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I CAMPI DI CONCENTRAMENTO FASCISTI: TRA STORIOGRAFIA E DEFINIZIONI*
di Giuseppe Lorentini
1. Il Lager come problema storiografico: definizioni generali «Credo che, in futuro, ogni volta che verranno pronunciate le parole “campo di concentramento”, si penserà alla Germania di Hitler, e solo a quella».1 Con queste parole appuntate sul suo diario nell’autunno del 1933, appena qualche mese dopo l’arrivo dei primi prigionieri a Dachau, l’ebreo Victor Klemperer, professore di filologia di Dresda e acuto osservatore della dittatura nazista, aveva già intuito quello che sarebbe diventato uno dei più grandi problemi lessicali e concettuali della storiografia sugli “universi concentrazionari” totalitari.2 Infatti, i “campi di concentramento” sono diventati sinonimo dei campi nazisti, addirittura inglobando anche quelli adibiti allo sterminio di massa degli ebrei d’Europa, meglio definiti come “centri di morte immediata” o “campi di sterminio”.3 È pur vero che i “campi di concentramento” incarnavano lo spirito del nazismo, formando un sistema separato di dominio organizzato con regole proprie e con un linguaggio codificato originale. Nei documenti ufficiali nazionalsocialisti venivano denominati KL, acronimo del tedesco
*Il saggio è parte di un progetto monografico in corso di pubblicazione in cui l’autore ricostruisce la storia del campo fascista di Casoli, attivo dal 1940 al 1944 in un piccolo comune d’Abruzzo in provincia di Chieti: G. Lorentini, L’ozio coatto. Storia sociale del campo di concentramento fascista di Casoli (1940-1944), ombre corte, Verona 2019. 1 V. Klemperer, LTI, la lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, Giuntina, Firenze 1995, p. 42, la citazione si trova in N. Wachsmann, KL. Storia dei campi di concentramento nazisti, Mondadori, Milano 2015, p. 10. Si veda anche I. Kalk, I campi di concentramento italiani per ebrei profughi: Ferramonti di Tarsia (Calabria), in P. Foa, et al., Gli ebrei in Italia durante il fascismo. Quaderni della Federazione Giovanile Ebraica d’Italia, Forni Editore, Sala Bolognese 1961, p. 63. 2 Dachau, la cittadina a Nord di Monaco, fu sede del primo dei Konzentrationslager delle SS istituiti nel territorio tedesco subito dopo la salita al potere di Hitler. All’ingresso del campo era visibile la scritta Schutzhaftlager, “campo di detenzione preventiva”. Venne aperto il 21 marzo 1933. Cfr. K. Orth, Das System der nationalsozialistischen Konzentrazionslager, Pendo, Zürich 2002, p. 345; J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi. Detenzione, concentramento e sterminio: la tragedia del Novecento, Mondadori, Milano 2001, p. 6. 3 Cfr. N. Wachsmann, KL, cit., p. 10. L’espressione “universo concentrazionario” fu coniata da David Rousset, ex internato a Buchenwald e Neuengamme, con la pubblicazione della sua opera omonima nel 1946, L’Univers concentrationnaire, Èditions du Pavois, Paris 1946. La traduzione italiana del libro è D. Rousset, L’universo concentrazionario, Baldini&Castoldi, Milano 1997. Cfr. M. Flores, Il dibattito storiografico sui campi, in A. Eblasi (a cura di), La tipologia storica del Campo. Un’analisi comparata; in Atti della giornata di studio del Centro di Documentazione sui Campi di concentramento “Villa Oliveto” 12 dicembre 2002, p. 12; A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi. Storia, tipologia, funzioni, Bollati Boringhieri, Torino 1997, p. 33, pp. 35-36. Per una ricostruzione del sistema dello sterminio nazista cfr. R. Hilberg, La distruzione degli ebrei in Europa, 3 Voll., Einaudi, 3. Ed., Torino 2017. Giornale di storia, 28 (2018) ISSN 2036-4938
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Konzentrazionslager e il regime nazionalsocialista riconobbe fin da subito l’importanza di uno strumento del genere per disporre di un potere considerevole.4 L’uso pubblico, a volte strumentale, del concetto di lager come sinonimo universale di “campo di concentramento”, anche a causa di una produzione memorialistica, pubblicistica, letteraria e cinematografica, ha contribuito a creare un immaginario collettivo condiviso di tale rappresentazione, il lager, appunto. Il lager diventa un paradigma con cui confrontarsi ogni qualvolta lo storico cerca di comprendere un “universo concentrazionario” che non sia quello nazionalsocialista.5 Esaminando le forme di internamento, ci si trova di fronte ad un problema interpretativo. Non per tutti i contesti in cui furono istituiti dei “campi di concentramento” si può parlare di un sistema concentrazionario. Ciò è tale quando esso costituisce appunto un «universo», come spiegava David Rousset, ossia un «mondo a parte» con delle proprie leggi.6 Ma questa considerazione non esclude che possano esistere differenti sistemi concentrazionari che non siano come quelli nazisti o comunisti, dove l’istituto dell’internamento è usato quale forma coercitiva del terrore, della violenza, dello sfruttamento del lavoro di tipo schiavistico, fino alla macchina dello sterminio “industriale” di esseri umani. La storiografia ha sempre puntualizzato che, per quanto riguarda il regime nazionalsocialista, sia più corretto parlare di sistema concentrazionario nazista, intendendo con esso il sistema dei campi di concentramento presenti sul territorio tedesco, senza includere i “centri di sterminio” delle SS situati nella Polonia occupata che di fatto erano chiamati SK, Sonderkommandos: la loro funzione era quella appunto dell’eliminazione di massa di esseri umani. Come ebbe a dire Raul Hilberg: «mai, in tutta la storia dell’umanità, si era ucciso a catena. Il centro di sterminio, […] non aveva alcun prototipo, nessun predecessore amministrativo».7 È importante distinguere concettualmente il lager, inteso appunto come sistema concentrazionario nazista, dal Vernichtungslager, il “campo di sterminio”, dal Gulag sovietico e dal “campo fascista” onde evitare l’errore metodologico di descrivere la “formacampo” solo in quanto struttura fisica, senza passare per l’analisi della stessa nel suo contesto storico-politico e culturale.8 Per una maggiore chiarezza bisognerebbe prestare attenzione alle Cfr. D. Stone, Concentration camps. A short history, Oxford University press, New York 2017. “KZ” era l’abbreviazione che usavano i prigionieri, dal suono più duro, diventato nel dopoguerra uno standard in Germania; cfr. N. Wachsmann, KL, cit., p.10, p. 672, nota 9; R. Hilberg, La distruzione degli ebrei in Europa, cit., p. 976. 5 Cfr. A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., pp. 13-32; Ivi, p. 14; J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 8; L. Peloso, L’esperienza dell’estremo. Vita e pensiero nei campi di concentramento, ombre corte, Verona 2017; E. Traverso, Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, ombre corte, Verona 2006; V. Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Bruno Mondadori, Milano 2012; S. Casilio, L. Guerrieri, A. Cegna (a cura di), Paradigma lager: vecchi e nuovi conflitti del mondo contemporaneo, CLUEB, Bologna 2010; D. Rousset, L’universo concentrazionario, Baldini&Castoldi, Milano 1997. 6 Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2006, p. 50, note 157 e 158. 7 R. Hilberg, La distruzione degli ebrei in Europa, cit., p. 975. Cfr. W. Sofsky, L’ordine del terrore. Il campo di concentramento, Laterza, Roma-Bari, 2. Ed., 2008; E. Collotti, Il sistema concentrazionario nella Germania nazista, in Lager, totalitarismo, modernità. Identità e storia dell’universo concentrazionario, Bruno Mondadori, Milano 2002, p. 71; E. Traverso, La violenza nazista, Il Mulino, Bologna 2002; K. Orth, Das System der nationalsozialistischen Konzentrazionslager, cit.; J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 11; A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., p. 35; E. Kogon, Der SS-Staat. Das System der deutschen Konzentrationslager, Kyndler Verlag, München, 1974. 8 Gulag è l’acronimo di “Glavnoe upravlenie ispravitelno-trudovych lagerej”, Direzione generale dei campi di lavoro correttivi. Cfr. A. Solženicyn, Arcipelago Gulag, Mondadori, ultima Ed., Milano 2017; A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., p. 15; C. S. Capogreco, I campi del duce, cit.; C. Di Sante, Origine e sviluppo del sistema concentrazionario fascista, in O. Lucchi (a cura di), Dall’internamento alla 4
