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I CAPPELLANI MILITARI

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Direttore responsabile Pier Giorgio Franzosi

Š

1993

ProprietĂ letteraria artistica e scien1mca riservala


MIMMO FRANZINELLI

I CAPPELLANI MILITARI ITALIANI NELLA RESISTENZA ALL'ESTERO

MINISTERO DELLA DIFESA

Gabinetto del Ministro COMMISSIONE RESISTENZA MILITARI ITALIANI ALL'ESTERO


PRESENTAZIONE


111 Più per un caso che per calcolo, il prese11te studio del prof Mimmo Franzinelli è stato curato dalla Rivista Militare come primo volume di una serie di nove monografie sulla Resistenza militare all'estero. Tale collana sarà il risultato degli studi condotti da un'apposita Com,nissione deliberata dai vari Ministri della Difesa pro-tempore, dal 1988 al 1992, ad iniziare dall'on.ie Za11one, cui va il merito di averla autorizzata per primo, fino agli on.li Martinazzoli e Rognoni, che ne hanno decretato il proseguio. Le altre monografie, in un ordine ancora da definire, avranno un unico tema: «La Resistenza dei militari italiani all'estero, dopo !'8 settembre 1943» e riguardera11110 le seguenti aree geografiche, dove, al momento dell'armistizio, erano dislocate Le nostre unità: Corsica e Provenza francese; Jugoslavia settentrionale e centrale; Albania; Grecia continentale ed isole del mar ]onio; Grecia insulare del mar Egeo, e per finire, uno studio sulla «Resistenza dietro il filo spinato» ed ttno sui medici militari italiani, sflllo stesso argomento dei precedenti. Come si può facilmente immaginare, tma simile impresa, condotta sotio il patrocinio del Ministero della Difesa, con la diretta partecipazione dei capi degli Uffici storici delle tre Forze armate, non poteva avere un facile avvio. A tutt'oggi, non sono state del tutto 1imosse le riserve, i distinguo, le iucertezze interpretative d'ordine storico, morale, tempomle e persino di collocazione ambientale su un periodo così discusso tanto da facilitare la decisione della costituzìone di una Commissione composta fra l'altro, dai rappresentanti delle varie associazioni partigiane e della Resistenza italiane. E qualche inciampo si è avuto anche in occasione delle successive proroghe, di cui la · Commissione ha avtJto bisogno, fino alla petentoria ed invalicabile scadenza del 30 giugno 1992, che, come era da prevedere, doveva rivelarsi inopportuna, per una esauriente definizione dei risultati di uno studio così vasto e difficile. Tuttavia, al di sopra di ogni esitazione, è infine prevalsa la consapevolezza dell'originalità e dell'importanza di una ricerca che necessitava per procedere del continuo avvallo di un 'autorità 1ninisteriale, con L'appassionato supporto di un'assise di protagonisti di tutto rispetto, sia sul piano delle esperienze personali che s1, quello della preparazione storica. Decisione che si è rivelata quanto mai opportuna, specie alla luce delle tante scoperte effett11ate negli archivi italiani, come in quelli stranieri, di Washington,


IV

Cappelklni miatari italiani 11e!UJ resist.en~a all'estero

Londra, Berlino, Parigi, Belgrado, Arene, oltreché presso quelle altre località, nazionali e dell'area balcanica dove si aveva avuto sentore dell'esistenza di raccolte diaristiche o di qualsiasi altro tipo di documentazione probatoria. Per non parlare delle preziose opportunità of /erte dai contatti epistolari o diretti con quegli ex militari che avevano esperienze personali da ri/erire, la maggior parte dei quali apparivano, in un p,imo momento, rassegnati ed assu.efatti alla condizione di una deliberata rimozione dei /.oro più infausti ricordi di guerra, ma che, ad un tratto, hanno plaudito all'iniziativa ed hanno ritrovato, nell'invito a riaprire io scrigno delle /.oro memorie, un sussulto di orgoglio ed una straordinaria voglia di verità. Sarebbe inutile e fuoroiante, in questa sede, circoscritta alla presentazione di un saggio di limitate proporzioni e dal soggetto non propriamente resistenziale, almeno nell'accezione militare del termine, cercare di racchiudere il vasto orizzonte della ricerca condotta dalla Commissione. Troppo lungo ed ampio è l'arco dello scenario storico che, partendo dalla Corsica, liberata a seguito della prima operazione di cobelligeranza italo-francese, arriva fino alla remota isola di Castel/.orizzo, in Grecia, ove il film «Mediterraneo» ha casualmente, e con intenti diversi, ambientato una particella delle vicende che potrebbero essere considerate prossime a quelle che le monografie si accingono a raccontare. Perciò, in attesa di relazioni centrate sui vari scacchieri di operazione, cosi' come appariranno nel prossimo futuro, ci lin-riteremo, in questa sede, ad un doveroso cenno sui ricercatori-autori, molti dei quali alle prime armi, che, per un compenso assai modesto com'è nel costume di quasi tutte le Amministrazioni dello Stato, si sono sobbarcati ad un /a,voro da certosino, in cui la dispersione della documentazione, le difficoltà di consultarla, l'impresa, spesso improba, di effettuame i necessari riscontri, i lunghi tempi imposti dal lavoro di traduzione da almeno quattro lingue, li hanno messi a dura prova. E tuttavia, essi hanno dato sempre il meglio di sè ed hanno collaborato con la Commissione, che ne seguiva i risultati, con spirito scevro da ogni protagonismo od orgoglio di mestiere, immedesimandosi via via nell'incarico con la stupita consapevolezza dei giovani davanti ad un fenomeno grandioso e tragico insieme. In virtù ed a motivo di questo loro umile prodigarsi, in t/n tentati·


Presentazione

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vo che ha fatto recedere altri e più sperimentati ricercatori, chiediamo al lettore, sprovveduto o navigato che sia, al protagonista di queste vicende, che andrà affannosamente aUa ricerca delle sue verità e delle me sopite e antiche sensazioni, rimandendone in parte deluso, al critico storico o letterario, di riflettere sulla originalità e difficoltà dell'impresa, sulle sue finalità, tese a rivelare luci ed ombre di un passato ormai lontano, e di mostrare verso gli autori ed i loro consulenti la comprensione ed il rispetto che il loro disinteressato impegno e la loro buona fede gli fanno meritare. Ilio Muraca


PREFAZIONE


Pre/atione

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Per una serie di motivi, la pubblicistica italiana in genere raramente si è sottratta ad una sorta d'incantamento di fronte al cappellano militare in mezzo al campo di battaglia, fin dalla comparsa di questa figura sulla scena patria. Considerato subito «degnissimo di prosa e di poema», lo ha immerso sotto una coltre memorialistica. Al prete in grigioverde sono stati attribuiti concordemente - a torto o a ragione - meriti politici e religiosi, patriottici e nazionalistici. Sicuramente cio esaudiva, nei momenti dati, sia le ragioni della cultura cattolica che di quella laica almeno sino aUa seconda guerra mondiale. Si cominciò con p. Gerani, unico sacerdote del contingente militare italiano in Cina all'alba del Novecento, poi si ebbero i padri cappuccini nella guerra libica. In ambito cattolico sembrò il trionfo dello spirito. Durante il primo conflitto mondiale, la rivista dei reverendi padri gesuiti in Francia, «Etudes», vi dedicò memorande pagine: mentre in Italia, sull'ufficiosa «Civilta Cattolica», comparvero ben tre saggi che significavano una definitiva consacrazione istituzionale: per non parlare, in seguito, delle esaltazioni fra le due guerre da parte della stampa del regime di solito poco sensibile alla nota religiosa in vista dell'intervento militare itlaiano in Etiopia e in Spagna. Un 'incrinatura si aveva negli anni Sessanta. L'immagine del prete in grigioverde, come altre legate a valori di patria, entrava in crisi. Un affondo critico, a carattere storico-politico, veniva dal Melograni nella sua storia politica della grande guerra, mentre in seguito, per altro verso, il compianto p. Ernesto Baùlucci ne contestava teologicamente la stessa ragion d'essere e, a suo dire, le contraddizioni imma_nenti. Eppure non c'era reduce che scrivendo le proprie memorie non esaltasse o non ricordasse con simpatia la presenza del cappellano militare nel suo reggimento. Solo di recente si può dire ha preso l'avvio un vero e proprio studio a carattere storico-scientifico del prete soldato sui campi di battaglia. Il giovane studioso Morozzo della Rocca, negli anni Ottanta, iniziava un 'analisi organica limitata alla prima guerra mondiale. Si avvaleva anche di categorie sociologiche - allora di moda - allargandole ad una problematica che il cappellano militare, in concreto e nel tempo, volta a volta avrebbe significato. Poi subentrava lo studio di Franzinelli, esteso alla seconda guerra mondiale nei vari fronti.


X

Cappellani italiani militari nella resistenza all'estero

Una solidità filologica e archivistica - nonostante il titolo un po' fuorviante il riarmo dello spirito - lo colloca finora tra le analisi storico-critiche pitt complete e metodologicamente pitì riuscite. A conti fatti, anche sotto i riverberi della critica storica non c'è dubbio che la figura del cappellano militare nel suo insieme ne esce dignitosamente rispetto ai valori religiosi e civili che ha rappresentato, nonostante qualche inevitabile confusione. Figura istituzionale, certo, un po sui generis inserita nell'esercito mobilitato vale a dire all'interno di un 'o1'ganizza:àone gerarchica· dove tutto risulta regolato da norme inderogabili, il cappellano è il destinatario sia degli ordini del comando di reggimento che della curia castrenese talvolta persino discordi. Il rischio tutt'altro che ipotetico, era che le sue prestazioni si esaurissero nei pochi obblighi ufficiali (messa al campo e sepoltura dei morti) qualora il suo zelo, sorretto naturalemnte da un'adeguata personalità pena l insuccesso non gli ritagliasse altri spazi per un attivistno debordante dalla griglia prefissata che il più delle volte risultava più consono al suo status sacerdotale e alle esigenze spirituali dei soldati. Che questa non sia rimasta una prospettiva di generosi intenti al1neno per quanti stavano oltremare lo avrebbe dimostrato l armistizio dell 8 settembre 1943 e Franzinelli ne ha tentato una descrizione critica. Occorreva dar forma e volto a tanti segni affidati ormai solamente alla memoria labile dei superstiti, senza eccedere da un lato nel patetismo e dall'altro nell'accusa, Giacché si sapeva che la resa del settembre e il caos che ne era seguito avevano fatto saltare quel collante disciplinare in tutto lo scacchiere operativo creando naturalmente imprevedibili e tragiche difficolta alla sopravvivenza personale ma anche aprendo un'attivita impensabile e di varia natura soprattutto alle centinaia di cappellani militari opemnti lontano dalla patria, senza più collegamenti né con i comandi militari né con la curia castrense. Ciascuno si trovò quasi costretto a inedite e differentifo,me d 'attivita perfino di carattere extra.religioso, in un esasperato isolamento non pitì mandotto da <mote di servizio» ufficiali, in differentissimi contesti geografici e culturali per la maggior parte ostili a lui come italiano e spesso anche come prete. i aggiungeva in tal modo al suo passato, diciamo cosz istituzionaI


Prefazione

XI

le un altro capitolo del tutto anomalo che Franzinellì per primo, ha fatto oggetto di studio. Le pagine che segtwno ci forniscono un materiale insolito e contraddittorio in grado di salvaguardare una memoria storica dolente e sublime insieme. L 8 settemb,-e fra l'altro metteva a nudo l'inevitabile ambivalenza del cappellano «assimilato» per tm verso alla gerarchia militare alla stregua del personale ausiliario, mentre per un altro risultava «aggregato» allejorze annate in qualità di non combattente secondo la convenzione di Ginevra. Un 'ambivalenza per la quale qualsiasi proposta o iniziativa presa dal cappellano la facevano apparire in qualche modo saldata ai vertici militari compromettendone spesso i risultati. Ma l arrnistizio del settembre, nel modo come era avvenuto, dissolveva presso l'estimazione dei soldati l'ufficialita del cappelano e gli restituiva in contesti drammatici l'autentico suo potenziale spfrituale. Pe1/i110 quei retaggi d'anticlericalismo e di laicìsmo ottocenteschi, rimasti vischiosamente nell'esercito che avevano continuato a mortificare il suo ministero - ad eccezione dei reparti alpini e della marina - cadevano improvvisamente. Il cappellano militare che aveva continuato a condividere destino e sfortuna coi suoi soldati ritrovava il suo ruolo umano e religioso. Lo provano in parte le relazioni relative alle zone balcaniche e alla Grecia. recuperate e pubblicate da Franzinelli. Esse acquistano olt1'etutto un valore di impietosi documenti che svelano gli on·ori e La ferocia delle vendette, ma anche le esaltanti iniziative di salvezza di ogni dignità. Giustamente Franzinelli, cui oltretutto va il merito d'averle scoperte negli archivi, ne ha fatto l'ossatura portante del suo studio, limitandosi a semplici premesse illustra_tive dei singoli cappellani o a qualche spunto di carattere storico. Quelle relazioni ci svelano odissee inenarrabili di uomini di chiesa - comuni del resto a tante altre - coinvolti nel cataclisma dell'armistizio in terra ostile, sciolti dal «Signor-si» di se,,v izio riscattatisi di fronte ai militari a cui si offrivano da guida per uscir dal <<Pelago alla riva». In questa chiave - se non fosse iniverente pensarlo si comprendono pe~fino certe forme di protagonismo ritomanti qua e la nelle pagine con cui il cappellano sembra commemorarsi. Ma sotto il profilo epistemologico il prezioso materiale, oltre a svelare percorsi dolorosi dei nostri soldati in quel marasma balcanico, lascia intravvedere segni di catarsi spùituale e non solo politica sul-


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Cappellani milifllri ita/ia11i 11ella resisteJUO all'estero

l'orizzonte della resistenza europea. Si dirà che, a prescindere dalla varietà di stili e di psicologie, nelle relazioni abbondano più sentimenti che analisi: che dietro un linguaggio comprensibilmente vittimistico ed esaltato prevale un tono predicatorio mirante alla conclusione, implicita ed esplicita, del «tempo del lager tempo di Dio»: che sposta alquanto l'ottica inducendo il sospetto d'una valutazione dietrologica, quindi con un'evidente estrapolazione degli eventi dai loro contesti naturali di luogo e di tempo. Tuttavia non c'è dubbio che queste relazioni, necessariamente · autobiografiche, ripropongono una realtà oltremodo tragica esplosa al di fuori d'ogni schema istituzionale (bande guerrigliere, campi di lavoro, lager, fughe avventurose ecc.); pensata e registrata per lo più con gli stessi archetipi di prima quando il cappellano si muoveva in un contesto omogeneo e univoco culturalmente, molto diverso da quello pluralistico in cui ora doveva esprimere la sua attività personale -poca o tanta che fosse- in concorrenza spesso con altri e ostili comunicatori quali potevano essere i commissari politici nelle formai.ioni partigiane balcaniche o altri esponenti fra i mussulmani albanesi e gli ortodossi greci. Al cappellano restava l'odiosità di ex occupatore fascista ormai sconfitto, che la croce sulla giacca non era quasi mai in grado di riscattare quando non l'aggravava: tallonato e inseguito dalla Wermacht di Hitler che rivelava un forte disappunto per il mutamento italiano delle alleanze con atti di ferocia secondo i luoghi e le Kommendantttr. Franzinelli non manca di far notare che da trecento e più cappellani militari sorpresi nella penisola balcanica dall'armistizio, solo una minima parte - appena it 10% - ha inviato una relazione, scritta per lo più in epoca posteriore ai fatti con tutti gli inevitabili aggiustamenti facilmente intuibili, magari per non scomparire di fronte ai censori della curia castrense. Raramente infatti vi appaiono viltà sa-

cerdotali e Dio sa a quali abdicazioni ciascuno di loro avrà dovuto ricorrere per uscire vivo da quell'inferno! È da supporre che forse la documentaizone meno autocelebrativa non sia stata scritta e che la maggior parte dei cappellani militari, ritornati sani e salvi al lorq ministero diocesano di pace, abbia inteso forse rimuovere ricordi di sangue e tradimenti (analogamente nel partigianato cattolico la diaristica resistenziale appare stranamente più scarsa rispetto a quella comuni-


Prefazione

XIII

quella comunista), ma a dimostrare anche d'essere pago d'un giacimento d'esperienza che il pudore di patria e la sofferenza impedivano di violare. Non è un caso che i più loquaci non sono i cappellani appartenenti al clero sacerdotale, ma i frati - specialmente i gesuiti sollecitati forse dall'onere riflesso che si riverberava sulla congregazione religiosa d'appartenenza. Senza dubbio, Franzinelli ha utilizzatgo al meglio il materiale ritrovato, ha evitato di appiattirlo con trattamenti particolari. Del resto, come avrebbe potuto omologare tante odissee e tanti drammi personali così diversi l'uno dall'altro? La soluzione di lasciare a ciascttna voce la propria individualità, riproducendone i passaggi più significativi, si presentava in ultima analisi come quella .più praticabile e metodologicamente ineccepibile. Certo essa è in grado di dare una campionatura più vicino al vero della diseguale realta, di cui Franzinelli ha peraltro indicato alcune «linee comuni- nella «duplice fedelta: all'incarico ed al giuramento al capo dello Stato». Tutto sommato, un'indicazione confortata anche dalla statistica fornita dagli organismi ufficiali: su 340 cappellani militari sorpresi dall'armistizio nella Balcania, 2 70 respingevano l'offerta di cooperazione coi tedeschi e coi fascisti, preferendo piuttosto prospettive di prigionia, lager, guerriglia, pericoli dell'ignoto pur di restare coi loro soldati. Un bel pedigree.' P. Lorenzo Bedeschi


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I 5 nAR. 1901

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CO~ICi::RTO cor, IL ~·IilISTRO DEL TESORO

il decreto de l Presidente della Reoubblice 11 ~~nn~io 1956 , n . S e succe3sive mod1 t1caz1oni;

...-;,;~:;:.:,:;::1..\':'A l'o?oortuniti'.. di approron~ire la ricerca storica sul contribu t o .for nito a l la Resisten za dalle Uni:;il. re~olari delle Forze armate italiane all 'estero:

l 'esi~P.nza di at'fida re det: to cofj!,t~l.'..§id:P.'}~ pjn·Q]llìt a Cc:nt1issione com:>osta di personale pa r t;ico l.arment~ :>re?ar ato n~lla materia: D E C

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Art .

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::, ' c:>sti-cu.ita l :> Commi ssi o n e per lo stud1o resist,,nza !"!!.li.tare ito.lian.!l ~ 11 ' este r o , con il com9 l to di p r orr.\Jovere la r-:iccolt.i e!. ~utte le notizie e t esti:nonianz-e verbali e scr-1:te -:!el con t r-l.~u t":> fornico dalle un ità regola r i de l le For7.e a r m'::Lte ::l l' !etero .

Art .

LR Com.T.issionc

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cosi co~posta:

~reside nte: Den . ~ . A. (r) e~o:-1: CP.n . èlv (r) t,;np . cpl :'en . cpl i-1 .0.V . :t .

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An~e lo GRAZIAIII - A. !I. p. ! . Alfonso IlARTOLinI A. N. ? , I . Giuseope i·IARAS <\ . :I .:>. r. Gaetano :lESSn?A f.!./1 . ? . Av io CLJ::l,lé:NTI - f . I . A. P . T •• • Ciovann1 CI:lAU:H Ciuse:,rie fu•IATI : .r.v. r, . Ca r lo D~ LUCA A. :r.::: . !. .~ . r: , !" . I. Vi t torto E::nanue le OIU~;T?:LLA Lui-ti 111::CCIA~~I - A • i~ . V . rt . G .

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li!'!'1clo storico dello Stato :rag_~ior-e ::sercito l;t'ficlo sto:-ico cel lo Sta-co ,,la$!21-ore 14i\rinP \! !'t'icio storico nel lo 3ta~o 'le~atore Ae ronaut lc.:J tfic.io ,\ssoc 1 é.Z ion i Co,nò.n: tenti s t1che ,. t1' .'· :'"lt' "el CAbir.etto èel 1!in1stro èella Difesa .


Art.

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Le !'unzioni òi searetario della Co:nm1ss1one sono ~~p. a. spe (~SU) ?ascuale LO~BARDI.

Art.

svol tP. del

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I lavori èella Commissione termi neranno 11 31.12.1989. Art.

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Ai Componenti della Com~issione compete il e e ttone p resenza nella misura prevista dalla vigenti disposizioni.

r.1

Ai co~ponenti èstranei nll'Am~inistrazione sarà attribuito 11 tratto.mento economico di missione nel la r,i~ura r.,revist? per l P qualifica di ~ir1Pente ~enerale.di l ivello C. Ai conseguenti oneri , com:,resi ouelli de!"ivant1 dal la s..,P... "? ~er 11 funzionamento della Co'!llllissione,si fa~à f!"OntP. con i fon~i stanziati sul Cap. 10~2 dello stato di p revisione della speso cel .iinistero èella d1fasa per l'esercizio !'inanzi.;;;rio l~S!:l .

Il ')resente decreto sarà comunicato alla Corte d e coni:1 ?er la recistrazione.

Roma' li flJP.

IL

2 6EN. 1989


INTRODUZIONE


3 La presente monografia - realizzata otto gli ausp1c1 della Commissione per lo studio della Resistenza dei Militari Italiani all'Estero (COREMITE) - esamina il contributo offerto dal clero castren e italiano alla Resistenza antifascista ali estero nei due distinti momenti dell'assistenza spirituale prestata ai reparti impegnati dopo 1'8 settembre 1943 contro le formazioni dell As e e della guerra partigiana, esperienza nella quale confluirono i militari che - evitato l internamento senza per questo esser riusciti a rimpatriate - si collegarono con le formazioni ribellistiche dei Paesi nei quali erano stati inviati a combattere. u tale specifica questione non esiste a tutt'oggi alcun contributo organico: i soli studi di una qualche utilità rivestono carattere autobiografico oppure si accostano di sfuggita all'argomento (si rimanda in proposito alla rassegna bibliografica riportata in chiusura della monografia). In a senza di la vari storiografici ai quali rifarsi, ci si è basati sui fondi archivistici dell'Ordinariato Militare d Italia, integrati con materiale conservato altrove On buona parte confluito in copia all'archivio del COREMITE). Si è avuto cura di procedere allo spoglio della memorialistica dei cappellani e dei reduci, constatando però come la parte preponderante dei resoconti diaristici abbia ignorato il problema del1' assistenza spirituale o vi abbia dedicato cenni superficiali e generici. Ben diverso, ovviamente, il quadro risultante dalla lettura dei rapporti stilati dai cappellani, sulla cui base si fonda la monografia. È opportuno richiamare l'attenzione del lettore sul carattere di estrema soggettività delle fonti qui impiegate (essenzialmente le relazioni redatte dai religiosi subito dopo il rimpatrio) e sulle difficoltà con le quali si è potuto verificare - laddove possibile - l'attendibilità dei particolari narrati, mediante un raffronto incrociato con materiale di diversa provenienza. Il generale Ilio Muraca, Presidente del COREMITE, invitò assai opportunamente i ricercatori a considerare le implicazioni di vario genere insite in una documentazione che risente - per inevitabili influenze di natura psicologica - dei traumi subiti dai militari durante la fase della cattività non meno che dalle aspetta-


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

tive da essi nutrite al momento del rimpatrio. Reazioni sia pur legittime e facilmente comprensibili (impellenti esigenze di giustizia, fermi propositi di rivalsa verso chi adottò comportamenti opportunistici, ecc.), hanno infatti permeato le relazioni ~ numerosi reduci, sospingendole sui lidi di un vittimismo misto a considerazioni pessimiste e lasciando di contro in ombra episodi caratterizzati da coraggio e da forte spirito di resistenza, che in quanto non si tradussero in risultati tangibilmente apprezzabili dal singolo militare vennero per l'appunto minimizzati o rimossi. Rapportato al clero castrense, l'atteggiamento col quale i cappellani reduci dai campi di concentramento o dal fronte si accinsero a redigere le relazioni personali richiede almeno un paio di . . . prec1saz10ru: 1) la maggioranza dei religiosi in servizio alf estero alla data dell'8 settembre 1943 subl la sorte comune dell'internamento, in molti casi per consapevole scelta; nelle relazioni redatte al momento del rimpatrio - tranne isolate eccezioni - l'accento è intuibilmente posto sulla lunga esperienza della cattivita, a scapito dei tanti episodi di resistenza ai tedeschi, rimasti magari privi di positivi sbocchi; 2) i cappellani legatisi al movimento partigiano -

specie nelle regioni balcaniche - vissero con un certo imbarazzo la collaborazione con un movimento che aveva assunto orientamenti comunisti e di conseguenza evitarono di soffermarsi in modo circostanziato sul periodo trascorso con le formazioni «irregolari>>. Bisogna precisare come la nostra monografia si diffonda, rutto sommato, su di un aspetto particolare (non per questo irrilevante e nemmeno - crediamo - marginale) della complessiva azione esplicata dal clero militare nel secondo conflitto mondiale. Per questo e. necessario collocare la narrazione nel più generale contesto della presenza religiosa nelle forze armate, dispiegatasi senza soluzione dj continuità dalla prima estate di guerra sino alla cessazione del conflitto (o addirittura alla fine del 1945, col rientro degli ultimi ex internati dai campi nazisti). Una presenza che dopo l'armistizio si frastagliò e si spezzettò, assumendo talvolta


lntrod11zio11e

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risvolti politici che spaziarono dall'opzione antifascista al collaboraziorùsmo, in un quadro che anche dal punto di vista organizzativo divenne viepiù complesso, specie dopo la costituzione (su iniziativa della Curia castrense) della Seconda Sezione di Verona con competenza suJ territorio della RSI e l'apertura di un Ufficio straordinario dell'Ordinariato Militare a Lecce (su stimolo degli ambienti monarchici, in concorrenza con gli uffici centrali romani). È insomma necessario tenere conto di come lo spezzone di storia qui ricostruito s'inserisca in un contesto piuttosto variegato: ciò al fine di cogliere continuità e novità della presenza sacerdotale tra i militari negli ultimi venti mesi di un-conflitto che anche all'estero assunse, aJmeno in parte, i tratti della guerra civile (in numerose relazioni, ad es., figurano riferimenti al determinante ruolo adempiuto da italiani «collaborazionisti» nel favorire i piani dei tedeschi, a tutto danno dei connazionali rimasti fedeli a1 governo legittimo). Il presente studio, commissionato dal COREMITE, si diffe. renzia per più aspetti dalle altre ricerche attivate dal medesimo organismo, stanti i seguenti fattori: a) la particolarità del servizio prestato dai cappellani, consistente nell'assistenza spirituale, di assoluta preminenza sugli aspetti immediatamente riconducibili alla dimensione bellica; b) la «trasversalità>> della presenza dei sacerdoti, nei vari scacchieri operativi e nei diversi reparti armati: una presenza di per sé numericamente frammentata, a maggior ragione dopo 1'8 settembre, quando si accentuerà il carattere «individuale» dell' assistenza spirituale fornita dai cappellani. Scorrendo le pagine della monografia, il lettore potrà rendersi conto di come la narrazione si avvalga di documenti coevi e riproduca ampi stralci delle relazioni stese dai sacerdoti nel periodo immediatamente successivo al rimpatrio (redarre tali resoconti era per i reduci un preciso obbligo di servizio, mentre serviva all'Ordinariato Militare per procedere alla cosiddetta <<discriminazione» delle posizioni personali). Crediamo che l'uso di tale mate-


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Cappellani militari italiani nella resistenza ali estero

riale esprima con immediatezza e concretezza il peculiare contributo fornito dal clero castrense in un momento decisivo della vita nazionale. Si è ritenuto opportuno inserire nell'appendice la trascrizione di una quindicina tra relazioni e lettere relative al tema affrontato nella monografia. Si tratta di materiale generalmente risalente al periodo 1943-1945 od all immediato dopoguerra. Questa essenziale antologia permetterà al lettore di rendersi conto del difficoltoso e delicato contesto militare e spirituale nel quale si mossero i cappellani italiani inseritisi nel movimento resistenziale antigermaruco europeo. Infine, si è approntata una rassegna bibliografica delle pubblicazioni nelle quali si accenna quasi sempre di sfuggita al contributo fornito dai cappellani alla lotta contro il nazi-fascismo. Questo lavoro si situa nel quadro della rinnovata attenzione - tradottasi in un organico approfondimento storiografico verso l'attività esplicata dai militari italiani all'estero dopo 1'8 settembre 1943 in condizioni improbe contro la politica nazi-fas ista, in una tragica epopea qui ripercorsa attraverso la particolare visuale dei cappellani. In effetti, le testimonianze dei religio i si collocano sullo sfondo del tracollo dell'esercito italiano e ne descrivono le modalità. In esse e possibile cogliere i tratti essenziali dell'odissea intrapresa da migliaia di militari - in gru pp · organizza ti oppure isolatamente - attraverso regioni inospitali col miraggio del rimpatrio in una prospettiva oggettivamente (ma spesso anche sagge tivamente) antifascista, in quanto irriducibilmente avversa ai piani dei tedeschi e dei low camerati della R I. Si è cercato di definire i tratti essenziali del rapporto allacciatosi tra il personale di assistenza relig.iosa e la truppa (negli aspetti spirituali come nei risvolti materiali) un rapporto determinante al punto di indurre una consistente frazione di sacerdoti a scegliere 1 internamento o la vita partigiana, scartando invece l adesione alla R I o anche la soluzione individuale del rimpatrio (giudi ata essa stessa un <<tradimento» della missione past rale e della fiducia dei militari). Accanto ai tratti biografici di alcuni r ligiosi distintisi nel movimento resistenzial alle tero l attivita dei cappellani verrà de-


l111rod1mrme

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Jineata secondo un criterio espositivo attento alle peculiarità logistico•geografiche, cronologiche e mrncari dei singoli scacchieri. È più che probabile che dal novero dei cappellani qui di segui· to citaci manchino singole figure di religiosi, sfuggite alle ricerche archivistiche (o aUe quali i documenti non rendono ragione di un'auività prestata clandestinamente ed in condizioni quanto mai p recarie). È auspicabile che questo grave limite possa gradualmente venire superato. Ciò sarà fattibile se venanno fornite al COREMITE ed all'Ordinariato Militare indicazioni nominative e testimonianze personali che consentano di completare iJ quadro d'insieme fin qui intessuto, per rendere giustizia al sacrificio ed allo spirito di servizio profuso dai cappeUani mil itari attivi nella Resistenza. Questa monografia non sarebbe stata realizzata senza la cortese disponibiJjtà del Presidente del l'Associazione dei Cappellani Militari d'Italia, mons. Pietro Santini. che ha consemiro la con-

sultazione dei documenti conservaci presso l'Archivio dell'Ordinariato Militare d'Italia ed ha presenziato alle sedute di studio del COREMITE, fornendo importanti direttrici di ricerca. Ringrazio il Vice-Presidente del! ' Associazione dei Cappellani, mons. Luigi Ped rolli, per la competenza e la passione con le quali mi ha illustrato i carntteri deUa presenza dei cappellani nel movimento resistenziale italiano ed europeo.


IL RUOLO DEL CLERO CASTRENSE NELLA RESISTENZA ALL,ESTERO


li ruolo del clero casJrense nella resisle117.a all'estero

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La legge istitutiva del Corpo dei cappellani militari assegnò nel marzo 1926 al neo-costituito Ordinariato Militare d'Italia la competenza sul personale ecclesiastico in servizio nelle forze armate, in pace come in guerra, equiparando i sacerdoti agli ufficiali. I Patti lateranensi prima L e la legge n. 77 dell'll gennaio 1936 poi 2 , estesero le competenze del clero castrense i cui membri poterono finalmente esplicare le mansioni di assistenza spirituale senza piu sottostare ad una serie di vincoli restrittivi (]a residenza nei luoghi cli cura piuttosto che nelle caserme la celebrazione dei riti negli edifici di culto e non «aJ campo», ecc.). Nella campagna d'Abissinia e nella guerra civile spagnola la partecipazione dei religiosi si basò essenzialmente sul volontariato, 3 mentre nell'estate del 1940 venne disposto il reclutamento di diverse centinaia di cappellani di mobilitazione ad integrazione del nucleo di ecclesiastici da tempo inserito nei ruoli del servizio permanente effettivo. La Curia castrense - guidata dall Arcivescovo mons. Angelo 1 TI Con ordaLo affrontò negli articoli 3, 13 , 14 e 1.5 - la posizione militare degli ecclesiastici e le problem.atiche dell'assistenza spirituale alle forze armate, col pieno riconoscimento dcUe competenze gerarchico-istituzionali dell'Ordinariato Militare d'lcalia e con l'assegnazione ai cappellani di <<competenze parrocchiali» uJle truppe. Dall' aprile al novembre 1929 furono definite le normative attuative dei Patti lateranensi, con particolare riguardo alle modalità di nomina dell'Arcivescovo casrrense ed alla giuri dizione - sostitutiva riguardo a quella degli ordinari diocesani - da questi dispiegata nei confronti del personale ecclesiastico da lui dipendente. 1 La riforma del gennaio 1936 integrata da alcuni decreti accuativi - riordinò le competenze e le prerogative del clero castrense posto alla direzione delle <1Case del _ oldato» e dei «Ritrovi militari>>. La riforma, che prefi urava il possibile impiego belli co degli ecclesiastici, ampliò gli organici del servizio permanente effettivo, portati a 21 cappeUani capi (equiparati ai capitani) ed a .52 cappellani (assimilati ai te.ne.nei). ~ Alla campagna d'Abissinia presero parte 343 cappellani militari: 3 religiosi perirono in combattimento o per malattia e 30 onorificenze al valore vennero assegna ce agli appartenenti al clero castrense (2 medag]je d' oro, J d'argento, 8 di bronzo e 17 croci di guerra) . Il conflitto civile spagnolo vide la partecipazione di 46 sacerdoti, neUe file della Milizia Volontaria di Sicurezza azionale, alle dirette dipendenze dell'Ispettore don Michelangelo Rubino. In quella guerra, nella quale perse la vita un cappeUano, fu . rono distribuite rra i 46 ecclesiastici mobilitati ben 3.5 decorazioni al v.m. (4 medaglie d'argento, 12 medaglie di bronzo e 19 croci di guerra). Le motivazioni delle onorificenze sono raccolte nel volume curato da mons. Francesco Marchisio: Cappellani Militari 1870-1970, Associazione Nazionale Cappellani Militari d'Italia in congedo Roma, 1970.


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~lla11i militari italiani nella resisteni:a all'estero

Bartolomasi~ - vigilò sull'operato dei sacerdoti inseriti nei reparti armati, emanando periodiche direttive sui caratteri del servizio spirituale ed intrattenendo una fitta corrispondenza con i religiosi. L'Ordinario Militare si recò in più occasioni a visitare i cappellani dislocati nei territori occupati: nei tre anni iniziali di guerra~ il presule presiedette i raduni del clero castrense tenutisi io Albania, in Croazia, in Montenegro ed in Corsica. La diuturna attività profusa dagli uffici romani dell'Ordinariato venne bruscamente interrotta dagli eventi dell'8 settembre 1943. Quando la situazione politica si assestò su nuovi equilibri risultò di ardua praticabilità la ripresa dei contatti con i cappellani, anche perchè lo scioglimento di molti reparti determinò una diaspora dei militari, inclusi gli addetti al servizio spirituale. In particolare, il ristabilimento dei canali cli comunicazione con i sacerdoti rimasti all'estero (nella resistenza o nell'internamento) riuscì nella grande maggioranza dei casi impossibile od estremamente saltuario. Per i religiosi inseritisi nella resistenza antifascista ed antinazista, alle intuibili difficoltà logistiche si sommarono fattori di natura politica, poichè gli uffici della Curia castrense - rimasti in Roma quando i vertici dello Stato e delle Forze Armate si erano trasferiti al Sud, - non furono in grado cli allacciare rapporti ufficiali con il governo «badogliaoo» di Lecce. Solamente dall'ingresso degli Alleati nella capitale, il 4 giugno 1944, si poterono intrattenere formali relazioni con le forze ar4

Angelo Banolomasi (Piaoc22a, 30 maggio 1869 - 7 marzo 1959), Vescovo da campo nella grande guel'N, quindi titolare della diocesi di Trieste e poi di Pinerolo, nel maggio 1929 venne chiamato a sostituire mons. Camillo Panizzardi 1li vertici dell'Ordinariato Militare. Indiscusso artefice deJ servizio cli assistenza spirituale alle forze armate, mons. Bartolomasi rimase per oltre un quindicennio alla guida dei cappellani, fincM il 4 novembre 1944 si dimise a causa dell'avanzata età e delle polemiche legate ai risvol· ti politici della sua attività. ll pronipote don Natalino Barrolomasi ha curato un volume biografico dell'Arcivescovo castrense: Mons. A,igelo Bartoloma,ii Vescovo dei soldati à'J. talia, Ed. Casa mons. Bartolomasi, Pinerolo, 1966. ' Mons. Bartolomnsi spiegò la propria permanenza a Roma con la volontà di rimanere in contatto con la S. Sede e col carattere di impnrzialità politica dcJ servizio assicurato dall'Ordinariato Militare. Diversa fu l'interpretazione maturata negli ambienti monarchici, dove si valutò negativamente la scelta di mantenere la sede della Cu. ria castrense nella capìtaJc e si disconobbe l'attività da questa esplicata successivamente


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li mola del clero castrense 11ella rcsistem.a all'estero

mate monarchiche (nelle quali si era intanto organizzato - sotto la direzione dell'Incaricato straordinario mons. Germano Galassini - un corpo di cappellani militari), mentre permasero le insuperabili difficoltĂ a contattare i religiosi operanti nelle formazioni che all'estero si battevano armi alla mano contro i tedeschi. Subito dopo l'armistizio i cappellani si erano trovati privi cli direttive, analogamente a quanto era avvenuto agli ufficiali ed ai soldati, col risultato di porsi dinanzi ad eventi cli portata incalcolabile col solo sostegno della propria coscienza e della solidarietĂ di corpo con i militarj ai quali continuavano a prestare assistenza spirituale. I dati relativi aJ personale mobilitato nelle regioni occupate possono desumersi da un dettagliato specchio riferito alla data del 31 luglio 1943, dal quale risulta la seguente dislocazione numerica:b Fronte Occidentale

Il.

176

cappellani

Slovenia e Dalmazia

n.

141

"

Grecia

n.

127

"

Albania

n.

74

"

Montenegro

a.

55

"

Egeo

n.

31

Totale

604

Quanto alla suddivisione interna al clero castrense, la &azione di gran lunga preponderante era quella dei cappellani mobilita.ti per esigenze belliche, di contro aJ numero esiguo dei religiosi in servizio permanente effettivo: 7 all'8 settembre 194.3 (specialmente in riferimento aJJ'assistcnzn ecclesiasrica prestata ai reparti della Repubblica Sociale Iraliana: dal foglio matricolnrc dei sacerdoti preposti alle forze armate di Graziani furono infatti depennate le annotazioni posteriori all'8 settembre 194}, data di cessazione - retroattiva - dal servizio, in analogia alledispo¡ sizioni emanate per gli uWcia!i nel quadro della cosiddetta epuruzione). ~ C/r. Situazione al mallillo del 31 luglio 19-IJ, specchieno allegato al Diario Storico dell'Ordinariato Militare. i Pcc il personale religioso in servizio presso la MVSN (J U cappellani), La Croce Ross:i (29), la Guardia di Fin11nzn (1 1) ed il Sovrano Ordine Militare di Malta (6) la citata fonre non distingue rra sacerdoti dislocati in patria cd aU'csrero.


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Cappella11i militari itali,mi 11e/la reristenza all'estero

ccmm capi

Fronte 0cc. Slovenia-Dalm. Grecia

2

AJbania

1

Montenegro Egeo

1 l

s.p.e.

1 l

I 1

AusiL

Riserva

Mobilitai.

8

3

2 2

5 7

163 132 116

4 5

2 1

67 48

2

28

Con minime variazioni, questa era la distribuzione del personale di assistenza spirituale nei terrj tori occupati al momento in cui il maresciallo Badoglio rese di pubblico dominio la stipulazione dell'armistizio. 11 Una buona metà degli ecclesiastici riusd a rimpatriare fortunosamente, mentre la parte maggioritaria dei cappellani rimasti all'estero - catturata dai tedeschi unicamente alla truppa - venne inviata nei campi d' internamento germanici. Soltanto un ridono, seppure significati vo, numero di religiosi rimase con i nuclei di militari italiani dad si alla macchia od organizzatisi stabilmente nella resistenza armata ai nazisti. All'estremo opposto, un limilato contingente di sacerdoti aderì alle profferce tedesche e passò immediatamente al servizio dei germanici, legandosi alle costituende forze armate repubblicane. Del resto, questa particolare suddivisione è in linea col dato complessivo d elle opzioni espresse successivamente alJ 'S settembre dall'insieme dei combattenti italiani sorpresi dall 'arm isLizio lontano dalla patria. Come si può senz'altro inrnire, le vicende dei saçerdoti s' intrecciano indissolubilmente ai destini delle Divisioni dislocare nei territori occupali, in percorsi esistenziali e militari contrassegnati essenzialmente dalla ricerca del rimpatrio (in ottemperanza alle direttive governative) e quindj condizionati in modo stringenLe dalle generali contingenze che videro le noscre Lruppe resistere ai Ln principale vari:1ziunc riguard.1 il contingente di cnppelluni dislocmo ne.I Fron te Occidentnle: durante la pnrcntesi b11doglfana venne inftmi disposto il rimpatrio di :1lcunc Division.i stanziate nelln Provenza.


li ruolo del clero ct1stre11se nella resistenza ,,t/'eslem

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tedeschi, cadere nelle mani dell'alleato di ieri e subire l'internarn neo oppw: - ma, lo ripetiamo fu una scelta nettamente minoritaria - inserirsi nelle file dell'esercito fascista repubblicano. L'organico inquadramento dei cappellani nelle forze armate venne &uttato dai tedeschi per giustificare l'estensione ai religiosi dello status di ufficiali sin dal momento dell'opzione tra l internamento o l'adesione alla causa del Reich. 11 In diverse circostanze si delineò una maggiore considerazione per gli appartenenti al servizio religioso tradottasi nella disponibilità a liberare i sacerdoti dall'internamento senza porre condizioni particolari, oppure a sottrarli alle esecuzioni sommarie che in alcune situazioni (si pensi ad es. a Cefalonia dove i sette cappellani di stanza nell jsola scamparono agli eccidi falcidiarono ufficiali soldati. Non si trattò comunque , che del rispetto delle convenzioni internazionali, le quali garantivano al personale di assistenza spirituale e sanitaria la condizione di <<personale protetto >. IO Per descrivere nei suoi multiformi aspetti la storia del servizio di assistenza re1lgiosa nel movimento resistenziale italiano ali' estero i dovrebbe ricostruire l'operato di ogni reparto armato e quindi analizzare il ruolo rivestito dai singoli cappellani in rappor to agli specifici momenti della resa del rimpatrio della Tesistenza cieli internamento (e pure del collaborazionismo, per chia~ Questa deci ione dei redeschi si rivelerà densa di conseguenze, specialm ente in _rapporto all'i ntemarne nt : i cap pellani verranno difatti - nella quasi totalità - separati dai soldati e rinchiu i negli Oflager. L' impos ibili tà di a sistere il grosso della tru ppa verrà vissuta da mol ti ca ppell ani come un 'ingiustificata ampurazione del proprio mini te ra spirituale. 10 Il Regolamento delJ' Aja e la Convenzione di Ginevra del 1929 escludevano gli appartenenti al clero castrense (un.i tamente al personale sanitario) dalle normative per i prigionieri di guerra. 1 cappellani ed i med ici erano consideraro non -comban enti aggregaci alJe forze ann ate, col diri tto di assi tere liberamente i militari rinchiu i nei campi di concentramento - con uno stipendio, sia pure modesto - e la possibili tà di ottenere il rimpatrio (cfr. A. Rapisardi Mirabclli , La Croce Rossa:/eriti e prig;o11ieri di guerra, E d . lsc icuro per gli Sttidi di Policica Internazionale, Mil ano, 1941 , pp. 135-136). Tali no rme, perlopiù calpest:1te nei campi di concentramento nel terri tor io del Reich , vennero generalmente garantite nei Balcani , nelle isole dell' Egeo ed in Francia, come si avrà modo di considerare piu avanti.


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Cappellani militari italia11i nella resistenza all'estero

rire la differenziazione del ventaglio delle scelte). Ciò comporterebbe un lavoro di migliaia e migliaia cli pagine, tedioso per il lettore non specialista e sotto diversi aspetti ripetitivo, presentandosi nelle medesime aree di operazione situazioni cli forte analogia. Oggi è peraltro possibile usufruire dei pionieristici studi intrapresi sotto l'egida del COREMITE, nei quali emerge qua e Jà il tema dell' assistenza spirituale. 11 Anche per questo si è valutato di privilegiare un approccio che, stabilite le coordinate essenziali e le relative periodizzazioni, definisse i principali «percorsitipo» dei cappellani nei singoli scacchieri operativi, a partire dal!' impatto provocato dalla notizia dell'armistizio sino al trasferimento nei campi di concentramento od al rimpatrio dei sacerdoti attivi nel movimento resistenziale.

Le reazioni all'annunzio dell ' armistizio si possono comprendere alla luce di alcuni fattori di indole psicologica: Jo stato d' animo del clero castrense era per tanti versi condizionato dal medesimo logoramento diffuso nella truppa. Da tempo appariva ormai chiaro come col procedere della guerra diminuissero le prospettive di vittoria, mentre il rallentamento nella concessione delle ]j. cenze aveva acuito un senso di abbandono, che si accompagnava viepiù alla sensazione di ostilità e di accerchiamento da parte dei partigiani. Le relazioni rnviate dai diversi scacchieri alla sede dell' Ordinariato Militare attestano come la maggior parte dei religiosi si fosse resa perfettamente conto della diminuita combattività dei reparti e della crescente forza avversaria (e, nei Balcani, dei progressi registraci dalle forze della guerriglia). Con 1' 8 settembre i cappellani si trovarono tagliaci fuori da qualsiasi contatto con i superiori: rimasti privi di direttive ed in preda ad un comprensibile smarrimento, in non pochi casi essi furono avvicinati da soldati e da ufficiali bisognosi di consigli e di 11

Segnaliamo in particolare l'attenzione posrn dal dott. Luciano Viazzi nel ricostruire - nell':imbit0 deUo co"ann di monografie promossa dalla «Commissione per lo studio della Resistenza dei Militari Italiani all'Estero» - il contributo dei nostri connazìonaJj àlla lotta nnrinazist11 nel Montenegro, con opporruni rilievi sulla presenza sncerdornle era le eruppe (in pnrticolnrc, nc Ua Divisione «Goribuld h,).


Il ruolo del clero castrense 11el/11 resistenza all'estero

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sostegno morale. L'orientamento di massima fornito dai religiosi ai militari consistette, dove possibile nella ¡icerca del rimpatrio, sfuggendo gli opposti pericoli dei tedeschi e dei partigiani. I piÚ sensibili cappellani s'impegnarono in un opera di mediazione e di moderazione degli animi, provandosi a risollevare il morale dei combattenti con la prospettiva del ritorno in seno alle famiglie onde attingere le energie necessarie ad intraprendere il lungo per" glioso cammino verso casa. I cappellani attivi nel movimento resistenziale ali estero s'inserirono nei movimenti guerriglieri per un insieme di motivazioni concomitanti: la valutazione piÚ diffusa fu l'imperativo morale di restare coi reparti in mal¡cia verso le montagne per spirito di servizio. Tale comportamento era altres1 supportato dalla condivisione delle ragioni ideali che sostenevano la lotta antitedesca, ed alimentato dalla speranza che - mantenendo i militari le proprie armi - sarebbe stato alfine possibile rimpatriare a fronte alta. Questi due elementi di fondo valsero a far superare intuibili riserve verso una scelta certamente difficile>>, che avrebbe comportato la stretta collaborazione con movimenti sulla cui ideologia materialistica e sul cui ateismo non erano possibili dubbi. Ulteriori motivi cli titubanza discendevano da un punto fermo del1' apostolato religioso nelle formazioni militari italiane impegnate fuori dal territorio nazionale: lo spiccato spirito missionario, legato al fatto che molti cappellani avevano vissuto con entusiasmo e dedizione il ruolo di rappresentanti del cattolicesimo in terre a preponderante presenza ortodossa, mussulmana o materialis tica e _nutrito la speranza di indurre le popolazioni locali ad abbracciare la fede apostolica romana. In questa particolare visione dell'apostolato castrense, nel primo triennio bellico la stessa morte di alcuni cappellani in combattimento venne spiegata - dai sacerdoti e dalla stampa italiana - come una deliberata ritorsione dei partigiani contro i ministri di culto. 12 Da qui una sensibile diffidenza nel passare al fianco Soprattutto nei Balcani la morte dei cappellani in combattimento venne interpretata secondo canoni squisitamente ideologico-teologici: fu ad es. il caso di tre religiosi che persero la vita in Croazia sotto i colpi dei partigiani: don Giovanni Falchetti 11


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Cappt:llani miHtari halia11i nella resistenza all'estero

di chi, sino all'8 settembre 1943, era stato dipinto come il nemico più insidioso e temibile. Del resto, anche nei mesi successivi al1' armistizio si registrarono uccisioni di cappellani da parte dei partigiani: persero infatti .la vita per mano di militanti del movimento resistenziale jugoslavo e greco - oltre a don Giacomo Mora ed a padre Aurelio Diaz (dei quali si avrà modo di trattare più oltre) - don Filiberto Luzzani, 13 don Domenico Cavanna H e don Giuseppe Gabana. u Nonostante il rischio di incorrere in esperienze poco piacevoli, un discreto numero di sacerdoti sall sulle montagne dominate dalle forma zioni irregola1·i dei «ribelli», mettendo a tacere timori

(del J-1° reggimento cavalleria «Alessandria», caduto il 20 onobre 1941), don Agostino 8:misceUa (del reggimento «Piemonte CavalleriM, ucciso il -I giugno 1942) e don Dogali Busi (deU' 11 ° reparto bersaglieri, t • Divisione Cdcn:, deceduto il 15 giugno L942). riguardo ai quali un periodico così commentò: <tCertamentc questi tre Cappellani, come a.Itri loro commilitoni, sono stati fotti bersaglio delle b,mdè bolsceviche perchè Soldati italianj. E la loro sorte , per es., ebbero anche degli Ufficiali Medici. Ma contro i Ministri di Dio si accanl anche l:1 ferocia diabolica dei senza Dio1> (Tre Cappe/la11i militari vittime dei com1111isti, ne «L'Appennino», 19 luglio 1942). l l Filiberto Luzzani del 25° Reggimento Fanter ia ddl;i Divisione «Bergamo» - perse la vita il 19 settembre 1943 a Klissa (S palato}, durante un'nziooe ru contenimemo dei partigiani jugoslrivi. U cappellano, nato a Lodronc (Trento) nel 1909, apparreneva alla Diocesi di Trcnro. Sui fani che determinarono la morte dc.I sacerdole, dr. Nobile sacrificio di 1111 cappellauo militare. ne «li Resto del Carlino», 2 febbraio 1944 e La morte in comballim,mto di don F. Ln:aani, in «C rociarn lta.lic:i", 7 febbraio 1944 (dove si mitizzo In figura del defunlo, facendone una bandiera per la causa della RSl). H Domenico Cavanna - na co a Farini d ' O lmo (Piacenza) nel 1906 - a\l'cva preso parte alJe campagne dcU' Africa Oricncale e di Spagna. Nel 194 l fu decorato con croce dj guerra per essersi prodigato al fianco delle camicie nere deU'80 9 legione nei combattimenti di Mali Vlaj, sul fronte greco, raccogliendo i feriti dnJle linee avanzare e trnsportandoli nelle retrovie. Il 12 ottobre 1943 don Cavunnn spirò in un ospedale milita· re, ;1 cagione delle ferilc riportate in località Kostcnck-AJchiriaki negli sconc.ri con ban· de partigiane. Cfr. Azione Catrolicn Italiana (a cura di), Martirologio del clero italiano, Presidenza genera.le del! ' ACI, Roma, 1963, p. 69. 1s Giuseppe Gnbana - nato a Carzago della Ri viera (B rescia) nel 1904 - reduce della campagna d'Etiopi:1, dal 1938 figurava nd ruolo nusilbrio dei cappellani militari. inserito nelle Cile dcl servizio permaneme effeuivo, nel 1941 venne assegnato alla 6 1 Legione territoriale della Guardia di Pinanza dj Trieste. Dopo l'armistizio don Cabana ader1 alla RSI ed il 2 mar.to 1944 venne colpi to a morte da un commando di partigiani slavi, pcoetrari nella sua nbitnzione. Vedasi in proposito l:i pubblicazione commemorative di Lodovico Galli, li martirio di 11il cappellano della G11ordlo di Finanza, T ipolìtografia G M & TI, Citivcrghe, 1977.


ll ruolo del clero castrense n Ila resistenza tdl'eslcro

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e perplessità più o meno forti a seconda della forza interiore e dell'energia spirituale del singolo religioso. È appunto sui percorsi biografico-esistenziali di que ti cappellani che si soffermerà con r articolare attenzione la presente monografia senza tuttavia ignorare quanti - pur senza unirsi alla lotta armata - contribuirono comunque aUa resistenza antinazista, consigliando i mifoari italiani di non aderire alle profferte collaborazioniste.


