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I RAGAZZI DELLA FOLGORE

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Ten. ColonneUo PartuJadudata ALBERTO BECHI LUSERNA 1904-1943 Medaglia d'Oro Quattro M•dqU• di Bron•o Croce al V alor MiUeare Meda«lia d'Argento al Valor Civile


ALBERTO BECHI LUSERNA e

PAOLO CACCIA DOMINION!

I RAGAZZI DELLA "FOLGORE~~

EDIZIONI LIBRI ARTISTICI VIA MANZONI, 30 MILANO


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INDICE E GIUSTIFICAZIONE DELLE ILLUSTRAZIONI TARQUINIA

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LANCIO

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SIDI ABDEL KERIM

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CARCASSA

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L'antico borgo etrusco ha intensissimo - come tanti altri abitati dell'Italia centrale - il sapore francescano, medievale, sonnolente, umanistico e solo accessoriamente guerriero. Proprio questo fondale di scenario, tanto caratteristico, doveva inquadrare il complesso tecnico, scatenato, temerario della Scuola Paracadutisti, l'espressione più moderna del nuovissimo combattimento aeroterrestre. Chi scelse tale località come culla della « Folgore» ebbe certamente spirito burlone. l due primi apparecchi, affidati i loro dodici paracadutisti al cielo fosco d'una giornata temporalesca, sono in piena virata per rientrare alla loro base. Il terzo apparecchio, osservando l'azione, il vento chiaramente indicato dalla deriva dei paracadute in discesa, e il probabile punto d'atterraggio, ha già rettificato la propria rotta e ritarda il lancio di qualche secondo per non incorrere nell'errore dei due primi apparecdti; tiene conto, nello stesso tempo, di non distanziare troppo gli atterraggi, per non rendere problematica la riunione della truppa paracadutata. L'illustratore, che non è paracadutista, chiede indulgente venia per gli errori tecnici che saranno rilevati in questo disegno. Il vecchio forte, costruito verso il 1913, è da molti anni scomparso: o forse semplicemente sommerso · dalla irruente vegetazione che gli è cresciuta attorno. Chi ebbe la ventura di presidiarlo nell'invernata 1918-19 (come avvenne all'illustratore} e probabilmente anche nei periodi precedenti o se8uenti, ne ricorda soprattutto le cimici che avevano peculiarità notevolissime: dimensioni giganti, ini:z:iativa instancabile e una beffarda immortalità di fronte ai mezzi più micidiali.

La camionetta Chevrolet, nei pressi di Gebel Kalakh, era stata probabilmente colpita da mitragliamento aereo in epoca molto anteriore al ciclo operativo di Alamein, durante le operazioni di Sidi Barrani o di Passo Halfaya, tra la fine del 1940 e il principio del 1942. L'altissima antenna della radio era tuttora a posto e non aveva ancora trovato amatori tra i numerosi ricercatori di rottami: circostanza singolare che attirò l'attenzione e la matita dell'illustratore.

POSTO AVANZATO

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Lo schizzo fu preso nella linea di vigilanza occupata dal VII battaglione «Folgore» ( ten. col. Ruspoli, poi capit. Mautino) a picco sopra la Depressione di Qattara, in posizione antistante il pianoro di El Taqa. Un paracadutista porta il classico casco coloniale, il più inco-

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modo copricapo - sempre inadatto pur nelle fogge diverse che si susseguirono dal 1883 in poi - che abbia infestato le nostre truppe d'Africa. I Folgorini, gente pratica, dopo le prime settimane ne fecero un uso sempre più limitato: s'erano accorti che il pericolo dei colpi di sole era trascurabile di fronte a certi altri disturbi offerti dallo schieramento di Alamein. TARFAYA Tutta la scogliera di torrioni che limita la Depressione ha aspetto imponente, ma soltanto a Tarfaya raggiunge cosl tragica grandiosità. La posizione è circa cinquanta chilometri a ponente del «Passo del Carro », in linea d'aria, e non fu mai presidiata stabilmente. Vi si recavano solo pattuglie, di tanto in tanto.

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DEIR ALINDA Lunga vallata o depressione, parallela alla nostra prima linea del secondo periodo (settembre-ottobre 1942). Costituiva un prezioso riparo per gli uomini della Brescia (I e II battaglione del 190 fanteria, e batterie del l o artiglieria volante « Eugenio di Savoia •), del battaglione t;>aracadutisti tedesco « Hiibner • e del II battaglione «Folgore • (magg. Zanninovicb). Sopra il costone si stende la t;>iana desolata, dove i rottami della guerra sono scomparsi, mentre riman· gono, incancellabili, i camt;>i minati, e i J;>OSti di vigilanza come quello rapt;>resentato dal disegno. PRIGIONIERI (da fotografia) Fu scattata nella det;>ressione di Deir el Shein, presidiata dal 4010 fanteria Bologna ( colonn. Dall'Oglio ). I prigionieri erano stati catturati durante un colpo di mano eseguito da fanti e guastatori. Il pri~oniero con l'elmetto, in secondo piano, era un tenente del genio,

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d~~~;:Pe:rd~~~teiitàhr~=uio C:!t~~!~~:::e;:d:~

e la pipa. Gliene fu immediatamente offerta un'altra, unitamente a una scatola di tabacco inglese di preda bellica. VARCO A DEIR EL ABYAD Deir el Abyad significa « Depressione Bianca » e fu cosl chiamata, nella toponomastica beduina, per la prevalenza di sabbie chiare in un ambiente di rocce grige o rossastre. Il campo minato che ne traversava l'estremità di ponente era largo circa un chilometro e si stendeva per dieci miglia, a forma di boomerang. Esso era in parte fasullo : pietroni erano stati collocati a distanze regolamentari, e ricoperti in modo volutamente vistoso da ghiaia e sabbia, in modo da simulare un campo minato fatto con frettolosa negligenza, con le

:~Jn!~i~su:r~~~an~ ~~~i~~he8~~!':~~en~n~v~:~

scoperto il trucco e si avventurasse fiducioso. Un robusto filo spinato di « controscarpa • limitava la striscia minata, teso con abbondanza di paletti e di controventature. I tedeschi vi avevano appeso nume·

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rosi cartelli con l'indicazione « Teufelsgarten », giardino del diavolo, che un loro traduttore aveva infranciosato in «Giardino Diabilo •·

NOTTIJRNO

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FOLGORINI IN RIPOSO

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L'indicazione « El Qattara » è inesatta. Spesso allora si incorreva nell'errore di generalizzare con il nome della Depressione l'intero schieramento meridionale. Il disegno venne fatto a breve distanza dal comando della divisione «Folgore•, e le pendici di sfondo appar. tengono alle alture chiamate « Kharet el Khadim », dove erano osservatori d'artiglieria particolarmente noti al 132o reggimento semoventi Ariete e ad altre unità del nostro XX Corpo d'Armata corazzato. Lo schizzo è stato preso in un piccolo uadi ove era stato creato un posto di collegamento fisso Per le staffette che dovevano assi· curare la trasmissione di notizie e di ordini tra le unità quando il tiro distruggeva le fragilissime linee telefoniche campali.

INSABBIAMENTO

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Il più bell'insabbiamento avvenne a un autocarro della Brescia, vicino alla famosa Pali.ficata, e precisamente sulla Pista Ariete o Schafsberg. L'equipaggio, aiutato da molti volonterosi di reparti di-

:~o;:;~~~lle( :ap~66)d~~ia:abea ~~erzioP~:!'fi~r:ru~tS::n~

sopra i mozzi delle ruote: ma invano, con crescente nervosismo degli uomini, giA estenuati dallo sforzo, e per di più in posizione assai scoperta. Era insomma la condizione ideale per dare grande spasso ai cacciatori dell'aviazione nemica: bersaglio chiaro, facile, probabilmente incapace di reagire. Due « Curtiss » balzarono improvvisi dal rovescio d'un costoncino, come se fossero stati appiattati là dietro; a bassa quota, radendo il suolo. Dall'autocarro sciamarono fulminei, verso ogni buca ed ogni pietrone, gli uomini nostri, tranne uno: l'autista, che già s'era arrampicato sopra il cassone, e impugnata la mitragliatrice che egli stesso aveva imbuUonato sul tetto della cabina la diresse verso il primo apparecchio: e calmo aprl il fuoco, prevenendo la raffica nemica di una frazione di secondo. Probabilmente il pilota nemico fu freddato da quella prima sventagliata, cosicchè non ebbe tempo di occuparsi delle proprie armi, e solo, istintivamente, dette uno strappone alla sua «cloche »: l'aereo s'impennò senza sparare, si rovesciò per aria e precipitò con il muso nella sabbia a poche centinaia di metri dall'autocarro, esplodendo e alzando al cielo la solita gigantesca colonna di fumo nero a volute roteanti. L'altro apparecchio, vista cosl precisamente conclusa la car· riera del compagno, aveva compiuto una acrobatica virata e s'era allontanato. ATTENDENTE Il paracadutista intento a rammendare la sahariaoa del suo tenente apparteneva al IV battaglione: e poichè il ritratto è- presunto abbastanza somigliante, non si dispera possa venir riconosciuto.

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LA PA'ITUGLIA

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La squadra di paracadutisti è già arrivata ai piedi dello strapiom-

~i~:t~, q~~dd~r~:!f8~~ll;a ~~~r!:o~~~n~Ì{ :rni~i v~~~d ~amaho

conosceranno per qualche ora un senso di molesta inquietudine: trasaliranno a o_gni fucilata, a ogni raffica, a ogni tonfo sordo di esplosione, anche se provenienti da tutt'altra direzione; penseranno sem• pre alla pattuglia. Trarranno un sospiro di sollievo quando le ombre riappariranno nel chiarore dell'alba, le conteranno, ed esclameranno: « non manca nessuno ».

ALBA I rottami sparsi sul terreno e i relitti incendiati durante l'azione notturna ricordano all'illustratore, che in quel momento era appena rientrato da un colpo di mano nelle posizioni neozelandesi, un fatto assai drammatico. Egli era soddisfatto dell'operazione che aveva condotto, con pieno successo e perdite relativamente lievi: ma all'appello, sostando sul rovescio di un cocuzzolo che chiamavano « Osservatorio Formica ~~>, e proprio mentre egU. segnava sul taccuino gli elementi dello schizzo che viene qui commentato, risultò l'assenza di quattro uomini che durante il raid avevano trasportato i feriti ai posti di medicazione. Si seppe poi che essi, dopo aver lasciato i compagni alle cure d 'un medico tedesco del battaglione paracadutisti del barone von der Heydte, a ridosso dd celebre costone del Ruweisat,

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f~a;gn~~i n~l ~~t~~~~~::~~~:~no~i erafeSilo~eSea~e 1~~i rbir~~~ 0

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ritrovate. HIMEIMAT Era l'estremo punto di sud~st dello schieramento. Come scrive l'Autore, i milanesi della « Folgore :. avevano trasformato il nome « Haret el Himeimat » in «Carretta di bei matt ». L'altura a due vertici, che i Folgorini chiamavano anche « Le. gobbe del cammello ~ era senza dubbio il fenomeno più notevole di quel terreno sconsolatamente piatto, e rientrava tra i punti geodetici di primaria importanza che gli inglesi, sulle loro carte, segnavano come « conspicuous

point».