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dovute differenze, funzioni, origini e similitudini. Inoltre, con una certa ascrizione simbolica e totalizzante del “campo di concentramento” assegnato ad Auschwitz, si è reso di fatto ambiguo e incompleto l’utilizzo generalizzato dell’espressione lager o “campo di concentramento”. Per questa ragione, è necessario fornire delle linee di demarcazione concettuali, utili alla comparazione di differenti sistemi concentrazionari e, attraverso esse, liberarsi della “analogia con il nazismo” che rischia di banalizzare altre fenomenologie di concentramento quando comparate soltanto in relazione alla radicalità, alla brutalità ed alla mortalità di Auschwitz.9 Va ulteriormente aggiunto che, come ha sottolineato Marcello Flores, «proprio la discussione, anche teorica e metodologica, sul totalitarismo, che ha originato una vastissima letteratura e continua ancora, ha dimenticato un po’ il campo come elemento di riflessione centrale».10 Già a partire dai primi anni ’80, Andrzej J. Kamiński, in uno dei primi studi comparativi sui campi di concentramento, si lamentava della mancanza di una completa bibliografia generale su tale tema.11 Marcello Flores ha più volte ricordato che il campo di concentramento è stato centrale nella riflessione di Hannah Arendt, tanto da portarla a riconoscere, appunto, che «il campo è la rivelazione piena del fenomeno totalitario».12 Una prima considerazione generale va fatta: un istituto come quello del “campo di concentramento” in sistemi totalitari,13 acquisisce una funzione di strumento politico permanente con la «pretesa di dominare l’uomo».14 Cosa ben diversa è quando esso viene utilizzato, dalle democrazie, come provvedimento straordinario e temporaneo in tempo di guerra.15 «L’istituzione anche di un solo campo di concentramento in un paese», spiega Kamiński nel suo importante libro, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, «la comparsa di pratiche tipiche di un Lager e contrarie al diritto, dimostrano già che in quel paese il sistema dello Stato di diritto è malato, e si avvia a diventare un sistema statale concentrazionario».16 Le ricerche più recenti sul lager nazista hanno posto al centro dell’analisi il sistema concentrazionario nazista come risultato della politica dei quadri dirigenti delle SS, i veri
libertà. Il campo di concentramento di Colfiorito, Atti del convegno di studi Foligno, palazzo Trinci, 4 novembre 2003, Editoriale Umbra, Foligno, 2004, pp. 12-23; Id. (a cura di), I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), Franco Angeli, Milano 2001; F. Rahola, La forma campo. Appunti per una genealogia dei luoghi di internamento contemporanei, “Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile”, n. 5-6, 2006, pp. 18-31. 9 Cfr. D. Bidussa, Il mito del bravo italiano. Persistenze, caratteri e vizi di un paese antico/moderno, dalle leggi razziali all’italiano del Duemila, Il Saggiatore, Milano 1994, p. 75; C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 12; G. Gozzini, Lager e gulag: quale comparazione? in Lager, totalitarismo, modernità. Identità e storia dell’universo concentrazionario, cit., pp. 182-217; A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit.; J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit.; M. Sarfatti, Il volume 1938. Le leggi contro gli ebrei e alcune considerazioni sulla normativa persecutoria, in La legislazione antiebraica in Italia e in Europa. Atti del convegno nel cinquantennio delle leggi razziali (Roma, 17-18 ottobre 1988), Camera dei deputati, Roma 1989, p. 53. 10 M. Flores, Il dibattito storiografico sui campi, cit., p. 6. 11 Cfr. A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., p. 20; Ivi, pp. 13-14. 12 M. Flores, Il dibattito storiografico sui campi, cit., p. 7. 13 Cfr. L. Paggi, N. Tranfaglia, Le politiche dell’esclusione e della reclusione nel ’900. Dall’esperienza del campo ai nuovi razzismi degli anni ’80 e ’90, in A. Eblasi (a cura di), La tipologia storica del Campo. Un’analisi comparata, cit., p. 64. 14 H. Arendt, Le origini del Totalitarismo, cit., pp. 599-600. 15 Cfr. M. Flores, Il dibattito storiografico sui campi, cit., p. 11. 16 A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., p. 274.
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protagonisti del sistema, piuttosto che focalizzarsi sugli internati.17 A tal proposito, Enzo Collotti ha ricordato che: […] i campi di concentramento non furono il risultato di eccessi del sistema; non furono istituzioni di emergenza ma parti organiche, componenti normali del sistema. La loro stessa esistenza non doveva servire a esercitare una funzione punitiva, in esecuzione di atti giudiziari; vi finirono anche persone condannate dall’autorità giudiziaria, ma generalmente vi si finiva dentro per atti dell’autorità esecutiva, di polizia o delle SS. E una volta che si fosse capitati nel KZ si era sottratti a qualsiasi controllo o appello a opera dell’autorità giudiziaria. Il tentativo di una parte almeno della magistratura di salvaguardare i diritti degli internati […] furono prontamente respinti dalle SS e dai corpi di polizia unificati sotto il comando di Himmler. Strumento terroristico, per la prevenzione contro potenziali avversari del regime, o anche semplicemente di intimidazione, esso servì a reprimere comportamenti potenzialmente difformi o devianti più che a punire responsabili di concreti atti di ostilità contro le istituzioni del regime nazista.18
D’altra parte bisogna sottolineare che attraverso una “lagerizzazione” della società, così come la definisce Kamiński, ovvero un sistema politico-statale che usa nel proprio paese i campi di concentramento come strumento di persecuzione e terrore, i campi rappresentano un mezzo generale per privare di diritti tutti i cittadini, in virtù della possibilità che tutti i cittadini possano essere inviati in un lager in qualsiasi momento. Se prendiamo in considerazione il lager come strumento di privazione dei diritti fondamentali, come pratica che di fatto possa rendere ogni cittadino un “non-cittadino”, un prigioniero, allora esso diventa una categoria di analisi piuttosto efficace che va oltre la mera descrizione interna dei funzionamenti e dei meccanismi attraverso i quali si mettono in azione le privazioni dei diritti inviolabili. In questo modo permette di superare anche il limite imposto dalla “unicità di Auschwitz” in termini di comparazione tra i diversi sistemi concentrazionari.19 Si presenta una prospettiva che considera «la “forma campo” come modello paradigmatico di uno spazio politico che si apre quando lo stato d’eccezione diventa la regola».20 17
Cfr. E. Collotti, Il sistema concentrazionario nella Germania nazista, cit., p. 78 e nota 31; K. Orth, Das System der nationalsozialistischen Konzentrazionslager, cit. 18 E. Collotti, Il sistema concentrazionario nella Germania nazista, cit., p. 83 e nota 38. 19 Cfr. A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., p. 267; Ivi, p. 265; D. Bloxham, Lo sterminio degli ebrei. Un genocidio, Einaudi, Torino 2010, pp. 307-313; E. Traverso, Il totalitarismo. Uso e abusi di un concetto, in Lager, totalitarismo, modernità. Identità e storia dell’universo concentrazionario, cit., pp. 171-181; G. Gozzini, Lager e gulag: quale comparazione?, cit., pp. 182-217; E. Traverso, La violenza nazista, cit.; Id., La singolarità storica di Auschwitz: problemi e derive di un dibattito, in M. Flores (a cura di), Nazismo, fascismo, comunismo. Totalitarismi a confronto, Bruno Mondadori, Milano 1998, pp. 303-324; M. R. Marrus, L’olocausto nella storia, Il Mulino, Bologna 1994; H.-U. Wehler, Le mani sulla storia. Germania, riscrivere il passato?, Ponte delle Grazie, Firenze 1989. 20 A. Ciervo, Oltre Auschwitz: il campo tra biopolitica e diritto. Uno sguardo al presente, in N. Mattucci, C. Santoni (a cura di), Esclusione, identità e differenza. Riflessioni su diritti e alterità, CLUEB, Bologna 2010, p. 107; cfr. G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 2005, pp. 185-186; G. Agamben, Che cos’è un campo, in Id., Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino 1996, pp. 36-37. Riflettendo proprio su queste letture, Federico Rahola ha affrontato la genealogia dei luoghi di internamento contemporanei. Egli, prendendo a prestito la categoria concettuale della “forma-campo”, analizza quei “luoghi” che solitamente vengono definiti come emergency temporary locations oppure enfaticamente safe havens o più banalmente detti refugees temporary centres, e prova a leggere questi “campi” come spazi in cui viene confinata “l’umanità in eccedenza” in continuo movimento. Con queste riflessioni giunge a considerare “l’irriducibilità dei soggetti ai luoghi” e vede nella forma-campo un dispositivo che, nella forma più radicale, produce una condizione più genericamente nota come “campo di internamento”, categoria ampiamente indagata da Agamben come paradigma assoluto della sovranità moderna. Cfr. F. Rahola, La forma campo. Appunti per una genealogia dei luoghi di internamento contemporanei, “Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile”, n. 5-6, 2006, pp. 19-25. Id., Zone definitivamente temporanee. I luoghi dell’umanità in eccesso, ombre corte, Verona 2003.
