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Studi del Gen. C.A. Giorgio Battisti

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STUDI DEL GEN. C.A. GIORGIO BATTISTI


ARTICOLI SU RIVISTA MILITARE

2002 • Il «controllo dell’area» nelle operazioni di gestione delle crisi, n. 1, pag. 80. • I soldati italiani a Kabul, n. 4, pag. 38.

2004 • L’Esercito Italiano impiegato fuori dal territorio nazionale, n. 1, pag. 10. • Il tenace volo di «Nibbio 1», n. 2, pag. 52.

2006 • I media nei teatri operativi, n. 3, pag. 90.

2007 • Le fortificazioni nella controguerriglia, n. 4, pag. 47.

2008 • La Force Protection, n. 1, pag. 44.

2015 • La via italiana alla controguerriglia, n. 4, pag. 95


IL «CONTROLLO DELL’AREA» NELLE OpERAzIONI DI GEsTIONE DELLE CRIsI di Giorgio Battisti * e Marcello Bellacicco **

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si tratta di una particolare procedura tecnico-tattica che rientra nel complesso delle molteplici attività operative volte a garantire la piena sorveglianza di spazi urbani. Tali azioni si discostano completamente dai servizi di ordine pubblico, anche se richiedono tecniche di intervento ed equipaggiamenti tipici delle forze di polizia. È importante differenziare nettamente il concetto di «servizio di ordine pubblico» dall’intervento di «controllo dell’area». Nel secondo caso il dispositivo deve essere reversibile, ovvero in grado di poter passare senza incertezze da una configurazione di pubblica sicurezza ad una di combattimento. Questo procedimento consente ai Comandanti dei contingenti, unici responsabili della situazione nel territorio di competenza, di disporre della più ampia gamma di risposte operative per poter assolvere la missione assegnata e tutelare l’incolumità dei propri uomini.

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li interventi militari dell’ultimo decennio hanno visto la comparsa di un nuovo «attore», talvolta protagonista principale, con cui i contingenti si sono dovuti spesso confrontare nelle operazioni di gestione delle crisi: la folla. La sua presenza, quale elemento attivo nelle missioni di «mantenimento della pace», è oramai una realtà inconfutabile da non sottovalutare per i condizionamenti che può comportare sulle capacità delle unità militari, dispiegate sul terreno, di assolvere i compiti previsti dal mandato. Questo soprattutto in relazione alle reazioni della folla che, a differenza di quanto avviene nelle società occidentali, non obbedisce ad un «codice di comportamento» che impone tacitamente certi limiti alla violenza. sebbene quando si riunisca appaia normalmente inoffensiva, in realtà è in grado di armarsi in una maniera e con una rapidità assolutamente sorprendenti. L’elevato degrado ambientale (istituzionale, sociale ed infrastrutturale) che si riscontra di 81


Militari italiani si addestrano al controllo della folla.

sono considerate indesiderabili per i riflessi che possono comportare sulla stabilità dell’area (confronto tra comunità); • impossessarsi di depositi e/o convogli umanitari; • ostacolare la libertà di movimento delle unità militari, quale forma di protesta contro la loro presunta inerzia o supposta parzialità di comportamento.

norma nelle CRO (1) e che determina un generalizzato malessere materiale e psicologico delle popolazioni locali, può indurre gli individui a riunirsi in assembramenti spontanei, caratterizzati da atteggiamenti più o meno ostili, suscettibili anche di sfociare in violenti disordini (2), qualora strumentalizzati da gruppi politici/ideologici da organizzazioni criminali per i propri fini/interessi. Le recenti esperienze in Africa e nei Balcani hanno dimostrato che questo genere di dimostrazioni sono facilmente soggette a manipolazioni e possono degenerare in ogni momento in scontri a fuoco molto violenti, soprattutto se tra i manifestanti si infiltrano elementi armati, ed evolvono rapidamente in classici episodi di combattimento urbano. È questa una situazione di

Una manifestazione degenerata in disordini in Kosovo.

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«quasi normalità» in cui si vengono a trovare i reparti in scenari dove spesso le uniche forze organizzate sono, almeno inizialmente, quelle militari. Ciò può verificarsi quando le aggregazioni di persone cercano di: • accedere a zone del paese dove

La folla, talvolta più complice che ostaggio degli eventi, con la presenza di franchi tiratori nascosti in mezzo o dietro le persone, con donne e bambini sul davanti degli elementi agitatori, può costituire una «risposta» di coloro che, non disponendo di altri mezzi da opporre a quelli dei contingenti, la utilizzano come strumento di lotta per condizionare o, al limite, paralizzare momentaneamente le attività delle unità militari, provocando un forte discredito sulla capacità di assolvere la missione generale di stabilizzazione. I contingenti, nell’ambito di un graduale sviluppo di capacità (modalità d’azione e strumenti)


per operare anche in settori non tradizionalmente propri, hanno dovuto mettere a punto un procedimento d’azione chiamato «controllo della folla», quale alternativa all’uso di sistemi letali per ridurre il rischio di «effetti collaterali», altrimenti inevitabili con l’impiego di reparti armati. scopo primario di tali procedure operative è, infatti, quello di mantenere/acquisire il controllo della situazione il più rapidamente possibile e con il minimo ricorso alla forza, che deve essere proporzionale alla minaccia e limitato all’area delle immediate ostilità. I contingenti, in sostanza, hanno dovuto adeguarsi alla minaccia (e non la minaccia adattarsi alle regole stabilite dai militari). Il «controllo della folla» nelle CRO è una particolare procedura tecnico-tattica che rientra nel complesso delle molteplici attività operative effettuate per acquisire il controllo di un’area, general-

mente urbana, nel quadro dei provvedimenti finalizzati a creare un ambiente sicuro ed a salvaguardare la libertà di movimento. sono azioni puntuali, sul tipo degli interventi effettuati dall’Esercito britannico nell’Irlanda del Nord, che si discostano completamente dai servizi di ordine pubblico, anche se ciò richiede capacità, tecniche di intervento ed equipaggiamenti tipici delle Forze di polizia in tali attività di mantenimento dell’ordine.

per il «controllo della folla», in quanto da ciò scaturiscono due tipi diversi di capacità. Nel secondo caso, infatti, il dispositivo deve essere «reversibile», ovvero in grado di poter passare senza incertezze da una configurazione di «controllo della folla» a una di combattimento (o viceversa).

Con tale procedura non si tratta di fronteggiare/gestire una crisi sociale, ma di eseguire un mandato o di condurre un’operazione, nella consapevolezza che i manifestanti possono essere popolazioni manipolate, ostili o comunque che cercano di ostacolare l’azione dei reparti (difficilmente si vedono in patria dimostranti con granate difensive o fucili automatici). È importante differenziare nettamente il concetto di «servizio di ordine pubblico» dall’intervento

Questo procedimento, caratterizzato da un impiego graduale della forza e commisurato all’azione che l’ha determinata, consente ai Comandanti di disporre di una più ampia gamma di «risposte» operative per poter assolvere la missione assegnata e preservare i propri uomini. I Comandanti dei contingenti, infatti, sono gli unici responsabili della situazione e delle misure ritenute più idonee per ripristinare e/o garantire, nell’ambito del

Militari italiani in assetto antisommossa si preparano al controllo di manifestanti in Kosovo.

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EFFETTI DA RICERCARE • impedire gli assembramenti; • impedire l’azione ai sobillatori; • separare gli assembramenti ed i gruppi suscettibili di indirizzarne i movimenti; • controllare, senza il ricorso alla violenza, le attività collettive; • neutralizzare le folle ostili o minacciose.

CApACITÀ NECEssARIE • sorvegliare la situazione da luoghi protetti, per ridurre il rischio di cattura di elementi isolati (ricorso a mezzi tecnici); • individuare ed identificare i provocatori; • canalizzare, dividere, sbarrare gli itinerari; • contenere ed eventualmente disperdere la folla; • neutralizzare gli agitatori; • convincere, dissuadere e persuadere le persone; • rivolgersi alle folle; • stabilire collegamenti con le autorità politico - amministrative, le organizzazioni umanitarie, ecc..

mandato ricevuto e delle RoE (Rules of Engagement – Regole d’Ingaggio) in vigore, l’ordine e la sicurezza nelle rispettive AoR (3). In assenza di tale capacità, invece, i reparti sarebbero costretti ad

attuare solo opzioni estreme quali l’abbandono delle posizioni, con il conseguente mancato assolvimento del compito, oppure utilizzare le armi in dotazione per la propria autodifesa (e/o la difesa delle

persone e beni posti sotto la loro protezione) o per fronteggiare le aggregazioni di folla in atteggiamento ostile, senza possibilità di azioni intermedie. È evidente, quindi, che l’intervento di «controllo della folla» non può equipararsi a un servizio di ordine pubblico, come è inteso in senso tradizionale, sul territorio nazionale, ma deve essere una prerogativa di ogni contingente militare nel suo complesso. Tale concetto è stato pienamente recepito in ambito NATO, laddove nella pubblicazione di riferimento delle CRO (AJp 3.4.1.- peace support Operations) e nella documentazione operativa per il Teatro bosniaco e per quello kosovaro sono previste precise disposizioni circa l’impiego di riot control means corredate di specifiche RoE. sITUAzIONE NELL’EsERCITO ITALIANO L’Esercito Italiano, in analogia ai principali Eserciti occidentali, ha adottato peculiari provvedimenti per conseguire un’autonoma capacità nel settore, che si è tradotta nell’elaborazione di una specifica normativa (scheda 1), nell’addestramento finalizzato del personale e nella acquisizione di un idoneo equipaggiamento. Attualmente, ogni contingente nei Balcani è organizzato con almeno una compagnia orientata all’impiego in tale attività, costituita da personale con elevata esperienza in CRO, caratterizzato da una buona stabilità emotiva e da una specifica capacità tecnica. È necessario, comunque, che tutti i reparti, destinati a operare in aree urbane, dispongano dell’equipaggiamento e di una sufficiente preparazione per contrastare/contenere la rapidità di aggregazione di una folla, soprat-

Disordini per le vie di una cittadina in Kosovo.

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scheda 1

MANUALE sUL CONTROLLO DELLA FOLLA NELLE OpERAzIONI DI sOsTEgNO DELLA pACE - EDIzIONE 2000 pARTE pRIMA - ELEMENTI DI BAsE CApITOLO I: LA FOLLA Illustrazione, in termini generali, degli aspetti psicologici che contraddistiguono la folla (caratteristiche e tipologie) e del singolo individuo che agisce nell’ambito della stessa. CApITOLO II: sCENARI OpERATIvI Indicazione dei possibili scenari operativi, nell’ambito delle psO, nel contesto dei quali può delinearsi l’esigenza di condurre attività di controllo della folla. pARTE sECONDA - MODALITÀ OpERATIvE CApITOLO III: gENERALITÀ sULLE AzIONI DI CONTROLLO DELLA FOLLA Esame delle attività che devono essere svolte durante le fasi di pianificazione, organizzazione e condotta degli interventi di controllo della folla. In particolare: • norme basilari per l’esecuzione degli interventi di controllo della folla; • classificazione delle attività operative di prevenzione, dissuasione e repressione. CApITOLO Iv: TECNIChE OpERATIvE INDIvIDUALI Illustrazione dettagliata, mediante l’ausilio di figure esplicative, delle tecniche relative: • all’assetto ed all’equipaggiamento del personale; • alla difesa individuale ed al contenimento della folla. CApITOLO v: MODULI OpERATIvI Esame di compiti, caratteristiche e formazioni dei moduli operativi (nucleo ternario, squadra e plotone) impiegati negli interventi di controllo della folla. CApITOLO vI: pROCEDIMENTI D'IMpIEgO Illustrazione delle principali modalità esecutive da attuare durante gli interventi di controllo della folla, con particolare riferimento a: • tempi che scandiscono l’intervento; • varie tipologie d’intervento, in relazione alla situazione operativa da affrontare ed agli obiettivi da conseguire. CApITOLO vII: pRINCIpALI TIpOLOgIE DI INTERvENTO NEL CONTROLLO DELLA FOLLA Esame dei principali tipi di intervento nel controllo della folla, in funzione: • dell’ambiente operativo (strade, luoghi circoscritti, masse in movimento, ecc.); • dello stato emotivo della folla. CApITOLO vIII: TECNIChE OpERATIvE pARTICOLARI Illustrazione delle tecniche per l’impiego di: • mezzi blindati e vCC; • velivoli; • autoidranti; • unità cinofile; • apparecchi da ripresa e di ritrasmissione immagine. predisposizioni per la difesa da bombe «molotov» e da azioni di fuoco.

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La folla si raduna per manifestare.

tutto ai fini dell’autodifesa, che spesso è superiore anche ai più ottimistici tempi d’intervento degli assetti che si vorrebbero specificatamente preposti a questi impieghi operativi. Tale carenza potrebbe rivelarsi un inaccettabile fattore di vulnerabilità qualora le azioni di sommossa non dovessero limitarsi a un’iniziativa a carattere locale. Da sottolineare che un intervento iniziale, condotto in modo deciso, ma calibrato e al momento opportuno, può sortire l’effetto di scoraggiare gli individui incerti, che spesso costituiscono la maggioranza dei manifestanti. L’attività addestrativa svolta dalla Forza Armata nel settore del «controllo della folla» è mirata a conseguire: • adeguata preparazione dei Co86

mandanti (in particolare a livello compagnia/plotone) e dei gregari, per garantire massima flessibilità d’impiego e, soprattutto, reazioni equilibrate e coerenti con l’atteggiamento della folla che, per intrinseca natura, tende a mutare in modo imprevedibile e in tempi rapidissimi. Il personale deve essere addestrato a mantenere un elevato livello di autocontrollo, ad essere fermo ma non aggressivo, attento agli ordini e osservatore degli eventi; • sicura padronanza delle procedure, attraverso la condotta di addestramenti specifici, sia in fase di approntamento in patria (da perfezionare in vista dell’impiego) sia periodicamente durante la permanenza in Teatro; • capacità di integrare e/o sostituire moduli analoghi di altri paesi ogni qualvolta si renda necessario (interoperabilità),

anche per evitare fenomeni di marginalizzazione nell’ambito di missioni di CRO, che hanno nella «multinazionalità» uno dei punti di forza. L’addestramento è previsto che sia condotto da tutto il personale delle unità operative nei seguenti termini: • Ufficiali/sottufficiali: oltre alle attività svolte durante le fasi formative, la preparazione nel settore in argomento può essere perfezionata nell’ambito dei corsi relativi alle CRO, svolti presso il Centro MOOTW della scuola di Fanteria (Cesano); • volontari in servizio permanente: durante tutte le fasi addestrative, prevedendo di conferire al personale capacità di leadership nell’ambito di un nucleo ternario e di una squadra; • volontari in Ferma Breve, nell’ambito della: •• fase addestrativa di comple-


scheda 2

FATTORI FONDAMENTALI ChE CARATTERIzzANO LE ATTIvITÀ DI «CONTROLLO DELLA FOLLA» Informazione La disponibilità, ad ogni livello, di un realistico quadro di situazione consente di condurre una corretta pianificazione e di adottare un atteggiamento proporzionato allo scenario d’impiego ed aderente all’evoluzione degli eventi, per adeguare tempestivamente il dispositivo azione durante. Comando Lo spirito di iniziativa del singolo deve armonizzarsi/conformarsi con l’indirizzo ricevuto dal Comandante, che deve costituire il riferimento costante dell’unità, ed i cui ordini impartiti per fronteggiare le eventuali emergenze contingenti devono essere rapidamente eseguiti. Determinazione L’assolvimento dei compiti assegnati deve avvenire con risolutezza, adottando anche con meditata iniziativa i provvedimenti ritenuti necessari per conseguire l’obiettivo prefissato, nel rispetto comunque della personalità e della dignità altrui. Equilibrio Ogni azione deve essere attentamente valutata e ponderata affinché risulti strettamente aderente alle effettive esigenze e, soprattutto, non sortisca effetti non voluti o controproducenti. Compattezza Il «mantenimento del contatto» nell’ambito degli schieramenti assunti, sia a livello fisico per il singolo operatore sia a mezzo radio per le unità di impiego, è presupposto determinante nella condotta dell’azione. L’isolamento del singolo e/o della minore unità costituisce il fattore di maggiore rischio. Manovra La massima flessibilità del dispositivo e la concezione dell’azione improntata alla manovra consente di non subire la sorpresa legata all’evolversi degli eventi. Riserva La riserva deve essere sempre prevista e, qualora impiegata, immediatamente ricostituita, qualunque sia il tipo di attività di controllo.

tamento dell’operatività, per il conseguimento del 2° livello di operatività (4), con attività finalizzate a conseguire una sufficiente conoscenza delle tecniche individuali e la capacità di agire inquadrati nei moduli operativi (nucleo ternario, squadra e plotone); •• fase addestrativa di mantenimento dell’operatività, con attività finalizzate a mantenere/perfezionare le suddette capacità individuali e di reparto; • volontari in Ferma Annuale, durante: •• la fase addestrativa per il conseguimento del 2° grado di preparazione (5), nell’am-

bito del modulo dedicato all’addestramento per le CRO, prevedendo che il personale acquisisca una sufficiente conoscenza delle tecniche individuali; •• la successiva fase addestrativa per il conseguimento del 3° grado di preparazione (6), mediante attività finalizzate a conferire al personale la capacità di agire inquadrati nei moduli operativi (nucleo ternario, squadra e plotone). CONCLUsIONI In operazioni di gestione delle crisi il possesso di una autonoma capacità di «controllo della

folla» appare irrinunciabile, come ampiamente confermato dalle recenti esperienze in Kosovo ed in Bosnia, per la tipicità degli scenari caratterizzati da elevato degrado sociale, politico e istituzionale ed in cui, di norma, le uniche forze organizzate sono quelle militari. Questi interventi, che non sono compiti a sé stanti tali da differenziare l’azione delle Forze di polizia da quella dei Militari, si prefiggono l’obiettivo di risolvere situazioni di disordini per mezzo di un’azione decisa, nel rispetto delle RoE e con l’impiego della minima forza (nella scheda 2 i fattori fondamentali che caratterizzano tali attività). Ciò non significa un cambia87


mento nelle competenze classiche militari, ma è piuttosto un approccio più «specialistico», al fine di fronteggiare le diverse situazioni in cui si possono trovare i contingenti nelle CRO, soprattutto nelle attività di ripristino della sicurezza pubblica, quando la missione, pur non trovandosi più nella fase iniziale prettamente militare, non è ancora sfociata nella successiva fase di ricostruzione del paese (come si verifica al momento in Kosovo e in una certa misura in Bosnia). La mancanza di questa capacità da parte delle unità dell’Esercito significherebbe limitarne le potenzialità operative, con la probabile conseguenza di indurre i Comandanti della Forza M ul ti naz io nal e ad av v al e rsi prioritariamente degli altri contingenti, non potendo fare pienamente affidamento sulle forze 88

italiane, impossibilitate ad agire opportunamente in ogni circostanza nell’assolvimento del compito. Ciò inciderebbe sensibilmente anche sulle condizioni di sicurezza del personale impegnato nei Teatri e metterebbe in dubbio la «credibilità» nazionale in ambito NATO. Una risposta ancora più flessibile e graduata negli interventi di «controllo della folla» è possibile ottenere con la soluzione adottata dai contingenti francesi, che usano integrare il proprio dispositivo con uno squadrone della gendarmeria Mobile, da impiegare in caso di manifestazioni previste, prevedibili o annunciate che si mantengano entro un limite «comportamentale» accettabile. Qualora le manifestazioni degenerino, con il rischio di sfociare

sopra. Altra immagine che raffigura nostri soldati in atteggiamento antisommossa. Nella pagina a fianco. Due fasi dell'addestramento antisommossa.

in violenti disordini, le unità della gendarmeria sono normalmente sostituite da reparti militari appositamente preparati ed equipaggiati. In tal caso, tuttavia, la cooperazione tra unità militari e reparti di polizia ad ordinamento militare presuppone un adeguato addestramento preventivo (da rinnovare periodicamente per gli avvicendamenti del personale), al fine di una necessaria conoscenza delle rispettive procedure d’azione e di un opportuno affiatamento (e reciproca fidu-


cia) tra le due componenti del dispositivo.

* Colonnello, Capo Ufficio piani e situazione dello sME ** Tenente Colonnello, Capo della 2a sezione dell’Ufficio D. A. R. dello sME NOTE (1) Il termine psO è oramai sostituito in ambito NATO con quello di «Crisis Response Operations» (CRO), che accomuna tutte le missioni «non articolo 5» in operazioni di «gestione delle crisi» (MC 400/2 «guida per l’implementazione militare del concetto strategico dell’Alleanza»). (2) In ambito NATO «Civil Disturbance/Troubles public» ( group acts of violence and disorder prejudicial to public law and order) AAp-6 (v), ed. 1998. (3)Tutte le unità ricevute in rinforzo dal Comando dell’Operazione Multi-

nazionale sono, di norma, assegnate sotto TACON (Controllo Tattico) nel rispetto riconosciuto che ogni Comandante è pienamente responsabile della sua AoR (Area di Responsabilità). (4) Combattente completo, addestrato e con soddisfacente esperienza. (5) Capacità di svolgere compiti connessi con l’impiego in operazioni di CRO di bassa intensità e in inter-

venti di assistenza umanitaria all’esterno del territorio nazionale. (6) Integrazione e perfezionamento delle capacità operative già acquisite nei precedenti gradi di preparazione, mediante lo sviluppo delle attività tecnico-tattiche connesse con l’impiego delle minori unità in combattimento, anche in ambienti particolari, nell’ambito dell’Arma/specialità di appartenenza.

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di Giorgio Battisti *


All’indomani dei tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001 prende corpo in ambito internazionale l’idea di dare vita a una missione di pace in Afghanistan. Lo scopo è quello di assistere e sostenere le istituzioni interinali di Kabul e di creare le condizioni di legalità per la nascita di un governo di riconciliazione multietnico. Le nostre Forze Armate partecipano alla forza multinazionale, costituita da militari di 18 Paesi, con un Contingente interforze di 360 uomini (325 dell’Esercito e 35 dell’Arma dei Carabinieri), che si è schierato a Kabul tra il 15 gennaio e il 4 febbraio di quest’anno. Ancora una volta, il soldato italiano ha saputo esprimere efficienza, professionalità e umana solidarietà, riscuotendo l’apprezzamento e la gratitudine delle popolazioni locali. ORIGINE DELLA MISSIONE La costituzione della International Security Assistance Force (ISAF) prende avvio con la Risoluzione n. 1 386 del 20 dicembre 2001 del Consiglio di sicurezza che, sulla base degli Accordi di Bonn (1) – 5 dicembre 2001 –, ha autorizzato il dispiegamento in Kabul e aree limitrofe di una Forza multinazionale per assistere l’Interim Authority nell’opera di stabilizzazione della capitale afghana e nella creazione dei presupposti di legalità necessari per la nascita di un governo di riconciliazione multietnico, capace di garantire la civile e democratica convivenza in un Paese segnato da decenni di conflitti. La missione si inserisce nel quadro delle iniziative intraprese all’indomani dei tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001, che hanno spinto gli Stati Uniti a guidare una coalizione internazionale contro il terrorismo mondiale. Il ruolo di Lead Nation nella missione ISAF è stato inizialmente rivestito dal Regno Unito. Nel giugno del 2002, dovrebbe subentrare la Turchia. La Forza Multinazionale, (oltre 4 600 uomini) formata da militari di 18 Paesi (2), è articolata su un Comando divisionale (UK), un Comando Brigata multinazionale (dapprima UK, attualmente GE), due Battle Group (a guida rispettivamente UK e GE) e supporti

tattico-logistici. Il Comandante del Contingente è il Generale di Divisione John Mc Coll (UK). ISAF ha raggiunto la capacità operativa iniziale il 16 gennaio 2002 e la piena operatività il 18 febbraio 2002, al completamento

ne guidato da Amid Karzai. La sensibile lontananza dell’area di missione da strutture portuali e le precarie condizioni delle rotabili hanno imposto lo schieramento dei contingenti esclusivamente per via aerea, ricorrendo a un oneroso «ponte aereo», reso ancora più dif-

dell’afflusso in Teatro. La missione condotta dall’ISAF è distinta dall’Operazione Enduring Freedom. La campagna militare aeroterrestre condotta in Afghanistan dagli USA a sostegno dell’Alleanza del nord, unitamente alle forze multinazionali, al termine della quale si è verificata la caduta del regime talebano e il successivo insediamento di un governo provvisorio di transizio-

Incursore con alcuni piccoli afghani.

ficile dalla disponibilità iniziale di un unico aeroporto idoneo (Bagram). Solo successivamente, una volta riparato, è stato possibile utilizzare l’aeroporto internazionale di Kabul (KIA – Kabul International Airport). Lo spiegamento via aerea è stato, inoltre, influenzato dalle con39


Mappa di Kabul.

dizioni meteorologiche non sempre ottimali, tenuto anche conto che tutte le procedure per l’avvicinamento e l’atterraggio dei velivoli devono avvenire a vista, mancando qualsiasi assistenza strumentale al volo. L’AREA DI OPERAzIONI L’area di operazioni (AO) e l’area di responsabilità (AoR) di ISAF – pari a circa 1 390 kmq – coincidono con l’area Kabul-Bagram, incluse le vie di comunicazione tra queste due località. L’area è caratterizzata da un ampio bacino pianeggiante lungo circa 60 km e largo da 25 a 6 km circa, con quote che digradano dai 1 800 m del settore meridionale (Kabul) ai 1 500 di 40

quello settentrionale (Bagram), rinserrato all’interno di un articolato sistema di strette valli e di rilievi che raggiungono quota 4 600 m. Kabul e Bagram distano tra loro circa 60 km. I movimenti fuori strada sono impossibili per la consistente presenza di mine sparse. Il clima è di tipo continentale, secco, caldo in estate, freddo in inverno, cui corrispondono rilievi spogli, distese desertiche e valli ricoperte di vegetazione e coltivazioni, le cui caratteristiche variano in funzione dell’altitudine. L’altipiano di Kabul (1 765 m) è caratterizzato da temperature che oscillano dai 40° C all’ombra in estate ai – 20° C in inverno. Nevica da metà dicembre a inizio marzo (il manto può raggiungere i 2 m). Le precipitazioni si attestano sui 500 mm an-

nui, dei quali più della metà tra marzo/aprile. La temperatura cresce rapidamente dai 20° C di fine marzo ai 30° C di fine maggio. In giugno compaiono le zanzare e i venti di polvere. SCOPO DELLA MISSIONE ISAF ha lo scopo di supportare le istituzioni politiche interinali afghane (IA – Interim Authority) nel creare le condizioni atte a consentire la reintegrazione dell’Afghanistan quale membro responsabile nella Comunità internazionale, secondo i termini stabiliti dagli accordi di Bonn. I Compiti della Forza prevedono di: • assistere le autorità interinali nel mantenere un ambiente sicuro nella città di Kabul e aree limitrofe; • condurre attività di pattuglia-


mento nell’area di operazioni (AO); • garantire il supporto al governo nella fase di ricostruzione del Paese (anche nel campo umanitario); • assistere le autorità nella costituzione delle nuove strutture di sicurezza, incluse le Forze Armate, e organizzarne l’addestramento. I rischi della missione sono rappresentati da quelli tipici di un qualsiasi intervento di «gestione delle crisi», cui si aggiungono l’indeterminatezza della situazione, la presenza di mine e ordigni inesplosi, le condizioni ambientali. Particolare rilievo assumono: • il clima di latente tensione legato alla presenza di elementi talebani e di membri di Al Qaeda nell’area di Kabul, non facilmente individuabili tra la popolazione locale;

• le attività belliche condotte in varie regioni del Paese contro sacche residue di resistenza talebana e di ex membri di Al Qaeda, sfuggiti alle operazioni

LA STORIA L’Afghanistan, cerniera tra Medio Oriente mediterraneo-iranico e sub-continente indiano, rappresenta un importante crocevia strategico, centro nodale di convergenza - irradiazione di rotte mercantili («via della seta») e principali direttrici di conquista. Nel III sec. a.C. Alessandro, dopo i persiani Ciro e Dario (VI - V sec. a.C.), attraversa il Paese per spingersi nelle steppe turaniche (Turkestan), in India e Cina; fonda numerose polis, Herat, Qandahar, Alexandria ad Caucasum (Kabul/Bagram). Nel 300 a.C., dinastie indiane Maurya prendono le città elleniche d’Afghanistan a premessa di una colonizzazione culturale buddista. L’espansione del buddismo è frenata nel 650 dall’Islam sunnita. Nel 1219 scendono dagli altipiani sino-mongoli le orde tartare di Gengis Khan; poi, tra il 1370 e il 1384, è la volta dei turchi di Tamerlano, da Samarcanda. Nel 1504, il sultano del Gran Moghul («grande impero») indiano intraprende campagne di conquista nella regione. La raffinata cultura indo-musulmana si scontra con quella tribale afghana, subendo le continue calate di predoni dall’Hindu Kush, morti dell’Indo. Durante il secolo XVI si consolida il dominio feudale dell’etnia montanara dei Pashtun. La Loya Jirga (in lingua pashtun, «grande assemblea») del 1709 sancisce la rottura con la dinastia persiana safavida e nel 1747, attorno ad Ahmed Chah, la federazione tribale si cristallizza in uno Stato dinastico. Nel XIX secolo l’antico crogiuolo di civiltà e fulcro viario mercantile entra nella disputa russo-britannica per il controllo dell’Asia centro-orientale. Londra, per ostacolare l’espansione russa e gestire le vie commerciali orientali (Compagnia delle Indie), tenta la conquista della regione – 1a e 2 a guerra afghana: 1839/’42; 1878/’79 – intervenendo nelle contese dinastiche. Gli inglesi, dopo la firma del Trattato di Kabul (1879), lasciano il Paese dove, tuttavia, continueranno a esercitare un protettorato di fatto. Con Mosca saranno concordati i confini Nord, mentre la linea Durand, sui monti Sulaiman al confine pakistano, segnerà quelli con l’Impero delle Indie. Il «difficile» Afghanistan, buffer State xenofobo e impenetrabile, è riconosciuto nel 1907 e diventa indipendente nel 1919. Nel 1933 sale al trono Mohammed zahir Shah, diciannovenne, al posto del padre Nadir, assassinato dopo soli quattro anni di regno.