SLOVENIA E DALMAZIA


Slouc11ia e Dalma:zia

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Considerazioni di natura logistico-geografica - quali la prossimità al confine italiano e Paccessibilità aUa fascia costiera agevolarono il rimpatrio di una parte delle truppe dislocate nella Dalmazia e nella Slovenia, e di conseguenza. un discreto numero di cappellani di stanza in quelle regioni fece ritorno alla diocesi d 'origine o rientrò in seno al proprio Ordine. Il cappellano capo Antoruo Quagliotti, membro del Comando Militare Regionale di Trieste, riferì all'Ordinariato - dal suo ufficio nella città di Fiume - che nella seconda metà di settembre numerosi confratelli erano giunti nella città dalmata insieme ai loro reparti, per ripartirsene dopo alcuni giorni, «.i.so.l atamente, per Je loro sedi di paese». 16 Quanto alla propria situazione personale, all'indomani dell'armistizio don Quagliotti rimase in posizione d 'attesa ed evitò di «compromettersi» nell 'uno o nell'altro senso: «Io mi trovo ora isolato in casa mia. Continuo a rivestire la talare con i distintivi di cappellano, frequento i vari Comandi, compreso il Germanico, tutti sanno che d sono, ma non mi sono fatto prendere in forza da nessuno. Giorni fa fui anche al Cimitero per funerali di soldati germanici, ma niente piÙ>>. 17 Il sacerdote chiese direttive alla Cm·ia castrense e verso la metà di novembre fu nominato cappellano capo regionale, con sede a Trieste, alle dipendenze della Seconda Sezione dell'Ordinariato. 18 Tale in16

Antonio Quogliotti nU'Ordinari:no Milir:ire, dn Fiume, )0 settembre 194.3. La Ieueru è depositata nd fascicolo personale del cappellano (d'ora innanzi FPC), all'archivio dell'Ordinariato. IJ religioso - nato a Poirino (Torino) nel 1894 - figurava aci _ ruoli del servizio permanente effenivo: assegnato nel febbraio 1929 all'Ospedale miHtare di Chfoti, nel corso degli anni Trenta prestò servizio a Gneu1, a Trento ed a Trieste. Allo scoppio della seconda guerra mondiale don Quaglioni ve nne trasferito all'sa Armata e nel lugljo 194 1 fu aggregato alla 2 8 Armara. 17 111

Ibidem .

Nell'autunno l94J mons. Barcolomasi coscitul la Seconda Sezione dc.ll'Ordinnriato Militare, con sede in Verona, affidata al cappellano capo mons. Giuseppe Casonato (nominato per l'occasione Pro vicario dcli' Arcivescovo castrense). Tra i motivi di uno simile decisione vi erano la previsione dell'avanzata alleuta con l'impossibilità di mantenere canali di comunicazione con l'Italia settentrionale, la volontà di sorcrarsi alle premure repubblichine a ffinché si spostassero al aord gli uffici della Curia cascrense e la speranza che ciò valesse ad attutire le pressioni politiche sulla sede centrale dell'Ordinariato. La Seconda Sezio ne rimase in funzione sino al 4 mar-,.o 1945, quando il maresciallo Graziani licenziò sui due piedi mons. Casonato, per inaffidabilità ideologica.


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

carico avrebbe provocato a Quagliotti preoccupazioni di vario genere, essenzialmente legate alla sua riluttanza a legarsi politicamente con le autorità della RSI. 19 Tuttavia il caso di don Quagliotti, rimasto in contatto con la Curia castrense e ritornato al consueto lavoro senza avere di persona sperimentato la dissoluzione dell'organizzazione militare, non è generalizzabile. Quagliotti faceva parte della minoranza dei cappellani in servizio permanente effettivo; in secondo luogo, si ricorderà come l'Ordinariato non fosse riuscito a riallacciare i rapporti con i religiosi rimasti in territorio straniero posteriormente 1'8 settembre 1943 . A questi sacerdoti non restò che comportarsi secondo le proprie inclinazioni, sotto l'influsso delle particolari circostanze verificatesi nei loro reparti. Tra le scarne testimonianze sul comportamento dei religiosi stanziati nella regione dalmata, drammatica quella di un ufficiale del Comando divisionale della «Bergamo» relativa ai violentissimi bombardamenti che il 19 settembre colpirono Spalato. Nei pressi della cittadina si trovavano, sotto il diretto controllo partigiano, numerosi reparti italiani. I micidiali colpi dell'aviazione germanica cenn·arono in pieno un accampamento nella zona cli Spinut ed appiccarono il fuoco a parecchie baracche, seminando morte e disperazione tra gli inermi militari privi di efficaci armi difensive. Cessato l'attacco aereo, turbe di soldati corsero in preda ali' affanno verso l'uscita del campo senza curar i di salvare i feriti rimasti intrappolati negli edifici in fiamme. Nel generale marasma s'impose sulla massa dei fuggiaschi la figura di un cappellano, determinato ad imporre a qualsiasi costo i doveri cli solidarietà soffocati dal preponderante egoismo: «sul varco c'era il cappellano degli alpini con la pistola in pugno. Sembrava un'apparizione, la barba bionda, tra il fumo e gridava: 'Vigliacchi! il Al Pro vicario si imputarono eccessive insistenze sull 'apolitici rà del clero militare e posizioni d i netta chiusura verso la corrente filofascista dei cappellanj . 1~ Don Quagliarti si sforzò con a.lui cappellani in f rza presso le forze armare della R I - d i imprimere un indirizzo rigidamente apoli tico («dj servizio») alla propria attività. Proprio per questo la Commissione per la rev isione d i Quadri Ufficiali - i ci tuita per vagliare I rispondenza ideologica dei quadri delle forze ar mare i precetti fascisti - lo es nerò da ogni incarico in data 20 Oltobrc 1944.


~/011e11ia e Dalmazia

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primo che esce l'ammazzo io con queste mani per l'amore della Madonna Santissima. Vigliacchi, se avete coraggio di lasciare iferiti Dio mi è testimone che vi devo ammazzarel'». 20 L'inusuale intervento valse a riportare alla ragione diversi militari e consentl di salvare numerosi feriti, estratti all'ultimo momento dalle baracche in preda al fuoco. Nei casi in cui le truppe non vennero fermate sulla via del rimpatrio dai tedesdu o dai partigiani, i cappellani fecero senz'altro rientro in I talia insieme ai militari. Tra i tanti esempi, citiamo quello di padre Giuseppe Stucchi, aggregato all'XI Battaglione Guardia alla Fronti~ra. Subito dopo lo scioglimento del reparto - contestuale all'annunzio dell'armistizio - il religioso si affrettò a dirigersi verso il convento deì cappuccini lasciato tre anni prima, al momento dell'arruolamento. Conclusosi felicemente il pericoloso viaggio e ritornato senz'altro alla regolare vita religiosa, p. Stucchi evitò nei mesi successivi di riprendere il ministero castrense, considerando chiusa quella drammatica parentesi della propria esperienza sacerdotale.21 Anche p. Michele Bologna, del 17° Raggruppamento Artiglieria Guardia aUa frontiera, riuscl a rimpatriare senza incontrare eccessivi intoppi. Ricevuto dal Comando l'ordine dj accompagnarsi ai soldati ed agli ufficiali diretti in Italia, venne fermato ad un posto di bJocco tedesco ma riuscl ad eludere la sorveglianza insieme ad un gruppo di commilitoni, coi quali la sera del 9 settembre raggiunse Postumia. Qui si fermò cinque giorni nella casa - parrocchiale, uscendone sotto le vesti di sacerdote sloveno. Con questo abbigliamento potè salire senza destare soverchia curiosità su di un convoglio ferroviario e raggiungere la propria meta: la città di Torino. NeUe settimane successive p. Bologna entrò in 10

Enzo de Bemart, Do Spalato a Wlietz_e11dorf 19.JJ.]945, Mursia, Milano, L974,

p. 18. 11 Dati riflettenti la posizione personale del Cappe/10110 Militare Gimeppe Stucchi tUZ/1'8 settembre 194) al 1945 (nel FPC). G. Stucchi - nato il 7 aprile 1910 a Bellusco (Milano) - al ritorno d1tlla Slovenia si stabiU presso il Santuario di S. Maria delle Gr::izie, in Monza.


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CappeLla11i 111ifita1i italia11i nella resistema all'cs1ero

contatto con il movimento partigiano e collaborò alla resistenza con la 7° Divisione «Giustizia e Libertà» e con la 2 3 Divisione «Garibaldi». 22 Il rientro in patria si rivelò alquanto avventuroso per il cappellano del 73° Reggimento fanteria «Lombardia», Giovanni Padovese. Fuggito dalla Slovenja «con le truppe disciolte>> (secondo quanto affermò in una relazione all 'Ordinariato Militare),2 l il sacerdote incorse in un rastrellamento tedesco nella città di Trieste e venne destinato alla deportazione. Don Padovese fu Luttavia in grado di procurarsi dei falsi documenti di identità e di ottenere il rilascio, .ricongiungendosi poi con la propria famiglia e collaborando quindi con gli antifascisti comaschi. 2" Ncuni cappellani si provarono a mediare tra le esigenze di servizio e le proprie convinzioni ideologiche, rimanendo nei territori occupati dai tedeschi per qualche settimana e sottoscrivendo poi un atto di formale collaborazione con il recondito scopo di evita1·e la deportazione e di rimpatriare. Ecco una testimonianza in proposito, rilasciata da un domenicano di stanza ad Abbazia coll' O spedale da campo n. 56: <<Allo sfasciarsi della V Armata ci siamo trovaci con un O spedale pieno di malati. Siamo rimasLi a1 posto di dov~re. Abbiamo temporeggiato col raggruppamento Gambara. Dopo un mese dall' armistizio è venuto dal Comando Tedesco l'ordine-di partire. All' unico scopo di ottenere un lasciapassare per ritornare a Firenze e non essere internato in Germania mi sono dovuto presentare all'Ufficio Coordinamenco Forze di Sicurezza e Avvi stamento Allarme Aereo di Trieste, dove ho sottoscri tto (senza intenzione di mantenere) di collaborare con i

u D1chmrazio11e del Tt!11. C11pp. lJulo.~11a P Mìt:ht'k', Mondovì. 10 luglio 1<J-15 (ne[ r PC) M. Bologna - nato il 10 gennaio 1907 ad Orme.i (Cuneo) - era Dircllorc spirituale del Collegio Missionario Domcnit:ano di Carmugnol:1. 11 Dati ri/lcllemì la posmmre del Cappel/0110 do,, Gm11a1111i Pado11t.'SC' al 30 fll/JJ/RIO J 9-15 (nel FPC). Padovesc - noto a Concordia (Vcnczin) il 28 febbrafo 19 1, - era sm o mobilitato coll 'Ospedale d11 campo n. 76. ll Nominato parroco a Barnia d i Menaggio, don Plldovcsc prestò assistenza ni renitenti , ai partigiani cd :i~li ebrei, rngion per cui il IO scllcmbre L9'14 venne urre)t:t lCI d11i tedeschi. Sfuggi to .111:i sorvcgllunzn teuto nica, riparò nelln Repuhblica dvcticu.


love11h1 e Dalmazia

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tede chi contro i partigiani». 2 ' Partitosene in tutta fretta dall'Itria p. Bertini tornò in Toscana alle consuete occupazioni religiose ricusando di riprendere servizio nei reparti della RSI. 26 Nella regione dalmata ed jn Bosnia i militari italiani impegnatisi stabilment nella lotta antitedesca furono assistiti da p. Cesare Tartari. Il religioso venne colto dall'armistizio nei dintorni di Spalato dove operava con l'Ospedale da Campo n. 348, aggregato alla Divisione di fanteria «Bergamo>>. Egli ebbe modo di notare l'assoluto disorientamento del Comando divisionale ed il progressivo diffondersi dello sconforto tra la truppa, accentuato dal fatto che i partigiani avevano prontamente assunto il ontrollo della regione e disarmato senza colpo ferire i fanti italiani. Le nostre truppe vennero dunque a trovarsi in un'ibrida situazione strette in un' inedita alleanza (da posizioni di evidente debolezza) con i repar i gu rriglieri nel persistente timore di una dura reazione germanica. Il 25 settembre giunse notizia dell approssimarsi a Spalato di agguerriti contingenti tedeschi fattore che suggerì di smembrare in tutta fretta l'Ospedale militare: i degenti sarebbero tati avviati verso la città nella speranza del rimpatrio mentre gli uomini validi avrebbero preso la strada dei monti per allearsi alle bande partigiane. AI cappellano - che in quei convulsi momenti marrì l' altarino da campo - venne lasciata libera opzione tra la cura ai feriti e l'assistenza spirituale ai combattenti. Padre Tartari decise di partire con quanti si univano alle formazioni ribellistiche: «chiunque al mio posto avrebbe scelto la parte più bisognosa di conforto di aiuto. Seguii quindi i miei soldati. Non avevo nes_s un triste presentimento: benché ricordassi le crudeltà usate con altri Cappellani avevo solo coscienza del mio dovere>>. 27 n Dati ri/!etlc11ti la posizione del Cappellano Pietro Bertini al 15 agosto 1944 (nel PC ). P. Benioi era nato a an Minjaco (Firenze) il 2 feb braio 1912. l& li Superiore Maggiore del convenco dove i trovava p. Bcrrini evitò di segnalare all'Ordinariato Militare il ritorno del cappellano, sottraendolo così all arruolamen to. Que ta la spiegaz ione offcrra dal religioso per chiarire la sua posizione: <<Ero convinto che indo sando la d ivisa col gladio repubblicano avrei eradico la mia coscienza d'lraLano. (. ..) Ho vissuto con una certa trepidazione, ma cnza rradire la mia coscienza d 'italiano, di soldato e anche di sacerdote, poichè ì miei enrimenti erano cordialmente avversi agli invasori e alla pseudo-repubblica» (Berri.ni all 'Ordinariaro 20 agosto 1945, ivi). !7

Relazione del Cappellano Militare Tartari P. Cesare della Missfo11i Estere di Par-


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

Così, senza eccessivi entusiasmi ma con la ferma determinazione di rimanere con i fanti della Divisione «Bergamo», p. Tartari si trovò a svolgere le mansioni di cappellano nella resistenza antinazista. Nei primi giorni dell'ottobre 1943 il reverendo giunse agli attendamenti dei partigiani, nel cuore della Croazia. L'impatto con la nuova realtà risultò indicativo delle difficoltà che avrebbero accompagnato il sacerdote nella nuova tappa della sua missione pastorale: costretto a togliere dal taschino della divisa la croce rossa, che indicava la qualifica di addetto all'assistenza spirituale, egli fu assegnato alla 1 a Divisione Proletaria. Il provvedìmento lo gettò nel più profondo scoramento: «piansi: avevo seguito i miei soldati per stare con loro ed eccomi così presto da loro strappato». Padre Tartari tanto fece che il Comandante partigiano accondiscese a trasferirlo ai costituendi reparti italiani operanti in seno alla Divisione. Inviato in Bosnia, il cappellano coadiuvò un tenente colonnello dei Carabinieri nell'opera di organizzazione di uno dei due contingenti italiani, quello che avrebbe poi assunto la denominazione di Battaglione «Matteotti» (1' altro nostro repart~ era il Battaglione «Garibaldi»). Quando, alla fine di novembre i tedeschi si avvicinarono a Livno, la formazione poteva contare su duecento militari che a giudizio del cappellano si distinguevano per una scarsa propensione alla disciplina e - su stimolo dei partigiani locali - avevano aderito alla «corrente delle nuove idee propugnate dagli ufficiali del Battaglione: idee comuniste reazione contro la Monarchia e il Governo Badoglio». Il sacerdote passò poi nelle ·file del Battaglione «Garibaldi» dove trovò circa 240 uomini che gli parvero meglio inquadrati dal punto di vista militare. P. Tartari cosi ha rievocato la sua attività tra i resistenti italiani: «condivisi pienamente la vita dei miei soldati: li seguivo in tutte le numerose ed estenuanti marce, mangiavo come loro ecoggetLo: Vita tra i Partigiafli in Croazia. Il documento - prjvo di darn - venn redatto al rientro in patria (è depositato nel FPC) . C . Tartari - nato il 7 sertembre 1912 a Piadena (Cremona) - apparteneva aJl'Ordi.ne deUe Missioni E cere di Parma e durante lu sua permanenza nei Balcani (dal novembre 1941) aveva appreso la lingua croata.

ma.


Slovenia e Dalmazia

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me loro dormivo nella paglia o sul pavimento. Però la mia attività sacerdotale era limitatissima: niente mai S. Messa ed amministrazione dei Sacramentj, ostacolata dalle circostanze e dalla organizzazione partigiana comunista l'istruzione religiosa e l'assistenza sotto qualunque forma, perchè ogni assistenza ed ogni necessità doveva essere esercitala o manifestata dai Commissari Politici del Battaglione>>. Insoddisfatto per gli scarsi riscontri spirituali della propria presenza nel battagJione, p. Tartari prospettò al Comandante della 1a Divisione Proletaria due vie d 'uscita: il trasfeti· mento in Montenegro, alla Divisione «GaribaJdi», oppure l'impiego in un ospedale da campo. Dopo un paio di settimane tra· scorse al seguito di un medico, con la possibilità di somministrare gJi estremi sacramenti ad alcuni moribondi, p. Tarta1·i venne con· vocato al Comando Supremo dei partigiani di Tito. Qui gli si fece intendere come la figura del cappellano non fosse èoncemplata nelle formazioni ribellistiche e lo si indusse a chiedere il rimpa· trio. Il religioso tornò in Italia al termine di una lunga marcia, durata quarantacinque giorni. 28 L'esperienza di p. Tartari rra i partigiani - conclusasi il 1.3 aprile 1944 - fu dunque amara e per più aspetti deludente. Il suo contributo alla lotta resistenziale venne rimeritato con la concessione di una medaglia di bronzo al valore militare, la cui motivazione richiama il coraggio mostrato nell'esporsi al fuoco nemico, le cure poste nei soccorsi ai feriti e l'opera diuturnamente dispiegata «per alimentare la fede nei soldati, infondere coraggio e .riaccendere in loro l'ardore combartiVO>>. zq Rientrato in Italia, il sacerdote prestò servizio presso l'o_spedale militare di Aversa e quincli al campo prigionieri n. 326.

li< I riferimenti alle trnversic cli p. Tartari sono tolti dalla Rekuione preccdentemenre cirat:1. ,., Cfr. Cappe/umi Militari 1870-1970, cit. , p. 287.


CROAZIA


Croar:ia

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Nella Croazia, come del resto in Monrenegro ed in Albania, la variabile rappresentata dalla sensibile presenza dei movimenti partigiani ebbe un notevole peso nelle decisioni assunte dai cappellani subito dopo l'armistizio. La soluzione individuale, facilitata in qualche misura dalle relative «garanzie» offerte dall'abito sacerdotale, costituiva un'insidiosa tentazione. Tra quanti evitarono di imboccare una simile «uscita di sicurezza» vi fu don Angelo Strim, del 121 ° Reggimento Fanteria della Divisione «Macerata», che da Ogulin si era portato - congiuntamente al proprio Reggimento - a Fiume, per sfuggire alle forze corazzate tedesche ed ai loro temibili alleaci Ustascia. Dalla città dalmata il sacerdote sarebbe pqtuto rimpatriare senza troppe difficoltà, ma preferl restare coi commilitoni: «pur potendo ritornare a casa, nascondendomi per qualche giorno a Fiume, stimai mio dovere seguire la sorte dei miei soldati, nella speranza di poter essere loro di aiuto e conforto, nella prigionia promessa dai tedeschi qualora non si optasse per Ja collaborazione con loro>>. '11 A Venezia don Strim salì insieme ai mililari della «Macerata» sui carri bestiame per la traduzione in un lager della Prussia orientale. 11 Analoghe valutaiioni di natura solidarisLica vennero rimeditate da una parte consistente dei cappellani di reparti caduti sotto il controllo dei tedeschi: i sacerdoti ravvisarono nel campo di concentramento lo sbocco naturale del loro servizio nelle forze armate. Delineatesi possibili opzioni resisteoz:iaJi, i più animosi cap-

pellani salirono sulla montagna, disposti finanche a farsi inqua. drare in quei reparti partigiani che sino a pochi giorni prima avevano costituito il principale avversario dei nostri militari. Una simile scelta è tanto più significativa - e coraggiosa - alla luce del tendenziale ateismo professato dalle formazioni ribellistiche di orientamento comunista, che alJa figura del cappellano militare Dati riflette11ti la posizio11t' del Cappellano nnlit11re dm, /111gelo Strini dall'8 settembre 194) al28giugno 1945 (nel FPC). A. Scrim- nato nel 1908 a Falcade (Belluno) - apparteneva nlla Dioc~si di Belluno. li Immatricolato nello Srolag J B, don Angelo Strim venne poi trasferiro in Polonia nella fortezza di Dcblin lrena. a Posen, a Muhlberg Ellx e Hamnannsdorf, rimp:itriando alla fine del giugno 1945. 1 ''


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Cappelfa1ri milital'i italiani nella resiste11w all'estero

avevano sostituito, in funzione di orientamento morale, quella del commissario politico. Il passaggio dei religiosi nelle file del movimento partigiano era denso di incognite, come attesta il tragico destino di p. Aurelio Diaz che - inviato nei Balcani con 1a 127a Sezione Sanità della Divisione «Ferrara» - dopo l'armistizio aveva assunto servizio nella Brigata italiana operante in seno alla 2a Divisione Proletaria deU'Esercito di liberazione jugoslavo.n A poche settimane dal suo ingresso nella Brigata, p. Diaz - indicato da un parti- giano italiano come elemento di dubbia affidabilità politica - fu incarcerato dai miliziani di Tito e di lui si perse ogni traccia. I motivi esatti dell'arresto non furono mai appurati: a detta dei suoi detrattori, il cappellano sarebbe stato riconosciuco come elemento in ottimi rapporti con i fascisti ed i tedeschi antecedentemente il suo ingresso nella resistenza. Secondo informazioni pervenute all'Ordjna1·iato Militare nel dopoguerra, p. Diaz sarebbe stato accusato «di avere nascosto, in seguito agli eventi bellici dell'8 settembi-e, la bandiera del reggimento e di aver occultato documenti preziosi tra i quali sono da ricordare quelli appartenenti ai militari caduti». " Il cappellano rimarrà per circa tre anni nelle carceri jugoslave, sottoposto a percosse e costretto al lavoro coatto. Non esistono dati certi sulle cii-costanze che determinarono il decesso di p. Diaz, probabilmente passato per le armi_ i4 Fu questo il solo caso di un cappellano che, entrato in una formazione partigiana, vi trovò la morte per mano degLi «alleati». '' Cnrlo (p. Aurelio) Diaz foce nppcna in tempo ad informare i fomifo1ri, con una leueru scritta il 6 novembre 1946, di essere passato nelle file della resistenzo. dopo di che non diede più norizic di si:. Cfr. la missiva di c.lon Fri111cest:o Diaz (ogli pure cnppe_llano, come il fratello) all'Ordinorimo Milirnrc, in datn 23 gennaio 1945. Nel FPC Carlo Diuz. li rdigioso - nato a Napoli I' l l agosto 1911 - nppnrceneva all'Ordine dei Frati Minori cd ero stato inviato in Albania agli inizi del luglio 1940. " Dalle notizie fornice da uno jugoslavo qualificatosi come giornalistn ulle dipendenze del Corpo canadese in halfr1. lv,. ·~ Secondo il Martirologio dd cl<!ro italiano (ci1., p. 91), p. Di11z .5:1rcbbc stato conclannnto alla pena capitale e [ucilaro nelle carceri di Belgrado alJ'inizio del 1945. li dauiloscricco rehicivo ai Cappellani militari caduti e dispersi in co111batti111e11to - in soruizio citmmte la glle!7'a - dopo l,1 guerm per cause di guerra (approntato nel J957 dall'Ufficio Per$Onale e Marricoui dell'Ordinariato Militare) inserisce p. Diaz nel novc:ro dei dispersi, rif<:rendone la morte al 1947.


MONTENEGRO


J\J/011te11egro

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Una parte dei cappellani di stanza nel Montenegro riuscl a rimpatriare ne1 giro cli alcuni giorni eludendo con una buona dose di fortuna le misure approntate dai tedeschi per fermare i militari italiani e porli dinanzi alla prospettiva deJ collaborazionismo o dell'internamento. Tra quanti riuscirono a riparare per tempo entro i confini italiani vi fu un religioso che nel secondo dopoguerra avrebbe dispiegato un;intensa attività nei campi pubblicistico e storiografico: don Lorenzo Bedeschi, mobilitato nei Balcani dal giugno 1943 sino all'axmistizio con 1'83 ° Reggimento della Divisione «Venezia». Il cappellano si propose di tornare in Italia per proseguire il ministero castrense con i combattenti antifascisti come difatti avvenne dopo il travagliato passaggio delle linee. n Alla prima <<ondata» dei rimpatri fece seguito il rientro alla spicciolata di quanti - rinchiusi dai tedeschi in campi di smistamento o di concentramento - riuscirono ad eludere la sorveglianza ed a tornare in libertà . Il cappellano capo del Montenegro don Carlo Bolzan, dislocato p esso il XIV Corpo d'Armata venne internato per un paio di mesi ad Urosevac (nel Kossovo), da dove riuscì ad evadere r'entrando in Italia. La sua qualità di appartenente al servizio permanente effettivo convinse l'Ordinariato militare ad affidargli nuovi delicati compiti, nonostante le titubanze di don Bolzan a servire sotto le bandiere della RSI. 16 l 5 L renzo Bedeschi nato a Bagnacavallo (Ravenna) il 18 agosto 1915 - ave- va ottenuto una croce di guerra a.I valore sul fronte greco. R impatriaco, si propose dj passare il &onte per operare nell forze armate badogliane. lJ 29 settembre 1943 venne ferito nei pre si di Cerasuolo da una cheggia di granara mentre attraversava la «terra di nessuno» che separava gli eserciti contrapposti. Succe sivamente si arruolò come cappellano nel IX Reparto d'assalto del 1° Raggruppamento motorizzato, conqui candosi una econda onoriJiccnza a.I valor militare. 16 Cfr. la relazione sui Dati rifl.ettenti la posizione personale del cappellano militare Jo11 Carlo Bolwn 11el periodo dall'8 settembre 1943 al 15 marzo 1945 (nel FPC). Bolzan - nato a Fratta di Sacile (Udine) il 16 settembre 1910 - venne nominato eo-rerario del Provicario mons. Casonato nella cconda Sezjone dell'Ordjnariato, a Verona. Le spiccace tendenze apolitiche professate da Bolzan lo posero in pe ima luce dinanzi alle autorità milicari repubblicane: il cappellano fu ortoposro ad un' inchiesta ed infine venne collocato in congedo d 'autorità da Graziani in ieme al titolare della Sezione veronese agli inizi del marzo 1945.


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

La maggior percentuale di presenza religiosa nella resistenza balcanica si registrò probabilmente nella Divisione «Taurinense», dove alla data dell'8 settembre operava una dozzina di cappellani, una metà dei quali resto con i soldati datisi alla macchia pet opporsi ai tedeschi. P. Ottavio De Cobelli assistette gli ammalati di tifo ricoverati a Beran; don Mario Terenziani e p. Andrea da Milano continuarono la loro attività presso la 2 a e la 3 a Brigata· don Secondo Contigiani e p. Leone Prandoni seguirono i militari entrati organicamente nel movimento resistenziale. Gli altri loro · confratelli subirono 1a sorte dell'internamento. Tra i religiosi deportati nei carnpi nazisti vi fu don Ernesto Tapparo, del Battaglione <<Pinerolo», del 3° Reggimento Alpini al quale verrà assegnata una Croce di gu rra al valore per l atteggiamento assunto durante i combattimenti italo-tedeschi alle Bocche di Cattaro e poi nella prigionia: egli aveva difatti mantenuto un «contegno consono alle leggi dell'onore militare» e nelle drammatiche vicissitudini della sfortunata resistenza aotigermaoica, «incmante del pericolo, svolse la sua nobile missione ravvivando fra gli alpini catturati il senso del dovere». H Don Luigi Magli del I Battaglione Genio Alpino avuta notizia dell'armistizio passò assieme al suo reparto con le bande partigiane dislocate hella zona di Niksic . TI 15 settembre gli italiani pres ro parte ai combattimenti ingaggiati contro le forze tedesche e dopo tr settimane il cappellano cadde nelle mani del nemico, come si apprende da una relazione compilata dallo stesso sacerdote. Don Magli fu catturato nel corso di una delicata missione assunta il 3 ottobre in piena consapevolezza dei ri chi personali in e sa .insiti: «Venni incaricato dal Maggiore ertoli, Comandante del Battaglione "Bielogora" unitosi alla nostra Divisione Alpina e formato di vari elementi di diversi reparti di scender alle linee tedesche per discutere su un eventuale trasporto 11 Cfr. Cappellani Militari 1870-1970 , cit., p. 286 . Don Tapparo - noto nd 1910 a . Fè , in Argentina - uppnrteneva aUa diocesi di I vrea. ll sacerdote venn rinchius nel lager cl.i Ha nn v r· Jj .


Montenegro

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deì nostri feriti ed ammalati ristrett i in una misera capanna di montagna senza medicinali e con scai·so personale medico . Conscio della gravita della missione scesi alle linee tedesche, non senza viva trepidazione per la sorte che mi poteva toccare. Fui preso, bendato e condotto su strade di montagna fino al Comando Tedesco. Dopo uno stringente interrogatorio sulle posizioni militar· e strategiche delle nostre truppe unitesi ai Comunisti di Tito, al quale ho opposto un atteggiamento energicamente negativo quale si addic va alla mia dignità di Ufficiale, mi chiesero il motivo della mia venut a: esposi le ragioni e mi concessero il permesso a condizione ch'io scendessi ad accompagnare i feriti. Alla mia domanda se poi mi avessero concesso di ritornare al mio reparto dimostrando loro ch'io esplicavo a tività puramente spirituale risposero afferma tivamen te» . Anche se l'impegno del Comando germanico non tranquillizzò l'animo del cappellano, don Magli ritornò insieme ai feriti alI Ospedale militare di Cattaro e quindi si presentò ai tedeschi per avere il lasciapassare: «ogni strada per il ritorno era chiusa per me e mi dissero testuali parole: 'da questo momento siete nostro prigioniero ' . Fui trasportato nei campi di concentramento della Germania ai primi di novembre>>. 18 Don Giuseppe Scubla venne sorpreso dal! armistizio nei pressi di Niksic insieme al Battaglione «lntra» del 4° Reggimento Alpini della Divisione <(<Taurinense», reduce da una defatigante azione di rastrellamento antipartigiana. Il Battaglione rimase per _una settimana schierato in posizione di difesa, data la presenza nella zona di una Divisione tedesca . Quindi il reparto si mosse alla volta delle Bocche di Cattaro, impegnando violenti combattimenti al Passo Risano ed alla Piana dei Dragali. Nei primi giorni di ottobre la pressione nemica si fece insostenibile e gli alpini salirono sulle pendici della catena montuosa del Biela-Gora, con una trentina di feriti barellati. Il cappellano , da tre anni nel Battaglioia Luigi Magli (nato a Grandellino il 28 novembre 1909) deportato a Bocholt, rimase internato sino alla fine del conflitto. La prigionia - durante la quale cencò invano la fuga - lo ridusse in pessime condizioni fisiche (cfr. la documentazione inclusa nel FPC).


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Cappellani milital'i it1Jlia11i ne/l,a resistenza all'estero

ne, si sforzò di far valere il suo ascendente per mantenere coesione e spirito di corpo: confortò i feriti, rivolse fervide esortazioni ai combattenti, impartì varie volte l'assoluzione generale alle truppe in procinto di affrontare il nemico. Il 9 ottobre, esaurite le munizioni per Je armi pesanti, sottoposto a pesanti bombardamenti aerei ed oramai a corto di viveri, il Battaglione si arrese. Gli ufficiali ed un'ottantina di alpini ancora in forze si diedero alla macchia, aggregandosi più tardi alla Divisione «Garibaldi». li cappellano segw il destino dei prìgi.o nierì: a piedi e sotro scorta militare i tedeschi condussero gli alpini a Meline, per farli salire su due convogli ferroviari che li avrebbero trasportati nel campo di concentramento di Meppen , nella Bassa Sassonia. 19 P . Stefano Mirizzi, in forza al 482° Ospedale da Campo presso il Presidio militare di Cattaro, alle dipendenze della 155° Divisione di Fanteria «Emilia», era adibito alla cura del locale cimitero militare, dove venivano composte le salme dei soldati caduti nelle azioni anripartigiane nelle regioni di confine tra Montenegro, Dalmazia ed Erzegovina (a Mostar, a Trebinje ed a Nevesinje). In una relazione predisposta per l'Ordinariato Militare, il cappellano descrisse con precisione di particolari le traversie della Divisione nel periodo compreso tra l'arm istizio ed il momento deUa scelta tra !?internamento o la confluenza nel movimento resistenziale: «Un reggimenro di cacciatori tedeschi arrivò indisrurbato nella notte tra il 12 e il 13 settembre da Cetinje e chiese al nostro Comando la cessione delle armi pesanti e medie, dando assicurazione che avrebbe avviaci gli italiani in Italia col solo armamenLo individuale. Le condizion i non ftu-ono accettate dal nostro Comando, per cui, dopo il consiglio di guerra tenuto a Castelnuovo dal Comandante della Divisione e a Cattaro dal Comandante della Fant. Div. , alle ore 4,30 deJ 14 sette mbre in tutte le bocche

N

Cfr. Relazione del cappella110 111ilitt1re Sc11hl,1 D. Giuseppe dal set11:111bre I9../J al-

l'agosm 1945 (redam1 tt Faedis il 25 ouobre 1945). Don Scubl::t, dapprinrn rinchiuso nel campo di concentramento di Vcrsen, venne trasferito n Fullcn, dove svolse le mansioni di l"llppcllono dell'Ospedale dd cumpo. Il sacerdote rimpatriò verso lo fine ddl'ugosto 1945.


Mo11le11egro

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del Cattaro si iniziarono le operazioni contro i tedeschi. I soldati risposero con irrefr nabile entusiasmo, tanto che il reggimento tedesco dopo poche ore poteva considerarsi fuori combattimento. Verso sera giunse a Podgorica (Comando del XIV Corpo d'Armata un fonogramma che diceva ai nostri comandi di sospendere qualunque azione contro · tedeschi. Il fono era firmato dal Generale Franceschlni. I1 giorno 15 continuarono i combattimenti contro i pochi nuclei cli resistenza tedesca. Ma verso le 10 il Tenente Colonnello Canaione venne a patti col Comando tedesco e nella notte tra il 15 e il 16 tutti i comandi di Divisione Reggimento e Battaglione, col naviglio che si trovava a Teodo e a Cattaro fuggirono in Italia abbandonando i soldati senza dare loro disposizioni. Tra il 16 e il 20 settembre i tedeschi rastrellarono circa 5.500 soldati che imbarcarono sulla nave 'Città di Milano' e su una petroliera, e di loro non ho potuto piu avere notizie. Alcuni reparti della Divisione si congiunsero pero alla Divisione Alpina Taurinense' ed i combattimenti continuarono fino all' 11 ottobre. I feriti vennero tutti raccolti nell'Ospedale cli Cattaro che continuò a funzionare fino al 7 dicembre alla qual data tutto il personale sanitario e i degenti furono sgombrati e portati in Germania: il sottoscritto partì con uno di questi treni».~0 In riferimento ai giorni seguiti ali armistizio, il cappellano ritenne che la situazione della truppa fosse ottima per quanto attiene le condizioni fisiche ma depressa sul versante morale, con punte di sensibile <<esasperazione contro i Comandi>>. P. Mirizzi ----, che aveva rigettato senza titubanze la proposta . di prestare servizio di assistenza spirituale ai reparti di SS o alle costituende forze armate fasciste - venne internato il 23 dicembre nel lager di Kaisersteinbriick, nella regione di Vienna. 41 Pure alla Divisione <<Emilia» appartenevano i cappellani don Giuseppe Angelo Carrara (del 155° Reggimento artiglieria da campo) e p. Sebastiano Pavese (del 120° Reggimento fanteria), 40 Verbale d 'interrogatorio del Cappellano Mirn:zi Stefano , apoli 6 agosto 1945 oe1 FPC) . S. M.irizzi - nato a Putignano (Bari) 1'8 agosto 1913 - apparteneva alla diocesi cli Bari . 41 P. Mirizzi rimase internato sino all'aprile 1945, neJ lager 17/A di Kaisersteinbri.ick e nel campo di lavoro o. 15 di Vienna.


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Cappellani militari ita/ìa11i 11e//a resiste11UJ all'estero

decorati con Croce di guerra al valore militare per l'assistenza prodigata nei fatti d'arme di Gruda e di Zelenica, nelle giornate del 14 e del 15 sectembre. 42 Don Carrara respinse le insistenze con le quali lo si invitò a prender posto sulla nave che avrebbe sottratto i militari all'arresto da parte dei tedeschi, scegliendo di accudire i feriti rimasti a terra:1.i P adre Pavese, a bordo di un bastimento in procinto di salpare verso i porti italiani, all'ordine rivolto dal Comandante ad un gruppo di soldati affinché scendessero dall'imbarcazione sovraccarica, immediatamente ritornò sut suoi passi per andare incontrò all'internamento. 44 D on Franco Esposito - cappellano del 155° Reggimento T.M., della 2a Armata - 1'8 settembre si trovava di servizio in un'isoletta prospiciente Ragusa ed immediatamente tentò di ricollegarsi con i propri superiori, in un contesto generale di indescrivibile confusione: <<il 10 settembre riesco con un mezzo di fortuna a raggiungere il Comando, dove regna confusione ed incertezza; il giorno 11 lo sbaraglio continua; il 12 il mio Comando non esiste più, dimodocbè al pomeriggio domando, cerco e finalmente riesco a rintracciarlo in un campo adibito dai tedeschi per il nostro internamento. Qui mi sono trovato cattw-ato, privo cli tutto. Impossibilitato di prendere il puro necessario, iJ giorno 13 alle 5 del mattino parto con un gruppo di 300 uffici.ali per Serajevo, in vagoni bestiame in media di 40 o 50 per vagone. scortati da ustascia al comando di un soldato tedesco».4'

~2

Cfr. Cappella11i Mi/ilari 1870-1970, cit., pp. 104 e 229. Don C!lrrnro - nato nel 19 1-1 n Marsungo di Campo San Marrino (Pndova) apparteneva alla Diocesi cli Padova. fnternnto n Hoenstcin il 27 settembre 1943, venne successivamente trasferito nei campi di Deblin, Muhlberg e Posen. Liberato il 20 maggio 1945, don Carruro si fermò per tre mesi ne l lager di Kaisersrcinbruck per assistere gli ex prigionieri ivi com:cntrati in Ol resa de l ri rnpatri o. 4 • P. Pavese nato nel 1914 n Casale Monferrato (Alessandria) - appuncneva all'Ordjne dei Benedettini Olivetani. lntcrnnto il 31 ottobre 1943 11 Kaiserstcinbriick, fu tra i pochi cappellani od ottenere il permesso di restare nei campi per i soldati. 4 ' Relazione del Cappellano Militare Esposito D. Franco, 11 ottobre 1945 (nel PPC). F. Esposito - nato n Caivano (Napoli) il 17 settembre 1914 - aveva preso servizio nell' aprile 1942. 41


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Dopo un paio cli settimane di viaggio in condizioni quanto mai disagiate, il convoglio giunse al capolinea: il lager di Wietzendorf. 4c. P. Bonaventura Paternò, cappellano della 10a Legione Milmart., il 14 settembre rimase nelle linee avanzate durante gli scontri armati nella penisola di Teodo (Bocche cli Cattaro), per curare i feriti. Poi si offrl come volontario per una delicata missione: recarsi presso i Comandi tedeschi - attraversando un percorso battuto dal fuoco - per proporre lo scambio di ufficiali e soldati prigionieri, sottraendo cosl all'internamento un gruppo di militari italiani . Il coraggioso comportamento gli valse la concessione di una medaglia di bronzo al valore. 47 Don Vincenzo Armeni, aggregato al 610° Ospedale da Campo della 1 a Divisione Alpina <<Taurinense>>, si trovava presso il Comando divisionale di Niksic. !1 15 settembre venne emanato l'ordine di passare alla resistenza, eccezion fatta per i tre ospedali da campo, data l'impossibilità di sottoporre ammalati e feriti alle inevitabili marce forzate . La sera stessa i tedeschi entrarono nella città e l'indomani accompagnarono i prigionieri a Podgorica, per condurli a Belgrado. Qui giunti, si prospettò ai soldati italiani la possibilità di riacquistare la libertà aderendo alle costituende formazioni armate fasciste. Il cappellano ha descritto con immediatezza le profferte dei nazisti e le valutazioni che spinsero la parte preponderante dei prigionieri a respingere gli allettanti inviti: «il Comando Tedesco ci faceva sapere attraverso un Centurione della Milizia che era in nostro potere la libertà o la prigionia. Il Centurione ci presentava un foglio così concepito: 'Io sottoscritto dichiaro di riconoscere il tradimento del governo Badoglio e mi impegno di collaborare con la Germania come lavoratore o come combattente' . Chi firmava questo foglio veniva messo immediatamente in libertà e libera circolazione . Veniva prospettato anche come certo l'impiego • 6 Don Esposito rimase a Deblin sino al gennaio 1944 ; poi venne trasferito in rapida successione - nei campi di Posen, Sandbostel, Wietzendorf, Fallingbostel ed Alten.grabow. TI cappellano rimpatriò il 14 settembre 1945. n Cfr. Cappellani Militari 1870-1970, cit. pp. 228-229. P. Paternò - nato ael 1890 a Vizzini (Catania) - apparteneva all'Ordine dei Frati Minori Francescani.


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di questi uomini in Italia nel nuovo esercito della repubblica. E di fatto avvenne. Chi non avesse sottoscritto questo foglio sarebbe stato considerato come prigioniero di guerra. Io mi rifiutai di firmare . E a onore del vero e a onore del tanto discusso sentimento del dovere del nostro esercito, bisogna riconoscere che la stragrande maggioranza - per non dire la totalità assoluta delle migliaia e migliaia di uomini che affluivano dai Balcani - si rifiutò di sottoscrivere. Cinquanta giorni rimanemmo nel campo di Belgrado, tentati ripetutamente, in tutti i modi e con tutti i mezzi·, per piegarci alla causa tedesca: fame, freddo, tavolaccio delle baracche piovose trattamento sprezzante e odioso, minacce di dura e mortale prigionia e di contro il trattamento allettante degli aderenti, che circolavano nel campo ben pasciuti e liberi di frequentare la dttà».48 Nelle dure giornate della cattività parve al cappellano di ravvisare nei militari un risveglio di spiritualità, con un'accresciuta affluenza alle messe ed ai sacramenti, elemento ricondotto al «nuovo spirito di religione e di patriottismo» maturato nelle difficili condizioni dell'internamento. Ad un paio di mesi dal] armistizio, le autorita militari tedesche decisero di utilizzare il personale sanitario per assistere i prigionieri italiani operanti in Serbia alle dipendente dell'organizzazione Todt. Da qui il trasferimento al campo centrale di smistamento di Bor, in prossimità del confine bulgaro, dove funzionava un Ospedale attrezzato per i reclusi. Nell'assistenza ai lavoratori dislocati in una zona montuosa vasta un centinaio di chilometri, don Armeni si trovò in compagnia del confratello Umberto Alai, già in servizio presso la Sezione di Sanità n. 305. Subito dopo l'armistizio don Alai era salito coi militari sui monti sovrastanti Niksic, per discenderne dopo pochi giorni con un'autoambulanza carica di feriti bisognosi di urgenti cure ospedaliere. Catturato il 15 settembre a Podgorica, il cappellano venne condotto al campo di smistamento di Belgra4 Relazione del Tenente Cappellano A rmeni Vincenzo dall'anno 1943 al 1946, Leonessa 4 octobre 1946 (nel F PC). V. Armeni - naco a Leonessa (Rieti) il 21 gennaio 1910 - apparteneva alla D iocesi cli Rie ti. U cappuccino passò dalla prigionia tedesca a quella sovietica e tornò in Italia olamente nel luglio 1945.


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do ed invitato - vanamente - ad optare in favore della causa deU 1Asse. Trasferito a Bor, per circa un anno egli potè prestare «con abbastanza libertà» assistenza spirituale, morale e materiale ai militari italiani disseminati in quattordici campi di raccolta e destinati a fungere da manodopera coatta per i cedeschi. 49 Tra i cappellani organicamente inseriti nel movimento resistenziale sviluppatosi neJ Montenegro segnaliamo innanzitutto il cappuccino p. Ottavio De Cobelli, del1'84° reggimento fanteria «Venezia» (in precedenza, dall'agosto 1940 all'ottobre 1941, aveva prestato servizio presso l'Ospedale da campo n. 841). Il reverendo - descritto da un ufficiale cbe lo vide in azione come «persona di statura media, naso da pugile, bella barba nera, di casato nobile» - reagl con smarrimento all'armistizio, da lui appreso durante una sosta a Berane: «giorni di ansia e di indecisione; mi trattengo come il solito con i miei soldati, ma non so cosa dire loro: inizieremo la marcia alla costa o combatteremo contro i Tedeschi?>>. Il colonnello AJaniero, radunati tutti gli ufficiali del Reggimento, comunicò le draconiane condizioni poste dagli alleati di ieri: la resa o la distruzione totale. 11 rifiuto di aderire al diktat fu corale, come pure la decisione (accolta con gioia dalla popolazione) di stringere un patto di non belligeranza con le bande irregolari cetnicbe. Nella truppa si diffusero stati d'animo di frustrazione, che potevano preludere allo sbandamento, cosicchè il cappellano si sentl in dovere di rinfrancare gli elementi più propensi al pessimismo: <<ll nostro soldato non ha, come usualmente si dice, il morale alto, ma è rassegnato. Cerco di far capire a molte ·teste dure che quella che abbiamo scelto era l'unica soluzione che forse ci avrebbe potuto rendere un resto di onore. La maggior parte dei soldati acconsente passivamente». 50 L'accordo con i

~, Cfr. la documentazione depositata nel FPC Umberto Alai, e specialmente la relazione del 16 luglio 1946. U. Alai - nato a Rivarolo (Mantova) il 18 agosto 1913 - apparteneva alla Diocesi di Cremona. Quando i sovietici liberarono i.I campo di Bor, il cappellano venne internato in URSS, da dove rimparriò nel luglio 1946. -,o P. Ottavio De Cobelli, Relazio11e, priva di data e redatta presumibilmente oell'esrarc 1944, a ridosso del rimparrio dal Montenegro, p. 1 (il documento è deposit:1ro nella b. O 64).


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cetnici non risultò praticabile ed il 9 ottobre si addivenne ad un'intesa con i partigiani (coi quali sino al giorno precedente si erano registrati scontri armati), col cui concorso si respinsero gli attacchi sferrati dalle truppe nazifasciste. Padre Ottavio De Cobelli ha descritto in maniera efficace i dilemmi postisi agli ufficiali ed ai soldati italiani trinc~rati agli inizi di ottobre nel presidio di Berane: mantenersi in rapporti di unità d'azione coi reparti cetnici, oppure allacciare un'organica collaborazione coi partigiani? Questa la narrazione del <<ribalta- mento di alleanze», nella quale si possono cogliere titubanze e preoccupazioni per un passo sino a poche settimane prima assolutamente impensabile: <iCorse di automobili con generali e colonnelli, fracasso dei nostri carri armati, tentativo (fallito) di conciliare cetnici con partigiani, quindi, il 9 ottobre, scoppia la bomba: 1a nostra Divisione si è alleata coi partigiani! Un battaglione di questi entra in Berane preceduto da una grande bandiera rossa munita dei relativi falce e martello; uomini e donne marciano nella massima disciplina cantando un inno che ha un'intonazione lugubre; la popolazione e meravigliata e terrorizzata; i cetnici hanno abbandonato la città imprecando agli ufficiali italiani· i nostri soldati guardano seri e rnuti». 51 Con l'accentuarsi dell'offensiva tedesca p. De Cobelliregistrò il diffondersi dello scoramento: raggiunto il 18 ottobre un battaglione del reggimento, egli osservò una preoccupante dimlnuzione della combattivita: «trovo la maggior parte dei miei ufficiali sereni ma il soldato nostro non è più quello che seguiva noi stessi sulle alture del fronte greco, egli sa che in Italia è stato firmato l'armistizio e polarizzandosi su quello dice che è stanco e che spara di mala voglia)>. · Quando poi gli approntamenti difensivi della Di visione « Venezia» parvero sul punto di non r ggere il preponderante martellamento del fuoco avversario, il Comando diede l'ordine di abbandonare le linee per alire sull montagne. Era la sera d I 20 ottobre e la cronaca ste a dal cappellano registra l estrema incertezza delle prosp ttive: «da oggi incomincia la vera odissea)>. " ibidem .


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Mentre fervevano i preparativi per l'abbandono di Berane, p. De Cobelli si fece promotore di una significativa iniziativa, consistente nella celebrazione di una decina di matrimoni tra ufficiali italiani e ragazze jugoslave. La decisione - confortata dall'autorevole parere del Nunzio Apostolico mons. Leone Nigris 52 manifesta la sensibilità morale del sacerdote determinato a regolarizzare situazioni moralmente censurabili secondo i precetti del cattolices~o. Il nuovo Comandante del reggimento - Carlo Vittorio Musso - non si mostrò peraltro favorevole alla trasformazione dei legami di convivenza in regolari rapporti coniugali talché l'evento fu da lui registrato in una nota diaristica dal taglio acerbament polemico: «Giunto 1a sera al mio comando ricevo un cuzioso ordine: di raccogliere, durante la marcia di domani, in due autocani, tutto il personale femminile al seguito della colonna. La cosa mi sembra strana e chiedo notizia ai miei ufficiali, che mi spiegano come don De Cobelli, cappellano di uno degli ospedali della Venezia nei giorni di maggior trambusto in quel di Berane ha pensato bene, chissà per quale sbagliat a ispirazione, di autorizzare come in articulo mortis e valendosi di una autorizzazione di un vescovo d'Albania) tutte le coppie illegittime, anche di diversa religione, che si erano formate nei due anni di occupazione semipacifica. Matrimoni in massa. Partendo i reparti si sono portati le loro donne travestendole con uniformi grigioverde, ed ora debbo mandarle a Plevic come infermiere d' ospedale. Affido la direzione del movimento al Cap . G. del 19° Artiglieria, che mi presenta _con molta compitezza la sua 'Signora'». 53 52 Mons. Leone Nigris, Delegato della . Sede a Tirana, sin dal 1939 aveva segufro con trepidante partecipazione i problemi legati all'ass istenza spirituale delle tru ppe italiane, divenendo un attento interlocutore dei cappell ani. In alcu ne occasionj si rivolsero al titolare della Dele •az ione Apostolica in Alban ia anche sacerdoti aggregati a eruppe stanziate nell a parte meridionale del Montenegro. Fu per l'a ppunto il caso di p. De Cobelli , preoccupato per il corretto disbrigo delle pratiche legate alla celebrazione di matrimo ni co.a un coniuge di professione religiosa acattolica (nella fa crispccie, ortodossa) . 53 Carlo Vittorio Musso, Penne nere allo sbaraglio, all a data del 27 ottobre 1943 Oa trascrizione da ttiloscritta del diario è de positata presso l' Archivio roma no del COREMITE) . Scheda n. 187 D oc. 1013 stc 2.


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L'annotazione risulta invero abbastanza imprecisa: le unioni sancite da p. D e Cobelli non furono difatti superiori alla decina e riguardarono coppie da tempo conviventi more uxotio, deliberate a contrarre matrimonio non tanto per motivazioni opportunistiche o formalistiche, quanto per un ' intima aspirazione al riconoscimento coniugale di rapporti che poi - nella maggioranza dei casi - avrebbero retto agli incerti deUa guerra e sarebbero continuati dopo il rimpatrio della Divisione. 14 La partenza da Berane delle donne slave aJ seguito della co-· lonna italiana non è quindi addebitabile alla celebrazione dei matrimoni da parte dello scrupoloso cappellano, ma concerne la più complessiva vicenda dei rapporti affettivi allacciati dai nostri ìrlilitari nelle zone d 'occupazione, in Montenegro come in Grecia o nell' Egeo. Dal 20 ottobre la Divisione «Venezia» passò ad ogni effetto con i reparti partigiani, ed assunse il nuovo nome di Divisione «Garibaldi>>. D e Cobelli rimase con due battaglioni al comando del col. Olagnero, diretti verso Brodarewo per strappare la cittadina ai tedeschi. Dopo alcuni giorni di faticosa marcia per zone impervie, i militari incapparono in un'imboscata nottur na e si sbandarono. In quell'occasione il cappellano si espose personalmente con alcuni ufficiali per fermare e riportare in linea i soldati fuggiaschi, provando così coi fatti la determinazione di affiancare all'azione di sostegno spirituale l'opera di organizzazione dei combattenti. I rapporti intrattenuti da p. De Cobelli col comandante dei due battaglioni nei quali il reverendo si trovò ad operare si possono definire ottimi: in ripetute occasioni critiche il sacerdote rincaJzò gli ufficiali nella difficoltosa mansione di ricompattare i soldati sbandati e demoralizzati. Al termine dei combattimenti il cappellano si dedicò aJJa triste necessità di individuare i corpi dei caduti e di comporne pietosamente le salme: nei dintorni di Brodatewo egli raccolse le spoglie di 76 soldati e cli 2 ufficiali. La relazione diaristica registra con commenti negativi - in data 29 novembre - la d ivisione degli italiani in combattenti ed ' ' 1J perdurare dei vincoli coniugali è attestato dalle testimonianze raccolte d.1 Luciano Viazzi per lu sun monografia sul Montenegro.


