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L'ESODO ISTRIANO-FIUMANO-DALMATA NEL GIORNO DEL RICORDO

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L’ESODO ISTRIANO-FIUMANO-DALMATA NEL GIORNO DEL RICORDO

IL DOVERE CIVILE DELLA MEMORIA E DELLA PRESA DI COSCIENZA

aolo

Mantova Cerimonia istituzionale commemorativa Comune di Mantova Provincia di Mantova

Roberto Capuzzo 10 febbraio 2017

__________________________


INDICE Introduzione

p. 3

1. Le date e le vicende: per non dimenticare

p. 4

1.1. Alcuni presupposti. L’affermazione delle nazionalità sul confine orientale dopo la crisi dell’Impero Austro-Ungarico

p. 4

1.2. La difficile soluzione della ‘Questione istriana’ e l’esodo delle popolazioni

p. 8

1.3. La riconquista di un’identità: tra accoglienza e rifiuto, perdita e ‘riacquisizione’, passato e futuro

p. 12

1.4. Temi e prospettive

p. 14

2. Sei focus per la riflessione e la conoscenza

p. 17

2.1. Il peso dell’ideologia nazionalista e l’europeismo

p. 17

2.2. Il ‘Fascismo di confine’ e l’appartenenza alla comunità nazionale attraverso il Diario di un ragazzo fiumano

p. 20

2.3. Il conflitto politico, le foibe, le deportazioni

p. 22

2.4. L’esodo e l’opzione

p. 27

2.5. Il campo profughi di Mantova

p. 29

2.6. Esuli di ieri e di oggi

p. 33

Appendice

p. 41

10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


INTRODUZIONE1

‘Art. 1., c. 1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Art. 1., c. 3. Il «Giorno del ricordo» di cui al comma 1 è considerato solennità civile ai sensi dell’articolo 3 della legge 27 maggio 1949, n. 260’. Legge 30 marzo 2004, n. 92

Il Giorno del Ricordo, che oggi onoriamo, impone una riflessione sul significato della giornata, voluta dal nostro Parlamento con la Legge n. 92 del 30 marzo 2004. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, primo a celebrarlo al Quirinale, nel suo intervento dell’8 febbraio 2006 – con un leggero anticipo sulla data – si riferì così a quelle vicende: Il riconoscimento del supplizio patito è un atto di giustizia nei confronti di ognuna di quelle vittime, restituisce le loro esistenze alla realtà presente perché le custodisca nella pienezza del loro valore, come individui e come cittadini italiani. L'evocazione delle loro sofferenze, e del dolore di quanti si videro costretti ad allontanarsi per sempre dalle loro case in Istria, nel Quarnaro e nella Dalmazia, ci unisce oggi nel rispetto e nella meditazione. Questo nostro incontro non ha valore puramente simbolico; testimonia la presa di coscienza dell'intera comunità nazionale. [...]. L'Italia non può e non vuole dimenticare: non perché ci anima il risentimento, ma perché vogliamo che le tragedie del passato non si ripetano in futuro. La responsabilità che avvertiamo nei confronti delle giovani generazioni ci impone di tramandare loro la consapevolezza di avvenimenti che costituiscono parte integrante della storia della nostra patria. La memoria ci aiuta a guardare al passato con interezza di sentimenti, a riconoscerci nella nostra identità, a radicarci nei suoi valori fondanti per costruire un futuro nuovo e migliore. L'odio e la pulizia etnica sono stati l'abominevole corollario dell'Europa tragica del Novecento, squassata da una lotta senza quartiere fra nazionalismi esasperati. [...]. L'Italia, riconciliata nel nome della democrazia, ricostruita dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale anche con il contributo di intelligenza e di lavoro degli esuli istriani, fiumani e dalmati, ha compiuto una scelta fondamentale. Ha identificato il proprio destino con quello di un'Europa che si è lasciata alle spalle odi e rancori, che ha deciso di costruire il proprio futuro sulla collaborazione fra i suoi popoli basata sulla fiducia, sulla libertà, sulla comprensione.2

Non voglio sottovalutare, ma neppure rievocare le divergenti visioni che si sono scontrate e tuttora si scontrano su questa Giornata. Esse rilevano un’intenzione di parte, legittima in quanto si ‘prende parte’, cioè si abbraccia una visione interpretativa della realtà, meno giustificabile se stravolgente in modo ideologico la realtà stessa. Le ‘intenzioni di parte’, che costituiscono la forza – oltreché la fatica – dell’agire e dell’esserci democratico, devono trovare la loro più naturale dimensione, e possibile ricomposizione, all’interno della dialettica politica o storiografica. Segnalo, invece, il nostro sguardo di oggi come specifico punto di vista ‘istituzionale’ – qual è la natura del nostro incontro – per rimarcare che il Presento qui l’intervento sostenuto nella Cerimonia commemorativa del Giorno del Ricordo in data 10 febbraio 2017 a Mantova. Il testo è stato sottoposto a una leggera revisione formale ed è stato corredato di annotazioni di approfondimento e bibliografiche. Cfr. anche CAPUZZO 2015. 1

http://presidenti.quirinale.it/Ciampi/dinamico/ContinuaCiampi.aspx?tipo=discorso&key=28593, pagina visitata il 10 gennaio 2017. 2

Roberto Capuzzo

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‘Giorno del Ricordo’, identificato come occasione rilevante del calendario civile, ha per definizione uno statuto diverso. Esso è, lo ricordava il Presidente Ciampi, il luogo della memoria e, in quanto tale, della presa di coscienza. Di un’intera comunità, che si riconosce e si riunisce in nome di determinati valori. A questo sono deputati i ‘riti’ – e si attribuisca al termine un contenuto forte, che non si accontenta di subirne la ripetitività, ma che li sostanzia di un’intenzione progettuale – i riti che punteggiano il tempo quotidiano, individuale e collettivo, sollevandolo a una riflessione che lo trascende e all’individuazione di un senso. Momenti ai quali è possibile – o sarebbe doveroso – assegnare uno spazio confacente, non interstiziale e non frettoloso: come si è fatto anche per il recente 27 gennaio, Giorno della Memoria (ho letto con questo significato la prolusione del prof. M. Flores D’Arcais), e si è voluto fare per la giornata odierna, e come, in determinate nostre sedi istituzionali, si sta altresì lavorando per sottrarre alla contingenza l’intera sequenza annuale delle celebrazioni civiche nazionali e locali. Luogo della memoria, allora, il rito, e della crescita civile, dove la ‘ripetizione’, è conferma della necessità di ritrovarsi, di stringersi attorno ad alcuni motivi valoriali, e, nel contempo, è acquisizione di nuovi vincoli conoscitivi e relazionali che possono aprire al tempo futuro. Su questa doppia polarità ho inteso modulare il mio intervento, presentando in una prima parte, la vicenda istriano-fiumano-dalmata negli estremi drammatici che l’hanno contraddistinta – per punteggiare gli eventi salienti e riconfermarne così la ‘memoria’ – in una seconda, più focalizzata, alcuni approfondimenti tematici, che vogliono immettere – questo è l’auspicio – elementi di riflessività e di maggiore apertura di comprensione e di significato.

1. LE DATE E LE VICENDE: PER NON DIMENTICARE 1.1. Alcuni presupposti. L’affermazione delle nazionalità sul confine orientale dopo la crisi dell’Impero Austro-Ungarico Non è possibile non premettere, in questo sintetico quadro di riferimento, il periodo pre-bellico. Dagli anni 1919-1920, con il trattato di Saint-Germain-en-Laye (1919) e il trattato di Rapallo (1920), l'Istria era divenuta parte del Regno d'Italia. Si era coronata così un’aspettativa, erede delle istanze risorgimentali (con tutte le questioni storiograficamente aperte sulla portata ‘liberatoria’, per le popolazioni residenti, di questo movimento di riunificazione) che portava in dote all’Italia i territori del confine orientale. Il Fascismo incipiente aveva catalizzato e innescato l’italianità di quelle terre, prima italiane più per tradizione culturale ed economica (Venezia; le popolazioni etnicamente identificate dell’Impero Austro-ungarico) che statuale-nazionale. Si è parlato, da parte degli storici – giunti in questi decenni a importanti acquisizioni di studio e di ricerca – di strategie di vera e propria ‘bonifica etnica’ attuate nel Ventennio del Regime. E va in tale senso ricordata, quindi, nel contesto di lì a poco successivo della seconda guerra mondiale, l’occupazione italiana della Slovenia (biennio 1941-1943), la quale comportò, oltretutto, l’apertura in Italia di una serie di campi di concentramento, a partire da quello di Gonars, in provincia di Udine,

10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


realizzato nell'autunno del 1941 e predisposto per l’internamento dei civili oppositori al Fascismo rastrellati nei territori occupati in area jugoslava.3 Una precisazione in relazione alle fonti. Per affrontare i maggiori temi – mi preme evidenziarlo – utilizzerò intenzionalmente, in particolare, stralci della Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena4 che concluse i suoi lavori il 25 luglio del 2000, dopo averli iniziati nel 1993. Tale scelta nasce sulla base di un’esigenza deontologica e metodologica. Fatte salve la buona fede e le competenze di chi ha partecipato alla produzione della Relazione, il tentativo (e l’imperativo) degli storici non può che essere quello di arrivare a definizioni condivise dei problemi nell’individuazione e nella delimitazione (ricorsiva) della realtà fattuale, piuttosto che accontentarsi di rimanere – galleggiare? – per acquiescenza o strumentalmente nel mare delle interpretazioni.5 E i lavori della Commissione, promossi in origine dai Ministeri degli Esteri dei due Paesi limitrofi, proprio per motivi in larga parte strumentali non sono mai stati ufficializzati dai rispettivi Governi (addirittura, con la Croazia, un’analoga iniziativa non ebbe modo di decollare). Visioni e interessi divergenti sul piano politico hanno impedito di accreditare gli esiti raggiunti da quanti si sono avvicendati nello studio e nella redazione. Ma ciò non toglie che il prodotto della Commissione risulti di notevole valore storiografico concorrendo a definire alcuni punti fermi da cui oggi è impossibile sottrarsi o, peggio, disconoscere. Si può infatti condividere quanto R. Spazzali scrisse allora, interpretando il documento non «come un compromesso, ma una convergenza – che non deve essere intesa come un accomodamento [quanto piuttosto] –, un punto di partenza per ricerche che dovranno avvenire, anche sulla base di alcuni vuoti dettati dall'assenza di studi esaustivi».6 Questo è il giudizio, dunque, che in sede di Relazione viene espresso a proposito della snazionalizzazione operata dal Fascismo nei territori occupati tra Trieste e Lubiana e della successiva operazione di epurazione della dissidenza interna: 6.) L'impeto snazionalizzatore del fascismo andò però anche oltre la persecuzione politica, nell'intento di arrivare alla ‘bonifica etnica’ della Venezia Giulia. [...]. A tali disegni di più ampio respiro si accompagnò una politica repressiva assai brutale. 9.) Ciò che infatti il fascismo cercò di realizzare nella Venezia Giulia fu un vero e proprio programma di distruzione integrale dell'identità nazionale slovena e croata. [...]. Il risultato più duraturo raggiunto dalla politica fascista fu però quello di consolidare, agli occhi degli sloveni, l'equivalenza fra Italia e fascismo e di condurre la maggior parte degli sloveni (vi furono infatti alcune frange che aderirono al fascismo) al rifiuto di quasi tutto ciò che appariva italiano. [...] in linea generale il solco fra i due gruppi nazionali si approfondì e nei territori giuliani si svilupparono varie forme di resistenza contro l'oppressione fascista. In particolare la gioventù slovena di orientamento nazionalista [...] decise di reagire alla violenza con la violenza sviluppando azioni dimostrative ed atti di terrorismo che provocarono repressioni durissime. [...].7 3.) Al crescente successo delle azioni partigiane ed al radicalizzarsi della contrapposizione fra la popolazione e gli occupatori Mussolini rispose trasferendo i poteri dalle autorità civili a quelle militari, che adottarono drastiche misure repressive. Il regime d'occupazione fece leva sulla violenza che si manifestò con ogni genere di proibizioni, con le misure di confino, con le deportazioni e l'internamento nei numerosi campi istituiti in Italia (fra i quali vanno ricordati quelli di Arbe, Gonars e Renicci), con i processi dinanzi alle corti militari, con il sequestro e la 3

KERSEVAN 20133.

4

Relazioni Italo-Slovene 2001.

Se non delle ‘fake news’, condizione che appare sempre di più il pericolo mortale delle democrazie nella lotta politica del XXI secolo, in quella che è stata definita l’epoca della ‘post-verità’. 5

6

SPAZZALI [2001].

7

Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 1818-1941, parr. 6; 9. Roberto Capuzzo

5


distruzione di beni, con l'incendio di case e villaggi. Migliaia furono i morti, fra caduti in combattimento, condannati a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi. I deportati furono approssimativamente 30 mila, per lo più civili, donne e bambini, e molti morirono di stenti. Furono concepiti pure disegni di deportazione in massa degli sloveni residenti nella provincia. La violenza raggiunse il suo apice nel corso dell'offensiva italiana del 1942, durata quattro mesi, che si era prefissa di ristabilire il controllo italiano su tutta la Provincia di Lubiana.8

L’armistizio dell’8 settembre 1943 comportò il crollo delle strutture dello Stato italiano con il disorientamento dei funzionari e dei quadri dell’esercito, l’abbandono disordinato e scomposto delle posizioni e degli armamenti da parte dei reparti militari italiani, gli spazi di occupazione lasciati ai partigiani, italiani, ma soprattutto sloveni e croati (attivi già dal 1941), le tensioni tra gli stessi gruppi partigiani (Comitato di liberazione Alta Italia, Fronte di Liberazione Sloveno, Governo partigiano croato – Zavnoh) con la progressiva ‘neutralizzazione’ anche violenta della componente italiana.9 Si delinea la volontà sempre più chiara, da parte jugoslava e croata, di annessione della Venezia Giulia e di alcuni territori del Friuli orientale: il 13 settembre 1943, a Pisino, a tutta evidenza, il Comitato Popolare di Liberazione (CPL) proclamò l’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Si misureranno e si compenetreranno, così, con sempre maggiore chiarezza, i due motivi ispiratori della lotta partigiana: il principio nazionalista e l’obiettivo della costruzione della società comunista.10 Nel maggio del 1945 si concluse il conflitto nel quadrante occidentale. Il 7 maggio 1945 è la data della resa del 97° corpo germanico operante sul Litorale Adriatico. Tale resa era stata preceduta da sanguinosi scontri tra le forze insurrezionali e le armate tedesche. I partigiani comunisti italiani intanto, decapitati dei quadri dirigenti filoitaliani, erano stati fatti confluire su invito del PCI nel IX Korpus delle milizie slovene. Ne era seguta la ‘corsa per Trieste’ che aveva visto coinvolto il CLN Alta Italia che liberò parti della città, anticipando il Comando Città di Trieste jugoslavo formato dai partigiani sloveni e dai comunisti triestini filoslavi. Nella prima giornata di scontri, elementi del CLN e di Unità Operaia (organizzazione di massa comunista italo-slovena) combatterono fianco a fianco. A quel punto i principali edifici pubblici erano in mano al CLN e sulla Prefettura e sul Municipio sventolava la bandiera italiana, anche se in quest’ultimo era ancora insediato il podestà Cesare Pagnini, nominato nel 1943 dai tedeschi.11 Nella mattina del 1° maggio entrò a Trieste un reparto corazzato jugoslavo con l’ordine di attaccare i capisaldi tedeschi. Il CLN cercò una mediazione per convincere i comandanti militari sulla inutilità dell’operazione, ma i comunisti triestini insistettero invece per la ripresa dei combattimenti ed effettivamente si tornò a sparare per le vie della città, mentre gli uomini del CLN venivano disarmati e trattati alla stregua di un ‘fascismo mascherato’. Allora il comandante Antonio Fonda Savio ordinò il ripiegamento dei suoi reparti per evitare che il disarmo unilaterale imposto dai filojugoslavi si trasformasse in un bagno di sangue.12

8

Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 1941-1945, par. 3.

9

RUMICI 2002, pp. 165-182.

10

Cfr. MILETTO 2014, p. 5; PUPO 20133, pp. 98-120; RUMICI 2002, in particolare, pp. 346-352.

Cfr. RUMICI 2002, pp. 209-259; PUPO 20133, pp. 80-98; OLIVA 2005, pp. 65-66. «In realtà, sin quasi alla fine di aprile si trattò di una corsa assai particolare, con un solo concorrente. Infatti, se è vero che l’occupazione del territorio giuliano costituiva una meta strategica per gli jugoslavi, non lo era in alcun modo per gli anglo-americani», PUPO 20133, p. 92. Interviene su questo tema, nel suo recente Requiem per il popolo istriano (CALCIH 2017) Remo Calcich, che ringrazio per la lettura in bozza, introducendo anche una memoria famigliare, a testimonianza della volontà americana di non intervenire nella liberazione di Trieste e di colludere invece con la compagine di Tito, cfr. CALCIH 2017, pp. 126-128. 11

http://www.retecivica.trieste.it/triestecultura/new/musei/foiba_basovizza/default.asp?pagina =foibe_4 - L’Insurrezione di Trieste (30 aprile - 2 maggio 1945), pagina visitata il 10 gennaio 2017.

12

10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


Il 3 maggio i partigiani jugoslavi furono a Fiume, il 6 maggio a Pola. Tutta l’Istria, nella prima settimana di maggio, fu occupata. Si riaprì così il problema dell’attribuzione delle sovranità statuali a questi territori. Dalla Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena: Il movimento di liberazione sloveno reputò di importanza centrale l'annessione alla Jugoslavia di tutti i territori in cui vi fossero insediamenti storici sloveni, ma ciò non ebbe esclusivamente implicazioni di ordine nazionale, bensì - dato il carattere del movimento - anche implicazioni inerenti agli obiettivi rivoluzionari che si era preposto. Il possesso di Trieste infatti era considerato di grande importanza, non solo per la sua posizione geo-economica rispetto alla Slovenia, ma anche per la presenza di una forte classe operaia, nonché come base sia per la difesa del mondo comunista dall'influenza occidentale sia per un'ulteriore espansione del comunismo verso ovest, ed in particolare verso l'Italia del Nord.13

Sarebbe importante aprire a questo punto la disamina sulle forze politiche in campo e sulle loro posizioni, ma ovviamente non è possibile. Solo, va segnalata, per parte comunista italiana, l’oscillazione sulle «rivendicazioni jugoslave [che] non vennero mai ufficialmente accolte ma nemmeno respinte», «fra annessione di Trieste alla Jugoslavia - di cui non bisognava parlare - ed occupazione del territorio giuliano da parte jugoslava, che andava invece favorita [dai comunisti italiani]».14 Le divisioni in campo comunista e italiano-slavo portarono «tra l'altro all'eccidio delle malghe di Porzus, perpetrato da una formazione partigiana comunista nei confronti di partigiani osovani».15 Vanno collocati in questo contesto di lotta tra contrapposti partiti, nazionalità, visioni ideologiche, fazioni locali, gruppi sociali ed etnici, in un clima di efferatezza e di violenza, i casi di infoibamento susseguitisi sia dopo il momento dell’armistizio (8 settembre 1943) sia a seguito della liberazione dagli eserciti nazi-fascisti una volta arresasi la Germania (7-8 maggio 1945) e avvenuta l’occupazione dei partigiani di Tito. Vi ritornerò successivamente.

13

Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 1941-1945, par. 7.

Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 1941-1945, par. 9: «9.) Diversa era la posizione del CLN giuliano (dal quale alla fine del 1944 uscirono i comunisti, a differenza di quanto accadde a Gorizia); esso rappresentava i sentimenti della popolazione italiana di orientamento antifascista che desiderava il mantenimento della sovranità italiana sulla regione».

14

15

Ibidem, par. 8. L'eccidio di Porzûs consistette nell'uccisione, fra il 7 e il 18 febbraio 1945, di diciassette partigiani della Brigata Osoppo, formazione di orientamento cattolico e laico-socialista, da parte di un gruppo di partigiani, in prevalenza gappisti, appartenenti al Partito Comunista Italiano. L'evento – considerato uno dei più tragici e controversi della Resistenza italiana – fu ed è tuttora fonte di numerose polemiche in ordine ai mandanti della strage e alle sue motivazioni. Roberto Capuzzo

7


1.2. La difficile soluzione della ‘Questione istriana’ e l’esodo delle popolazioni Consideriamo adesso i maggiori nodi politici e socio-istituzionali a questo punto aperti. Erano in gioco:    

la definizione dei confini; lo status delle minoranze; il diritto di opzione; i provvedimenti in via di assunzione del Governo jugoslavo per il trattamento delle popolazioni italiane secondo le prospettive di: a) assimilazione, b) coinvolgimento-seduzione nel proprio progetto politico, c) ostracismo nazionalistico, politico, di classe.

Vanno del pari ricordati i passaggi-chiave sul piano degli accordi internazionali che avranno un’influenza pesante sulle decisioni della popolazione:  L’Accordo di Belgrado (valevole dal 16 giugno 1945 al 15 settembre 1947) siglato tra i rappresentanti di USA, Gran Bretagna e Jugoslavia. L’accordo divise l’area istro-quarneriana in due zone lungo la demarcazione poi detta ‘Linea Morgan’: 

La parte occidentale (Zona A, con confine fino al Tarvisio), costituita da Trieste, Gorizia e dall’enclave di Pola, posta sotto il controllo del governo militare alleato (GMA).

La parte orientale (Zona B), comprendente Istria, Fiume e isole di Cherso e Lussino, affidata al governo militare jugoslavo.

 Il Trattato di Pace di Parigi (10 febbraio 1947) – quest’anno ne ricorre il cinquantenario – (valevole dal 15 settembre 1947 al 5 ottobre 1954) firmato dalle nazioni vincitrici (l’Italia, paese sconfitto, subì le condizioni derivanti dalle necessità politiche internazionali alle prese con lo scontro tra Fronte occidentale e Komintern). Si decise che la zona a Nord del fiume Quieto sarebbe diventata parte del Territorio Libero di Trieste (TLT), diviso in: 

Zona A, sotto controllo alleato;

Zona B (Capodistria, Pirano, Buie e Umago) sotto controllo Jugoslavo.

Erano inoltre assegnate alla Jugoslavia la restante parte dell’Istria, le isole del Guarnaro, Zara e Fiume.  Il Memorandum d’Intesa (Londra, 5 ottobre 1954), firmato tra i rappresentanti di USA, Gran Bretagna, Italia e Jugoslavia. Si poneva fine al governo militare nel Territorio Libero di Trieste (TLT). Si stabiliva una nuova linea di demarcazione, mutata rispetto alla Linea Morgan, che assegnava la:  

Zona A, all’Italia; Zona B (Capodistria, Pirano, Buie e Umago) con la restante parte dell’Istria, le isole, Zara e Fiume, alla Jugoslavia.

Si parlava ancora di ‘provvisorietà’, ma la ‘questione di Trieste’ era ormai chiusa (figura 1).