Pattuglia italiana in attività di vigilanza in una strada di Kabul.

di rastrellamento delle forze filo-governative e della Coalizione a guida statunitense nel quadro dell’operazione Enduring Freedom; • i contrasti interetnici a livello locale, aventi lo scopo del controllo delle province più importanti del Paese. I contingenti di ISAF operano con regole di ingaggio (3) – RoE – che si richiamano ai principi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (impiego della forza per far rispettare il mandato). A integrazione delle RoE, i militari impegnati nella missione ISAF devono comunque avere rispetto degli usi e costumi sociali, religiosi e locali, non avere favoritismi nei confronti di alcun gruppo etnico, dare dimostrazione di cortesia nell’espletamento del servizio e avere rispetto della proprietà privata. IL CONTINGENTE ITALIANO Il Contingente italiano, formato da circa 360 uomini e oltre 41


200 mezzi vari, si è schierato nel periodo 15 gennaio - 22 febbraio 2002 tramite 25 missioni di C 130, 15 di Iliushin 76 e 15 di Antonov 124 (il trasferimento del personale si è concluso il 4 febbraio). Il primo nucleo nazionale, tra i quali il Comandante designato di Italfor, è giunto in Teatro già il 30 dicembre 2001 per instaurare i contatti funzionali con il Comando della forza multinazionale e creare le premesse per il successivo arrivo del primo nucleo. ITALFOR, articolato in assetti tattici, specialistici e logistici di diversa capacità, si compone di: • Comando di contingente (a livello Reggimento); • 1 vice Comandante per le unità dell’Esercito e 1 Comandante per il reparto Carabinieri; • 1 unità a livello compagnia per la sicurezza del Comando ISAF (Force Protection – Coy/FPC), tratta dal Reggimento Cavalleggeri «Guide» (19°). In tale compagnia è inserito anche 1 plotone del 1° Reggimento Carabinieri paracadutisti «Tuscania»; • 1 reparto Carabinieri formato dal nucleo PM e dal citato plotone CC; • 1 compagnia genio del 10° Reggimento Genio guastatori, nella quale sono anche inseriti 2 nuclei EOD (Explosive Ordnance Disposal – bonifica ordigni esplosivi); • 1 compagnia C 4 dell’11° Reggimento Trasmissioni; • 1 Gruppo Supporto di Aderenza (GSA) a livello compagnia, formato da moduli provenienti da 1° Reggimento di Manovra, 6° Reggimento di Manovra, 10° Reggimento Trasporti, battaglione logistico «Ariete», Reparto mezzi mobili campali della Scuola di Amministrazione e Commissariato;

A sinistra. La caserma 57 dove alloggia parte del nostro contingente.

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• 1 plotone NBC (Nucleare-Biologico-Chimico) del 7° Reggimento Difesa NBC; • 1 distaccamento operativo del 9° Reggimento Paracadutisti d’Assalto «Col Moschin». ITALFOR è sistemato in tre località diverse nell’area della città di Kabul: • il Comando del Contingente nel comprensorio dell’Ambasciata d’Italia; • la compagnia di sicurezza in un’infrastruttura sita nel compound del Comando della Forza, denominata «Fortino Italia»; • i supporti tattici e logistici in una ex caserma sovietica alla periferia est di Kabul, denominata «Caserma 57», unitamente ad aliquote dei contingenti britannico, greco e spagnolo. A sinistra. Militari italiani presidiano un punto nevralgico della città. Sotto. Bonifica di un operatore, dopo l’attività di ricerca di aggressivi chimici.

COMPITI DI ITALFOR Compagnia per la «Force Protection»: l’unità (FPC) garantisce la sicurezza del compound sede del Comando ISAF in Kabul, denominato The Military Sports Club (4), mediante un dispositivo di difesa statico e dinamico con funzioni sia di deterrenza sia di reazione in caso di atti ostili. Il reparto deve inoltre: • assicurare un complesso di forze, sino al livello massimo di plotone, per attività di scorta in tutta l’Area di operazioni di ISAF; • effettuare attività di pattugliamento (motorizzato e appiedato) nell’area di responsabilità (AoR); • fornire una riserva alle unità già impegnate nell’AoR della FPC; • garantire un complesso di forze, a livello plotone, con funzioni di forza di reazione (QRF – Quick Reaction Force) per interventi nell’AoR. L’area di responsabilità assegnata alla FPC è situata al centro della città e comprende, al suo interno, diversi obiettivi definiti «sensibili», quali abitazioni di personalità governative afghane, la stessa abitazione dell’ex re zahir Shah, l’Ambasciata americana, nonché abitazioni di membri di associazioni internazionali non governative (NGO). Il personale assicura, nell’arco delle 24 ore, pattuglie appiedate e motorizzate, fornendo sicurezza sia diretta, avendo facoltà di intervenire in caso di minacce e/o attacchi di varia natura, sia indiretta, costituendo un ottimo deterrente nei confronti di persone ostili a ISAF, alle rappresentanze diplomatiche presenti e al Governo provvisorio dell’Afghanistan. Compagnia genio: la compagnia, strutturata per fornire supporto diretto al contingente italiano e alla forza multinazionale ISAF, provvede a: • realizzare lavori di protezione 43


LE ETNIE Pochi Paesi al mondo possono «vantare» una così variegata concentrazione di etnie come l’Afghanistan. Tra di esse, il gruppo più numeroso (39% della popolazione) è rappresentato dai Pashtun (come il Premier Karzai e l’ex Re zahir Shah), stanziati nelle provincie meridionali, orientali e nel Pakistan occidentale. Essi rappresentano anche la principale componente dei combattenti talebani. Seguono i Tajiki (25% della popolazione), a cui appartiene la maggior parte dei ribelli dell’Alleanza del Nord, che si concentrano soprattutto nella fascia nordorientale del Paese. La loro origine è persiana e costituiscono l’élite istruita che ha frequentato i licei francofoni della capitale. L’énclave tajika più rappresentativa è quella dei Panshiri, così detti dalla valle di Panjshir alle pendici meridionali dell’Hindu Kush. Nelle regioni montuose centrali vive la minoranza degli Hazari (circa 1,3 milioni). Di fede sciita, come iraniani e iraqeni, sono malvisti e perseguitati dalla maggioranza sunnita della popolazione. Nel mondo islamico, in particolare, su 1,3 miliardi di musulmani l’83% è di fede sunnita, a fronte di un 16% sciita. Seguono, infine, minoranze di Uzbeki, Beluci, Aimak, Pamiri, Kirghisi, Turkmeni, Nuristani che costituiscono il restante 36% della popolazione. La varietà multietnica del Paese è una ricchezza inesauribile per le infinite possibilità di interazione culturale, se però opportunamente gestita e finalizzata. Il collasso del regime talebano ha rivitalizzato le lotte interne di potere tra le varie fazioni capeggiate da vecchi e nuovi «signori della guerra», tutti interessati al controllo di territori a vario titolo appetibili come, ad esempio, le sterminate piantagioni di papavero da oppio nelle pianure nord-orientali e in quelle pre-desertiche meridionali, i giacimenti di gas naturale e di petrolio nelle aree settentrionali, al confine con le repubbliche turkmena e uzbeka, o, infine, i filoni smeraldiferi nelle valli dell’Hindu Kush.

dei principali Posti Comando multinazionali (Comando dell’ISAF, Raggruppamento genio multinazionale, ecc.); • migliorare le condizioni di vivibilità delle diverse componenti del contingente nazionale presso i rispettivi accantonamenti; • migliorare la viabilità delle rotabili in tutta l’area di responsabilità; • realizzare interventi di manutenzione specializzata presso infrastrutture di pubblico interesse (orfanotrofi, scuole, stazioni di polizia, ecc.) in supporto alle autorità locali nell’ambito della Cooperazione civile-militare; • incrementare la sicurezza di tutto il personale della forza multinazionale mediante la bonifica delle aree di interesse di ISAF da ordigni inesplosi, nonché fornire nuclei di pronto intervento per la rapida gestione di incidenti connessi con il ritrovamento di ordigni regolamentari (mine, munizionamento, ecc.) e improvvisati (trappole esplosive, ecc.).

Pattuglia delle «Guide» presidia una strada del settore italiano di Kabul.

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Compagnia C 4: provvede alla gestione di tutti i servizi di telecomunicazione protetti e non. In particolare garantisce i collegamenti strategici, satellitari e radio con la madrepatria e tatticooperativi tra il Comando del contingente e i reparti dipendenti in zona di operazioni.

Plotone NBC: svolge, in cooperazione con analoga unità del Regno Unito, attività di rivelazione chimica, radiologica e radiologica di tutte le aree, strutture e locali di interesse militare, con particolare attenzione agli accantonamenti e alle aree presidiate da personale di ISAF. Il reparto fornisce anche un concorso agli organi sanitari in operazioni di disinfestazione e di igienizzazione degli accantonamenti nazionali. La presenza del plotone NBC è oramai normale in ogni contingente nazionale impegnato all’estero, soprattutto a scopo precauzionale, per verificare l’assenza di qualsiasi tipo di contaminazione ambientale di natura sia bellica sia industriale, in aree di norma particolarmente degradate da anni di conflitto. CONSIDERAzIONI CONCLUSIVE La missione in Afghanistan è stata senza dubbio un test impegnativo per le Forze Armate italiane, in quanto ha visto la proiezione, e il successivo sostegno,


LE GUERRE 1973, 17 luglio: putsch del Gen. Sardar Muhammad Daoud che depone il Re zahir Shah e si proclama Presidente della Repubblica. Sarà ucciso nell’aprile 1978 da congiurati dell’Esercito e del filosovietico «Partito democratico del popolo afghano» (Pdpa), che appoggiò il golpe. 1978, luglio: neo Premier, Hafizullah Amin; pashtun. Repressione indiscriminata della dissidenza islamica. L’URSS teme una «khomeinizzazione» del Paese. 1979, 24 dicembre: Operazione «Burrasca 333». Il 40° Corpo d’Armata dell’Armata Rossa entra nel Paese, su «richiesta di aiuto» del Pdpa. I sovietici insediano Babrak Karmal che sarà sostituito, nel 1986, dal pashtun Mohammed Najibullah, ex capo dei servizi segreti. 1980-1988: guerra con l’URSS. Molte centinaia di migliaia di morti (15 000 sovietici), altrettanti i feriti; milioni di profughi. 15 febbraio 1989, gli ultimi reparti URSS lasciano il Paese. 1992, 16 aprile: i moujahidin tajiki depongono Najibullah. Rabbani, Presidente; Massoud, alla Difesa. Il pashtun Gulbuddin Hikmetyar guida la resistenza contro i moujahidin. 1996, 27 settembre: si insedia in Kabul il regime islamico dei talib; «studenti del Corano» delle madrasse (scuole coraniche) guidati dal mullah Omar; Najibullah è impiccato in piazza. 1996-2001: i moujahidin conducono la lotta armata dell’Alleanza del Nord, a prevalenza tajika, contro i talebani che controllano l’80% del Paese. Osama Bin Laden, amico del mullah Omar, fonda l’organizzazione «al-Qaida» e dichiara lo jihad contro USA, ebrei e cristiani. 2001, 9 settembre: Massoud, «leone del Panjshir», guida dei ribelli, muore in un attentato. 2001, novembre: dopo gli attentati dell’11 settembre una coalizione internazionale condotta dagli USA avvia l’operazione «Enduring Freedom»: guerra globale contro il terrorismo. 2001, 13 novembre: l’Alleanza del Nord entra in Kabul; talebani in rotta. Pashtun, tajiki, hazari e altri clan assumono il controllo di settori della capitale e del Paese. 2001, 22 dicembre: a seguito degli Accordi di Bonn si insedia al Governo del Paese l’Autorità di Transizione guidata dal Premier Karzai. 2002, gennaio: l’ISAF si disloca nell’area Kabul-Bagram.

del contingente in un Teatro operativo distante oltre 5 000 km dalla madrepatria unicamente con un «ponte aereo». Dopo quattro mesi circa dall’inizio della missione ISAF sono stati effettuati 55 voli di C 130, 15 voli di Iliushin 76 e 15 di Antonov 124. Ciò ha richiesto un’attenta attività organizzativa nella configurazione dei reparti e delle relative capacità, per poter calibrare la successione dei voli alle esigenze delle forze che via via giungevano nell’area di missione. Un’area caratterizzata da una situazione conflittuale in corso a pochi chilometri da Kabul (eliminazione delle ultime sacche di resistenza di talebani e di Al Qaida) e da difficoltà ambientali, dovute alle rigide condizioni climatiche e all’assoluta assenza di risorse locali da utilizzare per il sostegno iniziale. I lavori volti a migliorare la vivi-

bilità delle basi nazionali si sono sviluppati per tutto l’arco della permanenza. I servizi di lavanderia, mensa e panificazione hanno avuto un riflesso positivo sul morale di tutti e procedono a pieno ritmo. Il personale, cosciente del compito e dei rischi connessi con la missione, espleta le attività di competenza, operative e logisticooperative, con grande professionalità, continuando a ricevere apprezzamenti da parte degli altri contingenti e del Comando di ISAF. Anche la popolazione apprezza notevolmente lo sforzo che, quotidianamente, i militari italiani compiono per agevolare la rinascita della città e per dare un minimo sollievo a una popolazione provata da interminabili anni di guerra. Sul piano del confronto delle civiltà e dei costumi sociali, il personale, ampiamente e preven-

tivamente indottrinato circa la religione e i costumi afghani, si è sempre dimostrato rispettoso dei riti e delle abitudini, attento a non offendere minimamente il locale sentimento religioso con comportamenti diretti e espliciti, o con gesti indiretti, consentiti nella nostra società ma proibiti dalla legge islamica (assunzione di bevande alcoliche in presenza di locali, consumazione di cibi vietati quali carne suina, ecc.). I rapporti con la popolazione si possono ritenere ampiamente so ddisfac e nti e si c urame nte orientati verso un contributo, decisivo anche se a scala ridotta, alla rinascita della società afghana. Il nostro personale, di ogni ordine e grado, dimostra di aver raggiunto una maturità intellettuale che gli consente di operare con successo in ogni parte del mondo e in un qualsiasi contesto socio-culturale. Ž

* Brigadier Generale, già Comandante del Contingente italiano a Kabul

NOTE (1) A seguito della caduta del regime talebano, i rappresentanti delle etnie afghane riunitisi a Bonn, sotto l’egida dell’ONU, hanno chiesto l’assistenza per la creazione dei presupposti per il raggiungimento di una stabilità politica di lungo termine e la successiva reintegrazione del Paese nella Comunità internazionale. In tale sede è stato concordato, tra l’altro, l’intervento di una Forza multinazionale in Kabul. (2) FR, GR, NO, Nz, SP, SW, GE, NL, DK, UK, RO, TU, IT, AU, FIN, BU, Cz, PO. (3) Le RoE sono direttive per le forze militari, inclusi gli individui, che definiscono le circostanze, le condizioni, il grado e il modo in cui la forza (o azioni che possano essere percepite quali minacce o pericoli letali) può o non può essere applicata. (4) Infrastruttura adibita in precedenza a Circolo Ufficiali di Presidio di Kabul.

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È BASE DI UNA QUOTIDIANA DEDIZIONE AL SERVIZIO DELLA PATRIA E DELLA SICUREZZA DEI POPOLI

L’ESERCITO ITALIANO IMPIEGATO FUORI DAL TERRITORIO NAZIONALE di Giorgio Battisti * «Mai come adesso, i soldati italiani sono impegnati in numerosi teatri operativi nei più rischiosi e complessi interventi dalla fine della Seconda guerra mondiale...» (Tenente Generale Giulio Fraticelli, Capo di SME) ’Esercito Italiano è attualmente presente all’esterno del territorio nazionale con oltre 6 500 uomini (e donne) sia in operazioni di gestione delle crisi (Crisis Resp ponse Op peration), in 7 Teatri Operativi, sia in missioni di assistenza/cooperazione tecnico - militare e di osservatori internazionali sotto egida ONU, dell’Unione Europea od in esecuzione di accordi bilaterali in diversi Paesi del Mondo. Si tratta di un impegno pari orientativamente all’85% dell’intero sforzo sostenuto al momento dalle Forze Armate italiane. La missione ISAF in Afghanistan e l’Operazione «Antica Babilonia» in Iraq costituiscono, con la missione «Nibbio» da poco conclusa, i più complessi e rischiosi interventi affrontati dalle Forze Armate italiane nel secondo dopoguerra per condizioni operative ed ambientali estreme. I Contingenti, articolati secondo il principio della Task Organization con una struttura modulare e bilanciata, sono stati preparati per fronteggiare l’ipotesi conflittuale più onerosa con capacità d’intervento in tutta la tipologia di missioni previste. L’inserimento di assetti ad elevata specializzazione, dove

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ogni componente è in grado di assolvere specifiche funzioni aggiuntive, garantisce loro un’elevata flessibilità d’impiego, in termini sia di deterrenza sia di capacità di reazione. La necessità, peraltro, di garantire la costante presenza di questo numero di militari richiede alla Forza Armata uno sforzo organizzativo e di risorse particolarmente impegnativo che comporta la disponibilità di almeno 4 volte (circa 30 000 uomini) le forze schierate «oltremare». La presenza in operazioni di 6 500 uomini, infatti, avvicendati ogni 4/6 mesi nell’ambito di un ciclo operativo di 16/18 mesi presupPensiero d’amore L’amore. Come un raggio di sole. Che squarcia il cielo dei sentimenti dall’indifferenza e dal silenzio. Per mostrare l’azzurro dell’anima. E l’azzurro del cuore. (S. Morgé)


pone di disporre di un altrettanto numero di militari in fase di: - ricondizionamento dopo l’impiego, al rientro dai Teatri; - addestramento finalizzato alla specifica missione; - immissione in zona di operazioni per sostituire le forze presenti (è una attività che di norma dura circa 40 giorni per la necessaria familiarizzazione con la situazione). La missione «Nibbio», conclusasi recentemente, ha visto un impegno di oltre 2 000 uomini per circa 8 mesi in terra afgana nell’ambito della Operazione «Enduring Freedom». Tale missione ha costituto una «svolta» nell’impiego delle Forze Armate, in quanto i soldati italiani hanno partecipato per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale ad una operazione «combat» in un’area caratterizzata da: - notevole distanza dalla Madrepatria, che ha imposto di utilizzare il solo mezzo aereo per l’immissione, il regolare rifornimento ed il rientro del Contingente; - la diffusa presenza sul territorio di formazioni armate, che costituivano un livello di minaccia immanente ed imprevedibile costantemente elevato; - necessità di realizzare uno stretto coordinamento ed una forte interazione con le forze statunitensi, indispensabili per garantire l’efficacia delle operazioni; - difficile contesto socio-eeconomico locale, contraddistinto da precari equilibri politici e di potere, e per le sensibili difficoltà ambientali. Il Contingente «Nibbio», ha operato nella zona di Khost, nella parte orientale dell’Afghanistan, al confine con il Pakistan, nella cosiddetta «Sanctuary denial area», per neutralizzare le formazioni terroristiche, le loro possibili basi logistiche ed i centri di reclutamento ancora presenti. Un compito molto impegnativo e denso di rischi - come

hanno confermato i diversi attacchi subiti - che i soldati hanno assolto con una professionalità riconosciuta ed apprezzata da tutti e che ha contributo a rafforzare le buone relazioni già esistenti con la popolazione locale. L’accurata pianificazione d’impiego e la preparazione dei reparti, hanno consentito di portare a termine la missione con pieno successo. A tali impegni «oltre mare» si aggiungono inoltre, dal novembre 2001, i 4 000 uomini impiegati costantemente in Patria in supporto alle Autorità di Pubblica Sicurezza, nell’ambito dell’Operazione «Domino», per la vigilanza di obiettivi sensibili di interesse nazionale. * Brigadier Generale, Vice Cap po Rep parto Affari Generali dello Stato Maggiore Esercito, già Comandante del Contingente militare italiano in Afghanistan


Il quadro generale della missione «Enduring Freedom», i complessi criteri addestrativi e d’impiego, il lavoro e i rischi della quotidianità riuniti in un’unica e avvincente analisi

IL TENACE VOLO DI «NIBBIO 1» di Giorgio Battisti *

Per via delle estreme condizioni operative e ambientali, la prima missione italiana in Afghanistan ha rappresentato il più complesso e rischioso intervento affrontato dalle Forze Armate italiane dalla fine della Seconda Guerra mondiale


La Task Force «Nibbio 1» era basata sul 9° reggimento alpini della Brigata «Taurinense», rinforzato da personale di altre Armi e Corpi. I militari hanno prevenuto e contrastato efficacemente il terrorismo, contribuendo in modo determinante alla ricostruzione morale, sociale e materiale di un popolo che soffriva da lungo tempo i peggiori patimenti. Vediamo come, tra disagi, rischi e sacrifici, il nostro contingente ha saputo guadagnarsi la stima e la considerazione della popolazione e degli alleati.


L

’Italia ha partecipato alle operazioni terrestri in Afghanistan nella lotta contro il terrorismo internazionale nell’ambito dell’Operazione «Enduring Freedom » con un Contingente, «Nibbio», di 1 000 uomini (e donne). La durata della missione è stata di 180 giorni dal Trasferimento di Autorità (ToA - Transfer of Authority), avvenuto il 15 marzo 2003, con una turnazione delle forze a metà periodo. Al Contingente «Nibbio 1», su base Brigata Alpina «Taurinense», il 15 giugno 2003 si è alternato il Contingente «Nibbio 2», su base Brigata Paracadutisti «Folgore». Il Contingente «Nibbio 1» è rientrato in Patria alla fine di giugno 2003, dopo oltre quattro mesi di permanenza in Afghanistan e dopo tre mesi di controllo della 54

Sopra. Dislocazione delle basi del Contingente «Nibbio». A destra. Torretta di guardia nei pressi di una base del Contingente..