Il Himeimat ha trovato frequenti citazioni nella letteratura di guerra, spedalmente in quella degaullista, perchè la divisione « Fran-

~~~~~~~st~~ò leesfo~W~~di~~~~rabi:t~~aÙ ~t~~~:t/~i~:adt~

comandante di battaglione, il principe georgiano Amilkwary. l francesi attribuirono la grave batosta ad una sensibile sproporzione di forze tra attaccanti e difensori: uno dei loro generali - un certo Koenig, salvo errore - giunse sino a « precisare ~~> come il Himeimat fosse guarnito da ben quattro battaglioni della «Folgore», sistemati in posizione dominante; che agevolmente avrebbero infranto l'assalto di due battaglioni francesi a organico assai ridotto.

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La realtà storica impone qui una rettifica importante, senza voler mettere in dubbio il valore dell'attaccante, al quale dd resto nessuno contesterà mai una destrezza grafica e dialettica certamente pari al valore stesso. ! facile dimostrare come il Himeimat fosse difeso dagli avanzi di una compagnia del V battaglione o« Folgore ,.., e da nes. sun altro: meno di cento uomini compresi JÙÌ artiglieri dell'osservatorio e una squadretta di genieri addetti ai collegamenti e alle mine. Si~ dunque verificata anche al Himeimat la proporzione costante d'ognj punto nevralaico della battaglia: sei attaccanti per un difensore. Ma gli alleati, come si legge nel « Congedo » scritto dall'illustratore, mai perdono un'occasione per minimizzare l'apporto guerresco italiano e trovano in tale atteggiamento il frequente consenso dei

tedeschi. pag.!68

IL FUSTO D'ACQUA Centosessanta litri d'acqua 'buona: mezza settimana di felicità per tutto un plotone.

POSA DI MINE Non appena il sole era calato, e prima ancora che le striscie

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rosse del cielo fossero scomparse dall'orizzonte, gli autocarri scaricavano le mine nel punto più avanzato che avevano potuto raggiungere. Gli uomini le trasportavano avanti, sovrapponendole a pile e appoggiandosele al petto, in bilico: mai carico fu più incomodo, specialmente quando i piedi affondavano nella rena, o incespicavano duramente nelle pietracce. Talvolta qualche mina cadeva, e il pericolo era diminuito dal fatto che il dispositivo d'attivazione non veniva liberato che dopo il collocamento della mina nel terreno, ma il por· tatore non poteva raccoglierla senza l'aiuto d'un compagno che avesse le mani libere: doveva quindi, per quella sola mina, fare un viaggio in più. Talvolta il lavoro faticoso e rischiosissimo durava fino alle prime luci dell'alba, ed avvenne spesso che le batterie nemiche aprissero il fuoco sopra gli automezzi che s'erano attardati in posizione esposta per attendere la truppa. pag. 184

LA FERITA INTELLIGENTE L'espressione è antica quanto gli eserciti, anche se gli autori mi· litari abbiano trascurato di descrivere la gioia del guerriero, ed eventualmente la loro personale, quando un colpo di lancia o d'archibugio o una freccia permettevano un onorevole abbandono del combattimento. Nel caso del disegno la parte colpita era soltanto un polpaccio, traversato da una pallottola sapientissima che non aveva toccato nè le ossa, nè i tendini, nè canali sanguigni vitali. Abbastanza per non potersi reggere in piedi, quindi per andarsene all'ospedale, e forse in licenza di convalescenza più tardi: poca sofferenza, la certezza della guarigione, e una bella cicatrice da ostentare in avvenire.

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VIGILIA D'AZIONE

JH18.l92

Una compagnia è in movimento verso la «zona d'impiego»-: un cappellano ha potuto celebrare la messa, salendo sopra il tavolato dell'autocarro in modo da essere ben visto dai presenti, prudenzialmente allineati a una certa distanza sui lati e dietro il veicolo, per non attirare troppo l'attenzione degli aerei nemici, e per sparpagliarsi più facilmente in caso di allarme. Soltanto il comandante e i suoi due subalterni stanno presso all'autocarro. Poche ore dopo ci sarà l'azione, e i presenti hanno atteggiamento più raccolto dd solito. Talvolta la messa veniva celebrata per un pubblico sparso sopra un raggio di mezzo chilometro. Nel battaglione dell'illustratore il campanello era sostituito allora da bombe a mano, lanciate con aria compunta dal chierico; le esplosioni segnavano senza possibilità di errore il « Sanctus »- e l'elevazione, perchè il comandante della guardia d'onore potesse dare tempestivamente i suoi comandi anche se lontano. ~ ACCAMPAMENTO Le fumate all'orizzonte, magari lontanissime nelle linee nemiche o nelle nostre retrovie, erano una costante del paesaggio bellico africano tra il 1940 e il 1943. Nessun combattente di quel periodo,

~6oq~:jro~am~~~~~o ~~~og:~a~m~!~ fo~:e d~o e~~:S!~esu~

d'incendio. Il disegno fu fatto a Ragabet el Retem, qualche chilometro dietro la linea, dove s'era accampato il 31° guastatori. In tali condizioni il battaglione usava alzare presso la propria « buca-comando • un albero metallico con la bandiera nazionale e il labaro biancorosso del reparto. Tanta sfacciataggine nei riguardi dell'aviazione nemica trovò più d'una critica. Tuttavia quelle insegne, non attirarono mai la reazione aerea della R.A.F.: probabilmente i piloti inglesi ritennero sempre che si trattasse d'un falso obbiettivo, tendente a far consumare munizioni senza utilità e soprattutto ad attirarli nel campo d'azione di nostre efficienti mitragliere da 20. Iniziata la ritirata il 3 novembre, il }lo distrusse tutto il bagaglio e conservò solo le armi, dovendo parzialmente marciare a piedi per insufficienza di automezzi; pertanto l'albero metallico fu sacrificato, e insabbiato, mentre le bandiere rimasero nell'autocarrocomando (e con lo stesso furono distrutte, da una cannonata, qualche mese dopo, sull'Akarit, in Tunisia). Quando l'illustratore ritornò ad Alamein nel 1949, e vi prese stabile dimora, pensb subito al possibile ricupero dell'albero, ma non era facile ritrovare il posto esatto dell'ultimo accampamento, essendo in quel settore numerosissimi ed identici i costoncini e i valloncelli d'erosione a limite dei pianori. Finalmente, nel luglio 1952, il posto fu individuato: dalla sabbia, a ogni badilata, uscivano cimeli familiari e riconoscibili, e fu ritrovato anche l'albero, che ora si trova nel nostro museo storico di Quota 33, presso Alamein.

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LE CHIOCCIOLE BIANCHE

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Nessun combattente d'Africa le ha scordate. Talvolta s'inerpicavano sui ferri spinaci, e non doveva essere facile ascensione. Forse, nella notte, vi si captava maggiore umidità. Oppure erano lumache ottimiste ed inesperte. ORE 21.10

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Le batterie che gli inglesi avevano schierato in numero stragrande prima della battaglia d'ottobre non dovevano svelarsi anzitempo: i tiri preliminari di inquadramento erano stati limitati al minimo. Chi si trovò in linea, o in granguardia, la sera del 23 ottobre 1942, per quanto preparato a veder scatenare d'improvviso il fuoco distruttivo che doveva precedere l'attacco, mai poteva immaginare un cosl spettacolare schieramento di bocche da fuoco: soltanto per il cali· bro ' 88, secondo una precisa dichiarazione fatta da Churchill alla Camera dei Comuni qualche settimana dopo, v'era un pezzo ogni 19 metri sull'intera linea di oltre 50 chilometri. Nè Churchill aveva interesse a sminuire la propria vittoria ostentando tale schiacciante superiorità: quindi l'affermazione deve ritenersi, per una volta, veritiera. Alle 21 precise cominciò il tiro. Ma ànzichè vedere all'orizzonte la consueta punteggiatura lampeggiante dei colpi di partenza, app~e una unica striscia luminosissima, senza interruzione, alla quale corrispondeva un infernale diluvio di colpi in arrivoi e invece del solito tambureggiamento s'udiva un boato continuo. Nel cielo si poteva indovinare ininterrotto lo sciamare di stormi di bombardieri, che ripassavano a tappeto tutte le nostre posizioni e i nodi vitali, rischiarando i bersagli con i celebri «bengala,., Tra le scoperte più interessanti che l'illustratore ebbe a fare nel deserto di Alamein dopo il 1949, durante le ricognizioni sulle linee inglesi, fu la vista di grandi mucchi di proiettili da 88 presso le postazioni dei relativi cannoni. Ciò prova che non appena i pezzi dovevano essere sbalzati in avanti, non veniva giudicato opportuno ricuPerare le munizioni: sarebbe stata inutile perdita di tempo e di energia, poichè altre ne afBuivano da tergo, automaticamente e senza economia. ' La situazione, da parte nostra, era diversa. Un giomo · l'illustratore, dovendo preparare un attacco, stava prendendo gli accordi necessari con il tenente colonnello Fatiganti, valoroso comandante un gruppo del 205o artiglieria Bologna. Era un attacco d'una certa importanza, per il quale gli ordini erano stati impartiti da Rommel in persona all'illustratore benchè questi fosse il modestissimo comandante dj un battaglione italiano. «Come stai a munizioni?» chiese a Fatiganti che doveva assicurare l'appoggio di fuoco durante l'operazione. « Mah, cosl cosl. Ti posso dare nove minuti di fuoco, a tre riprese di tre minuti ciascuna ... »

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STRAGE DI SHERMAN

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Lo spettacolo dei bestioni d'acciaio incendiati dal nostro tiro, e talvolta dalle nostre infantili «bottiglie Molotoff • fatte in famiglia, con vetri di San Pellegrino pieni di liquido infiammabile, e lanciate da pochi passi, ebbe anch'esso impressionante aspetto. Attorno a decine di carri distrutti giacevano nella sabbia centinaia di cadaveri: erano i fanti che avevano attaccato appoggiandosi ai carri, o gli equipaggi di questi ch'erano riusciti a uscirne e cercavano di allontanarsi dopo che gli incendi erano divampati. Perdite cosl crudeli non erano concepibili per un semplice attacco dimostrativo, come assurdamente, in un secondo tempo, ebbero ad affermare ufficialmente i capi inglesi, Alexander, Montgomery ecc. Essi avevano attaccato a nord, con successo, e a sud, contro la Fol-

~cii~ ~d~~~!"!~~ ~ftof~s~~~=-~~a·r~~!~~ :~:der~ :i s: 1

plice finta per impedire alle due divisioni corazzate Ariete e 21 a tedesca di spostarsi verso il mare.

IL TROMBETTIERE DI AMBROGIO SPINOLA Quando il marchese Ambrogio Spinola, condottiero italiano, dette

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l'ultimo assalto alla piazzaforte di Ostenda, difesa dal principe Maurizio di Nassau, condottiero olandese ritenuto allora invincibile, un trombettiere italiano uscl allo scoperto e suonò la carica: atto spavaldo e magnifico, primo segnale di quella che fu poi una bella vittoria. Tale episodio viene rievocato dall'illustratore, che non potrebbe, senza incorrere nell'inesattezza e nella retorica, rappresentare due fatti analoghi della fronte di Alamein, quando la carica di paracadutisti appiedati contro carri armati fu squillata dai trombettieri del maggiore Aurelio Rossi (comandante il X battaglione «Folgore»>, ucciso nell'azione stessa e medaglia d'oro) il ·31 agosto, e del capitano Carlo Maurino de Servat (comandante il VII battaglione Folgore) il 25 ot· tobre 1942.

SUL CAMPO DI BATTAGLIA, DODICI ANNI DOPO Il campo di battaglia conse~ò per diversi anni il suo aspetto impressionante. Poi i relitti metallici andarono scomparendo, per alimentare la giovane metallurgia egiziana, la quale non ebbe, a quanto consta, altra miniera rifornitrice.

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LA <<FOLGORE»

Settembre 1941 Si ode il fischio del locomotore sibilare a lungo, ~on insistenza, mentre i carrelli stridono sulle rotaie

in curva. Il treno rallenta, scandendo i sobbalzi delle ruote, e s'arresta con un cigollo di freni dinnanzi alla stazioncina sonnacchiosa. Dai finestrini penetra di colpo una vampa di calura estiva, conu:blsta a stridore di cicale e ad odore di erba secca. Una voce strascicata di frenatore annuncia il nome della stazione; Tarquinia. <<Ci siamo. >> Il gruppo d'ufficiali accalcato in corridoio si sospinge verso lo sportello con l'ansia di ragazzi che escono di scuola all'àperto. Balzano a terra sul ghiaione della massicciata, si passano l'un l'altro valigie e cassette d'ordinanza e sostano in attesa che il treno riparta. Sbattere di sportelli, un fischio lontano ed i 17


vagoni si mettono in moto alla chetichella. Attraverso i cristalli si scorgono volti un po' ebeti di viaggiatori' intenti a rimirare qualcosa nel cielo bianco del meriggio. Sfila per ultimo, già rapido, il vagone ristorante a tendine abbassate. Roma-Genova-Ventimiglia. Il sobbalzare ritmato del treno si perde lontano e nella stazione permane solo il trillo petulante del campanello annunciante il merci delle 15,07. « Eccoci qua. » La folla in grigioverde s'avvia all'uscita, attr'averso i binari. Sono in molti, forse un centinaio. Nel mentre s'affollano al cancelletto recinto d'oleandri, altri ne giungono, discest dai vagoni di coda. « T o' chi si vede, Patella. Sei proprio ru? » << In persona. Giunto dalla Libia. Due anni di meharista. E tu? >> · « Dall'Etiopia. Quarto battaglione indigeni. Dio quanti anni che non ci si rivedeva: dieci, dodici? » «Meglio non calcolare: dall'epoca della ribellione in Cirenaica. Ci voleva proprio il paracadutismo a farci ritrovare. Ma tu sei rimasto tal quale. Sposato? » « Con due bambini. » «Anch'io. Ma di' un po' : quell'artigliere, Il all'uscita, non ti pare faccia di conoscenza? » « Sacripante. È Vagliasindi. Ehi, Vagliasindi! >> E amicizie antiche di Modena e dell'Mrica si mescolano sulla soglia della stazione, ad altre, recentissime, di viaggio, con quella franca schiettezza dei rapporti fra ufficiali che con un « Permetti? Pescuma » ti annoda di colpo relazioni che nella vita civile non si otterrebbero in vent'anni di vicinato. 18


« Sicchè anche tu sei qui a fare il paracadutista. » << Anch'io. Ti dirò, al reggimento, laggiù in Grecia, non volevano !asciarmi venire, ma ho insistito tanto. Sono anzi riuscito a portare con me due sottufliciali e otto soldati. » La piccola folla in grigioverde è sfocia t a nel piazzaletto ove attendono ordinanze e torpedoni. Due carabinieri in feluca foderata ristanno sull'attenti, col mos·chetto a bracci'arm, nell'atteggiamento sva- · gato di chi assiste a spettacolo ormai consueto e privo d'interesse. Un sottuflìciale azzimato nella divisa di paracadutista brevettato - giubba sportiva di buon taglio, pantaloni a foggia di sciatore, paracadutino d'oro ricamato sul braccio - si dà un gran da fare, fornisce ragguagli e spiegazioni, dice: << Signori ufficiali, da questa parte. Sottufliciali e truppa da quest'altra. I torpedoni della Regia Scuola Paracadutisti attendono laggiù in fondo. >> E mentre la folla sciama e si smista con un vocìo allegro da. mercato in festa, s'ode in alto un rombo cupo e sordo, un'ombra attraversa rapida il piazzale solatìo e un aeroplano sorvola basso, a un centinaio di metri d'altezza. Qualche competente dice: <<È un Ca 133. Sono gli apparecchi da esercizio. Alla Scuola li chiamano "le vacche" ma sono aerei buonissimi. Forse ora faranno dei lanci. » E tutti ristanno a naso in aria ad osservare, facendosi schermo con la mano. L'aereo s'è allontanato, ma di poco; lo si vede virare - e le ali lampeggiano nel riverbero meridiano - indi ritorna con rotta rettilinea verso il mare. Guardando bene s'intravvedono i buchi neri dei portelli aperti, e gli omini che guardano in giù 19


dalla soglia. L'aereo ha ora ridotto la velocità e sfarfalla lievemente quasi a cercare sostegno nell'aria calda e rarefatta~ Rallenta -ancora. Ed ecco un puntino nero schizzare fuori e precipitare. Un attimo, e uno schiocco bianco apre nel cielo la medusa trasparente d'un paracadute. Questo scende ondeggiando lievemente e si scorge l'ornino sospeso che sgambetta per governare la direzione. Discende ancora, cala dietro una cortina di pioppi, è sparito. L'aereo è lontano e plana per atterrare.

*** Ufficiali e soldati _!_ i paracadutisti di domani sono rimasti a naso in aria, silenziosi, con l'espressione seria di chi assista al rivelarsi di un mondo nuovo. Poi Patella, maggiore ed ex-meharista, si volge a Vagliasindi, maggiore, artigliere ed ex-osservatore di aeroplano, e dice ron semplicità: «Bello. » I vicini annuiscono e confermano gravemente: «Bello. » E poichè il sottufficiale di scorta si permette far rispettosamente osservare ai signori ufficiali che sono aspettati alla Scuola, i signori ufficiali s'incamminano in comitiva per la stradetta campestre verso il mondo nuovo che li attende. Non sono più rumorosamente allegri come poc' anzi. Hanno sui volti l'espressione di chi si senta di colpo atteso da un destino assai bello e assai diverso da quell'altro per cui si erano creduti per anni creati. Intuiscono confusamente ch'è una esistenza nuova che s'inizia, una vha che ricomincia, a vent'anni o a quaranta. Il 20


passato si vela d'un sipario di lontananza e non v'è più che l'avvenire: un aereo che vola basso e lo sbocciare improvviso .d'un paracadutista nell'azzurro del cielo. Qualcuno osserva, seguendo il filo dei suoi pen· sieri: « Stanno formando una divisione. » E lo dice con il tono di chi annunci: saremo una legione. Gli altri annuiscono con nascente fierezza di casta: saremo una legione. Tutti i giorni cosl, all'arrivo del diretto delle 15,05, sul piazzaletto solatlo della stazione etrusca dell'Agro.

* * ~'r Nella breve piana fra mare e monti, ai piedi della cittadina turrita e pretenziosetta, era il luogo d'infanzia della divisione << Folgore >>. A dire il vero essa, in quel tempo, non ancora si chiamava « Folgore >>, nè era assurta all'importanza demogràfìca di divisione. Era una legione di bei figlioli, viventi in monastica semplicità entro alcune baracchette assiepate d'intorno ad un aeroporto. Seminudi ed abbronzati come una colonia d'atleti naturisti, li si scorgeva intenti ad esercitarsi da mane a sera con certi loro congegni di uso sospetto e bizzarro. Ve n'era tutta una selva - palchi, pertiche e basculle - disposti in bell'ordine attorno ad un'alta torre metallica dominante il mare e la piana, a pochi passi dalla via ferrata. Il viaggiatore che su questa transitava era attratto da quella vista inconsueta e, nella breve sosta alla vicina stazioncina sonnacchiosa, ristava con il naso sui cristalli ad osservare gli strani at21,


trezzi ed i manipoli di giovani rompicollo che con quelli si addestravano in esercizi misteriosi e violenti. << Chi saranno mai? >> chiedeva stupito. << Paracadutisti>>, rispondeva il vicino bene infommto, <<paracadutisti in addestramento. >> E sussurrava quella parola, paracadutisti, con lieve tono di mistero e di diffidenza, come se avesse detto, non · so, stregoni, funamboli, alchimisti, gente equivoca e bizzarra dall'attività non ben chjara e un tantino ambigua. Allorchè il treno rimettevasi lentamente in moto, sfilavano dinnanzi ai viaggiatori altre torri, forche e congegni dall'aspetto preoccupante di strumenti di tortura, ed essi serbavano di quel luogo, violato un istante dalla loro curiosità, una confusa immagine di mondo irreale, da fiaba o da incubo, popolato di esseri fatti di un'altra pasta umana della loro, di ragioniere avventizio o di co=esso viaggiatore. Talchè nel risprofondarsi con nuova pigrizia sui cuscini l'uno diceva: « Paracadutista. Ecco un mestiere che proprio non m'attira. Già sono debole di cuore ... >>E l'altro: <<Eh, sì, bisogna esserci· tagliati. Coraggio per coraggio, do lo farei, ma soffro di vertigini ... >> << 'E poi mi dicono >>, notava il primo, << che i paracadutisti hanno tutti qualche rotella fuori posto: nevrastenici, stanchi 9ella vita, degli anormali inso=a. >> E i due, confortati dalla convinzione di averle tutte a posto,. le rotelle, continuavano i loro sereni conversati di uomini assennati e dabbene, di uomini che soffrono di cuore e di vertigini e mai, a Dio 22


piacendo, tenteranno d'abbreviarsi l'esistenza non dico d'un sol giorno ma d'un'ora.

*** Ma nulla avevano invero d'anormale quei ragazzi che a periodi riçorrenti il treno scaricava a frotte nella stazioncina sonnacchiosa dell'Agro. Nulla se si eccettui l'età: vent'anni e portati come una han· diera. Spiravano gioventù, allegria e salute da ogni poro, passati come erano al vaglio di severe com· missioni mediche che li avevano misurati, palpati e soppesati in tutti i sensi. Splendide, perfette mac· chine umane: ecco quel che erano, ed in ciò forse la taccia invidiosetta di anormale. (Che altre volte ho sentito con stizza rivolta ad essi: « Già, voi paracadutisti siete degli anormali ». Come a dire: con voi non si può ragionare, siete della strana gente. Ma chi diceva ciò era di norma uomo assai avanti negli ·anni, aveva l'epa fasciata di lardo e prendeva il bicatbonato dopo desinare). Giungevano a frotte da ogni cantone d'Italia, gli aspiranti paracadutisti: dalle caserme del Piemonte e dai campi del meridione, dalle università toscane e dalle officine lombarde, dalle colonie all'estero e dai fronti d'oltremare. Giovanissimi i più, come dicevo; ma non mancavano i meno giovani e gli attempatelli, veterani d'una o più guerre. Del pari assortiti per classe e per grado militare: v'erano fra essi gran signori per nascita o per censo, e lavoratori dai muscoli induriti, ufficiali e soldati, fanti e artiglieri, cavalieri ed alpini: rutti frammisti in 2.3


piccola folla variopinta d'abiti e di parlata, stupenda selezione d'un popolo in armi. Mi dilettavo ad osservarli allorchè, nei giorni successivi al loro arrivo, iniziavano in tenuta ginnica il duro tirocinio dell'aspirante paracadutista. Dimesse le disparate uniformi, a torso nudo ed a ranghi compatti, spariva già ogni diversità d'origine: centimetro d'altezza in più o in meno, erano tutti ugualmente belli, quei figli. scelti della nostra terra. L'esercizio quotidiano, ben dosato e metodico, ne completava l'amalgama: i muscoli induriti del lavoratore si scioglievano, quelli dolicomorfì ed un po' anemici dello studente si irrobuscivano, qualche sospetto di adipe si scioglieva in sudore. Il sole e la salsedine patinavano ugualmente volti e torsi, tal. chè, dopo qualche settimana, ogni disparità di provenienza era sparita. La massa era irreggimentata in manipoli d'atleti, embrione dei futuri reparti armati. Non erano più aspiranti ma allievi paracadutisti, il chè, nella gerarchia spirituale della specialit~, era qualcosa come un gallone in più: il primo gradino dell'ascesa verso la qualifica di paracadutista combattente, questo arcangelo armato degli eserciti moderni.

*** «Dimmi un po', perchè sei venuto a fare il paracadutista? >> domandavo talvolta, chè la specialità allora era bambina e mi interessava l'indagine psicologica dell'animo degli aspiranti. << Ma, cosi, mi piaceva >>, rispondeva arrossendo ed imbarazzato l'interpellato. Nessuno, n per n, sa24


' peva dare risposte più esaurienti. Perchè era venuto? Non lo sapeva bene neanche lui. Al suo antico reggimento gli avevano chiesto un giorno se voleva andare a fare il paracadutista ed aveva risposto di sl. Cosi, per istinto, senza pensarci su. «Qualche dispiacere d'amore? » doman,davo celiando, per stuzzicare la dialettica del mio uomo. « Oh, no. » L'interpellato s'offendeva. Nulla a che fare con le ragazze. Non che gli dispiacessero arrossiva- ma con la sua decisione non c'entravano: ecco tutto. Alla Scuola 'Paracadutisti c'era venuto per qualcosa di più serio, un qualcosa che lo aveva preso li nel petto e che non sapeva definire. « Una vocazione? » suggerivo. Ecco, forse una vocazione. Una di quelle idee fisse che si annidano dentro e ti rodono finchè non l'hai tradotta in atto. Ma un'idea bella, intendiamoci, non una di quelle che senti cattive e che ti annebbiano il cervello come un'ubbriacatura. Si, vocazione era la parola giusta. Con il tempo e con la conoscenza di quegli uomini appresi a leggere assai bene nel loro animo ed a discernere i motivi spirituali che li avevano condotti. E notai che in novanta casi su cento si trattava di Poesia, di rozza, primitiva, ma autentica Poesia. Mi spiego. Come ebbi a scrivere in altra occasione, il paracadutismo recluta i suoi proseliti fra varie categorie umane, ma due, sostanzialmente, formano la massa compatta dei suoi ranghi: i rompicollo ed i romantici. I primi sono quelli che da ragazzi leggevano Salgari, marinavano la scuola, saltavano giù dai pagliai con l'ombrellone del fattore ed avevano in permanenza i ginocchi sbucciati: da grandi hanno 25


fatto varie guerre, e sono tornati con sbucciature più serie. Sono i Poeti dell'Avventu~a. Gli altri, i romantici, leggevano in calzoni corti D'Annunzio e Gozzano, si scazzottavano per la fioraia del cantone, gri.davano «Fiume o morte »; divenuti uomini si sono battuti ovunque vi fosse qualcosa di bello e di nobile che meritasse il rischio. Sono i Poeti dell'Idea. Sugli uni e sugli altri la volta del cielo ha sempre esercitato un fascino particolare: su i primi per la sua vastità, su i secondi per il suo colore. I rompicollo vi scorgevano il simbolo dell'evasione dagli impacci quotidiani, un campo nuovo e meraviglioso di avventure tridimensionali. Ai romantici esso appariva la sede del sogno e dell'idea, colà ove si rivolge d'istinto lo sguardo quando · si pensa a qualcosa di nobile e di puro. Talchè, non appena risaputo che si andavano cercando milizie di assalto che appunto dal cielo avrebbero dovuto piombare sul campo di battaglia, rompicollo e romantici hanno sentito vibrare le loro fibre più intime. E superate con appassionate argomentazioni le apprensioni di mamme .e di spose, essi hanno informato il Ministero della Guerra in termini veementi della loro irrevocabile vocazione per il paracadutismo. Come ebbe a scrivere uno ·di essi : << Da quando ho saputo che si fanno li arditi che scendono dal cielo non ho avuto più pace e neanche la mia moglie percui prego il Signor Ministero di volerei chiamare perchè se no vengo lo stesso. » Se questa non è autentica Poesia mi faccio frate. A proposito di frati ce ne fu uno, un anziano Mon26


signore, che nello scriverei per non so più quale faccenda, ci lasciò intendere che, se non fosse stato per quell'abito e per l'età, ci sarebbe venuto anche lui a fare il paracadutista. E terminava l'epistola, a guisa di saluto e di vaticinio, con il motto << Ex alto /ulgur >>. Lo scritto ci piacque, il motto anche, e l'adottammo. Il nome di «Folgore» nacque così.

*** In riva al mare. V'ha talora, nelle origini di una collettività, un non so chè di significativo e di simbolico, quasi un segno premonitore che ci fa pronosticare d'istinto, a colpo sicuro, le sorti di quegli uomini. Diciamo così d'IJll reparto: << è nato bene, è nato male >>, tal quale traessimo l'oroscopo di un cristiano, e nove volte su dieci non erriamo. La << Folgore >> nacque bene, all'aria aperta, in riva al mare. Le fu evitato il gramo destino di veder la luce in tetri conventi antemilleottocentosettanta trasformati in caserme dall'economa imbiancatura a calce d'un minuto mantenimento. Non ebbe a vagolar bambina in gelidi stanzoni, grevi d'odor di polvere e di buffetterie muffe. No. La sorte la volle nata sopra una spiaggia etrusca, dalla spuma della risacca, come una creatura da mito. La tennero a battesimo il vento e la salsedine marina, il sole la nutrì di luce e di calore. Ed essa crebbe robusta, abbronzata e un pd' selvaggia, proprio come una di quelle giovani deità guerriere, affrescate nei vicini sepolcri etruschi dell'Agro. 27


PSICOLOGIA DEL PARACADUTISTA Febbraio 1942

Riunite a chiacchiera tre ragazzi della « Folgore » ed il discorso, esauriti gli argomenti d'immediato interesse, scivolerà per naturale inclinazione sul prediletto argomento dei lanci : ricordi, avventure, barzellette, tutta la· spicciola cronistoria degli avvenimenti lieti e non lieti che hanno compendiato la loro vita audace, in quasi tre o quattro mesi di noviziato. « Ricordi quella volta che rimasi appeso alla porticina dell'aereo? » << E quando dimenticai di agganciare il moschettone? » << E quella volta che Tizio cadde in mare! » << E Caio che atterrò nelle latrine da campo? » Ne parlano e ne ridono con la serena disinvoltura di chi ha venti anni ed ha già visto la morte 29


da vicino tante volte da poter decidere ch'essa non è, tutto sommato, quel terribile avvenimento che paventa chi venti anni li ha passati ed ha in più un'ulcera allo stomaco. E ancora di vicende di lanci ci si intrattiene a veglia, attorno alle tavole apparecchiate delle mense o sdraiati sulla rena calda della vicina spiaggia. La notte estiva ed il quieto sciabordlo della risacca compongono lo scenario ideale alla rievocazione di queste storie del paracadutismo cui il tempo e la tradizione orale conferiscono già carattere di leggenda. Sono peripezie di pionieri o avventure di volo e di guerra, cento volte narrate dagli anziani ai nuovi venuti e da questi ritrasmesse ai successori come un patrimonio narrativo da Chanson de geste. C'è per esempio la storia del tenente Baggioni. Tutti la conoscono ma tutti !Imano sentirla rievocare. « Verna, dicci di quella volta che Baggioni rimase sospeso alla coda dell'apparecchio. » << Ma ve l'ho raccontata cento volte. >> Non conta, vogliono sentirla centouna. E Verna, l'istruttore anziano della Scuola, quello che ha ormai battezzato paracadutisti migliaia di allievi, narra pazientemente. Andò così. C'era un po' di vento e l'apparecchio sobbalzava. Baggioni, tenente· istruttore, si lanciò per primo, ma chissà per quale caso, forse per un improvviso calo di quota dell'apparecchio, andò a impigliarsi con la sommità del paracadute nei piani di coda e vi rimase attaccato, sospeso, sballottato come un burrattino disarticolato. E gli altri paraca30


dutisti, a bordo, non se n'erano avveduti e nel lanciarsi gli cadevano addosso rischiando la sua e la loro vita. Se ne .accorsero solo quando da terra fecero dei segnali. Verna ch'era a bordo s'affacciò e vide allora con orrore quel fagottino umano sbattuto nella scia dell'apparecchio, dieci metri sotto la coda. Vi fu un attimo di panico. Che fare: atterrare non si poteva, Baggiani si sarebbe sfracellato al primo urto con il suolo: tentare 'di tirarlo su, parimenti impossibile. Il colonnello comandante del campo si alzò in volo con un caproncino per tentare di passargli sotto e raccoglierlo a bordo, ma queste son cose che riescono solo nei film americani e lì si rischiava invece di affettare l'uomo con l'elica e far precipitare ambo gli apparecchi. E allora? E allora a qualcuno venne in mente il mare e l'aereo prese a volare basso, a velocità ridottissima, sul litorale. Verna, spenzolato dalla porticina, faceva dei segni verso l'uomo sospeso per fargli intendere che sganciasse la cintura del paracadute e si lasciasse cadere nell'acqua. Baggiani per fortuna era ancora cosciente, e capl. Si liberò a fatica dall'imbracatura, guardò in giù, si fece mentalmente il segno della croce e si lasciò andare. Piombò sull'acqua da una quindicina di metri"d'altezza, ad una velocità di più di cento all'ora, ed il corpo rimbalzò cosi: ciàf (e Verna batte abitualmente una palma sull'altra, a meglio descrivere l' impatto violento del corpo sullo specchio d'acqua). Sulla spiaggia c'era gente- dei coatti del vicino penitenziario, pensate - e si buttarono a mare a raccogliere l'uomo svenuto, prima che affogasse. Ebbene, lo credereste (e qui un attimo di 31


sospensione drammatica a meglio colorire il racconto) Baggiani non s'era fatto nulla: non un osso rotto, nè un'articolazione fuori posto. Scioc nervoso, naturalmente, e commozione cerebrale, ma nulla più. Rimase quindici giorni istupidito in ospedale, e poi è tornato normale come me e come voi. La storia di Baggiani suscita sempre commenti appassionati: « ma non si poteva invece ... » e « io avrei provato ... » e « m'avevano detto che l'acqua è più dura della terra », e via dicendo. E andandosene a dormire nelle cellette monastiche del campo scuola, i futuri paracadutisti rievocheranno inconsciamente la visione del fagotto umano trainato dall'apparecchio e udranno il ciàf del corpo nell'acqua e si sentiranno fieri di far parte d'una collettività in cui si possono vivere simili avventure. Questa ed altre belle storie si raccontano a veglia i paracadutisti vecchi e giovani, nel mentre la luna giocherella col mare e le messi dell'Agro stormiscono alla brezza notturna. Ma la storia più bella, fra le belle la bellissima, è quella che ognuno di essi ha vissuto o vivrà: la storia del primo lancio. È storia ohe non si narra, badate, perchè ognuno preferisce serbarsela per sè, come il ricordo · del primo amore. Sono memorie intime e delicate, a mezzatinta, che la parola male interpreta e la conversazione deturperebbe. Ne parleranno forse un giorno, da vecchi, ai nipotini: « Cinquant'anni fa, quando si faceva la guerra all'Inghilterra ed io ero paracadutista >>, e quelli diranno in cuor loro che il nonno è un vecchio attacca32


bottoni e che un lancio col paracadute, nel 1992, è roba da ridere.

*** Nel1942, invece, il primo larzcio è per l'allievo paracadutista un avvenimento non dissimile, per importanza e per sigJ?.ifÌcato, dall'investitura d'un cavaliere antico. Ci si prepara da tempo, con un noviziato parimenti duro e laborioso. Occorre superare prove d'ardimento ugualmente ardue per addimostrarsene degni. Si attende quel giorno con la med~sima serietà e fierezza. È l'iniziazione. È il collaudo dello spirito. Si pensa: << Ce la farò? >> e si attende con un bizzarro senso di ansia e di curiosità introspettiva il gran momento, quello che rivelerà a noi stessi di qual materia siamo impastati. Il mattino del gran giorno è occupato in febbrili preparativi. Si sente il bisogno di farsi belli per il primo incontro a tu per tu con la Sorte e si compie una toeletta lunga e minuziosa: Si prova con qualche flessione l'elasticità dei muscoli, si abbozza una di quelle eapovolte atletiche che occorre fare atterrando, pl!r attutire l'impatto. Tutto bene: la macchina dell'organismo risponde a puntino, il novizio è pronto per la prova. Casco, tuta, guanti e ginocchiere, e su nell'aereo che attende brontolando a basso regime. Un'accelerata assordante del motore, una rullata a mezzo campo e si è in aria. Gli uomini, in piedi, tendono istintivamente i corpi in avanti per controbilanciare il decollo. Nella inquadratura della porticina aperta, quella che fra breve dovrete var33


care, si snoda una fugace visione di campi, di alberelli e di piccole cose buffe della vita di laggiù. Par di essere affacciati ad un balcone sul mondo poichè quella specie di presepe animato che vi trascorre sotto è il mondo - e vi sentite assai lontani ed avulsi da quel complesso d'aspetti, d'interessi, di lotte e di difficoltà in cui si compendia l'esistenza umana. L'idea di doverci tornare a capofitto vi contorce lievemente le budella. Attenzione. L'aereo ha virato (ed il vostro corpo che già sentite inerte e fastidioso come un'inutile zavorra si tende faticosamente in fuori a controbilanciare lo squilibrio). L'istruttore dispone gli allievi in fila lungo la carlinga, si assicura che ognuno fissi la fune del paracadute all'apposito ritegno, fa a gesti qualche ultima raccomandazione. Di tutto ciò avete una visione sfocata da sogno. L'aereo vola adesso rettilineo, a motori ridotti, spanciando lievemente. L'istruttore - che assume in quel frangente, ai vostri occhi, l'aspetto sovrumano e terribile di supremo arbitro della vostra vita- vi fa un cenno: tocca a voi. Vi avvicinate alla porticina, vi aggrap· pate saldamente ai due stipiti e flettete le gambe in attesa che il semidio ritto dietro di voi vi avverta con un colpetto sulla spalla: è il momento del lancio. In questa posizione trascorrete all'incirca un secolo. A dire il vero si tratta solo di pochi secondi, ma a voi sembrano più lunghi di un'intera esistenza . . Il vento di corsa vi schiaffeggia violento e vi ottenebra la vista; avete in gola un acre sapore di olio di ricino e di gas combusti; nel cervello assordato dal motore vi turbina una ridda smozzicata di pen34


sieri, balzellanti attorno ad una frase monocroma: << si aprirà? » Avete nel contempo la bizzarra sensazione che il corpo, quel maledetto impasto di carne e di ossa, si vada liquefacendo lentamente e vi coli a mo' di piombo nelle scarpe. Chi sa se avete tanta forza da sollevarle, quelle scarpe. Ma, in quella, la nebulosa del vostro subcosciente è lacèrata da una specie di violenta scarica elettrica. L'istruttore vi ha toccato sulla spalla e voi, quasi senza avvedervene, siete schizzato fuori col corpo teso e le braccia aperte. Vi accoglie una ventata di bufera - la tromba d 'aria dell'elica- che vi trascina via come una festuca. Poi, prima ancora che riacquistiate conoscenza di quanto accade (solo al quarto o quinto lancio potrete analizzare le vostre sensazioni di quel momento) sentite due robuste mani amiche che vi agguantano alle ascelle e vi trattengono dondolando a mezz'aria. È il paracadute che s'è aperto.

*** Vivete allora uno degli attimi più squisiti della vostra esistenza. Cessato di colpo il frastuono del motore e il lezzo d'olio e l'uragano del vento di corsa, vi ritrovate sospesi nell'az:z;urro, lievi lievi, con uno strano senso di gaiezza nel cuore. Anche il mondQ, ai vostri piedi, va riacquistando aspetto amico e familiare. Vi sentite una specie di angioletto e vorreste che la discesa mai non terminasse. La vista della terra che s'avvicina con sconcertante rapidità (discendete alla velocità di sei metri al secondo) e la necessità di prepararsi a quell'atto di alta acro35


bazia ch'è l'atterraggio vi distolgono a malincuore dall'incantamento. Calcolate adesso la distanza che vi separa dal suolo: trent.a, venti, dieci, cinque metri. Attenzione. Un urto come se il suolo vi balzasse con violenza contro le suole; una capovolta (accidenti a quel sasso contro l'osso sacro) e siete già in piedi, correndo attorno al paracadute ancora aperto. È fatto. Siete battezzati paracadutisti. Vi par quasi che il mondo abbia inalberato il gran pavese. Comincia ora la vita del paracadutista militare. Altri lunghi mesi di addestramento tattico, di esercitazioni, di istruzioni multiple e complesse. Si continua la serie dei lanci, ma sono ormai lanci bellici, fatti in pieno assetto di guerra, a squadre, a plotoni, a compagnie. Divenite anche voi uno dei tanti fiocchetti bianchi che sbocciano, improvvisi nell'az· zurro durante i lanci collettivi. Non siete più il solo padrone dello spazio : ve ne spetta una cilindrica zona verticale del diametro del vostro paracadute. La poesia del paracadutismo si incasl!lla ormai nei paragrafi del regolamento sul combattimento. L'uomo che scende dal cielo.

*** Fra tuttl 1 mezzi bellici che l'odierna tecnica della guerra ha rivelato - e non son pochi - il paracadutismo è quello che maggiormen~$ e di colpo ha impressionato le folle. Bombardieri a tuffo, aerosiluratori, guastatori, mezzi d'assalto marittimi e terrestri, hanno rappresentato in questo conflitto una ulteriore selezione dell'arditismo nei confronti di 36


quello delle passate guerre; costituiscon.; uno o più passi avanti in quella scala gerarchica degli sprezzatori della vita al cui vertice sta il suicida. I Giapponesi, che degli opposti valori della vita e della morte hanno un concetto etico tutto speciale, hanno raggiunto questo limite spirituale offrendoci lo straordinario spettacolo di suicidi combattenti, di proiettili umani che ragionatamente, freddamente, si scagliano, imbottiti d'esplosivo, sopra un obbiettivo e saltano con esso. Ma i giapponesi, si sa, sono giapponesi; con la nostra mentalità, indole, religione ed educazione europea a simili estremi non possiamo di proposito giungere. L'Ardito di razza bianca, a meno di non essere un pazzo, ha bisogno di sapere che in quella determinata azione bellica egli possiede una determinata percentuale di probabilità di salvare la vita : una percentuale minima, minimissima, ma ha da esservi. Ed a riprova vi ricorderò che in tutta la nostra storia nazionale non abbiamo avuto che un proiettile umano, Pietro Micça, e l'abbiamo infatti elevato agli altari della rinomanza, colà dove la Storia si confonde col Mito. Tornando all'argomento dei nostri Arditi (quelli che rischiano la pelle senza esitare, ma con la speranziella di tornare a casa cÒn una medaglia da far vedere alla morosa), tornando alla numerosa gamma dei ragazzi di fegato sano che formano le nostre specialità d'assalto, i paracadutisti- dicevo- sono quelli che più hanno attratto l'appassionato interesse delle folle. E con ragione: poichè vi sono nell'azione bellica di questa nuova arma alcune caratteristiche che incidono sulla natura stessa dell'uomo, che si 37 l


urtano ai lati più sensibili dello spirito di conservazione. Intendo parlare della necessità di superare il nostro radicato, atavico istinto di orrore per tre sensazioni: il vuoto, la fralezza del corpo umano e la solitudine. Sono sensazioni che gli altri arditi non provano, o provano solo in parte, o con l'ausilio di poderosi, rassicuranti sostegni che noi paracadutisti attaccati agli esili fili del nostro ombrello non possiamo recare con noi. Le prime due sensazibni si riferiscono all'attimo del lancio. È un attimo, ma agli effetti del tormento nervoso vale quanto una vita. Tutti voi avrete compiuto l'esperimento di affacciarvi ad un sesto piano, osservare la strada sottostante e pensare: « E se ora cadessi? >> Sentite istantaneamente un languorino salirvi dallo stomaco al cervello e paralizzare i centri inibitori. Ebbene, moltiplicate per dieci quella sensazione, aggiungetevi la complicazione spirituale del doversi lanciare anzichè cadere, ed avrete un quadro · approssimativo del tormento che un paracadutista deve superare all'atto del lancio. Naturalmente .egli compie in precedenza un lungo ed adeguato tirocinio preparatorio, ma questo, agli effetti spirituali, non diminuisce di molto la sgradevole sensazione da superare. Gli insegna a superarla, ecco tutto . .Si è sicuri che egli si lancerà senza alcuna esitazione, ed anzi con una certa spavalderia ciranesca: ma l'interna impressione rimarrà tal quale. Parlavo di fragilità corporea. È la sgradevole impressione che si ha precipitando nel vuoto. Il vostro corpo ha appena lasciato l'apparecchio, con una energica distensione di tutti i muscoli, che vi sentite 38 -


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~e non vi siete lanciati a regola d'arte (corpo ad ateo e braccia in croce) capriolate per ,di più su voi stesso come un impazzo disarticolato. E fino a chè il paracadute non si è aperto e s'è aperto bene, vi sentite una povera piccola cosa, nuda ed inerme, in balla degli elementi e della legge di gravitazione universale. Vi garantisco che non è una sensazione piacevole, neppure se è compensata ad usura da quella, veramente deliziosa, che si ha subito dopo: sospesi e dondolanti nell'azzurro, con il mondo ai vostri piedi, e lo spirito leggero e soddisf.atto per aver vinto quel tale istinto di conservazione che vi rodeva le budella lassù, a bordo dell'apparecchio. Tutto ciò concerne il lancio, ossia l'atto che agli occhi della folla ha maggior interesse spettacolare (e spettacolare infatti lo è: chi ha avuto la ventura di assistere al lancio collettivo di un reparto paracadutisti può vantarsi di aver visto scena tra le più belle ed emozionanti che occhio umano possa contemplare). Ma il lancio non è che il prologo, il semplice prologo all'azione di guerra: il difficile viene dopo. Si piomba infatti nel cuore del paese nemico, sconosciuto ed ostile. E non appena riordinatisi, si deve rapidamente orizzontarsi e procedere, con la maggior velocità consentita dalle proprie gambe, sui vari obbiettivi. Siete isolati, in contrade ignote in cui ogni cespuglio può celare un'arma, ed ogni riparo un'insidia. Nessuna possibilità di immediato soccorso o rifornimento da tergo se le cose non vanno bene. Dovete trarvi d'impaccio da solo, sfruttando le vostre

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•mti moo•imo dd lo<o =dimffi<o e dmmdo bene le cartucce. Se per disgrazia siete ferito noi potete sperare in cure od aiuti, chè i vostri compaglù non possono nè debbono attardarsi per voi. Se cadete nelle mani del nemico non c'è molto da contare su trattamento umano perchè con i paracadutisti chissà perchè - tutti ce l'hanno, barbari e civili, e si sfogano su quelli che acciuffano come se si trattasse di grassatori. È questa, insomma, la solitudine che annoveravo tra le sensazioni che il paracadutista ha da vincere. E chi dei lettori s'è mai trovato in guerra, disperso in territorio nemico, sa cosa intenda significare. « Insomma è un gran brutto mestiere quello del paracadutista >>, dirà qualche lettore, impressionato da queste mie descrizioni. Al contrario: è bellissimo, è il più bello che il soldato possa desiderare. Per un uomo di fegato non v'ha infatti destino migliore di quello che vi offre dei bassi istinti da controllare, dei pericoli da sormontare, e dei compiti difficili da assolvere. Il vero coraggio non consiste nel non aver paura - solo gli incoscienti non la provano - ma nel dominarla. Il paracadutismo vi dà molte occasioni d'aver paura, ma vi offre altrettante possibilità di strapparvela di dosso, di calpestarla come sensazione bassamente an.imale e di gettarla via con un calcio, dietro di voi. Conosco molto intimamente un paracadutista che, ogni volta che dalla carlinga s'avanza verso quella tal porticina aperta sul vuoto, sente in fondo ai precordi una specie di brivido, e gli vien fatto di dirsi con un risolino interno, alla Turenne: <<Tu 40

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remi dunque, vecchia carcassa. Ma tremeresti ancor iù se sapessi ove ti porto! » ' Val la pena di fare il paracadutista per potersi dire queste cose.

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ODOR D'IMPIEGO

Luglio 1942 Da qualche giorno, nel maggio 1942, c'era in aria odor d'impiego. Impiego, per chi non lo sappia, è magica parola che ha la virtù di far scalpitare i paracadutisti come puledri di Maremma: vuoi significare azione, calata dal cielo ed assalto a lama fredda. Nonostante che si stesse sul chi va là, l'ordine di partenza capitò improvviso ed inatteso alle dieci di sera, d'una di quelle sere di pri!navera che ti pare dimenticare la guerra e le miserie del mondo. Caricarsi sul treno speciale in due ore - diceva l'ordine - equipaggiamento di lancio al completo, destinazione ignota. Il treno ci aveva portati all'aeroporto di guerra. · « I paracadutisti. Sono arrivati i paracadutisti. >> La notizia era corsa in un baleno nell'aeroporto, e dai capannoni e dalle palazzine volti curiosi si 43


sporgevano a guardare i nuovi venuti. E sl che in quello scalo avanzato, prima linea del fronte aereo, non ci si lasciava facilmente impressionare dalle novità : .se n'erano viste di tutti i colori durante la campagna d'Albania. Apparecchi d'ogni tipo e rappresentanze di tutti gli eserciti in armi avevano approdato a quel campo d'intenso flusso e riflusso operativo d'oltre Adriatico. Ma i paracadutisti erano proprio una novità. Molti avieri, a dire il vero, ignoravano fìnanco che esistessero in Italia e gironzolavano attorno ai soldatoni abbronzati con una gran voglia d'attaccar discorso e sincerarsi se erano proprio uomini come tutti gli altri. I paracadutisti avevano però altro per il capo che trattenersi in ciance. Smessa l'abituale espressione spensierata, erano aggruppati a fronte contratta, curvi su carte e ·aerofotografie.

*** Cefalonia. Il compito af!idato ai paracadutisti era l'occupare Cefalonia, l'isola greca, di notevole valore marittimo. Dalle fotografie appariva collinosa e frarotta, poco idonea all'atterraggio. A guardar bene si scorgeva però attorno ad Argostoli, capoluogo e base navale dell'isola, una fascia di terreno un po' meno impervia ove il lancio era possibile. Qualcuno ci avrebbe certo rimesso le gambe contro quei muretti ed in quei fossi, ma queste erano quisquilie; con vento non troppo forte, il grosso avrebbe potuto toccar terra senza troppi danni. Un plotone qui, in traverso alla rotabile, un altro ai margini di quella macchia di bosco, un te~zo alla immediata periferia 44


dell'abitato. Il comandante la spedizione, il maggiore di cavalleria Zanninovich, impartiva gli ultimi ordini, secco e vibrante come se approntasse una carica. Gli uomini ascoltavano gravi, facevano si con la testa. Al lavoro ora. Gruppi di uomini stanno caricando nei bestioni alati, che attendono sul campo, certi grossi e pesanti fagotti che vengono collocati nella pancia del velivolo, al posto delle bombe. Sono gli << aerorifornitori>>, dei colli muniti anch'essi di paracadute; contengono tutto ciò che il soldato calante dal cielo non può per ragioni di peso e di ingombro recar seco. Nella calùra della mattinata adriatica gli uomini sudano sotto i carichi. Tutto a posto. I paracadutisti si radunano presso gli apparecchi, frazionati in nuclei tattici. Unò scaglione, il più numeroso, è destinato all'irruzione su Cefalonia; un'altra aliquota resta in rincalzo; un terzo gruppo è in riserva per il secondo obiettivo dell'azione : Zante. Giunge in quella l'ordine esecutivo dell'azione. Sono le l O,3 O. Decollo fra 15 minuti. L'ora è calcolata in modo che il viaggio dei paracadutisti sia inquadrato in altre azioni aeree e che il lancio sull'isola si svolga contemporaneamente all'approdo di unità provenienti dal mare. Si ha buon motivo di supporre che a Cefalonia non si abbia voglia alcuna di tentare inutili resistenze ma la guerra è guerra e le precauzioni non sono mai troppe. I motori sono in moto. Tutto il personale dell'aeroporto, tutti i presenti si assiepano ai margini del campo. Il comandante la Scuola si avvicina al 45


maggiore e, senza gesti drammatici e discorsi rettorici, gli consegna una bandiera, quella che dovrà sventolare su Cefalonia. Poi gli sportelli degli apparecchi si chiudono; i motori mugghiano poderosi; i bestioni alati si muovono sobbalzando goffamente, indi più agili e veloci vanno in fondo al campo, girano, si avventano rombando a pieno regime, sono in aria, spariscono. Noi, quelli destinati a Zante e quelli addetti alla base, restiamo a naso in aria sinchè il rombo dei motori si perde lontano, verso sud-est. È una bella giornata, un po' ventosa, ma bella.

*** Gli apparecchi che portavano i paracadutisti sono tornati. Ci affolliamo attorno ai piloti ed agli istruttori che hanno voluto accompagnare in volo il reparto. Com'è andata? È andata benissimo. La zona di lancio, preventivamente scelta sulle aerofotografie, è stata subito imbroccata. Gli uomini ci si sono scaraventati con tale slancio che quasi si temeva che saltassero l'uno addosso all'altro. Il cielo era cosi saturo di ombrelloni bianchi che sembrava una vetrina di acquario colma di meduse. E l'atterraggio? L'atterraggio deve esser stato diflìcile: la zona era frarotta e v'era molto vento al suolo. Reazione da parte del nemico? Nessuna. E mentre i paracadutisti toccavano il suolo, i primi idrovolanti già si abbassavano per ammarare. Tutto bene. Le prime notizie che di laggiù arrivano per radio confermano che tutto si è svolto secondo il previsto. Nessuna resistenza: se per avventura avevano voglia 46


di tentarla, lo spiegamento di forze ;eree e la vista degli ombrelloni bianchi scendenti dal cielo li ha certo indotti a mutar parere. I paracadutisti hanno marciatò senza intoppi sulla città e si sono ricongiunti alle forze sbarcate dal mare. . Il successivo messaggio che si riceve da Cefalonia chiede viveri per l~ popolazione. Anche da Zante, ch'è stata nel frattempo occupata da un distaccamento, giunge un'urgente richiesta di viveri. Le isole sono affamate. Le stazioni radiotelegrafiche si passano l'un l'altra la bizzarra notizia delle due isole, già roccaforti del nemico, che invece di contrastare la nostra occupazione ci chiedono da mangiare. I paracadutisti, discesi col pugnale alla mano, lo stanno ora impiegando per sventrare le loro scatolette di carne da distribuire alla popolazione affamata. Dalla stazione radio capolinea, dopo un po', discende per li rami l'ordine di scaricare gli apparecchi d'ogni ordigno bellico, di caricarvi invece farina e gallette e di andare con. queste ad effettuare il bombardamento benefico di Cefalonia e di Zante. Da tutti i magazzini militari della zona convergono sul nostro aeroporto autocarri di viveri. L'azione tattica si muta improvvisamente in azione logistica. Dagli aeroplani pronti ed allineati si tirano giù gli aerorifornitori che con tanta cura avevamo rimpinzato di' bombe e munizioni. Vi mettiamo invece farina, gallette, scatolette e cioccolato. Si issa tutto a bordo, motori in moto e via in aria. :Oopo un'ora e mezza di viaggio il primo aereo è sul cielo di Cefalonia e vola basso su Argostoli. 47


La cittadina a quel che sembra ha già ripreso il suo aspetto normale. La popolazione è tutta nelle strade e ci guarda a naso in aria; nei vecchi campi i contadini sono al lavoro; v'è persino qualche barchetta di pescatori che s'è spinta al largo con le reti. Dopo un rapido giro sull'abitato l'aereo si abbassa sulla convenuta zona di lancio - quella ove ieri hanno atterrato i nostri compagni - e si comincia a mollare il nostro carico gastronomic,o. Scorgiamo distintamente gli uomini che a terra corrono dietro ai paracadute e agguantano i colli. Un aerorifornì tore va a finire in mare, e tutte le barchette di pescatori mollano le reti e si precipitano a forza di remi verso il sacco delle gallette in pericolo. Ultimato lo scarico prendiamo la via del ritorno. Rientrando al campo incrociamo un altro apparecchio che si dirige su Zante, greve anch'esso di quintali e quintali di viveri. Poi ne parte un altro e un altro ancora. È una vera pioggia benefica che sta irrorando l'arcipelago greco. C'è, in un nugolo di farina, un gruppo di paracadutisti che si affanno ancora a preparare i colli. Uno di loro mi dice in tono afflitto: << Porca miseria, signor maggiore, me l'immaginavo in un'altra maniera l'assione contro il nemico>>. E smoccola. Ma si intuisce che smoccola senza convinzione, chè l'idea di quei disgraziati isolani affamati suscita in lui più pietà che risentiinento per la battaglia svanita. Haflilo un cuor d'oro questi uomini dai volti quadri e dai muscoli duri . Pronti ad affrontare senza esitazioni nemici armati e prepotenti, ma che l' avversariÒ esausto chieda pietà e 48


stenda la mano ed eccoli, inteneriti e generosi, spezzare il pane e offrire la borraccia. Bravi figlioli. Il mio uomo infarinato va detergendosi il sudore con il dorso della mano e medita. Poi si volge, come colto da un dubbio: « Ma agli inglesi >>, fa « non ci butteremo mica i biscotti con la marmellata? >> Garantisco che quando verrà il momento dell' assione contro gli inglesi non lanceremo biscotti ma ci lanceremo noi. AI chè egli fa più rasserenato: <<Speriamo che quel momento venga presto >>.

*** Ed ora, di nuovo, c'è per l'aria odor d'impiego. In questo scorcio dell'estate 1942 la<<Folgore >> è ormai completa, approntata, come diciamo in termini d'organica militare. È invero.stupenda, questa creatura testè allineatasi nei ranghi dell'Esercito mobilitato. E dico creatura con ragione, perchè non mera assemblea di uomini in arme essa appare, ma unità viva, calda, palpitante, alla cui formazione hanno contribuito in· ugual misura passione e metodo, natura e didattica, il miglior sangue della nostra razza ed il quotidiano addestramento al rischio, il buon sole tirrenico e le cure appassionate d'un intero stato maggiore. Giammai nella storia delle nostre armi si era ottenuta selezione così raffinata e perfetta della massa combattente, migliaia e migliaia di uomini tutti ugualmente belli forti audaci generosi eppur rotti alla tecnica al tormento all'orrore della guerra moderna. È costato tempo, fatica e sangue il metterli insieme (chè non pochi i giovani pionieri 49


caduti lungo il terreno sperimentale e addestrativo del paracadutismo) ma il risultato ha ben corrisposto all'attesa. È la vera aristocrazia del volontarismo questa nostra « Folgore » e non di quello scamiciato e riottoso da sommossa di turbe, ma del tipo che genera un popolo ordinato e cosciente nei momenti cruciali della sua storia. Addestrata ed equipaggiata a puntino, la « Folgore >> attende dunque - badaluccandosi in campi e manovre - la sospirata occasione di un vero impiego bellico. Sono questi gli snervanti e lunghi periodi d'attesa, i più ingrati momenti nella vita dei paracadutisti; nè possono d'altronde evitarsi essendo queste truppe materiale assai prezioso da impiegare a ragion veduta e non da buttarsi allo sbaraglio in imprese avventate e . premature. Ma andate a far comprendere questi indugi operativi a chi non sogna che il lanciarsi sul nemico, e non parla d'altro, e fa il broncio ogni volta che il bollettino cita battaglie combattute da altri. A !asciarlo fare sarebbe partito in volo da gran tempo per andare a scapicollarsi su Londra, sul Cairo, in India, nel Sudafrica, ovunque vi fosse da menare le mani. « L'importante è andarci poi si vedrà il da fare », affermava con stringata logica strategica, e forse non aveva torto. In questo luglio 1942- dicevo- si sente però che nell'aria c'è del nuovo. Dal tono dei bollettini, dall'andirivieni di ufficiali di stato maggiore indaffarati, da altre osservazioni, s'intuisce che qualcosa sta maturando. I soldati certe cose le scrutano a naso e si dicono infatti l'un !'-altro, stringendosi l'occhio: « odor d'impiego >>. Quando e dove, nessuno lo sa, 50


nè, a dir il vero, cura soverchiamente. L'importante è menar le mani: _çontro chi- inglesi, russi, degaullisti o altri - è questione del tutto secondaria.

*** L'ordine, anche stavolta, è giunto improvviso ed inatteso. L'allarme suonato da trombettieri sonnacchiosi ci ha strappati smoccolando dalle tende, chè credevamo n per n trattarsi d'una delle solite esercitazioni notturne, di quelle care ai generali che soffrono d'insonnia. Ma la voce è presto circolata: <<Non esercitazioni, guerra vera, si parte fra tre ore». Ed i ragazzi, urlando di gioia, si sono buttati a smontare tende ed affardellare zaini. Non capita spesso di vedere soldati che capriolano di allegria nell'apprendere che li mandano a combattere, ma questi son fatti così. Hanno giocato tante volte con la morte, scapicollando~i ,dal cielo, ch'essa più non li spaventa. Al contrario, la prospettiva di ritrovarla faccia a faccia su un campo di battaglia li rallegra come se si trattasse d'incontrare una vecchia conoscenza; meglio, un antico avversario molte volte sconfitto ed offrentesi alla lotta in un nuovò campo d'azione. Il metterli in treno non è stata impresa da nulla, però." Parte di essi era in permesso, e si dovette andare a pescarli uno ad uno in vicoletti bui e nei prati dei dintorni (chè la stagione è propizia alle passeggiate romantiche). Come Dio volle siamo riusciti a racimolarli tutti ed a caricarli sui vagoni, con armi e ,paracadute. Gli ultimi hanno raggiunto di corsa la stazione, infilandosi le giuBbe. E mentre il 51


treno era già in moto si sono visti ancora due fantasmi bianchi attraversare di corsa i binari, inseguiti dai carabinieri di ronda e dalle urla dei ferrovieri, ed inerpicarsi sul vagone di coda. Erano due paracadutisti ammalati e ricoverati in. ospedale. Non appena saputo che il battaglione era in partenza hanno disertato la corsia calandosi da una finestra e sono giunti in camicione e mutande. Non c'è stato verso di farli tornare indietro e si è dovuto, per rivestirli, procedere ad .una colletta di indumenti, in treno. Dopo una notte di viaggio il treno ci ha scaricati nel solito aeroporto di guerra, nel mezzogiorno. Ma stavolta si va in Africa.

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SULLA

BALBIA

Luglio 1942 Per raggiungere il fronte di battaglia, dal porto o dall'aeroscalo d'arrivo, si percorrono mille e più chilometri di rotabile costiera, poi si svolta a destra e si è nel deserto di Alamein. È un viaggio lungo, traballante e penoso come una via crucis. Si impiegano, a compierlo in autocarro, dai quattro ai sei giorni nella canicola polverosa della Marmarica. Dall'alba al tramonto si rotola sul nastro rovente della Balbia: alle prime tenebre ci si arresta, ovunque ci si trovi, si sparpagliano le autovetture fra i radi cespugli di lentischio e si addiaccia. D'intorno le sagome scure di altre macchine, di altre autocolonne in sosta. Non fuochi di bivacco, nè canzoni, come nelle altre guerre d' Mrica; immobilità e silenzio, chè l'aviazione avversaria è vigile e puoi averla sul capo quando meno l'aspetti. 53


Si ingolla di mala voglia una scatoletta di carne ancora tiepida di sole meridiano e ci si butta fra i sassi, tiepidi anch'essi, con gli occhi che bruciano, la gola secca e le membra rotte dallo scotimento del viaggio. L'istupidimento è tale da piombarvi di colpo in un sonno pesante e senza sogni. In queste prime notti d'Africa si tenta di reagire alla stanchezza e rubare qualche minuto al sonno prepotente per gironzolare fra gli uomini e coglierne discorsi ed impressioni. Sono con me 'Patella, Visconti ed altri ufficiali, vecchi coloniali anch'essi, cui il ricalcare sabbia di deserto e sassi di serir allevia il fardello dell'età di dieci anni o più. Rievochiamo luoghi, episodi e persone di questa terra con la tenerezza sbiadita d'un primo amore:' chè l'Africa, per chi la comprende, è invero una passione che ti s'annida dentro nè più t'abbandona. Le cure e gli affanni della vita meccanica metropolitana te la incapsulano nell'animo in un guscio di rniseriole, ma che gli eventi della vita e della guerra ti riportino quaggiù ed eccola erompere nuovamente con ardore che, ahimè, spesso più non risponde al vigore del corpo ed al volgere dei tempi. «È ancora Africa questa? », si domandano un po' costernati i vecchi coloniali guardandosi d'intorno. Questa strada, dura d'asfalto e tirata a lucido dalle gomme d'autocarro, le autocolonne polverose in processione, il perenne frastuono di migliaia di motori terrestri ed aerei, il brontolio lontano delle artiglierie più non compongono lo scenario maestoso di silenzio e di solitudine associato ai ricordi dei loro verdi anni. La natura stessa sembra aver mutato 54


volto, butterata com'è da buche di granate, cqrrosa dall'esplosivo e maculata dagli incendi quasi per effetto di un morbo vergognoso. Solo il cielo è pur sempre il medesimo, questo inconfondibile cielo africano che loro alita sul capo, in queste notti, con una luminosità astrale diffusa e lattiginosa. Rimirano con gioia, come vecchie amiche, quelle stelle che hanno guidato dieci o quindici anni or sono i loro primi passi nel deserto, procedendo nottetempo al dondolio lento di un mehari. A Dio piacendo non sono mutate, e gli ufficiali le mostrano ai ragazzi con amore entusiasta e un po' pedante: « Quella, vedi, è Orione. Sorge laggiù e percorre la volta del cielo nel volgere della notte. Ha forma di freccia, con la punta costantemente rivolta a settentrione. E, ad una cert'ora, si vede anche la Croce del Sud. Se mai tu dovessi disperderti nel deserto ... » « Ma ho la bussola », replica il soldato, lievemente offeso, « e la carta topografìca con la declinazione magnetica e la tabella dei punti di riferimento ... » .Già, ha ragione lui. La guerra d'Africa oggi la si fa con bussole carte sestanti e camionette transdesèrtiche; il motore ha ucciso il mehari e la scienza bellica tien luogo di poesia africana. S'illudevano, i vecchi coloniali, d'essere ringiovaniti di dieci anni e d'essere qui in «colonna» contro bande di pittoreschi cavalieri beduini; ma questa è guerra che si combatte per commerci, petroli, carboni e spazi vitali: è una cosa seria che non consente consulta55


