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DONNE E RUOLI FEMMINILI NELL'ITALIA DELLA GRANDE GUERRA

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Augusta Molinari

Donne e ruoli femminili nell’Italia della Grande Guerra


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© Augusta Molinari, 2008 © Yoni srl, 2008 via Carpaccio, 5 20133 Milano tel. 02 26681738 fax 02 59611112 selene@edizioniselene.it www.edizioniselene.it

Progetto grafico di Alessio Scordamaglia


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Introduzione

Donne in guerra I. Donne e ruoli femminili nella Grande Guerra

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II. Cittadine per la guerra

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III. Rapporti coniugali in un epistolario popolare di guerra Un epistolario contadino della Grande Guerra

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Conflitti di genere e controllo sociale durante la guerra IV. Corpi al lavoro. Operaie a Genova tra Grande Guerra e fascismo

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V. Autobiografie e vite di donne in un manicomio del primo Novecento Vite di donne internate. Autobiografie e lettere (1918-1923)

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Indice dei nomi

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Introduzione

Nel volume è confluito un percorso di ricerca che non è semplice definire perché complesso e complicato è stato l’oggetto d’indagine. Come sempre accade, quando l’interesse è rivolto alla storia delle donne e dei rapporti tra i sessi. Un settore di studi che non ha suscitato in Italia lo stesso interesse che in altri paesi, per ragioni ben note e riconducibili, in larga parte, alla tradizione storiografica italiana. Quello che qui interessa mettere in rilevo è che, in Italia, la storia “di genere” ha incontrato difficoltà ad affermarsi e molti degli studi di storia delle donne si colloca nell’ambito di una “universalistica” storia sociale. Questo ha reso più difficile proporre una prospettiva di indagine che privilegiasse i rapporti di genere e li indagasse in diversi contesti. C’era bisogno di un “luogo” da cui fosse possibile osservare le dinamiche tra i generi e coglierne gli aspetti di lenta trasformazione. La prima guerra mondiale e l’immediato dopoguerra sono apparsi il “luogo” ideale per verificare gli effetti, sui rapporti di genere, delle profonde trasformazioni che investono l’Italia tra Ottocento e Novecento. Le problematiche dei rapporti tra i sessi e del loro ridefinirsi nel “tempo breve” della guerra sono il percorso di ricerca presentato nel volume. In questo “tempo breve”, ma denso, sembra possibile individuare costruzioni sociali di genere e di identità culturale rimasti stabili per tutta la prima metà del Novecento. Un evento drammatico e catastrofico come la prima guerra mondiale esalta le differenze di genere, ma, al tempo stesso, ne attutisce le specificità. La guerra femminilizza gli uomini, perché la sua durata e il carattere di moderna carneficina, avvilisce la virilità del genere maschile. Maschilizza le donne perché, per la prima volta nel nostro paese, sono chiamate a far parte di una comunità nazionale. Al tempo stesso, però, la guerra tende ad annullare le identità di genere in quella più “alta” della nazione. Nella prima parte del volume sono approfonditi aspetti relativi alla mobilitazione patriottica delle donne dei ceti alto borghesi e aristocra-

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tici del Nord Italia, un settore minoritario e non certo rappresentativo dell’esperienza di guerra delle donne. Da queste ricerche è emerso come il rapporto del genere femminile con la guerra fosse vario e complesso e assumesse, spesso, forme di irrigidimento nei tradizionali ruoli femminili di “cura” e di maternage. È possibile supporre che la prima guerra mondiale abbia rappresentato un’occasione, se non di emancipazione, almeno di maggior libertà personale, per le donne dei ceti popolari. Qualche indizio viene dall’analisi dell’epistolario contadino di guerra analizzato nel volume e di cui si propone una selezione di lettere. Nella corrispondenza tra un “fante contadino” e la moglie vi sono tracce del ruolo svolto dalla guerra nel favorire una maggior libertà delle donne nella gestione dei rapporti coniugali. Le contraddizioni aperte dalla guerra nei rapporti di genere appaiono con particolare evidenza tra le donne operaie, tradizionalmente uno dei settori più emancipati del lavoro femminile. Con la guerra si aprono alle donne nuove opportunità di lavoro nelle “fabbriche degli uomini”, ma, come è documentato nella seconda parte del volume, le gerarchie sessuali del lavoro industriale si rafforzano e possono fare della fabbrica un luogo ostile alle donne. Anche in fabbriche dove l’occupazione è prevalentemente femminile. Nel caso della Manifattura Tabacchi di Genova – Sestri Ponente, centinaia di operaie subiscono il potere di pochi “capi” operai. Ci sono anche donne che restano del tutto estranee alla guerra. Sono le donne internate nelle istituzioni psichiatriche. Le loro vite scorrono senza tempo. Le autobiografie delle donne ricoverate, nel primo Novecento, in un manicomio genovese documentano che, per la maggior parte di queste donne, la guerra rimaneva fuori dalla porta del manicomio. Così come era accaduto per loro vite. Augusta Molinari

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I. Donne e ruoli femminili nella Grande Guerra

In lutto per la patria L’esperienza che nel corso del Grande Guerra accomuna, in modo più o meno diretto, tutte le donne è quella del lutto1. Una dimensione della guerra che sembra determinare i comportamenti pubblici e privati delle donne. Il carattere di massacro di massa assunto dal primo conflitto mondiale2, fece del lutto, privato e pubblico, una esperienza della quotidianità di vita delle donne di tutti i ceti sociali. Il lutto privato e quello pubblico si intrecciano al punto da rendere madri e vedove di guerra gran parte delle donne. Il lutto privato assume la forma del rituale pubblico di sublimazione del sacrificio dei combattenti e diventa elemento essenziale di un processo di “monumentalizzazione” della guerra3. Sui rituali del lutto e sulla memoria del lutto della Grande Guerra ha scritto pagine particolarmente significative Jay Winter4, evidenziando l’importanza del comN. Loraux, Le madri in lutto, Bari, 1991, S. Sontag, Davanti al dolore degli altri, Milano, 2003, A. Molinari, Guerriere globali, in “Conflitti globali”, n. 3, 2006; G. De Luna, Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea, Torino, 2006. 2 P. Fussel, The Great War and Modern Memory, Oxford, 1975 (trad. italiana La Grande Guerra e la memoria moderna, Bologna, 1984); J. Horne, (ed.) State, Society and Mobilization in Europe during the First World War, Cambridge, 1977; E. J. Leed, No Man’s Land. Combat & Identity in World War I, Cambridge, 1979 (trad. italiana, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Bologna, 1985; A. Gibelli, L’officina della guerra, Torino, 1991. 3 Il riferimento principale per questi temi resta il lavoro di G. L. Mosse, in particolare: Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, 1990. Per l’Italia: M. Isnenghi, Il mito della Grande Guerra da Marinetti a Malaparte, Bari, 1970; ID (a cura di), I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, Vol. I, Roma-Bari, 1996; B. Tobia, L’altare della Patria, Bologna, 1998. 4 J. Winter, The experience of World War One, London, 1998; Communities in mournig, in F. Coetzee, M. Sheving-Coetzee (a cura di), Autority, Identity and the Social History of the Great War, Oxford, 1995; Sites of memory, sites of mourning. The Great War in European cultural history, Cambridge, 1995 (trad. italiana Il lutto e la memoria. La Grande guerra nella sto1

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plesso di queste pratiche sociali nel condizionare la storia culturale europea del primo Novecento. Le donne sono le protagoniste di questa “comunità del lutto” che nasce durante guerra e che sopravvive ben oltre la guerra. Una comunità che ricorre ai rituali più diversi per placare il trauma collettivo di una morte di massa mai sperimentata in Europa. Sul culto dei morti nella Grande Guerra e sull’importanza che questo culto ebbe nella pratiche politiche e culturali dei regimi reazionari di massa, restano ancora insuperate le analisi di G. L. Mosse5. Nel caso dell’Italia, quanto forte fosse la consapevolezza che era la dimensione del lutto a definire l’appartenenza delle donne alla guerra, emerge dal diffuso bisogno delle donne di partecipare a rituali pubblici di lutto. Tra le tante lettere che il sindaco di Genova riceve da associazioni di volontariato femminile mobilitate a sostegno della guerra, molte contengono richieste di partecipazione ai funerali dei caduti e proposte di organizzare rituali di lutto. Lettere di questo tipo arrivano con tale frequenza al comune di Genova che la risposta, quando c’è, appare volta a scoraggiare altre richieste. Ad un gruppo di vedove di guerra che, nel novembre 1916, in occasione della festività dei defunti, chiedono di organizzare in città iniziative per raccogliere fondi da destinare ai combattenti, il sindaco risponde: “Pur nell’apprezzamento per il lodevole intento dell’iniziativa sollecito le scriventi, come già feci con altri gruppi di benemerite sostenitrici della causa patriottica quali le signore della Pro Patria, a non avanzare richieste che non possono essere esaudite”6. Non diversa è l’opinione del Prefetto di Genova, a proposito della richiesta avanzata dall’associazione “Madre del soldato”, di raccogliere fondi durante i funerali dei caduti: “La partecipazione al lutto della nazione non può trasformarsi in una iniziati-

ria culturale europea, Bologna, 1998 Sul tema del lutto e delle comunità del lutto vedi anche: S. Audoin-Rouzeau, A. Becker, 14-18, retrouver la guerre, Paris, 2000 (trad. italiana La violenza, la crociata, il lutto. La Grande Guerra e la storia del Novecento, Torino, 2002. 5 In particolare L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Bari, 1982, Sessualità e nazionalismo. Mentalità borghese e rispettabilità, Bari, 1984. 6 Archivio Storico del Comune di Genova, Fondo Assistenza Guerra Mondiale, b. 16, Lettera al Comitato di Assistenza e di Organizzazione civile, 28 ottobre 1916.

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va che seppur di nobili intenti possa turbare lo svolgimento della cerimonia”7. La partecipazione al lutto pubblico può non coincidere con un lutto privato e si configura come un insieme di esperienze che diventano parte integrante della mobilitazione femminile a sostegno della guerra. È attraverso la partecipazione al lutto della patria che le donne, in Italia come negli altri paesi8, diventano soggetti attivi della guerra. Il volontariato femminile del “fronte interno”9 appare come un insieme di pratiche che trovano una motivazione di fondo nel lutto causato dalla guerra. L’impegno di molte donne dei ceti medi intellettuali, soprattutto urbani, nelle attività di assistenza materiale e morale ai combattenti e alle loro famiglie – una rete di iniziative talmente vasta e capillare che si estende a tutti i campi di possibile intervento sociale – ha una doppia finalità: di condivisione del lutto causato dalla guerra, di sostegno alla sofferenze che la guerra provoca. È l’esperienza del lutto che genera la guerra a spingere le donne a mobilitarsi per la patria10. Spesso

7 Archivio di Stato di Genova, Fondo Prefettura Gabinetto, b. 41, Lettera all’associazione Madri dei combattenti, 12 agosto 1917. 8 F. Thébaud, La femme au temps de la guerre du 14, Paris, 1986; M. Randolph Higonnet, J. Jenson, S. Michel, M.L. Collins Weitz (eds), Behind the lines: gender and the Two World Wars, New Haven, 1987; G. Braybon, P. Summerfield, Out of the Cage.Women’s Experiences in two World Wars, London, 1987; R. Wall, J. Winter (eds), The Upheaval of War Family, Work and Welfare in Europe, 1914-1918, Cambridge, 1988. 9 S. Soldani, La Grande Guerra lontana dal fronte, in G. Mori (a cura di), La Toscana. Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi, Torino, 1986; C. Dau Novelli, Società, Chiesa e associazione femminile. L’Unione tra le donne cattoliche italiane (1902-1919), 1988; M. De Giorgio, Le italiane dall’Unità al fascismo, Bari, 1992; M C. Angeleri, Dall’emancipazionismo all’interventismo democratico: il primo movimento politico delle donne di fronte alla guerra, in “Dimensioni e problemi della ricerca storica”, n. 1, 1996; B. Pisa, La mobilitazione civile e politica delle italiane nella Grande Guerra, in “Giornale di storia contemporanea”, n. 1, 2001; S. Bartoloni, Italiane alla guerra, L’assistenza ai feriti 1915-1918, Venezia, 2003. 10 La vasta rete di associazioni femminili sorte nel corso della guerra svolse un ruolo sostitutivo a quello dello stato nel fornire assistenza materiale e morale ai combattenti e alle loro famiglie. Un aspetto della mobilitazione patriottica a tutt’oggi poco indagato. Utile per avere un quadro delle iniziative della mobilitazione femminile è il libro scritto durante la guerra da Paola Baronchelli Grosson, scrittrice e giornalista, vicino alle posi-

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mettendo a dura prova la fragilità di una condizione femminile che, per “natura e cultura”, è inadatta e impreparata al confronto con i mmassacri di massa della prima guerra “moderna”11. Non è casuale che l’immagine simbolo dell’impegno delle donne a sostegno della guerra sia quella della “crocerossina”, la donna che più di altre è a contatto con il lutto causato dalla guerra. Una figura di cui la propaganda presenta un’immagine stereotipata, ben lontana, com’è stato dimostrato in studi recenti12, dalla realtà dell’esperienza delle infermiere di guerra. Facendo della “crocerossina” il simbolo della mobilitazione patriottica delle donne, si vuole rassicurare i combattenti sul permanere di una stabilità dei ruoli femminili in tempo di guerra. Più di altre forme di volontariato femminile, quello delle infermiere di guerra esalta le tradizionali “doti” di assistenza e di “cura” delle donne. È il contesto di guerra a far assumere una nuova valenza ai tradizionali ruoli delle donne. A contatto con la quotidiana esperienza della morte di massa le femminili doti di “cura” si trasformano in pratiche di assistenza sanitaria e di condivisione di lutto. Le “crocerossine” appaiono come l’avamposto dell’esperienza femminile della guerra: sono le donne più a diretto contatto con il lutto di guerra. Anche per loro, però, la guerra resta un evento cui di fatto sono zioni di moderato emancipazionismo del Consiglio Nazionale delle donne Italiane: Donna Paola (Paola Baronchelli Grosson), La donna della Nuova Italia.Documenti del contributo femminile alla guerra (maggio 1915-maggio 1917), Milano, 1917. Su aspetti delle iniziative femminili di sostegno alla guerra e sul rapporto tra femminismo, emancipazionismo, nazionalismo: S. Bartoloni, L’associazionismo femminile nella prima guerra mondiale e la mobilitazione per l’assistenza civile e la propaganda, in A. Gigli Marchetti, N. Torcellan (a cura di), Donna Lombarda (1860-1945), Milano, 1992; A. Staderini, Combattenti senza divisa. Roma nella Grande Guerra, Bologna, 1995; A. Molinari, La buona signora e i poveri soldati. Lettere ad una madrina di guerra (1915-1918), Torino, 1998; E. Schiavon, L’interventismo femminista, in “Passato e Presente”, n. 54, 2001; Ead, Interventismo al femminile nella Grande Guerra. Assistenza e propaganda a Milano e in Italia, in “Italia contemporanea”, n. 234, 2004; L. Guidi, Vivere la guerra: percorsi biografici e ruoli di genere tra Risorgimento e primo conflitto mondiale, Napoli, 2007. Sul Consiglio Nazionale delle donne italiane: F. Taricone, L’associazionismo in Italia dall’Unità al fascismo, Milano, 1996. 11 Ben documentato il caso delle infermiere volontarie nel volume di S. Bartoloni, Italiane alla guerra, cit. 12 Ibid.

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estranee. Non basta che queste donne vivano quotidianamente negli ospedali da campo, ai margini delle trincee, perché siano partecipi di un evento che appartiene totalmente agli uomini e che ha rappresentato, storicamente, un elemento costitutivo dell’identità del genere maschile13. Del tutto estranee al genere femminile sono le esperienze umane che possono rendere “attraente” la guerra: il combattimento, la violenza, la comunità maschile di guerra. Quelle che Joanna Bourke ha definito le “seduzioni della guerra”, un complesso di pulsioni tradizionalmente maschili alla competitività e alla violenza. Nel primo Novecento la guerra è per le donne, essenzialmente, una condizione di sofferenza, di lutto, di separazione, di “spaesamento” fisico, morale, anche di “spaesamento” di genere. Un fase di sospensione delle regole della vita quotidiana dove la percezione dominante della guerra è quella del lutto, della partecipazione ad un’esperienza di morte. Anche quando si mobilitano a sostegno della guerra le donne lo fanno a partire dalla loro estraneità di genere alla guerra. Sia che assistano feriti e mutilati, sia che si occupino di forme di assistenza sociale alle famiglie dei combattenti, sia che si impegnino nella propaganda di guerra, le donne vivono la guerra come un evento cui si sentano estranee e di cui conoscono esclusivamente gli effetti nefasti. Nelle migliaia di comitati cui partecipano, pur nelle diversità dei ruoli e delle mansioni svolte, le donne non “conoscono” la guerra ma il lutto e la sofferenza causati dalla guerra. Queste donne vivono, inconsapevolmente, la contraddizione tra un’estraneità di genere alla guerra e i processi di nazionalizzazione delle masse avviati dalla guerra. Con le loro attività, le donne “curano” le ferite della guerra. Il volontariato femminile appare come un allargamento dalla famiglia alla patria delle tradizionali doti di maternage delle donne. I ruoli pubblici assunti dalle donne durante la guerra confermano l’estraneità del genere femminile alla guerra. Sia che sostengano la guerra sia che le si rivoltino contro14, le donne lo fanno senza essere E. Bethke Elshtain, Donne e guerra, Bologna, 1991; J. Bourke, Le seduzioni della guerra. Miti e storie dei soldati in battaglia, Roma, 2001. 14 Per un quadro delle rivolte femminili popolari contro la guerra: G. Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, Roma, 1999. 13

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partecipi dell’evento. Sanno poco della guerra e del perché c’è la guerra, agiscono a partire dalla consapevolezza degli effetti nefasti della guerra. Anche le donne che della guerra parlano e scrivono, raramente la conoscono. Nei loro scritti si limitano, in genere, a riproporre contenuti e linguaggio della propaganda di guerra. La pur consistente pubblicista prodotta dalle donne impegnate nelle diverse forme di mobilitazione (conferenziere, propagandiste, giornaliste, letterate)15 allontana la realtà della guerra riducendola, in genere, ad una pura retorica della guerra. L’interesse di questa produzione sta nel fatto che segna la fine dell’esclusivismo maschile nella trasmissione della memoria delle guerre16. Per le donne la guerra è essenzialmente un’esperienza di “perdite”, temporanee o definitive, di persone, di sicurezze, di stabilità. Una perdita di corpi maschili che vanno a combattere e forse non torneranno. Con tutto ciò che di positivo e di negativo la vicinanza di quei corpi poteva dare. Le donne colgono l’essenziale dell’esperienza di guerra: la possibilità della distruzione di un corpo umano. Per questo, la guerra non può essere per loro che un’esperienza di lutto. Come ha osservato Elaine Scarry: “L’obiettivo principale e il risultato di una guerra e procurare danni fisici. Anche se questo fatto è fin troppo ovvio e diffuso per essere negato direttamente, può essere negato indirettamente e rimosso in vari modi. Si può fare nei modi più diversi un resoconto dell’evento senza mai riconoscere che l’obiettivo dell’evento in questione è alterare bruciare, danneggiare, colpire, mutilare, il corpo umano”17.

15 P. Gabrielli (cura di), Vivere da protagoniste. Donne tra politica, cultura e controllo sociale, Roma, 2001; L. Guidi, op. cit. 16 Sulla memorialistica maschile della Grande Guerra resta insuperato già citato volume di Paul Fussel. Sui canoni “di genere” nella costruzione della memoria delle guerre si è soffermata Jean Bethke Elsthain, Donne e guerra, cit. Sull’esclusione delle donne dalla memoria letteraria e storica delle guerre mondiali: S. M. Gilbert, Soldier’s Heart. Literary Men, Literary Women and Great War, in M. Randolph Higonnet e altri, op. cit. 17 E. Scarry, La sofferenza del corpo. La distruzione e la costruzione del corpo, Bologna, 1990.

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Madri eroiche In Italia troppo poco spazio è stato dato dalla ricerca storica alle vedove, alle madri, agli orfani di guerra18. In un una guerra dove la morte assume il carattere di un’esperienza di massa, il lutto diventa un elemento fondante dell’identità e dei ruoli delle donne. Di fronte alla morte di massa del genere maschile, il genere femminile recupera ruoli tradizionali e li esalta sia sul piano reale sia su quello simbolico19. Nella costruzione sociale del “mito della grande guerra”20 alle donne è attribuito un ruolo ben preciso: quello di affermare una maternità eroica che accetta di sacrificare i figli alla patria. Il consenso che in Italia venne alla guerra anche da parte di gruppi e associazioni femministe ed emancipazioniste, in sintonia con la rottura che si consumò a livello internazionale del femminismo pacifista21, trova una ragione nella necessità per le donne di farsi carico del lutto causato dalla guerra. Esemplare appare, a questo proposito, il Tra i contributi di maggior interesse: F. Lagorio, Appunti per una storia sulle vedove di guerra italiane nei conflitti mondiali, in “Storia contemporanea”, n. 1-2, 1994-95; B. Bianchi, Crescere in tempo di guerra. Il lavoro e la protesta dei ragazzi in Italia 1915-1918, Venezia, 1995; Ead. (a cura di), La violenza contro la popolazione civile nella Grande Guerra. Deportati, profughi, internati, Milano, 2006 ; B. Bianchi, A. Lotto (a cura di), Lavoro ed emigrazione minorile dall’Unità alla Grande Guerra, Venezia, 2000; M. Ermacora, Cantieri di guerra. Il lavoro dei civili nelle retrovie del fronte italiano (1915-1918), Bologna, 2005; A. Gibelli, Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò, Torino, 2005. 19 A. Bravo, Uomini e donne nelle guerre mondiali, Roma-Bari, 1991. 20 Essenziale sulle problematiche e sui meccanismi delle “costruzione” del mito della Grande Guerra resta il libro di Mario Isnenghi, Il mito della Grande guerra da Marinetti a Malaparte, cit. 21 Oltre ai più recenti e già citati contributi di Stefania Bartoloni, Patrizia Gabrielli, Laura Guidi, Emma Schiavon, vedi: M. Bigaran, Mutamenti dell’emancipazionismo alla vigilia della Grande Guerra, in “Memoria”, n. 4, 1982; Ead., Il voto delle donne in Italia dal 1912 al fascismo, in “Rivista di Storia Contemporanea”, n. 2, 19982; Ead, Progetti e dibattiti parlamentari sul suffragio femminile da Peruzzi a Giolitti, in “Rivista di Storia Contemporanea” n. 1, 1985; A. Buttafuoco, Vie per la cittadinanza. Associazionismo femminile in Lombardia tra Ottocento e Novecento, in A. Gigli Marchetti, N. Torcellan. op. cit.; Ead., La filantropia come politica. Esperienze dell’emancipazionismo italiano, in L. Ferrante, M. Palazzi, G. Pomata (a cura di), Ragnatela di rapporti. Patronage e reti di relazioni nella storia delle donne, Torino, 1988; Ead, Tra cittadinanza politica e cittadinanza sociale. Progetti ed espe18

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confronto tra due figure femminili che, pur presentando percorsi politici ed intellettuali molto diversi, finiscono per convergere su posizioni di acceso nazionalismo. Sia per Anna Franchi sia per Margherita Grassini Sarfatti22, entrambe letterate e giornaliste, la partecipazione alla guerra è segnata in profondità da un lutto privato. Entrambe perdono un figlio in guerra. Il loro sostegno alla guerra si colloca, inizialmente, in ambiti diversi di interventismo – quello democratico, nel caso della Franchi, quello nazionalista, nel caso della Sarfatti – e riflette percorsi politici diversi. Socialista “umanitaria”, pacifista, emancipazionista, Anna Franchi; socialista, ma già su posizioni interventiste alla vigilia della guerra, Margherita Sarfatti. Autrice, quest’ultima, nel 1915, di un pamphlet interventista, La milizia femminile in Francia23, dove sostiene l’esigenza della mobilitazione morale delle donne a sostegno della guerra. Senza entrare nel merito dei profili di queste due donne – di particolare interesse quello della Sarfatti cui si deve la più importante biografia di Mussolini24 – interessa evidenziare come il lutto, che colpisce entrambe, ridefinisca il loro rapporto con la guerra. L’interventismo democratico della Franchi assume contenuti e

rienze del movimento politico delle donne in età liberale, in G. Bonacchi, A. Groppi (a cura di) Il dilemma della cittadinanza. Diritti e doveri delle donne, Roma-Bari, 1993; F. Pieroni Bortolotti, Socialismo e questione femminile in Italia 1892-1922, Milano, 1974; Ead., Femminismo e partiti politici in Italia 1919-1926, Roma, 1976; Ead,, La donna, la pace, l’Europa. L’associazione internazionale delle donne dalle origini alla prima guerra mondiale, Milano, 1985. 22 Non si dispone di un profilo complessivo della figura di Anna Franchi. Su aspetti della sua attività politica e letteraria: A. Briganti, Protagoniste e vittime, le donne e la scrittura, Milano, 1990; R. Farina (cura di), Dizionario biografico delle donne lombarde, Milano, 1995; L. Gigli, La passione politica di una scrittrice. Appunti per una biografia di Anna Franchi, in P. Gabrielli (a cura di), Vivere da protagoniste. Donne tra politica, cultura e controllo sociale, Roma, 2001. Più studiata è la figura di Margherita Grassini Sarfatti: A. Basilico Pisaturo, Margherita Grassini Sarfatti: tra futurismo e metafisica, Ercolano, 1990; S. Marzorati, Margherita Sarfatti: saggio biografico, Como, 1990; Ph. V. Cannistraro, Margherita Sarfatti: l’altra donna del Duce, Milano, 1993; S. Urso, Margherita Sarfatti: dal mito del dux al mito americano, Venezia, 2003; K. Wieland, Margherita Sarfatti: l’amante del Duce, Torino, 2006. 23 M. Sarfatti, La milizia femminile in Francia, Milano, 1915. 24 Margherita Sarfatti, Dux, Milano, 1926. Sulla biografia della Sarfatti e più in generale

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forme non dissimili dal nazionalismo della Sarfatti. Da parte sua, la Sarfatti, si impegna maggiormente in quelle attività di assistenza civile che, fin dall’inizio della guerra, avevano rappresentato per la Franchi, come per altre emancipazioniste, una prosecuzione, in forme diverse, di pratiche di filantropia politica25. Anna Franchi è attiva nei diversi comitati di assistenza civile sorti già nel 1915 a Milano e, dopo la morte del figlio, fonda un’associazione per assistere le madri dei caduti26. Margherita Sarfatti è, dal 1917, tra i membri del Comitato centrale di assistenza per la guerra, ispettrice nelle colonie climatiche dei figli dei combattenti, tra le dirigenti dell’associazione “Biblioteca del soldato”27. Ciò che, però, più accomuna le due donne è la volontà di porsi come “testimoni” di una maternità eroica. Entrambe pubblicizzano con opuscoli, conferenze, interventi a manifestazioni celebrative il loro lutto28. Nel promuovere, con l’esempio del loro coraggio di madri, l’idea di una maternità eroica, sia la Franchi sia la Sarfatti propongono modelli femminili di totale dedizione alla causa della guerra. Negli scritti “commemorativi” dei figli caduti, sebbene con toni diversi e in

sui processi di “costruzione” dell’immagine di Mussolini: L. Passerini, Mussolini immaginario, Roma-Bari, 1991. 25 Sull’associazione “Unione Femminile” di cui la Franchi fece parte e più in generale sul “femminismo pratico” che si basava sulla valorizzazione in chiave politica delle “doti” femminili di assistenza e di “cura”: A. Buttafuoco, Le Mariuccine. Storia di un’istituzione laica. L’asilo Mariuccia, Milano, 1988. 26 Durante la guerra Anna Franchi collabora con il Comitato di assistenza civile alla guerra del comune di Milano:dirige il Comitato femminile di soccorso, organizza le “cucine materne” per offrire cibo alle donne incinte, promuove la raccolta di siero antitetanico da mandare al fronte. Nel 1916 fonda con Norina Biasioli la “Lega di assistenza tra le madri dei caduti. 27 S. Marzorati, op. cit. 28 Tra i vari articoli e opuscoli curati da Anna Franchi per “celebrare” la morte in guerra del figlio: Il figlio della guerra, 1917; Le guerre dei nostri nonni e le nostre, 1921. Al ruolo svolto dalla guerra nel condizionare la sua vita e all’episodio della morte del figlio, la Franchi dedica ampio spazio nel volume autobiografico La mia vita, Milano, 1940. Tra gli articoli e gli opuscolo scritti M. Sarfatti:, Roberto Sarfatti, sue lettere e testimonianze, Milano, 1920; I vivi e l’ombra, Milano, 1921. Sull’attività di pubblicista e sull’impegno di M. Sarfatti in attività di sostegno ai combattenti e alle loro famiglie, vedi. S. Marzorati, op.cit.

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modo più esplicito nel caso della Sarfatti, il culto dei morti assume la valenza di un mito fondante della nazione che uscirà dalla guerra. Per quello che sarà il percorso della Sarfatti, figura di rilevo del regime fascista, la celebrazione della morte in guerra del figlio sembra coerente con il definirsi di un’ideologia di nazionalismo autoritario. L’impegno di Anna Franchi nel diffondere e divulgare una morte eroica appare, invece, come una svolta ideologica e di vita. Il volume Il figlio della guerra, pubblicato nel 1917, nato come un atto celebrativo della memoria del figlio, diventa una narrazione autobiografica del percorso della Franchi dentro la guerra. Non mancano, qua e là, nel testo riflessioni che sembrano dettate dalla volontà della Franchi di evidenziare il superamento di posizioni socialiste e pacifiste. Come quando descrive l’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia: “La fratellanza oltre la razza e oltre i confini sarebbe una magnifica idealità, ma i fatti hanno dimostrato che Bismarck, Marx, Guglielmo II di questa idealità si sono serviti per preparare con l’indebolimento dei popoli il tradimento e la conquista. Non un imperatore teutonico ha pensato la conquista, ma il popolo tedesco tutto. Chi in Italia amò i tedeschi con una specie di ammirazione per le loro qualità industriali dimostrò di non aver capito la razza”29. Come fa Sarfatti nelle pubblicazioni dedicate al figlio, anche Anna Franchi inserisce nel volume lettere del figlio dal fronte, ma è lei la protagonista della narrazione. Il volume è la ricostruzione del percorso attraverso il quale si forma una maternità eroica, alimentata dall’amor di patria e dalla malvagità del nemico. Cosi, Anna Franchi ricorda la partenza del figlio per il fronte: “In quel momento una passione lo trascinava. Andava verso il destino suo e della sua terra. Amava egli sua madre? Certo. Ma più forte ancora, dal profondo dell’io, sorgeva un amore infinito per una madre comune… Patria! Sublime madre nostra, il tuo volere sia fatto”30. Non fu certo solo il dolore per la perdita del figlio a portare la Franchi ad assumere negli ultimi anni di guerra posizioni assai vicine a quello dell’interventismo nazionalista. La disfatta di Caporetto, favo29 30

A. Franchi, Il figlio della guerra, cit., p. 34. Ibid., p. 12.

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rì lo spostarsi su posizioni di nazionalismo di gran parte dell’interventismo democratico e repubblicano che, soprattutto a Roma, arrivò a sostenere posizioni autoritarie e xenofobe31. Un esempio significativo della deriva nazionalista dell’interventismo è il poeta Ettore Cozzani32, che appare spesso accanto ad Anna Franchi in iniziative a sostegno della guerra. Erede spirituale e culturale della tradizione del Risorgimento, Cozzani non esitò, durante la guerra, ad accogliere i richiami delle correnti più estreme del nazionalismo. Dalle pagine della rivista che ha fondato e dirige, “L’ eroica”, Cozzani lancia appelli perentori ai lettori perché individuino e denuncino i “nemici interni”. Che non sono solo i “sovversivi”, i “disfattisti”, gli stranieri, ma tutti coloro che non si impegnano, come dovrebbero e potrebbero, per la patria: “Ogni cittadino che non si sarà sottoscritto presso un comitato per una somma mensile corrispondente alle sue ricchezze sarà un disertore”33. Sulla rivista trovano ampio spazio, soprattutto a partire dal 1917, articoli che hanno la finalità di dimostrare l’inferiorità della “razza teutonica”. Scrive, a questo proposito, una collaboratrice della rivista trattando il tema della “latinità”: “Latini sono quelli che in tutti gli atti piccoli e grandi sono essenzialmente e manifestamente civili. Gli altri o sono refrattari alla civiltà come i barbari teutonici o sono soltanto in via di civilizzazione”34. Espressione di queste posizioni di nazionalismo xenofobo fu la “Lega Antitedesca”35. Scopo dell’associazione è prevalentemente quello di svolgere un’opera di delazione sia nei confronti di cittadini stranieri e sia di tutti coloro che manifestano comportamenti “disfattisti”. Inizialmente la Lega raccoglie pochi aderenti ma, dopo Caporetto, con Sulle passaggio dall’interventismo democratico al nazionalismo: R. De Felice; Mussolini il rivoluzionario, 1965; ; A Staderini, Combattenti senza divisa, Bologna, 1995. 32 Ettore Cozzani (1884-1971), è stato editore, scrittore, saggista. Di formazione repubblicana, si riconosce nella tradizione letteraria di tipo risorgimentale (G. Carducci, G. Pascoli). Nel 1911 fonda a La Spezia, sua città natale, il periodico “L’eroica. Rassegna di ogni poesia”. Attraverso questa iniziativa contribuisce al rinnovamento dell’editoria e della grafica del primo Novecento. 33 “L’Eroica. Rassegna italiana”, a. VII, 1917. 34 Ibid. 35 Sulla “Lega Antitedesca “, vedi S. Bartoloni, L’associazionismo femminile …, cit. 31

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il prevalere tra gli interventisti delle correnti nazionaliste e con l’emanazione di normative contro i “ disfattisti” (Decreto Sacchi)36, sezioni della Lega sorgono nelle maggiori città e diventano un punto di riferimento anche per gruppi e associazioni femminili e femministe. Al “Convegno nazionale di azione antitedesca” del maggio 1918 parteciparono, oltre alle associazioni femminili di mobilitazione civile sorte durante la guerra, tutti i gruppi emancipazionisti: “Consiglio Nazionale delle Donne Italiane”, associazione “Pro donna”, “Pro suffragio”, “Unione Femminile”. Tra le delegate mandate da quest’ultima associazione al congresso, c’è Anna Franchi. Tra i punti all’ordine del giorno del congresso la richiesta di una maggior subordinazione dell’industria alle esigenze della guerra, restrizioni della libertà dei consumi, l’internamento dei sudditi nemici, anche se naturalizzati italiani, il sequestro dei loro beni. Le vicende della guerra sembrano aver trasformato gli obiettivi del femminismo italiano. La necessità di essere patriote diventa più urgente dell’esigenza di diventare cittadine. Di questa trasformazione che, a livelli e con dimensione diverse, interessò donne socialiste ed emancipazioniste, Anna Franchi appare un esempio significativo. Sarà lei, nel ruolo di “madre eroica”, a svolgere, spesso insieme al poeta Ettore Cozzani, un’intensa attività per coinvolgere nelle finalità patriottiche della guerra le donne dei ceti medi intellettuali. Come presidente dell’associazione “Madri dei caduti per la Patria”, la Franchi organizza conferenze e convegni rivolti soprattutto ad insegnanti37 ed impiegate. Erano queste le categorie professionali femminili che più erano state coinvolte nella guerra. A differenza delle donne occupate in altre Emanato il 4 ottobre 1917 conteneva norme repressive nei confronti di qualsiasi manifestazione di “disfattismo”. Sulla legislazione speciale del tempo di guerra: G. Procacci, Dalla Rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari durante la Grande Guerra, Roma, 1999; Ead, La società come caserma. La svolta repressiva nell’Italia della Grande Guerra, “Contemporanea”, n. 3, 2005. 37 S. Soldani, (a cura di), L’educazione delle donne. Scuole e modelli femminili nell’Italia dell’Ottocento, Milano, 1989;M. Dei, Colletto Bianco, grembiule nero. Gli insegnanti elementari tra l’inizio del secolo e il secondo dopoguerra, Bologna, 1993; P.M. Signorino, La scuola milanese in guerra: come riconoscere l’amico e il nemico, in A. Riosa (a cura di), Milano in guerra 1914-1918, Milano, 1997. 36

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attività, maestre e impiegate avevano tratto dalla guerra vantaggi economici e prestigio sociale. Le maestre migliorano durante la guerra le condizioni salariali, trovano più facilmente occupazione, viene loro riconosciuto un ruolo importante come “formatrici” di un’infanzia patriottica. La femminilizzazione delle professioni impiegatizie, soprattutto nel settore pubblico, prende avvio proprio negli anni di guerra38. L’aumento dell’offerta di lavoro impiegatizio nelle attività terziarie pubbliche e private, consente a molte donne dei ceti medi di trovare un’occupazione che valorizza il loro livello di istruzione e, al contempo, integra bilanci familiari intaccati dalla guerra. L’appartenenza di queste donne ai ceti sociali più sensibili alla mobilitazione patriottica, favorì il costituirsi tra le impiegate, soprattutto tra quelle del settore pubblico, di comitati a sostegno della guerra che confluirono, nel 1917, nella “Lega nazionale patriottica delle impiegate”39. È a questo ceto medio femminile in via di costruzione durante la guerra che vengono rivolti appelli per sollecitare consenso e “militanza” patriottica. Sempre più ricorrenti sono, a partire dalla fine del ’17, definizioni dell’interventismo femminile che utilizzano metafore belliche. Nella pubblicista, anche in quella dell’interventismo democratico, si fa spesso riferimento a maestre e impiegate come a “Un’armata nuova”40. Nel 1917 nascono a Roma le “Armate femminili” il cui scopo è la militarizzazione del volontariato femminile. Fondatrice dell’associazione è Elma Vercelloni, social-riformista, vicina alle posizioni del nazionalismo autoritario sostenute da Costanzo Premuti e dal giornale “Il Fronte Interno”41. Dopo Caporetto l’impegno delle donne a sostegno della guerra non può più limitarsi a forme di assistenza civile: viene loro richiesto di B. Curli, Italiane al lavoro 1914-1920, Venezia, 1998. Non sono noti studi sulla mobilitazione patriottica delle donne occupate in lavori impiegatizi. Una fonte interessante per avviare ricerche su questo tema è rappresentata dalla pubblicistica, in particolare da bollettini aziendali e fogli volanti conservati presso il Museo Storico del Risorgimento di Milano. 40 E. Cozzani, Un’armata nuova, a cura della Lega per l’Azione Patriottica tra le impiegate, Milano, 1918. 41 E. Vercelloni, Perché la coscrizione femminile deve essere obbligatoria: Discorso-programma 38 39

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diventare dei “soldati” della patria. Come i soldati le donne devono attuare forme di “resistenza” al nemico, sia a quello esterno sia a quello interno. Nei confronti del nemico esterno, attraverso una maternità eroica che accetta la necessità del sacrificio dei figli per la patria e sa infondere coraggio ai combattenti. La “resistenza” contro il nemico interno deve assumere la forma della lotta al “disfattismo” e della partecipazione ad attività di propaganda patriottica. Prima di Caporetto si chiedeva alle donne di sostenere la guerra con l’estensione alla patria delle doti femminili. Dopo Caporetto si chiede alle donne di annullare la specificità del loro genere. In quanto patriota la donna assume dalla patria la sua identità e i suoi ruoli. Che sono quelli di “madre della patria”, “seminatrice di coraggio”, “propagandista della guerra”. La figura di Anna Franchi sembra ben riflettere il cambiamento avvenuto durante la guerra nell’interventismo femminile. Più di altre donne impegnate nella mobilitazione patriottica passa da posizioni di maternage alla patria a forme dedizione alla patria. Assume i ruoli pubblici femminili che la patria impone alle donne. Come fondatrice dell’associazione “Le madri dei caduti” svolge un’intensa attività di propaganda tra le donne dei ceti medi intellettuali più sensibili al messaggio patriottico. Di un suo intervento ad un convegno organizzato a Milano, nel dicembre 1917, dalla “Lega Nazionale patriottica delle impiegate” e dalla “Associazione Magistrale Femminile di azione patriottica”, riporta un preciso resoconto il giornale “Il Secolo”. Le parole di Anna Franchi sono un appello alle donne, in particolare alle madri, perché rinuncino al ogni egoismo affettivo adeguandosi all’altruismo patriottico dei combattenti. Compito prioritario delle donne è di attivarsi come “propagandiste” della guerra: “Anna Franchi ricorda l’invasione compiuta dal barbaro nemico che oggi profana il suolo della patria calpestando le tombe dei nostri eroi ed invoca che tutte le madri concordi insistano nell’opera di propaganda per la resistenza sino a che quelle sacre terre bagnate dal sangue di tanti prodi ritornino libere. Solo allora, elle disse, noi madri tenuto al Teatro comunale Argentina in Roma il 3 marzo 1918, Roma, 1918; Ead., Per la Patria e per le Patrie, Roma, 1918. Sull’attività delle “Armate femminili”, si trova qualche riferimento in A. Staderini, op.cit.

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saremo degne dei nostri figli”42. Ogni donna patriota, dice la Franchi, è “madre” perché i combattenti sono “figli della patria”. Il suo dovere di madre è di “seminare coraggio” ai figli perché conquistino la vittoria anche a costo della vita. La patria richiede una maternità eroica: “La voce delle madri, oggi più che mai, si deve far sentire non col pianto per lo strazio sofferto ma per infondere quel coraggio che al soldato non deve mancare per conquistare la vittoria finale da tutti invocata. Solo allora il Calvario nostro avrà l’apoteosi della Croce”43.