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in lavoratori, imposta dai Comandi partigiani e subita dal gen. Oxilia stanti gli sperequati rapporti di forza. Il cappellano optò per rimanere con i combattenti e venne assegnato alla 3 a Brigata, guidata dal maggiore Piva. li 5 dicembre un improvviso attacco dei tedeschi travolse le linee partigiane e seminò sgomento e morte era i militari italiani. Piva perse la vita, colpito in pieno da un colpo di carro armato, ed i germanici proposero ai superstiti la resa . Questo il dinamico compor tamento del cappellano: «Vicino a me un soldato mi dice •sig. Tenente, si levi i gradi e facciamola finita'. Giro la testa attorno: in alto una lepre fugge terrorizzata, intorno a me i soldati si arrendono in massa; ho un attimo di esitazione, poi con un balzo mi precipito in un vallone, corro, cado, mi rialzo e - seguito da qualche altro ufficiale - riesco ad uscire dal tiro del carro armato. Due giorni e due notti di marcia nei boschi, col fango fino ai ginocchi, senza mangiare altro che un po' di neve, finché dopo un lunghissimo giro riesco a raggiungere alcuni resti della Divisione: nessuno sa dove sia il Comando». ss Invitato dal gen. Frasca a passare con un battaglione di lavoratori, De Cobelli si ostinò a ritornare coi suoi soldati e tanto fece che riuscì a riunirsi ai superstiti del tragico combattimento. Le condizioni deUa lotta partigiana erano decisamente ardue, ed il cappellano non godeva di alcun trattamento di favore: «la mia vita di brigata, per oltre due mesi e mezzo, si può riassumere in poche parole: freddo intensissimo, fame, sudiciume e quasi continui attacchi di cetnici e di tedeschi». Privi di indumenti invernali, emaciati, sottoposti a continue privazioni, gli uomio.i della brigata vedevano allontanarsi la pro. spettiva del rimpatrio, eppure continuarono nella rischiosa opposizione ai tedeschi ed ai loro alleati. Colpisce, in siffatte contingenze, la determinazione del sacerdote a proseguire la sua attività fra i reparti impegnati nella lotta armata antinazista. Trasferitisi nel gennaio 1944 a Moicowz, estenuati da una marcia di 8 giorni in una tempesta di neve Oa fame costrinse i militari a macellare alcuni muli), gli effettivi della brigata vennero alfine invitati dai partigiani a suddividersi in altri reparti più idonei al combatti,, O. De CobeJli, Rclaz.io11e, cic. , p. 4.


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mento, considerate le deplorevoli condizioni fisiche al limite del sostentamento. Saputo che al presidio cli Berane - dove imperversava un'epidemia tifoidea - non vi era cappellano, De Cobelli richiese il permesso di recarsi in quella località, dove il 21 febbraio trovò una situazione desolante: «il tifo petecchiale infuriava tra i nostri soldati, le condizioni igieniche erano pessime, i medicinali mancavano, i medici erano quasi tutti ammalati, il cibo assolutamente insufficiente>>. Questi i propositi e le angosciate riflessioni del sacerdote, do- po le prime settimane di attività nel presidio: «cerco di fare quanto posso e non mi risparmio, ma potevo tanto poco! Quante croci ho dovuto piantare nello squallido cimitero di Berane! Quanti ho visto morire, perchè mancava quella piccola fiala di card.io cinetico che frustrasse un po' il loro povero cuore stanco!». Alla meta di aprile un attacco concentrico di tedeschi serbi e cetnici costrinse i partigiani slavi ed italiani a sgomberare la cittadina, dove rimasero 160 ammalati di tifo, assistiti dai cappellani e da un uHiciale medico. Occupata Berane, i tedeschi fecero partire una sessantina di ammalati verso l'Albania e pochi giorni più tardi dovettero a loro volta sgomberare il centro abitato. Ritornati i partigiani, il cappellano venne proposto per una ricompensa al valer militare, mutata in un elogio scritto. Il 10 maggio p. De Cobelli contrasse un'influenza tifoidea che per un paio di settimane lo costrinse al riposo assoluto e poi gli lasciò in eredità un indebolimento al braccio sinistro ed uno stato di malessere diffuso. Avendogli riscontrato un vizio cardiaco, un colonnello medico partigiano decise il rimpatrio del sacerdote ed il 20 giugno il cappellano venne imbarcato su di un aereo «Guglas», che dopo un paio d'ore di volo lo depositò a Bari. De Cobelli venne poi inviato all'ospedale della Croce Rossa di Valenzano per trascorrere un periodo di convalescenza. 16 "' Rimparriaro il cappellano prestò servizio dal marzo 1945 all'aprile 1947 nell' Aeronautica . Cons guita nel s ttembre 1947 la laurea in Lettere moderne all'Università degli Studi di Firenze, Dc Cobelli (Novara 14 aprile 1916 - Civitaoova Marche 29 luglio I 960) si trnsferì nel New Jersey ome predicatore, docente ed assistente nelle parcocchie italo-americane di quello rato. La nostalgia del periodo trascorso tra i militari lo spi.nse a rich.icdere all'Ordinariato la riammissione nelle file del clero castrense (cfr. la documentazione contenuta nel FPC).


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Nella Divisione «Garibaldi>> operò un efficace servizio di assistenza spirituale, animato da don Secondo Contigiani e da p. Leone Prandoni, oltre cbe da p. Agrippina Jaluna prima che un'infezione tifoidea gli togliesse le forze per portarlo prematuramente alla tomba. L'allora capo-ufficio amministrazione della Divisione - Stefano Gestro - ha rievocato il quadro neJ quale si svolse l'azione dei cappellàni, concentrata attorno agli ospedali di emergenza ed attenta a garantire, nelle ostiche condizioni della vita alla macchia, Je situazioni ottimali, celebrando i ritj sacri secondo le disposizioni canoniche (ad esempio, in assenza di ostie per le comunioni, i sacerdoti si adattarono ad impastare dell~ farina, pressand ola con un ferro da stiro ... ). Questi i ricordi dell'ufficiale italiano: «i Comandi partigiani e politici, guidati da commissari rigorosamente marxisti, non impedirono 1'esercizio della libertà religiosa e la missione dei cappellani cattolici. Dobbiamo dirlo onestamente: essi furono rispettati sia dall'elemento areligioso che da quello apertamente antireligioso. In particolare, i cappellani e i semplici fedeli cattolici testimoniarono la validità della loro dottrina senza voler fare i missionari con le propagande verbali, ma con le opere, con tutto quello che di concreto può essere messo in atto nei difficili tempi d' una guerra senza quartiere in cui, artatamente, ogni uomo è fatto diventare lupo era i lupi. Fiorirono -atti di carità splendidi, quando la carità consisteva non nel dare una briciola del superfluo, ma nel sacrificare qualche cosa del necessario; nel compiere una vera privazione, una fatica personale; nel correre un pericolo per evitarlo al fratello. Questo lo fecero j cappellani o i semplici soldati: fanti o alpini, di Siena come di Pavia, o di Lecco».H Tra i riti al campo, si recitò il «rosario» nelle ore serali, quando una relativa quiete scendeva negli attendamenti della Divisione. fl Stefano Gestro, L'elemento cattolico nello Divisio11e Itolia11a Partigiana «Gari· baldi» i11 Montenegro, testimonianza contenuta in AJoisio Bonlnnti (a cura di), Un popolo per la libertà, Ed. Lecco Uno, Lecco, s.Ld., pp. 118-121 . Gestro - prima dell'armistizio ufficiale di complemento della Divisione «Venezia» - è autore di due volumi sull'esperjenza resistenziale nei Balcani: L'armato straccìo11a. L'epopea della Divisione Garibaldi in Monte11egro (1943-45), Tamari, Bologna, 1964 e Soli in Montenegro, Mur-

sia, Milano, 1975.


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Cappellani militari ila/;a11i nella resistenza all'estero

Anche un altro ufficiale italiano, Luciano Taddia, ha lasciato memoria - nelle sue riflessioni sulla partecipazione dei nostri militari alla resistenza balcanica - di episodi legati alla presenza dei cappellani nei reparti alla macchia. Premesso che la personale testimonianza di vita ebbe più valore che non la mera predicazione, Taddia sottolinea la bonomia di questi sacerdoti, disposti finanche a rinunziare ad una parte del loro equipaggiamento per alleviare il peso delle marce forzate e concedere ai soldati un momento di svago: «da un libro di patristica in fine carta indiana di proprietà di uno dei cappellani si potevano ricavare, tagliandone le pagine, oltre cinquemila ottime cartine per sigarette. Il cappellano lasciò che quel caro libro venisse usato a tale scopo, rinunciando a quelle sacre letture>>. 56

Il cappellano p. Agrippino Jaluna - dalla metà del luglio 1940 in Albania col 445° Ospedale da campo della Divisione «Venezia» e dall'agosto dell'anno successivo trasferito in Montenegro - dopo l'armistizio aveva senza esitazioni seguito il destino di quanti confluirono nella <<Garibaldi». Egli alimentò una particolare forma devozionale: il culto della «Madonna della sanità militare». Negli sconvolgimenti e nelle traversie dell'8 settembre il volonteroso gesuita tenne ben stretta l'icona mariana, dipinta da un soldato ed offerta nei momenti di riposo alla venerazione dei militari. Ecco un passo tratto da una lettera ai familiari, attestante i continui spostamenti della vita partigiana ed il grado di devozione del cappellano siciliano: «Io mi sono abituato a dormire per terra, come se fosse la cosa più ordinaria della mia vita, ma sto bene. Pregate che possa continuare a fare del bene. In ogni spostamento ho portato il quadro della Madonna come una bandiera di salvezza e la Vergine Santa ci ha protetti visibilmente. Se ne uscirò salvo, non mi stancherò di glorificarLa». 59 ,. Da un dattiloscritto di L. Taddia, conservnto nell'Archivio storico del COREMITE (cit. p. 149). Scheda 231 Doc. 41 stc 2. 9 ' Lettera ai familiari del 26 gennaio 1944, ciprodotra in Paolino Stella, Padre Ja/11110, Edizioni Paoline, Catania, 1956, pp. 103-104. U cappellano - nato a Mineo (Catania) il 17 novembre 1906 - opparteneva all'Ordine dei Gesuiti e fu mobilicato il 25


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Nei foglietti fortunosamente inviati al paese natio, p. Jaluna delineò immagini a tinte vivaci dell'esistenza randagia, in pieno inverno, su montagne innevate a 1.400 metri di altezza: «Mi dovresti vedere - scrisse al fratello sul finire del gennaio 1944 per monti e per valli coperte di neve, tra la bufera e il sole che si specchia sulle montagne, fra boschi fitti e rocce, fosse e fiumi, con rotolo di coperta a tracoUo e in mano il quadro della Madonna avvolcol~to!». 60 Le quotidiane vicissitudini della condizione partigiana vennero intese e spiegate alla luce della provvidenziale volontà divina, benevolmente disposta verso il cappellano ed i militari da lui spiritualmente assistiti: «Tante volte, quando sembrava che la giornata dovesse finire nel digiuno assoluto, appariva d'improwiso la carne o l'orzo o l'avena, mandata proprio dal Cielo, come un tempo a S. Paolo Eremita. Sl, orzo e avena, pane con molta paglia, fa rina e radici, sono stati spesso i nostri alimenti. Nel nostro nuovo Piccolo CottoJengo ho acquistato una confidenza assoluta nella Provvidenza».6 1 L'incertezza del momento e la drammaticità di una condizione ai limiti della sopravvivenza alimentarono in p. J aluna spontanee forme di devozione: <<in mezzo a tante miserie mi è suggestivo il canto sacro o la Messa irnprowisata in qualunque posto, sia all ' aperto che al riparo». 62 Il cappellano ebbe modo di contattare la popolazione indigena, alla quale propose i modelli spirituali cattolici: <<Mi tocca cli fare il missionario &a questa gente ortodossa, priva di chiese e di sacerdoti. Naturalmente le azioni principali sono la preghiera e · l'esempio, di cui restano edificati, i canti religiosi, di cui fo rintronare queste valli e queste vette, santificando come sacerdote i luoghi dove gli uomini son rari e tanto freddi per Dio>>. 63 giugno 1940, con l'Ospedale da campo n. 445. Un paio di settimane più rnrcli p. Jaluna sbarcò a Durazzo e s'impegnò in un'azione pedagogica verso i soldati analfaberi. Il quadro della «Madonna deJJo Sanità Militare» rappresentava un operoso Ospedale da campo, sul quale vigilava beneclicente la figura. della Madonna. 60 Lenera al &stello Pietro, 28 gennaio 1944. Ivi, p. 104. 6 1 Lenera ai genitori, LO febbraio 1944. lvi, pp. 105-106. 62 lbidem . 6) Lettera al fratello Pietro, 18 febbraio 1944. foi, p. 107.


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Nell'ultima lettera inviata ai familiari, pochi giorni prima di contrarre l'infezione tifoidea che lo avrebbe portato a dolorosa morte, il cappellano trasse un bilancio dell'avventura resistenziale, che può venire letto come una sorta di testamento spirituale: «Abbiamo sofferto e sof&iamo ancora volentieri - per il bene della patria - freddo, fame, disagi, malattie provocate dalla debolezza e dalla neve, spostamenti continui su questi picchi innevati, pidocchi addosso che si moltiplicano a centinaia per l'impossibilità di curare la pulizia ... ecco i coefficienti che formano la no-stra vita quotidiana». 64 L'enumerazione dei fattori di disagio preludeva alla piena rivendicazione del valore spiritualmente formativo dell'esperienza partigiana, nella quale p. Jaluna aveva potuto esplicare in maniera maggiore che non nelle formazioni regolari la sua testimonianza sacerdotale: <<Eppure mai sono stato tanto lieto quanto in questi sette mesi. A parte che non provo nessun rincrescimento di aver rinunziato in luglio alla mia licenza, che mi avrebbe evitato questa vita. Iddio è stato tanto misericordioso da sostenermi ogni giorno con un eccezionale ottimismo, che è di augurio a chi m incontra. Durante il giorno, quando vado nelle varie case in cerca dei feriti e degli ammalati, canto a voce spiegata e con grande giubilo laudi sacre e cosl il Signore vien lodato anche su questi picchi e forse dove gli uomini son tanto pochi e cosl lontani da Cristo». 6' Nel febbraio 1944 il raggruppamento partigiano fu colpito da un'epidemia di tifo petecchiale, che aprì larghi vuoti tra uomini oltremodo debilitati e stremati. P. Jaluna prestò le prime assistenze ai militari ricoverati in numero crescente nella scuola del villaggio montano ove l'Ospedale da campo aveva trovato nuova provvisoria sede, finché lo stesso cappellano contrasse la dermotifosi e dopo alcuni giorni di sofferenza spirò nella notte del 23 marzo. 64 Lettera risalente alfa settimana Santa 1944, indirizzata al redattore capo del periodico palerm.icano «Ai nostri Amkù> . lvi, p. 108. DaU 'agosto 1943 il cappeUano non ricevette posta dall'Italia, e quindi le sue corrispondenze epistolari erano sorrette dall 'ostinata volontà di rendere testimonianza alle persone a lui care della nuova esperienza sacerdotale e militare intrapresa dopo la proclamazioo dell'armistizio. 61 Ibidem .


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La salma del generoso gesuita venne inumata nel cimitero ortodosso di Trebalijevo (nel distretto di Kolascia). Alla memoria del religioso venne conferita una medaglia dj bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: <<Cappellano militare di unità sanitaria, per quattro anni offrl la sua appassionata e fervida attività sacerdotale per ]'assistenza spirituale degli infermi e per la propaganda della fede. Presso i_ soldati della Divisione durante le dure peregrinazioni imposte dalla nuova campagna di guerra, attraverso peripezie e privazioni di ogru genere, soffrendo spesso sete, fame e gelo, la sua parola e la sua abnegazione furono sempre di esempio e di incitamento. Scoppiata una grave epidemia di tifo esantematico fra i militari del reparto sanitario cui era addetto, si prodigò instancabilmente per lenire le sofferenze degli ammalati. Colpito egli stesso dal morbo, continuava imperturbabile nella sua nobile missione sino al sacrificio supremo Montenegro-Sangiaccato 1 febbraio - 23 marzo 1944».66 Scomparso p . Jaluna e rimpatriato p. De Cobelli, nella «Garibaldi» rimasero in servizio due cappellaru, che sin dall'armistizio si erano accompagnati ai militari della <<Venezia» e della «Taurinense» entrati nella lotta partigiana. Un ufficiale della Divisione ha io anni recenti tratteggiato il ritratto di p. Leone Cam Prandoni e di don Secondo Contigiani, estremamente djfferenti nei tratti fisici ma accomunati dall'abnegazione profusa nell' assistenza ai combattenti: «l' uno, un carmelitano dalla figura aitante, bene inquadrato fra i nostri artiglieri da montagna; l' altro, un prete di Curia, incapace a volte di mascherare la sua apprensione per le avanzate tedesche, ma che mai una volta si rifiutò di passare da una brigata all'altra per portare la sua opera di conforto, di sollievo, di rassegnazione per i soldati colpiti dall'epidemia di tifo petecchiale». 67 Dopo quattro mesi di lotta antitedesca, don Contigiani riusd a far pervenire alla sede centrale dell'Ordinariato Militare una Cappellani militari 1870-1970, cit., p. 178. Dall' intervento di Umberto Zaccone (già capitano nelJa Divisione «Garibaldi») al con\legoo indetto nell'aprile 1970 dal Centro stucli sulla Resistenza piemontese sugli Aspetti religiosi della Resisten:w, riprodotto alla p. 162 degli Atti. 66 67


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sommaria relazione dal Montenegro, con scarni dati sulla diaspora che aveva colpito i sacerdoti della «Taurinense». Dal resoconto in questione traspaiono - tra gli altri elementi - l'isolamento nel quale si mossero i pochi religiosi confluiti nella resistenza e le concrete condizioni di vita presenti nelle formazioni antifasciste operanti nei Balcani: «della Divisione T aurinense siamo dmasti in due cappellani di 12 che ne eravamo; io, partito con il Comando Reggimento ed il Gruppo Aosta il 12 settembre da Niksic, ho fatto ormai tre volte il giro del Montenegro. P. Leone Prando-ni dell'Ospedale da campo 609 divisionale . Gli altri cappellani son passati con i tedeschi unitamente ai Battaglioni o agli Ospedali, o trattenuti quando hanno portato ammalati agli Ospedali. Solamente di uno, don Mora, ho saputo sia stato ucciso dai partigiani a Mioce, nei pressi di Priba, sorpreso con alcuni ufficiali della Milizia. 68 Le insidie da parte dei tedeschi, cetnici e mussulmani loro alleati, sono all'ordine del giorno. L'aiuto migliore che possiate prestarci è di interporre tutti i vostri buoni uffici presso il Supremo Comando per il nostro rimpatrio, giacché questi cari soldati laceri, affamati, non potranno resistere a lungo. Ogni giorno, si può dire, paghiamo il nostro contributo con morti e feriti. I cappellani della Divisione Venezia, dopo la fuga da Pljevlia, si sono tutti dispersi>>. 69 Durante il 1944 don Contigiani tenne periodicamente informato l'Ordinariato sugli spostamenti dei cappellani ed espresse il desiderio cli venire rifornito - tramite aviolanci - di ostie, di vino da messa e di materiale devozionale che lo ponesse in grado di esplicare al meglio la propria attività. 68 Conr-igiani si riferisce a doo Giacomo Mora cappellano dell'Ospedale da camp n. 635 della Divisione «Taurinense1>, con tutta probabilità fucilato dai partigiani di Tito in uo 'impreci ata località del Montenegro a ridosso dell'8 settembre (per alcuni anni il sacerdote fu considerato disperso· nella seconda metà degli anni Cinquanta venne definita lo praric per la dichiarazione cLi morte; dr. l'annotazione contenuta in Cappelloni Militari caduti e dispersi, cit., p. 21). Don Mora apparteneva alla Diocesi di Genova. 69 S. Contigiani all'Ordinariato Militare, 28 gennaio 1944 {nel FPC). ll cappellano era nato a Loro Piceno (Macerata) il 21 maggio 1908. Al momento de!J 'armistizio don Cootigiani si trovava aggregato al Comando del 1° Reggimento artiglieria :tipini della Divisione <cTa urioense», di stanza a Niksic. Entrato nel movimento resistenziale il reugios rimpatriò partendo da Ragusa 1'11 marzo 1945.


Montenegro

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Sostanzialmente analoghe le difficoltà incontrate da p. Leone Cam Prandoni. In un primo tempo si ritenne che il religioso avesse perso la vita nei giorni seguenti l'armistizio (il cappellano capo del XIV Corpo d'Armata ritenne fosse stato passato per le armi dai partigiani). 70 Il realtà, il sacerdote era rimasto tagliato fuori da ogni collegamento con i confratelli e con la madrepatria. Toccante, oltre che sintomatico di una condizione di disperante solitudine, il messaggio inviato da p. Prandoni all'Ordinariato nell'ottobre 1944: «Da 14 mesi non ricevo corrispondenza nè dai miei superiori ne dalla mia famiglia: prego quindi di usarmi la carità cristiana di comunicare al Rev. Pier Tommaso della Vergine del Carmelo - Generale dei Carmelitani Scalzi- e .a mia madre che io sono vivo e mi trovo in Montenegro. Anch'io, benché sostenuto dalla fede, sono debole e soffro come tutti gli altri e una parola buona non mi farebbe male». 7 1 Leone Prandoni aveva ricevuto in consegna da p. Jaluna il ritratto della <<Madonna della Sanità>> secondo quanto narrato dal citato diario di Taddia: «i due cappellani si erano incontrati durante la grave ritirata del 6 dicembre 1943. Entrambi, nella foggia del vestire, sembravano degli zingari. Padre Agrippina portava, oltre ali' Altarino da campo, un quadro arrotolato nello zaino e due candelieri piccolini appesi al cinturone: tutto ciò che era riuscito a salvare dalla cappella della Madonna in Berane. Durante la breve sosta p. Leone dovette fargli una promessa: 'Se tu morrai ed il Signore darà a me la vita, porterò in Italia il quadro della Madonna'. Poi ripresero la marcia, ognuno in direzione opposta».72

°Carlo Bolzan all'Ordinariato, 3 dicembre 1943.

el FPC Leone Prandoni. L. Prandoni all'Ordinariato Militare, 19 ottobre 1944 (ivi). Il cappellano nato a Legnano il primo gennaio 1908 - apparteneva all'Ordine dei Carmelitani scalzi ed aveva preso servizio il 24 agosto 1941 presso l' Ospedale da campo n. 609. Il 16 gennaio 1942 Prandoni sbarcò a Ragusa ed un anno più tardi meritò I encomio del cappellano capo mons . Picco per l'opera esplicata nel Kossovo in favore dei sacerdoti cattolici (dr. rapporto del 24 gennaio 1943 all'Ordinariato). AJ contributo fornito da p. Prandoni alla Resistenza antinazista nei Balcani accenna il colonnello Jovao Vujosevic nel corso di un convegno tenutosi nei giorni 21·23 giugno 1971 a Ticogtad, inserendo il cappellano nel novero dei «primi veri ambasciatori del popolo italiano in Jugoslavia» cfr. «Notes Historiques», voi. XXVIII, 1971 , p. 621 ). 72 L. Taddia, op. cit., p. 151 7

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L 'impegnativo voto venne adempiuto da p. Prandoni, nonostante Je t raversie della vira nomade e le serie conseguenze di un'infezione tifoidea che lo ridusse in fin di vita: <ili 12 aprile 1944 si ebbero i primi sintomi d 'una manovra offensiva tedesca p artente da Berane, Bisognava prepararsi a sloggiare. Il quadro venne consegnato a p. Leone, che non si reggeva in piedi, ma doveva mantenere la sua promessa. Il 14, dopo aver sepolto il capitano Puerari, misero lo zaino in spalla al povero cappellano semipar alizzato ad un braccio e sullo zaino iJ famoso quadro. Valorevenale, due soldi; valore morale, immenso. Con altri cinquantasette ammalati quasi nelle stesse condizioni iniziò una nuova peregrinazione di cinque giorni per i soliti impervi sentieri». 71 Lungo il corso del 1944 l'attività del cappellano si esplicò soprattutto presso l'Ospedale centrale della Divisione, per spostarsi poi - con lo scioglimento dell'Ospedale divisionale - tra gli uomini della 4 a Brigata.

I due cappellani della <<Garibalcli» rimasero in forza presso la Divisione sino al momento del rimpatrio della formazione e Ja loro costanza venne premiata dalla concessione di onorificenze al valore militare. Don Contigiani ottenne due medaglie di bronzo: la prima per essere riuscito - il 14 aprile 1944 - ad evacuare i degenti dell'ospedale militare-dalla città minacciata dal nemico, nonostante si trovasse ad operare «privo di mezzi e sotto la continua minaccia di attacchi alle spalle, ai fianchi e daJ cielo, in condizioni di clima e di terreno difficilissime, attraverso strade impervie e nevose». La seconda decorazione rimeritò l'attività resistenziale complessivamente dispiegata dal sacerdote dopo l'armistizio: «animato da purissimo amor di Patria, fra i primi iniziava volontariamente in terra straniera una nuova campagna, in contrasto con gli umilianti ordini dei tedeschi , ed era inioterrottamente presente a tutte le azioni del reparto. Nella dura e dilGcile lotta percorreva migliaia di chilometri spesso soffrendo fame, sete e gelo, sacrificandosi fino all'estremo limite delle umane poss ibilità per l'assisten1

Ibidem, p. 152.


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za materiale e spirituale dei combattenti ed opponendo la forza dello spirito agli abitanti ostili e la saldezza deJr animo a quanti volevano piegare i suoi sentimenti di italianità. Montenegro, 8 settembre 1943 - 8 marzo 1945>>.1-1 A p. Leone Prandoni venne conferita una medaglia d'argento, avendo condiviso con i reparti rimasti fedeli al governo legittimo «per lunghi mesi i disagi ed i pericoli della guerriglia sempre presente dove maggiore era il pericolo. Durante un violento combattimento accerchiato da bande armate e catturato riusciva ad evadere ed a ricongiungersi al Comando di divisione presso il quale continuava con fede e con immutato spirito di abnegazione la sua opera di apostolato e di bene>>. 75 11 Comandante della Divisione «Garibaldi», colonnello Caxlo Ravnich, agli inizi dell aprile 194 5 ebbe modo di segnalare ali' Arcivescovo cas trense mons. Carlo Alberto Ferrero di Cavallerleone il sostegno offertogli da Contigiani e da Prandoni sul conto dei quali egli si espresse in termini lusinghieri: «confermo che gli unici Cappellani militari rientrati con questa Divisione sono il tenente cappellano Contigiani Don Secondo e il tenente cappellano Prandoni Cam Padre Leone. I Cappellani suddetti hanno seguito fin dall' 8 settembre 1943 i loro reparti che si erano schierati contro i Tedeschi ed hanno ininterrottamente svolto la migliore opera di assistenza spirituale presso i soldati della Divisione 'Garibaldi' nonostante le eccezionali difficolta di ogni genere incont rate durante la lunga campagna della Divisione stessa in Jugoslavia. La loro opera è riuscita preziosa per i militari tutti della Divisione ed ha costituito efficace leva morale nei difficili momenti ·che gli stessi hanno attraversato. È ragione di vivo compiacimento per me di aver potuto valermi della collaborazione dei suddetti cappellani i quali hanno rivelato elevate qualità di sacerdote-soldato». 76 P . Prandoni rimase sino a tutto il maggio 1946 negli organici della «Garibaldi», accomiatandosi dai militari coi quali aveva 74

Cfr. Cappellani Militari 1870-1970, cit. , p . 117.

lvi, pp. 243-244. 76 C. Ravnich all'O rdi nario Mili tare, 17 aprile 1945 (ael FPC Leone P randoni).

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condiviso tanti sacrifici con un patriottico saluto, sottoscritto dal colonnello Ravnich e da questi inserito in un ordine del giorno comunicato alla truppa:77 Ufficia li, soldati, garibt1ldini, cinque anni di guerra dura, di lotte e la tragica odissea vissuta insieme t1cllo Divisione 'Garibaldi' in Balca11io, hanno inciso pro/ondamc11te il ricordo di voi nel mio attimo. Sono sicuro che questo amicii.ia, 11ata come rosa purpurea nella _ prova comune e r,el comune pericolo, non sarà cancellata da/L'azione co,rosiva del tempo. In questo momento di distacco il mio cuore di sacerdote e soldato soffre, ma questa solfe1•enza è lenita dall'affetto con cui voi, ufficiali e soldati, mi avete sempre circondato. La coscienza tranquilla del dovere compiuto fino in fondo è per me il premio pir~ ambito. Non ho chiesto di partire per la guerra; chiamalo, però, sono stato servo del dovere e ho seguito con entusiasmo la via che conduceva la Patria nostra non a 1111oue mete di grandezza, ma al sacrificio ed al/il redenzione. Oggi, in cui ogni ideale sembra crollare ed è di moda rinnegare la Patria come 1111 concetto superato, ricordo a tutti che la Patria è una bella realtà, che si affenna in noi attraverso la terra, il cielo, l'idioma, gli amori e i dolori, la storia e la religione, tutto insomma per cui siamo italiani e non d;altra stbpe, Compiuto il dovere militare nel momento de! bisogno, richiamato dai desiderio cocente dei/o vita monastica, senza rimpiat1ti ritorno alla mia vita per vivere la mia vita. Sarà mio dovere, ritonrato alla vita tranquilla e silenziosa del chiostro, lonta110 da ogni egoismo degli uomini, seguirvi sempre con "" ricordo di preghiere e tenervi presenti nella celebrazione del sacrificio della Santa Messa. Custodirò gelosamente nel mio cuore la memoria di tutti coloro che fecero il sacrificio della loro vita e donnono il s011110 etemo sollo le bruUe peb-aie dei Mo11le11egro. 77

Reggimento «G11rib11ldi» - Comando, Saluto del Cappclla110 Militare (nel FPC L. Praodoni), 1 giugno 1946. Lu «Commissione per l'esame del comportamento all'al[o e dopo l'armistizio dei CuppeUani militari» (costituitasi 1m:sso l'Ordinariato Militare al tine di effettuare la •discriminazione» del personale di assistenza religiosa aUe forze :umme) assegnò p. Prandoni olla primo categoria, con la seguente motivazione: «unitosi ai reparti fedeli al Governo del Re, raccolti nella Divisione Panigiano Garibaldi, con essi condivise, per lunghi mesi, i disagi ed j pericoli della guerriglia, continuando fra essi infoticata ed encominra opera di assistenza morale e spirituale fino al rimp,mio, avvenuto 1'8 marzo 19'15» (iui) .


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Montenegro

Dio, datore di ogni bene, conceda a voi e alle vostre Jamiglio le piĂš elette grazie e benedizioni. Al Signor Colonnello Comandante, ai signori Ufficiali e a tutti i Garibaldini

giunga ii mio saluto affettuoso e cordiale. Fra Leone Prandoni -

Cappellano Militare


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Albania

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Le ragioni che in terra albanese portarono un discreto numero di cappellani a cercare scampo sui monti, unitamente ai militari determinati ad evitare l'arresto e l'internamento per mano dei tedeschi, sono compendiate in un'appropriata riflessione autobiografica di don Tarcisio Scanagatta, della Divisione <<Perugia»: <<il fuggire in montagna era stato per noi tutti un'esigenza assoluta di libertà, quasi l'espressione spontanea del nostro desiderio profondo di voler sopravvivere>>. 78 Lo spirito e le motivazioni intime della permanenza tra i gruppi di militari fuggiaschi e di partigiani trovano adeguata spiegazione nella narrazione diaristica del suddetto cappellano, a partire dalla concreta esperienza quotidiana di un'esistenza per tanti aspetti diversa da quella condotta anteriormente 1'8 settembre 1943: «come condizioni di vita venivo a trovarmi sulla stessa piattaforma del più umile dei nostri soldati sbandati . Spiritualmente però la mia missione sacerdotale se ne avvantaggiava. Per cui quella mia esperienza oscura e dolorosa veniva ad assumere il valore di una silenziosa testimonianza! E quando mi recavo dai soldati per intrattenermi con loro, per portare un po' di conforto e soprattutto ravvivarne la speranza, più che la parola - sempre cosl povera e spesso priva di efficacia parlava con un linguaggio sufficientemente eloquente il mio volto emaciato, l'aspetto estenuato, parlavano gli edemi da fame ben visibili alle gambe ed ai piedi ... e questo bastava». 79 Testimonianza e coerenza furono dunque i tratti della presenza religiosa tra i militari italiani rifugiatisi sui monti albanesi, secondo l'esperienza di don Scanagatta che crediamo possa pure attagliarsi - in un raffronto analogico - al percorso pastorale ed · esistenziale compiuto dai colleghi trovatisi ad agire dopo 1'8 settembre 1943 al fianco di quanti non si arresero ai tedeschi. Si e accennato al fatto che, nel generale smarrimento derivante dal sentirsi tagliati fuori dai rapporti con la madrepatria e privi Tarcisio Scanagatta, Testimonianze, Ed. Agielle, Lecco, 1987, p. 9. Ivi, p. 27. Sulle traversie albanesi del cappellano - sfuggito in due occasioni ai castrellamenti tedeschi, nell'ottobre e nel dicembre 1943, nella zona di Kuc; quindi catturato dai tedeschi ed internato a Muhlberg - si vedano le pagine 72-73 del presen· te studio. 1

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di direttive da parte dei Comandi, 80 i cappellani divennero in alcuni casi elemento di orientamento della truppa e cli sostegno del!' azione degli ufficiali. Particolarmente toccante il ricordo di don Giovanni Bonomi dell' 11 ° reggimento artiglieria «Legnano» (Divisione <<Perugia»), cli stanza ad Argirocastro. Il 14 settembre si tenne una riunione di tutti gli ufficiali (incluso il cappellano), nel corso della quale si decise di resistere, armi alla mano a chiunque - tedeschi o partigiani - si presentasse a pretendere la resa. Toccò a don Bonomi comunicare alla truppa tale im pegnativa decisione in un'adunanza dominata da sentimenti di incredulità e sbigottimento: <<spiegai ai soldati la situazione, li esortai ad essere forti , a star uniti per la vita e per la morte, a seguire il consiglio e le direttive dei Comandanti. Di di in fine l'assoluzione . Quei bravi ragazzi mi guardavano fi si con gli occhi b arrati. I visi erano incolori, gli occhi umidi. i inginocchiarono docili e ricevettero con fede il aeramento della penitenza>>. 1 Nei giorni successivi il capp llano seguì i militari nelle avventui-ose peregrinazioni sui monti, richiamando la truppa al ri petto dei diritti della popolazione albanese ed ai s ntimenti di magnanimità verso i civili. 2 Il 25 settembre don Bonomi rimpatriò ed un mese più tardi venne as gnato ad un re ar to di Artiglieria motorizzata del Corpo Italiano di Liber azion . Minore fo rtuna arrise a don Luigi Orengo, che da Tira na svanit a la po sibili tà di tornare in Italia con il uo reparto - par t1 11 TI respoasabil del ervizio di assistenza spi.rit uale per l'Albania, iJ Prim capp Uano apo mons. rio Picco, fu carmraro il 20 enembrc- a Tirana e trasferito di lì a poco nel I ger d i Wierzendorf. Mons. Picco - nato a umiana (Tonno) il 21 marzo I 90 - venne poi inviato a Belsen ergen e rimpaLri' ·olamente negli ultimi giorni dell'ag sto 1945. 1 Giovanni Bonomi e/ turbine della gueiTa, Ed. ivcc h i, rema, 19 6, p. 27. U cappellano (nato a Bagnarolo il 15 d icembre 19 7) ha analizza r le vicende della re isrcnza jt, li, na n i Balcani in altre due opere: • acrificio italiano in terra <1lba11ese, Ed. L Prora Milano, 195 e Albania 1943, Biett i, Mì.lano, 1971. ' Lo sdegno del appellano fu m. s im pe r l' in end io de ll 'abitaro d i Ka ligraghi, effett unco il 19 settembre dai militari italia ni ome ritors ione p r l'azione osc ile dei p:irri iani he o ta olava n la marcia verso l' inte rno de l Poe c. A mara la e nsider. zione diar isti a d el sa erd te: «lo sciagurato i L ma teutonic ern penetrato an h · nelle nome fil » (G. Bonomi, e/ turbine deUa gnarra, cit. p. 8).


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verso un lager tedesco. In servizio presso il .383 ° Reggimento Fanteria «Venezia», egli assistette al disarmo dei militari (ordinato dal Comandante) e si sforzò di rincuorare gli animi: «cercai in quel periodo di soste11e1·e i miei soldati con parole e con funzioni religiose nel lato morale, cercando anche di persuaderli a non passare con i tedeschi e a restare fedeli alla nosrra Italia, attendendo lo svolgersi delle circostanze. Cercammo unitamente a un ufficiale - Ten. Bertenni - il modo per poter passare il mare e giungere a Bari a mezzo di un motoveliero con tutto il reggimento od almeno con i due battaglioni di stanza a Tirana, ma ciò non ci fu possibile per gli eventi contrari e per l'incomprensione anche dei soldati. Quindi il 20 settembre 1943, rifiutata ]!ospitalità gentilmente offertami dai RR. Padri Gesuiti e dal Parroco cattolico di Tirana, seguii il mio reggimento in prigionia»."' Don Orengo rimarrà nei campi tedeschi sino a tutto l'agosto 1945. Sostanzialmente analoga l'esperienza di don Ettore Francia, cappellano del 45° Battaglione Guardia alla Frontiera, rastrellato dai tedeschi a Malacastrà nel dicembre 1943, <<dopo di aver toccato con mano le tristissime condizioni dei nostri soldati fuggiaschi in una situazione caotica, lasciati alla propria mercè». 84 Condotto in un campo di smistamento, egli rifiutò di aderire alla RSI e per questo venne internato ad Oberlangen. Potrà rimpatriare sola men te nell'agosto 194 5 . Sabatino Miranda, cappellano del 343° Reggimento Fanteria della Divisione <<Arezzo>>, fu artonico testimone delle forti pressioni esercitate dai tedeschi nella zona di Korcia per indurre i militari italiani a passare in forze sotto gli ordini dei nazisti. Nei tre giorni seguenti l'armistizio Je lusinghe si alternarono alle minacce, finché, preso ateo della generale avversione verso una simile prospettiva, vennero intraprese misure di rappresaglia: «al deciso rifiuto opposto dal Reggimento, il Comando tedesco con la com' Relazione di don Luigi O rengo (nato a Pomed ccimo il 17 ottobre 1915), redana n Genova il 6 novembre 1945 e conservata nel suo FPC. M Rdazione di Ettore Francia, 3 novembre 1945. Durante l' internamenro il cappellano fu nei campi di Obcrlangcn, Sandbostel. Witzcndorf e Hildeshain.


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piacente cooperazione di un ufficiale dello Stato Maggiore del Reggimento, certo capitano Tremonti, ordinava la decimazione, ed il sottoscritto fu testimone della fucilazione dei militari, avvenuta nella notte del 17 settembre». 85 Il 343° Reggimento fu poi scortato a marce forzate ·a Florina e da qui fatto partire - insieme al suo cappellano - alla volta di un campo di concentramento tedesco. l!t, Particolarmente estenuanti le peripezie di p. Rufino Sebenel- · lo, cappellano del 129° reggimento fanteria della Divisione «Perugia», spettatore - il 14 settembre - della sfortunata battaglia difensiva impegnata ad Argirocastro contro tedeschi e «balisti>>, e quindi coinvolto nei disperati tentativi di imbarco alla volta dell'Italia. Da Porto Santi Quaranta a Porto Palermo, sotto il mitragliamento aereo avversario, solo una parte degli uomini potè lasciare le coste albanesi. Il cappellano fu con quanti il 30 settembre cercarono rifugio sui monti, pur di non consegnarsi ai tedeschi. Per ti·e giorni i reparti rimasero uniti , finché a Valona si decise di suddividere le forze per meglio sfuggire alle ricerche nemiche. Per Sebenello iniziava una lunga tragica avventura: «insieme con duecento uomini del mio Reggimento e a un migliaio di altri reparti e di altre divisioni, andai ramingo, pieno di fame, senza soldi e quasi nudo da un paese all'altro, da una montagna all'altra. Ad ogni paese qualcuno dei soldati si fermava cercando lavoro; finché anch'io, vedendo assottigliarsi le file, dovetti fermarmi a Kuta e qui nel lavoro guadagnarmi il tozzo di pane di granoturcm>. 87 I tratti distìntivi della permanenza nel villaggio albanese si impressero indelebilmente nella memoria del sacerdote, che alcuni ann,j più tardi cosl rievocò quelle traversie: <<rimango in questo paese, lavorando da manovau Relazione del Te11e11/e Cappellano do11 Sabati110 A'lira11da, Napoli, 27 o ttobre nato a Roccabascerana (Avellino) iJ 22 orcobrc 1905 - nel gennaio 1942 era stato ossegnato al 343° reggi.mento fanLeria della Divisione «Arezzo» ed inviato a Kordl!. 116 Il cappellano venne rinchiuso nel lager berlinese 3 D sino alln tarda primavera

l946 (nel FPC). U sacerdote -

1945. H7

Don Silvestro (p. Rufino) Sebenello, Risposta a/l" «Richiesta notizie», Padova,

6 luglio 1945 (nel fPC).


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le per guadagnarmi il Buch (pane di polenta) ... la miseria è infinita, i dolori spesso insopportabili, bisogna dormire spesso all' aperto e per terra ... avevo ancora la divisa grigioverde di Cappellano (con molti inquilini), la Croce sul taschino m'indicava presso quella misera gente come medico e spesso io ne approfittavo della loro credulità dando consigli che mi fruttavano qualche corona di fichi>>.as La vita nomade continuò per una quarantina di giorni, durante i quali il cappellano perse progressivamente le forze e le speranze, finché risolse di cercare una via di scampo, per rischiosa che potesse essere: <~il 3 novembre, stanco e sfinito di quella vita che mi doveva portare certamente alla motte, mi dec-isi ad affrontare la sorte: andare a Valona e quivi o sarei caduto sfinito, o i tedeschi mi avrebbero ucciso o catturato , o sarei. riuscito a rifugiarmi dai Padri Conventuali. Fui fortunato: per strada cambiai la divisa con gli stracci di un vecchio, che in più mi diede alcuni fi chi {nella notte un italiano me li rubò) e raggiunsi nel pomeriggio del giorno 4 la Missione Francescana Italiana a Valona. I Padri mi conoscevano: fraternamente mi lavarono, vestirono ed alloggiarono per dieci giorni, alla fine dei quali mi trovarono un posto su una corriera per Tirana». Accolto ospitalmente presso la sede provincializia di Scutari dei francescani albanesi, p. Sebe.nello sino al luglio 1944 insegnò nel liceo cittadino, sforzandosi di venire incontro «ai bisogni spirituali e materiali di tanti poveri soldati che passavano per Scutari come prigionieri dei tedeschi».89 Finalmente il sacerdote si aggregò ad un migliaio di civili ita_liani (fra i quali molti soldati in borghese1 che vennero però fermati a Belgrado dai germanici) e ritornò in patria. !!IP. Ruuno SebeneUo al don. Francesco Rovida, da Vittorio Veneto, 11 mtlggio 1949 (la lem:ra è conservata al Museo del Risorgimento e della lorta per la libertà cli Trento, Archivio Resistenza, b. l, f. 3). 69 Doo Silvesc.ro Sebeocllo, Risposta ali.o «Richiesta 11otù.ie~, cit. Rimparriaro nelJ'agosro 1944 «socto le vesti di Frate Minore e di civile», il cappellano - nato a S. Viro di Valdobbiadene (Treviso) il 14 dicembre 1915 - \/enne poi richiamato in servizio dalla Seconda Sezione de.U'Ordinariato Militare, ma ricusò di servire sotto le bandiere della RSI ed il 5 settembre fu posro in licenza illimitata. Ritornato al convento, operò discretamente in favore degli antifascisti, «cercando con In parola, il consiglio e l'aiuto mareriale di sostenere l'opera clandestina dei Partigiani>).


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In margine alle traversie di p. Sebenelio, si deve registrare un fatto abbastanza curioso, legato alla perdita dello zaino nei pressi di Kuc, cimante un furioso bombardamento tedesco, il 2 ottobre 1943. Un tenente della Divisione «Perugia», rinvenuto fortuitamente il bagaglio del religioso, riusd a sfuggire ad un eccidio .. . contrabbandandosi per cappellano.<111 L'episodio attesta il maggiore rispetto col quale i tedeschi trattarono i sacerdoti iraliani rispetto ai militari, forse per una qualche considerazione dello statm religioso oppure per osservanza delle norme internazionali sul · personale adibito all 'assistenza spirituale dei combattenti. D on Giovanni Battista Xilo, cappellano del 40° Sottosettore Guardia a Frontiera, di stanza a Scutari, cadde nelle mani dei tedeschi col proprio reparto. Il 17 settembre il sacerdote salì su di un camion a rimorchio che doveva portare i militari verso un campo di concentramento, ma l'imprudente guida dell'improvvisato autista tedesco ribaltò il veicolo e provocò tre morti ed oltre trenta feriti, trn cui lo stesso don Xilo. Ricoverato all'ospedale militare di Scutari, egli dapprima ricoprì le funzioni di cappellano del nosocomio e poi - grazie all'appoggio del Delegato Apostolico mons. Nigris - ottenne dai tedeschi il permesso di portare i soccorsi spirituali a migliaia di militari itaJfani rinchiusi nei campi del Kossovo o adibiti a forme di lavoro coatto sotto la direzione delle autorità germaniche. Il sacerdote ha lasciato una testimonianza impressionante delle condizioni di vita di questi prigionieri: «Assommavano a parecchie migliaia, in condizioni da fare spavento. Senza neanche una coperta, senza un cappotto, senza scarpe, vestiti in cela d'es tate, lavoravano a spalare la neve nelJe strade delle AJpi Àlbanesi. Rimasero per otto giorni consecutivi senza pane. Una volta al mese, con grave rischio della vita per quelle strade pericolosissime, facevo il giro di circa 400 chilometri per procurare loro il conforto religioso, celebrando alla sera tra la neve, assolvendo anche in massa perchè i tedeschi limitavano il tempo e comunicando non 'IO Cfr. il Promemorta e la lettera di p. Sebe.ncllo dcll'S lugUo 1947 deposilati 11J Museo del Risorgimento di Tre11to, cit.


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digiuni. Spettacoli di fede mai vidi in Italia. Vita da catacombe».91 Compatibilmente aUe difficoltose circostanze, don Xilo tentò di alleviare anche materialmente la situazione degli internati, ai quali distribuì .i proventi di alcune questue effettuate a Scutari ed a Tirana. L'attività caritativa, vista di malocchio daUe autorità militari teutoniche, è stata descritta da un confratello del cappellano nei seguenti termini: «avendo avuto l'incarico di assistere gli italiani che si trovavano a Scutari, per concessione tedesca si trovava a piede libero. E pur trovandosi sotto vigilanza, aveva il coraggio di tendere la mano a tutti per avere poi Ja grande gioia di poter donare a chi era più povero di lui>>. 92 Sotto la protezione della Delegazione apostolica, don Xilo calcolò di avere disn·ibuito - nel corso di 18 mesi - beni di prima necessità per un corrispettivo di due mrnoni e mezzo di lire italiane. In Albania il sacerdote prestò gli estremi conforti spirituali a 38 militari condan-

nati a morte dai tedeschi (.30 vennero fucilati in tempi diversi ed 8 congiuntamente), riportandone un ' afflizione nervosa che lo prostrò a lungo. Don Tarcisio Scanagatta (del quale si è precedentemente citata la rielaborazione storiografica dell'esperienza albanese) si trovava dislocato con l'Ospedale da Campo n. 49, nei pressi di Argirocastro, dove avevano sede il Comando della Divisione «Perugia>>, il 129° Reggimento Fanteria, il Comando del 151 ° Artiglieria ed il I Gruppo deJ 14° Artiglieria della Divisione <<Ferrara>> . . Dal 15 al 21 settembre la Divisione si trasferì a Santi Quaranta, per tentare l'imbarco verso le sponde italfane. Nelle not ti del 22 e del 23 settembre vennero difatti caricaci su tre navi provenienti da porti controllati dagli Alleati numerosi militari dell a Divisione «Parma» (evasi dal campo di concentramento di Drashovica), la Compagnia della Guardia di Finanza di Argirocastro ed i componenti del 147° Ospedale da campo. Il 25 settembre i tedeschi oc~, Promemoria di Giovan Battista Xilo, da Durazzo, 13 marzo 1945 (nella b. N 21). Il sacerdote apparteneva alla Diocesi di Padova. •u T. Scanagana, Testimo11ia11ze, cir., p. 91.


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cuparono Corfù e venne cosl meno la possibilità di evacuare gli italiani rimasti in attesa sulle banchine di Santi Quaranta. L 'indomani due motobarche germaniche tentarono lo sbarco nel porto albanese e vennero respinte a costo di gravi perdite. In una circostanziata relazione dell'ottobre 1945 don Scanagatta espose le traversie sue e dei militari della «Perugia», dal fallito tentativo di partire alla volta di Brindisi sino alla lotta antitedesca condotta sui monti albanesi: <<Nella speranza di ulteriori imbarchi, la Divisione ripiegò più a nord a Porto Palermo, ove attendemmo invano soccorso dall'Italia fino al giorno 2 ottobre. Frattanto truppe tedesche avanzando dal srud fecero prigionieri il Generale Chiminello, lo Stato Maggiore e numerosi contingenti di tru ppa. Ne segul, da parte dei germanici, la barbara soppressione cli tutti i nostri ufficiali catturati. L'eccidio, avvenuto a Santi Quaranta, non ebbe testimoni. Solo i civili intravidero da lontano e udirono i gemiti dei morenti. I cadaveri degli Ufficiali fucilati vennero in. gran parte gettati in mare. Il grosso della Divisione sfuggì alla cattura e continuamente spezzonato dall'aviazione tedesca riparò verso il paesello di Kuc, coll'intenzione di dirigersi verso l'interno dell'Albania». Nei primi giorni di ottobre un reparto di truppe alpine tedesche catturò in un'imboscata, nei pressi di Kallarati, diversi ufficiali italiani, che dopo alcuni giorni cli prigionia furono passati per le armi. Questo rovescio segnò per i nostri militari l'inizio di una difficile esistenza in zone impervie, condotta in piccoli gruppi senza poter mantenere alcun collegamento con altri contingenti di connazionali, come è ricordato nella relazione diaristica del cappellano lombardo: «sfuggiti anche a questa seconda cattura, vivemmo dispersi, randagi, senza viveri, senza tende, sulle montagne albanesi>>. Don Scaoagatta lameotò un doloroso malanno che lo costrinse a separarsi dai compagni di sventura, per ricercare un momentaneo asiJo: «per un a distorsione a] piede sinistro, n on potendo più continuare la marcia, mi ritirai con cinque miei soldati presso una famig lia albanese mussulmana. Vi rimasi, tolta qualche parentesi, per oltre quattro mesi, a guadagnar mi col mio sudore un


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pezzo di pane cli granoturco al giorno». Ecco dunque il cappellano della Divisione «Perugia>> costretto dalle sfavorevoli circostanze ad improvvisarsi contadino, insieme ad un pugno di cotnmilitoni. Abbastanza curioso il particolare della diversità religiosa tra il sacerdote e la famiglia ospitante: in quei tragici momenti, evidentemente, era talvolta possibile comprendersi al di sopra delle differenze segnate dalle rispettive professioni di fede. Scanagaha si sforzò, nei momenti liberi dal lavoro agricolo, di ritornare al suo ministero pastorale, pUI con tutte le limitazioni imposte dalle negative contingenze: «per quanto non potessi più celebrare nè recitare l'ufficio, non mancai di essere il sacerdote, il confidente, il consolatore e il padre di tutti qu~i poveri italiani, reietti e maltrattati dagli albanesi, lassù su quelle montagne. Consolatore dei vivi e disperati superstiti. .. sacerdote offerente preghiere pei deceduti, le cui fosse comuni non distavano da me molte ore di cammino». In simili difficoltosi frangenti il reverendo trovò comunque modo di radunare un gruppo di militari per celebrare la festività natalizia, in un momento comunitario che lasciò nei presenti un duraturo commosso ricordo: «da alcuni ufficiali superstiti, mi viene ancora oggi rievocata come una delle scene piu altamente spirituali della loro vita la mattina del 25 dicembre 1943, quando nella chiesa greco-ortodossa di Cioraj, cosl fredda, cosl indifferente ai nostri cuori, tutti cenciosi e tremebondi pel freddo, fame ed angoscia, vissero attraverso la mia parola sacerdotale la mistica festa del Natale».93 Ancora un altro paio di mesi e l'esistenza alla macchia veniva -bruscamente a terminare per una delazione, che segnalò ai tedeschi la presenza nel villaggio di Dermades del cappellano e dei suoi compagni di peregrinazione. Catturato nella mattina del 29 febbraio 1944, don Scanagatta verrà dapprima incarcerato a Valona e quindi tradotto nei campi di internamento della Serbia, per essere infine inviato nei lager cli Miilberg e di Norimberga. 94 93 I passaggi diaristici sono ripresi dalla relazione stesa da don Tarcisio Scanagat· ta il 13 ottobre 1945, al rimpatrio dall'internamento tedesco (il documento è deposita· to nel FPC del barnabita) . 94 Tarcisio Scanagatta (nato il 2 luglio 1915 a Varenna) rievocò l'esperienza alba-


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Il cappuccino p. Angelo Lecchi all'annunzio dell'armistizio si trovava a Berat, nell'Ospedale da campo n. 146. Il locale Presidio militare italiano - impossibilitato a comunicare con il Comando Superiore di Tirana - sino al 15 settembre tergiversò dinanzi alle insistenti richieste tedesche di effettuare una scelta di campo, ma la situazione divenne insostenibile e la maggior parte dei militari decise di accompagnarsi alle formazioni ribellistiche albanesi. Il religioso così rievocò quei decisivi momenti: «Giorni di trepidazione. Ammalati gravi in quelrepoca non ve n'erano degenti, perciò preferii seguire i miei soldati e numerosi ammalati, datisi alla macchia, con la prospettiva di riuscire utile al loro bene spirituale come infatti si avverò». 95 P . Angelo Lecchi rimase per ben venti mesi tra gli italiani antifascisti ed i partigiani albanesi: dal 15 settembre 194 3 sino al 26 maggio 1945. Durante questo lungo periodo egli attraverso vicissitudini di ogni genere. Nel gennaio 1944 scampò miracolosamente al fuoco concentrico di due autoblinde, «perdendo gli ultimi stracci e i paramenti sacri». Poi si ammalò gravemente e dopo due mesi di degenza venne aggregato al genio militare («genio per modo di dire», scriverà spiritosamente in una relazione stesa posteriormente al rimpatrio). Lavorò con un gruppo di italiani al riattamento di un ponte sul fiume Osum ed alla ricostruzione di Premeti. L'attività manuale non impedl al cappellano di adempiere alle cure spirituali: «in questa condizione esercitavo il sacro ministero colla parola ben accetta dai numerosi ufficiali e soldati che potevo avvicinare». Il memoriale steso da p. Lecchi - nel quale il sacerdote afferma di essere stato inserito dai partigiani albanesi nella Brigata nese in alcune 1e lettere scritte negli anni 1945-1949 aJ dott. Fra11cesco Rovida che le depositò presso il Museo del Ri orgimento e della lotta per la libertà cli Trenco, Archivio Resisrenza). eJl'imm d iato dopoguerra il acerdote - titolare del la parrocchia torinese di . Dalmazzo - prospettò al Minfatro dcUa Guerra di organizzare una spedizione alla volta dell'Albania con lo scopo di identificare i caduti iculianj ivi sepolti di rimpntriaroe le salme. U progetto non venne pero realizzato, consid rate le diffìcoltà di naturn oggerciva e gli osrncoli di p lirica estera (dr. la le tera del mini.i tr Bro io don anagatta del 1,3 maggi 1946, consultabile n I citato Mu eo di Trento) . ~j Angelo Lecchi, Relazione., Milano, 4 novembr 1945 (nel FP ). Il sacerdote era nato a esto . iovanni il 25 novembre 1905.


