler avrebbe 443
Ibidem, 4) Notiziario 17 giugno del Comando VI Corpo d’Armata.
444
S. Bianchini, F. Privitera, op. cit., p. 68; E. Gobetti, L’occupazione allegra, p. 60.
445
O. Talpo, Dalmazia, I, p. 419.
446
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), Telegramma n. 6216
R., Segreto non diramare, 255-Urgente, Zagabria 24 giugno 1941-XIX. 447
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4431 R., segreto non
diramare, 74-Urgente, f.to Casertano, Zagabria 15 maggio 1941-XIX.
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sostituito il Poglavnik con Maček, che dopo aver raccomandato al popolo croato l’adesione al regime, era stato emarginato dalla vita politica. Il leader contadino tuttavia rifiutò la proposta: ciò nonostante, venuto a conoscenza dei contatti avuti con i tedeschi, Pavelić lo pose comunque agli arresti. Pressato dagli alleati il Poglavnik il 27 giugno emanò un decreto straordinario che proibiva formalmente le violenze delle milizie ustaša contro la popolazione civile.448 L’ordinanza deferiva ai tribunali di guerra chiunque avesse usato violenza contro la vita ed il patrimonio dei cittadini ed adottava speciali provvedimenti, minacciando sentenze di morte per i colpevoli; i gerarchi, i comandanti ed i sottocomandanti della milizia sarebbero stati ritenuti personalmente responsabili di eventuali trasgressioni. Alcuni dei colpevoli degli eccessi furono trasferiti o rimossi dai propri incarichi. Il provvedimento del Poglavnik in un primo tempo sembrò attenuare le violenze, con una lieve normalizzazione dell’ordine pubblico, ma i massacri e le devastazioni dei villaggi presto ripresero su vasta scala, soprattutto in connessione alle rivolte serbe e senza risparmiare le famiglie dei fuggiti in montagna. Nel distretto di Donij Lapac tra il 1° ed il 2 luglio i paesi di Srb e Suvaja furono quasi completamente distrutti e circa tremila serbi uccisi.449 Pochi giorni prima Pavelić aveva comunicato alla Legazione italiana l’accordo raggiunto con le autorità tedesche per il trasferimento in Serbia del clero ortodosso presente nello Stato Indipendente Croato: entro la prima decade di luglio era intenzione provvedere alla partenza di circa ventiduemila serbi e duecentomila a scaglioni successivi.450 Una proposta simile venne avanzata senza successo un mese dopo per i serbi di Dalmazia dal Ministero degli Esteri italiano, che chiese alle autorità tedesche di autorizzare il rientro in Serbia di alcune migliaia di persone.451
448
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. (Uff. Croazia), a Comando Supremo, R.
Governatorato Zara, Alto Commissariato Cettigne, R. Ambasciata Berlino, R. Legazione Belgrado, R. Legazione Budapest, D.E.M. Sede, oggetto: Decreto straordinaro del Poglavnik, d’ordine del Ministro, 29 giugno 1941-XIX; ibidem, b. 1495 (AP 30), AG Croazia (ustascia), Ordinanza e disposizione di legge straordinara del Poglavnik dello Stato Indipendente Croato, f.to Ante Pavelić, Zagabria 27 giugno 1941; AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Ordinanza e disposizione di legge straordinaria del Poglavnik dello Stato Indipendente Croato; id., Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio Operazioni,
prot. n. 824/AC/Segreto, oggetto: Violenze degli
ustasci, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 8 luglio 1941-XIX. 449
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Allegato n. 2 al foglio I/8635/S in data 26 settembre 1941, Stralcio
di un documentario inviato dal capo del sinodo ortodosso al comando militare germanico della Serbia in data 20 luglio 1941. 450
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), Telegramma n. 6216 R., Segreto non
diramare, 255-Urgente, Zagabria 24 giugno 1941-XIX. 451
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri-Ufficio Gab.A.P. Croazia, a R. Legazione Zagabria,
Telegramma n. 29876, Segreto non diramare, f.to Anfuso, Roma 31 luglio 1941-XIX.
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Si diffusero gli interventi delle truppe italiane in difesa della popolazione serba. Ufficiali e soldati raccontarono in seguito nelle loro memorie le vicende di quegli anni. In alcuni casi arrivarono a contrastare gli ordini superiori loro assegnati che stabilivano tassativamente di non intervenire e di disinteressarsi di ciò che avveniva nei territori croati. Le violenze degli ustaša non erano dirette verso comunisti o oppositori politici ma verso uomini che non si occupavano di politica, donne e bambini. Contravvenendo all’ordine di non ingerenza i militari italiani intervennero ripetutamente creandosi la fama di protettori degli elementi più avversi al regime di Zagabria. Si trattò fondamentalmente di episodi isolati e iniziative spontanee di trasgressione agli ordini superiori da parte di singoli soldati o di interi reparti che si esposero anche a gravi rischi, ma molto più semplicemente le truppe italiane salvarono serbi ed ebrei accogliendoli nei territori dalmati annessi all’Italia. Le reazioni italiane erano spesso dettate anche da esigenze di ordine pubblico e di controllo del territorio che l’esodo in massa di migliaia di profughi andava provocando. Le autorità croate inoltrarono una protesta ufficiale alla Legazione italiana contro gli appelli della 2ª Armata agli abitanti della BosniaErzegovina affinché si ponessero sotto la protezione delle autorità militari italiane, che a Knin avevano disposto la riapertura al culto della cattedrale ortodossa e lo stesso avevano fatto a Mostar, tra le proteste del vescovo della città.452 Come accennato, le stragi ustaša provocarono il proliferare di unità spontanee di autodifesa. I serbi fuggiti agli arresti e alle persecuzioni per difendersi e vendicarsi iniziarono ad organizzare bande armate che presero progressivamente consistenza lungo i confini tra Bosnia-Erzegovina e Dalmazia. Già a fine maggio bande serbe erano segnalate nelle zone di Trebinje, Nevesinje, Ljubinje, Gacko, Livno, Bosanska Krupa e Mostar. I carabinieri sospettavano tuttavia che il continuo prospettare attività di comitagi serbi da parte dei reparti ustaša fosse volutamente esagerato per giustificare provvedimenti di rigore contro gli avversari politici. 453 A fine giugno, comunque, l’azione aveva ormai preso la forma di una vera e propria insurrezione in gran parte dello Stato Indipendente Croato, anche se ancora poco definita: le bande armate puntavano i villaggi croati e la popolazione musulmana abbandonandosi a ferocia non minore a quella degli ustaša, attaccando milizia e domobranci. Anche i musulmani dell’Erzegovina venivano considerati – in alcuni casi non a torto – responsabili degli eccidi: proprio in quei giorni, ad esempio, ad Avtovac presso Gacko, attaccarono profughi montenegrini (24-28 giugno) accusati
452
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.) A.E.M., telegramma n. 6042 R., oggetto:
Situazione in Croazia, f.to Giustiniani, Zagabria 19 giugno 1941-XIX; ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Notizie sulla Croazia, Roma 1 luglio 1941-XIX. In allegato stralcio di una lettera al fratello di un sergente di gendarmeria a Velimlje, Gavro Koprivica, su eccessi ustaša con data 20 giugno 1941. 453
Ibidem, Centro “I” Antico, a Servizio Informazioni Militare Ufficio I Albania P.M.22 – A,
prot. n. 5/1266 segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, f.to il Capitano dei CC. RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.9, 8 giugno 1941-XIX.
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di essere četnici e compiere incursioni armate in Croazia.454 Sempre a Gacko erano diretti inoltre gli autocarri della 49ª Legione CC.RR., partiti da Bileća e attaccati da bande serbe – cinquemila uomini diretti da militari della locale scuola allievi ufficiali che avevano abbattuto anche un aereo croato – presso Meka Gruda, con morti e feriti.455 Ad inizio luglio Casertano riferì che la reazione delle bande armate serbe in Bosnia-Erzegovina, dapprima manifestatasi con casi isolati e periferici, andava accentuandosi e diffondendosi anche nel cuore dello Stato croato, con segni di coordinamento che destavano preoccupazione. Era improbabile che le forze ribelli si fossero coalizzate per un unico fine comune, ma era da porre in rilievo una minore frammentarietà che faceva sospettare al ministro a Zagabria l’intercorrere di contatti tra diversi gruppi (musulmani, serbi, comunisti). Le informazioni di fonte ufficiale escludevano l’unità di comando, ma bande di četnici risultavano ricevere ordini da un centro direttivo nel Sangiaccato occupato dai tedeschi, in comunicazione radio con Banja Luka, Karlovac e altri centri a presenza serba. Sembrava si stesse preparando una sollevazione nelle principali città dalmate e dell’entroterra, a Spalato, Knin, Ragusa e nelle località minori. Non risultava inoltre estranea alle insurrezioni quella parte di popolazione musulmana della Bosnia, che malgrado la politica filo-islamica di Pavelić, manifestava malcontento e irrequietezza per l’intensificazione del reclutamento. Anche l’elemento musulmano non nascondeva infatti la propria preoccupazione per le persecuzioni in atto contro gli ortodossi, temendo che lo stesso trattamento in un secondo tempo potesse essere riservato da Zagabria all’Islam bosniaco.456 Le insurrezioni serbe infine sembrarono preoccupare meno il generale Ambrosio, che alla fine del mese ribadiva come fossero le interferenze tedesche – tese a contrastare l’intervento economico e politico italiano – a rappresentare il principale problema dell’Italia nello Stato Indipendente Croato. L’esser giunti a Zagabria prima degli italiani in atteggiamento da liberatori dal giogo serbo, la
454
Ibidem, Comando Supremo, Servizio Informazioni Militare Ufficio I Albania, Centro I
Cettigne, a Servizio Informazioni Militare Ufficio I Albania, P.M.22 – A, prot. n. 5/1518 segreto, oggetto: Informazioni d’oltre frontiera, f.to il Capitano Capo Centro Ernesto Carretto, P.M.9, 4 luglio 1941-XIX; id., Ministero Affari Esteri Gab.A.P., Uff. Croazia, a Alto Commissariato Cettigne, telespresso n 02543, oggetto: Incursioni cetnici serbi in Croazia, d’ordine del Ministro, Roma 5 luglio 1941-XIX; id., Ministero degli Affari Esteri Roma, n. 2687/288, Incursioni cetnici serbi in Croazia, 9 luglio 1941-XIX. 455
Ibidem, Comando Supremo, Servizio Informazioni Militare Ufficio I Albania, Centro I
Cettigne, a Servizio Informazioni Militare Ufficio I Albania, P.M.22 – A, prot. n. 5/1484 segreto, oggetto: Informazioni, f.to il Capitano Capo Centro Ernesto Carretto, P.M.9, 4 luglio 1941-XIX. 456
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P., telegramma n. 663/348, segreto non diramare,
oggetto: Situazione interna, f.to Casertano, Zagabria 9 luglio 1941-XIX. Riportato anche in O. Talpo, Dalmazia, I, pp. 490-491.
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profonda ammirazione destata dalla potenza e l’organizzazione tedesca, il disinteresse dimostrato nella determinazione dei confini con la Serbia, avevano accentuato il sentimento filo-tedesco croato, condizionando gli interessi italiani e le relazioni italo-croate. Pur essendo stata pattuita l’attribuzione delle linee aeree all’influenza italiana, di fatto i collegamenti con l’Italia erano quasi inesistenti, mentre le linee Zagabria-Vienna-Berlino erano già in funzione da tempo. L’importazione di giornali e libri esteri era stata devoluta ad un ente tedesco, che creava difficoltà all’afflusso di periodici e stampe italiane facilitando quello di analoghe pubblicazioni tedesche (come del resto facevano le autorità italiane in Dalmazia a scapito delle pubblicazioni croate). A Zagabria venivano pubblicati giornali tedeschi con cospicue sovvenzioni degli organi di propaganda di Berlino, mentre nel campo economico la Germania aveva finito di soppiantare gli interessi francesi ed inglesi: la situazione, più che ad un’ingerenza tedesca nociva all’Italia – come Ambrosio aveva osservato in precedenza – faceva pensare ad una vera e propria concorrenza, che non intaccava comunque la linea di assoluto lealismo cui erano improntati i rapporti tra i circoli ufficiali tedeschi e italiani. Circostanze e coincidenze piuttosto significative rendevano quindi assai più che lecita l’illazione che all’ostilità croata nei confronti dell’Italia non fossero estranei suggerimenti ed influenze tedesche. Gli atteggiamenti di preferenza dei croati verso i tedeschi – dovuti ad affinità generiche, indiscutibili riflessi culturali, tradizioni e reminescenze asburgiche diffuse – non erano scalfite neppure dalle requisizioni effettuate dai tedeschi sino all’esaurimento delle intere riserve dello Stato croato, dall’appropriazione delle più vive fonti dell’economia nazionale mediante abili trapassi di capitali azionari, dalla penetrazione tedesca negli ambienti militari e nelle istituzioni collaterali e dall’imposizione del particolare statuto per i Volksdeutschen dei territori croati. Ufficiali e militari di truppa delle forze armate tedesche e delle SS, nelle relazioni private o in conversazioni in pubblici ritrovi, indistintamente asserivano che alla fine della guerra anche l’Italia sarebbe stata messa a posto e la Dalmazia sarebbe stata restituita ai croati, e con essa Fiume, se non pure Trieste. Un membro della commissione croata per la definizione dello statuto per la città di Spalato e l’area dei Castelli, di ritorno da Zagabria (17 luglio), aveva riferito come diverse importanti personalità del regime gli avessero assicurato che, in seguito alla vittoria finale, la Germania avrebbe riparato all’ingiustizia della cessione della Dalmazia all’Italia, ingiustizia ben più grave di quelle commesse a Versaglia al termine della Prima guerra mondiale dalle potenze vincitrici.457
457
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Notizie e informazioni inviate dalla 2ª Armata riguardanti il
territorio jugoslavo dal nov. 1940 al dic. 1941, situazione politica dei territori ex jugoslavi, Comando 2ª Armata, Ufficio I, a Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. I/7365/S, oggetto: Attività politica tedesca in Croazia, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 25 luglio 1941-XIX.
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3.2.
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La rivolta in Lika
Nella Lika occupata la presenza italiana aveva costituito un discreto deterrente contro le violenze degli ustaša, ma l’apparente tranquillità era entrata in crisi in seguito all’ordine di trasferire i poteri civili alle autorità croate. La decisione aveva suscitato una diffusa agitazione tra i serbi della zona, in particolare a Gračac e Knin,458 e come detto vi erano state richieste esplicite di alcuni notabili affinché le località venissero annesse all’Italia. Prima del passaggio di consegne i militari italiani favorirono il rifugio di alcune centinaia di serbi verso i territori annessi, mettendo a disposizione, in alcuni casi, i propri mezzi di trasporto: nonostante nei loro confronti gli ustaša assumessero atteggiamenti sempre più provocatori ed ostili, la Legazione a Zagabria si preoccupò soprattutto di fare presente a Roma che singoli organi delle autorità militari italiane si intromettevano ed impedivano il regolare svolgimento delle funzioni delle autorità croate, ledendone la sovranità.459 Quando i reparti italiani si allontanarono dal territorio, gli ustaša si abbandonarono alla violenza, a Dervar, intorno a Plitvice, nella zona di Gračac e in quella di Metković.460 La conseguente reazione dei serbi si trasformò rapidamente in un’aperta ribellione, anche se la sollevazione della Lika rimase sostanzialmente spontanea e priva di un’organizzazione che ne inquadrasse l’azione, esclusivamente mirata a proteggere la popolazione dalle persecuzioni e vendicarsi delle violenze subite. Guidati da ex ufficiali dell’esercito jugoslavo e dai pope ortodossi fuggiti in montagna, i serbi s’imposero in diverse località (Dervar, Kulen Vakuf, Bosanski Petrovac, Bosansko Grahovo, Srb).461 L’insurrezione si ingrandì con l’intervento delle prime formazioni partigiane e nei piccoli centri alcuni reparti ustaša e domobranci furono sopraffatti; in altri casi, invece, truppe regolari e reparti di milizia croate mantennero le proprie posizioni con il sostegno italiano. Le bande
458
Ibidem, N. 1-11, b. 523, Comando Divisione Sassari, Diario storico, P.M.86, 15 e 18 luglio
1941-XIX. 459
ASDMAE, b. 1168, fasc. 2, Ministero degli Affari Esteri, a Comando Supremo e p.c. a
Governatorato della Dalmazia, telespresso n. 8/3357, Segreto, f.to Pietromarchi, Roma 6 agosto 1941-XIX. Riporta la nota verbale inviata il 17 luglio dalla Legazione italiana a Zagabria. 460
Ibidem, b. 1493 (AP 28), Promemoria per il Duce, 16 luglio 1941-XIX; id., Ministero degli
Affari Esteri, Gab.A.P., a Governo della Dalmazia Zara, R. Legazione Zagabria, telespresso n. 02997, Situazione in varie località dalmate e croate, Roma 22 luglio 1941-XIX; AUSSME, N. 1-11, b. 523, Comando Divisione Sassari, Diario Storico, Notiziario giornaliero, P.M.86, 27-28 luglio 1941XIX; id., b. 582, Comando VI Corpo d’Armata, Notiziario n. 87, P.M.39, 29 luglio 1941-XIX. 461
Nella zona di Dervar-Bosansko Grahovo-Petrovac-Srb i serbi insorti erano circa duecento,
inquadrati dagli ex ufficiali serbi e armati di fucili, mitragliatori e bombe a mano. Animatore del movimento il professor Branko Zorić, serbo-ortodosso di tendenze nazionaliste e deciso anticomunista. ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero dell’Interno, Direzione Generale della P.S., Divisione Affari Generali e Riservati, d’ordine del Ministro (s.d.).
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serbe puntarono poi su Gračac, occupata il 27 luglio da četnici e partigiani, e Knin:462 ad est di Gračac era segnalata la presenza di almeno diecimila serbi armati e alcune migliaia a nord di Knin (Pagene cadde rapidamente in mano agli insorti).463 Altre agitazioni preoccupavano le autorità croate intorno al confine dalmata e nei territori annessi nei dintorni di Bencovazzo, Chistagne e Obrovazzo, dove erano segnalati fuggiaschi serbi presumibilmente organizzati in bande di četnici. La ribellione, sostanzialmente, non fu indirizzata contro i presidi italiani: la popolazione di interi villaggi era intenzionata a deporre le armi purchè le fosse assicurata protezione.464 Esempio significativo l’incontro a Grahovo il 31 luglio tra il comandante del 151° Reggimento Fanteria colonnello Alberto Leonardi e alcuni leader della ribellione locale. Scopo della rivolta – affermarono i leader serbi – era la liberazione dalla ferocia croata e l’annessione del territorio all’Italia, ma il movimento non poteva assolutamente dirsi di matrice comunista. Le bandiere rosse, secondo i notabili serbi usate come generico simbolo insurrezionale, erano state prontamente sostituite con quelle jugoslave. Al movimento partecipavano tutti gli abitanti delle zone in rivolta, gli uomini tra i diciotto ed i cinquant’anni come combattenti, donne e vecchi impiegati per i servizi. Il comando degli insorti era a Dervar, presumibilmente guidato da un tenente colonnello dell’ex esercito jugoslavo. Gli interlocutori serbi assicurarono al comandante italiano che la colonna di Grahovo – diverse centinaia di uomini – non avrebbe arrecato offesa alle truppe italiane del comando di Knin, invitando gli altri gruppi armati della zona a fare altrettanto.465 Proprio a Knin, infatti, il 29 luglio le autorità civili e militari croate, minacciate dalle bande armate serbe, avevano abbandonato la città per rifugiarsi a Dernis ed i poteri per la tutela dell’ordine pubblico erano stati assunti dalla Divisione Sassari.466 A Dernis, importante nodo stradale sede di presidio italiano, andavano affluendo sbandati dell’esercito regolare e delle milizie croate, per un 462
Ibidem, Ministero dell’Interno, sez. I n. 012445/441, a Ministero Affari Esteri A.G.IV,
oggetto: Notizie dalla Dalmazia relative alla situazione in Croazia, Roma 22 agosto 1941-XIX. 463
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), Telegramma n. 7554, Segreto non
diramare, f.to Casertano, Zagabria 31 luglio 1941-XIX; id., Ministero Affari Esteri, a Gab.A.P. (U.C.), A.G. 4, 34/R., 8820, Riservato, Appunto, 30 agosto 1941-XIX. 464
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Comando 2ª Armata, Ufficio I, a Stato Maggiore Regio
Esercito-Ufficio I, prot. n. I/7559/S, oggetto: Notizie sui ribelli della zona di Knin, P.M.10, 9 agosto 1941-XIX; id., Ministero della Guerra, Gabinetto, Notizie sui ribelli della zona di Knin, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, Roma 23 agosto 1941-XIX. 465
Ibidem, Copia, Sintesi del colloquio avvenuto in Tenin il 31/7/41 tra il colonnello comandante del
151° Fanteria e quattro parlamentari della colonna rivoltosi di Grahovo, f.to Colonnello Leonardi. 466
AUSSME, N. 1-11, b. 523, Comando Divisione Sassari, Diario Storico, Notiziario giornaliero,
prot. n. 585, P.M.16, 31 luglio 1941-XIX. Nei sotterranei del comando croato i militari italiani rinvenirono quattordici cadaveri di cui alcuni di donne a cui erano stati asportati i seni. ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero Affari Esteri, a Gab.A.P. (U.C.), A.G.4, 34/R., 8820, Riservato, Appunto, 30 agosto 1941.
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riordinamento generale delle forze armate: le truppe regolari croate passarono agli ordini del comando italiano mentre gli ustaša furono disarmati per evitare incidenti (nel corso dei movimenti di truppa alcuni di loro avevano sparato anche sui militari italiani). Non furono tuttavia presi provvedimenti contro gli autori dei più efferati delitti compiuti in precedenza. Se Knin fosse stata ancora attaccata dai ribelli serbi sarebbe spettato al solo presidio italiano il compito di difenderla (in caso di attacco a Dernis si poteva forse contare sulle riordinate forze croate). Il governatore Bastianini, preoccupato per la sicurezza dei confini dalmati, prospettò l’ipotesi di abbandonare ai croati la difesa delle città e in generale dei paesi dello Stato Indipendente Croato dalle rivolte in corso e dalle successive (ipotesi del tutto gradita a Zagabria). La soluzione offriva il vantaggio per le truppe italiane di rimanere estranei ad un’azione che si preannunciava sanguinosa e selvaggia, concentrandosi invece sulla salvaguardia e la difesa del confine da eventuali tentativi d’infiltrazione.467 A Knin, però, come nel caso di Grahovo, il comandante e gli ufficiali della Sassari strinsero un accordo con i serbi insorti, che non avevano dimostrato particolare ostilità alle truppe italiane nel corso dell’insurrezione (salvo episodi isolati), al contrario del pericolo rappresentato dal movimento partigiano, ancora minoritario ma in fase di organizzazione.468 Avuta l’assicurazione che i poteri nella zona sarebbero rimasti agli italiani, i serbi s’impegnarono a collaborare all’opera di pacificazione e ad impedire che i gruppi partigiani prendessero consistenza. Le truppe regolari croate fuggite la sera del 29 luglio, una volta rientrate in città riordinate e sottoposte agli ordini del comando del 151° Rgt. Fanteria, accusarono le truppe italiane di aver organizzato la rivolta ed armato i četnici per occupare ulteriori aree di territorio croato da annettere all’Italia.469 Gli ustaša, tra i quali gli indiziati dei precedenti delitti, una volta tornati giravano liberamente in città. I poteri civili sarebbero stati riconsegnati alle autorità croate solamente il 9 agosto, ma le truppe italiane rimasero in città con compiti di presidio, come a Dernis e Gračac.
467
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Governatore Zara, a Gab.A.P., Telegramma n. 7543 R.,
Segreto non diramare, 975-Riservatissimo, f.to Bastianini, Zara 30 luglio 1941-XIX. 468
AUSSME, N. 1-11, b. 523, Notiziario giornaliero, Notizie sui ribelli nella zona di Tenin,
P.M.86, 31 luglio 1941-XIX; id., Riassunto della situazione politico-militare nel periodo dal 1° maggio al 31 luglio 1941-XIX, P.M.86, 1° agosto 1941-XIX; ibidem, b. 582, Comando VI Corpo d’Armata, Stato Maggiore-Ufficio Operazioni, a Comandanti Divisioni Sassari, Bergamo, Marche, e p.c. a Comando 2ª Armata e Governatorato della Dalmazia, prot. n. 3650/Op, oggetto: Situazione in Dalmazia, f.to generale comandante del Corpo d’Armata R. Dalmazzo, P.M.39, 29 luglio 1941-XIX. Cfr. anche O. Talpo, Dalmazia, I, pp. 573-575. 469
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero dell’Interno, sez. I n. OI2445/441, a Ministero Affari
Esteri A.G. IV, oggetto: Notizie dalla Dalmazia relative alla situazione in Croazia, 2° - Tenin, Roma 22 agosto 1941-XIX.
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Il governo di Zagabria, preoccupato dalle insurrezioni serbe, ritenne opportuno esercitare una serie di pressioni presso l’alleato di Roma affinchè fosse rinforzata la vigilanza delle autorità italiane sull’elemento serbo: come affermato dal ministro degli Interni Artuković a Casertano, la convinzione diffusa nell’opinione pubblica croata era che i serbi della Dalmazia fossero riusciti ad accattivarsi la fiducia delle autorità italiane e svolgessero un’azione deleteria dentro e fuori i confini dalmati. Veniva attribuita alle autorità militari italiane la responsabilità degli eventi che minavano la stabilità dello Stato Indipendente Croato: gli italiani erano accusati di aver dato rifugio nei territori annessi a četnici ed ebrei fuggitivi. Di conseguenza nel territorio del Governatorato della Dalmazia Bastianini chiese il trasferimento di due o tremila serbi tra residenti e fuggiaschi proprio per confutare le accuse croate di filoserbismo.470 La pericolosità dei rapporti italo-croati rimaneva al centro delle discussioni dei circoli politici di Roma e Zagabria: in primo piano come elemento turbatore rimaneva la questione della Dalmazia e dell’ordinamento amministrativo di Spalato. Pavelić avvertiva intorno a sè un’atmosfera di nervosismo e di sfavore determinata dall’apprensione dei suoi collaboratori per il sacrificio delle concessioni all’Italia. Elementi isolati e irresponsabili erano mossi da uomini di governo – alcuni dei quali originari della Dalmazia – per un’attività anti-italiana non corrispondente alle direttive del Poglavnik, realizzata attraverso l’ostruzionismo negli approvvigionamenti diretti dallo Stato croato in Dalmazia e seguendo istruzioni pervenute a funzionari e cittadini di Spalato in connivenza con organizzazioni tedesche.471 Luca Pietromarchi si fece promotore di una decisa azione contro i perturbatori dell’ordine pubblico nei territori dalmati annessi, fossero essi comunisti o agitatori politici autorizzati da Zagabria. Provvedimenti esemplari presi nei centri dalmati avrebbero dimostrato la volontà di non tollerare provocazioni, atti di sabotaggio o limitazioni del prestigio italiano. Non aiutava lo sviluppo delle relazioni italo-croate – secondo il plenipotenziario del Ministero degli Esteri – lo statuto estremamente favorevole concesso dal governo croato al gruppo nazionale tedesco (circa centoquarantacinquemila persone), che andava organizzandosi occupando i posti loro concessi nelle prefetture. Con la presenza tedesca alle manifestazioni propagandistiche i discorsi ufficiali croati assumevano sempre toni filo-tedeschi: voci insistenti continuavano ad insinuare l’eventualità della sostituzione di Pavelić con Kvaternik, per imprimere la svolta decisiva all’allineamento croato al Reich.472 Anche Casertano condannò la netta divergenza fra il suo operato volto a creare una cordiale intesa con il governo croato e quello dei comandi italiani nei territori
470
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. Uff. Croazia, a Governo della Dalmazia
Zara, telegramma n. 29589 P.R., f.to Pietromarchi, Roma 30 luglio 1941-XIX. 471
Ibidem.
472
Ibidem.
138
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occupati: il 1° agosto in un telegramma inviato a Roma rimproverava il pietismo dei militari italiani verso serbi ed ebrei – seguendo una precedente rimostranza dello stesso Pavelić – causa della profonda incomprensione con l’alleato ustaša. Ogni simpatia dimostrata nei confronti dei serbi coinvolgeva negativamente gli italiani nella lotta interna e creava ostilità nei loro riguardi. L’azione svolta contro serbi ed ebrei – sosteneva Casertano – risultava indispensabile al governo croato per mantenere il controllo sul Paese, mentre l’intervento italiano, contrario all’azione delle autorità croate e degli ustaša in particolare, provocava incidenti quotidiani, di cui alcuni gravi. Una serie di episodi avevano creato un’atmosfera di netta avversione alle truppe italiane da parte degli elementi del regime e le ripercussioni condizionavano sensibilmente i rapporti con le autorità croate, con l’evidente diminuzione del tono amichevole di simpatia dei primi tempi. Se realmente esisteva un piano tedesco per guadagnare influenza a Zagabria, non poteva avere migliore alleato in tale stato di tensione: nei confronti delle politiche interne dello Stato croato era quindi necessario che le autorità militari italiane mantenessero il più assoluto riserbo, lasciando da parte forme di sentimentalismo che seppure fondate su un maggiore grado di civiltà, risultavano incomprensibili alle autorità croate. I comandi italiani – continuava il ministro italiano a Zagabria – condannavano la condotta degli ustaša quali azioni di una minoranza irresponsabile, come si ignorasse che tale minoranza era comunque costituita dagli uomini di Pavelić, alleato degli italiani. Ogni ostacolo opposto alla politica degli ustaša avrebbe rappresentato causa di malanimo e determinato deplorevoli incidenti: era necessario cessare ogni forma di contrabbando a favore di ebrei e serbi e richiamare l’attenzione della 2ª Armata sulla finalità di amichevole collaborazione dell’occupazione militare italiana. Casertano coglieva in pieno il punto fondamentale della questione: nello Stato Indipendente Croato coesistevano due linee di condotta da parte italiana, una militare ed una politica, che in contrasto tra loro recavano serio danno agli interessi di Roma nel settore balcanico e rappresentavano un serio pericolo per l’esecuzione degli accordi stretti con le autorità croate.473 Pertanto Casertano smentiva nel modo più categorico al governo croato la pretesa assistenza italiana ai ribelli ed il pietismo nei riguardi dei serbi, accompagnando alla smentita la richiesta che venissero impartiti ordini alle autorità militari e civili croate di astenersi dal raccogliere voci del genere o quanto meno dal prestarvi fede. Disposizioni in tal senso erano già state impartite da Zagabria a comandi e prefetture, invitati a deferire gli agitatori, e due funzionari croati erano già stati rimossi dai loro incarichi. Casertano era anche intervenuto con un certo successo presso Pavelić per convincerlo a non far confluire forze croate nella zona compresa tra la ferrovia Fiume-Spalato e la costa, nonostante il Poglavnik avesse fatto presente che ragioni di prestigio gli impedivano di ritirare le
473
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma 7901 R., segreto non
diramare, f.to Casertano, Zagabria, 1 agosto 1941-XIX.
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forze presenti sul posto e tanto meno le milizie ustaša e le autorità civili. Il Poglavnik propendeva per una collaborazione nella zona tra le autorità militari italiane e quelle civili croate, secondo una proposta effettuata una settimana prima, senza successo, dal comando tedesco per la zona Sarajevo-Banja Luka, idea che aveva per di più causato una certa tensione con le locali autorità croate.474 Anche il colonnello Gian Carlo Re, addetto militare a Zagabria, sosteneva che il pietismo nei confronti di serbi ed ebrei era il movente principale dei numerosi incidenti avvenuti tra ustaša e truppe italiane e dell’ostilità dei primi nei confronti dei secondi. Re constatava come il movimento ustaša avesse preso il potere con una minoranza di uomini, senza un reale seguito tra la popolazione ed una base per l’affermazione dell’autorità governativa, possibile solamente con la forza. Cattolici e musulmani erano considerati cittadini di diritto dello Stato, serbi ed ebrei costituivano invece l’elemento da eliminare ed il regime aveva iniziato contro di loro la nota politica di repressione che le rivolte interne andavano rendendo ancora più spietata. Di conseguenza ogni atto di protezione o simpatia nei confronti di serbi ed ebrei sarebbe stata interpretata come una manifestazione anti-croata e contraria al regime ustaša. A Zagabria si affermava che i militari italiani avevano favorito l’esodo di famiglie serbe ed ebree, dei loro denari e dei loro averi, ricoverando i perseguitati in Dalmazia, e che Spalato per questo afflusso di fuoriusciti era divenuta la roccaforte dell’anti-croatismo.475 Secondo Ambrosio quello di cui davano prova le truppe italiane in realtà era un semplice sentimento di pietà verso l’inumana ferocia della stragi ustaša, più o meno approvate dal governo di Zagabria. Il soldato italiano non poteva rimanere indifferente allo spettacolo di continui, ignominiosi delitti, tanto più dinanzi a formazioni armate croate altrettanto pronte ad abbandonare il proprio posto di responsabilità al manifestarsi dei nuclei ribelli.476
Non poteva quindi destare meraviglia il fatto che centinaia di profughi andavano rifugiandosi in Dalmazia, a volte agevolati da iniziative di singoli militari. Il governo croato – concludeva Ambrosio – aveva creato un ambiente 474
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma 7974 R., segreto non
diramare, f.to Casertano, Zagabria 9 agosto 1941-XIX; id., Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. (U.C.), a Comando Supremo, a Governo della Dalmazia Zara, telespresso n. 8/03499, oggetto: Situazione in Croazia, telespresso n. 8/03357 del 6 corr., Roma 11 agosto 1941-XIX. 475
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Superesercito-Ufficio Addetti Militari, prot. n. 441,
oggetto: Rapporti italo-croati, f.to Addetto Militare Colonnello Gian Carlo Re, Zagabria P.M.9, 5 agosto 1941-XIX. 476
Ibidem, b. 1495 (AP 30), Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni, a Stato Maggiore Regio
Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. 7880, oggetto: Incidenti tra militari ed elementi croati, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 24 agosto 1941-XIX.
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ostile alle truppe italiane, che ufficialmente bene accette per un breve periodo, erano ormai appena tollerate.477 La stessa Zagabria era scossa frequentemente da eccidi e sommosse. Come in Lika, ad agosto anche gran parte della popolazione serbo-ortodossa dell’Erzegovina meridionale risultava esser stata vittima degli ustaša, a Hutovo, Gornje Hrasno, Opuzen, villaggi abitati quasi esclusivamente da serbi: in quest’ultima località in due notti erano state uccise quattrocento persone ed il logornik degli ustaša che aveva ordinato i massacri era un sacerdote cattolico. 478 In generale in tutta l’Erzegovina le persone uccise erano parecchie migliaia e la Neretva trasportava quotidianamente una grande quantità di cadaveri. Il tentativo di rivolta serba guidata dai četnici, che dai distretti meridionali della Serbia e del Montenegro avanzavano nel cuore della Bosnia fin nei pressi di Banja Luka ed oltre, era ormai in atto in tutto il territorio.479 L’obiettivo del Comando Supremo italiano era mantenere saldamente il possesso della fascia costiera da Sušak a Spalato, in modo da garantirsi il controllo della linea ferroviaria Ogulin-Knin-Spalato e mantenere o istituire altri presidi nella zona Knin-Gospić, le località in cui si erano verificate le ribellioni più consistenti. Da Gospić, centro di smistamento dei deportati dagli ustaša provenienti da tutto lo Stato croato, i prigionieri venivano trasferiti ai diversi campi di concentramento o più semplicemente uccisi, a centinaia, durante il tragitto: la notte tra l’1 ed il 2 agosto trecentodieci detenuti serbi, destinati al logor di Pago, furono uccisi a colpi di baionetta nel bosco limitrofo; nulla si era più saputo anche di un centinaio di bambini partiti il 10 per Carlopago; nelle due sere successive circa altri mille prigionieri furono avviati, prevalentemente verso Perušić, senza arrivare a destinazione; la notte tra il 19 ed il 20 agosto novecento prigionieri avviati a Medak furono uccisi a raffiche di mitra. Delle duemila persone internate nel campo di concentramento di Debela Clavica almeno cinquecento erano state passate per le armi. Anche a Imotski, subito dopo la consegna da parte italiana dei poteri civili alle autorità croate (9 agosto), furono centinaia i serbi arrestati.480 La fascia litoranea adriatica veniva rafforzata per garantire la sicurezza delle comunicazioni ed arginare le ribellioni in prossimità
477
Ibidem.
478
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Relazioni della 2ª Armata circa situazione politica territori ex
jugoslavi, Ministero della Guerra, Gabinetto, Attività ustasci – trattamento degli ebrei, Roma 23 agosto 1941-XIX. 479
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio
Operazioni, prot. n. 1283/A.C., oggetto: Attività degli ustasci – Trattamento degli ebrei, P.M.10, 12 agosto 1941-XIX; ASDMAE, b. 1495 (AP 30), Persecuzioni di ustasci verso montenegrini, Allegato n. 1 al foglio I/8635/5 del 25 settembre 41/XIX, Dati sull’attività ustascia nella lotta a sfondo razziale contro serbi-ortodossi e ebrei. 480
Ibidem.
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dei confini dalmati e gli attentati alle linee ferroviarie e telegrafiche. Il Comando Supremo e Bastianini ritenevano necessario determinare con precisione la zona di competenza delle autorità italiane e di quelle croate, onde evitare problemi per la presenza ed il comportamento degli uomini di Pavelić e soprattutto il coinvolgimento dei reparti italiani: fondamentale risultava allontanare ustaša e truppe croate nelle zone presidiate.481 Il 1° agosto le truppe italiane presso Zermagna (Zrmanja), in territorio annesso, occupavano il limitrofo paese di Ervenik – la frazione superiore, in territorio croato – assediato dagli insorti. All’arrivo italiano questi avevano cessato il fuoco e al comandante della compagnia avevano dichiarato di essere lieti che le truppe italiane avessero preso il paese. Militari croati ed ustaša venivano disarmati, mentre la popolazione rifugiatasi in territorio italiano durante la notte aveva fatto ritorno alle proprie abitazioni (stessa cosa a Chistagne). Nel villaggio di Krupa (Obrovazzo), a quattro chilometri dalla linea di confine, in seguito a conflitti con gli ustaša, la popolazione serba affluiva in zona italiana chiedendo protezione e l’annessione di Krupa all’Italia.482 Il 3 agosto anche Gračac fu posta dal VI Corpo d’Armata sotto il presidio di battaglioni di bersaglieri e reparti di camicie nere: nella città, accerchiata dai ribelli, domobranci ed ustaša, su ordine delle autorità superiori, passavano per le armi chiunque si avvicinasse alle loro postazioni, anche donne e vecchi.483 I bersaglieri spararono contro gli ustaša per impedire l’uccisione di alcune centinaia di serbi. A Kula, Srb, Smilijan, Divo Selo, Senje e altri villaggi, invece, gran parte della popolazione serba era già stata uccisa.484 Non migliore la situazione sulle isole. A metà agosto nel logor di Slano sull’isola di Pago, vi erano circa quattromila serbi e novecento ebrei e gli internati venivano eliminati a centinaia, per far posto ai continui arrivi: alla fine del mese, quando le truppe italiane ripresero il diretto controllo dell’isola, trovarono millecinquecento cadaveri in una fossa comune presso Fornace.485 Il Poglavnik fu costretto a destituire diversi capi ustaša in tutto il territorio dello Stato Indipendente Croato.
481
O. Talpo, Dalmazia, I, pp. 581-583.
482
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero dell’Interno, sez. I n. OI2445/441, a Ministero Affari
Esteri A.G.IV, oggetto: Notizie dalla Dalmazia relative alla situazione in Croazia, Notizie d’oltrefrontiera, Roma 22 agosto 1941-XIX. 483
AUSSME, N. 1-11, b. 568, Comando Divisione Sassari, Diario Storico, Notiziario giornaliero,
P.M.86, 3-5 agosto 1941-XIX. 484 485
Ibidem, Notiziario giornaliero, P.M.86, 16 agosto 1941-XIX. Si ritiene che alla data dello sgombero (23 agosto) fossero passate per il campo di
internamento almeno novemila persone. Ibidem, b. 583, Comando VI Corpo d’Armata, Diario Storico, Notiziario n. 106, P.M.39, 17 agosto 1941-XIX; ASDMAE, b. 1495 (AP 30), Persecuzioni di ustasci verso montenegrini, Allegato n. 1 al foglio I/8635/5 del 25 settembre 41/XIX, Dati sull’attività ustascia nella lotta a sfondo razziale contro serbi-ortodossi e ebrei, Campo di concentramento di Slano (isola di Pago).
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Le milizie sarebbero rimaste inattive in tutte le loro formazioni, fino alla nuova nomina dei capi, che sarebbe avvenuta quanto prima. Dovevano cessare immediatamente le proprie attività anche le formazioni di ustaša selvaggi; la disposizione non riguardava invece la milizia posta sotto un comando regolare, le formazioni in servizio presso la Direzione statale per il rinnovamento e lungo la frontiera e quelle stanziate in importanti nodi di comunicazioni, edifici statali o addette al servizio di vigilanza.486 Iniziò a prospettarsi la necessità che le milizie croate fossero poste sotto il comando italiano. La situazione dello Stato Indipendente Croato si ripercuoteva inoltre nei territori dalmati annessi, con grande preoccupazione di Bastianini. Ripetuti attentati alla linea ferroviaria Sebenico-Spalato e alle linee telegrafiche, ed il crescente ingresso clandestino di centinaia di profughi, in prevalenza donne e bambini, rendevano difficile il controllo del litorale e necessario il rafforzamento dei dispositivi militari. Su istruzione di Ciano, Casertano fece presente al governo croato la situazione d’emergenza. Gli atti di sabotaggio compiuti nel territorio del Governatorato si dimostravano chiaramente in funzione anti-italiana e le azioni non erano riconducibili esclusivamente ai partigiani ma anche ai četnici residui dell’esercito jugoslavo. Bastianini segnalava la presenza ai confini del Governatorato – tra Knin e Dernis – di forti concentramenti di insorti, migliaia di armati. Era interesse del governo di Roma assicurare la più solida difesa della fascia costiera con l’occupazione delle posizioni antistanti al territorio annesso, che meglio si prestavano a controllare e ribattere le ribellioni.
3.3.
Tito, Mihailović e la resistenza
La resistenza più o meno spontanea contro invasori e collaborazionisti assunse il carattere di ribellione diffusa soprattutto grazie al movimento serbo-nazionalista dei četnici di Dragoljub Draža Mihailović e quello comunista di Tito, che avrebbe formato un vero e proprio esercito popolare di liberazione nazionale. Ufficiale dell’esercito regio, ostile agli ustaša e anti-comunista, il colonnello Mihailović rifiutandosi di accettare la resa dell’armata jugoslava all’invasore aveva avviato fin da aprile una forma di resistenza all’occupante, rifugiandosi nella Ravna Gora, altopiano della Serbia. I suoi uomini, come le bande serbe sorte spontaneamente nella Jugoslavia occupata, furono comunemente denominati četnici, termine usato prima per le formazioni irregolari serbe che avevano mantenuto viva la ribellione al dominio turco, poi per quelle che avevano combattuto nella prima guerra
486
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Allegato n. 1 al foglio n. 1283/A.C. Segr. del 12 agosto 1941-
XIX, Traduzione del decreto del Poglavnik in merito alla destituzione di tutti i Capi degli Ustasci dalle loro cariche, il Poglavnik Pavelić, 1 agosto 1941.
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mondiale e successivamente attribuito alle associazioni di veterani alle quali Belgrado ricorreva come forza di polizia ausiliaria nelle regioni a prevalenza croata e musulmana. Mihailović, devoto alla monarchia e convinto assertore dell’ideale grandeserbo, diede al movimento un preciso indirizzo politico-militare: fedeltà al re e al governo jugoslavo in esilio a Londra, liberazione del Paese dall’invasore, ricostituzione su nuove basi della Jugoslavia monarchica nell’orbita delle potenze democratiche occidentali.487 In un proclama del 1942 ai comandi dei reparti četnici (trovato presso un comandante serbo caduto) Mihailović annoverava tra gli scopi da perseguire la creazione di una Grande Serbia etnicamente pura, sgombera delle minoranze e degli elementi a-nazionali, musulmani e croati; la punizione degli ustaša e dei musulmani colpevoli della distruzione del popolo serbo; la lotta agli occupanti.488 Il governo regio in esilio (riconosciuto come potere ufficiale dalle potenze alleate fino al marzo del 1945) nominò il colonnello serbo, promosso generale, ministro della Guerra e comandante dell’Esercito jugoslavo in Patria (Jugoslovenska vojska u otadžbini, 22 gennaio 1942), riconoscendolo formalmente leader delle varie bande ribelli sorte nei territori abitati da serbi e montenegrini. Re Petar rivolse un appello via radio al popolo jugoslavo incoraggiando ad una resistenza compatta ai suoi ordini.489 Anche nello Stato Indipendente Croato le bande serbe finirono per confluire nel movimento di Mihailović, non senza rendersi a loro volta protagonisti di efferati crimini contro la popolazione croata e musulmana: alla loro guida s’imposero soprattutto ufficiali serbi fuggiti alla cattura, ma sorsero anche numerose formazioni guidate da leader civili e politici e in alcuni casi da pope ortodossi, che grazie alla particolare influenza sulla popolazione operarono quasi in completa autonomia. I četnici si distinguevano per la loro caratterizzazione locale, per essere un movimento frammentato e variegato: ne facevano parte tanto i nazionalisti 487
AUSSME, M-3, b. 20, fasc. 11, Carteggio Comando Supremo, Rapporti trasmessi Reale
Missione Militare in Croazia circa l’atteggiamento di cetnici in Jugoslavia e situazione in Croazia dopo il 25 luglio, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito (S.I.E.), prot. n. Z/P33551, Promemoria, oggetto: Ex Jugoslavia – Atteggiamento dei cetnici, 20 marzo 1943-XXI; ibidem, fasc. 10, Carteggio Comando Supremo, Comando Gruppo Armate Est Stato Maggiore, al Comando Supremo, prot. n. 875/inf., segreto, oggetto: Questione cetnica, f.to il Generale d’Armata Comandante Ezio Rosi, P.M.76, 1 settembre 1943. 488
Ibidem, Stato Maggiore dei reparti cetnici dell’esercito jugoslavo, Comando di montagna
(segretissimo), n. 370 del 20 dicembre 1942, al maggiore di S.M. sig. Djordjic-Lasic, comandante dei reparti cetnici dell’esercito jugoslavo nel Montenegro, al capitano Pavle Djurisic, comandante dei reparti dell’esercito jugoslavo del Lim, il Comandante generale di S.M. Drag. Mihajlovic. 489
Ibidem, b. 6, 4383, Notiziari del generale Pièche, Nuova fase dell’attività dei ribelli nella Serbia,
30 giugno 1942.
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serbi illuminati e liberali, quanto le masse contadine terrorizzate che aspiravano esclusivamente al ritorno alla semplice vita rurale, quanto i fautori della Grande Serbia imbevuti di tradizione mitico-religiosa, di martirio e folclore.490
A differenza di Tito, tuttavia, Mihailović non ebbe mai l’effettivo controllo su una realtà complessa e indisciplinata, unita soprattutto dalla comune fede nella Chiesa ortodossa e nella legittimità del potere di Belgrado sull’intero territorio jugoslavo: egli rappresentò al massimo un punto di riferimento politicoideologico, senza essere in grado di costituire un ampio seguito personale ed una compatta struttura militare. La sua fu un’autorità più vicina a un modello feudale che moderno, fondata su giuramenti di lealtà facilmente eludibili e trattative con le varie bande attive nei territori ex jugoslavi. I četnici intendevano organizzare una rivolta generale contemporaneamente allo sbarco anglo-americano nei Balcani – mai avvenuto – e le loro azioni contro le truppe dell’Asse furono generalmente limitate a piccoli atti di sabotaggio, nell’attesa di condizioni più favorevoli per una più vasta insurrezione.491 Fattore essenziale dell’affermazione di Mihailović la certezza, radicata tra i serbi e in gran parte della popolazione jugoslava, che la guerra sarebbe terminata con la vittoria degli Alleati e la ricostituzione dello Stato jugoslavo. Nell’ottobre del 1942 uno dei suoi quartieri generali – spostati di frequente – era segnalato sulla Čemerna Planina (Serbia centrale), insieme alla presenza di un suo aiutante, il tenente colonnello Pavlović. Le bande serbe vestivano in parte l’uniforme jugoslava in parte il costume serbo ed erano in possesso di armamento automatico serbo ed inglese: sembra si accompagnassero a due ufficiali inglesi in uniforme. Campi di fortuna per l’atterraggio degli apparecchi inglesi erano stati disposti nella zona di Zlatibor ed in altre località, così che non solo lo scambio della corrispondenza ma anche l’apporto di aiuti specie in munizioni, materiale sanitario, mezzi di collegamento e generi di conforto era assicurato dagli inglesi. 492 Dopo l’attacco nazista all’Unione Sovietica alla resistenza di Mihailović si affiancò rapidamente quella animata dai comunisti jugoslavi guidati da Tito. Ancora nell’ottobre del 1940, in una conferenza clandestina del partito, Tito aveva dichiarato che il dovere dei comunisti era di lottare con tutte le forze contro la partecipazione della Jugoslavia alla guerra imperialista che si delineava in Europa; in seguito non aveva perso tempo a recepire le direttive del Comintern, dando il via alla resistenza al nazi-fascismo. Il movimento partigiano colse i primi significativi
490
H. J. Burgwyn, op. cit., p. 91.
491
AUSSME, L-10, b. 38, fasc. 3, Croazia – Notizie politiche e militari dal 1° gennaio al 5
maggio 1943, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito S.I.E., prot. n. Z/P-35231, Promemoria, oggetto: Ex Jugoslavia – Movimento cetnico, atteggiamento inglese, 14 aprile 1943-XXI. 492
Ibidem, M-3, b. 6, 4383, Notiziari del generale Pièche, a Ministero Affari Esteri-Gab.A.P.,
oggetto: Draza Mihajlovic, f.to il Generale Pièche, P.M.10, 28 ottobre 1942-XX.
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successi proprio in Serbia e nel Montenegro, con un alto numero di adesioni dovute più alla volontà di riscatto dell’orgoglio nazionale ferito e ad un romantico panslavismo che alla propaganda comunista strictu sensu. Nonostante le differenze ideologiche, partigiani e četnici in un primo tempo collaborarono contro forze occupanti e collaborazioniste, con tentativi di accordo tra i due leader:493 per alcuni mesi, tra l’estate e il dicembre del 1941, il movimento di Mihailović si associò a gruppi di comunisti e ribelli in genere, imponendosi in diverse zone del Montenegro, della Bosnia e della Serbia; četnici e comunisti erano avvicinati dalla comune idea panslavista – sebbene concepita su diverse basi ideologiche – e dalla guerra al regime di Zagabria. Tuttavia le posizioni antimonarchiche dei primi ed i sentimenti anti-comunisti dei secondi resero impossibile la collaborazione, portando presto al conflitto, con sommo vantaggio per l’Asse. I četnici considerarono i partigiani, in lotta contro la dinastia reale e aspiranti alla realizzazione di una rivoluzione sociale, il principale nemico e collaborarono prima con gli italiani e poi con i tedeschi, diventando una sorta di milizia di supporto dell’Asse al fine di prevenire una vittoria comunista e rimandando quindi ad un secondo tempo l’estromissione delle forze d’occupazione dal territorio nazionale jugoslavo. Mihailović sostanzialmente finì con lo stabilire due programmi: il primo, minimo, da realizzare in caso di vittoria dell’Asse, la creazione di una Grande Serbia; il secondo, massimo, sostenuto dagli inglesi, la ricostituzione della Jugoslavia. L’attrito tra partigiani e četnici crebbe ovunque fino ad arrivare allo scontro aperto e dal gennaio del 1942 la lotta proseguì per tutta la durata della guerra. Mihailović impartì in Serbia gli ordini di annientamento ad oltranza dei comunisti in connessione con le operazioni svolte dalle formazioni di četnici in Bosnia ed in Erzegovina. Inizialmente, comunque, i tedeschi continuarono a combattere sia contro gli uomini di Tito sia contro quelli di Mihailović, considerando entrambi nemici senza distinzioni e usando spesso il termine partigiani in un ampio senso, anche per i nazionalisti serbi. 494
493
Mihailović e Tito s’incontrarono più volte nei mesi di settembre e ottobre del 1941: il 19
settembre nel villaggio di Struganik nei pressi di Valjevo (Serbia occidentale), il 26 e 27 dello stesso mese a Stolice ed il 26 e 27 ottobre nel villaggio di Brajici. Nell’ultimo incontro le divergenze risultarono incolmabili: il mancato raggiungimento di un accordo decretò di lì a poco il verificarsi in Serbia di incidenti di particolare gravità che portarono la definitiva fine dei tentativi di collaborazione tra četnici e partigiani. Una volta catturato dai reparti titini nel marzo del 1946, Mihailović fu processato e giustiziato come traditore. 494
AUSSME, M-3, b. 20, fasc. 11, R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando
Supremo, a Stato Maggiore R. Esercito (S.I.E.), a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, prot. n. 1115, segreto, oggetto: Impiego dei cetnici in Croazia da parte militare tedesca, f.to il Generale di Brigata Capo Missione Gian Carlo Re, Zagabria 2 marzo 1943-XXI, in allegato Relazione, f.to il Commissario di P.S. Dattilo Gustavo, Zagabria 13 febbraio 1943-XXI; ibidem, L-10, b. 38, fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-3ª Sezione, Promemoria, oggetto: Atteggiamento
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Nella complessa situazione s’inserirono gli interessi di Unione Sovietica e Gran Bretagna, in minor parte degli Stati Uniti. Come accennato Londra inizialmente sostenne la resistenza nazionalista serba per contenere l’influenza bolscevica nei Balcani, ma successivamente riconobbe al movimento partigiano un ruolo più importante nella guerra di liberazione nazionale e gli Alleati finirono con il supportare Tito. Conseguenza del fondamentale indirizzo temporeggiatore di Mihailović, fu la progressiva perdita di terreno e di prestigio da parte sua nei confronti del movimento partigiano. Dinanzi alla vitalità della propaganda comunista e alla risoluta e instancabile attività dell’esercito popolare di Tito, i četnici, in crisi permanente d’organizzazione, rivelarono la mancanza di direttive politico-militari d’azione aderenti alla reale situazione e all’obiettivo prefissato. Londra di conseguenza preferì sfruttare la vivace forza dei partigiani per scardinare il dispositivo militare dell’Asse nei territori jugoslavi ed i četnici non esclusero l’avvicinamento e la collaborazione con i tedeschi, pur nella paventata possibilità di poter esser disarmati.495 Verso la fine del 1941 gli scontri con i četnici e la maggiore pressione tedesca indebolirono le posizioni di Tito, che in tutta fretta fu costretto con i suoi uomini ad evacuare Užice, sede del loro quartier generale in Serbia, per spingersi nel Sangiaccato. I četnici generalmente erano riusciti a sfuggire alle rappresaglie tedesche accordandosi con Nedić, guida dell’amministrazione collaborazionista serba; di rado avrebbero rivolto ancora le armi contro i tedeschi e il loro compito principale in Serbia divenne combattere i partigiani in collaborazione con truppe di Nedić e reparti volontari irregolari del filo-tedesco Dimitrije Ljotić, permettendo a Tito di riuscire a stabilire il proprio controllo sulla Serbia solamente nelle ultime fasi della guerra. I partigiani portarono la guerriglia – già avviata peraltro dai comunisti croati – nei territori dello Stato Indipendente Croato e Tito stabilì un nuovo quartier generale prima a Foča, nella Bosnia orientale, e successivamente a Bihać, consegnata dalle truppe del V Corpo d’Armata nel giugno del 1942 alle forze croate, nel quadro di due finalità concordanti, l’italiana di contrarre la dislocazione delle forze e la croata di riprendere i poteri nella terza zona. I croati tennero Bihać fino all’inizio di novembre, quando fu conquistata dai partigiani.496
dei cetnici, 22 marzo 1943-XXI; id., Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito (S.I.E.), a Capo 1° Reparto dello S.M.R.E., prot. n. Z/P-33872, Promemoria, oggetto: Serbia – Organizzazioni di Draza Mihajlovic, f.to il Colonnello di S.M. Capo Servizio Edmondo de Renzi, il Colonnello di S.M. Vice Capo Servizio V. Pasquale, 22 marzo 1943-XXI. 495
Ibidem, L-10, b. 38, fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito S.I.E.,
prot. n. Z/P-35231, Promemoria, oggetto: Ex Jugoslavia – Movimento cetnico, atteggiamento inglese, 14 aprile 1943-XXI. 496
S. Loi, op. cit., p. 210.
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Anche nei territori croati e bosniaci il movimento popolare di liberazione conobbe una partecipazione frastagliata, con diverse componenti destinate ad essere superate dai partigiani; la lotta degli uomini di Tito fu un susseguirsi di assalti a elementi isolati o esigui presidi, di imboscate a piccole colonne, di sabotaggi, attentati, di scontri di portata locale agevolati dalla natura del luogo favorevole alle azioni di guerriglia. Alla fine del 1941, nell’ambito dei preparativi per l’occupazione dell’intero Stato Indipendente Croato da parte italiana – mai avvenuta a causa del ripensamento tedesco (vedi infra) – il generale Dalmazzo (VI Corpo d’Armata) calcolava tra i quindici e i ventimila uomini gli effettivi dell’esercito di liberazione, in continuo perfezionamento di organizzazione e potenza, e affermava Abbiamo di fronte un nemico che sfugge la battaglia contro forze superiori; che si cela sui monti a lui familiari per attaccare colonne di rifornimento per vivere, o piccoli reparti per catturare armi; inafferrabile, ma sempre pronto a farci danno e ad infliggerci perdite; capace ed abile in distruzioni sempre più ardite ed ingenti che vietano o interrompono per lungo tempo le operazioni; che si inorgoglisce di piccoli successi e parteggia sempre più attivamente al movimento che si va estendendo, sotto l’impulso di capi capaci ed abili a fruttare le cause di qualsiasi malcontento; che isola i nostri presidi e ci costringe ad operazioni di notevole entità senza ottenere che risultati minimi, con grande dispendio di mezzi e forze.
Nel 1942 determinate aree (Bosnia, Lika, Slavonia, Sirmio) erano sotto l’influenza dei partigiani, che non disdegnavano un inasprimento del conflitto ed un più duro coinvolgimento della popolazione civile. Non mancarono tentativi di concludere particolari accordi con ustaša e tedeschi, per combattere contro i četnici; tuttavia, al contrario degli italiani, Hitler non ne volle sapere di fare distinzioni tra i vari gruppi armati, propenso ad annientare tutti i ribelli annidati nei Balcani. Le bande partigiane in Croazia vedevano la partecipazione di comunisti, ebrei, contadini mačekiani, intellettuali panslavisti o jugoslavisti, fuoriusciti dalmati e della Venezia Giulia.497 Pavelić tentò di paralizzare le attività dell’organizzazione comunista croata con l’esecuzione dei capi del partito catturati a Zagabria, ma ciò non impedì l’avvio di un movimento di resistenza diretto da Vladimir Popović, Rade Končar (in Dalmazia, preso e condannato a morte nel maggio 1942 da un tribunale speciale militare italiano)498 e Andrija Hebrang (conoscerà anche la prigionia a Jasenovac). Il 26 e 27 novembre 1942 a Bihać Tito convocò la prima 497
AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 1, Comando Supremo, Ufficio Operativo, Notiziari del generale
Pièche 1942 (situazione in Croazia; movimenti cetnici), Rapporti del generale Pièche al Ministero degli Esteri (notizie dalla Serbia), a Ministero Affari Esteri-Gab.A.P., oggetto: Relazione sulla Croazia, f.to il generale Pièche, P.M.10, 5 agosto 1942-XX. 498
D. Gizdić, Dalmacija 1942. Prilozi historiji Narodnooslobodilačke borbe, Zagreb, Izdavačko
odjeljenje glavnog odbora saveza boraca Hrvatske, 1959, pp. 248-252.
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sessione del “Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale della Jugoslavia” (Antifašističko Vijeće Narodnog Oslobođenja Jugoslavije, AVNOJ), organismo di rappresentanza politica e nazionale del movimento di liberazione.499 Il Comando Supremo partigiano costituì ufficialmente l’Esercito di Liberazione Nazionale, nel quale inquadrò gran parte delle principali formazioni partigiane preesistenti. All’inizio dell’anno successivo risultavano formate otto divisioni, di cui cinque raggruppate in due corpi d’armata.500 La forza complessiva era valutata a circa trentamila combattenti, armati di fucili, mitragliatrici, mortai, obici e cannoni da montagna. Andavano poi aggiunte le rimanenti formazioni partigiane, ancora autonome, composte da circa altri trentamila uomini.501 Alla fine del 1943 il generale Oxilia, comandante la Divisione Venezia passata a combattere con i partigiani dopo l’armistizio dell’8 settembre, trasmetteva al Comando Supremo una relazione sulla situazione generale del Montenegro fornendo una serie di informazioni sull’organizzazione dell’Esercito di liberazione nazionale: era costituito da un numero relativamente ristretto di iscritti al Partito comunista, da forti aliquote di simpatizzanti, ma ne facevano parte anche non pochi elementi non comunisti (nazionalisti, democratici, ufficiali dell’ex esercito jugoslavo): nel complesso l’organizzazione era buona, di tipo russo, con ottima capacità e volontà combattiva, espressa essenzialmente con guerriglia ed imboscate, agilità e rapidità di movimento. Era ripartito in corpi d’armata (Korpus, presumibilmente dodici) comprendenti in genere due o tre divisioni su tre o quattro brigate: complessivamente tra i centocinquantamila e i centosettantamila uomini, oltre gli odred locali non mobili, operanti nelle zone territoriali di reclutamento. Quest’ultimi, bande locali più o meno ben armate, risultavano meno disciplinati ma costituivano pericolosi elementi d’imboscata. I singoli corpi d’armata erano collegati al Comando Supremo partigiano, a sua volta collegato con Mosca ed il comando anglo-americano. Ogni brigata oltre al comandante aveva un commissario politico, con importanti compiti nel campo della
499
I verbali della prima e della seconda sessione dell’AVNOJ sono riportati in M. Pijade, S.
Nešović (a cura di), Prvo i drugo zasjedanje Avnoj-a, 26. i 27. novembra 1942. u Bihaću, 29. i 30. novembra 1943 u Jaicu, Zagreb, Stvarnost, 1963. 500
1ª Divisione: III Brigata Krajiska, III Brigata Sangiaccato, I Brigata serba. 2ª Divisione: II
Brigata dalmata, IV Brigata montenegrina, II Brigata serba. 3ª Divisione: I Brigata dalmata, X Brigata Erzegovina, V Brigata montenegrina. 1° Corpo bosniaco: 4ª Divisione (VI, V e II Brigata Krajiska), 5ª Divisione (VII, IV e I Brigata Krajiska), VI Brigata, unità territoriali bosniache (unità popolare Sejkovcki; VI, V e III Reparto Krajiski). 1° Corpo croato: 6ª Divisione (I, II e III Brigata), 7ª Divisione (VII, VIII e XIII Brigata), 8ª Divisione (IV, V e VI Brigata). AUSSME, L-10, b. 38, fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito S.I.E., prot. n. Z/P-32561, Promemoria, oggetto: Croazia – Costituzione dell’Esercito popolare liberatore e delle unità partigiane jugoslave, f.to il Ten.Col. di S.M. Vice Capo Servizio V. Pasquale, 25 febbraio 1943-XXI. 501
Ibidem.
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propaganda e della disciplina. Nessun confronto poteva essere fatto tra l’organizzazione e la combattività dei partigiani e quelle dei četnici, con i secondi decisamente confusi e indisciplinati ma soprattutto contraddistinti da scarsa capacità e volontà combattiva.502
3.4.
La rioccupazione della seconda e terza zona
Con il moltiplicarsi delle richieste d’aiuto da parte della popolazione civile e l’aumentare delle ribellioni organizzate, anche diversi comandanti di divisione e di presidio italiani iniziarono a pronunciarsi a favore della rioccupazione del territorio croato e dell’assunzione, da parte delle autorità italiane, dei poteri civili abbandonati precipitosamente alle autorità croate. Sul piano militare lo sgombero dei reparti italiani, nonostante le insistenti pressioni di Pavelić, non era mai avvenuto del tutto essendo stato effettuato un semplice ridimensionamento del loro numero. L’instabilità nello Stato croato rischiava di propagarsi ai territori annessi all’Italia: la 2ª Armata non nascondeva la propria contrarietà alle azioni degli ustaša, ritenute la causa delle sommosse serbe, e disarmava e cacciava da città e paesi le milizie croate, mentre i domobranci passavano agli ordini delle forze armate italiane. I rappresentanti italiani a Zagabria Casertano e Coselschi sostenevano le ragioni del governo croato considerando inconcepibile che le truppe italiane disarmassero gli ustaša anziché aiutarli a contrastare le ribellioni. Ambrosio propose al Comando Supremo di rioccupare seconda e terza zona fino alla linea di demarcazione con l’occupazione tedesca, al fine di pacificare i territori croati e salvaguardare il confine. Bastianini sosteneva invece di lasciare ai croati la repressione delle rivolte tenendone fuori le truppe italiane, onde evitare un intervento che avrebbe comportato anche l’assunzione dei poteri civili e militari, avventurandosi in azioni infruttuose e dispendiose. Indispensabile comunque era portare la linea difensiva una cinquantina di chilometri al di là del confine con le terre annesse. Il 13 agosto Mussolini impartì al generale Cavallero, capo di Stato Maggiore Generale, la direttiva di rioccupare l’intera zona demilitarizzata ed aumentare le forze lì dislocate, allontanando le truppe croate e assumendo i poteri
502
AUSSME, fondo I-3, Carteggio versato dallo Stato Maggiore Difesa, b. 27, fasc. 1, Balcani
situazione militare 10 maggio 1943-13 giugno 1945, Comando della Divisione di Fanteria da montagna Venezia (19ª)-Stato Maggiore, a Comando Supremo, prot. n. 283/Op., oggetto: Situazione generale, P.M.99, 6 novembre 1943; id., Comando Supremo, Ufficio Operazioni, Promemoria per il Capo di S.M. Generale, Situazione Generale in Montenegro, Esercito Popolare Liberatore, 1° dicembre 1943.
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delle autorità civili.503 Tre giorni dopo Casertano comunicava a Pavelić l’esigenza manifestata da Roma: la richiesta del passaggio dei poteri civili alle autorità italiane nella seconda zona incontrò la resistenza del Poglavnik, preoccupato anche dall’eventuale allontanamento delle truppe croate dalla zona occupata. 504 Pavelić espresse il proprio scoramento per la decisione, manifestando i propri timori per l’avvenire e l’indipendenza della Croazia, che considerava finita, attribuendo al provvedimento la finalità di lì a breve di incorporare all’Italia i territori occupati dalle truppe italiane. Coselschi cercò di persuadere il Poglavnik che il provvedimento non aveva altro carattere che quello militare ed era necessario al fine di garantire la sicurezza nell’Adriatico. Pavelić aveva già avuto prova della benevolenza di Mussolini nei suoi confronti e verso la Croazia – continuava il capo delegazione del Partito fascista – e non doveva quindi dare un’interpretazione così pessimista al provvedimento, che rappresentava semplicemente l’applicazione integrale del trattato di alleanza; né lo Stato Indipendente Croato poteva assumersi da solo il gravoso compito di difendere la parte di Adriatico ad esso riservata a causa della guerriglia da fronteggiare in Bosnia e nella Lika. Coselschi colse l’occasione per richiamare l’attenzione del Poglavnik sulle resistenze passive che la Missione militare italiana aveva incontrato negli ambienti dell’alto comando croato, restìo a subire l’influenza italiana; Pavelić negò tuttavia che tali resistenze si fossero verificate e sostenne che la rivolta dei četnici era ormai in via di liquidazione. Il Poglavnik affermava di esser pronto ad accogliere le richieste italiane non potendo esimersi dal mantenere i doveri di alleanza e comprendere le superiori necessità belliche, nella convinzione che l’occupazione militare, legata alle contigenti situazioni della guerra, sarebbe cessata al mutarsi della situazione e che lo Stato croato non sarebbe stato minacciato nella propria sovranità e integrità. Alcuni provvedimenti lasciavano perplesso il leader croato, primo fra tutti quelli relativi all’assunzione da parte delle autorità militari italiane anche dei poteri amministrativi. La posizione di Pavelić, già scossa dall’occupazione militare, sarebbe divenuta assolutamente insostenibile se non avesse dimostrato di poter garantire l’indipendenza dello Stato. Il Poglavnik chiedeva quindi che i poteri civili rimanessero alle autorità croate, alle quali sarebbero stati impartiti ordini precisi in merito alla collaborazione con le autorità militari italiane: segnalava inoltre problemi ugualmente gravi da considerare per quanto riguardava i territori che sarebbero stati rioccupati militarmente, come la questione delle entrate doganali, le imposte, le scuole e l’utilizzo della gendarmeria croata. Le questioni erano estranee ai problemi militari ma avrebbero potuto incidere sulla sovranità dello Stato
503
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), prot. n. 21395, Comando Supremo, Segreto, oggetto: Situazione
in Croazia e provvedimenti conseguenti, a Ministero degli Affari Esteri, a Ministero della Guerra, a Comando Superiore FF.AA. Albania, 14 agosto 1941-XIX. 504
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, a Comando Supremo, telegramma n. 32311/P.R.,
segreto non diramare, Roma 17 agosto 1941-XIX.
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croato, che non sarebbe dovuta in alcun modo essere compromessa dalle esigenze strategiche. Alla fine Pavelić presentò una proposta che prevedeva di lasciare i funzionari amministrativi croati al loro posto ma alle dipendenze di un commissario speciale per le terre occupate, che a sua volta sarebbe stato alle dirette dipendenze del comandante d’armata italiano. In tal modo sarebbe stato facilitato anche il compito delle truppe italiane, non possedendo le autorità militari gli elementi necessari all’amministrazione civile dei territori, per la quale si rendeva necessaria una conoscenza dell’ambiente e della lingua.505 Vi era poi la questione dell’approvvigionamento delle truppe, che richiedeva anche la buona volontà della popolazione e la vigilanza sull’eventuale occultamento dei viveri da questa effettuata, più efficientemente condotta con la collaborazione delle autorità civili croate sui cittadini amministrati. Il potere civile sarebbe sostanzialmente rimasto nelle mani delle autorità militari dal momento che il commissario croato sarebbe stato alle sue dirette dipendenze: il fatto che i poteri militari sull’amministrazione civile fossero esercitati attraverso un commissario croato, sia pure agli ordini delle autorità militare italiana, avrebbe attenuato la pessima impressione che il provvedimento avrebbe provocato sulla popolazione, senza colpire il prestigio dello Stato e del governo di Zagabria.506 Pavelić, nel tentativo di vedere ripercuotersi in modo sempre minore sul pubblico le conseguenze della rioccupazione, suggeriva anche di mantenere sul territorio le truppe croate (tre o quattro battaglioni) ponendoli a disposizione e agli ordini diretti dei comandi militari italiani. Un provvedimento simile, oltre che ad evitare nelle truppe stesse sentimenti di umiliazione e di ostilità nei confronti dell’Italia, avrebbe costituito più di qualsiasi persuasione della stampa la prova palese che il provvedimento rientrava nei quadri dell’alleanza tra i due Stati. Secondo Coselschi quest’ultimo suggerimento avrebbe facilitato l’opera di persuasione del Poglavnik verso le masse popolari, senza incidere sulla sostanza del provvedimento: soddisfare anche solo formalmente l’orgoglio ed il patriottismo croato avrebbe avvantaggiato gli interessi italiani.507 Il provvedimento della rioccupazione militare era stato sostenuto dai delegati italiani a Zagabria anche in base alla necessità di fermare i četnici, dati i loro collegamenti con l’intelligence service inglese, resi evidenti dalle comunicazioni delle radio clandestine. Questo era stato uno degli argomenti più sensibili per ottenere il sostegno di Pavelić – sosteneva Coselschi – ma se l’autorità militare non si fosse seriamente impegnata a combattere le bande serbe trattandole invece con
505
Ibidem, Delegazione del P.N.F. presso il movimento ustascia, al Duce, al Segretario del
P.N.F. e p.c. al Ministero degli Affari Esteri, prot. ris. 2/C, oggetto: relazione sulla situazione dopo l’ordine di rioccupazione militare, f.to il Capo della Delegazione del P.N.F. in Croazia Lgt. Gen. Eugenio Coselschi, Zagabria 19 agosto 1941-XIX. 506
Ibidem.
507
Ibidem.
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simpatia e dimostrando un atteggiamento ostile ai croati, l’argomento sarebbe sembrato solamente un semplice pretesto. All’autorità militare italiana spettava dunque il compito di restituire l’ordine, ottenere la pacificazione e reprimere qualsiasi atteggiamento dei serbi ostile ai croati, onde affermare la serietà dell’atteggiamento politico italiano. Coselschi era dell’opinione che un manifesto del comando della 2ª Armata alla popolazione che chiarisse la posizione italiana come quella di alleati dei croati e di tutori non soltanto dell’ordine pubblico ma anche dell’indipendenza dello Stato croato, avrebbe fatto un’ottima impressione. Lo stato d’animo dei militari italiani per una serie di considerazioni non era favorevole all’elemento croato, ma i superiori interessi italiani richiedevano il superamento del risentimento che le truppe potevano aver dimostrato dinanzi alle azioni degli ustaša.508 Pavelić fu infine costretto ad accettare le richieste italiane ottenendo di poter mantenere nella zona truppe regolari ed autorità civili poste sotto il comando della 2ª Armata. L’accordo raggiunto il 26 agosto a Zagabria alla presenza di Ambrosio prevedeva l’occupazione da parte delle truppe italiane della zona demilitarizzata (seconda zona) comprese le zone del litorale adriatico orientale (territori insulari inclusi) appartenenti in base agli Accordi di Roma allo Stato croato; l’assunzione da parte delle autorità militari italiane dei poteri civili con la permanenza in loco di truppe croate alle dipendenze italiane; la nomina da parte croata di un Commissario generale amministrativo (Opći Upravni Povjerenik) agli ordini del comando italiano ma con alle proprie dipendenze le locali autorità civili croate, destinate a rimanere ai loro posti per l’ordinaria amministrazione e la collaborazione nel mantenimento dell’ordine pubblico.509 Mussolini intendeva garantire la sicurezza dei territori annessi stroncando l’insurrezione e normalizzando la situazione: un intervento efficace avrebbe riaffermato l’autorità italiana, scongiurando il pericolo di un intervento tedesco nella zona di sua competenza. L’attenzione dei comandi italiani fu rivolta alle possibili reazioni degli ustaša. Anche se singoli reparti e formazioni irregolari non sembravano disposte a desistere dalle loro imprese e sembravano intenzionate ad accettare l’idea di resistere all’occupazione italiana,510 nel complesso lo scioglimento delle formazioni irregolari e l’esonero delle gerarchie avvenuto nei giorni precedenti non aveva
508
Ibidem.
509
Ibidem, b. 1168 (UC 52), R. Legazione Zagabria, a Gab.AP. (U.C.), telegramma 8283 R.,
segreto non diramare, f.to Casertano, Zagabria 19 agosto 1941-XIX. Riportato anche in O. Talpo, op. cit., pp. 606-607. Si veda inoltre AUSSME, N. 1-11, b. 724, Diario Storico Comando 2ª Armata, P.M.10, 21 agosto 1941-XIX; N. Kisić-Kolanović, op. cit., pp. 201-202 e ss. 510
AUSSME, N. 1-11, b. 583, Diario Storico Comando VI Corpo d’Armata, Notiziari n. 110-115,
P.M.39, 23-26 agosto 1941-XIX.
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registrato particolari ripercussioni.511 Il maresciallo Kvaternik invitò comandanti e soldati croati ad un corretto comportamento con gli ufficiali ed i militari italiani e a non svolgere propaganda anti-italiana: anche nel caso croato interessi superiori richiedevano la dislocazione di unità italiane sul territorio, onde permettere una migliore difesa della fascia costiera.512 Anche all’interno le forze ribelli guadagnavano posizioni e nel complesso la situazione in Bosnia rimaneva seria: il 21 agosto risultavano colonne di domobranci cadute a Mazin, Lapac e in altre piccole località presso Gračac, nonchè a Jaice, e rimanevano in mano agli insorti diverse località come Kulen Vakuf, Bosanski Petrovac e Dervar.513 Nel corso dell’estate anche il clero musulmano diffuse pubbliche proteste a Sarajevo, Mostar, Banja Luka e Tuzla per gli innumerevoli crimini compiuti a danno di serbi, ebrei ed altri concittadini;514 al tempo stesso, però, gli atti di violenza dei serbi subiti da molti musulmani nei villaggi bosniaci impedivano l’unione delle due nazionalità in una comune lotta agli ustaša (sebbene non mancarono occasionali collaborazioni) e diversi notabili musulmani continuarono a sostenere il regime del Poglavnik, come in parte dimostrava la nomina a fine luglio del nuovo ministro del Commercio e dei Lavori Pubblici Hilmija Bešlagić.515 La 2ª Armata iniziò la rioccupazione della zona demilitarizzata (seconda zona) e progressivamente le truppe italiane ripresero il controllo di Imotski, Livno, Signo e altre località.516 Proprio a Signo i francescani diffondevano voci secondo cui il governo di Berlino, in possesso di documenti che comprovavano l’esistenza di trattative tra Roma e Londra per un riavvicinamento italo-inglese, si apprestava ad
511
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P.-Uff. Croazia, a Governo
della Dalmazia, Rapporto di un Ispettore di P.S. in missione a Zagabria sulla situazione in Croazia, Roma 23 agosto 1941-XIX. 512
Ibidem, Ministero della Difesa territoriale, Quartiere Generale, prot. n. 2146, Segreto, f.to il
Ministro della Difesa territoriale Maresciallo Kvaternik, Zagabria 26 agosto 1941-XIX. 513
AUSSME, N. 1-11, b. 568, Diario Storico Comando Divisione Sassari, Notiziario giornalierio,
Gračac, P.M.86, 19-21 agosto 1941-XIX. 514
N. Malcolm, op. cit., p. 252; F. Friedman, The Bosnian Muslims. Denial of a Nation, Oxford,
Westview Press, 1996, p. 125. 515
In tal senso si vedano le dichiarazioni del ministro a Banja Luka riportate dal Muslimanska
svijest n. 100-101 del 31 luglio 1941, riportate in ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione d’Italia Zagabria, a R. Ministero Affari Esteri Roma, telespresso n. 1350/672, oggetto: Trasmissione traduzione dichiarazioni del Ministro Commercio e Lavori Pubblici croato, f.to il R. Incaricato d’Affari Giustiniani, Zagabria, 26 agosto 1941-XIX 516
AUSSME, N. 1-11, b. 583, Diario Storico Comando VI Corpo d’Armata, Notiziario n. 105,
Imotski, Signo, P.M.39, 16 agosto 1941-XIX; id., Notiziario n. 111, Varie, Livno P.M.39, 22 agosto 1941-XIX.
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occupare, d’accordo con quello croato, i territori italiani.517 Nelle località sotto il controllo italiano Ambrosio fece occupare gli edifici di pubblico interesse operando una selezione dei funzionari pubblici croati. Le autorità locali furono ritenute responsabili di eventuali atti ostili contro le truppe italiane: le formazioni ustaša furono disarmate e allontanate dalla zona demilitarizzata, mentre i domobranci passarono alle dipendenze della 2ª Armata (1° settembre).518 Venne accettata la presenza nei territori occupati di formazioni giovanili e dei delegati politici del movimento ustaša, mantenendone comunque sotto stretto controllo l’attività. La normalizzazione dell’area proseguì con i tentativi di smobilitazione dei gruppi armati serbo-ortodossi, prevalentemente attraverso accordi raggiunti con coloro che si erano dimostrati disponibili all’intesa, e solo in pochi casi con l’uso delle armi. L’accordo raggiunto tra Roma e Zagabria suscitava perplessità per la permanenza nei territori demilitarizzati delle autorità e delle truppe croate e per l’annunciata provvisorietà della rioccupazione italiana e i serbi chiedevano garanzie affinchè le persecuzioni ustaša non si ripetessero alla restituzione dei poteri ai croati. L’occupazione della seconda zona, protrattasi fino al 25 settembre, non incontrò particolari opposizioni, ad eccezione di Bosansko Grahovo e di Dervar per la forte presenza partigiana e la resistenza opposta anche dall’elemento serbo.519 Le formazioni ustaša che sgomberavano dal litorale dirigendosi verso l’interno si abbandonarono a violenze e saccheggi contro la popolazione, registrate nella prima metà di settembre a Sarajevo – dove le stesse truppe tedesche sembrava avessero fatto fuoco sugli ustaša per porre fine alle violenze – così come nell’Erzegovina nelle zone di Stolac-Ljubinje, Imotski, Gacko e Nevesinje.520 Il 7 settembre Ambrosio annunciò alle popolazioni della zona demilitarizzata l’assunzione dei poteri civili ed il passaggio delle autorità croate agli ordini di quelle militari italiane, con la collaborazione del Commissario generale amministrativo nominato da Zagabria Andrija Karčić, che agli ordini delle autorità
517
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero dell’Interno, sez. I n. OI2445/441, a Ministero Affari
Esteri A.G.IV, oggetto: Notizie dalla Dalmazia relative alla situazione in Croazia, Notizie d’oltrefrontiera, Signo, Roma 22 agosto 1941-XIX. 518AUSSME, 519
N. 1-11, b. 724, Diario Storico Comando 2ª Armata, P.M.10, 1 settembre 1941-XIX.
Ibidem, b. 568, Diario Storico Comando Divisione Sassari, Notiziario giornalierio, Situazione
politica e caratteri della rivolta, P.M.86, 6 settembre 1941-XIX; ibidem, b. 569, Diario Storico Comando Divisione Sassari, Notiziario giornaliero, P.M.86, 17 agosto 1941-XIX. Si veda anche O. Talpo, Dalmazia, I, pp. 543-547. 520
AUSSME, N. 1-11, b. 583, Comando VI Corpo d’Armata, Comando Divisione Marche, Cause
che hanno direttamente od indirettamente provocato i disordini verificatisi nel periodo 25 agosto-4 settembre, nel territorio di giurisdizione Divisione Marche, s.d.; id., Notiziario n. 133, P.M.39, 14 settembre 1941-XIX. Solo a Gacko e dintorni furono massacrati dagli ustaša e da fiancheggiatori musulmani circa milleduecento ortodossi. Ibidem, Notiziario n. 130, Ragusa-Mostar, P.M.39, 11 settembre 1941-XIX.