Provincia di confine con il Pakistan di Khost, a ragione considerata una delle più turbolente del Paese. Una missione dove i risultati non si sono misurati nella quantità di avversari neutralizzati o nel numero di armi sequestrate, ma bensì nel numero di eventi negativi che non si sono verificati nell’area sotto il controllo della Task Force «Nibbio 1», quale conferma del livello di stabilizzazione conseguito. Il Contingente ha dovuto affrontare e superare i disagi inevitabilmente connessi con un Tea-


tro di Operazioni nuovo, dove il personale è stato chiamato a mantenere l’attenzione costantemente ai massimi livelli per affrontate un clima di costante rea-

le minaccia, vivendo una situazione ad elevato grado di stress psicologico. I militari hanno portato a termine nel migliore dei modi il loro

Pattuglia in perlustrazione.

impegno nella lotta al terrorismo internazionale e, in particolare, nella ricostruzione dell’Afghanistan, appena uscito da oltre vent’anni di guerre. La loro forza è stata la determinazione e la serenità, disgiunte sempre dalla presunzione e dall’arroganza, dimostrate nell’assolvimento dei numerosi compiti operativi ed umanitari. Essi hanno provato emozioni forti e si sono confrontati con un ambiente ostile, e non solo per i rigori del tempo o per l’asprezza dei luoghi, ma anche e soprattutto per le situazioni affrontate che hanno richiesto coraggio fisico, fermezza d’animo ed equilibrio interiore. Gli strumenti a disposizione per fronteggiare queste difficoltà sono stati la preparazione professionale, il diuturno impegno, la forza di volontà, la fierezza di poter contribuire alla rinascita di una Nazione e l’onore di rappresentare l’Italia in ambito internazionale. 55


ORIGINE DELLA MISSIONE L’Operazione «Enduring Freedom» è stata avviata dagli USA nell’ottobre 2001, a seguito degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, sulla base di una serie di Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (1) che ne focalizzavano gli scopi alla stabilizzazione ed alla ricostruzione dell’Afghanistan sotto il legittimo Governo. L’Operazione, che si inserisce nel quadro della guerra globale contro il terrorismo internazionale (Global War Against Terrorism/GWAT) ed impegna una Coalizione di oltre 70 Paesi, prevede le seguenti quattro fasi: • FASE I: pianificazione e schieramento delle forze nell’area di responsabilità di USCENTCOM (2) (conclusa); • FASE II: campagna aerea in Afghanistan contro obiettivi di interesse, attività umanitarie, supporto all’Alleanza del Nord e capitolazione del regime talebano (conclusa); • FASE III: impiego di unità di terra (per negare l’uso dell’Afghanistan quale santuario del terrorismo), dichiarazione di «cessate il fuoco» e avvio della pacificazione e stabilizzazione del Paese (conclusa); • FASE IV: definizione, d’intesa con gli altri Paesi della Coalizione, degli strumenti necessari a prevenire il riemergere del terrorismo nonché a supportare le operazioni umanitarie. caratterizzata da un più spiccato orientamento umanitario ( in atto). Il Comando dell’Operazione è affidato al Central Command USA (USCENTCOM) in Tampa (Florida, USA), dove sono rappresentati circa 40 Paesi dei 70 della Coalizione, mentre oltre 20 sono presenti con truppe od altri assetti nell’Area di Responsabilità (AoR) di CENTCOM. In Afghanistan è stato costituito dagli USA un Comando di Tea56

tro del livello di Corpo d’Armata con sede a Bagram, denominato Combined Joint Task Force 180. L’intervento italiano si è inserito nella fase di transizione tra la III e IV fase dell’Operazione. La fase IV, quella attuale, vede l’impiego di unità di terra, la creazione di un ambiente stabile e sicuro, la definizione, d’intesa con gli altri Paesi della Coalizione, degli strumenti necessari a prevenire il riemergere

A destra. L’aereo da trasporto C-130J assicura al Contingente i rifornimenti necessari per lo svolgimento della missione. Sotto. Postazione di guardia ripresa con un visore notturno.

del terrorismo ed a supportare le operazioni umanitarie, nonché l’addestramento dell’Esercito nazionale afgano ( Afghan National Army/ANA). La fase IV è stata dichiarata dal Segretario per la Difesa statunitense il 1° maggio 2003 a Kabul

che, nell’occasione, ha dichiarato formalmente terminata la guerra in Afghanistan. In Afghanistan, oltre ai Contingenti impegnati nell’Operazione «Enduring Freedom», è presente una Forza Multinazionale di circa 5.600 militari della missione


un’aliquota di personale (Advance Party) incaricata di porre in essere l’attività organizzativa necessaria per la successiva immissione del grosso delle forze. Lo spiegamento supportato dal trasporto aero-strategico statunitense, si è concluso il 27 febbraio (16 missioni di C 130J italiano e 68 missioni di C 17 USA). Il 15 marzo 2003 il Contingente, dopo circa un mese dedicato all’ambientamento ed alla familiarizzazione con le procedure operative statunitensi, ha assunto la responsabilità della provincia di Khost, rilevando un battaglione paracadutisti statunitense, ed è passato alle dipendenze operative del Comandante US della CJTF 180. L’AREA DI OPERAZIONI Il Comando Contingente era dislocato a Bagram, circa 60 km a nord di Kabul, in una delle due principali basi USA nel Paese (unitamente a Kandahar nel sud), con una componente logi-

ISAF (International Security Assistance Force) che, in ottemperanza della Risoluzione 1386 del 20 dicembre 2001 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (3), si è dispiegata nell’area di Kabul (4). Il Contingente «Nibbio», ha operato nella zona di Khost, nella parte orientale dell’Afghanistan, al confine con il Pakistan, nella cosiddetta « Sanctuary denial area», per neutralizzare le formazioni terroristiche, le loro possibili basi logistiche ed i centri di reclutamento ancora presenti. Il trasferimento in Teatro, effettuato esclusivamente per via aerea, è iniziato il 9 gennaio con Una postazione mortaio.

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stica di sostegno ed una limitata riserva operativa, mentre la componente operativa – Task Force «Nibbio» – era dislocata a Khost. L’area di responsabilità della TF «Nibbio» (Area of Responsabilità/AoR) comprendeva la pro-

ed un pessimo sistema di comunicazioni. L’area è attraversata dalle direttrici di collegamento con il Pakistan, alternative a quelle principali più a settentrione della valle del Kabul (Jalalabad - Khyber

vincia di Khost e gran parte di quella di Paktya (5), con una superficie di circa 9 000 kmq (pari alle Marche) e 506 000 abitanti (orientativamente). L’AoR era caratterizzata da una notevole complessità per l’aspra configurazione del territorio, le notevoli distanze, il pessimo stato delle linee di comunicazione, che determinavano una spinta compartimentazione della regione. La Provincia di Khost è un’area prevalentemente montuosa e molto vasta, già sede di importanti centri di addestramento di Al Qaeda, che confinando con il Pakistan si presta a dare rifugio ai leader ricercati. La regione è caratterizzata da due ampi bacini intermontani posti a quote differenti (Gardez, 2 300 m e Khost, 1 200 m), separati da una profonda barra montuosa con rilievi che superano anche i 3 000 m (quota media 2 270 m) con strette valli

Sopra. I rapporti con la popolazione locale sono di primaria importanza per la missione.

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A destra. Unità cinofila dell’Esercito durante il controllo di un autocarro.

pass). Gli itinerari di montagna possono essere localmente caratterizzati da forti pendenze, strettoie, gole e tratti in soggezione di quota. Il clima è di tipo continentale, secco, caldo in estate e con inverni freddi. Khost (detta anche Matun in lingua locale) è collegata via terra con Bagram, via Gardez - Kabul, da un’unica rotabile di difficile percorribilità per le sue limitate capacità (specie d’inverno) e per il percorso che si snoda in fondo valli o a mezza co-

sta, rendendo molto rischioso il suo utilizzo da parte di colonne militari, anche per il rischio di imboscate. All’epoca dell’occupazione sovietica la provincia di Khost è stata scenario di prolungati e furibondi scontri, dove la guarnigione russa era pressoché isolata dalla guerriglia afgana. La rotabile di collegamento con Gardez era, inoltre, quasi costantemente non agibile per le consistenti in-


terruzioni effettuate dai mujhaeddin alla sede stradale. COMPOSIZIONE DEL CONTINGENTE Il Contingente «Nibbio» si articolava su: • Comandante del Contingente Nazionale (National Contingent Commander - NCC), che agiva come massima autorità nazio-

nale per l’intero Teatro di Operazioni afgano, dal quale dipendevano le forze italiane schierate sia per l’Operazione «Nibbio» sia per ISAF; • Comando Contingente Nazionale, basato sul Comando Brigata alpina «Taurinense»; • TF «Nibbio 1», incentrata sul 9o reggimento alpini (L’Aquila) della Brigata alpina «Taurinense», con capacità operative diversificate grazie alla presenza

di vari assetti specialistici. La Task Force «Nibbio 1», a sua volta, era articolata su: • Comandante del 9° Reggimento Alpini; • Comando 9° Reggimento Alpini; • battaglione Alpini «L’Aquila» su: •• 2 compagnie fucilieri; •• 1 compagnia Alpini Paracadutisti; •• 1 compagnia mortai pesanti da 120 mm; •• 1 compagnia controcarri;

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•• 1 plotone alpieri; •• reparto di Forze Speciali; •• Gruppo Supporto di Aderenza (GSA); •• compagnia trasmissioni; •• compagnia genio con capacità EOD; •• batteria acquisizione obiettivi; •• plotone NBC (6); •• plotone di Polizia Militare.

(CPMG), recentemente ulteriormente adeguato al dettato costituzionale con la conversione in Legge del Decreto Legge 4/2003. L’applicazione del CPMG ha costituito un’importante novità per le Forze Armate, che vedevano riconosciuta la propria specificità professionale ed il loro ruolo.

Per il Contingente, per la prima volta dal dopoguerra (ad eccezione della prima missione in Libano - 1980), era in vigore il Codice Penale Militare di Guerra

COMPITI DEL CONTINGENTE NIBBIO

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La missione assegnata era quella di concorrere con gli altri Paesi

della Coalizione alla neutralizzazione ed eliminazione delle residue formazioni terroristiche, delle loro possibili basi logistiche e dei centri di addestramento ancora presenti nell’area di responsabilità, al fine di creare le condizioni di sicurezza e stabilità necessarie alla riedificazione dell’ordinamento afgano ed al ristabilimento del suo legittimo ordine interno. Ancorché l’intervento italiano si sia inserito nel momento di transizione dalla III alla IV fase della Operazione « Enduring Freedom», quando la presenza di ter-


territorio di pattuglie e complessi di forze itineranti, da un lato a raccogliere informazioni e ad ostacolare la libertà di movimento dei gruppi armati, dall’altro ad intensificare il contatto con la popolazione, anche attraverso la distribuzione di aiuti ed interventi di ricostruzione e di sostegno alle istituzioni locali. Le attività si sono sviluppate spesso in ambienti particolarmente aspri, su valichi e sentieri che raggiungevano anche quote di 3 000 m, dove l’altitudine rallentava i movimenti e rendeva difficile la respirazione. La Task Force «Nibbio» (circa 750 uomini) era schierata in una Base Operativa Avanzata del dispositivo della Coalizione, sita ad alcuni chilometri dalla città di Khost, denominata FOB «Salerno» (dal nome della località campana in cui hanno combattuto i reparti della 82a Divisione para-

A sinistra. Rappresentanza del Contingente in visita a una base militare americana. Sotto. Militari italiani istruiscono la popolazione locale sul pericolo costituito dal ritrovamento di ordigni.

cadutisti USA nel settembre 1943). La FOB è un campo fortificato con condizioni di estrema rusticità dove la qualità della vita e le comodità sono trattate in subordine rispetto alle prioritarie esigenze di sicurezza che, secondo la concezione statunitense, le unità occupano a rotazione per un periodo di tempo limitato per condurre operazioni sul territorio circostante. A circa 3 km dalla FOB il Contingente presidiava un’altra base presso l’ex aeroporto (russo) di Khost, denominata «Chapman», dove esiste una seconda striscia di atterraggio. La FOB «Salerno» era isolata, tatticamente e logisticamente, dai rimanenti presidi della Coalizione, soprattutto dalla Base arretrata italiana di Bagram, distante circa 300 km (2 giorni di viaggio). Khost risulta tuttora il principale avamposto della Coalizione (attualmente la FOB è presidiata da reparti USA) in territorio potenzialmente ostile, da dove esercitare la presenza e condurre operazioni finalizzate al controllo del confine pakistano che è tuttora utilizzato dai terroristi per infiltrarsi in Afghanistan e come area

roristi era ridotta a sacche di combattenti senza soluzione di continuità, il compito assegnato alla TF presupponeva di ricercare e mantenere l’iniziativa operativa per negare la libertà di movimento agli avversari ed impedire infiltrazioni dal Pakistan. Ciò presupponeva la condotta di operazioni di controllo del territorio e d’interdizione d’area mediante la condotta di attività sia dinamiche sia statiche di temporaneo presidio di aree sensibili. Le attività dinamiche miravano, con una diffusa presenza sul 61


Imbarco su un elicottero da trasporto CH-47.

di transito di molti «ricercati». Annessa alla Base era dislocata la «fire base» con la componente a tiro curvo della Task Force, costituita dalla 119 a compagnia mortai del 9° Reggimento alpini della Brigata alpina «Taurinense», che con 6 mortai Thomson Brandt da 120 mm RT - F1 concorreva alla sicurezza sia della FOB sia del distaccamento di «Chapman», fornendo se neces62

sario e quando richiesto il sostegno di fuoco a giro d’orizzonte. Il reparto doveva, inoltre, assicurare analogo supporto alle pattuglie che si muovevano in aree o lungo itinerari entro il raggio d’azione del munizionamento disponibile, nonché ai reparti della Task Force impegnati in attività operative/umanitarie nell’AoR. CONSIDERAZIONI Le forze ostili, definite genericamente ACM (Anti Coalition Mi-

litant), erano composte da differenti gruppi non omogenei tra loro quali contrabbandieri, trafficanti di droga e di altro (armi), nonché banditi comuni dediti alla rapina ed al sequestro di persone, e – naturalmente – da residue formazioni di Talebani e di Al Qaeda. Queste ultime erano composte sia da elementi locali sia da altri provenienti dai Paesi abituali fornitori di «manovalanza», quali mercenari, ceceni ed «arabi» (termine con il quale in maniera generica sono indicati i mediorientali).


La tattica adottata dall’avversario era quella della guerriglia e l’azione più ricercata era l’imboscata. Tale capacità è stata la forma di combattimento più diffusa in Afghanistan ed era quella che meglio si adattava al territorio, all’armamento ed alle tecniche utilizzate dal nemico (mitragliatrici pesanti, armamento leggero, attentati dinamitardi). In questo gli ACM hanno trovato un grande supporto dalle caratteristiche morfologiche del Paese, aspro, senza strade, ricco di anfratti e di valli, solcato da forre e torrenti spesso incassati, che si prestano mirabilmente alle azioni di guerriglia, agli agguati ed alle sorprese. La tipologia delle rotabili (sterrate, con guadi e con buche), inoltre, facilitava l’occultamento delle mine e la velocità di posa. Per il Contingente la minaccia più immanente era costituita da azioni condotte contro forze impegnate in movimenti esterni con armi leggere, lanciarazzi controcarro RPG 7 su terreni compartimentati che offrivano maggiori possibilità del tiro d’agguato, lancio di bombe a mano e/o ordigni

attivati a distanza lungo le rotabili e l’uso di razzi da 107/122 mm e mortai contro le Basi della Coalizione. La maggiore letalità del nemico era nelle fasi iniziali degli ingaggi/combattimenti per la sua agilità tattica a colpire e sganciarsi rendendosi obiettivo estremamente dinamico e difficile da agganciare. La presenza entro il raggio di 30 km dalla FOB «Salerno» dei santuari dei terroristi in Pakistan alzava il livello di minaccia poiché era altamente remunerativo lanciare un attacco con la quasi certezza di non subire una ritorsione. Le azioni ostili e gli attentati alla viabilità mediante l’esplosione di veicoli e cisterne, anche contro obiettivi civili, erano finalizzati anche a creare insicurezza e tensione nella popolazione. L’incremento della minaccia locale era potenzialmente più aggressiva nella stagione estiva, quando gli avversari risultavano agevolati nei movimenti appiedati anche in alta quota, ed ha richiesto l’adozione di opportune contromisure, quali evitare l’individuazione da parte del nemico delle differenti specialità componenti della TF, effettuare un piano di pattugliamento aperiodico, ridurre per quanto possibile le attività di routine, esercitare un maggior controllo nelle aree prossime alla base, incrementare l’osservazione dell’ambiente circostante ai presidi. Il Contingente «Nibbio 1» ha operato in grande autonomia nel settore assegnato, confrontandosi con la difficile realtà della lotta al terrorismo di natura militarizzata, in un territorio dove la guerriglia è stata praticata per secoli. La TF, oltre a pattugliare quotidianamente l’AoR di competenza, sia di giorno sia di notte, nei tre mesi di responsabilità ha condotto diverse operazioni di controllo L’Alzabandiera.

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del territorio, spesso congiunte con reparti statunitensi. Particolarmente significative sono state due grandi operazioni effettuate con le unità USA della TF «Devil»: la «Unified Venture» e la « Dragon Fury ». Catalogate come combat operations, ovvero pianificate e realizzate tenendosi in misura di passare ad una fase cruenta, hanno costituito la prima volta che truppe italiane sono tornate ad operare a quote elevate, sui 2 500 - 3 000 metri di altitudine, ove distaccamenti di militari sono stati dislocati allo scopo di «sigillare» il confine con il Pakistan ed interdirne i valichi di montagna. Nelle stesse operazioni, inoltre, è stata utilizzata per trasferimenti su grandi distanze la tecnica del Ground Assault Convoy (convoglio d’assalto terrestre) derivante dalle esperienze sovietiche nella medesima regione. Si tratta di

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pattuglie motorizzate in grado di muovere in piena autonomia su lunghi percorsi, nella generalità dei casi non stradali, in territorio ostile o potenzialmente ostile. Con l’Operazione «Unified Venture», condotta durante i primi giorni del mese di maggio 2003, è stato effettuato il primo avioassalto in combattimento a livello battaglione nella storia dell’Esercito e delle Forze Armate Italiane. L’avioassalto, soprattutto se effettuato in scenari caratterizzati da difficoltà di movimento via terra, tipici di regioni montagnose e prive di rete stradale come

A destra. Veicoli militari VM-90 in perlustrazione in un villaggio. Sotto. Accoglienza festosa dei militari italiani da parte della popolazione locale.


l’Afghanistan, è una delle tattiche migliori per condurre azioni indipendenti e di sorpresa contro avversari che conoscono il territorio ed hanno le loro basi in località remote e difficilmente raggiungibili. L’operazione si proponeva di riportare stabilità nell’area per rafforzare l’azione del Governo ad Interim Afgano mediante la condotta di attività di interdizione d’area, volte a neutralizzare elementi ACM presenti ed evitare così la ricostituzione di «santuari» avversari, limitare la libertà di movimento/azione delle formazioni ostili e la loro possibilità di effettuare atti terroristici, effettuan-

do, nel contempo, attività umanitarie a favore della popolazione. Uno dei protagonisti della missione «Nibbio 1» è stato il mortaio Thomson Brandt da 120 mm RT - F1, il cui impiego nel Teatro afgano è stato il primo in operazioni per quanto riguarda l’Esercito Italiano. La «relativa» leggerezza dell’arma, abbinata alla potenza derivante dal calibro, hanno fatto del mortaio la sorgente di fuoco a tiro curvo più appropriata per la missione del Contingente, per la particolare morfologia del terreno dell’Area di Responsabilità italiana. Grazie alle caratteristiche di costruzione ed alla varietà di muni-

zionamento disponibile, l’arma era in grado di raggiungere con estrema precisione obiettivi posti fino a 13 km di distanza. La mobilità e la gittata, esaltata dalla possibilità di ricorrere all’elitrasporto (8), ne hanno fatto una arma che ha suscitato anche particolare l’interesse delle forze statunitensi. Un altro protagonista della missione «Nibbio 1» è stato il C 130 J dell’Aeronautica Militare Italiana che, per la prima volta, è atterrato in zona di operazioni su di una pista in terra battuta semipreparata, come è quella di Khost. Il velivolo, dalla metà del mese di maggio sino al rientro del Con65


tingente, ha garantito i voli di ressuply da Bagram a Khost (e viceversa). In questa attività si sono particolarmente distinti per perizia professionale, determinazione e ragionata valutazione del rischio gli equipaggi dell’AM, che hanno sempre garantito un sostegno aderente alle esigenze. Le Regole d’Ingaggio e le misure di protezione adottate (dette di Force Protection) hanno assicurato la corretta cornice comportamentale entro la quale i militari hanno potuto agire con chiari riferimenti normativi e di sicurezza. Le Regole di Ingaggio (9) (RoE) assicuravano le condizioni per l’assolvimento dei compiti ed il conseguimento degli obiettivi assegnati. Esse autorizzavano l’uso della forza nel rispetto del diritto internazionale e della legge sui conflitti armati, nonché delle leggi e regolamenti nazionali, in coerenza con quelle delle forze cooperanti. In particolare, assicuravano, nel modo più efficace, la tu66

Sopra. Alpino italiano in postazione con una mitragliatrice. A destra. Perlustrazione lumgo una rotabile nel deserto.

tela e la sicurezza del personale. Le misure di Force Protection adottate, di carattere passivo dirette o indirette, che discendevano dalle direttive guida emanate dal Comando USA della Coalizione ed integrate (e raffittite) dalle disposizioni emanate dal Comando nazionale, concorrevano a delineare il quadro di riferimento per garantire – sia nelle basi sia all’esterno – la sicurezza delle forze, dei mezzi e delle installazioni nazionali, entro il quale i reparti dovevano agire. La missione era stata preparata con cura in Patria, sotto ogni aspetto, per cercare di ridurre al minimo gli imprevisti in Teatro. La scelta del personale, la pre-


parazione individuale e dei reparti è stata accurata ed approfondita, come era all’avanguardia l’equipaggiamento fornito, soprattutto quello individuale. I militari hanno effettuato in Patria un programma addestrativo specifico finalizzato sia al potenziamento dell’efficienza fisica e delle capacità operative individuali sia alla preparazione di reparto all’ambiente ed al compito da assolvere. L’amalgama, inoltre, tra i vari reparti è stato uno degli aspetti più curato per raggiungere una idonea omogeneità nel Contingente. La disponibilità di equipaggiamento all’avanguardia ha consen-

tito di misurarsi con realtà tecnologicamente importanti che di fatto hanno cambiato il volto delle operazioni. Se è vero che nella guerra sovietico-afghana, i «padroni» della notte erano i mujhaeddin, la situazione di oggi si è ribaltata, i veri «padroni» della notte sono gli uomini che possiedono gli strumenti per vedere e combattere causando perdite al nemico prima di essere individuati. Per assurdo, è l’ambiente diurno ad essere più insicuro perché nega quelle capacità tecnologiche mettendo i guerriglieri sullo stesso piano dei reparti occidentali. La vera differenza, infatti, che si va evidenziando nello scenario

odierno è l’effettiva capacità di muovere e combattere «ognitempo» senza interruzione del ritmo delle operazioni e, soprattutto, sfruttando l’incapacità dell’avversario di poter fare altrettanto a fronte di una sua maggiore conoscenza del terreno. I rapporti con gli Alleati, sostanzialmente limitati agli Statunitensi, si sono sempre mantenuti su un piano di reciproca fiducia e rispetto, frutto anche di conoscenze passate maturate nel corso sia di esercitazioni NATO sia di precedenti operazioni, specie nei Balcani, che hanno permesso di approfondire la conoscenza delle procedure e della mentalità delle persone.

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Sono risultati di fondamentale importanza, oltre al grado rivestito, alla professionalità, la padronanza delle procedure e della lingua inglese, date per scontate in ambito multinazionale, e la capacità di instaurare buoni rapporti interpersonali a tutti i livelli. CONCLUSIONI Il Contingente, a conferma dei rischi della missione, ha subito nell’arco dei tre mesi di responsabilità operativa della provincia di Khost diversi attacchi da parte di elementi terroristici che, comunque, non hanno provocato nessun danno al personale, alle infrastrutture e ai mezzi: • FOB «Salerno» 3 attacchi: •• 18 marzo con il lancio di un razzo da 107 mm ed una 68

successiva azione di elementi ostili con armi portatili contro il Posto di Osservazione n. 7; •• 3 giugno con il lancio di 2 razzi, di cui uno da 107 mm e uno da 122 mm; •• 11 giugno con un ordigno radiocomandato (costituito da 2 mine anticarro russe per un totale di 12 kg di esplosivo) posizionato nelle vicinanze del Gate 3; • base distaccata di «Chapman» 7 attacchi: •• 21 marzo con il lancio di 1 razzo da 107 mm; ••22 marzo con il lancio di 2 razzi da 107 mm; •• 24 marzo con il lancio di 2 razzi da 107 mm; •• 2 aprile con il lancio di 3 razzi da 107 mm; •• 6 aprile con il lancio di 3

razzi da 107 mm; •• 12 aprile con un’autobomba esplosa in anticipo a 500 m dalla base; •• 1 o maggio con un ordigno lanciato a 100 m dall’ingresso n° 1 della Base; • personale della TF «Nibbio 1» 2 attacchi: •• 5 aprile una pattuglia oggetto di fuoco di armi automatiche durante un movimento di rientro alla FOB; •• 12 aprile una pattuglia oggetto del lancio di 2 bombe a mano (di cui 1 non esplosa). Un compito molto impegnativo e denso di rischi – come lo hanno confermato gli attacchi subiti – che i soldati hanno assolto con una professionalità riconosciuta ed apprezzata da tutti. Gli Alpini, i Paracadutisti, gli


Militari italiani in pattuglia con l’appoggio di elicotteri.