Seminatrici di coraggio Non appare certo eccessivo il compiacimento che manifesta Sofia Bisi Albini nel presentare, su “La Nostra Rivista”44, il resoconto del primo anno di attività della “Lega delle Seminatrici di coraggio”, l’associazione da lei fondata e diretta. Nel dicembre 1917 sono circa duecento le sezioni della Lega e quasi seicento le adesioni di tipo individuale45. Sezioni della Lega sono presenti in tutto il paese, anche in piccoli comuni del meridione e delle isole, oltre che in Francia, in America Latina, negli Stati Uniti, in Canada. Dopo aver costatato il successo ottenuto dall’associazione, la fondatrice mette in rilievo l’importanza del compito assegnato alle “seminatrici di coraggio”:

“Il Secolo”, Milano, 12 dicembre 1917. Ibid. 44 S. Bisi Albini, La lega delle seminatrici di coraggio, in “La Nostra Rivista”, maggio 1917. “La Nostra Rivista” è fondata da Sofia Bisi Albini nel 1914, è una pubblicazione mensile rivolta a donne dei ceti alto borghesi e aristocratici. L’impostazione della rivista è quella di un periodico di divulgazione culturale di livello medio che privilegia gli interessi femminili di un pubblico di buona cultura. La rivista termina la pubblicazione nel marzo 1919. La maggior parte degli articoli pubblicati sono della Bisi Albini. Tra le collaboratrici della rivista vi sono donne che appartengono al femminismo milanese, interventiste nazionaliste, letterate. La rivista si trasforma durante la guerra in una pubblicazione dedicata alla propaganda e alla promozione della mobilitazione patriottica delle donne. 45 Nel dicembre 1917 sono 600 le sezioni della Lega attive nel paese. Cinquanta quelle presenti all’estero, soprattutto in Argentina e negli Stati Uniti. 42 43

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“Sono giunte e continuano a giungere centinaia di adesioni. Diventeremo una vera forza nel Paese, un esercito femminile che contribuirà anch’esso alla vittoria, sconfiggendo quei subdoli nemici interni che oggi, deprimendo lo spirito pubblico, ingannandolo, tentano di allontanare la sacra vittoria. Il nostro lavoro più importante è quello di parlare : noi dobbiamo dire perché l’Italia fa questa guerra, quale condizione umiliante e vergognosa sarebbe stata la nostra se non l’avessimo fatto46. Le ragioni di una così vasta adesione a questa associazione sono da ricercare nel tipo di impegno che viene richiesto alle aderenti. Poco faticoso da svolgere e, al tempo stesso, gratificante a livello personale. Compito delle aderenti all’associazione è quello di “seminare” idee patriottiche. L’attività fondamentale della Lega è quella di far sì che le donne “parlino” in favore della guerra. Un compito che deve diventare una vera e propria “missione”, come non perde occasione di ribadire la fondatrice dell’associazione: “Ognuna di noi è persuasa che nulla è più efficace della parola. A quel Tacete! che la Croce Rossa intima, noi vorremmo contrapporre un Parlate! Il silenzio può esercitare una pressione deprimente, può essere interpretato come acquiescenza, Parlate invece: ad ogni parola scoraggiata ribattete con una di speranza, di fede, di ammirazione, di certezza”47. Mentre la maggior parte delle associazioni mobiliate per la guerra svolgono attività che rientrano nei modelli della tradizionale filantropia femminile dei ceti aristocratici e alto borghesi (assistenza, beneficenza), la “Lega delle Seminatrici di coraggio” propone alle donne un modo nuovo di sostenere la guerra. Non con le “opere” ma con le “parole”. Non attraverso l’anonimato delle “buone azioni” ma con la visibilità che dà la “presa di parola”. C’è una sollecitazione al protagonismo politico che differenzia nettamente la Lega sia dalle associazioni femminili sorte durante la guerra sia dai sodalizi di tipo patriottico (“Pro Patria”, “Trento e Trieste”)48 dove le donne sono presenti, ma raramente hanno “voce”. Non stupisce che l’associazione trovi adesio“La Nostra Rivista”, cit. “La Nostra Rivista”, agosto 1916. 48 A. Staderini, op. cit., B. Pisa, Nazione e politica nella società “Dante Alighieri”, Roma, 1995. 46 47

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ni soprattutto tra donne dei ceti medi, dotate di istruzione, desiderose di mettere alla prova le loro capacità intellettuali. Le informazioni che si ricavano dalla pubblicistica dell’associazione49, ma, soprattutto, dalle lettere delle “seminatrici” pubblicate su “La Nostra Rivista”, autorizzano a supporre che la figura della “seminatrice di coraggio” avesse caratteristiche ben diverse da quelle di gran parte delle donne impegnate nei diversi comitati di assistenza. La “seminatrice” non era, in genere, una “signora”50 che, nel tempo libero dagli impegni familiari, confezionava calze e sciarpe di lana per i soldati. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne dotate di una discreta istruzione, molte delle quali svolgono lavori di tipo intellettuale (insegnanti, impiegate), che trovano nell’associazione una risposta al loro bisogno di partecipare alla vita politica. Una motivazione, questa, particolarmente forte per donne che vivono in piccoli comuni del centro Italia e del meridione. Scrive una donna di un piccolo centro vicino a Città di Castello: “Signora! È ben triste e sconfortante vivere in un luogo tanto piccolo e isolato dal mondo per chi si sente di vivere anche intensamente per gli altri, soprattutto in un momento come questo. Mi conti tra le aderenti alla Lega”51. Con grande entusiasmo aderiscono alla lega un gruppo di ragazze della provincia di Siracusa: “Grazie per aver avuto una così bella idea patriottica. Siamo scoraggiate per quanto riguarda la situazione nelle nostre campagne. È come cozzare contro un muro di indifferenza. Soprattutto quando a parlare della guerra è una donna giovane e nubile”52. La “Lega delle Seminatrici di coraggio” nasce nella primavera del 1916 per iniziativa di Sofia Bisi, una donna colta, sensibile alle problematiche dell’interventismo, ma non particolarmente coinvolta nelle Lega Nazionale delle Seminatrici di coraggio. Sezione di Genova, Donne andate alla guerra. Conferenza della professoressa Simomcini, Genova, 1917; Lega Nazionale delle Seminatrici di coraggio, Sezione di Palermo, Donne parlate!, Palermo, 1918; Lega Nazionale delle Seminatrici di coraggio, Sezione di Saluzzo, Donne che avete intelletto d’amore, Saluzzo, 1918; Lega Nazionale delle Seminatrici di coraggio, Sezione di Bari, Per un nido di orfani di guerra, Bari, 1918. 50 A. Molinari, La buona signora e i poveri soldati, cit. 51 “La Nostra Rivista”, ottobre 1916. 52 “La Nostra Rivista”, gennaio 1917. 49

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attività di mobilitazione patriottica. Letterata e pedagogista, oltre che giornalista, Sofia Albisi scrisse romanzi, si occupò di moderna pedagogia, affrontò problemi religiosi avvicinandosi alle posizioni del “modernismo”53, fondò riviste femminili. Oltre a “La Nostra Rivista”, la “Rivista per signorine” e “Vita femminile italiana”54. Sostenitrice del “femminismo pratico” che in Italia aveva come gruppo di riferimento l’associazione milanese “Unione Femminile Nazionale”55, la Bisi organizzò circoli femminili e biblioteche per le operaie. Pur aderendo all’Unione Femminile, ebbe posizioni distanti sia dal femminismo socialista sia da quello cattolico. La sua idea dell’emancipazione femminile era basata sulla convinzione dell’esigenza per le donne di accedere all’istruzione come strumento di miglioramento personale e culturale. Nel 1914, la Bisi Albini fonda “La Nostra Rivista”, una pubblicazione che ha la finalità di offrire alle donne uno strumento di informazione e di formazione culturale. Gli argomenti trattati dalla rivista sono i più diversi: dalla letteratura alla cronaca, dalla moda ai fatti di costume. Particolare attenzione viene riservata alle vicende dei movimenti femminili e femministi. Il pubblico cui si rivolge la rivista è definito nel primo numero “Noi vogliamo raccogliere quanto di più elevato, di più colto, operoso conta oggi il mondo femminile italiano. Donne che sanno compiere in modo coscienzioso i loro doveri domestici ma che non sanno dimenticare interessi intellettuali ed artistici”56. Il carattere di rivista per “signore colte” è accentuato dal fatto che, spesso, la Bisi Albini si rivolge alle lettrici con tono familiare, come se si trattasse di amiche di vecchia data. Un modo per accentuare gli ambiti esclusivi della rivista. I contenuti della rivista subiscono una totale trasformazione duranPer un profilo di Sofia Bisi Albini: F. Taricone, Attività femminili nella prima guerra mondiale, in “Storia donna”, n. 3, 1985; R. Farina (a cura di), Dizionario biografico delle donne lombarde (568-1968), Milano, 1995; E. Roccella, L. Scaraffia (a cura di), Italiane. Dall’Unità d’Italia alla prima guerra mondiale, Roma, 2003. 54 Per le due riviste fondate da Sofia Bisi Albini: Regione Lombardia. Settore cultura e informazione. Servizio biblioteche e beni librari e documentari, Bibliografia dei periodi femminili lombardi (1786-1945), Milano, 1993. 55 A. Buttafuoco, Le Mariuccine, cit. 56 “La Nostra Rivista”, gennaio 1914. 53

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te la guerra. Da pubblicazione femminile che trattava i diversi settori dell’informazione e della cultura con quel tono leggere e “garbato” che si riteneva consono a donne colte e benestanti, la rivista diventa uno strumento di mobilitazione e di propaganda bellica. La maggior parte degli articoli illustrano e pubblicizzano le iniziative del volontariato femminile. Il rimanente spazio della rivista è occupato da appelli patriottici nello stile retorico della propaganda di guerra. L’interventismo della Bisi Albini appare motivato più dal bisogno morale di sostenere la guerra che da un’effettiva partecipazione alla mobilitazione patriottica. I suoi articoli non vanno, in genere, oltre generici e confusi appelli al patriottismo. La Bisi Albini, come altre figure di donne colte e intellettuali, che si schierano a sostegno della guerra, sconta la difficoltà di trattare un tema che è estraneo al suo percorso personale e culturale. Non ha “argomenti” per trattare la guerra e, per farlo, ricorre a quelli della propaganda. Che la Bisi Albini fosse lontana per cultura ed esperienze dalle correnti dell’interventismo, lo dimostra quanto scrive, nel 1914, a proposito della dichiarazione di neutralità dell’Italia: “La neutralità italiana proclamata in simile momento e mantenuta malgrado infinite pressioni di così forti e potenti alleati, è un atto di coraggio più grande che non sarebbe stato il consenso a partecipare alla guerra; essa ci fa ben più alti di chi ci pensava forse molto umili”57. Non passeranno molti mesi perchè la Bisi Albini modifichi il suo atteggiamento nei confronti della guerra: “È arrivata la Santa Guerra. Noi donne siamo pronte”58. Il carattere più morale che politico dell’interventismo della Bisi Albini favorisce il suo progressivo allineamento sulle posizioni del nazionalismo patriottico. Sensibile ai richiami della propaganda, la Bisi Albini sostiene, attraverso la rivista, ogni iniziativa che gli appaia utile ad accrescere il consenso delle donne alla guerra. Anche quando, è il caso della “Lega delle Seminatrici di coraggio”, si tratta di progetti di cui ha solo qualche vaga informazione. È, presumibilmente, attraverso la stampa che la Bisi Albini venne a conoscenza dell’esistenza, in Francia, di una “Lega delle Seminatrici di coraggio”. Come dichiara lei 57 58

“La Nostra Rivista”, novembre 1914. “La Nostra Rivista”, giugno 1915.

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stessa, fu soprattutto il nome dell’associazione a colpirla59. Decise, così, di proporre lo stesso tipo di associazione in Italia. Leggendo gli articoli della Bisi Albini e di altre aderenti alla Lega, si ha l’impressione che non esistessero contatti diretti con l’associazione sorta in Francia. Non vi compaiono, infatti, riferimenti all’attività svolta dalla Lega in Francia, notizie sulla sua diffusione, sulle donne che vi aderiscono, neppure si trova citato il nome della fondatrice. Della Lega francese sembra venga ripreso più che altro l’appello alla mobilitazione delle donne per la propaganda di guerra e la natura etica del vincolo associativo. L’adesione alla Lega avviene sulla base dell’assenso al programma dell’associazione. L’associazione non ha una sede, non prevede regole associative, ha come esclusivo riferimento la figura di Sofia Bisi Albini e della rivista da lei diretta. È dalle pagine de “La Nostra Rivista” che la Bisi Albini propone, nel maggio 1916, il progetto dell’associazione. E lo fa con un articolo breve, dove si limita ad esporre a grandi linee il programma delle “seminatrici” francesi e a chiedere alle lettrici cosa ne pensano. “In Francia si è diffuso un sano movimento per infondere coraggio negli animi, per sollevarli, per renderli forti È stata una ragazza della Lorena a crearlo sotto il nome di Lega della seminatrici di coraggio, lega basata unicamente sul giuramento delle aderenti Essa ha per motto le parole di Santa Caterina Non bisogna piangere ma agire. L’ora del ben fare è subito”. Il tono della presentazione è colloquiale, privo di enfasi retorica. La Bisi Albini si rivolge alle lettrici come a delle amiche cui chiedere un consiglio: “Volete che anche noi fondiamo qualche cosa di simile? Volete che anche noi diffondiamo parole che illumino gli ignoranti, riscaldino i cuori dei tiepidi, infondano energia necessaria per continuare serenamente questa lotta fino ad una sicura e gloriosa vittoria?”60. Come prima iniziativa dell’associazione la Bisi Albini propone alle “seminatrici” di inviare alla rivista brevi testi di incitamento patriottico. Quelli ritenuti più efficaci verranno riprodotti su cartoline. Sarà compito dell’associazione farsi carico di stampare questo materiale 59 60

“La Nostra Rivista”, maggio 1916. Ibid.

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attraverso il finanziamento delle quote associative. Ogni aderente alla Lega pagherà la quota associativa di una lira: “Potremmo fare delle cartoline con parole incitatrici che venderemo ad amici o invieremo noi stesse ai soldati e diffonderemo tra il popolo nelle città e nelle campagne perché le donne le usino per scrivere ai loro soldati. Volete aiutarci?”61. Non mancano elementi per supporre che lo sviluppo dell’associazione andò ben oltre le aspettative delle fondatrice. La proposta di un’associazione femminile con fini di propaganda patriottica sembra rispondere ad un diffuso bisogno di partecipazione delle donne dei ceti medi intellettuali alle vita politica del paese. In sintonia con l’emergere, in conseguenza della guerra, di un attivismo dei ceti medi urbani, soprattutto quelli intellettuali, che diventano protagonisti della mobilitazione del fronte interno e la gestiscono sia sul piano sociale sia su quello politico. Manca a tutt’oggi una riflessione storiografica sul ruolo e sulle funzioni svolte dalle rete di organismi di assistenza e di propaganda sorti durante la guerra, sul loro rapporto con lo Stato, con i partiti politici, con settori del mondo industriale62. Dagli studi esistenti, ma, soprattutto da materiale archivistico a tutt’oggi poco esplorato63, sembra di capire che il ruolo di mediazione, tra la società e lo Stato, svolto dai ceti medi all’interno degli organismi di mobilitazione patriottica, consentì loro di porsi, nel dopoguerra, come nuovi referenti politici del paese. La rapidità e l’entusiasmo con cui centinaia di donne in meno di un mese aderiscono alla “Lega delle Seminatrici di coraggio” sembrano trovare impreparata la Bisi Albini. Non a caso tra la presentazione del progetto dell’associazione e la fondazione dell’associazione passa quasi un anno. Solo nell’aprile del 1917 l’associazione si darà uno sta“La Nostra Rivista”, settembre 1916. A. Fava, Assistenza e propaganda nel regime di guerra, in M. Isnenghi (a cura di), Operai e contadini nella Grande guerra, Bologna, 1982. 63 Di grande interesse alcuni fondi archivistici conservati nell’archivio storico del Museo del Risorgimento di Milano. In particolare: Archivio del Comitato Centrale di assistenza per la guerra; Archivio Silvia Candiani, Archivio della Federazione Nazionale dei comitati di assistenza civile; Archivio dell’Associazione Nazionale madri e vedove di guerra; Archivio del Comitato lombardo dell’Unione Generale Insegnati; Archivio della Lega nazionale italiana. 61 62

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tuto e una pur essenziale forma organizzativa64. Nei mesi che trascorrono tra la proposta della Bisi Albini e la costituzione dell’associazione vengono pubblicate su “La Nostra Rivista” lettere di adesione, resoconti di iniziative. L’attività delle “seminatrici” anticipa la fondazione della Lega. Non stupisce il fatto che la Bisi Albini non si aspettasse una così vasta adesione all’associazione. Le “seminatrici di coraggio” superano di gran lunga il numero delle abituali lettrici della rivista e, in genere, hanno poco in comune con le donne cui la rivista è rivolta. Non sono donne dei ceti alto borghesi e aristocratici con interessi di tipo culturale e sociale. La Bisi Albini, come molte delle lettrici della rivista, appartiene agli ambienti dell’alta borghesia milanese colta, progressista, sensibile alle problematiche dell’emancipazione femminile65. Durante la guerra queste donne partecipano alla mobilitazione patriottica con attività di assistenza sociale: fondono e dirigono asili per i figli dei combattenti, organizzano mense popolari nei quartieri poveri della periferia milanese, offrono assistenza materiale e morale alle vedove e agli orfani. Sono i progetti e i resoconti di queste attività ad occupare gran parte dello spazio de “La Nostra Rivista”66. La fondazione della “Lega delle Seminatrici di coraggio” segna un cambiamento radicale nell’impostazione della rivista e un allineamento del gruppo redazionale su posizioni di nazionalismo patriottico. Non è dato sapere quanto questo cambiamento sia stato il riflesso di un mutato clima politico e culturale oppure sia da attribuire al peso che la “Lega delle Seminatrici di coraggio” esercita sulla Bisi Albini e Lo statuto della “Lega Nazionale delle seminatrici di coraggio” è pubblicato nell’aprile 1917 su “La Nostra Rivista”. 65 M.I. Palazzolo, I salotti di cultura nell’Italia dell’Ottocento. Scene e modelli, Milano, 1985; A. Buttafuoco, Tra cittadinanza politica e cittadinanza sociale. Progetti ed esperienze del movimento politico delle donne nell’Italia liberale, in G.Bonacchi, A. Groppi (a cura di), Il dilemma della cittadinanza. Diritti e doveri delle donne, Bari, 1993; .M. Mori, Salotti. La sociabilità delle élites nell’Italia dell’Ottocento, Roma, 2000;M.L. Betri, E. Brambilla (a cura di), Salotti e ruolo femminile in Italia, Venezia, 2004. 66 Per una rassegna delle principali attività di assistenza sociale svolte durante la guerra dalle donne dei ceti aristocratici e alto borghesi: Donna Paola (Paola Baronchelli Grosson), La donna della Nuova Italia, cit. 64

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sulla rivista. È certo, però, che, a partire dall’inizio del 1917, la maggior parte dello spazio della rivista è occupato dalle adesioni e dai rendiconti delle attività della Lega e che, quasi in ogni editoriale, la Bisi Albini tratta dell’associazione. Nell’aprile 191767 viene pubblicato lo statuto della Lega. Presidente è Sofia Bisi Albini, vice-presidenti sono Adele Branca, un’insegnante, e la contessa Laura Roncallo Calvi, segretaria Ines Tedeschi Norsa. Le finalità e i compiti dell’associazione sono condensati in pochi punti: “seminare” coraggio con le parole e con l’esempio, combattere il “disfattismo”, istruire le donne a fare sacrifici anche materiali per la patria. L’associazione è articolata in una serie di comitati locali, ai quali viene lasciata una totale autonomia. La quota di adesione è fissata ad una lira, ma è facoltativa. La propaganda dell’associazione è affidati alla diffusione di cartoline patriottiche e di opuscoli curati dalle redattrici de “La Nostra Rivista”. Da parte del comitato promotore dell’associazione c’è anche l’impegno a raccogliere fondi per aprire un asilo nido per orfane di guerra. Dai resoconti che compaiono sulla rivista, l’impegno maggiore delle “seminatrici” sembra quello di svolgere una intensa attività propagandistica, soprattutto nelle scuole femminili. Come dimostrano le adesioni, oltre che di molti insegnanti, di interi istituti. È il caso, ad esempio, della Reale Scuola Normale Femminili di Lodi e di quella di Saluzzo. L’elenco delle adesioni comprende insegnanti e intere classi di allieve68. Sono maestre e insegnati di scuola superiore le più attive nel proporre incontri e conferenze. Dell’attività di queste “propagandiste” della guerra è rimasta qualche traccia in opuscoli curati dall’associazione. Che si trattasse per lo più di donne che non avevano familiarità con esperienze di questo tipo è evidente dai testi delle conferenze. Nei loro interventi le “seminatrici” si limitano, in genere, a riproporre appelli generici al patriottismo e riprendono integralmente articoli della Bisi Albini69. L’autonomia dei gruppi locali lascia alle “seminatrici” la possibili“La Nostra Rivista”, aprile 1917 “La Nostra Rivista”, dicembre 1916 e febbraio 1917. 69 È il caso di molti testi di conferenze stampati a cura dalle sezioni locali della Lega. Vedi nota 49. 67 68

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tà di organizzare ogni tipo di iniziativa. A Genova, ad esempio, esiste un gruppo particolarmente attivo di “seminatrici”. Le loro attività vengono segnalate spesso dalla rivista: “Una delle sezioni che ha lavorato di più in fatto di propaganda è quella di Genova. Le “seminatrici” si raccolgono una volta la settimana per studiare e per discutere. Ogni domenica nei quartieri popolari si tengono riunioni, letture, rappresentazioni cinematografiche, lotterie – con doni utili – e vi intervengono numerose donne del popolo. Si sono istituiti premi per ragazzi che portano le più belle lettere da spedire ai babbi combattenti. E fu questa un’idea geniale che promosse una gara tra i piccoli”70. Spesso le “seminatrici” coinvolgono nelle loro iniziative di propaganda ufficiali che tornano mutilati dal fronte. Nel solo febbraio del 1917, il gruppo di Torino organizza sei comizi di ufficiali mutilati di fronte alle più importanti fabbriche della città71. Le “seminatrici” sono attive anche in piccoli centri. Come accade in Sardegna, a Sant’Antioco: “La signora che presiede a Sant’Antioco il gruppo delle “seminatrici” ha istituto un Ufficio di corrispondenza ai combattenti insegnando pure a leggere e a scrivere alle donne”72. Molte sono anche le donne che non avendo la possibilità di partecipare ad attività di propaganda mandano offerte in denaro alla Lega. Alcune sono madri o vedove di ufficiali caduti che aderiscono alla Lega perché pensano che la loro capacità di sacrificio possa essere un esempio per altre donne: “Sul mio tavolino tengo la foto che mio marito mi regalò da fidanzato e le ho messo accanto l’ultima sua istantanea e l’ultimo rapporto al comando del reggimento. È tutto quello che mi resta di lui. Dopo quello che ho passato in questo tristissimo periodo, posso dire che Dio aiuta chi ha coraggio. Come potrei non aderire alle sue Seminatrici di coraggio?”73. Non può non colpire la distanza che esiste tra le attività delle “seminatrici” e quanto propone loro la fondatrice dell’associazione. Rispetto all’attivismo propagandistico delle “seminatrici” che arriva, “La Nostra Rivista”, settembre 1917. “La Nostra Rivista”, novembre 1916. 72 “La Nostra Rivista”, aprile 1917. 73 “La Nostra Rivista”, agosto 1916. 70 71

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in qualche caso, a coinvolgere interi istituti scolastici, le indicazioni della Bisi Albini appaiono più che altro dei passatempi per annoiate “signore”: “Così signore e signorine vanno attentamente scorrendo giornali e riviste per copiare e raccogliere frasi che possono riprendere il nostro scopo. Raccomandiamo che su ogni cartellino non siano scritti più di uno o due detti – meglio uno solo – citando sempre l’autore o il giornale da cui furono tolte”74. Il successo ottenuto dall’associazione è da attribuirsi alla la quasi totale autonomia delle sezioni locali della Lega. È assai probabile che non poche “seminatrici” ignorassero l’esistenza di Sofia Bisi Albini e della rivista da lei diretta.

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“La Nostra Rivista”, ottobre 1916.

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II. Cittadine per la guerra

Un elogio di circostanza Fu negli anni della Grande Guerra che in Italia la questione della cittadinanza politica delle donne entrò a far parte di un “discorso pubblico”1. Prima di allora, si era guardato ai movimenti femministi ed emancipazionisti con diffidenza e con sospetto. Non solo da parte del ceto governativo e del mondo cattolico, ma anche dei partiti e delle organizzazioni del movimento operaio2. Le ragioni dell’esclusione delle donne dalla vita politica sono molte e complesse e, solo in parte, riconducibili all’analisi di uno specifico contesto storico3. Come sempre, quando entrano in campo i rapporti tra i sessi, sono le categorie “di genere” a definire, più di altre, gli orizzonti delle mentalità e dei comportamenti. 4 Quanto forte fosse in Italia la resistenza al coinvolgimento delle donne nella sfera pubblica emerge con particolare efficacia dai resoconti giornalistici sul “Convegno Nazionale delle donne 1 Sulla costruzione del “discorso pubblico” e più in generale sulla “storia pubblica”: N. Gallerano (a cura di), L’uso pubblico della storia, Milano, 1995. 2 F. Pieroni Bortolotti,, Socialismo e questione femminile in Italia, Milano, 1978; M. Bigaran Il voto delle donne in Italia dal 1912 al fascimo, in “Rivista di Storia Contemporanea” , 2, 1982; Mutamenti dell’emancipazionismo femminile alla vigilia della Grande Guerra. I periodici femministi del primo Novecento, in “Memoria”, 4, 1982; Per una donna nuova. Tre periodici di propaganda socialista tra le donne, “DWF”, 21, 1982; Progetti e dibattiti parlamentari sul suffragio femminile da Peruzzi a Giolitti, in “Rivista di Storia Contemporanea”, 1, 1985; Donne e rappresentanza nel dibattito e nella legislazione tra Ottocento e Novecento, in D. Gagliani, M. Salvati (a cura di), La sfera pubblica femminile. Percorsi di storia delle donne in età contemporanea, Bologna, 1992; M. Buttafuoco, Tra cittadinanza politica e cittadinanza sociale. Progetti ed esperienze del movimento politico delle donne nell’Italia liberale, in G. Bonacchi, A. Groppo (a cura di), Il dilemma della cittadinanza. Diritti e doveri delle donne, Bari, 1993. 3 Vedi a questo proposito le interessanti osservazioni di V. De Grazia: Le donne nel regime fascista, Venezia, 1997. 4 J. W. Scott, Il genere. Un’utile categoria di interpretazione storica, in P. Di Cori, ( a cura di), Critica femminista alla storia, Bologna, 1996; J. Butler, Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”, Milano, 1993.

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italiane”, la prima grande manifestazione pubblica organizzata a Roma, nell’aprile 1908, dalle associazioni femministe5. Il panico per la perdita del monopolio maschile dello spazio pubblico si accompagna, nella maggior parte degli articoli, ad un omologazione dei comportamenti femminili a quelli maschili. Scrive il corrispondente della “Rassegna Nazionale”: “Già andai con molta titubanza a quel novissimo convegno. Mi pareva di partecipare ad un attentato contro l’ordine delle cose, contro l’ordine della natura… Per essere sincero dovrò anch’io soffocare, con pena, un po’ del mio caro cuoricino di cavaliere antico, rassegnandomi a considerare queste signore adunate un po’ come se fossero degli uomini”6. In un paese prevalentemente agricolo dove la “modernizzazione” dei costumi e degli stili di vita procedeva lentamente, le pur moderate iniziative di poche organizzazioni femminili suscitavano, ancora alla vigilia della guerra, scandalo nell’opinione pubblica e preoccupazione nel ceto politico7. L’apertura alle donne dello spazio pubblico appariva una minaccia ai codici morali dominanti e un pericolo per la stabilità politica del paese. Con il suffragio femminile si sarebbe realizzato un allargamento dell’area della rappresentanza che oltre a mettere in crisi la già fragile compagine governativa dello stato liberale, avrebbe avviato un processo a dir poco “eversivo” di rinegoziazione dei rapporti tra i sessi8. La Grande Guerra ridefinì le coordinate politiche e culturali della società e lasciò spazio alle iniziative di partecipazione

5 Consiglio Nazionale delle donne italiame (a cura di), Atti del I Congresso nazionale delle donne italiane, Roma 24-30 aprile 1908, Roma, 1912; F. Pieroni Bortolotti, Alle origini del movimento femminista in Italia (1848-1892), Torino, 1963; M. Buttafuoco, Cronache femminili. Temi e momenti della stampa emancipazionista in Italia, Siena-Arezzo, 1988; M. De Giorgio, Le italiane dall’Unità ad oggi, Bari, 1992; F. Taricone, L’associazionismo femminile in Italia dall’Unità al fascismo, Milano, 1996. 6 G. Vitale, Donne italiane a congresso, in “La Rassegna Nazionale”, giugno 1908, cit. da P. Di Cori, Il doppio sguardo, in D. Leoni, C. Zadra (a cura di), La Grande Guerra. Esperienza, memoria, immagini, Bologna, 1986. 7 De Giorgio, Le italiane, cit.; A. Buttafuoco, Cronache femminili, cit. 8 A. Rossi Doria , La libertà delle donne. Voci della tradizione politica suffragista, Torino, 1990; G. Bonacchi, A. Groppi (a cura di), Il problema della cittadinanza, cit.; D.Galliani, M. Salvati (a cura di), La sfera pubblica femminile, cit.

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politica delle donne. Con la mobilitazione patriottica della società civile veniva avviato un processo di nazionalizzazione delle masse che coinvolgeva, seppure in ruoli “sussidiari”, anche le donne9. Tanto più la guerra assumeva il carattere di una tragica esperienza di morte di massa, tanto più importante diventava il ruolo delle donne come mediatrici di consenso. Non erano solo le attività di assistenza morale e materiale organizzate sul “fronte interno a fare delle donne delle “patriote”. Le donne “servivano” la patria anche svolgendo in modo appropriato il ruolo di madre o di moglie del combattente o adeguandosi alla disciplina di fabbrica10. Già nelle prime fasi della guerra, si registra, nel “discorso pubblico” una nuova sensibilità politica nei confronti delle donne. La loro attività in ogni settore della vita economica e amministrativa e, più in generale, la loro presenza nella sfera pubblica viene elogiata e considerata rilevante non solo economicamente ma anche politicamente11. Paola Baronchelli Grosson (donna Paola), giornalista e scrittrice impegnata nelle attività di mobilitazione patriottica, pubblicò, nel maggio

9 A. Caracciolo, L’ingresso delle masse sulla scena europea, in ID. (a cura di), Il trauma dell’intervento, Firenze, 1969; P. Melograni, Storia politica della Grande Guerra (1915-1918), Bari, 1977; M. Inensghi, Il mito della Grande Guerra da Marinetti a Malaparte, Bari, 1979; ID, Le guerre degli italiani. Parole, immagini, ricordi 1848-1945, Milano, 1989, S. Lanaro, Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia 1870-1925, Venezia, 1979; G. L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Bari, 1990; B. Tobia, Una patria per glii italiani Spazi, itinerari, monumenti dell’Italia Unita, Bari, 1991; I. Porciani, La festa della nazione. Rappresentazione e spazi sociali nell’Italia Unita, Bologna, 1997; A. Gibelli, Le guerre degli italiani, Milano, 1998. 10 Sui ruoli femminili pubblici e privati in tempo di guerra: M. De Giorgio, Dalla “Donna Nuova” alla donna della “nuova Italia”, in D. Leoni; C. Zadra ( a cura di), La Grande Guerra, cit.; A. Bravo (a cura di), Donne e uomini nelle guerre mondiali, Bari, 1991; R. Dondeynaz, Selma e Guerrino. Un epistolario amoroso, Torino, 1992. Sulle condizioni delle donne occupate nell’industria: A. Molinari, Le lettere al “padrone”. Lavoro e culture operaie all’Ansaldo nel primo Novecento, Milano, 2000; B. Curli, Italiane al lavoro (1914-1920), Venezia, 1998. 11 La pubblicistica sull’argomento è vastissima. Si segnalano, perché di particolare interesse, le relazioni periodiche dei “Comitati Municipali di organizzazione e di assistenza civile” e dei “ Segretariati regionali delle Opere Federate” Sull’organizzazione della rete di assistenza e di propaganda del “fronte interno” si fa riferimento al cap. I di questo volume.

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1917, una rassegna delle opinioni espresse durante la guerra da politici “illustri” sulla questione del suffragio femminile12. Pur con sfumature che riflettono le diverse appartenenze politiche, queste dichiarazioni attestano una diffusa consapevolezza della necessità di un allargamento alle donne dei diritti di “cittadinanza”. Tra le prese di posizioni più significative, vi è quella del presidente del consiglio Paolo Boselli: “Per il voto amministrativo non credo vi possano essere dubbi o ritardi e si dovrà immediatamente consentirlo con assoluta parità rispetto al suffragio maschile. Quanto al voto politico, sono ancora incerto meco stesso fra un consenso immediato e un’applicazione successiva all’elettorato amministrativo. Ma non vi è dubbio che, o subito o poi, anche nell’elettorato politico il voto della donna debba essere ammesso”13. Si trattava di una dichiarazione impegnativa, non solo perché veniva dal capo del governo, ma, soprattutto, perché era un esplicito riconoscimento del diritto delle donne alla cittadinanza politica. Occorre, però, rilevare che quella di Boselli era una voce “fuori dal coro”. Se, infatti, erano molti gli esponenti del ceto politico e governativo che si dichiaravano favorevoli ad estendere alle donne il suffragio amministrativo, ben pochi erano invece quelli che, come Boselli, si spingevano ad ipotizzare il voto politico per le donne. Il “discorso pubblico” sui meriti acquisiti dalle donne in tempo di guerra riflette i limiti e le ambiguità del processo di nazionalizzazione delle masse che, avviato negli anni del conflitto, sarebbe stato realizzato in modo autoritario dal fascismo14. Durante la guerra le donne erano state chiamate a far parte della “comunità nazionale” e in questo modo era stato di fatto loro riconosciuto un’appartenenza politica. Si trattava di un fatto nuovo e del tutto eccezionale che rifletteva le profonde trasformazioni prodotte dalla guerra nel contesto della socieP. Baronchelli Grosson (Donna Paola), La donna della Nuova Italia. Documenti del contributo femminile alla guerra (maggio 1915-maggio 1917), Milano, 1917. 13 Ibid., p. 9. 14 P. V. Cannistraro, La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media, Bari, 1975; R. De Felice, Mussolini. Il duce, Torino, 1990; E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Bari, 1993; Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Bologna, 1996; N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, Torino, 1995; M. Isnenghi, L’Italia del fascio, Firenze, 1996; P. Dogliani, L’Italia fascista 1922-1940, Milano, 1999. 12

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tà italiana15. La formalizzazione del ruolo delle donne come soggetto politico era però altra cosa e presupponeva una ridefinizione del concetto di “cittadinanza” che non era compatibile con l’assetto politico del paese. La questione che si poneva al ceto politico, una volta conclusa la guerra, non era semplice: se le donne non potevano essere incluse a pieno titolo nella sfera politica non potevano, però, rimanerne del tutto escluse. Si cercò quindi di rimandare la soluzione del problema il più a lungo possibile e, nel frattempo, si elaborarono progetti per concedere alle donne forme di cittadinanza “sussidiaria”16. Il possibile accesso delle donne al voto amministrativo veniva presentato non come il riconoscimento di un diritto ma come un’elargizione compensativa del contributo dato a sostegno della guerra. Il superamento della totale esclusione delle donne dalla sfera politica era motivato, politicamente e ideologicamente, attraverso un “elogio di circostanza” che ribadiva i ruoli e le funzioni ancillari del sesso femminile. La donna doveva essere premiata perché aveva saputo mettere a disposizione dell’esercito in guerra quelle che erano considerate le principali “doti” femminili: la capacità di sopportare sofferenze e sacrifici, l’obbedienza, la fedeltà. Nella costruzione di un “discorso pubblico” sulle donne prevale la preoccupazione per i cambiamenti indotti dalla guerra nei rapporti tra i sessi. L’insistenza con cui in ogni occasione vengono riproposti i modelli tradizionali del comportamento femminile, ha la funzione di rassicurare l’opinione pubblica sulla stabilità dei ruoli sessuali sia nel pubblico sia nel privato. Significativa appare a questo proposito la dichiarazione che, nel gennaio 1917, il senatore Luigi Valli rilascia a Paola Baronchelli Grosson. L’elogio delle “buone opere” femminili in tempo di guerra si accompagna all’auspicio di un rapido ritorno delle donne nella sfera del privato: “Ecco la nostra donna creata dalla guerra, una donna nuova, con una coscienza più alta di se medesima, senza il femminismo delle sole parole, ma colla severa femminilità delle opere. Più tardi, nella pace sicura, nella ricostituzione della sua famiglia, la donna italiana nulla avendo perduto delle sue qualità essen15 16

A. Gibelli, Le guerre degli italiani, cit. M. Bigaran, Il voto delle donne in Italia dal 1912 al fascismo, art. cit.

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ziali, ne avrà aggiunte nuove altre, conquistate colla abnegazione, col coraggio, col sacrificio, offerti alla patria”17. Nel “discorso pubblico” il contributo femminile alla Grande Guerra viene presentato come un’esperienza del tutto eccezionale e temporanea di apertura alle donne di ambiti della vita pubblica. Col ritorno alla normalità le donne sarebbero tornate “a casa”, a rioccupare la sfera del privato, della riproduzione, dello spazio interiore. Si trattava di una rappresentazione dei “destini” femminili che aveva, soprattutto, la finalità di rassicurare i combattenti sulla stabilità dell’identità e dei ruoli maschili. Il fatto che, seppure in una forma “sussidiaria”, fosse riconosciuto il diritto delle donne al suffragio politico, segnala come la guerra avesse incrinato il principio di un rapporto d’incompatibilità tra il genere femminile e la sfera pubblica. La conclusione del conflitto non avrebbe potuto rimuovere dalla mente e dai cuori delle donne quel complesso di esperienze che avevano maturato durante la guerra. Soprattutto per quei settori del mondo femminile che, attraverso la guerra, avevano sperimentato nuove forme di protagonismo politico.

Donne tra pace e guerra Il tema del patriottismo femminile non è ancora entrato a far parte, in Italia, della ricerca storica sulla Grande Guerra. Ha, infatti, prevalso a lungo, anche negli studi più recenti, l’idea che l’impegno delle donne nella mobilitazione patriottica rappresentasse un’estensione alla sfera pubblica delle tradizionali attività femminili di maternage18. La ri-proposizione, in ambito storiografico, di stereotipi del patriottismo femminili prodotti nel corso della guerra ha portato ad una decontestualizzazione delle donne dalle vicende del conflitto. È, così, accaduto che una vasta ed eterogenea gamma di esperienze femminili di partecipazione politica fosse ridotta nell’ambito delle attività caritative di una ristretta cerchia di donne appartenenti alle élite aristocratiche e alto borghesi. 17 18

P. Baronchelli Grosson, op. cit., p. 18. A. Bravo, Simboli del materno, in ID, Donne e uomini nelle guerre mondiali, cit.