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militari italiane avrebbe diretto le autorità civili croate da Sušak.521 Il bando tendeva al rapido ripristino dell’ordine e della sicurezza del territorio affidato all’autorità militare italiana mediante il disarmo della popolazione e la repressione dei disordini e dei tentativi di attentare alla sicurezza delle truppe italiane. Nell’ambito della giustizia si conservarono il più possibile le competenze della magistratura croata riservando al tribunale di guerra della 2ª Armata la conoscenza dei reati commessi da croati con attinenza agli interessi militari e di ordine pubblico. I militari italiani e croati in servizio di vigilanza furono autorizzati a far uso delle armi contro chiunque fosse stato sorpreso nell’atto di commettere attentati alla sicurezza delle forze armate e degli impianti industriali e ferroviari, o dei pubblici servizi, nonché contro chiunque fosse stato trovato di notte, senza giustificato motivo, lungo le linee ferroviarie o in immediata vicinanza di apprestamenti militari o di opere di pubblico interesse. Venivano sottoposte a preventiva autorizzazione dei comandi militari le feste a carattere popolare, le fiere, i mercati, le riunioni; veniva istituito il coprifuoco e dichiarato obbligatorio il salvacondotto per le persone che si recavano fuori dai comuni di residenza; necessaria un’autorizzazione anche per la circolazione di motociclisti e autoveicoli. Le infrazioni comportavano arresto immediato, pene detentive, condanna a morte mediante fucilazione.522 Le misure prese causarono una serie di proteste generali, delle autorità locali come degli ambienti anti-italiani di Zagabria, che accusarono l’Italia di voler estendere ulteriormente il proprio dominio con l’aiuto dei serbi. Non aiutò il 2 ottobre la distruzione del paese di Zagorje (comune di Modruš, distretto di Ogulin), ad opera dei četnici, allontanati troppo tardi dall’esercito italiano. Karčić recriminò al comando della 2ª Armata l’arresto quotidiano per cose da poco di diversi croati e musulmani, nonostante avessero consegnato le armi e non si dimostrassero ostili all’esercito italiano. Le autorità militari locali procedevano, secondo il commissario croato, con esagerato vigore nell’arrestare i simpatizzanti ustaša e non rispettavano le leggi vigenti in materia di scambi di beni tra Stato croato ed Italia.523
521
HDA, 491, OUP, kut. 2, Zapovjedništvo II Armije, Proglas pučanstvu, General Armijski
Zapovjednik V. Ambrosio, 7. rujna 1941. L’incarico di commissario generale amministrativo successivamente sarebbe stato ricoperto da Vjekoslav Vrančić (marzo-agosto 1942), Nikola Rušinović (fino al gennaio del 1943) e David Sinčić (febbraio-settembre 1943), già prefetto di Knin. Si veda N. Kisić Kolanović, op. cit., pp. 208-209. 522
Ibidem, Zapovjedništvo 2. Armije, general Armijski Zapovjednik V. Ambrosio, 7. rujna
1941; AUSSME, N. 1-11, b. 583, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, Istruzioni riservate per l’applicazione del bando in data 7 settembre 1941, P.M.10, 20 settembre 1941-XIX. 523
HDA, 491, kut. 3, 1941, povjerljivi spisi 1597-2215, Promemoria giornaliero del 1° settembre
1941, n. 13, il Commissario generale amministrativo Karčić.
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I funzionari e gli impiegati croati furono invitati a collaborare, mentre gli autori di delitti contro i serbi e di atti ostili verso gli italiani furono allontanati; i profughi e i ribelli di ogni fazione furono invitati a tornare a casa e a consegnare le armi per non incorrere nelle condanne dei tribunali militari straordinari della 2ª Armata, che promettevano ampio uso di pena capitale. Ogni paese avrebbe avuto un suo capo villa responsabile della comunità: se la maggioranza della popolazione era ortodossa, sarebbe stato di confessione ortodossa. I serbi avrebbero inoltre ottenuto la restituzione dei beni confiscati e le chiese ortodosse sarebbero state aperte nuovamente al culto, con i militari italiani a presidiare le funzioni religiose. Attraverso la separazione e l’autonomia delle comunità serbe dalle croate, Ambrosio sperava di creare un clima di corale collaborazione che, superando i contrasti tra nazionalità, permettesse l’utilizzo delle forze in campo esclusivamente contro il comune nemico rappresentato dai partigiani.524 I propositi del Comando Supremo italiano erano però destinati al fallimento e la 2ª Armata non riuscì a stabilire una presenza credibile sul territorio. La notizia dell’accordo si diffuse rapidamente tra gli insorti della Bosnia-Erzegovina ma nonostante le promesse di consegnare le armi appena le truppe italiane avessero occupato la zona furono pochi i serbi che tornarono alle proprie case, spesso devastate, e chi lo fece non recuperò i propri beni, soprattutto a causa delle locali autorità croate, che paralizzarono le amministrazioni e osteggiarono l’opera di consolidamento italiano. I beni non vennero restituiti ai legittimi proprietari, i negozi rimasero chiusi, gli impiegati non furono riassunti in servizio. La maggior parte dei profughi rientrando ai propri villaggi trovava case svaligiate, distrutte o occupate da enti pubblici dello Stato croato; i negozi manomessi e gestiti da commissari croati ed il mobilio trasferito nelle case delle locali autorità. Serbi e croati si mostrarono diffidenti, temendo che una volta consegnate le armi e ritirate le truppe italiane, potessero essere nuovamente vittime gli uni degli altri, così consegnarono quantitativi di armi molto modesti, nascondendone una buona parte
524
Ibidem, kut. 2, Comando della 2ª Armata, Ufficio Affarti Civili, al Signor Dott. A. Karcic,
Commissario Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso il Comando della 2ª Armata, prot. n. 1827/AC, segreto, oggetto: Questioni varie, il Generale Comandante designato V. Ambrosio, P.M.10, 21 settembre 1941-XIX; id., Promemoria giornaliero n. 16 del 4-101941, f.to il Commissario Generale Amministrativo, Sussak 4 ottobre 1941; AUSSME, N. 1-11, b. 583, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. 23407/AC, Segreto, oggetto: Situazione nella zona demilitarizzata dalla pubblicazione del Bando 7 settembre 1941-XIX ad oggi, f.to Generale V. Ambrosio, P.M.10, 7 ottobre 1941-XIX, riportato anche in O. Talpo, Dalmazia, I, pp. 625-628. Si veda inoltre M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1941-42. Aspetti e momenti della presenza militare italiana sull’opposta sponda adriatica durante la seconda guerra mondiale, Udine, Del Bianco editore, 1999, pp. 46-47.
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nei boschi.525 I fenomeni di ribellione subirono solo un’inflessione momentanea, mentre il numero di uomini che passavano alle file partigiane e ai četnici continuò ad aumentare: nei due mesi successivi il movimento di resistenza era destinato ad intensificarsi ulteriormente. Ambrosio protestò affermando che Zagabria non era in grado di garantire un’amministrazione imparziale e tendeva deliberatamente ad esautorare il prestigio italiano dinanzi alla popolazione serba. Il governo croato era contrario a quanto previsto per la sistemazione degli ortodossi, contrastando la politica di pacificazione e normalizzazione della 2ª Armata. Ambrosio riteneva opportuno un intervento del governo di Roma, per far accettare le richieste rivolte al Commissario generale amministrativo croato in merito alla restituzione dei beni ai fuggiaschi tornati alle loro case e alla riassunzione in servizio degli impiegati statali serbi, fuggiti per sottrarsi alle persecuzioni. Il ministro croato a Roma Perić precisava che la riassunzione in servizio degli impiegati serbo-ortodossi era inaccettabile e l’estromissione dai rispettivi paesi di croati compromessi impossibile, poiché proibito dalle leggi vigenti. Il Commissario generale amministrativo croato intervenne per una serie di chiarimenti su diversi fatti di violenza e arresti che avevano coinvolto soldati e carabinieri italiani e popolazione locale. I serbi fuggiti al loro ritorno andavano cercando i propri beni nelle case croate: Karčić pregava quindi le autorità militari italiane di ordinare di rimettere all’ordinaria via giudiziale la loro restituzione. Le richieste di far intervenire nelle operazioni di perquisizioni eseguite dai militari italiani personale delle locali amministrazioni croate, chiudere i negozi serbi già abbandonati dai legittimi proprietari e permettere alle autorità amministrative croate di effettuare arresti per proprio conto, incontrarono il netto rifiuto di Ambrosio.526 A Selce, San Martino,
525
AUSSME, N. 1-11, b. 583, Comando VI Corpo d’Armata, Notiziario n. 128, Gračac, P.M. 39, 9
settembre 1941-XIX; ibidem, H-1, b. 16, fasc. 1, Ministero della Guerra, Gabinetto, Situazione nella zona demilitarizzata croata dopo la pubblicazione del bando del 7 settembre 1941, Roma 17 ottobre 1941-XIX; HDA, 491, OUP, kut. 2, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, al Signor Dott. A. Karcic, Commissario Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso il Comando della 2ª Armata, prot. n. 2020/AC, segreto, oggetto: Situazione politica, f.to il Generale designato d’Armata V. Ambrosio; id., 831, Vaš broj T.414/41 od 23, Ministarstvu Vaniskih Poslova Zagreb, Opći upravni povjerenik Dr. Karčić, Sušak 1. listopada 1941. 526
HDA, 491, OUP, kut. 2, Promemoria giornaliero n. 4 del 23-9-1941; id., Comando 2ª Armata,
Ufficio Affari Civili, a Commissariato generale amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso il comando della 2ª Armata, prot. n. 1941/AC, segreto, oggetto: Risposta al promemoria n. 4 del 23/9/1941-XIX, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 1 ottobre 1941-XIX. Ambrosio successivamente permise tuttavia la partecipazione di elementi selezionati della gendarmeria croata al ritiro delle armi della popolazione nella terza zona. Ibidem, kut. 3, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso il Comando della 2ª Armata, prot. n. 2708/AC Segreto, oggetto: Impiego della gendarmeria croata nella raccolta delle armi nella zona di nuova
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Povlje e Novoselo (distretto di San Pietro sulla Brazza) le autorità militari italiane sequestrarono nelle sedi degli ustaša radio, materiale propagandistico e i quadri del Poglavnik, proibendo loro di svolgere ulteriori azioni. A Selce gli ustaša furono radunati e fu loro imposta – sotto la minaccia dei fucili italiani – la consegna delle armi e la firma di una dichiarazione che imponeva loro la cessazione di attività propagandistiche, pena l’allontanamento dalle proprie abitazioni.527 Trascorse le quarantotto ore per la consegna alle autorità militari italiane di munizioni e armi, secondo il bando del 7 settembre di Ambrosio, un gruppo di ustaša di Omiš, su denuncia di altri membri del movimento di Pavelić, venne scoperto aver nascosto armi e munizioni e furono arrestati. Due di essi vennero condannati a morte dal tribunale speciale: la sentenza fu eseguita il 14 settembre.528 Anche a Bugojno le autorità militari italiane allontanarono i gendarmi croati, chiedendo la consegna dei negozi di proprietà di serbi ed ebrei. Circa ottocento militari italiani appena giunti impedivano i traffici di merci croati, suscitando le proteste del Commissario generale amministrativo per ingerenze ritenute inopportune e illegittime.529 I militari italiani progressivamente allontanarono i commissari croati dai negozi e le imprese della zona demilitarizzata divenuti proprietà dello Stato.530 La diffidenza fra italiani e croati era reciproca e la mancanza di cooperazione totale.531 Nell’autunno del 1941 la situazione era rimasta così critica da indurre Berlino e Roma a prendere in considerazione anche l’occupazione italiana della terza zona, in mano all’amministrazione civile e militare croata. L’intervento era motivato con la necessità di sostenere indirettamente la decisa azione svolta in Serbia dai tedeschi per reprimere la ribellione, evitando così che i rivoltosi sconfinassero nello Stato croato. Il progetto, che non prevedeva il passaggio dei poteri civili ai comandi italiani come era avvenuto nella seconda zona, inizialmente accolto con benevolenza
occupazione, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 16 ottobre 1941-XIX. 527
Ibidem, kut. 2, Nezavisna Država Hrvatska, Ministarstvo Vanjskih Poslova Zagreb, br. T.
410/41, predmet: Obustava djelatnost ustaških organizacija na području općine Selce, kotar Brač, Općem Upravnom Povjereniku kod II. Talijanske Armeje g. Dr. Andriji Karčiću Sušak, Zagreb 26. rujna 1941; id., Promemoria giornaliero n. 16 del 4-10-1941, f.to il Commissario Generale Amministrativo, Sussak 4 ottobre 1941. 528
Ibidem, Nezavisna Država Hrvatska, Velika Zupa Cetina, Pov. broj 420/41, predmet:
Strijeljanje dvojice ustaških dužnostika zbog nepredaje oružja, Opće Upravnom Povjereniku kod 2 Talijanska Armate Sušak, Velik Zupan, Omiš 20.IX.1941. 529
Ibidem, kut. 3, Promemoria giornaliero n. 27, Il Commissario generale amministrativo Karčić,
Sussak,17 ottobre 1941. 530
Ibidem, all’onor.Comando 2ª Armata R.E.I. Sede, 1930, 1, Il Commissario generale
amministrativo Karčić, Sussak 26 novembre 1941. 531
O. Talpo, Dalmazia, I, op. cit., pp. 629-631; D. Rodogno, op. cit., pp. 240-242.
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dalle autorità locali croate costrette ad accettare dall’incalzare delle insurrezioni partigiane, non mancò in seguito di suscitare le proteste di Zagabria, che vedeva così completare l’occupazione dello Stato, e di dare adito ad episodi in cui gli ustaša si rifiutarono di consegnare le armi o di attenuare la violenza. L’ordine di occupare anche la terza zona fino alla linea di demarcazione con l’occupazione tedesca arrivò al comando italiano il 7 ottobre:532 le operazioni avrebbero avuto inizio due giorni dopo, ancora una volta senza incontrare particolare resistenza.533 Fu disposto il disarmo generale: il versamento – alle autorità croate sotto il controllo dei comandi di presidio italiani – di armi, esplosivi e munizioni sarebbe dovuto avvenire entro il giorno 22, superato il termine chiunque fosse stato trovato in possesso di armi sarebbe stato giustiziato, così come chi avesse attentato in qualunque modo all’ordine pubblico.534 Ad un mese dalla pubblicazione del bando del 7 settembre i tribunali militari di guerra straordinari avevano pronunciato nella zona demilitarizzata diciannove sentenze di condanna alla pena capitale, delle quali undici a carico di serbo-ortodossi ed otto a carico di croati. Il generale Ambrosio affermava che nonostante tutto, fatta eccezione per le zone al confine sloveno e croato-montenegrino, i territori della seconda zona potevano dirsi normalizzati.535
3.5.
Il Governatorato della Dalmazia
Gran parte della costa dalmata essendo stata annessa aveva cessato di essere zona d’occupazione divenendo parte integrante del territorio italiano: l’italianizzazione della regione iniziata con il commissariato civile fu quindi continuata e intensificata. Furono sostituite le insegne e le scritte in croato sulle vie e sugli edifici con scritte in italiano, bandite le bandiere e i giornali croati, sciolte le società sportive e culturali e proibite le organizzazioni a carattere nazionale slavo. Il 532
HDA, 491, OUP, kut. 3, Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni, al Dottor Karcic
Commissario Generale Amministrativo della Croazia, prot. n. 10061, oggetto: Occupazione territorio croato, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 7 ottobre 1941-XIX. 533 534
AUSSME, N. 1-11, b. 724, Diario storico Comando 2ª Armata, P.M.10, 9 ottobre 1941-XIX. HDA, 491, OUP, kut. 3, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, al Commissariato
Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso il Comando della 2ª Armata, prot. n. 2459/AC/Segreto, oggetto: Occupazione del territorio fra la zona demilitarizzata e la linea di demarcazione tedesca, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 9 ottobre 1941-XIX. 535
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Stato Maggiore
Regio Esercito, Ufficio Operazioni, prot. n. 2340/AC, Segreto, oggetto: Situazione nella zona demilitarizzata dalla pubblicazione del bando del 7 settembre 1941-XIX ad oggi, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 7 ottobre 1941-XIX.
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decreto del 1926 per il ripristino dei cognomi in forma italiana attuato in Istria e a Fiume fu immediatamente esteso anche ai nuovi territori annessi. Le autorità italiane tentarono di coinvolgere la Chiesa cattolica nella politica di italianizzazione, chiedendo l’uso della lingua italiana nello svolgimento delle proprie funzioni, ma gli ecclesiastici croati continuarono a dimostrarsi particolarmente ostili, in special modo i francescani. La campagna anti-italiana dei religiosi era promossa soprattutto nei centri di confine rimasti in territorio croato, ma andava assumendo considerevoli proporzioni anche a Spalato, dove i frati si valevano dell’opera di numerosi elementi locali appartenenti per lo più a classi commerciali ed ambienti benestanti. Un gran numero di funzionari fu dimesso dall’amministrazione e dai servizi pubblici per essere sostituito da impiegati, insegnanti e tecnici fatti arrivare dall’Italia, allo scopo di assicurare il funzionamento dell’amministrazione e di alterare la composizione nazionale della popolazione. Molti croati, tuttavia, tra cui i funzionari della gendarmeria, rimasero nelle regioni dalmate annesse e ancora alla metà di luglio la Legazione italiana a Zagabria segnalava la loro presenza invitando il Ministero degli Esteri ad agevolarne il trasferimento nello Stato croato per continuare il loro impiego in servizio: le autorità militari italiane infatti non li lasciavano partire, con grande disagio provocato dalla mancanza di mezzi di sostentamento.536 Se l’11 giugno Mussolini aveva impartito a ministri e prefetti disposizioni per favorire il ritorno in Dalmazia dei dalmati residenti in Italia, al contrario fu ostacolato il ritorno dei croati rifugiatisi nell’entroterra al momento dell’occupazione. Tuttavia Bastianini il 26 telegrafava a Roma che il trasferimento in massa di italiani nelle province dalmate era prematuro in quel particolare momento di crisi alimentare e occupazionale, a meno che non si provvedesse prima al trasferimento in Croazia della popolazione croata. Due soluzioni si presentavano possibili: ricorrere all’allontanamento forzato della parte meno affidabile della popolazione croata (analogamente a quanto facevano su più vasta scala i tedeschi in Slovenia e Pavelić con i serbi), oppure utilizzare al massimo l’elemento italiano favorendo il ritorno dei dalmati come veicolo di penetrazione. Alla fine Bastianini ricorse ad una terza via consistente nell’isolare la Dalmazia cercando di assimilare la popolazione croata con la sola efficienza delle strutture del Governatorato e l’azione capillare degli enti fascisti. Uno speciale ufficio per le terre adriatiche fu istituito per il coordinamento dell’azione intesa ad eliminare dall’Adriatico gli slavi e la loro cultura: una volta allontanati gli elementi più ostili
536
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione d’Italia Zagabria, a R. Ministero degli Affari Esteri
e p.c. Governo della Dalmazia, R. Missione Militare Italiana in Croazia, telespresso n. 647/345, riservato, oggetto: Gendarmi e impiegati croati rimasti nel territorio occupato dalle truppe italiane, Zagabria 8 luglio 1941-XIX; id., Ministero degli Affari Esteri Gab.A.P. (Uff. Croazia), a Governo della Dalmazia Zara, telespresso n. 02873, oggetto: Gendarmi croati rimasti nelle provincie dalmate, f.to Pietromarchi, Roma 18 luglio 1941-XIX.
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il resto della popolazione slava sarebbe stata assimilata propagando i benefici della civiltà italica e misure economico-sociali. Intanto gli ambienti governativi di Zagabria agivano direttamente sull’opinione pubblica istigando ovunque un forte nazionalismo irredentista in favore dell’unione della Dalmazia allo Stato Indipendente Croato. Anche il ministro dell’Educazione Budak, che nell’estate del 1941 passò per uno dei più favorevoli tra i componenti del governo croato ad una politica di stretta intesa con l’Italia, doveva ammettere che le notizie provenienti dalla Dalmazia, dove gli ufficiali italiani aiutavano i serbi e non accettavano la collaborazione croata contravvenendo alle direttive di Roma, non permettevano al governo di Zagabria di poter affermare liberamente l’amicizia italiana senza provocare reazioni più dannose che benefiche tra la popolazione. Nella capitale croata venne istituito un apposito centro, l’Ufficio per la Dalmazia, guidato da Edo Bulat, capo degli ustaša spalatini, ufficialmente con il compito di aiutare i profughi croati che abbandonavano il litorale, in realtà per sostenere, anche economicamente, la presenza croata nei territori annessi all’Italia (a Sebenico e Spalato si mantenevano in soprannumero maestri ed insegnanti). Anche Bulat era convinto che alla fine della guerra i territori persi con gli Accordi di Roma sarebbero tornati alla Croazia, che sarebbe definitivamente passata nella sfera politica tedesca. Sulle cessioni dalmate – sosteneva Bulat – Pavelić era stato accondiscendente con gli italiani in quanto consapevole che i confini in Adriatico non sarebbero stati definitivi, poiché era interesse tedesco arrivare al litorale attraversando lo Stato croato.537 L’ufficio per la Dalmazia raccomandava a tutti gli impiegati, i funzionari e gli insegnanti croati di mantenere i propri posti e uno stretto contatto con la popolazione, al fine di conservare viva la certezza che i confini stabiliti non sarebbero stati definitivi ma quanto prima modificati; veniva inoltre raccomandato di opporsi a qualsiasi fenomeno d’italianizzazione, specialmente nelle scuole. Frequente risultava l’invio a Spalato e Sebenico di emissari ustaša, in stretto contatto con aderenti e propagandisti locali. Condizioni doganali proibitive ed intralci vari per accrescere la difficoltà di trasporto erano imposti non solo all’importazione di merci ma anche a quella di quotidiani, riviste e libri italiani, per ostacolare l’espansione dell’attività culturale italiana.538 Le indicazioni dell’ufficio per la Dalmazia di Zagabria erano in linea con le richieste, in merito all’autonomia di Spalato, del Poglavnik al governo di Roma, che
537
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Allegato a rapporto 24 giugno 1941-XIX n. 455 del Governo
della Dalmazia, Manifestazioni croate antitaliane – Attività degli “Ustasci” (Notizie desunte da rapporti ufficiali e da informazioni fiduciarie), 3) Notiziario 16 giugno del Comando VI Corpo d’Armata. 538
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Situazione politica dei territori ex jugoslavi, Comando 2ª
Armata, Ufficio I, a Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. I/7268/S, oggetto: Situazione politica in Croazia, f.to Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 23 luglio 1941-XIX.
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reclamava la consegna allo Stato croato della pubblica amministrazione cittadina. Il ministro croato a Roma Perić non aveva esitato a chiedere la giurisdizione su Spalato della corte d’appello, dell’amministrazione postale e telegrafica e dell’avvocatura erariale croate. Il tentativo di affermazione di un qualche tipo di sovranità dello Stato Indipendente Croato sulla città appariva paradossale a Pietromarchi, che recriminava il fraintendimento da parte croata di quella che considerava una semplice convenzione in merito al coordinamento amministrativo.539 Le richieste dell’ambasciatore croato richiamavano in parte la convenzione speciale relativa a Spalato, Curzola e la zona dei Castelli – che concedeva allo Stato Indipendente Croato l’amministrazione comunale, portuale, della polizia, la gestione finanziaria dei comuni e l’istituzionale di un tribunale misto per la minoranza italiana – inizialmente prevista per gli Accordi di Roma ma rifiutata da Pavelić nella speranza che Spalato potesse tornare croata al più presto.540 In città i comunisti continuavano la diffusione di manifestini mentre gli ustaša tenevano desta nella popolazione la speranza per i territori annessi all’Italia:541 il professor Katuranić, insegnante nelle scuole scientifiche di Spalato e appartenente al partito di Maček, conferendo con un informatore italiano aveva assicurato che a Spalato gli uomini del Poglavnik crescevano sempre di più, formando una forte organizzazione pronta ad ogni evenienza. Il contegno tranquillo degli spalatini era solamente esteriore, la cittadinanza invece era in piena effervescenza, nell’attesa di dimostrare cosa è Spalato. Bulat continuava la propaganda anti-italiana affermando che le autorità militari e civili di Zara avevano organizzato in bande armate i profughi serbi di Chistagne conducendoli oltre confine per fomentare rivolte in territorio croato. Già da giugno gli ustaša sequestravano i generi alimentari ed il bestiame provenienti dallo Stato Indipendente Croato, costringendo i contadini dei dintorni di Spalato non annessi all’Italia che di solito vi portavano i loro prodotti – prevalentemente frutta e verdura – a pagare quattro dinari ogni chilo di merce introdotta in territorio italiano.542 Il governo di Zagabria approvò pienamente i provvedimenti presi dal prefetto di Almissa per impedire che generi alimentari
539
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Segreto, all’Eccellenza l’ambasciatore Giuseppe Bastianini
Governatore della Dalmazia, Roma 2 luglio 1941-XIX. 540
D. Rodogno, op. cit., p. 110 n.
541
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Promemoria per il Duce, 16 luglio 1941-XIX; id., Ministero degli
Affari Esteri, Gab.A.P., a Governo della Dalmazia Zara, a R. Legazione Zagabria, telespresso n. 02997, Situazione in varie località dalmate e croate, Roma 22 luglio 1941-XIX. 542
Ibidem, Allegato a rapporto 24 giugno 1941-XIX n. 455 del Governo della Dalmazia,
Manifestazioni croate antitaliane – Attività degli “Ustasci” (Notizie desunte da rapporti ufficiali e da informazioni fiduciarie), 6) Notiziario 21 giugno del Comando VI Corpo d’Armata; id., Ministero dell’Interno, sez. I n. OI2445/441, a Ministero Affari Esteri A.G. IV, oggetto: Notizie dalla Dalmazia relative alla situazione in Croazia, Notizie d’oltrefrontiera, Signo, Roma 22 agosto 1941-XIX.
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fossero esportati in città e nel resto della Dalmazia annessa. 543 Zagabria continuava ad esercitare atti di sovranità ritenuti inammissibili dalle autorità italiane e particolare importanza e delicatezza aveva assunto, in attesa della firma della convenzione per il regolamento dell’amministrazione cittadina, la questione relativa alla presenza in città dei funzionari croati, ammoniti dalle autorità italiane a non esercitare alcuna attribuzione nell’ambito del territorio italiano.544 Quest’ultime tentavano di impedire in ogni modo l’arrivo e la partenza di funzionari, politici ed ecclesiastici croati (anche semplici impiegati) diretti a Zagabria, proprio per mantenere al minimo i contatti con la capitale ed impedire l’ingresso nel Governatorato di altri funzionari croati ostili, secondo una disposizione impartita a maggio dallo stesso Ciano. 545 Tali provvedimenti avevano colpito anche gli incaricati della direzione delle Poste, Telegrafi e Telefoni di Spalato, inviati a Zagabria per l’organizzazione del servizio postale nello Stato Indipendente Croato: se nei primi giorni dopo la fine della guerra in Jugoslavia il viaggio Spalato-Zagabria si svolgeva senza difficoltà – recriminava la Legazione croata a Roma – negli ultimi tempi agli impiegati veniva negato il rilascio del lasciapassare delle competenti autorità italiane di Spalato, che chiedevano un permesso speciale dal ministero di Roma e un passaporto regolare (sulla questione era intervenuto presso la Legazione italiana anche il Ministero degli Esteri croato). Il governo di Zagabria chiedeva quindi un intervento del Ministero degli Esteri presso le autorità italiane cittadine, onde assicurare nell’interesse comune il libero transito agli impiegati diretti e provenienti dalla capitale croata e più in generale garantire maggiore collaborazione tra le amministrazioni italiana e croata in attesa dell’accordo sullo Statuto speciale.546 Le prime più preoccupanti manifestazioni di insofferenza verso l’annessione italiana si verificarono all’inizio del luglio del 1941, con iniziative imputabili a comunisti ed ustaša: prima gli atti di propaganda (scritte murali, diffusione di manifestini, lanci di bottiglie d’inchiostro contro i simboli italiani), per arrivare
543
Ibidem, Ministero dell’Interno, Divisione Generale della P.S., Divisione Affari Generali e
Riservati, a Ministero degli Affari Esteri A.G.IV, sezione I n. 441/OI2446, oggetto: Notizie pervenute dalla Dalmazia sulla situazione in Croazia, Roma 22 agosto 1941-XIX. 544
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P., Uff. Croazia, a R. Legazione Zagabria e p.c.
Governatorato Dalmazia Zara e Ministero degli Interni, telespresso n. 02634, oggetto: Funzionari e amministrazioni croati nella Dalmazia italiana, f.to Ciano, Roma 8 luglio 1941-XIX. 545
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4483 R., Segreto non
diramare, f.to Casertano, Zagabria 15 maggio 1941-XIX; id., Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. (U.C.), a R. Ministero Guerra Gabinetto, telegramma n. 137 R., f.to Ciano, Roma 17 maggio 1941XIX. 546
Ibidem, Nezavisna Država Hrvatska, Ministarstvo Vanjskih Poslova, broj: 2100-XIV-1941,
Nota verbale, Zagreb 21 giugno 1941; id., Legazione Stato Indipendente di Croazia, n. 262/41., Nota verbale, 30 giugno 1941-XIX.
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presto a sabotaggi veri e propri (rimozione di tratti di binari ferroviari, taglio di fili telegrafici e telefonici, ecc.). Bastianini, considerando pericolosa la presenza degli ustaša nei territori dalmati, decise di porre termine, diplomaticamente, all’equivoca presenza dell’alleato croato, disponendo (19 luglio) che nelle zone annesse all’Italia fossero considerate illegali le associazioni, i corpi e gli organi di partito non appartenenti al Partito nazionale fascista. Servì a poco e durante l’estate le manifestazioni anti-italiane diventarono più consistenti passando dalla propaganda e il sabotaggio alla azioni violente: in agosto a Spalato e Sebenico si intensificarono attentati e scioperi. In risposta le autorità italiane effettuarono rastrellamenti, fermi ed arresti, mentre i tribunali straordinari (istituiti nell’ottobre del 1941) emettevano condanne a morte e pene detentive nei confronti dei sovversivi responsabili degli attentati dinamitardi e delle uccisioni di militari e carabinieri. Prova nota dell’esistenza anche nei territori dalmati annessi di difficili rapporti tra le stesse autorità governative e militari italiane fu l’attrito nella primavera del 1942 tra Bastianini ed il generale Quirino Armellini, comandante del XVIII Corpo d’Armata, in merito alla riduzione dei presidi fissi con la prospettiva di un maggior numero di nuclei mobili delle forze armate italiane. Bastianini nel febbraio precedente aveva chiesto a Roatta un potenziamento dei presidi nella provincia di Zara, in modo da rafforzare il confine ed impedire eventuali infiltrazioni di partigiani in collegamento ai moti verificatisi nelle province di Spalato e Cattaro. Il governatore intendeva utilizzare le truppe dell’esercito personalmente, adibite esclusivamente alla difesa del territorio. In seguito alle decisioni del comando della 2ª Armata per il ridimensionamento generale delle forze italiane, Armellini fu incaricato di darne notizia a Bastianini, avviando una serie di incomprensioni sfociate nei mesi successivi in un aperto dissidio che lo stesso Roatta provò inutilmente a risanare. Armellini protestò per le interferenze delle autorità del Governatorato nelle azioni di repressione della ribellione, non di loro competenza. Bastianini divenne uno dei più severi critici dell’operato della 2ª Armata e Roatta infine suggerì la rimozione di Armellini, che il 25 luglio 1942 venne sostituito al comando del XVIII Corpo d’Armata – per ordine di Mussolini – dal generale Umberto Spigo.547 Il dissidio tra Bastianini e Armellini fu anche conseguenza dell’intensificarsi dell’attività partigiana. Il 26 maggio era stato assassinato, insieme ad alcuni militi della scorta, il prefetto di Zara Vezio Orazi, in carica dall’ottobre del 1941: in visita
547
M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1941-42, pp. 154-157; O. Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la
storia (1942), Roma, Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1990, pp. 213-229; D. Rodogno, op. cit., pp. 176-177. Riscontro delle posizioni critiche assunte da Bastianini nei confronti dell’operato dei militari italiani si ha anche nei verbali dell’attività svolta dal capo di Stato Maggiore Generale: A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VII, Tomo I, 1° agosto 1942-XX, pp. 799-800.
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a truppe e presidi Orazi cadde in un agguato partigiano al ritorno da Ervenik. La risposta del governatore fu immediata e indiscriminata – fucilazioni, incendi di abitazioni, deportazioni – con una rapida ritorsione condotta da più di trecento camicie nere della 107ª Legione di Zara, spesso utilizzate da Bastianini per l’ordine pubblico nei territori annessi, con grande rabbia della popolazione locale.548 Le azioni di rastrellamento si protrassero per tutta l’estate fuori e dentro i territori annessi, tra le più incisive quella tra fine agosto e inizio settembre nella zona di Makarska, a sud-est di Spalato, effettuata da reparti delle divisioni Bergamo e Messina, in cui furono inflitte quasi mille perdite alle forze partigiane catturando materiale, armi e munizioni.549
3.6.
Gli incontri di Zagabria, Abbazia e Venezia
In seguito all’avanzata delle truppe italiane nella terza zona Ciano iniziò una frenetica attività volta a rinsaldare i rapporti tra le autorità militari italiane e l’alleato ustaša, cercando di ripristinare la supremazia della politica ufficiale di Roma su quella pragmatica della 2ª Armata. Furono avviati una serie d’incontri: 26-27 ottobre a Zagabria (Pietromarchi-Pavelić), 15-16 novembre ad Abbazia (Opatija) e 15-16 dicembre a Venezia, in un momento, peraltro, in cui Pavelić sembrava sempre più esposto ad un condizionamento da parte della corrente filotedesca del partito, guidata dai due Kvaternik e decisamente sostenuta anche dai ministri Puk e Lorković.550 Ciano si impegnò con i rappresentanti croati a far sì che non venisse ridimensionato drasticamente il ruolo delle autorità croate nella terza zona e che fosse data la possibilità ad alcune formazioni della milizia ustaša di svolgere una funzione di gendarmeria ausiliaria.551 Il governo croato non poteva acconsentire che venisse disarmata la popolazione croata fuori dalla zona demilitarizzata, poiché v’era il rischio di attacchi di četnici e partigiani. Altrettanto impossibile riteneva ritirare gli ustaša dal territorio della terza zona: sul litorale, dal quale si erano già ritirate le milizie, c’erano migliaia di persone fuggite alle
548
Sulla morte del prefetto Orazi si veda D. Gizdić, Dalmacija 1942, pp. 258-261.
549
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VII, Tomo I, 3) Scacchiere
Croazia, 27 maggio 1942-XX, pp. 205-206; id., 31 agosto 1942-XX, p. 1109; ibidem, Vol. VIII, Tomo I, 3) Scacchiere Croazia, 1 settembre 1942-XX; id., 3 settembre 1942-XX, p. 23. 550
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero dell’Interno, Ispettore Generale di P.S. Verdiani,
Zagabria 14 novembre 1941-XX. Cfr. anche E. Gobetti, L’occupazione allegra, p. 90. 551
M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1941-42, p. 75.
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aggressioni dei četnici, che l’esercito italiano non aveva potuto tutelare sufficientemente.552 A Dervar intanto rientravano popolazione civile e militari croati fatti prigionieri dai četnici e liberati dalle truppe italiane.553 Il 2 novembre Mussolini comunicava ad Ambrosio che, nel rispetto delle autorità croate, la normalizzazione dell’area occupata doveva avvenire con spirito di amichevole collaborazione con i croati ad ogni livello di governo, evitando assolutamente di assumere un atteggiamento filo-serbo, come spesso accadeva tra i militari italiani. Anche i rappresentanti italiani a Zagabria continuarono a fare pressioni su Ambrosio affinché i comandi militari limitassero al minimo il sostegno alle bande serbe. Il comandante della 2ª Armata accolse malvolentieri le sollecitazioni impartitegli, ma si adeguò al tentativo di miglioramento dei rapporti italo-croati. Per non pregiudicare le fragili tregue locali raggiunte, però, i generali italiani pur dimostrandosi disponibili nei confronti degli ustaša continuarono a mantenere buoni rapporti con i capi serbi. Inoltre Ambrosio proibì rigorosamente che la confisca e la vendita di beni appartenenti ad ortodossi venisse applicata nella zona demilitarizzata.554 La crisi dell’apparato logistico della 2ª Armata spinse buona parte degli ufficiali italiani a considerare l’ipotesi di un ripiegamento e lo stesso Ambrosio iniziò a ritenere necessaria una riduzione delle forze impegnate nello scacchiere balcanico, al fine di concentrarsi prevalentemente nella difesa della fascia adriatica annessa. Il 13 novembre il segretario di Stato del Ministero degli Esteri Vjekoslav Vrančić comunicava al comando della 2ª Armata che a Josipdol, Plaški, Otočac e altre località, molti croati erano stati arrestati dalle autorità militari italiane, in alcuni casi su denuncia dei serbi, che andavano vantandosi del sostegno ricevuto dagli ufficiali italiani. Dello stesso avviso il commissario Karčić, che inviava un comunicato simile il giorno successivo: le fucilazioni compiute e gli ulteriori arresti avevano infatti prodotto a Zagabria e altrove un certo allarmismo e la diffusione di notizie preoccupanti, dal momento che gran parte degli arresti era avvenuto per il possesso di armi, non consegnate alle autorità italiane dalla popolazione croata per timore di incorrere nelle aggressioni dei četnici. Anche il caso della condanna a morte di due ustaša di S. Pietro di Brazza, trovati in possesso di armi, contribuì ad
552
HDA, 227, MVP NDH, kut. 4, a Sua Eccellenza il Generale Comandante designato
d’Armata V. Ambrosio, n. 1670/41, il Commissario Generale Amministrativo Dr. Karčić, Sussak 17 ottobre 1941. 553
AUSSME, fondo H-9, Carteggio del Capo del Governo, b. 11, Promemoria per il Duce, 9
novembre 1941-XX; HDA, 491, OUP, kut. 2, Promemoria giornaliero n. 15 del 3/X/41, f.to il Commissario Generale Amministrativo. 554
HDA, 227, MVP NDH, Zagreb (1942-1945), kut. 5, Politički odjel, odsjek za Romanske
zemljie Italije, 1941/668-3561 bb., Comando Divisione di Fanteria Marche, Sezione Operazioni e Servizi, ai prefetti di Ragusa e Mostar, prot. n. 1171, oggetto: Confisca e vendita di beni appartenenti a persone ortodosse, f.to il Generale Giuseppe Amico, P.M.32, 1 novembre 1941-XX.
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allarmare sensibilmente la popolazione locale e gli ambienti di governo. 555 Gli agenti italiani a Zagabria continuavano a rilevare il disordine croato e l’inconsistenza del regime ustaša, che si era prodigato esclusivamente in provvedimenti inadeguati ed arresti ed esecuzioni sommarie determinate da antipatie personali, interessi e clientele.556 I croati arrivarono all’incontro di Abbazia del 15-16 novembre con una lunga serie di recriminazioni, soprattutto in merito al fatto che gli italiani, pur avendo insediato al potere Pavelić, spingendosi militarmente fino all’interno dello Stato croato, avevano finito con il danneggiare la sovranità del regime di Zagabria. Chiesero quindi la restituzione dei poteri civili nella seconda zona: l’obbligo imposto alle autorità civili croate di chiedere di volta in volta al comando della 2ª Armata l’autorizzazione a mezzo del Commissario generale amministrativo per gli atti più importanti era causa di gravissimi ritardi che paralizzavano di fatto l’amministrazione croata. La situazione tuttavia era a tal punto critica da imporre ai delegati croati una politica concreta che risolvesse i problemi del momento senza indugiare su questioni di legittimità di governo e così si dimostrarono ben più arrendevoli di quanto fossero apparsi inizialmente nell’accettare le proposte italiane, che prevedevano l’adesione delle autorità croate all’emanazione di un’amnistia generale necessaria alla pacificazione delle popolazioni e la concessione di garanzie di sopravvivenza ai serbi che fossero tornati ai loro villaggi, per evitare che il malcontento portasse alla diffusione dell’agitazione partigiana.557 In cambio del consenso croato venivano confermati gli impegni presi da Ciano in merito al ruolo delle formazioni ustaša sul territorio occupato. Ad Abbazia non venne minimamente affrontata la questione, sempre più preoccupante per il governo di Roma, dell’invadente presenza tedesca nello Stato croato, confermata nuovamente il 19 novembre a Mussolini da Casertano: urgeva un chiarimento con Berlino sulle reali intenzioni della Germania, cosa che avvenne alla riunione dei rappresentanti degli Stati aderenti al Patto Anti-Comintern del 24-26 novembre convocata nella capitale tedesca. Ribbentrop ribadì a Ciano che da parte tedesca nulla era cambiato rispetto agli accordi di Vienna e che lo Stato Indipendente Croato rimaneva una zona d’influenza italiana, ma il ministro italiano, malgrado tutto, non si sentì rassicurato.
555
Ibidem, 491, OUP, kut. 2, all’onorevole Comando II. Armata E.I. sede, Susak, 13-IX-1941;
id., all’onorevole Comando II. Armata E.I. sede, Susak, f.to il Commissario Generale Amministrativo Karčić, 14-IX-1941. 556
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero dell’Interno, Ispettore Generale di P.S. Verdiani,
Zagabria 14 novembre 1941-XX. 557
AUSSME, M-3, b. 61, fasc. 5, Linea di condotta in Croazia, Comando 2ª Armata, Ufficio
Operazioni, a Ufficio Operazioni Stato Maggiore Regio Esercito, prot. n. 810, oggetto: Politica croata nei territori della 2ª e 3ª zona, f.to Ambrosio, P.M.10, 15 gennaio 1942-XX.
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La situazione alimentare nei territori croati rimaneva precaria per i deficienti invii di viveri da Zagabria, occorrenti agli immediati bisogni della popolazione, e la mancata costituzione di scorte o depositi per risolvere le difficoltà di approvvigionamento nell’inoltrata stagione invernale. In numerose località si verificavano aumenti continui e sensibili dei prezzi e nella maggior parte dei casi non si era verificata la riassunzione in servizio degli impiegati e dei lavoratori serbo-ortodossi. Permaneva la diffidenza nei confronti della kuna e sui mercati le contrattazioni, in molti casi, avvenivano con scambi di generi: nulla era stato fatto dalle autorità croate per concedere una proroga ai termini del cambio dei dinari e così coloro che rientravano ai propri paesi in base al precedente invito del governo croato si trovavano esposti anche a gravi sanzioni legali per detenzione di moneta fuori corso.558 Il 1° dicembre Casertano esprimeva severe critiche all’operato del capo delegazione del Partito nazionale fascista a Zagabria. Secondo Casertano Coselschi svolgeva un’attività prevalentemente esteriore, superficiale e povera di risultati e nella capitale croata non riscuoteva simpatie, essendo considerato un comodo amico prodigo di gesti ed eloquenza ma scarso di conclusioni e prestigio. La sua presenza serviva ormai a quegli uomini politici croati favorevoli ad un’amicizia italocroata solamente a parole ma non nei fatti.559
Casertano proponeva quindi di richiamare Coselschi a Roma e sostituirlo con altro delegato.560 Si arrivò all’incontro del 15 e 16 dicembre a Venezia tra Ciano e Pavelić, terza fase dell’iniziativa diplomatica di chiarimento tra Roma e Zagabria. Il Poglavnik intendeva affrontare una serie di argomenti: l’esercizio dei poteri civili nei territori occupati della seconda zona, il regime della terza zona – dove i poteri che esercitava la 2ª Armata erano alquanto vaghi e poco definiti –, la collaborazione tra milizia fascista e milizia ustaša, le forniture militari richieste da Zagabria, la collaborazione
558
Ibidem, b. 48, fasc. 4, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, Sintesi situazione politica,
economica, finanziaria nella 2ª e 3ª zona dal 16 novembre (Accordi di Fiume) ad oggi, P.M.10, 9 dicembre 1941-XX; HDA, 491, OUP, kut. 12, 1942 opći spisi 1476-2098, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso il Comando 2ª Armata, prot. n. 3423/A.C., oggetto: Situazione alimentare a Bos. Grahovo, a Ragusa ed a Mostar, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 4 dicembre 1941XX. 559
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), Segreto non diramare,
telegramma n. 42966 P.R., f.to Casertano, Zagabria, 1 dicembre 1941-XIX. 560
Ibidem.
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in campo agricolo e industriale.561 Presenti anche il conte Giuseppe Volpi di Misurata, uomo d’affari ed ex ministro, Casertano, Pietromarchi ed il generale Ambrosio, mentre il seguito del Poglavnik era composto dai ministri Lorković, Košak, Puk e dal ministro a Roma Perić.562 Pavelić chiese che nella seconda zona venissero restituiti i poteri civili alle autorità croate e l’invio di urgente materiale bellico: la presenza delle truppe italiane nei territori d’occupazione aumentava inoltre i prezzi dei generi disponibili, piuttosto scarsi; Ciano, che aveva ricevuto disposizioni precise riguardo alle richieste del leader ustaša (chiederà molte cose ma so già che debbo rifiutargliele tutte),563 acconsentì alla proposta di rimandare l’insediamento di Aimone di Savoia sul trono croato. Fu inoltre richiesto da parte italiana il passaggio, senza limitazione, di merci dallo Stato croato alla Dalmazia e viceversa, fino a quando non fossero stati costituiti gli uffici misti di registrazione in via di organizzazione. Per determinare un crescente avvicinamento della Croazia all’Italia vi fu l’interesse all’introduzione dell’italiano accanto al tedesco quale lingua obbligatoria nelle scuole croate. Nel complesso con l’incontro di Venezia Ciano ebbe l’impressione – piacevole dal momento che Roma sembrava considerasse ancora il Poglavnik la via più sicura per l’influenza su Zagabria – di un rafforzamento della posizione politica di Pavelić, che descriveva in termini ottimistici la situazione dello Stato croato, purchè si reprimessero al più presto četnici e comunisti.564 La principale preoccupazione del governo di Roma era tuttavia capire se ci si potesse fidare delle assicurazioni tedesche riguardo l’influenza italiana in Croazia e Ciano non mancò di ribadirlo: se riprendessero a forzare la mano e a spingere innanzi la loro penetrazione, non ci rimane che ripiegare le bandiere e tornarcene a casa.565 Al termine del 1941 va infine ricordata la mancata occupazione della Bosnia orientale, che avrebbe portato l’intero Stato Indipendente Croato sotto il controllo militare italiano. L’ipotesi era stata presa in considerazione dal Comando Supremo italiano già da qualche mese, ma non sarebbe stata realizzabile senza il consenso dei tedeschi, che detenevano il controllo sulla zona. La nuova avanzata, in un territorio in cui si concentrava peraltro la maggiore attività delle bande ribelli era la logica conseguenza dell’occupazione della terza zona e avrebbe rappresentato
561
Ibidem, b. 1495 (AP 30), Incontro Ciano-Pavelić, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.),
telegramma n. 11765 R., f.to Casertano, Zagabria 11 dicembre 1941-XX; id., Gab.A.P. – Croazia, Appunto, Roma 14 dicembre 1941-XX. 562
Ibidem, b. 1168 (UC 52), fasc. 4, Verbale della riunione italo-croata svoltasi a Venezia lunedì 15
dicembre 1941-XX. 563
G. Ciano, 14 dicembre 1941.
564
ASDMAE, b. 1168 (UC 52), fasc. 4, Verbale incontro Ciano-Pavelić, Colloquio con il Poglavnik,
Venezia 16 dicembre 1941-XX. 565
G. Ciano, 15-16 dicembre 1941.
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una chiara affermazione del valore politico e strategico italiano.566 La situazione sembrò sbloccarsi quando proprio l’addetto militare tedesco a Roma, generale von Rintelen, avendo la Wehrmacht necessità di spostare anche le poche forze dislocate nei Balcani sul fronte russo, propose a Mussolini l’occupazione dell’intero Stato Indipendente Croato per ripristinare e mantenere l’ordine: 567 l’offerta tedesca nasceva dalla sicurezza di aver raggiunto posizioni di controllo politico ed economico così inattaccabili da non poter essere minacciate dal passaggio dell’intero Stato croato al controllo militare italiano.568 La propaganda tedesca era diffusa attraverso libri e giornali e nel campo economico-finanziario e commerciale le attività tedesche approdavano rapidamente a risultati migliori di quelli ottenuti dall’Italia, con enti commerciali statali e parastatali efficienti in fatto di forniture, imprese, lavori. Alla germanofilia istintiva croata si aggiungeva l’azione capillare della Gestapo, mentre nei riguardi dell’Italia l’amicizia iniziale si era tramutata in aperta ostilità; verso i tedeschi v’era una manifesta ammirazione, riconoscenza e la speranza in un aiuto per attuare le rivendicazioni nazionali croate. 569 La notizia del ritiro tedesco e dell’ulteriore dispiegamento delle truppe italiane su tutto il territorio statale allarmò il governo di Zagabria, che chiese a Glaise von Horstenau e Kasche di intervenire presso il governo di Berlino. 570 A Ciano la proposta sembrò la conferma del riconoscimento dell’area all’influenza italiana: I tedeschi ci hanno offerto di assumere il controllo territoriale-militare di tutto il Paese. Ciò è certamente dovuto alla necessità ch’essi hanno di ritirare le loro divisioni, perché in Russia l’inverno si annunzia duro e la Serbia dà molti grattacapi, ma prova anche che la Croazia è veramente considerata a Berlino quale nostro lebensraum.571
Le autorità politiche e militari italiane iniziarono a studiare un progetto di occupazione e il 18 dicembre Mussolini, Ciano e Casertano incontrarono Roatta, Ambrosio ed il generale Giovanni Magli (Comando Supremo), per discutere la proposta tedesca: Ambrosio si affrettò a far presente a Mussolini la necessità che la Germania non solo ritirasse le truppe d’occupazione, ma anche il presidio 566
E. Gobetti, L’occupazione allegra, p. 95.
567
AUSSME, M-3, b. 59, fasc. 7, Dal Duce, 18-XII-41-XX, ore 20, presenti S.E. Ciano, S.E. Roatta,
S.E. Ambrosio, S.E. Casertano e generale Magli del Comando Supremo, f.to Ambrosio. 568
D. Rodogno, op. cit., p. 128.
569
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Situazione politica dei territori ex jugoslavi, Stato Maggiore R.
Esercito, Ufficio Operazioni I-Sezione 3ª, a Comando Supremo e p.c. a Ministero della Guerra, Gabinetto, prot. n. 12843, oggetto: Attività politica tedesca in Croazia, il Capo di S.M. dell’Esercito, P.M.9, 11 agosto 1941-XIX; id., Ministero della Guerra, Gabinetto, Attività politica tedesca in Croazia, Roma 13 agosto 1941-XIX. 570
B. Krizman, Pavelić između Mussolinija i Hitlera, pp. 232-234.
571
G. Ciano, 17 dicembre 1941.
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aereonautico di Zagabria, tutte le formazioni palesi od occulte attive nel Paese, le autorità militari tedesche residenti nella capitale croata e negli altri centri e i rappresentanti nei vari ministeri, in modo da permettere all’Italia le migliori possibilità per impadronirsi dello Stato Indipendente Croato, non solo militarmente ma anche dal punto di vista politico ed economico. Roatta, più realista, ricordò come la Germania, malgrado fosse stata pronunciata più volte la frase Croazia spazio vitale dell’Italia sia da Hitler sia da Ribbentrop, non intendesse affatto rinunciare al lavoro compiuto nel campo economico e come questa solo in seguito alle necessità derivanti dal concentrare le proprie forze per fronteggiare la rivolta in Serbia, avesse proposto tale offerta all’Italia.572 I piani italiani furono tuttavia bruscamente interrotti dal repentino ripensamento tedesco. Il 24 dicembre, infatti, il generale von Rintelen comunicava al Comando Supremo italiano che la Germania non richiedeva più la sostituzione in tutto lo Stato Indipendente Croato delle forze armate tedesche con le italiane, bensì una semplice collaborazione per stroncare le attività ribelli; i cambiamenti di programma sembravano fossero dovuti più alle incertezze del Comando Supremo tedesco (Oberkommando der Wehrmacht, OKW) – inizialmente promotore dell’iniziativa – preoccupato del controllo delle risorse minerarie bosniache fondamentali per l’economia bellica tedesca, che a decisioni prese dal governo di Berlino. Ad Ambrosio i tedeschi chiedevano il contributo di reparti italiani per un ciclo di operazioni contro i ribelli nella zona di Sarajevo: compito della 2ª Armata sarebbe stato sbarrare la linea di demarcazione impedendo il loro arrivo nei territori controllati dalle unità italiane. Mussolini assecondò contrariato il ripensamento tedesco e ancora per qualche tempo continuò a considerare la possibilità della completa occupazione dello Stato croato, ma alla fine dovette desistere, sfogando sui croati la propria frustrazione e minacciando che la presenza italiana nei territori controllati, sarebbe stata duratura e finalizzata alla modifica dei confini dalmati, contrariamente a quanto sempre ribadito fino a quel momento (invettive che rimasero senza seguito).573 Quella che inizialmente era sembrata una conferma dell’alleato tedesco al riconoscimento degli interessi italiani si rivelò l’ennesima riprova di subalternità dell’Italia fascista alle politiche di dominio di Hitler nell’Europa sud-orientale. A Roma e tra i militari italiani vi fu il serio sospetto che il repentino cambiamento di idea tedesco fosse stato causato dalla reazione sfavorevole delle autorità di Zagabria alla soluzione, con conseguenti pressioni croate su Glaise von Horstenau. La questione era comunque destinata a perdere presto importanza a causa della necessità di contrastare l’incalzante movimento partigiano e le violenze fra serbi e croati, che solo in apparenza erano state moderate dall’opera di pacificazione
572
AUSSME, M-3, b. 59, fasc. 7, Dal Duce, 18-XII-41-XX, ore 20, presenti S.E. Ciano, S.E. Roatta,
S.E. Ambrosio, S.E. Casertano e generale Magli del Comando Supremo, f.to Ambrosio. 573
O. Talpo, Dalmazia, I, pp. 938-939.
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intrapresa dalla 2ª Armata e che avrebbero continuato a rappresentare un problema costante nello Stato Indipendente Croato.
3.7.
Popolazione civile, militari italiani ed ustaša
Frequenti le dimostrazioni di ostilità croate, individuali e collettive, all’occupazione italiana: la propaganda anti-italiana andò aumentando d’intensità in tutte le zone e ad essa parteciparono gli ustaša come i militari dell’esercito regolare. Costante la provocazione di incidenti con ufficiali e soldati dei reparti italiani, che dal giugno del 1941 in poi si verificarono con ritmo crescente, con la volontà degli ustaša di impedire contatti con la popolazione, soprattutto femminile, che veniva diffidata a non frequentare, non accompagnare o parlare con i militari italiani. Le donne viste in loro compagnia venivano chiamate al comando ustaša e minacciate del taglio dei capelli, se avessero continuato nei loro atteggiamenti amichevoli verso gli italiani.574 In generale le milizie croate, con la minaccia di arresti, perquisizioni e interrogatori nei confronti dei civili, contribuivano a creare forte circospezione tra la popolazione. Da ciò anche la grande difficoltà opposta al dare alloggio agli ufficiali italiani, che si erano adattati in gran parte nelle abitazioni di serbi ed ebrei. Le autorità croate opponevano difficoltà anche ai rifornimenti mediante divieti e controlli sull’attività commerciale, con ripetuti tentativi di ingerenza sui trasporti di merci e derrate dirette ad organi periferici.575 Il comando della 2ª Armata chiese ripetutamente provvedimenti a carico di funzionari croati responsabili di atti interpretati come ostili verso gli italiani, soprattutto nelle zone di confine, ma il governo di Zagabria si dimostrò poco disposto a intraprenderli. 576 Soprattutto dopo il passaggio o la sosta di elementi della Gestapo – che mantenevano contatti con gli ustaša del posto ma si astenevano dall’avvicinare ufficiali e militari italiani – in determinate località si verificavano incidenti fra italiani e croati. Nel luglio del 1941 a Cirquenizza la cancellazione di scritte italiane inneggianti al re e Mussolini 574
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero dell’Interno, sez. I n. OI2445/441, a Ministero Affari
Esteri A.G.IV, oggetto: Notizie dalla Dalmazia relative alla situazione in Croazia, Roma 22 agosto 1941XIX. Le dirigenti dell’Unione Femminile Ustaša di Segna, ad esempio, sembra proibirono alle iscritte di avere rapporti di qualsiasi genere con gli italiani. AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 4, Comando 2ª Armata, Ufficio I, Notiziario A/C n. 19, P.M.10, 1 marzo 1942/XX. 575
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Situazione politica dei territori ex jugoslavi, Comando 2ª
Armata, Ufficio I, a Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. I/7268/S, oggetto: Situazione politica in Croazia, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 23 luglio 1941-XIX. 576
Ibidem, Situazione politico-economico-militare in Croazia e Slovenia, Ministero della
Guerra-Gabinetto, Funzionari croati ostili all’Italia, Roma 12 agosto 1941-XIX.
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ad opera di alcuni ustaša era stata suggerita da due elementi della Gestapo che avevano sostato nel paese.577 Da parte croata non furono minori le rimostranze. Fin dall’aprile del 1941 a Pavelić erano pervenute da varie zone della Dalmazia telegrammi e petizioni inviati da fiduciari e popolazione relative agli atteggiamenti del personale militare italiano. Il Poglavnik recriminò al governo di Roma le azioni dei militari italiani ed il comportamento arbitrario dei carabinieri, che minavano seriamente la sua posizione e l’alleanza con l’Italia. Per la Bosnia in particolare raccomandava il rispetto delle usanze della popolazione musulmana. Gli italiani avevano chiesto in primo luogo che fossero chiusi i tribunali, facendo capire ai fiduciari croati che sarebbero stati arrestati nel caso avessero interferito nelle questioni politiche: mentre disarmavano ustaša e gendarmi croati comportandosi con alterigia nei loro confronti, funzionari serbi venivano nominati per le funzioni comunali in diverse località. Particolare esasperazione era stata diffusa anche dalla chiamata alle armi effettuata dai comandi italiani sulla popolazione croato-dalmata.578 Il Commissario generale amministrativo presso il comando della 2ª Armata accusò regolarmente i militari italiani di una serie di misfatti nei confronti di civili e miliziani croati. Le autorità croate recriminavano agli italiani di non tener conto delle leggi croate, di essere compiacenti con i crimini commessi dai četnici sulla popolazione cattolica e musulmana, di effettuare arresti arbitrari. Su ordine di Ambrosio era vietata l’uscita dalla zona demilitarizzata con più di duecentocinquanta kune: i soldati italiani prelevavano le somme di denaro superiori ai viaggiatori diretti dal litorale a Zagabria.579 Le autorità militari italiane erano accusate inoltre di rallentare a loro volta i traffici commerciali e monetari croati nella zona demilitarizzata. Un più libero movimento di traffici commerciali, esente da dazi doganali, fu concesso solamente nell’autunno del 1941, in seguito agli accordi intercorsi negli incontri della “Commissione economica permanente italo-croata” (vedi infra) per regolare le questioni doganali, disponendo che non fossero più eseguiti controlli di carattere fiscale e valutario al limite marginale
577
Ibidem, Situazione politica dei territori ex jugoslavi, Comando 2ª Armata, Ufficio I, a Stato
Maggiore Regio Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. I/7365/S, oggetto: Attività politica tedesca in Croazia, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 25 luglio 1941-XIX. 578
ASDMAE, b. 1494 (AP 29), Ufficio Croazia, Carteggio circa discussioni confinarie, R.
Consolato Generale d’Italia a Zagabria, a Ministero degli Affari Esteri Roma, telespresso n. 1835/301, oggetto: Notizie dalla Dalmazia, Zagabria 21 aprile 1941-XIX. 579
HDA, 491, OUP, kut. 2, all’Onorevole Comando II Armata R.E.I. Sede, 1136/41, il
Commissario Generale Amministrativo; id., Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Commissario Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso il Comando 2ª Armata, prot. n. 2342/A.C. segreto, risposta al foglio 1136/41 del 6 ottobre 1941, oggetto: Movimento merci e valute nella zona demilitarizzata, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 8 ottobre 1941-XIX.
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della zona demilitarizzata e all’entrata di merci dalla Croazia alla Dalmazia italiana e viceversa. In seguito all’occupazione della terza zona Karčić lamentò infine l’arresto di numerosi ustaša.580 In tutta la zona d’occupazione italiana si verificarono una serie di avvenimenti che dimostrarono fin dai primi giorni il fallimento dell’alleanza italo-croata, nonostante le cerimonie ufficiali si sforzassero di provare l’opposto. A Mostar, ad esempio, alla fine del maggio 1941 aveva avuto luogo la cessione in forma solenne dei poteri amministrativi e militari alle autorità croate, con l’ingresso in città di una guarnigione croata (un comando di divisione ed un battaglione di fanteria). Le truppe italiane e croate si erano scambiate gli onori reciproci; erano seguiti i discorsi del sindaco, del prefetto e del comandante del presidio italiano, che aveva ufficialmente ceduto i poteri civili, amministrativi e militari della città. Le truppe italiane e croate, seguite da associazioni politiche e civili locali, avevano sfilato dinanzi alle varie autorità cittadine e la sera le autorità croate avevano offerto un banchetto al quale aveva partecipato anche una larga rappresentanza di ufficiali italiani.581 Nonostante le ossequiose cerimonie rituali non si sarebbe tuttavia attardato il verificarsi di attriti tra i soldati italiani rimasti a presidiare la città e gli ustaša: il 26 giugno arrivavano allo scontro fisico in seguito alla volontà dei secondi di uccidere un civile per ragioni non del tutto chiare, intento a cui i militari italiani si erano opposti. La sera stessa, alla stazione ferroviaria, due donne con lasciapassare dell’autorità italiana di Cettigne, accusate di essere spie, venivano condotte negli alloggi degli ustaša e in presenza di circa venti militari venivano invitate a svestirsi di tutto e perquisite da una donna mentre gli uomini ne controllavano i vestiti (l’episodio non portò comunque a particolari provvedimenti nei loro confronti).582 Ogni notte in città si segnalavano spari d’arma da fuoco da parte delle milizie croate, che provocavano notevole allarme tra la popolazione. Alla fine del mese si segnalavano ancora arresti e persecuzioni, mentre cresceva l’esodo delle famiglie
580
Ibidem, kut. 3, all’on. Comando 2ª Armata R.E.I, 1642 1, risposta al foglio n. 2732/AC/Or.,
f.to il Commissario Generale Amministrativo, Sussak 19 ottobre 1941. Ibidem, kut. 5, 1941, pov. spisi, 2836-3327, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso il Comando 2ª Armata, prot. n. 3225/A.C., oggetto: Movimento delle merci nella zona demilitarizzata, f.to il Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 3 novembre 1941-XX. 581
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Centro “I” Antico, al Servizio Informazioni Militare Ufficio I.
Albania P.M.22 – A, n. prot. 5/1266 segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, f.to il Capitano dei CC. RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.9IA, 8 giugno 1941-XIX. 582
Ibidem, Comando Supremo, Servizio Informazioni Militare, Uff. I Albania, Centro I
Cettigne, a Servizio Informazioni Militare uff. I Albania, oggetto: Notizie della Croazia, f.to per il Capitano dei CC.RR. Capo Centro Angelo Antico il sottotenenente A. Coffari, P.M.91/A, 29 giugno 1941-XIX.
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degli ufficiali e degli impiegati serbi: pochi giorni prima (14 giugno) era stata emanata l’ordinanza che imponeva a tutti i serbi residenti nel territorio di Mostar di presentarsi al municipio entro dieci giorni (l’ordinanza riguardava particolarmente gli immigrati nel territorio dello Stato croato dopo il 1° gennaio del 1900 e i loro discendenti). Coloro che non si fossero presentati entro i termini fissati sarebbero stati internati alla stregua di prigionieri di guerra.583 Nel 1942 in città le autorità croate presero possesso di numerose case private ed aziende commerciali di serbo-ortodossi detenuti in campi di concentramento o scomparsi. Le autorità militari italiane cercarono di contrastare il fenomeno senza ottenere risultati: il prefetto di Mostar aveva esplicitamente affermato che nei riguardi dei serbo-ortodossi non era necessario tener conto delle disposizioni date dalle autorità italiane. Era inoltre accertato che su diversi treni provenienti dall’interno, con la scusa di esercitare il servizio di vigilanza loro affidato, gli ustaša spesso requisivano arbitrariamente i beni dei viaggiatori (accuse simili erano mosse, come accennato, anche dalle autorità croate ai soldati italiani). Il numero degli ustaša che in uniforme ed armati giungevano in regolare licenza nei territori della seconda zona era sempre in aumento: il comando militare italiano di Mostar, onde prevenire spiacevoli incidenti, aveva disposto che le loro armi fossero depositate, al loro arrivo, presso la locale stazione dei carabinieri, e restituite al momento della partenza.584 Non molto differente la situazione a Ragusa, nonostante in città gli esponenti ustaša non godessero del favore della maggioranza della popolazione, che persisteva invece nel manifestare una notevole indifferenza, evidentemente persuasa della precarietà della situazione politica e timorosa di esporsi. Anche la cerimonia d’insediamento della guarnigione croata, svolta d’accordo con le autorità italiane, aveva dimostrato lo scarso entusiasmo popolare – nonostante la notevole propaganda condotta dagli ustaša – e al passaggio delle truppe italiane la folla aveva applaudito sommessamente. Durante la cerimonia le parole di ringraziamento del colonnello croato Julio Res a Hitler e Mussolini avevano provocato una calorosa dimostrazione della folla soprattutto per il primo. Ben accolti erano stati anche gli ufficiali tedeschi che partecipavano alla cerimonia in rappresentanza. Tutto ciò faceva parte dell’ormai consueta prassi dei croati di Dalmazia, chiaramente ostili all’Italia. Le organizzazioni giovanili ustaša percorrevano le vie della città inneggiando alla Croazia, rivendicando Spalato e
583
Ibidem, Comando Supremo, Servizio Informazioni Militare, Uff. Albania, Centro Cettigne,
a Servizio Informazioni Militare Ufficio Albania, P.M.22 – A, n. prot. 5/1398, segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, f.to il Capitano dei CC.RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.91/A, 24 giugno 1941-XIX. 584
AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 4, IT 4596, 1942, Comando Supremo, Rapporti dello S.M.E. a C.S.
circa la lotta antipartigiana in Croazia, Comando 2ª Armata, Ufficio I, Notiziario A/C n. 19, Mostar, P.M.10, 1 marzo 1942/XX.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
auspicando l’intervento dell’esercito croato per la liberazione della costa dalmata. Sorpresa indusse tra i cittadini il fatto che i comandi militari italiani avevano provveduto troppo celermente ad effettuare il passaggio dei poteri amministrativi e di polizia alle autorità croate, mentre i comandi militari tedeschi detenevano ancora nei territori da essi presidiati, ad esempio Sarajevo, ogni potere civile e militare.585 Proprio Sarajevo forniva un esempio di come cambiassero i sentimenti della popolazione dalla costa verso l’interno, in base alla composizione nazionale di ogni città e alle rispettive zone d’occupazione: in occasione di una visita (giugno 1941) compiuta da un gruppo di ufficiali della Divisione Marche, si era infatti avuto modo di constatare che la popolazione cittadina, nonostante i gravi danneggiamenti patiti sotto i bombardamenti aerei, manifestava una viva simpatia e cordialità nei riguardi degli italiani, con il rammarico che la città fosse presidiata da truppe tedesche.586 Si trattava tuttavia di casi isolati. A Ragusa come a Goradže, Nevesinje, Stolac e Foča la popolazione pur dimostrandosi rispettosa e cordiale nei confronti dell’esercito italiano aveva accolto l’assunzione al trono croato di un principe sabaudo con assoluta indifferenza e freddezza. I musulmani fino ad allora non avevano dimostrato un chiaro atteggiamento politico, ma si comprovavano in gran parte filo-croati, mentre i serbi erano preoccupati per le persecuzioni e se molti si erano già allontanati dalle proprie abitazioni, altri si accingevano a seguirli. Gli ustaša di Ragusa, pur con apparente deferenza, soffrivano la presenza dei soldati italiani. Alcuni ne davano chiara prova non salutando l’inno nazionale italiano durante la quotidiana cerimonia dell’alza e ammaina bandiera.587 Una commissione di cittadini si era recata a Zagabria per invitare il Poglavnik a chiedere al governo italiano la cessione allo Stato Indipendente Croato del campo d’aviazione di Gruda (zona di Kanalje, nord di Cattaro).588 Dopo l’arrivo dei primi contingenti croati e delle pattuglie ustaša, numerosi civili di Ragusa avevano cercato di sapere dai miliatri italiani se la loro permanenza in città fosse destinata a durare a lungo: era evidente il desiderio di una prossima e definitiva partenza delle truppe italiane, anche se non mancava una parte minima dell’opinione
585
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Centro “I” Antico, a Servizio Informazioni Militare Ufficio
Albania Tirana, segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, P.M.9IA, 7 giugno 1941-XIX. 586
Ibidem, Comando Supremo, Servizio Informazioni Militare-Ufficio I Albania, Centro “I”
Antico, a Servizio Informazioni Militare-Ufficio I Albania, P.M.22 – A, prot. n. 1385, segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, f.to il Capitano dei CC.RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.91A, 22 giugno 1941-XIX. 587
Ibidem, Centro “I” Antico, a Servizio Informazioni Militare Ufficio I Albania P.M.22 – A, n.
prot. 5/1279 segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, f.to il Capitano dei CC. RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.9IA, 11 giugno 1941-XIX. 588
Ibidem, b. 1166 (UC 50), fasc. 1, Poglavnik Nezavisne Države Hrvatske, 2 luglio 1941.
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pubblica favorevole all’Italia.589 La colonia italiana di Ragusa viveva in un’atmosfera di preoccupazione per le minacce subite da alcuni connazionali da parte della polizia croata. In autunno i rapporti degli ustaša con le autorità italiane continuavano ad essere caratterizzati dalla tensione ed in seguito al bando del 7 settembre la sede cittadina del movimento fu perquisita per verificare l’eventuale presenza di armi.590 In molti casi ustaša e militari italiani arrivarono a minacciarsi – e non solo – con le armi, gli esempi sarebbero innumerevoli. Solamente nel luglio del 1941 furono segnalati alle autorità italiane una serie di casi. Alla stazione ferroviaria di Ogulin in seguito al trasferimento del corpo d’armata italiano ivi presente;591 a Goradže per un presunto sconfinamento della guardia di finanza; a Jablan-Vrbovsko, dove militari italiani vennero fatti segno a colpi di arma da fuoco da parte di ustaša e gendarmeria croata in seguito a diverbi sorti all’interno di un’osteria (alla risposta italiana un gendarme croato era rimasto ucciso).592 In seguito alla rioccupazione della seconda e terza zona nell’autunno del 1941 le autorità militari italiane intervennero inoltre in diverse località per ripristinare l’ordine, suscitando le proteste croate. A Brinje riaprirono al culto la chiesa ortodossa e rimisero in libertà i serbi arrestati dalle autorità distrettuali croate, provvedendo anche al fermo di alcuni ustaša denunciati dai prigionieri.593 A Makarska, località costiera già al centro nel corso del 1941 di scontri e provocazioni tra militari italiani ed ustaša, il 1° dicembre 1942 tredici militari della marina croata della locale capitaneria di porto furono arrestati dal comando della Divisione Bergamo con l’accusa di aver sottratto armi, munizioni ed equipaggiamenti per consegnarle ai partigiani. Il Ministero degli Affari Esteri croato protestò contro gli arresti ritenuti arbitrari ed il mancato deferimento degli arrestati ai tribunali militari croati. Le autorità militari italiane, che disposero infine la consegna degli ufficiali alle competenti autorità 589
Ibidem, b. 1493 (AP 28), Comando Supremo, Servizio Informazioni Militare-Ufficio I
Albania, Centro “I” Antico, al Servizio Informazioni Militare-Ufficio I Albania, P.M.22 – A, prot. n. 1385, segreto, oggetto: Notizie dalla Croazia, f.to il Capitano dei CC.RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.91A, 22 giugno 1941-XIX. 590
HDA, 491, OUP, kut. 2, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Commissario Generale
Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia – presso il Comando della 2ª Armata, prot. n 2448/AC. Segreto, risposta al promemoria del 20/09/1941-XIX, oggetto: Chiusura Ufficio del Movimento ustascia e della Direzione di Polizia di Ragusa, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 13 ottobre 1941-XIX. 591
AUSSME, H-1, b. 16, fasc.1, Situazione politico-economico-militare in Croazia e Slovenia,
Stato Maggiore R. Esercito – Ufficio Operazoni I – Sezione 3ª, da Superesercito a Comando Supremo, Roatta, 14 luglio 1941-XIX. 592
ASDMAE, b. 1495, 1941 Sottofascicoli, AG Croazia (Sarajevo), Gab.A.P., a Comando
Supremo, 27650 P.R., f.to Ducci, 17 luglio 1941-XIX; id., Gabinetto A.P. (U. Croazia), telespresso n. 8/02955, oggetto: Incidente in Croazia, f.to Ducci, 21 luglio 1941-XIX. 593
HDA, 491, kut. 2, Promemoria giornaliero, Sussak 20 settembre 1941.
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croate, da parte loro criticarono l’atteggiamento assunto dal Ministero croato, accusato di aver dato credito a notizie inesatte e tendenziose.594 Nel gennaio del 1943, ancora, ventitre cittadini croati, accusati di appartenere a bande ribelli che ostacolavano l’avanzata delle truppe italiane verso Vojnovac vennero fucilati nei pressi della linea ferroviaria di Josip Dol da un reparto di camicie nere.595 I funzionari croati cercavano inoltre di ostacolare in ogni modo il buon andamento dei servizi e dei rifornimenti che riguardavano le forze armate italiane. Frequenti i casi di capo-stazione croati che ostruivano i trasporti diretti o in partenza dai reparti italiani; ancora, nel febbraio del 1942, l’economo distrettuale di Delnice (seconda zona) si presentò a Mrkopalj accompagnato da quattro ustaša e ordinò ai dirigenti delle locali segherie la sospensione della consegna del legname giacente, compreso quello già acquistato dall’Intendenza della 2ª Armata, dovendo rimanere tutto a disposizione del governo croato.596 Frequenti anche le segnalazioni di soldati regolari croati o miliziani ustaša che un po’ ovunque, in luoghi pubblici, cantavano canzoni degli irredenti dalmati ed erano posti a tacere solamente dall’intervento degli ufficiali e dei soldati italiani.597 In occasione del secondo anniversario della fondazione dello Stato Indipendente Croato furono notate, durante le cerimonie e le private manifestazioni, diffuse intemperanze e dimostrazioni irredentiste, prontamente segnalate dalle autorità militari italiane al nuovo Commissario generale amministrativo croato David Sinčić:598 il governo croato condannava le manifestazioni, definendole azioni isolate e di singoli individui irresponsabili.599 Anche la Legazione italiana a Zagabria 594
ASDMAE, b. 1495 (AP 30), Ministero degli Affari Esteri Gabinetto, Ufficio Armistizio e
Territori Occupati, oggetto: Persecuzioni di ustasci verso montenegrini; HDA, 227, MVP NDH, kut. 6, Politički odjel, odsjek za romanske zemlje Italije 1942/1943. 595
HDA, 491, OUP, kut. 34, 1943, opći spisi 1767-2150, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-
Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso Supersloda, prot. n. 2095/AC, oggetto: Fucilazioni, f.to il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 22 febbraio 1943-XXI. 596
AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 4, Comando 2ª Armata, Ufficio I, Notiziario A/C n. 19, II Zona,
Delnice, P.M.10, 1 marzo 1942/XX. 597
Ibidem, b. 61, fasc. 5, Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni, a Stato Maggiore R. Esercito-
Ufficio Operazioni, prot. n. 810, segreto, oggetto: Politica croata nei territori della 2ª e 3ª zona, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 15 gennaio 1942-XX. 598
HDA, 227, MVP NDH, Zagreb (1942-1945), kut. 4, Nezavisna Država Hrvatska, Opće
Upravno Povjereništvo kod višeg Zapovjednistva Talijanskih Oružanih Snaga SlovenijaDalmacija, broj pov. 4013, 1943, predmet: Iredentistička neumjerenost, Poglavniku Nezavisne Države Hrvatske, Predsjednistvo Vlade, Pomoćniku Predsjednika Vlade gosp. Dr. V. Vrančiću Zagreb, Ministru Vanjskih Poslova g. dr. Mili Budaku Zagreb, Ministru Unutarnjih Poslova g. dr. Andriji Artukoviću Zagreb, Opći Upravni Povjerenik David Sinčić, Sušak 1 svibnja 1943. 599
Ibidem, 491, OUP, kut. 40, 1943, opći spisi 4593-5061, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-
Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato
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segnalava in città pubbliche dimostrazioni irredentiste avvenute ad opera di gruppi agitatori durante la cerimonia. La sera del 9 aprile circa cinquanta ustaša avevano percorso la Javoreva ulica gridando Vogliamo la Dalmazia, fuori l’Italia; atteggiamenti simili erano stati notati anche in altre vie centrali della capitale, nelle quali era stata intonata la nota canzone a sfondo irredentista Dalmazia. Nella mattina del 10 aprile, tra le manifestazioni simili inscenate in vari punti della città e in particolare durante il passaggio dei cortei, si era dimostrata particolarmente grave quella in piazza Jelačić, nei pressi del monumento, dove una turba di scalmanati giovinastri, fra cui uomini e donne ustaša, aveva ripetutamente gridato Viva la Dalmazia, Viva il mare croato, Viva la Marina croata, Viva l’Adriatico mare nostro, intonando versi delle note canzoni irredentiste Malena je Dalmacija, ali je dika rodu svom (“Piccola è la Dalmazia, ma è vanto del suo popolo”) e Mladi hrvati od plavog Jadrana uz vas je Poglavnik i cijela Hrvatska (“Giovani croati dell’azzurro Adriatico con voi è il Poglavnik e tutta la Croazia”), già diffusa l’anno precedente e poi troncata per intervento italiano. La manifestazione aveva condotto alcuni gruppi dinanzi al comando militare tedesco, ingiuriando l’Italia e inneggiando alla Germania: le dimostrazioni, soprattutto in piazza Jelačić, erano continuate a lungo, senza alcun intervento da parte della polizia croata, in divisa e in borghese, presente sul posto.
Indipendente di Croazia presso Supersloda, prot. n. 5418/AC, oggetto: Intemperanze irredentiste, f.to il Generale Comandante designato d’Armata Mario Robotti, P.M.10, 29 aprile 1943-XXI; id., a Comando 2ª Armata, 4615 3, rif. f. n. 5418/AC del 29/4/43, oggetto: Intemperanze irredentistiche, f.to il Commissario Generale Amministrativo David Sinčić, Sussa 23 maggio 1943.
Capitolo 4 Controllo del territorio e cicli operativi (1942)
4.1 La “Legione autotrasportabile croata” (Lako prevozni zdrug) sul fronte orientale Nell’estate del 1941 l’offensiva tedesca contro l’Unione Sovietica aprì un vasto fronte dal Baltico al Mar Nero e mutò radicalmente le prospettive del conflitto mondiale. All’Operazione Barbarossa partecipò anche il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) – successivamente inquadrato nella più vasta 8ª Armata, anche nota come Armata Italiana in Russia (ARMIR) – nonché truppe rumene, ungheresi, slovacche e finlandesi, volontari spagnoli (la “Divisione Azzurra”) o provenienti dai diversi Paesi occupati dalla Germania.600 Roma e Berlino si assunsero il compito di equipaggiare ed armare anche volontari croati, rispettivamente nel campo di Riva del Garda e di Stockerau (Vienna):601 i croati arruolati al fianco dei tedeschi parteciparono alla crociata anti-bolscevica nel 369° Reggimento di Fanteria croato rinforzato (369. Pojačana Pješačka Pukovnija, in tedesco Verstärktes Kroatisches Infanterie-Regiment 369), con una forza complessiva di quattromila uomini, successivamente ridotti a circa millequattrocento.602 L’invio di contingenti croati sul fronte russo ravvivò il cameratismo d’armi della Prima guerra mondiale e
600
Per un quadro generale dell’attacco tedesco all’Unione Sovietica si veda A. Clark,
Barbarossa. The Russian-German Conflict 1941-1945, London, Hutchinson & Co., 1965; B.H. Liddell Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1996. Sul contributo delle unità italiane al fronte russo: Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, Le operazioni del CSIR e dell’ARMIR dal giugno 1941 all’ottobre 1942, Roma, 1947. 601
AUSSME, L-10, b. 38, fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito
(S.I.E.), Promemoria, oggetto: Croazia–Contributo militare alla guerra antibolscevica, f.to il Colonnello S.M. Capo Servizio Edmondo de Renzi, 9 gennaio 1943-XXI; id., Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-Sezione 3ª, Promemoria, oggetto: Croazia–contributo militare alla guerra antibolscevica, 11 gennaio 1943-XXI. 602
B. Krizman, Pavelić između Hitlera i Mussolinija, pp. 69-76.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
fu l’ennesimo entusiasmo riposto da militari e politici croati nella Germania, accentuato dal viaggio di Kvaternik a Berlino e di lì al fronte orientale.603 Il 2 luglio del 1941, in un appello alla popolazione, anche Pavelić aveva invitato i croati ad arruolarsi nell’esercito e nell’aviazione tedesca per combattere la minaccia bolscevica: in molti scelsero quindi di arruolarsi volontari nelle divisioni delle Waffen-SS e in quelle della Wehrmacht – non necessariamente impiegati sul fronte russo – la cui legione croata nel corso della Seconda guerra mondiale giunse ad annoverare la 369ª Divisione Legionaria (Vražja), la 373ª Divisione Tigre (Tigar) e la 392ª Divisione Blu (Plava). La Germania reclutò in Croazia, in gran parte sul litorale adriatico, anche marinai per la marina da guerra del Reich. Duemila uomini inviati in Germania per essere poi avviati sul fronte orientale furono invece scelti tra la milizia ustaša, con ufficiali prelevati dalla guardia del corpo del Poglavnik, poiché l’esercito regolare croato non era in possesso di un elevato numero di reparti efficienti e fidati.604 Lo Stato Maggiore italiano considerò l’arruolamento di croati nella macchina bellica tedesca una violazione degli Accordi di Roma e di quanto stabilito nell’incontro a Venezia del 18 dicembre tra il Poglavnik e Ciano. Per bilanciare l’influenza militare tedesca sui croati, una loro unità, la “Legione Autotrasportabile Croata” (Lako prevozni zdrug), su richiesta specifica italiana, venne quindi prima formata e addestrata in Italia e successivamente aggregata all’8ª Armata sul fronte meridionale russo, con la quale condivise i pochi successi e la drammatica ritirata del Don.605 Inizialmente Cavallero insistette presso Kvaternik affinché i croati del 369° Reggimento passassero alle dipendenze del Regio Esercito per compensare le perdite del CSIR in Russia, prossimo all’ampliamento dei propri effettivi. Il 369° Reggimento, tuttavia, intenzionato a continuare la propria preparazione con la Wehrmacht, rifiutò il trasferimento e fu così deciso di creare un’altra legione croata da inviare al fianco dei soldati italiani. Il 20 ottobre 1941 Cavallero informava il Ministero della Guerra e lo Stato Maggiore dell’esercito che sarebbe stata inviata sul fronte orientale una legione
603
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. Uff. Croazia, a Governo
della Dalmazia Zara, telegramma n. 29589 P.R., f.to Pietromarchi, Roma 30 luglio 1941-XIX. 604
AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 1, Comando Supremo, Ufficio Operativo, Notiziari del generale
Pièche 1942 (situazione in Croazia; movimenti cetnici), Rapporti del generale Pièche al Ministero degli Esteri (notizie dalla Serbia), a Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto-Ufficio A.P. Roma, oggetto: Relazione sulla Croazia, f.to il generale Pièche, P.M.10, 5 agosto 1942-XX. 605
Sulla legione si veda M. Pojić, Lako prevozni zdrug Hrvatske legije (Legione Croata
Autotrasportabile), 1941.-1942., in Časopis za suvremenu povijest, n. 1, 31, 1999, pp. 183-203; S. Fabei, La “legione straniera” di Mussolini, Milano, Mursia, 2008, pp. 243-261.