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«Antonio Gramsci» ')(, - sintetizza con prosa realistica ed efficace la problematica situazione dei militari italiani attivi nella lotta resistenziale nel Paese delle aquile: «Quattordici mesi continui di montagna. La mia vita come del resto di quasi tutti gli italiani, si compendia in questo : freddo, fame, nudità e umiliazioni. Chi non ha provato la vita su le montagne albanesi non può farsene un'idea adeguata. Derubati, venduti, disprezzati, parecchi fucilati, altri morti di fame, dimenticati dallo stesso governo italiano, trattati dai nostri fratelli (!) albanesi, specie quelli che lavoravano nelle famiglie, come schiavi. Lavorare dalla mattina alla sera per un tozzo di pane, anche sotto l'acqua, la neve e ammalati, per non venire privati di quel misero cibo. Molti furono i morti nei vari scontri coi Tedeschi, perchè gli Albanesi, dopo le prime raffiche di risposta, lasciavano ai nostri il sostenere il pondus diei et aestus. Numerosi i morti di fame e stenti. Ammalati languivano senza cura e medicine, specie coloro che non appartenevano alle formazioni partigiane. Parecchi ne assist.ii confessando, perchè privo di Olio Santo smarrito coi paramenti. L'elenco dei caduti dovetti bruciarlo, essendo sospettato quale sobillatore e sabotatore. Sfuggii a molti pericoli quasi in modo prodigioso». 97 Il 2 novembre 1944 p. Lecchi scese dai monti per recarsi tra i battaglioni dei lavoratori italiani impegnati ad Ura Cuci ed a Ura San Beu, in condizioni di incredibile miseria. In occasione delle celebrazioni domenicali - scrisse il sacerdote - «assieme si pregava e alle volte si piangeva». Durante i 14 mesi di permanenza nella zona di Berat tra gli uomini della «Antonio Gramsci», p. Lecchi fu il solo cappellano della Brigata e prestò saltuario servizio negli ospedali partigiani di Vertop e di Cernodo. Nella primavera 1945 il clima divenne irrespirabile per il sacerdote: la crescente campagna ateistica dei comunisti albanesi

w, Cosl il cappel.lano denomina, nella sua relazione, il battaglione i<Aaronio Gramsci», costituito intorno alla metà dell'ottobre 1943 da un un gruppo di militari della Divisione «Firenze», raccolcisi attorno al sergente Terzilio Cardinali. qJ Ibidem.


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non forniva garanzie sull'incolumità del religioso italiano, e fu con trepidazione che il 26 maggio egli s'imbarcò con i militari della sua Brigata a Durazzo, su di un mezzo da sbarco inglese che nella stessa giornata depositò i reduci sul porto di Brindisi. 98 Particolarmente drammatica fu l'esperienza attraversata da Alberto Ginghello, in servizio presso il Cimitero militare di Valona. Il 10 settembre il cappellano, caduto prigioniero dei tedeschi, venne rinchiuso in un campo di smistamento, dove rimase pet cinque giorni privo di cibo. Poi venne l'ordine di partenza alla volta del lago d'Ocrida, tappa di un lungo viaggio verso la Germania, sennonchè i partigiani albanesi riuscirono a liberare - dopo un sanguinoso combattimento - alcune migliaia di soldati italiani, datisi poi alla macchia. Don Ginghello si sforzò di assolvere ad una funzione di collegamento tra gruppi di militari sbandatisi, incalzati dai rastrellamenti tedeschi, e che in parte avevano trovato un provvisorio precario impiego lavorando alle dipendenze delle famiglie albanesi. Il sacerdote rincuorò i commilitoni, «incoraggiandoli alla forza e alla preghiera»; cercò di tenere aggiornato l'elenco dei morti e di prestare sommaria assistenza sanitaria ai feriti. 99 Nella relazione stilata posteriormente al rimpatrio sono spiegati senza circonlocuzioni i motivi della presenza del cappellano tra i militari saliti sui monti albanesi, nelle sofferenze e negli incerti della vita nomade: «Vedendo la fuga e la cattura di tutti gli ufficiali compresi i cappellani non ebbi coraggio di partire a rifugiarmi, pensando che i poveri soldati sarebbero rimasti soli, senza assistenza spirituale, senza una guida, senza un ordine e quindi attraverso tante calamità, disagi e privazioni di ogni genere sarebbero raggiunti chissà a quale follia . Tanto è vero che nonostante 98

Le notizie sono riprese dalla. relazione di p. Angelo Lecchj precedentemente ci-

tata . 99 Alberto Ginghello, Appunti utili per l'Ordinariato. Relazione priva di date (redatta presumibilmente verso la metà dd 1944 , subito dopo il rimpatrio), depositata nel FPC. Ginghcllo - nato il 5 agosto 1905 a Piedimulera (Novara) - apparteneva all'Or· dine dei cappuccinj; assegnato il 21 luglio 1943 alla Sezione Cure Onoranze. ai Caduti in Albania, giunse nove giorni più tar& in territorio considerato in stato di guerra .


77 le mie continue esortazioni, quando il dolore e lo sconforto con fame , freddo e sete si fecero sentire sotto la forma piu crudele sino al punto di doversi cibare con tartarughe, ghiande, erbaggi eccetera , fu allora che alcuni impazzirono di esaurimento, altri morti di fame e altri suicidati e annegati». Queste riflessioni si riferiscono a circa novemila italiani sbandatisi sui monti, in gruppi di varia consisttnza numerica, alla ricerca di un modo per sopravvivere, eludendo i rastrellamenti tedeschi e prestandosi a collaborare con gli albanesi, nei reparti partigiani o nelle famiglie di contadini e di pastori. Don Ginghello si unì ad un contingente di soldati laceri e denutriti ai quali nei momenti più duri fece balenare le prospettive del rimpatrio per evitare un generalizzato cedimento psicofisico. Finalmente il 10 giugno 1944 il cappellano riusd - superando ostacoli di diversa natura - ad imbarcarsi, con un «drappello composto di 350 soldati seminudi, abbrutiti e ammalati per le grandi sofferenze»: la sua relazione si conclude con espressioni di ringraziamento alla provvidenza divina per «la grazia» del ritorno in Italia: «dopo vari pianti e gemiti strazianti da commuovere anche i cuori più induriti, arrivò finalmente la motozat tera con l'ordine di imbarcare tutti .. . La misericordia di Dio è grande nelle sue vie nascoste e ancora una volta ha gloriosamente addimostrato al mondo e ai cuori fedeli la Sua bontà e giustizia». 100 In una nota consegnata all'Ordinariato che gli aveva richiesto informazioni sul destino dei suoi colleghi, don Ginghello ammise di non avere informazioni certe ed illustro con accenti dolorosi la diaspora che aveva colpito le truppe italiane: <<dei cappellani di Albania non si seppe più nulla, eccetto di uno che ridotto in pessime condizioni esercita l'ufficio di infermiere presso il p.c. [partito comunista? n.d.r.] Vi sono colà altri cinque medici; alcuni ufficiali si ridussero a far i pastori sulle montagne, due maggiori e un colonnello esercitarono l'arte del muratore nei pressi di Galarat; altri ufficiali e molti soldati ancora si trovano in quelle

100

A. Ginghello, Appunti utili per l'Ordinariato , cit.


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terre, ma in località in cui non è possibile giungere al mare se non dopo vari giorni di cammino con massimo pericolo della vita». 101 Un terzo cappellano entrato attivamente nel movimento resistenziale fu p. Pietro ScaJvini. In servizio l'8 settembre 1943 presso il 13 ° Reggimento Cavalleggeri «Monferrato», di stanza a Berat, ebbe la sorte di fungere da intermediario tra i partigiani albanesi ed i militari italiani. Questa la relazione degli eventi seguiti all'armistizio: «il 16 settembre 1943 partii con un gruppo di centodieci uomini dei vari Reparti del mio Reggimento per raggiungere Vertopi1 dove col 14° Rgt. Artiglieria Guardia alla Frontiera e coJ 146° Ospedale d a campo ci dovevamo presentare secondo accordi presi coi capi partigiani di Berat. TI 2 ottobre giunse anche iJ Comandante del Reggimento Col. Lenzuolo Luigi col 2° Gruppo Squadroni Ci unimmo tutti e fummo inviati dal Comando partigiano in località Bukova, dove rimasi finché - li 10 ottobre - fui ricoverato in ospedaletto da campo per malaria. Dopo pochi giorni, guarito, raggiunsi il reparto che stava spostandosi e mi portai con esso a Berat». Per un mese don Scalvini potè assistere i diversi contingenti di militari italiani attivi al fianco del movimento resistenziale, dedicandosi pure al recupero ed al soccorso di piccoli gruppi di soldati sfuggiti ai tedeschi e datisi alla macchia. Il 15 ottobre il cappellano si trovava insieme ad alcuni commilitoni nella cittadina di Berat, quando i germanici assunsero i1 controJlo della zona. Iniziò allora una rischiosa esistenza clandestina, affrontata con spirito battagliero: <<mi vestii da frate e mi tenni nascosto, lasciando crescere la barba per non essere riconosc.i uto da quei militi della 'Brennero' che avevano firmato con i ted~schi. Fino ai primi di febbraio 1944 continuai l'opera di assist,e nza ai soldati,

cercando di dissuaderli dal p1·esentarsi ai tedeschi e procurai perciò di tTovare loro sistemazioni di lavoro presso famiglie e artigia-

ni di Berat». Dall'ultima settimana di dicembre 1943 don Scalvini era soli101

Appunto privo di dal8 - :l firma <•Il Lcn . cnpl)cllnno Ginghcllo Alberro<> ma probabilmente riferibile all'inizio dell'estate 1944 (nel rrc).


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to recarsi ogni domenica dal parroco di Devoli per coadiuvarlo nelle funzioni religiose. Questa attivita celava un' accorta azione di <<resistenza passiva anche presso i prigionieri che lavoravano nel cantiere e presso gli operai. Imprigionato il giorno 13 marzo 1944 per aver ospitato un mio sergente maggiore venuto dalla montagna a prendere medicinali, fui rilasciato il 18 dello stesso mese perchè solo il parroco fu ritenuto responsabile. Dalle prigioni di Tiranà ritornai cosl a Devoli e vi rimasi fino ai primi di marzo 1945. In tutto questo periodo continuai l'opera di assistenza morale per la resistenza, tenendo corrispondenza sotto falso nome per soldati e sottufficiali e ufficiali, falsificando permessi per soldati che dovevano spostarsi, facendo ricoverare nell'Ospedale dell'A.LP.A. soldati ammalati con nomi falsi perche non fossero arrestati dalle locali autorità tedesche. Procurai anche di compiei· opera di demoralizzazione dei soldati Austriaci e Francesi forzati a militare nelle file tedesche, incitandoli alla fuga. Da ultimo nascosi molto materiale per facilitare la ripresa del cantiere al momento della ritirata delle truppe tedesche e per cio ebbi anche un abboccamento con i capi partigiani della Brigata: Mani Nisciova e Maomet Mekemea». La presa del potere da parte dei comunisti di Enver Hoxa comportò per don Scalvini l'incarcerazione per sabotaggio antigovernativo, il primo marzo 1945. Condannato a due anni di reclusione, alla fine di aprile fu rilasciato e potè rimpatriare . L attività partigiana del cappellano bresciano è attestata dalla motivazione della Croce di guerra al valore, conferitagli per i servizi svolti in favore dei militari sbandati i sui monti albanesi: - «dopo l'armistizio si sottraeva alla cattura e durante un lungo periodo di attività clandestina dava con grave rischio personale il suo aiuto morale e materiale a tutti gli italiani della regione. Carcerato perchè sospettato di attività partigiana e rilasciato poi per il suo contegno fermo e sereno, riprendeva, noncurante del pericolo cui si esponeva, a svolgere la sua opera in favore di quanti avevano affrontato l'incerta sorte della montagna. Albania settembre 194.3 - maggio 1945>>. 10~

'°1 Cfr. Cappellani Militai-i 1870-1970 , cit., pp. 271-272. P. ScaJvini B resc ia nel 1902 - apparteneva ai reLlgiosi deU Istituto dell 'O ratorio .

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La maggioranza dei cappellani dislocati in Grecia venne deportata nei campi di concentramento tedeschi, insieme al responsabile del clero castrense italiano in terra ellenica, mons. Calogero Guttilla, in servizio ad Atene presso il Comando Superiore della Grecia. 1m Le autorità germaniche accettarono la designazione disposta dal Delegato Apostolico ad Atene, mons. Testa, che agli inizi del 1944 provvide a rimpiazzare mons. Guttilla con p. Ercolano Oberkalmsteiner, un religioso cli origini tirolesi che svolse il delicato ruolo affidatogli senza ingerirsi in questioni di natura politica, lasciandosi guidare dall'obbiettivo di giovare ai militari internati. !1)4 Le vicende deJ clero militare successivamente all'armistizio possono essere esemplificate, per quanto attiene la Grecia, dalle vicende di due cappellani arrestati dai tedeschi e quindi internati in Germania (don Giuseppe Fermento e p. Antonino Joppolo), di un sacerdote unitosi ai soldati ed agli ufficiali riparati sui monti con i partigiani (don Ennio Iacovone) e di un religioso che cercò cli affiancare all'attività «ufficiale» una dimensione clandestina antifascista (don Paolo Nociforo). Don Giuseppe Fermento, del Comando Base Militare n. 2.3, avuta notizia dell'armistizio attraverso 1a radio, si mantenne in IOJ Calogero Guttilla - nato a Ciminna (Palermo) jJ 25 gennaio 1891 - , cappellano capo in servizio permanente effettivo, fu catturato in Atene il 19 settembre 1943 e venne internato a Luckenwalde, dove giunse il 7 ottobre. Successivamente Guttilla fu trasferito nei campi di Zehelendorf West, di Wilhelmshaven e cli Oldenburg. Il 18 _agosto 1945 iniziò il viaggio di rimpatrio. •04 Rodolfo (p. Ercolano) Oberkalmsteiner in servizio presso l'Ospedale da campo n. 145 di Levadia - apparteneva all'Ordine francescano . Internato il 9 settembre col personale di assistenza sanitaria in un campo nei pressi di Tebe, nel gennaio 1944 fu nominato responsabile del clero militare italiano in Grecia. In aprile cffertuo una visita alla sede veronese deUa Seconda Sezione dell 'Ordinariato Militare per riferire su tre questioni di fondo (<Jo stato miserabile degli internati italiani ai quali non era ancora possibile scrivere alle loro famiglie; lo stato dei cimiteri italiani; la necessità di altri cappellani»: dalla relazione compilata iJ 26 novembre 194 5, nel FPC), ottenendo da mons. Casonato J'investitura ufficiale a c.m. capo. Padre Oberkalmsteiner visitò numerosi campi allestiti in territorio ellenico ed in alcune circostanze riuscì ad ottenere dalle autorità tedesche miglioramenti nel trattamento dei prigionieri. Verso la metà del novembre 1944 il cappellano riuscì ad eludere la sorveglianza germanica e s'.imbarcò alla volta cli Taranto.


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costante contatto con il proprio Comando, «in attesa di ordini specifici che non vennero mai dati». Il 9 settembre i tedeschi occuparono le strutture militari del Pireo e concentrarono gli italiani nella caserma del Comando, per avviarli quattro giorni più tardi alla stazione ferroviaria principale di Atene. Rimasero alla Base il Comandante, alcuni ufficiali e pochi soldati, in attesa di venire a loro volta condotti dai tedeschi verso la prigionia. Queste le immediate considerazioni del cappellano: «Non volendo abbandonare i miei soldati, ai quali avevo promesso di seguire la loro sorte, qua-lunque fosse stata, presi congedo dal Comandante della base e la sera stessa del 13 settembre partii con circa mille soldati dal Pireo. Il 14 il treno, scortato da tedeschi armati, lasciava Atene diretto al Nord». 10 Il trasferimento si concluse il 26 settembre, col provvisorio internamento al campo di Miihlberg. 106 j

P. Antonio Joppolo, dal maggio 1943 di stanza a Marina di Corinto, venne catturato da due soldati germanici nella mattinata del 9 settembre, al rientro nella camera d'albergo subito dopo la celebrazione della messa quotidiana. Il cappellano - eh~ nella serata precedente aveva caldeggiato, durante le discussioni avute con gli ufficiali, il proposito di opporsi con le armi alle pretese teutoniche - diede prova di notevole sangue freddo e provò ad eludere la sorveglianza: «Non alzai le mani. Avevo una pistola e non volli consegnarla. Al momento opportuno gettai l'arma dove nessuno avrebbe potuto mai ripescarla. Credendo che la notte avrebbe portato consiglio, tentai la fuga per raggiungere il distaccamento e ricongiungermi ai miei marinai. Mi precipitai giù per le scale, inseguito dai due segugi, ma giunto sulla strada incontrai la maggior parte di Marina Corinto incolonnata col Comandante Meriggiali in testa - tra le sentinelle tedesche. Con amarezza ineffabile salutai militarmente i Sacrificati e mi unii alla coloniot Re/ozio11e ml comportamento del Tenente Cappellano Fom1e11to Giuseppe d11ra11te il periodo 8 seuembre 1943 - 16 aprile 1945, Savona, 28 agosto 1945 (nel FPC). Fermento era nato a avooa il 18 gìugno 1914.

Giuseppe Formemo rimase a Mi.ihlberg dal 26 settembre al 10 ottobre 1943, poi fu trasferito nei campi di Beniamin w, di Deblin, di Meppen , di Sandbostel e cti Wietzendorf. Rimpatriò nell'agosto 1945. 106


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na; volevo morir con loro sul campo dell'onore, decisi di partire con loro e per loro in un campo cli concentramento, campo reso pure onorevole se meritato per un ideale: la Patria. Capii subito che il mio ministero assurgeva ora ad un'altezza di necessità mai pensata per l'innanzi (quante cose insegna 1 esperienza personale!) . Gia con il suo inizio la débacle portava evidentissimi i segni dello sbandamento, del disordine dell abbattimento della disperazione, dello spirito di conservazione sublimato nella rinunzia piu completa ad ogni umana dignità, nell'egoismo piu esclusivista». 107 Una decina cli giorni piu tardi, durante l'internamento a Corinto, il Comando tedesco propose a p. Joppolo l'adesione alla RSI (con la garanzia del rimpatrio). Il sacerdote rispose che la sua condizione di cappellano gli imponeva di seguire la sorte comune, ovvero il trasferimento in un lager germanico. 10 Don Ennio Iacovone, in servizio presso l'Ospedale da Campo n. 49 della Divisione «Pinerolo», visse ì drammatici giorni seguiti all armistizio nella città di Triccala, in Tessaglia, insieme al collega p. Marino Pilati. Nel tardo pomeriggio dell' 11 settembre, dopo logoranti trattative con i partigiani e con la Missione militare inglese, i soldati italiani abbandonarono la città e salirono sulle montagne (controllate dai militanti dell'EAM e dell'ELAS, strutture politiche e militari del fronte delle sinistre). In una prosa asciutta, il cappellano ha rievocato fatti e sensazioni di quelle controverse giornate: «Vesodo dalla città avvenne in modo disordinato; fu abbandona-to gran parte del materiale in balia dei ribelli e della popolazione; i soldati portarono le armi individuali e poche altre cose di prima m7 Antonino Joppolo, Relazione 8 settembre 1943 - 5 dicembre 1945, Messina, 25 gennaio 1946 (in AOMI, b. N 21) . Il cappellano - nato a S. Salvatore cli Fitalia (Messina) il 9 settembre 1909 - apparteneva all'Ordine dei Missionari Oblati di Maria Immacolata. tos Il 19 settembre p. Joppolo saliva sulla tradotta che da Atene lo avrebbe portato - insieme a circa duemila militari - al campo di concentramento n. 184 di Berlino . Il cappellano fu poi trasferito a Luckenwalde ed a Schoeneberg. Liberato nd gennaio 1945, il sacerdote rimase nella capitale tedesca operando con h1 Croce Rossa Italiana di Berlino. Nel maggio fu rastrellato dai sovietici, inviato in URSS e rimpatriato nell'ottobre 1945.


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necessità. Lungo il percorso i ribelli, unitamente alla popolazione, salutavano col pugno chiuso, cantavano inni comunisti ed inneggiavano alla decisione presa dagli Italiani di passare sulle montagne. A tarda sera giungemmo, come meglio si potette, nel paese di Porta Pasari, ai piedi di quei monti che dovevano sventuratamente ospitarci, e che era stato incendiato dalla nostra Cavalleria in un rastrellamento del giugno 1943. Di qui, però, verso la mezzanotte ricevemmo ordine di tornare indietro e la mattina del 12 giungemmo a Lazzarina, località della pianura non molto distante da Triccala, mentre in detta città. erano giunti reparti tedeschi che vi avevano posto il loro presidio. A Lazzarina passammo dei momenti tristi, momenti di indecisione e di incertezza: persistere nel proposito di rimanere con i ribelli, i quali già mostravano idee poco rassicuranti nei nostri riguardi o tornare con i tedeschi che già erano usciti, come comunicarono alcuni informatori, alla nostra ricerca? Rimanemmo con i ribelli». 109 I rapporti con i partigiani greci furono improntati alla reciproca sfiducia: secondo il cappellano, gli andartes miravano ad impadronirsi delle armi degli italiani. In ogni caso, nel primo mese di resistenza antitedesca don Ennio Iacovone potè adempiere senza inconvenienti le consuete mansioni di assistenza religiosa: «in questo periodo, compreso tra il 14 settembre ed il 14 ottobre io potetti essere libero nell'esercizio del mio ministero che svolgevo a Tirna ed a Dremisi dove era il quartiere generale. Don Marino Pilati esercitava il suo ministero a Porta ed a Chiana, dove era la cavalleria . Andai diverse volte anche a Pertuli, nella sede del Comando Italiano, per celebrare la S. Messa e dove, dal Generale all'ultimo soldato, si accostarono alla Sacra Mensa». Il 14 ottobre i timori del cappellano divennero realta: i seguaci dell'ELAS imposero ai militari italiani di cedere loro le armi. Al Comando del 6° Reggimento «Lancieri di Aosta}> si oppose resistenza e nello scontro che ne segul perse la vita don Marino Pilati, uscito allo scoperto per soccorrere i feriti. Colpito alla gamba, al torace ed alla testa, il sacerdote spirava il 26 ottobre all'O109

Relaiione di lacouone Don Ennio -

Sulmona, marzo 1945 (in AOMI, b. 0 ).

Cappellano militare redu ce da lla G recia ,


Grecia

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spedale di Tirnaa. Al reverendo verrà assegnata la medaglia d 'argento al valore militare , alla memoria: <<Tenente cappellano di un reggimento di cavalleria dislocato oltremare, all 'atto delrarmistizio fedele agli ordfoi del governo del Re dfiutava ogni richiesta di collaborazione coi tedeschi continuando a svolgere la sua alta missione presso le nostre unità schieratesi coi patrioti contro il rradizionale nemico. Già distintosi in precedenti azioni per coraggio ed abnegazione, durante un attacco di preponderanti forze avversarie si prodigava con notevole slancio nell'assistere i feriti portandosi presso le posizioni più avanzate. Ferito, non desisteva dalla sua nobile missione; colpito per ben tre volte, sen tendo approssimarsi la fine rifiutava ogni soccorso preferendo morire accanto ai suoi soldati sul campo di battaglia. Nel trapasso eroico rivolgeva al proprio comandante di reggimento parole sublimi di amor patrio. Kiana, 14 ottobre 1943». 110 Subito dopo gli incidenti coi partigiani, gli italiani furono incalzati dai rastrellamenti tedeschi e si concentrarono - in nume· rodi citca seimila - a Neraida, sotto la pesante tutela dell'ELAS e la sovrintendenza della Missione Inglese. Nel campo, a 1..300 metri sul livello del mare, vi era un solo cappellano: don Iacovone. IJ 27 novembre, sorto una pioggia torrenziale, un' incursione germanica volse in fuga la massa degli italiani , male in arnese ed in buona parte priva di armi efficienti. Il sacerdote decise di seguire la colonna degli sbandati, «per dividerne la fame ed i tormenti e per dar loro l'unico conforto che ci era rimasto in queJla terra inospitale: il conforto spirituale>~. La . partenza avvenne in fretta e furia, costringendo don Iacovone a lasciare nel campo il prezioso materiale che sino a quel momento era riuscito a salvare: <<non potendo portare con me la cassetta dell'altarino, provvidi a mettere in uno zainetto l 'indispensabile per Ja celebrazione della S. Messa e, caricatomi di esso e della poca roba rimastami, mi accodai agli ultimi fuggia schi mentre i tedeschi avanzavano verso Neraida>>. 111

°

11

Cfr. Cappella11i Militari 1870-1970, cit., p. 237. P. Pilati (Tremo) nel 1912 - appancneva all'Ordine di Maria Vergine. 111 Relazione di lacovo11e D011 Er,11io, cir., p. 7.

naro a Tassullo


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Cappellani milit.ari italia11i 11elki resi.ste11w all'estero

Le condizioni dei nostri militari erano drammatiche: dopo 24 ore di marcia su sentieri montani senza 1a possibilità di rifocillarsi, i fuggiaschi si trovarono stretti tra due fuochi (la cattura da parte dei germanici e le razzie dei greci). In quel frangente il cappellano lamentò il furto del materiale devozionale: «la situazione diveniva sempre più tragica: a Karvarsarà erano giunti i tedeschi, da Petrilla giungevano colonne di uomini spogliati dai greci che, dopo aver fatto bottino, li avevano scacciati dal paese. Giunse anche il mio soldato che nella confu- sione della prima notte aveva battuta una strada diversa e che, in quel momento, portava lo zainetto con gli oggetti sacri. I greci non avevano risparmiato nemmeno tali oggetti e, per quanto il soldato (un seminarista mio alunno) avesse fatto loro capire che era il Cappellano, per vedersi risparmiare l'altarino, dovette subire la perquisizione e venne percosso quando protestò durante la trafugazione dei candelieri, del Crocifisso, della patena e del vasetto dell'olio Santo. Quei maledetti li credettero di oro e li portarono via». 112 Nella confusione del momento i militari italiani non trovarono negli ufficiali alcun valido riferimento. Secondo guanto narrato da don Iacovone, il Maggiore che aveva svolto fa funzione di

Comandante del campo di Neraida abdicò a qualsiasi responsabilità, al punto che - richjesto di un consiglio sul da farsi - avrebbe rifiutato formalmente ogni impegno: <<incurante delle nostre situaziorù e delle nostre condizioni, dando prova di incomprensione e di un egoismo senza pari, tirò di lungo e ci disse: 'Qui non ci sono gradi. Ognuno faccia quello che vuole, io vado per i fatti miei'. Quello che maggiormente aggrava il suo comportamento sta .iJ fatto che non volle far accodare a quei pochi uomini che lo seguivano, e che cercava di sbarazzarsene, altri che cercavano

protezione e guida nell'U(ficiale superiore. Dovetti faticare non poco per calmare gli animi dei soldati che, esasperati per tale inqualificabile comportamento, volevano fa te giustizia». •u Da quel momento i militari ravvisarono nel cappellano la loro 112 IU

Ivi, p. 8. lvi, p. 9,


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guida e, nonostante don Iacovone chiarisse ai compagni di sventura di non sapere dove dirigere i propri passi un centinaio di soldati lo segul nell'imperversante pioggia autunnale lungo erti sentieri montani. Per il riposo notturno vennero utilizzate chiesette diroccate oppure edifici di culto ancora in funzione nei quali il cappellano celebro messe propizia-carie. Il 5 dicembre la colonna dei militari sbandati giunse al villaggio di Karoplessi dove si rivelò possibile riprendere i contatti con la Missione Inglese ed incolonnarsi verso il campo cli Neraida, nel frattempo ritornato sotto il controllo degli Alleati. Anche don Iacovone, fermatosi alcuni giorni nel villaggio per accudire gli ammalati intrasportabili, fece ritorno a Neraida. ·All'interno del campo la vita era quanto mai dura: su quattromila militari, nei mesi di gennaio e di febbraio si registrarono in meclia una ventina di decessi giornalieri. TI cappellano cercò di identificare le salme e di curarne la sepoltura, ostacolato dalla generale assenza di documenti di identità e dall'occultamento dei cadaveri attuato dai miseri soldati per usufruire della razione giornaliera dei defunti. A dispetto delle sovrastanti difficoltà, don Iacovone riuscì ad esplicare - sia pure in modo saltuario - il ministero sacerdotale: «a turno facevo il giro delle case dirute, dove erano alloggiati i militari, per portare la mia parola cli conforto alla gente affamata che, vedendomi, mi chiedeva del pane, che non potevo dispensare. La celebrazione della S. Messa era possibile solo nei giorni festivi, quando potevo avere del vino, mentre le ostie venivano confezionate da me, con dei mezzi di fortuna . U giorno di Pasqua, e la settimana successiva, mi fu possibile fare il precetto Pasquale a tutto il campo che avevo diviso in settori, celebrando in ognuno, in giorni diversi. Gli andartes, per quanto bolscevichi, non hanno mai impedito il mio ministero». tH Ai primi tepori primaverili il campo si svuotò, in quanto i militari si adattarono ad un impiego lavorativo presso i civili greci. il cappellano si spostò allora all'Ospedale di Saika, luogo di degenza di numerosi italiani. Don lacovone si recò in diversi villaggi dove risiedevano decine di soldati e celebrò funzioni religiose. 114

lvi, pp . 14-15 .


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Nel corso di queste peregrinazioni egli potè rendersi conto del tenore di vita dei connazionali riparatisi sui monti per sfuggire ai tedeschi: «Ovunque fuj accolto con entusiasmo e conobbi le sofferenze degli italiani. Durante le lunghe ore di marcia per portarmi da un paese all'altro incontravo gruppi di soldati intenti al lavoro dei campi; molti soldati li vedevo tirare l'aratro al posto dei buoi e ricevere bastonate mentre gli veniva negato un pezzo di pane dai loro perfidi padroni che ricevevano lauto compenso dagli Inglesi per il mantenimento dei lavoratori. Lascio immaginare · con quale piacere rivedevano il loro Cappellano ed ascoltavano una parola di conforto». iu L'opera di assistenza religiosa diede esca ad alcune incomprensioni sfociate in curiose contestazioni contro don Iacovone accusato da un «papas» ortodosso nientemeno «di aver mangiato l'ostia più grande di quella somministrata ai soldati durante la comunione» (cio avrebbe attestato le vedute antiegualitarie del sacerdote) e di essersi impegnato in attività propagandistica in fa. vore della monarchia (per avere esaltato la maesta ... di Cristo Re). Finalmente ritiratisi i tedeschi, nell autunno 1944 fu possibile procedere a1 rimpatrio dei militari italiani, mentre divampava la guerra civile. Don Iacovone rimase a Kardizza con un migliaio di connazionali e per un mese attese con ansia l'arrivo di un imbarcazione alleata. In quel f attempo la zona era caduta sotto il controllo dei partigiani comunisti cieli ELAS. li giorno di Natale una nave statunitense approdò per acco 0 liere gli ultimi italiani. Gli esausti militari poterono cosi salpare alla volta della patria. Il viaggio si svolse regolarmente ed il 29 dicembre i reduci sbarcarono n 1 porto di Taranto.

Oltre ai sacerdoti che seguirono la sorte degli internati ed a quelli che presero parte alla vita randagia sui monti della Grecia vi fu una terza componente di cappellani - che rimasta nel territorio controllato dai tedeschi - provò ad alleviare la orte dei prigionieri e tentò in vario modo di favorire i militari sbandatisi sui monti o celati in precari rifugi negli agglomera ti urbani. Que11 ,

Ivi p. l6.


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sti religiosi vennero a trovarsi in una posizione delicatissima: ottenuta dalle autorita germaniche relativa libertà di movimento ed in alcuni casi assunto l'impegno di collaborare con i nazifascisti cercarono talvolta di eludere la sorveglianza teutonica coscienti dei gravi rischi che ciò comportava. Tale opera si sviluppo soprattutto in termini di provvidenze materiali in favore degli sbandati, ai quali si cercò di offrire viveri vestiario medicinali. A volte fu possibile trasmettete per tempo preziose informazioni su imminenti rastrellamenti tedeschi. Tra i religiosi impegnatisi nel rischioso «doppio gioco>> vi fu don Paolo Nociforo, della 38a Sezione Sanità della Divisione di Fanteria «Piemonte», di servizio a Pattasse. Dopo essere riuscito per quattro mesi a svolgere attività clandestina di assistenza ai fuggiaschi nella regione del Peloponneso il 2 febbraio 1944 il cappellano fu arrestato dalla Gestapo e gettato in una cella delle carceri cittadine. Tre giorni più tardi don Nociforo fu sottoposto a sevizie, nell'intento dj strappargli i nomi dei militari coi quali aveva stretto rapporti personali. Ecco l'impressionante descrizione delle torture subite a Patrasso ad opera di un sergente nativo di Trieste, che senza preavviso assaU il sacerdote con <runa serie di schiaffi, di pugni, di nerbate ai fianchi, al petto, allo stomaco al naso, agli occhi da lasciarlo quasi tramortito. Mentre con le mani e col nerbo gli inveiva contro, delle domande incalzanti pretendevano risposte sul nascondiglio degli Ufficiali Italiani, sul posto di approdo del sommergibile inglese sul luogo di adunanza dei capi partigiani sul quantitativo di armi nascoste, sul numero di -inglesi presenti sulle montagne . Dopo quasi mezzora di simile pas atempo, forse perchè stanchi, decisero di cambiare sistema. Lo obbligarono a sedersi su di una sedia fissa al terreno, gli legarono i polsi dietro la schiena con una grossa fune nodosa, unirono mani e piedi con la stessa fune, gli passarono due fili di rame ai pollici delle mani e tosto ripresero le domande come prima. Al suo netto rifiuto iniziarono una trasmissione di corrente, regolata però con un reostato; lo spasimo della sofferenza produceva delle contrazioni ai muscoli, la testa sembrava che scoppiasse, i polsi sembrava si tagliassero. Quegli uomici erano divenuti delle belve e prolungavano la tortura fintantoché non si accorgevano che il


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cuore non ne venisse meno e solo abbassavano il reostato quando la resistenza fisica si affievoliva. Tosto incalzavano con le solite domande e al rifiuto delle risposte aggiungevano delle nerbate, dej pugni e delle pedate negli stinchi. Al sottoscritto parve che l'ultima ora fosse già arrivata e, prima di chiudere definitivamente gli occhi, volle dimostrare lo sprezzo del pericolo e l'attaccamento al suo dovere . Col sangue che gli veniva giù dal naso e dalla bocca, quasi raccogliendo gli ultimi sforzi ricorda di aver detto queste parole: 'Sappiate che son Cappellano e come tale sono abituato al mio segreto professionale, sappiate che sono Ufficiale Italiano e ho dato una parola d'onore, io non so nulla, ma anche quando sapessi qualche cosa non ve la direi'. Non aveva finito la sua frase che contemporaneamente il reostato è stato innalzato fi. no al massimo; i pugni, le nerbate, i calci si susseguivano l'uno ali' altro con maggiore accanimento e rabbia. Quello che è successo dopo il sottoscritto non lo ba potuto capire, solo si ricorda di aver perduto i sensi e di essersi risvegliato per terra già slegato in seguito ad una filza di caki che gli arrivavano alle costole. Costretto ad alzarsi dal terreno ed invitato a rivestirsi del pastrano, mentre stanco e spossato stava asciugandosi il sangue ormai coagulatosi sul viso, si sente arrivare un formidabile pugno sulla guancia e perdendo l'equilibrio, presa la direzione opposta al pugno, si trova nella stanza attigua dove, ricevuta ancora una pedara, viene steso p.e r terra semivivo». 11~ Tenuto in carcere sino al 6 giugno, don Nociforo venne poi trasferito al campo di concentramento di Atene, da dove il 25 luglio partì per l'internamento in Germaniau' 116

Relazione del Tc11cU1te Cappellano Nociforo tlo11 Paolo, Cntania, 21 luglio 1945. Jn AOMI, b. O 64. Il sacerdote ero nato nel 1914. 117 Giunto il 10 agosto 1944 allo Stammlnger X/B di Amburgo, don Nociforo il IOottobre successivo venne trasferito - insieme con un gruppo di ufficiali della Divisione «Venezia» che nei Balcani avevano combattuto i tedeschi cd unitamente agli ufficiali che a Lero ed n Ccfolonio ave\lano animato la resisu:nz11 - al campo di Erfurt. Il 4 aprile 1945, nell'imminenza dell'arrivo delle avanguardie alleate, gli internati furono costretti a segwrc le armate tedesche in ritirata. Il cappellano, libc.rato il 17 aprile, rimase volontariamente per un paio di mesi nel campo d i Odsnicz per assistere gli ex prigionieri, finché si ovviò a piedi (i n compagnia di tre compagni di internamento) olla volta dell'Italia: il 10 luglio varcò Ja frontiera del Brennero e sei giorni più tardi raggiunse Roma.


CEFALONIA


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Fu probabilinente a Cefalonia che il ruolo rivestito dai religiosi ebbe modo di esplicarsi più che non altrove con lineare continuita e di incidere in maggiore misura sullo svolgersi degli eventi. É estremamente significativo il comportamento del Comandante della Divisione «Acqui», generaJe Antonio Gandin il quale - richiesto dai tedeschi di sciogliere le riserve sulJ 'atteggiamento nei loro co~onti - convocò nel primo pomeriggio delr 11 set tembre i sette cappellani di stanza nell isola, per avere un parere in merito al da farsi. Nei locali del Comando di divisione i sacerdoti ascoltarono la lettura dell'ultimatum del Comando germanico di Atene e furono richiesti sui due piedi di un consiglio sull' atteggiamento da assumere dinanzi alle rninaccio'Se profferte germaniche. Si trattava di esprimersi su tre diverse opzioni (continuare a combattere con i getmanici cedere le armi o volgerle contro i tedeschi) senza la possibilità di valutare adeguatamente gli sviluppi strategico-militari e per di più in assenza di una reale capacità negoziale da parte italiana. Soppesate le incerte prospettive del momento, i due religiosi assegnati ai reggimenti di fanteria (don Angelo Ragnoli e don Biagio Pellizzari) portarono il generale Gandin a conoscenza della profonda frattura esistente nei reparti tra i favorevoli ed i contrari alla resa. Padre Romualdo Formato si rese invece portavoce della volontà unanime del 33 ° reggimento artiglieria: resistere, armi alla mano alle pretese tedesche. Una posizione interlocutoria venne avanzata da p. Ghilardi- ni, 118 del 3 7 ° Ospedale da campo, favorevole ad un intesa italotedesca che sostituisse alle rigide imposizioni ultimative un accordo soddisfacente per entrambe le parti. Il generale Gandin fu categorico nel ritenere impraticabile, data l'indisponibilità germanica, una soluzione intermedia a quelle prospettate dai germanici. A quel punto i cappellani (con l' ec118 Luigi Ghilardini nato a Gazzaniga (Bergamo) il 22 maggio 1911 - fu cbiamato alle armi nel settembre 1940 ed assegnato all' Ospedale da campo o. 3 7 della Divisione <(Acqui», col quale partecipò alle campagne d' Albania e di Grecia. Appartenente all 'Ordine dei Padri Agostiniani., nel dopoguerra assunse l'incarico di Superiore Generale della Provincia Ligure.


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cezione di p. Formato) consigliarono la resa con la cessione delle armi. 11 9 Usciti sconvolti dal colloquio, i sette cappellani discussero a lungo tra di loro e quindi stilarono un documento dal seguente tenore :120

Signor Generale appena usciti dal vostro ufficio, ci siamo recati in chiesa a invocare l'aiuto di Dio e ci siamo nuovamente riuniti nel salone dell'istituto delle suore italiane. Abbiamo, con maggiore calma, esaminato e ponderato quanto voi ci avete esposto, e il parere che ciascuno di noi ha creduto, in coscienza, di daroi in un momento cost grave. Abbiamo dovuto, tutti insieme, nuovamente constatare che, come sacerdoti il nostro consiglio non poteva essere che quello che vi abbiamo schiettamente espresso. Per evitare una lotta cruenta e, forse, impari e fatale contro l'alleato di ieri per tener fede ai giuramento di fedeltà al Re Impemtore - giuramento che, come voi ci avete ricordato, è atto sacro, col quale si chiama Jddio steso a testimonianza della parola data - e infine e soprattutto, per evitare un inutile spargimento di sangue fraterno , signor ge11emle, altra via non c'è... non resta che cedere pa.cifi camente le armr.,....

11 9 Le versioni sinora pubblicate sul colloquio tra j cappellani e il generale G andin non sono entrate nei particolarj dell' inconrro ed hanno comprensibilmente evitato di dar conro dei pareri espressì dai singoli sacerdoti, per evidenti ragioni di riservatezza suggerite dal sanguinoso prosieguo degli eventi. Nemmeno p. Formato, unica voce levatasi in favore della resistenza armata, rivendicò pubblicamente quella sua presa di posizione. L'andamento deJ colloquio dcli' 11 settembre è qui ricostruito essenzialmente suUa base della Relazione redatta da p. Ghilardini per l'Ordinariato Militare al rientro in patria (avvenuto verso la metà del novembre 1944). In seguito, il cappellano ritenne giusrificato l'atteggiamento da lui assunto in uel delicatissimo &angeate dalle riflessioni ricavate dall'osservazione dei combattimenti scatenatisi due giorni più tardi : «questa risposta eh cormaddirebbe aJ volere del soldato era data con coscienza, perchè gli urloni ed i fanatici furono poi quelli che ragliarono la corda al momento opporruno lasciando ai silenziosi ed a quelli che predicavano moderazione il peso della battaglia e delle resa dei. conti». Cfr. Relazione del Cappellano Militare Padre Luigi Ghi/a,-di11i sugli avvenimenti di Cefala11ia , in AOMI , b . O . 120 U testo della lettera collettiva dei cappelJani, consegnato nel tardo pomeriggio dell'll settembre da p. Formato al generale Gandin, è ripreso da Romualdo Formato, L'eccidio di Cejawnia , Mursia , Milano, 1968, pp. 38-39 .


Ce/alo11ia

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Dinanzi al tenol'e dell'ultimatum germanico voi, signor gene,·ale isolato da tutti, impossibilitato di mettervi in comunicazione con i superiori comandi d'Italia e di Grecia e di ricevere ordini precisi, vi trovate nella ineluttabile necessità di dover cedere a una dura imposizione, per evitare l'inutile supremo sacrificio dei vostri ufficiali e dei vostri soldati. Siamo profondamente compresi deila grauissilna responsabilità che, in questo tragico momento, pesa sul vostro nobilissimo animo. Ora pit2 che mai, i uostri cappellani si sentono streUamente uniti a Voi. Contate sul nostro devoto affetto, sulla nostra opera e soprattutto sulla nostra preghiera. Da Dio invochiamo, in questo momento, luce ai vostro intelletto e conforto al vostro cuore. Egli vi protegga sempre e vi benedica signor generale, e benedica, con voi la vostra famiglia lontana e la vostra amatissima divisione.

I vostri cappellani p. Romttaldo Formato del 33 ° reggimento artiglieria d. Biagio Pellhzari del 317° reggimento fanteria d. Angelo Ragnoli del 17° reggimento fanteria d. Ma,-io di Trapani della Regia Marina p. Duilio Capozi della 44 ° sezione sanità p. Luigi Gbilardini del 37° ospedale da campo p. Angelo Cavagnini del 527° ospedale da campo

La missiva, evidentemente motivata da ragioni umanitarie e dal timore di gravi conseguenze sui militari italiani, risulto di fatto superata dagli avvenimenti, che indussero il Comandante Gan-din a resistere alle pretese teutoniche. Del resto, gli estensori del messaggio si resero perfettamente conto di come salisse nella truppa uno stato d'animo fermamente determinato a non cedere le armi, a nessun costo. La mattina successiva alla stesura della lettera, p. Formato recatosi alle batterie reggimentali per celebrare come di consueto la messa domenicale - rimase sconcertato dai profondi mutamenti verificatisi nella truppa nel volgere di poche ore: ufficiali ed artiglieri gli si fecero intorno e con toni concitati lo invitarono ad informare i comandi dell'assoluta necessità di non cedere ai tedeschi: «mi urlavano di riferire che essi non avrebbero mai obbe-


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dito a chi avesse ordinato il disonore, che essi non avrebbero consegnato le armi a nessuno, che 'sull'arma si cade, ma non si cede'. L'eccitazione era impressionante e andava sviluppandosi con la rapidità dell'incendio». 121 La parola passò poi alle armi. Nell'imperversare dei combattimenti i cappellani prestarono assistenza morale, religiosa e sanitaria ai militari della «Acqui»·, çurando la sepoltura dei caduti. Protagonista e testimone della disperata resistenza opposta dalla Divisione <<Acqui» agli attacchi tedeschi contro l'isola di Cefalo- · nia fu p. Romualdo Formato 122 presente il 24 settembre a Punta S. Teodoro, dove - in prossimità della tristemente famosa <<Casetta rossa» - venne consumato l'eccidio di circa trecentocinquanta ufficiali italiani. Si trattò, anche per il sacerdote, di un'esperienza indicibilmente tragica: per tutta la mattinata egli rimase al fianco dei condannati ed impartì loro l'assoluzione collettiva, a mano a mano sopraggiungevano le camionette con i morituri. Lo strazio che dilaniò l'animo del cappellano traspare ad esempio dal resoconto della morte di un giovane ufficiale: «Uno dei primi a prostrarsi in ginocchio davanti a me è il sottotenente Carlo Laterza, il quale si aggrappa alla mia persona come a un ancora di salvezza. Quando sente avvicinarsi il duro passo dei carnefici che dopo ogni scarica vengono a prelevare nuove vittime, si raggomitola, come per nascondersi tra le pieghe della mia veste, e mi sussurra con un fil di voce: 'Cappellano, mi attacco a te così resto un minuto di più in vita ... '. Viene violentemente strappato dai miei piedi e gettato alla morte». 12 m R. Formato, Op. cit., p. 41. L'episodio dimostra l'accortezza d I gen. Gand in (evidenziatasi nella consultazione del giorno precedente) nel valutare il ruolo dei appellani nei termini cli intermediari tra i soldati ed i Comandi, l22 Romualdo Formato Savignano Irpino (Avellino), 22 onobre J 90 - 24 orrobrc 1961- fu mobilitam ne.I luglio 1940 col 33° reggimento arriglieria e partecipò alb campagna greco-albanese. 118 gennaio 194 3 venne trasferito a CefoJonia. ll religi · so ap arteneva alla Congregazione dei Missionari de.I acro Cuore. Una sua biografia è contenuta in Tappe luminose di breve cammino, Ed. Fondazione Letterario P. Romualdo Formato , Savignano Irpino, 1981. lll Romualdo Formato, La J11cilaz.ione degli Ufficiati, neUa pubblicazione commemorativa appronrnta dal!' Associazione Famiglie dei Caduti e Superstiti della Divisione «Acqui»: Ce/afonia - Co,ftl settembre 1943, s.l., 1963, pp . 36-37 .


Cc/afonia

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Il religioso irpino ha ricostruito, in pagine di sconcertante realismo, i molteplici episodi di quella disgraziata mattinata, nel corso della quale Eu richiesto da numerosi ufficiali di trasmettere ai familiari gli estremi saluti e di consegnare un oggetto come postumo pegno di affetto. Dal libro di p. Formato - ancora oggi indispensabile strumento per la conoscenza dei fatti di Cclalonia - riproduciamo la pagina sulla conclusione dell'eccidio, con la cronaca del fortunoso salvamento degli ultimi trentasette ufficiaJ i italiani: «verso le 1.3, quando credetti d i scorgere un senso di stanchezza e di terrore nelle occhiaie di un ufficiale tedesco (giunto nel cortile dopo circa un'ora dalr inizio delle esecuzioni) mi avvicinai a lui, e, con le mani tese, urlai più che non supplicai, piangendo: 'Vi prego, salvatemi almeno quest'ultimo gruppo! Sono ormai quattro ore che fucilate! Basta! Basta! Salvatemi questi ultimi!'. Scoppiai in pianto e non potei più continuare. Ma quel pianto, nella sua ulteriore eloquenza, con tribu) , forse, a com.muovere maggiormente il già scosso ufficiale. Intravidi i tedeschi radunarsi e consigliarsi alquanto tra cli loro, mentre io piangevo in djsparte. Poco dopo si accostò a me il sottufficiale interprete e, battendomi ripetutamente la mano sulla spalla, come per farmi coraggio, mi disse sottovoce: 'Buono, buono! Ora l'ufficiale andrà a chiedere la grazia al comando tedesco'. Un senso di fiducia mi balenò nell'anima e pensai di far chiedere collettivamente la conferma alla Madonna. Mi avvicinai aJ gruppo dei supersriti, qualcuno dei quali si era accasciato per terra, e dissi: 'Amici, coraggio! Recitiamo tre Ave _ Maria alla Madonna perchè riesca l'ultimo tentativo che ho fatto in questo momento!'. Ci rimettemmo in ginocchio. Con guanto fervore pregammo la Madre di Dio: 'Prega per noi peccatori! ' ... Dopo oltre mezz'ora di angoscia mortale e di snervante attesa, giunse l'ufficiale, annunziando: 'Il comando tedesco concede la vita a quelli che sono qui presenti!' . Strinsi, allora, calorosamente e ripetutamente, la mano all'ufficiale e ruppi in un nuovo e più irrefrenabile pianto». 124 Il cappellano venne insignito della medagHa d'argento al valor 124

Romualdo Formato, L'eccidio di Ce/afonia, cit. , pp. 142-143.