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Non si dispone a tutt’oggi di studi di impianto generale sulle dimensioni e le caratteristiche assunte in Italia dalla mobilitazione patriottica delle donne. Uno degli elementi che emerge con forza, sia da alcuni contributi per l’area ligure e lombarda19, sia, soprattutto, dalla documentazione archivista e a stampa20, è che la mobilitazione patriottica delle donne fu un fenomeno largamente diffuso e interessò in modo particolare le donne dei ceti borghesi intellettuali (insegnanti, impiegate, studentesse). Nella capillare rete di associazioni di assistenza e di propaganda che si sviluppò in tutto il paese21, le donne svolsero un ruolo di primo piano. Durante la guerra, anche i comuni più piccoli, al nord come al sud, avevano un “comitato” dove le donne erano impegnate in attività di sostegno all’esercito. Nelle grandi centri urbani, accanto ai “comitati municipali” e ad altre iniziative promosse da enti pubblici e privati, furono numerosissime le associazione fondate e gestite autonomamente dalle donne. A Genova, ad esempio, esistevano almeno venti associazioni femminili che, con finalità diverse, si occupavano dell’assistenza materiale e morale all’esercito e alle loro famiglie22. Sebbene in questa città, così com’era accaduto a Torino, la presenza di un forte movimento operaio organizzato avesse reso la società civile meno sensibile ai richiami della mobilitazione patriottica23. S. Bartoloni, L’associazionismo femminile nella prima guerra mondiale e la mobilitazione patriottica, in A. Gigli Marchetti, N. Torcellan (a cura di), Donna lombarda 1860-1945), 1978; M. Cristina Angeleri Dall’emancipazionismo all’interventismo democratico: il primo movimento politico delle donne di fronte alla Grande Guerra, in “Dimensioni e problemi della ricerca storica”, 1, 1996; A. Molinari, La buona signora e i poveri soldati. Lettere a una madrina di guerra, Torino, 1998 20 Di particolare interesse i fondi conservati presso il Museo Storico del Risorgimento di Milano (Archivio della guerra) e la pubblicistica sulla mobilitazione civile conservata nella Biblioteca di Storia Moderna e contemporanea di Roma. 21 A. Fava, art. cit. 22 A. Molinari, La buona signora e i poveri soldati, cit. 23 P. Spriano, Torino operaia nella Grande Guerra, Torino, 1969; G. Procacci (a cura di), Stato e classe operaia in Italia durante la prima guerra mondiale, Milano, 1983; ID, Dalla rassegnazione alla rivolta: osservazioni sul comportamento popolare in Italia negli anni della prima guerra mondiale, in “Ricerche Storiche”, 1, 1989; S. Ortaggi, Testimonianze socialiste sulla guerra, in D. Leoni, C. Zadra (a cura di), op. cit.; A. Molinari, Lettere al “padrone”, cit. 19

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Fu però a Milano che le donne ebbero un ruolo determinante nell’organizzare le attività del “fronte interno”. Qui, più che altrove, esistevano le condizioni per un coinvolgimento femminile nella mobilitazione patriottica. I processi di “modernizzazione” sociale e culturale in atto nella città a partire dalla metà dell’800, avevano aperto alle donne spazi di visibilità politica e sociale24. Inoltre, era ancora molto viva negli ambienti aristocratici e alto borghesi di Milano una cultura risorgimentale di tipo democratico che trovò nella Grande Guerra un’occasione di rivitalizzazione politica25. Pur partecipando ai diversi organismi pubblici di assistenza e di propaganda, le donne riuscirono in questa città a mantenere vasti ambiti di autonomia organizzativa. Quando, nel 1916, venne creato il “Comitato Centrale di assistenza per la patria in guerra”, un organismo articolato in sette sezioni di intervento26, alle donne furono affidate due sezioni. Una che riguardava l’assistenza all’infanzia (I sezione), l’altra (III sezione) che si occupava del collocamento dei disoccupati e dell’assistenza ai profughi. Sempre a Milano, furono le donne a gestire una delle attività di assistenza più difficili e impegnative: quella che consisteva nel fornire alle famiglie notizie dei parenti in guerra. Gli “Uffici notizie”, che erano stati istituiti in molte città italiane per iniziativa di Lina Cavazza Bianconcini27, una nobildonna di Bologna, avrebbero dovuto collaborare con gli organismi militari e amministrativi per facilitare la trasmissione di informazioni alle famiglie sulle condizioni e sulle destinazioni dei combattenti. In molte città questi uffici furono inseriti M. Punzo, La giunta Caldara . L’amministrazione comunale di Milano negli anni 1914-1921, Milano, 1986; F. Della Peruta, Milano. Lavoro e fabbrica (1815-1914), Milano, 1987. 25 Per tutta le problematiche connesse al definirsi del concetto di nazione nel periodo del Risorgimento si rimanda al recente volume di A.M. Banti, La nazione del Risorgimento, Torino, 2000. 26 Ufficio I (assistenza economica alle famiglie bisognose dei militari), Ufficio II (assistenza alla fanciullezza), Ufficio III (collocamento dei disoccupati ed assistenza ai profughi), Ufficio IV (tutela degli interessi personali ed economici dei militari), Ufficio V (assistenza morale ai feriti e convalescenti), Ufficio VI (opere sussidiarie di assistenza sanitaria), Ufficio VII (soccorsi in forma straordinaria). Comune di Milano, Comitato Centrale di assistenza per la guerra. Relazione dal 1° gennaio al 31 dicembre 1917, Milano, Tip. Stucchi, 1918. 27 P. Baronchelli Grosson, op. cit. 24

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all’interno dei comitati municipali di assistenza e spesso, per la difficoltà di mantenere attivi i contatti con le autorità militari, funzionarono poco e male. Nel caso di Milano, invece, l’“Ufficio notizie”28 restò un organismo autonomo e seguì migliaia di casi di soldati dispersi, prigionieri, deceduti. Le donne impegnate in questa attività furono essenzialmente delle “messaggere di morte”. Un compito che mise spesso alla prova il loro entusiasmo per la causa patriottica e che le portò a confrontarsi con la drammatica esperienza di guerra delle classi subalterne. A ricorrere a questo ufficio erano soprattutto i ceti popolari che, per la scarsa familiarità con la burocrazia, non riuscivano ad avere notizie dei familiari al fronte. Le difficoltà che incontravano le donne impegnate in questa attività sono documentate in un manoscritto di circa seicento pagine dove venivano annotati, in forma di diario, tutti i “casi” che si presentavano all’Ufficio Notizie29. Il “Diario dell’Ufficio Notizie” era tenuto dalle donne che si alternavano nelle mansioni di assistenza alle famiglie e non aveva finalità di tipo burocratico. Chi scriveva non si limitava a registrare i fatti, ma esprimeva anche opinioni e stati d’animo. Il diario appare un documento di particolare interesse per avvicinare culture e mentalità delle donne impegnate nella mobilitazione patriottica. La casistica che offre il documento è troppo vasta per proporne delle esemplificazioni. Già il modo in cui venivano registrati sul diario i decessi dei soldati, denota l’esistenza di mentalità e sensibilità diverse. Per alcune scriventi il soldato era “un caduto per la patria” oppure “un martire eroico”, per altre era un “povero giovane”, per altre ancora era semplicemente un numero di matricola. Nel caso di Milano, come di altri grandi centri urbani, la documentazione disponibile, fornisce un quadro dell’impegno femminile nella mobilitazione patriottica che ne evidenzia le caratteristiche di servizio sociale di massa. Quella che in passato era un’attività “del tempo libeL’Ufficio Notizie di Milano venne fondato e diretto alcune donne appartenenti all’aristocrazia e all’alta borghesia: Carla Lavelli Celesia, Giulia Baglia Bambergi, Luisa Silva Candiani, Paolina Piolti De Bianchi, Ester Ferrario. 29 Museo Storico del Risorgimento italiano di Milano, Archivio della guerra, f. 451, Diario dell’Ufficio notizie alle famiglie dei militari di Milano (7 luglio 1915-13 agosto 1919). 28

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ro” di donne delle classi altolocate, durante la guerra diventa una forma di volontariato strutturata in precise mansioni e sottoposta a controlli sia dall’alto (autorità nazionali e locali)30 sia dal basso (opinione pubblica). Non a caso è negli anni di guerra che alcune attività femminili di maternage si professionalizzano: sorgono, infatti, scuole per infermiere e per assistenti sociali31. A prescindere, però, dalle modalità attraverso le quali si realizza il “contributo” femminile alla guerra, esiste una fondamentale differenza tra le attività di volontariato svolte in tempo di guerra e le tradizionali forme di filantropia femminile. Sia confezionino sciarpe di lana per i soldati, sia tengano conferenze per sollecitare il consenso patriottico, le donne sperimentano un senso di appartenenza alla comunità in guerra. Le loro attività sul “fronte interno”, sebbene spesso ripropongano le forme tradizionali del maternage, acquistano una precisa valenza politica. È possibile supporre che parte delle donne mobilitate per guerra abbia vissuto quest’esperienza come un’occasione per uscire dagli ambiti ristretti della domesticità e acquisire spazi di visibilità nella sfera pubblica. Per altre, soprattutto per le donne dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, la partecipazione alle attività dei comitati patriottici rappresentava un dovere sociale al quale era difficile sottrarsi32. Del resto, poco si sa sulla provenienza sociale delle donne impegnate nei diversi organismi di assistenza e di propaganda e ancora largamente inesplorato resta il complesso delle attività da loro svolte. Occorre, poi, osservare che in molti casi il coinvolgimento delle donne nella mobilitazione patriottica non avveniva attraverso le orga30 Quando, nel febbraio 1918, viene creato il “Commissariato per l’assistenza e la propaganda”, presieduto da U. Comandini associazioni di assistenza e di propaganda del “fronte interno” perdono gran parte della loro autonomia. Molte di queste associazioni sono inserite nel “Segretariati regionali delle Opere Federate” che sono alle dirette dipendenze del Commissariato. 31 Sul ruolo e sulla formazione delle infermiere in tempo di guerra: S. Bartoloni, Italiane alla guerra. L’assistenza ai feriti 1915-1918, Venezia, 2003. La prima scuola per assistenti sociali venne aperta a Milano durante la guerra da Sofia Ravasi e Paolina Tarugi, due insegnanti che collaboravano con l’“Unione Femminile”. La scuola aveva sede presso la “Società Umanitaria”. 32 A. Molinari, La buona signora, cit.; M. De Giorgio, Le italiane, cit.

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nizzazioni del “fronte interno” ma restava un fatto personale e privato. Sarebbe impossibile, ad esempio, quantificare il numero delle donne che attraverso la corrispondenza dava sostegno morale ai combattenti (“madrine di guerra” e “madri del soldato”)33. La partecipazione alle iniziative del “fronte interno” rappresentò, per non poche donne, la prosecuzione di un percorso politico che si era sviluppato all’interno delle associazioni femministe. Una conferma di questo viene dall’analisi della sterminata pubblicista prodotta sia durante sia dopo la guerra dalle associazioni di assistenza e di propaganda del “fronte interno”. Da questo tipo di documentazione si può rilevare che la maggior parte delle donne inserite con mansioni di responsabilità negli organismi della mobilitazione patriottica dei grandi centri urbani proveniva da associazioni e gruppi femministi. Tra le fondatrici del “Comitato centrale di assistenza per la guerra” di Milano, uno dei più importanti a livello nazionale, vi sono infatti esponenti autorevoli della più importante associazione del femminismo lombardo, l’“Unione Femminile”34; donne impegnate su posizioni emancipazioniste nel partito socialista35; esponenti del femminismo radicale e repubblicano; rappresentanti del “Consiglio nazionale delle donne italiane”, un’organizzazione radicata a livello nazionale e con un’impostazione politica liberal-democratica36; letterate ed intellettuali vicine ai movimenti delle donne. Sono le “menti” e le “voci” migliori del femminismo milanese le più impegnate nella mobilitazione patriottica: Ersilia Majno Bronzini, Linda Malnati37, Carlotta Clerici, fondatrici P. Baronchelli Grosson (Donna Paola), op. cit. M. Buttafoco, Vie per la cittadinanza. Associazionismo politico femminile in Lombardia tra 800 e 900, in A.Gigli Marchetti, Donna Lombarda, cit.; Le Mariuccine. Storia di un’istituzione laica. L’asilo Mariuccia, Milano, 1988; La filantropia come politica. Esperienze dell’emancipazionismo italiano nel Novecento, in L. Ferrante, M. Palazzi, G. Pomata, Ragnatele di rapporti. Patronage e reti di relazioni nella storia delle donne, Torino, 1988; Tra cittadinanza politica e cittadinanza sociale, cit. 35 F. Pieroni Bortolotti, Socialismo e questione femminile in Italia, cit. 36 F. Taricone L’associazionismo femminile in Italia durante il fascismo, cit.; B. Pisa, Venticinque anni di emancipazionismo femminile in Italia, in “Quaderni della FIAP”, 1996. 37 Su Ersilia Majno: A. Buttafuoco, Le Mariuccine, cit.; Su Linda Malnati: E. Scaramuzza, Linda Malnati, in L. Rossi, Cultura, istruzione e socialismo, Milano, 1991. 33 34

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dell’”Unione Femminile”; Margherita Sarfatti38 e Teresita Pasini (Alma Dolens) attive nella propaganda socialista e redattrici del periodico “La difesa delle lavoratrici”39; Sofia Bisi Albini, scrittrice e giornalista su posizioni emancipazioniste40; Paulina Tarugi, tra le fondatrici dell’associazione “Pro suffragio”; la repubblicana Luisa Ancona, Carla Lavelli, rappresentante milanese del “Consiglio nazionale delle donne italiane”. Anche a Roma, dove il femminismo organizzato non godeva di largo seguito, fu per iniziativa di esponenti del “Consiglio nazionale delle donne italiane” (Gabriella Spalletti) e di figure femminili inserite nei movimenti emancipazionisti, la repubblicana Adele Albani Tondi e la socialista Anna Maria Mozzoni41, che vennero costituiti i primi comitati di assistenza e propaganda. Sebbene nel corso della guerra emergano profondi contrasti all’interno dei gruppi che sono impegnati nella mobilitazione patriottica, soprattutto a Roma dove, anche per la forte personalità di Teresa Labriola42, il patriottismo femminile finirà per assumere posizioni di intransigente nazionalismo, resta il dato fondamentale che il primo conflitto mondiale interruppe in Italia la tradizione pacifista e antimilitarista del femminismo. Ma non fu solo questo a far assumere un particolare rilievo alla conversione “bellicista” delle femministe italiane. A differenza di quanto accadde in altri paesi, è il caso degli Stati Uniti e della Gran Bretagna43, dove il coinvolgimento nella mobilitazione patriottica di gran parte dei gruppi emancipazionisti provocò fratture

Sulla figura di Margherita Sarfatti, vedi cap. I di questo volume. F. Taricone, La difesa delle lavoratrici: laboratorio politico, in “Storia Contemporanea”, n.4, 1996. 40 R. Farina (a cura di), Dizionario biografico delle donne lombarde, Milano, 1995. 41 Su Anna Maria Mozzoni: C. Saraceno Dalla parte delle donne, Bari, 1971; R. Macrelli, L’indegna schiavitù A.M. Mozzoni e la lotta contro la prostituzione di stato, Roma, 1981. 42 F. Taricone, Teresa Labriola. Biografia politica di un’intellettuale tra Ottocento e Novecento, Milano, 1994. 43 A. Marwick, Women at War 1914-1918, London, 1977; G. Braybon, Women Workers in the First World War, London, 1981; G. Braybon, P. Summerfield, Out of the Cage: Women’s Experience in the two World Wars, London-New York, 1987; M. Randolph Higonnet, J. Jensons, S. Michel, M. Collins Weitz, Bihind the lines: Gender and Two World Wars , New Haven-London, 1987. 38 39

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e crisi tra le militanti femministe, in Italia fu proprio l’impegno a sostegno della guerra che fece assumere alle associazioni femministe il ruolo di un soggetto politico attivo nelle vicende del paese. La Grande Guerra rappresentò per un numero consistente di donne culturalmente emancipate l’opportunità di fornire una “prova” dell’importanza sociale delle specifiche attitudini femminili e di trasformare in “agire politico” attività considerate, fino ad allora, di tipo filantropico. Non è un caso che le donne più attive nel promuovere iniziative di tipo assistenziale e propagandistico non appartenessero in genere a gruppi emancipazionisti, ma provenissero da associazioni femminili che avevano operato in ambito sociale attraverso forme di “femminismo pratico”44.

Il femminismo in guerra Nel promuovere iniziative di assistenza e di sostegno morale alla popolazione e ai combattenti, le femministe non facevano che estendere a livello di massa una serie di attività che prima svolgevano a favore dei ceti sociali più deboli (assistenza all’infanzia abbandonata, protezione delle donne povere e sole, istruzione popolare, collocamento al lavoro, assistenza sanitaria e legale ai poveri)45. A beneficiare del loro impegno nella mobilitazione patriottica erano soprattutto le donne e questo rafforzava il legame di continuità tra la militanza politica del passato e quella del tempo di guerra. Gli ideali di filantropia politica che avevano caratterizzato, nel primo Novecento, il femminismo italiano si basavano su un’idea di “cittadinanza” che prevedeva l’assunzione da parte delle donne di una diretta responsabilità in quei settori della vita sociale che restavano privi di tutela da parte delle istituzioni. Le rivendicazioni dei diritti politici comportavano per le donne l’adesione a nuovi doveri. La guerra estende l’ambito dei doveri del femminismo e genera l’aspettativa del riconoscimento dei diritti. 44 45

A. Buttafuoco, La filantropia come politica, cit. A. Buttafuoco, Le Mariuccine; cit.; Cronache femminili, cit.

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Le dimensione di grande dramma collettivo del primo conflitto mondiale trasformerà in pietas il filantropismo politico delle donne e stenderà un velo di lutti sulle speranze di emancipazione politica del femminismo. Già nei primi anni di guerra si assiste al progressivo abbandono delle problematiche del femminismo da parte di molte associazioni. Al convegno della “Pro Suffragio”, dell’ottobre 191646, che era stato convocato per discutere sulla ripresa delle iniziative del femminismo al termine del conflitto, si levarono molte “voci”, soprattutto di donne radicali e repubblicane, per chiedere la sospensione di ogni iniziativa di rivendicazione politica in tempo di guerra. Il timore della “morte della patria” farà apparire, soprattutto dopo Caporetto, improponibile ogni rivendicazione politica delle donne. Anche le associazioni che non avevano rinunciato a mantenere vivo il dibattito sulle “libertà politiche” delle donne, sono coinvolte nel clima di allarmismo e di isteria nazionalista che segue la disfatta dell’esercito italiano. Nella manifestazione indetta a Milano dall’Unione Femminile, il 27 dicembre 1917, vengono formulate richieste per la soppressione dei giornali “disfattisti”, si incita alla denuncia dei traditori e degli “imboscati”, si chiede l’espulsione dei cittadini tedeschi. Il richiamo alla mobilitazione patriottica assume qui, come in altre manifestazioni organizzate dalle associazioni femministe a Roma e nelle grandi città del Nord, il carattere di un dovere cui nessuno può sottrarsi. Prima di Caporetto si faceva appello alle donne perché si impegnassero con attività di maternage a lenire le sofferenze e i drammi della guerra, ora si chiede loro di organizzarsi per la difesa della patria. L’etica del dovere e del sacrificio deve trasformarsi in un programma di azione politica rivolto prevalentemente contro il “nemico interno” (socialisti, “disfattisti”). A Roma, dove la componente dell’interventismo nazionalista era particolarmente forte, si formano tre nuove associazioni: le “Armate fermminili”, fondate da Elma Vercelloni, solcial-riformista che aderirà poi all’Unione socialista italiana47, la “Lega patriottica femminile” che ha come figura centrale Teresa Labriola; il “Fascio nazionale Femminile” che raccoglie molte aderenti al “Consiglio nazionale delle 46 47

S. Bartoloni, L’associazionismo femminile, cit. F. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, Torino, Einaudi, 1965.

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donne Italiane”. L’impegno maggiore delle nuove associazioni è quello della lotta contro il “disfattismo” e la propaganda antitedesca. Nelle intenzioni delle promotrici, l’impegno femminile contro la guerra doveva assumere il carattere e le forme di una vera e propria militanza patriottica. Non a caso l’associazione fondata dalla Vercelloni, proponeva la coscrizione obbligatoria per le «donne valide”. L’idea che la mobilitazione patriottica delle donne potesse assumere carattere obbligatorio non era nuova. Già nel 1914 il “Consiglio nazionale delle donne italiane” aveva elaborato un progetto che prevedeva, per le donne giovani e nubili, la trasformazione del volontariato femminile in un servizio obbligatorio della durata di un anno48. Negli anni seguenti la questione fu dibattuta all’interno delle diverse associazioni femministe anche sulla base delle esperienze di mobilitazione “armata” fatte in altri paesi49. Sebbene la coscrizione femminile apparisse una forma di mobilitazione difficilmente praticabile, a parere degli stessi gruppi l’avevano proposta, il fatto che tale argomento torni di attualità all’indomani di Caporetto, appare un segnale del progressivo allineamento delle associazioni femministe con le frange più estremiste dell’interventismo. A Roma, come a Milano, molte figure di rilievo del femminismo privilegiano le attività di propaganda a quelle di assistenza e aderiscono a associazioni che propongono e praticano forme di nazionalismo autoritarie e xenofobe. Tra le maggiori sostenitrici della “Lega di azione antitedesca”50, un’associazione che teorizzava l’inferiorità biologica del nemico e si batteva per l’internamento dei sudditi tedeschi, Per la proposta del “Consiglio Nazionale delle donne itliane”: “La Nostra Rivista”, 1, 1914. Fu soprattutto in Gran Bretagna che alcune organizzazioni femminili si organizzarono militarmente per svolgere funzioni di controllo e di vigilanza (Voluntary Aid Detachments, Women‘s Convoy Corps). Su questo specifico aspetto della mobilitazione femminile in Gran Bretagna: J. Gould Women’s Military Service in the First World War, in M. Randolph Higonnet, J. Jensons, S. Michel, M. Collins Weitz, Bihind the lines: Gender end Two World Wars, New Haven-London, 1987; S. Ouditt, Fighting Forces, Writing Women: Identity and Ideology in the First World War, cit. 50 La “Lega antitedesca” venne fondata nel 1917 da Luigi Maria Bossi, un accademico genovese della medicina. Sulla figura di Bossi: A. Molinari, Medicina sociale e medici socialisti: il caso genovese, in “Ventesimo Secolo”, n. 14 – 14, 1995: Medicina e sanità a Genova nel primo Novecento, Milano, 1996. 48

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vi sono, oltre a Teresa Labriola, donne che vengono da esperienze di “femminismo pratico”, come Beatrice Sacchi, Anna Franchi, Teresita Pasini51. L’appello alla mobilitazione contro il “nemico interno” venne raccolto con entusiasmo da tutte le maggiori organizzazioni femministe ed emancipazioniste. Al “Convegno nazionale di azione antitedesca” che si tenne a Roma nel maggio 1918 aderirono l’Unione Femminile”, Il “Consiglio Nazionale delle Donne Italiane “, la “Pro Suffragio”, l’associazione “Per la Donna”. Promosso dalla “Lega antitedesca” il convegno era stato organizzato per sollecitare il governo ad un maggior impegno nella lotta contro il “nemico interno”. Nelle fasi conclusive del conflitto la maggior parte delle associazioni del femminismo patriottico si impegnarono in un’azione di proselitismo finalizzata a rinsaldare i valori e i “vincoli” sui quali si reggeva la comunità in guerra. Esemplare, a questo proposito, l’attività svolta da alcune associazioni sorte nell’ultimo anno di guerra e che ebbero uno sviluppo a livello nazionale: la “Lega patriottica” di Teresa Labriola, “L’associazione delle madri italiane” di Elvira Cimino, la “Lega delle seminatrici di coraggio” di Sofia Bisi Albini, la “Lega contro il lusso”, della quale facevano parte rappresentanti della “Pro suffragio” e intellettuali emancipazioniste come Anna Franchi52. Sebbene operassero in piena autonomia, queste associazioni si prefiggevano gli stessi obiettivi. Il loro compito era di contribuire, attraverso un’opera di capillare propaganda, a diffondere i programmi e le iniziative dell’interventismo nazionalista. Non tutto il femminismo italiano seguì questo percorso. Ma occorre osservare che le “voci” che dissentirono furono poche53, quelle che rimasero in silenzio molte, quelle che si levarono a sostegno della nazione furono numerose e convinte. Una schiera di donne provenienti per la maggior parte dalla piccola borghesia intellettuale (maestre, insegnanti, impiegate) si trasformano da patriote in “propagandiste”. Molte tennero comizi insieme ai mutilati e agli “eroi di guerra” nei quartieri operai e nelle fabbriche, suscitando spesso reazioni di ostilità R. Farina, op. cit. Sulla figura di Anna Franchi vedi cap. I di questo volume.. 53 F. Andreucci, T. Detti (a cura di), Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, Roma, 1975-78. 51 52

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o di dileggio. Alcune fecero opera di delazione e assunsero la funzione di censori della moralità pubblica54. L’attività di “propagandista” esalta il ruolo pubblico delle donne, ma al tempo stesso lo colloca in un universo simbolico tipicamente maschile. Le parole e i gesti delle donne diventano simili a quelli degli uomini. Non a caso tra i “nemici interni” contro i quali è diretta l’azione delle “propagandiste” ci sono anche le donne. O, meglio, un’immagine del femminile considerata, in tempo di guerra, pericolosa e immorale. Quella della donna sentimentale, debole, frivola, sensuale. Si legge, ad esempio, in un manifesto fatto stampare nel marzo 1918, dal “Gruppo femminile di propaganda” di Milano: “Vergogna alle donne di tutte le classi che con leggerezza spaventosa sprecano in quest’ora sacra il denaro nelle cose futili, trascinate dalla vanità e dagli istinti più abbietti. Maledetta la donna che dimentica il dolore della patria in pericolo e nel lusso, nei piaceri, nei bagordi, nel trivio, nell’egoismo più ignobile trascorre queste ore di angoscia”55. Accade spesso che le organizzazioni del femminismo patriottico sollecitino l’intervento delle autorità per moralizzare i costumi delle donne. Nell’agosto 1918, Giulia Simoncini, fondatrice a Genova delle “Armate femminili”, scrive prima al sindaco, poi al prefetto, per denunciare il comportamento licenzioso tenuto da molte donne della città. A suo pare la situazione è di estrema gravità: “Torme di donne e purtroppo anche di giovani la domenica nelle vie più centrali e più popolari e lungo le spiagge marine danno miserando spettacolo di lusso e di leggerezza mostrandosi in atteggiamento provocante con borghesi e con militari italiani e alleati”56. Per porre fine a questo stato di cose, la Simoncini, dopo aver invitato il prefetto a esercitare maggior sorveglianza sugli spettacoli cinematrografici e teatrali, offre l’aiuto della sua organizzazione “La mobilitazione femminile è pronta a coadiuvare l’autorità e si mette a completa disposizione della S.V. E

54 G. Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, Roma, 1999. 55 Museo storico del Risorgimento italiano di Milano, Archivio della guerra, f. 440, Carte Luisa Silva Candiani. 56 Archivio di Stato di Genova, Prefettura di Genova, Archivio Gabinetto, f. 306, Atti repressione e spionaggio durante la guerra (1915-1918).

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sarà tanto di guadagnato per la moralità, per l’economia, per la forza del nostro amato paese”. Nel subordinare gli interessi delle donne a quelli della guerra il femminismo non solo perde ogni margine di autonomia politica ma contribuisce a rafforzare il processo di “decostruzione” dell’identità femminile messo in atto dalla guerra. Apparentemente la guerra sembrava aver rafforzato l’identità femminile. Non solo perché aveva indebolito quella maschile, devastata dall’esperienza della morte di massa e della vita di trincea57. Ma, soprattutto, perché attraverso il riconoscimento dell’accesso delle donne alla sfera pubblica aveva fornito una rappresentazione del femminile come identità comprensiva di entrambi i generi. Le donne potevano essere madri e al tempo stesso svolgere occupazioni e ruoli maschili: sia nella vita pubblica sia in quella privata. Si trattava però di un’immagine effimera ed artificiosa dell’identità femminile. La guerra aveva frantumato le identità di entrambi i generi, ma non per questo aveva rafforzato l’identità femminile rispetto a quella maschile. Piuttosto aveva sottoposto uomini e donne ad un processo di disumanizzazione perché ne aveva fatto dei “corpi in guerra”58. Sia sul piano reale sia su quello simbolico è del corpo delle donne che la guerra ha bisogno: per rassicurare i combattenti che esiste ancora un “mondo” dove è possibile realizzare un incontro tra sessi; per provvedere alle esigenze economiche e sociali del paese, ma, soprattutto, per accelerare l’integrazione di entrambi i generi nel “corpo” della nazione.

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E. Lead, Terra di nessuno. Esperienza di guerra e identità personale, Bari, 1972; A. Gibelli,

L’Officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Torino, 1989. 58 E. Scarry, La sofferenza del corpo. La distruzione e la costruzione del mondo, Bologna, 1990.

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III. Rapporti coniugali in un epistolario popolare di guerra

Marthe: un amore di guerra Nel presentare, circa vent’anni fa’, la sua traduzione del libro di Raymond Radiguet, Le diable au corps, Francesca Sanvitale scriveva a proposito dell’interesse che il romanzo aveva suscitato nel secondo dopoguerra: “Il fatto che rendeva amato di nuovo Il diavolo in corpo era la coincidenza di una guerra che puniva l’amore e la giovinezza ; di un dopoguerra ; di impulsi ciechi e vitali, non controllabili, che chiedevano di venire a galla e di essere vissuti”1. Nel romanzo si narra, com’è noto, la storia d’amore che nasce nel corso della prima guerra mondiale tra la giovane moglie di un combattente e un ragazzo appena sedicenne. Un amore proibito e scandaloso, che non poteva che finire tragicamente. Marthe, la protagonista, morirà infatti nei giorni immediatamente successivi alla conclusione della guerra. L’opera venne scritta tra il 1921 e il 1922 e pubblicata nel 1923. Sebbene l’intento dell’autore fosse quello di raccontare l’eccezionalità di un’esperienza sentimentale e non di manifestare dissenso alla guerra, il romanzo è stato letto e interpretato, ancora in tempi recenti, come una testimonianza di estraneità alla guerra e alla cultura patriottica2. La forza della passione amorosa che lega i protagonisti è tale da vincere la violenza e la brutalità della guerra. Scritto nella forma del diario intimo, il romanzo pone in primo piano l’autore/narratore e, inevitabilmente, lascia sullo sfondo la figura di Marthe, la protagonista della storia. La donna che, per amore di un adolescente, è disposta a mettere in gioco tutto, anche la vita. Il destino di Marthe, più che dell’amore sembra, però, deciso della guerra. È infatti la sospensione delle regole della quotidianità provocata dal F. Sanvitale, Racconto di un traduttore d’occasione, postfazione a R. Radiguet, Il diavolo in corpo, Torino, 1989, p. 140. 2 Il film che nel 1947 Claude Autan-Lara trasse dal libro ne esaltò il messaggio antimilitarista. 1

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conflitto a determinare lo svolgersi degli eventi e a portarli alle estreme conseguenze. La guerra consente a Marthe di godere di spazi di libertà personale del tutto inconsueti, all’epoca, per una donna sposata; al tempo stesso, però, fa assumere ai suoi comportamenti un valore di trasgressione che va ben oltre la violazione di codici morali. Il comportamento di Marthe è considerato un atto di diserzione dalla guerra: la moglie che tradisce un combattente viene meno al suo dovere di fedeltà alla patria. La figura di Marthe sembra riflettere , seppure in modo estremo, le ambiguità e le contraddizioni che la guerra provoca nel rapporto tra i sessi. Poiché favorisce processi di emancipazione delle donne nella sfera pubblica – è la prima occasione per un incontro delle donne con le istituzioni e con lo stato, con universi lavorativi tipicamente maschili, spesso con i fenomeni dell’urbanesimo – la guerra è un evento che crea le condizioni perché si verifichi una crisi nelle gerarchie di genere. Al tempo stesso, però, la guerra aumenta la subalternità delle donne al genere maschile. I nuovi ruoli e le nuove mansioni svolte dalle donne sono determinati dalle esigenze della comunità maschile in guerra. Questo non significa che non si aprano spazi per un agire autonomo delle donne, che i rapporti di potere tra i sessi restino stabili, ma è la guerra a condizionare i modi e i tempi sia dei ruoli femminili sia delle dinamiche del rapporto tra i sessi. In che modo, attraverso quali comportamenti privati e pubblici, le donne gestiscano i nuovi ruoli che si trovano a vivere in tempo di guerra, è un campo d’indagine ancora largamente inesplorato, soprattutto in Italia3. Sebbene esistano contributi che evidenziano l’importanza della guerra nel favorire l’accesso e la visibilità delle donne nella dimensione pubblica, anche per lo sviluppo che in anni recenti ha avuto in Italia la storia delle donne, allo stato attuale degli studi appare ancora poco indagato il complesso delle esperienze che vissero le donne in tempo di guerra. Gli studi più recenti hanno focalizzato l’attenzione su aspetti della mobilitazione patriottica delle donne. Sono stati seguiti alcuni percor3

Su queste tematiche vedi i primi due capitoli del volume.

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si di associazioni politiche femminili e femministe nel passaggio dal pacifismo alla mobilitazione patriottica, è stato approfondito il rapporto con la guerra di élite femminili del mondo della cultura4, è stata analizzata l’attività svolta nel settore dell’assistenza sanitaria da donne dei ceti aristocratici e alto borghesi (infermiere di guerra)5. Una storia di élite femminili, soprattutto dei ceti urbani intellettuali, che, meriterebbe, però, maggior approfondimenti. Sia per valutare le dimensioni e le caratteristiche assunte dalle attività di assistenza e di propaganda svolte da queste donne, sia per cogliere la specificità del contributo femminile alla mobilitazione patriottica. Della vasta e articolata rete di associazioni, prevalentemente femminili, impegnate in iniziative assistenziali di ogni tipo, non si hanno che pochi cenni negli studi esistenti e qualche indagine a livello locale6. Le fonti disponibili7 lasciano supporre che la rete di comitati e associazioni promosse da donne fu vasta, in genere efficiente ed interessò l’intero paese. Persino nei piccoli comuni del Sud d’Italia esisteva un comitato cittadino di donne che spedivano pacchi di indumenti ai combattenti o una sezione del gruppo femminile delle “Seminatrici di coraggio”8. Impegnate nei diversi campi dell’assistenza ai combattenti e alle loro famiglie, le donne dei ceti urbani borghesi e aristocratici sembrano colmare con le loro “iniziative benefiche” il vuoto lasciato dallo stato e dalle istituzioni nel fornire servizi nel settore dell’assistenza. Non si sa quanto diffusa fosse tra le donne impegnate in queste attività di assistenza la consapevolezza di svolgere un ruolo sostiTra gli studi più recenti: P. Gabrielli (a cura di), Vivere da protagoniste. Donne tra politica, cultura e controllo sociale, Roma, 2001; L. Guidi, Vivere in guerra. percorsi biografici e ruoli di genere tra Risorgimento e primo conflitto mondiale, Napoli, 2007. 5 S. Bartoloni, Italiane alla guerra. L’assistenza ai feriti 1915-1918, Venezia, 2003. 6 P. Baronchelli Grosson (Donna Paola), La donna della Nuova Italia. Documenti del contributo femminile alla guerra (maggio 1915-maggio 1917), Milano, 1917; A. Fava, Assistenza e propaganda nel regime di guerra, in M. Isnenghi (a cura di), Operai e contadini nella Grande Guerra, Bologna, 1982; A. Molinari, La buona signora e i poveri soldati. Lettere ad una madrina di guerra, Torino, 1998. 7 Materiali di grande interesse sono conservati presso il Museo del Risorgimento di Milano in “Archivio storico della guerra”. 8 Sulla “Lega Nazionale delle Seminatrici di coraggio” vedi cap. I del volume. 4

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tutivo della stato. Resta, però, il fatto che nel corso della guerra le tradizionali attività filantropiche delle donne dei ceti alto borghesi e aristocratici assunsero il carattere di un impegno sociale a sostegno della nazione in guerra. La priorità data agli aspetti pubblici della vita delle donne durante la guerra ha di fatto escluso dall’indagine storica l’esperienza della maggior parte delle donne: le donne dei ceti popolari. Con l’eccezione di alcuni studi sui cambiamenti provocati dalla guerra nelle dinamiche sessuali del mercato del lavoro9 e di altri sul ruolo svolto dalle donne nelle manifestazioni popolari contro la guerra10, ben poche sono le informazioni di cui si dispone sull’esperienza di guerra delle donne dei ceti subalterni. In particolare delle donne contadine. Quelle che, più di altre, ebbero la vita “invasa” dalla guerra. Non solo perché la guerra allontanò gran parte degli uomini dalle campagne, ma perché “invase” mondi dove più rigide erano le gerarchie patriarcali e più stabili i ruoli tra i sessi. La guerra rappresentò per tutte le donne una possibilità in più per “uscire”11 dalle mura domestiche e, anche se è difficile valutarne gli esiti, permise alle donne contadine di vivere esperienze nuove e inusuali. Un’occasione che per molte fu probabilmente una fatica e una responsabilità inattesa, ma che modificò abitudini e comportamenti In contesti sociali e culturali dove l’inferiorità del genere femminile appare come un dato naturale, vivere da “donne sole” è, per le donne contadine, un’esperienza del tutto nuova ed eccezionale. Difficile supporre che questi cambiamenti nelle vita delle donne contadine non abbiano inciso nei rapporti tra i sessi e nelle gerarchie di genere. Una dimensione dell’esperienza di guerra delle donne che solo fonti “del privato” possono documentare. Di fondamentale importanza per procedere in questa direzione di ricerca è l’epistolografia popolare di guerra. La quantità enorme di let-

B. Curli, Italiane al lavoro 1914-1920, Venezia, 1998; A. Molinari, Le lettere al “padrone”. Lavoro e culture all’Ansaldo nel primo Novecento, Milano, 2000. 10 G. Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella grande guerra, Roma, 1999. 11 M. Thebaud, La grande guerra: età della donna o trionfo della differenza di Genere? in G. Duby, M. Perrot (a cura di), Storia delle donne. Il Novecento, Roma-Bari, 1992. 9

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tere che durante la guerra i “fanti contadini” scambiarono con i familiari, rappresenta, oltre che una fonte essenziale per la storia dell’esperienza di guerra dei ceti popolari, un “deposito” a cui attingere per trovare frammenti di vissuti privati e intimi. Una fonte usata spesso per documentare le esperienze di guerra degli uomini12, raramente per indagare il vissuto di guerra delle donne. L’interesse che settori della ricerca storica hanno rivolto negli ultimi anni allo studio e alla valorizzazione dell’epistolografia popolare di guerra, hanno reso disponibile un materiale che apre spiragli importanti per avvicinare aspetti del privato delle famiglie contadine e del rapporto tra i sessi.

Scrivere per vivere e far vivere Nel corso del primo conflitto mondiale la corrispondenza privata assume un ruolo decisivo per garantire la sopravvivenza sia di chi è al fronte sia di chi resta a casa. La pratica della scrittura appartiene a pieno titolo a quella che Eric Leed ha definito “l’esperienza di guerra”13, cioè alla particolare condizione di sospensione delle regole del vissuto quotidiano sia dei combattenti sia dei civili. Tra le conseguenze di quello che può essere considerato il primo evento traumatico di massa del Novecento, vi fu anche una massiccia diffusione della pratica della scrittura tra gli “illetterati”. La guerra fu infatti un formidabile “agente” di scrittura e svolse un ruolo determinante nel favorire i processi di alfabetizzazione dei ceti subalterni. Sono ormai molti gli studi che hanno documentato le dimensioni qualitative e quantitative dall’epistolografia popolare della Grande Guerra14. Va però rilevato che , nell’ambito della storiografia italiana, Per un panorama degli studi esistenti: F. Caffarena, Lettere dalla Grande Guerra. Scritture del quotidiano, monumenti della memoria, fonti per la storia. Il caso italiano, Milano, 2005. 13 E. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Il Mulino, Bologna, 1985. 14 F. Croci, Scrivere per non morire. Lettere dalla Grande Guerra del soldato bresciano Francesco Ferrari. Genova , 1992; C. Costantini, Un contabile alla guerra. Dall’epistolario del sergente di artiglieria Ottone Costantini (1915-1918); Torino, 1992; A. Gibelli, L’officina della guerra, 12

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si è fatto ricorso a questa tipologia di fonti quasi esclusivamente per approfondire aspetti di storia della mentalità e del vissuto di guerra dei combattenti. Tra i due poli della corrispondenza, il fronte di guerra e la società civile, è stato privilegiato il primo. Non solo per ragioni legate alle modalità di conservazione della fonte – negli archivi familiari sono conservate prevalentemente le lettere inviate dai soldati – ma, soprattutto, per l’attenzione che è stata rivolta negli ultimi vent’anni all’esperienza di guerra dei “fanti contadini”. Le fonti scritte “popolari”, si presentano come un complesso documentario importante per una storia sociale della guerra nella complessità e varietà dei suoi aspetti. Soprattutto per quanto riguarda una storia culturale del mondo contadino che, proprio attraverso l’epistolografia di guerra, accede alla pratica della comunicazione scritta. Come osservava, già nel 1983, E. Galli Della Loggia: “Il carattere essenziale della Grande Guerra risiedette nel suo essere in modo precipuo la frattura di una continuità, la distruzione di un cosmo e di tutte le chiavi rappresentative e simboliche che a quel cosmo si connettevano”15. L’evento guerra ridefinisce spazi e tempi del mondo contadino, in primo luogo i tempi della vita e della morte, poi quelli della procreazione, dell’amore, della socialità, del lavoro. Porta nelle campagne nuovi “sguardi sul mondo”, nuove esperienze, nuovi soggetti. Il massiccio ricorso alla scrittura da parte di soggetti appena alfabetizzati, è parte integrante di quel processo di forte innovazione culturale e di mentalità che attraversa la società rurale in tempo di guerra. In Italia la Grande Guerra fu un “agente” di scrittura per tutto il mondo contadino, non solo per chi si trovava al fronte. Come già si era verificato in conseguenza dei fenomeni migratori transoceanici di fine Ottocento16, durante la guerra un popolo di “illetterati”, tra i quali Torino, 1998; ID, La grande guerra degli italiani, Milano, 1998; A. Molinari, La buona signora e i poveri soldati. cit.; Il contributo più importante nel campo dell’epistolografia popolare di guerra è venuto da gruppo di studiosi di Rovereto e dalla loro rivista “Materiali di lavoro”. 15 E. Galli della Loggia, Politica e integrazione mitico-simbolica, in “Il Mulino”, 1983. 16 E. Franzina, Merica! Merica! Emigrazione e colonizzazione nelle lettere dei contadini veneti in America Latina (1876-1902), , Milano, 1979; A. Gibelli, La risorsa America, in La liguria. Storia d’Italia. Le regioni dall’unità ad oggi, Torino, 1994.

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molte donne e anziani, apprese la pratica della scrittura. Ciò che resta dell’enorme flusso di corrispondenza che si stabilì tra il fronte e le campagne, fornisce “materiali” importanti per un’antropologia del mondo contadino in una fase decisiva di transizione verso la “modernità”. La natura privata della fonte ne esalta poi le potenzialità e il valore euristico. La scarsa familiarità con la pratica della comunicazione scritta, limita le manifestazioni di soggettività individuale ma non impedisce agli scriventi di esprimere “frammenti” di vissuto personale, a volte anche intimo. La corrispondenza ha la funzione essenziale di mantenere tra gli scriventi una continuità di relazioni e di sentimenti che la guerra ha bruscamente interrotto. Il polo privilegiato della corrispondenza di guerra sono le donne. È a loro che è affidato il compito di fornire conferme ai soldati sulla stabilità dei ruoli sessuali e delle gerarchie familiari17. La lettera ha spesso proprio questa funzione. Non è però sempre facile per le donne essere all’altezza dell’impegno che viene loro richiesto. In primo luogo perché la guerra genera dolore, miseria, morte. Trovare le parole per rimuovere la “luttuosità” dell’evento è un’impresa ardua, soprattutto per chi ha poca familiarità con la scrittura. Inoltre le spose e le madri che corrispondono con i soldati vivono esperienze che ridefiniscono la loro quotidianità e, spesso, anche la loro visione del mondo. La guerra non modifica solo il vissuto dei combattenti, ma anche quello delle loro famiglie. In particolare, l’esistenza delle donne che si trovano al centro, spesso senza esserne consapevoli, di un processo di transizione verso la “modernità” accelerato dall’evento bellico. Non è facile stabilire fino a che punto i nuovi spazi di “visibilità” che le donne sperimentano in quel periodo abbiano rappresentato un episodio circoscritto del loro vissuto oppure abbiano inciso sulle loro scelte future. L’epistolografia popolare di guerra è certamente una fonte importante per avviare un “discorso” che verifichi la valenza del primo conflitto mondiale nel ridefinire sia sul piano reale sia su quello simbolico il rapporto tra i sessi. 17 R. Dondeynaz, Selma e Guerrino. Un epistolario amoroso, Torino, 1992; A. Molinari, La buona signora e i poveri soldati, cit.

