14 t-7 /
luigi earzini LA GUERRA D’ITALIA
Dal Trentino al Carso (agosto-novembre 1916)
MILANO Fratelli Treves, Editori 1917 Terzo miglialo.
LA GUERRA D’ITALIA
DAL TRENTINO AL CARSO.
RACCOLTA COMPLETA DEGLI SCRITTI di
LUIGI BARZENT.
Sinora si sono pubblicati:
Scene della Grande Guerra (1914-1915). 2 voi. Legati in tela all’uso inglese
Al fronte (maggio-ottobre 1915)
.
.
L. 8 50
:
.
Legato in tela all’uso inglese
. :
.
.
.
L. 5 75
Sui monti, nel cieloe nel mare (gennaio-giugno 1916) Legato in tela all’uso inglese: L. 475
Dal Trentino al Carso (agosto-novembre 1916) Legato in tela all’uso inglese Il
:
L. 5
—
.
— — 4 — 4 — 7 5
Giappone in armi. Diario di un giornalista italiano al 4 campo giapponese. Voi. I .
Legato in tela all’uso inglese: L. 4 75
Dai campi di battaglia. Diario di un giornalista italiano al
4
campo giapponese. Voi. II Legato in tela all'uso inglese: L. 4 75
Altre opere di Luigi Barziki.
La battaglia di Mukden. In-8, con 52 incisioni, numerose cartine o una grande carta a colori. 4.° migliaio. L.
Nell’ Estremo Oriente. Con illustrazioni.
6
... 3 —
Dall’Impero del Mikado all'Impero dello Zar (Giappone-Corea-Siberia-Russia). fuori testo e
il
Con 11Ò disegni, 15 tavole 3
ritratto dell’autore
—
LUIGI BARZINI LA GUERRA D'ITALIA
Dal Trentino al Carso (agosto-novembre 1916)
MILANO Fratelli Treves, Editori 1917 Terzo migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA, I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi,
compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda. Copyright by Fratelli Treves, 1917.
qualunque esemplare di quest’opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori. Si riterrà contraffatto
Milano, Tip. Treves.
DAL TRENTINO AL CARSO
NOTTE VENEZIANA DI GUERRA. Venezia, 18 agosto 1916.
È l’ora in cui essi arrivano.
La luna e
il
è
già
suo chiarore
messo ai piedi
alta si
è
sull’Isola
di
Sant Elena
disteso sulle acque;
ha
Venezia la stes-
degli edifici di
sa opalescenza che è nel cielo. Venezia oscura si libra in una pallida e quieta serenità, naviga in un’atmosfera di sogno. essi
È
l’ora in cui
arrivano.
Hanno bisogno del lume di luna. Le spiagge in queste serate si disegnano nere sul mare imbevuto la rotta
di luce
ed è
facile,
volando, trovare
per piombare su Venezia. La ragione sulla Laguna, quasi quo-
delle loro incursioni
tidiane in questi giorni, è
il
plenilunio.
Quan-
do si presentano delle condizioni favorevoli per commettere degli atti abominevoli, bisognerebbe non essere austriaci per non commetterli. Babzini. Dal Trentino al Carso.
1
NOTTE VENEZIANA
2
M GUJEBBA
veneziane sono ora notti di bombardamento. Sulla tranquillità profonda luminosa, dolce, fatata di Venezia, sulla sua
Le più belle
notti
pace mistica, fulmineamente la guerra irrompe col suo tumulto feroce. Tutta la città la aspetta
adesso, muta,
Iersera non
sdegnosa.
fiera,
vennero, verranno questa sera. L’aria è limpida e calma: il tempo che ci vuole per dar batai monumenti. Nessuno dorme. Qualche passo
taglia
si
attarda
bianche e risonanti della Piazzetta e degli Schiavoni. Fuori dei caffè chiusi, piccole comitive seggono intorno ai tavoli, nel buio, e
sulle rive
bisbigliano.
no lente
Ombre
di
passeggiatori
si
muovo-
Un A quest’ora l’altra se-
negl’ intercolonni delle Procuratie.
orologio suona le undici.
ra erano già arrivati: è che la luna sorgeva più presto. Non possono tardare molto.
Due o tre gruppetti di persone immobili sulla Piazza
contemplano la Basilica barricata di
sacchi, pallida e come diafana nel chiarore lunare, solenne, prodigiosa, vivente, e sembrano inchiodati da quella visione. Forse si chie-
dono con un’angoscia inespressa se fra un’ora la Chiesa sarà così, intatta, e se
non c’è nelle
magnificenze che i loro occhi carezzano qualche cosa che sta per morire. San Marco si è preparata silenziosamente al pericolo. Sui suoi tetti di piombo, striato di
-
NOTTE VENEZIANA DI GUERRA
“
',
nero come marmo antico, nel vario e fantaentro stico paesaggio di cupole e di cuspidi, nicchie blindate vegliano le vedette del fuoco, guardie altre degli operai della Fabbriceria, e
sono disposte sulle balconate della sui culmini del Palazzo dei Dogi. pompieri aspettano 1 allarme sopra le loro
volontarie
facciata e
!
I
macchine galleggianti nel Rio.
Anche nell’ interno della Basilica la sorveglianza è in fazione. Un uomo vigila nel cuore e paudi quella massa di tenebre, immensa sospesi al rosa, solcata da tenui riflessi d’oro di archi invisibili, percorsa da barlumi nelle e lontani che sembrano apparire profondità smisurate di un cielo notturno. La arde luce flebile della lampada solitaria che Miracolo da sette secoli avanti alla Pietra del più limiti nell omsi sperde; la Chiesa non ha sontuosa bra; essa allarga all’infinito la vastità Ma quandelle sue sagome; abbraccia la notte. do la luna arriva a sfiorare le cupole, gli ocdi chi che coronano le loro basi si empiono
ciglio lievi
pallori diafanità e formano rotonde collane di
misteriosamente sospese nel buio. Sono le undici e (mezzo. Improvvisamente, le rare lampade della città si spengono. Spariscono le fioche luci azzurre e senza splendore che incastravano la loro fosforescenza qua e crolà nel labirinto fosco dei porticati e dei cocicchi, copie quelle lucciole immobili che
4
NOTTE VENEZIANA DI GTJERKA
stellano gl’intrecci dell’erba.
allarme.
di
nemico
Il
si
È il primo segnale
avvicina.
ode per tutto un rumore di battenti che
Si si
schiudono. Ogni casa spalanca la sua porta
e
offre
anditi.
è
abbuiati
alti,
i
senza
dall’interno degli edi-
un brusìo di gente che dai piani più minacciati, scende senza spavento e
fici
«
della sua corte e dei suoi per via allunga il passo e varca
l’ospitalità
Chi
prima soglia. Arriva
la
fretta.
Delle voci
chiamano:
avvertono,
Vegnì zo ! I xe qua!». «/ xe qua!»
bitudine e
Tutto
si
il
— niente altro. Vi
si
sente l’a-
I
vaporini
disprezzo.
quieta a poco a poco.
che facevano le ultime corse sul Canal Grande hanno spento i fanali e si serrano ai pontili,
con i quali si confondono, mandando un soffio lieve di vapore come un ansimare represso. Non un tuffo di remi nell’ombra dei canali. Nessun battello si muove. Le gondole abbandonate nereggiano in folla presso alla riva fra pali d’ormeggio. È dileguato ogni segno di vita umana. Venezia sembra vuota, sola, più grande, e ad un tratto si ha la percezione di i
una sua vita misteriosa e la
emozione che
ci
possente.
afferra,
confusa,
mibile, venga dal sentimento di
animata, immane,
soggiogatrice.
Pare che inespri-
una presenza
NOTTE VENEZIANA DI GUERRA
5
Un colpo di cannone squarcia il silenzio. È
il
secondo segnale.
Un ululato sovrumano erompe, il grido inatteso
una
di
sirena.
Altre sirene
ogni quartiere, rispondono.
È
uin
lontane,
da
coro di cla-
mori lamentosi, lugubri, violenti, disperati. Poi il silenzio si ricompone, profondo, assoluto. Gli ultimi minuti passano lenti, pesanti, sinistri, come quelle epoche incommensurabili che trascorrono nell’ incubo. Venezia! Venezia !
I
Eccoli!...
tuoi assassini arrivano!...
Scie sfavillanti di razzi azzurri zampillano e
s’inarcano nel cielo. Da ogni parte erompono candidi raggi di proiettori. Sprizzano scintillamenti lividi lungo le rive e scroscia vee-
mente un martellare serrato Scariche
di
fucileria
si
mitragliatrici.
di
succedono,
più
lon-
con quel loro rumore di cosa che si laceri. L’orizzonte si accende di un palpitare tumultuoso di vampe, e il severo profilo di Vetane,
nezia si disegna più tagliente e più nero contro balenìo; l’artiglieria ha aperto il fuoco.
il
Cupi e echeggianti i colpi di cannone si sgranano. dei
La notte è tutta solcata dai soffi canori
proiettili,
e,
alti
sulla
città,
shrapnell s
granate scoppiano ininterrottamente,
e
a stormi,
con immenso fragore, punteggiando il sereno di vividi bagliori che gettano sulle cupole e sui
campanili un tremolìo di
riflessi.
NOTTE VENEZIANA DI GUERRA
6
E tutto, razzi, proiettori, mitragliatrici, fucili, cannoni,
tutto
s’infiamma,
scoppietta,
pa, tuona nel medesimo istante.
divam-
Non vi è stata
una gradazione di violenza. La guerra è sopraggiunta in un secondo con una pienezza di furore.
Nubi di fumo si addensano, si allargano co-
me un nembo di temporale, si sfioccano lentamente, passano a tratti sulla luna, e allora la Laguna si abbuia. Nell’uragano dei colpi, di tanto in tanto dei boati più forti, cupi e poderosi, fanno sussultare la terra: bombe austriache
che scoppiano.
frastuono
Il
città,
si
penetra
la
fonde negli echi, corre
le
immane
allarga e
si
dei
colpi
come un urlo, e ogni cupola, ogni vòlta, vibrano e chiamano come dei gong moarcate, passa
struosi percossi senza tregua.
un
silenzio
improvviso.
I
Poi, ogni tanto,
difensori
ascoltano.
Ascoltano
il
volo del nemico. Di notte L’ae-
roplano non
è
che un rumore. Non è possibile
vederlo. Bisognerebbe poter illuminare il cielo non al di sotto ma al di sopra di lui. Qual-
per un attimo, esso disegna contro luna la sua forma rigida, leggera e minuscola da insetto; ma è raro. Si segue il suo volo nel buio con microfoni speciali, che indicano approssimativamente dove è il nemico. 0 meglio dove era; perchè il suono è lento.
che
volta,
alla
Non
si
può sparare
sull’ aeroplano
invisibile.
NOTTE VENEZIANA DI GUERRA
7
Ma si spezza la sua rotta, si creano barriere di
fuoco avanti a
lui,
gli
si
interdice
il
pas-
saggio sulle zone più gelose, lo si costringe a salire o a deviare, e il gettito delle sue bombe
perde la terribile efficacia dell’accuratezza. Gli aeroplani austriaci, noin potendo vedersi si tengono lontani sei o sette chilometri l’uno dall’altro. Arrivano uno alla volta. Per non incontrarsi, seguono una rotta giun-
fra loro,
gendo e un’altra partendo. Quando si gettano su Venezia dalla parte dell’Arsenale, riprendono il largo dalla parte della Giudecca. Nella quiete momentanea si diffonde il rombo
remoto di un motore, un frullìo musicale e profondo che non si sa da quale direzione discenda.
Ad un tratto, mentre si tende l’orecchio, ci si
accorge
che
il
silenzio
subitaneo
è
come
popolato da infiniti rumori sottili, fuggenti, imprecisi, vicini, da scoppiettii sommessi, da lievi
minuti e brevi, dal picchiet-
fruscii,
da
tare di
una grandine misteriosa tutto intorno.
sibili
Sono pallette di shrapnell, schegge di granata, spolette, fondelli, frammenti di acciaio e di piombo che ricadono a miriadi dal loro lungo viaggio nello spazio, vertiginosi e infuocati. Battono sulle pietre con un rumore molle, come
gocce di fango, e nell’acqua stridono spegnendosi,
mandano
fruscii
leggeri,
sussurrìi
stri-
NOTTE VENEZIANA DI GUERRA
8 scianti,
che
un rumore bizzarro che ha un non so quasi venisse da inviche esalassero un loro
di vivo, di [animale,
sibili
insetti
notturni
grido minuscolo sulla calma dei canali.
Dei razzi salgono. L’uragano
fuoco rico-
di
mincia. Le esplosioni delle bombe nemiche sono più frequenti, ma quasi tutte lontane. Le
precede
della caduta,
soffio
il
acuto, fendente,
succedono a serie, quattro o cinque di seguito. Eruzioni di faville, di fumo, di rottami, erompono dai punti di caduta. Il fumo Si
sinistro.
nero e pesante rimane basso, moltitudine dei
si
tetti,
corica sulla
si
spande sulla Laguna,
ottenebra tutto,
vela tutto,
pieno di un
acre,
odore di battaglia e di rovina. Qualche bomba cade nell’acqua, e lunghe ondate di tempesta, gonfie e silenziose, si precipitano sulle rive. I pontili oscillano con violenza,
i
vaporini rollano, risuonano cupi urti e la folla nera dei battelli tumidtuosamente sugli ormeggi, sba-
di scafi e di travi,
agita
si
geme, tutta burrascoso che passa.
scricchiola,
tacchia, sciabottìo
scossa
sullo
Un soffio scende più violento; par di sentirlo
filare
sulla
nostra
testa;
per cadere non lontano.... Il
suolo
centinaio l’abside. za.
bomba
la
Ecco
lo
sta
schianto.
ha tremato. Il fumo si innalza ad un di
metri
dalla
Basilica,
dietro
al-
Un vocìo arriva dal fondo della Piaz-
Si distinguono le
parole «San Marco! San
9
NOTTE VENEZIANA DI GUERRA
Marco!». Della gente ricoverata sotto alle Procuratie ha creduto la Chiesa colpita e manda
un urlo di furore
e
Sono
di dolore.
le
prime
voci umane che si riodono, ed è inconsciamente l’antico grido di guerra e di gloria che esse
lanciano rivivendo: «San Marco! San Marco !». La cattedrale è intatta. Il vocìo si sopisce. Il
cannoneggiamento ha ripreso per
la quinta
volta.
Inaspettatamente,
bufera chi.
pieno
nel
spande un suono
si
di
della
tuonante
campana, chia-
sorprendente. Dodici rintoc-
ro, lento, regolare,
È la campana della Meridiana che suona
mezzanotte.
Non
so
perchè questa misurazio-
ne inesorabile del tempo, jnel furore, nel fragore, nel pericolo, stupisca come qualche cosa di in-
Dà il senso di una impassibilità forsovrumana ed eterna. Il suono della
verosimile.
midabile,
campana sembra che domini la lotta come la voce di un giudice, serena, imparziale, fatale. Il
fuoco sosta ancora. Dodici aeroplani neIl silenzio si prolunga. Tra-
mici sono passati.
scorron lunghi minuti, un tempo indefinibile. Poi il coro delle sirene si rinnova. Mandano
ognuna quattro lunghi
gridi.
È
il
segno della
pace tornata.
Ricompaiono
le
lucciole
nell’ombra, che
si
anima
ridesta,
si
ripopola.
azzurre
di gente.
qua e
là
La città si
Un risuonare di passi e
NOTTE VENEZIANA DI GUEBKA
10
di voci arriva
la
da ogni parte, cresce, si gonfia,
affluisce
folla
al
centro,
nessuno vuol co-
senza aver saputo e senza aver visto. oscure, calme, ordinate, curiose,
ricarsi
Moltitudini
brulicano nei vicoletti e sui ponti. Si dirigono ai luoghi colpiti; è come un pellegrinaggio lento, grave, vasto. Le notizie passano, tutto è noto
ovunque.
subito,
Non vi sono state vittime. Nè morti, nè febombe austriache sono cadute quasi
riti:
le
tutte
in luoghi
aperti e
deserti.
Soltanto due
case sono state toccate, due vecchie case modeste che la guerra è andata a cercare nel fon-
do
pittoreschi
di
campielli,
pieni
ancora
di
un odore di picrato. Un po’ di tegole rotte, un po’ di calcinacci sono disseminati sul lastricato antico, intorno al pozzo. Nessuna granata in-
cendiaria ha
acceso su Venezia uno di quei che dopo certe incursioni ne-
tragici crepuscoli
miche hanno lungamente arrossato di
nile
In fuoco
riflessi
qualche si
il
Campa-
sanguigni. serata
di
questo
plenilunio
è sostituito agli esplosivi nel far
il
dan-
danni fortunatamente non gravi, ma che hanno ferito anche delle chiese di minor valore. Non è possibile che una bomba cada su ni:
Venezia, sia pure nell’angolo più recondito, senza toccare una bellezza. Così Santa Maria For-
mosa ha avuto il tetto bruciato. Oggi lavoravano
gli
operai allo sgombero delle sue navate
11
NOTTE VENEZIANA DI GUERRA
scoperchiate, invase dal sole, e dai cumuli di
macerie tiravano fuori brandelli di tela annerita, quello che resta delle pitture del Lazzarini
che ornavano il soffitto.
Un’altra
bomba
incendiaria è caduta
prio al centro della cupola di Castello, l’antica cattedrale.
pro-
San Pietro
di
Ha bruciato la lan-
terna. Si vedevano le fiamme in vetta alla mole rotonda come sopra a un’ara gigantesca e stra-
na.
Il
fuoco
è
stato
fermato subito, mentre
scendeva dietro ai rivoletti di piombo liquefatto della copertura e mordeva le armature scoperte.
Non ha fatto altra devastazione che uno
squarcio, ai cui bordi carbonizzati la croce di ferro abbattuta cia aperte.
si
afferra
con le grandi brac-
Una parete della sacristia di San
Francesco della Vigna è stata sfondata da una
bomba esplosiva il cui soffitto ha portato nel convento un disordine di saccheggio.
Ma se si tiene conto delle centinaia di bombe che sono state gettate dai barbari sulla zona di Venezia, si ha il concetto della forza di protezione che vigila sulla città.
Qualsiasi danno
a Venezia, anche il più lieve, ci appare enorme, ci indigna, ci
esaspera, troviamo mostruoso che
non possa essere impedito, sentiamo oltre al male la profanazione, che è irreparabile. Dobbiamo però al danno subito paragonare il danno evitato. Venezia esce intatta dalle piogge di
12
NOTTE VENEZIANA DI GUERRA
Pensiamo ai disastri immensi che avver-
fuoco.
rebbero se i
loro
i
piani,
precisione
i
vandali fossero liberi di eseguire se potessero lasciar cadere con loro
esplosivi,
non dovessero
se
piegarsi alle necessità imposte loro da
una di-
fesa militare, che è perfetta allo stato attuale della guerra aenea.
Non sempre dite
si possono constatare le perche il nemico subisce nelle sue incursioni
notturne; s’intravvedomo talvolta delle cose infiammate che precipitano nel mare e vi si per-
dono,
ma non è che dopo settimane che, indi-
rettamente, arrivano le notizie di aviatori morti e di
apparecchi distrutti. Nella notte del 13 ago-
sto
uno
così,
dei
vite
migliori
su Venezia.
fesa sono
piloti
austriaci
è
morto
Non tutti i risultati della di-
sempre noti e evidenti. Centinaia di
umane sono salvate dal segnale d’allarme,
che lascia alla popolazione il tempo di cercare rifugio; ma pochi immaginano quale meccani-
smo enorme e perfetto di vigilanze, di collegamenti telefonici e di osservatori, roti sul
telegrafici,
di
radiostazioni,
di centri di ascoltazione, si ar-
mare e sulle rive, per poter dire ai cit-
tadini di
Venezia, dieci,
venti
minuti prima:
In guardia Pochi sanno per quale prodigio di organizzazione il fuoco di artiglierie disseminate sulle !
lagune divampi, si sposti, taccia, riprenda, preciso,
con una istantaneità meravigliosa, come
13
NOTTE VENEZIANA DI GUEKRA
se si trattasse delle artiglierie di una sola
nave
dominate dal ponte di comando. Vi sono gabinetti silenziosi dai quali perennemente si seguono tutti i voli del nemico sulla zona di guerra, ogni aeroplano austriaco è vigilato da Venezia, anche se lontano; corrisponde ad una sua immagine minuscola che si sposopra una carta topografica, e
sta
al
momento
macchina della diprepara. Venezia non è paragonabile
in cui varca certe linee, la fesa
si
a nessun’ altra città dal punto
guerra aerea.
Il
di
vista
della
nemico vi arriva dall’acqua,
dal deserto, e bisogna che dal deserto sia se-
gnalato si
per
aver
tempo
di
dargli
caccia
se
può.
Di notte non si può ancora. Le speranze che avevano in Francia sulla difesa col volo si notturno soino fallite. I|n Inghilterra, la grandiosa organizzazidne
aviatoria
della
difesa
di
Londra poco può contro gli Zeppelin e i veinglesi debbono aspettare l’alba per levarsi ed inseguire, se non è troppo tardi. L’aeroplano nel buio è cieco e sordo. Non può dirigersi sul nemico che non vede e non sente. Se accende un proiettore diventa un bersaglio sicuro ed è perduto. Di notte non c’è che il ,
livoli
cannone, per ora.
Non basta. Non basta per Venezia che vorremmo garantita fino alle sue più umili pietre.
NOTTE VENEZIANA DI GUERRA
14
La
difesa
ma non è assoluta.
Chi
opera meritano tutta la
ri-
efficace
è
la dirige e chi la
conoscenza del paese, hanno salvato finora il più glorioso patrimonio dell’arte, ma di Venezia vorremmo salvar tutto. Vi è una sproporzione fra le necessità che la nostra ansia e la nostra passione ingrandiscono e le possibilità cui la
di
alle
scienza militare dispone.
comprendono certe incontentabilità vene-
Si
ziane, i
progetti fantastici che pullulano
sotto
Procuratie, le proposte di reti metalliche
tese sulla Basilica e il Palazzo dei Dogi; e coloro che deridevano come eccessivi i lavori di
protezione ai
monumenti pensati
e
diretti
da
da Corrado Ricci e dall’architetto Marangoni sono forse gli stessi che reclamano un’ombrella blindata alle glorie venete. Queste utopie, questi sogni di difesa chimerica,
Ugo
Ojetti,
hanno un lato patetico, sgorgano da una tortura innamorati, sono gli amanti di Venezia in angoscia che cercano nel favoloso quello che nella realtà non trovano. Essi possono aver fiducia, come l’ha il po-
di
polo,
negli
uomini che hanno e che sentono
fortemente la responsabilità della protezione di Venezia. Sono essi i primi che considerano le necessità della difesa nella loro pienezza.
Quan-
do tutte le risorse sembrano sfruttate, altre rioffrono allo studio costante. La perfezione di oggi non sarà la perfezione di domani. sorse
si
15
NOTTE VENEZIANA DI GUEK&A al
suo
scopo completo, appresta mezzi nuovi.... Ogni parola di più sarebbe imprudente.
Ma
La organizzazione non si ferma, tende
il
paese deve sapere, deve essere sicuro, che
che il lavoro, la scienza e il talento possono fare per salvaguardare Venezia, viene
tutto quello
fatto.
LA TITANICA LOTTA NEL TRENTINO.
Barzini. Val Trentino al Carso.
2
LA RICONQUISTA. Vicenza, 26 giugno 1916.
Sono cinquanta ore che le nostre truppe marciano e combattono senza sosta per vallette, nelle forre, fra boschi, sulle vette di quell’im-
menso
e fantastico
l’altipiano
dei
Sette
campo
di
battaglia
Comuni. Non
è
che è
possibile
avere ancora un’idea precisa dell’avanzata, che nelle regioni selvagge
non può essere seguita in cui
si
legrafici.
svolge da immediati collegamenti teDelle staffette portano continuamente
notizie dalle posizioni più lontane, ed ogni mes-
saggio è in ritardo con la realtà.
Da ieri la nostra fronte progredisce, si moriguadagnando impetuosamente di ora in terreno perduto in lunghe settimane di perseguitando, tormentando, incalzando il nemico in ritirata. Un terribile temporale imperversa sulla battaglia; lo scroscio del tuono si fonde al rombo dell’artiglieria, e diluvi di acqua e di grandine annebbiano tutto. Questa pioggia dirotta che allevia le sofferenze della sete è salutata con gioia dalle truppe alle quali l’acqua non arrivava che per un miracolo di organizzazione. difica
ora
lotta
il
sanguinosa,
LA EIOONQTJISTA
20
Molte sorgenti sulle quali
faceva assegna-
si
mento sono essiccate, ma la tempesta le riattiva. È stato uno dei problemi più gravi quello dell’acqua, al cui trasporto sono adibite immense
carovane di muli. Ma i soldati sembrano in-
sensibili alle sofferenze dell’ arsura e della stan-
chezza, tanto
il
loro entusiasmo è grande.