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militare, con una motivazione che pone in risalto la totale dedizione profusa da p. Formato in quel sanguinoso settembre: <<Cappellano di un reggimento duramente impegnato, incurante degli intensi bombardamenti terrestri ed aerei accorreva là dove maggiore era il rischio per portare alle truppe il conforto della Fede. Catturato e condotto con altri ufficiali nel luogo della fucilazione, con profonda fede religiosa esortava i compagni alla rassegnazione esaltando in essi il fiern orgoglio di offrirsi in olocausto alla Patria. Durante l'eccidio protrattosi per oltre quattro ore si pro- · digava per assistere e confortare quanti venivano avviati alla fucilazione. Benché più volte brutalmente respinto insisteva nel richiedere che si ponesse termine all'inumano supplizio riuscendo, finalmente, ad ottenere grazia per gli ultimi sopravvissuti. Luminoso esempio di fede, di spirito di sacrificio, di umana solidarietà, di piena dedizione a1 dovere. Isola di Cefalonia, 8-24 settembre 1943». 12' Un altro cappellano h a legato il suo nome al ricordo della resistenza a Cefalonia: p. Luigi Ghilardini, dell'Ospedale da campo n. J 7. Durante i combattimenti il sacerdote tentò di svolgere opera moderatrice, invitando dJ volta in volta i militari italiani ed i tedeschi ad evitare azioni di rappresaglia. Ghilarclini, testimone dell'ucci sione del personale di assistenza sanitaria , accolse con un sospiro di sollievo la cessazione delle ostilità, senza immaginare che la resa italiana fosse il preludio alle p iù efferate violenze: «.la battaglia era terminata il 21 settembre come battaglia: la resa avvenne il 23 settembre e fino al 24 compreso i soldati del Reich ebbero mano libera ed iJ racconto di quanto fecero è il racconto di un'orgia di sangue, di morte e di bestiale ferocia ul),ita a ladrocinio. Da otto giorni non dormivo che qualche ora, mangiavo quando potevo, sempre in giro e sempre all'erta, ma alla fine tirai quasi un respiro: era finita, male, ma era finjta». 126 m Cfr. Cappellani Militari I 870-1970, cit., p. 153. Nel I 969 agli estimntori dj p. Formato avanzarono la proposta di commutazione dell'onorificenza in medaglia d'oro. Pur ritenendo validi i motivi della petizione, il Presidente della Camera on. SunJro Pcràni invitò u lnscinr cadere l'istomm, «per non suscitare il putiferio delle richiesLe non troppo giustificnte». Cfr. Tappe /umi11ose di breve cammino, cic., p. 24. 126 Relazio11e del CapfMl/a110 militare Luigi Ghi/11rdi11i ...• cir., p. 5.


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Al termine dei combattimenti l'attività del cappellano prosegu) nell'isola insanguinata, come spiega lo stesso religioso in un memoriale del novembre 1944: <<Scoppiate le ostilità stetti al mio posto ed alla fine rimasi, come tutti gli altri, prigioniero dei Tedeschi. Sempre come prigioniero dovevo partire, perchè non volli giurare fedeltà alle forze tedesche, ma i soldati che rimanevano nell'Isola chiesero che un Cappellano rimanesse con loro e, restando 1 Ospedale nel quale prestavo servizio, io fui scelto, anche perchè già avevo stabilito relazioni coi fuggitivi che aiutavo in tutti i modi. Ebbi assicuraz-ione che per quanto riguardava il mio Ufficio sru:ei stato libero e che sarei rimasto senza il giuramento». 127 Nella fase posteriore alla cessazione degli _scontri armati p. Ghilardini si mosse con accortezza per sostenere gli animosi che cospiravano contro i germanici: «Durante tutto il periodo della mia permanenza coi soldati e lavoratori italiani rimasti cercai di tener compatti gli spiriti e sempre alti quei sentimenti che avevano portato alla battaglia il 15 settembre 1943. Nella mia qualità di Cappellano ebbi soprattutto agio di coordinare le azioni che segretamente il Capitano Apollonia Renzo compiva tra i soldati. Ero perfettamente a conoscenza di quanto si faceva e collaborai per la riuscita coi consigli, colla parola e coli' esempio animando e spronando. Durante tutta l'evacuazione dell'isola da parte dei tedeschi feci opera di favoreggiamento per tutti gli italiani a cui j tedeschi avevano dato ordine di seguirli>>. 128 Anche p. Ghilardini ha lasciato un'importante produzione memorialistica su quanto avvenne nell'isola di Cefalonia 12 svol-gendo altresì una dinamica opera organizzativa in campo reducistico: il cappellano divenne Pinstancabile animatore dell'associazionismo dei reduci e dei familiari dei caduti, sorretto dall'intenm Luigi Gbila.rdini, Relazione circa i fatti avvenuti in Cefalo11ia. dopo l'B settembl'e 1943, 18 novembre 1944. Nel FPC. t 2s Ibidem. tl'J Cfr. Luigi Ghilardinj S11t!'a,rna si cade ma non si cede Opera Ss. Vergine di Pompei, Genova, 1982. Nel capitolo XII del volume del gen. Mario Torsiello (Le opel'azioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma, 1975) - centrato suU ' ll a annata e sugli avvenimenti di Cefalonia - sono richiamate ripetutamente le testimonianze storiograficbe di Ghilard.ini e di Formato: dr. le pp . 466 469, 477 , 487 -492 .


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to di ricostruire, di salvaguardare e di valorizzare la memoria di tanti ufficiali e soldati che avevano rivendicato con il sacrificio personale la dignità delle forze armate nazìonali .13° Padre Duilio Capozi, della 44a Sezione Sanità della Divisione «Acqui>>, ottenne una medaglia d'argento per l'opera assistenziale prestata ai reparti italiani nei dieci giorni di combattimenti. Il sacerdote intervenne, insieme con alcuni soldati, in favore del comandante della Sezione, sul punto di essere fucilato dai tedeschi· nei momenti immediatamente successivi alla resa. In quelle giornate il cappellano riuscì ad estrarre diversi feriti dal groviglio dei corpi dei militari fucilati, sottratti a morte certa· quindi collaborò all'inumazione di centinaia di salme in spregio alle direttive dei tedeschi, contrari a che le spoglie dei «traditori badogliani» trovassero una pietosa composizione. 1J 1

1 0 P. Formato nel settembre 1944 diede vita al Comitato provvisorio della «Acqui» ed il 2 novembre 1945 tenne a battes imo l'Associazione Famiglie Cadu ri, dispersi e red uci della Divisione «Acqui». Negli anni successivi p. G hilardioi di venne il factotum delJ'Assodazioo , che aveva sed in Genova. Il cappellano curò la corrispondenza con i fa miliari dei cad uti e si assunse l'onere di seguire l'iter delJe pratiche pensionistiche. m Cfr. Cappellani Militari 1870-1970, ci t., p. 101. P. Capozi - nato nel 190 a Monrelani o (Roma) - apparteneva all'Ordine d i Frat i Minori F rancesca ni Convenruali. Si veda nell'Appendjce il memoriale redatto dal cappellano.


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L'opposizione armata sviluppatasi in modo massiccio in alcune isole dell'Egeo si avvalse del dinamico contributo di alcuni cappellani, da{:>prima impegnatisi a sostenere il morale dei combattenti, quindi attivi nei soccorsi ai feriti, nell'aiuto ai tnilitari datisi alla macchia e nelle onoranze funebri ai caduti, ed infine - elemento di non minore rilievo - autori di contributi storiografici di importanza essenziale per la conoscenza di quei drammatici episodi di lotta antitedesca.

RODI I fatti d'arme svoltisi nell'isola di Rodi cagionarono un caduto nelle file del clero castrense: p. Raffaele Amodio, che il 10 settembre perse la vita nei pressi dell' aeroporto 806 di Gadurrà, mentre tentava di soccorrere i feriti, dilaniato dalla bomba a mano scagliata da un soldato germanico contro un'autoambulanza della Croce Rossa. 132 Nell'imperversare dei combattimenti il cappellano dell'Aeronautica Edoardo Fino s'impegnò ad attraversare la linea del fuoco che separava le forze italiane da quelle germaniche, per consegnare ad un migliaio di soldati da due giorni privi di viveri - coadiuvato da tre avieri - un autocarro carico di generi alimentari. Le provviste erano state prelevate clandestinamente dal magazzino tedesco ubicato nei locali scolastici (per questo fatto il cappellano otterrà una medaglia di bronzo al valor militare). Dopo la resa, nella seconda metà di settembre p. Fino collaboro per utilizzare in ore notturne l' autoambulanza, in forma clan-destina, onde sottrarre gruppi di militari alla cattura e favorirne il passaggio dalla costa egea a quella turca. Da ottobre a dicembre il sacerdote, aiutato da due avieri, si dedicò al pietoso compito di comporre le salme dei caduti nel cimitero militare dell'Isola, registrandone i dati anagrafici e trasmettendoli poi alle famiglie. m m Cfr. Martirologio del clero italiano 1940-1946, cit., p. 31. Raféade (padre Placido) Amadio - tn servizio presso l'aeroporto n. 806 - appar teneva all'Ordine dei Frati minori . m Cfr. le notizie contenute nel modulo compilato il 16 dicembre 1945 da Edoardo F ino sulla sua posizione personale (nel FPC). Il cappellano di complememo - nato


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Nell'opera di indjviduazione dei militari uccisi dai tedeschi si distinse pure don Michele Vitagliano, in servizio presso l'Ospedale da campo n. 234. Arrestato dai tedeschi il 15 settembre, ottenne il permesso di accedere alle diverse località delri sola onde individuare i cadaveri degli italiani, per poi comporli nel cimitero militare di Rodi. 11 cappellano venne poi trasferito all' Ospedale di Atene ed infine internato in Germania. u4 P. Giovannj Migliori, del 56° Raggruppamento Artiglieria. Contraerea, si trovava a Rodi dal marzo 1943. L'8 settembre egli si trovava nel caposaldo di Monte Paradiso, locali tà dalla quale partl l'offensiva italiana contro i tedeschi. Il cappellano appoggiò la resistenza prestando assistenza morale, religiosa e sanitaria. Nella relazione diaristica, redatta al termine della guerra, il reverendo imputò a «tradimento» la resa del presidio militare nel quale si venne a trovare durante le ostilità italo-germaniche. Padre Migliori venne imprigionato insieme ai suoi soldati nel 6° campo-raccolta, per avere risposto negativamente alle istanze (verbali e scritte) di optare per la collaborazione coi nazisti. In quel frangente egli «si valse del tesserino della Croce Rossa per avere libertà di circolare, allo scopo di venire in aiuto con ogni forma di assistenza all'ingente truppa accantonata e partente; la situazione era quanto mai tragica». m Il sacerdote s 'ingegnò a recuperare oggetti dJ vestiario, generi alimentari, tabacco («per toa Savignano (Avellino) nel J908 - raccolse in un volume le sue impressioni sui fatti seguiti all'8 settembre: La tragedia di Rodi e dell'Egeo, Ed. Assegeo, Milano, 1963. 0 ~ Don Michele Vitagliano nato a Terlizzi {Bari) nel 191 l - svolgeva le man· sioni di segretario de.I cappellano aipo dell'Egeo, don Domenico Rigoni. Egli rimase a Rodi finché funzionò l'Ospedale da campo, chiuso dai tedeschi il 14_ febbraio 1944 . Poi venne trasferito ad Acenc e internato - unitamente a 283 ufficiali comandati dal colonnello Barra Caracciolo - nel lager di Kustrin, dove rimase sino all'agosto 1944 per poi passare al campo di Sandbosrel. li 4 maggio 1945 don Vitagliano fu liberato dalle truppe inglesi e trasportato nella città di Lubecca, dove tenne aperto per quattro mesi un ufficio di smisrnmcnto per gli ex internati. C(r. Michele Vitagliano, Relazione, Terlizzi, 30 settembre 1945. fn AOMI, b. O 64. 111 Dati riflettenti la posizione personale del tea. cappellano P. Giovanni Migliori nel periodo dall'8 settembre 111 16 aprile 1945 (nel suo FPC). fl cappuccino - nato il 7 novembre 1915 a Sogliano sul Rubicone - sarò internato nello Srnmmlager C di Kustrin e negU Oflagcr X B di &indbostel e LXXXI11 di Wietzendorf. In questa ultima locaLità di prigionia verrà Hberaco il I 3 aprile 1945 dalle truppe inglesi e in agosto porrà rimpacriare.

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gliere l'ossessione del fumo>>), portati nei campi dopo avere corrotto i guardiani. La sua opera si rivelò particolarmente utile per quei militari che, tradotti in Germania, sarebbero altrimenti partiti da Rodi senza coperte e con vestiti insufficienti a reggere alla rigida stagione invernale. Il cappellano verso la metà del febbraio 1944 fu trasferito in un campo nei pressi di Atene e dopo una sosta di venti giorni venne deportato in un lager tedesco. Sempre in riferimento a Rodi, si deve segnalare la morte di un secondo cappellano militare: p. Cleto Parodi, del 233 ° Ospedale da campo, pedto nell'affondamento di un piroscafo dw·ante un azione di guerra, il 15 dicembre 1943 al largo dell'Isola. 136 Nelle acque dell'Egeo scomparve pure p. Antonio Ciervo, del 341 ° Ospedale da campo della Divisione «Siena>>, inabissatosi il 7 febbraio 1944 con la nave «Petrella». 117

LERO Il ricordo di p. Igino Lega è indelebilmente associato alla resistenza antigermanica sull'isola di Lero. Cappellano del Comando Marina Lero, durante i 52 giorni di combattimenti il sacerdote si aggirò instancabilmente tra le batterie a celebrare riti religiosi ed incoraggiare i militari affinché tenessero testa ai tedeschi. Le valutazioni politiche di p. Lega erano decisamente orientate in senso antifascista, come si deduce tra l'altro da un'inequivocabile _dichiarazione sulla funzione di orientamento da lui svolta rispetto a quanti attendevano dal cappellano un parere sulla decisione più opportuna da assumersi: «dopo la resa di Lero, a chi mi consigliava, ho detto di non combattere per la Repubblica, ma piuttosto coi partigiani!». m La motivazione del conferimento della medaglia d'oro al valer u 6 Cfr. Martirologio del clero italiano, cit., p. 169. m Ibidem, p. 74 . 13 Dati riflettenti la posizione personale del Cappellano Militare p. Igino Lega, 15 settembre 1945 (nel FPC) . Lega - nato a Brisighella (Ravenna) nel 1911 - apparteneva all'Ordine dei gesuitj _


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militare si sofferma sul comportamento tenuto dal gesuita nelle tragiche giornate dall'8 settembre al 16 novembre 1943, evidenziando lo spirito di dedizione di p. Lega verso combattenti e feriti: «Cappellano militare del presidio di isola lontana dalla Patria e sottoposta a soverchiante e prolungato assedio, dava ogni propria energia superando disagi e pericoli nell' assistenza spirituale e religiosa dei militari della guarnigione. Divenute precarie le condizioni del presidio, frazionato in nuclei isolati dall' azione nemica, proseguiva a piedi per vie dirute e battute dal fuoco il pro: prio apostolato recandosi, anche allo stremo delle forze e sanguinante ai piedi, sui monti ove ferveva la lotta ed ovunque i morenti ed i sopravvissuti lo richiedessero, esponendo la vita con superba serenità e gravissimi rischi. Nell'imminenza dell'attacco decisivo all' isola riusciva a raggiungere una batteria circondata dal nemico; durante cinque giorni di aspri combattimenti, partecipando al combattimento come servente di cannone, era al centro animatore di fede e di amor patrio per il personale duramente provato dall'impari e lunga lotta. Caduta l'isola, fisicamente sfinito radunava i superstiti, in attesa di feroce rappresaglia, attorno ail' altare e celebrava il servizio religioso levando alla presenza del nemico interdetto l'invocazione all'Italia, ripetuta dai presenti. E sempio altissimo cli immacolata fede, cli virile coraggio e cli grande amore di patria. Lero, 8 settembre - 16 novembre 1943»Y9 Cessata la resistenza, dopo 52 giorni di strenui combattimenti, p . Lega clùese al Co mandante della nave sulla quale erano imbarcati gli i taliani di potere lui pure salire a bordo e subire la sorte comune. Dopo una sosta ad Atene, il cappellano prese posto il 23 dicembre sulla tr adotta ferroviaria che - toccate le stazioni di Belgrado, di Vienna e di Colonia - in una ventina di giorni portò diverse centinaia di marinai italiani nel lager di Meppen. •~n u 9 C&. Cappellani Militari 1870-1970, c:it., p. 182. Una sintetica relazione sui fatLi di Lero venne inviata da p. Lega il 4 otrobre 194.5 all'Ordinariato Milita.re, ed è depositata nel FPC del religioso (dove si trovava pure il datt iloscritto con le sue memorie, che nella seconda metà degli anni Quaranta dovevano venir s tampa te dall'editore Garzanti: sfumata Ja pubblicazione, il prezioso docu mento passò in visione ai =simi responsabili dello Marina milirnrc ed ora f_igura parzin.lmenre riprodotto in Lero eroica, Editrice I talica, Pesca.rn, 1974). 140 Igino Lega !u intcrna10 nei campi di Meppen, d i Hemer e di Reichlinhausen.


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SANTORINO

Don Andrea Strano si trovava 1'8 settembre a Santorino, nell'arcipelago delle Cicladi meridionali, in forza al 3° Battaglione del 7° Reggimento fanteria della Divisione «Cuneo». I sentimenti del sacerdote s intuiscono dalla cronaca del prolungato periodo - due mesi e 20 giorni - durante il quale il presidio italiano riuscì a fronteggiare le forze tedesche: «L' ordine di resistenza di Badoglio venne regolarmente comunicato per fonogramma dalr Ammiraglio Campioni) Governatore dell 1 Egeo. Il 12 però il Comando del nostro Reggimento, che risiedeva nell'isola di Sira, si arrende ai tedeschi. Noi, al comando del Ten. Col. Bruno Emmanuele, Comandante del 3° Battaglione, restiamo fedeli allè consegne e subito ci mettiamo in comunicazione per radio col Comando cli Divisione di Samo, col Comando Militare di Lero e il Comando Militare Alleato già sbarcato nelle isole di Samo, Lero e Coo. Anche Rodi il 12 settembre si era già arresa ai tedeschi. Per due mesi seguiamo gli ordini degli Alleati, ma dopo la caduta di Lero (16 novembre) e di Samo (20 novembre) dietro ultimatum impostaci dai tedeschi dalla vicina isola di Nio la sera del 27 novembre, il 28 ci arrendiamo perchè ormai inutile ogni resistenza armata». H t Due giorni dopo la resa, il religioso venne imbarcato con nove ufficiali, la Batteria autonoma della Marina, il Comando distaccato della Guardia di Finanza, due compagnie al completo (la 9a e la 10a) ed alcuni reparti della 12a. Ad Atene i militari italiani furono invitati a passare nelle forze armate della RSI. Il cappellano, cinque ufficiali e la stragrande maggioranza dei soldati preferirono l'internamento. Il viaggio alla volta di Meppen durò dal 6 al 23 dicembre.Hz 1

Liberato il 14 aprile 1945, decise cli rimanere tra gli ex internati tubercolotici, per rimpat riare insieme agli ammalati il 15 settembre 1945 (cfr. 1. Lega, Relazione stilla posizione militare dopo /'8 settembre 1945, nel FPC). 1~ 1 Andrea Strano, Relazione, Catania, 29 settembre 1945 (ne.I FPC). Il sacerdote era nato a Viagrande (Catania) nel 1913. 142 Il cappellano fu trasferito nei campi di Versen, di Krefdd e di Wietze.ndorf.


FRANCIA


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Alla proclamazione dell'armistizio i cappellani italiani stanziati nella Francia occupata nei ranghi della 4a Armata caddero prigionieri dei tedeschi. Alcuni riacquistarono presto la libertà, accettando di riprendere il ministero spirituale tra i reparti collaborazionisti oppure tra i militari che si adattarono a lavorare alle dipendenze dell'Organizzazione Todt. 143 Il destino comune di quanti rimasero dietro i recinti di filo spinato è simboleggiato dalla sorte toccata a p. Ettore Accorsi, catturato il 10 settembre a Pignans, con gli ufficiali della 5ga Sezione di Sanita e del 208° reggimento Fanteria della Divisione <<Taro>>. Il sacerdote, rinchiuso provvisoriamente in un campo allestito nella cittadina (nel settore destinato agli ufficiali), si sforzò di prestare assistenza sph-ituale ai compagni di sventura, in una dimensione «resistenziale» contraria alla volontà dei Comandi germanici, che contavano di piegare moralmente gli italiani per indurli alla collaborazione. L'opposizione religiosamente motivata di p. Accorsi risalta nella relazione redatta dal sacerdote al momento del rimpatrio: <<Rifiuto di obbedienza alle autorità militari naziste, perchè volevano impedir.mi di celebrare la S. Messa e soprattutto non desideravano si parlasse di Dio e della sua Provvidenza. 'Voi non mi avete consacrato prete. Non mi potete prendere l'Altare. Io celebrerò la Santa messa anche nella cassa da morto. Siete ingiusti quando dite che i nostri soldati ed i nostri signori ufficiali sono dei traditori. Non è vero. Sono dei militari bravi e rispettabili anche nella sventura. Il Fiihrer stesso li ha più volte decorati al valo-re . Oggi non combattono più perchè tale è l'ordine del loro Sovrano e l'interesse del loro Paese. Voi piuttosto dimostrate di avere poca comprensione del momento ed avete tradito la parola d'onore data dai vostri Generali. Dovevamo raggiungere le nostre sventurate famiglie. Ce ne avete data piena assicurazione ed invece ... '». 144 143 Una quindicina cli cappellani italiani continuò ad operare tra i nostri .militari aggregatisi ai tedeschi o aderenti alla RSl. I sacerdoti furono guidati da don Domenico Rinaldi, che - pur operando con l'autorizzazione dell'Alto Comando Tedesco - si sforzò cli richiamare i religiosi alle sue dipendenze ad un comportamento apolitico . 144 Ettore Accorsi, Riferimenti, relazione consegnata all'Ordinariato Militare nel-


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Nelle interminabili giornate trascorse nel campo di Pignons il cappellano intraprese una sollecita azione nei confronti degli internati, volta a rinfrancarne lo spirito ed a richiamare alla loro mente quei riferimenti culturali in grado di distrarre il pensiero dalla situazione di cattività in terra straniera: «tutte le sere con gli ufficiali, sotto le viti, ali' adiaccio, per sollevarli dal morale depresso, intrattenendoli con conversazioni religiose e letterarie atte a fomentare la speranza nel Sigoore». 141 Il sacerdote riusd, in una circostanza, a visitare il settore dei soldati, violando il veto posto dai tedeschi. Il coerente comportamento assunto da p. Accorsi dopo 1'8 settembre è ricordato nella prima parte della motivazione con la quale lo si iosigtÙ della medaglia d'oro al valor militare: «All'atto dell'armistizio, benché minorato fisicamente e pur essendo nelle migliori condizioni per sottrarsi a tragici eventi, con animo virile tenendo fede alle insormontabili leggi dell'onore e sorretto dalla sua alta missione umana e cristiana assumeva volontariamente compiti a linee spiccatamente militari, organhzando formazioni panigiane operanti per sua audace iniziativa contro il tedesco aggressore al quale si imponeva con intelligenti ardite azioni clandestine ed eroici atti palesi affrontando personalmente con ammirevole serenità gravi misure repressive». t-it. P. Accorsi figurò nel novero dei cappellani italiani trasferiti

nei campi di concentramento del Reich, mentre un discreto gruppo di confratelli rimase internato in Francia. l'autunno 1945 (nel PPC). li cappellano - S. Agostino (f'crrnra), 23 maggio 1909 Modena, 15 dicembre 1985 - 11pparreneva aU'OrcUne domenicano. Mobilicaro nel set· rembrc 1939, prLma del trasferimento in Francio avevo r,reso parte alla camp'.lgnà jugo· slava. '"' [bidem. 146 Cfr. Cappel/1111i Militari 1870-J 970, cit., p. 49. Lo seconda parte della motiva· zione si riferisce alln deportazione. U 25 senembre I 943 p. Accorsi venne caricato su di una tradorta per Lcopoli. Nella forrez~a polacca comrasse la tubercolosi e sino u1J'j. nizio del maggio 1945 peregrinò d11 un'infermeria ad un lnz,mreno, nei campi di Cen• sto kowa, di Norimberga, di Gros Hcsepe e di Fullen. L'e~pcrienza del lager si tradusse neUn pubblicazione di un volume che figura rra i resoconti dinrisric:i più vulidi e signifi. cntivi mai scritri sull'esperienza concentrazionarin: Fu/len . Il campo della morte, Istituto haliano d' Arti Grafiche, Bergamo, 1946.


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Tra i religiosi imprigionati in territorio francese successivamente al1'8 settembre spicca la figur a cli don Aldo Negri, del 6° Reggimento artiglieria alpina «Alpi Graie». Catturato con tutti i militari della sua compagnia e condotto in una caserma di Grenoble, il sacerdote segtù la trafila degli ufficiali internati ed impiegati in attività lavorativa nella zona di Mont-de-Marsan. Don Negri intrattenne rapporti clandestini con militanti della Resistenza. Grazie a questi legami fu possibile - nella fase della ritirata tedesca - sottrarre gli internati al controllo dell'esercito in fuga. La concessione della medaglia cli bronzo riconobbe tale preziosa azione antinazista: <<Cappellano militare destinato all'assistenza dei prigionieri italiani in mano tedesca, fu egli stesso internato. Durante la cattività con grave rischio personale forniva preziosa collaborazione alle forze francesi della resistenza e all 'atto della ritirata tedesca riusciva ad evitare che i suoi assistiti fossero deportati in Germania. Procurò di soccorrere con ogni mezzo i connazionali rimasti in Francia ottenendo per molti migliori condizioni di vita e rinunciando al rimpatrio per assistere quelli che non erano in grado di tornare in patria, rientrandovi con l'ultimo scaglione. Generoso esempio di umana solidarietà e di carità cristiana. Terra di Francia, 16 marzo 1944 - 1 novembre 1945)>. 147 Altro cappellano attivo nel movimento resistenziale fu don Piero Solere, mobilitato nel gennaio 1941 col 5° Alpini e giunto in Francia nd novembre 1942 (reduce dal fronte greco-albanese) col Battaglione <<Val Toce>>, del 20° Raggruppamento sciatori. L'8 settembre Solere si trovava a Sallanches, in Alta Savoia, dove cadde prigioniero insieme a tutti gli ufficiali ed alla maggioranza degli alpini . Internato a GrenobJe, egli ottenne una relativa libertà dj azione, motivata con l'esigenza di prestare assistenza religiosa ai circa tremila militari della Divisione «Pusteria» che si trovavano concentrati nel sud-est della Francia. Lo sbarco alleato in Normandia venne valutato dai prigionieri 147 Cfr. Cappellani Militari 1870-1970, cit., pp. 218-219. Una testimonianza di don Negri - nato a Sezzadio (Alessandria) nel 1911 - sulle vicende.resistenziaU francesi è contenuta in Pia Lconetd Carena, Gli italiani del Maquis, Del Duca, Milano, 1966, pp. L63-164 .


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Cappel/,ani militari italiani 11eJJa resistenza all'estero

italiani come il preannunzio della prossima ritirata tedesca e il cappellano si preparò con i più fidati collaboratori ad affrontare il delicato momento precedente l'arrivo delle forze regolari antifasciste, onde sottrarre gli internati al trasferimento in campi di prigionia germanici: «un ufficiale tedesco, di origine goriziana, mi tiene informato di tutto: al momento buono, che con i miei soldati prevediamo prossimo e fors'anche improvviso, sapremo cosl eludere la vigilanza dei tedeschi e fuggire dalle loro mani». Nell'agosto 1944, avuta notizia dello sbarco a Cannes degli an- · gloamericani, don Solere decise di avviare il progetto cospirativo: «la parola d 'ordine che do ai soldati è di non fuggire con i tedeschi, ma di nascondersi vestiti in civile, e appena via questi ultimi di presentarsi a me a Grenoble: dopo sarà quello che la Provvidenza vorrà. Io che conto tanti amici e dirigenti nel Movimento della Resistenza Francese, penso che appellandomi ai miei molti servizi loro resi in altre circostanze potrò fare molto per i miei prigionieri». 148 Nelle confuse giornate seguite alla liberazione di G renoble, avvenuta il 22 agosto, gli italiani sfuggiti ai tedeschi rischiarono di venir concentrati in campi di internamento insieme ... ai loro ex carcerieri. La prospettiva di finire nuovamente dietro un reticolato, e per di più in compagnia dei tedeschi, era certo poco appetibile. Don Solero trovò allora un'intesa con i maquis, per costituire un battaglione cli volontari italiani: avvisi sulla stampa locale e un viaggio di reclutamento del sacerdote nella Savoia consentirono di reperire i militari da mettere in linea al fianco delle forze regolari golliste. Il nuovo raggruppamento entrò immediatamente in azione nei combattimenti per la liberazione di Lione, partecipando alle principali operazioni belliche svoltesi in territorio fr ancese sino al novembre 1944. Fornito di un lasciapassare della Resis tenza, don Solere si sforzò di tutelare gli italiani ex prigionieri dei tedeschi, riuscendo in alcuni casi ad ottenerne l' equiparazione ai lavoratori civili. Con la liberazione del territorio francese dagli occupanti, don 1~1 P. Solcro, Verbale ml mio comportame11to da/1'8 settembre 1943 ad O!JRi {]O giugno L946), memoriale depositato nel suo FPC.


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Solero aprl in Grenoble un «Ufficio di Assistenza per i prigionieri di guerra e per j partigiani italiani». Tale organismo prestò soccorso logistico ed organizzativo ai resistenti rifugiatisi fortunosamente in Francia, per sfuggire ai rastrellamenti disposti dai tedeschi nelle vallate piemontesi e della Val d'Aosta. Una testimonianza dell'attivismo esplicato dall'energico teligioso è contenuta nell'autobiografia di Ada Gobetti, dove si narra la sorpresa di trovare nella cittadina francese <<circa settecento partigiani, venuti dalla Val d'Aosta verso la fine di novembre, con il professor Corti, còn Chabod, col cappellano don Solere e alcuni altri ufficiali». iA9 Il sacerdote computò in circa duemila il numero complessivo dei partigiani italiani sconfinati ed assistiti dall'Ufficio di Grenob1e. Tra questi, si segnalano i due battaglioni delle formazioni della Val d'Aosta (djpendeoti dalla Missione inglese dell'Isere), presso i quali Solero svolse periodica attività di cappellano. Nel giugno 1945 il sacerdote sj recò in missione presso il Comitato di Liberazione di Torino, al fine di facilitare il rimpatrio dei partigiani e degli ex prigionieri italiani che ancora si trovavano oltralpe. Per questo Solero costituì un ufficio di assistenza in favore degli internati nel sud-est della Francia, che si assumerà l'onere di rilasciare documenti di identità personale e curerà pure la sisremazione dei cimiteri di guerra italiani. Nel settembre Solero partecipò al Congresso Nazionale dei Comitati cli Liberazione Italiani in Francia> svoltosi a Parigi nei primi giorni del mese. Il sacerdote prese la parola per perorare la . causa di quanti ancora languivano nei campi di concentramento e chiese uno sforzo comune per riportare tutti in patria. Durante la permanenza nella capitale il cappellano ebbe modo di incontrarsi col Nunzio Apostolico mons. Giuseppe Roncalll, che altermine dj un lungo colloquio consegnò al suo interlocutore diecimila franchi da devolvere ai detenuti del campo n. 145 di Grenoble. Sino all'ottobre 1946 Solero proseguirà il suo impegno in ter14 ~

A. Gobeui, Diario parti.gia110, Torino, Einaudi, 1972 (VD ed.), p. 284. Don Piero Solero e l'illustre storico prof. Federico Chabocl (alla Liberazione nominato Pre· sidemc del Consiglio della Val d'Aosta) erano legati da una cordiale amicizia che :wcva le basi nella comuni: passione alpinistica.


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Cappella11i militari italiani nella resistenza all'estero

radi Francia, finchè - rimpatriati gli ultimi ex prigionieri e chiuso definitivamente l'Ufficio di Assistenza - potrà recarsi a Roma presso gli uffici dell'Ordinariato Militare per presentare il consuntivo della sua attività. ,so Don Alberto Gaspari, mobilitato nell'aprile 1943 ed inviato in Francia con le forze italiane di occupazione, era rimasto in servizio posteriormente I' armìstizio, alternando l'assistenza spirituale ai militari internati ed a quelli passati coi tedeschi. Postoalle dipendenze del Maggiore Wenzel, un pastore protestante di sentimenti moderati ed umanitari, egli venne internato a Saint Cyr ma conservò una certa libertà di movimento, che gli permise di svolgere - senza impedimenti e compromissioni politiche il proprio compito di cappellano. Dopo lo sbarco alleato in Normandia, don Gaspari venne richiesto di assistere i reparti degli italiani cooperatori degli anglo-americani (circa trentamila), cosa che fece di buon grado. Assegnato al 7405 Battaglione Genio Costruzioni, dislocato nei pressi di Ma1·siglia, iJ reverendo rimase in Francia sino a] luglio 194 5. 110 Oltre a don Gaspari, le truppe italiane attive in Francia al fianco degli eserciti antinazisti poterono disporre di quattro sacerdoti: Giovanni De Muri, Ugo Guglielmo, Giuseppe Martin e Giovanni Timolina, inseriti nei <<Services départementaux Aide aux Forces Alliées». Si trattava di cappellani cli mobilitazione, con l'eccezione di De Muri, appartenente al servizio permanente effettivo e per questo incaricato dall'Ordinariato Militare di assumere il ruolo di cappellano di collegamento. Un ruolo che tuttavia rimase sulla carta, stante l'estrema difficoJtà di mantenere i contatti in una situazione per tanti versi confusa. m Giovanni De Muri era giunto in F rancia dopo varie vicissitudini, che dalla Dalmazia (dove fungeva da cappellano del Presidio uo P. Solero, Nolkiario e m io curric11L11111 vitae dal 12 gennaio ad oggi ( 12 aprile 1948), nel suo FPC. Nel dicembre 1945 don Solero (Mazzè, 30 novembre 19 11 - 30 novembre 1973) verrà assegnato ul 4° Reggimento Alpini, in Torino. '' ' C(r. la relazione stesa dn Alberto Go.spuri (nato a Verona 1'8 febbraio 19 10) subito dopo il rimpatrio, il 26 luglio 1945 (ncl FPC).


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di Zara) lo avevano portato dapprima a Pesaro e quindi in seno alla propria famiglia nella località vicentina di Zanè. Incaricato dal Pro-Vicario mons. Giuseppe Casonato di recarsi in Francia per l'assistenza ai mili tari internati, nella seconda metà del marzo 1944 egli aveva assistito i prigionieri rinchiusi nel campo di Saint Chamas, sotto il controllo della Wermacht. Il momento forse più drammatico della sua esperienza fu quello precedente la liberazione: «verso la metà di agosto corse voce tra i prigionieri del campo che era giunto al Comando tedesco l'ordine di trasferirci verso il Nord della Francia, probabilmente in Germania. La sospensione del lavoro disposta già dalla sera precedente parve una conferma sicura di quella notizia, trapelata chissà come. Alcuni prigionieri ex sottufficiali a nome di tutti vennero da me per consiglio. Si stabili di tentare l'evasione per evitate la deportazione. Favorìti molto dalle circostanze, riuscimmo a fuggire tutti, tranne guei pochi che si trovavano a stretto contatto dei tedeschi». Ali immediata euforia per ilsuccesso della fuga si sostitul di Il a po o lo sconforto per l'incertezza della situazione, col timore di venire per la seconda volta catturati dai germanici: <<per dieci giorni vivemmo nascosti nei boschi, divisi in piccoli gruppi, nutrendoci di erbaggi crudi. Il cappellano cercò pure in quei frangenti di restare vicino a tutti per aiutare, infondere coraggio, assistere gli ammalati, spostandosi di notte per meglio sfuggire alle pattuglie tedesche. Durante quei giorni ci affiancammo in parecchie circostanze ai partigiani francesi, il Comandante dei quali ri-lasciò poi dichiarazione scritta dell'aiuto prestato dal cappellano e da qualche altro italiano». 152 Quando però le truppe golliste assunsero il controllo della regione si verificarono spiacevoli episodi di discriminazione ai danni degli ex prigionieri italiani, costretti a recarsi al campo di concentramento di Salon (distante una ventina di chilometri da S. Chamas). La prospettiva non era delle piu liete, ma il cappellano m uj cappellani per le truppe italiane in Francia vedasi la lettera del Vicario Generale mons. Carlo Rusticoni del 7 marzo 1945, in USME. posizione 167, Comando Supremo, seconda guerra mondiale.


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

ebbe una felice intuizione: durante la marcia di trasferimento propose al Sindaco di Miramas cli organizzare squadre di lavoratori per ricostruire la cittadina, seriamente danneggiata dai bombardamenti, e per aiutare gli agricoltori. I n tal modo numerosi ex prigionieri evitarono di ritornare dietro i reticolati . Nel novembre 1944, con la ritirata dei tedeschi, De Muri era stato nominato dal cappellano militare statunitense ten. col. Nowack responsabile dell'assistenza spirituale alle unità ausiliarie italiane inserite nell'Armata americana. Il sacerdote, in compa: gnia clip. Timolina (che si occupò dei servizi infermieristici), ebbe libero transito in tutti i campi della 5th Supervision Area, ove si trovavano le truppe I.S.U.: erano circa cinquemila i militari italiani affidati alle cure spirituali dei due sacerdoti, suddivisi in 22 compagnie. N ei primi giorni del giugno 1945 De Muri venne trasferito a Nizza, per assistere un reparto che contava 150 soldatipanettierL Per un paio di mesi il cappellano rimase nella ridente cittadina costiera, finchÊ - sciolti gli I.S.U. - pensò bene di rientrare in patria, per presentarsi alla sede dell'OrdinaTiato Militare e dar conto della propr ia attività .


CORSICA


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Cor1ica

La partecipazione dei cappellani militari alle vicende belliche della Corsica è testimoniata dalla concessione di onorificenze al valore militare assegnate a tre religiosi impegnatisi nella liberazione dell' isola dal controllo tedesco. Don Gino FaJdini, cappellano dell'88° Reggimento fanteria «Friuli», il 13 settembre si offrì volontariamente per raccogliere alcuni militari rimasti bloccati in una zona scoperta e battuta dal fuoco nemico, in località Furlani. Per questo atto cli coraggio il sacerdote venne decorato con Croce di guerra aJ valore. m Analoga decorazione venne conferita a don Carlo Maglia (dell.'87° Reggimento fanteria <<Friuli»), che nei giorni 29 e 30 settembre - nell' imperversare dei combattimenti nella Valle del Torrente - saputo che in un campo minato erano rimasti, morti e feriti, soldati italiani, guidò un drappello di barellieri che, a dispetto del fuoco tedesco, riusd a recuperare i commilitoni. m Anche don Ernesto Alfredo Richiardone (cappellano capo del 7° Corpo d'Armata) ottenne una Croce di guerra al valore, per essersi personalmente esposto a Bastia sulle linee del fuoco trasportando feriti ed offrendo sepoltura ai caduti. m

m G . De Muri, Relazio11e rull'assfrtenw suolto a favore dei militari italiani intemoti in Francia, memoriale redatto il 20 agosto 1945 e depositato nel suo FPC. m Cfr. Cappellani Militari 1870-1970, cit., p. 143. Don Faldiru - naro nel 1909 a Roccastrada (Grosseto) - apparteneva alla Diocesi di Grosseto. m Cfr. Cappellani Militari 1870-1970, cit., p. 190. Don Maglia - nato nel 1909 a Esino Lario (Como) -

apparteneva alla Diocesi di Termoli.


CONCLUSIONI


Conclusioni

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La diversità delle esperienze vissute dai singoli sacerdoti non deve impedire di rilevare le linee comuni di comportamenti ispiratisi ad una duplice fedeltà: all'incarico di natura pastorale assunto al momento dell'arruolamento ed al giuramento al Capo dello Stato. Nella fase a ridosso dell'8 settembre la funzione dei cappellani assunse un essenziale rilievo sul versante dell'orientamento dei militari. Si può ritenere che all'incirca i due terzi dei religiosi abbiano contribuito ad indirizzare gli animi verso la non collaborazione coi tedeschi. Tale mansione, dagli evidenti risvolti ideologici, e attestata dai dati numerici dei cappellani internati: circa 340 nelle settimane a ridosso dell'armistizio, 270 dei-quali respinsero le profferte di cooperazione e rimasero in prigionia sino alla conclusione della guerra. La stessa presenza dei cappellani nei campi di concentramento - numericamente ragguardevole - rappresenta un aspetto rilevante della complessiva resistenza antifascista ed antinazista di segno religioso, i cui caratted sono stati delineati dai saggi di Vittorio Emanuele Giuntella e di Francesco Amadio, t 56 oltre che dalla memorialistica degli ecclesiastici reduci dal lager. tH Vi è un problema alquanto controverso che si deve per forza di cose affrontare in sede di va1utazioni conclusive: la natura dei rapporti instauratisi tra i cappellani ed i partigiani slavi, albanesi e greci. Crediamo che la questione debba necessariamente venire inquadrata all'interno delle altalenanti - e spesso controverse vicende della collaborazione tra la resistenza popolare armata agli · invasori ed i militari italiani oppostisi al nazifascismo. Una collaborazione resa difficile da diffidenze che affondavano nella fase Cfr. Cappellani Militari 1870-1970, cit., p. 252. Don Richiardone - nato nel 1901 a Perosa Argentina (Torino) - apparteneva alla Diocesi di Pinerolo. tH Di Vittorio Emanuele GiunteUa si veda, in particolare, il saggio dal titolo Il tempo del lager tempo di Dio , nel volume Il nazismo e i lager, Ed. Studium, Roma, 1979, pp. 259-295 . Il cappellano militare don Francesco Amadio (ca tturato a Zen ica il 15 settembre ed internato a Bad Orb, Tarnopol, Beniaminow, Wietzendorf, Sandboste) e Barum sino all'estate 1945) è autore di un contributo su Valore e limiti dell'esperienza t'eligiosa nei campi di concentramento, pubblicato nei «Quaderni del Centro studi suUa deportazione e J'internamento>> n. 2 - 1965 , pp. 11-29. 156


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dell'alleanza italo-germanica, ma favorita e legittimata dalla mutata collocazione assunta dal governo monarchico con l'armistizio. Laddove la cooperazione si fondò sulla chiarezza, sull'unità d'intenti e sul reciproco rispetto, il servizio di assistenza spirituale non risentl - se non in modo del tutto marginale - delle diversità di vedute esistenti in tema di religione tra i partigiani locali e quelli italiani. I cappellani poterono allora esplicare senza remore la propria attività, con i riti al campo e con l'assistenza individuale ai connazionali. Nelle circostanze in cui prevalse la reciproca sospettosità erisultarono determinanti i rapporti di forza (solitamente favorevoli ai partigiani indigeni., che si muovevano nel loro elemento naturale), le tensioni nazionaliste e le differenziazioni ideologiche non mancarono di trasferirsi - magari amplificate - sul lavoro dei cappellani, valutato, specie dai comunisti, alla stregua di un insidioso elemento in favore della componente «moderata» dei militari italiani. Ciò premesso, non pare - sulla base alle risultanze archivistiche e diaristiche 1) 8 - esservi stata un'esplicita forma di persecuzione religiosa, anche perchè l'opera sacerdotale fu valutata dai comandi partigiani a partire da un punto di vista sostanzialmente nazionalista, politico ed ideologico. Ciò, naturalmente, non esclude che in singole situazioni si siano registrati atteggiamenti intolleranti verso i sacerdoti (come si è avuto modo di indicare nelle pagine precedenti, specialmente in Albania ed in Jugoslavia). 118

Si vedano - oltre aJ volume di Ectore Accorsi precedentemente citato - i

seguenti resoconti diaristici: Luca Airokli, Zeilha11 Cflmpo di morte, Tipografia Artigianelli, Padova, 1962; G iuseppe Barbero, La croce tra i reticolati. Vicende di prigionia, Società Editrice Torinese, Torino, 1946; G iulio Bovo, li cielo no11 ha reticolati, Gregoriuna. Padova, 1985; Mario Lerda, Russia e Germania. Diario di g11em1 e di prigionia di 1111 cappellano alpino, Tip. La Nuovo Scampa, Revello, 1974; Luigi Pasa, Tappe di /Jfl calvario, Pro erigendo Chiesa vo tiva dei Caduti, Pordenone, 19 47 (IV cd. Tipografia Cafieri, Napoli, 1969); Vittorio Poloni, Il 11. 122038 racconta, Tip. Lebcrit, Biadene, J 981 ; Wilhelm Schabel, Nelle t1Je mani Signore, Bompiani, Mihino, 1967 {volume-a piì1 voci sulla deportazione degli ecclesiastici, contenente tra ]';1ltro ,llcuni stralci delle testimonia nze di cappelloni italiani).


Conclusioni

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Un certo ruolo giocò la funzione di personale sanitario tradizionalmente rivestita dai cappellani, stanziati usualmente negli ospedaletti da campo. Questa preziosa occupazione di natura para-medica - rivelatasi più importante nella lotta partigiana di quanto non lo fosse stata nelle formazioni regolari - conferl autorevolezza alla figura sacerdotale e ]a impose al rispetto dei non credenti come dei seguaci di alti-a fede. In un simile contesto, il grado di libertà del servizio di assistenza religiosa potrebbe assurgere a variabile barometro dei rapporti stretti tra le forze di liberazione nazionale ed i militari italiani unitisi alla resistenza antinazista.

In sede di riflessione storiografica, alcuni ufficiali promotori della resistenza italiana in Jugoslavia hanno accennato - in relazione alle vicende della Divisione «Italia» e dei battaglioni «Garibaldi» e «Matteotti» - alle messe domenicali celebrate dai cappellani nei vari reparti. 159 In queste medesime testimonianze si è pure entrati nel merito delle funzioni adempiute dai commissari politici, ai quali venne affidato il compito di stimolare e di coordinare le discussioni ai più diversi livelli (incluso quello religioso). I commissari erano soliti rivolgersi ai militari subito dopo la celebrazione delle messe al campo, con sintetici discorsi sulla situazione politico-militare. Ciò rappresentava una differenziazione di non poco momento rispetto al periodo precedente l'armistizio, quando toccava al cappellano stimolare il patriottismo e la combattivhà dei soldati con opportune esortazioni. " 9 La lettura delle relazioni redatte dai cappellani inscritisi nd movimento resi. stenziale lascia una duplice impressione: parrebbe - come accennato neJJa parte iniziale della monografia - che valutazion i politiche diffuse nell'immediato dopoguena e ricondu ibili al clima dell a <<guerra fredda» abbiano indotto i sacerdoti a sfumare i momenti di collaborazion oi partigiani e , di contro, ad enfacizzare (o, comunque, a dc· se.rivere con ricchezza di particolari) gli elementi di dissidio e di differenziazione rilevati n i mesi trascorsi alla macchia . É quindi altamente improbabile che gli ostacoli di muura ideologico-religiosa in entrati durame la vita di brigata siano stati sottaciuti nelle relazioni stilate al rimpatrio. In merito ai sospetti aleggianti in Italia sul conto dei partigiani inquadrati nell'esercito di liberazione jugoslavo, si veda quanto scrive Giorgio Vaccarino nel saggio La cobelligeranza e l'Europa balcanica, alle pp. 216-217 de La cobelligerama italiana nella lotJa di liberazione dell'Europa , Mini tero della Difesa, Ro-

ma , 1986.


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

Parrebbe dunque - ed anche alcune relazioni dei sacerdoti depongono in tal senso - che il ruolo dei cappellani nella resistenza all'estero si fosse diversificata rispetto ai canoni consolidati, nel senso di venire privato dei connotati «politici» (affidati ai commissari di battaglione e di compagnia, ed ai delegaci di plotone). Contestualmente, la funzione dei sacerdoti si circoscrisse in molti casi - alla mera celebrazione dei riti al campo. Una simile riduzione d'orizzonte non poteva che essere valutata negativamente dai cappellani che in precedenza si erano mossi ti-a i soldat.1 in piena libertà ed avevano affrontato senza remore di sorta questioni di natura ideologica, morale e politica. Da qui un senso di fastidio e cli delusione provato nell'impatto con l'esperienza resistenziale. Si può ritenere che la presenza di un manipolo cli cappellani tra i militari passati alla resistenza negli scacchieri stranieri abbia rivestito uno spiccato carattere di testimonianza personale e di indubbio coraggio, in grado di sorreggere - anche sul piano psicologico - i combattenti, specie quelli (la grande maggioranza) legati al cattolicesimo, rassicurati da un essenziale elemento di continuità con la precedente esperienza bellica: la presenza del sacerdote nei J:eparti . Il peso di questa diuturna opera svolta dai rappresentanti del clero castrense può intuirsi dall'esame di una situazione per tanti versi dominata dallo sconvolgimento dei precedenti assetti istituzionali, gerarchici ed ideologici. In campo «civile», la presenza del sacerdote fu probabilmente avvertita dai militari antifascisti come l'attestazione della valenza «patriottica» della campagna bellica ingaggiata all'estero dopo 1'8 settembre 194.3.1611

a.o CCr. la testimonianza cli Giuseppe Marns, Carlo Cutolo e Ovid io Cardini sui Reparti partigiani italiani nella lotta armata a /ia11co dei partigiani iugoslavi, inclusa nel volume coUettaneo dal titolo Lotta annata e rcsiste11:i:a tielle Forze Armate italia11e all'estero (Angeli, M.ilono, 1990), in particolare uUe pp. 526-528.


ANTOLOGIA DOCUMENTARIA


1.33

Documento n. 1 OTTAVIO DE COBELLI:

RELAZIONE SULLA RESISTENZA NEL MONTENEGRO

Il memoriale redatto da p. De Cobetti subito dopo il rimpatrio dal Montenegro costituisce un documento di prim'ordine sulle conseguenze delle decisioni divenute di pubblico dominio l' 8 settembre 194] in un reparto militare italiano all'estero, passato con la resistenza antigennanica dopo lunghissime giornate di angosciosi dubbi. La prosa del trentenne cappellano scorre fluida, sostemtta dall'ùnmediatezza di ricordi e da giudizi che non sono mai preterzziosi ma scaturiscono da una lucida visione delle cose. AWespe,-ienza soggettiva p. De Cobelli unisce valutazione di indole politica generale. Il lungo documento, insomma, si 1'ivela utile non solo e non tanto per la qttestione dell'assistenza spirituale alle truppe, rna pure per la conoscenza delle dinamiche post-armistiziali. Per questo vale la pena di riprodur-

re integralmente il documento, dal quale ben si intuisce come il 11eligioso abbia svolto un n,olo dinamico nelle vicende della Divisione partigiana <<Garibaldi» operante nel Montenegro. Premetto che in questa mia relazione di un'attività quasi eminentemente spirituale cercherò, per quanto m.i sarà possibile, di evitare un apprezzamento su avvenimenti la causa dei quali è sfuggita, in gran parte, alla mia capacità giudicante. L'8 settembre 1943, fine della nostra tragica farsa, mi trova a Berane (Montenegro) come Cappellano militare dell'84 ° Reggi-mento Fanteria. Nel dolore che mi strazia per la nostra ingloriosa sconfitta, devo assistere alle scene di giubilo di qualche militare esaltato ed incosciente; fortunatamente, un ordine di allarme opportunamente emesso dal nostro Comandante di Divisione stronca ogni manifestazione. Giorni di ansia e di indecisione; mi trattengo come il solito con i miei soldati, ma non so cosa dir loro: inizieremo la marcia alla costa o combatteremo contro i Tedeschi? Il giorno 14 apprendo che il nostro Comando ha stretto una specie di alleanza militai-e con le bande irregolatì cetniche. Approvazione e gioia della popolazione.