Controllo del territorio e cicli operativi (1942)
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croata aggregata al CSIR in qualità di truppa suppletiva di Corpo d’Armata. 606 Il CSIR, al comando del generale Giovanni Messe, riuniva circa sessantaduemila uomini ed era composto dalle divisioni di fanteria Pasubio e Torino e dalla 3ª Divisione Celere Principe Amedeo Duca d’Aosta. Ad ogni divisione di fanteria era affiancata una legione di camicie nere (CC.NN.). I soldati croati, in parte regolari dell’esercito, in parte volontari, avrebbero indossato un’uniforme di foggia italiana con i distintivi di grado sul bavero e il fascio littorio sul petto, prestando giuramento di fedeltà al Duce. La “Legione Autotrasportabile Croata” sarebbe stata composta da più di cento tra ufficiali e sottoufficiali e da circa mille soldati, ma lo Stato Maggiore avrebbe potuto, qualora lo avesse ritenuto necessario, cambiare l’organico comunicando le modifiche effettuate al governo croato tramite la Missione militare a Zagabria del generale Oxilia. L’equipaggiamento e gli automezzi necessari sarebbero stati forniti dal Regio Esercito, mentre Zagabria avrebbe fornito parte del corredo individuale. Il comando del XVIII Corpo d’Armata (trasferito a Spalato il febbraio successivo) durante l’addestramento in Italia e il CSIR poi, avrebbero provveduto a spese e rifornimenti, comunque addebitati allo Stato Indipendente Croato.607 I piani originali prevedevano che la legione – completato l’addestramento in Croazia – fosse trasferita sul fronte russo entro il gennaio del 1942, dopo aver raggiunto l’Italia verso la metà di novembre e aver continuato lì i preparativi nel mese di dicembre. Il nucleo originario dei legionari che avrebbe composto l’unità fu tuttavia ritirato dalla Bosnia – dove era impiegato in operazioni anti-partigiane – solamente agli inizi di novembre, per essere concentrato a Varaždin ed essere ampliato con nuovi elementi.608 Alla legione furono inoltre assegnati ufficiali ed interpreti per l’istruzione dei soldati e degli ufficiali croati sulla tattica di guerra italiana. Il generale Oxilia, consapevole dei sentimenti anti-italiani diffusi tra la popolazione croata, sottolineò l’opportunità che gli ufficiali italiani incaricati dell’addestramento, pur intrattenendo rapporti cordiali con i soldati e gli ufficiali croati, assumessero fermamente la direzione disciplinare della legione; Kvaternik fu d’accordo con gli italiani sulla severa punizione di eventuali deficienze
606
AUSSME, fondo M-7, Circolari vari uffici, 298/2, Circolari legione croata 1941-1942, Comando
Supremo a Ministero della Guerra, a Stato Maggiore Regio Esercito, prot. n. 920/O, oggetto: legione croata per il fronte russo, 20 ottobre 1941-XIX. 607
Ibidem, Comando Supremo, Ufficio Ordinamento e Addestramento, allegato a circolare
prot. n. 920/O, Formazioni provvisorie di guerra della legione autotrasportabile croata, ottobre 1941. 608
Ibidem, Ministero della Guerra-Gabinetto, Promemoria per il signor capo di Gabinetto, 17
novembre 1941-XX; id., Regia Missione Militare Italiana in Croazia, prot. n. 2163, a Ministero della Guerra, oggetto: legione croata autotrasportabile, 2 dicembre 1941-XX.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
disciplinari, con il rimpatrio di chiunque avesse dimostrato di non essere adeguato all’incarico, soldato od ufficiale che fosse. 609 A dicembre la legione era pronta a trasferirsi in Italia per completare l’addestramento: il 17 arrivò a Riva del Garda, attesa dal generale Gabriele Nasci, comandante del XVIII Corpo d’Armata, dal prefetto di Trento e dalle autorità locali. Al comando dell’unità v’era il tenente colonnello Egon Žitnik, che pochi giorni prima della partenza aveva sostituito il tenente colonnello Neuberger, inquisito per motivi disciplinari.610 Una relazione del Ministero della Guerra del gennaio 1942 descrive gli ufficiali della legione – compreso il comandante – come non molto preparati professionalmente, ma con buona cultura generale, volenterosi e disciplinati; i sottoufficiali prestanti, energici, volenterosi, autoritari; i militari di truppa fieri di carattere e disciplinati, ma intellettualmente tardi (sic). Tutti, pur dando pieno affidamento per il raggiungimento del giusto grado d’istruzione occorrente all’impiego in battaglia, erano inclini alla guerriglia ed insofferenti alle tattiche di guerra italiane. Ottimi i rapporti con il personale italiano preposto all’istruzione, corretto – sotto tutti gli aspetti – il contegno fuori servizio, cordiali i rapporti con la popolazione locale.611 La legione croata, formata da un battaglione fucilieri rinforzato, da reparti d’armi d’accompagnamento e da una compagnia di complemento, rimase a Riva del Garda fino all’aprile del 1942: una volta ritenuta pronta fu assegnata al CSIR, che di lì a poco sarebbe stato inquadrato nella più grande 8ª Armata, al cui comando fu posto il generale Italo Gariboldi. Tra le forze che componevano l’organico dell’8ª Armata v’erano le divisioni Pasubio, Torino e la 3ª Divisione Celere, i raggruppamenti di camicie nere inquadrati nel XXXV Corpo d’ArmataCSIR., le divisioni Sforzesca, Ravenna e Cosseria, il raggruppamento di CC.NN. 23 Marzo con i gruppi Leonessa e Valle Scrivia inquadrati nel 2° Corpo d’Armata e le
609
Ibidem, Stato Maggiore Regio Esercito, Ufficio Addestramento-3ª Sezione, a Comando
Supremo, a Ministero della Guerra, prot. n. 23284, oggetto: legione croata per il fronte russo, 27 novembre 1941-XX; id., Comando Supremo, I Reparto, a Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio Addestramento, a Ministero della Guerra, prot. n. 309/A, oggetto: legione croata, 12 dicembre 1941XIX. In allegato telescritto R. Missione Militare in Croazia, prot. n. 2420, oggetto: legione croata. 610
Ibidem, R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Ministero della Guerra, telegrammi prot.
n. 2356 e 2382, 9 e 10 dicembre 1941-XX; id., Superesercito-Trasporti, a Ministero della Guerra, a Comando Supremo, telegrammi prot. n. 43395 e 43983, 12 e 14 dicembre 1941-XX; id., XVIII Corpo d’Armata, a Ministero della Guerra-Gabinetto prot. n. 7431/8, oggetto: arrivo legione croata a Riva, 20 dicembre 1941-XX. 611
Ibidem, H-9, b. 11, Ministero della Guerra, Gabinetto, Promemoria per il Duce, Prime
impressioni sulla legione croata autotrasportabile, f.to Scuero, Roma, 8 gennaio 1942-XX.
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divisioni Julia, Cuneense e Tridentina, costituenti il Corpo d’Armata Alpino inizialmente destinato ad operare sulle montagne del Caucaso.612 La legione croata fu aggregata al Gruppo CC.NN. Tagliamento, inquadrato nella 3ª Divisione Celere. La legione, il 19 aprile trasferita ad Alexejewo Orlowo, fu successivamente schierata a Greko, dove respinse una serie di attacchi sovietici (maggio-giugno 1942) infliggendo al nemico gravi perdite ma subendone in gran numero al tempo stesso. L’11 luglio, nel corso dell’avanzata dello schieramento offensivo italiano, alla legione croata fu ordinata l’occupazione di Vessjelijì, per assicurare le basi di partenza per la successiva avanzata. Passata al comando del XXXV Corpo d’Armata, la legione ricevette poi l’ordine di occupare il bacino carbonifero di Bokowo Antrazit nella regione di Krasnyi Luch, lungo il fiume Mius, con le divisioni Pasubio, Celere e Sforzesca e la 198ª Divisione tedesca: il Tagliamento e la legione croata puntarono su Krasnaja Poljana, rimanendo a presidio, con le altre unità di rinforzo, delle posizioni conquistate dalle divisioni italiane e tedesche.613 Terminate le operazioni nel bacino minerario del Mius, il comando tedesco dispiegò le truppe italiane lungo le sponde del Don, per prestare aiuto alle divisioni tedesche impegnate ad assicurarsi il possesso della sponda destra del fiume.614 La legione croata, schierata vicino a Frolow, il 15 agosto passò alle dipendenze della Pasubio.615 All’inizio del mese i legionari croati impiegati sul fronte russo ammontavano a circa diciassettemila, di cui più di tredicimila inquadrati in unità tedesche e circa tremiladuecento alle dipendenze dell’ARMIR. A disposizione della Germania furono messe aliquote di personale d’aviazione per la costituzione di una squadriglia da caccia ed una da bombardamento; alcune centinaia di marinai croati furono impiegati nel Mar Nero per il rastrellamento delle mine e in compiti territoriali.616 Il 20 agosto un reggimento di fucilieri sovietico, dopo aver attraversato il Don nell’ansa di Merkulov, sferrò un attacco contro le posizioni difese dalla legione croata nel tratto di fronte – particolarmente sensibile per conformazione del terreno e caratteristiche del fiume – assegnato alla
612
Si veda Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, Le operazioni delle unità italiane al fronte
russo (1941-1943), Roma, 1977, pp. 187-203. 613
S. Fabei, op. cit., pp. 248-249.
614
Le operazioni delle unità italiane al fronte russo, p. 208.
615
Cfr. V. Luoni, La “Pasubio” sul fronte russo, Roma, Edizioni dell’Ateneo & Bizzarri, 1977, p.
221 e 226. 616
AUSSME, L-10, b. 38, fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito
(S.I.E.), Promemoria, oggetto: Croazia – Contributo militare alla guerra antibolscevica, f.to il Colonnello S.M. Capo Servizio Edmondo de Renzi, 9 gennaio 1943-XXI; id., Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I Sezione 3ª, Promemoria, oggetto: Croazia – contributo militare alla guerra antibolscevica, 11 gennaio 1943-XXI.
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Pasubio.617 Nei giorni seguenti la legione subì una serie di perdite, non solo a causa dell’attacco nemico: il 25, infatti, nel tardo pomeriggio, fu bombardata per sbaglio da un aereo tedesco nella zona nord di Kramskow, malgrado l’esposizione dei teli segnaletici.618 I croati, infine, il 28 agosto respinsero il nemico all’arma bianca (nella legione due morti e dieci feriti), contribuendo alla controffensiva della Prima battaglia difensiva del Don, terminata il 1° settembre del 1942.619 Nella sua relazione sui combattimenti il generale Roberto Olmi, comandante della Pasubio, afferma che i militari della valorosa legione croata, sia nella difesa sia nell’assalto, si rivelarono animosissimi, sereni, decisi, pieni di spirito di abnegazione.620 I combattimenti proseguirono per tutto il mese, mentre il Comando Supremo tedesco, con l’aggravarsi della situazione interna dello Stato Indipendente Croato, aderiva alla richiesta del Poglavnik di far rientrare in patria parte dei legionari croati del 369° Reggimento Fanteria. Con il reggimento, inquadrato da ufficiali tedeschi, fu costituita una divisione di pari ordinativo al comando di un generale tedesco e alle dirette dipendenze del comandante le truppe tedesche nello Stato croato, impegnata nelle successive operazioni anti-partigiane.621 Sul fronte orientale, come su quello nord-africano, la fine del 1942 vedeva delinearsi la sconfitta dell’Asse e la situazione dell’ARMIR, croati inclusi, diventò drammatica. L’11 dicembre i sovietici lanciarono l’attacco Piccolo Saturno (Seconda battaglia difensiva del Don) avviando l’offensiva contro l’8ª Armata, con la legione croata schierata alla sua destra – insieme al 3° Reggimento Bersaglieri – tra la Torino e la 3ª Celere.622 A croati e bersaglieri fu ordinato di occupare il ponte di Meschkoff e di predisporsi a difesa della valle Tichaja, ma vennero attaccati da forze sovietiche corazzate e di fanteria. I bersaglieri si dispersero rapidamente, i legionari croati furono falcidiati: i superstiti fuggirono a piccoli gruppi verso Millerowo, ma il freddo inverno russo e gli attacchi sovietici trasformarono la ritirata in una catastrofe. Italiani e croati vennero uccisi o catturati, nella legione croata pochissimi si salvarono. Di lì a poco anche il comando dell’ARMIR avrebbe
617
V. Luoni, op. cit., pp. 226 e 229.
618
Ibidem, p. 238.
619
Le operazioni delle unità italiane al fronte russo, pp. 249 e 279; V. luoni, op. cit., p. 243; S. Fabei,
op. cit., p. 250. 620
V. Luoni, op. cit., p. 245.
621
AUSSME, L-10, b. 38, fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito
(S.I.E.), Promemoria, oggetto: Croazia – Contributo militare alla guerra antibolscevica, f.to il Colonnello S.M. Capo Servizio Edmondo de Renzi, 9 gennaio 1943-XXI; id., Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I Sezione 3ª, Promemoria, oggetto: Croazia – contributo militare alla guerra antibolscevica, 11 gennaio 1943-XXI. 622
Sulla seconda battaglia difensiva del Don si veda Ministero della Guerra, Ufficio Storico
Stato Maggiore dell’Esercito, L’8ª Armata italiana nella seconda battaglia difensiva del Don: 11 dicembre 1942-31 gennaio 1943, Roma, 1946.
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concluso le attività operative sul fronte russo, mentre Stalingrado veniva riconquistata dai sovietici. La legione croata della Wehrmacht continuò a battersi accanto ai tedeschi, condividendo la sorte dei connazionali arruolati nel Regio Esercito.623 Nel corso del 1943 sembrò ancora possibile la formazione di una seconda legione croata inquadrata al fianco delle truppe italiane. Già nel settembre del 1942 lo Stato Maggiore italiano aveva disposto la costituzione a Riva del Garda – a cura del comando del XIX Corpo d’Armata – di altri due gruppi di personale istruttore croato e italiano, nucleo della nuova legione.624 A gennaio la Missione militare a Zagabria comunicava al comando della 2ª Armata la possibilità di collaborazione concreta italo-croata che avrebbe assunto le due forme dell’inglobamento di reparti croati nelle unità italiane dislocate in Croazia e dell’addestramento di una aliquota delle reclute classe 1923 (circa tremila soldati).625 Tuttavia gli italiani dovettero accettare il fatto che iniziative analoghe dell’alleato tedesco fossero destinate a maggior successo. I tedeschi si erano assicurati il controllo militare di buona parte dello Stato e il concorso della quasi totalità delle forze armate croate.626 Anche l’accordo per l’addestramento di una parte delle reclute classe 1923 era la conseguenza di un’intesa precedentemente raggiunta dal Poglavnik – senza informare gli italiani – con i vertici militari tedeschi per la costituzione di una divisione legionaria nella Wehrmacht (presumibilmente la 369ª Divisione) mediante la cessione ai centri di addestramento in Germania di un forte contingente di reclute (circa quattordicimila).627 La costituzione da parte italiana di una nuova legione croata avrebbe ancora una volta simbolicamente equilibrato l’affermazione tedesca: per bilanciare la penetrazione del Reich nello Stato Indipendente Croato era necessario ampliare il centro di addestramento di Riva del Garda, al fine di farvi affluire battaglioni di domobranci e ustaša da impiegare alle dipendenze dei comandi italiani. In tal modo il Regio Esercito avrebbe ottenuto il diritto di esigere 623 624
S. Fabei, op. cit., pp. 252-254. AUSSME, M-7, 298/2, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Ordinamento-3ª Sezione, a
Comando XIX Corpo d’Armata, prot. n. 0046490/3, oggetto: costituzione elementi per legione croata, 15 settembre 1942-XX. 625
ASDMAE, b. 1497 (AP 32), AG Croazia 2, R. Legazione d’Italia, a R. Ministero degli Affari
Esteri Gab.A.P. Roma, telespresso n. 366/124, oggetto: Collaborazione militare nel campo addestrativo e operativo, f.to Casertano, Zagabria 25 gennaio 1943-XXI. 626
AUSSME, M-7, 298/2, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-Sez. 3ª, Promemoria,
oggetto: divisione legionaria croata e collaborazione militare, gennaio 1943-XXI; ASDMAE, b. 1502 (AP 37), Febbraio, Ministero degli Affari Esteri, Gab.AP.-Croazia, Appunto per il Duce, Roma 22 febbraio 1943-XXI. 627
ASDMAE, b. 1497 (AP 32), AG Croazia 2, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia
P.M.10 e p.c. al Comando Supremo P.M.21, n. 355, Inglobamento e addestramento delle truppe croate nella II zona, f.to il Capo Missione Colonnello d’art. Stato Maggiore Gian Carlo Re, Zagabria 23 gennaio 1943-XXI.
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dalle forze addestrate il concorso militare in Croazia e favorevoli ripercussioni politiche ostacolando le intrusioni militari tedesche in contrasto con l’applicazione dei trattati italo-croati.628 Anche Pavelić diede il proprio consenso affinché altri croati venissero addestrati ed inquadrati nella 2ª Armata: il comando italiano avrebbe provveduto all’equipaggiamento, al rifornimento di viveri e agli stipendi.629 Il numero di componenti la seconda legione croata sarebbe stato superiore a quello precedente, prevedendo fin dall’inizio un totale di circa quattromila uomini. Il reclutamento incontrò una serie di difficoltà, ma soprattutto numerosi domobranci si rifiutarono di essere inquadrati con le truppe italiane: la situazione rendeva praticamente impossibile accelerare l’inquadramento e l’addestramento militare delle forze croate nella 2ª Armata e con il Comando Supremo italiano poco propenso ad impegnarsi nella formazione della legione, gli accordi per la formazione della seconda legione croata, sostanzialmente, non furono mai realizzati.630
4.2.
Notizie dalla Croazia: la ricostituzione del Sabor
All’inizio del 1942 Pavelić, nella speranza di ottenere un più vasto consenso popolare, deliberò la ricostituzione del Sabor, l’istituzione storica che aveva costituito fattore determinante per l’organizzazione nazionale croata.631 Alla vigilia dell’inaugurazione tuttavia si rivelava massima indifferenza nell’opinione
628
A. Biagini, F. Frattolillo (a cura di), Verbali delle Riunioni tenute dal Capo di S.M. Generale, Vol.
IV (1° gennaio 1943 - 7 settembre 1943), Roma, Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1985, Appendice n. 1, Le Riunioni con il Duce, Verbale n. 6, Verbale della riunione tenuta dal Duce a Palazzo Venezia il 26 febbraio 1943, pp. 322-325. 629
ASDMAE, b. 1497 (AP 32), AG Croazia 2, Ministero della Difesa, Stato Maggiore n. 633/T, a
R. Missione Militare Italiana in Croazia Zagabria, oggetto: Truppe croate nella II Zona, f.to il Capo di Stato Maggiore Generale Prpic p.c.c. f.to il Ten. Colonnello s.S.M. Capo Ufficio Arminio Berni, Zagabria 22 gennaio 1943-XXI. 630
AUSSME, M-7, 298/2, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio ordinamento-3ª sezione,
Formazioni provvisorie di guerra della legione croata, maggio 1943-XXI; id., Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio ordinamento-3ª sezione, prot. n. 223230/3, oggetto: mobilitazione della 2ª legione croata, a Comando XXXV CdA, Comando Difesa Territoriale di Treviso, Regia Missione Militare in Croazia, 7 agosto 1943-XXI. Si veda S. Fabei, op. cit., p. 260. 631
ASDMAE, b. 1496 (AP 31), AG Croazia, Sabor croato, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P.
(U.C.), telegramma n. 1324 R., f.to Casertano, Zagabria 21 febbraio 1942-XX. Sulla proclamazione del Sabor si veda anche B. Krizman, Pavelić između Hitlera i Mussolinija, pp. 259-263; O. Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1942), Roma, Stato Maggiore Esercito Ufficio Storico, 1990, pp. 379-381.
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pubblica, malgrado la propaganda governativa tendesse a far apparire l’avvenimento come l’inizio di una nuova fase politica caratterizzata dalla partecipazione di tutte le forze nazionali alla vita politica. 632 Il Poglavnik nominò direttamente i membri della dieta, tra cui i doglavnik (vice-capo) e i pobočnik (aiutante). Il nuovo Sabor era provvisorio ed i suoi membri sarebbero rimasti in carica sino alla fine dell’anno, avendo, più che altro, le caratteristiche di una costituente; successivamente l’assemblea sarebbe stata eletta su basi corporative, con la rappresentanza sindacale delle categorie produttive organizzate, secondo un ordinamento ispirato ai principi della legislazione italiana.633 Duecentoquattro deputati (dodici musulmani, tre ortodossi, gli altri – esclusi i pochi rappresentanti della minoranza tedesca – croato-cattolici) entrarono a far parte della dieta:634 nell’elenco figuravano ben sessantadue elementi del Partito contadino, scelti tuttavia – salvo alcune eccezioni – tra personalità marginali, di terzo piano, quasi tutti contadini; gli altri deputati, oltre ai soli ventotto rappresentanti del movimento ustaša, erano figure con scarso seguito appartenenti ai vecchi partiti croati.635 La convocazione del Sabor costituiva il primo concreto tentativo di dare una struttura istituzionale allo Stato ed una sua qualificazione; per il governo di Roma sembrò una concreta possibilità per l’elevazione al trono di Croazia del duca di Spoleto, poiché veniva formato l’organo costituzionalmente e tradizionalmente legittimato a proclamare il sovrano.636 Alcuni esponenti del Partito contadino furono nominati membri del Sabor a loro insaputa, con la speranza che collaborassero con il governo; la maggior parte di loro, tuttavia, rifiutò di fatto qualsiasi tipo di collaborazione, a volte disertando le sedute.637 Da parte italiana si temeva che i mačekiani fossero intenzionati, oltre a chiedere la liberazione di Maček e altri leader di partito, a pretendere l’annullamento del trattato italo-croato riguardante Spalato, Sebenico e altri territori dalmati annessi e rifiutare di accogliere il re sabaudo designato.638 632
ASDMAE, b. 1496 (AP 31), AG Croazia, Sabor croato, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P.
(U.C.), telegramma n. 1357 R., f.to Casertano, Zagabria 23 febbraio 1942-XX. 633
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 681 R., f.to Casertano,
Zagabria 27 gennaio 1942-XX. 634
Ibidem, Ministero dell’Interno, Ufficio dell’Ispettore Generale di P.S. (Croazia), 0158, all. 1,
Notizia, Roma 11 febbraio 1942-XX. 635
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 1128 R., f.to Casertano,
Zagabria 9 febbraio 1942-XX. 636
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 826 R., f.to Casertano,
Zagabria 31 gennaio 1942-XX. 637
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto-AP-Uff. Croazia, a Governo Dalmazia Zara,
R. Legazione Budapest, Ufficio Collegamento con il Comando 2ª Armata, telespresso n. 8/09592, oggetto: Atteggiamento dei macekiani al Sabor, f.to Baldoni, P.M.10, Roma 2 marzo 1942-XX. 638
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto A.P. Croazia, a R. Legazione Zagabria,
telespresso n. 8/09462, oggetto: Sabor croato, f.to Baldoni, P.M.10, Roma 26 febbraio 1942-XX.
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La realtà vedeva accentuato il malcontento verso il governo, considerato un insieme di incapaci, ladri e criminali; l’opinione diffusa era che qualora una delle potenze dell’Asse non fosse intervenuta prima, sarebbe stato difficile evitare in primavera un moto insurrezionale tra la stessa popolazione croata. Esclusa una piccola minoranza di nazionalisti estremisti questa aveva perso entusiasmo per l’indipendenza ed aspirava solamente ad un’amministrazione giusta, capace ed onesta, che assicurasse stabilmente l’ordine interno e possibili condizioni di vita. Particolarmente grave il fermento nell’esercito, ogni giorno di più esautorato e ridimensionato a vantaggio della milizia ustaša: tra le sue file, pur essendo forte il nazionalismo, di cui si poneva a baluardo, dominava ancora l’autorità di Maček, come nel resto della popolazione, soprattutto delle campagne.639 Gli ustaša proseguivano i massacri, soprattutto ad opera della polizia, a seguito degli ordini di Kvaternik-Dido, particolarmente malvisto dai mačekiani e dalla maggior parte dei croati. Il 6 febbraio la milizia ustaša uccise all’uscita della miniera di Rakovaka Bara, presso Banja Luka, circa quaranta minatori ortodossi; il giorno dopo stessa sorte per cinquecento serbi – uomini, donne e bambini – nei villaggi di Dragulić e Motike. Fra la popolazione, senza distinzione di religione, regnava viva agitazione, paura e ribrezzo, i cittadini più influenti erano intervenuti per far cessare le violenze.640 Il ministro Košak richiamò l’attenzione del governo italiano sulla gravità della situazione che si continuava a delineare: se entro febbraio Kvaternik junior non fosse stato allontanato il governo croato si sarebbe ritrovato in una condizione di seria precarietà. Il ministro aveva aggiunto che il governo italiano, con i patti di garanzia e assistenza aveva, agli occhi della popolazione croata, una qualche forma di responsabilità per quanto riguardava la politica del governo di Zagabria.641 Alla fine di marzo anche Casertano segnalava la continua crescita del malcontento della popolazione per il rincaro vita, per la disorganizzata distribuzione dei generi di prima necessità, per la sproporzione esistente tra salari e prezzi, per la speculazione generalizzata.642 Il ministro degli Interni Artuković intanto indirizzava istruzioni ai veliki župani per coordinare con le autorità militari italiane gli intenti per la pacificazione della zona costiera. Gli župani, o per loro i
639
Ibidem, b. 1500 (AP 35), AG Croazia 4 gennaio-giugno 1942, Appunto per il Capo di Stato
Maggiore, f.to Vittorio Castellani, P.M.10, 25 gennaio 1942-XX. 640
Ibidem, b. 1495 (AP 30), AG Croazia, ustasci, Ministero Affari Esteri, Ufficio di
Collegamento con il Comando della 2 Armata, a R. Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P.-Ufficio Croazia Roma, p.c. R. Legazione d’Italia Zagabria, telespresso n 64, oggetto: Massacri Ustascia, f.to Vittorio Castellani, P.M.10, 13 febbraio 1942-XX. 641
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto A.P. Croazia, Appunto per l’Eccellenza il
Ministro, Roma 30 gennaio 1942-XX. 642
Ibidem, b. 1496 (AP 31), AG Croazia PG 1942, Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto-AP-
Uff. Croazia, Appunto per l’Eccellenza il Ministro, Roma 29 marzo 1942-XX.
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capi distrettuali, avrebbero partecipato, quali rappresentanti delle autorità civili croate, ad eventuali trattative fra serbi e italiani, con a disposizione un certo numero di impiegati capaci di riattivare l’amministrazione delle autorità croata nei territori sottratti agli insorti ed assicurarne l’ordine pubblico e la sicurezza. Avrebbero inoltre provveduto alla regolare distribuzione dei viveri, includendovi la popolazione serba,643 anche se il mese successivo il commissario generale amministrativo croato avrebbe lamentato ancora presso il comando della 2ª Armata l’ingerenza dei singoli comandi italiani nella distribuzione di generi alimentari – nonostante alle autorità croate fossero state date precise istruzioni in merito alla distribuzione anche agli ortodossi – con l’accusa di aver consegnato erroneamente viveri ad elementi ritenuti poco affidabili o addirittura a partigiani.644 Artuković faceva infine notare una serie di inadempienze dei presidi militari italiani, che prestavano lentamente i necessari soccorsi ai villaggi croati aggrediti, continuavano ad arrestare persone – di cui spesso non conoscevano sufficientemente la condotta politica e morale – senza avvisare le autorità croate ed eseguivano perquisizioni senza l’intervento dei gendarmi e dei funzionari comunali croati.645 Anche la notoria e persistente attività che preti e francescani svolgevano sul piano irredentista in Dalmazia, negli ultimi tempi era continuata con ritmo più intenso ma meno appariscente. La situazione sembrava in parte migliorata in seguito ai contatti tra il governo di Roma e autorevoli esponenti del Vaticano, ma il richiamo e le istruzioni della Santa Sede erano servite più che altro ad aumentare la circospezione ed il riserbo, senza di fatto diminuire l’ostilità e la propaganda anti-italiana del clero. All’arcivescovo di Zara, elemento devoto all’Italia, fu riconosciuta una certa giurisdizione sul clero dalmata, con la facoltà di promuovere l’allontanamento – per lo più nello Stato croato – dei sacerdoti segnalati come indesiderabili dalle autorità italiane per i loro accesi sentimenti filocroati. Già in varie occasioni la prassi sperimentata e l’azione collaterale dell’arcivescovo avevano consentito una rapida epurazione del clero in Dalmazia, discreta e molto utile all’azione di governo italiana. Quanto ai padri francescani
643
AUSSME, M-3, b. 57, fasc. 5, Telescritti ricevuti dal Comando Supremo e dal Kampfgruppe
Bader (Gruppo di combattimento Bader), Stato Indipendente Croato, Ministero degli Interni, Segreteria e Investigazioni, al Gran Zupano della Gran Zupania nelle sue proprie mani, Mostar, prot. n. 144/42, oggetto: Collaborazione delle nostre autorità civili con le autorità italiane militari dislocate nella zona costiera, Istruzioni, f.to Ministero degli Interni dr. Artikovic (sic) m.p., Zagabria, 30 marzo 1942. 644
HDA, 491, OUP, kut. 25, 1942 opći spisi 8936-10378, a Comando 2ª Armata R.E.I. Sede, 3804
2, oggetto: Distribuzione generi alimentari, il Commissario Generale Amministrativo, Sussak 20 aprile 1942. 645
Ibidem, kut. 15, 1942 opći spisi 3250-3915, a Comando 2ª Armata R.E.I. Sede, 3826 2, il
Commisario Generale Amministrativo, Sussak 21 aprile 1942.
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erano stati allontanati dai conventi alcuni elementi tra i più ostili all’Italia, atto che aveva convinto anche i frati rimasti a disinteressarsi della politica. Nell’agosto del 1942 il generale dei carabinieri Giuseppe Pièche, dalla primavera precedente in missione informativa nei Balcani per il Comando Supremo ed il Ministero degli Affari Esteri con il compito di coordinare l’azione di rappresaglia anti-partigiana, indirizzava a Roma una relazione che ben descriveva gli aspetti essenziali della politica di occupazione italiana e della condotta del regime ustaša.646 La situazione interna appariva incerta, oscura, precaria: a Zagabria l’unico filo-italiano era Pavelić, che mancava tuttavia di prestigio e seguito all’interno dello Stato, mentre il resto della dirigenza e gran parte della popolazione croata erano decisamente filo-tedesche. Gli ustaša, unica formazione politica ufficialmente riconosciuta, continuavano a dimostrarsi sostanzialmente fedeli al Poglavnik – nonostante i contrasti interni per divergenze politiche, diffidenze e lotte di ambizioni fra gerarchi – non tanto per coerenza e devozione politica, quanto per l’interesse a mantenere il potere. Il governo croato cercava di potenziare sempre più il regime e compieva sforzi per penetrare nelle masse e attrarre dalla sua parte la gioventù, specie quella studentesca e universitaria, ma con scarsi risultati in quanto la coesistenza di altri partiti, non riconosciuti ma esistenti di fatto (il Partito contadino, il nazionalsocialista, il comunista), che influenzavano ed orientavano l’immensa maggioranza della popolazione in senso contrario agli ustaša, rendevano sterile la propaganda e pressoché vani i tentativi di attrazione. Il movimento ustaša e i quadri politici dello Stato, già privi di una sufficiente base numerica, erano costituiti da elementi immorali, violenti e senza scrupoli, che approfittavano della situazione caotica per arricchirsi tra abusi e omicidi; a queste persone era attribuibile la politica razziale che aveva portato ai massacri di ebrei e serbo-ortodossi, dietro i quali si celava esclusivamente il fine di impossessarsi dei beni delle vittime. Gli eccidi erano infatti accompagnati dalla depredazione, i beni mobili e immobili degli uccisi passavano immediatamente nelle mani degli ustaša, ministri, gerarchie esponenti del partito. Solo la persecuzione degli ebrei aveva portato fino a quel momento agli ustaša beni ammontanti a dieci miliardi di lire, che non figuravano nel bilancio statale. L’assassinio ed il furto erano stati elevati a sistema di governo, allontanando ulteriormente la maggior parte della popolazione croata ed esasperando le relazioni tra le diverse entità nazionali. Ancor più grave la feroce politica di repressione e distruzione applicata nei confronti degli ortodossi. I serbi facevano ascendere a cinquecentomila il numero dei connazionali uccisi: anche riconoscendo alla cifra una certa esagerazione, era innegabile che le vittime erano nell’ordine delle centinaia di migliaia, colpendo anche un immenso numero di croati che per vincoli familiari o rapporti d’interesse era legato all’elemento
646
Le relazioni del generale Pièche sono in parte riportate anche in D. Rodogno, op. cit., pp.
245-250.
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ortodosso. Anche verso i musulmani, infine, la politica ustaša si era rivelata incerta e incoerente: prima i musulmani erano stati blanditi, poi sospettati di connivenza con i partigiani – maltrattati e vessati, arrestati in gran numero – e ancora v’era stato un tentativo di riattrarli al regime con una politica di favore e allettanti promesse. I musulmani della Bosnia e dell’Erzegovina erano malcontenti e irritati e Pièche non riteneva azzardato credere che il problema musulmano potesse costituire una delle tante incognite future del governo croato.647 La politica amministrativa del governo di Zagabria era stata ugualmente tentennante e confusionaria. Si erano susseguite una valanga di leggi e decreti che si ripetevano, gli uni annullando gli altri, o modificandoli, correggendoli, attenuandoli o inasprendoli; era stato un impulsivo caotico fare e disfare, che aveva intralciato il processo di stabilizzazione dell’ordine interno e dimostrato l’immaturità degli ustaša, nonostante questi affermassero presuntuosamente il contrario. Nel campo economico la politica del regime era stata altrettanto inefficace. I generi alimentari scarseggiavano, i prezzi salivano vertiginosamente, il mercato nero trionfava incontrastato, i controlli praticamente non esistevano e la speculazione si sviluppava in proporzioni sbalorditive. Le classi povere e medie si dibattevano tra difficoltà estreme e ciò incideva profondamente sullo stato d’animo delle masse verso il regime, dal momento che nel precedente regime jugoslavo godevano di una generale migliore situazione economica. Il raccolto dell’anno successivo si prevedeva scarso e insufficiente e in molti annunciavano per l’inverno l’aumento delle difficoltà per l’esaurimento delle scorte. 648 I tedeschi esercitavano sullo Stato croato una sistematica costante ed insostenibile pressione economica, politica, culturale, diplomatica: utilizzavano ogni mezzo per ridurre Zagabria alla loro mercè. Berlino aveva piegato Pavelić alle proprie pretese avvalendosi del supporto di migliaia di Volksdeutschen, conquistando i croati con la propaganda, attraverso quotidiani, periodici e iniziative dirette ad esaltare l’amicizia tedesco-croata. Il Reich aveva svuotato lo Stato croato di tutte le risorse, delle sue forze produttive e lavorative: il Paese era nelle mani della Wehrmacht, della Gestapo e delle SS. Il passato asburgico aveva favorito la penetrazione culturale tedesca e l’asservimento a Berlino, sostenuto dai numerosi esponenti ustaša ex ufficiali dell’esercito austro-ungarico, che avevano con molti tedeschi relazioni di amicizia risalenti all’infanzia, vincoli affettivi, comunione di pensiero, vita e tradizioni, e sfruttavano a pieno l’ostilità diffusa in vari strati della popolazione nei confronti dell’Italia, ostentando disprezzo verso le truppe e tutto ciò che era italiano. In tutto ciò una parte essenziale avevano la lingua e
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AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 1, Comando Supremo, Ufficio Operativo, Notiziari del generale
Pièche 1942 (situazione in Croazia; movimenti cetnici), Rapporti del generale Pièche al Ministero degli Esteri (notizie dalla Serbia), a Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. Roma, oggetto: Relazione sulla Croazia, f.to il generale Pièche, P.M.10, 5 agosto 1942-XX. 648
Ibidem.
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la cultura tedesca: in vasti strati della popolazione croata la lingua, veicolo sicuro e diretto del pensiero tedesco, era perfettamente conosciuta e parlata per lunga tradizione fino ad essere considerata quasi una seconda lingua madre. L’intensa propaganda volta a dimostrare come i croati non si potessero consolidare all’interno dello Stato né potessero sviluppare la propria economia senza il potentissimo sostegno tedesco, la speranza fatta abilmente e subdolamente balenare agli occhi degli ustaša e dei croati in generale, della possibilità di riavere con l’appoggio tedesco i territori della fascia dalmata incorporati dall’Italia con gli Accordi di Roma, facevano il resto. A ciò si aggiungeva la presenza a Zagabria del ministro Kasche, che con la sua azione era riuscito ad attrarre intorno a sé influenti correnti ustaša e ad esercitare una forte pressione sul Poglavnik. L’azione di Kasche era svolta in perfetta intesa con quella del generale Glaise von Horstenau, esponente della rappresentanza militare tedesca nella capitale croata. I rappresentanti tedeschi nello Stato Indipendente Croato – certo non per iniziativa personale – facevano di tutto per avvelenare i rapporti italo-croati; vi avevano creato e vi mantenevano attiva, esponente maggiore il maresciallo Kvaternik, una corrente germanofila che sembrava tendere sia ad intimidire il Poglavnik, inducendolo ad essere più prudente nei suoi atteggiamenti e quindi più docile alle loro pretese, sia a tenere sempre aperta la porta alla possibilità di un eventuale colpo di mano che sottraesse ufficialmente e definitivamente lo Stato Indipendente Croato all’influenza, sia pure solo nominale, dell’Italia. La penetrazione tedesca in Croazia somigliava ad una marcia di conquista: la propaganda, la finanza, l’organizzazione tedesca l’avevano invasa e l’avviluppavano fino al soffocamento.649 Nel campo culturale e propagandistico i tedeschi avevano creato nuove associazioni tedesco-croate e aprivano scuole ovunque (Zagabria, Sarajevo, Banja Luka, Karlovac), avevano imposto una sezione speciale per le scuole tedesche in seno al Ministero dell’Educazione croato, cultori tedeschi delle più disparate dottrine tenevano conferenze esaltanti la grandezza della Germania e l’amicizia tedesco-croata. La propaganda risultava sistematica, molteplice, intensa, penetrante e perciò largamente efficace. Anche nel campo economico la penetrazione era profonda, sostanziale e totalitaria. Il capitale tedesco era interessato in numerose fra le maggiori attività economiche, dalle bancarie alle industriali, dalle commerciali alle assicurative. La Reichebank finanziava largamente i sudditi tedeschi e la minoranza tedesca dello Stato Indipendente Croato, soprattutto per l’acquisto di proprietà terriere. L’Organizzazione Todt aveva invaso il Paese istituendo uffici e attività in quasi tutti i centri principali dello Stato, irretendolo; con il pretesto di valorizzare le risorse croate a fini bellici, i tedeschi si erano impadroniti dell’economia croata e la sfruttavano fino alle massime possibilità, ad esclusivo proprio beneficio.650
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Ibidem.
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Ibidem.
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La situazione croata, dunque, risultava grave, instabile, suscettibile di sviluppi pericolosi capaci di spezzare e spazzare il regime, nel caso fosse mancata ai margini del territorio statale la presenza delle truppe italiane; la questione dalmata non rendeva tuttavia riconciliabili i rapporti italo-croati e l’opinione pubblica croata continuava a ritenere gli accordi del maggio 1941 umilianti e poco meno di una catastrofe nazionale. La soluzione di compromesso adottata, fondamentalmente, era insoddisfacente e poco risolutiva: la Dalmazia, così come era, si rivelava sufficiente a provocare il risentimento croato ma troppo esigua e assolutamente insufficiente a vivere di vita propria. Il Poglavnik cercava in tutti i modi di mantenere un certo equilibrio con le correnti divergenti del proprio governo e di non urtare la suscettibilità degli elementi dalmati che occupavano posizioni importanti nel governo e nella vita pubblica croata, fieri irredentisti sempre pronti ad accusare di tradimento chiunque avesse dimostrato, anche lontanamente, di voler transigere sulla questione dalmata. Alcuni fra gli stessi ministri, compreso quello degli Esteri Lorković, facevano di tutto per eludere sistematicamente e in ogni modo gli accordi con l’Italia, dimostrando apertamente più forti legami con i tedeschi. La politica italiana nello Stato Indipendente Croato si era rivelata debole, incapace di opporre un’efficace resistenza alla travolgente spinta tedesca, che aveva trasforato i Balcani da spazio vitale a spazio mortale per l’Italia. Per riparare bisognava continuare a sostenere Pavelić, ovvero difendere le posizioni italiane nello Stato croato, poiché cadendo il Poglavnik, queste sarebbero risultate irrimediabilmente e definitivamente compromesse: la caduta del leader ustaša avrebbe portato al trionfo del maresciallo Kvaternik e all’immediata conseguenza di vedere i tedeschi – protettori dello Stato Indipendente Croato – affacciati sull’Adriatico lungo tutto il litorale dalmata.651 Anche a Zagabria circolavano ormai voci catastrofiche, contradditorie, confuse e la popolazione viveva un continuo stato di allarme: nei primi giorni di settembre nella capitale avvennero violenti disordini, attribuiti ai comunisti, a cui fece seguito la repressione della gendarmeria, numerosi arresti e la fucilazione di dieci persone. Gli arresti assunsero rilevanti propozioni in tutto lo Stato, diversi dei quali colpirono anche i seguaci di Maček, frequentemente conclusi con la pena capitale. La polizia diretta da Kvaternik-Dido dominava la situazione e procedeva ovunque – ma soprattutto in Slavonia e nel Sirmio – con spietata energia eseguendo massacri di coloro ritenuti o solo sospettati di essere contrari al regime. I colloqui intercorsi tra Maček e i tedeschi avevano avuto risultati negativi sulla figura intransigente del leader contadino: sembra che i contatti fossero stati presi con il tacito consenso, o addirittura dietro sollecitazione, di alcuni esponenti del governo, che accarezzavano la possibilità di raggiungere, tramite un accordo con il leader delle masse rurali croate, una distensione della situazione ed un conseguente consolidamento della propria posizione. Il fallimento del tentativo aveva
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Ibidem.
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contribuito ad indurre il regime alle misure di estremo rigore adottate in massa contro gli elementi mačekiani.652 I tedeschi approfittarono dello stato di allarme per far arrivare a Zagabria un battaglione con un rilevante numero di ufficiali, di cui molti in borghese, con il pretesto di esercitare il controllo su alcuni gangli delicati della vita dello Stato, come poste, censura, telegrafi, telefoni, movimento ferroviario.653 Il rapido declino dell’influenza italiana sul governo di Zagabria – affermava Pièche nella relazione del 9 settembre – testimoniava il tramonto del sogno di uno Stato Indipendente Croato emanazione dell’Italia, ma rischiava di deteriorare anche le relazioni tra Roma e Berlino, in un momento in cui il peso delle operazioni militari nei Balcani era diventato piuttosto oneroso per le truppe italiane. Lo Stato Indipendente Croato anche del tutto autonomo dall’Italia rimaneva profondamente minato alla sua base, a causa dell’annessione della BosniaErzegovina, popolata da serbo-ortodossi e musulmani. L’eterogeneità della popolazione e i troppo estesi confini da vigilare e difendere rimanevano i più gravi e determinanti fattori della debolezza croata; non poteva quindi escludersi la possibilità di risolvere i problemi economici e militari della Dalmazia con l’occupazione della Bosnia-Erzegovina, incorporandola ai territori del litorale in un governatorato militare fino alla fine della guerra e alla proclamazione di un protettorato italiano su di essa. Sottraendo la regione allo Stato croato, l’Italia avrebbe ottenuto una serie di importanti vantaggi: il controllo di terre, legname e materie prime, l’indebolimento croato opponendo il contrappeso di oltre due milioni e mezzo di abitanti in netta prevalenza serbo-ortodossi e musulmani, un degno retroterra alla Dalmazia. I serbi avrebbero sicuramente collaborato all’eventuale occupazione italiana, più volte sollecitata da influenti esponenti politici della regione e da numerose collettività ortodosse a garanzia dalle persecuzioni ustaša. Anche i musulmani avrebbero aderito, se si fosse loro garantita protezione dagli eccessi serbi e croati. Naturalmente gli ustaša avrebbero ostacolato in ogni modo tale soluzione, ma si poteva almeno mirare a guadagnare il sostegno dei croati moderati della regione.654 Onde evitare i risentimenti italiani, in occasione dell’incontro con Pavelić del 23 settembre 1942, Hitler invitò il Poglavnik a continuare a coltivare relazioni all’insegna della massima cordialità con Roma, poiché la Germania ribadiva di non avere interessi politici in Croazia. Ad inizio ottobre Pavelić condusse quindi una riorganizzazione generale dell’assetto statale e governativo, istituendo un Consiglio di Stato alle sue dirette dipendenze e nominando nuovi ministri alcuni
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Ibidem, al Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto-Ufficio A.P. Roma, oggetto: Notizie dalla
Croazia, f.to il generale Pièche, P.M.10, 5 settembre 1942-XX. 653
Ibidem, 7 settembre 1942-XX.
654
Ibidem, al Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto-Ufficio A.P. Roma, oggetto: Il problema
dalmata e la Bosnia-Erzegovina, f.to il generale Pièche, P.M.10, 9 settembre 1942-XX.
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notabili di vecchia data del movimento, apparentemente con sentimenti di più aperta amicizia nei confronti dell’Italia: Ante Nikšić agli Interni, Josip Balen all’Economia e Mile Starčević all’Educazione. Per ridimensionare l’influenza tedesca sulla dirigenza croata Pavelić allontanò dalla vita politica Slavko Kvaternik e Eugen-Dido entrambi inviati in Slovacchia; il generale Vladimir Laxa, capo di Stato Maggiore, fu invece sostituito dal generale Ivan Prpić. L’allontanamento del giovane Kvaternik fu considerato dagli ambienti politici e dall’opinione pubblica croata un atto di forza del Poglavnik, preludio di un nuovo indirizzo della politica interna dovuto ai cambiamenti radicali attuati nel governo. Sulla figura di Eugen-Dido Pavelić fece ricadere, non del tutto a torto, la responsabilità degli eccidi fin lì compiuti, nel tentativo di scagionarsi insieme ai nuovi collaboratori dalle responsabilità per le difficili condizioni ed il malcontento diffuso, secondo un piano meditato nel corso dell’anno, che andava oltre il legame tra vecchi compagni di esilio e attività politica.655 Destituito Kvaternik fu presa in considerazione la possibilità di un maggiore controllo italiano sull’organizzazione della polizia e della gendarmeria croata. Casertano sosteneva infatti che fin dall’inizio la collaborazione militare esplicitamente prevista dal Trattato di collaborazione e garanzia era stata interpretata da parte croata con particolare restrizione, in chiaro contrasto con lo spirito del trattato. Il comando delle forze armate croate aveva preferito accogliere il largo sostegno tedesco, collaborando con l’Italia solamente in settori specifici e rifiutando di attribuirle una funzione organizzativa preminente. 656 Inoltre anche il ministro nella capitale croata confermava l’impietosa situazione croata: il governo di Zagabria risultava isolato, senza alcun sostegno al di fuori del Paese, se non quello di Hitler e Mussolini; il seguito popolare non dava segni confortanti, ridotto ad un pugno di fanatici, mentre economicamente si andava alla deriva. I rapporti tra gli esponenti del Partito fascista a Zagabria ed il movimento del Poglavnik erano superficiali – se non inesistenti – ed anche la collaborazione di polizia, egemonizzata dai tedeschi, era limitata allo scambio di informazioni e alla richiesta di tecnici. Alla fine del 1942, in definitiva, lo Stato Indipendente Croato si presentava retto da un sistema profondamente impopolare, corrotto e violento. Roma e Berlino concordavano almeno nel ritenere necessaria la completa riorganizzazione, sotto
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Si veda N. Kisić Kolanović, op. cit., pp. 314-315. In merito ai rapporti tra Pavelić e
Kvartenik-Dido si vedano anche le considerazioni in ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione a Zagabria, a Ministero degli Affari Esteri Roma, telespresso n. 1522/749, f.to Casertano, Zagabria 6 settembre 1941-XIX. 656
Ibidem, b. 1496 (AP 31), Prospettato viaggio di Pavelić a Roma, R. Legazione a Zagabria, a
Ministero degli Affari Esteri Roma, telespresso n. 5232/2196, oggetto: Incontro col Duce, f.to Casertano, Zagabria 7 novembre 1942-XXI.
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un regime che non fosse quello del Poglavnik, dello Stato croato. Secondo Pièche infatti Pavelić era imbarcato su un fragile scafo pieno di falle e tentando di continuare la faticosa navigazione ne regge affannosamente il timone, cercando di evitare i vortici e gli scogli costituitisi dalle difficoltà interne, dalla incontenibile invadenza tedesca e dal risentimento italiano: purtroppo non sempre vi riesce. (…) Il governo croato, vaso di terracotta viaggiante fra i vasi di ferro delle contrastanti correnti italo-tedesche, si destreggia come può, in un continuo alterno movimento di altalena fra i tedeschi e noi, ma con la precisa e sempre più accentuatasi tendenza ad orientarsi verso la Germania. E ciò è naturale e direi persino logico.657
Mussolini, comunque, non volle intervenire contro Pavelić e rifiutandosi di prendere in considerazione i consigli dei propri vertici militari presenti nei territori dello Stato croato divenne, insieme a Hitler, il difensore ad oltranza del regime del Poglavnik.
4.3.
Il sostegno italiano ai četnici
Frequenti le collaborazioni tra četnici e autorità militari italiane.658 In seguito agli episodi in cui i militari italiani erano intervenuti in difesa dei serbi contro le violenze degli ustaša, i četnici si convinsero che gli italiani, nonostante lo status di occupanti, fossero il male minore: truppe italiane e četnici avevano in Tito e nei partigiani comunisti l’avversario comune contro il quale combattere, mentre non erano sconosciuti ai serbi neppure i risentimenti italiani verso croati e tedeschi per come andavano evolvendosi le vicende nei territori jugoslavi occupati. Nelle intenzioni delle autorità militari italiane v’era sicuramente anche il tentativo di contrapporre all’alleanza tedesco-ustaša l’intesa italo-četnica, mentre i četnici si rivolsero alla 2ª Armata soprattutto per ottenere viveri e armi, necessari alla lotta anti-partigiana e a difendere le proprie abitazioni e famiglie. I notabili serbi avevano assicurato le autorità italiane di essere pronti a rendere i propri servizi con l’unico desiderio di combattere i partigiani, ma una volta armate, le bande
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AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 1, Comando Supremo, Ufficio Operativo, Notiziari del generale
Pièche 1942 (situazione in Croazia; movimenti cetnici), Rapporti del generale Pièche al Ministero degli Esteri (notizie dalla Serbia), a Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. Roma, oggetto: Relazione sulla Croazia, f.to il Generale Pièche, P.M.10, 5 agosto 1942-XX. 658
Sulla collaborazione tra militari italiani e četnici si veda S. Fabei, I cetnici nella Seconda guerra
mondiale. Dalla Resistenza alla collaborazione con l’Esercito italiano, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2006.
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serbe – nelle stesse regioni in cui l’elemento croato veniva invece disarmato – si abbandonarono ad una feroce vendetta nei villaggi croati e musulmani, rendendo ancor più difficile la pacificazione dei territori occupati.659 Di conseguenza le autorità militari italiane furono accusate dal governo di Zagabria di eccessiva indifferenza dinanzi ai crimini dei četnici, mentre gli ufficiali italiani che conferivano con gli elementi serbi si convinsero al contrario della sincerità delle dichiarazioni di stima e amicizia, pur non potendo rimuovere la sensazione che, una volta perfezionata la ribellione serba e qualora i militari italiani ne avessero sostenuto direttamente o indirettamente la lotta agli ustaša, i četnici non avrebbero esitato a compiere azioni di rappresaglia anche contro di loro. Era comunque fondamentale interesse italiano mantenere viva la lotta fra četnici e partigiani, sostenendo attivamente i primi, onde evitare alle masse di confluire in una comune azione di rivolta.660 A Chistagne ed Ervenik, ad esempio, i serbi confermarono agli italiani che il movimento di ribellione era dovuto unicamente alla spontanea reazione ed alla necessità di difesa dinanzi ai massacri ed alle rapine degli ustaša, senza volontà a loro ostile.661 Un ufficiale tedesco, in collaborazione con le autorità croate (luglioagosto 1941), visitò diversi centri della Bosnia e dell’Erzegovina per raccogliere dati ed informazioni circa le azioni dei četnici e i loro rapporti con le autorità militari italiane. In alcuni centri, però, sembra che all’ufficiale tedesco fossero stati presentati funzionari ustaša vestiti da četnici che si erano finti prigionieri e avevano dato informazioni precedentemente concordate tendenti ad accusare quanto più
659
AUSSME, M-3, b. 20, fasc. 11, Il Ministro di Croazia, all’Eccellenza Conte Ugo Cavallero
Maresciallo d’Italia, Capo di Stato Maggiore Generale, f.to Dott. Stjepo Peric, Roma 29 dicembre 1942. Sui crimini commessi dai četnici nei territori dello Stato Indipendente Croato si veda Z. Dizdar, M. Sobolevski, Prešućivani četnički zločini u Hrvatskoj i u Bosni i Hercegovini 1941.-1945., Zagreb, Hrvatski Institut za povijest Dom i Svijet, 1999. 660
AUSSME, L-10, b. 38, fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito
S.I.E., prot. n. Z/P-35231, Promemoria, oggetto: Ex Jugoslavia – Movimento cetnico, atteggiamento inglese, 14 aprile 1943-XXI. 661
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero dell’Interno, Divisione Generale della P.S., Divisione
Affari Generali e Riservati, a Ministero degli Affari Esteri A.G.IV, sezione I n. 441/OI2446, oggetto: Notizie pervenute dalla Dalmazia sulla situazione in Croazia, Roma 22 agosto 1941-XIX. Le località erano state invase all’inizio di agosto. Ad Ervenik Superiore il presidio croato era stato costretto alla resa da quattrocento serbi guidati da un ex ufficiale jugoslavo; successivamente una compagnia italiana aveva provveduto all’occupazione del paese. All’alzarsi della bandiera italiana i četnici avevano effettuato una calorosa dimostrazione inneggiando all’Italia. Ibidem, Ministero dell’Interno, Direzione Generale della P.S., Divisione Affari Generali e Riservati, d’ordine del Ministro (s.d.).
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possibile l’Italia e l’operato delle sue autorità militari.662 Vero o falso che fosse, l’avvenimento non solo ben descrive l’evidente pericolo rappresentato per le autorità del regime croato dai rapporti italo-četnici, ma anche i futili escamotage a cui gli uomini del Poglavnik tentarono di ricorrere per marginare il fenomeno. Soprattutto i rappresentanti italiani a Zagabria furono tra i più assidui, dalla fine del 1941, nell’esercitare pressioni su Ambrosio affinché i comandi militari italiani limitassero al minimo il sostegno ai ribelli serbi, con cui avevano avuto diversi contatti volti a facilitare l’azione anti-partigiana di diversi presidi;663 in alcune situazioni, come nel distretto di Sanski Most, alle autorità militari italiane veniva recriminato di aver permesso ai četnici, in loro presenza, di incendiare villaggi cattolici e musulmani, senza prendere misure atte ad impedirlo.664 Il comandante della 2ª Armata accolse malvolentieri le sollecitazioni impartitegli da Roma e dagli ambienti italiani a Zagabria, ma dovette adeguarsi, senza comunque pregiudicare le fragili tregue locali raggiunte ed interrompere i buoni rapporti stabilitisi tra ufficiali italiani e capi serbi. Un atteggiamento di aperta collaborazione con le truppe italiane fu dimostrato dal serbo-bosniaco Dobroslav Jevđević, proprietario di redditizie tenute con un notevole trascorso politico quale deputato alla Skupština, elemento decisamente anti-comunista ed anti-croato in stretto contatto con i circoli nazionalisti serbi. Alla caduta della Jugoslavia Jevđević aveva organizzato le prime bande armate per contrastare le violenze degli ustaša, gruppi successivamente potenziati e posti agli ordini dei comandi italiani in funzione anti-comunista. Assertore dichiarato del nazionalismo jugoslavo, indubbiamente collegato a Mihailović e ancor più al maggiore Jezdimir Dangić, leader serbo della Bosnia orientale, godeva grande ascendente fra la popolazione ortodossa ed era indicato come la personalità più autorevole, insieme al vojvoda Ilija Birčanin Trifunović – ex presidente dell’associazione nazionalista serba Narodna Obrana (Difesa nazionale) – alla guida delle formazioni di četnici della Bosnia occidentale, della Lika e della Dalmazia.665
662
Ibidem, Ministero dell’Interno, sez. I n. OI2445/441, a Ministero Affari Esteri A.G.IV,
oggetto: Notizie dalla Dalmazia relative alla situazione in Croazia, 1° - Metkovic, Roma 22 agosto 1941XIX. 663
AUSSME, M-3, b. 61, fasc. 5, Ufficio Operazioni, segreto, a Stato Maggiore R. Esercito,
Ufficio Operazioni, Linea di condotta, f.to il Generale di Corpo d’Armata Comandante Mario Roatta, P.M.10, 30 gennaio XX. 664
HDA, 491, OUP, kut. 6, 1941, pov. spisi 3328-3810, Kotarsko predstojništvo, taj. broj 200,
Sanski Most 8-IX-1941, Ministarstvu unutrašnjih poslova Zagreb. 665
AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 4, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito S.I.E.,
Promemoria, oggetto: Montenegro – Contatti di capi cetnici bosniaci, erzegovesi e montenegrini, 10 agosto 1942-XX; ibidem, L-10, b. 38. fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito S.I.E., prot. n. Z/P – 32042, Promemoria, oggetto: Croazia – Contatti tra autorità croate e il capo cetnico On. Jevdjevic, f.to il colonnello Capo Servizio Edmondo de Renzi, 16 febbraio 1943-XXI.
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Una distinzione generica sembrò caratterizzare l’atteggiamento di Mihailović e quello di alcuni suoi collaboratori, come Jevđević ed il maggiore Petar Baćović, con influenza in Bosnia e nell’Erzegovina. Se Mihailović sembrava voler condurre una lotta ad oltranza in modo da tenere i tedeschi in continuo allarme e neutralizzare gli italiani in attesa della loro capitolazione, Jevđević sembrava propenso ad accordi di non aggressione con italiani e tedeschi anche in caso di uno sbarco anglo-americano. Nel dicembre del 1941 a Spalato Jevđević entrò in contatto anche con il logornik Poljak, addetto al quartier generale ustaša di Zagabria, inviato del Poglavnik, nel tentativo di giungere ad un accordo che ponesse termine al sanguinoso conflitto tra serbi e croati (un colloquio a Zagabria del leader serbo con il ministro Artuković avrebbe definito l’accordo): Jevđević accusò i croati di aver tradito i serbi e aver consegnato la Dalmazia all’Italia, Poljak cercò di scagionare il governo croato dalle accuse, affermando che l’Italia continuava a rappresentare per i croati il principale nemico. Le truppe italiane in territorio croato – sosteneva Poljak – costavano un’enormità: gli italiani avevano tutto l’interesse che serbi e croati si annientassero a vicenda, secondo la vecchia storia del “divide et impera” e per tale ragione pur essendo alleati dei croati fornivano armi ai četnici.666 Mihailović, pur riconoscendone le oneste intenzioni, non approvava del tutto l’opera benevola agli italiani svolta da Jevđević, in quanto in contrasto con gli obiettivi dell’alleato inglese.667 In seguito alla possibilità delineatasi ai comandi italiani di occupare la Bosnia oltre la linea di demarcazione – possibile solamente nel caso le trattative con četnici e croati avessero avuto esito tale da assicurare una notevole riduzione della ribellione nel rimanente territorio occupato – Jevđević chiese al comando della 2ª Armata di rompere ogni indugio e contattare i capi četnici della Bosnia per accordarsi circa l’estensione dell’occupazione italiana: l’obiettivo era trovare un modus vivendi con l’elemento serbo in merito all’amministrazione dei territori bosniaci occupati, all’organizzazione dei soccorsi per le popolazioni affamate e alla concessione di un’amnistia generale per le azioni compiute fino ad allora. In cambio le bande ed i capi serbi (Mihailović, il maggiore Dangić e altri) si sarebbero impegnati a preparare all’esercito italiano il terreno presso la popolazione – affinché all’occupazione non fosse posto alcuno ostacolo –, a collaborare nella lotta anti-comunista sottraendo ai partigiani le masse di contadini ad essi associatesi per combattere gli ustaša e ad organizzare bande
666
Ibidem.
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Ibidem, M-3, b. 6, fasc. 4, Comando 2ª Armata, Ufficio I, Sintesi del colloquio avvenuto il 30
dicembre 1941 dalle ore 11 alle ore 11.50 a Spalato fra l’ex deputato della Skupcina, Dott. Jevdjevic, esponente dell’ambiente serbo-bosniaco-erzegovese ed il Logornik Poljak, addetto al Q.G. ustascia di Zagabria, inviato del Poglavnik, 1°) Accordo serbo croato, a) Politica interna, 2 gennaio 1942-XX; ibidem, b. 20, fasc. 10, Carteggio Comando Supremo, Comando Gruppo Armate Est Stato Maggiore, al Comando Supremo, prot. n. 875/inf., segreto, oggetto: Questione cetnica, f.to il Generale d’Armata Comandante Ezio Rosi, P.M.76, 1 settembre 1943.
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armate al fianco dei soldati italiani per il mantenimento dell’ordine pubblico.668 Gli accordi delineatisi tra gli ufficiali italiani e i capi serbi non rispecchiavano tuttavia le istruzioni trasmesse dallo Stato Maggiore al comando della 2ª Armata: le direttive infatti erano di mantenere, pur adottando un contegno fermo, forte, senza debolezze, la massima lealtà nei confronti dell’alleato croato e di evitare ogni tipo di trattativa con i četnici, ritenuti incerti e poco affidabili, o almeno, se eventuali contatti si fossero rivelati necessari in situazioni contingenti e di convenienza locale, non avrebbero dovuto rappresentare, da parte italiana, impegni di sorta in campo politico.669 Nell’ambito delle operazioni anti-partigiane e delle trattative italo-tedeschecroate in merito all’atteggiamento da adottare nei confronti dei četnici (marzo 1942), il comando della 2ª Armata continuò comunque a sostenere l’opportunità di scindere del tutto le bande serbe dai partigiani, al fine di non raddoppiare il numero degli avversari dell’Asse con uomini che in parte già combattevano al fianco italiano. Bisognava distinguere i četnici dell’Erzegovina da quelli della Bosnia, poiché solo quest’ultimi si mostravano decisamente contrari alle truppe occupanti e mantenevano ancora rapporti con i partigiani, mentre i primi potevano benissimo entrare nell’orbita degli interessi italo-tedeschi: attraverso loro, inoltre, sarebbe stato presumibilmente possibile guadagnare alla causa anti-comunista anche i četnici più intransigenti. Il pericolo maggiore era rappresentato dall’effetto contrario, ovvero dalla possibilità che i četnici dell’Erzegovina, abbandonati a sé stessi, potessero stringere più strette relazioni con quelli della Bosnia ed aderire alla loro politica di ostilità alle forze occupanti. Era dunque necessario entrare quanto prima in trattative con le bande serbe dell’Erzegovina, ancora divise tra quelle che attaccavano le truppe italiane e quelle che invece iniziavano a combattere al loro fianco contro i partigiani, mentre in Bosnia si doveva tentare di convincere i četnici almeno a mantenere la neutralità, ponendo, perlomeno temporaneamente, una pietra sopra all’ostilità tra serbi e croati. Occorreva quindi che il governo croato consentisse alle autorità militari tedesche e italiane la possibilità di raggiungere un accordo che in ogni caso non avrebbe contemplato
668
Ibidem, b. 61, fasc. 5, Comando 2ª Armata, Ufficio I, all’Eccellenza il Capo di S.M.
dell’Esercito, prot. n. 1367/S, oggetto: Linea di condotta, f.to il Generale di Corpo d’Arma Comandante M. Roatta, P.M.10, 2 febbraio 1942-XX, in allegato Nota del Capo Ufficio I/A in merito al promemoria del dottor Jevdjevic. 669
Ibidem, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-Sez. 3ª, a Comando 2ª Armata e
p.c. al Comando Supremo, prot. n. 2599, oggetto: Linea di condotta, f.to il Capo di Stato Maggiore Ambrosio, P.M.9, 13 febbraio 1942-XX; id., Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni, prot. n. 2343, segreto, oggetto: Linea di condotta, all’Eccellenza il Com.te del V, VI, XVIII, C.A., f.to il Generale di Corpo d’Armata Comandante Mario Roatta, P.M.10, 15 febbraio 1942-XX.
Controllo del territorio e cicli operativi (1942)
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questioni politiche.670 L’ostacolo principale rimaneva l’atteggiamento delle bande serbe nei confronti della popolazione croata e musulmana: gli italiani tolleravano le azioni dei četnici difendendoli da ustaša e domobranci e proprio per tale ragione le unità serbe si schieravano e agivano a ridosso dei presidi italiani, a Glamoč, Bosansko Grahovo, Dervar, Bosanski Petrovac, Bosanska Krupa, Bosanski Novi, Sanski Most, Ribnik, Mrkonjić-Grad e l’area di Manjača.671 Alla fine del 1942 il maggiore Đurić, uomo di Mihailović al comando di una formazione di četnici di circa cinquecento elementi nella regione di Roca, mise emissari del generale serbo, il colonnello Milutin Radniević ed il tenente Dragan, in contatto con un inviato militare italiano. Il fiduciario italiano apprese le intenzioni del capo nazionalista serbo (o presunte tali): secondo Mihailović con la guerra che volgeva a favore degli Alleati dopo gli sviluppi in Africa settentrionale e in Russia l’Italia sarebbe stata costretta quasi certamente alla resa in breve tempo e a chiedere una pace separata. In tal modo la Jugoslavia sarebbe stata ricostituita così come era prima del marzo 1941: qualunque intesa dei četnici con i militari italiani per la lotta al comunismo non avrebbe quindi posto in pericolo l’obiettivo ultimo della ricostituzione dello Stato jugoslavo. Mihailović era intenzionato ad accordarsi con le truppe italiane nei Balcani per impegnarle assieme alle formazioni nazionaliste serbe nella campagna contro il bolscevismo, per impedire alla Russia la costituzione di una federazione tra Stati balcanici che raggruppasse sotto la sua sovranità i popoli slavi del sud. Era tuttavia evidente che la possibilità di contatti con Mihailović, se non connessa a strategie anti-comuniste, fosse ormai superata dagli avvenimenti in corso e dalla certezza di una vittoria alleata.672 Nel 1943 la situazione si aggravò non solo per la maggiore audacia delle formazioni partigiane e per l’estendersi della loro propaganda tra la popolazione ma anche per la sistematica organizzazione delle forze četniche. Poiché ciò avveniva in buona parte in territori occupati o controllati dalle truppe italiane, da più parti fu manifestata una certa preoccupazione per l’atteggiamento da queste assunto. Alcune bande serbe armate e inquadrate dal comando della 2ª Armata erano state trasformate in una sorta di milizia ausiliaria, la Milizia Volontaria Anticomunista (MVAC), del tutto dipendente dal Comando della 2ª Armata (milizie volontarie furono reclutate, seppure in minor parte, anche tra cattolici e
670
Ibidem, b. 58, fasc. 1, 2ª Armata, Carteggio sulle operazioni antipartigiane in collaborazione
con i tedeschi e i croati nella primavera 1942 in Croazia (Bosnia), Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni, all’Eccellenza il Generale Bader Comandante il “Kampf Gruppe Bader” Belgrado, prot. n. 6469, segreto, oggetto: Trattative coi “cetnici”, f.to il Generale Comandante Mario Roatta, P.M.10, 31 marzo 1942-XX. 671
E. Redžić, op. cit., p. 125.
672
AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 1, Comando Supremo I Reparto – Ufficio Operazioni, Scacchiere
Orientale, 4383, Notiziari del Generale Pièche, a Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P., oggetto: Pensiero di Mihajlovic, f.to generale Pièche, P.M.10, 21 dicembre 1942-XXI.
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musulmani):673 Roatta riuscì a far accettare a Pavelić la loro formazione nell’ambito dell’accordo italo-croato del 19 giugno 1942 (vedi infra), in cambio del ritiro delle truppe italiane verso la costa. A quella data bande armate locali anti-comuniste già contribuivano con un certo successo alla lotta anti-partigiana nella provincia di Cattaro e nel resto della Dalmazia (Zara, Spalato) alle dipendenze del VI Corpo d’Armata.674 Le bande MVAC erano inquadrate da ufficiali italiani ed operavano in azioni combinate con i reparti dell’esercito: il governatore della Dalmazia chiese un ulteriore rifornimento di moschetti da distribuire in sostituzione dei fucili ex jugoslavi di cui erano armate. Lo Stato Maggiore dell’esercito espresse parere favorevole aggiungendo che erano già in corso assegnazioni di armi agli enti dipendenti; il Ministero della Guerra temeva tuttavia l’eventualità di armare bande poco fedeli e affidabili i cui gregari potessero con il tempo passare ai partigiani e portare nel loro campo le armi distribuite dai comandi italiani.675 Una certa garanzia sulla fedeltà delle bande era costituita da una serie di fattori, quali il controllo militare continuo, l’esclusivo utilizzo in territorio annesso, la presenza delle famiglie dei volontari in mani italiane; la diffidenza, tuttavia, seppur dissimulata, rimaneva forte. Nel luglio del 1942, secondo un rapporto della gendarmeria croata, risultava che a Trebinje era stata tenuta una riunione alla quale avevano partecipato alcuni capi delle formazioni anti-comuniste serbe, tra cui il pope ortodosso Vladimir Derić ed il noto ex giornalista Milan Šantić. Quest’ultimo aveva dichiarato che i serbi avevano in parte riacquistato la loro libertà e potevano circolare liberamente in diversi territori; sembrava che Mihailović avesse inoltre ordinato di usare gli italiani fino a quando fosse stato necessario e affermato che lo Stato croato non sarebbe mai stato riconosciuto dai serbi, nemmeno formalmente. I rapporti con gli elementi cattolici e musulmani sarebbero stati buoni fino all’inizio della lotta contro gli italiani, quando anch’essi avrebbero preso parte attiva nella stessa, con atti di sabotaggio. L’obiettivo finale fondamentalmente era la costituzione di una Grande Serbia, con l’esclusione dal territorio di musulmani e cattolici, obiettivo da raggiungere – secondo quanto riferito – utilizzando le forze anti-comuniste, che avevano fornito già buone prove nella lotta contro i partigiani. Pur non sottovalutando il problema della fedeltà
673
Sull’organizzazione delle MVAC si veda D Rodogno, op. cit., p. 376 e ss.; S. Fabei, La
“legione straniera” di Mussolini, pp. 149-186. 674
AUSSME, H-1, b. 39, fasc. 15, Bande anticomuniste nei Balcani dal 4 maggio al 30 dicembre
1942, Il Governatore della Dalmazia, all’Eccellenza il Generale di Divisione Antonio Scuero Sottosegretario di Stato Ministero della Guerra, prot. n. 19 G.M. 10071, f.to Bastianini, Zara 3 giugno 1942-XX. 675
Ibidem, Ministero della Guerra, Gabinetto, Promemoria per il sig. capo di gabinetto, Roma 20
giugno 1942-XX; id., Ministero della Guerra, Gabinetto, Moschetti 91 per bande anticomuniste della Dalmazia, Roma 21 giugno 1942-XX.
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delle bande anti-comuniste, il comando della 2ª Armata riteneva tuttavia che le notizie fornite dalla polizia croata fossero artificiosamente esagerate allo scopo di far apparire ai militari italiani i volontari serbi come pericolosi nemici, anziché collaboratori nella lotta per l’annientamento del comunismo.676 Anche nell’Erzegovina le MVAC che affiancavano le truppe italiane avevano contribuito alla repressione anti-partigiana ed era stato proposto il loro ulteriore sviluppo, impiantando un sistema amministrativo delle bande stesse, non essendo più sufficienti la forma di premi e sussidi loro forniti come compenso. Le formazioni anti-comuniste si distinguevano in due categorie: “unità locali” (milizia paesana) di entità varia a seconda delle esigenze ambientali, per la difesa diretta dei centri abitati; e “unità d’impiego” (milizia attiva) di forma varia, per azioni dirette e di concorso con le truppe operanti. Le singole formazioni erano comandate da capi locali e da ex ufficiali jugoslavi che, già internati in campi di prigionia, erano stati dimessi su richiesta del comando italiano. I compensi elargiti inizialmente variavano da somme in denaro a somministrazione di viveri e vestiario: fu quindi avviato un sistema amministrativo uniforme che garantisse pari trattamento nei pagamenti e nella consegna dei viveri alle diverse formazioni presenti nello Stato Indipendente Croato e in Montenegro, per eliminare cause d’attrito. Le formazioni operavano agli ordini diretti dei comandi di divisione nel cui territorio di giurisdizione erano dislocate. Nel luglio del 1942 la forza delle formazioni si aggirava sui novemila uomini ma l’intenzione era quella di incrementarla ulteriormente portandola a circa quindicimila.677 Alla fine dell’estate fu proposto uno schema di bando da far approvare a Mussolini con il quale si sarebbe provveduto ad una forma di legalizzazione della costituzione delle formazioni irregolari nel territorio occupato e del trattamento economico da corrispondere ai componenti delle stesse.678
676
AUSSME, M-3, b. 69, Nazionalizzazione dei beni degli ebrei, Comando Superiore FF.AA.
Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, Stralcio dei notiziari del VI Corpo d’Armata, nn. 454-455 rispettivamente in data 3 e 4 corrente, Trebinje, P.M.10, 9 agosto 1942-XX. 677
Ibidem, H-1, b. 39, fasc. 15, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, Ufficio
Informazioni, a Ministero della Guerra-Gabinetto, prot. n. I/11814, oggetto: Formazioni anticomuniste nei territori della Croazia occupata, f.to il Generale Comandante designato d’Armata M. Roatta, P.M.10, 22 luglio 1942-XX; id., Ministero della Guerra-Gabinetto, Formazioni anticomuniste nei territori della Croazia occupata, f.to il Sottosegretario di Stato A. Scuero, Roma 30 luglio 1942-XX; id., Ministero delle Finanze, Ragioneria gener. dello Stato – Ispett. gen. per gli ord. del pers., a Ministero della Guerra-Gabinetto, prot. n. 256761, oggetto: Formazioni anticomuniste nel territorio della Croazia, f.to il Ministro Revel, Roma 11 agosto 1942-XX. 678
Ibidem, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, prot. n. 54152/76.5.14/5, oggetto:
Trattamento economico formazioni armate anticomuniste, costituite nei territori della Croazia presidiati dalle forze armate italiane, f.to il Sottosegretario di Stato A. Scuero, P.M.10, Roma 29 agosto 1942-XX. Per la bozza del bando si veda id., Bando del Duce concernente la costituzione ed il trattamento
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Il Comando Supremo tuttavia, consultata la Commissione consultiva per il diritto di guerra, sostenne che la questione della sistemazione amministrativa delle formazioni in questione non fosse da disciplinare mediante bando, bensì – come proponeva la stessa commissione – tramite provvedimenti interni del Comando Superiore Slovenia-Dalmazia e del Ministero della Guerra.679 Un provvedimento di tal genere, infatti, destinato ad avere efficacia anche fuori dal territorio italiano, avrebbe dovuto avere come presupposto l’appartenenza – e quindi l’inquadramento – dei reparti suddetti nelle forze armate italiane. Poiché non sembrava fosse questo l’intendimento delle autorità interessate, appariva indispensabile che l’organizzazione delle “unità d’impiego” e delle “unità locali” irregolari fosse disposta con provvedimenti dell’autorità militare italiana, che esercitava direttamente il controllo nel territorio croato presidiato. Lo schema di bando fu pertanto accantonato e l’organizzazione disciplinare e i criteri d’impiego dei reparti irregolari divennero formalmente oggetto dei provvedimenti e dei comandi di divisione italiani, mentre il trattamento economico avrebbe seguito specifiche direttive del Ministero della Guerra al Comando Supremo. 680 La commissione consultiva aggiungeva inoltre di ritenere ammissibile dal punto di vista giuridico la costituzione di reparti irregolari destinati ad operare nel territorio croato, con personale reclutato nel territorio stesso, ma non altrettanto la loro formazione nelle provincie annesse di Lubiana, Fiume, Zara, Cattaro e Spalato, dove erano state costituite ed erano ancora in corso di costituzione speciali formazioni territoriali anti-comuniste. Non appariva infatti giustificabile il ricorso a forze irregolari in un territorio soggetto alla sovranità italiana, nel quale, semmai, poteva farsi ricorso alla costituzione di corpi volontari che sarebbero dovuti entrare a far parte delle forze armate dello Stato. Non si trattava quindi di estendere alle bande nel territorio annesso il sistema di trattamento economico e in generale la condizione amministrativa delle bande costituite nel territorio croato,
economico delle formazioni armate anticomuniste nei territori del Regno di Croazia presidiati dalle forze armate italiane. 679
Ibidem, Comando Supremo, III Rep., Ufficio Aff. Generali, a Ministero della Guerra-
Gabinetto e p.c. a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), prot. n. 2862/ag. risposta al foglio del 29/8/42 n. 53541/76.5.14/5, oggetto: Trattamento economico formazioni armate anticomuniste, f.to il Capo di Stato Maggiore Generale, P.M.21, 27 settembre 1942-XX; id., Ministero della Guerra-Gabinetto, a Direzione Generale Servizi Amministrativi, uff. trattamento economico pers. mobilitato, prot. n. 60609/76.5.14/5, oggetto: Trattamento economico formazioni armate anticomuniste, f.to d’ordine il Capo di Gabinetto E. Magliano, Roma 1 ottobre 1942-XX. 680
Ibidem, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione Consultiva per il Diritto di
Guerra, a Comando Supremo-III Reparto Ufficio Affari Generali, prot. n. 1110 dg., oggetto: Trattamento economico alle formazioni armate anticomuniste, f.to il Presidente della Commissione Grandi, Roma 11 settembre 1942-XX.
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ma di prendere in esame – ove se ne fosse riconosciuta l’opportunità dal punto di vista militare – la costituzione di altri corpi volontari e la condizione giuridica degli appartenenti ai corpi medesimi.681 La commissione consultiva comunque, nonostante le riserve espresse, ammetteva la possibilità in presenza di condizioni eccezionali di attuare di fatto un provvedimento del genere che permettesse alle autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico e della sicurezza militare – con il consenso degli organi politici centrali – la formazione di milizie irregolari non facenti parte delle forze armate statali. Il ministero della Guerra, da parte sua, ravvisò, nella situazione delle province annesse, le particolari circostanze che consigliavano la costituzione delle formazioni in oggetto.682 Per le formazioni anti-comuniste organizzate dal comando della 2ª Armata furono prese in considerazione anche una serie di concessioni particolari, come ad esempio trattamenti di quiescenza privilegiati in caso di mutilazioni o invalidità riportate in guerra combattendo al servizio dell’esercito italiano (l’iniziativa incontrava il particolare favore del governatore del Montenegro). 683 La questione fu sollevata nel dicembre del 1942 in seguito al ricovero negli ospedali metropolitani di un numero sempre maggiore di gregari delle formazioni anti-
681
Ibidem, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione Consultiva per il diritto di
guerra, a Comando Supremo-Affari Generali, prot. n. 1206 dg., oggetto: Trattamento economico formazioni armate anticomuniste nei territori annessi, f.to il Presidente della Commissione Grandi, Roma 6 ottobre 1942-XX. 682
Ibidem, Ministero della Guerra-Gabinetto, a Ministero dell’Interno-Gabinetto e p.c. a
Presidenza del Consiglio dei Ministri-Gabinetto, a Comando Supremo-Ufficio Affari Generali (rif. lett. 3696 del 17/11/u.s.), prot. n. 74519/76.5.14, oggetto: Formazioni anticomuniste nelle provincie annesse, f.to il Sottosegretario di Stato A. Scuero, Roma 1 dicembre 1942-XXI; id., Presidenza del Consiglio dei Ministri-Commissione consultiva per il diritto di guerra, a Comando Supremo-Aff. generali, prot. n. 1365/dg, oggetto: Trattamento economico formazioni armate anticomuniste nei territori annessi, f.to il Presidente della Commissione Grandi, Roma 3 novembre 1942-XXI; id., Comando Supremo, 3° Reparto, Ufficio Affari Generali, a Ministero della Guerra-Gab. (rif. 58260/76.5.14/5 del 25/9/u.s.) e p.c. a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), prot. n. 3696/ag., oggetto: Trattamento economico formazioni anticomuniste nei territori annessi, f.to il Capo di Stato Maggiore Generale Cavallero, 17 novembre 1942-XXI. 683
Ibidem, Ministero della Guerra-Gabinetto, a Comando Supremo-Uff. Ord. e Add. e p.c. allo
Stato Maggiore R. Esercito-Uff. Ord., prot. n. 74517/76.5.14, oggetto: Formazioni armate anticomuniste organizzate da Supersloda e milizie nazionaliste montenegrine. Pensioni di guerra, il Sottosegretario di Stato A. Scuero, Roma 1 dicembre 1942-XXI; ibidem, b. 48, fasc. 10, Attività sovversiva in Montenegro dal 12 gennaio al 20 agosto 1943, Ministero della Guerra, Gabinetto, Formazioni anticomuniste organizzate da Supersloda e milizie nazionaliste montenegrine – Pensioni privilegiate di guerra, Roma 24 gennaio 1943-XXI; id., Ministero della Guerra, Gabinetto, Formazioni anticomuniste croate e milizie montenegrine – pensioni di guerra, Roma 27 marzo 1943-XXI.