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Alla luce di queste considerazioni generali, si può osservare come il concetto di lager, eletto a categoria di “forma campo”, possa diventare uno strumento interpretativo che permetterebbe un’analisi dei diversi sistemi concentrazionari. Bisogna tuttavia evitare di incorrere nel rischio di confrontare la “struttura campo” come soltanto descrizione dello spazio fisico chiuso e circoscritto. Essa risulta, in verità, differenziata e con funzioni distinte nei diversi contesti storico-geopolitici.21 Se si assume il lager come paradigma di privazione di diritti, messa in atto amministrativamente con l’utilizzo di variegate strutture di isolamento o segregazione, violenza, terrore e sfruttamento del lavoro in condizioni di schiavitù, è possibile analizzare le differenti peculiarità che caratterizzano gli universi concentrazionari, intesi come sistemi di internamento retti e disciplinati da regolamenti specifici. Come sostengono Joël Kotek e Pierre Rigoulot, autori del volume Il secolo dei campi, «ciò che conta ai fini della definizione di “campo” è la condizione di civili “concentrati” – vale a dire raggruppati in un luogo chiuso – per decisione amministrativa, civile o militare che sia».22 A partire da questa definizione, allora, si può studiare il caso italiano dei campi di concentramento fascisti come parte di quel sistema di persecuzione, segregazione e privazione delle libertà che è stato di fatto definito “internamento civile nell’Italia fascista”.23 A maggior ragione si possono trarre alcune riflessioni in relazione alla singolarità dell’arco temporale delle “contingenze belliche” del regime monarchico-fascista (giugno 1940-settembre 1943).24 Ciò permette di contestualizzare la scelta delle autorità del Ministero dell’Interno di denominare “campo di concentramento” i siti selezionati sul territorio italiano nei quali istituire le strutture predisposte all’internamento delle diverse categorie di civili, perseguitate e considerate pericolose, nemiche e indesiderabili dal regime mussoliniano.25 21
Si consideri per esempio il recente libro di A. Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento per civili jugoslavi 1941-1943, Nutrimenti, Roma 2008, dove si usa esplicitamente la parola “lager” per il riferimento all’immaginario “archetipico” che essa richiama. Così come F. Galluccio, I lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti, Nonluoghi libere edizioni, Belluno 2002; cfr. anche i libri più datati di A. Dal Pont, I lager di Mussolini. L’altra faccia del confino nei documenti della polizia fascista, La Pietra, Milano 1975; F. Folino, Ferramonti un lager di Mussolini. Gli internati durante la guerra, Edizioni Brenner, Cosenza 1985. 22 J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 15. 23 Cfr. C. Di Sante (a cura di), I campi di concentramento in Italia, cit.; C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 13-14. 24 Cfr. S. Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”. Gli internati dal 1940 al 1943, ANPPIA, Roma 1987; K. Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, Vol. 2, La Nuova Italia, Firenze 1996. 25 I campi allestiti nei territori militarmente occupati della Jugoslavia furono gestiti dal Regio Esercito che ricorse all’internamento non solo dei prigionieri di guerra ma anche dei civili. Capogreco lo definisce “internamento civile parallelo”. Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 67-79; Si veda anche F. Goddi, Fronte Montenegro: occupazione italiana e giustizia militare (1941-1943), Leg, Gorizia 2016, pp. 172-186; sull’antislavismo fascista cfr. S. Bartolini, Fascismo antislavo. Il tentativo di “bonifica etnica” al confine nord orientale, I.S.R.Pt. Editore, Pistoia 2006. Per la politica di repressione antifascista e razziale del regime monarchico-fascista: Cfr. L. Violante, La repressione del dissenso politico nell’Italia liberale: stati d’assedio e giustizia militare, in «Rivista di storia contemporanea», 4, 1976, pp. 481-524; S. Carolini, Gli antifascisti italiani dal confino all’internamento 1940-1943, in C. Di Sante, I campi di concentramento in Italia, cit., pp. 113-133; G. Corso, L’ordine pubblico, Il Mulino, Bologna 1979; G. Antoniani Persichilli, Le misure di pubblica sicurezza. Dal domicilio coatto al confino di polizia, in «Temi ciociaria», V/4, 1978, pp. 107-121; Id., Ministero dell’interno: le origini del Casellario politico centrale, in Le riforme crispine, l’amministrazione statale, Giuffrè, Milano 1990; A. Aquarone, L’organizzazione dello stato totalitario, Einaudi, Torino 1995; C. Poesio, Il confino fascista. L’arma silenziosa del regime, Laterza, Roma-Bari 2011; M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2007; M. Toscano, L’internamento degli ebrei italiani 1940-1943: tra contingenze belliche e politica razziale, in C. Di Sante, I campi di concentramento in Italia, cit., pp. 95-112; D. M. Smith, L’idea fascista della razza, in Italia Judaica. Gli ebrei nell’Italia unita 1870-1945, Atti del IV convegno internazionale Siena 12-16 giugno 1989, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Saggi 26, Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1993, pp. 350-357; L.
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2. Come collocare il caso italiano dei campi di concentramento fascisti Per una collocazione dei campi di concentramento per civili in un discorso di analisi e interpretazione del sistema concentrazionario fascista,26 attivo nel periodo bellico e delimitato fino all’8 settembre 1943, nonché per differenziarlo dal sistema dei campi provinciali della Repubblica di Salò,27 è utile ripercorrere brevemente la storia dei campi di concentramento sin dalle origini coloniali. Saranno definite le tipologie, le funzioni e le caratteristiche, in modo tale da cogliere il fenomeno dell’internamento civile fascista e il significato che tale sistema assegnò ai propri “campi di concentramento”. In questa sede, ci limiteremo alla descrizione dei campi di concentramento come spazio di repressione politica dei diritti e come strutture fisiche di segregazione ed esclusione di soggetti dalla vita civile.28 Benché il campo di concentramento sia diventato un elemento negativo e caratterizzante della modernità del Novecento, la sua origine non deve essere ricercata nei sistemi nazisti del lager o in quelli del gulag sovietico.29 Questo vale anche per la loro diffusione nel corso del primo conflitto mondiale, allorquando furono realizzati i campi di concentramento. Essi servirono a recludere, tra i prigionieri di guerra, i civili nemici residenti sui territori dei paesi belligeranti.30 La creazione dei campi di concentramento per civili nasce nei territori coloniali d’oltreoceano, primo fra tutti quello dell’isola di Cuba occupata dagli spagnoli, territorio impegnato in una lotta di liberazione nel 1896. A Cuba fu per la prima volta utilizzato il termine “concentramento” che nella sua forma spagnola originaria è reconcentración, dunque sarebbe più corretto parlare di “riconcentramento”.31 Di fatto fu il comandante supremo dell’esercito spagnolo, Martínez Campos, a scriverlo in un messaggio riservato diretto al capo del governo della corona spagnola, all’indomani della sconfitta militare avvenuta il 13 luglio 1895 contro gli insorti cubani. Egli, avanzando l’ipotesi di impiegare metodi più radicali, propose di “riconcentrare” «le famiglie che abitano in campagna in piccoli villaggi».32 Questa prospettiva determinò quella che si può asserire come la «prima operazione di massiccio concentramento di una categoria di civili in uno spazio limitato e sorvegliato, se non addirittura chiuso».33 Di importanza cruciale, per la simbologia che ne derivò, fu l’impiego del filo spinato fatto dagli inglesi nei territori occupati del Sudafrica nel 1900, per “recintare” i campi dove furono Bravi, M. Bassoli, Il Porrajmos in Italia. La persecuzione di rom e sinti durante il fascismo, I libri di Emil, Bologna 2013. 26 Cfr. C. Di Sante, Origine e sviluppo del sistema concentrazionario fascista, cit., pp. 12-23; C. S. Capogreco, Aspetti e peculiarità del sistema concentrazionario fascista. Una ricognizione tra storia e memoria, in Lager, totalitarismo, modernità. Identità e storia dell’universo concentrazionario, cit., pp. 218-237; Id., Per una storia dell’internamento civile nell’Italia fascista, in A. L. Carlotti (a cura di), Italia 1933-1945. Storia e memoria, Vita e Pensiero, Milano 1996, pp. 527-579. 27 Per il funzionamento dei campi provinciali della Rsi cfr. M. Stefanori, Ordinaria amministrazione. Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana, Laterza, Roma-Bari 2017, pp. 51-85. 28 Cfr. J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 3. 29 Cfr. Ivi, p. 527; A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., p. 13; A. Becker, La genesi dei campi di concentramento, in M. Cattaruzza, M. Flores, S. L. Sullam, E. Traverso, (a cura di), Storia della Shoah, Vol. I, Utet, Torino 2005, pp. 155-179; H. Arendt, Le origini del Totalitarismo, Edizioni di Comunità, Torino 2001; B. Bruneteau, Il secolo dei genocidi, Il Mulino, Bologna 2005. 30 Cfr. J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 13; E. Traverso, La violenza nazista, cit., pp. 104-107; G. Perri, Stato d’eccezione. L’internamento dei civili nel Secondo conflitto mondiale in Gran Bretagna, Francia, Usa e Italia. Uno studio comparato, ilmiolibro.it, 2013. 31 J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, p. 31. 32 Ivi, p. 32 33 Ivi, p. 31.