Fu verso l’una
della notte
sul
25 che alla
nostra ala destra si sentì affievolire la resistenza austriaca contro la nostra costante pressione. Si
comprese che avevamo
di contro
una posi-
zione di retroguardia e incominciò subito l’a-
vanzata nostra che ancora prosegue. La ritirata rapida del nemico è stata provocata dalla magnifica riuscita della nostra offensiva
alla
estrema destra, lungo l’altissimo
ciglione dell’altipiano strapiombante sulla valle
Con meravigliosa arditissima e abile mossa gli alpini iniziarono un movimento, occupando di sbalzo la Cima d’Isidoro che affacdel Brenta.
cia sulla
Valsugana dal margine del massiccio,
conquistandovi una batteria.
Tutta la nostra ala destra, appoggiata a questo fortissimo punto avanzato, sviluppò l’offen-
davano sobriamente notizia. Grandiosi concentramenti di aruomini davano alla nostra azione sistematica una forza irresistibile, benché si siva di cui gli ultimi bollettini
tiglieria e di
avessero di fronte posizioni formidabili,
acca-
LA EICONQUISTA
21
latamente difese da truppe sceltissime. I noprogressi erano lenti, faticosi, ma costri stanti.
combatteva in un terreno aspro, coperto solcato da labirinti di valloncelli e che si prestava agli agguati, pieno
Si
di boschi,
di burroni,
passaggi
di
obbligati,
di
costoni
aspettavano
austriaci
Tiratori
in
inaccessibili.
ogni
varco,
spesso appollaiati sugli alberi, come arabi sulle
palme, da dove prendevano di mira gli ufficiali. Le foreste scrosciavano di fucilate notte e gior-
Occorreva una piccola battaglia per ogni un assalto per ogni rilievo di tercombatteva dietro ai tronchi, dietro ai
no.
ondulazione, ra;
si
fra i rami delle piante. Mentre l’ala destra progrediva con una preil centro incalzava il nemico sulle posizioni del Monte Cengio, a sud-ovest sassi,
cisione formidabile,
di Asiago, ossia all’ala sinistra di quella
della fronte
Dopo
il
resistenza italiana che aveva inchiodato
mico nella conca
seguire
il
di Asiago chiudendogli
sbocco, gli austriaci
hanno tentato
e
disperati
in ogni
più
un piano
logico.
sordinati
parte
che ha per centro Asiago. periodo della magnifica e terribile
neogni
attacchi di-
direzione
Erano
senza
tentativi
per spezzare la muraglia della difesa in qual-
punto e scongiurare il pericolo che i novisibili agli aviatori nemifacevano prevedere.
siasi stri ci,
concentramenti,
LA RICONQUISTA
22
Quando
la nostra
austriaci
gli
attenderne
il
difensiva
si
non hanno commesso
è
delineata, l’errore
di
pieno
sviluppo.
Si
sono
dalle
branchie
di
una morsa.
stringere coinè
sentiti
Mentre a nord-est le nostre fanterie guada-! gnavanò terreno, una mostruosa batteria di cannoni di ogni calibro, piazzala allo sbocco della dell’ Astice, nella pianura, tempestava il Cengio, batteva il nord di Arsiero, girava so-
valle
pra un largo settore il suo fuoco spaventoso, agendo come una immane mitragliatrice. Per rendersi conto della preoccupazione austriaca, bisogna ricordare che su questo settore il nemico non aveva che una via di ritirata, quella che, incassata nell’angusta Val d’ Arscende ad Asiago; e le strade che servivano lungo la fronte non avevano
sa,
alla dislocazione
sfogo alle spalle, tutto doveva passare e ripas-
sare per Asiago.
Quando nella giornata del 24 la nostra avanha raggiunto la Cima di ManCam-
zata alla destra
driolo, al di là della strada della valle di
pomulo, che era runica via di distribuzione austriaca alla sua sinistra, il nemico ha visto le sue comunicazioni e ha iniziato nella notte stessa la ritirata. Nella mattina
minacciate del
25,'
Cengio,
verso le ore tre, ha ripiegato anche dal devastato dai nostri cannoni, coperto
letteralmente di cadaveri, dopo
un bombarda-
23
LA RICONQUISTA
mento durato senza interruzione tre giorni e notti
tre Il
le
Cengio è stata l’unica posizione dalla quaaustriaci hanno potuto avere da lontano
gli
pianure agognate. Risulta uf-
delle
la visione
ficialmente da interrogatori di prigionieri, che diraalle truppe austriache sul Cengio è stato del giorno di incoraggiamento
mato un ordine
che conteneva la più ignobile espressione di barbarie. «Il buon vino e le belle donine d’Italia ci aspettano», diceva questo ordine, degno degli
Unni.
Dunque il ripiegamento isi è iniziato alle ali, e
per proteggere l’afflusso su Asiago da cui
si
diparte l’unica via di ritirata,
resistito
la notte tatto
col
il
centro ha
strenuamente fino alla sera. Venuta è perd!u Lo improvvisamente il con-
s;i
nemico
di
fronte
ad Asiago.
hanno tentato di disimpegnarsi sollecitamente al centro, appena il compito della Gli austriaci
difensiva era esaurito. Ma il più grande impegno è messo dai nostri comandi a non conce-
e al primo barlume una cosa inaudita nella
dere respiro
all’ avversario,
dell’alba
è
si
vista
guerra di montagna. Degli squadroni di cavalsono slanciati a riprendere contatto col
leria si
nemico,
hanno attraversato
di Asiago, si
le
rovine
deserte
sono gettati su per i valloni verso
Rodighieri e Camporovere e hanno raggiunto la
retroguardia
austriaca,
impegnandola
e
trat-
24
COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA
tenendola, finché la nostra fanteria è sopraggiunta,
riprendendo razione, che a quest’ora
avanza
al
È
nord, verso monte Interrotto.
prevedere quale sarà la nuova linea di resistenza del nemico e quando sarà difficile
raggiunta.
La battaglia continua e
finora
una
parte notevole dei territori a oriente dell’Assa è ritornata nostra.
COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA. Vicenza, 26 giugno.
La battaglia degli Altipiani, sempre più accanita, si sposta con magnifica veemenza. Le linee
successive della resistenza nemica crol-
lano sotto l’impeto dei nostri assalti. Sul terreno riconquistato
abbiamo potuto raccogliere una
documentazione che rivela più esattamente quali il nemico avesse lanciato all’mVasione. I nostri calcoli erano al disotto del vero. Molforze
tissimi reggimenti austriaci avevano quattro bat-
taglioni di marcia perfettamente inquadrati, cioè
erano più che doppi. Risulta nel modo più evidente che fra l’Adige e il Brenta il nemico aveva gettato la formidabile massa di mezzo milione di uomini.
COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA
La
nostra
vittoria
appare ogni giorno
25
piti
grande nella luce dielle nuove conoscenze. Aver fermato questa immane valanga umana appoggiata da migliaia di cannoni, averla attaccata, averla respinta, e tutto questo in poco più di
un mesie è un fatto prodigioso che mescola alla nostra esultanza un senso di stupore profondo. Noi intuiamo dietro all’eroismo sublime delle truppe una organizzazione intensa, oscura, gigantesca, diretta da una visione precisa, sicura e immediata delle necessità e delle possibilità,
illuminata da una grande e limpida mente creasospinta da una volontà di acciaio e da una fiducia incrollabile, tenace, animatrice, postrice,
sente e logica. Il
momento consente di sollevare uln poco il
velo di mistero che
coprire l’opera del
ha dovuto necessariamente Comando Supremo, l’atti-
vità degli Stati maggiori,
il
fervore delle pre-
parazioni, la costruzione miracolosa di quella
immensa macchina della vittoria che il genio di Cadorna ha ideato pezzo per pezzo fulmineamente negli istanti più tragici della lotta ed ha saputo volere, con la cooperazione più ardente di ogni comando, di ogni organismo, trasmettendo fino alle trincee insanguinate la coscienza sicura del trionfo. Il
Paese non sa ancora che se il nemico a sboccare nella pianura veneta
fosse riuscito
26
COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA
sarebbe
stato
.
fresco,
disfatto
formatosi
indebolito
di
da sana
sensibilmente
il
un
nuovo,
esercito
pianta resto
senza
aver
fronte,
della
sorto come per incantesimo con tutte le sue artiglierie e tutti i suoi servizi, un quinto esercito più forte degli altri, ideato, organizzato e concentrato, completo e pronto
all’ azione,
in dieci
giorni.
Gli austriaci avevano cominciato a rafforzare la loro fronte del Trentino alla fine di
novembre. Alla metà di marzo iniziarono la preparazione definitiva della loro azione, che doveva sferrarsi alla metà di maggio. A parte quelle disposizioni nostre che erano destinate a
contenere
Toffensiva
sugli
Altipiani,
come
rhanno contenuta, in dieci giorni noi avevamo forgiato l’arma che
avrebbe dovuto colpire a
morte il nemico nel momento stesso in cui esso poteva credersi definitivamente vincitore. Cadorna aveva aggiunto questa corda al suo arco, per un ultimo colpo, ardito e irresistibile. L’offensiva austriaca nel Trentino non ha sorpreso. Era preveduta; ma lo era nelle proporzioni che sembravano logicamente definite dalla
natura del terreno, e sopra tutto dalla Il nostro Co-
situazione generale degli eserciti.
mando Supremo faceva al nemico l’onore di ritenerlo abile. Non si poteva immaginare che, oltre alle difficoltà e ai pericoli
che presentava
l’impiego di masse sterminate in
una
strozza-
27
COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA
lura di valli, su regioni impervie prive d’acqua e povere di strade, gli austriaci non conside-
rassero
il
rischio al quale
si
esponevano sguer-
nendo di uomini e di artiglierie la fronte oriendove la Russia accumulava da tempo nuove truppe e nuovi cannoni. L’orgoglio e il disprezzo del nemico hanno perduto gli austriaci. Essi non credevano di essere fermati sulla inospitale soglia italiana. Pensavano di sfondare tale,
d’un colpo tutte le difese e di passare subito; Altipiani erano nel loro intendimento un
gli
di
terreno
varco.
E supponevano
Russia
la
ancora prostrata dai colpi subiti lo scorso anno. Non hanno creduto alla realtà dei prepa-
Riposavano sulle informazioni tedavano la Russia come incapace
rativi russi.
desche che di
ripresa offensiva.
qualsiasi
Benché l’entità delazione austriaca fosse ritenuta
meno grave nelle previsioni del Coman-
do Supremo, fesa
delle
grandi disposizioni
erano già prese, che alla prova
dimostrate
efficaci.
Varie
divisioni
alcune decine delle migliori batterie portate
di-
di si
sono
fresche si
e
erano
a rinforzo della fronte minacciata,
il
cui arretramento era tuttavia considerato inevitabile.
Avevamo una fronte sulle
di
attacco, inerpicatasi
formidabili fortificazioni permanenti del
nemico, dominata quasi da ogni parte, che poteva forse trattenere
un po’ l’avversario e dis-
28
COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA
ma non resistergli definitivamente. il nemico concentrato a Trento poteva poche ore sferrare l’attacco in qualsiasi di-
sanguarlo, Inoltre
in
rezione, indifferentemente su una o l’altra delle vallate
ture
al
che convergono a Trento come le venagambo di una foglia; noi invece do-
vevamo tenere le nostre concentrazioni di rinforzo lontane, pronte a risalire la valle minacciata,
ed era fatale che
si
verificasse
un enor-
me squilibrio di forze nel punto colpito. Fra nessuna comunicazione; imposquindi operare degli spostamenti laterali
e
valle sibile
valle,
di truppe.
La disposizione del terreno dava al
nemico
più grande vantaggio tattico
zio.
il
all’ini-
Ed un arretramento, che in pianura può
fermarsi e abbarbicarsi in qualsiasi punto, in
montagna è obbligato a grandi sbalzi, da cresta a cresta, da uno spartiacque all’altro. Ad ogni ripiegamento è una vallata che
si
deve abban-
donare. L’intensità infernale del
bombardamento au-
striaco, i cui pezzi da 305 a dieci a dieci tiravano a salve contro le nostre fanterie, quel ca-
taclisma spaventoso di fuoco e di acciaio che
demoliva,
sconvolgeva,
bloccava ogni cosa,
al
quale le nostre truppe sanino meravigliosamente resistere
sebbene
al
primo momento
la
fibra
dei più saldi veterani ine sia scossa, e la irruen-
za
delle
immense masse
di
fanteria
nemica
COME FU SVENTATA INOFFENSIVA NEMICA
29
che si precipitavano a torrenti, ubbriache di promesse, cieche di oidio e di disprezzo, persuase di non trovare resistenza, costringevano a cercare più lontano la linea di arginatura per avere il tempo di farla più solida e per non rischiare troppe truppe nella fornace nel periodo critico
della organizzazione definitiva della di-
Come Joffre di fronte alla marea dell’in-
fesa.
vasione tedesca fissò sulla lontana Marina la bar-’ riera di resistenza e la linea felice
partenza del
di
contrattacco che salvò la Francia, così
Cadorna, con un arretramento analogo sebbene infinitamente minore, quasi insignificante sulla carta geografica, e
meridionale
spartiacque
ha stabilito sull’orlo orientale
dell’Altipiano
del
Novegno
e
di
Asiago,
dorsale
sulla
sullo
fra
l’Adige e la Vallarsa, la linea definitiva di sbar-
ramento, appoggiata ad oriente
al
Lisser e ad
occidente al Pasubio e al Coni Zugna.
In un ordine del giorno, magnifico e terribile, il
Generalissimo disse alle truppe:
tevi
che qui
si
difende
il
fese fino alla di
alla
morte. Buole,
morte. »
Pasubio,
vanno di-
E le hanno difese fino
Inerpicati fra le del
«Ricorda-
suolo della Patria e
l’onore dell'Esercito. Queste posizioni
del
rocce del Passo
Novegno,
battute
un bombardamento che pareva volesse demolire le montagne, certi nostri reparti hanno perduto fino al sessanta per cento, e non si sono mossi. Quando la fanteria nemica si scada
COME PC sventata l’offensiva nemica
30
gliava credendo
era
falciata
che
si
di
dai
non trovare più nessuno,
colpi
buttavano giù
degli
eroici
superstiti,
contrattacco, la baio-
al
netta bassa.
La barriera non avrebbe ceduto; ma era anche l’ultima barriera, oltre la quale ila pianura si apriva. Il Comando Supremo si preparava ad ogni evenienza.
Il
21 maggio Cadorna dava
l’ordine di studiare la costituzione di
vo esercito. dici del
Il
mattino comandò l’esecuzione del pro-
Nella
getto.
un nuo-
giorno dopo, 22 maggio, alle un-
notte
stessa,
le
truppe erano in
marcia.
Erano in marcia su tutte le strade del Friuli e su tutte le strade del Veneto, venivano dai de-
venivano da concentramenti prossimi alla
positi,
fronte deU’Isonzo, venivano dai campi delle ri-
serve strategiche
a
disposizione del
Supremo, che erano in
Comando
attesa sulla destra del
Tagliamento. In poche ore gli uffici di mobilizzazione, di traspòrto e di intendenza dello Stato
Maggiore avevano concretato i loro piani, diramato gli ordini, iniziato l’esecuzione! L’immensa macchina si era mossa come al tocco di un bottone elettrico. Mentre gli uomini iniziavano la marcia,
affluivano migliaia di carri, di
oct-
mions di furgoni, di muli, da regioni lontane, formavano depositi di tappa a centinaia, e da tutte le ferrovie italiane si avvicinavano ,
si
COME EU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA
31
guerra vagoni e locomotive per formare i treni che avrebbero raccolto le truppe in innumerevoli stazioni, lungo le vie seguite alla zona di
dalla marcia; e in queste stazioni, reparti del
genio arrivati di urgenza costruivano banchine di carico, impiantavano binari di sfogo. Sulle
maggiori arterie ingrossavano torrenti di batta-
che scendevano dalle varie
glioni,
dalla
prima notte
città
zoine,
e fin
e villaggi nella piana
furono destati dal rombo cadenzato dei passi. Le truppe che avevano goduto un riposo più breve nella riserva, furono le prime ad essere prese dai treni. Le altre seguirono. Il movimento ferroviario i
divenne intenso, poi vertiginoso;
convogli si succedevano spesso a pochi minuti
mentre
di distanza,
sarie dalla battaglia
le
dislocazioni rese neces-
ingombravano le linee del
Vicentino. Al trasporto di uomini il
si
aggiungeva
trasporto dei viveri, dei materiali, delle
mu-
pesanti,
delle
nizioni,
dei
batterie
campali,
feriti,
delle
batterie
delle
batterie
delle batterie someggiate.
da montagna, Durante quattro gior-
hanno superato di u:n terzo la potenzialità massima teorica. Non è prudente ancora dare delle cifre, ma si può dire che per l’offensiva nel Trentino le ferrovie hanno trasportato una quantità di soldati che supera di molto il mezzo milione, e più di ventimila uffini le ferrovie
ciali,
quasi centomila quadrupedi, oltre quin-
dicimila carri. Tutto questo senza interrompere
COME FU SVENTATA L OFFENSIVA NEMICA
32
completamente
il
servizio
normale del
traffico.
E fino alle stazioni bombardate dal nemico il movimento Il
dei
treni
militari
è
continuato.
due giugno il nuovo esercito era sul posto
pronto all’azione.
il
Comando
riserva
straordi-
Oltre a questo,
Supremo aveva ancora una
naria. Qualche ufficiale austriaco prigioniero ha dichiarato che la conoscenza di questo grandioso concentramento stupefacente e imprevedibile, trapelata dall’interrogatorio di alcuni pri-
gionieri
italiani,
Comando
ha profondamente turbato
austriaco
scoraggiandolo
il
dal
prose-
guimento di un’impresa che appariva
infalli-
bilmente destinata a finire in un
immenso di-
sastro.
due di giugno, proprio quando l’esercito magico compariva, si avevano i segni decisivi che l’offensiva austriaca era definitivamente fermata. È una grande data nella immensa battaglia. Quel giorno stesso, fulmineamente, Cadorna ordinava l’offensiva. Egli aveva sentito immediatamente la nuova situazione, e mentre con sicura parola annunziava all’Italia l’esaurimento dell’attacco nemico (nel bollettino comparso il giorno dopo) diramava le direttive dell’atIl
tacco italiano sull’Altipiano di Asiago.
Il
giorno
diramava quelle per l’attacco verso il Col Era l’azione a tenaglia che egli scatenava, quella superba manovra che doveva portare tre
Santo.
33
COME FU SVENTATA INOFFENSIVA NEMICA
grandi frutti. Il quinto esercito assumeva un nuovo compito; non potendo più, fortunatamente, sconfiggere il nemico i:n pianura, docosì
veva andare ad aiutare i difensori a sconfiggerlo sui monti. Così ha fatto. La barriera aveva retto. Aveva retto conpreponderanti, aveva retto per l’in-
tro forze
faticabile abilità dei capi,
per l’eroismo subli-
me dei combattenti. Non erano mancati periodi critici
e di ansia.
Quando il nemico martellava
con bombardamenti e assalti certe posizioni vitali come il Passo di Buole, la cui conquista avrebbe
fatto
crollare
tutte
le
di
difese
Val
d’Adige e aperto la via a Schio, come il Pasuil Novegno, capisaldi dell’estrema difesa,
bio e
quando il nemico tentava di scendere dal Cencio, e la popolazione di Vicenza vedeva dalle sue case scoppiare; le grosse granate nemiche sulla corona dei monti, era nei comandi un
ma che tendeva
sentimento scévro di sfiducia,
terribilmente ogni energia e ogni pensiero nel
raccoglimento di uno sforzo gigantesco e senza tregua.
Il
comando dell’armata
dei prodigi
nei
punti
di
difesa
compiva
per opporre sempre forze adeguate Delle brigate volavano tra-
assaliti.
sportate in
automobile da un punto
all’altro,
spesso per strade improvvisate. Centinaia e centinaia di
camions carichi
Barztnt. Dal Trentino al Carso.
di
truppe
si
sposta3
COME FC SVENTATA I/’OFFENSIVA NEMICA
34
vano ogni notte. Se si pensa che occorrono trecentosessanta camions per il trasporto di uiia brigata, si ha un’idea del tremendo e spettacoloso movimento che si addensava sulle vie tortuose delle montagne. Di un colpo solo una intera
Se
fu portata in automobile dalla
divisione
Carnia si
ferroviari,
una
regioni del Pasubio in
alle
sono potute avere
le
cifre
notte.
dei trasporti
nessuno potrà mai sapere forse esat-
tamente le entità dei trasporti automobilistici. L’automobile ha salvato delle posizioni. Si sono visti non soltanto degli uomini velocemente spostati dai camions dietro alla fronte di battaglia,
ma anche dei cannoni, delle bat-
non era raro incontrare qualche cuscini di pezzo da montagna issato sopra una automobile elegante e condotto al com-
terie intere, e
i
battimento come un generale.
è
Nella
fase
esitato
a indebolire
difensiva
della
battaglia
arditamente
le
non ali
si
per
Dalla Valle del Brenta e dove si reggeva solidatruppe erano portate sugli Altipiani a fronteggiare la spinta più poderosa del
rafforzare
il
dalla Valle
mente,
centro.
dell’Adige,
delle
nemico che s’incuneava puntando su Arsiero e su Asiago. Si otteneva con questi spostamenti rapidi una vera moltiplicazione delle forze, che richiedeva spaventosi lavori di organizzazione e attività che
sembrano sovrumane. Una
esal-
tazione magnifica era in tutti e le truppe ave-
COMli J?U
vano
il
SVENTATA INOFFENSIVA NEMICA
35
conforto continuo di uno stretto con-
tatto
con
tutti
i
i
Cadorna dava l’esempio, era
capi.
giorni
sulla
pochi passi da lui,
fronte,
spesso al fuoco.
A
una mattina, mentre stava
per uscire dal forte dell’Isser, quattro grosse granate sono scoppiate, e se egli non si fosse trattenuto qualche istante prima per dare delle istruzioni, si
sarebbe stato fatalmente colpito. Egli
trovava sempre ovunque vi fosse bisogno del
suo sguardo o della sua parola, quella parola precisa, piena di autorità e di persuasione, so-
che penetra, clic anche morire.
bria, tagliente, conquistatrice,
fa
trovare
facile
tutto,
Il due giugno dunque l’offensiva nemica era nettamente paralizzata e Cadorna ordinava l’inizio della nostra. Ma su montagne prive di
acqua e misere di comunicazioni non si può aumentare il numero dei combattenti di centinaia di migliaia di uomini
<e
(non
si
possono
portare masse di nuova artiglieria senza una grande preparazione logistica. La preparazione è durata precisamente dieci giorni.
Nulla più stupisce. In dieci giorni, soltanto per organizzare l’Isser,
i
trasporti
sul
massiccio del-
destinato a diventare lutto
una immensa
batteria onde aprire il varco al nostro movimento
aggirante sulla destra, si sono dovute costrui-
re cinque teleferiche. Le strade nuove avanzavano d’ ora in ora. Si creava un lago arti-
COME FU SVENTATA INOFFENSIVA NEMICA
36
ficiale,
arginando
gli
sbocchi di
una valle, per
attingervi l’acqua necessaria alle truppe, e oltre quattrocento camìons venivano attrezzati
per
trasporto dell’acqua ai limiti delle rotabili.
il
Non è possibile dare l’idea del lavoro immenso compiuto in quei dieci giorni. Tre giorni furono necessari poi per lo spostamento delle truppe, il piazzamento delle artiglierie, la formazione grandi depositi di munizioni.
dei
giorno sedici s’iniziava l’azione. Essa non poteva sferrarsi con immediata generale vioIl
lenza; era necessario che le nuove truppe rico-
noscessero il terreno. Incominciò subito una attività di ricognizioni, di tastamenti, di pressione,
con scontri parziali nei quali i nostri soldati dimostrarono una risolutezza e uno slancio incomparabili. Gli alpini all’estrema destra avan-
zavano sul ciglio dell’ Altipiano. Ili diciassette essi conquistavano le posizioni di Malga Fossetta e di Monte Magari, prendendovi cannoni, mitragliatrici e prigionieri. Il diciotto prende-
vano la Cima
Isidoro.
La nostra pressione cresceva su tutta la fronte,
Il
il
movimento si faceva intenso, implacabile.
nemico tentava di spezzarlo con attacchi spoil Monte Le-
radici al centro specialmente fra merlle e
il
Monte Maignaboschi. Ma le ali nostre
avanzavano, specialmente la destra, perchè noi
eravamo messi in condizioni di poter nutrire di forze questa tremenda tanaglia, per le comu-
ci
37
COME l'F SVENTATA L OFFENSIVA NEMICA
ideazioni create alle
spalle,
mentre
nemico
ili
non pò leva proporzionare la resistenza sul fianSiamo riusciti così a stringere il formidabile abbraccio, e il 24 la nostra estrema destra
co.
alla
s’insediava
testata
della
valle
Campo
di
Mulo.