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

Il 15 il Sig. Col. Alaniero - Comandante del mio Reggimento - raduna tutti gli Ufficiali e ci comunica le condizioni imposte dal Comando tedesco a tutte le truppe italiane del Montenegro, condizioni che sono di una tale severità anti-psicologica che tutti noi ci rifiutiamo di accettare. Ad ogni modo il Sig. Colonnello ci avverte che chiunque voglia passare ai tedeschi, è libero di farlo entro la mezzanotte del giorno stesso. Aeroplani tedeschi ronzano sull'abitato gettando manifestini che, dopo alcune esortazioni, ci pongono il dilemma: o la resa, o 1a nostra distruzione totale. Il nostro Comando risponde battendo radiogrammi giorno e notte, coi quali tenta di mettersi in collegamento con l'Italia o con la Divisione «Taurinense>>, che sembra decisa a seguire la nostra stessa sorte. Il nostro soldato non ha, come usualmente si dice, «il morale alto», ma è rassegnato. Cerco di far capire a molte teste dure che quella che abbiamo scelto era l'unica soluzione che forse ci avrebbe potuto rendere un resto di onori. La maggior parte dei soldati acconsente passivamente. Siamo in collegamento radio con l'Italia e chiediamo un cifrario, mentre incominciano gli attacchi partigiani ai nostri presidi. Parte da Berane la nostra compagnia Arditi, comandata dal capitano Bazzani e con alcuni nostri Ufficiali travestiti da cetnici: lo scopo sarebbe di portare aiuto al presidio di Kolascim, circondato; ma la compagnia cade in un'imboscata e viene distrutta; due degli ufficiali rimangono uccisi, il capitano Bazzani con pochi soldati riesce a rientrare in Berane. Cosi il nostro presidio di Kolascim, abbandonato anche dai cetnici alleati, cede improvvisamente; rimane solo e resiste valorosamente il capitano Riv.a con la sua compagnia. Il giorno 8 ottobre attacco dei partigiani al presidio di Berane; la nostra artiglieria spara qualche colpo a caso, i cetnici combattono un giorno e una notte, poi si ritirano dietro le nostre linee . Nuovo dilemma si presenta ai nostri comandi: dobbiamo rimanere coi cetnici o unirci ai partigiani? La soluzione non era molto facile a trovarsi. Corse di automobili con generali e colonnelli, fracasso dei nostri carri armati, tentativo (fallito) di conci-


Appendice

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liare cetnlci coi partigiani, quindi - iJ 9 ottobre - scoppia la bomba: la nostra Divisione si è alleata coi partigiani! Un battaglione di questi entra in Berane, preceduto da una grande bandiera rossa munita dei relativi falce e martello; uomini e donne marciano nella massima disciplina cantando un inno che ha un'intonazione lugubre; Ja popolazione è meravigliata e terrorizzata; i cetnici hanno abbandonato la città imprecando agli ufficiali italiani; i nostri soldati guardano seri e muti. Gli aerei tedeschi, stanchi di gettare manifestini che lasciano il tempo che trovano, ricorrono ad un argomento generalmente più efficace: bombardano e mitragliano l'abitato e le nostre linee; questa non è che la preparazione di un attacco· concentrico che partendo da Podgorica, da Pece da Rosaj-Petnica muove contro le posizioni della Divisione «Venezia». Ma i nostri presidi saldamente attestati su al ture e validamente aiutati dalle truppe partigiane, resistono e respingono tutti gli attacchi delle truppe tedesche e fasciste. Il giorno 18, fo bicicletta, e dopo due ore di salita massacrante, raggiungo un battaglione del mio reggimento. L'attacco tedesco, preceduto da tiri cli cannone e mortai, si svolge in pieno ed è violento. Trovo la maggior parte dei miei ufficiali sereni, ma il soldato nostro non è più quello che seguiva noi stessi sulle alture del fronte greco: egli sa che in Italfa è stato firmato l'armistizio e polarizzandosi su quello dice che è stanco, che spara cli mala voglia. Dall'alto assisco alla manovra di un nostro trimotore che at. terra a Berane; ha portato fra l'altro quattro mitragliere da 20 mm. che però, lo saprò più tardi, sono prive degli affusti. Ma caccia tedeschi gli si precipitano contro e, dopo diverse picchiate rasenti terra, lo incendiano. La pressione tedesca continua e si accentua; la sera del 20 il nostro Comando ordina che la Divisione abbandoni le linee e I' abitato e si ritiri .. .in montagna! Perché? sembra non sia possibile resistere ulteriormente. É da oggi che incomincia la vera odissea della Divisione «Venezia)>. Marciamo tutta la notte, per la strada elementi mussulmani isolati tentano di disarmare alcuni nostri soldati, sparatorie: un ulli-


1.36

Cappellani militari italiani nella ,-esistenza all'estero

ciale della sezione di sanità viene colpito da una pallottola e muore. Al mattino raggiungiamo il bivio per Sakovici, a pochi chilometri da Bielo-Polie. Qui la Divisione si scinde: una parte, con il Comando, passerà per Sakovici, zona tranquilla, per raggiungere Plievie già occupata dai nostri alleati partigiani; due battaglioni cli quel reggimento, comandati dal Colonnello Olagnero, dovranno invece attraversare Bielo-Polie e conquistare Brodarewo, tenuta saldamente dai tedeschi e da bande mussulmane. io rimango con questi due battaglioni ed iniziamo così la marcia verso Brodarewo, inseguiti implacabilmente dagli aerei tedeschi che mitragliano quanto possono. Verso la fine di ottobre giungiamo a pochi chilometri dalla località da occupare. Faccio notare che da quando il Comando Divisione si è unito a noi, operiamo completamente agli ordini partigiani. Uno dei nostri due battaglioni si sposta nelle montagne per circondare Brodarewo; l'altro, col quale sono io ed il col. Olagnero, dovrebbe procedere formalmente per la strada careggiabile, ma giunti a circa tre Km. dall'abitato, dove la strada procede incassata tra alti muraglionj dj roccia, veniamo fatti segno a scariche rabbiose di fucileria e bombe a mano. Ogni tentativo di procedere risultando inutile ed apportando perdite rilevanti, si decide di attet1dere la sera. Verso le 19, non riuscendo il collegamento-radio con l'altro battaglione, il col. Olagnero dà l'ordine dj procedere ad ogni costo; le truppe avanzano, precedute da due carr.i armati, ma giunte ad una specie di posto di blocco siamo investiti improvvisamente da raffiche nutritissime, accompagnate da razzi illuminanti e da pallottole traccianti. I cingoli dei carri annatj, naturalmente, si inceppano; i soJdati sono presi dal pan.ice e si precipitano indietro in massa; inutilmente il colonnello, io ed altri ufficiali ci lanciamo in mezzo alla strada, inutilmente puntiamo il revolver contro quei visi trasfigurati dal terrore: un colpo di pistola parte dagli stessi soldati contro dj noi e la massa urlante ci trascina per un tratto finché, usciti dalla zona pericolosa, riusciamo a fermarla e ad attestarla su uo'alLura. Durante la notte il colonnello Olagnero, temendo un nuovo attacco che sarebbe stato disastroso date le nostre pessime posi-


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zioni, decide di retrocedere, con il cariaggio, per circa sette km. Alla mattina l'altro battaglione che avanzava in Montagna occupa Brodarewo, che viene evacuata dai tedeschi e noi possiamo finalmente procedere. Ho voluto soffermarmi un po' a lungo su questo fatto, perché troppe chiacchere esaltantj o denigranti erano state propalate da coloro che naturalmente erano 60 km . lontani dal luogo dove avveniva. Dopo una sosta di qualche giorno partiamo, attendandoci in seguito a 5 km. da Prie Polie. Siamo nella prima settimana di novembre; incomincia il nostro attacco a Sienica, attacco che fallirà miseramente . Una nostra colonna partita da Brodarewo viene attaccata nella gola di Straniaci e decimata: più di 100 dispersi, 40 feriti e 20 morti tra i quali due ufficiali, morti che seppellirò piamente in Brodarewo stesso in una grigia serata di novembre, mentre intorno rosseggiano le case mussulmane incendiate per rappresaglia dai partigiani. Ancora qualche giorno di alterne vicende, finché un mattino, mentre mi reco a visitare il mio battaglione, vedo il carro armato che mi precede fermarsi di colpo; giro gli occhi e scorgo una massa di uomini che si precipita dalle alture verso il fiume Liro: sono le nostre brigate del fronte di Sienica, in rotta. I soldati sono stanchi, laceri, affamati; dicono che i partigiani non sanno comandare, che le truppe tedesche sono troppo forti (effettivamente i tedeschi attaccano decisamente con artiglieria e carrj armati di tipo medio), dicono che non vogliono più combattere perché sono troppo stanchi. Ma il colonnello Olagne. ro, che è con me, ferma tutti i fuggiaschi, li sfama come può e tenta rincuorarli, radunando così circa duemila uomini semisfiniti. Il fronte, ad ogni modo, non può essere più tenuto e ci ritiriamo in direzione di Plerglie, lasciando a Brodarewo una brigata forte di circa 4 50 uomini (la V, comandata dal col. Mascherpa). Mentre giorni dopo, all'alba, i tedeschi circondano il presidio e facendosi precedere da un violentissimo fuoco di mortai, dopo tre ore di accanito combattimento, lo distruggono. Solo un centinaio di uomini riesce a fuggire col col. Mascherpa e qualche altro ufficiale. Tre giorni dopo la località è nuovamente occupata dai


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partigiani ed io, scortato da 50 carabinieri e 50 fanti, mi reco sul luogo dopo una marcia cli .35 km. in montagna. Il campo di battaglia mi si presenta in tutta la sua tragica miseria; riesco a raccogliere e seppellire 78 dei nostri militari, tra i quali due ufficiali. Ritorno alla mia base e dopo 4 ore che ho lasciato Brodarewo questa viene nuovamente occupata dai tedeschi. I partigiani ordinano alle nostre truppe di ritirarsi ulteriormente oltre Plevie, verso Cianic. A mezza strada tra Bolianici e Cianic (località Metalia) ci fermiamo. Neve e freddo intenso. É qui che il 29 novembre avviene per noi la divisione ormai celebre e tanto nefasta tra combattenti e lavoratori. Ignoro cosa avvenisse ai comandi di Divisione; so che nel potnetiggio ci troviamo circondati dai partigiani che, accompagnati dal cple. Pistone, ci puntano contro le mitragliatrici e ci ordinano: «dovete scegliere: o combattere o lasciare le armi e passare coi battaglioni lavoratori». Quale lo scopo? L'ignoro. Si dice che si vuol eliminare dalle

brigate combattenti gli elementi negativi; si dice che i partigiani hanno bisogno di armi, qualche maligno sussurra che ci si vuol indebolire per poterci paneggiare come il Comando partigiano desidera. É certo ad ogni modo che io quel giorno ho visto che il gen. Oxilia non poteva dare nessun ordine, and1e dei più semplici, senza domandare il nulla osta del colonnello partigiano Obradowic. Ad ogni modo io scielgo di rimanere fra i combattenti e vengo assegnato alla terza brigata, comandata dal magg. Piva, medaglia d'Oro alla memoria. Alla mattina del 5 dicembre, dietro ordine partigiano, la mia brigata si sposta verso Plevlie; verso le 13 giungiamo a circa 3 km. dal.11.'abitato. Poco lontano scariche nutrit,e di mitraglia; a 50 metri esplodono colpì frequenti cli mortaio da 81, si sente distinto il battere cadenzato del cannoncino da 20. Cosa succede? Nessuno lo sa, nemmeno il nostro comandante che da ordine sia distribuito alJa truppa il vestiario. Domandiamo ad alcuni partigiani che su un autocarro fuggono da Plevlie. «Cosa succede?», «Niente, niente», ci rispondono, «istruzione alle reclute». Improvvisamente raffiche di mitraglia ci investono in pieno. I soldati, colti di sorpresa, fuggono come un branco di passeri. Mi arrampico con alcuni ufficiali su un costone di pietra. La mitra-


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glia ci segue e ci batte con un'intensità che mi sbalru:disce; mi vol· to e scorgo a non più di 30 metri un carro armato che sgrana il suo rosario di colpi: uno di essi raggiungerà in pieno il magg. Piva, uccidendolo. Proseguire per noi è impossibile; intanto il carro armato si ferma e da esso balzano due tedeschi, che gridano in cattivo italiano di arrenderci. Vicino a me un soldato mi dice: <<Sig. t,e nente, si levi i gradi e facciamola finita». Giro lo sguardo attorno: in alto una lepre fugge terrorizzata, intorno a me i soldati si arrendono in massa; ho un attimo di esitazione, poi con un balzo mi precipito in un vaUone, corro, cado, mi rialzo e, seguito da qualche altro ufficiale, riesco ad uscire dal tiro del carro armato. Due giorni e due notti di marcia nei boschi, col fango fino ai ginocc!hi, senza mangiare altro che un po' di neve, finché dopo un lunghissimo giro riesco a raggiungere alcuni resti della Divisione: nessuno sa dove sia il Comando. Apprendiamo che l'attacco fulmineo tedesco ha completamente sorpreso i Comandi partigiani ed italiani e ci ha privati di migliaia di uomini, dei magazzini, di tutti gli automezzi, di quasi tutta l' artiglieria e di gran parte deUe armi pesanti da fanteria. Noto un grande scoraggiamento. Il gen. Frasca mi offre di andare con un battaglione lavoratori, ma io voglio ritornare colla mia brigata, sia pure decimata, e dopo due altre ore di marcia la raggiungo. La mia vita di brigata, per oltre due mesi e mezzo, si può riassumere in poche parole: freddo intensissimo, fame, sudiciume e quasi continui attacchi di cetnici e di tedeschi. I cetnici si erano _alleati ai tedeschi dopo il nostro voltafaccia. Tutti noi siamo completamente privi d i indumenti invernali. Molti soldati non hanno nemmeno le scarpe. La razione viveri che riusciamo ad ottenere è una crudele ironia per la nostra fame. Spesso si presenta al Comando della mia brigata qualche soldato che faceva parte dei battaglioni lavoratori. Hanno venduto tutto per mangiare e sono tanto stanchi: scheletri seminudi ed irsuti che ci guardano con occhi da folli dalle occhiaie profonde e tentano ancora di abbozzare con mano tremante una parvenza di saluto. Sappiamo che molti lavoratori sono morti così, nelle montagne del Montenegro, di fame e di febbre.


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Gli attacchi cetnico-tedeschi non ci lasciano riposare finché, dopo averli più e più volte respinti, riescono a sorprendere un nostro battaglione e ad annientarlo. Finalmente il Comando Divisione con il quale eravamo riusciti a metterci in collegamento con una nostra pattuglia, ci trasmette l'ordine del Comando partigiani di trasferirci a Moicowz. Otto giorni di marcia infernale, sotto tempeste di nevischio, senza strade, col timore di cadere in qualche imboscata, coi muli che scomparivano quasi completamente nella neve e che dovemmo mangiare tutti per non morire di fame. Il Comando partigiano, viste le condizioni deplorevoli di soldati e di ufficiali, decide di sciogliere la mia brigata. Intanto, essendo scoppiato il tifo esentematico a Berane e trovandosi quel Presidio senza cappellano, sono inviato dietro mia richiesta in quella località dove giungo dopo altri tre giorni di cammino. Era il 21 febbraio. Il tifo petecchiale infuriava tra i nostri soldati, le condizioni igieniche erano pessime, i medicinali mancavano, i medici erano quasi tutti ammalati, il cibo assolutamente insufficiente. Cerco di fare quello che posso e non mi risparmio, ma potevo tanto poco! Quante croci ho dovuto piantare nello squallido cimitero di Berane! Quanti ho visto morire, perché mancava quella piccola fiala di cardio cinetico che frustrasse un po' il loro povero cuore stanco! Gli aerei nostri, dall'Italia fa. cevano anch'essi quello che potevano, ma tanto spesso sono giunti in ritardo: perché il tempo era cattivo, perché sul campo c'era la neve, perché il fango avrebbe impigliato le ruote del carrello e per tanti altri perché che non sapevamo con precisione ma che immaginavo raffigurandomi le condizioni del nostrç> governo, ridotto dalla sconfitta all'impotenza. Intanto (siamo in aprile) col giungere della buona stagione il tedesco aumenta la sua attività, finché un attacco concentrico di serbi, di tedeschi, di cetnici obbliga il comando partigiano e nostro di abbandonare Bielo Polie, Moikowaz, Andrievica e, il 15 aprile, Berane. Non potendo essere trasportati oltre 160 tifosi per .mancanza di mezzi, come per il pericolo di infettare ulteriori zone, chiedo ed ottengo di rimanere in Berane con i malati ed un medico, il Dr. Gobbo .


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In Berane abbandonata da ogni truppa entrano prima alcuni elementi ce truci isola ti, poi l'esercito regolare serbo alleato dei tedeschi, quindi intere brigate cetniche. Temiamo rappresaglie o colpi di testa; invece l'esercito serbo e gli ufficiali cetnici ci si dimostrano molto rispettosi; solo qualche gregario cetnico ruba, a mano armata, le scarpe ad alcuni nostri soldati. Riusciamo, con grande difficoltà, a comperare il vitto per i ricoverati. Giunge all'ospedale un ufficiale della milizia fascista, in borghese, che esibisce documenti fumati dall'autorità tedesca e si dice inviato d al governo repubblicano fascista per portare tutti glì italiani in Italia. Parla a lungo con noi e con gli ammalati. Si dice di origine sarda e sembra che si chiami Mura (o Murat?). Riparte dopo due giorni, con alcuni militari italiani, elementi isolati trovati nelle case. Un ordine del Comando tedesco, trasmesso attraverso quello cetnico, ci obbliga a far partire tutti quelli che possono cammi nare verso l'Albania, via Petnica-Rosai. Sessantatré ricoverati partono scortati da elementi cetnici e sono ben accolti dalle aut.o rità mussulmane. Un portavoce dei capi cetnid propone a noi due ufficiali di passare alle file cetniche. Assicura che saremo trattati benissimo, che essi hanno bisogno dei medici e della «intellighentia>> italiani, che la loro alleanza coi tedeschi non è che temporanea e tende solo ad abbattere i partigiani; rispondo evasivamente cercand o di prendere tempo. Furtivamente ricominciano gli attacchi dei partigiani, che nella zona di Kolascim-Moikowas hanno sgominato le bande cetniche aiutate dall'artiglieria tedesca. Dopo .cinque giorni di alterni combattimenti, nella notte del 5 maggio, dopo un furioso bombardamento di mortai, i partigiani rioccupano Berane. Temiamo che qualche esaltato pompato di grappa voglia farci qualche brutto scherzo, invece tutti ci rispettano e tentano di aiutarci. Vengo proposto per una ricompensa che si muta in elogio scritto . Continuo il mio lavoro al Presidio, lavoro faticoso e pericoloso, perché il 10 maggio sono anch'io colpito da tifo esantematico in una forma particolarmente virulenta. Dopo 15 giorni di febbre violentissima mi risveglio: sono quasi completamente sordo e deco e nel braccio destro non ho più forzai intorno a Berane


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continui cannoneggiamenti e sparatorie. Lentamente la vista e l'udito ritornano, ma rimane l'indebolimento del braccio mentre il mio organismo risente di una stanchezza mortale. Un colonnello medico partigiano mi visita, riscontra anche un vizio cardiaco ed ordina il mio trasferimento in Italia l:)er via aerea. La notte del 20 giugno salgo su un Guglas e dopo due ore di ottimo viaggio atterro a Bari, da dove vengo trasportato all'ospedale di Valenzano.

Documento n. 2 AGRIPPINO JALUNA: MEMORIALE DAL MONTENEGRO

Sulle vette del Montenegro il gesuita p. ]aluua annotò le cronache della sua vita errabonda tra i reparti partigiani: un 'esistenza oltremodo dura, che il 23 marzo 1944 lo avrebbe condotto alla tomba, per un 'infezione tifoidea. Qtteste note, relative al pe1iodo settembre 1943 - gennaio 1944, rendono una vfoida immagine della devozione religiosa che sostenne il cappellano nel passaggio alla resistenza antigermanica. Nei suoi passaggi epistolari manca ogni riferimento alla situazione politica (nemmeno ai rapporti coi partigiani ittdigeni e coi comandi). La ragione di ciò può riguardare l'assoluta e totalizzante preponderanza dell'elemento religioso, al punto da annullare ogni altro aspetto, oppure l'insorgere di una sorta di autocensura nel rivolgersi ai propri cari lontani, ai quali ]a/una volle fornire un 'immagine comunque rassicurante dell'esistenza condotta in terra straniera, per fugare timori ed apprensioni. Le relazioni dalla zona ioperazioni si differenziano dai rapporti stesi a posteriori, nei quali (si veda ad es. quello di p. Tartari) è possibile soffermarsi su aspetti sottacittti durante lo svolgimento degli eventi bellici. Ottobre - In questo mese dedicato alla Madonna, ho promosso molto la devozione alla Vergine; la prima domenica bo celebrato solennemente con musica e canti eseguiti tanto bene dal plotone comando del Quartier Generale Tattico. Per sollevare i


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numerosi feriti e malati, organizzo concerti esilaranti con fisarmoniche e chitarre; alcuni feriti montenegrini per la commozione piangono. Durante le incursioni tedesche conservo il massimo sangue freddo: recito il breviario per i corridoi o sbrigo faccende. I feriti ne restano stupiti e s'incoraggiano. Il 20 ottobre sera si parte improvvisamente verso i monti per sfuggire ai tedeschi, che minacciano la Divisione da varie direzioni. Riesco appena a seppellire i cinque morti del giorno, ad aiutare a caricare i feriti sulle autoambulanze e salvare l'altare, il quadro della Madonna della Sanità Militare e qualche indumento. Triste sera quella! Marcio faticosamente la notte e la mattina, riesco a fare 35 ch ilometri. Si mangia qualche patata. Si marcia ancora. A Plevia la vita si normalizza un po'. Tra l' altro m'improvviso cuoco. La notte veglio i feriti, sostituendo gli infermieri, che non erano ancora giw1ti. Novembre - Per mancanza di vino mi tocca celebrare solo la domenica e le feste principali; però procuro di fare la Comunione. A causa dei vari decessi mi tocca emulare la pia opera di Tobia. La vita è irregolare, per il vitto. Si attendono gli aerei per trasportare in Italia i feriti più gravi. Conficliamo in Dio e lo ringraziamo di essere ancora in vita: Laus Deus et Matiae semper.' Dicembre e Gennaio sono stati una vera Via crucis; abbiamo dovuto far penitenza dej nostri peccati. Quanta stanchezza nei portatori di feriti! Spesso cadono spossati sulla neve. Si arriva in un paese, ove si resta per due settimane. Faccio pregare molto, specialmente i feriti, fo cantare, ispiro in tutti i modi la fiducia in Dio, nella Provvidenza, nell'intercessione della Vergine, in suo . onore recitano il Rosario in tutti i Reparti del mio ospedale, del vicino ospedale 444, privo di Cappellano e della Sezione di Sanità. Il 16 dicembre iniziamo la novena a Gesù Bambino con preghiere, rosario e canti pastorali, in una stalla di pecore. Quanta consolazione provo, pensando di essere simile a Gesù Bambino. Il 19 dicembre si parte coo venti feriti barellati, portati su creste rocciose, per dirupi e boschi praticati solo dalle belve. Neve, fango e alberi giganti! Bellissimi panorami ... ma le nostre pene fanno gustare poco queste bellezze della natura. Sosta di un giorno. Si riparte, scendendo al fiume T., risalendo poi un' erta quasi perpendicolare per un sentiero strettissimo a zig zag e lunghissimo,


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tanto che solo nel pomeriggio, dopo aver attraversato un fitto bosco, si arriva alla mèta. La sera visito gli ammalati alloggiati in casette private molto distanti l'una dall'altra. Sopraggiunta la notte, mi smarrisco nel buio e riesco a salvarmi a forza di camminare e gridare. Il 24 dicembre per la fame raccolgo un po' di cicoria e la mangio cotta alla meglio: sembrava il cibo più prelibato. Alle 16,.30 Messa di Natale all'aperto, su una slitta. 25 dicembre: è il Natale più simile a quello di Betlem. Messa all'Ospedale n. 445; confesso sotto la neve all'aperto: celebro prima su un cippo di pie~ tra, poi su due grossi tronchi di legno. 31 dicembre: rosario, canti, litanie alla Provvidenza; si canta il Te Deum per la fine d'anno. In gennaio, l'ultimo tratto di strada per raggiungere la Divisione è grande: impieghiamo nove giorni. Durante iJ viaggio muoiono dieci malati. In tutto abbiamo avuto quattordici stazioru della via crucis. Durante tutti questi spostamenti ho fatto il cammino a piedi, coperte a tracolla, un piccolo zaino a spalla; camminando, vado salmodiando con i soldati il Rosario come nelle processioni popolari di penitenza. Il quadro della Madonna della Sanità Militare, che porto arrotolato sempre in mano, è stato la bandiera che sotto la neve, la pfoggia, al sole, ci ha guidati e sorretti ad ogni passo.

Documento n. 3 CESARE TARTARI: LA VITA TRA I PARTIGIANI DELLA CROAZIA

P. Tat·tari, religioso delle Missioni Estere di Panna e cappellano militate di tm ospedale da campo dislocato i.n Croazia, dal settembre 1943 al maggio 1944 visse con i partigiani bosniaci di orientamento comunista. IL t'adicale mutamento di regole imposto dall'esistenza guerrigliera rispetto alla regolare attività pre-a,mistiziale colpì spiacevolmente il trentunenne sacerdote, turbato in special modo dalle difficoltà frapposte al suo ministero per motivi politici e dal ribaltamento del rapporto soldati-ufficiali verificatosi nei battaglioni i-taliani


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passati con la Resistenza. Il rimpatrio, avvenuto quando ancora la guerra era in corso, gli lasciò un negativo ricordo degli otto mesi trascorsi nel movimento partigiano. Tuttavia, ciò che più di tutto spinse p. Tartari a calcare i toni nella relazione stesa al ritorno in Italia, fu l'intento di sensibilizzare le autorità religiose e civili al problema dei militari rimasti nei Balcani. Alla luce di queste considerazioni si possono spiegare alcune risentite affermazioni del cappellano, che mal si era adattato al passaggio dalle Jornzazioni regolari a quelle partigiane.

La capitolazione dell'Italia mi colse al mio posto di lavoro al 384 Ospedale da Campo P.M. 118 (dove mi trovavo da due anni) a circa 25 km. da Spalato. Sempre numerosi i partigiani in quella zona, che spesso ne era infestata, non fu Imo difficile diventare i padroni della situazione nei giorni successivi alla capitolazione. Non fu però loro tnerito (benché sempre, incoscientemente, se ne siano vantati come di una grande vittoria), ma debolezza, disorientamento, da parte del Comando della «Bergamo». Il 9 settembre un gruppo di partigiani invade l'ospedale, disarma 1a truppa e deruba gran parte del materiale . Viviamo chiusi come prigionieri, sempre sorvegliati da loro. Io potevo uscire e visitare ogni giorno i numerosi soldati concentrati in paese 1 sconfortati e sfiduciati. Il 25 settembre si diffonde tra le file partigiane orgasmo e paura: i tedeschi si avvicinano a Spalato. Ordini contradditori ci vengono impartiti, finché si conclude con la divisione dell'Ospe - dale: i ricoverati devono raggiungere Spalato per essere, in serata, probabilmente imbarcati per l'Italia, mentre la truppa dell'Ospedale deve seguire i partigiani in montagna. Io ho libera scelta . Chiunque al mio posto avrebbe scelto la parte più bisognosa di conforto, di aiuto. Seguii quindi i miei soldati. Non avevo nessun triste presentimento: benché ricordassi la condotta usata con altri Cappellani, avevo solo la coscienza del mio dovere. Il primo contatto con un Capo Partigiano, dopo giorni di marcia dura, attraverso le catene montuose delle Alpi dinariche e della Sicilaja, mi fece capire la delicatezza e la difficoltà della mia


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situazione. Dovetti levare subito ogni distintivo da Cappellano; poi mi mandò dal Comandante della 1 a Divisione Proletaria Partigiana. Piansi: avevo seguito i miei soldati per stare con loro ed eccomi così presto da loro strappato. Sub)to l'interrogatorio da parte del Comandante, gli chiesi di lasciarmi con un reparto italiano. Fui esaudito. Partii così per Livno, nella Bosnia, dove un Ten. Colonnello dei CC.RR. stava organizzando qualche reparto italiano. Partecipai con lui per circa un mese e mezzo a tale orga: nizzaz1one. Quando alla fine di novembre i Tedeschi si avvicinarono a Livno, il reparto contava circa 200 soldati raccolti un po' dovun· que. Si chiamò «Btg. Matteotti»: era scarsamente armato, vestito e nutrito. Grande era l'indisciplina dei soldati: l'Ufficiale, che nei tragici giorni successivi alla capitolazione aveva pensato solo alla propria pelle, abbandonando i propri reparti (compreso il Generale della <<Bergamo», che s'imbarcava lasciando nella più difficile situazione circa diecimila soldati in balia dei Tedeschi e dei Partigiani), aveva perduto ogni autorità. Generali ed Ufficiali Superiori ed Inferiori che nei bei tempi deUa dominazione d'Italia in BalGmia si divertivano con donne, anche nelle ore del coprifuoco (punendo invece un soldato per sciocchezze), le quali donne partigiane o simpatizzanti - si servivano delle notizie imprudentemente date dai nostri, a danno dei soldati, erano l'oggetto dei quotidiani discorsi della nuova truppa e causa di indisciplina. A questa ed altre cause, va aggiunta la corrente delle nuove idee propugnate dagli Ufficiali del Btg.: idee comuniste, reazione contro la Monarchia e il Governo Badoglio. Inutile dire che erano tutte idee suggerite dai Partigiani. Lo svolgimento degli avvenimenti militari portò ad un avvicinamento temporaneo dei due B tg. italiani coi Partigiani. IJ secondo di questi Btg. era il «Garibaldi», di circa 240 soldati. Anch'egli scarsamente armato e vestito, era però più che disciplinato, ma meno apprezzato dai Comandi Partigiani perché di idee più monarchiche: questo però finché ci fu quale Comandante un Capitano dei CC.RR. Ceduto il comando, il nuovo Comandante poco a poco cambiò faccia, segu) le ortne del Btg. «Matteotti» e fu cos) stimato.


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Di tutti questi movimenti più o meno politid io me ne disinteressai. Da tempo desideravo visitare il «Garibaldi»; ne approfittai perciò cli quel temporaneo avvicinamento: da quel momento resterò sempre col Btg., causa le grandi distanze tra l'uno e l'altro. Anche qui condivisi pienamente la vita dei soldati: li seguivo in tutte le numerose ed estenuanti marce, mangiavo come loro e come loro dormivo sulla paglia o sul pavimento. Però la mia attività sacerdotale era limitatissima: niente mai S. Messa ed amministrazione dei Sacramenti; ostacolate dalle circostanze e dalla organizzazìone partigiana comunista l'istruzione religiosa e l'assistenza sotto qualunque forma , perché ogni assistenza ed ogni necessità doveva essere esercitata o manifestata dai Commissari Politici del Battaglione, naturalmente partigiani. Ogni mio intervento a favore di qualche soldato presso il Com. Politico era vano e sterile. Il mio ministero si riduceva solo a parlare coi soldati degli avvenimenti in corso. Dopo sette mesi in cui mi illusi di poter fare qualche cosa cli bene tra i miei soldati aprii gli occhi. Che stavo a fare là? Non perdevo io il mio tempo, sia pure indipendentemente da me, mentre i miei soldati compivano il loro dovere? Non era onesto che anch'io cercassi un po' di lavoro? Decisi: mi presentai direttamente al Comandante della 1 a Divisione Proletaria, a lui esposi la inia situazione e proposi due vie d'uscita: 1) in Montenegro operava la Divisione Italiana «Garibaldi», Ini mandasse perciò là: avrei potuto ritornare Cappellano; 2) oppure .mi si ·mpiegasse in qualche Ospedale Partigiano, dove erano numerosi i feriti e gli ammalati. Erano partigiani, è vero, erano Cat- tolici Ortodossi, Mussulmani, è vero, ma nel dolore tutti si ha bisogno cli una buona parola. Il Comandante scartò le mie proposte e mi mandò temporaneamente col Dr. Truini, un'ottima amico. Intanto il Comandante scrisse al Comando di Tito. Il Dr. Truini prestava servizio in due Ospedali Partigiani: io ne approfittai per visitare ogni giorno gli ammalati. Potei confessare ed amministrare gli ultiini Sacramenti ad alcuni moribondi. Dopo una quindicina cli giorni fui chiamato al Comando Supremo di Tito; esposi ancora le mie proposte, ma il Montenegro - Ini si rispose - era troppo lontano e gli Ospedali Partigiani non ammettevano Sacerdoti, perché loro avevano i Commissari


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P olitici che avevano lo stesso compito del Cappellano. Neppure presso i Btg. italiani potevo ritornare, poiché quasi formati alla loro idea «comunista» e la presenza mia perciò non era ritenuta utile e necessaria. Una terza proposta mi si presentò dal Comandante: rientrare in Italia, però astutamente volle che fossi io a chiedere, perché non sembrasse che mi si allontanasse quale ospite indesiderato. Chiesi e partii, sempre scortato. Nei mieì 45 giorni di marcia attraverso la Bosnia, la Lira e la Dalmazia incontrai numerosi soldati italiani sparsi nei Btg. P arti-· giani. Non c'è bisogno di parole per comprendere la loro condizione. Anch'essi si lamentavano, come i soldati dei nostri due Btg. del silenzio da parte del Governo Italiano e della Chiesa, che non pensavano ad essi. La colpa, però, più che della Chiesa e del Governo, era dei Partigiani che conservavano il silenzio sulla nostra esistenza per potere meglio agire su noi, instillandoci l'odio verso la Monarchia e il Governo. Io, e come me anche altri, ho sempre immaginato questo modo cli agire dei Partigiani, non ho mai dubitato che in I talia nessuno sapesse della nostra esistenza e della nostra situazione. Se con rincrescimento io appresi la decisione dd Comando di Tito cli rimpatriare, mi consolò il pensiero che in Italia sarei stato più utile, non solo ad altri soldati, ma a quelli stessi che lasciavo. Mi proposi quale compito particolare di illustrare, a chiunque potesse interessare, lo stato di avvilimento e di degradazione nel quale era caduto il soldato italiano, in seguito alla vita condotta tra i Partigiani. Scarsità di cibo, vestiti stracciati e insufficienti, tra il rigore invernale della Bosnia, marcie lunghe, estenuanti, frequentissime attraverso j monti ricoperti da alta ,n eve (metri 1,50-2) e spesso con scarpe rotte o senza affatto, dormire su poca paglia o addirittura sul pavimento infestato dai pidocchi e dalle cimici, disprezzad e umiliati in tutti i modi dai Partigiani, considerati come i loro servi, costretti a subire i loro commenti e i loro sarcasmi su certe sconfitte da noi subite, in una parola trattati da prigionieri, ma da un esercito semibarbaro, il quale si considera, con infinita insipienza, come il vero e il solo artefice della nostra sconfitta e come tale si comporta: ecco un quadro deUa situazione di quei nostri soldati.


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A11to/.ogia

Ad aggravare tale condizione si aggiunse la condotta dei Comandanti italiani dei dne nostri Btg., i quali, per dimostrare la loro capacità nel comando, si mostravano dei piccoli tiranni sempre pronti a far pesare la loro mano nel giogo certo non dolce di soldati. Nell'umiliazione della sconfitta j nostri Ufficiali dei due Btg. non seppero tenere alta la testa, ma si piegarono come canne all'influenza partigiana, sacrificando, per ritrarne un po' di stima personale presso i Comandi loro, ogni sentimento nazionale. E per le loro questioni personali, specialmente per questione dicomando, sacrificando i desideri della quasi totalità dei soldati dei due Btg., i quali volevano la fusione dei due reparti. Pessima fu poi l'impressione lasciata dal Comandante del· «Gru·ibaldi», il quale, per un sfalsato concetto di disciplina, propose al Comando Partigiano, come esempio per gli altri - diceva - la fucilazione di due nostri soldati che, spinti dalla fame, avevano rubato un po' di faglieli e ili granoturco. Si pentl quando la proposta fu accettata ed effettuata; cercò di scusarsi, ma era tardi. Io vorrei che questa relazione, o almeno l'eco di tanti dolori, giungesse alle Autorfrà Ecclesiastiche perché, come è nostra missione di Sacerdoti, si cerchi di alleviarH e si lavori per il loro rimpatrio. Sarà questo un mezzo per destare la simpatia di quei miseri verso la Chiesa.

Documento n. 4 GIOVANNI B. XILO, MEMORIALE ALL' ORDINARIO MILITARE

La ,,el,azione del cappellano padovano, scritta sotto forma di lettei'a al mtovo Arcivescovo castrense mons. Carlo Alberto Fen·ero di Cavallerleone (che nell1ttltima settimana dell'ottobre 1944 aveva sostituito il dimissionario mons. Angelo Bartoiomasi alla guida dell'Ordinariato castrense), rende con immediatezza il livello delle difficoltà di varia natura che alt1estero resero quanto mai ardua la sopravvivenza dei militari italiani schieratisi su posizioni antifasciste. Don Xilo lascia liberamente fluire, nel documento che segna la sua ripresa di


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contatto con la struttura centrale di assistenza spirituale alle forze armate, ricordi ed emozioni, nel momento in cui vede prossimo il rimpatrio e la fine di un tormentoso periodo nel quale aveva speso tutto se stesso nel tentativo di alleviare la sorte dei miseri connazionali rimasti in territorio albanese dopo la stipulazione dell'armistizio. Redatta a Durazzo il 13 marzo 1944 1 questa è una delle rare relazioni stilate precedentemente al rimpatrio.

Eccellenza Reverendissima, dopo venti mesi dacchÊ sono tagliato fuori dalla madre Patria, è un vero piacere per me far giungere a Voi la mia voce. Ho sentito per radio la notizia della Vostra consacrazione e da quel giorno fui lieto di considerar Vi come Padre anche senza avervi conosciuto. Al momento della capitolazione ero cappellano al XL/B Sottosettore G.A.F. di sede a Scutari. Il giorno 17 settembre partii con tutto il mio reparto al completo per la prigionia, deciso a seguire i miei soldati. Fatti appena pochi chilometri, il camion con rimorchio che ci trasportava, guidato da un tedesco inesperto si capovolse . Avemmo tre morti sull'istante e 33 feriti, tra i quali anch'io con gravi contusione alla tempia destra, schiacciamento delle cartilagini nasali e due enormi ematomi che mi chiusero ambedue gli occhi e altre gravi contusioni. Scongiurato il pericolo della commozione cerebrale, in pochi giorni mi ristabilii del tutto e mi detti all'assistenza religiosa di quell ' Ospedale militare rimasto senza Cappellano. Grazie al diretto interessamento del Delegato Apostolico mons. Nigris riuscii a rimanere a Scutari per l'as istenza dei prigionieri italiani e degli operai nella vastissima zona da Prizren nel Kossovo fino all'Adriatico. Assommavano a parecchie migliaia in condizioni da fare spavento: senza neanche una coperta senza un cappotto, senza scarpe, vestiti in tela estiva lavoravano a spalare la neve nelle strade delle Alpi Albanesi. Rimasero per otto giorni consecutivi senza pane. Una volta al mese con grave rischio della vita per quelle strade pericolosissime facevo il giro di circa 400 chilometri per procurare a loro il conforto religioso, celebrando alla sera tra la neve, assolvendo anche in massa perchÊ i tedeschi


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limitavano il tempo e comunicando non digiuni. Spettacoli cli fede mai vidi in Italia. Vita da catacombe. Approfittavo per distribuire loro gli aiuti materiali frutto delle mie questue (cinque volte feci personalmente il giro di tutta Scutari e due volte a Tirana, per raccogliere fondi) e soprattutto delJ 'intenso lavoro del D elegato Apostolico. Ebbi per tutto questo ben sei denunzie alla Gestapo e un mandato di cattura per il campo della morte di Pristina, perché la mia assistenza tratteneva i prigionieri dal passare alle file tedesche. Da tutte queste prove mi salvò il Delegato Apostolico, al quale salvaj la vita , portandolo in salvo insieme ai famiglial'i con gravissimo rischio della vita quando, il 17 dicembre 1944, i tedeschi a Cossovari distrussero completamente a cannonate e con l' incendio la D elegazione Apostolica. Cosl ho fatto il calcolo di avere distribuito in assistenza, nel corso di 18 mesi, un equivalente di circa due milioni e mezzo di lire italiane. Cose che non avrei mai sognato. Mai ho toccato con mano 1'opera della Provvidenza. Assistetti ben trenta condannati a morte italiani in tempi diversi, e otto condannati contemporaneamente alla pena capitale. Ne riportai una scossa nervosa che mi fece soffrire per un mese e mezzo. Ora, grazie a Dio, mi sono rimesso abbastanza bene. Perdonate la lunga tiritera, che può sembrare una lode a me stesso. Il Signore me la perdoni e protesto sinceramente dinanzi a Lui: Servus inutilis sum. Quod debtti /acere non feci ... Perdonatemi anche Voi. L'elenco dei Morti italiani dalla capitolazione in poi nel nord deU ' Albania 1 approfitto dell'occasione per consegnarlo all'Eccellenza il Sottosegretario Pale1·mo, per la notifica alle famiglie. Le piante dei cimiteri con i rispettivi elenchi e i ricordi personali dei Morti, li porterò con me a1 rimpatrio assieme ai miei ragazzi che versano in condizioni fisiche e morali tali da rendere impossibile una relazione. In poco più di un mese due poveracci, fisicamente e psichicamente esausti, si impiccarono. Incapace di star qu ieto, continuo a lavorare ... per disperazione, in mezzo a tanta miseria. Contra spem in spem crediti ... et credo.


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

Beneditemi, Eccellenza, e perdonate le mie esuberanze mentre mi inginocchio al bacio del Sacro Anello.

Documento n. 5 ALBERTO GINGHELLO, APPUNTI UTILI PER L'ORDINARIATO

La scarsa consuetudine con la forma scritta accentua talvolta il potenziale drammatico delle relazioni sui mesi trascorsi in un'esistenza nomade e guerrigliera. É il caso del memoriale steso da don Ginghello, nel quale è descritto senza circonlocuzioni il destino di tanti militari italiani: fame, terrore, pazzia, morte. Il cappellano rileva senza commenti (ed è un silenzio accusatorio verso gli alti comandi delle forze armate) la cattura di migliaia di militari italiani da parte di duecento tedeschi e lascia intuire come la disorganizzazione seguita all'armistizio fosse valsa a privare i soldati dello spfrito di corpo e della dignità di combattenti, rendendoli oggetti indifesi in balia della violenza altrui, contesi tra i gennanici e gli albanesi. Il religioso offre una vivace testimonianza della spietatezza teutonica, che riservò ad ufficiali ed a soldati italiani un trattamento consono ad un macello.

Di quanto scrivo in base alle mie sofferenze di prigionia, non è gia stato per me un ç:,bbligo assoluto o impostomi, ma bens1 un atto di mia spontanea volontà basata su due punti essenziali. Vedendo la fuga e la cattura di tutti gli ufficiali, compresi i cappellani, non ebbi coraggio di partire a rifugiarmi, pensando che i poveri soldati sarebbero rimasti soli, senza assistenza spirituale, senza una guida, senza un ordine e quindi - attraverso a tante calamità, disagi e privazioni di ogni genere - sarebbero taggiunti chi sà a quale follie. Tanto è vero che nonostante alle mie continue esortazioni, quando il dolore, lo sconforto con fame freddo e sete si fece sentire sotto la forma più crud le ino al punto di doversi cibare con tartarughe, ghiande, erbaggi ecc. Fu allora che alcuni impazzirono di esaurimento, altri morti di fame e altri suicidati e annegati.


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Questa tragica vita di pieno dolore e immenso sacrificio durò per la bellezza di dieci mesi. Il mio scopo quindi era di sostenere spiritualmente e materialmente il complessivo numero di circa novemila anime sperdute tra i monti, al solo scopo di tener alto e fermo, dinanzi a Dio e al mondo intero, l'onore e il delicato compito dei Cappellani militari non gia attraverso un semplice servizio 1 ma bensì sotto le torture più crudeli e dolorose di quanto può sostenere un corpo umano, non nascondendo che anche questo più volte sarebbe perito se una speciale grazia di Dio non ci avesse sostenuti. Era il 10 settembre quanto in Valona circa duecento tedeschi disarmarono parecchie migliaia di soldati e ufficiali italiani, condotti in campo di concentramento lasciandoci cinque giorni senza cibo; mentre il giorno 15 era nostra condanna di partire per il lago d' Ocrida a piedi e proseguire sino in Germania, percorrendo 30 chilometri al giorno per 40 giorni di complessivo cammino, senza cibi, senza acqua e con molti ammalati. I partigiani albanesi, saputo il fatto, iniziarono una feroce battaglìa che si svolse in pieno nel nostro campo di concentramento ove attendavano nove mila soldati coi relativi sottufficiali. Di conseguenza, tutti i mortai, cannoni, mitraglie e rnoschettate giungevano in pieno sui poveri soldati, producendo vittime e feriti a un numero incalcolabile e spaventoso. Iniziò quel giorno il calvario e il cimitero dei poveri italiani in Albania. I tedeschi nei loro rastrellamenti diedero una caccia spietata -ai poveri ufficiali, mettendoli a morte senza remissione alcuna. A Cucci, 53 ufficiali mitragliati alle ginocchia e poi scannati alla gola con pugnali; a Porto Edda altri 150 circa, senza poi contare tutti quelli che trovarono nei vari paesi durante i rastrellamenti. I soldati, invece, furono in un primo tempo uccisi e in fine soltanto quelli che trovarono ammalati; altri ancora, presi e messi a lavorare con pochissimo cibo. Non dobbiamo qui tacere che, a secondo le varie parti di Albania, anche le famiglie albanesi assunsero i soldati al lavoro. Alcuni erano trattati bene; in altri posti tenuti come schiavi; in altri, invece, fatti morire.


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Cappellani militari italia11i nello reristenw all'estero

Nonostante alle gravissime sofferenze cui ero sottoposto, ho sempre cercato di tener collegati i soldati dei vari paesi, incoraggiandoli alla forza e alla preghiera. Mi interessai di soldati morti rinvenendo i loro nomi; curai ammalati e soprattutto li tenevo riuniti per la speranza del rientro in patria che si effettuò il giorno 10 giugno, nonostante alla piena opposizione da parte del Generale Azzi il quale non permetteva l'imbarco mio e del drappello composto cli 350 soldati seminudi, abbrutiti e ammalati per le grandi sofferenze. Ma il viaggio del · CaJvario e il sacrificio doveva essere completo, cosichè, dopo vari pianti e gemiti strazianti da commuovere anche i cuori più induriti, arrivò finalmente la moto zattera con l'ordine di imbarcare tutti.

La misericordia cli Dio è grande nelle sue vie nascoste e ancora una volta ha gloriosamente addimostnto al mondo e ai cuori fedeli la Sua bontà e giustizia.

Documento n. G IL MINISTRO DELLA GUERRA A DON SCANAGA TTA

IL cappellano don Tarcisio Scanagatta rùnase profondamente colpito dal terribile destino toccato a tanti soldati ed ufficiali caduti in Albania, sepolti senza onoranze religiose in fosse per lo pitì prive di indicazioni. Rimpatriato, egli volle sensibilizzare le aieto,ità politiche e rniLitari al problema del recupero e del trasferimento in Italia delle salme dei nostri caduti. A don Scanagatta rispose il 13 maggio 1946 il ministm della Guerra Manlio Brosio (anche par conto del Ministero degli Affari Esteri, retto dal Presidente del Consiglio on. Alcide De Gasperi), opponendo alle umanitarie aspirazioni del sacerdote un sostanziale diniego, 1notivtito da opportunità di natura politica. I pessimi rapporti politici allora interc011'enti tra il govemo italiano e quello albanese erano al fondo del rifiuto ministeriale di esperire le pratiche di nattl1'a diplomatica necessarie per rendere possibile il progetto suggerito dal cappellano.


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Il Ministero della Guerra Roma, 13 maggio 1946 a Don Tarcisio Scanagatta Via Orfane 5, Torino Ho letto con molto interesse il Suo promemoria relativo alle possibili ricerche delle salme dei nostri militari deceduti in Albania, per poter dru·e ad esse adeguata e degna sepoltura. Ho molto apprezzato la Sua iniziativa, alla quaJe, peraltro, si frappongono alcune notevoli difficoltà. Infatti il Ministero degli Esteri è contrario all'invio di missioni in Albania e, d'altra parte, senza considerare la scarsissima sicurezza esistente in quella regione per il brigantaggio che vi imperversa, vi sarebbero poche possibilità di addivenire ad un riconoscimento dei cadaveri, dal momento che molti di essi furono gettati io mare ed altri, abbandonati, divennero pasto di animali. Unica iniziativa utile che può prendersi, e che la Croce Rossa ha già preso, è quella di invitare la Croce Rossa Albanese di fare accertamenti e riferire sull'esito. Sarà mia premura comunque cli tenerla al corrente della questione. Mi creda con i migliori saluti Brosio

Documento n. 7 TARCISIO SCANAGATTA, LETTERA E MEMORIALE SUL RINVENIMENTO DI TRE SALME DI UFFICIALI

DELLA DIVISIONE PERUGIA Il barnabita Tarcisio Scanagatta più di altri si dedicò al riconoscimento ed alla cura delle salme dei caduti. Nel dopoguerra egli intrattenne una corrispondenza epistolare con un medico in contatto con i familiari di militari italiani uccisi in Albania, interessato a conoscere la sepoltura dei nostri connazionali (il carteggio è depositato presso L'Archivio del Mt4seo del Risorgimento di Trento). IL cappella-


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no accluse alla lettera qui ripordotta un suo precedente memoriale, redatto al momento del rimpatrio. I due documenti, collegati alla missiva del ministro Brosio sopra trascritta, devono venire inquadratì nel loro naturale contesto: l'incertezza sulla sorte di tanti militari, dispersi durante gli eventi bellici, ed il travaglio di tante famiglie che - in assenza di riscontri certi - potevano pensare al peggio, ma sempre alimentavano con la speranza la possibilità della sopravvivenza dei loro cari. Le testimonianze dirette sul genere di quella offerta da p. Scanagatta rivestirono una grande importanza per i congiunti dei militari sul cui conto si fornirono informazioni sugli ultimi istanti di vita.

III.mo Signore Dr. Prof. Francesco Rovida Primario Radiologo Ospedale dei Circolo - Monza Torino, 10 febbraio 1949 Carissimo Primario, In risposta alla Sua lettera credo utile accluderle una copia di una relazione da me fatta a suo tempo all'Ordinariato Militare circa il rinvenimento di tre salme di ufficiali del Genio della «Perugia». Le salme erano tre e solo tre. Come vede, io ho identificato solo quella del maggiore Fato. Per gli altri due ufficiali mi sono limitato a sottolineare cbe vestivano entrambi una divisa diagonale non grigio~verde. A voce poi avevo aggiunto all'Ordinariato - e il particolare fu premurosamente appuntato - che i galloni del tenente erano quelli grossi, che si portano comunemente nel tempo di pace. Al ritorno dei prigionieri dalla Germania, soldati del Battaglione Genio della «Perugia», diffusero la voce che il maggiore Fato, poco prima dell'arrivo dei tedeschi a Kuc, era ancora in compagnia del suo aiutante maggiore ten. Angelini Rota e del s. ten . Cucinelli, che non avevano voluto abbandonarlo. Con ogni probabilità, la mia relazione confermò il racconto. Quei due ufficiali portavano divise diagonali e il ten. Angelini portava sulla diagonale i galloni del tempo di pace (particolare degno di nota perché credo fosse il solo di tutto il battaglione Genio della <<Perugia»). Cosi a me fu comunicato, credo dalla Famiglia Angelini, che il loro congiunto era uno dei due subalterni da me rinve-


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nuti ai fianchi di Fato. Ed io ci ho creduto. Ed ora sarei curioso di sapere chi è questo capitano Pieratti di Messina, il cui nome non tn1 riesce nuovo. Capisco la tragedia intima della Signora Pezzoli e quindi so comprenderla. Quanto alla mia visita alle carceri per intenogare Petito, la signora lo ba saputo da me, nell'ultima visita che mi fece e da una mia lettera. Il racconto del Perito, con un piccolo schizzo circa 1' eventuale ubicazione delle salme, fu quello che decise la signora (se ancora abbisognava di stimoli) a non darsi pace finché non avesse salpato per l'Albania. Rimango però molto scettico circa quello che sarebbe il risultato della sua andata colà; mentre forse le salme dei fucilati di Kuc si potrebbero ancora rìcuperare ed akune anche identificare. Non so quando potrò rivederLa, ma questo sarà sempre con mio grande piacere. Tanti cordiali saluti e un ricordo al di·. Minozzi dev .mo P. Tarcisio Scanagatta

A liberazione avvenuta feci al Ministero della Guerra - Ordinariato Militare la seguente notificazione: Il 17 dicembre 1943, transitando per la zona di Kuc insieme al capitano Peragallo, bo scorto sopra le case alte del paese tre salme semi-inumate, in istato di avanzata putrefazione. I crani e alcune ossa nei dintorni dimostravano essere state tali salme pasto di animali. Per quanto il tempo non me lo acconsentisse, giacché fuggivo .per un rastrellamento tedesco, mi sono soffermato per effettuarne la identificazione, trattandosi di ufficiali della mia Divisione «Perugia». La salma centrale rivestiva una divisa dj panno grigio-verde, con i galloni di maggiore. Le mostrine erano quelle della «Perugia», Battaglione Genio. Dalla corporatura e dai nastrini ho subito identificato nella salma il maggiore Fato, Comandante del Battaglione Genio divisionale. La salma era stata spogliata dai documenti. Nella tasca sinistra della giubba ho però rinvenuto un piccolo notes personale che mi ha accertato circa la identificazione già fatta.


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

A destra giaceva una salma rivestita da una divisa diagonale coi galloni da tenente. Le mostrine erano quelle del Genio della «Perugia». Sulla salma non ho rinvenuto documenti. A sinistra giaceva una salma rivestita da una divisa diagonale con i galloni da sottotenente. Le mostrine erano quelle del Genio della «Perugia». Data la mancanza assoluta di tempo non ho potuto attardarmi e procedere ad una accurata ricognizione di queste ultime due salme. Da informazioni assunte sul posto, mi risulta con assoluta cer: te.zza che il maggiore Fato ed i suoi due subalterni furono fucilati dai tedeschi. L'esecuzione avvenne con probabilità il giorno 6 ottobre 1943. Documento n. 8 TARCISIO SCANAGATTA AL PRESIDENTE DELLA CO.RE.M.IT.E. Avuta casuale notizia del lavoro di ricerca storiografica intrapreso dalla Commissione per lo Studio della Resistenza dei militari italiani all'Estero, l'ex cappellano della Divisione «Perugia» p. Scanagatta prese contatto col Presidente del suddetto organismo, per segnalare un suo lavoro storiografico sull'ultimo mese di esistenza del reparto nel quale il sacerdote aveva operato come addetto all'assistenza spit'ituale. La lettera testimonia il perdurante interesse di Scanagatta verso l'esperienza bellica vissuta in tenitorio albanese. Il volume in questione costituisce in un certo senso la prosecuzione del servizio a suo tempo prestato dal reverendo nella Divisione «Perugia» poiché completa - con la puntuale registrazione dei caduti - l'opera caritatevole a beneficio di quanti rimasero per sempre in terra d'Albania e dei loro familiari.

