Toni Rovatti
Fra politiche di violenza e aspirazioni di giustizia La popolazione civile vittima delle stragi di Monchio e Tavolicci (-)
L’Associazione Amici di Ermanno Gorrieri ringrazia Emilbanca per il contributo dato alla ricerca e alla pubblicazione di questo volume
a edizione, marzo © copyright by Carocci editore S.p.A., Roma Realizzazione editoriale: Studio Editoriale Cafagna, Barletta Finito di stampare nel marzo dalla Litografia Varo (Pisa) ISBN
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Riproduzione vietata ai sensi di legge (art. della legge aprile , n. ) Senza regolare autorizzazione, è vietato riprodurre questo volume anche parzialmente e con qualsiasi mezzo, compresa la fotocopia, anche per uso interno o didattico.
Indice
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Prefazione di Guido Bodrato
Ringraziamenti
Elenco delle abbreviazioni
Introduzione. Le condizioni economico-sociali delle comunità montane di Monchio e Tavolicci in rapporto al conflitto (-)
La situazione militare sull’Appennino tosco-emiliano durante la primavera-estate del
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Strategie di guerra dell’occupante tedesco sulla linea gotica La rivalsa fascista: bandi di chiamata alle armi e supporto sul territorio Cicli di rastrellamento e formazioni d’élite
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La popolazione disarmata: l’incontro con la guerra
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Il primo esempio: Monchio, Susano e Costrignano, marzo
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INDICE
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Esecutori italiani e inutilità delle rappresaglie contro i civili: Tavolicci, luglio
Da renitenti a partigiani: opposizione spontanea, uso improprio della violenza e aspirazioni di giustizia
Gruppi armati attivi nella zona di Monte Santa Giulia (settembre -marzo ) Gruppi armati attivi nella zona del Poggio dei Tre Vescovi (aprile -luglio ) Il rapporto con la popolazione
Responsabilità del fascismo repubblicano: l’incerto confine fra collaborazione attiva e autonomia della violenza
Mandanti e delatori: la continuità con il regime e la centralità del contesto locale Esecutori materiali Ambivalenza verso le politiche di guerra contro i civili: propaganda e assistenza
Conclusioni. Una memoria difficile: indagini incompiute e riconoscimenti tardivi
Bibliografia
Indice dei luoghi
Indice dei nomi
Prefazione
Sulle montagne dell’Appennino modenese dall’inverno - alla primavera si combatté una dura guerriglia contro i tedeschi per accelerare la fine dell’occupazione straniera, per conquistare libertà, giustizia e democrazia. Le popolazioni montanare aiutarono, ospitarono e nutrirono migliaia di fuggiaschi, perseguitati e partigiani, videro le loro case e i loro paesi bruciati e saccheggiati per rappresaglia, pagarono un altissimo tributo di sangue innocente per le spietate stragi naziste.
Recita così la lapide posta sulla chiesetta che i comuni dell’Appennino modenese hanno fatto costruire sulla strada statale dell’Abetone e del Brennero nel ventesimo anniversario della Liberazione, per non dimenticare l’apporto della popolazione civile alla lotta partigiana in montagna. Negli ultimi anni le ricerche sulla Resistenza italiana si sono soffermate sul carattere terroristico delle azioni di rappresaglia contro le popolazioni civili cui sono ricorse le truppe nazifasciste per isolare i partigiani, sull’esempio della spietata repressione che ha caratterizzato l’occupazione nazista dei Balcani e dell’Europa orientale. Il ricordo di queste stragi toglie ogni ambiguità alla definizione di “guerra civile” che da qualche tempo viene data alla storia che ha insanguinato l’Italia nel -. In realtà, il ruolo delle popolazioni nella lotta di Liberazione è stato uno dei nuclei centrali della riflessione storica di Ermanno Gorrieri. Sin dal saggio La Repubblica di Montefiorino (il Mulino, Bologna ), Gorrieri ha dimostrato la stessa attenzione alla “povera gente”che ha caratterizzato tutta la sua opera di politico e di studioso. Questo tema è stato ripreso nel libro postumo Ritorno a Montefiorino (il Mulino, Bologna ), e non a caso l’ultimo capitolo di questo libro si apre con la frase «La Resistenza non fu solo lotta armata». D’altra parte è noto che il dibattito tra chi conside-
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
rava la Resistenza come l’avvio di una rivoluzione proletaria, chi la considerava una lotta patriottica contro i nazisti e chi la conclusione di una lunga marcia degli italiani verso lo Stato democratico iniziata con il Risorgimento, non si è ancora concluso. Ermanno Gorrieri ha annoverato tra le forme di Resistenza l’assistenza dei civili a militari italiani sbandati, prigionieri angloamericani, ebrei, la resistenza dei reparti militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi, quella degli internati militari che preferirono il lager al giuramento di fedeltà alla Germania nazista, oltre alla lotta a fianco degli Alleati del Corpo italiano di liberazione e dei Gruppi di combattimento formati da reparti dell’esercito. Riflessioni ancora più profonde ha dedicato alle popolazioni civili, vittime di requisizioni arbitrarie, violenze, rappresaglie e brutali stragi. Gorrieri era consapevole della violenza insita in ogni guerra, e ancor più in una guerriglia segnata in profondità dall’odio, e si è interrogato, prima come partigiano e poi come studioso, su quale sia il limite oltre il quale la violenza, da necessaria per sconfiggere un nemico spietato, diventa prigioniera della vendetta. Nel Convegno di Civago, del novembre , il suo gruppo di partigiani democratici cristiani si fece promotore di un atteggiamento più rispettoso della popolazione, più attento alle conseguenze degli scontri armati sulle popolazioni disarmate. E la “seconda Repubblica di Montefiorino”, con i suoi tentativi di dare risposte in termini di amministrazione civile, giustizia, servizi come l’elettricità e la scuola, fu un esempio di questa costante attenzione ad una dimensione umana che non doveva essere travolta dalla dimensione militare della lotta di Liberazione. Per mantenere vivo questo sentimento di umanità, l’Associazione Amici di Ermanno Gorrieri ha deciso di sostenere un lavoro di ricerca che si soffermasse sul ruolo dei civili nella lotta di Liberazione, e ha pensato di riferire questa ricerca all’Appennino toscoemiliano, alle valli in cui ha lottato Gorrieri. L’autrice di queste pagine, Toni Rovatti, con il suo progetto “Tra politiche di violenza e aspirazioni di giustizia”, ha vinto un bando al quale hanno partecipato altri tredici progetti di ricerca originali sul tema proposto dall’Associazione. Rovatti, già autrice di una monografia su Sant’Anna di Stazzema, propone uno studio comparato di due stragi nazifasciste del , quella di Monchio nel modenese, in cui furono uc-
PREFAZIONE
cisi civili, e quella di Tavolicci, paese in provincia di Forlì, dove le vittime furono . Partendo dalla ricostruzione degli episodi, questa ricerca analizza gli sviluppi della giustizia partigiana come tentativo di risposta di senso nei confronti della popolazione civile. La pubblicazione del libro è l’occasione di ringraziare i membri della Commissione, presieduta da Luigi Paganelli, che ha scelto il progetto vincitore, insieme a quanti hanno contribuito alla realizzazione della ricerca. A nome dell’Associazione Amici di Ermanno Gorrieri desidero ringraziare in modo particolare i giovani ricercatori che hanno dedicato il proprio tempo a formulare progetti di ricerca per il nostro bando, dimostrando quanto può essere ancora feconda di idee una riflessione sulla Resistenza, sui valori e le passioni che l’hanno animata e che sono diventati per molti una ragione di vita. GUIDO BODRATO
Presidente dell’Associazione Amici di Ermanno Gorrieri*
* L’Associazione Amici di Ermanno Gorrieri si è costituita nel allo scopo di ricordare la figura di Ermanno Gorrieri in sinergia con la Fondazione Ermanno Gorrieri per gli Studi Sociali. Ha sede a Modena in via Emilia Ovest , tel. , e-mail amicigorrieri@fondazionegorrieri.it
Ringraziamenti
Questo libro trae origine dalla borsa di ricerca che mi è stata assegnata dall’Associazione Amici di Ermanno Gorrieri nel , a cui va naturalmente in primis la mia gratitudine per l’opportunità di continuare lo studio sulla storia delle stragi di civili in Italia. Ringrazio in particolare Giancarlo Bernini e Giulia Bondi, che hanno coordinato il progetto a livello organizzativo, e il prof. Paolo Trionfino, che ha seguito la ricerca in qualità di referente scientifico. Sono debitrice al direttore Claudio Silingardi e a Metella Montanari dell’Istituto storico di Modena e al segretario dell’Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Forlì-Cesena, Vladimiro Flamigni, per il sostegno e i continui stimoli che mi hanno offerto nel corso dello studio sulle due aree. Sono riconoscente per la disponibilità e la cortesia ai responsabili dell’Archivio di Stato di Modena e di Forlì, dell’Archivio comunale di Verghereto, dell’Archivio del Centro studi e ricerche della civiltà appenninica di Sestino (Arezzo); e a Laura Zona, Assessore alla Cultura del Comune di Montefiorino. Un’esperienza di rilievo per lo sviluppo della ricerca è stata determinata dall’incarico di redigere una consulenza tecnica sul caso di Monchio, Susano e Costrignano, affidatami dal procuratore del Tribunale militare di La Spezia, dott. Marco De Paolis, a cui va la mia gratitudine per la fiducia attribuitami. Riservo un ringraziamento particolare al prof. Marco Renzi per le preziose indicazioni che mi ha fornito sulla documentazione giudiziaria inerente al caso di Tavolicci; e a Maurizio Balestra della Biblioteca giuridico-economica Giovanni Ghirotti di Cesena, per le delucidazioni sulla storia locale della Resistenza nell’Appennino romagnolo. Sono inoltre grata al sindaco di Palagano, Paolo Galvani, per avermi riservato
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
nel l’onore di condurre l’orazione ufficiale in occasione del º anniversario della strage di Monchio, Susano, Costrignano e Savoniero. Ringrazio, poi, il signor Acerbi dell’Associazione culturale Benigno Zaccagnini di Cesena, il sindaco di Sarsina, senatore Lorenzo Cappelli, il signor Alfredo Cavazzuti e, in particolare, il signor Giovanni Rioli, per il tempo concessomi e i preziosi suggerimenti sulla storia dei partigiani e delle comunità montane della provincia di Forlì e Modena. Un ringraziamento d’amicizia va a Michele Ravagnolo, per il sostegno e la pazienza profusa nella limatura e correzione del testo. Un ultimo debito di gratitudine lo rivolgo, infine, alla figura di Ermanno Gorrieri, che ho avuto l’opportunità di conoscere più nel dettaglio nel corso dello studio sull’area modenese e il cui esempio di profondità di prospettiva ed equilibrio di giudizio è stato determinante per indirizzare lo sviluppo interpretativo del presente lavoro di ricerca. Bologna, dicembre
Elenco delle abbreviazioni
Archivio centrale dello Stato, Roma Affari generali e riservati AISFO Archivio dell’Istituto di storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena AISMO Archivio dell’Istituto storico di Modena Archivio Parri Archivio dell’Istituto storico regionale Ferruccio Parri, Emilia-Romagna ASFO Archivio di Stato di Forlì ASMO Archivio di Stato di Modena ASR Archivio di Stato di Roma, sede succursale AUSSME Archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito BA Bundesarchiv, Koblenz BAMA Bundesarchiv-Militärarchiv, Freiburg CAP Corte d’appello penale CASF Corte d’Assise Straordinaria di Forlì CLNM Comitato di liberazione nazionale della montagna CPMG Codice penale militare di guerra DGPS Direzione generale Pubblica Sicurezza FF.AA. Forze armate FNA Fronte nazionale d’azione GGL Guardia giovanile legionaria GNR Guardia nazionale repubblicana GP Fondo gabinetto di prefettura ISTORECO Archivio Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Reggio Emilia MI Ministero degli Interni MK Militärkommandantur PFR Partito fascista repubblicano PRO Public Record Office, London Processo IV Batt. Italia Processo agli appartenenti al IV Polizei-FreiwilligenBataillon-Italien RSI Repubblica sociale italiana SCPS Segreteria del capo di Pubblica Sicurezza ACS
AGR
Introduzione Le condizioni economico-sociali delle comunità montane di Monchio e Tavolicci in rapporto al conflitto (-)
Entrambe le stragi contro i civili – poste al centro del presente lavoro di ricerca – sono commesse dalle forze armate nazifasciste ai danni degli abitanti di piccoli paesi di montagna: i primi posizionati sull’Appennino modenese, i secondi appartenenti all’Appennino romagnolo. Le due comunità martiri residenti nella zona di Monchio e Tavolicci, ancor prima che dalla tragica esperienza di guerra da cui vengono arbitrariamente colpite durante il , sono infatti accomunate da una simile condizione socio-economica. Per quanto risultino di dimensioni quantitativamente maggiori i paesi della sponda destra della valle del Dragone, facenti capo al Comune di Montefiorino, mentre sono invece più circoscritte Tavolicci e le frazioni circostanti del Comune di Verghereto, entrambi i contesti sono caratterizzati da una collocazione amministrativa periferica. L’Appennino modenese – conosciuto con il nome di Frignano e composto da comuni collocati ad un’altitudine media di metri sul mare – risulta suddiviso in diverse vallate, separate da dossi e alture che rendono molto complesse le comunicazioni in senso trasversale, con l’effetto di rendere ogni singola valle una comunità a sé stante. Non a caso, ai fini statistici, a partire dal il Frignano è ripartito in quattro distinte zone e regioni agrarie, di cui quella contrassegnata come XVIII corrisponde alle vallate del Dragone, Dolo e Rossenna – comprendendo quindi i paesi di Susano, Costrignano e Monchio afferenti al comune di Montefiorino. I rilevamenti statistici del censimento generale del dimostrano come, in particolare l’area montana modenese meridionale a più alta altitudine, sia segnata a partire dagli anni del primo dopoguerra da una lieve ma costante tendenza verso l’inflessione demografica.
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
Uno spopolamento dei paesi montani del Modenese determinato a partire dagli anni Trenta da una forte contrazione delle nascite – in parte riequilibrata da una sensibile diminuzione dei decessi – e da una spinta crescente verso l’emigrazione a causa dalle dure condizioni di vita caratterizzate da povertà e arretratezza. È un dato che non trova riscontro nel caso forlivese, dove nel decennio - il costante aumento della natalità in rapporto alle morti riesce a contrastare l’emorragia dovuta al fenomeno dell’emigrazione e fa rilevare ancora un lieve aumento in cifre assolute della popolazione presente anche nei paesi montani. Nel la popolazione presente nel comune di Montefiorino – il cui territorio si estende per una superficie di . ettari ad un’altezza media di metri sul mare – con una lieve maggioranza femminile, corrisponde a . persone ( presenti a Monchio, a Costrignano e a Susano), mentre la popolazione temporaneamente assente è di ben . individui, con una netta prevalenza per l’emigrazione stagionale in altri comuni del Regno. Nello stesso anno la popolazione presente nel comune di Verghereto – il cui territorio si estende per una superficie di . ettari ad un’altezza media di metri sul mare – è, con una netta prevalenza femminile, di . persone ( presenti a Verghereto, di cui Tavolicci è frazione non evidenziata dal censimento contando meno di cento abitanti), mentre i temporaneamente assenti sono in complesso , anche qui con una sensibile preferenza per l’emigrazione in ambito nazionale. I dati riportati relativi alle due zone appenniniche considerate, che appaiono pressoché speculari in termini di ampiezza e altitudine del territorio, confermano quindi una maggiore densità di popolazione e vocazione all’emigrazione del comune modenese rispetto a quella forlivese. Inoltre, i dati del censimento del relativi alle due comunità montane individuate evidenziano un livello di analfabetismo decisamente più marcato nel comune romagnolo rispetto a quello emiliano: nel comune di Montefiorino infatti su abitanti sopra i sei anni di età censiti, sono quelli in grado di leggere; mentre nel comune di Verghereto sono invece solo . La sensibile differenza di densità di popolazione fra i due comuni emersa nel censimento del è confermata dal censimento del , che sottolinea per ambedue i territori un carattere di di-
INTRODUZIONE
spersione della popolazione, ossia la predominanza di residenti nelle case sparse o nelle borgate, piuttosto che nei centri di maggiori dimensioni. Le due comunità montane di Monchio e Tavolicci appaiono, infatti, assimilate da una collocazione ai margini rispetto ai centri comunali di riferimento – raggiungibili per mezzo di lunghe ore di cammino attraverso mulattiere per quanto concerne il caso romagnolo, collegate da una lunga carrozzabile che taglia l’intera valle (passando per Savoniero e attraversando il torrente Dragone) per quanto concerne il caso modenese. Nel censimento generale della popolazione del per entrambi i comuni è, inoltre, evidenziabile una contrazione del fenomeno dell’emigrazione attribuibile alla propaganda fascista e si evidenzia, in generale, sia per l’intera provincia di Forlì che per quella di Modena, un lieve aumento della popolazione presente e residente, con una analoga predominanza per le due zone delle famiglie composte da - membri. Le rilevazioni relative al censimento generale del e al censimento dell’agricoltura del evidenziano, poi, fra la popolazione attiva una chiara predominanza in entrambi i contesti degli occupati in agricoltura: addetti alla coltivazione della terra e all’allevamento. Gli abitanti delle due zone sono infatti per la maggior parte coltivatori diretti, proprietari di modesti appezzamenti di terra che coltivano in proprio. Sono particolarmente diffusi in entrambi i contesti i piccoli poderi a coltura mista, i quali non necessitano in generale di una presenza di lavoratori superiore a quella del nucleo famigliare. Sia in un caso che nell’altro, quindi, siamo di fronte ad aree montane caratterizzate da una forte vocazione agricola, a cui non corrisponde però una reale abbondanza dei raccolti. Al di là di una percentuale di popolazione censita come attiva che rappresenta meno della metà della popolazione presente e di una estensione dei terreni coltivabili modesta (essendo in buona parte l’area classificata come boschiva), entrambe le zone presentano, infatti, una modesta qualità della resa agricola dovuta al mancato superamento di un’economia rurale strettamente collegata all’autoconsumo. La zona era estremamente povera – afferma infatti Lino Tiboni, comandante di un gruppo partigiano attivo nel comune di Casteldelci (limitro-
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fo all’area di Tavolicci) – cioè una zona nella quale i residenti facevano già fatica a sopravvivere, proprio dal punto di vista fisico. [...] per sopravvivere dovevano dividere con estrema cura le risorse accumulate durante l’anno.
La popolazione residente è composta da grandi famiglie patriarcali proprietarie di piccoli poderi, che sono coltivati per mero sostentamento grazie all’assiduo sforzo della totalità dei componenti attivi e per mezzo di tecniche di lavorazione arretrate: limitata varietà delle colture, utilizzo quasi esclusivo per la concimazione dello stallatico, scarso ricorso alla pratica della rotazione, dissodamento con mezzi rudimentali. La parcellizzazione esasperata della proprietà agraria è l’elemento che si evidenzia come caratteristico nelle due zone considerate, dove la maggioranza dei possedimenti non supera i pochi ettari (comprensivi anche di incolti produttivi e aree boschive) e dove la coltura largamente predominante risulta il frumento. Anche l’allevamento – rappresentato soprattutto dalla presenza di bovini adatti al traino, animali da cortile ed equini per il trasporto delle persone e delle merci – appare nei due contesti modesto e rinviabile, piuttosto che alla vendita, al semplice bisogno o consumo famigliare: il numero degli animali posseduti risulta, infatti, nelle due zone generalmente molto esiguo. La presenza di vacche da latte – presenti soprattutto nel caso modenese – permette poi la lavorazione artigianale a livello domestico del latte per la trasformazione in burro e formaggio. Si evidenzia, inoltre, l’allevamento ad uso personale di polli, conigli e maiali. Alla predominante occupazione agricola, si aggiunge infine, quasi esclusivamente, il lavoro relativo all’edilizia, al taglio dei boschi, alla produzione del carbone vegetale e alla trasformazione dei prodotti alimentari. L’alimentazione appare dunque incentrata sul semplice consumo e sulla trasformazione dei prodotti coltivati, sull’allevamento domestico e sulle risorse offerte dal bosco. Il consumo di carne a livello quotidiano risulta comunque assai modesto e limitato a pollame, conigli e suini; mentre i prodotti farinacei derivati dalla lavorazione del frumento e delle castagne si evidenziano, al contrario, come l’alimento primario, insieme al latte e ai suoi derivati. Le condizioni abitative appaiono nelle due aree considerate molto arretrate. Le case sono caratterizzate da una pianta artico-
INTRODUZIONE
lata ed irregolare per effetto dei ripetuti e successivi ingrandimenti correlati all’espansione della famiglia e da un uso promiscuo degli spazi (residenza, stalla, magazzino). Generalmente costruite in pietra e tavolacci di legno – da cui il nome della frazione forlivese –, le abitazioni sono perlopiù composte al piano superiore da locali abitativi privi di latrine e da stalla e fienile posizionati al piano sottostante e precariamente suddivisi dagli altri ambienti attraverso un pavimento formato da semplici assi di legno. Non esiste in entrambi i contesti alcun sistema di rete fognaria e le acque di spurgo dalle stalle vengono quindi convogliate attraverso rigagnoli scoperti verso i più vicini torrenti. La luce è ottenuta per mezzo di candele o lampade a petrolio, mentre l’acqua è ricavata dai pozzi o dai più vicini affluenti. L’immagine dei paesi montani dell’area di Monchio e Tavolicci offerta dai rilevamenti statistici degli anni Trenta è dunque, in entrambi i contesti, rappresentata da ampie famiglie contadine a basso reddito, all’interno delle quali sono rappresentate più generazioni impegnate in un estenuante lavoro nei campi finalizzato all’autoconsumo. Caratterizzate da un’ubicazione periferica, le popolazioni montane delle due zone sembrano mantenere entrambe durante gli anni della guerra di liberazione un alto livello di autonomia nei confronti delle autorità locali appartenenti alla Repubblica sociale italiana (RSI), dimostrando una specifica fermezza nel rifiuto ad aderire ai nuovi bandi fascisti di chiamata alle armi emanati a partire dal novembre . In un contesto agricolo contraddistinto da un’agricoltura di sussistenza, il forzato allontanamento dal lavoro dei campi dei giovani richiamati alle armi fra il e il – dopo anni di guerra – rappresenta infatti una perdita economica di non lieve entità, che mette a rischio i margini di sostentamento dell’intero nucleo famigliare. Considerate le specifiche condizioni economiche, appare quindi facilmente comprensibile la naturale avversione alla nuova leva fascista, che caratterizza entrambe le zone. La propensione alla renitenza appare, inoltre, alimentata anche dall’ubicazione marginale a livello amministrativo dei paesi, che nel caso modenese sono posizionati sulla sponda opposta della valle rispetto al capoluogo comunale e nel caso forlivese sono addirittura situati in una zona di confine fra tre diverse province e regioni.
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La fragile economia agricola delle due aree montane, che determina condizioni di vita contraddistinte dal rigore e dalla povertà già durante gli anni Trenta, appare infatti ulteriormente vessata dagli effetti della congiuntura bellica nel biennio -. Lo stato di guerra e la massiccia presenza di contingenti armati sul territorio provinciale implica, infatti, la graduale scomparsa di alcuni generi alimentari e prodotti di prima necessità (come il sale, l’olio, il caffè, il carburante) e il generale irrigidimento delle politiche economiche fasciste. La scarsità dei prodotti alimentari dovuta alla contingenza bellica – che si esprime nelle aree urbane con una sempre più rigida forma di tesseramento annonario – determina infatti una crescente attenzione e pressione delle autorità fasciste nei confronti della classe produttiva agricola. I precari equilibri economici della RSI negli anni - sono infatti strettamente correlati con la capacità del governo fascista da un lato di imporre le consegne agli ammassi di una sostanziosa parte del raccolto da parte di contadini e di un numero sempre crescente di capi di bestiame ai raduni da parte degli allevatori, per sostenere la sussistenza alimentare dell’intera popolazione; dall’altro, di evitare che una tale pratica di razionamento soffochi alla base la produttività dell’intero settore agricolo, già vessato dalla mancanza di concimi, foraggi e carburante. Il patrimonio zootecnico – afferma infatti il rapporto del Consiglio provinciale dell’economia corporativa di Modena del febbraio – a causa, appunto, della scarsità di foraggi e in conseguenza dell’obbligo di conferimento del % ai raduni, che si pratica da tre anni, ha subito una sensibile riduzione. Ciò ha determinato, per conseguenza, una notevole riduzione nella produzione del latte e quindi dei latticini. La scarsissima produzione foraggiera verificatasi nella scorsa annata e l’obbligo dei conferimenti ai raduni del % – riafferma il rapporto del Consiglio provinciale delle corporazioni di Modena nel dicembre – hanno imposto agli agricoltori un’ulteriore contrazione dei capi di bestiame.
Prima ancora che su un piano politico, il fallimento della nuova Repubblica fascista si esprime infatti in termini strettamente economici: l’incapacità di gestire in forma rigorosa ma sostenibile la pe-
INTRODUZIONE
sante depauperizzazione imposta dallo stato di guerra lacererà, infatti, le stesse fondamenta dello Stato sociale fascista. In particolare, nelle zone montane più povere – dove l’arretratezza socio-economica appare più marcata e l’economia agricola è ancora di semplice autoconsumo – il peggioramento delle condizioni di vita già precarie determina la diffusa infrazione delle regole economiche imposte dalle istituzioni fasciste e l’estendersi in ambito contadino di una tendenza ad esprimere una ferma opposizione nei riguardi delle autorità locali. In proposito si deve però porre in rilievo la situazione nella quale si è trovata la montagna durante il periodo della mietitura e trebbiatura – viene infatti osservato nel febbraio nella relazione sulla condizione economica della provincia di Modena – situazione che non ha consentito né controlli, né accertamenti e spesso in diversi comuni nemmeno ha dato ai produttori la possibilità di realizzare il prodotto.
Il si configura, infatti, come un anno di forte contrazione dell’agricoltura e dell’allevamento. Nell’annata agraria - la produzione è stata influenzata negativamente – si osserva nella prima relazione sulla situazione economica della provincia di Modena redatta nel dopoguerra – dall’andamento stagionale persistentemente siccitoso e dalla deficienza di concimi. [...] È da notarsi che una buona porzione della nostra provincia, specie la zona montana, è stata teatro di guerra guerreggiata per vari mesi, e ciò ha notevolmente aggravato la situazione. La scarsissima produzione di alcuni generi, specie il granturco, la frutta ed il pomodoro, influisce negativamente sulla ripresa dei relativi settori industriali. La scarsissima produzione foraggiera dell’annata ha avuto ripercussioni notevoli sull’allevamento del bestiame [...] con conseguenze gravissime per l’industria della lavorazione del latte.
Oltre alle conseguenze dirette degli eventi bellici e ai deleteri effetti prodotti dalla pratica delle requisizioni militari più o meno autorizzate, i sempre più frequenti comportamenti di razzia, grassazione e arbitraria distruzione da parte dei militi nazifascisti, impegnati in perquisizioni e rastrellamenti, e le discutibili forme di appropriazione di generi alimentari (e non solo) assunte dai gruppi armati partigiani soprattutto in una prima fase, contribuiscono a mettere in ginocchio l’economia agricola montana e dimostrano come il
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
principale piano del contendere si focalizzi sempre di più per tutte le forze in campo sulle limitate risorse alimentari. Non si può sopportare a causa della situazione alimentare pubblica – dichiara risoluto il prefetto di Modena nel dicembre – che il grano eccedente sia portato al mercato nero o che addirittura serva all’approvvigionamento dei ribelli e dei comuni. [...] I raduni di bestiame sono continuamente disturbati dai ribelli. Si è richiesta la protezione dei contadini da parte delle FF.AA.GG. [Forze armate germaniche] e sarà data. D’altro canto la continua requisizione, operata dai Comandi e truppe germaniche in forma più o meno regolare – afferma invece con rassegnazione la relazione economica sulla provincia di Modena del febbraio , descrivendo ormai una situazione ingovernabile – congiunta alla asportazione del bestiame bovino da lavoro e da reddito, ha inciso in modo notevolissimo sulle possibilità di lavoro normale tanto che non sono poche le aziende che oggi mancano dell’attiraglio medio per i lavori di aratura. [...] Le requisizioni avvengono dalla forma regolare alla forma più impensata da parte di Comandi regolarmente autorizzati, da parte di Comandi di stanza locali, da parte di truppe in transito e, infine, di bande irregolari con corresponsione di prezzi irrisori o rilascio di ricevute più o meno regolari e spesso senza alcun pagamento.
Il diffondersi di un generale impoverimento della componente contadina durante il determina infatti il crollo dei meccanismi economici di mercato, allargando i confini dell’economia di autoconsumo e alimentando il proliferare incontrollato del mercato nero e di indebite pratiche di illecito profitto. A partire da queste osservazioni di carattere socio-economico sulle zone di Monchio e Tavolicci, la presente ricerca si prefigge quindi di analizzare: il contesto contadino segnato dalle politiche di guerra contro i civili pianificate nel dai comandi tedeschi sull’Appennino tosco-emiliano; il complicato sviluppo dei primi gruppi armati partigiani presenti nella due zone, da un generico rifiuto della guerra fino ad una consapevole pratica politica che non esula da riflessioni sul piano economico e della giustizia; la fitta trama delle vendette e delle collaborazioni locali fasciste; il sostegno sul territorio offerto agli alleati tedeschi e le pratiche amministrative adottate dalle diverse autorità della RSI, evidenziando per ogni aspetto la concretezza del piano economico e dell’esperienza soggettiva.
INTRODUZIONE
Note . Per una visione d’insieme sulla condizioni socio-economiche della zona montana del Modenese negli anni Trenta e Quaranta, si veda G. Muzzioli, L’economia e la società modenese fra le due guerre (-), Società tipografica editrice modenese, Modena ; P. Alberghi, Quarant’anni di storia montanara. L’Appennino modenese e reggiano dal fascismo alla rinascita, TEIC, Modena , pp. . . Cfr. M. Casini, Aspetti della vita quotidiana sull’Appennino modenese durante la seconda guerra mondiale, Tesi di laurea in Storia contemporanea (rel. prof. A. Varni), Facoltà di Magistero, Università degli Studi di Bologna, a.a. -, pp. ss.; Id., La vita quotidiana e la guerra in una piccola comunità dell’Appennino modenese, in “Rassegna di Storia Contemporanea”, n. , , pp. -. . Cfr. Istituto centrale di statistica del Regno d’Italia, VII Censimento generale della popolazione. aprile -IX, Roma , vol. III, Fascicoli Provinciali: Emilia, f. Provincia di Modena, pp. V-VI. . Cfr. Consiglio provinciale dell’economia corporativa di Modena, Relazione statistica dell’andamento economico della Provincia – Anno , s.l. s.d., pp. , . Per uno sguardo di insieme sulla storia di lungo periodo del fenomeno dell’emigrazione dai comuni montani del Frignano, cfr. M. Bertugli, L’emigrazione, in AA.VV., Palagano e le sue frazioni. Mille anni di storia, cinquant’anni di vita -, Golinelli Editore, Formigine , pp. -. . Cfr. Istituto centrale di statistica del Regno d’Italia, VII Censimento generale della popolazione, cit., vol. III, Fascicoli Provinciali: Emilia, f. Provincia di Forlì, pp. V-VI. . Cfr. ivi, vol. II, Popolazione comuni Italia settentrionale, tav. Popolazione presente, temporaneamente assente e residente nei comuni, nelle frazioni di censimento, nelle province e nei compartimenti, Emilia, Provincia di Modena, pp. -. . Cfr. ivi, vol. II, Popolazione comuni Italia settentrionale, tav. Popolazione presente, temporaneamente assente e residente nei comuni, nelle frazioni di censimento, nelle province e nei compartimenti, Emilia, Provincia di Forlì, pp. -. . Cfr. ivi, vol. III, Fascicoli Provinciali: Emilia, f. Provincia di Modena, tav. XVI, p. ; ivi, f. Provincia di Forlì, tav. XVI, p. . . La densità di popolazione del comune di Montefiorino nel – con una popolazione presente pari a . unità – è di abitanti per chilometro quadrato; mentre quella di Verghereto – con una popolazione presente pari a . unità – è pari solo a abitanti per chilometro quadrato. Cfr. Istituto centrale di statistica del Regno d’Italia, VIII Censimento generale della popolazione, aprile XIV, Roma , vol. II, Province, f. Provincia di Modena, tav. I, Popolazione presente, temporaneamente assente, distinta secondo il carattere di dimora, il luogo ove si trovava l’assente e il sesso: nei comuni, zone e regioni agrarie. Altimetria dei comuni. Superficie, densità, popolazione residente dei centri e delle case sparse: per comuni, per zone e regioni agrarie; ivi, f. Provincia di Forlì, tav. I. . Ibid. . La distanza attuale per via carrozzabile fra Tavolicci e il capoluogo comunale di Verghereto è di chilometri. Cfr. E. Bonali, R. Domeniconi, S. Lolletti, Tavolicci, frazione comunale del comune di Verghereto Provincia di Forlì, Comuni-
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cazione presentata al Congresso europeo di sociologia rurale, Cordova (Spagna), aprile , pp. -, in Archivio dell’Istituto di storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena (d’ora in poi AISFO), fondo Tavolicci, b. cartelline (documentazione). . Cfr. Istituto centrale di statistica del Regno d’Italia, VIII Censimento generale della popolazione, cit., vol. II, f. , pp. V-VI; ivi, f. , pp. V-VI. . Nel comune di Verghereto nel su un totale di . individui attivi su una popolazione presente di . unità (pari al %), gli addetti all’agricoltura sono infatti . (pari al % della popolazione attiva nel complesso). Nel comune di Montefiorino, invece, su un totale di . individui attivi su una popolazione presente di . unità (pari al %), gli addetti all’agricoltura sono . (pari al % della popolazione attiva nel complesso). Cfr. ivi, f. , tav. XI, Popolazione presente secondo le categorie di attività economica: nei comuni, nelle zone e regioni agrarie; ivi, f. , tav. XI. . Per quanto l’Appennino forlivese appaia connotato tendenzialmente dalla diffusione della mezzadria, seppure su appezzamenti di dimensioni modeste, «l’area di Tavolicci è caratterizzata da una minuta parcellizzazione fondiaria dei terreni, mentre il regime della proprietà è quello della coltivazione diretta da parte del piccolo proprietario» (Bonali, Domeniconi, Lolletti, Tavolicci, frazione comunale del comune di Verghereto Provincia di Forlì, cit., p. ). . Nel nella zona delle valli del Dolo, del Dragone e del Rosenna su un totale di . aziende agricole sono infatti censite . aziende in proprio (di cui con un’estensione da a ettari), in affitto, a colonia e a conduzione mista; mentre nella zona appenninica della Rocca di San Casciano (che comprende il comune di Verghereto) su un totale di . aziende agricole sono censite . aziende in proprio (di cui con un’estensione da a ettari e da a ettari), in affitto, . a colonia e a conduzione mista. Cfr. Istituto centrale di statistica del Regno d’Italia, Censimento generale dell’Agricoltura, marzo -VIII, Roma , vol. II, Censimento delle aziende agricole, parte II, Tavole, tav. I, Aziende agricole per classi d’ampiezza e forme di conduzione, Italia settentrionale. . Cfr. Alberghi, Quarant’anni di storia montanara, cit., pp. -. . Cfr. Casini, Aspetti della vita quotidiana sull’Appennino modenese durante la seconda guerra mondiale, cit., p. . . Testimonianza di Lino Tiboni, raccolta insieme ad altre ventisei intorno alla metà degli anni Settanta per iniziativa della Provincia di Forlì e conservata in AISFO, fondo Tavolicci, b. trascrizioni interviste (p. ). . Cfr. Casini, Aspetti della vita quotidiana sull’Appennino modenese durante la seconda guerra mondiale, cit., p. . . Per quanto riguarda la zona montana della provincia di Modena, le aziende agricole più diffuse sono a conduzione diretta dei proprietari e non superano i tre ettari di estensione, cfr. Consiglio provinciale dell’economia corporativa di Modena, Relazione statistica dell’andamento economico della Provincia – Anno , cit., pp. -. . Cfr. Consiglio provinciale dell’economia di Modena, Relazione sull’andamento economico della provincia di Modena nell’anno , Modena , tav. Produzione agraria della Provincia di Modena divisa per zone, nel triennio -, pp. -. . Secondo il censimento generale dell’agricoltura del , infatti, sono pre-
INTRODUZIONE
senti nel comune di Verghereto allevatori di bestiame, che nel complesso possiedono cavalli, asini, muli, . bovini (di cui . vacche comuni), suini, . ovini e caprini; mentre nel comune di Montefiorino i possessori di bestiame sono ., con un patrimonio d’allevamento complessivo composto da cavalli, asini, muli, . bovini (di cui . vacche da latte), suini, . ovini e caprini. Cfr. Istituto centrale di statistica del Regno d’Italia, Censimento generale dell’Agricoltura, marzo -VIII, Roma , vol. I, Censimento del bestiame, parte II, Tavole, tav. Specie e categorie animali, Provincia di Forlì e Modena, pp. -. . Cfr. Casini, Aspetti della vita quotidiana sull’Appennino modenese durante la seconda guerra mondiale, cit., p. . . Cfr. ivi, p. ; Alberghi, Quarant’anni di storia montanara, cit., pp. -. . Cfr. ivi, p. . . Cfr. Casini, La vita quotidiana e la guerra in una piccola comunità dell’Appennino modenese, cit., pp. -. . Confronta i risultati dell’indagine compiuta su incarico dell’Istituto centrale di statistica sulle condizioni delle case rurali della provincia di Modena, riportati in Consiglio provinciale dell’economia corporativa di Modena, Relazione statistica dell’andamento economico della Provincia – Anno , cit., pp. -. . Cfr. Bonali, Domeniconi, Lolletti, Tavolicci, frazione comunale del comune di Verghereto Provincia di Forlì, cit., p. . . Cfr. Alberghi, Quarant’anni di storia montanara, cit., p. . . «Quasi un migliaio le abitazioni di Montefiorino sprovviste di acqua e lattrine [sic!]» (Casini, Aspetti della vita quotidiana sull’Appennino modenese durante la seconda guerra mondiale, cit., pp. -). . Benché non sia possibile definire l’ordine di grandezza del fenomeno nel suo complesso, esistono tuttavia prove documentarie su un ampia casistica di episodi di renitenza in entrambi i territori montani, per la cui analisi nel dettaglio mi permetto di rinviare il lettore ai CAPP. e . . Mentre i paesi della sponda destra della valle del Dragone sono limitrofi al confine tra le provincie di Modena e Reggio Emilia, Tavolicci e le frazioni circostanti sono poste al confine fra le provincie di Forlì, Pesaro ed Arezzo – che corrisponde anche al confine regionale fra Toscana, Emilia-Romagna e Marche. La marginalità amministrativa delle due zone colpite dalla violenza di guerra nazifascista è confermata nel dopoguerra dalla costante incertezza sulla competenza dei diversi tribunali – in particolare durante la fase inquirente – che caratterizza l’iter giudiziario relativo alla punizione dei reati commessi in questi luoghi durante il . . I documenti segnalati da qui in avanti riguardano nello specifico la situazione economica nella provincia di Modena durante la congiuntura bellica, ma le considerazioni relative sono estendibili per analogia anche alla provincia di Forlì, anch’essa tagliata dalla linea gotica (linea di difesa tedesca che fa perno sulla catena appenninica) e, oltretutto, più vicina durante il al fronte di guerra, dunque a maggior ragione segnata dalla presenza di truppe armate sul territorio e dalla radicalizzazione del conflitto interno fra italiani. Cfr. M. Casini, Popolazione, Guerra e Resistenza nell’Appennino modenese e reggiano: alcune ipotesi di ricerca, ed E. Cortesi, Il racconto della guerra nella montagna forlivese e cesenate, in M. Dondi, A. Preti (a cura di), Guerra, guerriglia e comunità contadine in Emilia Romagna -, RS libri, Reggio Emilia , pp. -, -.
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. Cfr. Consiglio provinciale dell’economia corporativa di Modena, Rapporto situazione attività produttiva, febbraio , f.to Il Capo della Provincia Presidente del CPEC, in Archivio dell’Istituto storico di Modena (d’ora in poi AISMO), fondo , Memorie e ricerche, b. Raccolta G. Mangoni – Documenti economici della provincia di Modena -. . Quale esempio della rigida regolamentazione dei conferimenti imposta dalla RSI a contadini e allevatori nel , cfr. Precettazione e ritiro di grano, granturco, riso, formaggio, bestiame e semi oleaginosi, Modena dicembre , f.to Il Capo della Provincia, in AISMO, fondo , b. , f. . Sul carattere vincolistico della politica economica fascista e sugli effetti negativi determinati da esso sulla produzione agricola, cfr. Consiglio provinciale dell’economia di Modena, Relazione sulla situazione economica della provincia di Modena, settembre-ottobre , p. , in AISMO, fondo , b. , f. , Relazioni Camera del Commercio -. . Quale esempio sui problemi di sussistenza, il razionamento alimentare e i meccanismi di tesseramento annonario praticati dalle autorità fasciste della RSI fra il e il , si veda G. Marangoni, La situazione economica a Modena durante l’occupazione nazifascista (con particolare riguardo al problema alimentare), Tesi di laurea in Materie letterarie (rel. prof. A. Berselli), Facoltà di Magistero, Università degli Studi di Bologna, a.a. -. . Consiglio provinciale dell’economia corporativa di Modena, Rapporto situazione attività produttiva, febbraio , cit., p. . . Consiglio provinciale dell’economia corporativa di Modena, Relazione sull’attività economica concernente il mese di dicembre , in AISMO, fondo , b. , f. , p. . . Relazione sulla situazione economica-agricola della provincia di Modena, febbraio , f.ta Il Capo della Provincia, in AISMO, fondo , b. , f. . . Cfr. Camera del commercio ed agricoltura (Modena), Il prodotto netto nell’agricoltura. Anni: --, in AISMO, fondo , b. , f. , Relazioni Camera del commercio -. . Consiglio provinciale dell’economia di Modena, Relazione sulla situazione economica della provincia di Modena, settembre-ottobre , cit., p. . . Fra gli obiettivi privilegiati delle azioni armate del nascente movimento partigiano (non rinviabili solo alla necessità alimentare interna) vi è infatti, non casualmente, l’attacco agli ammassi e la distribuzione alla popolazione del frumento, a dimostrazione di come – almeno nelle aree montane meno sviluppate – sia la fame ad avvalorare ed indirizzare inizialmente alcune delle scelte di campo. . Precettazione e ritiro di grano, granturco, riso, formaggio, bestiame e semi oleaginosi, Modena dicembre , cit., pp. -. . Relazione sulla situazione economica-agricola della provincia di Modena, febbraio , cit., pp. , . . «L’industria dei salumi ha svolto e svolge tuttora una scarsa attività in quanto il numero dei suini che vengono convogliati ai raduni è ben insignificante a causa del notevole incremento che hanno avuto la macellazione per uso famigliare o per mancanza soprattutto di mangimi» (Consiglio provinciale dell’economia corporativa di Modena, Rapporto situazione attività produttiva, febbraio , cit., p. ).
Mappa della zona di Monchio (elaborata da Deborah Ferraro) FIGURA
Mappa della zona di Tavolicci (elaborata da Deborah Ferraro) FIGURA
La situazione militare sull’Appennino tosco-emiliano durante la primavera-estate del
Fra la primavera e l’estate del i territori montani dell’Appennino tosco-emiliano assurgono rapidamente per i comandi tedeschi impegnati nella guerra in Italia a principale zona strategica d’interesse militare a livello nazionale. Il fronte di guerra italiano, apertosi con lo sbarco degli eserciti anglo-americani in Sicilia durante l’estate precedente e assestatosi a seguito dello sbarco di Salerno a cavallo dei monti Aurunci tra Lazio e Campania, dopo una lunga fase di stasi e seppure ridimensionato per importanza strategica dall’ipotesi dell’imminente apertura di un nuovo fronte di guerra in Francia, a partire dalla tarda primavera del comincia, infatti, a spostarsi velocemente verso il Nord. Dopo il definitivo crollo della linea Gustav avvenuto nel maggio del , l’andamento e l’evoluzione del conflitto in atto in Italia muta, quindi, radicalmente: si assiste ad un’improvvisa accelerazione dell’avanzata anglo-americana, il cui ritmo e dinamismo appare per alcuni mesi implacabile e definitivo. Sfondato il fronte di Cassino, gli Alleati liberano infatti la città di Roma dalle forze nazifasciste già il giugno producendo un forte effetto simbolico agli occhi dell’opinione pubblica; a luglio entrano a Siena, in agosto si trovano già alle porte di Firenze. I vertici militari della Wehrmacht – rappresentati in questa fase dal comandante supremo del gruppo d’armate sud-ovest feldmaresciallo Albert Kesselring – seppur costretti ad un’affannosa ritirata attraverso l’Italia centrale, rispondono all’attacco da un lato razionalizzando e rallentando il più possibile il ripiegamento delle proprie truppe verso nord, dall’altro pianificando accuratamente la strutturazione di una nuova, articolata e imponente linea di difesa
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che tagli trasversalmente l’Italia da Massa a Pesaro – dalla costa toscana a quella romagnola, facendo perno proprio sulla catena appenninica. La fortificazione della linea gotica ha inizio già nell’autunno precedente, ma è solo nel febbraio del che Kesselring stabilisce definitivamente sugli Appennini l’estrema linea di resistenza su cui secondo i progetti nazisti deve assestarsi il fronte in ritirata, determinando in tal modo un netto cambiamento dell’importanza strategico-militare dell’intera zona. A partire dalla primavera del la situazione nelle retrovie della nuova linea di difesa, ossia nei paesi disseminati sull’Appennino tosco-emiliano, si trasforma quindi sensibilmente: da problema marginale e periferico d’ordine pubblico di competenza dell’amministrazione fascista, il controllo del territorio montano limitrofo alla linea gotica nel volgere di un breve lasso di tempo diviene, infatti, una questione militare di prioritaria importanza per la salvaguardia della sicurezza delle truppe tedesche impegnate in zone d’operazione, determinando di conseguenza profondi mutamenti nei comportamenti adottati dai militari germanici, che non tarderanno a produrre effetti devastanti ai danni della popolazione civile locale. L’improvvisa ritirata militare tedesca determina, infatti, il diffondersi – in particolare nell’Italia centrale – di una rapida e devastante radicalizzazione della violenza di guerra sugli inermi, che inevitabilmente risulta per le vittime inaccettabile e irrazionale. Dopo la liberazione di Roma – scrive Guido Crainz descrivendo la particolare fase di guerra in Italia durante l’estate del – un succedersi di stragi accompagna la ritirata tedesca nel suo dirigersi verso la linea gotica in via di completamento: stragi volte anche – come già nella ritirata verso Cassino – a fare terra bruciata, a mantenere il controllo assoluto sul territorio. Una “guerra ai civili” in cui la pulsione a vendicarsi del “tradimento” italiano si intreccia alle esigenze di una ritirata militare da effettuarsi lentamente, per permettere l’apprestamento delle future linee di difesa: stroncando in modo preventivo o punitivo ogni ostacolo opposto dalla popolazione civile, non solo dalla Resistenza; rastrellando massicciamente manodopera per il lavoro obbligatorio, e così via. In questo quadro le stragi non sono necessariamente una risposta ad azioni partigiane e assumono talora il carattere cupo di una feroce pratica di annientamento.
. LA SITUAZIONE MILITARE SULL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO
. Strategie di guerra dell’occupante tedesco sulla linea gotica Fino alla metà del marzo , nonostante il continuo ripetersi quasi dovunque nelle località montane del Centro-Nord di segnalazioni relative alla costituzione di embrionali gruppi armati (composti per lo più di giovani renitenti o di soldati sbandati), i comandi militari tedeschi delegano in buona parte la questione dell’ordine pubblico alle autorità della Repubblica di Salò, confidando nelle capacità repressive su base locale dell’alleato fascista. A partire dai primi mesi dell’anno si assiste però ad un aumento esponenziale delle informative inerenti ad atti di sabotaggio e ad attentati compiuti dalle bande partigiane al fine di ostacolare il trasporto di rifornimenti e la circolazione delle truppe nazifasciste lungo le principali vie di comunicazione dell’Italia centro-settentrionale. Il generale rinvigorimento della presenza di gruppi armati ribelli – che si esemplifica simbolicamente nell’eclatante attentato subito da un reparto di polizia sudtirolese in via Rasella a Roma e nella feroce e arbitraria rappresaglia che ne consegue il marzo presso le Fosse Ardeatine – determina però a partire dall’aprile successivo un significativo mutamento nella valutazione da parte dei comandi superiori nazisti del pericolo rappresentato in Italia dal fenomeno della guerriglia partigiana. Inaugurando importanti cambiamenti nelle modalità della lotta alle bande armate – a cui da questo momento è attribuito distintamente nella campagna di guerra italiana un differente grado di pericolosità e di conseguenza una diversa qualità strategica – il aprile vengono infatti diramate per ordine del feldmaresciallo Kesselring nuove disposizioni repressive: Contro le bande si agirà con azioni pianificate. Bisogna inoltre garantire la continua sicurezza della truppa contro attentati e attacchi. [...] In caso di attacco, aprire immediatamente il fuoco, senza curarsi di eventuali passanti. [...] Il primo comandamento è l’azione vigorosa, decisa e rapida. Chiamerò a rendere conto i comandanti deboli e indecisi, perché mettono in pericolo la sicurezza delle truppe loro affidate e il prestigio della Wehrmacht tedesca. Data la situazione attuale, un intervento troppo deciso non sarà mai causa di punizione.
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
All’interno delle nuove disposizioni risulta prioritaria la volontà strategica di “bonificare” le retrovie del fronte con qualsiasi mezzo, senza più alcuna remora morale riguardante la salvaguardia dell’incolumità fisica della popolazione civile italiana. Attraverso questi ordini è, infatti, offerta ai soldati nazisti – per la prima volta durante la campagna d’Italia – una generale impunità giuridica a fronte di qualsiasi atto compiuto per garantire la sicurezza militare, inficiando così di fatto il senso delle norme chiamate a regolare la condotta legittima nel conflitto fra Stati sovrani, definite dalle consuetudini degli usi e costumi di guerra e dai trattati internazionali all’epoca vigenti. Se sul fronte italiano fino a questo momento – seppur con significative eccezioni al Sud – i principi che disciplinano l’occupazione e la condotta di guerra nazista erano stati improntati almeno in apparenza al rispetto dell’avversario/alleato entro i canoni di uno scontro simmetrico, la situazione cambia adesso completamente. Non solo gli italiani vengono, dopo “l’armistizio dell’ settembre ”, rappresentati quali sospetti traditori e in quanto tali spesso avvicinati dall’alleato germanico con intima repulsione e diffidenza, ma, man mano che le condizioni di guerra precipitano, sono sempre più considerati dai comandi militari e percepiti dalla truppa quale popolazione inferiore, verso cui – come per gli ebrei, gli slavi o i popoli coloniali – è legittima e necessaria la messa in atto di modalità di guerra estreme e sanguinarie, totalmente scollegate da ogni sorta di freno di stampo etico-morale. All’interno della prospettiva militare nazista, il campo di battaglia italiano nel volgere di pochi mesi assume dunque – seppur inserito nello scacchiere occidentale – parte delle caratteristiche di guerra proprie del fronte orientale, e fra di esse la più carica di conseguenze tangibili risulta essere la sostanziale sovrapposizione all’interno degli ordini diramati dai comandi superiori tedeschi fra civili inermi e ipotetici fiancheggiatori asserviti al nemico. In caso di attacchi – affermano infatti gli ordini di Kesselring del aprile – bisogna immediatamente circondare le località in cui sono avvenuti; tutti i civili, senza distinzione di stato e di persona, che si trovano nelle vicinanze saranno arrestati. In caso di attacchi particolarmente gra-
. LA SITUAZIONE MILITARE SULL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO
vi, si può prendere in considerazione anche l’incendio immediato delle case da cui si è sparato. [...] In generale, i comandi di piazza locali dovranno rendere noto che alla minima azione contro i soldati tedeschi verranno prese le più dure contromisure. Ogni abitante del luogo dovrà essere ammonito in proposito: nessun criminale o fiancheggiatore può aspettarsi clemenza.
L’incalzante esortazione proveniente dalle massime autorità tedesche ad una lotta antipartigiana sempre più spietata e senza quartiere, rafforzata da ordini via via sempre più espliciti che offrono “carta bianca” ai singoli reparti, viene accolta in modi assai difformi dalle unità impiegate sul territorio italiano in funzione antibande. I diversi comandi inferiori di fatto scelgono le modalità e il livello attraverso cui declinare gli ordini ricevuti dall’alto nel concreto delle azioni di guerra intraprese – in base alle circostanze, a seconda delle proprie precedenti esperienze in battaglia o a partire dalla cultura di guerra in esse dominante. Mentre durante la primavera i casi d’uso sistematico e arbitrario della violenza contro i civili da parte dei militari tedeschi nelle zone ritenute d’interesse strategico (quali l’Appennino apuano e tosco-emiliano attraversati dalla nuova linea di difesa) risultano ascrivibili alla particolare solerzia e condotta assunta da specifiche formazioni – unità caratterizzate da una forte adesione ideologica al nazionalsocialismo o segnate da sanguinarie esperienze di lotta antipartigiana sul fronte orientale –, durante l’estate il confine che distingue la lotta contro la guerriglia armata dalle azioni militari indiscriminate contro civili disarmati residenti nelle località considerate rilevanti per la sicurezza delle truppe in ritirata sembra, invece, infrangersi a livello più generale. ... Guerra ai civili La situazione dei partigiani in Italia – dichiara il feldmaresciallo Kesselring in una lettera del maggio – particolarmente Centro Italia, si è recentemente acutizzata, e ciò costituisce un serio pericolo per le truppe combattenti e per i rifornimenti, sia per ciò che concerne il materiale bellico, sia per il potenziale economico. La lotta contro i partigiani deve essere combattuta con tutti i mezzi a nostra disposizione e con la maggiore severità. Io proteggerò quei comandanti che eccedessero nei loro
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
metodi di lotta ai partigiani. In questo caso suona bene il vecchio proverbio che dice: meglio sbagliare la scelta del metodo ma eseguire gli ordini, che essere negligenti o non eseguirli affatto. Soltanto la massima prontezza e la massima severità nelle punizioni saranno valido deterrente per stroncare sul nascere altri oltraggi o per impedire la loro espansione [...].
Gli ordini per la lotta alle bande provenienti dai comandi superiori vengono, difatti, ulteriormente inaspriti a partire dalla metà di giugno, divenendo sempre più espliciti nell’implicare il coinvolgimento della componente inerme della popolazione civile, che – per quanto non sempre legata realmente da volontari e saldi rapporti di solidarietà con la resistenza armata – è con chiarezza identificata da questo momento in poi quale prioritario bacino di reclutamento e indispensabile base d’appoggio per il movimento partigiano in rapida ascesa. I civili si trasformano di conseguenza in un comodo bersaglio per colpire indirettamente le formazioni irregolari senza esporsi al pericolo di un vero scontro armato. Ogni atto di violenza commesso dai partigiani deve essere punito immediatamente – affermano infatti gli ordini per la lotta alle bande diramati il giugno –. I rapporti dovranno fornire in dettaglio le contromisure intraprese. Laddove vi sia presenza di bande partigiane di notevoli proporzioni, una percentuale della popolazione maschile della zona dovrà essere arrestata e nel caso in cui si verifichino atti di violenza, questi uomini saranno fucilati. [...] Se si avvertiranno spari provenienti da un paese, il paese sarà incendiato. Gli esecutori e i capibanda saranno impiccati sulla pubblica piazza. I paesi circostanti devono essere ritenuti responsabili dei sabotaggi.
All’interno delle disposizioni per la controguerriglia sancite dal feldmaresciallo Kesselring il giugno – che sono il punto focale del cambio di strategia da parte delle forze armate tedesche impegnate nella repressione del movimento partigiano in Italia, da cui hanno origine tutti i successivi ordini di contenuto simile – è infatti riscontrabile un diretto riferimento al Merkblatt /, ossia alla Direttiva di combattimento per la lotta contro le bande nell’Est dell’ novembre , che – emanata in origine per un contesto po-
. LA SITUAZIONE MILITARE SULL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO
litico-militare del tutto diverso, quale la guerra di sterminio intrapresa sul fronte orientale – contempla esplicitamente l’uccisione di civili, fra cui donne e bambini. La ricezione di questi ordini – che di fatto rappresentano anche in Italia un’istigazione dall’alto al massacro – da parte dei comandi di medio livello comporta quindi la possibilità per i soldati tedeschi a partire dall’estate del di considerare le popolazioni dell’Appennino pienamente responsabili della presenza partigiana. L’utilizzo di azioni terroristiche contro la popolazione diviene, infatti, da questo momento in poi uno strumento di lotta consapevolmente calcolato e di conseguenza, per qualsiasi misura intrapresa ai danni di civili inermi, risulta sufficiente addurre come argomento di giustificazione generiche accuse relative ad azioni da franco tiratore, di sabotaggio o di spionaggio, stabilite ora non più sulla base di elementi a carattere militare, ma fondate su semplici supposizioni. Le conseguenze sui civili della radicalizzazione della lotta antipartigiana, inoltre, si associano e si incrociano nelle strategie dell’alleato tedesco con i piani di reclutamento forzato di lavoratori da inviare in Germania. Gli uomini abili appartenenti alle comunità montane dell’Appennino, arbitrariamente rastrellati in quanto ipotetici fiancheggiatori delle bande, dopo essere stati detenuti in centri di raccolta e campi di transito (qualora non vengano riconosciuti come partigiani e dunque immediatamente uccisi o deportati in campo di concentramento), sono infatti destinati a partire dall’estate all’invio sistematico come lavoratori-schiavi nel Reich, costretti con la forza a supplire al cronico fabbisogno di manodopera in cui versa ormai stabilmente l’industria bellica nazionalsocialista. Tutti i civili implicati nelle operazioni antipartigiane che saranno arrestati nel corso delle rappresaglie – scrive infatti Kesselring già nel maggio del – saranno portati nei campi di concentramento costituiti a questo scopo dal generale comandante in capo del Commissariato militare sudovest, com’è indicato nell’ultimo dispaccio del Reich in materia di lavoratori.
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
. La rivalsa fascista: bandi di chiamata alle armi e supporto sul territorio La cruenta politica di guerra adottata dall’occupante nazista durante la ritirata – e in particolare sugli Appennini tosco-emiliani – non si innesta però su un territorio caratterizzato dal vuoto istituzionale. La nuova Repubblica fascista – sorta dopo l’armistizio e la liberazione di Mussolini da Campo Imperatore nel settembre – per quanto travolta nel Centro Italia nelle sue strutture amministrative dalla rapida avanzata degli anglo-americani, collabora infatti alacremente durante la primavera-estate del alla messa in atto delle nuove strategie tedesche volte all’annientamento della guerriglia partigiana. Non a caso, fin dai primi giorni di vita, la Repubblica sociale individua nella riorganizzazione e nel rinnovamento delle proprie forze armate ufficiali il suo principale obiettivo. La ricostituzione di corpi combattenti inquadrati militarmente è, infatti, l’elemento fondamentale e necessario per riaffermare con le armi la legittimità del proprio potere agli occhi del diffidente alleato tedesco e della popolazione italiana, attraverso la costante – seppur fallimentare – rivendicazione di un monopolio unico della violenza sul territorio. Dopo l’inabissamento imbelle e silenzioso del loro regime, il luglio e dopo l’ settembre – osserva infatti Mario Isnenghi – il problema dei fascisti è dimostrare pubblicamente di esserci ancora. Il loro potere residuo è contrastato e messo in forse da una somma convergente di giudizi di irrilevanza, di comportamenti assenteisti e di implicita o aperta ostilità. [...] La segnatura del territorio, l’esibizione del controllo e del dominio si affidano allora al ripristino dei linguaggi più crudi e antichi della piazza: quelli dell’illimitato potere di vita e di morte della sfera pubblica sulla sfera privata e dell’improponibilità della ribellione.
Dopo l’ordine di ricostruire la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale diramato da Mussolini il settembre , già in novembre viene emanato il primo bando di chiamata alle armi rivolto agli appartenenti alle classi , e . La nuova chiamata alla leva, per quanto indirizzata verso una popolazione ormai disillusa e stanca della guerra, è accompagnata da una pressante campagna di
. LA SITUAZIONE MILITARE SULL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO
propaganda che esorta i giovani a riprendere le armi e a difendere la patria; a lottare di nuovo a fianco dei tedeschi per cancellare l’onta del tradimento con cui Badoglio e Vittorio Emanuele III hanno infangato l’onore dell’Italia fascista. Giovani soldati! Voi non potete titubare nella scelta – recita il proclama lanciato da Graziani nel novembre –, voi che sentite fortemente battere nel vostro petto il cuore della Patria che vi chiama, e vi indica la giusta e vera via da seguire. Ascoltatela religiosamente e ubbiditele. Vi attendono le vostre bandiere e i vostri capi legittimi. Vi attendono anche gli alleati germanici a combattere ancora una volta al loro fianco e ci restituiranno così la fiducia tradita non dal popolo, ma da chi doveva tutelare l’integrità e la lealtà dei patti sacrosantamente sanciti.
Il novembre , infine, i residui reparti della Milizia sono uniti a ciò che resta dell’arma dei carabinieri e della polizia dell’Africa italiana e a parte dei coscritti appena richiamati per dare vita alla Guardia nazionale repubblicana, nuova forza in armi fascista – in teoria a base volontaria – che si affianca ai reparti di Pubblica Sicurezza con compiti di ordine pubblico e che sarà spesso impiegata in azioni di rastrellamento nella lotta contro il nemico interno (ossia rivolta contro sbandati, renitenti e partigiani). Ciononostante appare presto evidente che i giovani italiani richiamati durante l’autunno del rispondono poco e male all’invito a riabbracciare le armi: solo una minoranza si presenta infatti spontaneamente ai distretti militari, la maggior parte dei richiamati preferisce nascondersi o addirittura tentare la fuga in montagna. Di fronte al dilagante fenomeno del ribellismo e al fine di evitare che il nuovo bando emanato all’inizio di febbraio e riguardante le classi e produca a propria volta scadenti risultati, il febbraio Mussolini – in accordo con il maresciallo Graziani, ministro della Difesa e capo dello Stato Maggiore delle Forze armate sotto la RSI – cambia strategia nei confronti dei renitenti: fa infatti emettere il decreto n. , attraverso cui viene stabilita per legge la comminazione della pena di morte per coloro che non si presentino entro un termine stabilito (fissato in un primo momento entro quindici giorni dalla data di emissione del decreto, poi alla data dell’ marzo ) o che, una volta risposto alla precettazione, si siano arbitrariamente allontanati dal reparto assegnatogli.
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
La pena di morte inflitta per i reati di cui agli articoli precedenti deve essere eseguita – afferma il nuovo decreto riferendosi ai renitenti alla leva –, se è possibile, nel luogo stesso della cattura del disertore o nella località della sua abituale dimora.