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concentrati e imprigionati i civili boeri insieme alle loro famiglie.34 Per la prima volta, il filo spinato fu usato non più per “proteggere” il bestiame ma per delimitare lo spazio di segregazione di esseri umani. Divenne il simbolo generalizzato dei campi di concentramento per la forza simbolica ed evocativa di tale uso: «una gestione totalitaria dello spazio».35 Il filosofo francese Olivier Razac spiega molto bene questo concetto nella sua Storia politica del filo spinato: Il filo spinato è dunque diventato un simbolo pressoché universale dei campi e in generale delle violenze fasciste o totalitarie, per la sua funzione nella gestione dello spazio, ma anche per la forte capacità evocativa. In effetti la sua forma illustra la funzione, è la linea che sbarra lo spazio di evoluzione ed evoca immediatamente la privazione di libertà (come le sbarre della prigione).36
Tuttavia, nella sua riflessione, aggiunge che «questa espressività ha consentito di non riconoscere, quando non si voleva vederle, alcune forme concentrazionarie, perché mancava il filo spinato».37 Come ha più volte ricordato Capogreco nel suo I campi del duce, l’assenza del filo spinato e di altri elementi «archetipici» del KZ nelle strutture fisiche dei campi italiani è stata, tra le altre, una delle cause che hanno portato all’oblio e alla dimenticanza i “campi fascisti”.38 La loro memoria storica è rimasta per decenni all’oscuro, sia della storiografia “accademica” che della memoria pubblica.39 Arrivati fin qui, si possono fare delle considerazioni sul “campo di concentramento” ponendo attenzione, per prima cosa, alla differenza sostanziale tra campo e prigione. A seguire, si prenderanno in esame le diverse tipologie di campi storicamente determinatesi in relazione alla loro funzione e alla loro struttura materiale.40 È difficile tracciare una linea di separazione tra campo e prigione. Non basta usare come elementi di demarcazione il lavoro forzato oppure la violenza. Ci sono esempi di prigioni molto dure per il regime di lavoro forzato, come quelle cinesi, o per la violenza inflitta attraverso la tortura, come nelle prigioni staliniane. Un approccio per operare una distinzione tra i due istituti potrebbe essere quello che propongono Kotek e Rigoulot, che fa leva sull’inquadramento giuridico. I due autori sostengono che di norma «la prigione è riservata a persone che sono state debitamente giudicate da un tribunale regolare»; dunque, si tratta di una detenzione penale dove, per legge, si viene condannati una volta dimostrata la
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Cfr. Ivi, pp. 15, 51. Nel 1874 J.-F. Glidden, colono dell’Illinois, ottiene il brevetto per il filo spinato. Cfr. O. Razac, Storia politica del filo spinato, ombre corte, Verona 2001, p. 12; Ivi, p. 43. 36 Ivi, pp. 52-54. 37 Ivi, p. 54, continua scrivendo che «il campo non può essere riassunto nel filo spinato; al contrario, è il filo spinato che è diventato “concentrazionario”». 38 Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 81-82; Id., Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista (1940-1943), La Giuntina, Firenze 1987, pp. 37-38; Id., Aspetti e peculiarità del sistema concentrazionario fascista, cit., p. 234; E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari 2008, pp. 106-107; «sito-archetipo del Lager» come dice C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, in M. Eisenstein, L’internata numero 6, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2014, pp. LIV. Nella prima edizione del libro di M. Eisenstein, L’internata numero 6, Donatello De Luigi Editore, Roma 1994, nel sottotitolo, inverosimilmente, era scritto Donne fra i reticolati di un campo di concentramento, ma «poco corrispondente alla realtà, perché nel caso specifico, non vi erano reticolati di filo spinato», come ha sottolineato Capogreco nel suo saggio introduttivo alla terza edizione del libro; C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, cit., p. XV, nota. 2. 39 Cfr. C. S. Capogreco, Tra storiografia e coscienza civile. La memoria dei campi fascisti e i vent’anni che la sottrassero all’oblio, in “Mondo contemporaneo”, 2/2014, pp. 137-166. 40 Cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1993. 35
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colpevolezza attraverso un procedimento giudiziario. Il campo, invece, «è destinato ai detenuti extragiudiziari, ed è perciò sede di una detenzione amministrativa».41 Nel campo si rinchiudono gli elementi sospetti, ritenuti pericolosi o nocivi per il “sistema politico” senza che venga dimostrata questa pericolosità. Essi possono essere raggruppati in “categorie” e non come individui, come appunto quelle categorie nazionali, razziali o sociali, percepite come dannose e sospette per definizione.42 Per gli internati in un campo non si dispone del diritto ad un processo o ad un accertamento della presunta colpevolezza. Si diventa “nemici” per antonomasia di un sistema che li perseguita e li isola in strutture chiuse e sorvegliate concepite per tale scopo. Talvolta sono abbandonati all’ozio, altre volte vengono sfruttati economicamente con metodi di tipo schiavistico. In altri casi, addirittura, sono eliminati fisicamente. Un altro aspetto importante da sottolineare è quello delle funzioni dei campi, che possono essere ridotte a sei, secondo Kotek e Rigoulot: 1. 2. 3. 4. 5. 6.
Isolare a titolo preventivo una parte del corpo sociale, vale a dire individui o gruppi giudicati sospetti, se non nocivi. Punire e correggere con provvedimenti educativi positivi o negativi. Terrorizzare la popolazione civile. Sfruttare manodopera non retribuita, da adibire ai lavori più pesanti. Rifondare il sociale. Strumento di epurazione razziale o sociale, il campo prefigura l’immaginario sociale totalitario. Eliminare, lentamente o rapidamente, gli elementi giudicati dannosi dal punto di vista razziale o sociale.43
Sempre secondo Kotek e Rigoulot, da queste sei funzioni, si traggono tre tipologie diverse di campi: 1. I campi di internamento. Essi hanno la funzione di creare un temporaneo isolamento di individui sospetti o pericolosi. La loro funzione è preventiva e non produttiva e, per questo, non viene di norma praticato il lavoro forzato. Le condizioni possono essere dure e talvolta anche disumane. In questa categoria di campi si annoverano quelli creati durante i conflitti bellici per internare i cittadini di un paese nemico residenti sul territorio di un paese belligerante; rientrano tra i campi di internamento anche quelli allestiti durante le guerre coloniali. 2. I campi di concentramento sono la categoria centrale del fenomeno concentrazionario totalitario, siano essi KZ nazisti o Gulag sovietici. Ciò che contraddistingue questa tipologia di campi sono la logica dell’abbruttimento, della rieducazione, del lavoro forzato e dell’annientamento. Sono fatti per durare nel tempo. 3. I campi di sterminio o centri di morte immediata. Riguardano i campi di sterminio creati dalle SS naziste nei territori occupati della Polonia per mettere in atto, attraverso un procedimento di tipo industriale, l’eliminazione fisica degli ebrei d’Europa mediante l’uso di camere a gas. Erano strutture progettate con l’unico scopo di sterminare vite umane.44 Va rimarcato che l’analisi, qui proposta dai due studiosi francesi, prende riferimento dall’opera incompiuta di Hannah Arendt, la quale aveva progettato una storia dei campi di concentramento pubblicata soltanto parzialmente in appendice all’edizione originale delle 41
Cfr. J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 4. Esempi sono la detenzione preventiva della Schutzhaft nel regime nazista e quella del confino nel regime fascista. Cfr. C. Poesio, Il confino fascista. L’arma silenziosa del regime, Laterza, Roma-Bari 2011; J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, p. 5; A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., p. 263. 43 J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., pp. 9-10. 44 Cfr. Ivi, pp. 10-11.
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Origini del totalitarismo.45 Nelle conclusioni del suo lavoro, la Arendt si rese conto delle difficoltà di reperire le fonti e propose un centro unico per la raccolta dei dati bibliografici da mettere a confronto.46 Tuttavia, resta il fatto che per la Arendt il “campo” rimanesse un elemento centrale della sua riflessione. Ribadì spesso come esso fosse il mezzo più efficace per la diffusione del terrore da parte di un governo totalitario.47 Abbiamo visto come Kotek e Rigoulot hanno rintracciato le origini del “campo” oltre i contesti totalitari e proposto, di conseguenza, delle linee di interpretazione per una possibile classificazione delle forme con cui questi “campi” siano stati di fatto concepiti e costruiti nei diversi contesti politici e geografici in cui si sono manifestati. Ciononostante, erano ben consapevoli «di ciò in cui andavano incontro […] rinunciando quindi in anticipo a ogni pretesa di esaustività».48 Dopo aver ripercorso velocemente “la storia dei campi” insieme ad una presentazione della loro interpretazione secondo tipologie e funzioni, ci si può addentrare nell’analisi del contesto specifico dei “campi di concentramento” fascisti per internati civili. Come collocare, in virtù di quanto appreso, i campi del duce?49 Da una parte si ha la possibilità di utilizzare il “concetto-lager” come categoria di “forma campo”, ovvero spazio di privazione di diritti con conseguente segregazione dei soggetti dalla società civile.50 Pertanto, in questa ottica, si può certamente sostenere che anche il “campo fascista” appaia come un luogo di sospensione dei diritti fondamentali e si presti ad essere un sito in cui il recluso acquisisce lo status di internato “concentrato in un campo”.51 All’interno di questo sistema concentrazionario, gestito e amministrato dal Ministero dell’Interno del regime monarchico-fascista, categorie differenti di soggetti civili vengono considerate pericolose o sospette per motivi razziali, politici o perché nemiche dello stato fascista. Nel caso particolare delle “contingenze belliche” del secondo conflitto mondiale, tali categorie possono essere perseguitate, arrestate e internate in “campi di concentramento” per via amministrativa senza possibilità di fare ricorso in nessun tribunale.52 È il regime autoritario che stabilisce arbitrariamente, rifacendosi alle sue basi ideologiche, politiche e razziali, chi sia “pericoloso o sospetto”, “nemico” o “indesiderabile”. L’internamento nel campo comporta l’allontanamento dalla dimora abituale, la separazione dalla famiglia e la perdita del lavoro. A tutto questo va aggiunta la segregazione in una struttura chiusa e sorvegliata in condizioni di vita precaria, collettiva e di promiscuità. La libertà di movimento e di comunicazione con l’esterno viene ridotta al minimo indispensabile, a causa delle restrizioni imposte dai regolamenti prescritti dal Ministero dell’Interno.53 Un’ulteriore possibilità di analisi è quella di considerare la struttura fisica del “campo”. Se si fa riferimento alle ricerche sui campi fascisti pioneristicamente condotte da Capogreco, si può dedurre che ciò che il regime monarchico-fascista denominò “campo di concentramento”, 45