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Tommaso e Francesca Tra i molti epistolari contadini della Grande guerra conservati nell’Archivio Ligure della scrittura popolare18, si è scelto di prendere in esame quello di una famiglia contadina della bassa Langa: la famiglia Bussi, di Vesime, in provincia di Asti. I Bussi appartengono a quel vasto ceto di piccoli proprietari fittavoli, tipico di delle zone di confine tra il Piemonte e la Liguria. Quel poco di terra di cui dispongono è di proprietà della famiglia di Tommaso. L’epistolario ha dimensioni notevoli ed è “bipolare”, sono state infatti recuperate sia le lettere dei mittenti sia quelle dei destinatari. Si tratta di sessantasette lettere, la maggior parte delle quali scritte da Tommaso Bussi e dalla moglie Francesca Roveta. Altri scriventi sono i genitori di Tommaso e parenti e amici dei coniugi Bussi. L’epistolario copre un arco cronologico che va dal marzo 1916 all’aprile 1918. Sia Francesca che Tommaso hanno un livello di istruzione molto basso. Anche se non è stato possibile appurarlo, è probabile che entrambi abbiamo frequentato le prime classi della scuola elementare . Quel che è certo che non sono soggetti in grado di praticare abitualmente la scrittura. Le lettere dei coniugi Bussi appaiono un esempio “classico” dell’epistolografia popolare della Grande Guerra. Vi si ritrovano infatti gran parte dei temi e dei codici di comunicazione che caratterizzano la corrispondenza privata dei ceti subalterni in guerra Tommaso Bussi è chiamato alle armi nel marzo 1916. Ha ventotto anni ed è sposato da sei anni con Francesca Roveda. Ha un figlio, Giuseppe che all’epoca ha quattro anni. Francesca è un po’ più giovane di Tommaso, ha ventiquattro anni, ed è orfana di entrambi i genitori. In guerra sono anche amici e parenti dei coniugi Bussi: in tutto dieci persone. Tra queste il fratello maggiore di Tommaso, Virgilio, e due cugini di Francesca. La struttura linguistica e testuale delle lettere è quella tipica dell’epistolografia popolare del primo Novecento. Per superare le difficoltà di una comunicazione scritta che non rientra nelle pratiche consuetudi-

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Per le attività dell’Archivio ligure della scrittura popolare: F. Caffarena, op. cit.

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narie, gli scriventi utilizzano i modelli di scrittura delle culture “alte”, in particolare quelli della lettera privata “di saluto”. L’incipit delle lettere di Tommaso alla moglie è codificato da espressioni come la seguente: “Cara moglie riscontro alla tua lettera la quale mi ha fatto piacere sentire tue notizie come pure possi dire di me”19. Le formule stereotipate di apertura e di chiusura della lettera documentano la fatica dell’approccio degli “illetterati” alla pratica della scrittura. Al tempo stesso, però, è proprio attraverso l’imitazione dei modelli di scrittura dei ceti dominanti che i ceti popolari riescono a superare le barriere imposte alla comunicazione dalla subalternità sociale e culturale. Una volta esaurite le formalità considerate indispensabili per accedere alla comunicazione scritta, gli autori delle lettere abbandono il linguaggio stereotipato delle scritture “alte” e si esprimono con maggiore autonomia linguistica. Nella parte centrale delle lettere sono forti i residui della comunicazione orale e la capacità di espressione è affidata a una coiné linguistica dove il dialetto si fonde e si contamina con espressioni provenienti dai diversi “agenti” di acculturazione che appartengono all’esperienza di vita degli scriventi. La lettera diventa così un terreno di incontro di “saperi” manuali e intellettuali, di culture “alte” e di culture “basse”. La scrittura riflette il ruolo di acculturazione svolto da “agenti” diversi sia pubblici sia privati. Può riprendere le formule burocratiche apprese dai subalterni nel rapporto con l’autorità statale, o quelle di tipo devozionale mediate dalle pratiche religiose, a volte quelle patriottiche della propaganda di guerra20. Un peso determinante ha nell’epistolografia popolare di guerra la trasposizione in forma scritta di espressioni tipiche del linguaggio orale. Ed Lettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 23/9/1916. G. Sanga, Lettere di soldati e formazione dell’italiano popolare, in S. Fontana, M. Pieretti (a cura di), La Grande Guerra. Operai e contadini lombardi nel primo conflitto mondiale, Milano, 1980; E. Franzina, L’epistolografia popolare e i suoi usi, in “Materiali di lavoro”, n. 1-2, 1987; F. Foresti, Era come a mietere. Testimonianze orali e scritte di soldati sulla Grande Guerra, Bologna, 1992. Sui rapporti tra oralità e scrittura nella cultura dei ceti subalterni: F. Fouret, J. Ozouf, Lire et écrire. L’alphabétisation des Français de Calvin a Jules Ferry, Paris, 1977; 2 voll.; W. ONG, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Bologna, 1986; H. J. Graff, Storia dell’alfabetizzazione in Occidente, Bologna, 1989; A. Bartoli Langeli, La scrittura dell’Italiano, Bologna, 2000.

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è proprio la necessità , imposta dalla guerra, di adeguare alla pratica della scrittura i codici di comunicazione dell’oralità ad accelerare i processi di alfabetizzazione degli “illetterati”. L’analisi socio-linguistica dell’epistolario Bussi fornisce conferme alle osservazioni che già nei primi anni Venti aveva fatto Leo Spitzer21 a proposito della scrittura di guerra degli “illerati” e evidenzia l’importanza di fonti di questo tipo per indagini sulla cultura delle classi subaltene tra Ottocento e Novecento. I motivi di interesse di questo epistolario vanno, però, ben oltre le problematiche relative al rapporto degli “illetterati” con la scrittura. Lo scambio epistolare tra Tommaso Bussi e la moglie pone in campo una serie di questioni relative al ruolo svolto dal conflitto nel ridefinire i rapporti tra i sessi e le relazioni coniugali. Una prima impressione che si ricava dalla lettura dell’epistolario e che la guerra faccia acquisire una maggior intimità ai rapporti coniugali. Già l’incipit delle lettere rivela la necessità che hanno gli scriventi di rassicurarsi vicendevolmente sulla stabilità e sull’intensità del loro legame sentimentale. In quasi tutte le lettere Tommaso si rivolge alla moglie con espressioni che rivelano un forte coinvolgimento affettivo: “Cara per sempre mia moglie”, “Carissima mia cara moglie”, “Mia amata e cara moglie”. A sua volta Francesca scrive: “Mio adorato marito”, “Caro e mai così amato marito”. La necessità di comunicare attraverso la scrittura sembra poi provocare, nel caso di questi scriventi, un cambiamento delle gerarchie dei ruoli coniugali. Tra i due scriventi è Francesca che ha maggior capacità di scrittura. Tommaso viene perciò a trovarsi in una situazione di subalternità culturale nei confronti della moglie e non nasconde il proprio disagio. Scrive in una delle prime lettere: “Ho mia cara farei altra vita che scriverti ma tu sai che io non sapevo fare ne anche una lettera prima di partire e che mi dicevi sempre caro quando sarai lontano da me tu non mi scrivi”22. A complicare il rapporto di Tommaso con la scrittura contribuisce la difficoltà che egli incontra nell’adattarsi ai meccanismi che regolano la posta militare. Francesca si lamenta 21 22

L. Spitzer, Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918, Torino, 1976. Lettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 21/5/1916.

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spesso per il ritardo con cui Tommaso risponde alle sue lettere: “Perche dimmi quale è il motivo perche non puoi scrivermi. Non pretendo mica delle lettere solo delle cartoline io mi contento”23. Con imbarazzo Tommaso confessa, in più di un’occasione, la sua “impotenza” nell’orientarsi nelle burocrazia della posta militare: “Mi fai dispiacere a sentire che etanto tempo che non sai più mie notizie io non posso capire a dove vanno a finire le mie lettere io da qui scrivo tuti i giorni e tu mi mandi a dire che è molto tempo che non sai più mie notizie io non so più cosa fare”24. L’angoscia di Tommaso per le lettere che non arrivano e l’irritazione di Francesca per la mancanza di notizie del marito, attestano in modo efficace la valenza che la comunicazione epistolare assume in tempo di guerra. Soprattutto per chi, come Tommaso, si trova in difficoltà nel mantenere aperto, attraverso le lettere, un canale di comunicazione con gli affetti lontani. In quasi tutte le lettere che scrive a Francesca, egli manifesta in modo ossessivo la sua “fame di notizie”. Ricorrenti sono infatti nelle sue lettere espressioni del tipo: “Ti raccomando scrivi”, “Scrivi prima che puoi”, “Come mai non mi ai scrito prima”. La funzione terapeutica che svolge la corrispondenza per chi è rimasto a casa e vive aggrappato alla speranza di trovare nella lettera una conferma che un familiare o un parente è ancora in vita, è espressa in modo esemplare da Francesca in una lettera del gennaio 1917: “Son le tue lettere che mi fano guarire non le medicine”25. È il contatto diretto e indiretto con l’esperienza della morte di massa che ridefinisce in senso più intimo la natura dei rapporti coniugali. Di questo spostamento delle relazioni tra i sessi, restano tracce nell’epistolario. Scrive ad esempio Francesca: “Caro sesapessi che dispiacere che tenco nel cuore mio a essere lontana da te. Pensa che è brutto vivere e essere lontana da Te, io ti penso giorno e notte e farei qualunque sacrificio per te e pure non posso fare nulla per poter essere di nuovo in tua compagnia”26. Lettera di Francesca Roveta al marito, Vesime, 3/4/1916. Lettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 11/8/1916. 25 Lettera di Francesca Roveta al marito, Vesime, 11/12/1916. 26 Lettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 3/9/1916. 23 24

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Sebbene incontrino non poche difficoltà a comunicare con la scrittura , Tommaso e Francesca riescono a trasmettere l’intensità dei loro sentimenti. Lo fanno spesso utilizzando una terminologia essenziale e ripetitiva, ma non per questo meno efficace. I termini “caro” e “cara”, sia come aggettivi che come sostantivi, compaiono quasi in ogni frase. Si legge, ad esempio, in una lettera di Tommaso: “Carissima mia amata con molto piacere oricevuto la tua cara lettera che mi è caro sentire le tue care notizie e credimi mia cara che ti penso sempre”27. Il trauma dell’esperienza di guerra esalta per entrambi gli scriventi il valore degli affetti lontani e fa assume alla lettere il carattere di un gesto d’amore. Scrive sempre Tommaso: “Mandami a dire tante cose che a me le tue cose sono sempre quelle che mi consolano e mi fanno stare un po’ tranquillo quando leggo le tue care lettere mi sembra di esserti vicino dunque scrivimi che i tuoi scritti mi fano sempre felice”28. Le lettere di Tommaso attestano gli effetti traumatici della guerra sull’universo emotivo e mentale dei combattenti. Il contatto quotidiano con la morte di massa, la vita di trincea, l’isolamento dalla società civile mortifica i soldati nella loro umanità e nella loro virilità. La corrispondenza diventa uno stimolo alla sopravvivenza e alimenta la speranza di un possibile ritorno alla normalità. È soprattutto uno strumento per scongiurare un paventato oblio da parte non solo dei familiari ma anche della comunità di appartenenza. Nelle sue lettere Tommaso estende i saluti a parenti e amici e conclude spesso la lettera con frasi del tipo “saluta tutti quelli che si ricordano di me”.

Scene da un matrimonio L’immagine del rapporto coniugale che emerge dall’epistolario Bussi è ben diversa da quella che, tradizionalmente, viene attribuita, per buona parte del Novecento, alla famiglia contadina29. La guerra semLettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 24/11/1917. Lettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 16/11/1917. 29 M. Barbagli, Sotto lo stesso tetto, Bologna, 1984; F. Ramella, Terre e telai, Torino, 1984; P. Melograni (cura di), La famiglia in Italia dall’Ottocento ad oggi, Roma-Bari, 1988. 27 28

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bra infatti portare un profondo cambiamento nell’ambito delle gerarchie sessuali. Tra i due coniugi è Tommaso quello che sente maggiormente la necessità di essere rassicurato sulla continuità e sulla stabilità del rapporto di coppia. Per questo egli cerca di fornire prove dell’intensità del suo affetto. Una fatica non da poco per chi, oltre ad essere appena alfabetizzato, appartiene ad un mondo dove viene dato poco spazio alla manifestazione di sentimenti intimi. Tommaso si presenta come un marito fedele e innamorato. Scrive ad esempio: “Io faccio tuto quello che posso per te come se fossi nel mio cuore e nel mio pensiero, io su di te penso giorno e notte, credimi pure io ti penso sempre, che se il buon dio mi fa la grazia di venire io cara ti farò sempre compagnia, mia amata, non ti darò mai più un dispiacere perche adesso provo tanto dolore ad essere lontano da te”30. La guerra, come è stato messo in rilievo da più parti31, porta a una ridefinizione, seppur provvisoria, dei ruoli di genere. Mentre al fronte gli uomini, per necessità o per passatempo, svolgono mansioni femminili (cucinano, lavano i panni, a volte fanno lavori di cucito), le donne sono spesso impegnate in lavori maschili sia in ambiti urbani sia nelle società rurali. È, però, sulla personalità dei combattenti che la guerra provoca cambiamenti tali da “femminilizzare” il genere maschile. L’esperienza di guerra, quel vissuto di tragica modernità che è stato efficacemente definito come “nefaste meraviglie”32, fa assumere al genere maschile una condizioni di fragilità fisica e psicologica che poco ha in comune con i modelli di virilità del combattimento bellico. L’isolamento nelle trincee, il contatto quotidiano con la morte di massa, l’incertezza sugli esiti della guerra, fa dei combattenti degli uomini talmente fragili da attribuire alla posta che ricevono da casa il valore di un “farmaco”. Sospesi perennemente, per anni, in una precaria condizione di vita o di morte, isolati dal mondo, i combattenti “contano” per sopravvivere sulla certezza degli affetti “di casa”. Come dimostrano molti epistolari di guerra33, l’isolaLettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 24/11/1917. F. Thebaud, La femme au temps de la guerre de 14, , Paris, 1986; E. Leed, op. cit, A. Bravo (a cura di), Uomini e donne nelle guerre mondiali, Bari, 1991. 32 A. Gibelli, L’Officina della guerra, cit. 33 F. Caffarena, op. cit. 30 31

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mento e la sofferenza dei combattenti accentuano il bisogno di sentire la “forza” del legame coniugale ma, al tempo, stesso generano spesso misoginia o pregiudizio nei confronti delle donne. Una delle tante manifestazione di come la guerra ridefinisca i rapporti tra i generi e i ruoli sociali dei generi. La guerra mette in crisi la convinzione che il matrimonio sia un’unione indissolubile. Sia per chi è al fronte sia per chi resta a casa. È proprio a partire dalla percezione di questo cambiamento che i rapporti coniugali assumono una maggiore intimità. Le lettere che si scambiano i coniugi Bussi non comunicano solo la nostalgia per gli affetti lontani, ma anche il desiderio fisico e la passione amorosa. Anche per chi ha difficoltà a scrivere, la comunicazione epistolare appare un mezzo particolarmente idoneo per comunicazioni di tipo intimo. La scrittura avviene infatti attraverso un atto così importante in amore come quello del contatto fisico e alimenta l’illusione di un passaggio di comunicazione corporea tra gli scriventi. Soprattutto in situazioni estreme, come la guerra, che fanno apparire i corpi non solo irraggiungibili ma minacciati quotidianamente nella loro integrità fisica e mentale. È il carattere “disumanizzante” del primo conflitto moderno a far assumere alla lettera la valenza di un surrogato fisico di presenza. In una guerra di massa che annulla l’individualità fisica e psichica delle persone, ogni traccia di corporeità diventa un feticcio. Scrive, ad esempio Francesca: “Caro marito con grande piacere ho abbracciato la tua cartolina”34. Nella corrispondenza di guerra passano un numero sterminato di feticci del corpo: fotografie, ciocche di capelli, piccoli oggetti di ornamento, immagini e medagliette religiose35. A differenza però di altri feticci del corpo che sono “muti”, la lettera porta un messaggio e genera l’illusione di un una possibilità di “discorso” con il corpo dell’altro. Nel caso della corrispondenza coniugale, il “discorso” con il corpo dell’altro può diventare espressione di un desiderio fisico e di una passione d’amorosa. 34 35

Lettera di Francesca Roveta al marito, Vesime, 26/3/1917. A. Molinari, La buona signora e i poveri soldati, cit.

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Anche nelle lettere di chi, come Tommaso e Francesca Bussi, viene da un mondo di relazioni sociali e affettive dominato dalla concretezza e dal pudore, non mancano espressioni che alludono all’emergere di pulsioni sessuali e alla sofferenza per la lontananza del corpo dell’altro. Si legge in una lettera di Tommaso: “Periamo che il nostro buon dio ci aiuterà a fare andare alla fine questa guerra di poterti venire di nuovo vicino e a passare di nuovo quei giorni beati come passavamo una volta e a farsi sempre buona compagnia e tante altre cose che devi capire senza spiegarmi”36. Come sempre, è però Francesca a manifestare in modo più esplicito il suo stato d’animo: “Caro sapessi come sono impensierita nel pensare che sarai in un pagliericcio che sara tanto duro e io sono in un letto grande e sola”37. Nel rapporto coniugale che si delinea attraverso la corrispondenza la figura di Francesca assume caratteristiche che la differenziano nettamente dall’immagine tradizionale della “moglie contadina”. Gli studi di M. Barbagli e di P. Melograni, le testimonianze di N. Revelli38, documentano come per buona parte del Novecento fossero la resistenza alla fatica e la capacità di riproduzione le qualità più richieste alle donne “da marito”. Ancora a metà degli anni Cinquanta, un contadino dell’Alessandrino così descrive la moglie ideale: “Gambe di lepre, ventre di formica e schiena d’asino”39. La guerra sembra far perdere alle donne quelle che erano ritenute le loro “doti naturali”. Le mogli diventano figure forti, non solo dal punto di vista affettivo e sentimentale ma anche da quello sessuale. Nelle lettere dei coniugi Bussi esistono tracce di questa riscoperta della moglie come corpo sessuato e seduttivo. Quando riceve una fotografia della moglie, Tommaso scrive: “Mi pareva di vederti di persona sei ancora ben presa e fai ancora una bella figura non me lo credeva che fossi così, tutti i momenti ti guardo e mi viene voglia di stare addosso a te ma cosa vuoi speriamo che si vada presto alla fine di questa guerLettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 14/4/1917. Lettera di Francesca Roveta al marito, Vesime, 12/9/1917. 38 N. Revelli, Il mondo dei vinti, Torino, 1977; ID, L’anello forte, Torino, 1984. 39 F. Castelli, Donna e flolklore, in AA.VV, Donna e lavoro contadino nelle campagne astigiane, Cuneo, 1980. 36 37

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ra”40. Il feticcio del corpo femminile che Tommaso ha tra le mani e che possiamo supporre conservi in modo da mantenere con esso un contatto fisico, sembra provocare in lui una pulsione vitale. Non solo riaccende il desiderio sessuale, ma consolida la speranza di una rapida fine della guerra. Il ruolo della moglie non è più solo quello di una figura ancillare che condivide con il marito la sofferenza e il dramma della guerra. In questo, come in altri epistolari popolari di guerra, la moglie diventa una figura sessuata che proprio per la sua capacità di riaccendere il desiderio svolge una funzione di rivitalizzazione del corpo del combattente. La centralità che per il soldato assume il corpo femminile, può generare la paura dell’abbandono e i fantasmi della gelosia. Dopo aver saputo da un “compaesano”, anch’egli al fronte, che Francesca è andata da sola in città per svolgere alcune pratiche burocratiche, Tommaso scrive: “Cosa mi mandano a dire gli altri io ci do poco peso perche so che fano a posta fare delle chiacchere tra noi due ma io credo a quello che mi mandi a dire”41. Tra gli indizi che l’epistolario fornisce sui cambiamenti in atto, durante la guerra, nel rapporto coniugali vi è anche quello di una diversa gerarchia delle rilevanze nell’attribuzione dei ruoli femminili. Francesca è madre, oltre che moglie. Nella famiglia contadina la maternità ha valenze economiche e sociali rilevanti e diventa l’attributo femminile determinante nelle relazioni familiari. Nelle sue lettere Tommaso raramente si rivolge a Francesca come ad una madre, sempre, invece, come ad una moglie amata e desiderata. Certo, non mancano da parte di Tommaso richieste di notizie del figlio, ma si tratta di un argomento trattato in modo marginale , spesso collocato nella parte finale delle lettere, insieme ai saluti. Nel caso di Tommaso la guerra sembra rafforzare il ruolo di marito e indebolire quello di padre. Il senso di impotenza che provoca in lui l’esperienza di guerra, lo porta a rinunciare ad un controllo sull’educazione del figlio e a delegare alla moglie questa responsabilità. Alla notizia che il bambino soffre per un’infiammazione alla tonsille e deve subire un’operazione, egli scri40 41

Lettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 4/2/1917. Lettera di Francesca Roveta al marito, Vesime, 5/7/1917.

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ve: “ In quanto mi dici dell’operazione del filio cosa vuoi che ti dica io da qui posso fare niente fai come ti pare che quello che fai a me mi va bene”42.

Ruoli e “destini” femminili L’epistolario preso in esame evidenzia come sia problematico un approccio al tema della storia delle donne nel primo conflitto mondiale. Accanto ad elementi che sembrano confermare la stabilità dei ruoli femminili durante la guerra, ne esistono altri che autorizzano a supporre che la guerra abbia aperto alle donne spazi di contrattazione nel rapporto con l’altro sesso. Soprattutto per quanto concerne la dimensione del privato. È difficile credere che l’accumulo di fatiche e di responsabilità che grava sulle donne in tempo di guerra non abbia portato a forme di rinegoziazione dei ruoli familiari. Numerosi sono nell’epistolario Bussi gli indizi che segnalano cambiamenti in atto nelle relazioni di genere. Francesca, come altre donne contadine, si trova ad affrontare nuove fatiche e responsabilità, ma trae da queste esperienze anche fiducia della sua capacità di gestione della vita e delle “cose”. Mentre nelle prime lettere tiene al corrente il marito dell’andamento del lavoro, fornendo un quadro dettagliato delle attività agricole, col passare del tempo questo tipo di informazioni compaiono più raramente e diventano più vaghe. In una lettera del gennaio 1917, si legge: “L’uva entro la carossa non è tanto Bella ma le altre sono Bellissime, in quanto ai bachi sono andati bene ne abbiamo fatto metri 10 e li abiamo venduti a 85 lire”43. Ben diverso è il resoconto delle attività agricole che Francesca fa al marito nel settembre 1918: “Per la campagna stattene tranquillo che a Vesime ai lasciato una donna che sebbene sia lontana da te faccio tutto”44. Dall’epistolario si ricava l’impressione che la guerra abbia rappresentato per Francesca l’opportunità di una maturazione alle esperienze Lettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 8/7/1917. Lettera di Francesca Roveta al marito, Vesime, 7/1/1917. 44 Lettera di Francesca Roveta al marito, Vesime, 12/9/1918. 42 43

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del mondo. Significativo appare a questo proposito un episodio documentato sia dalla lettere dei coniugi Bussi sia da quelle di parenti e amici della coppia. Per sollecitare la concessione di una licenza a Tommaso, Francesca non solo si finge gravemente ammalata ma riesce anche a convincere il medico a redigere un certificato di malattia. Poiché non riesce ad ottenere la licenza per Tommaso, Francesca va a protestare al distretto militare: “Caro cio che mia fatto dispiacere sentire che non anno dato mente al mio Telegramma perché non conteneva la firma del maresciallo ora ti notifico che ieri appena o ricevuto la tua lettera cara sono andata subito a Bubbio per fare la firma. Ma il maresciallo mi a deto che per quelle cose li non puo fare nessuna firma”45. Nella figura di Francesca si riflette il ruolo contraddittorio che la guerra esercita sui “destini” femminili: da un alto apre alle donne spazi di autonomia e di libertà, dall’altro le sottopone a “prove” che non sempre sono all’altezza di sostenere. L’immagine che attraverso la corrispondenza abbiamo di Francesca è quella di una donna “forte”, capace di assumere il ruolo di capofamiglia senza urtare la sensibilità del marito. Sono molte le lettere in cui Francesca dimostra di disporre delle capacità e del coraggio necessari per far fronte alle nuove responsabilità imposte dalla guerra. Al tempo stesso, però, sembra consapevole dell’importanza che può avere il marito mantenere il contatto con il mondo da cui la guerra lo ha separato. Le informazioni che Francesca fornisce al marito su episodi anche marginali della vita quotidiana, più che una conferma della stabilità delle gerarchie sessuali appaiono un espediente per contrastare gli effetti di estraneazione dal mondo provocati dalla guerra in Tommaso. In più occasioni, infatti, Tommaso dichiara il suo disinteresse per i lavori agricoli e per tutto ciò che riguarda gli aspetti pratici e materiali della vita quotidiana. Scrive in una lettera del gennaio 1917: “Tutte le notizie sul raccolto mi fanno piacere, ma scrivimi più di tutto di te, come te la passi. Le cose che vadano come si puo ma più di tutto io vorrei che venisse la pace così potrei venire di nuovo vicino a te e passare un po di buona vita e speriamo che venga presto questo beato giorno”46. 45 46

Lettera di Francesca Roveta al marito, Vesime, 23/6/1918. Lettera di Tommaso Bussi alla moglie, Zona di guerra, 23/1/1917.

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Sebbene Francesca appaia come una donna particolarmente forte e attiva, non mancano nelle sue lettere espressioni che denotano incertezza e smarrimento di fronte alle nuove responsabilità. Così, ad esempio, conclude una lettera: “Baci ricevi dalla tua Francesca che mai si dimentica di te. Sono dimenticata da tutti”47. Chiamata a compiti e fatiche per lei inusuali Francesca non ottiene un riconoscimento sociale delle “prove” a cui la guerra la sottopone. Lo testimonia la sua mancanza di autonomia nella gestione del bilancio familiare. Quando ha bisogno di un vestito nuovo deve chiedere l’autorizzazione sia al marito sia alla suocera: “Mio adorato venco a chiederti un permesso che mi dirai di si. Io avrei piacere di comprarmi una veste di lana sei contento. Perché la tua mama dice che me la compra per Natale, mai io per puntilio non la voglio, non mi posso spiecare bene. Se sei contento me la compro verde”48. Questo episodio appare rivelatore non solo dei limiti di autonomia economica e sociale di Francesca, ma anche della condizione di solitudine in cui viene a trovarsi la “sposa contadina” che ha il marito in guerra. Il consenso che Francesca chiede al marito per l’acquisto di un bene “voluttuario” non è solo una pratica consuetudinaria di relazioni coniugali ma nasconde un bisogno di condivisione di intimità che la guerra ha interrotto. La guerra pone molte mogli e madri nelle condizione, per loro del tutto nuova, di “donne sole”. La corrispondenza epistolare ha, tra le altre funzioni, anche quella di rendere meno difficile per le donne adeguarsi ad una situazione che se offre spazi di libertà apre anche “baratri” di solitudine. Avviene così che i desideri e i sentimenti delle donne dei ceti popolari non si discostino più di tanto da quelli delle donne delle èlite economiche e culturali. La lettera che il poeta Paul Eluard riceve dalla moglie Gala nel novembre 1916, non sembra molto diversa da quella che Francesca scrive al marito per ottenere il consenso all’acquisto di una vestito nuovo. Dopo aver informato il marito di aver comprato della stoffa di vari colori per farsi fare un gonna e una camicetta nuova, Gal scrive: “Non pensare che io sia diventata frivola, 47 48

Lettera di Francesca Roveta al marito, Vesime, 18/12/1917. Lettera di Francesca Roveta al marito, Vesime, 4/11/1917.

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credimi lo faccio unicamente per te. Lo faccio per piacerti. Io voglio che tu sia fiero di vedermi quando torni della guerra”49.

Una guerra senza donne? Per come è stata letta, interpretata, rappresentata la Grande Guerra appare un evento tipicamente maschile lontano, emotivamente e fattualmente, dal vissuto quotidiano delle donne. Una guerra dove esiste una netta separazione tra fronte di guerra e fronte interno. In quanto appartenenti alla società civile e non all’esercito in guerra le donne sono state di fatto decontestualizzate dal conflitto o meglio vi sono comparse come madri, moglie, figlie e sorelle dei combattenti. Non come soggetti sociali autonomi, ma come “appendici” del privato dell’esercito in guerra. La scarsa attenzione dedicata, soprattutto in Italia, agli effetti della guerra sulla società civile ha lasciato senza risposta le domande che Arthur Schnitzler si poneva già nel corso del conflitto: “Il vocabolario della guerra è fatto dai diplomatici, dai militari, dai potenti. Dovrebbe essere corretto dai reduci, dalla vedove, dagli orfani, dai medici, dai poeti”50. La prima guerra mondiale non ebbe a differenza della seconda le caratteristiche di una guerra totale. Non fu una guerra ideologica e con un forte coinvolgimento della società civile. Resta però ancora tutto da verificare come venne a strutturarsi, sia sul piano reale sia su quello simbolico, il rapporto tra l’esercito e la popolazione, tra chi combatteva e chi, come le donne, stava “a casa”. Come hanno dimostrato gli studi di G. Mosse e, per l’Italia quelli, di M. Isnenghi51, il mito della Grande Guerra venne costruito già nel corso del conflitto e aveva la finalità di ridefinire gli orientamenti politici e culturali della società in funzione del dopoguerra. Le donne, seppure in condizione di minorità sociale e politica, costituivano parte F. Thebaud, La grande guerra: età della donna o trionfo della differenza di genere?, cit. A. Schnitzler, E un tempo tornerà la pace, Milano, 1982, p. 53. 51 G. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, 1990; M. Isnenghi, Il mito di Caporetto da Marinetti a Malaparte, Bari, 1970. 49 50

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integrante della società in guerra. Quel complesso sistema di comportamenti, di valori, di culture, di linguaggi che con termine alquanto generico viene definito come mobilitazione patriottica coinvolse anche le donne ed ebbe effetti non da poco nel ridefinire i loro comportamenti pubblici e privati. Sappiamo che la guerra aprì spazi di agibilità sociale alle donne, ma resta ancora difficile valutare gli effetti di lungo periodo di questa esperienza di “modernizzazione” sui destini femminili. Un approccio ai temi della storia delle donne nella Grande Guerra non può eludere una questione posta qualche anno fa’ da François Thebaud: “Come la guerra ridefinisce nella realtà e nella simbologia i rapporti di genere?”52. È indubbio che le donne si trovano nel corso del primo conflitto mondiale al centro di trasformazioni cruciali: lo sviluppo dell’urbanesimo, l’incontro tra culture contadine e culture urbane, l’ingresso in ambiti lavorativi tradizionalmente maschili, le prime crepe nelle gerarchie sessuali tradizionali. La guerra genera, soprattutto tra le donne di estrazione borghese, una richiesta di partecipazione alla vita politica che passa attraverso un richiamo ai valori dell’identità nazionale53. Le donne entrano nel mondo del lavoro, svolgono funzioni di capofamiglia, hanno un contatto diretto con lo stato e le istituzioni (richiesta di pensioni, sussidi)54. La guerra è da questo punto di vista un’esperienza di libertà e di responsabilità, ma spesso anche di umiliazione e si sofferenza. Esemplare appare a questo proposito il caso delle donne che nei paesi belligeranti sono occupate nelle grandi fabbriche siderurgiche e metalmeccaniche, luoghi privilegiati del lavoro maschile55. Sebbene occupino in genere i livelli più bassi delle gerarchie operaie, non hanno una qualifica precisa – nell’organico di fabbrica sono qualificate come “donne” – e siano sottoposte a forme di particolare sfruttamento, le donne che lavorano in fabbrica possono però disporre di un salario e vivere fuori dalla famiglia. È proprio questa loro apparente emancipazione dai ruoli tradizionali a suscitare spesso l’ostilità F. Thebaud, La grande guerra: età della donna o trionfo della differenza di genere, cit. Su questi temi vedi i primi due capitolo del volume. 54 B. Curli, op. cit. 55 A. Molinari, Le lettere al “padrone”, cit. 52 53

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della manodopera maschile. Dentro la fabbrica le operaie subiscono umiliazione e violenze di ogni tipo da parte dei compagni di lavoro56. Chiamate a svolgere mansioni e lavori spesso faticosi e per loro inusuali, le donne non ottengono un riconoscimento sociale per la loro partecipazione alla mobilitazione patriottica. Non a caso torneranno “a casa” prima della conclusione della guerra e, nel caso dell’Italia, non otterranno nemmeno il diritto di cittadinanza politica57. Anzi la visibilità da loro assunta in tempo di guerra verrà occultata dalla propaganda patriottica. Si riteneva infatti che l’immagine della donna operaia o della donna tranviera sarebbe stata percepita dagli uomini come una minaccia sia per la salvaguardia di spazi di attività tipicamente maschili sia, soprattutto, per la conservazione di una gerarchia di tipo patriarcale nell’organizzazione sociale e familiare. Proprio perché la guerra mortifica l’immagine virile del combattente appare importante fornire un’immagine dei ruoli femminili che dia rassicurazioni sul mantenimento delle specificità di genere. La propaganda e la cultura di guerra fissa in una serie di stereotipi femminili di maternage il ruolo delle donne: le tradizionali funzioni di cura e di assistenza delle donne sono estese dalla famiglia alla patria. Le donne sono anzitutto madri, ma di una maternità forte e arcaica che trova una sistemazione anche semantica nella “ seminatrice di coraggio”58. Sono le madri e le spose fedeli, le infermiere e le madrine di guerra a comparire nella sterminata iconografia prodotta nel corso del conflitto. La guerra mette bruscamente fine alle iniziative del femminismo militante. Anzi le femministe collaborano attivamente alla mobilitazione patriottica. “La situazione è grave. Le donne devono cooperare a salvare la patria”, si legge sui manifesti della marcia “Right to serve” organizzata nel luglio 1917 dalla Pankhurst59. Almeno apparentemente la guerra ridesta una certa armonia sessuale. La mobilitazione degli uomini rafforza i sentimenti familiari e Ibid. M. Bigaran, Il voto delle donne in Italia dal 1912 al fascimo, in “Rivista di storia contemporanea”, n. 2, 1987. 58 Vedi cap. I di questo volume. 59 F. Thebaud, La grande guerra, cit. 56 57

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crea il mito protettore della madre patria e della propria casa. Inoltre introduce un nuovo partner nella vita delle donne: lo stato. Attraverso i sussidi alle mogli e le pensioni alle vedove lo stato si sostituisce ai combattenti nel ruolo economico di capofamiglia. Pressate da spinte contraddittorie le donne vivono in modo diverso l’esperienza del tempo di guerra: a seconda della loro provenienza sociale, dell’età, del contesto nazionale e locale. La loro visibilità pubblica e sociale varia a seconda delle esigenze economiche che la guerra pone ai singoli paesi. La mobilitazione delle donne nei lavori maschili (industria e trasporti) è, ad esempio, più elevata in Francia che in Germania60. A prescindere, però, dalla specificità del contesto nazionale, le donne vivono esperienze non dissimili, nel pubblico e nel privato, di incontro/scontro con l’altro sesso. Per avvicinare il complesso dei problemi legato all’esperienza delle donne in tempo di guerra appare decisivo il ricorso a documenti “del privato” (lettere, diari, memorie, autobiografie). Ricostruire dei percorsi femminili individuali e situarli nel contesto delle esperienze reali e simboliche che la guerra produce, può aprire spazi di ricerca importanti per arrivare ad una storia “sessuata” delle società del Novecento61.

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B. Curli, op. cit. P. Di Cori (a cura di), Altre storie. Critica femminista alla storia, Bologna, 1997.

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Un epistolario contadino della Grande Guerra Le lettere di Francesca e Tommaso Bussi (1916-1919)


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L’epistolario di cui si pubblica una scelta di lettere è conservato presso “L’Archivio ligure della scrittura popolare” dell’Università di Genova. Si è scelto di pubblicare quelle lettere che maggiormente evidenziano la capacità di due persone appena alfabetizzate di esprimere attraverso la scrittura sentimenti e stati d’animo. Pur scontando la difficoltà di una trascrizione che, per quanto accurata, riesce solo in parte a rendere visibile la “fatica” degli scriventi nel confrontarsi con una pratica di comunicazione inusuale, si è ritenuto utile presentare un esempio di “scrittura popolare”. L’interesse di fonti di questo tipo per indagini sulla storia dei rapporti tra i sessi nel mondo contadino appare rilevante. La pubblicazione di queste lettere vuole anche essere un auspicio per l’avvio di ricerche che non trascurino le pratiche di scrittura dei ceti popolari.

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1. Mitt.: Francesca Bussi (da Vesime), Dest.: Tommaso Bussi (a Ceva) Bussi Tomaso. 1° Reggimento Alpino. 3° Compagnia Provvisoria. Caserma Filatura. Provincia Cuneo Ceva Vesime 9/4/1916 Carissimo mio Marito finalmente a forza di spettare tutti i giorni mi e giunta la tua lettera da me tanto Desiderata, ma fatto molto piacere a sentire tue nuove che ti trovi bene. Come possiamo dire di noi. In quanto a me, non posso dirti altro. Solo che Martedì vado di nuovo dal Dottore. Tassi curo mio Tomaso che o passato una settimana trisste a vedere che tu tieri di menticato di me. Dopo lo sai come mai lassiate. Senti Caro losai che io ciò che to raccomandato prima di partire che mi scrivi sovente. Mafatto di spiacere a sentire che non ai ancora ricevuto il pacco, ma spero che quest’ora ti sarà giunto, appena labbi ricevuto ti preco di mandarmelo adire subito. Cosi io richamo da qui, cosi si vedrà dove e andato. Quindi ti preco di non fare come ai fatto ora che sei stato 14 giorni senza scrivermi Caromio in quanto al mio susidio non ti posso dire nulla sino a Domenica. Notifico che il tuo Giuseppe e già otto giorni che va allasilo e la suora ma detto che è molto buono, e tutte le sere preca per te e tutti i soldati, se vedessi come sa già a fare. Batte lemani, conserte in prima. Batte di piedi, mette le mani al capo e poi sa già scrivere bare e sa già leggere i u a e o, quelle parole sono ciò che sa già afare il Tuo Bambino. Tomaso un piacere ti chiedo gredo che non me lo necherai. Il piacere che io ti chiedo e di mandarmi il Tuo ritrato che mifa molto piacere a vederti! Come stai vestito da soldato se me lo mandi ti preco di fartelo prendere in una Bella pasa, in piedi, conle cambe in cracciate e il capello accanto a te. Perdonami di queste paro parole che ti dico, ma sono certa che non gli darai mente a queste mie parole, perche loso che per la tua moglie, piaceri non melifai perche té lo già mandato a dire una volta, masi nora non me lai ancora fatto il piacere di mandarmi il Tuo Caro ritrato. Ma fatto molto piacere a sentire che tutte lesere vai al rosario, che ti sei fatto Marcare e anche il tuo Padre e molto contento che preghi. Marito sono contenta che non vai al lai Berco, ma una cosa ti dico, se non piuoi, stare, solo con il rancio, vapure al Al Berco che semi danno, il susidio te ne mando se ne

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ai bisogno. Sele mie lettere non ti annoiano ti preco di scrivermi sovente. baci da noitutti ed abracci tua moglie Cichina Bussi Tomaso ti dico che il tuo fratello a mandato al tuo Padre L 50.

2. Mitt.: Francesca Bussi (da Vesime), Dest.: Tommaso Bussi (a Ceva) Vesime li 2/5/1916 Amato mio Marito Ieri ebbi ricevuto la tua cara lettera mia fatto molto piacere al sentire che ti trovi bene come tinvio di me e tutti il famiglia come pure Clelia ora sta Ben meglio quasi quarita. Caro ciò che mia fatto di spiacere al sentire che non anno dato mente al mio Telecramma perche non conteneva la firma del Maresciallo ora ti notifico che ieri appena o ricevuto la tua lettera cara sono subito andata a Bubbio per farmi fare la firma. Ma il maresciallo mia detto che per quelle cose li non può fare nessuna firma perche non o nessuni fratelli. Credimi che o proprio fatto tutto quello che o potuto per quello, ma è stato in utile. Ma con questo abbi ancora pazzienza qualche giorno e poi tene manderò un altro in qui sarà sempre perla mia vacchia Malatia come pure sai come mi ai lassiate. Caro sesapessi che di spiacere che tenco nel cuore mio a essere lonta no date. Io pre ferirei la morte, pensa che è un butto vivere e essere lonta no da Te, io ti penso giorno e notte e farei qualunque sacrificio per te e pure non posso fare nulla per potere essere di nuovo in tua compagnia. Ma con questo statene sempre tranquillo pensa che avesime ai lasciato una donna la quale sebbene sono lontana date faccio tuttu. pur senza spegarsi capirai cosa voglio dire e ti raccomando che anche te di non spiccarti tanto chiaro che io capisco lo stesso. Ora mio Marito ti notifico che ieri abbiamo uciso il cane perche e venuto Arrabbiato. ma siamo molti di scustati perche abbiamo paura che abbia fatto del male e qual cuno. Per ora di co questo ma non si sa ancora nela ucciso Fola Federico e suo fratello Giovanni.

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Pensa tu tra una cosa e laltra come si può fare a essere tranquilli. Io mi raccomando a te di scrivermi più sovente che sono le tue parole che mi consolano unpo. Magin mio ora venco a chiederti un permesso chredo che mi dirai di si. Io avrei piacere di comperarmi una veste di lana sei contento. Perche si che la tua mamma me na comperata una ma poi anno fatto molta su surata tra catterina e Clarin di la ba e io ora per puntiglio non la voglio più, non mi posso spiecare bene, ma spero che verai prestoa casa ti racconterò poi tutto come sono le case, in ultimo tinvio i miei più cinceri Saluti e Baci e sono sempre la tua Moglie Cichina. Porgerai i miei saluti a tutti i tuoi Compagni come pure a Fola e Mirano e tutti. Baci di nuovo.