Immediatamente il Comando Supremo ha ordinato l’attacco generale e violento per il 26. doveva attaccare la sini-
Alle due del mattino
stra in direzione di Col Santo. Alla sera
doveva
attaccare la destra in direzione della Cima Dodici.
Fu durante
la
preparazione
di
questa
azione generale che sentimmo, nella notte dal
24 al 25, scemare la resistenza avversaria. La ritirata austriaca era cominciata. Il resto è noto.
Questa volta il nemico ha dimostrato una predalla disfatta com;lo ha salvato Sembra che la decisione di ripiegare sia
videnza che pleta.
stata presa subito
dopo la conquista della Cima'
Sant’Isidoro. Il 19
il
Comando austriaco avreb-
be riconosciuto la disastrosa situazione del suo esercito,
e
il
ritiro
dei grossi calibri
austriaci
che avevano passato l’Assa sarebbe cominciato parzialmente nella notte dal 22 al 23. Ma non potè disimpegnare le sue fanterie che dal
25
ai nostri attacchi, ed esse si difendono da linee successive formidabili c ben pre-
sono sotto parate.
Non si sentiva poi tanto sicuro di pas-
sare, il
nemico, se ha impiegato così bene questo
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
38
mese di occupazione a scavare trincee e a piantare reticolati per difendersi in caso di un ritorno troppo frettoloso.
Tutto il risultato che esso ha ottenuto è stato di
perdere nel Trentino oltre 160 000 dei suoi
migliori soldati. Queste perdite, aggiunte a quelle
di
avute in Volinia e in Bucovina, superano molto l’attuale riserva austriaca. L’esercito è dunque in perdita, intacca il suo
austriaco
capitale d’uomini,
non può più colmare i vuoti.
Ciò vuol dire che da questo
momento gli sarà
sempre più difficile assumere un’offensiva in grande stile. È costretto a difendersi, per ora. E fino a quando ?
NELLA REGIONE RICONQUISTATA. Vicenza, 3 lnglio. Il
Cengio,
valle
brullo
dell’Astico
i
e
maestoso,
suoi fianchi
avanza sulla
dirupati,
spor-
come una immensa
ge grigi bastioni di roccia
dopo avere
fortezza,
e
gli
investito
la
montagna dalla conca di Asiago, dopo lunghi e sanguinosissimi
erano
riusciti
sforzi
a
salire
austriaci,
i
quali,
da declivio a declivio fino alad annidarvisi, debbono aver
l’orlo dell’abisso e
sofferto
La
una specie
bella, la
vicentina
di
supplizio di Tantalo.
dolce, la incomparabile
apriva sotto a loro
lo
pianura
sterminato e
39
della regione riconquistata
suoi campi, delle meraviglioso tappeto folto dei frutteti. La terra agognata, sue vigne, dei suoi di vegetascreziata là, era promessa la terra
variegata
zioni
ubertose,
gaia,
ridente, sterminata
mata
all’orizzonte
distanze
quale
i
le loro
fi esca,
nebuloso delle
sul infinite, un oceano di verdura campanili dei paeselli lontani ergevano cuspidi snelle. Era sotto a loro questa
vallata di sogno, nella loro il
ricchezze,
di
come u:n mare e sfu-
nell’azzurro
il
cui possesso rappresentava la fine della guerra,
immaginazione
riposo, la dominazione,
potevano
templavano,
il
godimento; la conlembi a i
tormentarne
giù dei colpi di cannone, potevano farvi rotolar macigni, ma noin potevano scendervi. « Il
buon vino
e
le
belle
donne d Italia
ci
—
aveva detto loro il proclama di aspettano » un capo vandalico, e con gli occhi pieni di ogni cupidigia essi guardavano giù dalla soglia insuperabile, fermati all’ultimo gradino. A nes-
suna delle grandi unità austriache la ritirata deve essere sembrata così amara come a quella unica brigata di cacciatori che ha visto, così vicina e così lontana, la pianura dei desideri.
La zona montuosa ed aspra che circonda il Cengio
porta così
profonde,
così
eloquenti e
terribili tracce della battaglia recente,
trandovi, di
difesa
al
varcare
insanguinate
le
e
nostre
che inol-
vecchie
sconvolte,
si
è
linee
presi
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
40
da un senso indicibile pore,
di
orgoglio.
sfacelo
lo
lasciato
rata, decisiva, di urlante. Il rivive, lità
Il
di
commozione,
di
stu-
disordine, la convulsione,
dalla lotta
accanita,
dispe-
ha in certi luoghi qualche cosa combattimento erompe, balza su,
spaventoso e magnifico, nella immobi-
solenne e funerea delle vette dilaniate; esso
come scolpito in loro; tutto quello che vi si vede ha un’impronta di violenza; non un albero e non un macigno sono rimasti fermi; un uragano favoloso li ha divelti, spezzati e scaè
gliati da ogni parte, e i cadaveri, con le bocche spalancate in un urlo che par di sentire ancora lontano, misterioso e spettrale, hanno gesticolazioni che dicono lo slancio, firn peto,
la mischia, pieni di un tragico e glaciale furore.
Pare che la terra così squarciata, devastata, sconvolta
timamente
si
al
sommossa per mescolarsi intumulto umano, che abbia com-
sia
battuto e sofferto anche lei; e avanti alle sue
piaghe immani noi sentiamo di amarla di un amore più appassionato e più struggente, que-
materna che ci ha difesi. Mai coinè *nui e come ora la Patria ci è apparsja vivente, animata e cara. La sua personalità prodigiosa erompe improvvisamente, immane, palpitante, soggiogatrice, appéna si scorgono le prime rovine all’imsta nostra sacra terra
bocco della valle dell’Astìco, dove ci
gli
austria-
cercavano di controbattere le nostre concen-
NELLA REGIONE RICONQUISTATA di
trazioni
macerie
artiglieria,
delle
da nn 305, e franato trate
fino
dai
scnole i
appena di
si
41
scorgono
le
Chiuppano, demolite
ruderi di casupole che hanno
su,lla
colpi
destinati
senso della vittoria
una
strada
si
di al
Caltramo, ponte.
sven-
Allora
il
amplifica, e dalla terra
so quale voce possente liberata che ci penetra e ci esalta. Guardiamo tutto con occhio di adorazione e di reverenza. sale
inoin
La gran marcia in avanti di truppe, di carriaggi e
tìi
cannoni, che ingombra le vie, assu-
me una festosità ineffabile. I soldati la sentono inconsciamente questa gioia della terra che li saluta, ed hanno adornato di fiori il loro elmo; popolazione che ritorna, seguendo lenti carri
la
carichi
di
masserizie,
esprime in
frasi
pitto-
resche la sua letizia; dai campi soleggiati, sui quali il lavoro riprende, arrivano canzoni lente
ed
antiche.
Intorno
al Cengio la battaglia ha avuto il maggiore furore. È lì che fino all’ultimo giorno
essa ha imperversato, anche dopo il primo sviluppo della nostra offensiva, ed è in questa zona centrale che la riconquista è anche più faticosa e più lenta. Il cannone non tuona lontano. I punti di massima pressione dell’avanzata austriaca, i settori sui quali il nemico tutto ha tentato per
sfondare la nostra barriera estrema, sono
tre.
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
42
A sinistra, al di qua del Posina, padroni della scoscesa e dominante vetta del Pria Forà, gli austriaci hanno cercato di far impeto sul Novegno, oltre
il
quale nulla li avrebbe trattenuti
dal discendere nella valle del Leogra e sboccare da Schio. Tutte le nostre difese dell’Adige
Pasubio sarebbero state aggirate. Il Pria Forà ha la cima così tappezzata di cadaveri nemici, che degli ufficiali nostri saliti fino lassù
e del
per stabilirvi un osservatorio non hanno po-
Sono stati ricacciati
tuto resistervi.
dal
nemico
morto, soffocati dal fetore. A destra, siili’ Altipiano di Asiago, da Gallio gli
austriaci
nella
Val
hanno tentato
di
aprirsi
verso
la
bassa
Frenzela
il
varco
valle
del
Brenta, per prendere alle spalle le nostre forze della Valsugana e scendere verso Bassano. Con
un ardimento incosciente, fatto più di disprezzo per noi che per la morte, sono andati a gettarsi a masse nell’imbocco del vallone dirupato, in scrive,
una m inuscola conca che il nome de-
il
Buso, sotto
vrastanti che
li
al
fuoco delle creste so-
ha falciati.
Al centro, conquistato il Cengio con sacrifici enormi, appoggiandosi a questa poderosa posizione avanzata che si incastrava fra le nostre, hanno sferrato attacchi su attacchi contro al Lèmerle, al Magnaboschi, al Busibollo, prendendoci d’infilata con terribili concentrazioni di artiglieria
annidate nelle pendici settentrionali
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
43
per impadronirsi del varco e delle belle strade della Valcanaglia e scendere al piano allo sbocco dell’ Astice, su Thiene. Quedel Cengio,
ultimo tentativo non è stato
sto
abbandonato
che alla vigilia della ritirata. L’offensiva nemica aveva rallentato per tutto il suo impeto, qui insisteva feroce. L’azione sul resto della
e
non aveva altro scopo negli ultimi giorche di stornare la nostra attenzione dal cendal vertice della invasione, dove gli au-
fronte ni, tro,
striaci
si
sentivano più vicini alla mèta.
Un bombardamento inaudito del Novegno, durato
due
giorni,
13 e
il
il
14 giugno, minac-
ciandoci apparentemente sul Posina, era invece
prodromo
una serie di disperati attacchi centrali la cui violenza andò aumentando fino al giorno 19, il giorno in cui il comando neil
di
mico decise l’abbandono definitivo dell’impresa.
Quando la manovra di Cadorna cominciò a premere minacciosamente i fianchi dell’avvercon un supremo sforzo sul Lèmerle, sul Magnaboschi, sul Pau. Pensava che spezzando il centro, il movimento sui fiansario, questi rispose
chi
sarebbe stato
paralizzato
e
sconvolto.
Al
centro la battaglia è giunta al parossismo, ha assunto le più terribili forme di implacabile
veemenza, proprio quando la nostra vittoria si delineava nell’aggiramento, e precisamente per-
chè la nostra vittoria
si
delineava.
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
44
Le ultime speranze austriache erano questi colpi
in stri
il
riposte
17 giugno
IL
ariete.
di
alpini conquistavano
i
no-
monte Magari, e il
nemico assaliva il Lèmerle e il Boscon, arrivava alla vetta del Lèmerle, era respinto. Il 18 giugno la nostra destra avanzava fra la Valle Frenzela e la Marcesina, e il nemico assaliva replicatamente il Lèmerle e il Magnaboschi. Il
Cima
19 continuò la nostra avanzata, la .
Isi-
doro era presa all’estrema destra, e il nemico assaliva il Lèmerle, il Magnaboschi, il Boscon. Così tutti i giorni; e il 22 giugno continuavano
ancora
gli
al
assalti
Magnaboschi.
Il
25
gli
erano quasi per tutto in ritirata, e difendevano con accanimento, esaspe-
austriaci
qui
si
rati
dalla rinunzia.
Le nostre trincee avanzate erano dei nidi d’aquila
sui
costoni
meridionali
Cengio,
del
fra
sospese in certi punti sull’abisso. Sa-
le rocce,
lendo la strada che si inerpica con infinite giravolte dallo sbocco dell’ Astico sulla spalla del
Pau per infilare il fondo dell’angusta Valcanaglia, si vedano sui fianchi scoscesi della montagna quelle posizioni ardite, tutte buche, tutte tane, protette da muricciuoli di sassi che si profilano nel cielo, e i camminamenti, le gradinate, le scalette, le infinite vie di
solcano li
i
declivi
precipitosi,
tagliano per ogni verso.
formicola
di
uomini,
li
approccio
rigano di nero,
Il bosteo,
più in basso,
biancheggia
di
tende,
45
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
echeggia di voci.
La brezza tepida porta ogni
tanto dalle vette deserte l’odore della morte*
La
in
dell’Astico,
valle
nosa, vaporosa, fugge e siero
nelle
basso,
verde,
lumi-
restringe verso Ar-
si
ombre azzurre
del
Cimone,
per-
dendosi in uin labirinto di montagne boscose e di gole
profonde, tutta costellata di paeselli
bianchi che
il
cannone austriaco ha battuto:
Meda, con delle case senza tetto, Velo d’Astioo, cui campanile è troncato, Arsiero lontano il che fumiga. Il Cimone erge le sue cime turrite alla confluenza del Posina e fronteggia lo sbocco dell’Astico,
come una sentinella torva e
Ed è ancora una sentinella nemica. È l’osservatorio avanzato degli austriaci, che
vigilante.
spinge
il
veglia
i
suo sguardo fino alla pianura e sor-
movimenti nella vallata. Non vi
nostri
sono molte forze sulla vetta,
ma è impossibile
attaccarla di fronte. Pochi tiratori nascosti fra i
macigni, nei greti, fra
i
crepacci delle som-
mità rocciose, bastano a dominare tutti gli approcci, lungo
i
quali la scalata
non può essere
che lenta, allo scoperto, fatta da pattuglie salenti in fila indiana.
esili
L’avanzata nostra, arri-
una prima pendice del Cimone, è passata oltre, sui fianchi, ha deviato da una parte e dall’altra della montagna inaccessibile, come il gorgo di un torrente diviso da uno scoglio. È risalita lungo i lati, per le strade vata al Caviojo, che è
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
4(i
dell’Astice) e
per
strade del
le
Monte Seluggio:
dilaga per ogni accesso, si suddivide in ogni sentiero, si
inerpica da tutte le parti, sfonda i pic-
coli argini Ideila resistenza, passa oltre, tendendo
ad isolare il Cimone.
Si
combatte in decine di
punti contemporaneamente, ogni minuscolo reparto ha la sua azione, e la battaglia crepita
ad
intervalli
da
tutte
le
parti.
Ad uno svolto, la visione dell’ampia vallata sparisce,
la
strada s’insinua nella spaccatura
della Valcanaglia,
fra
il
Pau c il Cengio,
ser-
rata dai declivi ripidi folti di boschi, e improv-
visamente
si
è fra gli avanzi dei reticolati au-
striaci. Le tracce degli avversari si mescolano. Le ondate del combattimento sono passate e
ripassate lasciando la loro impronta.
Il
nemico è stato fermaLo a mille metri dallo
sbocco, a Campiello. a
La stazione della ferrovia
che va ad Asiago, è distrutta!. vicini, squarciati e diroccati, vomi-
cremagliera,
Crii
edifici
tano macerie e mobilia sulla strada. In alcune
casupole rimaste intatte, dei feriti gravi austriaci e italiani sono stati ricoverati insieme e sono morti uno vicino
all’altro.
La via è stata rotta
qua e là dalle granate e il terreno tutto intorno appare in certi punti arato dai proiettili, solcato, bucato, squarciato. Qualche colpo arriva ancora, più in alto, un ultimo saluto dei medi calibri che tirano dal di là delFAssa. Per oen-
47
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
tinaia di metri le rotaie della ferrovia, divelte e
dalle cannonate,
contorte
sospese in
serpeggiano in aria,
un divincolamento
strano,
come
se
avessero tentato di fuggire.
Più tardi
si
arriva sull’altipiano e la strada
il tiro; le nuove posizioni nemiche sono di fronte. Esse sono sulle alture oltre l’Assa, sul Monte Erio e sulla Cima di Campolongo che domina il baratro dell’alta valle dell’Astico con le sue torri grigie. Ad ogni
è deserta. Si è sotto
pochi passi
nea di
gli austriaci
reticolati.
hanno lasciato una li-
Ogni loro passo in avanti è
rimasto segnato da sterminate barriere di
filo
di ferro e di «cavalli di Frisia».
Fra di di
le
ondulazioni erbose della vasta conca
Asiago, circondata da un oscuro anfiteatro montagne, numerosi villaggi agonizzano. Tre-
Fondi, Conca, non sono più che pittoresche apparenze. Ogni casa ha la sua ferita. Le strade sono ingombre di rottami. Intere pareti sono crollate come per un terremoto, dei sche,
tetti si
sono rovesciati, e masserizie e travi sono
ricadute
all’aperto
in confusione,
sparpagliate
dal ciclone ardente degli scoppi. Il
cannane nemico batte verso
il
Cengio, di
fruga, cerca, e, non trovando mordere i paeselli, dilaniandoli ancora. Cesuna è bombardata, Canove è bombardata, Roana è bombardata, Camporovere è bombardata e un fumo di incendi lo sovrasta. tanto
in tanto;
niente, torna a
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
48
Ma sono pochi colpi, una gran nube ogni due o tre minuti fra le case bianche che conservano un’apparenza di grazia civettuola, una festosità da ville. Il nostro cannone è più attivo.
Il
marMonte Interrotto e il Monte Mosciagh,
fragore dei medi calibri italiani che
tellano il dietro
Asiago,
echeggia
fragorosamente
fra
i
sembra aumentare. I giganti dell’ artiglieria non potevano seguire rapidamente l’avanzata. Ora solmonti.
D’ora in ora
il
nostro fuoco
tanto cominciano a riprendere posto nella battaglia.
Salgono con lentezza pesante e solenne fronde e trasci-
alle loro posizioni, coronati di
da motori monumentali. La difesa austriache si delinea in questo bombardamento, tende ad impedire il passaggio dell’Assa. L’Assa scorre in un burrone così profondo, che la traversata ne è impossibile, salvo in un punto, cioè al gomito del torrente a ponente di Asiago, dove la gola si allarga, sboccando nella Conca. Quando il fumo denso delle granate che nati ca,
cadono su Canove si dissipa, al di là si profilano le rovine del grande ponte sull’Assa, saltato in aria, i cui altissimi piloni tronchi hanno l’apparenza bizzarra di grandi obelischi bianchi eretti sullo sfondo buio del vallone.
Di lì viene a tratti un crepitìo di scaramucdominato dal cupo battito di una mitragliatrice. Da questi indizi si comprende che gli au-
ce,
49
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
dispongono a contrastare fieramente la formazione di una testa di ponte sulla destra dell’Assa. Ma la battaglia qui è ancora all’inizio; è incominciato appena il dialogo formidastriaci
bile
si
artiglierie,
delle
che
andrà crescendo e
sviluppandosi. L’interesse per questo principio di azione è sopraffatto
da quello risvegliato dalle impronte
dell’azione finita.
presente. bile,
che
Il
passato grida più forte del
La battaglia vera,
la
battaglia terri-
commuove, che
vi
esalta,
vi
che
vi
strappa dei gridi di ammirazione e di orrore, che vi inebria di entusiasmo e vi opprime di angoscia, è
una battaglia
dalla quale
non
sale
nessun rumore, è una mischia di morti. Dal Pao al Busibollo, al Magnaboschi, al Lèmerle, lungo la linea che violenti del
ha subito i colpi più le montagne por-
cuneo austriaco,
teranno eternamente incisi nelle rocce
i
segni
una delle più fiere lotte della nostra storia. La gloria italiana ha in queste vette sconvolte un monumento imperituro. Dove l’invasione è stata definitivamente fermata, pare che un cadi
taclisma abbia sovvertito tutto.
La
fronte s’era fatta sinuosa per seguire
il
per costoni e per valsprofondava nelle forre e nei burroni, entro l’ombra verde di boschi antichi e folti, si annidava nei cespugli sotto immense colonterreno, saliva, scendeva,
lette,
si
Barzini. Dal Trentino al Carso.
4
NELLA REGIONE RICONCJEISTATA
50
nate di pini, posizioni
in
si copriva di sassi e di tronchi, assurde ed essenziali, impossibili
ma indispensabili, colpita di fronte, di fianco, alle
da centinaia
spalle,
di
cannoni
di
ogni
calibro.
più esposti gli alberi
Nei punti rono al primo bombardamento, poi tarono,
della
foresta
si si
sfrondaschian-
non rimanevano che
dei
tronconi cincischiati; poi le esplosioni delle granate da 305 e da 280, che arrivavano a otto e
dieci
per
volta,
sradicarono
i
ceppi, frantu-
marono le rocce, sollevarono i macigni dal loro alveolo; ogni colpo si moltiplicava in eruzioni massacranti di pietre e di legno; poi si aprirono voragini, quello che era sulla terra fu sepolto, le ultime tracce del bosco sparirono per
lunghi to
tratti,
i
tronchi divelti scomparvero sot-
frane di sassi.
Non c’era più un filo d’erba,
non una fronda, niente
altro
che della sabbia
Il fumo acre non ci si vedeva a dieci passi,
rossastra e della roccia bianca.
colmava alle vampate gigantesche e incessanti succedeva un’ombra sinistra, passavano nembi soffocanti di polvere, il frastuono terrificante non aveva requie, e in questo inferno, degli uomini andavano carponi, trascinavano via i loro feriti, amle valli,
monticchiavano sassi, lavoravano, scavavano, ac-
cumulavano munizioni e granate a mano. Appena il cannone taceva, si precipitavano avanti, in mezzo ai cadaveri, col fucile spianato.
51
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
Le prime pattuglie nemiche venivano su, sicure raffica di paldi non trovare più nessuno. Una lottole le rovesciava.
E il bombardamento rico-
minciava, più intenso. Non riuscendo a snidare
i difensori col cannone, il nemico portò avanti masse e masse, sempre rinnovate, di fanteria. Avanzavano a sbalzi, a ondate. Più se ne ammazzavano e più ve ne erano. Ogni notte nuove divisioni fre-
sche erano portate avanti e scagliate all’assalto, linee si asI nostri non avevano riposo. Le loro sottigliavano, e i superstiti non
davano indietro,
decisi a morire.
Ricambiandosi sempre, le schiere nemiche giunsero a pochi passi dalle trincee sconvolte, e fu una lotta a corpo a corpo, con granate a mano, con la baionetta. Per intere giornate
combatteva a dieci metri. Si arretrava talper non essere sopraffatti dalla marea, ma a palmo a palmo, senza altro appoggio possibile che qualche batteria da montagna sulla si
volta
quale
Il
l’artiglieria
nemica tempestava.
meno di duecento cannoni avevano concentrato il loro fuoco so-
giorno 16 noìn
austriaci
pra lo Zovetto, difeso da una brigata eroica. Lo Zovetto è un cucuzzolo che non ha più al-
cuna traccia di vegetazione, dilaniato da mostruosi crateri, ingiallito piccati
qua e là dal fumo dei
che ha lasciato come
delle
zolfature,
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
52
morti dice Cadaveri austriaci
e lo scintillìo dei bossoli intorno ai
la tenacia
della resistenza.
a mucchi enormi, caduti in pose strane, stringono ancora nella destra annerita delle granate a mano. Si vedono gruppi di nostri morti che hanno tutti lo stesso gesto, caduti nella corsa 'verso il nemico, fulminati nell’ assalto, la
baionetta avanti. Si cammina fra granate a mano di ogni forma, italiane e austriache, fra di ogni genere sparpagliate dalla bufera
armi
fra casse di munizioni italiane
della- battaglia, e
austriache frammiste, fra indumenti dei due fra caschi e berretti.
eserciti,
È una mischia
immane che si perpetua nella immobilità della morte. I]
generale che comandava la posizione è tor-
nato oggi per la prima volta sul posto e si ag-
tomba di un ufFerito una volta al petto, non volle lasciare il suo posto. Ferito una
gira solo, silenzioso. Cerca la ficiale mitragliatore. egli
seconda volta al ventre rifiutò ancora di ritiurlò senza «Posso ancora sparare!» voltarsi. Una granata di grosso calibro lo colpì
—
rarsi:
in pieno lanciando in aria lui e l’arma.
mano
destra
manubrio
troncata
della
rimase
mitragliatrice
La sua
attanagliata nella
a]
posizione
di fuoco.
Una era in
volontà eroica, un’abnegazione sublime tutti,
e insieme
un misterioso
una certezza di vincere,
presentimento
del
trionfo
che
NELLA REGIONE RICONQUISTATA
53
un tenente colonnello non disse che due parole:. «La posizione....
li
inebriava.
Ferito a morte
la posizione!».
sul
dati
Mentre
lo
portavano via
rovescio della posizione
gli
i
sol-
presenta-
rono le armi, sotto al fuoco, e nella loro schiera
che salutava, la morte apriva dei vani. Durante uno dei piccoli ripiegamenti di poche decine di metri, una compagnia, alla estrema destra, pendè contatto. Difendeva la strada
Casera Magnaboschi, e sparì. Si credette fuori, circondata dal nemico, si fosse arresa. No. È stata ritrovata il giorno 26, quando siamo avanzati. Era rimasta al suo posto. Aveva difeso la sua posizione per due giorni e mezzo. Cioè finché un uomo era rimasto della
che,
tagliata
vivo.