10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


Figura 1 - La suddivisione dell'Istria

9

Sarà infatti così sancita, nel 1975, dal:  Trattato di Osimo (10 novembre 1975),16 controfirmato tra i Governi di Italia e Jugoslavia. Il Trattato riconobbe l’appartenenza della:  Zona A, all’Italia; e della: 

Zona B (Capodistria, Pirano, Buie e Umago) e parte dell’Istria, le isole, Zara e Fiume, alla Jugoslavia.

Soprattutto, da dopo il 1948 (con l’espulsione della Jugoslavia dal Kominform il 28 giugno), la questione istriana, nel mutato quadro internazionale, venne ricondotta a un problema di confine tra due nazioni.17 «La questione del confine orientale d’Italia, di attualità fino all’autunno del 1954, dopo il «Memorandum d’Intesa» di Londra divenne gradualmente secondaria negli interessi dell’opinione pubblica nazionale. Trieste era ritornata italiana e, agli occhi di molti, la partita era ormai chiusa. In realtà a Londra non c’era stata, da parte italiana, alcuna rinuncia formale alla sovranità sulla «Zona B» e soprattutto nel mondo degli esuli istriani restava accesa la speranza di una possibile ed ipotetica ripresa delle trattative in futuro. Da parte jugoslava c’era invece la volontà di addivenire alla definitiva sistemazione della sovranità sulle parti in oggetto. Vi furono lunghe trattative riservate tra il Governo italiano e quello jugoslavo e il 10 novembre 1975 ad Osimo venne firmato il Trattato che riconosceva la rinuncia implicita della sovranità italiana sulla «Zona B». Le proteste da parte delle associazioni degli esuli e di buona parte della popolazione triestina furono molto accese, ma il Trattato di Osimo venne comunque ratificato dal Parlamento ed entrò ufficialmente in vigore il 3 aprile 1977. Le cittadine di Capodistria, Pirano, Isola d’Istria, Buie, Umago e Cittanova erano state, per la sensibilità degli esuli, cedute in un momento storico ben diverso da quello dell’immediato dopoguerra e questa decisione del Governo italiano, presa 30 anni dopo la fine della guerra, venne vissuta come un tradimento da parte di coloro che avevano lasciato le loro città d’origine e che avevano continuato a sperare in un diverso esito della vicenda giuliana», RUMICI 2002, pp. 16-17. 16

Roberto Capuzzo


Le date dei Trattati e degli Accordi costituiscono differenze significative per caratterizzare sia le concrete azioni messe in atto dalle coalizioni belligeranti, e poi dai rispettivi Governi nazionali, sia le atmosfere, le attese, le prospettive, le tensioni e le delusioni delle decisioni volta a volta suscitate e implicate nella popolazione. Prendendo in particolare considerazione, ad esempio, il Trattato di Pace di Parigi (10 febbraio 1947) e il periodo temporale che, a grandi linee, esso delimita (dal 15 settembre 1947 al 5 ottobre 1954) registriamo per il quadriennio 1947-51 l’abbandono Zara, la costituzione e l’esodo dall’enclave di Pola, l’abbandono delle località interne dell’Istria e delle isole del Quarnaro (la Zona B del Trattato di Parigi). In Figura 2 un foglio di informazione del Comitato di Lussino-Cherso per sensibilizzare la stampa e quindi l’opinione pubblica sulla posizione tenuta nella Conferenza di Parigi e sulla rilevanza del problema. Figura 2 – Appello alla stampa del Comitato di Lussino-Cherso (Archivio privato)

Tra i luoghi di concentrazione italiana più significativa, ricordiamo l’esodo di Zara, il più precoce, degli inizi del 1944, motivato dalla posizione strategica della città, quasi inglobata all’interno del mondo slavo e perciò esposta alle mire di occupazione di Ante Pavelić e, successivamente, di Tito. Ma vi influì, anche il dramma dei bombardamenti americani che alla fine del ’43 la rasero al suolo. Se ne andranno i quattro quinti della popolazione. L’esodo da Fiume, dalla fine dell’estate del ’45 e per l’intero ’46, quando ormai l’annessione veniva data per scontata e poi nel ’48, dopo il Trattato di Parigi, quando l’abbandono divenne quasi integrale, nonostante i tentativi di rallentamento delle operazioni da parte delle autorità jugoslave. Da problema di ordine mondiale, a salvaguardia del confine tra mondo occidentale e fronte comunista, la questione istriana venne ricondotta a disputa bilaterale tra Italia e Jugoslavia, con la necessità di non indebolire Tito di fronte all’Unione Sovietica. Dopo gli anni ’50, recede, a mano a mano, l’appoggio anglo-americano alle rivendicazioni italiane, cfr. PUPO 20133, pp. 162-173. 17

10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


L’abbandono di Pola (dicembre ’46-febbraio ‘47), avvenuto in forma ‘organizzata’ e comunicato da tutti gli organi di stampa con un forte impatto sull’opinione pubblica italiana. Anche in questo caso lasciò la città la stragrande maggioranza degli abitanti (più di 28.000 persone su 32.000). Nel triennio 1953-56, invece, a cavaliere tra il Trattato di Parigi e il Memorandum di Londra, va annoverato l’abbandono delle popolazioni dei Territori Liberi di Trieste della Zona B (divenuta soggetta alla Jugoslavia dopo il 5 ottobre 1954). Va peraltro richiamato il precedente momento di crisi del periodo 1952-53 (con le manifestazioni di piazza e le vittime degli scontri del 4 e 5 novembre del 1953), nella fase di maturazione del passaggio della Zona A all’Italia e della B alla Jugoslavia (figura 3). Figura 3 – I fatti del 1952-1953 attraverso la Gazzetta di Mantova

Dopo il 1953, l’ondata dell’esodo continuò ben oltre il 1958 e riguardò soprattutto la zona B del Memorandum di Londra.18 In conclusione, abbandonarono le zone del confine orientale tra le 250.000 e le 300.000 persone, contando anche gli spostamenti avvenuti «L'altra ondata dell'esodo, che dal 1953 si protrasse fino a ben oltre il 1958, riguardò la zona B del mai costituito Territorio Libero di Trieste (quindi per alcuni anni dopo la firma del Memorandum londinese). Durante tutto questo periodo la posizione del Partito comunista italiano, guidato da Palmiro Togliatti, sin dai primi mesi del 1945 fu altalenante e in sostanza quasi sempre favorevole alle tesi jugoslave o quantomeno fiduciosa nella volontà di Tito di dare un'equa sistemazione politica e sociale alla Venezia Giulia, cosa che però non avvenne affatto», MICICH 2009, p. 7. 18

Roberto Capuzzo

11


negli anni successivi al decennio post-bellico. È stata indicata la percentuale totale di abbandono tra l’85% e il 90% della popolazione di ogni classe e ceto sociale (figura 4).19 Figura 4 – I gruppi sociali coinvolti

Ceto/Gruppo

%

Operai

45,6

Artigiani e professionisti

13,4

Impiegati e dirigenti

17,6

Donne e anziani

23,4

1.3. La riconquista di un’identità: tra accoglienza e rifiuto, perdita e ‘riacquisizione’, passato e futuro I profughi che lasciavano l’Istria vissero per quasi quindici anni, con storie personali anche molto diverse, la fatica dell’inserimento nelle nuove terre di destinazione o del rientro nelle zone italiane di origine. L’accusa più o meno esplicita che fu loro opposta, nelle tensioni del dopoguerra e nella temperie di scontro dei blocchi contrapposti, fu quella di ‘fascismo’. Inoltre, in un’Italia stremata, l’altro pesante rimprovero – ritornello, a dire il vero, che ritorna ancora oggi di frequente nei casi consimili – fu quello di togliere il pane e il lavoro. Scrive Guido Rumici: La solidarietà delle popolazioni locali non fu sempre in linea con le aspettative. Se molti enti locali e tante persone di buona volontà si prodigarono per aiutare i profughi, non mancarono casi invece di ostruzionismo che culminarono in autentica ostilità da parte di coloro che non vollero capire il dramma umano di chi aveva dovuto lasciare la propria terra. In tutti gli esuli il distacco dalla terra natia provocò dolore, nostalgia ed amarezza per le troppe incomprensioni che spesso trovarono nei luoghi dove si sistemarono. L’inserimento nel mondo del lavoro e nel tessuto sociale delle località dove erano giunti ad abitare fu peraltro quasi

«Alla fine gli esuli risultanti dal conteggio delle schede del censimento furono 201.440; a questi l'Opera aggiunse almeno altre 50.000 unità sfuggite alla rilevazione, sia perché una parte di esuli si era sistemata direttamente nelle province italiane senza ricorrere all'assistenza pubblica, sia perché durante il periodo della rilevazione altri esuli erano giunti in Italia e molti erano partiti verso altre destinazioni senza lasciare traccia; inoltre bisognava calcolare coloro che nel frattempo erano deceduti. Si può, però, con approssimativa certezza affermare che in base alle stime da parte italiana gli esuli dalle terre adriatiche furono circa 300.000», MICICH 2009, p. 13. «Complessivamente nel corso del dopoguerra l'esodo dai territori istriani soggetti oggi alla sovranità slovena coinvolse più di 27.000 persone - vale a dire la quasi totalità della popolazione italiana ivi residente, oltre ad alcune migliaia di sloveni, che vennero ad aggiungersi alla grande massa di esuli, in larghissima maggioranza italiani (le cui stime più recenti vanno dalle 200 mila alle 300 mila unità), provenienti dalle aree dell'Istria e della Dalmazia oggi appartenenti alla Croazia. Gli italiani rimasti (l'8% della popolazione complessiva) furono in maggioranza operai e contadini, specie quelli più anziani, cui si aggiunsero alcuni immigrati politici del dopoguerra ed alcuni intellettuali di sinistra», Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 1945-1956, par. 6.

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sempre positivo. Notevole fu pure il numero di coloro che abbandonarono del tutto l’Italia. Circa 70.000 emigrarono all’estero, soprattutto nel Nord e Sud America ed in Australia.20

Eclatanti episodi di rifiuto e di protesta avvennero ad Ancona e a Venezia, oppure a Bologna, per quello che fu definito il ‘Treno della vergogna’. Ad Ancona e Venezia i portuali «in due occasioni bloccarono per ore le operazioni di soccorso e approvvigionamento ai convogli e alle navi cariche di profughi istriani e dalmati, già provati da un lungo e incerto viaggio».21 Il ‘Treno della vergogna’ fu il trasporto ferroviario che nel 1947 fece partire da Ancona chi proveniva dal quarto convoglio marittimo di Pola, carico di esuli italiani. [...]. Fu anche offensivamente definito, da una parte dei ferrovieri di allora, ‘treno dei fascisti’, a testimonianza della disinformazione e del contesto estremamente politicizzato in cui tale vicenda si consumò. La domenica del 16 febbraio 1947 da Pola partirono per mare diversi convogli di esuli italiani [...]. I convogli erano diretti ad Ancona [...]. La sera successiva partirono stipati in un treno merci, sistemati tra la paglia all'interno dei vagoni, alla volta di Bologna dove la Pontificia Opera di Assistenza [POA] e la Croce Rossa Italiana [CRI] avevano preparato dei pasti caldi, soprattutto per bambini e anziani. Il treno giunse alla stazione di Bologna solo a mezzogiorno del giorno seguente, martedì 18 febbraio 1947. Qui, dai microfoni [...] fu diramato l'avviso. «Se i profughi si fermano, lo sciopero bloccherà la stazione». Il treno venne preso a sassate [...]. Per non avere il blocco del più importante snodo ferroviario d'Italia il treno venne fatto ripartire per Parma dove POA e CRI poterono tranquillamente distribuire il cibo trasportato da Bologna con automezzi dell'esercito [...].22

Gli esuli della ‘diaspora giuliana’ si riversarono dai 70.000 ai 100.000 in USA o Australia, ma anche in Canada, Argentina e Sud Africa.23 La maggior parte decise di rimanere in Italia e di questi il maggior numero si fermò in Friuli, per non allontanarsi troppo dalle terre di nascita. Ma tutte le zone dell’Italia furono interessate. In particolare, fu coinvolto il Centro-Nord, ma anche il Sud e le Isole. Da Venezia, Ancona, Trieste (Silos), al campo di smistamento di Udine e poi ai campi di destinazione (un conto esatto di questi campi ancora non è stato fatto; alcune stime vanno da più di cento a 140), per la maggior parte dei profughi l’iter era preciso e reiterato. RUMICI 2010, p. 15. «L’atteggiamento discriminatorio poggia le proprie basi su elementi che risultano più vari rispetto al solo pregiudizio politico. Infatti nell’immaginario collettivo di parte della popolazione italiana, i profughi appaiono depositari di una storia che apre ferite non ancora rimarginate, e cioè la guerra, la perdita delle colonie e di buona parte del territorio nazionale. Ma non è tutto: essi rappresentano nuove bocche da sfamare, assumendo le sembianze di scomodi concorrenti ai pochi posti di lavoro, che poteva offrire la disgregata Italia del dopoguerra. Cosa siete venuti a fare? Siete venuti a rubarci il lavoro? Frasi, queste, pronunciate molto spesso nei loro confronti», MILETTO 2015, pp. 16-17.

20

21

Cfr. MICICH 2009, p. 15.

Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Treno_della_vergogna. Si cita qui anche un commento di Guido Rumici di cui non si riporta la fonte: «Si trattò di un episodio nel quale la solidarietà nazionale venne meno per l'ignoranza dei veri motivi che avevano causato l'esodo di un intero popolo. Partirono tutte le classi sociali, dagli operai ai contadini, dai commercianti agli artigiani, dagli impiegati ai dirigenti. Un'intera popolazione lasciò le proprie case e i propri paesi, indipendentemente dal ceto e dalla colorazione politica dei singoli, per questo dico che è del tutto sbagliata e fuori luogo l'accusa indiscriminata fatta agli esuli di essere fuggiti dall'Istria e da Fiume perché troppo coinvolti con il fascismo. Pola era, comunque, una città operaia, la cui popolazione, compattamente italiana, vide la presenza di tremila partigiani impegnati contro i tedeschi. La maggioranza di loro prese parte all'esodo». 22

23 COLELLA 1958. «In quegli anni decine di migliaia di profughi, in un'Italia prostrata economicamente, usufruirono dell'assistenza IRO (sigla che in italiano sta per Organizzazione Internazionale per i Rifugiati) e presero la via delle Americhe e dell'Australia; molti però partirono per la loro destinazione all'estero senza una preventiva iscrizione nei registri anagrafici, soprattutto da Trieste, e ciò probabilmente per decisione dell'allora Governo Militare Alleato. Infatti, avevano diritto di partire con l’IRO solo quei profughi giuliano-dalmati che non avevano ancora ricevuto conferma da parte jugoslava dell’accettazione della loro dichiarazione di opzione per la cittadinanza italiana e quindi risultavano di cittadinanza indefinita (displaced person)», MICICH 2009, pp. 11-12.

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Molti però furono coloro che si appoggiarono a famiglie del proprio entourage parentale o di conoscenti, evitando il percorso più doloroso e svilente dello smembramento del nucleo famigliare, della perdita totale dei beni, dell’annullamento della sfera personale e intima nei fatiscenti spazi dei magazzini, dei complessi edilizi in disuso, dei villaggi o campi di concentramento o caserme riadattati al ricovero. La permanenza non fu breve. Nel 1963, a quasi vent’anni di distanza, erano ancora 8.493 i profughi ospitati nei quindici centri rimasti attivi. Il campo di Fossoli fu operante fino al 1970.24 Successivamente, l’impegno dell’Opera per L’Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati si spostò sulla creazione di agglomerati abitativi per una migliore integrazione delle famiglie e l’assicurazione di una maggiore dignità della vita. Vennero sostenuti la costruzione o l’adattamento di veri e propri villaggi a Roma, Trieste, Brescia, Milano, Torino, Varese, Venezia, Fossoli. Parallelo fu l’impegno per la ricerca di una sistemazione lavorativa.25 Contemporaneamente, gli esuli poterono «godere dell’aiuto, dell’appoggio e della solidarietà di gran parte della popolazione e delle istituzioni, la cui azione si manifestò in concrete iniziative di carattere assistenziale».26 Il limite dell’aiuto portato agli esuli giuliani fu soprattutto quello di essere depositario di una ‘mentalità assistenzialistica’ incentrata sulla soddisfazione dei bisogni primari e sull’offerta delle condizioni minime di sussistenza, perdurate spesso anche molti anni dopo il superamento dell’emergenza e non chiaramente mirate a favorire l’inserimento presso le nuove comunità.

1.4. Temi e prospettive Non pochi argomenti andrebbero ancora ricordati e affrontati, a fronte dei quali l’esodo giuliano-dalmata può essere considerato una delle più significative ‘questioni italiane’ del dopoguerra, da tenere anche oggi come paradigmatica, e tale da spingerci, se adeguatamente ripercorsa, a riaffrontare molti nodi di base della convivenza: Ne enunciamo alcuni:  

24

il contesto in cui la ‘migrazione’ degli esuli giuliani avvenne, uno smottamento che coinvolse più di diciotto milioni di persone dell’Europa orientale e dei Paesi slavi (figura 5); il tema della ‘mescolanza originaria’ propria delle ‘terre di confine’ (ma non solo, anche dei sistemi sociali che vogliono rimanere aperti), connaturata alla formazione dell’identità comunitaria;27

MILETTO 2014, p. 15; RUMICI 2010, p. 15; MOLINARI 2006; ORI 2012, pp. 55-56.

25

MICICH 2009, pp. 15-16.

26

MILETTO 2015, p. 16.

«8.) In una prospettiva più ampia, l'esodo degli italiani dall'Istria si configura come aspetto particolare del processo di formazione degli stati nazionali in territori etnicamente compositi, che condusse alla dissoluzione della realtà pluringuistica e multiculticulturale esistente nell'Europa centro-orientale e sud-orientale. Il fatto che gli italiani dovettero abbandonare uno Stato federale e fondato su di un'ideologia internazionalista, mostra come nell'ambito stesso di sistemi comunisti le spinte e distanze nazionali continuassero a condizionare massicciamente le dinamiche politiche», Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 19451956, par. 8. 27

Sul tema del carattere composito dell’identità istriana, cfr. ad esempio BOGLIUN-DEBELJUH 1994; NARDELLI, STELLI 2009; sulle dinamiche socio-psicologiche, KOZAKAÏ 2002. 10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


Figura 5 – Spostamenti forzati in Europa nel Secondo Dopoguerra (1944-1956) (foto da Senza più tornare 2012, p. 128)

15

   

il motivo – fondamentale, peraltro, in ogni movimento collettivo di popolazione – dell’incontro-scontro tra civiltà diverse, della loro possibile o difficile coesistenza; la difficoltà e lo sforzo necessario di ristabilire la giustizia dei fatti, nei risvolti positivi e negativi che essi implicano; la precarietà delle condizioni in cui avvennero l’accoglienza e il reinserimento dei profughi; la consapevolezza, tra gli altri aspetti, per gli esuli, di avere in gran parte sostenuto il risarcimento della guerra perduta. Una sconfitta ripagata con la cessione di terre e di beni e di diritti statuali e commerciali, per la maggior parte addebitata alla regione giulianodalmata, ovvero a chi quelle terre aveva forzatamente abbandonato, ricevendo dallo Stato italiano, in cambio dei danni patrimoniali subiti, un risarcimento simbolico.28

E accenno a quest’ultimo aspetto, non tanto per portare i motivi rivendicativi, ma piuttosto per stigmatizzare un atteggiamento che si assume troppo facilmente, ovvero quello di omettere o rimuovere i nodi intricati, per non affrontare la fatica di trattare le conflittualità che recano in sé. Ma i conflitti non esplicitati e non rielaborati continuano a pesare sui rapporti; rientrano di fatto, e se ne dirà in conclusione la portata negativa, nei ‘non riconoscimenti’, sono disconferme delle relazioni. Infatti, ciò che non dovrebbe essere tralasciato dell’esodo giuliano, è quanto questa dura esperienza possa avere mostrato in termini di modalità relazionali, di prospettive sociali, di strategie organizzative maggiormente idonee a garantire l’accoglienza e l’inserimento più efficace di persone sentite come – in questo contesto, lo dico, ovviamente, tra virgolette –

Per i beni, basti dire che un vero e proprio censimento non è mai stato fatto, neppure quando si è trattò di attuare la Commissione Italo-Slovena: «Vado con la mente all'esempio che è fornito dalle conclusioni della Commissione Anselmi, sui beni sottratti agli ebrei in forza delle leggi razziali: in due anni di lavoro, principalmente svolto negli archivi statali e degli istituti di credito, è stato possibile ricostruire nel dettaglio l'entità delle sottrazioni e dei sequestri. Non mi risulta che, altrettanto, sia stato fatto, con la forza del dettaglio amministrativo per i beni sequestrati agli italiani dei territori ceduti alla Jugoslavia. È chiaro, invece, che ogni elemento di giudizio ed ogni fattore interpretativo deve essere preceduto da un riscontro attento e preciso delle fonti», SPAZZALI 2001. Sulla questione, anche MICICH 2009, pp. 13-14; RUMICI 2010, p. 17; cfr. inoltre la sentenza Cass. S. U. n. 8055/2014. 28

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‘esterne’ alla comunità nazionale, ancorché tali esse non si siano mai considerate. Ma è facile essere percepiti come ‘stranieri’. È sufficiente abitare ‘di fianco’, portare in sé elementi di diversità. Allora, l’esperienza giuliana può fornire parametri per capire come l’incontro con l’altro, qualora si voglia, possa diventare di effettiva inclusione e non di sopportazione o prevaricazione.

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2. SEI FOCUS PER LA RIFLESSIONE E LA CONOSCENZA 2.1. Il peso dell’ideologia nazionalista e l’Europeismo Come primo oggetto di focalizzazione individuo la questione del ‘nazionalismo’. Si tratta, tanto più oggi, di un argomento scottante, dalle cui ombre pensavamo di esserci affrancati, da quando dalla metà dell’Ottocento, sulla spinta della riscoperta romantica dei valori etnico-culturali, si elaborò e si trasformò il concetto di nazione. Il caso dell’Istria è emblematico. Mostra come si sia potuti passare da un’idea ‘culturale’ di nazione29 alla sua successiva saldatura ideale e pratica con l’idea di Stato. Fu questa la ragione primaria, dagli anni ’50 del XIX secolo, dell’emergere e della diffusione dei nazionalismi. In tale senso è oggi studiata la vicenda istriana,30 in quanto aiuta a problematizzare e a storicizzare il tema, per non cadere in stereotipie e ‘naturalismi’ sociali,31 e per riconoscere che dalla ‘deriva nazionalistica’ è sempre possibile uscire (o rientrare). L’Istria, in particolare, ha incarnato e incarna un’‘identità di frontiera’, un’identità mobile, fatta di migrazioni e trasformazioni, all’interno della stessa famiglia e della sua storia ed anche, di riflesso, all’interno della stessa persona; il senso di appartenenza, che ne deriva, si configura pertanto come un processo formativo complesso e contraddittorio, che può risolversi [...] in una identità nazionale precisa, frutto di una scelta, che tuttavia non è escludente, ma aperta al diverso.32

Seguendo la traccia di G. Stelli, possiamo ricordare che l’identità è prodotta da una costanza nel tempo, e che, nello stesso tempo, non è statica, evolve. È frutto di elementi oggettivi e di elementi percepiti e autopercepiti. A chi ancora può pensare di essere l’unico interprete di una identità avvertita come ‘obiettiva’, va ricordato che la dialettica dell’identità, invece, è dinamica molto complessa.33 Ai due estremi del conflitto identitario, Stelli situa l’identità esclusiva e l’identità negata (o la autonegazione dell’identità). Nel secondo caso abbiamo un’identità debole, una mancanza di autostima: come chi, nelle zone di frontiera, è diviso tra due lingue senza sentirne propria alcuna e senza essere in grado di elaborarne una sintesi. Nel primo caso domina invece un’identità di tipo statico, un ‘fortino’ da difendere dagli altri, avvertiti come minaccia. È questo il tipo di identità che gioca a livello di appartenenza nazionale, quando si reputa la propria cultura di livello superiore. Il fattore diventa tanto più pregnante se incontra una concezione biologistica dell’idea di nazione. Avvenne così tra XIX e XX secolo. Con la dissoluzione degli Imperi multietnici e plurinazionali e la costituzione, di fatto, dopo la Prima Guerra Mondiale, degli Stati su base non tanto democratica, quanto nazionale, nonché sulle «eque pretese dei governi sul cui titolo giuridico si discute» di

‘Nazione’ come «complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica», cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/nazione, pagina visitata il 7 dicembre 2016.