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comuniste dei territori croati occupati e delle milizie nazionaliste montenegrine, che asserivano spettasse loro un premio in denaro per le ferite riportate.684 Come in parte accennato, in Bosnia-Erzegovina Mihailović poteva contare, in qualità di suoi rappresentati – sebbene decisamente autonomi – sul maggiore Baćović e su Jevđević, da cui dipendevano insieme a Trifunović le organizzazioni MVAC al servizio degli italiani, ma in Lika erano attivi anche Radmilo Grgić ed un altro dei capi delle formazioni četniche inquadrate dagli italiani ed attive nel distretto di Knin: il sacerdote ortodosso Momčilo Đujić, decorato da re Petar con la Stella dei Karađorđević con spade – la più grande onorificenza concessa dal governo jugoslavo a Londra – per il valore militare ed il merito dimostrato contro il nemico, nonostante il pope avesse smentito la notizia del conferimento. Il gruppo di Đujić, le MVAC Dinara, operava in coordinamento con l’attività svolta dal comando della Divisione Zara nei settori di Knin, Obrovazzo e Chistagne, in funzione antipartigiana, ma risultava pienamente indipendente nelle questioni di reclutamento ed autonomo nell’attività operativa, sia pure inquadrata nell’azione della divisione italiana.685 Il principale timore dei tedeschi era un eventuale tentativo di emissari britannici per una vasta opera di organizzazione di četnici e partigiani con un’intesa che permettesse la formazione di un unico fronte ribelle. Così avevano sciolto analoghe formazioni armate dipendenti da Nedić e insistevano affinchè uguali misure fossero prese dai comandi italiani.686 Lo stesso chiedeva a Roma il ministro croato Perić intervenendo presso il Ministero degli Affari Esteri e presso il generale Cavallero in merito alla pericolosa collaborazione tra le autorità militari italiane e i četnici della seconda zona, svolta senza partecipazione delle autorità di Zagabria: il ministro croato sottolineò le relazioni di Mihailović con i nemici dell’Asse e come i četnici più che impiegare le proprie forze contro i partigiani, si abbandonassero al massacro ed all’annientamento della popolazione croata, come era avvenuto nei pressi del fiume Neretva e nella Bosnia meridionale (solo a Prozor tra il 9 ed il 15 ottobre 1942 avevano ucciso più di cinquecento persone). Perić, in relazione alla decisione di sostituire alcuni reparti italiani della seconda zona con reparti di četnici, richiamò l’attenzione sulle possibili conseguenze, ricordando gli eccessi in cui si erano lanciati circa seimila četnici giunti dalla Serbia
684
Ibidem, b. 39, fasc. 15, Ministero della Guerra-Gabinetto, al Comando Superiore FF.AA.
Slovenia-Dalmazia, prot. n. 74516/76.5.14, oggetto: Formazioni anticomuniste e milizie nazionaliste. Premi per ferite riportate al servizio dell’Italia, f.to d’ordine il Capo del Gabinetto E. Magliano, Roma 1 dicembre 1942-XXI. 685
ASDMAE, b. 1496 (AP 31), a Comando Generale M.V.S.N., Servizio Politico e Ufficio
Coordinamento Roma, 828/2/1, Comportamento dei cetnici della zona di Knin ed atteggiamento delle autorità militari italiane verso di essi, 17 giugno 1943-XXI. 686
AUSSME, M-3, b. 20, fasc. 11, Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P., Appunto per
l’Eccellenza il Ministro, Roma 2 gennaio 1943-XXI.
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e dal Montenegro nei territori di Knin e Gračac e evidenziandone gli atteggiamenti anti-croati e anti-italiani. Sembrava infatti che il gruppo di četnici avesse anche dichiarato, dinanzi a diversi ufficiali e soldati italiani, di attendere lo sbarco inglese e l’arrivo di re Petar, cantando canzoni oltraggiose verso la Croazia, il Poglavnik, l’Italia e il Duce. Anche a Vrlika, Markovac (distretto di Knin), Kanjani e Lunić (distretto di Dernis), e ancora a Foča (agosto 1942, circa tremila persone prevalentemente musulmane) dopo il ritiro dei militari italiani e la consegna dei poteri ai četnici, questi si erano dati al massacro della popolazione croata.687 Il comando della 2ª Armata il 15 ottobre 1942 sottoscrisse a Zagabria l’accordo con il quale riconosceva la necessità di disarmare gradualmente i četnici e di allontanare i loro capi provenienti dal territorio non croato collocando le forze serbe dietro la linea Stolac-Nevesinje-Ravno: secondo l’accordo i reparti dell’esercito croato avrebbero sostituito le guarnigioni fino a quel momento tenute dai četnici. Ciò non impedì tuttavia al comando italiano di tenere in considerazione le bande serbe per alcuni compiti specifici ed in seguito alla decisione di ritirare alcuni reparti italiani dalla seconda zona propose al governo croato di affidare ai četnici provenienti dall’Erzegovina meridionale (circa duemila) il controllo dell’importante linea ferroviaria Ogulin-Gračac. Il governo croato si oppose alla proposta, disposto al più ad acconsentire che alcuni reparti di četnici fossero organizzati e collocati a sud della Lika per formare presidi militari sotto il comando degli ufficiali italiani, fino a quando Zagabria non fosse stata in grado di sostituire i gruppi serbi con il proprio esercito. Quando il governo croato come da accordi inviò nell’Erzegovina meridionale una brigata di domobranci pronta a prendere il posto dei četnici, il generale Santovito, comandante della divisione italiana a Mostar, impedì ai croati l’accesso alle guarnigioni, con il pretesto di non aver ricevuto ordini in tal senso.688 L’intransigenza dimostrata dagli ambienti ufficiali croati nei confronti della collaborazione italo-četnica non corrispondeva tuttavia in pieno alla politica adottata dalle autorità croate nei confronti delle bande serbe: ciò fece seriamente sospettare alle autorità militari italiane che a Zagabria la preoccupazione principale fosse il consolidamento delle alleanze strategiche italo-serbe, piuttosto
687
Ibidem, Il Ministro di Croazia, all’Eccellenza Conte Ugo Cavallero Maresciallo d’Italia,
Capo di Stato Maggiore Generale, f.to Dott. Stjepo Peric, Roma 29 dicembre 1942; id., Legazione di Croazia, a R. Ministero Affari Esteri Roma, Promemoria, Roma 2 gennaio 1943; id., Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto, Appunto, Roma 3 gennaio 1943-XXI. In merito agli eventi di Foča si veda Z. Dizdar, M. Sobolevski, op. cit., pp. 305-309; S. Fabei, I cetnici nella Seconda guerra mondiale, pp. 119-121. 688
AUSSME, M-3, b. 20, fasc. 11, Il Ministro di Croazia, all’Eccellenza Conte Ugo Cavallero
Maresciallo d’Italia, Capo di Stato Maggiore Generale, f.to Dott. Stjepo Peric, Roma 29 dicembre 1942; id., Legazione di Croazia, a R. Ministero Affari Esteri Roma, Promemoria, Roma 2 gennaio 1943; id., Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto, Appunto, Roma 3 gennaio 1943-XXI.
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che l’effettiva minaccia rappresentata dai gruppi četnici. Nel gennaio del 1943 il prefetto ed il comandante della divisione croata di Mostar – su ordini presumibilmente pervenuti dal governo centrale – convocarono a colloquio Jevđević per discutere l’eventualità di un accordo per la collaborazione delle forze anti-comuniste četniche con le autorità croate: condizione base era l’esclusione delle autorità italiane dalle trattative (a quest’ultime Jevđević dichiarò di aver respinto la proposta). L’iniziativa s’inquadrava nel programma di normalizzazione interna avviato da Zagabria con l’allontanamento dei Kvaternik dalla vita politica croata e proseguita con il passaggio della milizia ustaša alla diretta dipendenza del Ministero delle Forze Armate croato. La ricercata collaborazione con i četnici, qualora fosse stata raggiunta, avrebbe avuto il risultato di saldare uno dei più gravi elementi di frattura nell’auspicata omogeneità interna trasformando in una forza dello Stato le bande serbe nettamente ostili. L’accordo avrebbe inoltre sottratto all’influenza italiana le formazioni armate serbe valendo al governo del Poglavnik l’acquisto di un notevole prestigio e andando incontro ai voleri delle autorità tedesche che avevano già sottolineato il pericolo rappresentato dai četnici nell’eventualità di un’azione anglo-americana nei Balcani.689 Nel marzo successivo le bande četniche e le milizie anti-comuniste alle dipendenze del comando italiano arrivarono a contare circa trentacinquemila uomini (venticinquemila nei territori croati, il resto in quelli annessi). Il mese precedente i capi četnici convenuti a Spalato per i funerali di Trifunović avevano riaffermato l’orientamento anti-comunista del movimento e l’intenzione di proseguire l’azione contro i partigiani a fianco delle forze armate italiane, offrendo nuove convincenti manifestazioni di lealismo. Con l’inasprirsi della campagna di propaganda anti-Asse da parte della stazione radio Karađorđe – che presumibilmente trasmetteva dal Medio Oriente – i capi četnici avevano tenuto ad affermare esplicitamente che tale campagna non poteva essere espressione del pensiero di Mihailović che, a conoscenza della particolare situazione politica e militare dello Stato Indipendente Croato, non avrebbe preso posizione così netta e decisa contro le forze di occupazione italiane. La lotta delle formazioni četniche contro i reparti partigiani era la lotta suprema per la vita o la morte del popolo serbo e veniva assicurato che sarebbe proseguita fino a che l’ultimo combattente partigiano o agitatore comunista non fosse stato allontanato dalle terre serbe. L’esercito italiano aveva fornito alle organizzazioni serbe e alla popolazione un supporto fondamentale, che sarebbe passato alla storia come una delle più belle testimonianze della nobiltà del popolo italiano e della sua missione di cristiana civiltà.690 Ai tentativi da parte di personalità
689
Ibidem, L-10, b. 38. fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito S.I.E.,
prot. n. Z/P – 32042, Promemoria, oggetto: Croazia – Contatti tra autorità croate e il capo cetnico On. Jevdjevic, f.to il colonnello Capo Servizio Edmondo de Renzi, 16 febbraio 1943-XXI. 690
Ibidem, M-3, b. 20, fasc. 11, Allegato n. 3, a Supersloda Sussa, f.to Radmilo Gricic, Abbazia 2
febbraio, 1943; id., Comando Supremo, Ufficio Operazioni-Scacchiere Orientale, Promemoria per
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tedesche e croate per concludere accordi con i četnici, all’infuori dell’influenza italiana, Jevđević, con perfetta lealtà, aveva sempre messo al corrente i comandi italiani dei passi fatti verso di lui ed aveva sistematicamente opposto la pregiudiziale che nessun accordo era possibile senza la preventiva autorizzazione delle autorità italiane. Alle ripetute manifestazioni di corretta politica da parte dei capi četnici si affiancava l’azione militare delle formazioni della MVAC, che pur con gravi difficoltà, concorrevano efficacemente con le truppe italiane alla protezione del territorio occupato.691 Nonostante le assicurazioni dei capi četnici ed il ragguardevole apporto fornito fino a quel momento alla comune lotta anti-sovversiva, gli ufficiali italiani, tenendo ben presente l’atteggiamento dei četnici condizionato dagli eventuali rivolgimenti militari nei Balcani (intervento britannico), non trascurarono l’adozione di alcune misure intese ad assicurarsi il controllo delle bande serbe, come mantenere frazionate le diverse formazioni con stretto criterio territoriale, evitare la formazione di nuove unità e limitare il rifornimento di armi e munizioni allo stretto indispensabile. Era di particolare importanza evitare la riunione delle forze montenegrine ed erzegovesi con quelle delle Alpi Dinariche, della Lika e della Bosnia centrale, onde scongiurare che il complesso di forze acquistasse carattere unitario ed organico e potesse, successivamente, costituire il fulcro di appoggio per la ricostituzione della Jugoslavia.692 Lo Stato Maggiore italiano era ben consapevole degli orientamenti delle formazioni anti-comuniste. I capi serbi, pur con notevoli divergenze tra loro, erano tutti in contatto con Mihailović, a cui fornivano dettagliate notizie sulle operazioni in corso: a marzo il generale risultava aver assunto il comando diretto delle forze serbe dislocandosi a Kalinovik (circa cinquanta km a nord-est di Mostar), comando precedentemente affidato al maggiore Branko Ostojić, suo capo di Stato Maggiore. L’assunzione diretta del comando da parte di Mihailović era da mettere in relazione alla delicata situazione creatasi nella Bosnia meridionale e nell’Erzegovina in seguito all’offensiva sferrata dai partigiani nelle regioni abitate da serbo-ortodossi e all’indisciplina dei capi delle formazioni serbe che poco sopportavano di essere comandati direttamente da
il Capo di S.M. Generale, Movimento cetnico (rif. I/3677 in data 8 febbraio di Supersloda), 15 febbraio 1943-XXI. 691
Ibidem, Comando Superiore FF.AA Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Informazioni, a
Comando Supremo, prot. n. 1/3677, oggetto: Movimento cetnico, f.to il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 8 febbraio 1943-XXI. 692
Ibidem, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito (S.I.E.), prot. n. Z/P-
33551, Promemoria, oggetto: Ex Jugoslavia – Atteggiamento dei cetnici, f.to il Colonnello Capo Servizio Edmondo de Renzi, il Colonnelo Vice Capo Servizio V. Pasquale, 20 marzo 1943-XXI.
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Ostojić, inferiore di grado a molti comandanti subordinati.693 L’obiettivo principe dei četnici rimaneva la distruzione delle forze comuniste, che avrebbero impedito la restaurazione della monarchia, ma nel caso si fosse provveduto al loro disarmo, essi si sarebbero battuti anche contro i tedeschi ed eventualmente contro gli italiani, per la ricostituzione dello Stato jugoslavo su basi panserbiste. Mihailović riteneva eventi decisivi potessero svolgersi nel maggio del 1943 – caduta della Tunisia, sostegno aviazione anglosassone – e perciò v’era il concreto pericolo che potesse ultimare per quel mese la preparazione militare e spirituale della popolazione per l’insurrezione generale. Costante assillo dei capi četnici divenne quindi il procacciarsi e accantonare armi, munizioni e viveri, inoltrando richieste superiori al fabbisogno e ricorrendo al sotterfugio di simulare scontri con esito sfavorevole per giustificare le richieste di compensazione del materiale andato perso. 694
4.4.
Operazione Trio
Nel corso del 1942 il morale delle truppe italiane andò deteriorandosi e il numero dei disertori aumentò progressivamente. Dal 19 gennaio il comando della 2ª Armata fu assunto dal generale Roatta (ricoprirà l’incarico poco più di un anno), che sostituì Ambrosio, nominato capo di Stato Maggiore (sostanzialmente uno scambio di ruoli). Nel discorso di commiato al cospetto dei notabili croati Ambrosio aveva usato parole assai dure nei confronti della gerarchia ustaša: mentre ai comandi italiani venivano poste difficoltà per l’afflusso dei rifornimenti delle truppe d’occupazione, vagoni di merci e grano venivano diretti quotidianamente verso la Germania. Risultavano evidenti le inadempienze ai patti che stabilivano l’indirizzo politico-amministrativo da instaurarsi nei territori della seconda zona. Nell’incerta politica del governo croato un solo punto rimaneva fermo, la crescente avversione all’Italia e l’aspirazione a sottrarre al controllo italiano i territori occupati. Il Poglavnik aveva chiesto in modo esplicito, se non l’allontanamento delle truppe, almeno la limitazione dei poteri italiani nella seconda zona, per ragioni di prestigio, ma con motivazioni che capovolgevano la realtà dei fatti: il leader croato sosteneva infatti che il territorio occupato dagli italiani fosse in pieno fermento proprio a causa della politica di pacificazione da questi perseguita, che aveva impedito alla sovrana potestà croato-ustaša di
693
Ibidem, L-10, b. 38, fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito
(S.I.E.), al Signor Generale Capo I Reparto S.M.R.E., prot. n. Z/P-33975, Promemoria, oggetto: Ex Jugoslavia – Organizzazione cetnica, f.to il Colonnello S.M. Capo Servizio Edmondo de Renzi, il Colonnello S.M. Vice Capo Servizio V. Pasquale, 23 marzo 1943-XXI. 694
Ibidem, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-3ª Sezione, Promemoria, oggetto:
Atteggiamento dei cetnici, 22 marzo 1943-XXI.
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assicurarvi l’ordine ed il regolare svolgersi della vita quotidiana. Allo scopo di screditare gli italiani, gli ustaša, che ritenevano causa dei successi partigiani le connivenze della 2ª Armata con i četnici, venivano accusati da Ambrosio di aver anche commesso delitti indossando uniformi italiane: la situazione caotica dello Stato Indipendente Croato – sosteneva il generale italiano – era dovuta esclusivamente alle atrocità da essi riservate ai serbi fino all’emanazione del bando del 7 settembre 1941. Era inoltre accertato che contatti – infruttuosi – fra esponenti del regime ed alcuni dei capi četnici erano ripetutamente avvenuti non tanto per saggiare la possibilità di una reciproca conciliazione, quanto per accendere la reazione dei serbi nei confronti degli italiani, anche nella prima zona ad opera di organi responsabili (esemplare la nota conversazione avvenuta a Spalato tra il Logornik Poljak e Jevđević). Primeggiava tra questi lo stesso Commissariato generale amministrativo, istituito quando Ambrosio aveva assunto i poteri civili, per facilitare l’opera di pacificazione e normalizzazione: il personale che lo costituiva – per lo più istriani espatriati negli anni precedenti dall’Italia in Jugoslavia per sottrarsi al dominio italiano – ad iniziare dal commissario generale Karčić (in passato aderente all’organizzazione irredentista Istra e infervorato propagandista jugoslavo) notoriamente ostile alla denigrata opera italiana, concorreva con l’autorità derivata dalla posizione ricoperta a dar credito alle voci che da parte croata mantenevano aperta la questione dalmata e dei territori annessi o occupati (v’era il sospetto che il commissariato non fosse del tutto estraneo neppure alle agitazioni nella prima e seconda zona). Dai contatti quotidiani che Ambrosio aveva, anche attraverso gli organi da lui dipendenti, con i membri più in vista del commissariato croato, traeva la convinzione che, pur conservando una forma cortese, si tendeva ad osteggiare in ogni modo l’opera di consolidamento italiano, nella seconda zona – dalla quale si vagheggiava l’allontanamento italiano – come negli stessi territori annessi. Il ritardo a rispondere alle segnalazioni del comando italiano, l’elusione delle richieste rivolte, la facilità con la quale si facevano continuamente, con leggerezza e a volte in malafede, appunti alle autorità militari italiane accogliendo ogni denuncia, ogni voce, ogni pettegolezzo, erano la prova di un sistema e una direttiva perseguita costantemente e tradotta in un ostruzionismo radicale. I componenti del commissariato a Sušak frequentavano ristoranti e locali già noti anche prima dell’occupazione come ritrovi di elementi nazionalisti e di sentimenti anti-italiani e si riteneva si dedicassero alla raccolta di notizie politiche e militari in sostegno alla causa irredentista croata: nella sede del commissariato e in particolar modo nel consolato croato a Fiume si tenevano quotidianamente riunioni sull’attività propagandistica da esercitare. Ambrosio concludeva – non risparmiando critiche all’alleato tedesco che aveva calpestato i diritti italiani nei Balcani – sostenendo che l’Italia non avrebbe dovuto fare della Croazia uno Stato indipendente, né affidarlo agli ustaša, capaci unicamente di massacrare popolazioni indifese senza rispettare gli accordi presi o saper fronteggiare le forze ribelli; al contrario avrebbe in seguito
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evidenziato a Mussolini le virtù dei četnici, che contribuivano a soffocare le insurrezioni partigiane e le rivendicazioni irredentiste croate in Dalmazia.695 I militari italiani durante l’anno furono impegnati quasi esclusivamente in attività contro-insurrezionali, effettuate in tutto il territorio occupato. Il movimento di ribellione era sempre più minaccioso, stimolato anche dall’esterno (Unione Sovietica, Gran Bretagna, Stati Uniti, governo monarchico a Londra): l’afflusso di forti nuclei ribelli dalla Serbia conseguenza delle operazioni tedesche, l’aumento di nuovi proseliti spinti nel bosco dalla fame e dalle persecuzioni, il reclutamento effettuato dai četnici in alcune località da essi dominate, avevano rafforzato le bande esistenti e resa più intensa ed aggressiva la loro attività. Aumentava la pressione su alcune città (Sarajevo, Travnik, Kladanj, Tuzla, Banja Luka) e villaggi della Bosnia, allo scopo di trovare luoghi adatti per trascorrere l’inverno. Le ripercussioni si facevano sentire soprattutto nella terza zona (Petrova Gora, Grmeć Planina, Varkar Vakuf, Kupres) dove il mancato controllo dei poteri civili rendeva difficile fronteggiare l’attività insurrezionale. Nella seconda zona, invece, l’obiettivo era potenziare al massimo l’occupazione, avendo nelle Alpi Dinariche un confine stabile con buone condizioni di sicurezza e assicurando così ai territori costieri il necessario respiro. Settori particolarmente delicati quello di Foča-Kalinovik, che costituiva una delle porte d’ingresso alle bande četniche della Serbia e quello Bileća-Trebinje, nella seconda zona, dove anche le bande partigiane a cavallo del confine tra Montenegro e l’Erzegovina erano in continuo aumento. I mezzi d’azione dei ribelli erano costituiti soprattutto dal personale e dal materiale dell’ex esercito jugoslavo, non del tutto distrutto, solamente disciolto, lasciando in territorio jugoslavo ufficiali, soldati, materiali d’armamento e munizioni.696 Persisteva la propaganda anti-italiana cui partecipavano elementi dell’esercito 695
AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 4, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Ministero degli
Affari Esteri-Gab.A.P.-Ufficio Croazia, e p.c. a Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio Operazioni, a R. Legazione d’Italia, a R. Missione Militare Italiana, prot. n. 397/AC., segreto, oggetto: Personale del Commissariato Generale Amministrativo Croato, f.to il Generale Comandante des. d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 10 gennaio 1942-XX; ibidem, b. 61, fasc. 5, Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni, a Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. 810, segreto, oggetto: Politica croata nei territori della 2ª e 3ª zona, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 15 gennaio 1942-XX; ibidem, b. 5, fasc. 4, Carteggio Comando Supremo situazione Croazia (IT 94), Lettera dello S.M.R.E. sulla politica croata nei territori della 2ª e 3ª zona, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-Sez. 3ª, a Comando Supremo, prot. n. 1141, oggetto: Politica croata..., f.to Ambrosio, P.M.9, 24 gennaio 1942-XX. 696
Ibidem, b. 6, fasc. 4, Comando 2ª Armata, Ufficio I, a Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio
Operazioni, prot. n. I/70/S, oggetto: Situazione in Croazia e nelle zone occupate, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 2 gennaio 1942-XX; id., Appunto per il Duce, Situazione in Croazia, P.M.21, 13 gennaio 1942-XX; id., Comando Supremo, I Reparto-Ufficio Operazioni, Scacchiere Orientale, Promemoria per il Capo di S.M. Generale, Situazione in Slovenia e Croazia, P.M.21, 20 gennaio 1942-XX.
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croato ed ustaša e si confermava la scarsa volontà di collaborazione delle autorità croate: gli ustaša continuavano ad essere considerati dai militari italiani elementi di disordine che con la loro azione e il loro atteggiamento costituivano un ostacolo al ritorno alla normalità nella zona occupata.697 Roatta trasformò la 2ª Armata in una struttura enorme con ampi compiti politici e informativi, che il 9 maggio assunse la denominazione ufficiale di “Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia” (Supersloda) e passò alle dirette dipendenze di Mussolini.698 Era convinzione del generale che una repressione completa ed efficace della ribellione non sarebbe stata possibile senza prima conseguire un’unità di comando che mettesse a disposizione della 2ª Armata anche le forze civili di pubblica sicurezza: a tal fine aumentò l’ingerenza delle autorità militari sui poteri civili nei territori annessi e non esitò a violare la sovranità dello Stato Indipendente Croato in quelli occupati, per stabilire una supremazia militare senza restrizioni nelle zone interessate dalle operazioni militari. Dal punto di vista operativo Roatta ponderava due strategie: impiego di ampi movimenti di truppe per mantenere i territori conquistati e occupati dal suo predecessore Ambrosio; collaborazione con le bande nazionaliste serbe in parte contrariando le indicazioni di Roma relative al conservare buoni rapporti con gli ustaša. Roatta era sicuro che una condotta filo-četnica impegnandosi al tempo stesso in relazioni cordiali con le autorità croate avrebbe semplificato le operazioni anti-partigiane e permesso una maggiore penetrazione italiana nello Stato Indipendente Croato. La questione della collaborazione con i četnici fu, insieme a quella in merito all’allargamento o restrizione della zona d’occupazione, una delle questioni principali fino al crollo del regime fascista e alla fine dell’occupazione jugoslava. Convinto di dover risanare anche nello spirito le truppe italiane, Roatta mise a punto un dettagliato programma, trasmesso nella nota Circolare 3C, distribuito ai comandanti di truppa il 1° marzo 1942, nel quale, oltre alle questioni prettamente militari, affrontava i rapporti tra truppe e popolazione locale, ritenuti troppo amichevoli, affabili e non caratterizzati da atteggiamenti di superiorità e di conquista da parte degli italiani, atteggiamenti più consoni alle aspirazioni imperialiste dell’Italia e al desiderio di annientamento delle forze nemiche. Fu
697
Ibidem, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-Sez. 3ª, a Comando Supremo,
oggetto: Notiziario A/C n. 19 del Comando 2ª Armata, f.to il Capo di Stato Maggiore, P.M.9, 15 marzo 1942-XX. 698
Ibidem, H-1, b. 33, fasc. 3, Comandi e reparti per Montenegro, Grecia, Albania e Slovenia
Dalmazia dal 1° gennaio 1942 al 4 giugno 1943, Ministero della Guerra-Gabinetto, a Ispettorati, Direzioni Generali ed enti autonomi del Ministero, prot. n. 29029/55.3.4, oggetto: Comando Superiore FF. AA. Slovenia-Dalmazia, f.to d’ordine il Capo di Gabinetto, Roma 6 maggio 1942-XX. Supersloda riassunse la denominazione “Comando 2ª Armata” dal 15 maggio del 1943. Ibidem, Ministero della Guerra-Gabinetto, a ufficiali e funzionari del Gabinetto, oggetto: comando 2ª armata, il Capo di Gabinetto, Roma 15 maggio 1943-XXI.
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rinvigorito l’indottrinamento delle truppe propagando tra i soldati l’idea di una guerra della civiltà contro la barbarie slavo-comunista, pronta – con una guerriglia infamante e immorale – ad attaccare e devastare i valori culturali e materiali della patria. Era necessario il ripudio delle qualità del “bono italiano”: il trattamento per i partigiani non doveva essere sintetizzato in dente per dente ma in testa per dente. Roatta assicurò i propri comandanti di non preoccuparsi delle conseguenze: eccessi di reazione compiuti in buona fede non sarebbero stati perseguiti.699 I rapporti italo-croati, nonostante le autorità croate sembrassero attenuare lentamente le violenze sui serbo-ortodossi e il loro atteggiamento ostile agli italiani, continuavano tuttavia a rivelarsi contrastati. A fine gennaio il governatore della Dalmazia tornava a far presente che i doganieri croati continuavano ad opporsi all’introduzione di merci destinate alle province dalmate, contrariamente alle istruzioni ricevute da Pavelić in seguito agli accordi stretti a dicembre a Venezia, che prevedevano la libera circolazione delle merci da e per la Dalmazia senza formalità di sorta, in attesa che venissero costituiti gli uffici misti di registrazione (vedi infra). Nelle difficili condizioni alimentari in cui si trovava la Dalmazia il governo di Roma riteneva intollerabile che organi subalterni croati impedissero l’applicazione degli accordi conclusi con Zagabria. Il comando della 2ª Armata veniva quindi invitato dal Ministero degli Affari Esteri italiano a rimuovere gli ostacoli opposti dai doganieri, senza preoccuparsi delle conseguenze di tale atteggiamento, e Roatta a sua volta impartiva disposizioni ai comandi dipendenti di evitare le azioni dei doganieri con qualsiasi mezzo.700 Solamente il pericolo rappresentato dai partigiani di Tito, che allargavano progressivamente l’area dei territori controllati, sembrò rinsaldare le relazioni italo-croate. Con la conclusione dell’offensiva tedesca in Serbia sul finire del 1941 699
Alla “Circolare 3C” disposta nel marzo del 1942 seguì una seconda versione diffusa il 1°
dicembre dello stesso anno. Si veda M. Legnani, Il “ginger” del generale Roatta. Le direttive della 2ª Armata sulla repressione antipartigiana in Slovenia e Croazia, in Italia contemporanea, n. 209-210, dicembre 1997 - marzo 1998, pp. 155-174; G. Oliva, “Si ammazza troppo poco”. I crimini di guerra italiani 1940-43, Milano, Mondadori, 2007, pp. 171-201; HDA, 1210, Popis dokumenata Talijanske Vojske 1941-1943, kut. 2, 2. Armija 118-168, VI zbor 1941/1942 169-212, Glavna Komanda Oružanih Snaga “Slovenia-Dalmazia”, 2. Armija, Cirkular br. 3C, Raspođela do komandanata bataljona i do odgovarajuće jedinice ili ustanove, 1 decembra 1942-XXI. 700
AUSSME, M-3, b. 48, fasc. 7, Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P.-Uff. Croazia, a
Comando Supremo, Governo Dalmazia Zara, R. Legazione Zagabria, R. Prefettura Fiume, oggetto: Doganieri croati sul confine della Dalmazia, Roma 29 gennaio 1942-XX; id., Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando V, VI, XVIII Corpo d’Armata, a Comando R. Guardia di Finanza della Dalmazia Zara, prot. n. 1592/AC/Segreto, oggetto: Doganieri croati sul confine della Dalmazia, f.to il Generale di Corpo d’Armata Comandante M. Roatta, febbraio 1942-XX; id., Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Ministero degli Affari Esteri Roma-Gabinetto A.P.Ufficio Croazia, 1506/AC segreto, foglio 08632/8 del 29 gennaio u.s., Doganieri sul confine della Dalmazia, f.to il Generale Comandante Mario Roatta, 16 febbraio 1942-XX.
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la parte più consistente delle forze partigiane si era annidata nella Bosnia orientale e duri scontri erano iniziati contro četnici e ustaša, mentre le autorità italiane e tedesche vedevano sconvolto un territorio, quello bosniaco, di notevole importanza strategica sia per la sua collocazione geografica, sia per le risorse minerarie e boschive. Ad Abbazia il 2 e 3 marzo fu raggiunto un accordo italotedesco-croato per la coordinazione nel triangolo Drina-Sava-Adriatico di una vasta operazione anti-partigiana congiunta successivamente denominata Trio.701 A nord-est della linea di demarcazione esistevano due centri di ribellione: uno verso la Drina (Bosnia orientale), a est e nord-est di Sarajevo, l’altro nella zona tra Banja Luka ed il Petrova Gora. L’operazione Trio riguardò la prima area e si svolse tra aprile e maggio divisa in due fasi: Trio I la regione di Rogatica, Trio II l’ansa della Drina in corrispondenza di Vlasenica-Srebrenica. L’obiettivo principale era colpire i partigiani nell’alta valle della Drina, attorno alla cittadina di Foča. Il comando dell’operazione fu affidato a Roatta, il generale Paul Bader (comandante delle truppe tedesche a Belgrado) avrebbe guidato le forze italo-tedesche-croate operanti: era la prima volta che i tedeschi affidavano un’operazione militare di grandi proporzioni a un generale italiano. Gli italiani avrebbero impiegato tre divisioni (1ª Divisione Alpina Taurinense, 22ª Div. Fanteria Cacciatori delle Alpi e 5ª Div. Alpina Pusteria) con il concorso dell’aviazione, i tedeschi una (718ª Divisione Fanteria più un reggimento della 737ª) e i croati una decina di battaglioni tra dobromanci e ustaša, per chiudere la via di fuga alle formazioni partigiane verso nord-ovest. Venne inizialmente stabilito che, avviate le operazioni, la linea di demarcazione tra occupazione italiana e tedesca poteva essere superata indifferentemente dalle truppe in base alle necessità operative, mentre i poteri nelle varie località occupate, prima che gendarmeria e autorità civili croate fossero state in condizioni di subentrare, sarebbero stati tenuti dalle truppe ivi giunte, anche in questo caso senza considerare la loro posizione rispetto alla suddetta demarcazione. Nessuna intesa o distinzione sarebbe avvenuta con le formazioni ribelli, četnici o partigiani che fossero: i prigionieri sarebbero stati passati per le armi, anche coloro che avessero solo parteggiato o aiutato il movimento di ribellione, e ove fossero rinvenute armi e munizioni i centri abitati sarebbero stati dati alle fiamme.702
701
Ibidem, b. 58, fasc.1, Riunione preliminare italo-tedesca, Abbazia, Albergo Cristallo, 2 marzo
1942-XX; id., Riunione italo-tedesco-croata, Abbazia, Albergo Cristallo, 3 marzo 1942-XX. Sull’operazione Trio si veda inoltre S. Loi, op. cit., pp. 204-208; B. Krizman, Pavelić između Hitlera i Mussolinija, p. 302 e ss.; M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1941-42, pp. 132-139. 702
AUSSME, M-3, b. 59, fasc. 1, Verbale relativo alla riunione tenuta ad Abbazia il 3 marzo 1942-XX
per definire la cooperazione tra forze italiane, tedesche e croate al fine di epurare radicalmente la Croazia dai ribelli, Abbazia, 3 marzo 1942-XX. Per gli obiettivi e le modalità d’esecuzione dell’operazione Trio si vedano anche le direttive di Roatta e Bader: id., Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni, all’Eccellenza il Generale Bader Comandante il “Kampf Gruppe Bader” prot. n. 6630, oggetto:
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Nonostante l’intransigenza dimostrata ad Abbazia, a metà marzo il nuovo commissario amministrativo croato presso il Comando della 2ª Armata Vjekoslav Vrančić, subentrato a Karčić per incarico del governo di Zagabria, si recava in via ufficiosa in Erzegovina per gettare le basi di un’eventuale conciliazione tra gli elementi serbo-ortodossi (guidati da Jevđević e Grgić) ed il governo croato e tentare un accordo con i četnici allo scopo di coinvolgerli nella lotta anti-partigiana o almeno ottenerne la neutralità. Roatta, in una riunione a Lubiana (28-29 marzo) con i generali Bader e Laxa, si dichiarò favorevole a sostenere l’iniziativa, convinto che i četnici della Bosnia potessero essere indotti, mediante trattative, a mantenere dinanzi le truppe tedesche lo stesso atteggiamento, per lo meno neutrale, che mantenevano verso le truppe italiane in Erzegovina; si dimostrò invece più scettico sulla possibilità di un accordo tra četnici e autorità croate. Anche il capo di Stato Maggiore croato, generale Laxa, che affermava di non sapere nulla delle trattative di Vrančić, dubitava che si potesse raggiungere un accordo con le bande serbe ma non aveva nulla in contrario a trattative condotte da parte delle autorità militari tedesche e italiane in tal senso, riservandosi di farlo presente a Zagabria. Nella capitale croata del resto già dall’inizio dell’anno era stata presa in considerazione l’opportunità di un’intesa con le bande četniche, per riprendere il controllo dei poteri civili nella zona demilitarizzata ed esplicare a pieno l’autorità statale. Roatta sospettava tuttavia che lo Stato Maggiore croato, che vedeva in realtà con sospetto e come un pericolo i contatti italiani e tedeschi con i četnici, senza comunicare una decisione contraria volesse prendere tempo per arrivare alle operazioni anti-partigiane senza un accordo e poter considerare le bande serbe a tutti gli effetti nemiche. Al tempo stesso il comandante della 2ª Armata precisava ai comandi italiani della zona l’esigenza di non compromettere nel corso delle eventuali trattative tra serbi e croati i consensi dei capi četnici verso l’esercito italiano, evitando comunque di assumere con quest’ultimi impegni di qualunque tipo per il futuro. Fu quindi momentaneamente stabilito che se i četnici non avessero opposto resistenza non sarebbero stati trattati come ribelli, cercando di evitare il più possibile equivoci tra formazioni nazionaliste serbe e formazioni partigiane. Roatta riteneva fondamentale ottenere dalle autorità croate
Direttive per le operazioni in Bosnia, f.to il Generale Comandante la 2ª Armata Mario Roatta, P.M.10, 30 marzo 1942-XX; ibidem, fasc. 2, Operazione in Bosnia, Comando della “Kampfgruppe Generale Bader”, I a Nr. 61/42 g.Kdos, oggetto: Azione – Trio I, f.to il Comandante Generale Bader, O.U., den 10.4.42; id., Direttive per le operazioni in Bosnia, f.to Bader, 10 aprile 1942-XX. Diverse relazioni consentono inoltre la ricostruzione delle fasi princiali dell’operazione: ibidem, b. 58, fasc. 1, Comando 2ª Armata, Operazioni antipartigiane in collaborazione con tedeschi e croati in CroaziaBosnia; ibidem, b. 59, fasc. 1, Nucleo di collegamento con armata germanica a Belgrado, Relazione sulle operazioni in Bosnia orientale, f.to il Generale di Brigata Umberto Fabbri, Belgrado, 20 maggio 1942-XX.
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l’assicurazione che i četnici, qualora avessero dato prova di sicura e leale cooperazione, non sarebbero stati ostacolati e che le popolazioni serbo-ortodosse sarebbero state lasciate in pace.703 L’eventualità di una collaborazione croata con le bande nazionaliste serbe, però, fu sconfessata categoricamente dal maresciallo Kvaternik (ma non da Pavelić), che sostanzialmente insoddisfatto delle decisioni prese ad Abbazia e pessimista sull’attuazione del programma convenuto e sui suoi risultati – non era da escludersi che in tale malcontento avesse influenza il timore di un’eventuale occupazione italiana oltre la linea di demarcazione italo-tedesca – ribadì la linea intransigente smentendo le trattative Vrančić e affermando l’impossibilità del governo di Zagabria ad impegnarsi con i nemici della Croazia e degli stessi alleati tedeschi e italiani, nonostante soprattutto da quest’ultimi i četnici non fossero considerati come tali. A prova di ciò stava tra l’altro il fatto che il capo dei četnici nella Bosnia orientale, il maggiore Jezdimir Dangić, mentre simulava amicizia verso tedeschi e italiani accettava onorificenze da parte del governo jugoslavo a Londra (nel novembre precedente aveva anche concluso un accordo con i partigiani). La buona disposizione ad entrare in negoziati dimostrata dai četnici altro non era che l’esecuzione degli ordini di re Petar da Londra che raccomandava ai nazionalisti serbi di raccogliere le proprie forze ed organizzarle militarmente nell’attesa dell’azione per cacciare gli occupanti, dissimulando però per il momento tale intenzioni.704 Anche il Comando Supremo tedesco infine comunicava la decisione di escludere ogni tipo di trattativa con i ribelli.705 Il 15 aprile, data inizialmente prevista per l’inizio delle operazioni, il comando tedesco comunicò la propria preoccupazione per il ritardo nell’inizio dell’azione, che avrebbe potuto compromettere l’accerchiamento delle forze partigiane, e 703
Ibidem, b. 57, fasc. 2, Comunicazioni con la R. Delegazione Zagabria, Comando 2ª Armata-
Ufficio Operazioni, a Comando VI Corpamiles, Comando XVIII Corpamiles, telescritto 5606, f.to generale Roatta, 20 marzo 1942-XX; ibidem, b. 58, fasc.1, Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni, all’Eccellenza il Generale Bader Comandante il “Kampf Gruppe Bader” Belgrado, prot. n. 6469, segreto, oggetto: Trattative coi “cetnici”, f.to il Generale Comandante Mario Roatta, P.M.10, 31 marzo 1942-XX. 704
Ibidem, b. 57, fasc. 5, Stato Indipendente Croato, Quartier Generale del Poglanik, Gsp. N.
140 – 1942, a Sua Eccellenza Generale Roatta Comandante della 2ª Armata Italiana Sussak, f.to Kvaternik, Zagabria 31 marzo 1942; ibidem, b. 58, fasc. 1, Telescritto da Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni at Superesercito Operazioni, f.to Generale Roatta, 6 aprile 1942-XX; id., Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni, a Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. 7484, rif. ai telescritti S.M.R.E. 6037 e 6080 in data 11.4, oggetto: Colloqui di Zagabria, f.to il Generale designato d’Armata Mario Roatta, P.M.10, 13 aprile 1942-XX; ibidem, b. 61, fasc. 5, Conferenza italo-tedesca-croata ad Abbazia, R. Missione Militare in Croazia, a Comando Supremo e p.c. a Comando 2ª Armata, a R. Ministro d’Italia Zagabria, prot. n. 1155, oggetto: Impressioni del Maresciallo Kvaternik in merito al verbale redatto ad Abbazia, f.to il Generale Capo Missione G. Oxilia, Zagabria 8 marzo 1942-XX. 705
Ibidem, b. 58, fasc. 1, Telescritto dello S.M.R.E. n. 60-80, rif. f. 6469 del 31.3.
220
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chiese di affrettare i preparativi. Tre giorni dopo, improvvisamente, i tedeschi decisero di dare il via alle operazioni (Trio I) servendosi delle sole truppe tedesche e croate pronte, adducendo il pretesto della grave situazione della guarnigione croata assediata a Rogatica e la presenza nella zona di formazioni montenegrine. Al comando italiano, che apprese con sospetto la notizia di una potenziale minaccia fino ad allora ignorata, veniva chiesto di sbarrare la fuga ai ribelli presso la linea di demarcazione: le truppe italiane iniziavano quindi ad affluire a Sarajevo, in zona d’occupazione tedesca. Il 19 nella capitale bosniaca accorsero per conferire con Bader il generale Glaise Horstenau, Eugen Kvaternik-Dido, il ministro degli Esteri Lorković ed il generale Prpić: il giorno successivo i tedeschi comunicavano al comando italiano che per effetto delle operazioni svolte dalla colonna croata del colonnello Francetić nell’ansa della Drina (zona SrebrenicaZvornik-Vlasenica) e grazie all’inizio dei movimenti delle truppe tedesche, ma soprattutto in conseguenza delle trattative dirette intervenute tra croati e četnici – sembra che al di là delle dichiarazioni di Slavko Kvaternik l’8 aprile le autorità periferiche croate fossero infine state autorizzate da Zagabria a notificare ai četnici della zona l’assicurazione di ampie garanzie di immunità e protezione personale se fossero tornati alle loro case – la situazione in Bosnia era decisamente migliorata e non si riteneva più necessaria la partecipazione italiana alle operazioni. I tedeschi aggiungevano tra l’altro critiche sull’affidamento da riporsi su operazioni così vaste come quelle concordate ad Abbazia. Le notizie tedesche, dopo così pochi giorni dalla richiesta di affrettare l’inizio dell’azione e dalla descrizione della situazione di Rogatica come disperata, non fecero che confermare i sospetti italiani: dagli incontri del 3 marzo nuove intese erano intercorse tra tedeschi e croati e l’incontro di Sarajevo tra generali ne era la prova, palesando il fatto che sulla preminenza delle operazioni militari aveva interferito la manovra politica tedesco-croata. Il ciclo operativo tuttavia era stato deciso dai comandi supremi e pertanto sarebbe stato portato a termine come programmato.706 Il 22 aprile, ancor prima dell’entrata in una Rogatica ormai abbandonata (giorno 27), un comunicato del Quartier Generale croato riportato anche dai giornali italiani comunicava che grazie alle ultime azioni condotte dalle truppe croate del colonnello Francetic (sic) coll’ausilio di forze germaniche, le bande comuniste e cetniche della Bosnia orientale erano state completamente distrutte; l’intera regione della Bosnia orientale era stata rastrellata; la vita delle popolazioni era in essa tornata normale
706
Ibidem, fasc. 1 e 3, Comando 2ª Armata, Ufficio Operazioni, all’Eccellenza Luca
Pietromarchi, Ministero Affari Esteri-Ufficio Croazia Roma, prot, n. 8350, oggetto: Interferenze politiche sulle operazioni in Bosnia, f.to il generale di Brigata Capo di Stato Maggiore E. De Blasio, P.M.10, 25 aprile 1942-XX.
Controllo del territorio e cicli operativi (1942)
221
e laboriosa, le autorità civili croate vi avevano ripreso a funzionare regolarmente.707
Il comunicato – sosteneva il generale De Blasio, capo di Stato Maggiore – descriveva una situazione ben diversa da quella reale e costituiva un’altra prova della manovra politica tentata da tedeschi e croati per evitare l’intervento italiano in Bosnia o quantomeno per svalutarlo descrivendo la regione come già pacificata e nelle mani delle autorità civili croate. A Zagabria si attribuiva grande attenzione all’azione svolta da Francetić poichè avendo portato i propri reparti al confine della Drina riaffermava incondizionatamente la piena sovranità croata sulla Bosnia orientale, stroncando ogni velleità autonomista o separatista dei bosniaci. Francetić, uno dei croati presenti in Italia negli anni Trenta, era il principale commissario ustaša per la Bosnia-Erzegovina e dimostrava buone qualità di comando adatte alla guerriglia nelle regioni bosniache.708 Il colonnello, che godeva della piena fiducia di Zagabria e dell’apprezzamento del comando tedesco di Sarajevo, sembra avesse un certo ascendente anche sulla popolazione musulmana, avendo permesso il rientro dei profughi nei villaggi liberati dai ribelli: 709 aveva anche assunto il nome di battaglia Zmaj od Bosne (“Drago della Bosnia”) come il capitano Husejin-beg Gradašcević, notabile musulmano autonomista ribellatosi alla Sublime Porta nella prima metà del XIX secolo e acclamato dal regime ustaša quale eroe croato che aveva sacrificato i propri privilegi nel tentativo di dare uno Stato autonomo bosniaco ai croati.710 L’effettivo sbarramento della riva destra della Drina da Višegrad a Goražde da parte della Divisione Pusteria fu rilevante il 27 ed il 28 aprile, quando i battaglioni italiani sorpresero ed annientarono o dispersero bande ribelli che tentavano di traghettare il fiume. Difficoltà di rifornimento furono inoltre incontrate dalle truppe italiane per gli attacchi alle retrovie respinti a Čajniče, Miljeno e Meljak. Gli episodi portarono circa sette-ottocento morti tra i partigiani e settanta-ottanta tra gli italiani. A maggio rastrellamenti e conflitti con partigiani erano segnalati nei pressi di Stolac, Mostar, Metković, Ključ, a nord di Knin e nei pressi di Gospić, mentre l’aviazione bombardava diverse località presso Nevesinje, Gacko e Trebinje, a cui facevano seguito operazioni terrestri proseguite fino alla fine
707
Ibidem.
708
Ibidem, R. Legazione d’Italia, Addetto militare, a Superesercito e p.c. Comando 2ª Armata,
n. prot. 585, oggetto: Operazioni ustasa in Bosnia, f.to Addetto Militare Colonnello d’Art. Stato Maggiore Gian Carlo Re, Zagarbia 13 aprile 1942-XX. 709
Ibidem, R. Legazione italiana Zagabria, a Comando 2ª Armata, telescritto n. 8181, f. to
Casertano, P.M.10, 23 aprile 1942-XX. 710
M.A. Hoare, op. cit., p. 203; F. Jelić-Butić, Ustaše i NDH, p. 197. Sulla rivolta di Husejin-beg
Gradašević si veda N. Malcolm, op. cit., pp. 173-174.
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dell’anno.711 Venne avviata la seconda parte del ciclo operativo (Trio II), diretta dal comando della 2ª Armata con l’obiettivo di rastrellare la zona più o meno compresa nel quadrilatero Sarajevo-Kalinovik-Foča-Goražde. Dopo azioni attuate contro lo sbarramento effettuato dai partigiani, Foča, concentramento di forze ribelli, veniva presa l’11 dalla Pusteria – infliggendo solamente nei due giorni precedenti l’occupazione circa duecento perdite ai partigiani, in buona parte prigionieri catturati negli ultimi rastrellamenti e fucilati per rappresaglia – ed il 13 il presidio di Kalinovik veniva sbloccato dalla Cacciatori delle Alpi. Il giorno prima, in zona, si erano già presentati duecento četnici che annunciavano la loro resa e quella di altri cento serbi armati (il 15 anche il capo di un battaglione musulmano trattava la resa). L’aviazione concorse con voli di ricognizione e bombardamenti; nel settore della Taurinense, tre battaglioni proletari, per perdite subite e defezioni, cessarono di esistere.712 L’area poteva ormai dirsi ripulita delle forze ribelli e l’operazione Trio considerarsi ultimata, con circa cinquemila perdite partigiane tra morti, feriti e prigionieri:713 risultavano tuttavia disperse notevoli formazioni partigiane o individui isolati, e nei giorni successivi, fino alla fine del mese, in ulteriori rastrellamenti e durante i movimenti delle divisioni verso i presidi e le nuove località d’impiego, si ebbero altri scontri armati. Le due fasi operative Trio I e II, dal 15 aprile al 15 maggio, non furono ben coordinate di proposito: croati e tedeschi avanzarono prima degli italiani e i reparti ustaša della Crna Legija agli ordini di Francetić, circa tremilacinquecento uomini (tra cui volontari musulmani), occuparono gran parte del territorio (a maggioranza ortodossa). Con l’operazione Trio lo Stato Maggiore italiano sperava di estendere l’occupazione oltre la linea di demarcazione con quella tedesca – temporaneamente decaduta per assicurare l’efficace svolgimento del ciclo operativo – ponendo un saldo piede nella Bosnia: il comando tedesco tuttavia, anticipò l’attacco proprio con l’intenzione di escludere la penetrazione italiana, spingendo i partigiani verso sud-est.714 Il timore principale di Bader – con alle spalle Glaise von Horstenau – era proprio che Roatta, per mezzo di alcune manovre politiche, riuscisse a far subentrare a Sarajevo gli italiani ai tedeschi – al posto della 718ª Divisione di Fanteria tedesca la Taurinense o altra divisione italiana – così da estendere progressivamente la zona d’influenza italiana fino alla
711
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VII, Tomo I, Scacchiere
Croazia e Bosnia; id., Tomo II, doc. 9, maggio 1942, pp. 31-32; id., Vol. VIII, Tomo I. 712
Ibidem, Vol. VII, Tomo I, Scacchiere Bosnia, Divisione “Pusteria”, 12 maggio 1942-XX, p. 84;
id., Divisione “Cacciatori”, 13-15 maggio 1942-XX, pp. 91-109. 713
Perdite italiane: 949 uomini; tedesche: 27; croate: 352; četnici: 179. Ibidem, Tomo II, doc. 23,
p. 57. 714
AUSSME, M-3, b. 58, fasc. 1, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-Sez. 3ª, prot.
n. 4605, oggetto: Operazioni in collaborazione con i tedeschi e i croati in Croazia, Promemoria per l’Eccellenza Roatta, f.to il Capo di Stato Maggiore, P.M.9, 19 marzo 1942-XX.
Controllo del territorio e cicli operativi (1942)
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Sava, con conseguente ripiego tedesco anche in campo economico. 715 Le operazioni si conclusero con un parziale successo e la rioccupazione di Foča. Per i tedeschi, che ripresero il controllo della zona d’occupazione e allontanarono i partigiani da Sarajevo, il risultato fu sicuramente positivo, come del resto per i croati, che riottennero il controllo dei poteri civili su una parte importante del territorio dello Stato Indipendente Croato (i funzionari amministrativi e la gendarmeria croata avevano seguito le colonne avanzanti per prendere subito servizio). Gli italiani, invece, si ritrovarono a dover fare i conti con la presenza dei partigiani tra l’Erzegovina e il Montenegro. Le conseguenze della campagna militare contribuirono inoltre ad aggravare l’antagonismo italo-croato: le autorità croate accusarono i soldati italiani di gravi crimini contro la popolazione musulmana nelle zone di Rogatica, Trnovo, Foča, Čajniče e Goradže.716 Tra marzo e aprile operazioni di rastrellamento interessarono anche l’area del Petrova Gora e la regione a sud della ferrovia Ogulin-Sušak. Nel Petrova Gora erano state individuate fin dalla fine dell’anno precedente agitazioni tra la popolazione ortodossa e la presenza di formazioni četniche e partigiane (circa tremila uomini), nei territori a sud della Kupa, distretti di Vrginmost, Glina, Vojnić e Slunj. L’operazione, su proposta di Pavelić, era stata concordata a gennaio dal generale Oxilia e dal maresciallo Kvaternik, che aveva posto al servizio del comando italiano tutte le forze croate (esercito, ustaša, gendarmeria) necessarie ad avviare un’azione preliminare già tra la fine del mese e la prima decade di febbraio: poco tempo dopo, ad Abbazia, anche i generali tedeschi avevano insistito sulla necessità che le operazioni iniziassero il prima possibile. Sarebbe stata la prima operazione in stretta collaborazione con le truppe italiane, ma alla fine vi presero parte esclusivamente quelle croate. Fu stabilito che tutti i prigionieri sarebbero stati passati per le armi o inviati in campi di concentramento; sul posto sarebbero stati lasciati solo donne, vecchi e bambini. I partigiani, impegnati in azioni di sabotaggio contro acquedotti, ponti ed impianti ferroviari, di conseguenza trasferirono la popolazione in montagna, trascinata a forza, sostenevano le autorità militari croate. Con una serie di assalti i battaglioni croati sconfissero i partigiani – nonostante fossero supportati da un gruppo di četnici – presso Gornji e Donji Kirinc, Lukinić, Bočić, Sjeničak, primo e principale centro partigiano presso Udbina e Ulinje (località tra la Kupa e la ferrovia KarlovacPetrinja). Stretti sul Petrova Gora i partigiani successivamente erano stati assaliti sulla montagna di Petrovac, dove avevano un altro rifugio: le truppe croate invasero i villaggi della zona da questi dati alle fiamme in seguito alla fuga. Alla fine delle operazioni il risultato era trecentocinquantasette partigiani caduti, almeno quelli lasciati sul campo, e seicento tra feriti e ammalati, presumibilmente
715
Ibidem, b. 57, fasc. 3, Notizie dal Centro I di Sarajevo, all’Eccellenza Roatta Sarajevo,
Confidenze d’un ufficiale tedesco, f.to Magg. A. Cargnelli, Sarajevo 4 maggio 1942-XX. 716
E. Redžić, op. cit., p. 27.
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civili.717 Contemporaneamente il V Corpo d’Armata avviava i preparativi dell’azione nei pressi della ferrovia Ogulin-Sušak ed il comando della 2ª Armata chiedeva il sostegno di sei dei battaglioni ustaša che operavano sul Petrova Gora per un azione di supporto a sud-est della ferrovia Ogulin-Karlovac.718 I battaglioni ustaša tuttavia erano ancora necessari alle azioni di rastrellamento dei gruppi sfuggiti alle precedenti operazioni e l’azione intorno alla ferrovia Ogulin-Karlovac venne pertanto rimandata al mese successivo.719 Nella seconda metà di maggio operazioni anti-partigiane proseguirono nella zona costiera.720 Roatta incontrò Ambrosio, per discutere tra l’altro, il ridimensionamento delle forze impiegate nello Stato croato, con l’intenzione di difendere prevalentemente i presidi più importanti, senza dare tuttavia l’impressione di un ritiro. Nel retroterra erzegovinese erano segnalati circa duemilacinquecento uomini armati – in buona parte serbo-ortodossi del luogo – nei pressi di Hutovo e Hrasno che impedivano l’accesso nei villaggi occupati a croati e musulmani, che di conseguenza si dirigevano verso Mostar, Gabela, Metković e Čapljina (si calcolavano trentamila fuggiaschi).721 Il Commissario generale amministrativo e lo Stato Maggiore croato lamentarono presso Supersloda i danni subiti dalla popolazione croata durante i rastrellamenti effettuati dagli italiani, in particolare a Priluka, distretto di Livno, e nei villaggi del comune di Ledenice, distretto di Novi Vinodol. A Priluka le truppe italiane avevano incendiato quarantacinque case di campagna di proprietà di cittadini croati, per un danno di quasi otto milioni di kune.722 A Ledenice invece i 717
AUSSME, M-3, b. 60, fasc. 1, Supersloda, 2ª Armata, Operazioni in Erzegovina, Comando 1ª
Divisione Celere “Eugenio di Savoia”, Ufficio del Capo di S.M.-I Sezione, all’Eccellenza il Generale Comandante il V Corpo d’Armata, oggetto: Azione di Petrova Gora, P.M.18, 21 gennaio 1942-XX; id., Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-Sez 3ª, a Comando Supremo, segreto, n. prot. 2112, oggetto: Operazioni nella zona del Petrova Gora, f.to il Capo di Stato Maggiore Ambrosio, P.M.9, 4 febbraio 1942-XX; id., R. Missione Militare Italiana in Croazia, Allegato n. 1 a foglio n. 1933, Operazioni nella Petrova Gora, Comunicato n. 2 dal quartiere generale del Poglavnik, Zagabria 16 aprile 1942-XX. 718
Ibidem, b. 57, fasc. 2, Comando 2ª Armata-Ufficio Operazioni, a generale Oxilia Capo R.
Missione Militare Italiana a Zagabria, telescritto, f.to generale Roatta, 14 aprile 1942-XX. 719
Ibidem, Missione Militare Italiana a Zagabria, a Comando 2ª Armata, telescritto, f. to
generale Oxilia, P.M.10, 24 aprile 1942-XX. 720
Ibidem, b. 60, fasc. 5, Organizzazione presidi nel territorio annesso, 12637 Segreto, Azione di
rastrellamento nella zona costiera, a Comando V Corpo d’Armata, f.to Comandante designato d’Armata Mario Roatta, P.M. 10, 15 giugno 1942-XX. 721
Ibidem, b. 57, fasc. 3, Notizie dal Centro I di Sarajevo, Riassunto di una relazione presentata al
Comando del 3° Corpo d’Armata Croato in Sarajevo da parte del Capitano croato Hraste Vincenzo in data 6 maggio 1942, Sarajevo 7 maggio 1942-XX. 722
HDA, 491, OUP, kut. 19, 1942 opći spisi 6014-6471, Nezavisna Država Hrvatska, Velika
Župa Pliva i Rama u Jaicu, Ministarstvu unutarnjih poslova Ravnateljstvu za javni red i sigurnost
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225
partigiani avevano allontanato, prima dell’arrivo delle truppe italiane, i cittadini, le donne e i bambini da diversi villaggi circostanti. La popolazione era stata portata nelle foreste, mentre i villaggi venivano incendiati dagli italiani; nella notte tra il 24 ed il 25 maggio le truppe italiane avevano procurato danni anche a Fužine, distretto di Delnice. Non si contavano vittime ma il danno arrecato ammontava presumibilmente a un milione e mezzo di kune. Il capo di Stato Maggiore croato generale Laxa, in toni che sembravano piuttosto sarcastici, concludeva la comunicazione pregando il comando italiano di voler intraprendere quanto necessario per la protezione della popolazione croata e loro possedimenti e di non appiccare fuoco alle case croate.723 Al ministero della Guerra croato non tardava ad arrivare la risposta dello Stato Maggiore italiano, che segnalava come l’attività dei ribelli si preparasse e si svolgesse proprio in seno alla popolazione – che partecipava o taceva – fino all’istante in cui intervenivano i reparti italiani. L’azione repressiva pertanto doveva essere improvvisa e senza possibilità di esatta discriminazione, dati i rapporti poco netti, oscuri e sospetti che esistevano tra i ribelli e la popolazione. Lo Stato Maggiore italiano auspicava quindi una maggiore cooperazione della popolazione con la gendarmeria croata, al fine di sorvegliare l’attività degli elementi sospetti ed informare tempestivamente i comandi italiani, onde rendere impossibile ai ribelli di coordinarsi nelle azioni e confondersi tra i connazionali. Fino a quando fosse mancata tale collaborazione incidenti come quelli lamentati non potevano essere eliminati dalle operazioni di repressione e rastrellamento: alle truppe italiane erano comunque state date disposizioni affinchè riducessero al minimo i danni a carico della parte sana della popolazione croata.724
Zagreb, Opčem upravnom Povjereništvu kod II Armate Italijanske vojske Sušak, Ministarstvu vanjskih poslova Zagreb, broj 3488/42, predmet: Italijanska vojska popalila košare seljaka sela Priluke, izvjestava, Veliki Župan, Jajce 12.V.1942; id., Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, Ufficio Affari Civili, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso il Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia Sede, prot. n. 6171/A.C., risposta al n.1 del promemoria 150 dell’8 maggio u.s., oggetto: Incendio di case a Priluka, d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore E. de Blasio, P.M.10, 8 giugno 1942-XX. 723
AUSSME, M-3, b. 60, fasc. 5, Nezavisna Država Hrvatska, Ministarstvo Hrvatskog
Domobranstva, Operativni Odjel, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia Sušak, a R. Missione Militare Italiana in Croazia Zagreb, oggetto: Operazioni delle truppe italiane contro i partigiani, il Capo di Stato Maggiore Tenente Generale Laxa, Zagreb 12 giugno 1942. 724
Ibidem, Stato Maggiore-Uff. Operazioni, a Ministero della Guerra croato Zagabria, 13408
Segreto, f. 2202 Op. in data 20 giugno u.s., pari oggetto, Operazioni truppe italiane contro i partigiani, f.to il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore E. De Blasio, P.M.10, 28 giugno 1942-XX.
226
4.5.
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Gli Accordi di Zagabria, 19 giugno 1942
Il Governo croato sollecitò l’avvio di colloqui per prospettare al governo di Roma il grave onere per l’economia e le finanze dello Stato rappresentato dall’alto numero di truppe italiane stazionanti nei territori occupati – in conseguenza degli acquisti che compievano e degli anticipi in kune che venivano corrisposti – e chiedere di rimettere in mani croate i poteri civili nella seconda zona.725 Nell’opportunità di una più stretta collaborazione tra truppe italiane e croate, considerata la guerriglia diffusa, veniva inoltre auspicata una maggiore cooperazione tra la milizia fascista e quella ustaša per la protezione delle linee ferroviarie e la creazione in alcune zone, sotto il controllo comune italo-croato, di bande armate volontarie.726 A maggio il ministro delle Finanze croato Košak incontrò Cavallero (capo di Stato Maggiore Generale) e Ciano. Košak fece riferimento all’esercizio dei poteri civili da parte del comando italiano e alle ripercussioni che ne derivavano nell’opinione pubblica croata; espresse inoltre il desiderio di Zagabria di una più stretta collaborazione tra truppe croate e italiane e l’utilità che venissero armati determinati elementi locali a protezione della popolazione.727 Cavallero e Ciano sostanzialmente ritenevano le richieste croate in linea con gli interessi militari italiani: per ottenere infatti un maggiore raggruppamento e disponibilità delle forze italiane si era dell’avviso di dover arrivare ad una riduzione graduale dei presidi della terza zona e di alcuni minori della seconda; anche per quanto riguardava i versamenti mensili di kune alla 2ª Armata, era opportuno tentare di ridurne l’ammontare, rappresentando una grave difficoltà per la finanza croata. Nelle regioni completamente sgomberate (terza zona) la lotta anti-partigiana ed il mantenimento dell’ordine pubblico sarebbero stati affidati alle autorità militari o di polizia croate, che avrebbero così avuto modo di dimostrare di essere pienamente e facilmente in grado di farvi fronte. Nella seconda zona, da cui sarebbero stati ritirati alcuni presidi italiani, allo scopo di concentrare le forze in vista di operazioni di assieme, le piccole azioni locali ed il mantenimento dell’ordine pubblico sarebbero stati affidati normalmente a truppe croate ed eccezionalmente a minori formazioni di milizia ustaša, tutte agli ordini dei comandi delle grandi unità italiane. Nella seconda zona l’impiego di formazioni
725
Sugli accordi del giugno 1942 si veda anche O. Talpo, Dalmazia, II, pp. 424-437; M.
Dassovich, Fronte jugoslavo 1941-42, pp. 193-201; N. Kisić Kolanović, op. cit., 222-228; L. Monzali, cit., in F. Caccamo, L. Monzali, op. cit., pp. 102-108. 726
AUSSME, M-3, b. 48, fasc. 5-6, Comando Supremo, Accordi di Zagabria 19 giugno 1942,
Chiarimento all’Accordo di Zagabria del 19 giugno 1942-XX. 727
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VII, Tomo II, doc. 39, 6
giugno 1942, pp. 98-102; ASDMAE, b. 1500 (AP 35), AG Croazia 4, gennaio-giugno 1942, Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P. Uff. Croazia, a Comando Supremo, telespresso n. 8/11823, oggetto: Colloquio con il ministro croato Kosak, f.to Ciano, Roma 19 maggio 1942-XX.
Controllo del territorio e cicli operativi (1942)
227
ustaša rappresentava una concessione più formale che sostanziale, lasciando poi l’attuazione delle operazioni militari e di polizia a Supersloda; nulla in contrario poi ad armare, sotto il controllo comune italo-croato, gli elementi sicuri di alcuni villaggi per metterli nelle condizioni di poter difendere le proprie case e famiglie, e la concessione della protezione di alcuni tratti ferroviari meno importanti della seconda zona a reparti croati – alle dipendenze dei comandi italiani – sia come protezione in luogo sia come scorta ai treni. Infine era noto come le autorità militari italiani esercitassero effettivamente nella seconda zona più che altro un diritto di veto e poteri grosso modo equivalenti a quelli propri di qualsiasi truppa operante: allo stato delle cose non si vedeva quindi nulla in contrario a passare alle autorità civili croate l’esercizio pratico di alcuni poteri. L’importante era mantenere alle autorità militari italiane, senza stabilire differenze tra le regioni effettivamente tenute militarmente e quelle non presidiate materialmente, i poteri propri delle truppe operanti mantenendo alle dipendenze italiane le autorità civili croate locali. In tal modo si sarebbe venuti in certa misura incontro ai desideri del governo croato senza mutare di molto lo stato di fatto delle cose. 728 Il 1° giugno 1942, dopo l’esame delle richieste croate da parte del governo di Roma, si giunse ad una proposta di accordo tra i rappresentanti croati e Supersloda che prevedeva il graduale ritiro delle truppe italiane dalla terza zona (eccetto il presidio di Karlovac), il ritiro di alcune delle guarnigioni della seconda zona e la riconsegna di parte dei poteri civili ai croati. Supersloda di volta in volta avrebbe tenuto informato in tempo utile lo Stato Maggiore croato sull’eventuale ripiegamento di guarnigioni italiane, affinchè le autorità militari croate potessero intervenire, qualora lo avessero ritenuto necessario, con truppe proprie nelle zone abbandonate dagli italiani. Supersloda mantenne nella seconda e terza zona ampio potere di operazioni militari, come sul litorale e nelle isole (in concorso o meno con truppe croate), riservandosi il diritto di ripristinare presidi e di costituirne nuovi in caso di necessità militari o di ordine pubblico. L’accordo garantiva alle autorità croate l’amministrazione civile nella seconda zona, con l’obbligo di assicurare l’ordine pubblico nel modo più efficace – senza soprusi o rappresaglie verso le popolazioni civili – e di agire in stretta collaborazione con le autorità militari italiane sugli eventuali provvedimenti straordinari intrapresi (arresti o confinamenti di massa, requisizioni, restrizioni ecc.). In quest’ordine di idee avrebbe continuato a funzionare il Commissariato generale civile amministrativo croato presso Supersloda, al quale le autorità croate si sarebbero rivolte nel caso non fossero state d’accordo con le disposizioni italiane – comunque decisive ed
728
AUSSME, M-3, b. 48, fasc. 5-6, Comando Supremo, I Reparto, Ufficio Operaz. Scacch.
Orient., a Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P.-Uff. Croazia-Roma, prot. n. 21706, oggetto: Colloquio col Ministro croato Kosak, f.to il Capo di Stato Maggiore Generale Ugo Cavallero, P.M.21, 22 maggio 1942-XX. Si veda anche A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VII, Tomo II, Allegati, doc. 18, allegato n. 906 al Diario Storico, pp. 49-50.
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esecutive – per un suo intervento chiarificatore presso il comando italiano. Le autorità militari italiane conservavano il diritto di veto nella seconda zona, ovvero la possibilità di indicare all’amministrazione civile croata, che avrebbe dovuto adeguarsi in conseguenza alle indicazioni, le misure giudicate non conformi agli impegni presi dal governo di Zagabria o pregiudizievoli per le operazioni militari e la pacificazione. I comandi italiani conservavano inoltre le ordinarie attribuzioni inerenti l’amministrazione della giustizia (tribunali straordinari e di guerra) e l’emanazione di bandi relativi all’ordine pubblico e all’imposizione di sanzioni e arresti nei confronti dei sospettati di crimini contro la sicurezza delle forze armate o di sabotaggi agli impianti industriali e alle ferrovie. Sarebbero rimaste di assoluta competenza delle autorità militari italiane le prescrizioni concernenti porto e detenzione di armi, munizioni, esplosivi e materiali bellici, coprifuoco, oscuramento, movimento e sosta dei civili presso le linee ferroviarie. Per quanto riguardava l’autorizzazione a circolare armati per gli ustaša della guardia personale del Poglavnik ed i funzionari di governo croato inviati per servizio nella seconda zona, dovevano essere muniti di un permesso equivalente ad un porto d’armi rilasciato dalla Missione militare italiana a Zagabria, o se residenti in altri centri, dai competenti comandi dei locali presidi italiani. Su tutta la costa continentale ed in tutte le isole croate rimanevano inoltre di esclusiva competenza italiana i provvedimenti riguardanti il traffico marittimo, la pesca ed il movimento in genere di natanti, nonché la protezione e difesa delle coste e isole e della navigazione. Nelle guarnigioni tenute da truppe italiane, situate sulla costa con esclusione dei conglomerati cittadini di Segna, Almissa e Ragusa, nelle regioni a dette guarnigioni legate dal punto di vista operativo e nelle isole, tali prescrizioni sarebbero state di competenza delle autorità militari italiane – ad eccezione delle città sede di prefettura – o vi sarebbero automaticamente passate in caso di rivolta interna o di imminenti operazioni militari. Le competenze delle autorità civili croate comprendevano invece le prescrizioni concernenti l’uso di apparecchi radio, l’impiego di automezzi, le limitazioni alla circolazione, i documenti di riconoscimento e lasciapassare, la disciplina di assembramenti per manifestazioni, fiere, mercati, cerimonie religiose e simili. In merito all’attuazione della limitazione della circolazione e dei documenti di riconoscimento e di lasciapassare il controllo, per coloro che entravano o uscivano dal territorio dei presidi italiani, sarebbe stato compiuto presso i posti di blocco italiani da personale croato addetto a tale particolare servizio. La quantità e la dislocazione delle truppe croate nella seconda zona, sia nelle guarnigioni abbandonate dalle truppe italiane sia in altre, oppure utilizzate in operazioni anti-partigiane, sarebbero state concordate tra lo Stato Maggiore croato e Supersloda, che ne avrebbe diretto anche l’eventuale impiego, mentre nella terza zona alle autorità militari croate veniva concessa più ampia libertà nel dislocare ed impiegare le proprie truppe come meglio si ritenesse opportuno. La situazione che sarebbe risultata dal ritiro delle guarnigioni italiane
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sarebbe stata tenuta presente per determinare l’ammontare globale delle mensilità in kune da mettersi a disposizione di Supersloda da parte del governo croato.729 L’iniziativa fu approvata da Roatta, che aveva già proposto al governo di Roma il ritiro dalla terza zona per concentrare le forze a difesa delle terre annesse e di alcuni obiettivi nevralgici, come le miniere di bauxite nell’area di Mostar o la ferrovia del petrolio Fiume-Knin-Spalato. Analogamente a quanto già in atto nel campo civile-amministrativo per facilitare la collaborazione italo-croata presso Supersloda fu istituito un commissario generale militare croato responsabile delle relazioni con il comando italiano in merito alle questioni militari della seconda zona. Sarebbe stato gradualmente affidato a truppe croate agli ordini delle autorità militari italiane la protezione delle linee ferroviarie Karlovac-Ogulin-Knin e KninKonjic-Mostar (pur rimanendo Ogulin, Knin e Mostar presidi italiani). Nella seconda e terza zona sarebbe inoltre continuato sotto il controllo comune italo-croato il processo già ampiamente in corso di organizzazione di bande anti-comuniste alle dipendenze delle autorità militari italiane – mobili o con compiti di protezione locale e formate da elementi sicuri – che avrebbero riconosciuto e rispettato la sovranità dello Stato Indipendente Croato. Come per la popolazione civile le autorità croate si impegnavano che non venissero commessi soprusi o rappresaglie verso le bande anti-comuniste che, già formate sotto il controllo italiano, per effetto del ritiro delle guarnigioni fossero venute a trovarsi in regioni della seconda e terza zona presidiate unicamente da truppe croate. Presso le bande sarebbero rimasti ufficiali italiani di collegamento per il periodo ritenuto opportuno da Supersloda per facilitare il passaggio delle bande dalla dipendenza italiana a quella croata.730 Il trattato fu ufficialmente concluso a Zagabria il 19 giugno 1942 (Zagrebački sporazum) da Roatta, Pavelić e Lorković, con decorrenza dall’11 luglio. L’idea basilare dell’accordo era la pacificazione della popolazione e la normalizzazione della vita quotidiana: alla popolazione che si sarebbe mantenuta tranquilla sarebbero state garantite sicurezza personale e patrimonio. Il governo croato assumeva tutti i
729
AUSSME, M-3, b. 48, fasc. 5-6, Comando Supremo, Accordi di Zagabria 19 giugno 1942,
Accordo tra lo Stato Indipendente di Croazia ed il Comando Supremo FF.AA. “Slovenia-Dalmazia”, 1° giugno 1942-XX; id., R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), a R. Ministro d’Italia Zagabria, prot. n. 3243 S.M. Segreto, oggetto: Accordi di Zagabria 19 giugno 1942, f.to il Generale Capo Missione G. Oxilia, Zagabria 8 luglio 1942XX (allegate disposizioni emanate dal Ministro degli Interni Croato per l’esecuzione degli accordi in oggetto); ibidem, fondo L-14, Carteggio sussidiario S.M.R.E., b. 50, fasc. 1, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, circolare n. 7000/AC. Segreto, Norme interpretative delle disposizioni per la tutela dell’ordine pubblico in relazione all’Accordo 19 giugno 1942XX, stipulato a Zagabria fra il Governo dello Stato Indipendente di Croazia ed il Comando Superiore FF. AA. “Slovenia-Dalmazia” (2ª Armata), f.to il Comandante Superiore Generale Mario Roatta, P.M.10, 1° luglio 1942-XX. 730
Ibidem.
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poteri civili e militari nella terza zona, con diverse limitazioni nelle località dove sarebbero rimaste le guarnigioni italiane, assicurando l’adempimento degli impegni assunti dall’esercito italiano con la popolazione. La fine delle rappresaglie tuttavia rimase lettera morta e nella terza zona affidata alle autorità civili e militari croate, come nelle altre, la spirale di violenze e vendette non fu ridimensionata. Alla data dell’accordo gli italiani avevano già lasciato i presidi di Jastrebarsko, Bihać, Bosanski Petrovac, Glamoć, Bugojno, Prozor e Konijc; entro il 10 luglio sarebbero state abbandonate anche le guarnigioni di Dervar, Bosanski Grahovo, Livno, Tomislavgrad, Gacko e sarebbero stati ritirati i reparti di protezione ferroviaria a nord di Mostar. Successivamente Supersloda avrebbe sgomberato anche i presidi di Imotski, Stolac, Ljubinie, Nevesinje, Bileća. 731 Rimanevano guarnigioni italiane nella seconda zona a Gospić, Ogulin, Knin, Mostar, Ragusa, Almissa e Segna: due giorni prima dell’entrata in vigore dell’accordo Pavelić inviò in queste località alcuni ministri ed esponenti ustaša (tra cui Košak a Ragusa, Žanić a Segna, Sušić a Ogulin, Artuković a Mostar) incaricati di indirizzare i prefetti sul trapasso dei poteri e l’adempimento delle intese italo-croate, nell’intento di evitare ogni genere di attrito con l’alleato italiano. Le direttive impartite dal Poglavnik tendevano ad evitare reazioni euforiche delle autorità e delle organizzazioni croate, nonché bruschi cambiamenti della linea di condotta verso la popolazione non cattolica. Onde evitare equivoci nell’applicazione pratica delle disposizioni da parte delle autorità croate dipendenti, il commissario generale amministrativo Vrančić il 10 luglio pregava Supersloda di voler considerare la modifica delle proprie norme interprative dell’accordo – divergenti rispetto a quelle del governo croato – in merito alle competenze dei tribunali a giudicare i delitti commessi da civili nella seconda zona. Le norme interpretative emanate dal comando italiano, infatti, non corrispondevano né alla lettera né allo spirito delle rispettive disposizioni dell’accordo, ove esse precisavano che i tribunali militari italiani erano competenti a giudicare i delitti contro le persone e le proprietà, gli attentati all’ordine pubblico o agli impianti industriali e ferroviari. Zagabria riteneva inconfutabile competenza dei tribunali civili croati il giudicare i reati commessi da civili nelle zone non presidiate da truppe italiane: se si aveva il dovere di mantenere l’ordine pubblico, si doveva avere anche il diritto di perseguire i perturbatori dello stesso. L’accordo inoltre anche nei propri presidi assegnava alle autorità militari italiane una determinata serie di competenze (porto d’armi, esplosivi ecc.) che non menzionavano il mantenimento dell’ordine pubblico, incombenza da dividere con le locali autorità
731
AUSSME, M-3, b. 48, fasc. 5-6, Accordo tra il governo dello Stato Indipendente di Croazia ed il
Comando Superiore FF.AA. “Slovenia-Dalmazia”, f.to il Comandante Superiore delle FF.AA. Slovenia-Dalmazia Generale Mario Roatta, il Poglavnik dello Stato Indipendente di Croazia Dr. Ante Pavelić, Dr. M. Lorković, Zagabria 19 giugno 1942-XX. Riportato anche in A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VII, Tomo II, doc. 83, Zagabria 19 giugno 1942, pp. 202-208; id., doc. 113, 24 luglio 1942, pp. 290-295.
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civili croate così come le competenze a giudicare tali infrazioni sarebbero dovute appartenere ai tribunali della rispettiva autorità – italiana o croata che fosse – emanante l’ordinanza. Dunque non spettava più ai tribunali militari italiani il giudizio di tutti i delitti commessi contro l’ordine pubblico – come era avvenuto durante il pieno vigore del bando del 7 settembre dell’anno precedente – ma la competenza andava ridotta ai limiti dell’impegno delle autorità militari italiane per il mantenimento della sicurezza pubblica. Secondo il codice penale militare di guerra italiano – arrivava a sostenere il commissario generale croato – anche gli atti di ostilità alle truppe italiane sarebbero in realtà dovuti essere di competenza dei tribunali croati, se commessi da civili, trattandosi la Croazia di un Paese alleato e trovandosi le truppe italiane nel suo territorio in virtù di espressi accordi intervenuti tra i due governi. L’accordo di Zagabria determinava quindi chiaramente e senza dubbi le competenze dei tribunali militari italiani limitandole al giudizio di atti ostili alle truppe italiane e di quelli di non osservanza alle ordinanze emanate dalle autorità militari italiane; per tutto il resto erano invece competenti i tribunali croati. Il commissario croato chiedeva infine di inserire tra le categorie a cui sarebbe stato rilasciato il porto d’armi con validità permanente, oltre ai federali e ai vice-federali, anche i gerarchi ustaša distrettuali (logornici) e quelli comunali (tabornici).732 I giornali croati riportarono le disposizioni in merito all’esecuzione dell’accordo emanate dal Ministero degli Interni in un modo piuttosto ambiguo: veniva espressamente sottolineata l’autorizzazione concessa al movimento ustaša a dare pieno sviluppo alla propria attività su tutto il territorio della fascia costiera, nota in parte sottintesa ma non esplicitamente dichiarata negli accordi. 733 Anche la notizia del ritorno dei poteri civili alle autorità croate nella zona occupata dalle truppe italiane fu data in una forma tutt’altro che chiara, in modo da far apparire l’avvenimento un successo del governo di Zagabria nei confronti dell’Italia: la zona in cui i poteri erano tornati alle autorità croate fu indicata vagamente in modo da dare l’impressione che si trattasse di tutto il territorio dello Stato e che le autorità militari italiane non esercitassero ormai alcun potere. Con la pacificazione della fascia costiera le autorità croate avrebbero assunto l’intera amministrazione civile ed il servizio di pubblica sicurezza nelle regioni dello Stato Indipendente Croato lungo la costa adriatica in cui, per evitare il pericolo di attacchi esterni, dalla fine del settembre 1941 i poteri civili erano stati assunti dalle truppe italiane.
732
AUSSME, M-3, b. 48, fasc. 5-6, Stato Indipendente di Croazia, Commisariato Generale
Amministrativo presso il Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, n. 7247 1942, f.to il Commissario Generale Amministrativo, Sussak 10 luglio 1942. 733
Ibidem, R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-
Dalmazia (2ª Armata), a R. Ministro d’Italia Zagabria, prot. n. 3243 S.M. Segreto, oggetto: Accordi di Zagabria 19 giugno 1942, f.to il Generale Capo Missione G. Oxilia, Zagabria 8 luglio 1942-XX (allegate disposizioni emanate dal Ministro degli Interni Croato per l’esecuzione degli accordi in oggetto).
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Misure, secondo l’accordo di allora, temporanee, previste per il tempo della durata necessaria per la protezione comune di tali regioni; dopo il miglioramento delle condizioni nella zona litoranea e le azioni delle truppe italiane condotte con successo alla scopo di pacificare l’area e annientare le forze partigiane – a cui avevano partecipato anche le forze armate croate – si era giunti ad un nuovo accordo che assegnava il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica al dovere solidale delle autorità militari italiane e di quelle civili croate. Nei comunicati dei giornali croati venivano quindi tralasciati dettagli di non poca importanza, dal momento che non si faceva menzione alcuna, ad esempio, del diritto di veto italiano sulle decisioni delle autorità civili croate.734 Nel corso dell’estate, dunque, le truppe italiane si disimpegnarono progressivamente dai territori dello Stato croato, concentrando le proprie forze a difesa delle zone costiere annesse e lasciando le altre in mano alle truppe croate e ai četnici, incapaci di resistere ai partigiani. Il disimpegno italiano decretò la perdita del controllo effettivo sul territorio compromettendo lo sfruttamento economico dell’area, le cui vie di comunicazione rimasero insicure, ed in generale il proseguimento delle operazioni anti-partigiane, mai decisive e limitate al costringere Tito e i suoi uomini a spostarsi in continuazione all’interno dei territori dello Stato croato. A Mostar secondo indiscrezioni da parte di ufficiali croati, in seguito alle azioni partigiane di luglio a Hadžići, Konjic e Prozor, il generale Lukić, comandante del III Corpo d’Armata croato di Sarajevo, accusato dagli ambienti militari cittadini di essere responsabile, con la sua faciloneria, dell’avvicinamento e dell’organizzazione dei gruppi partigiani a soli quindici-venti km dalla città, era stato richiamato a Zagabria, per fornire spiegazioni in merito ai fatti. Sembrava che la partenza della Taurinense fosse stata voluta dallo stesso Lukić, il quale interpellato in merito dal generale tedesco Fortner, aveva detto di assumersi la responsabilità di occupare ed organizzare le zone sgomberate dagli italiani. Il colonnello Prohasca, che aveva sostituito Lukić nel comando del corpo d’Armata, aveva sempre espresso il pensiero che da soli i croati non avrebbero potuto fare nulla nella Bosnia meridionale, dove occorreva la presenza di truppe italiane e particolarmente di quelle alpine. La sostituzione del generale Lukić, che andava inoltre subendo l’influenza del colonnello Francetić e degli ufficiali ustaša che facevano parte del suo Stato Maggiore, doveva essere considerata una punizione inflittagli dal Comando Supremo croato.735 Supersloda effettuò un’ulteriore serie di operazioni per la riconquista dei territori caduti in mano ai partigiani. Nello Stato Indipendente Croato al di là della
734
Ibidem, Fonogramma n. 3459 da Missione Italiana Zagabria at Comando XI Corpo
d’Armata per Eccellenza Roatta, f.to Generale Oxilia, Zagabria 20 luglio 1942-XX, ore 23.20. 735
Ibidem, M-3, b. 69, Nazionalizzazione dei beni degli ebrei, Comando Superiore FF.AA.
Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, Stralcio dei notiziari del VI Corpo d’Armata, nn. 454-455 rispettivamente in data 3 e 4 corrente, Mostar, P.M.10, 9 agosto 1942-XX.
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linea di demarcazione, nella zona di pertinenza militare tedesca, esisteva un sistema di presidi costituito dal 90% delle forze croate, comprese quelle mobili dell’esercito e degli ustaša, mentre nella zona di pertinenza italiana le forze croate erano minime e di scarsa efficienza. Ne derivava che le forze tedesche non dovevano provvedere al presidio e alla difesa di determinate regioni, ma potevano attendere ad operazioni offensive con il concorso di forze mobili croate, usando i presidi di quest’ultime (quelli tedeschi erano pochissimi, limitati a zone che presentavano un particolare interesse minerario o industriale). Le forze italiane, invece, dovevano provvedere al presidio e alla difesa di vaste regioni, non presidiate dai croati, e che operavano offensivamente, da sole e senza l’appoggio di un’intelaiatura di presidi croati. Il comando della 2ª Armata avrebbe tentato di indurre lo Stato Maggiore croato ad aumentare e rafforzare i presidi della zona di pertinenza italiana, in modo da raggiungere una situazione simile alla zona tedesca.736 Furono avviate una serie di operazioni: a luglio la Velebit (Alpi Bebie, nordovest Knin, 16-24 luglio)737 effettuata dalla Divisione Sassari con il supporto di formazioni četniche e reparti domobranci e volta al rastrellamento dell’alta Dalmazia e della Lika meridionale; tra agosto e settembre l’operazione Albia, contro le forze partigiane asserragliate sui monti Albi (Biokovo), nel quadrilatero foce della Neretva-Baška Voda-Zagvozd-Metković. Nella zona era segnalata la presenza della 2ª Brigata proletaria e di un battaglione dalmata: le formazioni erano state solo in parte sconfitte durante le operazioni di rastrellamento eseguite intorno a Vrgorac nella primavera precedente e si erano riorganizzate rapidamente. L’obiettivo dei partigiani era riunirsi alle brigate che occupavano l’area tra Livno e Tomislavgrad per tagliare lo schieramento dei reparti italiani. La zona permetteva di affacciarsi al mare data la vicinanza del litorale, che una volta raggiunto, avrebbe permesso i collegamenti con le isole e le località della fascia costiera e con i mezzi di rifornimento marittimi.738 L’operazione portò all’uccisione di più di novecento partigiani, sbaragliando le forze avversarie. Ad ottobre seguì l’operazione Dinara, condotta da truppe italiane del VI Corpo d’Armata e četnici avanzanti da est verso Prozor all’estremo confine settentrionale dell’Erzegovina (fase Alfa) e dalle unità del XVIII Corpo d’Armata da ovest verso Livno (fase Beta), fino a ricongiungersi attorno a Tomislavgrad allo scopo di evitare ulteriori azioni di disturbo dei partigiani contro le attività di sfruttamento (tedesche) dei
736
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VIII (1.9.1942-31.12.1942),
Tomo II, doc. 5, Roatta Comandante Superiore Forze Armate Slovenia-Dalmazia, Promemoria per Gandin, generale capo del I Reparto del Comando Supremo, 11 agosto 1942, pp. 13-14. 737 738
Ibidem, Vol. VII, Tomo I, 16-24 luglio 1942-XX. AUSSME, M-3, b. 60, fasc. 4, Supersloda, 2ª Armata, Comando VI Corpo d’Armata, a
Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), prot. n. 15300/Op., Segreto, oggetto: Operazioni “Albia”, P.M.39, 20 settembre 1942-XX. Si veda anche O. Talpo, Dalmazia, II, pp. 588-598.
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giacimenti di bauxite e di lignite dei bacini di Mostar e Livno. Ad agosto avevano infatti assalito ed occupato la sede della direzione delle miniere, lasciando morti e feriti tra tedeschi e croati.739 L’utilizzo di četnici e MVAC nel corso dell’operazione insieme a reparti italiani e croati era stato discusso il 19 settembre da Roatta e Pavelić a Zagabria: solamente a nord-ovest di Mostar, alla data del 10 ottobre, Divisione Murge e bande anti-comuniste portarono ai partigiani più di seicento perdite, vittime dei duri combattimenti.740 I battaglioni MVAC contribuirono validamente al successo delle operazioni, rendendosi tuttavia responsabili di eccessi e violenze contro la popolazione locale, per lo più croata, come era avvenuto nel distretto di Stolac a settembre (incendio dei villaggi di Prenj e Hutonj).741 Il commissario generale amministrativo faceva presente che nei dintorni di Mostar, i componenti delle MVAC a bordo delle autovetture italiane cantavano canzoni oltraggiose all’indirizzo del Poglavnik e dello Stato Indipendente Croato, sparando alla vista di popolazione croata.742 Dai dati raccolti risultavano fino a quel momento uccise nell’area da componenti delle MVAC almeno settantasei persone e una cinquantina di donne violentate, più saccheggi e rapine per circa cinque milioni di kune.743 Nonostante la strumentale politica filo-musulmana del regime, con le persecuzioni di serbi ed ebrei Pavelić perse gradualmente anche il sostegno della comunità musulmana bosniaca, timorosa di poter diventare il successivo obiettivo delle crociate confessionali ustaša.744 I musulmani finirono con il costituire proprie unità di difesa locali, mentre i loro leader politici si rivolsero direttamente ai tedeschi proponendo l’autonomia della Bosnia da Zagabria e protezione dai nazionalisti serbi e dagli ustaša. Nel novembre del 1942 emisero un Memorandum indirizzato a Hitler con il quale veniva richiesto un intervento contro le attività ustaša nel territorio bosniaco, che avevano portato alla morte di numerosi musulmani, e si suggeriva di porre formazioni volontarie musulmane al diretto controllo tedesco. I notabili musulmani cercarono di porre la questione a Hitler in
739
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VII, Tomo I, 12 agosto
1942-XX, p. 904. 740
Ibidem, Vol. VIII, Tomo I, Scacchiere Croazia, 8 ottobre 1942-XX, p. 355; id., 10 ottobre 1942-
XX, p. 369. 741
HDA, 491, OUP, kut. 25, 1942 opći spisi 8936-10378, n. 9959, il Commissario Generale
Amministrativo, Sussak 15 settembre 1942. Si veda inoltre M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1941-42, p. 218. 742
HDA, 491, OUP, kut. 25, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia 2ª Armata,
10.359 2, oggetto: Eccessi e rapine delle M.V.A.C., il Commissario Generale Amministrativo, Sussak 14 ottobre 1942. 743
Ibidem, kut. 27, 1942 opći spisi 11003-12150, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-
Dalmazia, 2ª Armata, 11.191 2, il Commissario Generale Amministrativo, Sussak 10 ottobre 1942. 744
P. Adriano, G. Cingolani, op. cit., p. 275.
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un’ottica che il Führer potesse apprezzare: nel Memorandum affermavano infatti la discendenza dei bosniaci musulmani – in linea con la propaganda del regime di Zagabria – dai goti ariani (dalla tribù germanica dei Bosni) negandone dunque l’origine slava; l’idea di una Bosnia protettorato tedesco autonomo dallo Stato Indipendente Croato era tuttavia inaccettabile per Berlino, che intendeva mantenere le migliori relazioni con l’alleato croato.745
4.6.
La 2ª Armata e gli ebrei
La questione ebraica e la sua evoluzione rappresentano un altro dei grandi punti di attrito nei rapporti interni alle forze d’occupazione italiane e tedesche e in quelli con l’alleato croato. L’esercito e parte della diplomazia italiana rimandarono il più possibile la consegna degli ebrei ad ustaša e nazisti e Berlino e Zagabria chiesero con toni sempre più decisi la consegna dei rifugiati sotto la protezione dell’esercito italiano. Gli ufficiali italiani in gran parte rifiutarono, per ragioni sia politicomilitari sia umanitarie, di consegnare gli ebrei giunti lungo il litorale adriatico occupato dalle loro truppe; non mancarono tuttavia casi – come a Sušak e Ragusa – in cui o per la mancata accoglienza o con la diretta consegna agli ustaša, o ancora per un atteggiamento passivo come avvenne a Pago, le autorità militari italiane finirono con il contribuire indirettamente alla soluzione finale della questione ebraica.746 Nello Stato Indipendente Croato agli ebrei fu imposto di appuntare sul vestito una stoffa gialla a forma di stella e di indossare il bracciale segno di distinzione razziale, provvedimento che aveva suscitato penosa impressione anche tra i benpensanti croati che potevano dirsi pavelićiani.747 Il sistema più pratico sembrò inizialmente quello di colpire gli ebrei nei beni, prima di casa in casa privandoli di ogni patrimonio, poi con opportune leggi di prelievo a favore dello Stato. Gli ebrei venivano allontanati dalle proprie famiglie, deportati in luoghi lontani e costretti al lavoro manuale, in particolare alle pendici dei monti Velebit e sull’isola di 745
F. Friedman, op. cit., p. 124; E. Redžić, op. cit., p. 178; E. Greble, Sarajevo 1941-1945. Muslims,
Christians and Jews in Hitler’s Europe, Itacha and London, Cornell University Press, 2011, pp. 163166. 746
In merito alla condotta italiana nei confronti degli ebrei dei territori jugoslavi si veda M.
Shelah, op. cit.; D. Kečkemet, Transit Camps for Jews in Areas under Italian Occupation, in I. Goldstein, Anti-Semitism Holocaust Anti-Fascism, pp. 117-128; D. Rodogno, op. cit., pp. 439-459; A. Millo, L’Italia e la protezione degli ebrei nelle zone occupate della Jugoslavia, in F. Caccamo, L. Monzali, op. cit., pp. 355-378. 747
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 15882
PR, segreto non diramare, f.to Casertano, Zagabria 24 maggio 1941-XIX; id., all’Eccellenza il Capo della Polizia-Roma, oggetto: Regno di Croazia, Zagabria 25 maggio XIX.
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Pago.748 A Mostar donne ebree erano obbligate a servire le famiglie degli ustaša locali, a Zagabria furono estromessi da ogni tipo di attività economica e le loro abitazioni requisite.749 A Karlovac fu loro imposto di lasciare entro il 1° luglio le abitazioni del centro della città e di trasferirsi in periferia: tuttavia, tenuto conto dell’alto numero di ufficiali italiani che ivi residenti alloggiavano nelle loro abitazioni, il generale Ambrosio intervenne presso la locale autorità prefettizia croata affermando che i militari non avrebbero abbandonato le abitazioni. Nonostante l’autorità croata avesse infine rimandato il provvedimento, Ambrosio interveniva anche presso la Legazione italiana a Zagabria affinchè presentasse al governo croato la necessità che provvedimenti del genere non fossero adottati nelle località presidiate dalle truppe italiane, dal momento che la maggior parte degli ufficiali era alloggiato presso famiglie ebree.750 Casertano sostenne di non poter contravvenire alle direttive superiori intromettendosi nei provvedimenti di politica interna di Zagabria e suggerì al Ministero degli Affari Esteri l’opportunità che anche la 2ª Armata ricevesse istruzioni di astenersi da tali propositi.751 Ambrosio avrebbe tuttavia disposto ai corpi d’armata dipendenti di ricorrere all’uso delle armi contro gli ustaša, qualora si fosse ritenuto necessario salvaguardare il prestigio italiano.752 Durante i colloqui a Venezia del 16 dicembre 1941 Pavelić dichiarò a Ciano che i trentacinquemila ebrei presenti nei territori dello Stato Indipendente Croato, al momento della formazione, erano stati ridotti a non più di dodicimila; KvaternikDido affermò la diminuzione esser causa dell’emigrazione, accompagnando un 748
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Notizie e informazioni inviate dalla 2ª Armata circa situazione
politica territori ex jugoslavi, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. 973/AC, segreto, oggetto: Attività degli ustasci. Trattamento agli ebrei, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 20 luglio 1941-XIX. 749
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P. Uff. Croazia, a PNF,
Governo della Dalmazia, R. Ambasciata Berlino, R. Ambasciata Santa Sede, telespresso n. 03183, oggetto: Situazione in Croazia, f.to Ducci, Roma 31 luglio 1941-XIX, in allegato copia del rapporto del consigliere nazionale Coselschi, riservatissimo, Osservazioni sull’attuale situazione in Croazia, Zagabria, 4 giugno 1941-XIX. 750
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a R. Legazione d’Italia-Zagabria, n.
1305/A.C., oggetto: Sgombero degli ebrei da Karlovac, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, 21 giugno 1941-XIX. 751
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 6244 R., segreto non
diramare, 518/276, f.to il R. Incaricato d’Affari Casertano, 24 giugno 1941-XIX; id., R. Legazione d’Italia Zagabria, l’Addetto Militare, a Comando 2ª Armata Karlovac, risposta al foglio 1305/AC del 21.6.41, oggetto: Sgombero degli ebrei da Karlovac, f.to l’Addetto Militare Colonnello d’Artiglieria Stato Maggiore Gian Carlo Re, Zagabria 24 giugno 1941-XIX. 752
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Stato Maggiore R.
Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. 973/AC, segreto, oggetto: Attività degli ustasci. Trattamento agli ebrei, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 20 luglio 1941-XIX.
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sorriso che non lasciava adito a dubbi.753 Le vie attraverso cui gli ebrei tentarono di sottrarsi alle persecuzioni ustaša furono principalmente due, Zagabria-Spalato e Sarajevo-Mostar-Ragusa: giunti sulla costa adriatica gli ebrei si disperdevano poi nelle città e nei villaggi dei dintorni. I più folti gruppi di profughi si formarono a Mostar, Spalato, Ragusa, Fiume-Sušak. Prima della guerra a Ragusa vi erano un centinaio di ebrei, divenuti un migliaio subito dopo l’occupazione tedesca della Serbia e della Bosnia, provenienti in gran parte da Sarajevo; a Mostar invece i cinquanta ebrei circa del periodo anteguerra erano rapidamente saliti a centottanta, per diventare quattrocento nel gennaio del 1942, definiti non desiderabili dal commissario generale amministrativo croato. Dopo il crollo jugoslavo e con la costituzione dello Stato Indipendente Croato un gran numero di ebrei emigrò anche a Spalato, con l’intenzione poi di avviarsi nelle isole adriatiche, ed i più abbienti, quasi tutti professionisti, ottenere il lasciapassare per l’Italia. Rimasero a Ragusa e nel retroterra erzegovinese, compresa Mostar, poco più di trecentocinquanta ebrei, divenuti quasi novecento nell’agosto del 1942.754 Fino all’estate del 1941 i militari italiani cercarono di non consentire l’emigrazione degli ebrei che vivevano in Croazia, Dalmazia e parte della provincia di Cattaro. Nell’agosto del 1941 il SIM segnalava che da oltre due mesi, ogni giorno, giungevano clandestinamente nei territori annessi, attraverso la frontiera italo-croata, numerosi gruppi di ebrei. Si rifugiavano qui per sottrarsi alle persecuzioni cui erano fatti segno in territorio croato, ma la maggior parte veniva respinta oltre frontiera dalle stesse località di confine. Un notevole numero aveva comunque potuto raggiungere Sušak, tanto da indurre la questura a prendere provvedimenti per la loro espulsione.755 Già allora vi erano stati significativi interventi, spesso contravvenendo alle direttive superiori, in favore della popolazione ebraica della seconda zona, trasferita nei territori sotto il diretto controllo italiano. Il proclama di Ambrosio del 7 settembre 1941, in cui le forze armate italiane garantivano l’incolumità, la libertà ed i beni degli abitanti del territorio
753 754
ASDMAE, b. 1168 (UC 52), fasc. 4, Colloquio con il Poglavnik, Venezia 16 dicembre 1941-XX. Gli ebrei della zona erano nella quasi totalità sefarditi. L’ipotesi di concessione della
cittadinanza italiana era seriamente considerata dal console generale Mammella, che andava progettando un disegno per realizzare, nell’eventualità di un plebiscito a Ragusa, la superiorità numerica delle opzioni per l’Italia aggregando alla popolazione italiana della città quella ebraica. AUSSME, M-3, b. 69, Comando VI Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, Promemoria, Situazione ebrei, 27 agosto 1942-XX; HDA, 491, OUP, kut. 9, 1942 pov. spisi 3-579, Promemoria giornaliero n. 87 del 3 gennaio 1942, f.to il Commissario generale amministrativo. 755
AUSSME, H-3, b. 44, fasc. 9, Comando Supremo, S.I.M., Sezione Bonsignore, a Ministero
dell’Interno-Dir. Gen. P.S., a Comando Generale Arma CC.RR., M.V.S.N., R.G. Finanza, e p.c. a Ministero della Guerra-Gabinetto, prot. n. B/323040, oggetto: Ingresso clandestino di ebrei nel Regno dalla frontiera italo-croata, f.to d’ordine il vice Capo Servizio Colonnello Edmondo De Renzi, P.M.21, 31 agosto 1941-XIX.
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di giurisdizione dell’armata, diede una parziale tranquillità. Il provvedimento forniva almeno formalmente garanzia di vita alle popolazioni della zona occupata senza discriminazioni religiose o razziali. Alti prelati cattolici e le comunità israelitiche più volte raccomandarono i rifugiati ai comandi italiani, che promettevano protezione in cambio di un contegno leale e corretto.756 Gli ebrei di Travnik, ad esempio, fuggirono a Bugojno, dove si posero sotto la protezione delle autorità militari italiane, che si rifiutarono di consegnarli a quelle croate.757 Quando nel dicembre del 1941 a Mostar gli ustaša sparsero la voce che le autorità croate avrebbero chiesto in consegna gli ebrei della città, per avviarli ai campi di concentramento croati, Ambrosio diede loro assicurazioni che sarebbero stati lasciati alle proprie residenze e nella possibilità di procurarsi il proprio sostentamento come gli altri cittadini.758 Anche il generale Dalmazzo, comandante del VI Corpo d’Armata ivi stanziato, assicurò alla comunità ebraica cittadina che non avrebbe subìto violenze. Ambrosio sostanzialmente disapprovava i metodi croati e tedeschi e alle richieste croate di consegnare gli ebrei rifugiatisi nelle zone occupate rispondeva che, pur rimanendo la questione di competenza delle autorità centrali italiane, fino ad ordini contrari non avrebbe consegnato persone che si trovavano di fatto sotto la protezione italiana. Gli ebrei che risiedevano stabilmente nella seconda zona prima dei noti provvedimenti razziali di Zagabria – quindi senza la qualifica di rifugiati – erano posti dalle autorità croate indistintamente alle norme razziali in corso; il comando italiano era invece propenso, qualora nella seconda zona vi fossero stati ebrei, impiegati statali, parastatali, comunali e non, o anche semplice popolazione discriminata dalle suddette leggi, ad accertare singolarmente presso i competenti uffici croati, con il rilascio di opportuni attestati da consegnare ai comandi italiani, le motivazioni e la validità della loro eventuale discriminazione.759 Alla fine del 1941 anche il vescovo di Trieste e Capodistria Antonio Santin intervenne presso Ambrosio per ottenere protezione in favore di circa trecento persone, considerati ebrei ma oltre la metà di religione cattolica, che inizialmente soggiornanti a Sušak, erano stati successivamente costretti – da un decreto della prefettura di Fiume – a trasferirsi a Porto Re, Novi e Cirquenizza, nella costa appartenente allo Stato croato ed occupata dagli italiani, sottoposta alla giurisdizione civile delle autorità croate. Il trasferimento da Sušak era avvenuto
756
Ibidem, M-3, b. 69, Promemoria, s.d.
757
HDA, 491, OUP, kut. 2, n. 41, Promemoria giornaliero del 5/11/41, il Commissario generale
amministrativo. 758
AUSSME, M-3, b. 69, Comando VI Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, Promemoria,
Situazione ebrei, 27 agosto 1942-XX. 759
Ibidem, 12081/AC, a Comando V, VI e XVIII Corpo d’Armata, Ebrei, f.to d’ordine il
Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 5 novembre 1942-XXI.
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con l’assicurazione della protezione italiana e l’esercito aveva provveduto alle distribuzioni razionate di viveri, come per il resto della popolazione; ai primi di dicembre tuttavia una nuova minaccia si era presentata quando le locali autorità croate di Cirquenizza, non essendovi in loco un vero campo di concentramento, avevano comunicato la disposizione di Zagabria che rispediva gli ebrei giunti nella zona occupata dopo il 7 settembre alle originarie località di provenienza dello Stato Indipendente Croato, con il serio pericolo di essere internati in un campo di concentramento croato al di fuori della zona di occupazione italiana. L’unica loro colpa – affermava il vescovo triestino – era, secondo la legislatura razziale ustaša, essere nati da genitori ebrei e pertanto imploravano di poter rimanere nei territori controllati dagli italiani o di essere internati in Italia. Ambrosio assicurò a Santin che i profughi sarebbero rimasti presso le loro abitazioni; le stesse suppliche vennero rivolte dal prelato pochi mesi dopo (aprile-maggio 1942) al generale Roatta, subentrato ad Ambrosio al comando della 2ª Armata, per un numero di profughi salito nel frattempo a seicento.760 Le promesse dei generali italiani erano in contrasto con la legislazione del governo croato, tesa alla nazionalizzazione, ovvero all’incameramento, senza indennizzo di sorta, di tutti i beni degli ebrei. Il decreto legge del 30 ottobre 1941 sulla statizzazione dei loro beni stabiliva infatti che diventavano proprietà dello Stato croato tutti i loro averi e diritti patrimoniali. All’attuazione di tale norma avrebbero provveduto speciali organi dipendenti dal Ministero delle Finanze: tra questi alla periferia agiva la cooperativa Hrvatski Radiša (istituita nel dicembre successivo), che avendo il compito di effettuare la stima e l’eventuale realizzazione dei beni statizzati aveva incontrato nella seconda zona una serie di ostacoli posti dalle autorità militari italiane.761 Il Commissariato generale amministrativo croato infatti segnalò al comando della 2ª Armata che in alcune località di giurisdizione dei comandi dei corpi d’armata, vi erano stati interventi delle autorità militari italiane presso gli incaricati croati per l’accertamento e la sistemazione dei beni appartenenti agli ebrei. Sembra che in particolare le divisioni Marche e Murge avessero emanato disposizioni in contrasto con l’operato delle autorità croate, che prevedevano che l’eventuale applicazione della legge sui beni dovesse avvenire
760
Ibidem, Vescovo di Trieste e Capodistria, all’Eccellenza il Gen. Ambrosio Comandante la II
Armata Sussak, Trieste 10 dicembre 1941; id., all’Eccellenza Reverendissima Monsignor Antonio Santin, Vescovo di Trieste; id., Curia Vescovile di Trieste e Capodistria, Trieste, all’Eccellenza Roatta Comandante la II Armata Fiume-Borgonovo, vescovo Antonio Santin, Trieste 27 aprile 1942; id., Comando 2ª Armata, Segreteria particolare del Comandante, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia-Ufficio Affari Civili, f.to Ten. Col. addetto Mario Boggio, P.M.10, 10 maggio 1942-XX. 761
Sull’istituzione della Hrvatski Radiša e l’opposizione delle autorità militari italiane affinché
la cooperativa non si occupasse anche dell’alienazione dei beni di ebrei e serbo-ortodossi si vedano i carteggi in HDA, 491, OUP, kut. 16, 1942 opći spisi 3924-4429.
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tramite le autorità militari italiane. Il 3 maggio 1942 infine il governo di Zagabria affidò il controllo delle aziende espropriate agli ebrei a commissari governativi presso le locali autorità croate:762 il provvedimento, che comprendeva anche la seconda zona, espropriava beni mobili ed immobili, quest’ultimi con la possibilità di esser lasciati in uso ai proprietari previo pagamento di un canone. Alla cooperativa Napredak fu devoluta la competenza di affittare, vendere o liquidare le aziende sotto il controllo commissariale (frequenti sui giornali croati gli elenchi di aziende liquidate).763 Il generale Dalmazzo ritenne i provvedimenti di Zagabria poco consoni ai postulati del proclama del 7 settembre e nocivi ai fini della pacificazione e chiese quindi che il governo croato soprassedesse dall’applicare con rigore nella seconda zona la legislazione razziale, anche a beneficio dell’economia della regione, già duramente provata dalle ditte nazionalizzate, che assegnate a speculatori incapaci erano state ridotte in decadenza in breve tempo. Supersloda nel luglio del 1942 ottenne infine dal governo croato, tramite l’intervento del commissario generale amministrativo, la limitazione della nazionalizzazione dei beni degli ebrei della seconda zona (decreto legge n. 856 del 9 ottobre 1941) ai soli immobili e alle aziende commerciali, con la sospensione delle requisizioni dei beni mobili d’uso personale;764 tuttavia dispose ai comandi dei corpi d’armata di non interferire nel modo più assoluto nelle operazioni delle autorità croate, non competendo all’autorità militare italiana alcuna ingerenza in merito ai beni appartenenti agli 762
Ibidem, Stato Indipendente di Croazia, Commissariato Generale Amministrativo presso il
Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia Sede, prot. n. 12968-1942, oggetto: Legge croata – decreto legge CCXCII – II – 2505 sui beni degli ebrei, f.to il Generale Comandante Giuseppe Amico, Sussa 26 novembre 1942. 763
AUSSME, M-3, b. 69, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, Ufficio Affari Civili,
Nazionalizzazione dei beni degli ebrei, Comando VI Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia-Ufficio Affari Civili, n. 2381/AC, oggetto: Inventario beni degli ebrei, d’ordine il Colonnello Capo di S.M. Carlo Chiusi, P.M.39, 30 giugno 1942-XX. 764
Ibidem, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, Ufficio Affari Civili, oggetto:
Nazionalizzazione dei beni degli ebrei, P.M.10, 3 luglio 1942-XX; id., Comando VI Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata)-Ufficio Affari Civili, n. 2761/A.C., rif. f. 7539/A.C. del 13 luglio 1942-XX, oggetto: Ebrei di Mostar, f.to il Generale Comandante del Corpo d’Armata R. Dalmazzo, P.M.39, 22 luglio 1942-XX; id., Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, a Comando V, VI e XVIII Corpo d’Armata, 9142/A.C., Nazionalizzazione dei beni degli ebrei, f.to il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore a.p.a. E. de Blasio, P.M.10, 25 agosto 1942-XX; id., Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, Ebrei della zona litoranea croata della Dalmazia annessa, Ufficio Affari Civili, a Comando V, VI e XVIII Corpo d’Armata, Beni degli ebrei croati, 13551/AC, d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore G. Primieri, P.M.10, 6 dicembre 1942-XXI.
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ebrei.765 I provvedimenti ebbero importanti ripercussioni tra la popolazione: l’impressione riportata, soprattutto nella regione dove gli ebrei in custodia del V Corpo d’Armata avevano in precedenza stabilito la propria residenza (Cirquenizza), era infatti che fossero stati imposti dalla Germania all’Italia, la quale faceva quindi la figura del docile vassallo del più potente alleato. Alcune autorità croate locali sembrava inoltre andassero insinuando che erano da attribuirsi esclusivamente all’Italia le odiose misure che minacciavano gli ebrei della regione.766 In tal senso non aiutò a smentire le accuse la distruzione della sinagoga di Spalato avvenuta a giugno ad opera dei fascisti locali, come rappresaglia contro le azioni degli ebrei comunisti.767 Dato il continuo aumento di rifugiati in zona italiana, dall’inizio del 1942 le autorità militari italiane iniziarono ad operare la distinzione fra ebrei residenti nelle zone d’occupazione e i rifugiati giunti successivamente, procedimento che permetteva l’eventuale allontanamento dei secondi e, in via più estesa, di tutti gli indesiderabili che non avessero stabile domicilio nella zona. Nel luglio dello stesso anno furono sequestrati dalle autorità croate i beni di proprietà della popolazione ebraica residente a Ogulin. Grazie all’intervento dei militari italiani le autorità croate fecero sospendere gli atti procedurali in corso ed assicurarono che per un’eventuale ripresa di provvedimenti del genere sarebbe stata richiesta preventivamente l’autorizzazione dell’autorità militare italiana.768 Anche a Ragusa i decreti di incameramento emanati dal Ministero delle Finanze croato per nove aziende di proprietari ebrei provocarono l’interessamento delle 765
Ibidem, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili,
Ebrei della zona litoranea croata della Dalmazia annessa, Ufficio Affari Civili, a Comando VI Corpo d’Armata, 13616/AC, Beni degli ebrei croati, P.M.10, 8 dicembre 1942-XXI; id., Stato Indipendente di Croazia, Commissariato Generale Amministrativo presso il Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, a Comando 2ª Armata, broj pov. 17991 1942, oggetto: Legge croata – decreto legge CCXCII – II 2505 – sui beni degli Ebrei, f.to per il Commissario Generale Amministrativo il Consigliere Superiore Dott. Antonio Gropuzzo, Sussa 22 dicembre 1942-XXI; id., Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, Ebrei della zona litoranea croata della Dalmazia annessa, Ufficio Affari Civili, a Comando VI Corpo d’Armata, Beni degli ebrei croati, 14236/AC, foglio 5940/AC del 17 corrente, d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore G. Primieri, P.M.10, 27 dicembre 1942-XXI; id., Ufficio Affari Civili, a Comando V, VI, XVIII Corpo d’Armata, 14436/AC, Beni ebrei, d’ordine il Generale di Brigata a.p.l. Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 27 dicembre 1942-XXI. 766
Ibidem, a R. Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P.-Ufficio Croazia Roma e p.c. R.
Legazione d’Italia Zagabria, Ebrei della 2ª zona, f.to Vittorio Castellani, 18 novembre 1942-XXI. 767 768
D. Gizdić, Dalmacija 1942., p. 304. AUSSME, M-3, b. 69, Comando V Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando
Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia-Ufficio Affari Civili, prot. n. 5231/AC., oggetto: Sequestro dei beni di proprietà di ebrei, il Generale Comandante il Corpo d’Armata Renato Coturri, P.M.41, 7 luglio 1942-XX.
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autorità militari italiani, in seguito all’appello della comunità ebraica cittadina. In virtù dei decreti le ditte passavano allo Stato Indipendente Croato senza indennizzo alcuno per i proprietari e senza possibilità d’appello: i contenuti dei decreti risultavano tuttavia contrari allo spirito del proclama della 2ª Armata del 7 settembre, nonché contrari alla promessa fatta da Ambrosio e Dalmazzo alla comunità ebraica di Mostar che gli ebrei sarebbero rimasti sotto la tutela delle truppe italiane senza essere trasferiti o importunati. Il contenuto dei decreti poneva a serio rischio il mantenimento dell’ordine pubblico, poiché la loro applicazione, oltre ad essere dannosa agli interessi economici locali che già risentivano fortemente le conseguenze economiche della guerra, avrebbe rovinato l’esistenza di numerose famiglie, privandole dei mezzi di sussistenza e gettandole sul lastrico. La loro applicazione sarebbe inoltre stata in stridente contrasto con l’obbligo assunto dal governo di Zagabria verso Supersloda nell’accordo del 19 giugno del 1942, con cui s’impegnava allo scrupoloso mantenimento dei postulati di garanzia della sicurezza personale e patrimoniale posti dalle forze armate italiane a favore di tutta la popolazione pacifica della seconda e terza zona e ad annullare ogni atto statale legislativo, esecutivo o giudiziario che potesse implicitamente o esplicitamente essere contrario a tali postulati di garanzia, o che le autorità militari italiane ritenessero tali.769 Il commissario generale amministrativo Vrančić pertanto sospendeva sino a ulteriore ordine l’inventariamento dei patrimoni degli ebrei necessario per uso personale. 770 Il Governatorato della Dalmazia pose a Roatta la questione degli ebrei residenti a Spalato (circa duemila), che riteneva necessario estromettere dalla Dalmazia italiana.771 Anche il Comando del V Corpo d’Armata comunicava che la zona costiera compresa nella propria giurisdizione era satura di rifugiati, che avevano creduto di mettersi sotto la protezione delle forze armate italiane. Un’ulteriore affluenza di profughi, oltre ad aggravare la difficile situazione alimentare, avrebbe complicato la questione della sicurezza e della tutela dell’ordine pubblico. Per quanto riguardava gli ebrei il comando aveva disposto che non ne fosse ulteriormente consentito l’accesso in zona, in seguito al voto del Commissariato amministrativo croato che lamentava l’apporto negativo, nell’economia della
769
Ibidem, Nazionalizzazione dei beni degli ebrei, all’Eccellenza Comandante il VI Corpo
d’Armata Ragusa, la Comunità Israelitica di Ragusa, luglio 1942-XXI. 770
Ibidem, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili,
Stralcio dei notiziari del VI Corpo d’Armata, nn. 454-455 rispettivamente in data 3 e 4 corrente, Ragusa, P.M.10, 9 agosto 1942-XX. 771
Ibidem, Il Governatore della Dalmazia, all’Eccellenza Mario Roatta, Comandante FF.AA.
Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Zara 7 luglio 1942-XX.
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fascia litoranea, di emigrati che consumavano senza produrre.772 All’inizio di agosto, come da disposizioni del Comando Supremo, si arrivò ad una soluzione per millecinquecento ebrei affluiti nei mesi precedenti dallo Stato croato nella Dalmazia annessa, che sarebbero stati trasferiti nei territori croati del litorale presidiati dalle truppe italiane secondo la seguente ripartizione: trecento a Segna, Novi, Cirquenizza e Porto Re, trecento sull’isola di Brazza, cinquecento a Lesina, duecentocinquanta a Čapljina e Ragusa (divenuti quattrocento già alla fine del mese), centocinquanta nell’isola di Mezzo. Gli ebrei avrebbero goduto di una relativa libertà, con l’obbligo di non allontanarsi dalla residenza loro assegnata e di provvedere al proprio sostentamento. Roatta raccomandava ai competenti corpi d’armata di risolvere concordemente e con larghe vedute i problemi che sarebbero potuti sorgere con le autorità croate dalla sistemazione dei profughi ebrei, specialmente nei primi tempi del loro arrivo.773 Intorno alla metà del mese Berlino chiese formalmente al governo italiano la consegna alle autorità croate degli ebrei presenti nelle zone controllate dalle sue truppe. Da Roma venne impartito l’ordine di rastrellare e consegnare la popolazione ebraica agli ustaša, ma il comando militare italiano mosse diverse obiezioni: la decisione dei governi di Berlino e Zagabria di stringere i tempi della soluzione finale con un accordo per la deportazione degli ebrei dello Stato Indipendente Croato nei campi di sterminio dell’Europa orientale occupata dai tedeschi, suscitò quindi la reazione degli ufficiali del Comando della 2ª Armata, che videro le disposizioni, comprendenti anche i propri territori di competenza, come un’intromissione nella zona d’occupazione italiana, trovando il sostegno del plenipotenziario Pietromarchi. In autunno il V Corpo d’Armata lamentò che a Novi, Porto Re e dintorni con i trecento ebrei per cui era previsto il trasferimento – già ampiamente avviato – il loro numero complessivo sarebbe salito a circa milleduecento, con ulteriore
772
Ibidem, Comando V Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Superiore FF.AA.
Slovenia-Dalmazia-Ufficio Affari Civili, prot. n. 5138/AC, oggetto: Ebrei nella zona costiera, f.to il Generale Comandante il Corpo d’Armata Renato Coturri, P.M.41, 30 giugno 1942-XX. 773
Ibidem, a Comando Supremo, 7646/AC, telescritto 1725 del 26 giugno u.s., Ebrei della zona
litoranea croata della Dalmazia annessa, f.to d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore E. de Blasio, 16 luglio 1942-XX; id., Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, Ufficio Affari Civili, a Comando V, VI, XVIII Corpo d’Armata e p.c. a Comando CC.RR. di Supersloda, prot. n. 8418/AC., oggetto: Ebrei della Dalmazia, f.to il Generale Comandante designato d’Armata Mario Roatta, P.M.10, 6 agosto 1942-XX; id., a Governo della Dalmazia Zara, 9324/AC, Ebrei della zona litoranea, f.to il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore E. de Blasio, P.M.10, 30 agosto 1942XX.
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aggravamento dei disagi per la popolazione locale.774 A Ragusa invece il prefetto e le altre autorità civili croate si rifiutavano categoricamente di provvedere all’alimentazione degli ebrei presenti sul territorio: il prefetto aveva fatto presente che Ragusa non aveva viveri sufficienti al fabbisogno della popolazione ed era Zagabria a provvedere ad integrare lo scarso quantitativo di prodotti cerealicoli della provincia; con l’interruzione della linea ferroviaria Sarajevo-Mostar, la situazione era andata poi peggiorando e la popolazione mancava quasi assolutamente di viveri. Il generale Dalmazzo aveva dovuto anticipare, a diversi comuni della zona, importanti partite di farina che ancora non erano state restituite. A prescindere dalle decisioni che sarebbero state prese in merito alla popolazione ebraica della seconda zona, Roatta riteneva doveroso venire incontro alle loro necessità di vita e pregava il Commissariato amministrativo croato di voler intervenire in questo senso presso le autorità croate, onde eliminare una evidente ragione di turbamento per l’ordine pubblico. L’ipotesi più probabile, infatti, era che gli ebrei, pur rimanendo nelle località prefissate, avrebbero cercato di procurarsi con qualunque mezzo generi alimentari, contribuendo ad aumentare i dannosi effetti della borsa nera per le vettovaglie ed i prezzi, che a Ragusa avevano già raggiunto cifre proibitive con gravi ripercussioni sulle disagiate condizioni economiche della popolazione. Dalmazzo consigliava che ove si fosse mantenuta ferma la decisione di avviare gli ebrei in quella zona, si provvedesse ad internarli, a scopo protettivo, in campi di internamento da istituire appositamente sulla costa croata o sulle isole italiane (Curzola ad esempio), facendosi l’Italia garante del loro mantenimento. Il comando della 2ª Armata sembrava orientarsi, in merito a quest’ultimo aspetto, istituendo nelle località di loro sistemazione spacci ad uso esclusivo degli ebrei, dove potessero prelevare in base ad apposite tessere di assegnazione.775 Il 5 settembre del 1942 il governo di Roma ricevette ancora una volta da parte tedesca la richiesta di avere in consegna gli ebrei rifugiati. Ciano ribadì la disposizione volta alla loro consegna alle autorità tedesche nei territori croati occupati dalle truppe italiane. La decisione costituiva in parte l’abbandono delle
774
Ibidem, Comando V Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Superiore FF.AA.
Slovenia-Dalmazia-Ufficio Affari Civili, prot. n. 7711/AC, oggetto: Ebrei della Dalmazia, f.to il Generale Comandante il Corpo d’Armata Renato Coturri, P.M.41, 15 ottobre 1942-XX. 775
Ibidem, Ebrei della zona litoranea croata della Dalmazia annessa, Comando Superiore
FF.AA. Slovenia-Dalmazia-Ufficio Affari Civili, oggetto: Ebrei della Dalmazia, P.M.10, 8 settembre 1942-XX; id., Comando VI Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata)-Ufficio Affari Civili, n. 3689/AC, oggetto: Ebrei della Dalmazia, P.M.39, f.to il Generale del Corpo d’Armata Renzo Dalmazzo, 19 settembre 1942-XX; id., a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia – presso “Supersloda” Sede e p.c. a Comando VI Corpo d’Armata, 10330/AC, Situazione degli ebrei, f.to il Comandante Superiore Generale Mario Roatta, P.M.10, 24 settembre 1942-XIX.
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garanzie fino ad allora elargite e fu interpretata da Supersloda come una violazione della parola data e il solito duro colpo al prestigio italiano, anche dinanzi alla popolazione ortodossa che aveva trovato tutela presso la 2ª Armata. Pochi giorni dopo Roatta intervenne presso il commissario generale amministrativo croato per la questione dell’opposizione del prefetto di Ragusa agli inviti del VI Corpo d’Armata a provvedere al fabbisogno degli ebrei della zona.776 Il governatore Bastianini, invece, continuava ad insistere presso Supersloda affinchè gli ebrei immigrati in Dalmazia fossero allontanati dai territori annessi.777 Il 28 ottobre, infine, il Comando Supremo italiano stabiliva l’internamento immediato in appositi campi di tutti gli ebrei presenti nel territorio croato di giurisdizione della 2ª Armata. Era importante – comunicava il comando italiano al governo di Roma – che la riunione dei rifugiati eseguita dall’autorità militare non fosse la premessa per il passaggio, a cura della stessa autorità, degli ebrei ai croati e ai tedeschi. Nel caso tale consegna fosse stata infine necessaria, era opportuno che l’esercito italiano ne rimanesse estraneo: che fossero i croati ad andare a prendere gli ebrei. Il comando italiano riteneva infatti accettabile l’internamento nei campi solamente a scopo protettivo, nel caso quindi gli ebrei non venissero riconsegnati e fosse predisposto l’accertamento della pertinenza per provvedere al loro smistamento, ossia dividendoli in ebrei croati ed ebrei aventi eventualmente titolo alla cittadinanza italiana.778 Il principio della pertinenza, ereditato dalle leggi austriache e jugoslave, fu infatti accolto come presupposto per il riconoscimento della nazionalità in attesa di una legge di cittadinanza per i territori annessi della Dalmazia e servì ad avviare il censimento della popolazione suddividendola in elementi favorevoli ed ostili al fascismo.779 I richiedenti, con la dovuta documentazione presentata presso gli uffici consolari italiani, potevano essere iscritti nei registri di pertinenza. Gli ambienti nazionalisti croati considerarono l’iscrizione dei pertinenti un vero e proprio tentativo di snazionalizzazione: gli ebrei internati rimanevano pur sempre cittadini croati e come tali soggetti ai poteri ed ai doveri dello Stato Indipendente Croato le cui autorità avevano almeno teoricamente facoltà insindacabile di richiedere nominativamente ebrei soggetti all’internamento italiano. Onde non provocare
776
Ibidem, Ebrei della zona litoranea croata della Dalmazia annessa, Comando Superiore
FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, a Commissario Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso “Supersloda” e p.c. a Comando VI Corpo d’Armata, prot. n. 10130/AC, oggetto: Ebrei della Dalmazia, f.to il Comandante Superiore Generale Mario Roatta, P.M.10, settembre 1942-XX. 777
Ibidem, telegramma cifrato, Governatorato Dalmazia at Comando Supersloda, f.to
Governatore Bastianini, 12 settembre 1942-XX. 778
Ibidem, Promemoria, s.d.; id., telescritto cifrato, Comando Supremo at Comando Supersloda
(2ª Armata), n. 982/AG, f.to Ugo Cavallero, 28 ottobre 1942. 779
D. Rodogno, op. cit., pp. 319-321.
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ulteriormente la suscettibilità del regime di Zagabria, furono negate le iscrizioni nei registri a coloro che intendevano avvalersene per sottrarsi al servizio militare e fu tenuto conto il più possibile dell’origine non ariana degli iscritti. Il VI Corpo d’Armata vietò l’iscrizione a più di cento ebrei accettandone solamente una quarantina, di cui metà minorenni, nonostante la zona sotto la sua giurisdizione fosse considerata quella dove i provvedimenti contro gli ebrei venivano applicati nel modo meno drastico.780 Il Ministero degli Affari Esteri, interessato ad indicare i criteri da considerare per determinare la pertinenza italiana o meno dei cittadini ex jugoslavi, dopo aver interpellato l’Ufficio di Consulenza Giuridica, comunicava che in linea generale erano da considerarsi pertinenti ai territori annessi gli individui iscritti nel registro della popolazione dei singoli comuni; potevano inoltre avere titolo alla cittadinanza italiana coloro nati in un comune dei territori annessi che vi risiedessero stabilmente, coloro che da notevole periodo di tempo risiedevano in un comune dei territori annessi, coloro che pur non essendo nati, né residenti in comuni dei territori annessi, vi avessero parenti fino al terzo grado oppure vi possedessero da tempo beni immobili, infine coloro che avevano acquistato particolare benemerenza verso le autorità d’occupazione italiane.781 Il numero degli ebrei spediti nelle località assegnate aumentò progressivamente, senza tener conto delle aliquote precedentemente stabilite e portò alla ricerca di nuove località di internamento sulla zona costiera.782 I campi di internamento per ebrei della seconda zona furono stabiliti presso i corpi d’armata italiani dislocati sul territorio. 783 Roatta emanò le disposizioni sulla base degli ordini pervenuti dal Comando Supremo. 784 Il sistema di internamento disposto, in realtà, non esistendo inizialmente veri e propri campi, prevedeva per gli ebrei una discreta libertà di movimento, sotto controllo e con l’obbligo di non
780
AUSSME, M-3, b. 69, Ragusa 30 gennaio 1943-XXI; id., Comando Superiore FF.AA.
Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, a Comando VI Corpo d’Armata, n. 1362/AC risp. foglio 590/AC del 26 gennaio u.s., oggetto: Internamento ebrei, f.to il Generale Comandante Mario Robotti, P.M.10, 18 febbraio 1943-XXI. 781
Ibidem, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a
Comando V, VI, XVIII Corpo d’Armata e p.c. a Governo della Dalmazia Zara, a R. Prefettura del Carnaro Fiume, prot. n. 1288/AC, oggetto: Accertamento ebrei, f.to d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 17 ottobre 1942-XX. 782
Ibidem, a Comando V, VI, XVIII Corpo d’Armata e p.c. a Comando CC.RR. di Supersloda,
10735/AC, Ebrei della Dalmazia, d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore E. de Blasio f.to Zanussi, P.M.10, 8 ottobre 1942-XX. 783
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, oggetto: Situazione ebrei, P.M.10, 16
agosto 1943. 784
Ibidem, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, Ufficio Affari Civili, all’Eccellenza
il Comandante del V, VI, XVIII Corpo d’Armata, prot. n. 11912/AC, oggetto: Accertamenti ebrei, f.to il Generale Comandante designato d’Armata Mario Roatta, P.M.10, 31 ottobre 1942-XXI.
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allontanarsi.785 Agli ebrei sotto la custodia del comando del V Corpo d’Armata era concessa la libera circolazione per Ragusa, fatto che non era solamente contrario agli ordini superiori, ma era anche in evidente contrasto con le ripetute e categoriche assicurazioni date al riguardo dal Ministero degli Affari Esteri all’ambasciata tedesca: ai solleciti di quest’ultima, infatti, era sempre stato risposto di non ravvisarsi l’urgenza di una decisione in merito alla consegna degli ebrei, dal momento che questi erano strettamente sorvegliati e posti in condizione di non poter svolgere in alcun modo attività nocive. Anche negli stessi interessi della popolazione ebraica sembrava prudente che il regime di internamento fosse applicato con rigida severità, giacchè, se fosse giunta notizia ai tedeschi – e la cosa non poteva essere ignorata a lungo – che gli ebrei giravano liberamente in città e negli altri centri di confino, difficilmente le autorità italiane, militari e non, avrebbero potuto evitare che l’ambasciata tedesca facesse un nuovo passo e, invocando l’inefficacia delle misure adottate, insistere per l’immediata consegna, ottenendo la revoca della sospensiva decisa dalle superiori autorità.786 A dicembre (1942) erano stati raccolti ed internati più di mille ebrei tra Kupari (trecentocinquanta), Melini (Mlini, centocinquanta), Gravosa (Gruž, sessanta) e sulle isole di Mezzo (Lopud, quattrocento) e Lesina (quattrocentocinquanta);787 nel febbraio successivo il numero era salito abbondantemente sopra i duemila.788 Inoltre già da novembre circa altri mille erano stati internati presso il comando del V Corpo d’Armata a Porto Re, mentre aumentava progressivamente il trasferimento di ebrei a Lesina e Brazza.789 Qui, provvisti i profughi di vettovagliamento, il comando del XVIII Corpo d’Armata richiedeva l’invio di personale graduato e medico, per avviare a funzionamento i campi di
785
Ibidem, Comando V Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Superiore FF.AA.
Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, prot. n. 6944/AC, oggetto: Ebrei della Dalmazia, f.to il Generale Comandante il Corpo d’Armata Renato Coturri, P.M.41, 14 settembre 1942-XX. 786
Ibidem, Confidenziale, Pro-memoria per il Sig. Capo di Stato Maggiore, P.M.10, 26 novembre
1942-XXI. 787
Ibidem, Internamenti ebrei Slovenia-Dalmazia, Memoria, Comando VI Corpo d’Armata –
Convegno a Ragusa del 26 novembre 1942 ore 17, col Sig. Colonnello Cigliana – Capo di S.M. –. 788
Ibidem, Comando VI Corpamiles at Supersloda, nr. 5546/AC, f.to Generale Santovito, 1
dicembre 1942-XXI; id., Ufficio Affari Civili, a Comando Supremo, 2052/AC, Situazione ebrei, f.to d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 20 febbraio 1943-XXI. 789
Ibidem, Comando Superiore FF.AA Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili,
Memoria per il signor generale capo di Stato Maggiore, Campi di concentramento ebrei, P.M.10, 17 novembre 1942-XXI; id., a Comando VI Corpo d’Armata, 12814/AC, Campo concentramento ebrei, f.to d’ordine il Generale di Brigata a.p.a Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 20 novembre 1942-XXI.
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internamento e sopperire alle necessità igienico-sanitarie degli internati.790 Il comando del VI Corpo d’Armata nell’area di competenza incaricò i carabinieri e gli informatori locali di svolgere indagini per rintracciare eventuali ebrei che non risultassero segnalati negli elenchi delle autorità croate o che non si fossero presentati al censimento effettuato in precedenza dal comando stesso. Le indagini portarono al rinvenimento di alcune persone di volta in volta avviate ai campi e soprattutto pose il problema dell’internamento dei coniugi uniti da matrimoni misti, regolarmente contratti prima dell’emanazione delle leggi razziali.791 Anche gli ebrei internati presso il VI Corpo d’Armata godevano di una certa libertà e tutto sommato di una comoda sistemazione in alberghi requisiti o presso privati, così come quelli del XVIII Corpo d’Armata a Brazza e Lesina. Nell’aprile del 1943, in seguito al nuovo schieramento delle truppe, il comando del V Corpo d’Armata propose il trasferimento degli internati del campo di Buccari (ottocentoquarantadue persone) verso l’interno, eventualmente anche in Italia, purchè fossero allontanati dalla zona, esposta all’influenza partigiana. Anche il campo di Porto Re (più di mille internati), in origine destinato ad accogliere civili croati, si trovava, come posizione, nella condizione di quello di Buccari, ma risultava aver allestito un sistema alquanto efficiente, con cucine e locali per bambini, sala riunione e refettorio, scuola, magazzino e servizi vari.792 A Supersloda continuavano a giungere notizie di ebrei affluiti nella zona presidiata dalle truppe italiane, con i comandi di corpo d’armata che provvedevano al loro internamento e al successivo censimento. Vietava pertanto l’ulteriore afflusso di ebrei nelle zone presidiate dalle truppe italiane, impartendo le necessarie disposizioni agli enti dipendenti ed in particolare ai posti di blocco dislocati sulle vie di accesso, affinchè gli ebrei che vi si fossero presentati fossero respinti ed invitati a tornare ai luoghi di provenienza.793 A Mostar l’internamento fu scelto di
790
Ibidem, Internamenti ebrei Slovenia-Dalmazia, Comando XVIII Corpo d’Armata, Sezione
Affari Civili, a Comando Superiore FF.AA Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), prot. n. 603/AC, oggetto: Concentramento ebrei internati a Lesina, d’ordine il Colonnello Capo di S.M. Pietro Barbero, P.M.118, 26 febbraio 1943-XXI. 791
Ibidem, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili,
Ebrei della zona litoranea croata della Dalmazia annessa, Comando VI Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata)-Ufficio Affari Civili, prot. n. 1613 A/C, risp. f. 1362/AC del 18/2/43, oggetto: Internamento ebrei, 8 marzo 1943-XXI. 792
Ibidem, Internamenti, ebrei Slovenia-Dalmazia, Comando V Corpo d’Armata, Ufficio Affari
Civili, a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, prot. n. 2874/AC, oggetto: Campi di Buccari e Porto Re, f.to il Generale di Corpo d’Armata Comandante Alessandro Gloria, P.M.41, 6 aprile 1943-XXI. 793
Ibidem, Comando Superiore FF.AA Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, a
Comando V,VI e XVIII Corpo d’Armata, a Comando CC.RR. di Supersloda e p.c. a Intendenza di Supersloda e R. Missione Militare Italiana in Croazia, prot. n. 5289/AC, oggetto: Internamento nuovi
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propria volontà da diversi ebrei che si presentarono all’autorità militare italiana del tutto spontaneamente.794 Intanto non si fermavano però le persecuzioni: nei primi giorni di maggio a Zagabria furono arrestati oltre seicento ebrei scampati alle precedenti stragi, prevalentemente vecchi, donne e bambini, consegnati ai tedeschi e inviati in Germania.795 Per timore di essere deportati gli ebrei affluivano sempre più numerosi dalla zona d’occupazione tedesca in quella delle truppe italiane. Le resistenze e le obiezioni delle autorità militari italiane furono interpretate da Ribbentrop e Pavelić, che esercitarono nuove pressioni sul governo di Roma per la consegna degli ebrei rifugiati, anche come incompetenza delle autorità militari italiane nell’attuare i trasferimenti. A giugno gran parte degli ebrei venne infine trasferita e internata nei campi di prigionia di Arbe e Porto Re, dove nonostante le restrizioni, riuscirono ad aver salva la vita, a differenza di buona parte degli sventurati internati sloveni e croati che morivano ogni giorno per malnutrizione. Fra costoro vi erano tutti gli ebrei scampati dagli eccidi ustaša che erano riusciti a raggiungere la costa dalmata (circa tremila).796 L’internamento fu un provvedimento disposto per ragioni di carattere politico – fronteggiare le richieste tedesche e croate riaffermando l’influenza italiana nello Stato Indipendente Croato – ma effettuato nell’interesse degli stessi ebrei. Ultimato il trasferimento dai campi dipendenti dai corpi d’armata il comando della 2ª Armata diede ordini affinchè in linea generale il trattamento particolare da riservare agli ebrei – ferma restando l’integrità della disciplina e l’accurata sorveglianza – fosse lo stesso riservato agli internati politici a scopo protettivo.797 Agli ebrei internati nel campo di Porto Re, infatti, sistemati in baracche, fu concessa un’ampia attrezzatura per i servizi interni: gabinetti dentistici, sartorie, barbieri, scuole primarie e medie, tre categorie di cucine (generale, per diabetici e per bambini). Gli ebrei internati avevano con loro il
ebrei, f.to d’ordine il Generale di Brigata a.p.s. Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 27 aprile 1943-XXI. 794
Ibidem, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia
presso Comando 2ª Armata, 8238/A.C., foglio n. 5138 del 17 giugno corrente, Medici internati dott. Jungwirth e Stern di Mostar, chiedesi rimessa in libertà, f.to d’ordine il Generale di Brigata Capo Ufficio Affari Civili Michele Rolla, P.M.10, 27 giugno 1943-XXI. 795
Ibidem, b. 19, fasc. 8, Carteggio Comando Supremo, Relazioni del generale Pièche sulla
situazione in Serbia e Croazia presentate al Ministero degli Affari Esteri, a Gab.A.P., prot. n. 6/7, oggetto: Notizie dalla Croazia, f.to il Generale Pièche, Roma 19 maggio 1943-XXI. 796
Ibidem, b. 69, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, oggetto: Situazione ebrei, P.M.10, 16
agosto 1943. 797
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, all’Intendenza della 2ª Armata prot. n
9422/AC, oggetto: Sistemazione e trattamento ebrei ad Arbe, f.to d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 14 luglio 1943-XXI.
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bagaglio contenente ciò loro rimasto ed i gruppi familiari riserve di olio, grassi, farina. Roatta durante la visita compiuta al campo di Porto Re aveva disposto la sistemazione di cucine con fornelli elettrici e locali per riunioni e per l’attività scolastica. Tra gli ebrei numerosi gli avvocati, gli impiegati, i dottori in medicina e chirurgia, i dentisti e non mancavano artisti e artigiani: prodigati agli ordini del comando del campo non si verificarono incidenti o atti di indisciplina.798 Senza ottenere particolare successo, i comandi italiani intervennero anche presso il commissario generale amministrativo croato David Sinčić, per ottenere da Zagabria il pagamento delle pensioni corrisposte dallo Stato jugoslavo prima e da quello croato poi, da enti autonomi parastatali, istituzioni o ditte private, agli ebrei internati aventi diritto. Il Ministero delle Finanze croato oppose tuttavia il proprio diniego, adducendo che gli ebrei internati e le loro famiglie ricevevano già in natura il loro sostentamento nei rispettivi campi di internamento.799 Anche agli ebrei sistemati nel campo di Arbe fu garantita la migliore sistemazione possibile dando, pur nei limiti imposti dalle norme di disciplina, moralità e ordine, una certa tolleranza nella vita quotidiana e nelle manifestazioni collettive. A disposizione di ogni settore fu messa una cucina per la confezione dei cibi di cui alcuni internati disponevano e si cercò di far funzionare rapidamente le scuole. Le autorità militari italiane provvidero ad istituire e far funzionare un gabinetto dentistico diretto da un medico ufficiale italiano, ad una completa organizzazione dei laboratori (sartoria, falegnameria, ecc.) nei quali venivano impiegati gli internati, ad effettuare turni di bagni al mare per donne, uomini e bambini opportunamente vigilati (anche per necessità igieniche, per sopperire alla carenza di acqua), alla raccolta di libri per la biblioteca. Gli ebrei internati nel campo erano circa duemilasettecento, tutti con i doveri degli internati civili a scopo protettivo ed uguale trattamento, ma per particolari ed eccezionali motivi, contingenti e
798
Ibidem, 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, oggetto: Sistemazione e trattamento ebrei nel campo di
Arbe, P.M.10, 10 luglio 1943-XXI. 799
Ibidem, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili,
Ebrei della zona litoranea croata della Dalmazia annessa, Ufficio Affari Civili, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso Supersloda, 1962/AC, Riscossione pensione ebrei internati, d’ordine il Colonnello Capo Ufficio Affari Civili M. Rolla, P.M.10, 18 febbraio 1943-XXI; id., Comando V Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando 2ª Armata-Ufficio Affari Civili, prot. n. 5971/AC, oggetto: Pagamento pensioni ad ebrei internati, f.to d’ordine il Colonnello Giuseppe Zappino, P.M.41, 3 luglio 1943-XXI; id., Ufficio Affari Civili, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso Comando 2ª Armata, 10109/AC, Pagamento pensioni ebrei internati, d’ordine il Generale di Brigata Capo Ufficio Affari Civili Michele Rolla, P.M.10, 30 luglio 1943; id., Stato Indipendente di Croazia, Commissariato Generale Amministrativo presso Comando 2ª Armata, a Comando 2ª Armata, broj pov. 6489 1943, oggetto: Pagamento pensioni ebrei internati, rif. f. n. 1962 AC del 18/2/43 e 10109/AC del 30/7/43, f.to il Commissario Generale Amministrativo David Sinčić, Sussa 23 agosto 1943.
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politici, si riteneva opportuno concedere – nell’intangibile disciplina – un trattamento sentitamente “italiano”.800 Nell’agosto del 1943 la comunità israelitica di Spalato espresse la più viva riconoscenza al colonnello dei carabinieri Cujuli, comandante del campo per internati civili di Arbe, per l’impegno dimostrato nel migliorare le condizioni di alloggio ed alimentazione degli ebrei salvati dall’esercito italiano.801 Intanto, alla fine del mese, venivano terminati i baraccamenti del secondo lotto del secondo settore del campo, pronti ad alloggiare altri cinquecento ebrei provenienti dall’isola di Curzola, anche se ancora sprovvisti di illuminazione, servizio idrico, infermeria e tramezzi che consentissero la sistemazione in stanze separate dei diversi nuclei familiari.802 Nel frattempo, caduto il regime fascista, buona parte degli internati iniziarono ad essere liberati, ad iniziare dai soggetti minorati fisicamente o psichicamente e dai bambini di età inferiore ai quattordici anni compiuti. I comandi di campo avrebbero inviato gli internati dismessi a Lubiana e Fiume, da dove poi i comandi di corpo d’armata si sarebbero occupati di condurli alle rispettive destinazioni.803 Gli ebrei sarebbero stati muniti di una lettera del comando della 2ª Armata che disponeva la loro liberazione e sarebbe valsa come lasciapassare, salvacondotto, foglio di viaggio.804 Tuttavia le persistenti deportazioni di ebrei dello Stato Indipendente Croato continuavano a preoccupare talmente gli internati che in molti, nonostante potessero beneficiare della dimissione dai campi, preferirono rimanervi o rientrarvi per avere garantita la protezione. Se la maggior parte degli esponenti istituzionali e militari italiani 800
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, oggetto: Visita al campo di Arbe, P.M.10,
27 luglio 1943; id., Intendenza della 2ª Armata, Ufficio Prigionieri ed Internati di guerra, a Comando 2ª Armata-Ufficio Affari Civili Sede, prot. n. 3234/SO/0-7, rif. f. n. 9422/AC del 14 corrente, oggetto: Sistemazione e trattamento degli ebrei ad Arbe, d’ordine il Capo di Stato Maggiore Colonnello s.S.M. R.M. Camèra, P.M.10, 29 luglio 1943. 801
Ibidem, Comunità Israelitica di Spalato, all’egregio sig. colonnello CC.RR. Cujuli,
Comandante del campo d’internamento I.C. di Arbe, N.I. 2402/43, f.to il presidente Ing. Vittorio Morpurgo, Spalato 20 agosto 1943. 802
Ibidem, 11842/AC, all’Intendenza della 2ª Armata, Trasferimento di 500 ebrei dall’isola di
Curzola ad Arbe, f.to il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore Umberto Fabbri, P.M.10, 24 agosto 1943-XXI; id., Intendenza della 2ª Armata, Ufficio prigionieri ed internati di guerra, a Comando 2ª Armata-Ufficio Affari Civili, prot. n. 15903/II/b-10, risposta al 11842/AC del 24 corr., oggetto: trasferimento di 500 ebrei dall’isola di Curzola ad Arbe, f.to il Generale di Brigata Intendente Umberto Giglio, P.M.10, 30 agosto 1943-XXI. 803
Ibidem, Intendenza della 2ª Armata, Ufficio prigionieri ed internati di guerra, ai comandi
campo internati di guerra e p.c. a Stato Maggiore R.E.-Ufficio p.g., a Comando 2ª Armata, a Comando V, VI, XI, XVIII Corpo d’Armata, prot. n. 15635/II/C1, oggetto: Liberazione internati minorati e bambini, f.to il Generale di Brigata Intendente Umberto Giglio, P.M.10, 21 agosto 1943. 804
Ibidem, all’Intendenza della 2ª Armata-Sede, 11398/AC, Liberazione ebrei, f.to d’ordine il
Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore Umberto Fabbri, P.M.10, 17 agosto 1943.
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reputava si dovesse dare asilo ai profughi, tra cui gli ebrei, l’altra, pur minoritaria, sosteneva si sarebbe dovuto ricacciarli oltre la linea di demarcazione. Circa l’80% della comunità ebraica jugoslava rimase vittima delle politiche razziali di tedeschi e collaborazionisti: al termine della guerra non restavano più di tredicimilacinquecento ebrei. Una buona parte, circa cinquemila, di cui la maggioranza proveniente dallo Stato Indipendente Croato, deve la vita agli sforzi compiuti da funzionari e ufficiali italiani: solamente nell’isola di Arbe alla fine gli ebrei della zona d’occupazione italiana, concentrati per essere sottratti all’arresto di ustaša e tedeschi, furono circa quattromila.805 Seppure le decisioni italiane furono prevalentemente generate da ragioni di origine politica (comunque non del tutto assenti anche gli aspetti umanitari), fu questo il più numeroso gruppo di ebrei jugoslavi che si salvarono dal genocidio.
4.7.
Repressione e internamento di civili
Nel corso degli anni 1942-1943 decine di migliaia di civili jugoslavi furono internati in Italia. Nei territori occupati o annessi si ricorse spesso, per la lotta contro le bande partigiane e la popolazione fiancheggiatrice, a metodi repressivi che prevedevano l’incendio di villaggi, la fucilazione di ostaggi civili e la deportazione della popolazione in campi di internamento – dove morirono migliaia di persone – predisposti in Italia e negli stessi territori occupati sottoposti al controllo delle autorità militari. I campi di internamento per civili inizialmente furono costituiti per neutralizzare gli elementi ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico, ma presto gli internamenti coinvolsero una parte sempre più vasta di popolazione, soprattutto nelle campagne, trasformandosi in alcuni casi in una vera e propria deportazione. Nei territori adriatici annessi all’Italia i campi di internamento principali furono quello di Arbe per l’area fiumana e slovena, il campo di Melada (Molat, provincia di Zara) dipendente dal Governatorato della Dalmazia e i campi di Mamula (Lastavica) e Prevlaka per l’area adriatica meridionale e le Bocche di Cattaro, dipendenti dal VI Corpo d’Armata. Dall’intendenza della 2ª Armata, oltre al campo di Arbe, dipesero anche altri centri di internamento per jugoslavi situati in Italia, come quelli di Gonars (provincia di Udine), il più grande campo per slavi operante nella penisola, e Renicci (Arezzo). Vi furono poi una serie di campi minori con funzione di transito, come a Zaravecchia, Vodizza (Vodice) e Divulje. Le condizioni di vita degli internati variarono in base ai diversi periodi e alle differenti situazioni, ma in generale la loro condizione, causa la carenza
805
M. Shelah, op. cit., p. 168.
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alimentare, il sovraffollamento e le precarie condizioni igienico-sanitarie, fu decisamente difficile.806 Nel marzo del 1942 la menzionata Circolare 3C di Roatta predispose una serie di ordini relativi all’internamento dei civili – a titolo protettivo, precauzionale o repressivo – come provvedimento diretto a reprimere la lotta partigiana, colpendo anche interi gruppi sociali o centri abitati. In caso di rivolta o imminenti operazioni i comandi potevano: integrare le ordinarie limitazioni alla circolazione (lasciapassare, coprifuoco, ecc.) sino ad abolire completamente il movimento dei civili; provvedere a trattenere ostaggi tra la popolazione chiamata a rispondere di eventuali aggressioni a militari e funzionari italiani; considerare corresponsabili dei sabotaggi gli abitanti delle abitazioni prossime al luogo dell’avvenimento, internandoli a titolo repressivo, confiscandone il bestiame e distruggendone le case. Gli individui trovati nelle zone di combattimento sarebbero stati arrestati, stesso trattamento verso i sospettati di favoreggiamento dei partigiani. Nel corso delle operazioni sarebbero stati distrutti gli edifici dai quali partivano le offese alle truppe italiane e quelli in cui fossero stati rinvenuti depositi di armi, munizioni ed esplosivi. Nel caso l’intera popolazione di un villaggio o la massima parte di essa avesse combattuto contro le truppe italiane, si sarebbe provveduto alla distruzione dell’intero abitato. Era permessa la confisca, per disposizione dei comandi responsabili, di viveri, foraggi e bestiame trovati negli edifici e villaggi distrutti o abbandonati. Come Mussolini ribadì a Roatta a Fiume due mesi dopo (23 maggio 1942) la miglior situazione si aveva a nemico morto: occorreva disporre di ostaggi, con vaste misure di internamento, fino a venti o trentamila persone.807 Le divisioni italiane batterono il territorio occupato con grandi operazioni di rastrellamento, non risparmiando la popolazione accusata di sostenere i partigiani. Nel Governatorato della Dalmazia, secondo ordinanza di Bastianini, coloro che avessero abbandonato il comune di residenza per unirsi ai ribelli sarebbero stati iscritti in apposite liste e una volta presi passati per le armi. Le famiglie degli iscritti sarebbero state considerate ostaggi e per nessuna ragione avrebbero potuto allontanarsi dalla frazione di residenza. I beni degli iscritti sarebbero stati confiscati su ordine del prefetto e venduti al migliore offerente, con il ricavato assegnato al comune di residenza. La somministrazione di viveri sarebbe stata immediatamente sospesa agli abitanti delle zone in cui si fossero verificati atti di sabotaggio a telefoni e telegrafi, lancio di esplosivi e aggressioni a mano armata. Qualora atti del genere fossero stati conseguenza di colpevole negligenza da parte
806
Sui campi di internamento civile e le vicende degli internati jugoslavi si veda C.S.
Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Torino, Einaudi, 2006. 807
AUSSME, M-3, b. 71, Stralcio delle comunicazioni verbali fatte dall’eccellenza Roatta nella
riunione di Fiume del giorno 23 maggio 1942. Affermazione riportata in diverse pubblicazioni, tra cui D. Rodogno, op. cit., pp. 401-407.
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dei capi villa e degli abitanti che avevano assunto impegno di collaborare per la tutela dell’ordine pubblico, i responsabili sarebbero stati passati per le armi, così come quelli che avessero prestato assistenza, aiuto o in qualunque modo avessero favorito l’azione dei ribelli. Coloro che fossero rientrati alle proprie case presentandosi alle forze di polizia locali sarebbero stati, salvo non dovessero rispondere direttamente di altri reati, esenti da pena per la partecipazione e l’organizzazione di bande armate.808 In vario tempo e con varie modalità, con lancio di manifestini e proclami pubblici, a volte estesi a tutta la zona d’occupazione, altre limitate al territorio di competenza delle singole grandi unità, le autorità militari italiane invitarono alla resa i partigiani, promettendo salva la vita a chi si fosse costituito alle autorità italiane o croate.809 Esclusi quanti avessero manifestato la volontà di arruolarsi nelle MVAC, la gran maggioranza sarebbe stata sottoposta ad internamento: i capi partigiani sarebbero stati denunciati ai tribunali di guerra competenti, ma nei loro confronti, essendosi arresi in dipendenza del proclama del 15 luglio 1942 emanato dal prefetto di Fiume e dal comandante il V Corpo d’Armata, non sarebbe stata applicata la pena di morte.810 Ciò nonostante a novembre il commissario generale amministrativo presso Supersloda recriminava come i croati tornati dai boschi alle proprie case continuassero ad essere internati, nonostante l’incolumità promessa dal ministro Sušić, e pregava di provvedere affinchè fossero rimessi in libertà. Per un rilevante numero di croati già condannati continuava infatti ad essere disattesa l’amnistia promessa il mese precedente in occasione della firma del trattato di Zagabria.811 La capienza dei campi – prevalentemente di transito – di Buccari e Porto Re fu rapidamente esaurita, anche a causa della decisione di concentrarvi gli ebrei, 808
AUSSME, M-3, b. 64, fasc. 3, 2 A, 1943, ordine pubblico (Ufficio A.C.), Comando Superiore
FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, Provvedimenti contro i ribelli e loro familiari, Ordinanza n. 150, Governo della Dalmazia, f.to Giuseppe Bastianini, Zara 7 giugno 1942-XX. 809
Ibidem, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, n.
8514/AC, oggetto: Proclami che garantiscono “salva la vita” a ribelli che si arrendano o ritornino alla loro dimora abituale, f.to il Generale Comandante designato d’Armata Mario Roatta, P.M.10, 13 agosto 1942-XX; id., Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, n. 5600/AC, oggetto: Trattamento ai partigiani che si arrendono, f.to il Generale Comandante designato d’Armata Mario Robotti, P.M.10, 2 maggio 1943-XXI; id., Comando XI Corpo d’Armata, Ufficio Operazioni, prot. n. 02/3030, oggetto: Trattamento ribelli che si costituiscono, f.to il Generale di Corpo d’Armata Comandante Gastone Gambara, P.M.46, 5 giugno 1943-XXI. 810
Ibidem, b. 67, 2ª A, 1942, Volantini “salva la vita”, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-
Dalmazia, Ufficio Affari Civili, a Comando V, VI, XVIII Corpo d’Armata, a Comando CC.RR. di “Supersloda”, a Tribunale Militare di Guerra di “Supersloda” e p.c. a R. Prefettura del Carnaro, prot. n. 8144/AC, oggetto: Proclama che garantisce “salva la vita” a ribelli che si arrendono e consegnano le armi, f.to il Generale Comandante designato d’Armata Mario Roattta, 29 luglio 1942-XX. 811
HDA, 491, OUP, kut. 28, 1942 opći spisi 12155-13551, Appunti, Sussak 13 novembre 1942.
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complicando l’ulteriore internamento di civili: fu quindi momentaneamente considerata la possibilità di inviare, d’intesa con le autorità croate, i prigionieri nell’interno dello Stato croato o in Germania, ma la proposta non ebbe seguito.812 Il pretesto fu colto nel marzo del 1943 dal vescovo di Segna monsignor Burić in occasione di una sua visita il giorno 16 al comandante del V Corpo d’Armata: il prelato manifestò la possibilità di sistemare almeno alcuni – se non tutti – dei bambini internati a Buccari con i loro genitori, presso alcune famiglie a lui note residenti nei territori annessi e disposte ad accoglierli, ad esempio a S. Croce di Castua. Una sistemazione simile era già stata effettuata per cinquanta ragazzi che, previo consenso scritto dei loro genitori (internati), erano stati accolti da famiglie di Mrkopalj (l’iniziativa trovava favorevole anche il comando della 2ª Armata). 813 Principali cause di morte nei campi furono la fame ed il freddo, essendo gli internati, soprattutto nel primo periodo, alloggiati in tende e solo successivamente in baracche. Il livello di alimentazione era insufficiente, la situazione igienica inadeguata e già nel dicembre del 1942 ad Arbe avevano perso la vita circa cinquecento persone. Alla chiusura del campo i morti sarebbero stati più di millequattrocento, circa il 20% del totale dei suoi internati slavi (circa settemilacinquecento a cui si aggiunsero, sebbene in condizioni del tutto differenti, alcune migliaia di ebrei menzionate in precedenza). Anche a Melada alla fine dell’anno risultavano internate circa duemilacinquecento persone (donne, uomini e bambini); il numero degli internati sarebbe diminuito all’inizio del 1943 per i consistenti trasferimenti in Italia. Nell’intero periodo di attività del campo (giugno 1942 – settembre 1943) i morti per malnutrizione, malaria e tubercolosi furono circa settecento, mentre trecento internati presi in ostaggio in quanto parenti di latitanti vennero giustiziati.814 A Mamula e Prevlaka, infine, l’internamento era previsto indistintamente per tutti i civili (vecchi, donne, bambini, infermi) per i quali pur non risultando nessuna colpa diretta fosse stata ravvisata la necessità di toglierli dalla circolazione per misura di sicurezza o di ordine pubblico.815
812
AUSSME, M-3, b. 67, 2ª A, 1942 Comando V Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a
Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili e Ufficio Prigionieri di guerra, prot. n. 8619/AC, oggetto: Ribelli che si costituiscono, f.to il Generale Comandante il Corpo d’Armata Renato Coturri, P.M.41, 25 novembre 1942-XXI; id., Ufficio Affari Civili, 13117/AC, Ribelli che si costituiscono, a Comando V Corpo d’Armata, d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 30 novembre 1942-XXI. 813
Ibidem, Rimpatrio in Croazia di internati nei campi di Arbe-Gonars ed altri, Comando V
Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a R. Prefettura del Carnaro Fiume, 3378/AC, Bambini internati nel campo di Buccari, d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 24 marzo 1943-XXI. 814 815
C.S. Capogreco, op. cit., 270-272. HDA, 1210, Popis Dokumenata Talijanske Vojske, kut. 3, VI zbor 1942-1943 213-356,
Comando VI Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, Norme complementari per il funzionamento dei
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Nell’aprile del 1943 iniziò ad esser preso in considerazione il rilascio di alcuni partigiani costituitisi disarmati e internati nel campo di Buccari, con l’invito alle autorità croate a garantire il loro allontanamento dalla seconda zona. Alcuni degli arresi, tuttavia, avevano ancora parenti ed amici latitanti e potevano pertanto costituire, se rimasti prigionieri, preziosi ostaggi ed oggetto di scambio con i militari italiani catturati.816 Dall’estate successiva, in seguito ad una proposta presentata in primavera dalla Legazione croata a Roma al Ministero degli Affari Esteri, anche per i croati internati in territorio italiano o annesso (campi di Arbe, Gonars, Monigo, Buccari, etc.) fu presa in considerazione la liberazione ed il rimpatrio: dal provvedimento furono tuttavia esclusi ebrei e ortodossi – su richiesta croata – e gli elementi ostili all’Italia o comunisti – su proposta italiana –, limitando inoltre la liberazione della popolazione maschile abile alle armi. Il provvedimento faceva seguito ad un’istanza di cittadini croati per ottenere il rilascio di alcuni congiunti internati nei campi italiani e concedere loro l’autorizzazione a trasferirsi nello Stato Indipendente Croato. Gli internati provenivano prevalentemente dalla provincia del Carnaro e una volta rientrati in territorio croato – prevalentemente donne e bambini – avrebbero ricevuto particolare assistenza dalle istituzioni di carità e della Croce Rossa. Per ovvie considerazioni di carattere politico era interesse italiano liberarsi di elementi slavi indesiderabili difficilmente assimilabili e di dare pertanto seguito alla richiesta croata, nella misura più larga e con la maggiore velocità; il permesso tuttavia fu accordato ad un numero piuttosto ridotto rispetto a coloro che ne avevano fatto domanda. Per tale ragione il comando della 2ª Armata impartì ai corpi d’armata dipendenti, responsabili di giudicare le richieste di liberazione croate, nuove istruzioni affinchè riesaminassero con criteri meno restrittivi le domande ricevute e respinte con parere contrario. Il 19 luglio la prefettura di Ogulin chiese anche di rimettere in libertà tutti gli abitanti di Razloge (distretto di Delnice), internati in vari campi, adducendo che la località, situata nel bosco, aveva subìto una serie di internamenti in conseguenza delle azioni dei partigiani ivi nascosti, senza particolari colpe della popolazione civile.817
campi di internamento di Forte Mamula e di Prevlaka, f.to il Generale Comandante del Corpo d’Armata R. Dalmazzo. 816
AUSSME, M-3, b. 64, fasc. 3, Comando V Corpo d’Armata, Ufficio Affari Civili, a Comando
Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, prot. n. 3359/AC, oggetto: Partigiani che si costituiscono disarmati, f.to il Generale di Corpo d’Armata Comandante Alessandro Gloria, P.M.41, 20 aprile 1943-XXI. 817
In merito si veda AUSSME, M-3, b. 67, 2ª A, 1943, Rimpatrio in Croazia di internati nei
campi di Arbe-Gonars ed altri; HDA, 227, MVP NDH, kut. 4, Zapisnik konferencije održane u Glavnom ravnateljstvu za udružbu i družtvovnu skrb, Odjel družtvovnog osiguranje, zaštite i skrbi dana 30. lipnja 1943, Pročelnik odjela; id., Nezavisna Država Hrvatska, Ministarstvo
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I campi di internamento rimasero attivi fino al disfacimento dell’esercito italiano in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943. L’esodo degli uomini validi dai territori annessi, per raggiungere ed unirsi ai partigiani, era ormai divenuto enorme e preoccupante: i partigiani precettavano tutti i giovani fino alla classe 1927-1928. Il prefetto del Carnaro Pietro Chiariotti notava che i provvedimenti ideati dai suoi predecessori (Temistocle Testa e Agostino Podestà) per arginare il movimento erano stati diversi e adottati in modo da lasciare la sensazione che si trattasse di iniziative personali, sporadiche, frammentarie e non di azioni ponderate, univoche, concordate e costanti. Si era passato dall’estremo rigore dell’incendio e delle confische dei beni, con alcune fucilazioni di parenti dei fuoriusciti, ad una più docile tolleranza che giungeva anche a sussidiare alcune famiglie di partigiani bisognose. Era dunque necessario escogitare un provvedimento per interrompere l’afflusso di forze ai partigiani: innanzitutto bisognava sospendere i benefici di cui godevano alcune famiglie di partigiani da parte delle autorità militari italiane, mantenendole nei campi di internamento. Il prefetto proponeva pertanto al Ministero degli Interni di far avvertire i partigiani dalle competenti autorità militari, con apposito manifesto, che ai familiari di coloro che non fossero rientrati subito alle proprie abitazioni sarebbero state ritirate le carte annonarie e, una volta cancellati dai registri anagrafici ed estromessi dai confini italiani, confiscati beni mobili e immobili. Si sarebbe in questo modo creato ai partigiani un difficile problema di assistenza e organizzazione, con relativa confusione nelle loro file militari, aggravandone il problema annonario e sanitario, già molto acuto.818 Assai difficile, infine, stabilire il numero dei civili coinvolti nell’internamento: riferendosi all’insieme dei campi delle autorità militari, civili e all’internamento libero si può valutare in circa centomila – in gran parte sloveni, croati e montenegrini – il numero degli jugoslavi internati dall’Italia.819 I crimini di guerra italiani non furono perseguiti dagli Alleati nel dopoguerra, così come non furono consegnati gli ustaša e i četnici che avevano collaborato con la 2ª Armata (come Jevđević) e successivamente si erano rifugiati in territorio italiano. Nel 1944 la Commissione di Stato jugoslava per l’accertamento dei misfatti compiuti dagli occupatori e
Unutarnjih Poslova, Glavno ravnateljstvo za udružbu i družtvovnu skrb, broj V.T. 55 – 1943, predmet: Hrvatskih zatočenika u Italiji – izručenje Nezavisnoj Državi Hrvatskoj, Ministarstvu Vanjskih Poslova, Po nalogu glavnog ravnatelja – državnog tajnika, Pročelnik odjela Dr. Salih Kulović, Zagreb 3. srpnja 1943; id., Zapisnik konferencije održane u Glavnom ravnateljstvu za udružbu i družtvovnu skrb, Odjel družtvovnog osiguranje, zaštite i skrbi dana 30. lipnja 1943, Pročelnik odjela. 818
AUSSME, M-3, b. 64, fasc. 3, Regia Prefettura per la Provincia del Carnaro, a Ministero
dell’Interno-Gabinetto Roma, P.S. 0I0925, oggetto: Esodo per raggiungere le bande armateProvvedimenti preventivi e repressivi, f.to il Prefetto Chiariotti, 2 settembre 1943. 819
C.S. Capogreco, op.cit., pp. 77-78.