zioni di stelle e sentimentalismi d'altri tempi. Ha ragione lui.

*** Eppure consentitemi di ricordarvi che questa terra, per quanto nuova e sconosciuta vi appaia, per quanto oggi bazzicata da genti diverse e di astruso linguaggio, non è straniera. La guerra le ha mutato volto, l'ha sfigurata, le ha composto una maschera dolorosa ed. avvizzita, ma non ne ha del tutto cancellato i lineamenti. È la Libia. È la quarta Libia. La prima fu quella del1911, già lontana e sbiadita nella memoria come un dagherrotipo. Voi non eravate ancora nati. E la mia generazione, ch'era allora bambina, la conobbe solo attraverso le fotografie dell'Illustrazione Italiana e le tavole a colore di Beltrame. « Tripoli, bel suoi d'amore>>. Bu Meliana. Il capitano Verri ed i «garibaldini del mare >>. La battaglia delle Due Palme. Le nuove uniformi grigio-verdi. Mio padre in casco coloniale, un casco buffo, altissimo, come un cimiero assiro. Bengasi e Tobruk che si accentavano allora Béngasi e Tobrùk. Ed infine questa nuova terra donata al sonnacchioso imperialismo italiano, non troppo convinto dalle dannunziane Canzoni d'Oltremare sul concreto valore d'una quarta sponda di bell'effetto, sl, sulle tavole dell'atlante ma- a quel che se ne dicevaricca solo di sassi e di sabbia. Eppure a noi ragazzi piacque tanto il saperci padroni d'un nuovo pezzo d'Africa e si marinava con gusto la scuola per recard in corteo a << dimostrare » contro i socialisti 56


che blateravano di « spese improduttive >> e per accogliere con fiori e sigarette i reduci approdanti al molo Beverello. Mio padre, quando tornò, aveva il volto patinato sotto l'alto casco a fungo e m'aveva portato in dono una bella tachla color pomodoro, col fiocco blu. Diceva per celia ch'era il fez di Enver bey, ma non era vero: l'aveva comperato in un suk di Bengasi. Aveva un odore bizzarro di spezie e di ·terre lontane quel calottino rosso, un odore che associavo d'istinto alla visione della Libia come me l'immaginavo io : con tante palme e mio padre col cimiero di sughero e la sciabola sguainata ed Envery bey che scappava in groppa ad un cammello. Quell'odore m'è rimasto nelle nari più tenace dei profumi delle donne che ho amato. Ed ogni volta che ho varcato il mare ed ho qui approdato m'è venuto incontro festoso sino sul piroscafo questo buon odore di Libia che sa di spezie, di luce, di caldo, di asinelli spelacchiati, di focherelli, di strade anguste, di donne berbere che passano tintinnanti di armille, di cammelli brontoloni, di legna aromatica e di bambini sudici. È un odore grato e complesso, come..quello d'un vecchio armadio di provincia. (No. Non fiutate intorno per sentirlo, che non c'è più. L'ha fatto svanire la guerra). ; La seconda Libia fu quella del dopoguerra, la Libia della mia generazione. Si aveva vent'anni e ci si credeva traditi dalla sorte che aveva posto termine alla grande contesa troppo presto, senza darci tempo di parteciparvi. La smania d'aver anche noi un nastrino sul petto, la lettura di libri d'Africa (stranieri purtroppo e non nostrani chè la letteratura coloniale 57


italiana era allora poverissima), gli echi dei primi combattimenti di Graziani, di Pizzari, di Gallina, di Maletti, di Ferrari Orsi ci spinsero ansiosi d' avventura in questa terra che, ad onta dei suoi secoli, sentivamo giovane come noi, nata e cresciuta come noi, roba nostra. Era una Libia poveretta, badate, una Libia minore, ridotta dalle vicende della guerra a poche fette di costa rinserrate fra i reticolati, con l'avanguardia di qualche fortino spinto timidamente sulle prime balze del Gebel. Per andare da Tripoli a Homs, da Bengasi ad Apollonia ci si imbarcava sul postalino, una vecchia ciabatta ansimante e ballerina che odorava di mal di mare e che, all'arrivo, ci scaricava in una zattera come balle di mercanzie, insaccati in una rete tenuta alla lenza da una gru. Le comunicazioni terrestri erano interrotte, bloccate dai ribelli. Occorreva appunto ristabilirle. E si buttarono allegramente alla ventura oltre i fortini e le « ridotte » quelli della. mia generazione, in battaglia a tu per tu con duar e mehalle senussite, avanzando di mese iq mese il margine dell'occupazione e ritrovando con co=ozione, fra le sterpaglie del Gebel, rovine romane e cimiteri della colonna Miani, capitelli diruti di templi e di fiori e tracce d'accampamenti del raid Tassoni. Erano bei tempi, ragazzi, tempi che ancor oggi, a ripensarci, vi danno la fregola di dar di sprone e di !andarvi alla carica, alla testa di savari e di spahis. Erano in pochi, anzi in 'pochissimi, a battagliare quaggiù, chè i più in Italia erano stanchi di guerreggiare ~ all' Mrica preferivano il passeggio domenicale in un corso di provincia. Solo chi aveva combinato qualche guaio od aveva 58


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grane da far dimenticare veniva spedito in Libia « d'autorità >>. E quelli che c'erano venuti volontari, per gusto d'avventura, si sentivano romantici e incompresi come eroi d'un romanzo di Loti. In patria poco o nulla si sapeva di loro poichè, per motivf di opportunità politica, del battagliare contro i ribelli c'era la consegna di tacere. E quando nelle caserme patrie qualche soldato mancava all'appello, i compagni rispondevano per celia: «Morto in Libia>>. E v'erano tanti, bei ragazzi come voi, che ci morivano sul serio in Libia, tacitamente, oscuramente, senza fronzoli retorici. Una palla beduina nel petto, una fossa scavata alla meglio nel fondo d'un uadi, quattro rami in croce. Morti in Libia. Col tempo riallacciammo Tripoli a Bengasi e a Tobruk (che si chiamavano ormai Bengàsi e Tòbruk), riconducemmo fiduciose alla costa le tribù dell'Orfella, dei Mogarba, dei Brasa e degli Abeidat, ci spingemmo sino alle soglie del deserto ed oltre, a Giarabub, a Gialo-, a Cufra, nel Fezzan. E quando fummo ben sicuri che l'occupazione corrispondeva a puntino al quadrilatero verdolino degli atlanti, sino a Bardia, sino a Gadames, giù giù sino al Tibesti, dicemmo: carpent mea poma nepotes e ce ne tornammo a casa. A passeggio in via Veneto, in licenza di rimpatrio, col bournous a nappe rosse sulle spalle, i reduci facevano spicco, facevano colore locale e la gente si voltava a guardarli dicendo: « Sono quelli della Libia >>. Poi l'interesse svarù, chè presto sopraggiunse la guerra etiopica e la Libia arretrò in secondo piano nel favore popolare. La si ricordò ancora di tanto in 59


tanto, a proposito di problemi di colonizzazione e di bonifica, come le paludi pontine, come il latifondo siciliano, elencata fra le grandi opere del Regime. Chi non v'era mai stato, ma l'aveva molto studiata sui libri, non più di Libia parlava ma di Eurafrica: il che ci offendeva come una riprova di cattivo gusto, quasi fossimo dei nuovi ricchi che rivestono d'abiti smessi la parente poveretta. Si ebbe cosl la terza Libia, quella di Balbo, dei ventimila, delle strade asfaltate, dei villaggi agricoli e di molte altre mirabili cose. Noi non la conoscemmo, chè non era più terra da vecchi coloniali nè da soldati, bensl da podestà e da dirigenti sindacali. Era un lembo del nuovo manto imperiale d'Italia disteso oltremare a ricoprire il Gebel ed i deserti. Taluno dei reduci, pur ammirando, mugugnava fra sè e sè che gli guastavano i ricordi e gli cancellavano il colore locale. Seguiva le vicende della nuova Libia attraverso le cronache dei giornali e tentennava il capo nel vedervi raffigurate certe prospettive architettoniche « Novecento >> di nuovi villaggi, nel sentire che laggiù avevano sciolto bande e squadroni e dato le stellette agli ascari che non si chiamavano più ascari ma « soldati libici ». Novità, troppe novità, brontolava. E si sentiva inutile, vecchio a trent'anni, messo in naftalina come il bournous riportato di laggiù e per cui non aveva trovato impiego (chè anche la ragazza cui voleva offrirlo come mantello da sera l'aveva rifiutato, diceva ch'era passato di moda). Il ciclone della guerra si abbattè di sorpresa su questa Libia in divenire, con i suoi lindi villaggi agricoli ancora freschi d'intonaco, con i campi arati 60


a metà, con le macchine pressatrici terme sulle strade incompiute. Non se l'aspettava questo po' po' d'uragano, povera Libia. Non era più colonia, aveva già assunto carattere e aspetto' di quieta provincia nostrana, ma non si sentiva ancora sì importante da attirare eserciti europei e divenire teatro di battaglie. A dire il vero nessuno se l'aspettava: neanche in Italia, neanche gli srudiosi di cose militari. Dicevano: << Le Alpi, ecco il nostro fronte principale; il colle della Maddalena, il Monginevro, il piccolo San Bernardo, le selve di Piro e di Tarnova: lì si farà guerra grossa. In Libia no, in Libia vi sarà sì e no qualche scontro, chè deserti e distanze non consentono l'azione di grandi masse d'armati. E neanche obiettivi importanti vi sono. Operazioncelle di carattere secondario, senza alcun influsso sull'esito finale della guerra: ecco quanto farà la Libia>>. E. gli uomini che vi erano distaccati a presidio, quelli della << Sabrata >> e della << Sirte » - divisioni giovinette, provinciali anch'esse, fragranti ancora di magazzini d'equipaggiamento - si sentivano spaesati ed inutili, nè metropo}!tani, nè coloniali, maltrattati dalla sorte e dagli uflici del Ministero per ·essere lasciati laggiù, a guardia d'una terra senza ambizioni guerriere, senza obiettivi da conquistare o da difendere. Ed invece il destino ha prescelto proprio la Libia come maggior campo d'azione della lotta mediterranea: questa cheta Libia rurale dai nomi che sanno ancora di posa di prima pietra e che confondono i nostri ricordi topografìci di coloniali, avvezzi a ragionare di Gubba, di Ghegab e di Zavia Beda. I vil61


laggi «Novecento», Beda Littoria, .Baracca, Luigi Razza, hanno frettolosamente tinteggiato in color fango le loro prospettive abbaglianti di calcina; le belle case cantoniere sono divenute sedi di Comandi; i coloni hanno lasciato frumglie, vanga, armenti ed hal11io raggiunto la « Sirte » e la « Sabrata >>; i vecchi sciumbasci del tempo di Ornar el Muktar hanno rindossato le vecchie uniformi e le farmule, Così da due anni. La guerra s'è accampata in questa terra, ci si indugia, par quasi che ci prenda gusto ad andare avanti e indietro come in una colossale figura di quadriglia: les premiers en abant, e si fanno cinquecento chilometri verso oriente: en avant les seconds, e si arretra di trecento. Volta a volta campo di battaglia e retrovia, ora sommersa ora lasciata in secco dalla marea delle operazioni, la Libia assiste attonita e un po' stordita a questi avvenimenti più grandi di leL Povera vecchia Libia che, dopo tanto mutare, s'era composto un tranquillo volto di provincia nostrana e ambiva solo alla ·cheta rispettabilità dell'allevare armenti e commerciare in grani, Le battaglie si sono oggi spostate di molto verso oriente ed essa è solo animata dal fervore delle retrovie, ma dalle casette dirute del 1915, dai resti delle ridotte del 1925, dai casolari razionali del1938, emana un senso di dolorosa esperienza e di coraggiosa aspettativa: l'espressione ,di chi molto ha sofferto e sa che non è finita, che dovrà ancora soffrire.

*** L'elemento più notevole della immensa retrovia di guerra che da Tripoli giunge fino alle porte di 62


Alessandria è la Balbia, questa strad.a proconsolare che percorre l'intera Libia dall'una all'altra estremità, dritta e lucente come la lama d'una spada. Dieci .anni fa non c'era. V'erano solo delle pistacce malagevoli segnate dal transito delle carovane. L'amdare da Bengasi a Tripoli attraverso la Sirtica era impresa da gran turismo e il raggiungere l'Egitto, da Tobruk, avventura da esploratori ottocenteschi. Oggi questa strada, invero imperiale-per concezione e mole di lavori, annulla distanze e colma lacune secolari, vecchi coloniali brontolano, vedendola, che gli hanno guastato la loro Africa, ma non possono non restare ammirati dinanzi alla grandiosità dell'impresa. La strada è oggi la grande arteria della guerra. Una arteria di duemila chilometri che dai porti libici raggiunge la località egiziana di El Dabà e di qui si irradia con un sistema capillare di arteriole e di pistarelle desertiche in tutta la fronte. A dire il vero la strada prosegue oltre per un centinaio di chilometri, sino ad Alessandria, ma ad un tratto, pur senza guasto apparente, essa cessa di vivere, come un'arteria colta da trombosi. Muore. Non v'è anima che la percorra. È silenziosa, inutile e deserta, come una strada di landa maledetta, abbandonata dalla vita da più generazioni. Se qui nascesse erba, la gramigna crescerebbe rigogliosa. Di qua, de~e trincee con armi puntate verso oriente; di là altre armi che le prime fronteggiano. Il nastro stradale serve di guida alle traiettorie che saettano raso terra, lambendo l'asfalto. senza angoli morti. È il punto in cui la stra63


da taglia il fronte di battaglia. Gl'inglesi chiamano quel tratto no man' s road: la strada di nessuno. Sul tergo di El Dabà, invece, sin dove la nostra vita logistica giunge, un fiotto ininterrotto di autocarri percorre la strada in un senso e nell' alrro, recando viveri acqua e munizioni e sgomberando feriti rottami e ricuperi: la sistole e la diastole di una grande fronte di azione. Centri di smistamento, di rifornimento, di riparazioni - i gangli del sistema circolatorio - la fiancheggiano lungo tutto il percorso, ricoverati in tende e baracchette di fortuna. È uno spettacolo di grandiosità logistica senza pari. I nostri ricordi di studi militari ci fanno d'istinto intravvedere l'immane lavoro organizzativo che presiede a questo flusso e riflusso. Calcolo macchinalmente tempi e distanze e prezzi: per ogni uomo in linea ad Alamein devono esservene almeno altri sei o sette addetti ai servizi, scaglionati lungo la rotabile; il rifornimento d'un solo battaglione necessita a dir poco una trentina d'autocarri moventi a tappe lungo il percorso; un litro di benzina trasportato in linea costerà ad occhio e croce il decuplo del suo yalore. Moltiplicando queste cifre per il numero delle unità schierate alla fronte si ottengono totali invero astronomici. Solo qui, osservando la Balbia, si ha un'idea dello sforzo immane· che l'Italia compie per mantenere in vita il fronte di Alamein attraverso questa arteria. E se penso che nelle scuole di guerra europee si insegna che l'alimentare un Corpo d'Armata attraverso una strada è già impresa d'alta acrobaZ!ia logistica, v'è da domandarsi per quale miracolo d'intelligenza 64


organizzativa la nostra Intendenza riesca a non far morire di fame e di sete un intero esercito schierato a duemila chilometri dalle sue basi. Si aggiunga la circostanza che dette basi distano a loro volta centinaia e centinaia di miglia di mare dalla madrepatria e che tutto - dico tutto - dalla cartuccia al motore, dagli indumenti alle bombe, dai medicinali alla farina - deve giungere di lassù, attraverso vie acquee difficili ed insidiate. V'è invero da battere le mani al nostro Stato Maggiore che riesce ad operare in cosl difficili condizioni ambientali. Ma la Balbia non è solo l'elemento di primo piano di questo ampio quadro logistico: è altresl una viva pagina di storia. Reca scalfita nell'asfalto l'intera cronaca, lieta e non lieta, dei tre anni di guerra qui combattuta. Percorrendola si passano in rassegna tutti i luoghi resi celebri dal flusso e riflusso delle operazioni africane; sfilano sotto lo sguardo relitti di avanzate e di ripiegamenti, colà gittati dalla risacca della guerra; mura dirute su cui i soldati di varia lingua hanno tracciato, passando, parole d'ansia e di scherno, d 'odio e di fede, invettive e promesse; tutto un vivo documentario delle passioni che la guerra suscita nell'uomo. Osservandola si ricostruiscono mentalmente eventi, episodi e drammi. Quell'autocarro scheletrito che ha ancora visibile sulla fiancata la scritta « l a Divisione Libica », ridesta il ricordo della prima avanzata di Graziani e dei duri combattimenti intorno a Sidi Barrani; quei cannoni inglesi squarciati da un colpo in pieno sono certo un relitto della frettolosa ritirata di Ritchie; quelle scritte impallidite Here we are, e W e 're going to stay for ever, sovra65


stampigliate in traverso da un << Siamo tornati » o da invettive parimenti lapidarie sono la sintesi dialogata di tre anni di alteme vicende. La stessa massicciata stradale, logora e scarnita dal morso dei cingoli, serba la traccia del tormento subito. La sedimentazione successiva dei rattoppi e delle riparazioni consente d'i.çdividuame la cronaca come le stratificazioni geologiche nella storia della crosta terrestre. Questo tratto roso sino alla corda su cui passiamo sobbalzando e smoccolando è dell'era primaria: è la traccia sbiadita del tracciato originario, su cui transitarono i cammelli di Maletti. Questo altro tratto tutto a buche, smerlc;!ttato dalle granate, fra Sollum e Sidi Barrani, risale all'epoca della seconda resistenza della Halfaia. Più oltre la strada sparisce addirittura, sconvolta dalle mine delle retroguardie inglesi ripieganti su Marsa Mattuh. E quest'ultimo rettilineo di trecento chilometri liscio e terso come un'autostrada, senza uno sgraflìo nè una scrostatura, vide la galoppata finale delle nostre forze sino ad Alamein. Non soffri altro tormento che Io sfrigolio dei pneumatici delle autovetture inglesi in fuga, recanti in salvo ad Alessandria generali e Stati Maggiori. I ragazzi, a gambe ciondoloni oltre le fiancate, rimirano dagli autocarri le tracce della guerra come scolaretti in gita istruttiva. Di tanto in tanto si danno di gomito: <<Guarda, guarda ». È un gigantesco carro armato sventrato, un Hurricane abbattutG e rimasto conficcato nella sabbia a coda ritta, od un gruppetto cÌi prigionieri multicolori intenti, lemme lemme, a riparare la strada. Sono soprattutto costoro, 1

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i prigionieri di colore, a destare l'appassionato interesse dei ragazzi: ' « Quello dev'essere un sudanese ». « Ma no, ha la barba. È un indiano. » « Gli indiani non hanno il cappellaccio alla boera.» « Già. Ma non hanno neanche i camicioni lunghi e i pantaloni a fisarmonica. Domandiamo al signor tenente. » Il signor tenente interpella il prigioniero e, dopo labbriose spiegazioni, si riesce a capire trattarsi di un rodesiano incorporato in una unità sudanese dei King's Royal Rifles, che ha in testa il cappellaccio tolto a un morto australiano, ai piedi le scarpe rubate a un inglese e indossa le brache barattate con un indiano. La spiegazione soddisfa l'amor proprio di tutti e si riprende il viaggio con idee più chiare sulla universalità dell'impero britannico. Nel mentre si rotola impolverati nella canicola meridiana ci si avvede d'improvviso che il traffico sulla Balbia s'è arrestato di colpo. Autocarri, vetture, autoambulanze hanno scantonato bruscamente fuori strada e si sono fermate, quale qui quale n, a motori spenti. Gli uomini ch'erano a bordo saltano a terra, si disperdono correndo e spariscono quasi inghiottiti dal suolo. Anche il nostro autista, un ragazzone barbuto con trenta mesi d'Africa, ha bloccato i freni e traffica smoccolando con la maniglia dello sportello che non vuole aprirsi. « Che succede? » chiedono i ragazzi di dentro. « Incursione· aerea », risponde l'altro. E, spalan67


cato con un moccolo più robusto lo sportello riottoso, balza fuori e corre via con Dio. Nel silenzio che s'è creato d'improvviso ,s'ode infatti lontano ma distinto il rombo d'una formazione aerea. Il riverbero impedisce di scorgere gli apparecchi, ma devono essere numerosi. Si avvicinano. «A terra >>, ·ordinano gli ufficiali nei vari autocarri. « Disperdersi nei dintorni. » Gli uomini balzano al suolo, felici della diversione che consente di sgranchire le gambe. Qualcuno ha avvistato la squadriglia avversaria e la mostra agli altri: uno, due, quattro, sette. Sono sette bombardieri; avanzano lenti, massicci e un po' goffi come vecchie signore a diporto. Ci sono anche quattro caccia che capriolano intorno alle vecchie signore ,come cani senza museruola in libertà. « Hei, bei »,da una vicina buca spuntano le teste di alcuni tedeschi che fanno ai ragazzi raggruppati dei gran cenni autoritari, come a dire: disperdetevi, gettatevi a terra. << Che vuole quel camerata Richard... Si, si, va bene. Verstanden . Che bisogno c'è <di riscaldarsi tanto per quattro aeroplani a passeggio? » Vràn, vràn. Due boati violenti che scazzottano in pieno petto gli uomini in piedi. Due enormi pennacchi di fumo sono spuntati di colpo a qualche centinaio di metri. Gli aerei sono ora sul nostro capo. Vràn, vràn, vràn . Debbono aver avvistato la nostra autocolonna e sganciano. Vràn. Questa è vicina. Un'ondata di polvere ci sommerge e degli scheggioni ci sibilano violenti sul capo. 68


« Signor capitano, io ci sparo >>, urla un caporale bergamasco, nell'orecchio del suo capitano. « Che vuoi sparare? ... Sono troppo alti. >> « Così, per soddisfassione. >> Balza in piedi, imbraccia il moschetto automatico, mira accuratamente e, tàtàtàtàtà, sgrana un caricatore a perpendicolo nel cielo. Vràn . Tatatatà. V ràn. V ràn. T atatà, tatatà. Si odono d'intorno altri tatatà. Tutti i ragazzi sono in piedi nel polverone, fra schegge che miagolano e sassi che ricascano a fontana e sparano agli aerei che ronzano a circolo sul nostro capo. « Verruckt! », brontolano i tedeschi nella buca, scuotendo la testa. « Ganz verruckt! >> D'un tratto l'uragano di colpi cessa, così, improvvisamente com'era cominciato. Il polverone si dirada. La formazione nemica si è riordinata e sta riprendendo la via di casa. I ragazzi, eccitatissimi, ricontano gli aeroplani: uno, due, quattro, sei. Ne manca uno : urlano di gioia. Molto probabilmente il settimo aereo è nascosto da una nuvola e se n'è andato per i fatti suoi, ma lasciamo ai ragazzi la soddisfassione di credere che l'hanno buttato giù. Neanche a noi, del resto, il nemico ha fatto gran danno: tre feriti leggeri e qualche gomma di autocarro sforacchiata. « Verruckt! » dicono ancora i tedeschi, tornando con i nostri uomini verso la strada, e si toccano il 1 cranio con un dito, ridendo. Ma si vede che ciò fanno con amichevole stima e con un zinzino d'amIhlrazione.

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« Perchè, vedi, camerata Richard », spiega ad uno di loro il caporale bergamasco, « bisogna farci vedere a quelli lassù che non siamo fessi. Verstanden? Se quelli bombardiren, e noi silensio, quelli pensano: tutti fessi laggiù. Se invece tornano con qualche bucolino nelle ali, dicono: cribbio, c'è reassione e ci vanno piano a volare sulla "Folgore". È questione, come dire, di spassio vitale. Noi vogliamo lo spassio vitale anche sulla testa. Verstanden? » I tedeschi ridono, dicono di sì, che hanno capito e se ne vanno ai loro autocarri. Giungendo in linea, domani, racconteranno che sono 'in arrivo dei soldati italiani un po' pazzi, che stanno in piedi fra le bombe, sparano fucilate agli aeroplani e, tutto sommato, hanno aspetto di gente che farà presto parlare di sè. Si riprende il viaggio, interminabile. Siamo ora in terra d'Egitto. A dire il vero ce ne avvediamo solo dalle scritte inglesi. « Anglo-Egyptian Stores », «Don' t stop an the road », « 200 miles to Alexandria », chè il paesaggio è desolatamente eguale a quello lasciato di là dalla frontiera: sassi e ancora sassi frammisti a qualche cespuglio polveroso. Nessun· anticipo di architettura faraonica o di feracità da terra promessa. I ragazzi che s'aspettavano, chi sa, una piramide ad ogni chilometro a guisa di paracarro, ne sono assai delusi e brontolano: pa'is d'le bale. Passiamo Sidi Barrani, Marsa Matruh, Fuka: agglomerati di catapeCchie occhieggianti da finestre sfondate e da tetti diruti. Il traffico, via via che si procede, assume carattere meno logistico e più tattico: artiglierie che si spostano, carri armati in movimento fuori strada, posto di tappa con soldati 70


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accucciati in attesa d'un «mezzo di fortuna». Ed ai ', bordi della Balbia si rafìittisce la siepe di baracchette mimetizzate di tende d'ogni tipo e dimensione, di cartelli italiani e tedeschi additanti con frecce e con sigle uf!ici, basi e depositi: le immediate retrovie del fronte di battaglia, di cui s'ode già vicino il brontolio. Poi, d'improvviso, si svolta a destra in un hugolo di polvere e si è nel deserto di Alamein.

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È VENUTO ROMMEL

Agosto 1942 Il Deserto. Qualcuno dei miei uomini se lo immaginava con le dune, le palme e la carovana sullo sfondo; e li per li c'è rimasto un po' deluso. Poi è stato preso anche lui dallo strano fascino dell'ambiente ed ora non lo cambierebbe più con l'altro, quello delle oleografie e dei romanzi di Pierre Benoit. È una distesa senza fondo di groppe decapitate dai venti e corrose dalle sabbie eoliche. Si stagliano l'una su l'altra con un gioco d'ombre e di tinte che sconcerta l'occhio e falsa ogni prospettiva. In certe ore sembrano vulcani spenti d'un mondo astrale lontanissimo; in altre paiono collinette in miniatura d'un presepe da bambini. La luce gioca tra l'una e l'altra con pennellate d'indaco e d'ocra. Il suolo riverbera un calor bianco tremulo che anima il pae73


l saggio di miraggi bizzarri: laggiù un laghetto so- / speso a mezza costa tra un dosso e l'altro, più in là ) un colonnato di stile egizio sorto per tocco magico , da due vecchi fusti di benzina. Il tutto alitante una temperatura da forno che vi percuote da sotto in su e vi accappona la pelle come per freddo. Quando la battaglia tace, questo paesaggio di luce e di calore ristà ammantato in una coltre di silenzio secolare. Non v'è moto che lo animi. Non battito d'ala che lo sfiori. Non filo d'erba che si ascolti nascere. Unica traccia di vita delle tacite chioccioline dal guscio bianchissimo che cospargono il suolo a mille a mille, piccole e UgtJali come ciottoli di fiume. Giacciono immote sino all'alba. Prima che il sole esploda all'orizzonte - con la sconcertante rapidità ài queste latituàini - taluni ciottolini bianchi si ridestano, mettono su antenne trasparenti e si animano attorno a qualche goccia di rugiada. Poi le antenne spariscono ed i gusci vivi si rimescolano a quelli morti, vuoti, disseccati da secoli. Fra mille anni saranno polvere calcare. Quando ci cammino sopra e frantumo non volente queste fragili vite, collocate dalla natura là dove ogni altra vita è bandita, sento oscuramente di co=ettere una profanazione.

*** In questo straordinario paesaggio da fiaba o da incubo la guerra si è accampata. Si è sovrapposta all'ambiente con le sue macchine e le ,sue masse umane senza modifìcarne i cara t teri. Il deserto è rimasto deserto, anche se temporaneamente pop~lato 74


da migliaia di uomini. Sopporta gli sgraffi dei cingoli e le scalfitture delle granate con una passiva maestosità da Elemento che si sa superiore ad ogni legge umana di pace o di guerra. Domani, dopo domani, il flusso meccanizzato degli uomini in armi lo sorpasserà e di questi mesi di travaglio - frazione di secondo nella sua vita secolare - il Deserto non serberà-altra traccia che qualche carcassa metallica abbruciacchiata che le sabbie lentamente ricopriranno, incapsuleranno come una minuta scheggia sottocutanea. La guerra par sentirlo, questo suo carattere transitorio, ed è lì che segna impaziente il ·passo. Ci si sente a disagio in questa maestà secolare. È ansiosa di riportarsi in avanti, là dove le armi e non l' ambiente siano protagoniste; dove tattica e strategia .e non le sabbie e le sebke decidano del destino degli uomini. Lo stesso fronte ne deriva un aspetto zingaresco da accampamento nomade·in sosta temporanea. · Macchine, macchine, macchine che punteggiano l'orizzonte in ogni senso, sparpagliate come a capriccio in un apparente disordine ch'è in realtà ordinato scaglionamento. Ve n'ha che san ferme allo scoperto, imbottite di sacchetti a terra come _vecchie signore in poltrona, ed altre imbucate tra le dune sassose, con il viso in là come bambini in castigo. Il panorama di questo fronte è veramente sconcertante per chi la guerra solo conosca attraverso i lindi schizzi dei trattati di tattica con ovuli, linee di contatto e freccioline variopinte. Dov'è la prima linea? Ll: è rappresentata da quei carri armati che sporgono cauti la torretta oltre il ciglio di un poggio 75


e sorvegliano altre tor;ette che fanno capolino qualche chilometro più io là. E tutti quegli altri auto· mezzi dalle strane forme, più iodietro, che paiono assopiti in una mioacciosa immobilità di pachidermi? Altre linee, riocalzi, batterie, comandi, posti sanitari, nuclei avanzati d'ioteodenza: tutto su ruote, tutto - o quasi tutto - corazzato, tutto raggelato io una bizzarra immobilità da grande movimento t:;mi· gratorio arrestatosi un momento a prender fiato. Par d'essere al cioematografo qu.!lndo si spezza la pellicola e la visione si immobilizza con la gente a gambe alzate, in strani atteggiamenti. Si attende d'istinto che il panorama bellico si rianimi tutto assieme, al ciak d'un invisibile regista. Passando, mi mostrano appunto un autocarro corazzato dove il regista sta lavorando a rimettere io moto la pellicola.

*** Via via che giungono nel deserto, i battaglioni della << Folgore » vengono schierati io linea alla spicciolata, uno qui uno H, a lardellare il fronte. Non so se ciò si faccia per impartire ai ragazzi un corso accelerato di guerra africana o non piuttosto per puntellare la lioea, ancora fluttuante dopo la rapida corsa che ha condotto senza fiato le nostre truppe ad Alameio. Verosimilmente per l'un motivo e per l'altro. Due giorni dopo il loro arrivo i nostri uomini sono già popolari. Rivelano il loro ·stile sioo dai primi servizi di pattuglia. Partono io avventura con allegria e spigliatezza prima d'ora ioconsuete io questo perduto angolo di mondo. E tornano se~pre 76


a mani piene: un gruppetto d'australiani, una camionetta, un pezzo anticarro: quando la va male, una cassa di whisky. ' Ora li conoscono tutti, i «Ragazzi della folgore>>. Li chiamano cosi in tutto il fronte dell'Armata. E si che ce ne sono di ogni età: da Costantino Ruspoli ch'è il decano ed ha passato la cinquantina a tanti altri che vent'anni li hanno di servizio e non di vita. Ma tant'è, il nome ha attaccato. Forse per lo spettacolo di giovanile gagliardia che hanno offerto alloro arrivo nel deserto quei battaglioni di splendidi figlioli, lindi, atletici ed eleganti nelle divise sportive di buon taglio; forse per la serenità che traspare da quei seimila volti d'Italiani di razza: bei volti mediterranei dai lineamenti fini e dagli occhi un po' svagati e sognatori. Dirò che sono soprattutto gli occhi ad attrarre l'attenzione (me lo fece notare un gi9rnalista che di soldati se ne intende e che s'è innamorato della «Folgore >> ). Sono occhi dall'espressione viva e candida assieme, come quella di certi arcangeli dei dipinti di Giotto. Potrà far sorridere l'idea· di soldati, arditissimi tra gli arditi, con gli occhi da a(lgelo preraffaellita; ma è cosi. Anche quando in Patria combinavano delle marachelle - e Dio sa se, vivaci come sono, ne combinavano spesso - anche quando in guerra vanno all'assalto a mascelle contratte tra un inferno di scoppi, essi serbano nello sguardo un nonsochè di chiaro e pulito, un'espressione da gente abituata a vedere il mondo e le sue miserie dall'alto, sospesa ai tenui ·fili d'un paracadute: proprio come dovevano vederlo gli arcangeli di Giotto. 77


Dico dunque che tutti li chiamano «Ragazzi»; anche Rommel, anche nelle comunicazioni uflìciali. << Esprimo il mio vivo compiacimento ai ragazzi del tal battaglione per la bella prova che hanno fornito, eccetera eccetera ». E credo che rimarranno << i Ragazzi >> anche dopo mesi e mesi di vita in buca, con. le barbe lunghe e le belle uniformi stinte al sole del deserto. Persino i nostri morti, i primi morti, appaiono belli e diversi. Un morto sul campo non è mai spettacolo piacevole in questo clima di anticamera d'inferilo che decompone la materia non appena la vita si estingue. Ma i nostri morti hanno l'aspetto di fanciulli addormentati dopo una bella e serena giornata e ci affrettiamo a dar loro sepoltura prima che l'espressione giovanile si cancelli dai loro volti. Che tornino lassù con la stessa avvenente baldanza con cui tante volte sono montati in aereo, prima d'un lancio. Il buon Dio, che allora se li vedeva assai vicini, li riconoscerà e li chiamerà certo accanto a sè -in un posticino riservato.

*** Abbiamo occupato una certa posizione abbandonata a precipizio dagli inglesi. Dopo averne rivoltato il fronte a nostro vantaggio giriamo osservando i mucchi di materiali abbandonati dal nemico. I soldati, felici, ci frugano dentro con l'innata voluttà di chi rimesta le spoglie del vinto. C'è di chè rallegrarsi infatti. Tonnellate di munizioni, montagne di _ viveri, balle intatte di vestiario e - Dio sa perchè, con questo caldo - casse e casse di magnifici imper78


meabili gommati. Ambiente a patte, par . d'esse~e in · Bond Street in un pomeriggio piovoso d'autunno. Rimesto anch'io fra i mucchi di cenci. Vi affiorano lettere, ritratti, libercoli d'appunti: brandelli di vite sconosciute e indifferenti. Infilo con la punta del bastone una lettera appena incominciata: « Dear Molly, that's a hell of a place. » Da una Bibbia squinternata fanno capolino delle cattoline pornografiche: di quelle che vi vendono a Porto Said strizzando l'occhio: << Gravures cochonnes, messiù, absolurnent vivantes ». Una raccolta rilegata· di regolamenti segreti. V'è stampigliato'in rosso il seguente ammonimento, poco lusinghiero per i giornalisti di Oltremanica: «da non comunicarsi alla stampa e da non lasciar cadere nelle mani del nemico >>. Un gruppetto di soldati mi reca trionfalmente uno strano trofeo. È una specie di sedia curule a braccioli, con lo schienale istoriato da un complicato stemma araldico dal cartiglio « Vtb Indian Division ». Una specie di baldacchino metallico indica che alla scranna andrebbe accoppiata una zanzariera. Esamino assai stupito quella specie di trono. I soldati ridono e mi mostrano che il fondo della scranna è mobile e cela un foro: come le seggioline dei bambini, capite. È la « sella » personale del generale comandante la 5' divisione indiana.

*** Mi ribello al mito di Lawrence, l'uomo che sa fare la guerra nel deserto. Ho ai miei ordini millesettecento Lawrence nostrani che hanno imparato a farla benissimo in dieci giorni, la guerra nel deserto. 79


Straordinaria adattabilità del nostro soldato che, ovunque la guerra lo porti, ci si ritrova dopo un po' come a casa sua. Fra le nevi d'un inverno russo come fra questa petraia rovente. Osservo i torsi abbronzati ed i muscoli duri dei miei uomini. Fan piacere a vedersi, si muovoQo, combattono, agiscono in questo squallore con la stessa elastica eleganza con cui si addestravano sui prati primaverili dell'Italia. Rommel è venuto a vederli. Li ha osservati a lungo, ad occhi socchiusi, come un conoscitore che valuta le possibilità d'un purosangue: poi mi ha detto: .« Con simile gente si va in capo al mondo. » Ha girato per le linee, ha guardato nel bianco degli occhi le sentinelle in fazione, i serventi alle armi, gli ufficiali dei caposaldi ed ha soggiunto: « È gente che occorrerà frenare anzichè sospingere in battaglia. >> Pare che egli sia molto parco di complimenti e gli ufficiali del seguito sono venuti a stringermi gravemente la mano.

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LE SETTE PIAGHE D'EGITTO

Agosto 1942 La «stretta>> di Alamein. Non so chi abbia tirato fuori per primo questa espressione che evoca inconsciamente il ricordo di freschi panorami alpestri, di gole montane, di massicce fortificazioni permanenti abbarbicate a colli ed a valichi, visioni da libro di lettura di pittoresche battaglie del passato. La stretta di Bard con Napoleone intirizzito nella neve. La stretta di Exilles con le colubrine piemontesi sparanti a mitraglia sul Catinat. La stretta di Stradella con il Principe Eugenio rimirante il Po dalle ultime balze dell'Appennino. La nostra stretta, poveraccia, non è altrettanto fotogenica. Un giorno diverrà storica anch'essa ed i nostri figli la studieranno sui libri di scuola, ma per il momento essa non rileva all'osservatore aspetti particolarmente maestosi. Gli è, anzitutto, ch'essa è 81


una stretta planimetrica e non altimetrica. Niente montagna, forre e dirupi: è una piatta pianura altimetrica solo animata da qualche groppa smozzicata. Il suo carattere di passaggio obbligato è dovuto al fatto che, verso Alamein, la depressione desertica di El Qattara si protende verso nord e riduce la zona transitabile costiera ad una fascia di terreno d'una cinquantina di chilometri di larghezza. La Depressione è una specie di ampio avallamento che da Siwa si dirige verso il Delta del Nilo. Se la osservate su un atlante la vedrete tinta di un bel verde prato e vi vien fatto di pensare che si tratti di un posto freschissimo. In realtà è una fossa torrida e desolata sita ad una cinquantina di metri sotto il livello del mare. L'acqua della stagione delle piogge vi ristagna per metà dell'anno in paludi salate (sebke) che, a sentire gli indigeni, emanano misteriosi rniasrni febbrili. Sia quel che sia, la vita prolungata vi è impossibile. E si direbbe che la natura stessa ammonisca il viandante del deserto ad evitare quella zona, chè la intera Depressione {lunga circa 3000 chilometri) è rinserrata tra pareti rocciose in cui il "transito a carovana è limitato a due o tre valichi. Questa è quindi la stretta di Alamein: una striscia di deserto rinserrata fra il mare, a nord, ed un fossaccio da inferno dantesco, a sud. Gli eserciti schierati la saturano tutta. Da un lato si ancorano alla spiaggia, dall'altro si abbarbicano alle balze della Depressione. È guerra aspra e difficile che, sotto taluni aspetti, ricorda quella del Carso di venticinque anni fa. È una contesa che richiede nervi 82


saldi e carattere di buona tempra. Ma, grazie a Dio ed alle madri che ci hanno concepito, di nervi e di carattere siamo ben forniti.

*** V'è invero da esserlo. In questo perduto angolo di mondo tutto concorre a debilitare quelle forze spirituali che del combattente sono la molla motrice. Tutto: natura, tattica, logistica. Ogni cosa ci è avversa, dal clima alle difficoltà di rifornimento, dalle forme del terreno che favoriscono l'avversario alla maggior gittata delle artiglierie nemiche che ci martellano da mane a sera senza possibilità di controbatterle. Financo le rade folate di venticello fresco spirano per noi a rovescio chè provenendo da nordovest ci soffiano nella schiena e non ci danno refrigerio, mentre il nemico se le gode sul viso e ne trae ristoro. Con Paolo Monelli, in una sera di bivacco, ci siamo prl!si la pena di elencare e catalogare le « Sette piaghe d'Egitto » che afHiggono il nostro combattente d'Africa. Nell'ordine: il caldo, la dissenteria, le mosche, la sete, la fame e l'artiglieria (la settima piaga non la nomino chè la censura non me la passerebbe). · La minore calamità, almeno per i ragazzi, è l'<< ottantotto », il noto cannone da campagna inglese, che spara a quattordici chilometri, preciso come se tirasse in poligono. Gli inglesi lo impiegano a pezzi isolati, in compiti di cecchinaggio, e ci fanno la caccia all'uomo con uno sperpero di munizioni che non si sa se sia frutto d'incoscienza o di dovizia 83


di mezzi. Per buona sorte lo si sente arrivare: si ode dapprima il turutùm del colpo in partenza, poi una specie di direttissimo che vi capita addosso con un sibilo violento e cattivo; quindi Io schianto del colpo in arrivo. Dopo un po' che si è in linea ci si fa l'orecchio e si impara a distinguere se il direttissimo inve, stirà voi o cadrà trecento metri più in là: nel primo caso ci si spiaccica per terra, altrimenti si continua ad andare per i fatti propri, ma con l'orecchio teso al miagollo delle schegge chè ve n'è qualcuna che fa dei brutti scherzi ed è capace d'acchiappare un uomo anche a quattrocento metri di distanza. Com'è purtroppo accaduto a parecchi dei ragazzi. Vero è che questi benedetti figlioli della « Folgore >> dimostrano per le cannonate un disprezzo che rasenta la temerarietà. Non c'è verso di farli cercare riparo neanche nei settori più battuti. Se proprio non si sentono la granata addosso non fanno un passo per schivarla. Talvolta li si vedono sparire in un turbinio di scoppi e ne riemergono tranquilli e pacati come se passeggiassero tra i mortaretti d'una festa popolare. Si farebbero sfracellare pur di non dare agli osservatori nemici l'impressione di aver paura del loro tiro. Alle volte me la prendo con i loro uflidali che danno il mal'esempio: con Visconti che se ne va a diporto raso di fresco e con un bastoncino in mano sul crinale dei costoni e s'attira un putiferio di cannonate. Ma mi sento rispondere: « Mio caro, i Visconti non usano schivare il piombo dei Windsor >>, e non so allora se metterlo agli arresti o ~tringergli la mano. La fame è malanno più deprecato. Quando si 84


hanno vent'anni (si può avere vent'anni anche a quaranta) e dei muscoli da campione sollevamento pesi, s'abbisogna di ben altro cibo della tradizionale scatoletta con galletta, d'un' ostia di formaggio parmigiano e, quando tutto funziona a dovere, d'una cucchiaiata di minestra gelida, cucinata trenta chilometri più addietro e trasportata di soppiatto, nottetempo, in linea. I ragazzi non brontolano perchè, generosi ed intelligenti come sono, si rendono conto delle difficoltà d'ogni genere che occorre ~uperare per non farli morire di fame quaggiù, in fondo al deserto, all'estrema destra dell'Armata. Quando Rommel annunziò che aflìdava loro quel settore perchè lo stimava il più difficile e pericoloso dell'intero fronte essi compresero che non solo d'indole tattica erano le diflìcoltà e s'apprestarono a soffrire la fame con eleganza e dignità. Me li vedo quindi deperire senza un lamento, nè un brontollo e mi si stringe il cuore nello scorgere le giacchette già stinte che pendono floscie sui toraci smagriti. Ieri venne un generale ad ispezionare le linee e chiese ad un soldato, che s'era particolarmente distinto in uno scontro di pattuglie, se avrebbe preferito in premio una somma in danaro od una croce di guerra. L'uomo rispose con un sospiro: << Una pasta asciutta, signor generale >>, e dopo una lieve pausa nostalgica aggiunse: << Magari con le vongole. >> Tutti si rise come d'uno scherzo, ma il generale si addimostrò uomo di spirito e l'indomani spedl un motociclista con duecento grammi di spaghetti ed una scatoletta di sugo di vongole pescata Dio sa dove. La confezione di quella pasta asciutta in linea 85


- in una buca scavata apposta onde il nemico non scorgesse il riverbero - assurse all'imQortanza di rito, chè tutti i franchi dal servizio di vedetta erano venuti a vedere gli spaghetti bollire ed a dare consigli culinari. E finì che assaggia di qua e fammi sentire se son cotti di là, al nostro uomo ne rimase solo un fondo di gavetta. Per fortuna il bravo generale, insieme agli spaghetti, gli aveva inviato anche la croce al valore e quella potè godersela tutta lui.

Sete, caldo e mosche sono tutt'un malanno, trino e malefico come una Trimurti diabolica. Non v'hanno parole abbastanza efficaci per descriverne il tormento. Le mosche, che Dio le maledica, sono la peggiore calamità. Donde vengano non so, chè le ritrovate in ogni angolo del deserto. Vivono a sciami fitti come nubi e non si concedono un attimo di tregua: si incollano alla pelle madida, s'insinuano nel naso, negli orecchi, s'infilano su per le maniche ed i calzoni, aprite la bocca per parlare e ne inghiottite una folata. Si respira aria e mosche, si mangia cibo e mosche, si beve infuso di mosche. Non v'ha riparo di zanzariere, chè quelle trovano il modo di penetrarvi e v'assalgono in spazio più ristretto. Sono ostinate, cattive e petulanti. Le scacciate da un occhio ed esse ritornano con somma perizia topografica nel punto medesimo donde s'erano involate. Approfittano d'ogni attimo in cui avete le mani occupate, al telefono, al volante o ad un tavolo di lavoro, per far grappolo alle connessure della bocca e degli oc86


chi ed obbligarvi a contorcimenti facciali ed a sbuffi convulsi di sotto in su. Neanche il fragore del combattimento le spaventa: torturano i mitraglieri .aggrappati all'impugnatura dell'arma e gli osservatori che sbinoccolano dalle trincee. Ci vorrebbero sei braccia come Visnù per tenerle lontane. C'è da impazzire. Un sottuffidale, già un po' scosso di nervi, ha preso oggi a tirare pistolettate nella sua buca; siamo accorsi: in un momento di esasperazione sparava contro le mosche. Urlava: non ne posso più, tutto quello che volete, cannonate, fame, malattie, ma liberatemi da questo tormento. Gli abbiamo dovuto togliere la pistola di mano perchè non facesse di peggio. Il caldo' del deserto di Alamein è una cosa viva, palpabile, materiata di aria densa. e rovente come una vampata di forno . Inspirate dalle nari, e due lingue di fuoco vi serpeggiano su sino al cervello; respirate dalla bocca ed i polmoni si gonfiano sino a scoppiare di calore gassoso. Giacete immobili, ed il vostro corpo si strugge in sudore; camminate, e vi pare che le membra in moto si ùrtino contro dei pesanti tendaggi roventi. Tutto affatica, l'agire come il pensare, Si trascorrono le giornate nel fondo di una buca stretta come il fosso d'una bara, l'unica difesa contro il caldo e le cannonate, con la mente troppo istupidi ta per evocare al tre visioni che non siano mastelli d'acqua e boccali di birra. Si pensa ai rubinetti di cucina, lassù, alla trasparenza azzurrina d'una vasca da bagno come ad immagini di un luogo di delizie lontano ed irreale; d si promette : se mai vi tornerò voglio starmene per il restante della vita disteso in 87


un bagno, ingollando acqua, fra rubinetti aperti che scroscino acqua e tirando catenelle per il diletto di udire fragor di cascate. Avete a lato una borraccia con un litro e mezzo d'acqua tiepida, la razione di una giornata, e passate le ore impegnati in una accanita lotta interna fra l'istinto bestiale che ve la farebbe tracannare in due sorsate e l'io ragionante che vi induce a ripartirla in assaggi d'un centilitro all'ora, con l'avanw di un fondo di gamellino per la rasatura dell'indomani. V'è chi resiste e chi no. Taluno s'abbandona all'orgia di un'ubbriacatura e s'attacca con le labbra riarse alla bocchetta d'allumi·nio, tracanna ghiottamente, avidamente, con rivoli che gli stillano sul petto e danno brividi di voluttà al corpo disseccato e polveroso. Poi r:esta istupidito fino a sera. Altri centellina le sorsate con l'avarizia di un alchimista che distilli liquidi preziosi e non separa la borraccia dalla pistola, pronto· a difendere la prima come se custodisse un tesoro. Poichè la sete è brutta bestia e può indurre l'uomo al furto e àll'assassinio ancor più della bramosia di danaro e della passione per femmina. Qualcuno dei ragazzi, specie nei primi giorni di acclimatazione, fu preda di autentiche crisi isteriche e si dovè inviarlo all'ospedale legato come un demente. Altri fecero di peggio. Di notte, sospinti dallo spasimo della sete, andarono a rubare persino la borraccia del vino benedetto che il cappellano serbava nella sua buca ricovero. Poi ebbero a pentirsi, non so se per rinsavimento o per la vista del buon padre costernato per non poter dire più messa. Uscirono allora nottetempo dalle linee (erano in due) e s'avviarono verso le posizioni inglesi. 88


Cosa combinassero non so, certo che s'udì nella notte una violenta sparatoria, s'accesero sui caposaldi nemici razzi e riflettori, e dopo un po' si videro rientrare i due uomini sospingendo altri due a braccia alzate. L'indomani il cappellano, risvegliarulosi, ebbe la sorpresa di trovare accanto alla borraccia vuota del vino benedetto una bottiglia di whisky. Era tutto ciò che, in materia di bevande, i due ladri rinsaviti avevano potuto trovare nelle <!antine del vicinato. Il cappellano non potè evidentemente dirci messa ma ne fu commosso fino alle lagrime, e raccomandò certo in modo particolare al Signore le anime di quei due figlioli allorchè, la settimana di poi, essi non risposero all'appello dopo un combattimento.

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ATTIVITA' DI PATTUGLIE SUL FRONTE DI ALAMEIN Agosto 1942. In questi giorni in cui la strategia sembra sonnecchiare (ma non vi fidate, ch'è sonno apparente), la guerra si sminuzza in una serie di frammentari atti tattici: « attività di pattuglie >>, come dice il bollettino delle ore 13. Nella gamma di folgoranti azioni belliche cui questa guerra ci ha abituati la locuzione occupa un posticino modesto e quasi vergognoso. «Attività di pattuglie e duelli di artiglierie ». È il penultimo posto in classifica, dopo non v'è che il « nulla di nuovo da segnalare ». Quando riusciamo ad acchiappare il bollettino con le nostre stazioncine radiotelegrafìché da campo, e vi sentiamo descritta la nostra attività del giorno precedente con quella frase, ne proviamo un senso quasi di vergogna. Temiamo che in patria vi sia chi 91


pensi: ma come, c'è chi marcia sulle penèlici del Caucaso; chi affonda navi a dozzine; chi occupa arcipelaghi e quelli badaluccano con le pattuglie. Un po' di energia, che diamine, ed occupino il Cairo alla svelta. Ebbene, vorrei che quei signori fossero qui con noi, in pat tuglia; che vedessero di persona quale febbrile attività si cela dietro questo velo di omiciattoli striscianti pancia a terra verso il nemico per stuzzicarlo, tenerlo sul chi vive, indurlo a svelare le sue posizioni e trarlo in inganno sui nostri intendimenti. È tutto un paravento (gli inglesi lo chiamano fog of war, nebbia di guerra) teso innanzi alla grande macchina bellica che si va ripulendo, riordinando e mettendo in sesto per le future imprese. E guai se quel paravento non fosse abbastanza spesso ed opaco: in questa guerra, in cui tutto ciò ch'è visto è distrutto, la macchina rischierebbe danni irreparabili. Questo per quanto concerne l'importanza e la necessità di queste fasi apparentemente statiche di « guerra di pattuglie ». In quanto alle modalità d'azione: hanno mai provato, quei signori che scattano impazienti e dicono al caffè « io attaccherei di qui » e « perchè laggiù non avanzano di là », hanno mai provato ad andarci di persona in pattuglia? a fare, come diciamo noi, una pattuglia nel deserto? Sanno cosa vuoi dire sgusciare di sasso in sasso sotto i colpi dell'artiglieria; infilarsi con astuzie da pellirosse fra un osservatorio e l'altro del nemico; restare per ore ed ore spiaccicati per terra con 80' di sole sul cranio e gli occhi che lacrimano per il riverbero e la sabbia? Conoscono le squisite emozioni di 92


andare di notte a disattivare un campo minato avversario, a cinquanta metri da una mitragliatrice appisolata? Hanno mai provato ad appiattarsi dietro una piega ael terreno con una bottiglia di petrolio in mano, in attesa di tirarla a bruciapelo contro un carro armato nemico in ricognizione? Conosconò le gioie di un incontro notturno a lama fredda - buon pugnale nostrano contro coltellaccio australiano con un pattuglione di scannatori Anzac ubbriachi? Provino. Non arricceranno più il naso allorchè, in piedi innanzi all'aperitivo d'un bar cittadino, udranno la radio delle tredici annunciare ancora: nella stretta di Alamein consueta attività di pattuglie.

*** Le linee inglesi corrono parallele alle nostre, a distanza variabile da uno a due chilometri. (Linea è peraltro espressione inadatta non trattandosi d'una serie continua di trincee e di postazioni, bensì d'un rado allineamento di capisaldi. Gli spazi interposti, non direttamente presidiati, sono vigilati e battuti dal tiro delle armi). Esteriormente, della linea nemica nulla si scorge. Ariche strisciandoci vicino a poche centinaia di metri, non ci si avvede che quella collinetta mutilata celi le posizioni di una compagnia, o che dietro quegli spuntoni di roccia trovi riparo un nido di mortai. Parimenti occultate le nostre posizioni. La superficie del deserto appare sgombra e inviolata, la guerra gioca a rimpiattino; un viandante che si avventuri inconscio tra le opposte linee, in una delle rare pause 93


del silenzio balistico, non avrebbe più sentore che il deserto non sia più deserto e che centinaia di migliaia di uomini vi si fronteggino, infossati nella sabbia. Strano campo di battaglia, questo di Alamein. L'assenza di vegetazione, di strade, di caseggiati, di ponti, di tutto ciò - in sintesi - che l'uomo in pace crea ed in guerra tenta distruggere; conferisce al pae· saggio bellico una nudità che spoglia il combattimento d'ogni esteriorità retorica, pure serbandone immu· tato, anzi accentuandone, il carattere drammatico. Qui non v'hanno muri diruti, campi sconvolti e boschi in fiamme -l'abituale scenario di ogni campo di battaglia - a distrarre l'attenzione dello spettatore. Il deserto non degna mutare aspetto per qual· che migliaio di granate .che ne sommuovono per pochi istanti la coltre sabbiosa, presto ricomposta e pareggiata dal ghibli. La guerra manca qui di fondale scenico, di fronzoli di maniera, ed è ricondotta al suo fondamentale carattere di conflitto armato fra uomo e uomo, come le rappresentazioni di certo teatro surrealista in cui tutto ciò che è scenario e suppellettili è bandito, onde meglio porre in risalto l'azione dei personaggi. La lotta umana si svolge quindi nel deserto di Alamein con una nitidezza, direi quasi una purezza di contorni che pone in subita evidenza quanto in essa v'ha di grandioso e di mediocre, di spirituale e di degradante. Ed i ragazzi della « Folgore » si muovono ed ·agiscono in questo ambiente surrealista con sicurezza ed eleganza degne di grandi attori della guerra. Fra le opposte linee, dicevo, corre una fascia di terreno d'un paio di chilometri di larghezza: la co94


siddetta « terra di ·nessuno >> o no man's land. È l' abituale campo d'azione· dei contendenti in questa fase apparentemente statica della guerra. Di giorno vi duellano le artiglierie, dopo il tramonto le pattuglie. Tra una linea e l'altra si intesse nottetempo tutto un ordito di ricognizioni, di agguati, di colpi di mano. Per ogni chilometro vi sono, a dir poco, un paio di pattuglioni nostri ed altrettanti loro intenti a tramare qualche brutto scherzo. E v'era da stare attenti, prima del nostro arrivo, perchè l'avversario è assai abile in questa forma episodica di lotta - ben rispondente al carattere individuale e sportivo della sua razza e c'era da ritrovarsi al mattino le sentinelle scannate, i campi minati disattivati e qualche piccolo posto portato via. Tutto ciò sin6 a che la « Folgore » non entrò in linea - un battaglione qui, un battaglione n, disseminata lungo tutto il fronte - ed i ragazzi non cominciarono ad uscirei loro in pattuglia notturna. Da qualche settimana si combatte cosi nella no man's land una delle più strane e caratteristiche fasi della guerra desertica: la conquista del dominio della terra di nessuno. In alto si battaglia per il dominio dell'aria, sui mari per quello delle vie acquee; qui, nel deserto, si lotta più modestamente per il controllo di questa striscia di sabbia corrente fra le linee. Controllo notturno, si noti, poichè di giorno nessuno può restarci per via delle cannonate; e controllo indiretto, per di più, dato che la presa di possesso non puo materializzarsi con occupazioni stabili. Si mira insomma a garantirsi una specie di « zona d'influenza » spirituale: di che essere sicuri che le pattuglie 95


notturne possano spingersi sino alle linee nemiche senza intoppi, e che le avversarie non più osino avvicinarsi, alle nostre. Questo superiority complex, per parafrasare Freud, la << Folgore >>, ce l'ha assicurato, incontrastato, in quindici giorni.

*** Sgusciano via alle prime tenebre, i nostri uomini, e se ne vanno a bracconare tra le opposte linee. Il compito è ambitissimo ed occorre stabilire un tu:rno rigoroso nei servizi di pattuglia chè altrimenti i ragazzi farebbero a pugni per rubarsi Il posto. « Stanotte tocca a me>>. <<No, tu hai già preso l'australiano due notti fa >>. << Ed io, allora, che non ho ancora trovato neanche una lattina di birra? >> Poichè andando di pattuglia e riuscendo, con un po' di abilità e fortuna, a sorprendere qualche posto avanzato avversario c'è da raccogliere, oltre che allori, anche delle buone cibarie (il nemico è a soli 100 chilometri dalle sue basi di Alessandria e non risente delle difficoltà logistiche che inceppano i nostri rifornimenti). Le più ambite sono appunto le lattine di Laager Beer, di birra in scatola, che vi ricompensano di un'intera giornata di ~rsura. Mentre che il comed beef ed i bisquits, dopo i primi giorni d'entusiasmo, sono venuti in uggia e gli si preferisce di gran lunga le scatolette e gallette nostrane. Dicevo dunque che, non appena cala il sole, le nostre pattuglie si radunano dietro la linea delle vedette, sfilano quatte quatte nei varchi dei campi minati marginali e vanno alla posta nella terra di nes96


suno. Di tanto in tanto s'ode nella notte il tonfo di una mina o l'eco di una violenta sparatoria ed i telefoni dei comandi trillano allarmati: <<Che c'è, attaccano? ». <<No. Niente, niente>>, si risponde, <<sono le pattuglie della "Folgore" che lavorano ». E quelli tornano a dormire più sereni, sapendo che ci sono i nostri ragazzi a caccia. Il bracconare nella no man's land, beninteso, non è impresa da prendersi a gabbo. A prescindere dalle diflìcoltà d'orientamento e da quelle, intrinseche, del sorprendere il nemico nella tana, v'è da stare bene attenti ove mettere i piedi, chè il terreno è tutto lardellato di mine. La lotta di mine o meglio di campi minati (per distinguerla da quella praticata nel 1915-18), è una forma di contesa venuta di moda in questa guerra. • Qui in Africa è applicata ovunque, stante la sua adattabilità ai terreni sabbiosi. Le mine in uso sono specie di scatole metalliche, di forma per lo più discoidale, di peso variabile da due a quattro chili, contenente una robusta carica d'esplosivo. Ve n'ha del tipo <<a pressione », che deflagra camminandoci sopra, ed << a strappo » che esplode urtando un certo filo teso che alla mina è applicato. La messa in atto è semplicissima: si fa un buchetto nella sabbia, vi si colloca la mina, si toglie il dispositivo di sicurezza e la si ricopre con altra sabbia sì da cancellare la traccia dello scavo: pochi secondi di lavoro. Si dispongono altre mine tutt'attorno, su più fasce, ed il campo minato è pronto. In una notte si recinge in tal modo tutto un caposaldo. Chi vi incappa dentro senza avvedersene ha poche probabilità di uscirne 97


viyo o indenne. Di giorno, ancora, è possibile ad occhio esperto di discernere lo allineamento degli scavi freschi e dissotterrare cautamente l'ordigno o camminare tra l'uno e l'altro; ma di notte è impresa assai ardua. Occorre fiuto rabdomantico ed occhio da nictalopo; bisogna procedere cauti, con passo leggerissimo, sl da non gravare con l'intero peso del corpo sul piede che, per disavventura, si sia posato sulla mina. Necessità altresl di procedere in fila, sulle peste dell'uomo di punta che ha il poco invidiabile incarico di fungere da ricognitore e, in caso di disgrazia, da « esploditore » a vantaggio dei compagni. Insomma : un lavoraccio. Fra i ragazzi e gli inglesi si è accesa •in questè notti una tenace e maligna contesa a base di mine. Non appena individuato uno sbarramento di mine avversario, i nostri vanno cautamente a dissotterrarle e lo ricostituiscono in altro sito, in modo che le pattuglie nemiche, uscendo in terreno ritenuto sgombro ci incappano e si sfracellano con i loro stessi ordigni: il che è motivo di viva soddisfazione per i ragazzi. Ma il nemico, per rivalsa, sotterra nuove mine sugli itinerari delle nostré pattùglie, e qualche paracadutista, purtroppo, rientra portato a braccia. I compagni del caduto studiano allora adeguate rappresaglie e cosl, tra mine e contromine l'avversario viene sempre più irretito nelle sue posizioni. Con questi ed altri stratagemmi il dominio spirituale della terra di nessuno, come dicevo, va diventando nostro e la caccia delle pattuglie può svolgersi in bandita. Rientrano all'alba, sempre con un buon carniere, i cacciatori. Prigionieri, attni, automezzi. Giorni or 98


sono fecero un colpo maestro: un ·nostro pattuglione d'una dozzina d'uomini, spintosi un po' troppo addentro alle linee avversarie, fu circondato di colpo da cinque bren carriers in agguato. Il bren carrier è un leggero ciltto armato a volta scoperta, con equipaggio di quattro uomini. Gli inglesi intimarono ai nostri di alzar le braccia, il che questi fecero, ma con le mani armate di bombe. Ne nacque un putiferio di scoppi e di urlacci sinchè i presunti vinti si mutarono in vincitori e rientrarono trionfalmente nelle linee con i cinque bren carriers avversari pilotati, pugnale nella schiena, dagli stessi equipaggi. Il maresciallo Rommel ha molto apprezzato l'avventura e ne ha fatto oggetto d'uno speciale ordine del giorno alle truppe dell'Armata Corazzata Italo ·Tedesca. I ragazzi cominciano a fare della storia.

*** Questa faccenda delle mine però lascia pensierosi: non vorrei trovarmi nei panni dei posteri che dovranno vivere in queste terre. Pensate: dal canto nostro èalcolo che si disseminino ogni notte due o tremila mine; l'avversario, dal canto suo, farà altrettanto. In capo al mese il deserto sarà quindi cosparso di altre centomila mine, a dir poco. Si aggiunga che altrettanto si è fatto a Marsa Matruh, all'Halfaya, ·a Tobruk, sul Gebel, intorno a Bengasi e sul fronte di El Agheila: ovçnque la guerra ha portato il suo periodico flusso e riflusso. Tutto il Nord Mrica, dalla Tunisia al Canale di Suez, è oggi tappezzato di espio: sivo. Per il momento questo dedalo di campi minati

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è più o meno noto e recintato, e lo si attravetsa in varchi ben delineati, ma cosa accadrà, mi domando, fr.a cinquant'anni e più, allorchè questa guerra sarà divenuta storia e il ghibli avrà cancellato ogni traccia di fronte o di linee? Ne parliamo a veglia in un gruppo di ufliciali. Un valoroso guastatore del genio, amico nostro, che trascorre le notti piantando mine a due passi dagli inglesi, ci illustra in termini drammatici le prevedibili conseguenze del suo lavoro. << Cominceranno a creparci nell'immediato dopoguerra : i soliti ragazzini stupidi che, scorgendo a terra un pezzo di ferro, sentiranno il bisogno di andare a percuoterlo con un bastone (è incredibile quanti ragazzini ingenui provino annualmente la necessità di bastonare mine dimenticate e proiettili inesplosi sui vari campi di battaglia). Sarà poi la volta d'una carovana di turisti americani fruganti nella sabbia in cerca di cimeli. Nel 1952 una missione di insigni scienziati non farà ritorno da una. spedizione archeologica nel deserto occidentale; per cui si parlerà ancora di Tutankamen e del malocchio delle tombe egiziane. Nel 1963 la Società Geografica Egiziana, riunita in seduta straordinaria, deplorerà la incomprensibile sparizione del patrimonio zootecnico nordafricano che calamità misteriose assottigliano di anno in anno. Nel 1974 sarà presentata una memoria all'Accademia Geofisica di Boston su taluni fenomeni eruttivi che, a periodi ricorrenti, si manifestano ai margini della Depressione di El Qattara. Nel 1995, in seguito ai ripetuti e mortali incidenti imputabili a mistetiose forze occulte, le ultime tribù della 100