Le fucilazioni di renitenti eseguite già a partire dal mese di marzo sono gli effetti tangibili della rigida applicazione della nuova norma di legge, fulcro della violenza legale di cui sceglie di farsi interprete la nuova Repubblica fascista: atroci e spietate uccisioni pubbliche vengono, infatti, attuate dai rappresentanti dell’ordine mussoliniano quali estreme conseguenze di azioni giudiziarie, che si svolgono nel totale rispetto almeno formale della giustizia. Alle esecuzioni legali infatti – prodotto delle sentenze di condanna emesse dai Tribunali militari – è assegnato nelle intenzioni del legislatore l’esplicito compito di fungere da monito per l’intera popolazione. A fronte delle innumerevoli proteste popolari a favore dei giovani renitenti che si diffondono immediatamente in tutto il territorio controllato dalla RSI, Mussolini si trova però costretto a mitigare la rigorosa linea repressiva adottata e l’ marzo emana due decreti correttivi che prevedono la sospensione della condanna per coloro che, una volta richiamati, anche se già catturati e condannati, presentino domanda di arruolamento volontario o, nel caso siano ancora in libertà, si consegnino spontaneamente anche oltre i termini pattuiti. Per riequilibrare nuovamente la linea politica assunta sul fronte interno, a questi provvedimenti si aggiunge il marzo un ulteriore decreto legge che commina, invece, dure pene detentive ai danni della popolazione civile che assista i renitenti o che li istighi a non presentarsi. L’escalation della violenza messa in atto dagli alleati germanici nella lotta antipartigiana a partire dalla tarda primavera del , che come abbiamo visto gradualmente coinvolge senza più alcuna distinzione i civili disarmati, si incrocia quindi – anche a livello temporale – con l’oscillante fermezza assunta nella battaglia contro renitenti e disertori dal nuovo governo di Salò e posta in essere dalle diverse formazioni armate fasciste. Senza dubbio l’elemento comune, che influenza i comportamenti dei due alleati, è il riconoscimento della rapida diffusione di un sempre più aggressivo movimento partigiano, che si alimenta della fallimentare politica fascista
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dei bandi di richiamo alle armi e offre testimonianza della sua rafforzata presenza con il susseguirsi di attentati rivolti contro le forze nemiche e atti di sabotaggio sulle principali vie di comunicazione del Centro-Nord – divenute in questa fase di estrema importanza per la salvaguardia dei rifornimenti e della sicurezza nelle retrovie del fronte di guerra, in rapido spostamento verso la linea di difesa posta sulla catena appenninica. Per quanto manchi nel caso italiano una precisa e univoca presa di posizione del Duce e dei maggiori centri di potere della RSI riguardo alla violenza contro i civili (almeno fino al maggio , termine ultimo dell’ulteriore periodo di impunità fissato dal successivo decreto emesso il aprile e rimasto famoso come “bando del perdono”), le contraddittorie disposizioni diffuse hanno il paradossale effetto di affidare sempre più all’arbitrio del singolo comandante o del gerarca locale il compito di fissare il punto di confine della propria libertà di azione e di sopraffazione, con conseguenze di fatto imprevedibili nei comportamenti adottati verso civili e partigiani. È la percezione di un potere parziale dello Stato fascista, della latitanza istituzionale indotta dal procedere convulso della linea politica del nuovo governo di Mussolini di fronte agli sviluppi della guerra e ad un alleato occupante sempre più spietato, a produrre alla periferia – dove le forze in armi fasciste appaiono caratterizzate dalla pluralità e dall’autonomia delle formazioni impiegate senza un adeguato controllo e coordinamento dall’alto – un aumento dell’uso indiscriminato della forza secondo valutazioni e finalità che appaiono sempre più collegate alle conflittualità interne al contesto locale. Il aprile u.s. – scrive il maggio il ministro degli Interni Buffarini Guidi in un appunto per il capo di polizia, offrendo un esempio tangibile degli effetti deleteri e delle indebite possibilità di sopraffazione personale offerti da una normativa contraddittoria – una compagnia di militi del II Battaglione di formazione di Vergato, al comando del Capitano Pancaldi, si stabiliva nel comune di Montese [...]. Alle del giorno stesso mese, venuti a conoscenza che nella località “Case del Curato” della frazione Ranocchio di Montese dal al aprile si erano trattenuti ribelli armati [...] si recavano nella suddetta località e lì procedevano all’arresto di alcuni civili [...]. Alle ore del successivo li trasportavano a mez-
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zo camioncino a Castel d’Aiano (Bologna) e verso le successivo li passavano per le armi sulla piazza del paese. I tre giustiziati risultano di buona condotta morale e politica, senza precedenti penali.
Gli uomini di Mussolini divengono quindi sempre più coscienti del proprio affrancato potere individuale sul territorio e non esitano per metterlo in atto – nonostante la loro intrinseca debolezza e mancanza di mezzi – a sfruttare in forma indiretta la stessa forza dell’alleato germanico, indirizzando l’espressione della violenza tedesca verso obiettivi individuati attraverso metri di giudizio soggettivi o fomentando drastici interventi sul territorio a partire da valutazioni arbitrarie, se non addirittura a carattere personale. Non a caso, l’azione armata fascista volta a contrastare il nemico interno durante la primavera-estate del si esprime perlopiù all’interno di grandi rastrellamenti misti, compiuti congiuntamente da italiani e tedeschi, nei quali i combattenti fascisti sono chiamati a svolgere soprattutto funzioni di supporto sul territorio: come guide o informatori, fino a giungere a veri e propri casi di denuncia e delazione diretta nei confronti della popolazione civile. Il giorno corrente è stata iniziata un’azione di rastrellamento in forze contro i ribelli stazionanti nella località “Le Balze” – scrive ad esempio Buffarini Guidi in un appunto per il capo di polizia redatto il aprile – con obiettivo principale “Strabatenza” (sede del comando) e S. Agata Feltria (Arezzo). [...] Oltre alle truppe tedesche hanno partecipato all’azione: uomini della Iª Comp. II Btg. Guardia del Duce; uomini della Milizia Confinaria e del Btg. Giovanile Triestino. In due giorni di combattimento si calcola che i ribelli abbiano avuto circa morti. Tutte le abitazioni di Fragheto – essendosi i ribelli asserragliati in esse – sono andate distrutte. [...] Unico superstite della frazione di Fragheto è rimasto, a quanto viene riferito, il Prete.
In assenza di questa opera di supporto logistico ricoperta dalle forze fasciste, assai difficilmente l’alleato tedesco avrebbe potuto attuare la spietata strategia di guerra assunta contro i civili senza esporsi a elevati livelli di rischio per la sicurezza dei militari, mancando esso delle cognizioni necessarie relative alla conoscenza dettagliata dei luoghi d’azione e alla precisa dislocazione e forza delle
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formazioni partigiane presenti nelle diverse località, che solo una capillare rete informativa composta da spie e collaboratori italiani era in grado di fornire. . Cicli di rastrellamento e formazioni d’élite Tra il marzo e l’aprile cambiano dunque sensibilmente le valutazioni dei comandi tedeschi relative alle bande armate presenti sul territorio italiano e, di conseguenza, il tipo di strategia adottata per fronteggiarle. Nello stesso periodo la Repubblica fascista fornisce i primi inequivocabili segnali – con il susseguirsi dei molteplici e contraddittori decreti emanati e le desolanti cifre relative al numero dei renitenti presentatisi ai distretti – della propria incapacità a contrastare autonomamente la diserzione di massa e, attraverso essa, il nascente movimento partigiano. Tuttavia gli alleati germanici ancora confidano su di una almeno parziale soluzione politica basata sul potere coercitivo della legislazione istituita dalla RSI e sulla capacità del governo fascista di applicarla, preservando attraverso di essa l’ordine pubblico: la fiducia nel potere politico e nella capacità repressiva dell’alleato resterà, infatti, in bilico fino a giugno, quando il fallimento dell’estremo tentativo di pacificazione – effettuato attraverso l’amnistia prevista dal “bando del perdono”, il cui termine è fissato alla data del maggio – e l’inattuabilità della tanto propagandata nuova fase della lotta antipartigiana, dissolvono ogni residuale illusione in proposito. Il sopraggiungere delle notizie sul rapido deterioramento della situazione sul fronte meridionale e la conseguente urgente necessità di accelerare l’opera di fortificazione della linea gotica rendono però, già in primavera, la “bonifica” dell’Appennino tosco-emiliano e la lotta contro le bande ribelli obiettivi prioritari dal punto di vista strategico-militare per i comandi superiori tedeschi. L’inizio della primavera – afferma infatti Lutz Klinkhammer – segnò l’inizio di una seconda fase della “controguerriglia”: la lotta contro truppe partigiane più ridotte ma divenute più compatte e quindi più combattive nel corso dei mesi.
Un primo massiccio ciclo d’azione viene, infatti, predisposto a par-
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tire dai primi giorni di aprile del : imponenti e sistematici rastrellamenti investono i territori montani delle Marche, della Toscana, della Romagna e dell’Emilia; migliaia di soldati tedeschi coadiuvati da reparti fascisti – appartenenti soprattutto all’esercito o alla Guardia nazionale, ma anche composti di elementi della X Mas e della polizia ausiliaria – setacciano a fondo le zone da cui sono giunte ripetute segnalazioni in merito all’attività partigiana e dove l’impotente alleato fascista ha finora inutilmente tentato di imporre il proprio controllo sul territorio. Per quanto riguarda l’Appennino tosco-emiliano tra marzo e aprile si evidenziano, infatti, cruente azioni di rastrellamento che coinvolgono direttamente la popolazione civile nella zona a cavallo fra la provincia di Modena e quella di Reggio Emilia e nel territorio di confine fra Romagna e Toscana. Le maggiori azioni armate appaiono finalizzate a contrastare l’attività delle bande partigiane segnalata nella zona di Santa Giulia e Montefiorino e poi sul versante reggiano della valle del Secchia per quanto riguarda le provincie di Modena e Reggio Emilia; e nella zona a cavallo fra le provincie di Pesaro, Forlì e Arezzo, dove è in fase di costituzione una ampia formazione partigiana, che darà in seguito vita all’ª brigata Garibaldi Romagna. Rientrano in questa prima serie di azioni contro i civili, oltre alla strage di Monchio, Susano e Costrignano – considerata “il primo esempio” della inedita e sanguinaria strategia di guerra adottata dall’alleato tedesco –, l’eccidio di Cervarolo e Civago, l’eccidio di Fragheto e la distruzione di numerose comunità e villaggi durante l’operazione attuata in aprile sul versante aretino del Monte Falterona, tra cui la strage di Vallucciole. A partire da queste prime devastanti esperienze di controguerriglia che disaggregano la maggior parte delle formazioni partigiane intercettate – in primavera ancora troppo statiche e impreparate a reggere l’urto di azioni militari imponenti, pianificate ed esplicitamente dirette all’annientamento sistematico del nemico e dei suoi presunti favoreggiatori – nasce fra gli appartenenti alla resistenza l’esplicita esigenza di interrogarsi sulla necessità di adottare per il futuro più funzionali e accurate strategie difensive, in grado di fronteggiare anche il rischio dell’esposizione delle popolazioni civili al conflitto e ad arbitrarie azioni di rivalsa.
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In previsione di prossime vaste azioni di rastrellamento da parte dei tedeschi e dei fascisti contro le formazioni partigiane si danno le seguenti istruzioni tattiche dalle più recenti esperienze di lotta – afferma un documento partigiano diffuso presso le brigate nel maggio e prosegue analizzando le fragilità dimostrate dalle bande di fronte ai primi sistematici rastrellamenti nazifascisti – [...]. Ancora troppo spesso le nostre formazioni sono “sorprese” dai rastrellamenti e non conoscono l’importanza delle forze nemiche, le loro direttive d’azione [...]. Ancora troppo spesso le nostre formazioni si lasciano sorprendere troppo ammassate, concentrate in piccolo spazio il che rende difficile lo sganciamento, la sparizione e facilita in modo criminale i piani nemici che mirano all’annientamento delle forze partigiane. Ancora troppo spesso ci si culla nell’illusione di poter difendere stabilmente una località, un territorio, una vallata [...]. Ancora troppo spesso avviene che i partigiani abbandonino le armi, le nascondano, sperando, disarmati, di poter meglio sfuggire al rastrellamento. Illusione! Il nemico fucila quanti trova nelle zone rastrellate. La remissione è la via sicura per andare alla morte.
È però solo a partire dall’estate che le operazioni antipartigiane predisposte dall’occupante in stretta collaborazione con il governo fascista assumono la veste di pianificate aggressioni contro la popolazione inerme, facendo diventare un’abitudine (in particolare nelle province toscane) l’agghiacciante e indiscriminato coinvolgimento negli scontri armati di inermi innocenti, fra cui anziani, donne e bambini. Sono di giugno, infatti, gli ordini draconiani per la controguerriglia emanati da Kesselring; ed è nello stesso mese che il governo della Repubblica sociale costituisce, attraverso la militarizzazione del Partito fascista repubblicano, il corpo delle Brigate Nere – ulteriore formazione in armi fascista con espliciti compiti d’ordine pubblico e di lotta antipartigiana, istituita in concomitanza con la proclamazione dell’inizio della “Marcia contro la Vandea” quale simbolo di reazione alla fallimentare amnistia, al rapido avanzamento del fronte e all’imminente perdita delle province dell’Italia centrale. Un secondo ciclo sistematico di violenti rastrellamenti si dispiega infatti sull’Appennino tosco-emiliano fra giugno e agosto : gli effetti più macroscopici di questo nuovo piano operativo sono identificabili in una lunga lista di stragi contro i civili, fra cui
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quelle di Forno, Niccioleta e Castelnuovo Val di Cecina, Civitella della Chiana, Cornia, San Pancrazio, Guardistallo, Sant’Anna di Stazzema, Bardine San Terenzo e Valla, Vinca, per quanto riguarda il versante toscano; di Tavolicci e del Carnaio, per quanto riguarda invece il versante romagnolo. Contemporaneamente, nei territori compresi fra la strada statale della Cisa e la strada statale del Cerreto, assistiamo fra il giugno e il luglio al dispiegarsi della prima fase dell’operazione Wallenstein, che investe con inaudita ferocia innumerevoli paesi e territori del Pontremolese, delle province di Parma e di Piacenza; segue una seconda fase dell’operazione Wallenstein fra il e il luglio lungo la Val di Taro, che colpisce le zone ad ovest della Cisa delle province di Parma, Piacenza e La Spezia; ed infine una terza fase, fra l’ e il agosto , che colpirà, invece, il territorio libero della Repubblica di Montefiorino a cavallo fra le province di Modena e Reggio Emilia. Oltre che dalla stringente necessità di reprimere l’agguerrito movimento di resistenza – che dopo la primavera sembra essersi ancor più radicato sull’Appennino, in quei territori divenuti ora a tutti gli effetti zone d’operazione militare in quanto immediate retrovie del fronte di guerra –, le imponenti azioni di rastrellamento compiute dalle forze nazifasciste durante l’estate appaiono determinate anche dall’impellente necessità di reperire (con la forza e senza più alcun discrimine) sostanziosi contingenti di mano d’opera italiana da inviare in Germania. La lotta alle bande, attuata ormai con ogni mezzo a disposizione – attraverso la devastazione di interi centri abitati, la razzia di ogni risorsa alimentare e senza alcun riguardo per l’incolumità della popolazione civile –, si accompagna, infatti, durante i mesi estivi ad una incessante “caccia all’uomo”. Partigiani, renitenti, giovani o semplicemente uomini abili al lavoro sono sistematicamente rastrellati, incarcerati e spesso deportati nel Reich – in quanto a priori identificati quali ipotetici elementi a favore del movimento partigiano, a cui si cerca adesso di togliere ogni ulteriore possibilità di accrescimento facendogli intorno con ogni mezzo “terra bruciata”. Fra la primavera e l’estate del assistiamo, dunque, sull’Appennino tosco-emiliano ad una graduale radicalizzazione delle azioni di controguerriglia, che sempre più includono il diretto coin-
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volgimento dei civili. Si impone, infatti, una cultura di guerra estrema, che attraverso l’incessante ideologizzazione del conflitto presuppone una lotta senza confini, rispetto alla quale ogni giorno di più nessuno può considerarsi estraneo e dalla quale, dunque, nessuno è legittimato a chiamarsi fuori. Per quanto appaia incontestabile che siano le indicazioni e gli ordini emanati dai comandi superiori tedeschi insieme alle disposizioni e alla pressante propaganda diffuse dal governo fascista a legittimare, se non addirittura ad incitare, nei quadri militari intermedi e nei singoli combattenti la dirompente espressione di una violenza atavica, sempre più incontrollata e irrazionale, tuttavia non si può non considerare l’esistenza di modalità differenti e dunque di un autonomo livello d’adesione interiore, attraverso il quale questi stimoli sono recepiti alla base e, quindi, tradotti in atti concreti dai diversi reparti. In particolare, per quanto riguarda le operazioni antibande attuate durante la primavera, risulta rilevante osservare come le azioni più cruente ed eclatanti ai danni dei civili siano riconducibili all’opera di formazioni militari d’élite: ossia a gruppi armati nazisti contraddistinti da una particolare selezione degli appartenenti sulla base di un’adesione specificamente volontaria e caratterizzata da una marcata impostazione ideologica; dunque connotate da una forte politicizzazione interna che, di fatto, semplificò la disumanizzazione del nemico necessaria alla messa in atto di un tale contegno di guerra contro popolazioni evidentemente indifese. Bisogna inoltre aggiungere che spesso tali formazioni, prima di essere utilizzate all’interno della campagna d’Italia in funzione antipartigiana, erano state, proprio per la loro specifica natura, impiegate in violente operazioni antiguerriglia sul fronte orientale o sottoposte a dure battaglie in prima linea dalle quali erano uscite fortemente ridimensionate negli organici e profondamente segnate sul piano psicologico. Fra le formazioni d’élite operanti in Italia durante il si distinguono in particolare i reparti della Divisione corazzata paracadutisti Hermann Göring per i comportamenti adottati prima sull’Appennino modenese, quindi su quello tosco-romagnolo: ad essa sono infatti attribuite le stragi di Monchio, Susano, Costrignano, Civago, Cervarolo e le azioni di rastrellamento sul Monte Morello
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e sul monte Falterona. In seguito, si mettono in luce per la condotta di guerra messa in atto anche i reparti appartenenti alla ª Divisione corazzata granatieri Reichsführer-SS, intitolata a Himmler e impegnata nella lotta antipartigiana sulle Alpi apuane a partire da giugno e attiva in autunno anche sull’Appennino bolognese, fra cui spicca per ferocia il reparto esplorante comandato dal maggiore Walter Reder: responsabile, fra le altre, delle stragi di Bardine San Terenzo, Vinca e di parte degli eccidi compiuti nella zona di Monte Sole e Marzabotto. Lo specifico ruolo attribuito alle formazioni militari caratterizzate da una forte impostazione politico-ideologica nell’evolversi del processo di radicalizzazione e rapida diffusione – durante la Seconda guerra mondiale in Italia – di una cultura di guerra estrema, che disumanizza il nemico scavalcando i limiti etici della distinzione fra armati e inermi, non riguarda però solo l’occupante tedesco. Per comprendere la genesi delle azioni sanguinarie di guerra contro innocenti che investono i territori appenninici durante la primavera-estate del , bisogna infatti osservare come anche nel caso dei combattenti fascisti appartenenti alla RSI appaia determinante il ruolo trainante ricoperto dalle formazioni “speciali” per l’involuzione verso comportamenti sempre più spietati nei confronti dei civili. Molte formazioni fasciste – in forma organizzata – e singoli combattenti appartenenti alla RSI – in forma autonoma – ricoprono, infatti, a vario titolo durante questa fase di guerra funzioni di sostegno logistico sul territorio a vantaggio delle strategie militari tedesche per la lotta antipartigiana e, sovente, anche il ruolo di delatori. Alcuni specifici gruppi armati ibridi, formati da combattenti italiani ma comandati da tedeschi – come le SS italiane o i gruppi speciali di polizia composti da ex internati italiani in Germania che hanno giurato fedeltà ad Hitler o a Mussolini –, appaiono assolvere però ai compiti di controguerriglia assegnatigli con risvolti di inaspettato zelo, esprimendo anche in forma autonoma un di più di violenza verso gli inermi, che di fatto si mescola e si somma con motivazioni proprie all’indiscriminata brutalizzazione della guerra promossa dall’alleato germanico. Gli elementi fascisti più estremisti, che intrattengono spesso legami ideali o reali con lo squadrismo delle origini, muovono infat-
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ti, fin dalla primavera, radicali critiche d’inefficienza a Mussolini riguardo alla gestione della lotta antipartigiana assunta dalla stessa Repubblica sociale – incapace a loro dire di eguagliare l’efficienza degli alleati germanici –, ponendosi in tal modo in netta opposizione con le modalità moderate e legalitarie assunte e veicolate a loro parere dal nuovo governo fascista. I delitti dei sicari al soldo del nemico sono all’ordine del giorno – afferma un appunto per il Duce sull’ordine pubblico redatto dalla GNR di Genova nel luglio del – [...]. Questo ripetersi di delitti esaspera la massa fascista la quale si domanda [...] quando saranno attuate energiche misure di repressione. I camerati germanici, invece, danno un esempio molto spiccio sul modo di vendicare i caduti. Non siamo d’accordo col programma di “concordia nazionale” enunciato e male messo in pratica – dichiara invece l’esposto squadrista contro il programma di “concordia nazionale”, scritto dalla Federazione fascista di Milano nello stesso mese – [...]. Non siamo d’accordo con la tolleranza che le autorità di Polizia e politiche mostrano dopo il maggio nei confronti dei ribelli-sbandati-renitenti Carabinieri e soldati che lasciano impunemente le caserme. Non siamo d’accordo sul fatto che tutti i fascisti sono, dopo nove mesi dalla ricostituzione del partito, ancora disarmati, in balia ed esposti alle rappresaglie di tutti gli avversari.
Va considerata, quindi, un’ulteriore pressione verso l’estremizzazione del conflitto interna alla compagine fascista, che trova veicolo d’espressione sia nella stessa RSI, attraverso l’azione armata del nuovo corpo delle Brigate Nere, dunque attraverso la mobilitazione militare del Partito fascista repubblicano; sia esternamente, attraverso la libertà d’azione e sopraffazione che la collaborazione alle dirette dipendenze dei comandi nazisti appare garantire. Almeno parte della componente più violenta e vendicativa del fascismo repubblicano, in una prospettiva di totale ripudio del tradimento dell’ settembre , aderisce infatti incondizionatamente alle spietate forme di “guerra ai civili” predisposte dalle strategie militari tedesche, le avalla e le piega a proprio vantaggio in una dimensione d’efferata demonizzazione del nemico interno, che appare quale caratteristica propria della guerra civile.
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Note . Cfr. G. Rochat, La campagna d’Italia -, in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, vol. I, Storia e geografia della Liberazione, Einaudi, Torino , pp. -. . Cfr. G. Rochat, E. Santarelli, P. Sorcinelli (a cura di), Linea gotica . Eserciti, popolazioni, partigiani, Atti del Convegno di Pesaro, - settembre , Franco Angeli, Milano ; L. Arbizzani (a cura di), Al di qua e al di là della Linea Gotica: -: aspetti sociali, politici e militari in Toscana e in Emilia-Romagna, Bologna-Firenze ; AA.VV., Eserciti, popolazione, resistenza sulle Alpi Apuane: atti del Convegno internazionale di studi storici sul settore occidentale della Linea Gotica, s.e., Massa . . Cfr. L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia. -, Bollati Boringhieri, Torino , pp. -. . G. Crainz, L’ombra della guerra. Il , l’Italia, Donzelli, Roma , p. . . Cfr. R. Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Editori Riuniti, Roma ; A. Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Donzelli, Roma . . Cfr. L. Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (), Donzelli, Roma , pp. -. . Ordine segreto del Comandante supremo sud-ovest alle armate subordinate del aprile , in Bundesarchiv-Militärarchiv, Freiburg (d’ora in poi BAMA), RH X, vol. , fo. -. . Faccio riferimento in particolare alle norme che disciplinano l’uso della violenza legittima in guerra comprese nelle Convenzioni dell’Aja del e del . Cfr. P. Pezzino, L. Baldissara (a cura di), Giudicare e punire: i processi per crimini di guerra tra diritto e politica, L’ancora del mediterraneo, Napoli ; E. Gallo, Diritto e legislazione di guerra, in Collotti, Sandri, Sessi, Dizionario della Resistenza, cit., vol. I, pp. -. . Cfr. G. Gribaudi (a cura di), Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale, L’ancora del mediterraneo, Napoli . . Per analizzare le strategie di guerra, fondate sul presupposto di una scontata asimmetria fra i contendenti e dunque sull’implicito riconoscimento di un’inferiorità culturale e di civiltà attribuita al nemico, resta determinante l’esempio rappresentato dal contegno di guerra messo in atto dalle forze armate tedesche nei confronti delle popolazioni civili sul fronte orientale a partire dal . Cfr. O. Bartov, Fronte orientale. Le truppe tedesche e l’imbarbarimento della guerra (-), il Mulino, Bologna . . Cfr. Klinkhammer, Stragi naziste in Italia, cit., pp. -. . Ordine segreto del Comandante supremo sud-ovest del aprile , cit. . Per una più accurata analisi di questa specifica distinzione relativa ai tempi e ai modi attraverso i quali si dispiega la violenza tedesca sui civili nell’Italia centro-settentrionale, rimando il lettore ai paragrafi successivi. Per un quadro d’insieme sulla violenza di guerra contro gli inermi durante la Seconda guerra mondiale, si veda P. Pezzino, L. Baldissara (a cura di), Crimini e memorie di guerra: violenze contro la popolazione e politiche del ricordo, L’ancora del mediterraneo, Napoli .
. LA SITUAZIONE MILITARE SULL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO . Lettera segreta di Kesselring sulle nuove misure relative alle operazioni antipartigiane del maggio , Public Record Office (d’ora in poi PRO), London, WO /. Cfr. M. Battini, P. Pezzino, Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. Toscana , Marsilio, Venezia , pp. -. . Ordini di Kesselring relativi alle misure antipartigiane, giugno , PRO, WO /. Di identico contenuto appare anche l’ordine inviato ai suoi sottoposti a metà del giugno dal comandante delle SS e della polizia Karl Bürger: «Al minimo segno di attività e di atteggiamenti di ribellione contro i tedeschi [...] mi aspetto da tutte le unità tedesche ed italiane delle SS e della polizia l’intervento più duro e spietato. Nel caso sosterrò ogni comandante che nell’esecuzione di questi ordini oltrepassi, nella scelta e nella durezza dei mezzi, la moderazione che ci è solita. Ogni intervento energico, ogni misura di punizione e di dissuasione, è appropriato per soffocare sul nascere trasgressioni di maggiore entità» (Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, cit., p. ). . Cfr. I. Tognarini, Kesselring e le stragi nazifasciste, Carocci, Roma , pp. XLI-XLIII. . Klinkhammer, Stragi naziste in Italia, cit., pp. -. . Per un’accurata e dettagliata panoramica sul caso toscano, si veda G. Fulvetti, F. Pelini (a cura di), La politica del massacro, L’ancora del mediterraneo, Napoli . . Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp. -. . Cfr. B. Mantelli, Lavoratori civili, internati militari, deportati. Gli italiani e l’economia di guerra nazista -, in A. Lovatto (a cura di), La deportazione nei lager nazisti. Nuove prospettive di ricerca, Istituto per la storia della Resistenza, Vercelli ; Id., L’arruolamento di civili italiani come manodopera per il Terzo Reich dopo l’ settembre , in N. Labanca (a cura di), Fra sterminio e sfruttamento. Militari italiani e prigionieri di guerra nella Germania nazista (-), Le Lettere, Firenze ; Id., Braccia italiane per l’economia di guerra del Terzo Reich: lavoratori civili, internati, deportati, in “Geschichte und Region/Storia e Regione”, n. , . . Lettera segreta di Kesselring, maggio , cit. . M. Isnenghi, L’esposizione della morte, in G. Ranzato (a cura di), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino , pp. -. . Testo del radiodiscorso del maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani ai giovani delle classi e , trasmesso il novembre . Cfr. Fervido discorso di Graziani ai giovani richiamati alle armi, in “Corriere della Sera”, novembre . . Cfr. L. Ganapini, La Repubblica delle camicie nere. I combattenti, i politici, gli amministratori, i socializzatori, Garzanti, Milano , pp. -. . Il fenomeno della renitenza – quale espressione del ripudio della guerra fascista da parte dei giovani appartenenti alle nuove leve richiamate – per quanto sviluppatosi già negli ultimi mesi del , si diffonde sul territorio controllato dalla RSI in forma massiccia e omogenea a partire dalla primavera del . Questa distinzione appare valida in particolare per il caso emiliano, dove la risposta alla chiamata alle armi pare ottenere in un primo tempo risultati soddisfacenti. Cfr. C. Silingardi, Una provincia partigiana. Guerra e Resistenza a Modena -, Franco Angeli, Milano , pp. -. . D.Lgs. del febbraio , n. . Cfr. Decreto in data febbraio -XXII pubblicato nella Gazzetta Ufficiale d’Italia del aprile -XXII, manifesto esposto
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a Bologna, in Archivio dell’Istituto storico regionale Ferruccio Parri, Bologna (d’ora in poi Archivio Parri), fondo Bergonzini, b. , f. ; G. Pansa, Il gladio e l’alloro. L’esercito di Salò, Mondadori, Milano , pp. ss. . Ivi, p. . . Come esempio di questa specifica modalità di repressione ammantata di legalità assunta dalle autorità della RSI nella lotta contro il nemico interno a partire dal febbraio , cfr. Comunicato di avvenuta fucilazione eseguita il aprile emesso dal Comando di Polizia di Sicurezza in Italia, Distaccamento autonomo di Bologna, in Archivio Parri, fondo Bergonzini, f. . Per quanto riguarda la provincia di Modena è da menzionare in particolare il caso della fucilazione di una decina di giovani provenienti dalla zona di Pavullo avvenuta a Castelfranco Emilia il marzo , cfr. Silingardi, Una provincia partigiana, cit., p. . . Cfr. Pansa, Il gladio e l’alloro, cit., pp. -. . Cfr. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp. ss. . Cfr. Archivio centrale dello Stato (d’ora in poi ACS), Ministero degli Interni, Direzione Generale Pubblica Sicurezza, Affari Generali e Riservati, Segreteria del capo di Polizia, RSI, b. , Appunti per il Duce /-. . «Art. . Chiunque dà rifugio, fornisce vitto o presta comunque assistenza a talune persone indicate nell’articolo precedente [renitenti e appartenenti alle bande] è punito con la pena di morte mediante fucilazione alla schiena. La pena può tuttavia essere diminuita fino ad un minimo di quindici anni di reclusione quando si tratti di rifugio, vitto o assistenza prestati a favore di un prossimo congiunto». D.Lgs. del aprile , n. , Sanzioni penali a carico di militari e civili unitesi alle bande operanti in danno alle organizzazioni civili e militari dello Stato, in Pansa, Il gladio e l’alloro, cit., pp. ss. Si veda anche Il tempo stringe. L’ultimo tempo concesso agli sbandati scade il maggio , lasciapassare emesso dal Comando FF.AA. tedesche, in Archivio Parri, fondo Bergonzini, f. . . Appunto per il capo di polizia del Ministero degli Interni, maggio , in ACS, MI, DGPS, AGR, SCPS, RSI, b. , Appunti per il capo di polizia. . Cfr. Segnalazioni per il Duce provenienti dalle diverse province sulla situazione politica, in ACS, MI, DGPS, AGR, SCPS, RSI, b. , Appunti per il Duce /-. . Appunto per il capo di polizia dal Ministero degli Interni, aprile , in ACS, MI, DGPS, AGR, SCPS, RSI, b. , Appunti per il capo di polizia. . Il supporto logistico sul territorio e la collaborazione di elementi o addirittura formazioni italiane alle azioni di controguerriglia tedesche appare manifesto e sostanziale in particolare nei casi di Cumiana, Monchio, Fragheto, Tavolicci, Vinca, Bassano del Grappa – determinando nella maggior parte dei casi l’istruzione nel dopoguerra di specifici procedimenti penali presso le Corti d’Assise Straordinarie relativi alle responsabilità fasciste. Cfr. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, cit., p. . . Ivi, pp. -. . Ivi, p. . . Cfr. Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, sull’attività militare in Romagna fino al maggio , in G. Carocci, G. Grassi (a cura di), Le brigate Garibaldi nella Resistenza. Documenti, vol. I, Feltrinelli, Milano , doc. ; S. Flamigni, L. Marzocchi, Resistenza in Romagna, La Pietra, Milano , pp. -. . Modena, marzo . Cfr. BAMA, RH , vol. , fo. , diario di guerra
. LA SITUAZIONE MILITARE SULL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO ..; RH , vol. , fo. ; RH , vol. , fo. , ..; RH , vol. , fo. ; RH VI ; RH , vol. , Militärkommandantur Bologna, .. (queste e le successive indicazioni relative ai documenti provenienti dagli archivi tedeschi sono tratte dall’elenco analitico su operazioni antipartigiane, rappresaglie e stragi compiute dai reparti tedeschi in Italia, compilato dal dott. Carlo Gentile per il gruppo di ricerca “Guerra ai civili. Per un atlante delle stragi naziste in Toscana”). Per quanto riguarda, invece, gli studi pubblicati, si veda G. Fantozzi, Monchio, marzo . L’esempio, Edizioni Artestampa, Modena ; P. Alberghi, Attila sull’Appennino. La strage di Monchio e le origini della lotta partigiana nella valle del Secchia, Quaderni dell’Istituto storico della Resistenza di Modena e provincia, Modena . . Reggio Emilia, marzo . Cfr. BAMA, RH , vol. , fo. ; RH , vol. , fo. ; RH vi . Per quanto concerne gli studi pubblicati, si veda G. Franzini, Storia della Resistenza nel reggiano, Nuova Futurgraf, Reggio Emilia (ed. or. ), pp. ss.; P. Alberghi, Morte sull’aia: episodi della lotta di liberazione sull’Appennino reggiano-modenese, AGAM, Modena ; Il diario di guerra di Didimo Ferrari con note di Guerrino Franzini, in “Ricerche storiche”, n. , . . Pesaro, aprile . Cfr. L. Agostini, Fragheto, in Istituto di storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena (a cura di), . Stragi naziste e fasciste sull’Appennino tosco-romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena , pp. -; L. Valenti, Riscontri processuali alla strage di Fragheto, ivi, pp. -. . Arezzo, - aprile . Cfr. C. Gentile, La divisione Hermann Göring in Toscana, in Fulvetti, Pelini, La politica del massacro, cit., pp. -. . La sezione operazioni del Comando generale alle Delegazioni, alle brigate e ai distaccamenti, maggio . Oggetto: istruzioni tattiche da seguire contro i rastrellamenti, in Carocci, Grassi (a cura di), Le brigate Garibaldi nella Resistenza, cit., vol. I, doc. . . Cfr. G. Fulvetti, Le guerre ai civili in Toscana, in Fulvetti, Pelini (a cura di), La politica del massacro, cit., pp. -. . Le Brigate Nere, prefigurate nell’ordine del giorno del giugno , sono istituite ufficialmente con il D.Lgs. del Duce del giugno , n. . Cfr. D. Gagliani, Brigate Nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano, Bollati Boringhieri, Torino . . Massa Carrara, giugno . . Grosseto, giugno - Pisa, giugno . Cfr. P. Pezzino, Storie di guerra civile. L’eccidio di Niccioleta, il Mulino, Bologna . . Arezzo, giugno . Cfr. L. Paggi (a cura di), Storia e memoria di un massacro ordinario, manifestolibri, Roma ; G. Contini, La memoria divisa, Rizzoli, Milano . . Pisa, giugno . Cfr. P. Pezzino, Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage tedesca, il Mulino, Bologna . . Lucca, agosto . Cfr. M. Palla (a cura di), Tra storia e memoria. agosto : la strage di Sant’Anna di Stazzema, Carocci, Roma ; T. Rovatti, Sant’Anna di Stazzema. Storia e memoria della strage dell’agosto , DeriveApprodi, Roma . . Massa Carrara, agosto . Cfr. P. Pezzino, Crimini di guerra nel settore occidentale della linea gotica, in Fulvetti, Pelini (a cura di), La politica del massacro, cit., pp. -. . Massa Carrara, agosto . Cfr. ivi, pp. -.
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. Forlì-Pesaro, luglio . Cfr. Bundesarchiv, Koblenz (d’ora in poi BA), R Italien/, pp. -. Per quanto concerne gli studi pubblicati, si veda E. Bonali, R. Branchetti, V. Flamigni, S. Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi.Una comunità pietrificata dalla guerra, Il Ponte Vecchio, Cesena ; M. Renzi, Tavolicci luglio . Protagonisti e retroscena di una strage nascosta, Il Ponte Vecchio, Cesena . . Forlì, luglio . Cfr. E. Cavina, La strage del Carnaio, in Istituto di storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena (a cura di), . Stragi naziste e fasciste sull’Appennino tosco-romagnolo, cit., pp. -. . Cfr. Carocci, Grassi (a cura di), Le brigate Garibaldi nella Resistenza, cit., vol. II, docc. , . . Cfr. ivi, docc. , , . . Cfr. ivi, docc. , ; E. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino. Per una storia della Resistenza in Emilia, il Mulino, Bologna , pp. -. . Cfr. C. Gentile (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana -. Guida archivistica alla memoria. Gli archivi tedeschi, Carocci, Roma , pp. -. . Cfr. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp. -; Id., Le stragi naziste in Italia, cit., pp. -; C. Gentile, La divisione Hermann Göring in Toscana, in Fulvetti, Pelini (a cura di), La politica del massacro, cit., pp. -. . Cfr. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp. -; Id., Le stragi naziste in Italia, cit., pp. -; G. Cipollini, Operazioni contro i ribelli. I crimini della XVI SS Panzer Grenadier Division nel settore occidentale della Linea Gotica. Estate , Mauro Baroni, Lucca . . Si veda, come esempio, C. Gentile, Note sui perpetratori delle stragi di Fragheto e Tavolicci, in I. Tognarini (a cura di), L’Appennino del ’. Eccidi e protagonisti sulla Linea Gotica, Le Balze, Montepulciano (SI) , pp. -. . Per un quadro generale sui contrasti interni alla RSI, a proposito della fermezza e del livello di violenza da utilizzare nella repressione antipartigiana, cfr. Ganapini, La Repubblica delle camicie nere, cit.; Gagliani, Brigate Nere, cit. . Appunto per il Duce, Genova luglio , in ACS, MI, DGPS, AGR, SCPS, RSI, b. , Appunti per il Duce /-, f. luglio. . Nota sull’esposto squadrista contro il programma di “concordia nazionale”, Milano luglio , ivi. . Cfr. G. De Luna, Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea, Einaudi, Torino , pp. -. . Cfr. G. Ranzato (a cura di), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino .
La popolazione disarmata: l’incontro con la guerra
Le politiche di violenza e le strategie repressive messe in atto dalle forze nazifasciste sull’Appennino tosco-emiliano durante il – delle quali ho tentato di offrire una sintesi descrittiva nel capitolo precedente –, seppur pianificate per arginare durante il conflitto in Italia il pericolo della guerriglia partigiana, incidono come abbiamo visto in profondità sull’esperienza e la vita dei civili disarmati; anche qualora la popolazione apertamente eviti di schierarsi o, addirittura, costruisca la propria rappresentazione come comunità a partire dalla rivendicazione di una supposta estraneità rispetto allo scontro in atto. Al di là dell’interrogativo etico sulla plausibilità, da un lato, e sull’accettabilità, dall’altro, di un tale punto di vista all’interno di quella che si dimostrerà sempre più apertamente una guerra civile, l’estraneità è in assoluto il carattere che più d’ogni altro sembra contraddistinguere l’immagine di sé offerta a posteriori dalle comunità di superstiti, vittime di gravi soprusi o di sanguinarie violenze perpetrate in occasione del conflitto armato. Questa rappresentazione dominante, per quanto emerga con piena chiarezza in occasione di situazioni estreme che incrinano irrimediabilmente il tessuto sociale e la quotidianità delle comunità montane dell’Appennino tosco-emiliano (quali stragi, incendi o massicci rastrellamenti), sembra comune all’intero insieme delle esperienze di sopraffazione derivanti dallo stato di guerra a cui sono esposte durante il le popolazioni residenti nelle zone limitrofe alla linea gotica – insieme che appare di fatto assai più vasto e variegato rispetto ai soli eventi più cruenti. A differenza che per dei combattenti impegnati nei diversi schieramenti che attuano consapevolmente la scelta del conflitto in
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armi o che comunque vi prendono parte in posizione attiva, la violenza inaspettata subita senza possibilità di difesa dalle popolazioni inermi è infatti per le vittime – almeno in principio – senza significato, priva di un’intellegibile contestualizzazione in ambito locale e dunque percepita come indebito trascinamento nel conflitto. La ramificazione e il senso delle strategie di guerra (adottate dai militari nazifascisti, da un lato, e dalla guerriglia partigiana, dall’altro) subisce infatti, fra l’inverno e l’estate , un’evoluzione o meglio un’involuzione molto rapida: la radicalizzazione dello scontro giunge nell’arco di pochi mesi ad incrinare il confine etico che distingue nella percezione dei soldati impegnati nella lotta alle bande i combattenti dai civili, gli armati dagli inermi. La velocità con cui la guerra muta l’universo di senso che circonda le popolazioni appenniniche, attraverso strategie che contemplano l’annientamento totale del nemico o la disarticolazione dell’ordine costituito in funzione di un inedito protagonismo politico che si autolegittima con la lotta armata, non è un processo immediatamente intellegibile al di fuori di un’ottica politica. La consapevolezza dell’accelerazione e della radicalità esponenziale che sempre più contraddistingue il conflitto appare, infatti, più lenta e complessa per chi non ne è direttamente implicato quale protagonista attivo. Per chi non sceglie o non può scegliere di imbracciare le armi, per chi rimane lontano da un richiamo alla responsabilità politica, individuale o dettato dalla propaganda, non risulta facile avere una percezione chiara dell’evoluzione della guerra al fronte e, dunque, delle conseguenze strategico-militari che da essa possono derivare nelle retrovie. In una condizione caratterizzata comunque da miseria e ristrettezze, e da una prospettiva di estraneità al conflitto – declinata nella forma appena descritta – ogni forma di violenza rinviabile alla guerra (subita per mano di chiunque) viene infatti percepita, al pari dell’impersonale pericolo rappresentato dai bombardamenti aerei, quale indebita sopraffazione di innocenti. Prima delle stragi e dei rastrellamenti, non va dimenticato che le popolazioni montane dell’Appennino tosco-emiliano sono esposte ad una serie minore di “incomprensibili” violenze di guerra: l’esperienza dell’esposizione prolungata alla contiguità con uomini armati – sempre carica di minacce o potenziali soprusi a causa del confronto impari; della fame
. LA POPOLAZIONE DISARMATA: L’INCONTRO CON LA GUERRA
– acuita dai razionamenti, dagli obblighi di consegna agli ammassi, da razzie e requisizioni forzate; degli incendi di interi villaggi e della sottomissione ad inaccettabili ordini di evacuazione o sfollamento – che impongono l’immediato e definitivo abbandono di ogni aspetto della propria quotidianità per dirigersi senza mezzi in direzione d’ignote destinazioni del Nord. L’impreparazione al pericolo e la mancata comprensione del senso della violenza subita aggraverà ulteriormente gli effetti devastanti della guerra, complicando per le popolazioni civili l’elaborazione collettiva dei lutti subiti e la costruzione di memorie comunitarie condivise in grado di inserirsi con facilità nel dopoguerra all’interno della memoria pubblica nazionale. . Il primo esempio: Monchio, Susano e Costrignano, marzo La strage di civili perpetrata su iniziativa delle forze nazifasciste il marzo ai danni della popolazione di tre piccoli paesi dell’Appennino modenese – appartenenti allora al comune di Montefiorino e passati poi, nel dopoguerra, sotto quello di Palagano – più di ogni altra attuata in Italia durante la Seconda guerra mondiale sembra testimoniare attraverso il racconto dei superstiti l’imprevedibilità dell’esperienza subita. Avvenuta nel periodo di transizione fra due distinte strategie militari adottate dalle forze di occupazione tedesche verso la popolazione italiana, quest’indiscriminata azione militare contro comunità locali del tutto impreparate ad uno scontro armato è, infatti, caratterizzata dalla mancanza in Italia fino ad allora di precedenti di analoghe dimensioni. D’altronde – scrive Pietro Alberghi nella sua accurata ricostruzione della strage, redatta nel su incarico dell’Istituto storico di Modena – sull’Appennino nessuno era ancora venuto a raccontare che i tedeschi, per vendicare i loro compagni uccisi in scontri coi partigiani, uccidevano uomini, donne e bambini che nulla, se si esclude un comune sentimento di solidarietà, avevano a che fare con i veri ribelli.
La condotta di guerra riservata alle vittime di questo barbaro ecci-
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dio – come sottolineano le parole utilizzate in seguito dagli stessi esecutori materiali per descrivere l’azione – si contraddistingue per il suo carattere di inedito esperimento militare nella campagna d’Italia. La strage è infatti presentata nelle relazioni tedesche redatte dall’ufficiale responsabile del comando come un incontestabile successo da imitare: frutto di un rinnovato modus operandi nella lotta alle bande – trasposizione di strategie di guerra utilizzate in anni precedenti sul fronte orientale – non ancora esplicitamente autorizzato e regolamentato in Italia, ma ugualmente sperimentato per la prima volta sull’Appennino modenese da truppe scelte specializzate nella controguerriglia. Alle ore , furono presi Monchio ed il M. S. Giulia. Nelle case tra Savoniero ed il M. S. Giulia furono rinvenute attrezzature ed indumenti militari, talvolta delle armi e munizioni in notevole quantità. Inoltre in quasi tutte le case venne scoperto del bottino frutto delle rapine dei banditi. [...] Atterriti dall’assalto e dall’azione energica, essi tentarono di farsi passare per civili innocenti. Nessuno disse di sapere qualcosa sui banditi. Tutti furono ritenuti corresponsabili e sterminati secondo l’ordine del Führer sulla lotta contro le bande, le case bruciate o fatte saltare. [...] Le bande non davano l’impressione di possedere una forte organizzazione militare, piuttosto facevano pensare a banditi di strada che trovavano il coraggio di compiere scorrerie nei dintorni solo a causa della pavidità e dell’indecisione di chi li doveva combattere [...]. Con questa azione il Reparto ha dato l’esempio di come devono essere combattute le bande.
Queste le parole usate il marzo dal capitano di cavalleria Kurt Christian von Loeben per descrivere e commentare la “riuscita” azione antipartigiana condotta il giorno prima sotto il suo comando dalla IIª e IVª Compagnia del reparto corazzato esplorante della Divisione paracadutisti Hermann Göring, durante la quale furono arbitrariamente assassinati centotrenta civili inermi. Il marzo è infatti attuata, sulla base delle valutazioni e dei piani discussi e approntati nei giorni e nelle ore precedenti dai comandi nazisti competenti per il territorio di Montefiorino in collaborazione con le autorità fasciste locali, un’imponente azione antibande che colpisce la zona di Monte Santa Giulia, investendo gli abitati di Monchio, Susano e Costrignano.
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L’operazione è motivata dalla necessità di intervenire a salvaguardia della sicurezza delle vie di comunicazione dell’Appennino modenese, in particolare della via delle Radici, imponendo nuovamente con fermezza il controllo delle autorità nazifasciste su un territorio evidenziatosi nel periodo precedente per il particolare dinamismo dell’attività degli embrionali gruppi partigiani presenti. Nel pomeriggio del – a conclusione della riunione operativa svoltasi presso la Militärkommandantur di Bologna, fra le maggiori autorità competenti per definire i dettagli dell’azione – il capitano von Loeben si mette, infatti, subito in viaggio per raggiungere la zona d’operazione stabilita. Seguendo il percorso Modena, Sassuolo, Vitriola, gli ufficiali del reparto esplorante raggiungono quindi Savoniero, base operativa per la spedizione del giorno successivo, dove è già acquartierato da giorni lo Jagdkommando della Luftwaffe e dove prenderà alloggio per la notte anche la truppa appartenente alla Hermann Göring. Durante la stessa sera vengono, inoltre, fatte posizionare presso la Rocca di Montefiorino – capoluogo comunale che si trova sulla sponda opposta della valle del Dragone rispetto alle località individuate come obiettivo – una batteria contraerea tedesca da mm., giunta appositamente da Bologna e acquartierata presso Vitriola, con l’ordine di cominciare a sparare in direzione della zona prestabilita a partire dalle prime luci dell’alba, così da sostenere l’azione dei reparti di terra. Sono le ore sei del mattino del marzo , un rombo lacerante poi uno schianto. È il primo colpo di cannone al quale seguono molti altri con una celerità spaventosa. I pezzi di artiglieria sono piazzati a Montefiorino e battono palmo a palmo tutto l’opposto versante, Santa Giulia, colpendo e incendiando le case di Susano, di Costrignano, di Monchio. È una tempesta di fuoco lanciata forse a caso, paurosa e mortifera. Tempesta di cannonate che rende tutti come smemorati e senza volere. Alle cannonate seguono le mitragliatrici che frugano ogni luogo, penetrano in ogni anfratto, snidano ogni vivente da qualsiasi riparo.
Così il parroco di Monchio, don Luigi Braglia, racconta l’inquietante risveglio, a cui sono sottoposti gli abitanti delle frazioni e delle piccole borgate composte da poche case ubicate sulla sponda destra della valle del Dragone, che – chiaramente visibili in un terri-
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torio povero di vegetazione e per di più ancora coperto di un abbondante strato nevoso – rappresentano un facile bersaglio. La popolazione dei piccoli paesi ripetutamente colpiti dal fuoco dell’artiglieria nazista, per quanto disorientata, cerca affannosamente riparo dal bombardamento nascondendosi nelle cantine, negli anfratti naturali o negli edifici più riparati dal cannoneggiamento. Pochi, e per lo più uomini, per timore di essere rastrellati e deportati in Germania per il lavoro coatto, hanno la prontezza di raggiungere i boschi nel disperato tentativo di riuscire ancora ad abbandonare la zona – che nel frattempo è stata circondata dai soldati della Feldgendarmerie e da reparti fascisti appartenenti all’esercito e alla Guardia nazionale repubblicana. La maggior parte della popolazione resta, invece, negli abitati preoccupata soprattutto di difendere le case, il bestiame e i propri averi dai prevedibili propositi di razzia dei militari. Nessuno riesce ad immaginare l’entità e la ferocia del tragico epilogo a cui l’azione armata condurrà. Intanto la truppa tedesca munita di automezzi si muove da Savoniero e da Montefiorino imboccando la strada che conduce verso Susano, Costrignano e Monchio. ... Susano Una volta abbandonati i veicoli ai margini della carreggiata sul limite dell’abitato, un primo gruppo di soldati raggiunge le prime case di Susano intorno alle sette, mentre altri gruppi superato il paese proseguono in direzione delle successive località. Giunti sull’obiettivo, i militari tedeschi lanciano in aria razzi luminosi per segnalare la propria posizione e far in tal modo cessare il fuoco di artiglieria – che si concentra allora sui paesi successivi, così da non ostacolare l’azione dei soldati del reparto esplorante. Poco dopo lo scoppio delle prime bombe – racconta Alfonso Reggi, uno dei superstiti di Susano – vedemmo comparire i tedeschi: procedevano a piedi perché gli automezzi erano stati abbandonati sulla strada in prossimità della Valle. Avanzavano a raggiera [...] in gruppi di - uomini in pieno assetto di guerra e con le armi spianate.
I soldati setacciano ogni abitazione del piccolo borgo, radunano i civili, li contano e, in un primo tempo, li rinchiudono all’interno di una
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cantina. Poi cambiano strategia e procedono ad una selezione. Li dividono: donne, anziani e bambini vengono incolonnati in direzione di Savoniero, mentre gli uomini abili – identificati in base alle disposizioni di Hitler quali possibili fiancheggiatori o affiliati alle formazioni partigiane –, se non immediatamente uccisi a ridosso delle proprie abitazioni sotto gli occhi delle loro famiglie, vengono sfruttati come portatori: caricati di munizioni e di ogni bene materiale asportabile sono sospinti sulla strada in direzione di Costrignano e di Monchio. Intanto le case, i fienili e le stalle – dopo essere state svuotate dal bestiame e accuratamente depredate di ogni bene materiale e risorsa alimentare – vengono date alle fiamme. È una precisa strategia di distruzione: l’intento è stanare chi si fosse nascosto e fare “terra bruciata” dell’intera zona per scongiurare definitivamente la possibilità di sopravvivenza sul territorio di eventuali gruppi di resistenti armati. I militari tedeschi coinvolti nell’azione si comportano, infatti, come se si trovassero realmente all’interno di un covo partigiano, dove tutti sono ritenuti colpevoli: ogni uomo è trattato come un ribelle o un loro fiancheggiatore, ogni ricchezza materiale – considerata a priori frutto di rapina – è depredata senza riguardo, ogni casa è distrutta in quanto ipotetico rifugio. Qualsiasi elemento che testimoni l’innocenza o l’estraneità al conflitto degli abitanti del luogo risulta volontariamente trascurato a giustificazione dell’incontrollata libertà d’azione e sopraffazione dei soldati. Eppure un residuale limite etico di umanità sembra ancora presente all’interno della generale condotta assunta dai militari durante l’azione: nella maggior parte dei casi l’espressione più incontrollata di violenza dei soldati è rivolta, infatti, solo verso gli uomini abili, sempre identificabili quali ipotetici nemici. Il diritto incondizionato di morte appare apertamente rivendicato solo nei confronti della componente maschile e attiva della popolazione; anziani, donne e bambini sembrano mantenere ancora, in questi primi eccidi compiuti durante la primavera, almeno in parte uno status distinto. Non in ogni luogo comunque. A Vallimperchio e alla Buca – due casolari isolati limitrofi alla borgata di Susano, non lontani dai boschi in cui il giorno precedente si sono fronteggiati in un sanguinoso scontro reparti della Wehrmacht e piccoli gruppi di ribelli della zona – anche questo residuale margine di umanità viene seppur episodicamente infranto con inaudita ferocia.
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
Di questi episodi non esistono testimoni diretti. L’unica immagine che possediamo ci è offerta attraverso gli occhi di chi – ignaro dell’orrore – raggiunge questi luoghi nelle ore immediatamente successive. Come Emilia Gualmini, una bambina di anni che viene presa durante la mattina nella borgata Valle, è poi sospinta come molti lungo la strada che conduce verso Savoniero (dove scopre a terra il corpo esangue del padre) ed è liberata solo nel tardo pomeriggio, dopo aver trascorso lunghe ore sotto la minaccia di una mitragliatrice. Dopo la curva di Casa Pasquale vedemmo gli edifici della Valle in fiamme e allora la mamma, che non vedeva alzarsi fumo dalla casa di Vallimperchio, mi disse di scendere dalla nonna e di pregarla di venirci incontro, perché ormai i miei fratellini e la mamma, che teneva in braccio la sorellina più piccola dalla mattina, non si reggevano più. Imboccai la mulattiera [...]: nessun segno che denotasse la presenza di persone vive; una cupa atmosfera di silenzio agghiacciava il sangue. Mi misi a correre a perdifiato, attraversai il portico [...], salii i pochi gradini [...] e rimasi come pietrificata. La famiglia di mio padre era stata completamente distrutta, massacrata [...]. Dapprima scorsi il corpo di mia zia, Maria Baschieri, raggomitolato su se stesso e sotto e accanto al suo quelli dei miei cuginetti, Lavinia, Celso, Viterbo. Molto probabilmente aveva tentato di strappare alla morte i suoi piccoli facendo loro scudo della propria persona, ma una raffica l’aveva colpita al ventre uccidendo contemporaneamente la creaturina che sarebbe dovuta nascere in aprile. Nel cortile [...] c’era anche il cadavere della nonna [...]. Invece Massimiliano era stato finito a fucilate all’angolo della casa e un colpo gli aveva aperto la calotta cranica, proiettando la materia cerebrale sul muro esterno della cucina. [...] Urlando come una forsennata, rifeci a corsa pazza la mulattiera fino al luogo dove mi attendeva la mamma [...]: “Li hanno uccisi tutti”.
Il marzo a Vallimperchio – che non viene bruciato, forse per lasciare visibile l’orrore che lì si è consumato – sono uccise persone: una coppia di anziani ultrasettantenni, un ritardato, un uomo adulto, tre bambini sotto i dieci anni e una donna in avanzato stato di gravidanza. In poche ore un intero nucleo famigliare è annientato con una furia omicida che non sembra conoscere limiti di pietà. Anche alla Buca – una casa di pietra a due piani ubicata all’al-
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tra estremità di Susano, ai confini con la frazione di Costrignano – sono massacrati senza distinzione tutti e sei gli abitanti della casa: due anziani coniugi rimpatriati da poco dalla Francia, Filippo Gherardo e Francesca Garzoni, la padrona di casa Delia Albicini in Marastoni, i suoi due figli Ursilia e Orfeo (di e anni) ed infine il piccolo Carlo di circa anni, figlio di genitori ignoti, affidato prima alle cure di un orfanotrofio e poi accolto in casa dalla signora Albicini. Anche in questa circostanza l’edificio non viene dato alle fiamme e i corpi sfigurati dalle pallottole sono rinvenuti solo in seguito dai compaesani. Intorno a questo specifico episodio e alla figura del piccolo orfano – vittima innocente per eccellenza – si è condensata nel tempo una memoria leggendaria. Un racconto forse immaginario, eppure emblematico nella memoria della strage, carico di una tale risonanza emotiva da essere richiamato il marzo in occasione del XX anniversario dell’eccidio dall’on. Bartole, durante l’intervento pronunciato a nome del gruppo parlamentare dei democratici cristiani presso la Camera dei Deputati: Effettuata la rappresaglia e appiccato il fuoco alle case delle borgate, verso sera, mentre i riverberi dell’incendio ingigantivano la fragilità di tutti quei cadaveri, un ultimo drappello di tedeschi cadenzatamente si avviava sotto un cielo di piombo verso altre mete di sangue e devastazione. Quand’ecco [...] all’altezza del paese di Susano, sbucato forse da una casa in fiamme (poiché tutte le case del paese erano state incendiate, tutta la costa del monte ardeva in un unico rogo), un bambino di neanche due anni si fece incontro ai soldati, scalzo, macilento, reggendosi a malapena sulle esili gambine, traballante e spaurito. In quello scenario nibelungico, un soldato tedesco uscì dalle righe, afferrò la creatura per un piede, la gettò a volo per aria, facendosene bersaglio per un colpo di pistola e poi lasciarlo cadere nel rogo immane. Veramente allora, onorevoli colleghi, poté dirsi che tutto il sacrificio di Monchio, Susano e Costrignano fu compiuto.
... Costrignano Mentre si svolge l’eccidio di Susano, altri automezzi militari proseguono per altri due chilometri lungo la strada carrozzabile che collega Savoniero a Monchio, fino a raggiungere le borgate che com-
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pongono la più popolosa frazione di Costrignano. Qui altri reparti armati compiono una minuziosa perquisizione casa per casa dell’intero abitato, mettendo in atto il consueto rituale: donne, vecchi e bambini sono incolonnati, condotti sulla strada provinciale e avviati a piedi in direzione di Savoniero, dove resteranno ammassati per lunghe ore nel cortile della chiesa (insieme ad altri civili prelevati nei diversi paesi toccati dalla strage) sotto la costante minaccia di due mitragliatrici puntate contro di loro; mentre gli uomini, selezionati in base alla loro prestanza fisica e alla necessità o meno di ulteriori braccia per trasportare le munizioni ed i beni razziati, vengono caricati alla stregua di animali da soma e condotti verso Monchio o immediatamente eliminati. Il rastrellamento investe per prima la borgata del Castello, quindi l’abitato di Casa del Rio e di Frassineti dove, nell’arco della giornata, il passaggio di reparti armati si ripete più volte, determinando la morte di quasi tutti gli uomini, che – trovato in un primo tempo un rifugio sicuro nei dintorni – dopo il primo rapido transito dei militari, escono dai propri nascondigli per tentare di spegnere gli incendi e salvare i propri beni. Non appena ci fummo portati allo scoperto – racconta Ivo Barbati, allora undicenne e abitante a Frassineti – i tedeschi ci piombarono addosso con le armi spianate. [...] ci consentirono di mettere in salvo le mucche [...] e la roba più necessaria; poi tutte le donne e i bimbi vennero allontanati dalle case ormai in fiamme e costretti a rifugiarsi tra i dirupi del torrente vicino, da cui è impossibile scorgere le case della borgata. Noi intanto venivamo addossati al muro di un edificio. [...] Un soldato più umano degli altri ebbe però compassione di me e del mio amico Antonio. [...] ci staccò dal gruppo con un violento strattone e ci ordinò di raggiungere le nostre mamme. Stavamo risalendo i campi per discendere nel letto del torrente, allorché sentimmo il crepitio dei fucili e le grida lancinanti dei nostri congiunti.
Poco dopo le nove, i soldati giungono invece a Cà Vecchia, un massiccio edificio che ospitava nel anche una piccola scuola pluriclasse, qui insieme ad altri uomini è prelevato il giovane maestro elementare di Modena Giovanni Battista Ceccherelli. Sono quindi rastrellati in rapida successione gli abitati posti nelle borgate Valle, Castellaro e Cooperativa.
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Altre pattuglie a partire dalle prime ore della mattina raggiungono invece le borgate di Casa Barbati, Casa Rozzi, il Bosco, Cà di Giano, uccidendo sistematicamente i vecchi ritenuti inadatti agli sforzi e prelevando invece gli uomini ritenuti abili (fra i quali anche ragazzi giovanissimi): gli appartenenti a questo secondo gruppo sono uccisi in un secondo momento in quanto indispensabili per il trasporto della merce indebitamente sequestrata nelle case. Seppur raggiunte più volte da reparti armati nell’arco della giornata e più volte accuratamente depredate, sono risparmiate dalle fiamme la canonica e la chiesa di Costrignano. L’azione di rastrellamento del paese ha termine nel pomeriggio con il ricongiungimento delle diverse formazioni in prossimità della strada provinciale in località Cooperativa – dove si trovano un caseificio, una rivendita alimentare ed una piccola osteria. Raggiunta la carrozzabile e ripresi gli automezzi, questo diviene il luogo prescelto dai militari per sbarazzarsi dei portatori in eccesso, fino ad allora obbligati a trasportare a piedi oltre alle munizioni ogni genere di bene razziato alla popolazione: viveri, biancheria, vestiario. Prima di abbandonare il paese, i soldati sospingono, quindi, contro il muro del piccolo negozio di alimentari nove uomini – prelevati durante il percorso nelle frazioni di Susano e Costrignano e costretti ad una lunga marcia forzata – e li fucilano con una mitragliatrice. ... Lama di Monchio I primi soldati tedeschi entrano a Lama di Monchio – primo paese raggiunto dalla strage ad avere un vero e proprio nucleo centrale ed ubicato a circa due chilometri da Costrignano sulla strada statale che congiunge Savoniero a Monchio – a bordo di un sidecar intorno alle sei e trenta del mattino; prima dell’arrivo dei reparti operanti appartenenti alla Divisione Hermann Göring, tentano invano di avvertire la popolazione civile del pericolo incombente, invitando la gente ad abbandonare le proprie case e a nascondersi. Una prima pattuglia di tedeschi in motocicletta – racconta il parroco di Monchio, don Braglia – forse i meno crudeli [...] si lascia sfuggire qualche frase sulla prossima imminente strage [...]. Questo è l’ultimo bagliore umano prima della tempesta; ma sono pochi coloro che comprendono
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l’inatteso linguaggio degli stranieri e soltanto questi pochi fuggirono, riuscendo a mettersi in salvo nella gola del Fossone.
Lama di Monchio rappresenta con ogni evidenza per i comandi nazifascisti un obiettivo particolare: solo due giorni prima, il marzo , il piccolo abitato è stato infatti teatro di un rastrellamento di civili condotto da soldati della Wehrmacht e di un successivo violento scontro coi partigiani appartenenti al gruppo di Domenico Telleri (Minghin) alle porte del paese, in cui hanno perso la vita un ufficiale e quattro militari germanici. Secondo i piani concordati dalle autorità nazifasciste la sera precedente, sono diverse da quelle fin qui menzionate le formazioni armate incaricate di raggiungere, circondare, depredare e attaccare questa particolare frazione investita dalla strage. Fra le truppe operanti si evidenzia infatti – più distintamente che altrove – uno specifico apporto nell’azione delle forze militari composte da italiani: soldati appartenenti alla GNR di Modena, che per quanto mantengano una funzione di supporto all’operato dei reparti germanici, ricoprono qui un ruolo di collaborazione attiva almeno per quanto concerne l’opera di sistematica depredazione e distruzione dell’abitato. A Lama di Monchio vengono infatti dati alle fiamme, dopo essere state accuratamente razziati di ogni bene materiale, abitazioni su un totale di e fienili, mentre gran parte del bestiame è prelevato dai saccheggiatori come bottino di guerra. “La caccia all’uomo” – compito assegnato ai militari appartenenti alla Divisione Hermann Göring e messo in atto in altri luoghi con particolare ferocia – sembra invece, nonostante tutto, produrre in questa frazione effetti più contenuti che altrove: uccisione di uomini nell’abitato e prelevamento di altri , poi condotti a Monchio. Fra coloro che sono massacrati subito sul posto sono da annoverare Germiniano Carani, Viterbo Ricchi e Mauro Rioli, tutti giovani renitenti in età di leva, sottrattisi ai bandi di chiamata alle armi emessi dalla RSI e aggregatisi da poco alla formazione partigiana di Minghin su Monte Santa Giulia. Rientrati in paese solo la sera precedente, si erano da prima nascosti nella chiesa di Santa Lucia al centro della borgata, quindi nel fienile di Luigi Ferrari, dove erano stati raggiunti da Ernesto Carani.