29

30

Cfr. NARDELLI, G. STELLI 2009, pp. 19-61; D’ALESSIO 2003a; D’ALESSIO 2003b; Nazionalismi 2003.

31

Cfr. DELMONACO, 2012, p. 260; STELLI, 2012, p. 267.

32

Cfr. STELLI 2009, p. 23.

33

Cfr. KOZAKAÏ 2002; BLEGER 1989. Roberto Capuzzo

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contro all’autodeterminazione dei popoli,34 si rinfocolarono sulla questione dei confini le pretese nazionalistiche. Dal XIX secolo è la Nazione, intesa come uniformità nazionale, a garantire l’unità e la stabilità dello Stato.35 Con la coincidenza tra Nazione e Stato, anche l’etnia diventava ‘gruppo nazionale’, da redimere (le terre ‘irredente’). Il confine ‘naturale’ diventava politico. Ma – e questa è la domanda che pone con forza l’Istria – dove si situa la linea di demarcazione tra nazioni omogenee, se la realtà è fluida e disomogenea? La differenza viene occultata e rimossa, negata con violenza.36 Quando l’ideologia nazionalista incrocerà i totalitarismi novecenteschi,37 la risultanza diventerà esplosiva: l’aspetto esclusivistico ne verrà esaltato. L’appartenenza diventerà tout court eliminazione del diverso come nemico. A discapito di un’identità in divenire e per ‘interazione’.38 Per comprendere come, agli inizi del ‘900, la Regione giuliana fosse un coacervo – ma anche un sistema – di etnie interagenti basta gettare uno sguardo ai censimenti dell’epoca (figura 6).39 Figura 6 – La popolazione istriana nel passaggio tra Impero e Regno di Italia (da COLELLA 1958).

Censimento austriaco del 1900 Italiani

359.104

42.72%

Slavi

401.454

47,76%

79.973

9,52%

Altri (1)

34 Cfr. SANNA 2005-2006, p. 24, citando da M. POMERANCE, The United States and Self-Determination: Perspectives on the Wilsonian Conception, in American Journal of International Law, 1976, pp. 1 ss.. Questo nonostante le premesse poste dal presidente W. Wilson nel suo discorso al Congresso americano dell’8 gennaio 2018.

Oppure è lo Stato, che è lo stesso, a garantire l’identità della Nazione, cfr. http://www. treccani.it/ enciclopedia/nazione/: «Con la seconda rivoluzione industriale, l’ingresso delle masse nella vita economica implicò la ricerca di una strategia di integrazione politica che condusse alla piena identificazione tra nazione e Stato, con il fine di realizzare una solidarietà nazionale che superasse le divisioni di classe. Uno dei punti più critici e controversi del dibattito sulla nazione concerne il processo di costruzione e i successivi sviluppi dello Stato nazionale, o Stato-Nazione, come modello ideal-tipico, o dei singoli Stati nazionali considerati nella specificità della loro storia particolare. Gli approcci storicistici all’argomento (L. von Ranke, F. Meinecke, B. Croce) si erano attestati su un’interpretazione finalistica di tale processo come era stata enucleata dai movimenti nazionali ottocenteschi: nel senso di considerare la nazione come una costante storica permanente e preesistente allo Stato nazionale. In seguito ci si è interrogati con maggiore insistenza sul ruolo esercitato dallo Stato, e in genere dalle istituzioni pubbliche, nel ‘produrre’ la nazione, sino a invertire, per certi aspetti, l’ordine logico e storico dello stesso processo». 35

La presenza etnica diffusa entra in crisi quando il naturale scambio osmotico tra le culture (un’acculturazione più o meno complementare) si irrigidisce nel rifiuto simmetrico di accogliere e integrare nuovi elementi reciproci: da questo nasce la spinta alla separazione, cfr. STELLI 2009, pp. 19-35.

36

Con le caratteristiche ad essi peculiari: la preminenza del partito unico sullo Stato; un radicale antipluralismo politico e sociale; l’ideologia della «rivoluzione permanente» e del «nemico oggettivo» per tenere alta la mobilitazione del consenso di massa; l’impiego massiccio delle tecniche di comunicazione come strumenti di propaganda; l’uso sistematico del terrore come strumento di governo (http://www.treccani.it/enciclopedia/totalitarismo (Dizionario-di-Storia)/, pagina visitata il 22 dicembre 2016).

37

Come sarebbe per un’identità capace di rispondere e assimilare gli stimoli della realtà, cfr. STELLI 2009, pp. 19-35; KOZAKAÏ 2002; per la socialità per interazione intesa come socialità matura, non determinata da vincoli simbiotici necessitanti, cfr. BLEGER 1989, pp. 187–200.

38

39

Cfr. La Comunità nazionale 2001; MICICH 2009, p. 88; COLELLA 1958.

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Censimento italiano del 1921 Italiani

528.974

58,01%

Slavi

350.738

38,46%

Altri

32.152

3,53% 19

Tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo è ormai in pieno corso nell’Impero asburgico un processo di cambiamento che può essere anche letto – e al tempo apparve sicuramente tale – di dis-integrazione. Si percepì un sempre più evidente ridimensionamento, sul piano pubblico, del peso dell’etnia italiana, che si riflesse particolarmente sulla questione linguistica (è del 1894 l’introduzione del bilinguismo, ma si è potuto parlare di ‘italo-fobia’). Dalla precedente primazia, si ridefinirono in questi decenni le relazioni interne all’Impero nel tentativo di un riequilibrio delle identità etnico-nazionali capace di garantire la stabilità dell’impianto politico generale.40 Probabilmente, con la consapevolezza asburgica – come sta emergendo – di dover fare un passo oltre, se si rintraccia in un progetto vagheggiato da Francesco Ferdinando, erede designato al trono poi assassinato a Sarajevo nel 1914, nonché dall’imperatore Carlo I, ultimo sovrano prima della disgregazione, il tentativo di un rinnovamento istituzionale dell’Impero austroungarico quale configurazione di ‘Stati Uniti dell’Impero centrale’.41 La Prima Guerra Mondiale azzererà ogni velleità di cambiamento. Ma conosciamo gli altrettanti limiti e le difficoltà di elaborazione politica che il ‘progetto europeo’ sta scontando nei nostri anni. Proprio in questa prospettiva, se sul piano storiografico è assolutamente significativo l’approfondimento delle relazioni tra le popolazioni giunte nei secoli a risiedere nella penisola istriana, per l’attualità lo è altrettanto quello dei rapporti tra gli esuli e la comunità italiana in Istria, la ‘Comunità rimasta’.42 Su PIAZZA 2001, pp. 13-15, tale decorso può essere così caratterizzato: 1) dal 1848, la crescita dell’aspirazione all’unificazione italiana e del riferimento a Venezia; 2) la scelta filo-croata di F. Ferdinando, per la quale, a fine secolo, la Dalmazia e in particolare Zara passarono da un irredentismo culturale a uno politico; 3) la crescita del consenso dell’irredentismo triestino (a fronte di azioni di depauperamento culturale ed economico di Trieste); Fiume, come corpo separato della corona ungherese, dalla centralità italiana all’ostilità verso gli italiani delle autorità centrali.

40

«Gli ‘Stati Uniti della Grande Austria’ (in tedesco: Vereinigte Staaten von Groß-Österreich) furono un progetto di riforma radicale dell'Impero Austro-Ungarico proposto da un gruppo di studiosi vicini all'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este e a sua moglie Sophie Chotek von Chotkowa, di origine ceca, [ma] mai realizzato. Questa specifica proposta venne concepita da Aurel Popovici nel 1906. [...] Francesco Ferdinando aveva intenzione di ridisegnare radicalmente la mappa dell'Austria-Ungheria, creando una serie di stati semiautonomi di matrice etnicolinguistica, che fossero parte di un'ampia confederazione chiamata Stati Uniti della Grande Austria. In base a questo progetto era incoraggiata l'identità nazionale e linguistica e venivano riequilibrati i diritti e l'esercizio del potere fra le diverse nazionalità. L'idea incontrò tuttavia pesanti opposizioni nell'area magiara della monarchia, in quanto prevedeva un deciso ridimensionamento territoriale dell'Ungheria», cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_Uniti_della_Grande_Austria, pagina visitata il 12 dicembre 2016. Cfr. anche P. COLOGNESI, L'Asburgo che voleva gli Usa, Avvenire - 3 ottobre 2006, in presentazione del volume di E. KOVÀCS, Kaiser und König Karl I, 2006, un saggio sull'ultimo degli Asburgo che all’uscita suscitò non poche polemiche storiografiche. Nell’intervista, Kovàcs chiarisce il progetto coltivato da Carlo I di trasformare l'impero in una federazione di stati. L'autrice sottolinea anche gli sforzi dell'imperatore per evitare la Prima guerra mondiale e sostiene la tesi di un'avversione della Germania e della massoneria internazionale nei confronti del progetto. 41

42

Cfr. RUMICI 2010, p. 18; MICICH 2009, pp. 97-99. Roberto Capuzzo


Anche qui le incomprensioni e le rotture sono state molte. Quale relazione si può oggi istituire e ‘recuperare’?43 in vista di quale orizzonte? Non molti anni fa si è pensato che fosse possibile considerare tali rapporti in un’ottica nuova, per la restaurazione di «un dialogo democratico e interculturale con le terre di origine, che si trovano ancora una volta a far parte di una nuova frontiera, quella dell'Europa comunitaria»,44 un dialogo paradigmatico per l’Europa, versus la dissoluzione sociale e culturale del Continente, e orientato alla ricomprensione dell’Istria come ‘Euroregione’: un’esperienza pilota di regione autonoma in Europa, sostenuta dalle sue matrici culturali di riferimento – che chiameremo ‘sinteticamente’ Italiane, Croate e Slovene – e luogo di promozione di un modello di convivenza interetnica. Un vero e proprio ‘laboratorio di convivenza’ affidato all’Istria dalla Storia. Nella ‘Regione Istriana’ si incontrano e dialogano ancora le identità diverse di cui il territorio è stato intriso, come corpo ‘plurietnico’, ‘etnicamente fluido’, in cui sono attivi da secoli intensi processi di adattamento reciproco. Essi spingono verso la formazione di un’entità culturale ‘mista’, una specifica sintesi, che convive e interagisce con le tradizioni di origine (l’‘interculturalismo istriano’ o l’‘etnicità istriana’).45 Utopia possibile, nella crisi in cui versano oggi le istituzioni europee? Eppure, lo sappiamo, è di questi tentativi di cui abbiamo soprattutto bisogno.

2.2. Il ‘Fascismo di confine’ e l’appartenenza alla comunità nazionale attraverso il Diario di un ragazzo fiumano Sul ‘Fascismo di confine’ o ‘orientale’ si è detto molto, con i suoi particolari caratteri oltranzisti e di precoce ingabbiamento della popolazione in una struttura statuale-partitica mirata all’assimilazione (la «bonifica nazionale», come veniva definita) delle etnicità slovene e croate («allogene» e, quindi, da «snazionalizzare»). Si è già ricordata la radicalizzazione dei conflitti tra Italiani, Sloveni e Croati nel Ventennio (1922-1943; 1945). Di questo fascismo estremista richiamo qui un particolare aspetto, quello del ruolo della scuola, strumento, se caso – lo sappiamo – potentemente ideologizzante. Sulla base della riforma Gentile, il 1 ottobre 1923, si era imposto nelle scuole istriane l’uso della sola lingua italiana (periodo 1923-1925); si erano inoltre operati la sostituzione degli insegnanti con quelli italiani e lo smantellamento delle scuole slovene e croate.46 Apro qui una finestra, tramite una fonte inedita, un diario di scuola di un bambino fiumano, Tommaso (figura 7) – che lo scrisse tra i 7 e i 12 anni e che non è ancora ben individuato quanto a identità – sullo stato di assimilazione dei valori nazionalisti e fascisti in un percorso di crescita personale. Segnalo una capacità espositiva ed espressiva del giovane discente che lascia sorpresi, data la giovane età, mostrando una competenza linguistica molto elevata, segno senz’altro di doti personali, ma anche di una proposta scolastica che riponeva la lingua (italiana) e l’ars rethorica al centro del profilo formativo. Interviene sul tema il saggio di R. Calcich (CALCIH 2017, pp. 191-204), che rivela più che mai in questo la sua costitutiva natura di ‘grido’ di dolore, di appello appassionato all’Istria a ritrovare l’unità culturale perduta. 43

44

MICICH 2009, p. 99.

45

BOGLIUN DEBELJUH 1994, p. 168; ma anche CALCIH 2017, pp. 22-24.

46

Cfr. MILETTO 2014, pp. 2-4.

10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


Figura 7 – Il diario di Tommaso G. (Archivio privato)

21

Abbiamo così modo di intuire, attraverso le parole di Tommaso, come si stesse sviluppando in lui l’appartenenza alla comunità nazionale, intrecciata in modo indissolubile, nel 1934, ai valori di un Fascismo ormai maturo: 1934. Il rimpianto per l’anno perduto47 è passato per dar posto a nuovi ardimenti. Infatti questo è l’anno decisivo. Per me che ho dieci anni; per la Patria; per Dio. Ed è l’anno particolare questo delle sfillate (sic), che il Popolo può ammirare l’esercito pronto per il primo cimento. [...] 28 maggio 1934. Per iniziativa della nostra signorina maestra abbiamo allacciato corrispondenza con gli alunni d’Italia. Ed ecco da Rapallo ci scrivono ed io ricordo anche qui se non altro per il nome del mio compagno: [...] Carlo. Più tardi sarà una compagna a scrivermi da Praduro e Sasso (Bologna): Triestina [...]. 9 ottobre 1934. Di fronte a un nuovo atto inumano l’Europa intera s’inchina e non sapeva che qui dovevano iniziarsi i grossi guai di anno in anno. A Marsiglia ignoti croati o in qualche modo fuoriusciti yugoslavi uccidevano lo stesso loro sovrano Alessandro I, il ministro francese Barthou e altri del seguito lasciando uno strascico immenso del delitto premeditato.48 La Iugoslavia perdeva il sostenitore della sua potenza in Europa. Il figlio Pietro era troppo giovane per reggere il governo e fu un mezzo disastro. [...] 6 novembre 1934. Il Re d’Italia visita la Somalia Italiana. 11 novembre 1934. Data da ricordare: è la prima volta che prendo in mano il moschetto. A quel tempo era già presto. [...] 5 dicembre 1934. S. Nicolò è dimenticato quasi. Oggi arriva la tragica aggressione al nostro pozzo di Val-Val in Somalia da parte di bande armate irregolari di abissini dello schiavista

Il ragazzino aveva saltato un anno di scuola per una condizione di salute che l’aveva costretto a casa.

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Si allude alla visita in Francia, a Marsiglia, il 7 ottobre 1934, di re Alessandro I di Jugoslavia nella quale il sovrano, con il Ministro degli esteri francese Louis Barthou che l’aveva accolto in rappresentanza del governo, morì a causa nell’attentato ordito dall'indipendentista macedone Vlado Černozemski. 48

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imperatore Hailè sellassiè 1° rè degli Etiopi o Negus che io mi divertivo a chiamare «haimè Se lascià ultimo». Con questo fatto disgustoso per noi chiudesi il 1934.49

Fermo l’attenzione su qualche tema: il culto della Patria in connubio con il richiamo a Dio, in piena continuità con la tradizione romantica; l’attrazione per l’esibizione nazionalista della forza militare; le relazioni con la madrepatria, sollecitate fin dai primi anni di scuola attraverso i contatti epistolari con gli alunni ‘d’oltre mare’; l’attenzione e la preoccupazione per le vicende slave; il senso di possesso delle terre delle Colonie e il dileggio della parte avversaria; l’avviamento precoce alla familiarità con le armi. Così si forgiava il pensiero in un figlio della media borghesia italiana del confine orientale, forse, peraltro, in modo non troppo dissimile dai ragazzi della Penisola.

2.3. Il conflitto politico, le foibe, le deportazioni Sulle ‘foibe’, parola indicante una cavità molto profonda, scoscesa e frastagliata, ma che allude, nella recente storia istriana, all’esecuzione capitale infamante e terrorizzante a cui furono sottoposti, nell’ottobre del 1943 e nella primavera del 1945, tra le cinque e le diecimila persone, lascio la parola a Guido Rumici, autore di una densa ricerca in proposito: Quando si parla di foibe, si tende a generalizzare il fenomeno. Un fenomeno che può essere invece distinto in tre fasi. Ci furono i fucilati. Ci furono i deportati in campi di concentramento, dove rimasero anche a lungo, morendo di stenti, sevizie, malattie. Infine ci furono gli infoibati. Questi ultimi in linea di massima venivano spintonati a calci e pugni fino all'orlo della cavità. Avevano i polsi legati col fil di ferro. Spesso erano messi a due a due. Così si sparava al primo, che precipitava nella foiba, portandosi appresso quello vivo. La foiba era fonda decine, anche centinaia di metri. Potevano morire, i vivi, dopo lunga agonia. Testimonianze riferiscono di urla, di strazianti richieste di aiuto che arrivavano dal ventre della terra anche uno, due giorni dopo gli eccidi.50

Inquadra così la situazione di contesto la Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena: Particolarmente vasta fu la partecipazione al movimento di liberazione da parte della popolazione slovena, mentre quella italiana fu frenata dal timore che il movimento partigiano venisse egemonizzato dagli sloveni, le rivendicazioni nazionali dei quali non erano accettate dalla maggioranza della popolazione italiana. Influì anche negativamente l'eco degli eccidi di italiani dell'autunno del 1943 (le cosiddette ‘foibe istriane’) nei territori istriani ove era attivo il movimento di liberazione croato, eccidi perpetrati non solo per motivi etnici e sociali, ma anche per colpire in primo luogo la locale classe dirigente, e che spinsero gran parte degli italiani della regione a temere per la loro sopravvivenza nazionale e per la loro stessa incolumità.51

Analoga lettura è valevole per il periodo del maggio/giugno del 1945 che vide scoppiare un’ancora maggiore violenza. Sempre dalla Relazione: [...] l'occupazione jugoslava [...] si accompagnò nella zona di Trieste, nel goriziano e nel capodistriano ad un'ondata di violenza che trovò espressione nell'arresto di molte migliaia di persone, - in larga maggioranza italiane, ma anche slovene contrarie al progetto politico comunista jugoslavo -, parte delle quali vennero a più riprese rilasciate; in 49

Cfr. TOMMASO G., 2 (Diario), [1931 – 1936], Fiume (Archivio privato).

F. GUIGLIA, Intervista al Prof. Guido Rumici, in Il Secolo, 15 maggio 2002 - http://digilander. libero.it/xrumici/recensioni/infoibati/01%20infoibati.html. «Un primo serio antefatto ci fu dopo l’armistizio dell'8 settembre 1943 nell'Istria centro-meridionale, quando la regione fu temporaneamente sottoposta al controllo militare di alcune unità partigiane jugoslave, che presero immediatamente a giustiziare con procedimenti sommari numerosi elementi compromessi con il decaduto regime fascista. La maggior parte degli arrestati vennero uccisi senza processo e gettati nelle foibe, le profonde voragini carsiche di cui la terra istriana è ricca. Ammontano a circa 600-700 gli italiani vittime della reazione jugoslava nel periodo che va esattamente dalla seconda metà di settembre alla fine di novembre del 1943. [...] Le sparizioni di soldati, poliziotti e civili in Venezia Giulia a Fiume e in Dalmazia durante e dopo la guerra per mano jugoslava sono ancora oggi argomento di accese polemiche politiche, ma anche di nuovi studi e interpretazioni», MICICH 2009, pp. 1-2. Sul tema si cfr. anche APIH 2010. 50

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Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 1941-1945, par. 6.

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centinaia di esecuzioni sommarie immediate - le cui vittime vennero in genere gettate nelle ‘foibe’; nella deportazione di un gran numero di militari e civili, parte dei quali perì di stenti o venne liquidata nel corso dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia (fra i quali va ricordato quello di Borovnica), creati in diverse zone della Jugoslavia.

Le cause sono così determinate: Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime comunista, e dell'annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L'impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l'animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani.52

Questi alcuni dei fatti, accertati dalla ricerca storica.53 52 Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 1941-1945, par. 11. Anche Rumici ritiene di non dovere distinguere, quanto a cause scatenanti gli eventi, le due situazioni di violenza, quella del 1943 e quella del 1945. Per entrambe sostiene la tesi della causa politica: «[...] i fatti testimoniano che vi fu un disegno politico nell'eliminazione delle persone. Non fu, come in molti altri testi si dice, il frutto di una resa dei conti, di fatti emozionali, di una grande vendetta sul momento. Certo, non mancarono episodi anche di questa natura. Però alla base di tutto ci fu un progetto politico. […] Ci sono state due ondate, per così dire. La prima nel '43 (settembre/ottobre). La seconda nel'45 (maggio/giugno). Si cercò di colpire tutte quelle persone che rappresentavano in qualche modo lo Stato italiano. Andando a confrontare nelle varie località chi fu eliminato, si vede che grossomodo furono uccisi appartenenti alle stesse e significative categorie. Insegnanti, segretari comunali, rappresentanti delle forze dell'ordine, carabinieri, poliziotti. Non esclusivamente fascisti in quanto tali, quindi, ma cittadini espressione dell'Italia sul territorio. […] Persino i messi comunali, gli impiegati dell'anagrafe, le guardie forestali. [...] Essi, quei partigiani, applicheranno lo stesso criterio sperimentato in precedenza: colpire quanti potevano rappresentare un ostacolo alla lotta per l'annessione della Regione italiana alla Jugoslavia. [...] certamente la sua polizia segreta [di Tito] agì in base a direttive comuni in varie città. C'è un'accertata ripetizione di metodi che non è casuale. Il fatto, per esempio, che molto spesso andassero nelle case in modo amichevole. ‘Venga al comando per un semplice interrogatorio’, dicevano con aria tranquilla. Per la vittima designata era l'inizio della fine. […] Il modo stesso in cui uccidevano le persone. Le portavano via quasi sempre di notte. E le ammazzavano seguendo di solito la stessa ‘procedura’. […] Le stime possono partire da almeno seimila vittime accertate ad oltre diecimila. Più di quattrocento fra donne e ragazzi. Trentanove i religiosi. I primi cinquecento furono eliminati già nel '43. […] Molti militari. Sia della Rsi, catturati alla fine delle ostilità, sia soldati italiani rimasti nei Balcani dopo l'8 settembre e che vissero un'epopea di stenti. II fatto di essere stati tra i partigiani, non li salvò dalla deportazione. [...] furono uccisi anche molti slavi anti-comunisti. In particolare sloveni e croati che avevano combattuto contro Tito con le formazioni collaborazioniste. Nel progetto di eliminazione alla fine si mescolarono elementi politici, nazionali, ed ideologici. E pure sociali: con l'occasione si uccise anche il borghese, il padrone del negozio che non dava credito», F. GUIGLIA, Intervista al Prof. Guido Rumici, in Il Secolo, 15 maggio 2002 - http://digilander. libero.it/xrumici/recensioni/ infoibati/01%20infoibati.html.