Cfr. Ivi, p. 584, nota 1. Cfr. Ivi, p. 525. 47 Cfr. H. Arendt, Le origini del Totalitarismo, Edizioni di Comunità, Torino 2001. 48 J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 525. 49 La definizione è di Capogreco, titolo dell’omonimo saggio, Id., I campi del duce, cit. 50 Cfr. A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., p. 269. 51 Infatti, nella documentazione ufficiale, i campi fascisti vengono denominati esclusivamente con la dicitura “campo di concentramento” e mai “campi di internamento”. In alcuni casi troviamo “campo di concentramento per internati”, Cfr. G. Lorentini (a cura di), Documenti e storia del campo di concentramento di Casoli 19401944, http://www.campocasoli.org/documenti. 52 Cfr S. Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”, cit.; C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 51. 53 Cfr. L. Picciotto Fargion prefazione a C. S. Capogreco, Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo di internamento fascista (1940-1945), Giuntina, Firenze 1987, p. 13; P. Carucci, Confino, soggiorno obbligato, internamento: sviluppo della normativa, in C. Di Sante (a cura di), I campi di concentramento in Italia, cit., pp. 15-39; S. Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”, cit.; C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 61. 46
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fu anzitutto un’area circoscritta e delimitata.54 All’interno di questo “spazio”, entro un “limite di confino” in strutture preesistenti (edifici pubblici o privati, fabbriche abbandonate, magazzini, conventi, monasteri, ecc.) o costruite ex novo (un terreno con baracche, tende, ecc.), venivano segregate categorie diverse di internati civili. Si tratta quasi sempre di campi mono-genere, ossia maschili o femminili e raramente misti, sottoposte alla vigilanza dei carabinieri o degli agenti di pubblica sicurezza e, in pochi casi, della milizia fascista.55 Per questo tipo di “strutture-campo” veniva designato un “direttore del campo” che aveva il compito di “impiantare” il registro e i fascicoli personali degli internati.56 Le prescrizioni inviate tramite circolare ai prefetti del Regno l’8 giugno 1940 servivano per impartire le disposizioni circa i campi di concentramento «perché non vi siano incertezze e disparità di trattamento». 57 Questo documento, composto da tredici punti essenziali, rappresentò le linee guida per l’allestimento del campo. Si faceva riferimento sia ai compiti del «funzionario di P. S. e dove non vi è funzionario il Podestà» che doveva provvedere a «stabilire il perimetro entro il quale gli internati possono circolare» e imporre loro «le prescrizioni di non allontanarsi da detto perimetro», sia a tutta una serie di divieti e obblighi degli internati, tra i quali citiamo quello di «imporre agli internati un orario di divieto, salvo giustificati motivi o speciali autorizzazioni di uscire prima dell’alba e di rincasare dopo l’Ave Maria»; di fare «tre appelli giornalieri agli internati, al mattino, a mezzogiorno ed alla sera» e così ancora sul rispetto della buona condotta, sul sussidio giornaliero, sui trasferimenti e sul trattamento delle cure mediche.58 A queste prescrizioni ne seguirono altre inviate il 25 giugno 1940 nelle quali si rafforzarono i divieti per gli internati che non potevano «tenere presso di loro passaporti o documenti equipollenti». Allo stesso modo, non gli era consentito possedere denaro che superasse le cento lire, gioielli e titoli. Inoltre, gli internati non dovevano occuparsi di politica e potevano al massimo leggere giornali in lingua italiana. La radio era assolutamente bandita. La convivenza dei famigliari con gli internati nei campi non era consentita. 59 La maggior parte dei comuni scelti per istituire i campi fascisti furono piccole località del centro-sud Italia, isolate dalle grandi vie di comunicazione. La regione Abruzzo ebbe il maggior numero di “campi di concentramento”.60 Si fa riferimento al periodo bellico tra il giugno del 1940 all’8 settembre 1943. Cfr. C. S. Capogreco, Aspetti e peculiarità del sistema concentrazionario fascista, cit., p. 222. 55 Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, Vol. 2, cit., p. 60; M. Soldini, Fiori di campo. Storie di internamento femminile nell’Italia fascista (1940-1943), Tesi di Dottorato Ciclo XXVIII, Università degli studi di Macerata, A.A. 2017. In questo lavoro viene specificato che sono 7 i campi fascisti femminili; Alla lista viene aggiunto il campo di Solofra (provincia di Avellino). Campi misti sono parzialmente stati quelli di Civitella del Tronto, Civitella della Chiana, Boiano, Agnone e Tossicìa; C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, cit., pp. XXI; Id., I campi del duce, cit., pp. 123-135; Id., Ferramonti, cit. 56 Cfr. A. Osti Guerrazzi, Poliziotti. I direttori dei campi di concentramento italiani 1940-1943, Cooper, Roma 2004. 57 Prescrizioni inviate dal Ministero dell’Interno ai Prefetti: Prot. N° 442/12267 “Prescrizioni per i campi di concentramento e per le località d’internamento”, Roma, 8 giugno 1940, in ACS, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali Riservati, cat. Massime M4/16, b. 99. 58 Ibidem. 59 Prot. N° 442/14178 “Prescrizioni per i campi di concentramento e per le località d’internamento”, Roma, 25 giugno 1940, in ACS, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di P.S., AA.GG.RR., cat. Massime M/4, b. 102. È bene precisare che si tratta di regole generali che i direttori adattavano alle esigenze locali con la conseguenza di differenti condizioni di vita per gli internati; cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 123135. 60 L’Abruzzo, che nel 1940 comprendeva anche il Molise, ha registrato la presenza di 19 campi su 48 mappati da Capogreco. Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 205-225; C. Di Sante, I campi di concentramento in Abruzzo (1940-1944), in Id. (a cura di), I campi di concentramento in Italia, cit., pp. 177-206; G. Amodei, «L’Altro internato. Caratteri dell’internamento civile nell’Abruzzo fascista», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: il dossier: Davanti e dietro le sbarre: forme e rappresentazioni della carcerazione, N. (1) 2,
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La difficoltà di interpretazione e significazione del contesto italiano dei campi fascisti deriva dal fatto che il Ministero dell’Interno adoperò ufficialmente l’espressione “campo di concentramento” per differenziarla dall’altra forma di internamento civile, quella che fu chiamata “località di internamento libero”.61 Con questa espressione si rimanda ai “comuni di internamento”, per la maggior parte ubicati nelle regioni del centro-sud Italia, nei quali gli internati dimorarono in condizioni simili al “domicilio coatto”, appunto “liberi dai campi chiusi” ma obbligati ad una residenza domiciliare forzata. Attraverso lo studio di questa tipologia di repressione, emerge che si tratta di una forma più leggera di “internamento”, riservata agli “elementi” considerati meno “pericolosi”.62 Come spiega Klaus Voigt «ciascun luogo doveva ospitare al massimo i componenti di uno stesso nucleo famigliare» e spesso l’amministrazione comunale era responsabile del reperimento degli alloggi da mettere a disposizione degli internati, anche se non raramente furono ospitati presso strutture alberghiere o alla meglio in edifici pubblici. Potevano muoversi all’interno di un determinato perimetro del territorio comunale con l’obbligo di recarsi alla stazione dei carabinieri in orari prestabiliti per firmare la loro presenza. 63 In alcuni casi si osserva l’esistenza contemporanea, nella medesima località, di entrambe le realtà di “confino”: quella del campo di concentramento e quella dell’internamento libero.64 Sarebbe consigliabile, in virtù della contestualizzazione storica, mantenere tale distinzione di denominazione. Talvolta i campi fascisti furono di fatto interpretati come “campi di internamento”, in relazione alla loro funzione. Nondimeno, l’assenza di tale dicitura nei documenti ufficiali, così come si rileva dalla documentazione archivistica, potrebbe portare a confondere la tipologia dei luoghi scelti dove furono istituiti “campi di concentramento” oppure “località internamento libero”.65 A questo proposito, esiste un recente progetto di documentazione on line che si propone di fornire una mappatura complessiva dei “campi fascisti”. I risultati hanno evidenziato come in alcuni dei comuni inizialmente considerati “località
2010; N. Palombaro, Centinaia di oppositori ebrei, slavi e zingari finirono poi nei lager. Il fascismo organizzò in Italia ben 43 campi di internamento, in Patria Indipendente, n. 1, 2012, pp. 10-14. 61 Cfr. C. S. Capogreco, Aspetti e peculiarità del sistema concentrazionario fascista, cit., p. 222. 62 Cfr. C. Di Sante, Origine e sviluppo del sistema concentrazionario fascista, cit., pp. 14-16; C. Poesio, Il confino fascista, cit. ; P. Carucci, L’ordinamento del testo unico di polizia dopo l’approvazione del testo unico delle leggi di PS nel 1926, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXVI, 1976; D. Fozzi, Tra prevenzione e repressione. Il domicilio coatto nell’Italia liberale, Carocci, Roma 2010 e si veda Id., Una «specialità italiana»: le colonie coatte nel Regno d’Italia, in M. Da Passano (a cura di), Le colonie penali nell’Europa dell’Ottocento, introduzione di G. N. Modona, Carocci, Roma 2004, pp. 215-304; C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 130; K. Voigt, Il rifugio precario, Vol. 2, cit., pp. 82-87; Id., L’internamento degli immigrati e dei profughi ebrei in Italia (1940-1943), in La legislazione antiebraica in Italia e in Europa. Atti del convegno nel cinquantennio delle leggi razziali (Roma, 17-18 ottobre 1988), Camera dei deputati, Roma, 1989, p. 57; G. Orecchioni, I sassi e le ombre, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2006, pp. 113-120. 63 Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, Vol. 2, cit., pp. 83-85. 64 È il caso di Lanciano, provincia di Chieti in Abruzzo che, oltre ad un campo di concentramento, aveva sia “internati liberi” che “confinati politici antifascisti” tra cui alcuni nomi importanti dell’antifascismo, come Tristano Codignola, Enzo Enriquez Agnoletti e Aldo Oberdorfer, ma anche il “fascista dissidente” Aldo Finzi. Cfr. G. Orecchioni, I sassi e le ombre, cit., pp. 113-210; C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, cit., p. XXIX, nota 53. 65 Cfr. G. Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti archivistiche per lo studio dell’internamento in Italia (giugno 1940-luglio 1943), in «Rassegna degli Archivi di Stato», Roma 1978, pp. 77-96; G. Tosatti, Gli internati civili in Italia nella documentazione dell’Archivio centrale dello Stato, in Una storia di tutti. Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, (atti del convegno, Torino, 2-4 novembre 1987), Franco Angeli, Milano 1989, pp. 35-50; P. Carucci, Confino, soggiorno obbligato, internamento: sviluppo della normativa, cit., S. Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”, cit.