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Sono giovani – racconta don Braglia – non ancora ventenni e temono di essere deportati in Germania. Ma il loro è, purtroppo, un rifugio traditore: investiti dal fumo e dalle fiamme appiccate dai tedeschi ai foraggi, sono costretti ad uscire e vengono immediatamente uccisi. Non appena i quattro giovani uscirono all’aperto – prosegue Alberghi nella sua ricostruzione – col volto annerito dal fumo e gli abiti bruciacchiati, i soldati si avventarono loro addosso. Gli infelici furono costretti ad attraversare la strada e poi addossati alla porta d’ingresso dell’abitazione di Giovanni Barbati. Qui gli aguzzini li massacrarono con alcuni colpi di rivoltella alla testa.
Alcuni proiettili oltrepassano gli spessi battenti della porta di Giovanni Barbati, di quella stessa abitazione che è invece risparmiata per l’intera giornata da ogni tipo di violenza, grazie all’avviso – scritto in lingua tedesca – che un soldato ha affisso durante le prime ore della giornata. Terminata l’azione nell’abitato di Lama, il grosso della truppa prosegue in direzione di Monchio sulla strada provinciale, mentre diversi reparti si suddividono in pattuglie che si disperdono a monte e a valle della carreggiata, adottando comportamenti divergenti a seconda di logiche imprevedibili: motivazioni apparentemente arbitrarie e almeno in parte imperscrutabili, se non addirittura pretestuose e casuali, sembrano infatti muovere nell’azione i soldati. A Vedriano tutti gli uomini – compreso Remo Ferrari, simpatizzante fascista in rapporti con le autorità di Montefiorino – sono prelevati, usati come portatori e condotti a Monchio; così come accade agli uomini presi a Cà Rotella. Al mulino di Umberto Casoni, dove non trovano più nessun uomo, i militari si sfogano invece sui beni materiali: saccheggiano ogni oggetto di valore e distruggono le macine facendole esplodere con la dinamite. Anche alle Salde un primo reparto dà soltanto fuoco al caseggiato e ai fabbricati agricoli; un secondo scorge invece Marco Pancani e la sua famiglia intenti a salvare i propri beni dalle fiamme. Preleva l’uomo, lo conduce fino alla strada in compagnia del figlio Tonino Pancani ( anni) – che si ostina a non abbandonare la mano del padre – e lì, nel luogo che solo due giorni prima è stato teatro di una sanguinosa sparatoria con i partigiani, li ammazza. A Casa Sistone è abbattuto a colpi di mitra un inerme ottantenne, Sisto Facchini. Lungo la mulattiera che conduce al crinale di
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Bellaria – dove il marzo era appostata la mitragliatrice partigiana –, a circa metri dalla strada per Monchio, sono massacrati invece gli abitanti di Querciagrossa, località posta a ridosso di Monte Santa Giulia; fuggiti all’alba nel versante del Rossenna per sottrarsi al cannoneggiamento, sono comunque catturati insieme ai contadini lì residenti in un’abitazione di Volta San Martino, frazione di Polinago. ... Monchio La strada carreggiabile sulla quale transitano il marzo le truppe nazifasciste partite da Savoniero si interrompe a Monchio, dove convergono tutti i reparti armati impiegati nell’arco della giornata nell’attuazione dell’estesa operazione di rastrellamento e sterminio. Il paese è scelto dagli esecutori quale ultima tappa dell’azione armata e, nello stesso tempo, epicentro dell’intera strage. I primi automezzi carichi di soldati tedeschi e italiani raggiungono Monchio nelle prime ore della mattina, in contemporanea con l’attacco sferrato nei paesi limitrofi. Come negli altri luoghi, anche qui ha immediatamente inizio una minuziosa ricerca nelle case volta a stanare dai nascondigli tutti gli uomini del paese, che si accompagna alla devastazione e al saccheggio dell’intero nucleo abitato. La mia casa dava proprio sulla piazza del paese – racconta Amedeo Rioli, uno dei membri del gruppo partigiano costituitosi all’interno del paese – perciò risultava impossibile ogni tentativo di fuga. Non potei far altro che rintanarmi nel solito ripostiglio. Cominciai presto a sentire urla e scariche di fucile. [...] Al di là della stretta parete sentivo il crepitio delle fiamme e il calore e il fumo [...]: rischiavo di bruciare vivo o di saltare in aria con tutta la casa [...]. Dalla cucina mi infilai nella cappa del largo e corto camino del forno e cominciai a salire verso il tetto [...]. Spinto dalla forza della disperazione, a spallate e ad urtoni riuscii ad abbattere qualche mattone e ad aprirmi il passo fino al comignolo. Il fumo denso che usciva dalla casa in fiamme mi nascose [...], mi buttai sul prato sottostante. A questo punto le sentinelle si accorsero della mia presenza e cercarono di colpirmi coi fucili; ma il terreno scosceso mi salvò [...] mi lasciai rotolare verso il basso simulando di essere stato colpito a morte. Quando vidi le luci sinistre delle prime case incendiate a Susano – scrive invece don Luigi Braglia nel suo diario sulla strage – [...] era ormai trop-
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po tardi per pormi in salvo [...]. Trovai un nascondiglio nella navata bassa, sopra il battistero, e mi ci rifugiai [...]. Stetti lassù per lunghissime ore, vigile ad ogni rumore come colui che ad ogni momento attende gli scannatori. Di lassù io sentivo crepitare le fiamme che avvolgevano le case incendiate e il pianto disperato di alcune donne che correvano urlando come impazzite: “Ci uccidono tutti! Ci uccidono tutti”.
Nel centro di Monchio, nella borgata Castello – posizionata su di un piccolo promontorio – e nelle case poste intorno alla chiesa parrocchiale, “la caccia all’uomo” compiuta dai militari si dimostra particolarmente violenta: sulla soglia delle loro abitazioni sono subito massacrati con freddezza gli uomini scoperti nel tentativo di sottrarsi alla cattura. Anche ai loro congiunti – siano essi donne o ragazzi –, che sopraffatti dal dolore e dall’incredulità non si allontanano con sufficiente rapidità dai corpi dei loro cari, è riservata la stessa orribile ed impietosa sorte. I reparti armati si spostano quindi a Castagnola, piccola borgata composta di poche case posizionata più in basso, a poche centinaia di metri dal cimitero di Monchio: anche qui gli uomini radunati sono subito investiti da scariche di proiettili. Un soldato mi prese sotto la mira del suo fucile – racconta Giuseppe Magnani, unico fra i prelevati di Castagnola a scampare all’eccidio – [...] mi gettai a terra, coprendomi il volto con le mani in un istintivo gesto di difesa. [...] Vidi il bagliore dello sparo [...]: la pallottola mi aveva trapassato il cappello e il palmo della mano [...]. Il sangue caldo colava dalla ferita e mi inondava il volto, ma ebbi la presenza di spirito di non emettere nessun gemito e di restare perfettamente immobile: i nazisti, ritenendomi perciò ormai morto, si allontanarono. In quella drammatica posizione rimasi per circa quattro ore [...]. In quel tempo udii lunghe raffiche di mitraglia e le urla strazianti dei condannati [...]. Un milite di passaggio arrivò a sferrarmi un calcio coi suoi stivali, commentando in tono sarcastico: “Anche questo è sistemato!”.
Un’altra pattuglia giunta a Castello si muove invece verso Monte Santa Giulia. A Querciadello – uno dei primi luoghi di raduno dei ribelli di Monchio – si limitano ad incendiare qualche abitazione; invece a Montalago – a metà strada sulla mulattiera che da Cà di Ponzi porta alla chiesetta romanica di Santa Giulia – prendono i tre
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fratelli Marchi, lasciano liberi i più piccoli e trucidano invece senza pietà il maggiore. Nel frattempo altri reparti giunti alla fine della rotabile proveniente da Savoniero si inerpicano con alcune camionette verso il versante nord di Monte Santa Giulia, imboccando con gli automezzi la mulattiera che conduce alle borgate di Cà dei Folleri, Cà Beroni, Cà Ghedino. Verso le – racconta Leo Compagni, che allora aveva anni – con mio grande stupore vidi arrivare i soldati tedeschi con tre camionette ed una motocicletta: nessun automezzo era mai giunto fino alle nostre case. [...] Penetrarono in casa delle tre famiglie che vivevano a Cà Ghedino alla ricerca di uomini. Adelmo Barozzi esibì la tessera del PFR, ma i rastrellatori gli sghignazzarono in faccia: “Komm! Komm!” gli gridarono, indicando il gruppetto dei congiunti e dei vicini già arrestati.
Una volta dato fuoco a case e fienili «con l’aiuto di una sostanza bianca granulare fortemente infiammabile», i militari tedeschi radunano tutti gli uomini rastrellati nelle frazioni più alte prima in una stalla a Cà di Ghedino, poi li spostano all’interno di una porcilaia all’aperto, quindi – giunti nuovi ordini per mezzo di una staffetta – li incolonnano e li sospingono in direzione di Monchio. Un gruppo di militari posiziona intanto una mitragliatrice a Cà dei Folleri – piccola borgata, posta su una modesta altura, che sovrasta la piazzetta dove si arresta la strada carrozzabile. Contemporaneamente un’altra mitragliatrice viene collocata invece al margine sud della borgata Castello, mentre alcuni soldati muniti di pistole si schierano in semicerchio in modo da impedire qualsiasi eventuale tentativo di fuga dei prigionieri, che a breve saranno sospinti nel mezzo. Questo è, infatti, il luogo prescelto per eliminare tutti gli ostaggi prelevati nei paesi vicini, che via via affluiscono a Monchio accompagnati dai reparti che li hanno catturati. La conca ancora coperta di neve nei pressi del vecchio cimitero, dove si interrompe la strada e il terreno degrada in direzione della borgata Castagnola, verrà in seguito ribattezzata campo della morte: qui infatti, in tre diversi momenti durante l’intera giornata, i paracadutisti della Hermann Göring fucilano uomini catturati nei diversi luoghi della zona investiti dall’operazione comandata dal capitano von Loeben.
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L’esecuzione del primo gruppo di prigionieri comprende gli uomini prelevati nelle azioni di rastrellamento portate a termine subito prima nelle immediate vicinanze – a Cà Ghedino, Cà Bertoni, Vedriano, Lama di Monchio e Castello – e avviene tra le undici e mezzogiorno. Solo uno dei condannati non è colpito dai proiettili e riesce a salvarsi fingendosi morto, restando immobile per lunghe ore in mezzo ai cadaveri dei suoi figli e dei suoi compaesani. Eravamo circa uomini – ricorda Nemesio Debbia, prelevato a Cà Bertoni – e su di noi aprirono un fuoco incrociato di mitragliatrici. Mi gettai a terra alla prima scarica: ero illeso! Intorno a me sentivo preghiere, rantoli, lamenti strazianti. Dopo circa dieci minuti passarono alcuni soldatacci per l’ultimo colpo alla nuca ai singoli caduti. Per una grazia speciale di Dio fui risparmiato. Rimasi lì immobile in un silenzio di morte. Così forse per un’ora. Giunse quindi un secondo drappello destinato alla morte, udii una voce alta e rabbiosa che urlava: “Quelli lì son tutti morti; fra poco voi farete loro compagnia!”. Altre raffiche di mitraglia, alcune grida, lamenti, rantoli e poi il secondo giro per il colpo di grazia alla nuca. Quindi di nuovo il silenzio della morte. Di lì a poco un terzo gruppo di innocenti fu allo stesso modo passato per le armi; seguì il giro per il colpo finale alla nuca e questa volta anch’io sentii la fiammata della rivoltella e la terra smossa mi colpì il viso: ma ero ancora miracolosamente illeso. Trascorsero così istanti che mi parvero eterni o forse ore che mi parvero istanti. Nel cuore un tumulto di angoscia mortale e tutt’intorno un tragico silenzio.
Nella tarda mattinata, quando è già in corso la fucilazione degli ostaggi presso il vecchio cimitero, una pattuglia composta da soldati tedeschi e italiani si reca invece a Cà di Ponzi: un gruppo di edifici in pietra posti a poche centinaia di metri da Castello. La maggior parte della popolazione qui residente, già pesantemente colpita nelle prime ore della mattina dal cannoneggiamento dell’artiglieria di Montefiorino (a cui la borgata risulta particolarmente esposta), ha il tempo di allontanarsi dall’abitato e si rifugia perlopiù a monte del paese sulle alture circostanti. Coloro che – non vedendo nelle prime ore sopraggiungere nessuno – malauguratamente si riavvicinano alle proprie abitazioni per soccorrere chi è rimasto ferito o per recuperare beni materiali, sono però intercettati dai militari intenti a depredare minuziosamente le case e a dar fuo-
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co all’intera borgata; spogliati di ogni avere, sono immediatamente trucidati sul posto dai soldati. Infine, durante le prime ore del pomeriggio, mentre un secondo gruppo di prigionieri formato dagli uomini prelevati la mattina nei paesi di Susano e Costrignano viene giustiziato nel centro di Monchio, un folto gruppo di soldati nazifascisti servendosi di camionette e sidecar si muove verso l’ultima borgata segnata dalla strage in ordine di tempo: San Vitale. Il rastrellamento ha inizio a Villa di sotto, dove vengono uccisi a colpi di fucile Ennio Tincani e Giovanni Caminati e gli edifici sono dati alle fiamme. A San Vitale invece, quando sopraggiungono i soldati, quasi tutti gli uomini si sono già allontanati dall’abitato e rifugiati in nascondigli di fortuna. La sera del marzo ero rientrato in famiglia dal Monte S. Giulia – racconta Evelino Abbati, che allora aveva anni – dove da qualche tempo facevo vita comune coi partigiani di Minghin per sottrarmi all’obbligo dell’arruolamento nelle file dell’esercito fascista. [...] Al primo tuono del cannone, nella mattina seguente, abbandonai la mia casa e mi rifugiai [...] in un piccolo rifugio preparato in precedenza. [...] Di lì a poco si presentò all’imboccatura della piccola galleria dove avevamo trovato riparo un ragazzino di una borgata vicina che ci esortò a ritornare subito alle nostre case; in caso contrario, disse, i tedeschi avrebbero ucciso tutti gli abitanti di S. Vitale, donne e ragazzi compresi. Io rimasi ugualmente nel rifugio, anche se oppresso da vive preoccupazioni.
Mentre la borgata è perquisita e razziata palmo a palmo e i casolari sono dati alle fiamme, alcuni uomini dando credito alle minacce di rappresaglia arbitraria escono dai loro rifugi; sono immediatamente arrestati, uniti agli uomini più anziani (che avevano ritenuto inutile allontanarsi dall’abitato) e sospinti in direzione di Monchio. I sette ostaggi prelevati a San Vitale andranno a costituire il terzo gruppo di ostaggi fucilati nel pomeriggio inoltrato nei pressi del vecchio cimitero: macabro rituale che ancora una volta si ripete segnando il definitivo epilogo del massacro. Dopo una lunga attesa che mi parve un’eternità – racconta Nemesio Debbia, rimasto per tutto il tempo disteso a terra fra i cadaveri – sentii un rom-
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bo di macchine. [...] Era ormai sera: un tragico crepuscolo scendeva sui morti, mentre udivo dalle case ancora in fiamme le urla di terrore e i singhiozzi delle donne.
Intorno alle diciassette, infatti, concluse le operazioni di rastrellamento e portate a termine le ultime esecuzioni, giunge ai reparti operanti l’ordine di abbandonare i paesi della sponda destra della valle del Dragone. I soldati tedeschi e italiani ritornano sui propri passi muovendosi in direzione di Vitriola: da qui, parte dei reparti accompagnati dall’artiglieria si ritira verso la pianura, altri proseguono sulla strada delle Radici fino a Piandelagotti – da dove il marzo partiranno per compiere un’altra azione antibande nei paesi di Civago e Cervarolo in provincia di Reggio Emilia. Alcuni militi – in particolare le giovani reclute dell’esercito repubblicano presenti nell’azione – rientrano invece al presidio di Palagano, da dove erano partiti all’alba di quella stessa mattina con il compito di supportare l’azione tedesca. All’imbrunire, avuta la certezza che i militari hanno definitivamente abbandonato la zona, i superstiti rifugiatisi nei dintorni, le donne, i bambini e i vecchi costretti durante la mattina a recarsi a Savoniero rientrano nei propri paesi. La scena che gli si presenta dinanzi è desolante: gli abitati sono ridotti a macerie fumanti, molte case sono ancora invase dalle fiamme e l’intera zona è cosparsa dai cadaveri della gente del luogo. Coloro che riescono a sopravvivere al massacro, perdendo però in quella sola giornata gran parte degli affetti e ogni ricchezza materiale, privi di ogni mezzo di sussistenza e spesso feriti vagano inebetiti per ore fra i morti, allucinati dall’inimmaginabile realtà che li ha irrimediabilmente travolti. La sera del diciotto – ricorda il maestro Walter Cozzi – il paese di Costrignano offriva uno spettacolo terrificante: le borgate di Castello, di Frassineti, di Casa Barbati, di Casa Rozzi (oltre una trentina di abitazioni e quasi altrettante stalle-fienili) bruciavano con sinistri crepitii, mentre tutto intorno si diffondeva l’odore acre e nauseabondo degli animali e delle suppellettili bruciacchiati, e le donne e gli uomini superstiti si aggiravano tra le macerie o urlavano di dolore abbracciati ai cadaveri dei loro morti.
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. Esecutori italiani e inutilità delle rappresaglie contro i civili: Tavolicci, luglio Se l’eccidio compiuto il marzo a Monchio, Susano e Costrignano rappresenta il primo caso in Italia in cui esplicitamente viene assunta e implicitamente rivendicata dalle autorità naziste – in stretta collaborazione con le autorità fasciste – una strategia di guerra che contempla l’uso arbitrario della violenza verso i civili, la strage di Tavolicci avvenuta il luglio (a distanza di soli quattro mesi) viene attuata invece in un contesto di guerra che si è nel contempo rapidamente modificato. L’eccidio si inserisce, infatti, nel secondo ciclo di rastrellamenti sulla linea gotica operati in collaborazione dalle forze armate nazifasciste tra il luglio e l’agosto : l’azione di sistematico sterminio della popolazione effettuata a Tavolicci appare, infatti, frutto di una tecnica di rappresaglia sui civili che nei mesi dimostra di essersi affinata – consolidando gli elementi portanti – e articolata, comprendendo a pieno titolo il ruolo attivo nelle esecuzioni della componente armata fascista. Le azioni armate nazifasciste eseguite contro i civili durante l’estate sono, inoltre, contraddistinte da un uso della violenza totalmente privo di inibizioni. Nelle stragi compiute sull’Appennino tosco-emiliano in questa fase – non a caso ricordata come l’estate di sangue – viene infatti infranto quel residuale confine etico di pietà (ancora in parte rinvenibile nell’azione di Monchio), che fino ad allora aveva preservato dal massacro la componente più inerme della popolazione: vecchi, donne e bambini, nella quasi totalità dei casi, sono ora invece compresi a pieno titolo nel novero delle vittime arbitrariamente colpite. La strage di Tavolicci, d’altra parte, proprio per l’essenzialità e la manifesta arbitrarietà nel colpire degli innocenti, che ne contraddistingue l’azione, è assunta come esempio dalle autorità fasciste per rappresentare il limite di violenza oltre il quale loro stessi cominciano a nutrire dubbi sul senso e sulla convenienza politica, ai fini della gestione dell’ordine pubblico, di una tale indiscriminata condotta di guerra.
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In molte località le truppe germaniche hanno eseguito rappresaglie contro i ribelli, rappresaglie che si sono risolte esclusivamente in danno delle popolazioni locali e per giunta senza discriminazione tra elementi fascisti, indifferenti e antifascisti. [...] La frazione di Tavolicci è stata completamente distrutta dalle SS tedesche che hanno ucciso oltre persone: donne e bambini sono stati bruciati insieme alle case mentre gli uomini venivano uccisi a colpi di arma da fuoco. Da fonte sicura è risultato che la rappresaglia è dovuta alla iniziativa di un Maresciallo delle SS germaniche in quanto in altra epoca in detta frazione avrebbero trovato asilo elementi ribelli. [...] rappresaglie di tal genere non risolvono il problema dei ribelli che si spostano e continuano altrove la loro attività, mentre le popolazioni pagano colpe non loro per aiuti dati non volontariamente ma forzatamente, data la totale assenza di forze locali per l’ordine pubblico.
Questa informativa sulla situazione politico-economica nella provincia di Pesaro – inviata a Mussolini poche settimane dopo la strage – ha, infatti, come conseguenza diretta la citazione del caso, come esempio di rappresaglia arbitraria, all’interno della lettera di proteste sull’indiscriminato comportamento assunto dai militari tedeschi nei confronti della popolazione italiana che il Duce stesso inoltra il agosto all’ambasciatore tedesco in Italia, Rudolf Rahn; più volte portata ad esempio, quale prova del ruolo di moderazione assunto dai vertici della RSI nei confronti dell’indiscriminata violenza contro i civili adottata durante l’estate del dall’occupante-alleato. Benché nell’eccidio di Tavolicci (come per altro anche in quello di Monchio) trovino la morte anche individui ufficialmente schierati con il fascismo di Salò o appartenenti alle sue forze armate, e per quanto possa apparire paradossale e ironico, le testimonianze dei sopravvissuti sono, invece, unanimi nell’imputare l’esecuzione materiale di questa strage – vivacemente criticata dalle autorità fasciste – ad elementi italiani. Gli esecutori materiali dell’eccidio perpetrato il luglio nella frazione di Tavolicci – piccola borgata contadina isolata appartenente al comune di Verghereto e alla provincia di Forlì, ma posta al confine con la provincia di Pesaro – appartengono, infatti, ad una specifica formazione militare ibrida: il IV Battaglione volontari di polizia Italia, un reparto di polizia comandato da ufficiali te-
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deschi, ma formato da volontari italiani – per la maggior parte ex militari originari dell’Italia meridionale e precedentemente internati, in conseguenza dell’armistizio, nei campi di prigionia nazisti. Nonostante le rimostranze provenienti dal governo della RSI, la genesi del massacro risulta dunque almeno parzialmente riconducibile a responsabilità dirette di soldati italiani – seppur sottoposti al comando tedesco – e al supporto sul territorio fornito da reparti fascisti dipendenti dalle autorità periferiche del governo di Salò. Secondo le dichiarazioni dei superstiti e in base alle prime indagini condotte sulla strage subito dopo la liberazione nel dicembre dal carabiniere Albano Rebeschini, i reparti – composti per la quasi totalità da italiani e guidati da elementi del luogo – provenivano, infatti, da San Donato di Sant’Agata Feltria, da Sarsina e Balze, dove il IV Battaglione volontari di polizia Italia aveva stabilito di acquartierare in quei giorni le tre compagnie, operative nella zona tra il - giugno e l’ agosto . Benché i rapporti redatti dalle autorità fasciste locali a ridosso degli eventi offrano come movente dell’azione supposte connivenze fra la popolazione del paese e formazioni di ribelli, le valutazioni a livello strategico-militare sull’importanza del luogo e l’attività delle bande nella zona circostante appaiono poco convincenti e, da sole, insufficienti a giustificare un’azione di tale portata in una località amena e, almeno in questa fase del conflitto, posta ai margini del territorio d’azione delle agguerrite formazioni armate collegate all’ª brigata Garibaldi Romagna. ... Tavolicci La sera del luglio – racconta nel suo memoriale don Giovanni Babini, parroco di Pereto, località a pochi chilometri da Tavolicci – una squadra di n. agenti di polizia italo-tedesca si portava a Tavolicci (piccola borgata di circa abitanti posta nel comune di Verghereto, Forlì, Parrocchia di Santa Maria in Montegiusto). Perlustrarono tutto il paese, penetrarono in tutte le case, simulando grande gentilezza e cortesia ed assicurando alla popolazione che contro di essa non sarebbe stato fatto nulla e che quindi dormisse nella propria abitazione. La mattina seguente, un’ora avanti al giorno, mentre gli abitanti di Tavolicci dormivano ancora tranquilli così vigliaccamente ingannati, una squadra di agenti di polizia italo-tedesca (in numero di circa ) come belve feroci irrompevano nel paese.
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Intorno alle quattro/cinque del mattino del luglio un reparto di soldati, composto per la maggior parte da italiani, circonda infatti il paese ed inizia un accurato rastrellamento casa per casa. Gli abitanti di Tavolicci sotto la minaccia delle armi sono costretti ad alzarsi, vestirsi e uscire rapidamente dalle proprie abitazioni. Gli uomini anziani e invalidi sono subito uccisi con ferocia sulla soglia delle loro case o addirittura nei propri letti. Una volta all’aperto gli ostaggi prelevati dalle diverse abitazioni del paese sono quindi sottoposti ad un’ulteriore selezione: gli uomini abili e adulti, i capifamiglia, sono legati con delle funi di colore nero e con l’anima di metallo ricoperta di stoffa, quindi condotti prima all’interno di un’abitazione, poi nella piazzetta del borgo, da dove assisteranno impotenti al massacro delle proprie famiglie; mentre donne e bambini, radunati in unico gruppo, sono costretti ad entrare in un angusto ambiente posto al piano rialzato in casa di Domenico Baccellini. Mi sono svegliata una mattina – ricorda Maria Gabrielli, sopravvissuta alla strage quand’era una ragazzina – e c’era tanta gente. Circondava da tutte le parti. M’hanno fatta alzare e poi mi hanno portata nella strada e c’era anche tutta l’altra gente di Tavolicci. C’hanno chiusi tutti in una piccola casina, lì in una piccola stanza [...]. C’era uno dentro con noi, e allora gli abbiamo chiesto chi era, e lui c’ha detto che era un italiano e che era prigioniero in Germania e che poi dopo l’avevano costretto a venire a fare questi lavori. È successo un mattino – racconta il fratello minore Domenico Gabrielli, anche lui fra i pochi superstiti – prima di giorno [...]. Erano venuti i tedeschi – i tedeschi, non so se era tedeschi, per me era più fascisti che tedeschi – sono venuti alla porta, han cominciato a sbatusare e ci hanno fatto uscire fuori [...]. I grandi li han legati con le mani dietro la schiena e li han portati via [...]. E le donne e i bambini li han portati in un’altra casa e poi li han uccisi lì dentro [...]. C’erano italiani in mezzo, via. Anche quello che uccideva parlava “bùbùbù”, parlava così, però era italiano anche quello lì si era mascherato un po’. Tirava, sparava un po’, poi chiudeva la porta. Si ritirava e quando aveva ricaricato riapriva ancora e sparava [...]. Poi dopo han dato fuoco di sotto e quelli che era vivi son scappati.
Donne e bambini, stipati in un’unica stanza e costretti a stendersi con la testa al pavimento, sono da prima tenuti rinchiusi per un tempo imprecisato, quindi a più riprese fatti segno del fuoco di un mitra attraverso la porta d’ingresso. Urla, pianti, disperazione e ter-
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rore accompagnano la barbara sparatoria che colpisce questa gente prigioniera e inerme, che nulla di simile può prevedere. Coloro che si trovano più vicini sono subito dilaniati dai proiettili: alcuni muoiono subito, la maggior parte resta solo ferita. Dopo una fitta serie di raffiche, la sparatoria si placa; gli esecutori sembrano soddisfatti, ma l’azione di sterminio non si è ancora conclusa. Per assicurarsi che nessuno abbia la possibilità di sopravvivere al massacro, i militi – seguendo una prassi rituale ormai consolidata in questo tipo di azioni – gettano all’interno dell’edificio delle bombe a mano e appiccano il fuoco alla stalla sottostante, così che l’intero edificio prenda fuoco inghiottendo fra le fiamme i corpi dei vivi e dei morti. Alcuni ragazzini riescono a sottrarsi al massacro salendo al piano superiore: escono dall’edificio ormai in fiamme attraverso una piccola finestra e riescono con agilità ad allontanarsi di corsa attraverso i tetti, senza essere intercettati da nuove scariche di proiettili e nascondendosi poi fra i campi o nei boschi circostanti. Altri superstiti, seppur feriti, riescono ad abbandonare la casa in fiamme scavalcando i cadaveri dei morti e imboccando velocemente la porta d’uscita, una volta che i soldati si sono allontanati per portare a termine la razzia e la devastazione dell’intero centro abitato. Qualcuno è riuscito a scappare – racconta Cecilia Alessandrini, che allora aveva anni – mia mamma, con mia sorella, era riuscita a scappare. Non so come ha fatto. Forse è uscita dalla porta [...] però è riuscita ad uscire. [...] quando è uscita, ha visto che tornavano, perché [...] andavano nelle altre case a bruciare, a saccheggiare, a portare via tutto. Quando ha visto che tornavano ha detto a mia sorella: “Buttati giù, fai finta che sei morta, se no ti uccidono”. Invece mia sorella, che aveva anni, [...] è rimasta in piedi e loro le hanno fatto saltare le budella sopra mia mamma.
Qualche giovane renitente – spaventato di non essersi presentato alla chiamata alle armi della RSI – scampa al massacro perché, temendo improvvise azioni di rastrellamento, dorme quella notte non in paese, ma tra i boschi. Il resto della popolazione maschile adulta con un particolare tratto di sadismo psicologico – che caratterizza l’azione e conferma la matrice specificamente italiana della strage – è, invece, tenuto per ore ad assistere impotente all’intera azione messa in atto in casa di Domenico Baccellini.
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... Campo del Fabbro Conclusa la depredazione di ogni bene materiale e incendiati quasi tutti gli edifici del paese, i soldati costringono il gruppo composto da dieci uomini adulti a camminare fino alla borgata di Campo del Fabbro, posta a soli due chilometri di distanza, percorrendo il sentiero che incrocia i piccoli abitati di Cà Sem, Casanova e San Vico, anch’essi devastati dagli effetti dell’arbitraria violenza dei soldati. Mentre a Cà Sem – primo gruppo di case che si incontra lungo la mulattiera che conduce a Rivolpaio e poi a Sant’Agata Feltria, dalla quale probabilmente è giunto durante la notte parte del reparto operante – i soldati radunano sei persone all’interno di una cantina e le uccidono sparando raffiche di mitra, come hanno fatto a Tavolicci, prima di dar fuoco alla borgata; a Casanova, al Mulino, a San Vico e nello stesso abitato di Campo del Fabbro la popolazione riesce invece a scappare prima del loro arrivo, intimorita dagli spari e dal fuoco proveniente da Tavolicci o messa sull’avviso da quei sopravvissuti all’eccidio che, nel tentativo di mettersi in salvo, hanno raggiunto le borgate circostanti e avvisato dell’accaduto gli abitanti. Giacomina Zanchini, che era a mietere nei campi e poté quindi da lontano assistere agli eventi, così descrive la scena: Erano i dieci uomini con due sentinelle che li accompagnavano. Li mandavano avanti, così se avessero sparato, avrebbero ucciso loro. [...] E poi dopo vediamo che vengono giù gli altri. Li abbiamo contati e fra tutti erano [...]. E poi sono calati giù e abbiamo visto che anche lì a Sem han tirato tante di quelle botte e han dato fuoco alle case. [...] Li hanno uccisi dopo tutti in cantina. Ci siamo masati per modo di dire – ricorda invece Ezio Zanchini, suo fratello che abitava allora a San Vico – appena fuori dalla strada, provvisorio, via. Non c’era la paura. Si pensava: “bruceranno la casa, ci faranno un dispetto”, però no che ’mazzassero tutti. Invece ammazzarono proprio quel giorno lì [...]. Dopo è venuta da lassù una ragazza ferita che ha avvisato il mio zio a Campo del Fabbro. Gli ha portato la notizia ’sta ragazzina ferita che è arrivata giù: “fuggite, andate via, perché hanno ucciso e bruciati tutti”.
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La casa di Fortunato Zanchini a Campo del Fabbro è il luogo scelto dai militi per compiere la seconda parte del massacro: in questa abitazione lasciata deserta dai proprietari – segnalata come luogo dove i partigiani erano soliti trovare ospitalità – i dieci uomini prelevati a Tavolicci sono, infatti, torturati e uccisi a gruppi di tre. Risultano molto particolari le modalità scelte dai soldati per sopprimerli, quasi che attraverso il tipo di morte inferta ad ognuno si volesse condannarli ad una particolare pena di contrappasso. Poi sono arrivati a Campo del Fabbro e lì hanno ucciso i dieci uomini – continua nel racconto Giacomina Zanchini – [...]. Quello che era un bevitore di vino [...] l’hanno ucciso in cantina e poi l’hanno messo sotto la cannella della botte e gli pisciava giù il vino nella bocca [...]. Due erano di chiesa, tenevano alla religione, li avevano messi in ginocchio che c’era un mucchio di calce [...]. E gli altri, quello che aveva la cavalla [...] a lui l’hanno ucciso da solo nella stanza della cavalla. Però lui l’avevano rovinato tutto [...]. L’avevano rovinato nella faccia col pugnale. E poi dopo nella stalla hanno ucciso i sei uomini che avevano le pecore e le mucche. Tre li hanno messi in una posa e tre in un’altra. Li hanno uccisi dentro la mangiatoia delle bestie. E infine hanno tirato tante di quelle botte poi hanno dato fuoco.
Questo elemento peculiare di ferocia indirizzata a livello personale, che caratterizza il massacro degli uomini, non può che disvelare un rapporto diretto di conoscenza o di stretta vicinanza fra vittime e carnefici, che orienta con decisione il senso dell’intera strage in un ambito di guerra fra italiani strettamente connesso al contesto locale. Pur inserito in un ciclo di azioni di rastrellamento collegato a valutazioni strategico-militari assunte dall’occupante tedesco in relazione alla condotta da adottare verso i civili nelle località appenniniche attraversate dalla linea gotica, questo massacro, infatti, si discosta in profondità dal modello originale di “guerra ai civili” di cui, a partire dalla tarda primavera del , l’alleato germanico si è fatto precursore al fine di colpire e annientare la guerriglia partigiana. Il surplus di sadismo e l’individuazione personale delle vittime prescelte, emersi quali caratteri dominanti nella strage di Tavolicci-Campo del Fabbro, rappresentano infatti elementi di violenza
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passionale del tutto dissonanti rispetto alle modalità di comportamento in genere adottate dai tedeschi in analoghe circostanze e risultano, invece, tipici canoni d’azione assunti in un contesto di guerra civile, come quello via via sempre più determinante e presente in Italia fra il settembre e l’aprile . Una delle caratteristiche militari della guerra civile – osserva infatti lo storico Giovanni De Luna – è quella di estendersi anche a comunità periferiche, spesso collocate in posizioni strategiche ininfluenti per la conduzione della guerra convenzionale. Così l’esibizione della morte da parte dei fascisti segue percorsi che geograficamente non hanno nulla a che vedere con il fronte [...] allargando i cerchi dell’orrore attraverso una vera e propria imposizione a vedere.
L’azione di Tavolicci, ponendo in luce aspetti apparentemente secondari e marginali, solitamente trascurati nell’analisi di casi simili, acquisisce allora anche un’emblematica valenza rivelatoria. La centralità dello scontro fra italiani e del ruolo fascista, che in questo specifico episodio appare con ogni evidenza prioritario – per quanto sempre combinato con le politiche di violenza ai civili assunte dagli alleati germanici sulla linea gotica –, risulta infatti un elemento sempre presente in questo tipo di azioni ai danni delle popolazioni, almeno per quanto concerne l’indispensabile supporto logistico sul territorio. L’apporto nelle stragi di civili fornito dalle autorità fasciste e dai combattenti italiani (seppur fino ad ora poco indagato dalla storiografia) si evidenzia, quindi, come indispensabile tassello da ricostruire nel dettaglio per tracciare un’immagine degli eventi in grado di rappresentare a pieno la complessità del conflitto in atto – il che implica dunque la necessità di rianalizzare senza preclusioni, con rinnovata attenzione e da una prospettiva in grado di valorizzarne il punto di vista soggettivo ed il rapporto con le popolazioni montane, anche il ruolo ricoperto e il comportamento assunto da renitenti e partigiani all’interno degli eventi che precedono e seguono le azioni di rappresaglia ai danni dei civili.
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Note . Cfr. Contini, La memoria divisa, cit.; Id., Toscana : una storia della memoria delle stragi naziste, in Fulvetti, Pelini (a cura di), La politica del massacro, cit., pp. -; Rovatti, Sant’Anna di Stazzema: storia di una memoria d’ombra, ivi, pp. -. . Cfr. L. Baldissara, Guerra totale, guerra partigiana, guerra ai civili, ivi, pp. -. . Per quanto riguarda questo specifico nodo tematico relativo alla possibilità della scelta di imbracciare le armi e delle conseguenze percettive che ne derivano, rinvio alla lucida sintesi proposta da Giovanni Contini: «Le stragi e le reazioni alle stragi mettono in luce una differenza di posizioni, che è strutturale, fra giovani renitenti che si trasformano in resistenti armati e quella parte della popolazione che non può proprio compiere la scelta partigiana [...]. Sarebbe irrealistico aspettarsi una valutazione delle rappresaglie da parte di chi le subiva analoga a quella dei partigiani [...]: donne, vecchi e bambini non avevano scelto di far parte della guerra di liberazione, non potevano difendersi perché disarmati, non potevano fuggire» (G. Contini, La memoria dopo le stragi del in Toscana, in L. Paggi [a cura di], Le memorie della Repubblica, La Nuova Italia, Firenze , pp. -). . Cfr. C. Pavone, La violenza e le fratture della memoria, in Paggi (a cura di), Storia e memoria di un massacro ordinario, cit., pp. -; T. Rovatti, La memoria interna: voci e silenzi della comunità superstite di Sant’Anna di Stazzema, in Palla (a cura di), Tra storia e memoria, cit., pp. -; P. Pezzino, Guerra ai civili. Le stragi tra storia e memoria, in Pezzino, Baldissara (a cura di), Crimini e memorie di guerra, cit., pp. -. . P. Alberghi, Attila sull’Appennino. La strage di Monchio e le origini della lotta partigiana nella valle del Secchia, Quaderni dell’Istituto storico della Resistenza di Modena e provincia, Modena , p. . . Rapporto del capitano Kurt Christian von Loeben sull’azione del reparto contro le bande del .., marzo , in BAMA, RH , vol. , fo. . Tradotta e riportata in Fantozzi, Monchio, marzo , cit., pp. -. . Nel pomeriggio del marzo , il capitano von Loeben viene infatti convocato dal colonnello Dannehl ad una riunione operativa – che ha luogo nella sede della Militärkommandantur di Bologna – per definire alla presenza delle autorità tedesche competenti i dettagli dell’azione di annientamento di una banda partigiana individuata in località Santa Giulia, affidata al reparto corazzato esplorante della Divisione paracadutisti Hermann Göring. Cfr. Rapporto del capitano Kurt Christian von Loeben sull’azione del reparto contro le bande del .., cit. . La competenza degli interventi di controguerriglia adottati nella zona di Montefiorino da reparti tedeschi – a seguito della pressante sollecitazione delle autorità fasciste locali – era stata affidata in un primo tempo (fino al marzo ) alle Platzkommandantur di Modena e Reggio Emilia. Cfr. Fonogramma dal comando ª Legione GNR di Modena al comando generale servizio politico, marzo , Archivio Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Reggio Emilia (d’ora in poi ISTORECO), b. C, Carteggio fascista -: azioni antipartigiane, f. , marzo ; Informativa da Modena sulle operazioni contro i ribelli compiute il marzo da reparti della GNR e dell’esercito, notiziario GNR del mar-
. LA POPOLAZIONE DISARMATA: L’INCONTRO CON LA GUERRA zo , pp. -, in AISMO, fondo , cc. Guardia Nazionale Repubblicana, b. , Serie , notiziari quotidiani I, f. (° marzo- marzo ); Informativa da Modena sulle azioni di rastrellamento compiute l’ marzo (a Palagano) e l’attacco alle autocorriere del marzo , notiziario GNR del marzo , pp. -, ivi. In seguito, viste le gravi sconfitte subite e l’insuccesso dei comandi locali, l’iniziativa era stata assunta invece dall’Ordnungspolizei in Italien - Verbindungsoffizier für die Region Emilia (Ufficio di collegamento per l’Emilia della Polizia per l’ordine pubblico), con sede a Bologna, la quale aveva affidato l’incarico delle operazioni ad un reparto specializzato appartenente alla Divisione paracadutisti Hermann Göring. Cfr. E. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino. Per una storia della Resistenza in Emilia, il Mulino, Bologna , pp. ss. A conferma del cambio di competenze, si veda Informativa del marzo al generale Niccolò Nicchiarelli e al comando della Ordnungspolizei, in ISTORECO, b. C, Carteggio fascista -: azioni antipartigiane, f. , marzo . . Il compito affidato il marzo al reparto corazzato esplorante della Divisione paracadutisti Hermann Göring si inquadrava, infatti, quale azione di rinforzo in una zona dove una serie di precedenti interventi operati congiuntamente dalle forze nazifasciste non avevano prodotto risultati apprezzabili. Il marzo era stato già attuato infatti un rastrellamento – ad opera di reparti tedeschi appartenenti alla Luftwaffe e alla Feldgendarmerie e da truppe della RSI – intorno a Monte Santa Giulia con risultati negativi: colpiti dai partigiani erano rimasti sul terreno un ufficiale e quattro soldati. Nel corso della giornata del marzo era stata quindi bloccata un’area di cinque chilometri intorno a Monte Santa Giulia. L’accerchiamento era stato attuato congiuntamente dalla Feldgendarmerie, dalla GNR e da reparti appartenenti all’esercito fascista. Cfr. Rapporto del capitano Kurt Christian von Loeben sull’azione del reparto contro le bande del .., cit.; Diario delle operazioni di rastrellamento contro i ribelli – zona montana di Modena – periodo dall’ al marzo u.s., aprile , f.to Il Console Comandante della Legione Luigi Venturelli, Procedimento penale a carico di Luigi Venturelli, in Archivio di Stato di Modena (d’ora in poi ASMO), fondo Tribunale di Modena – Processi Corte d’Assise Sezione Speciale , b. , f. . La sera del marzo presso Savoniero sarebbe stata tenuta, dunque, una riunione operativa alla presenza sia degli ufficiali tedeschi, che dei comandanti dei reparti della RSI – fra i presenti, i colonnelli Rossi e Venturelli e il capitano Mori. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. ss. . I rapporti delle autorità fasciste relativi alla presenza partigiana e agli scontri avvenuti nella zona di Monchio e Montefiorino (in particolare durante il mese di marzo) appaiono in tal senso inequivocabili e nella stessa relazione del capitano von Loeben sull’azione attuata il marzo si fa esplicito riferimento ad un gruppo di banditi localizzato a circa quaranta chilometri a sud-ovest di Modena (località principale Santa Giulia), la cui consistenza è valutata di duecento uomini. Cfr. Relazione settimanale della Legione Territoriale dei carabinieri di Bologna Gruppo Modena alla Prefettura di Modena, Modena dicembre , f.to Maggiore comandante Ugo Magliulo, in ASMO, fondo Gabinetto di Prefettura (d’ora in avanti GP), b. , cat. .., Situazione della Provincia – relazioni settimanali e mensili (novembre -aprile ), f. novembre ; Relazione sulla situazione comunale - Condizioni dello spirito pubblico del comune di Montefiorino al Capo della Provincia, Montefiorino gennaio , f.to il Podestà, ivi, f. gennaio ; Relazione sulla situazione comunale - Condizioni dello spirito pubblico del comune di
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Montefiorino al Capo della Provincia, Montefiorino febbraio , f.to Il Commissario Prefettizio Bocchi, ivi, f. Relazione dei podestà; Informativa relativa a Montefiorino - Situazione locale al Commissario Federazione Fascista Repubblicana, al Questore, al Direttore ufficio prov.le collocamento, Modena marzo , f.to Il Capo della Provincia Pier Luigi Pansera, ibid.; Relazione mensile della Questura di Modena, febbraio , ivi, f. febbraio ; Notiziari giornalieri della GNR, in AISMO, fondo , cc. Guardia Nazionale Repubblicana, b. , f. (° marzo- marzo ); Rapporto del capitano Kurt Christian von Loeben sull’azione del reparto contro le bande del .., cit. . Uno Jagdkommando composto da soldati della Luftwaffe di stanza a Bologna ( compagnie contraeree da mm), localizzato a parire dal marzo presso Savoniero e comandato dal maggiore Strauss. Cfr. Informativa da Modena sull’azione antibande compiuta da reparti della GNR, dell’esercito e dell’aviazione tedesca il marzo , notiziario GNR del marzo , p. , in AISMO, fondo , b. , Serie , notiziari quotidiani II, f. ( marzo - marzo ); Diario delle operazioni di rastrellamento contro i ribelli – zona montana di Modena – periodo dall’ al marzo u.s., aprile , f.to Il Console Comandante della Legione Luigi Venturelli, cit., p. . . In totale, fra appartenenti alla Divisione Hermann Göring, militari della Wehrmacht e soldati della Feldgendarmerie, militi dei reparti della GNR di Modena e reclute dell’esercito repubblicano del presidio fascista di Palagano, i combattenti nazifascisti impegnati nell’azione antibande del marzo si stima fossero all’incirca quattrocento, come riportato nel rapporto del capitano von Loeben. Sovrastimate appaiono, dunque, le valutazioni fornite dai testimoni diretti della strage. Cfr. Fantozzi, Monchio marzo , cit., pp. ss. . Mentre una sezione di artiglieria da mm e un plotone del Genio della Vª Compagnia del reparto esplorante paracadutisti corazzato Hermann Göring si posizionano a Savoniero. Cfr. Rapporto del capitano Kurt Christian von Loeben sull’azione del reparto contro le bande del .., cit. . Il passaggio per Modena delle diverse formazioni tedesche dirette nella zona di Monte Santa Giulia attraverso la via Giardini e la strada provinciale delle Radici, che da Sassuolo conduce a Montefiorino, fra cui un reparto d’artiglieria e le truppe appartenenti al reparto esplorante provenienti da Bologna, è descritto in A. Pedrazzi, Cronaca dell’occupazione nazi-fascista di Modena dal settembre al aprile , dattiloscritto conservato in AISMO, vol. II, marzo , p. . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -, . . Rapporto del capitano Kurt Christian von Loeben sull’azione del reparto contro le bande del .., cit. . Don L. Braglia, Breve racconto di una grande strage, pp. -, in AISMO, fondo , Memorie e Testimonianze, b. , f. , L. Braglia. Don Luigi Braglia, parroco di Monchio scampato all’eccidio del marzo , aveva redatto all’epoca dei fatti un registro di cronistoria sui più importanti avvenimenti del periodo che, seppur distrutto durante l’azione insieme all’archivio parrocchiale, in seguito fu da lui stesso ricostruito e completato da un diario della strage. Gli originali dei suoi scritti sono conservati presso la parrocchia di Monchio, una copia degli stessi è invece depositata presso l’Istituto storico di Modena. Stralci delle sue memorie sono editi: cfr. L. Braglia, La strage di Monchio, in “Rassegna annuale dell’Istituto storico della Resistenza in Modena e provincia”, n. , , pp. -; don G. Pistoni, La
. LA POPOLAZIONE DISARMATA: L’INCONTRO CON LA GUERRA Pieve dei Monti. Monchio nel Frignano. Con le memorie sull’eccidio scritte dall’arciprete don Luigi Braglia, a cura di G. Fantozzi, Grafiche Dehoniane, Bologna , pp. -. . Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . È presente nell’azione una compagnia dell’esercito repubblicano del º Comando provinciale di Modena (drappello istruzione guardie) – comandata prima dal sottotenente Antonio Izzo, quindi dal sottotenente Mario Corradini – che dall’ marzo si è stabilita presso Palagano, costituendo il presidio locale. Cfr. Fascicolo relativo al Procedimento penale a carico di Mario Corradini, in ASMO, fondo Tribunale di Modena – Processi Corte d’Assise Sezione Speciale , b. , f. ; Informativa da Modena sulle operazioni contro i ribelli compiute il marzo da reparti della GNR e dell’esercito, notiziario GNR del marzo , cit., pp. -; Informativa da Modena sulle azioni di rastrellamento compiute l’ marzo (a Palagano) e l’attacco alle autocorriere del marzo , notiziario GNR del marzo , cit., pp. -. . Si tratta dei reparti del I Battaglione Ordine Pubblico della ª Legione GNR di Modena al comando del capitano Arturo Mori e già presenti durante il rastrellamento effettuato a Palagano l’ e il marzo , cfr. Verbale di sommaria istruttoria di don Luigi Braglia, maggio , in ASMO, fondo Tribunale di Modena – Processi Corte d’Assise Sezione Speciale , b. , f. ; Informativa da Modena sulle operazioni contro i ribelli compiute il marzo da reparti della GNR e dell’esercito, notiziario GNR del marzo , cit., pp. -. Rinforzati dai militi della GNR al comando del sergente Averardo Levoni, che costituiscono il distaccamento di Montefiorino a partire dal dicembre , composto (alla data del marzo ) da sottoufficiali e militi, cfr. Rapporto riservato segreto su Attività dei ribelli - Misure preventive, Comando ª Legione GNR di Modena, marzo , f.to Il Console Comandante della Legione Luigi Venturelli, Procedimento penale a carico di Luigi Venturelli, cit. Ai quali si aggiunge a partire dal marzo un’ulteriore compagnia della Guardia giovanile legionaria (GGL) proveniente da Modena, cfr. ibid. . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. , . . Testimonianza di Alfonso Reggi, cfr. ivi, p. . . Fra gli uomini abili fermati a Susano ed utilizzati quali portatori di munizioni, vi è anche il maestro Camillo Baldelli, cfr. ibid. . Cfr. P. Alberghi, L’eccidio di Monchio, Costrignano e Susano e la Resistenza nella Valle del Dragone (settembre -giugno ), Comitato provinciale per le celebrazioni del º della Resistenza, Modena , pp. -. . Proprio dai boschi che circondano Vallimperchio erano saliti i partigiani (appartenenti probabilmente alla formazione di Minghin/Domenico Telleri) che, nel pomeriggio del marzo , avevano ingaggiato – aprendo il fuoco dalla borgata Fontana – un acceso combattimento con le forze appartenenti alla Wehrmacht intente a rastrellare la zona. I militari tedeschi avevano cercato di sottrarsi al fuoco dirigendosi verso la strada sottostante, ma all’altezza di Casa Pasquale erano stati nuovamente fronteggiati da un altro gruppo di partigiani provenienti da Costrignano. I tedeschi si erano quindi ritirati verso Savoniero, ma raggiunti da commilitoni e forze fasciste erano tornati al contrattacco. Nella fitta sparatoria che ne era conseguita, era rimasto ucciso un ufficiale e feriti tre soldati germanici. All’imbrunire i partigiani erano riusciti a sganciarsi in direzione delle al-
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ture che sovrastano Susano, abbandonando parte del loro armamento lungo la strada e nei boschi circostanti. Cfr. Fonogramma del comando ª Legione GNR di Modena al comando generale servizio politico, marzo , in ISTORECO, b. C, Carteggio fascista -: azioni antipartigiane, f. , marzo ; e le descrizioni dello scontro riportate in Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -; Fantozzi, Monchio, marzo , cit., pp. -. . Testimonianza di Emilia Gualmini, in Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Gli uccisi a Vallimperchio appartengono tutti al medesimo nucleo famigliare: sono Celso Gualmini ( anni), la moglie Clarice Aschieri ( anni), il fratello Massimiliano Aschieri ( anni), il figlio Raffaele Gualmini ( anni), i nipoti Celso, Viterbo e Lavinia Gualmini (, e anni) e la loro madre Maria Baschieri ( anni) in attesa del quarto figlio. Cfr. ivi, p. . . Come per la memoria di altre molteplici stragi – compiute dalle forze armate germaniche sull’Appennino tosco-emiliano durante il ai danni della popolazione civile – anche per la strage di Monchio, Susano e Costrignano appaiono emblematici nel ricordo delle comunità superstiti gli episodi in cui la violenza è consapevolmente rivolta contro bambini o donne incinte. Vittime inermi e innocenti per definizione, la cui personale sorte è spesso invocata dai sopravvissuti – quasi con sacralità – quale simbolo, estrema prova a testimonianza dell’incommensurabilità dell’orrore subito. Sono riscontrabili episodi analoghi ed un’articolazione simile della memoria pubblica intorno ad essi nei casi di Vinca, Monte Sole-Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema. Per quest’ultima si veda T. Rovatti, Archetipi dell’orrore: madri e figli, in Ead., Sant’Anna di Stazzema. Storia e memoria della strage, cit., pp. -. . Ai morti della famiglia Gualmini uccisi presso Vallimperchio si aggiunge, infatti, anche il figlio di Celso e padre di Emilia, Aurelio Gualmini ( anni), assassinato la mattina del marzo nei pressi della sua abitazione presso la borgata Valle. . Se per l’eccidio di Vallimperchio si è tentato di dare una spiegazione all’eccezionale violenza espressa dai soldati in questo luogo ricollegandola agli scontri avvenuti con i partigiani nelle vicinanze il giorno precedente, per l’eccidio alla Buca l’unico elemento specifico individuato dalle testimonianze dei superstiti, in grado di offrire un senso all’indiscriminato comportamento dei militari, è il possesso da parte di Filippo Gherardo di un moschetto. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Nella strage del marzo sono solo due i bambini di circa quell’età coinvolti nel massacro, Lavinia Gualmini e l’orfano Carlo, i loro corpi però furono rinvenuti non carbonizzati, in quanto uccisi insieme ai famigliari rispettivamente a Vallimperchio e alla Buca, in luoghi che non furono dati alle fiamme. Cfr. ibid. . Cfr. Per il XX Anniversario dell’eccidio di Monchio. Commemorazione alla Camera dei deputati nella seduta del marzo , riportato in appendice a Alberghi, L’eccidio di Monchio, Costrignano e Susano, cit., pp. -. . Ivi, p. . . Mentre l’insieme delle borgate che compongono la frazione di Susano erano abitate nel da circa duecentocinquanta persone, sono più o meno un migliaio gli abitanti residenti all’epoca della strage nella frazione di Costrignano. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . La borgata di Frassineti era in precedenza già stata individuata dalle forze
. LA POPOLAZIONE DISARMATA: L’INCONTRO CON LA GUERRA nazifasciste quale luogo frequentato dai partigiani e, per questo, data alle fiamme nel corso di un rastrellamento condotto da un reparto misto composto da legionari, carabinieri e SS italiane nel gennaio ; durante il quale erano stati fermati favoreggiatori tra i quali il parroco di Costrignano. Cfr. Informativa da Bologna sul rastrellamento compiuto nella zona di Montefiorino il gennaio , notiziario GNR del gennaio , p. , in AISMO, fondo , cc. Guardia Nazionale Repubblicana, b. , Serie , notiziari quotidiani I, f. (° gennaio - gennaio ). . Sono infatti uccisi in località Frassineti nel secondo passaggio di reparti armati avvenuto nel pomeriggio del marzo : Ersilio Barbati ( anni), Luigi Pasquino Barbati ( anni), Pellegrino Beneventi ( anni), Giacomo Beneventi ( anni) e Giuseppe Pancani ( anni). Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Testimonianza di Ivo Barbati, cfr. ivi, p. . . Sulla figura del maestro Giovanni Battista Ceccherelli, cfr. W. Cozzi, A ricordo di G. B. Ceccherelli. Rievocazione della strage di Susano, Costrignano, Monchio del --, Modena, marzo , in AISMO, b. , fondo , Memorie e testimonianze, f. , W. Cozzi. . Fra i portatori sospinti in direzione di Monchio vi sono anche Enrico Saveri, Lodovico Sassatelli e Luigi Casinieri, tutti sedicenni e tutti prelevati a Cà di Giano. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Rispetto al contegno assunto nella frazione precedente, a Costrignano – come anche nei luoghi successivi – i militari appaiono adottare una maggiore brutalità nei confronti dei vecchi. Gli uomini anziani in questa località non sono più infatti inclusi, insieme a donne e bambini, fra coloro che sono sottratti al massacro poiché ritenuti elementi inermi, ma sono condannati alla morte in quanto uomini, e uccisi subito in quanto inadatti ad essere utilizzati quali portatori. La logica di comportamento assunta appare dunque molto diversa, tanto da avvalorare l’ipotesi che venissero adottate linee di condotta distinte in base ai reparti operanti impiegati. . In canonica, oltre al parroco del paese don Alessio Guidetti e alla sua domestica, si salvano anche i maestri Walter Cozzi e Decade Ferrari. Mentre non lontano viene completamente massacrata la famiglia di Silvio Lami, campanaro della parrocchia di Costrignano. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. ; W. Cozzi, Il marzo , in AA.VV., Costrignano nella valle del Dragone, Edizioni Gidue Grafiche, Formigine . . Muoiono fucilati in località Cooperativa Dovindo Casacci, Battista Casini, Florigi Casolari e il maestro Camillo Baldelli – tutti prelevati a Susano; Giuseppe Beneventi, Tolmino Compagni e il maestro Giovanni Battista Ceccherelli – prelevati, invece, a Costrignano. Solo Elio Baschieri e Lodovico Mattioli – giovani ed esperti dei luoghi – riescono ad eclissarsi fra i boschi imboccando incolumi la mulattiera che conduce a Vedriano. Giuseppe Baschieri tenta invece di fuggire lungo la strada che conduce a Monchio; colpito al volto, ha la fortuna seppur orribilmente sfigurato di essere ritenuto morto dai suoi stessi assalitori. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -; W. Cozzi, Ricordo di Camillo Baldelli e di G. Battista Ceccherelli, in “Rassegna annuale dell’Istituto storico della Resistenza in Modena e provincia”, n. , . . Don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., pp. -.
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. Durante il rastrellamento compiuto il marzo sono prelevati e condotti prima a Palagano, quindi a Montefiorino, poi a Modena ed infine rinchiusi a Fossoli – da dove saranno liberati solo in aprile – uomini di Lama di Monchio, che in tal modo sfuggono alla strage. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Sul rastrellamento condotto dai soldati nazifascisti il marzo a Lama di Monchio e sul successivo scontro con i partigiani assestati su Monte Santa Giulia, cfr. Informativa da Modena sull’azione antibande compiuta da reparti della GNR, dell’esercito e dell’aviazione tedesca il marzo , notiziario GNR del marzo , p. , in AISMO, fondo , b. , Serie , notiziari quotidiani II, f. ( marzo - marzo ); Fonogramma del comando ª Legione GNR di Modena al comando generale servizio politico, marzo , cit.; e le descrizioni dello scontro riportate in Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. - e Fantozzi, Monchio, marzo , cit., pp. -. . Nella ricostruzione relativa all’episodio di Lama di Monchio compiuta da Pietro Alberghi in base alle testimonianze raccolte, il riferimento alla presenza di italiani attivamente impiegati nell’azione risulta infatti – a differenza dei due casi precedenti dove l’intervento fascista appariva delinearsi come marginale, episodico e individuale – esplicito, puntuale e sistematico. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . In più di una circostanza in questa borgata – al contrario di ciò che accade a Costrignano – gli uomini adulti o anziani sono risparmiati e lasciati liberi di allontanarsi. Vengono invece uccisi all’interno dell’abitato di Lama di Monchio: Alberto Caselli ( anni), Germiniano ed Ernesto Carani ( e anni), Viterbo Ricchi ( anni) e Mauro Rioli ( anni). Cfr. ivi, pp. -. . I ragazzi di Lama di Monchio appartenenti alla formazione di Minghin probabilmente avevano preso parte al combattimento contro i tedeschi avvenuto il marzo fra Susano e Savoniero. Cfr. Testimonianza della sorella di Mauro Rioli, ivi, p. . . Don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., p. . . Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . In esso si segnala ai commilitoni che il luogo e la famiglia devono essere rispettate perché il padrone di casa ha vissuto e prestato lavoro in Germania. Cfr. ivi, pp. -; don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., p. . . La maggiore o minore crudeltà applicata nell’azione dalle diverse pattuglie nelle borgate disseminate fra Lama di Monchio e Monchio appare – tranne che nel caso delle Salde – difficilmente rinviabile a ragioni inerenti alle specificità delle diverse località; piuttosto, sembra sia la particolare inclinazione verso la violenza di ogni gruppo di soldati impiegato nell’azione a determinare il tipo di comportamento adottato nei diversi luoghi. . L’adesione al fascismo repubblicano di Remo Ferrari, ma anche di Adelmo Barozzi e Paolo Pancani – tutti rimasti uccisi durante la strage – è confermata da un elargizione di lire . concessa dal Duce specificamente alle loro famiglie il maggio , in quanto «fiduciari immessi nelle bande ribelli dalla Federazione dei fasci repubblicani di Modena ed erroneamente passati per le armi dalle forze germaniche incaricate del rastrellamento». Cfr. Lettera al Capo della Provincia di Modena, maggio , f.ta Il segretario particolare del Duce, in ASMO, GP, b. , cat. .., f. , Elargizione del Duce a favore delle famiglie di Montefiorino.
. LA POPOLAZIONE DISARMATA: L’INCONTRO CON LA GUERRA . Cfr. don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., p. . . Cfr. ibid. . Le Salde è un casolare isolato posto a valle della strada per Monchio a poche centinaia di metri dall’abitato di Lama di Monchio. È probabile che i soldati tedeschi qui intervenuti abbiano agito con particolare crudeltà, proprio perché la casa colonica è posizionata molto vicino al tratto di strada su cui il marzo i partigiani – appostati in località Bellaria – avevano fermato, sparando ed uccidendo un ufficiale e quattro soldati, un reparto della Wehrmacht intento a compiere un’azione di rastrellamento. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -; don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., p. . . Sono cinque gli uomini ammazzati in queste circostanze: Attilio Ori ( anni), Giuseppe Giusti ( anni), Giuseppe Martelli ( anni), Domenico Ori ( anni) ed Ernesto Ori ( anni) – gli ultimi due domiciliati a Volta San Martino. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit. p. ; don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., p. . . Come in altri luoghi, in questa località la presenza e l’attività nell’azione dei collaborazionisti fascisti appaiono circoscritta a funzioni di supporto. Ad essi in particolare risulta affidata l’opera di devastazione e razzia indiscriminata di ogni bene materiale compiuta all’interno delle case, eseguita con tale solerzia dai militi appartenenti a reparti della GNR e dell’esercito repubblicano provenienti da Modena da apparire guidata anche da propositi di vendetta a carattere personale, che è stato supposto possano essere collegati al fallimento di precedenti operazioni in loco avvenute nei mesi precedenti la strage o addirittura ai contatti intercorsi subito dopo l’ settembre fra gli allievi dell’Accademia militare di Modena acquartierati nella zona – i cui reparti si sciolgono subito dopo l’armistizio abbandonando tutto il materiale militare e l’equipaggiamento in loco per evitare la cattura da parte degli ex alleati tedeschi – e la popolazione residente. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit. pp. -; don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., pp. -. . Testimonianza di Amedeo Rioli, in Alberghi, Attila sull’Appennino, cit. p. . . Don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., p. . . A differenza di ciò che avviene a Costrignano, a Monchio anche la chiesa viene colpita dalla furia dei militari, che ne devastano l’interno e, a più riprese, la rastrellano nel tentativo di trovare il parroco don Luigi Braglia, probabilmente indicato dagli esponenti del fascismo locale quale attivo collaboratore dei partigiani. Cfr. ivi, pp. -, . . Nella borgata Castello e nelle case limitrofe alla chiesa sono infatti subito uccisi: Dante Venturelli ( anni), Renato Guglielmini ( anni) e Giuseppe Guglielmini ( anni). Mentre Gino Massari ( anni), Ernesto Pancani ( anni), i fratelli Luigi ( anni) e Aurelio Guglielmini ( anni), Gioacchino Venturelli ( anni) e il figlio Florindo ( anni) sono trascinati nel centro del paese e uccisi in un secondo momento nella piazzetta antistante il vecchio cimitero. Cfr. don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., pp. -; Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Fra gli uccisi a Castello si contano: Ines Silvestri, moglie di Dante Venurelli, che non si era rassegnata e aveva fino all’ultimo implorato i massacratori di risparmiare il marito e Pia Sajelli, uccisa insieme al figlio Renato Guglielmini. Cfr. ibid.