Marmarica Libico-Egiziana abbandoneranno il paese. Nel 2000, fìnromente, ogni traccia di vita sarà scomparsa in queste terre e le carte geografiche recheranno la scritta « Resti di antiche civiltà meccaniche>>. « Allora >>, commenta pacatamente. Costantino Ruspoli che è di servizio ai campi minati, « allora sarà il caso di piantare stanotte una mina di più >>.

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INTERMEZZO

Agosto 1942. I ragazzi hanno inventato un nuovo genere di divertimento: la « battaglia navale » con cannonate vere. C'è un reparto, un battaglione, la cui linea avanzata corre lungo un cordone collinoso celante - una conchetta. Tutti i colpi lunghi delle artiglierie nemiche svettano e saettano giù nella conca. L'hanno interamente butterata di buche. Non so quale bello spirito abbia un giorno ideatd,. per ingannare le torride ore d'ozio meridiano, d'impiantare un totalizzatore sui colpi d'arrivo. Un certo cespuglio sito in mezzo alla conca era il bersaglio. Se in quattro colpi di « ottantotto » era colpito, vinceva chi puntava; altrimenti incassava il banco. Il giochetto è piaciuto ed è assurto un po' alla volta alle fortune di « battaglia navale >> . Contendenti, due intere compagnie. Gli uomini dell'una vanno 103


a seminare nottetempo nel fondo della conca i bersagli: una vecchia latta di benzina raffigura una torpediniera, un fusto, un incrociatore, un rottame di autocarro, una corazzata e via dicendo. All'alba il gioco ha inizio. Gli uomini assistono dal rovescio delle posizioni, in angolo morto, e fanno un « tifo >> da pubblico di grande partita di calcio. Alle 7 in punto - gli artiglieri inglesi sono gente metodica - si ode laggiù, verso oriente, il « turutuntutùm >> della prima· salva di batteria in partenza. « Incrociatore! >>, urla allora al telefono il mossiere della compagnia sfidante. E dall'altro lato della conca l'arbitro, con la cuffia all'orecchio, registra la puntata e segna uno su un fogliolino. S'ode uno scroscio di bufera che s'avvicina e, cià ciaàn ciàn, •quattro granate schiantano sulle linee. Uno o due colpi sibilando bassi, sono piombati nella conca. Un attimo, per dar tempo al fumo di diradarsi, e l'urlo corale di gioia dell'uno e dell'altro partito saluta il risultato della salva. I colpi inesplosi non contano e sono accolti a fischi, come manifestazione di un/air play, di gioco sleale, da parte degli artiglieri nemici. Le regole originali concedevano al partito sfidato di mutar posizione alla « flotta >> d)ltante la contesa, ma dal giorno in cui Costantino Rùspoli s'intignò per trentasette minuti a smuovere un autocarro senza ruote - la nave ammiraglia - e gli caddero d'intorno diciotto granate e se·la cavò solo perchè Domineddio protegge gli innocenti e la gente di fegato , quella clausola fu abrogata. I ragazzi ci passano delle ore intenti in questo gioco: <<Torpediniera! ». <<Corazzata! >>. <<Colpito!>>. 104


«Non è vero! L'arbitro è venduto! >> : fanno una buriana tale che chi passa in macchina sulla pista, un chilometro lontano, ha l'impressione di scantonare fra via Flaminia e via dell'Acqua Acetosa in un giorno di partita Roma-Lazio. Un giorno; attratto dal baccano, venne anche il generale Von Stumme, ch'è il vice-Rommel, e ci si diverti un mondo. Puntava costantemente su una certa corazzata perchè, diceva, lui gioca sempre sulle serie fisse ed anche a Montecarlo si regola così e ci ha infatti perduto un capitale. Ma quel giorno aveva fortuna e la corazzata - una carcassa abbruciacchiata di carro Mark IV- fu colpita tre volte in dodici colpi. Von Stumme guadagnò tre pacchetti di sigarette « nazionali » e se ne andò via molto soddisfatto. Poi si scoprì che la compagnia che l'ospitava aveva barato; per farlo vincere alcuni uomini s'erano sporti dalle linee in bella vista del nemico, sulla direttrice di tiro della corazzata, e facevano dei versacci agli osservatori inglesi. Costoro, impermaliti, dirigevano il tiro contro gli insolenti ed i colpi lunghi cadevano precisi intorno alla carcassa. Ci fu allora una discussione di arbitri per decidere se era il caso di scrivere al Comando del Corpo Tedesco per chiedere in restituzione i tre pacchetti di « nazionali >>; ma in quella giunsero tre cassette di bottiglie di birra, inviate dal ge· nerale per ricambiare la ospitalità, ed ogni astio di parte fu sopito. Ho poi saputo che il generale Von Stumme ha tentato di instaurare il gioco in altra parte del fronte , ma con scarsa fortuna; v'erano troppi feriti e gli uomini non si divertivano affatto. 105


Da qualche giorno v'è scarsezza di fiammiferi. In questo perduto angolo di mondo v'è sempre scarsezza di qualcosa. Oggi è il rancio, domani l'acqua, dopodomani le sigarette; per fortupa solo il buonumore non fa mai difetto. Ma i fiammiferi sono faccenda assai importante; nè può rendersene conto chi va dal tabaccaio e pretende << minerva » perchè gli << svedesi » riempiono le tasche e guastano la linea dei calzoni. Come si fa senza fiammiferi ad accendere le sigarette ed· il focherello meridiano per rosolare la scatoletta, ed il mozzicone di candela a sera, in fondo alla « buca », per rileggere le lettere di casa? Si ha proprio da venire nel deserto di Alamein per apprezzare qual valore abbiano tanti elementi della vita quotidiana - l'acqua, il fuoco, il fresco, il letto, la polvere insetticida, il sapone, una camicia di bucato, il giornale del mattino e, perchè no, una bella ragazza - che lassù, in Italia, sono consuetudine e tenuti in non cale. Prescriverei come cura a certi smidollati di mia conoscenza una settimana di guerra nel deserto. Tornerebbero a casa rinsaviti e felici di vivere. Dicevo dunque che manchiamo di fiammiferi. Ragione per cui ci tocca fare di necessità virtù e creare il fuoco con metodi degni dell'età della pietra. L'abilità inventiva dei ragazzi ha escogitato tre sistemi: l) il metodo cosiddetto <<della Vestale ». Consiste nel mantenere acceso il capo di una corda di canapa infilato in un paletto di reticolato. V'è adibito in permanenza un uomo, denominato appunto la Vestale, che ha l'incarico di soflìarci su ogni cinque 106


minuti e di ripulire dalle ceneri il moncone rovente;' ' 2) il metodo salgariano della confricazione di due pezzi di legno. Tptti abbiamo tentato apprenderlo in gioventù, sebbene con risultati assai modesti chè solo si otteneva di metterei in sudore e di farsi le vesciche alle mani. V'è però qualche esperto che riesce, con notevole fatica, ad infiammare dei mucchietti di balistite estratta dai bossoli di novantuno; 3) ,jl sistema scientifico, alla Giulio Verne, della-lente e dei raggi solari. È il più pratico e spicciativo. L'unica difficoltà è il disporre d'una lente. V'è peraltro un battaglione, il quarto, ch'è inquadrato quasi integralmente da ufficiali di cavalleria col monocolo. È quindi frequentissimo il caso di vedere in quel reparto un soldato che avvicina un ufficiale, gli fa un bel saluto e, mostrand_o una sigaretta, chiede: << Signor tenente, mi fa accendere? ». E l'ufficiale si toglie il moqocolo dall'occhio, lo pone a fuoco sul: l'estremità della sigaretta e riprende quindi il cammino sistemandosi con eleganza la lente nell'orbita come se fosse alle corse delle Capannelle. È un battaglione privilegiato, il quarto, ed i suoi componenti sono molto invidiati. Non v'ha invero razza più ingegnosa della nostra. I Comandi superiori avevano detto: <<Ragazzi, difettiamo di autoveicoli e non possiamo dotarne che assai scarsamente i battaglioni della << Folgore »; dovrete quindi rassegnarvi a trasportare il rancio e l' acqua a spalla». Ed i vagazzi avevano risposto: <<Non preoccupatevi che ci arrangiamo noi ». Detto fatto: in poco più di un mese, arrangiandosi, hanno çreato un drappello di diciassette, dico diciassette autocar107'


ri. Il deserto è cosparso di carcasse abbruciacchiate di automezzi, colpiti dall'aviazione o dall'artiglieria, ed abbandonati da mesi o da anni come inutili ferrivecchi. Ebbene, i ragazzi hanno creato delle « squadre recuperi >>, riunendo tutti gli ex autisti e meccanici di professione, si sono divisi il deserto in zone -noi esploriamo a nord, lungo la« palificata »;voi a sud, in prossimità della «depressione»- e si sono messi in caccia. Hanno passato in rassegna, carcassa per carcassa, tutti i relitti del fronte di Alamein. Nell'uno hanno recuperato un pistone, nell'altro un carburatore, in un terzo il differenziale e via dicendo. In dieci giorni, con miracoli di abilità meccanica, sono riusciti a mettere in efficienza il primo autocarro, una Ford 8 V. A bordo di questo si sono spinti in più vaste esplorazioni ed in capo a_d un mese di ricerche, di recuperi e di lavori, hanno potuto mettere insieme quattro Chevrolet, tre Ford, sei Austin, due Lancia, un trattore Cart Union ed una camionetta Morris. In aggiunta: un'autovettura americana per il colonnello, un'autobotte tedesca e quattro motociclette di nazionalità imprecisata. L'insieme ha aspetto alquanto zingaresco e dubito che ben figruerebbe in una parata di lindi autodrappelli metropo- ' l,itani. Gli autocarri mancano di cabina, di parabrezza, di fiancate, di sedili e taluno anche di cassone; si viaggia appollaiati su centine e semiassi.'I motori, tenuti insieme da legature di filo spinato, vibrano e gemono in tutte le giunture e, ad ogni passo, s'ha la tema di vederli esplodere. Di tanto in tanto, infatti, s'arr~stano con crepitii sospetti; l'autista scende, ci martella gagliardamente dentro e riemerge dal cofa108


no brandendo un pezzo di tubo. « Questo è inutile >>, afferma. Riaccende e riparte. È .incredibile di quanti tubi possa fare a meno un motore per funzionare nel deserto di Alamein. Unica seria difficoltà: il procurarsi le dinamo. Ve · n'è scarsezza ovunque ed ogni carcassa era stata già accuratamente ripulita degli impianti elettrici prima 'del nostro arrivo in linea. Come abbiano fatto i ragazzi a procacciarsi il necessario, ignoro, nè voglio saperlo. Sospetto che si siano valsi del primo paragrafo della legge del deserto che dice: ogni autocarro lasciato incustodito è considerato legalmente abbandonato e, come tale, soggetto in tutto od in parte al « recupero » da parte del viandante. È una legge non scritta da alcuno, ma osservata e rispettata da tutti a guisa di Vangelo. E l'autista che tenga all'integrità della sua macchina non se ne allontana un sol momento e ci dorme sopra; rischierebbe altrimenti di trovarsela al mattino svuotata d'ogni organo interno come un vecchio guscio; nè potrebbe protestare, chè la legge è legge. Alcuni autisti d'un reparto amico, per risparmiare tempo e lavoro, avevano creduto di dimostrarsi furbi recingendo il luogo di sosta notturna dei loro autocarri con innocenti scavetti, simulanti una linea di mine, segnati da cartelli con la scritta « T eufelgarten >> ( « giardino del diavolo >>: cioè il nominativo. convenzionale dei campi minati). Poi se ne andavano a dormire in branda. Un bel mattino però ebbero la sgradita sorpresa di trovare i loro autocarri recinti da un'altra serie di scavetti con la scritta, in italiano: « attenti alle mine >>. E dai nuovi fossetti emerge109


vano delle cupolette d'acciaio brunito di dubbio aspetto. Fu d'uopo, per avvicinarsi agli autocarri, far venire dei pionieri muniti di ricercatori magnetici e disattivare le presunte mine che, di~sotterrate, si rivelarono per innocenti elmetti inglesi di preda bellica. Gli autocarri, è inutile dirlo, erano stati spogliati nottetempo di dinamo e spinterogeni. Il co· mandante del reparto volle dimostrarsi uomo di spirito ed inviò in dono ai presunti autori del « recupero » - una vicina compagnia della « Fqlgore » ~ anche un fiasco d'acqua distillata per le batterie trafugate. Gli ufficiali del reparto sospettato, per non essere da meno, invitarono a pranzo il camerata e gli raccontarono la nota storiella di quel tale che era al caffè e che, dovendo allontanarsi un istante, aveva lasciato attaccato alla bibita un cartellino: « Ci ho ~putato dentro ». Al ritorno ·ne aveva trovato un altro con la scritta: « Anch'io ». Oggi è morta Caterina. L'avvenimento è luttuoso · chè Caterina era con noi da due mesi e ci eravamo abituati a vedercela razzolare 'fra i piedi e ad udime gli squittii spaventati ad ogni granata che giùngeva nei paJ;aggi. Poichè Caterina era una scrofa, un'onesta scrofa nostrana nata ed allevata nei prati del Viterbese. L'avevano adottata in giovane età i paracadutisti d'una batteria anticarro e se l'erano tirata dietro in tutte le loro peregrinazioni, campi, trasfe'rimenti e manovre, contando di portarla in buona salute sino al pranzo di Natale. E Caterina, onusta di avanzi di rancio, era cresciuta sana soda e prepotente, tenuta più in conto di un cagnolino che di ani110


male commestibile. Nè i soldati intendevano separarsene partendo per l'Africa. All'atto di montare in apparecchio vi fu qualche divergenza di vedute con l'Ufficio Avioimbarchi dell'aeroporto, chè le tabelle di caricamento non prevedevano il trasferimento per via aerea di porcellini. Ma i ragazzi di quella batteria erano stati irremovibili: « o viene con noi » avevano detto « o ci rifiutiamo di 'partire». Ed avevano soggiunto a guisa di giustificazione che Caterina era la mascotte del reparto. Il capo uf{ìcio imbarchi aveva allora crollato ·n capo, bonario e dubitoso, ed aveva aggiunto ai suoi quadri di carico: « sessanta chilogrammi di portafortuna ». E così Caterina, imballata in cassa e gabbia, aveva valicato mille chilometri di mare, percorso duemila chilometri di rotabile e di piste ed era in linea con la « Folgore », ai margini della depressione di El Qattara. Ci si trovava a disagio, però. Per quanto ogni soldato dei paraggi si privasse d'un tozzo di galletta e di un sorso d'acqua per nutrirla, Cat~rina soffriva di fame, sete, e, ancor più, di nostalgia. Glielo si leggeva nel grugno, poveretta. Doveva ripensare ai natii praticelli ed al fresco brago di lassù come ad un paradiso perduto. Gironzolava sconsolata, a testa bassa, con gli occhietti miopi fruganti la sabbia in perenne ricerca d'una pozzanghera ove trovar sollievo all'ardore che le scioglieva il grasso sotto pelle. In un mese era calata di peso di sette chilogrammi. «L'ammazziamo o non l'ammazziamo? », si domandavano ogni tanto i soldati riuniti a bivacco; ma poichè Caterina rappresentava l'ultimo vivente ricor111


do dei prati e delle cose di lassù ·ed era ormai familiare come persona di casa, la avevano mantenuta in vita. E invece, povera Caterina, oggi è spirata. In un bombardamento aereo. Non per scheggia ma di crepacuore. Mentre una formazione di bombardieri rovesciava sulla linea una cestata di bombe, si è sentito un urlo acuto. Siamo accorsi credendo trattarsi di un cristiano ed era invece Caterina, morta di paura come una brava donnetta di campagna. Smaltite le espressioni di cordoglio v'è stato consulto fra i dottori onde decidere se era ancora commestibile o se lo spavento le avesse inacidito le carni. Il responso è stato favorevole e Caterina è stata seppellita alla sarda, fra ceneri roventi. All'imbrunire, su tutto il settore sud dell'Armata italo-tedesca alitava col vent<;> fresco della sera un chiaro oc!ore di maiale arrosto. Le autocolonne tedesche transitanti sulla pista si arrestavano di botto e volti di autisti si protendevano dalla cabina ad annusare i paraggi. Poi crollavano il capo come a dire: illusioni olfattive, e riprendevano il cammino con espressione nostalgica, ripensando forse ai focolari della Selva Nera o della Bassa Baviera. L'equipaggio di un autocarro, più ostinato e ' più affamato, ha però seguito a naso le piste dell'odore ed ha rintracciato le cucine. Erano due ufficiali e tre soldati d'un battaglione vuftemberghese ed i nostri li hanno invitati a cena. Ci siamo seduti tutti assieme sulla sabbia, attorno ai piatti di stagno, con umore allegrissimo e pregustando le gioie di un buon 112


pasto. Ma quando è comparsa Caterina rosolata ci siamo sentiti un nodo alla gola e l'appetito, a noi italiani, è svanito di colpo. Se la sono mangiata rutta gli ospiti.

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ELOGIO DELL'ATTENDENTE

Agosto 1942 Oggi una granata vagabonda, una di quelle che gli ottantotto nemici sparano addosso a casaccio, cosl, tanto per tenersi in esercizio - e sono le più pericolose, poichè agli altri tiri di disturbo s'è fatta l'abitudine, se ne conosce la parabola e si sa ove cercar riparo - uno di quei maledetti colpi anormali che t 'infilano i caposaldi dalle direzioni più impensate, è caduto in pieno in una « buc:a ». V'erano dentro un ufficiale ammalato ed il suo attendente. Questi, nel sentire l'avvicinarsi rabbioso del colpo, ha fatto a tempo a gettarsi sul tenente ed a fargli scudo. L'ufficiale se l'è cavata con lievi ferite, e con uno choc nervoso; l'attendente, ucciso sul colpo. A tarda sera ho convocato tutti gli ufficiali disponibili a rendere omaggio al soldato fedele sino al sacrificio. L'abbiamo portato a spalle per un 115


tratto, poi l'autoambulanza lo ha· accompagnato al cimitero di guerra della « Folgore », trenta chilometri più addietro. L'ufficiale scampato viaggiava con lo stesso mezzo: l'aveva chiesto con insistenza. Se ne sono andati via insieme, il morto ed il ferito, nell'autocarro traballante e polveroso. Eràno insieme da quattro anni.

*** Ogni ufficiale figlio di ufficiale, come me, ha per il suo Attendente un affetto speciale e partigiano. Gli è che questo nome e queste mansioni sono indissolubilmente legati ai più cari ricordi della prima gioventù. Si ricollegano nella memoria ad un antico mondo di cose animate e inanimate - il Cavallo, la Sciabola, il Berretto, gli Speroni paterni - che costituivano l'importante ed abituale scenario della nostra prima infanzia militare. Nella esistenza nomade di allora - sbattuti ogni due anni, con la mamma ed i mobili, da Busto Arsizio a Canicatù quelle Cose rappresentavano la continuità tradizionale della vita. Mutavano gli ambienti e le persone; mutavano talora anche i mobili disseminati in pezzi nei trasferimenti, ma ovunque si piantassero le tende familiari quelle Cose seguivano fedeli. E nel rivedere nella nuova anticamera il berretto e la sciabola, ritrovando in guardaroba gli stivali e gli speroni, riandando a portare lo zucchero al cavallo in scuderia, allora si provava nell'animo fanciullo un tranquillizzante senso di sicurezza, come a dire: sono in patria, il mondo mi muta straniero d'intorno, ma qui, fra queste Cose, spira aria di casa e di famiglia. 116


Di questo piccolo scenario domestico - militare l'Attendente ci appariva il principale attore. Era un mitico ed importantissimo personaggio sulle cui spalle ci sembrava dovessero poggiare le fondamenta dell'universo. Al suo confronto il resto della servitù spariva nel fondale della vita come gente amorfa e secondaria. Un po' per l'uniforme, che a noi sembrava più bella dell'armatura d'un arcangelo, ed un po' per le sue attraentissime mansioni, l'Attendente esercitava su di noi un fascino sconfinato. Egli era anzitutto colui che maneggiava e ripuliva abitualmente quelle Cose per noi sacre: gli stivali, le uniformi e gli altri complicati ammennicoli del vestiario paterno. Era altresi l'Eroe che con pari sicurezza governava ed aveva cura di quell'altra Cosa assai bella ch'era il Cavallo. Egli era infine l'uomo di fiducia investito di altre delicate mansioni: recare al mattino il latte ed i giornali, portare due volte al giorno il cane a far pipi; il che completava degnamente ai nostri occhi la sua figura di gigante del mondo domestico. Con l'Attendente ci legavamo subito d'un'amicizia completa e fiduciosa. Fra noi e lui si stabilivano dei rapporti di perfetta comprensione spirituale quali mai più, nel resto della nostra vita, abbiamo poi stretto con altri esseri umani. Egli era il confidente dei nostri piccoli segreti, il comprensivo consolatore dopo ogni sculacciata, l'uomo onnisciente che ci accomodava i giocattoli o ce ne improvvisava dei nuovi assai più belli, con un pezzo di manico di scopa e quattro barattoli vecchi. Odorava, l'Attendente, di un attraentissimo olezzo di scuderia, di « Sidol >> e di lucido da ·scarpe, che a 117


noi sembrava l' esalazione olfattiva dell' amicizia. Quando lo raggiungevamo di nascosto (chè la mamma non approvava la nostra dimestichezza con lui) nello stambugino ove puliva gli stivali paterni, fra tutto un complesso armamentario di spazzole, di cenci e di piumini, ci pareva di entrare nell'antro misterioso di qualche mago, di quelli buoni che amano i bambini, come nei libri di favole. E da quel mago che era, egli faceva infatti scaturire da segreti recessi cose invero prelibate come noci o fichi secchi o dolciumi casalinghi, ocicevuti da un certo luogo lontano e misterioso che egli chiamava « il Paese >>. E quei rozzi dolciumi pesanti come sassi, quei fichi secchi fragranti anch'essi di « Sidol » e di « Lion Noir » ci sembravano assai più pregevoli delle leccornie comparenti la domenica sul desco familiare. Ma i momenti di più completa comunione spirituale con l'Attendente l'avevamo allorchè, per qualche improvvisa crisi di servitù, egli era incaricato dell'importante funziòne di accompagnarci a scuola. Lungo il cammino, lontano da orecchie indiscrete e incomprensive, lo iniziavamo fiduciosi ai segreti del nostro semplice mondo ed egli accondiscendeva benignamente a mostrarci qualche scorcio del suo. Con la •piccola mano fiduciosamente riposta nella sua, - ampia, callosa e protettrice: e con quale delicatezza questa, usa a maneggiar vanghe e fucili, teneva quella delicata e piccola cosa ch'era la nostra - gli si narravano le pene ch,e ci dava quel tal problema d'aritmetica e gli esponevamo ambiziosi progetti di avvenire a nessun altro noti: diveniore pompiere o capostazione o spazzino municipale. E lui approvava 118


gravemente e ci parlava a sua volta d'un certo caporale di cucina che lo « fregava » nel rancio ed a cui un giorno o l'altro avrebbe « abbottato >> un occhio. E qualche volta accennava anche all'esistenza di una certa Ragazza che l'aspettava al Paese: il che suscitava in noi un senso di gelosia e di delusione; poichè invero non capivamo come un essere tanto superiore .potesse attribuire importanza alcuna a quelle scialbe creature in capelli lunghi e gonnella che ci vedevamo indifferenti d'intorno e che il buon Dio doveva certo aver creato in un momento di noia. Ma la loro importanza dovevano pur averla quelle crearure, se un giorno l'Attendente v'annunciava che tornava al Paese a sposare la Ragazza, perchè era stato « congedato » (misteriosa parola che associavamo d'istinto all'idea sconsolante di freddo, di ghiaccio e di carne << congelata »). Brano allora pianti disperati e capricci .da non finire, con il piccolo cuore << congelato » anch'esso all'idea di perdere il grande amico. E Papà che diceva alla Mamma: vedi cosa accade a tollerare troppa familiarità fra il bambino e il soldato. E la Mamma rispondeva: lascia ' fare, tanto domani arriva il nuovo e l'altro sarà presto dimenticato. Difatti, poco dopo la straziante separazione dal vecchio, sopraggiungeva il successore, solennemente presentato da Papà: questo è Cavicchioli, il nuovo attendente. Gli ronzavate un po' attorno, notavate con piacere cp'egli era 'vestito tal quale l'altro e sentivate d'istinto, con l'infallibile divinazione dei cani e dei bambini, che anche lui sarebbe stato un amico. Alla prima occasione lo raggiungevate allora nel famoso stanzino e completavate 119


la conoscenza: «Come ha detto Papà che ti chiami?>> « Cavicchioli. Cavicchiòli Prosdocimo. » <<Io invece mi chiamo Alberto. E l'altro che è andato via, Rondanini, mi dava sempre i fichi secchi. >> Cavicchioli diceva allora che al suo Paese non c'erano fichi, ma si facevano in compenso delle ottime ciambelle di granturco. E con questa attraente prospettiva la conoscenza era fatta e suggellata. Cosl, di classe in classe, si avvicendavano nella nostra 'vita infantile gli Attendenti. Le loro fisionomie sfumavano l'una sull'altra, nella memoria, come << dissolvenze » d'un film. Ad ogni nuovo arrivo eravamo un po' più grandi : la regolarità del cambio finendo quasi col costituire unità di misura. Dicevano in casa di noi: il ragazzo è cresciuto di cinque centimetri in due anni: quando andò via Porlavecchia, infatti, era solo un metro e quM:antacinque. Oppure, d'un avvenimento: deve essere accaduto sei anni fa, ricordi? c'era ancora Pizzogallo. Gli anni passavano, noi crescevamo, gli avvenimenti lieti o tristi si succedevano e nello stanzino c'era sempre un soldato di vent'anni che puliva gli stivali o lucidava la sciabola. Sinchè un bel giorno finimmo con l'aver vent'anni anche noi, vestimmo una divisa come quella di Papà ed avemmo a nostra volta un Attendente: erede spirituale dei dieci o dodici che ci av~vano accompagnati nella nostra ascesa giovanile. E questa catena ininterrotta di bravi ed affezionati ragazzi che ci seguono come angeli custodi nel cammino della vita militare, e ci seguiranno fìnchè il Dio degli Eserciti ci darà vita, ci 120 l .


è di grande conforto. Poichè, quando vedo l'Attendente che lucida la mia pistola o mi attacca i nastrini sulla giubba, non posso fare a meno di pensare a quell'altro che tanti anni fa strofinava la sciabola ch'è appesa sul mio letto, e le medaglie, di cui una d'oro, che ho incorniciate sulla parete di fronte. Egli rappresenta ai miei occhi la ennesima incarnazione della mia infanzia lontana. È il vivente simbolo di una ininterrotta tradizione familiare e militare. Ecco perchè noi ufficiali, figli di ufficiali, abbiamo per il nostro attendente un affetto speciale e partigiano.

*** Ma anche per chi non ha tradizionali motivi di affezione; anche per il giovane ufficiale di complemento che passerà alle armi un breve periodo della sua vita, l'attendente è assai più d'un banale domestico in uniforme. Un po' alla volta egli diviene elemento familiare e insostituibile nella vita del suo ufficiale, alla cui figura fonde la ·sua così strettamente da finire con l'assomigliargli anche esteriormente. Se quello è elegante o manierato Io diverrà anche lui; se n.primo ha misteriosi traffici di letterine e di appuntamenti, anche il soldato indulgerà nella frequentazione delle serve del vicinato. Ambedue trascorreranno momenti di povertà e di opulenza a seconda della contingente situazione finanziaria: nè l'Attendente si sentirà umiliato di circolare a fine mese con bottigliette di latte e misteriosi pacchetti oleati destinati a sostituire più costosi desinari. L'intesa fra i due - pur se contenuta nei limiti del 121


regolamento di disciplina - diviene con il temp~ cosl completa e perfetta che inconsciamente essi finiscono a parlare della loro vita al plurale. Abbiamo bisogno di far risolare gli stivali, dirà il soldato con l'aria saggia ~ premurosa d'una mamma timorosa che il figlio si bagni i piedi. Aspettiamo sino ad aver preso lo stipendio, risponderà l'ufficiale, dopo una rapida rassegna finanziaria delle sue tasche. Di questi modesti compagni della nostra vita errabonda, di questi fedeli scudieri in grigio verde e scarpe chiodate, se ne succedono a dozzine nel corso della nostra carriera. Ci seguono per un tratto nel cammino e poi tornano a sparire nell'ombra della vita civile donde erano venuti. Di tanto in tanto si ricordano a noi con lustre cartoline al platino, piacevolmente sgrammaticate, provenienti da oscuri paesini rurali: « Il suo vecchio attendente che ci pensa sempre. Lanciere (in cungedo) Birignacola Clorinda ». E con il nome di Birignaccola riaflìorano alla memoria brandelli del passato: la tal guarnigione, il tal reggimento, quella tal ragazza: i ricordi cui la lontananza conferisce un alone sfocato e romantico, da poesia di Gozzano. E c'è di chè: s ~aveva allora vent'anni o poco più. Di tanto in tanto, nelle serate tranquille di deserto, amo rievocare questi modesti e fedeli compagni che si sono scambiati, come una staffetta, la consegna di accompagnarmi nella vita. Sono ormai parecchi: italiani, libici, eritrei, di ogni paese, razza e religione. Nè Lcoloniali, educati alla scuola della fedeltà nostrana, erano i meno abili e devoti. Che anzi il posto d'onore nel cantuccio dei miei ricordi 122


è appunto riservato a due ascari: l'eritreo Mohamed Ornar, cadutomi accanto in combattimento nell'Amhara, ed il libico Abdallah Mahmud sacrifìcatosi sul Gebel Cirenaico per proteggermi, proprio come quel bravo ragazzo oggi caduto. Fra i 'tanti, trovandomi in missione presso l'eser· citd britannico, ho avuto anche due batmen, due ordinanze inglesi. Uno era scozzese, Jefferson, omaccione rossiccio, con un cranio duro ed ottuso come una casamatta in calcestruzzo. Ho buoni motivi di sospettare che mi fosse stato a bella posta assegnato onde impedire che mie eventuali domande provocassero da parte sua indiscrezioni di servizio. L'altro mio batman, l!Ill londinese dal nome di Smithe, era viceversa un ometto vivace, furbo e guizzante come una faina: parlava con un pauroso accento cockney ed era capace di mentire con tale impudenza da trarre in inganno un grande inquisitore. Non sono, questi due, tra gli attendenti ch'io ricordi più volentieri.

*** Giorni fa m'hanno raccontato un recentissimo episodio di guerra in cui è stato attore un attendente. Nulla di grandioso nè di eroico: un modesto scorcio psicologico dell'animo di questi nostri fedeli compagni. Ma ai miei occhi esso è assai più bello e significativo d'un intero poema. In un nostro aeroporto del Gebel v'era un bravo piccolo aviere addetto alla persona d'un ufficiale pilota. An:ufliciale piaceva molto il caffè; ed il suo attendente, che aveva per lui cure delicate e quasi 123


materne, non mancava mai di aspettarne sul campo il ritorno dai voli di guerra e di recargli un << espresso >> ben caldo non appena scendeva a terra con le membra intorpidite. Con il tempo l'abitudine era divenuta una specie di rito. Era spettacolo abituale il vedere all'aeroporto, in quell'ora di nervosismo in cui tutti attendono il ritorno degli apparecchi partiti per un'azione, il vedere il piccolo aviere che friggeva d'impazienza sulla soglia della baracchetta del bar. E non appena gli aerei apparivano sul cielo del campo, lo si scorgeva precipitarsi al banco per ritirare il suo caffè, strappandolo magari dalle mani di qualche altro ufficiale con un frettoloso: scusi tanto, ma è per il mio tenente che torna da un'azione. Un brutto giorno però il piccolo aviere, dopo aver attraversato tutto il campo con la tazza in equilibrio, giunse all'apparecchio appena atterrato e tutto sforacchiato da proiettili. Non vide scendere il suo ufficiale. O meglio, questi apparve, dopo un po' calato a braccia dagli altri dell'equipaggio: durante un attacco di cacciatori avversari era stato fulminato da una pallottola al suo posto di pilotaggio. L'attendente non disse una parola. Divenne bianco come un cencio e rimase lì con la tazza che gli tremava in mano. Dovettero condurlo via come un automa, chè sembrava aver perso ogni facoltà ·di ragionare e di muoversi. Il giorno stesso furono celebrate le esequie del pilota ed al tramonto lo seppellirono in un cimite-_ rino di guerra, a ·due passi dall'aeroporto. L'indo-mani pioveva ma vi fu chi volle ugualmente recarsi a portare un fiore sulla tomba del caduto; e cosa 124


vide sul tumulo ancora greve di zolle fresche? Ai piedi della croce, fra le corone ed i fiori stillanti acqua, qualcuno aveva posato una povera piccola tazza di caffè: certo la stessa recata invano all' apparecchio la vigilia. L'attendente era venuto di notte, sotto la pioggia, a deporre sulla tomba del suo ufficiale l'ultimo modesto simbolo· della sua devozione. Pioveva ancora e solo d'acqua era ormai colma !a tazzina. Era spettacolo che stringeva il cuore, mentre s'udiva la pioggia chioccolante in quell~ piccola tazza abbandonata.

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NELLA DEPRESSIONE

Agosto 1942 L'idea di esplorare il fondo della depressionenarra a veglia un comandante di battaglione _:_ ci venne in seguito ad un incidente burocratico quasi ameno: uno di quei laboriosi ed \nutili scambi di carteggio che fanno la gioia d'un archivista ministeriale. L'ordine originale, inviatoci da un certo Comando amico, diceva pressappoco cosl: « Risulte-. rebbe da fonte attendibile che beduini, al soldo del servizio segreto avversario, tentino, attraversand~ la depressione di El Qattara, di aggirare da sud il nostro schieramento, sl da. portarsi nelle retrovie dell'Armata con compit,i di spionaggio e di sabotaggio. Pregasi intensificare la vigilanza ai passi adducenti alla depressione nonchè distaccare elementi di osservazione in tutte le altre zone intransitabili che · da quella si dipartono. Assicurare >>. 127


Debbo premettere che il ghibli soffiava violento da più giorni e ci rendeva irritabili e permalosi come ragazze isteriche; l'ordine li per li c'indispettl. << Solita burocrazia militare », dicevamo. << Che bisogno c'è, vi domando, d'inviare delle pattuglie ad arrostire in vedetta su strapiombi basaltici che si riconoscono a priori invalicabili? O éosa credono in quel Comando, che i beduini abbiano le alucce: poichè neanche uno scala tore di decimo grado può illudersi di superare i salti di roccia dura e levigata con cui il deserto, da cento e più metri d'altezza, precipita brusco nella depressione >>. Ed in tal senso, ma assai garbatamente, scrivemmo a quel Comando. Ci si rispose cosi: << Confermasi precedente ordine. Si aggiunge che da ulteriori informazioni risulta che i noti beduini siano carnmellati. Si prega quindi rilevare eventuali tracce di passaggio di tali quadrupedi>>. Di bene in meglio: anche· i cammelli, adesso. Cammelli sulle balze della depressione. « Perchè non addirittura delle foche ammaestrate? >>, dicevamo. (C'era sempre il ghibli). E poichè si era con gli uf!ì.dali di quel Comando in amichevoli rapporti, ci togliemmo il' gusto d'indirizzargli questa lettera: <<A riscontro del vostro foglio 07-44566 O.K.W. « Si esclude, per la conoscenza che si ha della regione, che alcun uomo od animale non alato possa inerpicarsi dalla depressione al ciglio del deserto fuori dei pochi valichi già robustamente presidiati. Di tracce di cammelli non ve n'ha, se si eccettui qualche "fianta" che, per lunga pratica africana, affermiamo risalire al periodo prebellico, allorchè le ca128


rovane costeggiavano dall'alto la depressione, dirette da Alessandria a Siwa. Si ricorda infatti che l'escremento di cammello conserva la sua freschezza esteriore per un lungo periodo... eccetera eccetera (e qui una dotta dissertazione sui caratteri somatici delle "fiante" di cammello e sul loro comportamento al calore solare). Dal campione allegato codesto Comando, anche senza particolari conoscenze di veterinaria desertica, potrà invece agevolmente constatare ... eccetera eccetera >>. Ricevendo la lettera, in quel Comando si dissero: <<0 siamo matti noi o è matto lui>> e spedirono d'urgenza un ufficiale di Stato Maggiore a constatare con garbo e delicatezza lo stato mentale dell'autore della lettera. Si temeva che il ghibli e l'ambiente gli fossero stati nocivi. Accadde invece che di. spiegazione in spiegazione si riuscì ad accertare che l'intero battibecco epistolare era frutto d'un malintèso. La colpa era dell'avverbio. Il traduttore dell'ordine originale aveva omesso per errore di trascrizione l'avverbio unsicherlich, (non sicuramente), talchè il senso del resto, che prescriveva di vigilare tutte le zone « non sicuramente intransitabili >>,n'era stato letteralmente capovolto. Quando si dice i malanni degli interpreti! Si rischiava di litigare, sia pure, col ghibli, per una paroletta. In fede mia, se avessi da rinascere il tedesco lo imparo. Chiarito l'equivoco - con reciproca soddisfazione e amici più di prima - si è deciso di effettuare una sistematica esplorazione degli accessi della depressione di El Qattara. Come già detto in precedenza, l'Armata vi appoggia il fianco destro; ch'è 129


quanto dire che l'estremo reparto d'ala- un battaglione della «Folgore>> - presidia le balze strapiombanti su quel fossaccio facendo fronte a sud anzichè ad est: il chè, in termini di guerra, viene detto «fianco difensivo ». In questo tratto esistono solo due valichi notoriamente accessibili ed i topografì egiziani, che amano colorire la realtà, li hanno pomposamente denominati nelle loro carte Pass for cars (transito accessibile ad automezzi) e Camel Pass (transito per carovane). I ragazzi, dal canto loro, li hanno spicciamente ribattèzzati « Passo del Carro >> e << Passo del Cammello >> e tale versione è stata adottata dalla toponomastica ufficiale del fronte di Alamein. In realtà il << Passo del Carro >> è una infilata di gole in cui sl e no ci transita un plotone di capre in fila indiana; ed in quanto al << Passo del Cammello >> sfido chiunque ad azzardarsi a risalirlo senza fiaccarsi l'osso del collo. Non appena costituito il << fianco difensivo >> c'eravamo accertati con qualche ricognizione a breve raggio della impossibilità di sorprese della malfamata depressione. Ne avevamo quindi occupato il solo ciglio e si dominava di lassù l'intera fossa. Uno spet:tacolo di orrenda grandiosità. Il deserto giunge sino ai bordi dell'immane crepaccio e strapiomba con un paio di gradoni neri e cancerosi duecento metri più in basso - e si è già al livello del mare - indi sfuma in quote negative con una eruzione di montagnole rossastre che dall'alto appare come un diffuso morbo cutaneo dell'epidermide terrestre. L'estremo orizzonte si perde in basso in una nebbiolina azzurra fra cui traspaiono nelle giornate asciutte due vaste macchie 130


luetiche color ocra: le sebke. Par d'essere in presenza d'un'ulcera gigante e si ristà ad osservare la scena con un vago senso di malessere, quasi fosse violato il segreto d'un morbo vergognoso che il mondo celi nella clausura del deserto. Lo spettacolo, dicevo, è di tale se pùr ripugnante grandiosità che la fama se n'è sparsa in tutto il fronte e, nelle pause della guerra, vengono macchine di Comandi e di giornalisti a rimirare in gita la vista famosa. Al Comando dell'Armata, anzi, quando hanno fra i piedi troppi corrispondenti e non sanno cosa farsene, dicono loro: « Andate a vedere la depressione dal Passo del Carro », e ce li spediscono quaggiù. T aluno di essi è alla sua quarta visita e non sa più cosa raccontare al suo giornale, chè ha esaurito la tavolozza degli aggettivi di colore come « lunare », « ultraterreno », « astrale » e gli verrebbe voglia di dire: schifoso come la sifilide, ma non osa per·buona creanza. Dicevo che s'è deciso di violare il segreto della depressione inviandovi ·delle pattuglie, nel duplice intento di accertare cosa si celi dietro la cortina di nebbie del fondo e di determinare sin dove si spinga l'ala sinistra dell'avversario che a noi direttamente si oppone: Abbiamo cosi riunito due nuclei di ragazzi scelti. L'uno, al comando d'un sottuflìciale ch'è un marciatore famoso, il sergente Lieber, dovrà seguire a mezza costa le balze della depressione lungo la linea ideologica che è marcata nelle carte col nome di Sea Level, livello del mare; marcerà verso oriente · sino a prendere contatto con l'estrema ala sinistra inglese onde accertarne dislocazione e consistenza. La 131


seconda pattuglia, comandata da un vecchio ed esperto coloniale, il maresciallo Carta, punterà decisa verso sud e tenterà raggiungere la sponda opposta delle sebke sl da renderei conto della possibilità di aggiramenti a largo raggio da quella direzione. Le notizie che le pattuglie forniranno sono attese con molto interesse al Comando dell'Armata, per motivi che questo non dice ma che credo d'immaginare. Abbiamo scelto i componenti delle pattuglie uomo per uomo (e per dieci designati ve n'erano cento che tenevano il broncio). Si sono accuratamente stabiliti itinerari, rotte di bussola, collegamenti e segnali di soccorso, si è atteso il favore del chiarore lunare e s'è dato il via alle pattuglie. Dimenticavo di dire ch'esse percorreranno itinerari mai prima calcati da piede umano. La prima a partire è la pattuglia del sergente Lieber. Sei uomini e il sottuflìciale. Prendono le mosse in una notte di plenilunio, dal Passo del Cammello, e li vediamo scomparire fra le prime balze della depressione. Poi riemergono e scorgiamo ancora i sette puntolini neri che si calano in un crepaccio fondo e stretto come una ragade, indi più nulla. Trascormno due giorni senza che se n'abbia notizia. Al terzo giorno un marconigramma del battaglione di sinistra ci avverte che il sergente Lieber è rientrato con ampio giro nelle linee. Aveva solo tre uomini validi che recavano sulle spalle i fagotti degli altri tre, sfìancati. Il ·sottuflìciale ha fatto appena in tempo a dare le novità al maggiore ch'è crollato anche lui, svenuto. 132


Aveva percorso ottanta chilometri in un giorno e mezzo con sessanta gradi all'ombra. Quando rinverrà ci dirà che quella fascia di terreno è percorribile, sia pure con molte diflìcoltà. {Lui veramente dice: « Noi paracadutisti possiamo farcela; per gli altri non garantisco chè sembra di camminare nell'inferno e preferirei affrontare da solo un plotone di Anzac che rifare il cammino»). Dice ancora, Lieber, che l'estrema ala sinistra inglese è a circa sei chilometri da noi ed assai debolmente presidiata, forse perchè il nemico si ritiene inattaccabile da quel lato (ecco una notizia che farà piacere all'Armata). La pattuglia si è spinta carponi a poche decine di metri dai bivacchi nemici e ha visto, appesa ad un fascio d'arme, una bandiera bianco-rosso-blu: degaullisti o jugoslavi, chè anche di quest'ultimi ce ne hanno segnalato qualche nucleo. In complesso notizie preziose e Lieber ben si merita il « bravo >> con cui lo accogliamo al ritorno. La seconda pattuglia è quella del maresciallo Carta. Carta è uno di quei sottuf!ìciali come ce ne vorrebbero tanti : bell'uomo, sportivo, cavaliere scelto, esperto di cavalli, d'armi e di motori, capace di dirigervi un ufficio maggiorità di reggimento con la stessa perizia con cm guida un plotone all'assalto o vi posta un pezzo di batteria. È stato in Libia, nel Fezzan, in Etiopia, dappertutto; ha fatto il meharista, il capo di bande irregolari, il comandante di fortino sahariano; ha comandato plotoni a cavallo e sezioni autoblindo. S'è guadagnato in Africa due croci sul campo e due promozioni per merito di guerra. Se Loti lo avesse conosciuto ne avrebbe fatto il protagonista d'un ro133


seconda pattuglia, comandata da un vecchio ed esperto coloniale, il maresciallo Carta, punterà decisa verso sud e tenterà raggiungere la sponda opposta delle sebke sl da renderei conto della possibilità di aggiramenti a largo raggio da quella direzione. Le notizie che le pattuglie forniranno sono attese con molto interesse al Comando dell'Armata, per motivi che questo non dice ma che credo d'immaginare. Abbiamo scelto i componenti delle pattuglie uomo per uomo (e per dieci designati ve n'erano cento che tenevano il broncio). Si sono accuratamente stabiliti itinerari, rotte di bussola, collegamenti e segnali di soccorso, si è atteso il favore del chiarore lunare e s'è dato il via alle pattuglie. Dimenticavo di dire cb'esse percorreranno itinerari mai prima calcati da piede umano. La prima a partire è la pattuglla del sergente Lieber. Sei uomini e il sottuflìciale. Prendono le mosse in una notte di plenilunio, dal Passo del Cammello, e li vediamo scomparire fra le prime balze della depressione. Poi riemergono e scorgiamo ancora i sette puntolini neri che si calano in un crepaccio fondo e stretto come una ragade, indi più nulla. Trascor.rono due giorni senza che se n'abbia notizia. Al terzo giorno un marconigramma del battaglione di sinistra ci avverte che il sergente Lieber è rientrato con ampio giro nelle linee. Aveva solo tre uomini validi che recavano sulle spalle i fagotti degli altri tre, sfiancati. Il ·sottuflìciale ha fatto appena in tempo a dare le novità al maggiore ch'è crollato anche lui, svenuto. 132


Aveva percorso ottanta chilometri in un giorno e mezzo con sessanta gradi all'ombra. Quando rinverrà ci dirà che quella fascia di terreno è percorribile, sia pure con molte difficoltà. (Lui veramente dice: « Noi paracadutisti possiamo farcela; per gli altri non garantisco chè sembra di camminare nell'inferno e preferirei affrontare da solo un plotone di Anzac che rifare il cammino>>). Dice ancora, Lieber, che l'estrema ala sinistra inglese è a circa sei chilometri da noi ed assai debolmente presidiata, forse perchè il nemico si ritiene inattaccabile da quel lato (ecco una notizia che farà piacere all'Armata). La pattuglia si è spinta carponi a poche decine di metri dai bivacchi nemici e ha visto, appesa ad un fascio d'arme, una bandiera bianco-rosso-blu : degaullisti o jugoslavi, chè anche di quest'ultimi ce ne hanno segnalato qualche nucleo. In complesso notizie preziose e Lieber ben si merita il « bravo >> con cui lo accogliamo al ritorno. La seconda pattuglia è quella del maresciallo Carta. Carta è uno di quei sottufficiali come ce ne vorrebbero tanti: bell'uomo, sportivo, cavaliere scelto, esperto di cavalli, d'armi e di motori, capace di dirigervi un ufficio maggiorità di reggimento con la stessa perizia con cUi guida un plotone all'assalto o vi posta un pezzo di batteria. È stato in Libia, nel Fezzan, in Etiopia, dappertutto; ha fatto il meharista, il capo di bande irregolari, il comandante di fortino sahariano; ha comandato plotoni a cavallo e sezioni autoblindo. S'è guadagnato in Africa due croci sul campo e due promozioni per merito di guerra. Se Loti lo avesse conosciuto ne avrebbe fatto il protagonista d'un ro· 133


manzo più bello del Roman d'un spahi. I soldati, che lo conoscono, lo .tengono in concetto di semidio e lo chiamano « il signor maresciallo », per antonomasia: poco meno di Renne!. Carta è uscito dal Passo del Carro ed è rimasto fuori tre giorni. Torna anch'egli s:6ancato e smagrito e mi narra la sua ricognizione con linguaggio di uomo che capisce l'Africa. << Siamo scesi nel fondo della depressione », egli dice, << e per ogni dieci metri che si calava ci sentivamo serrare il petto più stretto nella morsa dell'afa. Ci sembrava di scendere nella bocca d'un vulcano e il non vederne la :6anna e lo sprofondare nel buio rovente (chè la luna non giunge sino a quello scantinato del mondo) ci dava un senso di soffocazione e di smarrimento. Dovevamo arrestarci ogni mezz'ora a.prendere fiato come si fa, alla rovescia, nei voli d'ambientamento in alta quota. Infine i polmoni riuscirono a filtrare quel po' di ossigeno che ristagna laggiù e potemmo procedere più spediti. Calanno ancora fra quei monticciattoli che sembrano foruncoli e raggiungenno il fondo della depressione. C'era un calore umido da bagno turco e non si vedeva a due passi, chè il terreno trasudava vapore. Puntanno a sud, con la bussola, e toccanno il bordo della sebka. In questa stagione è asciutta, senz' acqua piovana che vi ristagni, ma il suolo è molle come se fosse marcio e, se vi si poggia il piede, questo sembra preso alla pania. Sospettavo la presenza di fanghi. mobili. Infatti, nel mentre ero innanzi a cercare un passaggio, ho sentito un urlo ed . ho visto uno degli uomini ch'era sprofondato sino al petto e più s'agitava per liberarsi e più la fanghiglia 134


lo ghermiva. Siamo accorsi e ci siamo messi in catena mentre quello gemeva: "Fate presto, fate presto per amore del cielo". Lo abbiamo agguantato per le braccia e tira e tira siamo riusciti ad estirparlo dalla melma. Quando è uscito il fango ha fatto flòp come se avessimo stappato una bottiglia. V'ha lasciato dentro calzoni e scarpe e dalla cintola in giù era solo vestito di fango. Abbiamo dovuto lacerare a strisce le camicie per fargli i piedi e consentirgli di proseguire con noi. E dopo tremava come una foglia e continuava a dire: "Ho freddo"; ma non era fre<Ido, disgraziato, era spavento, talchè ho dovtito !asciarlo per via, vigilato da un compagno, e proseguire con gli altri. << Ho camminato ancora per tre ore senza trovare traccia di passaggio. Ad un tratto ho avvistato nel fango della sebka una specie di piccolo rilievo a 1 cupola. Lo scorgevo distintamente che l'alba illuminava già le cose d'intorno, ma non Tiuscivo a comprendere di che si trattasse. Mi sono avvicinato per meglio vedere ed ho sentito di colpo, qui alla bocca dello stomaco, come una nausea violenta; perchè quella cupoletta era la sommità d'un'autoblindo nemica inghiottita dal fango. Il terreno s'era in parte prosciugato dopo l'accidente e facendo· catena con gli uomini mi sono avventurato sino a quell'isolotto. Sono riuscito ad aprire il portello superiore e m'ha assalito un tanfo di marcio. C'erano dentro cadaveri vecchi di qualche settimana, impastati nel fango indurito, come fossili. La sebka li aveva ghermiti all'improvviso, in qualche notte fonda, senza dar loro il tempo di uscire da quel guscio. Una morte spaven135


tosa. Dal marciillne sporgeva un braccio nudo e scarnito, quasi un osso, con una catenella: un piastrina di riconoscimento. Mi sono tappato le nari ed ho sfilato il cartellino. Eccolo: "P.te f. K. W. Stevens 47857". Ve l'ho portato perchè lo mandiate, se credete, alla Croce Rossa. Ma forse sarà bene non dire dove l'abbiamo trovato. Per la famiglia>>. Una pausa, e poi Carta ha conchiuso: « Da sud non si passa, attraverso la depressione. Dite pure al Comando Tedesco che stiano tranquilli».

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LA BATTAGLIA D'ESTATE

Agosto-Settembre 1942 Questa notte i ragazzi sono allegri: c'è del nuovo. Niente <~ attività di pattuglie >> stasera: le forze corazzate danno battaglia. L'avversario stava rimuginando qualche oscuro progetto offensivo, al riparo delle -.;ue prime linee, e. si va a mettergli un po' di scompiglio in casa. Quatti quatti, affluendo nella notte da più direzioni, carri armati e autoblindo si sono dati convegno- dietro i nostri campi minati marginali. I genieri vi -.;tanno aprendo un varco sì che il fiume d'acciaio possa infilarvisi e dilagare in più rivoli verso le posizioni nemiche. Assisto nella notte all'ammassamento. È uno spettacolo imponente. La luna illumina debolmente le sagome massicce dei pachiderrni metallici che sfilano lentamente, a branchi, l'uno sulle piste dell'altro. Ci sono le Divisioni corazzate << Ariete >>, << Litta137


rio», « 15• » e « 21• » tedesche, con la nostra << Trieste » e la 90• leggera germanica; e nostri gruppi blindati di cavalleria. Cento, duecento, trecento automezzi che passano sferragliando, con i ntotori brontolanti in sordina. L'aria è agitata da · un cupo e continuo rombo di tuono. Il suolo, morso dai cingoli, vibra come per un lontano terremoto. Mi sento' salutare nella notte. «Ciao, Eques >>. Sono vecchi amici, ufficiali di cavalleria, che mi sfilano innanzi appollaiati sulla torretta dei loro carri. Il comandante, un noto cavaliere da concorso, se ne sta a cavalcioni sulla prùa della autoblindo con la stessa disinvolta eleganza con cui montava purisangue a piazza Siena. Gli grido dietro per celia « tallone basso! » ed egli corregge il suo assetto ed abbozza ridendo una << ceduta >> di stile su un ostacolo immaginario. Apprenderò più tardi che egli è arrivato addosso al nemico nello stesso disinvolto atteggiamento, guidando i suoi carri col frustino come sé manovrasse pariglie. . Guardo l'orologio. È l'ora X: le 22. Tre colonne della « Folgore >> sono attestate nella notte· ai punti convenuti. Andranno avanti a piedi, lungo una serie di alture, aprendo la strada alle forze corazzate che dilagano nella piana. Al vicino posto di comando d'un reggimento, celato fra i massi e i dirupi d'un calanco, il telefono trilla: << Siete pronti? > > « Pronti.>> Rapida verifica dei collegamenti radio. Tutt<( bene; tutto in ordine. La piccola ma complessa macchina bellica del reggimento funziona a dovere. E 138


allora: « Via! >>. Il telefonista trasmette il segnale come un mossiere che animi una corsa. Si ha la sensazione visiva, a distanza, delle masse scure dei battaglioni che si snodano nella notte fra ·le prime balze della << depressione >>. Di lontano giunge il rombo del primo colpo di cannone. Altri, ancora incerti, rispondono da più parti. Una pausa e il concerto dei grossi calibri ha inizio. L'aria geme come se la frustassero. Di fronte a noi, rabbiosamente, schioccano le granate degli ottantotto inglesi destati di soprassalto. Principia la battaglia che nella storia del deserto di Alamein avrà nome « offensiva d'estate >>. La << Folgore >>, affiancata ad altre unità, avanza su tre colonne parallele, ad una diecina di chilometri l'una dall'altra. La meridionale segue il margine della depressione di El Qattara (lungo il cammino riconosciuto dal sergente Lieber). È un terrenaccio gibboso e ruvido come b scorza di un mondo morto e disseccato. La luna lo illumina di sghembo, rproiettandovi ombre lunghe fonde e paurose come precipizi. Il piede vi avanza malsicuro, tastando il suolo d'istinto nella tema .di sentirlo mancare. Lontana, stagliantesi sulle vampe delle batterie nemiche in azione, si prefìla la sagoma piramidaJ.e di Qatter El Himeimat, l'obiettivo della colonna; un'altura elevantesi a strapiombo sul deserto, isolata e bizzarra come un isolotto nell'oceano. La colonna di mezzo avanza lungo la cresta d'un lieve cordone collinoso sfumante sulle posizioni inglesi. La direttrice di marcia è nel centro focale e 139


sonoro della battaglia. Tutt'intorno, a giro d'orizzonte, la baraonda delle opposte artiglierie in azione. Il frastuono assordante assale a ondate sonore gli uomini in marcia, percuotendoli nel peÙo e nel dorso con manate violente. I toraci vibrano come casse armoniche. La terza colonna, settentrionale marcia a fatica su un serir ciottoloso che torce le caviglie e fa sobbalzare i pezzi trainati a braccia, come un selciato di sobborgo. Le compagnie spiegate sono già sotto il fuoco delle artiglierie avversarie. Qualche vampata si accende breve e violenta fra i gruppi di uomini sparsi, e schegge e sassi sfarfallano nel buio come uccellacci notturni, procurando un fastidioso senso di ribrezzo. V'è già qualche ferito, ma di poco conto. Non si arresta neanche a farsi incerottare e procede oltre, col sangue che stilla tiepido come sudore. n piano generale dell'attacco mira a investire su ampia fronte la linea avversaria, scardinarla e, nelle fessure cosi create, iniettare i reparti corazzati che seguono in potenza le colonne d'assalto. La colonna meridionale avanza senza cplpo ferire. Forse il nemico non s'attendeva un attacco in quel ter-renaccio da incubo e non v'aveva disposto serie difese. Qualche camionetta in eSplorazione, due o tre pezzi semoventi spinti oltre le linee con compito di cecchinaggio, fuggono innanzi a1le nostre avanguardie come selvaggina levata dai battitori. Si ode, recato dalla brezza, l'ansimare dei motori Ford imballati, che arrancano nella sabbia fra una groppa e l'altra. Nell'ansia della fuga un pezzo capitothbola in un dirupo e lo si troverà a ruote in aria, ridicolo 140


come un animale rovesciato sul dorso e inabile a raddrizzarsi. Un paio di camionette dei « Long range desert groups » s'insabbiano e ritroveremo anch'esse intatte, con gli autisti indigeni ancora al volante, istupiditi dal terrore ed abbandonati dagli equipaggi inglesi. Le altre colonne sono già a contatto balistico con le posizioni inglesi e vanno iniziando lo spiegamento per l'attacco ravvicinato. Sul capo degli uomini frusciano bassi i primi sciami di pallettoni d'arma automatica: zlo zlo zìo. Corolle di fiammelle si accendono nel buio, delineando il contorno marginale dei capisaldi nemici. Due quattro otto mitragliatrici: una compagnia. Più a destra, un'altra ancora. Il buio, ovunque si volga il capo, è tutto picchiettato di fiammelle, come quando si serrano strettamente le palpebre per mal di capo e la retina si punteggia di scintille. Sembra l'incubo d'un ammalato di nevralgia, questa battaglia notturna. A ridosso di lievi ondulazioni del terreno gli ufficiali dei Comandi, lunghi distesi in terra, spiegano carte topografìche sui sassi, equilibrano bussole, calcolano a occhio posizioni. « Dovremmo essere all'incirca qui. Esattamente dove ci era stato segnalato il margine anteriore della loro posizione di resistenza. » «Non credo. Marciando dobbiamo avere piegato a sud. Quel valloncello sorpassato alle 2 ci ha fatto obliquare. >> « Comunque, segnaliamo la posizione approssimata. X 224. Y 12,05. E chiediamo l'intervento delle artiglierie d'appoggio. Avverti contemporaneamen141


te i battaglioni che, approfittando del tiro delle nostre batterie serrino sotto e si attestino. Il battaglione Rossi si affianchi sulla destra al battaglione Carugno. Ma, per carità, che il maggiore Rossi non se ne vada all'assalto da solo. Se non lo si tiene per la giacchetta, quello parte per conto suo e bravo è chi lo ferma. » Si ode vicino, sullo sfondo sonoro della battaglia, il bisbiglio discreto delle stazioncine radiotelegrafìche da campo. L'apparato d'una pattuglia d'artiglieria trasmette in fonia: « Pronto pronto pronto; aci a zeta ipsilon, aci a zeta ipsilon; ti sento bene ti sento bene; passo, passo >>. Scatto di commutatore indi, fuori cuf!ìa, la voce fioca e nasale di zeta ipsilon: « Pronto pronto pronto; le batterie aprono il fuoco; ripeto: le batterie aprono il fuoco; osservare il tiro; osservare il tiro >>. Un improvviso tambureggiamento, alle nostre spalle, si aggiunge e si somma alla gamma dei rumori della battaglia. Il colpo secco e metallico del settatacinque stop.a nel concerto dei grossi calibri come un tasto in si diesis percosso per gioco da un bambino mentre la mamma suona la Walchiria. Il fascio delle nostre traiettorie ci ronza amico sul capo, diretto di qua in là. Si distingue il lamento d'una granata che ha perso la corona di forzamento e geme, male -avvitata in aria. L'eco d'una serie di scoppi, i colpi in arrivo, giunge fievole da qualche angolo della notte. « Ehi, osservatore, hai individuato i punti di caduta? >> « Sissignore. Lunghi ed a destra. >> <<Lo dicevo io che c'eravamo spostati, marciando. 142

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Correggi alla svelta, che ,abbiamo poco tempo disponibile. » La stazioncina erretì riprende il suo colloquio a domande e risposté, monotono come un catechismo: « Pronto pronto; aci a zeta ipsilon; accorciare di due strisce; direzione in meno venti millesimi; ripeto ... >>. Frattanto i battaglioni stanno ultimando lo spiegamento. Un plotone a squadre aperte ci sfila assai vicino. Al chiarore lunare si scorgono gli uomini che procedono tranquilli, col passo misurato di chi sa che conviene risparmiare energie. Un soldato fuma, con la sigaretta celata nel palmo della mano come quand'era a scuola e non voleva farsi scorgere dal signor maestro. Un secondo si affibbia strettamente il casco tozzo da paracadutista, col gesto non dimenticato di quando si avviava, or non è molto, alla porticina dell'aereo. Altri assesta gli spallacci; ve n'è uno che si tira qualcosa nella schiena e sembra voglia sin· cerarsi della saldezza d'una immaginaria « fune di vincolo ». Strano come, nell'imminenza dei momenti della lotta che si intuiscono cruciali, questi ragazzi riassumano d'istinto atteggiamenti e movenze da paracadutista che si appresti al lancio. Il ricordo è cosl evidente da 'ispirare istintivo l'augurio scherzoso: « In bocca al lupo, ragazzi, e occhio all'atterraggio ». Gli uomini apprezzano l'allusione. Un coro allegro di risposte: « Ce la faremo fare noi la capovolta a quelli là! » « Gli daremo un colpettino sulla spalla che se ne ricorderanno per un pezzo>>. E svaniscono nel buio, sorridenti. Bravi ragazzi. Le nostre batterie hanno aggiustato il tiro e le 143


vampe dei colpi in arrivo si sovrappongono precise alle fiammelle delle mitragliatrici avversarie. Qualcuna di queste si spegne: fuoco estingue fuoco. Il frastuono è infernale. Le tempie vibrano dolorosamente come membrane tese. Staffette corrono curve, di reparto in reparto, recando gli ultimi ordini: « Attenti al segnale. Razzo rosso: inizio dell'assalto. Razzo verde: allungate il tiro ». S'intuiscono, laggiù nel buio, gli ultimi preparativi: le mitragliatrici trascinate sotto cresta, pronte ad essere piazzate all'aperto; le piastre dei mortai da 81 assestate fra i sassi e tallonate. Qui un tenente medico che sballa lo zaino di sanità e sbraita sottovoce con gli aiutanti: « La barella ll, ho detto. E gli aghi, porca miseria, ripescatemi gli aghi se non voh;te che vi faccia un'endomuscolare nel sedere, e col pugnale >>. «Pronta la pistola Very? Bene. Prepara un razzo rosso. » Orologio alla mano. Ancora cinque minuti, quattro, tre ... ma in quella, stupefacente e anacronistico, s'ode nel boato sordo della battaglia uno squillo. È una tromba che suona la carica. Una ·tromba. Una tromba nel deserto di Alamein, nell'anno di grazia 1942. Par d'essere tornati indietro di cent'anni. Un attimo di silenzio improvviso come se ·tutti, amici, nemici, mortai, mitragliatrici, pezzi anticarro, batterie, siano ammutoliti dallo stupore. Poi l'urlo d'un battaglione che assalta e l'inferno di scoppi e di schianti riprende violento. Altre urla di assalto. L'intera linea attacca. I battaglioni sono partiti di slancio 144


dietro quello squillo di tromba ottocentesco, senza attendere il razzo rosso. << È Rossi. Non può essere che lui, quel mattq », dicono al Comando tattico e non sanno se ·ridere od arrabbiarsi. È lui infatti, il maggiore Aurelio Rossi, ex ardito, esploratore, cacciatore di leoni, superdecorato e convinto assertore della scuola tattica del « se la va, la va >>. Se l'era portata dall'Italia, all'insaputa di tutti, la tromba del batraglione, perchè a lui piacciono le belle battaglie con fanfare, bandiere spiegate ed i combattenti a cavallo che indicano con la sciabola nuda il nemico e gridano: « Spazzatemi quella mar-· maglia >>. È un garibaldino in ritardo, Rossi. E in mancanza di fanfara e di bandiere ha fatto suonare la tromba. Povero Rossi. L'indomani lo rivedremo in barella, col petto fasciato stretto a comprimere l'emorragia polmonare e con gli occhi già velati. Ma avrà ancora sul volto un barlume di sorriso, il sorriso un po' triste di Cirano che dice: << Il mio pennacchio >>, e non se ne rammarica. All'alba le tre colonne · della << Folgore >> hanno già scardinato a spaliate lo schieramento avversario. Sul loro tergo, nei varchi aperti dai genieri, sfilano attraverso i campi minati già nemici i primi carri armati. Ecco che si spiegano e si apprestano a sfruttare il successo. I primi raggi di sole verniciano d'oro le tozze sagome bitorzolute. La colonna centrale della << Folgore >> , che s'è ur145