3. Mitt.: Tommaso Bussi (dalla zona di guerra), Dest.: Francesca Bussi (a Vesime) 17/7/1916 Carissima mia amata moglie Con molto piacere oricevuto la tua cara lettera la quale da me e tanto desiderata a sentire le tue care notizie che mi dice che non son le medicine che ti fan guarire e sono le mie care lettere, son sicuro e credo come me che mi fanno piacere la tue care notizie e son sicuro che ti faranno anche piacere le mie, e credimi omia cara che se non ne ricevi tutti i giorni la colpa non e mia perche io da qui te ne mando tutti i giorni dei miei critti parte a te e anche alla famiglia ma anche cosi le devi vedere lo stesso che io non me ne didmentico e tu midici che stai delle settimane dunque non e colpa tutta mia e che si fermano per viaggio ma son sicuro che che qualche volta ne ricevi sino troppe. dunque mia cara vengo sempre a darti delle mie buone notizie che di salute al momento va troppo bene e anche le altre cose fin ora a ringraziando il nostro buon dio vanno sempre bene e mi auguro che vadino senpre cosi perche fin ora non sappiamo neanche che cosa vole dire la guerra perche fin ora

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al pericolo non ci siamo ancora andati e spero che se non va più male di non andarci, e son sicuro che la guerra vi fa più pavura a voialtri che siete a casa che a noi qui. Dunque fatti sempre coraggio non pensa a me che io sto bene e senpre buona speranza che presto sia finita e di aver quel bel giorno beato di venire in mezzo a voialtri tutti cari in sieme. Il mio caro fratello non lo ancora potuto vedere ma ho senpre buona speranza di vederlo e appena che labbia visto io te lo mando a dire, in quanto che mi dice se mi porta i viveri a noi non e vero perche lui è in un altro battaglione, e anche che mi dici che e nolo che mi fa il cuciniere a noi io non lo credo perche quando a visto mio fratello lui si che era della cucina ma lavevano mandato in riposo perche aveva male a un piede, ma io credo che ci sia senpre quel calzolaio di vesime, e non credi quello che ti mandano a dire gli altri credami me che io ti mando a dire la verità. Sono anche stato contento delle notizie del mio conpagno penna che mi dici che e prigioniero e stato fortunato cose lui e sicuro se non gli fanno dei torti ma in vece noialtri se va bene e come speriamo che andare bene veniamo a casa prima di lui, sono anche contento che mi dici che avete una bella canpagna e anche dei manzi che gli anno voluto pagare bene ma mandami poi a dire se li anno venduti, ho piacere che mi dici della bella canpagna ma mi spiace che voialtri avete tanto da lavorare e in vece io qui faccio mai niente e penso senpre a casa con tanto da fare che anno e noi a star qui a far niente e pure cosa farci bisogna a ver pazienza se avrò la fortuna di venire a casa lavoro poi io e voialtri vi riposate dunque fatevi tutti coraggio e senpre buona speranza che presto vada la fine.

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4. Mitt.: Tommaso Bussi (dalla zona di guerra), Dest.: Francesca Bussi (a Vesime) Alla Signora Bussi Francesca Acqui Per (Vesime) Piemonte Provincia di Allesandria 11/8/1916 Carissima Moglie Con molto piacere riscrontro alla tua cara lettera da te ricevuta ieri e mi ai fatto molta pena assintire che siete molto spaventato del mio caro fratello chi sa mai chi vi a dato quelle brutte notizie che e stato molto ferito, non schredete perche non e vere si a stato ferito ma leggermente, e a ine mi a già scritto due o tre volte e mi manda senpre a dire che non mi prenda paura che la sua ferita e stato leggermente e che spera che presto sarà guarita, io non lovisto ferito ma mi anno subito detto i suoi conpagni che lanno visto quando lanno portato giù che e stato ferito poco e che non mi prenda paura e non ce pericolo dunque state pure tranquilli non pensate male de povero fratello che non e niente e stato ferito da una granata mi anno detto quelli che erano con lui che e stata più la paura che il male, chredetemi che vi mando adire la verità. dunque a desso ti mando anche le migliori notizie che di salute sto bene alcome spero di te e tutta la famiglia, io fin ora sono senpre al sicuro e senpre in dietro e senpre buona speranza che presto vada la fine non pensa male di me che io sono senpre al sicuro e stai pur tranquilla che io ti mando senpre e dire la verità, ho anche ricevuto la fottografia dei cari banbini te lo già mandato da dire credo che lo saprai a già a me sono stato molto contento a vederli mi pareva di vederli quando ero a casa apspettavo anche la tua ma pa¬zienza spero un altra volta subito che posso aver la comodità mi faccio prendere anche la mia mi credeva presto ma fin ora non siamo ancora andato in riposo ma spero presto di andarci. Mi fai di spiacere a sentire che etanto tempo che non sai più notizie io non posso capire a dove vanno finire le mie lettere io da qui scrivo tutti i giorni e tu mi mandi a dire che e molto tenpo che non sai più mie notizie io non so più cosa o da fare, dunque credimi che la colpa non e mia non so a dove vanno finire, dunque mia cara fatti senpre coraggio non pensa male di me che io mi trovo molto al sicuro e credimi che io fin ora ti o senpre mandato a dire la verità tutto come mi trovava dunque fatti senpre coraggio

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non pensa a me che io sto bene e anche i miei conpagni il caro nipote sta bene anche lui e si facciamo senpre buona conpania e senpre buona speranza che presto sia alla fine. Altro non saprei più cosa dirti che di salutarti di vero cuore té e i cari banbini saluterai anche la cognata catterina quando avrai la comodità di vederla e gli dirai che non si prenda paura del suo caro marito che non e niente saluterai la tua cara famiglia e tutti quelli che domandano di me ricevi i miei più cari sinceri saluti e baci e sono senpre il tuo per senpre caro marito Tomaso.

5. Mitt.: Virginio Bussi (da Vesime), Dest.: Tommaso Bussi (in zona di guerra) Vesime 22 Settembre 916 Carissimo fratello Finalmente oggi ho l’onore di scriverti queste mie poche righe dandoti mie notizie. Caro fratello ora sono a casa in convalescienza sono giunto a casa ieri 21 , e ho avuto due mese, giunto a casa li ho trovati bene ma il dispiacere di più che provai e non al vederti anche te a casa, ma ho speranza, che prima che mi scaddi la mia che anche tu potrai venire in licenza, almeno come dicano e come scrivono tutti, e potremo passarsi qualche giorno insieme. Oggi incominciamo a vendemmiare; ce del l’uva che e molto bella. Caro fratello io ti dico la verità che son rimasto stupito, io non credevo mai più che il nostro papa e il Pietrin riuscissero a far tanto. Riguardo alla mia salute non ce male guarito completamente magari non losono, ma comincio andar bene. Caro fratello io non saprei più cosa dirti io tauguro solo sempre buona salute, e fortuna fatti corraggio e guarda di far passare il tempo. Da Roma ho ricevuto la tua lettera, sono contento che ti è uscito un posto discretamente bello, io so tutto cosa voldire, e solo preciso dove sei e come ti poi trovare, io ti dico solo di fare tutto quello che puoi, in modo di poter rimanere dove ora ti trovi che vedrai che sarai molto contento, sta bene saluta tutti

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i tuoi compagni e quelli che domandano di me, salutami quel sergente che miman da sempre i saluti a me, e dimmi un pò il suo nome che non so chi sia? Tutti uniti famiglia papa mamma sorelle tua moglie, mia Catterina me compreso ti auguriamo sempre buona fortuna, saluti e baci da tutti anche il tuo Giuseppe e nipoti mi dico il tuo aff.mo fratello Virginio.

6. Mitt.: Tommaso Bussi (dalla zona di guerra) Dest.: Francesca Bussi (a Vesime) 23/9/1916 Carissima sempre mia moglie Com molto piacere riscontro alla tua cara lettera ricevuta da me l’altro ieri e mi a fatto molto piacere a sentire senpre le tue buone notizie che ti senbra che tutti i giorni ti pare di star meglio e come posso anche assicurati di me e anche il caro nipote e gli altri miei compagni che si trovano qui con me. dandoti senpre mie buone notizie al presente tutto va bene tanto di salute come le altre cose tutto va bene sono senpre nei conducenti spero che lo sapprai già, dunque a desso non pensa male di me che io a desso sto bene passo dei giorni tranquilli faccio poca fatica e bene al sicuro la mia vita finche va cosi e sicura e o ancora capitato bene nel mulo che e bravo come un aniello e un piacere a doperarlo, dunque a desso passo una bella vita te lo dico sicuro che a desso sono tranquillo mi pare come quando ero a casa che a doperavo i buoi e a desso sono tranquillo da vero non come fossi a casa ma mi pare quasi lo stesso. Con molto piacere ho anche avuto la bella consolazione di vederti té nella tua fotografia e mi pareva di vederti te in persona sei ancora stato ben presa e mi fai ancora bella figura non mi credeva mai più che fossi ancora cosi, come midicevi senpre che eri tanto misera ma in vece son contento che ti fai ancora coraggio e mi ai ancora fatto bella figura non me lo credeva ne anche che fossi cosi, poi capire appena ti o vista mi e venuto voglia di piangere della consolazione di vederti ma cosa voi a desso mi sono capacitato un pò, tutti i momenti ti guardavo e poi capire mi fa un pò pena di non poterti vedere da vicino ma cosa voi bisogna aver pazienza periamo che il nostro buon dio ci aiuterà a fare

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andare alla fine questa guerra di poterti venire di nuovo vicino e a passare di nuovo quei giorni beati come passavamo una volta e farsi senpre buona conpania senpre maglio che come si facevamo e tante altre cose che devi capire senza spiegarmi. io a desso sono stato con tento della tua bella desiderata figura ma io so che ti fa piacere anche la mia ma cosa voi io non te la posso mandare perche sono nelle montagne non me la posso farmela prendere ma cosa voi abbi pazienza qualche volta mi verrà anche a me la comodità e poi te la mando basta che tutto vada bene e poi qualche volta ti contento anche té dunque miei cari tutti state sempre tranquilli non pensate a me che io a desso sto bene a desso state pure tranquilli, io ricevuto anche notizie del caro fratello che mi dice che presto pera di venire a casa povero mio fratello a lui eie già andato bene chi sa farse a lui la guerra non ci fa più paura e spero che anche a me di salvarmi bene e di venire a casa sano e valva da tutto. Altro non saprei più cosa dirti che di salutarti Di vero cuore te e tutta la famiglia e sono senpre il tuo caro marito Tomaso. Saluti da cichin e pola e mirano e venuto e anche da zanino che e il mio più caro conpagno che io vedo tutti i giorni e si facciamo buona conpania saluti senpre e tuo caro marito Tomaso che tanto ti desidera non offenderti che ti o mandato a dire che non mi mandi più della carta io mi sono trovato la comodità di uno che ne aveva e ne ho conparato 10 fogli con tutto questo fra qualche giorno che me ne vogli mandare di nuovo qualche foglio mandarne lo pure che mi fa senpre comodo cosi ti scrivi sempre più sovente che so che le lettere vengono più facile che le cartoline saluti a te e anche baci persenpre tuo caro baci ai cari banbini e son contento che vanno senpre al asilo saluti anche alla cognata Catterina da parte mia son contento della della bella canpagna che midici e anche delle nocciole che sono assai care per ora non o bisogno di niente stai pur tranquilla che se ho bisogno di qualche .cosa te lo mando poi a dire.

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7. Mitt.: Tommaso Bussi (dalla zona di guerra) Dest.: Francesca Bussi (a Vesime) Li 4/10/1916 Carissima per sempre mia cara moglie Riscontro alla tua cara desiderata lettera da me ricevuta ieri e mi a fatto molto piacere sempre sentire le tue buone notizie che di salute vai sempre meglio e anche la cara famiglia tutti, è come posso anche assicurarti di me. Io mi trovo sempre al sicuro e sono di nuovo a fare servizio a baricate tu credo che non sai a dove voglio dire ma il caro fratello lo sa a dove mi trovo e posso assicurarti che sono molto al sicuro e mi fermo sino al venti di questo mese stai pur tranquilla che io ti mando sempre a dire la verità tutto come mi trovo e posso proprio dirti che a desso passo una bella vita e sono proprio tranquillo posso proprio dirti la verità che o proprio un bravo mulo che è un piacere a doperarlo, oltre più sono in sieme a dei bravi compagni che mi vogliono bene tutti specialmente ce ne uno che è il nipote di Cirrio il conciglia-tore di vesime si vogliamo bene come fossero fratelli tante volte mangiamo tutti due in una gavetta posso proprio dirti che si trova dei conpagni che sono ancora meglio che quelli del paese, dunque mia cara sento che mi dici che le mie care lettere e parole che ti mando sono quelle che ti fanno tranquilla poi capire ho mia cara farei altra vita che scriverti ma tu sai che io non sapevo ne anche a fare una lettera e che mi dicevi senpre ho mio caro quando sarai lontano da me tu non mi scrivi ma vedi? Sento sulle tue care che mi dici che ti mando delle belle parole che non sai me fare a contracanbiarle io si che posso dirti cosi perche non son buono acontracanbiarti le tue ma mi con patirai io faccio tutto quello che posso per te e se fossi nel mio cuore e nel pensier mio, io su di te penso notte e giorno non cè niente che mi faccia contento sole le tue care lettere e graziose parole che mi mandi, sono quelle che a me mi rendono un pò tranquillo sono i tuoi scritti, credimi pure che se il nostro buon dio mi fa la grazia di venire presto in tua cara conpania io non ti dare mai più un di spiacere perche a desso provo a essere lontano da te che dolore e per me, ma cosa farci speriamo che presto andara finita e avrò di nuovo quella grazzia di venire di nuovo in tua cara conpania a godere un pò di nostra vita in sieme, il mio pensiero e senpre a te e quando verrà quel giorno speriamo presto, in quanto

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mi dici se vengo a farmi prendere fotografia in sieme a té ti puoi in maginare a spetto presto che venga quel giorno, ti manderei ancora a dire tane cose ma senza spiegarmi tu devi capire lo stesso cosa voglio dire se non capisi te lo dico quando poi sarò a casa, faccio punto su queste parole e passo sulle notize della canpagna sono anche contento che mi dici che ce ancora una vendenmia discretamente e son sicuro che sarà ancora più tosto cara mandamelo poi a dire, in quanto a qui al momento sista ancora benissimo non fa ancora tanto freddo e si sta bene della neve non ce né più e subito andata via. Altro non saprei più cosa dirti che di salutarti di vero cuore saluterai tutti in famiglia e tutti quelli che domandano dime e son senpre il tuo caro marito Tomaso per ora non ho bisogno di niente se mi occorre qualche cosa me lo prendo poi quando verro a casa saluti ai cari banbini tanti baci a te e sono senpre il tuo caro marito.

8. Mitt.: Tommaso Bussi (da un paese in provincia di Vicenza) Dest.: Francesca Bussi (a Vesime) 16/11/1917 Carissima moglie Con piacere vengo a farti il canbio della tua cara che mi ai scritto il giorno 11 e che era già venti giorni che non riceveva più tue notizie nel mentre che ero qui che scriveva questa lettera mi e giunto altre 4 o 5 lettere che mi avevi scritto il mese scorso le quali mi anno consolato molto nel sentire le tue buone notizie che la tua sualute ti pare che vada unpò migliorando ma mi a reso molto triste nel sentire le notizie che mi dai del povero banbino che forse ti tocca farci fare l’operazione nella gola, ho cara se sapessi in che cattivo peserò che mi ai messo in quella tua notizia prima avevo da pensare su di té e in vece a desso bisogna che pensa su tutti due, cosi tra una cosa e l’altra bisogna farsi cattivo sangue forsa di pensare a tutto e proprio a essere disgraziato essere lontano da tutti e ricevere sempre delle cattive notizie, ebbene bisogna rasegnarsi e prendere tutto con pazienzia e stare alla buona volonta di dio che ci metta la sua mano a farvi guarire e le varrai tutti da queste pene. Cara sento nelle tue care lettere che ti la menti che io mi sono di mentica-

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to di té, ai ragione cara ma se ti dico il motivo non mi dai torto, senti cara spero che prima che ti giunga questa mia lettera che saprai già mie notizie e a dove mi trovo, cara a desso ti racconto un pò la vita che o passato in questi giorni il giorno 24 del mese passato mi trovava ancora alle baricate e alla sera ci è arrivato ordine di partire subito e siamo partiti e abbiamo cantinato tutta la notte e poi mi anno caricato sul treno noi e i muli e mi anno trasportato sino a udine, e poi siamo calati giù e siami partiti e siamo andati in carnia e si siamo fermati un giorno in un paese che si chiama resiuta e poi ci siamo stato solo un giorno e poi siamo tornato in dietro abbiamo caminato 15 giorni abbiamo passato tutte le montagne del cadore e a desso siamo giunti in un paese vicino a vicenza e qui a desso si sta bene non fa freddo sembra che sia d’estate ti dico proprio che a desso a dove mi trovo si sta bene e questo e stato il motivo che non ti ho potuto scrivere perche cera tutto fermo o tenuto delle lettere scritte più di dieci giorni in tasca e non le o mai potuto in postare, appena che sono giunto qui a dove mi trovo a desso ti o subito scritto, con questo vedi che la colpa non e mia credo che mi perdonerai, era anche me 20 giorni che non riceveva niente e stato il motivo del disastro che ce stato, del nostro batt siamo ancora rimasti me a davide e gli altri ne paraldo e tutti gli altri miei compagni non so a darti notizie ma spero che siano stati presi tutti prigionieri ma con tutto questo non posso assicurarti fin ora del nostro batt non ne abbiamo ancora visti nessuno, ti avevo mandato a dire che non scrivessi più finche ti mandi un altro indirizzo e in vece mi e giunto tutte le tue lettere e a desso scrivi pure sempre al medesimo in dirizzo che vengono sempre lo stesso. Caro con questo non prenditi paura stai sempre di buon umore e fai conto che niente fosse stato guarda solo di guarire te, e il caro bambino ed a d’altro non pensa a niente, in quanti che mi dici del operazione al banbino cosa voi che ti dica io da qui non posso dirti niente fai cometi pare e fai tutto quello che puoi per farlo guarire nel medesimo tenpo speriamo che andara anche alla fine e che potrò un giorno di nuovo venire vicino a te a farti di nuovo un pò di buona compania e a godere la nostra vita speriamo che non sarà più tanto lontano. Cara o anche ricevuto notizie del caro fratello che ma scritto il giorno 11 di questo mese e ci ho subito scritto anche a lui sono stato contento che sitrova ancora a ceva, o anche trovato il cognato giulglio e lo trovato avicino a belluno e dopo non lo mai più visto ma spero che sarà anche lui qui vicino. Altro per ora non mi resta che di salutarti di vero cuore ti auguro sempre

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coraggio e sempre di buon umore non pensa male su di me che a desso tutto va bene mandami delle notizie e come si trova il nostro banbino e anche te come te la passi saluti a tutta la mia famiglia e anche alla tua. saluti e baci a té da me ricevi e sono sempre il tuo caro marito Tomaso.

9. Mitt.: Tommaso Bussi (da un paese della provincia di Vicenza) Dest.: Francesca Bussi (a Vesime) 24/11/1917 Carissima Moglie Vengo con questa mia cara lettera sempre col darti le mie buone notizie che grazzia a dio godo una perfetta salute come spero anche di te, e tutti in famiglia. Cara le notizie mie fin ora non posso dirti male tanto di salute come le altre cose mi trovo molto al sicuro sono in posti che non fa freddo e sembra d’estate e sono in un paese nella provincia di Vicenza e sono proprio a dirti che sto benissimo. Cara sono a dirti che a desso non son più alle salmerie del mercantu perche sono state difatte e a desso mi anno messo alle salmerie del batt Monte Clapier sempre col mio mulo e mi anno messo conducente allo stato Maggiore e ti dico la verità e vero che i primi giorni mi trovo un pò sconoscente, ma vedo, che anche che sia ancora poco che mi trovo qui mi pare di star meglio che a dove ero, siamo 10 dei miei compagni che eravamo in sieme prima fra i quali cè il mio compagno Palocchia e uno del Dego e si facciamo buona compania come prima, solo che al batt che ero prima eravamo tanti di vesime, e in vece a qui mi trovo solo di vesime, senti cara con questo non pensa male su di me che io spero di star ancor meglio di prima per ora non posso ancora dirti tante cose ma farò di più un altra volta, io son qui che desidero solo che tue notizie tanto per sapere come te la passi e come sta il caro banbino che mi trovo qui tanto pensieroso per tutti miei cari e chi sa quanto mi toccherà ancora sospirare prima che posso avere tue notizie senti cara mi raccomando per piacere che subito ti sia giunta questa mia di darmi subito tue notizie che con cuore molto li attengo e mandami a dire tante cose come te la passi e anche della malattia del caro banbino.

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Cara io ti auguro sempre coraggio e stai sempre di buon umore guarda di conbattere la tua malattia che possi venire un giorno che possi dire a desso sto meglio e mi raccomando di fare tutto quello che poi per fare guarire anche il nostro caro banbino, quando mi scrivi mandami a dire se sai delle notizie dei miei compagni di vesime, se puoi mandami anche qualche foglio di carta che qui si stanta un pò a averne anche con dei soldi si trova da mangiare e da bere fin troppo ma della carta non si può avere. Tralassio col augurandoti sempre coraggio non pensa a me che io sto bene, e scusami se ti scrivo poco ma farò di più un altra volta saluterai tutti in famiglia e tutti quelli che domandano di me saluti e baci da me ricevi e sono sempre il tuo più caro marito Tomaso ciau e scrivi il mio indirizzo e cosi al soldato Bussi Tomaso 1° Alpini battaglione Monte Clapier Sato Maggiore Conducente zona di guerra.

10. Mitt.: Tommaso Bussi (da un paese in provincia di Vicenza) Dest.: Francesca Bussi (a Vesime) Alla Signora Bussi Francesca Acqui Per (Vesime) Provincia di Allesandria Piemonte Carissima Moglie Vengo con questa mia cara sempre col darti le mie buone notizie che grazzie a dio godo una perfetta salute, come spero sempre bene anche di té e il caro banbino e tutti in famiglia. Cara le notizie mie fin ora vanno sempre benissimo mi trovo sempre al medesimo posto e bene al sicuro e té cara come té la passi son già un pò di giorni che sono privo di tue notizie ma spero di presto ricevere qualche tuo scritto. cara qui fin ora non fa tanto freddo sicché ce venuto un pò di neve ma e subito andata via, e con questo per ora si sta ancora bene e non fa quasi niente freddo sono proprio a dirti che per ora me la passo ancora di scretamente bene stai pur tranquilla e non pen sar male di me che finché va cosi va fin troppo bene, nel medesimo tempo speriamo andare anche alla fine cosi potrò di nuovo venire in mezzo a té a passare di nuovo la nostra bella vita speriamo che sia presto quel bel giorno che ormai sono stanco di vivere cosi lontano da té speriamo che il nostro buon dio darà presto termine questa vita, ebbene con

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questo ti auguro sempre coraggio e non pensa a nulla guarda di fare passare il tempo per bene in compania del caro banbino, cara dimmi un po’ il mio fratello a già scritto lo aveva visto il primo giorno del anno e dopo non lo mai più potuto vedere e non ho mai più potuto sapere delle sue notizie, quando mi scrivi mi mandi poi a dire se a scritto e come se la passa, mandami anche a dire se ce venuto a casa quello del bric mi aveva detto che quando veniva a casa mi passava a trovare e non lo mai più visto e cosi non so se sia venuto, ebbene quando mi scrivi mandami a dire tante cose che devi pensare che sono ma le tue care che a me mi mi fanno piacere e che mi fanno passare il tempo e pensa che io penso solo a té e nessun dal’tri e non mi passi mai dalla mente mia e giorno e notte penso sempre a té e il caro nostro banbino, faccio punto sempre con augurarti coraggio e di stare sempre di buon umore farai tanti saluti alla tua cara famiglia e anche alla mia baci a té da me ricevi e sono sempre tuo marito Tomaso che sempre penso a te baci ai cari banbini e alla cognata Catterina e mandami a dire se è a casa nostra in tua compania tanti saluti da venuto anche alla sua famiglia

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Conflitti di genere e controllo sociale durante la guerra


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IV. Corpi al lavoro. Operaie a Genova tra Grande Guerra e fascismo

Donne in una fabbrica di uomini. Le operaie dell’Ansaldo Negli anni della Grande Guerra non sono pochi gli operai dell’Ansaldo che scrivono alla direzione d’impresa per sollecitare l’allontanamento delle operaie dagli stabilimenti. Scrive un operaio, nel gennaio 1917: “Le operaie vengono in fabbrica per potersi divertire, passeggiate, ricevimenti. Voi dovete sapere che nella vostra azienda le donne vanno in reparto coperte d’oro che sembrano vetrine di gioiellieri questo non è giusto”1. È opinione diffusa negli stabilimenti Ansaldo che le operaie utilizzino il salario per soddisfare bisogni voluttuari e frivoli. Si legge in un’altra lettera, sempre del 1917: “Le operaie arrivano in fabbrica vestite eleganti e con le calze di seta, vengono a rubare uno stipendio ai padri di famiglia”2. La necessità di difendere il monopolio maschile di settori del mercato del lavoro porta ad una rappresentazione in termini negativi del lavoro industriale delle donne. All’Ansaldo, come in gran parte delle imprese metallurgiche e metalmeccaniche del primo Novecento, sono la competenza “di mestiere” e la resistenza alla fatica a determinare il valore del lavoro3. Il lavoro delle donne è considerato come un “non lavoro”. Le operaie non hanno esperienza professionale e non sono in grado di sopportare la fatica. Un’immagine del lavoro femminile che si consolida nel periodo della Grande Guerra a causa del considerevole aumento della manodopera femminile in industrie tradizionalmente maschili. La presenza in fabbrica delle donne suscita timore sia per il per il mantenimento di una separazione sessuale del mercato del Archivio Storico Ansaldo (d’ora in poi Sa), Fondo Perrone (d’ora in poi Fp), Serie scatole numerazione blu, 570, Fascicoli personale operaio. Giugno 1917. 2 Asa, Fp. Serie scatole numerazione blu, 1071, Lettere anonime personale operaio (1917-19). 3 A. Molinari, L’esercito operaio, in V. Castronovo (a cura di), Storia dell’Ansaldo 4. L’Ansaldo nella Grande Guerra, Bari, Laterza, 1997, pp. 142-167. 1

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lavoro sia per la stabilità di gerarchie patriarcali in ambito familiare e sociale. Nel caso dell’Ansaldo, il particolare rapporto di fiducia che esiste tra la direzione d’impresa e le fasce più qualificate del lavoro operaio consente di documentare con particolare efficacia l’ostilità che incontrano le donne in una “fabbrica di uomini”. Nell’archivio della Fondazione Ansaldo sono conservate centinaia le lettere scritte dagli operai al “padrone” per protestare contro il lavoro delle donne4. Nelle lettere, gli operai manifestano disprezzo per il lavoro femminile. Le donne sono inette, oziose, di facili costumi, a volte anche ladre. La loro presenza in fabbrica ha effetti negativi perché “inquina” la dignità del lavoro e la moralità dell’ambiente. In una lettera anonima del 1916, alcuni “vecchi operai nauseati” scrivono: “All’officina Artiglierie sembra di stare in via Pré in mezzo alle belle donnette”5. Un vero e proprio repertorio dei più diffusi stereotipi negativi sulla donna operaia, si trova nella relazione di un caporeparto del proiettificio “Fiumara”, lo stabilimento Ansaldo dove maggiore era la concentrazione di manodopera femminile. Così il caporeparto descrive il lavoro delle operaie: “Si tratta di poco di buono che amoreggiano con chiunque sia disponibile. Portano confusione nel reparto e rallentano il lavoro. Passeggiano a braccetto, portando in petto mazzi di fiori, cantano, a volte sollevano il grembiule fino all’altezza delle ginocchia”6. L’esigenza di conservare l’esclusività del lavoro maschile porta alla negazione del valore sociale del lavoro femminile. L’operaio compie lavori faticosi e impegnativi, l’operaia viene in fabbrica a divertirsi: “Non meno di un centinaio di operaie vi si notano in permanenza oziose: si leggono romanzi, si scrivono lettere, si fa della calza, si chiacchiera, tutto tranne che lavorare”7. Particolarmente difficile è l’accettazione delle donne in ambienti

4 A. Molinari, Le lettera al padrone. Lavoro e culture operaie all’Ansaldo nel primo Novecento, Milano, 2000. 5 Asa, Fp, Serie scatole numerazione blu, 741, Lettere anonime personale operaio (1916). 6 Asa, Fp. Serie scatole numerazione rossa, 321, Relazione sullo stato di avanzamento della produzione allo stabilimento Fiumara, 9 gennaio 1917. 7 Ibid.

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operai dove prevale una forza lavoro professionalmente qualificata8. Gli operai “di mestiere” godono all’Ansaldo di privilegi economici e di uno status sociale che ne fanno un’élite del lavoro industriale. È significativo il fatto che sono in genere operai anziani ed esperti a svolgere mansioni di controllo sulla produzione, come “capi-operai” e capireparto. Molti sono gli elementi che contribuiscono a rendere le fabbriche Ansaldo un ambiente operaio forte e solidale: la cultura “di mestiere”, la provenienza dall’area genovese, il diffuso antagonismo politico e sociale. Gli operai qualificati svolgono il ruolo di avanguardie politiche di fabbrica e alcuni sono tra i più attivi organizzatori della Camera del Lavoro sindacalista di Sestri Ponente9 L’abilità “di mestiere” garantisce agli operai spazi di non subalternità dentro la fabbrica ma, al tempo stesso, crea mentalità produttivistiche che favoriscono forme di solidarietà con l’impresa. Con la prima guerra mondiale cambia il profilo produttivo e occupazionale dell’Ansaldo. Entrano in fabbrica i “nuovi operai” (contadini, donne, ragazzi), una manodopera non qualificata, occupata prevalentemente nelle produzioni standardizzate di armi e munizioni. Gli operai qualificati considerano questa manodopera un pericolo sia per la difesa del salario sia per il mantenimento della qualità del lavoro e della produzione. Ai loro occhi i “nuovi operai” sono degli “imboscati” che sono entrati in fabbrica per evitare di andare al fronte10. Sebbene disprezzati dai “vecchi operai”, i “nuovi” non subiscono particolari forme di discriminazione negli stabilimenti. Diverso è invece il comportamento degli operai qualificati nei confronti delle donne. Quando, nel febbraio 1916, sono assunte le prime operaie, in alcuni reparti viene dichiarano lo stato di “agitazione” e viene interrotto il lavoro. A commento del fatto, il prefetto di Genova scrive, nel dicem-

8 M. Doria, L’Ansaldo. L’impresa e lo stato, Milano, 1990; A. Molinari, Pratica della scrittura e culture operaie. L’ansaldo dei Perrone (1915-1918), in S. Musso (a cura di), Tra fabbrica e società. Mondi operai nell’Italia del Novecento, “Annali Fondazione Feltrinelli”, Milano, 1999. 9 G. Perillo, C. Gibelli (a cura di), Storia della Camera del lavoro di Genova. Dalle origini alla seconda guerra mondiale, Roma, 1980. 10 Asa, Fp., Serie scatole numerazione rossa, Lettere anonime (1917-1918).

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bre dello stesso anno: “Gli uomini trovano nell’impiego delle donne una concorrenza alla loro manodopera, che potrebbe rimanere, in seguito deprezzata, pel fatto che le medesime assumono gli stessi lavori con minor retribuzione. Poiché le operaie stanno dando buona prova per operosità e proficuità, essi temono che la loro presenza possa dare luogo alla revoca dell’esonero”11. Una valutazione non diversa delle motivazioni dello “sciopero contro le donne” compare su “Lotta operaia”, il giornale dei sindacalisti rivoluzionari di Sestri Ponente: “Il lavoro delle donne è troppo mal retribuito, esso fa una spietata concorrenza all’uomo e la borghesia capitalistica trova in esso un proficuo elemento da sfruttare”12. Che fossero anche altre le ragioni di una così diffusa ostilità del mondo operaio nei confronti del lavoro delle donne, sono gli stessi sindacalisti di “Lotta operaia” a confermarlo. A proposito delle operaie dell’Ansaldo, il giornale scrive: “Guadagnano poche lire ma è anche colpa loro. Sono ignoranti! Chi delle operaie a fine quindicina sa quanto gli viene per il cottimo di cui non ha mai conosciuto la base?”13. Sono molti gli articoli pubblicati su “Lotta operaia” dove viene evidenziato il danno che il lavoro di fabbrica produce sul fisico e sulla moralità delle donne. “Nelle officine Ansaldo ci sono madri di famiglia che hanno lasciato abbandonata a se stessa la prole, ragazze che sfioriscono la giovanile bellezza davanti ai torni. Hanno salari da fame che non compensano certo il discapito della famiglia per la mancanza della donna”14. Il movimento sindacale, allo stesso modo delle istituzioni pubbliche e private (stato, chiesa, scuola, associazioni assistenziali) che si occupano del lavoro femminile, pone come priorità nel definire la divisione sessuale del mercato del lavoro la tutela delle capacità riproduttive e morali delle donne15.

11 Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale di Pubblica Sicurezza, cat. A5G, Conflagrazione europea 1914-18, busta 49, Relazioni del prefetto di Genova (1916-17). 12 Il proletariato femminile, “Lotta operaia”, n. 4, 10 giugno 1916. 13 Lo sfruttamento della donna, “Lotta operaia”, n. 8, 6 ottobre 1916. 14 Il proletariato femminile, cit. 15 Th. Laqueur, L’dentità sessuale dai greci a Frued, Roma-Bari, 1972; W.J. Scott, La donna

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Nella misura in cui si viene affermando, anche nei ceti operai, il modello della famiglia borghese, nucleare e intima, il valore della maternità si estende oltre la sfera riproduttiva come elemento fondante della domesticità16. Resta ancora dominante una concezione biologica del corpo femminile, ma è l’atto della riproduzione a dilatarsi nel tempo. Non più la difesa del corpo femminile per un “sano” concepimento, ma del corpo femminile come corpo che riproduce, alleva, educa la prole. Le donne che lavorano, in via eccezionale, nelle fabbriche degli uomini mettono a repentaglio la salute e l’onore. Anche quando sollecitano la partecipazione delle donne all’organizzazione sindacale, le avanguardie politiche del movimento operaio ribadiscono la stabilità dei tradizionali ruoli femminili: “La partecipazione della donna al movimento di redenzione operaia non solo ha importanza per l’aiuto che può portare all’uomo ma ben anche per la sana educazione che può impartire ai suoi figli”17. Nel caso degli stabilimenti Ansaldo, risulta particolarmente evidente come l’ostilità maschile nei confronti del lavoro femminile non traesse origine dalla paura di una perdita di competitività sul mercato del lavoro. La collocazione occupazionale delle donne era tale che non poteva certo rappresentare una minaccia per la stabilità e il salario degli uomini. La maggior parte delle operaie percepiva salari minimi per mansioni ad alta intensità di sfruttamento (produzioni standardizzate di proiettili) o dequalificate (spazzine, raccoglitrici di attrezzi)18. Lo scarso valore attribuito in fabbrica al lavoro femminile si rileva anche dal fatto che, in genere, non era attribuita alle donne una qualifica professionale. Nei libri matricola e nei prospetti paga le operaie sono classificate come “donne”. Occorre, poi, osservare che, durante la

lavoratrice nel XIX secolo, in G. Duby, M. Pierrot (a cura di), Storia delle donne. L’Ottocento, Roma-Bari, 1991 16 S. Musso, La famiglia operaia, in P. Melograni, L. Scaraffia (a cura di), La famiglia italiana dall’Ottocento ad oggi, Roma-Bari, 1988. 17 Lo sfruttamento della donna, “Lotta operaia”, n. 8, 24 dicembre 1916. 18 A. Camarda, S. Peli, L’altro esercito. La classe operaia durante la prima guerra mondiale, Milano, 1980; B. Curli, Italiane al lavoro 1914-1920, Venezia, 1998; A. Molinari, Le lettere al padrone, cit.

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guerra, la manodopera femminile dell’Ansaldo è numericamente inferiore a quella di altre fabbriche “ausiliarie”19 metallurgiche e metalmeccaniche. Nel dicembre del 1917, l’anno della massima occupazione femminile, le operaie rappresentano il 17% della forza lavoro. Le donne erano occupate prevalentemente nei due proiettifici: in quello di Sestri Ponente (33%) e in quello della “Fiumara” (40%). Negli altri stabilimenti l’occupazione femminile era di modesta entità e raggiungeva percentuali minime al “Meccanico” (4%) e al Cantiere navale ( 3,8%)20. Le donne che entrano all’Ansaldo durante la guerra non hanno, in genere, precedenti esperienze di lavoro di fabbrica. La scelta occupazionale era motivata più dal bisogno di guadagnare un salario che di imparare un mestiere. Il fatto che l’Ansaldo fosse industria “ausiliaria” consentiva alle operaie di ottenere salari più alti che in altri settori occupazionali21. Un motivo più che sufficiente per una scelta lavorativa. Alle donne interessava poco ciò che si produceva e come si produceva. Non tanto perché si trattava di un’occupazione occasionale e temporanea, quanto, piuttosto, per l’estraneità delle donne ad una lavoro e ad una cultura operaia tradizionalmente maschile. Spesso, però, l’attrazione esercitata dal salario non era abbastanza forte da rendere sopportabile per le donne lo sfruttamento e la disciplina di fabbrica. Dall’esame dei libri matricola, si può rilevare come le operaie dell’Ansaldo si esponessero con facilità ai rischi del licenziamento. Molte sono licenziate per “assenze ingiustificate”, “ritardo nell’entrata”, “negligenza”, “furti di materiale”22. Le annotazioni dei capire-

Erano dichiarate “ausiliarie” dallo Stato le industrie ritenute indispensabili per le produzioni di guerra. Le fabbriche “ausiliarie” erano sottoposte al controllo del Comitato di Mobilitazione industriale, un organismo di controllo della produzione e del lavoro di cui facevano parte industriali, membri del governo, membri dell’esercito. 20 Comitato nazionale del munizionamento, Il lavoro femminile nell’industria italiana di guerra, Roma, 1917. 21 Esistono vari carteggi tra la direzione Ansaldo e il Comitato regionale di mobilitazione industriale che documentano come l’Ansaldo facesse incetta di operaie in alcuni stabilimenti del ponente genovese. Asa, Fp., Serie Scatole numerazione rossa, 538. 22 Asa, Fondo Ansaldo, Libri matricola 1853-1956, b. 62. 19

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parto sui libri matricola attestano che sono numerose anche le operaie che le lasciano volontariamente il lavoro perché non sopportano l’intensità dei ritmi produttivi. Negli stabilimenti Ansaldo le donne sono considerate e trattate sia dall’impresa sia dagli operai non come un settore dequalificato della manodopera, ma come “corpi al lavoro”. Non sono delle operaie industriali ma corpi erogatori di forza lavoro. Non hanno qualificata professionale, hanno un salario minimo, sono ritenute non essenziali alle produzione. L’isolamento in cui vivono dentro la “fabbrica degli uomini” le rende spesso vittime inconsapevoli di forme di sfruttamento a cui possono sottrarsi solo con la rinuncia al lavoro. La modernizzazione dei processi produttivi in atto nel primo Novecento favoriva l’accesso al lavoro industriale di manodopera non qualificata e “apriva” alle donne le “fabbriche degli uomini”. La necessità di confermare la subalternità del genere femminile per il mantenimento degli equilibri di una società patriarcale faceva, però, apparire pericolosa la presenza delle donne in contesti occupazionali tradizionalmente maschili. Non era facile conciliare le esigenze produttive con la conservazione di una separazione sessuale del mercato del lavoro. La svalorizzazione economica e sociale del lavoro industriale delle donne appare, nel primo Novecento, come l’unica mediazione possibile tra interessi contrastanti. Nel caso dell’Ansaldo la presenza delle donne in fabbrica è un “eccezione” che conferma il carattere esclusivo del lavoro industriale maschile. Quando, invece, il lavoro industriale è svolto quasi esclusivamente da donne, se ne accentua la lo scorso valore attraverso l’esaltazione del carattere femminile della attività lavorative.

Una fabbrica di donne. La Manifattura Tabacchi di Sestri Ponente Nelle fotografie che ritraggono le operaie dell’Ansaldo in tempo di guerra prevale un’immagine di staticità e di “assenza” del lavoro femminile. Le donne sono in fabbrica, ma è come se non ci fossero. Mentre gli uomini sono rappresentati in modo da rendere identificabile la loro

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attività lavorativa, le donne appaiono come uno sfondo umano indifferenziato su cui risalta la “maestosità” delle macchine e della produzione23. In quegli stessi anni, una serie fotografica della Manifattura Tabacchi di Sestri Ponente presenta ambienti di lavoro di “rassicurante” di domesticità24. Le operaie lavorano il tabacco in piccoli gruppi intorno ad un tavolo, come se stessero facendo lavori domestici. Alcune operaie sono ritratte nel “nido” dello stabilimento, accanto alle culle dei neonati. Nel caso dell’Ansaldo la rappresentazione del lavoro femminile è “oggettivante”, in quello della Manifattura è personalizzata. Da una parte ci sono “corpi al lavoro”, dall’altra ci sono donne che lavorano come “a casa”. Si tratta di due stereotipi della donna operaia che hanno, però, la stessa finalità: documentare l’estraneità della sfera femminile al lavoro industriale. Sia le donne che lavorano all’Ansaldo, sia quelle che lavorano in Manifattura sono rappresentate come “non operaie”. Le prime sono una presenza eccezionale ed estemporanea dentro una fabbrica di uomini. Le seconde non sono operaie ma donne che in fabbrica fanno un lavoro “da donne”. Una fotografia del 1912 ritrae le operaie della Manifattura in posa davanti allo stabilimento. Non vestono la divisa e molte hanno in braccio o vicino i loro figli. L’immagine che si vuol trasmettere è quella di una forza-lavoro che svolge mansioni non in contrasto con i ruoli femminili di madre e di moglie. Questa foto, più di altre, documenta con efficacia un meccanismo di “travestimento” del lavoro industriale delle donne. Data l’impossibilità di negare l’occupazione industriale delle donne si dà del loro lavoro una rappresentazione che conferma la separazione sessuale del mercato del lavoro. A differenza delle operaie dell’Ansaldo, le “sigaraie” di Sestri Ponente erano una manodopera professionalizzata, stabile, con salari superiori anche a quelli di settori del lavoro industriale maschile.