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. Muoiono, infatti, a Castagnola sulla soglia delle loro abitazioni: Agostino Silvestri ( anni), Amilcare Magnani ( anni), Ermeligio Albicini ( anni), suo cognato Michele Pistoni ( anni) con il figlio Gino Pistoni ( anni). Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Testimonianza di Giuseppe Magnani, ivi, p. . . Ivo Marchi ( anni) – milite dell’esercito repubblicano in licenza per malattia – viene condotto fino alla Maestà di Montalago, piccola cappellina posta lungo la mulattiera che conduce alle Macchie, dove nonostante le sue dichiarazioni di innocenza è fatto inginocchiare e quindi fucilato. Cfr. ivi, p. ; don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., p. . . Secondo il rapporto del capitano von Loeben si tratta degli appartenenti alla IIª Compagnia del reparto esplorante della Divisione Hermann Göring, i quali dimostrano durante l’azione del marzo una maggiore energia repressiva rispetto agli appartenenti alla IVª Compagnia, a cui è affidato invece il rastrellamento degli abitati posti nel versante sud di Monte Santa Giulia. Cfr. Rapporto del capitano Kurt Christian von Loeben sull’azione del reparto contro le bande del .., cit. . Testimonianza di Leo Compagni, in Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Ibid. . Nel gruppo degli uomini prelevati a Cà Ghedino e Cà Bertoni sono compresi: Ernesto Compagni ( anni), Adelmo Barozzi ( anni) con il padre Augusto Barozzi ( anni) e il fratello Mario Barozzi ( anni), Giuseppe Abbati ( anni) con il figlio Milziade Abbati ( anni), Alvino Martelli ( anni), Nemesio Debbia ( anni), i suoi figli Valerio Debbia ( anni) e Franco Debbia ( anni) e il cugino Enrico Debbia ( anni). Insieme a loro per il primo tratto di strada sono indirizzati verso il centro di Monchio anche un ragazzino, Leo Compagni ( anni) e una donna con un bambino di anni in braccio, Clara Pugnaghi, a cui i soldati durante il tragitto permettono di allontanarsi indisturbati per un sentiero secondario. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Cfr. don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., p. . . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. ; don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., p. . . Nella fucilazione del primo gruppo di prigionieri, restano uccisi sia Valerio che Franco Debbia, entrambi figli dell’unico sopravvissuto al massacro in questo luogo. . Testimonianza di Nemesio Debbia, Il racconto dello scampato, in don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., pp. -. . Ambrogio Braglia e Adele Cornetti – coniugi cinquantenni – abitanti in questa frazione muoiono per le conseguenze dei bombardamenti che colpiscono la loro abitazione. I loro corpi rimasti intrappolati nell’edificio – per quanto lei solo ferita – sono poi inghiottiti dalle fiamme appiccate in un secondo tempo alla casa dai militari e saranno dunque ritrovati carbonizzati. Come quelli di Attilio ( anni) ed Eleuterio Giberti ( anni), uccisi dai soldati mentre tentavano di fuggire dalla loro abitazione. Cfr. ivi, pp. -. . Nel suo racconto sulla strage relativo a quest’episodio, don Luigi Braglia sembra distinguere due diversi gruppi di militari giunti a Cà di Ponzi: il primo compie la razzia nelle case della borgata e costringe gli uomini catturati a fare da
. LA POPOLAZIONE DISARMATA: L’INCONTRO CON LA GUERRA portatori per trasportare il bottino raccolto; il secondo, giunto a bordo di automezzi, compie invece la strage e dà fuoco all’abitato. Cfr. ivi, p. . . Si tratta di Attilio Giberti, Eleuterio Giberti, Luigi Cornetti ( anni), Antonio Rioli ( anni), Pellegrino Rioli ( anni). Un figlio di quest’ultimo, Gino, che militava nelle file partigiane, si salva invece, insieme a Cesario Palandri (Balìn), nell’unico fienile risparmiato dalle fiamme. Nella borgata vengono, infatti, distrutti dal fuoco abitazioni e fienili. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit. pp. -. . Questa località, piuttosto discosta dall’abitato di Monchio e raggiungibile solo attraverso un’impervia mulattiera, sembra rappresentare per i soldati che la raggiungono una meta pianificata e privilegiata. Le motivazioni che rendono la borgata e i suoi abitanti un obiettivo preciso – come Bellaria, Le Salde o Vallimperchio –, riservando a questo luogo un’attenzione particolare dei militari, sia tedeschi che italiani, sembrano collegabili all’identificazione del luogo come una delle prime sedi di ritrovo dei partigiani locali. Cfr. Come nasce la Resistenza nella valle del Dragone e a Monchio, dattiloscritto, s.d., in AISMO, fondo , cc. Formazione Monchio, Divisione Modena Montagna, b. . . Testimonianza di Evelino Abbati, in Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . I sette uomini prelevati a San Vitale nel pomeriggio sono: Tommaso Abbati ( anni) con il cugino Remo Abbati ( anni) e il padre Raffaele Abbati ( anni), Egidio Ferrari ( anni), i fratelli Callisto Abbati ( anni) e Cristoforo Abbati ( anni) e Geminiano Tincani ( anni). Cfr. ivi, pp. -. . Testimonianza di Nemesio Debbia, Il racconto dello scampato, in don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., p. . . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Le vittime della strage del marzo – compresi coloro che muoiono nei giorni successivi in conseguenza delle ferite e dei traumi riportati e Adelmo Sassatelli, rastrellato il marzo a Savoniero e fucilato il da elementi fascisti presso la Rocca di Montefiorino – sono complessivamente : residenti a Susano, a Costrignano e a Monchio. Un conteggio ufficiale diffuso dal Comune di Palagano in occasione del XX anniversario forniva, invece, il dato di vittime totali, inserendo erroneamente i nominativi di alcuni abitanti della zona morti per cause belliche in un periodo precedente. Cfr. ivi, p. . Giovanni Fantozzi nella sua ricostruzione della strage di Monchio aggiunge alle vittime ufficiali anche Ermelinda Zambonini, colpita da un soldato tedesco presso Vitriola il marzo e morta in seguito alle ferite riportate presso l’ospedale di Sassuolo. Cfr. Fantozzi, Monchio, marzo , cit., pp. -. . Per quanto riguarda lo scenario che si prefigura dopo la strage nel paese di Susano, cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . Per una descrizione della situazione nell’abitato di Monchio, cfr. don Braglia, Breve racconto su di una grande strage, cit., pp. -. . Testimonianza di Walter Cozzi, in Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Nelle più importanti stragi nazifasciste compiute a danno dei civili durante l’estate del , la modalità d’azione si ripete, infatti, con grande costanza, divenendo quasi un rituale. In quasi tutti gli episodi le vittime sono prima radunate in un locale, quindi fucilate indistintamente per mezzo di mitragliatrici posizionate sulla porta d’accesso e simultaneamente dilaniate lanciando bombe a mano attraverso le finestre, poi i militari entrano a controllare e sferrano eventuali colpi di
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grazia ai feriti; infine viene incendiata l’abitazione, così che i corpi dei morti e dei vivi brucino insieme nel rogo. Questo è il modus operandi adoperato, ad esempio, a Sant’Anna di Stazzema, a Vinca e in alcuni degli episodi che compongono la strage di Monte Sole-Marzabotto. Si veda ad esempio: Rovatti, Sant’Anna di Stazzema, cit., pp. -. . Al di là delle testimonianze dei superstiti relative alla strage, è la stessa documentazione interna redatta dalle autorità nazifasciste competenti nella zona ad attribuire la responsabilità dell’azione (inserita in una più ampia operazione di rastrellamento attuata nella zona di Montefeltro, Fragheto, Montegiusto, Tavolicci) ad un reparto misto, composto per la maggior parte da italiani: il IV Battaglione volontari di polizia Italia, in alcuni casi erroneamente individuato come reparto di SS italiane. Cfr. Copia della lettera inviata dalla Prefettura di Forlì al Ministero dell’Interno, Maderno agosto , in ACS, MI, DGPS, DAGR, SCPS, RSI, b. , Appunti per il Duce /-, f. agosto; BAMA, RH -, vol. ; RH , vol. ; LB ...; Rapporto della Militärkommandantur di Ferrara (avente giurisdizione sulle province di Ferrara, Forlì e Ravenna), - agosto , in Archivio Parri, fondo Collotti, b. , Raccolta Militärkommandantur, f. MK , Ferrara. Per un approfondimento sulla documentazione tedesca relativa al caso di Tavolicci, si veda Gentile, Note sui perpetratori delle stragi di Fragheto e Tavolicci, cit., pp. -. . Il caso di Tavolicci può, infatti, essere preso a modello per il rigore, l’efficienza e la precisione dell’azione di sistematico sterminio messa in atto in questo luogo: coinvolge quasi l’intera popolazione del paese ( vittime su residenti) e si svolge nell’arco di poche ore su di un territorio rigorosamente delimitato. . Appunto per il Duce sulla provincia di Pesaro del Ministero degli Interni, Maderno agosto , in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio Riservato, RSI, b. , f. ; cfr. ivi, b. , f. . . Cfr. Lettera di Mussolini a Rudolf Rahn ambasciatore del Reich presso la RSI, agosto , in G. Buffarini Guidi, La vera verità. I documenti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi dal al , SugarCo, Milano , pp. -. . Cfr. Gagliani, Brigate Nere, cit., pp. ss. . Cfr. Lettera al Capo della Provincia di Modena, maggio , f.ta Il segretario particolare del Duce, in ASMO, GP, b. , f. , Elargizione del Duce a favore delle famiglie di Montefiorino. . L’appunto per il Duce dell’ agosto relativo alla provincia di Pesaro fa, infatti, riferimento allo sterminio della «famiglia del milite Gabrielli Leopoldo, composta di persone e residente a Tavolicci», avvenuta all’interno di un’azione di rappresaglia condotta dalle autorità germaniche. Cfr. Appunto per il Duce sulla provincia di Pesaro del Ministero degli Interni, Maderno agosto , cit. . Il IV Polizei-Freiwilligen-Bataillon-Italien era un’unità di polizia con personale misto italo-tedesco impegnata nella sorveglianza dei cantieri della linea gotica tra la seconda metà di giugno e i primi giorni di agosto , alle dipendenze dei comandanti delle SS e di polizia responsabili a livello regionale, Bürger e Hildebrand. Cfr. Gentile, Note sui perpetratori delle stragi di Fragheto e Tavolicci, cit., p. . Sulla natura e la genesi di questo particolare reparto, mi riservo di ritornare nei capitoli successivi. . Come, peraltro, esplicitamente rivendicato nella descrizione dell’episodio fornita dal notiziario giornaliero della GNR del agosto . Il documento attri-
. LA POPOLAZIONE DISARMATA: L’INCONTRO CON LA GUERRA buisce, infatti, la strage a militi della GNR provenienti da Sant’Agata Feltria (Pesaro) e ad elementi della polizia germanica. Cfr. Informativa da Forlì sul rastrellamento per rappresaglia compiuto in località Monte Giusto-Tavolicci il [] luglio , notiziario GNR del agosto , in AISMO, fondo , b. , Serie , notiziari quotidiani VII, f. ( agosto - settembre ), p. . . I reparti operanti a Tavolicci sono accompagnati, infatti, sul luogo da Quinto Manzi di Rivolpaio, catturato e costretto – a suo dire – ad indicare la strada ai militari nel tardo pomeriggio del luglio . Manzi è successivamente liberato e gli viene intimato di tornare a casa, dove si preoccupa di salvare i propri beni, ma non di avvisare la popolazione locale del pericolo imminente. Cfr. Verbale di Istruzione sommaria di Giovanni Manzi, detto Quinto, Novafeltria maggio , Processo agli appartenenti al IV Battaglione volontari di polizia Italia, Corte d’Assise Straordinaria di Forlì (d’ora in poi CASF), Procedimento penale contro Antonio Pagliarini II, f. , in Archivio di Stato di Roma, sede succursale (d’ora in poi ASR), Corte d’appello penale (d’ora in poi CAP), Corte d’Assise, b. . L’intero fascicolo processuale, comprensivo delle indagini relative ai molteplici procedimenti istruiti e dibattuti in aula nelle diverse sedi di giudizio a carico dei diversi imputati e durante i diversi gradi di giudizio – riscoperto in anni recenti dal ricercatore Marco Renzi – è consultabile in copia informatica anche presso l’Archivio dell’Istituto studi e ricerche sulla civiltà appenninica di Sestino (AR). . Cfr. Testimonianza di don Vicinio Caminati, parroco di Monteriolo, frazione comparrocchiale di Tavolicci – raccolta insieme ad altre ventisei intorno alla metà degli anni Settanta per iniziativa della Provincia di Forlì –, in Archivio dell’Istituto di storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena (d’ora in poi AISFO), fondo Tavolicci, b. trascrizioni interviste; testimonianza di Albano Rebeschini, appuntato dei carabinieri in luglio sbandato nella zona di Tavolicci e nel dicembre in servizio presso la Caserma di Sarsina, dove fu incaricato di condurre una prima indagine sulla strage, ibid.; Verbale di Istruzione sommaria di Albano Rebeschini e allegato documento, Bagno di Romagna aprile , Processo IV Battaglione Italia, CASF, Procedimento penale contro Antonio Pagliarini II, ff. , e , cit. . Il notiziario della GNR del agosto – seppur stranamente redatto a distanza di parecchi giorni dagli eventi – presenta, infatti, l’eccidio quale azione di rappresaglia contro gli abitanti di un paese responsabile durante l’inverno di favoreggiamento con alcuni banditi ritenuti colpevoli dell’uccisione di elementi appartenenti alla stessa GNR. Cfr. Informativa da Forlì sul rastrellamento per rappresaglia compiuto in località Monte Giusto-Tavolicci il [] luglio , notiziario GNR del agosto , cit. . Sulla questione della presenza partigiana nella zona, qui solo accennata, mi riservo di tornare diffusamente nel prossimo capitolo. . Non tutte le testimonianze sono concordi nel definire la data di questa prima perlustrazione del paese, compiuta da soldati italo-tedeschi subito prima dell’eccidio. La maggior parte dei testimoni fa comunque risalire l’episodio a due giorni prima: il luglio . Cfr. Testimonianza di Maria Gabrielli, in AISFO, fondo Tavolicci, b. trascrizioni interviste; Testimonianza di Cecilia Alessandrini e Giuseppe Botti, rilasciata insieme ad altre sei nel a Roberto Branchetti ed edita in E. Bonali, R. Branchetti, V. Flamigni, S. Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi. Una comunità pietrificata dalla guerra, Il Ponte Vecchio, Forlì-Cesena , pp. -.
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. La pattuglia composta da sette militi arrivata a Tavolicci nel pomeriggio del luglio proveniva dal versante di Pennabilli e ripartì verso Sant’Agata Feltria il mattino seguente facendosi accompagnare da un abitante del paese (Luigi Santini) sino al Poggio di Scavolo. Cfr. Processo verbale di interrogatorio di Maria Gabrielli, Verghereto agosto , Processo IV Battaglione Italia, CASF, Procedimento penale contro Antonio Pagliarini II, f. , cit. . Riguardo alla consistenza del reparto operante a Tavolacci-Campo del Fabbro la mattina del luglio , non siamo in possesso di un dato concorde: la maggior parte dei testimoni fa riferimento a circa / militi coinvolti nell’azione, fonti documentarie di origine partigiana si orientano, invece, su di una cifra superiore, riferendo di circa soldati intervenuti nell’azione, cfr. ibid.; Inchiesta sull’eccidio di Tavolicci, condotta probabilmente dal partigiano Giorgio Dragoni per conto del distaccamento di Giuseppe Poggiali (Pippo), inquadrato nell’ª brigata Romagna, s.d. (presumibilmente a ridosso dei fatti), in AISFO, Archivio dell’ª brigata Romagna, b. /, Memorie Testimonianze, f. , Relazione sull’eccidio di Tavolicci. L’ultimo studio sulla strage in ordine di tempo – condotto dal ricercatore Marco Renzi a partire da nuove testimonianze orali e dall’inedita documentazione giudiziaria da lui stesso riscoperta –, in base alla fisionomia del reparto operante, quantifica invece il numero degli aggressori fra le / unità: si veda Renzi, Tavolicci luglio , cit., p. . Cfr. Rapporto sull’eccidio di Tavolicci della Legione territoriale dei Carabinieri di Ancona, stazione di Sant’Agata Feltria al Tribunale di Pesaro, maggio , f.to Il Brigadiere Comandante Alfredo Benelli, Processo IV Battaglione Italia, CASF, f. , in ASR, CAP, Corte d’Assise, b. . . Don G. Babini, Memoriale sull’eccidio di Tavolicci, Pereto ottobre , in AISFO, fondo Tavolicci, b. documentazione accessoria, edito in “La Provincia di Forlì”, nn. -, gennaio-marzo, , pp. -. . Cfr. ibid. . Cfr. Renzi, Tavolicci luglio , cit., p. . . Secondo la testimonianza di Maria Gabrielli, la casa in cui furono in principio condotti gli uomini è la stessa utilizzata quale base dai partigiani durante i loro passaggi in paese. Cfr. ivi, pp. , . . Cfr. Copia della lettera inviata dalla Prefettura di Forlì al Ministero dell’Interno, Maderno agosto , cit.; Inchiesta sull’eccidio di Tavolicci, cit. L’edificio in cui era ubicata la casa di Domenico Baccellini, e dove si consumò nel gran parte dell’eccidio, ristrutturato negli anni Ottanta grazie all’interessamento e all’iniziativa della Provincia di Forlì, ospita oggi un centro visite e un museo dedicato alla memoria della strage. . Durante il lasso di tempo in cui donne e bambini vengono tenuti rinchiusi, i prigionieri infatti hanno la possibilità di interloquire con un milite di Ferrara, che li rassicura sulla intenzioni del reparto nei loro confronti. Il soldato introdotto nella casa quale sentinella, si rifiuta poi di eseguire l’ordine impartitogli dai superiori di aprire il fuoco sugli ostaggi. Non appare chiaro dai ricordi contrastanti dei testimoni, se abbia in seguito condiviso la sorte dei civili imprigionati o sia riuscito a fuggire dalla casa grazie alla connivenza dei commilitoni. Cfr. Renzi, Tavolicci luglio , cit., p. . . Testimonianza di Maria Gabrielli, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., p. . . Sulla figura del milite mascherato, riconosciuto da diversi testimoni co-
. LA POPOLAZIONE DISARMATA: L’INCONTRO CON LA GUERRA me il principale esecutore del mitragliamento nella casa di Tavolicci, cfr. Processo verbale di interrogatorio di Argia Matilde Leonardi, Verghereto agosto , Processo IV Battaglione Italia, CASF, Procedimento penale contro Antonio Pagliarini II, f. , cit. . Testimonianza di Domenico Gabrielli, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., p. . . Cfr. Testimonianza di Argia Matilde Leonardi, in AISFO, fondo Tavolicci, b. trascrizioni interviste. . Cfr. Testimonianza di Cecilia Alessandrini, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., pp. -. . Cfr. Testimonianza di Adriana Sartini ( anni) – che riesce, una volta che i militari si sono allontanati, ad allontanarsi incolume dalla casa in fiamme salvando la sorellina di due anni – rilasciata a Giovanni Pironi e Marco Renzi nel e riprodotta in Renzi, Tavolicci luglio , cit., pp. -. . Fra coloro che si salvano calandosi dalla finestra vi sono Cecilia Alessandrini ( anni), Gino Sartini ( anni) e Domenico Gabrielli ( anni); mentre muore colpita da una raffica di proiettili, mentre tenta di fuggire, la madre di quest’ultimo, Cesira Castronai Gabrielli ( anni) con la figlia Elisa Gabrielli ( anni). Rimane invece abbandonato da solo su di una tettoia della casa in fiamme Pietro Gabrielli ( giorni), che la madre stava tentando di trarre in salvo e che, per quanto in seguito soccorso, perirà a causa delle ferite riportate. Su quest’ultimo specifico episodio relativo alla più giovane vittima della strage, cfr. Testimonianza di Domenico Gabrielli, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., p. ; testimonianza di Gino Sartini, in AISFO, fondo Tavolicci, b. trascrizioni interviste, edita in “Provincia di Forlì notizie”, novembre , p. . . Così riesce a fuggire Maria Gabrielli ( anni) con il fratello Giovanni di anni e il piccolo Renzo Sartini di anno – che trova illeso fra i cadaveri dei compaesani. Anche Argia Matilde Leonardi, una donna adulta gravemente ferita, si salva in questo modo, fingendosi poi morta, ma è costretta a vedere prima perire nell’incendio il figlio di anni, che invoca fino all’ultimo il suo aiuto; e poi ad assistere impotente alla barbara uccisione della figlia di anni che, intercettata dai soldati mentre tenta di fuggire, è massacrata dinanzi a lei a colpi di pugnale. Su quest’episodio di crudeltà – ancora una volta ai danni di un bambino – assurto nel tempo ad immagine simbolica dell’orrore dell’intera strage, si veda la già citata testimonianza di Argia Matilde Leonardi; don Babini, Memoriale sull’eccidio di Tavolicci, cit.; Inchiesta sull’eccidio di Tavolicci, cit. . Testimonianza di Cecilia Alessandrini, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., p. . . Cfr. Testimonianza di Leopoldo Sartini, ivi, pp. -; testimonianza di Giuseppe Botti, ivi, pp. -. Fra i renitenti che dormivano per prudenza fuori dalle proprie abitazioni vi è anche Albano Perini di Cà Sem che, per quanto avvisato del pericolo incombente da Maria Gabrielli, non riuscirà a salvare la propria famiglia. Cfr. Renzi, Tavolicci luglio , cit., p. . . Testimonianza di Giacomina Zanchini, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., p. . . Testimonianza di Ezio Zanchini, ibid. La ragazza di cui si fa menzione, che corre ad avvisare gli abitanti di Campo del Fabbro, è Maria Gabrielli scappata in precedenza dalla casa del massacro.
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. Cfr. Dichiarazione di Fortunato Zanchini ai carabinieri, Sant’Agata Feltria dicembre , Procedimento penale contro ignoti, sottoposti ad indagine per il reato di distruzione in danno di privati e incendio (art. CPMG) commesso in Casteldelci [sic!], in danno di Zanghini [Zanchini] Fortunato, in Archivio Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare di La Spezia, doc. n. /. . Il principale responsabile della strage di Tavolicci e Campo del Fabbro fu individuato grazie alle indagini svolte nel dalla stazione dei carabinieri di Sant’Agata Feltria nel maresciallo tedesco Franz Müller. Cfr. Appunto per il Duce sulla provincia di Pesaro del Ministero degli Interni, Maderno agosto , cit.; Copia segnalazione della Procura militare di Pesaro al procuratore generale del Regno, Tolentino maggio , f.ta Sost. Proc. Scardia, Procedimento penale contro il maresciallo dell’esercito germanico Franz Müller e ignoti militari italiani, sottoposti ad indagine per il reato di violenza con omicidio (art. CPMG) commesso in provincia di Pesaro il aprile e il luglio , in danno di sconosciuti, f. , in Archivio della Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare di La Spezia, f. /. . Cfr. Renzi, Tavolicci luglio , cit., p. . . Testimonianza di Giacomina Zanchini, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit. . Cfr. Ranzato (a cura di), Guerre fratricide, cit.; De Luna, Il corpo del nemico ucciso, cit., pp. -. . Ivi, p. .
Da renitenti a partigiani: opposizione spontanea, uso improprio della violenza e aspirazioni di giustizia
La nascita e la presenza sull’Appennino tosco-emiliano a partire dalla fine del dei primi nuclei “ribelli” – così sono infatti definiti dalle autorità fasciste i gruppi insediatisi sui monti, composti inizialmente da ex militari e renitenti, poi da partigiani – è strettamente connessa con i sempre più ampi bandi di chiamata alle armi emessi dalla RSI a partire dall’autunno . Buona parte dei giovani italiani in età di leva o dei reduci richiamati nelle file dell’esercito scelgono, infatti, di sottrarsi ai dettami di legge: non si presentano ai distretti, quindi, o abbandonano alla prima opportunità i reparti a cui sono stati assegnati, disertando. L’esperienza dei lunghi anni al fronte, impegnati nelle guerre d’aggressione fasciste, e la cesura rappresentata per la nazione dall’armistizio reso pubblico l’ settembre – che ha determinato l’improvviso ribaltarsi delle alleanze e la dissoluzione in un solo giorno di un intero esercito, lasciato allo sbando senza alcuna direttiva dall’alto – hanno profondamente segnato la popolazione italiana, che appare al sorgere della Repubblica di Salò in buona parte disaffezionata, se non apertamente ostile alla continuazione del conflitto. Per evitare di essere sorpresi dalle retate o dai rastrellamenti sempre più frequenti nelle città e nei paesi della pianura – messi in atto dalle autorità fasciste nel tentativo di arginare le possibilità di sottrarsi alla nuova chiamata alle armi – alcuni renitenti, già nell’inverno , ma più intensamente durante la primavera-estate del , si riversano nelle località montane per nascondersi e vivere alla macchia. In montagna, grazie alla conformazione del territorio, almeno in principio appare più semplice evitare gli obblighi di leva impo-
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sti dalla nuova Repubblica, ma i problemi alimentari e di acquartieramento di questa massa in continuo aumento composta di giovani uomini armati, perlopiù sradicati dal proprio contesto sociale e privi di fonti di sussistenza in territori caratterizzati dalla penuria di risorse, renderanno nel tempo complessa l’interazione con le popolazioni locali residenti, e non sempre pacifica la reciproca convivenza. . Gruppi armati attivi nella zona di Monte Santa Giulia (settembre -marzo ) All’interno di piccole comunità montane, ubicate in località isolate e lontane dalle principali vie di comunicazione, la propensione spontanea dei giovani italiani al rifiuto della nuova chiamata alle armi disposta dal governo fascista di Salò non ha neppure la necessità di tradursi in un forzato abbandono della propria quotidiana normalità. La possibilità di trovare rapidamente un rifugio sicuro in casolari abbandonati o luoghi impervi e la naturale conoscenza del territorio da parte dei residenti permettono, infatti, ai giovani renitenti della montagna di adottare soluzioni intermedie, prive della determinazione e radicalità di intenti, intrinseche alla scelta di chi abbandona la pianura per intraprendere la lotta armata in montagna. Gli abitanti dell’Appennino modenese che si oppongono alla leva in buona parte scelgono, infatti, di nascondersi in casa propria: instaurano reti di comunicazione e stabiliscono luoghi di incontro e appuntamenti quotidiani per tenersi aggiornati su ogni novità nella zona, fanno gruppo, stabiliscono segnali d’allarme e norme di comportamento di fronte ad eventuali indizi di pericolo, ma in definitiva non si allontanano dalle proprie abitazioni. Questi embrionali gruppi di oppositori – sorti da una spinta spontanea all’aggregazione, che trae origine da logiche di sopravvivenza individuale o di difesa della comunità d’appartenenza, piuttosto che da consapevoli scelte politiche e strategie di lotta verso fascisti e occupanti – si costituiscono spesso intorno a figure locali autorevoli. Sono perlopiù i parroci delle comunità montane o alcuni ufficiali reduci dai
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precedenti conflitti a proporsi come guida di queste prime esperienze di resistenza “passiva” verso le imposizioni dell’autorità istituzionale, rappresentata nel concreto dagli esponenti locali del nuovo governo fascista. Il processo di formazione di queste embrionali tipologie di nuclei armati – agevolato dalla disponibilità di armi disseminate sul territorio in conseguenza dello scioglimento improvviso, avvenuto dopo l’ settembre , di alcuni reparti appartenenti all’Accademia militare di Modena, impegnati in esercitazioni nella zona – trova un proficuo sviluppo fra l’ottobre e il gennaio nel territorio circostante Monte Santa Giulia. ... I gruppi stanziali di Monchio e Palagano Nella grossa frazione di Monchio, che si trova appunto ad un tiro di fucile da Santa Giulia – scrive nel Ermanno Gorrieri, tratteggiando un affresco descrittivo sulla situazione originaria dei gruppi resistenti insediatisi nella zona di Montefiorino – il gruppo era composto da una ventina di uomini, facenti capo a Leo Dignatici, Ermete Compagni, Giuseppe Rebuttini, Domenico Telleri; aveva una mitragliatrice Breda , una ventina di moschetti, bombe a mano, qualche pistola. All’avvicinarsi dei tedeschi e dei fascisti, qualcuno avrebbe dovuto suonare le campane e tutti si sarebbero radunati con le armi in un bosco sopra casa Ponci [Ponzi].
A Monchio, fra l’autunno e l’inverno del – sotto la pressione dei bandi di richiamo alle armi e, in particolare, delle prime incursioni effettuate nella zona dai nazifascisti, nella seconda metà del settembre , per recuperare il materiale bellico abbandonato dagli allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena al momento dello sbandamento dei loro reparti –, si forma dunque un raggruppamento di uomini del paese e delle borgate circostanti di Susano e Costrignano, composto in larga misura da ex militari sui trent’anni, reduci dai diversi fronti di guerra, e da qualche giovane renitente. È un primo piccolo nucleo stanziale di circa venti uomini, mosso da una generica volontà di difesa del territorio natio e coordinato da Leo Dignatici – ex capitano del ° Reggimento alpino della Divisione Tridentina, impiegato in Val d’Aosta e rientrato a Monchio durante il settembre . La prima riunione organizzativa – secondo la testimonianza di
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Giuseppe Rebuttini – si tenne il ottobre in una stalla della borgata di San Vitale. Per quanto già sufficientemente equipaggiata – grazie all’inusitata disponibilità di armi che caratterizza la storia dello specifico territorio – questa prima formazione combattente montana, priva di una chiara direzione politica, si prefigge inizialmente scopi puramente difensivi, una tattica dilatoria e, dunque, una condotta di grande cautela rispetto all’opportunità di ingaggiare scontri armati con gli occupanti tedeschi e i loro collaboratori fascisti. Non c’era ancora nessun contatto con partiti politici – afferma Giuseppe Rebuttini, appartenente alla formazione fin dal suo sorgere. Era tutta una nostra idea, così. […] Debbo anche dire che alcuni avevano un po’ approfittato dello sbandamento dell’Accademia a Monchio per mettere al sicuro del materiale “prezioso” (dati i tempi) che intendevano commerciare per guadagnarci. E costoro erano veramente intenzionati a difendere i loro “guadagni” anche con le armi. […] Sia ben chiaro che costoro erano una parte, una piccola parte. […] C’è sempre un gruppo che approfitta delle situazioni per il proprio tornaconto. Ricordo anche che alcuni si erano appropriati dei camion abbandonati dell’Accademia e pensavano di guadagnare non poco vendendone le parti principali (gomme ecc.). […] Comunque noi riuscimmo subito ad isolare e sbandare questi affaristi.
Intanto, nel vicino paese di Palagano – oggi divenuto capoluogo comunale –, un altro gruppo si coagula intorno alla figura del parroco locale: don Sante Bartolai. Il cappellano, dando espressione al generalizzato ripudio della guerra e al conseguente sentimento di ostilità verso i tedeschi e fascisti presente nella popolazione, riesce infatti a coordinare il recupero delle armi disseminate nella zona e a costituire un altro gruppo stanziale di circa uomini, provenienti anche dalle borgate vicine e uniti dalla comune volontà di difendersi da eventuali incursioni dei nazifascisti in paese allo scopo di ricercare uomini. ... Il distaccamento di Teofilo Fontana A Farneta, invece, sul versante appartenente alla valle del Dolo, si costituisce negli stessi mesi un altro piccolo gruppo di resistenti intorno alla figura di Teofilo Fontana – vecchio sovversivo antifasci-
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sta di tendenze comuniste, nominato primo sindaco di Montefiorino durante la Repubblica partigiana e riconfermato nel dopoguerra. È proprio questo raggruppamento di resistenti – di cui fa parte anche il giovane Cesario Palandri (Balìn) – ad affermarsi per primo all’attenzione pubblica della zona quale protagonista del primo scontro armato di un certo rilievo. A partire dalla metà di dicembre , scaduti i primi bandi di richiamo alle armi emessi dalla RSI, i carabinieri di Montefiorino sono infatti impegnati in una serie di incursioni nei diversi paesi della zona finalizzate a rintracciare i renitenti sottrattisi agli obblighi di leva e – qualora tale obiettivo fosse risultato inattuabile – ad arrestare i loro congiunti come atto di rappresaglia ed intimidazione verso i ricercati, così come imposto dal decreto emanato dal Duce nel novembre del . Il dicembre a Montefiorino – racconta il parroco di Monchio don Braglia – vengono arrestati e condotti nella caserma alcuni padri di giovani renitenti al servizio militare; essi sono poi rilasciati.
Nell’ambito di una serie di azioni volte alla ricerca di uomini iniziate nei giorni precedenti, il dicembre il brigadiere Carlo Piccinelli e il carabiniere Lino Pifferi si muovono verso Gusciola di Montefiorino per stanare alcuni renitenti; in località Rio di Porcinago sono sorpresi però dal fuoco di una pattuglia armata capeggiata da Teofilo Fontana: Pifferi rimane ucciso, mentre il brigadiere Piccinelli riesce a fuggire. A seguito di questo primo scontro è inviato in appoggio da Modena a Montefiorino un reparto di militi della GNR, al comando del capitano Arturo Mori. Come reazione, tra il e il dicembre, sono quindi messe in atto diverse azioni di rastrellamento e vengono arrestati numerosi giovani della zona ritenuti sospetti. Nell’intento di fermare il forzoso prelevamento di uomini, il , a Molino di Porcella (località limitrofa alla frazione di Gusciola), il gruppo di Fontana – che in seguito a questi episodi si ritirerà sopra Farneta – ingaggia un secondo scontro a fuoco in cui resta ucciso l’appuntato Lazzaro Pari e viene ferito il carabiniere Enrico Ursic. Gli uomini fatti prigionieri durante i rastrellamenti, rinchiusi in un primo tempo nelle carceri della caserma di Montefiorino, sono trasferiti il dicembre a Modena. Fra di essi vi sono anche due giovani renitenti alla leva, Carlo Tincani e
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Ultimio Martelli, che – seppur estranei ai fatti di sangue – sono sottoposti d’urgenza al giudizio del Tribunale militare straordinario: una sentenza frettolosa e faziosa li condanna a morte con esecuzione immediata quali responsabili dell’uccisione dei due carabinieri avvenuta nei giorni precedenti sull’Appennino modenese. Il primo gennaio , entrambi gli imputati sono fucilati presso il poligono di tiro della Sacca. L’esecuzione pubblica dei due giovani renitenti – primo sangue innocente versato arbitrariamente per legge dalla nuova amministrazione fascista di Modena, come rappresaglia per gli scontri in armi verificatisi nei paesi dell’Appennino – produce un forte effetto emotivo nell’opinione pubblica e segna con chiarezza un salto di radicalizzazione del conflitto nell’intera provincia. ... La pattuglia di Giovanni Rossi Nel frattempo, una più organica pattuglia armata – espressione dell’intensa attività di opposizione politica e di assistenza a soldati sbandati, prigionieri alleati e renitenti svolta nei mesi precedenti a Sassuolo dal gruppo di antifascisti coagulatosi intorno a Ottavio Tassi, figura comunista attiva già durante il ventennio –, abbandonata l’ novembre la pianura, si è stabilita in zona. Dopo una marcia di avvicinamento che tocca diverse località dell’Appennino modenese, il gruppo stabilisce la sua base operativa nei pressi di Monte Santa Giulia, acquartierandosi prima alle Macchie di Monchio, poi a Casa Cippo a Costrignano. A capo di questa nuova formazione in armi c’è Giovanni Rossi, ex sottufficiale di carriera di circa trent’anni reduce dal fronte jugoslavo, dove ha fatto esperienza delle tecniche e delle modalità di azione della guerriglia partigiana. La formazione mobile di Sassuolo, che presenta fin dall’inizio un più elevato grado di preparazione politica dei suoi aderenti e un maggiore spirito di intraprendenza nella lotta verso i nazifascisti, prende contatti attraverso Leo Dignatici con la formazione stanziale costituitasi a Monchio. Per quanto si instauri una proficua collaborazione fra i due gruppi, la differenza di impostazione dell’azione armata – finalizzata ad uno scopo difensivo volto ad evitare l’arresto degli uomini del luogo e a difendere le abitazioni da sac-
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cheggi in un caso, indirizzata allo scontro diretto e alla volontaria provocazione dell’avversario nell’altro – impedisce la possibilità di una concreta fusione fra le due formazioni che, pur restando di sostegno l’una per l’altra, mantengono fede con decisione ai propri distinti principi di ispirazione alla lotta. L’elemento che alimenta la diffidenza reciproca è rappresentato in concreto dalle diverse condizioni di vita dei due gruppi: mentre la formazione locale può contare per la sussistenza sulle solidarietà di paese e sui legami di parentela, gli uomini giunti da Sassuolo – per quanto ricevano sostegno dal piano attraverso l’invio di generi alimentari, indumenti e denaro di cui si fa propulsore Ottavio Tassi – sono posti in una condizione di estrema difficoltà e precarietà di approvvigionamento. Volgo appena la coda dell’occhio – scrive nel suo diario il gennaio suor Imelde Ranucci del convento di Palagano – e mi vedo ormai a fianco o figuri alti come giganti, imbacuccati in grandi mantelli e recanti in ispalla certi involti che non possono che contenere armi. […] Persone forestiere certamente e, così armate, non v’ha dubbio che siano “ribelli”. Con questo nome vengono chiamati gli uomini che […] si sono sbandati dall’Esercito e non vogliono più saperne di combattere con i tedeschi e i repubblicani. Da tempo si sono gettati alla montagna ed ora fanno spesso delle capatine nei paesi per rifornirsi del necessario, per svaligiare le case dei fascisti che ancora fanno propaganda. […] Conducono una vita molto grama. Portano lunghe ed incolte barbe, abiti molto logori e scarpe rotte. Riposano alla meglio, in capanne e mangiano quando e dove trovano cibo.
Di fronte alla stringente necessità di procurarsi sostentamento, in una località in cui sono percepiti quali estranei e sono privi dell’appoggio di familiari e amici che li aiutino sfidando le disposizioni di legge, gli uomini di Rossi cominciano a compiere infatti requisizioni – in parte arbitrarie – ai danni di famiglie fasciste o ritenute tali in quanto facoltose; determinando in tal modo risentite proteste da parte dei diretti interessati, che denunciano gli abusi subiti quali atti di banditismo, e non poche perplessità nella popolazione civile locale (di cui il gruppo di Monchio è emanazione), intimorita dai rischi che il richiamo dell’attenzione nazifascista sul territorio generato da questo tipo di operazioni è in grado di determinare. La condizione di estraneità dei partigiani sassolesi dal contesto
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d’azione in cui operano impone, infatti, un salto di qualità nella lotta, non richiesto invece ai partigiani stanziali della zona. Non potendo contare sulle risorse offerte da stretti legami di solidarietà con le popolazioni montane residenti, i forestieri sono necessariamente costretti – per poter sopravvivere alla macchia come oppositori politici – ad infrangere esplicitamente e in forma attiva i dettami di legge sulla proprietà privata difesi dai rappresentanti istituzionali dell’ordine costituito. Il gruppo capeggiato da Rossi mette in atto, dunque, per necessità, una serie di azioni armate volte al recupero di generi di sussistenza, che, denunciate dalla popolazione alle autorità locali di Montefiorino – come imposto dalle direttive fasciste, a scapito di essere sospettati a propria volta di favoreggiamento verso i ribelli –, fungono da spia della presenza e dell’attività partigiana nella zona. Il conflitto locale minuto fra chi si schiera all’interno della comunità montana a favore di renitenti e disertori e chi, invece, sostiene con determinazione la legittimità dell’autorità della nuova Repubblica fascista, si rivela nei fatti in grado di produrre pericolose logiche di delazione con conseguenti azioni punitive da parte delle autorità, le cui sconsiderate dimensioni – effetto inconsulto dall’incrocio di queste logiche di conflitto fra italiani con le draconiane strategie di guerra assunte dagli occupanti sull’Appennino tosco-emiliano – appaiono non prevedibili nel lungo periodo per gli stessi soggetti che le hanno innescate. La pattuglia di Rossi nel tempo accresce comunque la spregiudicatezza delle sue azioni. Nella notte fra il e il dicembre , i partigiani sassolesi penetrano a Varana nella casa del cancelliere del Tribunale provinciale straordinario di Modena, Gustavo Garuti, saccheggiano e devastano l’abitazione, poi danno fuoco alla vicina casa del fascio. Il gennaio – compiendo un’azione di grande scalpore, che indispettisce profondamente le autorità fasciste della zona – occupano, invece, con il supporto di alcuni elementi infiltratisi in precedenza nelle file fasciste quali militi della GNR, la caserma dei carabinieri di Pavullo, incarcerando una ventina di carabinieri e tre soldati tedeschi; si impossessano delle armi e dell’equipaggiamento militare e, infine, con uno stratagemma riescono a prelevare l’intero ammontare del deposito intestato al Partito fascista repubblicano presso la Banca popolare.
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Forse per timore di rappresaglie da parte delle autorità fasciste, durante il mese di gennaio la formazione – che nel frattempo si è molto accresciuta accogliendo in modo incontrollato nuovi elementi attratti dall’aura leggendaria che ormai circonda le imprese compiute dal gruppo – adotta invece una condotta di basso profilo, limitandosi a portare a termine azioni di requisizione ai danni dei civili. I ribelli – scrive nel suo diario alla data del ° febbraio suor Imelde Ranucci – vengono spesso a Palagano e il loro capo chiama i fascisti più noti e li ammonisce di non interessarsi più del Partito che, ormai, deve essere da tutti combattuto. Un po’ di paura, giacché i sermoni vengono gentilmente fatti davanti alla bocca delle mitragliatrici impostate sulla tavola della cucina; poi, più nulla. Se ne vanno in altri paraggi, dopo aver preso ciò che loro occorre di vestiario e di vettovaglie e fatta la consueta raccomandazione: “Acqua in bocca, se non volete essere pure voi bruciati con la casa”.
Nonostante la formazione di Rossi a fine gennaio si sposti nell’Appennino reggiano, si susseguono fra febbraio e marzo continue denuncie di estorsioni e rapine, compiute nel territorio del comune di Montefiorino da elementi spesso mascherati che si autoproclamano partigiani. E la stampa fascista non manca di offrire ampio risalto a tali notizie, rimarcando l’assimilazione fra delinquenza comune e resistenza armata. Per tutta la metà di gennaio e durante i mesi di febbraio e marzo – conferma don Braglia nelle sue memorie – si verificano di frequente durante la notte furti ed altre imprese di brigantaggio: persone sconosciute, mascherate o no, entrano armate nelle case e si fanno consegnare somme di denaro, asportano roba, minacciano i padroni ecc.
L’accrescimento incontrollato degli uomini e l’inserimento all’interno della formazione di elementi di dubbia moralità (quali il noto bandito Alberto Fini), uniti alle pericolose derive suscitate dal ripudio dell’ordinamento istituzionale e delle sue leggi insito nelle azioni condotte, determinano infatti una condizione di messa in discussione del monopolio statale della violenza e una rottura della legalità, che provocano nell’immediato un pericoloso vuoto di po-
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tere nel quale la delinquenza comune trova terreno fertile per proliferare. Ieri sera a San Vitale di Monchio, frazione di Montefiorino – racconta, ad esempio, un articolo intitolato Gesta dei cosiddetti patrioti, apparso il febbraio sulla “Gazzetta dell’Emilia” – alle ore si sono presentati alla casa di Ennio Tincani circa una decina di individui armati e mascherati, i quali si sono qualificati per ribelli. Hanno imposto con la forza alla famiglia di consegnare L. . in denaro, mezzo maiale e altri generi alimentari. All’insegnante signorina Lambertini Clementina hanno rubato lire in denaro e in più hanno strappato le pagelle con l’effige del Duce e i libri di testo e altro.
L’attacco alle istituzioni e all’ordine pubblico – compiuto senza una solida coscienza politica in grado di disciplinare i limiti di comportamento interni alla stessa sfera partigiana – offre spazio, infatti, a ogni tipo di arbitraria deriva di violenza, attuata attraverso l’uso irresponsabile e finalizzato a scopi privati della forza e del potere delle armi. Una volta infranto l’ordine legale – o messa in evidenza la concreta possibilità di farlo senza incorrere in elevati rischi di ritorsione punitiva, una volta disvelata dunque la fragilità delle istituzioni fasciste locali –, il potenziale pericolo di una deriva morale verso comportamenti criminali non riguarda più, infatti, solo gli appartenenti alle formazioni armate, ma si allarga a comprendere la condotta dell’intera popolazione in possesso di un’arma presente sul territorio. L’ipotesi più probabile – scrive Ermanno Gorrieri – è che si trattasse di elementi della formazione Rossi, che non avevano seguito il grosso nel reggiano; oppure, in qualche caso, di delinquenti comuni, specialmente quando si presentavano mascherati. […] In una situazione complessa e intricata come quella d’allora, era assai facile per individui che nulla avevano a che fare con la Resistenza qualificarsi come partigiani per compiere rapine e delitti. Quando le estorsioni di denaro, preziosi e biancheria erano effettuate da pochi individui, magari mascherati, che rilasciavano ricevute irregolari o non ne rilasciavano affatto, che minacciavano rappresaglie in caso di denuncia della rapina, si trattava di atti di delinquenza comune, compiuti da pseudo partigiani o, in qualche caso, da partigiani disonesti.
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Nel frattempo – in una situazione caratterizzata dalla fragilità dei rapporti di fiducia fra popolazioni locali e partigiani –, a seguito di un arbitrario episodio di violenza compiuto il gennaio a Riccovolto (Frassinoro) da Alberto Fini (allora elemento organico al gruppo di Sassuolo) ai danni di un civile che non aveva dimostrato alcuna forma di ostilità alla resistenza armata, Rossi trasferisce la formazione nella valle del Dolo. Giunti a Civago sull’Appennino reggiano, il febbraio , in seno agli stessi vertici della compagine partigiana viene decisa e subito messa in atto l’eliminazione di Fini, durante la quale rimane ferito a morte il vicecomandante Ugo Stanzioni. Dopo aver preso contatti con altri gruppi armati attivi nel Reggiano, intorno alla metà di febbraio Rossi sposta nuovamente i suoi uomini da Cervarolo in territorio modenese. La formazione, che ha preso il nome di distaccamento Stanzioni, stabilisce dunque il suo quartier generale a Monterotondo di Boccassuolo, ricominciando a segnalare la sua presenza nei paesi della sponda destra della valle del Dragone. Dopo l’assalto e lo svuotamento dell’ammasso di Morsiano con distribuzione del grano alla popolazione effettuato il febbraio, il febbraio gli appartenenti alla formazione mettono a segno un’azione eclatante a Frassinoro: circondato l’abitato in forze, circa cinquanta partigiani disarmano il locale presidio della GNR e occupano il paese per l’intera giornata; distribuiscono il grano dell’ammasso ai civili, bruciano il materiale del fascio locale e respingono vittoriosamente l’attacco di un reparto di militi giunti in serata da Montefiorino, con alla guida gli esponenti locali del fascio repubblicano. Tra il e il febbraio viene quindi attuata una serie di audaci colpi di mano presso Palagano, Boccassuolo e Lama Mocogno, che danno la percezione di come i partigiani di Rossi si sentano ormai indiscussi padroni del territorio. Alcune sere orsono i soliti delinquenti – afferma un articolo apparso il ° marzo sulla “Gazzetta dell’Emilia” – si sono presentati in numero di circa una trentina a Palagano di Montefiorino. Armati di fucili mitragliatori e di moschetti, hanno fatto irruzione nella casa di John Bernini, medico condotto, facendosi consegnare indumenti vari e biancheria. Si recavano quindi all’abitazione di Stefano Lenzotti, al quale con modi im-
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periosi imponevano la consegna di ogni cosa. [...] Saliti sull’autocarro di Giovanni Mingucci [...] si recavano a Boccassuolo dove pernottavano. Prima di partire da Palagano avevano fermato la corriera di Pini in servizio Montefiorino-Boccassuolo, interrogando e perquisendo tutti i passeggeri. Il febbraio u.s., verso le ore , in frazione Boccassuolo del comune di Montefiorino (Modena) – rileva, invece, il notiziario della GNR del ° marzo – circa ribelli armati si impossessano dell’autocorriera in servizio pubblico Montefiorino-Boccassuolo con la quale si recano in frazione Cadignano del comune di Lama Mocogno. […] donde asportano notevoli quantità di generi alimentari. Successivamente, verso le ore ,, si presentarono nell’abitazione dell’agente del Banco di S. Giminiano, obbligando costui ad alzarsi e seguirli alla sede dell’agenzia. Ivi gli imposero di aprire la cassaforte donde asportarono la somma esistente.
Intanto, i dirigenti della Federazione comunista di Modena operanti all’interno del Comitato di liberazione provinciale – per quanto per la maggior parte ancora orientati a privilegiare la lotta in pianura e pur non avendo mantenuto legami diretti con la pattuglia di Rossi – si adoperano nel febbraio attraverso l’intermediazione di Ottavio Tassi, durante il periodo trascorso dalla formazione a Cervarolo, al fine di prendere contatto con i partigiani della montagna. L’obiettivo politico – al di là di mire egemoniche del Partito comunista, che verranno comunque realizzate in seguito – è quello di offrire sostegno e strumenti per indirizzare la formazione verso un più chiaro orientamento della lotta, in grado di arginare la deriva anarchica e delinquenziale in cui è scivolato parte del gruppo capeggiato da Rossi. A posteriori, infatti, dalle stesse file comuniste viene redatta, nel marzo , un’esplicita lettera di denuncia sui rischi di derive criminali conseguenti al deplorevole esempio di condotta offerto dal comandante della formazione sassolese. La frequenza dei prelievi cui non corrispondeva analoga azione contro uomini e mezzi nemici, minacciava di dare alla condotta del distaccamento il carattere di un’azione di semplici “ribelli” o “sbandati” e non già di combattenti per la patria e per il popolo. L’accettazione nella banda di un volgare delinquente comune, il Fini,
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aveva costituito il punto più degradante cui era sceso il distaccamento e per poco non ne causò la rovina sia a causa di una crescente contrarietà della popolazione delle montagne e sia a causa di un’incipiente disgregazione interna.
Nonostante gli evidenti successi ottenuti, Rossi viene dunque giudicato un elemento pericoloso e inaffidabile dai dirigenti comunisti di Modena e, in definitiva, anche da parte degli stessi uomini al suo comando. Il carattere di banda ribelle infuso alla sua formazione, le requisizioni violente compiute spesso con finalità punitive e i continui eccessi di violenza, che dimostrano in lui la mancanza del rigore morale necessario a rivestire in questa fase un ruolo di comando, sono gli elementi che ne decretano la morte. Nei momenti in cui l’unica legge è quella della forza – scrive Ermanno Gorrieri a proposito della contraddittoria esperienza partigiana simboleggiata dalla figura di Giovanni Rossi – resistere alla tentazione di usarla a proprio piacimento richiede un’energia morale che in molti si affievolisce nei periodi eccezionali, quando vengono a mancare le basi ordinarie della convivenza civile.
Giovanni Rossi è infatti ucciso a tradimento nel sonno da alcuni compagni di lotta il febbraio a Monterotondo. Gli subentra al comando Giuseppe Barbolini che, dopo un’azione compiuta a Piandelagotti e due successivi scontri a fuoco – sostenuti il primo presso Montecenere contro soldati dell’esercito repubblicano, il secondo il marzo presso Cargedolo, contro reparti appartenenti alla ª Legione GNR di Ferrara (al comando del capitano Vito Penzo) e alla Feldgendarmerie tedesca –, trasferisce definitivamente il distaccamento sull’Appennino reggiano nella zona di Villa Minozzo. ... Le formazioni mobili di Nello e Minghin Alla fine di febbraio – quale conseguenza anche del secondo bando di chiamata alle armi (riguardante le classi , , ) emesso dal maresciallo Graziani il febbraio , a cui era accompagnato un decreto legge che istituiva la pena di morte per chi non si
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fosse presentato ai distretti entro il febbraio , termine ultimo poi prorogato all’ marzo – si stabilisce presso la chiesetta romanica di Monte Santa Giulia un piccolo gruppo di renitenti coordinati da Domenico Telleri (Minghin): una decina di uomini provenienti dai paesi limitrofi, ma intenzionati ad adottare una tattica meno attendista rispetto alla formazione locale di Monchio capeggiata da Leo Dignatici. Intorno alla metà dello stesso mese si stabiliscono presso Monte Santa Giulia anche alcuni giovani provenienti da Rubbiano, fra cui Cesario Palandri (Balìn) – che insieme al gruppo di Teofilo Fontana aveva partecipato nel dicembre agli scontri di Gusciola. Dopo la morte di Giovanni Rossi si aggregano stabilmente a questa nuova formazione mobile, nel tentativo di indirizzarla politicamente e di fungere da collegamento con la Federazione comunista di Modena, anche Zuilio Rossi e Romildo Corradi (Tito). Il nuovo raggruppamento partigiano, per quanto caratterizzato ancora dallo spontaneismo e armato inizialmente solo di pochi moschetti e di una mitragliatrice, segue l’esempio fornito dalla pattuglia sassolese di Rossi nei mesi precedenti e si dimostra fin dal suo sorgere intenzionato a cercare lo scontro diretto con il nemico. Intanto, le autorità fasciste di Modena, sempre più preoccupate dai rapporti allarmistici relativi all’ordine pubblico che giungono di continuo dai comuni montani dell’Appennino, ed in particolare da Montefiorino, predispongono un ampio rafforzamento dei presidi fascisti nella zona e pianificano un ampio ciclo operativo di rastrellamenti antibande, da eseguire con il supporto delle forze armate tedesche fra l’ e il marzo . All’interno di questa rinnovata incisività dell’azione fascista si colloca anche l’iniziativa assunta dal Commissario prefettizio di Montefiorino il febbraio : questi, dopo aver convocato nel capoluogo con il pretesto di necessità amministrative circa centocinquanta abitanti del comune, li fa indebitamente arrestare e rinchiudere nella Rocca e nei locali della caserma. Il giorno successivo sono liberati gli anziani, le donne e i bambini, mentre gli uomini abili sono consegnati alle autorità fasciste di Modena, che provvedono a farli internare nel campo di concentramento di Fossoli. Fra i giovani uomini arrestati vi è anche Nello Pini di Palagano
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– ex soldato reduce dalla campagna di Russia – che dopo essere riuscito ad evadere da Fossoli durante i primi giorni di marzo, ritorna sull’Appennino modenese ed insieme ai fratelli si fa promotore di un altro gruppo di resistenti, che si acquartiera fra Montevecchio, Pietraguisa e Roncopezzolo, nelle borgate che sovrastano, a sud di Montemolino, l’abitato di Palagano. Sia il gruppo capeggiato da Minghin, sia quello capeggiato da Nello Pini sono composti da elementi eterogenei, in parte locali, in parte provenienti dal piano, per la maggior parte sprovvisti di un adeguato addestramento militare; entrambe le formazioni, che aumentano rapidamente il proprio organico grazie all’afflusso di renitenti alla leva, sono costrette a ricorrere per gli approvvigionamenti almeno in parte a requisizioni ai danni di privati, segnalando in tal modo la propria presenza alle autorità locali ed esponendosi al rischio – come era accaduto in precedenza alla formazione di Giovanni Rossi – di accogliere fra le proprie fila elementi sbandati, interessati a compiere sotto la veste di partigiani furti e rapine per finalità personali. L’ marzo , verso le tredici, giungono a Palagano circa un centinaio di soldati, fra militi appartenenti al I Battaglione ordine pubblico della GNR di Modena, al comando del capitano Arturo Mori, e giovani reclute dell’esercito repubblicano al comando del sottotenente Antonio Izzo: ad essi è attribuito il compito di costituire il nuovo presidio fascista nel paese, base d’appoggio per il ciclo operativo di rastrellamenti che le autorità fasciste hanno pianificato di attuare durante il mese di marzo nei paesi della sponda destra della valle del Dragone. I comandanti dei reparti sono forniti di elenchi nominali dei supposti ribelli e favoreggiatori residenti a Palagano, per mezzo dei quali i soldati si accingono a compiere – attraverso una minuziosa e violenta perquisizione dell’abitato – numerosi fermi. Fra i primi arrestati vi è don Sante Bartolai che, accusato di connivenza coi ribelli, è tenuto a lungo sulla pubblica via sotto la minaccia delle armi e sarà poi piantonato nei locali della canonica per l’intera notte. Durante il rastrellamento a Palagano il capitano Mori ordina ai suoi sottoposti di sparare lunghe raffiche in direzione delle colline circostanti, a cui rispondono in lontananza le mitragliatrici partigiane. Intanto, alcuni soldati riescono a catturare due giovani reni-
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tenti in possesso di bombe a mano. Dopo essere stati violentemente percossi, Aurelio Aravecchia e Dante Schiavone sono condannati a morte in base alle disposizioni del decreto del Duce emesso il febbraio : la loro fucilazione viene eseguita durante il pomeriggio nel posto stesso della loro cattura da un plotone di esecuzione comandato dal sottotenente Izzo. La mattina del marzo , don Bartolai, insieme ad altri arrestati – tra cui Giuseppe Rioli (ufficiale postale del paese) e il tenente Enzo Zanni –, è fatto salire su un furgoncino per essere condotto a Montefiorino. Lungo la strada per Savoniero, a circa due chilometri da Palagano, l’automezzo è però colpito da una scarica di proiettili ed è costretto a fermarsi: resta ucciso nello scontro Giuseppe Rioli. L’attacco è opera dei partigiani capeggiati da Nello, i quali sono convinti di attaccare un automezzo carico di elementi fascisti sopraggiunto di rinforzo, dopo che hanno fermato e dato alle fiamme a poca distanza da Savoniero due corriere provenienti da Boccassuolo, con le quali sono stati trasportati durante la mattina gli appartenenti alla ª Legione della GNR di Ferrara impiegati nell’attacco ai partigiani sassolesi presso Monterotondo. Allo scontro segue una violenta discussione fra il parroco e gli attentatori partigiani, bruscamente interrotta dal sopraggiungere da Palagano di un altro automezzo carico di militi e di reclute. Vi è, dunque, una nuova e più violenta sparatoria che si protrae per alcune ore: nel combattimento muoiono quattro militi fascisti, mentre altri due restano a terra gravemente feriti. Al termine dello scontro riprende la discussione fra don Bartolai – appoggiato da Aurelio Casini e da altri giovani di Susano, Costrignano e Savoniero – e il gruppo di Nello sulla sorte da riservare ai militari fatti prigionieri, che quest’ultimo vorrebbe giustiziare sul posto. Alla fine prevalgono le posizioni di moderazione: i fascisti catturati sono lasciati andare, mentre don Bartolai – a rischio della propria personale incolumità – si offre di accompagnare i feriti a Montefiorino. Lungo la strada muore uno dei soldati feriti, Federico Barbieri, il cui cadavere insieme a quello di Giuseppe Rioli è depositato presso il cimitero di Vitriola. L’automezzo prosegue, quindi, fino a Montefiorino, dove sono offerte le prime cure all’altro soldato ferito, Federico Tosatti (trasportato in seguito presso l’ospedale di Sassuolo, dove morirà pochi giorni dopo), e dove don Bar-
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tolai viene nuovamente tratto in arresto dal sergente della GNR Averardo Levoni. Negli scontri del marzo i fascisti perdono, dunque, tre automezzi che sono dati alle fiamme (due corriere e un autocarro) e ben sette uomini – quasi tutti giovanissimi soldati, in ricordo dei quali sono celebrati prima una messa funebre presso Montefiorino, quindi, il marzo , solenni funerali presso il Duomo di Modena, officiati dall’arcivescovo monsignor Cesare Boccoleri. Mentre i partigiani della formazione Barbolini si scontrano il marzo presso Cerrè Sologno, in territorio reggiano, con una compagnia mista formata di soldati italiani e tedeschi, sull’Appennino modenese due distinti combattimenti avvengono il marzo : il primo nei pressi di Molino del Grillo, il secondo a Lama di Monchio. Nel primo scontro un reparto di soldati appartenenti all’esercito repubblicano, partiti a bordo di due corriere dal comando della Santona (dove sono acquartierati) per raggiungere come rinforzi il presidio di Palagano, è attaccato dal gruppo di Nello lungo il percorso in località Molino del Grillo – a poche centinaia di metri da Montemolino. Nonostante le giovani reclute si arrendano quasi subito, restano uccisi negli scontri tre soldati, fra cui un ufficiale. Gli automezzi sono incendiati sul posto, mentre i prigionieri vengono lasciati liberi dopo essere stati spogliati di scarpe e indumenti. Tre uomini caddero: Finucci, Masi e Muzzarelli – ricorda nelle sue memorie suor Ranucci. Altri furono feriti e la maggioranza appena riuscì a salvarsi con la fuga. I partigiani ebbero il bottino ed incendiarono la macchina. Erano soltanto o con una mitragliatrice, ma pieni di un’audacia straordinaria; con il loro ardimento, a sangue freddo, riuscirono a trionfare su una trentina di militi armati di tutto punto.
Intanto nella tarda mattinata del medesimo giorno un reparto militare tedesco, coadiuvato da soldati dell’esercito repubblicano e da militi della GNR (probabilmente appartenenti al presidio di Montefiorino), si muove a bordo di autocarri da Savoniero verso Monchio. Arrestati gli automezzi a causa della neve sulla carrozzabile in località Croce del Cappello e scaricate armi e munizioni, i militari si dirigono verso Lama di Monchio, dove mettono in atto un minuzioso rastrellamento di uomini, perquisendo, razziando e devastando l’intera località.
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Una pattuglia di soldati tedeschi si dirige intanto in direzione di Monte Santa Giulia: appena fuori dalla borgata di Lama i soldati germanici, però, vengono attaccati dai partigiani di Minghin, che sparano con una mitragliatrice posizionata poche centinaia di metri sopra la carrozzabile, sul basso crinale di Monte Santa Giulia, fra le località Querciagrossa e Bellaria. All’altezza del podere Le Salde sono investiti dai proiettili un ufficiale e quattro soldati germanici, che restano a terra esanimi. I tedeschi posizionano quindi, a propria volta, una mitragliatrice nello spiazzo della strada dove sorge il vecchio mulino e rispondono al fuoco, mentre i fascisti sparano con un mortaio posizionato fra le case di Lama. Interviene a questo punto anche il gruppo di Leo Dignatici, che da Monchio comincia a sparare a propria volta con un mitragliatore. I pochi uomini di Minghin impegnati nello scontro, pur sparando da una posizione dominante, temendo di essere accerchiati dagli avversari che sono numericamente superiori, si disimpegnano dal combattimento. Disorientati, invece, dalle diverse linee di tiro i soldati nazifascisti desistono e nel pomeriggio inoltrato, dopo aver recuperato i corpi dei caduti tedeschi, si ritirano verso Palagano e Savoniero. Durante la notte, i partigiani di Monchio, informati da Zuilio Rossi che i reparti tedeschi si sono acquartierati presso Savoniero, raggiungono la borgata di Lama Lunga (che sovrasta la chiesetta del paese) e tentano invano di provocare uno scontro sparando in direzione dell’abitato. Non avendo ottenuto risposta rientrano a Monchio nelle prime ore del giorno. Nella tarda mattinata del marzo , i tedeschi dello Jagdkommando coadiuvati da fascisti si accingono, invece, a rastrellare l’abitato di Savoniero. Intorno alle una pattuglia di militari germanici che si è inoltrata nella remota borgata di Cà Andrea, a nord di Susano, mentre sta scendendo per raggiungere la carreggiata viene investita da raffiche di proiettili sparati da un gruppo di partigiani asserragliati presso la borgata Fontana. I soldati, disorientati, si danno alla fuga cercando di raggiungere la carrozzabile, nei pressi della quale sono accolti però da altro fuoco nemico. Un secondo gruppo di partigiani proveniente da Costrignano attacca, quindi, i militari tedeschi da Casa Pasquale: nella fitta sparatoria muore un ufficiale germanico e tre soldati restano feriti. I tedeschi rimasti in-
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columi si ritirano, invece, in direzione di Savoniero, da dove, raggiunti da altri commilitoni e coperti dal fuoco di una mitragliatrice piazzata nei pressi della chiesa parrocchiale, tentano di lanciare un contrattacco. Il combattimento si protrae fino all’imbrunire, quando i partigiani – non più di una quindicina – riescono a sganciarsi abbandonando imprudentemente le armi fra i boschi e guadagnando le alture che sovrastano Susano. Viene accertato che una banda forte di elementi – recita un rapporto del capo provincia di Modena, sopravvalutando la presenza numerica e la forza dei partigiani presenti nella zona – si è sistemata a difesa del M. S. Giulia (a nord-nord/est di Montefiorino) con propaggini a Monchio, Lama di Monchio, Costrignano e Susano. La banda risulta armata di armi pesanti e fucili mitragliatori, oltre che di moschetti, bombe e pistole. La zona viene circondata da reparti della GNR, dell’esercito e dei gendarmi germanici.