tata alle più tenaci resistenze, è conficcata profonda come una freccia nelle linee avversarie. I battaglioni senza comandanti (è caduto da bravo anche il capitano Carugno) sono abbarbicati a un allineamento di dossi e incassano cannonate, paghi pel momento di attirare la rabbiosa reazione nemica e di lasciare via libera ai carri dilaganti più a sud. In una pausa della battaglia, illanguiditasi al sole già rovente si stacca dalle linee avversarie una macchinetta inalberante un cencio bianco: un parlamentare. Il fuoco cessa. Gli uomini sporgono il capo dai ripari, incuriositi. n colonnello comandante la colonna della « Folgore » s'è fatto incontro con un interprete alla vettura, oltre le linee. La macchinetta, una Willys desertica, s'arresta e ne discende un piccolo e petulante generale neozelandese col cappellaccio sulle ventitrè. Scambio gelido e corretto di saluti. Indi il parlamentare nemico si volge all'interprete e gli fa un discorsetto, in tono concitato, picchiando l'indice sull'orologio a polso: <<Che dice? >> << Dice che ha venti batterie schierate a circolo attorno a noi pronte ad aprire il fuoco. Ci concede mezz'ora di tempo per arrenderci. » Il nostro colonnello consulta a sua volta l'orologio. « Rispondigli che ha da fare con dei battaglioni d'assalto italiani che considerano la sua offerta come un insulto. Gli concedo cinque minuti per tornarsene onde è venuto. » · L'interprete traduce. Il generale diventa paonazzo e inghiotte saliva. Sembra che voglia dire qualcosa 146


poi ci ripensa, saluta, brusco, e se ne va. Dopo cinque minuti, orologio alla mano, il fuoco riprende violentissimo. Passano le ore. Il sole meridiano, abbacinante, arroventa gli elmetti, le armi e ogni cosa d'intorno. La battaglia accenna· ancora ad illanguidire ma non più per stanchezza bensì per manovra. Le artiglierie hanno sospeso il tiro ed i serventi, stravaccati all'ombra degli scudi, dormono d'un sonno pesante come piom· bo, esausti per la veglia. Sul fronte della colonna meridionale le forze corazzate sono ormai allargo, sotto la protezione dei ragazzi inerpicati sulla vetta di Qaret El Himeimat, e convergono frettolose verso settentrione per piombare sul tergo dello schieramento avversario. La colonna centrale, alleggerita, è partita nuovamente all'attacco ed incalza il nemico che ripiega precipitosamente per sottrarsi all'accerchiamento. Il generale neozelandese è nuovamente alle prese col colonnello della « Folgore >>, non più in qualità di parlamentare ma di prigioniero. E il comandante della quinta brigata nemica, ormai scompaginata. Dice qualcosa aJl'interprete, col tono forzatamente disinvolto di chi voglia fare buon viso a triste destino. « Cosa dice? >> · « Che non s'immaginava, venendo a parlamenta· re, di finire così la giornata. >> « Rispondigli che sono cose che capitano a chi bazzica la "Folgore".>> Osservo le ultime fasi della battaglia di rottura delle alture di Qaret El Himeimat. I ragazzi che han. no occupato la « gara >> lavorano allegri, di buona 147


lena, a sistemarla a difesa. Con facile assonanza meneghina l'hanno già ribatezzata la « Carètta d'i bei matt » e ridono, felici della trovata. Dalla « Carètta d'i bei matt » si domina tutto il campo di battaglia. Si distingue col binocolo, lontana ma nitida, la colonna della « Folgore » che avanza sulle posizioni della quinta brigata neozelandese. Ad oriente, un fitto polverone ristagna sulle nostre divisioni corazzate che procedono a ventaglio, in formazione di combattimento, nelle retrovie avversarie. In alto alcuni caccia capriolano, inseguendosi, e disegnano eleganti arabeschi di fumo sulla seta pura del cielo senza nubi. Più ad oriente, lontanissima, un'altra nube di polverone preannuncia l'afflusso massiccio delle forze corazzate avversarie che accorrono a tamponare la falla. Peccato. Se avessimo due o trecento carri in più, in luogo d'una puntata offensiva e d'uno sbalzo in avanti di venti chilometri potremmo ora marciare su Alessandria. Peccato. Nel mentre osservo col binocolo i nostri carri che marciano in battaglia contro la nube di temporale che avanza da oriente, mi torna improvvisa alla: mente, per istintiva assonanza d'idee, la visione not- turna dell'amico mio cavaliere appollaiato sulla prua dell'l!utoblindo. Mi pare la sintesi di questa nostra guerra in cui si appende il cuore oltre la corazza, in sprezzante sfida all'avversario . . Domani il bo1lettino dirà, laconicamente, che « Nostre unità corazzate hanno effettuato puntate 148


nello schieramento nemico distruggendo tanti mezzi corazzati e tante batterie >>. Peccato che non possa dire di questo nostro éuore appeso come un ex voto sull'acciaio brunito di una corazza.

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L'ULTIMA CANZONE DI GENNARINO ESPOSITO

Settembre 1942 Non ricordo bene come si chiamasse, chè non era del mio reggimento, ma d'una batteria anticarro divisionale assegnata in rinforzo. Tutti lo chiamavano Gennarino e, per chiarezza di racconto, immaginerò che il suo cognome fosse Esposito. Mi narrò la sua storia giovanile un ufficiale napoletano della batteria, una sera che m'ero fermato a sentire quel ragazzo mentre cantava al chiaro di luna, sulla linea dei pezzi. Lo conoscevano tutti, prima della guerra, fra Santa Lucia e Marechiaro. Piccolo, magro con occhi vivaci e bellissimi nel volto olivastro di « scugnizzo » ventenne, vestito d'estate e d'inverno d'un abituccio nero striminzito, Gennaro Esposito - Gennarino per gli intimi, « don » Gennaro per gli estimatori era indubbiamente il miglior « posteggiatore » che 151


cantasse canzoni nelle trattorie inghirlandate di lumi, in riva al mare. Fra « Zì Teresa >> e « L'Allegria» non v'era ugola tremula di tenorino appassionato atta a competere con la sua. Aveva un timbro caldo e limpido, una mimica eloquente, una facoltà così istintiva d'interpretare le canzoni della sua terra che i commensali s'incantavano a sentirlo, col rotolino degli spaghetti a mezz'aria. Più d'una trattoria se lo sarebbe volentieri accaparrato con contratto regolare, chè il disporre in permanenza della « paranza >> di Gennarino (formata da lui, da don Peppino il chitarrista e dal mandolinista don Ciccillo) avrebbe certo significato tavoli gremiti ogni sera. Ma Gennarino, per motivi che non amava discutere, preferiva mantenersi indipendente. Diceva di giorno in giorno ai suoi luogotenenti: « Peppì, stasera facciamo " Zì Teresa" e "A Bersagliera"» oppure « Domani ci passiamo Posillipo ». E quando Ciccillo che aveva i piedi dolci e non amava trascinarsi da un locale all'altro - tentava di dimostrare al capoparanza i vantaggi d'un ingaggio stabile, Gennaro Esposito gli rispondeva fra il serio e il faceto: « Ciccì, tu non capisci niente. Tu non sei nato poeta comm'a me». Perchè Gennarino, sia pure a suo modo, si sentiva veramente poeta. Non di quelli, intendiamoci, che le poesie le scrivono perchè le pensano. Aveva una facoltà sensoria quasi epidermica delle bellezze della natura, delle forze vive di un paesaggio, del colore pittorico del suo golfo, che gli riempiva il cervello di ritmi e i polmoni di ossigeno. Bastava ch'egli rimirasse il cielo o il mare, in una di quelle 152


lucide serate napoletane da cartolina al platino, perchè dentro gli si ridestasse all'istante un formicolio creativo. In altri, scrittori o pittori, quel formicolio avrebbe messo in azione l'ingegno o la mano; a Gennarino vellicava l'ugola. Un poeta di professione ci avrebbe composto un poema; Gennarino cantava i poemi composti dagli altri : il che, con vostra licenza, è ancora poesia. Cantava di tutto: serenate, "tarantelle e canzoni appassionate. Cantava in dialetto e in lingua, ma con spiccata preferenza per i canti della sua terra. E al suo eclettismo di repertorio appaiava quell'irrequieto vagabondare che lo spingeva ogni giorno da Castel dell'Ovo al Capo Posillipo come un poeta vero alla ricerca dell'estro. Poichè per cantare a dovere « partono e bastimiente » lui si doveva vedere a S. Lucia, in un mattip.o un po' freddo e caliginoso. << Piscatore, sto mare e' Posilleco >> lo ispirava solo dalla terrazza dello scoglio di Frisio. E avrebbe giudicato un delitto di lesa poesia far tuzzuliare la sua passione per Carull altrove che alla finestrella di Marechiaro, per quanto oltraggiosamente artefatta e adorna di gerani finti. << Gennarl, suonaci un fox-trot >>, dicevano talvolta, per farlo arrabbiare, i clienti abituali delle sue trattorie. E ridevano di gusto nel vedere la smorfia di nausea che arricciava il volto espressivo del posteggiatore celebre. Poichè egli - lo sàpevano tutti - aveva in . orrore la musica furastiera e si rifiutava energicamente di cantarla. Anzitutto essa non si confaceva, con quei ritmi nervosi e quei singhiozzi sincopati, 153


alla vena fluida della sua voce e al trillo flebile dègli strumenti della « paranza ». E poi quella musica gli sembrava deturpare irreparabilmente, con le sue note ispide, quel paesaggio tutto a curve e mezze tinte che aveva innanzi. Era roba d'altri paesi che stonava nel golfo di Napoli come, non so, una tribù di pellirosse che si fosse accampata sulla << rotonda » di via Caracciolo. Egli deplorava in termini roventissimi il decadere del gusto popolare che aveva portato di moda negli ultimi anni quella cianfrusaglia musicale d'oltremare. ' << Ma è musica che piace ai furastieri >>, tentava convincerlo lo spirito utilitario di Peppino. << Non vogliono più canzoni con Carolina e Marechiaro; vogliono Broduè e Nolulù >>. Gennarino allora s'inferociva: << S'hanno a' f ... loro, Broduè e Nolulù. Se non gli piace la musica nostra, se ne stessero a casa loro >>. E rimaneva rabbuiato, come rimuginando ricordi e rancore. Poichè non era solo di carattere musicale .la sua antipatia per quella gente d'oltreoceano. V'era dell' altro: e lo confessò al suo ufficiale in una di quelle notti di deserto così propizie alle confidenze e ai ricordi. Gennarino Esposito ave\'a avuto un'infanzia assai diflicile. Proveniva dai ranghi degli << scugnizzi >> e dei senzatetto. Di chi era figlio? Non lo sapeva bene neanche lui. I suoi primi ricordi si perdevano in un dedalo di vicoli e di cenci stesi, fra cumuli di spazzature in cui egli razzolava bambino come un cagnolino randagio. Crebbe così per anni, vagamente affidato a una par~nte, sinchè fu lanciato nel !ahi154


rinto cittadino a guadagnarsi il pane quotidiano capriolando dietro le carrozze trasportanti forestieri. Di questo periodo Gennarino serbava un ricordo di brage. Un ricordo impastato di umiliazioni, di sporcizia e di miseria morale. Sono pochi forse, fra i non partenopei, a sapere quale sia la vita degli « scugnizzi >>, piaga miserrima della più bella tra le nostre città. Ma Gennarino non l'aveva dimenticato, lui che quel triste tirocinio aveva vissuto. Per anni ed anni - dieci, dodici - aveva campato di elemosine sprezzantemente gettategli da turisti stranieri in cambio di un lazzo o di una capriola.-E le pedate allungategli dai marinai anglosassoni ubriachi. E le istantanee « di colore », più avvilenti di una pedata, in cui la miss lo ritraeva col grappolo di spaghetti pendenti sulla bocca. E le mille incombenze, umili, ripugnanti e spesso oscene, cui lo piegava lo sprezzo dei forestieri calcanti la sua terra come un suk levantino o uno ·scalo di postriboli dell'oriente. Così aveva vissuto Gennarino Esposito sinchè, adolescente, era stato raccattato e ricoverato in un istituto in cui s'era lentamente ripulito, nel fisico e nel morale. Il servizio militare, fatto in artiglieria, aveva completato la bonifica di quel figlio della strada. La sua indole, sostanzialmente buona ·e sana come quella di tutti i napoletani, era riapparsa intatta sotto la incrostazione degli anni e della miseria. Dirò di più: quel lungo tirocinio di nomadismo straccione, le mille notti trascorse all'aperto, quel nutrimento quotidiano fatto più di sole e di salsedine che di cibi sostanziosi, avevano sviluppato in lui una sensibilità 155


spirituale ch'era forse la causa prima del suo successo come cantore popolare. Il cielo, il mare ed il miraggio di una Carulì eterni spunti del canto partenopeo - erano state le prime sensazioni belle e buone della sua infanzia di senzacasa e senzamamma; ed egli nutriva per essi lo stesso affetto nostalgico che noi abbiamo pei ricordi della nostra gioventù. Così come egli serbava per quei marinai rossicci dal berrettino bianco, per quelle miss angolose e aride, ~r tutto il forestierome allignante negli alberghi servili, un ricordo doloroso e ostile che gli faceva evitare i loro tavoli nelle trattorie scintillanti di luce in riva al mare. <<Gennarl, ci stanno furastieri >>,, gli annunciava talvolta Peppino affacciandosi con la chitarra alle trattorie e progettando guadagni straordinari. << S'hanno a strafucà senza le canzoni di Gennarino Esposito >>, ribatteva lui. E se ne andava dignitosamente alla ricerca di ascoltatori di sangue nostro. Come fu che la scorsa notte, durante l'improvviso attacco di quei carri armati, l'artigliere paracadutista Esposito prese improvvisamente a cantare mentre il pezzo sparava a ritmo accelerato? L'ufficiale che mi raccontò l'episodio non me lo seppe precisare. Fossero i compagni serventi a dirgli << Gennarino, canta >>, come nelle sere tranquille di luna sul deserto; forse un suo istintivo impulso d'entusiasmo nello sparare così, in caccia, contro quei bestioni avanzanti nella notte, certo è che, nel frastuono del combattimento, si udì improvvisamente la voce d'un cantore levarsi dalla linea. << Chi è? >>, chiese dal vicino osservatorio il co156


-lonnello, che non era uomo da ammettere facezie in quel frangente. Un sottufficiale s'informò e rispose: «È Esposito, quell'artigliere della batteria che da borghese faceva il "posteggiatore". Devo telèfonare che lo facciano tacere? » Il colonnello, curvo a sbinocolare da una feritoia nel buio striato di vampe, esitò un istante e rispose con un'ombra di sorriso: <<No. Lasciate pure che canti ». Un'ora buona durò lo scorcio di battaglia fra quel centinaio di carri che s'intignavano a sfondare le nostre posizioni di Munassib e i nostri che, dalle buche dei capisaldi, reagivano col fuoco e con contrassalti rabbiosi. E per un'ora si udl la voce di Gennarino, smozzicata dallo schianto ringhioso dei quarantasette. Doveva certo cantare a squarciagola il posteggiatore di Posillipo, chè echi di canzoni, nelle pause di silenzio balistico, giungevano con la brezza notturna sino ai centri di fuoco avanzati facendo volgere un istante volti stupiti e sorridenti. << Chi è? È Esposito. È Gennarino che canta >>. E i ragazzi riprendevaho a sparare di miglior lena, animati da ·quella voce come da una fanfara eroica. Il canto durò un'ora e poi tàcque di colpo, travolto da uno schianto improvviso che s'abbattè assai vicino all'osservatorio, provocando una valanga ~ sacchetti a terra. Vi fu nella notte un gracidio multiplo di cicale telefoniche. << Che c'è? Colpo in linea? >> << Sissignore, in batteria ... Danni non gravi a un pezzo. Qualche ferito >>. 157


Poi la sparatoria s'illanguidl, cessò e telefonarono dalla linea che i carri inglesi ripiegavano. Sette od otto carcasse in fiamme illuminavano la notte di bagliori. Più tardi il colonnello si recò al posto di medicazione a visitare i feriti. Ve n'erano una trentina e fra questi Gennarino, disteso pallidissimo su una barella. Aveva una feritaccia al ventre e il dottore fece cenno ch'era cosa assai grave. L'ufficiale st chinò sull'uomo che sofi~iva cosciente, a occhi aperti, e gli mormorò qualche parola di plauso e d'incoraggiamento. Gennarino contrasse il voltq in una specie di sorriso e prese a parlare, .ansante, con un filo di voce: << Scusate, signor colonnello, se cantavo ... ma volevo che quei fetentoni sentissero ... che c'era pure Gennarino Esposito ». Una pausa e poi, come ricordando : <<Me ne hanno dati calci quando ero guaglione, . e io, quant'è vero Iddio, non ho mai voluto cantare pe' loro ... Oggi è stata la mia vendetta .. . serenata con accompagnamento di cannone ... » · Il comandante assentì col capo e gli pose una mano sulla fronte come a dire che capiva, ch'egli aveva fatto benissimo, ma che ora risparmiasse il fiato prezioso. Poi usci perchè gli occhi gli pizzicavano . . Rimase attorno alla barella un gruppetto di artiglieri napoletani a vegliare l'amico. Più tardi Gennarino fece un cenno verso il telo della tenda e l'infermiere si affrettò ad aprirgliene un lembo. Penetrò una folata di brezza notturna, che parve rianimare il morente. Questi riapri gli occhi e inaspettatamente, con un filo di voce, riprese a can158


tare. Erano esili brandelli di canzoni, sospirati più che detti. Si capiva che nella mente già ottenebrata sfilavano fugaci visioni di golfo, pallide scene del suo passato, immagini sbiadite di uomini e cose di lassù. Difatti, a un certo momento, egli ebbe ancora un'ombra di s~rriso e lo udiro~o vaneggiare: << Peppl... tu non se1 ... poeta comm a me >>. Si spense all'alba, mentre le prime luci già indoravano il deserto.

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QUOTA 132 NORD Settembre 1942 L'ordine è giunto improvviso, nel cuore della notte. Era .cosl urgente che l'ha comunicato per telefono un ufficiale dello Stato Maggiore del Corpo d'Armata in persona: « ... Allora siamo d'accordo: alle prime luci il' battaglione deve aver raggiunto q. 132 Nord. Mi raccomando: 132 Nord. Attenti a non sbagliare. Non appena giunto in sito il comandante del battaglione si sistemi a difesa e prenda collegamento per radio. » << Sta bene. Intesi. >> Al lume d'una candela il comandante spiega la carta topografica e ricerca: centodue, centoventitrè, centosedici, centotrentadue. Cribbio, ce ne saranno quattro o cinque di quote 132. Ma la Nord dev'essere questa. Sl, è decisamente questa. Vediamo un po': dieci, quindici, venti centimetri. A occhio e 161


croce la località dista venti o venticinque chilometri. È mezzanotte. Per essere in sito all'alba bisogna che i ragazzi tengano un passo di almeno sei chilometri all'ora. Camminando nella sabbia sarà un affar serio. Ma, visto che questa quota 132 è cosl importante, hanno da arrivarci in tempo e lo faranno, a rischio di scoppiare. E puntualmente, alle prime luci, il battaglione raggiunge a tempo di primato la località desertica che, a detta della carta topografìca, è sita centotrentadue metri sul livello del mare. La questione merita però due parole di storia retrospettiva. Molti anni fa (esattamente sedici, a giudicare dalla data segnata in calce alle carte topografìche inglesi di cui ci serviamo) è transitata in questo tratto di deserto una carovana: cammelli a racla, cammelli da carico, casse, guide e via dicendo. C'era un certo ingegnere topografo Smith, un paio di assistenti egiziani e dei fellahin portatori di stadia. La carovana si è arrestata in questi paraggi e si è accampata. Io non c'ero ma vedo la scena: una bella tenda a doppio tetto per l'inglese, due tendine modeste per gli assistenti in tarbusc e sabbia rovente per gli indigeni. Poi hanno scaricato tacheometri, sedie a sdraio, goniometri, ghirbe d'acqua, alidade, 1ettini da campo, livelle, archipenzoli, casse di whisky, bussole goniometriche, zanzariere, declinatori, tavolette pretoriane e hanno iniziato la levata topografìca del deserto occidentale egiziano. Zona Deir El Qattara, foglio 5, quadrante S. E., scala 1:50.000. lo, ripeto, non c'ero, ma sono certo che i lavori dovevano svolgersi all'incirca in questo modo. Al 162


mattino, col fresco, la missione topografìca si trasferiva in una data località, ad esempio su questa gobba del terreno ave adesso ho il mio osservatorio. Qui veniva piantato un ombrellone, sotto l'ombrello si installava una sedia a sdraio, sulla sedia a sdraio l'ingegnere. « W hat a filthy place! Paesaccio della malora », esclamava lui guardandosi intorno ed asciugandosi la fronte. « Mi domando che bisogno c'era di mandarci a fare una levata topografìca quando non vi transiterà mai un cane. Quattrini buttati via. Be', Ahmed ed Idris, al lavoro ». Indi si metteva il casco di sughero sul naso e si appisolava. Ahmed ed Idris spiegavano lemmi lemmi i treppiedi degli istrumenti e sguinzagliavano tutt'intorno i portatori di stadia. Questi facevano cinquanta passi e si mettevano a sedere, affranti dallo sforzo Ahmed ed Idris urlavano un po' per la forma, sbinoccolavano distratti attraverso i loro istrumenti e poi calcolavano, cosl a occhio, se il terreno era più alto o più basso dei cento metri di quota. Se erano di buon m~ore largheggiavano nel conto .e stimavano più di cento. Disseminavano allora di puntolini neri, emi criterio artistico, il foglio da disegno e vi scrivevano accanto q. 95, q. 87, q. 99, oppure q. 127, q. 109, q. 132. (Uno dei due, forse Ahmed, doveva avere una speciale predilezione per la quota 132, perchè nella zona attorno al mio osservatorio, in uno spazio di quattrò chilometri quadrati, la vedo riportata ben dodici volte). Quindi s'accosciavano in terra e prendevano a parlare di più interessanti argomenti: del calo dei prezzi del cotone, ad esempio, 163


o di quella ragazza un po' scontrosetta di piazza Mohamed All. Quando il sole cominciava ad arroventare la tela dell'ombrellone, l'ingegnere si svegliava in sudore. <<Fatto? >>, domandavq. << Fatto >>, rispondevano gli assistenti e gli mostmvano il foglio su cui, frattanto, le mosche avevano aggiunto qualche quota per conto loro. L'inglese dava un'occhiata distratta al piano quotato, faceva: << Peuh, peuh! >>, e diceva magari: <<Qui mi sembra un po' .vuoto >>. Ahmed, zelante e coscienzioso, seminava a caso altre ·quattro o cinque quote 132 fra le caccole di mosche. Poi ripiegavano i treppiedi degli strumenti e se ne tornavano al campo a far colazione, con la serena coscienza di chi ha ben compiuto il suo dovere. Dopo quattro o cinque giornate di << battute >> ricaricavano sui cammelli alidade, tachimetri, stadie ed ombrellone e· riprendevano il loro viaggio. Ad eternare il ricordo dell'importante tappa della Special Topographical Anglo-Egyptian Campaign restava solo qualche bottiglia vuota e delle lattine sventrate in cui le chiocciole facevano il nido. Il deserto si riaddormentava nella sua quiete secolare. Rientrata al Cairo, la missione consegnava il frutto delle sue fatiche ad una Field Charting Company che ripassava i disegni in bella copia, vi alluminava qualche altro segnetto, aggiungeva delle scritte << di colore >> come stony ground o mobile sands o rain pool e dava il tutto alle stampe. Ne veniva fuori una bellissima edizione, in quattro fogli a tinte ipsometriche, d'un deserto occidentale che a quello vero rassomigliava quanto un cavallo a una moto164


cicletta. L'ingegnere topografo inglese ci guadagnava una bella gratificazione dal Governo egiziano e una menzione d'onore dalla Geographical Society. E se la coscienza professionale gli rimordeva un tantino egli l'acchetava dicendosi: << Ch'io sia dannato se ci andrà mai nessuno, laggiù, a verificare ». Invece sedici anni dopo, come fu come non fu, quel tale tratto arroventato di deserto corrispondente al foglio 5 di Deir el Qattara, scala l: 50.000, pullulava di gente più di Piccadilly Circus in un pomeriggio domenicale. E c'erano degli ufficiali di Stato Maggiore, magari inglesi, che chini su un esemplare della carta topografica, edizione 1925, ordinavano ai dipendenti reparti di << raggiungere al più presto q. 132 e di sistemarvisi a difesa, prendendo contatto con la colonna di destra eccetera eccetera >>. Accadeva che i reparti, cammina cammina, giungevano press'a poco in quella zona e non trovavano nulla che rassomigliasse, sia pure vagamente, ad una quota 132. Cerca di qua, cerca di là: niente. Consultavano ancora la carta: in prossimità del punto ricercato c'era magari un segnetto con la scritta << Conspicuous hill >>: collina visibile a grande distanza. Ma tutt'intorno, a perdita d'occhio, non si scorgeva manco un poggetto alto cosi. E allora il comandante di quel reparto si diceva: << Ragazzo mio, se ti azzardi a comunicare che la quota 132 non l'hai trovata, ti diranno che sei un fesso, che la carta non può sbagliare e che tu non conosci il tuo mes tiere >> . E allora fabbricava un cartello con un fondo di cassa di gallette, ci scriveva in stampatello << Q. 132 >> e lo piantava nella sabbia. Poi radiotelegrafava al 165


suo Comando: «Raggiunto noto obbiettivo alt nessuna novità ». Per la qual cosa gli dicevano bravo e nasceva alla luce della storia la quota 132. Senonchè la posizione sul terreno della ipotetica q. 132 era assai diversa da quella, non meno ipotetica, della carta. E c'era modo di avvedersene ai primi tiri di artiglieria, allorchè un gruppo di batterie incaricato, putacaso, di « effettuare tiri di protezione sul fronte del nuovo caposaldo di q. 132 >> compiva in . buona fede i suoi bravi calcoli in gittata e direzione sulla carta inglese, poi apriva il fuoco con i dati di tiro cosi ricavati e, invece del nemico, andava a colpire le cucine del proprio Comando di brigata. Ne nasceva un putiferio di telefonate in cui tutti si davano scambievolmente del cretino. Alla fine s' acchetavan~ e attribuivano l'equivoco alle troppo numerose q. 132 raf!ìgurate sulla carta. Ed il Comando decideva: ad evftare il ripetersi del noto mali!lteso '"'-' che ha turbato la confezione del rancio della tale brigata, prescrivo che la quota ov'è sistemato il caposaldo assuma la denominazione di q. 132 Nord. E cosi si affermava rìella storia del deserto la q. 132 N. Il ripiano sassoso denominato in tal modo acquistava di riflesso individualità ed importanza che valevano a distinguerlo da tutti i centomila altri ripiani similari disseminati nei dintorni. Due giorni prima si ignorava sinanco l'esistenza d'un cantuccio di mondo denominato q. 132 N. Due giorni dopo la sigla era sulla bocca di tutti, familiare come un indirizzo di casa. «Dove stai? >> «A quota 132 N>>. Come chi dicesse: in corso Vittorio 42. Poichè non era più un punto topografico bensi una « posizione >>: 166


il ché è assai differente. Vi sorgevano attorno reticolati e fortificazioni, si scavavano trincee, si stendevano campi minati, si schieravano batterie, mortai, mitragliere, pezzi anticarro: tutto in difesa di q. 132 N. Il nemico, stuzzicato da questo spiegamento di forze, moveva un bel giorno all'attacco della importante posizione e sanguinosi combattimenti si svolgevano attorno al cartello, già fondo di una cassa di gallette. Uomini vi morivano, altri ci guadagnavano medaglie e promozioni. Se ne parlava persino nei bollettini: « Violenti attacchi nemici sono stati stroncati innanzi alle nostre posizioni di q. 132 N. >>, oppure: « Con indomabile slancio le nostre truppe hanno conquistato d'assalto le posizioni avversarie di 132 N >>. Questi quattro palmi di sabbia divenivàno col tempo l'epicentro di un flusso e riflusso operativo influenzante l'andamento della intera fronte. Quando finirà la guerra, sui libri di storia si parlerà della << prima >> e della << seconda offensiva di quota 132 N >>, e vi saranno degli studiosi che si accapiglieranno per stabilire se l'attacco è avvenuto a destra o a sinistra della quota. Questa sarà consacrata all'eternità col nome di << Quota 132 della Battaglia » e, nelle nuove carte, vi disegneranno accanto due sciabole incrociate; il ché, in lingua topografica, significa << località ave si è svolto un importante fatto d'arme >>. Magari costruiranno un'apposita strada da Alessandria e ci verranno i turisti in torpedone. Ed ora ragioniamo. Svisceriamo la questione, ricerchiamo il motivo determinante degli avvenimenti: l'« essential clue », come dicono nella criminologia britannica. Tutto ciò perchè? Petchè l'ostinata occu167


pazione di questo tratto di deserto e non di altri, magari topograficamente più importanti; perchè gli attacchi e le difese, le lotte accanite, i feriti , i morti, la celebrità, la storia? Perchè (ve lo dico in un orecchio, in tutta confidenza) perchè sedici anni or sono una mosca s'è soffermata un attimo di troppo sul piano quotato d'una missione topografica. Se quella missione avesse adoperato il « Flit >>, la storia avrebbe forse avuto un corso differente. Convenitene: sono cose che fanno meditare.

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NELLE RETROVIE Settembre 1942 La guerra è bella ma, con licenza di Paolo Monelli, oltre che scomoda è spesso noiosa. Questo trascorrere le giornate distesi in una fossa rovente come cadaveri in un forno crematorio, sènza poter mettere fuori il capo chè v'arriva la contravvenzione d'un paio di granate, è impresa da mettere i nervi a dura prova. Si ha un bel çercare di renderla comoda, la « buca >>, con un materasso di sabbia fina nel fondo e nicchie e nicchiettè nelle pareti, sì da avere a portata di mano borraccia, pistola, sigarette, scacciamosche, ritratto dell'amorosa, bombe a mano e un pezzo di galletta, talehè tra le dimensioni, la forma e quei buchi nelle pareti pare proprio d'essere in un << soggiorno >> disegnato da Busiri Vici per una famiglia di talpe. Ma il tempo, giurabbacco, non passa mai. Dodici ore trascorse a questo mOdo, col sole a per169


pendicolo sul telo, teso sulla buca a mo' di tetto, sono eterne. Quando s'è mutato quattro o cinque volte l'orientamento degli spiragli del tetto nella illusione che vi si infili un rivoletto d'aria, riletta per la decima volta l'ultima lettera di casa stantia d'un mese o tentato, per la ventesima, d'interpretare le figurine del Mare' Aurelio in edizione tedesca che vi hanno dato quindici giorni or sono come conforto letterario, non v'è proprio nulla da fare. E allora v'arrovellate, vi agitate, pensate a quelli che passeggiano in via Veneto e prendono il, gela to, alla Resina che certo civetterà con qualche imboscato, alle altre in costume a due pezzi sulle spiagge di Castel Fusano o di Riccione, e vi vengono pel capo quelli che le signore del primo Novecento chiamavano i « vapori >>. Talchè di tanto in tanto si leva da qualche buca una furibonda litania di moccoli, e a sera, quando l'oscurità consente di risuscitare da quelle sepolture, ne emergono dei Lazzari esasperati, con l'espressione di chi darebbe un manrovescio al resto dell'umanità. Poi l'indole buona dei ragazzi ha il sopravvento e tra il fresco della-sera bevuto a torso nudo attraverso ogni poro e un coretto di canzoni friulane cantate a mezza voce ·si ricaricano gli accumulatori del buon umore per la sepoltura dell'indomani. Per alleviare di tanto in tanto il tormento di queste lunghe giornate in linea v'è chi ha pensato di istituire un turno di « permessi >>. Ogni giorno una squadra va a godersi qualche ora di libertà nelle << retrovie ». Le << retrovie >> vanno dalla sede del Comando di battaglione alla vicina pista desertica. Non è un gran viaggio il giungervi, chè dalla linea 170


ci si impiega poco più d'un quarto d'ora. Ma è già un anticipo di mondo. E vi si può stare in piedi senza' troppe cannonate, far visira a:Il'amico aiutante di Sanità e godersi lo spettacolo del « passeggio »: le autocolonne che transitano polverose sulla pista. Magari qualche autista si arresta per un guasto o per chiedere informazioni e v'è allora modo di scambiare quattro chiacchiere con « forestieri » ed aver notizie di quel che accade nel resto dell'universo, ol1re quella serie di groppe che recinge l'orizzonte e la vita del reggimento. Senza contare che quei due chilometri quadrati di deserto, che a me ed a voi appaiono pelati ed • insulsi come un ginocchio, hanno in serbo per chi ci sappia frugare sorprese e risorse invero pregevoli. Pensate che c'è qualcuno che vi ha persino scoperto l'acqua. · È stato il << tranviere » che per primo l'ha trovata. È un ragazzo bolognese, alto e massiccio come un corazziere, che da borghese faceva il meccanico. Lo chiamano il tranviere perchè una volta, in una guarnigione italiana, stanco d'attendere ad un capolinea il beneplacito d'un conduttore tranviario che si ostinava a voler partire alle 18,07 e non voleva intendere che certe ragazze attendevano in piazza alle 18, sall con altri compagni sulla vettura, s'installò al posto del manovratore e si portò via il tram. Poi, a dire il vero, non era ben capace di fermarlo e ancora oggi in quella città ricordano la corsa ansimante del carcassone gremito di paracadutisti, inseguito dai pompieri e da metropolitani in motociclo. Per buona ventura non accadde nessun 171


malanno; il comandante del presidio, ch'era uomo di spirito, finì col riderei su e il « tranviere » se la cavò con dieci e venti. Ma il nome gli rimase. Dicevo che il « tranviere >> ha trovato l'acqua. Almeno cosi si mormora nei crocchi riuniti a veglia e la notizia, un po' per l'importanza intrinseca ed un po' perchè si è a corto d' aJ.tri argomenti, si è sparsa in breve in tutto il reggimento. Vi sono, è vero, degli increduli che dicono: « Va là, rutte balle, io ci sono stato in permesso e non c'è neanche una pozza grande cosi ». Ma gli informatori sono perentori: l'hanno visto con i Loro occhi, il tranviere, che tornava con la borraccia piena. E anche l'aiutante di Sanità e il tale e tal altro « paesano >> del bolognese avevano la borraccia piena. E mica una volta sola. Tutte le volte che vanno in permesso tornano con l'acqua. Ieri ne avevano addiritrura una tanica da venticinque litri e ne hanno offerta agli altri ed è stata una festa per rutta la squadra. Si sono fatta persino la barba. « La barba? » << Ti assicuro, la barba. Se non ci credi valli a vedere ». Al controllo la notizia è risultata esatta. L'intera terza squadra di quel plotone era rasata di fresco . In quanto al tranviere rdoveva essersene fatta addirittura una spanciata, di acqua, chè era Il disteso in buca rimettendo sudore da rutti i pori, con l'aria beata di chi s.'è tolto una voglia famosa. Ma alla richiesta di notizie sul pozzo misterioso faceva orecchio da mercante: Pozzo? Che pozzo d'Egitto!, rideva. Tutti pettegolezzi di gente cattiva, lui di pozzi non ne conosceva, andassero pure a controllare. E non c'era verso di cavargli altro di bocca. Ma la be172


vuta lui e i suoi amici se l'erano fatta, questo era positivo. Se l'acqua avesse puzzato come il vino, quella squadra avrebbe saputo d'ubriachi lontano un miglio. La faccenda andò avanti per ).lfi buon mese. Tutta la divisione deperiva, assetata, e quegli uomini erano lustri e tondi e quando camminavano facevano gluglu nella pancia come cavalli dopo l'abbeverata. Sinchè un giorno scoppiò la <<grana »: un ordine d'inchiesta del Corpo d'Armata su certi misteriosi incidenti che capitavano alle autobotti in transito sulla pista. E la verità venne a galla. Quel manigoldo d'un tranviere - come ho detto - aveva il bernoccolo della meccanica. Qualsiasi congegno- motore, arma o mina- non aveva segreti per lui. Ci trafficava dentro, lo smontava, lo rimontava e dopo un po' n'era padrone come se l'avesse inventato lui. Orbene, passeggiando nelle « retrovie >> in un pomeriggio di permesso, egli aveva scoperto in un buco celato nella sabbia un piccolo deposito di mine inglesi a strappo, vecchie e rugginose che sembrava dovessero esplodere solo a guardarle. La fervida fantasia del tranviere aveva subito intuito qual partito trarre da quei pericolosi ferrivecchi. Allorchè andava in permesso ne prendeva un paio e le svuotava delicatamente dell'esplosivo, solo !asciandovi il detonatore ed un po' di polvere nera. Poi, con alcuni compari, andava a seppellire sulla pista bazzicata dalle autobotti in transito. Indi ci attaccava il capo d'un cordino e, con in mano l'altro capo che comandava l'accensione, s'appiattava poco lontano in attesa dell'occasione propizia. Passava un'autocolonna, un'altra, sfilavano auto173


botti in processione e lui fermo. Infine appariva quello che gli ci voleva: un'autobotte isolata, con un unico conducente. Quando la macchina era con le ruote sulla mina nascosta, uno strappone al cordino e, bùm, una sfumacchiata nera s'innalzava innanzi al radiatore. Il conducente bloccava i freni e si precipitava spaventato giù dalla cabina a vedere cosa fosse accaduto. Accorreva anche il tranviere con un compare: « Poveraccio, che t'è capitato? Dev'essere una mina inglese ». «Ma è impossibile;; sono passato di qui tante volte; si vede che c'è un vecchio campo minato sconosciuto. Strano però che non abbia fatto danni ». « Va là, on lamentarti che sei fortunato >>. Ma in quella il tranviere si faceva serio, si chinava ad osservare. la nuca del malcapitato conducente, gliela toccava delicatamente col palmo della mano (preventivamente spalmata di vernicetta rossa) e gli diceva: « Ma. tu sei ferito ... >> << Io ... dove? » « Qui, all'occipite. Tocca tu stesso >>, e gli accompagnava la mano sino a tastarsi la nuca impiastricciata. <<Oh Dio ... »,gemeva quello vedendosi la mano rossa. << Ma ... non mi fa male ». <<È roba da poco. Una scalfittura. Sarà bene comunque che ti medichi. Vieni con me: a due passi c'è l'infermeria. Non pensare alla macchina, che ci fa la guardia l'amico mio >>. Si prendeva amorevolmente sotto braccio il presunto ferito, che a pensarci bene cominciava sl a senrire un certo dolorino e s'inteneriva sulla sua testa 174


rotta, e lo accompagnava dal compare infermiere, fuori vista. Frattanto l'altro dissotterrava borracce e ghirbe, le riempiva alla tanica dell'autobotte, cancellava col piede le tracce dell'acqua colata sulla sabbia e, quando ricompariva l'autista abbondantemente fasciato, aiutava a rimetterlo in cabina. Indi la commovente separazione: « Vai piano, mi raccomando, evita le scosse. >> « Stai bene fasciato e vai dal dottore il più tardi possibile. Sai come sono i medici militari: se ti va · bene, mezw litro di olio di ricino. Anzi, forse è meglio che tu non ci vada affatto, chè la ferita si chiude da sè. « Grazie, grazie infinite >>, faceva l'altro. E se ne andava scotendo il capo come a dire: « Ma guarda alle volte cosa capita in questo paesaccio a un disgraziatb conducente! Se non c'erano quei bravi paracadutisti ad assistermi, per bene che mi andasse mi buscavo un'infezione>>. Ed i bravi paracadutisti erano n che si sganasciavano dal ridere e bevevano a garganella, con sussulti di gioia retrospettiva, che gli faceva sbruffare acqua dalle connessure della bocca. Una bazza. La facenda andò liscia per sette od otto volte poi, come dicevo, ci si mise di mezzo il Corpo d'Armata e ci fu un'inchiesta. Il tranviere si buscò altri venti e trenta ed i compari poco meno. Ma tutti ci si' divertirono un mondo, anche nei Comandi. E lo stesso generale Ferrari Orsi, che pure è uomo notoriamente austero, quando venne in linea a sentire i 175


risultati delle indagini e seppe di che si trattava, dovè voltarsi a guardare altrove per mantenersi serio.

*** Un'altra preziosa risorsa delle « retrovie » s'è addimostrata la << palifìcata ». È questa una vecchia linea telefonica nota in rutto il fronte di Alamein. Parte dalla rotabile costiera nei pressi del marabutto di Sidi Abdurrahman e corti! diretta attraverso il deserto, sul tergo del fronte di battaglia, sino a inli.larsi nella depressione di El Qattara tra due altipiani chiamati agb El Khadim ed El Taqa. Poi esce dalle nostre linee e la si segue a vista, sino a che si perde nelle basse nebbie della depressione, verso l'oasi di El Maghra. Credo che raggiunga il Cairo. Questo vecchio allineamento di pali non serve più, beninteso, come allacciamento telefonico, ma è assai utile come direttrice d'orientamento. È anzi l'unica linea di riferimento del deserto. Le autocolonne di rifornimento che partono da El Dabà seguono a vista la « palilicata » e, senza bisogno di bussola o di calcoli, sono sicure di marciare verso sud-est e di non sbagliare itinerario. Di tanto in tanto sui pali v'è inchiodato un cartello con freccia indicatrice: <<Ariete », << Littorio >>, <<Brescia », << Folgore », e gli autocarri scantonano allora verso oriente e raggiungono le rispettive divisioni. La <<palificata» è quindi preziosa e vi sono ordini draconiani di non distruggerla. Ma ai fini della sua conservazione essa Ha il difetto o il pregio, a seconda 176


dei punti di vista, di essere di legno e cioè combustibile. Attraversando le « retrovie » essa passa accanto alle cucine dei reparti in linea, ove vi sono dei disgraziati cucinieri cui tocca il difficile compito di preparare il rancio senza alcunchè da ardere. Ai più vicini alla rotabile giungono con soddisfacente regolarità rifornimenti di combustibili, ma agli altri, perduti in fondo al deserto, di legna ne arriva assai di rado. Ragione per cui essi si sono dapprima arrangiati con qualche cespuglio secco, con le fiancate d'un relitto d'autocarro e con i rottami degli aerei abbattuti, ma ormai ogni risorsa in legname è esaurita e, a meno di bruciare i calci dei moschetti, non v'ha invero più nulla di combustibile in tutto il fronte di battaglia. V'è solo la « palifìcata », ch'è di ottimo legno secco e stagionato e arde ch'è una bellezza. , Vero è che gli ordini dell'Armata farebbero divieto di abbatterne i pali, ma - dicono con stringata logica i cucinieri - quale danno si arreca all'orientamento degli autocarri se, invece di un palo ogni trentacinque metri, se ne lascia uno ogni settanta? L'allineamento sussiste lo stesso e col palo abbattuto si può invece cuocere il rancio a un reggimento per tre giorni. Tutto sta ad operare con .garbo la sottrazione, segando nottetempo il palo raso terra e riallacciando i fili in alto sì che non ci si avveda dell'ammapco. Con questa avvertenza i cucinieri della << Folgore >> hanno potuto cuocere il rancio per un mese senza che alcun Comando brontolasse. Giorno però è venuto in cui anche il sistema di un palo sì e un rpalo no si è esaurito. E allora? E allora, di concessione in concessione, si è passati ad 177


un palo sì e due no, uno sì e tre no, fìnchè la « palificata » s'è sdentata come un vecchio pettine. A questo punto è intervenuta nuovamente l'Armata, chè fra un palo e l'altro s'erano creati intervalli di duecento metri e gli autocarri, nelle notti fonde, non si raccapezzavano più e vagolavano a zig-zag in cerca dei pali come ubriachi a caccia di lampioni. Il Comando dell'Armata, che scherza poco, ha decretato: chiunque abbatta ancora un palo sarà passato per le armi come reo di alto tradimento. E ha sguinzagliato dei motociclisti a marcare i pali come fossero alberi di bosco ov'è proibito il taglio. Per qy.;ùche gio.}"no in linea non s'è avuto rancio cotto ed i ragazzi mugugnavano. I cucinieri non sapevano dove dar di capo. Infine uno di essi ha avuto un'idea geniale. Pali non bisogna abbatterne, siamo intesi, ma se invece di essere alti, mettiamo, quattro metri, lo sono tre e cinquanta non si fa male a nes-suno. Gli autocarri li vedono egualmente, gli ordini sono rispettati e si ricupera un bel po' di legna. E così da qualche tempo la « palifìcata » va addimostrando preoccupanti sintomi di rachitismo senile: ogni giorno s'abbassa un po' di più. A vederlll di scorcio fra proprio pena; in certi tratti va giù giù sino a toccare terra con i fili desolatamente penduli: non deve essere -alta più di due metri, due metri e cinquanta al massimo. E il bello è che i motociclisti della polizia militare, che la percorrono quotidianamente, non s'avvedono del calo progressivo sino a che non hanno gli isolatori ad altezza d'uomo. Ieri ve n'era uno, di questi agenti, che osservava grattandosi il cranio un palo non più alto di settanta cen178


timetri. Era perfettamente a posto come sito, isolatori, filo, marca; non gli mancava nulla per essere un palo telefonico, ma era nano, poveretto. E v'erano poco lontano dei cucinieri della « Folgore » che passeggiavano con aria sorniona e dicevano a voce alta : « Che strani scherzi fanno queste sabbie mobili che ti succhiano i pali telefonici come fossero ba. stoncini di liquerizia! Decisamente è un brutto paese, il deserto di Alamein, e se non si fa presto a andarsene, un giomo o l'altro risucchierà anche noi».

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AFORISMI DI UNA NOTTE DESERTICA Settembre 1942 Fronte terrestre, fronte marittimo, fronte aereo, fronte interno. Vi aggiungerei un << fronte individuale» non meno importante: quello che ha per campo di battaglia il nostro Io e su cui si scontrano quotidianamente gli istinti animali della carne ed i motivi ideali dello spirito, gli uni contro gli altri armati come eserciti in battaglia. Lanciano i primi . subdole offensive di malumori e di miseriole - quel tal cibo che scarseggia, il sonno interrotto dall'allarme, le ventennali abitudini domestiche sconvolte dal ciclone della guerra. Reagisce lo spirito con contrassalti ispirati a più nobili concezioni: se al termine della giomata le forze spirituali prevalgono, abbiamo vinto la nostra piccola battaglia quotidiana. Piccole battaglie, piccole vittorie: ma la sintesi di 181


tutte queste vittorie con il v minuscolo è uno dei più efficaci coefficienti per raggiungere quella con il V maiuscolo.

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Il vero coraggio non consiste nel non aver paura, ma nel superarla. Solo gli incoscienti non la provano e sono fra i peggiori combatten~i. Ha del fegato colui che sente le sue fibre più intime vibrare dolorosamente sotto un bombardamento, la pelle che gli si contrae d'istinto al graffio fonico d'una pallottola che sibila, una diavolino che dal retrobottega della coscienza gli mormora « chi te lo fa fare »; ed egli di questo tormertto nulla mostra all'esterno. Stringe i denti, dice << sissignore >> e fa quel ha da fare, sino alla fine.

*** Quand'ero alla Scuola di Guerra mi facevano partecipare a numerose discussioni, molto dotte e un tantino bizantine, tendenti a · stabilire se la facoltà di comando sia Arte o Scienza. Si nasce Capi o lo si diventa? Si può apprendere la guida delle masse umane o s'ha da averne l'istinto nel sangue? I più sostenevano la seconda tesi e citavano, a conferma, l'esempio di molti illustri condottieri che sino dall'infanzia avevano rivelato l'attitudine ed il gusto del comando. Altri affermava che, specialmente con i complessi organismi militari mo'deiini, il saper comandare sia piuttosto frutto di studi 182


e di esperienza: e nominava a riprova altri Capi, parimenti illustri, divenuti tali a tarda età e per virtù di tirocinio. Con il tempo mi sono convinto che l'una ciroostanza sia incompleta senza il concorso dell'altra: chè se il sapere imporre la propria volontà alle masse è innegabilmente dono di natura, il manovrarla a dovere è frutto di mestiere e di graduale esperienza. Arte e Scienza insieme, dunque, è il comandare. . Non tanto questo enunciato è interessante, quanto un corollario. Un corollario che molti, cui sono attribuite mansioni direttive, spesso trascurano o mostrano d'ignorare. Il Comando è altresi Stile. Comporta regola di vita, abito mentale e sinanco atteggiamenti esteriori adeguati alla dignità della funziQoo ne. V'ha in particolare una estetica del comandare cui noi Latini - forse per eredità di antichi fastigi - siamo' sensibili: chi comanda ha da essere bello. Né con ciò intendo ch'egli debba essere dotato di speciali requisiti d'avvenenza, quanto ch'egli sappia imporsi sopra i dipendenti anche con la prestanza e la cura della persona. Molti ritengono (e non solo nelle gerarchie militari) che un gallone sul berretto sia sufficiente a celare la goffaggine del comporta· mento e la irasandatezza del vestire. Grave errore: uri Comandante sciatto appare doppiamente sciatto, perchè lo è, e perchè tutti lo notano. Napoleone, che era Napoleone, non trascurava ·di radersi accuratamente ogni mattina, anche nel daffare e nel trambusto d'una imminente battaglia. Omise di farlo una volta sola: lo si apprende dalle memorie del suo cameriere, e fu a Waterloo. 183


Altra norma, troppo spesso negletta, dello stile di comando: l'affabilità. L'uomo çhe comanda ha da farsi anzitutto perdonare dall'uomo che ubbidisce i poteri discrezionali di cui gode. È il primo motivo per essere con lui cortese. Si aggiunga che la gentilezza del tratto è il miglior indice della coscienza della propria superiorità. Villano e impaziente è colui che non si sente sicuro di sè e dei suoi nervi. Chi sa di potersi fare ubbidire non grida nè smoccòla: dice. Magari sorridendo. Nei miei primi anni d'Africa, giovane d'età e di esperienza, mi lasciai una volta andare in escandescenze nel dare un certo ordine. Il mio vecchio Sciumbasci; uomo di molto senno, mi guardò con bonomia ed osservò sorridendo: « Perchè tu gridare se potere comandare? >>.

*** Ricordati: tu comandi uomini e non macchine. L'uomo è la più perfetta e delicata macchina della creazione:· una macchina di nervi e di muscoli che abbisogna per funzionare a dovere d'un congruo numero di cure, di alimenti e di turni di riposo. Ha un motore potente e sensibile, il cuore. È un motore assai generoso cui puoi spesso richiedere sforzi superiori alle possibilità meccaniche della macchina. Ma non abusarne nè maltrattarlo, perchè alla lunga esso si logora irreparabilmente, nè puoi inviarlo in riparazione .all'officina del buon Dio. 184


*** Niente dà più fastidio a noi soldati quanto la retorica di certa prosa di guerra. Il combattere, signori miei, è una faccenda seria e semplice ad un tempo< . È una intima e sorda lotta fra l'istinto che ti terrebbe spiaccicato dietro un sasso e il senso del dovere che ti induce ad abbandonare il sasso ed a camminare a fronte alta fra le pallottole. L'essenza dell'eroismo è tutta ll e nulla ha di esteriore che giustifichi lo stile imaginifìco di certi prosatori. Si concreta nella visione del fante Pasqualino Ajello od Olginati Ambrogio, con il casco sulla nuca e le buffetterie . che gli ballano sulle reni, che corre di buca in buca, di pietra in pietra, fra la terra che ribolle di scoppi. È sporco, sudato, intontito, Ambrogio o Pasqualino, ha la barba di tre giorni e, mentre corre e inciampa, smoccola: figli di cani se v'arrivo addosso ve ne voglio far passare di guai, ve le faccio veder io le streghe. E mantiene, senza bisogno di retorica.

*** Qual'è il motivo che induce il soldato senza famiglia a crearsi dei legami sentimentali d'occasione, ad annodare relazioni epistolari, a cercarsi madrine e corrispondenti? Non so. È peraltro certo il ravvivarsi, in guerra, dell'immagine femminile, forse sposata d'istinto all'idea della Patria lontana. Non v'è baracchetta di soldato che non sia tappezzata d'immagini femminili, di ritratti di spose e di amanti, di effigi di quelle ideali amanti collettive che sono le 185


attrici. È il tempietto degli affetti. La mamma; Carolina; l'attrice Tal dei Tali; la fanciulla dalle belle gambe inguainate nelle calze Si-Si sono la sintesi iconografica di quanto di bello e di buono s'è lasciato a casa. Nel ricordo del combattente ogni donna è idealizzata. Un ammonimento. Non deludete, fanciulle, l'ideale entro cui l'affetto del combattente oggi vi racchiude. La distanza ed il tempo hanno appannato in noi lo spiacevole ricordo della vostra artificiosa emancipazione, delle vostre scarpe ortopediche, del frasario idiota, delle canzoncine americane, dei capelli oltraggiosamente patinati con cui avete creduto · acquistare negli ultimi anni nuovo' interesse ai nostri occhi e invece l'avete perduto. Non fate come levostre mamme che, dopo l'altra guerra, il combattente ritrovò discese dal piedestallo .ottocentesco, con le gonne sopra il ginocchio, i capelli alla garçonne e un bocchino lungo da qui a ll. Credevano di essere diventate più attraenti ed invece offesero profondamente il senso quasi religioso con cui il combattente del Carso ne aveva serbato l'immagine in quattro anni di guerra. Ridiventate semplici e gentili, fanciulle di questa guerra, riprendete le forme ed i sani colori che la natura v'ha dato e che non abbisognano di ritocchi esotici; tralasciate le Garbo e le Crawford come modelli d'avvenenza e di bello stile e rifatevi all'assai più nobile tradizione di gentilezza della Donna I taliana, ch'era madonna quando le antenate della Loy e della Bennett popolavano le bettole del basso Tamigi. 186


Farete opera patriottica, ridarete alla donna buona parte della considerazione che ha perduto e questo ve lo dico in un orecchio - troverete più facilmente marito tra gli Italiani in grigioverde o in kaki che tornano a casa.

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EPAMINONDA CANE DI CASERMA

Settembre 1942 Questa notte, dormendo con un occhio solo e l'orecchio · desto com'è duopo alla guerra in terra d'Africa, m'ha d'un tratto riscosso un rumore inconsueto. Li conosciamo assai bene, uno ad uno, i rumori notturni del deserto: il ronzio periodico dei bombardieri nemici diretti verso Marsa Matruh e Tobruk, l'ansimare dei motori d'autocarro su per l'erta della vicina pista, il brontolio lontano di qualche cannone che tarda a prendere sonno, il pietrisco che scricchiola sotto il passo delle ronde, la tosse. della vicina sentinella infreddolita. Sono ,tutti rumori familiari, consuetudinari, che il nostro subcosciente sa vagliare, nè giudica per essi dover disturbare l'Io riposante, quel povero io ch'era già in piedi all'alba, sotto le cannonate, che ha avuto solo un litro d'acqua di razione e che vorrebbe dimenticare 189


nel sonno l'arsura che ancora gli dissecca le labbra _ e gli impasta la lingua. Ma quel rumore, dicevo, era nuovo, inconsueto; ed il subcosciente ha dato uno strattone di allarme alla mente intorpidita. Ho alzato il capo in ascolto, nel chiarore lunare trapelante dalle fessure del rifugio. Eccolo: ancora. Che diamine sarà mai? Non sembra prodotto da motore nè da voce umana, eppure risuona vagamente familiare nella memoria; come un ricordo svanito che riaflìori tra le nebbie del passato. Sento che anche la sentinella s'è arrestata e pòrge orecchio. << Sentinella! >> << Comandi.» << Hai sentito? >> << Signorsl. >> « Cos'è?» << Non capisco. » Pausa. Il rumore si ripete, commisto ora a quello d'un autocarro che s'avvicina. Poi la voce concitata della sentinellir che mi chiama. <<Che c'è? >> << Ebbene? >> << È un cane. >> . Un cane? numi dell'Olimpo, è vero. Quel rumore inconsueto eppur lontanamente familiare era un latrato. Un latrato nel deserto, qui ove ogni vita d'animale domestico è bandita ed a stento ci si mantiene in vita noi. Dopo la tragica fine della povera Caterina avevamo dimenticato che esistono al mondo animali di sorta, a prescindere da quelli - niente affa!tO domestici - che abbiamo di fronte e ci tirano ad190


dosso bombe e cannonate. Un cane nel deserto, sulla fronte di battaglia e d'un esercito affamato ed assetato: apparizione altrettanto anacronistica quanto quella d'un dinosauro a diporto in piazza San Pietro. Sono balzato incuriosito dalla buca e vedo che da ogni anfratto fanno capolino volti increduli e sorridenti di soldati. La voce corre di buca in buca: è arrivato un cane, no, sl, l'ho sentito io, è impossibile, ti assicuro, è in un autocarro anzi in un'autoambulanza; eccolo, è in quella macchina. Un'autovettura coperta si è infatti arrestata sulla pista e, fra un crocicchio gioioso di ragazzi accorsi da ogni dove, si ,vede un battuffolo nero che seodinzola e latra, latra a festa, come fa ogni cane di caserma che si rispetti quando incontra un gruppo dei suoi grandi e fidi amici, i soldati.

*** Esistono fra uomini e bestie delle sottili misteriose correnti di attrazione e di repulsione. Ognuno di noi ha le sue preferenze in materia di animali: v'ha chi ama i cavalli, chi predilige i cani e chi odia i gatti. Ciò ch'è strano, peraltro, è che l'animale in questione « senta >> infallibilmente questa nostra simpatia o antipatia e la ricambi con pari sentimento. E ancora più strana è la circostanza che siano talora intere categorie umane ad amare, riamate, od a detestare, detestate, intere categorie di animali! Considerate ad esempio, per rimanere nel primo caso, le affettuosissime relazioni che legano da tempo immemotabHe i soldati ed i cani randagi. 191


Il soldato ama il cane randagio; il cane randagio adora i soldati. Non saprei dire perchè. Non è pietà da parte del primo chè il soldato, collettivamente inteso, non ha_ facili tenerezze; è un gran bambino, un po' crudele come tutti i bambini, su cui esercitano certo maggiore attrattiva il bello ed il forte anzichè il misero ed il deforme. Non è parimenti calcolo ragionato da parte dell'animale: prospettive certo migliori di tre o quattrocento scarpe chiodate si offrono sul lastricato stradale allo sguardo d'un cane derelitto. Ma tant'è: quelle scarpe odorano d'amicizia e di speranza più dei marmi opulenti d'una macelleria. E basta che un reparto transiti a passo sonoro e cadenzato lungo una via di sobborgo perchè da oscuri androni e vicoletti sospetti sbuchino a coda bassa e fianchi famelici tutti i cani randagi del vicinato. Stanno un po' incerti, a naso in aria, come fiutando l'avvenire, e poi, quatti quatti, si metton sulla pista della truppa. Le trotterellano dietro alla lontana, talvolta per ore, durante tutto il suo cammino, in marcia, all'istruzione, in piazza d'armi. Qualche cane, sfiduciato, abbandona a metà strada il pedinamento; altri lo prosegue tenace sino alla soglia della caserma. E quello è il gran momento: l'attimo che deciderà del futuro dell'animale. V'ha il cane che, impressionato dalle forche caudine dell'androne e del preoccupante maneggio d'arme della guardia schierata, rinunzia all'impresa: dà un'ultima tristissima annusata all'attraente destino, materializzato da loqtani effiuvi di rancio e di cucina, e riprende il suo cammino vagelante e senza meta. V'ha quell'altro che vince il 192


panico, s'infila nell'ultima riga del reparto, evita di stretta misura la pedata del sergente d'ispezione e penetra nel cortile mescolandosi alla truppa che rompe le righe. È fatta. Il cane randagio è divenu~o cane di caserma. È ormai di casa e non c'è barba ili colonnello o circolare ministeriale che riescirà ad espellerlo. Il cane penetrato in caserma, infatti, è immediatamente adottato dal soldato; e l'adozione del soldato comporta privilegi vari e importantissimi. In sua virtù il cane si assicura cibo duraturo con i resti giornalieri di centinaia di gavette, un soffice giaciglio sui materassi del magazzino di compagnia e la protezione di tutti i soldati della caserma contro le persecuzioni del colonnello cinofobo. Poichè l'ambiente militare, da maggiore in su, non condivide l'affetto della truppa per questi bastardi figli della strada e severe sanzioni commina contro essi e contro i loro detentori. Talchè quando l'« attenti >> mattutino annuncia l'arrivo della massima autorità della caserma, in ogni cortile di questa si svolgono laboriose corride per ricacciare in oscuri angolini gli amici a quattro zampe. Con la conseguenza che proprio mentre il colonnello va ispezionando con aria critica la pulizia degli androni, da qualche reeesso si leva un abbaiare di protesta per l'improvvisa reclusione, presto mutato in un guaito da una pedata di ammonimento. << Un cane in caserma? >> fa allora in tono inquisitorio il colonnello all'ufficiale di picchetto. « Nossignore, risponde l'altro con aria candida e serena, devono essere due soldati della settima, specialisti in imitazioni d'animali. >> Il colonnello fa « uhm >> con 193


aria .poco convinta, e per quel giorno il cane se l'è passata liscia. La prima caratteristica segnaletica del cane di caserma è la sua bruttezza. Discendente da una lunga serie di liberi amori stradali egli fonde insieme caratteri ed orrori di rutte le razze canine note ed ignote. Generalmente è un botolo rossigno con la coda a cavatappi, rilevante nelle forme sospetti incroci ancestrali fra lupetti e bassotti. Cani simili esistono solo nelle caserme e fra i mucchi di spazzature dei sobborghi: miseri e macilenti nel secondo caso, rimpinzati e trionfanti nel primo: il chè, se possibile, li rende ancora più brutti. Ma tant'è; al soldato piacciono cosl, e non li muterebbe certo per i più raffinati prodotti di razza. Altra caratteristica del cane di caserma è il nome bizzarro che gli viene imposto all'atto dell'adozione. La psiche del soldato è complicata e sottile e vano è l'indagare sul generale favore che riscuotono nomi come « Porcosciampino », « Tirinnanzi », e più semplicemente « Cristoforo Colombo ». Quando andai allievo ufficiale al mio primo reggimento vi trovai una popolarissima cagnola dal nome « Epaminonda ». Ne chiesi il motivo e mi si rispose che l'avevano cosl chiamata « perchè 'la faceva sempre i cuccioli >>. Da allora ho rinunciato a comprendere le occulte ragioni che guidano i soldati nella scelta dei nomi canini. Tutti i cani di caserma sono ormai per me « Epaminonda ». Le attribuzioni di un << Epaminonda » sono delicate e difficili. Deve saper stare seduto sul posteriore con uno stecco fra le gambe, a guisa di sentinella; 194


imparare a saltare sulla gamba tesa di ogni soldato, . fare il morto quando gli urlano « arriva il colonnello! ».E, finalmente, accompagnare il reparto protettore quando va all'istruzione. Questa è, decisamente, la più gradita incombenza di Bparninonda. Bisogna vederlo, allora, procedere tronfio alla testa della truppa in armi, s@are con degnazione dinnanzi alla guardia schierata,. abbaiare insolente alle biciclette passanti come a dire: scansatevi, passiamo noi. Nè si attarda ad annusare colleghi o angolini interessanti, procede impettito, con la coda al vento, estremamente conscio' della gravità del suo compito: portare a passeggio i suoi duecento amici, che, poveretti, senza di lui non saprebbero certo dove andare. Quando la truppa deve recarsi alla rivista o a qualche altra solenne cerimonia, Bparninonda resta chiuso nel magazzino casermaggio, con molte racco- · mandazioni al piantone perchè non lo lasci andare. Ma lui si agita e guaìsce e tanto fa che, in un momento di diminuita sorveglianza, in@a la porta e si precipita al galoppo sulle piste del reparto. Lo ritrova, dopo ansiose ricerche, schierato sulla Piazza dello Statuto fra bandiere e fanfare. Trotterella allora innanzi alle righe con aria di dolce rimprovero come a dire: « Cattivi, cattivi, senza di me in simile circostanza? » E si siede nel bel mezzo dello schieramento a godersi ·lo spettacolo. Arriva in quella un generalone a cavallo, con imponenti mustacchi all'insù, ed Eparninonda, preoccupato per l'incolumità dei suoi amici soldati, si precipita fra i piedi del quadrupede abbaiando a per195