Incursori, i Carabinieri, i Genieri, i Trasmettitori, i Marinai e gli Aviatori del Contingente italiano, gli uomini e le donne di «Nibbio 1», hanno riscosso la stima e la considerazione dei soldati statunitensi con i quali hanno operato, fianco a fianco, in un ambiente difficile caratterizzato da una minaccia immanente ed imprevedibile. Coscienti della missione assegnata e consapevoli dei rischi e della minaccia da affrontare, i soldati hanno assolto i propri compiti con grande professionalità e determinazione, dando prova di non comune capacità di sopravvivenza e di adattamento in un ambiente particolarmente ostile e non solo per la presenza del nemico. Essi hanno dimostrato la capacità offensiva richiesta per questa

tipologia di missione ed hanno affrontato l’impegno con la mentalità giusta per una operazione di controguerriglia, diversa da tutte quelle condotte dalle Forze Armate italiane dalla fine della 2a Guerra mondiale, senza mai registrare cali di tensione. I reparti hanno operato con dinamismo e flessibilità in zone prevalentemente di alta montagna, caratterizzate da una morfologia estremamente compartimentata, ed in condizioni climatiche differenziate spesso con uno stretto margine di preavviso. I soldati, consapevoli dei rischi da affrontare, sono andati giornalmente sul terreno per verificare la situazione, incontrare la popolazione, guadagnandosi la loro fiducia e rispetto, mostrando una elevata capacità di combattimento ed una credibile forza dissuasiva. La loro mobilità tattica è stata migliorata attraverso il ricorso all’elitrasporto. Ciò ha comportato, tuttavia, un elevato impegno psico-fisico prolungato nel tempo, anche per la durata delle operazioni e per le intrinseche difficoltà ambientali. Gli Alpini del Contingente «Nibbio 1», che costituivano circa la metà della forza e la componente principale dei reparti combat , hanno dimostrato ancora una volta la consueta versatilità d’impiego ed accentuata autonomia operativa della specialità, che li ha portati ad operare negli oltre 130 anni di storia in tutti gli scenari dove è stato protagonista l’Esercito Italiano: dall’Africa Orientale a quella Settentrionale, dalle Alpi ai Balcani, dalla Cina alla Russia. * Brigadier Generale, Vice Capo Reparto Affari Generali dello Stato Maggiore dell’Esercito

NOTE (1) Tra cui la n. 1368 (12 settembre 2001) e la n. 1373 (28 settembre 2001). (2) L’area di responsabilità di US CENTCOM comprende Afghanistan, Egitto, Sudan, Gibuti, Kenya, Etiopia, Eritrea, Somalia, Seychelles, Arabia Saudita, Giordania, Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Yemen, Iran, Iraq, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Pakistan. (3) Risoluzioni n. 1378 e n. 1383 relative, rispettivamente, all’accordo di Bonn sull’istituzione di un’Autorità ad Interim ed all’impegno internazionale ad assicurare protezione e sicurezza territoriale e sulla risoluzione n. 1386, che autorizza il dispiegamento dell’ISAF. (4) ISAF agisce sotto il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, con il compito di assistere la «Autorità Afghana ad Interim», insediata a Kabul il 22 dicembre 2001, a mantenere un ambiente sicuro nella città di Kabul e nelle aree limitrofe, nel quadro degli Accordi di Bonn (5 dicembre 2001). Il Comando dell’operazione ruota su base semestrale. (5) La suddivisione in due province di questa regione del Paese è la stessa attuata al tempo dell’invasione sovietica; durante il regime talebano, infatti, le stesse furono unificate nella Paktya con Gardez capoluogo. (6) La presenza del plotone NBC è una costante in ogni Contingente impegnato all’esterno del territorio nazionale, soprattutto a scopo precauzionale, per la preventiva verifica delle aree di schieramento dei reparti da qualsiasi tipo di contaminazione ambientale di natura sia bellica sia industriale, in luoghi di norma particolarmente degradati da anni di conflitto, per attività di rivelazione chimica e radiologica di tutte le aree, strutture e locali di interesse militare, con particolare attenzione agli accantonamenti ed alle aree presidiate dal personale nazionale. (7) Il trasporto contemporaneo di mortaio a rimorchio del VM 90 T, completo di squadra serventi e munizionamento, all’interno di un elicottero CH 47 ha assicurato una flessibilità fino ad allora non conseguibile per possibilità di impiego e prontezza di reazione. (8) Le RoE sono direttive per le forze militari, inclusi gli individui, che definiscono le circostanze, le condizioni, il grado ed il modo in cui la forza, od azioni che possano essere percepite quali minacce o pericoli letali, possono o non possono essere applicate.

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I MEDIA NEI TEATRI OPERATIVI


I MEDIA NEI TEATRI OPERATIVI Una risorsa strategica Uno stretto rapporto di collaborazione tra militari e giornalisti può rivelarsi il valore aggiunto del successo di una missione e il miglior viatico per raccontare i fatti nel modo più aderente alla realtà.

...lo scopo di ogn ni gran nde nettworrk non n è di offrrirre una immagin ne del mon ndo ma di non n esserre batttutto dagli alttri nettworrk. L’ex Capo di Stato Maggiore dell’Esercito statunitense, Generale Eric Shinseki, disse una volta: Se non parliamo noi per l’Esercito, lo faranno altri. Questa affermazione appare oggi più che mai attuale, specie alla luce di alcuni episodi relativi alle operazioni militari in contesti multinazionali nelle quali, in virtù del peso acquisito dai media nell’epoca del «villaggio globale», una cattiva gestione dell’aspetto mediatico ha avuto riflessi no-

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tevoli sull’andamento della missione stessa se non addirittura sugli esiti. È ormai intuitivo che le normali azioni di condotta delle operazioni possono essere enfatizzate o sminuite in virtù della massiccia presenza di media al seguito delle truppe.

In apertura. Una pattuglia italiana in perlustrazione nel deserto afghano. Sotto. Anche l’Esercito afghano contribuisce a garantire la libertà di circolazione nel territorio ai media.


Rivista Militare n. 3/2006

I giornalisti raccontano la realtà che percepiscoquanto essi che esercitano un’attività, con o senno e non sono chiesti né l’opinione né l’apporto za l’apporto del militare, pratico o concettuale dei militari che hanno, però, necessità di espriche sia, nella quale è più facile, in quanto militari, mere e far conoscere anche il proprio punto di vifarsi coinvolgere come interlocutori incredibili e sta sugli argomenti che li riguardano da vicino e testimoni privilegiati se ci si libera di preconcetti e sulle azioni che compiono. stereotipi negativi sulla figura del giornalista. Da ciò deriva la buona norma di collaborare Le esperienze nelle missioni «fuori area», dai quanto più possibile con i giornalisti e cineoperaBalcani all’Afghanistan e all’Iraq, hanno insegnato tori, affinché possano raccontare i fatti nel modo che ove essi non ricevano informazioni, elaborano più aderente alla realtà. le notizie a loro disposizione (anche se imprecise Essi, di fatto, diventano una risorsa strategica o parziali) e formulano una comunicazione che rigrazie alla quale far ascoltare anche la voce dei schia di essere parziale o, peggio, non corretta. militari direttamente impegnati sul campo. In taUna delle regole più comuni, anche per coloro lune circostanze i giornalisti possono diventare che non operano a stretto contatto con i media, è anche preziosissimi collaboratori del Comandante che «il giornalista è sempre in servizio», vuoi che del Contingente. si trovi a mensa, vuoi che prenda un caffè o Quanto affermato presuppone che il soldato, scambi qualche battuta sull’uscio di un alloggio nell’accingersi ad affrontare una missione «fuori militare prima di andare a letto a fine giornata. area», conosca le regole che Si deve, pertanto, avere la governano il mondo della coconsapevolezza che egli fa coE s s i , d i f a t t o , d i v e n t a n o stantemente comunicazione, ed municazione, le assimili arricchendo il proprio bagaglio cul- una risorsa strategica gra - è bene che lo si tenga presente, turale, ma soprattutto acquisi- zie alla quale far ascoltare allo scopo di calibrare il messca, grazie alla comprensione che con il proprio attega n c h e l a v o c e d e i m i l i t a r i saggio delle medesime, la forma mengiamento complessivo si tratis idonea a gestire la comuni- direttamente impegnati sul smette. cazione e a non essere travolto campo Acquisito tale concetto, sono da essa. da specificare alcune regole da La conoscenza di tali regole tenere sempre presenti, onde si articola a sua volta nella conoscenza dei giorevitare fraintendimenti ed equivoci: non si devono nalisti (ivi compresi gli aspetti da chiarire prima di esercitare pressioni sui giornalisti, in quanto si lequalsiasi contatto con essi in Area di Operazioni), de la loro professionalità; non si possono «comdel comportamento da tenere nei loro confronti, missionare» gli articoli o i servizi; in linea di masdelle regole per i Comandanti di ogni livello, delle sima non è opportuno privilegiare un giornalista a forme di gestione degli eventi e dei post-eventi, scapito di un altro o di altri, fatta eccezione per i dei fondamenti che regolano il rilascio di un’incasi di impossibilità materiale di diffondere le intervista, dei messaggi da trasmettere (o «veicolaformazioni a tutti contemporaneamente (in tal care» come si dice in gergo), delle modalità di geso è preferibile privilegiare chi gode di fama di stione delle emergenze, ivi compresi i obiettività e correttezza per consentire la diffumessaggi/comportamenti da evitare. sione successiva a tutti della notizia acquisita). Andrea Angeli, funzionario italiano dell’ONU che Le caratteristiche dei fatti da raccontare, inoltre, ha partecipato a numerose missioni dei «caschi sono la controllabilità, la completezza e, ove posblu» nelle varie parti del mondo, in un suo recente sibile, la novità. libro ha affermato che La gestione dell’informazione sta diventando, sempre più, uno strumento COSA BISOGNA CHIARIRE CON I GIORNALISTI indispensabile del peacekeeper. Ci sono stati momenti in cui un articolo fatto bene e pubblicato al momento giusto ha contribuito alla causa della Se da un lato il soldato deve tenere sempre prepace più di un battaglione in armi. senti le regole cui si è fatto cenno, è bene precisare che anche i giornalisti che operano con il mondo militare, specie in situazioni rischiose e COSA OCCORRE SAPERE SUI GIORNALISTI logisticamente disagiate, devono acquisire la giusta predisposizione mentale. Intanto è falso che i giornalisti non siano «amiOccorre innanzitutto una certa consapevolezza ci» e che, quindi, occorra diffidarne. del rischio fisico senza sopravvalutarne l’entità. In buona sostanza non solo non è opportuno, È capitato di incontrare giornalisti che esitavano a ma forse neanche utile che si dividano i giornalisti scendere dai mezzi protetti, all’interno di aree urin categorie del tipo «amico» – «non amico», in bane, poiché temevano possibili offese da parte

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elementi ostili, anche se la cornice di sicurezza in nologie avanzate a disposizione devono sostituire, cui si muoveva la spedizione era, come dire, «a nell’immaginario collettivo, gli spaghetti, le «scarpe prova di attacco» per il dispositivo schierato sul di cartone» e l’isolamento dagli altri contingenti terreno (uomini, equipaggiamenti e mezzi). per la scarsa conoscenza della lingua inglese. L’inviato in zone «a rischio» deve essere «messo in guardia», al momento dell’accredito, circa il liCOMPORTAMENTO CON I GIORNALISTI vello di allerta vigente nell’area di prevista immissione e deve accettare preventivamente l’alea, pena l’intralcio alle normali operazioni degli altri Atteggiamenti di eccessiva diffidenza nei conprofessionisti del settore. fronti del mondo dei media ha portato in passato Appare opportuno, inoltre, che essi possiedano a chiusure rivelatesi controproducenti nelle occasia un’adeguata preparazione culturale nel campo sioni sfortunate di eventi negativi particolarmente militare sia una conoscenza degli aspetti politicorilevanti. strategici dell’area di interesse, nonché una preIn ogni circostanza deve essere adottato un atparazione specifica per superare i disagi delle teggiamento che, nel complesso, agevoli l’utilizzo operazioni dal punto di vista sia psico-fisico. di tale formidabile strumento nelle mani del CoOgni intervento comporta rischi specifici dal mandante del Contingente (evitare difficoltà quapunto di vista ambientale, logistico, operativo e lora sia chiesto di effettuare fotografie e/o riprese per il profilo della minaccia: ne deriva che per filmate se ciò non incide sulla sicurezza). ogni missione è necessario essere preparati per Non è opportuno, in altri termini, chiudersi «a affrontare al meglio tutte le situazioni. riccio». Ne deriva che non si deve evitare il conA volte alcuni giornalisti tendono a eccedere neltatto o, peggio, «demonizzarlo». l’affrontare con leggerezza situazioni di potenziale Il giornalista solitamente predilige lo stile diretrischio, privilegiando magari gli aspetti socio-culto e personale, essendo difficile anche per lui turali alla corretta valutazione mantenere più o meno a lungo dei pericoli. un rapporto di forte dialettica. Tale atteggiamento può esseOgni militare è un comunicaA volte alcuni giornalisti tore: tale affermazione è valida re potenzialmente causa di spiacevoli episodi per il perso- tendono a eccedere nell’af - nei limiti delle proprie compefrontare con leggerezza si - tenze e mansioni, con le sole nale, anche militare, coinvolto. È errato far credere ai gior- t u a z i o n i d i p o t e n z i a l e r i - eccezioni della sicurezza delle nalisti di poter accedere a tutti s c h i o , p r i v i l e g i a n d o g l i operazioni e dell’incolumità del i livelli di informazioni dispoÈ, quindi, lecito dea sp e t t i s o c i o -c c ul tur a l i a l l a personale. nibili. sumere che ogni soldato può Sin dall’inizio della collabora- c o r r e t t a v a l u t a z i o n e d e l fare comunicazione (forse adzione è opportuno chiarire che pericolo dirittura «deve»), tenendo presono il Comandante del Consenti le note di linguaggio e le tingente e l’Ufficiale PI che due citate regole, non rifugadottano le decisioni, concordemente e in relagendo il contatto con il giornalista. zione alle opportunità e alle logiche della sicurezNell’atteggiamento da tenere è, poi, utile ricorza, circa il tipo e il livello di notizie alle quali dare dare un altro aspetto rivelatosi molto importante accesso. ai fini del risultato ultimo, che è la notizia, il mesLe regole basilari e inderogabili che governano saggio da «veicolare»: si devono fornire all’inizio questo aspetto sono due: la sicurezza delle opele informazioni più importanti. Il motivo è duplice: razioni in atto o programmate e la sicurezza e psicologico, poiché chi ascolta ricorda sicuramenl’incolumità del personale impegnato a qualsiasi te e meglio ciò che ha sentito per primo; tecnicolivello. pratico, in quanto il giornalista, che deve fare i Deve essere, inoltre, ribadito con chiarezza coconti con lo spazio a lui assegnato sulla testata, me l’evoluzione professionale che negli ultimi anse deve «tagliare» qualcosa, elimina ciò che ha reni ha portato il militare italiano ai livelli dei collegistrato o sentito dopo. ghi degli eserciti occidentali più avanzati, fa sì che Altro problema da affrontare, nella fase di consi debba comunicare ai giornalisti i messaggi più tatto con i giornalisti, è l’aspetto lessicale. funzionali per abbattere lo stereotipato del soldaIl linguaggio è spesso farcito di tecnicismi e di to italiano a volte definito, sia pure con espressigle, tali da fare emergere un mondo avulso dalla sioni forse troppo colorite, «spaghetti e mandolisocietà che, oltre ad avere regole proprie, ha anno», «mammone» o «marmittone». che una propria terminologia, perdipiù incomProfessionalità, efficienza, giusta determinazione, prensibile. equipaggiamenti all’avanguardia, procedure e tecSi devono pertanto evitare acronimi, sigle, ab-

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breviazioni, nomi telegrafici di Enti e quant’altro risulti oscuro agli occhi di un «civile», per essere sostanzialmente e semplicemente compresi. Per rendere più chiaro il concetto, si pensi a un giornalista che conosca per la prima volta l’ambiente militare e, in tutta risposta, gli si parli di ToA anziché passaggio di consegne tra contingenti, di Teatro Operativo invece di Zona di Operazioni, di AoR invece di Area di Responsabilità, oppure del fantomatico CJTF, nel quale opera la Cellula J3 OPS, che sovrintende alle OPS e che comunque fa capo al NCC, oppure si disserti tranquillamente delle omologazioni dei materiali per l’aviolancio da parte di COSTARMAEREO! È fin troppo scontato che con i giornalisti non si può immaginare di poter alterare la realtà, poiché con loro più che mai è valido il detto che le bugie hanno le «gambe corte». E le gambe sono tanto «più corte» quanto maggiore è la curiosità del giornalista, che a sua volta è funzione dell’importanza del fatto che si narra o che deve essere approfondito. Il professionista dell’informazione, per etica e

dovere professionale, incrocia le notizie, cerca conferme o smentite di ciò che ascolta (o vede), scava nei vari strati delle gerarchie militari fino ad avere soddisfazione dei propri dubbi o della propria «sete di verità», che soddisfa nella stragrande maggioranza delle volte. Quindi, regola d’oro è mai distorcere la realtà o omettere dati determinanti per la corretta ricostruzione dei fatti. La regola è così aurea che, a scapito di fare una figura non proprio brillante, è meglio ammettere di essere poco informati e dire ciò che si sa (che deve essere vero e divulgabile). Qualsiasi evento (situazione), anche il più negativo, contiene in sé aspetti positivi: occorre saperli cogliere ed enfatizzare! Questo principio lo si può facilmente rinvenire in un bellissimo film della Disney degli anni sessanta: «Pollyanna». Pollyanna era la giovane protagonista, una bambina sfortunatissima, alla quale capitavano le peggiori disgrazie, dalla morte dell’animale preferito ai lutti familiari. Ciononostante, era sempre sorridente e trascinava con la sua positività tutti gli adulti che le stavano vicini, dando mirabili insegnamenti di vita. Ebbene, la stessa filosofia della ricerca dell’aspetto positivo in una realtà «negativa» deve ispirare qualsiasi militare nella sua veste di comu-

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Nelle operazioni fuori area spesso i bambini rappresentano il primo punto di contatto con la popolazione.

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giornalisti. Occorre avere un’idea completa del mondo della comunicazione e delle regole che lo governano, ivi comprese quelle che disciplinano la formazione dei giornalisti e ne guidano la condotta (codice deontologico, ordine professionale). In secondo luogo, si deve impostare il contatto in maniera costruttiva, fatto che è di assoluto interesse anche per ...Ogni Comandante è re - il giornalista e che si rivela sponsabile della comunica - estremamente remunerativo nei REGOLE PER I COMANDANTI z i o n e d e l C o n t i n g e n t e i n momenti «di crisi». Significa, o p e r a z i o n i . C i ò s i g n i f i c a dal lato pratico, che il Comandeve ricercare il contatto La prima regola, non derogac h e l ’ a t t i v i t à d i p u b b l i c a dante con i rappresentanti dei media, bile, è che ogni Comandante è responsabile della comunica- informazione è funzione di stimolando la loro attenzione per le attività dei reparti, prozione del Contingente in ope- Comando spettando le problematiche che razioni. Ciò significa, in altri nel frangente incombono, rentermini, che l’attività di Pubblidendoli partecipi (nel rispetto dei limiti della rica Informazione è funzione di Comando. Le conservatezza) dell’azione di comando, facendo sì seguenze che ne derivano sono tanto evidenti che essi si sentano perfettamente inseriti. quanto meritevoli di approfondimento: qualsiasi forma di comunicazione, verbale, scritta, gestuaIl risultato è costituito dalla possibilità di utilizzare il loro «valore aggiunto» per il raggiungile, comportamentale e quant’altro specificato dai mento delle finalità del Contingente stesso (valocanoni del settore (anche l’aspetto marziale), è comunque riconducibile al Comandante. Ciò richiede di seguire alcune regole pratiche per non incorrere nell’incidente mediatico. L’impervia natura del territorio afghano rappresenta un ostacolo al controllo del territorio. Innanzitutto, non è opportuno diffidare dei

nicatore: anche nelle situazioni meno favorevoli si devono cogliere i lati positivi che pur sono presenti, solo per il fatto che l’Istituzione ha in sé meccanismi e persone che denotano positività (si pensi, a titolo esemplificativo, alle inchieste interne promosse per individuare responsabilità nei casi di incidenti o eventuali illeciti).

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REGOLE UTILI PER UN MILITARE IN OPERAZIONI • Ricordarsi di essere Italiani. • Non lasciarsi cadere nel «mammismo» o nell’autocommiserazione. • Evitare confronti con altri Contingenti. • Evitare le lotte di «parrocchia» (paracadutisti meglio di alpini e peggio dei lagunari). • Dare sempre un’immagine di efficienza e professionalità nel rispetto del decoro (modo di portare l’uniforme, l’equipaggiamento). • Mostrare sempre dignità (anche quando si ha paura la si vince con l’addestramento e il coraggio). • Non aver timore di affermare che si percepisce l’indennità: gli emolumenti nel mondo occidentale sono indice di professionalità riconosciuta.

rizzazione delle unità e della missione). ma della tempestività stessa, vi è la necessità di Altra regola estremamente importante è il rapporcomunicazione, intesa come diffusione anche to di fiducia tra il Comandante e il suo PIO. scarna e asettica degli accadimenti che incomboQuest’ultimo è nient’altro che l’ alter ego del no o si sono verificati. In certi casi, specie se neComandante: è colui il quale, in gativi, il rischio del «vuoto coassenza del Comandante o in municativo» è immanente: l’ascaso di impossibilità di comuIn mancanza di dati for - senza di notizie in presenza di nicare per motivi operativi e/o n i t i d a l C o m a n d o C o n t i n - un evento scatena la brama delogistici, rilascia ai media le gente, i giornalisti tendono gli operatori i quali, anche solo stesse dichiarazioni che rilail fatto che devono dare un a raccogliere le notizie do - per scerebbe il Comandante, sepsenso alla loro presenza a mive e come possono, ovve - gliaia di km dall’Italia, tendono pur con altre parole. Appare immediatamente in- rosia dal primo militare che a colmare tale vuoto. tuitivo che ciò tanto più accade si presenta davanti In mancanza di dati forniti dal quanto maggiore è la conocomando Contingente, essi scenza e il rispetto reciproco tendono a raccogliere le notizie tra Comandante e PIO e quanto più stretto è il ledove e come possono, ovverosia chiedendo al prigame di fiducia che li unisce, fatte salve le capacimo militare che si presenta davanti. tà individuali, la formazione specifica e l’indottriPuò verificarsi allora che essi ritengano fonte atnamento dell’Ufficiale PI. tendibile il Caporale Tizio che ha appena terminato il turno di guardia o anche il Capitano Caio del

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GESTIONE DELL’EVENTO E DEL POST-E EVENTO Nei teatri operativi i giornalisti si considerano sempre in «servizio».

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L’applicazione pratica di quanto detto trova un primo riscontro nella gestione di un evento e del relativo post-evento. Ipotizzando un dato evento, non è rilevante se positivo o negativo, ci si deve chiedere quali siano le linee guida dell’azione mediatica, cercando di seguire, finché possibile, le indicazioni illustrate. L’aspetto maggiormente importante è costituito dalla tempestività. Essere subito presenti e comunicare immediatamente la situazione, seppur in maniera frammentaria e a più riprese, paga sicuramente e valorizza la bontà dell’informazione, aumentando la credibilità agli occhi del giornalista e incrementando la fiducia che egli ripone nel Comandante e nel personale del Contingente. Aldilà della tempestività e concettualmente pri-

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MESSAGGI DA TRASMETTERE NEL CORSO DI UN’INTERVISTA Il ruolo della Forza Militare impegnata nell’operazione: la corretta illustrazione di tale ruolo, basata ovviamente sulla padronanza dei concetti di base che concernono l’impiego della componente militare, diviene elemento fondamentale per una corretta ed efficace azione mediatica. La multinazionalità: l’evidenza di tale aspetto, indice della perfetta integrazione del Paese nei contesti internazionali (NATO, ONU, Free coalitions). L’importanza dell’operazione: la condivisione dell’importanza dell’operazione testimonia la consapevolezza del personale impiegato nelle Istituzioni e fa emergere la figura del militare professionista e consapevole del proprio ruolo. L’unicità del Comando: rappresenta uno degli aspetti peculiari di una struttura militare, fondamento della propria efficienza. La cooperazione: esprime la capacità di adattarsi a contesti in cui operano contingenti con procedure che possono scostarsi da quelle nazionali. L’interoperabilità: è un concetto derivato dalla cooperazione. La forza militare non è forza di occupazione: a parte le disquisizioni di natura giuridica concernenti il Diritto Internazionale Umanitario e dei Conflitti Armati (Convenzioni di Ginevra del 1947 e relativi Protocolli aggiuntivi), è necessario precisare tale concetto in tutti i contesti in cui vi è l’opportunità. L’integrazione con gli Organismi Internazionali: spesso i Contingenti militari operano al fianco di Organismi Internazionali, governativi o non governativi (l’esempio che si suole fare è quello dell’UNMIK in Kosovo). L’indice di professionalità espresso da tali integrazioni è notevole e certifica le capacità acquisite negli ultimi lustri dalla Forza Armata. I compiti umanitari: occorre evidenziare ma anche bilanciare i compiti umanitari con quelli più tipicamente operativi. La componente umanitaria dei Contingenti italiani è stata universalmente riconosciuta come estremamente efficiente e proficua, ma tale aspetto non deve oscurare e andare a scapito di quella operativa. L’imparzialità: principio fondamentale e assolutamente prioritario nel settore della comunicazione: esso evidenzia il ruolo pacificatore della componente militare di un Contingente. La professionalità e la motivazione: sono i cardini da sempre dell’Esercito: A essi devono pertanto essere riservati canali preferenziali nelle occasioni in cui si ha l’opportunità di comunicare, a prescindere dal contesto e anche se ci si deve limitare a farli trasparire anziché affermarli esplicitamente. L’importanza della logistica: è il settore che ha sempre sofferto una certa trascuratezza nel campo della comunicazione. È opportuno che la si evidenzi, specie alla luce delle missioni più recenti. La logistica è oggi parte integrante della «manovra» che si svolge in Teatro ed è a pieno titolo una funzione tra le altre funzioni interarma, preposta ad assolvere compiti concreti a stretto contatto con le unità operative, consentendo ai contingenti terrestri di schierarsi nei tempi richiesti nelle aree di crisi e di poter operare nei modi stabiliti dalla missione.

Gruppo di Supporto che magari è affascinato dal poter rilasciare una dichiarazione davanti a una telecamera e un microfono, ma che può essere assolutamente all’oscuro delle policy, delle note di linguaggio e magari finanche della dinamica dell’evento in questione. Una volta assunta la consapevolezza della necessità della comunicazione, occorre raggiungere la convinzione della sua utilità, evitando sospetti e diffidenze, onde agire più efficacemente sull’attività di «veicolazione» dei messaggi positivi per il Contingente e per la Forza Armata stessa. In questi casi l’atteggiamento psicologico è colto immediatamente dal giornalista, il quale percepisce le sfumature della condotta e misura l’approfondimento dell’indagine in linea con le finali-

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tà istituzionali. L’azione è tanto più efficace quanto più si ha presente la finalità ultima che ispira la condotta del giornalista: il diritto dell’opinione pubblica di essere informata sui fatti, di conoscere. Il giornalista è pienamente convinto di assolvere un compito nobilissimo: quello di garantire l’affermazione di un principio di rango costituzionale. Egli è pronto a ostentarlo ogni qualvolta che si renda indispensabile per continuare a operare. A volte capita che egli abusi di questo «diritto» nel tentativo di vincere qualche ritrosia al rilascio di informazioni, ma resta fermo che il fondamento del procedimento logico-giuridico è indiscutibile e va pertanto rispettato. L’ultimo aspetto da considerare è quello relativo


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ai tempi tecnici dei media, diversi a seconda del tipo di mezzo di comunicazione di cui si tratta. La notizia confezionata deve essere pubblicata o trasmessa, e i tempi di pubblicazione o di trasmissione sono rigidi, nel senso che per andare in stampa è necessario avere la notizia entro una certa ora, pena il «salto» al numero successivo (o del tutto a seconda dei casi), mentre per andare in onda nella prima edizione utile del telegiornale, deve essere comunicata entro una certa ora. Anche se può apparire una forzatura, è un criterio che è bene tener presente per garantire l’efficacia della comunicazione e gestire il servizio dei media positivamente e a favore del Contingente.

sposta in funzione del tempo a disposizione. Una risposta eccessivamente lunga e articolata spesso non viene registrata e correttamente compresa dal giornalista che, di conseguenza, ha difficoltà a rendere al meglio i contenuti se si tratta di carta stampata; in caso di riprese video, e non si è in diretta, si può incorrere in «tagli» di immagini in fase di montaggio del servizio. Meglio ricordare di esporre sempre all’inizio il concetto o la semplice notizia che si vuole far passare sicuramente.