Perchè la compagnia leggendaria
è stata
ritrovata morta.
All’ultima sera, nel
rifugio
un
superiore entrò
ufficiale
dove erano adunati
i
feriti
gravi,
gl’incurabili. Qualcuno era morto. Non un lamento lì dentro. Ma alla vista del visitatore, delle voci fioche chiesero: «Teniamo ancora ?... Resistiamo sempre ?» — « Abbiamo vinto, figliuoli » — E un mormorio di contentezza passò fra '
j
morenti.
Viene voglia di gettarsi in ginocchio e ciare
questa terra benedetta
e
di
ba-
questo sangue!
LA BATTAGLIA NELLA FORESTA
54
LA BATTAGLIA NELLA FORESTA. Vicenza, 9 luglio.
;
Per lunghi giorni la grossa artiglieria si è inerpicata pesantemente alle nuove posizioni, con grande frastuono di trattrici automobili, e il
dei cingoli incatenati
giro
lento
alle
ruote,
appoggiando a terra le larghe suole quadrate di legno e di ferro, aveva la fatica di un passo eguale,
greve,
perseverante,
profondo,
le
cui
orme sono rimaste impresse sul terreno molle di
sentieri Ulti mi
alpestri.
nell’avanzata,
lenti
come
dei
pachi-
cercandosi ognuno un buon posto nei punti di ammassamento, fra le gole, al coperto, i cannoni da demolizione si sono piazzati, dermi',
tutti vestiti
e
di fronde,
hanno aperto il
arrivavano,
mascherati da boscaglia, A mano a mano che
fuoco.
entravano in
azione,
per inqua-
provavano isolatamente la voce per il gran coro che si preparava. Poi tacevano aspettando i compagni. Si è sentito tuodrare
il
tiro;
nare prima un fuoco di sezioni, poi un fuoco di batterie, ed ora anche i ritardatari, dietro agli' altri, si sono appostati, e il coro è pieno-.
improvviso del 25 giugno, si misero in movimento, l’austriaco per ritirarsi, l’italiano per insegui-
Dopo
il
silenzio
nel quale gli eserciti
65
LA BATTAGLIA NELLA FORESTA
andata riprendendo gradatamente furore, a mano a mano che i cannoni dall’altra; ed ora, si fermavano da una parte e re
è
battaglia
la
da tre giorni, essa è violenta, piena, tumultuointensa, rombante, continua. Fino nella pianura l’aria è scossa dai boati, notte i vetri di Vicenza tremano all’eco alla e
sa,
di
questa
immane tempesta di fuoco. Tremano
come quando il fumo
delle granate austriache
bordo azzurro dell’Altipiano. Ma questa volta sono le nostre, cannonate che ruggono più forte nella quiete notturna, siamo
si
sul
sfioccava
noi che assaliamo, tificata
della
perversa
con
che investiamo la linea forLa battaglia im-
difesa nemica.
maggiore
accanimento
all’ ala
destra.
Continua la manovra iniziata da Cadorna il 16 giugno. L’azione italiana preme sui fianchi. La ritirata del nemico non ha imposto alcun mutamento generale dei piani. Essa ha prodotto soltanto uno spostamento. La lotta ha fatto un balzo in avanti, ma sul nuovo terreno,
essa
si
delinea nella
stessa
forma.
Gli
sono stati costretti ad arretrare la loro fronte minacciata ma hanno cercato di tenere solidamente le due estremità, ed è su quelle che il nostro attacco martella, ora alteraustriaci
nativamente, i
progressi
ora sul
italiani
in
medesimo tempo. Dopo Vallarsa,
verso
il
Col-
56
LÀ BATTAGLIA NELLA FORESTA
santo, stra,
appoggio della difesa nemica alla sinisi sferra adesso con rinnovata energia nostra alla destra, fra la Valle di
l’offensiva
Nos
e la Valle Galmarara, contro tutto il baluardo di monti che si schiera sull’ Altipiano
da nord a sud, a sbarrare gli approcprofonda spaccatura dell’Assa, della austriaci intendono fare il loro fosSi combatte nei boschi.
di Asiago,
della
ci
quale sato.
gli
La battaglia è invisibile. Le granate austriache cercano e
nostri
i
battono
pezzi,
bombardando
nubi,
di
i
villaggi
incendiano delle casette
liti,
e
eruzioni
demo-
già
delle ville sac-
che conservano morendo
cheggiate,
retro-
le
costellano la conca di Asiago di
vie,
il
loro a-
spetto gentile e lieto di edifici fatti per godere la vita,
un
chiare e
sorriso attonito e tragico di
verande
di
fiorite,
sacro dei
non cancella.
mura
qualche cosa
Ma più in là,
di
il
mas-
alle
falde
femminile, di familiare, di dolce, che
si nasconde nel folto penetra nella moltitudine egua-
monti, la battaglia
della le e
foresta,
solenne degli alberi secolari, sparisce sotto
la coltre verde
me, e non
impassibilità glia Il
dalle
e
ha
si
nuvolosa delle grandi chio-
che una maestosa Nessuna battaglia somi-
di fronte
silvana.
a questa.
combattimento è spezzato rocce;
esso
si
suddivide
dai
tronchi
e
in
miriadi
di
episodi; ogni plotone, ogni pattuglia, ogni uo-
LA BATTAGLIA NELLA EOEESTA talvolta,
ino
hanno
la
loro
57
minuscola battale sue manovre.
con le sue tattiche e combatte da albero ad albero, da masso a masso, da cespuglio a cespuglio, appiattati, annidati, arrampicati, lottando lungamente per la conquista di un pino o idi un sasso. È una immensa, sterminata, formidabile guerriglia, che. striscia, si agita, formicola, e che si indovina glia,
Si
La
foresta si direbbe deserta, fumigante come per degli inil piede dei tronchi freschi. La difesa austriaca di questo strano terreno è tenace ed abile, come sempre. allo
strepito.
scoppiettante
e
cendi che mordessero
Sarebbe una ingiustizia verso di noi e una menomazione del nostro valore, disprezzare il
nemico che vinciamo. Ci deve bastare odiarlo. Esso sa adattarsi alle varie forme di lotta con un grande spirito organizzativo e un’abbondanza straordinaria di mezzi che rivelano una preparazione antica e studiata, un ordine meticoloso, una grande cura dei particolari, una perfezione di macchina che compensa il sentimento dei combattenti. L’elemento umano 'nel-
una specie di mumoderquando sono adoperate nell’arma, e che fuori non sono che mate-
l’esercito austriaco non è chfe
nizione.
È come una
di
quelle polveri
ne
da cannone,
terribili
ria
inerte,
che brucia senza far male, L’organismo è tutto.
grigia,
a piccolo- fuoco.
LA BATTAGLIA NELLA FORESTA
58
Qualunque sia la sua razza, qualunque siano i aspirazioni,
suoi pensieri, le sue il
i
suoi ideali,
suo coraggio, sia tedesco o slavo, italiano o preso nei meccanismi del suo
tseco, l’austriaco,
ad essere un buon soldato, che gli sparano
esercito, è costretto
magari con
mitragliatrici
le
alle calcagna.
Quando nieri,
sorpresi la
si
vedono
e
catturati spesso
loro
dalla
causa austriaca
si
interrogano
dopo strenue
assoluta
i
prigio-
lotte,
indifferenza
e dal loro egoismo.
si
è
per
Sono al
primo momento pieni di idee false su di noi, temono la ferocia italiana della quale hanno sentito tanto parlare, e non di rado il loro eroismo non era che paura, paura di arrendersi. fa parte dell’organizzazione; si creano errori e spaventi di menzogna nell’acome si mettono dei reticotruppe delle nimo
Anche questo
lati.
Una
idee,
l’anima è presa e non
volta
sotto
il
reticolato c’è
delle
false
più niente.
Il
preoccupa della sconfitta del suo paese come idei prossimo eclissi solare. nelle foreste, preparate in dura è La lotta
prigioniero
si
pochi giorni alla resistenza, piene di sorprese inimmaginabili. Le raffiche delle pallottole arrivano da direzioni inaspettate. Scende dall’alto loro sibilo ronzante, che fa pensare alla vibrazione breve di immense corde musicali tese il
nello cati
spazio,
al
suono
dei
fili
telegrafici
toc-
da un sasso; i ramoscelli e le foglie stron-
59
LA BATTAGLIA NELLA FORESTA
/ lentamente da tutte le parti, e no'n scogliere si vede niente fra i tronchi e per le tappezzate di musco. Poi ci si accorge che il ne-
cati fioccano
mico è appollaiato sulle cime delle piante. Delle sono issate lassù e
mitragliatrici
dei
tiratori
sono appollaiati nel fogliame. Come per certe cacce alla posta, gli austriaci
scelti
e
hanno sistemato fra i rami alti delle posizioni di agguato. Vi hanno creato impalcature, piaine-rottoli mascherati di frasche, collegati da telee spesso, dove il bosco è più folto, delle tavole e delle corde tese ad appoggiamano fanno da ponte da albero ad albero, permettono dei rafforzamenti o dei ripiegamenti aerei. foni,
Bisogna combattere con gli stessi mezzi, e dei nostri soldati risuona nei burroni.
l’ascia
Si tagliano alberi, si costruiscono
scale
che fanno pensare
enormi e midi
preparazione
alla
di
un antico assalto alle mura merlate di qualche, castello, e su, verso le creste flagellate, nella
boscaglia tenebrosa e rombante, le schiere grigie trascinano scale e tavole. Sulle vette di abeti
e
di
pini secolari
i
soldati
si
arrampicano
a
creare le loro trincee pensili, e la battaglia stra-
vagante infuria da nido a nido. discesi frutti
con corde, giganti
colti
legati
dalla
alle
I
feriti
ascelle,
vengono
come dei
mitraglia.
In basso, le trincee nemiche, cumuli di sassi, di
musco
bili,
tanto
e
di
fronde, sono invisibili, introva-
hanno l’apparenza naturale
di sco-
60
LÀ BATTAGLIA SELLA FORESTA
assecondando gli aspetti del terreno. Esse sbarrano ogni varco, ogni passaggio, e fermano l’assalto finché le vampe non si sono viste, gliera.
e delle
manovre ardite, delle ascensioni lente e
caute sui fianchi non hanno condotto a sopraffare
i
difensori a colpi di granata a
Certe resistenze d’imboscata sono
mano. affidate
a
per lo più tirolesi, pagati con soprassoldi vistosi e compensati con premi spetiratori scelti,
ciali.
Sono
glioni, nei
dei
lasciati
nelle
anfrattuosita
punti dai
cpiali
qualche radura per-
ci-
mette di dominare gpLi approcci dei valloni. Han-
no cumuli
di
munizioni e
d’acqua, e rimangono
lì,
di viveri,
provviste
alla caccia,
dietro al
loro fucile di precisione a cavalletto, per giorni
Quando sono catturati, poiché finiscano quasi sempre per essere catturati — abbiamo dei soldati che sanno come andarli ad acciuffare, con una pazienza ed una sagacia da pelliinteri.
rosse di
—
si
mostrano gradevolmente sorpresi
vedere che nessuno taglia loro il naso. Han-
no l’aria di dire: Ah! Sie do pviesisi saputo prima Si sdno battuti come leoni per difendere ad oltranza un naso che nessun pericolo minac!
—
ciava.
Di tanto in tanto, poti, si è di fronte alla siepe rugginosa di un reticolato. Qualche volta sono dei reticolati
portatili,
che
la costanza di trascinare
gli
anche
austriaci
hanno
all’assalto.
So-
LA BATTAGLIA NELLA FORESTA
61
migliano un po’ a quelle reti sulle quali i terrazzieri gettano a palate la sabbia per stacciarla.
Sono dei grandi rettangoli
di
legno, nei quali
intreccia del filo di ferro spinato, che ven-
si
gono tenuti in piedi con dei puntelli. Rappresentano un reticolato da pattuglia, una prima difesa contro quella maledetta baionetta italiana che è sempre pronta a luccicare. Ma nella foresta, il reticolato più comune non ha ordine, non ha allineamento, si appoggia agli alberi, sorge improvviso come una immensa rete di ragno tesa fra tronco e tronco ad altezza d’uomo. Non si vede da lontano, l’ombra e
arbusti lo nascondono, e quando uno sbalzo avanti sembra possibile, i nostri esploratori debbono essere sguinzagliati alla ricerca delle barriere sottili, la cui presenza indica sempre qualche appollaiamento di mitragliatrici. Sono per tutto le mitragliatrici. La forza di gli
armamento
dell’esercito
tata col decrescere della
andato compensando
è
austriaco
si
è
aumen-
sua forza umana. Esso il
logorìo
fatale
delle
truppe con una quantità sempre maggiore di armi potenti e di munizioni. Gli uomini che si
diradano hanno a loro disposizione mezzi
automatici piu grandi di difesa e di offesa. nostri sti,
progressi in
I
armamento sono pure va-
ma è bene non perdere di vista nella no-
stra
preparazione incessante le proporzioni del-
la
preparazione
nemica.
Noi non
l’
abbiamo
62
LA BATTAGLIA NELLA FORESTA
superata sebbene ne trionfiamo per l’eroismo
magnifico delle nostre truppe. Approfondendo l’organizzazione
austriaca,
la
sua grandiosa e
formidabile possanza, precisa e meccanica, noi
vediamo ingigantire gloriosamente nel nostro concetto, più che il peso inesorabile della nostra macchina di guerra, il valore del soldato italiano e la genialità dei suoi capi, che portano ad una .perfezione trionfale lo sfruttamento
delle disponibilità.
La
difesa austriaca, che noi spezziamo len-
tamente
sue giunture come si spezza un per aprirvi dei varchi, è fatta con
alle
reticolato
quel lusso inaudito di mezzi che caratterizzò l’offensiva.
Il
trasporto
solo
del
filo
di
spinato, che a centinaia di tonnellate il
ferro
nemico
sperpera in zone aspre, montuose, poco accessibili, trasporto che viene eseguito sacrificando i
trasporti di cibo e di acqua per le
truppe,
dimostra come ogni preoccupazione umana passi
in seconda linea di fronte al freddo, infles-
feroce
calcolo
delle
possibilità
della
sibile
e
lotta.
Rivela anche la impossibilità di affidare
qualsiasi posizione alla difesa dei
soldati senza
il
pura e semplice
soccorso di barriere ina-
nimate.
Quando le
si
sue soste
papsa dove la battaglia ha fatto si
trovano
le
tracce
della
mac-
china austriaca. Sono cumuli di munizioni e depositi di granate a mano adunati in poche
La battaglia nella foresta
sono reticolati
ore, di
razzi
di
segnalatori,
63
ogni genere, sono casse
sono chilometri e chilo-
filo telefonico, un filo sottilissimo e come uno spago nel quale continua-
metri di
bianco
mente si inciampa. All’inizio della guerra ogni compagnia austriaca aveva il suo telefono, corredato da 62 chilometri di filo. Ora anche le pattuglie in avanscopèrta hanno il telefona Un soldato marcia col ricevitore e il microfono fissati al petto, diatezza
di
certi
la precisione dei le
il
rocchetto di filo sulle
come uno zaino. Questo spiega la imme-
spalle
movimenti
e
la prontezza e
concentramenti
di
fuoco del-
artiglierie.
Ma nulla resiste a lungo ai nostri colpi di maglio.
nere
Gli
austriaci
sono costretti a mante-
grosso delle loro forze sulla fronte itaper ritardare la nostra avanzata. Sem-
il
liana
che soltanto dai grandi nuclei della riserva alcune divisioni siano partite per la Bucovina,
iira
ma che le truppe di prima linea siano i|nterarnente
inchiodate dalla nostra offensiva vigo-
rosa.
Piccole carovane di prigionieri scendono
dai boschi fra le scorte, e
non si sono mai vi-
sti dei tipi più inselvaggiti, più abbrutiti, più sporchi di questi prigionieri che ci manda la
foresta.
Hanno nel
viso lo stupore delle bestie sni-
E sono infatti snidati come fiere. pure di cacciarli alla guisa di una
date nel buio. Si è tentato
64
li
A BATTAGLIA SULLE VETTE
selvaggina incendiando
il bosco. Ogni giorno qualche nuova vetta cade in nòstro possesso e notizie delle vittorie corrono festosamente nelle retrovie. Sarebbe però imprudente aspet-
le
tarci dei progressi veloci. Ci battiamo sulle posizioni più
del mondo.
difficili
segue è sempre
E il passo che
passo più duro.
il
LA BATTAGLIA SULLE VETTE. Vicenza, 14 luglio.
Nulla si muove sulle strade polverose che ve-
nano di bianco i freschi prati della conca conIl nemico le vede e le batte, esse, deserte, snodano verso i paeselli ab-
tornata di monti.
ed
bandonati' il loro sottile nastro senza vita, sbocconcellato dai colpi, che rasenta rovine di cascinali dalle quali si di stalla e Vi'
spande ancora un odore
di fieno.
sono paesaggi in cui questa solitudine
si-
nistra della battaglia sorprende sempre, e pesa,
e affanna, e angoscia, come il segno più evidente di’
una
truce desolazione delle cose. Pare che
sulla terra rigogliosa e
abbandonata gravi un
senso misterioso di accasciamento e di terrore.
Tutto
è
fermo,
raccolto,
aspettante,
spaurito,
oppresjso.
Solo
il
fumo
si
sposta,
si
agita,
corre,
torce
65
LA BATTAGLIA BULLE TETTE
qua e là le sue volute, balzando su improvvisamente dagli' scoppi in forme grigie, dense, enormi, che si divincolano, si attorcono e si dissipano, con qualche cosa di spettrale, trascinan-
campagna la loro grande ombra che Il fumo degli incendi turbina nei villaggi demoliti, ne empie le stradine morte, indo sulla
svanisce.
gombre
di'
macerie, e le sue spire diafane
i'nseguono in fondo ai crocicchi
degjli
si
angoli fra-
animate e fuggenti. Il fumo è la sola cosa che viva, di una vita favolosa ed effimera, e lo sguardo è continuamente chiamato dall’ apnati,
nembi che sorgono ge-
parizione successiva di
sticolanti dalla terra squarciata.
Delle rovine di Asiago e delle rovine di Gallio
hanno ricominciato a bruciare sotto le granate incendiarie. Le casette scoronate e bucate dei villaggi che biancheggiano aggruppate in mezzo alle praterie come greggi spauriti, esalano nubi grige che la brezza trasporta e, disperde nel sereno. Il rimbombo e l’eco delle cannonate scro-
sciano con lievi intervalli nella vallata risuonan-
fragore uniforme del-
te,
e scende dall’alto
le
granate maggiori che solcano lo spazio' col
loro
strepito
cupo
di
il
treni in
la battaglia è entrata in
fuga.
Da
ieri
una nuova fase di at-
tività.
Dopo un rallentamento durato tre giorni, causato dalle nebbie e
anche dai preparativi per
Baezini. Dal Trentino al Carso.
5
66
LA BATTAGLIA SULLE VETTE
un’azione più violenta, il bombardamento ha ri-
preso con
un
vigore
maggiore.
Dall’Adige
al
Brenta l’attacco italiano non ha avuto mai soma la sua intensità ha variato. A fasi di assestamento succedevano fasi di impeto, sempre più vigorose, a mano a maino che i mezzi sta,
accumulavano.
si
La nostra offensiva è paragonabile allo sforzo costante
del
lottatore
che ha avvinghiato
l’avversario e che, nella tensione continua dei suoi muscoli, ha ogni tanto uno scatto più vivo,
un sussulto più energico.
un colpo
forte,
di
spalla più
Dalla difesa
all’attacco a
accanita siamo passati poco a poco, giorno per giorno, ir-
ma gradatamente, e la nostra azione contro le forze enormi che ci erano op-
resistibilmente
poste ha avuto ed ha ne,
I
caratteri della pressio-
non quelli dell’urto. Anche perchè noi risa-
liamo. Il nemico, che ci sovrasta, trova ad ogni ripiegamento delle posizioni di maggiore resi-
stenza.
Esso,
battuto,
non precipita: ascende.
Assalendoci, calava su di noi;
assalito
si
in-
nalza. La fuga lo rafforza. La ritirata gli dà una
sempre più breve, sempre più facile, e delle difese sempre più solide. Ci battiamo in un immenso anfiteatro di montagne che dobbiamo scalare.
linea
I nostri soldati arrivano a scalare miracolosamente anche l’inaccessibile, come sulle di-
LA BATTAGLIA SULLE VETTE
67
sinistra, rupate pendici del Monte Corno, alla come fra le balze rocciose del Monte Chiesa* è difficile per alla destra; ma prendervi piede osfronteggiare contrattacchi che innumerevoli spesservatori sovrastanti guidano, e che hanno
che cade. Ah, so la violenza meccanica del peso verso delle cime! se non ci si battesse sempre gran parte della forza nemica contro di
Una
conformazione del noi è dovuta a questa fatale i suoi terreno, sulla quale l’Austria aveva fatto preparazione calcoli'. E fra le mille prove della meticolosa
della
guerra d’invasione
all’Italia,
basterebbe quella della usurpazione della Cima Undici e la Cima Dodici, di quei « quattro sascome si disse da noi bonariamente cedendo, si»
che sono le sommità dominanti del terreno, gli immani castelli di roccia che comandano tutta ogni nola regione, gli osservatori che scorgono salire per stra mossa. Salire, salire sempre, aspre balze tormentate e rotte, salire faticosaobbligati, angusti e mici-
mente per passaggi diali,
salire
combattendo, con il nemico sopra:
ecco la necessità inesorabile della nostra guerra. L’offensiva nostra è tenace, incessànte, risoluta,
ma l’avanzata non può essere che faticosa
e lenta.
La guerra è però su tutte le fronti, si
incatena, e dobbiamo
apprezzarla nei risultati armate rus-
generali. I progressi trionfali delle se
sono
un po’ vittoria nostra, come i successi un po’ vittoria russa. Nella
franco -inglesi sono
68
LA BATTAGLIA SULLE VETTE
collaborazione degli Alleati' spetta a noi in questo
momento
massimo
il
duro compito
delle 'forze
Ci riusciamo.
di
trattenere
i]
austriache contro di noi.
Contribuiamo così potentemente
a indebolire le difese dei Carpazi, come se i nostri
eserciti
(manovrassero in
Bucovina o in
Transilvania.
È sulla nostra destra che la battaglia si accanisce ora con maggiore violenza, contro quella catena
di’ montagne che salgono a scala dalla Conca di Asiago fra il vallone del Nos e quello
del Galmarara, montagne allineate a barriera, che formano un costoine unico dai fianchi boscosi,
il
profilo del
quale s’incurva a
cèntipna.
da vetta a vetta. Sull’Interrotto,
il
primo monte, la cui spalla
scivola giù verso le case di Asiago, le nubi folte delle nostre granate
hanno
nella luce del
me-
un colore rossiccio, ardente, affocato. Esannebbiano il vecchio fortilizio, trasformato da tanti anni in caserma, che scompare e riapriggio
se
pare, massiccio e basso come un gran dado oscuro posato sopra un ripiano del monte. Più Indietro, sul
Mosciagh selvoso, la seconda montagna che sembra guardare verso Asiago da sopra alla testa dell’Interrotto, le esplosioni sono soffocate dal bosco e mettono' una bruma fra
gli
alberi'.
È difficile battere con esattezza posizioni ce-
69
LÀ BATTAGLIA SULLE VETTE
Avanti ai loro trinceramenti denudato i tronchi in basgli austriaci hanno al suolo i rami più vicini tagliato hanno so,
late
da
foreste.
per aprirsi
un campo
sciate intatte le
chiome
di
ma hanno la-
tiro,
degli alberi; l’ombrosa
loro e li cela albe vòlta di fronde si chiude su tli osseresplorazioni aeree e alla vigilanza degli vatori.
Spesso
l’artiglieria
non ha
altra guida pattuglie.
che le perlustrazioni delle nostre dei trinceramenti, Si crede di avere sconvolto aver distrutto dei reticolati, e le fanterie, intatti. strisciando avanti, trovano gli ostacoli di
Si ricorre ai tubi alle
esplosivi,
alle
mine
aeree,
bombarde, alle tenaglie, e in molti punti la
nemico, nostra linea si porta così a contatto col coperti salendo fra gli' sterpi e fra gli scogli I soldati passano di musco, nella foresta oscura. i troncurvi e j-apidi da un riparo all’altro, fra pesanti pietre sulle spalle, chi', sorreggendo delle
creano dei piccoli ai fusti che da
e a 'furia di sassi e di zolle si ripari a semicerchio, appoggiati
una parte e
dall’altra
le
pallottole
feriscono,
graffiano, cincischiano.