23 P. Di Cori, Il doppio sguardo. Visibilità dei generi sessuali nella rappresentazione fotografica, in D. Leoni, C. Zadra (a cura di), La grande Guerra. Esperienze, memorie, immagini, Bologna, 1986. 24 Le foto della manifattura e le interviste alle sigaraie: A. Zoccola, Per la storia del lavoro delle donne in Liguria: la Manifattura Tabacchi di Sestri ponente, Tesi di laurea, Università di Genova, a.a. 1997-98.

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Inoltre, chi lavorava in Manifattura, godevano di privilegi che derivavano dalla dipendenza dallo stato. Negli anni 1911-12 fu stabilito per le Manifatture l’obbligo dell’iscrizione alla Cassa Nazionale di Previdenza e fu possibile per le operaie ottenere la pensione all’età di cinquantacinque anni25. Nel 1908 il salario medio di una “sigaraia” era di L. 2,28 , quello di un operaio del settore automobilistico di L. 2,24. Ma è il confronto con i salari femminili di altri settori industriali, che fa apparire quelli della Manifattura particolarmente elevata: del 47,45% rispetto a quelli del comporto minerario, del 32% rispetto a quelli del settore meccanico e metallurgico. Il salario delle donne è, però, decisamente inferiore a quello degli uomini occupati in Manifattura. Una manodopera, quella maschile, che, nel primo Novecento, rappresenta una percentuale minima della forza-lavoro: nel 1908 gli uomini sono circa cinquanta a fronte di più di cinquecento donne. Il salario maschile è quasi il doppio di quello femminile: nel 1913, ad esempio, un’operaia ha un salario medio di L. 2, 52, un operaio di L. 5,9. All’Ansaldo, la sperequazione salariale tra i sessi trovava una giustificazione nella differente qualità professionale della manodopera, nel caso della Manifattura, invece, erano le donne ad avere “il mestiere”. Gli uomini esercitavano prevalentemente funzioni di controllo disciplinare. Solo pochi erano addetti alla lavorazione del tabacco. Per le donne era previsto un lungo periodo di apprendistato, mentre gli uomini erano assunti come operai qualificati. Le possibilità di carriera per le operaie erano molto limitate. La maggior parte passava da “operaia avventizia” a “operaia comune”. Poche erano quelle che riuscivano a diventare ricevitrici, verificatrici, cernitrici26. Delle 521 operaie occupate in Manifattura tra il 1887 e il 1919, solo 77 hanno una pro-

P. Nava, La fabbrica dell’emancipazione. Operaie della Manifattura tabacchi di Modena: storie di vita e di lavoro, Roma, 1986; E. Benenati, M.C. Lamberti (a cura di), Impresa e lavoro in un’industria di stato: la Manifattura tabacchi tra Ottocento e Novecento, Torino, 1999; V. Santoro, S. Torsello (a cura di), Tabacco e tabacchine nella memoria storica, Lecce, 2002. 26 Le ricevitrici avevano il compito di ritirare i sigari confezionati, le verificatrici ne controllavano la qualità. 25

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gressione di carriera27. Per i pochi operai presenti nello stabilimento era, invece, prevista la possibilità di accedere al ruolo di agente di controllo, falegname, artiere fuochista, aggiustatore meccanico, capo d’arte, addetto alla fermentazione. A parte quest’ultima mansione, dove il salario era adeguato ai rischi di intossicazione in cui si poteva incorrere, le altre non richiedevano una competenza specifica per la lavorazione del tabacco. Per le donne che lavorano all’Ansaldo negli anni della Grande Guerra, il lavoro di fabbrica è occupazione occasionale e, per lo più, temporanea. Del tutto diversa è la situazione delle operaie della Manifattura. Chi entra in Manifattura ci resta spesso fino all’età della pensione. Un’intera generazione di donne originarie dei comuni del ponente genovese (Sestri Ponente, Cornigliano, Borzoli) resta occupata in questa fabbrica dall’inizio del Novecento fino alla metà degli anni Trenta, quando beneficia delle facilitazioni offerte dallo stato per andare in pensione. Garanzie di stabilità lavorativa, salari superiori alla media, privilegi pensionistici e assistenziali, un orario ridotto (7 ore giornaliere), erano incentivi per mantenere il posto di lavoro. Nella Manifattura vi era anche una sala per l’allattamento dove le operaie potevano lasciare i neonati. Oltre “nido” per i neonati, le operaie potevano disporre di una mensa e di una biblioteca. Nella Manifattura, come in altre industrie dove prevale la manodopera femminili, vengono attivati una serie di servizi e di attività volte alla tutela del corpo e della moralità delle donne. Convitti, educandati, scuole professionali, asili dentro e fuori le fabbriche28. Anche se fa un lavoro industriale la donna deve conservare dentro la fabbrica la priorità del suo ruolo di madre e di moglie. L’identità sessuale prevale sulla collocazione occupazionale e fa perdere valore al lavoro. Nell’impossibilità di negare l’evidenza del lavoro industriale femminile, ne viene svalutato il valore sociale. L’operaia della Manifattura poteva guadagnare anche più di un operaio maschio, ma il valore del suo lavoro era minore, perché si trattava di un lavoro “da donna”. Un Deposito Monopolio tabacchi di Sampierdarena, Fascicoli personale operaio (1887-1919). S. Soldani (cura di), L’educazione delle donne. Scuole e modelli femminili di vita nell’Italia dell’Ottocento, Milano, 1989. 27 28

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ruolo determinante nel conciliare le esigenze del mercato del lavoro con quello del controllo sociale sul corpo delle donne viene svolto dai i cosiddetti “imprenditori morali”29 (lo stato, la chiesa, i partiti, le organizzazioni del movimento operaio) che, con iniziative diverse, contribuiscono a conservare gerarchie sessuali nel lavoro industriale. Nel caso dello Manifattura è lo stato a svolgere un ruolo importante nella svalorizzazione del lavoro femminile. In quanto imprenditore lo stato non favorisce processi di innovazione tecnologica per la lavorazione e la confezione dei tabacchi. È solo nel 1963 che viene introdotta una macchina automatica per la produzione di sigari30. Fino ad allora, il lavoro resta di tipo artigianale e con mansioni che si differenziano ben poco da quelle di fine Ottocento. Il salariato delle operaie è superiore a quello di altri settori del lavoro industriale, ma inferiore a quello degli uomini che lavorano in Manifattura. Praticamente inesistenti sono per le operaie, le possibilità di una carriera professionale. Dalle informazioni disponibili sembra di capire che il lavoro in Manifattura era faticoso, particolarmente nocivo alla salute, non facilmente conciliabile con gli impegni della maternità. Il profilo della prima generazione di “sigaraie” evidenzia una forte presenza in fabbrica di “donne sole”. Su un totale di 521 operaie presenti in fabbrica dal 1887 al 1919, 211 sono nubili e 25 sono vedove. Un dato che contrasta con la condizione economica delle “sigaraie”. L’ammontare del salario e la stabilità occupazionale faceva delle operaie della Manifattura un buon investimento coniugale. Racconta, nel corso di un’intervista, il marito di una “sigaraia” occupata in Manifattura negli anni Sessanta: “Un uomo che doveva mettere su famiglia se riusciva a trovare una ragazza che lavorava ai tabacchi aveva una garanzia”31. Non è facile capire perché fosse così alto il numero delle “sigaraie”

29 Col termine imprenditori morali la sociologia dei processi culturali individua quelle figure e quelle istituzioni che suscitano allarme sociale su un problema per ottenere risposte di tipo conservatore o repressivo. Per una definizione delle funzioni dell’imprenditore morale: S. Cohen, Folk Devils and moral panics, London, MacGibbon and Kee, 1972. 30 A. Zoccola, Per la storia del lavoro delle donne in Liguria: la Manifattura Tabacchi di Sestri ponente, cit. 31 Ibid.

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rimaste nubili. È possibile supporre che ad alcune il lavoro in Manifattura abbia consentito forme di vita autonome dalla famiglia di origine. Una scelta di vita considerata, all’epoca, poco compatibile con il matrimonio. Si tratta, però, di un’ipotesi che necessita di verifiche e che trova qualche riscontro solo nella memoria popolare. L’immagine della “sigaraia” come donna emancipata e trasgressiva è forse più un prodotto dell’immaginario maschile dell’epoca che una reale condizione di vita. Il salario assicurava a queste donne un’autonomia economica che suscitava preoccupazioni e rendeva più rigidi i meccanismi del controllo sociale sulle loro vite. Non è improbabile che fosse proprio la condizione di “donne sole” a far assumere alle “sigaraie” un profilo di trasgressione. Le ragioni di un così diffuso nubilato sembrano da ricercare soprattutto nella difficoltà che incontrano queste donne a conciliare un lavoro particolarmente faticoso con la maternità. Molte delle operaie coniugate non hanno figli e, se li hanno, sono in numero limitato (una media di due per famiglia)32. Il lavoro a cottimo e lo straordinario erano molto diffusi e spesso imposti dalla direzione. I controlli sulle operaie erano rigidi, soprattutto per il timore che si verificassero furti di tabacco. Ogni giorno all’uscita della fabbrica venivano fatti controlli corporali “a campione”. Le “sigaraie” passavano sotto una lampadina che ogni tanto veniva accesa. Chi si trovava sotto era sottoposto a una perquisizione. Che la Manifattura non fosse un ambiente familiare e “protetto” lo attestano le numerose agitazioni delle operaie e la loro adesione agli scioperi del primo Novecento33. A suscitare la protesta delle “sigaraie” era spesso il comportamento dei capireparto ai quali la direzione della Manifattura lasciava ampi poteri. Bastava che una “sigaraia” fosse poco gentile con un “capo” e immediatamente era punita. Vi erano “capi” che si accanivano più di altri nel comminare multe. Numerosi sono gli articoli di “Lotta operaia” che denunciano episodi di questo tipo. A proposito di un caporeparto, si legge: “Costui è il signor Pira Stanilao fino a pochi giorni fa capo del reparto formazione mazzi, il quale pare voglia battere il record dei rapporti. Basti dire che 32 33

Deposito Monopolio tabacchi di Sampierdarena, Fascicoli personale operaio (1887-1919). G. Perillo, C. Gibelli, op. cit.

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in un giorno (il 4 dicembre) il sullodato bel tomo ha avuto la sfacciataggine di fare ben otto rapporti. I motivi? Si possono domandare a lui solo perché è l’unico che li sappia. Reclamare dai superiori? Una buona risata sulla faccia può essere la più seria risposta”34. In alcuni articoli sulle condizioni del lavoro in Manifattura, “Lotta operaia” lamenta la diffidenza delle operaie nei confronti dell’organizzazione sindacale. Spesso le operaie della Manifattura interrompevano il lavoro per protestare e rivendicare diritti. Si trattava di manifestazioni spontanee che i sindacalisti di Sestri ponente definivano “chiassose agitazioni”. Quando, sempre nel 1912, le operaie entrano in agitazione per l’introduzione nella Manifattura di un genere di tabacco che rende il lavoro più faticoso, “Lotta operaia” pubblica un articolo in cui si legge: “Compagne, pensate che i miglioramenti non si ottengono nel chiassoso che adottate, mettetevi al lavoro d’organizzazione; il poco seme che avete sparso nel momento d’entusiasmo ha bisogno di cura, onde un giorno maturi possiate raccoglierne i frutti”35. Nel 1913 si forma una Lega delle “sigaraie” che aderisce alla Camera del lavoro riformista di Sampierdarena. A partire dal 1914 e per tutta la durata della guerra, la Manifattura sarà al centro di agitazioni e di scioperi. A differenza delle operaie dell’Ansaldo che partecipano in numero assai ridotto agli scioperi del 1917-18, le “sigaraie” sono protagoniste delle lotte rivendicative e politiche di quel periodo. La stessa cosa accade in occasione dei grandi scioperi del 1919. Scrive, a questo proposito, il questore di Genova al Prefetto: “Le operaie della Manifattura mantengono sempre contegno battagliero per ottenere che i noti problemi che le stanno assillando (miglioramenti della paga, orari ridotti) siano al più presto risolti”36. La Grande Guerra esaspera una condizione lavorativa di particolare sfruttamento e fa assumere alle operaie della Manifattura comportamenti politici. Le “sigaraie” non sono più dei “corpi al lavoro, ma un Lagnanze contro un capo reparto, ” Lotta Operaia”, n. 13, 28 dicembre 1912. Agitazione nella Manifattura tabacchi per la materia prima, “Lotta operaia”, n. 18, 7 dicembre 1912. 36 Archivio di Stato di Genova, Prefettura, Rapporti della Questura di Genova sulle agitazioni operaie (1919-1920), b. 2. 34 35

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segmento della classe operaia che difende e chiede diritti. Ben presto, però, la Manifattura torna ad essere una fabbrica “tranquilla”. La repressione del regime fascista toglie qui, come in ogni fabbrica, spazi alla protesta. La mancanza di un intervento da parte dello stato per rendere meno faticoso e insalubre il lavoro in Manifattura ebbe effetti devastanti sulla salute delle operaie. Molto erano le “sigaraie” affette da tubercolosi e da forme di intossicazione da tabacco che potevano causare anche gravi forme di disagio mentale. Già nei primi anni del secolo la medicina sociale aveva evidenziato la vasta diffusione della tubercolosi tra le operaie della Manifattura di Sestri Ponente. Un’inchiesta condotta Alessandro Peri, medico socialista poi collaboratore di Luigi Devoto alla “Clinica del lavoro” di Milano, segnalava, per il periodo 1873-1904, un alto tasso di mortalità per tubercolosi polmonare tra le “sigaraie” di Sestri ponente: il doppio di quello registrato tra le altre donne residenti nello stesso comune37. Da alcune interviste fatte a “sigaraie” della seconda generazione emergono non pochi elementi per valutare come, ancora durante la seconda guerra mondiale, la Manifattura fosse una fabbrica pericolosa per la salute delle operaie e dei loro figli. Il rischio di intossicazione esisteva anche per i neonati ospitati nel “nido” della fabbrica. Racconta a questo proposito un’operaia: “Una mia figlia a sette mesi ho dovuto fermarla, perché dormiva sempre, io andavo giù a darle il latte e lei si addormentava… Era la nicotina che la faceva dormire, perché avevamo una vestaglia per lavorare e sopra mettevamo una cappa bianca, però c’era l’odore di tabacco, allora sono uscita e l’ho portata da un professore”38.

37 A. Peri, Contributo alla mortalità per tubercolosi nei centri industriali. Dati statistici riguardanti il comune di Sestri ponente, Arezzo, 1906. Sulla figura di Alessandro Peri, A. Molinari, Medicina e sanità a Genova nel primo Novecento, Milano, 1996. 38 A. Zoccola, Per la storia del lavoro delle donne in Liguria: la Manifattura Tabacchi di Sestri ponente, p. 352.

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V. Autobiografie e vite di donne in un manicomio del primo Novecento

L’autobiografia come terapia A partire dall’ultimo ventennio dell’800 il colloquio medico-paziente diventa centrale nell’anamnesi attuata dalla scienza psichiatrica italiana. L’individuazione dei sintomi della malattia avviene attraverso la ricostruzione di percorsi biografici che spesso assumono forma scritta. Le autobiografie e gli scritti autografi dei ricoverati rappresentano, negli anni di passaggio dall’800 al’900, una parte consistente del materiale conservato nelle cartelle cliniche delle istituzioni psichiatriche1. Il trionfo del “positivismo” nella cultura medico-psichiatrica2 produce nuovi reperti anamnestici: la scrittura come “segno” della devianza. Il nuovo approccio analitico si fonda sull’esistenza di un “patto autobiografico” tra medico e paziente3. Philippe Lejeune, che, più di altri ha studiato l’autobiografia come genere letterario, individua il tratto caratterizzante di questo tipo di scrittura nel tacito accordo, il “patto”, che vincola scrivente e lettore4. Nel caso delle autobiografie 1 E. Cavazzoni, Archivi manicomiali in Emilia Romagna, “Società e storia”, 1985, n. 28; Le autobiografie mentali negli ospedali psichiatrici emiliani, “Materiali di lavoro”, 1990, n. 1-2; V. Fiorino, Donne da manicomio: appunti sulle biografie di internate a Roma (1850-1915), “Agenda della Società italiana delle storiche”, 1998, 20; Ead, Matti, indemoniati e vagabondi. Dinamiche di internamento manicomiale tra Otto e Novecento, Venezia, 2002, A. Molinari, La pratica della scrittura nelle istituzioni segreganti del primo Novecento. Le autobiografie dei folli, in Antonio Guerci (a cura di), Malattie, culture e società. 3° colloquio europeo di etnofarmacolgia, Genova, 1999, Ead, Autobiografie della vita e della mente, in “Genesis. Rivista delle Società delle storiche italiane”, n. 1, 2003. 2 M. Foucault, Microfisica del potere, Torino, 1977; A. Dal Lago (a cura di), Archivio Foucault. Vol. II, Poteri, saperi, strategie, Milano, 1996. Per la situazione italiana: P. Guarnieri, Individualità difformi. La psichiatria antropologica di Enrico Morselli, Milano, 1986; Storia della psichiatria. Un secolo di studi, Firenze, 1991. 3 R. Castel, Lo psicanalismo, Torino, 1975; L’ordine psichiatrico. L’alienismo, Milano, 1980. 4 Ph. Lejeune, Il patto autobiografico, Bologna, 1986; A. Battistini, Lo specchio di Dedalo. Biografia e autobiografia, Bologna, 1990.

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dei “folli” l’intervento del medico è decisivo nell’incentivare una pratica di recupero della memoria e condiziona il contenuto dei testi. Esiste però, ed è altrettanto importante, un margine di autonomia del paziente nel proporre una rappresentazione autobiografica. Il “patto autobiografico” che lega il medico e il paziente produce meccanismi di ricerca e di attestazione di identità il cui esito non è prevedibile. Sebbene sottoposti al controllo del sapere medico, questi testi possono talvolta mutare carattere: non più autobiografie delle mente ma autobiografie della vita. Quando l’autobiografia diventa l’autorappresentazione di un percorso di vita che ha al centro la malattia ma che non si esaurisce in essa, si verificano le condizioni per una ridefinizione del “patto”. La consapevolezza del fallimento terapeutico della pratica dell’internamento, attestata da gran parte delle autobiografie con le quali si è confrontata l’indagine storica5, non annulla i vincoli del “patto” ma ne altera l’equilibrio. Il medico mantiene il suo ruolo di “agente” della produzione autobiografica ma perde valore la sua funzione di lettore. Se all’origine della scrittura c’è la ricerca di una “ragione” della malattia e quindi l’esecuzione di un compito imposto dall’istituzione, nella stesura dei testi può prevalere l’esigenza del paziente di riprendere contatto con quella parte di vita che il ricovero manicomiale ha bruscamente interrotto. I pochi studi esistenti, ma soprattutto la produzione autobiografica dei ricoverati6, attestano come la motivazione alla scrittura vada ben oltre quella dell’autoanalisi. C’è chi scrive per proporre la propria “verità” e denunciare l’abuso dell’internamento, c’è chi vuole dimostrare di essere sano di mente, chi si limita a raccontare la propria vita. Questo fa sì che le scritture dei “folli” possano entrare a pieno titolo nell’ambito delle scritture autobiografiche. Pur nella diversità delle storie individuali e quindi degli esiti della scrittura, i ricoverati sembrano mantene-

5 E. Cavazzoni, Le autobiografie mentali, cit., A. Molinari, Medicina e sanità a Genova nel primo Novecento, Milano, 1996. 6 Ricerche sono state effettuate negli archivi di due ospedali psichiatrici della provincia di Genova, quello di Quarto al mare e quello di Ge-Pratozanino. Sulla storia dei due ospedali: A. Molinari, Un percorso regionale di storia sanitaria, in A. Gibelli, P. Rugafiori (a cura di), La Liguria. Le regioni dall’Unità a oggi, Torino, 1994.

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re, anche dopo lunghi periodi di internamento, capacità espositive e narrative. Le autobiografie trasmettono esperienze, sentimenti, stati d’animo. L’ingiunzione alla scrittura che viene dalle pratiche terapeutiche non può coinvolgere che un numero limitato di ricoverati. Solo chi dispone di risorse che gli consentono di sopravvivere alla sofferenza della malattia e di una condizione di isolamento riesca a dare una “risposta” all’ingiunzione che viene dal sapere psichiatrico. Non necessariamente è chi e socialmente e culturalmente più avvantaggiato che riesce a produrre una scrittura di tipo autobiografico. Anche se è indubbio non fossero i ceti sociali più marginali che pure rappresentano la parte più consistente dei ricoverati nei manicomi italiani del primo Novecento a essere in grado di confrontarsi con la pratica della scrittura. Da una ricerca effettuata negli archivi dei due manicomi esistenti a Genova nel primo Novecento, quello di Gogoleto Pratozinano e quello di Genova-Quarto, il primo dato che emerge è che a scrivere autobiografie sono soprattutto soggetti sociali che appartengono a ceti sociali subalterni, ma non marginali: operai, contadini, casalinghe, commercianti, maestre, impiegati. Il numero di scritti autografi (autobiografie, lettere, racconti, appunti) contenuti nei fascicoli nominativi dei ricoverati è molto consistente. La ricerca è stata focalizzata sulle autobiografie delle donne ricoverate nel manicomio di Quarto al Mare per il periodo 1917-1929, perché dallo spoglio dei fascicoli sono emersi materiali autobiografici di particolare interesse per documentare l’esperienza dell’internamento manicomiale femminile del primo Novecento. Su un totale di 2500 fascicoli personali ne sono stati presi in esame 1000. Lo stato di conservazione del materiale non ha consentito di stabilire precisi criteri di selezione. Si è quindi partiti dall’analisi dei registri di ammissione e di dimissione e sulla base dei nominativi e delle indicazioni fornite dai registri si sono individuate le cartelle delle ricoverate. La scelta dell’arco cronologico ha avuto la finalità di verificare se il passaggio dallo stato liberale al regime fascista avesse introdotto cambiamenti nelle pratiche di assistenza psichiatrica. Nei fascicoli personali sono state trovate 50 scritture di tipo autobiografico, venti lettere e una notevole quantità di materiali autografi di vario tipo (quaderni enciclopedici, appunti, scritture di tipo letterario, fogli con disegni e parole scritte). Delle 50 scritture autobiografiche

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solo 30 sono state utilizzate per la ricerca. Le restanti erano, alcune in condizioni di conservazione che non ne consentivano la lettura, altre decisamente incomprensibile. Per quanto “incomprensibili” anche queste scritture attestano il ruolo svolto dalle terapie psichiatriche del tempo nel favorire la produzione di materiali autobiografici. Nel corso della ricerca un elemento è emerso con particolare evidenza. La ricchezza e l’interesse di un materiale che appare come un serbatoio inesauribile per ricerche in molti settori della storia sociale, culturale e politica dell’Italia del primo Novecento. Un materiale, occorre dirlo, quasi del tutto inesplorato dalla storiografia italiana. Nei confronti di queste fonti ha resistito a lungo un duplice pregiudizio. In primo luogo è stato attribuito al contesto di produzione un ruolo determinante nel condizionare i contenuti e la tipologia della scrittura. Facendo proprio lo “sguardo” del sapere psichiatrico, gli storici hanno a lungo considerato questi materiali come un reperto medico. Un genere di fonti che aveva una “leggibilità” solo nell’ambito dello studio della malattia mentale. C’è stata poi la convinzione che solo chi aveva un livello sufficientemente alto di istruzione fosse in grado di produrre scrittura. Il ruolo di “deposito” di marginalità sociale svolto dal manicomio ancora per buona parte del Novecento7, autorizzava a supporre che la maggior parte dei ricoverati non fosse in grado di praticare la scrittura. I materiali autografi conservati nelle cartelle cliniche attestano, invece, come, in condizioni di particolare difficoltà di comunicazione, anche chi aveva un livello minimo di istruzione, era in grado di produrre scrittura”8. Nel manicomio, allo stesso modo che in tutte le “istituzioni totali”, la scrittura rappresenta una risorsa per sopravvivere ad una condizio-

E. Goffman, Asylums. Le istituzioni totali, Torino, 1968; K. Dorner, Il borghese e il folle. Storia sociale della psichiatria, Bari, 1975;R. Canosa, Storia del manicomio in Italia dall’Unità a oggi, Milano, 1979; M.l Foucault, Sorvegliare e punire, Torino, 1976; Storia della follia, Milano, 1980; A. De Bernardi, Follia, psichiatria e società. Scienza psichiatrica e classi sociali nell’Italia moderna e contemporanea, Milano, 1982. 8 Per le problematiche sul rapporto delle classi subalterne con la pratica della scrittura vedi: A. Bartoli Langeli, La scrittura dell’italiano, Bologna, 2000; A. Molinari, Le lettere al padrone. Lavoro e culture operaie all’Ansaldo nel primo Novecento, Milano, 2000; 7

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ne di isolamento e di alterazione dell’identità personale9. È una forma di autoterapia. A differenza di quanto accade in altre istituzioni segreganti, in quelle psichiatriche questa pratica é incentivata dalla domanda dell’anamnesi medica. L’importanza terapeutica attribuita alla scrittura favorisce un processo di acculturazione dei ricoverati e induce alla scrittura anche soggetti appena alfabetizzati. Il colloquio anamnestico può fornire ai ricoverati che ne sono sprovvisti un supporto grammaticale e linguistico. Il carattere ibrido della produzione dei ricoverati, espressione di soggettività manipolate e depauperate, ma ancora capaci di esprimere sentimenti e stati d’animo, ne esalta l’interesse e le possibilità di utilizzo per una storia della “follia” in età contemporanea. Un maggior valorizzazione di queste fonti consentirebbe di superare i limiti di una storiografia che ha privilegiato lo studio delle istituzioni rispetto a quello dell’esperienza dell’internamento10. Le autobiografie, in particolare, documentano con efficacia i meccanismi di gestione e di controllo della devianza in atto in un determinato periodo storico. Hanno la funzione di un prisma che riflette e rimanda aspetti di una quotidianità di relazioni sociali altrimenti insondabile. L’accesso al sistema manicomiale non era mai stato un percorso obbligato per chi manifestava forme di disagio mentale. Lo diventa per molti quando si verificano determinate condizioni che favoriscono la possibilità dell’internamento. Esiste ormai un’imponente bibliografia che documenta la forza di “attrazione” esercitata, a partire dalla metà dell’Ottocento, dalle strutture di ricovero psichiatrico11. Meno approfondita, invece, è stata l’in9 Solo negli ultimi dieci anni si sono sviluppati studi e ricerche che hanno documentato come i processi di acculturazione dei ceti subalterni non fossero strettamente legati alla scolarizzazione. In occasione di eventi traumatici (emigrazione transoceanica, Grande Guerra) vi fu da parte dei ceti subalterni un ricorso di massa alla scrittura . Per un quadro della situazione su questo settore di studi: Q. Antonelli, A. Iuso (a cura di), Vite di carta, Ancona, 2000; A. Molinari, Etnografia sociale e storia, in A. Dal Lago, R. De Biasi (a cura di), Un certo sguardo. Introduzione all’etnografia sociale, Roma-Bari, 2001. 10 Per un bilancio critico degli studi italiani di storia sanitaria, si rimanda alle riflessioni di T. Detti nell’introduzione a: Tommaso Detti, Salute, società e stato nell’Italia liberale, Milano, 1993. 11 Oltre alle opere di Goffman, Foucault, Dorner, A. Dal Lago, La produzione della devian-

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dagine sul ruolo svolto dai microcosmi sociali (famiglia, ambiente di lavoro, gruppi parentali e amicali) nell’indirizzare verso queste strutture soggetti considerati “devianti”. E proprio in questo settore di ricerca che le scritture dei folli possono rivelarsi di particolare interesse. Molto è stato scritto sull’importanza delle condizioni economiche nel determinare la follia ed è stato messo in rilievo il nesso tra miseria e follia12. Resta però il fatto che non tutti i pellagrosi e gli alcolisti poveri entravano in manicomio. L’analisi della produzione autobiografica dei ricoverati mette in risalto l’importanza delle reti sociali nel determinare i diversi esiti di destini individuali di “devianza”. Il ruolo della famiglia appare decisivo nel definire i percorsi del ricovero psichiatrico. Soprattutto nel caso delle donne. Il genere femminile resta definito, nel primo Novecento, esclusivamente all’interno della dimensione del privato e delle relazioni familiari. Pur in presenza di fenomeni di modernizzazione che rompono l’egemonia maschile delle spazio pubblico e avviano processi di emancipazione delle donne dalle tradizionali gerarchie familiari13. È il caso, per l’Italia, delle grandi migrazioni di massa a cavallo tra Ottocento e Novecento e della Grande Guerra14. Le contraddizioni e i conflitti che za. Teoria sociale e meccanismi di controllo, Verona, 2000. Per il caso italiano si rimanda ai già citati studi di Patrizia Guarnieri. 12 M. Sorcinelli , Miseria e malattia nel secolo XIX. I ceti popolari nell’Italia centrale fra tifo petecchiale e pellagra, Milano, 1979; A. De Bernardi, F. De Peri, L. Panzeri, Tempo e catene. Manicomio, psichiatria e classi subalterne. Il caso milanese, Milano, 1980; A. De Bernardi (a cura di), Follia, psichiatria e società, Milano, 1982; Il mal della rosa. Denutrizione e pellagra nelle campagne italiane fra Ottocento e Novecento, Milano, 1984; A. Molinari, Le navi di Lazzaro. Aspetti di storia socio-sanitaria dell’emigrazione transoceanica italiana, Milano, 1988. 13 K. Offen, R. Roach Pierson, J. Rendall, Writing Women’s History. International Perspectives, London, 1991; M. Perrot, Uscire, in G. Duby, M. Perrot (a cura di), Storia delle donne l’Ottocento, Roma-Bari, Laterza, 1991; G. Bonacchi, A. Groppi (a cura di), Il dilemma della cittadinanza. Diritti e doveri delle donne, Roma-Bari, 1993; P. Di Cori (a cura di), Altre storie. La critica femminista alla storia, Bologna, 1996; A. Groppi (a cura di), Il lavoro delle donne, Roma-Bari, 1996; F. Thébaud, Ecrire l’histoire des femmes, Fontenay-Saint Cloud,, 1998. 14 A. Bravo (a cura di), Donne e uomini nelle guerre mondiali, Roma-Bari, , 1991; B. Curli, Italiane al lavoro (1914-1920), Venezia, Marsilio, 1998; A. Molinari, La buona signora e i poveri soldati. Lettere a una madrina di guerra (1915-1918), Torino, 1998; A. De Clementi, Madri e figlie nell’emigrazione americana, in A. Groppi (a cura di), Il lavoro delle donne; Di

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caratterizzano un’epoca di rapida trasformazione sociale minacciano la stabilità dei ruoli femminili e possono favorire l’emergere di manifestazioni di disagio mentale. Che trovano, in genere, nella famiglia il “luogo” di origine e, nell’istituzione psichiatrica, l’unica forma di assistenza. La prima resa più fragile da una perdita di centralità economica e sociale15. La seconda che si consolida a partire dalla metà dell’Ottocento. Sia per la sua funzione di “agente” del controllo sociale sia per l’autorevolezza culturale che all’epoca viene riconosciuta al sapere psichiatrico16. Dai materiali autobiografici conservati nelle cartelle cliniche del manicomio di Quarto al mare, uno dei due grandi manicomi esistenti a Genova nel primo Novecento17, si può rilevare come il percorso dell’internamento manicomiale si delinei per le donne a partire della famiglia o in stretto rapporto con le gerarchie familiari. Il ricovero avviene, nella maggior parte dei casi, perché la famiglia considera il comportamento privato e pubblico di queste donne socialmente “inadeguato”. L’esperienza dell’internamento ha come obiettivo primario quello di riportare i comportamenti femminili in ambiti socialmente accettabili. L’universalismo del sapere psichiatrico non trova però riscontro nelle pratica terapeutica. Dalle documentazione prese in esame risulta evidente come, nel manicomio di Quarto, esistesse una forte discriminazione nell’assistenza alle donne ricoverate. C’erano donne che erano considerate “irrecuperabili”: prostitute, mendicanti, alcoliste. Quelle che la terminologia medica definiva “recidive abituali”18. Donne che entravano e uscivano con frequenza dal manicomio. qua e di là dell’oceano. Emigrazione e mercati nel Meridione, Roma, 1999; B. Bianchi, Lavoro e emigrazione femminile in P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana, Roma, 2001. 15 M. Barbagli, Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo, Bologna, 1984; P. Melograni (a cura di), La famiglia italiana dall’Ottocento a oggi, RomaBari, 1988; M. Barbagli, D. I. Kertzer, Storia della famiglia italiana 1750-1950, Bologna, 1992. 16 L. Chevallier, Classi lavoratrici e classi pericolose, Bari, 1976; Giovanna Procacci, Governare la povertà. La società liberale e la nascita della questione sociale, Bologna, 1998. 17 A. Molinari, Medicina e sanità, cit. 18 V. P. Babini, A. Tagliavini, La donna nelle scienze dell’uomo, Milano, 1982; A. Pastore, P.

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Nelle cartelle cliniche di queste ricoverate mancano spesso dati essenziali: diagnosi, iter terapeutico, durata del ricovero. Non a caso, nei periodi di particolare affollamento del manicomio19, erano queste donne le prime ad essere dimesse. Le ricoverate delle quali sono state trovati documenti autografi (autobiografie, lettere) non appartengono agli strati marginali della società. Sono in genere donne che hanno avuto percorsi di vita nella norma. Si tratta, per lo più, di casalinghe. Venticinque su trenta. Due sono insegnanti elementari. Solo tre di queste donne sono nubili. Le altre sono mogli e madri. La provenienza è prevalentemente dalla provincia di Genova, in particolare dall’entroterra e dalla valli del levante genovese. Dalla documentazione disponibile (cartelle cliniche, registri di ammissione e di dimissione, materiale autografo) si ricavano informazioni molto vaghe sulla situazione clinica delle ricoverate. Per sei di queste donne la diagnosi è di “stato melanconico”. Per due di “psicosi erotica”. Le altre presentano diagnosi di “manifestazioni di tipo paranoico”. Su una campionatura di circa mille cartelle sono stati reperiti trenta scritti autobiografici e una cinquantina di lettere20. Solo tre delle scriventi hanno lasciato più di un documento autobiografico. Si può però supporre che fossero ben più numerose le ricoverate che utilizzavano la scrittura come risorsa terapeutica. Queste scritture non sono state conservate, perché a differenza delle autobiografie, erano una produzione autonoma della devianza21. Erano materiali che l’istituzione considerava come “estranei” alla sua storia e quindi ai suoi archivi. Sorcinelli (a cura di), Emarginazione, criminalità e devianza in Italia tra ‘600 e ‘900, Milano, 1990; M. Palazzi, Donne sole. Storie dell’altra faccia dell’Italia tra antico regime e società contemporanea, Milano, 1997 19 A. Molinari, Un percorso regionale, cit. 20 Archivio Ospedale Psichiatrico di Quarto al mare (d’ora in poi O.P.Q.), Cartelle donne. Anno 1917 , 100 cartelle; Anno 1918, 160 cartelle; Anno 1919, 100 cartelle, Anno 1920, 70 cartelle; Anno 1921, 70 cartelle, Anno 1922, 50 cartelle; Anno 1923, 50 cartelle; Anno 1924, 50 cartelle; Anno 1925, 50 cartelle; Anno 1926, 100 cartelle; Anno 1927, 30 cartelle; Anno 1928, 100 cartelle; Anno 1929, 50 cartelle. 21 Sul totale di mille cartelle sono stati recuperati due quaderni di poesia e uno di racconti.

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L’autobiografia come recupero del sé Scrive di sé Luigia M.22, una casalinga di quarant’anni entrata nel manicomio di Quarto nell’agosto 1915: “Io sarò un guerriero fiero perché la guerra non si fa solo con la spada: così io ci farò vedere che matta non vengo che in mezzo alla battaglia la mia mente è sempre dritta. Hanno messo fuori ch’io sono matta ma non lo sono ma sperano che io lo diventi lo scopo era quello”23. Poche sono le informazioni che si ricavano dalla cartella clinica di questa donna. È nata e vissuta a Chiavari, è sposata, è stata ricoverata per ordine delle autorità di Pubblica Sicurezza. Viene destinata al reparto “agitate” con la diagnosi di “stato paranoico”. Resterà in manicomio per un breve periodo, fino al dicembre del 1915. Vi rientrerà poi, per pochi mesi, nel 1917. Il successivo ricovero avverrà nel 1918 e durerà fino al 1923, quando sarà dimessa con la diagnosi “migliorata”. Il quadro molto generico che viene fornito dalla cartella clinica ci presenta Luigia M. come una donna affetta da gravi turbe psichiche. Nei testi autografi (un’autobiografia e due lettere al direttore del manicomio) appare evidente la difficoltà che incontra la scrivente nel dare un ordinamento logico all’emergere frenetico dei ricordi. Dal complesso della documentazione disponibile si capisce che Luigia M. ha alle spalle una vita di miseria. A far precipitare la donna in uno stato di confusione mentale è la perdita dell’alloggio dove viveva con la famiglia. Il fatto che la casa fosse di proprietà di un’associazione religiosa ha scatenato in Luigia M. sentimenti di odio e di rancore contro gli ambienti ecclesiastici. Sebbene il testo presenti non poche difficoltà di lettura, vi compaiono espressioni che attestano il permanere nella scrivente di una tenace volontà di resistenza alla condizione dell’internamento: In una lettera scritta al direttore del manicomio, nei giorni immediatamente successivi al ricovero, Luigia M. manifesta una lucida consapevolezza del ruolo svolto dall’istituzione psichiatrica nella produzione sociale della devianza: “Davvero mi sarebbe più caro essere in prigione perché quando avessi finito non sarebbe stato più niente, ma invece quando 22 23

O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Luigia M. Il testo è di dieci pagine, non ha titolo ed è datato 7 agosto 1915.