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d’internamento”, in linea con quanto si desume dall’analisi di nuove fonti archivistiche e memorialistiche, si possa constatare la presenza di “campi di concentramento”.66 Il sistema concentrazionario monarchico-fascista del periodo bellico 1940-1943 può essere inquadrato nel fenomeno dell’internamento di civili che, come abbiamo visto, fu messo in pratica attraverso l’istituzione di due forme di privazione dei diritti: la segregazione nei “campi di concentramento”, oppure la residenza obbligata nelle “località di internamento libero”.67 Allora, come già ricordato all’inizio di questo capitolo, «ciò che conta, ai fini della definizione di “campo” è la condizione di civili “concentrati” – vale a dire raggruppati in un luogo chiuso – per decisione amministrativa, civile o militare che sia».68 Sembrerebbe essere proprio questa la definizione più appropriata per collocare il caso italiano. In questo modo possiamo meglio comprendere la scelta del regime fascista di denominare “di concentramento” i propri campi, quelli per internati civili gestiti dal Ministero dell’Interno, tralasciando quelli delle autorità militari, gestiti dal Regio Esercito, in modo particolare nelle terre di occupazione della Jugoslavia, dove furono internati non soltanto prigionieri di guerra ma anche civili. Tuttavia, è opportuno tenere ben presente che la funzione “di internamento” dei campi può essere ricondotta, stando alle considerazioni di Capogreco, a questo “doppio ruolo” internamento/concentramento svolto dai campi fascisti italiani durante la Seconda Guerra Mondiale.69 L’arbitrarietà del provvedimento di internamento civile, che veniva messo in atto come semplice disposizione amministrativa, ha fatto sì che mancasse una legislazione codificata con la conseguente precarietà delle fonti relative ai campi di concentramento fascisti. Inoltre, trattandosi del periodo bellico, tutto ciò apparve come una prassi normale dei paesi belligeranti. Ma la recente storiografia ha dimostrato che «la tipologia degli internati contraddice questa tesi».70 A tal proposito Giuseppe Perri aggiunge che il dibattito storiografico odierno ha «chiarito che l’internamento di guerra nel secondo conflitto mondiale, in Francia, Gran Bretagna, Usa e Italia, più che essere fondato su esigenze di sicurezza era la prosecuzione di politiche e tendenze sociali di discriminazione e segregazione di minoranze ben individuate».71 Un’ultima considerazione sull’analisi della “forma-campo” di un possibile universo concentrazionario fascista-monarchico – ne esisterebbe anche uno fascista della Rsi, ampiamente studiato da Matteo Stefanori – può essere quella di mettere al centro della discussione il “campo di concentramento fascista” come spazio delle pratiche della politica razziale e di repressione del regime: un laboratorio del razzismo fascista a livello locale in relazione alla rete dei campi allestiti sulla penisola e gestiti centralmente dal Ministero dell’Interno. Una comparazione con il lager nazista dal punto di vista della radicalità, della violenza, del terrore, e della mortalità, rischierebbe infatti una scontata banalizzazione del caso italiano dei campi fascisti. 72 66
Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 125-126. Il progetto on line sui campi fascisti, nel suo database relativo ai “campi di concentramento” presenti sul territorio italiano, conta 64 luoghi rispetto ai 48 mappati da Capogreco, cfr. http://www.campifascisti.it. 67 Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 56-79. Sull’internamento libero cfr. A. Pizzuti, Vite di carta Storie di ebrei stranieri internati dal fascismo, Donzelli, Roma 2010; G. Perri, Il caso Lichtner. Gli ebrei stranieri, il fascismo e la guerra, Jaca Book, Milano 2010; P. Tagini, Le poche cose. Gli ebrei internati in Provincia di Vicenza, Cierre Edizioni, Verona 2006. 68 J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 15. 69 Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 49-55, p. 81. Inoltre, lo stesso Capogreco, in uno dei suoi ultimi saggi sull’argomento, utilizza l’espressione “campi di concentramento” per i campi monarchico-fascisti nelle “contingenze belliche”, cfr. Id., Il libro esemplare di un’autrice fantasma, cit., p. XX. 70 Cfr. S. Carolini, Gli antifascisti italiani dal confino all’internamento, cit., pp. 114-115. 71 G. Perri, Il caso Lichtner, cit., pp. 197-198; Id., Stato d’eccezione, cit., pp. 231-237. 72 Sui campi provinciali della Rsi cfr. M. Stefanori, Ordinaria amministrazione. Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana, Laterza, Roma-Bari 2017. Si veda anche L. Peloso, L’esperienza dell’estremo, cit.
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3. L’Italia e il fenomeno concentrazionario fascista: una ricognizione storiografica La storiografia dei campi fascisti è abbastanza recente. Per circa 40 anni, la storia e la memoria dell’internamento civile fascista sono rimaste nel dimenticatoio sia della ricerca storica che delle pratiche di politica della memoria.73 Qualche riferimento, spesso confuso e frammentato, ai campi italiani per gli ebrei, è menzionato da Renzo De Felice nella prima edizione della Storia degli ebrei sotto il fascismo.74 Soltanto sul finire degli anni ’70 fu edita una prima ricerca specifica sulle fonti archivistiche per lo studio dei campi fascisti, favorita anche dal contestuale riordinamento della documentazione relativa all’internamento in Italia, conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato.75 Seguiranno, negli anni ’83 - ’85, i primi saggi in rivista sulla storia sia di alcuni gruppi di internati stranieri (come in Piemonte) sia di quella di alcuni campi fascisti abruzzesi, calabresi e pugliesi.76 La prima monografia su un campo fascista, Ferramonti: la vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista (1940-1945), è stata pubblicata a Firenze solamente nell’aprile del 1987. A scrivere questo libro, fondamentale per colmare la “lacuna storiografica”, è stato Carlo Spartaco Capogreco, allora medico, oggi storico accademico. Infatti aveva scritto, nella premessa del libro, che l’aveva colpito una notizia letta su un articolo in cui ci si lamentava della «scarsa attenzione dedicata dalla storiografia alle vicende del periodo fascista in Calabria».77 In questo articolo si «accennava all’esistenza, nella stessa regione, di un grande campo di concentramento per ebrei profughi che sarebbe stato attivo, durante la seconda guerra mondiale, a Ferramonti di Tarsia».78 Da quel momento, spinto da passione e impegno civile, iniziò la sua ricerca con la volontà di “scavare” nel “vuoto di memoria” che aveva 73
Cfr. C. S. Capogreco, Un Paese che non volle ricordare. Campi fascisti, discorso pubblico e storiografia nell’Italia repubblicana, in E. Bressan, A. Cegna, M. Pentucci (a cura di), Storie di donne e di uomini tra internamento e Resistenza nelle Marche, eum, Macerata 2017, pp. 11-36; I. Bolzon, “I campi di concentramento fascisti. La memoria italiana tra miti, silenzi e public history”, Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: Gli strumenti di Clio: uomini, luoghi e teorie della storia dalla tradizione critica alla comunicazione digitale, 35, 3/2018, 29/09/2018. 74 Cfr. M. Bosticco, Razzismo e internamento fascista. Note sul dibattito storiografico, in “Asti Contemporanea”, Rivista dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti, n. 11, dicembre 2005, pp. 543-608; R. De Felice, Storia degli ebrei sotto il fascismo, Einaudi, Torino 1961; C. S. Capogreco, Ferramonti, cit., p. 27; F. Hajek, Appunti sugli ebrei stranieri in Italia durante la guerra, in G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascismo, “Quaderni del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea”, 1963, n. 3, pp. 153-157. 75 G. Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti archivistiche per lo studio dell’internamento in Italia (giugno 1940-luglio 1943), cit., pp. 77-96. Cfr. C. S. Capogreco, Tra storiografia e coscienza civile, cit., p. 142. 76 Cfr. C. S. Capogreco, Tra storiografia e coscienza civile, cit., p. 143, note 31, 32, 36; S. Vizio, Gli ebrei croati in Alba (1942-1945), Notiziario dell’Istituto per la Storia della Resistenza in provincia di Cuneo, 28, 1985; I. Iacoponi, Campi di concentramento in Abruzzo durante il secondo conflitto mondiale: 1940-1945, Nereto, Rivista abruzzese di studi storici dal fascismo alla Resistenza, n. 2-3, 1983, pp. 325-336; Id., Campi di concentramento in Abruzzo durante il secondo conflitto mondiale: 1940-1945, Notaresco, Rivista abruzzese di studi storici dal fascismo alla Resistenza, 1, 1984, pp. 131-151; Id., Campi di concentramento in Abruzzo durante il secondo conflitto mondiale: 1940-1945, Civitella del Tronto, Rivista abruzzese di studi storici dal fascismo alla Resistenza, 2, 1984, pp. 213-225; Id., Campi di concentramento in Abruzzo durante il secondo conflitto mondiale: 1940-1945, Tossicìa, Rivista abruzzese di studi storici dal fascismo alla Resistenza, 1, 1985, pp. 199-210; I. Iacoponi, P. Rasicci, Campi di concentramento in Abruzzo durante il secondo conflitto mondiale: 1940-1945, Badia di Corropoli, Rivista abruzzese di studi storici dal fascismo alla Resistenza, 2-3, 1985, pp. 351-264; C. S. Capogreco, Ferramonti di Tarsia. Perché duri la memoria, Cittàcalabria, 3, 1984, pp. 58-65; V. Iazzetti, Il campo di concentramento di Manfredonia, La Capitanata, XXI-XXII, luglio 1984-dicembre 1985. 77 F. Spezzano, I confinati politici in Calabria, in «Calabria 2000», a. II, n. 10 1973, pp. 18-20. 78 Cfr. C. S. Capogreco, Ferramonti, cit., p. 25.