In ogni riparo, due, tre soldati si rannicchiasparando fra gl’interstizi. Le successive li-
no,
mi-
nee di attacco rimangono segnate da queste nuscole e rudimentali ridotte, che portano impresso il segno dei corpi accoccolati sopra strati bossoli. Delle di fronde, in uno scintillamento di granate a
mano inesplose, dalle forme strane,
70
LA BATTAGLIA BULLE VETTE
alcune simili alle antiche mazze della guerra medioevale, munite di lunghi manichi di cartone indurito o di legno, o attaccate a bacchette
di
ferro,
nell’erba.
giacciono qua e
là,
mezzo
infisse
Di notte, le foreste sono tutte illumi-
nate dai razzi
come da un perenne e
festoso
fuoco di bengala. Gli'
austriaci aspettano l’assalto che
si
iner-
pica, protetti da trincee profonde, perfette, blindate,
ben nascoste, fornite
di
rifugi,
collegate
con camminamenti a zig-zag, difese da retico-, lati inverosimili, sti
dei quali
i
paletti
sono nasco-
con fogliami sapientemente disposti. Ben so-
vente tutto questo è un lavoro preparato da
masse di prigionieri russi, un’opera degli schiavi.
La mano russa si rivela dalla perfetta la-
vorazione del legname.
Nei blindamenti e nei rifugi sotterranei si ritrova infatti la costruzione dell’ idèa. Sono dei veri edifici di legno sepolti, con le pareti fatte di'
travi sapientemente incastrati l’uno nell’al-
tro.
Hanno la solidità e la comodità di lavori
permanenti'. Si direbbe che gli austriaci si di-
sponessero a dimorare degli anni in ogni posizione.
Anche
nell’offensiva
si
radicavano così
ad ogni sbalzo. Si seppellivano subito nelle più estreme linee di attacco. Non arrivavano in
un punto senza smuovere subito della terra e iniziare delle fortificazioni,
71
LA BATTAGLIA SULLE VETTE
Sul legno fresco delle costruzioni il nemico lasciato delle scritte, più o meno ingiu-
ha
per
riose
noi,
nelle
«porco»
quali la parola
ricorre con una frequenza impressionante. Quai nole differenza con le scritte che lasciano stri
soldati sulle posizioni dove la lotta è più
accanita! Sono quasi sempre piene di sentimento e di nobiltà, anonimi gridi di fierezza, ho visto scritto ai qui non si passa » « Di
—
lapis
sopra una pietra macchiata
e vicino
alle
parole
il
di
sangue,
puerile disegno di un
leone pa-
«qui» era scritto «cui», reva un gatto, ma vi' era tanta grandezza d’anima in quei segni ingenui, tanta solennità di pensiero, che, dopo un primo sorriso, veniva
leone. Il
voglia di
il
salutare la pietra che portava for-
testamento di un eroe. il Più aspro il combattimento è oltre il Mosciagh, contro la terza vetta, lo Zebio. L’importanza dello Zebio dipende forse dal fatto che questa cima comanda due valichi che uni-
se
scono la Valle di Nos alfa Valle Galmarara. La difesa austriaca fa dello Zebio un pernio. La lotta, che si' svolge nel più folto della foresta, non si' segue che per lo strepito e per le
notizie che il telefono trasmette. È una piccola battaglia a sè. La montagna
ne sembra scossa. Nel crepitìo scrosciante delle fucilate si riconoscono dai colpi i calibri
72
LA BATTAGLIA SULLE VETTE
delle cannonate, le esplosioni delle
bombe,
gli
scoppi delle mine aeree, le detonazioni delle granate a mano. Vi è un’ala destra, un centro, un’ala sinistra. A periodi di calma relativa
seguono momenti
destra avanza!...»
di esasperazione. «La «Le casere sono prese!...»
«Un contrattacco al centro!...» «Lotta di' granate a mano a sinistra!...» Nelle tende dei comandi, fra le boscaglie, queste voci passano. Entro le pieghe più profonde del terreno il
fumo cola e si' distende come una bruma, nella quale gli alberi finiscono per non mostrare che le cime, simili a isolotti verdi. Sullo Zebio si avanza a palmo a palmo, ma lunghe soste si avranno nella faticosa conquista. Più a nord si combatte al di sopra della zona boscosa, per rocce bianche tutte stratificate
a tavoloni,
nei
cui
crepacci s’inerpica
il rododendro e il pino nano. I monti hanno lassù fianchi precipitosi, pareti a picco, balze dirupate, vette nude e feroci. Vi sono passi
che non lasciano spazio a più di un uomo per volta, e verso i quali l’attacco si inerpica.
Gli
sull’orlo l’ abisso,
alpini investono
il
Monte Chiesa, e
estremo dell’Altipiano, al bordo delsono arrivati ad aggrapparsi al Pas-
so dell’Agnella.
Questo passo e un canalone
il
quale sovra-
sta il Civaron, che nella valle del Chiesa solleva la sua cima boscosa e aguzza. Nelle frane
LA BATTAGLIA SULLE VETTE
canalone
del
uin
sentiero
serpeggiamenti.
in mille
73
scosceso
è
tracciato
Passo dell’Agnella
Il
offre
un congiungimento fra le truppe che ope-
rano
sull’ Altipiano
Civaron.
e
quelle
che attaccano
il
Lo abbiamo strappato al nemico, ma
questo tiene ancora uno dei pilastri della spaccatura. Si cerca di scalzarlo via anche da lì, di
sradicarlo
completamente
dalle
vicinanze
del
passo. I gni',
grossi calibri scagliano tutto intorno macisassi,
schegge
di
roccia,
come il colpo
di
martello fa sprizzar via le faville dal ferro incandescente. Ogni assalto nostro trova le trincee nemiche piene di morti,
ma nuovi batta-
glioni austriaci arrivano al contrattacco.
battaglia di nuclei,
di
È una
gruppi, da crepaccio a
da ciglione a ciglione, sul labbro di conche che ricordano le doline carsiche, una crepaccio,
battaglia di cacciatori, e l’assalto in forze av-
viene spesso alla notte, di sorpresa. Su quelle
di insetti.
ha l’aria di una guerra Di tanto in tanto un formicolio mi-
nuscolo e
grigio.
scogliere aride la lotta
. .
Così la battaglia degli Altipiani prosegue.
BALUARDO RIPRESO
74
IL
IL
BALUARDO RIPRESO. Vicenza, 25 luglio sera.
La vetta Se non
del
si
Monte Cimane
fossero visti
i
è riconquistata.
nostri alpini salire,
inerpicarsi,
scalare e assaltare quell’impoman-
te castello
di
rocce a picco che costituisce la
sommità del monte, non si riuscirebbe a capire come si sia potuta espugnare una posizione isolata da pareti immani. La vista della montagna spaventa.
Da Arsi-ero essa appare come un tor-
rione massiccio, grigiastro, tormentato, maestoso,
erompente con truce possanza da precipi-
tosi declivi impellicciati di boscaglia.
L’attacco
doveva balzare sull’inaccessibile. Non v’era altra via. Bisognava andar su per una muraglia, in pieno giorno, di viva forza, sotto la gràndine delle granate a mano.
Questo
si
E anche dopo avere assirimane un non so quale dubbio un inganno di sensi,
è- fatto.
stito all’azione,
assurdo, l’impressione di di'
una gloriosa allucinazione, tanto la verità ap-
pare inverosimile. È stata una visione di guerra indimenticabile, uno di quegli spettacoli che rimangono vividi nella memoria per tutta la vita, e che ad ogni momento si ricompongono avanti allo sguardo assorto. L’occhio che ha fissato una
gran luce, abbacinato', continua a vederla quando
IL
è spenta, la
si
75
BALUARDO RIPRESO
porta con sè, se me è riempito;
così chi ha visto la battaglia del Cimone ha nelle pupille l’immagine persistente di una confu-
sione di rocce, di uomini e di fumo.
Il
Cimone è una montagna dalla parte nostra
ma non dalla parte del nemico. È simile a certe che presentano ai navigatori prodi vette precipitose e che non sono altro che bordo di vaste pianure. Il verde altipiano di Tonezza scende dalla cresta rocciosa dello Spitz Tonezza, forma una conca, risale e finisce bru-
rive dirupate, fili il
scamente ad un ciglione. La sommità di questo
arramsommità
ciglio è il (Cimone. Gli alpini che si sono
picati sulla
grande parete, giunti
alla
hanno visto avanti a loro un pianoro pittoresco, un dolce declivio di prati e di boschi, filari d’alberi, casette dai tetti rossi circondate da
Hanno
molti
aspetti
di una vallata chiusa, in fondo, al nord,
da altri
campi.
ritrovato
monti': lo Spitz Tonezza,
lassù
il
i
Campomolon, il Co-
ston d’Arsiero.
L’altipiano del Ci'mon,
di
Tonezza, che finisce
è sottile e lungo.
al
salto
È una lingua di
un’angusta penisola circondata dall’abisso, serrata fra due spaccature profondissime, la valle dell’Astico a oriente, la gola del Rio terra,
Freddo
a
occidente.
Immaginate uno strano
un lungo sperone La punta estrema, il
giardino pensile portato da di
roccia,
inaccessibile.
76
IL
BALUARDO -RIPRESO
Cimone, sovrasta la confluenza delle due valli laterali, le due spaccature dell’Astico e dell Rio Freddo. Il Cimone è come la prora di una inave.
Quando gli austriaci, stretti ai fianchi dalla manovra di Cadorna, si sono ritirati, hanno tenuto
il
Cimone, saliente formidabile, inattacmastio di fortezza avente il preci-
cabile, vero
pizio per fossato. Esso penetrava te sulla nostra linea, di noi,
profondamen-
era iin mezzo a noi, dietro
come una sentinella avanzata del nemico
postata nel vivo della nostra occupazione. Ve-
deva tutto quello che facevamo nella valle del Posi'na, in quella dell’Astico, in quella del
Rio Freddo, nel basso corso dell’Assa, stava eretto
e insolente nel nodo di tutte le vallate, domi-
nava Ì nostri fianchi e le nostre spalle, dirigeva il
tiro
delle
artiglierie
austriache sulle nostre
retrovie, paralizzava le operazioni sul Seluggio,
sul Majo, sulla
Punta Gorbih,
di cui
rovesci.
’
vedeva j ri j j
La nostra avanzata salì subito le prime penCimone e prese il Caviojo, che è una sfaldatura del Cimane, una vetta formata dalle dici del
franatane dello sperone. Si annidò sotto alla parete e dovette fermarsi. Continuò invece ai fianchi, si insinuò nelle
spaccature laterali, penetrò
come un’onda intorno ad uno l’Astico,
risalì
il
scoglio,
risalì
Rio Freddo, cercando di
iso-
lare il Cimone, di tagliarlo fuori. Ma si vide subito
che era ancora più
difficile
assalirlo
sui
IL
77
BALUAKDO BIPBESO
fianchi che attaccarlo di fronte. Perchè la parete di roccia è ininterrotta, e il tiro delle artiglierie
nemiche batteva
assai meglio
i
fianchi
che non la punta avanzata. Anzi la punta estrema, per la sua penetrazione nella nostra fronte, formava un angolo morto, era irraggiungi-i dal
bile
bombardamento nemico.
Sui fianchi non potevamo muoverci dal fondo dei burroni angusti senza trovarci allo scoperto sotto a tutte le batterie.
La nostra occupazione
in certi punti aveva, ed
ha ancora,
stico.
del fanta-
Non si può immaginare niente di più stra-
no, di più assurdo, di più favoloso della situa-
zione inel Vallone del Rio Freddo: noi siamo giù nella gola orrida e tenebrosa, e gli austriaci ci
occupano i ciglioni dalle due parti. Però le pareti' sulle quali sta il nemico sono così alte e così a picco che per spararci addosso gli austriaci dovrebbero abbassare perpendicolarmen-
canne dei fucili, far fuoco ai piedi stessi rocce, e non possono affacciarsi. I colpi rocce di destra vanno contro le rocce di sinistra. Il nemico spara alla cieca, e la spaccatura mostruosa risuona tutta di un miate le
delle
tirati dalle
golio
di
pallottole
che rimbalzano. Ma ruzzoa mano, quando di indovinare un movi-
lano giù macigni e granate gli
austriaci
credono
mento di truppe, e alla notte il rombo dei camions attira tempeste di bombe.
78
IL
baluardo ripreso
Era evidente che
mone doveva
l’attacco
risolutivo
frontalmente,
salire
sul
al
Ci-
grande
sperone dirupato della punta, difeso da reticolati intessuti sul ciglio della muraglia e da trincee
che bordavano
blindate
precipizio.
il
Un primo tentativo fu fatto il quattro di luglio. La scalata mancò.
Nella notte
si *era,no
ap-
poggiate delle lunghe scale a piuoli alla roccia
per raggiungere qualche primo pianerottolo cespuglioso da dove si sperava di poter continuare
per
l’ascensione
anfrattuosità
le
Non fu possibile. bili.
Si
degli
scogli.
arrivò a passi insupera-
Ma ventisei uomini, quasi tutti guide del
Corpo di Finanza, che avevano trovato un canalone accessibile dalla parte dell’Astico, giunsero in cima. Furono massacrati ad uno ad uno fra sghignazzamenti e schemi. Nessun quartiere
hanno dato
i
feroci
deirimperatore.
jàger
E
nessun quartiere è stato chiesto. I
ventisei italiani
andavano
su,
come se fos-
sero stati legioni, incontro alla morte. Dal Ca-
udivano gli austriaci gridare in italiano: «Perchè non venite qui sopra? Venite in Ah; Eccone uno Che ne facciamo ? tanti! Ah Buttiamolo giù! Eh, attenti in basso!...» Dalle viojo
si
!
!
trincee
nostre
Vigliacchi
!
i
soldati
Verremo,
urlavano:
verremo,
«Vigliacchi!
non
dubitate
!
Assassini!» Quelli che
non erano
potati salire fino alla
IL
BALUARDO RIPRESO
79
cima rimanevano attaccati come mosche alle rocce, e perchè essi si prostrassero, gli austriaci facevano cader giù dall’alto grosse pietre gri-
dando: «Ecco un sasso, uno, due, tre!». Nel movimento istintivo di guardare in su, i nostri si
scostavano dalla parete e in queiristante era-
no visti da tiratori scelti annidati fra i massi. Quando no|n potevano sparare su nessuno, 1 tiratori nemici bersagliavano
i
feriti.
Anche ieri,
durante il combattimento, dei feriti nostri sono stati presi di mira e massacrati sulle loro ba-i relle
nella
Dopo resa
sella
del
Cavi'ojo.
mancato
del
4
più intensa l’azione
sul
Seluggio,
l’attacco
luglio,
si
è
a oc-
cidente del Cimone, e alla confluenza dell’Assa, a oriente, per penetrare più addentro ai fian-
chi della posizione inaccessibile.
Si
è
riusciti
a passare l’Assa a Pedescala, cioè proprio dove l’Assa si getta nell’Astico, in un minuscolo delta
chiuso fra enormi rocce come un canon del Colorado. Gli austriaci erano alle spalle, sul Ci-
mone, di fronte, sulle pendici dell’Erio e del Campolongo, sul fianco, lungo il ciglio orientale
dell’altipiano
di
Tonezza. Tutte
erano distrutte dalle mine.
le
strade
La riva destra del-
che bisognava risalire, si presentava come un immenso spalto di roccia alto duecento
l’Assa,
metri sulla cui cornice
si
profilavano
le
trin-
cee austriache. Avanti alle trincee si snodavano sette linee di reticolati.
Non si poteva salire che
80
IL
BALUARDO RIPRESO
per fila indiana, allo scoperto, sotto fuochi che si
incrociavano da tutte
le parti.
I
nostri sono
saliti.
Sono saliti, e dagli osservatori si possono vedere i nostri reparti aggrampati sotto i reticonon si sa come, dominati dal ciglione insuperabile. Non si va più avanti per ora. Se
lati,
'
la caduta del
Cimone poteva dipendere da un
progresso della nostra linea sui fianchi, non era meno vero che per progredire sui fianchi era necessaria la conquista del Cimone.
Le po-
nemiche, tutte a gradini, sono incate-
sizioni
nate,
dipendono una dall’altra, si appoggiano da
tutti'
i lati.
Arrivati i
agli
estremi
fianchi del Cimone,
diretto siva,
del monte.
ostinata,
si
limiti
possibili
lungo
è ritornati all’attacco
Una grande
attività
offen-
alla
nostra
destra,
persistente,
sull’Altipiano di Asiago,
ha costretto il nemico
a plortare su quel lato minacciato tutta la sua attenzione. Abbiamo descritto gli attacchi furi-
bondi dei nostri allo Zebio, al Mosciagh, all’Interrotto, e su al nord verso il massiccio della
Cima Dodici. Grandi concentrazioni di artiglieria italiana hanno provocato concentrazioni di artiglieria austriaca. Lottavamo pure con accanimento alla sinistra, nella zona del Pasubio e lungo la Vallarsa, verso le pendici del Col Santo e verso il Passo della Borcola. La battaglia tuonava alle ali. Sembravamo rassegnati
IL
81
BAIUAKDO EIPEESO
Qui il nemico dei dirupi, ed è alle
alla situazione creatasi al centro. si
sentiva sicuro sull’alto
ali che esso
ha spostato una parte rilevante delle
sue batterie. Nello stesso giorno in cui doveva cominciare nostro fortunato attacco del Cimone, un homi bardamento intenso si è svegliato alla destra. Alle prime ore del 22 tutte le nostre batterie postate sull’ altipiano d’Asiago hanno aperto il fuoco. Veniva da lassù un rombo continuo e cupo. Dalla vetta del Cengio si vedevano nembi
il
fumo scendere sui fianchi azzurrastri Mosciagh, come se i boschi bruciassero. Il fumo calava a lunghe striature diafane nelle densi di del
valli.
A mezzogiorno, un gran silenzio. Gli au-
striaci
iniziato
che aspettavano raffiche
l’assalto
arresto
di
hanno
allora
per fermare nella
selva le fanterie che credevano in moto. A dieci,
per volta scoppiavano gli shrapnells cime degli alberi; il panorama era pundi bianco. Sull’Astico invece, sul Posina, sul Rio Freddo, una quiete profonda, una immobilità di morte sotto al sole cocente, una a venti sulle
teggiato
tranquillità
pesante,
assoluta,
sinistra.
A mano a mano che si avvicinava l’ora fissata per Fazione,
il
silenzio
pareva
farsi
più
grave, più truce, pieno di minaccia, come quelle
calme plumbee e soffocanti che precedono i Babzini. Dal Trentino al Carso.
0
82
Il
baluardo ripreso
grandi uragani e nelle quali tutto sembra fermarsi in una attesa di spavento.
Non un colpo di fucile arrivava dalle trinLe posizioni parevano deserte. Si udiva sadalle valli solitarie un lontano gracidare di cicale. Anche le centurie dei soldati lavora-
cee. lire
incaricate di falciare le messi e di racco-
tori,
gliere le biade
dove la popolazione è fuggita, le
belle centurie di territoriali grigi che coltivano di battaglia, avevano lasciato 1 opra. i campi
Solo nell’ombra dei boschi, al rovescio di certi monti, intorno ai cannoni nascosti entro il fogliame si muovevano alacremente gruppi di artiglieri intenti a trasportare granate. Diverse
centinaia di cannoni di ogni calibro, dai 305 mastodontici ai pezzi da montagna, si prepara-
vano.
Ve ne erano
in basso, in alto, verso le
cime, nelle gole, imbucati fra le rocce, annidati fra gli alberi, così invisibili da lontano che bi-
sognava arrivare a due passi da un pezzo per scorgerlo. Il
piano d’operazione aveva stabilito che alle
tre del pomeriggio tutte le batterie della zona aprissero il fuoco sul Cimone e sull estremità dell’altipiano di Tonezza. Decine di migliaia di proiettili
dovevano
tempestare
e
sconvolgere
quella vetta in dodici ore di fuoco. Neppure suH’Isonzo avevamo mai' preparato finora un bombardamento così intenso, con una Le posizioni
così vasta concentrazione di mezzi.
IL
83
BALUARDO RIPRESO
nemiche del Gimone stavano per essere martelprogramlate da tre lati. L’artiglieria aveva un ma sapientemente studiato, che regolava ogni di centinaia e le ora, per fase dell’ azione, ora cannoni erano poste sotto un comando unico, docili e pronte come gli strumenti di una ori chestra infernale. Ogni batteria aveva il suo compito, il suo obbiettivo, il suo piccolo spazio
ove picchiare. minuti di attesa erano grevi di an-
Gli ultimi
sia e di ebbrezza.
Una leggera foschia metteva
un velo lievissimo sulla posizione nemica, era una bruma diafana sorta dopo mezzogiorno, sue e pareva che il Cimone terribile, con le balze
vertiginose
e
cineree,
fosse
subitamente
impallidito.
Qualche secondo prima delle tre si è udito verso il Cengio. Un il primo colpo di cannone altro subito
ha echeggiato nella valle. La quiete
prodigiosa era rotta.
Cominciava una delle più grandi tempeste fuoco della nostra guerra.
di'
Il
bombardamento che ha preparato la conCimone è durato tredici ore e mezzo,
quista del
dalle ore quindici del giorno
22 alle quattro e
mezzo del giorno 23. In certi momenti
il
fuoco ha raggiunto
l’in-
Abbiamo restituito agli austriaci uno di quei cannoneggiamenti che essi hanno prodigato nell’offen-
tensità di mille colpi al minuto.
84
IL
BALUARDO RIPRESO
Vendicavamo il martirio del Novegno, del
siva.
Lèmerle, dello Zovetto, dove
le
nostre fanterie
erano rimaste ferme in veri cataclismi che mi-
navano
le
vette
e
divoravano battaglioni.
Ogni cannonata aveva nelle vallate il lungo uno scoppio di folgore, l’eco rimandato da balza a balza non aveva fine, un fragore mostruoso scuoteva l’aria violentemente e la terra tremava. Fino oltre lo scroscio assordante di
sbocco deH’Astico, fino quasi a Thiene, negli accampamenti lontani dall’azione, in tutti i pae-
che hanno cominciato da poco a rivivere dopo la minaccia nemica, nessuno ha dormito
selli’
nella notte del 22, percorsa dal pauroso tumulto
senza
requie,
piena
di
un boato immane
e
squassante che pareva prodotto da un crollo di’
montagna, da un urtarsi di vette, da una tempesta di rocce. Su tutte le alture dalle quali il Cimane poteva essere scorto si adunavano gruppi silenziosi di ufficiali. Assistevano ad un fantastico Il
e
tremendo spettacolo. monte era vividamente illumi-
profilo del
nato dalle vampe violastre degli scoppi che pal-
pitavano fra dense nubi dì fumo, e le monta-
gne intorno si accendevano del balenìo delle cannonate nei boschi. Di tanto in tanto un lampo bianco, accecante, infiammava per qualche secondo la vetta tempestata, uno sprazzo di luce più alto la impennacchiava. Era prodotto
IL
dall’ esplosione
di
BALUARDO RIPRESO
86
granate contenenti una mi-
luminosa, che servivano a verificare
scela
punto
caduta
di
tezza dei
tiri.
e
a controllare così
l’
il
esat-
Sulla bosfcaglia fitta che riveste
punta del Cimone verso occidente, cadevano incendiari che facevano sprizzare fiammate gigantesche e nembi enormi di fu-
la
proiettili
mo, simili a getti di eruzione, e nel riflesso sanguigno e violento si vedevano macigni lanciati in aria, così illuminati da sembrare incandescenti e alberi stroncati
che balzavano su e ri-
cadevano roteando con lentezza. Improvvisamente, per lunghi minuti, la montagna appariva tutta candida e accesa, strana, irreale, percossa dal raggio lunare dei proiet-
.
tori'
lei
che da tutte le parti concentravano su di loro sguardo fosforescente. Si rivelava con la sua forma di lunga terrazza
il
precisa,
masse di fumo che si svolgevano su di lei avevano come una densità di neve, formavano una convulsione soffice e bianca, una convulsione molle e opaca di’ cumuli squarciata da lampi. In certi momenti pareva che l’assalto fosse imminente. I proiettori si spegnevano e le arrocciosa circondata dal precipizio, e le
tiglierie
allungavano
il
tiro;
creavano
al
di là
una cortina di interdizione, spocome quando la fanteria sta per avanzare. Allora si' manifestava un risvedelle posizioni
stavano
glio
del
il
fuoco
nemico.
Esso usciva dalle sue tane,
IL
86
BALUARDO RIPRESO
dalle sue caverne,
dai suoi rifugi per rioccu-
pare le trincee, e lanciava a decine i suoi razzi illuminanti che solcavano il cielo per crearvi abbaglianti costellazioni mobili ed effimere, meteore oscillanti sotto alle quali tutte le vette intorno apparivano diafane e chiare. Ma dopo
una mezz’ora, tutto ad un tratto la bufera delle cannonate
si
riabbatteva sulle trincee.