Ancora, fu colpito «un ampio ventaglio di bersagli, che andava dai dirigenti del partito nazionale fascista, dai carabinieri e dalle guardie campestri, dai podestà e dai segretari comunali, fino ai maestri, i farmacisti, i postini», con aggressioni contro i possidenti italiani, stupri, rivalse individuali per conflitti di interesse. A un modello interpretativo […] che lega prevalentemente gli eccidi alla ‘foga insurrezionale’ in risposta della precedente oppressione nazionale e sociale subita dalla popolazione slava, si può contrapporre, anche solo dalla lettura delle fonti croate, l'emersione di un modello di intervento teso a «ripulire il territorio dai ‘nemici del popolo’» (PUPO 20133, pp. 73-74). In sostanza, «il quadro che si offre all'analisi storica è dunque decisamente articolato, perché nei fatti dell'autunno del 1943 sembrano intrecciarsi più logiche: giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e faide paesane oltre a un disegno di sradicamento del potere italiano – attraverso la decimazione e l'intimidazione della classe dirigente – come precondizione per spianare la via a un contropotere partigiano che si presentasse in primo luogo come vendicatore dei torti, individuali e storici, subiti dai croati dell'Istria» (PUPO 20133, p. 75). E quindi: «Obiettivo delle violenze furono le persone più diverse, accomunate dal fatto di costituire una minaccia per il potere. Furono colpiti membri dell'apparato repressivo nazifascista, quadri del fascismo in particolare dello squadrismo Giuliano, elementi collaborazionisti (italiani e slavi), ma anche partigiani italiani che non accettavano l'egemonia del movimento di liberazione jugoslavo e alcuni esponenti del CLN Giuliano, insieme a sloveni anticomunisti e a molti cittadini privi di particolari ruoli politici ma di chiaro orientamento filoitaliano e anticomunista. A parte i casi evidenti di giustizia sommaria, sia gli arresti e le eliminazioni avvennero tanto sulla base delle responsabilità personali quanto dell'appartenenza, mirando, più che a punire colpevoli, a mettere in condizione di non nuocere intere categorie di persone considerate pericolose. La 53

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Ma negli anni Novanta, anche sulla spinta della guerra serbo-croata, si acuì uno scontro soprattutto propagandistico e ideologico – con forzature funzionali alle tesi antagoniste di destra e di sinistra – sull’interpretazione da dare alle vicende, sulla loro entità e, nei casi più viziati da giustificazionismo o revisionismo, sulla realtà stessa degli accadimenti. Si è assistito a uno gioco strumentale di ‘storiografie’ contrapposte che possiamo schematizzare nel modo seguente: 1) Una tesi giustificazionista (o riduzionista): la repressione jugoslava contro la popolazione italiana dell’Istria fu una (comprensibile) reazione alle prevaricazioni e alle violenze del regime fascista durante il Ventennio e ai crimini di guerra connessi dalle truppe italiane in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale.54 2) Una tesi ideologico-politica: le stragi sarebbero avvenute per instaurare un nuovo regime comunista sul modello staliniano; l’eliminazione fisica e la messa in condizione di non nuocere doveva investire tutti i nemici del popolo, e cioè i nemici di classe [...]. Le foibe e la politica di denazionalizzazione dei beni non sarebbero altro che l’applicazione di provvedimenti atti a livellare la società secondo i canoni del nuovo regime jugoslavo.55 repressione quindi, più che giudiziaria fu politica, una sorta di ‘epurazione preventiva’ diretta a eliminare tutti gli oppositori, anche solo potenziali, al progetto del nuovo potere: un progetto che era al tempo stesso nazionale e politico [...]», PUPO 20133, pp. 98-102: 99-100; anche MILETTO 2014, pp. 7-9; MICICH 2009, pp. 4-5; 7. 54 La Relazione della Commissione, ad esempio, apparve molto centrata sui ‘crediti’ degli Sloveni rispetto agli Italiani per quanto avevano dovuto subire nel Ventennio. Micich chiama in causa la storiografia ‘giustificazionista’ di sinistra che tendenzialmente risolve il problema delle violenze slave come atti di reazione, di ‘inevitabile’, quanto deplorevole, vendetta: «Una doverosa precisazione va fatta anche sull’esodo di sloveni e di croati provocato dal fascismo dopo il 1920, spesso citato dagli storici croati e sloveni per attribuire la primogenitura dei mali della regione giuliana alla parte italiana. Bisogna dire a tale riguardo che, nonostante i provvedimenti impopolari e liberticidi del regime di Mussolini, non si verificò nel primo dopoguerra una migrazione slava di massa dalla Venezia Giulia, né tanto meno furono attuate politiche di eliminazione violenta come quella subita dagli italiani dopo il 1945 ad ostilità cessate. Effettivamente qualche migliaio di croati istriani presero la via dell'esilio tra il 1918 e il 1920 per motivi politici ed economici, ma il resto della popolazione di etnia slava, pur soffrendo le pesanti limitazioni imposte dal regime fascista, rimase in Venezia Giulia; e quindi non ci fu proporzione tra l’esodo slavo e quello italiano, poiché quest’ultimo ‘snaturò’ irreversibilmente il tradizionale tessuto etnico istriano. Ambedue furono eventi senza dubbio esecrabili; ma un esodo non spiega l’altro esodo, come anche una politica repressiva non giustifica l’altra. In questo, l’indagine storica non dovrebbe far proprie le convenienze o quantomeno le logiche della politica. Ci fu, certamente, la guerra di aggressione italiana contro la Jugoslavia, contrassegnata da feroci rappresaglie fasciste che colpirono la popolazione civile, ma gli italiani non furono i soli a compiere azioni del genere. Basti ricordare le efferate uccisioni commesse dai tedeschi oppure quelle degli ustascia croati e degli stessi partigiani comunisti in tutto lo scacchiere jugoslavo; per questo non si può giustificare o spiegare la stagione del terrore imposta a lungo e a guerra finita dagli jugoslavi in tutta l’ex Venezia Giulia, per di più su una popolazione inerme, come un ‘semplice’ atto di vendetta tutto sommato comprensibile e quindi accettabile! Esisteva una matrice ideologica che influiva dietro ogni decisione. Insistendo sul concetto ‘della vendetta che chiama altra vendetta’, si è giunti inevitabilmente a nascondere una verità storica: il lato violento e antidemocratico del comunismo jugoslavo. Pertanto, la maggior parte delle stragi perpetrate contro gli italiani, a mio avviso, sono da attribuire a una pianificata politica repressiva organizzata dall’alto, volta a stroncare ogni voce di dissenso verso la nuova democrazia popolare jugoslava. La riprova la troviamo anche nella grande repressione che colpì, a guerra finita, decine di migliaia di croati, sloveni e serbi anticomunisti, che furono condannati a morire senza appello, con l’accusa di ‘nemici del popolo’ (narodni neprijatelj). Limitarsi a spiegare l’uso della violenza come risposta legittima a un’altra violenza, non contribuisce a fare chiarezza sugli eventi accaduti a Trieste, in Istria e negli altri territori adriatici tra il 1943 e il 1954. Possiamo quindi affermare con una certa tranquillità a sessant’anni dalla fine della guerra che il nodo storico da sciogliere risiede nella concezione totalitaria, sia italiana sia jugoslava, che influì in varie forme e modi sulla situazione dei territori della frontiera orientale italiana, favorendo e istituzionalizzando azioni politiche impopolari e illiberali nei confronti di una popolazione incolpevole», MICICH 2009, pp. 2-3.

Alcuni storici sono cauti nel testimoniare una volontà politica del Governo jugoslavo in quanto decisione pianificata, mentre non rigettano intenzioni diffuse su piani meno formalizzati, anche sul modello delle ‘purghe’ sovietiche. Dalla Relazione della Commissione storico-culturale italo-

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3) Una tesi etnico-nazionale: la politica jugoslava [...] perseguì lo scopo di mutare radicalmente gli equilibri multietnici propri della Venezia Giulia a vantaggio dell’etnia slava e dello stato nazionale slavo.56 In compresenza, o anche in alterativa, a questi maggiori temi interpretativi, si possono aggiungere, in forma meno ricorrente: 4) La tesi migratoria: [...] l’esodo dalle terre adriatiche come un fenomeno migratorio dovuto soprattutto a motivi di natura economica e di carattere socio-culturale.57 5) La tesi dei ‘pochi uomini isolati’, che si sarebbero macchiati di reati per contrapposizioni personali.58 6) La tesi dell’odio popolare e quindi la non prevedibilità dell’esplosione degli atti di violenza.59 slovena: «Se nei comportamenti anti-italiani di parte degli attivisti locali, che ribaltavano sull'elemento italiano l'animosità per i trascorsi del fascismo istriano, è palese sin dall'immediato dopoguerra l'intento di liberarsi degli italiani in quanto ritenuti irriducibili alle istanze del nuovo potere, allo stato attuale delle conoscenze mancano riscontri certi alle testimonianze - anche autorevoli di parte jugoslava - sull'esistenza di un piano preordinato di espulsione da parte del governo jugoslavo, che pare essersi delineato compiutamente solo dopo la crisi nei rapporti con il Cominform del 1948; questa spinse i comunisti italiani che vivevano nella zona, e che pur avevano inizialmente collaborato, anche se con crescenti riserve, con le autorità jugoslave, a schierarsi nella loro stragrande maggioranza contro il partito di Tito. Ciò condusse le autorità popolari ad abbandonare la linea della ‘fratellanza italo-slava’, che consentiva il mantenimento nello Stato socialista jugoslavo di una componente italiana politicamente e socialmente epurata al fine di renderla conforme agli orientamenti ideologici ed alla politica nazionale del regime. Da parte jugoslava pertanto, si vide con crescente favore l'abbandono da parte degli italiani della loro terra d'origine, mentre il trattamento riservato al Gruppo Nazionale Italiano subì più marcatamente le oscillazioni dei negoziati sulla sorte del TLT. Alla violenza, che si manifestò nuovamente al tempo delle elezioni del 1950 e della crisi triestina del 1953, ed agli allontanamenti forzati, si intrecciarono così provvedimenti miranti a consolidare le barriere fra zona A e zona B. La composizione etnica della zona B subì inoltre rimaneggiamenti anche a causa dell'immissione di jugoslavi in città che erano state quasi esclusivamente italiane, cfr. Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 1945-1956, par. 6. MICICH 2009, pp. 93-95. Così racconta un esule: «Non era tanto un problema di ideologia, di sistemi politici, era un problema di nazionalità: come italiani, ormai, noi eravamo in uno Stato straniero, che ci guardava con sospetto, che poteva colpirci dall'oggi al domani con un provvedimento qualunque, un licenziamento, una requisizione, un arresto. Quando ti senti insicuro, sospettato, messo i margini, non hai più un domani: e allora pensi, fai delle ipotesi, ti confronti con quelli come te, metti in campo i pro e i contro: e alla fine scegli e vai via, perché ti rendi conto che lì non hai un futuro, né per te né per i tuoi figli, perché capisci che la tua terra non è più la tua terra», cfr. Oliva 2005, p. 85. Sul piano geopolitico, si può dire che: «Dopo il 1945 la situazione internazionale si sviluppò rapidamente verso la contrapposizione globale fra est ed ovest, ed anche se nei rapporti diplomatici fra le grandi potenze la nuova logica si affermò solo gradualmente, il clima di scontro fra civiltà informò assai presto gli atteggiamenti politici delle popolazioni viventi al confine tra Italia e Jugoslavia. Inoltre, mentre nel primo dopoguerra i rapporti di forza a livello europeo avevano fatto sì che la controversia di frontiera italo-jugoslava si concentrasse sul margine orientale dei territori in discussione, nel secondo dopoguerra il rovesciamento degli equilibri di potenza fra i due Stati spostò il dibattito sui bordi occidentali della regione: il nuovo confine premiò così il contributo della Jugoslavia, aggredita dall'Italia, alla vittoria alleata e realizzò buona parte delle aspettative che avevano animato la lotta degli sloveni e dei croati della Venezia Giulia contro il fascismo e per l'emancipazione nazionale. Il tentativo di far coincidere limiti etnici e confini di stato si rivelò tuttavia impossibile, non solo per il prevalere delle politiche di potenza, ma per le caratteristiche stesse del popolamento nella regione Giulia e per il diverso modo d'intendere l'appartenenza nazionale dei residenti nell'area: ancora una volta quindi, com'era già avvenuto dopo il 1918 e com'è del resto tipico dell'età dei nazionalismi, il coronamento (seppur nel caso degli sloveni non integrale) delle aspirazioni nazionali di un popolo, si risolse di fatto nella penalizzazione di quelle dell'altro», Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 1945-1956, par. 1. 56

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ŽERJAVIĆ 1997. Per questa interpretazione, cfr. MICICH 2009, p. 94.

La ricordava E. Apih (APIH 2010, p. 10 e nt. 3) come posizione del delegato sloveno A. Vratuša al Convegno di Milano presso il CLN Alta Italia del 1944, ma poi spesso ripresa dalla storiografia e dalle letture politiche successive.

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59 Anche per questa tesi, formalizzata nel 1944 nel Comitato Centrale del Partito Comunista Croato, si veda APIH 2010, p. 11 e nt. 3; cfr. anche PUPO 20133, p. 74. Come viene spesso ricordato, tale interpretazione è tuttavia sconfessata dagli aspetti di ‘tecnica e organizzazione’ soggiacenti alle uccisioni (gli elenchi, il trasporto, gli accoppiamenti nel precipitare i corpi, la pre-

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Dobbiamo tuttavia dire con chiarezza che, ancora oggi, rispetto agli infoibamenti, si farebbe meglio a concentrarsi sulla faticosa (e dolorosa) attività di ricerca e di definizione dei fatti, piuttosto che aggiungere tensione a tensione su tesi spesso artatamente contrapposte. Manca purtroppo un’indagine ampia e di rigore che si possa giovare appieno dei documenti ancora contenuti negli archivi. È ovviamente indispensabile orientare la ricerca con ipotesi di lettura. Il problema nasce quando la carica ideologica risulta così alta da sganciare l’interpretazione dai fatti. Occorre, una volta di più in questo caso, per il rispetto da portare ai caduti, non strumentalizzare le vicende di allora, già così drammatiche e angoscianti per chi le ha subite e vissute. «È blasfemo, è indice di cattiva coscienza – ricorda Claudio Magris – usare le tragedie delle vittime per fini politici attuali».60 Servirebbe, come ci ricorda Paul Ricoeur nel suo Ricordare, dimenticare, perdonare, imboccare la strada del ‘perdono difficile’: Il perdono difficile è quello che, prendendo sul serio il tragico dell’azione, punta alla radice degli atti, alla fonte dei conflitti e dei torti che richiedono il perdono: non si tratta di cancellare un debito su una tabella dei conti, al livello di un bilancio contabile, si tratta di sciogliere dei nodi. In primo luogo c’è il nodo dei conflitti inestricabili, delle controversie insuperabili. [...]. Poi c’è il nodo dei danni e dei torti irreparabili: bisogna allora rompere con la logica infernale della vendetta perpetuata di generazione in generazione. In questo caso il ricorso al perdono fa fronte alla spirale di vittimizzazione, che trasforma le ferite della storia in impietose requisitorie. È qui che il perdono confina con l’oblio attivo: non con l’oblio dei fatti, in realtà incancellabili, ma del loro senso per il presente e per il futuro. Accettare il debito non pagato, accettare di essere e rimanere un debitore insolvente, accettare che ci sia una perdita.61

senza di istruttori, le due fasi temporali, la prima presieduta da tribunali popolari, la seconda, più frettolosa e di massa). E continua: «Quando, molti anni fa, scrissi sul Corriere dei crimini delle foibe, nessuno dei tanti che oggi se ne sciacquano la bocca vi prestò la minima attenzione, perché in quel momento quei crimini e le loro vittime non servivano ad alcuna propaganda politica. Una cosa è certa: se oggi possiamo tutti parlare liberamente di Risiera e di foibe, esprimendo le opinioni politiche più diverse e contrastanti, lo dobbiamo al 25 aprile, alla Resistenza, alla Liberazione che ha ridato a tutti i cittadini, di destra, di centro e di sinistra, la democrazia e la libertà», C. MAGRIS, Resistenza e revisionismo. Le tragedie «usate» e il valore della Resistenza, in http://www.storiaxxisecolo.it/ Resistenza/revisionismo/resistenza9v1.htm ; similmente anche Rumici: «Una guerra, e il relativo dopoguerra, finiscono solamente quando ciascuna parte in causa è pronta a riconoscere, comprendere e rispettare il sacrificio di tutti coloro che, a qualche titolo, vi furono coinvolti. A distanza di tanti anni le tragedie descritte dovrebbero essere liberate da ogni residua strumentalizzazione politica per essere definitivamente consegnate alla coscienza civile di italiani, sloveni e croati come esempi di delitti contro l’umanità. Proprio per la loro natura questi efferati massacri meriterebbero di essere condannati sempre ed in ogni caso, senza ricercare giustificazione alcuna né per i mandanti che li ordinarono, né per i carnefici che li eseguirono», RUMICI 2002, pp. 366-367. 60

61 P. RICOEUR, Ricordare, dimenticare, perdonare, Bologna, Il mulino, 2004, pp. 116-118. Sull’essere/sentirsi vittime e sulle ‘incrostazioni’ della memoria in relazione all’esodo giuliano, cfr. il penetrante lavoro di BALLINGER 2010.

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2.4. L’esodo e l’opzione Il tema portante di questa triste vicenda è in ogni caso quello dell’esodo, che ha alle sue basi il momento della decisione di andarsene, tecnicamente, ‘l’opzione’. L’espatrio cui le popolazioni giuliane furono soggette, proporzionato alla densità della popolazione della penisola istriana e della costa, fu un movimento di importanti dimensioni. Lasciarono la Venezia Giulia circa 300.000 persone su 500.000 che abitavano nelle località cedute alla Jugoslavia. L’esodo fu massiccio soprattutto nelle principali città della costa (Pola, Fiume, Zara, Rovigno, Parenzo, Albona) e delle isole (Cherso e Lussino), mentre invece fu minore nelle località dell’entroterra.62 Accadde, però, che le proporzioni dell’esodo ad un certo punto assunsero dimensioni impensabili anche per gli jugoslavi, tali da mettere in crisi il normale funzionamento delle città conquistate, cosicché prese a verificarsi una contraddittoria gestione del fenomeno. Molti profughi dovettero pagare tangenti o soddisfare altre richieste per convincere i funzionari dell’UDBA (sigla dell’ex polizia segreta jugoslava OZNA) a concedere il permesso, altri invece tentarono fughe avventurose e pericolose via mare e via terra, appoggiandosi a contrabbandieri privi di scrupoli e rischiando la condanna a morte o a duri anni di carcere in caso di fallimento della fuga. Al momento della partenza non si potevano portare via documenti, ma solo il foglio di via e per questo motivo molti esuli non poterono comprovare, una volta giunti in Italia, la proprietà dei beni nazionalizzati e quindi dovettero rinunciare a ogni forma di indennizzo.63

Per i motivi che si sono iniziati a vedere, anche in assenza di un decreto di espulsione come fu sul confine orientale per la minoranza tedesca, fu la pressoché intera componente italiana che decise – nel giro di quindici anni – di allontanarsi da una situazione percepita come mutata e ostile.64 L’esodo incominciò tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 e giunse – non fermandosi tuttavia del tutto – al 1956-58. Due momenti particolarmente intensi si ebbero, come abbiamo visto, in relazione al Trattato di Parigi del ’47 e al Memorandum di Londra del ’54. Li contraddistinsero, in particolare, nel periodo 1947-51, l’abbandono di Zara, dell’enclave di Pola, delle località interne dell’Istria e delle isole del Quarnaro (la Zona B del Trattato di Parigi); nel 1953-56, quello dei Territori Liberi di Trieste (la Zona B del Memorandum di Londra). In tale ampio arco di tempo furono diversificati i motivi che indussero gli italiani a partire. Tuttavia, li si può riportare al clima di paura e di percezione di assenza di futuro, «di sbandamento e di precarietà dell’esistenza» che invase gli animi.65 Cui si può aggiungere la percezione di uno sconvolgimento vero e proprio di civiltà (tale appariva agli occhi degli abitanti delle città costiere, portatrici di una cultura molto lontana da quella di stampo agrario dell’interno),66 ma anche il non riconoscersi nel disegno sociale di matrice comunistica che informava le azioni dei nuovi governanti.67 62

RUMICI 2010, p. 15.

63

MICICH 2009, pp. 6-7.

64

PUPO 20133, p. 105; OLIVA 2005, p. 82; MICICH 2009, p. 15.

65

PUPO 20133, p. 76.

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PUPO 20133, pp. 75-76.