Durante gli scontri avvenuti in marzo nella valle del Dragone – che vedono come agguerriti e spavaldi protagonisti i nuovi gruppi armati capeggiati da Nello e Minghin – i reparti nazifascisti impiegati nei rastrellamenti accusano, infatti, una serie di brucianti sconfitte e, ripetutamente sorpresi dall’iniziativa nemica, perdono un elevato numero di uomini. I partigiani, invece, pur essendo in minoranza numerica e difettando di coordinazione tra i diversi gruppi in azione, adottano una condotta spregiudicata e riescono ripetutamente a sganciarsi dai combattimenti al momento opportuno, non subendo alcuna perdita fra le proprie fila. La frenetica sequenza degli episodi e il succedersi convulso degli attacchi messi a segno con successo dai ribelli radicalizza, quindi, ulteriormente il conflitto in atto e, in definitiva, induce i comandi militari germanici competenti sul territorio ad un drastico cambio di strategia: sopravvalutando il pericolo rappresentato dalle forze partigiane attive nella valle del Dragone – che sono erroneamente considerate come un’unica ampia e articolata formazione, sottoposta ad un comando unico –, l’iniziativa dell’azione di controguerriglia da questo momento viene delegata a reparti germanici specializzati nella lotta antibande con devastanti conseguenze sulla popolazione civile.
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. Gruppi armati attivi nella zona del Poggio dei Tre Vescovi (aprile -luglio ) Mentre Monte Santa Giulia, per la sua ubicazione e la diffusa presenza di armi sul territorio, viene naturalmente eletto quale punto di riferimento e luogo di ritrovo dal movimento partigiano modenese già negli ultimi mesi del – durante le prime embrionali fasi di costituzione delle formazioni armate –, e anche in seguito mantiene una sua innata centralità, la presenza partigiana nella zona circostante Tavolicci appare, invece, sporadica e saltuaria, quasi inafferrabile. Se ripercorrendo le tappe e la storia dei gruppi armati attivi durante i primi mesi del nella valle del Dragone appare relativamente semplice individuare la logica militare alla base dell’intervento tedesco, la strage perpetrata in Romagna nell’alta valle del Savio sembra, invece, priva di un altrettanto esplicito e convincente movente riconducibile all’attività partigiana in località limitrofe, in grado di offrire almeno una spiegazione sul piano militare per comprendere l’origine di un’azione armata di tale entità. La zona del comune di Verghereto di cui fa parte la frazione di Tavolicci è posizionata, difatti, al confine fra le province di Forlì e Pesaro, ai margini della zona operativa dei distaccamenti che compongono, a partire dal dicembre , la brigata Garibaldi romagnola – al di fuori, dunque, dai luoghi di più intensa attività partigiana. Il territorio limitrofo rappresenta, però, un luogo di interesse militare durante la primavera-estate del per i comandi nazisti, essendo ubicate a pochi chilometri di distanza dal paese le fortificazioni che compongono la linea gotica in quel settore – un’importanza strategica confermata dalle direttrici dei rastrellamenti condotti dalle truppe germaniche durante l’aprile del . ... Le origini della Resistenza sull’Appennino romagnolo I primi gruppi armati romagnoli attivi in montagna dimostrano di avere fin dal loro sorgere una propria peculiare linea di sviluppo: in questa regione, infatti, lo sbandamento dei militari italiani conse-
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guente all’armistizio dell’ settembre è precocemente gestito e organizzato dal comitato militare del Fronte nazionale d’azione, che vede riuniti il Partito comunista e l’Unione dei lavoratori delle province di Forlì e Cesena. Caratterizzata da una forte iniziativa di stampo politico, la nascita dei primi piccoli gruppi armati – composti soprattutto da ex militari sbandati ed ex prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia (fra cui rilevante è la presenza di soldati e ufficiali inglesi, russi e slavi), che si stabiliscono a partire dall’ottobre del a Cusercoli nel forlivese e Pieve di Rivoschio nel cesenate – sconta gli effetti di un’aspra controversia sulla forma militare che il movimento di resistenza avrebbe dovuto adottare. Contro il parere di una parte dei dirigenti comunisti, nella prima fase si impone, infatti, secondo schemi militari tradizionali l’idea di costituire un vero e proprio esercito regolare in grado di controllare in forma stabile una determinata parte del territorio romagnolo, individuata inizialmente nel territorio della foresta di Campigna e del Monte Falterona. Mentre i primi raggruppamenti armati, composti al massimo da una decina di uomini, sono alle prese con problemi di sussistenza e con gli effetti dei primi rastrellamenti avviati dai tedeschi durante il mese di ottobre, il Fronte nazionale d’azione cessa di esistere, quale conseguenza dell’abbandono del comitato da parte dell’Unione dei lavoratori italiani. La piena responsabilità politico-organizzativa dei primi nuclei combattenti impegnati nella lotta armata in montagna resta affidata, quindi, in forma autonoma ai rappresentanti del Partito comunista, che costituiscono a questo scopo il Comitato militare romagnolo (poi Comando militare); composto da: Antonio Carini (Orsi) – inviato appositamente in Romagna il ottobre dal Comando generale delle brigate Garibaldi –, Ilario Tabarri (Pietro) e Arrigo Boldrini (Bulow). Il nuovo organismo – sotto la spinta delle direttive nazionali giunte dal Partito – abbandona la posizione attendista fin qui perseguita nella lotta in montagna e, di conseguenza, l’aspirazione a costituire un vero e proprio esercito regolare da contrapporre ai tedeschi solo in una fase successiva; opta, invece, con risolutezza, per l’azione immediata sotto forma di guerriglia, per l’organizzazione della lotta in montagna attraverso continui attacchi ai danni delle forze nazifasciste e una strategia d’azione basata su un’ampia mobilità delle formazioni.
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Le azioni condotte dai partigiani romagnoli sono volte in primo luogo al recupero di armi e munizioni: vengono infatti assaltate fra l’ottobre e il marzo , in rapida successione, numerose caserme dei carabinieri e presidi della GNR. Alla fine di ottobre, il gruppo di Cusercoli, trasferitosi in val di Chiana (Santa Sofia), è sorpreso da un imponente rastrellamento tedesco; i partigiani, pur perdendo buona parte del materiale e dell’armamento, riescono comunque a sganciarsi e si riuniscono con il gruppo di Pieve di Rivoschio, comandato da Salvatore Auria (Giulio). Il novembre anche quest’ultima località viene accerchiata da circa quattrocento tedeschi, ma i partigiani riescono ugualmente ad abbandonare la zona dividendosi subito prima dell’attacco in piccole squadre; due di queste si dirigono verso il Carnaio, mentre altre due verso la strada nazionale Cesena-Casentino, nelle vicinanze di Sarsina. Una volta riunite presso Pian del Grado le forze residue – all’incirca trenta uomini – e ristabiliti i contatti con il Comitato militare romagnolo, nei primi giorni del dicembre il comando dei gruppi armati attivi in montagna viene affidato su indicazione della Federazione comunista a Riccardo Fidel (Libero) – un ex capitano dell’esercito reduce dal fronte jugoslavo e costretto ad abbandonare la pianura ravennate perché ricercato dalle autorità fasciste. A Libero resta affiancato, come commissario politico, Salvatore Auria (Giulio). Nel frattempo, sebbene difficilmente governabili, le squadre continuano ad operare e si rafforzano grazie all’afflusso di renitenti provenienti dalla pianura, determinato dall’emissione nel novembre del primo bando di chiamata alle armi della RSI. Il numero dei partigiani – scrive Ilario Tabarri (Pietro) nella sua relazione sull’attività partigiana svolta sull’Appennino romagnolo nel periodo antecedente alla sua nomina a comandante dell’ª brigata Romagna – era considerato dalle stesse autorità fasciste dai seicento ai mille […]. La grande mobilità e le azioni compiute in luoghi distanti l’uno dall’altro aveva creato infatti una certa aureola di leggenda.
Il Comitato militare romagnolo – che si adopera, in questa fase, per gestire l’invio di rinforzi e per organizzare in una brigata autonoma le squadre in continua espansione (a dicembre si contano circa sessanta effettivi presenti sull’Appennino, che nel gennaio sono
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già divenuti oltre un centinaio) – si trasforma in Comando dei partigiani romagnoli alle dipendenze del CLN provinciale, con Antonio Carini (Orsi) come comandante, Ilario Tabarri (Pietro) come responsabile delle formazioni di pianura e Angelo Guerra (Lino) come commissario politico. Su incarico del Comando dei partigiani romagnoli, il gennaio Antonio Carini (Orsi) raggiunge la brigata in montagna e si trova alle prese con una situazione già profondamente compromessa. Il comandante Libero – esautorando nei fatti il debole commissario politico che gli è stato affiancato – ha, infatti, accentrato su di sé il comando politico, quello militare e quello amministrativo; capo indiscusso della brigata, che gestisce in totale autonomia non tenendo conto delle direttive che gli vengono inviate dalla pianura, ha costruito il suo ascendente sugli uomini avvalorando il diffondersi di uno spontaneo e incontrollato spirito di ribellismo nella formazione, che si concreta in continue e indiscriminate azioni di prelevamento ai danni della popolazione civile, in veri e propri atti di brigantaggio. Orsi tenta, quindi, di ridare una chiara linea politica alla brigata: affianca a Libero una commissione responsabile dell’amministrazione ed un nuovo commissario politico, Guglielmo Marconi (Paolo); riorganizza gli effettivi partigiani in compagnie di circa trenta uomini, con l’intenzione di dislocarle in luoghi distinti e scongiurare, in tal modo, i rischi militari di un’eccessiva concentrazione di forze nella medesima località e le difficoltà di approvvigionamento, che inducono la brigata ad effettuare continui “prelievi” ai danni della popolazione. Il comando della brigata il febbraio viene spostato a Corniolo, dove Libero crea una vera e propria zona libera amministrata dalle forze partigiane: il Dipartimento del Corniolo. Appena ripartito Orsi – il febbraio – Libero riprende, infatti, la propria linea di condotta autoritaria e continua a perseguire, nonostante gli avvertimenti ricevuti, il proprio progetto di dare vita ad una grande formazione armata di tipo regolare. A tal fine prende contatto con alcuni generali inglesi sfuggiti alla prigionia e rifugiatisi presso La Seghettina, a cui si presenta come comandante delle forze partigiane dell’Italia centrale, affinché una volta passate le linee gli forniscano attraverso aviolanci rifornimenti e armamento.
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Nella narcisistica illusione di poter davvero dar vita ad un esercito partigiano incorpora con la forza tutti i giovani presenti sul territorio controllato dalla brigata, giungendo a distribuire – in concomitanza con il secondo bando di chiamata alle armi emesso dalla RSI il febbraio – propri manifesti e cartoline di prescrizione che obbligano la popolazione montana in età di leva ad arruolarsi nelle fila partigiane, salvo incorrere in pene severissime per sé ed i propri congiunti. Il numero degli effettivi inquadrati – volontari o meno – sale quindi rapidamente fino a circa cinquecento, esponendo la formazione al rischio di incorporare fra le proprie fila individui di incerta provenienza e moralità e creando, di conseguenza, gravi difficoltà di alloggiamento, rifornimenti e disciplina interna. Per arginare i problemi alimentari, il comandante Libero – noncurante della necessità di limitare le continue requisizioni e i prelevamenti arbitrari compiuti ai danni dei civili – stabilisce che la quota fissa del raccolto, che i mezzadri sono solitamente tenuti a consegnare alla parte padronale, sia interamente e obbligatoriamente devoluta alle forze partigiane per il sostentamento della brigata. L’ª brigata – racconta Lino Tiboni, partigiano di Casteldelci inquadrato nell’ª brigata Romagna – visse in una zona nella quale, al massimo, potevano essere concentrati . abitanti, . al massimo residenti. La brigata contava giovani, cioè persone che non potevano mangiare quanto un bambino o quanto un vecchio […]. È chiaro quindi che il problema dell’approvvigionamento è stato il vero problema che ha determinato situazioni difficili nei rapporti fra il partigiano e la popolazione […]. Dopo l’approvvigionamento, l’altro problema fondamentale era l’acquartieramento, perché eravamo in zone dove anche dal punto di vista residenziale le disponibilità erano addirittura irrisorie […]: case piccole, case fredde. Le case venivano condivise con le bestie. […] I primi due problemi, invece, hanno creato degli screzi soprattutto in un primo periodo, sotto la spinta della necessità e, delle volte, anche sotto la spinta di posizioni ideologiche: il senso della proprietà privata è fortissimo in quella zona, perché è chiaro che, meno si ha, più si è attaccati a quel che si ha.
Durante la seconda metà di febbraio Libero trasferisce il comando della brigata presso Strabatenza, dove il marzo è raggiunto da Ilario Tabarri (Pietro) – che nel frattempo ha preso il posto di
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Orsi, ucciso dai fascisti presso la Rocca delle Caminate. Pietro è stato inviato in montagna dal Comando regionale con l’incarico di sostituire Libero e di retrocederlo a capo di stato maggiore. La situazione della brigata appare infatti molto precaria: gli effettivi sono saliti a circa ottocentocinquanta, ma solo la metà degli uomini risulta armata e le munizioni scarseggiano. L’ubicazione del comando appare invece nota a chiunque. Dopo un inevitabile scontro con Libero, che inizialmente si rifiuta di cedergli il comando, Pietro riesce a convincerlo dell’urgente necessità di spostare e dividere gli uomini in tre formazioni distinte, al fine di arginare il rischio di un attacco nemico. Il piano di trasferimento ideato da Pietro prevede che la prima brigata, al comando di Alberto Bardi (Falco) – la meglio armata e formata da elementi più anziani ed esperti –, si diriga verso il versante marchigiano del Monte Fumaiolo e si metta in contatto con i partigiani locali, iniziando a compiere una serie di azioni contro i presidi nazifascisti allo scopo di recuperare armamento. La seconda brigata, al comando di Antonio Corzani (Tino), deve raggiungere invece il complesso del Fumaiolo e lì stanziarsi insieme al comando; mentre due compagnie della terza brigata, comandata da Veglio Benini (Villi), hanno il compito di restare a difesa del campo di lancio di San Paolo in Alpe e le altre due – totalmente disarmate e composte da elementi eterogenei e inaffidabili – devono seguire il comando, che si sarebbe stanziato in località Le Balze nel comune di Verghereto. Pietro ottiene il comando il marzo e il trasferimento ha inizio il giorno seguente. Il marzo la prima brigata si installa alle Balze, dove viene raggiunta il ° aprile dal comando; mentre la seconda si insedia a Capanne (Verghereto), a nord-est del Monte Fumaiolo. La nuova zona – conosciuta solo sulla carta –, non appena raggiunta, si rivela del tutto inadatta per la difesa delle forze partigiane: è facilmente raggiungibile attraverso la strada che da Cesena conduce verso il passo di Verghereto ed è, inoltre, ubicata a soli tre chilometri dalla linea gotica; a pochissima distanza dunque dalle località in cui svariati reparti nazifascisti sono al momento impegnati per la difesa dei lavori di predisposizione delle fortificazioni che compongono il progetto per la nuova linea di difesa. Viene quindi
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immediatamente stabilito da Pietro un ulteriore piano di trasferimento delle brigate da effettuarsi a partire dal aprile, non appena riorganizzati gli uomini. Nel frattempo, nella notte fra il e il aprile , la prima brigata, la meglio armata, allo scopo di recuperare armi e generi alimentari e con l’appoggio di alcuni partigiani del luogo, attacca il presidio della GNR di Sant’Agata Feltria (Pesaro) – ubicato a pochi chilometri in linea d’aria dal paese di Tavolicci. [] aprile: Occupazione di Sant’Agata Feltria – riporta il bollettino militare dell’ª brigata Romagna – da parte di cinque distaccamenti della nostra brigata. Disarmo del presidio locale composto da reparti di militi, di carabinieri e di poliziotti. Un fucile mitragliatore, quarantacinque fucili, divise, scarpe, coperte ed altro materiale fu il bottino tolto ai nostri nemici. Centodiecimila lire furono confiscate dalle casse della località e dai fascisti locali. Nove fascisti e militi furono tratti in ostaggio.
Circa duecentocinquanta partigiani al comando di Falco entrano, infatti, a Sant’Agata Feltria nella tarda mattinata del aprile a bordo della corriera pubblica; disarmano il presidio locale, requisiscono notevoli quantità di armi e generi alimentari, assaltano l’ammasso e distribuiscono grano alla popolazione, e infine catturano coloro che sono indicati dagli informatori locali quali ferventi fascisti o collaboratori dei tedeschi. Dopo aver occupato il paese per l’intera giornata, verso sera i partigiani lasciano l’abitato e si dirigono verso Balze, trattenendo con sé un numero limitato di ostaggi fra militi ed esponenti fascisti. ... Il rastrellamento dell’aprile Il aprile ha inizio un’ampia azione di rastrellamento che investe l’Appennino tosco-romagnolo e che vede impiegato attivamente e con inaudita ferocia, prima nel Mugello, quindi sul Monte Falterona (in particolare a Stia e a Vallucciole), il reparto esplorante della Divisione Hermann Göring – fra cui le compagnie reduci dalle azioni di controguerriglia messe in atto durante la seconda parte del mese di marzo nei comuni montani delle province di Modena e Reggio Emilia. Il comando del Gruppo brigate Romagna, avvisato dell’avvici-
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namento di truppe nemiche provenienti da Monte Coronaro e consapevole dell’impossibilità di una difesa delle posizioni raggiunte a causa dell’inesperienza degli uomini, sceglie quindi di anticipare il trasferimento già programmato in precedenza. Viene dunque stabilito che la prima brigata, oltrepassata la zona del rastrellamento, si diriga verso le Marche; che il comando sia trasferito da Balze a Capanne (dove è già dislocata la seconda brigata) e che quattro compagnie – due appartenenti alla seconda brigata e le due disarmate appartenenti alla terza – raggiungano, invece, il campo di lancio di San Paolo in Alpe. Avvistate però forti colonne tedesche munite di mortai e artiglieria, che da San Piero in Bagno-Alfero e dal lago di Quarto si muovono in direzione di Capanne, viene attuata una nuova modifica dei piani di trasferimento: il comando e la seconda brigata, rotto l’accerchiamento durante la notte, hanno l’ordine di raggiungere Casanova dell’Alpe, mentre la maggior parte del materiale, con gli ammalati e i feriti – vista l’assoluta mancanza di mezzi di trasporto –, viene abbandonato nei pressi di Capanne. Mentre il grosso della formazione riesce a raggiungere Casanova dell’Alpe senza scontrarsi con il nemico, la prima brigata, superato l’accerchiamento, avvista una colonna di militari tedeschi che risale la vallata di Fragheto e, impossibilitata ad evitare il contatto, decide di attaccarla di sorpresa. Le perdite nemiche sono ingenti, ma dopo ore di combattimento le squadre partigiane sono costrette a ritirarsi in direzione opposta a quella stabilita: invece di raggiungere le Marche, con un ampio giro (attraversando la statale nazionale a sud di Sarsina e risalendo verso Spinello) si riportano in località Balze, ricongiungendosi al comando e, in definitiva, determinando quella concentrazione di uomini in una zona circoscritta che il nuovo comandante aveva ripetutamente cercato di evitare. I reparti tedeschi reduci dagli scontri, nel pomeriggio del aprile fanno irruzione a Fragheto e – ritenendo la popolazione colpevole di connivenza con i ribelli, rifugiatisi all’interno del paese durante la notte precedente – mettono in atto una feroce azione di rappresaglia bruciando l’abitato e sterminando senza pietà persone, fra cui vecchi, donne e bambini. Nella stessa giornata, intanto, viene raggiunta dai militari tedeschi anche la località Ca-
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panne, dove – individuato il nascondiglio nel quale sono stati lasciati i partigiani feriti e ammalati, impossibilitati a mettersi in marcia – gli uomini fatti prigionieri vengono tutti indistintamente uccisi (in parte nello stesso luogo della cattura, in parte il giorno successivo dopo essere stati condotti presso il Ponte Carattoni, fra Casteldelci e Pennabilli). In conseguenza della barbara uccisione degli uomini catturati presso l’infermeria di Capanne compiuta dai militari tedeschi e dopo aver inutilmente tentato uno scambio di prigionieri durante il rastrellamento, le formazioni partigiane fucilano, il aprile , presso il cimitero Casanova dell’Alpe un gruppo di ostaggi, fra cui i fascisti prelevati durante l’azione del aprile a Sant’Agata Feltria. Mentre infuria il rastrellamento, giunge intanto al comando la notizia che Libero – invece di dirigersi in Toscana come da accordi – ha raggiunto il aprile il campo di lancio di San Paolo in Alpe, dove si è indebitamente fatto consegnare un’ampia somma di denaro facente parte del primo invio di materiale paracadutato dagli Alleati. Il commissario Guglielmo Marconi (Paolo), incaricato di cercarlo, riesce ad intercettarlo presso Pian del Grado e gli ordina di consegnare il denaro e di presentarsi al comando del Gruppo brigate. Libero sceglie invece di fuggire, decretando in tal modo la propria definitiva condanna a morte per diserzione e tradimento da parte dei suoi stessi compagni di lotta. La mattina del aprile inizia la seconda fase del rastrellamento: i reparti tedeschi avanzano a semicerchio in direzione di San Paolo in Alpe e Casanova. Il comando partigiano dà ordine di resistere presso Biserno, per permettere al grosso delle formazioni di sganciarsi e poi ripiegare verso la zona di Strabatenza-Rio Salso. La manovra non riesce: i tedeschi sfondano a Biserno prima del previsto, determinando la perdita di contatto fra il comando e le formazioni partigiane che si trovano a San Paolo in Alpe. Le compagnie, pur rimaste isolate e prive di ordini precisi, tentano comunque in parte di riunirsi e di raggiungere la Toscana attraverso la località Seghettina. I partigiani, continuamente incalzati dal nemico, non riescono però a resistere a lungo e – prostrati dal freddo, dalla fame e dalla fatica – dopo un breve periodo per la maggior parte abbandonano le armi e si disperdono.
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Il rastrellamento, che dura dal al aprile e vede impiegati dai . ai . uomini fra combattenti tedeschi e italiani, rappresenta una vera e propria disfatta per gli appartenenti al Gruppo brigate Romagna: l’azione nemica determina la morte di partigiani e l’arresto di altri , in parte deportati in seguito in Germania. Le formazioni partigiane romagnole, incapaci di sganciarsi o di reggere l’urto nemico, a fine mese risultano, infatti, completamente scompaginate. Ciò nonostante il comando del Gruppo brigate Romagna non viene scoperto e a partire da maggio, una volta riprese le comunicazioni con il Comando dei partigiani romagnoli, si adopera per ristabilire i contatti con i piccoli gruppi superstiti e per riorganizzare una nuova brigata partigiana (che assumerà il nome di ª brigata Garibaldi Romagna) sulla base di precise regole cospirative e di guerriglia e, soprattutto, di una rigorosa preselezione degli uomini. La consapevolezza degli errori compiuti, primo fra tutti la costruzione di unità troppo numerose, poco coese ed eccessivamente ricalcate sul modello dell’esercito regolare appare – nelle parole dei responsabili di allora – precisa, così come la linea adottata per porvi rimedio. Nessun partigiano – scrive il comandante Pietro nel suo “rapporto generale”, sintetizzando le nuove regole di adesione alla brigata – già appartenente alle vecchie formazioni verrà accettato se non armato non essendo ammissibile averle gettate via. Nessuno verrà accettato se non con sufficienti garanzie politiche. Ogni graduato delle vecchie formazioni deve rendere conto della sua responsabilità.
... Il distaccamento di Pippo e il gruppo di Cordonét Alla fine del maggio , l’ª brigata Romagna può già fare affidamento su di una rinnovata forza composta di circa centocinquanta elementi ordinati in squadre, dotate di larga autonomia, distribuite su di un ampio territorio e coordinate per mezzo di staffette dal comando installato presso Pieve di Rivoschio. Fra le nuove piccole squadre partigiane – sorte in seguito allo sbandamento della brigata determinato dal rastrellamento di aprile – troviamo anche il distaccamento autonomo capeggiato da Giuseppe Poggiali (Pip-
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po), operante a partire dal maggio proprio nella zona limitrofa a Tavolicci, fra il Monte Fumaiolo e la Carpegna. Solo nel periodo successivo alla partenza da Strabatenza, decisa da Pietro alla fine di marzo – scrive Roberto Branchetti nella sua ricostruzione storica degli eventi che precedono la strage di Tavolicci – parte delle formazioni partigiane stanziarono nei dintorni di Tavolicci. Si trattava di quella seconda brigata che aveva ricevuto l’ordine di alloggiare il comando alle Capanne e di accamparsi nei paraggi, ma che dovette ripiegare in ritirata già il aprile, giorno dell’avvio del grande rastrellamento.
Durante la permanenza nel territorio del comune di Verghereto, nei primi giorni di aprile, della prima e della seconda brigata, acquartierate presso Balze e Capanne, i partigiani del Gruppo brigate Romagna entrano, infatti, in contatto e collaborano con piccole formazioni locali autonome, che vengono in questa circostanza inquadrate nella brigata romagnola, pur mantenendo una propria autonomia d’azione. Con l’inizio del rastrellamento di aprile, diversi partigiani, appartenenti al Gruppo brigate Romagna, durante la ritirata attraversano quindi nuovamente la zona di Tavolicci e alcuni di loro stanziano nei dintorni del paese per alcuni giorni. Io sono sicuro – dichiara il partigiano Giorgio Dragoni, rimasto ferito durante la battaglia di Fragheto – che a Tavolicci non c’erano stati partigiani. Erano passati […] nel rastrellamento di aprile. Erano passati che si ritiravano. […] probabilmente anch’io sono passato di lì quando ero ferito.
In particolare, un piccolo gruppo di uomini appartenenti alla prima brigata comandata da Falco – fra cui Giorgio Dragoni (il pelato) e Giorgio Baffè –, rimasti dispersi dopo il combattimento di Fragheto, si dirigono verso Capanne e si acquartierano nella zona. La squadra di partigiani superstiti entra in contatto in questa fase con uno dei piccoli gruppi locali autonomi operanti nella zona (benché inquadrato nel Gruppo brigate Romagna a partire dai primi giorni di aprile) capeggiato da Giorgio Cordonét: si tratta di una banda di circa dieci-quindici elementi, tra i quali alcuni slavi, che, insediatasi nei pressi di San Vico, piccola borgata limitrofa a Tavolicci, si è distinta nel periodo precedente per grassazioni, razzie e prelevamenti arbitrari.
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C’era una bandetta in giro – racconta Ezio Zanchini di San Vito, riferendosi al gruppo di Cordonét – che s’erano dati alla macchia […]. E dopo ’sta gente aveva bisogno di mangiare. E cosa facevano? Alla sera andavano a saccheggiare. Una volta da una parte a prendere il vino. Dall’altra a prendere il pane o carne o pesce o quello che li interessava, che li bisognava. E dopo questi esercenti dove andavano a saccheggiare, a portare via la roba, lo scrivevano […]. Andavano al Comune a dire: “Lassù ci sono i partigiani, che son venuti giù e han portato via questo e quell’altro”. […] Avevano segnato tutta la zona dove stavano ’sti brigantetti nascosti, che era poi casa mia, Campo del Fabbro, Rivolpaio, Casanova e tutta la zona lì, e ’sto Tavolicci, che era il posto dove si fermavano di più.
I pochi partigiani sbandati del Gruppo brigate Romagna, rimasti isolati dal resto delle formazioni, non si uniscono al gruppo di Cordonét – che rimane sul luogo – e dopo pochi giorni si dirigono verso il piano. Il aprile il gruppo dei superstiti, riorganizzatosi, occupa infatti il paese di Ranchio, dove assalta il consorzio agrario e distribuisce il grano alla popolazione. Giunta al comando del Gruppo brigate Romagna notizia di quest’azione, viene inviato a prendere contatto con il gruppo di partigiani sbandati Giuseppe Poggiali (Pippo), il quale li accompagna presso il comando dislocato a Strabatenza. Presi accordi con il comandante Pietro, questo gruppetto composto di soli sei-sette uomini viene inquadrato in un distaccamento autonomo con Giuseppe Poggiali (Pippo), come comandante, e Angelo Guerra (Lino), come commissario politico; la zona d’operazione assegnatagli è quella compresa tra il Monte Fumaiolo e la Carpegna. Prima di insediarsi nella propria zona operativa, il gruppo durante il mese di maggio compie un ampio giro fino al passo dei Mandrioli allo scopo di recuperare armi e munizioni, nascoste in precedenza. Durante una di queste azioni di recupero gli uomini di Pippo riprendono contatto ed entrano in conflitto con il gruppo capeggiato da Giorgio Cordonét, che accusano di aver rubato alcune armi nascoste da loro in precedenza nella zona di Sant’Agata Feltria. Ci è capitata una cosa molto dispiacente – scrive Pippo in una lettera inviata al comandante Pietro il giugno – e non posso nascondertela a titolo di sincerità. Come ti dissi Giorgio Cordonét lo abbiamo richia-
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mato con l’ingiunzione di abbandonare la zona. Dopo pochi giorni dalla sua partenza col piccolo gruppo che avevamo rimasto, abbandonai la zona perché divenuta un po’ sospetta, e data la preoccupazione per la data del maggio che si verificava ovunque un rastrellamento, credei [sic!] opportuno nascondere moschetti vicino alla casa ove eravamo, ebbene, dopo giorni non abbiamo ritrovato queste armi [...], ma comunque questi moschetti sono finiti in mano di Cordonét, il quale ha commesso già qualche azione di banditismo e gli do la caccia continuamente per acciuffarlo, ma fin ora mi è stato impossibile averlo, certamente col denaro che ha rubato ha corrotto qualcuno del posto ove opera e lo tengono nascosto, ma spero un giorno o l’altro mi capiti fra le mani e così terminerà di fare il bandito.
Raggiunto, infine, il Monte Fumaiolo, i partigiani del distaccamento di Pippo iniziano ad operare nella zona di Badia Tedalda, Caprile, Fresciano, Pratieghi, Balze, Capanne e Sant’Agata Feltria. Dopo una serie di attacchi a guarnigioni tedesche e slovacche, in cui restano uccisi almeno due soldati nemici, il giugno in località Montagna catturano una pattuglia mista italo-tedesca proveniente dal presidio di Rofelle. Per quanto male armato e composto da poco più di dieci uomini, il distaccamento decide, servendosi dell’aiuto dei soldati catturati, di dare l’assalto al presidio di Rofelle. giugno: un nostro distaccamento assalta il presidio di Rofelle – relaziona il bollettino militare dell’ª brigata Romagna relativo al periodo – composto da circa sessanta uomini di truppa, tre sottoufficiali e un tenente, nonché un sergente maggiore tedesco che comanda il presidio. Viene ucciso il tedesco, e la truppa italiana, che non ha opposto resistenza, disarmata, sciolta dagli obblighi militari, è rimandata alle proprie case. Buono il bottino di armi e materiale.
Recuperato un rilevante quantitativo di armi grazie al buon esito dell’azione, la formazione si ingrandisce rapidamente fino a comprendere una sessantina di uomini. I nuovi effettivi sono quasi tutti del posto: fra di essi vi sono anche Frè Luigi e Sildo Bimbi, entrambi sottotenenti dell’aeronautica sottrattisi alla nuova chiamata alle armi e sfollati presso parenti residenti a Rofelle. Il distaccamento, diviso in squadre, comincia ad operare assiduamente attaccando in particolare automezzi germanici in transito lungo la carrozzabile che unisce Pennabilli a Pieve Santo Stefano e distrug-
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gendo lungo il fiume Marecchia una quarantina di postazioni per mitragliatrici e mortai, facenti parte del sistema difensivo della linea gotica. Il giugno , il distaccamento di Pippo cattura e disarma presso Pratieghi cinque soldati italiani appartenenti alla guarnigione di polizia italo-tedesca stabilitasi poco tempo prima a Balze. I partigiani, convinti di aver ottenuto la collaborazione dei militari fatti prigionieri, nella notte tra il e il giugno , tentano quindi di attaccare il presidio di Balze, sperando di ottenere un facile successo come a Rofelle. L’azione, invece, fallisce: giunti al posto di blocco della Falera il sergente fascista, che aveva garantito la propria collaborazione (Calogero Riggi), lancia invece l’allarme ai propri commilitoni, che iniziano immediatamente a sparare. I partigiani, ancora fuori tiro, riescono comunque ad allontanarsi senza subire perdite, ma per mezzo di quest’azione mancata segnalano distintamente al nemico la presenza del proprio distaccamento in zona. Gli uomini del posto appartenenti alla formazione partigiana ritornano alle proprie case, mentre i forestieri divisi in tre gruppi si rifugiano nella zona del Poggio dei Tre Vescovi, trovando rifugio nelle borgate di Lamone, Bigotta e Montagna. I reparti italo-tedeschi acquartierati presso le Balze, ossia la IIª Compagnia del IV Battaglione volontari di polizia Italia, da questo momento in poi danno infatti la caccia al gruppo partigiano comandato da Pippo, tentando con feroce accanimento e senza sosta – attraverso un’impressionante sequenza di azioni armate ai danni della popolazione civile dei paesi ubicati nella zona operativa del distaccamento (fra i quali Tavolicci) – di braccarne ed eliminarne tutti gli appartenenti. . Il rapporto con la popolazione ... Fragili equilibri di legittimità Per quanto lo sviluppo dei gruppi armati operanti nelle due diverse aree interessate dalle stragi appaia – come è stato fin qui ricostruito – per molti aspetti diversificato, alcuni elementi si ripetono con caratteri del tutto simili in entrambi i contesti. In particolare,
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nelle prime fasi costitutive dei gruppi armati, il rapporto con le popolazioni locali residenti in ciascuno dei territori risulta profondamente correlato alle modalità di gestione dei problemi di sussistenza alimentare incontrati dalle formazioni partigiane. In un primo periodo – che può essere individuato fra l’inverno e la primavera del –, sia sull’Appennino modenese che su quello romagnolo, i gruppi armati partigiani si dimostrano di fatto incapaci di definire con chiarezza i limiti e le finalità del proprio operato, difettano di disciplina e organizzazione interna e si trovano in definitiva costretti da ragioni di necessità a procurarsi con la forza le risorse per la propria sussistenza per mezzo di azioni di prelevamento ai danni di civili. La mancanza di esperienza relativa alla guerra di guerriglia e l’impreparazione militare e politica che accomuna la maggior parte degli uomini appartenenti a queste prime pattuglie in armi è, infatti, l’elemento che più di ogni altro caratterizza la fisionomia dei diversi gruppi protagonisti di questa prima fase della resistenza armata in montagna. I primi raggruppamenti, inoltre – siano essi costituiti da elementi provenienti dal piano o diretta emanazione locale –, si coagulano spontaneamente sotto la spinta di necessità di difesa perlopiù a carattere individuale; si raggruppano, cioè, per proteggersi a vicenda dalla forza pubblica incaricata di far rispettare i bandi di arruolamento, costretti dalla condizione di renitenti e disertori prima che da scelte ideali. La scelta di imbracciare le armi e di organizzarsi per vivere collettivamente alla macchia è, infatti, in principio, quasi ovunque espressione della necessità personale di sottrarsi alla nuova chiamata alle armi imposta dalla RSI, del rifiuto dunque di combattere ancora a fianco dell’alleato tedesco una guerra nella quale la nazione ha ormai dimostrato in buona sostanza di non credere più. Di essere diventato antifascista non mi sono mai accorto – racconta ad esempio Mario Albicini, partigiano inquadrato nelle formazioni della valle del Dragone. Non sapevo cosa volesse dire essere antifascista. Sono diventato partigiano perché ero ricercato per andare soldato con la classe e tutti i giorni venivano i carabinieri a casa e mi toccava scappare. Eravamo uomini reduci dall’esercito italiano discioltosi – dichiara invece il comandante partigiano Leo Dignatici – emigrati tornati al paese d’origi-
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ne dalle grandi città del Nord, dalla Grecia e dalle altre zone di guerra. Un giorno ci riunimmo e di comune accordo decidemmo di restare a casa e di non presentarci a nessuna chiamata, sia dell’Esercito, che del regime.
La spinta spontanea ad organizzarsi in gruppi armati è, infatti, sorretta da un istintiva volontà di opporsi all’ordine costituito, priva però di precise pianificazioni relative alla gestione dei problemi alimentari e di acquartieramento in montagna, o di chiare direttive relative alla condotta da adottare nella lotta contro il nemico – che in una prima fase è rappresentato quasi esclusivamente dall’autorità fascista locale competente sul territorio, la quale personifica in sé l’istituzione pubblica. Racconta, nella sua cronaca su Modena, Adamo Pedrazzi, delineando con lucidità l’incertezza di giudizio e l’ambiguità che circonda le figure di questi primi oppositori in armi: Molti ritengono che questi ribelli altro non siano che una torma di banditi, votati ad un genere di vita proprio del più classico dei brigantaggi; mentre altri, e forse non senza punto di ragione, sono per credere che erronea sia la definizione di banditismo, mentre sarebbe per essi più rispondente al vero la denominazione usata in altre terre: patrioti. Sotto un determinato punto di vista essi hanno un aspetto che non è quello del vero bandito, e le azioni che compiono non hanno caratteri espressamente delittuosi, cioè non sono compiute per spirito di rapina o per vendetta di parte. Certe azioni che possono avere la maschera del sopruso o dell’indebita appropriazione, debbono avere una tipica attenuante, che ovviamente nasce dal bisogno di vivere, cioè di procurarsi il sostentamento.
Se questi primi resistenti in armi si configurano, dunque, spesso quali “sbandati” – individui catapultati in un contesto sconosciuto, disorientati, esposti al freddo e alla fame, ancora incapaci di una vera e propria organizzazione interna –, la loro sopravvivenza materiale in montagna appare strettamente connessa ai rapporti che intercorrono con la componente civile residente nei luoghi dove si sono insediati: se la solidarietà della popolazione è infatti elemento essenziale ed imprescindibile per la costituzione e lo sviluppo dei gruppi di emanazione locale, anche nel caso dei gruppi composti da forestieri – per quanto sostenuti dalle organizzazioni politiche presenti in pianura –, l’aiuto dei civili e la condivisione delle risorse economiche presenti sul territorio risultano ugualmente
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fattori prioritari. Questo concreto stato di necessità materiale fa sì che, là dove non giungano spontanei, questi gesti di “solidarietà” vengano comunque imposti forzatamente alle comunità montane attraverso la minaccia delle armi. Un ricorso alla forza e alla prevaricazione a volte sofferto e dettato dalla fame, ma in troppe circostanze anche frutto di una troppo disinvolta espressione del più squilibrato dei rapporti: quello fra armati e disarmati. I partigiani – racconta Giuseppe Botti, uno dei superstiti della strage di Tavolicci – quelli erano mangiabestie, non erano partigiani. Perché si erano messi in casa e facevano una gran baldoria. Prendevano, andavano a fare saccheggi a Sant’Agata e così. […] Stavano lì, venivano nelle case, se avevamo un prosciutto, se avevamo delle galline e ci portavano via tutto quello che avevamo […]. E poi le donne bisognava che le pelassero, che ci facessero la pastasciutta, le lasagne e queste cose qua, se no ti puntavano il fucile. […] Bisognava aiutarli anche per forza, perché venivano con il fucile. Dobbiamo riconoscere – dichiara invece, nelle sue memorie, Osvaldo Poppi (Davide), in qualità di commissario politico delle formazioni partigiane modenesi durante la Repubblica di Montefiorino – che siamo stati alimentati ricorrendo alle risorse del luogo, risorse che abbiamo preso, volenti o nolenti alle popolazioni. Purtroppo con una certa pressione (non voglio dire violenza vera e propria) strappavamo la vacca, strappavamo il vitello, strappavamo la pecora a della gente che era povera.
In una condizione caratterizzata, dunque, dalla fame e da una comune precarietà economica – condivisa sia dai civili che dai partigiani – non appaiono quindi affatto anomale o eccezionali le derive verso veri e propri atti di banditismo armato, o verso modalità di prelevamento arbitrario dei beni appartenenti alla popolazione locale non sostanziate da una chiara politica di lotta – non prioritariamente dirette verso esponenti fascisti di rilievo, per esempio, e vissute dai civili come indebite ruberie e come tali denunciate alle autorità costituite. In entrambe le aree identificate, infatti, durante la primavera-estate del si susseguono notizie di reato relative a delitti contro la proprietà privata, che, inoltrate giornalmente dalla popolazione civile all’autorità fascista competente, hanno l’inevitabile effetto di allarmare le istituzioni responsabili dell’ordine pubblico e di richiamarne l’attenzione su questi specifici territori.
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... Disciplinamento interno e aspirazioni di giustizia La tensione fra esigenze di sussistenza del movimento partigiano in fase di consolidamento e necessità di tutela della popolazione civile disarmata è il nodo cruciale nello sviluppo politico delle prime formazioni armate costituitesi tra l’inverno e la primavera del . Il salto qualitativo compiuto nella fase successiva dai nuclei armati impegnati nella lotta di liberazione risulta, infatti, strettamente correlato alla capacità di gestione sul territorio di queste specifiche contraddizioni. Gli organismi militari costituiti a livello provinciale e regionale dai Comitati di liberazione nazionale per sovrintendere e indirizzare a livello politico la lotta armata in montagna, in entrambe le aree analizzate individuano, infatti, quale elemento essenziale di sviluppo interno fra la primavera e l’estate del – in coincidenza con i primi grandi rastrellamenti messi in atto dai nazifascisti per contrastare il pericolo della guerriglia partigiana sull’Appennino tosco-emiliano –, la necessità di riaffermare o imporre ex novo precise regole di disciplina e organizzazione interna fra gli stessi combattenti e in rapporto alle popolazioni civili. L’esigenza di una più salda e capillare organizzazione politica delle formazioni armate attive sul territorio appare, infatti, quale inevitabile e diretta conseguenza della radicalizzazione del conflitto: il salto di qualità rappresentato dalle politiche di violenza messe in atto sull’Appennino tosco-emiliano dal nemico per finalità strategico-militari e gli effetti dirompenti che ne conseguono impongono, infatti, al movimento partigiano impegnato nella guerriglia, innanzitutto di rafforzare il controllo interno sugli uomini, così da arginare la permeabilità dei gruppi armati all’infiltrazione di spie o approfittatori, e le conseguenti derive di violenza arbitraria che compromettono pericolosamente l’indispensabile legame di collaborazione (attiva o passiva) con le popolazioni locali. In entrambi i contesti analizzati, il drastico cambio di impostazione organizzativa e l’assunzione di un rigido disciplinamento interno delle formazioni armate montane si impongono grazie alla spinta degli organismi politici presenti in pianura, appartenenti ai CLN provinciali, e in particolare all’iniziativa dei rappresentanti delle Federazioni del Partito comunista – che per primi comprendono e valorizzano l’importanza della lotta armata in montagna.
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La pressione dei dirigenti politici verso l’affermazione di più rigide regole cospirative, di selezione interna e di ferreo disciplinamento dei comportamenti risulta quindi, in primo luogo, determinata da esigenze difensive a carattere militare: è una necessità pratica passare dal confuso spontaneismo e dall’iniziativa personale, che caratterizzano la prima fase di costituzione dei gruppi partigiani in armi, ad una più chiara, rigorosa e gerarchica organizzazione interna a livello politico e militare, se si vuole riuscire a contrastare le potenzialità e la forza di un nemico preponderante, che dispone di formazioni regolari, di un maggior numero di uomini e di un migliore armamento. La lotta coi ribelli – osserva nella sua cronaca su Modena, già durante il marzo , Adamo Pedrazzi – si fa ogni giorno più aspra e sanguinosa e quanto prima si dovrà parlare di un nuovo fronte: quello della montagna. […] Tutti sono del pensiero che non si tratti ormai di banditismo, e molto meno di manifestazioni dovute a uomini affiliati alla comune delinquenza, bensì v’è di più, e, diciamolo pure, v’è di meglio. Codesta gente ha un compito al quale si è votata; nessuno può negarlo. […] Si tratta di effettivi numerosi, inquadrati militarmente, con comandi esperti e con sufficienti armamenti, sia pure adeguati per una guerriglia di posizione, per un compito di picchiettante disturbo delle retrovie tedesche.
La riorganizzazione interna e il disciplinamento della resistenza armata in montagna – che, seppur in tempi diversi, sia sull’Appennino modenese che su quello romagnolo, caratterizzano l’affermazione egemonica a livello politico dei rappresentanti del Partito comunista sui nuclei combattenti già esistenti – si esplicano inizialmente nei tentativi di ridimensionamento e controllo del potere personale assunto da alcuni comandanti partigiani: figure eminenti che sono state, nella fase iniziale dello sviluppo della resistenza in montagna, fulcro e motore del passaggio alla vera e propria lotta armata, ma che hanno incentrato la capacità d’azione dei gruppi che dirigono sul proprio carisma personale e su un’incondizionata libertà di comportamento. Emblematici comandanti partigiani, le cui figure sono caratterizzate dal coraggio, dalla spregiudicatezza dell’iniziativa armata e dalla leggendaria aura avventuriera che circonda le loro azioni – quali Giovanni Rossi o Nello Pini nel Modenese, e Libero Riccardi in Romagna –, costellano infatti in en-
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trambe le aree l’immaginario e la storia delle prime ancora inesperte formazioni armate attive durante la primavera del . Questi uomini carismatici, che hanno il merito di rompere definitivamente gli indugi attendisti a favore del diretto scontro in armi – infrangendo le regole sociali dell’ordine costituito imposte dallo Stato fascista e offuscando dunque, anche a proprio danno, i confini di legalità e legittimità dell’agire individuale –, sono infatti sacrificati durante questa fase di riorganizzazione politica e di disciplinamento interno del movimento partigiano. Figure dai contorni ambivalenti, a cui, all’interno delle stesse fila partigiane e del CLN, si riconosce il merito delle prime eclatanti azioni armate e a cui non si può negare un imponente ascendente sugli uomini al loro comando, ma di cui si criticano ingenuità organizzative e cospirative, si mettono sotto accusa deliri di controllo e manie accentratrici, si denunciano abusi di potere contro la popolazione civile ed eccessi di violenza contro i prigionieri, fino a tratteggiarne una descrizione del tutto in negativo a giustificazione della scelta della loro diretta eliminazione fisica. I rappresentanti e i commissari politici inviati alle formazioni dal CLN e dalle Federazioni del Partito comunista, provano in principio a imporre un controllo indiretto su questi primi arditi comandanti partigiani, i quali però – abituati alla libera e anarchica espressione del proprio potere personale – si sottraggono in buona misura a tali tentativi egemonici sui gruppi in armi alle loro dipendenze, condannandosi in tal modo a divenire capri espiatori degli errori compiuti, vittime sacrificali di una fase di sviluppo ulteriore della resistenza in montagna e di ridefinizione delle modalità e dei confini dell’azione armata – anche in rapporto alla popolazione civile – che si estende, in realtà, molto al di là dei comportamenti assunti da singoli combattenti. La riflessione interna all’ambito partigiano relativa ai limiti di legittimità della propria violenza e alla relazione con la popolazione civile – imposta dalla radicalizzazione del conflitto – si sviluppa, infatti, ben oltre la condanna a morte di questi singoli protagonisti della prima confusa e convulsa fase operativa della resistenza in armi; e si dispiega apertamente nel momento in cui la componente politica antifascista e il movimento partigiano provano a farsi promotori, nel concreto, di una nuova – seppur ancora abbozzata e in-
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compiuta – politica di governo e di giustizia sociale nei luoghi dove il proprio controllo sul territorio risulta almeno temporaneamente dominante, come nel caso delle zone libere. All’interno della Repubblica di Montefiorino – che si sviluppa a partire dal giugno sull’Appennino modenese, comprendendo i territori che hanno fatto da scenario alle feroci politiche di violenza contro i civili messe in atto dalle autorità nazifasciste durante il mese di marzo – si individua, ad esempio, significativamente, una precisa volontà di riflessione sul tema della giustizia. Nella zona libera modenese vengono infatti istituiti – in forma compiuta e attiva a partire dall’autunno : una polizia partigiana, responsabile del disciplinamento e del controllo interno degli uomini in armi, in particolare in relazione ai delicati temi delle requisizioni ai danni della popolazione civile e delle esecuzioni sommarie; e un articolato sistema giudiziario che si munisce di un proprio tribunale unico e di un originale sistema normativo, competente a giudicare la condotta militare assunta dai combattenti, ma anche legittimato ad esprimere pareri riguardanti vertenze civili che esulano dall’ambito della lotta armata. Durante la seconda Repubblica di Montefiorino – su iniziativa dei democratici cristiani e con l’attivo sostegno dei rappresentanti del Partito d’azione –, il movimento partigiano, dopo aver riconquistato con le armi il controllo del territorio, tenta infatti di rispondere ad una domanda sociale di governo: prova a farsi Stato, costituisce proprie istituzioni in collaborazione con la popolazione locale e tenta di articolare una propria risposta alla domanda di giustizia proveniente dalla società civile; cominciando a delineare, in tal modo, quel modello politico alternativo di amministrazione pubblica e giudiziaria dal basso che i partiti antifascisti del Comitato di liberazione nazionale alta Italia (CLNAI) tenteranno, con alterni risultati, di affermare a conclusione del conflitto. Al di là dell’analisi sulla qualità politica di un tale esperimento di governo e delle valutazioni relative alla sua reale efficienza pratica, in particolare durante l’inverno e la primavera del , è interessante notare come nell’arco di pochi mesi almeno parte della popolazione civile sostituisca il referente pubblico istituzionale a cui rivolgersi. Se fino al maggio del le denuncie di reato sono infatti presentate alle autorità fasciste locali – determinando concre-
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te conseguenze operative sulle politiche relative all’ordine pubblico –, a partire dai mesi invernali del è il Tribunale partigiano della Repubblica di Montefiorino ad accogliere e farsi carico delle istanze di giustizia (per la maggior parte a sfondo economico) provenienti dalla popolazione civile, che in tal modo, indirettamente, riconosce ed avvalora la legittimità istituzionale del nuovo governo partigiano. ... Effetti delle stragi Le due efferate azioni armate compiute a danno delle popolazioni residenti nel territorio di Monchio e Tavolicci si inseriscono, dunque, all’interno di questo delicato processo di sviluppo del movimento partigiano e inevitabilmente lo segnano. I due eccidi producono, quale effetto immediato, un temporaneo congelamento dei rapporti fra civili e partigiani. Le conseguenze dei due massacri appaiono, infatti, talmente raccapriccianti da imporre in un primo momento, da parte partigiana, una reazione di rispettoso silenzio nei confronti dell’incomparabile tragedia e del conseguente lutto che ha indelebilmente segnato le due comunità appenniniche – dentro la quale si innesta anche una riflessione interna sull’opportunità di ridefinire i metodi stessi della guerriglia armata. Dopo un paio di giorni – racconta il partigiano Cesario Palandri (Balìn) – vidi arrivare mio padre insieme al fratello di Riva e ci raccontarono cos’era successo a Monchio. […] Dissero: “[…] Tutti i partigiani sono stati attaccati, sono sbandati. A Monchio c’è una situazione che guai se vi rivedono ancora. Non fatevi più vedere a Monchio, perché quelli vi ammazzano loro”. In quel momento sembrava che tutta la colpa fosse nostra, era stata addossata tutta a noi.
Nel caso romagnolo – dove la resistenza armata assume un più rigido e disciplinato modello di organizzazione interna già a partire dalla tarda primavera del –, il comando dell’ª brigata Garibaldi Romagna invia sul luogo, pochi giorni dopo il massacro, un proprio rappresentante con l’incarico di raccogliere informazioni sull’accaduto: è Giorgio Dragoni, appartenente al distaccamento di Pippo, a cui il commissario politico della brigata, Pietro Reali (Bernardo), si è rivolto per avere delucidazioni sull’accaduto. Il co-
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mando partigiano, che non possiede in quel momento contatti con altre formazioni attive nella zona, non appare in grado, infatti – attraverso gli elementi di cui è a conoscenza –, di contestualizzare la strage in una precisa dinamica di scontri: non sa con precisione che cosa sia accaduto a Tavolicci e quali siano i motivi che hanno innescato un’azione punitiva di tale entità. Il gruppo di Cordonét non è mai stato, infatti, realmente organico all’ª brigata ed ha avuto con essa solo qualche fugace collegamento; mentre il distaccamento di Pippo, dopo i ripetuti attacchi subiti dai reparti nazifascisti durante il mese di luglio, si è in parte sbandato e in parte ha abbandonato la zona per dirigersi verso la Carpegna. Questa volontà di indagine sull’accaduto da parte partigiana, di cui l’ª brigata si fa immediatamente interprete – assumendo a fronte dell’atrocità dei crimini commessi un impegno di responsabilità pubblica, quasi istituzionale, che si esprime in una embrionale attività inquirente e assistenziale a favore delle comunità colpite –, benché produca durante il conflitto effetti modesti, è alla base delle aspirazioni di giustizia che indurranno nel dopoguerra i CLN locali della zona a farsi promotori della raccolta di informazioni presso la popolazione sui delitti commessi dai reparti nazifascisti. Un’assidua opera di stimolo e sostegno alle autorità giudiziarie competenti che contribuisce all’istruzione, nel presso la Corte d’Assise Straordinaria di Forlì, di un procedimento penale a carico di alcuni soldati italiani inquadrati nel IV Battaglione volontari di polizia Italia, che vede fra i propri capi d’imputazione la strage di Tavolicci-Campo del Fabbro; e che – nelle ipotesi d’accusa del pubblico ministero e nella sentenza di primo grado – offre quella che, ad oggi, rimane anche dal punto di vista storico la più chiara ed esauriente contestualizzazione esplicativa dell’indiscriminata azione armata compiuta a Tavolicci. Il primo tentativo d’indagine sulla strage nasce, quindi, da istanze di giustizia provenienti dall’ambito partigiano già durante il conflitto, che si proiettano oltre la liberazione e che tentano di esprimersi compiutamente attraverso la giustizia speciale attiva in Italia durante i primi due anni del dopoguerra. Uno dei più importanti tra i compiti spettanti ai comitati provinciali – dichiara, infatti, il documento allegato alle norme per il funzionamento del-
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le Corti d’Assise, inviato dal Comitato di liberazione nazionale alta Italia il agosto ai CLN regionali e provinciali – è quello di organizzare con la necessaria rapidità l’opera di eliminazione e punizione dei fascisti repubblicani e dei loro complici attraverso i necessari provvedimenti di polizia e gli opportuni procedimenti giudiziari, al fine […] di dare esempi di severa ed inflessibile giustizia punitiva, che valgano a restaurare l’ordine morale, impedendo altresì eccessi e giudizi sommari.
Sull’Appennino modenese, invece, la ripresa dei rapporti fra superstiti del massacro e aderenti alla resistenza armata non avviene attraverso l’astratta mediazione rappresentata dalla promessa di giustizia – dall’assunzione pubblica quindi, nell’immediato dopoguerra, di un ruolo e di una responsabilità politico-istituzionale da parte della componente partigiana, attraverso l’attività inquirente assunta dai CLN in ambito locale –, ma più semplicemente attraverso la riaffermazione dei legami comunitari e di solidarietà fra civili e partigiani, che caratterizzano fin dalle origini le formazioni locali attive nella zona. Il aprile si riuniscono infatti, presso Casa Mucci, circa una ventina di partigiani di Monchio, i quali nell’occasione decidono di costituire un Battaglione mobile, per poter prendere contatto con le altre formazioni attive sull’Appennino modenese e impegnarsi a tutti gli effetti nella lotta armata, abbandonando la vocazione difensiva e localistica che ha fino a questo momento caratterizzato la loro azione. A te povero Monchio che hai subito lo sfogo dell’ira nemica – recita il giuramento letto pubblicamente il ° maggio in paese dagli appartenenti alla nuova formazione, subito prima della partenza per Montemolino (dove è in quel momento insediato il Distretto militare partigiano) –, a te che hanno barbaramente bruciato e saccheggiato le rustiche ma tanto amate dimore della gente del popolo. A te che hanno atrocemente uccisi i migliori dei tuoi figli inermi, intenti solo al lavoro, rei soltanto di essere degli onesti e laboriosi lavoratori […]. A te che sono rimaste tante creature senza tetto e senza ogni cosa del necessario, rimaste sole nelle mani del destino avvolte nel lutto e nel dolore a piangere la morte dei propri cari. A te rimanga una speranza. […] Un pugno di uomini, un pugno dei tuoi figli rimasti si sono uniti con un solo e giusto ideale e giurano nel nome dei suoi fratelli assassinati di combattere sino all’estremo e se necessario morire, per la vendicazione dell’infame strage nemica, per distruggere e vincere il barbaro oppressore e dare al mondo PACE, GIUSTIZIA E LIBERTÀ. […]
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Tutto il popolo lo vuole e così avverrà. […] E TU MONCHIO che ora offri ai passanti il triste spettacolo di case diroccate e cumuli di macerie, alla fine di questa lotta dovrai risorgere come risorge il sole dopo una forte bufera.
La peculiarità che contraddistingue la strage – ossia l’assoluta mancanza di precedenti esperienze relative ad analoghe azioni armate ai danni dei civili – influisce visibilmente sulla reazione successiva agli eventi: a Monchio, infatti, la coesione fra popolazione e partigiani viene rinsaldata dopo il massacro a partire dalla comune volontà di riscatto della violenza subita dall’intera comunità locale. Nel caso modenese, l’esperienza dei gruppi partigiani di diretta emanazione locale non si interrompe affatto con la strage, ma anzi evolve e si rafforza nei mesi successivi. Il Battaglione autonomo Monchio – che conserva nel tempo la specifica vocazione locale che lo caratterizza, non assumendo mai marcate coloriture politiche e di partito – si distingue, infatti, durante l’imponente rastrellamento estivo, che segna la fine della prima Repubblica di Montefiorino, per l’incisività del proprio spirito combattivo a difesa del territorio e delle comunità montane. I partigiani di Monchio sono, infatti, fra gli ultimi combattenti a sganciarsi e contrastano, seppur isolati – potendo contare sul solo appoggio del Battaglione dei democratici cristiani guidato da Ermanno Gorrieri (Claudio) –, per tre interi giorni l’avanzata dei militari tedeschi, resistendo agli attacchi nemici presso Saltino dal luglio al ° agosto . A partire dall’ottobre , il Battaglione Monchio – congiuntosi con le formazioni di area azionista – diviene parte integrante della brigata Santa Giulia (in seguito brigata Allegretti) e si afferma – riconfermando il proprio specifico legame con il territorio – per i combattimenti sostenuti contro le forze armate tedesche durante il rastrellamento invernale del gennaio e, in particolare, negli assalti a Monte Santa Giulia della Pasqua . Il giorno di Pasqua, ° aprile – viene riportato nel diario storico della brigata partigiana Mario Allegretti (già Santa Giulia), redatto dal comandante Leo Dignatici –, il nemico attacca nella zona di Saltino con meta M. S. Giulia. […] il Btg. Monchio con i suoi magnifici partigiani, riesce ancora una volta a fermare il nemico sulle posizioni raggiunte […]. È una gara superba e spaventosa di eroismo e di fuoco che dura per tutta la gior-
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nata, senza tregua, con accanimento inesauribile. Sono i partigiani di Monchio che ancora una volta hanno detto al nemico che a S. Giulia non ci si arriva; sono le donne di Monchio, che incuranti del pericolo, riforniscono di munizioni e di viveri i loro figli migliori, i loro sposi, i loro fratelli, i loro fidanzati.
Nel tempo, inoltre, alcuni protagonisti eccellenti appartenenti alla resistenza locale assumono ruoli di rilievo nelle diverse brigate partigiane attive sull’Appennino modenese fino al termine del conflitto: Domenico Telleri (Minghin) eredita, infatti, dopo la fucilazione di Nello avvenuta nel luglio , buona parte degli effettivi appartenenti alla sua formazione e si afferma a partire dal settembre al comando della ª brigata Dragone; Leo Dignatici – dopo la morte di Mario Allegretti – è nominato nell’aprile comandante della brigata Santa Giulia; mentre Cesario Palandri (Balìn) è a capo della brigata Dolo. Gli uomini provenienti dalla valle del Dragone – segnati in profondità dagli eventi di marzo, che hanno dilaniato le loro comunità – si distinguono quali promotori di una specifica sensibilità ed attenzione relativa ai rapporti fra resistenza armata e civili. Il loro apporto e la loro particolare vocazione nel rendersi anello di congiunzione fra popolazioni residenti e partigiani forestieri – valorizzati, in particolare, nel proficuo dialogo intercorso con i rappresentanti politici provenienti dall’area democratico-cristiana e azionista – assumono rilevanza soprattutto durante la seconda Repubblica di Montefiorino, quando la componente partigiana prova materialmente a farsi Stato, proponendo alle comunità locali un proprio embrionale ma concreto modello di amministrazione, di giustizia, di assistenza, di economia e di sanità. Nel caso modenese, dunque, la componente partigiana locale acquisisce rilevanza nell’orizzonte resistenziale proprio in funzione del suo ruolo di rappresentanza dei legami di solidarietà fra partigiani e popolazioni. La stretta connessione e l’identificazione fra i superstiti e i partigiani locali – i quali riconfermano il proprio impegno attivo nella lotta contro i nazifascisti in conseguenza della strage, come esplicitamente dichiarato nel giuramento costitutivo del Battaglione Monchio –, che caratterizzano l’area modenese, determinano però anche l’emergere di dinamiche di vendetta. Nei primi mesi successivi al massacro si assiste, infatti, ad una radicalizzazione della vio-
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lenza insita nel comportamento adottato dai combattenti partigiani nei confronti dei nemici, in alcuni casi esplicitamente giustificata quale reazione alle barbarie inflitte alle comunità montane dalle forze nazifasciste. Il maggio – si afferma in una relazione del Battaglione Ciro Menotti, relativa ad un’azione compiuta sotto il comando di Nello – un centinaio di partigiani partirono alla volta di Cerredolo per assalire il locale presidio della Milizia, giustiziare spie, prelevare denari e generi alimentari vari. […] Portate a compimento le operazioni di prelievo materiali, si giudicò sommariamente i prigionieri. Scartati i giovani iscritti alla Milizia perché delle classi richiamate, vennero fucilati il maresciallo Comandante il presidio, il capo squadra e undici militi, oltre ad una pericolosa spia locale iscritta al Partito. La fucilazione fu compiuta un po’ da tutti dato l’accanimento che animava tutti i partigiani. Nella marcia di avvicinamento questi erano passati a vista dei paesi di Monchio, Costrignano, distrutti dai tedeschi e dai fascisti durante la battaglia partigiana di S. Giulia.
Lo spirito di rivalsa – che scorre parallelamente alle istanze di giustizia – accolto anche dai combattenti della città si concretizzerà, infine, nell’esecuzione, avvenuta a Modena il marzo (a circa un anno dal massacro), dell’ex commissario prefettizio di Montefiorino Francesco Bocchi, nel frattempo divenuto vicefederale. L’ex reggente del fascio nella valle del Dragone è, infatti, unanimemente indicato dai Comandi partigiani dell’Appennino come il principale mandante della strage, colui che ha sollecitato e reso possibile l’attuazione dell’indiscriminato massacro da parte dei reparti tedeschi. La popolazione montanara e dei garibaldini tutti della Divisione – scrive il commissario della Divisione Modena Montagna, Davide (Osvaldo Poppi), in una lettera inviata nell’autunno al comando dei SAP e dei GAP di Modena – si rivolgono ai combattenti di città e della pianura per ottenere la cattura del criminale di guerra BOCCHI. Già reggente del fascio di Montefiorino ed attualmente V. Federale di Modena è uno dei maggiori responsabili degli eccidi e delle distruzioni perpetrate nella primavera sulle nostre montagne. L’esecuzione o meglio ancora il suo trasporto in montagna avrebbe una risonanza enorme […]. Si fa presente il desiderio della montagna di avere Bocchi vivo per impiccarlo fra le desolate rovine di uno dei tanti paesi incendiati.