Il
tiro
riavvicinava di colpo; si udivano i piccoli calibri fondere le loro voci come se fossero state delle enormi mitragliatrici a far fuoco, e si
nel nuovo fumo scintillavano gli shvapnells con una frequenza di faville sotto il martello.
Le truppe destinate all’attacco erano state dalla vicinanza delle rocce da scalare, per proteggerle dalla grandine di schegge che
ritirate
scendeva sibilando dall’alto. Frantumi di acciaio e di pietre ricadevano dal ciglione. Per distruggere 1 reticolati molti colpi dovevano battere
proprio sul margine della terrazza, alla sommità della parete, e ogni cannonata faceva crollare macigni nella gola del Caviojo. Si udiva
da lontano lo scroscio lungo delle frane. Pareva alle volte che non finisse mai la scivolata dei sassi, col Suo rumore cupo di ciottoli scaricati a valanga. Tutti
i
soldati
guardavano in
Commentavano con rie
fasi
del
su,
contenti.
voci di entusiasmo le va-
bombardamento. Presentivano
la
IL
87
baluardo ripreso
La voce dei propri cannoni ha la più grande virtù di persuasione. La truppa si precon una decisione irresistiall’assalto parava rebile. Ed era l’assalto di un muro. In questa gione le montagne somigliano tutte un po’ al
vittoria.
si presenfatte a trampolino tano a dolce declivio al nemico e oppongono inaccessibili. gradini a noi
Cimone; sono
Gli
;
rinnovavano
ufficiali
le
loro
istruzioni
plotoni di punta, e i soldati, nel lampeggiare
ai'
delle cannonate e nella luce dei proiettori, per-
correvano e ripercorrevano con lo sguardo la via vertiginosa tracciata all’attacco sui dirupi a picco.
Nella notte precedente erano state mesL’esperienza del giorno 4 aveva di-
se le scale.
mostrato che le scale di legno erano insufficienti, e si erano preparate lunghe scale di corda
con pinoli
rigidi.
Nella notte del 21 alcuni di
quei nostri alpini rampicatori che sanno arrivare ovunque vi sia uno spazio dove ficcare
punta delle dita, erano saliti scalzi ad attac-
la
carle.
Avevano portato con loro soltanto de
sottili.
fis-
avevano calato le cordicelle,
alle
sarvi le scale cui estremità
i
vano annodato così.
Gli
compagni rimasti in basso avele
austriaci
che lavoro facciarsi,
delle cor-
Arrivati a sporgenze adatte per
la
si
scale che erano state issate Isi
erano accorti che qualma non potevano af-
compiva,
conformazione
della
parete
non
88
IL
permetteva loro
BALUARDO RIPRESO di
Incominciarono
sporgersi.
però a lanciare granate a tmjado
.
I
L
proiettili ro-
anfrattuosità, giù. rimbalzando sulle la miccia accesa, e scoppiavano qua e là sui di-
tolavano rupi.
Il
lavoro continuò fra le detonazioni e il
fumo; le scale furono assicurate, e dei tiratori si appostarono per difenderle. Per queste scale l’assalto frontale doveva salire. Un battaglione alpino, composto in gran parte di
piemontesi, era destinato a questo attacco.
Era un vecchio, superbo battaglione, fatto d’uomini maturi,
di atleti baffuti, provati in
innu-
merevoli combattimenti, quasi tutti tornati al fuoco dopo essere stati feriti una, due, tre volte, gente che ha lasciato nevi',
un
po’ di
sangue sulle
sui ghiacci e sulle rocce di decine di vette.
dovevano attaccare la vetta, dei reparti più numerosi di fanteria dovevano attaccare i fianchi del Cimone, dalla parte dell’ Astice a oriente e dalla parte del Rio Freddo
Mentre
a
gli
alpini
occidente.
Dal Rio Freddo si può salire al Cimone per due sentieruoli tortuosi, scoscesi, che si tras-
formano in vere scalinate in certi punti, e sui quali non si passa che uno alla volta. DalFAstieo invece, con infinite giravolte, sale all’altipiano la strada carrozzabile che conduce a Tonezza, tutta a tourniquets; ma il nemico l’ha distrutta con le mine, e i serpeggiamenti bianchi della via appaiono tagliati dalle frane, inac-
IL
cessibili.
è
BALUARDO RIPRESO
89
Ad onta della strada, il lato dell’Astico
quindi più difficile a scalare di quello del Rio
Freddo. Alle due del mattino l’artiglieria che batteva la
punta estrema del Cimane ha di nuovo
al-
lungato il tiro. Questa volta lo spostamento del fuoco preannunziava
definitivamente l’attacco.
La pioggia delle schegge si è allontanata, e nelammassata la trupmezzo è cominciata la sca-
la selletta del Caviojo si è
pa. Alle quattro e lata della roccia.
La parete è alta in quel punto
trenta metri.
Incominciava
il primo schiarirsi dell’alba e plumbeo dei dirupi gli uomini erano quasi invisibili. Salivano uno dietro all’al-
sul grigiore
tro,
lentamente,
spalle,
col
senza zaino
granate a mano,
il
fucile
cartucoere colme,
veri',
le
tubo
esplosivo
gittato
dietro
alle
ma con un sacco pieno di tascapane ben fornito di vi-
infilato
nel
come nelle antiche guerre
e
un mozzicone sacco.
di
Assalivano
dei castelli,
quando
appoggiavano le scale alle torri. Si fermavano e si ammassavano nei pianerottoli erbosi, si'
e si
abbrancati agli sterpi, sospesi sul precipizio, avvicinavano per i crepacci al ciglione. La
composta di grandi strati, è simile ad una catasta di giganteschi libri pietrificati, e fra uno strato e l’altro vi' sono dei bordi, delle roccia è
cornici inclinate, solcate
da canaloni, rotte, ce-
90
IL
BALUARDO RIPRESO
spugliose, nelle quali
il
piede di un alpino sa
trovar presa.
Non si sa come, gli alpini comparivano ad ogni momento più im su, passavano da una cornice all’altra.
Sembravano dei grossi insetti so-
pra un sasso cinereo. Le scale erano servite a superare la prima balza perpendicolare. Da lì si inerpicavano per le sporgenze e nei crepacci. Nessuna voce. Salivano in profondo silenzio.
Ma il nemico li ha sentiti, o li ha indovinati, e
ha cominciato a
gettar giù granate.
Un fumo nero, filaccioso che rimaneva per lungo tempo come abbarbicato alle rocce, si sprigionava dagli scoppi, e al suo dissiparsi riappariva il formicaio grigio degli assalitori im-
che continuavano l’ascesa, così adagio che sembravano senza moto. Alle otto del mattino erano sotto la cresta. Nell’ombra diafana della montagna si' scorgevano appena, ma sopra le loro teste oscillavano, simili a banpassibili
diere,
delle
macchie chiare,
i
segnali per l’ar-
indicavano il limite dell’asopra una punta a destra si è profilato sul cielo un uomo in piedi, un ometto che pareva una statua minuscola sopra un immenso piedistallo. Egli ha fatto delle segna-
tiglieria,
alla quale
vanzata.
Poi',
lazioni
a
qualche
osservatorio,
ed
è
scom-
parso.
E allora, dalle trincee silenziose del Caviojo che parevano deserte, dalla valle di Arsiero,
IL
91
BALUARDO RIPRESO
da tutti i punti dove della gente guardava piena di ansia, un grido di entusiasmo si è levato:
Sono arrivati! Sono arrivati
!
— Sulla vetta del
Cimolne è cominciata a scoppiettare la fucileria. Subito
lo
scrosciare
esteso verso
del
combattimento
si
è
Rio Freddo.
il
erano arrivati ancora. Il ciglio della
No, non rocciosa
allo
parete
costituisce
la
vera
sperone del monte inon Sorpassato il ciglio ad un cucuzzolo ster-
vetta.
dell’abisso si è di fronte
poso e scosceso gna.
:
quello è la cima della monta-
La prima trincea austriaca era sul pendio formata da un muro di sassi
cucuzzolo,
del
coronato da sacchi' a terra, preceduta da due reticolati profondi. A chi guardava dal basso questo
muro appariva eretto
quasi sul
ciglio,
come la merlatura sopra una parete di castello, e la
sua linea seghettata dai sacchi si disegna-
va sul cielo. I nostri'
dovevano
avevano
il
precipizio
tenersi' rannicchiati
alle
spalle,
e
sopra un bordo
angusto e precipitoso, sovrastati dalle siepi di di ferro, dominati dalla trincea. Appena
filo si'
mostravano, scrosciava la fucileria. Una sotlinea di tiratori alpini appostata fra i ma-
tile
si'
rispondeva al fuoco nemico. Ogni tanto vedevano gli uomini balzare in piedi e fare
i
gesti
cigni
di
chi lancia sassate, nembi di fumo Si' combatteva con granate a
nero passavano.
mano.
Delle
esplosioni
più
forti
sollevavano
92
IL
BALUABDO RIPRESO
cumoli densi
e grandi: scoppi di tubi esplosivi
lanciati nei
reticolati.
bombardamento non aveva distrutto le di-
Il
fese. Gli alpini si
sono trovati davanti ad osta-
insormontabili. Dovevano lavorare a dieci metri dal nemico per aprirsi il varco. Si servivano delle granate per costringere gli aucoli
striaci a tenersi nascosti,
andavano
i
mentre
arditi volon-
per strappare «cavalli di Frisia» dal loro ancoraggio e svel-
tari'
lere
i
avanti,
scoperti,
reticolati.
Intanto dietro ai combattenti l’ assalto.
si
organizzava
Da pianerottolo a pianerottolo, da spor-
genza a sporgenza,
vedevano salire dei carichi faticosamente issati con delle corde: erano mitragliatrici. La truppa si riuniva a gremisi'
re le ultime cornici. di colpire
austriaci
i
nostri,
L’artiglieria,
che temeva
batteva lontano.
I
cannoni
sferravano raffiche un po' per
tutto,
sui fianchi del monte, sul Caviojo, su Arsiero,
e le grosse granate scoppiavano nel fondo della valle
provocando sulla strada che costeggia il
torrente un sinistro precipitare di macigni, uno
scorrere di frane scroscianti con un rumore cu-
po di cateratte. L’avanzata laterale delle fanterie era paralizprese d’infilata dalle posizioni
zata. SulPAstico,
erano state fermate a mezza coSul Rio Freddo avevano potuto raggiungere
del Castelletto, sta.
nelle
prime ore del giorno il margine detraiti-
IL
piano,
BALUARDO RIPRESO
93
ma lassù avevano trovato un folto bosco,
ogni sentiero, ogni passaggio, sbarrato da reticolati,
da trincee. Le nostre granate incennon erano riuscite ad appiccare il fuoco il nemico. Qualche al-
difeso
diarie
alla selva per snidarvi
bero bruciacchiato, un po’ di fumo e basta,. L’attacco languiva.
Non aveva più che un valore di
minaccia. Si era sperato che questa azione laterale potesse riuscire vetta,
ad isolare i difensori della
ma era aspettata, trovava il nemico muni-
e le difese celate dalla foresta inestricabile
to,
avevano mantenuto
tutto
il
loro valore.
Ogni speranza era dunque riposta nell’azione frontale, in quegli uomini che agivano sul di
up
abisso,
nell’assalto
bordo
sull’inaccessibile.
Le
ore passavano nella immobilità, e la vetta crepi-
tava di colpi. Le mitragliatrici erano arrivate e
martellavano irose, per tener fermi gli austriaci, per togliere loro ogni velleità di un contrattacco). Si stava intanto regolando il tiro delle artiglierie
per battere la trincea a pochi metri dai nostri.
Da lontano i colpi si venivano accostando adagio
adagio, e su per
i
sentieruoli dirupati del
Caviojo delle carovane affannate issavano lenta-
mente una batteria di bombarde da piazzarsi ai piedi della parete del
basso in
alto, al di
Cimone per lanciare dal
sopra degli alpini, masse di
esplosivo. Il bombardamento è ridivenuto intenso.
Tutte le valli hanno ripreso l’urlo della not-<
te.
Ad un tratto, silenzio.
94
Erano le tre
IL
BALUARDO RIPRESO
e
mezzo
del pomeriggio.
Nella
quiete subitanea è passato un lacerante scoppiettìo di fucilate. Poi un grido sovrumano, co-
me un ululato di tempesta è sceso dalla vetta, e
pareva che scendesse dal
cielo. L’assalto.
Si è visito un brulichìo confuso lassù, e il fuoco è cessato. La prima trincea era presa.
È stata presa in meno tempo di quello che ci vuole per dirlo. Gli alpini sono andati su in un
comparsi nettamente sul profilo montagna. E subito hanno cominciato a Con una calma superrafforzarsi. lavorare per ba, lentamente, muovendosi' con la pesantezza possente del montanaro, il fucile infilato alla balzo, e sono
della
spalla per avere le
mani libere, trasportavano
erigevano muri, creavano parapetti, in mezzo agli scoppi delle granate a mano, avvolti pietre,
ogni tanto dal fumo. eretti e
immobili, la
Si
vedevano
gli
ufficiali
mano tesa, dare degli or-
curvarsi al passaggio di una bomba sulla loro testa e risollevarsi senza nemmeno guardare dove la bomba era scoppiata. Il cielo si dini,
era annuvolato. Tutto si era fatto oscuro, grigio.
La montagna così fosca pareva più grande, più imponente e sinistra, aveva assunto una maestà terribile, e gli uomini non erano più che delle ombre nere che sembravano muoversi sul parapetto di
una
torre titanica.
Nel combattimento gli alpini avevano esaurito
Il
le
95
armi che la baionetta, ma erano tranquilli.
altre I
baluardo eiprEsò
munizioni. Per qualche ora non hanno avuto
un soffio di serenità
loro messaggi portavano
Nessuno
e di certezza ai comandi.
li
avrebbe
più scacciati da lì. Del resto, grandi quantità di munizioni, di materiale da fortificazione, e dei rinforzi salivano già verso di loro.
Caviojo brulicavano
I
boschi del
carovane.
di
La conquista della prima trincea ha permesso ai nostri di operare uno spostamento sul fianco, lungo
il
sui lati.
ciglione,
per attaccare la vetta anche
La vetta è unita all’ altipiano da un pic-
colo collo,
da una specie di istmo largo- appena
un centinaio
di
La
metri.
posizione degli au-
striaci diveniva critica se essi ,si ostinavano nella
Nella mattina i cannoni nemici avevano fatto un fuoco a shrapnellS proprio sull’istmo: difesa.
un avvertimento
era e
la
mitragliatrice
ai
difensori.
Il
cannone
servono spesso all’esercito
austriaco per dar forza agli ordini. Quei colpi
volevano dire che la ritirata si sarebbe dovuta effettuare sotto il fuoco delle proprie artiglierie.
Ma di
fronte
alla
decisione dei nostri
alpini
avvertimento non ha giovato a lungo. Presi fra le baionette italiane e gli shrapnellsi fraterni,
l’
gli austriaci, gli
dei Kaiserjàger,
shrapnells.
hanno optato per
Non si fidavano nemmeno della
resa, sentendo forse di meritare, per quello che
avevano fatto il giorno violenta dell’ alta rupe.
4,
una discesa piuttosto
COME ETT CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE
96
Quando dopo quaranta ore di veglia e di fatica, all’alba del 24, i nostri alpini hanno sferrato l’assalto alla cima, il nemico è fuggito. La vetta del Ci'mone definitivamente nostra, è scomparsa poco dopo nelle nubi. Le sue rocce tetre
immergono pel cielo e sembrano senza fine. Quando si pensa che sono state prese d’assalto, passa avanti agli occhi l’immagine di un
si
gran volo d’aquile.
COME FU CONQUISTATO IL
PASSO DI ROLLE. Zona di guerra, luglio.
La conquista del Passo di Rolle ha richiamato la nostra attenzione verso un settore della fronte del quale
ben poco si è parlato finora, ma che
in compenso, forse, farà ancora parlare di sè. Il Passo di Rolle ci apre una delle porte naturali
che difendono la via di Cavalese, cioè sul
fianco del nemico, e le operazioni che
si
svol-
gono in quelle meravigliose regioni, minacciando le comunicazioni austriache del Trentino, hanno assunto da pochi giorni una importanza insospettata, che potrà aumentare in un prossimo avvenire.
È in questa zona che la nostra invasione, a grandi balzi silenziosi, cpm rapide azioni, ha
r COME FU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE fatto
un più lungo cammino
oltre le
97
antiche
Ai primi giorni della guerra, salendo da sud a nord per la strada di Fonzaso, lungo pittoresca vallata del Cismon, occupammo la conca verdeggiante di Fiera di Primiero. Una frontiere.
la
seconda spinta in avanti ci condusse a Vaimesta. Poi un altro slancio ci portò a San Martino Castrozza,
di
sotto
i
torrioni
dolomitici
delle
Pale di San Martino. Oltre Fiera trovammo tutti 1
villaggi
deserti
mosi di villeggiatura, centri infestati
Erano luoghi
e bruciati.
nella
di ascensioni
stagione
fa-
spor-
da masse disciplinate di gitanti tedeschi che germanizzavano coscienziosamente quelle terre italiane con
tive,
estiva
modica spesa di sei fiorini a testa al giorno, esclusi; e degli enormi alberghi tedeschi, distrutti dal nemico in ritirata, ergevano per lutto la loro stupida mole da caserma teutonica.
la
vini
Gli austriaci sfuggendo la nostra avanzata si erano fermati al Passo di Rolle, a 34 chilome-
dal confine. Avevano solidamente fortificato monte Cavalazza, che domina la valle del Cismon da noi’ occupata, che la sorveglia, la scotri
il
pre tutta, la fronteggia e par che la chiuda, co-
me il Biaena sembra chiudere la valle dell’Adige,
il
Panarotta quella del Brenta e
Lana quella del Cordevole.
il
Col di
Gli austriaci
hanno
saputo bene scegliere per tutto le loro posizioni di
sbarramento. Barzini, Dal Trentino al Carso.
7
COME EU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE
98
Alla testata della Valle del
Cismon che
sale
da sud a nord, la strada si inerpica tortuosamente alle pendici del Cavalazza, alto 2326 metri',
e
volge a ponente, verso Cavalese, verso Bol-
zano, incastrandosi fra i declivi bruschi del Cae quelli del monte Castellazzo, alto
valazza
2333 metri, più
al
nord. L’angusto varco fra
queste due montagne costituisce il Passo di Rolla boscosa le, oltre il quale ascende e si allarga vallata del
Cavalazza e
Travinolo che il
la strada segue.
Castellazzo formano
Il
come i due
una porta. Castellazzo era già in nostre mani. Ma il ci impediva ogni tenta-
stipiti di Il
nemico sul Cavalazza tivo
di infiltrazione nella valle
del Travignolo
Eravamo riusciti, per i sentieri che girano intorno al Castellazzo, ad arrivare a Paneveggio, un mucchio di rovine anne-
villaggio ridotto in rite,
che si trova al di là del passo, ma era diftenervisi
ficile
e
impossibile
inoltrarsi.
Biso-
gnava espugnare il Cavalazza per essere padroni della soglia, conquistare una montagna fortificata.
Come tutte le
alte
montagne dolomitiche,
il
Cavalazza, al di sopra dei fianchi ammantati di folte pinete, eleva una vetta nuda dalli’ apparenza inaccessibile, un immane castello di roccia.
Sulle cime, le trincee nemiche, tutte a miicon reticolati a molteplici ranghi e
ricciuoli,
COME EU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE
99
Frisia», con innumerevoli posti di
«cavalli di
vedetta e annidamenti di tiratori a guardia dei
passaggi
pochi
praticabili.
arditissima e risoluta di
La sorpresa
scire.
che e
le
linee
e
Soltanto
un’azione
sorpresa poteva riu-
stata
facilitata
dal
fatto
avversarie non erano a contatto,
nemmeno vicine. Per oltre un anno,
italiani e austriaci si era-
no guardati da lontano, cannoneggiandosi, noi nella
valle,
loro sulla montagna, e soltanto le
esplorazioni delle pattuglie arrivavano a sfiorare le fronti come dei tentacoli.
Era una guer-
ra di piccole sorprese, di scontri minuscoli su
per i dirupi e nella selva, di imboscate, ed è qui che nei primi tempi i nostri esploratori pote-
rono catturare dei nemici che non erano austria-
che portavano delle uniformi familiari in guerra europea. Costoro figu-
e
ci
altre fronti della
ravano
di
essere
dei
volontari
stranieri.
Non essendovi contatto di posizioni, era presumibile che la vigilanza del nemico non fosse continuamente tesa. Si attese per agire una notte
di burrasca.
qualche tempo del
monte,
Delle truppe che erano già da
annidate nel
bosco
alle
falde
nebbia e sotto una Sorpassarono la zona bo-
salirono nella
pioggia scrosciante.
schiva, entrarono nel caos delle rocce, inerpi-
candosi per i canaloni, senza un sentiero, in reorride nelle quali le sentinelle avanzate avevano spesso veduto, durante la lunga tregua,
gioni
COME ED CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE
100
qualche camoscio profilarsi per brevi istanti, agile, sottile, timido, sopra sporgenze erbose. Ascendevano fra le nubi, i nostri soldati, con lo zaino in spalla, carichi di viveri, di munizioni e di esplosivi.
Dovettero percorrere così quasi tri
fra
i
dirupi,
riconoscevano
sei
chilome-
guidati dagli
esploratori che
macigno.
Arrivarono così
ogni
ad appiattarsi ad un centinaio di metri dal nemico, senza che nessun rumore, nessuna voce dessero l’allarme. Erano poco- sotto alle prime difese, a poche centinaia di metri dalla vetta. Intanto, dalla parte del
truppe
si
Cimon della Pala, altre
avvicinavano da oriente, nei boschi,
a destra; e a sinistra pure dei reparti avanzail Colbricon che è come una continuazione del Cavalazza. Dal Castellazzo al Colbricon era dunque un cerchio di forze che si
vano verso
andava stringendo su tre lati intorno al formidabile baluardo nemico.
Prima dell’alba le fanterie erano giunte ai posti
stabiliti.
Il
resto della notte è passato nel-
P immobilità e nel silenzio, sotto la pioggia gelata e nel vento che faceva correre la nebbia.
Ogni tanto qualche colpo di fucile echeggiava, il colpo regolamentare delle vedette austriache le quali debbono dimostrare così di non dormire,
un razzo illuminante, regolamentare anche accendeva ogni' cinque minuti la lattigitenosa densità delle brume. All’aurora, tutti e
quello,
i
COME EU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE
101
lefoni delle nostre batterie hanno trasmesso una
parola: «Paganini».
Era la parola d’ordine stabilita dal Comando. Naturalmente era sinonimo di «musica». L’esermandolinisti stava per offrire un con-
cito dei
certo pieno di
del diavolo »
« trilli
erano da tempo
artiglierie
.
I
aggiustati,
tiri
delle
il
pro-
gramma aveva avuto delle prove spicciole, ogni batteria conosceva
il
suo compito, la sua parte
nel concerto. Vi erano
i bassi da 280, gli acuti mezzi toni da 110. Il vento aveva dissipato la nebbia, e al motto « Paganini » fu un uragano di boati. Dopo pochi colpi di assaggio il tiro si concentrò con una esattezza spaven-
da
75,
i
che scomparvero
tosa sulle posizioni austriache
nel
fumo rossastro.
Una batteria era stata issata a forza di braccia
da lassù prendeva
fra dirupi fantastici, e
d’infilata
i
nem ici,
sconvolgeva
«cavalli
di
rifugi
svelleva
petti,
i
Frisia»,
i
para-
scavava,
demoliva, colmava. Il giorno intanto si era fatto chiaro,
fuoco,
Quando l’artiglieria, imun segnale, ha cessato il
limpidissimo.
provvisamente, nel
ad
silenzio
s’è
visto
il
luccichio
delle
baionette sulle rocce soleggiate. I
primi plotoni salirono all’assalto appena vi-
sibili
fra le anfrattuosità delle scogliere, poi
il
brulichìo azzurrastro, sparso e lento della massa si
agitò nella luce.
tano,
uno stridore
Un gridìo vago, confuso, londi
fucileria,
un crepitìo
re-
102
COME FU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE
gelare
di
mitragliatrici:
sbalzi, dei
sipavano,
l’assalto
avanzava
a
gruppi d’uomini si formavano, si disriformavano a ridosso delle spor-
si
genze, e ad ogni' sosta lo scrosciare del fuoco
diveniva più
alto.
Ad un tratto,
al
una zona battuta
di là di
dalla grandine delle pallottole, sulla selletta del dorso, presso la vetta, i nostri vedono avanzare
un soldato italiano, solo, che chiama i compagni: «Venite su, avanti, svelti, svelti!». Lo riconoscono era con loro, lo chiamano per nome. Come è arrivato solo lassù ?