«Fra le ragioni dell'esodo vanno tenute soprattutto presenti l'oppressione esercitata da un regime la cui natura totalitaria impediva anche la libera espressione dell'identità nazionale, il rigetto dei mutamenti nell'egemonia nazionale e sociale nell'area, nonché la ripulsa nei confronti delle radicali trasformazioni introdotte nell'economia. L'esistenza di uno Stato nazionale italiano democratico ed attiguo ai confini, più che l'azione propagandistica di agenzie locali filo-italiane, esplicatesi anche in assenza di sollecitazioni del governo italiano, costituì un fattore oggettivo di attrazione per popolazioni perseguitate ed impaurite, nonostante il governo italiano si fosse a più riprese adoperato per fermare, o quantomeno contenere, l'esodo. A ciò si aggiunse il deteriorarsi delle condizioni di vita, tipico dei sistemi socialisti, ma legato pure all'interruzione coatta dei rapporti con Trieste – che innescarono il timore per gli italiani dell'Istria di rimanere definitivamente dalla parte sbagliata della ‘cortina di ferro’. In definitiva, le comunità

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Senz’altro l’esilio fu un dramma, che determinò la rottura di un equilibrio personale e sociale, un senso assoluto di disorientamento, di perdita del radicamento, del rispetto e della fiducia in sé. Lo fu senz’altro per come i profughi vennero accolti. L’analisi di fonti, documenti e memorie fornisce però una rappresentazione in chiaroscuro, nella quale accanto ai numerosi episodi di solidarietà appena citati, trovano spazio dinamiche di esclusione e pregiudizio. «All’inizio è stata dura per tutti, perché credevano che fossimo tutti fascisti». Queste parole, pronunciate da una donna fiumana arrivata a Tortona (centro della provincia di Alessandria) nel 1947, esprimono in maniera esauriente l’atteggiamento tenuto da una parte della popolazione italiana nei confronti dei profughi giuliani, vittime di episodi di discriminazione poggianti su preconcetti politici errati, che portano a un vero e proprio rifiuto ideologico verso coloro che, erroneamente, erano considerati fascisti in fuga. È dunque in questo scenario che matura l’equazione di istriano uguale fascista, uno stereotipo largamente diffuso e dal quale gli esuli faticheranno non poco ad affrancarsi. Una vera e propria caratterizzazione, diffusa a chiare lettere soprattutto dagli ambienti vicini al partito comunista italiano, per i quali gli esuli, colpevoli di fuggire dalla Jugoslavia di Tito, vista nell’immaginario collettivo di molti militanti come il paradiso della classe operaia, si trasformano quasi automaticamente in nemici politici depositari degli ideali reazionari di cui si nutre l’estrema destra restauratrice, per la quale gli esuli rappresenterebbero, ovviamente a torto, un florido bacino di utenza.68

Lo fu, però, prima di tutto, per il tormento che la stessa scelta di andarsene recava in sé, la quale si formalizzava, in modo traumatico anche per come il lasciapassare veniva ritardato oppure rifiutato, nel ‘diritto di opzione’.69 italiane furono condotte a riconoscere l'impossibilità di mantenere la loro identità nazionale – intesa come complesso di modi di vivere e di sentire, ben oltre la sola dimensione politico-ideologica – nelle condizioni concretamente offerte dallo Stato jugoslavo e la loro decisione venne vissuta come una scelta di libertà», Relazioni Italo-Slovene 2001, Periodo 19451956, par. 7. «L’ESODO. Per una gran parte degli abitanti della Venezia Giulia il cambio di sovranità tra Italia e Jugoslavia fu traumatico e portò all’esodo di una frazione consistente della popolazione. Su un totale di circa 500.000 persone, che abitavano all’epoca nei territori passati sotto la sovranità jugoslava, la grande maggioranza scelse di abbandonare le proprie case per trasferirsi oltre confine e comunque per vivere in un Paese occidentale. Diverse furono le cause: il passaggio ad un regime di stampo comunista le cui imposizioni sul piano economico, politico, sociale, amministrativo, religioso e culturale, indusse gli abitanti a perdere tutto ciò che possedevano pur di fuggire da una realtà percepita come ostile e pericolosa. L’introduzione della lingua slovena e croata obbligatorie, l’azzeramento delle consuetudini sociali e delle tradizioni, la criminalizzazione della vita religiosa, un senso di completa estraneità alla nuova realtà furono i fattori decisivi. La politica degli ammassi, le confische dei beni, il cooperativismo, il “lavoro volontario”, la socializzazione forzata, contribuirono a far crollare la base economica di molte persone privandole del necessario sostentamento. L’apparato repressivo poliziesco instaurò poi un clima di tensione e sospetto che portò alla negazione delle libertà individuali fondamentali. Molti cittadini furono bollati come “nemici del popolo” e subirono angherie ed abusi di ogni genere, patendo il capestro della cosiddetta giustizia popolare, con processi da farsa e condanne spesso del tutto spropositate ed immotivate. L’insieme di questi fattori fece sì che partì un intero popolo, senza distinzione di ceto sociale, con punte del 90% per alcune località della costa e dell’immediato entroterra istriano, come pure della Dalmazia. Secondo un censimento effettuato dall’«Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati», il 45,6% degli esuli erano operai, il 23,4% donne ed anziani, il 17,6% impiegati e dirigenti e solo il 13,4% erano commercianti, artigiani e professionisti. L’esodo coprì un periodo di oltre 15 anni, fino alla fine degli anni Cinquanta, ed avvenne alla spicciolata, senza una specifica organizzazione, tranne nel caso di Pola, dove la presenza dell’amministrazione militare alleata fece sì che nell’inverno 1947 le partenze potessero essere organizzate e pianificate dal Comitato per l’esodo. Grazie soprattutto ai viaggi compiuti dalle motonavi ‘Toscana’ e ‘Grado’, in poche settimane lasciarono Pola circa 28.000 abitanti su 32.000», RUMICI 2010, pp. 14-15. MILETTO 2015, p. 16. Ancora: «Prendendo in considerazione il contesto appena descritto, non è difficile rendersi conto di quanto il processo di inserimento sia stato piuttosto difficoltoso, snodandosi sul lungo periodo dal momento che le tensioni e le difficoltà che esso si porta dietro, prima tra tutte il superamento di stereotipi e diffidenze iniziali, lascia i giuliano-dalmati in una condizione di isolamento ed emarginazione che si protrae per molti anni», MILETTO 2015, pp. 1617.

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«Art. 19 (comma 1°): I cittadini italiani […] diverranno, sotto riserva di quanto dispone il paragrafo seguente, cittadini godenti di pieni diritti civili e politici dello Stato al quale il territorio viene ceduto. […] Essi perderanno la loro cittadinanza italiana al momento in cui diverranno cittadini dello Stato subentrante. (2°) Il Governo dello Stato al quale il territorio è trasferito, dovrà disporre […] perché tutte le persone di cui al paragrafo 1°, la cui lingua usuale 69

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La concessione del diritto ad optare non era automatica e prevedeva due gradi di competenza: il comitato locale istriano e il ministero degli affari interni di Zagabria. Nella concessione contava molto spesso la qualifica professionale dell'optante. La Moscarda Oblak segnala in Potere popolare in Istria come le autorità «Cercarono di indurre gli operai italiani a rimanere stipulando nuovi vantaggiosi contratti di lavoro e aumentando i rifornimenti alimentari». Da La memoria di Goli Otok di Giuliano Giuridicin risulta che le autorità decisero per contrastare il movimento a favore delle opzioni a passare a un’intensa attività propagandistica e al «ritiro dei documenti, delle carte annonarie, ai licenziamenti, gli sfratti, le minacce, gli interrogatori negli uffici di polizia, ma anche alle bastonature vere e proprie». Il comitato locale molto spesso non si limitava ad applicare il dispositivo del trattato, ma nel respingere la richiesta dell'optante era guidato da dissapori personali preesistenti. La bocciatura della richiesta di opzione bloccava l'inoltro della pratica a Zagabria. Il diritto di opzione fu limitato tra il febbraio e il settembre 1948 quando le autorità locali si resero conto che sempre più elementi dell'etnia croata e slovena presentavano la domanda di opzione.70

L’opzione da sottoscrivere condensa simbolicamente in un atto il lancinante dolore della separazione: decidere di lasciare un mondo affettivo e una storia per salvare legami percepiti come altrettanto importanti e fondamentali: la famiglia, la patria, la libertà, il futuro.

2.5. Il campo profughi di Mantova La maggior parte degli esuli decise di rimanere in Italia.71 Di essi, un gran numero si fermò in Friuli, per non allontanarsi troppo. Appare chiaro che i profughi scelsero i nuovi territori di residenza sia per ragioni economiche e famigliari, sia per ragioni di storia personale e di lingua, ma molti non si allontanarono dal confine soprattutto per ragioni affettive e forse sperando in un ritorno prossimo che non avvenne mai. Nei primi anni i profughi vennero distribuiti in campi ricavati da molteplici strutture, spesso rese disponibili dal persistente disuso. Successivamente, l’impegno dell’Opera per L’Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati si spostò sulla creazione di agglomerati abitativi per una migliore integrazione delle famiglie e per una maggiore dignità della vita. Venne sostenuta la costruzione o l’adattamento di veri e propri villaggi a Roma, Trieste, Brescia, Milano, Torino, Varese, Venezia, Fossoli. Parallelo fu l’impegno per la ricerca di una sistemazione lavorativa.72 Anche a Mantova si predisposero strutture e, poi, si costruì. è l'italiano, abbiano facoltà di optare per la cittadinanza italiana entro il termine di un anno dall'entrata in vigore del presente Trattato. Qualunque persona che opti in tal senso conserverà la cittadinanza italiana e non si considererà avere acquistato la cittadinanza dello Stato al quale il territorio viene trasferito […]. (3°) Lo Stato al quale il territorio è ceduto potrà esigere che coloro che si avvalgono dell'opzione, si trasferiscano in Italia entro un anno dalla data in cui l'opzione venne esercitata», dal Trattato di pace fra le Potenze Alleate ed Associate e l’Italia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 (cfr. http://www.camera.it/_dati/ Costituente/lavori/DDL/23.pdf) . 70

CALCICH 2017, pp. 88-89.

Cfr. MILETTO 2014; M. MICICH, pp. 75-100: 95-96. Lo riconferma R. Calcich in un riesame delle componenti demiche che fuoriuscirono dall’Istria, CALCICH 2017, pp. 176-177. 71

«Gli sforzi dell'ente [l’Opera per L’Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati] si concentrarono verso quelle zone che permettevano una reintegrazione il più possibile completa del profugo e dove era più gradito il domicilio sia per ragioni economiche sia per ragioni sentimentali e umane. I programmi edilizi più importanti sul territorio nazionale italiano furono varati a Roma (Villaggio giuliano-dalmata dell’EUR), Trieste, Brescia, Milano, Torino, Varese e Venezia. A Venezia l'Opera arrivò a realizzare circa duemila appartamenti, a Trieste oltre tremila, mentre in provincia di Modena fu realizzato un ben organizzato ‘Villaggio San Marco’ a Fossoli di Carpi per accogliere soprattutto i profughi dalla zona B dell'Istria. L'Opera si prodigò molto nell'assistenza degli anziani e soprattutto dei fanciulli appartenenti a famiglie disagiate, istituendo diversi istituti scolastici e organizzando soggiorni estivi. Per quel che riguarda il collocamento al lavoro, l’Opera, dal 1960 al 1964, aveva potuto provvedere alla sistemazione di ben 34.531 disoccupati. Il contributo più grande fu dato dalle grandi industrie del nord e dalle aziende parastatali presenti nel famoso ‘triangolo industriale’ compreso fra Torino, Milano e Genova», MICICH 2009, pp. 15-16.

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Il primo Centro ordinato all’accoglienza, dalla fine degli anni ’40, fu il campo profughi73 allestito a ‘Dosso del Corso’ sulla direttrice dell’attuale via dei Toscani, dove oggi è la base militare della Caserma San Martino (figure 8a-d). Nei primi anni ’50, inoltre, furono utilizzati anche alloggi provvisori ricavati nelle soffitte di Palazzo del Mago di piazza San Leonardo. Sempre negli anni ’50 si intraprese, infine, la costruzione dei due condomini di via Scalarini-via I Maggio in Valletta Valsecchi, primo nucleo abitativo dell’intera zona. Dalle interviste conservate presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’ di Torino propongo lo stralcio di una testimonianza di un profugo vissuto per qualche tempo a Mantova, rimandando in Appendice per altre parti di interesse della stessa intervista, nonché per altre dichiarazioni di esuli. Si tratta di Antonio V., la cui voce è stata raccolta nel dicembre 2007 da E. Miletto. Antonio era nato a Zara nel 1935. Nove anni più tardi, il 30 ottobre 1944, prima dell'ingresso delle truppe slave, aveva abbandonato la città con la famiglia. Aveva iniziato così il suo viaggio, verso Fiume, poi, nell'aprile del 1945, era giunto a Trieste, dove aveva assistito all'arrivo dei partigiani titini. Dalla città giuliana era partito alla volta del centro smistamento profughi di Udine. Da qui era stato assegnato al centro raccolta profughi di Padova, in cui era rimasto fino al 1946. Si era trasferito, l'anno successivo, a Mantova, accolto nel centro raccolta profughi di Dosso del Corso. In seguito, aveva deciso di ripartire per Torino. Ecco quindi, a distanza di sessant’anni, come Antonio ricorda l’arrivo nella città padana. Mantova, terra ‘di sinistra’. Poi di lì ci hanno mandato a Mantova. [...] Quindi a Mantova siamo arrivati nel '46, a novembre, come ho detto. E Mantova era una città - diciamo - nebbiosa, fredda... Mantova provincia rossa e adesso sono arrivati i fascisti, e queste cose. Lì ho cominciato a sentire “sono arrivati i fascisti”, perché a Padova... Padova era una città forse un po' più a destra, i padovani, e quindi non si sentiva questa cosa qui. Invece a Mantova si sentiva molto di più. Io mi ricordo le prime elezioni che ci son state a Mantova, che hanno detto “se vincono i fascisti, oppure se perde la sinistra - allora c'era il PCI -, bruciamo il campo”. E allora la Prefettura aveva armato anche gli uomini dentro, che non serviva armarli perché avevano già le armi sue dentro, eh, perché quelli che sono andati via che erano della X Mas, delle camicie nera erano tutti armati, avevano pistole e tutto! Comunque, li hanno armati. E c'era la ronda - e c'è gente qui che ancora si ricorda che ha fatto la ronda tutta la notte - perché non succedesse niente, e non è successo niente. Ci son state le elezioni, c'è stato lo spoglio e le cose son rimaste com'erano prima. E allora i mantovani han cominciato a ragionare, perché, insomma: “ma come, noi avevamo paura dello spostamento di voti qui nella zona, e non è successo niente, e allora questi non sono tutti fascisti!” E allora c'è stata questa apertura.

L’incontro con la popolazione e la vita al campo profughi. Poi noi al campo, la prima cosa, campo sportivo, sala da ballo, si invitava l'orchestra, le feste e le tradizioni andavano sempre avanti, e allora c'è stata sta apertura. Han cominciato a venire dentro a ballare la sera, a giocare al pallone, questi scambi, questi matrimoni misti e

73 «I CAMPI PROFUGHI [...]. La gran massa dei profughi giunse, dopo aver dovuto abbandonare tutti i beni immobili e parte di quelli mobili, a Trieste, e poi a Gorizia e a Udine, in condizioni estremamente precarie. Furono oltre 140 le strutture che accolsero, a più riprese, gli esuli giuliano dalmati: dai Centri Raccolta Profughi (C.R.P.) alle caserme dismesse, dalle scuole alle pensioni ed agli alloggi requisiti. Gli esuli vi rimasero per lunghi periodi, talvolta anche per anni, in condizioni spesso di iniziale promiscuità e di estremo disagio, in attesa di una dimora più decorosa. [...]», RUMICI 2010, p. 15. «Nei centri di raccolta profughi, la vita si snoda in grandi camerate, all’interno delle quali interi nuclei familiari vivono in box di pochi metri quadrati, separati gli uni dagli altri da coperte, lenzuola o, nei casi più fortunati, da semplici barriere di compensato. Ne consegue che nei campi confluiscono gravi disagi legati agli ambienti malsani, alle precarie condizioni igieniche, alla mancanza di spazi intimi e personali e all’isolamento dal contesto cittadino», MILETTO 2014, p. 15.

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ste cose normali come è successo da tutte le altri parti. Ma sai, quando non conosci... Come adesso, con l'immigrato che viene e non sai chi è, e per prima cosa “son ladri, delinquenti e tutto”. I soliti luoghi comuni. Poi nel '47, nel settembre del '47, è mancato mio padre che si era ammalato – io avevo dodici anni e mezzo –, e nel frattempo mia mamma era rimasta incinta a Padova e al 3 di gennaio ha partorito mia sorella –l'ultima – nel campo profughi di Mantova. Quindi, la famiglia è aumentata e poi a novembre siamo tornati di nuovo in sei perché è morto mio padre. Io avevo già dodici anni e mezzo e, sai, una volta i maschi crescevano in fretta, e quindi ero già capofamiglia. Poi un anno dopo, un anno e mezzo dopo, per dirti tutte le cose che sono successe nei campi, tanti episodi, [ti racconto] un episodio solo. Volevano mandarci – era il periodo di Scelba – a Catania, al campo profughi di Catania, e allora lì c'è stata una sommossa nel campo. Eravamo dei giovani – il maestro M. che suonava il mandolino, un altro che suonava la chitarra – e avevamo composto sulla parodia della Capinera, una canzone. E per tutti i padiglioni, alla sera, han cominciato a suonare e la gente si raccoglieva, cantando tutti questa canzone – perché tutti avevano imparato prima le parole – davanti alla direzione, tutta la notte, a cantare questo ritornello: ‘Don Vareschi ieri ci ha esortato alla speranza, ma lui non g'ha pensieri né per il tetto né per la panza. Ei g'ha racomandato per Scelba de pregar, ma il dio s'è più sensato se lo farà crepar – cioè a Scelba –, e cominciava così: oggi s'è trenta o più fioi, one (sic) e ragazzi, ndemo a ciapar su le nostre quatro strazzi, e quando l'alba spunterà, ci troveremo en strada e faremo na ridada’, ma proprio cantata.

La figura del cappellano militare mantovano don Danilo Vareschi.74 E allora è venuto fuori sto Don Vareschi, che era un prete mantovano - cappellano militare -, che io non ho mai visto un prete così. Lui, le 27.000 Lire che gli davano - quella volta mi ricordo che i preti prendevano dallo stato -, lui le distribuiva a tutti, ai poveri. Lui non fumava, ma aveva sempre le sigarette, ai ragazzi e ai giovani dava sempre le sigarette: insomma, era una persona - non so come dire - avrebbero dovuto farlo santo! Fanno santi quelli che non meritano e però quelli vengono poi lasciati da parte. È venuto fuori [don Vareschi] e piangeva, piangeva come un bambino... Mi commuovo ancora a vederlo e a sentirle quelle cose là! E io poi ho fatto quattro anni di chierichetto, perché lui diceva “ah, dai, vien con me lucot!” Perché lui era un prete così... Poi dopo han cambiato l'ordine, e hanno aperto per Torino, per la destinazione Torino: chi voleva andare a Torino e tanti - anche noi - siamo poi venuti a Torino. [...].

Don Danilo Vareschi, nato a Canicossa di Marcaria il 17 aprile 1917, era stato ordinato sacerdote il 20 giugno 1942. Il suo primo incarico l’aveva svolto come cappellano militare nel campo di concentramento del Gradaro e poi nel campo profughi di Dosso del Corso. Dopo una breve parentesi come delegato vescovile a San Cataldo, fu destinato alla parrocchia degli Angeli di Mantova, dalla quale continuò ad aiutare le famiglie istriane sfollate. Nel 1956 fu nominato priore di Goito, divenuta sua parrocchia per 37 anni, distinguendosi per schiettezza e per zelo pastorale, come ebbe modo di salutarlo il sindaco E. Cartapati nella seduta consiliare del 26 giugno 1993, quando don Danilo si apprestava a essere sostituito dal successore designato don Alberto Bonizzi. Don Vareschi si spense nella notte tra il 28 e il 29 novembre 2003 nella casa di riposo di Solferino in cui fu ospite dal 1997 (da La Gazzetta di Mantova del 29 novembre 2003), http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimantova/archivio/gazzettadimantova/2003/11/29/NP7PO cfr. _NP704.html (pagina visitata il 16 dicembre 2016). 74

Roberto Capuzzo

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Figure 8a-d – Foto del Campo (dall’Archivio dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’ di Torino - Istoreto) La squadra di calcio ‘Adriatica’. È presente anche don Danilo Vareschi

Ancora sull’accoglienza della gente. D.: Parliamo ora dell'accoglienza che vi ha riservato la gente. Com'è stata? R.: ‘Ma, in generale, il primo impatto... Adesso, dico di Mantova: noi a Mantova eravamo bene accetti anche se si andava fuori, la gente era molto propensa ad aiutare. Noi ragazzi si andava al cinema e magari si entrava senza pagare, si diceva, sono profughi, insomma, sai, le solite cose. Magari la gente non si rendeva conto chi eravamo, cosa avevamo subito; in quel periodo non si conoscevano tanto le cose, però c'era questa voglia di aiutare e di andare incontro. Almeno nei campi che ho fatto io, non ho mai trovato astio della gente verso di noi, il respingerci o una cosa o l'altra.75

Intervista a Antonio V., in Archivio Istoreto, fondo Miletto Enrico [IT C00 FD9298]. Sono intervenuto, in alcuni passaggi, sulla punteggiatura. 75

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Amici

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Il retro della foto-cartolina con la data di esecuzione

2.6. Esuli di ieri e di oggi È significativo vedere quante siano oggi le giornate dedicate all’essere profughi o rifugiati. La giornata del 15 gennaio rimanda all’ormai storica Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, istituita nel 1914 dalla Chiesa cattolica.76 Il 20 giugno si celebra (dal 2001) la Giornata Mondiale del Rifugiato indetta nel cinquantesimo anniversario dell'approvazione, nel 1951, da parte 76

Cfr. https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/06/22/0462/

01069.html. Roberto Capuzzo


dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, della Risoluzione 55/76, la Convenzione sullo status dei rifugiati (Convention Relating to the Status of Refugees).77 Più recentemente, nel 2016, il giorno del 3 ottobre è stato identificato come Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, per ricordare il naufragio avvenuto al largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013, nel quale morirono 366 migranti, una delle peggiori stragi mai accadute sulle coste italiane.78 Negli anni spesso si è equiparato, anche nelle sedi ufficiali, profugo a migrante, soprattutto quando ancora la categoria di ‘profugo’ non era tutelata e garantita giuridicamente dal Diritto internazionale. Si possono tracciare differenze, sul piano concettuale, tra ‘esodo’ ed ‘esilio’, tra ‘immigrato’ e ‘profugo’: concetti anche diversi, implicanti vissuti diversi. Nel termine ‘esodo’ forte è l’idea dell’intraprendere un ‘cammino’ collettivo verso l’ignoto, un cammino dagli esiti incerti. Un analogo è ‘esilio’, dove si rimarca, tuttavia, più che il movimento, l’abbandono del suolo, della terra di origine. Entrambi i termini sono stati utilizzati per la vicenda della comunità istriana, in particolare la parola ‘esodo’ che rimarca – come per il popolo ebraico – il dramma dell’uscita di un intero popolo dalla propria terra.79 ‘Migrante’ e ‘profugo’, se condividono l’atto di allontanarsi, implicano però due prospettive diverse. L’emigrato/immigrato avrebbe dalla sua parte la speranza e la progettualità, la visione di un nuovo futuro che lo muove e lo sospinge. Il ‘profugo’, il ‘rifugiato’, al contrario, sperimenterebbero la fuga dalla paura, la ‘ricerca di scampo’.80 «Se facciamo ulteriore riferimento alla situazione italiana dell’epoca vediamo che la gravità dell’esodo fu spesso sminuita nel primo dopoguerra, anche perché avvenne in un periodo in cui il fenomeno dell’emigrazione era molto generalizzato ed era addirittura considerato politicamente una necessità vitale: ‘Italiani riprendete le vie del mondo’ esortava alla fine degli anni quaranta lo stesso Presidente del consiglio Alcide De Gasperi. Ancora nel 1959 Mariano Rumor, autorevole esponente della Democrazia Cristiana, definiva l’emigrazione ‘un interesse vitale’ e in quanto tale ‘il principale interesse della nostra politica estera’. Gli orientamenti dei sindacati, inoltre, percepivano il fenomeno migratorio come un sistema per La giornata, come chiarisce il sito dell’Onu per l’Italia, nacque con lo scopo di intensificare gli sforzi per prevenire e risolvere i conflitti e per contribuire alla pace e alla sicurezza dei rifugiati, http://www.onuitalia.it/20-giugno-giornata-mondiale-del-rifugiato/. 77

78 Dal sito del Ministero dell’Interno: «La Repubblica riconosce il giorno 3 ottobre Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione, per ricordare chi "ha perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria". Recita così l'articolo 1 della legge 21 marzo 2016, n. 45, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n.76 del 1° aprile 2016, che istituisce la ricorrenza. In occasione della Giornata nazionale, stabilisce l'articolo 2, sono organizzati su tutto il territorio nazionale cerimonie, iniziative e incontri per sensibilizzare l'opinione pubblica alla solidarietà civile, al rispetto della dignità umana e del valore della vita, all'integrazione e all'accoglienza. Sugli stessi temi le istituzioni, nei propri ambiti di competenza, promuovono iniziative nelle scuole, anche in coordinamento con associazioni e organismi di settore». La legge è entrata in vigore il 16 aprile 2016, cfr. http://www.interno.gov.it/it/notizie/3-ottobre-e-giornata-nazionale-memoria-vittimedellimmigrazione .