La conoscenza delle norme di linguaggio generali è presupposto fondamentale per il rilascio «in sicurezza» di un’intervista. Chi si accinge a rilasciarla deve essere edotto preventivamente sulle note di linguaggio generali e specifiche, ove occorra; è coCOME EFFETTUARE UN’INTERVISTA munque buona norma, per chi non è esperto comunicatore o non ha mai lavorato nel settore, esigere È l’attività mediatica più frequente. Anche se ne un indottrinamento preventivo (a cura del Comanesistono due tipi: registrata in diretta e per la dante o dell’Ufficiale PI). stampa, la preparazione è la stessa. Durante il colloquio è consigliabile concentrarsi Prepararsi per un’intervista è in sostanza come sulla risposta anziché sulla domanda (che nessuno affrontare una trattativa. Occorre far comprendere sente o si ricorda). Può apparire come un’anomalia al giornalista che si devono raccogliere informalogica, ma se la domanda formulata è diretta, zioni prima di iniziare. L’esercizio migliore, in tali chiara e precisa (circostanze che si verificano ancasi, è chiedersi sempre quali potrebbero essere che nell’interesse del giornalista), meglio pensare le ripercussioni di un servizio a ciò che si deve dire, anche a giornalistico per l’unità o la costo di «accompagnare e dirimissione o anche per la propria La conoscenza delle nor - gere» le intenzioni del giornaliForza Armata. Solitamente il pubblico non me di linguaggio generali è sta. Si è soliti suggerire domande ama vedere in televisione qualdel tipo: «Su cosa è questo ser- p r e s u p p o s t o f o n d a m e n t a l e cuno che risponde come un auvizio?» Lo scopo è capire qual è p e r i l r i l a s c i o i n s i c u r e z z a toma e continua a ripete le il punto di vista del giornalista. di un’intervista stesse frasi come se fossero reQuali aspetti della notizia vuole gistrate su un nastro. mettere in risalto? Con chi altri A corollario della regola presta parlando? Potrà chiedere di completare inforcedente vi è la necessità del «lancio» del messagmazioni che egli già conosce. gio, o almeno di quello più importante. Nel moAlcune volte, se si è a conoscenza di chi ha parmento in cui un soldato è intervistato, ed è chialato prima con il giornalista, ci si può trovare a mato a rendere dichiarazioni che coinvolgono il dover confutare alcune notizie. Quanto è inforsuo operato, egli diventa il tramite (anche solo mato il giornalista sull’argomento? Cosa sa dei per il fatto che indossa una divisa), una «finestra» militari? Potrebbe essere necessario istruire il di collegamento con la società civile: questo moprofessionista. Quale tipo di articoli è solito scrimento deve essere inteso e sfruttato come opporvere? È critico con i militari, con la guerra o con le tunità per trasmettere messaggi fondamentali nel operazioni militari in genere? Meglio, se possibile, quadro del piano di comunicazione generale. raccogliere informazioni sui suoi precedenti proIl concetto alla base di tale necessità è quello fessionali. relativo alla concezione che vede il militare di È, pertanto, necessario che ciascun militare deogni ordine e grado quale testimone e portavoce signato per il rilascio di un’intervista sia reso (non in senso tecnico specifico) di tutta la sua edotto circa le finalità e la struttura di un’interviForza Armata. sta tipo e memorizzi i seguenti suggerimenti: Il messaggio deve essere supportato con fatti, • ove possibile, chiedere prima al giornalista le docircostanze, riferimenti, dati, cifre statistiche, mande che ha intenzione di formulare e, se si ha chiarimenti, citazioni e quant’altro utile per increabbastanza confidenza, suggerire di concordarle, mentare le potenzialità di penetrazione del mesalmeno alcune, allo scopo di soddisfare pienasaggio nella opinione pubblica nazionale e intermente le esigenze di entrambi; nazionale. È intuitivo e non merita particolari ap• intervista durante, è necessario formulare la riprofondimenti il fatto che ciò presuppone un in-

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sulla base dei principi esposti, una buona attività di comunicazione. Anche in tal caso è possibile individuare una serie di regole da seguire per assicurare la massima efficacia, quali: • trasparenza: un rapporto sincero garantisce la condivisione degli obiettivi e la solidarietà degli operatori dell’informazione che, di solito, si rendono disponibili a fornire la massima collaborazione nella gestione della crisi, filtrando e bilanciando opportunamente il flusso di notizie da diffondere; • campagna d’informazione attiva: dal Comando del Contingente deve scaturire con costanza e regolarità una serie di aggiornamenti che scandiscano i momenti della crisi, testimoniando trasparenza e obiettività; • sincronia con il settore operativo: le notizie da comunicare ai media devono essere «in linea» con il settore operativo al quale fanno capo tutte le informazioni e le azioni che materialmente il ConUna blindo Centauro e un VM 90 in pattugliamento nel deserto. tingente attua; • prese di posizione chiare e precise, in coordinamento con quanto viene deciso in Patria. In certe circostanze paga molto la coerenza e l’univocità; dottrinamento particolare e la disponibilità di ma• linguaggio scevro da tecnicismi e acronimi, soteriale di riferimento adeguato. prattutto in situazioni di crisi ed emergenza; Nel rilasciare un’intervista e far sì che essa ri• gradualità delle informazioni: in caso di incidenti sulti penetrante, occorre colpire l’attenzione del gravi che riguardano il personale è di fondamenpotenziale pubblico. Si tratta di tale importanza dosare le notifar leva sulle passioni e sugli zie. Particolare attenzione deve impulsi che muovono le emoS i è a v v e r t i t o i l b i s o g n o essere posta nella fase in cui dezioni collettive: risulterà più in- di comunicare i fatti come vono essere informate le famiteressante ascoltare, per chi è a assolutamente da evitare la s o n o , b u o n i o c a t t i v i c h e glie: casa e ascolta o legge la notizia circostanza che esse apprendano o l’intervista, chi pone enfasi s i a n o , p r i m a c h e a l t r i d i f - dai media un evento che riguarnell’esporre le caratteristiche f o n d a n o a i m e d i a d i s t o r - da un proprio congiunto; del proprio impegno, dimostra sioni o disinformazioni... • comunicazioni limitate alattaccamento nei confronti dell’evento interessato, evitando afl’Istituzione: così facendo attira fermazioni dai risvolti politici o lucidamente a sé l’interlocutore ottenendo la sua che comunque possano avere implicazioni di nasimpatia. tura politica o che esulino dalla sfera di compeIn conclusione, è necessario richiamare una retenza o responsabilità dei militari. Sono da progola già accennata: occorre saper gestire l’interviscrivere, inoltre, affermazioni del tipo «no comsta, nel senso che si deve evidenziare, guidando ment», «non è successo niente» (ma non è imporcon tatto e garbo, ciò che si vuole sia evidenziato, tante), «non sappiamo nulla»; o far sì che si verififacendolo assurgere a necessità oggettiva, condichino circostanze di assenza di comunicazione, visa dal giornalista medesimo. scarico di responsabilità, mancanza di umiltà. Per esemplificare, si pensi alle frasi «in primo luogo, chiariamo i fatti..., concentriamo l’attenCONSIDERAZIONI CONCLUSIVE zione su ciò che è veramente importante»: sono frasi che, pronunciate con opportuna enfasi, vincolano il normale interlocutore a seguire l’esposiI rapporti con gli organi di informazioni di maszione dell’intervistato. sa sono un problema di vecchia data, come evidenziato anche dalle lessons learned inglesi relative alla guerra delle Falklands (1982). LA GESTIONE DELLE EMERGENZE Per lungo tempo la comunicazione operativa (e quella militare in generale) è stata regolata da una Un evento negativo per il Contingente impone, forte limitazione nei confronti dei media/giornali-

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sti; questo, sostanzialmente, per due motivi: • concetto di attività militari, che per loro natura non devono aprire i propri segreti a potenziali avversari, anche indirettamente, con la fuga di notizie; • diffidenza nei confronti dei giornalisti, spesso visti in contrapposizione, antimilitaristi e, comunque, sfavorevoli al mondo militare, capaci anche di condizionare gli esiti di un conflitto (Vietnam). Soprattutto in relazione a questo secondo aspetto, sino a pochi anni fa le informazioni ai media venivano eccessivamente filtrate e veniva passato loro solo quello che volevano i Comandi (prima Guerra del Golfo). Successivamente, il mondo militare occidentale si è reso conto che cercare di arginare notizie od immagini sgradite o comunque indigeste per l’opinione pubblica era un compito pressoché impossibile. Negli anni 90 si è cercato quindi di mettere in

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Il rientro dei militari alla base rappresenta per i giornalisti on’occasione per attingere e verificare notizie.

contatto le strutture militari con l’opinione pubblica, trovando il giusto equilibrio tra la necessità di far conoscere e il rispetto della riservatezza imposta dalla natura degli argomenti trattati. Ciò si è ottenuto con una presenza sempre più diretta e diffusa dei giornalisti tra i reparti in area di missione, nella consapevolezza del fatto che la copertura delle operazioni da parte dei mezzi di informazione modella in larga misura la percezione da parte del pubblico, la cui opinione/percezione potrà influire sulla durata e sul costo del coinvolgimento. Si è avvertito, quindi, il bisogno di comunicare i fatti come sono, buoni o cattivi che siano, prima che altri diffondano ai media distorsioni o disinformazioni: le persone sul campo devono raccontare gli avvenimenti che riguardano le Forze Armate. Nasce così la figura del giornalista embedded, ovvero dell’inviato inserito in un reparto in operazioni. Il primo ricorso a questa figura avviene in Afghanistan, dove essi sono portati a visitare i luoghi in cui vivono e operano i militari e seguono i reparti nel corso delle attività operative In questo modo essi possono raccontare le storie dei soldati, come vivono, cosa fanno, chi sono, come pensano: si fanno parlare i soldati. Anche se appare chiaro che resta ancora molto da fare, nella consapevolezza del fatto che «la conoscenza è la premessa per il richiamo dell’attenzione e per la conquista della considerazione, e che la comunicazione in operazioni aumenta la visibilità dei Militari, ma comporta un adattamento delle attività alla sensibilità dell’opinione pubblica e degli operatori del settore». Bin Laden, in una lettera sequestrata dalle forze statunitensi a Kabul, indirizzata al Mullah Omar, scrive... è ovvio che la guerra dei media è uno dei metodi più forti per ottenere la vittoria finale. Dirò di più: il 90 per cento della preparazione per le nostre battaglie deve essere affidato al bombardamento mediatico («Panorama», 9 marzo 2006). È evidente che occorre riflettere su tali affermazioni, per acquisire la giusta consapevolezza di quanto sia complessa l’attività di contatto con gli operatori dei media. Giorgio Battisti Generale di Divisione, Capo del Reparto Affari Generali dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Gian nfrran nco Oggian no Capitano, in servizio presso l’Ufficio Pubblica Informazione del Reparto Affari Generali dello Stato Maggiore dell’Esercito

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LE FORTIFICAZIONI NELLA CONTROGUERRIGLIA Sono uno degli strumenti più idonei a garantire alle unità libertà di manovra e capacità di proiezione. Inoltre, contribuiscono ad aumentare le probabilità di successo delle forze impegnate nella pacificazione di una regione.

Come affermato anche dalla recente pubblicabase» a livello Brigata e superiore. L’Appendix E zione dell’US Army FM 3-24/2006 «Counterinsurstabilisce anche i criteri per la scelta e la costrugency», un esercito regolare per conseguire il suczione della posizione. cesso in una campagna di controguerriglia deve In operazioni di controguerriglia, dove i combattipoter disporre, tra l’altro, del controllo del territomenti si accendono in luoghi e circostanze che prerio, del sostegno della popolazione e del tempo scindono dalle località occupate dalle truppe sul terper condurre le operazioni. Uno reno, le fortificazioni sono lo dei mezzi per ottenere questo ristrumento più adatto per garan...un esercito regolare per tire alle unità libertà di manovra sultato è costituito dalle posizioni fortificate. Non esiste una de- conseguire il successo in e capacità di proiezione al di finizione univoca di posizioni una campagna di contro - fuori delle principali zone di difortificate. La dottrina USA, la delle forze. Questa guerriglia deve poter di - slocazione più completa in materia, definisituazione non è, peraltro, una sce «base» ogni posizione di- sporre del controllo del ter - novità. In ogni conflitto non confensiva utilizzata nelle opera- ritorio... venzionale del passato le fortifizioni di controguerriglia. In parcazioni hanno contribuito ad auticolare, il FM 90-8 (ed. 1986) mentare le probabilità di succes«Counterguerrilla Operations» fornisce un’ampia so delle forze impegnate nella pacificazione di una descrizione delle varie tipologie di basi in relazioregione. Basti pensare, ad esempio, alle guarnigioni ne alle forze poste a presidio dell’installazione: della Legione Straniera francese in Nord Africa, ai forti presidiati dalla Cavalleria statunitense nelle «patrol base» a livello compagnia o meno; «operational support base» a livello battaglione; «support guerre indiane nel Nord Ovest americano e alle ridotte italiane in Libia. Le basi trovano impiego sia in aree presidiate da forze amiche, ma non sufficientemente sicure da impedire che guerriglieri penetrino in esse per condurvi azioni ostili, sia per proteggere i confini da infiltrazione di formazioni avversarie. Qualsiasi movimento di guerriglia, infatti, per poter durare deve disporre di luoghi di impunità (i cosiddetti «santuari»), di norma situati all’esterno di uno Stato interessato ad attività di insorgenza, dove ripiegare, recuperare le proprie capacità e, soprattutto, rifornirsi facilmente di armi e di munizioni.

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A sinistra. La fire base statunitense di Pleiku in Vietnam. In apertura. Una postazione per mortaio da 120 mm italiana in Afghanistan nel 2003.

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Le FSB, o più comunemente note come Basi di Fuoco (Fire Base/FB), consistevano in una postazione di artiglieria protetta, situata in un punto dominante il territorio circostante, con il compito di fornire copertura a 360° alle unità di fanteria operanti entro il raggio d’azione delle bocche da fuoco. Costruite con procedura speditiva dal genio e difese dalla fanteria, le basi venivano occupate con elitrasporto degli obici (e/o dei mortai) e del relativo munizionamento e materiali. Quando la manovra si spingeva oltre il raggio d’azione delle FSB, si costruivano nuove basi dove l’artiglieria si schierava per continuare ad assicurare il supporto alla fanteria. L’esigenza era ancor più accentuata dalla natura estremamente accidentata del territorio, con remote aree nelle montagne del nord, ondulati e boscosi altopiani centrali, fitte giungle nel centro e infinite paludi nel delta del Mekong nel sud. Questa soluzione ridiede piena flessibilità alle operazioni consentendo lunghi spostamenti con capacità di reagire rapidamente e con la necessaria potenza di fuoco alla forma di lotta condotta dal nemico. [...] Il 2° battaglione (meccanizzato), 2° fanteria, meno una compagnia, garantiva la sicurezza del perimetro della Base di Supporto di Fuoco II dell’artiglieria sulla rotabile 4 [...]. All’interno del perimetro circolare, del tipo «a carovana», c’erano due batterie di artiglieria ed un distaccamento del genio dell’Esercito statunitense. I genieri stavano costruendo una striscia di atterraggio ed un campo per le Forze Speciali. Il perimetro della base di fuoco era protetto da trincee individuali (foxholes), presidiate da uomini della fanteria e dai distaccamenti di artiglieria e del genio. Ogni 50 metri circa vi era un mezzo corazzato per il trasporto truppe (... sui quali erano montate mitragliatrici calibro 50 mm, 7.62 mm e M-60) che venivano interrati. I campi di tiro erano stati sgomberati davanti a tutte le posizioni difensive [...]. Riconoscendo così il valore intrinseco di tali posizioni, l’Esercito americano ne estese gradualmente le funzioni per il presidio del territorio e per la condotta di operazioni di search and destroy. Le FSB si trasformarono così in Basi Operative Avanzate (Forward Operating Base/FOB), dove la componente a tiro indiretto non era altro che uno degli assetti disponibili al suo interno. Ciò richiese, tuttavia, l’esigenza di ampliarne le dimensioni sia per contenere i reparti, che progressivamente venivano distaccati sulla posizione, sia per dover adottare misure protettive più efficaci, in quanto le basi divennero rapidamente obiettivi privilegiati dell’avversario. Le difese vennero migliorate per resistere ad attacchi su larga scala o di intensità via via maggiore, con aree di rispetto interne in grado di trattenere eventuali intrusi penetrati nel perimetro esterno. Attorno agli accampamenti furono posati sistemi di sbarramento estremamente fitti ed elaborati, composti da concertina, mine Claymore, fili d’inciampo, paletti di bambù appuntiti e, in alcuni casi, fossati.

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LE FIRE SUPPORT BASES (FSB) IN VIETNAM

Tratto da: • Major V. Nicoli: «Fires Support Base Development», 9-69, http://members.aol.com/warlibrary; • Tom Carhart: «Battles and Campaigns in Vietnam 1954-1984», The Military Press, 1984, Pag. 37.

rorismo internazionale. Esse, tuttavia, si differenziano sensibilmente dalle costruzioni del passato: il loro aspetto è sempre più «campale» e si richiama ben poco alle «geometriche» opere del Vauban (uno dei più grandi ingegneri militari di tutti i tempi), in quanto sono realizzate utilizzando infrastrutture preesistenti, oppure ricorrendo a lavori in terra integrati con materiali di rafforzamento. Queste installazioni «speditive», con i loro sacchetti a terra, le trincee scavate nel terreno e i ricoveri sotterranei, conservano peraltro gli stessi

Sopra. Vietnam del sud: la Fire Base statunitense «Alpha». A destra. Una base di fuoco statunitense in Vietnam.

Le fortificazioni hanno mantenuto una loro specifica funzione anche nel secondo dopoguerra, trovando ampio utilizzo nei conflitti coloniali e post-coloniali del recente passato e, oggi, nelle operazioni di counterinsurgency nella lotta al ter-

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va, tra l’altro, all’artiglieria di essere aderente all’azione delle fanterie con schieramenti posti dietro le linee amiche, rendeva necessari nuovi procedimenti tattici. La soluzione svincolava la manovra dalla scarsa disponibilità e difficile percorribilità delle rotabili da parte dei mezzi ruotati e dalle condizioni del terreno, dove molte zone erano raggiungibili esclusivamente per via aerea. Riconoscendo così il valore intrinseco di tali posizioni, l’Esercito statunitense ne estese gradualmente le funzioni per il presidio del territorio e per la condotta di operazioni di search and destroy. Le FSB si trasformarono così in Basi Operative Avanzate (Forward Operating Base/FOB), dove la componente a tiro indiretto non era altro che uno degli assetti disponibili al suo interno. Indocina francese: spesso la cinta esterna delle posizioni fortificate francesi era guarnita con bambù appuntiti e con più linee di filo spinato al fine di impedire ai guastatori «volontari della morte» viet-minh di aprire brecce nella linea difensiva e di neutralizzare i blockhaus con cariche esplosive.

principi ispiratori: porre una barriera tra il difensore e l’attaccante, concentrando contro quest’ultimo il maggior volume di fuoco possibile. Postazioni spesso isolate dove le guarnigioni vivono in condizioni spartane, prive o quasi di tutte quelle comodità che oramai sono di fatto indispensabili per un esercito occidentale, abituato a standard di vita «di campagna» sempre più elevati. Sono presidiate da soldati che, in un’epoca caratterizzata dalla «presunzione tecnologica», dove i sistemi di comunicazione satellitari consentono di seguire «in diretta» le operazioni condotte a migliaia di km di distanza, sostengono combattimenti che ricordano battaglie di «altri tempi», in cui l’uomo è sempre l’elemento risolutore dello scontro. A partire dalla guerra del Vietnam (1965-75), inoltre, da elementi statici del dispositivo, hanno assunto un ruolo nuovo, preminente nella condotta delle operazioni, di perno della manovra offensiva terrestre. L’Esercito statunitense, al fine di ottenere il controllo delle regioni contese, che non poteva essere conseguito con gli elicotteri, sviluppò il sistema delle Basi di Supporto di Fuoco (Fire Support Base/FSB) (1), sulla scorta della esperienza delle proprie Forze Speciali, che, sin dal 1961, avevano iniziato a realizzare una rete di campi per contenere l’attività dei Vietcong. Il campo di battaglia, infatti, caratterizzato da un andamento fluido e non lineare che non permetteFortino Lebda a Homs in Tripolitania, Libia.

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LA SITUAZIONE ATTUALE Le posizioni fortificate ancora oggi sono ampiamente utilizzate in operazioni di controguerriglia da parte degli eserciti regolari. L’Esercito statunitense, sulla base degli ammaestramenti avuti nel conflitto vietnamita, ha adottato quale fulcro della propria presenza nei Teatri afghano e iracheno un dispositivo di basi, permanenti o temporanee, articolato su Forward Operating Base (FOB) e su Fire Base (FB). Le prime hanno lo scopo di estendere le capacità di Comando, Controllo e Comunicazioni e di fornire sostegno (sanitario, munizioni, carburanti, ecc.) alle operazioni condotte nell’area. La loro struttura è in grado di garantire sia un adeguato livello di sicurezza alle forze di presidio e a quelle eventualmente presenti per condurre azioni mirate sia un maggior comfort rispetto all’ambiente circostante. Di norma includono un’aviosuperficie semipreparata e/o una pista d’atterraggio per elicotteri, nonché una unità di mortai e/o cannoni in grado di intervenire a giro d’orizzonte entro il raggio


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Il criterio di realizzazione delle fortificazioni campali e semipermanenti italiane in Libia degli anni 1911-30, denominate «ridotte», era quello di opporsi a tempo indeterminato ad infiltrazioni ed attacchi in forze di ribelli appiedate o a cavallo. Per fronteggiare tale minaccia si ricorreva largamente all’ostacolo passivo, costituito soprattutto da reticolati, e alla protezione dei tiratori con trincee e muretti a secco. Vasto era il ricorso a sacchetti a terra per rinforzare le strutture. Piazzole d’artiglieria erano approntate su posizioni rialzate del terreno per dominare il settore difensivo e consentire anche il tiro a puntamento diretto. Non mancavano mai osservatori su torri appositamente costruite per consentire il più ampio campo di osservazione, soprattutto per le artiglierie a puntamento indiretto. Molta importanza assunse l’impiego di fotoelettriche per contrastare gli attacchi dei ribelli arabi, quasi sempre effettuati durante l’arco notturno. Ove possibile si cercava di sfruttare cinte difensive preesistenti costituite da muri, torri di vedetta e fossati. Piuttosto largo fu il ricorso a scudi per artiglierie e per fucilieri al fine di garantire la protezione dal tiro di armi leggere. Queste sistemazioni difensive scoraggiarono spesso attacchi in forze del nemico, che preferiva assalire reparti italiani e di ascari eritrei in movimento in campo aperto. Artiglierie e armi automatiche delle ridotte tennero alla larga i ribelli, che svolsero principalmente azioni di disturbo (le «ridotte» italiane in Libia sono ben descritte nel film «Lo Squadrone Bianco» del 1936). (Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, fondo L-8 «Libia», buste 187 e 188).

d’azione del munizionamento disponibile. Le Fire Base, equipaggiate con obici/mortai, costituiscono a loro volta una rete «avanzata» di presidi disposti nei punti critici del territorio per supportare le unità che operano entro la gittata delle proprie sorgenti di fuoco e limitare i movimenti avversari. Nelle FOB è dislocata anche una Quick Reaction Force (QRF): riserva eliportata pronta ad intervenire a favore sia delle FB, operativamente dipendenti, sia di pattuglie eventualmente sotto minaccia nemica. Da una FOB dipendono più FB in termini di coordinamento delle azioni, di intervento della QRF, di sostegno logistico/sanitario (2). In Afghanistan, il contingente inglese è ricorso nell’estate 2006 a diverse guarnigioni fortificate, chiamate platoon houses, nel nord della provincia di Helmand (sud del Paese) per contrastare la recrudescenza della guerriglia talebana nella regione. In Colombia, le autorità governative hanno ottenuto positivi risultati nella strategia di counterinsurgency disponendo stazioni di polizia fortificate lungo le LOCs (Lines of Communications) dei guerriglieri. Questa rete di avamposti ha permesso di ridurre l’isolamento e l’emarginazione delle comunità rurali, vittime da sempre dei conflitti interni, e di aumentare il raggio d’azione d’intervento delle forze regolari. In Pakistan, come in Colombia, la dislocazione di presidi lungo la frontiera afghana consente un migliore controllo dei confini e, nel contempo, garantisce una maggiore sicurezza alle proprie LOCs. «Le postazioni di armi automatiche ed i posti di osservazione del caposaldo dell’esercito (pakistano) di Mangrotai dominano una delle più sensibili frontiere del mondo. Questo punto dominante del confine Afghanistan-Pakistan illustra tutti i dilemmi emersi dal fronte della guerra al terrorismo. Disposto sui monti innevati dell’area tribale senza legge del Nord Waziristan, il contingente di 30 soldati pa-

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LE RIDOTTE ITALIANE IN LIBIA (1911-3 30)

La ridotta italiana di Sidi dakis in Libia.

kistani è stretto tra le milizie talebane e le forze statunitensi ed afghane dall’altra parte del confine.... Ci sono 97 caposaldi nel Nord Waziristan, disposti sulle aride e brune creste o sulle cime innevate e punteggiate da pini. Qui, i miliziani, usando i numerosi canaloni presenti, attraversano il confine per attaccare le guarnigioni statunitensi ed afghane...» (3). Le Forze Armate brasiliane hanno utilizzato nella regione amazzonica basi fortificate (combat base), a livello compagnia e battaglione, nelle operazioni di controguerriglia degli anni 70 contro gli insorti del FOGUERA (Araguaia Guerrilla Force, braccio armato del partito comunista brasiliano) e le formazioni del FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). IL RUOLO DELLE POSIZIONI FORTIFICATE Un dispositivo fortificato, per risultare valido nel contesto generale di una campagna di counterin-

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Una postazione sovietica nei pressi di Bagram, in Afghanistan.

surgency, deve essere disposto con visione unitaria e pensato per giocare un ruolo offensivo nel contrasto ai movimenti di guerriglia, interagendo con le altre componenti della manovra. In tale contesto, le fortificazioni possono costituire un elemento centrale del sistema di controllo dell’area, assolvendo i seguenti compiti: • garantire la disponibilità di luoghi sicuri in territorio ostile o non pacificato completamente, da cui proiettarsi nel settore di responsabilità e, nel contempo, proteggere le LOCs amiche; • interdire le LOCs nemiche, ridurre la libertà d’azione, le capacità di movimento, concentrazione e di trasporto dell’avversario, per costringere gli insorti ad abbandonare le aree più importanti del Paese e/o allontanarli dalle loro fonti di approvvigionamento e di reclutamento; • supportare un rete di avamposti proiettati nella zone più sensibili dell’AoR (Area of Responsability). L’articolazione delle basi americane consente di suddividere l’AoR in Aree di Operazioni, ognuna delle quali assegnata a reparti diversi, che conducono nei periodi di stasi attività finalizzata alla presenza e sorveglianza nella rispettiva zona, per poi concentrarsi per il tempo stabilito in occasione di maggiori operazioni laddove ritenuto necessario. «... La FOB “Lumberyard” è stata costruita ai primi di maggio (2006) per fornire un punto d’appoggio per le truppe afghane e statunitensi che si spingono verso nord nelle province di Kunar e Nuristan.... Le forze della Coalizione muovono all’interno dei più remoti nascondigli degli insorti, però non sono in grado di garantire sicurezza alla popolazione locale, la quale afferma di aver bisogno di aiuto per cacciarli definitivamente. L’incapacità di fornire sicurezza alla popolazione in queste zone ostacola l’efficacia a lungo termine di operazioni come “Mountain Thrust”, un’offensiva

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della Coalizione su larga scala lanciata di recente nell’Afghanistan meridionale a seguito dell’aumento delle attività degli insorti. Essi controllano parte delle campagne che circondano le basi operative nelle province del sud. Invece di mettere in sicurezza intere aree come quelle dei deserti del sud e delle montagne del nord, le forze USA hanno costruito basi come “Lumberyard”, dalle quali conducono pattugliamenti, incontrano i notabili dei villaggi e pattugliano le strade in cerca di bombe ed altri ordigni...» (4). Grazie alle basi disposte sul terreno, le Forze Armate statunitensi sono in grado di esercitare una pressione costante sugli avversari, applicando il concetto del bilanciamento operativo e dell’impiego selettivo dei reparti, finalizzato a ridurre i rischi e a realizzare un rapporto di forza che, anche qualitativamente, sia favorevole alla coalizione. Si tratta in sostanza, con gli opportuni adeguamenti, della tecnica del quadrillage (dal francese quadriller, suddividere a scacchiera un centro abitato o un territorio per facilitarne il controllo) adottata dai francesi in Algeria (1954-62). «... Durante il conflitto algerino, i francesi, dopo aver isolato il movimento di opposizione all’interno dei confini, si concentrarono sulla eliminazione delle cellule interne degli insorti. Furono avviate operazioni che avevano lo scopo di fornire sicurezza alla popolazione e alle varie installazioni. Tutte queste attività venivano effettuate organizzando il Paese con quello che veniva chiamato sistema quadrillage, che prevedeva la suddivisione del territorio in quadranti geografici da mantenere sotto stretto controllo. Ciascun quadrante veniva assegnato ad una guarnigione che forniva sicurezza all’interno dell’area attraverso un’organizzazione di posti fortificati e di pattuglie per localizKabul, Afghanistan, 2002: posizione fortificata delle forze ISAF.