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portato all’oblio la storia dei campi fascisti.79 Fu proprio grazie alla presentazione di questo libro, che si ebbe in Italia, a Cosenza, il primo convegno storico sull’internamento civile fascista. Sempre nel 1987 videro la stampa due libri fondamentali per la storiografia sul fenomeno. Anzitutto, a maggio fu pubblicato il libro curato da Simonetta Carolini, Pericolosi nelle contingenze belliche. Gli internati dal 1940 al 1943.80 Esso fu il primo testo a parlare degli internati italiani e a fornire alcuni primi dati statistici sull’internamento, oltre alla trascrizione di alcuni documenti d’archivio fondamentali. A novembre, invece, fu pubblicato il libro di Marco Minardi, Tra chiuse mura. Deportazione e campi di concentramento nella provincia di Parma 1940-1945,81 il primo studio correlato su internamento fascista e deportazione nazista in una provincia italiana.82 Successivamente seguirono diverse pubblicazioni che cercarono di mettere al centro della discussione l’indispensabile documentazione dell’Archivio Centrale dello Stato. Tra queste, il noto saggio del 1989 di Giovanna Tosatti, Gli internati civili in Italia nella documentazione dell’Archivio centrale dello Stato,83 Come si può spiegare questo lungo ritardo storiografico? Cosa aveva determinato la mancata memoria pubblica dei campi fascisti? Una risposta soddisfacente la fornisce lo stesso Capogreco in uno dei suoi saggi più recenti.84 La visione della Seconda guerra mondiale che predominò a lungo nella storiografia e nella memoria collettiva degli italiani era incentrata sugli anni 1943-’45 e sull’evento politicomilitare della Resistenza, la cui “interpretazione monumentale” lasciava poco spazio ad esperienze come l’internamento e le deportazioni nonché, più in generale, agli anni 1940-’43. Inoltre, al cospetto dell’universo concentrazionario di Hitler, i campi di Mussolini erano stati frettolosamente relativizzati e banalizzati. Come se, per dirla con Pierre Mertens, esistesse un Guinness dei primati o una Hit-parade delle responsabilità, in grado di concedere impunità e assoluzione a chi ha commesso gli orrori meno gravi. Peraltro, l’idea che tutti i campi di concentramento (ricondotti concettualmente al sito-archetipo del Lager) fossero “di per sé” un fenomeno tedesco, si era ben radicata nell’opinione pubblica e nei media. E quando (soprattutto sotto la spinta della giovane storiografia freelance) molti italiani dovettero “rassegnarsi” a prendere atto che anche il nostro paese aveva avuto dei campi di concentramento, essi generalmente furono più propensi a sottolinearne i “meriti” (ciò che i campi italiani “non erano stati”, rispetto ai Lager) che a comprenderne le specificità ed il contesto storico.85
Un altro lavoro fondamentale, soprattutto per quanto riguarda l’internamento degli ebrei stranieri profughi durante la seconda guerra mondiale, fu lo studio di Klaus Voigt, Il rifugio
Cfr. T. Grande, La riscoperta. 3. L’opera di Carlo Spartaco Capogreco, in Ferramonti. Dal Sud Europa per non dimenticare un campo del duce, Laruffa Editore, Reggio Calabria 2010, pp. 30-33. 80 S. Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”. Gli internati dal 1940 al 1943, ANPPIA, Roma 1987. 81 M. Minardi, Tra chiuse mura. Deportazione e campi di concentramento nella provincia di Parma 1940-1945, Comune di Montechiarugolo, Montechiarugolo 1987. 82 Cfr. C. S. Capogreco, Tra storiografia e coscienza civile, cit., p. 144. 83 G. Tosatti, Gli internati civili in Italia nella documentazione dell’Archivio centrale dello Stato, cit., pp. 35-50. Importanti sono anche gli studi di Francesco Terzulli relativi all’internamento in Puglia: F. Terzulli, L’internamento fascista in Puglia, «Fondazione Ferramonti», n. 2-3, gennaio-giugno 1989, pp. 47-79; Id., Il campo di concentramento per ebrei a Gioia del Colle (agosto 1940 - gennaio 1941), in Gioia. Una città nella storia e civiltà di Puglia, vol. III, Schena, Fasano 1992, pp. 493-594; Id., I luoghi della memoria: emigrazione e presenza ebraica, vita nei campi, in V. A. Leuzzi, M. Pansini, F. Terzulli, Fascismo e leggi razziali in Puglia. Censura, persecuzione antisemita e campi di internamento (1938-43), Irrsae Puglia, Progedit, Bari 1999, pp.127173. 84 C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, cit., pp. XV-LXV; cfr. Id., I campi del duce, cit., pp. 3-49; Id., Tra storiografia e coscienza civile, cit., pp. 137-166. 85 C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, cit., p. LXII. 79
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precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945,86 pubblicato in Italia in due volumi tra il 1993 e il 1996. Si tratta di testi indispensabili per ripercorre i luoghi sparsi nella penisola dove furono internati gli ebrei stranieri e conoscere alcune peculiarità della vita degli internati, grazie alle numerose fonti documentarie raccolte dall’autore. Inoltre, lo storico tedesco fornì le prime tabelle riassuntive di dati statistici relative alla presenza degli ebrei stranieri, sia nei campi di concentramento che nei comuni di internamento libero.87 Negli anni ’90 si ebbe una svolta importante nel panorama accademico quando vennero discusse le prime tesi di Laurea sui campi fascisti. Tra le altre,88 ricordiamo in modo particolare quella di Costantino Di Sante, Dall’internamento alla deportazione. I campi di concentramento in Abruzzo; quella di Luigi Reale, I campi di concentramento nel Molise dal 1940 al 1943 e la tesi di Gianluca Petroni, Gli ebrei a Campagna durante il secondo conflitto mondiale.89 L’internamento civile fascista entrò di merito nelle tematiche di studio e ricerca delle università italiane; da queste seguirono importanti conferenze nazionali e internazionali.90 Nel convegno dal titolo “I campi di concentramento in Italia: dall’internamento alla deportazione” che si è svolto presso l’Università di Teramo nel marzo del 1998, si fece il punto sullo stato delle ricerche in corso con l’intento di stimolare nuovi studi e rapportare l’internamento fascista alla deportazione nazista in relazione alla cesura dell’8 settembre 1943.91 Gli atti del convegno furono pubblicati più tardi, nel 2001, nell’omonimo libro, diventato un testo di riferimento per chi voglia studiare il sistema concentrazionario fascista.92 Nel frattempo si sono conclusi vari studi sull’internamento libero di alcune località italiane.93 Il passo successivo e determinante si ebbe con la pubblicazione nel 2004 de I campi del duce, il lavoro più importante di Capogreco.94 Fu il testo fondamentale che segnò una tappa 86
Klaus Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, Vol. 1, La Nuova Italia, Firenze 1993; Id., Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, Vol. 2, La Nuova Italia, Firenze 1996. 87 Cfr. Klaus Voigt, Il rifugio precario, Vol. 2, cit., pp. 599-601. 88 Cfr. C. S. Capogreco, Tra storiografia e coscienza civile, cit., p. 148-149, nota 99; Margherita Platani, Note sulla persecuzione razziale: il caso di Ferramonti di Tarsia, Università di Salerno, 1997; Caterina Forti, Il campo di Colfiorito tra confino e internamento politico 1939-1943, Università di Camerino, 1998; Laura Gromme, I campi di concentramento per internati civili (10 giugno ’40-8 settembre ’43): il caso Lazio, Università di Roma “La Sapienza”, 1998. La tesi di Caterina Forti è stata in parte pubblicata: V. Conti e A. Mulas (a cura di), Nuovi contributi per la storia della Resistenza marchigiana, Affinità elettive, Ancona 2002. 89 Ibidem; Rispettivamente alle Università di Teramo, 1996; Università di Roma “La Sapienza”, 1995; Università di Salerno, 1998. La tesi di Luigi Reale è stata pubblicata in inglese cfr. L. Reale, Mussolini’s Concentration Camps for Civilians. An Insight into the Nature of Fascist Racism, Vallentine Mitchell, Elstree 2011. 90 Ibidem. 91 Cfr. Tra storiografia e coscienza civile, cit., p. 153, nota 100. 92 C. Di Sante (a cura di), I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), Franco Angeli, Milano 2001. 93 Cfr. C. S. Capogreco, Tra storiografia e coscienza civile, cit., p. 157, note 123, 124, 127; L. Rocchi (a cura di), La persecuzione degli ebrei nella provincia di Gorizia nel 1943-44, Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea, Editrice “Il mio Amico”, Roccastrada, 1996; P. Monnacchia, L’internamento in Umbria, in L. Brunelli, G. Canali (a cura di), L’Umbria dalla guerra alla Resistenza, Atti del convegno, Perugia 30.1101.12.1995, Isuc, Editoriale Umbra, Foligno 1998, pp. 167-177; C. Di Sante, L’internamento civile nell’Ascolano e il campo di concentramento di Servigliano (1940-1944), Istituto provinciale per la Storia del movimento di liberazione, Ascoli Piceno 1998; V. A. Leuzzi, M. Pansini, F. Terzulli, Fascismo e leggi razziali in Puglia. Censura, persecuzione antisemita e campi d’internamento (1938-1943), Progedit, Bari 1999. 94 Brunello Mantelli nel saggio Gli italiani in Jugoslavia 1941-1943: occupazione militare, politiche persecutorie, crimini di guerra, in “Storia e Memoria”, a. XII/2004, n. 1, definisce Capogreco «il più importante studioso dei campi di concentramento del regime fascista». Cfr. T. Grande, La riscoperta, cit., p. 31 nota 62. Dello stesso anno sono anche i lavori di M. Colabella (a cura di), Le leggi razziali del 1938 e i campi di concentramento nel Molise, IERRE, Campobasso 2004; D. Finzi, La vita in un campo di concentramento fascista. Ribelli sloveni nel querceto di Renicci-Anghiari, Carocci, Roma 2004; O. Lucchi (a cura di), Dall’internamento alla libertà. Il campo di concentramento di Colfiorito, Atti del convegno di Foligno, 4 novembre 2003, Insuc Editoriale Umbra, Foligno 2004.