Esule è colui che si allontana dal proprio ‘suolo’ (il cittadino dalla propria patria), per scelta volontaria o meno (implicante una fuga, un abbandono, una ferita), uno stato vissuto come condizione di carattere (anche temporaneamente) permanente (dal latino: exilium, derivato da exul «esule», che secondo l'etimo classico era composto da ex «fuori» e solum «terra»: «lontano, via dalla (propria) terra». Esodo, invece, deriva dal lat. tardo exŏdu(m) e dal gr. éxodos, comp. di ĕx «fuori» e hodós «via, cammino»: «cammino da», «cammino fuori», cfr. voci esilio/esule ed esodo, in Il vocabolario Treccani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 2003, pp. 585; 586; 594). 79

80 (E)-migrante è colui che si allontana dalla propria terra e tuttavia con una prospettiva e un ‘progetto di vita’, per quanto labile e sentito come precario/rischioso. Profugo è chi è nella situazione di fuggire, che è fuggito da ciò che lo minaccia (uno stato, ma soprattutto una condizione temporanea che deve evolvere in una scelta intenzionale) («profugo», dal lat. profŭgus, colui che fugge [in avanti, oltre, n.d.r.] per salvarsi, der. di profugĕre «cercare scampo», cfr. voce profugo, in Il vocabolario Treccani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 2003, p. 1354).

10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


allentare la pressione della disoccupazione sul mercato del lavoro e favorire una politica di aumenti salariali. Considerando anche questi aspetti del contesto storico-politico italiano dell’epoca, si può inquadrare meglio il mancato recepimento del fenomeno dell’esodo giuliano-dalmata da parte della classe politica italiana e dell’opinione pubblica; un esodo che, a differenza di altre migrazioni, fu chiaramente un’emigrazione della paura, che però solo parzialmente fu intesa come tale».81

I ‘profughi’ fuggono, protesi in avanti, ma il loro sguardo è vuoto, non contiene futuro. Forte è la tristezza per l’abbandono: la paura, il senso della sconfitta sono le tonalità che impregnano i sentimenti. È vero, tuttavia, che oggi, come o più di allora, in tanti casi questa differenziazione tende a perdersi. Anche il dibattito odierno distingue tra ‘emigrati economici’ e ‘rifugiati politici’, ma è pur vero che, basti pensare ai fuggitivi dalla Libia, la distinzione, nelle storie personali, entra in crisi. Tutte le giornate di cui dicevamo, sia per il loro numero, sia per il loro sovrapporsi, non sono altro, in ogni caso, che la testimonianza dell’instabilità e della precarietà di tante popolazioni del nostro tempo.82 Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati gli esuli e i profughi superano ormai il numero di 60 milioni. Ebbene, tale situazione ha il proprio precedente nel vicino dopoguerra, per il tragico esodo dei molti popoli sconfitti nello sconquassamento del secondo conflitto mondiale. Per noi, in particolare, degli italiani dei confini orientali. La giornata del 10 febbraio, così, a buona ragione può essere letta anche come uno dei punti di focalizzazione di un dramma più vasto, sentinella della memoria di un passato da redimere e anticipazione di un futuro che dovrebbe possedere la saggezza di non ripetersi. Figura 9 – Lettera con annullo - Anno mondiale del rifugiato, 1960

MICICH 2009, p. 11. «[...] va detto che solo dopo il secondo conflitto mondiale, che ha determinato il riconoscimento a livello internazionale dei diritti dell’uomo e della loro tutela, i profughi sono diventati una categoria speciale di individui, cui riconoscere uno status personale e garantire una serie di interventi assistenziali. La definizione più semplice e al contempo più ampia del termine profugo è quella più fedele all’etimologia della parola stessa. Profugo è colui che fugge, colui che, fin dai tempi antichi, ha trovato nell’abbandono della propria dimora abituale l’unico modo per autoconservarsi nella continua lotta per la sopravvivenza, dalle offese dell’uomo e della natura, MICICH 2009, pp. 8-9. 81

Cfr. così anche BALLINGER 2010, p. 10, che rileva come la condizione di profugo rappresenti ormai, per molti studiosi, l’essere della realtà contemporanea.

82

Roberto Capuzzo

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Già negli scorsi decenni i profughi giuliani avevano riconosciuto la propria vicenda come pienamente compresa nella più generale storia delle popolazioni in fuga e ne avevano tratto lezione. Mi riferisco in particolare all’anno 1960, per l’ONU, Anno mondiale del rifugiato (figura 9), nell’egida del quale era stata celebrata la Giornata nazionale del profugo (il 15 aprile), dal ricordo oggi sbiadito, ma da cui gli esuli giuliani avevano raccolto motivi di riflessione ed energia di riprogettazione. Ne avevano mutuato, inoltre, una prospettiva di apertura, come si evince dalla lettura di un giornale dell’epoca portavoce delle Comunità degli esuli (figura 10): Figura 10 – La prima pagina della Voce giuliana – 23 marzo 1960

[...] dopo tante dolorose esperienze, dopo le immani tragedie dell’ultima guerra mondiale, ricompaiono, tragici ed inestinguibili, il dramma dell’esilio di tanti rifugiati ed il bisogno della fratellanza e della solidarietà tra i popoli liberi.83

Poche righe dalla Voce giuliana per dire come l’esodo giuliana-dalmata non perda identità se collocato nel quadro dei tanti altri drammi consimili, ma ne acquisti, piuttosto, una dimensione di universalità e di emblematicità, testimonianza anch’esso di un vertice di male e di disumanità che l’uomo può provare e che deve interrogare permanentemente le nostre coscienze (figure 11a e b).

83

La voce giuliana, a. III, n. 51, 23 marzo 1960, p. 1.

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Figura 11a – Profughi di ieri e di oggi – Resti di un salvagente del periodo bellico utilizzato durante il naufragio di una nave requisita dai Tedeschi per la deportazione delle genti istriane (Archivio privato)

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Figura 11b – Profughi di ieri e di oggi – Un’immagine dei nostri giorni: uno dei tanti naufragi nel mare Mediterraneo

Roberto Capuzzo


In realtà, l’esodo giuliano parla anche di un’inclusione che si è diluita nel tempo e che per buona parte è riuscita. Per quanto lento e difficile, l’inserimento avvenuto nelle nuove comunità di assegnazione, se non di elezione, mostra come l’esilio, per quando doloroso, non sia rimasto un ‘destino’ immodificabile. Là dove il processo di integrazione – o anche, diremmo, di vera e propria inculturazione – si è mostrato maggiormente produttivo, esso è cresciuto in una dimensione dialettica di incontro-scontro, di faticosa ricerca e accettazione di un cambiamento evolutivo, di costruzione di una nuova identità (con tutti i rischi e le incertezze che questo comporta): in sostanza, di elaborazione della possibilità di coesistenza di una ‘doppia appartenenza’, all’interno dei processi più generali di costruzione delle identità delle culture occidentali sviluppatisi tra Ottocento e Novecento. A questo proposito, un punto importante – e spesso, purtroppo, anche un limite non superato – è stata l’elaborazione di sé in quanto non coincidenti con le condizioni sperimentate di trauma e di vittima, quanto piuttosto, in grado di ricondurre tali dimensioni, costituenti la propria storia, solo a una parte di essa (ciò che ha a che fare con il concetto di ‘resilienza’ a cui oggi spesso ci si richiama).84 E va considerato e ben ponderato, nondimeno, l’impatto stereotipico delle categorizzazioni, nonché, per venire alla giornata di oggi, anche di quello delle celebrazioni cerimoniali che possono diventare luogo di ripetitività e perpetuazione di (pre)giudizi. La memoria, infatti, tanto più per chi subisce l’esilio, può diventare sia difesa sia risorsa. Si pone tra la resistenza al cambiamento (baluardo di un mondo perduto, con tutti i rischi di irrigidimento e di idealizzazione connessi) e l’offerta di una ‘base sicura’ (la sua fondamentale funzione di salvaguardia degli affetti e dei significati profondi). A ciò concorre, nelle fasi del passaggio, anche la relazione con la comunità percepita come di appartenenza, la ‘Comunità primaria di riferimento’,85 luogo importante per il sostegno reciproco e per la distribuzione/contenimento delle paure e delle ansie (è questa la funzione del gruppo, che andrebbe rivalutata anche oggi per i tanti migranti in movimento, sottoposti alla paura dell’incontro con la diversità delle comunità di inserimento). In una dimensione, poi, di naturale evoluzione (come in buona parte è avvenuto), evoluzione per cui la centralità delle comunità di provenienza cede – senza mai venir meno del tutto – a una maggiore dialettica relazionale e sociale con le comunità di arrivo, all’identificazione e all’inserimento attivo in esse, di cui si impara a condividere gli ‘scopi’, il comune destino.

Per uscire da quella che anche P. Ballinger, sulla scorta di Seltzer, chiama la «cultura della ferita», cfr. BALLINGER 2010, p. 26.

84

«Per concludere il discorso relativo all’inserimento giuliano-dalmata in Italia, è necessario parlare dei cosiddetti borghi giuliani. Nel 1952 un piano governativo di edilizia nazionale (legge 137) rende possibile nell’arco di un quadriennio l’assegnazione ai profughi del 15% dei quartieri di edilizia popolare edificati dagli Istituti Autonomi delle Case popolari. Sorgono così in circa 40 città italiane i cosiddetti borghi giuliani. Strutture autosufficienti dotate quasi sempre di propri servizi (chiese, scuole, esercizi commerciali e luoghi di ritrovo che, in qualche caso, appaiono però alquanto ridotti) edificate seguendo una precisa strategia edilizia che tende a separare i nuovi insediamenti dal resto della città, privilegiandone l’ubicazione nelle aree suburbane non ancora o scarsamente edificate e popolate. Complessi edilizi realizzati tenendo conto di una necessità di fondo, e cioè quella di mantenere il più possibile anche nel nuovo ambiente le caratteristiche della terra di origine e che permetteranno ai giuliani di abbandonare progressivamente la precarietà dei campi per trasferirsi in abitazioni vere e proprie, facilitando il loro inserimento nel contesto che li accoglie», MILETTO 2015, p. 16.

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Axel Honnet parla di tre assi relazionali di reciproco riconoscimento, che rivestono una condizione di base e in assenza dei quali scatta il senso di perdita del proprio valore.86 Il primo asse è quello dell’investimento emotivo (l’affetto, l’amore amicale, famigliare), come approvazione di sé e ricchezza interrelazionale. Il secondo è il riconoscersi portatori di diritti reciprocamente legittimati. Il terno è il riconoscimento di forme di vita diverse dalla nostra. Da questi tre piani di relazione fondamentali derivano la fiducia in sé, l’auto-rispetto, la propria autostima. Senza di essi gli esseri umani cadono in crisi del proprio senso di ‘dignità’ e di integrità. Come comunità di accoglienza di chi si rifugia, il vero bene etico non è quindi quello di permettere la sopravvivenza, né di perseguire, pur correttamente, la giustizia, ma è permettere a tutti la ‘buona vita’, ovvero la possibilità di autorealizzarsi pienamente come persone. E per tale fine – come ci insegna la vicenda giuliano-dalmata – è necessario che si diano tutti e tre questi livelli di riconoscimento.

86

HONNETH 1993. Roberto Capuzzo

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APPENDICE Dall’Intervista a Antonio V. Descrizione: Antonio V., nasce a Zara nel 1935. Nove anni più tardi, il 30 ottobre 1944, abbandona con la famiglia la sua città natale, proprio prima dell'ingresso delle truppe titine. Intraprende un lungo viaggio che lo porterà inizialmente a Fiume e poi, nell'aprile del 1945, a Trieste dove è testimone dell'arrivo dei partigiani titini. Dalla città giuliana parte alla volta del centro smistamento profughi di Udine: alla sua famiglia è assegnata come destinazione il centro raccolta profughi di Padova. Vi resta fino al 1946 e, l'anno successivo, si trasferisce a Mantova, alloggiando presso il locale centro raccolta profughi. Da qui decide di partire per Torino, dove è assunto alla Fiat e trova una sistemazione presso le Casermette di Borgo San Paolo, rimanendovi fino al 1956, anno in cui viene assegnata alla sua famiglia un'abitazione nel Villaggio di Santa Caterina. È stato intervistato il 3 dicembre 2007. Intervista e trascrive Enrico Miletto. [...] Poi di lì ci hanno mandato a Mantova. Cioè, è venuto che il campo di Padova veniva chiuso e si apriva un campo a Tortona e un campo a Mantova, e allora c'era chi voleva andare a Tortona e chi voleva andare a Mantova. Noi abbiamo scelto di andare a Mantova, e siamo andati a Mantova nel novembre del '46. [...] E niente, siamo poi andati a Mantova. Quindi a Mantova siamo arrivati nel '46, a novembre, come ho detto. E Mantova era una città - diciamo - nebbiosa, fredda... Mantova provincia rossa e adesso sono arrivati i fascisti, e queste cose. Lì ho cominciato a sentire sono arrivati i fascisti, perché a Padova... Padova era una città forse un po' più a destra, i padovani, e quindi non si sentiva questa cosa qui. Invece a Mantova si sentiva molto di più. Io mi ricordo le prime elezioni che ci son state a Mantova, che hanno detto se vincono i fascisti, oppure se perde la sinistra allora c'era il PCI -, bruciamo il campo. E allora la Prefettura aveva armato anche gli uomini dentro, che non serviva armarli perché avevano già le armi sue dentro, eh, perché quelli che sono andati via che erano della X Mas, delle camicie nera erano tutti armati, avevano pistole e tutto! Comunque, li hanno armati. E c'era la ronda - e c'è gente qui che ancora si ricorda che ha fatto la ronda tutta la notte - perché non succedesse niente, e non è successo niente. Ci son state le elezioni, c'è stato lo spoglio e le cose son rimaste com'erano prima. E allora i mantovani han cominciato a ragionare, perché, insomma: ma come, noi avevamo paura dello spostamento di voti qui nella zona, e non è successo niente, e allora questi non sono tutti fascisti! E allora c'è stata questa apertura. Poi noi al campo, la prima cosa, campo sportivo, sala da ballo, si invitava l'orchestra, le feste e le tradizioni andavano sempre avanti, e allora c'è stata sta apertura. Han cominciato a venire dentro a ballare la sera, a giocare al pallone, questi scambi, questi matrimoni misti e ste cose normali come è successo da tutte le altri parti. Ma sai, quando non conosci... Come adesso, con l'immigrato che viene e non sai chi è, e per prima cosa son ladri, delinquenti e tutto. I soliti luoghi comuni. Poi nel '47, nel settembre del '47, è mancato mio padre che si era ammalato - io avevo dodici anni e mezzo -, e nel frattempo mia mamma era rimasta incinta a Padova e al 3 di gennaio ha partorito mia sorella - l'ultima - nel campo profughi di Mantova. Quindi, la famiglia è aumentata e poi a novembre siamo tornati di nuovo in sei perché è morto mio padre. Io avevo già dodici anni e mezzo e, sai, una volta i maschi crescevano in fretta, e quindi ero già capofamiglia. Poi un anno dopo, un anno e mezzo dopo, per dirti tutte le cose che sono successe nei campi, tanti episodi, [ti racconto] un episodio solo. Volevano mandarci - era il periodo di Scelba - a Catania, al campo profughi di Catania, e allora lì c'è stata una sommossa nel campo. Eravamo dei giovani - il maestro M. che suonava il mandolino, un altro che suonava la chitarra - e avevamo composto sulla parodia della Capinera una canzone. E per tutti i padiglioni alla sera han cominciato a suonare e la gente si raccoglieva, cantando tutti questa canzone - perché tutti avevano imparato prima le parole - davanti alla direzione, tutta la notte, a cantare questo ritornello:”Don Vareschi ieri ci ha esortato alla speranza, ma lui non g'ha pensieri né per il tetto né per la panza. Ei g'ha racomandato per Scelba de pregar, ma il dio s'è più sensato se lo farà crepar - cioè a Scelba -, e cominciava così: oggi s'è trenta o più fioi , one e ragazzi, ndemo a ciapar su le nostre quatro strazzi, e quando l'alba spunterà, ci troveremo en strada e faremo na ridada”, ma proprio cantata. E allora è venuto fuori sto Don Vareschi, che era un prete mantovano - cappellano militare -, che io non ho mai visto un prete così. Lui, le 27.000 Lire che gli davano - quella volta mi ricordo che i preti prendevano dallo stato -, lui le distribuiva a tutti, ai poveri. Lui non fumava, ma aveva sempre le sigarette, ai ragazzi e ai giovani dava sempre le sigarette: insomma, era una persona - non so come dire - avrebbero dovuto farlo santo! Fanno santi quelli che non meritano e però quelli vengono poi lasciati da parte. È venuto fuori [don Vareschi] e piangeva, piangeva come un bambino...Mi commuovo ancora a vederlo e a sentirle quelle cose là! E io poi ho fatto quattro anni di chierichetto, perché lui diceva ah, dai, vien con me lucot! Perché lui era un prete così... Poi dopo han cambiato l'ordine, e hanno aperto per Torino, per la destinazione Torino: chi voleva andare a Torino e tanti - anche noi - siamo poi venuti a Torino. [...].

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30) Parliamo ora dell'accoglienza che vi ha riservato la gente. Com'è stata? R.: "Ma, in generale, il primo impatto...Adesso, dico di Mantova: noi a Mantova eravamo bene accetti anche se si andava fuori, la gente era molto propensa ad aiutare. Noi ragazzi si andava al cinema e magari si entrava senza pagare, si diceva, sono profughi, insomma, sai, le solite cose. Magari la gente non si rendeva conto chi eravamo, cosa avevamo subito; in quel periodo non si conoscevano tanto le cose, però c'era questa voglia di aiutare e di andare incontro. Almeno nei campi che ho fatto io, non ho mai trovato astio della gente verso di noi, il respingerci o una cosa o l'altra. Magari in certe città c'è stato, magari forse a Firenze c'è stato un po' di più, [perché] Firenze, magari, ha un po' più concentrato... Qualche episodio è successo: adesso torniamo indietro a Bologna, ma quello lì però penso che la cittadinanza di Bologna non era contraria, conoscendo poi la gente. E' logico che il primo impatto che c'hai con uno che arriva come uno straniero... Come capita a noi oggi, la stessa cosa. E anche tra i meridionali e i torinesi non c'era questo amore!" 31) Ma secondo te c'è stata nei vostri confronti un po' di discriminazione oppure no? R.: "Nei nostri confronti? No, penso di no. Anzi, noi forse eravamo protetti più di altri. Noi forse stavamo in una posizione migliore rispetto ai cittadini delle città dove eravamo. Eravamo nelle liste della prefettura, un minimo di sostentamento lo avevamo, quindi... Dopo la guerra c'erano dei problemi, c'erano delle famiglie povere che non avevano niente], noi [invece] eravamo privilegiati rispetto a loro, perché almeno un piatto di minestra ce l'avevamo, il lavoro a noi era più garantito che a un altro - perché poi son state fatte anche le leggi che ai profughi davano diritto del 3% e del 5% -, e quindi... Poi magari eravamo anche gente che... Cioè eravamo abituati che c'era la cultura del lavoro, e non è che i piemontesi o i lombardi o i veneti o gli emiliani non erano portati al lavoro, ma insomma, erano gente più creativa, mentre noi magari davamo la sensazione - come tanti han detto - che la nostra gente erano crumiri sul lavoro. Ma era un modo per ricostruirsi - diciamo - una vita, e allora... Poi, anche la paura: sai, hai ottenuto una cosa, e te la volevi tenere dura [stretta]. [...]. 29) Mi hai detto di aver lavorato alla Fiat. Tra i profughi sono molti quelli che hanno seguito questa strada, e come venivano reclutati? R.: "Allora, c'era il nostro parroco, don Macario - furbacchione, era intrallazzone ed era fratello del sindacalista, che poi è stato anche parlamentare -, e lui aveva capito, visto e detto che c'erano delle leggi che davano ai profughi questo diritto [ad essere assunti] del 5%, mi sembra. E quindi lui andava a mediare con le aziende. [E invece] doveva essere la nostra associazione a fare queste cose, la nostra associazione doveva avere un comitato per andare a trattare con le aziende e a dire qui ci sono i profughi, questi hanno diritto, e cose così. Invece andava lui, e quindi se era uno che andava in chiesa, che era attaccato alla chiesa aveva la precedenza, e magari un altro che della chiesa non voleva sapere niente veniva sempre messo da parte, scartato. Io so che a mia madre ogni tanto le ho detto: non andare, non occorre che tu vada, il lavoro me lo trovo da solo. E un giorno mi ha chiamato e mi ha detto che ci sarebbe stato da andare in fonderia. Un bel premio a diciotto anni andare in fonderia, no! Fuoco, alluminio, ghisa, e quindi scoppiettava dappertutto. E allora sono andato. Io, nel frattempo, facevo la scuola allievi Fiat, in corso Danta, [per] battilastra. E, appunto, dicevo sempre al direttore lì che c'era: ma io devo venire qui a scuola - avevo diciassette anni - con una famiglia a 27 Lire al giorno - ci davano 27 Lire al giorno quella volta a scuola, per il pullman -, io c'ho una famiglia da mantenere. E poi ogni tanto andavo a fare qualche lavoretto, insomma, per cercare di racimolare qualche cosa. E il reclutamento veniva fatto attraverso il prete, e qualcuno che non andava in chiesa cercava di arrangiarsi: chi aveva un mestiere è logico - era più facile che andava in un'officina meccanica. Si aggiustavano tra di loro." 30) Ti chiedo ancora questo. Io ho notato che gli esuli tendono a mantenere una memoria molto viva della loro storia. Le nuove generazioni, secondo te, sono interessate al recupero di questa memoria, gliela trasmettete oppure non sono interessate? R.: "Eh, qui forse è una nostra pecca che non abbiamo [trasmesso]... Non lo so, è una nostra colpa, e ne parliamo sempre... E' stata una nostra colpa, una nostra mancanza quella di inculcare. Forse, quello che abbiamo sofferto, quello che abbiamo provato, eravamo - non so come dire - forse gelosi di tenercelo dentro, o di non trasmetterlo agli altri per non ricordarci, per non rivangare tutte queste cose. C'è stato un blocco, ci ha chiuso, non ci permetteva di parlare delle cose che abbiamo passato. Io ai miei figli ho sempre raccontato, ho sempre parlato di tutte le cose, loro conoscono tutte le traversie, però non è che... Forse non c'erano delle strutture, e qui è una mancanza delle nostre associazioni, e questa è una cosa che io ho sempre detto da vent'anni, da quando sono entrato in associazione. Io ho sempre detto: mentre di là hanno ricostruito comunità, una cosa e l'altra, e quindi c'è stata la continuità, qui noi avevamo la possibilità di fare delle nostre sedi anche per la socializzazione, ma le nostre associazioni han pensato ai propri interessi. E questa è una cosa che abbiamo capito andando in giro a vedere la nostra gente come viveva nei villaggi che avevano costruito. Guarda che noi abbiamo pianto, eh! Quando siamo andati a La Spezia, quando siamo andati per la prima volta ad Alessandria a vedere la nostra gente come viveva in questi villaggi come il nostro qui. E allora poi noi ci siamo