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I capisaldi sovietici erano organizzati su un sistema di trincee, postazioni scavate e ripari per munizioni, cibo e acqua. Allo stesso modo, gli alloggi del personale, la riservetta munizioni, il Comando, le sale comuni, le cucine, la riserva dell’acqua e i bagni, erano fortificati. Un avamposto era normalmente composto da un plotone di fucilieri motorizzato, uno o due lanciatori di granate automatici AGS-17, una o due mitragliatrici pesanti DShK, uno o due mortai da 82 mm e un carro armato. Gli avamposti potevano unirsi per dar luogo ad un distaccamento di sicurezza (unità di fucilieri motorizzata a livello compagnia o battaglione, rinforzata con artiglieria, carri armati e genio). Tali avamposti erano attivi 24 ore su 24. Di giorno, un uomo per squadra o carro era posto di guardia, mentre una pattuglia di due uomini ispezionava l’area. Di notte ogni avamposto creava uno o due punti di sicurezza, formati da quattro uomini posti a 500/800 metri dal perimetro difensivo, in grado di comunicare con l’avamposto sia via cavo sia in modo visuale. Ciascun presidio aveva una difesa in grado di coprire l’intero perimetro, così da poter respingere un attacco dei mujahideen proveniente da qualunque direzione. Ogni plotone aveva un settore di tiro primario e uno secondario, con campi di tiro sovrapposti con le unità contermini. Distaccamenti di artiglieria rinforzavano di norma gli avamposti. I tiri di artiglieria erano pianificati in modo da coprire le direzioni dalle quali i mujahideen potevano sferrare un attacco. Gli obiettivi erano registrati e numerati. Il tiro poteva essere corretto, rispetto agli obiettivi individuati in fase di prepianificazione, dal Comandante dell’avamposto di sicurezza o, se questi non era in grado di comunicare direttamente con la «sottounità» di artiglieria, dal Comandate del battaglione. Di norma, non occorrevano più di due-quattro minuti per portare il tiro di artiglieria contro un gruppo di mujahideen. Ciascun avamposto veniva recintato con una doppia linea di filo spinato e fra queste venivano poste mine antiuomo collegate a fili d’inciampo. Sensori ed illuminanti collegati a fili d’inciampo erano nascosti in lontananza lungo le vie di accesso. La notte, le entrate e le uscite dagli avamposti venivano chiuse e minate. Cartelli di avvertimento su cosa fare e non fare, in afghano, russo ed inglese, erano affissi lungo il perimetro della zona di sicurezza e al di fuori del perimetro difensivo.

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UN ESEMPIO DI POSIZIONE FORTIFICATA - L’ESPERIENZA SOVIETICA IN AFGHANISTAN (1979-8 89)

Tratto da: • Lester W. Grau: «The Bear Went Over the Mountain: Soviet Combat Tactics in Afghanistan», National Defense University Press, 1996, pagg. 129/131; • «The Soviet-Afghan War. The Russian General Staff», University Press of Kansas, 2002, pagg. 236, 239, 241.

c’è acqua corrente e i soldati dormono sotto le stelzare ed intercettare gli insorti. La guarnigione avele, coprendosi con i sacchi a pelo per ripararsi dalle va il compito principale di assicurare un livello di sferzate di sabbia. Più di una dozzina di Humvees sicurezza adeguato alla minaccia ed alle necessità circondano il perimetro esterno del campo fornendo della propria zona di operazioni...» (5). Le unità convenzionali presidiano le basi e, alil cordone di sicurezza, in attesa che i soldati finiscal’avvio di una operazione, delimitano per il tempo no di costruire un muro di sabbia alto otto piedi atnecessario le zone critiche da controllare, mentre torno alla base...» (6). le Forze Speciali muovono dalla periferia verso il Come si è verificato in passato in occasioni di centro dei «quadranti» interessati, procedendo alcampagne di controguerriglia conclusesi favorevolla sistematica neutralizzazione degli elementi mente, tali presidi possono conseguire risultati che ostili presenti. vanno ben oltre gli aspetti meramente operativi. Secondo l’affermazione che l’obiettivo di una cam«... Solo una settimana fa quest’area poco distante pagna di counterinsurgency è di dal villaggio di Musa Qala non era altro che un arido e desolato pezottenere il supporto della popoI presidi fungono spesso lazione e non conquistare il terzo di deserto, pieno di polvere e privo di qualsiasi valore. Non più da catalizzatori nei confron - ritorio, le basi possono anche tardi di giovedì, era diventato un ti delle popolazioni... creare le condizioni per la paciavamposto pieno di attività, proficazione dell’area interessata, tetto da obici da 105 mm, tiratori attraverso il progressivo consescelti ed un grande muro di sabbia. Una base statuguimento della fiducia degli insediamenti civili nelle nitense costruita nel mezzo del nulla in supporto alaree non ancora completamente sotto controllo. l’offensiva contro i Talebani nell’instabile sud dell’Af«...Questa operazione (“Baaz Tsuka”, termine paghanistan.... Nell’accampamento verranno immagazshtun di “Falcon Summit”) aveva lo scopo di prozinate le scorte (cibo, carburanti e munizioni) in soteggere dai ribelli i distretti di Panjawayi e Zhari stegno all’Operazione “Mountain Thrust”.... L’avamnella provincia di Kandahar e di prestare supporto posto si trova alla considerevole distanza di 180 migenerale al governo in quegli stessi luoghi nei glia dalla base permanente di Kandahar e circa 5 miquali le forze di ISAF avevano combattuto i Taleglia da Musa Qala, un piccolo villaggio nella provinbani nel corso dell’Operazione “Medusa” nel mese cia di Helmand, dove i Talebani sono attivi.... C’è un di settembre (2006).... Mentre l’Operazione “Mechirurgo nella piccola tenda infermeria e presso una dusa” è stata la ferma risposta di ISAF all’intenziomensa di fortuna si preparano colazioni e cena. Non ne dei Talebani di trincerarsi nei pressi di Kanda-

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I LIMITI OPERATIVI

Khost, Afghanistan, 2003: un alpino osserva il suo settore da una postazione della FOB «Salerno».

har ed assediare quella capitale di provincia, “Baaz Tsuka” è un’operazione più ampia con obiettivi militari simili, cui si aggiungono scopi politici ed economici nel tentativo di conquistare i “cuori e le menti” dei residenti e di sviluppare le infrastrutture della regione.... Uno degli scopi principali è quello di offrire agli abitanti una alternativa ai Talebani. Le forze di ISAF e afghane stanno distribuendo aiuti umanitari e per la ricostruzione agli anziani delle tribù e stanno fornendo aiuto agli Afhgani dispersi dai ribelli...» (7). Le guarnigioni, infatti, sono in grado offrire un’ampia gamma di servizi assistenziali (sanitari, scolastici o economici), effettuare interventi di varia natura (politici, giudiziari o militari) sulle autorità e/o leader locali, nonché conoscere meglio la situazione della zona. I presidi, inoltre, fungono spesso da catalizzatori nei confronti delle popolazioni, che tendono a raccogliersi nei pressi delle posizioni, sia per ricevere protezione sia per sfruttare la presenza militare quale fonte di sostentamento. «...In Paktica, la presenza delle forze statunitensi ha permesso il materializzarsi di un certo grado di progresso. Attorno a Shkin e Orgun (Fire Base) sono sorti centinaia di accampamenti formati da case di mattoni di fango ospitanti famiglie molto numerose. Negozi e qualche industria si sono spostati nell’area e delle scuole hanno iniziato la loro attività...» (8). In alcune circostanze, infine, come lungo il tratto brasiliano del Rio delle Amazzoni, i presidi militari possono ricoprire un ruolo determinante per la crescita degli insediamenti civili in aree scarsamente abitate ed agevolare la crescita socio-economica della regione (9).

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Se il piano delle fortificazioni viene pensato per assolvere esclusivamente funzioni difensive ed incentrato sulla protezione delle forze, sulla sicurezza delle linee di comunicazione e degli obiettivi di principale importanza e di elevata vulnerabilità (quali, ad esempio, oleodotti, dighe, ecc.), le postazioni potranno risultare di immediata utilità ma non contribuiranno al successo di una strategia offensiva più ampia. Per non risultare un inutile dispendio di risorse meglio utilizzabili in altri compiti, un dispositivo fortificato deve essere sostenibile in termini sia di missione da assolvere sia di disponibilità di forze sia di supporto logistico: quando ciò non avviene rischia di tramutarsi in un limite nella condotta delle operazioni stesse. Non occorre dimenticare poi l’effetto mediatico in caso di caduta di una posizione in mano all’avversario, per il forte riflesso emotivo e simbolico dell’evento. La concezione sovietica per la sicurezza delle LOCs in Afghanistan (1979-89), ad esempio, prevedeva una serie di capisaldi dove il personale aveva il compito di presidiare la posizione ed aspettare: un atteggiamento passivo e reattivo che non includeva pattugliamenti o ricognizioni di tipo aggressivo. La guerriglia invece non ha alcun bisogno di attaccare chi è già sulla difensiva, basta che essa sposti altrove le proprie attività e lasci il nemico dove si trova, trincerato in difesa di un luogo che diventa periferico e ininfluente. Scriveva in merito T. E. Lawrence (più noto come Lawrence d’Arabia): «... Ormai noi bloccavamo la ferrovia ed essi la difendevano soltanto. Il presidio di Medina, ridotto a proporzioni inoffensive, restava accovacciato nelle trincee, e distruggeva da sé le proprie possibilità di movimento, mangiando gli animali che non sapeva più come nutrire. Li avevamo privati della possibilità di farci danno e ora volevamo anche impadronirci della loro città. Ma per farne che?...» (10). Un presidio isolato risulta vantaggioso per chi lo costruisce solo se, per essere assediato, richiede una forza nemica maggiore di quella presente, oppure se è in grado di interdire un’importante linea di comunicazione avversaria. «... I posti dislocati lungo le strade e gli itinerari degli avversari contribuirono a ridurre sensibilmente le attività di rifornimento di materiali ed armi dei mujahideen e costrinsero quest’ultimi ad adottare particolari accorgimenti per neutralizzarne l’efficacia. I mujahideen, in occasione del transito di loro convogli/carovane (di norma di notte), bloccavano le attività di quei posti fortificati che si trovavano nelle vicinanze degli itinerari utilizzati.


Essi, infatti, potevano determinare la composizione delle forze del posto, studiare il terreno ed organizzare l’assalto alla guarnigione mentre transitavano i rifornimenti...» (11). Osservava a tal proposito nel 1961 il Col. Roger Trinquier, Ufficiale francese di grande esperienza di guerre coloniali: «... Le postazioni militari, sistemate con grande dispendio di energie nelle zone da pacificare, in genere non hanno alcuna influenza. Situate generalmente sui punti di passaggio che dobbiamo tenere per spostare in sicurezza i nostri mezzi pesanti, non causano alcun disturbo ai guerriglieri che non hanno alcun bisogno di passare di là. Le loro bande potranno circolare senza difficoltà nei larghi spazi che separano le postazioni senza doversene preoccupare, organizzando e controllando a loro vantaggio la popolazione. Alcuni attentati terroristici abilmente calcolati saranno sufficienti, in seguito, a sottomettere gli abitanti alla loro volontà. Inoltre, il dispositivo di queste postazioni è messo in mostra come un libro aperto sotto gli occhi dei nostri nemici che possono osservarlo a piacimento. Perciò nessuna delle attività di queste postazioni potrà sfuggire loro. La sola vera utilità di queste postazioni, di fatto, sono le servitù che ci creano: la loro manutenzione, il loro rifornimento, ci obbligano ad aprire e mantenere delle strade, a garantire, a volte su lunghi itinerari, la sicurezza dei convogli, a mantenere quindi una certa attività militare che, senza le postazioni, non esisterebbe...» (12). L’Esercito russo in Cecenia, dando per scontata la loro centralità nello scenario complessivo, ha utilizzato i capisaldi quale strumento principale della lotta alla guerriglia, disperdendo le proprie forze in numerose guarnigioni fortificate di entità ridotta nella convinzione di ottenere il controllo del territorio con la sola presenza delle truppe. Le incursioni degli insorti, invece, hanno costretto i Russi a concentrarsi in sempre meno presidi fortificati che, alla fine, si sono rivelati insufficienti e troppo limitati di capacità per contrastare validamente le attività della guerriglia. La stessa situazione si è verificata nei combattimenti per la capitale cecena, Grozny, quando i Russi, mano a mano che progredivano, disponevano posizioni difensive nella versione urbana degli avamposti disperdendo le proprie forze e rendendole molto più vulnerabili. In Iraq, il sostegno logistico delle grandi basi ha richiesto un sistema di rifornimenti molto oneroso che comporta un continuo flusso di convogli logistici esposti agli attacchi della guerriglia, la cui protezione è uno dei principali impegni della Coalizione. Nel sud dell’Afghanistan, nella provincia di Helmand, nel 2006 le forze britanniche sono state costrette a ridurre le platoon houses per le difficoltà di un regolare rifornimento delle guarnigioni isolate e spesso sotto assedio, che non consentivano agli elicotteri di volare senza sensibili rischi, men-

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Khost, Afghanistan, 2003: una torretta di osservazione della FOB «Salerno».

tre i convogli su strada subivano frequenti imboscate da parte degli insorti. «... Le cosiddette platoon houses, niente di più di un centro governativo rinforzato, hanno poche amenità. I combattimenti sono stati così intensi che gli elicotteri non erano in grado di rifornire le truppe.... Cibo, acqua e munizioni devono ora essere portati fino alle posizioni occupate dai plotoni per mezzo di convogli che viaggiano su strada e corrono il rischio di subire imboscate ed incorrere in trappole esplosive dei ribelli. Un convoglio americano è caduto in un’imboscata tesa dai ribelli che lanciavano granate con propulsione a razzo nel vicino Uruzgan sabato scorso provocando la morte di due contractor civili.... Le platoon houses hanno visto le truppe britanniche della 16a Brigata d’Assalto Aereo impegnate nei più violenti e feroci combattimenti dai tempi della guerra di Corea (1950-53), che spesso si risolvevano in scontri individuali e corpo a corpo...» (13). In Iraq, le FOB si sono estese a tal punto da divenire un ostacolo per la manovra e hanno provocato, tra l’altro, la separazione delle truppe dalla popolazione, violando il principio fondamentale delle operazioni di controguerriglia di non perdere il contatto con il territorio. Per ovviare a questo isolamento, il Comando statunitense ha introdotto recentemente un nuovo dispositivo nelle aree liberate dalle forze ostili, disponendo un sistema di avamposti, denominati joint security stations, occupati congiuntamente da reparti statunitensi e iracheni. «... I 100 soldati americani che ci abitano lo chiamano “Alamo”, per quanto i loro superiori detestino ogni accenno alla sconfitta. È un campo di sei edifici pesantemente fortificati, in prima linea nel-

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I perimetri di protezione delle basi sono eretti ricorrendo sempre più a cinture di contenitori chiamati hesco bastion. Questi ultimi sono cesti di varie dimensioni in feltro, che prendono il nome dalla ditta produttrice, con intelaiatura in rete metallica riempiti di materiale inerte come sabbia o terra.

l’infinita guerra combattuta tra sunniti e sciiti a Ghazaliyah, nella parte ovest di Baghdad. Non c’è acqua, non c’è riscaldamento, i servizi igienici sono primitive latrine. L’unico pasto caldo giornaliero viene portato con un mezzo. Ogni finestra è protetta con sacchetti di sabbia. I soldati dormono uno accanto all’altro, svegliati nella notte da sparatorie ed esplosioni. È la prima delle 20 JSS che il Comando americano intende piazzare nelle zone calde di Baghdad con l’arrivo di parte dei 21 000 uomini di rinforzo. Queste guarnigioni dovranno reprimere i combattimenti, addestrare l’esercito iracheno e spingere i locali a ribellarsi alle milizie sciite e ai guerriglieri sunniti. È un grande cambiamento rispetto all’idea di ingabbiare le truppe USA in grandi basi isolate.... La JSS è cinta di barriere, posti di guardia e spirali di filo spinato. Gli Americani occupano due edifici. Un numero analogo di Iracheni abitano in altri due edifici. Le ultime due servono da barriere contro il fuoco.... Pattugliano ogni giorno con i mezzi e a piedi. Parlano con gli Iracheni invece di abbattere le porte delle loro case. Hanno portato operai per riparare le linee elettriche e per la prima volta dopo tanti mesi hanno organizzato le forniture di gas per il riscaldamento e la cucina...» (14). LA DISLOCAZIONE DELLE BASI La validità di una base non è rappresentata dall’installazione in se stessa ma dalla località scelta, che deve risultare facilmente difendibile, dominando le aree circostanti con ampi campi di osservazione e tiro, consentire rapidi spiegamenti in più direzioni, per agevolare le attività di pattuglia-

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mento ed offensive, nonché permettere un regolare rifornimento logistico. «... I soldati statunitensi hanno aperto 15 delle circa 30 pianificate “joint security stations” nella capitale (Baghdad). Essi hanno anche realizzato un numero imprecisato di piccoli “combat outposts”.... I Comandanti americani hanno affermato che le “joint security stations” ed i “combat outposts” sono stati dislocati nei luoghi dove possono limitare maggiormente la libertà d’azione degli insorti...» (15). Una opportuna dislocazione delle basi può anche risultare utile per impegnare forze avversarie ed evitare che siano impiegate in altre zone di maggiore interesse operativo. «... La strategia sovietica al confine con il Pakistan era basata sul mantenimento di un gran numero di avamposti, grandi e piccoli. Il loro scopo era di chiudere il confine ed interdire le nostre vie di rifornimento. Per tutta la durata della guerra la maggioranza di questi presidi si trovava sotto assedio, almeno parziale.... Col senno di poi, quelle città e quegli accampamenti hanno sviato i nostri sforzi da Kabul e da altri obiettivi paganti per la guerriglia. Era troppo allettante tentare di prendere guarnigioni isolate adiacenti al confine. Erano vicine alle nostre basi principali, con tutti i vantaggi che ciò comporta. Non era difficile ottenere dei piccoli successi ed i Comandanti potevano star certi del riconoscimento per le loro vittorie. Prede di saccheggio e buona pubblicità erano le ricompense per questo tipo di trionfi a basso rischio e relativamente facili da cogliere. È probabile che i continui e costosi sforzi dei Sovietici e degli Afgani per mantenere queste guarnigioni furono fruttuosi. È indubbio, infatti, che esse erano in grado di tenere impegnati un grande numero di Mujahideen...» (16). LA REALIZZAZIONE Non esistono soluzioni da manuale o disegni standard per erigere una posizione fortificata. La configurazione può variare in funzione della situazione operativa, del profilo della missione, della disponibilità di infrastrutture presenti, della natura del terreno e del grado di inventiva delle guarnigioni. «... Lagman è la base di fuoco da dove partono gli elicotteri per i raid.... È la realtà degli avamposti sparsi in quella regione (Zabul - Afghanistan) per tentare di tenerla sotto controllo. Sono tipici casolari afghani che gli Americani hanno occupato. Quadrati di fango e argilla che fungono da stanze, un pozzo, uno spazio per gli animali e tutto attorno un muro recinto. Più trincee che fortini, dove rifiatano, tra un raid e l’altro, i 30 componenti di un plotone della 173a Brigata (US)...» (17). I criteri per la costruzione di una base non sono


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La FOB «Salerno» è stata occupata dalle forze statunitensi nel settembre 2002. Inizialmente costituita da un singolo edificio preesistente, in muratura, protetto con un perimetro di sacchetti a terra, la FOB si è progressivamente estesa sino ad includere: • sistema perimetrale protetto integrato da centri di fuoco, postazioni di guardia e di combattimento, posti di osservazione; • area centrale per le normali attività giornaliere, con Comando, ospedale da campo, zona servizi, attendamenti per il personale; • aree per stoccaggio di carburanti e munizioni; • parcheggio automezzi e deposito materiali vari; • striscia di atterraggio con torre di controllo per la gestione del traffico aereo; • zona di atterraggio elicotteri e relativa area protetta per il loro parcheggio; • base di fuoco per gli obici e/o mortai. Adiacente alla FOB era sistemata una FB per il supporto di fuoco. Il sistema perimetrale articolato su più linee prevedeva: • una prima barriera antintrusione esterna molto robusta ed alta, costituita da concertina in ordine triplo e da barriere di filo spinato, posta ad una distanza pari a quella di lancio di una bomba a mano; • una seconda barriera antintrusione interna, ad una certa distanza dalla prima, nelle immediate vicinanze della base vera e propria; • ulteriori protezioni per i siti più sensibili (Posti Comando, dormitori, riservette munizioni, deposito carburanti, ecc.) con terrapieni e/o hesco bastion e sacchetti in terra. Gli accessi sia all’esterno del perimetro sia all’interno della base attiva erano costituiti da una serie di barriere di hesco bastion, ostacoli in cemento o barili da 200 litri riempiti di materiale inerte (sabbia, terra) per costringere i veicoli a strette svolte in direzioni diverse riducendone la velocità (cosiddette chicane), impedendo - di conseguenza - l’arrivo ad alta velocità di un’auto bomba in grado di sfondare la sbarra o il cancello all’ingresso. («Camp Salerno/Forward Operating Base Salerno», www.globalsecurity.org/military/facility/fob salerno.htm).

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LA FOB «SALERNO» DI NIBBIO (2003) A KHOST

collina ANP Hill (Afghan National Police), una posivariati sostanzialmente nel tempo e sono molto simili in ogni teatro operativo. zione strategica che dominava quella travagliata «... La postazione (Algeria 1954-62) è situata in città (Nowzad). Soprannominato “Dragon’s Lair”, una vecchia fattoria nei pressi del villaggio. È cirquell’avamposto pesantemente difeso fu costruito condata da filo spinato e da sacchetti a terra. L’indagli Afghani durante l’invasione russa...» (19). tera postazione viene rafforzata progressivamente.... I soldati vivono in camere spartane, prive di L’ORGANIZZAZIONE ogni comodità. Sono isolati. Il loro solo mezzo di comunicazione con l’esterno è la posta. La postaAncora oggi i campi fortificati, proprio per le lozione ha il compito di garantire la sicurezza e il ro funzioni, sono spesso dislocati lontani dalle controllo del villaggio e dei suoi dintorni...» (18). I perimetri di protezione sono eretti ricorrendo, principali concentrazioni di forze amiche in zone oltre ai tradizionali sistemi di lavori campali (terdove la qualità della vita è subordinata alle esigenrapieni, sacchetti a terra), a cinture di contenitoze di sicurezza e capacità di sopravvivenza e di ri chiamati hesco bastion riemreazione agli attacchi della guerriglia. piti di materiali inerti, che oramai contraddistinguono ogni Ancora oggi i campi forti - Queste ragioni, unitamente insediamento di forze multina- ficati sono spesso dislocati all’opportunità di evitare fenozionali. lontani dalle principali con- meni di «assuefazione» tra il fanno sì che le inI lavori devono essere svolti centrazioni di forze ami - personale, stallazioni siano occupate dalcon progressione e richiedono le unità a rotazione. un costante miglioramento per che... Gli aerei e gli elicotteri, così adeguare le difese e ricercare un come in passato, sono i mezzi livello di protezione corrisponpiù idonei per assicurare i rifornimenti, tenuto dente alla massima minaccia ipotizzabile, anche se conto delle lunghe distanze da percorrere e delle non prevedibile al momento. condizioni delle rotabili, quando esistenti, in terOve possibile sono sfruttati edifici già presenti mini di sicurezza e di praticabilità. Ciò, peraltro, opportunamente fortificati con il ricorso a matepuò costituire una limitazione nella regolarità dei riali di rafforzamento o di recupero del luogo. voli sia nei periodi di condizioni meteo avverse sia Non è raro, inoltre, che fortificazioni realizzate per il livello di rischio della zona interessata che, in precedenza siano utilizzate successivamente in alcune circostanze, può indurre a ricorrere ad per le loro caratteristiche. aviolanci per la minaccia avversaria. «... Le truppe (britanniche) occuparono anche la

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PRINCIPALI SCOPI DELLE FORTIFICAZIONI IN OPERAZIONI DI CONTROGUERRIGLIA • • • • • • • •

Dividere lo spazio della battaglia in settori più facilmente controllabili; migliorare la capacità delle unità di muoversi rapidamente e senza ostacoli nell’area di responsabilità; contribuire a preservare le forze non esponendole inutilmente ad attacchi avversari; ridurre o neutralizzare la minaccia e/o le attività degli insorti, sbarrare le LOC avversarie per incrementare i limiti tattici della guerriglia; proteggere le principali LOC amiche e supportare pattuglie e convogli alleati; aggregare gruppi di popolazione locale per interventi socio-umanitari; supportare le reti di check-point, fissi o mobili; servire come costante dimostrazione della forza e della presenza del governo legittimo e dei suoi alleati.