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dai loro coadiutori iniziò a raccogliere prove d’accusa sui crimini di guerra commessi da tedeschi, collaborazionisti e italiani. Il Ministero della Guerra italiano, in collaborazione con quello degli Affari Esteri avviò allora una controinchiesta, volta a far emergere le condizioni nelle quali le truppe italiane avevano operato durante la guerra, i crimini commessi dagli jugoslavi nei loro confronti, l’attività svolta dai militari italiani in favore della popolazione locale e degli ebrei. Fondamentalmente la difesa fu incentrata a dimostrare come eccessi e crimini commessi dagli italiani fossero avvenuti in seguito alle efferatezze da loro subite ad opera dei partigiani jugoslavi, mentre le responsabilità più gravi vennero addebitate a tedeschi, ustaša e alle dinamiche della guerra intestina tra nazionalità jugoslave. Internamento in condizioni disumane fu il capo d’accusa più frequente tra la documentazione jugoslava, che chiese inutilmente l’estradizione di diverse personalità politiche e militari italiane, tra cui Roatta e i suoi collaboratori. Alle Nazioni Unite le autorità di Belgrado fornirono infatti una lista di comandanti, ufficiali, responsabili di campi di internamento, soldati di truppa e personale civile, reclamando la loro consegna affinchè fossero processati. Lo Stato Maggiore dell’Esercito italiano in risposta aveva già disposto la raccolta di documentazione elaborata dal SIM e successivamente confluita nel memoriale difensivo Note relative all'occupazione italiana in Jugoslavia (settembre 1945) denunciando le violenze compiute dagli jugoslavi nei confronti di quest’ultimi e dei civili italiani. Nel 1946 il governo jugoslavo inoltrò una nuova richiesta: il Ministero della Guerra italiano istituì allora una commissione d’inchiesta che nel tentativo di chiarire gli aspetti controversi in cui era stato coinvolto l’esercito italiano, ne minimizzò abbondantemente le colpe. Il governo italiano presentò a sua volta una lista di presunti criminali di guerra jugoslavi – Tito in testa – responsabili di efferatezze nei confronti dei soldati italiani e di infoibamenti tra la breve occupazione del 1943 e la successiva del 1945. Alcune personalità segnalate dagli jugoslavi, come Roatta (riparato nella Spagna franchista) e Bastianini, furono deferite alla giustizia militare perché fossero processate come criminali di guerra ma i processi non ebbero mai luogo. Nel giugno del 1948, infine, la rottura tra Jugoslavia e Unione Sovietica fece cessare le richiesta di estradizione dei militari italiani e i deferimenti in atto in Italia furono definitivamente archiviati.820
820
Le relazioni italiane e jugoslave in questione sono riportate in C. Di Sante (a cura di), Italiani
senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951), Verona, ombre corte, 2005. In generale notizie sui crimini di guerra italiani in territorio jugoslavo sono riportate anche in P. Morača, cit., in E. Collotti (a cura di), L’occupazione nazista in Europa, pp. 517-552; G. Oliva, op. cit.; D. Conti, L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943), Roma, Odradek, 2008.
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4.8.
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Il confine dalmata
Nel gennaio del 1942 i lavori della Commissione regionale per la delimitazione dei confini italo-croati proseguirono con ricognizioni generali nei territori dalmati e nella provincia di Cattaro, dove una delle principali questioni rimaneva la mutilazione della zona di Kanalje (caso dell’aereoporto di Gruda precedentemente menzionato) tagliata dal confine tra i due Stati ma rivendicata alla Croazia dalla popolazione locale.821 Mentre il generale De Castiglioni a Roma prospettava l’opportunità di un’ulteriore riduzione del personale della delegazione italiana, il governo di Zagabria sostituiva Marić ponendo alla guida della delegazione croata il generale Ivan Prpić, che, come detto, nell’autunno successivo sarebbe diventato capo di Stato Maggiore dopo l’allontanamento dalla capitale dei due Kvaternik e del generale Laxa. Il 20 gennaio alla Commissione Centrale a Roma fu inviata una relazione sugli acquedotti della zona confinaria del territorio fiumano annesso: Mugnai segnalava quello di Porto Re, che riforniva parte della popolazione della città e degli abitati di Buccarizza e di Buccari, e quello di Fužine (amministrato dalle ferrovie croate), necessario alle stazioni ferroviarie croate di Fužine, Lić e Plase e quelle italiane di Meja e Skrljevo (distretto di Delnice). Per assicurare il rifornimento idrico alle stazioni ferroviarie e poter erogare l’acqua ad un maggiore numero di abitanti della zona, compresi quelli dei centri di Hreljin, Meja Gaj, Praputnjak e Crasizza (Krasica), e presumibilmente ai funzionari amministrativi (agenti di polizia e di dogana, personale delle ferrovie e loro famiglie, reparti di truppa ecc.) che sarebbero giunti di lì a poco nel luogo, la delegazione italiana riteneva conveniente una serie di accordi tra i rispettivi Ministeri dei Lavori Pubblici per perfezionare, con la revisione dei due impianti, il reciproco rifornimento d’acqua.822 A Roma continuò ad essere respinta la proposta croata per il tracciamento di una linea di confine provvisoria, giustificando la decisione con il forte ritardo verificatosi nei lavori, che non permettevano la demarcazione di un confine provvisorio nel settore fiumano-sloveno e posticipavano l’inizio delle ricognizioni nel settore dalmata e in quello montenegrino. L’obiettivo italiano divenne l’annessione dell’intera insenatura costituente la baia di Buccari, lasciando ai croati l’abitato di Porto Re: in territorio croato sarebbe rimasto anche parte del bacino di
821
ASDMAE, b. 1493 (AP 28), Centro “I” Antico, a Servizio Informazioni Ufficio I Albania,
P.M.22 – A, n. prot. 5/1276, segreto, oggetto: Notiziario dalla Croazia, f.to il Capitano dei CC.RR. Capo Centro Angelo Antico, P.M.91A, 11 giugno 1941-XIX; id., al Prefetto di Cattaro, Segreto, Notiziario dalla Croazia, f.to l’Alto Commissario, 25 giugno 1941-XIX. 822
AUSSME, N 1-11, b. 426, fasc. 2c, Diario storico-militare Commissione regionale per la
delimitazione dei confini italo-croati, bimestre gennaio-febbraio1942-XX, allegato n. 5, Relazione sugli acquedotti esistenti nella zona confinaria nel territorio fiumano annesso, P.M.10, 20 gennaio 1942XX.
260
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alimentazione della centrale elettrica di Cirquenizza, mentre l’Italia era intenzionata a prendere i comuni di Hreljin e di Buccarizza, popolati, come Buccari e il resto del distretto di Sušak annesso alla provincia fiumana, da croati.823 La raccolta dei dati relativi al settore confinario dalmata fu infine avviata, seppure molto lentamente, e si sarebbe prolungata fino a settembre inoltrato. Uno studio preliminare della Dalmazia era necessario per fornire ai delegati le giuste conoscenze geografiche, storiche, etniche, economiche ed amministrative della regione.824 Ad aprile i croati rinnovarono ancora l’invito a tracciare la demarcazione provvisoria della linea di confine, per eliminare gli inconvenienti di carattere amministrativo e militare che si erano verificati in alcune località confinarie e che si sarebbero sicuramente riproposti in altre, se non fosse avvenuta una svolta nei lavori di tracciamento. La richiesta era giustificata da una serie di divergenze sorte tra le autorità italiane e croate nei distretti confinari: la disputa per il villaggio di Sitno, comune di Traù; le questioni relative agli uffici parrocchiali e agli istituti scolastici di alcune frazioni del comune di Spalato situate nel territorio croato (come Suhi Dolac); i contrasti sorti per l’arruolamento in alcuni abitati dei comuni di Sebenico, Knin e Dernis; l’amministrazione italiana di Obrovazzo nonostante la sua attribuzione allo Stato croato; la delimitazione di una linea di confine differente da quella stabilita nel settore a nord-ovest del distretto di Delnice (confine fiumano-sloveno) da parte della polizia militare e doganale italiana.825 La delegazione italiana rispondeva ancora una volta alle richieste croate asserendo che nell’impossibilità di tracciare una linea provvisoria di frontiera sostanzialmente andava considerata valida, nei tratti oggetto di controversie, quella adottata dalle autorità doganali italiane, pur rimanendo aperte diverse soluzioni 823
Gli Accordi di Roma prevedevano l’assegnazione degli abitati di Hreljin (tremila abitanti
circa) e Buccarizza (circa trecentosessanta) allo Stato Indipendente Croato, ma ne lasciavano parte dei comuni catastali all’Italia, tagliando la popolazione dei due centri da Buccari e Sušak, su cui gravitavano per necessità economiche e culturali. La delegazione italiana chiedeva l’annessione completa dei due comuni catastali (abitato e territori limitrofi); la croata, invece, riteneva che i due comuni, anche senza le rispettive aree, potessero comunque gravitare intorno a Porto Re e Cirquenizza, che avrebbero offerto eguali possibilità di sviluppo. Ibidem, Allegato n. 15, Variante alla relazione circa le rettifiche confinarie alla linea stabilita dal Trattato di Roma sulla frontiera settentrionale italo-croata, P.M.10, 2 febbraio 1942-XX. 824
Ibidem, fasc. 2d, Diario storico-militare Commissione regionale per la delimitazione dei
confini italo-croati, bimestre marzo-aprile 1942-XX, Allegato n. 9 bis, Carta amministrativa della Dalmazia, Roma 25 marzo 1942-XX. 825
Ibidem, Allegato n. 10, Tracciamento della linea di confine provvisoria, Zagabria, 1 aprile 1942-
XX. A Delnice inoltre l’arrivo di una compagnia ustaša che imponeva ai cittadini versamenti di somme di denaro aveva provocato panico diffuso e la fuga di molte persone. Ibidem, H-9, b. 11, Promemoria per il Capo del Governo compilato dai CC., gennaio 1942-febbraio 1943, Relazione sullo spirito delle truppe, Impressioni e commenti di carattere generale, 1 marzo 1942-XX.
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per il definitivo appianamento delle divergenze riguardanti le località e i territori di confine.826 Nel frattempo il lavoro delle altre commissioni per le delimitazioni dei confini si confermava decisamente più rapido. Dopo una serie di rifiuti il 16 aprile la delegazione croata aderì all’invito della Commissione per la delimitazione dei confini croato-tedeschi – che chiedeva di stabilire sul terreno il triplice confine italo-croatotedesco per avviare la numerazione dei cippi confinali fra Stato croato ed il Reich – per la convocazione di una riunione di esperti italiani, tedeschi e croati. All’incontro, concordato per il mese di maggio a Zagabria, i rappresentanti italiani riuscirono ad imporre le proprie posizioni in merito alla collocazione del cippo triconfinale, spostando il posizionamento del punto dal fondo della piccola valle del Piraska Voda – come precedentemente stabilito – sul costone montuoso della valle presso la località Premagovce, pochi metri a sud della linea di demarcazione fra Slovenia italiana e tedesca.827 Il 27 aprile Roatta incaricò Mugnai di organizzare anche le misure di sicurezza atte ad impedire ai partigiani di penetrare nella zona di Fiume e Sušak. Fin dall’autunno precedente nella provincia erano state segnalate rivolte che avevano portato il prefetto di Fiume alla costituzione di un reparto di confinari (la Colonna celere di polizia) appartenenti alla IV Legione CC.NN per la repressione. 828 Mugnai impartì ai comandi dei presidi le disposizioni di sicurezza da adottare: sbarramento con posti di blocco e pattugliamenti armati di tutte le strade che dall’interno conducevano lungo la costa alle località in questione.829 Proprio a 826
Nell’esporre alla commissione centrale i presunti inconvenienti allegati alla richiesta croata il
generale Mugnai li definiva artatamente esagerati ed alle recriminazioni della delegazione croata controbatteva che i villaggi di Sitno e Suhi Dolac (in cui si erano verificate le incomprensioni relative agli uffici parrocchiali e alle scuole), pur risultando assegnati allo Stato croato, sarebbero stati oggetto di rettifiche poiché compresi il primo nel territorio di Traù e il secondo in quello di Spalato, entrambe assegnate all’Italia; la zona sud-ovest di Dernis, invece dove l’esercito croato avrebbe voluto effettuare il reclutamento, poteva considerarsi appartenente allo Stato croato ma in un’area contigua a quella riconosciuta indispensabile da rivendicare all’Italia e per di più occupata dalle truppe italiane; lo stesso valeva per Obrovazzo. Ibidem, Allegato n. 13, Tracciamento della linea di confine provvisoria, P.M.10, 7 aprile 1942-XX. 827
Ibidem, Allegato n. 21, Riunione per determinare il punto triconfinale italo-croato-tedesco,
P.M.10, 30 aprile 1942-XX; ibidem, b. 682, Diario storico militare Commissione regionale per la delimitazione dei confini italo-croati, bimestre maggio-giugno 1942-XX, Allegato n. 12, Riunione per determinare il punto triconfinale italo-tedesco-croato, P.M.10, 18 maggio 1942-XX. 828
Ibidem, M-3, b. 59, fasc. 2, Comando IV Legione Confinaria CC.NN., ufficio maggiorità, a
Comando 2ª Armata, Ufficio del Capo di S.M., prot. n. 4145/IV/1, oggetto: attività colonna celere di polizia-relazione, f.to il Comandante la legione confinaria Console Ferdinando de Padova, Trieste 11 gennaio 1942-XX. 829
Ibidem, N. 1-11, b. 426, fasc. 2d, Allegato n. 19, Provvedimenti di sicurezza in Fiume-Sussa, P.
M.10, 27 aprile 1942-XX.
262
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
causa dell’incalzare delle insurrezioni partigiane, che impegnavano un numero sempre maggiore di truppe nelle operazioni di presidio e rastrellamento, il 2 maggio il generale De Castiglioni effettuò la riduzione di personale della commissione regionale prevista a gennaio ma fino ad allora realizzata solo in parte.830 Mugnai aveva sicuramente una profonda conoscenza delle zone di confine, ma l’affidamento di incarichi difensivi ad un ufficiale fino a quel momento risparmiato dal condurre operazioni di presidio, in parte dimostrava le difficoltà che si trovava a vivere la 2ª Armata, incapace di contenere le insurrezioni in Dalmazia. Mussolini era pienamente consapevole della situazione e proprio in quei giorni – confrontandosi con Volpi e Bastianini – iniziò a ritenere fondamentale una modifica del confine dalmata che portasse la frontiera italocroata al crinale delle Alpi Dinariche (proposta che trovava l’approvazione di Supersloda), in modo da consentire all’Italia di appropriarsi dell’intera Dalmazia e di un confine geografico militarmente valido; ad un anno esatto dall’occupazione riemergeva dunque il progetto iniziale di annessione di tutto il litorale adriatico e del retroterra sino alla linea delle Dinariche, progetto che rimase ancora una volta lettera morta anche grazie all’opposizione di Pietromarchi e Casertano, che continuavano a sostenere la necessità di una stretta collaborazione con Pavelić e le autorità croate. A Volpi, Bastianini e gli ufficiali della 2ª Armata il compromesso delle annessioni autolimitate del 1941 appariva invece sempre più insensato, vista l’inaffidabilità del governo di Zagabria ed il controllo esercitato dai tedeschi sulle risorse economiche dell’intero Stato Indipendente Croato.831 A giugno la notizia migliore per la delegazione di Mugnai arrivò dalla commissione centrale: la delegazione croata, dopo l’ennesimo rifiuto ricevuto per il tracciamento di una linea di confine provvisoria sul terreno, aveva esposto la questione al governo di Zagabria, che a sua volta aveva chiesto spiegazioni a Roma. La questione diventava competenza dei due esecutivi, che avrebbero, al momento opportuno, comunicato le decisioni prese alla commissione regionale. La delegazione italiana veniva quindi alleggerita dello sgradevole compito di dover continuamente rifiutare le richieste croate in tal senso, rimuovendo un motivo di tensione che andava complicando il confronto sulle rettifiche confinarie. Gli studi in Dalmazia (da Jablanac alla regione di Spalato e a Cattaro) proseguirono per il resto dell’estate, mentre la delegazione croata spingeva per avviare gli studi e riunire i dati relativi alle zone del Montenegro e della Bosnia.832
830
Ibidem, b. 682, Commissione regionale per la delimitazione dei confini italo-croati. Diario
storico-militare bimestre maggio-giugno 1942-XX, Allegato n. 1, Riduzione degli ufficiali in S.P.S., Roma, 27 aprile 1942-XX. 831
D. Rodogno, op. cit, p. 243.
832
AUSSME, N. 1-11, b. 682, Commissione regionale per la delimitazione dei confini italo-
croati. Diario storico-militare bimestre luglio-agosto 1942-XX, Allegati n. 2 e 12. La delegazione
Controllo del territorio e cicli operativi (1942)
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Nei territori annessi alla provincia di Fiume continuavano gli attacchi ai presidi italiani, soprattutto nei distretti di Čabar e Castua. I partigiani tentavano di interrompere le vie di comunicazione attaccando le colonne dei rifornimenti, saccheggiando negozi e case private. Stessa situazione intorno ad Ogulin e Delnice, con agguati e atti di sabotaggio alla linea ferroviaria. 833 Il 22 luglio Bastianini chiese alla commissione centrale precisazioni su alcune località – tra cui Sitno, Konjevrate (comune di Sebenico), Sratok, Suhi Dolac, Trolokve, Labin, Ljubitovice e Lepenica – già poste, per diversi motivi, all’attenzione della delegazione italiana nei mesi precedenti, al fine di sapere se fossero da considerarsi italiane o croate; in risposta veniva fornita al governatore una relazione che chiariva, almeno per il momento, la posizione di molti piccoli abitati sulla linea di confine dalmata, senza tuttavia risolvere i problemi creati dalla mancata attribuzione definitiva. Dalla relazione risultava che la frazione di Konjevrate (circa tremila abitanti) era integralmente compresa nel territorio annesso; la frazione di Sitno veniva assegnata al comune di Dernis e non a quello di Traù appartenente all’Italia; le frazioni di Lepenica e Ljubitovice (comune di Traù) a sud-ovest della ferrovia Perković-Spalato erano integralmente comprese nel territorio italiano; quelle di Suhi Dolac e Labin (comune di Traù) – sempre nei pressi della ferrovia Perković-Spalato – erano parzialmente comprese nel territorio annesso; infine le località di Sratok e Trolokva (comune di Traù) – a nord-est della stessa ferrovia – non erano comprese nel territorio annesso all’Italia. Per il momento, in analogia alle direttive impartite dalla commissione centrale, le funzioni della sovranità italiane si sarebbero comunque esplicate indistintamente su tutte le frazioni del comune di Traù e di quello di Spalato.834 Il 18 settembre il Comando militare marittimo della Dalmazia forniva alla delegazione italiana anche comunicazioni relative agli isolotti dalmati che, per la loro posizione, potevano dare adito a contestazioni da parte croata: venivano segnalati quelli di Brugnacco (Brušnjak) fra le isole di Pago e Maun, di Due Sorelle (Mala e Vela Sestrica) fra Curzola e Sabbioncello, di Planchetta (canale di Curzola) e di Rasanze (canale della Morlacca). Gli isolotti, insieme a quelli di Scherda (Škrda) e Dolfin, sarebbero stati annessi all’Italia – il trattato di Roma non diceva nulla a riguardo – ed era del massimo interesse che non fossero ammesse prese di posizione croate contrarie alle decisioni italiane: il comando militare marittimo aveva anche ordinato, per precauzione, dei sopralluoghi per innalzarvi la bandiera
italiana inviò un ufficiale in Dalmazia per effettuare ricerche relative alle centrali elettriche, all’acquedotto e alle fabbriche di cemento nella zona di Spalato. 833
Ibidem, H-9, b. 11, Promemoria per il Capo del Governo compilato dai CC., gennaio 1942 –
febbraio 1943, Relazione sullo spirito delle truppe, Impressioni e commenti di carattere generale, 1 luglio 1942-XX. 834
Ibidem, N. 1-11, b. 682, Allegato n. 14, Confini dei territori annessi, Zara, 7 luglio 1942-XX.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
italiana e lasciarvi un piccolo presidio per il posizionamento dei cippi con scritto “Italia” e la data di annessione.835 A Roma, intanto, ai primi di ottobre il generale Toraldo di Francia, già a capo dell’Ufficio Collegamento con le commissioni regionali per la delimitazione dei confini, su ordine del Ministero della Guerra, assumeva la carica di generale delegato alla commissione centrale in sostituzione di De Castiglioni.836 La situazione generale vedeva accentuarsi, anche nelle zone al centro degli studi della commissione regionale, l’attività partigiana contro i presidi italiani e croati, contro le comunicazioni ferroviarie e le milizie anti-comuniste. Impossibile la diretta conoscenza sul territorio a causa dell’instabilità dell’area, il lavoro preliminare nel settore dalmata fu condotto prevalentemente a tavolino, con lo studio del trattato di Roma e dell’annessa carta, l’esame delle discrepanze e delle contraddizioni esistenti fra i due, l’analisi dei dati statistici relativi alla popolazione, alle risorse naturali ed alle industrie. Mugnai denunciò a Roma atteggiamenti ambigui delle autorità di Zagabria, cha davano l’impressione di voler invalidare il trattato del 18 maggio per assicurarsi confini più ampi e militarmente consolidati; onde evitare l’annessione da parte croata di elementi allogeni ed il pericolo di irredentismi e conflitti tra nazionalità all’interno dei territori annessi, la commissione regionale aveva studiato una nuova linea confinaria che garantisse ulteriormente le esigenze italiane, soprattutto in fatto di difesa militare.837 Lo studio sul confine dalmata rappresentava un primo esame dei problemi che sarebbero potuti sorgere durante la delimitazione confinaria sul terreno. Secondo la delegazione italiana il confine stabilito a Roma non era né naturale e geografico poiché non passava per la linea spartiacque delle due Cappelle, delle Alpi Bebie e delle Dinariche includendo nel territorio italiano tutta la costa dal golfo del Carnaro fino alle Bocche di Cattaro e togliendo allo Stato croato l’accesso al mare; né un confine storico perché in tal caso avrebbe dovuto appoggiarsi a quello della Dalmazia veneta, quale era stato fino al Trattato di Campoformio del 1797 e conservato dall’Austria asburgica quale confine amministrativo della provincia dalmata; né militare, poiché avrebbe dovuto assicurare la continuità territoriale fra Venezia Giulia e Dalmazia promettendo all’Italia il possesso dell’intero tratto ferroviario Fiume-Spalato e continuando sulla displuviale dinarica fino alle foci della Narenta (Neretva) o fino alle Bocche di Cattaro. Secondo il trattato del 18 maggio il confine italo-croato si svolgeva attraverso la zona centrale della regione dalmata per un percorso di centocinquanta km e si sviluppava, grosso modo, dal
835
Ibidem, b. 851, Diario storico-militare Commissione regionale per la delimitazione dei
confini italo-croati, bimestre settembre-ottobre 1942-XX, Allegato n. 6, Comando militare marittimo della Dalmazia, Isolotti per cui possono sorgere contestazioni, Spalato 4 settembre 1942-XX. 836
Ibidem, Allegato n. 13, Assunzione di carica, Roma 1 ottobre 1942-XX.
837
Ibidem, bimestre novembre-dicembre 1942-XX, Allegato al foglio B04/3 del 23 novembre
1942-XX, Studio della confinazione nel settore dalmata.
Controllo del territorio e cicli operativi (1942)
265
mare di Novogradi (Novogradska), lungo il corso del fiume Zermagna, fin dove questo, piegando, si dirigeva verso nord; di qui, raggiungeva il fiume Cherca, che seguiva per un breve tratto e se ne distaccava per comprendere all’Italia tutto il territorio di Sebenico e di Traù. Si avvicinava, quindi, al percorso della ferrovia Fiume-Spalato, alla quale si addossava nei pressi del comune di Labino, seguendone il percorso fino alle prime abitazioni di Salona, e circondava la città di Spalato. La delegazione italiana suddivise anche il confine dalmata in tre sottosettori o tratti: il primo dal mare di Novogradi al fiume Cherca, il secondo dal Cherca al limite orientale del comune amministrativo di Traù ed il terzo di qui al territorio dei Castelli e della città di Spalato. Per il primo sottosettore il trattato di Roma prevedeva il territorio compreso da una linea che, partendo dalla punta Prevlaka, raggiunge il canale della Morlacca, segue il tracciato interno di esso fino al mare di Novogradi, continua lungo la sponda superiore di detto mare, comprende la Bukovizza e, raggiunto il corso del Cherca, sotto il paese di Podjene.
Tuttavia secondo la delegazione italiana la linea così ricavata risultava illogica e inadatta ad un confine di Stato, poichè tagliava quasi a metà i due comuni catastali di Kruševo (millecinquecento abitanti) e Bilišane (meno di mille), lasciava in territorio croato il capoluogo della Bucovizza (Obrovazzo) spezzando le vie di comunicazione per Zara, Sebenico e Knin e separava in due il comune catastale di Zegar proseguendo, sempre lungo il fiume, tra i limiti amministrativi dei comuni di Ervenik superiore ed inferiore. La linea confinaria raggiungeva, senza particolari precisazioni del trattato, il fiume Cherca passando sotto Paotene (Podjene). Gli italiani insistevano per una modifica del tratto Novogradi-Cherca e portare il confine strettamente adiacente al fiume Zermagna – che delimitava i tre comuni catastali di Kruševo, Obrovazzo e Bilišane –, cioè dalla foce, fino alla confluenza con il suo affluente di destra della Krupa, per proseguire sulla linea fluviale fino al bivio stradale a nord-est del villaggio di Muzdali. L’intento era tenere fede al principio che il confine di Stato dovesse appoggiarsi ad un ostacolo naturale, in questo caso di natura idrografica. Secondo tale variante sarebbero stati annessi all’Italia anche Obrovazzo, con Kruševo, Bilišane e tutta la zona mineraria di bauxite della V.Gradina. Per il secondo sottosettore (dal fiume Cherca al limite orientale del comune amministrativo di Traù), invece, il testo dell’accordo confinario prevedeva, una volta raggiunto il corso del Cherca sotto il paese di Paotene, la discesa della frontiera lungo il fiume in modo da assegnare all’Italia tutto il territorio di Sebenico e Traù: sebbene in questo caso esistesse un particolare geografico lungo il quale il confine si svolgeva senza dare adito a controversie, l’andamento non poteva essere accettato dall’Italia – sosteneva la delegazione italiana – per il
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semplice fatto che in tal modo rimanevano in territorio croato sorgenti d’acqua e impianti idroelettrici fondamentali per la Dalmatienne, società elettro-siderurgica ed elettro-chimica francese controllata dalla società italiana Terni, che provvedeva all’illuminazione di Sebenico e dello zaratino.838 Di conseguenza si riteneva necessario in quel tratto lo spostamento verso est del confine, fino al limite nord del comune catastale di Sitno, nel distretto di Dernis, per eliminare il cuneo che si interponeva tra i territori comunali di Sebenico e Traù. La sua eliminazione appariva un logico adattamento del terreno, che avrebbe portato all’unione dei due comuni amministrativi e alla loro continuità territoriale, con la comprensione in territorio italiano anche di importanti snodi ferroviari fondamentali per la comunicazione tra le due cittadine.839 Infine, nel terzo tratto (il territorio dei Castelli e delle città di Spalato, a ordinamento amministrativo speciale) la linea di confine dal limite orientale del comune amministrativo di Traù fiancheggiava il percorso della ferrovia, che rimaneva in territorio croato, fino a circa cinquecento metri a nord-ovest della stazione di San Caio, da dove, passando per il bivio Salona-Clissa, descriveva un arco che volgendo a sud sfiorava la chiesa di Sasso (Kamen, complesso di pochi abitati) e scendeva al mare; in questo caso la delegazione italiana richiedeva uno spazio minimo limitrofo alla città di Spalato, affinchè questa non rimanesse soffocata da una cinta confinaria opprimente e sufficiente soltanto alle sue più ridotte esigenze di vita. Pertanto la demarcazione di confine che si proponeva, partendo dal limite orientale del comune di Traù e svolgendosi per la massima parte sui precedenti limiti amministrativi dei distretti ex jugoslavi, raggiungeva il comune catastale di Clissa e quello di Zrnovnica annessi all’Italia e sboccava poi sul mare nella piccola baia di Strobezio. Questa era ritenuta la linea confinaria minima indispensabile per salvaguardare gli interessi di Spalato, ma la soluzione era ritenuta solo in parte sufficiente, poiché lasciava fuori dal territorio di Spalato importanti centrali idroelettriche sul fiume Cetina e limitava lo sviluppo economico della città e del suo porto con i suoi impianti ferroviari e industriali. A Spalato infatti i cementifici (al 70% di proprietà della FIAT) presso il porto e Baia Castelli rappresentavano le industrie più redditizie: il complesso industriale possedeva ottime possibilità di rendimento (sei milioni di quintali l’anno) e di sviluppo, a condizione che vi fossero le materie prime necessarie al suo funzionamento, vale a dire carbone – dalle miniere della Società Monte Promina (IRI) e da quelle di Dernis, Livno e Mostar – ed energia elettrica. Quando le
838
Gli impianti della Dalmatienne erano tenuti in gran considerazione ed erano stati, nelle
trattative per i confini, al centro della contesa italo-croata coinvolgendo anche Pavelić e Casertano. ASDMAE, b. 1493 (AP 28), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4359 R., segreto non diramare, 68-Urgente, f.to Casertano, Zagabria, 14 maggio 1941-XIX. 839
AUSSME, N. 1-11, b. 851, Allegato al foglio B04/3 del 23 novembre 1942-XX, Studio della
confinazione nel settore dalmata.
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miniere di carbone avevano iniziato a produrre meno a causa degli attacchi dei partigiani o del mancato funzionamento dei mezzi di trasporto e delle vie di comunicazione, la produzione dei cementifici ne aveva risentito pesantemente, mentre la maggiore ricchezza della regione, la bauxite, era quasi interamente sfruttata dai tedeschi. In tal senso la delegazione italiana ritenne fondamentale l’estensione del confine fino alla linea delimitante l’ex distretto jugoslavo di Spalato, al fine di annettere all’Italia tutto il territorio amministrativo spalatino, valorizzando la funzione di scalo commerciale del porto cittadino.840 Queste erano le varianti minime indispensabili al confine per tutelare gli interessi italiani, ma Mugnai non nascondeva il fatto che l’attuazione delle varianti indicate potesse incontrare serie difficoltà nella sua applicazione pratica, sia per l’impossibilità da parte italiana di offrire compensazioni territoriali adeguate ai croati, sia per l’ostilità di gran parte della classe dirigente e della popolazione croata all’Italia, sia, infine, per quella che la delegazione italiana definiva megalomania delle aspirazioni croate sull’Adriatico, che rendevano difficili le relazioni tra le popolazioni nella zona. Dopo più di un anno dalla costituzione dello Stato Indipendente Croato la situazione politica al suo interno non sembrava essere consolidata, né i croati avevano dato prova di voler collaborare con l’alleato italiano, nonostante le sfere governative di Zagabria, apparentemente, si impegnassero a dimostrare il contrario; una riconsiderazione del confine stabilito a Roma il 18 maggio appariva fondamentale e se la delegazione italiana si preoccupava soprattutto di tutelare le aspirazioni italiane, la realtà dei fatti vedeva la difficoltà di fissare sul terreno una linea di demarcazione che sulla carta tagliava in modo arbitrario Obrovazzo, Knin, Dernis, Sebenico, Traù e Spalato e non teneva troppo conto della complessa composizione etnica dell’area. A dicembre la delegazione italiana spedì infine a Toraldo di Francia un lavoro analogo al precedente, la Memoria di confinazione n. 1,841 sulla linea di confine nel settore fiumano-sloveno dal punto triconfinale alla baia di Buccari, ed il 23, a chiusura delle attività per l’anno 1942, uno studio relativo al confine marittimo nel tratto Spalato-Gruda, a completamento di quello precedente che esaminava il tratto Baia di Buccari-Novogradi (24 ottobre 1941), entrambi compilati dal capitano di vascello Rossini.842 La Memoria di confinazione n. 1 proponeva in parte nuove analisi dei problemi relativi alla linea di confine fiumano-slovena, settori sloveno (punto triconfinale-confluenza Rački Potok-Kupa inclusa) che seguiva orientativamente la linea di demarcazione tra il Banato della Drava e quello della banovina croata dell’ex regno jugoslavo (ex confine amministrativo austro-ungarico
840
Ibidem.
841
Ibidem, Allegato al foglio n. 515/5 del 3 dicembre 1942-XX, La linea di confine italo-croata in
Slovenia e nel Fiumano; la linea di confine italo-croata in Slovenia. Memoria di confinazione n.1. 842
Gruda.
Ibidem, Allegato al foglio n. 527/S del 20 dicembre 1942-XX, Confine marittimo da Spalato a
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
tra impero austriaco e regno ungherese) e quella fiumana dalla confluenza del Rački Potok (esclusa) alla Baia di Buccari. Il tratto sloveno percorreva la regione dei Gorianci e il fiume Kupa dalla confluenza con il Kamenica a quella con il Rački Potok. Nella regione dei Gorianci la linea si sviluppava dal punto triconfinale lungo il corso del Piraska Voda e del Sušica Potok per poi scendere lungo la displuviale dei Gorianci fino al Monte Sv. Jera e al vicino Kamenica. Lungo il torrente, infine, arrivava alla confluenza con il fiume Kupa (al limite sud-est del distretto di Crnomelj, Bela Krajna). La delegazione italiana riteneva necessaria una rettifica nella regione Blazeva Gora, allo scopo di far coincidere il confine italo-croato con la displuviale fra il bacino del Cherca a nord e quello del Kupa e del Bregana a sud e nel tratto dei Gorianci fra Sv. Jera e la confluenza Kamenica-Kupa. La linea di confine nel fiumano (Rački Potok-Kupa/Baia di Buccari), invece, nel primo tratto si delineava dalla confluenza nel fiume Kupa del Racki Potok fino a nord-ovest di Biljevina, ove si svolgeva fino ad est di Izvor Kupe e lungo tutto il corso del Krašićevica, seguendo la linea di demarcazione amministrativa fra il distretto di Čabar a nord e quello di Delnice a sud. Da Biljevina, poi, proseguiva fino alla Baia di Buccari e al confine amministrativo del distretto di Sušak, per scendere al mare presso Buccarizza per le alture dei monti Gorica e Meć tagliando una serie di comuni appartenenti ai distretti di Delnice e Sušak. Nel complesso la linea di confine nel fiumano aveva consentito all’Italia di raggiungere il limite geografico della regione Giulia, annettendo le alpi omonime; tuttavia la delegazione italiana sosteneva che nel tratto meridionale il confine avrebbe rappresentato una barriera efficace, economicamente logica e conveniente sotto ogni riguardo e aspetto, solamente qualora avesse raggiunto il canale della Morlacca assicurando il completo dominio del canale di Maltempo e il più facile accesso all’isola di Veglia. Il tratto fiumano necessitava di alcune piccole rettifiche, poiché solamente lungo il corso del fiume Kupa e del torrente Krašićevica seguiva, peraltro senza soluzioni di continuità, linee del terreno geograficamente ben definite; nel tratto rimanente, esclusa la linea tracciata sulla spalla orientale della conca di Crni Lug, il resto del percorso rimaneva geograficamente indefinito. Per quanto riguardava invece gli aspetti linguistici e religiosi il confine italo-croato verso la Slovenia, che per gran parte seguiva il corso del Kupa, segnava anche un confine abbastanza netto tra sloveni e croati, popolazioni entrambe cattoliche e non caratterizzate da forti rivalità: le uniche eccezioni erano rappresentate dai comuni di Radatovici, Marindol (distretto di Crnomelj, provincia di Lubiana), Bojanci (circa trecento abitanti) e Žumberak (circa cinquemila), abitati da popolazione ortodossa, i primi tre nella parte slovena, l’ultimo in quella croata. Lo stesso poteva dirsi per il tratto fiumano, che attraversava una zona quasi esclusivamente abitata da popolazioni di nazionalità e lingua croata. Era invece indispensabile assicurarsi il controllo delle principali risorse della zona, costituite dalle miniere del Banato della Drava e del territorio fiumano (argento, rame, zinco, piombo, ferro, carbone, lignite), dallo sfruttamento dei boschi e dalla conseguente industria del legname: a
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queste risorse si affiancavano, poi, i prodotti del suolo coltivato (cereali, patate, legumi, frutta e ortaggi), nonché l’allevamento del bestiame. Lo studio relativo al confine marittimo tracciava la linea ideale che costituiva il confine marittimo nel tratto ad est e a sud di Spalato per arrivare fino al contestato tratto di Gruda. Il confine aveva inizio tra Spalato e Almissa nel punto terminale (sul canale di Brazza) del confine terrestre e si dirigeva poi verso l’isola di Solta. Da qui, passando tra Solta e Brazza, proseguiva verso sud-ovest tangenzialmente all’estremità occidentale dell’isola di Lissa fino ad incontrare una linea immaginaria a nord dell’isolotto Planchetta (Canale di Curzola) passante per il punto di mezzo della linea congiungente il faro di Punta Promontore (isola di Lissa) con gli isolotti Martellozzi. Rimanevano così in territorio croato le isole di Brazza, Lesina e quelle minori di Spalmadori, Bacili e Torcola, mentre venivano assegnate all’Italia Lissa, Curzola e l’isolotto di Planchetta. A nord di Planchetta la linea proseguiva per il punto di mezzo della linea tra il faro dell’isolotto di Chenesa (isola di Curzola) con Punta S. Giovanni (penisola di Sabbioncello), per il punto di mezzo tra lo scoglio Mulic (Curzola) e punta S. Liberano (Sabbioncello), e infine per quello tra il faro rosso di Curzola e punta Zemosce (Sabbioncello); da qui continuava passando a nord degli isolotti delle Due Sorelle che pertanto rimanevano all’Italia. Infine a mille metri dalla costa di Sabbioncello la linea si dirigeva tra l’isolotto Alessandria e l’estremità occidentale dell’isolotto Glavato, percorrendo il canale di Meleda sino a giungere all’altezza di Gruda, dove si ricollegava al confine terrestre. Anche nelle isole, tuttavia, la situazione era critica, in particolare a Curzola e Meleda. Il pericolo principale era determinato dalla possibilità che i partigiani potessero attaccare Curzola dalla penisola di Sabbioncello. Le azioni partigiane non avrebbero incontrato particolari difficoltà, soprattutto se situate a ridosso della costa, poichè le isole erano presidiate da piccoli reparti con compiti di vigilanza: se le formazioni partigiane, di conseguenza, fossero riuscite ad affermarsi, la loro difesa sarebbe diventata impossibile. Per prevenire tali pericoli fu suggerito da parte italiana il rastrellamento delle isole e delle zone antistanti la terraferma, l’intensificazione della vigilanza sui passaggi tra la costa e le isole e tra isola e isola, il sequestro delle barche, il divieto di navigazione in alcuni canali e l’istituzione di rotte obbligate. In definitiva gli Accordi di Roma avevano stabilito una linea approssimativa che lasciava irrisolte questioni di vario tipo. La ricerca di soluzioni come noto fu condotta con molta lentezza da parte italiana e solamente a dicembre si arrivò alla stesura di una relazione introduttiva che affrontasse nel dettaglio lo svolgimento del confine nel settore dalmata e i relativi problemi: indubbiamente il dilagare anche in quelle zone e nei territori annessi all’Italia della guerriglia partigiana non resero facile gli studi della commissione, effettuati evitando ricognizioni sul territorio e condotti esclusivamente su pubblicazioni e documenti, al contrario di quanto era avvenuto per il settore fiumano-sloveno, sul quale veniva redatto un
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
aggiornamento che mettesse il nuovo generale delegato Toraldo di Francia al corrente dei lavori compiuti.
Capitolo 5 Diplomazia e operazioni militari nel 1943
5.1.
Situazione dello Stato Indipendente Croato
Lo Stato di Pavelić, tormentato da profondi dissidi, viveva una crisi generale prodotta dal risentimento popolare per la politica repressiva degli ustaša e da una serie di errori commessi dal governo di Zagabria nel disordinato tentativo di risolvere i problemi del Paese. Si viveva nella più assoluta irregolarità, le industrie erano paralizzate, nei traffici interni dominava il baratto ed il governo di Zagabria era incapace di provvedere ai bisogni alimentari della popolazione. Proprio la questione economico-alimentare, particolarmente grave a causa della stagione invernale, dominava – insieme alla lotta alla ribellione – la situazione interna che il regime del Poglavnik, isolato e senza prestigio, era impotente a fronteggiare. Anche i tentativi compiuti per allargare il consenso tra le masse contadine erano falliti: queste andavano orientandosi a favore del movimento partigiano, che controllando buona parte del territorio trovava nelle campagne forze e mezzi per alimentarsi e rendere la propria azione tempestiva ed efficiente. Per contrastare la propaganda partigiana frequenti furono le adunate operaie nelle fabbriche e quelle più generali di popolo organizzate dal regime o i tentativi di mantenere la fiducia del ceto impiegatizio, specialmente con provvidenze di carattere economico come le cooperative per l’approvvigionamento dei generi alimentari. Il governo si attivò anche per una serie di provvidenze assistenziali in favore dei soldati degenti negli ospedali e delle popolazioni danneggiate dalla rivolta interna, ma le cure propagandistiche di Zagabria non sembrarono riscuotere particolare riconoscenza o acquietare l’ostilità popolare, in un momento in cui la gerarchia ustaša continuava a disporre di denaro e viveri in abbondanza mentre la popolazione ne soffriva la penuria.843 La polizia croata scoprì nella capitale un’organizzazione
843
AUSSME, M-3, b. 19, fasc. 8, Carteggio Comando Supremo, Relazioni del generale Pièche
sulla situazione in Serbia e Croazia presentate al Ministero degli Affari Esteri, a Gab.A.P., prot. n. 6/2, oggetto: La Croazia alle soglie del 1943, P.M.10, 18 gennaio 1943-XXI; id., Promemoria per il Duce, Notizie dalla Croazia, 6 maggio 1943-XXI.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
giovanile jugoslavofila con particolare presa sugli studenti e ne fece arrestare circa quattrocento. I sospetti circolavano insistenti nelle stesse sfere di regime e si vociferava di gerarchi ustaša malcontenti in contatto con esponenti degli ambienti jugoslavi residenti in Svizzera dediti a tramare contro il potere del Poglavnik.844 Molti dirigenti ustaša sembrava ritenessero l’Asse ed il regime croato destinati alla sconfitta e correvano ai ripari ponendo in salvo denaro nelle banche svizzere: Košak, ministro delle Finanze, e Lorković ministro degli Esteri erano accusati dall’opinione pubblica di avere esercitato su vasta scala il contrabbando di valuta aurea per costituire cospicui depositi.845 Essi rappresentavano negli ultimi tempi una delle due correnti che dividevano il governo croato, quella – dopo l’allontanamento dei Kvaternik – più italofoba e favorevole alla Germania (anche se Košak non mancava di credito presso gli ambienti italiani), contrapposta a quella che faceva capo al ministro dell’Economia Josip Balen, meno disposto a connubi con i tedeschi. Era accertato che negli ultimi mesi Košak avesse fatto stampare clandestinamente somme ingenti di kune, poi trasferite in Svizzera per l’acquisto di franchi e oro. L’organizzazione croata in territorio svizzero era molto attiva e preparava l’ambiente e i mezzi che sarebbero serviti ai gerarchi ustaša per abbandonare la Croazia in caso di caduta del regime. 846 Su Košak ricadevano anche i sospetti del Poglavnik di intrigo ai suoi danni fuori e dentro il Paese.847 Lorković fu sostituito al dicastero da Budak e due alti funzionari dei rispettivi ministeri degli Esteri e delle Finanze furono arrestati e immediatamente fucilati. 848 Quello della 844
Ibidem, Pièche, La Croazia alle soglie del 1943, 18 gennaio 1943-XXI; id., a Ministero degli
Affari Esteri-Gab.A.P., prot. n. 89/I, oggetto: Attività di elementi ex jugoslavi e croati nel territorio della Confederazione svizzera, f.to il Generale Pièche, Roma 20 aprile 1943-XXI. 845
Sembra che capitali e metalli preziosi fossero indirizzati, servendosi di corrieri diplomatici,
anche in Ungheria e Slovacchia. ASDMAE, b. 1502 (AP 37), marzo, R. Legazione d’Italia, a R. Ministero degli Affari Esteri Roma, telespresso n. 1101/381, oggetto: Scandalo in questi ambienti politici per il contrabbando di oro e valute, f.to Casertano, Zagabria 30 marzo 1943-XXI. 846
AUSSME, M-3, b. 19, fasc. 8, a Ministero degli Affari Esteri-Gabinetto A.P., prot. n. 6/7,
oggetto: Notizie dalla Croazia, f.to il Generale Pièche, Roma 19 maggio 1943-XXI. 847
ASDMAE, b. 1497 (AP 32), AG. Croazia 2, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.),
telegramma n. 2186 R., oggetto: Segreto non diramare, f.to Casertano, Zagabria 4 aprile 1943-XXI. 848
Ibidem, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 2576 R., 442-Urgente,
oggetto: Nuovo Ministro degli Affari Esteri di Croazia, f.to Casertano, Zagabria 21 aprile 1943-XXI. Alla data del 15 giugno del 1943 il governo croato risultava così composto: Pavelić presidente e ministro della Difesa Nazionale ad interim, Džafer Kulenović vice-presidente, Budak ministro degli Affari Esteri, Jozo Dumandžić ministro della Giustizia e del Culto, Artuković ministro degli Interni, Mile Starčević ministro dell’Educazione, Antun Filipančić ministro delle Finanze, Balen ministro dell’Economia nazionale, Hilmija Bešlagić ministro delle Comunicazioni, Mehmed Alajbegović ministro per le regioni danneggiate. Ibidem, b. 1496 (AP 31), AG. Croazia PG 1943, Croazia Dott. Ante Pavelić Poglavnik (Capo dello Stato croato), Consiglio dei Ministri, aggiornato al 15/6/1943-XXI.
Diplomazia e operazioni militari nel 1943
273
corruzione tuttavia era un problema diffuso tra buona parte degli uomini portati dal Poglavnik al potere politico o investiti di alte cariche militari, sintomo di una grave crisi morale che preoccupava le alte gerarchie dello Stato e che rifletteva una luce obliqua su tutta la situazione interna croata. Kulenović, vicepresidente del Consiglio era stato posto sotto sorveglianza da parte della polizia per aver incettato forti quantitativi di generi alimentari; il colonnello Filipek, già aiutante di campo del maresciallo Kvaternik, fu arrestato a marzo con l’accusa di gravi malversazioni e probabile partecipazione ad un complotto diretto a rovesciare il Poglavnik; Perić, ministro plenipotenziario a Roma, era stato richiamato a Zagabria per avere compiuto passi non autorizzati presso il Ministero degli Esteri italiano, accusato da Pavelić di essere negativo per i rapporti italo-croati e probabilmente implicato in illeciti valutari (nuovo ministro a Roma fu nominato Niksić).849 A questi andava poi aggiunto il capitano di vascello Gattin, capo di Stato Maggiore delle Forze Natanti, tratto in arresto a marzo per attività contro lo Stato, accusato di propaganda contro l’Asse e contatti con esponenti partigiani e mačekiani.850 Il Partito contadino, nonostante fosse ufficialmente bandito e disciolto, continuava a trovare il sostegno di buona parte dei croati – contadini ma anche intellettuali e operai – condizionandone l’opinione pubblica. Maček, formalmente prigioniero, osservava da Kupinec (venti km sud-ovest di Zagabria) l’evolversi degli eventi: tutti i tentativi fatti da Pavelić e dai tedeschi per convincerlo a collaborare con il governo e l’Asse avevano incontrato un ostinato rifiuto (a poco servì il trasferimento del leader croato nella capitale) ed il regime aveva allora tentato, senza troppo successo, di sottrargli il consenso delle masse rurali attraverso la costituzione di una lega contadina croata con un programma sociale analogo al suo.851 Ad inizio maggio furono segnalati ancora tentativi di riorganizzazione del Partito contadino per attrarre nella propria orbita politica i numerosi ustaša dissidenti contrari alla politica del Poglavnik, non rifuggendo di far causa comune con i partigiani e le altre correnti d’opposizione all’occupazione italiana, non ultimo il governo jugoslavo di Londra e l’alleato anglo-americano.
849
Ibidem, b. 1497 (AP 32), AG. Croazia 2, R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.),
telegramma 12I02 P.R., oggetto: Mutamenti governo, f.to Casertano, Zagabria 17 aprile 1943-XXI. Si veda anche N. Kisić Kolanović, op. cit., pp. 341-342. 850
AUSSME, L-10, b. 38, fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Servizio Informazioni Esercito
S.I.E., prot. n. Z/P-34579, Promemoria, oggetto: Croazia – Moralità delle sfere dirigenti, f.to il Colonnello di S.M. Capo Servizio Edmondo De Renzi, 10 aprile 1943-XXI. 851
Ibidem, M-3, b. 19, fasc. 8, Pièche, La Croazia alle soglie del 1943, 18 gennaio 1943-XXI; id., a
Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P., prot. n. 15/2, oggetto: Manifestino diffuso confidenzialmente tra i capi del partito Macek, f.to il Generale Pièche, Roma 17 marzo 1943-XXI; ibidem, L-10, b. 38, fasc. 3, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Operazioni I-Sezione 3ª, Promemoria, oggetto: Dottor Macek, 24 febbraio 1943-XXI.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Sotto il profilo economico la situazione era disastrosa, soprattutto a causa delle vicende belliche che paralizzavano la produzione agricola ed il commercio. Molte zone minerarie erano cadute in mano ai partigiani, che distruggevano gli impianti per non permetterne l’utilizzo. Particolarmente grave era la situazione nelle regioni sud-occidentali, per la forte presenza partigiana e le carenze agricole. Nelle città, e in particolare a Zagabria, la popolazione soffriva le mancate distribuzioni delle razioni di generali indispensabili. I prezzi salivano vertiginosamente mettendo i prodotti fuori dalla portata dei meno abbienti e dimostrando l’assoluta impotenza del governo a frenare l’ascesa. Il mercato nero, fattore non ultimo della rarefazione delle merci e causa prima dell’iperbolica ascesa dei prezzi, imperversava incontenibile e i salari risultavano insufficienti. Le masse popolari soffrivano, il malcontento cresceva e della situazione approfittavano i partigiani per diffondersi e consolidarsi. Zagabria tentò senza successo di rendere meno penosa la situazione con diversi provvedimenti di carattere finanziario ed economico come l’aumento di stipendi, il controllo nella distribuzione dei generi e la costituzione di fondi per il livellamento dei prezzi.852 I partigiani, sensibilmente rafforzati in uomini e mezzi e incoraggiati dai successi conseguiti specialmente in Bosnia, accentuarono la loro pressione ovunque, persino nei sobborghi della capitale e in particolar modo sulle più importanti arterie stradali e ferroviarie per contrastare i traffici governativi e dell’Asse (il movimento commerciale tra Stato Indipendente Croato e Italia era ormai quasi nullo).853 Il Domobranstvo, l’esercito croato, si era dimostrato assolutamente inefficace nel reprimere la ribellione, segnalando scarso spirito combattivo e frequenti diserzioni di soldati che passavano tra le file di Tito; fra gli ufficiali ed i soldati di truppa si erano radicati indisciplina e alcolismo, la mancanza di viveri e provviste era aggravata dai continui furti. La milizia ustaša, indebolita dall’allontanamento di Francetić per le efferatezze compiute contro la popolazione serba, non viveva una crisi minore, priva come era di compattezza e fiducia. L’intervento del generale Prpić, nuovo capo di Stato Maggiore Generale al quale si doveva l’unificazione delle forze armate, sembrava aver portato qualche lieve rimedio alla situazione e un nuovo indirizzo in campo militare: erano stati allontanati tutti gli ufficiali che nel periodo di Kvaternik affollavano inutilmente gli uffici della capitale destinandoli ai propri reparti e sembrava che Prpić fosse
852
AUSSME, M-3, b. 19, fasc. 8, Pièche, La Croazia alle soglie del 1943, 18 gennaio 1943-XXI;
ibidem, fasc. 1, Carteggio Comando Supremo sulla situazione politico, militare ed economica Croazia e Montenegro (1943), R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando Supremo, a Stato Maggiore R. Esercito (S.I.E.) e p.c. a R. Ministro d’Italia Zagabria, prot. n. 206 S.M. Segreto, oggetto: Situazione interna in Croazia, Zagabria 15 gennaio 1943-XXI. 853
Ibidem, fasc. 8, Promemoria per il Duce, Notizie dalla Croazia, 6 maggio 1943-XXI.
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intenzionato a trasferire nell’esercito molti ufficiali disoccupati dell’inesistente marina da guerra croata.854 Notevoli formazioni di četnici continuavano a combattere al fianco delle truppe italiane, tedesche e croate contro i partigiani, altre non si erano sottoposte alle autorità croate e avevano fatto causa comune con i ribelli. Anche i četnici armati da Supersloda si mostravano diffidenti verso i croati, i quali ne approfittavano per dimostrare l’errore commesso dai comandi italiani armando la popolazione serboortodossa, che si sospettava fosse pronta a passare al nemico qualora Mihailović e gli altri capi lo avessero ritenuto opportuno. Anche tra i musulmani di Bosnia, sempre oggetto di particolari attenzioni da parte di Zagabria, perdurava il senso di disorientamento e malcontento. Bande musulmane armate dai croati e in parte anche da Supersloda erano comunque entrate in azione nella lotta anti-partigiana. Il gruppo nazionale tedesco, invece, per quanto assottigliato dalle partenze definitive per la Germania, aveva continuato a svolgere la sua attività più come organo del Reich che come parte dello Stato croato; la minoranza tedesca pur continuando ad essere oggetto di attenzioni vivissime nel campo organizzativo, educativo, assistenziale ed economico affermando la propria individualità, era anche sottoposta ad obblighi sempre più gravosi, sia per il servizio militare sia per quello di polizia, e andava dimostrando i primi segni di insofferenza (numerosi appartenenti alla minoranza tedesca erano stati arrestati per inadempienza agli obblighi militari). La Chiesa cattolica infine continuava nella sua linea di prudente diffidenza verso il regime, pur celebrando funzioni religiose in occasione del secondo anniversario dell’indipendenza croata e dell’onomastico del Poglavnik.855 La politica estera croata era caratterizzata dal gioco di equilibrio tra Italia e Germania. I croati iniziavano ad addebitare ai tedeschi il sempre maggiore impoverimento del Paese, con la sistematica sottrazione delle scarse risorse, specialmente alimentari, ma in definitiva li rispettavano e temevano, soprattutto per la presenza delle forze di occupazione schierate. Verso gli italiani invece la popolazione era nella sua quasi totalità ostile e rimaneva dominante il peso della questione dalmata: gli intellettuali che simpatizzavano con gli italiani erano pochissimi e le principali basi culturali rimanevano tedesche, meno profonde solamente fra i croato-dalmati, certo non meno ostili. Ufficialmente da parte del governo croato non mancavano manifestazioni di amicizia e di ossequio rivolte all’Italia, ma tra la popolazione avvenivano, sia pure isolatamente, dimostrazioni anti-italiane ispirate dalla propaganda ostile diffusa dagli ambienti ustaša.
854
Ibidem, Pièche, La Croazia alle soglie del 1943, 18 gennaio 1943-XXI; ibidem, fasc. 1, R.
Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando Supremo, a Stato Maggiore R. Esercito (S.I.E.) e p.c. a R. Ministro d’Italia Zagabria, prot. n. 206 S.M. Segreto, oggetto: Situazione interna in Croazia, Zagabria 15 gennaio 1943-XXI. 855
Ibidem, fasc. 8, Promemoria per il Duce, Notizie dalla Croazia, 5 febbraio 1943-XXI; id.,
Promemoria per il Duce, Notizie dalla Croazia, 6 maggio 1943-XXI.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Zagabria infatti continuava a dirigere, incoraggiare e alimentare, spesso anche con emissari, la propaganda irredentista.856 Anche i rappresentanti italiani a Zagabria, fino a quel momento sostenitori ad oltranza degli ustaša, iniziarono ad esprimere dubbi sull’alleanza con il Poglavnik: all’inizio del 1943 Casertano doveva constatare che la creazione dello Stato Indipendente Croato era stata un fallimento e che il primitivo e violento regime ustaša poteva essere considerato solamente una delusione delle aspettative prefissate. La presa di posizione di Casertano nei confronti dei dirigenti ustaša e dei rappresentanti tedeschi giungeva tuttavia con un ritardo di quasi due anni, a posizioni ormai compromesse, e pur conseguendo con i nuovi toni assunti limitate soddisfazioni di ordine puramente formale, non poteva ottenere nulla di sostanziale nel campo economico e militare, saldamente in mano ai tedeschi. Il nuovo atteggiamento di Casertano urtava profondamente le autorità tedesche a Zagabria, che avevano assunto per reazione un contegno riservato e freddo e accusavano l’incaricato d’affari italiano di interferire nelle questioni interne croate, di avere circuito il Poglavnik tentando di piegarlo alle sue volontà e di nutrire propositi di intransigenza sulla questione dalmata (accuse che trovavano facile credito tra i croati).857 Le istituzioni croate almeno ufficialmente sembravano voler avviare a concreta normalizzazione i rapporti con gli ortodossi: a parte la forma regolata dalla costituzione della Chiesa autocefala che aveva trovato anche una recente pubblica manifestazione nell’intervento ufficiale di autorità civili e militari alla processione del capodanno ortodosso, nella sostanza il perdurare delle sistematiche persecuzioni volute dal servizio di controllo ustaša fino a poco prima dipendente dal giovane Kvaternik sembrava potesse giungere ad una soluzione con il cambiamento nella direzione della polizia, solamente in parte sottoposta al controllo ustaša, e con l’eliminazione degli istigatori e dei responsabili delle persecuzioni stesse. Il nuovo indirizzo, sostenuto dalla Chiesa cattolica, nelle intenzioni avrebbe dovuto, se non capovolgere una situazione ormai compromessa, almeno frenare il malcontento e le adesioni alle forze ribelli e porre un argine alla dilagante avversione per l’incapace ed impotente governo di Zagabria. I partigiani infatti guadagnavano simpatie anche nel ceto medio e persino tra i grandi proprietari, conseguenza di una propaganda tesa a diffondere l’idea che il movimento di liberazione avesse l’unico scopo di abbattere il regime di Pavelić senza toccare i principi morali e spirituali e gli interessi dei singoli, nonché frutto del disordine e delle gravi difficoltà in cui si dibattevano le masse, indotte a sperare in una qualsiasi soluzione pur di porre fine ad una situazione tanto più intollerabile in quanto imposta da avvenimenti internazionali. Se il
856
Ibidem, Pièche, 18 gennaio 1943-XXI.
857
Ibidem, a Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P., prot. n. 6/7, oggetto: Notizie dalla Croazia,
f.to il Generale Pièche, Roma 19 maggio 1943-XXI.
Diplomazia e operazioni militari nel 1943
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governo croato era direttamente incolpato del grave malessere interno, anche le potenze dell’Asse erano accusate di non aver provveduto ad indirizzare il governo da esse imposto costringendolo ad una politica interna più moderata, frenandone gli eccessi ideologici, inibendo i gravi soprusi che tante ripercussioni avevano avuto nell’ordine interno e in generale imponendogli uno stretto controllo tale da impedire gli enormi errori compiuti.858
5.2.
Operazione Weiss
Agli inizi del 1943, con il profilarsi di una sconfitta in Africa settentrionale e in Russia, la possibilità che le potenze dell’Asse vincessero la guerra diventò sempre più remota, mentre il quadro politico e militare dello Stato Indipendente Croato – i partigiani controllavano a nord l’area di Karlovac e Bihać – non consentiva alle forze occupanti di abbandonare i territori croati per impegnarsi su altri fronti. 859 Al fine di aprire un fronte nella penisola balcanica, gli Alleati avevano inaugurato una politica di sostegno ai movimenti insurrezionali locali: cresceva infatti il numero di coloro che nell’area credevano nella vittoria alleata. La situazione militare interna annoverava una sempre maggiore difficoltà delle truppe tedesche e croate a domare la rivolta nelle zone più ricche dello Stato ed un sensibile arretramento delle truppe italiane nella zona costiera, con vaste regioni – quasi tutta le terza zona e parte della seconda – nella morsa delle forze ribelli.860 Di conseguenza il Comando Supremo della Wehrmacht, in accordo con il Comando Supremo italiano, pianificò una vasta offensiva militare riprendendo le attività anti-insurrezionali in Croazia e in Bosnia-Erzegovina nel tentativo di pacificare la zona prima dell’arrivo della primavera. Le operazioni avrebbero dovuto scongiurare il pericolo che četnici e partigiani, con un possibile sbarco degli angloamericani nei Balcani, scatenassero una più vasta ribellione. Fu pianificata l’Operazione Weiss, nota nella storiografia socialista jugoslava come Quarta offensiva nemica. Gli obiettivi specifici erano riconquistare la larga zona intorno a 858
Ibidem, fasc. 1, R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando Supremo, a Stato
Maggiore R. Esercito (S.I.E.) e p.c. a R. Ministro d’Italia Zagabria, prot. n. 206 S.M. Segreto, oggetto: Situazione interna in Croazia, Zagabria 15 gennaio 1943-XXI. 859
Ibidem, N. 1-11, b. 1164/A, Stato Maggiore dell’Esercito, Servizio informazioni Esercito a
S.M. il Re Imperatore, S.A.R. Principe Umberto, Capo di S.M. Generale, Sottosegretario di Stato alla Guerra, Capo di S.M. Esercito, Marina, Aeronautica, n. prot. Z/P 33241, Promemoria, Croazia Ciclo operativo Weiss, 1ª fase (20 gennaio-15 febbraio 1943), f.to Sottocapo di Stato Maggiore per le operazioni, P.M.9, 17 marzo 1943-XXI. 860
Ibidem, M-3, b. 19, fasc. 1, R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando Supremo, a
Stato Maggiore R. Esercito (S.I.E.) e p.c. a R. Ministro d’Italia Zagabria, prot. n. 206 S.M. Segreto, oggetto: Situazione interna in Croazia, Zagabria 15 gennaio 1943-XXI
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Bihać distruggendo il maggior numero possibile di unità partigiane e contrastando l’organizzazione dei četnici per una sollevazione generale. I capi di Stato Maggiore, Keitel e Cavallero, prima progettarono l’operazione a Rastenburg (18-20 dicembre 1942), in Prussia orientale, nel corso di una conferenza alla quale parteciparono anche Hitler, Ribbentrop e Ciano, poi discussero i piani militari a Roma e Zagabria nei primi giorni del gennaio del 1943.861 Il generale Alexander Löhr, dal 1° gennaio comandante delle forze militari tedesche nel sudest (Oberfehlshaber Süd-Ost, OBSO) e capo della nuova operazione, aveva già emesso l’ordine di intraprendere azioni contro le bande ribelli, non specificando distinzione alcuna tra četnici e partigiani.862 Lo Stato Maggiore italiano approvava l’opportunità di un’azione ad ampio raggio contro i partigiani, ma Berlino insisteva sulla necessità di agire contemporaneamente anche contro i četnici, nonostante molte delle loro formazioni combattessero insieme ai reparti italiani.863 D’accordo con i tedeschi Cavallero riteneva che le bande serbe fossero da disarmare mentre Roatta, come detto sostenitore dell’utilizzo dei četnici al fianco delle truppe italiane, insisteva affinché le bande serbe fossero coinvolte nell’Operazione Weiss.864 Löhr espresse la propria preoccupazione, condivisa da Hitler, circa l’eventuale collaborazione tra četnici e partigiani e riguardo le collaborazioni dei primi con la 2ª Armata. Cavallero assicurò l’alleato tedesco che in futuro l’esercito italiano non avrebbe più armato ed addestrato i četnici o utilizzato le bande serbe nelle proprie operazioni, mentre Roatta cercò di convincere Löhr al loro utilizzo un’ultima volta in un piano concordato con i comandi croato e tedesco. Alla fine, con grande riluttanza, Roatta dovette rinunciare ai propri intenti ed approvò le decisioni prese dal più potente alleato.865 La questione dei četnici fu affrontata nuovamente il 10 gennaio, quando Roatta incontrò Pavelić a Zagabria. L’incontro confermò le controverse relazioni tra il 861
A. Biagini, F. Frattolillo, Verbali delle Riunioni tenute dal Capo di S.M. Generale, Vol. IV (1°
gennaio 1943 - 7 settembre 1943), Roma, Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1985, Verbale n. 1, Verbale della riunione tenuta dall’Eccellenza il Capo di Stato Maggiore Generale il 2 gennaio 1943XXI alle ore 17, pp. 1-2 862
AUSSME, N 1-11, b. 1482, Comando Supremo, I Reparto, Ufficio Operazioni-Scacchiere
orientale, a Supersloda, a Comando Superiore FF.AA. Grecia, a Governatorato del Montenegro, prot. n. 25543/Op., Direttive germaniche per le operazioni contro le bande, f.to Generale Giovanni Magli, P.M.21, 29 dicembre 1942-XXI, circolare O.B.S.O., n. 3370/32 Segr., Intensificazione operazioni contro bande, f.to Col. Gen. Alexander Löhr. 863
Cfr. O. Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1943-1944), III, Roma, Stato Maggiore
dell’Esercito-Ufficio Storico, 1994, p. 13. 864
AUSSME, b. 1443, Comando Supremo, Attività svolta dall’Ecc. il Capo di S.M. Generale,
P.M.21, 3 gennaio 1943. 865
A. Biagini, F. Frattolillo, Verbali delle Riunioni…, Verbale n. 2, Verbale della riunione tenuta
dall’Eccellenza il Capo di Stato Maggiore Generale il 3 gennaio 1943-XXI alle ore 18.30, pp. 5-6.
Diplomazia e operazioni militari nel 1943
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regime ustaša e la 2ª Armata, ma portò ad un accordo. Compresa la necessità dell’esercito italiano di avvalersi delle bande serbe nella lotta contro i partigiani, Pavelić diede il proprio consenso ad utilizzarle in settori specifici e, se necessario, a chiamare altri tremila volontari dal Montenegro da inviare nel sud dell’Erzegovina. Da parte sua Roatta s’impegnò a non armare nuove bande e disarmare e ridurre il numero di quelle già inquadrate.866 Gli incontri dei primi giorni del 1943 si conclusero con la pianificazione militare, da parte del Comando Supremo della Wehrmacht, dell’Operazione Weiss, che inizialmente divisa in tre fasi – la terza prevedeva anche il disarmo dei četnici – subì notevoli cambiamenti nel corso dello svolgimento. L’obiettivo era rastrellare l’area a sud di Zagabria fino al Montenegro, muovendo le truppe tedesche, italiane e croate da nord a sud al fine di circondare ed eliminare i partigiani rintanati nell’area di Bihać. Le truppe tedesche e croate impegnate nell’operazione (circa cinquantamila militari tedeschi e diecimila croati tra domobranci e ustaša) comprendevano la 7ª Divisione Freiwilligen-SS-Prinz Eugen,867 la 714ª, 717ª e la 718ª Divisione di Fanteria tedesca, un reggimento della 187ª, la 369ª Divisione di Fanteria tedesco-croata,868 la V brigata ustaša, la 2ª, 3ª e 5ª Brigata di Montagna croata, il 7º Reggimento Fanteria e alcuni elementi del VII, IX e XI Gruppo d’Artiglieria croato, oltre al supporto della Luftwaffe e dell’aviazione croata. Le forze italiane coinvolte (circa venticinquemila uomini) erano il V Corpo d’Armata con la 13ª Divisione di Fanteria Re e la 57ª Divisione Lombardia, il VI Corpo d’Armata con la 12ª Divisione Sassari, la 32ª Divisione Marche e la 154ª Divisione Murge (quest’ultima composta quasi di diecimila uomini schierati nell’area di Mostar) e il XVIII Corpo d’Armata con la 15ª Divisione Bergamo, più le MVAC,869 i četnici (circa duemila combattenti di diciannovemila schierati in Lika e BosniaErzegovina) ed il supporto aereo italiano.870 Le forze dell’Asse ebbero un totale stimato in novantamila soldati occupati a tempo pieno da gennaio a marzo, e altri sessantamila impiegati occasionalmente. Le forze partigiane invece erano formate dal 1º Corpo croato con la 6ª Divisione Lika, la 7ª Banija e l’8ª Kordun (circa sedicimila combattenti), il 1° Corpo bosniaco con la 4ª e la 5ª Divisione Krajiški
866 867
O. Talpo, Dalmazia, III, p. 28. La divisione SS-Prinz Eugen, composta da tedeschi della Banja e del Banato quasi
esclusivamente di lingua serbo-croata, fu trasferita nello Stato Indipendente Croato dalla Serbia. AUSSME, M-3, b. 321, Comando VI Corpo d’Armata, Notiziario n. 715, Varie (Mostar), P.M.141, 21 aprile 1943-XXI. 868
La 369ª Divisione era formata da soldati croati e ufficiali tedeschi. O. Talpo, Dalmazia, III, p.
869
Le MVAC impiegate erano composte principalmente da ortodossi, inclusi i volontari
31. montenegrini arrivati nel sud dell’Erzegovina dopo l’incontro Roatta-Pavelić del 10 gennaio 1943. 870
A. Biagini, F. Frattolillo, Verbali delle Riunioni…, Verbale n. 2, Verbale della riunione tenuta
dall’Eccellenza il Capo di Stato Maggiore Generale il 3 gennaio 1943-XXI alle ore 18.30, pp. 5-6.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
(undicimilacinquecento combattenti), la 1ª, 2ª e 3ª Divisione Proletaria (circa quattordicimilacinquecento) e la 9ª Divisione Dalmacjia (per un totale di quarantaduemilacinquecento combattenti).871 La prima fase, Weiss I, guidata dal generale Rudolf Lüters e prevista dal 20 gennaio al 10 febbraio (durò tuttavia fino al 20 febbraio) supponeva un rastrellamento attuato con tre divisioni italiane (Lombardia, Re, Sassari), tre divisioni tedesche (SS-Prinz Eugen, 714ª e 717ª) e la 369ª Divisione tedesco-croata nell’area compresa tra Karlovac, Ogulin, Gospić, Knin, Bosanski Petrovac, Sanski Most, Kostajnica, Glina e Vrginmost (Gvozd). L’obiettivo principale era riconquistare la ferrovia Karlovac-Knin e la strada Bosanski Novi-Ključ controllata dai partigiani. Nella seconda fase, Weiss II, le truppe tedesche e italiane avrebbero costretto il resto delle forze nemiche a ritirarsi verso Livno, in una zona ristretta tra Bosanski Petrovac, Dervar, Bosansko Grahovo, Livno, Jajce e Ključ, dove sarebbero state annientate. Nella terza fase, infine, Weiss III, i tedeschi avrebbero provveduto a rastrellare tutta il territorio fino al Montenegro, al fine di rimuovere eventuali residui di resistenza partigiana e disarmare le bande četniche. Fu ordinato l’arresto e la detenzione ai lavori forzati di tutta la popolazione maschile sopra i quindici anni di età.872 Da nord la SS-Prinz Eugen, la 714ª e la 369ª mossero verso Bosanski Petrovac, in modo da circondare le forze partigiane appostate sui Monti Grmeč. La 717ª Divisione tedesca e due brigate di montagna croate avevano il compito di avanzare da est (Sanski Most) al fine di raggiungere le truppe provenienti da nord. La Re, la Lombardia e la Sassari sarebbero invece avanzate da ovest (ferrovia Ogulin-Gračac) verso est, per bloccare ai partigiani la via di fuga. 873 Era necessario circondare la Repubblica di Bihać, il quartier generale di Tito, per distruggerne l’organizzazione e minarne il prestigio. L’operazione, per avere successo, prevedeva il rapido avanzamento della SS-Prinz Eugen ma il terreno montuoso, le strade dissestate, le basse temperature invernali – in alcuni casi con neve alta due metri – e gli attacchi partigiani, posero le truppe dell’Asse nella condizione di dover affrontare gravi difficoltà che ne rallentarono l’avanzata. La SS-Prinz Eugen arrivò a Bihać solamente il 29 gennaio, nove giorni dopo la data prevista, a causa delle strade bloccate e dell’opposizione dei partigiani. Da qui il 31 gennaio mosse verso sud-est, raggiungendo prima Bosanski Petrovac e poi Jasenovac, dove si riunì (8 febbraio) con la 717ª Divisione proveniente da
871
S. Loi, op. cit., p. 213; G. Bambara, op. cit., p. 175.
872
AUSSME, N. 1-11, b. 1485, Comando Supremo, Ufficio Operazioni-Scacchiere orientale, a
Comandante FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata) Generale Roatta, prot. n. 20127/Op., Operazioni invernali combinate italo-tedesche-croate, f.to Genenerale Ugo Cavallero, P.M.21, 10 gennaio 1943-XXI. Si veda anche G. Bambara, op. cit., p. 174. 873
O. Talpo, Dalmazia, III, p. 31.
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Sanski Most per completare il processo di accerchiamento. 874 Il 3 febbraio la 369ª Divisione si mosse verso sud-ovest dalla zona di Petrinja-Sunja-Kostajnica in direzione del fiume Una, unendosi con la SS-Prinz Eugen per avviare il rastrellamento dei Monti Grmeč e ingaggiare battaglia con i partigiani, che nello scontro soffrirono pesanti perdite.875 Nel frattempo (25-27 gennaio) la Lombardia aveva raggiunto la SS-Prinz Eugen a Primišlje e Slunj. La Re raggiunse Ličko Petrovo il 29 gennaio, mentre la Sassari, in ritardo, si unì alla SS-Prinz Eugen solo il 14 febbraio a Kulen Vakuf, ma continuò a subire duri attacchi nei giorni successivi, anche in questo caso con pesanti perdite.876 La Weiss I si concluse con l’unificazione delle truppe italiane avanzate da ovest e quelle tedesche provenienti da nord-est. I risultati della prima fase dell’operazione furono deludenti. La rapida unificazione della SS-Prinz Eugen con la 717ª Divisione fallì e le forze partigiane riuscirono a fuggire, passando attraverso le barriere nemiche e riapparendo dietro le truppe dell’Asse, anche in regioni rastrellate in precedenza.877 Anche se l’area intorno a Bihać era stata ripulita della presenza partigiana, questi erano tutt’altro che sconfitti. Fuggiti a sud verso l’Erzegovina, lungo il fiume Una fino alla valle del Vrbas (verso Bugojno), avrebbero creato una situazione pericolosa per le truppe italiane nella valle della Neretva, fino a quel momento rimasta sostanzialmente pacifica.878 Sebbene l’operazione avesse creato enormi difficoltà a Tito ed ai suoi uomini, che soffrirono anche la carenza di approvvigionamento alimentare ed il tifo e dovettero abbandonare la loro roccaforte nel corso del duro inverno, dal punto di vista militare non poteva essere considerata un successo. Secondo i tedeschi morirono novemila partigiani, millesettecento circa furono feriti 874
AUSSME, N 1-11, b. 1164/A, Stato Maggiore dell’Esercito, Servizio Informazioni Esercito, a
S.M. il Re Imperatore, S.A.R. Principe Umberto, Capo di Stato Maggiore Generale, Sottosegretario di Stato alla Guerra, Capo di Stato Maggiore Esercito, Marina, Aeronautica, Sottocapo di Stato Maggiore per le operazioni prot. n. Z/P 33241, Promemoria, Croazia - Ciclo operativo Weiss, 1ª fase (20 gennaio-15 febbraio 1943), P.M.9, 17 marzo 1943-XXI. 875
Ibidem. Anche b. 1488, Comando Supremo, Ufficio Operazioni, Supersloda-Operazioni a
Comando Supremo, Telescritti inviati dal 21 gennaio al 12 febbraio 1943. 876
Ibidem, M-3, b. 384, Comando XVIII Corpo d’Armata, Marconigrammi Comando Divisione
Sassari a Comando XVIII e V Corpo d’Armata, P.M.86, 13-19 febbraio 1943-XXI. Dal 13 al 22 febbraio nella Sassari quattordici ufficiali e centocinquantacinque soldati furono uccisi mentre un ufficiale e quaranta soldati morirono a causa delle basse temperature e trentasette ufficiali e seicentodiciannove soldati furono feriti. In totale la divisione perse circa novecento uomini. Ibidem, N 1-11, b. 1069, Comando XVIII Corpo d’Armata, Diario Storico, 27 febbraio 1943-XXI. 877
O. Talpo, Dalmazia, III, p. 45.
878
AUSSME, N. 1-11, b. 1164/A, Stato Maggiore dell’Esercito, Servizio Informazioni Esercito
(S.I.E.), a S.M. il Re Imperatore, a S.A.R. Principe Umberto, al Capo di Stato Maggiore Generale, al Sottosegretario di Stato alla Guerra, ai Capi di S.M. Esercito, Marina, Aeronautica, prot. n. Z/P 33241, Promemoria, Croazia - Ciclo operativo Weiss, 1ª fase (20 gennaio-15 febbraio 1943), f.to Sottocapo di Stato Maggiore per le operazioni, P.M.9, 17 marzo 1943-XXI
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e altri millecinquecento imprigionati, ovvero l’esercito partigiano, in totale, perse dodicimila uomini. Le cifre sembrano tuttavia eccessive: sebbene subirono gravi perdite la maggior parte delle forze partigiane sfuggì all’accerchiamento nemico e le truppe dell’Asse persero a loro volta numerosi uomini. Nelle truppe italiane infatti trecentocinquantacinque soldati furono uccisi, circa milleduecento feriti e quattrocentotrenta risultarono dispersi, mentre tra le truppe tedesche trecentotrentasette furono i morti, settecentosessanta i feriti e cento i dispersi. In totale gli italiani avevano perso duemila uomini e i tedeschi quasi milleduecento.879 Nel frattempo una serie di eventi testimoniarono la crisi politica e militare attraversata dalla Germania e dall’Italia. Le potenze dell’Asse persero Stalingrado e Tripoli e durante la Conferenza di Casablanca (14-24 gennaio) gli Alleati decisero di chiederne la resa incondizionata. Il 24 gennaio il colonnello Siegfried von Waldemburg ed i vertici militari tedeschi ordinarono a Cavallero di mettere le forze italiane nei Balcani sotto il controllo diretto del generale Löhr, ma la richiesta fu prontamente ritirata a causa della netta opposizione del capo di Stato Maggiore italiano.880 L’ordine cercava di attuare le direttive di Hitler in merito alla subordinazione, una volta per tutte, delle forze italiane operanti nello Stato Indipendente Croato alle autorità militari tedesche, stabilendo i diritti di supremazia del comando tedesco anche sulla zona di occupazione italiana. La Germania aveva definitivamente attratto il governo di Pavelić nella propria sfera d’influenza con il beneplacito della dirigenza di Zagabria. L’influenza tedesca aveva ormai varcato la linea di demarcazione con l’occupazione italiana. Lo scopo era portare l’intero Stato croato sotto il controllo militare tedesco, sfruttando la disastrosa situazione di guerra che aveva costretto il Comando Supremo italiano a ritirare e ridurre il numero delle truppe ivi impegnate. Solo poche divisioni furono lasciate a difesa di alcuni punti strategici verso la zona costiera croata e ritirandosi, gli italiani lasciarono alcune delle aree abbandonate al controllo dei četnici.881 Anche se i tedeschi non dichiaravano apertamente l’intenzione di rendere lo Stato Indipendente Croato un loro protettorato, di fatto era ciò che era avvenuto: il Comando Supremo tedesco controllava le forze armate croate, la polizia dipendeva dalla Gestapo.882 A febbraio Mussolini apportò importanti cambiamenti al governo e nello Stato Maggiore. Il conte Ciano lasciò il Ministero degli Affari Esteri (l’incarico venne assunto dallo stesso Mussolini) mentre il governatore della Dalmazia Giuseppe Bastianini, nominato sottosegretario di Stato, veniva sostituito da Francesco
879
S. Loi, op. cit., p. 213; O. Talpo, Dalmazia, III, p. 46.
880
AUSSME, N. 1-11, b. 1443, Comando Supremo, Diario storico, Attività svolta dal Capo di
Stato Maggiore Generale, P.M.21, 26 gennaio 1943-XXI. 881
Ibidem, M-3, b. 78, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata),
Penetrazione tedesca in Croazia, P.M.10, 14 febbraio 1943-XXI. 882
O. Talpo, Dalmazia, III, pp. 65-67.
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Giunta.883 Il generale Ambrosio divenne capo di Stato Maggiore Generale sostituendo Cavallero e Roatta, comandante di Supersloda, venne sostituito dal generale Mario Robotti, ex comandante dell’XI Corpo d’Armata stanziato in Slovenia.884 Il 4 febbraio Ambrosio si confrontò con Roatta e Robotti per valutare la situazione dello Stato Indipendente Croato e dare istruzioni al nuovo comandante di Supersloda in merito al programmato incontro con il generale Löhr a Belgrado.885 Facendo riferimento alle direttive di Mussolini, Ambrosio incaricò Robotti di comunicare al generale tedesco la contrarietà del governo e dello Stato Maggiore italiano all’ingresso delle truppe tedesche in Erzegovina durante l’operazione Weiss, dimostrando chiaramente la preoccupazione per l’ingerenza tedesca nelle zone di diretto controllo italiano.886 La questione dell’ingresso delle forze militari tedesche in Erzegovina era strettamente collegata alla realizzazione della terza fase dell’Operazione Weiss, che prevedeva anche il disarmo dei četnici operanti con le truppe italiane. Ambrosio, ritenendo opportuno rinunciare alla Weiss III, aveva già espresso al comando tedesco il desiderio di attendere la fine della prima fase operativa, ancora incompleta, e i risultati della Weiss II, prima di preparare la terza fase e decidere circa il disarmo delle bande serbe. I tedeschi tuttavia confermarono l’intenzione di voler eseguire la terza fase dell’operazione, proprio perché strettamente legata alla questione dei četnici. Secondo il Comando Supremo tedesco, infatti, anche se dimostravano di essere nemici dei partigiani, le bande serbe andavano disarmate in quanto benevole verso gli anglo-americani. Ambrosio, concorde in merito al disarmo, insisteva tuttavia affinché ciò avvenisse gradualmente e solo in seguito alla conclusione delle operazioni anti-partigiane.887 L’8 febbraio Robotti e Löhr come stabilito si incontrarono a Belgrado e affrontarono diverse questioni, tra cui il ruolo delle truppe italiane nella Weiss II, l’eventuale annullamento della terza fase operativa e ancora una volta la questione dei četnici. Erano presenti anche i generali Lüters e Glaise Horstenau. L’obiettivo della Weiss II sarebbe stato liberare l’area tra Livno e Glamoč con quattro battaglioni della Bergamo, due battaglioni croati, tre divisioni tedesche (SS-Prinz Eugen, 717ª e 718ª), la 369ª Divisione tedesco-croata e alcune migliaia tra MVAC e
883
Sulle decisioni prese da Giunta in qualità di governatore si veda M. Dassovich, Fronte
jugoslavo 1943. La fase finale delle operazioni dell’esercito italiano sull’opposta sponda adriatica durante la seconda guerra mondiale, Udine, Del Bianco editore, 2000, pp. 65-69. 884
O. Talpo, Dalmazia, III, p. 34.
885
AUSSME, M-3, b. 20, Comando Supremo-Segreteria particolare dell’Ecc. il Capo di S.M.
Generale, Colloquio con LL. EE. Roatta e Robotti, P.M.21, 4 febbraio 1943-XXI. 886
Ibidem, N. 1-11, b. 1444, Comando Supremo, Diario storico, Attività svolta dal’Ecc. il Capo di
S. M. Generale, P.M.21, 4 febbraio 1943-XXI. 887
A. Biagini, F. Frattolillo, Verbali delle Riunioni…, Vol. IV, Verbale della riunione tenuta
dall’Eccellenza il Capo di Stato Maggiore Generale il 6 febbraio 1943-XXI alle ore 10 (Operazioni in Croazia), pp. 38-39.