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Note . Cfr. E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando: l’armistizio italiano del settembre e le sue conseguenze, il Mulino, Bologna (ed. or. ). . Sul rapporto partigiani-popolazioni montane, si veda M. Dondi, A. Preti (a cura di), Guerra, guerriglia e comunità contadine in Emilia Romagna: -, RS libri, Reggio Emilia ; S. Peli, La Resistenza difficile, Franco Angeli, Milano , pp. -. . Fra i parroci della zona che si esposero per evitare l’arresto dei giovani renitenti alla leva e sostennero moralmente e concretamente la formazione di questi primi gruppi partigiani, sono da annoverare don Sante Bartolai, don Costantino Bortolotti, don Nino Monari e don Alberto Zanaroli. Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -; Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Per quanto riguarda lo scioglimento dei reparti appartenenti all’Accademia militare di Modena, avvenuto nella zona di Monchio il settembre , mi riservo di ritornare più diffusamente sull’argomento in seguito. Cfr. ivi, pp. -. . Secondo Pietro Alberghi, il luogo di ritrovo per il gruppo di Monchio era una casa disabitata in località Querciadello, quasi alla sommità del crinale tra le valli del Dragone e del Rossenna. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., p. . . Anche a Costrignano si forma nello stesso periodo un piccolo nucleo locale di oppositori intorno alla figura di Alfredo Beneventi, vecchio anarchico del luogo che aveva preso esplicite posizioni antifasciste già durante il regime. Il comando viene affidato prima all’ex carabiniere Silvio Barbati, poi a Dino Gualtieri; ma gli abitanti di Costrignano non hanno la forza per mantenere a lungo una vera e propria formazione locale, piuttosto si aggregheranno ai diversi gruppi via via attivi nella loro zona. Cfr. Fantozzi, Monchio, marzo , cit., p. . . Appartenevano a questo primo nucleo costituitosi a Monchio: Leo Dignatici, Giuseppe Rebuttini, Domenico Telleri (detto Minghin), Ermete Compagni, Elia Rioli, Nino Magnani, Ermelindo Rioli e Amedeo Rioli. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Per quanto riguarda la figura di Leo Dignatici, si vedano le dichiarazioni da lui stesso rilasciate sulla sua esperienza partigiana in R. Ferrari, Guerra e guerra partigiana, vol. I, Omnia Res, Modena , pp. -. . Testimonianza di Giuseppe Rebuttini, in Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Cfr. ibid. . Cfr. le dichiarazioni rilasciate da Tomaso Gualtieri, partigiano appartenente alla formazione di Monchio, in Ferrari, Guerra e guerra partigiana, vol. I, cit., p. ; M. Albicini, Formazioni locali, pp. e , in AISMO, Testimonianze Divisione Modena Montagna, raccolta di interviste effettuate da Luciano Casali su incarico dell’ANPI, Modena -. . Cfr. G. Rebuttini, Quelli di Monchio, p. , in AISMO, Testimonianze Divisione Modena Montagna, cit. . Appartenevano a questo primo nucleo di oppositori formatosi a Palagano intorno a don Sante Bartolai: Nino e Domenico Meldi, Gisberto Piacentini, i fratelli Ranucci, il capitano Ferraresi e il tenente di marina Enzo Zanni, sfollati da Modena a Palagano. Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -.
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. Il primo decreto di chiamata alle armi emanato sotto la RSI dal ministro della Difesa Rodolfo Graziani, riguardante le classi di leva , , , è datato novembre . In esso è fissato come termine ultimo per la presentazione dei richiamati ai distretti militari il giorno novembre e viene fatto esplicito riferimento in caso di mancata presentazione, oltre alle pene previste dal Codice militare di guerra, alla possibilità di intraprendere immediati provvedimenti a carico dei capi famiglia. Cfr. Pansa, Il gladio e l’alloro, cit., pp. ss. Per quanto riguarda specificamente la provincia di Modena, si vedano gli articoli: Domani scade il termine di presentazione degli ex militari, in “Gazzetta dell’Emilia”, - ottobre ; Chiamata alle armi, ivi, - novembre . . Don Braglia, Brevi note storiche, cit., p. . . Gran parte delle forze d’appoggio giunte a Montefiorino in questa occasione riparte nei primi giorni del gennaio . Solo un piccolo gruppo di militi della GNR, al comando del sergente Averardo Levoni, si trattiene oltre in paese. Cfr. don Braglia, Brevi note storiche, cit., p. ; Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Cfr. Relazione mensile del Capo della Provincia, gennaio , in ASMO, GP, b. , cat. .., Situazione delle Provincie: relazioni settimanali e mensili, f. dicembre . . Per un approfondimento sullo specifico caso, si veda I. Vaccari, Tincani e Martelli, in “Rassegna annuale dell’Istituto storico della Resistenza in Modena e provincia”, n. , . . L’innocenza di Carlo Tincani e Ultimio Martelli è confermata dalla sentenza del Tribunale speciale per la difesa dello Stato emessa il novembre (Rg. Gen. , anno ), in relazione ai fatti di Gusciola, che archiviava il caso con un non luogo a procedere per essere rimasti ignoti gli autori del reato. Cfr. ivi, p. . . Cfr. don Braglia, Brevi note storiche, cit., p. ; L’esecuzione capitale degli assassini di un carabiniere, in “Gazzetta dell’Emilia”, gennaio . . Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -. . La violenza espressa dai rappresentanti del nuovo governo fascista nella guerra interna – rivolta prima verso i renitenti, poi verso i partigiani –, per quanto radicale e spietata, risulta infatti quasi sempre giustificata da atti legislativi e appare, dunque, agli occhi dell’opinione pubblica ammantata di una legalità almeno formale. . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -; Silingardi, Una provincia partigiana, cit., pp. -. . L’avvio in montagna della pattuglia di Rossi sancì la fusione a Sassuolo del gruppo cattolico-azionista che faceva capo all’avvocato Stefano Mussini e a Gerolamo Andreoli (dalle cui fila proveniva Giovanni Rossi) e del gruppo comunista di Ottavio Tassi, costituendo quello che fu considerato una sorta di precursore dei Comitati nazionali di liberazione. Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -. . Il gruppo – composto da Giovanni Rossi, Giuseppe Barbolini, Ugo Stanzioni (ex sottotenente dell’esercito reduce come Rossi dal fronte jugoslavo), Antonio Braglia e Virgilio Taglini – si ferma prima a casa Roncaglia, sulla strada delle Muraglie, a pochi chilometri da Sassuolo; quindi a Campodoglio e, infine, prosegue per la zona di Monte Santa Giulia, dove giunge il novembre . Cfr. ivi, p. .
. DA RENITENTI A PARTIGIANI . Nel corso del rastrellamento effettuato il dicembre , i militi della raggiungono infatti Le Macchie di Monchio, ma gli uomini di Rossi, avvisati appena in tempo della presenza fascista, riescono a fuggire. Come conseguenza di questa incursione spostano quindi la propria base d’appoggio a Casa Cippo di Costrignano. Cfr. Fantozzi, Monchio, marzo , cit., p. . . Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., p. ; Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Cfr. ivi, p. . . Nella seconda metà di novembre, mentre la formazione sassolese mantiene ancora la sua base operativa presso Le Macchie di Monchio e, in seguito, nel febbraio a Monterotondo, in territorio di Boccassuolo, Giovanni Rossi prende contatto anche con Mario Ricci (Armando), che per incarico del Partito comunista di Modena sta iniziando la sua opera di aggregazione dei diversi gruppi armati sorti spontaneamente sull’Appennino durante l’inverno . Cfr. ivi, pp. -; L. Casali, Storia della Resistenza a Modena, vol. I, ANPI, Modena , p. ; Silingardi, Una provincia partigiana, cit., p. . . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . I. Ranucci, Lagrime e sangue. settembre - maggio , TEIC, Modena , pp. -. . La concreta gestione della contraddizione fra le necessità di sussistenza in montagna dei primi nuclei armati composti da elementi provenienti dalla pianura e la salvaguardia dei rapporti di rispetto e convivenza con la popolazione residente, non rappresenta infatti un nodo centrale solo in questo specifico frangente, ma appare un po’ dovunque l’elemento dirimente nella possibilità di sviluppo del movimento partigiano. La capacità di affrontare tale problematica rappresenta, infatti – come evidenziato in seguito nel testo –, il nodo centrale della trasformazione dei primi gruppi spontanei composti di renitenti, mossi da generiche velleità d’opposizione, ma privi di una precisa linea politica e di una salda organizzazione interna, in vere e proprie formazioni partigiane disciplinate nei propri comportamenti da principi ideali e aspirazioni di giustizia sostanziale verso i civili; e riconosciute per questo dall’opinione pubblica in quanto tali. . Il dicembre , ad esempio, il gruppo di Rossi sequestra cinque maiali destinati alle mense fasciste che un commerciante di Sassuolo, Ermete Lari, ha appena acquistato dal parroco di Monchio. Gli animali sono macellati presso la Battaglia, un edificio isolato che sovrasta la strada fra Lama di Monchio e Monchio. La carne viene in parte distribuita alla popolazione, in parte è trasportata a Le Macchie, dove viene requisita durante le azioni di rastrellamento compiute da militi e carabinieri provenienti da Montefiorino nei giorni successivi. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . L’importanza dei collaboratori locali e la rilevanza delle logiche di vendetta di matrice fascista – interne alle stesse comunità montane – nell’orientare la violenza tedesca verso specifici obiettivi, entrambi elementi già presenti nel caso della strage di Monchio, si evidenziano in forma ancor più distinta nella strage di Tavolicci, come evidenzierò nei capitoli successivi. Cfr. Renzi, Tavolicci, luglio , cit., pp. -. . Cfr. Relazione mensile, f.ta Questore Paolo Magrini, ° gennaio , in ASMO, GP, b. , cat. .., f. dicembre . . Cfr. Informativa da Modena sull’irruzione presso la caserma dei carabinieri GNR
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di Pavullo, notiziario GNR del gennaio , p. , in AISMO, fondo , cc. Guardia Nazionale Repubblicana, serie , notiziari quotidiani I, b. , f. (° gennaio gennaio ); Relazione sulla situazione della provincia di Modena - gennaio , f.ta Questore Paolo Magrini, febbraio , in ASMO, GP, b. , cat. .., f. gennaio . . Terminata l’azione, i partigiani requisiscono una corriera e si dirigono a Selva, dove uccidono il sergente maggiore della GNR Gustavo Lami, che avevano prelevato a Pavullo per coprirsi la fuga. Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. ss.; I solenni funerali a Pavullo del camerata Gustavo Lami, in “Gazzetta dell’Emilia”, gennaio . . Il gennaio , un reparto misto, forte di circa quattrocento uomini e composto da militi, carabinieri e appartenenti alle SS italiane, esegue un ampio rastrellamento nella zona di Montefiorino. Nell’azione sono incendiate per rappresaglia due abitazioni in località Frassineti, asportati ingenti quantitativi di generi alimentari e fermate cinquantadue persone fra favoreggiatori e sospetti – tra cui il parroco e il medico di Costrignano, che sono condotti nelle carceri di Sant’Eufemia a Modena e poi rilasciati il giorno seguente. Cfr. Informativa da Bologna sul rastrellamento nella zona di Montefiorino, notiziario GNR del gennaio , p. , in AISMO, fondo , b. , f. . . Cfr. O. Tassi, Le prime azioni di guerriglia, in “Rassegna annuale dell’Istituto storico della Resistenza in Modena e provincia”, n. , , pp. ss. . Ranucci, Lagrime e sangue, cit., p. . . Molteplici e sempre più frequenti sono, infatti, le denuncie riguardanti furti a mano armata ed estorsioni presentate dagli abitanti del comune di Montefiorino alle autorità fasciste locali, a partire da gennaio . Cfr. Notiziari della GNR, in AISMO, fondo , bb. -, serie , notiziari quotidiani I e II, f. (° gennaio- gennaio ), (° marzo- marzo ), ( marzo- marzo ); Telegrammi alla Prefettura di Modena dal presidio di Pavullo, gennaio-marzo , in ASMO, GP, b. , cat. .., banditismo, f. , telegrammi e dispacci (febbraioaprile ). . Una minuziosa cronaca sulle azioni di requisizione e saccheggio (avvenute presso Vitriola, Rubbiano, Farneta, Savoniero e San Vitale di Monchio) è, infatti, quotidianamente presentata sulla stampa locale. Cfr. gli articoli apparsi su “Gazzetta dell’Emilia” del gennaio ; , , , febbraio ; , , e marzo . . Don Braglia, Brevi note storiche, cit., p. . . Oltre ad Alberto Fini, accolto nel gruppo da Rossi nonostante la sua fama di delinquente per la sua conoscenza del territorio, anche Aurelio Casini – nato a Susano ma residente a Savoniero e conosciuto nella zona quale commerciante clandestino di generi alimentari – si aggrega in questo periodo alla formazione sassolese e segue il gruppo nello spostamento verso il Reggiano. Cfr. Fantozzi, Monchio, marzo , cit., p.. . Cfr. L. Casali, Fra guerra civile e lotta di classe. Il “farsi” della Resistenza modenese nel febbraio-marzo , in “Italia Contemporanea”, n. , , pp. ss. . Gesta dei cosidetti “patrioti” in frazione di Montefiorino, in “Gazzetta dell’Emilia”, febbraio . . Cfr. U. Pagani, Da banditi a partigiani, p. , in AISMO, Testimonianze Divisione Modena Montagna, cit.
. DA RENITENTI A PARTIGIANI . Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -. . Sull’assassinio del commerciante Battista Stefani, commesso da Alberto Fini il gennaio a Riccovolto, cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. ; Misterioso e grave ferimento a Frassinoro, in “Gazzetta dell’Emilia”, gennaio , e La morte di Stefani, ivi, ° febbraio . . Cfr. Rapporto sull’accaduto inviato ad Ottavio Tassi a firma di tutti i componenti della formazione Rossi, febbraio , riportato in Tassi, Le prime azioni, cit., pp. -. . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Cfr. don Braglia, Brevi note storiche, cit., pp. -; Pedrazzi, Cronaca dell’occupazione nazi-fascista di Modena, cit., pp. -. . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Per quanto riguarda l’azione punitiva compiuta a danno di alcuni fascisti di Palagano il febbraio , cfr. Telegramma del febbraio a firma Di Bartolo, in ASMO, GP, b. , cat. .., f. , telegrammi e dispacci (febbraio-aprile ). . Gesta di delinquenti comuni, in “Gazzetta dell’Emilia”, ° marzo . . Cfr. Informativa da Modena sulla requisizione di una corriera presso Boccassuolo (Montefiorino), notiziario GNR del ° marzo , p. , in AISMO, fondo , b. , f. . . A partire dall’ottobre viene infatti costituito a Modena il CLN provinciale – che vede riuniti rappresentanti del Partito comunista, della Democrazia cristiana, del Partito socialista e del Partito d’azione –, il quale a sua volta dà vita nel dicembre ad un Comitato militare incaricato di organizzare la resistenza armata e composto da Osvaldo Poppi (Davide), Leonida Patrignani ed Ermanno Gorrieri (Claudio). Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -. . Cfr. ivi, pp. ss. . Durante una riunione svoltasi a Cervarolo il febbraio , la delegazione della Federazione comunista di Modena, inviata da Osvaldo Poppi (Davide) – rappresentante del Comitato militare provinciale del CLN – e composta da Iris Malagoli e Romildo Corradi (Tito), tenta inutilmente di affiancare a Rossi un commissario politico e di ricondurre il gruppo sotto la sua influenza, determinando secche reazioni di protesta da parte del comandante sassolese. Cfr. Casali, Storia della Resistenza, cit., pp. ss. . Lettera della brigata Garibaldi Sud Emilia – Comando Distaccamento di Modena al Distaccamento Stanzioni, s.d. [marzo ], in Carocci, Grassi (a cura di), Le brigate Garibaldi nella Resistenza, vol. I, cit., pp. -. . Cfr. Silingardi, Una provincia partigiana, cit., pp. -. . Giovanni Rossi sembra essere stato ucciso, infatti, per mano di alcuni partigiani appartenenti alla sua stessa formazione: Walter Tarasconi, Iris Malagoli e Zuilio Rossi. Con quest’ultimo il comandante sassolese era entrato in conflitto poco tempo prima a proposito delle concessioni di alcune armi al fine di costituire un nuovo gruppo mobile. Cfr. Relazione Rossi al Comando della brigata “Emiliana”, aprile , in AISMO, fondo , cc. Cesarini Sforza, b. , f. , “Montagna” aprile-dicembre , doc. . . Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., p. . . Cfr. Casali, Storia della Resistenza, cit., pp. ss. . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Cfr. ivi, p. .
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. Cfr. Lettera del Capo Provincia al Ministro dell’Interno su operazioni di rastrellamento contro i ribelli condotte dall’ marzo al marzo , Modena aprile , f.ta Il Capo Provincia Pansera, in ACS, MI, DGPS, DAGR, SCPS, RSI, b. , f. , Modena; b. , f. , Modena; Diario delle operazioni di rastrellamento contro i ribelli – zona montana di Modena – periodo dall’ al marzo u.s., aprile , f.to Il Console Comandante della Legione Luigi Venturelli, cit. . Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -. . Fanno inizialmente parte del gruppo di Minghin circa dieci uomini, fra cui un fratello di Telleri, Aurelio Casini di Savoniero (che ha abbandonato nel frattempo la formazione Rossi-Barbolini), Arturo Pellesi e alcuni giovani di Polinago. Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Cfr. C. Palandri, La nascita e i primi tempi della brigata Dolo, p. e Rubbiano , pp. ss., in AISMO, Testimonianze Divisione Modena Montagna, cit. . Cfr. Relazione Rossi al Comando della brigata “Emiliana”, aprile , cit., p. . . Sembra, infatti, che sia questo gruppo, con la collusione dei carabinieri locali e sotto la guida di Minghin, ad attaccare e disarmare il presidio di Prignano il marzo . Cfr. U. Pagani, La brigata “Dolo” dall’inverno alla Liberazione, p. , in AISMO, Testimonianze Divisione Modena Montagna, cit. . Durante il mese di marzo sono infatti rafforzati con nuovi contingenti militari appartenenti all’esercito repubblicano e alla GNR i presidi esistenti lungo la via Giardini (Serramazzoni, Pavullo, Lama Mocogno, Pievepelago, Fiumalbo), la strada delle Radici (Cerredolo, Montefiorino, Frassinoro) e i capoluoghi comunali compresi fra le due arterie (Polinago, Prignano, Riolunato) o nella parte più orientale della provincia (Sestola, Fanano); a cui si aggiungono i nuovi presidi costituiti presso Gombola e Palagano. A questo scopo, alla fine del febbraio sono temporaneamente interrotti i collegamenti fra pianura e montagna: gli automezzi pubblici e le corriere in servizio sull’Appennino sono, infatti, requisite dalle autorità fasciste ed adibite al trasporto dei reparti militari inviati quali rinforzi dalla pianura nei comuni montani. Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., p. . . Cfr. Rapporto riservato segreto su Attività dei ribelli - Misure preventive, Comando ª Legione GNR di Modena, marzo , f.to Il Console Comandante della Legione Luigi Venturelli, cit.; Diario delle operazioni di rastrellamento contro i ribelli – zona montana di Modena – periodo dall’ al marzo u.s., aprile , f.to Il Console Comandante della Legione Luigi Venturelli, cit.; Lettera del Capo Provincia al Ministro dell’Interno su operazioni di rastrellamento contro i ribelli condotte dall’ marzo al marzo , Modena aprile , cit. . Cfr. don Braglia, Brevi note storiche, cit., p. ; Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Cfr. ibid.; Fantozzi, marzo , Monchio, cit., pp. -; Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., p. . . Cfr. gli articoli sulle requisizioni compiute nel comune di Montefiorino, in “Gazzetta dell’Emilia”, e marzo . . Sono comunque attribuibili all’attività di queste due formazioni mobili l’assalto al caseificio di Saltino, avvenuto nella notte tra il e marzo , e l’azione compiuta negli stessi giorni presso l’ammasso di Monchio, durante i quali sono distribuiti generi alimentari alla popolazione locale. Del prelievo di grano
. DA RENITENTI A PARTIGIANI presso l’ammasso di Monchio, gestito da Modesto Venturelli, viene ritenuto corresponsabile dalle autorità fasciste il parroco don Luigi Braglia. Cfr. Informativa da Modena sull’assalto del marzo al caseificio sociale di Saltino (Prignano), notiziario GNR del marzo , p. , in AISMO, fondo , b. , f. . . Cfr. Ranucci, Lagrime e sangue, cit., p. . . I giovani militari, per la maggior parte appartenenti alle leve appena richiamate, sono inquadrati in una compagnia dell’esercito – drappello istruzione guardie – del º Comando provinciale di Modena, comandata dal tenente Zeno Soriani e acquartierata durante i rastrellamenti in parte a Lama Mocogno e in parte all’albergo Impero della Santona. Cfr. Fantozzi, Monchio, marzo , cit., p. . . Cfr. don S. Bartolai, Da Fossoli a Mauthausen. Memorie di un sacerdote nei campi di concentramento nazisti, Quaderni dell’Istituto storico di Modena e provincia, n. , Modena , pp. -. . Sono presenti all’attacco anche Zuilio Rossi e Romildo Corradi. Cfr. Relazione Rossi al Comando della brigata “Emiliana”, aprile , cit., pp. -. . Resta ucciso nell’attacco alle due corriere il milite di scorta della GNR Emanuele Corona, mentre i due autisti riescono a fuggire. Cfr. Relazione sul fatto d’arme in cui trovarono la morte il serg. Abborretti e i suoi compagni, f.ta Sottotenente Izzo, in Archivio dell’Associazione nazionale famiglie dei caduti della RSI di Modena. . Cfr. don Bartolai, Da Fossoli a Mauthausen, cit., pp. -. . Don Bartolai, dopo essere stato violentemente percosso, viene rinchiuso in una cella di sicurezza presso la Rocca di Montefiorino insieme agli altri arrestati. Il giorno successivo il prete viene tradotto a Modena: dopo essere stato ripetutamente interrogato, è quindi inviato il maggio al campo di Fossoli, da dove sarà deportato nel campo di concentramento nazista di Mauthausen. Cfr. ivi, pp. ss. . Il marzo , per rimorchiare l’autocarro incendiato le autorità fasciste inviano nel luogo dello scontro alcuni operai, che vengono però a propria volta affrontati dai partigiani di Nello, che sparando raffiche di mitragliatrice e lanciando bombe a mano intimano loro di allontanarsi. Cfr. l’articolo sullo scontro, in “Gazzetta dell’Emilia”, marzo . . Cfr. Informativa da Modena sulle operazioni contro i ribelli compiute il marzo da reparti della GNR e dell’esercito, notiziario GNR del marzo , cit., pp. -; Informativa da Modena sulle azioni di rastrellamento compiute l’ marzo (a Palagano) e l’attacco alle autocorriere del marzo , notiziario GNR del marzo , cit., pp. -. . I morti tra le file fasciste sono: il milite della GNR Emanuele Corona, di scorta alle due autocorriere di ritorno da Boccassuolo; il sergente Massimiliano Abborretti, il milite Paolo Ponzoni, il granatiere Mario Gaiba e il bersagliere Agostino Gerli – tutti uccisi durante i combattimenti con i partigiani; il soldato Federico Barbieri e il granatiere Federico Tosatti – rimasti feriti negli scontri e deceduti in seguito. A parte Paolo Ponzoni, nato nel , tutti gli altri militi deceduti appartenevano alle leve , , . Cfr. Furti e assassini nel Frignano compiuti dai soliti delinquenti, in “Gazzetta dell’Emilia”, marzo . . Per quanto generico e impreciso sulla specifica azione, cfr. A. Rioli, marzo , Monte Santa Giulia, in “La voce del partigiano”, marzo . . Cfr. Lettera del Capo Provincia al Ministro dell’Interno su operazioni di rastrellamento contro i ribelli condotte dall’ marzo al marzo , Modena
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aprile , cit.; Fonogramma del comando ª Legione GNR di Modena al comando generale servizio politico, marzo , riprodotto in Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Muoiono nel combattimento di Molino del Grillo il caporale Giuseppe Masi, il sottotenente Paolo Finucci e il soldato Geremia Muzzarelli. Mentre quest’ultimo è colpito dalle prime raffiche sparate dai partigiani per fermare gli automezzi, i due graduati sono uccisi in seguito a freddo da Nello Pini con un colpo di rivoltella alla tempia. Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., p. . Ai tre caduti fascisti sono tributati solenni funerali presso il duomo di Modena. Cfr. Solenni funerali a tre eroici soldati, in “Gazzetta dell’Emilia”, marzo . . Ranucci, Lagrime e sangue, cit., p. . . Si tratta dello Jagdkommando o “gruppo di caccia” – piccolo gruppo di combattimento costituito per missioni specifiche – allestito, con truppe raccolte tra il personale dell’aviazione in servizio nel capoluogo emiliano, dal comando dell’Ordnungspolizei (polizia dell’ordine) di Bologna quale rinforzo da impiegare nei rastrellamenti in atto sull’Appennino modenese. Cfr. Fantozzi, Monchio, marzo , cit., p. . . Sono arrestati nel corso di quest’azione effettuata a Lama di Monchio: Luigi Malagoli, Romeo Ferrari e suo figlio Ennio, Remiro e Modesto Ferrari, Giuseppe e Giovanni Martelli, Francesco Bardelli e Francesco Rioli. Condotti in un primo tempo dai soldati fascisti a Palagano, sono trasportati nei giorni successivi prima a Montefiorino e poi a Modena, in seguito sono internati nel campo di Fossoli, dal quale sono rilasciati solo l’ aprile . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Nel gruppo sono presenti Domenico Telleri, Cesario Palandri, Tomaso Gualtieri, Eugenio Pancani e Giulio Imeldi. A quest’ultimo, proveniente dal Reggiano e aggregato in precedenza al gruppo di Giovanni Rossi, è assegnato durante l’azione il compito di azionare la mitragliatrice. Cfr. Ferrari, Guerra e guerra partigiana, vol. I, cit., pp. ss.; Palandri, La nascita e i primi tempi della brigata Dolo, cit., p. . . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . Cfr. Informativa da Modena sull’azione antibande compiuta da reparti della GNR, dell’esercito e dell’aviazione tedesca il marzo , notiziario GNR del marzo , p. , in AISMO, fondo , b. , f. . . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., p. . . Cfr. ivi, pp. -. . Alberghi, sulla base di una serie di testimonianze, attribuisce l’azione ad un gruppo composto da Domenico Telleri, Aurelio Casini, Alfredo Beneventi, Giovanni Caminati di Susano e Mario Bosi Margillesi di Palagano. Cfr. ivi, p. . . Cfr. N. Rioli, Le origini della Resistenza a Costrignano, p. , in AISMO, Testimonianze Divisione Modena Montagna, cit. . Lettera del Capo Provincia al Ministro dell’Interno su operazioni di rastrellamento contro i ribelli condotte dall’ marzo al marzo , Modena aprile , cit. . Per un’analisi sintetica sulle origini, lo sviluppo e l’attività della brigata Garibaldi attiva in Romagna, si veda M. Balestra, L’ª brigata Garibaldi “Romagna”, in “Studi Romagnoli”, LIII, , pp. -. . Seppur in forma minoritaria sono rappresentati nel FNA – che si presenta,
. DA RENITENTI A PARTIGIANI dunque, come una sorta di precursore locale dei CLN provinciali – anche la Democrazia cristiana, il Partito d’azione e il Partito socialista italiano. Cfr. Flamigni, Marzocchi, Resistenza in Romagna, cit., pp. ss. . Cfr. ivi, p. . . Cfr. I. Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, sull’attività militare in Romagna fino al maggio , in D. Mengozzi (a cura di), L’ª brigata Garibaldi nella Resistenza, vol. I, Documenti -, La Pietra, Forlì , pp. ss. . Cfr. Flamigni, Marzocchi, La Resistenza in Romagna, cit., pp. -. . Cfr. ivi, p. . . Cfr. Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, cit., pp. -. . Cfr. ivi, p. . . Sulla discussa figura del comandante Libero, a capo dei gruppi afferenti alla brigata Garibaldi romagnola nella sua fase costitutiva, fra il dicembre e la fine del marzo , si veda N. Graziani, Il comandante Libero Riccardi, capo della resistenza armata nella Romagna appenninica, in “Studi Romagnoli”, LV, , pp. -. Offre un suggestivo affresco descrittivo sull’ambivalente figura del comandante partigiano Riccardo Fidel (Libero) e su questa prima fase della Resistenza sull’Appennino romagnolo anche il romanzo di S. Di Natale, L’ombra del Cerro, Feltrinelli, Milano . . Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, cit., p. . . Cfr. ivi, pp. -. . Cfr. Balestra, L’ª brigata Garibaldi“Romagna”, cit., p. . . Il Dipartimento del Corniolo rappresenta un embrionale esperimento da parte partigiana di governo diretto su di un “territorio libero” presidiato militarmente. Seppur per un tempo limitato – circa un mese – la brigata romagnola, sotto il comando di Libero, tenta infatti in questa zona di imporre un proprio sistema economico, attraverso l’istituzione di una nuova ripartizione dei prodotti agricoli fra proprietari terrieri e contadini e l’imposizione di proprie tasse. Cfr. Graziani, Il comandante Libero Riccardi, cit., pp. -. . Cfr. D. Mengozzi (a cura di), La Romagna e i generali inglesi (-), Franco Angeli, Milano . . Cfr. Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, cit., p. . . Cfr. ivi, p. . . Cfr. Graziani, Il comandante Libero Riccardi, cit., p. . . Testimonianza di Lino Tiboni, in AISFO, fondo Tavolicci, b. trascrizioni interviste. . Cfr. Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, cit., pp. ss. . Cfr. ivi, p. . . Il marzo , durante una sosta ad Alfero, vi è una violenta discussione fra Pietro e Libero (determinata dalla scoperta dei tentativi messi in atto da quest’ultimo per screditare il nuovo comandante), a conclusione della quale Libero accetta di essere inviato in Toscana per organizzare una nuova formazione partigiana. Cfr. Flamigni, Marzocchi, La Resistenza in Romagna, cit., p. .
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. Cfr. Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, cit., p. . . La zona in cui si stabiliscono, per pochi giorni, le forze partigiane tra fine marzo e aprile – data di inizio del grande rastrellamento tedesco – è limitrofa alla zona del Poggio dei Tre Vescovi, a Verghereto, e dunque non lontana dalla frazione di Tavolicci. . Con ogni probabilità – benché il fatto non sia verificabile sulla base di documenti ufficiali –, durante l’azione compiuta a Sant’Agata Feltria il aprile si aggregarono ai partigiani della brigata Garibaldi romagnola anche piccoli gruppi autonomi di partigiani del luogo, già attivi nella zona nei mesi precedenti. Fra questi ultimi, facenti la funzione di guide in quanto pratici del territorio, erano compresi in base alle ricerche condotte da Marco Renzi: Dario Mazzoni e Giorgio Cordonét. Cfr. Renzi, Tavolicci, luglio , cit., pp. -, -. . Cfr. Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, cit., p. . Si veda anche la ricostruzione dei fatti contenuta nella relazione del partigiano Giuseppe Montanari – presente all’azione – riprodotta in M. Renzi, La strage di Fragheto ( aprile ). Nuove verità, reticenze e contraddizioni, Studi Montefeltriani, San Leo , pp. -. . Bollettino militare del Comando ª brigata sull’attività partigiana in aprile, maggio , f.to Comandante Pietro Mauri, in Mengozzi (a cura di), L’ª brigata Garibaldi nella Resistenza, cit., p. . . Cfr. Supplemento del bollettino militare del Comando ª brigata sull’attività partigiana in aprile, settembre , f.to Comandante Pietro Mauri, ivi, p. ; Informativa da Pesaro sull’attacco a Sant’Agata Feltria del aprile , notiziario GNR del aprile , p. , in AISMO, fondo , serie , notiziari quotidiani III, b. , f. ( aprile- aprile ). . Cfr. C. Gentile, La divisione Hermann Göring in Toscana, in Fulvetti, Pelini (a cura di), La politica del massacro, cit., pp. -. . Cfr. Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, cit., pp. -. . Cfr. ivi, p. . . Cfr. ivi, p. . Sul combattimento di Calanco, del aprile , si veda anche Renzi, La strage di Fragheto, cit., pp. -. . Cfr. Flamigni, Marzocchi, La Resistenza in Romagna, cit., pp. ss. . Cfr. Informativa da Pesaro sull’azione di rastrellamento condotta il aprile nel territorio di Casteldelci e la conseguente rappresaglia germanica contro il paese di Fragheto, notiziario GNR del aprile , in AISMO, fondo , b. , f. . . Sulla strage di Fragheto, si veda Renzi, La strage di Fragheto, cit.; L. Agostini, Fragheto e L. Valenti, Riscontri processuali sulla strage di Fragheto, in Istituto di storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena (a cura di), . Stragi naziste e fasciste sull’Appennino tosco-romagnolo, cit., pp. -. . Cfr. M. Renzi, L’immagine e la storia. Approfondimenti sull’“infermeria delle Capanne” e sull’eccidio del ponte otto martiri, in Tognarini (a cura di), L’Appennino del’, cit., pp. -. . Cfr. Bollettino militare del Comando del ª brigata sull’attività partigiana in aprile, cit., p. ; L. Foglietta, B. Lotti, Tra “Bandi” e “Bande”. Guerra sulla Linea Gotica, Santa Sofia , pp. -. Insieme agli ostaggi prelevati ad inizio aprile presso Sant’Agata Feltria, sono uccisi quattro tedeschi catturati a Badia Prata-
. DA RENITENTI A PARTIGIANI glia e una spia locale catturata nello stesso periodo a Rofelle di Badia Tedalda (Aldo Gavelli). Cfr. Renzi, La strage di Fragheto, cit., pp. -; Id., Appennino : “Arrivano i lupi!”. Atti e misfatti del IV Battaglione di volontari nazifascisti tra Toscana, Marche e Romagna, Il Ponte Vecchio, Cesena , p. . . Il maggio sono esumati, presso Casanova dell’Alpe, i cadaveri dei prigionieri fucilati dai partigiani del Gruppo brigate Romagna il aprile . Sono riconosciute le salme di Ottaviano Bellocchi, ex podestà di Sant’Agata Feltria; Felice Battistini, segretario del fascio locale; Agostino Guidi, vigile urbano e appartenente alla milizia di Pesaro; Giuseppe Gori, milite ausiliario; Aldo Gavelli, milite; Uberto Affaticati, milite; Cesare Bedetti, milite; Italo Rombaldini, milite ausiliario. Cfr. Lettera riservata e personale al Capo della Provincia di Forlì sul trasporto di salme di fucilati dai partigiani, San Pietro in Bagno maggio , f.ta Il Commissario Straordinario, in ASFO, Gabinetto Prefettura -, b. . . Cfr. Flamigni, Marzocchi, La Resistenza in Romagna, cit., pp. ss. Per un approfondimento sulla condanna a morte nei confronti del comandante Libero emessa in seno alle formazioni romagnole e la misteriosa esecuzione della stessa nel giugno del , si veda Graziani, Il comandante Libero Riccardi, cit., pp. -. . È durante questa fase del rastrellamento ed in queste circostanze che viene decisa dal comando partigiano la soppressione dei prigionieri al seguito delle formazioni. Tutti gli ostaggi sono infatti fucilati a Casanova dell’Alpe il aprile . . Cfr. Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, cit., pp. -. . Cfr. Balestra, L’ª brigata Garibaldi “Romagna”, cit., pp. ss. . Cfr. Flamigni, Marzocchi, La Resistenza in Romagna, cit., pp. ss. . Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, cit., p. . . Cfr. Flamigni, Marzocchi, La Resistenza in Romagna, cit., pp. ss. Cfr. M. Balestra, Un’altra ipotesi su Tavolicci, in M. Balestra, C. Riva (a cura di), Dalle perplessità dell’ settembre alla Resistenza, Stilgraf, Cesena , pp. -. . R. Branchetti, La memoria dell’eccidio e l’oblio della memoria, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., p. . . Operano, infatti, nella zona di Sant’Agata Feltria, Pennabilli, Badia Tedalda e Sarsina, già prima dell’aprile , tre piccoli raggruppamenti partigiani locali autonomi, talvolta in azione in collaborazione: il gruppo di Giorgio Cordonét, stanziato fra San Vico e Casanova (frazioni limitrofe a Tavolicci investite dall’azione del luglio ), quello di Dario Mazzoni, con sede a Capanne, e, infine, quello di Lino Tiboni, operante fra Casteldelci, Schigno e Senatello. Cfr. Renzi, Tavolicci, luglio , cit., pp. -. Sui gruppi autonomi operanti nella zona di Tavolicci nei primi mesi del , si vedano le testimonianze di Dario Mazzoni e Lino Tiboni, in AISFO, fondo Tavolicci, b. trascrizioni interviste. . Per quanto riguarda nello specifico l’inquadramento del gruppo autonomo facente capo a Giorgio Cordonét nel Gruppo brigate Romagna avvenuto in questa fase, si veda G. Marconi (Paolo), Vita e ricordi sull’ª brigata romagnola, a cura di D. Mengozzi, Maggioli Editore, Rimini , p. . . Secondo alcune testimonianze orali, i prigionieri catturati dai partigiani del Gruppo brigate Romagna durante l’azione compiuta a Sant’Agata Feltria il
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aprile vengono, infatti, condotti a Rivolpaio, frazione limitrofa a Tavolicci: qui sono liberati i militari di leva, mentre i fascisti del luogo sono rinchiusi all’interno di uno stalletto per i maiali, usato come prigione fino al giorno successivo, prima di essere portati al comando a Balze e quindi a Casanova dell’Alpe, dove sono fucilati il aprile . Cfr. G. Dall’Ara, Giorgio Cordonét, dattiloscritto, , conservato da Sergio Lolletti; testimonianza di Giacomina Zanchini, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., p. . . Testimonianza di Giorgio Dragoni, in M. Balestra, Il passaggio del fronte e la Resistenza a Cesena e dintorni, Tosca, Cesena , p. . . Testimonianza di Giorgio Dragoni, in Balestra, Un’altra ipotesi su Tavolicci, cit., p. . . Giorgio Cordonét, classe , originario di Cornigliano Ligure, ma sfollato con la famiglia presso Sant’Agata Feltria (paese d’origine della madre), organizza a partire dalla fine del un piccolo nucleo armato con sede a San Vico (sopra Campo del Fabbro), composto da elementi eterogenei – renitenti, ex prigionieri slavi, sbandati – soprattutto del luogo. Cfr. S. Lolletti, La strage di Tavolicci, in “Il Resto del Carlino”, agosto . . Secondo la memoria locale, l’attività della piccola formazione si limita infatti ad indebiti prelevamenti e ruberie ai danni della popolazione della zona e lo stesso Cordonét è ricordato come un elemento di dubbie qualità morali, dedito al commercio illegale di generi alimentari. Cfr. G. Dall’Ara, Giorgio Cordonét, cit.; Testimonianza di Giuseppe Botti, Cecilia Alessandrini, Ezio Zanchini, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., pp. -. Sono attribuibili, infatti, al gruppo di Cordonét (operante in collaborazione con il gruppo di Dario Mazzoni e Lino Tiboni) i ripetuti prelevamenti di armi e generi alimentari – compiuti ai danni dei negozianti – avvenuti a Sant’Agata Feltria e Casteldelci durante il marzo . Cfr. Informativa da Pesaro sull’azione di prelevamento del marzo a Sant’Agata Feltria, notiziario GNR del marzo , in AISMO, fondo , b. , f. ; Informativa da Pesaro sull’irruzione nel palazzo comunale di Casteldelci e asportazione di armi avvenuta il marzo , notiziario GNR del marzo , p. , ibid.; Informativa da Pesaro sull’occupazione del municipio e asportazione di armi avvenuta a Sant’Agata Feltria il marzo , notiziario GNR del marzo , p. , ibid. . Testimonianza di Ezio Zanchini, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., p. . . Bollettino militare n. del Comando ª brigata sull’attività partigiana in maggio, giugno e luglio, luglio , f.to Comandante Pietro Mauri, in Mengozzi (a cura di), L’ª brigata Garibaldi nella Resistenza, cit., p. . . Cfr. Balestra, Un’altra ipotesi su Tavolacci, cit., pp. -. . Cfr. ivi, p. . . Lettera di Pippo al comandante Pietro Mauri, giugno , in AISFO, Archivio ª brigata Garibaldi Romagna, b. , Rapporti dei battaglioni e dei distaccamenti della ª zona, f. , Pippo (Giuseppe Poggiali), Giorgio Cordonét, Giorgio Baffè, doc. . . Ibid. . « giugno: un maresciallo tedesco viene ucciso, tre soldati repubblichini disarmati presso Le Balze» (Bollettino militare n. del Comando ª brigata, cit., p. ). . Ibid.
. DA RENITENTI A PARTIGIANI . Cfr. Lettera di Pippo al comandante Pietro Mauri, giugno , cit. . Sulla vicenda dei fratelli Bimbi, entrambi caposquadra del distaccamento di Giuseppe Poggiali (Pippo), fucilati a Balze il luglio dopo essere stati torturati da elementi della IIª Compagnia del IV Battaglione volontari di polizia Italia, si veda Renzi, Appennino : “Arrivano i lupi!”, cit., pp. -. . Sulla cronologia delle azioni compiute dal distaccamento di Giuseppe Poggiali (Pippo) tra il maggio e il luglio , si veda Renzi, Tavolicci, luglio , cit., pp. -. . Cfr. Lettera di Pippo al comandante Pietro Mauri, giugno , cit.; Lettera di Pietro Reali (Bernardo) al CLN sullo stato della brigata, luglio , in AISFO, Archivio ª brigata Garibaldi Romagna, b. , Comando, f. , documenti luglio , doc. . . Intorno alla metà del giugno giungono in zona, infatti, tre compagnie appartenenti al IV Battaglione volontari di polizia Italia, incaricate di sorvegliare i cantieri della linea gotica. Cfr. Gentile, Note sui perpetratori delle stragi di Fragheto e Tavolicci, cit., p. . . Cfr. Bollettino militare n. del Comando ª brigata, cit., p. . . Il luglio, infatti, sono attaccate le borgate di Lamone, Bigotta e Montagna; l’ luglio sono catturati i fratelli Bimbi, Fosco Montini e altri tre appartenenti al distaccamento a Monte Loggio; fra il e il luglio sono compiuti numerosi arresti presso San Donato di Sant’Agata Feltria; il luglio è compiuto un rastrellamento a Pereto e il a Castelpriore; il luglio nuova azione presso Montagna; il luglio è compiuta la strage di Tavolicci e il luglio, infine, è messo in atto un tentativo di rappresaglia presso Alfero. Cfr. Renzi, Appennino : “Arrivano i lupi!”, cit. . Per quanto le azioni di razzia e prelevamento vengano condotte dalle formazioni partigiane preferibilmente in danno di elementi fascisti o accusati di essere tali in quanto benestanti, il fenomeno assume, sia sull’Appennino modenese che su quello romagnolo, durante la primavera del una rilevanza tale da investire ogni strato sociale delle comunità montane. . Cfr. S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi, Torino . . Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. ss.; Flamigni, Marzocchi, Resistenza in Romagna, cit., pp. ss. . Albicini, Formazioni locali, cit., p. . . Testimonianza del comandante Leo Dignatici, in Ferrari, Guerra e guerra partigiana, cit., p. . . Pedrazzi, Cronaca dell’occupazione nazi-fascista di Modena, cit., vol. II, marzo , p. . . Testimonianza di Giuseppe Botti, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., p. . . O. Poppi, Il commissario. Due concezioni a confronto. Intervista sulla Resistenza a Modena, a cura di L. Casali, ANPI, Modena , p. . . Cfr. le informative relative a furti e rapine commessi nei soli mesi di marzo e aprile nei comuni di Montefiorino (Modena) e Sant’Agata Feltria-Verghereto (Forlì-Pesaro), riportate nei notiziari GNR del , , , , , , , , marzo, e , , , , , , , , , , , , , , aprile , in AISMO, fondo , notiziari quotidiani I, II, III, b. -, f. , -. . A partire dalla tarda primavera del , infatti, è operativo anche il
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CUMER, Comando unico militare Emilia-Romagna, organo militare del CLN regionale competente per entrambe le zone individuate. . Sull’Appennino romagnolo il cambio di indirizzo interno alle formazioni armate è individuabile nella nomina e nell’affermazione, a partire dalla fine di marzo , del nuovo comandante Ilario Tabarri (Pietro), che persegue con determinazione – dopo il rastrellamento di aprile e il conseguente sbandamento delle forze partigiane – una ferrea opera di disciplinamento interno dei combattenti inquadrati nell’ª brigata Romagna. Cfr. Tabarri, Rapporto generale del comandante dell’ª brigata Romagna, Pietro Mauri, cit. Per quanto riguarda, invece, l’Appennino modenese – dove, in seguito agli effetti delle azioni armate nazifasciste del marzo , si assiste ad una prima fase di incertezza e ad un successivo rinvigorimento della presenza e dell’azione partigiana in montagna, che si accresce costantemente fino a permettere la costituzione, il giugno , della Repubblica di Montefiorino –, l’opera interna di disciplinamento e riorganizzazione su nuovi criteri dei nuclei armati partigiani risulta più lenta e complessa a causa dell’imponente numero di formazioni combattenti raccolte su un territorio circoscritto. Un vero rinnovamento nella condotta partigiana in relazione alle popolazioni civili, infatti, si esprime compiutamente solo dopo i rastrellamenti estivi, il passaggio del fronte da parte della maggioranza delle formazioni e la ricostituzione su nuove basi della seconda Repubblica di Montefiorino (inverno-primavera ). Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -. . Cfr. E. Gorrieri, G. Bondi, Ritorno a Montefiorino. Dalla Resistenza sull’Appennino alla violenza del dopoguerra, il Mulino, Bologna , pp. -. . Pedrazzi, Cronaca dell’occupazione nazi-fascista di Modena, cit., vol. II, marzo , p. . . Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -. . Cfr. Fantozzi, Monchio, marzo , cit., pp. -. . Cfr. Graziani, Il comandante Libero Riccardi, cit., pp. -. . Sul tema della violenza partigiana, cfr. Peli, La Resistenza difficile, cit., pp. -. . In particolare, la vicenda di Nello Pini appare segnata da una graduale involuzione verso un uso della violenza sempre più incontrollato, che raggiunge il proprio culmine il giugno quando, nei pressi di Montemolino, i suoi uomini fermano una corriera con a bordo quattordici agenti ausiliari della polizia repubblicana di Modena perfettamente armati ed equipaggiati. Benché i questurini siano accompagnati da una staffetta partigiana e in possesso di un documento del CLN provinciale che attesta il loro stato di disertori, il comandante Nello ordina ugualmente la loro esecuzione sommaria. La valutazione sulla necessità di fermarlo una volta per tutte, compiuta dal CLN provinciale a seguito di questi fatti, determinerà il suo arresto e la sua successiva fucilazione il luglio . Cfr. Poppi, Il commissario. Due concezioni a confronto, cit., pp. ss. . La condanna a morte e l’eliminazione fisica sia di Giovanni Rossi che di Nello Pini e Libero Riccardi risultano, infatti – in forma diretta o indiretta –, effetti delle valutazioni politiche compiute dai rappresentanti comunisti responsabili della guerra armata in montagna nelle due zone durante la primavera-estate del . Cfr. Gorrieri, Bondi, Ritorno a Montefiorino, cit., pp. -; Fantozzi, Monchio, marzo , cit., pp. -; Graziani, Il comandante Libero Riccardi, cit., pp. -.
. DA RENITENTI A PARTIGIANI . Per quanto riguarda il governo partigiano e i rapporti instaurati con la popolazione civile nelle zone libere, appare esemplificativa l’esperienza rappresentata nel Modenese dalla Repubblica di Montefiorino, ma non è priva di interesse – seppur molto più limitata ed embrionale – anche l’esperienza romagnola del Dipartimento del Corniolo (febbraio-marzo ). Cfr. Foglietta, Lotti, Tra “Bandi” e “Bande”, cit., pp. -. . Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. ss. . Per un’analisi sull’organizzazione, le direttive e i limiti di questo specifico e articolato organo di controllo interno, istituito nella zona libera della Repubblica di Montefiorino a partire dal novembre dai comandi partigiani, per arginare il fenomeno delle spie, i casi di violenza indiscriminata e le requisizioni arbitrarie – quale tentativo di risposta, dunque, alle profonde contraddizioni nei rapporti con le popolazioni locali, sorte dalla convergenza di un così alto numero di combattenti in un territorio limitato e povero di risorse economiche –, si veda il variegato materiale documentario conservato in AISMO, fondo , cc. Polizia partigiana, b. ; fondo , cc. CLNM, b. , f. , Polizia partigiana. . Cfr. Costituzione funzionamento dei tribunali marziali presso le formazioni partigiane, circolare del Corpo volontari della libertà aderenti al CLN, inoltrata alla Divisione modenese, ° novembre , in AISMO, fondo bis, Miscellanea, f. /, documenti vari -. . Cfr. Norme per l’amministrazione della giustizia, Comitato di liberazione nazionale per la montagna, marzo , in AISMO, fondo , b. , f. /, Comando polizia centrale; avv. E. Gatti, Propaganda e legislazione nella Repubblica di Montefiorino, in AISMO, Testimonianze Divisione Modena Armi, raccolta di interviste effettuate da L. Casali su incarico dell’ANPI, Modena . . Per quanto riguarda le vertenze civili inoltrate al Tribunale partigiano, ma non inerenti alla condotta dei combattenti in armi, si veda, ad esempio: la documentazione inerente la vertenza della ditta Pini e la documentazione sulla causa di separazione/affido della sig.ra Arcioli, in AISMO, fondo , cc. CLNM, b. , f. /, Contatti con il CLN provinciale. . Di grande importanza per la definizione di questa nuova fase risulta il Convegno, tenutosi a Civago alla fine del novembre , fra le forze partigiane dei principali partiti attivi sull’Appennino modenese, durante il quale i rappresentanti della Democrazia cristiana presentano un documento programmatico in quindici punti, che prevede: una netta separazione fra organizzazione militare e amministrazione civile; la creazione di un CLN della montagna per migliorare i rapporti con la popolazione; la proibizione di prelievi di viveri ed esecuzioni arbitrarie da parte delle formazioni; la creazione di uno specifico corpo di polizia incaricato del controllo sull’ordine pubblico e di un tribunale unico incaricato di giudicare in merito a denuncie e arresti. Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -. . Il giugno si insedia, infatti, a Montefiorino una delle giunte amministrative comunali – composta da persone liberamente elette dai capifamiglia delle singole frazioni del territorio comunale – istituite in seguito a disposizioni del Comando della brigata Garibaldi nella zona libera della Repubblica di Montefiorino. Il nuovo organismo di governo amministrativo, in buona parte composto da elementi del luogo già attivi nei gruppi partigiani locali, da questo momento fino a dopo la liberazione si assume con costanza e impegno il compito di affrontare le
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necessità, in particolare di natura economica, del territorio di competenza. La giunta amministrativa si occupa, infatti, di problemi di approvvigionamento alimentare, di tributi, di imposte di consumo, di controllo delle denuncie del bestiame e di regolamentazione delle consegne di prodotti agli ammassi, di assistenza e sussidi alle famiglie più bisognose, di regolamentazione dei prezzi, di controllo sulla trebbiatura e la macinazione, tentando di delineare e imporre nella pratica – quale organismo di rappresentanza delle esigenze della stessa comunità montana – un modello di gestione economica del territorio dal basso. Cfr. Insediamento della Giunta amministrativa del comune n. , Montefiorino giugno , in Archivio comunale di Montefiorino, -; Deliberazione della Giunta amministrativa del comune n. , Montefiorino giugno , f.ta Il sindaco Teofilo Fontana e Il segretario comunale Giuseppe Bortolotti, ibid.; Deliberazione della Giunta amministrativa del comune n. , Montefiorino luglio , f.ta Il sindaco Teofilo Fontana e Il segretario comunale Giuseppe Bortolotti, ibid.; Deliberazione della Giunta amministrativa del comune n. , Montefiorino luglio , f.ta Il sindaco Teofilo Fontana e Il segretario comunale Giuseppe Bortolotti, ibid.; Relazione sull’attività svolta dall’amministrazione comunale democratica, Montefiorino ° novembre , ibid.; Deliberazione del Consiglio Comunale n. , Vitriola novembre , f.ta Il sindaco Fontana, ibid.; Verbale delle deliberazioni del Consiglio Comunale, Vitriola gennaio , ibid.; Rivendicazioni popolari, Montefiorino agosto , f.ta Ultimio Pagani, Lorenzo Prati, Domenico Telleri, Guido Venturelli, Egidio Corani, L. Martino, Pasquino Novellani, ibid. . Cfr. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, cit., pp. -. . Per quanto concerne il tentativo di una messa a frutto concreta all’interno della nuova Repubblica italiana, nell’immediato dopoguerra, delle riflessioni e delle pratiche sul tema della giustizia delineate e sperimentate in ambito partigiano, si veda Decreto sui poteri giurisdizionali del CLNAI, aprile , in G. Grassi (a cura di), “Verso il governo del popolo”. Atti e documenti del CLNAI /, Feltrinelli, Milano , pp. -. . Per quanto riguarda le modificazioni del rapporto fra popolazioni montane e formazioni partigiane sull’Appennino romagnolo, dopo le efferate stragi compiute ai danni dei civili dalle forze armate nazifasciste alla fine del luglio (in particolare quelle di Tavolicci e del Passo del Carnaio), è da segnalare la scissione dall’ª brigata Romagna e l’abbandono della lotta armata – fortemente deprecato dal comando – compiute da un gruppo di partigiani della zona di Santa Sofia, non più disposti a mettere a repentaglio l’incolumità dei propri paesi d’origine e delle proprie famiglie. Cfr. Balestra, Il passaggio del fronte e la Resistenza a Cesena e dintorni, cit., pp. -. . Palandri, La nascita e i primi tempi della brigata Dolo, cit., p. . . Cfr. Testimonianza di Giorgio Dragoni, in Balestra, Il passaggio del fronte e la Resistenza a Cesena e dintorni, cit., p. ; Inchiesta sull’eccidio di Tavolicci, cit. . Dalle dichiarazioni rilasciate a metà degli anni Settanta da Dario Mazzoni si deduce che, in realtà, un piccolo gruppo di partigiani locali (fra cui lo stesso Mazzoni) era presente nei dintorni del paese durante l’eccidio. Una ventina di uomini che assistono impotenti al massacro, ma che – paralizzati dall’orrore – non intervengono, frenati dalla sproporzione numerica con il nemico e dal timore di essere accusati in seguito di aver innescato la rappresaglia nazifascista contro i civili. Cfr. Testimonianza di Dario Mazzoni, cit.
. DA RENITENTI A PARTIGIANI . Cfr. Marconi (Paolo), Vita e ricordi sull’ª brigata Romagna, cit., pp. -. . Cfr. Balestra, Un’altra ipotesi su Tavolicci, cit., pp. -. . La base per le successive politiche di assistenza alle comunità colpite viene posta dal comando dell’ª brigata, che si preoccupa di redigere elenchi dei danni subiti dalla popolazione durante le azioni nazifasciste. Per l’eccidio di Tavolicci, si veda Relazione dei danni arrecati a cose e civili dalle milizie fasciste e tedesche nelle zone dove hanno operato le formazioni dell’ª brigata, s.d., non f.to, in AISFO, Archivio ª brigata Garibaldi, b. , Comando, f. /, documenti novembre , doc. . Anche per l’area modenese, il CLNM tenta, durante la primavera , di costruire a fini assistenziali una contabilità dei danni subiti dalla popolazione: elenchi dei sinistrati e delle distruzioni attuate durante le azioni nazifasciste. Cfr. la documentazione conservata in AISMO, fondo , cc. CLNM, b. , f. . . Il partigiano Giuseppe Mamini (Franz), nel dopoguerra, è infatti ufficialmente incaricato dall’ANPI di svolgere un’inchiesta sulla strage di Tavolicci e per lungo tempo persegue l’obiettivo di ricostruire le modalità dell’azione e di scoprirne il movente. A tal proposito, ha uno scambio epistolare con Giorgio Dragoni concernente l’eccidio e l’attività del distaccamento di Pippo. Cfr. Lettera a Giuseppe Mamini (Franz), giugno , non f.ta [Giorgio Dragoni], citata in Balestra, Un’altra ipotesi su Tavolicci, cit., p. . . Cfr. Denuncia delle popolazioni di Badia Tedalda, Casteldelci e Verghereto promossa dalla sezione partigiana di Badia Tedalda, settembre , Processo IV Battaglione Italia, CASF, f. , cit.; Denuncia della Commissione ausiliaria di epurazione di Forlì contro Antonio Paglierini [Pagliarini], s.d., ivi. . Per quanto riguarda il contenuto del fascicolo giudiziario e la ricostruzione giuridica dei fatti in esso contenuta, mi riservo di entrare nel dettaglio nel capitolo seguente. Cfr. Sentenza Corte d’Assise Straordinaria di Forlì, n. /, marzo , in AISFO, fondo Tavolicci, b. documentazione accessoria. . Fra il e il , è in vigore, infatti, in Italia una giustizia speciale competente per il giudizio relativo ai delitti fascisti e, in particolare, incaricata di esaminare le imputazioni relative ai crimini di collaborazionismo, commessi in danno alla difesa dello Stato legittimo – rappresentato dopo l’ settembre dal governo del Sud. . Allegato alle norme per il funzionamento delle Corti d’Assise, inviato ai CLN provinciali e regionali dal CLNAI, agosto , in Grassi (a cura di),“Verso il governo del popolo”. Atti e documenti del CLNAI /, cit., p. . . Il comandante della formazione è Sergio Ferrari, vicecomandante Amedeo Rioli. Cfr. Come nasce la Resistenza nella vallata del Dragone e a Monchio, dattiloscritto non f.to, s.d., in AISMO, fondo , cc. Formazione Monchio, Divisione Modena Montagna, b. . . VIII Formazione – Monchio – Modena, volantino dattiloscritto, f.to Il partigiano Fernando e il commissario Beppe (Giuseppe Rebuttini), in AISMO, fondo , b. . . A Monchio assistiamo, infatti, ad una parziale, ma rilevante sovrapposizione fra vittime della strage e caduti partigiani del luogo. Cfr. gli elenchi redatti a cura dell’ANPI di Modena relativi ai caduti partigiani, in AISMO, fondo , cc. ANPI, b. , f. . Mentre, nel caso di Tavolacci, le vittime della strage a cui viene riconosciuta la qualifica di patrioti sono soltanto otto, di cui quattro donne, a conferma dei più sporadici rapporti di favoreggiamento intercorsi in questa località fra par-
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tigiani e popolazioni civili. Cfr. il database relativo ai caduti partigiani, redatto a cura dell’ANPI di Forlì e consultabile presso la sede dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena. . Cfr. Situazione riepilogativa delle qualifiche gerarchiche della ª brigata Allegretti, Divisione Modena Montagna, in AISMO, fondo , cc. Brigate Santa Giulia – Mario Allegretti, b. , f. . . Cfr. Relazione sul combattimento sostenuto nei giorni e luglio e ° agosto contro forze tedesche e fasciste repubblicane, agosto , f.to Leo Dignatici – Comandante formazione Monchio, in AISMO, fondo bis, b. . . Cfr. Quadri nominativi della brigata “Mario Allegretti” dall’° ottobre al aprile , Corpo volontari della libertà – Divisione Modena M, s.d., in AISMO, fondo , cc. brigata Santa Giulia – Mario Allegretti, b. , f. , Elenchi nominali. . Cfr. G. Rebuttini, Due episodi della Resistenza a Monchio, in AISMO, Testimonianze Divisione Modena Montagna, cit.; Sagra partigiana del Btg. Monchio-brigata Santa Giulia, in “La voce del Partigiano”, marzo . . L. Dignatici, Cronistoria della ª brigata M. Allegretti, dattiloscritto a cura del Corpo volontari della libertà, pp. -, in AISMO, fondo , cc. Brigate Divisione Modena Montagna, b. , f. , diari storici. . Cfr. D. Telleri, Cronistoria della ª brigata Dragone, dattiloscritto a cura del Corpo volontari della libertà, ibid. . Cfr. Dignatici, Cronistoria della ª brigata M. Allegretti, dattiloscritto a cura del Corpo volontari della libertà, p. , ibid. . Cfr. Palandri, La nascita e i primi tempi della brigata Dolo, cit. . Cfr. Lettera della brigata Santa Giulia al CLNM, maggio , in Archivio Centro studi Francesco Luigi Ferrari, fondo CLNM, f. . . Cfr. L. Bertucelli, A. Canovi, C. Silingardi, M. Storchi, L’invenzione dell’Emilia Rossa. La memoria della guerra e la costruzione di un’identità regionale (-), in L. Paggi (a cura di), Le memorie della Repubblica, La Nuova Italia, Firenze , p. . . Cfr. Relazione Commissario politico, brigata Garibaldi Emiliana – Battaglione Ciro Menotti, s.d. [ maggio ], in AISMO, fondo , Cesarini Sforza, cc. Brigate partigiane, b. , f. , “Montagna” aprile-dicembre , doc. . . Cfr. Un efferato delitto dei fuori legge. Il prof. Bocchi con la madre e il prof. Ranieri uccisi, in “La Gazzetta dell’Emilia”, marzo . Un omaggio ufficiale alla memoria dell’ex commissario prefettizio di Montefiorino e vicefederale di Modena, inoltre, è tributato, subito dopo il suo assassinio, dal federale Giovanni Tarabini attraverso le pagine del giornale della Federazione fascista repubblicana di Modena (di cui lo stesso Bocchi era stato redattore e direttore a partire dal novembre ). Cfr. Saluto a Bocchi, in “Valanga Repubblicana”, marzo . . Rapporto inviato al Comando dei SAP e GAP, f.to Davide, novembre , in AISMO, fondo , cc. Brigate partigiane, b. , f. , Comando Divisione Modena Montagna (luglio-dicembre ).