Le aree di acquartieramento e delle attività quotidiane devono essere diradate all’interno dei campi, prevedendo nelle loro vicinanze ricoveri protetti per il personale. Le basi devono anche poter disporre di spazi destinati ad accogliere reparti distaccati temporaneamente per l’esecuzione di una operazione mirata. Con il progressivo consolidamento dei lavori di sistemazione sono realizzate ed ampliate le strutture ricreative che consentono ai soldati di recuperare le capacità fisiche e mentali logorate dallo stress da combattimento. L’uso diffuso, inoltre, della tecnologia (internet, telefoni satellitari, ecc.) permette al personale di rimanere collegato con la madrepatria pur stando in zona di operazioni. L’utilizzo delle FOB ha cambiato il modo di combattere dei militari americani. Invece di costituire una semplice area di stazionamento per la proiezione delle forze, sono diventate una «casa lontano da casa», luoghi in cui vengono alleviati molti motivi di disagio, comunemente ritenuti endemici nella vita in operazioni, dove rinnovare lo spirito combattivo ed evadere psicologicamente dalle difficoltà della guerra. L’esigenza di assolvere il compito senza soluzione di continuità (il tempo non è scandito dai ritmi della vita di guarnigione come sul territorio nazionale) impone alle forze all’interno delle basi di organizzare le attività giornaliere nell’intero arco delle 24 ore e di prevedere, nei periodi di stasi operativa, un programma addestrativo quotidiano finalizzato all’impiego. La prova delle azioni e il ripetersi delle procedure tecnico-tattiche, basate sulle lessons learned, servono a mantenere vigile il personale e infondere sicurezza in se stesso, preparandolo operativamente, fisicamente e psicologicamente al combattimento. LA DIFESA L’organizzazione difensiva deve assicurare la piena operatività degli assetti presenti nell’installazione senza condizionamenti/limitazioni nel loro impiego. La difesa può prevedere misure di tipo ordinario e di emergenza ed includere disposizioni tese a proteggere le comunità civili limitrofe. I fattori da

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prendere in considerazione sono: • caratteristiche delle infrastrutture presenti utilizzabili; • caratteristiche naturali del terreno; • uso di ostacoli artificiali per potenziare le caratteristiche naturali del terreno; • presenza di strade e/o corsi d’acqua da usare quali linee di comunicazione militari e commerciali civili; • controllo del terreno circostante per un raggio superiore a quello dei mortai e razzi nemici. Costituiscono elementi principali della difesa la vigilanza ed efficaci misure di sicurezza, nonché la condotta di azioni aggressive effettuate con continuità. Tali provvedimenti riducono le possibilità di interferenze avversarie nelle operazioni che si svolgono nell’area e fanno sì che le azioni delle forze nemiche non convergano più su detta area. «I posti (fortificati) del 27° BCA (Batallion Chasseurs Alpins) sono riforniti una volta alla settimana.... Mahagga è un villaggio di piccole case ricoperte di tegole rossastre confezionate con l’argilla della foresta vicina ... un piccolo posto lo protegge. Fortificato alla fine del 1955, da parte degli anziani dell’Indocina, è dotato «come laggiù» di una torre in pali di legno e di una tripla linea di reticolati.... I mortai e le mitragliatrici pesanti del posto sono pronti ad intervenire al primo segnale di allerta o al minimo dubbio sul passaggio di una colonna di ribelli nella foresta» (Georges Fleury: «La Guerre in Algerie», Payot a Rivages, 1996, pag. 200-201). I moderni mezzi di sorveglianza e di osservazione consentono una economia delle forze ottimale per gli eserciti occidentali, caratterizzati da effettivi ridotti e dall’esigenza di contenere le perdite. Tra questi spicca un sistema aereo di sensori all’infrarosso, utilizzabile da un aerostato o da una piattaforma stazionaria (di opportuna altezza) capace di individuare la presenza e/o il movimento di forze ostili da grande distanze. Il sistema, denominato in gergo «grande fratello», è utilizzato dalle Forze Armate statunitensi in Afghanistan ed in Iraq. Per ridurre gli effetti degli attacchi con VBIED (Vehicle Borne Improvised Explosive Devices) le basi sono integrate con un sistema di difesa passivo, articolato in profondità su barriere e terra-


pieni scaglionati su più livelli con personale preposto a garantirne la protezione con l’osservazione e con il fuoco. Tale dispositivo deve essere previsto sufficientemente lontano dagli obiettivi più sensibili per evitare che l’esplosione di un mezzo suicida, bloccato dalle difese di primo livello, possa ottenere ugualmente effetti sul personale e sui mezzi del compound. Le forze presenti devono essere inoltre inserite nel piano di difesa perimetrale della base. Ciascuna unità deve fornire personale ed armi per presidiare il perimetro o far parte delle QRF. I piani di difesa devono essere verificati con esercitazioni di routine, affinché ogni militare conosca i propri compiti e responsabilità. Lungo il perimetro esterno, inoltre, devono essere costruite postazioni di combattimento (non soltanto luoghi dove ripararsi durante gli attacchi) dalle quali reagire anche sotto il fuoco di mortai/razzi. SINDROME DA BASE FORTIFICATA La vita all’interno delle fortificazioni, dove le unità si limitano nei periodi di stasi ad assolvere i compiti giornalieri, spesso ripetitivi, connessi con il presidio della posizione, può condizionare le capacità combattive del personale, creando nei soldati una mentalità da «bunker», conseguenza anche della dotazione di molte delle comodità disponibili in patria. In Iraq, l’esigenza di venire incontro alle aspettative dei militari statunitensi e di limitare l’esposizione agli attacchi della guerriglia ha portato ad ampliare sempre più le basi per contenere gli shelter adibiti a dormitori ed aree di lavoro con aria condizionata, ampie strutture mensa, spaziosi spacci, palestre ben attrezzate e internet-cafè. Il fenomeno si era già verificato nel corso della guerra del Vietnam, allorché le sempre più vaste dimensioni, le elaborate costruzioni e le fortificazioni sempre più articolate delle «Basi di Fuoco», finirono per originare nel personale una sorta di «sindrome da Fire Base», che si manifestava con la riluttanza ad abbandonare i luoghi sicuri e relativamente confortevoli e a richiedere standard di vita pressoché identici a quelli delle sedi stanziali. Questa situazione si riflette anche nei rapporti tra i militari, creando un mutuo antagonismo tra coloro che escono «oltre le linee» (perimetro della struttura) e quelli che non lasciano mai la base, arrivando a chiamare quest’ultimi fobbits (da hobbits, personaggi apparentemente pacifici che tendono a stare nascosti nei boschi, ma che in realtà sono i veri eroi della serie cinematografica «Il Signore degli anelli»). L’Esercito americano per riconoscere, comunque, i rischi cui sono soggetti i mi-

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Afghanistan: una pattuglia perimetrale italiana osservata con un visore notturno.

litari all’interno delle FOB (lancio di razzi, tiri di mortai, ecc.) ha creato il Combat Action Badge, distintivo concesso alle truppe presenti nelle basi che hanno avuto un contatto con il nemico, anche se indiretto. CONCLUSIONI Nei conflitti non convenzionali del secondo dopoguerra i presidi fortificati hanno continuato ad avere un peso tattico, e sovente strategico, di primo piano, anche se costituiti semplicemente da sacchetti di sabbia o da riporti di terra (ed ora sempre più da hesco bastion). L’elevata sofisticazione del «campo di battaglia», che consente ai combattenti una perfetta visione del terreno anche durante le ore notturne o di maltempo, non evita infatti la necessità di garantire al soldato una costante protezione, che gli permetta di agire sempre al riparo di qualcosa che possa essere assimilato ad una fortificazione. I posti fortificati agevolano il tempestivo dispiegamento di forze e il decentramento delle funzioni di Comando e Controllo delle operazioni nell’area di responsabilità, assicurando una risposta rapida ed efficace alle azioni avversarie. Le basi, per sostenere gli scopi di una campagna di controguerriglia, devono rispondere a due requisiti essenziali: presenza e continuità. La presenza delle truppe deve essere mantenuta a livelli sufficientemente elevati per diffondere stabilità al di fuori delle aree in cui è già stato conseguito il controllo, mentre il loro utilizzo non deve essere limitato a luogo per accasermare truppe o a mezzo per avvicendare forze in capisaldi più avanzati, escludendo un’interazione giornaliera con la popolazione, in quanto ciò indebolisce gli scopi dell’operazione. Rivestono anche una fondamentale importanza

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di natura politica nel contesto della conduzione i vecchi sentieri in ghiaia con strade a due corsie. Le generale di un conflitto. Sono soluzioni a basso nuove strade consentono alle truppe di effettuare costo, che permettono di economizzare le risorse movimenti più rapidi, promuovono la crescita ecoe di operare in aree remote in cui è possibile reanomica e la fedeltà al governo e sono meno facili da lizzare la necessaria dimostrazione di forza ed afminare.... Per proteggere gli addetti alla costruziofermare la presenza delle Autorità Centrali, dove ne delle strade e aumentare l’influenza del governo, altrimenti risulterebbe impossibile mantenere unil’Esercito statunitense ha stabilito piccoli avamposti tà in modo permanente. È quanto ha fatto, ad nelle valli, presidiati da uno o più plotoni che vivoesempio, il Pakistan con la dislocazione di numeno in condizioni spartane. Essi dispongono di latrirosi presidi nel Waziristan, regione tribale del ne primitive, non hanno docce, hanno fortificazioni nord-ovest del Paese, storicamente nota come un ridotte al minimo e non hanno tende. I soldati posterritorio non facile da sottomettere, e nel Baluchisono fare la doccia e chiamare le loro famiglie una stan, confinante con l’Afghanistan nel sud-ovest, volta ogni due settimane durante le 24 ore di ripointeressata da violenti movimenti indipendentisti. so presso le grandi basi operative. Non c’è Internet, Le basi sono anche una soluzione che consente né telefoni, né televisione, né radio...» (22). ai contingenti stranieri di svolgere il loro ruolo Se le truppe vivono isolate nelle loro installanell’ambito di una coalizione senza l’esposizione zioni lontane dalle realtà locali, esse sviluppano politica di una azione offensiva diretta. una mentalità distante dalla popolazione che, a Una rete di basi, opportunamente dislocate, disua volta, le considera come estranee e ha molvide l’area interessata in compartimenti più facilte più difficoltà ad accettarle. mente controllabili, all’interno I militari nelle guarnigioni sodei quali condurre sistematiche no i primi a doversi confrontare operazioni di eliminazione delUna rete di basi, opportu- con un rivale spietato che usa l’avversario (quadrillage). namente dislocate, divide regole diverse, non condiziona«... Gli Americani hanno dovu- l’area interessata in com - to da led luminosi ma capace di ore ed ore l’arrivo del to riprendere dopo il 2003 le partimenti più facilmente aspettare convoglio da colpire, determidifficili lezioni della guerriglia, nato a raggiungere i suoi scopi affrontando un nemico invisibi- controllabili... anche a costo della vita. le, che logora le forze con tiri «... L’estate scorsa (2006) queisolati o con IED piazzati ai borsti soldati (3° squadrone del 71° reggimento di cavaldi delle rotabili. Applicando i vecchi metodi delle leria US) arrivarono nella provincia afghana del Nuriguerre coloniali, essi tentano di controllare il terrestan, un intrico di ripide e boscose vallate nelle monno moltiplicando i posti fissi preposti a dare la cactagne dell’Hindu Kush al confine con il Pakistan. Il cia agli insorti...» (20). Secondo un Ufficiale francese, impegnato nella campo, probabilmente il più vulnerabile avamposto guerra d’Algeria come Comandante di reparto in Kastatunitense in Afghanistan, fu attaccato ogni giorno bilia (21), le unità stanziate nella stessa zona, con la nei primi 10 giorni dalla sua realizzazione.... L’avamresponsabilità di una specifica area, sono preferibiposto è situato sotto alcune vette di 5 000 m alla li ai reparti mobili che muovono da una località alconfluenza di due corsi d’acqua.... L’unità ha il coml’altra. Le forze di presidio, infatti, sono quelle che pito di interdire l’attraversamento della frontiera da meglio conoscono la situazione, la popolazione e i problemi locali e sono in grado di intervenire con maggiore tempestività in caso di necessità. «... Questa regione è stata tradizionalmente governata da gruppi tribali che si sono alleati con trafficanti ed insorti per far passare armi e combattenti lungo gli stretti sentieri che attraversano le valli. Anche dopo che gli Americani avevano stabilito una base nella capitale del Kunar, Asadabad, nel 2002, il controllo esercitato dalla Coalizione non si estendeva molto oltre la recinzione di filo spinato.... Quest’estate i Comandanti americani hanno cambiato la loro strategia. Hanno avviato un programma intensivo di costruzione di strade per sostituire

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Soldati britannici costruiscono un ricovero, in una base avanzata nel deserto, sfruttando una struttura preesistente e degli hesco bastion.

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parte degli insorti verso la provincia del Kunar.... Sino al mese scorso, ogni volta che gli elicotteri Chinook raggiungevano il campo, dopo un delicato volo sino alla stretta zona di atterraggio a fianco del fiume, venivano fatti segno da razzi. Per il fuoco nemico o per il cattivo tempo nessun elicottero ha potuto atterrare per un certo periodo con sensibili riflessi sui rifornimenti.... Sino ad un mese fa, prima che le abbondanti nevicate chiudessero i passi montani, i soldati nel campo erano oggetto di un costante attacco di RPG provenienti dalla alture adiacenti.... Gli insorti utilizzano le armi nascoste in grotte vicine alla posizione e quasi ogni pattuglia ruotata subisce imboscate durante il movimento...» (23). Giorgio Battisti Generale di Divisione, DCO Support presso il Comando ISAF in Afghanistan In questi scenari che ricordano i racconti di R. Kipling, il soldato rimane sempre l’elemento più importante ed insostituibile, pronto a sostenere combattimenti ravvicinati, fondati sulla sorpresa e sulla rapidità di reazione: uomini che non si riconoscono nel tecnicismo, ma che si identificano ancora nei valori tradizionali dei «guerrieri». NOTE (1) Una tipica FSB schierava 6 obici M102 da 105 mm ed una unità a livello compagnia o battaglione di fanteria, equipaggiata con mortai da 81 mm, sistemi di comunicazione, personale medico ed amministrativo. «Fire Support Bases» US Artillery. www.gruntonline.com/ US_Forces/US_Artillery. (2) Il concetto organizzativo di FOB, per la sua flessibilità, è stato applicato anche in patria per l’Operazione «Jump Start», avviata dalla Guardia Nazionale dall’agosto 2006 in supporto alle unità delle «Border Patrol» nel controllo dei confini meridionali per il contrasto dell’immigrazione clandestina. Tale soluzione consente di assicurare un adeguato livello di supporto logistico senza gravare sulle comunità locali e senza dover costruire fabbricati permanenti. «Concept Perfected in Iraq, Afghanistan Used Along U.S. Border». American Forces Press Service, December 1, 2006. (3) Borderlands where the terrorists thrive. «The Telegraph», February 19, 2007. (4) Afghans tell troops: No security, no help. «The Christian Science Monitor», June 28, 2006. (5) L. Dimarco: «Losing the Moral Compass: Torture and Guerre Revolutionnaire in the Algerian War», Parameters, Summer 2006, pag. 68. (6) «U.S. military erects afghan desert base», The Associated Press, June 16, 2006. (7) «NATO: Many Afghan insurgents die», CNN.com, December 20, 2006.

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Soldati statunitensi posizionano una concertina (barbed wire) a protezione di una base avanzata.

(8) Going in Small in Afghanistan, «The Christian Science Monitor», January 14, 2004. (9) William W. Mendel: The Brazilian Amazon: Controlling the Hydra, «Military Review», July-August 1999. (10) T. E. Lawrence: «I sette pilastri della saggezza», Bompiani, 1957, pag. 174, . (11) «The Soviet-Afghan War. The Russian General Staff», University Press of Kansas, 2002, pagg. 233/234, 236, 239, 241. Le vicende di un tipico caposaldo sovietico sono raccontate nel film russo «9th company» (9ya rota) di Fyodor Bondarchuk del 2005 che si basa su eventi reali avvenuti nel 1989. (12) Roger Trinquier: «La Guerre Moderne», La Table Ronde, Paris, 1961. (13) Afghanistan helicopter use rationed, «The Herald Tribune», July 17, 2006; British hire anti - Taliban mercenaries, «Timesonline», October 8, 2006. (14) A Fort Alamo la Baghdad USA, «The Times» e «La Stampa», 6 febbraio 2007. (15) Soldiers Shift to Baghdad Outpost, «Washington Post», March 1, 2007. (16) Mohammad Yousaf & Mark Adkin: «The Bear Trap (Afghanistan’s untold story) - The Bear Attacks». (17) All’inferno e ritorno, da «Specchio» de «La Stampa», n. 522, 17 giugno 2006. (18) «La guerre des appelés en Algerie», Association des Professeurs d’Histoire et de Geographie de l’Enseignement Public (A.P.H.G.), www.aphg.asso.fr. (19) In the Line of Fire, «Soldier» - Magazine of the British Army -, December 2006. (20) Dans le triangle de la mort irakien, «Le Figaro», 19 février 2007. (21) D. Galula: «Counterinsurgency Warfare: Theory and Practice», Ed. Praeger, 1964, nuova ed. 2005, pag. 87-101, (22) 5 years later, a more sophisticated mission in Afghanistan, «The Philadelphia Inquirer», September 21, 2006. (23) US outpost takes fight to the Taliban, «The Telegraph», January 9, 2007.

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LA FORCE PROTECTION


LA FORCE PROTECTION La Force Protection ha sempre avuto, in ogni epoca, una specifica attenzione da parte degli Eserciti regolari quale condizione necessaria per il successo delle operazioni. Si tratta di un fondamentale principio militare riconosciuto in ogni Forza Armata, che prevede per tutte le unità, Comandi inclusi, la capacità di sapersi difendere in modo appropriato contro gli effetti di un’azione ostile. Questo aspetto ha acquisito un valore via via crescente a partire dalla comparsa del terrorismo moderno, con gli attentati ai contingenti statunitense e francese a Beirut nell’ottobre 1983. Ciò ha portato ad attribuire un prioritario interesse alla protezione dei soldati essendo i più esposti alle tattiche adottate dall’avversario che, sfruttando ogni percepibile debolezza nel dispositivo, mirano a colpire in ogni momento e circostanza per creare un clima di generalizzata insicurezza tra le Forze.

guardare la sicurezza in operazioni, ampliandone La problematica è diventata oggetto di approprogressivamente il campo di applicazione sino ad fonditi studi per la realizzazione di una specifica includere aspetti non direttamente legati alle ini«dottrina» e l’elaborazione dei conseguenti provziative avversarie, come le predisposizioni sanitavedimenti organizzativi ed esecutivi, assumendo di fatto il valore di una funzione operativa chiamarie (profilassi vaccinale, igiene personale, precauta Force Protection (FP). zioni contro malattie infettive, ecc.), la condizione L’esigenza di porre un particolare riguardo a fisica dei militari, la qualità del cibo e dell’acqua o questo aspetto nei conflitti non convenzionali non quelli connessi con le caratteristiche ambientali e è, peraltro, una novità: durante la Seconda guerra climatiche degli scenari d’impiego. mondiale, ad esempio, ampia attenzione venne dedicata alla protezione delle truppe da parte delUN’ESIGENZA MOLTO SENTITA la Wehrmacht nello sviluppo delle dottrine usate nella lotta antipartigiana, pur trattandosi di un aspetto sicuramente non prioritario nel contesto di Si tratta di una competenza nazionale, anche se un conflitto di così drammatiche dimensioni e fenell’ambito di contingenti a guida multinazionale. rocia di combattimenti (1). I Comandanti ai vari livelli hanno la responsabilità In ambito NATO la FP è definita (pub. AAP-6 ed. istituzionale e il dovere morale di adoperarsi per 2006) come «Insieme di misure e mezzi per ridurporre in atto tutte le azioni ritenute necessarie per re al minimo la vulnerabilità del personale, delle garantire l’incolumità delle Forze loro assegnate. installazioni, dei mezzi e delle Sebbene la Force Protection operazioni rispetto a qualsiasi non sia un elemento risolutivo minaccia e in ogni circostanza, Si tratta di una competen- delle operazioni, ne risulta coal fine di preservare la libertà una componente fonza nazionale, anche se nel- munque d’azione e l’efficienza operativa damentale che concorre a delil’ambito di contingenti a gui- neare il quadro di riferimento delle forze». nale Il dizionario del Dipartimento da multinazion entro il quale i reparti possono della Difesa USA (DOD) dei teragire, preservandone la libertà mini militari (ed. 2006) definid’azione. sce, a sua volta, la Force Protection come «Misure È un fattore che deve essere considerato in ogni preventive adottate per mitigare azioni ostili conpianificazione operativa: misure inadeguate postro il personale del DOD (inclusi i componenti delsono portare la missione al fallimento. le relative famiglie), risorse, infrastrutture e inforLa sicurezza del soldato, in sintesi, deve essere mazioni critiche. La Force Protection non include oggetto di un’accurata valutazione del rapporto di azioni per sconfiggere il nemico o proteggere da proporzionalità dei fattori di mobilità, potenza di incidenti, eventi atmosferici o malattie» (2). fuoco e protezione, che consenta di sfruttare al Nel corso del tempo il concetto di FP si è esteso meglio il terreno per accrescere l’efficacia delle sino ad includere ogni situazione che possa riproprie armi e ridurre l’effetto di quelle avversarie.

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L’esigenza è molto sentita in ambito occidentale sia per i riflessi emotivi che eventuali perdite provocano nei confronti delle opinioni pubbliche nazionali sia per limitare i rischi dei militari ai fini della loro tenuta morale, soprattutto a causa di armamenti spesso di circostanza o rudimentali. Il problema di livello di sopportabilità delle perdite può, infatti, provocare l’allontanamento della società dalla condivisione degli obiettivi della missione, sino a farle assumere un atteggiamento di radicale opposizione. Gli stessi uomini (e donne) continuamente esposti agli attacchi della guerriglia necessitano di chiari segnali circa la soddisfazione del loro bisogno primario di sicurezza individuale, pena il diffondersi di un atteggiamento passivo, che ne mina lo spirito combattivo, e della percezione di essere considerati strumenti operativi relativamente «non costosi». Enfatizzare, tuttavia, i provvedimenti di Force Protection non deve indurre ad isolare le unità dal contatto con le popolazioni. I Comandanti devono avere la capacità di saper bilanciare l’incolumità con l’operatività e decidere il livello appropriato di misure da applicare. Tali decisioni dovranno tenere conto dei parametri connessi con l’assolvimento della missione (nemico, condizioni ambientali, atteggiamento civili) e del livello e tipologia della minaccia. Questa necessità accomuna competenze di comando alle conoscenze tecniche e all’adozione di criteri standardizzati applicabili sino ai minimi livelli tattici, che riguardano: • la definizione di appropriate procedure; • lo svolgimento di uno specifico addestramento prima dell’immissione in teatro; • l’adozione di idonei equipaggiamenti. Ma la FP si riflette anche sulla formazione del personale, preparazione dei Quadri e cultura militare di ogni Forza Armata. LE MISURE ADOTTABILI La FP include un’ampia gamma di disposizioni costituite da procedure oramai consolidate negli anni e da un’altra serie che scaturisce dalle modalità d’azione nemiche (TTP - Tecniche, Tattiche e Procedure), la cui conoscenza consente di identificare i potenziali rischi e valutare le proprie vulnerabilità al fine di definire le corrette contromisure. Tale valutazione che, ogni qualvolta possibile, deve essere condotta in fase di predeployment, assiste i Comandanti nel finalizzare l’addestramento e nel definire la necessaria sicurezza per il personale, materiali ed equipaggiamenti. Le esperienze maturate, e le conseguenti lezioni apprese, sono uno dei mezzi più efficaci per supportare i Comandanti in tale processo decisionale.

Sopra. Una colonna di VLB «Puma».

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In apertura. Una postazione per HMG «Browning» cal. 12,7 automatiche pesanti (sono visibili gli hesco bastion).