Roberto Capuzzo

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impegnati anche qui a cercare di portare un po' all'onore del mondo, abbiamo inventato questa legge per comprare le case, perché abbiamo visto che i nostri hanno mancato. Abbiamo capito, abbiamo avuto delle informazioni anche a livello politico che son state elargite delle cifre non da poco alle associazioni - di più a Trieste, ma a dire il vero dappertutto - e le associazioni e la nostra gente che - senza fare dei nomi - conosciamo - ma non puoi dirle apertamente queste cose -, ecco questa è la mancanza, che non ci sono state delle strutture. Perché se noi avevamo una struttura anche come questa, un punto di incontro, ci saremmo potuti incontrare anche coi giovani, sarebbero venuti, e si sarebbe poi coltivata anche questa nostra cultura. Avremmo tramandato e invece adesso è difficile. È difficile, diciamo, recuperare tutto. Però c'è un recupero nei nipoti, non nei nostri figli, ma nei nipoti, che cominciano. Sai, magari capita tra cinquanta anni che qualcuno si sveglia e comincia a ricostruire tutta la storia, però c'è questa cosa, c'è la nostra voglia di lasciare qualche cosa attraverso di voi che fate ste ricerche. E questo servirà molto per il futuro, anche per i giovani a cercare di capire. Le radici sono quelle che ti legano a un posto, a un territorio, e anche se uno è nato qui, un giorno - magari anche dopo due generazioni - gli viene voglia di capire da dove arrivavano i suoi. Ecco, la nostra pecca è stata la mancanza di collegamento con i nostri figli: qualcuno c'è, però sono pochi." 31) L'ultima domanda che ti faccio è questa: hai nostalgia della tua terra e, se ci torni, quando ci torni cosa provi? R.: "Beh, la nostalgia penso che è grande, continua, e penso che non si spegnerà mai. Quando ci torno non provo né rabbia, né invidia né niente. Mi commuovo, sempre. Ricordandomi, io vedo come ho lasciato: ragazzo, padrone del territorio, e vedo e sento che non ci sono più quelli che ho lasciato, che c'è altra gente che parla un'altra lingua. Però è una lingua già abbastanza comune con la mia, perché parlavo questa lingua e anche quella, quindi mi sento parte del territorio, mi sento nato in quel posto e mi sento - di diritto penso - nativo di quel posto. [...] C'è sto ritorno adesso, perché si comincia a tornare indietro, perché prima han cercato di cancellare tutto, adesso cercano di rimettere tutto. Adesso mi sembra che a Zara c'è l'idea di buttare giù in Calle Larga quelle costruzioni nuove e rifarle com'erano una volta. E beh, la storia... Le pietre parlano, le pietre non le puoi cancellare, le pietre sono quelle. Quindi, adesso forse non tutti di noi, ma la gran parte di noi c'ha una grande nostalgia. Si muore, diciamo. Nonostante gli anni. Io morirò con questa nostalgia... Il mare... Io quando vedo il mare: per me qualsiasi mare è sempre mare, però ti ricorda sempre il tuo di mare, no? Dove sei nato." Intervista a Antonio V., in Archivio Istoreto, fondo Miletto Enrico [IT C00 FD9298] Compilatore: Miletto Enrico - Data compilazione: 12/06/2009. Revisore: Pischedda Carlo - Data ultima revisione: 29/11/2011.

Dall’Intervista a Sergio V. Descrizione: Sergio V. nasce a Zara nel 1937. Il 30 ottobre del 1944, poco prima dell'ingresso dei partigiani titini, abbandona la città con la famiglia, iniziando un lungo viaggio che attraverso un percorso tortuoso lo porta prima a Fiume e poi a Trieste, dove arriva nell'aprile del 1945. Dalla città giuliana parte alla volta del centro smistamento profughi di Udine, da dove viene trasferito al centro raccolta profughi di Padova. Qui resta fino al 1947 quando si trasferisce a Mantova, presso il locale centro raccolta profughi. Da Mantova parte per Torino dove viene assunto alla Ceat. La sua grande passione è però il calcio: dopo aver giocato in alcune rappresentative aziendali, è notato dal Torino. In maglia granata non giocherà mai, ma riuscirà a fare una discreta carriera in squadre di serie minori. Dopo aver smesso di giocare si dedica alla panchina, diventando un noto allenatore. E' stato intervistato il 14 settembre 2007. Intervista e trascrive Enrico Miletto. 27) Da Padova poi dove è andato? R.: "Da Padova sono andato a Mantova [nota dell’autore: fino al 1952], dove mio padre è morto. È morto lì e lì abbiamo avuto questo evento tragico, e poi ne abbiamo avuto un altro, perché è nata la mia sorellina più piccola. Mia madre ha partorito a quarantaquattro anni, e a quei tempi non era mica... E allora è nata sta bambina e quello ci ha un po' consolato della morte di mio padre". [...] Devo dire che a differenza di tutti gli altri campi profughi che si assomigliavano tutti per la vita che si conduceva... Perché per esempio a Mantova avevamo niente nessuno, non c'era lavoro e non c'era niente, non c'era possibilità, non c'era nessuno che lavorava. Vivevamo all'interno di questi campi, avevamo il rancio e forse eravamo favoriti rispetto ad altri che non avevano neanche il rancio sicuro, anche se può immaginare che razza di roba ci davano da mangiare! Va beh! Però c'era una grandissima unione. Mentre invece arrivando alle Casermette di Torino c'era gente che lavorava, e allora è cominciata la disparità: c'era chi oltre al piccolo sussidio che era una miseria vera e propria e non bastava neanche per comprare il pane e il latte. Veramente, si facevano dei salti mortali, poi c'era dei negozietti interni che davano le cose a debito. Si facevan debiti: pagherò, pagherò, pagherò e alla fine abbiam pagato tutti tutto, perché abbiam cominciato a lavorare tutti quanti un pochino. E devo dire che avevamo un po' paura che questa disparità 10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


tra chi cominciava ad avere delle cose lavorando - molti lavoravano alla Fiat già - e devo dire che avevamo paura che si disgregasse questo rapporto tra di loro. E invece no. Invece ne avevam viste troppe assieme, eravamo diventati proprio una vera e propria famiglia sotto tutti gli aspetti. Tra di noi c'era una totale comunione proprio. E devo dire che mia madre in quel periodo aveva questo dilemma: cosa faccio? Vado a lavorare per questi bambini qui e poi li lascio soli? Sei figli, anzi cinque, perché la sorella più grande che era un po' distante da noi, una decina di anni, ed era la più vecchia nel frattempo si era sposata. Lei ha lasciato i primi mesi il marito a Mantova - che era un poliziotto - ed è venuta per dare una mano a noi, per farci da mamma. Allora mia madre ha trovato qualcosa da fare all'interno del campo profughi, dove prendeva qualcosa, e ci è stata vicino. E poi pian pianino siam cresciuti noi: mio fratello è andato alla Fiat, ho cominciato a lavorare anche io e però non abbiamo fatto il percorso che avremmo voluto e potuto [fare] se avessimo avuto entrambi i genitori." [...]. 31) Lei prima ha dipinto gli esuli come un popolo vilipeso. A tale proposito ricorda degli episodi di intolleranza e discriminazione? R.: "Si. Per esempio quando andavamo a giocare con la Fiumana che ci gridavano fascisti, nei paesi. Almeno, ai primi tempi era così: fascisti! Noi non abbiamo mai reagito, non abbiamo mai fatto niente. Però poi dopo le cose si sono aggiustate, appianate". [...]. Intervista a Sergio V., in Archivio Istoreto, fondo Miletto Enrico [IT C00 FD9364] Compilatore: Miletto Enrico - Data compilazione: 18/07/2009 Revisore: Pischedda Carlo - Data ultima revisione: 18/07/2009

Dall’intervista a Giovanni R. Descrizione: Giovanni R. nasce a Sebenico nel 1918. Il padre è marinaio a Spalato, la madre è casalinga. Dopo pochi giorni dalla nascita viene portato al Spalato, città in cui Giovanni cresce e vive fino all'adoloscenza. Ancora minorenne decide di arruolarsi come volontario e parte per l'Abissinia. Dopo l'esperienza dell'Abissinia prova sulla propria pelle un'altra guerra, e cioè il secondo conflitto mondiale. È l’8 settembre del 1943 quando i tedeschi lo sorprendono insieme ad altri commilitoni in Grecia. Viene catturato e tradotto all'interno dei Balcani fino a che non si imbatte in una formazione partigiana all'interno della Serbia. Decide di arruolarsi e di combattere con loro. Alla fine della guerra ritorna a Spalato dove si iscrive in una cooperativa e lavora come decoratore. Il padre però spinge per partire verso l'Italia e così, nel 1948, l'intera famiglia lascia Spalato. Arrivati in Italia si trasferiscono prima nel campo profughi di Padova e da qui in quello di Mantova e infine, nel 1951, alle Casermette di Borgo San Paolo a Torino. Nella capoluogo piemontese Giovanni è assunto alla Fiat Lingotto e riesce ad ottenere un alloggio nel Villaggio di Santa Caterina, dove vive tutt'oggi. E' stato intervistato il 17 novembre 2008. Intervista e trascrive Enrico Miletto. 30) E siete andati via tutti insieme? R.: "Si, tutta la famiglia insieme. Solo mio fratello no, perché mio fratello quando è scappato via dai tedeschi è andato in Italia, e lui non era venuto a casa, era già in Italia al campo [profughi] di Mantova." [...]. 37) Ecco, mi racconta il viaggio? R.: "Eh si, ci hanno portato a Padova e poi ci hanno portati a Mantova". 38) Quindi è partito da Spalato... R.: "Si, siamo sbarcati, mi pare... Non a Trieste, perché loro volevano prendere Trieste come Jugoslavia... Siamo sbarcati e dopo ci hanno portato a Padova qualche giorno, in un campo, provvisorio. Dopo qualche giorno che eravamo là ci hanno portati a Mantova." Figlio: A Mantova eravate là con altri profughi? R.: "Si, in campo profughi, ma provvisorio, di passaggio." [...] 41) Quindi da Spalato lei arriva a Padova, giusto? R.: "A Padova arrivo, e stiamo lì pochi giorni, e poi ci han detto di andare, [cioè] ci hanno portato a Mantova." 42) Posso chiederle come funzionava, cioè eravate voi che decidevate di spostarvi? R.: "No, no, loro ci mandavano in questi campi che erano delle caserme."

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43) Lei se lo ricorda il campo di Padova? R..: "Di Padova, no, c'era molto poco: avevamo i castelli per dormire [i letti a castello], e niente... Mi pare che sono uscito un paio di volte dal campo a comprare un giornale o cose così, ma dopo pochi giorni ci hanno portato a Mantova." 44) E il campo di Mantova cos'era, una caserma? R.: "Era una caserma, ma anche a Mantova era una caserma." 45) Poi da Padova siete andati a Mantova. R.: "Si, mi pare in treno, non mi ricordo, son tanti anni! So che una volta a Mantova ci guardavano male, ci chiamavano fascisti. E un giorno quella volta, chi era comunista nel '48?" 46) Togliatti... R.: "Ecco si, Togliatti, e tutte le strade erano tappezzate [di scritte] viva Tito, viva il comunismo, viva Stalin. E un giorno ci hanno detto che entreranno in campo e che ammazzeranno tutti noi. E allora noi siamo andati in curia, e ci hanno dato delle armi: eravamo tutta la notte sugli spalti coi fucili pronti a sparare se vengono. E niente, siamo rimasti a Mantova un paio d'anni, mi pare. Te [rivolto al figlio] sei nato a Mantova, e siamo venuti [a Torino] nel '51." Figlio: Fino al '51 sono rimasti a Mantova... 47) Ecco, restiamo un attimo a Mantova. Lei riesce a descrivermelo il campo? Com'era? R.: "Mah, erano dei box - li chiamavano box - : uno, due, tre. Poi dentro c'era il bar, era una caserma, degli ambienti un po' grandi. E allora non poteva prendere una famiglia un ambiente, dovevamo con le tende dividerci: c'era una famiglia qua e una là, però divisi dalle tende." Figlio: E tu abitavi con il papà e la mamma e la zia Dora? R.: "No, io abitavo con te e con la mamma." Figlio: Ma non alle Casermette, a Mantova! R.: "Ah! Con la mamma. Ero con la mamma e con il papà. E lì mio padre era una persona rispettabile, e vederlo andare con la gavetta a prendere da mangiare era triste. E là poi ho conosciuto la mamma e poi siamo stati insieme." 48) Quindi sua moglie l'ha conosciuta a Mantova? R.: "Si." 49) Ed era profuga anche lei? R.: "Era di Fiume. Perché mia moglie era ad Arezzo, e come studentessa lì non c'era la scuola ad Arezzo, e quindi li hanno portati a Mantova dove c'erano altre scuole. E lì ha finito il liceo classico, e poi era all'università, ma dopo è nato il figlio e [non ha finito]." 50) Parlando sempre di Mantova, lei prima mi ha detto che suo padre andava a prendere da mangiare. Quindi lo cucinavate voi oppure no? R.: "No, ci davano da mangiare: dovevamo andare in fila con la gavetta, e lì ci davano un mestolo e poi uno doveva andare nel suo tugurio e mangiava. E io mi ricordo, che sono andato a Superga a lavorare per una minestra e 100 o 200 Lire al giorno. Lavoravamo le strade e pulivamo i boschi, ma questo ero già a Torino. E lì [a Mantova] ho fatto qualche lavoretto." 51) Ecco, mi dica che lavori ha fatto a Mantova... R.: "Sono andato in un negozio di decoratori, e mi hanno preso per qualche giorno, finché ho fatto un lavoro. E lì non ero ancora con la mamma [sua moglie], e portavo a casa, finché comprare qualche cosa. E non avevamo niente: solo quando poi mio papà ha preso dei danni. Ma ha preso neanche la millesima parte di quello che doveva prendere, gli han dato poche centinaia di mila lire, e lui ha lasciato un palazzo in costruzione grande, che era di un milione. E papà sapeva che anche se non era in grado, lo abbiamo sempre considerato come capo della famiglia. E infatti mio papà si è ammalato di crepacuore, perché vedere una persona che aveva sempre il cappello a salutare la gente, vederlo con la gavetta andare [a prendere da mangiare]...E allora un giorno vado in infermeria - perché c'era l'infermeria in campo - e gli dico: papà, hai paura di morire? No, dice, figlio mio prego iddio di morire perché non voglio vivere più. E difatti è morto, e

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io e mio fratello lo abbiamo accudito da morto in un magazzino, tre o quattro giorni finché non lo hanno seppellito. Ma è morto a Torino lui, a Torino." 52) Le faccio ancora poche domande, poi abbiamo finito. Posso chiederle come vi ha accolto la gente in Italia? R.: "Non tanto bene, non tanto bene. Ci consideravano...Perché tutti quella volta, siccome il comunismo ha vinto, tutti volevano essere comunisti: c'era qualcheduno... C'era un conte, il conte [A.], non di Mantova, ma [di] un paese di là di Mantova, e veniva a prendere noi giovani perché i suoi contadini facevano sciopero, e allora ci portava in questo paese che non mi ricordo più il nome. Il conte [A.] ci portava e noi andavamo a fare solo erba per le bestie, perché se no le bestie morivano. E ci voleva bene. Era un fascista! E noi gli raccontavamo le nostre avventure, così, e qualche volta andavamo anche nel suo ufficio a Mantova - non in paese, ma a Mantova - a domandargli qualche soldo, e lui ci dava, 10.000 o 20.000 Lire. E ci voleva tanto bene. E un giorno era sciopero, e due ragazzi Piero D. e un altro che è andato in Australia, giocavano in cortile, correvano uno dietro l'altro. E questo Piero, per aprire le porte, ha sbattuto si è tagliato, perché era tutto un pezzo di vetro. E allora questo conte dice: dobbiamo portarli in un altro paese dal dottore, e quella volta era sciopero, e allora i contadini, tutti, ci chiudevano la strada e non potevamo passare. E lui - questo conte [A.] - ci aveva dato delle armi, e loro volevano fermarci, c'erano in centinaia davanti, e lui guidava, dice: se vogliono andare sotto che vadano sotto. Siamo andati da un dottore gli ha tolto [il vetro], e dopo sette o otto anni ancora gli hanno trovato un pezzo di vetro!" 53) Quindi non vi trattavano bene... R.: "No, no, non ci volevano bene perché c'eran persone che ci volevano bene, ma per lo più eran tutti comunisti." [...]. Intervista a Giovanni R., in Archivio Istoreto, fondo Miletto Enrico [IT C00 FD9357] Compilatore: Miletto Enrico - Data compilazione: 07/07/2009 Revisore: Pischedda Carlo - Data ultima revisione: 07/07/2009

Dall’intervista a Mario M. Descrizione: Mario M. nasce a Veglia nel 1934. Il padre, pescatore, muore nel 1944 in seguito a un'operazione dell'aviazione alleata. Nel 1949 lascia Veglia con la madre e i fratelli alla volta dell'Italia. Arrivato a Trieste resta qualche giorno al Silos prima di partire per il centro di smistamento profughi di Udine dove gli viene assegnata come destinazione il centro raccolta profughi di Laterina in Toscana. A Laterina resta dieci mesi, poi si trasferisce al centro raccolta profughi di Mantova e da qui, nel 1951, alle Casermette di Torino, dove resta fino al 1955 quando ottiene un alloggio nel Villaggio di Santa Caterina a Lucento. Assunto alle Fonderie Fiat di Mirafiori, nel 1967 si trasferisce a Carmagnola, dove l'azienda torinese apre il nuovo stabilimento Teksid. E' stato intervistato il 15 novembre 2007. Intervista e trascrive Enrico Miletto. 36) Quindi in treno siete arrivati a Trieste. A Trieste siete stati al silos? R.: "Si, siamo stati un pochettino, siamo stati non so quanti giorni, forse una quindicina, non ricordo. E di là si aspettava sto smistamento. Siamo andati a Udine e da Udine aspettavamo lo smistamento, e quando c'è stata l'assegnazione, la destinazione di dove dovevamo andare, la destinazione nostra era quella di Laterina." 37) Ecco, ma questa destinazione veniva scelta oppure ti mandavano dove c'era posto? R.: "Ma, penso dov'era posto, perché c'erano degli spostamenti, ogni tanto: gente che si trovava la casa da sola... Chi andava a Laterina o cosa, magari andavano ad Arezzo e si trovavano il lavoro o cosa, perché erano anche della gente specializzata, in modo particolare i fiumani, che c'era il silurificio e quelle cose lì. E allora si sistemavano e man mano che si vuotava venivano fatti dei ricambi. O se no c'erano degli spostamenti: come dopo io, dieci mesi che andavo, c'è stato degli spostamenti per la scuola. Perché io dovevo andare tra Laterina e Arezzo, e andavamo lì in questo convitto, e forse per loro era anche una cosa pesante, non lo so. O costosa. E allora ci hanno mandato a Mantova poi. E allora si aspettava il trasferimento e dopo dieci mesi siamo andati via. Dieci mesi siamo stati lì [a Laterina], per fortuna. Ma la gente non è che ci abbia accolto male, anzi." [...]. 39) Quindi, ricapitolando, Trieste, Udine, Laterina e Mantova... R.: "Trieste, Udine, Laterina e poi Mantova, sempre in campo."