Semplicissimo. Girando non visto intorno ad
un roecione è riuscito ad arrivare dal di dietro di un rifugio pieno di austriaci. all’ ingresso Questo eroe da romanzo, un certo D. M., si è presentato sulla soglia gridando: «Arrendetevi! e voltandosi inVi prometto salva la vita!»
—
ha urlato a delle truppe immaginarie: «Compagnie avanti! Non uccidete i prigionie-
dietro
ri!»
— Intanto gesticolava per farsi capire dai
compagni lantani.
Quando i primi plotoni sono arrivati fino a hanno visto nell’ombra del rifugio una folla
lui,
immobile con le braccia levate. Gli austriaci si erano arresi. Da ogni parte altri plotoni sopraggiungevano. volgere
L’artiglieria
era
ma non ad aprire
i
riuscita
a
scon-
reticolati.
I
soldati
hanno gettato spila siepe di ferro le loro coperte,
COME FU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE
103
lóro mantelli, le loro tende, e hanno creato dei ponti sui quali sono passati aiutandosi gli
i
uni con
gli altri.
La difesa disgregata cedeva a poco a poco da ogni parte, la fucileria s’infiacchiva. Da settentrione l’assalto era arrivato ad espugnare un cardine della resistenza, la quota 2207 che corona una speronata del monte, e avanzava verso Avanti a la vetta principale, verso lo «Spitz». tutti un
soldato si slanciava affannosamente. Era
un genovese. Aveva portato con sè e stringeva sul petto una bandiera italiana. Quando è giunto alla vetta egli è
corso alla stazione radiotele-
è aril nemico vi aveva eretto, e si rampicato sull’asta alla cui punta, poco dopo, la nostra bandiera sventolava. È scoppiato un urlo di entusiasmo. L’evviva
grafica che
si
allargava.
La bandiera era vista da lontano,
e dalle valli, dall’abisso,
dalla spianata di
San
Martino di Castrozza biancheggiante di rovine saliva un vocìo rauco. Il cannone tuonava con.
tro
il
Colbricon.
La resistenza ostinata si prolungava qua e là per opera di piccoli gruppi e di tiratori annidati, mentre già i primi nuclei di prigionieri scendevano fra le baionette. Un ufficiale mitragliere, sulla vetta,
blindato,
seguita
intanato in un appostamento fai* fuoco sui nostri spaz-
a
zando il terreno sopra un largo raggio. Impossibile
affrontare quel ventaglio di morte. Delle
COME FU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE
104
rocce proteggono la mitragliatrice sui fianchi,
chiusa in un block-house. Ma un nostro sergente maggiore riesce ad arrampicarsi da die-
rimuove
tro sul tetto di larice del block-house, i
sacchi di terra, e con un pezzo di macigno co-
mincia a picchiare furiosamente.
La mitragliatrice si è zittita. Il sergente percuote sempre.
Il
lora dal disotto
«Boni
tetto scosso cigola.
Si
ode
al-
una voce cavernosa che grida:
taliani!». L’ufficiale è preso.
Tutte le altre mitragliatrici nemiche sono ridotte al silenzio.
I
rifugi sono invasi, splendidi
Un capitano atleAlpenjager non vuole arrendersi e
rifugi pieni di ogni comodità. tico
degli
avventa contro un nostro minuscolo sottotetente. I due si avvinghiano. Il nostro ufficiale si
vacilla,
un capitano sopr aggiunge, l’atleta è at-
terrato e chiede grazia.
Si
rialza,
si
spolvera,
e chiede il permesso, prima di esser portato via, di
cambiarsi
gli
abiti.
Accordato.
«Boni
talia-
ni ». E da lì a poco egli esce dal suo ricovero vestito in alta
uniforme, fumando.
Si formano quattro colonne di prigionieri, mentre i nostri, esultanti ma affamati, si mettono alla ricerca di vettovaglie. Ecco la mensa
degli ufficiali
salata
fresca
austriaci.
C’è sul tavolo dell’in-
sopra un candido tovagliolo.
Si
trovano i condimenti, e l’insalata, annaffiata da
buona birra Pilsen, è trovata squisita. Birra, vino, acqua minerale, latte condensato, carile,
COME FU CONQUISTATO IL PASSO DI ROLLE piselli, caffè, c’è
trova anche
il
ogni ben di Dio. In ultimo
105
si
cuoco.
cuoco della mensa austriaca, madido di spavento, esce ad un tratto da un buco insospettato, accolto da una risata omerica, e Il
E lo portano giù, veancora del suo grembiale, col classico ber-
arrende, balbettando.
si
stito
bianco, mentre stringe ancora sbadatamente nella mano destra un ciuffo di sedano. Il settore è in festa. Nulla può dire l’entusiasmo e l’ardimento dimostrato dalle truppe retto
in questa azione, e, se
sero
i
nostri bollettini citas-,
come quelli russi i nomi
degli eroi, molti
nomi sarebbero oggi resi popolari per la battaglia del riori
Passo
di Rolle.
Nomi di ufficiali supe-
che hanno saputo infondere nelle truppe
la loro volontà di vincere e che si sono slan-
nomi di comandanti compagnia sempre primi nella lotta, nomi hanno compiuto
ciati alla testa dell’assalto,
di
subalterni e di soldati che
di
prodigi «
di
eroismo.
Con soldati come voi tutto si può osare e tut — ha detto l’ordine del gior!
to si può ottenere »
no comunicato alle truppe, dopo aver ricordato che questa vittoria è il frutto di un anno di preparazione, e dopo avere espresso la più grande ammirazione per la scalata delle pareti impervie, per l’assalto impetuoso. Il Passo di Rolle in nostre mani ci offre nuovo possibilità. II 21 luglio è forse una delle
dopo l’assalto
106
grandi date della nostra guerra. Il bollettino odierno intanto annunzia che in Val Travignalo la
nostra avanzata continua.
DOPO L’ASSALTO. Dalla fronte, luglio. «il Gli ufficiali della brigata lo chiamavano quelnostro papà», ed i soldati lo amavano con
la dedizione veneratrice che essi
hanno sempre
capi che conducono alla vittoria. Era un generale dal volto fiero, burbero, oscuro, pieno
per
i
una luce di volontà, di energia, di decisione, con di
bontà negli occhi accigliati. Gli uomini erano da quell’ affetto chiuso che li se-
conquistati
guiva nell’ azione dal profondo del suo sguarappassiodo, come un testimonio silenzioso e senato, ed hanno fatto delle cose magnifiche,
gnando col loro sangue e con la loro carne le dure tappe delle avanzate vittoriose. Il generale è
morto.
Lo ha ucciso una granata lanciata alla cieca nel bosco, mentre la truppa che egli comandava,
una formidabile ridotta aumandava giù per i viottoli oscuri lunghe
espugnata
striaca,
carovane
di
prigionieri.
Piccoli drappelli della brigata scendono ora nella
vailetta dalle
posizioni.
Portano
le
ban-
107
DOPO L ASSALTO
diere dei loro reggimenti: vengono a dire addio '
alla salma del generale che sparisce. Sbucano dai bordi della foresta nell’angusto lembo di prateria che la strada attraversa, in fondo alla gola. Arrivando nel sole, scintillano improvvisamente le loro baionette inastate, forbite di fresco, che finiscono per formare una
siepe di bagliori lungo la via polverosa.
In rango
i
soldati
Non hanno
avuto
mici
loro
alle
aspettano l’ultima rivista. il
più recenti
strappi
gli
tempo
di
rammendare
dai reticolati
ne-
sono venuti giù
co-
fatti
uniformi;
ha lasciati, un po’ sdrume il combattimento citi, sporchi perchè non c’è acqua, con delle macchie indelebili di terra umida ai ginocchi e ai gomiti, ma impettiti, rigidi, marziali. Sono li
in assetto di battaglia; le giberne piene pesano sulla loro larga cintura grigia e tendono le brc-. Ielle.
Una volta schierati questi uomini non parlano,
non sussurrano, non
si
muovono; una
gravità solenne è sui loro visi barbuti, arruffati,
irrozziti
sui quali
il
ammaccati schegge,
dalle
intemperie e dalle fatiche,
largo bordo dei morioni di acciaio, dalle
pallette
di
shrapnell e dalle
mette la sua ombra. altri tempi sotto quell’el-
Hanno un’ aria di mo antico, e non è
possibile
immaginare che
cosa fosse, quale fisionomia avesse ognuno di loro neirepoca di pace. La guerra li ha mar-
dopo l’assalto
108
ha riplasmati; pare che siano stati sempre dei combattenti; hanno una indicibile espressione guerriera, dura come una corazIellati,
li
Qualche piccola fasciatura biancheggia nei le mani leggermente fe-
za.
ranghi; alcuni hanno rite:
i
reticolati
austriaci
non hanno
soltanto delle uniformi. Avanti alla un ufficiale magro, pensoso, dalla tagliente e risoluta,
lacerato
truppa sta fisionomia
che porta anche lui Telmo
da soldato: è un maggiore divenuto comandante della valorosa brigata sul campo, il successore
temporaneo del morto. Un camion viene su oscillando e rombando.
È
il
carro funebre.
Si
ferma;
sei
ufficiali
ne tolgono
avvolto nel tricolore e coperto da
corona
fatta
dai soldati
il
feretro,
una grande
con fronde di
pino
strappate alla selva contesa. Lo depongono su delle pietre. Le bandiere dei reggimenti, tutte scolorate dalle piogge, si inchinano, ondeggiando alla brezza profumata di resina. La truppa ,
presenta le armi.
Un grande silenzio. Non si ode che il rimbombo delle cannonate, fragorosa e lunga delle esplosioni, e, di in tanto, l’affannoso c inverosimile lamento dei grossi proiettili che passano nel ciclo
l’eco
tanto
sereno 'Tutto
intorno
precipitano
,le
balze
scoscese
dei monti coperte di antichi boschi, attraverso
dopo l’assalto
quali
i
pini,
di
folti
è
109
passata,
di
irti
abeti
e
come una smisurata e tenebrosa
Qualche vetta rocciosa emerge dalle
pelliccia. foreste,
battaglia
la
nuda, grigia, dominante, severa.
Fra le piante più
basse, all’orlo della selva,
nell’ombroso e gigantesco colonnato de’ tronchi s’intr avvedono
accampamenti: una
degli
resca confusione
tende,
di
pitto-
baracchette co-
di
perte di corteccia d’albero, di botti disposte in fila fra
l’acqua
depositi delmacigni e travi — per — e che fanno pensare a preparativi i
di straordinarie
rette con le
riposo,
di
vendemmie, una
car-
folla di
stanghe in aria, in un atteggiamento le ruote
posate sul muscoloso ser-
un
peggiare delle radici,
agitarsi
cavalli e
di
muli allineati alla catena tra fusto e fusto, a cumuli di
di
su lettiere di frasche, in mezzo foraggi e
Più i:n
ammonticchiamenti alto,
un piede immane, sterrati corre volte,
come
da uno
circondate
tronchi
abbattuti.
così
angusta
negli
e
da
calpestata
spiazzi
scoperti
e
solco sinuoso di trincee scon-
il
lasciato valle
di casse.
in qualche punto, la foresta ap-
pare diradata, schiantata,
sparpagliamento
L’ondata della battaglia ha
segno dei
il il
di
cielo
è
suoi
vortici.
incorniciato
Sulla
dal fra-
stagliamento delle cime e dei costoni, sui quali la
moltitudine
delle
conifere irrompe in
riadi di guglie sottili ed erette, cio,
mi-
piene di slan-
che dànno a questi monti dei
profili
im-
DOPO L ASSALTO
110
ponenti e strani da cattedrali
favolose,
immense
e fosche.
accampamenti
Dagli soldati
è
silvani
una massa
di
velluto verde del prato aggruppata qua e là, taci-
discesa sul
inondato di
sole, e
turna e reverente, assiste
al
funerale eroico.
Non è possibile ridire la grandiosità che
as-
addio cerimonia (semplice di questo della montagna, nella selvaggia e truce maestà le esequie per come tuona cannone mentre il
sume
di
la
un re.
Una batteria non lontana da una boscaglia L’affollamento apre il fuoco. Nessuno si volge. Ascolta ora una delle truppe è fermo e muto. luminosa. Un quiete nella spande si voce che del generale tutti D, ufficiale evoca sulla salma morti della brigata. Egli fa
i
nomi
degli
ufficiali
caduti,
e pare
che li chiami, ad uno ad uno, in un chiamata e paslenne. Ed essi sorgono alla appello so-
schierati. Ad sano alla memoria degli uomini di quei fieri ogni nome, echeggia nel cuore nota che risponsoldati una voce inaudibile e
de:
Presente!
Mrzli, Sono voci lontane, che vengono dal che venche vengono dall’ Altipiano di Folgaria, Monte dal vengono che gono dal Monte Baldo, più vipiù nette queste, più vibranti,
Zebio: cine alla vita, voci di e
di
ieri.
E ricordi di assalti
mischie arrivano portando ogni risposta
dopo l’assalto
in
una
le
rocce,
folata
di
battaglia:
111
combattimenti fra
combattimenti sulle nevi, .combatti-
menti nei boschi. I soldati, all’ appellò dei morti, rivivono la loro epopea di tappa in tappa. L’ultima lotta, dalla quale queste truppe sono appena discese, è stata appunto al Monte Zebio, a nord del Mosciagh, fra la valle di Nos e la valle Galmarara. Durante il funerale, la posizione del Zebio è indicata da rimbombi profondi che si succedono a intervalli regolari. Il cannone batte vetta, che abbiamo preso, perduto, ripreso,
la
ri perduto.
È una delle vette nude che si sollevano al di sopra della zona dei boschi, senza arrivare ancora a quella della sterilità. Salendo da Asiago, è la terza montagna della catena che noi
una catena che dal Monte InterrotConca di Asiago, fino alla Cima Do-
assaliamo, to,
sulla
sul ciglione dell’Altipiano precipitante nel-
dici,
la valle del 'Brenta, allinea delle vette
con una
regolarità singolare, quasi equidistanti,
ma una
più alta dell’altra di due o trecento metri. Le ultime sorpassano ni,
balzano
su
le
altitudini delle vegetazio-
tima,
turrita,
dirupata e grigia, raccoglie an-
cora un candore di nevi canaloni.
tutte maCima Dodici, l’ul-
sassose,
scheletrite,
cigni e pareti a picco, e la
nell’ombra dei suoi
DOPO L ASSALTO
112
Dopo avere
incalzato
il
nemico da valle a
valle,
battendosi sempre, la brigata che ha per-
duto
ieri
suo comandante, provata duramen-
il
incurante delle perdite, ha iniziato rat-
te ima
tacco dello Zebio. Essa saliva ed assaliva, entro la foresta, snidando il nemico da posizioni
sempre dominanti, ricacciandolo in su da trincea a trincea, finché lo ha respinto fuori dalle ultime boscaglie, sul cucuzzolo erboso. Gli austriaci
si
sono rifugiati nell’ultimo
mento,
il
più
alla
forte,
sommità
trincera-
monte
del
preparata a difesa, casamattata, cinta di reprofondi, munita di mitragliatrici.
ticolati
tentato
L’assalto,
trincee
e
{ritentato,
arrivava
alle
ma non poteva aggrapparvisi. La cima
prativa, liscia, era come
spazzato
dal
uno spalto di fortezza, fuoco radente. Erano duecento
metri di ripida rere
scoperto,
si
sgranava e
tacco
mino battuto nostri
si
indomiti.
dalle
senza un si
e
riparo,
l’
at-
sfiniva
nel duro
cam-
di
piombo.
Ma i
raffiche
accanivano L’ultimo
percor-
che bisognava
salita
allo
alla
assalto
conquista, è
ostinati,
avvenuto
l’altro
durante la ripresa violenta dell’offensiva. Gl’italiani erano trincerati fra gli ultimi e
ieri,
magri alberi della foresta. Alle sette del mattino sono balzati fuori ed hanno ricominciato l’ascesa. Il declivio era soleggiato. Essi salivano
per plotoni affiancati.
Gli
austriaci
vano indietreggiato nei rifugi sotto
che avecanno-
alle
DOPO
113
l’ assalto
nate della preparazione, rioccupate
le
loro trin-
hanno aperto il fuoco. I plotoni grigi sali-
cee,
vano sempre, urlando. Le mitragliatrici nemiche martellanti aprivano sul pendio di morte.
loro ventagli
i
E i plotoni, benché diradati, salivano,
Sono arrivati a gettarsi sotto ai reticolati, divelti qua e là dalle granate, e si sono ammassati lì, dove un lieve salto del terreno formava un angolo morto.
salivano, salivano.
Ma nessuno poteva sollevare la testa. Il tiro delle
mitragliatrici
rasentava
coricati.
Come -fare
assalitori
elmetti
gli
l’ultimo
degli
balzo ?
Come superare quei trenta passi sotto la falce dei colpi a bruciapelo ?
Un ordine era arrivato
— Ed era-
dal basso: Tenetevi fermi e pronti!
no pronti stretto
nel
i
aspettanti,
nostri,
tesi
e
pugno.
Gli
austriaci
col fucile
dovevano ve-
der fremere sull’erba le punte balenanti delle baionette.
Le ore passavano. Un’ora, due, tre.... Ad un delle detonazioni vicine hanno urlato
tratto,
nella boscaglia e è
un urlo lacerante di granale
passato sulle teste dei nostri
montagna erano
stati
portati
.
Dei pezzi da
su
alla
prima
linea e battevano in pieno le trincee austriache. nostri
I
non hanno indugiato. Dopo
la pri-
ma salva sono scattati in piedi e si sono gettati
nel
fumo e nel polverone degli scoppi, ur-
lando con frenesia. Cosa importava loro il Barzixi. Dal Trentino al Carso.
ri8
DOPO L ASSALTO
114
schio di qualche granata nostra? Era il momento. Cannonate e baionettate sono
buon arri-
vate sul nemico quasi insieme.
Da tutte le parti gli austriaci sopraffatti hanno gettato le armi e sollevato le mani gridando queirodioso «Boni taliani!» che è il! grido del
grazia di .tutti i nostri nemici, dai beduini Senusso, ai beduini di Francesco Giusep-
pe,
il
di
segno del riconoscimento mondiale di una
mitezza sulla quale si fa assegnamento in guerra.
E pare che ci gridino in faccia: Imbecilli!
A centinaia i prigionieri furono avviati alla Non avevamo mai catturato dei nemici
valle.
così lerci, stracciati, affamati. Alcuni barcolla-
vano per la debolezza. Hanno dichiarato che da trentadue ore non {mangiavano. Avevano preso un caffè la mattina avanti e poi più niente. Baciavano il pane che i nostri soldati porgevano loro, e benedicevano la cattura. «Perchè
—
è stato chiesto non 'vi siete arresi prima ?» «Perchè — hanno risposto — avevamo paura delle pistole dei nostri ufficiali, che tirano giusto, e credevamo che voi ci massa-
loro.
—
craste »
Tirano giusto resa,
infatti,
scondigli, soldati.
Ma
gli
Dovevamo
nel
ufficiali
austriaci.
Dopo la
alcuni di loro, imbucati nei na-
seguitavano
a
pistolettare
stanarli
come
i
nostri
bestie feroci.
pomeriggio la posizione, cannoneg-
dopo l’assalto
da
giata
tutte
le
115
fu investila da
parti,
tacco sul fianco sinistro
che
la
prendeva d’in-
dovemmo ridiscendere al bordo del Fu durante il bombardamento che il
bosco.
generale venne colpito. Intorno a lui
Ecco là,
vicino al feretro, l’aiutante di
fu-
cam-
commosso, l’occhio febbricitante, la
po, pallido,
avviluppata di bende,
fasciati.
tutti
dalla stessa granata.
feriti
testa
at-
e
filata,
rono
un
il
collo e la spalla
Non ha voluto restare all’ospedale. Sor-
da un soldato, continua a seguire il suo generale. Un cappellano militare, barbuto e cereo, ferito anche lui, col braccio al collo, la retto
tunica da ufficiale gettata di traverso sulle spalfa
le, «
il
saluto militare,
si
avanza e parla:
amavate
il
vostro capo, caduto
Soldati,
voi
nome di questo amore egli qui vi al comanda di ubbidire al suo successore come fuoco. In
obbedivate
a
lui,
ricordandovi
— e a queste —
parole la sua voce si è gonfiata di emozione
ricordandovi che in questa obbedienza riposa-
no Il
destini
i
della
Patria!».
prete soldato porta di nuovo la
la visiera
e
si
mano, al-
ritrae.
cannoneggiamento si fa più intenso. Una nuova batteria entra in azione e il fumo dei Il
suoi
colpi,
sorge
fra
azzurro gli
e
lieve
come una nebbia,
alberi.
Lontano, in basso, una processione di barelle attraversa
la
strada.
DOPO l’ ASSALTO
116
La
folla
rimane immobile. Una
dei soldati
quiete profonda, strana, triste, colma la valle. Un nitrito di cavallo arriva dal fondo della gola,
umano es-
piena d’ombra, e nel silenzio
passa chiaro e gaio come uno squillo di tromba. Sciami fitti di insetti minuscoli volano so
al
sole turbinosi e vibranti.
Con voce ferma, d’ armata
legge
comandante
il
ora alla
del
corpo
truppa F ordine
del
giorno di elogio alla brigata e la motivazione con la quale viene conferita la medaglia d’argento al valore al generale caduto. Poi egli toglie
dall’ astuccio
di
marocchino
scintillante, si volge, si
cora
il
la
medaglia
china sulla bara e de-
morto.
Sul feretro, in mezzo al bianco diera, spicca
il
ban-
della
distintivo degli eroi.
Allora avviene qualche cosa di straordinario, di grande. I soldati, rigidi nel saluto, piangono.
Dai loro occhi bagnati, delle lacrime, grosamare e preziose da uomo, scendono sui volti fieri, scorrono lentamente lungo le gote bronzate dai venti, imperlano le barbe ispi-
se lacrime
de e polverose. Delle spalle hanno un sussulto di singhiozzi repressi. Lo sforzo per contenersi torce le bocche, aggrotta gli occhi e dà alle facce una espressione che pare quasi leggero
1
.
teroee.
I
comandante del corpo di armata vede questo maschio dolore che si repriVoltandosi,
il
117
LA FINE DI CESARE BATTISTI
me. Fermo, guarda un istante e, levata una mano, con voce dolce e grave dice: «Piangete pure, soldati! Gli occhi che hanno guardato in faccia il nemico possano pian-
Le loro lacrime non sono segno di deUna nuova forza è in voi. Vincerete! Vincerete e vendicherete i vostri compagni cagere.
bolezza.
duti e
il
vostro generale!».
L’allineamento degli elmi ha delle oscillazioni lievi, involontariamente le teste si muovono come per un assentimento muto, per un
consenso solenne e silenzioso. È un fremito che approva, che dice: Sì, sì, vendicheremo!... E senza requie, tutto intorno, il cannone rugge.
LA FINE DI CESARE BATTISTI. Vicenza, luglio.
Non vi è più nuziosi giunti ai gli eroici
rapporti micomandi e le deposizioni de-
alcun dubbio.
superstiti del battaglione degli Alpini
Vicenza sono concordi: duto
ferito
raccolto
I
sul
dagli
Monte
austriaci
Cesare Battisti Conno, e
ferito
ca-
è
è
stato
impiccato.
Lo hanno impiccato morente. L’infamia
del
nemico sorpassa ogni immaginazione. Ecco perchè si è avuta tanta fretta. Fra la cattura, la condanna e l’esecuzione non sono trascorse qua-
LA FINE DI CES AFE BATTISTI
118
ranta ore. Mentre la vittima era trasportata a Trento, il boia Lang, chiamato telegraficamente, viaggiava da Vienna con i suoi manigoldi.
Non vi era tempo da perdere. Sì, avevano paura,
i
gallonati,
carnefici
che
gisse al capestro imperiale.
il
Martire
sfug-
La forca austriaca
stava per essere privata della sua preda. Nessuna intercessione, nessuna grazia erano da attendersi,
sare
ma qualcuno lavorava a salvare Cedal
Battisti
patibolo:
la
Morte.
La Morte misericordiosa isopr aggiungeva. È stata una corsa fra lei e l’ignominia austriaca. L’ignominia ha vinto.
Una volta, nei tempi più barbari, la malattia del
condannato faceva soprassedere all’esecuSi vedeva nel male l’intervento di una
zione.
volontà più alta di quella degli uomini, il segno di una sentenza imperscrutabile, la prova di una pietà divina che stendeva la sua mano sulla vittima.
Ma l’odio austriaco non voleva
defraudato dalla gioia di strozzare un moribondo, e dalla illusione di strozzare con lui essere
tutti
gl’ideali,
tusiasmi di
tutte le aspirazioni,
tutti
gli
en-
una razza.