San Donato Milanese, 10 giugno 1990 Illustrissimo Signor Generale Ilio Muraca Leggo su <~Famiglia Cristiana» n. 23 del 6 giugno 1990 che è stata costituita a Roma una Commissione per lo studio sulla Resi-


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stenza dei militari all'estero. Mi permetto segnalare a V.E. che all'epoca io ero in Albania come cappellano militare di una Unità Sanitaria aggregata alla Divisione di Fanteria «Perugia>>. Dopo il mio rientro dalla prigionia in Germania, ho lasciato passare un lungo periodo di tempo che fu per me una fase di decantazione particolarmente utile per un ripensamento ed una successiva chiarificazione cli tanti eventi di cui ero stato testimone ... Dopo circa quarant'anni è uscito un mio lavoro: «Gli ultimi trenta giorni della Divisione Perugia». In esso descrivo quello che caratterizzò il tragico epilogo della Divisione «Perugia». Tutti i riferimenti, tutti i novantotto Ufficiali fucilati dai germanici, hanno qui un nome, un volto ed una Storia! li volume di 272 pagine, 12 illustrazioni, .3 cartine topografiche, edito da A.G.L. Editrice (Corso Promessi Sposi 52, Lecco) fu gradito dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. Con molta cordialità, Signor Generale! Tarcisio Scanagatta

Documento n. 9

SILVESTRO SEBENELLO, RISPOSTA ALLA «RICHIESTA NOTIZIE» La vita militare di p. Sebenello si consumò nell'arco di 13 mesi, dalla - fine del luglio 1943 agli inizi del settembre 1944: il periodo più drammatico della campagna bellica, con risvolti politico-militari appena intuiti dall'inesperto cappellano. La sua odissea postarmistiziale si consumò per monti e valli albanesi, con un faticoso periodo cli lavoro alle dipendenze di famiglie contadine, alleviata dalla solidarietà offertagli dai confratelli francescani della missione italiana di Scutari. Il monaco si diede all'insegnamento nella scuola gestita dai religiosi, senza scordarsi di intervenire in soccorso dei militari in transito per la cittadina. Sebenello, più fortunato di altri colleghi, riuscì a rimpatriare nel!'estate 1944. Dalla relazione si desume che nel gennaio 1944 egli non si considerava più cappellano militare.


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Cappellani mi/iuzri iuzlia11i nella resistenza all'estero

Giunto neltltalia settentrionale Sebenello ricusò di riassumere servizio tra le forze armate della RSI, disattendendo te direttive del/,a sezione veronese dell'Ordinatiato Militate. Collocato in licenza illimitata, rientrò in convento, chiudendo una volta per sempre con la vita m.ilitare, che gli aveva risetvato sofferenze e trepidazioni a non finire. Il sottoscritto Sebenello don Silvestro (P . Rufino) , Cappellano Militare al 129° Reggimento Fanteria dislocato in Albania, era in contatto con Mons. Picco Cappellano Capo con residenza a Ti: rana, col Colonnello Lanza comandante del 129° Reggimehto Fanteria e col Generale Chiminello comandante della Divisione «Perugia». Questo Generale raggiunse il comando della Divisione ad Argirocastro, insieme con il sottoscritto, il 3 settembre 1943. D opo grandi incertezze e la «fifa» del Generale, fu impartito l'Ordine di resistere a qualsiasi attacco da qualunque parte venisse. E l'attacco avvenne da parte dei Tedeschi e dei Ballisti (partito del Fronte Nazionale) il 14 settembre. I Tedeschi e i Ballisti, in gran parte uccisi1 furono battuti dopo un fuoco durato dalle ore 18 fino alle prime ore del mattino seguente. Il 16 settembre fu dato l'ordine di partire armati, per raggiungere un porto di imbarco per l'Italia meridionale. Tutta la Divisione raggiunse armata (dopo molte soste e molte peripezie) Porto Santi Quaranta il 22 settembre, per ordine ricevuto attraverso messaggi aerei. A questo modo arrivarono dall'Italia due convogli e ripartirono, credo, per l'Italia. Verso la sera del 26 settembre, dopo un tentativo fallito di sbaTco tedesco a Porto Santi Quaranta, un aereo Janciò l'ordine di trasferirsi a Porto Palermo. Quest'otdine fu fatto eseguire la sera stessa; prima della partenza il Generale fece consegnare tutte le armi con le relative munizioni e quasi tutti gli autotrasporti ai Partigiani Albanesi. Il sottoscritto non possedeva nessun'arma. Raggiunte le vicinanze di Porto Palermo la mattina seguente, vi si rimase fino al giorno 30 settembre, sotto .il continuo spavento di un aereo tedesco che sorvegliava ogni nostro movimento mitragliando. Per timore che i Tedeschi ci raggiungessero, quasi tutta la Divisione (meno quelli che avevano potuto imbarcarsi a Porto Santi


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Quai-anLa, e il Comando della Divisione con il Generale che si fermarono sul posto per consegnarsi ai Tedeschi) si diede alla montagna, sempre inseguita dagli aerei. Il 3 onobre eravamo ancora quasi tutti uniti, quando a Kuc (Valona), dopo un forte bombardamento tedesco, ciascuno prese la via che g]j sembrava più sicura. Il grosso del mio Reggimento fu raggiunto il giorno appresso da reparti tedeschi che fecero prigionieri i soldati e decapitarono (cos1 nù fu riferito, trovandomi io qualche chilometro più avanti) gli ufficiali. Dopo questi avvenimenti, insieme con duecento uomini del mio Reggimento, e un migliaio di altri reparti e di altre divisioni , andai ramingo, pieno dj fame, senza soldi e quasi nudo, da un paese all'altro, da una montagna all'altra. Ad ogni paese qualcuno dei soldati si fermava cercando lavoro, finché anch'io vedendo assotigliarsi le file dovetti fermarmi a Kuta (Berat) e qui nel lavoro guadagnarmi il tozzo di pane di granoturco. Il 13 dicembre 1943, arrischiando pericoli non indifferenti, solo e abbandonato da tutti, ricoperto con pochi stracci pieni di pidocchi, scesi dalla montagna e raggiunsi dopo due gjorni di viaggio Valona, dove fui riconosciuto e ospitato dai Padri Conventuali italiani. In seguito e cioè nel mese di gennaio potei raggiungere Scutari, dove fw ospitato dai miei confratelli in S. Francesco. Qui dmasi fino all'agosto 1944, prestandomi a far scuola nelle classi superiori cli un Liceo tenuto dai Padri Francescani di Scutari, a venir incontro ai bisogni spirituali e materiali cli tanti poveri soldati _che passavano per Scutari come prigionieri tedeschi. Nell'agosto 1944 diecli il mio nome al Comitato di Assistenza fra Italiani istituito a Tirana per poter ritornare in Patria. E sotto le vesti di frate Minore e di civile potei avere il permesso e ritornare in Italia settentrionale. Appena venato in Patria, un telegramma dell'Ordinariato Militare per l'Italia - Seconda Sezione di Vernna, ordinava al Comando Provinciale di Venezia di inoltrarmi a Verona per essere riassunto in servizio. non so in qual modo abbiano potuto rintracciarmi; ad ogni modo mi presentai il 5 settembre 1944 ed in seguito alla mia volontà risoluta di non voler partecipare in nes-


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Cappella11i militari ìtalia11ì 11ella resistenza all'estero

sun modo al pseudo esercito repubblicano, mi fu fatto un foglio di licenza illimitata in data 5 settembre 1944. Con questo foglio di licenza illimitata mi presentai al 24° Comando Militare Provinciale di Mestre, che mi corrispose la somma di lire 44.000 corrispondenti ai mensili di ottobre 1943 settembre 1944 in zona di operazione. D alla data della mia chiamata alle armi, avvenuta il 27 foglio 1943, non ho percepito nessuna somma, eccetto quanto ho detto sopra. Dopo di ciò ritornai al mio Convento, cercando con la parola, il consiglio e l'aiuto materiale di sostenere l'opera c1andestina dei partigiani. Padova, 6 luglio 1945

Documento n. 10 ANGELO LECCHI, RELAZIONE SUI VENTI MESI TRASCORSI COI PARTIGIANI ALBANESI

P. Lecchi, cappuccino in /01--za presso l'Ospedale da cam,po n. 146 di Berat, trascorse it periodo dal 15 settembre 1943 al 26 maggio

1945 dapprima insieme a reparti cli Lavoratori italiani (impegnati nei pressi di Ura Cuci e di Ura San Beu) e qufodi si unì ai partigiani della Brigata «Gramsci», aggregati alla resistenza albanese. La sua relazione è pervasa dalla profonda amarezza per le dure situazioni riscontrate nella ·vita partigiana: l'opposizione al comzme nemico getmanico non valse difatti, nell'esperienza di p. Lecchi e dei militari coi quali rùnase in contatto, a conquistare La fiducia degli albanesi ed a garantite una sostanziale parità di t1'attamento. In particolare, la condizfo. ne ecclesiastica pose il cappellano in una posizione di sospetto e attfrò m di lui le poco gradite attenzioni dei partigiani comunisti. Anche in questo memoriale tornano L'attenzione ai caduti e La segnalazione di alcuni italiani periti in circostanze poco chiare successivamente all'armistizio.


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Non so se la Relazione trasmessa in data 26 giugno 1945 dal soLtoscdtto all ' Ordinariato Militare sia pervenuta. Credo opportuno trasmetterne copia, corredata di qualche nuovo particolare. Dal Campo contumaciale Tuker di Taranto avrei scritto volentieri, ma, data la mancanza di mezzi e la speranza di riferire a viva voce l'odissea dei venti mesi trascorsa coi Partigiani Albanesi, tardai sino al 26 giugno 1945. L'armistizio delJ'8 settembre 1943 fu accolto con gioia, non priva di preoccupazioni. Isolato dal Comando Superiore di Tirana, il Presidio di Beral tergiversò coi Tedesch i sino al 15 settembre, sperando in qualche fatto nuovo. Essendo la situazione divenuta insostenibile, la maggior parte deJ P residio passò, col mio Ospedale n. 146, coi Partigiani Albanesi. Giorni di trepidazione. Ammalati gravi in quell'epoca non ve n'erano degenti, perciò preferii seguire i miei soldati e numerosi ammalati, datisi alla macchia con la prospettiva di riuscire utile al loro bene spirituale, come infatti si avverò. Pure tra gente mussulmana, celebrai ogni domenica sino a metà gennaio 1944, amministrando a parecchi soldati e ufficiali il Sacramento della Confessione e Estrema Unzione. Nel rastrellamento effettuato dai tedeschi in gennaio 1944 sfuggii per miracolo al fuoco concentrico di due autoblinde a brevissima distanza, perdendo gli ultimi stracci e i paramenti sacr i. In febbraio dello stesso anno mi ammalai gravemente, malattia che mi rormentò per ben due mesi. Mancavano completamente medicine e mi sostentai con poca farina di granoturco. Ristabilito alquanto in salute, passai infermiere - quale effettivo - alla 1 8 Brigata dei Partigiani Albanesi. Prima di raggiungere quella Brigata, un ordine del Comando Supremo Partigiano mi aggregò al genio militare (genio per modo di dire) . Lavorai assieme ad alcuni ufficiali e soldati italiani alla costruzione di un ponte sul fiume Osum; in seguito passai alla ricostruzione di Premeti. In questa condizione esercitavo il sacro ministero colla parola, bene accetta dei numerosi ufficiali e soldati che potevo avvicinare. Quattordici mesi continui di montagna. La mia vita, come del


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Cappella11i militari italiani 11eJ/a resistenza all'1.1stc1·0

resto quella di quasi rutti gli italiani, si compendia in questo: freddo, fame, nudità e umiliazioni. Chi non ha provato la vita su le montagne albanesi noo può farsene un'idea adeguata. Derubati, venduti, disprezzati, parecchi fucila ti, altri morti di fame, dimenticati dallo stesso governo italiano, trattati dai nostri fratelli (!) albanesi - specie quelli che lavoravano nelle famiglie -:- come schiavi. Lavora1·e dalla mattina alla sera per un tozzo di pane, anche sotto l' acqua e la neve, ammalati, per non venire privati di quel misero cibo. Molti furono i morti nei vari scontri coi tedeschi, perché gli albanesi, dopo le prime raffiche di risposta, lasciavano ai nostri il sostenere il pondtts diei et aestus. Numerosi i morti di fame e stenti. Ammalati languivano senza cura e medicine, specie coloro che non appartenevano alle formazioni partigiane. Parecchi ne assistii, confessando, perché privo di Olio Santo smarrito coi paramenti. L'elenco dei detenuti dovetti bruciarlo, essendo sospettato quale sobillatore e sabotatore. Sfuggii a molti pericoli quasi in modo prodigioso. Il 2 novembre 1944 scesi dalle montagne e mj sistemai in casa di un prete cattolico italiano, ove passai altri pericoli. Ancora partigiano, celebravo alla festa ai vari battaglioni italiani, ove assieme si pregava e alle volte si piangeva. Non agghmgo altro. In aprile e maggio 1945 non potei più andarvi, perché sorvegliato continuamente èome sobillatore; non tralasciavo, all'occasione, di esercitare il mio ministero con la parola, ed anche perché dovetti assolvere l'ufficio di parroco presso la colonia italiana di Devoti, essendo slato imprigionato iJ prete. Due mesi di terrore. Devoli era divenuca la valle dell' inferno. Dopo avere affidato la cura di quella popolazione a un Missionario dei Padri Conventuali delJa Missione Cattolica di Berat, riuscii ad imbarcarmi colla mia Brigata «Anton.io Gramsci». Durante i quattordici mesi trascorsi in montagna non vidi alcun Cappellano, anzi mi fu riferito d'esser stato l'unico per lutto il tempo. Degli altri Cappellani non tengo notizie sicure. Dei numerosi morti ricordo l'indiriz'.lo solo dei seguenti: Sottotenente Medico Mario Catardi, residente a Sedriano


Appendice

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(Mi). Alla famiglia del defu nto portai personalmente la notizia del decesso, avvenuto ir, seguito a imboscata nei pressi di Cépani il 21 dicembre 194.3;

Capitano dei RR. Carabinieri Lucaccini Dr. Levi, via Mattei 74, Firenze, trucidato nei pressi di P remeti sulla fine dell'aprile 1944 sotto accusa d i spionaggio. Prima deWarmistizio era comandante della stazione dei RR. Carabinieri di Devoli;

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- Capitano Ruffini Alfredo, Corso Umberto In. 151, Ascoli Piceno, trucidaco assieme coJ su nominato Dr. Levi nelle vicinanze di Preveti sulla fine delJ' aprile 1944, sotto l'accusa di spionaggio. Sicurn dj avere soddjsfatto aJle richieste di cotesto Ordinariato MiJitare, godo raffermarmi coi sentimenti della più profonda stima dev.mo Cappellano Militare Padre Angelo Lecchi Ospedale da Campo n. 146, P. Mil. 98 Berat (Albania) Milano, 4/11/1945 Convento Cappuccini di Viale Piave n. 2

Documento n. 11 MEMORIALE DI DON LUIGI MAGLI SULLA RESISTENZA ANTIGERMANICA E LA PRIGIONIA

_Redatta nelt'atttunno 1945, poche settimane dopo il 1-itorno dal campo di concentramento tedesco, ancora sotto l'influsso del bien11io trasco1·so in balia del nemico (durante il quale era stato ucciso il collega ed amico don Sante Pasquali), questa relazione cli don Magli illustra le peripezie attmversate dal momento dell'armistizio in Montenegro al campo di prigionia in Germania. Il documento è emblematico dello stato d'animo di prostrazione nel quale si trovarono immersi molti reduci dal lager, che al momento del rimpatrio si sentirono negletti e trascurati dai connazionali, ed ebbero la senzazione che i sacrifici sopportati nella resistenza all'estero e nei campi di prigionia non Jossero per nulla considerati-. Don Magli auspicò che le varie ammini-


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Cappella11i militari italia11i 11ella resistenw all'estero

strazioni militari (incluso l'Ordinariato castrense, dal qttale egli dipendeva) volessero distinguere fra quanti si erano comportati linearmente e chi invece aveva abdicato ai doveri di coerenza e di fedeltà, magari per assicura1'si una posizione comoda ed evitare l'internamento. All 'Ordinariato Militare - Roma Il sottoscritto Tenente Cappellano Magli don Luigi, appartenente al I BattagJione Genio Alpino Divisione Alpina Taurinense, dichiara: · Alla data 8 settembre 1943 son passato col mio reparto e con tutta la Divisione alle bande comuniste dislocate nella zona di Niksic (Montenegro) che fino a quella data avevano presidiato. D 15 settembre 194 3 si sono iniziate le ostilità contro i tedesclù. Fui fatto prigioniero il 3 ottobre 1943 e in queste circostanze: venni incaricato dal Maggiore Serrali, Comandante de] Btg. Bielagora, unitosi alla nostra Divisione Alpina, e formato di vari dementi di diversi reparti, di scendere alle linee tedesche per discutere su un eventuale trasporto dei nostri feriti ed ammalati ristretti in una misera capanna di montagna senza medicinali e con scarso personale medico. Conscio della gravità della missione scesi alle linee tedesche non senza vive ttepidazio,ù per la sorte che mi poteva toccare. Fui preso, bendato e condotto su strade di montagna fino al Comando Tedesèo. Dopo uno stringente interrogatorio da parte del Comando Tedesco su posizioni militari e strategiche delle nostre truppe unitesi ai Comunisti di Tito, al quale ho opposto un atteggiamento energicamente negativo quale si addiceva alla mia dignità di Ufficiale, mi chiesero il motivo della mia venuta: esposi le ragioni e mi concessero iJ permesso a condizione ch'io scendessi ad accompagnare i feriti. Alla mia domanda se poi mi avessero concesso di ritornare aJ mio reparto dimostrando loro ch'io esplicavo attività puramente spirituale, risposero affermativamente. Trasportaci i feriti all'Ospedale militare di Cattaro, il giorno dopo cioè il 4 ottobre di mattina mi presentai al Comando Tedesco per avere il lasciapassare, ma ogni strada per il ritorno era chiusa per me e mi dissero testuali parole: «da questo momento siete prigioniero».


11.ppendicc

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Fui trasferito nei campi di concentramento della Germania ai primi di Novembre 1943. Le odissee, i maltrattamenti, s no a voi noti, sono quelli di tutti mi astengo dal descriverli. Noto soltanto il fatto più saliente della mia prigionia, cioé la mia fuga, anche perché in essa trovò la morte il carissimo collega ed amico Tenente Cappellano Pasquali don Sante, medaglia d'Argento da Vittorio Veneto. Ero riuscito a venire in possesso di un piano di fuga e bastava compiere pochi chilometri per ent are in diretta comunicazione con la Polizia Segreta Ingle e. 11 piano fu studiato in tutti i particolari con meticolosa crupolo ità ed aveva in precedenza 0 ià avuto es.i ti favorevoli. Era il 24 settembre 1944. Il campo, v'cino ai confini dell'Olanda, doveva essere sgomberato perché gli alleati avanzavano. Fuggire dal campo era difficile; si pensò di t ntare la fuga durante la marcia di trasferimento. Giunti alla stazione rinchiusi nei vagoni bestiame, credemmo giunta l'ora propizia. Il treno si muove corre a circa 40-45 chilometri orari; in alto c'è un finestrino rettangolare al quale non hanno messo i reticolati ... e uno dopo l'alrro ci buttammo, sospinti dalla sete ardente di libertà. Eravan10 in quattro. Ci trovammo la mattina dopo e di nuovo in mano tedesca, ripresi per un banale incidente. Eravamo solo in tre. Il ten. capp. Pasquali don Sante fu preso tre o quattro giorni dopo e fucilato. Non conosco bene i motivi di questa fucilazione. Di questo buono e bravo cappellano posso dire parecchie cose e anche - sulla sua attività svolta in prigionia, perché fummo insieme per otto mesi nei campi di concentramento in mezzo ai soldati. Tornai dalla prigionia il 12 agosto 1945. Pw· non accusando gravi indisposizioni da esser ricoverato in ospedali o cliniche, sento però che le indicibili sofferenze della guerra e più della prigionia hanno lasciato tracce sul mio fisico. Ho perciò bisogno di cure e il vedermi privato di diritti, che mi competono a titolo di stretta giustizia, proprio da coloro che per primi dovrebbero riconoscere quanto ho dato alla Patria, mi sento profondamente indignato. Esaminate le singole situazioni degli Ufficiali e soldati, si do-


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Cappel/ani mHitari italia11i nella resistenza all'estero

vrebbero pur fare delle discriminazioni tra coloro che fin dall'8 settembre 1943 banno assunto un atteggiamento chiaro e preciso in favore della causa italiana e degli Alleati, e quelli che si sono fatti sorprendere e disarmare in modo e in circostanze non troppo lodevoli. Io sono tra i prìmi. E dopo aver dato tutto, anche l'impossibile, mi si vuol negare per ingiuste e futili disposizioni la tangente per il bagaglio perduto. La mia domanda giace ancora presso l'Ufficio Amministrazione del Distretto Militare di Bergamo, in attesa della vostra definitiva tisposta. Occorrono altre di-chlarazioni? Distinti ossequi Sac. Don Luigi Magli

Documento n. 12 ANTONINO JOPPOLO, MEMORIALE SULL'ARMISTIZIO A MARINA DI CORINTO

«Storia di un Cappellano Militare marinaio» s'intitola la lunga relazione dattiloscritta nella quale il messinese p. Joppolo (dei Missfonari Oblati di Maria Immacolata) riversò tumultuosamente e con tecnica cinematografica i ricordi della cattura dei militari italiani di stanza a Marina di Corinto e le vicissitudini dell'internamento. Mancano in queste pagine, dense di spunti retorici, le scene che segnarono clt-mnmaticamente l'esperienza di altri cappellani. Il rnemo,·iale di Joppolo testimonia la rilassatezza che in numerose località della Grecia accompagnò la presenza dei presidi militari itatiani (con un richiamo classico agli «ozi di Capua», a11che se in ttn altro passaggio diaristico il reverendo ammetterà che l'occupazione straniera aveva arrecato cospicui danni ai civili) ed i cordiali rapporti intrattenuti con un ampia fascia della popolazione. L'assenza di scontri armati con i tedeschi non significò peraltro rimtn:da a resistere alle pretese avversarie. Il cappellano riferisce di sabotaggi alle armi e soprattutto in/orrna sttll'unanime rifittto opposto alle profferle collaborazioniste, al p,-ezzo della depol'tazione. La mia attività cli CappeUano Militare incominciava col maggio 1943. Sebbene iscritto nei quadri di mobilitazione sin daJl'an-


Appenrlice

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no 1936, non avevo tuttavia potuto prima di allora, per ragioni indipendenti dalla mia volontà ed anzi malgrado le mie reiterate insistenze, inserirmi coJ mio ministero là dove più sofferente era il grande spirito della Madre Patria. Chiamato alle armi nell'aprile 1943, venJvo destinato a Marina Corinto (Peloponneso). Da guel giorno mi sentii marinaio, amai i marinai e decisi di vivere da marinaio per il bene delle anime innanzi rutto, ma anche dei corpi, aUa maggior gloria di Dio e ... dell'I talia. Raggiungevo la mia sede ai primi di maggio, iniziando subito con cosciente consapevolezza la mia opera, la conqu ista della mia gente. Quanto in questa relazione è detto circa il periodo dj tempo 4 maggio - 18 settembre 1943 ha due testimoni competenti: il Capitano di Fregata Sig. Umberto Roncaglia e il I Tenente di Vascello Sig. Francesco Meriggiali, rispettivamente Comandante in prima e Comandante in seconda di Marina Corinto. Per la mia attività durante il viaggio verso la Germania nella tradotta 148486, faccio appello al Tenente Colonnello Domenico Caiazzo. Il Maggiore MedJco Dottor Raffaele De Troya (Brescia) conosce a quali principi si ispirò Ja mia attività nei campi di concentramento della Germania. E credo di aver con me il cuore semplice ma tanto leale dei miei marinai e di canti altri soldati d'Italia, ai quali non ho voluto che bene. Ma1·ina Corinto, 8 settembre 1943 Nessuna ruga distinse la giornata deU'8 settembre dal volto - delle tante altre giornate del periodo d 'occupazione susseguente alla campagna Italo-Greca e che la storia potrà un giorno definire gli ... «ozi di Capua». Fu verso sera soltanto che le notizie prima allarmistiche, conti-addictorie poi, si propalarono. Gli ufficiali di. Marina Corinto erano raccolti a mensa, quando tutto trafelato irruppe un marinaio annunziando la capitolazione. A stento col nostro apparecchio radio un po' guasto riuscimmo a captare W1a comunicazione in lin.gua italiana; riconoscemmo una voce ed avemmo appena il tempo di concludere che un armistizio era stato firmato e che un monito veniva dato alle forze armate italiane.


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Cappe!la11i militari italil111i nella rcsistenw all'estero

Gli Ufficiali cli Marina di Corinto sono ora a rapporto; è presente anche il Sig. Meriggi, chiamato d'urgenza da Isthrnia. All'inevitabile sbandamento iniziale segue la calma e con la calma subentra il senso della responsabilità e dell'onore militare. Evidentemente la reazione germanica sarà decisa, violenta. Marina Corinto è per la resistenza, anzi propende per l'i1ùziativa (i tedeschi distaccati a Corinto sono relativamente pochi e attualmente riuniti quasi tutti in un cinema all'aperto, protetti da quattro muriccioli ad altezza d'uomo). Bisognava prender concatto col Comando Presidio e avvicinarsi al cuore dei marinai. Mi accompagno al Comandante Roncaglia per una visita al distaccamento. La gente è in fermento, attanagliata da opposti sentimenti; domina però in tutti e in ciascuno nobile e fiero l'animo dell'uomo di mare. Pochissime parole ed han capito: «Prepararsi, vegliare le armi a portata di mano». Rinsaldata l'unione spfrituale coi suoi uomini, il Comandante va al Presidio egli pure. Sono ancoi-a con lui; la mia veste però mi p1·oibisce cli mischiarmi in affari che pur sì profondamente mi tormentano col peso della loro incommensurabile importanza; non entro dove i capi discutono e preferisco tenermi vicino all'umile soldato. Quando verso le due dopo mezzanotte mi ritirai nel mio alloggio, sapevo che nulla era stato deciso. Sapevo pe1·ò , e questo con orgoglio, che Marina Corinto nella pe1·sona dei suoi due Comandanti era stata all'altezza della situazione, facendo proposte conctete, sensate, onorevoli per le forze armate italiane. Queste proposte non fw·ono accettate e anche Marina Corinto, già vigilante ai posti di combattimento, seguì la sorte dei più, in prigionia, anzi aU'internamento, perché al soldato italiano catturato dai tedeschi dopo 1'8 settembre 1943 non fu nemmeno concesso l'onore d'esser considerato prigioniero di guerra. Questo almeno il soldato italiano non lo meritava! 9 settembre Finivo appena la celebrazione della S. Messa, allorché due tedeschi armati di rivoltella e fucile mitragliatore mi catturavano nella mia camera all'Albergo Corinto. Non alzai le mani. Avevo


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una pistola e non volli consegnarla. Al momento opportu110 gettai l'arma dove nessuno avrebbe potuto mai ripescarla. Credendo che la notte avesse portato consiglio, tentai la fuga per raggiungere il distaccamento e ricongiungermi ai miei marinai. Mj precipfrai giù per le scale, inseguito dai due segugi, tna giunto sulla strada incontrai la maggior parte di Marina cli Corinto incolonnata, col Comandante Me1·iggioli alla testa (il Comandante in prima era stato presto isolato), tra le sentinelle tedesche. Con amarezza ineffabile salutai militarmente ai Sacrificati e nù unii alla colonna; volevo morir con loro sul campo dell'onore. Decisi di partire con loro e per loro in un campo di concentramento, campo esso pure onorevole se meritato per un ideale: la Patria. Capii subito che il mio ministero assurgeva ora ad una altezza di necessità mai pensata per l'innanzi (quante cose insegna la esperienza personale!) . Già con il suo inizio la débacle portava evidentissimi i segni dello sbandamento morale, del disordine, dell'abbattimento, della c:Usperazione, dello spirito di conservazione sublimato nel1a rinunzia più completa ad ogni umana dignità, neWegoismo più esclusivista. Verso le ore 16 di quel tristissimo giorno, col mio altare portatile e una borsetta di cuoio unico bagaglio personale, facevo la mia entrata nelle «Casermette» site su cli una piccola altura poco distante dalla città. Era il luogo scelto dai tedeschi come nostro primo campo di concentramento. il settore era quasi tutto là. Mancava il Sig. Generale, sorvegliato nella sua stessa abitazione. Veramente il tradizionale, potente spirito militare germanico . aveva ideato e attuato la nostra cattura con decisione ed energia sorprendenti.

9/18 settembre Uomini, militari, Ufficiali che ieri ancora strombazzavano orgogliosamente per le vie di una città vinta, stanno ora avviliti e disorientati, oggetto di compassione e di scherno. Il popolo di Corinto ci compassiona ... donne specialmente, ragazzi ed anche bambini fanno prodigi di industria onde porgerci attraverso i reticolati viveri e sigarette. un ufficiale tedesco gira pel campo in motocicletta e sventola, di tanto in tanto, con una mitraglia a sal-


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ve sui capannelli formatisi qua e là, infervoriti in tardivi pentimenti, in vane recriminazioni, e ride e sghignazza allo spettacolo di un gregge in fuga. É il tempo del senno di poi! e pure quando un ufficiale della R. Marina tempestivamente aveva proposto il ritiro di tutte le forze di Corinto alle bocche di fuoco, almeno per addivenire ad un trattato, molti di costoro risero alla «boutade>>. A che scopo quJndi sarebbe valso sacrificare 500/600 marinai. Siano rese gra· zie al Cielo che questo inutile sacrificio fu evitato. Assemblea generale. Il capitano tedesco (un soldato in gamba nel vero senso della parola), comandante la compagnia dei nostri catturatori, ci pone dinnanzi al dilemma: «scegliere tra la continuazione della guerra a fianco deU'alleato tradito e il campo di concentramento riservato ai traditori». Siamo intorno ai quattromila. Adel'iscono una trentina. Di Marina Corinto nessuno. Larisposta da noi propugnata esigeva l'immediato riarmo, la restituzione pubblica dell'onore militare e la riserva di prendere in considerazione successive proposte. Vengo richiesto in privato della mia personale adesione. Rispondo che nella mia specifica qualità di Cappellano Militare, e quindi di non combattente, non ho diritto di autodecisioni e seguo la sorte comune, nel caso quella dei miei marinai. MJ si propone la possibilità di esser libero e di rientrare in Italia al più presto, sotto 1' alta protezione del Vaticano. Rifiuto. DomaQdo soltanto la grazia di non essere separato dai marinai. La ottengo. Gli Ufficiali sono avviati verso altre località, ma sempre in Corinto. Chiedo ed ottengo il permesso di poterli visitare giornalmente. Tramite i Medici ed il Cappellano dell'Ospedale mantengo il contatto tra gli Ufficiali ed il Generale tutt'ora guardato nella sua villa. Alle casermette i marinai giuocano d'astuzia e di audacia per inutilizzare le armi e nasconderne per ogni eventualità. Essi han fiducia in me; sono messo al conente di tutto; è dopo aver chiesto la mia benedizione (alcun i dopo essersi confessati) che s'allontanano quanti alla prigionia sotto i tedeschi preferiscono l' avventura della macchia con i partigiani. La caserma dei granatieri di Atene Il 18 settembre fummo trasportati in camion ad Atene e con-


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centrati nella caserma dei granatieri. Quivi ci riunimmo ai nostri Ufficiali (mancavano il Comandante Roncaglia, il Sig. Mericcioli e il Sig. Schiaffino). Era un sabato e si prevedeva per l'indomani un ulteriore spostamento. Organizzo una Messa al campo per la sera stessa. la inizio sull'imbrunire e finisco che è già buio. il mio sermone di circostanza fu evangelicamente schietto, secondo la verità; adottai la necessità cristiana dell'ora volgente, cercando di infondere nei cuori di tutti la fiducia nella Provvidenza che mai non abbandona gli individui come la societa in pena. Forse foj ispirato, se devo inferirlo dai consensi ricevuti. Nel mio discorso mandavo un commosso saluto ai gloriosi caduti che rimanevano in terra straniera e avanzavo la speranza che . il popolo greco avrebbe rispettato le care salme aspettanti la risurrezione dei giusti e ... forse anche la Patria. Non dubito che il generoso popolo greco non l'abbia fatto. i greci infatti (particolare che bisognerà mettere in evidenza), i quali, gonfiati dalla ptopaganda, ci avevano odiato a morte, i greci, ai quali tanti danni avevamo arrecato, al momento della nostra cattura da parte dei tedeschi, ci futono amici benevoli, prodighi di aiuti anche a rischio della propria vita. Raccolgano i Capi questo segno di antica fratellanza, che potrebbe essere auspicio di una intesa leale quanto vantaggiosa tra i due popoli. La tradotta 148486 Questo numero portava il treno sul quale fummo imbarcati il 19 settembre ed avviati verso .. .l'Italia, dicevano i tedeschi (e _moltissimi lo credettero\ verso .. .la prigionia in realtà (e questo lo intuii dal primissimo momento). Il nostro trasporto si aggirava sui duemila uomini, militari cli ogni arma. Gli Ufficiali, se non erro, erano 58 . L'anziano, il Tenente Colonnello Domenico Caiazzo. Diciotto giorni durò il viaggio che attraverso i Balcani, l' Austria e la Germania ci portava il 7 ottobre in quel di Berlino. Narrarne le peripezie sarebbe comporre un romanzo. Per quanto mi riguarda, posso affermare d'aver esplicato con coscienza sacerdotale e italiana la mia missione, che è missione di bene, d'ordine, di dignità. Procuravo sostenere il morale della gente ogni giorno più depresso. Assistivo gli ammalati. Mi ingerii


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anche a proposito di disciplina, protestando altamente contro i maltrattamenti usati ai nostri soldati dagli uomini della scorta tedesca.

Documento n. 13 RELAZIONE DEL TEN. CAPP. NOCIFORO DON PAOLO SULLA RESISTENZA ANTIGERMANICA IN GRECIA

La circostanziata 1-elazione di don Noci/oro (della quale si riproduce la prima metà: di quanto avvenne dopo la cattura si è riferito nella monografia) concerne lo svolgimento del rischioso co1-npito di interlocutore dei militari italiani datisi alla macchia nella Grecia occupata dai tedeschi. Dietro la sua attività ufficiale, il cappellano celava i compiti di staffetta con i carcerati e di sostenitore dei connazionali rifugiatisi nella clandestinità. Dal febbraio al giugno 1944 Noci/oro rimase incarcerato, con l'accusa «di spionaggio, di relazione con gli inglesi, di collaborazione con i partigiani greci, di appoggio agli sbandati, di propaganda antitedesca> >. Venne poi tradotto allo Starnmlager X B di Hamburg. Liberato il 17 aprile 1945 dagli eserciti Alleati, il cappellano rimase in Germania altri due mesi prima del rimpatrio. Giunto il 16 luglio a Roma su di una tradotta, partiva poi alla volta di Catania, dove cinque giomi pitì tardi approntava il memoriale qui

parzialmente riprodotto. Il sottoscritto Tenen te Cappellano della .38 8 Sezione Sanità Divisione Fanteria «Piemonte», trovavasi 1'8 settembre 1943 in servizio al suo Reparto in Patrasso. Decisione de/L'B settembre. Poiché numerosissimi Italiani preferirono prendere la via d ella montagna piuttosto che seguire la massa nei campi di concentramento o passare tra le fila dei repubblicani, credette opportuno accompagnarsi con quei coraggiosi per assicurare loro la sua Assistenza Spirituale (vedi Ten. Cappellano Don Gaetano Lentini, Caccamo - Palermo). Assistenza nei carnpi di concentramento. Non appena i tedeschi costituirono i campi cli concentramenlo nella città di P atrasso, assie-


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me al Ten. Capp. Sebastiano Carcinotto dell'Ospedale da Campo 325 si portava colà quotidianamente per celebrare la S. Messa e nel contempo approfittava per consegnare pacchetti viveri e vestiari ai nostri prigionieri (vedi il Maggiore Carrara Pietro, Piazza Porta Cusmana, Acireale). Amministl'a:done dei SS. Sacramenti in montagna. Venuto a sapere che molti soldati sulle montagne del Peloponneso erano affetti di malaria e privi di ogru assistenza religiosa e materiale, spesse volte da solo e qualche voJta anche accompagnato dal Ten. Capp. Don Aristide Brunello del campo di Aviazione di Araxos andava a cercarli, portando loro oltre il conforto Religioso anche quello dei vived e dei medicina.li. Assistenza agli sbandati in città. Unico posto cli convegno, unico focolare di italianità era la sua casa in Patrasso, in Piazza Marnda, da tutti gli italiani conosciuta come un faro di luce tra tanto sbandamento. Tutti trovavano una parola di conforto, per tutti c'era un consiglio, un incoraggiamento (vedi Ten. Loria Giuseppe, Corso Vittorio Emanuele .3 7, Caltanissetta). Assistenza nelle carceri. Solo mediante il suo interessamento molti militari sia catturati dai tedeschi con le armi in mano sia trovati in case greche o nei rastrellamenti della montagna, poterono sfuggire alla pena della fucilazione già decretata dal comando Tedesco. Amicizia con il Capitano Bartali. Conosciuto casualrnente i.I Cap. Barcali della 53a Batt. C.A., aderente alla Repubblica Fascista ma rispettoso delle idee degli altri Italiani, potè con il suo valido _ aiuto non solo salvare la vira a molti italiani giacenti nelle carceri come il Ten. Amelio Cavalli di Conca Marise (Verona) e il Sergente Masi, del 4° Reggimento Fanteria, già condannati e prossimi ad essere fucilati il 27 settembre 1943, ma anche ottenne diversi quintali di viveri tolti ai magazzini tedeschi, che servirono a sfamare centinaia di nostri soldati specialmente nei mesi di novembre e dicembre 1943 (vedi Ten. Corrado De Maria, Via Vittorio Emanuele, Avola - Sjracusa). Cotlabo,-aziotze coi pa,-tigiani. Molti uificiali e soldati che collaboravano coi partigiani greci nella zona di Patrasso ricevettero notizie, consigli, informazioni sui movimenti di rastrellamento dei te-


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deschi. Non pochi r icevettero armi e munizioni, condizione indispensabile per poter essere ammessi tra le fil a dei Partigiani (vedi Ten. Gualtieri Renato, Rocca Piemonte - Salerno). I Comunisti catturati e tenuti ìn ostaggio nelle carceri, lo videro Sacerdote Cattolico prestare la sua opera di assistenza umanitaria e diversi, per il suo lavoro paziente e rischioso, poterono riavere la Ubertà (vedi Cap.no di Commissariato Dino Gennari, Lungo Tevere Flaminio, Roma). Assistenza sanita1ia. Allorquando qualcuno dei militari nascosti in città abbisognava dell'assistenza sanitaria, chiedendo l'appoggio ed il consiglio dei vari medici rimasti nascosti, distribuiva loro i medicinali occorrenti che aveva avuto in consegna dai nostri medici italiani ed anche alcuni compratj dai militaci tedeschi (vedi Cap. Medico Sergio Biancardi dell'ospedale da Campo 801 e Cap. Medico Agostino Giardina della 38 11 Sezione Sanità). Servizio postale con l'Italia. Data l'impossibilità d 'ìnviare notizie con la posta ordinaria in I talia, e conoscendo il valore morale di un sol rigo inviato ai nostri parenti lontani, mediante la collaborazione delle Rev. Suore italiane di Patrasso aveva potuto inviare dei messaggi tramite un sommeqµbile inglese. Nel gennaio 1944 aveva consegnato lettere ed ìndirizzi di oltre cinquecento persone al Cap.no Scherillo ed al Ten. Fallica dalla 70 3 Compagnia Artieri, i quali tentarono con una barca il passaggio del canale di Otranto. · Rifiuto di adesione ai fascisti. Consideratosi sempre Cappellan o militare, ai vari inviti di aderire alla Repubblica Fascista oppose sempre il suo netto rifiu to. A tutti prestava la sua opera di Sacer dote, sia ai fascisti come ai non fascisti, celebrando per i primi la S. Messa nella Chiesa Cattolica di Patrasso, aiutando i secondi anche nell'assistenza materiale. Sen;izio informazioni. Intensificatasi la caccia agli I taliani dai tedeschi e da alcuni reparti fascis ti rimasti ancora in città, era opportuno tenersi al corrente di ogni loro decisione. Per questo era necessario che qualcuno frequentasse l'ambiente tedesco per essere al corrente di tutte le novità. Riuscito ad ottenere un permesso come Cappellano del Cimitero Militare, ogni giorno si portava al Comando Tedesco e, con la cooperazione di alcuni greci, riusciva


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a carpire quasi sempre i piani di rastrellamento della città e a rendere vana ognj ricerca. Con la collaborazione di alcuni militari italiani ed anche cli elementi greci avvisava tempestivamente gl'interessati. Egli, in abito borghese, si portava nelle case degli Ufficiali, ad essi rifedva iJ piano del nemico, si studiavano le varie possibilità e si correva subito al riparo. I trasferimenti di alloggi erano divenuti quotidiani. Il Ten. Colonnello Civello Senen del 29° Battaglione Mortai, il Ten. Mario Tiso del 24° Regg. Art., il Cap. Ambone della 29° Comp. Teleradio erano i più ricercati, ma sono i più irreperibili. Il lavoro proseguiva attivo e fruttuoso senza che i tedeschi ne avessero il minimo sospetto. Era raro il caso che qualche ufficiale venisse catturato fin tantochè la sua permanenza in città si prolungava. La cattura . Il 2 febbraio 1944, con la scusa che un ufficiale in prigione desiderava il suo aiuto, un sergente tedesco lo invita ad accompagnarlo per salutare insieme l'ufficiale italiano. Giunto in prigione gli indica una cella, lo invita ad entrare e poi lo dichiara in arresto. Perquisito, gli consegna il portafogli e le carte che portava addosso. Fra l' altro era in possesso di un biglietto che doveva consegnare ad un soldato nel campo di concen tramento, invitandolo alla fuga. Richiesto dell'origine di quel biglietto, rispose subito che avrebbe dovuto consegnare un pane a un soldato, ma .ligio sempre al suo dovere prima di entrare nel campo di concentramento aveva spezzato il pane dinanzi alla sentinella e visto il biglietto l'aveva colto e conservare senza neppure leggerlo. Il sergente tedesco rispose ch e la scusa era buona, ma che il. biglietto era ormai nelle sue mani. Consegnata la chiave della sua abitazione, il sergente si portò colà, ove trovò il suo fedelissimo attendente. La notte il sergente tedesco la passò con altri quattro soldati nell'abitazione di Piazza Maruda, ove attese l'arrivo degl'informatori che, non preavvisati la stessa sera, in numero di dodici furono anch ' essi catturati. IJ giorno tre febbraio, alle ore venti, una macchina della Polizia veniva a prelevarlo dalla prigione per accompagnarlo nella sua abitazione, dove i tedeschi avevano già ogni cosa perquisito. Gli fu concesso solo di potere ritirare un sol cambio di biancheria, ed il resto passò tutto nelle loro mani. Due divise nuove, una bicicletta, un abito borghese, una macchina fo.


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tografica e tutti i suoi effetti personali scomparirono nelle mani rapaci dei tedeschi.

Documento n. 14 P. DUILIO CAPOZI, RELAZIONE SUGLI AVVENIMENTI DELL'ISOLA DI CEFALONIA IN SEGUITO ALL'ARMISTIZIO DELL'8 SETTEMBRE 194.3

Il documento sotto riprodotto è il memoriale predisposto il 1O luglio 1944 dal cappellano dalla 44 a Sezione Sanità, su richiesta del Servizio Informazioni Militari (SIM / CSDIC - CENTRO <<A)>). Il religioso 11.ferisce sul comportamento tenuto dal suo reparto nei tragici momenti dell'eccidio di Ce/afonia. Sul medesimo tema p. Capozi ritornerà nel 1981 con l'opuscolo comrnernorativo «La 44a Sezione di Sanità della Divisione Acqui», sennonché gli anni trascorsi dalte sanguinose giornate del settembre 1943 conferiscono alla pubblicazione un tono generico e «reducistico». La relazione dell'estate 1944 (depo. sitata in originale presso l'At"chivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, a Roma) costituisce al contrario una fonte diretta e ricostruisce con precisione fotografica e con partecipazione emotiva gli eventi avvenuti sotto gli occhi dell'attonito cappellano. Lo scrivente si sofferma nella descrizione dei fatti avvenuti nella zona di Francata, nell'isola di Cefalonia, zona in cui era dislocata la 44 a Sezione di Sanità La mattina del 14 settembre, in seguito a forti sparatorie di fucileria tra reparti della nostra Divisione e reparti tedeschi, ed in previsione di ulteriori e decisivi attacchi da entrambe le parti, il Comando della 44° Sezione cli Sanità col II Reparto someggiato si sposta a F rancata, da dove avrebbe potuto meglio disimpegnare il proprio compito. I1 15 mattina varie formazioni di «Stukas» compaiono nell'isola: segno evidente di ostilità vere e proprie. In seguito ad ordine del Comando Divisione, la sera del 16, col Tenente di Fanteria Pachy Ferdinando e circa 70 soldati della


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Sezione, mi porto in Argostoli per la bonifica della zona a nord della città, ove si era combattuto nei giorni precedenti. A bonifica quasi ultimata, e precisamente Ja notte del 19, per ordine del Capo Ufficio Sanità mi sposto con una squadra cli circa 40 soldati nei pressi del Cimitero civile per la bonifica di questa zona, ove aveva combattuto un Battaglione del 317 ° Fanteria, mentre il Tenente Pachy con l'altra aliquota di uomini resta ad Argostoli. Il lavoro di bonifica di questa nuova zona assegnatami fu fortemente ostacolato dagli aerei tedeschi che mitragliavano e bombardavano ininterrottamente dalla mattina alla sera. Pur tuttavia riuscii, con vero spirito di sacrificio dei miei soldati, a tumulare tutte le salme rinvenute. li 20 sera, di mia iniziativa, sposto i miei soldati a Razata. Mi reco al Comando Divisione, e dal Capo Ufficio Sanitario ricevo l'ordine orale di rientrare a Francata la sera stessa. All'indomani mi avrebbe mandato un automezzo per recarmi a recuperare morti e feriti nella zona di Faraklata e Kartakata. Nelle prime ore del 21 al Comando della Sezione giungono notizie che il .317° non resiste più alla pressione delle truppe tedesche e che queste avanzano da tutti i lati, mentre i nostri soldati si sbandano ad opera specialmente dell'aviazione. Verso le ore 11 dello stesso giorno i civili ci avvertono che i tedeschi fra qualche ora sarebbero a Francata. Questa notizia non ci turba, ma con calma e serenita il Comandante della Sezione, Maggiore medico Morelli Gaetano, continua la sua opera pietosa _ presso i feriti e malati dell'infermeria ed io cerco di radunare i soldati che alle voce allarmistiche si erano sbandati. Alle ore 13 i tedeschi entrano a Francata come belve che discendono dai monti affamate ed avide di preda! Nessuna resistenza da parte della Sezione, che ben conosce l' alta missione umanitaria affidatale. Subito dopo la resa affluiscono soldati di Sanità e di altri teparti sbandati. Veniamo messi in fila tre per tre. Il sottoscritto è in prima linea nel centro. Mentre mi volgo indietro per vedere approssimativamente quanti uomini siamo, rimango sbalordito dal comportamento dei tedeschi.


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Ad un segnale dato li vidi, come lupi rapaci, avventarsi sui soldati e portar via orologi, catenine, anelli, tutto ciò che ognumo aveva di più prezioso e come sacro ricordo di persone care e lon· tane ... Giunge il mio Comandante, il quale, dopo aver rivolto poche parole ad un sottufficiale tedesco, questi gli fa un cenno di metterci in fila. Il Maggiore Medico Morelli protestò energicamente, dkendo che egli con i soldati di Sanità hanno il dovere sacro e santo di curare ed assistere i feriti e malati degenti nell'infer: meria. Il sottufficiale, che credo un Maresciallo, risponde con un energico gesto, portando la mano destra alla dvoltella, alla protesta del mio Comandante, il quale - immaginando dove volesse arrivare la brutale in tenzione del Maresciallo tedesco - riprende con tutta calma e tranquillità: «Se devo essere ucciso, uccidetemi pure, però davanti ai miei soldati o presso i miei feriti e malati». A queste parole, veramente encomiabili, viene preso per un braccio e messo tra i soldati. Mentre ancora siamo in fila passano tre aerei. Un soldato tedesco distende un lenzuolo come in segno di resa, ma lo stesso Maresciallo con un gesto brutale fa cen no di togliere il lenzu olo ed alza la destra quasi volesse significare agli aerei di mitragliarci! Restiamo attoniti , ma non turbati. Dopo qualche istante un militare tedesco che parlava abbastanza bene l'italiano, e che ri· tengo fosse austriaco, invita il Comandante della Sezione, il Ten. di Amministrazione Ricciuti Biagio, il Maresciallo Maggiore D >Amato Umberto ed il sottoscritto a ritirarsi nell'infermeria, mentre i soldati sarebbero rimasti nancora per un poco e poi avviati al campo di concentramento. Mi avvicino a1 soldato e gli chiedo di poter seguire i tniei uomini al campo di concentramento, ove ritenevo essere più neces· saria la mia missione sacerdotale. Egli mi r isponde con queste parole: «Padre, non vi è possibile seguire i vostri soldati, perché non tutti andranno nello stesso campo di concentramento, ma chi in uno e chi in un altro. Quindi è meglio che voi andiate nella vostra infermeria>>. Alle mie insistenze di dmanere tra i soldati, mi prende per un


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braccio e risponde energicamente: «Vi prego, Padre, andate nell'infermeria». Gli dico se posso condurre con me il mio attendente; egli acconsente alla richiesta. Prima di recarmi nelfinfermeria vado col mio soldato nella mia camera da letto per prendere la biancheria personale. Tutto era rovesciato e manomesso. Pigliai la poca biancheria rimasta e andai all'infermeria. Quivi un via vai di militari tedeschi, alcuni dei quali venivano per farsi medicare. Degno di nota che ogni soldato nell'uscire portava via medicine, strumenti chirurgici, tintura di iodio termometri1 ecc. ecc. , oggetti tutti di cui la Sezione strettamente abbisognava. Particolare menzione merita il gesto di un· militare tedesco. Questi, dopo essere stato medicato ad un piede dal soldato Goller Vito - trentino - lo spinge fuori dall'infermeria, conducendolo poi tra gli altri soldati (il Goller è stato visto da me tra i soldati massacrati). Verso le ore 17 si presenta all'infermeria il già noto sottufficiale - Maresciallo - il quale, più che in italiano, ci domanda in francese se abbiamo il telefono. Gli si risponde di no. Vede, osserva e poi soggiunge: «Voi restare qui; nessuno deve uscire; se avere telefono tutti caput. Domani guerra fini ta Cefalonia. Dopo domani venire qui e portare voi a Prevesa». Quindi uscì. Restarono nei pressi della porta dell'infermeria due o tre soldati, quasi vigili nocchieri di una nave che va in frantumi ... Con gli ufficiali sopracitati e con quattro o cinque soldati della Sezione ci guardiamo gli uni con gli altri, senza proferir parola . - Un poco di soprapensiero, ma non di avvilimento, subentra nei nostri animi. Cosa questa puramente umana. A ridestarci dai nostri pensieri vengono alcune scariche di mitragliatrici da diverse direzioni delle immediate vicinanze del paese. Unanimemente si crede che nostri soldati isolati resistono ancora ai tedeschi. Sono le ore 18 circa. Nessuno di noi avrebbe mai immaginato in quell'istante in cui sentiamo i colpi di mitraglia alla tragica e raccapricciante narrazione di alcune donne le quali nell'imbrunire si precipitarono nell'infermeria e piangendo, biasimando e rimproverando ci dicono: <~i tedeschi hanno ucciso tutti i vostri soldati». Non crediamo in


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un primo momento a tanta viltà! Poi con calma chiediamo se hanno visto con i propri occhi se tra i fucilati vi sono soldati di Sanità. Rispondono cli sl e convengono che tale strage è avvenuta verso le ore 18, ora in cui avevamo inteso i sopraccennati colpi di mitraglia. Il mio Maggiore chiede se i tedeschi erano ancora in paese. Rispondono affermativamente aggiungendo che in serata se ne sarebbero andati via. In seguito a tale narrazione non mi fu possibile recarmi immediatamente nei vari posti ove era avvenuta la strage, perché la notte era già inoltrata. All'alba del giorno 22 col Maresciallo D 'Amato e con un civile che ci fa da guida visito i vari luoghi ove furono eseguite le fucilazioni. Un'orribile, crudele ed indescrivibile scena appare sotto i miei occhi!! Circa quattrocento soldati, di cui sessanta della Sezione di Sanità, resi quasi irriconoscibili perché fucilati da pallottole esplosive, giàcciono in diversi punti nelle vicinanze cli Francata. Torno nell'infermeria col cuore straziato dal dolore e narro al mio Comandante quanto ho visto. Un soldato dalmata della Compagnia Genio Lavoratori di cui non ricordo il nome, scampato miracolosamente alle pallottole della mitraglia ma ferito da pallottola es,plosiva al braccio destro dal cosiddetto colpo cli grazia, giunge all'infermeria verso le 9 imprecando contro i tedeschi con questi epiteti: «vigliacchi, cani, farabutti», ci narra quanto segue: «Eravamo più di cento. Ptima cU essete fucilati un soldato tedesco che parlava bene l'italiano ci dice che siamo stati condannati alla fucilazione perché considerati come traditori! A nulla valsero le nostre proteste, le nostre lacrime. Ci abbracciammo, ci baciammo. Mostrammo loro fotografie dei nostri genitori, delle nostre spose, dei nostri bambini. I soldati di Sanità, elevando il braccio in alto, indicavano il bracciale bianco con la sovrapposta Croce Rossa, mostravano il regolamentare patentino internazionale sanitario. Tutto ciò a nulla valse. Dovevano morire - e di che morte! Scariche di mitragliatrici da ogni lato recisero la vita di tanta gioventù. Se io son salvo, lo devo a un puro miracolo. non credo a me stesso di essere vivo».