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risolutiva nella storiografia dell’internamento fascista, un “punto del non ritorno”. 95 Per la prima volta si ebbe un’opera che, come ha scritto Michele Sarfatti, «descrive cosa fu e come funzionò l’internamento in Italia e nelle regioni jugoslave annesse, contro civili italiani e stranieri. […] Una violenza che il clima nazional-qualunquis-menefreghis-prefascista oggi (re)imperante riesce a mantenere ignota».96 Il libro allegò, finalmente, una dettagliata mappatura di tutti i campi fascisti censiti da Capogreco. Gli studiosi ebbero uno “strumento” per approfondire le ricerche sui casi specifici. Subito dopo l’apparizione del libro di Capogreco, cominciarono a fiorire studi sull’internamento libero e sulle storie di famiglie di ebrei stranieri internati in quei luoghi. Ricordiamo i lavori del 2006 di Gianni Orecchioni, I sassi e le ombre relativamente a Lanciano e di Paolo Tagini, Le poche cose. Gli ebrei internati in Provincia di Vicenza.97 Nel 2010 proseguirono, con due lavori importanti sulla vita degli “internati liberi”, Anna Pizzuti, Vite di carta e Giuseppe Perri, Il caso Lichtner.98 Un altro contributo importante sul tema dell’internamento femminile, sostanzialmente preso poco in considerazione fino a quel momento, è quanto proposto nel saggio di Annalisa Cegna, “Di buona condotta morale e politica”. L’internamento femminile in Italia durante la Seconda guerra mondiale, fino ad arrivare alla tesi di dottorato del 2017 di Matteo Soldini, Fiori di campo. Storie di internamento femminile nell’Italia fascista (1940-1943).99 A parte il ritardo iniziale, si può constatare che la ricerca è ancora agli inizi e che in futuro, in base alla reperibilità di nuove fonti, potremo avere molte altre monografie specifiche sulla storia dei singoli campi.100 Prima di concludere questa breve rassegna storiografica sullo stato della ricerca, nella quale si sono tralasciate le discussioni intrinseche alla “rimozione” della memoria del 95
Cfr. C. S. Capogreco, Tra storiografia e coscienza civile, cit., p. 165. Così si legge sulla quarta di copertina della seconda edizione del 2006; C. S. Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2006. 97 G. Orecchioni, I sassi e le ombre, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2006; P. Tagini, Le poche cose. Gli ebrei internati in Provincia di Vicenza, Cierre Edizioni, Verona 2006. 98 Anna Pizzuti è anche l’autrice di un importante database on line sugli “ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico”: URL: http://www.annapizzuti.it.; A. Pizzuti, Vite di carta Storie di ebrei stranieri internati dal fascismo, Donzelli, Roma 2010; G. Perri, Il caso Lichtner. Gli ebrei stranieri, il fascismo e la guerra, Jaca Book, Milano 2010. 99 A. Cegna, “Di buona condotta morale e politica”. L’internamento femminile in Italia durante la Seconda guerra mondiale, in “DEP. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile”, n. 21/2012; cfr. Id., L’internamento femminile nelle Marche durante la Seconda guerra mondiale, in E. Bressan, A. Cegna, M. Pentucci (a cura di), Storie di donne e di uomini tra internamento e Resistenza nelle Marche, eum, Macerata 2017; Id., Internate. Storie di donne nei campi fascisti, in C. Antonini (a cura di), donne@uomini.it. La storia di genere nell’era digitale: fonti, narrazioni, rappresentazioni nei vecchi e nuovi media, Atti del 5° Convegno nazionale sull’insegnamento della storia nell’era digitale, edizione Scritture, 2017; M. Soldini, Fiori di campo. Storie di internamento femminile nell’Italia fascista (1940-1943), Tesi di Dottorato Ciclo XXVIII, Università degli studi di Macerata, A.A. 2017. 100 A parte quelle su Ferramonti e Renicci di Capogreco, abbiamo ancora poche monografie sui campi fascisti: F. Terzulli, La casa rossa. Un campo di concentramento ad Alberobello, Mursia, Milano 2003; Id., Il campo di concentramento per ebrei a Gioia del Colle (agosto 1940 - gennaio 1941), in Gioia. Una città nella storia e civiltà di Puglia, vol. III, Schena, Fasano 1992, pp. 493-594; A. Kersevan, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Kappa Vu, Udine 2003; M. Trinca, Monigo: un campo di concentramento per slavi a Treviso. Luglio 1942-settembre 1943, Istreco, Cierre Edizioni, Verona 2003; D. Spadaro, La repressione del dissenso politico nel regime fascista. Lama Dei Peligni. Dal confino al campo di concentramento, Tinari, Villamagna 2009; B. Cardeti, L’internamento civile fascista: il caso di “Villa Oliveto” (1940-1944). Storia, documenti, immagini, testimonianze, Edizione dell’Assemblea, Firenze 2010; F. Meneghetti, Di là del muro. Il campo di concentramento di Treviso (1942-43), Istresco, Treviso 2012. Recentemente è stato pubblicato il III volume enciclopedico sui campi e ghetti in Europa durante i regimi alleati con i nazisti curato da G. P. Megargee, J. R. White (edited by), The United States Holocaust Memorial Museum, Encyclopedia of Camps and Ghettos, 1933-1945, Vol III. Camps and Ghettos under European Regimes Aligned with Nazi Germany, Indiana University Press, Bloomington 2018. 96
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fenomeno concentrazionario fascista, è necessario ricordare una cosa. Fin da subito, in Italia e nel mondo, si ebbe a disposizione un libro che raccontava l’esperienza diretta di una donna ebrea internata in un campo di concentramento fascista, il campo femminile di Lanciano in provincia di Chieti. Si fa riferimento al libro/diario di Maria Eisenstein, L’internata numero 6, pubblicato a Roma nell’ottobre del ’44, quando la guerra era ancora in corso, da un “coraggioso” editore: Donatello De Luigi. Sarebbe stata una preziosa testimonianza, se non fosse rimasta sconosciuta. Il libro fu quasi introvabile per ben 50 anni fino alla ristampa della seconda edizione avvenuta nel 1994.101 Nella prefazione alla prima edizione originale l’editore scrisse: «Né diario, né romanzo, ma con la verità cruda del primo e la fantasia del secondo, questo volume di Maria Eisenstein dovrà occupare un posto preciso tra i libri che potranno lasciarci una documentazione non effimera di questi anni inquieti».102 All’opposto, come ci spiega Capogreco nel saggio introduttivo alla terza edizione del 2014, «non fu, quindi, “per caso” che L’internata numero 6 venne “eliminato dalla circolazione”» ma tutto ciò fu possibile «perché era un testo “troppo avanti” rispetto all’Italia di allora: non solo parlava “normalmente” dei campi di concentramento fascisti (un tabù quasi inviolabile per quei tempi!), ma denunciava i soprusi e le meschinità che in essi si consumarono, spesso senza neppure criptare i nomi di chi li aveva commessi».103
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M. Eisenstein, L’internata numero 6, Prefazione di Gianni Giovannelli, Postfazione di Carlo Spartaco Capogreco, Tranchida, Milano 1994. 102 D. De Luigi, Prefazione a Maria Eisenstein, L’Internata numero 6, De Luigi Editore, Roma 1944, pp. 9-11. 103 C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, cit., p. LVIII.
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