difìato, e mettendo in serio pericolo le virtù equitatorie di Sua Eccellenza. Il colonnello suda freddo, e l'indomani arriva una fulminante circolare del Corpo d'Armata « sui soliti cani che infestano le caserme e che intendo una volta per sempre eceetera eccetera ». Epaminonda viene allora racchiuso in punizione nel magazzino casermaggio ed attende, celato tra due casse di gallette, che il temporale sia passato. Quando il reparto va alla guerra il cane di caserma lo segue. Ciò sarebbe vietato, beninteso; ma un reparto moderno ha tante casse e bagagli; in un treno militare di quaranta << pezzi » vi sono tanti angolini che Epaminonda riesce a sistemarvisi senza dar nell'occhio. Quando il treno è in moto egli si accuccia ,sulla porta del carro bagagli a rimirare il paesaggio. Trascorrono sotto il suo sguardo serene cose, cani forestieri, pali telegrafici nuovi; recati dal vento, a folate, gli giungono alle nari odorini esotici, · e all'orecchio armonie interessanti. Epaminonda è felice: se ne sta U ad occhi semichiusi e naso palpitante di gioie olfattive sconosciute agli umani. Di tanto in tanto prende ad abbaiare furiosamente contro qualcosa o qualcuno, con l'insolente petulanza che tutti i cani inerpicati sopra un veicolo mostrano ai pedoni. Poi si volge all'interno del vagone con l'aria di dire: << Se non ci fossi io, eh? >> e riprende rasserenato la sua vigilanza. Un bel giorno, dopo molto viaggiare e molto marciare, il reparto arriva al fronte : un paesaggio gelido e spopolato in cui non esistono caserme fragranti di buon brodo, II)a strane buche in cui gli uomini si 196


accucciano con le armi puntate. L'aria è scossa dai periodici boati d 'un temporale invisibile; di tanto in tanto qualche folgore cade di schianto assai vicina, ed Epaminonda, terrorizzato, corre a rincantucciarsi due metri sottoterra. Ma siccome è un bravo cane italiano e vede che i suoi amici resistono impavidi a quel pu, tiferio, egli,apprende col tempo a sormontare la paura e finisce anche con l'abbaiare bravamente alle granate in arrivo. Di tanto in tanto arriva il Colonnello o qualche altro pezzo grosso a vedere come vanno le cose ed Epaminonda, non più soggetto a norme restrittive di caserma, ·si presenta scodinzolando a fare gli onori di casa. << O questo sgorbio chi è? fa l'alto ufficiale indicando il cane; un prigioniero di guerra? >> « Nossignore, replicano indignati i soldati, è venuto dall'Italia con noi; è il cane portafortuna della decima >> . Al chè il vecchio ufficiale, che molte severe circolari ha in .passato emanate contro i cani di caserma, si arresta ad osservare con nuovo interesse quel batuffolo di peli incrostati di fango , in cui brillano due occhi affettuosi ed intelligenti. La visione suscita in lui sbiadite reminescenze di sobborghi, di stradine di provincia; di cantoni di vecchia casa con il paracarro protettore. Quel cagnolo bastardo giunto tanto di lontano ha il potere di risuscitare scenari sereni e familiari di laggiù, grida festose di bimbi, antichi tempi della fanciullezza. E il vecchio ufficiale si china ad accarezzare, dopo forse trent'anni che più non lo faceva , quel piccolo brutto cane giunto dall'Italia. E quando se ne va bofonchia bonario: « Gli metteremo sul çollare il nastrino della campagna. >> 197


*** Il cagnolo di questa notte, sul collare, il nastrino ce l'aveva già. Scendeva dall'ambulanza, seguendo la barella d'un ferito. La fantasia decorativa dei soldati gli aveva addirittura ornato il collarino, oltre che del nastrino verderosso della campagna, di un distintivo di ferita. Perchè s'era buscato anche lui una scheggia in una spalla, e zoppicava ancora, convalescente. Ho chiamato: « Epaminbnda! ». Lui s'è voltato, e vedendo un ufficiale, è venuto a farsi accarezzare ed a mostrare, orgogliosamente, il buchino cicatrizzato della ferita. Poi mi ha guardato con l'aria di dire: « Scusami, sai, ma ho da badare a quel poveraccio che sta peggio di me », e ~e n'è andato trotterellando, a coda dritta, dietro la barella del soldato amico. Caro, bruttissimo e fedele cane di caserma.

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LA PRIMA BATTAGLIA D'AU1UNNO

Ottobre 1942 Un immenso boato ha lacerato lo spesso velluto · che involgeva i miei sogni. Sono balzato di colpo a sedere sulla cuccia che mi tien luogo di giaciglio e lì per lì non mi raccapezzo. La terra trema come per sconvolgimento sismico e le pareti della buca mi franano addosso in rivoli di sabbia. Attraverso gli interstizi dei sacchetti a terra discerno nella notte un lampeggiare di temporale violento e continuo. Ho in gola un gusto acre di bruciaticciò. L'odore - odore di polveri e di guerra - fuga di colpo gli ultimi brandelli di sogno. (C'era una prateria con un ruscello e una .fanciulla bionda.) La realtà si ridesta nel cervello intorpidito: non sono in una prateria ma in Africa, sul fronte di Alamein; ed in luogo della fanciulla bionda vi è il nemico che attacca. Nel mentre a tentoni cerco smoccolando pistola 199


e binocolo, dall'orifizio della buca mi ruzzola addosso una forma umana. È Macchiato, il maggiore comandante l'artiglieria del settore. Mi urla in un orecchio, per sormontare il frastuono infernale: « È il tiro di preparazione. Devono esserci non meno di quaranta batterie nemiche in azione. » Strisciamo fino all'orifizio del rifugio. Calcoliamo ad occhio, al lume degli scoppi, la distanza che ci separa dall'osservatorio. Uno, due, tre: via. Balziamo fuori e ci pare di correre in un labirinto di schianti e di sibili. Giungiamo ansimanti sulla cresta dell'osservatorio, insieme a uno scheggione galantuomo che ci sfarfalla dietro senza danni. Distesi bocconi accanto al comandante del settore, protendiamo il capo nella notte già stemperata di biacca verso oriente. Cribbio, ci saranno si quaranta batterie. L'orizzonte è tutto un balenio di vampe e la linea, intorno a noi, ribelle di scoppi. Scandaglio l'orizzonte col binocolo. La «preparazione >> ha investito molti settori divisionali ma appare essenzialmente diretta sul nostro reggimento. Penso ai ragazzi spiaccicati nelle « buche >> sotto quella tempesta di ferro e di fuoco. Hanno muscoli e nervi saldi. Ma che fallino il momento di schizzar fuori e guarnire le postazioni, - quando l'avversario allungherà il tiro e sulle buche ristagnerà una calma fumante e minacciosa- che s'attardino un solo momento a godersi la tregua della bufera e s'avranno i carri addosso. Ma so che temo inutilmente. Sono della << Folgore >>, quei ragazzi. Guardo l'orologio alla luce sporca dell'alba. Le 4,30. Il tiro anzichè diminuire aumenta d'intensità. 200


Le granate ci scoppiano rabbiose d'intorno e sciami di schegge - flàp, flàp - si configgono nei sacchetti a terra con rumor sordo di cazwtti in una mandibola. Il colonnello, accanto a me, agguanta a tentoni il telefono. Per miracolo funziona ancora. <<Pronto? Nono battaglione? Come va? » « Picchiano duro », è la voce del comandante, Chieppa, un capitano di cavalleria di molto valore. <<Ma la pelle l'abbiamo ancora più dura. >> «Bene. Attenti all'allungamento. » « Non dubitate. » Altra chiamata: «Decimo battaglione? Tutto bene?» « A meraviglia. Fa un po' caldo ma ... » · Uno schianto violento-che il terreno ci ripercuote duramente nelle costole e il telefono tace. Maledetti, hanno troncato la linea. « Guardafili! » Due uomini balzano da una vicina buca e si avviano di corsa giù per il poggio. A tratti spariscono nel fumo d'uno scoppio e s'ha la tema di non vederli riemergere. Ma no, che sono sgattaiolati lesti fra i sassi e li vedo svanire nell'oscurità col braccio proteso e il filo che scorre fra le dita. Bravi ragazzi. Se mai un giorno scriverò ,uh poema sarà sui guardafili, questi oscuri eroi che rattoppano la trama di ogni battaglia. Il tempo scorre con lentezza oleosa: Le 4,40. Le 4,50. Le 5. La buriana continua senza soste. L'orecchio incollato al suolo dolora per il martellamento della terra come se questa ·fosse carne viva, come fossimo tutt'uno con essa. E forse è cosi. La sabbia, sotto i polpastrelli, ha un tocco soffice e accogliente: la terra, la madre terra sempre pronta a ricoverarci 201


nel suo grembo, a offrirei riparo e riposo in vita e dopo. Adesso, per esempio, si sta buscando tutte le granate destinate a me. Buona terra. Il cervello, intorpidito e dolorante, divaga. Come si diceva nell'altra guerra? «Tambureggiante. >> Questo è un fu()!:o tambureggiante. Quando, ragazzetto, leggevo i bollettini di guerra me lo immaginavo proprio cosl: un rotolio di schianti e di boati senza prendere fiato. Non credevo però di sentirmelo rintron,_!lre cosl sonoro nel petto. Forse è perchè sono bocconi. Ha un volto nuovo, il mondo v_isto cosl, di sotto in su, in un'alba livida. Non m'ero mai accorto, per esempio, che il sole sorge~se proprio Il, dietro quel cocuzzolo. Nè che Siria fosse cosl luminosa a quest'ora. Cribbio, questa è caduta vicina, forse sulla mia buca. Speriamo che non abbia fatto danni. Bisognerebbe che andassi a vedere. Ma si sta cosl bene incollati contro terra, col capo in frantumi come se lo avessero pestato. Che ora è? Le 5,10. To': una chiocciolina bianca che s'è destata e mette fuori le antenne. Chi sa se sente questa baraonda. Non si direbbe: se ne va pacifica verso una vicina goccia di guazza notturna a far colazione. Eccola che sugge, lenta, serena, cop le antenne vibranti di piacere sottile. Interessante. Sono panorami microscopici che si vedono soitanto cosl, spiaccicati a terra e intorpiditi nell'attesa di qualcosa, qualcosa che non ricordo. Vorrei domandare a Macchiato che cosa attendiamo ma non ne ho la forza. Il cervello si rifiuta di ragionare. Attendiamo: ecco tutto. Di colpo ho la sensazione che ci sia del nuovo. L'uragano di schianti s'è placato e lo si ode com202


misto a una ventata di sibili che ci trascorre alta sul capo. Un attimo ancora d'istupidimento, poi la luce della ragione si fa srrada nella mente annebbiata. È qualcosa, il qualcosa che si attendeva : il nemico ha allungato il tiro e sta per assaltare. Sono di botto in piedi, col' cervello dolorante come se l'avessero picchiato ma lucidissimo: strana sensazione. Odo la voce del colonnello: «Macchiato, fuoco di sbarramento .sugli ovuli C, D, F ed H . Sergente, tutti i guardafili al lavoro. Marconisti, rete erretì in funzione. Chiamate i Comandi di battaglione. >> Guardo ancora l'orologio. Le 5,20 . Il tiro avversario è durato esattamente un'ora: ma un'ora che conta nella vita d'un uomo.

*** Sta venendo avanti su due colonne, il nemico. Quella di destra è preceduta da fanterie - due o tre battaglioni - ed è rincalzata da un centinaio di carri. I pachidermi corazzati seguono brontolando gli omini in kaki che dovrebbero aprir loro il varco fra le mine e le altre diavolerie che recingono le nostre posizioni. Nella nebbia mattutina se ne intravvedono le grosse •sagome grige. Vengono avanti, 1 vomitano una vampata di mitraglia è poi aspettano che i fanti in calzoncini effettuino un altro balzo. Sulle nostre linee tutto tace; non fiata moschetto nè mitragliatrice. Gli omini kaki (se ne distingue già lo scodellino alla don Chisciotte in funzione di elmetto) appaiono sconcertati dal silenzio. Avanzano a gruppetti, un po' esitanti, fiutando l'imboscata. 203


Sono a un centinaio di metri dai nostri reticolati e ancora nessuno si fa vivo. Che gli italiani abbiano sgombrato le posizioni? Che siano stati polverizzati da quell'infernale tiro d'artiglieria? S'intuisce che gli omini tentennano, incerti sul da fare. Dirigono un paio di mitragliate sulle nostre linee, a sincerarsi che siano vuote, poi, in tre colounette, s'infilano fra un caposaldo e l'altro per accerchiarli e dilagare sul tergo. Sono passati, sono in trappola. Di botto l'intero nostro fronte si rianima. Le postaziorii apparentement • deserte si èoronano di vampe. Uno, dieci, venti, tren:ta·fucili · mitragliatori . sgranano improvvisi .un dilio rosario di pallét;toni. • \ La nebbia è sfq,racdiiata, lacerata da sibili e da Diiagolii. Bravi ragazzi, bravi per aver saputo resistete .alla fregola nervosa di sparare appena avvistato il '' ~

neniico; di lontano. Ce l'avete ora a due passi e non sq~~Ji'fiÌ:e colpo. Ma cosa fa quel plotoncino che sfila

aHràverso i reticolati e si porta innanzi, a sbalzi? È, presto, è ancora presto per contrassaltare; si farà

rrlacellare dai carri. Ma no che s'è arrestato e armeg,gi.a attorno a qualcgsa. Ah, sono mitraglierf. Portano ·.innanzi le armi per tirare d'infilata sugli assalitori. .1 Bravi. T aratà, taratatatà : l'eco delle raffiche mi giun• ge attutito dalla nebbia, çome un rumore lontano di grandinata. Altro scroscio di grandinata più a sini~tra: sono le mitragliatrici della ventisettesirna. E la ·venticinque, perchè non spara la venticinque? Ecco, c'è anche lei. Tutto il fronte del battaglione saetta atlesso raffiche precise, aguzze e micidiali come stileitate. # 'L e colonne inglesi, prese dal fuoco concentrico ./ 204

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di tre capisaldi, tentennano, si frantumano, si disperdono come un passeraio preso a sassate dai monelli. Si scorgono distintamente gli uomini falciati dalle raffiche e gli altri che cercano riparo in ogni piega del terreno. Ecco che lanciano due razzi rossi. Forse richiedono l'appoggio della loro artiglieria. No, chiamano in soccorso i carri. Vengono avanti in !in~, i bestioni ~'acciaio; se ne ~st~~e n~ttamente !l ttpo: sono det Genera{ Lee, dt fabl:ìr:cazwne americana. 'Bestie pericolose. " Ma Macchiatò e i suoi artiglieri vigilarlp. Quattro coman~~~c:x:chl (c:è qui' un certo gruppo che tira ·in modcr portentoso) e i nostri pezzi collocano d'improvviso una precisa cortina di, fiCOppi· innanzi ai carri armati nemici recidendoli dalle avanguardie di fanti. Un altro gruppo di batterie s'incarica di pestare con gusto sui bestioni immobilizzati; una; dpe; tre ' sfumacchiate nere mostrano che i cannoni hanno colpito giusto. I pachidermi tentennano, vagolano inquieti in cerca di scampo, come elefanti serrati'<la un incendio; poi ripiegano a precipizio, si portruio fuori di tiro, abbandonando i fanti al loro destino. 1 Questi, gli assalitori, sono rimasti bloccati fra'! l'uno e .J'altro dei nostri capisaldi, in situazioqe non . lieta : su tre lati il tiro raso delle mitragliatrici, sul ; tergo la fragorosa saracinesèa del nostro sbarramento . d'artiglieria. I loro pezzi non osano intervenire, nella . tema evidente di colpire a casaccio e procurare danni · maggiori. . :· Eppure, onore al merito, ha del fegato quella gente. Tenta di riordinarsi, raggrupparsi, imbastire una difesa. Vedo distintamente un omiciattolo, forse ' 205

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un colonnello, che si agita, gesticola, impartisce ordini. Gruppetti di uomini balzano di duna in duna trasportanao qualcosa, forse dei mortai d'assalto. Distinguo infatti il caratteristico rumore di bottiglia che si stappa - flòp flòp - dei loro s~okes. La situazione si delinea bizzarra. Il nemico è incapsulato nelle nostre line~, ma numericamente più forte. Noi ,Io controlliamo dai capisaldi, ma non abbiamo forz~ per uscirne e tentare l'assalto. Chi dei due si muove rischia di soggiacere. Eppure urge chiarire la situazione prima che s'incancrenisca e si ' muti in una di quelle fistole tattiche che si prolungano per giorni e settimane e divengono insanabili. Rincalzi non potranno giungerci prima di notte. Il colonnello decide di tentare un contrassalto con le magre forze disponibili in linea. Il telefono riattivato chiama comandanti di compagnia, trasmette messaggi, raccoglie cifre e dati. << Venticinquesima, quanti uomini validi per un contrassalto? >> « Sessanta. » « Ventisei? » « Settantadue, più qualche ferito leggero che si offre ancora di combattere. » «Bene. Ventisette? >> << Non più d'una cinquantina. » Sei e sette tredici, e cinque diciotto: centottanta uomini contro due o tre battaglioni inglesi, sia pure provati. Non è molto. E allora: ordine ai battaglioni laterali, non direttamente impegnati, di sguarnire le posizioni e far convergere a quota tale e al crocicchio tal' altro un centinaio di uomini. Saranno cosl tre206


cento assalitori contro cinque o seicento inglesi. Non importa: i ragazzi della « Folgore » non usano contare i loro avversari. ·Il contrassalto è stabilito per le ore 12, fra due ore: .il tempo indispensabile a radunare i vari nuclei tattici, orientarli, fissare obiettivi e direzioni d'attacco. Gli uoillini prescelti, accosciati in terra, sventrano pacatamerite la scatoletta e addentano la pagnotta; perchè all'assalto, checchè ne dicano i dottori, è sempre meglio andarci a pancia piena e tascapane leggero. ' Le 11,30. Le squadrette d'assalto, sfilando curve lungo i costoni; si avviano ordinatamente verso le posizioni di partenza. Frattanto sulla linea di contatto gli elementi avanzati alimentano sporadicamente la sparatoria, cosi tanto per tenersi sul chi vive. Gl'inglesi, visti al binocolo, non danno più segno di vita. _Quel tale colonnello è sparito. Si sono infossati nella sabbia e confidano evidentemente nella notte o nel sopraggiungere di soccorsi. Da un osservatorio ci segnalano infatti polverone verso nord-est: colonne corazzate nemiche che avanzano. Urge agire. Le 12. Un improvviso schianto, alle nostre spalle: i due 'gruppi di artiglieria hanno aperto il fuoco di interdizione per precludere ancora una volta la ritirata al nemico. Contemporaneamente la linea si rianima, le mitragliatrici riprendono a gracidare come cicale nell'afa meridiana; s'ode, sincrono e ripetuto, l'urlo dei nostri assaltatori commisto ai tonfi sordi delle bombe a mano. Sono balzati dalle tane nella luce viva del sole, 207


i nostri uomini. Hanno le barbe lunghe e le uniformi consunte da tre mesi di «buca» ma sono belli ugwilmente. I muscoli duri da atleti tendono J.e giacchette nel classico gfSto dellanciatore di giavellotto. << Sicura >> strappata con i denti, ampio gesto del braccio e il fagottino rosso della bomba piomba ·con precisione fra le gambe biondicce e pelose del nemico. Vràn, vràn. Un turbinio di scoppi. <<Alza le man, ti, se no te ' vol che te sbudeo. >> E quello, rincretinito e ubbidiente, alza le manacce rosse da macellaio. La battaglia s'è sminuzzata in una serie di singoli duelli rusticani. Attorno a un poggio sassoso un gruppo stringe dappresso una ventiria d'inglesi asserragliati in quadrato. Altrove, una mischia confusa di baionettate e calci di moschetto. Più in là v'è chi ' sospinge il primo branco di prigionieri. Tutt'attorno il sordo boato delle opposte artiglierie che duellano a protezione della disfida dei fanti. Ma questa appare già decisa, chè lo slancio sta avendo ragione del numero: dei loro ne scamperanno pochi. Sull'ala sinistra dello schieramento va intanto combattendosi la fase conclusiva della giornata. Un • colonnone di mezzi corazzati 'tenta d'infiltrarsi fra il nostro settore e il vicino per scardinare su più ampio raggio le difese. Ma qui bastano le artiglierie. I nostri infaticabili gruppi volgono il fascio delle traiettorie sul nuovo nemico e lo inquadrano in una selva di scoppi. Si scorge lo zampillare improvviso ed altissimo delle fumate. Ristanno nella calura senza vento del pomeriggio come gigantesche, fantasiose vegetazioni nerastre. Poi svaniscono, contorte e disperse dagli scoppi successivi. 208


Tre volte i carri tentano l'attacco e tre volte vengono arrestati. Altre batterie, dai vicini settori, entrano in azione. Sul capo mi si intreccia un fitto tessuto fonico di granate convergenti frettolose da ogni lato della fronte. Laggiù la colonna nemica,. è sparita in un nebbione opaco di gas combusti. Distinguo nettamente la vampata e il boato degli automezzi che esplodono. Allorchè una folata di brezza schiarisce l'orizzonte, della colonna attaccante non resta che' qualche carçassa fumigante. I carri superstiti sono in fuga, inseguiti a pedate dalle batterie di lunga gittata. La giornata è. vinta. _ Guardo casualmente l'orologio. Le 16. Il combattimento è durato esattamente dodici ore; dodici ore che l'eccitazione della lotta ha fatto sembrar minuti. La cognizione del tempo trascorso mi fa percepire di colpò la stanchezza, l'arsura e la polvere che mi incrosta il viso. Tracanno una borraccia d'acqua salmastra con lo stesso gusto d'un vino squisitissimo. Anche l'acqua sa di vittoria, oggi. Ci vengono a dire che stanno aflluendo feriti e prigionieri; andiamo a vedere. In un uadi giacciono stravaccati tre o quattrocento inglesi, logorati dalla fatica e· dalla sconfitta. Ci guardano con l'occhio inebetito di chi ne ha prese tante ed ancora non se ne dà ragione. Un ufficiale vede i galloni del colonnello, saluta correttamente e ci chiede un po' d'acqua per i suoi uomini. Gliela facciamo distribuire, insieme a qualche scatoletta. L'ufficiale guarda di sottecchi i paracadutisti; osserva la foggia inconsueta delle uniformi, la prestanza degli uomini, il portamento marziale delle sentinelle. Si capisce che avreb209


be una gran voglia di farci una domanda. Alla fine la curiosità ha il sopravvento sul suo riserbo britannico ed egli chiede, cerimoniosamente: « May I ask, posso permettermi di domandarvi chi siete? Quale arma, quale specialità, intendo dire. Con quell'uragano di preparazione d'artiglieria », spiegà, « credevamo che nessun uomo potesse resistere ad un attacco come il nostro. E quel contrassalto: una bufera. A real tornado ». Il colonnello risponde sorridendo: « Siamo dellà "Folgore". » · ' · L'inglese lì· per lì non capisce e ripete macchinalrnente: << Fòlgor >>, poi ha un barlume d'intelligenza negli occhi chiari e, per mostrarci che ha compreso, ci fa un ) alutone di quelli che al suo pal!se rivolgono solo ai marescialli di campo. Passiamo al vicino posto di medicazione. I medici si stanno facendo in quattro per- lavare, tagliare, cucire, fasciare. I nostri feriti se ne stanno in gruppo queti, sereni, senza un lamento. I meno gravi commentano allegri e concitati gli episodi della giornata. . V'è sotto i ferri un ragazzone con la mano destt:a a brandelli. Fuma, tranquillo e disinvolto come se la mano fosse d'altri. Mentre lo fasciano sopraggiunge una barella con un ufficiale inglese assai malconcio: una feri taccia al petto. Il nostro uomo lo guarda con l'occhio clinico del combattente che di ferite se ne intende, poi s'alza e con un semplice gesto del moncherino sanguinante 'dice al dottore: « Prima lui. Sta peggio di me >>. Nè si lascia toccare prima che l'altro sia stato curato e barellato. 210


Al momento d'andarsene il ragazzone, come colto da un'idea improvvisa, s'arresta un attimo sulla soglia a contemplare l'arto mutilato. Poi s'avvia deciso verso sinistra. <<Ehi, dall'altra parte », gli grida dietro il capitano medico. «L'ambulanza è a destra». Il ferito si volge, ha un barlume di sorriso e fa, mostrando la mano sana: <<M'ero dimenticato d'essere mancino, signor dottore. Questa è ancora buona >>. E s'avvia deciso verso la linea. Sono fatti cosi, i r~gazzi della « Folgore ».

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VIVA IL RE Ottobre 1942 A dieci giorni dall'ultimo combattimento, la vita in linea ha già -ripreso il suo tran-tran abituale, Sepolti i caduti, sgomberati i feriti e i prigionieri, incasellato nelle cifre banali d'un rapporto il racconto di quella giornata - colonna a): tanti morti; colonna b): tanti colpi sparati; colonna c) tante razioni di riserva da reintegrare - ·nulla più resta di quegli eventi se non il ricordo, già lontano ed eroico come una memoria di gioventù. Allargati i ranghi per colmare i vuoti, siamo qui, siamo ancora qui fra Munassib e Qaret El Himeimat. Questa è la realtà quotidiana. Le ore sono eterne. Si succedono l'una all'altra monotone ed eguali come gocce d'acqua stillate a fatica da un rubinetto mal chiuso. Un'ora, una cannonata, un morto; un'altr'ora, altre cannonate, altri 213


morti. A sera si fa il bilancio - ventiquattr'ore, tanti morti, tanti feriti - e ci si sente più vecchi di un giorno. Volgendosi indietro ci si avvede che sono trascorse settimane e mesi e che molti dei ragazzi non sono più con noi. Se li è portati via il tempo. I.:a vita ragionata si svolge di notte: attività, colloqui, ispezioni. Di giorno si giace immoti nel fondo d'una fossa tagliata a forma di bara, ascoltando lo stillicidio delle ore. Col trascorrere del tempo si è fatto l'abito anche a questa vegetale, inumana immobilità da fachiri. Si contempla il cielo di sotto in su, inquadrato nel rettangolo dello scavo, e. si pensa che sarà, un giorno, quasi lieve giacere sul fondo d'una fossa, guardando all'insù con occhi vitrei. Comincio a credere che resteremo qui in eterno. Muteranno le stagioni, trascorreranno gli anni e noi, un po' più magri e itsuti, un po' più incrostati di sudiciume, saremo sempre in una fossa, fra Munassib e Qaret el Himeimat. I ranghi della « Folgore » si assottiglieranno sempre più. I battaglioni diverranno compagnie poi plotoni poi squadre poi niente. Giorno verrà, fatalmente, in cui fra Munassib e Qaret el Himeimat non vi" sarà più che un uomo, uno SQlo, con la barba bianca, vecchio vecchio come il tempo. Poi sparirà anche lui e il deserto avrà vinto la guerra.

*** L'estate di Alamein è trascorsa e godiamo il refrigerio delle prime brezze autunnali. Ieri l'altro è passata una rondine. Abbiamo alzato gli occhi allo squittio inconsueto e siamo rimasti a osservarla a 214


lungo, senza far parola, sinchè è svanita all'orizzonte, verso le linee inglesi. Ognuno di noi ha pensato in cuor suo ai nidi di lassù; canori, sotto le grondaie di casa. Ieri è piovuto: uno scroscio improvviso che il deserto s'è bevuto in una sorsata, avidamente, senza lasciare neanche una stilla d'umidore. L'intera ar· mata s'è denudata sotto il balsamo di quella doccia; gli uomini, distesi sulla sabbia, accoglievano la sferzata della pioggia con brividi di voluttà sulla pelle riarsa, si giravano bocconi per sentirsela schioccare sulla schiena, e poi ancora supini per averla sul volto, sul petto, sul ventre incavato dai digiuni: una delizia. Di notte però fa già freddo e l' addiacciare senza fuochi di bivacco è assai penoso. Sento la tosse della sentinella, in fazione accanto alla mia « buca >>, che diviene ogni notte più secca. Tossiva tanto stanotte che il dormire m'era penoso: mi sono alzato e sono andato a darle il cambio. Era un ragazzo di vent'anni, dal volto smagrito dalla dissenteria: uno studente universitario. Non voleva, si schermiva, diceva che stava benissimo. Ma ho fatto la vocç grossa, l'ho cacciato di prepotenza nella sua buca e l'ho rinfagottato nella coperta. Dopo due ·minuti dormiva secco e senza sogni. Più tardi, all'ora· del cambio della muta, il capoposto era assai stupito nel trovarmi in fazione. Gli ho date le novità - alle 3,45 due razzi rossi verso Qaret el Himeimat; alle 4,15 rumore lontano di automezzi sul fronte della decima; alle 4,20 due aerei con rotta nord-ovest - e me ne sono andato a dormire infreddolito e soddisfatto. Erano esattamente vent'anni che non montavo di sentinella. 215

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La veglia ha confermato le nostre supposizioni. Già da tempo le vedette notturne rilevano, a vista o a udito, fervore di attività nelle linee nemiche. Col vento in favore si distingue perfino il ronzio degli autocarri che, uno a uno, giungono a ridosso delle loro posiziorn avanzate, scaricano e ripartonb. Un solo posto d'ascolto, stanotte, ne ha contati sessantaquattro. Più !ungi, in direzione delle strade che dal Cairo conducono verso l'Uadi Natrum, si scorge il lampeggiare periodico dei riflettori che illuminano alle autocolonne aflluenti il transito fra i campi minati di seconda schiera. Ancora stanòtte una nostra pattuglia, avvicinatasi strisciando sino a pochi metri da una postazione nemica, ha sentito i loro uomini che parlavano: erano di un reparto nuovo, giunto di recente dall'Inghilterra. Dicevano: «Accidenti a chi ci ha mandati in questo posto, speriamo solo che l'offensiva cominci presto, e così si sverna a Tripoli, gli italiani chiedono la pace e noi torl}iamo a casa a trovare Peggy e Molly ». La loro aviazione ha intensificato l'attività e ci ronza tutto il giorno sul capo. Distinguiamo, fra i vecchi Hurricane e Bristol Blenheim, i Liberators giunti di recente, verniciati di bianco, nuovi fiammanti. I piloti però appaiono inesperti o incoscienti. Mentre gli altri, gli anziani, transitano sulle nostre linee in ordine sparso, svolazzando a foglia morta sì da non offrire mira . stabile ai puntatori", questi novellini passano a formazioni massicce, ala contro ala, come se sfilassero in parata. Per loro ventura vi è ordine di non sparare con le artiglierie onde ~on rivelare le nostre posizioni. Qualche pilota spinge 216


la sua impudenza sino ad abbassarsi a pochi metri sul nostro capo, saettando a volo radente fra un costone e l'altro. Pare quasi che ci dileggi. Ieri però i ragazzi si sono presa la rivalsa. V'erano due o tre aerei che, ogni sera all'imbrunire, sfrecciavano radenti sulle linee, reduci da qualche azione sulla costa, viravano bruschi sul nostro capo e si infilavano nella depressione di El Qattara per tornarsene più presto ai loro aeroporti del Delta. Cosl, tranquillamente, come gitanti affamati che prendono la scorciatoia per tornare a .casa. «Ah, cribbio no!», hanno allora detto i ragazzi, offesi nel loro amor proprio di combattenti noti e temuti , in tutto il fronte di Alamein. E una intera compagnia si è messa alla posta con le poche armi di cui disponeva: fucili, moschetti automatici, fìnanco pistole Beretta calibro 6,5. Tutto fuorchè armi contraeree, chè di quelle la compagnia non ne ha. Quando all'imbrunire i due smargiassi, due Hurricane, sono sbucati fra i soliti costoncini, a venti metri d'altezza, li ha accolti una scarica nutrita di duecento tiratori scelti. Il primo aereo, colpito in pieno, ha picchiato, s'è ripreso, è scivolato d'ala e s'è alfine abbattuto di schianto nella sabbia restandovi ridicolmente confittato a coda ritta. Il pilota, un americano di Cincinnati, è stato catturato indenne e istupidito al suo posto di pilotaggio. L'altro Hurricane, impallinato malamente, ha tentato di mantenersi in aria pur perdendo fumo dalla coda. Ma lo si è visto di colpo precipitare in candela nel fondo della « depressione » ed esplodere laggiù fra i macigni. De profundis. 217


L'episodio è stato citato dal bollettino 866. Credo che i piloti nemici eviteranno d'ora innanzi di prendere scorciatoie nel cielo della « Folgore >> .

*** • Da molti minuti segni appare evidente che l'offensiva nemica non debba tardare; forse fra dieci, forse fra quindici giorni; sicuramente non oltre il periodo plenilunare di fine ottobre. Non sappiamo se auspicare o deprecare questa prospettiva. Se riuscissimo a stroncare l'offensiva, logorando le forze attaccanti si da pareggiare la loro superiorità numerica, potrebbe forse nascerne la contromanovra che ci porti ad Alessandria e al Delta. Rommel ha la specialità di questi capovolgimenti di fortune. Ma temo che l'avversario sia già troppo forte. Sono mesi che va ammassando artiglierie, carri armati, aeroplani. Abbiamo la netta sensazione, vivendo in linea,' che gli inglesi questa volta abbiano fatto le cose seriamente e che intendano giocare tutto per tutto. Il che è !ungi dal dispiacere ai ragazzi della << Folgore >>, poichè stimano più onorevole il decidere . delle loro sorti in battaglia campale, combattendo a viso aperto, che il continuare a vegetare in una buca, . incrostati al suolo come licheni. Ne parlo a veglia con gli ufficiali d'un battaglione, durante una delle abituali visite notturne alla linea. Siamo sdraiati sul pietrisco, involtati in pastrani e coperte, sul rovesCio di un centro di fuoco. La notte è buia, chè la luna è già calata. S'intravvede malamente la sagoma del vicino pezzo anticarro ·che 218


si profila nera sull'azzurro cupo del cielo. Conversiamo a bassa voce, come se si fosse al capezzale d'un malato, chè il nemico è a due passi e la notte convoglia lontano i rumori. << Credo che attaccheranno fra il 20 ed il 25 », nota Patella, il maggiore che comanda il battaglione. << Il 23 c'è luna piena e vorranno sicuramente approfittarne >>. « Anche il Comando d'Armata avverte di stare in guardia dopo il 20. » « E credete che potremo farcela, ridotti di numero e d'efficienza come siamo, a resistere ad una offensiva massiccia? >>, chiede nel buio un tenente. « Non è questione di potere, bensi di dovere, mio caro », replica un po' seccamente la voce di Visconti, sempre intransigente quando si tratta di fede. « Siamo della "Folgore", ohè, noi. Non dimenticarlo. >> Parla con una cantilena lombarda, calcando talune parole cui vuole dare maggior peso. Il subalterno mormora un confuso « Dicevo cosi per dire >> e azzittisce. I capitani riprendono a parlare fra loro: «A me non la "Folgore" preoccupa >>, interviene Patella. « Con uomini come .i nostri non v'è alcunchè da temere. Dovrebbero passarci sul corpo a tutti, uno a uno, per aver via libera. Ma noi siamo relativamente freschi. Non dimenticare che c'è chi è in Africa da trenta mesi, senza un giorno di riposo nè di licenza. » È vero. Vi' sono migliaia di oscuri eroi che sono qui dall'inizio della guerra e che, per difficoltà insupera:bili, non hanno potuto essere avvicendati. Li si riconosce a vista, dal volto cotto dal ghibli e scalfito 219


dalle minute rughe che il riverbero del deserto incide attorno agli occhi. Hanno fatto la prima e la seconda ritirata, Ia prima e la seconda riconquista, sospinti e ripresi dalla risacca della guerra, e sono anch'essi arenati ad Alamein. Hanno percorso il Gebel e la . Marmarica dall'uno all'altro capo per quattro volte, a piedi. Marciano e combattono, combattono e marciano. Di fronte a simili eroismi, fatti di disagi e di rassegnazione, ogni altro ardimento diviene secondario: non v'è aerosiluratore, sommergibilista, cacciatore, paracadutista, ardito, guastatore che possa competere in grandezza d'animo con questi laceri veterani del più ingrato dei fronti di battaglia. E anche su di essi, come nota Patella, si va addensando il ciclone d'una nuova offensiva. <<Ritenevo d'essere un ardimentoso, lassù in Italia, per essermi scapicollato sette od otto volte nel vuoto col paracadute >>, confessa qualcuno nel buio, « ma mi accorgo che il vero eroismo non è quello che si concentra in un atto di durata limitatissima se pure intensamente vissuta, come un lancio. Non esiste !'"essenza", !'"estratto" dell'ardimento. Il vero eroismo è diluito nel tempo; è macerazione, è tormento, è logorio. Mi sento assai più eroe per i quattro mesi trascorsi in questo inferno che per rutte le belle imprese che avrei potuto fare, e non ho fatto , se m'avessero lanciato dall'alto sul nemico. » Pausa, in cui ognuno rimugina pensieri e meditazioni. La pipa di Costantino Ruspoli accende a tratti nella notte dei brevi bagliori. « Si. Però l'ardimento può oltrepassare i limiti dell'eroismo e divenire, non so, epopea >>, riprende 220


Visconti. « Abbisogna naturalmente di ambiente e di circostanze eccezionali, d'uno speciale contorno estetico, d'uno stile, in una parola, che non a tutti è dato raggiungere. I nostri uomini ce l'hanno. Sarà frutto di selezione, dell'educazione che abbiamo loro impartito, del tirocinio al rischio derivante dal mestiere di paracadutista, ma ce l'hanno. Avete notato, ad esempio, come sanno cadere i nostri ragazzi? >> È vero: cadono in bellezza, con un loro stile inconforidibile di soldati di razza. Da Rossi che si porta a rimorchio un'intera fronte con uno squillo di tromba, a quél ragazzo che cantava sparando in caccia contro i carri: v'è in rutti una tale potenza spirituale da ridurre la guerra alla funzione di cornice, di semplice cornice alla bellezza dell'episodio. L'orrore di questa fronte, le masse polverose degli armati, le tri:bolazioni, lo squallore desolato della natura, svaniscono nel miraggio, attorno al corpo di un caduto, componendo un lontano e sfocato scenario da Golgota. Il vero protagonista è lui, quel ragazzo disteso bocconi col pugno sanguinante ancora chiuso sulla bomba. « Io >>, conchiude fra il serio ed ìl faceto Visconti, << vorrei avere il tempo, prima di cadere, di gridarè: "Viva il Re". Sapete: come in quelle belle stampe del '.48, un po' ingiallite, raffiguranti episodi . delle guerre d'indipendenza: "Il luogotenente di S. Martino dà di sprone contro un drappello di ussari e cade al grido di: Viva Savoia". » « E ru? >>, chiede qualcuno a Costantirio Ruspoli. << Io? > >, fa quello scuotendosi dai suoi pensieri. «Io? ... Non so. Forse vado a dormire.» 221


Ridiamo. Costantino è sempre un po' nella luna, il che non toglie che sia uno splendido soldato. Più che cinquantenne, primogenito di una principesca famiglia romana, è accorso volontario dall'estero allo scoppio della guerra ed è ora capitano paracadutista. D'una saldezza fisica e spirituale da far l'invidia di molti ragazzi, è sempre in prima linea, pacato e svagato come se la guerra fosse una innocente partita di cricket o di golf. Non ama le armi da fuoco e preferisce quelle da taglio. Ragione per cui gira armato costantemente d'una mannaia presa a un prigioniero neozelandese. Alto, gran signore, pipa in bocca e mannaia al fianco : è forse la figura più caratteristica di tutto il fronte di Alamein. Un suo fratello, Marescotti, pluridecorato, cavaliere ed esploratore africano, è anch'egli ufficiale della « Folgore » e comanda il settore contiguo. Un terzo fratello è pilota da caccia, capo d'·una famosa squadriglia del campo di Fuka. Un quarto, aerosiluratore, bazzica per le acque del Mediterraneo. È una famiglia, questa dei Ruspoli, che sta dando del filo da torcere al nemico. Rientro nella notte alla mia sede, sereno e ristorato. Ufficiali come questi vi fanno apparire bello anche il fronte di Alamein. · Mi ridesta, nell'afa del pomeriggio, l'insistente gracidio della cicala telefonica. Mi chiamano dalla linea. « Brutta notizia >>, fa al microfono la voce di Patella. « Hanno ferito, e malamente, Guido Visconti>>. Guido, feritò .. . Ah, maledetti! Chiedo schiarimenti, notizie. Mi dice ch'è successo durante uno di quei tiri a vanvera che le nuove batterie 222


nemiche effettuano in questi giorni per inquadrare gli obbiettivi. Era nella sua buca allorchè una salva è caduta sulle posizioni della sua compagnia. È voluto andare a vedere a tutti i costi se v'erano vittime. È partito solo, elegante e immacolato come sempre, attraverso il pianoro infì!ato dalle granate nemiche. A un tratto si è udito uno schianto e un grido altissimo: «Viva il Re! » Sono accorsi e l'hanno trovato esanime, con una scheggia conficcata nella spina dor- ' sale. Soffriva atrocemente, ma non emetteva un lamento e anzi sorrideva, forse al pensiero di essere riuscito a cadere in bellezza, come voleva: con lo stile di quei luogotenenti dei Bianchi Lancieri che andavano in guerra con spalline e sciarpa azzurra. A sera, mentre lo caricano sull'autoambulanza, svenuto e febbricitante, mi riecheggiano nella memoria le sue parole allorchè lo ammonivano, appena giunti in linea, onde cercasse riparo dalle granate: « Un Visconti non schiva il piombo dei Windsor ». È stato di parola: non l'ha schivato. Seguo con lo sguardo l'autoambulanza che s'allontana sobbalzando sulla pista sassosa. Quante volte l'ho già vista partire, a sera, col suo carico di morti e di morenti!' Si avvia a fatica, cigolando, su per la rampa della pista e si ode il motore che cambia marcia e arranca; quindi valica il pianoro, prende l'abbrivio attraverso quel tratto battuto dalle cannonate e si sommerge alla vista oltre il declivio. L'ultima visione che se n'ha, quasi simbolica, è quella bandiera con la croce rossa che sventola a brandelli sul tetto. 223


Mentre seguo con lo sguardo il cencio bianco che si staglia nella luce del tramonto ho il chiaro presentimento che. neanche Guido rivedrò mai più, lui come tanti altri ragazzi partiti insanguinati, nell'ombra della sera. E come già una volta, lasciando l'Italia in un fresco mattino d'estate, un acuto senso di tristezza, quasi un presagio, mi corre sulla pelle con un brivido. Ma forse è solo il primo freddo della notte. Mi scuoto a uno scalpiccio di passi. È il caporale del posto di vedetta numero tre che viene a dire che s'ode, nelle posizioni inglesi, ronzio di autocarri che scaricano materiali. È vero. Presi dalla malinconia del momento, si· dimenticava la realtà della guerra. Prima che il ciclo del plenilunio sia trascorso, il nemico attaccherà: questa è realtà. E bisognerebbe inviare armi di rinforzo al caposaldo della quinta, raddoppiare le linee telefoniche con i gruppi di artiglieria, avvertire Caccia di raffittire le mine sul fronte della dodicesima. Queste e altre cose urgerebbe fare, che non potranno essere fatte. Non abbiamo di veramente efficiente che il nostro cuore. Ma, vivaddio, per i ragazzi della « Folgore » basterà. Lo attesterà un giorno la storia del deserto di Alamein.

*** Trascorrono pochi giorni, ed è la volta di Patella e di Macchiato, che avevano accompagnato in ricognizione, entro la micidiale « sacca minata >> britan-· nica, il comandante del nostro X Corpo d'Armata, 224


generale Ferrari Orsi: il cavaliere antico, sul cui nome splendeva luminosa un'aureola di temerario coraggio, di squisita gentilezza e di ardore, fin dalla conquista, fin dalla riconquista della Libia. La medesima esplosione ha annientato i tre, nelle ombre lunghe del crepuscolo, mentre già il deserto si inonda del chiarore d'una luna che fra breve sarà piena, alta nel cielo, piena di silenziosa minaccia.

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L'ULTIMA BATTAGLIA Ottobrecnòvembre 1942 (Dalla relazione del comandante il 187" regginiento paracadutisti « Folgore >> ). « Nella notte sul 24 ottobre un tiro di artiglieria, di violenza e proporzioni inusitate, si abbatteva sulre nostre posizioni di Alamein. Era l'inizio dell' offensiva nemica. << In seguito ai rimaneggiamenti avvenuti nel corso del mese, la divisione "Folgore" era in quei giorni interamente schierata all'ala destra dell' Armata italo-tedesca, in pieno deserto, fra il saliente di Munassib e il sistema collinoso Qaret El Himeimat-Nagb Rala. Si appoggiava sulla destra alla depressione di El Qattara. Fronte occupato: circa 15 chilometri. Schieramento: due reggimenti in primo scaglione, il 187' a Nord e il 186• a Sud, raccordati l

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da un raggruppamento di due battaglioni, al comando del tenente colonnello Ruspoli di Poggio Suasa. Forza complessiva: circa 5000 uomini, di cui non più di 4000 paracadutisti. Il rimanente - come verrà detto in seguito - era stato precedentemente perduto per ferite e soprattutto per malattie. « Le caratteristiche topografiche dello schieramento erano !ungi dall'essere soddisfacenti. A ecce:àone degli appigli laterali ( Munassib e Nagb Rata), offrenti discrete ·condizioni di difendibilità per il dominio esercitato all'intorno, la linea correva attraverso una piana desertica priva di ogni ostacolo e agevolmente controllata dalle posizioni inglesi. Si aggiunga che il pilastro settentrionale dello schieramento (Deir el Munassib) costituiva un accentuato saliente della fronte ed era premuto da presso dal nemico su due lati. Nei primi giorni dello stesso mese di ottobre l'avversario aveva anzi tentato di impadronirsene ed era stato respinto con gravi perdite. Ciò non astante quel settore permaneva assai delicato e tormentato e ci procurava un quotidiano · stillicidio di perdite. « In seguito all'insistente martellamento dell' artiglieria avversaria si era proceduto, nel corso del mese di ottobre, a un diradamento delle forze presidianti la prima linea e a un maggiore scaglionamento in profondità. Ciò in previsione dell'imminente offensiva nemica - i cui complessi preparativi non erano sfuggiti alla nostra osservazione - e del conseguente proposito di attendere l'attacco nelle migliori condizioni di efficienza. « L'organizzazione della difesa si basava su un 228


sistema di capisaldi circondati da campi minati e aventi possibilità d'azione a giro d'orizzonte. Lo scardinamento di uno dei capisaldi avrebbe dovuto essere contenuto dall'azione fiancheggiante di quelli laterali (come in effetti si verificò) . Su questa possibilità di resistenza e di reazione dei singoli elementi della difesa - appoggiata dall'ostacolo offerto dai campi minati - era sostanzialmente imperniato il concetto d'azione formulato in caso d'offensiva nemica: logorare con le fanterie la massa corazzata avversaria sino a raggiungere le condizioni idonee alla contromanovra delle nostre forzr: meccanizzate. « Le notizie che si avevano sul nemico lasciavano concordemente intendere che l'offensiva fosse imminente e che riserve massicce di truppe e di materiali fossero in via di afflusso da Alessandria e dalla regione del Delta. Dall'interrogatorio di prigionieri si e~a potuto accertare che sulla sola fronte della ''Folgore" andassero ammassandosi forze pari a due divisioni di fanteria e a una intera divisione corazzata: una massa d'urto, cioè, di 15-20 mila uomini e 300 mezzi corazzati contro i nostri 4000 paracadutisti, debilitati dai disagi e dalle malattie. L'osservazione aerea aveva inoltre accertata la presenza di cinquanta o sessanta batterie nemiche già in posizione. L'aviazione avversaria, rinforzata di recente da forti formazioni americane, aveva raggiunto una decisa superiorità numerica. In quanto alle riserve di munizioni, carburante e materiale vario accumulate dall' avversario, un proclama diramato alle truppe britanniche dal generale Montgomery, comandante la 8" Armata - proclama da noi rinvenuto fra i documenti di 229


un ufficiale prtgtoniero - diceva testualmente : "Abbiamo di che alimentare l'offensiva, . se necessario, per mesi. Possiamo concederci il lusso di incalzare gli Itala-Tedeschi fino a Tripoli ed oltre senza alcuna tema logistica". « Particolare di notevole interesse: le truppe avversarie, quasi tutte affluite di recente dal medio Oriente, dall'India e dalla Gran Bretagna, erano abbondantemente motorizzate e dotate di gran copia di automezzi. La "Folgore" non disponeva invece che di pochi autocarri impegnati in esigenze logi,stiche. , « Le condizioni fisiche della nostra truppa come già accennato - lasciavano a desiderare. In parte per l'alimentazione, che le gravi difficoltà di rifornimento rendevano insufficiente, e in parte per le disagiatissime condizioni di ambiente e di clima, la salute degli uomini era andata assai deperendo negli ultimi tempi. Quasi tutti erano sofferenti per dissenteria. « Ad onta di tali menomate condizioni fisiche, integre erano rimaste le qualità spirituali e combattive dei paracadutisti. La materia prima umana della divisione s'era rivelata, alla prova del fuoco, di qualità e tempra invero eccezionali. Per mordente aggressivo, sprezzo di ogni pericolo, abilità manovriera, i nostri uomini erano in breve divenuti leggendari in tutta l'Armata. Il nemico aveva maturato un 'ben nutrito timore dei paracadutisti italiani e bastava talora il grido d'assalto "Folgore!" per indurre gli inglesi a evitare il contatto e a battere in ritirata. « Le notizie sulla consistenza del ciclone offen230


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~ivo che il nemico era in procinto di scatenare non

a_vevano menomamente intaccato il morale dei "ragazzi" della "Folgore" (com'eran affettuosamente chiamati i paracadutisti in tutto il fronte dell' Armata). Con la sensibilità tattica di chi vive da mesi in prima linea, essi s'erano resi perfettamente conto che il nemico avrebbe tentato, almeno inizialmente, di infrangere la resistenza della nostra linea attaccandone l'ala destra, presidiata appunto dalla "Folgore", sl da minacciare di avvolgimento l'intero schieramento dell'Armata. Del duro compito reattivo loro affidato si dimostravano fierissimi. Com'ebbe a dichiarare taluno di essi al generale von Stumme, pochi giorni prima dell'inizio dell'offensiva: "Dite pure al maresciallo Rommel, signor generale, che finchè vi sarà qui un uomo, una cartuccia e una borraccia d'acqua, il nemico non passerà". · <<Ed erano talmente ·compresi dell'importanza del momento e del settore che, senza alcun incitamento, trascorrevano le notti in lavori di rafforzamento, attuando di loro iniziativa lavori e migliorie spesso geniali. Nei giorni precedenti l'offensiva s'era ad essi aggiunto un altro splendido reparto, il battaglione guastatori del Genio del maggiore Caccia Dominioni. Guastatori e paracadutisti s'erano scambievolmente apprezzati; avevano in breve fraternizzato e gareggiavano nel migliorare l'efficienza della linea con lavori notturni di mina, spesso rischiosissimi, svolti a poche decine di metri dalle vedette nemiche. Compatibilmente con gli scarsi materiali di rafforzamento disponibili, le posizioni erano state messe nelle migliori condizioni di efficienza. 231


. « Questa, in sintesi, la situazione tattica e spiri1

tuale de!là "Folgore" alla immediata vigilia dell' of7 fensiva avversaria ». "

*** (Nella notte sul 24 il deserto appariva inzuppato di luce lunare. Una nebbiolina leggera sospesa fra cielo e terra trasudava umido e chiarore schermando il paesaggio d'un sipario di silenzio. S'incollava a uomini e cose, lieve e fastidiosa come un velo fradicio. Le sentinelle intabarrate nei gabbani di incerato tossicchiavano in sordina, soffocando a fatica l'irritazione bronchiale di quattro mesi d'addiaccio. I capiposto in vedetta brontolavano: « Piantala con quella tosse, stupido, che ti sentono fino al Cairo. » · «Che ce posso fà, caporale? Mi prore. » << Se ti prude.... >>, un coretto allegro di bisbigli suggeriva dalle vicine postazioni i rimedi del caso. Tutti i ragazzi erano all'erta, nella notte sul 24. Fra Munassib e Qaret el Himeimat non v'era chi dormisse. Sdraiati sulla sabbia diaccia, accanto alle armi incappucciate a proteggerle dalla guazza, gli uomini vegliavano, stretti l'un contro l'altro in cerca di tepore. Guardavano all'insù le folate di nebbia in fuga sul disco opaco della luna; lievi e sfrangiate come ricordi inseguentisi nella memoria. Taluno bisbigliava, rievocando all' orecchio dell'amico. << ... e allora io le dissi: ora vado alla guerra, ma tu aspettami e quando torno ... >> <<E credi che quella t'aspetti? Va là, fregnone, 232

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\\ che le donne sono tutte eguali. Gli assenti hanno \ sempre torto. >> << Stupido. Si vede che non conosci Rosina. È una ragazza ammodo, educata, all'antica ... >> Più in là due ufficiali• protendono il capo oltre il ciglio d'un osservatorio. << Che silenzio, stanotte! Non si odono neanche i soliti autocarri che scaricano. Che attacchino sul serio? » << Mah! Sono tre notti che si aspetta. Sarebbe ora che si decidessero. >> <<Che ore sono? » << Le otto e tre quarti. Ma per quel che ne so potrebbero anche essere le sette e mezzo o le undici e venti. Ho ricaricato l'orologio a occhio, regolandomi sul sole. >> << Del resto, il tempo qui non ha valore. >> << Non ha valore. >> Una vampa all'orizzonte, lontana. << Hai visto? >> << Sl. Sparano sul fronte della "Brescia". >> Un'altra vampata, un'altra .e ùn'altra ancora: Poi dieci, venti, cinquanta; come. se l'intero orizzonte deflagri. Un'ondata di fragore giunge compatta da oriente e sommerge di colpo le nostre linee. S'ode acuta e un po' ridicola una voce di capoposto che grida : <<All'armi! >>).

*** << ... Nella tarda sera del 24 ottobre, verso le ore 21, un tiro di artiglieria di eccezionale violenza si abbatteva, - come già detto - sull'intero fronte 233


della divisione. Dall'immediato rilevamento alla vam- ;' pa effettuato dagli osservatori di artiglieria si potè calcolare che contro il solo settore del 187' agissero non meno di quaranta o cinquanta batterie. Gli avversari, evide__ntemente, erano riusciti a portare in linea un numero di pezzi ancora maggiore di quello stimato prima dell'azione. Apparve presto evidente, dall'insistenza e precisione del tiro, com'esso fosse il preludio dell'attesa offensiva avversaria. Nelle pause di silenzio balistico si udiva infatti lo sferragliamento di grosse masse di carri armati serranti nella notte sotto le nostre posizioni. Il bombardamento, con qualche breve s,osta, si. prolungò violentissimo sino all'alba nei settori laterali della divisione, provocando peraltro perdite relativamente limitate, grazie alle minute predisposizioni prese pel ricovero della truppa in linea. Nel settore centrale (Ruspoli) il tiro venne invece allungato dopo circa due ore e il nemico mosse all'attacco con forze importanti (successivamente valutate a quattro battaglioni di fanteria e a una brigata coràzzata) . I collegamenti a filo si erano interrotti alle prime granate e quelli radiotelegrafici erano molto · disturbati dall'avversario; solo alle prime luci si potè quindi avere un quadro sommario della situazione. << Alle ore 5 questa appariva la seguente. Gli avamposti del ten. col. Ruspoli, dopo lotta impari e accanitissima durata sino all'alba, erano stati sommersi. La compagnia avanzata (cap. di cavalleria Marenco di Moriondo), sebbene investita da un'autentica valanga di ferro e di fuoco, non era arretrata d'un passo. I novanta uomini che la componevano 234


s'erano abbarbicati al terreno e, benchè sopravanzati e circondati dalla massa degli assalitori, avevano condotto resistenza tenacissima per oltre sei ore. Schiacciati dal grave peso dell'attacco, isolati e frantumati dalle infiltrazioni di carri armati, erano stati soverchiati solo dopo un'accanita serie di assalti e di contrassalti conchiusasi alle prime luci. La quasi totalità era rimasta sul terreno; unici superstiti, una quindicina di paracadutisti, quasi tutti feriti. Il ne. mica aveva anch'esso subito dure perdite, fra cui non meno di una .trentina di carri. L'accanita resistenza l'aveva anzi a tal punto sc,oncertato da indur/o a desistere dall'attacco e a rafforzarsi sulle posizioni raggiunte, in attesa che la massa dei suoi mezzi corazzati serrasse sotto lo scaglione di rottura. « Altri attacchi, condotti da forze degaulliste, erano stati sferrati nella notte sul fronte del 186•. Ma erano stati energicamente stroncati dai contrassalti personalmente guidati da un comandante di battaglione, ferito nel .corso dell'azione. << Appena chiaritasi la situazione, i comandanti di reggimento laterali distoglievano d'iniziativa le batterie a disposizione dai)qro compiti di protezione normale e battevano con esse durante l'intera mattinata del 24 la massa corazzata avversaria, visibilissima dagli osservatori, sì da alleviare la pressione esercitantesi sul raggruppamento Ruspoli. Non· appena ristabiliti i collegamenti (verso mezzogiorno) si potè concentrare sulla fronte del settore centrale anche il tiro degli altri gruppi onde mantenere l' avversario sotto un fuoco pressochè costante. L'azione sortì esito particolarmente efficace, chè numerosi 235


mezzi corazzati, colti di sorpresa, furono centrati e messi in fiamme; e il fumo del carburante incendiato, levantesi altissimo nella mattinata calma, servì da richiamo e da obiettivo ai successivi concentramenti di artiglieria. << Fosse tale vigorosa reazione, fossero le gravi perdite già subite, il nemico si mantenne inattivo durante l'intera giornata. Le fanterie inglesi, lo go- . ratesi nell'assalto, andavano frettolosamente cercando riparo con lavori di scavo. All'orizzonte, fuori delle nostre batterie, si scorgeva il complesso movimento delle riserve nemiche autocarrate apprestantisi a riprendere l'attacco col favore delle tenebre. « Approfittando della tregua venne effettuato a sera un contrattacco con le magre forze disponibili. Si potè così ristabilire una linea continua, se pur esile, fra i due reggimenti della "Folgore" minacciati di separazione. In questa fase dell'azione cadeva valorosamente sul campo il tenente colonnello di cavalleria principe Maresçotti Ruspoli di Poggio Suasa. · '" Giova ricordare che questo splendido ufficiale era già stato ferito in precedente azione nè aveva voluto allontanarsi dalla linea. Benchè ancora febbricitante, aveva diretto mirabilmente la difesa della notte prodigandosi quindi durante l'intera giornata. Cadde nel mentre conduceva in linea di persona i pochi rincalzi per il contrassalto. Era. il quarto ufficiale superiore della "Folgore" - dopo i maggiori Rossi, Macchiato e Patella - a lasciare la vita sul campo in breve volgere di giorni ». 236


*** (L'avevo visto la vigilia, Marescotti Ruspoli. Aveva telefonato al comandante del settore contiguo: « Vieni che ho da parlarti. Io non posso muovermi a causa d'un lieve malessere ». Ci eravamo recati da lui e l'avevamo trovato nella sua buca Comando, disteso su una certa sdraio che gli teneva luogo di letto. Batteva i denti per febbre e la mano scarna gli tremava nel mentre additava· sulla carta al collega l'andamento della linea: <<C'è la sutura del mio settore col tuo che mi preoccupa. Qui, vedi, c'è una zona in angolo morto ed il nemico potrebbe ... >> Come Ferrari Orsi. Anche .lui si preoccupava di quella sacca ch'era riuscita fatale al generale, pochi gior.ni addietro. Furono decise le misure del caso: incrocio di fuochi, spostamenti di rincalzi. Ma io pensavo inconsciamente a Ferrari Orsi e al maleficio di quel covo di mine e di granate vaganti e nel vedere il_volto scarno e gli occhi lucidi di febbre di Ruspoli mi venne istintivo il dirgli: << Marescotti, tu non sei in condizione di poter restare in linea. Dovresti andare in ospedale. Perchè non telefoni al Comando di Divisione per farti sostituire? >> Ma lui mi guardò stupito, quasi offeso dell'offerta : << Andarmene ora, nell'imminenza d'un attacco nemico? ... Vorrai scherzare. E poi sto bene, sto benissimo. Solo qualche linea di febbre. È un acciacco che mi porto dietro .dall'Etiopia: roba di poco conto». 237


E quando mi salutò vidi che frenava il tremito febbrile della mano onde mi convincessi che stava benone. Ma la sua mano scottava. E il tenente Gola. Era di presidio con i suoi mortai sui rovesci dell'Himeimat. Sere prima·aveva udito oltre la linea un bizzarro grugnito e quindi uno scoppio. Era accorso con i suoi uomini e aveva trovato un cammello squarciato da una mina nel nostro campo marginale. Non aveva notato n per n che quel cammello, in apparenza selvaggio e vagabondo, aveva una latta attaccata alla coda come gatto randagio di sobborgo. Aveva solo pensato ai suoi uomini affamati e s'era rallegrato dell'insperata macelleria. Avevano mangiato bistecche di cammello per due giorni. , Poche ore prima dell'attacco nemico, il maggiore comandante di battaglione aveva saputo casualmente di quel cammello suicida e aveva rimproverato l'ufficiale per non esserne stato avvertito in tempo. <<Non capisci', gli aveva detto,<< ch'era un espediente del nemico per rilevare il tracciato dei nostri campi minati? Hanno sospinto contro le nostre linee quella povera bestia, spaventata dall'arnese appesole alla coda, a guisa di pattuglia esplorante. E tu hai pensato solo a mangiarla. Mostrami dove l'hai trovata che n, assai verosimilmente, il nemico attaccherà ». E in quel tratto, infatti, i degaullisti attaccarono. Gola c'era rimasto male. E pella notte sul 24, allorchè vide il suo maggiore che si lanciava al contrassalto con un pugno di uomini, lasciò i suoi mortai e accorse anche lui coi serventi. Attaccò sul fianco gli assalitori e concorse a volgerli in fuga. Ma si buscò

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una sventagliata di mitraglia nel ventre e si abbattè. Nell'autoambulanza che lo conduceva morente all'ospedale, disteso accanto al maggiore ferito, cer-· cò nel buio la mano del suo superiore, la strinse e disse: « Quel cammello. Vi chiedo scusa, signor maggiore, per non avervi avvertito del cammello >>. E il paracadutista Inverardi. Era la staffetta del maggiore. E quando vide il suo ufficiale a terra con un ginocchio in frantumi gli legò strettamente la gamba per arrestare l'emorragia, poi si caricò il maggiore sulle spalle e fece due ore di marcia sotto il tiro d'artiglieria per portarlo in salvo all'autoambulanza. L'ufficiale, assai malconcio, gli diceva: << Lasciami qui e pensa a ripararti dalle granate >>. E Inverardi rispondeva: << Fossi matto! >>. A un certo punto, discendendo da Nagb Rala, passarono accanto a un deposito di mine che ardeva per principio d'incendio. Inverardi .temette che l'esplosione imminente potesse coinvolgere il suo ufficiale, lo depositò garbatamente al suolo e si buttò fra le casse di mine e di bombe a soffocare le fiamme. Ci riuscl solo perchè Santa Barbara gli tenne le sante mani sul capo. Poi si ricaricò il maggiore sulla schiena e lo portò, come dicevo, sino all'ambulanza. All'ospedaletto ebbero a criticare i metodi un po' spicci con cui Inverardi aveva arrestato l'emorragia del suo ufficiale, poichè gli aveva stretto con sl energico zelo il laccio emostatico che ancora' un po' il maggiore perdeva la gamba per cancrena. Ma questi sono dettagli, chè Inverardi era un bravo soldato e non un infermiere patentato. Fatto sta che il maggiore è oggi sano e vegeto e zoppica appena. E di 239


Inverardi invece, tornato in linea a rombattere, non si sa più nulla. Disperso). 1 << •• •L attacco si riaccendeva violentissimo nella notte sul 25. Con i rinforzi affluiti l'avver4ario si era ricostituito una massa d'urto, valutabile in 5-6 battaglioni e in due brigate corazzate, e mirava con essa ad allargare la fessura dischiusasi nel settore centrale della "Folgore", gravando verso meridione sopra il 186• presidiente le posizioni di Qaret el Himeimat. Lo scardinamento di questo pilastro difensivo avrebbe probabilmente consentito, secondo i calcoli dell'avversario, di iniziare il movimento aggirante destinato a far cadere per manovra l'intero fronte di Alamein. << Al sorgere della luna, precedute dall'abituale massiccio tiro di artiglieria, le colonne d'attacco movevano da tre diverse direttrici verso le posizioni del 186°. Si urtavano istantaneamente a una resistenza non meno feroce e accanita di quella incontrata nel settore centrale. Il battaglione investito per primo (VII, del capitano Mautino), composto in prevalenza di elementi provenienti dalle truppe alpine, stroncava nettamente la prima ondata d'assalto. Le altre, dilaganti su tutto il fronte reggimentale, venivano arginate dapprima e contrassaltate dipoi dai battaglioni vicini. Il logorio subito dall'attaccante fu tale da non consentirgli di superare la cerchia difensiva dei campi minati e di lanciare oltre quest~ come si proponeva, le forze corazzate attendenti in potenza. Nè miglior sorte ebbero i successivi attacchi miranti ad aggirare da sud le difese del pilastro di Qaret el

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Himeimat. In tal fase un altro comandante di battaglione, il maggiore Bergonzi, cadeva sul campo.