Responsabilità del fascismo repubblicano: l’incerto confine fra collaborazione attiva e autonomia della violenza
Il ruolo delle autorità e dei militi appartenenti alla Repubblica sociale nelle politiche di guerra ai danni dei civili, per quanto spesso messo in ombra dalla crudeltà e determinazione del comportamento assunto dai comandanti e dai soldati tedeschi, si delinea quale fattore necessario – complementare se non addirittura, in alcuni frangenti, determinante – alla concreta messa in atto della spietata logica di guerra germanica. Se da un lato, infatti, è incontestabile la rilevanza del supporto sul territorio fornito dagli italiani agli alleati tedeschi durante le azioni armate in qualità di guide e informatori politici, dall’altro appare ricostruibile, per quasi ogni episodio di violenza, una particolare condotta repressiva adottata dai rappresentanti dell’autorità e dalle diverse forze di polizia fasciste, a cui di volta in volta è demandato il controllo dell’ordine pubblico a livello locale nella specifica zona. Una tipologia d’azione riconoscibile e spesso caratterizzata da un’autonoma strategia del terrore, che a seconda delle circostanze si sovrappone, si alterna o si interseca con le politiche di violenza messe in atto dalle forze armate naziste. Senza sminuire, dunque, in alcun modo le responsabilità dei comandi germanici (della Wehrmacht, delle SS e della polizia) – a cui è concretamente addebitabile la scelta della spietata condotta strategico-militare assunta in Italia – e dei singoli soldati ed ufficiali tedeschi chiamati materialmente ad eseguirla, è dunque necessario analizzare anche la specificità dell’azione fascista per comprendere in profondità la genesi e la dinamica interna degli episodi di strage selezionati. In essi, infatti, si incrociano e si assommano linee diverse di violenza, che impongono di ripercorrere in parallelo le fasi e l’evoluzione delle politiche repressive adottate già nei mesi prece-
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denti gli eccidi non solo dagli occupanti, ma anche dagli esponenti del fascismo repubblicano nei territori interessati – sia nei confronti del movimento partigiano, sia nei confronti delle popolazioni montane ritenute a priori colpevoli di favoreggiamento alla resistenza armata e, per questa ragione, esplicitamente individuate in alcune circostanze anche dalle autorità italiane quali obiettivo da colpire. Le strategie e le azioni contro il nemico interno intraprese fra il settembre e l’aprile dai rappresentanti del fascismo repubblicano – secondarie, ma non marginali nel processo di dispiegamento della “guerra ai civili” – sono caratterizzate, inoltre, da un’intrinseca ambivalenza. Appaiono quasi sempre infatti configurabili – ad un primo sguardo – quali esempi di adesione subordinata alle strategie di guerra assunte dagli occupanti, atti di collaborazionismo attivo in una dimensione di dipendenza politico-militare dagli alleati; eppure – se analizzate in profondità e accuratamente calate nel contesto locale – risultano spesso anche espressione mediata di linee di violenza sviluppatesi autonomamente all’interno dello scenario italiano, che sfruttano e indirizzano abilmente il potere e la forza militare germanica per colpire propri specifici obiettivi, che travalicano le esigenze militari imposte dalla guerra internazionale o quantomeno si assommano ad esse. . Mandanti e delatori: la continuità con il regime e la centralità del contesto locale L’apporto più evidente alle politiche di violenza tedesche contro i civili, fornito dagli aderenti alla RSI, appare collegato al supporto politico-informativo sul territorio. Attraverso le relazioni sull’ordine pubblico redatte dai funzionari istituzionali civili e militari a livello locale e l’imponente rete di zelanti informatori impegnati a fornire – sotto la spinta di motivazioni ideologiche o di rancori personali, e in cambio di vantaggi a carattere pecuniario e non – ogni tipo di indiscrezione su qualsiasi espressione di opposizione interna, le autorità fasciste mantengono, infatti (avendo ereditato le strutture di polizia a livello politico-investigativo del precedente regime), ancora nella primavera del , un capillare monitoraggio del territorio a livello provinciale. Seppur destinata a infrangersi di
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lì a poco sotto la pressione dell’azione partigiana, la ramificata struttura amministrativa a livello locale permette, infatti, alle autorità della RSI, almeno fino all’estate, di influenzare la percezione pubblica sulla forza e l’attivismo del nemico interno sia agli occhi della popolazione, sia a quelli degli alleati tedeschi. Ai capi provincia, rappresentanti del potere politico-amministrativo fascista chiamati a sostituire nella RSI la figura dei prefetti, è assegnato infatti dal governo centrale il compito di fotografare mensilmente la situazione della propria area di competenza e di esprimere, quindi, sulla base delle informazioni fornite una propria lettura, se non addirittura un proprio giudizio sulla pericolosità dei movimenti di ribellione presenti all’interno della società civile; ampiezza e pericolosità che – amplificate o sottovalutate a seconda delle circostanze – appaiono in grado di orientare e condizionare l’attenzione militare degli alleati germanici su specifiche aree di interesse strategico. In entrambi i contesti presi in esame – sia per quanto riguarda, quindi, il territorio compreso nel comune di Montefiorino che per quello relativo ai comuni di Verghereto e Sant’Agata Feltria – si registrano infatti, nei mesi che precedono le stragi, allarmistiche segnalazioni delle autorità locali fasciste, che enfatizzano il pericolo rappresentato dai gruppi partigiani attivi nella zona richiedendo o sollecitando l’intervento militare germanico. Per quanto riguarda la zona dell’Appennino modenese limitrofa ai paesi della sponda destra della valle del Dragone è necessario, però, tenere conto di un altro importante elemento, che modifica sensibilmente la percezione dello stato dell’ordine pubblico nella specifica area durante il : lo sbandamento dei reparti dell’Accademia militare di Modena. ... Gli allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena L’attenzione dei comandi militari nazisti si sofferma, infatti, su Monchio e il territorio circostante sin dai primi giorni dell’occupazione nel settembre , quando in conseguenza dell’armistizio siglato con gli alleati anglo-americani si sciolgono due battaglioni e uno squadrone di cavalleria appartenenti all’Accademia militare di Modena, in corso di addestramento proprio in questi luoghi. Sorpresi dall’improvviso cambio di alleanze mentre sono in marcia ver-
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so la pianura, dopo aver portato a termine il campo estivo presso le Piane di Mocogno e privi di direttive dall’alto, i circa mille allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena rompono infatti le proprie fila e si disperdono alla spicciolata sull’Appennino modenese il settembre su ordine del colonnello di fanteria Giovanni Duca – a capo del Comando dell’Accademia – abbandonando sul terreno armi ed equipaggiamento. Al sopraggiungere della notizia dell’armistizio, il Comando dell’Accademia ed il II Battaglione si trovano infatti acquartierati presso Vitriola: fra i militari serpeggia immediatamente il panico e molti si affrettano a cercare abiti civili nel timore di uno scontro con i tedeschi. Molti chiesero vestiti civili per fuggire – ricorda don Marino Donini, al tempo parroco di Vitriola –. [...] In tal modo i militari si allontanarono, abbandonando tutto (come si suol dire): armi e bagagli. L’ambulanza fu abbandonata presso il cimitero di Vitriola vicino all’oratorio di San Giuseppe, dove in breve tempo fu devastata da ignoti. Le armi furono raccolte e nascoste dagli uomini della zona; furono le prime armi usate dai partigiani.
Il colonnello Duca decide comunque di muovere le truppe appartenenti al II Battaglione in direzione di Monchio e dà ordine agli altri reparti di raggiungerlo sul luogo – nell’estremo tentativo di dirigersi verso la Toscana e raggiungere Lucca, sede dell’Accademia di artiglieria e del genio. La posizione dominante ed isolata di Monchio e Monte Santa Giulia permette, infatti, di controllare i movimenti nel fondovalle delle truppe tedesche provenienti dal piano. Il settembre i militari attraversano quindi a piedi il torrente Dragone e risalgono il versante destro della valle in direzione della carrozzabile all’altezza di Lama di Monchio, mentre una lunga colonna di autocarri carichi di vettovaglie, equipaggiamento e armi raggiunge il paese percorrendo la strada che collega Savoniero a Monchio. I soldati italiani, terrorizzati dalla prospettiva di essere catturati dagli alleati tedeschi divenuti improvvisamente nemici, si disperdono nelle case del paese per chiedere abiti civili e consegnare alla popolazione effetti personali e messaggi da inviare alle proprie famiglie. La mattina del settembre il reparto con muli e cavalli si muove, quindi, in direzione di Monte Santa Giulia, abbandonando gli
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automezzi nella piazza di Monchio, ma la marcia si arresta dopo pochi chilometri all’altezza della Maestà dei Cavaini: giunta la notizia che le pattuglie tedesche sono ormai dappertutto, il colonnello Duca è costretto a ordinare lo scioglimento temporaneo del corso e ad autorizzare i suoi uomini a mettersi in salvo ognuno per proprio conto. Abbandonati in loco gli animali e ogni tipo di equipaggiamento, gli allievi ufficiali fuggono quindi in ogni direzione e a piccoli gruppi raggiungono i paesi delle valli del Dolo e del Dragone. Continuano ad aggirarsi per il paese, in cerca di abiti civili – scrive nel suo diario, alla data del settembre , suor Imelde Ranucci del convento di Palagano – giovani dell’ex Accademia Militare che si è sbandata l’ scorso alle “Piane di Mocogno”, ove si trovava in villeggiatura nella caserma. Poveri ragazzi! Vagano per queste montagne cauti, furtivi, con sguardo smarrito. [...] La popolazione li accoglie cordialmente, li ristora, li riveste alla meglio, affinché possano fare il viaggio verso le loro case senza farsi riconoscere ed arrestare. Diversi sono coraggiosi e sanno farla franca; altri, invece, più timidi e paurosi, non osano neppure mettersi in cammino [...].
Nei giorni successivi la popolazione montana delle diverse località interessate dalla disperata marcia di sganciamento dei reparti dell’Accademia in fuga dai tedeschi, raccoglie e nasconde il materiale militare abbandonato sul terreno: ci sono viveri, automezzi, vestiario e soprattutto armi – fucili, bombe a mano, mitragliatori e mitragliatrici per quanto privi di munizionamento da guerra, dato il carattere di addestramento del campo intrapreso dagli allievi ufficiali. Armi e cavalli sono abbandonati lassù – racconta don Braglia, parroco di Monchio – mentre nei pressi della parrocchia di Monchio, restano ben venti autocarri, una autobotte e una autoambulanza, contenenti ogni ben di Dio per un valore di oltre milioni.
Già l’ settembre, però, una pattuglia tedesca raggiunge Monchio, compie una prima cernita del materiale militare abbandonato, carica parte dell’equipaggiamento rimasto su alcuni automezzi e riparte. Il settembre un più ampio contingente di soldati tedeschi ritorna in paese accompagnato da militi italiani e intima alla popolazione la riconsegna del materiale asportato: un proclama diffu-
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so il settembre dal comandante della Platzkommandantur di Modena prevede, infatti, l’immediata fucilazione per chiunque si rifiuti di consegnare tutto l’equipaggiamento militare del disciolto esercito italiano. La popolazione intimorita restituisce parte del materiale sottratto, che viene raccolto e trasportato presso la Rocca di Montefiorino per iniziativa di alcuni funzionari pubblici locali (il segretario comunale Giuseppe Bortolotti e il maresciallo dei carabinieri Adolfo Acerbi). Molte armi non vengono invece consegnate e rimangono nascoste sul territorio. Sarà questa specifica peculiarità che caratterizza il contesto locale – ossia la diffusa disponibilità di armi a disposizione dei civili, associata ad un giudizio controverso sull’aiuto e il sostegno offerto dalle comunità montane ai militari italiani in questo frangente – il primo elemento a sostanziare nei mesi successivi una valutazione amplificata da parte delle autorità fasciste sulla forza e la pericolosità dei gruppi ribelli attivi nella zona di Monchio e sulle responsabilità di connivenza e favoreggiamento del nemico attribuibili alla popolazione. ... Funzionari pubblici e amministratori locali L’immagine della situazione dell’ordine pubblico nell’Appennino romagnolo, offerta dalle relazioni redatte dalle autorità fasciste delle provincie di Forlì e di Pesaro, prefigura tra gli ultimi mesi del e i primi mesi del un graduale, ma costante aumento delle azioni di gruppi “ribelli” contro presidi, caserme, reparti militari o singoli soldati. Una serie di offensive armate allarmante, ma circoscritta a singole zone, a cui consegue invece da parte delle autorità fasciste locali una generale sopravvalutazione sul numero, l’efficienza e l’equipaggiamento dei gruppi partigiani attivi sul territorio. Le questure di Forlì e di Pesaro invocano infatti, a più riprese, a partire dal gennaio , l’intervento dell’alleato tedesco e rimarcano la necessità di un’imponente azione di rastrellamento nelle zone appenniniche delle province di Forlì, Pesaro ed Arezzo. Di fronte alla sempre crescente audacia delle bande partigiane – scrive il questore di Forlì nel rapporto sulla situazione della provincia redatto a fine febbraio – sarebbe auspicabile un’azione di rastrellamento in grande stile, a carattere militare, operata d’intesa coi Comandi militari del-
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le province limitrofe di Arezzo, Firenze e Pesaro in considerazione che le zone dove i ribelli si annidano ed operano di preferenza, sono appunto quelle confinanti con le province preaccennate. In contrada Corniolo del comune di S. Sofia si è installato un gruppo di . partigiani […]. Presidiano la strada Corniolo-Campigna con posti di blocco; arruolano associati; esercitano la censura; rilasciano permessi per viaggiare e riscuotono tasse e imposte.
È soltanto, però, all’inizio dell’aprile – mentre è già in corso nell’area il grande rastrellamento tedesco compiuto in collaborazione con contingenti italiani – che il territorio dell’alta val di Savio, compreso nel comune di Verghereto e limitrofo alla zona di Tavolicci, assurge all’attenzione delle autorità fasciste nei rapporti ufficiali. Da attendibile fonte fiduciosa – scrive, infatti, il questore di Forlì l’ aprile – si è appreso che i ribelli stanno operando spostamenti di forti gruppi specialmente nella zona di “Balze di Verghereto”, al confine della Provincia di Pesaro, e che avrebbero intenzione di attaccare anche i maggiori centri abitati non escluso il capoluogo.
Subito prima dell’inizio dell’imponente azione antibande, la prima e la seconda brigata del Gruppo Romagna compie, infatti, una marcia di trasferimento per acquartierarsi in località Balze e Capanne, intersecando il territorio comunale di Verghereto e dando palese prova della propria presenza attraverso l’azione armata effettuata a Sant’Agata Feltria il aprile . Le informative che segnalano gli spostamenti di partigiani nella zona inducono, infatti, durante il rastrellamento le autorità nazifasciste ad una rinnovata attenzione sull’area, amplificata anche con ogni probabilità dall’intensificarsi – dopo la cattura di elementi fascisti a Sant’Agata Feltria – delle delazioni spontanee e dell’efficienza della capillare rete di spionaggio costruita sul favore e la solerzia vendicativa di elementi del luogo. Dopo il positivo esito del rastrellamento di aprile, l’attenzione dei rapporti ufficiali sul Monte Fumaiolo e il territorio di Verghereto sembra invece scemare e limitarsi alla generica segnalazione di requisizioni di generi alimentari compiute dai partigiani sbandati che ancora in maggio gravitano nella zona. Nelle relazioni uffi-
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ciali sulla provincia di Forlì non viene, infatti, neanche menzionata la strage compiuta in luglio a Tavolicci – a dimostrazione della perdita di controllo delle autorità locali fasciste sul territorio limitrofo alla linea gotica, ormai divenuto in estate zona strategica di diretta competenza germanica. I comandi tedeschi, come ho già comunicato in altri rapporti […] – afferma infatti il capo della Provincia di Forlì Pietro Bologna, in una lettera al Ministero degli Interni del agosto – agiscono senza curarsi dell’esistenza di un’autorità italiana, tollerano requisizioni, furti, violenze, da parte delle truppe dipendenti e in particolare le SS ostentano la loro indipendenza nell’arrestare e fucilare cittadini italiani senza darne notizia neanche a fatto avvenuto agli organi di polizia italiana. […] Le comunicazioni sono praticamente cessate con la maggior parte dei comuni, […] la maggior parte del territorio è considerata zona d’operazioni, e per tanto non è possibile esercitarne il minimo controllo.
Ciononostante, l’incontro avvenuto ad aprile nella zona di Verghereto fra i gruppi di dissidenti coagulatisi a livello locale e i partigiani in trasferimento del Gruppo brigate Romagna non viene affatto sottovalutato, né tanto meno dimenticato dagli elementi fascisti del luogo disposti ad offrire per vendetta la propria opera in qualità di spie. Anche scorrendo le relazioni sull’ordine pubblico inviate al capo provincia dal comune di Montefiorino fra l’inverno e la primavera del , appare manifesta l’inquietante progressione ascendente di notizie sempre più allarmistiche fornite dalle autorità locali che, per quanto redatte a partire da elementi di realtà, offrono una visione a tal punto amplificata della forza dei gruppi armati attivi nella zona da legittimare addirittura la proposta di generali e drastiche misure punitive da attuare indiscriminatamente nei confronti dell’intera popolazione maschile. La particolare attenzione riservata dalle forze di polizia e dagli amministratori locali ai paesi interessati dallo sbandamento dei reparti dell’Accademia militare di Modena si evidenzia, infatti, con chiarezza già all’inizio del dicembre , quando viene segnalata dal comando dei carabinieri di Montefiorino la formazione di un embrionale gruppo partigiano – di cui singoli componenti sono fin da subito individuati quali abitanti dei paesi ubicati sulla sponda destra della valle del Dragone.
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Viene riferito che nel comune di Toano (Reggio Emilia) confinante con quello di Montefiorino (Modena) siasi formata una banda di oltre sbandati, armati di moschetti, pistole, bombe a mano e di fucili mitragliatori. Alcuni componenti di essa sono stati notati isolatamente nelle campagne delle frazioni di Marchio [Monchio, sic!] e Costrignano del Comune di Montefiorino.
In un successivo rapporto, redatto alla fine dello stesso mese dai carabinieri di Modena, si riferisce poi di un netto aggravamento della situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica a causa dell’azione di elementi armati operanti nella zona di Montefiorino: le azioni di rastrellamento effettuate hanno infatti comprovato la presenza di alcune bande armate, non numerose, costituite perlopiù da elementi locali giovani, che si sono dati alla macchia per ovviare in qualsiasi modo al nuovo forzato reclutamento alle armi inaugurato dal governo fascista. La relazione mensile della Questura di Modena relativa allo stesso periodo conferma queste valutazioni e riporta infatti, nel dettaglio, la cronaca dei primi due scontri a fuoco avvenuti nella zona alla fine del dicembre , nei quali si registra la morte di due militari dell’Arma impegnati nelle prime operazioni di rastrellamento volte alla ricerca di renitenti alla leva, eseguite dai carabinieri di Montefiorino sotto il comando del maresciallo Acerbi. La conseguenza immediata di questi scontri è l’arresto di nove uomini ritenuti sospetti, fra cui due giovani renitenti di Gusciola, in seguito condannati a morte dal Tribunale militare straordinario per aver preso parte agli scontri e fucilati a Modena nei giorni immediatamente successivi. Dietro l’uccisione arbitraria – seppur ammantata di legalità – di queste due prime vittime innocenti arrestate sull’Appennino modenese, si esprime con chiarezza la necessità delle autorità locali di riaffermare con decisione il potere istituzionale nella zona, rivendicando il proprio monopolio unico della violenza: attraverso l’esecuzione pubblica di questa faziosa sentenza di condanna a morte, le autorità fasciste di Modena inviano, infatti, un chiaro segnale di intimidazione all’intera popolazione montana, anticipando la radicale violenza repressiva contro disertori e renitenti che il governo di Salò definirà per legge solo due mesi dopo, nel decreto emanato dal Duce il febbraio . La relazione mensile del gennaio sulle condizioni dello
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spirito pubblico nel comune di Montefiorino redatta dal commissario prefettizio Temistocle Tazzioli – podestà del luogo già prima del luglio – esprime, invece, complessivamente un giudizio ancora incerto sulla situazione politica del comune, pur soffermandosi sull’influenza sull’animo della popolazione dei gruppi ribelli che a volte sostano e transitano nella zona di Monchio e Boccassuolo: «nel senso che alimentano l’avversione al Partito e la sfiducia nella vittoria delle nostre armi». Il rapporto prosegue dando notizia di una cospicua asportazione di generi alimentari ai danni di due negozianti di Vitriola – effettuata da un gruppo di circa venti ribelli armati di moschetti, fucili mitragliatori, rivoltelle e bombe a mano; e si conclude con la notizia del rafforzamento attraverso l’invio di elementi della Milizia della locale stazione dei carabinieri. Il pacato estensore di quest’ultima relazione sul comune di Montefiorino rassegna, però, pochi giorni dopo le proprie dimissioni. ... Il commissario prefettizio Francesco Bocchi Il febbraio l’incarico di commissario prefettizio di Montefiorino viene assunto da Francesco Bocchi: fascista della prima ora proveniente da Bologna, ex maestro elementare e direttore didattico della zona a partire dal , è stato segretario politico del fascio comunale di Montefiorino dal marzo fino allo scioglimento del Partito nazionale fascista e – per quanto esplicitamente inviso alla popolazione locale e sottoposto ad indagini a fini epurativi durante il periodo badogliano –, con l’instaurazione della nuova Repubblica fascista, ha riassunto con entusiasmo e convinzione l’incarico di reggente del fascio locale, divenendo l’uomo di fiducia nella zona per il federale di Modena Giovanni Tarabini. La prima relazione sull’ordine pubblico, da lui sottoscritta in data febbraio , radicalizza infatti immediatamente l’analisi politica offrendo un’immagine assai più fosca e negativa della situazione comunale. La situazione politica non accenna a migliorare dal mese scorso – dichiara il nuovo commissario prefettizio. La popolazione, in generale, continua ad essere estremamente ostile alle nuove istituzioni, chiusa in uno stato di incomprensione veramente deplorevole.
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La condizione dell’ordine pubblico, delineata nel seguito del rapporto attraverso la descrizione delle molteplici aggressioni a mano armata che si rinnovano ormai quotidianamente nel territorio comunale – pur tutelato dall’azione di un presidio della GNR –, viene ritenuta dal rappresentante dell’autorità locale fascista a tal punto grave e collegata all’implicita solidarietà della popolazione locale verso il nascente movimento partigiano, da dichiarare: Occorre che, d’intesa col Fascio Repubblicano, si faccia una selezione dell’elemento maschile, avviando il resto al lavoro in Germania o in campo di concentramento. Tutto questo ha una ripercussione letale sull’animo della popolazione, la quale considera i ribelli come liberatori e vede in essi i tutori dei propri figli destinati ad essere inviati dai fascisti ad un servizio militare non più ritenuto giusto e obbligatorio. V’è insomma un pervertimento pernicioso e durevole.
La descrizione del contegno della popolazione del comune di Montefiorino, offerta da Bocchi – attraverso le autorità provinciali – al governo centrale della RSI e ai comandi tedeschi di zona appare molto precisa: l’intera comunità locale è ritenuta connivente con i ribelli e le loro azioni, che determinano una situazione di illegalità diffusa del tutto insostenibile. Per quanto – come è stato descritto in precedenza attraverso l’analisi dello sviluppo dei gruppi partigiani nella zona – sia proprio tra il febbraio e il marzo che si determina un aumento esponenziale degli episodi di “rapina ed espropriazione” commessi da elementi ribelli e non, a cui consegue per i rappresentanti istituzionali fascisti la destabilizzante percezione di una grave perdita di controllo sul territorio, la lettura della situazione offerta da Bocchi si presenta come un’arbitraria accusa di aperto favoreggiamento rivolta indistintamente nei confronti della popolazione e del clero locale. Quest’immagine di diffusa correità della componente civile con i gruppi partigiani attivi nella zona – di sostanziale osmosi fra elementi ribelli in armi e popolazione residente – è nuovamente ribadita e ulteriormente aggravata dal rapporto straordinario del marzo , in cui il commissario prefettizio di Montefiorino denuncia con viva apprensione l’impossibilità pratica propria e dei suoi col-
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laboratori allo svolgimento dell’ordinaria gestione dei più semplici e basilari compiti amministrativi, resa impraticabile dalla ormai ingestibile situazione dell’ordine pubblico. [...] la situazione in questo comune va aggravandosi ogni giorno di più, al punto da giudicarla ormai insostenibile. Infatti: . il sottoscritto, già minacciato per iscritto dai ribelli di gravissime rappresaglie, non può muoversi dalla sede ed è costretto, pur avendo l’abitazione in paese, a pernottare con la famiglia nella Rocca Municipale presidiata dalla Guardia Repubblicana; [...] Poiché la vita amministrativa e politica locale è pressoché paralizzata si rendono urgenti ed indilazionabili ampi provvedimenti diretti ad eliminare le bande armate di ribelli che giorno e notte percorrono liberamente il territorio comunale tenendo in continuo allarme autorità e popolazione, svolgendo inoltre deleteria e vasta propaganda fra le reclute perché non si presentino alle armi.
La radicale denuncia sulle precarie condizioni politiche del territorio comunale, presentata il marzo dal commissario prefettizio alle autorità provinciali della RSI, viene inoltrata dal capo provincia Pier Luigi Pansera alla Questura di Modena il marzo , al fine di sostanziare una precedente comunicazione relativa alla situazione locale. Il Commissario Prefettizio di Montefiorino – scrive il capo provincia Pansera il marzo , rivolgendosi al commissario della Federazione fascista repubblicana, al questore e al direttore dell’ufficio provinciale di collocamento – comunica che l’intensificarsi di alcuni atti di banditismo da parte di ribelli della zona rivela la tacita intesa, o addirittura la correità, di molti elementi locali. Ad eliminare tale inconveniente propone che si faccia una selezione sull’elemento maschile, avviando qualcuno al lavoro in Germania o in campo di concentramento.
In evasione delle svariate e allarmanti notizie ricevute in relazione alla situazione del comune di Montefiorino, il commissario federale Giovanni Tarabini fornisce quindi, il ° aprile , al capo provincia «un elenco degli elementi maggiormente indiziati per i quali si propone, almeno, l’invio in campo di concentramento»: un elenco composto da cinquanta nominativi di «sovversivi e pregiu-
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dicati ritenuti pericolosi», residenti nel comune di Montefiorino, accompagnato dalle relative generalità e redatto in collaborazione con le autorità locali, che il aprile viene ufficialmente trasmesso alla Questura di Modena. L’orientamento negativo assunto dal commissario prefettizio di Montefiorino nei confronti della popolazione locale determina, dunque – seppur eseguite in un periodo successivo alla data dell’eccidio –, l’innesco di precise e tangibili politiche repressive ai danni dei civili da parte delle autorità provinciali fasciste; e con ogni probabilità contribuisce ad avvalorare e sostanziare anche in ambito germanico le ulteriori informative riguardanti le condizioni dell’ordine pubblico, inviate simultaneamente dal locale presidio della GNR. ... Informatori e spie: la funzione politico-investigativa rivestita dalla Guardia nazionale repubblicana La GNR – costituita per decreto dal Duce nel dicembre , attraverso la fusione dei reparti appartenenti all’Arma dei carabinieri, alla Polizia dell’Africa italiana e alla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, autonoma rispetto al Ministero della Difesa e dipendente da quello dell’Interno solo per quanto riguarda i compiti di ordine pubblico – rappresenta infatti, durante la RSI, il principale corpo di polizia interna impiegato per la repressione antipartigiana. Debitrice per la diffusione capillare dei suoi presidi alla precedente rete periferica costituita dalle caserme dei carabinieri, la GNR eredita, invece, dalla Milizia il carattere di polizia politica e la precedente organizzazione dei compiti informativi attraverso gli Uffici di polizia investigativa. La peculiare fisionomia ibrida, che contraddistingue il corpo combattente, lo elegge quindi naturalmente ad interlocutore privilegiato dei servizi di polizia tedeschi responsabili della sicurezza e dell’ordine pubblico, che ad esso in preferenza si rivolgono per avere informazioni sugli oppositori politici e per pianificare e coordinare le azioni antipartigiane di rastrellamento sul territorio italiano. La GNR – afferma, ad esempio, un’informativa sulla situazione dell’attività dei ribelli in Emilia del maggio –, nonostante la scarsezza di uo-
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mini, di armi e di automezzi (la benzina è spesso introvabile), ha svolto fin dallo scorso inverno diverse azioni di rastrellamento, in concorso con reparti dell’Esercito ed elementi tedeschi. Ha pur provveduto ad insinuare nelle file ribelli propri informatori.
Nella pianificazione e gestione delle azioni armate antibande, nel contesto romagnolo, oltre ad uno stretto legame di collaborazione fra GNR e comandi germanici, si evidenzia un ruolo di rilievo svolto dalla polizia segreta tedesca con uffici dislocati a Forlì e Predappio – in particolare durante il grande rastrellamento dell’aprile . Singoli esponenti fascisti, nella primavera-estate , sono infatti in contatto o alle dipendenze dirette della polizia segreta tedesca (comando Dienststelle Dreispitz Ic) e ricoprono un ruolo di collegamento tra i comandi germanici di zona, i rappresentanti del fascismo locale e una fitta rete di informatori e spie: come, ad esempio, il capitano della GNR Arturo Emiliani – fervente fascista inviato nella valle del Marecchia per reperire informazioni sui gruppi partigiani e, aggregato alla Legione Tagliamento, per coadiuvare nella lotta antibande il commissario prefettizio di Pennabilli Flaminio Mainardi –, che alcuni indizi collegano addirittura alla strage del luglio . Lo scrivente – afferma infatti lo stesso Emiliani all’interno di una relazione inviata a Mussolini nel maggio del – che a suo tempo accettò di far parte di tale organizzazione [la polizia segreta tedesca], lo fece esclusivamente per essere maggiormente utile alla sua Patria. La mansione affidatagli consisteva esclusivamente nel ricercare le centrali ribelli, alti ufficiali traditori dell’ex regio esercito [...], nella ricerca di spie [...] e di preparare i piani per gli eventuali rastrellamenti di formazioni ribelli, esistenti nelle zone delle province di Macerata, Ancona, Pesaro e Forlì.
La vocazione informativa rivestita dagli appartenenti alla GNR è, inoltre, ampliamente evidenziata dai notiziari quotidiani – sintesi riassuntive delle principali notizie inoltrate dai presidi diffusi sul territorio a livello locale – che, redatti giornalmente dal comando centrale di Brescia, sono inoltrati al Duce e permettono di ottenere una visione di insieme sulla situazione dell’ordine pubblico nel territorio controllato dalla RSI.
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Analizzando in sequenza i rapporti del periodo relativi al territorio montano limitrofo ai comuni di Montefiorino e Verghereto, si evidenzia come gli eccidi risultino entrambi preceduti da una fase caratterizzata da una serie ripetuta di segnalazioni relative a rapine, estorsioni, furti e requisizioni compiute ai danni di privati da individui armati, non sempre segnalati quali partigiani. Assodata in entrambi i contesti l’esistenza di un rapporto di stretta collaborazione a livello informativo e logistico tra i comandi provinciali della GNR e i comandi tedeschi incaricati di pianificare le azioni di rastrellamento, si delinea con chiarezza, quindi, come sia proprio la fase costitutiva dei gruppi dissidenti – quando viene infranto per la prima volta esplicitamente in uno specifico territorio l’ordine legale fascista e il confine fra azione armata con finalità politiche e atti di semplice delinquenza comune appare ancora labile ed incerto – a rappresentare il momento di maggiore vulnerabilità ed esposizione per il movimento partigiano e la popolazione locale. Quando in un ambito territoriale cominciano a muoversi contemporaneamente svariati piccoli gruppi armati non coordinati tra di loro, ma comunque impegnati – al fine della sopravvivenza alla macchia – in azzardate azioni di prelevamento di generi alimentari e di armi, si moltiplicano infatti le denuncie e le delazioni inoltrate da parte della popolazione residente alle autorità locali e ai rappresentanti dell’ordine presenti sul territorio. Le ripetute ed insistenti segnalazioni, che descrivono uno stato di pericolosa illegalità diffusa, hanno l’effetto di amplificare la percezione fascista del pericolo e la relativa convinzione di una perdita di controllo sul territorio locale, che si riflette in una sovrastima della forza e della consistenza numerica attribuita alle prime bande partigiane nelle informative presentate. In queste particolari circostanze è, infatti, l’intero corpo sociale ad essere individuato quale ipotetico nemico dalle autorità nazifasciste, che di conseguenza ampliano i confini dell’accusa di favoreggiamento alla popolazione nel suo complesso: poiché la rottura dell’ordine legale fascista non riguarda solo atti di consapevole opposizione politica, ma anche semplici azioni illecite dettate dalla volontà di profitto – se non dalla semplice fame –, viene ritenuto legittimo attribuirne la responsabilità a qualsiasi individuo (anche
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donne, vecchi e bambini). Ed è proprio quest’immagine di diffusa connivenza della popolazione con le bande armate per tornaconto personale a dimostrarsi più pericolosa e incline a favorire l’innesco di indiscriminate azioni di guerra contro i civili. La dinamica che conduce alla strage di Tavolicci lo testimonia: l’eccidio appare infatti strettamente connesso – sia nella memoria locale, sia nell’interpretazione diramata dalla GNR di Forlì – con le ripetute azioni di rapina subite durante i mesi di febbraio-marzo dagli esercenti del vicino comune di Sant’Agata Feltria e con la successiva azione partigiana del aprile . La motivazione – afferma il parroco di Monteriolo, don Vicinio Caminati, facendosi interprete della memoria di svariati testimoni – è che lì c’era una banda di partigiani e che loro avevano avuto delle denuncie da parte dei bottegai di Sant’Agata. Le botteghe erano state svaligiate e a Tavolicci trovarono famiglie che ospitavano volentieri non solo i partigiani ma, come si dice, facevano ricettazione di queste cose rubate [...]. Chiedevano da mangiare quando avevano fame, qualche piccola rappresaglia ad elementi fascisti, ai conosciuti fascisti, c’è stato sì qualche…, ma i rubamenti io penso, i furti che facevano erano di elementi un po’ ai margini della brigata Garibaldi. Si proclamavano partigiani ma poi forse non erano neanche conosciuti, almeno qualche elemento della zona approfittava per andare a rubare dicendosi partigiano, magari aveva racimolato qualche arma, ma la brigata Garibaldi non rubava.
. Esecutori materiali A differenza dell’opera d’istigazione o dei compiti informativi che precedono le operazioni di “controguerriglia”, il coinvolgimento attivo di elementi o reparti fascisti nelle azioni armate condotte ai danni della popolazione civile appare un elemento assai meno manifesto. La partecipazione attiva da parte di italiani appare, infatti, sporadica e – nei casi in cui è verificabile – non risulta mai esplicita, ma è spesso camuffata sotto le vesti altrui. Quando i militi fascisti partecipano alle operazioni come reparti d’appoggio in collaborazione degli alleati, appaiono infatti per lo più responsabili di funzioni di accerchiamento, controllo e supporto sul territorio. Ai singoli collaborazionisti locali è perlopiù af-
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fidato il ruolo di guide e di delatori, attraverso l’individuazione di specifiche località, abitazioni o persone; mentre i reparti operanti fascisti assumono spesso anche il compito di perquisire, depredare, distruggere ed incendiare le abitazioni di coloro che i loro informatori hanno individuato quali conniventi o favoreggiatori del movimento partigiano. I legionari della GNR hanno svolto in più giorni continuativi di azione un compito assai pesante e pieno di responsabilità – afferma un’informativa da Forlì del maggio , riferendosi al ruolo svolto dagli italiani nelle operazioni di rastrellamento appena concluse. Infatti, se in taluni settori piccoli reparti nostri e misti avevano l’incarico di tenere i posti di sbarramento, la massima parte delle nostre compagnie rastrellava da sola e senza controllo tedesco il terreno dominato dai partigiani.
Quando gli italiani – pur formalmente soggetti al comando germanico – riescono a ritagliarsi spazi di autonomia nella gestione delle azioni armate, sfruttano l’opportunità per ottenere profitti personali attraverso indebite razzie di beni materiali durante le perquisizioni; per soddisfare, direttamente od orientando la violenza degli alleati, specifici propositi di vendetta originatisi in ambito locale; per dare infine libero sfogo ad arbitrari atti di brutalità e di rappresaglia contro i civili – già esercitati in precedenza durante le guerre d’aggressione fasciste. ... Supporto attivo sul territorio Nel rapporto redatto dal comandante von Loeben sull’azione compiuta nell’area di Monchio il marzo , la presenza di reparti italiani – appartenenti alla GNR e all’esercito repubblicano – sembra limitarsi, infatti, al solo compito di circoscrivere la zona d’operazioni, attraverso un cordone di contenimento che impedisca ai nemici di sottrarsi al rastrellamento. I reparti armati fascisti sono però i soggetti attivi responsabili del primo ciclo di rastrellamenti che ha luogo nella zona montana di Modena tra l’ e il marzo e che – pur ottenendo esiti complessivamente insoddisfacenti – viene dettagliatamente pianificato e coordinato attraverso l’Ispettorato regionale GNR dell’Emilia con i comandi germanici della Polizia per l’ordine pubblico. L’ mar-
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zo , a Palagano, reparti appartenenti alla ª Legione GNR rinforzati da una compagnia dell’esercito repubblicano operano infatti arresti, perquisizioni e due fucilazioni sommarie, dimostrando di avere a disposizione una rete di spionaggio capillare a livello locale: informatori in grado di fornire liste di nominativi di sospetti, indicare nel dettaglio i luoghi di ritrovo dei gruppi ribelli e dare precise indicazioni su entità e armamento del nemico interno. Gli stessi reparti operanti ricoprono poi un ruolo di attiva collaborazione nel rastrellamento della zona tra Costrignano e Monchio, operato da una compagnia dell’artiglieria di avvistamento germanica comandata dal maggiore Strauss il marzo , durante la quale a Lama di Monchio sono compiuti perquisizioni, distruzioni, furti e arresti arbitrari. La stessa borgata, il marzo , è sottoposta inoltre ad una specifica opera di razzia e devastazione, riconducibile alla responsabilità diretta delle truppe italiane impiegate in funzione di supporto. Contrariamente a quanto affermato nella relazione germanica e in base alle testimonianze dei superstiti, alle truppe di appoggio italiane sembra essere affidato, inoltre, durante la strage anche il ruolo di guide e il compito di perquisizione e depredamento degli abitati investiti dal rastrellamento. Risulta deducibile, infatti, dallo stesso svolgimento delle operazioni militari del marzo un ruolo informativo ricoperto dalle truppe italiane presenti in loco da più tempo o da spie del luogo – forse al seguito dei reparti operanti. La dettagliata conoscenza geografica dei luoghi, teatro degli scontri avvenuti durante i giorni precedenti o sedi di ritrovo dei gruppi partigiani a partire dall’inverno , permette infatti il dispiegarsi di una specifica radicalità dell’azione armata in precise località. Un ruolo di maggiore protagonismo italiano è, inoltre, indirettamente confermato dalle affermazioni fatte dal console Luigi Venturelli – comandante della ª Legione GNR di Modena – nella sua relazione sul ciclo di rastrellamento condotto sull’Appennino modenese durante il mese di marzo, in cui l’azione del marzo è così descritta: Alle ore la batteria inizia un’azione di fuoco su Monte S. Giulia e sue adiacenze. Alle ore la compagnia tedesca con un plotone della GNR ed un plotone dell’Esercito Repubblicano di rincalzo iniziano l’attacco progres-
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sivo di Susano, Costrignano, Lama di Monchio, Monchio e Monte S. Giulia. Gli abitati indicati e M. S. Giulia vengono rastrellati entro la mattina stessa e nel pomeriggio le truppe tedesche rientrano nelle proprie sedi. Alle ore sono già stati accertati dai nostri Reparti rimasti sul posto oltre un centinaio di morti. […] Nel combattimento a fianco delle truppe tedesche si sono particolarmente distinti il S. Ten. Corradini dell’Esercito Repubblicano (Comando Prov.le Modena) ed il Brigadiere Gazza Damiano della ª Legione GNR.
Il supporto sul territorio espresso da elementi o reparti fascisti in relazione all’azione armata condotta contro la comunità di Tavolicci appare, invece, più sfumato, ma per niente affatto irrilevante. Il giorno che precede l’eccidio, infatti, una pattuglia, composta da sette soldati italiani (e forse un tedesco) proveniente dal versante di Pennabilli, raggiunge l’abitato dove si trattiene per la notte e ingannevolmente tranquillizza la popolazione sulla possibilità di eventuali azioni armate ai danni del paese. Il gruppo di soldati, che si allontana il mattino successivo da Poggio Scavolo in direzione di Sant’Agata Feltria – luogo di provenienza di parte delle truppe operative a Tavolicci la mattina del luglio – compie con ogni probabilità un’azione di perlustrazione in previsione della strage. Diversi sono invece i collaboratori locali riconosciuti dai civili durante l’azione armata mentre svolgono funzioni di supporto ai reparti operanti: fra di essi vi è Quinto Manzi di Rivolpaio, che accompagna, a suo dire sotto la minaccia delle armi, i militari provenienti da Sant’Agata Feltria fino all’abitato di Tavolicci, ma che – una volta lasciato libero di allontanarsi – non si preoccupa di avvisare del pericolo gli abitanti delle frazioni circostanti; Tonio Toni, fervente fascista di Sant’Agata Feltria incrociato da una delle superstiti dell’eccidio mentre presidia armato la mulattiera che conduce a Campo del Fabbro; il milite della GNR di Sant’Agata Feltria Leopoldo Gabrielli – che vede morire nell’azione parte della propria famiglia residente in paese; e altri rimasti ad oggi non identificati.
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... Protagonisti diretti La strage di Tavolicci esemplifica anche quei rari episodi in Italia nei quali combattenti italiani ricoprono direttamente il ruolo di esecutori materiali nelle azioni di guerra contro i civili. In questo caso estremo appaiono, però, ugualmente individuabili gli elementi di dissimulazione e implicita subordinazione o condizionamento esterno dei comportamenti, che caratterizzano in generale l’azione fascista. Il reparto armato che compie materialmente l’eccidio, caricando l’azione di un surplus di violenza psicologica generalmente estranea al comportamento dei militari tedeschi nelle politiche di “guerra ai civili”, è infatti composto quasi interamente da italiani: ex soldati del regio esercito inquadrati in un reparto speciale di polizia tedesca con compiti di controguerriglia a difesa dei cantieri per la costruzione delle fortificazioni della linea gotica presenti nella zona e comandati sul campo da un ufficiale germanico, il tenente Lehmann (che all’epoca della strage aveva assunto il comando interinale in sostituzione del maggiore Georg Schroers). Il IV Battaglione volontari di polizia Italia, costituito da reduci precedentemente internati nei campi di prigionia tedeschi – rientrati in Italia tra la fine di gennaio e il febbraio ed addestrati come polizia di protezione a Biella per i successivi quattro mesi –, era composto originariamente da settecentocinquanta uomini tenuti al giuramento di fedeltà ad Adolf Hitler e sottoposti alla giurisdizione speciale dei tribunali delle SS. Terminato l’addestramento intorno alla metà del giugno , l’intera formazione – nel frattempo ridottasi sensibilmente a causa delle continue diserzioni – viene trasferita a Bologna e quindi impiegata sull’Appennino romagnolo. Il giugno , il comando viene installato a Bagno di Romagna, mentre la Iª Compagnia è dislocata in parte a Pieve Santo Stefano (Arezzo), in parte a Sarsina; la IIª – al comando del tenente Otto Baumgartner – a Balze di Verghereto; e la IIIª – al comando del tenente Eberhardt Haupt – prima a Sarsina, quindi a San Donato di Sant’Agata Feltria. Compito esclusivo del reparto – afferma Rinaldo Orvieto, rifugiato ebreo fiorentino, all’epoca dei fatti sfollato a Balze di Verghereto – era quello di rastrellare la zona, per “disinfestarla”, come essi dicevano, dai partigiani.
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Inoltre provvedevano ad inviare alla Todt per l’impiego nei lavori stradali tutti gli uomini validi, senza distinzione di età.
Il IV Battaglione di polizia – i cui reparti sono segnalati sull’Appennino romagnolo dal giugno all’ agosto (data del trasferimento delle tre compagnie verso il Veneto) – viene impegnato, infatti, per tutto il periodo in azioni di rastrellamento mirato volte a braccare, in base alle dettagliate segnalazioni e alle informative ottenute per mezzo della penetrante rete di spionaggio e delazione rappresentata dal fascismo locale, il distaccamento dell’ª brigata Romagna comandato da Giuseppe Poggiali (Pippo), attivo a partire da maggio nella zona del Monte Fumaiolo e della Carpegna. Durante l’incalzante serie di azioni armate, compiute dal reparto di polizia speciale italo-tedesco dopo il mancato attacco partigiano del giugno alla guarnigione installatasi a Balze, i volontari italiani si rendono responsabili infatti di «rastrellamenti, saccheggi e incendi, tortura e fucilazione di patrioti ed inermi civili e arresto e deportazioni in Germania di uomini e donne innocenti», come recita il rapporto di denuncia redatto il aprile dai carabinieri di Verghereto. Il - giugno asportano beni, saccheggiano e tentano di incendiare Villa Foschi a Balze. Il luglio rastrellano le borgate di Lamone, Bigotta e Montagna (nei comuni di Casteldelci, Badia Tedalda e Verghereto), razziano gli abitati, asportano il bestiame, malmenano alcune donne, incendiano le abitazioni e fucilano otto uomini considerati sospetti. L’ luglio a La Spescia (Badia Tedalda) – località limitrofa a Monte Loggio – catturano sei partigiani appartenenti al distaccamento di Pippo, fra cui i fratelli Frè Luigi e Sildo Bimbi, Fosco Montini e Goretto Gori. Il luglio fucilano presso Balze i fratelli Bimbi, dopo averli torturati per due giorni e averli costretti a ripercorrere i luoghi dei presunti rifugi partigiani. Il luglio , a Sarsina, dopo averlo violentemente picchiato all’interno dei locali della caserma, eseguono la fucilazione di Fosco Montini. Il luglio arrestano cinque giovani a Capanne – fra cui Maria Castronai – e il parroco don Francesco Babini a Donicilio. Tra il e il luglio attuano una serie di arresti presso Sant’Agata Feltria e San Donato. Il luglio a Schigno (Castel-
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delci) uccidono un giovane e ne arrestano altri tre. Il luglio compiono un rastrellamento a Castelpriore, incendiano il paese, uccidono Mansueto Gabrielli e arrestano sei persone condotte a Balze, dove sono malmenate e torturate. Il luglio compiono un’ulteriore azione presso Montagna, dove arrestano Uliana Calchetti e il figlio tredicenne: lei viene torturata, mentre il figlio è sottoposto ad una finta esecuzione. Il luglio – con un’operazione combinata che coinvolge elementi appartenenti a tutte e tre le compagnie, acquartieratesi appositamente in precedenza presso San Donato di Sant’Agata Feltria – eseguono il massacro della comunità montana di Tavolicci. Il luglio, in conseguenza di uno scontro avvenuto il giorno precedente, minacciano di compiere una rappresaglia sulla popolazione di Ranchio; che poi si concretizza nella tortura ed impiccagione pubblica di un partigiano catturato all’interno dell’abitato. Il luglio, in collaborazione con altri reparti, partecipano alla strage del Passo del Carnaio. Il luglio attuano un rastrellamento a Campaolo, Pianfera e Fragheto – zone in cui fino a qualche tempo prima si era stabilito il comando del distaccamento di Pippo. Infine, il ° agosto tentano di compiere un’azione di rappresaglia ad Alfero, dove nel frattempo sono stati trasportati i feriti di Tavolicci – scomodi testimoni del barbaro eccidio consumatosi qualche giorno prima. L’azione è però sventata dall’intervento di un maresciallo tedesco presente in loco e si risolve in una semplice asportazione di generi alimentari. Nel fitto ciclo di azioni antipartigiane appena descritte, l’eccidio di Tavolicci si staglia come l’episodio di maggior rilevanza compiuto dai reparti italo-tedeschi di polizia speciale, che si distinguono comunque nell’intero periodo di attività per la precisione delle informazioni di delazione in loro possesso e per la sistematica razzia degli abitati a fini di lucro – attuata anche in occasione della strage del luglio . Se l’eccidio si inquadra, infatti, nelle operazioni di rastrellamento volte alla ricerca dei partigiani del distaccamento di Pippo, appare comunque esplicita la volontà di compiere un’azione esemplare che sia da monito per eventuali fiancheggiatori della resistenza armata presenti nella zona; un’operazione con ogni probabilità caldeggiata dai reparti fascisti di Sant’Agata Feltria che, suggerendo quale obiettivo la zona di Tavolicci, Rivolpaio, Campo del Fabbro, possono sfruttare l’occasione per
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portare a termine una propria volontà di vendetta contro la popolazione locale, sospettata di aver collaborato a loro danno con i partigiani durante l’aprile . Loro – afferma infatti il carabiniere di Sarsina Albano Rebeschini, fra i primi ad indagare sull’episodio – hanno fatto questa rappresaglia per scopo intimidatorio, per scopi bellici, per far vedere che i fascisti erano in grado di azionare. Ma non erano capaci di fronte alla forza partigiana, allora sono andati all’esterno, non sono andati nel covo che si trovava nelle vicinanze delle Capanne.
Per comprendere la radicalità e la genesi dell’eccidio è necessario, inoltre, considerare la particolare fisionomia dei reparti operanti che eseguono materialmente la strage: il IV Battaglione di volontari di polizia Italia è composto infatti da ex militari italiani perlopiù meridionali, reduci dal fronte jugoslavo o greco-albanese, dove sono stati catturati dopo l’armistizio e quindi internati nei campi di prigionia tedeschi. Nessuno conoscerà giammai – scrive il sottotenente Francesco Porpora, appartenente alla IIIª Compagnia del IV Battaglione volontari di polizia Italia, nel suo memoriale redatto a fini difensivi il novembre – la tragedia di quei soldati italiani provenienti dalla Grecia e rientrati per fame dai Campi di Concentramento della Germania e costretti a tirare avanti in condizioni impossibili, non per amore verso un ideale, né tanto meno verso lo straniero, ma per impossibilità materiale a fare altrimenti.
Prigionieri di guerra quindi – travolti dal cambio delle alleanze e accusati di tradimento –, che per ottenere la propria liberazione e tornare in patria scelgono di arruolarsi come volontari nelle formazioni miliari germaniche impegnate nella lotta antipartigiana in Italia. Una sorta di occupanti in patria: uomini sradicati dal proprio contesto famigliare ed impossibilitati a raggiungerlo, indelebilmente segnati dall’esperienza delle guerre d’aggressione fasciste, dove hanno compreso a pieno il significato di “guerra ai civili” – imparando ad infrangere il discrimine fra nemici armati e popolazione locale e ad annullare il senso di umanità, che dovrebbe in teoria preservare in ogni guerra gli inermi dall’espressione più incondizionata della violenza armata.
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. Ambivalenza verso le politiche di guerra contro i civili: propaganda e assistenza L’insieme dei comportamenti assunti dai rappresentanti del fascismo repubblicano nei riguardi della “guerra ai civili”, nel complesso, risulta comunque contraddistinto da un’ambivalenza. In entrambi i contesti studiati è, infatti, riscontrabile la presenza di zelanti funzionari pubblici pronti a consegnare allarmanti relazioni sulle condizioni dell’ordine pubblico e a rivendicare l’intervento armato dell’alleato occupante; di pervasive reti di spionaggio e delazione che senza scrupoli offrono i propri servigi in cambio di favori o per mettere in atto indirettamente vendette personali; di uomini soggiogati dal piacere della violenza agita e dall’inebriante e incondizionata possibilità di prevaricazione che offrono le armi. Eppure, a tali incontrovertibili esempi di collaborazione attiva, avallo della feroce politica repressiva adottata dalle autorità militari tedesche in Italia, fa da contraltare la contraddizione presente nelle reazioni delle autorità fasciste successive alle stragi. Il caso di Tavolicci suscita, infatti, lo sdegnato sconcerto del capo provincia di Forlì Pietro Bologna che – informato, attraverso il podestà di Verghereto Francesco Bardeschi, delle violenze indiscriminate ai danni della popolazione civile consumatesi nella provincia nel luglio per mano di reparti sotto il comando tedesco – prima esorta la Questura a compiere immediate e accurate indagini sull’accaduto, quindi chiede ufficialmente di potersi dimettere dal suo incarico. Le accorate denuncie provenienti anche dalla provincia di Pesaro si riflettono invece nelle proteste ufficiali inoltrate dallo stesso Mussolini all’ambasciatore tedesco in Italia Rudolf Rahn, nell’agosto , nelle quali – attraverso la menzione del caso – si denunciano gli eccessi dell’arbitraria violenza repressiva attuata dai soldati germanici impegnati nella lotta antipartigiana in Italia, che travolge ingiustificatamente i civili e, in particolare, quegli italiani che risultano ferventi sostenitori del fascismo repubblicano. Il freno morale interposto dal Duce all’arbitraria ferocia degli occupanti è, infatti, incentrato sul rischio dell’indebito coinvolgimento di elementi fascisti, là dove la violenza degli alleati, invece di dimo-
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strarsi un vantaggio per la propria affermazione nella parallela guerra civile che si combatte fra italiani, si rivela un incontrollabile e pericoloso strumento di arbitraria distruzione. La repressione del ribellismo – si afferma, infatti, in un notiziario della GNR del giugno – si dimostra assai ardua e forse, se attuata in modo egualmente draconiano nelle diverse regioni, anche inopportuna. Tanto più che se è indubitabile una connivenza più o meno spontanea e diffusa della popolazione coi ribelli, è altrettanto vero che certe forme di rastrellamento invalse da tempo, a base di violenze che giungono a fare tabula rasa di interi villaggi, non intaccano minimamente il ribellismo per sua natura fluido, mentre portano negli abitanti stabili di una zona un flagello che esaspera gli animi e fomenta propositi di vendetta.
La strage di Monchio sembra, invece, in un primo momento, ufficialmente riconosciuta quale brillante esempio della competenza germanica nel condurre i rastrellamenti antipartigiani, attraverso un ingente sforzo propagandistico che si estende fino alle borgate più periferiche e isolate nell’incessante tentativo – profuso da parte fascista – di nascondere la verità dei fatti. Verrà diramato dalla Stampa comunicato Stefani relativo alle operazioni svoltesi contro gli sbandati in una zona montana della Provincia di Modena punto si provveda – ordina, infatti, un telegramma inviato dal prefetto di Modena a tutte le province dell’Emilia e della Romagna pochi giorni dopo l’eccidio – a far sì che comunicato stesso venga diffuso nella maggiore misura possibile specie nei Centri montagna meno importanti, facendolo giungere fino ai casolari più lontani.
La natura delle vittime – inermi cittadini o agguerriti ribelli – diventa nei mesi successivi il centro di una battaglia interpretativa che vede contrapposte le autorità fasciste e le organizzazioni partigiane. I Patrioti che si battono con ammirevole valore – recita un volantino del Comitato di liberazione nazionale di Modena, diffuso nell’aprile – hanno diritto di contare sull’appoggio effettivo, positivo, concreto di tutti gli italiani amanti della libertà. Non sono essi, non siamo noi responsabili della guerra civile. Sono i fascisti che l’hanno voluta scatenare nel tentativo pazzo, criminale e disperato di evitare la fine che meritano. Ed essi
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sono tanto vili da mandare spesso a combattere contro i Patrioti dei giovani che sono anima della nostra anima, sangue del nostro sangue. Sono tanto impotenti da sollecitare l’aiuto dei tedeschi, i quali, non essendo riusciti ad avere ragione dei Patrioti, col cannone e col fuoco hanno distrutto alcuni villaggi della zona di Montefiorino, seminando freddamente la strage fra quelle inermi popolazioni che contano a decine e decine gli assassinati, compresi fra questi donne e bambini trucidati con spietata ferocia. Ecco chi sono i “ ribelli caduti in combattimento”, secondo l’impudente propaganda fascista.
Eppure, anche in questa iniziale fase d’espressione della politica di violenza ai danni dei civili, dietro questa apparente totale aderenza delle autorità ufficiali fasciste alle modalità di guerra assunte dagli occupanti, è visibile un piano di incertezza, di colpa e di necessità di riparazione. Se da un lato, infatti, è la stessa segreteria particolare del Duce ad autorizzare l’elargizione di un cospicuo rimborso per tre famiglie fasciste, i cui membri sarebbero indebitamente rimasti coinvolti nell’azione armata poiché infiltratisi fra i partigiani come informatori; dall’altro, il commissario prefettizio di Montefiorino Francesco Bocchi – nonostante elogi nei primi rapporti mensili successivi alla strage l’efficacia dell’azione armata germanica – contemporaneamente denuncia e richiama l’attenzione istituzionale sull’insopportabile stato di indigenza e miseria in cui versano i superstiti dei paesi della sponda destra della valle del Dragone. Le popolazioni colpite – afferma il commissario prefettizio di Montefiorino il marzo in una lettera inviata al capo della provincia di Modena – si presentano in un quadro della più completa e impressionante desolazione. Le case colpite sono ridotte, nella più grande maggioranza, in un cumulo di macerie sotto le quali è rimasto bruciato tutto […]. Molte altre famiglie poi, pur non avendo la casa distrutta, hanno invece avuto asportati tutti i viveri dai reparti operanti o transitanti. Alcune persone sono impazzite, altre fuggite […] un numero imprecisato di persone è stato condotto via dai tedeschi con autocarri. […] La popolazione è rimasta inebetita dalla terrificante distruzione. I danni nel complesso ammontano a parecchie decine di milioni. L’ordine pubblico è completo e nessuna traccia si è avuta di residui ribelli. Il grosso di essi risulta fuggito dal Monte S. Giulia la sera precedente delle operazioni.
. RESPONSABILITÀ DEL FASCISMO REPUBBLICANO
L’impegno profuso dalle autorità locali e provinciali nei mesi successivi per la messa in atto di politiche di assistenza a favore dei sopravvissuti risulta, infatti, intenso e articolato, evidenziando una responsabilità e un impegno dei rappresentanti fascisti nell’esercizio della propria funzione amministrativa non trascurabile e – azzarderei – non liquidabile come semplice azione di riparazione alla propria precedente disposizione alla collaborazione attiva con l’alleato tedesco nelle operazioni antipartigiane. Una duplicità di comportamenti che necessariamente bisogna tenere in considerazione e che induce ad articolare e complessizzare ulteriormente il giudizio storico sulla posizione del fascismo repubblicano nei confronti delle politiche di “guerra ai civili”. Note . Cfr. D. Gagliani, Guerra terroristica, in L. Casali, D. Gagliani, La politica del terrore. Stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna, L’ancora del mediterraneo, Napoli , pp. -. . Per il caso modenese, si veda, ad esempio, Relazione mensile sulla situazione comunale – Condizioni dello spirito pubblico al Capo della Provincia, Montefiorino febbraio , f.ta Il Commissario prefettizio Bocchi, in ASMO, GP, b. , f. Relazioni dei Podestà. . Nel caso dell’efferata condotta adottata sull’Appennino romagnolo fra giugno e agosto dal IV Battaglione volontari Italia, ad esempio, sono molteplici e unanimi le dichiarazioni dei testimoni sull’autonomia di comportamento dimostrata dai militi italiani nei confronti dei comandi tedeschi, in particolare per quanto concerne atti di razzia e depredamento arbitrario di beni pecuniari e generi alimentari ai danni della popolazione civile. Cfr. Renzi, Appennino : “Arrivano i lupi!”, cit., pp. , , , . Per una visione complessiva sull’intersezione fra violenza repressiva fascista e nazista contro i civili, nelle provincie di Modena e Forlì, durante gli anni della guerra di liberazione, si veda L. Casali, Modena, e V. Flamigni, Forlì, in Casali, Gagliani, La politica del terrore, cit., pp. -, -. . Cfr. Relazione sull’attività svolta dal tenente colonnello in s.p.e. Filipponi Giovanni dall’ settembre al giugno , giugno , in Archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (d’ora in poi AUSSME), fondo C/, b. , f. /a. . La marcia di trasferimento dei due battaglioni scaglionati l’uno dall’altro avrebbe dovuto seguire, in base alle disposizioni impartite il settembre da Modena dal generale Matteo Negro, la direttrice Piane-Lama Mocogno-PalaganoVitriola. Cfr. Fantozzi, Monchio, marzo , cit., p. . . Cfr. F. Barbolini, L’Accademia Militare -, Modena , pp. -. . G. C. Montanari, La Repubblica di don Marino. Memorie di don Marino Donini -, APS, Modena , p. . . Cfr. Barbolini, L’Accademia Militare, cit., p. .
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
. Cfr. don Braglia, Breve racconto di una grande strage, cit., pp. -. . Cfr. don Braglia, Brevi note storiche, cit., p. . . Cfr. Barbolini, L’Accademia Militare, cit., p. . . Ranucci, Lagrime e sangue, cit., pp. -. . Parte dell’armamento di cui si impossessa in questa circostanza la popolazione civile, dopo essere stato nascosto durante l’inverno, permetterà nei mesi successivi la nascita e lo sviluppo dei gruppi partigiani locali nella zona di Monchio. L’ampia disponibilità di armi disseminate sul territorio, che caratterizza lo specifico contesto, è infatti senza dubbio un elemento di stimolo e un’opportunità per lo sviluppo della resistenza armata a livello locale. . Don Braglia, Breve racconto di una grande strage, cit., p. . . Cfr. ibid. . Cfr. ivi, p. . . Cfr. Relazione settimanale della Questura di Forlì al Ministero dell’Interno sulla situazione politico-economica, gennaio , f.ta Il questore Secondo Larice, in AISFO, fondo Tavolicci, b. documentazione, f. documenti da reinserire; Relazione settimanale della Questura di Forlì al Ministero dell’Interno sulla situazione politico-economica, gennaio , f.ta Il questore Secondo Larice, ibid.; Relazione settimanale della Questura di Forlì al Ministero dell’Interno sulla situazione politico-economica, febbraio , f.ta Il questore Secondo Larice, ibid.; Relazione settimanale della Questura di Forlì al Ministero dell’Interno sulla situazione politico-economica, febbraio , f.ta Il questore Secondo Larice, ibid.; Relazione riservata sulla situazione del Comune di Bagno di Romagna con sede a San Pietro in Bagno, febbraio , in ASFO, fondo Gabinetto di Prefettura , b. . . «Non è azzardato affermare, date le varie fonti di informazioni, che nella zona montana di questa provincia e in quella limitrofa di Arezzo e Firenze, scorazzano dai tre ai quattro mila ribelli, con fulcro il Monte Falterona» (Promemoria del Comando Carabinieri di Forlì – Ufficio speciale al Capo della Provincia, Forlì gennaio , f.to Il Colonnello Comandante Luigi Carrelli, ivi, b. ). . Cfr. Relazione della Questura di Pesaro al Ministero degli Interni sulla situazione politica della provincia, febbraio , in AISFO, fondo Tavolicci, b. documentazione, f. documenti da reinserire. . Una prima azione di rastrellamento viene, infatti, eseguita verso la fine del gennaio da forze germaniche in collaborazione con reparti della GNR di San Pietro in Bagno, Strabatenza e Casanova dell’Alpe. L’operazione ottiene però un esito negativo a causa del repentino spostamento dei partigiani in altra località. Cfr. Relazione settimanale della Questura di Forlì al Ministero dell’Interno sulla situazione politico-economica, febbraio , cit. . Relazione settimanale della Questura di Forlì al Ministero dell’Interno sulla situazione politico-economica, febbraio , cit., pp. -. . Relazione settimanale della Questura di Forlì al Ministero dell’Interno sulla situazione politico-economica, aprile , f.ta Il questore Secondo Larice, in AISFO, fondo Tavolicci, b. documentazione, f. documenti da reinserire. . Proprio in questa fase infatti – fra il e l’ aprile –, secondo alcuni abitanti di Tavolicci, una piccola pattuglia di tedeschi si accampa all’interno dell’abitato. Durante la notte per un fraintendimento avviene uno scontro a fuoco fra gli stessi soldati germanici, nel quale restano feriti (o muoiono) due militari.
. RESPONSABILITÀ DEL FASCISMO REPUBBLICANO In un primo tempo la popolazione teme una rappresaglia sul paese, ma la dinamica del fatto viene chiarita e con essa la responsabilità del “fuoco amico”. Cfr. Testimonianze di Maria Gabrielli, p. , in AISFO, fondo Tavolicci, b. trascrizione interviste; testimonianze di Leopoldo Sartini, Domenico Gabrielli e Giacomina Zanchini, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., pp. -. . A soli pochi giorni di distanza difatti, il aprile , viene compiuta in zona ad opera di militari tedeschi coadiuvati da elementi italiani la cruenta azione di rappresaglia contro gli abitanti del paese di Fragheto e sono barbaramente uccisi al Ponte di Casteldelci otto prigionieri catturati presso l’infermeria partigiana a Capanne. A quest’ultima azione viene a propria volta contrapposta dai partigiani un’ulteriore rappresaglia: la fucilazione di alcuni ostaggi – fra i quali i prigionieri fascisti prelevati a Sant’Agata Feltria – compiuta presso il cimitero di Casanova dell’Alpe. Cfr. Lettera riservata e personale al Capo della Provincia di Forlì sul trasporto di salme di fucilati dai partigiani, San Pietro in Bagno maggio , f.ta Il Commissario Straordinario, cit. . «L’azione di rastrellamento delle bande partigiane, iniziata in forze da vari giorni da reparti germanici con la collaborazione della GNR, ha già dato buoni risultati ed è seguita con viva soddisfazione dalla popolazione della Provincia. Varie centinaia di ribelli sono stati definitivamente messi fuori combattimento, molti di essi catturati e tutta la prima brigata, ammontante a poco meno di mille uomini sopraffatta e dispersa» (Relazione settimanale della Questura di Forlì al Ministero dell’Interno sulla situazione politico-economica, aprile , f.ta Il questore Secondo Larice, in AISFO, fondo Tavolicci, b. documentazione, f. documenti da reinserire). Sui favorevoli risultati dell’azione di rastrellamento di aprile contro i partigiani del Gruppo brigate Romagna, si veda anche Relazione mensile relativa alla situazione generale e particolare della Provincia di Forlì al Comando Polizia per l’ordine in Italia – Ufficio collegamento per la regione dell’Emilia, Bologna, aprile , f.ta Il Capo della Provincia, in AISFO, fondo Flamigni, cronologia II, b. . . Cfr. Relazione mensile relativa alla situazione generale e particolare della Provincia di Forlì, giugno , f.ta Il Capo della Provincia, ibid. L’evento di maggior rilievo riguardante la zona, segnalato nelle relazioni successive al rastrellamento di aprile, risulta l’assalto all’ammasso di Ranchio (frazione di Sarsina) del aprile . Cfr. Relazione settimanale della Questura di Forlì al Ministero dell’Interno sulla situazione politico-economica, aprile , f.ta Il questore Secondo Larice, in AISFO, fondo Tavolicci, b. documentazione, f. documenti da reinserire. . Cfr. Relazione mensile relativa alla situazione generale e particolare della Provincia di Forlì al Comando militare , ° agosto , f.ta Il Capo della Provincia, in AISFO, fondo Flamigni, cronologia II, b. . . La strage non indicata nelle relazioni sulla situazione politico-economica della provincia di Forlì relative al mese di luglio è menzionata, invece, in un rapporto inviato il agosto dalla Prefettura di Forlì al Ministero dell’Interno – redatto dal prefetto Pietro Bologna sulla base delle informazioni ricevute dal podestà di Verghereto Francesco Bardeschi; e nella successiva lettera di denuncia sull’arbitraria attività dei comandi tedeschi ai danni della popolazione della provincia, inviata dalla Prefettura di Forlì al Ministero dell’Interno il agosto , nella quale Pietro Bologna chiede di essere esonerato dalla carica di capo provincia.