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La Sanità sacra ed inviolabile secondo le norme della convenzione internazionale di Ginevra doveva essere così barbaramente, vilmente, ingominiosamente trucidata a norma della nuova convenzione ... tedesca! Gli avvenimenti di Cefalonia resteranno nella storia militare italiana come fulgido esempio di ubbidienza alle Superiori Autorità e di sprone alla nuova gioventù. In questa isola, da calcoli approssimativi, risultano fucilati dalla bru·barie tedesca oltre quattromila soldati e più di quattrocento ufficiali. Le fosse di Cefalonia mi hanno condotto spesso col pensiero alle famose fosse di Katin. Ed io devo, senza forse, la propria vita alla Misericordia Divina che per mezzo di un soldato, che ritengo austriaco, mi ha salvato da una simile fine. Il sottoscritto molto si adoperò per dare degna ed onorevole sepoltura ai militru·i di Francata, ma cio gli fu negato dalle autorità militari tedesche, incaricando i civili della tumulazione delle salme. Potei avvicinare il Sacerdote ortodosso del paese e lo pregai di assistere alla tumulazione. Me lo promise e lo fece, innalzando su di ogni fossa comune una grande Croce. Così la 44 a Sezione Sanità, dopo aver mitigato tante sofferenze e recato conforto a centinaia di feriti amorevolmente curati ed assistiti sul fronte Occidentale e sul fronte Greco-Albanese, finiva la sua gloriosa, umana e sacra missione nel vero e proprio eccidio di Francata, ad opera della 2 3 Compagnia (II Zug.) della 1 a Divisione alpina tedesca. Molto oscura è la sorte degli Ufficiali di Corfù, presidiata dal 18° Fanteria «Acqui». Da voci intese in Argostoli da civili, risulterebbe che tutti gli ufficiali portati in alto mare, con una o più barche, siano stati fucilati e lasciati in balia delle onde. Di passaggio a Missolungi per Atene, ho potuto avvicinare dei soldati che erano a Corfù e da questi nulla ho potuto sapere circa la sorte degli Ufficiali. Altre voci asseriscono che a Corfù fu fucilato il Colonnello Lusignani, Comandante del Presidio, e del 18° Fanteria con il suo Aiutante Maggiore.


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Il Cappellano militare P. Romualdo Formato nella sua relazione dice che molti Ufficiali furono fucilati ad Ignumenitza, dietro l'ospedale militare. Nella spiaggia di Corfù è stata rinvenuta la salma del Capitano Carlo Banali, Comandante della difesa contraerea dell'Isola, con le mani legate e crivellate da pugnalate. Altre due salme di Ufficiali sarebbero state viste in mare da soldati che da Corfù navigavano per Ignumenitza. É da ritenersi che più di qualche Ufficiale sia stato fucilato in mare e che quindi sia vera, almeno in parte, la notizia appresa dai civili di Argostoli.

Documento n. 15 L'ORDINARIO MILITARE AL MINISTRO DELLA GUERRA

In rife1ùnento alle modalità di pubblicazione dell'importante volume dedicato da p. Romualdo Formato all'eccidio di Cefalonia (stampato nel febbraio 1946 a Roma dall'editore Donatello De Luigi) l'Arcivescovo militare mons. Carlo Alberto Ferrero di Cavallerleone lesse il dattiloscritto e suggerì all'Autore di introdurre modifiche tese ad offrire ai sopravvissuti motivi di cristiana comprensione ed a evitare che il lettore ricavasse dalla lettura del libro sentimenti di odio verso i germanici. Q;testa missiva indirizzata dall'Arcivescovo castrense al Ministro della Guerra sintetizza per l'appunto perplessità e direttive del presule riguardo la pubblicazione. Le riserve - comunque superate - nei confronti dell'editore sono dovute al fatto che nell'immediato dopoguerra De Luigi ospitò nel suo catalogo opere politicamente orientate in senso laico-socialista (ad es. il «Mussolini diplomatico di Gaetano Salvemini>> ed i <<Ricordi di una socialista di Angelica Balabanof/). 1

On. Conte Stefano }acini -

Ministro della Guerra Roma, 19 settembre 1945

Signor Ministro, dopo il recente colloquio che io ebbi con Lei a proposito delle progettate e contrastanti pubblicazioni su l'eccidio della Divisio-


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ne «Acqui» a CefaJonia, credo opportuno comun icarLe che, superate alcune difficoltà chP. mi tenevano incerto e delle quali Le avevo fatto cenno, bo giudicato di potere autorizzare il Cappellano Militare P. Romualdo Formato missionario del S. Cuore a pubblicare il suo libro che narra quell' eccidio: anzi, il libro di P. Formato recherà, a guisa di prefazione, una mia lettera a p. Formato stesso, della quale mi onoro acduderLe copia. Ho potuto appurare, infatti, che l'editore D e Luigi, scelto da P . Formato senza previo consiglio di questo Ordinariato, pur essendo un editore che non sempre ha pubblicato libri incensurabili dal punto di vista morale, non merita peraltro di essere elencato fra gli editori decisamente immorali. Inoltre, P. Formato ha ritoccato - cosl da renderli più chiarì negli antefatti e nelle conseguenze, senza però alterare o sottacere in alcun modo la realtà degli eventi - quei passi che nella primitiva redazione mi erano apparsi capaci di equ ivoche interpretazioni da parte di eh.i volesse malignare su l'efficacia dell'opera dei cappellani militari in seno alle forze armate. Infine, il sapere che è stata esclusa la possibilità di una controversia giudiziaria tra l'editore De Luigi e il Ten. Col. Maraldi , Capo dell'Ufficio Stampa di cotesto Ministero, mi ha permesso di premettere alla narrazione di P. Formato la mia parola di Ordinario Militare che dall'eccidio di Cefalonia trae motivo per esaltare la valorosa e cristiana generosità perdonante delle vittime di queU'eccidio: il che diviene edificante testimonjanza di valore e insieme di Fede. Coi sensi di alta considerazione, mi confermo di Lei, signor Ministro mons. Carlo Alberto Ferrere di Cavallerleone Documento n. 16

DATI RIFLETTENTI LA POSIZIONE PERSONALE DI EDOARDO FINO Al termine della guerra gli ufficiali furono invitati a redigere un circostanziato modulo nel quale dovevano fornire precise informazioni sul cornportamento da essi tenuto all'atto dell'armistizio e nel pe1'io-


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do intercorso tra t' 8 settemb1·e e la fine delta guerra. Il medesimo obbligo si estese, per analogia, ai cappellani militari, equiparati al grado di ufficiali. Edoardo Fino non si limita a risposte evasive o di circostanza, ma spiega il ruolo da lui adempiuto nelle traversie deUa resistenza antigermanica a Rodi e delle cure prestate ai feriti, agli internati, atte salme dei caduti. Particolarmente preziosa l'attività informativa prestata alle famiglie dei militari uccisi dai tedeschi, che grazie alla pietà del cappellano poterono ottenere notizie ed oggetti dei loro parenti defunti. Regia Aeronautica Centro Affluenza e Riordinamento di Milano Dati riflettenti la posizione personale di Grado Cognome e Nome: Te n. Capp. Edoardo Fi110 Paternità: fu Antonio - Luogo di nascita: Savignano (Av) 17/3/1908

Posizione di Stato: Complemento. Atma o Corpo: Aeronautica Recapito: Omegna (Novara). Data: 16 dicembre 1945 Se fu richiesto, e come, dallo pseudo governo repubblicano, a dare la propria adesione allo stesso ed a comb,1ttere a lato dei germanici: Dopo i combattimenti contro reparti germanici, cimante i quali

il sottoscritto ha portato ai combattenti itaJianj sfiniti dalla fame, viveri per due giorni, prelevati dj nascosto da un magazzino, ho chiesto la smobilitazione per non collaborare coi germanici e i fa. scisti.

Se diede l'adesione di cui sopra o meno ed eventualmente in quale /01-ma (verbale o scritta): A Rodi il sottoscritto, insieme coi medici (Direttore Ten. Col. Medico Lujgi Marocco) respinse sdegnosamente qualunque formula di giui·amento. Se prestò gittra111cnto di fede/Là al governo repubblicano ed in quale forma (verbale o scritta): Ad Atene, per poter assistere i prigionieri italiani di Muni Lager, ho dovuto promettere di non fare atti ostili contro il governo repubblicano.

Se dopo avere aderito o giurato ha ef/eltivamente prestato servizio, specificantLo incarichi svolti e loro durata presso Enti militari, Enti mobilitati civili e Corpi di polizia: Unicamente visite aJle famiglie dei Caduti in combattimento conLro reparti germanici.


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Se ha prestato la sua opera nel «Servizio del Lavoro»: No Se in base ai bandi od in altra forma era obbligato a trasferirsi al Nord e come si è regolato: No Se apparteneva al Fronte Clandestino, specificcmdo a quale organizzazione risultava regolarmente iscritto: Terminata la missione presso le famiglie dei caduti, il sottoscritto si è occupato dell'assistenza dei Partigiani prigionieri nelle carceri di Baveno, salvandone molti dalla morte.

Ogni altro elemento utile per illustrare la propria situazione e l'attività svolta tra l' 8-9-1943 e la data di liberazione anche eventualmente di carattere civile: 1) 8-12 settembre - Dw-ante i combattimenti contro forze germaniche nell'isola di Rodi, il sottoscdtto espone volontariamente la vita passando attraverso la linea del fuoco, pet portare ai com· battenti italiani sfiniti dalla fame viveri per due giorni, prelevati di nascosto dal magazzino viveri tedesco nel cortile interno delle Scuole italiane. 2) 12-20 sertembt·e - Con l'autoambulanza, messa a mia disposizione per la ricerca e il trasporto dei fetiti 1 di notte trasporto clandestinamente centinaia di Ufficiali e soldati che si sottraggono alla cattura dei Nazi-fascisti, passando dalla costa egea a quella turca (il sottoscritto può produrre centinaia di testimonianze da parte degli stessi protetti, ora in gran parte tornati nella madre Patria). J) 1 o ttobre - 24 dicembre 1943 - Il sottoscritto, insieme con due Avieri (Eugenio Contento e Loretelli Innocenzo) gira per tutta l'isola, raccogliendo dappertutto feriti e caduti (alcuni in stato dj avanzata decomposizione), vittime sia dei combattimenti sia delle incursioni aeree. Ordina a Rodi il cim itero militare, facendo di ogni tomba una fotografia da consegnare i.n Italia alla rispettiva famiglia. 4) 25 dicembre 1943 · 29 gennaio 1944 - Assistenza ai prigionieri delle Carceri di Averoff e dei campi di Munì Lager e Gudy Lager (Atene), dopo essere stato ivi trasportato nella notte fra il 23-24 dicembre. Insieme col Delegato Apostolico, mons. Giacomo Testa, porto a tutti i nostri prigionieri indumenti e viveri donati dal Vaticano.


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5) 29 gennaio - 13 febbraio 1944 - Per interessamento della Delegazione Apostolica di Atene che mi affida, da portare in Italia, i documenti segreti sulla strage di Cefalonia, moneta e oggetti di valore dei Caduti dell'Egeo e di Atene contro Forze Tedesche o da queste fucilati per rappresaglia, vengo avviato in Italia su una tradotta che porta militari italiani attraverso i Balcani, mentre il Vescovo di Atene, mons. Filippucci, con una lettera scritta in greco mi raccomanda alle truppe di Tito, operanti allora lungo i Balcani. 6) Giunto in I talia, per poter compiere con agevolazioni di viag-· gio la visita alle famiglie dei Caduti dell' Italia settentrionale, mi faccio autorizzare dall'allora Sottosegretario all'Aeronautica a compiere questi viaggi. Posso cosl agevolmente recarmi in ogni località dell'I talia e portare alle famiglie dei Caduti la ferale notizia, il conforto della speranza cristiana, gli oggetti di valore reperiti e la fotografia della tomba. 7) Maggio · 15 agosto 1944 - In conseguenza degli strapazzi dei viaggi, fatti quasi tutti con mezzi di fortuna e fra pericoli continui per le incursioni aeree, al sottoscritto viene riscontrato un forte deperimento organico e una depressione nervosa, ed è inviato in licenza di convalescenza per due mesi. 8) 16 agosto 1944 - 24 aprile 1945 - Terminata questa missione, l'Ordinariato militare, ringraziandomi dell'opera svolta per i Caduti dell'Egeo e per le Suore degli O spedali della Lutwaffe, accoglie la mia domanda e mi invia in licenza straordinaria senza assegni. Da allora la mia attività in favore dei partigiani, specie nelle montagne di Agrano, Brolo e Omegna si è intensificata. Dopo aver sottratto alla cattura dei tedeschi un ex milite, mantenendolo per tre mesi in casa, in via Caradosso 12, il sottoscritto in occasione della Pasqua, entrato di nascosto nelJe car~eri di Baveno, dove giacevano o.ltre duecento pattigiani del Cusio, h a potuto recare a ciascuno di loro, oltre ai conforti religiosi, anche la somma di lire 50 con una tavolet ta di cioccolato. 9) Dal 24 aprile ad oggi - Con autorizzazione scritta del III Comando Militare Territoriale di Milano, subito dopo la liberazione, il sottoscritto ha ripreso la vìsita alle famiglie dell'Italia ce nero-meridionale. p. Edoardo Fino


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Documento n. 17 PIETRO SOLERO, NOTIZIARIO E CURRICULUM DAL 12 GENNAIO 1941

Redatto a Torino il 12 aprile 1948, il documento sotto riprodotto ricostruisce con scrupolosità i successivi spostamenti e te traversie del cappellano militare don Pietro So/ero. Il memoriale non si sofferma su specifici episodi, in quanto preceduto dal <(Verbale sul mio comportamento dall'8 settembre 1943 ad oggi» (redatto nel giugno 1946), e risulta di un certo interesse per la complessiva ricognizione della camera militare del cappellano piemontese durante /lintero arco della seconda guerra mondiale. Significativi gli spostamenti di fronte e di reparto, comuni a tanti altri ecclesiastici ed essenzialmente dovuti all'andamento .delle operazioni al fronte. I momenti salienti dell'e-· sperienza bellica di don Solero possono senza tema di dubbio individuarsi nell'arresto da parte dei tedeschi (con l'assistenza agli internati ed i tentativi di trovare una via di scampo) e, dopo la riacquistata libettà, nella otganizzazione dell'Ufficio per i prigionieri ed i partigiani italiani in terra di Francia, retto con piglio energico dal cappellano piemontese. Il sottoscritto cappellano militare don Pietro SoJero fu Giovanni - nato a Mazzé Canacese jJ 30 novembre 19 11 (Distretto di Ivrea), diocesano di Ivrea - è stato chiamato alle armi in data 12 gennaio 1941 con cartolina di precetto del Distretto di Ivrea, con l'ordine di presentarsi al Deposito del 5° Reggimento Alpini in Milano. Da detto deposito, inviato coi Complementi de] 5° Alpini sul Fronte Greco-Albanese, dopo essersi imbarcato a Bari raggiungeva la zona d' operazioni in data 19 gennaio 1941. Assegnato temporaneamente al Battaglione «Edolo>> sprovvisto del cappellano, ricoverato all'Ospedale di Han - vi rimaneva fino al rientro del medesimo. In data 11 febbraio 1941 - data l'esuberanza dei cappellani al 5° Alpini- veniva con foglio emanato dal cappellano capo residente a Tirana, mons. Picco, definitivamente assegnato al


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

Gruppo di Artiglieria Alpina «Val d'Orco», operante sullo stesso fronte alle dipendenze della Divisione Tridentina. Per la sua opera prestata sul Fronte Greco-Albanese gli veniva concesso dal Comando della 9a Armata (Intendenza: Ufficio S.M.), in data 29 maggio 1941 con foglio n. 4696 di prot. un Encomio da iscriversi sulle carte personali. Rientrato in Patria - via Durazzo - con il suo Gruppo «V al d'Orco» in data 2 luglio 1941, ne seguiva i successivi spostamenti: Cuneo, Pallanza, Aosta, Ulzio e in ultimo Ivrea. Da Ivrea in data 10 agosto 1942, dal Gruppo di Art. Alpina «Val d'Orco» veniva trasferito al Battaglione Alpini Sciatori «V al Toce» facente parte del sorgente 20° Raggruppamento Sciatori, in preparazione per il fronte Russo. Questo trasferimento veniva sollecitato dal Comando del 20° Sciatori, per le sue qualità di alpinista e di sciatore. In data 11 novembre 194 2, partito con il suo nuovo battaglione per la Zona di occupazione in Francia, ne seguiva i numerosi spostamenti e vicende. Dalla sua entrata in Francia fino all'8 settembre 194 3 il sottoscritto fu alle dipendenze del cappellano capo mons. Giuseppe Casonato, con il quale fu sempre in ottimi e deferenti rapporti. In data 8 settembre 1943, alla vigilia del rientro in Patria del Btg. e del 20° Sciatori, il sottoscritto veniva con tutti i suoi ufficiali e la maggior parte dei suoi alpini fatto prigioniero in Zona d'Occupazione Francese e precisamente in Alta Savoia, a Sallanches, dalle truppe Tedesche pure ivi dislocate. In data 30 settembre 1943 veniva dai nuovi occupanti tedeschi portato con tutto il Battaglione a Grenoble (!sere-Delfinato) e messo con gli Ufficiali nel campo di concentramento di Grenoble, ove già trovavansi tutti gli ufficiali della Divisione Pusteria. Avendo il sottoscritto rivolta preghiera alle autorità tedesche di poter seguire la sorte dei suoi alpini, in procinto di partire per la Germania, veniva - non potendosi per il momento aderire al suo desiderio - provvisoriamente assegnato da queste all'assistenza spirituale dei prigionieri di guerra italiani, che sarebbero rimasti in Francia in consegna delle unita tedesche. Rimasto cosl unico cappellano militare nella vasta zona Sud-Est della Ftancia,


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poteva con lasciapassare ed accorgimenti attendere ali' assistenza spirituale di piu di tte mila prigionieri, in maggior parte alpini della disciolta divisione Pusteria. In seguito allo sbarco alleato in Francia - dell'agosto 1944 - resosi libero il territorio francese, il sottoscritto continuava pur in mezzo a nuove difficoltà ad assistere i suoi ex prigionieri, riuscendo, in seguito ai suoi buoni rapporti con le locali autorità francesi civili e militari, ad assicurare loro una relativa liberta d'azione. Per meglio andare incontro ai loro bisogni, il sottoscritto istituiva in Grenoble un «Ufficio di Assistenza per i prigionieri di guerra italiani e per i partigiani italiani» sconfinati in seguito ai rastrellamenti tedeschi in Francia dalle valli · piemontesi. Il sottoscritto aveva pure la cura e l'assistenza del campo n. 145 in Grenoble, comprendente circa 200 italiani repubblichini, catturati dalle truppe francesi sulle Alpi. A fine ottobre 1946 - rientrati gli ultimi prigionieri e chiuso il suo Ufficio Assistenza - il sottoscritto rientrava definitivamente in Patria, recandosi ai primi di novembre a Roma, presso l'Ordinariato Militare. In data 16 dicembre 1946 con foglio n. 64654/2049 del Ministero della Guerra, il sottoscritto veniva richiamato in servizio ed assegnato al 4° Reggimento Alpini in Torino, ove tutt'ora presta serv1z10. P. Pietro Solere


RASSEGNA BIBLIOGRAFICA


Rassegna bibliografica

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AZION E CATTOLICA I TALIANA (a cura dell') Martirologio del Clero italiano 1940-1946 Azione Cattolica Italiana~ Roma, 1963 pp. 334 Il volume - composto da brevi schede biografiche dei religiosi caduti nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza - contiene sintetici profili dei cappellani militari caduti all'estero successivamente all'armistizio, con gli estremi della mor te. Si vedano, ai fini del presente studio, le notizie sul conto di don Raffaele Amodio, p. Antonio Ciervo, p. Agrippina Jaluna, p. Cleto Parodi e p. Marino Pilati (ad nomen) . A s OCIAZIONE FAMIGLIE CADUTI E SUPER TITI DELLA DIVISION E

«A QUI» Ce/atonia -

Corfù settembre 1943

Federazione Italiana Volontari della Libertà, s.i.l., 1963, pp . 66 Pubblicazione edita in occasione del ventennale dei combattimenti di Cefalonia e di Corfù, con finalità commemorative. Tra i diversi contributi inclusi nel volumetto segnaliamo le riflessioni dell'Arcivescovo castrense mons. Arrigo Pintonello (pp. 12-13), nonchè i contributi diaristici dei cappellani p. Romualdo Formato (pp. 33-42) e don Luigi Ghilardini (pp . 53 -64). ASSOCIAZIONE NAZION ALE CAPPE LLANI MILITARI D'I TALIA . IN CONGEDO

Altare da campo

Tip. Bolis, Bergamo, ed. ampliata: 1961 (1 a ed. 1959), pp. 210 Il volume - curato da don Giovanni Antonietti (promotore dell'Associazione nazionale dei Cappellani militari) - ospita schede biografiche dei religiosi bergamaschi che prestarono servizio nelle forze armate dal 1915 al 1945 . Tra i resoconti biografici dei cappellani impegnati all'estero dopo 1'8 settembre 1943, si vedano - alle pp . 131-132 - le notizie su don Luigi Ghilardini e la resistenza antitedesca a Cefalonia.


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

BARBERO GIUSEPPE

La Croce tra i reticolati Società Editrice Torinese, Torino, 1946, pp. 70

Trattasi di annotazioni diaristiche del cappellano del 29 ° reggimento artiglieria, di stanza in Grecia, relative al periodo·compreso tra l'armistizio e la metà del 1945. Nella parte iniziale si accenna alla resistenza opposta ai tedeschi dal presidio di Parga, nei giorni 9-12 settembre 1943, ed alla repressione antipartigiana _ nella zona di Bilisti, in Albania. L'opera è stata composta nella seconda metà del 1945, subito dopo il rimpatrio. BARTOLINI ALFONSO

Per la Patria e la libertà! Mursia, Milano, 1986, pp. 3 74

L'Autore - capitano dei bersaglieri attivo nella resistenza greca e decorato con medaglia d'argento al valor militare - ricostruisce l'esperienza dei soldati italiani nella Resistenza all'estero dopo l' 8 settembre. Il volume riferisce sull'operato dei cappellani. Della Vedova, Fino, Formato e Ghilardini (dr. le pp. 35-59, 65, 70 e 125.

AL lSIO (a cura di) Un popolo per la. libertà Cooperativa «Lecco Uno», Lecco, s.i.d. BONFANTl

Tra i documenti e le testimonianze del movimento i:esisten.ziale qui raccolti segnaliamo (alle pp. 118-121) il testo di una relazione tenuta da Stefano Gestro sul tema «L'elemento cattolico nella Divisione Italiana partigiana Gadbaldi - Montenegro 194345>>, con testimonianze di prima mano sui caratteri del servizio religioso prestato dai cappellani, ed in particolare da p. Cesare Prandoni e da don Secondo Contigiani. B N Mr G1 VAN r

Nel turbine della guerra Ed. Civecchl, Crema, 1946, pp. 240 Il volume -

opera del appellano dell'll O Artiglieria «L gnano»


Rassegna biblfografica

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- include va.rie considerazioni autobiografiche sull'armistizio ad Argirocastro e sulla marda intrapresa dal sacerdote col suo reparto ali' interno delJ' Albania, per sfuggite ai tedeschi. Dalla rielaborazione storiografica di quell'esperienza Bonomi ha tratto un altro lavoro: Albania 1943, stampato nel 1971 a Milano per l tipi della Bietti (pp. 361) .

Bovo Gruuo Il cielo non ha reticolati Gregoriana, Padova, 1985, pp. 170 Uscito postumo a cura di G. Fincati, il diario del cappellano dell'Ospedale n. 502 si snoda attraverso le fasi deU'armistizio, del mese di cattività trascorso in terra greca e dei due anni di internamento vissuti in Germania senza compromissioni di sorta con le autorità del lager. Don Bovo, sacerdote di profonda spiritualità, si adoperò con notevole energia per sostenere il morale dei militari e sconsigliare I' adesione. CAPOZI D UILIO

La 44 a Sezione di Sanità della Divisione <<Acqui» Tipografia «Aurelia», Civitavecchia, 1981, pp. 32

11 cappellano della 44 3 Sezione di Sanità ricostruisce - in una pubblicazione dal prevalente taglio commemorativo, edita in occasione del XXXVIII anniversario del!' eccidio - le principali vicende dei noti fatti di Cefalonia, rivendicando l'eroismo dei caduti e dei sopravvissuti. Sono riprodotte alcune immagini di riti · al campo celebrati daJ cappellano ed è pure documentata fotograficamente l'opera di recupero e di inumazione delle salme. C OMMISSARIATO GENERALE ONORANZE CADUTI IN GUERRA

Sacrari e cimiteri italiani all'estero. Caduti di tutte le guerre Ministero della Difesa, Roma, 1984 Nella parte relativa alla seconda guerra mondiale figurano vari riferimenti all'opera esplicata dai cappellani nell 'individuazione delle salme e nella composizione deì caduti nei cimiteri militari ali' estero: una mansione di estrema importanza, adempiuta anche nelle difficoltose circostanze della resistenza antigerrnanica.


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estero

cli) Lotta armata e resistenza delle Forze Armate italiane all'estero DRADI MARALDI BIAGIO - P IERI ROMANO (a cura

Franco Angeli) Milano, 1990, pp. 680 Atti del Convegno internazionale sul tema «8 settembre 194 3: dissoluzione e diaspora» (Cesena, 15 giugno 1986). Ai cappellani si accenna, di sfuggita, alle pp. 192, 336, 338-34, 455 e 6.34. Il volume contiene il saggio di Francesco Amadio Valori e limiti dell'esperienza religiosa nei campi d'internamento germanici (pp. 589- . 600), ripreso dal n. 2 - 1965 dei «Quaderni del Centro cli studi sulla deportazione e l'internamento» (pp. 11-.30). FrNO EDOARDO

La tragedia di Rodi e dell'Egeo Ed. Assegeo, Milano, 1964, pp. 100 Si tratta della rielaborazione - accresciuta - del contributo memorialistico cli un cappellano di complemento dell'Aeronautica (la 1 a edizione usd nel 1957, la 2 3 nel 1960), colto dall'armistizio nell'isola cli Rodi e dedicatosi, alla cessazione del combattimenti, alla cura dei caduti ed al soccorso dei sopravvissuti. Alle pp. 537.3 si analizza l'operato dei cappellani militari. F ONDAZIONE PREMIO LETTERARIO «P . R OMUALDO FORMATO» (a cura della)

Tappe luminose dì breve cammino Fondazione Padre R. Formato, Savignano Irpino, 1981, pp. 44 Pubblicazione commemorativa predisposta in occasione del XX Anniversario della morte di p . Formato. Riporta diverse testimonianze ed annotazioni biografiche sul conto del cappellano della Divisione «Acqui», specialmente sul suo operato in relazione al dramma di Cefalonia. Il maggiore motivo di interesse della pubblicazione sta nella ricca documentazione fotografica, che illustra la vita del sacerdote e le sue realizzazioni pastorali. FO!NTANA FRANCESCO

Croce ed armi Marietti, Torino, 1954, pp. 275 Studio complessivo sull'assistenza spirituale alle forze armate ita-


Rassegna bibliografica

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liane in pace ed in guerra (1915-1955), il volume esamina alle pp. 219-220 gli eventi seguiti all' armistizio nei presidi all'estero, con cenni sommar.i sull'operato dei cappellani Duilio Capozi, Romualdo Formato ed Igino Lega (sostanzialmente desunti dalle onorificenze a1 valor militare agli stessi conferite). Il testo è nondimento utile per il quadro generale sul clero castrense. F ORMATO ROMUALDO

L'eccidio di Ce/alonia De Luigi, Roma, 1946 Edizione originale delle memorie del cappellano della «Acqui>> sui drammatici eventi cui si trovò ad assistere. Il testo - organica rielaborazione di alcuni articoli stesi nel luglio 1945 su incarico della Direzione Amministrativa del quotidiano per l'Esercito «La Patria» - è preceduto da una presentazione deU' Arcivescovo castrense mons. Carlo Alberto Ferrere di Cavallerleone. FORMATO ROMUALDO

L'eccidio di Ce/atonia Mursia, Milano, 1968, pp. 464 L'edizione del febbraio 1946 - qui introdotta da Luigi Gedda - è integrata da una corposa appendice documentaria, che comprende gli elenchi dei caduti e dei superstiti della Divisione <<Acqui», un profilo di p. Formato (di E. Bronzetti, nel settembre 1943 addetto alJ'Ufficio Operazioni del Comando della «Acqui») ed il testo di due preghiere per i caduti. Assai ricca la documentazione iconografica che correda il volume.

MIMMO Il riarmo dello spirito

FRANZINELLI

Pagus, Treviso, 1991, pp. XV-402 Opera d'insieme sui cappellani militari nella seconda guerra mondiale, presenta interconnessioni con la presente monografia nei capitoli dedicati a «I cappellani nella bufera dell'8 settembre}>, «l cappellani nella deportazione» e «I cappellani partigiani1>. Il volume permette il raffronto tra le d.illerenti opzioni effettuate dal clero castrense i taliano successivamente all'armistizio ,


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Cappellani militari italiani nella resistenza all'estem

GHILARDINI LUIGI

Sull'arma si cade ma non si cede

Tipo-litografia Opera SS. Vergine di Pompei, Genova, 1982, pp. 384 Edizione definitiva de I martiri di Cefalonia (ed. or. Rizzoli, 1952, p. 188), uscita postuma. Il volume del cappellano della <<Acqui» - aperto da un ricordo di don Ghilardini, commemorato dal gen . Apollonio - ripercorre minuziosamente gli eventi bellici e riporta il testo della sentenza pronunziata il 20 marzo _ 1957 dal Tribunale Militare Territoriale di Roma sui fatti di Cefalonia, oltre alla trascrizione di alcuni documenti sul Raggruppamento «Banditi Acqui». GRAZIANI ANGELO

Soldati itaniani in Montenegm Ed. Patria Indipendente, Roma, 1992, pp. 308

L'A., già Tenente di Artiglieria distintosi nel movimento resistenziale in Montenegro, Bosnia, ed Erzegovina, ha raccolto in volume vari scritti sull'esperienza partigiana. Nel libro si accenna a p. Jaluna (pp. 87 e 92) , a cerimonie religiose celebrate al campo (pp . 97 e 213) e figurano riprodotte fotografie di cappellani (pp. 52 e 247). LEGA !GINO

Lero Eroica Editrice Italica, Pescara, 1974

Il volume - curato da don Edoardo Fino e presentato dal Comandante del Presidio di Lero - raccoglie nella prima parte alcuni scritti elaborati da p. Lega nell'immediato dopoguerra per una pubblicazione in volume presso l'editore Garzanti (m~ l'opera rimase inedita). Nella seconda parte dell'opera sono ospit ate le testimonianze di vari reduci, raccolte dal <<Comitato Tempio votivo ai Caduti dell'Egeo». LEONETTI CARENA PIA

Gli italiani del Maquis Cino Del Duca, Milano, 1966 pp. 260 Nel capitolo dedicato a «I soldati della IV Armata>> l' Autric n-


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Rassegna bibliografica

porta - alle pp. 163-164 - la testimonianza di don Aldo Negri, cappellano del 6° reggimento alpini <~pi Graie» e collaboratore del Maquis nella zona di Mont-de-Marsan (Landes), decorato con medaglia di bronzo per l'azione esplicata in terra di Francia sul Fronte della Resistenza dal 16 marzo 1944. cura di) Cappellani Militai-i 1870-1970 Associaz. Nazionale C.M. d'Italia in congedo, Roma, 1970, pp. 340 MARCHISIO FRANCE

O (a

Raccolta delle motivazioni delle ricompense al valor militare concesse ai cappellani a partire dalla prima guerra ·mondiale sino al 1954, con alcuni dati statistici sui caduti del clero castrense. Nella parte introduttiva - alle pp. 43-46 - figurnno utili riferimenti ai principali eventi inerenti il clero militare posteriormente 1'8 settembre 1943 ed un'essenziale cronologia sugli eventi che ebbero come protagonisti i cappellani MONDRONE DOMENICO

Padre Igino Lega S.I. Medaglia d'oro

Edizioni Pro Sanctitate, Roma, s.i.d., pp. 32 Biografia di p. Lega - cappellano del Comando Marina di Lero - con varie notizie sui combattimenti seguiti all'armistizio e sulle settimane precedenti l'internamento. Altre pubblicazioni sul gesuita: P. Igino Lega emico sacerdote di Dio e della Patria (a cura dei marinai imolesi reduci di Lero, Faenza, 1971) e A . Scurani, - L'uomo degli altri, Ed. «Letture», Milano, 1971, rielaborazione di uno studio apparso nel 1953 per le Ed. Lampade Viventi, Roma) NEGRI ALDO

La Resistenza -

La p1igionia

Diario dattiloscritto sull'esperienza di un cappellano trovatosi in servizio in Francia, internato dai germanici dopo l'armistizio ed entrato in rapporti di collaborazione con la Resistenza. L'Autore non rinunzia a descrivere il trattamento cui i francesi sottoposero i nostri militari dopo la ritirata tedesca. Don Negri compose que-


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Cappellani italiani militari 11ella resistenza all'estero

sto lavoro dal carattere autobiografico verso la metà degli anni Settanta e lo consegnò all'Ordinariato Militare (nei cui archivi è conservato). ORDINARIATO MILITARE PER L'I TALIA

In pace e in guen-a sempre e solo Pastori Ordinariato militare, Roma, 1986, pp. 140

Pubblicazione commemorativa del Corpo dei cappellani militari, · caratterizzata dalla riproduzione cli varie fotografie e documenti. IJ volume contiene sommari riferimenti su] ruolo del clero castrense nella resistenza (alle pp. 26 e 28), oltte ad una circostanziata testimonianza dell'Ordinario Militare mons. Mario Schierano sulla funzione orientatrice adempiuta dai cappellani all'estero, successivamente all'8 settembre 1943 (pp. 35-37). POLONI VITTOR10

Il n. 122038 racconta Tipografia Leberit, Roma, 1981, pp. 110

Diario cli. un cappellano della Guardia di Finanza, cli stanza ad Ermioni. Le pp. 30-34 vertono sui fatti seguiti all'armistizio, nel promontorio cli Methoni e ad Atene. Poloni accenna alla difficile situazione nella ~uale si venne a trovare con p. Francesco Re e p. Carlo Dosi, sfociata nell ' internamento a Luckenwalde (la parte rimanente del volumetto è dedicata alla prigionia). SCANAGATTA T ARCISIO

Gli ultimi trenta giorni della Divisione «Perugia» Ed. Agielle, Lecco, 1983, pp. 272 Cappellano cli un'unità sanitaria, agli inizi degli anni Ottanta don Scanagatta ha rimesso mano ai propri ricordi (dopo <<una fase cli decantazione particolarmente utile per un ripensamento ed una chiarificazione di tanti eventi di cui ero stato testimone») e ricostruisce il tragico epilogo deUa Divisione «Perugia», informando altresl sull'azione di alcuni colleghi cappellani legatisi alla resistenza antinazista: don A. Ginghello e don G.B. Xilo.


Rtmeg1w bibliografica

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SCHIERANO MARIO

Situazione delle truppe italiane nell'isola di Creta dopo l' 8 settembre 1943 Estratto da «Studi storico-militati 1988», Roma, 1990, pp. 497506. In servizio al presidio di Creta col 51 ° reggimento artiglieria, mons, Schierano (Ordinario castrense dal 1971 al 1981) delinea il quadro strategico configuratosi all'indomani dell'armistizio, accennando al particolare status dei cappellani: prigionieri dei tedeschi, ma con relativa libertà di movimento. Interessanti pure le notazioni ed i giudizi sui religiosi ellenici, coi quali i cappellani ebbero modo d1 collaborare. SETTI CARRARO ANTONIA

Sorella. Storia di una crocerossina (1940-1944) Longanesi, Milano, 1972, pp. 328 Colta dall'armistizio a Patrasso, sulla nave ospedale <<Gradisca» l'Autrice accenna nella prima metà delle sue memorie a saltuari incontri con cappellani (ad es. alle pp. 99 e 127), soffermandosi in special modo sull'assistenza prestata da don Giulio Bovo ai militari italiani catturati dai tedeschi, concentrati nella zona di Atene ed infine inviati in Germania (pag. 130 e ss.). STELLA PAOLINO

Padre Jaluna Edizioni Paoline, Catania, 1956, pp. 120

Biografia del gesuita Agrippina Jaluna, cappellano in Albania col 445° Ospedale da campo, unitosi alla Divisione <<Garibaldi>~, deceduto il 23 marzo 1944 per un'infezione tifoidea contratta in un ospedale partigiano, sui monti del Sangiaccato. Il volumetto riporta stralci dalla corrispondenza coi familiari e le testimonianze di alcuni italiani attivi nella resistenza albanese, oltre ad un'interessante documentazione fotografica. TORSIELLO MARIO (a cura di) Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943 Ministro della Difesa, Roma, 1975, pp.

Complessiva ricognizione sulle conseguenze militari dell' armisti-


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Cappellani militari italiani 11ella resistenza all'estero

zio. Ampio spazio è dedicato allo svolgimento dell'attività bellica fuori dall'Italia. Il ruolo adempiuto dai cappellanoi richiamato in riferimento ai tragici eventi di Cefalonia. Attingendo alle pubblicazioni di p. Formato e di p. Ghilardini, l' A si sofferma sulle consultazioni intercorse tra il Generale Antonio Gandin ed i sette religiosi dislocati nell'Isola.


INDICE DEI NOMI


Indice dei nom;

Accorsi Ettore, 113, 114, 128 n. Airoldi Luca, 128 n. Alaj Umberto, 44, 45 n. Alaniero (Col.), 45 , 134. Amadio Francesco, 127, 198. Ambone (Cap.), 177. Amodio Raffaele, 105, 195. Andrea da Milano, 38. Angelini Rota (Ten.), 156. Antonietti Giovanni, 195 . Apollonia Renzo (Gen.), 101, 200. Armeni Vincenzo, 43, 44 . Azzi Arnaldo (Gen.), 154. Badoglio Pietro (Gen.), 14, 109. Balabanof Angelica (Studiosa), 184. Balducci Ernesto, V. Barbero Giuseppe, 128n, 196. Barra Caracciolo (Col.), 106n. Bartali (Cap.), 175. Bartolini Alfonso (Cap.), 196. Bartolomasi Angelo, 12, 2Jn, 149. Bartolomasi Natalino, 12n. Battistella Agostino, 18n. Bazzani (Cap.), 134. Bedeschi Lorenzo, IX, 3 7. Bertenni (Ten.), 67. Bertini Pietro, 27. Biancardi Sergio (Cap. Med. ), 176. Bologna Michele, 25, 26n. Bolzan Carlo, 3 7, 57n. Bonali Carlo (Cap.) 1 184.

207 Bonfanti Aloisio (Studioso), 51n, 196. Bonorru Giovanni, 66 1 196, 197. Bovo Giulio, 128n, 197, 203. Bronzetti Ermanno (Cap.), 199. Brosio Manlio (Ministro), 74n, 154, 155, 156. Brunello Aristide, 175. Busi Dogali, 18n. Caiazzo Domenico (Ten. Col.), 169, 173. Campioni lnigo (Amm.), 109. Canaione (Ten. Col.), 41. Capozi Duilio, 97, 102, 178, 197, 199. Carcinotto Sebastiano, 175. Cardinali Terzilio (Serg.), 75n. Carrara Pietro (Magg.), 175. Carraro Giuseppe, 41, 42. Casonato Giuseppe, 23n, 3 7n, 83n, 119, 190. Catardi Mario (S. Ten. Med.), 164. Cavalli Amelio (Ten.), 175 . Cavanna Domenico, 18n. Corti (Prof.), 117 . Cavagnini Angelo, 97. Cavallerleone Carlo Alberto Ferrero di, 59, 149, 184, 185, 199. Chabod Federico (Prof.), 117. Chiminello (Gen.), 72, 160. Ciervo Antonio, 107, 195. Civello Senen (Ten. Col.), 177.


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Cappell.ani militari italiani nella resistenza all'estero

Contento Eugenio (Aviere), 187. Contigiani Secondo, 51, 55, 56, 58, 59, 196. Cucinelli (S .ten.), 156. Cutolo Carlo (Scritt.), 130n. D'Amato Umberto (M.M.), 25n, 180, 182. De Bernart Enzo (Studioso), 25n. De Cobelli Ottavio, 38, 45, 46, 47, 48, 49, 50, 55, 133. Della Rocca Morozzo, V. Della Vedova, 196. De Luigi Donatello (Edit.), 184, 185. De Gaspeti Alcide (Presid. Cons.), 154. De Maria Corrado (Ten.), 175 . De Muri Giovanni, 118, 120, 123n. De Troya Raffaele (Magg. Med.), 169. ¡ Diaz Aurelio, 33. Diaz Francesco 18, 33n. di Trapani Mario, 97. Dosi Carlo, 202. Dradi Maraldi Biagio (Scrittore), 198. Emmanuele Bruno (Ten. Col.) 109. Esposito F ranco, 42, 43n. Falchetti Giovanni, 17n. Faldini Gino 123.

Fallica (Ten.), 176. Fato (Magg.), 157, 158. Ferrere Carlo Alberto. Filippucci (Mons.), 188. Fincati G., 197. Fino Edoardo, 105, 185, 186, 188, 196, 198, 200. Fontana Francesco, 198. Formato Romualdo, 95, 96, 97,98,99, 100, 101n, 102n, 184, 185, 195, 196, 198, 199, 204. Formento Giuseppe, 83, 84n. Franceschini Antonio (Gen.), 41.

Francia Ettore, 6 7. Franzinelli Mimmo (Scrittore), I V, VI, VII, VIII, IX 199. Frasca (Gen.), 49, 139. Gabana Giuseppe, 18n. Galassini Germano, 13. Galli Lodovico 18n. Gandin Antonio (Gen.), 95, 96n, 97, 98n, 204. Gardini Ovidio (Scritt.), 130n. Gaspari Alberto, 118. Gedda Luigi (Prof.), 199. Gennari Dino (Capl 176. Geroni V. Gestro Stefano (Ten.), 51, 196. Ghilardini Luigi, 95, 96n, 97, 100, 101, 102n 195, 196, 200, 204. Giardina Agostino (Cap. Med.), 176.


Indice deĂŹ nomi

Ginghello Alberto, 7 61 77, 78n, 152, 202. Giuntella V. Emanuele (Prof.), 127. Gobbo (Dr.), 140. Gobetti Ada (Scritt.), 117. GoUer Vito (Sold.), 181. Graziani Angelo (Ten.), 200. Graziani Rodollo, 13n, 23n1 37n. Guglielmo Ugo, 118. Gualtieri Renato (Ten.), 176. Guttilla Calogero, 83. Hoxa Hen.ver (Politico), 79. I acovone Ennio, 83, 85, 86, 87, 88, 89, 90. Jacini Stefano (Ministro), 184. Jaluna Agrippine, 51, 52, 53, 54, 55, 57, 142, 195, 203. Jaluna Pietro, 53n, 200. Joppolo Antonino, 83, 84, 85, 168. Lanza Gustavo (Col.), 160. Laterza Carlo (S. Ten.), 98. Lecchi Angelo, 74, 75, 76n, 162, 165. Lega Igino, 107, 108, 109n, 199, 200, 201. Lenzuolo Luigi (Col.), 78. Leonetti Carena Pia {Scrittrice), 115n, 200. Lerda Mario, 128n. Letini Gaetano, 174.

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Lorerelli I nnocenzo (Aviere), 187 . Loria Giuseppe (Ten.), 175. Lucaccini Dr. Levi (Cap. CCRR), 165. Lusignani (Col.), 183. Luzzani Filiberto, 18n. Magli Luigi, 38, 39, 165, 166, 168. Maglia Carlo, 123. Maraldi (Ten.- Col.), 185. Maras Giuseppe (Scritt.) 1 130n. Marchisio Francesco, 1 ln, 201. Marocco Luigi (Ten. Col.), 186. Martin Giuseppe, 118. Martinazzoli Mino (Ministro), I. Mascherpa (Col.), 13 7. Masi (Serg.), 175. Mekemea Maomet (Capo partig.), 79. Melograni Piero (Prof.), V. Meriggi (Sig.), 170. Morozzo della Rocca, IX. Meriggiali Francesco (Com.te), 84, 169, 171, 173. Migliori Giovanni, 106. Minozzi (Dr.), 157. Miranda Sabatino, 67, 68. Mirizzi Stefano, 40, 41. Mondrone Domenico, 201. Mora Giacomo, 18, 56. Morelli Gaetano (Magg. Med.), 179, 180.


210

Cappel/411i militari italiani nella resine11ia a/l'estero

Muraca Ilio, III, 3, 158. Mura o Murat (Uff.le), 141. Musso Carlo Vittorio (Col.), 47. Negri Aldo, 115, 201. Nigris Leone, 47, 70, 150. Nisciova Mani (Capo partig.), 79. Nociforo Paolo, 83, 91, 92, 174. Nowack (Ten. Col. ), 120. Oberkalmsteiner Rodolfo Ercolano, 83. Obradowie (Col.), 138. Olagnero (Col.), 48,136,137. Orengo Luigi, 66, 67. Oxilia G iovan Battista (Gen.), 49, 138. Pachy Ferdinando (Ten.), 178, 179. Padovese Giovanni, 26 . Palermo Ivan (Sottosegr.), 151. Panizzardi Camillo, 12n. Parodi Cleto, 107, 195 . Pasa Luigi, 128n. Pasquali Sante, 165, 16 7. Paternò Bonaventura, 43. Pavese Sebastiano, 41, 42. Pedrolli Luigi, 7. Pellizzari Biagio, 95, 97. Peragallo (Cap.), 157. Pertini Sandro (Presidente Rep.), 100n.

Perito, 157. Pezzoli (Gen.), 157. Picco Mario, 57n, 66n, 160, 189. Pieratti (Cap.), 157. Fieri Romano (Scrittore), 198. Pilati Marino, 86, 87n, 195. Pintonello Arrigo, 195 . Pistone (Cp.le), 138. Piva (Magg.), 49, 138, 139. Poloni Vittorio, 128h, 202. Prandoni Leone Cam, 38, 5 1, 55, 56, 57, 58, 59, 60n, 61, 196. Puerari (Cap.), 58. Quagliotti Antonio, 23, 24. Ragnoli Angelo, 95, 97. Rapisardi lvlirabelli Andrea, 15n. Ravnich Carlo (Col.), 59, 60. Re Francesco, 202. Ricciuti Biagio (Ten.}, 180. Richiardone Ernesto Alfredo, 123, 127n. Rigoni Domenico, 106n. Rinaldi Domenico, 113n. Riva (Cap.), 134. Rognoni Virginio (Ministro), I. Roncaglia Umberto (Cap. di Fregata), 169, 170, 173. Roncalli Giuseppe, 11 7. Rota Angelini (Ten.), 156. Rovida Francesco (Dott.), 69n, 74n, 156. Rubino Michelangelo, 1ln.


211

Ruffini Alfredo (Cap.), 165. Rusticoni Carlo, 119n. Salvemini Gaetano (Scritt.), 184. Santini Pietro, 7. Scalvini Pietro, 78, 79. Sc-anagatta Tarcisio, 65, 71, 72, 73, 74n, 154, 155, 156, 157, 158, 159, 202. Schabel Wilhelm, 128n. Scherillo (Cap.), 176 . Schiaffino (civile), 173 . Schierano Mario, 202, 203. Scurani Alessandro, 201. Scuhla Giuseppe, 39, 40n. Sebenello Silvestro Rufino, 68, 69, 70, 159, 160. Sertoli (Magg.), 38, 166. Setti- Carraro Antonia (Crocerossina), 203 . Solero Pietro, 115, 116, 117 , 118n, 189, 191. Stella Paolino, 52n, 203. Strano Andrea, 109. Strim Angelo, 32. Stucchi Giuseppe, 25. Tadclia Luciano (Ten.), 52, 57 .

Tappare Ernesto, 38. Tartari Cesare, 27, 28, 29, 142, 144, 145. Terenziani Mario, 38. Tito Josip, 29, 33, 39, 166, 188. Timolina Giovanni, 118, 120. Truini (Dr.), 147. Testa Giacomo, 83, 187 . Tiso Mario (Teo.), 177. Tremanti (Cap.), 68. Tommaso Pier della Vergine del Carmelo, 57. Torsiello Mario (Gen.), 101n, 203. Vaccarino Giorgio (Prof.), 129. Viazzi Luciano (Studioso) , 16n, 48n. Vitagliano Michele, 106. Vujosevic Jovan (Col.), 57n. Xilo Giovan Battista, 70, 71, 149, 202. Wenzel (Magg.) 1 118. Zaccone Umberto (Cap.), 55n. Zanone Valerio, I.


RASSEGNA FOTOGRAFICA


Marzo 1941. Cappellani militari prigionie ri presenti al 2° Kentron Aikmaloton a La Canea (Crern); P.G. Pifferetti, deil'Oracorio, 77° rg t. f. Lupi di Toscana; F ra Ginepro, o.m.cap., 42° rgr f. Modena; P.L. Ferrari, s.x. 3° rgt. art. ulpina Julia; D .G. Casasso, 1° bcg. complementi del 9° rgt. alpini Julia.

14 novembre 1943 . Messa al campo nel corrile della caserma «Roma» in Dubrovnik in memoria del generale Giuseppe Amico.


«J3cnjaininow (Warschau) 1944 . Celebrazione di un Cuneralc. Dal volume «Toppe di uo calvario» di Don Pas:i. Edirricc S.A.T., Vincenza, 1947 p.g.c .

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14 novembre 1943. Commemorazione del generale Giuseppe Amico nel cimitero di Lapad nei pressi di Dubrovnik.


Paramithi"à (Grecia) - S. Messa domenicale; nello sfo1ido: greci ortodossi e mussulmani assistono alla cerimonia. Dal volume «Diario cli Guerra» di P. Sergio Contini, Ani Grafiche A. Chicca, Tivoli , 1966, p.g.c.

Durante la marcia di trasfe.rimento verso Argiroc~1stro, messa al campo della divisione «Perugia» nella zona di Tepe!eni nella Va.Ile del Dhrinos.


Da s inistra: P. Scanag:ma, don Giovannj Lovatri , Mons. Picco, don Eros Rizzi, don Romeo Rusconi.

Una messa do menicale davanti ad u na rusLica cappcllclhl costi-ujta dai nostri soldati.


<<Benjam.inow (Warschau) 1944. Celebrazione di un funerale. Dal volume «Tappe di un calvario» di Don Pasa. E ditrice S./\.T., Vincenza, 1947 p.g.c.

Il ten. capp. Giovam1i Bonomi (in alro), il ten . amm. Antonio Gabaldo ucciso dai partigiani albanesi e il ten . Siccodato, salvatosi 1'8 settembre attraversando l'Adriatico con una barca a motore. Tutri appartenenti al 151 ° Rgt. Artiglieria «Perugia».


Una messa domenicale.


L:1 (<S. Cresima» impartita dit Don Pasa. Dal volume «Tappe di un calvario» dj Don Pasa. Editrice S.A.T., Vincenza, 1947

p.g.c.


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La scelta di restare con j suoi compagni è fermata staticamente in questa foto: don G i.ulio Bovo è ad Atene, in attesa che i tedeschi decidano il destino degli italiani arrivati da Zante. Dal volume «U cielo non ha reticolati» d i Gi ulio Bovo a cura d i G iuseppe FLncati. Libreria Gregori ana Edirrice, Padova, 1985, p.g.c. 3.


INDICE GENERALE Presentazione di Ilio Mmaca ........ .... ............ ......... . Prefazione di Lorenzo Bedeschi . . . . . . . . . . .. . .. . . . .. . . . .. . . . . . Introduzione ..... ....... ...... ..... ........... ........ .... .... .. .... . Il rnolo del clero castrense nella resistenza all'estero . Slovenia e Dalmazia .............................................. Croazia ..... .... ....... .... ................... .... ... .......... : . . . . . . . . Montenegro ................ .... ................. ..................... Albania ................. ....... ... .......... ... ......................... Grecia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Cefalonia . . . . . . .. . . . . . .. . . . . . . . . .. . . . . . . . .. . . .. . . . . . . . . . . . . . . . .. .. . . . . . Egeo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Francia ......... ............ ................ ....... ........ .... ......... Corsica . . . . . . . . . . . . . . . .. . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . .. . . . .. . .. . . . . . .. . . . . . Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

pag. I pag. VII pag. 1 pag. 9 pag. 21 pag. .31 pag . .35 pag. 63 pag. 81 pag. 9.3 pag.103 pag.111 pag.121 pag.125

APPENDICI Antologia documentaria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Rassegna bibliografica ......... ........... ......... ........ ...... . Indice dei nomi .. . .. .. . . .. .. . . . . . . .. .. . .. . . . .. . . .. . . . . .. .. . .. . . .. . . . Rassegna fotografica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

pag.131 pag.193 pag.205 pag.213


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I CAPPELLANI MILITARI by Biblioteca Militare - Issuu