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uscirò sarà un altro dispiacere che mi si aggiungerà perché se dirò una cosa non sarò creduta e nemmeno calcolate le mie ragioni”24. Come la maggior parte delle ricoverate, Luigia M. scrive per dimostrare che l’internamento non ha annullato la sua identità di persona. La scrittura fornisce a queste donne una conferma della capacità di conservare il controllo della mente. Si può ammettere la malattia, non la follia. Così, un’altra ricoverata, Francesca M. conclude la sua autobiografia: “Lascio immaginare che forte dispiacere provai nel trovarmi in un ambiente simile, soltanto chi tiene il cervello a posto può compatirmi”25. Non a caso, in quasi tutti i testi, la narrazione si ferma alle soglie del manicomio. Proprio perché si rappresentano come donne malate, non come donne “folli”, le scriventi sembrano attuare una consapevole rimozione dell’esperienza dell’internamento. Certo , su questi testi si riflettono i meccanismi di controllo e di censura in atto nelle strutture psichiatriche. Ben visibili nella corrispondenza delle ricoverate26. Una di loro scrive, in una lettera al marito: “Ti faccio sapere che io di salute sto bene e che a buoni intenditori poche parole e buone”27. Il limitato spazio che viene dato nelle autobiografie a ciò che accade dentro il manicomio, sembra motivato da ragioni non immediatamente riconducibili al carattere segregante dell’istituzione. C’è, da parte delle scriventi, la volontà di presentare il ricovero come un episodio accidentale, seppur drammatico, nell’ambito di un percorso di vita. Il recupero della memoria del passato genera un confronto con la realtà del presente che non può che attivare il meccanismo dell’oblio. Questa rappresentazione in termini di provvisorietà di un destino di internamento si riflette nella narrazione. Nei pochi casi in cui viene evocato, il contesto manicomiale assume la dimensione di un “ luogo La lettera è di cinque pagine ed è datata 26 agosto 1915. O.P.Q. Anno 1918. Cartella di Francesca M. Il testo è di quindici pagine ed è datato 22 agosto 1917. 26 La corrispondenza veniva sistematicamente sottoposta a censura. Nelle cartelle si sono trovate lettere dei familiari delle ricoverate ancora intatte perché trattenute dalla direzione del manicomio. La censura veniva attuata soprattutto sulla corrispondenza delle ricoverate. Accadeva spesso che le lettere non fossero inoltrate e fossero esaminate dai medici che se ne servivano come reperti diagnostici. 27 O.P.Q. Anno 1926. Cartella di Elvira M. La lettera è datata 26 gennaio 1926. 24 25

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impossibile”. Così lo definisce Lucia P., nella sua autobiografia: “Egregio dottore da quindici giorni ho varcato la soglia del suo castello. Le garantisco sul mio onore che il mio soggiorno mi fruttò una serena calma. È più che naturale ed una raccomandazione dovrò imporre al mio cuore ambulante e mai stanco d’amare, l’impossibile realtà di siffatti luoghi”28. Non sempre, però, chi descrive l’esperienza dell’internamento ha un atteggiamento di dolorosa rassegnazione. Elisabetta F, ad esempio, fornisce un’immagine che appare consapevolmente ironica della sua vita in manicomio. Ne parla come di un posto di villeggiatura dove non si starebbe poi così male se si disponesse di qualche comodità in più: “Un po’ di toeletta: non sono esigente ma qualche ferretto per la testa, un po’ di sapone odoroso per lavarmi, un asciugamano per asciugarmi a spugna e finalmente un po’ di cipria. Del letto non mi posso lamentare. Devo aggiungere che non potendo cambiare alloggio Ella deve concedermi la mattina una passeggiata e la sera pure in giardino per respirare meglio l’aria pura”29. Indelebile resta, invece, nella memoria delle ricoverate, il ricordo del momento in cui hanno varcato la soglia nel manicomio. A distanza di dieci anni, Armida G. descrive con precisione ciò che avvenne quel giorno: “Entrata mi vidi davanti un portiere subito dopo vidi Lei dottore. Mi ricordo benissimo. Fu allora che mio cognato le consegnò le carte e disse pericolosa, salutandomi e lasciandomi”30. A volte il trau-

O.P.Q. Anno 1917. Cartella di Lucia P. Si tratta di una donna nubile, di ventisette anni, casalinga ,ricoverata con la diagnosi di “stato maniaco”. Viene ricoverata nel marzo 1917 e dimessa “in prova” nel gennaio 1918. Nella cartella è conservato un articolo del “Il Secolo XIX” (4/3/1917) dove viene riportata in cronaca la notizia del suo arresto: “Esplose colpi di rivoltella nel suo negozio e poi vi si rinchiuse, accendendo un braciere”. L’autobiografia occupa tre pagine a quadretti di un quaderno ed scritta a matita. 29 O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Elisabetta F. La donna ha quarant’anni ed è vedova con due figli. È classificata come casalinga. Entra in manicomio nel maggio 1921 e viene dimessa nell’ottobre del 1922. La diagnosi è “stato paranoico”. L’autobiografia occupa dieci pagine di un quaderno a quadretti, non ha data. Ha un titolo “La mia vita”. 30 O.P.Q. Anno 1919. Cartella di Armida G. È una casalinga di trentatré anni, coniugata, con due figli. È ricoverata nel gennaio 1918 e viene dimessa cinque anni dopo. La diagnosi è di “stato melanconico”. L’autobiografia consta di tre fogli di quaderno e non è datata. 28

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ma dell’internamento è sintetizzato in un breve incipit: “Il giorno 10 agosto, Data memorabile di Francesca in cui la fecero rinchiudere in casa di salute o per meglio dire in manicomio senza necessità semplicemente per dispetto e altro31. In altri testi compare, quasi per inciso, nella narrazione: “Con il cuore addolorato entrai qua dentro”32. Può anche accadere che il ricordo di quel trauma esaurisca l’intera ricostruzione autobiografica. Così inizia quella di Rosa S.: “Signor dottore sento la necessità di raccontarle i fatti che indussero mio genero d’accordo col Municipio di Sori di farmi trasportare al manicomio, glieli spiego e credo di ricordare tutta la scena nei suoi più minimi particolari perché non avevo perduta la ragione come si è creduto”33. La donna una casalinga di quarant’anni ricoverata per alcolismo, cerca di dimostrare attraverso il ricorso preciso e dettagliato del suo ricovero la sua “normalità”: “Dalla croce verde immaginai subito che si veniva a prendere me. Scesi le scale dell’appartamento e passai davanti alla barella tranquilla in quel mentre vennero quelli della croce verde e mi presero per legarmi sulla barella io li pregai di non farlo perché soffrivo di cuore e sarei andata tranquilla. Venni così in questo istituto tranquilla perché sapevo di non essere pazza e presto di essere libera”. Quasi del tutto assente dalla produzione autobiografica, il contesto manicomiale emerge dalle lettere che alcune ricoverate scrivono ai familiari e al direttore del manicomio. Poco o nulla però raccontano queste lettere dell’esperienza del ricovero. Quello che di solito compare è il vuoto e la solitudine della condizione dell’internamento: la noia di giornate che appaiono interminabili, l’assenza di notizie da parte dei familiari, la difficoltà di avere contatti con i medici. Una dimensione dell’esistenza dominata da due presenze antinomiche: il silenzio e O.P.Q. Anno 1917. Cartella di Francesca M. Insegnante elementare di ventinove anni, originaria di Napoli. Ricoverata nell’ottobre del 1917 viene dimessa nell’aprile 1918. La diagnosi è di “psicosi erotica”. L’autobiografia è di dieci pagine ed è scritta su fogli sparsi. È datata 22 agosto 1917. 32 O.P.Q. Anno 1922. Cartella di Ines Renata C. Casalinga di ventiquattro anni, nubile. Ha avuto precedenti ricoveri in altri manicomi. Resta a Quarto fino al 1932. Poi viene trasferita nel manicomio di Torino. La diagnosi è di “stato melanconico”. Il testo occupa dieci pagine di un quaderno a quadretti e non è datato. 33 O.P.Q. Anno 1923. Cartella di Rosa S. Il testo è su fogli sparsi e non è datato. 31

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le grida. In una lettera del 1923 una ricoverata scrive ad un amico: “Credi è meglio morire! I medici non rispondono mai alle interrogazioni, le inservienti meno ancora; è una vita piena di tali noie e privazioni che io piuttosto preferisco la prigione. Qui non si deve chiedere nulla, e non si ottiene mai una categorica risposta”34. La natura dell’istituzione psichiatrica non lascia spazio alle comunicazione. Non solo mancano occasioni di socializzazione ma, soprattutto, c’è una condizione di segregazione che fa apparire poco credibile la possibilità di guarigione.. Non sono poche le ricoverate che si arrendono al loro destino di follia e accettano la “pena” dell’internamento. Entrata a Quarto per la sesta volta, Bianca D. scrive al direttore per comunicargli la sua intenzione di passare il resto della vita in manicomio: “Gentile Signor dottore, da tre anni ricoverata al Manicomio, non per alienata, ma per aver giustamente tradito il proprio marito, non sentendomi più la forza di riannodare una catena si fortemente strappata ho fatto il proponimento di restare per tutta la vita nel Manicomio”35. C’è solo una persona, nella quotidianità dell’esperienza dell’internamento, che mantiene aperto uno spiraglio con il mondo esterno: il medico. È lui che può riportare alla vita. Contribuisce ad accrescerne il potere e l’autorevolezza l’appartenenza di genere. Il medico è una delle poche figure maschili che entra in rapporto con le ricoverate. In un situazione dove esiste una rigida separazione tra i sessi, egli accentra su sé i ruoli familiari e sociali del genere maschile: è padre, marito, amante, confidente, autorità di riferimento. Il bisogno di stabilire una comunicazione con una realtà “altra” da quella del manicomio, induce molte ricoverate a rivolgersi al medico

34 O.P.Q. Anno 1919. Cartella di Teresa M. Nubile, insegnante elementare, ha quarant’anni , é originaria di Vicenza. Entra a Quarto nel febbraio 1919 e vi resta fino al dicembre 1923. Viene poi trasferita in un altro manicomio genovese. La diagnosi è “stato paranoico”. La lettera è datata 6 luglio 1919. 35 O.P.Q. Anno 1927. Cartella di Bianca D. Casalinga, trentotto anni, coniugata con due figli. Ha tre precedenti ricoveri: due nel 1915 e uno nel 1921. Nel febbraio 1929 viene trasferita in un altro manicomio genovese. La diagnosi è di “stato melanconico”. La lettera è datata 5 maggio 1927.

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come ad un amico. L’unica persona alla quale è possibile confidare episodi privati e intimi di una vita. Elvira M, pone come prefazione alla sua autobiografia, un elenco dei parenti più stretti dei quali fornisce i dati anagrafici e la professione. Poi scrive: “Adesso che le ho fatto conoscere i miei parenti e la mia famiglia cercherò di farle comprendere molti frangenti, dolorosi e gravi della mia vita”36. L’investimento di fiducia nei confronti del medico è tale da autorizzare ogni tipo di richiesta da parte delle ricoverate. Francesca M., chiede ripetutamente al direttore del manicomio di aiutarla a cercare l’uomo di cui è innamorata e dal quale è stata abbandonata. A suo parere, il medico che è uno “scienziato”, potrà riuscire dove lei ha fallito: “Dunque esorto il Signor Dottore di mettere una buona parola col mio simpatico amante perché è sicurissima la Francesca che quando le parlerà al riguardo il Dottor Belloni, lui farà quello che lo scienziato le suggerisce, e ciò lo deve fare per titolo di rancore di coscienza”37. Nella maggior parte delle autobiografie il medico è presentato come un’autorità estranea al contesto dell’istituzione. Un giudice imparziale al quale le ricoverate presentano le prove della loro ingiusta punizione. Così inizia l’autobiografia scritta nel 1921 da Giuseppina G., una giovane donna, ricoverata con la diagnosi di “stato melanconico”. “Eccomi Signor Dottore sono per confessarle qualche peripezia che ho dovuto subire nel periodo di un anno”. La scrivente individua nelle difficoltà incontrate nella convivenza con i suoceri la causa della malattia. A sostegno della verità delle sue affermazioni, la donna indica dei testimoni: “Le giuro Sig. Dottore che non sono niente pigra ma se avesse la bontà d’informarsene nei paraggi ove abitavo che sono certa che qualcuno le darà soddisfazione”38. Non diverso O.P.Q. Anno 1927. Cartella di Elvira M. Casalinga, coniugata con tre figli, ha trentanove anni. Entra a Quarto nel 1927. Non è stato possibile documentare l’eventuale dimissione. Ricoverata con la diagnosi di “sintomi psicopatici”. L’autobiografia è scritta con calligrafia molto fitta su tre fogli di protocollo e non è datata. 37 O.P.Q. Anno 1918. Cartella di Francesca F. 38 O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Giuseppina G. Casalinga, coniugata con un figlio. Ha ventisei anni quando, nel dicembre 1920, entra in manicomio. Vi resta circa un anno. La diagnosi è di “stato melanconico”. Scrive due brevi autobiografie. Una senza data, una datata 8 gennaio 1921. Entrambe su fogli sparsi. 36

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l’atteggiamento di un’altra ricoverata che scrive: “Signor Dottore io termino per non incomodarlo troppo e mi affido a lei che mi difenda non per quanto valgo io ma per quello che dico perché non sono cose che mi furono raccontate, ma invece le ho conosciute”39. La neutralità che in questi testi viene attribuita al sapere psichiatrico attesta l’efficacia dei meccanismi repressivi e di annientamento dell’identità individuale in atto nelle strutture manicomiali. Dalle autobiografie emerge l’ambiguità del “patto” che lega tra di loro medico e paziente. Chi scrive lo fa, nella maggior parte dei casi, per esporre la sua “verità” e per ottenere dal medico il riconoscimento di una diritto alla guarigione. Chi legge si serve della scrittura per trovare conferme a una diagnosi di follia. Le ricoverate si rivolgono al medico come a un’autorità al di sopra delle parti. Il medico invece è un “archivista” che individua e classifica i “segni” della malattia. Non sempre, però, la figura del medico assume negli scritti delle ricoverate il profilo di un’autorità benevola e disponibile. Può anche diventare un sostitutivo di affetti e di desideri perduti. In questi casi l’urgenza dei sentimenti supera ogni remora di sottomissione. Si legge in una lettera indirizzata, nel 1927, al direttore del manicomio: “Mio? Bepo bello e carissimo, quanto io sia felice non puoi comprenderlo! Io Vicina, sempre a te vicina io resterei, non cercare di togliermi dalla tua Sezione, se tu credi che in cella io debba soffrire l’umido andrei su in Infermeria oppure nel Reparto Dislocate pur che io ti possa vedere tutti i giorni. Quanto eri bello stamattina, che bel testino. Oh! Come te lo avrei preso e stretto tra le mie mani e soffocato di baci”40. Un’altra ricoverata, dopo aver dichiarato la sua passione per un medico “bello tanto”, manifesta una lucida consapevolezza dell’impraticabilità dei sui sentimenti: “Mi perdono signor Dottore, forse ho detto troppo ed Ella, Dio solo lo sa che opinione si farà di me. Siamo sempre là, in manicomio tutto è lecito”41.

O.P.Q. Anno 1918. Cartella di Maria L. Domestica, di anni trenta, coniugata. Resta a Quarto fino al gennaio 1921. La diagnosi è di “stato melanconico”. La lettera non è datata. 40 Bianca D, p.166, a 41 O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Elisabetta F. 39

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L’autobiografia come specchio della costruzione sociale del genere Nelle foglio di ricovero di Clelia B., una casalinga di trentaquattro anni, sposata e madre di due figli, la diagnosi è di “stato melanconico42. Dai documenti conservati nella cartella clinica si apprende che a determinarne il ricovero era stata la condizione di particolare debolezza in cui la donna era venuta a trovarsi in conseguenza del parto. Come altre ricoverate, Clelia B. aveva manifestato patologie abbastanza diffuse in un’epoca in cui il parto rappresentava per le donne un trauma fisico e psichico. L’esito estremo di gestazioni e parti difficili poteva essere anche l’infanticidio43. In genere, però, si trattava di malesseri che scomparivano in breve tempo. Nella momento in cui queste patologie entrano a far parte della scienza psichiatrica le donne che le manifestano assumono il profilo clinico della “madre snaturata”44. La trasformazione della maternità da valore sociale a paradigma scientifico rientra in quel processo di biologizzazione dei corpi che, come ha dimostrato M. Foucault, si accompagna all’affermazione della moderna società industriale45. Nel campo della scienza psichiatrica la centralità che assume la categoria sociale della maternità introduce nuove classificazioni della follia femminile. Le manifestazioni dell’istinto materno diventano l’elemento che stabilisce il confine tra normalità e devianza. La “dote” della maternità fa della donna un “corpo rispettabile”, l’assenza di questa “dote” ne fa’ un “corpo infame”. La donna prostituta, come teorizzano molti alienisti italiani negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento , è quella che non ha sviluppato l’istinto materno. Il ricovero in manicomio ha come finalità terapeutica quella di rieducare queste donne al ruolo di madri. È il medico che sta-

O.P.Q. Anno 1919. Cartella di Clelia B. R. Selmini, Profili di uno studio storico sull’infanticidio: esame di 31 processi di infanticidio giudicati dalla corte di Bologna dal 1880 al 1913, Milano, 1987; G. Di Bello, P. Meringolo, Il rifiuto della maternità: l’infanticidio in Italia dall’Ottocento a oggi, Pisa, 1997. 44 G. Fiume (a cura di), Madri. Storia di un ruolo sociale, Venezia, Marsilio, 1995. 45 M. Foucault, Archeologia del sapere, Milano, 1972; Peter Gay, L’educazione dei sensi. L’esperienza borghese dalla regina Vittoria a Freud, Milano,, 1986; Th. W. Laqueur, L’identità sessuale dai greci a Freud, Roma-Bari, 1992. 42 43

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bilisce quando una ricoverata è in grado di essere una “buona madre”. Di questo appare consapevole Clelia B. Che , per convincere il direttore del manicomio della sua avvenuta guarigione, asserisce di aver recuperato l’istinto materno: “Creda dottore che è stato troppo il dolore non ero più padrona di me. Adesso però vorrei tornare al mondo, vorrei lo stesso riabbracciare le mie creature che oramai è troppo tempo che non si ricongiungono alla Madre”46. La costruzione sociale del femminile a cui contribuisce non poco la scienza psichiatrica è definita in un corpo asessuato e finalizzato alla procreazione. La maternità è l’ambito esclusivo dello spazio delle donne. Chi non è una buona madre è anche una cattiva moglie. Nel manicomio di Quarto il colloquio anamnestico a cui erano sottoposte le ricoverate verteva quasi esclusivamente sulla funzione riproduttiva del corpo femminile (mestruazioni, gestazione, parto, menopausa) e sulla gestione della sessualità (onanismo, fantasie erotiche, rapporti extraconiugale). Lo stesso interesse per le problematiche del corpo e del sesso non si riscontra nei confronti dei ricoverati maschi, come risulta da alcuni studi esistenti e da ricerche effettuate nei manicomi genovesi47. I meccanismi di incentivazione e di controllo della maternità messi in atto dal fascismo fanno assumere maggior importanza alla classificazione del corpo delle donne. A partire dal 1926 é introdotta nella cartella clinica delle ricoverate una scheda dove viene annotato l’andamento del ciclo mestruale. Occorre però rilevare che, nel caso del manicomio di Quarto, il fascismo non sembra aver apportato cambiamenti di rilievo nelle pratiche terapeutiche. La documentazione disponibile autorizza a supporre che, almeno nel periodo preso in esame (1917-1929), poco o nulla cambiò nella quotidianità di vita delle ricoverate. L’importanza attribuita, nel colloquio anamnestico, alla sfera della riproduzione e a quella della sessualità, influenza i testi delle ricoverate. Al punto da rappresentare un vero e proprio “canone” espositivo. Il corpo resta il tema centrale della narrazione e diventa spesso un “altro da sé”, un “corpo prigione” con il quale si combatte. Quasi sem46 47

O.P.Q. Anno 1919. Cartella di Clelia B. La lettera non è datata. E. Cavazzoni, Le autobiografie mentali; cit.; A. Molinari, Medicina e sanità, cit.

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pre con esiti sfavorevoli. Nei casi in cui maggiore è il disagio psichico il dialogo con il corpo finisce per esaurire l’universo emotivo e relazionale delle ricoverate. Non sono poche quelle che soccombono alla fatica di un estenuante conflitto con il proprio corpo e accettare la “dannazione” di esserne vittime. Dopo aver passato vent’anni in manicomio, Lidia C., ricoverata all’età di quindici anni per “turbe paranoiche”, scrive una lettera ai familiari per informarli del suo avvenuto decesso: “Con profondo rincrescimento io vi annuncio la mia misera fine. Il male che feci non sapevo che mi portasse tanto pregiudizio al corpo così la mia fine sarà il profondo del mare come sapete che i demoni devono essere gettati”. Oramai, a suo dire, non ci sono più motivi per continuare a vivere. È diventata un “corpo dannato”: “Il mio corpo si è del tutto mutato, mi resta solo la faccia che quella non si è potuta mutare, il mangiare più a me non serve appena mangiato svanisce non ho più forma di stomaco e nel ventre un piccolo serpe. Mi ribellai contro la natura e di una creatura diventai un demonio, quello che di questo soffersi non si può descrivere non posso più avere morte e nemmeno vita”48. A conferma della sua condizione di “non persona”49, questa ricoverata così firma la lettera: “io non Lidia”. La stessa determinazione ad abbandonare ogni speranza di recupero alla vita, manifesta Armida G, una giovane casalinga ricoverata nel 1918 per “stati melanconici”. Nella sua autobiografia si dichiara “indiavolata” e così spiega al medico la sua malattia: “È quello il mio malanno mi è rimasto il corpo mi è rimasta la favella ma non l’anima nel mio corpo non esiste più, quando dico di volermi uccidere non sono nemmeno sicura di morire. Sarei felice che mi lasciassero senza mangiare così potrebbe darsi il caso che non mangiando soccomberei più presto”50. Appare evidente da testi come questi l’efficacia del ruolo svolto dalle istituzioni psichiatriche nella produzione della devianza. Una pratica terapeutica che si fonda sulla criminalizzazione del corpo e della sessualità femminile non può che esasperare il disagio mentale di donne O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Lidia C. Per la categoria di “non persona”: Alessandro. Dal Lago, Non persone. Il limbo degli stranieri, in “aut aut”, 1996, n. 275. 50 O.P.Q. Anno 1919. Cartella di Armida G. 48 49

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già provate da rapporti conflittuali con il proprio corpo e la propria sessualità. Per queste donne il manicomio assume il carattere di un luogo di espiazione e la “pena” da pagare diventa la rinuncia alla vita. Non a caso i documenti autobiografici di queste donne hanno il carattere di “scritture postume”. L’anamnesi medica definisce gli ambiti tematici della scrittura delle ricoverate ma non limita l’autonomia della narrazione. Accade così che da questi testi emergano elementi importanti per cogliere il carattere di patologia sociale che assume all’epoca la follia femminile. Esemplare appare, a questo proposito, l’esperienza della maternità. Un’esperienza che accomuna molte delle donne che hanno lasciato narrazioni autobiografiche . Non tutte le scriventi sono state “madri snaturate”, ma, quasi per tutte, la maternità è stata un trauma difficile da superare. In molti casi sono le condizioni di miseria e di sfruttamento a minare il fisico di donne già provate da numerosi parti. Atre volte la convivenza con mariti insensibili alle fatiche della gestazione e del parto, non di rado violenti . Ci sono poi le difficoltà di rapporto con familiari e parenti, in particolare tra suocere e nuore.51 Rosa S., è ritenuta dai medici una “madre snaturata”. Ha quarant’anni quando viene ricoverata, nel 1923 per aver minacciato di uccidere il suo ultimo figlio, un bambino di tre anni. Da poco vedova, ha perso, nei due mesi precedenti il ricovero, due figli ammalati di tubercolosi. L’autobiografia rende in modo efficace la disperazione in cui viene a trovarsi questa donna. Al dolore per la perdita dei figli, si aggiunge la solitudine e la miseria: “Pensi lei Dottore al dolore di una mamma dopo aver perduto due figli in due mesi e sette giorni e lo stato della mia salute dopo averli curati per cinque mesi da sola giorno e notte. L’ultima morta morì il 2 del mese scorso e il giorno 3 la trasportarono al cimitero, la mia casa si sfollò subito e restai sola, sola, nella disperazione e nel dolore, voglia di mangiare non ne avevo, ma mio genero manco si curò di farmene portare”52. Rimasta sola con un bambino da accudire, senza reddito e osteggiata dai parenti, la donna

51 52

F. Zanolla, Suocere, nuore e cognate nel primo Novecento, “Quaderni storici”, 1980, n. 44. O.P.Q. Anno 1923. Cartella di Rosa S.

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cerca di ottenere assistenza dal municipio. L’indifferenza delle autorità e il disinteresse dei parenti la portano a minacciare in pubblico di uccidere il figlio e di togliersi la vita: “Mi dicevano che non mi davano più mio figlio perché temevano che lo amasazzi, cosa che nel dolore avevo detto i giorni scorsi e neanche più ricordavo, pensi se mi passava per la testa di amazare mio figlio che non ho più altro al mondo! Io lo volevo per essere accompagnata e per poco darmi un po’ di pace”. Ad alterare l’equilibrio psichico di Giuseppina G., fino al punto da usare violenza nei confronti della figlia, sono invece le continue tensioni a cui è sottoposta nell’ambiente familiare. Sposata da poco, la donna ha cambiato città ed è andata a vivere in casa dei suoceri. Sottoposta al controllo e al giudizio della suocera, la donna si sente limitata nel suo ruolo di moglie: “Anche questo dottore sento proprio il bisogno di dirle, dunque io ho un marito, non so se lei mi crede io non sono padrona di darle un consiglio da vera donna di casa se non più di una mamma almeno al pari di una mamma di famiglia”. La nascita di un figlio rende ancora più difficile la convivenza e aggrava la condizione di disagio mentale della donna: “In genere la bimba la picchiavo sempre quando c’era qualcuno che mi vedeva per farcela capire che sapevo tutto e vedevo tutto e riconoscevo tutti i dispetti che mi facevano ed io secondo me lo faccio quasi apposta a picchiare la bimba e rendermi suffistica ed insopportabile per il puntiglio che allora avrebbero avuto mille ragioni ad esclamare povero Giovanni rovinato”53. Spesso a rendere traumatica la maternità è il carattere anaffettivo del rapporto coniugale. Elisabetta F.54 è una donna di buona cultura che accetta un matrimonio “di convenienza” imposto dalla famiglia. Sposa un uomo più anziano di lei di vent’anni. Per seguire il marito la donna cambia città, lascia il lavoro di insegnante e si dedica alla famiglia. Mette al mondo sei figli, dei quali solo due sopravvivono. Nel 1921 viene ricoverata in manicomio, all’età di quarantaquattro anni, perché dà in escandescenze in un negozio del centro di Genova. La

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O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Giuseppina G. O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Elisabetta F.

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diagnosi che viene formulata è di “esaltamento psichico con idee deliranti”. Nell’autobiografia Elisabetta F. così descrive il suo matrimonio: “Sposata lui mi diede sei figli”. Il marito è una figura che compare solo occasionalmente nella narrazione. Della sua vita coniugale Elisabetta F. ricorda solo il trauma dei numerosi parti ai quali attribuisce la causa del suo attuale turbamento psichico. Scrive a proposito della nascita della prima figlia: “Mi alzai troppo presto e mi rovinai. Non riuscivo più a stare in piedi. Il medico mi fasciò la gamba destra e stetti un mese a letto senza poter mettere il piede a terra. Finalmente cominciai ad alzarmi e camminai zoppa per un anno”. Il parto viene rappresentato dalla scrivente come un’esperienza drammatica di sofferenza e di solitudine: “Dopo il IV mese cominciai a soffrire silenziosamente per non annoiare mio marito che aveva tante cose da fare. Si seppe poi che avevo la nefrite”. Ci sono anche donne per cui la maternità diventa un impegno troppo faticoso e difficile. Sono quelle che si trovano ad affrontare da sole il peso e la responsabilità di allevare i figli. Nella sua autobiografia Maria O., una giovane donna rimasta vedova con cinque figli , scrive: “ Nel mese di febbraio rimasi vedova e il mio dolore e la mia responsabilità mi fecero diventare fissa nell’idea che io mai sarei stata capace di poter accudire all’amata figliolanza, perciò desideravo ardentemente di morire anch’io perché non mi stimavo più donna da poter vivere”55. Nel caso di Angela S., la rinuncia alla maternità è motivata dal timore di esporre se stessa e i figli alla violenza del marito: “Signor Direttore avrà la bontà di scusarmi se con questa mia le dichiarerò apertamente il motivo che ho voluto trattenermi costì, quando da parecchio tempo il mio dovere mi richiamava a ritornare insieme ai miei figli. Io a dirle la verità ho molto paura di mio marito, il solo sguardo mi mette i brividi, mi fa scemare ogni energia”56. Molte delle ricoverate non sono né madri, né mogli. Quelle che hanno lasciato scritture autografe sono donne nubili che hanno storie O.P.Q. Anno 1917. Cartella di Maria O. Casalinga, vedova con due figli, ha ventisei anni. Resta in manicomio sei mesi. La diagnosi è “stato melanconico”. 56 O.P.Q. Anno 1924. Cartella di Angela S. Casalinga, coniugata, di anni trenta. Ha due figli. Resta in manicomio dal 1924 al 1926. La diagnosi è “stato paranoico”. 55

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antitetiche. O di solitudine e di isolamento nell’ambito della famiglia di origine. O di relazioni sociali non convenzionali. Nelle autobiografie si riflette l’insistenza di un’anamnesi clinica che considera queste donne come dei soggetti sessualmente “deviati”. In questi testi i riferimenti al corpo e alla sessualità occupano in genere gran parte della narrazione. Ines Renata C., é una donna nubile , ha ventiquattro anni quando, nel 1922 viene ricoverata nel manicomio di Quarto. Alle spalle ha già quattro ricoveri in altri manicomio: due nel 1918 e due nel 1920. La diagnosi è di “stato melanconico”. Di umili origini, la donna è originaria di Trapani e si è spostata con la famiglia, il padre è ferroviere, in varie parti del paese. Cosi inizia la sua autobiografia: “Fin dalla più tenera età ho sempre avuto il vizio dell’onanismo, ogni impressione che ricevevo, ogni parola che sentivo dire bastava per farmi toccare le gambe”. A suo dire, è stato questo “vizio” all’origine del suo disagio psichico. Non mancano nel testo cenni alle difficoltà economiche in cui versava la famiglia e si capisce che , proprio a causa di queste, la donna era stata affidata durante l’adolescenza agli zii che vivevano a Torino. L’assunzione dell’onanismo come elemento scatenante della malattia porta però la scrivente a non valutare altre possibili fattori di sofferenza fisica e psichica. Scrive, ad esempio: “Il continuo vizio dell’onanismo mi stancava. Nella mia famiglia ci furono molti dispiaceri che mi indebolivano tanto da mettermi a letto e non avere più la forza di alzare un braccio”. La donna vuole fornire un’immagine di sé che confermi la predisposizione al vizio: “Incomincia a inquietarmi a parlare del mio vizio coi miei genitori, i quali cominciarono a dirmi che sono viziosa, che sono fatta per la voluttà, che ho bisogno di maritarmi per essere guarita”57. Da alcune annotazione del medico, ma soprattutto da una lettera scritta dal padre al direttore del manicomio, sembra di capire che la donna era stata ricoverata perché rappresentava un peso per la famiglia. Non riusciva a trovare un’occupazione, né un marito. Anche una passione amorosa che non seguisse i percorsi del matrimonio e della maternità poteva rientrare tra le forme di sessualità deviata. Francesca M., una giovane maestra è ricoverata, nel 1917 , con 57

O.P.Q. Anno 1922. Cartella di Ines Renata C.

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la diagnosi di “psicosi erotica”. A richiederne il ricovero è l’amante, un commissario di Pubblica Sicurezza che afferma di essere perseguitato dalla donna. Nell’autobiografia Francesca racconta le fasi avventurose di una storia d’amore che risulta a tratti avvincente: “Ma quando in bisogno dell’affetto del suo simpaticissimo amante Ninino perché sono passati cinque lunghissimi anni e la Francesca pretende il suo Ninino e non vuole che altra donna dovesse avvicinare il suo amante essendo essa la padrona! Perché se vogliamo se l’ha lavorato a sudore come suol dirsi! Dunque Giovanni appartiene a Francesca per legami fortissimi”58. A differenza di molte altre scriventi, Francesca resta in manicomio per un periodo abbastanza breve, circa sei mesi. La diagnosi con cui viene dimessa è: “migliorata”.

Modelli e pratica di scrittura dell’autobiografia Non sono poche le ricoverate che si trovano in difficoltà nel praticare la scrittura. Si legge in un’autobiografia: “Dottore lei deve compatirmi perché scrivo male non ho nessuna istruzione e ci dico la verità che non ho mai desiderato tanto come adesso di essere istruita, vorrei essere una professora e scrivere dei libri per difendere Dio e la sua dottrina e anche la società e se fossi buona anche la Patria”59. La scrivente è una casalinga di umili origini. Possiamo supporre che abbia un livello di istruzione non superiore a quello elementare. Come lei, la maggior parte delle ricoverate che hanno lasciato testi autobiografici appartiene ai ceti subalterni ed è appena alfabetizzata. Ciò che porta queste donne a praticare una forma di comunicazione che non appartiene alla loro cultura né alle loro esperienze di vita, è la necessità di trovare una “ragione” che giustifichi la condizione dell’internamento psichiatrico. Oltre alla “fatica” della scrittura, le ricoverate devono superare il disagio di una comunicazione in dislivello di potere. Il destinatario dei loro scritti è il medico. Il “giudice” della loro follia. Consapevoli che i loro testi sono sottoposti all’analisi del sapere psichiatrico, le ricovera58 59

O.P.Q. Anno 1918. Cartella di Francesca M. O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Luigia M.

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te ricorrono a quei modelli espositivi che ritengono più adeguati per comunicare con l’autorità. Per chi non pratica abitualmente la scrittura sono le formule della supplica o quelle della certificazione burocratica a fornire lo schema espositivo60. Delle trenta autobiografie prese in esame, circa la metà riproducono, nell’incipit, il modello dell’autocertificazione. Scrive, ad esempio, una ricoverata: “Io sottoscritta dichiaro di aver cominciato col primo dell’anno 1905 ad essere tormentata da un forte mal di capo”61. Un’altra si presenta così: “Teresa P., veneta qui detenuta da sette anni, compiuti il 6 febbraio n.s. ricorda quanto segue: che non ha mai sofferto di squilibri mentali, né di debolezza di memoria e di più non ha mai fatto nulla che possa darne sospetto. È donna atta al lavoro proficuo che le fornisce di che vivere. È orfana di padre e la vecchia madre, dimorante a Treviso, è bisognosa”62. Ricalca invece il modello della supplica l’incipit dell’autobiografia di Elisabetta F.: “Illustrissimo signor Direttore sono costretta a scrivere colla matita per mancanza di penna e di inchiostro. Ella compatisca ed abbia la bontà di ascoltarmi fino in fondo, che io cercherò di essere il più breve possibile ”63. Le formule stereotipate della supplica o della certificazione burocratica assumono nelle scritture delle ricoverate il carattere di un rituale di subordinazione all’autorità. Non a caso compaiono, nei testi, solo come incipit . Il carattere autobiografico della scrittura impone un rapido cambiamento del registro espositivo. Una volta avviata, la narrazione assume la forma del racconto autobiografico. Dove è l’io narrante il protagonista assoluto della “prova” di scrittura. Un io narrante che, salvo qualche eccezione, parla sempre di sé in prima persona. Un elemento, questo, che differenzia la produzione autobiografica femminile da quella maschile. I ricoverati utilizzano, in genere, la terza per-

Quinto Antonelli, Anna Iuso (a cura di), Vite di carta; Augusta Molinari, Le lettere al padrone. 61 O.P.Q. Anno 1917. Cartella di Maria O. 62 O.P.Q. Anno 1920. Cartella di Teresa P. Domestica, nubile, ha quarant’anni. È ricoverata a Quarto dal 1913 con la diagnosi di “stato paranoico”. L’autobiografia è scritta su due fogli di quaderno e non è datata. 63 O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Elisabetta F. 60

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sona. Inoltre, a differenza delle donne, propongono rappresentazioni della loro vita dove la dimensione pubblica prevale nettamente su quella privata. Non a caso gli scritti dei ricoverati si presentano spesso come “avventure autobiografiche”: narrazioni di eventi eccezionali e di destini imprevedibili.64 Le autobiografie delle ricoverate restano, invece, nell’ambito di una dimensione privata e lasciano molto spazio all’introspezione. L’esposizione degli eventi che, in genere, parte dall’infanzia per fermarsi sulla soglia del manicomio, riflette l’esigenza di autochiarificazione di chi scrive. Una ricoverata che nell’adolescenza ha subito la violenza sessuale del padre, così racconta la vicenda di cui è stata protagonista: “Una sera dissi a mio padre che in certi momenti non so neanche io cosa mi sarebbe venuto voglia di fare se a stento non mi fossi tenuta. Ma lo dissi per stupidaggine. Ma lui non capì e si mostrò molto gentile con me. Dio che sbaglio!”65. Armida G, una giovane donna, madre di due figli, ricoverata perché rifiuta di alimentarsi, riesce, con una frase, a comunicare la sofferenza di un’infanzia di miseria e di solitudine: “Da bambina la casa mi faceva paura di notte era come una caverna. Io la notte mi alzavo più volte dal letto, mia madre gridava, volevo trovare qualche mezzo per morire, perché sentivo dentro di me una cosa che mi faceva sentire sola”66. L’impianto narrativo delle autobiografie è condizionato dal colloquio anamnestico, ma non ne riproduce la finalità, né il modello espositivo. Chi scrive non lo fa per guarire dalla follia, ma per cercare di comprendere le ragioni del suo internamento. Il recupero della memoria del passato avviene in funzione della negazione della realtà del presente. L’intervento terapeutico sollecita la scrittura ma non ne determina gli esiti. Il colloquio anamnestico compare nelle autobiografie, ma assume il carattere di un artificio narrativo. Come avviene spesso nelle scritture di tipo autobiografico. In alcuni testi appare particolarmente evidente la funzione letteraria del dialogo medico-paziente. Molinari, Medicina e sanità, cit. O.P.Q. Anno 1923. Cartella di Santina B. Casalinga, nubile, di trentadue anni. Entra in manicomio nel 1923 e viene dimessa nel 1925. La diagnosi è “stato malinconico”. L’autobiografia è scritta su due pagine di quaderno, a matita, non è datata. 66 O.P.Q. Anno 1919. Cartella di Armida G. 64 65

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Come in quello di Francesca M.: “Dopo pochi giorni seppe dal suo carissimo amante che di nuovo doveva recarsi da lui. Francesca si fece dovere di andare e allora ciò che avvenne il Gentil e scienziato dottore può immaginare le conseguenze avvenute dato il troppo affetto reciproco”67. E in quella di un’altra ricoverata: “Come mai mi sono scaldata tanto in questa cosa io non ho altro da rispondere, caro dottore, che è una domanda che più volte ho fatto a me stessa”68. Come ha osservato Philiphe Lejeune: “L’autobiografo ci racconta (è qui l’interesse del suo racconto) ciò che solo lui ci può dire. Determinare l’esattezza del racconto non ha importanza capitale”69. La condizione dell’internamento psichiatrico accentua l’esigenza che ha l’autobiografo di aggiungere ai fatti la sua interpretazione dei fatti. Chi scrive ha da proporre una sua “verità” e vuole provare la sua “innocenza”. Anche quando appare consapevole che il ricovero in manicomio rappresenta la meta finale della sua esistenza. Si legge nell’autobiografia di Armida G.: “Si immagini dottore se andrei volentieri a casa sapendo che mia madre piange sempre. Non so più cosa pensare mi creda che capisco tutto e vorrei capire anche gli altri, ma non sono creduta. Eppure esiste il diavolo glielo assicuro e dargli le prove, lei come dottore visitandomi trova nel mio corpo un fenomeno”70. Le autobiografie pur presentando storie diverse e differenti esiti espositivi, hanno in comune la motivazione alla scrittura. L’intento delle scriventi è quello di dimostrare che non meritano una così terribile punizione. Il racconto della loro vita è la prova della loro innocenza. Per trovare una spiegazione adeguata alla loro “verità” si dichiarano vittime di trame di persecuzione. I “carnefici” sono in identificati in genere con persone reali (familiari, parenti, amanti, conoscenti, autorità). Solo in qualche caso la persecuzione è attribuita a “presenze” dell’immaginario (demonio, forze oscure che agitano la mente). Le autobiografie presentano un vasto repertorio di figure persecutorie. Centrale però appare, in tutti i testi, il ruolo della famiglia come “luogo O.P.Q. Anno 1918. Cartella di Francesca M. O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Luigia M. 69 Lejeune, p. 188. 70 O.P.Q. Anno 1919. Cartella di Armida G. 67 68

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di persecuzione”. Dove si sono consumate nei confronti delle ricoverate atti di violenza di ogni tipo. Da quelli che rientravano nella prassi quotidiana delle relazioni familiari (imposizione di ruoli subalterni, forme di esclusione) a quelli più estremi: incesti, stupri. Così Jolanda B., descrive la violenza sessuale subita durante l’infanzia da parte del fratello: “E tutta colpa di un mio fratello, che sempre mi perseguita e mi rende delle Parole e discorsi, non Bene, mi ha fatto male tante volte e mi dice sempre che se mi trova da sola ha il coraggio di farmi qualche cattivo scherzo e che potrebbe avere il coraggio di uccidermi”71. Molte donne denunciano la brutalità dei mariti. Giannina P. parla della sua vita coniugale come un “martirio”72. Altre, come Edvige T., si ritengono oggetto di una persecuzione che è cominciata nella famiglia di origine ed è poi proseguita in quella coniugale. Così questa ricoverata descrive i genitori e il marito: “Vergognosi, delinquenti vergognosi. Ma mentre agivano per arrivare al loro scopo malvagio, non sentivano il rimorso ma avevano gli occhi che brillavano di gioia”73. Alcune scriventi accusano il marito di averle fatte internare in manicomio per motivi di interesse economico o per sciogliere il vincolo del matrimonio. Non mancano nel repertorio delle figure persecutrici persone estranee alla famiglia e che si sono trovate a esercitare qualche forma di autorità nella vita della ricoverata. Delle trenta autobiografie prese in esame, tre sono di religiose che attribuiscono alle continue umiliazioni subite in convento l’origine del loro disagio mentale. Maria O, che viene ricoverata due volte in manicomio nel giro di un anno, descrive con notevole lucidità le persecuzioni che ha subito dalla Madre supe71 O.P.Q. Anno 1925. Cartella di Jolanda B. Casalinga, nubile, ha vent’anni. È già stata ricoverata a Quarto per sei mesi nel 1924. Vi rientra nel 1925, poi è trasferita nel manicomio di Volterra. La diagnosi è di “isteria”. L’autobiografia occupa la pagina di un quaderno. Non è datata. 72 O.P.Q. Anno 1922. Cartella di Giannina C. Ha ventisette anni, è coniugata, di professione è sarta. Resta a Quarto dal 1922 al 1924. Poi viene trasferita in un altro manicomio genovese. La diagnosi è di “stato paranoico”. L’autobiografia occupa la pagina di un foglio protocollo e non è datata. 73 O.P.Q. Anno 1925. Cartella di Edvige T. Casalinga, ventinove anni, coniugata. Entra a Quarto nel 1925 e vi resta fino al 1928, poi viene trasferita a Volterra.

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riora: “Per invidia di sorella e per qualche malinteso del Parroco venni grandemente perseguitata e villanamente calunniata non solo in casa con sogghigni e satire ma altresì posta in ridicolo davanti al mondo. Glielo ripeto cara Madre non uscirò per essere pazza, come vogliono loro, se non lo sono venuta fino adesso credo di non venirlo più”74. Un numero limitato di autobiografie sono di donne che si presentano come vittime di “un male oscuro”. Si tratta di testi che non presentano storie di vita ma descrivono frammenti di sofferenza. Manca a queste scritture la compiutezza dell’atto autobiografico, in quanto nella narrazione non si realizza una sintesi tra l’io narrante e l’esposizione dei fatti. La trama del racconto non segue una logica espositiva ma “registra” delle presenze: voci non identificabili, demoni del corpo e della mente. Questi testi appaiono come una “cartografia” della sofferenza psichiatrica dove i percorsi della mente sembrano escludere ogni rapporto con la vita. Sono, come quella di Ines C., autobiografie della mente: “Una volta guardandomi allo specchio mi accorsi che il mio sguardo non era naturale. I miei occhi avevano qualcosa di misterioso, di spaventevole, mi corse un brivido in tutto il corpo. Perdetti subito il cervello. Il mio sguardo da allora rimase sempre brutto”75.