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40) Ecco, mi descrive dopo Laterina, anche il campo di Mantova? R.: "Laterina volevo ancora dire due parole... [...].” 45) Lei, quindi, sta dieci mesi a Laterina e poi va a Mantova... R.: "Si, a Mantova... Eravamo fuori Mantova, in un campo profughi. Eravamo vicino... su una statale, eravamo vicini a un manicomio, addirittura. Me lo ricordo bene! Col tram che passava lì, che portava al centro della città. Lì era più piccolo, e si stava già un pochettino meglio, perché c'erano i box nei cameroni, non più coperte, era già un po' migliore, era un pochettino migliore. E anche lì, andavo a scuola a Mantova e lì siamo stati venti mesi e poi abbiamo avuto il trasferimento [a Torino]. Diciamo che nell'insieme, anche lì andando a scuola, avevo trovato dei ragazzi che erano bravi. Poi io, insomma, facendo un po' di sport si faceva facile amicizia, anche coi ragazzi del posto o cosa. Tant'è vero che si faceva scuola - si faceva l'industriale - e dovevamo andare qualche volta anche al pomeriggio a scuola. E [c'] erano diversi miei compagni di classe che tante volte dicevano: Mario ti fermi? Vieni, mangia qua così non vai fino a casa... Pertanto siamo anche stati trattati abbastanza bene." 46) E, infine, da Mantova arriva alle Casermette... R.: "Si, sono arrivato a Torino nel '51. Alle Casermette sono stato fino al '55. Nel '55 sono andato militare, e quando son tornato da militare ci avevano assegnato le case a Lucento." 47) Senta, in questi campi, c'erano anche delle strutture come asili, scuole, circoli, infermerie, eccetera? R.: "Si, l'infermeria c'era. Se uno va in via Veglia, c'era l'infermeria dove mettevano la gente che aveva bisogno di qualche cura o della gente anziana. Poi c'era la chiesa, i campi sportivi, un circolo - l'ACLI - , c'era anche il cinema." 48) Ma questo a Torino. Invece negli altri campi in cui lei è stato? R.: "No, il cinema no. Si, c'era una sala dove facevano... A Mantova, per esempio, c'era una sala dove veniva distribuito qualche volta... Insomma c'è stato un periodo che ci hanno dato la diaria e si cucinava da soli, però qualche volta c'era un grande salone dove facevano qualche cosa, ma poca roba. Si, feste e cose così. Invece Laterina assolutamente, quello è un posto proprio da dimenticare." 50) Ma lei riuscirebbe a dirmi - a grandi linee - quante persone eravate a Laterina e quante a Mantova? R.: "Ma, non lo so. A Laterina io penso che eravamo intorno ai 1.500, penso, adesso non so di preciso. A Mantova eravamo meno, saremo stati 700 - 800, ma forse anche meno di 700." 51) Parliamo ora di un'altra cosa. Lei mi ha detto prima che alcuni suoi compaesani sono riusciti a sistemarsi, sia a Mantova che a Laterina. Che sbocchi professionali potevano offrire agli esuli quelle zone? R.: " Ma, tantissimi si sono sistemati. Mi ricordo che c'erano degli amici che giocavano con me a pallone e hanno trovato il posto di lavoro; si son sistemati lì e sono ancora adesso lì. Adesso non mi ricordo il nome, ma c'è n'erano diversi. Mantova era già abbastanza ricca, pertanto tantissimi si sono sistemati lì. È come dicevo prima: man mano che si vuotavano questi posti, magari venivano rimpiazzati con delle altre persone. Però diversa gente, man mano che trovava una sistemazione un lavoro - perché c'era anche della gente istruita che veniva - perché magari trovavano posto come impiegati, come operaio e c'era anche in quel periodo la raccolta delle barbabietole, o qualche cascina: insomma è tantissima la gente che si è sistemata. Molta. E quella gente lì sono rimasti lì. Come sono rimasti tantissimi in modo particolare in Toscana; in Toscana ci sono tantissimi profughi che sono rimasti, perché lì si trovavano bene. Quelli di Marina di Massa e di quelle zone lì si trovavano bene e son rimasti lì." 52) L'accoglienza, mi diceva prima, che avete ricevuto è sempre stata buona? R.: "Io, giovane così, non ho avuto difficoltà." 53) E che lei sappia altri ne hanno avute? R.: "Ma si, certo, non è che eravamo guardati come i profughi che tutti quanti erano aperti e ci accoglievano a braccia aperte. Qualcuno aveva dei pregiudizi su di noi, perché, insomma, pensava diversamente. Erano convinti che eravamo della gente diversa, invece no." 54) In che senso diversa? 10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


R.: "Diversa nel senso... Non so, che magari quelli che sono scappati di là erano della gente poco di buono, o che avevano certe tendenza politiche. Invece lì la maggioranza... C'è n'era anche della gente che era scappata per motivi politici, senz'altro, perché c'era qualcuno che non è venuto regolarmente e si arrangiava. Però chi è venuto come noi che siamo venuti per cercare di migliorare e di trovarsi una sistemazione, per noi, insomma, cercavamo di comportarci... Non abbiamo mai avuto problemi noi. Non abbiamo mai visto polizia o carabinieri che fossero entrati nel campo per cercare delle persone che hanno commesso qualche reato o qualche cosa." 55) Quindi uno degli stereotipi - e me lo ha appena confermato - era quello di essere considerati dei fascisti... R.: "Si, magari pensavano ed erano convinti che avevamo delle tendenze politiche un po' diverse, qualcheduno. Però a quell'età noi, la gioventù nostra, la maggioranza della gioventù quelle idee non le aveva. Poi c'è n'erano - naturalmente - tra le gente più anziana che avevano le idee più chiare di noi, e magari poteva esserci qualcuno che era venuto [via] anche per motivi politici." 56) E invece le donne istriane com'erano viste, come sono state accolte? R.: "Le nostre [ragazze] sono allegre, sono persone che vivono la vita con allegria, e hanno un altro criterio della vita. Non è che erano musonate o cosa, le piaceva divertirci. Perché noi quando andavamo a giocare [a calcio], c'erano le ragazze dietro che venivano con noi e facevano il tifo. Ma senza nessuna malizia, perché erano spontanee, le piaceva l'allegria, le piaceva la compagnia e quelle cose lì. Però non è che erano delle persone dai facili costumi, assolutamente. Poi magari può essere che qualcheduna lo fosse, ma come da tutti le parti. Non c'è paese che non ce n'abbiano!" 57) Posso chiederle come trascorreva il suo tempo libero a Mantova e a Laterina? R.: "A Laterina ero a scuola e nel pomeriggio dopo che si usciva da scuola, avevamo un campo sportivo a cento metri e si andava a giocare. Tant'è vero che quando è mancato il Grande Torino me lo ricordo bene, il 4 maggio del '49 - noi eravamo in un campetto che giocavamo, e c'era uno che aveva una radiolina - che non so come aveva fatto a prenderla - e davano queste notizie che era mancato. E [il tempo libero] su passava più o meno giocando a pallone. Giocando a pallone... Il tempo maggiore che io ho passato è quello di giocar in particolar modo a pallone. E a Mantova era la stessa cosa. C'era qualche volta che facevano alla sera qualche festa, però uno come usciva dalla capannona, come usciva dalla casermona, uno usciva e di qua [nel senso molto vicino] c'era il campo. E cosa ci andava? C'era uno che aveva un pallone, due calci o magari ci mettevamo lì a sedere a contarcela un pochettino." 58) Quindi voi, se non ho capito male, raramente vi spingevate fino in città... R.: "Quelli che piacevano ballare... Ma facevano anche questi intrattenimenti lì [al campo]: magari c'era una sala in cui suonavano, c'era qualcuno che suonava la fisarmonica e ballavano così, nei padiglioni." 59) Come si è arrivati alla progressiva integrazione, al progressivo avvicinamento con gli abitanti del posto? R.: "Noi eravamo abbastanza distanti da Mantova, non so quanti chilometri erano... la gente che andava nella città di Mantova, magari andavano per comprare qualche cosa o per fare una passeggiata. Però è difficile che facendo una passeggiata potessero fare delle amicizie. Qualcheduno magari avrà fatto anche delle amicizie, però io dico che i contatti erano abbastanza limitati, perché non è che ste caserme erano dentro la città, erano abbastanza fuori. Tanto bisognava andare e andavano quei gruppi con questo tram che andava proprio nel centro, dove c'era un grande teatro, e lì poi si sparpagliavano un pochettino, andavano a visitare quelle cose da visitare o comprare quello che li interessava. Però è difficile, non potevano legare tanto, perché non avevano neanche il tempo, dovevano poi tornare indietro. Non è che dicevano: sto tutto il giorno ai giardini e poi vado a casa." 60) Parliamo di Torino. [...] Intervista a Mario M., in Archivio Istoreto, fondo Miletto Enrico [IT C00 FD9360] Compilatore: Miletto Enrico - Data compilazione: 17/07/2009 Revisore: Pischedda Carlo - Data ultima revisione: 17/07/2009

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Dall’intervista a Giorgio e Luigi B. Descrizione: Giorgio e Luigi B. nascono a Ferrrara, rispettivamente, nel 1926 e nel 1934. Nel 1936 il padre, bracciante agricolo, decide di emigrare in Libia, dove andrà a lavorare come bracciante agricolo. Nel 1940, allo scoppio della guerra, Giorgio e Luigi, insieme a molti altri bambini italiani dell'Africa Orientale sono fatti rientrare in Italia. Per più di due anni non vedranno le loro famiglie. Arrivati in Italia sono ospitati in alcune colonie prima che, nel 1943 vengano raggiunti dalla madre che li riporta a Ferrara. Tentano di rientrare in Libia, ma non ci riescono. Per loro, come per molte altre famiglie di coloni, si aprono le porte dei centri di raccolta profughi. Dopo essere stati a Catania, Modena e Servigliano, arrivano nel 1951 alle Casermette di Borgo San Paolo. E' stato intervistato il 9 maggio 2010. Intervista e trascrive Enrico Miletto. 34) Dopo l'8 settembre... Giorgio: "No, prima. Perché quando han fatto la ritirata che sono arrivati in Tunisia, è scappato anche lui. Si sono imbarcati, poi in mezzo al canale di Sicilia un siluro ha colpito la nave ed è affondata. E lui c'aveva qualcosa da portare a casa - aveva due soldi - ed è finita in fondo al mare. Lui si è salvato: doveva fare la quarantena a Trapani, ma è scappato ed è venuto a casa, è venuto a Ferrara. E anche lì che cosa ha fatto? Era senza lavoro e dopo un po' l'han messo in ferrovia, come impiegato statale che era là [in Libia], gli han dato un posto in ferrovia, in provincia di Rovigo. Fino alla fine della guerra. Dopo la guerra li hanno epurati: i compagni han preso il posto a tutti quanti: tu via, tu via! E [anche] io: via! Perché io quando ero al paese mi avevano fatto presidente dell'Opera Balilla. Poi dopo siamo andati a fare un campo in provincia di Vicenza: avevo diciotto anni, e mi è arrivata la cartolina per andare a fare lavori leggeri in Germania, e cioè il campo di concentramento. Allora io non ho voluto andare, mi sono detto: mi arruolo qua che sono a casa e non vado in Germania. Mi sono arruolato nella Repubblica Sociale e sono andato a fare il CAR a Como, e poi dopo mi hanno destinato alla batteria contraerea, coi tedeschi. Ogni cannone, invece che quattro militari ce ne aveva otto, perché c'erano quattro tedeschi e quattro italiani. E sono stato sempre in contraerea, in provincia di Padova. Nel '45, cambia la rotta e scappano tutti. Invece il nostro comandante di batteria ha detto: no, noi dobbiamo andare a Brescia. Perché lì ci sono degli italiani e da lì andiamo in Germania. E invece siamo arrivati fino a Goito: a Goito eravamo in una cascina, perché noi ci siamo portati via due pezzi, [mentre] altri due pezzi son rimasti sul posto così intanto mentre noi si andava via loro sparavano dall'altra parte del Po. Eravamo in viaggio con due pezzi e li abbiam piazzati tutti e due in questa cascina, uno di qua e uno di là dove c'erano le entrate. E si aspettava, [perché] i tedeschi volevano andare via la notte, volevano scappare. E così hanno fatto. Però prima della notte, c'è stato un attacco degli americani: sono arrivati due carri armati che si sono trovati a cinquanta metri dai cannoni, Uno - una sberla! - lo abbiam forato da parte a parte, e quell'altro lo stesso e dopo son scappati via tutti quanti e ci han lasciato lì. E allora noi cosa abbiamo fatto? C'era lì la stalla che era piena di vacche che urlavano - perché quando non le mungono, la notte hanno il latte e urlano - e allora cosa abbiamo fatto? C'era un tenente che era un professore di Roma - R. si chiamava - che ha detto: se stiamo uniti non succede niente, se vi allontanate uno a uno, vi beccano e vi fan la festa. Siamo andati dentro a una stalla, abbiam preso tutti i cuscini e li abbiam messi vicino alla porta di entrata, tutti lì. E noi altri ci siamo messi a dormire in mezzo alle vacche e poi abbiam dormito. Alla mattina ci siam trovati i compagni che puntavano il fucile. E ci hanno portato in piazza a Goito, ci avevano messo tutti in fila contro un muro, [col] mitragliatore davanti e ci volevano fare la festa. Invece ci siamo salvati perché avevamo tutti i pacchi di medicazione che davano ai militari - i pacchi di primo soccorso - e allora han cominciato a raccogliere sti affari. Nel frattempo, non arriva una pattuglia americana? E' stata la nostra salvezza! Dicono ma quelli chi sono? Noi abbiamo combattuto contro quelli lì, abbiamo perso tre carri armati contro di loro. Non siete stati voi altri, quindi questi qua sono nostri. Li prendiamo noi. Ci hanno preso e ci hanno portati a Mantova, e a Mantova siamo stati quindici giorni in carcere. Poi dopo c'era un comando, un raggruppamento di partigiani liberali, e ci hanno mandati lì da loro. E lì ci torchiavano, di notte ci facevano alzare, ci portavano in un ufficio e ci facevano le domande, volevano sapere tante cose. E noi gli dicevamo che non sapevamo niente. Tant'è vero che finito lì, ci hanno mandato cioè ci portavano a raccogliere le munizioni in giro con i camion: andavamo a prendere le bombe inesplose e caricavamo i camion. Poi, dopo, finita la pulizia lì intorno, han fatto un campo di concentramento in città, e lì ci siamo trovati in tanti. Però il posto dove che eravamo con la batteria, quelli che abitavano lì, che erano un po' più di casa e che han saputo che eravamo prigionieri a Mantova, son venuti a trovarci. E allora anche i controllori del campo [erano stupiti] e le persone gli dicevano: ma questi qua [cioè noi] non han mai fatto niente, anzi. Una signora ha detto... Dato che noi eravamo in ritirata - era di giorno - avevamo preso i civili che passavano per la strada per non farli andare via, che loro ci vedevano, per non farli andare dai partigiani a riportare che noi eravamo lì. Allora li fermavamo tutti e li portavamo nella cascina. Io ero di pattuglia, ero fuori dalla cascina. E c'è stato uno che era in cascina e che si è messo a tirar fuori che voleva scappare. Sul tetto c'erano i mitragliatori e allora han cominciato a sparargli dietro a quello lì. Un [mio compagno d'armi], un bergamasco, un bestione alto così, ha incominciato a corrergli dietro a quello lì [gridandogli]: fermati, fermati! Meno male che quello si è fermato, l'ha preso e l'ha riportato indietro, perché altrimenti lo ammazzavano. Un altro, in cortile, un ragazzo che avrà avuto sedici o diciassette anni - perché lì vicino alla cascina c'era dei campi canapa - voleva scappare, e un maresciallo tedesco l'ha preso e gli ha puntato la pistola alla testa. Allora tutti quanti i ragazzi che c'erano lì, han dato la spinta al 10 febbraio 2017 Giorno del Ricordo - Il dovere civile della memoria e della presa di coscienza


maresciallo e il ragazzo è scappato via. Allora la gente raccontava quelle cose lì. E ci hanno fatto i fogli di via, e noi dopo le varie indagini, eravamo liberi di ritornare al paese e presentarci una volta alla settimana, per un mese, dai carabinieri a firmare. E quindi io sono tornato a casa." [...] 76) Con voi a Servigliano iniziavano anche ad esserci dei profughi giuliano-dalmati? Gigi: "Si, si. Praticamente i giuliani, i primi zaratini che son quelli che sono andati via nel 40 [1944] li abbiam trovati a Modena. I primi erano a Modena, che arrivavano da Sebenico e da quelle parti lì. Ce n'era anche a Mantova, ma a Mantova c'era tutto: turchi, rumeni, noi, tunisini, giuliani." 77) Mi sembra molto interessante quanto mi avete detto circa la presenza a Servigliano degli ustasa... Gigi: "Allora, noi entravamo di qua [da una parte]... Cioè, entravi dallo stradone e di qua [sulla destra] c'erano tutte le famiglie e di là [sulla sinistra] c'erano due baracche e il campo per giocare a pallavolo e poi c'era l'infermeria. E loro [gli ustasa] li mettevano tutti in queste baracche: [lì] c'erano tutti questi che arrivavano di là, scapoli, però, erano tutti scapoli. Poi c'erano altri che son scappati senza genitori - che abitano qui [a Torino] ancora adesso - che erano con questi, perché non avevano famiglia. Ma questi qua [gli ustasa] arrivavano e stavano poco, venti giorni, e poi li portavano a Bagnoli, al campo IRO, e da lì li portavano in Australia." Giorgio: "Si, si... [Mi ricordo] che quando siamo andati a Servigliano da Modena - che ci siamo ubriacati io e [il mio amico] B.! - c'erano due ragazzi che erano a Mantova e andavano in Canada, e ci hanno offerto da bere. Allora, lì fanno il vin cotto, nelle Marche, e ci han dato il vin cotto... E il vin cotto è bastardo, perché fino a che bevi e stai seduto va bene, [poi quando] ti alzi in piedi e vai fuori... " Gigi: "A Servigliano siamo stati un anno, dal' 47 al '48". 78) Quindi poi nel 1948 siete andati a Mantova... Gigi: "Dovevamo venire prima, [però] abbiamo rimandato perché mia mamma stava male ed è andata all'ospedale. Noi siamo quindi stati due anni a Mantova." Giorgio: "Si, perché io ho preso la liquidazione, e sono venuto via dal campo. Mi avevano dato 60.000 Lire e da lì non avevo più diritti. Sono andato su nel veronese, ho finito i soldi e, finiti i soldi, finito tutto! E nel frattempo loro sono venuti a Mantova." 79) Come mai siete andati a Mantova? Gigi: "A Mantova perché da Servigliano abbiam voluto noi venire su." 80) Riuscite a descrivermelo il campo di Mantova? Giorgio: "Casermette!" Gigi: "Hai visto le Casermette [di Torino]? Allora, le Casermette di qua, la stessa cosa. Erano tre padiglioni da una parte e quattro dall'altra, perché uno era crollato, perché era stato bombardato, ed era quello dove si facevano le feste da ballo. Erano padiglioni, poi c'era dove c'erano le docce e dove c'erano i servizi. Come le Casermette, uguale. Anzi, peggio!" 81) In che senso peggio? Gigi: "Peggio perché qui erano divisi, a Torino, erano già divisi a Torino i padiglioni. Erano divisi da una parte, a Torino." 82) E invece a Mantova? Gigi: "Anche a Mantova." 83) E a Mantova il campo aveva dei servizi? Gigi: "No, no, tutto fuori." Giorgio: "No, no, devi capire che non c'era niente!" 84) Quanti potete essere stati a Mantova? Era un campo grosso? Gigi: "Ti dico, c'erano cinque padiglioni, doppi, e cosa potremmo essere stati? Tremila?" Giorgio: "Ma no, meno! Tra tutti, bambini e altro, saremmo stati 500, eravamo pochi."

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85) Relativamente all'inserimento nel mercato del lavoro, posso chiedervi se a Mantova i profughi lavoravano? Gigi: "Quando c'era sciopero!" 86) In che senso quando c'era sciopero? Giorgio: "Facevano i crumiri!" Gigi: "Quando i contadini scioperavano, andavano a lavorare." 87) I profughi? Giorgio: "Eh già? Poi i compagni non potevano vedere gente che lavorava [quando loro scioperavano]". Gigi: "Quando andavamo dal campo profughi in centro, che c'era la nebbia, cantavamo Faccetta Nera! E delle volte, forse, avevano anche ragione a darci dei calci nel sedere! [Però] sai, avevi anche vent'anni... " 88) E lì Mantova eravate tutti insieme, non solo voi libici... Gigi: "No, lì facevi un fischio e arrivavano tutti quanti, avremmo visto 50.000 persone!" Lì eravamo come fratelli, tutti quanti. Come fratelli: se c'erano sigarette, c'era una sigaretta per tutti. Lì soldi non c'e n'erano!" 89) Rifacendomi anche ad altre testimonianze raccolte, credo che il rapporto coi mantovani, almeno inizialmente, non sia stato molto facile... Gigi: "Non avevamo rapporti coi mantovani, perché noi di amici ne avevamo già fin troppi lì dentro [al campo], e non è che andavi a cercarli fuori. Quelli più grandi di noi come R., avevano rotto le palle un po', ma no. Io non ho mai avuto problemi." 90) In che senso rotto le palle? Gigi: "Sai, quelli lì che andavano a lavorare al posto degli scioperanti... Li volevano menare, eh! Se li beccavano li menavano." Giorgio: "[Mi ricordo una volta] che siamo partiti da Mantova di notte, siamo andati via col pullman e siamo arrivati sul posto, in una cascina in mezzo alla campagna. Siamo arrivati lì, e il padrone voleva darci quello che voleva lui, e noi altri volevamo essere pagati. E dai, e dai e dai, e non ci siamo messi d'accordo. Allora siamo tornati indietro, ci siamo fermati in un bar alla mattina presto a prendere il caffè e, insomma, è sparito tutto! [Al ritorno] sul pullman tiravano fuori di tutto!" Gigi: "Omissis" Giorgio: "Omissis" 91) Fino a quando siete rimasti a Mantova? Gigi: "Fino al 1951." [...] Giorgio: "Sa cos'è? Che a quei tempi lì non c'era lavoro per nessuno, allora andavi a fare il terrazziere e ti davano qualcosa, a Mantova." Gigi: "Senti, se tu... Adesso, io sono andato a lavorare in fabbrica presto, e mi dicevano: bastardi, siete venuti a prenderci le case! Noi paghiamo la casa da una vita e non ce la danno, a voi altri ve l'han data... Tutte ste cose qua. Praticamente eri venuto a prenderli il lavoro. Poi se tu non hai la casa, paghi l'affitto, però vedi che danno le case a 500-600 famiglie e ti girano anche le balle! O no? Ma poi, guarda, quando siamo venuti qui [a Lucento] hanno fatto tutti i portoni e i cancelli nuovi, prima erano aperti. Ci chiamavano mau mau. Io avevo conosciuto una ragazza che mi disse: Cristo, mi avevano detto che sembravate dei delinquenti e invece siete bravi! Noi andavamo al bar là in piazza e appena ci han visti ci guardavano di brutto, [ci dicevano] fascisti e poi siamo andati avanti quarant'anni benissimo!" 99) Quindi anche a voi vi han detto fascisti... Gigi: "Io quando andavo a votare, andavo in quella scuola vicino alle Ferriere, la Margherita di Savoia, e c'era uno che conoscevo e mi diceva: ueh, bastard, vuta nen per i fascisti neh! Me lo

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gridava da lontano... Perché erano convinti che votavi per l'MSI. Forse la maggioranza di questi [giuliani] era tutta della DC." [...] 100) Come mai stava meglio alle Casermette? [nota dell’autore: a Torino] Gigi: "Perché eravamo una famiglia, non eravamo come qua. Là se avevi 100 Lire, non vedevi l'ora che arrivassero tutti e andavi a spenderli tutti assieme. Giorgio: "Nei paesi, specialmente nel mantovano, avevamo un greco, Sisal lo chiamavamo, e aveva una bocca grossa così. E allora, quando c'erano le feste dei paesi nel mantovano, facevano le gare a mangiare pastasciutta. E noi lo iscrivevamo a lui, ma lui era uno strozzone, mangiava in fretta, invece gli altri mangiavano piano e lo fregavano sempre. E ci faceva perdere le 100 Lire, perché mettevamo 20 Lire a testa per iscriverlo. Comunque Mantova è stato il più bel posto dove siamo stati, eravamo tutti fratelli." [...] 104) Dopo tanti anni di campo profughi, credo che avere finalmente una casa sia stato per voi qualcosa di bello? Gigi: "Non l'ho sentita io quella smania di avere casa. Quando mi han dato la casa avevo diciotto anni, andavo a casa solo a dormire!" Giorgio: "Siamo stati troppi anni in giro, e oramai eravamo zingari!" Giorgio: "Siamo equiparati ai combattenti e ai partigiani, per cui io prendo 32 Euro di pensione in più. Noi siamo rimpatriati, non profughi." [...]. Intervista a Giorgio e Luigi B., in Archivio Istoreto, fondo Miletto Enrico [IT C00 FD14596] Compilatore: Miletto Enrico - Data compilazione: 27/05/2013 Revisore: Pischedda Carlo - Data ultima revisione: 27/05/2013

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