Esse devono essere diffuse con estrema rapidità sino ai minimi livelli tattici affinché mantengano la loro validità e, parallelamente, inviate ai più alti livelli di comando per intervenire con le opportune modifiche in campo organizzativo, addestrativo e tecnologico. Il sistema, peraltro, affinché risulti valido, richiede una continua valutazione delle TTP nemiche, in quanto gli avversari sono in grado di modificare frequentemente le loro modalità d’azione. Ogni attacco deve essere studiato nelle sue caratteristiche così come devono essere sentiti i militari coinvolti per poterne ricostruire le modalità. L’intelligence è uno dei mezzi più efficaci per supportare le decisioni e fare in modo che il personale riceva quasi in tempo reale le indicazioni aggiornate sui rischi presenti. La capacità degli avversari di trasferirsi da un teatro all’altro (ad esempio, dall’Iraq all’Afghanistan e viceversa), di osservare, partecipare agli attacchi ed imparare a colpire, richiede di studiare la minaccia con una visione globale della sua evoluzione (3). Tale situazione ha fatto sì che l’uso degli ordigni di circostanza (IED - Improvised Explosive Devices), principale «arma» utilizzata in Iraq dagli insorgenti per l’elevato rapporto costo/efficacia ed un conseguente grande effetto mediatico e propagandistico, si sia diffuso negli ultimi due anni anche in Afghanistan (nel corso della guerra contro i sovietici e nei primi anni di presenza internazionale questo impiego fu dettato dal caso ed ebbe scarsa

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PRINCIPI DELLA FORCE PROTECTION La FP riguarda un’ampia gamma di provvedimenti integrati di sicurezza, difesa e protezione diretti ad assicurare un accettabile livello di rischio per le truppe. Le conseguenti misure devono essere flessibili e capaci di rispondere ad un rapido cambiamento della minaccia. La FP è una responsabilità di comando e di ogni soldato, a prescindere dal grado, dal reparto o dalla Forza Armata di appartenenza. Ogni soldato è un «sensore»: se non è direttamente impiegato in operazioni è comunque impegnato in FP. Ogni Comandante deve agire affinché sia attribuita la dovuta enfasi nell’informare i propri uomini dell’importanza della FP. Ogni Comandante deve conoscere la tipologia di minaccia da affrontare al fine di utilizzare i mezzi più idonei per contrastarla: senza tale conoscenza la risposta può non risultare appropriata. Nessuna attività in zona di operazioni deve essere ritenuta di routine. Le misure più efficaci sono quelle preventive e non quelle reattive.

efficacia) (4), anche se gli afghani non hanno ancora acquisito le stesse capacità ed accuratezza (5). Le misure di FP possono essere di natura difensiva od offensiva ed avere una forma codificata legata ai provvedimenti da attuare, che prevedano chiare indicazioni delle azioni da compiere per ogni militare/reparto in zona di operazioni, oppure consistere in comportamenti - dettati dall’esperienza o frutto delle lezioni apprese - da seguire, come l’adozione di un «basso profilo» nei movimenti o evitare attività/viaggi non necessari (6). Le «misure difensive» si propongono di preparare adeguatamente le forze a fronteggiare la situazione in teatro attraverso una serie di iniziative assunte preventivamente in fase approntamento o di schieramento iniziale. A loro volta possono essere «passive», se mirano a negare o ridurre gli effetti di atti ostili rendendone le conseguenze più sopportabili (addestramento/indottrinamento personale, acquisizione di appropriati mezzi ed equipaggiamenti, scelta e fortificazione infrastrutture/accantonamenti) o «attive», se garantiscono la protezione contro rischi percepiti o presenti (scelta di orari ed itinerari diversi evitando aree ritenute rischiose). Queste ultime servono anche a negare o annullare un’azione avversaria nel momento in cui viene condotta (pattugliamento e vigilanza di obiettivi sensibili, utilizzo di mezzi ed equipaggiamenti che sono familiari alle formazioni avversarie operanti nell’area, ecc.). Rientra tra queste anche l’opportunità di evitare la differenziazione nelle uniformi tra reparti e tra militari nei vari gradi che può offrire obiettivi selezionati per la comprovata capacità delle formazioni ostili di monitorizzare i contingenti e colpire gli assetti/elementi più significativi dal punto di vista operativo o mediatico (Comandanti, operatori ra-

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dio, controllori del fuoco aereo/FAC, ecc.). «All’inizio del conflitto russo - afghano (197989), ad esempio, le perdite tra gli Ufficiali (sovietici) furono elevate poiché essi vestivano uniformi da campo diverse (dalla truppa). Di conseguenza, a tutto il personale fu distribuita una identica uniforme e furono utilizzati gradi ed insegne a bassa visibilità» (7). Uno schema policromo esclusivamente nazionale consente, inoltre, di mantenere la propria identità anche in ambito multinazionale, distinguendosi dagli altri contingenti. Le misure «offensive», invece, sono interventi volti a neutralizzare elementi ostili prima che possano condurre attacchi contro le forze amiche (acquisizione informazioni sull’avversario, osservazione occulta di tratti di itinerari ritenuti sensibili e/o ad alto rischio, neutralizzazione a distanza di oggetti sospetti o considerati come potenziali trappole esplosive). Un aspetto entrato a pieno titolo nelle predisposizioni di FP è quello sanitario. Gli odierni scenari d’impiego sono spesso caratterizzati da malattie endemiche ed epidemiche in grado di debilitare le unità con un significativo impatto sulla condotta delle attività militari e, di conseguenza, compromettere il successo della missione (8). La difficili condizioni igienico-ambientali in cui operarono i soldati russi in Afghanistan, ad esempio, unitamente ad una scarsa prevenzione sanitaria, provocarono la «neutralizzazione» di un elevato numero di uomini, condizionando anche l’operatività di reparti interi. Da un quarto ad un terzo della forza di un’unità era spesso malato di epatite, tifo, malaria, dissenteria amebica e meningite. Da ottobre a novembre 1981 l’intera 5a Divisione motorizzata fu messa «fuori combattimento» per oltre 3 000 casi di epatite (9). Il vettovagliamento dovrebbe essere adeguato alle condizioni ambientali dell’Area di Operazioni, evitando l’elevata manipolazione dei viveri e l’esposizione dei pasti alla polvere di norma presente nell’aria, ricorrendo a cibi precotti e razioni confezionate. La «dieta italiana», se da un lato è più gradita, dall’altro, può presentare, per i citati motivi, riflessi negativi sulle condizioni sanitarie. LE PROCEDURE L’applicazione delle misure di FP si realizza con apposite TTP che prescrivono i metodi standard e di dettaglio da seguire per fronteggiare la minaccia da parte di tutti i militari. Queste procedure devono essere logiche, flessibili e di facile applicazione, anche in condizioni di stress estremo, nonché capaci di rispondere ad una rapida modifica


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della situazione. Ogni tecnica usata per un lungo periodo può essere riconosciuta dal nemico con conseguenze dirette sulla sua efficacia: la prima indicazione, infatti, che una tattica ha perso di validità è il successo di un attacco. Ancora oggi dai filmati di attacchi IED che compaiono anche su vari siti (www.ogrish.com; www.military.com; ecc.) è possibile notare come il successo dell’atto ostile sia dovuto spesso a scarsa attenzione da parte dei militari coinvolti. Comandi ed unità devono essere in grado di comprendere il quadro di situazione locale e gli intendimenti avversari per stabilire una priorità dei rischi, attribuendo maggiore attenzione a quello prevalente. Dagli esiti di uno studio statunitense, ad esempio, in Iraq la maggior parte delle imboscate IED (Improvised Explosive Devices) ai convogli americani poteva essere evitata se fossero state applicate correttamente le procedure previste in quel momento. Le colonne, invece, dove il personale dimostra un atteggiamento professionale attento ed aggressivo, in quanto più capace di infliggere perdite, piuttosto subiscono di norma meno attacchi di quelle meglio protette o più «corazzate» (10). L’ADDESTRAMENTO DEL PERSONALE Le misure di FP devono essere oggetto di uno specifico addestramento sin dalla fase approntamento prima dell’immissione, sottolineandone l’importanza anche durante l’illustrazione delle RoE, nonché di una costante azione a tutti i livelli sull’importanza di una loro corretta conoscenza per evitare «cadute di attenzione» durante la missione. L’attività non deve limitarsi a coloro preposti al presidio/difesa delle installazioni o alla scorta convogli, ma riguardare tutto il personale a prescindere dall’incarico principale, e deve essere dedicato alle minacce dimostratesi più insidiose e frequenti (un militare non addestrato risulta sicuramente un «peso» in quanto non reagisce come i colleghi). La guerriglia, infatti, riesce a distinguere i propri obiettivi: le forze che appaiono non ben organizzate o non pronte a reagire sono quelle più soggette a subire un attacco da parte di un aggressore «paziente», capace di aspettare e colpire dove incontra «punti deboli» o coloro che figurano meno vigili ed attenti. Nel 2º conflitto del Golfo (2003) la tradizionale impostazione dei marines, per la quale «ogni uomo è un fuciliere», si è rivelata più idonea di quella dell’US Army in cui ognuno è specialista del pro-

L’imbarco di un plotone fucilieri su un CH-47 «Chinook».

prio settore (11). Nelle prime fasi della guerra in Iraq, il 24 marzo 2003, un convoglio di rifornimenti statunitense della 507th Ordnance Maintenance Company cadde in una imboscata nei pressi della città di Nassirya dopo aver sbagliato strada (lettura carta topografica ed uso del GPS) e subì sensibili perdite anche per le scarse capacità reattive dei militari (episodio noto per le vicende legate alla liberazione del Private First Class Jessica Lynch, rimasta ferita e poi prigioniera degli iracheni). Il personale, a tutti i livelli, deve anche sviluppare una «mentalità di osservatore» che lo abitui ad apprezzare ogni elemento e particolare diversi nell’area in cui si muove, rispetto ad una precedente situazione nella stessa zona. Ancora oggi, infatti, il miglior sistema per individuare gli IED, spesso nascosti con astuzia ai bordi delle strade, rimane come sempre il soldato, preparato, consapevole e pronto a reagire. Attualmente, una particolare attenzione deve essere rivolta alle imboscate con gli IED (Improvised Explosive Devices), utilizzati in diversi modi (Suicide IED, Remote Control IED, Pressure Plate IED,

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GLI EQUIPAGGIAMENTI

Intervento a fuoco notturno di mortai da 120 mm con l’ausilio di bengala.

ecc.), che evitano agli insorti di subire perdite rispetto a un confronto diretto, dove di norma sono i militari occidentali a prevalere grazie ai loro migliori addestramento ed equipaggiamento. Gli insorgenti hanno perfezionato con gli IED un nuovo tipo di guerra per la quale buona parte degli Eserciti convenzionali sono vulnerabili (12). Sono azioni che oramai non possono più essere considerate come semplici atti criminali di natura terroristica, ma assumono la fisionomia di vere e proprie tattiche militari con un elevato rapporto costo/efficacia ed un conseguente grande effetto mediatico e propagandistico. In Iraq, ad esempio, gli attacchi con IED sono raddoppiati dal 2006 al 2007 con un numero di circa 1 200 al mese, causando il 70% delle perdite statunitensi (13). Un’ulteriore tattica che si sta diffondendo sempre di più, alla quale è opportuno essere preparati ad affrontare, è quella dei rapimenti di personale dei contingenti impegnati in missione con l’intento di indebolire la solidarietà delle alleanze/coalizioni (14). Con il sequestro di un militare (ma anche un membro delle varie organizzazioni internazionali presenti) gli insurgent intendono forzare la Nazione di appartenenza a procedere al ritiro delle proprie forze dal teatro operativo interessato.

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La natura degli attuali conflitti in Afghanistan e Iraq hanno dimostrato come il singolo uomo ed i veicoli siano i principali obiettivi degli insorti, sottolineando in maniera inequivocabile quanto fossero necessarie nuove soluzioni per rispondere alle mutate realtà molto diverse dal passato (15). In entrambi i teatri, infatti, le attività che assumono sempre più peso sono quelle di pattugliamento e ricognizione, di scorta convogli oltre che di combattimento in ambienti ristretti (quali quelli urbani) e/o difficili per le condizioni del terreno. Ogni sforzo è, pertanto, concentrato nel cercare di rendere il soldato più sicuro con l’incremento della protezione sia individuale (es. giubbetto antiproiettile) sia dei mezzi. A ciò si aggiunge una medicina «combat» sempre più sofisticata in grado di intervenire con sempre maggiore efficacia (in Iraq, ad esempio, la proporzione dei feriti statunitensi rispetto ai caduti è di circa 8 a 1, con un tasso di sopravivenza molto più alto rispetto ai precedenti conflitti. Il 70% dei feriti, inoltre, ritorna in servizio entro 3 giorni) (16). L’equipaggiamento individuale non deve, tuttavia, appesantire il militare, penalizzandone le possibilità di reazione ed esponendolo talvolta anche a rischi maggiori rispetto ai vantaggi assicurati. Si tratta, in sostanza, del problema fronteggiato in ogni epoca: ricercare la maggiore protezione assicurando comunque un minimo di confortabilità a costi contenuti. La protezione dei mezzi, invece, deve riguardare sia quelli «combat» sia logistici (in Iraq i convogli utilizzati per assicurare il sostegno alle grandi basi della Coalizione sono tra i più esposti agli attacchi della guerriglia) (17) per i quali devono sempre essere ricercate nuove soluzioni adeguate alle TTP avversarie. LA FORMAZIONE L’addestramento prepara i militari, a livello individuale o collettivo, ad assolvere compiti prevedibili. In presenza, tuttavia, di eventi che non possono essere previsti, occorre far ricorso alle capacità intellettuali sviluppate nel corso della fase di formazione: aspetto più che mai fondamentale nelle operazioni di oggi caratterizzate da imprevedibilità ed incertezza, da complessità ed ambiguità. Questo richiede menti non solo in grado di fare fronte alla situazione, ma anche contraddistinte da flessibilità, rigore analitico ed obiettiva capacità di investigazione, nonché di osservazione/scambio delle esperienze altrui, così da riuscire ad elaborare nuovi concetti e apportare le opportune innovazioni.


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Le Forze Armate statunitensi hanno definito una serie di predisposizioni per elevare la sicurezza delle proprie basi in Iraq ed in Afghanistan contro minacce dovute a tiri indiretti e/o VBIED (Vehicle Borne Improvised Explosive Devices). Per la protezione dal fuoco di mortai e lancio di razzi gli assetti critici, quali Posti Comando, centri operativi, attendamenti, luoghi di ritrovo, ecc., devono essere circondati da terrapieni, muri in mattoni/cemento o barriere di hesco bastion. Ove possibile è consigliato l’utilizzo di edifici in muratura e con soffitti in cemento armato. Le aree di acquartieramento e delle attività quotidiane devono essere diradate all’interno dei campi, prevedendo nelle loro vicinanze la costruzione di ricoveri protetti per il personale. In previsione di attacchi di VBIED è previsto un sistema di difesa passivo articolato in profondità su terrapieni e barriere scaglionati su più livelli, integrato da personale preposto a garantirne la protezione con l’osservazione e con il fuoco. Tale dispositivo deve essere disposto sufficientemente lontano dagli obiettivi più sensibili per evitare che l’esplosione di un mezzo suicida bloccato dalle difese di primo livello possa avere ugualmente effetti sul personale e sui mezzi della base. Le forze presenti nella base devono essere integrate nel piano di difesa dell’installazione. Ciascuna unità deve fornire personale ed armi per presidiare il perimetro o far parte della QRF (Quick Reaction Force). I piani di difesa devono essere verificati con esercitazioni periodiche affinché ogni militare conosca i propri compiti e responsabilità.

A tutto ciò occorre aggiungere buon senso e maturità da parte dei Comandanti, frutto dell’esperienza e della conoscenza delle lezioni apprese, poiché come affermava il Generale Westmoreland «non c’è libro che ci dica come assolvere il compito» (18). Ad esempio, i contenitori chiamati hesco bastion (19), utilizzati ampiamente per la protezione degli insediamenti delle forze multinazionali, devono essere riempiti con materiali inerti (come sabbia o terra), evitando in ogni caso sassi o pietre che possono trasformarsi in schegge qualora colpiti (20). Un ulteriore aspetto da prendere in considerazione, che ha finito per prevalere nell’immaginario collettivo, è la identificazione che ha portato il militare ad essere chiamato «soldato di pace». Parlare di «soldato di pace» (o di missione di pace) è riduttivo ed anche pericoloso, in quanto può ingenerare nel militare condizionamenti mentali ed errate convinzioni circa la realtà della missione e influire sul livello di attenzione da porre nelle attività operative, nonché di falsarne il grado di percezione della minaccia. Il soldato continua ad essere quello di sempre e conserva l’essenza della sua funzione tradizionale, che si richiama all’uso della forza per imporre una volontà, per impedire - se necessario - il riaccendersi delle tensioni e realizzare le basi di sicurezza per il graduale ripristino delle normali con-

dizioni di vita. L’appellativo «soldato di pace» significa, in altri termini, non sottolineare o enfatizzare i comportamenti umanitari del militare, ma neppure riconoscergli il merito di contribuire al conseguimento della stabilità, obiettivo politico di un’operazione multinazionale, accettando, nello stesso tempo, le modalità operative militari, anche conflittuali, che egli deve porre in atto. LA PREPARAZIONE DEI QUADRI La natura delle attuali operazioni comporta, come è noto, una sensibile responsabilità per i giovani Comandanti, Ufficiali e Sottufficiali, chiamati a prendere decisioni tradizionalmente considerate pertinenti per livelli gerarchici ben più elevati. Le attività, infatti, condotte giornalmente sul terreno da parte delle minori unità rappresentano la chiave di successo, con inevitabili implicazioni anche a livello strategico. Tutto il personale impegnato deve mantenere un comportamento sempre attento ed equilibrato: un errore di valutazione o una reazione esagerata potrebbe innescare reazioni dalle conseguenze imprevedibili e venire opportunamente amplificata e strumentalizzata per la diffusa presenza dei media in zona di operazioni. In un mondo sempre più globale, dove la pubblica percezione è cosi vitale, la decisione presa da un giovane graduato non influenza solo l’attività di una pattuglia o le opinioni della popolazione presente in una strada, ma il suo effetto può modificare drammaticamente il quadro di situazione di una intera missione. Un soldato, oggi, deve essere capace di gestire situazioni «al limite» e, nel contempo, essere in grado di condurre, se necessario, azioni determinate ed energiche. Ciò richiede l’acquisizione di un forte autocontrollo come fatto normale, senza rischio di cadere nella frustrazione professionale. In ambito statunitense, è stato coniato il termine «strategic corporals» per stigmatizzare la prioritaria necessità di assicurare ai giovani quadri una preparazione adeguata, sicuramente superiore a quella necessaria ai loro colleghi impegnati in precedenti operazioni di natura convenzionale (21).

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UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE DI MISURE DI FP

CONCLUSIONI La sopravvivenza del soldato è sempre più un aspetto vitale delle operazioni, oggetto della massima attenzione da parte di tutti gli Eserciti, divenuta un’esigenza in continua evoluzione per potersi adeguare prontamente alla minaccia presente, resa più micidiale delle TTP avversarie.

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Le predisposizioni, oltre a proteggere le forze, devono agevolare la missione, raggiungendo un equilibrato «compromesso» tra rischi da accettare e gli «imperativi» dell’operazione. Afferma a tal proposito il Generale Rupert Smith (22) in un suo recente libro: «Il desiderio di proteggere il soldato così da mantenere alto il suo morale... spesso lo emargina dalla popolazione. Egli appare con l’elmetto, il giubbetto antiproiettile ed armato tra la folla o nel suo mezzo corazzato nelle strade. Il suo atteggiamento in pattuglia è minaccioso. Le sue basi sono pesantemente fortificate e spesso situate in modo tale da isolarsi dalla popolazione» (23). Se lo scopo di una campagna di counterinsurgency è quello di acquisire il supporto delle popolazioni nelle aree non ancora completamente stabilizzate, e garantire loro la protezione, una politica di FP troppo prioritaria rischia di esclude l’interazione giornaliera con gli insediamenti civili vanificando gli obiettivi stessi dell’operazione, dando una deleteria immagine di «forze di occupazione». Il contatto con la popolazione e gli interventi a favore delle comunità locali sono di fatto le misure più efficaci che concorrono a creare un clima di fiducia a vantaggio delle truppe. La costruzione di uno dei perimetri esterni di una base operativa. Neutralizzare un IED tramite la tecnologia non è risolutivo. Gli avversari saranno sempre capaci di progettare altri ordigni più sofisticati e letali. La Tale esigenza ha richiesto una profonda modifichiave di volta per avere la meglio, invece, è quelca agli equipaggiamenti/mezzi in dotazione, un la di ricercare l’appoggio delle popolazioni locali. La FP non deve richiedere un incremento di forincremento della qualità della preparazione dei ze per la sua applicazione rispetto a quelle asseComandanti e degli staff, nonché un mirato addegnate per l’assolvimento del compito, ma deve stramento dei reparti. presupporre una ottimizzazione delle capacità deLa «Force Protection», tuttavia, non deve essere gli assetti dedicati. considerata il fine ultimo delle decisioni operative: Ad esempio, nell’organizzazione difensiva di una se così fosse può limitare in modo evidente l’effetFOB (Base Operativa Avanzata) tutte le forze pretiva capacità delle truppe sul terreno ed il controlsenti devono essere inserite nel piano di difesa lo dello stesso. dell’installazione e ciascuna unità deve fornire Le misure di FP devono poter minimizzare i ripersonale ed assetti per presischi, ma difficilmente potranno diare il perimetro o far parte eliminarli completamente doQRF (Forza di Reazione vendosi confrontare con una I Quadri devono coltivare della Rapida). variabile indipendente degli I Quadri devono coltivare l’inscenari operativi: la volontà del- l’innovazione nel campo della protezione delle forze e novazione nel campo della prol’avversario. Le perdite sono, infatti, una sviluppare una specifica cul- tezione delle forze e sviluppare una specifica cultura nel settorealtà implicita delle operazioni tura nel settore re. Ad esempio, le «misure fisimilitari, così come la distruzione che» da realizzare nella proteed il danneggiamento di matezione di una base non devono limitarsi a frontegriali ed equipaggiamenti. giare i rischi del momento, ma richiedono un proRitenere di poter escludere tali effetti appare gressivo miglioramento per adeguare le difese aluna aspettativa alquanto irrealistica che, peralla massima minaccia ipotizzabile nel teatro. tro, può comportare un impatto negativo sull’asProteggere le forze deve essere un «modo di solvimento del compito e condizionare e/o compensare» che va ben al di là di una pronta e corpromettere le decisioni sul piano politico e miliretta applicazione di misure passive/attive e ritare quando si verificano eventi negativi tra le chiede le necessarie conoscenze culturali, linguiproprie forze.

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Giorgio Battisti Generale di Divisione, Italian Senior National Representative Deputy Chief of Staff Support ISAF, Afghanistan luglio-dicembre 2007 NOTE (1) A. Politi: «Le Dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944», USSME 1996. (2) (www.dtic.mil/doctrine/jel/doddict/index). (3) Iraqi - Style Attacks Emerge in Afghanistan, «U.S. News», june 18, 2007. Iraqi tactics come to Afghanistan, «BBC News», june 21, 2007. (4) Iranian weapons found in Afghanistan, «The Associated Press», april 6, 2007; Two wars, one approach, «Asia Times Online», april 19, 2007; Taliban use Iranian missiles on UK troops, «The Telegraph», may 22, 2007. (5) «Cheney Attack Reveals Taliban Suicide Bombing Patterns», The Jamestown Foundation, february 27, 2007. (6) Il 19 maggio 2007, tre soldati del contingente germanico in Afghanistan sono morti per mano di un attentatore suicida che si è fatto esplodere in un bazar di

Konduz, dove i militari si erano recati a piedi deviando dall’itinerario della pattuglia, German troops die in Afghanistan, «BBC News». (7) «The Soviet-Afghan War. The Russian General Staff», pag. 285, University Press of Kansas, 2002. (8) «The Bug Stops Here. Force Protection and Emerging Infections Diseases», Center for Technology and National Security Policy - National Defense University, november 2005. (9) Circa 415 930 uomini (oltre il 73% della forza totale, 650 000 uomini, impegnata nei 10 anni di combattimenti) furono vittime di malattie che li costrinsero ad essere ricoverati: di questi 115 308 soffrirono di epatite infettiva e 31 080 di febbre tifoide. «Medical Support in a Counter-guerrilla War: Epidemiologic Lesson Learned in the Soviet - Afghan War», US Army Medical Department Journal, may-june 1995. (10) «Force Protection. Lessons from Iraq», Joint Force Quarterly n. 37, August 2005. (11) W. Murray e R.H. Scales Jr., «The Iraq War. A Military History», Belknap Press of Harvard University Press, 2003. (12) Iraq: Can American Military Stop deadly IEDs?, «Newsweek», august 20-27, 2007. (13) Projectile Bomb Attacks Hit Record High in Iraq, «Washington Post», may 4, 2007. (14) Intelligence services warn of kidnappings of German troops in Afghanistan, «DDP News Agency», 1 September 2007. (15) Equipment on order to detect IEDs in Afghanistan, «CTV. News», September 1, 2007. (16) The single most effective weapon against our deployed forces, «Washingtonpost.com», september 30, 2007. (17) T.E. Ricks: «Fiasco. The American Military Adventure In Iraq», pag. 255-257, Penguin Press, 2006. (18) W. Westmoreland: «A Soldier Report», «Da Capo», 1976, pag. 240. (19) Cesti in feltro di varie dimensioni, che prendono il nome dalla ditta produttrice, con intelaiatura in rete metallica, riempiti di materiali inerti (come sabbia o terra), che oramai contraddistinguono ogni insediamento di forze multinazionali. (20) La pubblicazione dell’Esercito Italiano n. 6712, «Manuale sulla protezione delle infrastrutture e delle basi militari nell’ambito delle peace support operations», ed. 2005, fornisce ampie indicazioni circa i provvedimenti atti a garantire la sicurezza delle installazioni italiane in operazioni «fuori area». (21) Fighting a New Kind of War in Iraq, «Time», May 28, 2007. (22) Il Generale Sir Rupert Smith è stato Comandante della Divisione corazzata britannica nella Guerra del Golfo nel 1990-91 e delle Forze ONU in Bosnia nel 1995; nel periodo 1996-98 è stato l’Ufficiale Generale in Comando nell’Irlanda del Nord; successivamente ha ricoperto l’incarico di Deputy Supreme Allied Commander della NATO. (23) «The Utility of Force», Penguin Books, 2006, pag. 400.

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stiche e storiche che consentano di interagire con le popolazioni in modo efficace. La «presunzione tecnologica», che caratterizza l’attuale pensiero militare, può supportare la FP ma non sostituire le forze nell’assolvimento del compito. Ad esempio, sensori ed apparati visivi consentono di ridurre il numero di personale impegnato in postazioni fisse per utilizzarlo più convenientemente in attività mobili. I migliori equipaggiamenti e materiali protettivi non riducono - di per sè - il numero e la letalità degli attacchi da parte di avversari determinati a colpire, capaci di studiare le innovazioni apportate e, in un breve lasso di tempo, adottare le opportune contromisure. La tecnologia ed i nuovi materiali sono uno degli «ingredienti» più importanti della FP, ma non sono la soluzione del problema pur rimanendo gli elementi di supporto alla dimensione umana, che continua ad essere il fattore dominante, dove l’uomo è il «sistema d’arma» a disposizione più utilizzato, flessibile ed essenziale. La ricerca della protezione ad ogni costo potrebbe, peraltro, ingenerare una pericolosa sindrome difensiva con pesanti riflessi sulle capacità combattive del soldato, necessarie per mantenere l’iniziativa: il problema è garantire il più alto livello di protezione compatibile con la mobilità del personale. Se la volontà dell’avversario è quella di colpire, i provvedimenti di FP non saranno mai sufficienti per eliminare completamente i rischi: essi sono di supporto all’uomo che rimane, e rimarrà per il futuro, il fattore dominante delle operazioni militari terrestri.

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