*** « Nel pomeriggio, visti falliti i suoi attacchi contro il 186•, il nemico tentava miglior fortuna contro il 18r. Apriva un violentissimo tiro a granate esplo-

sive e nebbiogene contro il caposaldo viciniore di quel reparto e vi sferrava contro, a guisa d'ariete, l'intero reggimento corazzato IV Hussards. Era il caposaldo presidiato da una compagnia (capitano Cristofori) ridotta dai precedenti combattimenti a non più di settanta uomini, con tre pezzi anticarro. N el mentre questi sparavano a ritmo accelerato sino ad arroventarsi, gli uomini, infossati fra le mine del campo perimetrale, impedivano ai pionieri nemici di aprire un varco ai carri. Dopo vani e reiterati {en- · tativi di avvicinare al caposaldo elementi appiedati, il nemico lanciava contro i difensori una carica di mezzi corazzati. Ma per nulla scossi dall'impressionante spettacolo dei mastodonti (americani, di 30 tonnellate) vomitanti mitraglia a pochi passi, i paracadutisti continuavano il loro fuoco calmo e mirato e passavano anzi al contrassalto, attaccando i carri nemici con bottiglie incendiarie. Contemporaneamente i nostri gruppi di artiglieria riuscivano con audaci tiri d'infilata a battere efficacemente la massa corazzala attaccante arrecandole notevoli perdite. Visto inutile ogni tentativo, il nemico s'induceva a ripiegare a sera sulle posizioni di partenza lasciando innanzi al nostro caposaldo 2 2 carri armati inutilizzati, successivamente incendiati da nostre pattu241


glie. Gli eq~ipaggi, una sessantina di uomini, venivano catturati. Nella notte l'intero fronte della "Folgore" era illuminato dal riverbero delle carcasse ardenti innanzi alle nostre posizioni. » (Era uno spettacolo di fosca bellezza .quell'allineamento di falò scoppiettanti nella notte. A tratti s'udiva un boato sordo e nel buio scaturiva un cratere di lapilli roventi: un serbatoio di bemina che esplodeva. La brezza di levante sospingeva verso le nostre linee zaffate di fumo grasso, greve di lezzo di' cadavere cremato. Al mattino le carcasse ardevano ancora e i pinnacoli neri s'elevavano altissimi nell'aria calma, come tronchi d'un palmeto fantastico. Fu in quel frangente che vidi passare due barelle, due caduti: il tenente Mesina, clìe aveva guidato l'assalto contro i carri ora in fiamme, e il sergente Lieber, il pattugliatore di El Qattara. Nè il maresciallo Carta, l'altro pattugliere, volle essere da meno. Cadde l'indomani. E i due sottufliciali marciatori, come già nella «depressione >>, s'avviarono certo per diversi itinerari sulle strade non battute che menano lassù, riconoscendo il cammino alle colonne di ragazzi che li seguirono nel dì dipoi).

*** « ...La giornata del 26 trascorse relativamente

calma chè, ammaestrato dai duri scacchi subiti, il nemico non azzardò azioni isolate e solo si contentò di mantenere le nostre linee sotto un tormentoso tiro di artiglieria. Andava intanto ammassando le sue truppe ancora fresche, tenute sino ad allora in riserva, nell'intento di compiere con esse l'estremo 242


sforzo contro la "Folgore". Adunò così quattro reggimenti scelti di fanteria motorizzata inglese e si accinse nella notte sul 27 a vibrarci il colpo deci#vo. « Avendo constatato il s"aldo tenore della nostra resistenza in ogni tratto (com'ebbero poi a dichiarare vari ufficiali prigionieri) il nemico decise di far massa contro il saliente di Munassib, mirando a .impadronirsene e a dilagare lungo un allineamento vallivo (Deir El Munassib-Deir Alinda) che da quelle posizioni si diparte. Dopo l'ormai consueta preparazione di artiglieria e di nebbiogeni, il nemico moveva all'attacco al sorgere della luna (ore 2 2) contro le posizioni tenute dal battaglione presidiante il vertice del saliente (IV, comandato dal maggiore Patella, caduto il 18 ottobre, poi dal capitano di cavalleria Valletti-Borgnini) , Una colonna compÒsta da 2 battaglioni del reggimento Green Howards e da una compagnia autoblinde, riprendeva il fallito attacco del pomeriggio contro la compagnia Cristofori. Un'altra colonna, formata da elementi d'assalto degaullisti," impegnava la compagnia di sinistra ( ten. di cavalleria Simoni) . Una terza colonna, costituita dall'intero reggimento Royal West Kent e da un battaglione carri del IV Hussards investiva da ogni _lato il caposaldo centrale (capitano di cavalleria Ruspoli). Contemporaneamente venivano impegnate da distaccamen~i le posizioni del battaglione viciniore. (II, maggiore di cavalleria Zanninovich) . « Alle ore 23 l'intero fronte del reggimento era così premuto da ogni lato. I due gruppi di artiglieria . a disposizione sparavand a ritmo accelerato sui previsti settori di protezione. Aliquote del battaglione 243


di secondo scaglione (IX, capitano di cavalleria Chieppa) venivano spostate nella notte per rafforzare le ali dello schieramento, particolarmente minacciate. Dopo una dura serie di assalti e contrassalti, verso le ore l gli attacchi diretti contro le posi- · zioni delle compagnie Cristo/ori e Simoni potevano considerarsi stroncati. Le colonne avversarie, in seguito alle gravi perdite subite, desistevano da ogni tentativo di progresso, e si accontentavano di mantenere impegnata la difesa. Più grave si manifestava invece la situazione della compagnia Ruspoli. << Protetto da una fitta cortina di nebbiogeni, il nemico era riuscito ad infiltrarsi nel caposaldo, presidiato da 6 7 uomini. I vari centri di fuoco si erano visti così attaccati su ogni lato e premuti da presso dai carri. La lotta durò violentissima per un paio d'ore sinchè, uno alla volta, i pezzi controcarro esaurirono le munizioni e, non potendo esserne riforniti perchè rimasti isolati, furono costretti al silenzio. Le armi automatiche venivano soverchiate dai carri. Alle ore 4 solo un paio di centri di fuoco resistevano ancora; il rimanente della compagnia s'era fatto uccidere sulle postazioni. Il comandante, capitano Ruspoli di Poggio Suasa (fratello del colonnello caduto l'antivigilia) rimasto pressochè solo, si accinse alla disperata impresa di difendere col suo moschetto l' ultimo lembo del caposaldo ancora non sommerso. In piedi fra il grandinare dei colpi, esortando pacatamente i superstiti a vendere cara la pelle, egli tenne così in scacco per più tempo il nemico dilagante sinchè, colpito al petto dalla raffica di una mitragliera di carro armato, cadeva a sua volta sul campo. 244


« Ma non per questo cessò la'lotta sul contesissimo e insanguinato ripiano di Munassib. « I pochi superstiti della compagnia Ruspoli venivano raccolti e riordinati da altro ufficiale di cavalleria accorso volontario a sostituire il compagno d'armi caduto, ed imbastivano successive resistenze per co1ztenere il nemico incalzante. Alle ore 5 tutte le artiglierie del reggimento concentravano il fuoco con tiri di repressione sul caposaldo, consentendo così ai superstiti - una decina di uomini - di ripiegare. Alle prime luci del giorno 26 il comandante del battaglione (più volte ferito, ma rimasto volontariamente in linea) riusciva con i pochi uomini di cui sopra, con qualche rincalzo e con l'ausilio di mine frettolosamente deposte dai guastatori del Genio, a costituire una seconda linea di difesa contro cui si esauriva definitivamente ogni irruzione avversaria. Il nemico a prezzo di durissime perdite, era solo riuscito a intaccare gli avamposti del 187" senza minimamente infirmare la solidità delle posizioni principali. L'offensiva sulla fronte della "Folgore" appariva già virtualmente fallita ».

(Se n'ebbe la sensazione sino all'alba. L'ondata offensiva nemica, rotta·dalla resistenza della compagnia Ruspoli, giungeva ormai fiacca, a spruzzi di pattuglie, contro la diga delle posizioni di Munassib. Gli ultimi scogli della linea d'avamposti continuarono per più ore a frangere la risacca. Un centro di fuoco al comando del tenente Mascarin resistette fino alle prime luci. Lo si scorgeva dalle posizioni retrostanti. Era circondato da carri armati che lo tra245


passavano con le saette luminose delle mitragliere traccianti. A tratti il fuoco cessava e dai card armati gridavano: « Surrender! Arrendetevi! >> E s'udiva lontana la voce di Mascarin che rispondeva: « And? sulla forca! » Era un giovanotto milanese, dai capelli rossi, con un volto aguzzo da falchetto e una energia tagliente come il filo di una spada. Seguitò a gridare : "andate sulla forca" sinchè ebbe munizioni e i carri non gli si rovesciarono addosso a valanga. Sbucò allora dalle macerie e s'avventò col pugnale, alla disperata. Lo si vide per un attimo aggrappato alla prora di un carro e poi spari travolto, maciullato dai cingoli. Ma intanto la posizione di resistenza si era consolidata, cementata. I carri nemici vagolavano innanzi incerti, fuori tiro, sparando a casaccio qualche raffica, come mastini che ronzano attorno alla macchia ov'è appiattato' il cinghiale e non osano farsi avanti e abbaiano per rincorarsi. Sulla linea i ragazzi sfigurati dalla fatica, agguantati .alle manopole delle mitragliatrici e ai volantini dei pezzi, sogghignavano: « Vigliacchi, venite a tiro se avete ci.Jore. » Ma il nemico, pago della gloritìzza sanguinosa della notte, ottenuta in venti contro uno, ruppe il ·contatto balistico e arretrò al riparo di certe dune sassose ove restò a far capolino dalla torretta dei carri. Cosl su tutto il fronte della «Folgore ». L'offensiva andava esaurendosi col fiato grosso. Distesi fra i sacchetti sventrati di un posto di vedetta, si osservava col binocolo la linea di battaglia della Divisione, già evacuata dalle forze d'urto avversarie. L'insonnia di quattro giorni ci appesantiva le 246


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palpebre e appannava la trasparenza delle lenti. Il sole ~rroventava gli elmetti serrandoci le tempie in una morsa dolorosa. «Hanno avuto una dura lezione>>, fece Vagliasindi senza volgere lo sguardo dall'oculare. «Vedo innanzi alle posizioni del quarto e dell'ottavo centinaia di fagotti abbandonati nella sabbia. Morti >>. Vagliasindi aveva sostituito Macchiato nel comando delle artiglierie del settore. Era un ragazzone bruno, siciliano, soldato nell'anima. « Dubito· che ritentino attacchi, per lo meno di giorno. Forse col favore della notte, da quelli sciacalli che sono. » « Che ore sono? >> « Le undici. >> <<Fa caldo>>, notò Vagliasindi e si strappò l'elmetto dalla fronte madida. Un nugblo di mosche lo assall, incollandosi alla pelle in sudore. <<Maledette! >>, fece lui sventagliando la mano. << Neanche le cannonate le spaventano. Si combattono battaglie, crepano uomini a ' centinaia ma le mosche sopravvivono. Sono più forti della morte. >> L'imprecazione del mio compagno s'associa d'istinto alla visione panoramica che mi appare attraverso le lenti del binocolo. Il deserto. E tal quale, questa mano, al deserto di ogni giorno. Laggiù a destra il doppio isolotto di Qaret el Himeimat galleggiante sul tremolio della sabbia infocata. Più ]ungi, verso oriente le alture azzurrine di Samara annegate in una bassa coltre di caligine. E ovunque il riverbero color ocra della crosta disseccata di questo mondo più eterno della vita. In quattro giorni si 247


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sono qui scannati uomini a migliaia, s'è speso in esplosivo e in piombo quanto basterebbe a editìcare una borgata; duemila milioni di esseri umani, l'intera popolazione del globo, seguono con ansia le vicende di questa fronte e il deserto se ne frega. Se ne frega: dico. Ha l'aspetto indifferente di tutti i giorni. Luce, canicola, miraggi, arsura, mosche: come ieri, come cent'anni fa, come tra dieci secoli. Io e tu potremo morire o sopravvivere. Mia moglie e tua madre dovranno forse vestire gramaglie. La guerra si protrarrà per un mese o per dieci anni: il deserto se ne frega. Si sente superiore ed estraneo alle vicende dell'umanità: questo pulviscolo di microbi che s'agita oggi nel suo grembo, non più importante dei granelli di sabbia che solleva a turbine una folata di ghibli. Rossi, Pescuma, Patella, Visconti, Carta, Lieber, Mascarin: granelli di sabbia, null'altro che sabbia. Provo sulla fronte un senso di frescura. È la mano di Vagliasindi. « Tu scotti >>, sento che dice. « Devi avere la febbre. Forse è un principio di insolazione. Vieni ' a riposarti. » . Mi aiuta a rialzarmi e, sorreggendomi, mi guida verso la tenda. Ho i muscoli d'improvviso illanguiditi e mi reggo a stento. Forse è la febbre, forse è l'oscuro maleficio di questa terra senza vita. Incontriamo due uomini che ne sorreggono un terzo che cammina rigido, a passi incerti come me. Ma non è febbricitante. Ha il volto rigato di sangue e lo sguardo vuoto, come assorto nella visione di qualcosa di assai lontano ch'egli solo scorge. 248


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. Ci fermiamo a interrogare i ragazzi che accompagnano il ferito. Vengono dalla linea. Questa notte si sono scontrati corpo a corpo con un gruppo di \ ,assalitori nemici. Lotta a ferro freddo . Il ferito ha , vuto due o tre pugnalate al capo che gli hanno reciso i nervi ottici. È cieco. Un improvviso senso di orrore mi prende all'idea di questo ragazzo i cui occhi si sono spenti sullo spettacolo del deserto di Alamein. L'ultima visione delle cose del mondo ch'egli serberà nella retina senza luce è questa rovente distesa di sabbie che gli ha arso la vista come per fuoco maligno. Null'altro più vedrà nel buio della memoria che un gammeggiare color ocra, cosparso di fagotti umani già fetidi; Qaret el Himeimat; la nube nera d'una granata; il luccicore d'una lama di pugnale alla luce lunare. Null'altro. Stringiamo la mano al cieco, con. qualche parola di conforto. Egli ci .sorride (e il sangue secco del volto si raggrinza componendogli una maschera macabra) e dice: <<Non mi dispiace d'essere cieco. Ho potuto vedere la "Folgore" vittoriosa. Mi basta. » E se ne va, con lo sguardo che par vuoto e non lo è, tra i due compagni che ne guidano i passi. , Con Vagliasindi ci guardiamo senza far parola. Mi dico « Che lezione, amico mio, che lezione per la tua sensibilità a fior di pelle da donnicciola isterica! Questo ragazzo ha visto la vittoria e n'è pago per la vita. Non Alamein ricorderà ma la "Folgore", non l'orrore dei luoghi ma l'esaltazione del momento: urla d'assalto e schiene di nemici in fuga. Avrà negli 249


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=hl •P••<i piO obbogli'"" di roJ., la fede. Che valgono le tue pupille vive se quella luce non la vedono? Il cieco sei tu, idiota, e non lui. » Quando riprendiamo il cammino ho vergogna della mia febbre e ricuso il sostegno del braccio di Vagliasindi). « ... Nel corso del giorno 27 il nemico, efficacemente contrastato sul nuovo fron te di difesa di Munassib, tentava un ultimo attacco contro la compagnia Simoni con elementi degaullisti _rincalzati da un battaglione del Queen's .Royal Regiment. La immediata, decisa reazione del presidio e il tempestivo intervento dei gruppi di artiglieria stroncavano l'attacco. Il nemicò veniva rigettato con gravi perdite. Durante un contrassalto cadeva valorosamente alla testa dei suoi uomini il comandante della compagnia tenente Gastone Simoni. (Aveva venticinque anni, la sensibilità. delicata d'un fanciullo e l'entusiasmo schietto di chi non è guasto dalla vita. Era un puro.) « Non migliore risultato ottenevano altri rabbiosi attacchi condotti con forze corazzate sul fronté del 186•. Ovunque il nemico si urtava a una resistenza di tale saldezza da fargli perdere ogni speranza di progresso; del chè e~so si rivelava a tal punto sconcertato da compiere gli ultimi tentativi offensivi senza convinzione nè mordente aggressivo. Un ufficiale superiore inglese prigioniero, nel presentarsi a un nostro comandante di reggimento ebbe a dichiarare testualmente: "Credevamo di dover batterci contro degli uomini, per quanto famosi, e ci siamo urtati a dei macigni. Ogni vostro soldato, signore, è un eroe". 250


« Durante la giornata del 28 il nemico, esausto, non rinnovava i suoi attacchi limitandosi a battere le nostre posizioni con violenti tiri d'artiglieria e di mortai. Veniva mortalmente colpito in tale circostanza il maggiore d'artiglieria V agliasindi, che aveva sostituito, nel comando di un battaglione a Munassib, il comandante di reparto ferito. Il maggiore Vagliasindi decedeva più tardi all'ospedaletto da campo, chiedendo al cappellano che gli mostrasse una bandiera, sl da spirare con l'ultima visione della patria innanzi agli occhi. « Il giorno 29, dopo qualche scontro locale, il nemico rinunciava definitivamente a ogni velleità offensiva. Ritirava le sue forze corazzate, lasciando. a contatto con le nostre linee unità di fanteria che iniziavano lavori di rafforzamento. Nei giorni successivi gli opposti fronti si stabilizzavano e si iniziava una nuova fase di attività a carattere di guerra di posizione. « L'offensiva tentata dal nemico contro la "Folgore" era in sostanza sanguinosamente fallita dopo sei giorni di accaniti e inutili attacchi. Gli inglesi avevano lasciato sul terreno 69 carri, più di 600 caduti e 197 prigionieri tra cui 23 ufficiali. Le perdite della Divisione, secondo le cifre pervenute nei primi giorni, e purtroppo di gran lunga inferiori alla realtà, erano di 23 ufficiali e 350 sottufficiali, graduati e paracadutisti caduti; di 16 ufficiali e 210 sottufficiali e uomini di truppa feriti . « Particolarmente glorioso il tributo di sangue offerto dagli ufficiali superiori. Su 12 comandanti di 251


battaglione e di gruppo d'artiglieria, presenti in linea nel mese di luglio, 8 erano caduti e 2 feriti. »

*** (l nostri caduti li avevamo ricuperati, ne avevamo composte le salme con amore, avviandole quindi al cimitero della << Folgore » onde avessero riposo fra gli altri ragazzi ivi sepolti. Ma i suoi morti il nemico ce li aveva lasciati allo scoperto, dinanzi alle linee; e cospargevano il deserto, già verminosi dopo due giorni. Sia per il lezzo che ammorbava sia per pietà cristiana, usci una sera all'imbrunire un nostro cappellano con quattro uomini inermi e si diè a seppellire quei miseri resti in vista delle linee nemiche. Da queste occhieggiarono e ne usci un pattuglione armato: un ufficiale e dieci uomini. Si avvicinò cautamente ai nostri, con i fucili puntati.· << Cosa fate? >>, chiese l'ufliciale nemico. << Lo vedete. Do sepoltura ai vostri », rispose il . cappellano. << Ho anzi raccolto i piastrini dei caduti e ve li consegno onde avvertiate le famiglie. >> << I see », fece l'inglese, sconcertato, e dopo una pausa aggiunse: « Grazie. » << Ma il lavoro è lungo e dovrò proseguirlo anche domani! >>, riprese il cappellano. << Siatene edotti se mi vedrete nuovamente intento a quest'opera. >> << Ne avvertiremo il nostro Comando >>, fece l'inglese. << Farò altrettanto col mio >>, rispose ' il prete. L'indomani il marescialld Rommel ordinava che fra Munassib e Qaret .el Himeimat si sospendesse il 252


fuoco per consentire al cappellano di riprendere la sua opera pietosa. Ma allorchè questi uscì e fu avvicinato dalla solita pattuglia nemica si sentì dire che il generale Montgomery non permetteva l'inumazione. L'ufficiale inglese - arrossiva di vergogna nel dirlo - era quindi costretto a pregare il cappellano di rientrare nelle linee chè altrimenti le batterie gli avrebbero sparato contro. Disse proprio così: << Otherwise our guns will shott >>. Ma aggiunse: << I apologize. l'm nothing but a reporter. >> (Mi scuso, non sono che un messo.) E pareva aggiungere: Chiedo venia per la barbara stupidità dei miei Comandi. Fu così che un centinaio di morti nemici <~:ima­ sero insepolti sul frorite della << Folgore >>. E il ghibli, più pietoso dei Comandi britannici, ricoprì i corpi d'un sudario di sabbia e ne livellò lentamente le forme fra le dune marezzate. Dopo qualche giorno il deserto li aveva inghiottiti. Se centinaia di famiglie britanniche piangono oggi dinanzi a tumuli vuoti nè potranno mai darvi ricovero alle ceneri dei loro caduti, sanno chi ringraziare.)

*** « .. .Impegnati con ogni energia nella durissima

lotta, i "ragazzi" della "Folgore" avevano in quei giorni prestato scarsa attenzione agli avvenimenti svolgentisi più a nord, ove, dal 24-25 ottobre, andava combattendosi sulla fronte del XXI Corpo di Armata e delle unità di fanteria germaniche un'altra aspra battaglia, con alterne vicende. Le riserve inizialmente spostate dal Comando d'Armata sul tergo 253


della "Folgore", durante i giorni in cui questa era più duramente impegnata, erano state riportate verso la costa non appena accertato che i nostri paracadutisti, sia pure miracolosamente, erano in grado di resistere con successo alla pressione avversaria. Fra il 28 e il 30 ottobre anche il nemico ebbe evidentemente ad avvedersi che, se nessun serio risultato si poteva ottenere a sud, qualche speranza di successo andava invece delineandosi a cavallo della rotabile costiera. Ritirò allora i resti delle truppe corazzate accan.itesi invano contro la "Folgore" e li scagliò ad alimentare la battaglia infuriante a nord. Fra il l ' ed il 3 novembre si combatterono lassù, fra le opposte unità corazzate, le giornate decisive della grande battaglia. Di fronte alla schiacciante superiorità in numero e in mezzi dell'avversario, nella notte sul 3 novembre veniva ordinato il ripegamento generale dell'Armata. « Alle ore 23 il Comando della "Folgore" veniva telefonicamente avvisato ch'era d'uopo far arretrare nella notte la Divisione sulla linea di Gebel Kalak (venticinque chilometri più addietro) . L'ordine, che doveva avere esecuzione immediata, giungeva fra i paracadutisti come fulmine a ciel sereno chè, ancora presi dall'euforia dei combattimenti vittoriosi dei giorni precedenti, non ritenevano particolarmente preoccupante la situazione del settore costiero. « Il ripiegamento dellà Divisione, effettuato in quelle circostanze, appariva estremamente arduo. Occorreva abbandonare le posizioni in due ore (prima dell'alba) senza che il nemico se ne avvedesse. Per mancanza di mezzi di trasporto l'intero armamento 254


doveva essere trainato a braccia o trasportato a spalla. Agli uomini, logori da malattie e da quattro mesi di vita in "buca", si offriva la prospettiva di una improvvisa marcia celere di venticinque chilometri, nella sabbia e sotto il fardello di carichi eccezionali. Ma non ciò li costernava, bensì il dolore di dover volgere le spalle a quel nemico da essi costantemente battuto; e si dovè far opera di paziente persuasione per convincerli della necessità di evacuare le posizioni. « Il ripiegamento notturno, intrapreso dopo aver silenziosamente· distrutto e inutilizzato tutto ciò che potesse riuscire utile all'avversario, fu tristissimo, e faticoso. Nella notte oscurissima gli uomini marciavano penosamente, affondando nella sabbia, senza far parola. Gli artiglieri portavano seco gli otturatori dei pezzi abbandonati in linea perchè intrasportabili. Le artiglierie mobili venivano invece trainate a braccia, faticosamente, da mute di paracadutisti alternantisi ad ogni centinaio di metri. Altre mute trasportavano su barelle improvvisate i feriti. Un attendente recava sulle spalle la salma del suo ufficiale onde non rimanesse insepolta fra gli avversari. « Al sorgere del sole del giorno 3 novembre i primi scaglioni della Divisione raggiungevano, esausti, ma in mirabile ordine, le posizioni prestabilite. Il nemico, tenuto a bada da retroguardie, non aveva disturbato eccessivamente il movimento. Assai grave si delineava per altro la nuova situazione logistica poichè gli uomini, carichi di munizioni, avevano potuto recar seco una sola giornata di viveri e di acqua; il resto era stato distrutto. Se - come in effetti avvenne - le comunicazioni con la costa 2.S.S


fossero state interrotte, la "Folgore" avrebbe avuto possibilità di vita per poche ore. • << Il giorno 3 fu trascorso assestandosi sulle nuove posizioni, prive per altro di ogni preesistente sistemazione difensiva. I paracadutisti scavarono con i pugnali rudimentali trincee e ·vi sistemarono le armi portate seco. Nel corso della giornata sopraggiunsero tre autobotti partite dai pozzi della costa poco prima che le avanguardie avversarie vi giungessero e sfuggite miracolosamente ai m.itragliamenti dell'aviazione avversaria che martellava le piste e i valichi. Ciò va. leva ad aùmentare d'una giornata di acqua le riserve. Ma dalla mattina del 4 ogni ulteriore comunicazione con le basi fu definitivamente interrotta. La "F algore" era isolata nel deserto. << Giova ricordare che la Divisione occupava nello schieramento dell'Armata la posizione più meridionale. Era difatti l'unità più addentro nel deserto e, come tale, la più difficilmente ricuperabile. Non potendo più ripiegare verso il mare perchè già sopravanzata dalle forze nemiche (che in quel giorno erano alle por.te di Fuka) la sua sorte era segnata: chè il tentare di ritirarsi verso la Cirenaica a piedi, attraverso 800 chilometri di deserto, in zone totalmente prive di pozzi, era eventualità apparentemente impossibile. Ma la "Folgore" decise · di tentare ugualmente. << Solo nel tardo pomeriggio del 3 le truppe nemiche fronteggianti le primitive posizioni della Divisione s'erano avvedute che questa aveva evacuato la linea. Messesi sulle piste dei paracadutisti - con molta cautela, chè il timore che ne avevano faceva 256


temere loro qualche tranello o ritorno offensivo esse giunsero a contatto con le nuove posizioni della "Folgore" nella mattina del 4 . Vi trovarono solo delle retroguardie, assai aggressive. La Divisione, ridotta a poco più di tremi/.a uomini, aveva nella notte effettuato un altro balzo indietro e marciava penosamente per tentare di raggiungere il meridiano di Fuka. Lo stesso giorno, però, altre colonne meccanizzate nemiche provenienti dalla costa apparivano sul suo fianco . Il cerchio andava chiudendosi. Nella mattinata successiva il nemico sferrava da più direzioni puntate di autoblinde sulla colonna ripiegante. Veniva respinto. I nostri uomini, esausti, febbricitanti, privi d'acqua e di viveri da 24 ore, reagivano rabbiosamente, con urla rauche, agli attacchi. Il calare della sera trovò i paracadutisti sfiniti, ma vigili, intenti a sistemare le loro posizioni. Un ufficiale del Corpo d'Armata, riuscito fortunosamente a prendere contatto con la colonna dei paracadutisti, cosl, scriveva al suo comando: "Ho percorso tutta la linea della 'Folgore'. È commovente vedere questi ragazzi scarni, affaticati, dagli occhi lucidi, scavare buche, pulire i fucili mitragliatori e prepararsi all'estrema resisterz;;;a. È la più bella prova del dominio della volontà. È manifestazione di virtù incomparabile".»

*** Gli uomini non sono però in condizioni di riprendere il cammino. Da due giorni non hanno nutrimento alcuno e si dissetano con poche gocce di guazza notturna. Quasi tutti hanno i piedi insanguinati. 257


temere loro qualche tranello o ritorno offensivo esse giunsero a contatto con le nuove posizioni della "Folgore" nella mattina del 4. Vi trovarono solo delle retroguardie, assai aggressive. La Divisione, ridotta a poco più di tremiJa uomini;·aveva nella notte effettuato un altro balzo indietro e marciava penosamente per tentare di raggiungere il meridiano di Fuka. Lo stesso giorno, però, altre colonne meccanizzate nemiche provenienti dalla costa apparivano sul suo fianco. Il cerchio andava chiudendosi. Nella mattinata successiva il nemico sferrava da più direzioni puntate d[ autoblinde sulla colonna ripiegante. Veniva respinto. I nostri uomini, esausti, febbricitanti, privi d'acqua e di viveri da 24 ore, reagivano rabbiosamente, con urla rauche, agli attacchi. Il calare della sera trovò i paracadutisti sfiniti, ma vigili, intenti a sistemare le loro posizioni. Un ufficiale del Corpo d'Armata, riuscito fortunosamente a prendere contatto con la colonna dei paracadutisti, cosl. scriveva al suo comando: "Ho percorso tutta la linea della 'Folgore'. È çommovente vedere questi ragazzi scarni, affaticati, dagli occhi lucidi, scavare buche, pulire i fucili mitraglia/ori e prepararsi all'estrema resistenza. È la più bella prova del dominio della volontà.· È manifestazione di virtù incomparabile".»

*** Gli uomini non sono però in condizioni di riprendere il cammiÌlo. Da due giorni non hanno nutrimento alcuno e si dissetano con poche gocce di guazza notturna. Quasi tutti hanno i piedi insanguinati. 257


La temperatura, gelida di notte e torrida di giorno, sfibra anche i più validi. Appare impossibile il proseguire. Non altre soluzioni restano che la resa o il battersi sino all'esaurimento. I paracadutisti, senza eccezione alcuna, decidono di resistere ad oltranza. Si schierano ad anello, col Comando della Divisione al centro, ed attendono. All'alba dell'indomani, con batterie affluite da ogni direzione, il nemico inizia il martellamento concentrico delle groppe desertiche ove s'era asserragliato quel gruppo di eroi. Da .quel momento le vicende della « Folgore >> cessano d'essere storia e divengono leggenda. Dai bollettini avversari si sa che tre giorni dopo essa combatteva ancora. Il giorno 8 il nemico comunica dal Cairo : « La resistenza opposta dalla divisione di paracadutisti "Folgore" è invero ammirevole >>. Il giorno 11: « I resti della Divisione italiana "Folgore" hai:mo resistito oltre ogni limite delle possibilità umane >>. Ed infine (Londra, B.B.C. 3 dicembre): « Gli ultimi superstiti della "Folgore" sono sta ti raccolti esamini nel deserto >>. La "Folgore" è caduta con le armi in pugno ... V'è in un certo punto del deserto di Alamein, al km. 42 della «pista dell'acqua >> un cimiterino, nudo, senza pretese architettoniche nè steli votive; tanti tumuli allineati, delle croci di abete, dei nomi: tutto qui. Ma v'ha nel mezzo una semplice scritta che vale più d'un'intera epigrafe: "FOLGORE". A chi la capisce essa dice: « Fra le sabbie non più deserte son qui di presidio per l'eternità i ragazzi della "Folgore": fior fiore d'un popolo e d'un 'eser258

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cito in armi. Caduti per un'idea, senza rimpianto, onorati nel ricordo dello stesso nemico, essi additano agli Italiani, nella buona e nell'avver~a fortuna, il cammino dell'onore e della gloria. Viandante, arrestati e riverisci. Dio degli eserciti, accogli gli spiriti di questi ragazzi in quell'angolo di cielo che riserbi ai martiri ed· agli eroi » (l).

Qui finisce il testo di Alberto Bechi Luserna

(l) Questa iscrizione, finalmente materiata in marmo, orna dal 1954 la Corte d'Onore del Cimitero Militare Italiano di Quota 33 presso Alamein ( N.d.E. ) . .

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CONGEDO (di Paolo Caccia Dominioni)

Anno 1917.

Dice che viene dal San Marco di Gorizia; zoppica, e si avvia con gli altri comralescenti verso il Castello di Tricesimo. Ogni mezzodl, con il tram di Udine, ne arrivano dieci o dodici, feriti nella Decima Battaglia d'Isonzo, non abbastanza conciati, lasciando l'ospedale, per andarsene a casa in licenza, ma neppur idonei per riprender trincea subito. Ed è già una benedizione, dopo lo squassare inumano del bombardamento, dopo l'assalto a baionetta bassa, dopo l'arsura del terreno bruciato e il lezzo dolciastro dei cadaveri, il ritrovare a Tricesimo una frescura profumata di boschi e un incanto di acque limpide, oziando senza pensare al prossimo ritorno in linea. Il ferito trova amici dello stesso suo reggimento, il 254• fanteria, brigata Porto Maurizio: vogliono sapere se ora il San Marco .è tutto in mano nostra, 261


e chiedono, esitanti, di questo e di quello. Rispo- . sta: morto, ferito, disperso, morto, morto, ferito grave, incolume, morto. E il colonnello? mort9. Chi era? interroga un tenente dei pontieri. Giulio Bechi. Il capitano Bechi, lo scrittore, quello cqe ebbe tutte quelle noie, anni fa, per la sua penna franca e audace? Proprio lui, ma ora era colonnello: avrà la medaglia ·d'oro, s'è fatto uccidere bravamente in testa al reggimento, da soldato, secondo la tradizione di casa. Come Stanislao Bechi, colonnello garibaldino, morto in Polonia nel 1863; come l'altro Bechi, colonnello napoleonico, ferito e morto in Russia nel 1812. La sciabola dei Bechi attende che l'ultimo ed unico Bechi, Alberto, bimbo di tredici anni, diventi soldato anche lui.

*** Anno 1936.

Da tempo la sciabola è tornata al fuoco, con Alberto sottotenente, tenente e capitano di cavalleria nel Sahara Cirenaica e tra le ambe dell'Amhara. Alberto è già stato decorato quattro volte, in onesti combattimenti, cavalcando alla testa dei suoi ascari bruni: non seduto in prestigiosi uffici di comando, tra il cestino della carta straccia ed il telefono. Lungo la frontiera del Sudan, avanzando verso Gallabat, ha stretto amicizia con un altro capitano, non più giovanissimo, un richiamato, uno dei feriti d'Isonzo che erano a Tricesimo, e proprio quello che aveva chiesto se il colonnello Bechi era Bechi scrittore. L'amicizia dei due si rinsalda nelle lunghe mar262


ce, nell'intuizione di una profonda comunanza per l'attaccamento alla bandiera, per la tradizione del nome, ed anche per la simultanea attività letteraria ed artistica. Alberto, come il padre, è scrittore, facile ed arguto, ricco di ogni seduzione, bellissimo, audace, colto, incomparabilmente equilibrato.

*** Anno 1941.

Il settimo mese dopo l'eqtrata dell'Italia nel secondo conflitto mondiale, l'uomo dell'lsonzo è richiamato e il gioco delle destinazioni militari lo ha nuovamente unito ad Alberto. Sono ambedue maggiori, e questa volta si ritrovano proprio in uno di quei prestigiosi uffici che non amano, nella atmosfera ambigua, pesante e ministeriale della capitale mobilitata. Ma sanno che il loro destino è presso la truppa da battaglia, al fuoco. Nell'attesa è nata, dallo loro amicizia, una ·feconda collaborazione, coltivata durante le ore libere. Sotto lo pseudonimo di << Eques >> Alberto va pubblicando, su diversi periodici una serie di gustosi articoli, frutto delle sue esperienze di viaggio e di missione come ufficiale di stato maggiore. E ora gli articoli vengono riuniti in due volumi, illustrati dai disegni dell'amico: « Britannia in armi >>, << Noi e loro ». Quando il secondo libro appare nelle vetrine dei librai, i due amici sono già separati e lontani, ciascuno al comando di un battaglione.· Le cose vanno male, la sorte italiana è ormai - chiara, catastrofica, senza appello. Ancora una volta i due aniici sono sullo stesso piano spirituale, di 263


fronte a una guerra strana, inconcepibile fin dal primo giorno. Bisogna però tentare di finire in bellezza, non importa se un po' retoricamente, p~rchè quelli che verranno dopo non abbiano vergogna di quelli che li hanno .preceduti. È la promessa del sacrificio e vi sono destinati gli eletti, i reparti di buon metallo. Vi sono, tra i molti; il 4° battaglione paracadutisti Folgore di Alberto e il 31 o battaglione guastatori d'Africa del suo amico.

*** Anno 1942 Il 31o, dopo aver combattuto con le divisioni Ariete, Bologna, Pavia, Brescia, Trento e Trieste, viene assorbito dalla Folgore. Per la terza volta gli amici sono riuniti; sullo schieramento ai Alamein. L'ora suprema è vicina. Il 18 ottobre, nel settore di Alberto, nella << sacca minata >> ereditata dagli inglesi, cadono il generale Federico Ferrari-Orsi, e con lui i maggiori paracadutisti Vincenzo Patella e Ferdinando Macchiato. L'amico di Alberto riceve l'ordine di << penetrare entro la sacca minata, in qualità di tecnico specializzato, fare rilievi e riferire ». Alberto lo vuole accompagnare, e fa l'atto di scavalcare il filo spinato di controscarpa, che limita la zona mortale. No, dice l'amico, non ti tocca, non sei comandato. Sì, ribatte Alberto, mi tocca, il settore è mio. Ma non è il tuo mestiere e mi oppongo. Non è questione di mestiere, è questione di andare insieme. Per la .prima ed unica volta i due amici hanno rischiato un alterco. 264


*** Cinque giorni dopo si scatena « l'ultima battaglia ». L'inglese attacca a sud e a nord, ovunque con massiccia superiorità di mezzi. A sud è ribatruto dalla Folgore: « interfecrus est >>, direbbe Giulio Cesare, è fatto a pezzi. Allora concentra tutto il peso a nord, e dopo dodici giorni riesce a sfondare. La Folgore vittoriosa è aggirata e condannata. Gli italiani del1955 non hanno tempo nè voglia di essere orgogliosi di Alamein, di questa sconfitta più gloriosa di un trionfo. Persino l'alterigia prussiana si inchina reverente di fronte al sacrificio delle nostre ischeletrite divisioni, in paurose condizioni d'armamento, di salute, di equipaggiamento, ridotte a un quarto degli organici normali, inadeguatamente inquadrate. Gli italiani del 1942, ad Alamein, posseggono una sola superiorità, ma essenziale: nelle truppe sono rimasti 'soltanto i soldati veri e gli altri se la sono tempestivamente squagliata. Non ci sono più guerrieri da operetta, da medaglie e da declamazione, tragica zavorra, protetti da equivoci privilegi, liberi di andare e venire a piacer loro, secondo la fortuna del momento. Partiti tutti, chi con la colite, chi per il reuma. Ad Alamein sono rimasti solo i soldati veri, dal pastore al duca, nella gamma che va dalla gleba al torrione feudale, passando dall'officina e dal negozio. Tutti sul piano etico e terriero d'una razza pura, senza intrighi e senza compromessi. Sono gli uomini che emergono nelle fasi cruciali 265


delle Patrie. Il 2 dicembre 1870, a Loigny, le ultime truppe francesi sostengono la valanga germanica, e cadono l'un dopo l'altro, tra gli stessi uomini delle loro terre, trasformati in << mobiles » i quattro duchi di Luynes, Chevreuse, Chaulnes e Picquigny. Ne cadono quattro così anche ad Alamein, tutti della Folgore, sugli atroci contrafforti di Deir el Munassib : Guido Visconti di Modrone, Francesco Vagliasindi del Castello di Randaccio, e ancora due fràtelli, Costantino e Marescotti Ruspoli di Poggio Suasa. Si sono coricati nella sabbia. Nell'ottantesimo anniversario di Loigny, il 2 dicembre 1950, verrà ritrovato, nella sua buca, lo scheletro di Costantino: coricato nella sabbia. E' per gli uomini come quelli di Loigny e di Alamein - non per gli altri - che dopo gli anni 1871 ed il 1945 le Patrie ritrovano la rotta buona. Eppure Alberto avrebbe potuto evitare la battaglia. Più volte gli è stato ripetuto l'ordine di rimpatrio, per assumere la carica di capo di stato maggiore della nuova divisione paracadutisti Nembo, ma non si è mosso. Dal 28 ottobre il settore della Folgore è tornato tranquillo: paracadutisti e guastatori rafforzano le posizioni sconvolte, nell'euforia della rude vittoria: le falle sono state turate. A nord le cose vanno male, ma essi lo ignorano, un gran compartimento stagno impedisce di sapere la verità sulla battaglia che continua a infuriare -versq la costa. Ignorano la consumata decisione di sacrificare le truppe italiane del centro e dell'ala destra, pur di lasciare alle truppe tedesche dell'ala sinistra la libertà di ripiegare so266


pra l'unica strada litoranea, e tener questa sgombra sino all'ultimo. Nella battaglia Alberto si è prodigato, ha risolto felicemente. e freddamente situazioni disperate, e ora, estenuato e febbricitante, rimane nella sua buca, non vuoi andarsene prima che ritorni . il comandante titolare del reggimento, colonnello Camosso, ferito pochi giorni prima . . L'amico è venuto a trovarlo, di notte. Credo che . ora abbiamo materiale per un terzo volume, Alberto, e molto più saporito degli altri due. I due amici ridono. Un rombo lontano, un sibilo furibondo, un tuono vicinissimo: T ottantotto inglese è esploso a pochi metri. Lo scossone ha spento la lanterna a 'petrolio e rovesciato una latta vuota. Si riaccende: la tenda alzata sulla buca è squarciata da schegge proprio sopra la testa dei due: nella sabbia un grosso scorpione nero, con il dardo in resta come per un torneo, sta dirigendosi verso la brandina di Alberto, ma al ritorno della luce inverte direzione e cerca di tornare sotto la sua latta vuota. Mio caro, dice Alberto, non siamo ancora maturi per il terzo volume.

*** L'ordine di rimpatrio, questa volta perentorio, è ripetuto. La 1 sera del 2 novembre Alberto si congeda dalla Folgore. Poche ore dopo, fulmineamente e inutilmente, l'armata ordina il ripiegamento. Per la Folgore, quasi senza automezzi, isolata nel deserto, è la fine. Alberto, ignaro, si dirige a nord, verso la costa. 267


A un tratto si accorge che i nostri non ci sono più, che una fiumana di automezzi nemici in avanzata lo avvolge da ogni lato. Ma egli viaggia sopra una jeep da poco catturata agli inglesi, e ancora intatta, con la targa originale: Alberto e il suo attendente sono biondi, hanno occhi azzurri, vestono impermeabili britannici di preda bellica, e stanno a capo scoperto. Nessuno li disturba, si infilano tra i nemici, ne risalgono le colonne, sbucano davanti le avanguardie, raggiungono la retroguardia tedesca (quasi tutti gli italiani sono stati sacrificati nell'interno), risalgono sempre verso ovest. Non è più possibile tornare alla Folgore, completamente tagliata fuori e giunta ormai alla sua ultima ora. Intanto i superstiti del 31" .guastatori, anch'essi nell'estremo sud, ripiegano; il 5 novembre sono circondati da autoblinde della 4• brigata corazzata leggera britannica, rifiutano la resa, sfondano e proseguono la loro odi-ssea. Taie è pure la sorte di un nucleo della Folgore, ma la divisione, dal 6 novembre è scomparsa, dopo una memorabile cerimonia che i paracadutisti al comando di Camosso, in armi per l'ultima volta, compiono in presenza dei vincitori silenziosi e ammirati, prima di avviarsi verso la prigionia. Sulla piana infame del Munassib, popolata di relitti spettrali e di stracci, è tornato ·un silenzio da ossessione. Ma ad ogni tramonto i roccioni .più alti e più lontani, il Gebel Somaka, il Haret el Homar, il Menahir el Lebban, e il nostro Haret el Himeimat, trattengono le ultime pennellate d'oro e di sole; il vento rinfresca, il silenzio s'infrange, è tutto un fru268


sclo tra sabbia e pietre, e un tintinnare ritmato, crudele, di ferraglia sventrata e sbattuta dalle raffiche; sembra riudire, nella sinfonia macabra, l'eco .delle voci amiche che nessuno più ascolterà. Per l'amico di Alberto, dopo la battaglia, si ripetono le vicende note fin dall'lsonzo; con l'aggiunta di una traversata mediterranea sopra la nave ospedale « Gradisca ». Alberto lo viene a salutare, è seduto presso il suo letto, all'Ospedale Celio di Roma. Non si sa da che parte cominciare, tante sono le cose da narrare, e la sicurezza confortevole del momento non toglie l'ansia opprimente per i compagni e per gli uomini di cui si ignora la sorte. Le cose vanno di male in peggio, e sempre più alta appare la necessità di calate a picco con la bandiera spiegata. Intanto, chissà, s'è maturato davvero il terzo volume, mentre Alberto s'adopera a trasfondere nella nuova Nembo . l'antico animo della Folgore; e il suo amico, appena guarito, cercherà di riformare il suo 31• e farne un battaglione degno di quel pugno d'uomini che ancora ne porta le insegne e va ogni giorno assottigliandosi negli ultimi combattimenti di Tunisia.

*** Anno 1943.

Primavera ed estate senza speranza, nuovi affanÀi ogni giorno, il nemico è sbarcato in Sicilia, ha invaso la Calabria, risale. Non si sa· più che desiderare, attorno c'è il vuoto. A chi è affidata la sorte del Paese? I due amici aspettano la fine isolandosi nell'ambito 269

'


chiuso ed edificante dei loro incomparabili soldati. E per distrarsi, lavorano al terzo libro, « I Ragazzi della Folgore », accanitamente, nelle ore libere e di notte, alla ricerca di ~·evasione quasi viziosa, da morfina, stordendosi nell'evocazione di ore raccapric· danti. L'inferno, si diceva, l'inferno del Carso e dell'Isonzo, l'inferno di Alamein. Ma quanto preferibile a questa incertezza, a questo incubo che avvelena persino i pochi istanti sereni, a questo avvilimento di cercare in alto un punto d'appoggio e non trovare altro che ambiziose mediocrità. Ma ,illibro avanza: si lotta con lo stato maggiore che vuole imporre tagli inutili e paradossali, si correggono bozze, si rifìni· scono i settanta disegni, si va « in composizione » e in « stamperia >>. Giunge il conclusivo imprimatur, .si stampa. La prima edizione è pronta, in pile di volumi ancor umidi d'inchiostri e odorosi di buona carta, ornati dalla tranquilla fierezza degli autori, che non lasciarono passare gli inglesi al Munassib e che hanno fatto un libro pulito. Ma nella notte d'agosto, seconda del bombardamento « indiscriminato >> di Milano, una bomba da mille chili polverizza l'intera stamperia, con la edizione completa, il manoscritto e i disegni originali. Ventiquattro giorni dopo è l'armistizio, è il caos, sono le nuove battaglie, nuove ignominie e nuovi splendori ignorati di uomini, di uomini che hanno le idee chiare, in un senso o nell'altro, ammirevoli perchè potrebbero insegnare la dignità a quasi tutti i responsabili. È cessata una guerra, che si combatteva contro l'invasore, e se ne sono create tre altre, 270


tutte in casa propria: la guerra contro l'ex-alleato, la guerra di questi contro l'invasore, e la ,guerra civile, peggiore di tutte. Così si conclude la politica di coloro che reggono o ressero il Paese. Il << senso » scelto da Alberto, dislocato in Sardegna con i paracadutisti della Nembo (e dall'amico, contemporaneamente, sull'Altipiano d'Asiago con i suoi guastatori alpini del ricostruito 31°), è lineare, come avrebbe potuto essere dettato dall'avvocato o dal confessore: la fedeltà giurata alla maestà del Re. Molti, nelle giornate di settembre, hanno ricordato un gran cortile, uno squillare di fanfare, l'urlo di fedeltà prorompente da mille petti di vent'anni, un gran tricolore fregiato da augusti emblemi. Quegli emblemi, indifesi, sembrano ora sommersi in una caligine procellosa, ma chi può cancellare un fulgore che ha rischiarato mezzo globo, dalla Cina ai ghiacCi polari, dai valloni sahariani alle onde mediterranee ed oceaniche, da Sebastopoli al Lago Victoria? Qualcuno pensa pure all'ammonimento silenzioso delle' antiche ed incomode divise impennacchiate, berretti senza forma e pantaloni tarmati, nel segreto di antichi cofani polverosi; e di giubbe sbiadite, fors:anche sforacchiate dalla pallottola di San Martino e del San Marco. Tali rievocazioni assurte a norma di condotta, sono un lusso che solo i gran signori dello spirito possono concedersi nel naufragio del settembre 194 3. E certi lussi si pagano con la vita. Alberto è caduto due giorni dopo l'armistizio. Il quarto colonnello Bechi ucciso in guerra, l'uomo dall'animo di acciaio terso come la lama della 271


sua sciabola. Le acque delle Bocche di Bonifacio si sono chiuse sopra la sua testa bionda, sopra il suo corpo mitragliato. Un nemico, poi, recherà ai familiari il portafoglio e l'orologio. Si ripete, per la madre, lo strazio dell'agosto 1917; la fierissima donna perde l'unico figlio ventisei anni dopo il marito.

*** Nella bella dimora romana, che Alberto e la sposa avevano allestito con tanto amore, è rimasta la sciabola dei colonnelli e delle dieci campagne di . guerra. È rimasta, una bimba, Antonella figlia di Alberto e a lui simile. Fuori dalla dimora, e sparpagliati, sono rimasti · gli amici. · Le vicende successive •saranno severe per alcuni di loro. Tuttavia nessuno scorderà l'opera, « I Ragazzi della Folgore >>,1 Se il manoscritto è distrutto, rimane la parte pubblicata dalla stampa, e con questa, minute, appunti, schizzi dell'illustratore. Bisognerà ricucire tutto insieme, secondo il pensiero ed il gusto di Alberto, condurre il volume a onor di vetrina ed emozione di lettori. Ma fatti incredibili, quasi costante ostilità di destino, ritarderanno per anni lo scioglimento· del voto, e persino il secondo testo, dopo che il pesante lavoro è stato compiuto, incontrerà la distruzione. Tuttavia l'ardente invisibile presenza di Alberto vincerà. Sosterrà gli operai volontari dell'impresa, riunirà lo sforzo del memore amico editore e del giovane compagno d 'armi, ufficiale superstite della 272


31' BATTAGLIONE GUASTATORI DEL GENIO ==-COMANDO=

·u;f.OCHI· -4 J

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RIPETIZIONE DI FONOGRAMMA ~

- ursentissimo - a mezzo portordini mmmrnmmmmmmmm

da battaglione Cacciadominioni a reggimento Beohi Luserna alt - Stabene per nuova !aacia minata antiuomo davanti Vagliasindi at diaposizione del quale rimane mia compagnia Santini alt - Informo che mia · compagnia De Rita eat movimento verso raggruppamento Ruspoli per b&ttaglione Mautino alt -Mia ·compagnia Amoretti spostasi quanto prima at sud per battaglione Bergonzi aut viciniore· alt Prossime 24 ore sarb reperibile su dette line·e al t I93028IO :firma Caccia Dominion! IL MAGGIORE COMANDANTE thM ' ' " " ,_.,.,.., 111 sm,..,.J


compagnia paracadutisti di Visconti e di Ruspoli: mentre il vecchio compagno d'armi, quello ch'era stato sull'Isonzo, rifarà i disegni del 1942. Così il volume escirà davvero, per quelli che ad Alberto hanno voluto bene.

*** Anno 1956 Il Munassib e il Himeimat non sono mutati. I costoni corrosi, le rocce calcinate, le lame ondose di sabbia, le buche dei caposaldi e gli appostamenti dei pezzi, le chioccioline sitibonde arrampicate sui cespugli alla ricerca d'una goccia di rugiada, tutto è rimasto come l'ha descritto Alberto. Ma qui non si fa l'abituale rievocazione di colori e di nomi per inquadrare, come si dice, un paesaggio, un assieme ambientale: è la realtà viva di questo momento, e non mancano neppure le esplosioni echeggianti a lungo sopra l'infinita distesa tra il mare e la Depressione. La Patria - la Patria di sempre, che non muta, neppure essa - sette anni dopo la battaglia ordinò a due superstiti del 31• di far ritorno nel deserto di Alamein con bussola e badile, 'carte geografiche e camionette. Uno dei due era il solito amico di Alberto, l'uomo dell'Isonzo. Oggi sono trascorsi altri sette anni - quattordici dalla battaglia - e i due reduci continuano la ricerca dei Morti d'ogni bandiera, per dar loro nobiltà di sepoltura. Quale miglior sede, per scrivere queste righe, che la buca stessa di Alberto, sedendo sulla medesima latta dello 273


scorpione nero, ancor solida- perchè piena di sabbia - nonostante la ruggine divoratrice? Si è chiusa, nel crepuscolo, la fatica di un'altra giornata di Dio. S'è lavorato sulle posizioni dei Ruspali, di Zanninovich, di Chieppa, di Simoni; di Marenco, di Mautino. Salme di paracadutisti e di usseri britannici « corazzati », frammischiate nella lotta dell'ottobre 1942 e confuse nella morte, sono state riordinate e allineate nella << sacca minata » che seppe la fine di Ferrari-Orsi, di Macchiato e di Patella. Il pensiero trae rievocazioni quasi angosciose del paesaggio immutabile, dalla presenza invisibile di un fatto enorme che si è fermato nell'aria, nelle pieghe sabbiose, negli anfratti di roccia. Non v'è più il silenzio che segui la battaglia: l'illusione è completa, tra gli scoppi delle mine che i beduini fanno esplodere a mucchi, per poi pazientemente raccogliere le schegge e trame irrisori guadagni. E la sacca è sempre micidiale agli inesperti, anche la settimana scorsa vi furono tre morti. Il lavoro dei beduini finisce anch'esso al crepuscolo, saltano i mucchi di mine raccolti nella giornata. Come tredici anni fa, da tutto il Deserto si levano pennacchi foschi di fumo e di polvere, rombano scoppi lontani e vicini, verso Deir el Anqar e il Ruweisat, Deir el Abyad e Bah el Qattara, Haret Khadim e Deir Alinda, lungo le Piste Rossa, Ariete, Schafsberg e dell'Acqua, sui Passi del Carro e del Cammello, ovunque furono stesi campi minati. Uno scoppio più•assordante: è tanto vicino che uno scheggione passeggia borbottando pochi metri sopra l' autocarro capovolto, ora completamente insabbiato, 274


che servi di tetto alla buca<omando del quarto battaglione, nel punto ove oggi s'usa sostare per la verifica dei motori e del carico prima del ritorno alla costa. Sono le mine che recingono lo sperone di ponente, difeso dal capitano Gastone Simoni, medaglia d'oro, caduto nella mischia finale. Sibilano le schegge come allora, in tremenda identità; e dei trecentomila europei che passarono attraverso l' avventura di Alamein ne sono rimasti qui soltanto due vivi, ma italiani, quelli di Quota 33 ove ogni mattino, sopra la bianca torre tdangolare, sale l'unico tricolore restato nel Sahara.

*** Alla Quota affluiscono ognf mese centinaia di visitatori, percorrono con evidente emozione l'immenso cimitero, fotografano le architetture nate dalla recente iniziativa italiana, esprimono stupore e ammirazione per l'opera svolta da sette anni (tra campi minati e raflìche di ghibli, senza mai chiedere alle povere ossa calcinate se appartenessero a un Panzergrenadier piuttosto che a un bersagliere o a un Highlander). Il visitatore non italiano ama riparlare di quella guerra; talvolta, in un impulso di simpatia contingente, quasi vorrebbe affratellare, con effetto retroattivo, gli avversari o gli alleati obbligatori di allora: dice che mentre altrove, negli anni 1939-45, venivano praticati i massacri a gas o atomici, e le decimazioni a massa dei prigionieri inermi, la guerra africana restava cavalleresca e pulita. Une guerre très propre, cher ami. A war, of course, but such a clean one! 275


Ein recht sauber Krieg, meine Damen und Herren. Sarà. Qui, in chiusura allibro di un ammirevole soldato e di un gran signore, stonerebbe una polemica attorno a termini abusati: cavalleria, cavalleresco. Intanto gli scritti francesi, inglesi e tedeschi del dopoguerra hanno gareggiato nell'insultarci, oggi che non facciamo più paura. Degli _italiani di Alamein sono taciuti con .metodo gli episodi :luminosi, e opportunamente amplificati i casi di cedimento che ebbero tutti, amici o nemici, e che non mancano mai nella truppa chiamata al sacrificio supremo. Si è creata così, nella prosa forastiera, una specie di parola d'ordine, quasi di conformismo, in ipocri, sia !aida ed ignobile. Restano, fatti inconfutabili, la batosta memoran~da che la Folgore inflisse agli inglesi ed ai francesi, l'omaggio d'ammirazione tributato dalla radio britannica alla divisione vittoriosa ma poco dopo sommersa nel crollo generale, e la successiva spiegazione ufficiale, quella destinata a trovare sanzione definitiva nei documenti pubblici: la predetta memoranda batosta fu dovuta all'efficienza dei nostri campi minati, ma la cosa non aveva molto peso perchè l'attacco era una pura ·finta dimostrativa, e l'azione « vera » si conduceva in altro settore. Il merito viene dunque spostato dal fattore uomo - fragile carne buttata contro acciai speciali di poderose corazze, e pur vittoriosa ~ al fattore inanimato, al campo di mine: il quale, è sottinteso, viene facilmente steso senza troppo rischio, scegliendo il momento buono, da soldati anche codardi, e liberi di 276


andarsene a dormire in pace dopo aver affidato alle mine, con regolare notaril procura, il compito di fermare il nemico. Tale è la verità. Perciò il visitatore forastiero trova alla Quota una cortese accoglienza, e la benzina che gli manca per tornarsene a casa, e il tè caldo o il whiskysoda fresco a seconda della stagione, ma gli anfitrioni, tutto sommato, hanno il muso un po' duro, restii alla confidenza, e perfettamente allineati con il fante che l'anno 1918 rifiutava ogni « engomio » e lo. scriveva a carbone, in nobili sgrammaticate parole, sul muro diruto presso il Piave. È suggestivo, partiti gli ospiti alle prime ombre della sera, restar soli e scendere tra le croci. Anche quelle della Folgore, nei sette anni, sono triplicate di numero. Nella sabbia tra Munassib e Himeimat, erano rimasti i plotoni affiancati anche dopo conclusa l 'attività di raccolta delle Salme a cura inglese, anni 1943-47. Gli inglesi avevano un bel timbro con il quale stampigliavano le schede di ricerca: « Grave lost in mined area >>, sepoltura perduta in zona minata, inaccessibile. Poco male sarebbe stato, al ricupero dei plotoni affiancati qualcuno avrebbe provveduto, in epoca posteriore, ma la sabbia corrosiva era stata impaziente di polverizzare H tenue ottone del piastrina di riconoscimento, o la cartolina con l'indirizzo. E allora non si poteva più scrivere, sulla nuova croce ben verniciata di bianco, una bella casata nostrana tutta echeggiante di ascendenze valligiane o cittadine. Bisognò, bisogna accontentarsi di indicazioni significative, ma quanto imprecise! Paracadu277


tista del IV / 187• Folgore, Bersagliere della u •;r, Fante del III/ 61• Trento, Carrista del 132• Ariete, Caporahnaggiore del l • artiglieria celere « Eugenio di Savoia». Croci incolonnate a migliaia, sulla sabbia nuda e pettinata con cura, quasi tutto l'anno. Ma in febbraio, dopo le piogge, avviene il fugace miracolo: mentre il deserto circostante resta quasi invariato, entro il cimitero cresce improvviso e ricco un tappeto multicolore, ondate di fiori bianchi e turchini investono e sommergono le croci, alti asfodeli conducono la festa, timi rampanti profumatissimi affidano al vento i loro effiuvi. È il tributo della terra, spontaneo e commovente. Un giorno apparve da lontano, sopra una tomba, qualcosa che esulava daiJl'aspetto familiarissimo del luogo, un punto azzurro molto più forte dei fiori, in una macchia bianca anch'essa più forte dei fiori. Proprio sopra una tomba folgorina: un foglio bianco e una medaglia al valore' con il suo nastro azzurro splendente, pendevano dalla croce del maggiore paracadutista Ferdinando Macchiato. Poco tempo prima a Bologna, il vecchio Cartasegna della Folgore aveva ricevuto la medaglia. L'attendeva da quasi tre lustri. Allora ordinò al giovane Cattasegna della Folgore (erano stati ambedue paracadutisti ad Alamein, padre e figlio) di portare quaggiù la decorazione e un messaggio a Macchiato: <<Mando a Te e a quelli che sono caduti con Te ciò che ho guadagnato per Voi tutti ». Il figlio ha eseguito, silenziosamente. 278


L'antico folgorino non metterà l'insegna sul vestito buono, nelle «ricorrenze >>; non l'incornicerà, con il brevetto, per la parete del salotto: la medaglia resterà ad Alamein. Quattordici anni non sono riusciti a velar d'oblio l'a:ltissima fraternità, nel deserto profumato di timo e scintillante di fiori, in una esaltazione che irride ad ogni malevolenza, nell' orgoglioso tuo segreto, paracadutista della Folgore. Deir el Munassib (Alamein) primavera 1956

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CONGEDO PER LA SECONDA EDIZIONE Anno 1962 È passato ancora un po' di tempo. La gran falce di Cronos marca, da quando morirono i quattro colonnelli Bechi, centocinquanta, novantanove, quarantacinque e diciannove anni. Durante le piogge autunnali del 1955, nelle solitarie serate di Quota 33, l'ultimo scritto di Alberto veniva rimpastato in cartelle dattilografate, illustrato con trenta tavole antiche o rifabbricate, chiuso con alcune pagine per esaltare un uomo che n'era degno, singolarmente dotato da un destino che poi lo aveva crudamente abbandonato nella mala ora. Questo periodo cortissimo di sei anni ha tuttavia testimoniato fatti vertiginosi, sviluppati a ritmo di ciclone. Verso la metà d'ottobre 1957 vi fu qualche emozione sulla plancia della motonave italiana Oceania, 281


in navigazione notturna tra Sydney e Melbourne. Una piccolissima luce si muoveva in cielo: non era una stella, ma il primo Sputnik russo, violatore della gravitazione e del cosmospazio. L'umanità, che si era illusa di sganciarsi dalla Terra perchè da qualche decennio svolazzava a pochi chilometri dal suolo, ora faceva sul serio. Gli americani, invidiosi, si af. fannarono frettolosi a imitare i russi, come potevano. Allora i russi vollero mostrare che erano ancora più bravi, e mandarono nella luna un loro aggeggio, ornato di falce e martello, per commuovere quelle popolazioni; poi crearono degli Sputnik più complicati, dapprima equipaggiati con cagnolini e finalmente con uomini veri, appartenenti all'aviazione sovietica e spaziale. Gli americani si affannarono a spedire anch'essi, nelle inospitali ignote regioni, qualche cosmonauta spaziale che viaggiò con biglietto a tariffa piena seppure con percorso limitato. La gara continua. Il gran pubblico, qopo un fugace interessamento iniziale, ha trovato più appassionante il calcio e il pugilato, riservando ai.la cosmonautica un'attenzione ridotta, come fanno i boscaioli, i morfinomani e gli ignoranti che sono notoriamente incapaci di meravigliarsi. L'unica cosa che segua placida la sua strada, in tutto il mondo, è la politica italiana, puramente oratoria e sceneggiata da un migliaio di attori parlamentari a 'beneficio del loro pubblico, si e no decuplo, di spettatori sonnacchiosi. Gli altri cinquanta milioni di italiani hanno adottato una dolce formula filosofica: tirano a campare e pensano generosamente ai fatti propri, indifferenti al passato e 282


all'avvenire. Essi hanno per vicini occidentali i francesi, anticamente maestri nella conquista e nella gestione di terre lontane. Ne possedevano una, tra le molte, che l'orbe intero s'era abituato a considerare come una sacrosanta fetta di Francia, e si diceva: quando in Europa si spegnerà l'ultimo guizzo della fiaccola transalpina, esso continuerà/in Algeria, splendente e tenace. E ora l'Algeria, dopo un'orgia di massacro durata a lungo, ha ripudiato la madre come una creatura spuria e si appresta a retrocedere verso la propria essenza antidiluviana, sonnecchiante laggiù nonostante i diplomi della Sorbona e il buon accento parigino dei propri figli color caffelatte. Non importa: il gran pubblico, anche francese, è indifferente. E in cotale elettrizzante aura di generosità umana e nazionale, chiede incuriosito il lettore italiano, voi vi ostinate. a risalire la corrente contraria, e state ripubblicando « I Ragazzi della Folgore >>? Certamente. E non soltanto perchè si nota, attraverso il capriccioso ondeggiare della voga libraria, una lieve ripresa delle letture di guerra che certamente non garantisce il pane quotidiano ad autori, editori, tipografi e librai. . • Questo libro torna alla luce perchè lo desiderano pochi eletti, minuscola frazione dei cinquanta milioni: sono i soldati, i compagni e gli ammiratori di Alberto. Molti, che possedevano il volume, oggi lo hanno perduto perchè non ricordano a chi lo avevano prestato, come avviene, e lo rivogliono, rassegnati a pagarlo una seconda volta. Altri hanno mmai i ,figli grandi, ed esigono che un libro come 283


questo esista nello scaffale di casa. Altri ancora, appassionati della tradizione che scende per li rami, sanno che i quattro colonnelli Bechi non hanno la. sciato discendenza maschile, che il loro nome sarebbe morto se non venisse talvolta evocato da una schiera che va anch'essa assottigliandosi: possano almeno durare, il più possibile, le opere stampate che recano sul frontispizio quel casato chiaro e squillante come una cornetta. Specialmente quest'ultima opera di Alberto, la migliore, scritta di getto nella immediatezza dei fatti di cui era stato protagonista, alla testa dei ragazzi che aveva egli stesso laureato nella più nobile e dura delle scuole, lui incomparabile capo e maestro.

P.C.D.

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DOCUMENTI


INDICE E GIUSTIFICAZIONE DEI DOCUMENTI

FREGIO dei paracadutisti, disegnato di proprio pugno da Alberto Bechi per il Calendario del IV battaglione « Folgore » stampato in occasio.ne del Natale 1941. pag. 285 CARTINA dello schieramento generale sulle linee di Alamein pag. 288 nell'estate 1942.

CARTINA riassuntiva degli attacchi e della difesa della linea pag. 289 tenuta dalla divisione « Folgore» durante l'ultima battaglia di Alameìn. La sproporzione delle forze e la sclliacciante superiorità britannica balza evidente dal semplice elenco dei reparti in contrasto, per il quale è stato compulsato un appunto di Bechi, redatto in quei giorni stessi e basato sopra l'esame dei prigionieri avversari. Tuttavia,