O.P.Q. Anno 1921. Cartella di Maria O. Religiosa, ha diciotto anni quando viene fatta ricoverare dalla Madre superiora. La diagnosi è di “stato paranoico”. Resta in manicomio dal 1921 al 1923. Scrive due autobiografie, ciascuna di circa tre pagine, non datate. 75 O.P.Q. Anno 1922. Cartella di Ines C. 74

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Vite di donne internate. Autobiografie e lettere (1918-1923)


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Elisabetta F., anni 64; vedova. Originaria di Belluno, professione casalinga. Periodo di degenza: dal 22/05/1921 al 30/06/1921. Diagnosi: esaltamento psichico con idee deliranti. Naqui il 13 Dicembre 1857 a Belluno (veneto) da genitori agiati. Mio padre, un galantuomo, come pochi ce ne sono nei tempi presenti, oltre essere possidente, era cancelliere del Tribunale Civile di Belluno. Mia madre, una bella donna, piena di vita, ma un po’ frivola e dedita all’ambizione, era donna onesta atta a altri rapporti: Mi ricordo alcune frasi di mio padre, rivolto a mia madre: “Da te, Rosa, non ci si ricava un ragno da un buco”. Da questo si può benissimo arguire il carattere della povera mia madre che involontariamente fu la rovina della famiglia. Io somiglio molto a mio padre di carattere e di figura: Egli era magro al par di me, di statura media, altiero nelle circostanze, capace di perdonare ma non di dimenticare. La nostra famiglia era composta di cinque maschi e tre femmine, due sono morti appena nati, io perciò sono la quarta di dieci figli, e mio padre aveva forse per me una predilezione perché morì lasciando un bambino a balia ed io avevo appena 7 anni. Rimasta orfana vidi nella mia famiglia un avvicinarsi di avventure senza comprendere nulla di quello che accadeva, so soltanto che i miei fratelli si divertivano senza far nulla e nella casa a poco a poco scomparve la frutta che veniva dalla campagna, il vino, ecc., ecc., in modo che bisognava fare qualche cosa per tirar avanti la vita. Quando avevo 14 anni ci fu il famoso terremoto di Belluno ed io dallo spavento ebbi un’espulsione per tutto il corpo di certe macchie rosse che mi facevano un gran prurito e che andavano e venivano secondo la stagione. Mostrai a quell’epoca il desiderio di studiare nelle scuole Normali femminili di Belluno e mia madre acconsentì. In quell’epoca si poteva avere una grazia governativa avendo punti superiori a tutte le compagne ed io la ottenni, di più avevo una meschina pensione pure dal governo per l’impiego di mio padre. In quell’epoca ho presentato un ricamo all’esposizione nazionale di Firenze e fui pre-

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miata con menzione onorevole, anzi quando avevo appena 13 anni feci i corsi normali senza perdere mai un anno anzi riportando sempre 8/10° altrimenti perdevo la grazia governativa. Le materie nelle quali mi sono sempre distinta ed ho avuto in tutte e tre le classi normali sempre 10 furono i lavori femminili, il disegno, la calligrafia, la musica perciò ho amato sempre le arti belle. Mio padre era pure dilettante di pittura e negli ultimi anni della sua vita copiò due quadri del Caffè, la regata di Venezia e la porta del popolo di Roma, quadri che furono ritenuti degni di essere esposti a qualche esposizione. Studiando alle scuole Normali il giovane pittore della scuola Veneziana, si faceva sempre vedere quando entravo e uscivo dalla scuola e mi faceva una corte da potersi immaginare, lo vedevo dovunque e ci corrispondemmo 5 anni d’accordo in qualche modo con le famiglie, ma senza esporci apertamente. Aveva 7 anni più di me. Dopo questi 5 anni partì per l’America Meridionale in cerca di fortuna. Passavano altri 4 anni, e tenevamo corrispondenza d’accordo sempre con la famiglia ma intanto io sapevo ch’egli mandava spesso a casa denari ed era stato nominato professore della scuola d’arte e mestieri di Montevideo, con un buon stipendio. Perché dunque non si faceva avanti? Intanto venne ad abitare per la seconda volta nella mia famiglia l’uomo che ho sposato. Io raccontavo a lui, come ad un padre, tutte le mie vicende, ci facevo leggere persino le lettere che venivano doli ‘America. Bisogna notare che il professore M. * (mio marito all’epoca prof. di Greco e latino al liceo T. * di Belluno) mi conosceva da piccolina; dopo la morte di mio padre abitò pure come inquilino nella mia casa. Fin da quell’epoca mi voleva bene perché ero un diavoletto che sapeva rispondere a proposito, secondo i casi. Mi diede sempre del tu e mi baciava davanti a mia madre. Perciò egli aveva con me una confidenza che rimase in qualche modo anche venuta grande, ma io invece di lui avevo soggezione, ma stavo volentieri in sua compagnia, perché uomo che sapeva stare con tutti e godeva di qualsiasi compagnia sempre intesi buona. Dietro i suoi consigli lasciai il pittore; egli mi chiese in isposa alla mamma, la quale ostacolò il qualche modo il matrimonio perché le sembrava che fosse troppo vecchio (quasi 20 anni più di me). Da un

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lato non aveva torto, ma nella famiglia succedevano intanto delle brutte vicende, proprio nel momento che dovevo sposare. Arrivò una carta del ministero dove ci chiedeva il pagamento di un debito che mia madre fece (sulla casa paterna) per maritare una mia sorella. Il debito era di lire 3000, ma siccome non si pagò mai per molti anni l’interesse, il debito crebbe di lire 1500 in più a danno di me ed un’altra mia sorella, eh ‘eravamo padrone della casa (II debito era stato fatto col seminario, debito che passarono poi al governo.) In questo caso, che si doveva fare? Io non volevo che mia madre facesse altri debiti, per farmi il corredo, perciò d’accordo col fidanzato feci un concorso per esame di direttrice dei lavori femminili a Cremona. L’esito fu felice e fui nominata a pieni voti. Per diversi anni fui maestra nell ‘Istituto delle Orsoline di Cremona, lavorando come una pazza per farmi il corredo e mandare i denari al mio fidanzato per pagare il debito. Contemporaneamente si affittò la casa e fu altro aiuto per pagare, e mia sorella pure ancora con un capitolato piccolo che essa possedeva. Nota bene che domandammo al governo di pagare il debito in 7 anni e ci fu accordato pagando il relativo interesse. Quando mio marito comprese che le cose camminavano per bene mi scrisse di dare la mia rinùncia al posto che occupavo e venne a sposarmi a Cremona al Municipio e alla Chiesa di S. Agata. Sposata lui mi diede sei figli. La prima fu una bambina che per circostanze di famiglia partorii in casa di una mia cognata, moglie di mio fratello il maggiore. Nacque il 29 Gennaio, giornata fredda e nevosa. In conclusione mia cognata non seppe avere per me quelle cure che io allora non capiva. Mi alzai troppo presto e mi rovinai. Dopo quindici giorni stavo seduto in una poltrona faccio per alzarmi e non posso più camminare. Mio marito mi porta subito in letto e chiama un medico il quale disse che fui ancora fortunata perché mi capitò i meno che poteva avvenire. Mi fasciò stretta la gamba destra addolorata e stetti un mese in letto senza poter mettere il piede in terra. Finalmente cominciai ad alzarmi e per abbreviare camminai zopppica per un anno. Mi restò un malanno che la gamba sempre si gonfia secondo lo strapazzo che faccio. Quando mi stanco

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molto mi sento anche al testa confusa. (Perciò, secondo il mio piccolo cervello, credo che l’esaltazione avuta sia stata proveniente doli’aver troppo camminato per provvedere dopo quella malaugurata guerra, ai bisogni della mia famiglia e pure di quella di mio genero che abita anche presentemente nella mia casa a Palermo. Posso forse sbagliarmi. Lei che è dell’arte lo giudichi). Ritornando al discorso del primo parto le devo dire che dopo qualche anno mi presi incinta di nuovo e anche qui guai serii. Dopo il V° mese cominciai a soffrire silenziosamente per non annoiare mio marito che lavorava tutto il giorno. Mi gonfiai tutta e arrivai una notte a perdere i sentimenti. Mio marito non capiva il perché e chiamò subito parecchi medici, uno dei quali specialista indovinò la malattia; avevo la nefrite all’ultimo stadio. Fortuna volle che la natura mi aiutasse e partorii dopo tre giorni di inaudite sofferenze senza l’aiuto di nessuno (ma la levatrice era in casa) un maschietto ancora vivo, ma mal nutrito, che morì dopo due ore. Lo specialista mi disse che non dovevo strapazzarmi, evitare l’umidità, non fare mai bagni [...], coprirmi di lana, specialmente di inverno. Disse anche che poteva ripetersi la malattia si mi prendevo di nuovo incinta, invece ebbi a Palermo le quattro figlie senza alcun guaio. Sono vedova da undici anni, sono ancora piena di vita, e in questo tempo mi sono sempre occupata della mia famigliuola, senza curarmi d’altro, adoperandomi per dare una buona educazione alle mie figliuole, come credo d’esser riuscita. Mio marito è ancora ricordato a Palermo, per lui ebbi molti favori dal Municipio di questa città come per esempio, solenni funerali col concorso di tutta la cittadinanza, tomba perenne nel Cimitero dei Rottoli e due posti gratuiti all’educatorio U. *[...] Quello che mi è successo in questo triste viaggio Ella lo sa, ora non desidero che ritornare nella mia casa con le due figliole che hanno ancora bisogno di me. Perdoni se l’ho annoiata e se scrivendo in fretta ho involontariamente lasciato correre qualche sproposito. P. S. I professori del Liceo G. * dove mio marito era preside mi regalarono il primo anno dell’anniversario della morte un ritratto in gran-

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de con bella cornice e un ‘altro eguale fu messo per ricordo nella sala dei Professori dello stesso Liceo. 6 Maggio ’19, Ore 6ant. Egregio Sig. Direttore, Sono costretta a scrivere colla matita per mancanza di penna e inchiostro. Ella compatisca ed abbia la bontà di ascoltarmi fino alla fine con santa pazienza, che io procurerò d’essere più breve possibile. Quando venni in questa villeggiatura, che per me non è che un manicomio bello e buono, io restai meravigliatissima perché le mie figliuole mi avevano etto eh ‘io avrei trovato qui una casa di salute dove avrei potuto avvicinare delle monache di S. Vincenzo, persone educate che avrei potuto anche in qualche modo conversare con loro perché di una certa cultura, poi doveva trovare giardini fioriti ove mi sarei rallegrata al vederli e a passeggiare spesso negli stessi viali gustando l’aria primaverile e le dolcezze che la natura stessa offre. Andiamo avanti. Io ho bisogno di una cura speciale, come facevo nella mia casa per esempio. La mattina prendevo appena alzata alle 6 un pò di caffè ben zuccherato e molto leggero. Poi verso le 8 prendevo un uovo e una buona tazza di latte caldo col caffè o col cacao e pane a volontà (il cacao si permette anche agli ammalati di febbre infettiva, quando la dose è limitata) e anche questa bibita ben zuccherata a volontà. Quindi mi occupavo di qualche lavoruccio o in qualche modo cercavo di distrarmi fino all’ora del pranzo che sempre procurava magari io stessa di approntare per le ore 13 e se qualche mia figliuola non era tornata dall’uffizio io mangiavo ugualmente per rispettare l’orario e perché l’appetito mi serviva molto bene. Il pranzo era così ordinato [...] E questo sia detto per la nutrizione, capo principale per stare bene in salute. Veniamo al resto, cioè un pò di toelette: non sono esigente ma qualche ferretto per la testa un po’ di sapone odoroso per lavarmi, un asciugamano per asciugarmi a spugna, (...), e finalmente un po’ di cipria o meglio magnesia macinata col relativo fiocco per la faccia, le braccia eco. In ultimo non scordiamo un po’ di mentolo per la bocca, altrimenti (caro il mio caro Sig. Dottore) il caucciù può avere qualche

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po’ di odore che non fa piacer e alle persone che possono avvicinare per caso un po’ troppo con espansione. E chi lo dice che non trovo quell’ideale di cui le ho fatto menzione ieri. Del letto non mi posso lamentare [...] Sì, caro il mio caro, ho davvero un pò ‘ di pazzia, indovini per chi?... per un vecchietto simpatico, come me (a parte modestia), sempre ridente, con due occhi che sono stelle, una bocca che attira i baci. Non si scandalizzi, la prego, perché vede in questo momento se lo avessi qui, non so cosa farei, temo che finirebbe bene o male non so, bisogna sentire come la pensa lui???? Un’altra cosa, Qui c’è troppa umidità (elenco di oggetti di cui lamenta la mancanza) [...] scarpe basse e legger e per casa, così sto più comoda, non disturbo nessuno e comparisco senza esser veduta, o meglio sentita (È bello vedere tutto di nascosto). Lei lo sa, vero? ha fatto pratica. Bravo, così c’intendiamo meglio. Pel vestiti, a dirla schietta e netta, ho bisogno di tutto, biancheria, perché quella poca che ho [...] Certo, venendo il caldo, dovrò farmi un vestito per casa, viaggiando un abitino da viaggio colar piombo fatto a giacca semplicissimo con qualche ornamento nero. Per l’altra cosa è meglio andare, vedere, scegliere e provare perché gli uomini sono buoni a far cose diverse, (elenco di altri oggetti che desidera, e si aspetta le vengano recapitati entro breve). Il pensiero mio fu sempre per quello (Dio mio, ne ho colpa) che fu il mio primo amore, e che avrei lasciata patria famiglia e tutti per seguirlo: Mi perdoni, Sig. Dottore, forse ho detto troppo ed Ella, Dio solo sa che opinione si farà di me. Siamo sempre là, in un manicomio tutto è lecito. Finisco che l’amore è più furente di prima perché non c’è peggio che in tarda età il pizzicar d’amore. Basta, basta, l’ho annoiato troppo, mi voglia un po’ di bene Sig. Dottore. Ella ha una faccia che m’ispira fiducia, che mi attira involontariamente. Le stringo con affetto la mano perché non posso fare altro. Elisa P. S. Se sarà bisogno riscriverò, ma ho soltanto un mezzo foglietto di carta come questa. È contento di me? ore 9 e 3/4 anti.

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Devo aggiungere che non potendo cambiare alloggio almeno Ella dev’essere tanto buono da concedermi la mattina, una passeggiata e la sera pure in giardino per respirare meglio l’aria pura, poi dopo mezzogiorno mi deve concedere un po’ di riposo nella mia stanza sola in modo da togliermi un poco da queste melanconie e da questo frastuono che mi rompe la testa. Le inservienti sono buone non dico di no, ma potrebbero farmi aiutare da qualcuno a trasportare le panche ed aver un pò più di riguardo a sbattere porte e finestre. La gentilezza di modi costa poco. Scusi Sig. Dottore, ma sappia che io sono Elisabetta dalla lingua schietta e netta. A domani. §§§§§ Rosa S., anni 49; coniugata. Originaria di Sori (Genova); professione casalinga. Periodo di degenza: dal 4/10/1923 al 28/10/1923. Diagnosi: alienazione mentale. St. mo Signor Dottore Sento al necesità di raccontarle i fatti che indussero mio genero M* C* d’accordo col Municipio di Sori di farmi trasportare al manicomio, glieli spiego e credo di ricordare tutta la scena nei suoi più minimi particolari perché non avevo perduta la ragione come fu creduto. Pensi lei Dottore alla disperazione di una mamma dopo di aver perduto due figli in due mesi e 7 giorni, e lo stato della mia salute dopo averli curati per 5 mesi da sola notte e giorno. L’ultima mia morta morì il 2 del mese in corso e il giorno 3 la trasportarono al cimitero, la mia casa si sfolò subito e restai sola, sola, nella disperazione e nel mio dolore, voglia di mangiare non ne avevo, ma mio genero neanche si curò di farmene portare, siche in casa non avevo niente ne pane ne vino infine niente, una viccina mi porto una botiglia di Marsala e ne bevei qualche sorso, un ‘altra mi porto un pò ‘ di minestra e cosipasò la triste mattinata, venne le 14 e sentii bussare alla porta ed era il Dottore B* venne ad avvertirmi che era arrivato il carro da Genova per la disinfezione. Io mi arrabiai un po’ per il modo che il Dottore mi disse, cioè di spo-

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gliarmi metermi robe pulite e cercarmi una casa dove andare, al che io risposi, e dove vuole che vada? Se tutti mi abandonarono? Posso andare nella strada! Le par vero però io glielo detto nella rabia e gliene avrei perché mio Genero a paura dei microbi e gli altri parenti lo imitano, lui se ne andò colle lacrime, perche ai miei figli voleva bene come a me che mi vide giovinetta. Venero dunque quelli della disinfezione, e venne anche una amica mia (noti che è una buriana e per farmi passare il dispiacere disse delle burle magari per quanto velate un po’ grasse io le tenni eco fosse la marsala fosse il dispiacere il fatto è che quasi si rise, [...] e venne notte, ed io la passai da sola in casa su una ottomana inzupata di sublimato, finalmente spuntò il giorno, verso le 9 andai in Municipio per dirle solo di vedere se potevano procurarmi una casa, mi promisero di ocuparsene si parlo anche della tomba dei figli e del suo costo. Mi lagnai con la segretaria e col Consigliere C* del modo come mi trattava mio genero, che permise che io dormissi in casa cosi sola senza coperte ne lenzuola, insomma senza niente, e pareva a me che non lo meritavo avendo io per lui (mio genero) fatto tanti sacrifici e tanto bene. Mi confortarono e me ne andai in farmacia dissi a mio genero che volevo vedere il mio bambino, e di chiamarlo, lui me lo chiamò e venne, le dissi a mio figlio di venire con me che ero sola, e che la casa ormai era disinfesta, il mio bambino si mise a piangere e disse di aver paura di sua sorella morta. Allora lo lascia, intanto era lora del pranzo, andai ancora in Municipio, dissi che io volevo mio figlio, e pregai la segretaria di farmelo dare che io mi sarei messa tranquilla a fare da mangiare e sarei stata in compagnia, per il giorno, e alla sera sarebbe andato da mio genero finché non avrei pulito i letti e non avessero portato la mia roba da Genova. La Segretaria mi promise che avrebbe parlato con mio genero e ci avrebbe combinato. Ricordo bene che C. * consigliere mi disse che io avevo bisogno di curarmi di stare 10 o 12 giorni in una casa tranquilla e ricordo che pensai mi volesse parlare di Ospedale, anche perché mio genero mi aveva già detto che io col Dottore B. * non avevo ragionato bene, e se poteva avere due testimoni mi avrebbe fatta portare al manicomio. Io sono convinta che mi fece quel discorso per vedere se mi arabbiavo cono-

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scendo il mio carrattere rispettuoso e così avere un buon pretesto per eseguire il suo piano, il fatto è che non le feci caso credendo ad una delle sue solite stupidate. Ritornai in casa e bevei della Marsala perche mi sentii sfinita, era quasi mezzogiorno e andai da una amica mi feci comprare un po’ di minestra, mangiai quella anche un po’ di focacia col formagio l’amica mia mi diede da bere non so bene se due o tre bichieri di vino il fatto sta che forse mi fece male. Andai a casa e vidi il mio banbino per la strada lo chiamai lui venne subito, in casa, e le dissi perché anche lui mi abbandonava, mi disse ancora che aveva paura, ed io le feci vedere il letto nudo e le dissi di non aver paura di sua sorella che le voleva tanto bene, che era tanto buona, e le ho fatto baciare la fotografia, in quel mentre è entrato mio genero e sua moglie, e mi si scagliarono sopra con ingiurie e mi portarono via il bambino. Io perdei il lume della ragione le gridai vigliacchi infami pelandroni tutti e due, senza cuore senza anima, e per farle dispetto le dissi anche che avevano fatto morire i miei figli di crepacuore, e me gli avevo avvelenati, intanto presi nel casetta il coltello e andai in strada a minaciarlo che mi dasse mio figlio dunque ramazzavo intanto si radunò molta gente, e andai in casa con un giovanotto che mi accompagnava e si ragionava, e anche con l’amica mia mi dissero che non mi davano mio figlio perche temevano che lo amasassi, cosa che nel dolore avevo detto i giorni scorsi e neanche più ricordavo, pensi se mi passava per la testa di amazzare mio figlio che non ho più altro mondo! Io lo volevo per essere accompagnata e per poco darmi così un po’ di pace. Riguardo poi all’avelenamento due persone mi dissero che in quel paese dubitavano quello, io li disuasi ma la mia cara figlia non voleva più prendere le medicine preparate da suo cognato non credo che mio genero avesse fatto una cosa così cattiva, ma quando si ha paura tutto può sembrare vero. Della croce verde immaginai subito che si veniva a prender e me. Scesi le scale dell’appartamentino che ho sopra e passai davanti alla barella tranquilla andai dalla farmacia, e infuriata più che mai le sgridai a mio genero di venire tutti e due in Manicomio a farsi esaminare chi dei due è più matto; in quel mentre venne quelli della croce verde e mi presero per legarmi sulla barella io li pregai di non farlo perche

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sofrivo di cuore e sarei andata tranquilla da sola, vidi mia cognata che era accorsa, le racomandai la mia casa che era rimasta aperta, di ritirare 5 o 6 cento lire che avevo in casa e di chiudere salii in automobile colle mie gambe, chiesi una sigaretta alli uomini e venni così in questo istituto tranquilla perche sapevo di non essere pazza e presto di essere messa libera. Ora per tutte le accuse che mi fa il Municipio non so a che scopo, con mio genero abbiamo sempre bisticiato si siamo sempre offesi, lui è arrivato anche al punto di pichiarmi di dirmi delle porcherie cioè dei titoli poco belli, del resto se si vuole testimoni posso portarne cento e asseriranno quanto scrivo. Naturalmente poi tutto passava e si ritornava un po’ di calma, per qualche giorno, l’ultima questione è stata con mio figlio, perché mio figlio redarguì suo cognato per aver mandato il piccino a Genova per medicine e erano pacchi troppo grossi, mio genero lapostrofò e le voleva tirare il peso di un chilo, io glielo presi e difesi mio figlio al che lui per vendicarsi mi diede due morsi nella testa. Ad ogni modo io ero tranquilla ma nella rabbia nel vino glielo dissi perche sapevo di farle dispiacere. Finisco perche troppo lunga è la via crucis di questi dieci anni che siamo insieme e non so se debbo raccontarla S.*Rosa §§§§§ Armida G., anni 33; coniugata. Originaria di La Spezia; professione casalinga. Periodo di degenza: dal 29/01/1918 al 15/12/1919. Diagnosi: stati melanconici. Per Dottore Belloni Permetta che le invio queste righe per poterle esprimere ciò che sento e ciò che sono. Quando lei al mattino e alla sera passa alla sua solita visita mi domanda come va, io vorrei dirle tante cose ma mi manca il coraggio e nello stesso tempo arosisco dentro di me pensando che è una cosa oribile e incredibile, e mi fa odiare a me stessa e purtroppo e la pura verità di quanto le scrivo. Quando incominciai a sentirmi così irrequieta mia mamma non mi lasciava un minuto, come

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pure mia suocera, voleva che stassi sempe in bottega con lei per, la paura che facessi qualche malanno. Allora mia suocera pensò bene mandarmi accompagnata da mia mamma a casa sua, dove sta tutora unita con mia sorella più picola montata. Io la notte non potevo dormire, più volte mi alzavo dal letto, volendomi gettare gui dalla finestra, insoma trovare qualche mezzo per morire, perche sentivo dentro di me una cosa che mi faceva sola. Visto mio cognato che era impossibile tenermi, perché alla notte andavo dicendo sono dannata sono dannata, tanto e vero che i vicini di casa venivano a trovarmi e dicevano che era la mia testa. Ma io che sapevo invece come stavo non potevo darmi pace a questa orribile disgrazia, a pensato bene portarmi a quarto dove chiamo un medico, che mi fece le carte subito e disse di farmi partire il mattino. Passai la notte in atroci spasimi dove venne pure mia suocera a dormine in casa di mia mamma e il mattino, col primo treno e una carozza alla porta accompagnata da mio cognato e da una infermiera della croce verde, mi portarono alla stazione di Spezia dove nella sala di aspetto, si attese ben mezza ora per aspettare il treno. Io nel vedere tutte quelle persone animate dicevo fra me che bellezza cosa vuoi dire che io non sono così nata disgraziata, e pensavo chisa mai più rivedrò il mio paese. Ecco che viene lora della partenza, e sul treno dove andai seguitavo a dire che sono dannata e loro andavano ripetendo che era la mia testa. Nel mentre vedevo passare treni carichi di soldati francesi, che si recavano al nostro fronte dicevo finisce il mondo, e venuta lora siamo scesi, e abbiamo fatto tutta la strada a piedi, allora mio cognato disse ecco amomenti siamo a quarto, dove arivati costa, suono il campanello, e tutto a d’un tratto mi pareva di entrare no in un manicomio ma bensì in una villa. Entrati mi vidi davanti un portiere dove subito mi ricordo benissimo lei, fu allora che mio cognato le consegno le carte e disse pericolosa, salutandomi e lasciandomi, tutto a dun tratto mi vidi acompagnare da una infermiera che la quale e F* e mi ricordo benissimo che mi disse, e maritata lei io le risposi si è al fronte mio marito, e lei mi rispose causa questa guerra. Allora dissi fra me altro che guerra colui che parti con tanta cura e uninmortale. Mi porto in sala di osservazione e mi misi a sedere in una panca vicino alla prima finestra di entrata e la stavo zita,

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e dentro di me mi veniva da dire di quelle bestemmie che sicome capivo tutto la vergogna stessa non volevo dirle, e dicevo mi sentite bestemmiare bestemmio sapete. Io allora quando mi misero a letto, mi ricordo come adesso vi era di guardia la B* e la G* M* , dove mi venne da dire o tutti in paradiso o tutti all’inferno e andavo chiamando T* T* F*, vengano a vedere che belle stelle in eie lo che bei fiori, perche mi veniva da dire vedrai le stelle in cielo brillare vedrai i fiori fiorire e per te no cè pai nulla. Vedendomi cosi agitata la T* mi compagno dai superiori dove mi accompagnarono, nella sala di osservazione, nel letto vicino alla seconda porta, proprio di prospeto, dove lì sopra cè un lampadina, tutto a d’un tratto mi vedo aparire dentro il diavolo con un paio di bafetti neri, e con voce parlando col naso mi andava ripetendo son dannata son dannata le stesse parole che dicevo a casa e allora leui disse si sei dannta. Tutto a dun tratto mi sono sentita aprire il mio corpo e trasformare allora io nel vedermi così malefatta dissi: come sono fatta male e lui mi rispose: quando ti sposo io ti faro dei bei vestiti ti farò portare il capello, io le risposi ciò mio marito che assai puf bello di te, ma a dire il vero no sentivo di amare mio marito ma bensì il diavolo. E mi andava ripetendo anche queste parole, ora non posso, ora non posso, ora posso, ora posso perche queste stesse parole le dicevo io quando ero seduta dalla finestra non posso passare più di qui. Alla sera seguente mi pareva che doveva venire la fine del mondo, e che tutte le donne si dovevano preparare, alla morte tante casse da morto ma per me giunte, io risposi allora sono dannata e no ho bisogno di confessione. In tanto suonava una campana e io dicevo bisogna morire, sono io che porterò una grossa pena. Mi aparve di nuovo e mi disse fai quello che vuoi la tua anima lo con me mai visto e non mi vedrai mai mai più. Quando canto e la mia abitudine perche anche a casa ero sempre allega e contenta ma quando mi viene in menta sola al mondo dannata non posso fare a meno di piangere, perché tutti mi dicono che di dannati non ce né mai stati, e pensarla bene che io sono proprio una persona senza anima. Fino dalla mia infanzia sono sempre stata perseguitata dal demonio, igni cosa che facevo avevo sempre dentro di me un spirito di contradizione. Non creda Signor dottore di fare del male non sono mai stata aporta-

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ta, ma si vede che era il mio destino, creda che io amavo mio marito e da questa apparizione del diavolo tutto a d’un tratto mi sono sentita mancare gli affetti. Quando ora mio marito mi viene a trovare, sento di non amarlo più e nello steso tempo mi fa compasione le raconto a lungo il mio fatto sucesso se lei non mi da nemeno risposta e no crede, mi dice capisci tutto perché fai così. E quello il mio malanno mi è rimasto il corpo mi è rimasta la favella ma lanima nel mio corpo non esiste più sono sicura e sicurissima; quando dico di volermi ucidere, non sono nemeno sicura di morire perche lui mi disse l’anima telo perterò quando un giorno dovrai morire. In tanto giorno per giorno mi sento mancare le mie forze cammino dira lei ma la grande agitazione che non posso stare ferma e quella brutta parola eternità, che disgrazia maledico il giorno della mia nascita se sapesse lei quando al mattino vedo apuntare lalba, e sento suonare le campane della messa sento una stretta al cuore e non posso fare a meno di piangere, e dico fra me perche non potevo nascere anch’io un’anima buona. Come mi fa specie vedere le gente inanimate; se le persone dovessero comprendere caramente che, esiste il questo diavolo quanti si convertirebbero. Ora la colpa non è mia nella mia famiglia non cè mai stata tanta religione, tanto e vero che lui mi disse siete una famiglia di malededetti. Si figuri Signor dottore se andrei volentieri a casa, ma ora mi trovo in un brutto imbroglio, non creda che sono visioni e nemeno lucinazioni, ma invece è la propria verità la disgraziata sono io. Come devo fare a campare eterno, vestirmi eterna mangiare eterna, quello sarebbe il meno anzi sarei felice che mi lasciasero senza, così potrebbe darsi il caso, che non mangiando socomberei più presto. Tante volte la notte penso e dico non ho anima ma il cuore batte sempre e quela lì la mia speranza. Simmagini se andrei volentieri a casa, sapendo che mia mamma piange sempe, eppure poveretta non amo neppure più lei. So più a cosa pensare mi creda che capisco tutto vorrei fare capire anche agli altri, ma non sono creduta, eppure esiste il diavolo glielo posso asicurare io, e dargli pure delle prove, lei come dottore visitandomi trova nel mio corpo un fenomeno. Tralascio di scrivere per mancanza di carta e poi finirei col anoiarlo troppo ma mi creda un ‘infelice creatura che in tutto il mondo noncene e non ce ne sarà mai e mai più.

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§§§§§ Ines Renata C., anni 24; nubile. Originaria di La Spezia; professione casalinga. Vari ricoveri presso diverse strutture psichiatriche del Paese negli anni: 1916, 1917, 1918. Diagnosi: stato melanconico (psicosi periodica). Fin dalla mia più tenera età ho sempre avuto il vizio dell ‘onanismo, ogni impressione che ricevevo, ogni parola che sentivo dire bastava per farmi toccare fra le gambe. Non ho mai avuto voglia ne di studiare, ne di lavorare. Ho avuta una convulsione che mi ha fatta rimanere la bocca storta. Abitavo in Piazza S.* La casa dove io abitavo molte volte mi faceva impressione perché era tetra, quell’andito brutto e lungo mi spaventava, ma molte volte l’effetto che mi faceva non lo manifestavo, preferivo tenerlo nascosto. Ho fatto sino alla quarta elementare. Molte volte ho avuto l’impressione di dover vedere la mia famiglia nella miseria, e quasi quasi dentro di me provavo piacere. Un giorno sotto le mie finestre ho veduto una bella carrozza chiusa, uno strano desiderio ma prese tenendomi ai ferri del terrazzo di lasciarmiandare giù come l’olio sulla carrozza e romperla. Un’altra volta chiamai una delle mie sorelle che allora era piccina coli ‘intenzione di buttarla giù dalla finestra, la presi mi misi a sedere con lei vicina alla finestra cambiai idea. Ho sviluppato presto, a 12 anni. Prima dello sviluppo do avuto qualche svenimento che mi avevano fatto venire una certa irritazione contro i miei che rimasti spaventati continuamente mi sorvegliavano. Io non sapevo addattarmi all’idea come per una svenimento o due si dovesse farmi tante storie, e il mio malumore cresceva quando m’accorgevo che per le altre mie sorelle non era così, loro non errano così sorvegliate come me. Mi è venuta una perdita che mi ha fatto stare a letto 40giorni. Durante il periodo della malattia non volevo cibarmi, ormai ero stanca di stare a letto, e volevo morire ad ogni costo. La convalescenza fu lunga, ma per le cure assidue dei miei genitori mi rimisi tanto bene. Nel 1907 con la mia famiglia andammo a stabilirci a

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Tarante. La mia salute non era sempre la stessa, un po’ bene un po’ male, il continuo vizio dell’onanismo mi stancava. Nella mia famiglia ci furono molti dispiaceri che mi indebolivano tanto da mettermi a letto e non aver più la forza d’alzare un braccio. Prima d’andare a Taranto una sera dissi a mio padre che in certi momenti non so neanch’io cosa mai mi sarebbe venutovoglia di fare se a stento non mi fossi tenuta. Ma lo dissi per stupidaggine, per il piacere d’essere viziosa, d’essere malata. Ma lui non mi capì, anzi lo prese subito in senso contrario e si mostrò molto gentile. Dio che sbaglio! A Taranto mi venne l’idea di voler imparare un mestiere e mi misi al piano. Da principio tutto pareva che andasse bene, ma mi misi un’altra volta le mani addosso, cessai subito di capire ciò che la maestra mi aveva spiegato, anzi tutto a un tratto dimenticai quello che in 8 mesi avevo imparato con meraviglia della maestra che non sapeva rendersi ragione. A poco a poco incominciai a voler diminuire il vizio dell’onanismo. In quel tempo in casa mia leggevano il romanzo - La maschera rossa - È un po’ libero ed io ero oltremodo contenta che la donna sia nata del tutto per il piacere. Incominciai a pensare che morendo mio padre come si sarebbe rimasti noialtre ragazze? Mi venne il desiderio di maritarmi, però in questo desiderio non mi sentivo bene, un gran malcontento per la paura di non raggiungere il desiderio che avevo, depressione e una certa tendenza al vizio. Però benché alle volte sentissi dei desideri cattivi, capivo che era mal fatto che non stava bene ma non sapevo come fare per liberarmene. Una sera guardandomi nello specchio mi accorsi che i miei occhi non erano naturali: qualche cosa di strano, di indefinibile, di bello ma al tempo stesso di deprimente per la morale. Incominciai a inquietarmi a parlarne coi miei genitori, i quali incominciarono a dirmi che sono viziosa, che sono fatta per la voluttà, che ho bisogno di maritarmi per essere guarita. Mi impressionai talmente di tutte queste parole, ad ogni costo volevo sapere perché avevano parlato così. Capii che non volevano rispondermi solo per un riguardo, allora io decisi di volermi rovinare, mi diedi migliaia di pugni sulla pancia, martellate sul ventre e sulla natura, sul petto, mi rotolavo in terra; di tutto un pò ‘ ho fatto. Andai a Savona dagli zii per cambiare aria, ci stetti circa un anno, poi ritornai a Spezia con la mia famiglia. Avrei

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voluto impiegarmi come dattilografa ma con questo vizio come fare? Mi ammalai tanto e arrivai al punto di non sapere come fare. Consultai molti dottori i quali mi consigliarono una casa di salute, o il manicomio. Col cuore addolorato entrai qua dentro. Mi accorsi subito che tutti sono buoni, e con la speranza di poter presto guarire mi feci coraggio. La seconda volta non volevo venirci. A che scopo addolorarci tanto senza avere la speranza di guarire? La prima volta ci sono venuta addolorata si manna detto che volevo venirci per la speranza di guarire. Ora i miei genitori me l’hanno detto che sono stata io che ci sono voluta venire, mi sono tanto indispettita e ora questa non potranno più dire niente perché ho voluto esserci accompagnata con la forza. In genere la bimba la picchiavo sempre quando cera qualcuno che mi vedeva per farcela capire che sapevo tutto e vedevo tutto e riconoscevo tutti i dispetti che mi facevano ed io secondo me lo faccio quasi apposta a picchiare la bimba e rendermi suffistica ed insopportabbile per il puntiglio che allora avrebbero avuto le mille ragioni ad esclamare povero Giovanni rovinato!

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Indice dei nomi Caffarena F. 59 n., 62 n., 68 n. Camarda A. 103 n. Cannistraro Ph. 18 n., 40 n. Canosa R. 116 n. Caracciolo A. 39 n. Castel R. 113 n. Castelli F. 70 n. Castronovo V. 99 n. Cavazzoni E. 113 n., 114 n., 129 n. Chevallier L. 119 n. Coetzee F. 11 n. Cohen S. 109 n. Costantini C. 60 n. Cozzani E. 21 e n., 22, 23 n. Croci F. 59 n. Curli B. 23 n., 39 n., 58 n., 76 n., 78 n., 103 n., 119 n.

Andreucci F. 52 n. Angeleri C. 13 n., 43 n. Antonelli Q. 136 n. Audoin-Rouzeau S. 12 n. Babini P. 12 n. Banti A. M. 44 n. Barbagli M. 67 n., 69 n., 119 n. Baronchelli Grosson P. 13 n., 14 n., 32 n., 40 n., 41, 42 n., 44 n., 47 n. Bartoli Langeli A. 117 n. Bartoloni S. 13 n., 14 n., 17 n., 21 n., 49 n., 46 n., 50 n., 57 n. Basilico Pisaturo A. 18 n. Becker A. 12 n. Benenati E. 107 n. Bethke Elshtain E. 15 n., 16 n. Betri L. 32 n. Bianchi B. 17 n, 119 n. Biasioli N. 19 n. Bigaran M. 17 n., 37 n., 41 n., 76 n. Bisi Albini S. 25 e n., 28 e n., 29-33, 35, 48, 52. Bonacchi G. 18 n., 32 n., 37 n., 38 n., 118 n. Bossi L. M. 51 n., 52 n. Bourke J. 15 e n. Brambilla E. 32 n. Bravo A. 17 n., 42 n., 67 n., 119 n. Braybon G. 13 n., 48 n. Briganti A. 18 n. Butler J. 37 n. Buttafuoco A. 17 n., 19 n., 28 n., 32 n., 118 n.

Dal Lago A. 113 n., 118 n., 130 n. Dau Novelli G. 13 n. De Bernardi A. 116 n., 118 n. De Felice R. 21 n., 40 n., 51 n. De Giorgio M. 13 n., 38 n., 39 n., 46 n. De Grazia V., 37 n. De Luna G. 11 n. Dei M. 22 n. Della Peruta F. 44 n. Detti T. 52 n., 117 n. Di Bello G. 128 n. Di Cori P. 37 n., 38 n., 106 n., 118 n. Dogliani P. 40 n. Dondeynaz R. 39 n., 61 n.

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Guarnieri P. 113 n., 118 n. Guerci A. 113 n. Guidi L. 14 n., 16 n., 17 n., 57 n.

Doria M. 101 n. Dorner K. 116 n., 118 n. Ermacora M. 17 n.

Horne J. 11 n. Farina R. 18 n., 28 n., 48 n., 52 n. Fava A. 31 n. Ferrante L. 17 n., 47 n. Fiorini V. 113 n. Fiume G. 128 n. Fontana S. 64 n. Foresti F. 64 n. Foucault M. 113 n., 116 n., 118 n., 118 e n. Fouret F. 64 n. Franchi A. 18 e n., 19-22, 24, 52. Franzina E. 61 n., 64 n., 119 n. Fussel P. 11 n., 16 n.

Isnenghi M. 11 n., 17 n., 31 n., 40 n., 57 n., 75 n. Iuso A. 136 n. Jenson J. 13 n., 16 n., 49 n., 51 n. Lagorio F. 17 n. Lamberti M.C. 107 n. Lanaro S. 39 n. Leed E. J. 11 n., 59 e n., 67 n. Leoni D. 38 n., 39 n., 143 n., 106 n. Lejeune Ph. 113 e n., 138 e n. Loraux N. 11 n. Lotto A. 17 n.

Gabrielli P. 16 n., 17 n., 18 n., 57 n. Gagliani D. 37 n. Gallerano N. 37 n. Galli della Loggia 60 e n. Gay P. 128 n. Gentile E. 40 n. Gibelli A. 11 n., 17 n., 39 n., 41 n., 54 n., 60 n., 61 n., 68 n., 101 n., 110 n., 114 n. Gibelli C. 110 n. Gilbert S. M. 16 n. Goffman E. 116 n., 118 n. Gould J. 51 n. Graff H. J. 64 n. Grassini Sarfatti M. 18 e n., 19, 22, 48 e n. Groppi A. 18 n., 32 n., 37 n., 38 n., 47 n.

Macrelli R. 48 n. Marwich A. 48 n Marzorati S. 18 n., 19 n.. Melograni P. 39 n., 67 n., 103 n., 119 n. Meringolo P. 128 n. Michel S. 13 n., 16 n., 49 n., 51 n. Molinari A. 11 n, 14 n., 52 n., 58 n., 99 n., 101 n., 114 n., 117 n., 118 n. Mosse G. L. 11 n., 12 n., 39 n., 75 e n. Mori G. 13 n. Mori M. 32 n. Mozzoni A. M. 48 e n. Musso S. 101 n., 103 n.

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Scheving M. 11 n. Schiavon E. 14 n., 17 n. Schnitzler A. 75 e n. Scott J. W. 37 n., 102 n. Selmini E. 128 n. Signorino P. M. 22 n. Soldani S., 13 n., 22 n., 108 n. Sontang S. 11 n. Sorcinelli P. 118 n, 120 n. Spriano P. 43 n. Staderini A. 14 n., 16 n., 178 n., 57 n. Summerfield P. 13 n., 48 n.

Nava P. 107 n. Ong W. 64 n. Ortaggi S. 43 n. Ouditt S. 51 n. Ozouf J. 64 n. Palazzi M. 17 n., 47 n. 120 n. Palazzolo M. I. 32 n. Pastore A. 120 n. Peli S. 103 n. Peri A. 112 n. Perillo G. 110 n. Pieretti M. 64 n. Pieroni Bortolotti F. 18 n., 37 n., 38 n., 47 n. Pisa B. 13 n., 26 n., 47 n. Pomata G. 17 n., 47 n. Porciani I. 39 n. Procacci G. 15 n., 22 n., 43 n., 53 n., 58 n. Procacci G. 119 n. Punzo M. 44 n.

Tagliavini A. 120 n. Taricone F. 14 n., 28 n., 38 n., 47 n., 48 n. Tedeschi Norsa I. 33 Thébaud F. 13 n., 58 n., 67 n., 74 n., 75 e n., 77 n., 118 n. Tobia B. 11 n., 39 n. Torcellan N. 14 n., 17 n., 43 n., 47 n. Tranfaglia N. 40 n.

Randolph Higonnet M. 13 n., 16 n., 49 n., 51 n. Revelli N. 60 e n. Riosa A. 22 n. Roccella E. 28 n. Rossi Foria A. 38 n.

Urso S. 18 n. Vercelloni E. 231 e n., 50, 51. Wall R. 13 n. Winter J. 11 e nota, 13 n.

Sanga G. 64 n. Salvati M. 37 n. Sanvitale F. 55 e n. Saraceno C. 48 n. Scaraffia L. 28 n., 103 n. Scaramuzza E. 48 n. Scarry E. 16 n., 54 n.

Zadra C. 38 n., 39 n., 43 n., 106 n. Zoccola A. 106 n., 109 n., 112 n.

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finito di stampare nel mese di marzo 2008 presso Digital Print Service srl, Segrate (MI)


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DONNE E RUOLI FEMMINILI NELL'ITALIA DELLA GRANDE GUERRA by Biblioteca Militare - Issuu