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
Entrambi i documenti sono segnalati e riprodotti in S. Lolletti, Il Carnaio e Tavolicci, in Tognarini (a cura di), L’Appennino del ’, cit., pp. -. . Lettera del Capo Provincia di Forlì al Ministero degli Interni, agosto , f.ta Il Capo Provincia Pietro Bologna, Procedimento penale contro Pietro Bologna, in AISFO, fondo Corte d’Assise Straordinaria. . Si veda, ad esempio, la rilevanza dell’opera di delazione compiuta per vendetta da Deiva Fabbri e Sestilia Gavelli – rispettivamente moglie e sorella di Aldo Gavelli, catturato a Rotelle in qualità di spia dai partigiani all’inizio di aprile e ucciso insieme ai prigionieri di Sant’Agata a Casanova dell’Alpe – che si dimostra essenziale per il riconoscimento di alcuni appartenenti del distaccamento di Pippo (fra cui i fratelli Bimbi) catturati l’ luglio dai militi della IIª Compagnia del IV Battaglione volontari di polizia Italia. Le congiunte di Gavelli sono, infatti, per questi fatti, chiamate in giudizio nel dopoguerra per il reato di collaborazionismo davanti alla Corte d’Assise di Arezzo Sezione Speciale e in primo grado condannate. Cfr. Renzi, Appennino : “Arrivano i lupi!”, cit., pp. -. Sulla rilevanza e il ruolo degli informatori locali nella genesi della strage di Tavolicci mi riservo invece di ritornare nei prossimi paragrafi. . Cfr. Relazione mensile sulla situazione comunale – Condizioni dello spirito pubblico al Capo della Provincia, Montefiorino febbraio , f.ta Il Commissario prefettizio Bocchi, cit. . Relazione settimanale della Legione territoriale dei carabinieri di Bologna – Gruppo Modena alla Prefettura di Modena, dicembre , f.ta Il Maggiore Comandante int. il Gruppo Ugo Magliulo, p. , in ASMO, GP, b. , f. novembre . . Cfr. Relazione mensile del Gruppo carabinieri alla Prefettura di Modena, dicembre , f.ta Il Maggiore Ugo Magliulo, ivi, f. dicembre . . Cfr. Relazione mensile della Questura di Modena al Capo della Provincia, ° gennaio , f.ta Il questore P. Magrini, ibid. . Relazione sulla situazione comunale – Condizioni dello spirito pubblico al Capo della Provincia, Montefiorino gennaio , f.ta Il Podestà Tazzioli, in ASMO, GP, b. , f. gennaio . . Relazione riservata personale della Legione territoriale dei carabinieri di Bologna – Gruppo Modena alla Prefettura di Modena. Oggetto: Ordine pubblico – Sostituzione di persone che rivestono cariche pubbliche, agosto , f.ta Il Ten. Colonello Comandante il Gruppo Cosimo Tullo, in ASMO, GP, b. , serie .., Partito fascista Direttori dei Fasci di combattimento Gruppi rionali fascisti. . Relazione mensile sulla situazione comunale – Condizioni dello spirito pubblico al Capo della Provincia, Montefiorino febbraio , f.ta Il Commissario prefettizio Bocchi, p. , cit. . Ivi, pp. -. . È interessante notare come nell’elenco di fatti presentato nella sua relazione dal commissario Bocchi a riprova della grave situazione in cui versa il comune emerga, in particolare, l’impraticabilità dei compiti amministrativi di carattere prettamente economico – relativi alla riscossione delle tasse, alla gestione dell’ammasso locale e al censimento del bestiame. Una conferma della rilevanza sostanziale, per l’affermazione dell’autorità pubblica sul piano locale, della gestione delle risorse alimentari. Cfr. Rapporto straordinario sulla situazione pubblica locale al Capo della Provincia, Montefiorino marzo , f.ta Il Commissario prefetti-
. RESPONSABILITÀ DEL FASCISMO REPUBBLICANO zio Bocchi, in ASMO, GP, b. , cat. .., Banditismo, f. , Telegrammi e dispacci febbraio-aprile . . Ibid. . Lettera sulla situazione locale di Montefiorino indirizzata al Commissario della Federazione fascista repubblicana, al Questore, al Direttore dell’ufficio provinciale di collocamento, Modena marzo , f.ta Il Capo della Provincia Pier Luigi Pansera, in ASMO, GP, b. , f. Relazioni dei Podestà. . Nota sulla situazione locale di Montefiorino al Capo Provincia di Modena con allegato elenco di indiziati, Modena ° aprile , f.ta Il Commissario Federale G. Tarabini, ibid. . Nota sulla situazione locale di Montefiorino al Questore con allegato elenco di elementi indiziati, Modena aprile , f.ta Il Capo della Provincia Pier Luigi Pansera, ibid. . Sul ruolo ricoperto nella lotta antibande dai reparti della GNR, si veda Ganapini, La Repubblica delle camicie nere, cit. . Per quanto riguarda i collegamenti intercorsi fra l’Ordnungspolizei in Italien-Verbindungsoffizier für die Region Emilia (Ufficio di collegamento per l’Emilia della Polizia per l’ordine pubblico) e l’Ispettorato regionale GNR in relazione alle operazioni di rastrellamento nella zona di Monchio, cfr. Rapporto riservato segreto su Attività dei ribelli – Misure preventive, Comando ª Legione GNR di Modena, marzo , f.to Il Console Comandante della Legione Luigi Venturelli, cit.; Informativa del marzo al generale Niccolò Nicchiarelli e al comando della Ordnungspolizei, cit. . Informativa dall’Emilia sull’attività ribellistica, notiziario GNR del maggio , p. , in AISMO, fondo , b. , f. (° maggio- maggio ). . La collaborazione operativa sull’Appennino romagnolo fra truppe germaniche e reparti della GNR – coordinata anche nella provincia di Forlì attraverso l’Ispettorato regionale GNR e l’Ufficio di collegamento per l’Emilia della Polizia per l’ordine pubblico – è più volte confermata nei rapporti relativi al rastrellamento di aprile. Cfr. Informative sul rastrellamento condotto nelle province di Forlì, Pesaro e Arezzo da reparti germanici coadiuvati da reparti italiani dell’esercito e della GNR, notiziari GNR del , e aprile , in AISMO, fondo , b. , f. . . Nel luglio del la sezione Ic dello stato maggiore della ª Jäger-Division riesce, attraverso i propri informatori, ad ottenere infatti un dettagliato quadro sulla situazione dei gruppi partigiani attivi nel Montefeltro, che invia all’Ufficio di Polizia per l’Ordine Pubblico responsabile a livello regionale, facente capo al comandante SS Hildebrand. Cfr. BAMA, RH -/, . Jäger-Division, Abt. Ic/Abw., Abwehrlagebericht für die Zeit vom .-... Il documento è riprodotto e segnalato in C. Gentile, La guerra partigiana nell’Italia centrale, Atti del Convegno “In Memory”, Arezzo . . Anche il tenente Giacinto Magnati, appartenente alla Guardia del Duce in servizio presso la Rocca delle Caminate, opera durante la primavera-estate del nel Montefeltro, al fianco dei militari tedeschi in qualità di torturatore per estorcere informazioni ai partigiani rastrellati. Vi sono dichiarazioni processuali che lo collocano, infatti, a Sarsina tra l’ e il luglio , durante gli interrogatori dei fratelli Bimbi, e indizi della sua presenza a Tavolicci il giorno dell’eccidio. Cfr. Rapporto segreto e riservato al Duce su Giacinto Magnati, s.d. [ agosto ], f.to Colonnello F. Albonetti, in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio Riservato,
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
b. , f. . Sulla figura di Giacinto Magnati, si veda A. Sacchetti, Arturo Emiliani, maggio : rapporto riservatissimo per il Duce, in Istituto di storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena (a cura di), . Stragi naziste e fasciste sull’Appennino tosco-romagnolo, cit., pp. ss.; Renzi, Appennino : “Arrivano i lupi!”, cit., pp. -, . . Cfr. Sacchetti, Arturo Emiliani, maggio , cit., pp. -. . Sul ruolo di Arturo Emiliani e Flaminio Mainardi nelle maggiori operazioni antibande condotte dai reparti nazifascisti nel Montefeltro e sulla loro capacità di sollecitare e indirizzare le azioni tedesche su precisi obiettivi, si veda Procedimento penale contro Flaminio Mainardi, Paolo Mainardi, Bruno Lazzari e Arturo Emiliani, Corte d’Assise di Pesaro Sezione Speciale, giugno , in Archivio di Stato di Perugia, Corte d’Appello d’Assise, f. bis/, (la sentenza è edita in forma integrale in Istituto di storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena [a cura di], . Stragi naziste e fasciste sull’Appennino tosco-romagnolo, cit., pp. -). . Esistono, infatti, prove della presenza di Arturo Emiliani il luglio a San Donato di Sant’Agata Feltria, sede del comando della IIIª Compagnia del IV Battaglione volontari di polizia Italia – reparto con cui probabilmente aveva già collaborato durante i precedenti rastrellamenti nella zona. Cfr. Renzi, Tavolicci, luglio , cit., pp. -. . Rapporto riservatissimo sulla situazione politico-militare della provincia di Pesaro-Urbino, s.d. [maggio ], f.to Il capitano della GNR Arturo Emiliani, in ACS, fondo GNR, b. , f. . . Per quanto riguarda le requisizioni compiute nelle zone di Montefiorino e Verghereto-Sant’Agata Feltria, nei mesi di febbraio-marzo , rimando ai documenti segnalati nel terzo capitolo. Per le segnalazioni inerenti l’Appennino romagnolo successive al grande rastrellamento (- aprile ), cfr. Informativa da Pesaro su scorrerie a base di saccheggi, furti, rapine e vessazioni compiute sotto la maschera del ribellismo, notiziario GNR del maggio , p. , in AISMO, fondo , b. , f. (° maggio- maggio ); Informativa da Forlì su spogliazioni e rapine ai danni della popolazione da parte di gruppi ribelli sfuggiti alla cattura, notiziario GNR dell’ maggio , p. , ibid. Per segnalazioni specifiche relative al territorio del comune di Verghereto, si veda anche Segnalazione della Guardia nazionale repubblicana – Presidio di Bagno di Romagna su reati commessi da partigiani, maggio , f.ta Il primo aiutante comandante del presidio Giuseppe Silvestri, in ASFO, fondo Gabinetto di Prefettura -, b. ; Lettera dal Comune di Verghereto al Capo Provincia di Forlì, maggio , f.ta Il Podestà Francesco Bardeschi, ibid. . Per quanto riguarda la ricostituzione di formazioni partigiane sull’Appennino romagnolo nei mesi di maggio-giugno , cfr. Informativa da Pesaro sulla ripresa dell’attività dei banditi nelle zone montane della provincia, notiziario GNR del giugno , p. , in AISMO, fondo , b. , serie , notiziari quotidiani IV, f. ( maggio- giugno ); Informativa da Forlì sulla presenza di una brigata Garibaldi operante nella zona di Balze di Verghereto, notiziario GNR del agosto , p. , ivi, b. , serie , notiziari quotidiani VI, f. ( luglio- agosto ). . Cfr. Informativa da Forlì sul rastrellamento per rappresaglia compiuto in località Monte Giusto-Tavolicci il [] luglio , notiziario GNR del agosto , cit.
. RESPONSABILITÀ DEL FASCISMO REPUBBLICANO . Testimonianza di don Vicinio Caminati, cit. . In diversi casi di eccidi contro i civili le testimonianze dei sopravvissuti riferiscono, infatti, di militi italiani mascherati o vestiti con uniformi tedesche, che parlano però con accento locale. Si veda, ad esempio: Rovatti, Sant’Anna di Stazzema. Storia e memoria della strage, cit., pp. -; AA.VV., Marzabotto. Quanti, chi e dove, Ponte Nuovo Editrice, Bologna , pp. ss. Per quanto riguarda la strage di Tavolicci, cfr. Testimonianza di Domenico Gabrielli, in Bonali, Branchetti, Flamigni, Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi, cit., p. . . Si veda, quale esempio, l’opera di distruzione e depredazione dell’abitato condotta da militi italiani durante l’azione svolta a Cumiana il aprile , cfr. Segnalazione per il Duce, s.l. [Torino], s.d., in ACS, MI, DGPS, DAGR, SCPS, RSI, b. , f. Appunti per il Duce /-, f. aprile. . Informativa da Forlì sulle operazioni di rastrellamento ad ampio raggio condotte nel territorio della provincia, notiziario GNR del maggio , p. , in AISMO, fondo , b. , f. ( maggio- maggio ). . Esemplificativa, a questo proposito, appare la feroce condotta ai danni dei civili (comprendente fucilazioni, vessazioni, violenze contro le donne, torture, incendi, distruzioni e indebite appropriazioni di oggetti di valore, bestiame e generi alimentari) assunta sull’Appennino romagnolo fra la metà di giugno e l’agosto da alcuni soldati italiani – reduci dai fronti di guerra jugoslavo, greco e albanese – inquadrati nella IIª Compagnia del IV Battaglione volontari di polizia Italia. Si distinguono, in particolare, in base alle deposizioni rilasciate in sede processuale, per l’espressione della propria incondizionata violenza contro gli inermi: il caporal-maggiore Antonio Pagliarini, il soldato semplice Vincenzo Rota e il sergente-maggiore Salvatore Zito. Cfr. Renzi, Appennino : “Arrivano i lupi!”, cit. . Cfr. Rapporto del capitano Kurt Christian von Loeben sull’azione del reparto contro le bande del .., cit. . Cfr. Diario delle operazioni di rastrellamento contro i ribelli – zona montana di Modena – periodo dall’ al marzo u.s., aprile , f.to Il Console Comandante della Legione Luigi Venturelli, cit. . Cfr. ivi, p. . . Cfr. ivi, p. . I circa trenta sospettati di favoreggiamento fermati dai reparti italiani il marzo sono inoltre rinchiusi prima nel carcere di Sant’Eufemia e poi a Fossoli, dove rischiano di essere deportati in Germania quali lavoratori coatti. . Cfr. Alberghi, Attila sull’Appennino, cit., pp. -. . La presenza nella zona di Monchio di informatori fascisti, infiltrati come spie nei gruppi partigiani locali, è confermata dalla motivazione dell’elargizione concessa dal Duce a tre famiglie di Montefiorino in conseguenza dell’eccidio. Cfr. Lettera al Capo della Provincia di Modena, maggio , f.ta Il segretario particolare del Duce, cit. . Vallimperchio: scontri del marzo fra Savoniero e Susano, cfr. Fonogramma del comando ª Legione GNR di Modena al comando generale servizio politico, marzo , cit.; Frassineti (Costrignano): luogo di residenza di alcuni ribelli nel gennaio , cfr. Informativa da Bologna sul rastrellamento compiuto nella zona di Montefiorino il gennaio , notiziario GNR del gennaio , p. , cit.; Salde e Bellaria: scontri del marzo in prossimità del-
FRA POLITICHE DI VIOLENZA E ASPIRAZIONI DI GIUSTIZIA
l’abitato di Lama di Monchio, cfr. Fonogramma del comando ª Legione GNR di Modena al comando generale servizio politico, marzo , cit.; San Vitale: luogo di riunione dei primi gruppi di militari sbandati già nel settembre , cfr. Come nasce la Resistenza nella valle del Dragone e a Monchio, dattiloscritto non f.to, s.d., cit.; Cà di Ponzi: luogo di acquartieramento dei gruppi partigiani locali, cfr. ibid. . Diario delle operazioni di rastrellamento contro i ribelli – zona montana di Modena – periodo dall’ al marzo u.s., aprile , f.to Il Console Comandante della Legione Luigi Venturelli, pp. -, cit. . Cfr. Rapporto della Legione territoriale dei carabinieri reali di Bologna – Stazione di Verghereto, maggio , pp. -, Procedimento penale contro Franz Müller, f. , in Archivio della Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare di La Spezia, fasc. /. . Cfr. Testimonianza di Maria Gabrielli, pp. -, cit. . In base alla provenienza è ipotizzabile che la pattuglia giunta a Tavolicci nel pomeriggio del luglio appartenesse al Battaglione M della Legione Tagliamento, comandato dal colonnello Merico Zuccari ed acquartierato a Pennabilli durante il luglio . La partecipazione di questo reparto all’eccidio, infatti, è suggerita dalla prima indagine sulla strage condotta dal partigiano Giorgio Dragoni a ridosso dei fatti. Cfr. Inchiesta sull’eccidio di Tavolicci, cit. . Cfr. Verbale di Istruzione sommaria di Giovanni Manzi, detto Quinto, Novafeltria maggio , Processo IV Battaglione Italia, CASF, Procedimento penale contro Antonio Pagliarini II, f. , cit.; testimonianza di Maria Gabrielli, pp. -, cit. . Cfr. ivi, pp. -. . Sulla presenza di Leopoldo Gabrielli a Tavolicci, cfr. S. Lolletti, La strage di Tavolicci, in “Il Resto del Carlino”, agosto . . Secondo la testimonianza di Benito Zanchini (figlio di Fortunato Zanchini di Campo del Fabbro), avvalorata dai ricordi di Carlo Mariani (allora abitante a Sant’Agata Feltria), oltre a Quinto Manzi, Tonio Toni e Leopoldo Gabrielli, sono da annoverare fra i collaboratori locali attivi nella strage anche Narra, Fabbri, Cangini e Supièt di Perticara. L’intero gruppo, secondo Zanchini, oltre a svolgere funzioni di supporto durante l’azione, fu costretto dal comandante tedesco a sparare sui civili presso Cà Sem. Cfr. Testimonianza di Benito Zanchini, in Renzi, Tavolicci, luglio , pp. -. . Cfr. Gentile, Note sui perpetratori delle stragi di Fragheto e Tavolicci, cit., pp. -. . Cfr. ibid. . Cfr. Interrogatorio di Salvatore Zito, dicembre , Processo IV Battaglione Italia, CASF, f. , cit.; Interrogatorio di Vincenzo Rota, agosto , Processo IV Battaglione Italia, Corte d’Assise Straordinaria di Padova, Procedimento penale contro Vincenzo Rota, in ASR, CAP, Corte d’Assise, b. . . Mi affido per il quadro delle dislocazioni e dei comandi delle tre compagnie del IV Battaglione volontari Italia, impiegate sull’Appennino romagnolo tra il giugno e l’agosto , alla ricostruzione compiuta in sede processuale e ricostruita da Marco Renzi. Cfr. Renzi, Tavolicci, luglio , cit., p. . . Verbale di Istruzione sommaria di Rinaldo Orvieto, Forlì novembre , Procedimento IV Battaglione Italia, CASF, f. ss., cit. Particolarmente
. RESPONSABILITÀ DEL FASCISMO REPUBBLICANO diffusa fra i partigiani romagnoli risulta, infatti, la pratica di lasciarsi inquadrare di giorno come lavoratori nei reparti della Todt impegnati nella costruzione delle opere di fortificazione della linea gotica, per poi sabotarle durante la notte. Cfr. Informativa sull’attività dei banditi, notiziario GNR del giugno , p. , in AISMO, fondo , b. , serie , notiziari quotidiani V, f. ( giugno- giugno ). . Cfr. Rapporto di denuncia della Legione territoriale dei carabinieri reali di Bologna – Stazione di Verghereto a carico di una compagnia di SS italo-tedesca comandata dal tenente Bargantheur [Baumgartner], Verghereto aprile , Processo IV Battaglione Italia, Corte d’Assise Straordinaria di Padova, Procedimento penale contro Vincenzo Rota, cit.; Chronicon di don Temistocle Salvi, Balze di Verghereto, s.d., in Archivio storico Franco Semprini (Rimini), doc. . . Per approfondimenti sul ciclo di azioni compiute dalle tre compagnie del IV Battaglione volontari di polizia Italia dopo il giugno , rimando all’accuratissima analisi compiuta da Marco Renzi a partire dalla documentazione processuale. Cfr. Renzi, Appennino : “Arrivano i lupi!”, cit. . Rapporto di denuncia della Legione territoriale dei carabinieri reali di Bologna – Stazione di Verghereto a carico di una compagnia di SS italo-tedesca comandata dal tenente Bargantheur [Baumgartner], Verghereto aprile , cit. . Maria Castronai, che aveva operato in precedenza come staffetta partigiana, dopo il suo arresto si mette al servizio dei militi della IIª Compagnia del IV Battaglione volontari di polizia Italia. Vestita da soldato e al seguito del reparto viene, infatti, identificata dalla popolazione locale sia durante gli interrogatori presso il comando di Balze, sia durante l’azione armata condotta ad Alfero a fine mese. Cfr. Sentenza Corte d’Assise Straordinaria di Forlì, n. /, marzo , cit. . Questi arresti, in base alla ricostruzione di Marco Renzi, vengono attuati dalla IIIª Compagnia come risposta ad un’azione compiuta dal gruppo di Giorgio Cordonét presso Maiano. Cfr. Renzi, Appennino : “Arrivano i lupi!”, cit., p. . . L’azione viene compiuta per scovare una giovane collaboratrice del distaccamento di Pippo, denunciata dalle spie locali: Italia De Luca. Cfr. Informativa da Forlì sull’azione di rappresaglia compiuta a Pereto il [] luglio , notiziario GNR del agosto , in AISMO, fondo , b. , f. . . Cfr. Verbale di Istruzione sommaria di Rinaldo Orvieto, Forlì novembre , cit. . Cfr. Copia della relazione sulle indagini compiute su incarico del questore sui fatti avvenuti il [] luglio u.s. in località Montegiusto Tavolicci, Forlì agosto , f.ta Salvatore Pizzo – Comm. aggiunto di polizia e Achille Verani – Comm. Capo di polizia, p. , Processo IV Battaglione Italia, CASF, Procedimento penale contro Antonio Pagliarini II, f. -, cit. . «Eseguivano perquisizioni domiciliari illegali, asportando dai luoghi da loro perquisiti oggetti di valore, generi alimentari, cavalli suini ecc. Animali e generi che successivamente vendettero alla popolazione del luogo godendo il ricavato a loro beneficio» (Denuncia di Gaetano Casella – appartenente alla IIIª Compagnia del IV Battaglione di polizia Italia, Biella settembre , Procedimento penale contro Luigi Borgosanto, in AISFO, fondo Corte d’Assise, b. , f. ). . Per quanto riguarda l’asportazione di generi alimentari e bestiame com-
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piuta a Tavolicci durante l’azione del luglio , cfr. Copia della relazione sulle indagini compiute su incarico del questore sui fatti avvenuti il [] luglio u.s. in località Montegiusto Tavolicci, Forlì agosto , f.ta Salvatore Pizzo – Comm. aggiunto di polizia e Achille Verani – Comm. Capo di polizia, p. , cit. . Cfr. Renzi, Tavolicci, luglio , cit., p. . . Testimonianza di Albano Rebeschini, cit. . Cfr. Lettera del sottotenente Francesco Porpora alla Questura di Forlì, novembre , pp. -, Processo IV Battaglione Italia, CASF, ff. -, cit. . Cfr. Lettera del Municipio di Verghereto al procuratore di stato di Forlì e per conoscenza al Capo Provincia di Forlì, Verghereto luglio , Processo IV Battaglione Italia, CASF, f. , cit. . Cfr. Copia della relazione sulle indagini compiute su incarico del questore sui fatti avvenuti il [] luglio u.s. in località Montegiusto Tavolicci, Forlì agosto , f.ta Salvatore Pizzo – Comm. aggiunto di polizia e Achille Verani – Comm. Capo di polizia, cit. . Cfr. Lolletti, Il Carnaio e Tavolicci, cit., pp. -. . Cfr. Appunto per il Duce sulla provincia di Pesaro del Ministero degli Interni, Maderno agosto , cit. . Anche la Militärkommandantur – competente territorialmente per la provincia di Forlì – espone nel suo rapporto mensile dure critiche alle misure di rappresaglia adottate a Tavolicci e al Passo del Carnaio, affermando che in tal modo si spinge la popolazione verso le bande e denunciando la mancanza di comunicazioni preventive alla Platzkommandantur di Forlì e al comando locale di San Pietro in Bagno. Cfr. Rapporto della Militärkommandantur di Ferrara, - agosto , cit. . Il Duce nella sua lettera di protesta fa, infatti, esplicito riferimento all’uccisione della famiglia del milite della GNR di Sant’Agata Feltria Leopoldo Gabrielli (che però, come abbiamo visto, risulta lui stesso coinvolto nell’azione armata). Cfr. Lettera di Mussolini a Rudolf Rahn ambasciatore del Reich presso la RSI, agosto , cit. . Informativa sull’attività dei banditi, notiziario GNR del giugno , p. , in AISMO, fondo , b. , f. . . Cfr. Una riuscita azione di rastrellamento contro il banditismo sull’Appennino modenese. Il valoroso comportamento delle forze armate italiane e tedesche, in “Gazzetta dell’Emilia”, marzo . . Telegramma a tutte le province della Romagna e dell’Emilia, Modena marzo , f.to Il Prefetto Alfredo Leati, in ASMO, GP, b. , cat. .., banditismo, f. , Telegrammi e dispacci febbraio-aprile . . Cfr. Operai – contadini – impiegati – intellettuali di Modena e provincia, volantino s.d. [aprile ], f.to Il Comitato di liberazione nazionale di Modena, in AISMO, fondo , cc. Ermanno Gorrieri, b. , f. . . Cfr. Lettera al Capo della Provincia di Modena, maggio , f.ta Il segretario particolare del Duce, cit. . Cfr. Relazione mensile sulla situazione generale – Condizioni dello spirito pubblico del comune di Montefiorino, marzo , f.ta Il Commissario prefettizio F. Bocchi, in ASMO, GP, b. , f. marzo . . Lettera al Capo Provincia sulla situazione delle frazioni colpite dalle operazioni militari del marzo , Montefiorino marzo , f.ta Il Commissario
. RESPONSABILITÀ DEL FASCISMO REPUBBLICANO prefettizio Bocchi, in ASMO, GP, b. , cat. .., f. , Danni derivanti ai civili per operazioni di polizia contro i ribelli. . Cfr. Comunicazione al Capo Provincia dal Comando ª Legione GNR, Modena marzo , f.ta Il comandante della Legione Colonnello Luigi Venturelli, ibid.; Relazione al Capo Provincia sui provvedimenti per il ripristino della vita civile nelle frazioni di Montefiorino sinistrate per effetto delle operazioni di rastrellamento dei ribelli, Montefiorino marzo , f.ta Il vice Ispettore dr. Balsamo, ibid.; Lettera al Capo Provincia sul soccorso ai sinistrati nelle operazioni del marzo , Montefiorino maggio , f.ta Il Commissario prefettizio, ibid.
Conclusioni Una memoria difficile: indagini incompiute e riconoscimenti tardivi
Nel parte dei militi italiani inquadrati nella IIª e nella IIIª Compagnia del IV Battaglione volontari di polizia Italia – identificati dalle vittime nel dopoguerra – sono chiamati a rispondere davanti alla Corte d’Assise Straordinaria di Forlì degli efferati crimini attuati fra il giugno e l’ agosto all’interno del ciclo operativo di controguerriglia volto ad annientare il distaccamento partigiano comandato da Pippo e afferente all’ª brigata Romagna. Per quanto riguarda il capo di imputazione relativo alla strage di Tavolicci – di fatto stralciato nella sentenza di condanna – il procedimento penale non giunge ad identificare con certezza nessun responsabile. Gli imputati sono, però, comunque condannati in primo grado alla pena di morte con fucilazione alla schiena e confisca dei beni per aver, «quali appartenenti alle SS italiane alle dirette dipendenze della polizia tedesca, agevolato le operazioni militari e favorito i disegni politici dell’invasore», commettendo uccisioni, saccheggi e sevizie particolarmente efferate – fra le quali, le meglio circostanziate appaiono l’uccisione e la tortura dei fratelli Bimbi e l’azione condotta presso l’abitato di Castelpriore. In conseguenza del ricorso in Cassazione presentato dagli imputati dopo la condanna, vi è però negli anni successivi un parziale annullamento del verdetto di primo grado e il rinvio, nel , del procedimento alla Corte d’Assise Ordinaria di Viterbo, che in un secondo processo penale attua un sensibile ridimensionamento delle condanne e delle pene inflitte – in buona sostanza riconducibile ai sopraggiunti effetti del dispositivo di amnistia emanato nel , che riduce sensibilmente le possibilità di sanzionare i reati di collaborazionismo limitandone la punibilità ai soli casi inquadrabili nelle cause ostative.
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A prescindere dallo svilente esito processuale assunto dal procedimento nei diversi gradi di giudizio, la copiosa documentazione giudiziaria prodotta ha il merito di permettere l’inquadramento dei delitti attribuiti al IV Battaglione di volontari di polizia Italia – compresa la strage di Tavolicci – in un pianificato ciclo operativo di controguerriglia; di chiarire l’intricato e perverso intreccio fra delazioni locali e pianificazione delle operazioni, che contraddistingue l’intera serie delle azioni antipartigiane messe in atto; e infine di far emergere la particolare fisionomia dei carnefici. Anche la strage di Monchio, seppur in forma meno circostanziata, risulta oggetto di indagini giudiziarie nell’immediato dopoguerra. L’episodio è infatti richiamato in due procedimenti penali dibattuti presso la Corte d’Assise di Modena Sezione Speciale fra il e il : l’uno a carico del sottotenente Mario Corradini – ufficiale dell’esercito repubblicano responsabile del presidio di Palagano nel marzo ; l’altro a carico del colonnello Luigi Venturelli – comandante della ª Legione GNR di Modena. Per quanto in entrambi i processi il capo d’accusa relativo alla strage sia stralciato per insufficienza di prove, anche nel caso di Monchio la documentazione raccolta in istruttoria (composta soprattutto da documenti fascisti dell’epoca inerenti la pianificazione dei rastrellamenti antipartigiani in collaborazione con gli alleati tedeschi e da verbali d’istruttoria sommaria dei testimoni informati sui fatti) appare rilevante per la contestualizzazione storica dell’eccidio consumato ai danni della popolazione dei paesi della sponda destra della valle del Dragone – a conferma dell’importante ruolo assolto, nella ricostruzione dei crimini commessi durante la guerra di liberazione, dalla “giustizia speciale” attiva in Italia fra il e il . Nel corso delle indagini condotte nei primi due anni del dopoguerra dagli alleati anglo-americani e dagli inquirenti italiani sui crimini di guerra commessi da militari nazifascisti durante la campagna d’Italia, è inoltre intitolato uno specifico fascicolo ad entrambi i casi. La collocazione periferica delle località colpite nelle due stragi è causa, però, in ambedue le circostanze, di fallaci riferimenti geografici, imprecisioni nelle notizie di reato e gravi confusioni nelle indagini: le poche pagine dedicate all’eccidio di Monchio – che si limitano a descrivere sommariamente l’episodio a partire dalle informazioni ottenute dai partigiani che sono riusciti ad attraversare
CONCLUSIONI
il fronte durante l’estate del – attribuiscono infatti l’episodio ad un’imprecisata località di Monchio nella provincia di Reggio Emilia o di Parma; mentre il copioso fascicolo che ha per oggetto la strage di Tavolicci (cripticamente intitolato al maggiore Franz Müller, indicando la sola data dei reati di omicidio commessi, ma omettendo le località) confonde al suo interno documenti relativi alle indagini condotte sulla strage di Fragheto del aprile e quella di Tavolicci (provincia di Forlì) e di Campo del Fabbro (provincia di Pesaro) del luglio – con il risultato di amplificare la già paradossale incomunicabilità che contraddistingue l’operato degli organi inquirenti competenti per il caso nel dopoguerra. Al di là della confusione e delle imprecisioni contenute nella documentazione relativa all’eccidio di Tavolacci-Campo del Fabbro, il materiale di indagine raccolto appare comunque rilevante ed eloquente; e avrebbe senz’altro potuto determinare l’istruzione di uno specifico procedimento penale sulle responsabilità germaniche se l’insieme della documentazione raccolta dagli inquirenti non fosse stato indebitamente concentrato presso la Procura generale militare di Roma e lì illegalmente archiviato sottraendolo al suo iter naturale (che implicava lo smistamento dei diversi fascicoli alle procure territoriali competenti), fino alla sua casuale riscoperta presso Palazzo Cesi a Roma nel . Se gli esiti giudiziari delle sporadiche indagini condotte sulla strage di Monchio nel dopoguerra risultano del tutto inconcludenti, più tangibile appare invece l’impegno istituzionale profuso a livello materiale a sostegno delle vittime: il Ministero dell’Assistenza Postbellica stanzia, infatti, nel , un sussidio straordinario di un milione di lire finalizzato all’assistenza dei più bisognosi, grazie all’impegno espresso dal sindaco di Montefiorino Teofilo Fontana e dal CLN locale per denunciare lo stato di indigenza dei paesi colpiti dalle feroci rappresaglie e distruzioni operate dai nazifascisti. Al contrario, nel caso di Tavolicci le uniche notizie inerenti politiche di assistenza attuate nel riguardano la beneficenza ai danneggiati di guerra: devoluzione di indumenti, ottenuti dal comune di Verghereto grazie all’interessamento della Croce rossa americana e distribuiti alla popolazione del paese in base alla segnalazione dei bisognosi inviata dal parroco di Pereto don Giovanni Babini – dato che evidenzia quanto le politiche di assistenza materiale, messe
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in atto dalle istituzioni a favore delle comunità colpite, siano a conflitto concluso ancora del tutto marginali. Se esiste la Marzabotto Bolognese – scrive infatti, nel , Pietro Reali (Bernardo), commissario politico dell’ª brigata Garibaldi Romagna, rimarcando l’oblio e la noncuranza che avvolge ancora la comunità superstite di Tavolicci – esiste anche disgraziatamente la Marzabotto Romagnola, la quale non si può e non si deve dimenticare. I partigiani, i democratici, la popolazione che ama il paese hanno il dovere di ricordarsi di quel giorno, inchinarsi davanti a quei martiri.
Nonostante le differenze che segnano dopo il la storia delle popolazioni vittime delle due stragi, le due comunità appaiono oggi accomunate dalla volontà di ottenere giustizia attraverso i nuovi procedimenti penali istruiti dalla Procura militare di La Spezia, grazie al ritrovamento dei fascicoli processuali inerenti le indagini condotte dagli inquirenti anglo-americani e italiani fra il e il . Come dimostra la vicenda delle stragi di Monchio e Tavolicci, l’affermazione del valore della tragedia esperita dalle popolazioni colpite dalle politiche nazifasciste di “guerra ai civili” risulta caratterizzata in Italia da un riconoscimento tardivo e ancora incompleto sul piano giuridico, economico e storico, che ha costretto per lungo tempo le comunità martiri negli angusti spazi della memoria privata, negando ad esse fino ad anni recenti i dovuti riconoscimenti istituzionali a nome della Repubblica italiana. Note . Gli imputati chiamati in giudizio presso la Corte d’Assise Straordinaria di Forlì sono: Antonio Pagliarini, Salvatore Zito, Vincenzo Rota, Calogero Riggi, Giuseppe Aligata e Maria Castronai (accusata di aver svolto la funzione di delatrice e informatrice locale). Nel procedimento e nel dispositivo processuale i soldati sono erroneamente inquadrati come appartenenti ad un reparto di SS italiane con sede operativa a Sarsina e a Balze di Verghereto, che in realtà corrisponde al IV Battaglione di volontari di polizia Italia. Cfr. Sentenza Corte d’Assise Straordinaria di Forlì, n. /, marzo , cit. . Cfr. ibid. . Cfr. Sentenza della Corte d’Assise Ordinaria di Viterbo, luglio , Processo IV Battaglione Italia, CASF, in ASR, CAP, Corte d’Assise, b. . . In base alla sentenza emessa dalla Corte d’Assise Ordinaria di Viterbo, nel l’unico imputato condannato è infatti Vincenzo Rota: riconosciuto colpevole
CONCLUSIONI
dell’uccisione dei fratelli Bimbi, gli è inflitta una pena pari a anni di carcere, di cui condonati per mezzo dei vari dispositivi di clemenza. Rota viene però scarcerato già nel . Tutti gli imputati chiamati in giudizio risultano invece assolti dal reato di collaborazionismo per sopraggiunta amnistia; Pagliarini, Zito e Riggi sono infine assolti dal reato di omicidio continuato e aggravato per insufficienza di prove. . Cfr. A. Battaglia, Giustizia e politica nella giurisprudenza, in AA.VV., Dieci anni dopo -. Saggi sulla vita democratica italiana, Laterza, Bari ; G. Vassalli, G. Sabatini, Il collaborazionismo e l’amnistia politica nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, Edizioni La Giustizia Penale, Roma ; M. Franzinelli, L’amnistia Togliatti. giugno : colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, Milano . . La documentazione giudiziaria, concernente i delitti commessi fra il giugno e l’ agosto sull’Appennino romagnolo da alcuni elementi inquadrati nel IV Battaglione volontari di polizia Italia, è riunita in un unico fascicolo depositato presso l’Archivio di Stato di Roma. Nel fascicolo sono contenuti i documenti relativi a: Procedimento penale a carico di Calogero Riggi, dibattuto presso la Corte d’Assise Straordinaria di Venezia nel ; Procedimento penale a carico di Vincenzo Rota, dibattuto presso la Corte d’Assise Straordinaria di Padova nel ; Procedimento penale a carico di Antonio Pagliarini, Salvatore Zito, Vincenzo Rota, Calogero Riggi, Giuseppe Aligata e Maria Castronai, dibattuto presso la Corte d’Assise Straordinaria di Forlì nel (comprese le indagini relative all’incriminazione di Francesco Porpora, il cui mandato di cattura è revocato dalla Questura di Forlì il ottobre ); relativo rinvio in Cassazione; Procedimento penale a carico di Antonio Pagliarini, Salvatore Zito, Vincenzo Rota, Calogero Riggi, Giuseppe Aligata e Maria Castronai dibattuto presso la Corte d’Assise Ordinaria di Viterbo nel ; Procedimento penale a carico di Francesco Di Marzio, aperto dalla Procura di Forlì nel e stralciato nel . Cfr. Processo IV Battaglione Italia, cit. Ulteriori informazioni inerenti agli stessi delitti sono rintracciabili nel fascicolo giudiziario relativo al procedimento penale dibattuto in contumacia presso la Corte d’Assise di Forlì Sezione Speciale nel , a carico di Luigi Borgosanto (inquadrato nella IIª Compagnia del IV Battaglione volontari di polizia Italia). Cfr. Procedimento penale a carico di Luigi Borgosanto, in ASFO, fondo Corte d’Assise, b. . Per un’accurata e dettagliata analisi sull’intero corpus della documentazione giudiziaria segnalata, si veda Renzi, Appennino : “Arrivano i lupi!”, cit.; Id., Tavolicci, luglio , cit. . Cfr. Procedimento penale a carico di Mario Corradini, in ASMO, fondo Tribunale di Modena – Processi Corte d’Assise Sezione Speciale , b. , f. . . Cfr. Procedimento penale a carico di Luigi Venturelli, in ASMO, fondo Tribunale di Modena – Processi Corte d’Assise Sezione Speciale , b. , f. . . Cfr. Procedimento penale contro ignoti militari tedeschi, sottoposti ad indagine per il reato di omicidio-massacro (artt. , , CPMG), commesso in Ciano d’Enza, -, in danno di civili italiani, in Archivio della Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare di La Spezia, f. , doc. n. /. . Cfr. Procedimento penale contro il maresciallo dell’esercito germanico Franz Müller e ignoti militari italiani, sottoposti ad indagine per il reato di violenza con omicidio (art. CPMG), commesso in provincia di Pesaro, il aprile e il
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luglio , in danno di sconosciuti, in Archivio della Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare di La Spezia, f. /. . Cfr. Copia segnalazione della Procura militare di Pesaro al procuratore generale del Regno, Tolentino maggio , f.ta Sost. Proc. Scardia, Procedimento penale a carico del maresciallo tedesco Franz Müller, cit., f. ; Rapporto della Legione territoriale dei carabinieri reali di Bologna – Stazione di Verghereto, maggio , ivi, ff. -. Si veda anche Rapporto della Legione territoriale dei carabinieri di Ancona – Stazione di Sant’Agata Feltria sull’eccidio di persone avvenuto il [] luglio in località Tavolicci di Verghereto (Forlì), Sant’Agata Feltria maggio , f.to Il Brigadiere comandante Alfredo Benelli, Processo IV Battaglione Italia, CASF, f. , cit. . Cfr. M. Franzinelli, Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti, -, Mondadori, Milano . . Cfr. Lettera al sindaco e al Comitato di liberazione nazionale di Montefiorino dal Ministero dell’Assistenza Postbellica, Roma marzo , f.ta Il Ministro, in ASMO, fondo CLN provinciale, serie CLN comunali, b. , Montefiorino, f. , Interno CLN. . Cfr. Lettera dal Comune di Verghereto al parroco di Pereto Don Giovanni Babini, Verghereto marzo , f.ta Il sindaco Dott. Ing. A. Bonanni, in Archivio comunale di Verghereto, Ente comunale assistenza , cat. , clas. , f. . . P. Reali (Bernardo), luglio : giornata di ferocia e di sangue. Tavolicci “Marzabotto romagnola”, in “La Lotta”, luglio . . Il procedimento a carico di alcuni militari appartenenti alla Divisione Hermann Göring, chiamati in giudizio dal procuratore Marco De Paolis anche per il capo d’imputazione relativo alla strage di Monchio del marzo , vedrà infatti lo svolgimento dell’udienza preliminare presso il Tribunale militare di Verona nel ; mentre è tutt’ora in corso la fase istruttoria relativa al rinvio a giudizio di ufficiali tedeschi al comando delle compagnie del IV Battaglione volontari di polizia Italia presenti a Tavolicci e a Campo del Fabbro il luglio . . Sulla storia della memoria e dei mancati riconoscimenti relativi alla strage di Monchio, Susano e Costrignano, cfr. C. Silingardi, M. Montanari, Storia e memoria della Resistenza modenese -, EDIESSE, Roma , pp. -. . Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, con proprio decreto del marzo (in “Gazzetta Ufficiale”, n. , del giugno ), ha conferito infatti la medaglia d’oro al merito civile al comune di Verghereto, con la seguente motivazione: «Ritenuto nascondiglio dei partigiani, durante l’ultimo conflitto mondiale fu oggetto della feroce e cieca rappresaglia dei fascisti e dei tedeschi che trucidarono sessantaquattro suoi cittadini in maggioranza anziani, donne e bambini, distrussero l’intero centro abitato, causando un gran numero di feriti. luglio Verghereto (Forlì)». Onorificenza che anche il comune di Palagano – seppur già insignito della medaglia di bronzo al valor militare – ha tentato di ottenere recentemente in memoria dell’eccidio perpetrato ai danni delle comunità di Monchio, Susano, Costrignano e Savoniero il marzo , presentando senza successo istanza al Ministero degli Interni.
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Indice dei luoghi*
Alfero, , , , , Alpi Apuane, , Ardeatine, Fosse, , Aurunci, Monti,
Cà dei Folleri (Monchio), Cà di Giano (Costrignano), , Cà di Ponzi (Monchio), , , , , Cà Ghedino (Monchio), -, Cà Rotella (Monchio), Cà Sem (Tavolicci), , , Cà Vecchia (Costrignano), Cadignano, Calanco, Caminate, Rocca delle, , Campaolo, Campigna, , Campo del Fabbro (Sant’Agata Feltria), -, -, , , , , , Campodoglio, Capanne (Verghereto), , -, , , -, , , Caprile, Carattoni, Ponte, Cargedolo, Carnaio, Passo del, , , , , , Casa Barbati (Costrignano), , Casa Cippo (Costrignano), , Casa del Rio (Costrignano),
Badia Prataglia, Badia Tedalda, , , , Bagno di Romagna, , , , Balze, Le (Verghereto), , , , -, , -, -, , , , , Bardine San Terenzo, , Bassano del Grappa, Battaglia, La (Monchio), Bellaria (Monchio), , , , , Biella, , Bigotta (Badia Tedalda), , , Biserno, Boccassuolo (Montefiorino), , , Bosco, Il (Costrignano), Buca, La (Susano), -, Cà Andrea (Susano), Cà Bertoni (Monchio), ,
* Sono stati esclusi da quest’elenco i rimandi ad ambiti geografici ampi per privilegiare, al contrario, le singole borgate interessate dalle stragi.
INDICE DEI LUOGHI
Casa Mucci (Monchio), Casa Pasquale (Susano), , Casa Roncaglia (Sassuolo), Casa Rozzi (Costrignano), , Casa Sistone (Monchio), Casanova (Tavolicci), , , Casanova dell’Alpe, -, -, - Castagnola (Monchio), -, Castel d’Aiano, Casteldelci, , , , , -, , , Castelfranco Emilia, Castellaro (Costrignano), Castello, Il (Costrignano), , Castello, Il (Monchio), -, Castelnuovo Val di Cecina, Castelpriore, , , Cavaini, Maestà dei (Monchio), Cerredolo, , Cerrè Sologno, Cerreto, Passo del, Cervarolo, , , , -, Chiana, val di, Cisa, Passo della, Civago, , , , , Civitella della Chiana, Cooperativa (Costrignano), -, Cornia, Cornigliano Ligure, Corniolo, , , , Coronaro, Monte, Costrignano, -, , , -, , -, -, , , , , , -, -, , , -, , -, Croce del Cappello (Monchio), Cumiana, , Cusercoli, -
Dolo, valle del, , , , Donicilio, Dragone, valle del, , , -, , , , , , , , -, , -, -, -, , , , , , Falera, Falterona, Monte, , , , , Fanano, Farneta, -, Fiumalbo, Fontana, La (Susano), Forno, Fossoli, , -, -, , Fossone, gola del, Fragheto, , , -, , , , -, , , , , , , , - Frassineti (Costrignano), , , -, , Frassinoro, , - Fresciano, Frignano, , , , , Fumaiolo, Monte, , -, , Giardini, via, , Gombola, Guardistallo, Gusciola (Montefiorino), , , , Lama di Monchio, -, , -, , -, -, , , , -, Lama Lunga (Savoniero), Lama Mocogno, -, -, Lamone (Casteldelci), , , Loggio, Monte, ,
INDICE DEI LUOGHI
Macchie, Le (Monchio), , , Maiano, Mandrioli, passo dei, Marecchia, valle del, , Marzabotto, , , , , , - Molino di Porcella (Montefiorino), Molino del Grillo (Palagano), , Monchio, -, , , , , , -, -, -, -, -, -, , , -, , , -, -, , -, -, -, -, , -, , -, -, -, , Montagna (Verghereto), -, , - Montalago (Monchio), , Montecenere, Montefeltro, , - Montefiorino, -, -, , , , -, , , -, -, -, , , -, , -, , , , -, -, , , , -, , -, -, -, , , Montefiorino, Rocca di, , , , , , Montegiusto, , -, , - Montemolino (Palagano), , , , Monteriolo, , Monterotondo (Montefiorino), , , , Montevecchio (Palagano), Morello, Monte, Morsiano, Mugello,
Niccioleta, , , Novafeltria, , Palagano, , , , -, , , , , , -, -, , , , , , , , Pavullo, , , , Pennabilli, , , , , , , Pereto, , , , , , Piandelagotti, , Pian del Grado, , Piane di Mocogno, -, Pianfera, Pietraguisa (Palagano), Pieve di Rivoschio, -, Pievepelago, Pieve Santo Stefano, , Poggio dei Tre Vescovi, , , Poggio Scavolo (Tavolicci), Polinago, , Porcinago, Rio di (Montefiorino), Pratieghi, - Prignano, - Quarto, lago di, Querciadello (Monchio), , Querciagrossa (Monchio), , Radici, via delle, , , , Ranchio (Sarsina), , , Rasella, via, Riccovolto, , Riolunato, Rio Salso, Rivolpaio (Sant’Agata Feltria), , , , , , Rofelle (Badia Tedalda), -, Roncopezzolo (Palagano), Rossenna, valle del, , , Rubbiano, , ,
INDICE DEI LUOGHI
Sacca, poligono di tiro della, Salde, Le (Monchio), , -, , , Saltino, , - San Donato di Sant’Agata Feltria, , , -, San Pancrazio, San Paolo in Alpe, , - San Pietro in Bagno, , -, Sant’Agata Feltria, , , -, , , , -, -, , , , -, , , , , Santa Giulia, Monte, , -, , -, , -, , , -, , , -, -, , , , , -, , Sant’Anna di Stazzema, , , , , , , - Santa Sofia, , Sant’Eufemia, carceri di, , Santona, , San Vico (Sant’Agata Feltria), , , - San Vitale (Monchio), , , , , , Sarsina, , , , , , -, , , , Sassuolo, , , , -, , , - Savio, valle del, , Savoniero, -, , , , -, , , -, , , , , Schigno, , Secchia, valle del, , , , Seghettina, La, , Selva, Serramazzoni,
Sestino, Sestola, Sole, Monte, , Spescia, La (Badia Tedalda), Spinello, Stia, Strabatenza, , , , -, Susano, -, , , -, , , , , , -, , , , -, , , , , - Tavolicci, -, -, , , , , -, -, -, , , -, , , -, , -, -, -, , -, , , , -, -, Valla, Valle, La (Costrignano), , , Valle, La (Susano), Vallimperchio (Susano), -, -, , Vallucciole, , Varana, Vedriano (Monchio), , , Vergato, Verghereto, -, -, -, -, , , , , , , , -, , -, , , , -, -, Villa di sotto (Monchio), Villa Minozzo, , Vitriola, , , , , , , , , Vinca, , , , , Volta San Martino (Polinago), ,
Indice dei nomi
Abbati Callisto, Abbati Cristoforo, Abbati Evelino, , Abbati Giuseppe, Abbati Milziade, Abbati Raffaele, Abbati Remo, Abbati Tommaso, Abborretti Massimiliano, sergente, Acerbi Adolfo, , Affaticati Uberto, Aga Rossi Elena, , Agostini Leopoldo, , , Alberghi Pietro, -, , , , , -, -, , , Albicini Ermeligio, Albicini in Marastoni Delia, Albicini Mario, , , Albonetti Fortunato, colonnello, Alessandrini Cecilia, , , , Aligata Giuseppe, - Allegretti Mario, -, Andreoli Gerolamo, Aravecchia Aurelio, Arbizzani Luigi, , Aschieri in Gualmini Clarice, Aschieri Massimiliano, , Auria Salvatore (Giulio),
Babini don Francesco, Babini don Giovanni, , -, , Baccellini Domenico, -, Badoglio Pietro, Baffè Giorgio, , Baldelli Camillo, , , Baldissara Luca, , , , Balestra Maurizio, -, -, , - Balsamo dr., ispettore, Barbati Ersilio, Barbati Giovanni, Barbati Ivo, , Barbati Luigi Pasquino, Barbati Silvio, Barbieri Federico, , Barbolini Franco, -, Barbolini Giuseppe, , Bardelli Francesco, Bardeschi Francesco, , , Bardi Alberto (Falco), Barozzi Adelmo, , , Barozzi Augusto, Barozzi Mario, Bartolai don Sante, , -, , , Bartole on. Attilio, Bartov Omer, , Baschieri Elio,
INDICE DEI NOMI
Baschieri Giuseppe, Baschieri in Gualmini Maria, , Battaglia Achille, , Battini Michele, , Battistini Felice, Baumgartner Otto, tenente, , Bedetti Cesare, Bellocchi Ottaviano, Benelli Alfredo, , Beneventi Alfredo, , Beneventi Giacomo, Beneventi Giuseppe, Beneventi Pellegrino, Benini Veglio (Villi), Bergonzini Luciano, Bernini John, Berselli Aldo, , Bertucelli Lorenzo, , Bertugli Monica, , Bimbi Frè Luigi, , , , -, , Bimbi Sildo, , , , -, , Bocchi Francesco, , , , , -, -, - Boccoleri mons. Cesare, Boldrini Arrigo (Bulow), Bologna Pietro, , , - Bonali Ennio, -, , -, -, , , Bonanni A., Bondi Giulia, , Borgosanto Luigi, , Bortolotti don Costantino, Bortolotti Giuseppe, , Bosi Margillesi Mario, Botti Giuseppe, , , , - Braglia Ambrogio, Braglia Antonio, Braglia don Luigi, , -, -, , , , , -, , ,
Branchetti Roberto, , -, , -, , , Buffarini Guidi Glauco, , Buffarini Guidi Guido, -, , Bürger Karl Heinz, , Calchetti Uliana, Caminati don Vicinio, , , Caminati Giovanni, , Cangini, Canovi Antonio, , Carani Ernesto, , Carani Germiniano, Carini Antonio (Orsi), , Carlo n.n., ucciso alla Buca di Susano, , Carocci Giampiero, -, , Carrelli Luigi, colonnello, Casacci Dovindo, Casali Luciano, , -, , , , , , Casella Gaetano, Caselli Alberto, Casini Aurelio, , , , Casini Battista, Casini Monica, -, Casinieri Luigi, Casolari Florigi, Casoni Umberto, Castronai in Gabrielli Cesira, Castronai Maria, , - Cavina Enrica, , Ceccherelli Giovanni Battista, , Ciampi Carlo Azeglio, Cipollini Giovanni, , Collotti Enzo, , , , Compagni Ermete, , Compagni Ernesto, Compagni Leo, , Compagni Tolmino,
INDICE DEI NOMI
Contini Giovanni, , , Corani Egidio, Cordonét Giorgio, , -, , -, Cornetti in Braglia Adele, Cornetti Luigi, Corona Emanuele, Corradi Romildo (Tito), , , Corradini Mario, sottotenente, , , Cortesi Elena, , Corzani Antonio (Tino), Cozzi Walter, , , , Crainz Guido, , ,
Ferraresi, capitano, Ferrari Decade, Ferrari Egidio, Ferrari Ennio, Ferrari Francesco Luigi, Ferrari Luigi, Ferrari Modesto, Ferrari Remiro, Ferrari Remo, , Ferrari Romeo, Ferrari Romolo, , , , Ferrari Sergio, Fidel Riccardo (Libero Riccardi), -, , , , , , Filipponi Giovanni, colonnello, Fini Alberto, , , , - Finucci Paolo, sottotenente, , Flamigni Sergio, , -, , , Flamigni Vladimiro, , -, -, , , , , Foglietta Luciano, , , Fontana Teofilo, -, , , Franzinelli Mimmo, -, Franzini Guerrino, , Fulvetti Gianluca, , -, , , , -, -
Dall’Ara Giancarlo, Debbia Enrico, Debbia Franco, Debbia Nemesio, -, - Debbia Valerio, De Luca Italia, De Luna Giovanni, , , , De Paolis dr. Marco, Di Bartolo Renato, Dignatici Leo, , , , , , -, , , Di Marzio Francesco, Di Natale Silvia, , Dondi Mirco, , , Donini don Marino, , , Dragoni Giorgio (il pelato), , , , , -, Duca Giovanni, colonnello, -
Gabrielli Domenico, detto Doro, , , , , Gabrielli Elisa, Gabrielli Giovanni, Gabrielli Leopoldo, , , , Gabrielli Mansueto, Gabrielli Maria, , -, , Gabrielli Pietro, Gagliani Dianella, -, , , , Gaiba Mario,
Emiliani Arturo, , , Fabbri, Fabbri in Gavelli Deiva, Facchini Sisto, Fantozzi Giovanni, , , -, , , , -, -, , , ,
INDICE DEI NOMI
Gallo Ettore, , Ganapini Luigi, , , , Garuti Gustavo, Garzoni in Gherardo Francesca, Gavelli Aldo, , Gavelli Sestilia, Gentile Giovanni, -, , , , , , Gerli Agostino, Gherardo Filippo, , Giberti Attilio, - Giberti Eleuterio, - Giusti Giuseppe, Gori Giuseppe, Gori Goretto, Göring Hermann, , -, -, , , -, , , , , Gorrieri Ermanno (Claudio), , , , , , , -, , -, , Grassi Gaetano, -, , -, , Graziani Natale, , , , Graziani Rodolfo, , , , Gribaudi Gabriella, , Gualmini Aurelio, Gualmini Celso, Gualmini Celso jr., Gualmini Emilia, , Gualmini Lavinia, Gualmini Raffaele, Gualmini Viterbo, Gualtieri Dino, Gualtieri Tomaso, , Guerra Angelo (Lino), , Guglielmini Aurelio, Guglielmini Giuseppe, Guglielmini Luigi, Guglielmini Renato, Guidetti don Alessio, Guidi Agostino,
Haupt Eberhardt, tenente, Hildebrand Ernst, , Himmler Heinrich, Hitler Adolf, , , Imeldi Giulio, Isnenghi Mario, , , Izzo Antonio, sottotenente, , Katz Robert, , Kesselring Albert, -, , , Klinkhammer Lutz, , -, , Lami Gustavo, Lami Silvio, Lari Ermete, Larice Secondo, - Lazzari Bruno, Leati Alfredo, Lehmann, tenente, Lenzotti Stefano, Leonardi Argia Matilde, Levoni Averardo, sergente, , Loeben Kurt Christian von, -, , -, , , Lolletti Sergio, -, , -, -, -, -, , , Lotti Boris, , , Magliulo Ugo, maggiore, , Magnani Amilcare, Magnani Giuseppe, , Magnani Nino, Magnati Giacinto, - Mainardi Flaminio, Mainardi Paolo, Malagoli Iris, Malagoli Luigi, Mamini Giuseppe (Franz), Mantelli Brunello, , Manzi Giovanni, detto Quinto, , ,
INDICE DEI NOMI
Marangoni Grazia, , Marastoni Orfeo, Marastoni Ursilia (Osilia), Marchi Ivo, , Marconi Guglielmo (Paolo), , , , , Mariani Carlo, Martelli Alvino, Martelli Giovanni, Martelli Giuseppe, Martelli Giuseppe, negoziante, Martelli Ultimio, , , Martino L., Marzocchi Luciano, , -, , Masi Giuseppe, caporale, , Massari Gino, Mattioli Lodovico, Mauri Pietro vedi Ilario Tabarri Mazzoni Dario, -, Meldi Domenico, Meldi Nino, Mengozzi Dino, -, Menotti Ciro, , Mingucci Giovanni, Monari don Nino, Montanari Gian Carlo, , Montanari Giuseppe, Montanari Metella, , Montini Fosco, , Mori Arturo, capitano, , , , Müller Franz, maresciallo, , , , - Mussini Stefano, Mussolini Benito, -, -, , , , , , , Muzzarelli Geremia, , Muzzioli Giuliano, ,
Ori Attilio, Ori Domenico, Ori Ernesto, Orvieto Rinaldo, , - Pagani Ultimio, , , Paggi Leonardo, , , , -, Pagliarini Antonio, -, , -, - Palandri Cesario (Balìn), , , , , , , , , Palla Marco, , , Pancaldi, capitano, Pancani Ernesto, Pancani Eugenio, Pancani Giuseppe, Pancani Marco, Pancani Paolo, Pancani Tonino, Pansa Giampaolo, , , Pansera Pier Luigi, , , , Pari Lazzaro, Parri Ferruccio, , Patrignani Leonida, Pavone Claudio, , Pedrazzi Adamo, , , , , - Peli Santo, , -, Pelini Francesca, , -, , , , , Pellesi Arturo, Penzo Vito, capitano, Perini Albano, Pezzino Paolo, -, , , , Piacentini Gisberto, Piccinelli Carlo, Pifferi Lino, Pini, ditta, , Pini Nello, -, , , - Pistoni don Giuseppe, , Pistoni Gino,
Narra, Negro Matteo, generale, Nicchiarelli Niccolò, generale, , Novellani Pasquino,
INDICE DEI NOMI
Pistoni Michele, Pizzo Salvatore, - Poggiali Giuseppe (Pippo), , , , -, Ponzoni Paolo, Poppi Osvaldo (Davide), , , , -, Porpora Francesco, sottotenente, , , Portelli Alessandro, , Prati Lorenzo, Preti Alberto, , , Pugnaghi Clara,
Rochat Giorgio, , Rombaldini Italo, Rossi Costantino, colonnello, Rossi Giovanni, -, , -, , Rossi Zuilio, , , - Rota Vincenzo, -, - Rovatti Toni, , , , , , Sabatini Giuseppe, , Sacchetti Alessandro, , Sajelli in Guglielmini Pia, Salvi don Temistocle, Sandri Renato, , , Santarelli Enzo, , Santini Luigi, Sartini Adriana, Sartini Gino, Sartini Leopoldo, , Sartini Renzo, Sassatelli Adelmo, Sassatelli Lodovico, Satanassi Efrem, Saveri Enrico, Scardia, sostituto procuratore Pesaro, , Schiavone Dante, Schroers Georg, maggiore, Semprini Franco, Sessi Frediano, , , Silingardi Claudio, -, -, , , , , Silvestri Agostino, Silvestri Giuseppe, Silvestri in Venturelli Ines, Sorcinelli Paolo, , Soriani Zeno, tenente, Stanzioni Ugo, , , Stefani Battista, Storchi Massimo, , Strauss, maggiore, , Supièt,
Rahn Rudolf, , , , Ranucci, fratelli, Ranucci suor Imelde, , , , -, -, , , Ranzato Gabriele, , , , - Reali Pietro (Bernardo), , , , Rebeschini Albano, , , , Rebuttini Giuseppe, -, , - Reder Walter, Reggi Alfonso, , Renzi Marco, , -, , -, , , , -, , - Riccardi Libero vedi Riccardo Fidel Ricchi Viterbo, , Ricci Mario (Armando), Riggi Calogero, , - Rioli Amedeo, , , , , , Rioli Antonio, Rioli Elia, Rioli Ermelindo, Rioli Francesco, Rioli Gino, Rioli Giuseppe, Rioli Mauro, , Rioli Pellegrino, Riva Claudio, ,
INDICE DEI NOMI
Tabarri Ilario (Pietro Mauri), , -, -, - Taglini Virgilio, Tarabini Castellani Giovanni, , , , Tarasconi Walter, Tassi Ottavio, -, , , -, Tazzioli Temistocle, , Telleri Domenico (Minghin), , , , -, -, , , , , , Tiboni Lino, , , , , - Tincani Carlo, , , Tincani Ennio, , Tincani Germiniano, Tognarini Ivan, , , , , , Toni Tonio, , Tosatti Federico, , Tullo Cosimo, colonnello,
Vaccari Ilva, , Valenti Lorenzo, , , Varni Angelo, , Vassalli Giuliano, , Venturelli Dante, Venturelli Florindo, Venturelli Gioacchino, Venturelli Guido, Venturelli Luigi, console, -, , , , -, , , Venturelli Modesto, Verani Achille, - Zanaroli don Alberto, Zanchini Benito, Zanchini Ezio, , , , Zanchini Fortunato, , , Zanchini Giacomina, -, -, , Zanni Enzo, tenente, , Zito Salvatore, -, - Zuccari Merico,
Ursic Enrico,