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četnici di Mihailović, collocati con le truppe italiane vicino alle forze partigiane.888 La SS-Prinz Eugen sarebbe avanzata lungo la direttrice Bosanski Petrovac-Bosanska Grahovo-Livno, mentre la 369ª e la 717ª, rispettivamente da Ključ e da Jajce, avrebbero mosso verso sud-ovest. Le truppe italiane si sarebbero dirette verso Dernis e Signo per unirsi alla SS-Prinz Eugen e proteggere il lato destro tedesco da potenziali attacchi nemici. A nord di Knin, četnici e MVAC si sarebbero congiunti al XVIII Corpo d’Armata per bloccare la fuga dei partigiani in direzione est. L’inattesa decisione di usare i četnici durante la Weiss fu determinata dalla preoccupazione del generale Lüters che la Divisione SS-Prinz Eugen nel mezzo delle operazioni potesse imbattersi in imprevisti o ulteriori difficoltà. Robotti, cogliendo il momento, suggerì l’utilizzo dei četnici che collaboravano con le forze italiane per fornire una maggiore copertura alle divisioni tedesche, assicurando che i nazionalisti serbi non avrebbero agito contro i soldati tedeschi. Il generale Löhr ed il comando tedesco sorprendentemente non si opposero alla proposta italiana e acconsentirono all’utilizzo dei četnici schierati nei pressi di Knin. I tedeschi promisero di rispettare le famiglie, le case e i beni dei serbi coinvolti nell’Operazione Weiss, mentre Robotti da parte sua s’impegnò ad evitare contatti tra le bande serbe e le truppe della Wehrmacht che potessero causare conseguenze negative sui campi di battaglia.889 L’accordo sull’utilizzo dei četnici nella Weiss II non risolse la questione del loro successivo disarmo, che fu ripresa il giorno seguente, 9 febbraio, a Zagabria durante l’incontro tra Kasche e Casertano: il generale tedesco comunicò che anche Lorković aveva insistito sul disarmo delle bande serbe, da effettuarsi, se necessario, anche con la forza.890 Nonostante le pressioni del ministro croato sulla Legazione italiana sembrava però che proprio in quei giorni autorità periferiche croate avessero convocato a colloquio esponenti četnici ai quali avevano proposto la conclusione di un accordo con Zagabria, lasciando da parte le autorità italiane. Il Comando Supremo italiano non escludeva che l’iniziativa – dovuta a precise direttive impartite dal governo croato – rientrasse nell’azione di propaganda svolta dagli inglesi nei Balcani per la ricostituzione della Jugoslavia e che l’approccio condotto dai croati nei confronti dei četnici potesse ricollegarsi ad un
888
AUSSME, M-3, b. 16, Comando Supremo, Bollettino, Novità operative Balcania, Sintesi,
P.M.21, 3 marzo 1943-XXI. 889 890
O. Talpo, Dalmazia, III, pp. 39-40. AUSSME, M-3, b. 71, Comando Superiore FF. AA. Slovenia-Dalmazia 2ª Armata
(Supersloda), Colloquio con Kasche sulla situazione politico-militare, ministro Raffaele Casertano a ministro degli Affari Esteri a Roma, 9 febbraio 1943-XXI, in Situazione politico-militare in Croazia, prot. n. 2874, Supersloda-Ufficio operazioni a Supersloda-Ufficio operazioni-Nucleo collegamento ministero Esteri, f.to col. Carlo Costamagna, P.M.10, 20 febbraio 1943-XXI.
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tentativo di costituirsi una posizione vantaggiosa da sfruttare nel caso di una vittoria alleata.891 Il 26 febbraio Ribbentrop, il generale Walter Warlimont, assistente Capo Ufficio Operazioni del Comando Supremo tedesco e il capitano Hausbrandt furono ricevuti a Palazzo Venezia da Mussolini, Ambrosio e Bastianini. Ribbentrop confermò la ferma decisione di Hitler di combattere sia contro i partigiani, sia contro i nazionalisti serbi e le MVAC armate dagli italiani. Il Führer continuava ad essere sicuro che in caso di sbarco degli Alleati nei Balcani i diversi gruppi avrebbero aiutato l’invasore e sembra che Londra stesse effettivamente lavorando, senza successo, per raggiungere un accordo tra četnici e partigiani e formare un fronte unito contro l’Asse. Bastianini riteneva impossibile la collaborazione dei tre gruppi (četnici, partigiani e MVAC) e cercò di convincere l’alleato tedesco che i partigiani di Tito e gli uomini di Mihailović non avevano nulla a che spartire tra loro. Secondo i tedeschi, i četnici attendevano solamente il momento giusto per attaccare le forze dell’Asse – incluse le truppe italiane – con prospettive di successo. Per questo motivo Hitler aveva ordinato di annientare gli uomini di Mihailović nei territori occupati dai tedeschi e aveva chiesto a Mussolini di ordinare altrettanto alla 2ª Armata. Il Duce, però, cercando di ritardare la decisione, aveva suggerito di sconfiggere prima i partigiani e solo in un secondo tempo disarmare i četnici, mentre Ambrosio aveva ricordato la preziosa assistenza fornita dai nazionalisti serbi nella lotta anti-partigiana e aveva avvertito il Comando Supremo tedesco dell’eventuale pericolo rappresentato dal loro annientamento, che avrebbe spinto sopravvissuti e sostenitori ad unirsi alle formazioni di Tito.892 Nei giorni successivi Ambrosio e Warlimont si incontrarono nuovamente per valutare le questioni militari: concordarono di reprimere prima l’insurrezione partigiana e successivamente disarmare e disperdere i četnici, e di separare la Weiss II dalle contemporanee operazioni della Murge nella valle della Neretva, dove i partigiani, fuggendo all’accerchiamento nemico ritirandosi verso sud-est, stavano creando una situazione di estremo pericolo. 893 Ambrosio e Warlimont predisposero inoltre che le truppe italiane garantissero la sicurezza intorno all’area mineraria di
891
Ibidem, b. 20, fasc. 11, Comando Supremo, S.I.M., n. 1244/CS, oggetto: Colloqui fra capi
cetnici ed autorità croate, Promemoria, 8 febbraio 1943-XXI. 892
A. Biagini, F. Frattolillo, Verbali delle Riunioni…, Appendice n. 1, Le Riunioni con il Duce,
Verbale n. 6, Verbale della riunione tenuta dal Duce a Palazzo Venezia il 26 febbraio 1943, pp. 322-325; AUSSME, M-3, b. 20, Comando Supremo, Colloquio colle Eccellenze Pirzio Biroli e Robotti, Giorno 3 marzo 1943-XXI, ore 10.40, Palazzo Vidoni, P.M.21, 3 marzo 1943-XXI. 893
AUSSME, M-3, b. 384, Comando XVIII Corpo d’Armata, Ufficio I, a Supersloda, prot. n.
1313, Relazione periodica mensile (Forze gravitanti in Val Narenta), P.M.118, 3 febbraio 1943-XXI.
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Mostar.894 Il generale Robotti, considerando le difficili condizioni in cui versava la Murge e gli attacchi che la Sassari si trovava a fronteggiare a Lapac, aveva chiesto di posticipare l’inizio della Weiss II fino a quando le forze italiane non fossero uscite dalla situazione di pericolo, ma gli sforzi per convincere l’alleato tedesco si erano rivelati del tutto inutili.895 Quando il 20 febbraio iniziò la Weiss II, anche la Murge si trovò inevitabilmente coinvolta nell’operazione. I partigiani, pressati dall’attacco nemico, erano già in ritirata e furono ulteriormente spinti verso la Valle della Neretva. La 3ª Divisione proletaria e altre due brigate (migliaia di uomini armati), sommersero la divisione italiana e le sue guarnigioni a Prozor, Jablanica e Mostar. 896 Era la conseguenza inevitabile del mancato accerchiamento della Weiss I. La seconda fase, per avere successo, avrebbe dovuto iniziare con gran parte delle forze partigiane già circondate dalle truppe dell’Asse.897 Prozor, Gradačac, Jablanica, Bradina e gli altri presidi della Murge, furono conquistati dai partigiani tra il 16 ed il 24 febbraio, mentre Mostar, Konjic e Nevesinje resistettero agli attacchi. In questi presidi truppe italiane, MVAC e četnici combatterono duramente contro i partigiani fino a maggio, ma alla fine non poterono resistere. 898 Dal 26 febbraio al 3 marzo le MVAC di Konjic e le truppe italiane provenienti da Mostar spinsero i partigiani sull’altra riva del fiume Neretva e temporaneamente rioccuparono Jablanica. Nel frattempo, una colonna della SSPrinz Eugen muoveva da Bosanski Petrovac verso Bosanski Grahovo, mentre un’altra colonna si dirigeva a Posusje-Imotski, area ricca di bauxite nelle mire dei partigiani. Il 15 marzo la SS-Prinz Eugen raggiunse l’area mineraria di Široki Brijeg, a ovest di Mostar. Contemporaneamente una parte della 369ª, proveniente da Ključ, occupava Varkar Vakuf (oggi Mrkonić Grad), mentre l’altra parte della divisione entrava a Glamoč e Livno rispettivamente il 2 e il 3 marzo. Pochi giorni dopo, una colonna lasciò Livno per raggiungere Kupres e Bugojno, mentre un’altra continuò verso sud-est alla volta di Duvno e poi Prozor. 899 Anche la 717ª Divisione
894
Ibidem, N. 1-11, b. 1444, Comando Supremo, Diario storico, Attività svolta dal Capo di S.M.
Generale, P.M.21, 27 febbraio 1943-XXI. 895
Ibidem, Comando Supremo, Diario storico, Comando Superiore FF. AA. “Slovenia-Dalmazia”,
P.M.21, 20 febbraio 1943-XXI. 896
Ibidem, M-3, b. 321, Comando VI Corpo d’armata, Notiziario n. 646-647, P.M.39, 11-12
febbraio 1943-XXI; ibidem, N 1-11, Diari storici Seconda guerra mondiale, b. 1121, Comando Divisione Murge, Notiziario informativo n. 43-46, Attività dei miliziani-Seconda e Terza zona, P.M.154, 12-15 febbraio 1943-XXI. Sulla seconda fase della Weiss si veda anche M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1943, pp. 56-65. 897
O. Talpo, Dalmazia, III, pp. 47-49.
898
AUSSME, N. 1-11, b. 1443, Comando Supremo, Diario storico, Novità operative, Alta Val
Narenta, P.M.21, 24-28 febbraio 1943-XXI. Si veda anche G. Bambara, op. cit., pp. 179-186. 899
O. Talpo, Dalmazia, III, p. 63.
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arrivò a Prozor, muovendo da Jajce e attraversando Donji Vakuf, Bugojno e Gornji Vakuf. Non bisognava permettere alle forze partigiane di fuggire verso nord-est e così dal 4 al 10 marzo la 717ª fu seriamente impegnata contro la 1ª e la 2ª Divisione proletaria.900 In questa fase le truppe italiane furono utilizzate per alcune brevi missioni di ricognizione a Makarska, Split e Sinj. Il 13 marzo entrarono a Imotski e poi a Mostar, dove passarono sotto il comando della Murge.901 Sebbene Hitler ed i vertici militari tedeschi si opponessero con decisione alla collaborazione con i četnici, il 6 marzo anche la SS-Prinz Eugen contattava il gruppo guidato dal pope Momcilo Đujić, che operava con le truppe italiane non coinvolte nell’Operazione Weiss, e quattro giorni dopo, a Livno, incontrava le MVAC di Knin.902 Anche nelle zone rurali e montane intorno Banja Luka erano segnalate collaborazioni tra četnici – forniti di armi, munizioni e viveri – e comandi tedeschi che avevano portato ad una serie di vittoriose offensive contro i partigiani, cui peraltro avevano partecipato anche truppe croate. 903 Mentre da un lato Berlino ne chiedeva costantemente l’annientamento, dall’altro le truppe tedesche cercavano sempre più la cooperazione dei četnici in alcune aree, una tendenza che si sarebbe diffusa nei mesi successivi. Da parte loro, se inizialmente i četnici furono preoccupati di un attacco tedesco in Erzegovina, in seguito si convinsero che i tedeschi sarebbero potuti diventare potenziali alleati. Il Comando Supremo italiano continuò comunque a controllare rigorosamente le bande serbe per evitarne il contatto con la Wehrmacht. Il generale Löhr chiese il permesso di entrare a Mostar con la SS-Prinz Eugen e la 369ª Divisione, ma Robotti si oppose ricordando al collega tedesco che Mostar non rientrava negli obiettivi della Weiss II e che era impossibile cambiare il piano senza prima il consenso del Comando Supremo italiano. La linea d’arrivo per le truppe tedesche sarebbe quindi rimasta Konijc-Rama-Prozor, ufficialmente per evitare il contatto con četnici 900
AUSSME, M-3, b. 50, Comando Supersloda, Notiziario giornaliero n. 62, Sintesi generale
(Operazione Weiss 2ª), P.M.10, 3 marzo 1943-XXI; ibidem, b. 6, Comando Supremo, Bollettino, Novità operative Balcania (Croazia, 717ª divisione), P.M.21, 4 marzo 1943-XXI. 901
Ibidem, N 1-11, b. 1184, Comando Divisione Bergamo, a Comando XVIII Corpo d’Armata,
prot. n. 17688/Op., Relazione sulle operazioni 2ª Weiss, f.to Generale Emilio Becuzzi, P.M.73, 26 marzo 1943-XXI. 902
Ibidem, M-3, b. 469, Comando Divisione Bergamo, Notiziario operativo n. 63, Notizie Varie,
(Tenìn), P.M.73, 9 marzo 1943-XXI; ibidem, b. 385, Comando XVIII Corpo d’Armata, Notiziario n. 71 e 72, Notizie Varie, Divisione Bergamo (Tenìn), P.M.118, 12-13 marzo 1943-XXI; ibidem, b. 89, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), a Comando Supremo, prot. n. 3435, Organizzazione cetnica di Draža Mihajlović, , f.to Generale Mario Robotti, P.M.10, 8 marzo 1943-XXI. 903
Ibidem, b. 20, fasc. 11, R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando Supremo, a
Stato Maggiore R. Esercito (S.I.E.), a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalamzia, prot. n. 1115, segreto, oggetto: Impiego dei cetnici in Croazia da parte militare tedesca, f.to il Generale di Brigata Capo Missione Gian Carlo Re, Zagabria 2 marzo 1943-XXI, in allegato Relazione, f.to il Commissario di P.S. Dattilo Gustavo, Zagabria 13 febbraio 1943-XXI.
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e MVAC,904 ma in realtà per mantenere le truppe tedesche fuori dall’Erzegovina, zona di esclusiva occupazione italiana. Pochi giorni dopo il comando italiano fu però costretto ad autorizzare l’ingresso temporaneo dei tedeschi a Široki Brijeg – come detto la SS-Prinz Eugen vi entrò il 15 marzo – per difendere l’importante area mineraria circostante la città dagli attacchi partigiani. Secondo l’accordo, le truppe tedesche sarebbero rimaste nella zona fino alla fine delle operazioni controinsurrezionali.905 Gli eventi in Erzegovina si susseguirono confusi così come erano iniziati. Lo Stato Maggiore italiano, analizzando la situazione, sottolineò che la scarsa mobilità delle truppe tedesche, rallentate dal duro terreno, aveva permesso ai partigiani di resistere agli attacchi tedeschi e croati.906 Non avendo la possibilità di fuggire a nord, verso Travnik, i partigiani (presumibilmente la 2ª e 3ª Divisione proletaria e parti della I, III e IV Brigata dalmata) tornarono nei pressi di Jablanica, dove travolsero le barricate delle MVAC e dei četnici e ancora una volta attraversarono la Neretva verso sud-est (8-12 marzo).907 Il grande successo è noto come Battaglia della Neretva, celebrata dai partigiani e poi dal regime di Tito come una vittoria epica ottenuta salvando i numerosi civili al loro seguito (tremila), la maggior parte dei quali feriti, affamati o malati di tifo. Dopo aver attraversato la Neretva, i partigiani mossero verso Konjic, dove le truppe italiane continuavano a resistere.908 Il VI Corpo d’Armata inviò due colonne di MVAC da Mostar in direzione est, per unirsi con gli uomini di Mihailović della zona Rama-Jablanica (complessivamente settemila combattenti). Insieme aiutarono la Murge a rioccupare Jablanica il 16 marzo, dopodiché, a sua volta, la divisione italiana raggiunse la 717ª e 718ª divisioni tedesche nel fallimentare tentativo di circondare il nemico.909
904
Ibidem, N 1-11, b. 1222, Comando Supersloda, telegramma n. 3797, Nucleo di collegamento
tedesco presso Supersloda a Comando tedesco del Sud-Est (O.B.S.O.), f.to generale Mario Robotti, P.M.10, 6 marzo 1943-XXI. 905
AUSSME, M-3, b. 6, fasc. 6, Comando Supremo, 1943, Ufficio Operazioni Esercito, Marina,
Aeronautica, Novità operative del mese di marzo 1943, Ufficio Operazioni Esercito, Balcania. 906
Ibidem, b. 50, Comando Supersloda, Notiziario giornaliero n. 67, Attività ribelli (VI Corpo
d’Armata), P.M.10, 8 marzo 1943-XXI. 907
Ibidem, b. 320, Comando VI Corpo d’Armata, Notiziario 698-670, Attività operative, Alta
Val Narenta, P.M.39, 5-7 marzo 1943; ibidem, b. 6, fasc. 6, Comando Supremo, Bollettino, Novità operative Balcania, Sintesi, P.M.21, 12 marzo 1943-XXI. 908
Ibidem, b. 321, Comando VI Corpo d’armata, Notiziario n. 673, Sintesi, Situazione ribelli alla
data del 10 marzo 1943-XXI, P.M.39, 10 marzo 1943-XXI. 909
Ibidem, b. 50, Comando Supersloda, Notiziario giornaliero n. 70, Attività operativa (VI Corpo
d’armata), P.M.10, 11 marzo 1943-XXI; id., Comando Supersloda, Notiziario giornaliero n. 72, Attività ribelli (VI Corpo d’armata), P.M.10, 13 marzo 1943-XXI; id., Comando Supremo, Notiziario giornaliero n. 76, Attività operativa (Operazione Weiss 2ª), P.M.10, 13 marzo 1943-XXI; ibidem, b.
Diplomazia e operazioni militari nel 1943
289
Nella fase successiva (18-23 marzo), circa cinquemila partigiani rimasti nella valle della Neretva travolsero la barriera sud formata dalle MVAC e avanzarono verso Nevesinje.910 Dopo aver avuto la meglio sui battaglioni italiani, le brigate partigiane occuparono Nevesinje, sconfissero i četnici a Čičevo e Glavatičevo e infine attraversarono la Neretva per raggiungere Kalinovik e Foča. 911 I combattimenti intorno a Nevesinje, il quartier generale dei četnici in Erzegovina, durarono fino al 29 aprile. I partigiani conquistarono e ripersero la città per quattro volte, infine, fu riconquistata dai četnici e dalle truppe italiane, mentre la maggior parte degli uomini di Tito si ritiravano nella Bosnia orientale e in Montenegro.912 Il fallimento della Weiss II e gli avvenimenti nella valle della Neretva ebbero conseguenze notevoli per tutti, rendendo impossibile l’esecuzione della Weiss III. I combattimenti di marzo in Erzegovina sono a volte stati considerati parte dell’ultima fase operativa, ma tenendo a mente che l’obiettivo di quest’ultima era la definitiva distruzione delle forze partigiane fino ai confini nord-ovest del Montenegro ed il disarmo dei četnici, la Weiss III più che rimasta incompleta non venne neppure iniziata. L’azione nella valle della Neretva fallì con lo sfaldamento delle formazioni MVAC che avrebbero dovuto sbarrare la via di ritirata ai partigiani verso est. Le potenze dell’Asse sottovalutarono la forza e l’organizzazione dei partigiani: gli uomini di Tito erano altamente motivati, al contrario dei soldati italiani, demoralizzati dalla tensione psicologica della guerra.913 Il piano, ambizioso, risultò impossibile e le truppe tedesche nell’ambito delle fasi operative finirono con il perseguire soprattutto obiettivi territoriali. I generali tedeschi ritennero possibile per la SS-Prinz Eugen percorrere ottanta km da Karlovac a Bihać in un solo giorno e quello successivo coprire altri cinquantadue km per raggiungere Bosanski Petrovac.914 Le perdite tedesche contarono complessivamente circa quattrocento caduti e centoventi dispersi; le truppe
321, Comando VI Corpo d’armata, Notiziario n. 680, Attività operativa (Konjic), P.M.39, 17 marzo 1943-XXI. 910
Ibidem, Notiziario giornaliero n. 77, Attività operativa (VI Corpo d’Armata), P.M.10, 18
marzo 1943-XXI; id., Notiziario giornaliero n. 79, Attività operativa (VI Corpo d’Armata), P.M.10, 20 marzo 1943-XXI; id., Notiziario giornaliero n. 80, Attività operativa (VI Corpo d’Armata), P.M.10, 21 marzo 1943-XXI. 911
Ibidem, Notiziario giornaliero n. 81, Sintesi generale della situazione (VI Corpo d’Armata),
P.M.10, 23 marzo 1943-XXI. 912
Ibidem, b. 6, fasc. 6, Comando Supremo, 1943, Ufficio Operazioni Esercito, Marina,
Aeronautica, Novità operative del mese di marzo 1943, Ufficio Operazioni Esercito, Balcania; O. Talpo, Dalmazia, III, pp. 116-117. 913
Si veda M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1943, pp. 79-85.
914
Ibidem, pp. 47-52.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
italiane persero migliaia di uomini ed un’enorme quantità di materiale bellico.915 La Murge fu quasi completamente distrutta, perdendo circa tremilatrecento soldati, di cui duemila caduti e milletrecento fatti prigionieri.916 Anche i četnici subirono perdite notevoli nel difendere i presidi italiani durante la Weiss II. Spesso inquadrati come MVAC fornirono un notevole contributo alle truppe italiane nella Valle della Neretva: con il ritiro dei reparti verso il litorale le bande serbe costituirono una preziosa resistenza sostenendo la pressione dei partigiani, ma lo status di volontari li mantenne privi di una vera e propria organizzazione militare e i četnici si dispersero con estrema facilità alle notizie delle rappresaglie partigiane nei villaggi di origine.917 In particolare nella zona di Nevesinje le formazioni anti-comuniste serbe e montenegrine si dimostrarono seriamente indebolite dallo sforzo compiuto, con il verificarsi di diversi casi di ammutinamento e diserzioni: a poco servì il trasferimento segreto di Mihailović a Kalinovik, presso il comando tattico delle bande anti-comuniste in Erzegovina per assumerne direttamente il controllo.918 Inoltre, le continue minacce tedesche di disarmo resero la loro organizzazione ulteriormente instabile ed incapace di competere con gli uomini di Tito, che avevano raggiunto al contrario livelli straordinari di organizzazione militare.919 I četnici armati dai comandi italiani avevano continuato a prendere le armi contro i tedeschi e soprattutto contro i croati, compiendo violenze e saccheggi contro la popolazione croata e specialmente musulmana.920 Il contributo croato alle operazioni fu decisamente negativo. Domobranci ed ustaša parteciparono con poche brigate, senza influire sulla lotta anti-partigiana, a volte creando anzi difficoltà con la propaganda anti-italiana segretamente sostenuta dalle autorità tedesche. Nelle forze croate coinvolte nell’operazione circa centoventicinque furono i morti, duecentocinquanta i feriti e duecentodiciotto i dispersi.921 Secondo i tedeschi, dopo aver perso novemila uomini nella prima fase, i partigiani ne persero altri seimila nella Weiss II. I bollettini militari italiani dal 15
915
AUSSME, M-3, b. 78, Comando Supersloda, foglio n. 3735/Op, Avvenimenti del febbraio in Val
Narenta, al Generale Sandro Piazzoni, f.to Generale Mario Robotti, P.M.10, 5 marzo 1943-XXI. 916
Ibidem, b. 321, Comando VI Corpo d’Armata, Notiziario n. 673, P.M.39, 10 marzo 1943-XXI.
917
Ibidem, Comando VI Corpo d’Armata, Supplemento al Notiziario n. 698, Situazione politico-
militare marzo 1943-XXI, P.M.39, 4 aprile 1943-XXI. 918
ASDMAE, b. 1502 (AP 37), marzo, Collegamento 2ª Armata Sussa, a Gab.A.P. (U.C.),
telegramma n. 1828 R., oggetto: Notizie varie, Castellani, 22 marzo 1943-XXI. 919
AUSSME, M-3, b. 50, Comando Supersloda, Notiziario giornaliero n. 78, Sintesi generale della
situazione, P.M.10, 19 marzo 1943-XXI. 920 921
Ibidem, b. 19, fasc. 8, Promemoria per il Duce, Notizie dalla Croazia, 6 maggio 1943-XXI. Ibidem, Supplemento al Notiziario n. 698, Situazione politico-militare marzo 1943-XXI,
P.M.39, 4 aprile 1943-XXI.
Diplomazia e operazioni militari nel 1943
291
febbraio fino alla fine di aprile riportano tuttavia che le perdite dei partigiani raggiunsero i tremila combattenti, morti in battaglia o per cause ad essa connessa, come le epidemie di tifo e la malnutrizione.922 Tale cifra sembra più attendibile. La Weiss fallì e l’assedio si concluse con pochi o quasi nessun risultato. Le perdite ebbero il loro peso sul morale e la disciplina dei partigiani ma l’operazione non li sconfisse e durante le successive azioni tedesche furono in grado di mantenere un’elevata efficienza operativa, con mobilitazione locale, afflusso di nuovi combattenti, armi ed equipaggiamenti. Il 15 maggio una nuova operazione denominata Schwarz, Quinta offensiva nemica per la storiografia jugoslava, fu lanciata da divisioni tedesche e italiane, četnici, ustaša e domobranci (circa centoventimila uomini) in Erzegovina e nel Montenegro, dove gli uomini di Tito si erano rifugiati dopo il malriuscito accerchiamento del ciclo Weiss: il comandante dell’operazione, generale Rudolf von Lüters, avrebbe avuto a disposizione reparti delle divisioni di fanteria Ferrara e Venezia e della divisione alpina Taurinense, operanti nel Montenegro, oltre a ciò che rimaneva della Murge e la Perugia (Erzegovina), essenzialmente con compiti di accerchiamento.923 Lo scopo della nuova offensiva era sventare il pericolo che le forze partigiane (circa quindiciventimila armati), ivi concentrate, potessero attaccare le miniere di bauxite a sud di Mostar, occupata dai tedeschi il 4 giugno,924 e la zona mineraria della Serbia sudoccidentale. A differenza del precedente attacco il nuovo ciclo operativo fu più incisivo e determinato, e Tito, ferito durante un bombardamento aereo, rischiò seriamente di essere sconfitto, pur riuscendo a sfuggire alla cattura combattendo sul fiume Sutjeska (5-10 giugno) e riparando a Jaice, in Bosnia. I partigiani erano spossati e decimati ma avevano dimostrato ancora una volta di essere in grado di battere forze nettamente superiori in uomini e mezzi.925 Contemporaneamente maturava la decisione inglese di inviare la missione del capitano William Deakin, amico personale di Churchill, presso il comando partigiano in Montenegro (paracadutata alla fine di maggio), che avrebbe avuto, insieme alla successiva guidata da Fizroy Mclean (settembre), un ruolo fondamentale nella definitiva convinzione di Londra ad abbandonare i četnici e fornire il proprio sostegno alle forze partigiane di Tito.926
922
O. Talpo, Dalmazia, III, pp. 122-123.
923
M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1943, p. 120.
924
ASDMAE, b. 1496 (AP 31), Penetrazione tedesca in Croazia, R. Consolato Generale d’Italia a
Ragusa, a R. Legazione d’Italia Zagabria e p.c. a Ministero degli Affari Esteri, telespresso n. 9449/334, f.to R. Console Generale A. Mammella, Ragusa 4 giugno 1943-XXI. 925
E. Gobetti, L’occupazione allegra, p. 232.
926
Sulla missione di Deakin presso i partigiani si veda il resoconto dello stesso F.W. Deakin, La
montagna più alta. L’epopea dell’esercito partigiano jugoslavo, Torino, Einaudi, 1972.
292
5.3.
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Sviluppo dell’occupazione tedesca
Lo Stato Indipendente Croato presentava campagne incolte, villaggi semidistrutti, assenza di popolazione valida al lavoro, denutrizione del bestiame. Nei territori della seconda e terza zona le popolazioni vivevano in uno stato di depressione e ristrettezze: la fucilazione di alcuni cattolici, i fermi eseguiti durante i rastrellamenti, la distruzione delle abitazioni nei villaggi che ospitavano i partigiani avevano suscitato ulteriore avversione all’occupazione italiana. Anche in Dalmazia la sicurezza pubblica era mantenuta a fatica, specie nei territori di Sebenico, Traù e Spalato, per l’intensificata attività ribelle. Frequenti i rastrellamenti effettuati dai reparti italiani, senza tuttavia ottenere particolari risultati. Fra la popolazione andava rafforzandosi sempre più la convinzione della temporaneità della presenza italiana, incapace di reprimere l’attività partigiana.927 I tedeschi presidiavano Zagabria e i centri più importanti non occupati dai partigiani: esercito, polizia, poste, telegrafi, ferrovie, ordine pubblico, era tutto in loro controllo e nel maggior numero dei casi le autorità tedesche agivano e prendevano provvedimenti senza consultare quelle croate o italiane. Le forze militari dell’Asse avevano svolto negli ultimi mesi un’intensa attività operativa, importanti formazioni partigiane erano state disciolte e vaste regioni rastrellate, ma resistevano forti ed efficienti formazioni che premevano verso sud e sud-ovest. Le forze armate tedesche e croate formavano ormai nella Bosnia-Erzegovina e nel Sangiaccato un’unità inscindibile sottoposta al comando tedesco, che controllava i commissari civili croati addetti ai singoli comandi. Tuttavia all’arruolamento sotto il controllo tedesco sempre più giovani preferivano unirsi ai partigiani e a giugno gli studenti universitari chiamati alle armi preferirono darsi alla macchia con i gruppi presenti nelle varie zone. Negli ambienti politici croati l’elemento più equilibrato e con tendenze ad appoggiarsi ora alla Germania ora all’Italia dividendone l’influenza sul territorio statale, vedeva con manifesta preoccupazione lo sviluppo del programma tedesco favorito dalle circostanze belliche e dal minore interesse che militarmente l’Italia andava dimostrando per i territori croati. Non mancavano comunque le note correnti anti-italiane e irredentiste che vedevano già realizzata la liberazione della fascia costiera. Le truppe italiane, dopo gli scontri e le numerose perdite, avevano ripiegato in molti punti restringendo l’occupazione ad una limitata fascia costiera. La Lika era stata occupata per intero dai partigiani, che nonostante le gravi perdite subite, erano improvvisamente riapparsi ben armati ed equipaggiati alle spalle delle truppe operanti minacciando le più importanti vie di comunicazione. La necessità di presidiare le zone abbandonate dalla 2ª Armata aveva portato le truppe tedesche a
927
AUSSME, H-9, b. 11, Promemoria per il Capo del Governo compilato dai CC., gennaio 1942
– febbraio 1943, Relazione sullo spirito delle truppe, I. Impressioni e commenti di carattere generale, 19 febbraio 1943-XXI.
Diplomazia e operazioni militari nel 1943
293
pochi chilometri dalla costa adriatica, suscitando l’allarme e la viva preoccupazione degli ambienti militari italiani.928 Fronteggiato con più successo in Montenegro il comando partigiano di Tito aveva riparato nuovamente nella zona est di Kalinovik raggiungendo il monte Jahorina (nord-est Sarajevo). Dirette verso Foča dal Romanja Planina sembrava vi fossero due divisioni partigiane costituite in gran parte da croati e musulmani. Anche nella rimanente Bosnia nord-orientale gruppi partigiani da tempo inattivi avevano ripreso i loro movimenti: già segnalati a nord di Travnik avevano occupato Fojnica e Kreševo ed una volta respinte da truppe tedesco-croate avevano occupato Visoko ed esercitato pressione sulla ferrovia Sarajevo-Brod e Sarajevo-Višegrad; altri gruppi partigiani da tempo concentrati a sud-ovest di Zvornik avevano invece occupato temporaneamente Srebrenica e impegnato combattimento contro forze croate a nord di Sarajevo. Ancora a luglio formazioni partigiane (alcune migliaia di uomini) risultavano concentrate in zona Han Pijesak (sud-ovest Zvornik), Vlasenica, Kladanj ed esercitavano pressione in direzione est (Jasenovac Planina), sud (Sokolac) e ovest (Vareš e Camerska Planina). Altri rilevanti concentramenti partigiani erano segnalati verso Bijelina e in alta valle Spreča, premuti da tedeschi e croati, che rioccuparono Kladanj. In Erzegovina notevole attività era svolta a sud di Nevesinje dai resti della X Brigata erzegovese: nel Biokovo truppe italiane in collaborazione con truppe tedesche e croate avevano proceduto al rastrellamento delle forze partigiane da tempo concentrate nella zona. In occasione degli attacchi partigiani a Kakanj e Zvornik, ulteriori sintomi di disorganizzazione si erano manifestati nella compagine dell’esercito croato e i presidi domobranci avevano dato prova di scarsa combattività, abbandonando la propria postazione senza opporre resistenza. 929 L’estensione del controllo militare tedesco ad ampie ed importanti zone dell’Erzegovina era stato bene accolto dall’elemento cattolico ed ustaša che ostentavano soddisfazione per il fatto che i comandi tedeschi sembrassero intenzionati a lasciare alle autorità locali croate la massima autonomia politica ed amministrativa. L’atteggiamento filo-tedesco della popolazione cattolica appariva
928
Ibidem, M-3, b. 19, fasc. 8, a Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P., prot. n. 6/7, oggetto:
Notizie dalla Croazia, f.to il Generale Pièche, Roma 19 maggio 1943-XXI; ibidem, fasc. 2, Comando Supremo, Situazione operativa e logistica degli scacchieri balcanici ed egeo al 1° giugno 1943-XXI; ibidem, b. 20, fasc. 10, Comando Supremo, Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P., riservato, Promemoria per l’Eccellenza il Generale Ambrosio, Attività militare-sviluppo dell’occupazione tedesca, Roma 5 giugno 1943-XXI; ibidem, b. 31, fasc. 9, Comando Supremo, Servizio Informazioni Militari (S.I.M.), Notiziari Stati Esteri, Situazione politico-militare Croazia, Ministero degli Affari EsteriGab.A.P. Croazia, Appunto, Roma 15 giugno 1943-XXI; id., Ministero dell’Interno, il Capo della Polizia, Appunto per il Duce, Roma 22 giugno 1943-XXI. 929
Ibidem, b. 66, fasc. 3, Governatorato del Montenegro, Ufficio I, Notiziario mensile n. 6, mese
di giugno 1943-XXI, Croazia, 1) – Attività partigiana; id., Comando Supremo Servizio Informazioni Militare Centro S.I.M. Albania-Montenegro, Foglio Notizie n. 13, Bosnia-Croazia.
294
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dovuto principalmente alla propaganda delle superiori autorità politiche croate e alla politica di repressione che i comandi tedeschi perseguivano nei confronti del movimento serbofilo tradizionalmente ostile ai croati.930 Pavelić, in un colloquio con il commissario amministrativo David Sinčić, aveva sostenuto che nel campo militare era da imputarsi alla mancata ed insufficiente disponibilità da parte italiana di materiale d’armamento e di equipaggiamento, il fatto che la maggior parte delle forze armate croate fosse progressivamente passata sotto il diretto controllo tedesco. I rappresentanti tedeschi locali avevano esercitato sul governo croato una pressione a cui era stato impossibile resistere: l’Italia non era riuscita ad evitare che ciò avvenisse e non era stata in grado di tutelare, dinanzi all’invadenza dell’alleato, le proprie posizioni ed i propri interessi in Croazia.931 Il Poglavnik recriminava l’inadempienza degli accordi di Roma relativi alla collaborazione militare italo-croata e di quelli conclusi con Roatta attinenti all’occupazione italiana.932 Lo scioglimento delle formazioni volontarie anti-comuniste ed il sostegno incondizionato dato dai tedeschi ai croati crearono nell’ambiente ortodosso un generale senso di disorientamento e sfiducia verso l’Italia, accusata di aver tradito gli interessi serbi dopo averli sfruttati ai fini della lotta anti-comunista. La decisione tedesca fu invece vista dagli ambienti italiani come un chiaro tentativo di togliere dalle mani italiane la carta cetnica e l’arrivo in Erzegovina un tentativo di calata diretta o indiretta sull’Adriatico, incoraggiato da parte croata.933 La popolazione serba criticava severamente buona parte dei capi locali accusati d’incapacità e di aver consegnato ai tedeschi e agli ustaša i propri gregari, mentre aumentavano i consensi per Mihailović, considerato l’unico capace di realizzare le aspirazioni serbe in Bosnia-Erzegovina.934 Lo sforzo tedesco mirava a giungere ad uno schieramento che tenesse conto di tutte le possibili eventualità, compresa l’eliminazione dell’Italia dalla guerra, e di inquadrare il massimo numero di uomini con l’arruolamento dei musulmani nelle nuove formazioni SS, specialmente bosniaci ed erzegovinesi ma non escludendo anche quelli del Sangiaccato, sia per aumentare il potenziale bellico sia per togliere dalla
930
Ibidem, Governatorato del Montenegro, Ufficio I, Notiziario mensile n. 6, mese di giugno
1943-XXI, Croazia, 2) – Situazione politica in Bosnia-Erzegovina. 931
ASDMAE, b. 1496 (AP 31), Penetrazione tedesca in Croazia, Ministero degli Affari Esteri,
Gab.A.P.-Ufficio Croazia-Roma e p.c. R. Legazione d’Italia Zagabria, 21 maggio 1943-XXI. 932
Ibidem, Ufficio di Collegamento con Supersloda, Appunto per il Gabinetto, Vittorio
Castellani, Roma 30 aprile 1943-XXI. 933
Ibidem, R. Consolato Generale d’Italia a Ragusa, a R. Legazione d’Italia Zagabria e p.c. a
Ministero degli Affari Esteri, telespresso n. 9449/334, f.to R. Console Generale A. Mammella, Ragusa 4 giugno 1943-XXI. 934
AUSSME, M-3, b. 66, fasc. 3, Governatorato del Montenegro, Ufficio I, Notiziario mensile n.
6, mese di giugno 1943-XXI, Croazia,2) – Situazione politica in Bosnia-Erzegovina.
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circolazione probabili elementi perturbatori. L’atteggiamento intransigente delle autorità militari tedesche in alcuni casi portò al ritorno di un orientamento filoitaliano della popolazione musulmana, incline al mantenersi al di fuori delle competizioni politiche in passiva attesa dello sviluppo degli eventi; d’altra parte, però, veniva anche segnalato che i musulmani dell’Erzegovina avevano da tempo cessato il sostegno all’azione politica italiana dimostrato nel primo periodo dell’occupazione, quando le truppe italiane avevano effettivamente rappresentato le forze dominanti in loco. Successivamente i musulmani si erano prima orientati verso i croati e dopo verso i tedeschi, con una facilità che ne confermava il carattere ondeggiante, che tendeva costantemente, per salvarsi, ad appoggiarsi alla parte ritenuta sul momento più forte. Nella valutazione dell’orientamento politico della popolazione musulmana erzegovese era piuttosto difficile discernere le tendenze principali: nel 1942 una delegazione musulmana, spinta dalle autorità consolari italiane, si era recata a Roma in visita al Gran Muftì di Gerusalemme in esilio Haj Amin alHusseini, sostenitore dell’alleanza tra Islam e nazismo, offrendo l’annessione dell’Erzegovina all’Italia. I membri della delegazione rappresentavano tuttavia una piccola parte della comunità musulmana, che non rivestiva cariche nella comunità stessa. Al suo ritorno la delegazione era stata aspramente criticata e numerosi notabili si erano affrettati a dichiarare che non rappresentava affatto l’espressione della maggioranza musulmana. Da questa divisione di tendenze ed incostanza di propositi derivavano la linea di condotta opportunistica seguita dalla popolazione musulmana e la mancata realizzazione, da parte italiana, di un programma ad essa favorevole. Il concorso militare delle formazioni musulmane si era dimostrato poco efficiente, anche quando Mostar era in grave pericolo e qualche reparto, inquadrato con elementi musulmani, era passato armi e bagagli ai partigiani (btg. Konjic).935 L’intenzione tedesca era unificare politicamente e militarmente il Sangiaccato alla Bosnia, estendendovi l’influenza del Reich: nel Sangiaccato erano dislocate anche truppe croate composte di una brigata di elementi disparati raccolti e inquadrati dagli ufficiali tedeschi della 369ª Divisione, ivi collocata insieme alla 718ª. A Zagabria furono dislocate importanti forze di SS e avviato l’arruolamento di elementi per la costituzione di una divisione destinata a presidiare i centri più importanti in sostituzione delle truppe regolari. Sarajevo fu al centro di una fervente attività di propaganda volta all’arruolamento di volontari nella 13ª Divisione SS Handžar (nome della tradizionale spada turca ricurva). La formazione di SS musulmano-bosniache era considerato il proseguimento della tradizione
935
Ibidem, b. 67, 2ª A, 1943, Musulmani internati, Ufficio Informazioni, in visione, Note
dell’Ufficio “I” alla lettera in data 8 corr. del corr. del comm. Castellani, f.to Col. V. Carlà; id., a Ufficio di Collegamento del Ministero Affari Esteri presso Comando 2ª Armata, 7950/AC all’appunto n. 976 del 14 corrente, Liberazione di mussulmani, f.to il Generale Comandante designato d’Armata Mario Robotti, P.M.10, 19 giugno 1943-XXI.
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austro-ungarica dei reggimenti Bosniaken e in omaggio al passato sarebbe stato loro concesso indossare il glorioso fez grigio-verde.936 Nell’aprile del 1943 il Gran Muftì aveva visitato Sarajevo promuovendo l’arruolamento di giovani musulmani nella divisione SS, definendo i bosniaci la crema dell’Islam;937 l’appello riscosse un relativo entusiasmo ma furono infine arruolati ventimila volontari – il reclutamento fu comunque esteso anche ai croati – tra cui noti imam in qualità di consiglieri spirituali delle unità. Una commissione di cinque notabili, palesemente conservatori, si era riunita a Mostar e aveva inviato al Gran Muftì, nel frattempo rientrato a Roma, un esposto in cui recriminava l’arresto di una cinquantina di elementi musulmani, effettuato nel capoluogo dell’Erzegovina dalle autorità militari italiane le notti del 29 e 30 aprile, perché in possesso di materiale propagandistico e indiziati come comunisti. 938 L’esposto, inviato tramite la prefettura cittadina e passato per Zagabria, presentava una situazione delicata – smentita dal VI Corpo d’Armata ivi stanziato – in cui le autorità militari italiane, pur avendo assicurato a parole il migliore trattamento alla popolazione musulmana e la liberazione dai campi di internamento delle donne e delle persone a carico dei quali nulla di concreto era stato dimostrato, agivano in modo indiscriminato seguendo i suggerimenti e le denuncie dei četnici, senza la presenza delle autorità amministrative cittadine, e permettendo a questi di estirpare confessioni per mezzo di violenze e torture. I musulmani venivano così internati senza prove concrete di colpevolezza e senza l’espletamento delle dovute formalità o di un regolare interrogatorio.939 In seguito all’esposto al Gran Muftì il comando della 2ª Armata, al fine di rinsaldare i rapporti con i musulmani che andavano progressivamente deteriorandosi, raccomandava al Comando del VI Corpo 936
Sulla 13ª Divisione SS Handžar si veda E. Redžić, op. cit., pp. 34-35, 46-54 e 180-184; id.,
Muslimansko autonomaštvo i 13. SS divizija: autonomija Bosne i Hercegovine i Hitlerov tréci rajh, Sarajevo, Svjetlost, 1987; G. Lepre, Himmler’s Bosnian Division: The Waffen-SS Handschar Division 1943-1945, Atglen, PA: Schiffer, 1997. 937
In generale sulle relazioni tra Islam, nazismo e fascismo si veda S. Fabei, Il fascio, la svastica e
la mezzaluna, Milano, Mursia, 2002. Sulla figura del Gran Muftì di Gerusalemme P. Matter, The Muftì of Jerusalem: Hajj-Amin al Husayni and the Palestinian National Movement, Columbia University Press, New York, 1988; Z. Elpeleg, The Gran Muftì: Haj Amin al-Hussaini, Founder of the Palestinian National Movement, Fran Cass & co., London, 1993; S. Fabei, Mufti el-Husseini. Una vita per la Palestina, Milano, Mursia, 2003. 938
AUSSME, M-3, b. 67, 2ª A, 1943, Musulmani internati, Comando VI Corpo d’Armata, Stato
Maggiore, Ufficio Informazioni, a Comando 2ª Armata, Ufficio Informazioni, prot. n. 6807/I, oggetto: Collaborazione con elementi mussulmani (rif. f. I/13051, dell’8 maggio u.s.), d’ordine per il Colonnello Capo di S.M. a.p.l. il Ten. Col. Sottocapo di S.M. Pietro Testa, P.M.39, 23 maggio 1943XXI; id., CS/16/153-S, a Ufficio Collegamento Esteri presso la 2ª Armata, Collaborazione con elementi mussulmani, f.to il Colonnello Capo Ufficio V. Carlà, P.M.10, 2 giugno 1943-XXI. 939
Ibidem, Traduzione dal croato, A Sua Eminenza Muhamed Emin El Useini Gran Muftì della
Palestina, Roma; id., CS, in visione, P.M.10, 28 maggio 1943-XXI.
Diplomazia e operazioni militari nel 1943
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d’Armata di impegnarsi in atti che facilitassero un riavvicinamento tra le autorità militari italiane e la popolazione, garantendo la liberazione di un certo numero di internati musulmani del campo di Cattaro, scelti tra i meno compromessi e segnalati dallo stesso al-Husseini.940 Anche il Ministero degli Esteri di Roma ritenne opportuno, ai fini di una politica italiana filo-islamica, assecondare le richieste della delegazione di notabili di Mostar inoltrata dal Gran Muftì; i nominativi segnalati per la liberazione, tuttavia, erano tenuti in considerazione dalla 2ª Armata per un eventuale scambio con prigionieri italiani e non si ritenne opportuno liberarli, almeno per il momento.941 Dei trentacinque nominativi della lista (internati nel campo di Visco) fu inizialmente presa in considerazione la liberazione di quindici individui, ma successivamente, considerato l’atteggiamento dei musulmani della zona, che negli ultimi tempi avevano aumentato l’arruolamento nelle SS tedesche, non si ritenne opportuna la loro liberazione, ritenuta un ostacolo alla normalizzazione della regione. Infine, il 22 giugno 1943, sembra ne fu effettivamente disposto il rilascio e l’invio al comando del VI Corpo d’Armata, che solamente in un secondo tempo avrebbe proceduto all’avvio alle rispettive residenze.942 Alla fine prevalse dunque la linea politica di riavvicinamento alla popolazione musulmana, con particolare attenzione ad impedire il rinnovarsi di violenze dei četnici a danno della popolazione.943 Il numero e la qualità delle reclute che affluirono nei battaglioni di SS bosniache – mosse principalmente da motivi economici – si rivelarono piuttosto scadenti: i giovani musulmani, indotti a ritenere che la divisione sarebbe stata schierata a difesa dei propri villaggi e delle proprie case, si resero presto conto con delusione 940
AUSSME, M-3, b. 67, 2ª A, 1943, Musulmani internati, Ufficio Informazioni, in visione, Note
dell’Ufficio “I” alla lettera in data 8 corr. del corr. del comm. Castellani, f.to Col. V. Carlà; id., Ministero degli Affari Esteri, Ufficio di Collegamento con il Comando Superiore FF.AA. SloveniaDalmazia, Appunto per il Comando Superiore, prot. n. 537, f.to Vittorio Castellani, P.M.10, 16 aprile 1943-XXI. 941
Ibidem, a Comando VI Corpo d’Armata, 4920/AC, Mussulmani internati, d’ordine il
Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore C. Primieri, P.M.10, 18 aprile 1943; id., a Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia (2ª Armata), Ufficio Affari Civili, n. 3389/AC, rif. f. 4920/AC del 18 aprile u.s., oggetto: Mussulmani internati, d’ordine p. il Colonnello Capo di S.M. a.p.s. il Ten. Colonnello Sottocapo Pietro Testa. 942
Ibidem, Ministero degli Affari Esteri, Ufficio di Collegamento con il Comando Superiore
FF.AA. Slovenia-Dalmazia, a Ufficio Affari Civili di Supersloda, prot. n. 710, oggetto: Liberazione di musulmani richiesta dal Gran Muftì di Gerusalemme, il Capo dell’Ufficio Vittorio Castellani, P.M.10, 9 maggio 1943-XXI; id., a Ufficio Collegamento Ministero degli Affari Esteri presso Comando 2ª Armata, 8302/AC, Liberazione mussulmani, p. il Generale di Brigata a.p.s. Capo Ufficio Affari Civili M. Rolla, P.M.10, 22 giungo 1943-XXI. 943
Ibidem, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, Ufficio Informazioni, a Comando
VI Corpo d’Armata, oggetto: Collaborazione con elementi mussulmani, f.to il Generale Comandante d’Armata Mario Robotti, P.M.10, 8 maggio 1943-XXI.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
che avrebbero potuto combattere al servizio dei tedeschi ovunque e con l’aumento delle defezioni resero un fallimento la formazione della divisione. Lì dove fu schierata (Tuzla, Gradačac, Brčko) si abbandonò a saccheggi ed uccisioni della popolazione serba locale. Si dissolse definitivamente alla fine del 1944, mentre aumentava il numero dei musulmani che si univano ai partigiani di Tito. Uno degli obiettivi più importanti per i tedeschi rimaneva l’eliminazione del movimento dei četnici nella sua duplice veste militare e politica, ma nonostante gli arresti dei capi ed il disarmo dei gregari compiuto su larga scala nell’Erzegovina precedentemente occupata dagli italiani, più che alla soppressione dei gruppi armati serbi sembrava da parte tedesca si mirasse al futuro inquadramento delle bande che in precedenza erano state alle dipendenze italiane. I tedeschi non erano alieni da tentativi di accordo con i četnici, come provavano i contatti avuti in Bosnia-Erzegovina, di massima senza successo, anche con bande provenienti dalla Serbia alla presenza di fiduciari serbi acquisiti alla causa tedesca. 944 Numerosi četnici riuscirono a sottrarsi all’azione di sorpresa dei comandi tedeschi, guadagnando la montagna in gruppi di varia consistenza; quelli caduti in mano tedesca furono comunque trattati con riguardo. I maggiori esponenti četnici tendenzialmente continuavano a preferire un atteggiamento più favorevole agli italiani nel timore dell’ulteriore penetrazione tedesco-croata nei territori da questi presidiati; malgrado le difficoltà sembravano comunque voler spingere a fondo la lotta anti-comunista, come dimostravano i continui scontri con i partigiani e i fatti di sangue occorsi all’interno delle stesse formazioni četniche tra i capi e coloro disposti a collaborare con i partigiani.945 Alla solidarietà italo-tedesca era ormai subentrata una forma di concorrenza risolta sfavorevolmente per l’Italia in conseguenza delle sproporzioni tra le forze morali e militari presenti: alla spinta verso sud delle forze d’occupazione tedesche gli italiani non avevano saputo o potuto opporre una controspinta verso nord mediante un’opera di infiltrazione militare e politica nella zona tedesca, ad
944
Particolarmente significativi a riguardo l’accordo concluso tra il comando tedesco di
Mostar e Petar Samardžić, noto capo serbo della zona di Nevesinje, la proclamazione da parte tedesca di una zona neutra četnica nel territorio dell’Ozren Planina (tra le valli della Bosna e della Spreča) con proibizione all’elemento musulmano di accedervi e l’intensa propaganda svolta dalle autorità tedesche per l’arruolamento nelle formazioni SS anche di elementi serbo-ortodossi, dopo un primo momento di esclusiva apertura a mussulmani e cattolici. AUSSME, M-3, b. 66, fasc. 3, Comando Supremo Servizio Informazioni Militare Centro S.I.M. Albania-Montenegro, Foglio Notizie n. 13, 2) – Situazione politica in Bosnia-Erzegovina. 945
Ibidem, b. 20, fasc. 10, Ministero degli Affari Esteri Gabinetto, riservato, Pro-memoria per
l’Eccellenza il Generale Ambrosio, Attività militare-sviluppo dell’occupazione tedesca, Roma 5 giugno 1943-XXI; ibidem, b. 31, fasc. 9, Comando Supremo S.I.M., prot. n. SIM/E/3/3380/SM, Promemoria, oggetto: Croazia – Tentativi di accordo fra le autorità germaniche e i cetnici erzegovesi, 10 agosto 1943.
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esempio con la creazione di comandi italiani o uffici di collegamento, per mantenere il carattere unitario dei tentativi di influenza italiani sullo Stato croato.946 Le forze militari italiane in definitiva apparivano sempre più isolate. A maggio la fucilazione tra Strožanac e Podstrane (distretto di Almissa) di sette civili croati accusati dal comando della Bergamo di aver sabotato la linea telefonica militare Almissa-Spalato, esasperarono ulterioremente le relazioni del comando della 2ª Armata con le autorità croate (Commissariato generale amministrativo e locale prefetto).947 Era infine segnalata la ripresa dell’attività politica del Partito contadino, in particolare nella zona di Knin, Signo e Vrlika sotto la guida dell’avvocato Smolić e con il sostegno delle masse contadine e degli elementi dell’esercito regolare, nonché la probabilità dell’instaurazione di rapporti con i partigiani: il partito infatti, come avrebbero dimostrato gli eventi successivi, persisteva in un deciso atteggiamento di inimicizia nei confronti del regime di Zagabria.948
5.4.
Il fallimentare nuovo ordine economico
All’azione militare e politica dell’Asse seguì lo sfruttamento economico dei territori jugoslavi occupati, nell’ordine di supportare lo sforzo bellico generale. Gli interessi economici italiani nello Stato Indipendente Croato e i progetti di esportazione delle risorse naturali resero ancora più complesse le relazioni tra Roma e Zagabria, ma soprattutto, anche nelle questioni economiche l’Italia dovette accontentarsi di un ruolo subordinato all’alleato tedesco, abbandonando le aspirazioni di trasformazione dell’area jugoslava in una zona di esclusiva influenza italiana. La conquista dello spazio vitale fu infatti un elemento peculiare che accomunò il regime fascista e nazista, diventando un serio motivo di contrasto: Roma si prodigò senza successo nella ricerca di una spartizione dell’Europa – spazio mitteleuropeo ed orientale alla Germania, area mediterranea all’Italia – accettabile ad entrambe, per il riordinamento del continente secondo un nuovo ordine europeo; Berlino tuttavia aveva inaugurato una politica di penetrazione economica in Jugoslavia fin dagli anni Trenta, isolando progressivamente lo Stato jugoslavo dai suoi partners economici occidentali (Francia e Inghilterra) e imponendo una discreta base di partenza per il successivo sfruttamento delle risorse jugoslave. I
946
Ibidem.
947
In merito si veda il carteggio in AUSSME, M-3, b. 67, 2ª A, Lotta antipartigiana, 1943.
948
Ibidem, b. 20, fasc. 10, Stato Maggiore R. Esercito, Reparto Informazioni Esercito (R.I.E.), a
Ministero della Guerra-Gabinetto Roma, prot. n. 1667, oggetto: Movimento macekiano in zona KninSigno-Vrlika, f.to d’ordine il Colonnello Capo Reparto Luigi Mondini, P.M.9, 28 luglio 1943.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
tedeschi non presero neppure in considerazione le proposte italiane di spartizione europea in aree d’influenza reciproca, secondo una rigida ripartizione geografica. La Germania respingeva l’esclusività per zone, accentando al più il criterio di prevalenza di ciascuna potenza in un’area determinata: al principio dell’esclusività preferì quello della direzione, che avrebbe consentito al Reich di affermare la propria presenza economica anche nella zona ufficialmente di più diretta influenza italiana. L’interesse principale era il drenaggio di materie prime e lo sfruttamento delle risorse agricole ed umane jugoslave: i complessi industriali e finanziari tedeschi erano progressivamente subentrati agli investimenti anglo-francesi e la creazione, in seguito all’invasione, di entità statali e amministrative satelliti del Reich, offrì la possibilità di sperimentare i progetti di colonizzazione e di asservimento economico tedeschi.949 Dopo l’occupazione e lo smembramento jugoslavo, anche in quei settori economici dove registrava i risultati migliori la presenza italiana non potè mai competere con l’effettiva superiorità e l’indiscussa egemonia tedesca. L’Italia, debole di capitali finanziari, realizzò una parziale penetrazione economica nei territori occupati jugoslavi solamente nel 1941, con la contemporanea espansione militare, ma pur mostrando una tendenza ascendente, l’influenza italiana rimase nondimeno troppo modesta per pregiudicare il predominio del Reich. Secondo gli osservatori tedeschi, infatti, l’espansione economica italiana incontrava un limite strutturale nel basso livello di industrializzazione, che la rendeva sostanzialmente complementare all’economia dei Paesi balcanici; al contrario, la potenza industriale tedesca si dimostrava del tutto compatibile con le economie agrarie dell’Europa sud-orientale, destinata a fornire materie prime, prodotti agricoli e manodopera al Reich. La Germania fu inoltre avvantaggiata nelle relazioni economiche con Zagabria dal poco interesse simulato al guadagno immediato, mirando invece a garantirsi le concessioni necessarie allo sviluppo di determinati interessi per l’avvenire; per contro era convinzione diffusa che l’Italia tentasse di approfittare della situazione contingente, con criteri di esclusivo sfruttamento e rapina.950 Le condizioni dell’occupazione esasperarono il mercato interno croato e la costante tendenza inflazionistica, avviati, già prima della disgregazione, dall’orientamento unilaterale delle esportazioni jugoslave in favore della Germania. La ristrutturazione dell’economia dello Stato Indipendente Croato
949
In merito agli interessi economici italiani e tedeschi nei territori jugoslavi occupati si veda
E. Collotti, T. Sala, Le potenze dell’Asse e la Jugoslavia. Saggi e documenti 1941-1943, Milano, Feltrinelli, 1974. 950
AUSSME, H-1, b. 16, fasc. 1, Situazione politica dei territori ex jugoslavi, Comando 2ª
Armata, Ufficio I, a Stato Maggiore Regio Esercito-Ufficio Operazioni, prot. n. I/7365/S, oggetto: Attività politica tedesca in Croazia, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 25 luglio 1941-XIX.
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venne compiuta unicamente in funzione delle necessità belliche tedesche, prefigurando un sistema destinato a diventare duraturo nel caso di vittoria della guerra. Sull’economia croata, come nel resto dei territori occupati dell’Europa sudorientale, pesò gravemente l’obbligo delle forniture alla Germania ed il passivo che ne derivò nella bilancia dei pagamenti fu considerato il doveroso contributo per la guerra al bolscevismo. L’imposizione dell’arianizzazione delle economie favorì l’inserimento di gruppi economici vicini alla Germania o direttamente di imprese e capitali tedeschi.951 Era chiaro che Berlino, pur riconoscendo formalmente l’inclusione dello Stato croato nella sfera d’influenza politica italiana, poche concessioni intendeva fare sul terreno economico all’alleato di Roma. Il fallimento dell’impresa contro la Grecia e il ruolo militare subalterno che l’Italia aveva assunto nell’aprile 1941 condizionarono per tutto il corso del conflitto la presenza italiana nello Stato Indipendente Croato. La Germania quasi ne monopolizzò lo sfruttamento delle materie prime e l’attività economica tedesca in Bosnia-Erzegovina fu notevole, soprattutto nelle zone del bacino minerario a sud-ovest e a sud-est di Sarajevo.952 Berlino ottenne la concessione del governo di Zagabria per l’estrazione e l’utilizzo della bauxite – fondamentale per i bisogni dell’industria bellica tedesca – anche nella zona d’occupazione italiana. Nel maggio-giugno 1942, in seguito alle insidie procurate dai partigiani tra Mostar e Ragusa, canale fino ad allora utilizzato per il trasporto della bauxite (alla seconda venivano indirizzati i carichi estratti dalle miniere presso la città dell’Erzegovina), i tedeschi dirottarono i carichi verso Metković ed iniziarono ad interessarsi allo sfruttamento del vicino porto di Ploče, alle foci della Neretva (seconda zona), affinchè potesse accogliere piroscafi da carico. Non disponendo Zagabria delle risorse per l’allargamento del porto, Berlino ottenne il via libera all’attuazione del progetto e dei lavori di ristrutturazione portuale (trattative erano state avviate in merito anche con Roma) e tecnici della Todt, insieme a quelli croati, furono inviati sul posto. Una piccola polemica si creò a causa della volontà della Legazione tedesca a Zagabria di affidare la sicurezza del porto alla compagnia ustaša di Francetić giunta appositamente a Mostar, scelta che trovava profondamente contrario il comando italiano.953 Le autorità militari
951
Si veda E. Collotti, Penetrazione economica e disgregazione statale: premesse e conseguenze
dell’aggressione nazista alla Jugoslavia, in E. Collotti, T. Sala, op. cit., pp. 11-47 (in particolare pp. 2931). 952
AUSSME, M-3, b. 59, fasc. 1, Operazioni antipartigiane in Croazia e Bosnia, Comando VI
Corpo d’Armata, Stato Maggiore-Ufficio Informazioni, a Comando Supersloda, n. 4184/I, 22 maggio 1942-XX. 953
Ibidem, Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia, Ufficio Operazioni, a Comando
Supremo, prot. n. 9625, segreto, oggetto: Attività economica tedesca nella Valle Narenta, f.to il Generale designato d’Armata Mario Roatta, P.M.10, 27 maggio 1942-XX; id., Supersloda Operazioni, a XVIII Corpamiles per Eccellenza Roatta, telescritto n. 9711, f.to Castamaggiore
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
italiane avevano già allontanato la suddetta compagnia da Metković, per evitare il rischio di scontri con le truppe italiane, tra le proteste del commissario Vrančić, che accusava gli ufficiali italiani di armare i četnici nell’Erzegovina orientale e di dimostrarsi fortemente ostili al regime di Zagabria.954 Alla fine fu stabilita la partecipazione del Ministero dei Lavori Pubblici italiano ai lavori di costruzione del porto e delle infrastrutture circostanti e le misure di sicurezza furono affidate al comando italiano, con il quale i rappresentanti della Todt avrebbero preso accordi a Sušak. I lavori al porto di Ploče avrebbero reso possibile incrementare i carichi di bauxite e di conseguenza lo sfruttamento e l’estrazione del minerale. 955 Il ruolo subalterno assegnato all’Italia e alla sua influenza risultavano quindi complessivamente chiari: i tedeschi non ammettevano pluralità di direzioni nella vita economica della nuova Europa e stroncavano sul nascere ogni opposizione o protesta. La Germania si era impadronita delle aziende che rappresentavano interessi diretti e immediati, assumendo la gestione delle più importanti imprese private ed il controllo dei trasporti ferroviari e fluviali.956 Là dove la potenza tedesca disponeva di canali di penetrazione economica e politica preponderanti fu tuttavia lasciato spazio anche agli interessi italiani ed al tentativo di asservire lo Stato croato alle esigenze economiche dell’Italia: a causa dei deboli capitali finanziari il fascismo non potè andare oltre l’attuazione di un intervento di tipo neo-coloniale diretto ad un controllo più immediato e fisico, destinato ad applicare una vera e propria economia di rapina; tutto ciò mentre veniva esaltato l’aspetto agrario del Paese limitandone lo sviluppo industriale, secondo una rigido programma analogo a quello tedesco.957 Economisti, esperti affiancati alle truppe e stampa specializzata tracciarono un ampio quadro delle risorse che i territori dello Stato Indipendente Croato potevano
Generale De Blasio, 29 maggio 1942-XX; id., Supersloda Operazioni, at motonave Abbazia per Malaga, telescritto, f.to Colonnello Morgari, 2 giugno 1942-XX. 954
HDA, 491, OUP, kut. 20, 1942 opći spisi 6474-6925, n. 5747/42, il Sottosegretario di Stato
Commissario Amministrativo Generale, Sussa 2 giugno 1942. 955
A. Biagini, F. Frattolillo, Diario Storico del Comando Supremo, Vol. VII, Tomo II, doc. 75, 2
giugno 1942, pp. 178-179; doc. 85, 27 giugno 1942, pp. 212-214; doc. 86, Roma 22 giugno 1942, pp. 215-216. 956
AUSSME, M-3, b. 19, fasc. 8, Carteggio Comando Supremo, Relazioni del generale Pièche
sulla situazione in Serbia e Croazia presentate al Ministero degli Affari Esteri, a Gab.A.P., prot. n. 6 /II, oggetto: La crisi economica in Croazia – Giugno 1943-XXI – Cause e considerazioni, f.to il Generale Pieche, Roma 26 giugno 1943-XXI. 957
Si veda T. Sala, Fascisti e nazisti nell’Europa sudorientale. Il caso croato (1941-1943), in E.
Collotti, T. Sala, op. cit., pp. 49-76.
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offrire all’Italia.958 Grande importanza ricoprirono le materie prime ed il patrimonio forestale croato-bosniaco: il sottosuolo, se razionalmente sfruttato, avrebbe potuto offrire carbone, ferro, lignite, alluminio, manganese e rame, mentre il legname sarebbe diventato uno dei principali soggetti delle relazioni economiche tra i due Stati. Si insisteva inoltre sulla possibilità di vaste operazioni di bonifica, sull’opportunità di sviluppare la rete ferroviaria, stradale e fluviale e sull’utilizzazione delle forze idriche, che avrebbero permesso una gran produzione di energia idroelettrica. Coselschi nel giugno del 1941 descriveva la campagna croata come ricca di pascoli in cui il largo allevamento di bestiame assicurava abbondanza di latte e carne (iniziava invece a scarseggiare il pane, divenuto immangiabile). Secondo una rappresentazione piuttosto edulcorata della situazione, affermava che i tre quarti della popolazione croata erano costituiti da contadini proprietari che vivevano in una generale condizione di benessere, nonostante la coltivazione non fosse intensiva, la proprietà fosse frazionata e non tutte le terre a disposizione fossero coltivate. Sembrava cosa facile acquistare a condizioni vantaggiose i terreni lasciati quasi incolti e insediarvi, come nelle terre bosniache abbandonate dai serbi, contadini italiani. Vi erano poi ricchezze minerarie solo superficialmente conosciute: miniere di argento e ferro, vasti giacimenti di lignite e carbone.959 La situazione economica in realtà era tutt’altro che florida e la mancanza di viveri iniziava a farsi sentire, soprattutto in Dalmazia, dove il tenore di vita della popolazione dell’interno dedita anche alla pastorizia era decisamente più basso.960 Per coordinare la politica economica italiana con quella del governo di Zagabria fu costituita una Commissione economica permanente italo-croata, che si riunì per la prima volta a Roma dal 23 al 26 giugno 1941: scopo della commissione era risolvere la questione della mancata unione doganale-economica prevista nel trattato di garanzia e collaborazione fra Italia e Stato croato. Presidente della delegazione italiana fu nominato il conte Giuseppe Volpi di Misurata, espressione dei gruppi finanziari favorevoli all’alleanza con la Germania, a guidare la croata Vladimir Košak, ministro delle Finanze: la nomina di un personaggio con conoscenze nel mondo economico tedesco era il tentativo da parte italiana di trovare un compromesso (anche con la formazione di società finanziarie italotedesche) per lo sfruttamento delle risorse in comunione con il ben più potente alleato, che anche nel campo economico poteva contare sulla benevolenza croata.
958
Si vedano, ad esempio, le relazioni trasmesse al Ministero degli Affari Esteri in ASDMAE,
b. 1494 (AP 29). 959
Ibidem, b. 1493 (AP 28), Ministero degli Affari Esteri-Gab.A.P. Uff. Croazia, a PNF,
Governo della Dalmazia, R. Ambasciata Berlino, R. Ambasciata Santa Sede, telespresso n. 03183, oggetto: Situazione in Croazia, f.to Ducci, Roma, 31 luglio 1941-XIX, in allegato copia del rapporto del consigliere nazionale Coselschi, Riservatissimo, Osservazioni sull’attuale situazione in Croazia, Zagabria, 4 giugno 1941-XIX. 960
Ibidem, Coselschi, Osservazioni…, Considerazioni di carattere economico, p. 59.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Al gruppo Volpi faceva capo, dopo i provvedimenti razziali del 1938, la grande holding finanziaria delle Assicurazioni Generali, che gli stessi osservatori tedeschi consideravano uno dei canali più importanti della penetrazione economica italiana nei territori jugoslavi occupati. La prima riunione della commissione fu articolata in due sottogruppi che si occuparono rispettivamente degli scambi economici italo-croati e dei problemi inerenti al regime economico della Dalmazia.961 Venne stabilito un accordo commerciale provvisorio che prevedeva, per il trimestre luglio-settembre, uno scambio di merci sino a duecento milioni di lire all’importazione ed altrettanto all’esportazione, mentre per quanto riguardava la Dalmazia non si raggiungevano decisioni concrete; tuttavia ai delegati croati venivano proposti due progetti relativi alla costituzione di una zona franca comprendente le regioni dalmate croate ed italiane ed una convenzione monetaria e valutaria. Nell’incontro successivo a Zagabria, 19-21 luglio 1941, pur non giungendo ad una soluzione per la zona franca, venne per la prima volta affrontata la questione delle sovvenzioni per l’occupazione militare italiana da parte dello Stato Indipendente Croato. Dopo un altro incontro a Venezia a fine settembre, il 27 ottobre fu possibile arrivare alla firma di un accordo nella capitale croata che prevedeva un’unione doganale dalmato-croata che consentisse il libero scambio delle merci (controllato da uffici misti italo-croati) e stabiliva le norme per le forniture alimentari e le richieste di approvvigionamento – somministrate dal Commissariato croato per l’Alimentazione – dei civili della Dalmazia annessa e del fiumano e delle forze armate italiane nello Stato Indipendente Croato.962 Le norme stabilite dall’accordo sarebbero entrate in vigore il 1° dicembre, dopo un ulteriore incontro a Fiume il 15-16 novembre e non senza polemiche. 963 Alla riunione a Fiume parteciparono da parte croata i ministri degli Esteri, degli Interni e delle Finanze, mentre il generale De Blasio intervenne in assenza di Ambrosio. De Blasio, in una riunione privata con Volpi prima dell’arrivo della delegazione croata, aveva insistito sulla necessità che le garanzie date dagli italiani alle
961
Ibidem, b. 1493 (AP 28), all’Eccellenza l’Ambasciatore Giuseppe Bastianini Governatore
della Dalmazia, f.to Luca Pietromarchi, Roma 5 luglio 1941-XIX. 962 963
O. Talpo. Dalmazia, I, p. 646. AUSSME, M-3, b. 48, fasc. 6, Commissione economica permanente italo-croata, Roma-
Zagabria, III riunione plenaria (28-31 gennaio 1942), Traduzione dal croato all’italiano, Ministero delle Finanze, Reparto Doganale, a tutti gli uffici doganali, prot. n. 7199, Zagabria 6 novembre 1941; id. Allegato A, I – Approvvigionamento delle forze armate, II – Approvvigionamento della popolazione civile; id., Determinazioni della commissione economica permanente per l’esecuzione dell’accordo di Zagabria del 27 ottobre 1941-XIX; id., Ufficio Affari Civili, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso Comando 2ª Armata, Sede, 1153/AC.Segreto, Applicazione accordo 27 ottobre 1941, f.to il Generale di Corpo d’Armata Comandante M. Roatta, P.M.10, 30 gennaio 1942-XX.
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popolazioni dei territori occupati fossero riconosciute e rese effettive dalle autorità croate, per consolidare ed accelerare il tentativo di pacificazione in atto; altrimenti si correva il rischio di veder accentuato lo slittamento degli elementi ortodossi nelle formazioni partigiane, con la prospettiva di trovarsi in primavera dinanzi ad una ripresa su scala più vasta del movimento di rivolta. La delegazione croata chiese la rinuncia da parte delle autorità militari italiane all’esercizio dei poteri civili, incontrando un netto rifiuto; s’impegnò tuttavia ad affiancare l’opera italiana e a collaborare lealmente, fornendo in sostegno formazioni di ustaša.964 Due settimane dopo, in occasione dell’incontro tra Ciano e Pavelić a Venezia (15-16 dicembre), si tornò ancora una volta sulle questioni economiche: secondo il ministro degli Esteri italiano dall’entrata in vigore degli accordi del 27 ottobre, la Dalmazia italiana non aveva ancora ricevuto nulla, essendo, l’afflusso dei prodotti, ostacolato dalle autorità croate con il pretesto della mancata costituzione degli uffici misti per il controllo del traffico delle merci tra territori dalmati italiani e croati.965 Il 15 e 16 gennaio del 1942, durante un incontro con i ministri croati delle Finanze e delle Foreste – a cui partecipò anche il prefetto di Fiume Temistocle Testa, che assunse una funzione di punta nei tentativi di sfruttamento delle risorse croate – in applicazione agli accordi del 27 ottobre e del 16 novembre, fu chiesta al governo croato la somministrazione di duecentocinquanta milioni di kune per le necessità della 2ª Armata durante il mese di gennaio (dopo duecentocinquanta milioni già messi a disposizione a dicembre): il ministro croato delle Finanze Košak, però, dopo avere fatto presente una serie di difficoltà, si era dichiarato disposto a mettere a disposizione la somma di cento milioni di kune. Veniva inoltre proposto al governo croato, che in linea di massima aveva aderito, di affidare alla Milizia Nazionale Forestale Italiana lo sfruttamento dei boschi demaniali, comunali e privati in territorio croato, avviando in Italia il legname ricavato.966 La creazione degli uffici misti di frontiera e le loro modalità di funzionamento furono definite nella riunione plenaria della commissione economica del 28-31 gennaio 1942, tenutasi a Roma, nonostante nel marzo successivo Roatta ne
964
ASDMAE, b. 1495 (AP 30), Gabinetto A.P.-Croazia, Appunto per l’Eccellenza il Ministro,
Roma 17 novembre 1941-XX. 965
O. Talpo. Dalmazia, I, p. 647.
966
AUSSME, M-3, b. 48, fasc. 6, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, a Ministero degli
Affari Esteri-Gabinetto AP-Ufficio Croazia, a Ministero della Guerra-Gabinetto, a Comando Supremo-Ufficio Economia Guerra, a Stato Maggiore R. Esercito-Ufficio Servizi I, prot. n. 688 AC/Segr., oggetto: Riunioni di Zagabria 15-16 gennaio c.a., f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.10, 18 gennaio 1942-XX; id., Verbale redatto a Zagabria il 16 gennaio 1942-XX, oggetto: Produzione del legname da opera, legna da ardere e carbone vegetale in Croazia e introduzione della produzione legnosa in Italia, Accordi, f.to Frkovic, Casertano, Chierici, Testa, Ricciardi, Katic, Bellasich, 18 gennaio 1942-XX.
306
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
lamentasse ancora la mancata istituzione.967 Tra le questioni affrontate, anche negli incontri successivi di febbraio: lo sfruttamento da parte italiana del patrimonio forestale, boschivo e minerario croato, la collaborazione italo-croata nel settore agricolo e zootecnico, il miglioramento delle comunicazioni ferroviarie fra i due Stati, la regolazione delle attività industriali, assicurative e bancarie, la costituzione ed il funzionamento di società per i lavori pubblici, il rinnovo degli accordi commerciali provvisori firmati a Roma il 26 giugno 1941, l’approvvigionamento della 2ª Armata con anticipazioni di kune da parte del governo croato. Venne stabilita l’apertura di due conti per il regolamento delle compensazioni e dei rifornimenti delle regioni del fiumano e della Dalmazia, accreditati all’Ente per gli scambi commerciali e gli approvvigionamenti nei territori annessi (ESCATA) e alla Società anonima commercio adriatico (SACA).968 La commissione economica ratificò a tutti gli effetti la serie di accordi formulati dalle diverse sottocommissioni specializzate nello studio dei singoli settori;969 all’AGIP fu concessa una fetta importante del mercato petrolifero attraverso la gestione per conto dello Stato croato degli impianti della società Hrvatska Standard (ex Standard Vacuum Oil.Co.Of Jugoslavia), ottenendo inoltre di poter estendere a Zagabria la rappresentanza della Società per la navigazione del Danubio (SINDA) di cui deteneva il controllo, al fine di gettare le basi per la costituzione di una società di navigazione fluviale con capitale italiano.970 Lo sfruttamento boschivo delle zone occupate a cura della Milizia Nazionale Forestale Italiana, con l’assistenza delle forze armate, sarebbe iniziato nella zona di Gorski Kotar e per quanto possibile in quella della Lika (per mezzo di ditte private locali), nelle foreste di proprietà dello Stato ed in quelle
967
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, Autorità doganali croate, P.M.10, 14 marzo
1942-XX; id., Ufficio Affari Civili, a Commissariato Generale Amministrativo dello Stato Indipendente di Croazia presso il Comando 2ª Armata, 2779/A.C., foglio n. 1568 del 6 corrente, Autorità doganali croate, f.to il Generale Comandante Mario Roatta, Sede, P.M.10, 18 marzo 1942XX. 968
Ibidem, Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, Commissione economica permanente italo-
croata, Riunioni dai giorni dal 28 al 31 gennaio 1942, P.M.10, 3 febbraio 1942-XX. 969
Accordi di Zagabria e Fiume (27 ottobre e 16 novembre 1941) per l’approvvigionamento
della Dalmazia, del Fiumano e della 2ª Armata; accordo di Roma (2 novembre 1941) in materia di assicurazioni; accordo di Fiume (16 novembre) e protocollo aggiuntivo (27 novembre 1941) in materia di lavori pubblici; accordo di Zagabria (16 gennaio 1942) per la produzione di legname da opera, da ardere e carbone vegetale e l’introduzione della produzione in Italia; accordo per evitare la doppia imposizione in materia di imposte dirette (24 gennaio 1942). Ibidem, Dichiarazione, f.to Pietromarchi, Volpi, Kosak, Roma 30 gennaio 1942-XX. 970
Ibidem, Accordi per le questioni A.G.I.P., f.to Pietromarchi, Giordani, Volpi, Kosak, Lamer,
Roma 31 gennaio 1942-XX.
Diplomazia e operazioni militari nel 1943
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espropriate, e nelle zone di Dervar, Travnik e Turbe, a cura dell’IRI o di altro ente da questo incaricato.971 Un ruolo importante per lo sfruttamento dei territori annessi, occupati o soggetti all’influenza italiana, fu infatti attribuito ai gruppi controllati dall’IRI. Attraverso la FINSIDER e la consociata FERROMIN e in società con l’AMMI (Azienda Minerali Metallici Italiani), il gruppo IRI costituì la società RudnikRudarsko i Trgovačko per lavori di sfruttamento e commercio minerario sul territorio dello Stato croato; in base agli accordi del gennaio 1942 il gruppo costituì inoltre, insieme alla Banca Nazionale del Lavoro e con istituti economici croati, l’Ente per i Lavori Pubblici Italo-Croato (ELPIC), gestito dalla Società Anonima per i lavori pubblici in Croazia (SALPIC), per tre quarti italiana e per un quarto croata, con sede a Roma ed un ufficio di rappresentanza e direzione a Zagabria. Alla società fu affidata l’esecuzione esclusiva dei lavori pubblici statali compresi in un programma generale predisposto dal governo croato per la costruzione di strade, ferrovie, bonifiche ed altre opere idrauliche. 972 L’IRI intervenne inoltre acquistando parte della società francese Dalmatienne, che possedeva il complesso industriale più importante della costa dalmata – due centrali elettriche e due stabilimenti per la produzione di ferroleghe, carburo di calcio e calciocianamide a cui le autorità croate assicurarono bauxite e combustibili necessari allo sviluppo dell’attività industriale – e tramite la S.A. Carbonifera Monte Promina, destinata alle miniere di carbone nelle zone occupate dalle truppe italiane. Si progettò inoltre l’intervento dei grandi gruppi industriali e finanziari privati, legati al settore industriale e finanziario pubblico da uno stretto rapporto di complementarità. Ditte private intervennero accanto all’IRI – che controllava anche la società UGAR, proprietaria di segherie – nel piano di accelerato sfruttamento del patrimonio boschivo croato. Ancora la Montecatini s’inserì nel settore chimico e la FIAT nello sfruttamento dei campi minerari, mentre la tradizionale e accentuata presenza del settore creditizio e assicurativo italiano sull’altra sponda dell’Adriatico andò incrementando con il controllo della Hrvatska Banka da parte della Banca Commerciale Italiana e della Sava da parte delle Assicurazioni Generali. Si creò un forte intreccio tra presenza militare italiana e penetrazione economica, che contribuì ad indebolire le vacillanti strutture statali croate. La situazione lungo la linea doganale, spostata all’interno dei territori croati occupati ben lontano da quelli annessi, consentiva ogni genere di illecito. Il prefetto di Fiume ebbe in mano poteri e mezzi incredibilmente ampi e nell’interesse dell’erario italiano eseguì una grande operazione di contrabbando valutario ai danni dello Stato croato. Incaricato dei rifornimenti per la 2ª Armata, le cui spese
971
Ibidem, Risoluzioni in materia di questioni industriali; id., Comando 2ª Armata, Ufficio Affari
Civili, 12 gennaio 1942-XX. 972
Ibidem, Protocollo per la costituzione e funzionamento della Società per i lavori pubblici in Croazia;
id., Promemoria sull’esecuzione dei lavori pubblici in Croazia, Fiume 16 novembre 1941-XX.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
di mantenimento erano a carico di Zagabria, Testa creò un insieme di enti e società, prima fra tutte l’ESCATA con sede a Sušak, per un vero e proprio saccheggio dei territori annessi e occupati. Il prefetto introdusse (nei territori annessi) anche la confisca dei beni come pena per una serie di reati: le sue attività provocarono le animate proteste di Zagabria e furono segnalate a Berlino dalle legazioni tedesche nella capitale croata. Nel settembre 1942 il capo di Stato Maggiore Generale Cavallero intervenne presso Supersloda raccomandando la salvaguardia delle miniere dell’IRI minacciate dalle azioni partigiane; nel dicembre successivo l’IRI si rivolse direttamente a Roatta per chiedere uno specifico intervento armato a protezione dei propri impianti della zona di Sebenico.973 Significativo fu anche lo stretto connubio tra il comando della 2ª Armata e gli esperti in materia forestale e mineraria inviati dal governo di Roma al fine di accertare l’entità delle risorse del territorio occupato e studiare le possibilità di interessarvi enti parastatali o imprese private italiane per trarne tutti i possibili profitti. L’ingegnere Enzo Minucci, vice console d’Italia a Mostar e direttore della RIMIFER, filiazione della FINSIDER (IRI), fu nominato da Ambrosio, d’intesa con il Ministero degli Affari Esteri, esperto minerario alle dipendenze della 2ª Armata per eseguire una serie di studi sui giacimenti e le risorse dei territori della seconda e terza zona, nonché di quelli della Bosnia orientale; per lo studio dello sfruttamento del patrimonio forestale fu invece nominato Seniore Moser, della Milizia Forestale, come Minucci su segnalazione dell’eccellenza Giordani, presidente dell’IRI.974 Nel febbraio-marzo del 1942 Minucci compilò due relazioni in merito agli interessi minerari italiani e degli altri Stati esteri nello Stato Indipendente Croato: secondo il direttore della RIMIFER la penetrazione economica italiana nel settore industriale minerario croato, in forma di capitale e lavoro, sarebbe stato un processo lento. L’ammontare degli investimenti di capitale italiano nelle imprese minerarie croate sarebbero dipese dalla capacità finanziaria e dalla volontà di investimento dei gruppi industriali italiani. L’Italia avrebbe prima di tutto dovuto assicurarsi la produzione di macchinari da esportare e impiegare nello Stato Indipendente Croato per ricerche ed impianti minerari. Il processo di sfruttamento delle risorse
973 974
T. Sala, cit., in E. Collotti, T. Sala, op. cit., pp. 69-73. AUSSME, M-3, b. 48, fasc. 1, Comando Supremo, Possibilità minerarie dei territori
jugoslavi, Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto-AP-Uff. Croazia, a Comando 2ª Armata, Ufficio Affari Civili, telespresso n. 80548, oggetto: Patrimonio forestale e minerario della zona demilitarizzata, rif. Vostra nota n. 2710/AC/Segr. del 16 corrente, Roma 21 ottobre 1941-XIX; id., Ministero degli Affari Esteri, Gabinetto del Ministro, a Comm. Vittorio Castellani, Capo Ufficio Affari Politici, Comando 2ª Armata, 05584, P.M.10, Roma 22 ottobre 1941-XIX; id., prot. n. 4682/AC/Segr., all’Ing. Minucci, Vice Console d’Italia, Mostar, f.to il Generale Comandante designato d’Armata V. Ambrosio, P.M.18 dicembre 1941-XX; id., Ufficio Affari Civili 4826/A.C. Segr., d’ordine il Generale di Brigata Capo di Stato Maggiore E. de Blasio, P.M.10, 20 dicembre 1941-XX.