~~~~d~ ~~r~i a~~~~~t:a 0~~~:a~~ier:=b~r:!~~:nti,~r~~~ presenza di unità non citate nella cartina riassuntiva.

·

FONOGRAMMA A MANO I profani sorridono sempre udendo questa espressione: se il docu- pag. 273 mento è trasmesso a mano il telefono non c'entra per nulla. Ma la locuzione carsica ed isontina è diventata classica, e vano sarebbe l'opporsi. Nel caso attuale la formula è particolarmente esatta. Il messaggio

286


non aveva potuto essere trasmesso telefonicamente perchè tutti i col· legamenti a filo erano di continuo tagliati dal tiro intenso, e quelli radiofonici troppo disturbati dal nemico. Il centralino clivisionale della Folgore rispondeva invariabilmente: «Linea interrotta, si trasmetterà a mezzo portordini non appena possibile»-. D'altra parte l'importanza del messaggio non consentiva indugi: le posizioni erano praticamente intatte, ma con numerose falle che non potevano essere colmate perchè diverse compagnie della Folgore erano state letteralmente polverizzate nella difesa: e si cercava di rafforzare i capisaldi superstiti con la posa incessante eli mine d'ogni tipo. Quindi il comandante del 31 o inviò anche un proprio « ciclista » al comandante del 187o per rassicurarlo circa rorganizzazione del lavoro, dandogli pure le indicazioni per la propria reperibilità, dovendo egli spostarsi di continuo fra le sue tre compagnie, sempre impegnate con le mine o nell'appoggio agli amici paracadutisti durante gli attacchi. Bechi, comandante del 187°, conservò il «fonogramma a mano~ che si riproduce. PARACADUTISTA del IV battaglione Folgore. Schizw a colori. pag. 301 STRALCIO della relazione u.f!iciale compilata al ritorno dalla pag. 303 prigionia a cura del colonnello paracadutista comandante titolare

r.o!f:e r~~?::a!~~~· ci~igid~~~~ ~r:trd= h~~~~ Bechi, in obbedienza a ripetuti richiami superiori, ebbe preso congedo dalla , Divisione per raggiungere la nuova destinazione presso la Divisione Paracadutisti « Nembo». Il documento, nella sua arida laconicità, è degno dell'atmosfera grandiosa, degna di tempi migliori, in cui la Divisione eroica chiuse la propria epopea.

LETTERA del paracadutista Luciano Maiolatesi, medaglia d'ar- pag. 309 gento, già del II battaglione Folgore, al geperale Mario Zanninovich,

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già la battaglia di Alamein, poco prima che al Maiolatesi venisse praticata l'amputazione della mano destra a seguito della ferita riportata appunto ad Alamein. Il documento è dunque l'ultimo che il Maiolatesi potè scrivere servendosi della mano stessa: esso attesta una mirabile energia morale, e - ancora una volta - l'atmosfera grandiosa che a tanta distanza di tempo continua a risplendere nello spirito dei Ragazzi della Folgore.

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STRALCIO DALLA RELAZIONE DEL 187• REGGIMENTO PARACADUTISTI cFOLGORE» SUI COMBATIIMENTI IN AFRICA SETTENTRIONALE (EL ALAMEIN). La sera del 2 novembre 1942 verso le ore 21 il 187o reggimento riceveva l'ordine di ripiegare sulla linea di Gabel Kalak e schierarsi tra le due quote 112. Ai due battaglioni (Ilo e IV0 ) veniv~ inviato a mezzo ufficiale ordine scritto, mentre al IX0 Btg. venivano impartiti ordini verbali. Alle ore 2 del 3 novembre tutti i battaglioni si distaccavano dalla linea indisturbati, coperti da elementi lasciati sul posto. I Battaglioni perfettamente ordinati si trasferivano con una marcia di circa 15 Km. senza un solo automezzo, trascinando a braccia una parte dei cannoni da 47 e• portando a spalla tutto il resto dell'armamento e munizionamento fra le due quote 112. Tutti i battaglioni portavano al seguito gli otturatori dei pezzi dovuti abbandonare in linea per mançanza di uomini. Sulla nuova posizione i Btg. venivano sistemati: - no Btg. a sinistra (collegato con la Divisione .: Brescia») i - IXo Btg. a destra (collegato col 186o Reggimento .:Folgore»); - IV• Btg. al centro. I Battaglioni erano sistemati a ridosso del campo minato che costituiva la prima linea antecedente alla puntata offensiva del 30 agosto. Il Maggiore Zanninovich, d'ordine del comando di Divisione « Folgore » assumeva il comando del 186o Reggimento .: Folgore • e pertanto lasciava il comando del Ilo Battaglione al Capitano Caroli. Verso le ore 10 rientravano gli uomini che erano stati lasciati in copertura. Il Reggimento riceveva ordini dal comando di Divisione che sulla nuova posizione doveva resistere ad oltranza. Giungevano, avviati dal comando di Divisione, tre cannoni da 47 · a parziale reintegrazione di quelli inutilizzati in linea, ma l'autocarro che li portava mentre si provvedeva allo scarico veniva colpito ed incendiato dall'aviazione avversaria: un morto e tre feriti tra gli uomini. L'autocarro e due dei tre pezzi da 47 venivano distrutti. Difficile e faticosa la costruzione di ripari per mancanza di at-

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iniziava a martellare le nostre linee. La deficienza di munizioni non permetteva di controbattere l'artiglieria nemica. Lo sgombero dei feriti era reso problematico dalla mancanza di

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autoambulanze, di autocarri e dalla presenza di autoblindo nemiche che ·infestavano già le retrovie. L'alba del giorno 4 poneva in evidenza come fosse aumentato, durante la notte l'affiusso delle forze nemiche. Immediatamente l'avversario riprendeva, sempre ad intervalli ma con maggiore intensità il martellamento di artiglieria. Verso le ore 14 avanzavano tre autoblindo dalle quali, quando furono ad un centinaio di metri dal campo minato, fu gridato per mezzo di altoparlanti: « Soldati della "Folgore", sappiamo che siete senza viveri, senza acqua, avete poche e cattive armi e siete senza munizioni, avete combattuto da valorosi. Ora non avete che delle bombe a mano. Arrendetevi! Vi concederemo l'onore delle armi! Se non vi arrendete vi annienteremo». A ciò i paracadutisti rispondevano col superbo gri«;fo: «Folgore ». A qualche nostro tiro isolato ma preciso, da 47, le autoblindo nemiche ripiegavano veloci, mentre l'artiglieria inglese riprendeva, più rabbioso, il tiro che aveva interrotto durante la trasmissione.

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tale ordine veniva confermato verso le 21 dal Colonnello Bignami, vice comandante la Divisione. Erano annunciati autocarri per il trasporto armi e munizioni, ma ne giunsero solo quattro che furono subito avviati ai Btg. I Btg. si staccarono dalla linea (lasciando elementi di copertura) all'ora prescritta, ma l'enorme quantità di buche, l'attraversamento dei vari campi minati e l'incrocio con reparti di altre divisioni, li fece giungere con qualche ritardo al punto di incolonnamento della Di'visione. reggimento giungeva alle ore l del 5 novembre al punto d'incolonnamento della Divisione (un km. ad Est della pista del. l'acqua, all'altezza del Camposanto Grande). Il IIo Btg. doveva costituire il fiancheggiamento a sinistra, men· tre il IVo e il IXo Btg. costituivano la retroguardia. Si iniziava subito la marcia verso ovest, ma il reggimento veniva continuamente intralciato da reparti della Divisione « Pavia » e « :Qrescia • che si intersecavano sulla direttrice della «Folgore ». All'alba del 5 la marcia era ordinatissima. no Btg. di fiancheggiamento a sin)stra, IVo e IXo di retroguardia affiancati rispettivamente, a sinistra il primo, il secondo a destra. Verso le ore 14 la Divisione «Folgore», tallonata da autoblindo nemiche che limitavano le loro azioni a qualche veloce puntata con mitragliamento ed immediato allontanamento, sostava in località imprecisata. Il Generale Frattini faceva intervenire il colonnello Beffa, comandante l'artiglieria divisionale «Folgore»-, che personalmente, con una batteria da 75, respingeva un attacco serrato di autoblindo che cercavano di staccarci dal resto della Divisione. . Il 187o reggimento si schierava fronte ad Est con i Battaglioni in semicerchio da sinistra a destra IXo, IV0 e no.

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l reparti subivano attacchi che venivano respinti con lievi perdite. Reparti imprecisati della «Brescia 11> lontano dal reggimento, venivano accerchiati da mezzi meccanizzati nemici e venivano sommersi. Sul lato Nord il reggimento era scoperto e anche da questa parte ogni tanto si affacciavano sui costoni autoblindo e carri armati. Alle ore 17.30 il reggimento riprendeva la marcia lasciando il IVo Btg. a copertura dall'inizio del movimento. In tutta la giornata il reggimento aveva ricevuto dell'acqua che veniva distribuita in ragione di mezzo litro per uomo, ma al solo IVo Btg. Questo Btg. sotto la continua pressione del ne.n:llco riusciva ad iniziare la marcia

soltanto verso le ore 20. La marcia continuava tutta la notte con una sola ora di sosta (fra le due e le tre). All'alba del 6 novembre dolorosamente si potevano constatare le forti perdite che i Bt~. avevano subito durante la notte soprattutto per lo sfinimento degli uomini. Il IVo Btg. marciava spostato leggermente sulla sinistra indietro, ma purtroppo lontano. Una pattuglia inviata per sollecitarlo ad accostarsi non raggiungeva lo scopo. Il IV0 Btg. era stretto da una formazione di autoblindo che ne annientava i resti, un centinaio di uomini. Al momento della cattura moriva eroicamente anche il Tenente :Lenci. 1 Verso le ore sei la colonna degli automezzi d'artiglieria accelerava la marcia verso la linea che non avrebbe dovuto essere lontana, ma che ben presto si doveva constatare era già stata sorpassata dall'avversario. Il Generale Frattini veniva personalmente a constatare l'allungamento della retroguardia sempre più incalzata dalle autoblindo nemiche ed assegnava al reggimento 4 camionette per sgomberare feriti e i più sfiniti. Alle 7,30 la distanza fra gli automezzi e la retroguardia ( 187° reg· gimento) era gi~ di 10-12 Km. La Jl)atcia del 187o proseguiva lenta, faticosa e contrastata; molti uomini camminavano scalzi, con i piedi insanguinati, le labbra tumefatte dalla sete. Il VIIo Btg. del 186o reggimento con il comando di reggimento (Maggiore Zanninovich) che costituiva il grosso, rimasti arretrati all'aumento di velocità della colonna automezzi, si univano al IXo Btg. del 187° per alleggerire la pressione che il nemico esercitava su questo Btg.; questo

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di 20 m.m. respingeva qualche autoblindo nemica, poi, a sua volta ripiegava sostenuto dal JXoj187o. Da quel momento, ore 8 circa, il ripieg_amento avveniva per continui scavalcamenti fra i due ' Btg. VIIo e IX0 , sotto la continua pressione dei mezzi corazzati nemici ai quali i due Btg. potevano (J

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contrapporre il fuoco di un pezzo da 47 con sette colpi in tutto ed una mitragliera da 20 mm. con trentadue colpi. All'inizio di ogni sbalzo, molti non si alzavano più. Qualche caduto, qualche ferito, ma soprattutto lo sfinimento con· tinuava ad assottigliare le nostre file. Fino a quando gli uomini non si resero esatto conto che eravamo rimasti assolutamente senza munizioni e non avevamo più nessuna probabilità di riceverne avevano accarezzato l'idea di motorizzarsi a spese del nemico, I carri armati nemici che ci attaccavano da tre lati, verso le ore 10,30 si presentavano anche dal quarto lato, ad Ovest, rendendo impossibile ogni ulteriore movimento. Pertanto questi due Btg. VIIo e IX0 col comando del 1860 e 187o si disponevano a difesa sul terreno piatto di quel tratto di deserto e tenevano in rispetto il nemico puntando i pezzi senza far fuoco per mancanza di proiettili. Verso le ore 12 tutte le munizioni delle armi pesanti erano esau· rite e la difesa era sostenuta solo da armi leggere che disponevano di ben pochi colpi. Carri armati, autoblindo, Bren Carriers, conti· nuavano a serrare il cerchio e, ad intervalli, aprivano il fuoco sui reparti . Alle ore 14 l'assoluta impossibilità di reagire, la posizione senza riparo alcuno, la mancanza di acqua e di viveri che aveva prostrato il fisico se non il morale dei paracadutisti e soprattutto l'assoluta inutilità di fare ancora aumentare il già grave contributo di sangue, consigliavano lo scrivente ad ordinare la distruzione di tutte le armi e ad ordinare di passare in riga. Quasi alla stessa ora il no Btg., a qualche Km. di distanza, circondato da carri armati fin dalle prime ore del mattino, ultimate tutte le munizioni già dalle ore 10, distrutte le armi subiva la stessa sorte. Il Ho Btg. comprendeva in tutto 4 1 ufficiali e 40 paracadutisti. Il comportamento di tutti ~ ufficiali e paracadutisti fu sempre ammirevole, ma durante il rip1egamento esso fu tale da destare la più alta ammirazione dello stesso nemico. Dopo aver marciato pressochè ininterrottamente per oltre 70 Km. esausti per la stanchezza, per la sete, per la fame, l'unica preoccu· pazione di ogni paracadutista era di non perdere l'arma che aveva in consegna. Quando lo scrivente ordinò di distruggere le armi e passare in riga, comprendendo la situazione, molti di essi trovarono la forza di gridare:

«No: abbiamo ancora delle bombe a mano». Non un drappo bianco è stato alzato, nessun uomo ha alzato le braccia! Piangendo passarono in riga. Il nemico, evidentemente e palesemente ammirato, verso le ore 14.30 aveva cessato il fuoco, si era avvicinato ed assisteva alla riunione dei due Btg. VIIo e IXo, dei due com. di reggimento 186° e 187° che il Maggiore Zanninovich presentava al sottoscritto.

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32 ufficiali e 272 paracadutisti, alcuni dei quali feriti, erano ancora nei ranghi, in piedi! Del loro valore cosl disse il nemico: « Gli italiani si sono battuti molto bene ed in modo particolare la divisione "Folgore" che ha resistito al di là di ogni possibile speranza». (Radio Cairo, 8 novembre 1942 · Corrispondente Heartbrington) .

... «LA resistenza opposta dai resti della divisione 11 Folgore" è stata invero ammirevole ». ( « Reuter », li novembre 1942)

... « Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della 11 Folgoren »... (B.B.C. London: Dalla radiocronaca di un discorso alla Camera dei Comuni di Londra, che si ritiene del primo ministro Churchill) .

... «Gli ultimi superstiti della "Folgore" sono stati raccolti esanimi nel deserto. LA "Folgore" è caduta con le armi in pugno» ... (B.B.C.: Londra) Il colonnello comandante Il 187o regg. paracadutisti « Folgore » LUIGI CAMOSSO

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LETTERA DEL PARACADUTISTA LUCIANO MAIOLATESI AL GENERALE MARIO ZANNINOVICH Bologna, 3 maggio 1956 Signor Generale, sono da alcuni giorni ricoverato qui all'Istituto Rizzoli di Bologna, ma ho aspettato prima di scriverle per sapere che operazione mi facevano o quando, stamane è passato il Direttore ed ha deciso di operarmi domani mattina, facendo l'amputazione della mia mano destra. Questa notizia m'ha colpito, ma ora sono sereno perchè nel~ 11attimo che entrerò nella sala operatoria il mio pensiero andrà lontano, laggiù ad El Alamein· e rievocando quelle giornate avrò forza e farò sì che la mia paura scompaia. Vedrò il sorriso dei miei cari compagni Caduti. Essi saranno attorno a me e mi daranno forza, farò conto di andare ancora all'assalto per la mia cara Patria, sarà questa la mia forza, sarà questa che mi farà essere sorridente anche in questa dura prova. Questa nuova sofferenza, questo mio nuovo sangue sia per la mia amata Patria come un germe da cui sboccierà il fiore che ricordi agli Italiani di essere tali e che lontano dormono il sonno eterno tanti eroici Fratelli, quelli che furono i mi~ gliori, coloro che tutto diedero e nulla chiesero, coloro che sono vivi in noi nel ricordo perchè ci furono di esempio ieri, oggi e domani. Nel mio ricordo, mai spento, sta Lei Comandante, in que~ sto momento in cui dovrò affrontare una nuova dura prova penso a Lei che mi ha insegnato di essere forte, di amare tanto la Patria. Questo pensiero sarà lo stimolo, affinchè nel mio cuore entri la forza, come ne ebbi nel lontano '42, in quelle giornate di gloria e di dolore. Prima di venire qui a Bologna per farmi animo ripas~ sai tutte le Sue lettere, le lessi e rilessi perchè in esse trovo la mia giovinezza, la mia forza, ma soprattutto trovo il bene che Lei s;. gnor Comandante ha per me, come pure in esse io ho la certezza che per la Patria è bello donare ancora il sangue. Perdoni se con questa mia Le ho rubato un po' di tempo e nell'attesa di avere una Sua lettera Le invio tanti distinti saluti. Il Suo vecchio paracadutista LucrANo MAroLATESr


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I RAGAZZI DELLA FOLGORE by Biblioteca Militare - Issuu