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croate era strettamente dipendente dai valori economico-finanziari italiani e pertanto in certo modo indipendenti dalla volontà o dall’iniziativa dei singoli privati o industriali italiani interessati all’industria mineraria croata. Un campo di interessamento italiano più limitato, ma di più facile penetrazione dal punto di vista strettamente valutario era quello che riguardava il settore produttivo croato di minerali che potevano trovare un mercato di consumo in Italia. I tre prodotti minerari che di per sé costituivano oltre il 99% del valore della produzione mineraria croata erano i combustibili fossili, i minerali di ferro e le bauxiti. L’interesse italiano più evidente dal punto di vista del fabbisogno nazionale erano i minerali di ferro. In questo senso era stata svolta la maggiore attività da parte dei settori produttivi italiani interessati, per assicurarsi il possesso o l’interessamento alla produzione dei giacimenti croati. I minerali di ferro ricoprivano una determinata importanza nella produzione statale croata, ma le miniere avevano possibilità di produrre quantità di ferro molto superiori a quelle del momento: le loro riserve erano stimate infatti a oltre cento-centocinquanta milioni di tonnellate. Le possibilità massime italiane di approvvigionamento di minerali di ferro croati erano valutate nell’ordine delle duecento-trecentomila tonnellate annue, quantitativi ben lontani dalle possibilità immediate di produzione ed esportazione croate. Era quindi necessario introdurre nel settore produttivo, sotto una qualsiasi forma, la partecipazione italiana e favorire con ogni mezzo la produzione di minerali di ferro, quasi esclusivo monopolio dello Stato croato che da solo produceva circa il 95% del minerale nelle proprie miniere erariali per mezzo di società di proprietà statale, restando attribuite alla produzione privata solo circa trentamila tonnellate annue contro le cinquecentocinquantamila della produzione totale. I risultati acquisiti fino a quel momento erano nulli, Zagabria non aveva mostrato di gradire la partecipazione italiana o di favorire un’azione che avesse lo scopo di aumentare la produzione di minerali di ferro in modo da incrementarne l’esportazione: era auspicabile si giungesse ad una forma qualunque di partecipazione che permettesse l’immissione nell’industria siderurgica italiana di materie prime croate. Per gli altri campi di produzione mineraria era invece più difficile fare supposizioni sulle possibilità e la convenienza di una diretta partecipazione italiana. Nel campo dei combustibili fossili era già in atto nei territori ex jugoslavi con la Società Monte Promina e si registrava una certa nuova attività per iniziativa di varie società italiane fra le quali l’Azienda Carboni Italiani e l’Azienda Ligniti italiane. Il valore della produzione dei carboni fossili raggiungeva da sola circa il 70% del valore complessivo dell’intera produzione mineraria croata. Lo Stato croato produceva per proprio conto circa l’80% della produzione complessiva, il restante 20% essendo prodotto da industrie private, fra i quali figurava con una discreta produzione (centomila-centocinquantamila tonnellate annue di lignite bruna) proprio la società Monte Promina con capitale italiano. Il livello della produzione carbonifera era imposto dalle condizioni del mercato interno, i carboni
310
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
fossili croati non essendo per qualità e prezzo relativamente alto adatti per alimentare una corrente di esportazione verso i Paesi vicini. Il capitale tedesco dell’industria dei metalli leggeri si era interessato negli ultimi tempi alle concessioni carbonifere di Livno in Dalmazia, in quanto il carbone rappresentava un’industria estrattiva complementare per la produzione dell’allumina dalle bauxiti. La bauxite aveva un’importanza pari a quella dei minerali di ferro ma l’intera produzione croata era dovuta al capitale tedesco e si tentava quindi l’inserimento di quello italiano nel settore. Nuove iniziative erano state prese negli ultimi mesi dalla Dalmatienne nella quale gli interessi italiani erano in maggioranza e si poteva prevedere che tali iniziative avrebbero portato ad una partecipazione italiana abbastanza attiva. In generale era difficile prevedere le possibilità future di produzione, ma nel complesso lo Stato Indipendente Croato permetteva un maggiore sviluppo minerario, fino a quel momento ritardato – secondo Minucci – dalle poche iniziative locali, dalle arretrate condizioni dei trasporti e da molti altri fattori negativi economici e politici. Le disposizioni di legge di Zagabria (1° ottobre 1941)975 avevano consegnato allo Stato gran parte dei diritti minerari privati: diventava quindi necessario superare tali restrizioni e favorire l’iniziativa italiana sul territorio intervenendo in primis proprio sul governo croato.976 Le autorità italiane furono anche pienamente consapevoli del ruolo subalterno assegnato all’Italia dall’alleato tedesco anche nel settore economico: già nel luglio del 1942 due relazioni della Legazione italiana a Zagabria diedero conto dell’accelerato processo di penetrazione tedesca nello Stato Indipendente Croato. Ciò che più stupiva era il fatto che la penetrazione avvenisse a tutti i livelli e con una molteplicità di interventi che non solo si concretizzavano nella costituzione di grandi aziende a prevalente capitale tedesco, ma vanificavo i corrispettivi tentativi italiani. Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943 gli accordi tedesco-croati in campo agricolo e industriale, ai fini di una pianificazione economica a lungo termine, resero definitivamente schiacciante la supremazia tedesca: la Germania arrivò a controllare l’80% circa delle esportazioni e delle importazioni croate, nonchè gran parte dei capitali investiti nello Stato: in tal modo veniva completata la capillare infiltrazione nel settore croato, iniziata prima della guerra in tutto il territorio jugoslavo, dilagata dopo l’invasione e destinata – secondo le autorità tedesche – a non esaurirsi nei brevi termini del conflitto, ma a proiettarsi, con scadenze ben più lontane, nel nuovo ordine europeo. Le conseguenze della politica economica tedesca ed italiana furono fallimentari e portarono al ristagno della produttività e ad un’inflazione crescente, che in
975 976
Narodne novine, br. 141, 1. listopada 1941. AUSSME, M-3, b. 48, fasc. 1, RIMIFER, relazione n. 634, Notizie sopra le miniere della Bosnia-
Erzegovina, Dr. Ing. E. Minucci, Genova, 1° febbraio 1942-XX; id., relazione n. 649, Le possibilità minerarie della Croazia nei riguardi degli interessi italiani, Dr. Ing. E. Minucci, Genova, 5 marzo 1942XX.
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311
pratica divenne inarrestabile. A ciò contribuì anche l’effetto nefasto dell’impegno croato ad approvvigionare i territori dalmati annessi all’Italia, la 2ª Armata e la città di Fiume: ne derivò la sistematica spoliazione della produzione agricola e zootecnica, i cui effetti immediati furono il rincaro del costo vita e l’incremento del contrabbando.977 Nel giugno del 1943 lo sfacelo dell’economia croata delineava una crisi ai limiti dell’irrimediabilità, logico risultato delle esigenze di guerra e dei tanti errori commessi (ad iniziare dalla valutazione stessa delle reali risorse economiche croate). Le regioni assegnate allo Stato Indipendente Croato avevano precedentemente vissuto in comunione economica con altre zone jugoslave, per ricevere e offrire materie prime, generi alimentari e altri prodotti: smembrata la Jugoslavia si erano fatte sentire deficienze ed eccedenze che avevano generato una situazione ampiamente sottovalutata ed impossibile da affrontare con la diffusione del movimento di liberazione, che non permetteva interventi (bonifiche, produzioni ausiliarie, sfruttamento di miniere, rete di comunicazioni ecc.) nei settori rimasti trascurati. Il governo di Zagabria aveva fallito completamente i suoi compiti nel campo economico, senza tener conto né della mentalità e dei veri bisogni della popolazione né di quelli determinati dal conflitto, mentre Italia e Germania avevano assunto un atteggiamento antagonista basato da parte tedesca sulla spietata soddisfazione dei propri interessi e da parte italiana sulla mancanza di un’esatta visione della situazione reale.978 Lo Stato Indipendente Croato risultava carente nell’approvvigionamento di generi alimentari, mentre alcune eccedenze inizialmente segnalate nell’allevamento del bestiame bovino ed ovino erano state notevolmente diminuite dal passaggio dei tre eserciti jugoslavo, tedesco e italiano. La più grande ricchezza dello Stato, le foreste, erano ricetto e rifugio delle numerose formazioni partigiane che avevano distrutto le più importanti segherie e imposto un regime di controllo sulle esportazioni nei territori controllati, generando notevoli ripercussioni economiche (il legname rappresentava il 60% delle esportazioni croate). Anche le principali miniere di ferro, carbone e bauxite erano situate in territori al centro dello scontro, che rendeva difficili le opportunità di sfruttamento; sembravano invece eccellenti le previsioni sui raccolti agricoli del 1943, per i quali si nutrivano però – soprattutto per il grano – gravi preoccupazioni per possibili incendi da parte dei partigiani.979
977
Rodogno, op. cit., pp. 297-303.
978
AUSSME, M-3, b. 19, fasc. 8, Carteggio Comando Supremo, Relazioni del generale Pièche
sulla situazione in Serbia e Croazia presentate al Ministero degli Affari Esteri, a Gabinetto A.P., prot. n. 6/5, oggetto: Notizie economiche dalla Croazia, f.to il Generale Pièche, Roma 14 maggio 1943XXI; id., al Ministero degli Affari Esteri, Gab.A.P., prot. n. 6 /II, oggetto: La crisi economica in Croazia – Giugno 1943-XXI – Cause e considerazioni, f.to il Generale Pièche, Roma 26 giugno 1943XXI. 979
Ibidem.
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Il governo croato aveva creato un corpo di industriali sulle rovine delle imprese confiscate a serbi ed ebrei al fine di fare dello Stato Indipendente Croato un negoziatore delle trattative internazionali, su un piede di uguaglianza con gli altri Paesi e le grandi potenze, ma anziché valorizzarli erano stati dilapidati preziosi patrimoni cha una volta sequestrati erano passati nelle mani di benemeriti ustaša o pretesi danneggiati dalla guerra, senza alcun profitto per lo Stato. Le stesse industrie sottoposte al controllo di commissari statali erano finite in mano di dirigenti inesperti ed incapaci, nonché avidi di guadagno; negozi provvisti di grandi scorte erano terminati nelle mani di profittatori creando una serie di uomini d’affari avidi di guadagni veloci e capaci di commerciare solamente sulla base della speculazione.980 In tal modo la vita economica non avrebbe potuto prosperare e l’idea di costituire la grande economia nazionale croata andò gradualmente declinando. I dirigenti croati erano caduti nell’errore di imitare Italia e Germania nel campo delle riforme della vita economica passando da un momento all’altro da un’economia libera ad una manovrata, servendosi di modelli altrui e senza alcuna preparazione. Con l’80% della popolazione costituito da contadini non poteva riuscire facile provvedere ad innovazioni nel regime economico e pertanto tutti i tentativi del governo croato erano terminati con un evidente insuccesso che aveva recato gravi conseguenze; nella maggior parte dei casi erano mancati esecutori esperti delle nuove disposizioni totalitarie e anche dove erano stati trovati i risultati erano rimasti deludenti. Il ministro per l’artigianato, l’industria e il commercio aveva ottenuto poteri illimitati creando per una serie di prodotti organizzazioni centralizzate che una volta messe all’opera avevano fatto sparire rapidamente i beni controllati (bestiame, alimenti vari, manufatti tessili, legame ecc.), facendo lievitare i prezzi e alimentando il fenomeno del mercato nero, praticato su larga scala e unica fonte di rifornimento di quei generi indispensabili che il tesseramento non riusciva a garantire alla popolazione (vi avevano fatto ricorso nei momenti di bisogno le stesse amministrazioni statali). Non potendo il ministro dettar legge ai suoi corrispettivi dell’agricoltura, delle corporazioni e della sanità, i ministeri erano stati fusi in un solo dicastero e trasformati in Direzioni Generali sotto un solo ministro. Fu inoltre introdotto il monopolio statale nel commercio di grano, granturco, patate e legumi, sintomo della volontà del governo di dominare la situazione.981 Allo scompiglio economico aveva contribuito sensibilmente anche l’irregolarità valutaria presto manifestatasi: la kuna, che secondo Pièche avrebbe potuto avere per copertura il patrimonio di diversi miliardi incamerato da serbi ed ebrei, era stata invece fondata sull’effimero credito derivante dalla liquidazione della Banca Nazionale Jugoslava, che aveva la propria riserva aurea in America. La moneta si
980
Ibidem.
981
Ibidem.
Diplomazia e operazioni militari nel 1943
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trovò a dover lottare contro il dinaro jugoslavo, rimasto sempre quotato, ed il buono di cassa tedesco stampato dalle truppe ed emesso come valuta d’occupazione. La richiesta continua che si faceva al tesoro per l’amministrazione dello Stato, le spese straordinarie e le esigenze propagandistiche del regime, non potevano essere coperte dalle entrate, che per effetto della contrazione delle attività economiche andavano sempre più diminuendo. Si continuò a stampare moneta e alla fine del primo anno di vita dello Stato croato la circolazione ammontava ad oltre dieci miliardi di kune, superando i limiti del possibile, tanto che si ricorse all’emissione di buoni del Tesoro; alla fine del secondo anno la circolazione di kune era salita per un valore di oltre ventiquattro miliardi. La continua svalutazione della kuna, derivato naturale dell’inflazione, ebbe una ripercussione sulla formazione dei prezzi, la quale a sua volta, ove determinata da cause estranee alla valuta, aiutò la moneta a precipitare ulteriormente, come dimostravano le quotazioni raggiunte dalla borsa nera (con quella ufficiale che non dettava più quotazioni reali era questa praticamente la vera borsa), nella quale la lira veniva correntemente pagata tra le sei e le otto kune, mentre il cambio ufficiale era di 2,6315. Il marco tedesco invece era quotato a venti kune ma sul mercato nero lo si poteva acquistare con quattordici e anche dodici kune, a tutto vantaggio tedesco; il deprezzamento del cambio aumentò, insieme al movimento delle valute, anche a causa delle leggi create per controllare il valore delle merci. Il mercato interno divenne preda delle speculazioni, con poca merce e grande guadagno, mentre gli affari con l’estero andarono diminuendo progressivamente, fino a diventare del tutto sporadici, sia per deficienza di merce sia per difficoltà di pagamento. Il problema del cambio, a circa due anni dalla proclamazione dello Stato Indipendente Croato, persisteva dunque come uno dei principali ostacoli allo svolgimento degli affari e dell’economia nei territori occupati.982
5.5.
Conclusione dei lavori della commissione confini
All’inizio del 1943 la Commissione regionale per la delimitazione dei confini italo-croati continuava gli studi relativi al tracciamento della linea di confine in Dalmazia, nonostante nella zona confinaria, come nel territorio annesso e in quello occupato dalle truppe italiane, perdurasse la condizione di profonda insicurezza dovuta alle azioni partigiane.983 Dalle relazioni mensili della delegazione italiana non solo
982
Ibidem.
983
A metà febbraio le commissioni regionali Croazia, Montenegro e Albania, in ottemperanza
alle disposizioni del Comando Supremo, subirono l’ennesimo ridimensionamento, a cinque elementi più il presidente. AUSSME, N. 1-11, b. 962, Commissione regionale per la delimitazione
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risultava che nelle zone annesse ed occupate la propaganda partigiana era sempre più insistente, con la diffusione di manifestini e scritte sovversive, ma anche che aumentavano le azioni contro i presidi italiani e croati, contro le ferrovie e le formazioni volontarie anti-comuniste. I partigiani avevano occupato Ravna Gora, Livno e Tomislavgrad, e premevano su Žumberak, Lovinac, Raduč e Imotski; nell’Erzegovina sud-orientale la situazione non era migliore, come nel retroterra di Zara e di Sebenico (più limitate, invece, le azioni nella provincia di Fiume). In Dalmazia si erano verificati numerosi attacchi contro presidi e linee di comunicazione nella Bukovizza e numerosi atti di sabotaggio alle linee telegrafiche ad ovest di Traù ed ai tratti ferroviari dello spalatino e della limitrofa zona dei Castelli. La condizione complessiva della Croazia e dei territori dalmati italiani appariva ogni giorno più drastica: il movimento insurrezionale, mosso da un irriducibile senso di avversione verso l’occupante italiano e convinto di un prossimo crollo dell’Asse, si dimostrava sempre più agguerrito e battagliero; ovunque imperversavano consistenti nuclei partigiani, nelle vicinanze di Sušak come tra Karlovac e Jastrebarsko, con incursioni nei centri abitati allo scopo di reclutare giovani atti alle armi ed effettuare azioni contro i militari italiani.984 A gennaio la Legazione croata a Roma poneva all’attenzione della commissione centrale e di conseguenza della delegazione del generale Mugnai la questione dell’arbitraria annessione dei villaggi di Kuna e Pridvorje (presso Trebinje) alla provincia di Cattaro. Le autorità militari italiane in vicinanza del confine tra la provincia annessa ed il territorio croato della Velika Župa Dubrava (il distretto di Ragusa), infatti, eseguivano già da tempo i preparativi per l’annessione dei due villaggi, che il governo di Zagabria riteneva invece parte della župa croata. Secondo la delegazione italiana i due villaggi risultavano nettamente compresi nella provincia di Cattaro e la loro occupazione appariva pienamente giustificata. A marzo iniziavano inoltre i primi studi relativi al confine fra la suddetta provincia e il Montenegro, mentre ad aprile veniva terminata la compilazione della Memoria di confinazione n. 2 relativa al confine italo-croato nel fiumano – tratto fra la confluenza torrente Rački Potok-fiume Kupa e la Baia di Buccari – con l’esame particolareggiato delle varianti e delle compensazioni da offrire a Zagabria.985 La relazione in gran parte ripeteva ciò che la delegazione aveva già riportato negli studi precedenti, ma aggiungeva di nuovo le varianti definitive che potevano essere apportate alla linea di confine del 18 maggio 1941: in questo tratto si è più
dei confini italo-croati. Diario storico-militare bimestre gennaio-febbraio 1943-XXI, Allegato n. 23, Riduzione del personale delle Commissioni regionali, Roma, 18 febbraio 1943-XXI. 984
Ibidem, Diario storico-militare bimestre marzo-aprile 1943-XXI, Allegato n. 5, Relazione
mensile, P.M.10, 5 marzo 1943-XXI. 985
Ibidem, Allegato n. 18, Memoria di confinazione n. 2, 20 aprile 1943-XXI.
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volte ripetuto che la demarcazione confinaria, su uno sviluppo lineare di circa cinquanta km, si appoggiava ad un terreno topograficamente definito solamente dalla confluenza Rački Potok-Kupa al Monte Tomac e cioè lungo l’alto corso del fiume Kupa, lungo il torrente Krašićevica e lungo la spalla settentrionale e orientale della conca di Crni Lug; nel rimanente tratto, invece, la corrispondenza non si notava che per brevi tratti, senza soddisfare le esigenze difensive italiane. Con la Memoria di confinazione n. 2, quindi, la delegazione italiana metteva in evidenza a Roma l’esistenza di due zone confinarie particolarmente delicate per l’Italia. La prima era situata a nord, nell’ansa forzata dell’alto corso del Kupa – fra Guce Selo, Guati Laz e l’altura del Toricek – dove il confine, nonostante seguisse un terreno topograficamente ben delineato, si accompagnava ad un pronunciato e stretto saliente croato, con vertice quasi a Osilnica, che si incuneava profondamente fra i territori sloveno e fiumano annessi all’Italia, in corrispondenza della nota direttrice d’invasione del territorio italiano, formata dall’alta valle della Kupa e servita dalla rotabile Brod na Kupi-Osilnica-ČabarPrezid. Nella parte sud-occidentale del saliente, lo stesso confine passava a poche centinaia di metri dalla strada per Crni Lug-Gerovo-Prezid, che consentiva, in ogni stagione, il collegamento più breve tra Fiume e Lubiana: se l’area fosse rimasta allo Stato croato, in caso di future ostilità con quest’ultimo, l’Italia non avrebbe potuto fare pieno affidamento sulla suddetta via di comunicazione, poiché sarebbe bastato un colpo di mano effettuato nei pressi di Biljevina, per interrompere il traffico fra la zona del fiumano e quella di Osilnica-Čabar. La seconda zona delicata, invece, era situata a sud, fra Jelenčić e il mare, o, più esattamente, fra il Meć e la Baia di Buccari, importante per l’Italia poiché le alture croate, disposte a semicerchio e dominanti direttamente la baia, permettevano di tenere sotto osservazione l’importante centro logistico di Fiume-Sušak e consentivano di affacciarsi sul Carnaro, complicando il dominio italiano sul Canale di Maltempo e il più facile accesso all’isola di Veglia. In conseguenza di tali considerazioni e delle richieste di varianti della linea di confine fra la zona di Biljevina ed il mare formulati dalla delegazione croata, fin dal primo incontro con la parte italiana a Zagabria, erano state individuate alcune modifiche di confinazione a favore dell’Italia, con l’annessione del saliente croato di Osilnica ed il vantaggio di incamerare vaste aree boschive intorno alle frazioni di Razloge, Turke e Crni Lug (comune amministrativo di Brod na Kupi), l’annessione della zona di Mosnov Laz adiacente al torrente Krašićevica (per allontanare la linea di confine dalla rotabile Sušak-Prezid, nel tratto Crni LugGerovo), dell’intero Golfo del Carnaro compresi la Baia di Buccari e l’abitato di Porto Re con il circondario, del limite orientale dell’ex distretto di Sušak, della zona dello Jelenčić (parte meridionale del territorio fiumano) e di quella del Bitoraj (altezza di Delnice), chiudendo così la possibile linea d’invasione aperta nel confine italiano orientale e assicurando il completo dominio del Golfo del Carnaro – lago italiano – e del Porto di Fiume, nonché un facile accesso all’isola di Veglia. A
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favore della Croazia, invece, era stata individuata l’annessione degli abitati di Mrzla Vodica e di Crni Lug (gravitanti su Delnice), della zona boschiva ad ovest dell’Oštrac (necessaria all’economia del comune di Lokve, distretto di Delnice), del bacino idrico dell’impianto elettrico Fužine-Cirquenizza (in costante carenza di combustibile) e del limite amministrativo occidentale del comune di Hreljin. La delegazione italiana ritenne che alcune rettifiche fossero di lieve entità e facilmente risolvibili nell’ambito della stessa commissione regionale; altre, invece, di maggiore portata, avrebbero sicuramente necessitato più complesse trattazioni, che non escludevano l’intervento diretto dei due governi. La delegazione sottolineava però anche il fatto che le varianti proposte in parte sconvolgevano gli Accordi di Roma, passati in secondo piano rispetto alle preoccupazioni ben più importanti sorte nei due anni di esistenza dello Stato croato, quali la situazione politico-militare, la mancata esecuzione dei più importanti accordi economicovalutari pattuiti, la persistente propaganda contraria all’Italia – in Dalmazia come nelle adiacenti regioni – e la netta ribellione contro le truppe d’occupazione italiane, questioni che avevano compromesso l’intima collaborazione prevista in tali accordi. Era quindi opportuno ed indispensabile che l’Italia, nella previsione di un’eventuale futura sottrazione dello Stato croato alla sua influenza politica, pensasse soprattutto ad assicurarsi la difesa e la sicura integrità del proprio territorio nazionale, attuando una soluzione di forza che risolvesse i precedenti problemi tenendo ben presenti i propri interessi politici, geografici e militari, e mettendo da parte quelli spirituali, etnici, turistici ed economici fin lì considerati. La Memoria di confinazione n. 2 praticamente fu l’ultima relazione spedita a Roma dalla delegazione italiana: nei mesi successivi sarebbero proseguiti gli studi sul settore dalmata ma di fatto l’occupazione italiana era prossima al collasso. Il 15 maggio 1943 il Comando Supremo decise il passaggio della commissione confini Croazia alle dipendenze del Comando della 2ª Armata, che avrebbe potuto usufruire del suo personale nel modo ritenuto più opportuno; il numero dei componenti la delegazione, inoltre, veniva ridotto ancora una volta con l’assegnazione di alcuni ufficiali al Ministero della Guerra e allo Stato Maggiore dell’Esercito.986 Negli ultimi due bimestri di lavoro (maggio-giugno e luglio-agosto 1943) le attività della delegazione furono concentrate soprattutto nella realizzazione di lucidi e mappe riguardanti alcuni comuni amministrativi e catastali attraversati dal confine dalmata. Unica eccezione degna di nota il compito, affidato il 21 giugno, di compilare una monografia relativa alla zona mineraria (carbone e bauxite) del monte Promina, nel distretto croato di Knin, conclusa il 22 luglio. Il 14 agosto il Comando della 2ª Armata comunicava al generale Mugnai la decisione del Ministero della Guerra di porlo a disposizione del Comando generale MVSN, per assumere un comando zona della milizia,
986
Ibidem, Diario storico-militare bimestre maggio-giugno 1943-XXI, Allegato n. 3, Personale
delle Commissioni Regionali delimitazioni confini, Roma 13 maggio 1943-XXI.
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mettendo definitivamente fine ai lavori della commissione, ormai pressoché inutili. Anche senza considerare la caduta del fascismo in Italia e l’imminente armistizio, infatti, le azioni partigiane avevano reso praticamente impossibile ogni tipo di studio relativo alle linee di confine, anche in quei luoghi non ancora del tutto nelle mani degli uomini di Tito. In molte località oggetto degli interessi della commissione avvenivano continui attentati e sabotaggi alle linee ferroviarie ed ai presidi italiani: nella zona (la Dolenjska) di Novo Mesto, Trebinje, Crnomelj e Metlika; sul confine sloveno lungo il Cherca e sui Gorianci; a Kamenica, Dinara, Traù, Promina, Zara, Sebenico, Bucovizza, Obrovazzo e in tutto il litorale adriatico, dove gli odred partigiani tenevano impegnato il neo-governatore Giunta. Alla data dell’8 settembre, poi, dopo la notizia dell’armistizio, la situazione della 2ª Armata nei luoghi di confine precipitò rapidamente per una serie di fattori: nel settore del XVIII Corpo d’Armata non era stato possibile effettuare il ripiegamento (deciso all’ultimo momento) di vari presidi esterni verso una linea più vicina alla costa e le truppe tedesche avevano quindi potuto bloccare direttamente negli accampamenti i presidi di Knin, Dernis e Signo; nella zona da Novo Mesto a Trebinje, invece, il ripiegamento della Divisione Isonzo non aveva avuto modo di concludersi nei termini sperati e durante la marcia della colonna vari gruppi partigiani erano riusciti ad ottenere in consegna le armi dai reparti, che inevitabilmente si sciolsero; in Croazia, nella zona di Karlovac-Ozalj, ed in parte in Slovenia in quella di Crnomelj – dove si trovarono dei compromessi con le forze partigiane ma si subirono gli attacchi dei reparti dello Stato Indipendente Croato – i ripetuti tentativi di resistenza della Divisione Lombardia si erano conclusi con una graduale e lenta dissoluzione; e infine nella zona di Lokve-Delnice-Ogulin, presidiata dalla Divisione Macerata, risultarono impegnative le pressioni dei partigiani, che portarono gradualmente alla sua dissoluzione (cosa analoga avvenne alle truppe dislocate tra Fiume e Carlopago e nelle isole di Veglia, Arbe e Pago, sotto l’incombenza di minacce partigiane, tedesche e ustaša).987 L’ultimo compito della delegazione italiana fu riordinare tutto il materiale raccolto nei due anni precedenti e stilare la relazione complessiva delle attività svolte, richiesta dall’Ufficio del Generale Delegato presso la commissione centrale.988 Si chiudevano così le attività della Commissione per la delimitazione dei confini italo-croati, che in definitiva erano serviti a raccogliere una parte del materiale propedeutico al confronto con la delegazione croata per le variazioni da apportare alla linea di confine stabilita e al conseguente lavoro di demarcazione. Al momento della chiusura erano stati completati solamente gli studi riguardanti il settore fiumano-sloveno e comunque neppure questi erano mai stati confrontati o discussi con la controparte croata; gli studi sul settore dalmata, invece,
987
M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1943, pp.199-201.
988
AUSSME, N 1-11, b. 962, Commissione regionale per la delimitazione dei confini italo-
croati, Diario storico-militare bimestre luglio-agosto 1943-XXI.
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progredivano lentamente, mentre quelli nel montenegrino erano appena agli inizi. I lavori, secondo le direttive del governo di Roma, erano stati sviluppati con lentezza, allo scopo di prendere tempo e lasciare la questione confinaria aperta, in attesa di un momento propizio per l’annessione di una fascia più ampia del retroterra dalmata, ai danni dello Stato croato: fu questo, molto probabilmente, l’unico intento in cui la delegazione italiana riuscì, ma un buon contributo al rallentamento fu fornito anche dalle azioni partigiane, che posero del tutto fine ai compiti della commissione e all’occupazione italiana in Jugoslavia. Uno degli aspetti principali che emergono dai lavori della commissione è la mancanza di dialogo tra le due delegazioni, situazione che rifletteva del resto le relazioni tra i governi di Roma e Zagabria, basate su rapporti spesso formalmente cordiali, ma avvelenati da profondi contrasti; al contrario del proprio esecutivo, tuttavia, la delegazione croata non poteva contare sulla pressione tedesca nel contrastare le aspirazioni dell’alleato italiano, alla quale invece Pavelić spesso ricorreva sfruttando l’interesse di Hitler a ridimensionare le mire fasciste nei Balcani. Di conseguenza la parte croata della commissione dovette fare spesso, nel corso dei lavori, buon viso a cattivo gioco, accettando le direttive italiane con molta diplomazia, nella consapevolezza che un aumento della tensione non avrebbe giovato ai successivi confronti necessari alla demarcazione di una linea confinaria definitiva. Tali confronti non si verificarono mai, anch’essi rimandati in continuazione, fino ad arrivare al crollo del fascismo, che metteva fine alle avventure imperialiste dell’Italia e alle attività di una commissione che aveva il compito di ottenere piccoli aggiustamenti favorevoli ai più generali interessi italiani, in una situazione complessiva, però, in cui mancavano del tutto i presupposti fondamentali affinchè questi stessi interessi generali fossero soddisfatti.
5.6.
Tra 25 luglio e 8 settembre
Gli sviluppi della situazione nello Stato Indipendente Croato, dopo la deposizione di Mussolini in Italia, segnarono inevitabilmente la definitiva sottomissione delle forze militari croate a quelle tedesche. La caduta del fascismo diede incremento alla tendenza protezionistica tedesca sullo Stato ustaša ed al sostegno al regime di Zagabria sotto un accresciuto controllo politico, militare ed economico, senza escludere la possibilità, in caso estremo, dell’assunzione con un colpo di forza da parte del Reich del protettorato diretto sullo Stato croato. L’atmosfera di sfiducia verso gli italiani ed il sensibile distacco nei loro confronti, diffusa negli ambienti istituzionali croati, causava un sempre più marcato sostegno agli organi militari tedeschi: immediatamente dopo il cambiamento di governo in Italia tra i comandi militari tedeschi e le autorità centrali croate intervenne un accordo per la rapida
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occupazione della fascia costiera in caso di un improvviso cedimento italiano e a tal scopo da parte croata furono distaccati presso i comandi delle divisioni tedesche quattro commissari straordinari con il compito di organizzare l’amministrazione civile dei territori in mano italiana, ripartiti nei settori Sušak-Zrmanja, ZrmanjaOmiš, Omiš-Ston, Ston-Cattaro. Da parte tedesca si provvedeva alla dislocazione delle divisioni regolari e legionarie, decisa prima del 25 luglio, per una maggiore gravitazione delle forze militari verso sud-ovest, con l’intenzione di intervenire rapidamente, qualora necessario, sulla fascia costiera. L’ulteriore rafforzamento delle unità tedesche nello Stato Indipendente Croato fu eseguito con l’afflusso di una nuova divisione SS da dislocare a sud-est di Zagabria e l’organizzazione nel territorio di controllo germanico delle forze armate croate ivi dislocate. Proseguiva anche il reclutamento per la polizia da campo tedesco-croata, per la quale erano stati riuniti solo diecimila croati dei circa quindicimila inizialmente previsti. L’autorità militare croata proseguiva per suo conto a riunire sotto le armi tutto il materiale umano disponibile allo scopo di rinforzare le unità esistenti con forze giovani e congedare i veterani che da più di due anni prestavano servizio ininterrottamente, nonchè sottrarre quanto più possibile forze al reclutamento partigiano, attivo soprattutto nelle regioni centrali. Nell’opera di reclutamento giovanile lo Stato Maggiore croato incontrava tuttavia difficoltà e deficienze anche a causa dell’assenza di circa centocinquantamila uomini impegnati come lavoratori in Germania: le nuove chiamate generali e l’ampia amnistia per renitenti e disertori rientravano nel quadro della mobilitazione totale degli atti alle armi.989 Nel campo politico la reazione del governo di Zagabria agli avvenimenti italiani fu dominata dalla perplessità.990 Per i germanofili rappresentava l’occasione dell’affiancamento sempre più stretto al Reich e al nazionalsocialismo, mentre per i pochi italofili e coloro che vedevano nel gioco politico tra Italia e Germania la maggiore garanzia per l’indipendenza croata, la tendenza ad appoggiarsi decisamente alla Germania incontrava alcune resistenze. Trovavano consistenza le voci di un immediato protettorato tedesco sullo Stato Indipendente Croato, a modifica dei patti di Roma: la propaganda era vivissima specie in funzione dell’irredentismo dalmata e dell’eventualità di mandare via gli italiani dalla costa adriatica. Il riordinamento e la fusione in un organo unico del Ministero della Guerra e dello Stato Maggiore croato, che sembravano imminenti alla vigilia del 25
989
AUSSME, M-3, b. 20, fasc. 11, Carteggio Comando Supremo, Rapporti trasmessi dalla Reale
Missione Militare in Croazia circa l’atteggiamento di cetnici in Jugoslavia e situazione in Croazia dopo 25 luglio, R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando Supremo, a Superesercito, a Comando 2ª Armata e p.c. a R. Ministro d’Italia Zagabria. prot. n. 4142, segreto, oggetto: Sviluppo della situazione in Croazia dopo il 25 luglio, f.to il Generale di brigata Capo Missione Gian Carlo Re, Zagabria 18 agosto 1943. 990
ASDMAE, b. 1496 (AP 31), R. Legazione Zagabria, a Gab.A.P. (U.C.), telegramma n. 4986 R.,
oggetto: Avvenimenti italiani, f.to Petrucci, Zagabria 27 luglio 1943.
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luglio, rallentarono per non dare l’impressione che la rimozione di Mussolini avesse influito nel mutamento di indirizzo e nel cambio del personale governativo. Era infatti segnalata una ripresa di contatti di personalità del governo croato coi mačekiani, alla ricerca di un consolidamento del governo nazionale; sembrava però che Maček, da parte sua, ponesse opposizioni di rilievo e condizioni esorbitanti, quali lo scioglimento del movimento ustaša, l’allontanamento di Pavelić e l’assorbimento delle milizie nell’esercito regolare croato, inaccettabili per gli uomini al potere. Anche le autorità militari tedesche inizialmente avevano giudicato utile una diminuzione dei poteri del regime – se non addirittura la sua eliminazione – e l’avvicinamento ad altre tendenze politiche, tra cui proprio i mačekiani. Ciò sembrava vantaggioso per raggiungere la pacificazione interna che avrebbe evitato la spedizione sul territorio croato di ulteriori forze militari. Successivamente, però, la tendenza del comando tedesco sembrò essere quella di continuare a sostenere incondizionatamente il regime di Zagabria e a tale scopo, oltre alle ragioni belliche, era stato disposto da parte tedesca l’aumento delle forze militari e delle forze di polizia della capitale. Gli ambienti croati nutrivano viva apprensione per gli allievi e i legionari residenti in Italia, con la conseguente sospensione di nuovi invii di giovani, determinata sia dalle notizie che gli interessati avevano inviato alle loro famiglie sia dall’atmosfera di sfiducia e insicurezza nei riguardi dell’Italia prodotta tra le autorità e l’opinione pubblica croata. A tre settimane dal cambio del governo italiano tale atmosfera si era leggermente attenuata ma permaneva sostanzialmente inalterata. Per dissipare agitazioni e apprensioni il Poglavnik aveva deciso di inviare una commissione, composta di due ufficiali, a visitare scuole e centri di addestramento in Italia, col compito di tranquillizzare i giovani ivi addestrati e al rientro le loro famiglie. Le autorità centrali croate asserivano che la visita avrebbe dato modo di proseguire nelle previste spedizioni di allievi e legionari nei centri di addestramento italiani senza alcuna sorta di sospetto o malinteso.991 Nella massa popolare si riacutizzò l’irredentismo dalmata, che ebbe una notevole ripresa nella speranza dell’imminente rioccupazione di Spalato e Sebenico. In molti non nascondevano l’opinione che la caduta del fascismo avesse segnato anche l’inizio della dissoluzione per gli ustaša e la quasi totalità della popolazione era persuasa di una sempre più prossima vittoria anglo-americana. Caratteristico, in questa situazione, l’atteggiamento dei musulmani della BosniaErzegovina, che nettamente restii a prendere una posizione, guardavano alla Turchia ed ai suoi atteggiamenti, concorrevano di malavoglia alla formazione di unità militari volontarie, stentavano ad allontanarsi dalle loro case e i giovani
991
AUSSME, M-3, b. 20, fasc. 11, R. Missione Militare Italiana in Croazia, a Comando
Supremo, a Superesercito, a Comando 2ª Armata e p.c. a R. Ministro d’Italia Zagabria. prot. n. 4142, segreto, oggetto: Sviluppo della situazione in Croazia dopo il 25 luglio, f.to il Generale di Brigata Capo Missione Gian Carlo Re, Zagabria 18 agosto 1943.
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evitavano in ogni modo di recarsi, sia pure temporaneamente, per l’addestramento nei centri militari tedeschi. Atteggiamento di riserbo e attesa, dunque, sia nei riguardi del governo al potere, sia di fronte a future altre soluzioni, sia nei confronti delle potenze dell’Asse. Al contrario gli avvenimenti in Italia non provocarono contraccolpi sensibili alla ribellione partigiana e l’attività continuò intensa, specie sulle linee ferroviarie, nei pressi della capitale e dei maggiori centri industriali e nelle grandi regioni agricole, dove erano presi di mira i raccolti.992 L’atteggiamento delle bande serbe di Đujić, che prestavano servizio agli ordini del XVIII Corpo d’Armata nella zona di Knin, non era cambiato dopo il disarmo dei četnici di Jevđević agli ordini del VI Corpo d’Armata. Le bande di Đujić si spostavano di loro iniziativa, senza l’autorizzazione dei comandi italiani e a volte a titolo di rappresaglia per la mancata soddisfazione di loro richieste. Tanto nella zona di Knin quanto in quella di Ogulin continuavano a taglieggiare la popolazione, a compiere vendette contro gendarmi ed esponenti croati e a svolgere propaganda anti-fascista. Quasi sempre però valendosi della condiscendenza italiana i četnici riuscivano a dimostrare infondate o esagerate le accuse croate.993 I četnici guardavano alle armi dei reparti dell’Asse, unico e sicuro deposito di rifornimento per potenziare l’efficienza bellica delle loro formazioni nella lotta anti-partigiana in atto e per la trasformazione in un vero e proprio esercito nazionale serbo. I četnici ritenevano di non potersi fidare dell’atteggiamento sempre più filo-partigiano assunto dagli anglo-americani: Jevđević dichiarò che nell’eventualità di un’uscita dalla guerra dell’Italia, i reparti italiani sarebbero dovuti essere disarmati da un azione comune četnico-tedesca.994 Alla data del 1° agosto 1943 i reparti italiani avevano effettuato un serie di operazioni in Dalmazia e Croazia: reparti della Divisione Zara e delle MVAC avevano condotto con successo un’azione di rastrellamento oltre i confini settentrionali dalmati, ad est della ferrovia Knin-Zrmanja, ove agivano consistenti bande partigiane che intendevano penetrare nel territorio dalmata. Le forze partigiane della zona erano state disperse subendo sensibili perdite valutate ad oltre un centinaio tra morti e feriti. Un’altra operazione di vasta portata era stata effettuata nuovamente nella regione montuosa del Biokovo, ancora sede di formazioni che minacciavano i presidi costieri e i traffici marittimi. Durante l’operazione erano stati inflitti ai partigiani oltre trecento morti e catturati
992
Ibidem.
993
Ibidem, b. 31, fasc. 9, Croazia, Roma 8 luglio 1943-XXI.
994
Ibidem, b. 20, fasc. 10, Comando Gruppo Armate Est Stato Maggiore, a Comando Supremo,
prot. n. 875/inf., segreto, oggetto: Questione cetnica, f.to il Generale d’Armata Comandante Ezio Rosi, P.M.76, 1 settembre 1943; ibidem, fasc. 11, Carteggio Comando Supremo, Rapporti trasmessi Reale Missione Militare in Croazia circa l’atteggiamento dei cetnici in Jugoslavia e situazione in Croazia dopo il 25 luglio 1943.
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numerosi fucili, armi automatiche ed imbarcazioni.995 Intorno alla metà del mese era segnalata una notevole attività partigiana anche nella zona circostante Zagabria, con attacchi alle colonne militari e alle vie di comunicazione e Slunj, Topusko e Velika Kladuša in loro mano. Anche nella Bosnia occidentale proseguivano gli attacchi ai presidi isolati e concentramenti partigiani erano presenti a Prozor e presso Travnik, mentre nella parte orientale forti pressioni venivano esercitate su Bjelijna.996 In Dalmazia la politica di italianizzazione condotta dal Governatorato, abolito il 6 agosto 1943, aveva suscitato un così forte sentimento anti-italiano e tensioni tali in città quali Spalato e Sebenico, da creare una frattura insanabile tra l’occupazione italiana e la popolazione slava e rendere la Dalmazia un terreno fertile per le adesioni al movimento partigiano che dilagava in tutta la sua forza. Nei quasi due anni e mezzo di occupazione le forze armate italiane avevano internato la popolazione, sottoposto a corte marziale combattenti e civili, fucilato partigiani sul posto di cattura applicando punizioni di massa per gli abitanti delle località nelle quali si verificava la resistenza all’occupante. I comandi tedeschi, già da tempo in allarme, avevano considerato diversi piani per neutralizzare le forze armate italiane nel caso di un loro mutamento di alleanze e avevano iniziato a fare affluire forze ingenti nelle zone annesse o da queste ancora occupate. Quando l’8 settembre fu reso noto l’armistizio tra Italia e Alleati i comandi tedeschi iniziarono il disarmo delle unità italiane nelle zone costiere e l’occupazione dei presidi strategici nei territori annessi, ritenuti di vitale importanza e rimasti fino ad allora in mano al comando della 2ª Armata. Glaise Von Horstenau lanciò via radio un proclama ai croati invitandoli ad operare, assieme alle truppe tedesche, contro gli italiani e ad occupare i territori dalmati annessi all’Italia nonché Zara e Fiume, delle quali prometteva la cessione autorizzandone l’immediata occupazione.997 A Zagabria Kasche ed il Poglavnik assicurarono la Legazione italiana guidata dal ministro Luigi Petrucci, subentrato a Casertano in aprile, che nessun provvedimento sarebbe stato preso contro gli italiani presenti nella capitale croata. Tuttavia numerosi componenti della colonia italiana cittadina e funzionari del corpo diplomatico furono posti agli arresti e la legazione posta sotto il controllo della polizia. Gli italiani furono privati di averi e alloggi, con dimostrazioni antiitaliane organizzate con poco successo dagli ustaša ed il lancio di una campagna stampa tesa a fomentare un odio generalizzato e diffuso, non solo rivolto contro i
995
Ibidem, b. 19, fasc. 2, Comando Supremo, Situazione operativa e logistica degli scacchieri
balcanici ed egeo al 1° agosto 1943. 996
Ibidem, b. 31, fasc. 9, Comando Supremo, Servizio collegamento Ministero Esteri, Appunto
per il Comando Supremo-Reparto operazioni e p.c. al S.I.M., 21 agosto 1943. 997
Per gli eventi conseguenti l’8 settembre in Dalmazia si veda O. Talpo, Dalmazia, III; D.
Gizdić, Dalmacija 1943. Prilozi historiji Narodnooslobodilačke borbe, Zagreb, EPOHA, 1962, pp. 517 e ss.
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badogliani. Le autorità tedesche occuparono la Missione Militare italiana, i cui ufficiali il 9 settembre furono inviati al campo di concentramento di Kustrin e disarmarono i pochi reparti italiani e gli ufficiali presenti in città con successivo invio ai campi di internamento. I funzionari della Legazione tedesca ed il ministro Kasche s’interessarono di reclutare eventuali aderenti al governo fascista repubblicano, per la ricostituzione del Fascio di Zagabria, avvenuta il 15 settembre per iniziativa del personale dell’Ufficio Addetto Milizia della Legazione italiana. Il corpo diplomatico italiano, comunque, salvo quest’ultima eccezione, aderì in gran parte al governo Badoglio e rimase internato, su volontà tedesca, presso i locali della Legazione o le rispettive abitazioni private (inclusi Petrucci e Giancarlo Re). In seguito al rimpatrio dell’ultimo gruppo di italiani internati presso il palazzo della Legazione italiana (9 dicembre), questo venne occupato dalle autorità croate e lo stesso avvenne presso le sedi delle altre istituzioni italiane (istituto di cultura, scuole, ecc.). Drammatiche vicende coinvolsero le forze armate italiane, sprofondate nel caos e abbandonate alle singole iniziative dei comandanti (Robotti e gli alti comandi della 2ª Armata abbandonarono immediatamente i Balcani), non tutti all’altezza di fronteggiare l’emergenza con tempestività e decisione. I militari ripararono in gran parte vestendo abiti civili presso famiglie locali per sottrarsi ai rastrellamenti tedesco-croati; alcuni si arruolarono nelle formazioni tedesche o in quelle dei domobranci (nella maggior parte battaglioni di camicie nere) o furono immessi nei reparti lavorativi. La struttura militare italiana venne meno nei modi più disparati: alcune unità si sciolsero autonomamente, altre furono sciolte dai rispettivi comandanti nel tentativo di evitare la cattura da parte dei tedeschi, altre ancora caddero prigioniere dell’ex alleato dopo giorni di tenace resistenza (il caso delle divisioni Bergamo e Marche) oppure – spesso un caso di scelte singole – passarono alle formazioni partigiane jugoslave, decisione di numerosi soldati italiani dei presidi di Zara e Spalato. Anche grazie alle grandi quantità di materiale bellico portato con sé, i militari italiani – circa ottantamila – fornirono così un significativo contributo alla guerra di liberazione jugoslava condotta da Tito ed i suoi uomini con il sostegno degli Alleati.998 Le relazioni tra i comandi e i reparti italiani passati a combattere con i partigiani e quest’ultimi risultarono sostanzialmente cordiali, con alcune inevitabili tensioni dovute alla precedente ostilità. Le truppe italiane furono considerate cobelligeranti e vi fu la tendenza, da parte partigiana, a non impiegarle contro i četnici, considerando la loro liquidazione una questione interna jugoslava. Con i partigiani combatterono in Montenegro la Divisione Venezia al
998
In merito alle vicende che coinvolsero le formazioni militari italiane sul suolo jugoslavo
dopo l’8 settembre e i soldati confluiti nelle file partigiane si veda G. Scotti, Ventimila caduti. Gli italiani in Jugoslavia dal 1943 al 1945, Milano, Mursia, 1970; S. Bianchini, F. Privitera, op. cit., pp. 83120; C. Di Sante, Nei campi di Tito. Soldati, deportati e prigionieri di guerra italiani in Jugoslavia (19411952), Verona, ombre corte, 2007, pp. 28-53.
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Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
completo – comandata dal generale Oxilia –, elementi dei carabinieri e della guardia di finanza, elementi della Divisione Taurinense, i battaglioni Matteotti e Garibaldi (quest’ultimo costituito presumibilmente dai resti del VI e XVIII Corpo d’Armata e altre unità della Slovenia e della Croazia) che parteciparono alla liberazione di Belgrado (ottobre 1944) in appoggio alle forze sovietiche e infine elementi vari dispersi ed inquadrati nelle stesse unità partigiane. In queste divisioni una diffusa disposizione tra i soldati a resistere alle imposizioni tedesche e non consegnare le armi si verificò tumultuosamente fin dall’annuncio dell’armistizio.999 I battaglioni italiani furono spesso affiancati da brigate partigiane e tentativi di raggruppare maggiormente le forze italiane incontrarono l’opposizione categorica del comando jugoslavo.1000 Con l’armistizio italiano giunse per il regime di Zagabria anche l’opportunità, con il consenso di Berlino, di completare lo Stato Indipendente Croato prendendo la Dalmazia annessa all’Italia il 18 maggio del 1941. Il 9 settembre Pavelić annunciò al popolo croato la capitolazione – dipinta come un tradimento – del finto alleato, proclamando l’obbligo croato di difendere con le armi i propri territori con l’aiuto fraterno delle forze tedesche.1001 La realizzazione della Grande Croazia con i territori della costa adriatica era però destinata a non compiersi: gran parte delle zone abbandonate dai militari italiani caddero temporaneamente nelle mani dei partigiani, successivamente in quelle tedesche. La notizia dell’assunzione da parte di Mussolini del governo – riconosciuto da Berlino – della Repubblica Sociale Italiana non fu accolta con entusiasmo a Zagabria: se l’armistizio italiano era stato causa occasionale della definitiva rottura italo-croata, ora, il ritorno di Mussolini poneva Pavelić nella condizione di dover scegliere tra l’insistere sull’annessione della Dalmazia o riconoscere la legittimità del diritto del nuovo governo fascista sui territori compresi nei confini stabiliti nel 1941. Pavelić decise per una soluzione di compromesso sicuramente presa con i tedeschi, che prevedeva la rottura delle relazioni diplomatiche con il governo Badoglio, il riconoscimento del nuovo Stato fascista repubblicano e l’annullamento degli Accordi di Roma:1002 il Poglavnik annunciava che parte dei territori dalmati annessi all’Italia, come Spalato e Cattaro, sarebbero stati incorporati nelle županije dello Stato Indipendente Croato già esistenti, mentre per gli altri, come i distretti della Pianura (Ravni Kotar) – compresa Zara – di Fiume e della parte croata dell’Istria (appartenenti all’Italia
999
Si veda G. Vaccarino, La partecipazione degli italiani alla resistenza nei Balcani, in E. Collotti, T.
Sala, G. Vaccarino, op. cit., pp. 110-119. 1000
AUSSME, I-3, b. 27, fasc. 1, Comando della Divisione di Fanteria da montagna Venezia
(19ª)-Stato Maggiore, a Comando Supremo, prot. n. 283/Op., oggetto: Situazione generale, P.M.99, 6 novembre 1943; id., Comando Supremo, Ufficio Operazioni, Promemoria per il Capo di S.M. Generale, Situazione Generale in Montenegro, Esercito Popolare Liberatore, 1° dicembre 1943. 1001
Hrvatski Narod, 9-10. listopada 1943; M. Dassovich, Fronte jugoslavo 1943, p. 197.
1002
Si veda N. Kisić Kolanović, op. cit., pp. 378-386.
Diplomazia e operazioni militari nel 1943
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dalla fine della prima guerra mondiale), ne sarebbero state istituite delle nuove. Con le rivendicazioni di Zara e della parte orientale dell’Istria Pavelić portava i confini dello Stato croato ben oltre quelli degli Accordi di Roma e con la rivendicazione di tutte le terre croate, senza distinzioni tra territori appartenuti in precedenza alla Jugoslavia o all’Italia, manteneva aperta la via per ulteriori richieste di annessioni al governo di Berlino, che soprattutto per la città di Zara, mosse diverse obiezioni. Il Poglavnik fin dal 13 settembre con un lungo telegramma rivendicò l’intero territorio costiero, suscitando l’irritazione di Hitler, che aveva chiarito come egli si fosse limitato a raccomandare ai croati di annettere il litorale di pertinenza italiana dal 1941, senza menzionare Zara e le isole della Dalmazia centrale appartenenti all’Italia dal 1919.1003 Parte dei territori sotto occupazione nazista, italiani fino all’8 settembre, il 15 ottobre, dopo circa cinque settimane di amministrazione militare tedesca, furono ufficialmente sottoposti al Supremo Commissariato per la cosiddetta zona di operazioni del “Litorale Adriatico” (Adriatisches Kustenland), comprendente le province di Trieste, Gorizia, Udine, Lubiana, dell’Istria, del Carnaro e gli incorporati territori di Sušak, Castua, Buccari, Čabar e Veglia. Il Reich tedesco assumeva i poteri civili nella zona, mentre si diffondeva e rafforzava sempre più anche in quei territori il movimento di resistenza, nell’ambito del quale veniva accentuandosi lo squilibrio di forze tra partigiani italiani e slavi, con i primi ritrovatisi nella difficile condizione di dover lottare non solo contro i nazi-fascisti ma anche a difesa dell’italianità di tali zone contro le rivendicazioni jugoslave.1004
1003
Zara rimase in mano al prefetto italiano Serrentino fino al 31 ottobre 1944, giorno
dell’ingresso in città dei partigiani jugoslavi. Si veda O. Talpo, Dalmazia, III, pp. 1331-1431. 1004
Si veda M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale. 2 – Dal mancato rinnovo
del patto Mussolini-Pašić alla ratifica degli accordi di Osimo (1929-1977), Del Bianco editore, Udine, 1990, pp. 115-126.
Conclusioni
Nel novembre del 1943 l’AVNOJ adottò a Jaice una serie di storiche risoluzioni con le quali si costituiva supremo organo legislativo e rappresentativo jugoslavo, ponendo le basi della nuova Jugoslavia socialista, con un sistema rivoluzionario di potere fondato su una struttura di tipo federale. Mentre l’esercito di liberazione controllava settori di territorio jugoslavo sempre più estesi, le truppe tedesche ripiegavano rendendo la presenza nello Stato Indipendente Croato sempre meno consistente. Il 6 maggio 1945 il Poglavnik abbandonò Zagabria – due giorni dopo gli uomini di Tito sarebbero entrati in città – e con l’aiuto delle superstiti retroguardie tedesche si rifugiò in Austria: sulle sue orme anche Maček, migliaia di ustaša e centinaia di religiosi. Un’immensa colonna di ustaša, soldati dell’esercito regolare croato e civili, fuggita nella Carinzia per consegnarsi agli inglesi, fu riconsegnata a Tito nei pressi di Bleiburg, finendo in buona parte uccisa dai partigiani nei caotici giorni successivi, ritenuti tutti indistintamente compromessi con il regime. Anche Mile Budak e Slavko Kvaternik furono arrestati al loro arrivo in Austria dalle truppe britanniche e consegnati all’esercito jugoslavo, processati e fucilati. Uccisi dai partigiani, tra gli altri precedentemente menzionati, anche Vladimir Laxa, Juco Rukavina e David Sinčić. La Jugoslavia, dopo quattro anni di occupazione e guerra civile, si trovava in una situazione di assoluta devastazione, con almeno un milione di morti in guerra, nei campi di concentramento o vittime della violenza interetnica o ideologica. Numerosi ustaša, un poco alla volta, arrivarono a Roma per essere indirizzati verso il continente americano. In momenti e situazioni differenti, anche Eugen Kvaternik-Dido, Andrija Artuković (estradato dagli Stati Uniti nel 1986 e morto in carcere a Zagabria), i commissari presso la 2ª Armata Andrija Karčić e Nikola Rušinović. Pavelić vi arrivò nel 1946, per poi muovere alla volta dell’Argentina. A Buenos Aires costituì una sorta di governo croato in esilio insieme a Vjekoslav Vrančić ed avviò la pubblicazione del periodico Hrvatska, giornale dell’emigrazione separatista. Gli ustaša avrebbero continuato a far parlare di sé in occasione di omicidi di autorità jugoslave, atti terroristici ed episodi di lotta armata nello stesso territorio jugoslavo. Il 10 aprile 1957, anniversario della proclamazione dello Stato Indipendente Croato, il leader ustaša rimase ferito in un
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Conclusioni
attentato di un esule montenegrino presumibilmente assoldato dai servizi segreti jugoslavi. Nei mesi successivi Pavelić approdò nella Spagna franchista, a Madrid, dove morì nel dicembre del 1959. Le relazioni tra Italia e Stato Indipendente Croato si rivelarono fin dall’inizio estremamente complesse e la questione dalmata rimase, fino alla caduta del fascismo, il maggiore motivo di contrasto avviando una serie di ostilità crescenti che compromisero in partenza i rapporti tra Roma e Zagabria. All’indomani della proclamazione dello Stato Indipendente Croato, che il governo di Roma preferiva chiamare Regno di Croazia, in quanto formalmente Stato monarchico offerto ad un principe di Casa Savoia, Mussolini e Pavelić avevano stabilito la spartizione della costa adriatica e delle isole con una soluzione che non aveva accontentato nessuno: i croati continuarono a sentirsi defraudati di un loro legittimo territorio, gli italiani videro giorno dopo giorno il fallimento di una politica imperialista che mostrava tutti i suoi limiti, aggravati peraltro dai contrasti con i propri alleati. In modo superficiale l’Italia fascista, in linea con l’altalenante politica estera tenuta nei confronti della Jugoslavia monarchica nel corso degli anni Trenta, sottovalutò le conseguenze delle annessioni in Dalmazia, considerata dai croati la culla della propria identità nazionale. Da qui una frattura insanabile: unica e breve soddisfazione italiana l’aver reso momentaneamente l’Adriatico l’agognato Mare Nostrum. Il governo di Zagabria, che avrebbe dovuto tutelare gli interessi italiani tramite la figura del Poglavnik, fin dal suo insediamento assunse atteggiamenti fortemente anti-italiani, così come la popolazione croata. Hitler, pur rassicurando l’alleato italiano sull’esclusiva influenza accordata sullo Stato Indipendente Croato, si presentò come sostenitore dei diritti croati, per affermarvi la supremazia tedesca. Le divergenze più acute all’interno della leadership croata furono un riflesso dell’atteggiamento e della condotta adottata nei confronti dell’Italia, orientamento che ispirato nel Poglavnik da un certo senso di alleanza, non appena fuori dal suo ristretto ambito si tramutava in fredda e calcolata diffidenza, per divenire aperta ostilità negli organi esecutivi periferici. Si pensi solamente al generico divieto di esportazione delle derrate alimentari posto dalle autorità centrali croate come indispensabile per la tutela della situazione alimentare del Paese ed eseguito alla lettera dalle locali autorità croate di confine: il provvedimento fu scrupolosamente osservato solo nei confronti dei territori dalmati annessi all’Italia, con rigorosi controlli, mentre quasi quotidianamente dall’immediato retroterra di Zagabria interi vagoni merci partivano alla volta della Germania. Vi fu da parte italiana il serio dubbio che il provvedimento così rigidamente osservato, più che inteso a tutelare l’economia nazionale fosse intenzionalmente escogitato ad impedire la penetrazione italiana e l’assimilazione delle terre annesse, esasperando la crisi di viveri locali e di riflesso la già diffusa ostilità della popolazione. In tutto ciò le figure di primo piano del regime ustaša rimasero del tutto indifferenti alle manifestazioni di palese malevolenza verso gli italiani.
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L’irredentismo generato dall’annessione delle provincie dalmate ed il timore che l’Italia tendesse ad esercitare un’incontrastata egemonia sul Paese, le alienarono anche le simpatie degli intellettuali e del ceto medio-borghese gravitante intorno all’industria e al commercio; l’opinione pubblica croata accusava apertamente Pavelić di aver venduto la Dalmazia per la presa del potere. Fatta eccezione per il Poglavnik, che avrebbe tuttavia finito con il subire l’influenza dei suoi più immediati collaboratori, lo Stato, la quasi totalità del movimento ustaša e in generale gli ambienti ufficiali croati erano decisamente filo-tedeschi, mentre nei rapporti con l’alleato italiano, per quanto improntati ad apparente ostentata cordialità, trapelava un senso di corretta freddezza e di attesa di un evento che apportasse ad un chiarimento. Lì dove i militari italiani avevano assistito con eccessiva passività alle violenze degli ustaša infine avevano deluso anche serbi ed ebrei, che intravedevano nel Regio esercito una possibilità di protezione. Tutto ciò rendeva impossibile l’esecuzione dei patti di Roma e la stretta collaborazione italocroata prevista e a ben poco sarebbe servita l’incoronazione del principe sabaudo designato al trono, poichè l’evento stesso, tutt’altro che desiderato, era osteggiato in massa. Di conseguenza la collaborazione dei comandi italiani con le bande di četnici insorte in seguito alla sconfitta jugoslava e agli eccessi commessi dagli ustaša divenne sempre più attiva con l’aumentare dei contrasti del governo di Roma e del comando della 2ª Armata con il regime di Zagabria e le autorità militari croate, portando, più o meno volontariamente, alla creazione di una coalizione serboitaliana contrapposta alla croato-tedesca, in lotta tra loro e contro Tito per la supremazia nei territori dello Stato croato. Il sostegno e le armi fornite dalle autorità militari italiane ai četnici contro i partigiani provocarono le proteste tedesche e l’ostilità croata e lo stesso Pavelić invocò l’intervento di Berlino contro la politica militare italiana. L’alleato italiano fu ritenuto dagli ustaša il maggiore responsabile dell’inasprimento della lotta intestina tra nazionalità jugoslave, attribuito invece dai comandi militari italiani alle violenze degli uomini del Poglavnik. L’alleanza italo-croata si evolse rapidamente, nei diversi ambienti politico, militare, economico, in una conflittualità a diversi livelli. Da parte italiana, vi fu una notevole differenza di vedute tra gli ambienti militari – i generali della 2ª Armata furono critici nei confronti dell’alleato ustaša fin dal 1941 – e quelli diplomatici, decisamente più concilianti con l’alleato di Zagabria: la Legazione italiana nella capitale croata sostenne le scelte del governo croato fino a gran parte del 1943, criticando gli atteggiamenti filo-serbi dei militari italiani. Dal lato ustaša, invece, la flessibilità che caratterizzò le posizioni del Poglavnik si contrappose decisamente all’intransigenza degli ambienti croati più vicini alla Germania nazista. Lo Stato Indipendente Croato in definitiva non solo non adempì ai propositi italiani, ma si rivelò principalmente un’occasione per rivendicare nel più primitivo dei modi la specificità e la diversità nazionale croata nei confronti di
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Conclusioni
serbi, ebrei e rom, che pagarono duramente le conseguenze dell’avvento al potere del Poglavnik nei territori croati e bosniaci, con gli ustaša mossi più da risentimenti e vendette personali che da un vero e proprio, sebbene astratto e primordiale, sentimento di patriottismo. In seguito alla rioccupazione della seconda e della terza zona la diplomazia italiana tentò di rinsaldare i rapporti con lo Stato Indipendente Croato e consolidare quelli tra le autorità militari italiane e croate, cercando di ripristinare la supremazia della politica ufficiale di Roma sulla 2ª Armata. I risultati non furono quelli attesi ed il tentativo di pacificazione e normalizzazione del territorio fallì: seguirono, con l’inasprirsi dello scontro e l’avanzata dei partigiani, le scelte più drastiche, come i rastrellamenti, l’internamento dei civili, le rappresaglie, rimaste impunite nel dopoguerra grazie ai rapidi cambiamenti del contesto internazionale. Il giudizio sui militari italiani in Jugoslavia rimase a lungo e rimane tutt’oggi diviso ed un tema sul quale ci si confronta con difficoltà: l’opinione pubblica internazionale fu propensa a giudicarli colpevoli e criminali di guerra, quella italiana fu incline a considerarli brava gente. Luca Pietromarchi, plenipotenziario del Ministero degli Affari Esteri, sorvolando sulle responsabilità proprie e del governo di Roma nella fallimentare politica italiana nello Stato Indipendente Croato, nel giugno del 1943 accusò i comandi militari e Ciano – che non aveva voluto contrastare la politica dei militari nello Stato croato – quali responsabili della disfatta. Gli accordi confinari e di sistemazione dell’Adriatico erano stati imperniati su una stretta intesa con i croati, ma il comando della 2ª Armata si era opposto al governo di Zagabria, rifiutando ogni collaborazione ed alleandosi con i peggiori nemici della Croazia – i serbi – armati e liberi di sfogare le loro vendette contro croati e musulmani. Erano stati quindi i militari italiani a rifiutare la politica di alleanza e a generare l’odio contro l’Italia, l’intransigente irredentismo e la decisione del governo ustaša di legarsi sempre più strettamente ai tedeschi che, al contrario degli italiani, avevano svolto con abilità la politica che il Ministero degli Esteri italiano aveva sempre sostenuto – supporto agli ustaša e disarmo dei četnici – sminuendo dinanzi alle popolazioni jugoslave il prestigio di Roma e del Regio esercito. Sostanzialmente era mancata la subordinazione dei comandi militari alla politica del Ministero degli Esteri, che non aveva potuto esercitare l’unità di direttive condizione essenziale del successo, mentre Berlino – sosteneva Pietromarchi – aveva attuato perfettamente la politica di occupazione, contrapponendo tra loro le diverse nazionalità in modo da neutralizzarsi a vicenda, ma dimostrando ufficialmente di voler dare la supremazia politica ai croati. La realtà era però alquanto diversa. Pietromarchi ometteva i numerosi tentativi di collaborazione con gli ustaša condotti senza successo dalle autorità militari italiane, il fatto che l’egemonia tedesca era una realtà già al momento dell’occupazione e che il governo di Zagabria, sin dall’inizio, era stato tutt’altro che affidabile, come spesso posto in evidenza, nonché poco disposto a sottostare
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alle direttive di Roma. Il plenipotenziario rimuoveva molte delle responsabilità già insite nella superficiale ed ingenua politica estera effettuata nei confronti del vicino jugoslavo, ritenuto il facile obiettivo per le velleità imperialiste dell’Italia fascista. Italia e Jugoslavia avrebbero mantenuto aperta la questione del confine, causa di forte contrasto non solo nel periodo interbellico ma anche nella parentesi dello Stato Indipendente Croato, ancora per diversi anni. I partigiani jugoslavi raggiunsero Trieste il 1° maggio 1945, prima delle truppe alleate e di aver liberato Lubiana e Zagabria. Durante i quarantacinque giorni di occupazione jugoslava della Venezia Giulia si replicarono le rappresaglie sugli italiani già avvenute in Istria all’indomani dell’armistizio. I processi e le esecuzioni coinvolsero l’intera popolazione, nelle campagne e nei paesi come nelle città. Il movimento di liberazione jugoslavo ne approfittò per esautorare anche il Comitato di Liberazione Nazionale italiano, nonostante la comune lotta al nazi-fascismo ed una sostanziale tendenza della resistenza comunista italiana favorevole alla Jugoslavia socialista. Migliaia di militari e civili italiani passarono dalla prigionia tedesca a quella jugoslava con il progressivo spostamento del fronte verso occidente e la liberazione del Paese; appartenenti a unità militari, paramilitari e di pubblica sicurezza fatti prigionieri in Venezia Giulia furono internati in territorio jugoslavo. Il loro rientro in Italia fu legato alle varie questioni che contrapposero i due Paesi al termine della guerra, in primis l’estradizione degli accusati di crimini di guerra. Nel 1946 la Conferenza di Parigi stabilì le clausole del trattato di pace e le decisioni in merito al confine. Una prima soluzione assegnava alla Jugoslavia gran parte dei territori rivendicati (inclusa l’Istria con Fiume e Pola), all’Italia la parte occidentale della Venezia Giulia con Gorizia e Monfalcone e internazionalizzava la città di Trieste, creando il rispettivo Territorio Libero (1946) posto sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite. Successivamente il trattato di pace del 10 febbraio 1947 privò definitivamente l’Italia dell’Istria, di Zara, delle isole Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa. Il Territorio Libero di Trieste di fatto non venne mai costituito e l’area continuò ad essere divisa tra la zona A amministrata dal governo militare alleato e la B dall’esercito jugoslavo. L’esodo dei giuliano-dalmati intanto era iniziato ben prima dell’entrata in vigore del trattato di pace e già dal 1944 andavano abbandonando Zara e Fiume, le isole e la penisola istriana. Le relazioni italo-jugoslave subirono un’evoluzione imprevista nel 1948 con la rottura fra Tito e Stalin. In seguito alla scomunica dal campo socialista la Jugoslavia si allontanò da Mosca ottenendo il progressivo sostegno occidentale. La posizione della Jugoslavia nell’ambito del confronto bipolare fu fondamentale anche per l’Italia. Uno Stato jugoslavo determinato a difendere la propria autonomia dall’Unione Sovietica significava disporre di una discreta sicurezza e alleviare oneri politici, militari ed economici. La Jugoslavia si rivelò anche un buon partner commerciale. Nell’irrisolta questione confinaria, tuttavia, l’Italia vedeva
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allontanarsi il supporto di Stati Uniti e Gran Bretagna, disposti ad integrare la Jugoslavia nella politica di sicurezza europea. A Londra il Memorandum d’Intesa del 5 ottobre 1954 stabilì il passaggio dell’amministrazione della zona A, inclusa Trieste, allo Stato italiano e della zona B alla Jugoslavia, con allegato uno statuto speciale rivolto alla tutela delle rispettive minoranze nazionali. Gli accordi sul confine furono infine ratificati ad Osimo nel 1975, ponendo sostanzialmente la parola fine alla questione del confine orientale lasciata in eredità a Italia e Jugoslavia dal crollo dell’Impero austro-ungarico al termine della Prima guerra mondiale.
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Indice dei nomi
Aćimović Milan, 59 Aimone di Savoia-Aosta (Tomislavo II), 94, 95, 120, 122, 123, 128, 169 Alajbegović Mehmed, 272 n Ambrosio Vittorio, 50, 71, 75, 76, 77, 79, 81, 83, 86, 88, 103, 116, 120, 127, 132, 133, 139, 149, 152, 154, 156, 157, 158, 159, 166, 169, 170, 171, 173, 210, 212, 213, 236, 237, 238, 239, 242, 283, 285, 304 Anfuso Filippo, 28 n, 44, 56, 57 Arduini Luigi, 84, 87 Armellini Quirino, 164 Artuković Andrija, 18, 61, 71, 122, 137, 190, 191, 201, 272 n, 327, 328 Babić Mijo, 22 Baćović Petar, 201, 208 Bader Paul, 217, 218, 222 Badoglio Pietro, 49, 323, 324 Balen Josip, 197, 272 Balestra di Mottola Carlo, 115 Bartolucci Athos, 78, 84, 87, 91 Bastianini Giuseppe, 90, 91, 104, 106, 136, 137, 141, 142, 149, 160, 164, 165, 245, 253, 258, 262, 263, 282, 285 Bešlagić Hilmija, 153, 272 n Binna Manlio, 90 Budak Mile, 61 n, 70, 76, 161, 162, 272, 327
Bulat Edo, 83, 87, 161 Burić, monsignore, 255 Carnelutti Amadeo, 25 Casertano Raffaele, 81, 82, 84, 88, 92 n, 93, 101 n, 103, 104, 114 n, 115, 117, 119 n, 120, 122, 127, 132, 137, 138, 142, 149, 150, 167, 168, 169, 170, 190, 197, 236, 262, 276, 284, 322 Cavallero Ugo, 149, 182, 208, 226, 278, 282, 283, 308 Chiarotti Pietro, 257 Churchill Winston, 291 Ciano Galeazzo, 21, 22, 26, 27, 28, 29, 36, 37, 58, 92, 94, 99, 101 n, 122, 142, 163, 165, 167, 168, 169, 170, 182, 226, 236, 244, 278, 282, 305, 330 Cincar-Marković Aleksandar, 26, 27, 40, 42, 43, 44, 53 Clodius Karl, 99 n Conti Ercole, 18, 56 Coselschi Eugenio, 103, 115, 119, 120, 121, 122, 123, 149, 150, 151, 152, 168, 303 Cujuli, colonnello dei carabinieri, 251 Cvetković Dragiša, 23, 26, 27, 35, 40, 42, 43, 47 D’Annunzio Gabriele, 15, 103 n
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Indice dei nomi
Dalmazzo Renzo, 90, 104, 147, 238, 240, 242, 244, Dangić Jezdimir, 200, 201, 219 De Blasio generale, 221, 304 de Bombelles Josip, 27, 28 De Castiglioni, generale, 102, 259, 262, 264 De Ferraris, segretario di gabinetto Affari Esteri, 56 n De Hoeberth Carlo, 89 Deakin William, 291 Derić Vladimir, 204 Desnica Boško, 89 Donovan, colonnello americano, 40 Dragan, tenente, 203 Đujić Momčilo, 208, 287, 321 Dumandžić Jozo, 63 n, 272 n Đurić maggiore, 203 Eden Anthony, 42 Filipančić Antun, 272 n Filipek, colonnello, 273 Filipović-Majstorović Miroslav, 72, 73 Forges Davanzati Roberto, 16 Fortner, generale tedesco, 232 Francetić Juraj, 61, 129, 220, 221, 222, 232, 274, 302 Frank Josip, 14, 16 Frković Ivica, 61 n Galli Carlo, 18 n Gariboldi Italo, 184 Gattin, capitano di vascello, 273 Giordani, presidente dell’IRI, 308 Giovanni Paolo II, 71 n Giunta Francesco, 90, 283 Glaise von Horstenau Edmund, 115, 170, 171, 194, 220, 222, 283, 322 Göring Hermann, 122 Grabić Petar, 76 Gradašcević Husejin-beg, 221
Grazioli Emilio, 78 Grgić Radmilo, 208, 218 Hausbrandt, capitano, 285 Hebrang Andrija, 147 Hitler Adolf, 24, 33, 40, 41, 44, 47, 49, 55, 56 n, 62, 80, 93, 94, 98, 115, 116, 117, 121, 122, 129, 147, 171, 175, 196, 197, 198, 234, 278, 282, 285, 286, 288, 318, 325, 328 Husseini Haj Amin, 295, 297 Janković Radovoje, 53 Jelačić Josip, 179 Jevđević Dobroslav, 200, 201 208, 210, 211, 213, 218, 257, 321, 323 Karađorđević (dinastia), 28, 208 Karađorđević Aleksandar, 16, 20 Karađorđević Pavle, 20, 23, 24, 25, 26, 27, 34, 36, 37, 38, 41, 42, 47 Karađorđević Petar, 20, 24, 27, 53, 54, 143, 208, 209, 219 Karčić Andrija, 155, 157, 166, 174, 213, 218, 327 Kasche Siegfried, 99 n, 115, 170, 194, 284, 322, 323 Katuranić, professore, 162 Keitel Wilhelm, 62, 278 Končar Rade, 147 Košak Vladimir, 169, 190, 226, 226, 272, 303, 305 Kren Vladimir, 51 Kulenović Džafer, 31, 69, 272 n, 273, Kulenović Osman, 60 Kvaternik Eugen, 13 Kvaternik Eugen-Dido, 19, 20, 21, 45, 72, 165, 190, 195, 197, 210, 220, 236, 259, 272, 276, 327 Kvaternik Slavko, 45, 55, 56, 61, 62, 68, 77, 95, 99, 128, 129, 137, 153, 165, 182, 183, 194, 195, 197, 210,
Indice dei nomi
219, 220, 223, 259, 272, 273, 274, 327 Laxa Vladimir, 197, 218, 225, 259, 327 Leonardi Alberto, 135 Ljotić Dimitrije, 146 Löhr Alexander, 278, 282, 283, 284, 287 Lorković Mladen, 99 n, 116, 122, 165, 169, 195, 220, 229, 272, 284, 327 Lüters Rudolf, 280, 283, 284, 291 Lukić, generale, 232 Maček Vladko, 16, 18, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 32, 34, 36, 40, 43, 44, 45, 47, 55, 65, 85, 100, 126, 129, 130, 162, 189, 190, 195, 273, 320, 327 Mackensen Hans Georg von, 44, 57 Magli Giovanni, 170 Marić August, 107, 114, 259 Mclean Fizroy, 291 Mammella, console generale, 237 n Menichella Donato, 99 Messe Giovanni, 183 Mihailović Dragoljub Draža, 54, 142, 143, 144, 145, 146, 200, 201, 203, 204, 205, 208, 210, 211, 212, 275, 284, 285, 288, 290, 294, 327 Minucci Enzo, 308, 310 Mirković Bora, 43 Monticelli Furio, 127, 129 Moser Seniore, 308 Mugnai Lorenzo, 106, 107, 108, 111, 259, 261, 262, 264, 267, 314 Mussolini Benito, 19, 20, 22, 25, 26, 28, 33, 37, 44, 49, 56, 57, 58, 63, 78, 80, 89, 90, 91, 92, 93, 94, 95, 102, 103 n, 104, 105, 107, 108, 109, 116, 128, 149, 150, 152, 160, 164, 166, 167, 170, 171, 172, 175, 197, 205, 214, 215, 253, 262, 285, 318, 320, 324, 328
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Nasci Gabriele, 184 Nedić Milan, 35, 59, 146, 208 Neuberger tenente colonnello, 184 Nikšić Ante, 197, 273 Novaković Niko, 89 Olga, principessa, 36 Olmi Roberto, 186 Orazi Vezio, 91, 164, 165 Orlando Vittorio Emanuele, 15 Ostenan von, generale, 99 Ostojić Branko, 211, 212 Oxilia Giovanni, 106, 148, 183, 223, 324 Pavelić Ante, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 25, 27, 28, 29, 31, 34, 36, 44, 51, 55, 56, 57, 59, 61, 63, 65, 71, 72, 73, 76, 81, 83, 84, 87, 90, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 98, 99, 102, 104, 105, 106, 107, 108, 115, 116, 117, 118, 119. 120, 121, 122, 126, 127, 129, 130, 137, 138, 141, 147, 149, 150, 151, 152, 158, 160, 161, 162, 165, 167, 168, 169, 173, 182, 188, 189, 192, 193, 195, 196, 197, 198, 204, 216, 219, 223, 229, 234, 236, 249, 271, 272 n, 273, 276, 278, 279, 282, 294, 305, 318, 320, 324, 325, ,327, 328, 329, 330 Pavlović tenente colonnello, 144 Perić Stijepan, 95, 115, 157, 162, 169, 208, 273 Peron Juan, 328 Petrić Ivan, 61 n Pièche Giuseppe, 192, 196, 198, 313 Pietromarchi Luca, 101, 102, 114 n, 137, 162, 165, 169, 243, 262, 330 Pio XII, 71 n, 95 Podestà Agostino, 257 Poljak, logornik, 201, 213 Popović Vladimir, 147
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Indice dei nomi
Prohasca, colonnello, 232 Prpić Ivan, 197, 220, 259, 274 Puk Mirko, 61 n, 165, 169 Radić Antun, 13 Radić Pavle, 16 Radić Stjepan, 13, 16 Radniević Milutin, 203 Re Gian Carlo, 106, 139, 323 Res Julio, 175 Ribbentrop Joachim von, 24, 40, 42, 44, 57, 58, 122, 167, 171, 278, 285 Rintelen von, generale, 170, 171 Roatta Mario, 50, 82, 164, 170, 171, 204, 212, 215, 217, 218, 222, 229, 234, 239, 242, 243, 244, 250, 253, 258, 261, 278, 279, 283, 294, 308 Robotti Mario, 283, 284, 286, 287, 323 Rossini, capitano di vascello, 267 Rukavina Juco, 128, 327 Rušinović Nikola, 155 n., 327 Russo Alfio, 44 n, 72 Samardžić Petar, 298 n Šantić Milan, 204 Santin Antonio, 238 Santovito generale, 209 Šarić Ivan, 71, 327 Savoia (dinastia), 53, 71, 93, 95, 328 Scassellati Sforzolini Francesco, 90 Senjanović Petar, 107, 110 Serrentino, prefetto di Zara, p. 325 n Šimić Vjekoslav, 128, 129 Simović Dušan, 43, 44, 45 Sinčić David, 155 n, 178, 250, 294, 327 Smolić, avvocato, 300 Sonnino Sidney, 15, 17 Spaho Fehim, 69 Spaho Mehmed, 31, 69 Spigo Umberto, 164 Stalin, 47, 331
Starčević Ante, 13 Starčević Mile, 197, 272 n Stepinac Alojzije Viktor, 70, 71, 76, 118, 119 n Stojadinović Milan, 20, 21, 22, 23, 25, 36 Surlan Vaso, 73 Sušić Lovro, 61 n, 99 n, 230 Testa Temistocle, 83, 87, 91, 257, 305, 308 Thurn-Taxis Albert von, 113 Tito (Josip Broz), 54, 55, 142, 144, 145, 146, 147, 198, 216, 232, 258, 274, 280, 285, 288, 289, 290, 291, 293, 298, 317, 327, 329, 330, 331 Todt industria, 195, 301, 302 Toraldo di Francia generale, 264, 267, 270 Trifunović Birčanin Ilija, 200, 208, 210 Tuđman Franjo, 72 n Veesenmayer Edmund, 56 Viola, ministro a Belgrado, 20 Vittorio Emanuele III, 26, 94, 121 Vokić Ante, 327 Volpi di Misurata Giuseppe, 169, 262, 303, 304 Vrančić Vjekoslav, 155 n, 166, 218, 219, 230, 242, 302, 327 Waldemburg Siegfried von, 282 Warlimont Walter, 285 Werke, 122 Wilson Woodrow, 15 Žanić Milovan, 61 n, 230 Zattera Giovanni, 90 Zerbino Paolo Valerio, 90 Žitnik Egon, 184 Zorić Branko, 134 n Zvonimir, re medioevale 94
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