Brevemente, questi sono i fatti che hanno preceduto la cattura di Cesare Battisti. Nella notte dal 9 al 1-0 il battaglione Vicenza, del quale egli all’attacco
del
comandava una compagnia, salì Monte Corno. Salì da ponente
LA TTHE DI 6SESAEE BATTISTI
e
l’azione
iniziò
verso l’una del
notte era serena, senza luna
119
mattino.
La
ma stellata, e nel
chiarore sidereo la montagna gigantesca levava nitidamente i suoi profili imponenti. Il pratico del terreno, conoscitore inna-
Battisti,
morato
di ogni sentiero del
suo Trentino, ave-
va avuto rincarino di servire da guida con la sua compagnia (conosciuta alla fronte sotto a]
nome
di
«Compagnia
Battisti»)
ad un batta-
glione di fanteria che doveva attaccare alla sinistra. Il
massiccio del Monte Corno è come un al-
dirupato intorno, alle cui due estre-
lo terrazzo,
mità erompono le rocce delle due vette: quelMonte Corno, a destra degli assali-
la del vero
turrita,
tori,
a picco, formidabile,
tutta pareti
una vetta che dall’altitudine pren-
e a sinistra
nome topografico di «Quota 1801». Queste punte sono come due immani pilastri sopra un lungo piedistallo. Fra F uno e l’ altro de il
ondula in piccoli prati a declivio,
il
terreno
di
quei prati d’alta
dai quali castri
i
come
montagna
macigni e
le
fitti
e scivolosi
rupi emergono bian-
denti dalle gengive. Più in basso,
ai
bordi del terrazzo verso ponente, nereggia,
in
mezzo a convulsioni
paglia
di
di
pietrame, una ster-
pini inani.
occupavano fortemente le due punte, comunicando dall’una all’altra attraverGli
so
i
austriaci
praticelli del
pianoro elevato. La vetta del
LA FINE DI CESARE BATTISTI
120
Corno, quella di destra, non è accessibile che da lì. Sugli altri lati è tagliata a precipizio. battaglione
Il
presa
al
alpino doveva arrivare
di
pianoro, isolare e sopraffare
i
sor-
difen-
sori del Corno,
poi volgere l’attacco a sinistra
per cooperare
alla
Quota 1801,
la
conquista
dell’altra
cui attacco saliva
al
glione di fanteria
il
vetta,
batta-
preceduto su per un cana-
lone dalla compagnia Battisti.
La sorpresa è mancata. È mancata forse un po’ tisti
per il generoso ardore della compagnia Batche ha lanciato troppo presto il grido delPoco dopo delFuna infatti ha echeg-
l’assalto.
giato
voia!
improvvisamente nel canalone l’urlo: SaMa le truppe erano ancora lontane dalla
mèta, lontano poco
meno di un’ora di ascesa.
Alla voce possente tutte le piccole colonne che si
inerpicavano hanno risposto con entusiasmo
affrettando esasperatamente la scalata. Il
grido di «Savoia!», secondo
i
piani stabi-
aveva anche un valore di segnale all’artiUdendolo, le batterie dovevano aprire un fuoco intenso e breve sulle posizioni nemiche per stordire la difesa e preparare l’assalto. Così è avvenuto, ma l’effetto morale del bombardamento si è dissipato prima che l’assalto
liti,
glieria.
giungesse. Gli austriaci, riavutisi dal primo sba-
lordimento, hanno avuto il tempo di fare avanzare tutte le loro riserve preparandosi all’urto.
Quando
gli
alpini
sono arrivati neH’inselIa-
LA FINE DI CESARE BATTISTI
121
tura fra le due punte, sui prati della terrazza, il
fuoco delle mitragliatrici e dei fucili radeva
il
terreno scoperto.
razzi illuminanti del ne-
I
mico solcavano il cielo senza interruzione e ci si vedeva come in pieno giorno. Ad onta delle perdite, che da u;n momento all’altro si facevano più gravi, i nostri, con calma magnifica,
hanno continuato imperterriti a svolgere la loro azione.
Una compagnia, seguendo le istruzioni ricevute, si gettava a destra,
alla scalata del
Cor-
La guarnigione
austriaca di quella vetta,
vistasi tagliata fuori,
dopo una breve e furiosa
no.
resistenza, si arrendeva. Intanto un’altra
com-
pagnia convergeva a sinistra attaccando da quel
Quota 1801. A questa compagnia si univano poco dopo i conquistatori del Corno, che avevano lasciato un plotone a guardia dei lato
la
prigionieri.
Sul
declivio
piombo.
Gli
scoperto
assalitori
passavano uragani di avanzavano lentamente
strisciando sull’erba, e ad ogni minuto le loro schiere si facevano più sottili. Il prato si costellava di caduti.
no.
Andavano
Ma i nostri non si fermava-
avanti, (avanti....
Quando giunun
sero ai reticolati austriaci, erano ridotti ad
pugno d’uomini. E rono salita
i
resti
della
all’attacco
lì,
sotto
compagnia del
i
reticolati,
trova-
Battisti
che era
Però,
traspor-
(canalone.
LA FINE DI CESARE BATTISTI
122
tata dal suo impeto,
essa
battaglione di fanteria di guida.
Il
sperduto per
battaglione i
al
si
era distaccata dal
quale doveva servire si era
non era giunto:
fianchi dirupati e sterposi della
montagna avanzi Tutto il peso detrazione gravava sugli dispedel battaglione Vicenza, attaccati unghieai reticolati austriaci. Con le
eroici
ratamente
scai nostri erano riusciti a testa, e varsi qualche riparo per affondare la
e con le baionette
aspettavano.
Qui il capitano R...., la cui compagnia aveva espugnato un’ ora prima la vetta del Corno,
un ufficiale alla luce dei razzi scorse vicino a sè ferito.
Lo riconobbe; era il trentino Filzi, che
doveva cadere anche lui nelle mani del nemico. Lo chiamò ma pon ne ebbe risposta. Il frastuono delle mitragliatrici, le cui
vampe pare-
sulle teste dei nostri,
non permet-
vano quasi
Poco dopo
capitano R....
si teva di udirsi. testa, una sentì quasi stordire da un colpo alla forato aveva gli mano scheggia di granata a trincee il nemico la sommità dell’elmetto. Dalle il
a gas asfissiante. Privi di maschere, gli alpini affondavano
lanciava granate
il
Per fortuna fa brezza gialle fresca dell’alba dissipava subito le nubi aurora gli e velenose. Al primo chiarore dell’ hanaustriaci sono usciti al contrattacco. Non
volto nella terra molle.
no potuto varcare
i
passaggi fra i reticolati, lei
-
LA PINE DI CESABE BATTISTI
123
mati dalla nostra fucileria. Ma gli alpini, troppo inferiori di (numero per tentare l’assalto,
hanno dovuto scivolare indietro, lungo il pensotto le raffiche del fuoco, temanche da colpi di shrapnells. Han-
dio micidiale, pestati ora
no ripiegato così verso la sella, fino alla base del Corno. Durante questo ripiegamento il capitano R....
si
è trovato vicino
l’occhio
silenzioso,
ardente,
Cesare
seguito
Battisti,
dai
pochi
sua compagnia. I superstiti si sono trincerati con delle pietre, dalle quali le pallottole facevano spruzzare nuvolette di polvere e di schegge. La grandine dei colpi era tale che gl’interstizi erano continuamente attraversati dal piombo e ad ogni soldati
rimasti
istante
un
della
tiratore
pitano aveva
il
rovesciava
si
ferito.
mantello lacerato dai
e l’elmo sforacchiato.
zo austriaco da
Il
ca-
proiettili
Erano le cinque. Un pez-
110 profittava della limpidità
soleggiata del mattino per tentare di colpire in
pieno la trincea.
I
due
ufficiali
si
sono con-
sultati.
È
stato
lenne,
in
un consiglio mezzo
al
guerra breve e sosangue che scorreva suldi
'
l’erba.
— Che cosa facciamjo — ha chiesto [
?
pitano,
m'a
aveva negli occhi
la
no,
il
ca-
risposta.
— Resistere! — ha detto Battisti. — Certo, resistere! — ha ripetuto
il
capita-
un giovane che poteva essere suo figlio.
—
LA PINE DI CESARE BATTISTI
124
Hai un pezzo di carta e una matita ? Cerchiamo di informare il Comando. Scrivi: «Siamo trincerati nella selletta, non abbiamo più che una quarantina di uomini validi, possiamo reancora un’ora». Sono le ultime parole, che Battisti ha scritto, con la sua calligrafia ferma e chiara. Un soldato si è allontanato per portare il messaggio. Non ha fatto dieci passi che è caduto fulminato. Nessuna speranza di comunicazione col mondo. Quel pugno di eroi era isolato fra le masse sistere
nemiche e l’abisso. ai nostri la vetta
gava
tiro,
il
avvicinava
Un 305 batteva ora dietro E il 110 allun-
del Corno.
studiosamente. Ogni suo colpo
un
si
po’ più.
Per mantenere una certa intensità al tiro della difesa, tutti i feriti che potevano ancora muovere le braccia combattevano fra i sani. Fra gli altri un caporale con una gamba spezzata, dissanguato, pallido e silenzioso, sparava lentamente. Chi non poteva maneggiare più il fucile,
raccoglieva le cartucce dei morti
porgeva
ai
e
le
tiratori.
S lilla cima della montagna, nella mattina limil glorioso e truce episodio
pidissima e fresca,
volgeva alla sua fine.
Il
numero
dei difensori
validi diminuiva. Verso le sei non v’ erano più che una dozzina di uomini illesi. Poi il 110 è arrivato a colpire giusto. Una granata ha pre-
LA PINE DI CESARE BATTISTI
125
so in pieno la trincea e le sue schegge ferito
no
Tutti,
tutti.
ferito
R....
meno il
Battisti.
leggermente alla
Il
hanno capita-
aveva
testa,
il
volto inondato di sangue. Il fuoco della difesa
era quasi cessato.
Nessuno si era accorto che gli scosti fra il
a sinistra, coperto di boscaglie. Si
sono sentite le voci. Dei
feriti
rimasti avanti
parlavano con qualcuno Non spapiù dicevano siamo tutti feriti! capitano ha sollevato sul parapetto il suo
alla trincea
rate Il
:
—
—
viso insanguinato e ci
na-
austriaci,
pini nani, si erano avanzati lungo
i
ciglione,
ha visto i berretti
austria-
nella verdura a pochi passi.
— Battisti! — ha esclamato —
Vieni,
.
se-
guimi o siamo presf!
E si è slanciato verso il bordo del pianoro', a levante, dalla parte opposta a quella da cui
veniva
il
nemico.
cipizio si è stretto gettato
giù,
Nel volo, fra le lati
a
Giunto sul ciglio il
del
mantello sul petto e
occhi chiusi,
sicuro
di
presi
è
morire.
gli ha avvolto la faccia sue pieghe. È stato salvato dai reticoil
mantello
austriaci,
costruiti
alla
base
delle
pareti
di roccia.
Mezzo
tramortito,
ferito,
stracciato,
con
le
carni dilaniate, incapace ancora a muoversi, ha udito un ruzzolare di sassi e il rumore di u|n
corpo che rotolava giù. Senza volgersi ha gridato:
LA FINE DI CESARE BATTISTI
126
— Sei tu, Battisti? Bravo, hai fatto bene. — No, sono io, signor capitano! Era la sua ordinanza fedele, che, ferita ad una gamba, lo aveva seguito nel baratro. — E Battisti ? — gli ha chiesto ansiosamente l’ufficiale.
—
tenente Battisti è ferito. L’ho visto che per seguirla, e tut-
Il
è alzato e si è slanciato
si
ad un tratto
to
si
è
abbattuto
mandando un
lamento. Il
ha visto accasciarsi fra i morti,
soldato lo
gemendo. Ed e l’ultima visione che ha avuto 1
di lui
un occhio italiano. Vi è
i carnefici. fi resto lo raccontano loro, Frugando della verità nella loro versione.
sangue,
come
sciacalli,
combattimento grande Patriota
no
affrettati
micilio, il
era
cessato,
ferito.
hanno
trovato
il il
E pieni di gioia si so-
a chiamare dal suo naturale dodella Corte imperiale e regia,
la sede
boia Lang. Svelti,
nel
dopo molte ore che
svelti,
che la forca ha fame!
LA CONQUISTA DI GORIZIA.
L’ASSALTO PRODIGIOSO. Zona di guerra, agosto.
dunque ? Siamo passati ? Abbiamo spezzato nella prima linea la formidabile barÈ vero
riera
che
ci
tratteneva
avanti
alla
soglia
di
Gorizia ? Stiamo disfacendo quella terribile te-
ponte austriaca deUTsonzo che era uno campi trincerati più forti dell’Europa ? È il tramonto, un tramonto luminoso, infuo-
sta di
dei
cato, ardente, e
il
frastuono
immenso della fu-
ribonda battaglia
si
di là delle vette.
Noi lo ascoltiamo palpitando,
allontana;
viene
ora'
inebriati e trasognati; lo seguiamo, questo
dal
rom-
bo furente e continuo, con gioia e con angoscia, quasi nel timore vago di doverlo riudire più vicino.
Non vi è felicità che non dia un
l’ansia
di
po’
perderla.
Troppo abbiamo sperato e sofferto di fronte a questi monti spaventosi, imbevuti di sangue,
perchè
successo
il
tanto
atteso
non assuma
qualche cosa di irreale, di troppo grande e di troppo bello per essere vero. La ragione non conforta,
i
pensieri
si
accavalcano spezzati
Barzini. Dal Trentino al Carso.
9
e
130
l’assalto PRODIGIOSO
come in un
senza logica
Tutte
delirio.
le
vi-
sioni e tutte le emozioni di questa giornata di
fiamma si confondono in una impressione tumultuosa.
Le notizie mancano ancora, le che fissano e limitano
gli
notizie esatte
avvenimenti.
Non
sappiamo bene, non sappiamo tutto, ma sentiamo una non so quale vampa di esultanza nell’aria polverosa del campo di battaglia. Tutti
ridono, gli occhi pieni di febbre, delle voci che
passano non si sa come, (nate non si sa dove, da qualche staffetta che fila ve-
gridate forse loce
in
una
quartieri
scia
di
polvere,
generali e lungo le
spargono
si
retrovie;
inei
vanno
in un baleno, da uomo ad uomo, da reggimento
a reggimento.
Salgono dalle vallate già piene d’ombra gridii di
acclamazioni
marcia, lungo
le
confuse.
Sono
le
truppe in
strade fiancheggiate da gran-
perchè il nemico non le spii, le truppe di rincalzo che (vanno a gettarsi nella lotta, di stole
trafelate e liete, e
misterioso
soffio
che respirano anche loro il entusiasmo del combatti-
di
mento, l’alito della vittoria.
Non è possibile narrare con ordine ancora. L’azione
è
stata
fulminea,
vasta,
multiforme,
ed ha lasciato in chi vi ha assistito un barbaglio di impressioni, una ridda di immagini vertiginose e gigantesche, qualche cosa di un im-
l’assalto prodigioso
131
menso uragano di fuoco e di fumo nello splendore accecante della più bella giornata di ago-
Vi era una terribile
sto.
battaglia che gio Il
festosità
impennacchiava
tutto
in
questa
il
paesag-
delTIsonzo di nembi luminosi.
rapido spostamento di forze che ci ha per-
messo, a così breve distanza dalle grandi battaglie
del Trentino,
una
così violenta e deci-
siva ripresa dell’offensiva sull’Isonzo, costituisce
quello che in termini militari
si
dice
«
manovra
per linee interne». Essa è fondata sul vantag-
minore distanza da percorrere da un punto all’altro della fronte quando si può seguire la corda, mentre il nemico deve seguire l’arco, della grande linea del conflitto. La sua riuscita dipende dalla prontezza del movimento. La nostra manovra è stata compita in ulna settimana. È un prodigio, se si pensa al lungo tempo che è stato necessario alla preparaziogio della
ne di tutte le grandi offensive della guerra europea. L’altro ieri, venerdì, sferravamo il
primo col-
po. Ma era una finta. Le nostre artiglierie, a mano a mano che arrivavano a piazzarsi, fa-
cevano per tutto tiri di assestamento, lasciando il
nemico indeciso sul punto di attacco, attiran-
do ora qua; e ora là la sua attenzione con quel
bombardamento lento di assaggio. Alla mattina del 4
il
nostro fuoco
si
è fatto vivace, serrato,
risoluto, alla estrema destra, nella zona di
Mon-
l’assalto prodigioso
132
falcone, dal
Monte Sei Busi a Duino. Tutto il
giorno è durato il cannoneggiamento. Alla sera svilupparono un vigoroso as-
le nostre fanterie
salto ad oriente di Monfalcone, conquistando d’impeto le alture tanto contese che ci separano dal valloncello della Pietra Rossa. Presero sulle vette espugnate 147 prigionieri, re-
sisterono al lancio di
respinsero
i
bombe a gas
primi contrattacchi.
asfissiante,
Ma alla notte
il nemico lanciò delle masse fresche, superiori di numero, e i nostri ripiegarono nelle trincee
di partenza. L’azione dimostrativa era riuscita.
Tanto più riuscita in quanto che essa aveva l’apparenza di un insuccesso. La potenza della controffensiva austriaca dimostrava che rilevanti forze nemiche erano state attirate in quel settore.
Per tutta la giornata di ieri il bombardamento ha continuato a battere la zona di MonStamani, improvvisamente, l’uragano
nostro
falcone.
delle artiglierie italiane è scoppiato su tutta la
fronte sei
goriziana,
e tre
quarti
dal
Sabotino
hanno tuonato
al i
mare. Alle primi colpi.
Alle otto, centinaia di batterie di ogni calibro
erano in azione. Tutta la campagna si è rivelata piena di cannoni sagacemente nascosti. Ovunque si guardasse
si
vedeva uno sprizzare di vampe nel
verde, fra le vigne incolte della pianura, nelle
133
l’assalto ebodigioso
boscaglie dei poggi, sui rovesci alberati, nelle gole ombrose. Per alcune ore questo violento
cannoneggiamento ha martellato degli obbiettivi
misteriosi.
Pochi colpi cadevamo visibilmente sulle posizioni nemiche. Il compito dell’ artiglieria pareva incomprensibile. Si sarebbe detto che essa sparasse a caso. Le sue granate esplodevano lontano, oltre
le
sollevavano linee
remote colonne di fumo si accanivano su
della fanteria,
qualche vertice.
Faceva un
tiro
che non era nè
di
Era un
tiro
zione nè di interdizione.
demolidi
de-
composizione. Batteva le sedi dei comandi nemici, batteva gli osservatori, sconvolgeva così centri delle comunicazioni telefoniche, cercava i nervi della difesa, attaccava l’avversario agli occhi e al cervello, indeboliva la sua ori
ganizzazione in quello che essa ha di più dee più vitale. Sconcertava e paralizzava
licato il
nemico prima ancora
di
colpirlo nella sua
Le risposte erano rare, innon sapevano dove dirigersi. Alle dieci
forza combattiva. certe,
questo strano e spaventoso preludio è cessato. Il
e
fuoco ha mutato direzione. Le posizioni austriache, rimaste in ombra, un po’ velate nella prima mattina, comincia-
vano allora ad essere lambite dal sole. era sereno, l’aria limpidissima.
disegnavano
nettamente sui
Le
declivi
II cielo
trincee
si
scorticati.
134
l’assalto prodigioso
che hanno
il
colore violento di
di pietra, tutti solcati
immense cave
da camminamenti, rigati
dalle fasce nebulose e scure dei reticolati.
Ad
un tratto, tutto questo è sembrato sommuoversi, ribollire, agitarsi in una convulsione di nubi del colore della terra e dense da parere immani e subitanee escrescenze del suolo.
Migliaia di
granate, miriadi di esplosioni, davano alle posizioni
nemiche un non so quale profilo mobile
e fluido, inverosimile e tremendo.
Sorgevano uno vicino all’altro i cumuli di fumo e di polvere, gonfi, lenti, opachi, svolgendo pesanti rotondità in Vortici
pigri,
e
si
al-
largavano, si spandevano, coprivano tutto, apri-
vano alta nel cielo la l’oro solida mole, invadevano il sereno come se venissero da un temporale fantastico che balzasse su dalla terra, e sempre più grandi e più lievi si abbandonavano al vento. La loro ombra lunga passava sulla campagna, ondulando. Erano nubi bianche, nubi gialle, nubi grigie, nubi fulve, a seconda dell’esplosivo e del ca-
libro,
un montonamento di vapori grevi.
Certi
proiettili
potenti gettavano in aria colonne di
terriccio
altissime,
con un
da fontana, come le esplosioni delle mine nel mare, e la massa dei detriti ricadeva lenta a pioggia. Le grosse bombe da trincea lanciavano fasci di razzi neri, aprivano giganteschi fiori di fumo effetto
135
l’assalto prodigioso
plumbeo,
loro scoppio sprizzava in capric-
il
ciose capigliature. Sulla moltitudine dellte nubi,
salivano
alcune
altissime,
sottili,
avevano qualche cosa
sticolanti,
spettrale, di
di
turale,
diafane, di
ge-
sopranna-
animato.
Per lunghi minuti le alture bombardate sparivano completamente sotto la coltre delle nupoi riapparivano adagio adagio, a squar-
vole, ci,
nell’ombra, oscure, caliginose, tetre, irrico-
cataclisma
noscibili.
Il
d’occhio
lungo
le
si
rive
estendeva a perdita
Per tutto
dell’Isonzo.
altrove una calma ridente, la sonnolenza dolce della campagna estiva. La terra, abbandonata in prossimità della fronte,
non
si
è
inselvaggita, e
mài più verde, più folta di vegetapiù bella. È una vita silenziosa e primitiva, di
stata
è.
scapigliate e impenetrabili,
zioni
piena
di
quiete pittoresca, e in essa la linea arida della
fronte di battaglia
si
disegna precisa, evidente,
per la sua nudità pietrosa: sterminata fascia di sterilità
Il
rovi. i
e
morte.
di
Sabotino non ha più sterpi, non ha più
Al
colli
di
assaltano
che ammantano San Floriano e di Prifabrisu, e che
di là delle boscaglie
le
rovine
dei
villaggi,
ili
Sabotino
profila la sua
groppa lunga, regolare, strana,
tutta grigia, di
un colore nuovo, come scappel-
lata.
Le
parallele,
trincee
tagliano
italiane il
e quelle
inorile
dall’alto
austriache in
basso.
l’assalto peodisioso
136
come due spaccature tortuose. so Salcano,
il
Sull’Isonzo, ver-
Sabotino scende a sperone, for-
ma come la scarpata di uno smisurato bastione. La bufera delle granate annebbia tutto, ma quando, per brevi istanti, il fumo si dissipa, la austriaca appare sempre più sgretoslabbrata, circondata da una convulsione biancastra di macigni. IPare che si vada can-
trincea lata,
cellando.
1
: j
Nella gola di Oslavia non
fumo vi si adagia e vi resta.
si
vede niente;
il
Podgora è in eruzione, e il tosso sanguigno della sua terra argillosa colora anche le sue nubi, incarna i nembi di polvere Sollevati dagli scoppi. Il San Michele, lontano, fumiga tutto, appare costellato di nuvole, che si formano, spariscono, si Il
riformano, e i suoi quattro cucuzzoli sono sovrastati
da un pullulare di
getti,
di
sprazzi,
sono coperti di caligine oscura, vorticosa,
si-
nistra.
Più calma sembra la piana fra le ultime pendici del
dietro
il
il San Michele. Quando da Naso di Lucinico non scendono nembi
Calvario e
di
fumo
si
vedono
leggiati,
e
idi
polvere a tenebrare la vallata,
gli
edifici
intatti,
di
Gorizia,
digradare verso
il
bianchi,
so-
sobborgo di
Sant’Andrea, e nella mattina limpida sembra-
no enormi, monumentali, come fossero tutti dei grandi palazzi, una in
una
'folla
solenne di abitazioni
solitudine sinistra.
Sant’Andrea e Sa-
l’ assalto
137
prodigioso
avanguardie
più modesti, più dispersi,
vogna,
immergono nella verdura dei
di Gorizia,
teti incolti il
frut-
gregge sparpagliato delle loro case
rustiche.
Il
frastuono
sordante; di
i
è
alto,
colpi
si
venti
cannonate
al
continuo,
terribile,
sgranano con
un rullo di tamburo. Sono
la
as-
frequenza
alle volte
dieci,
secondo, lontane e vicine,
che si fondono in un solo tremendo boato senza fine; e le miriadi di proiettili che squarciano l’aria urli,
spandono un coro profondo di
scrosci,
possenti. di quello
di rombi,
di
soffi
e
pieno
di
affannosi e
Abbiamo da questo spettacolo un’idea che furono i terrifici bombardamenti austriaca nel Trentino. Abbiamo
dell’offensiva
un’idea dell’inferno in cui la nostra resistenza si
è affermata.
Resisteranno
Per ore ed ore
il
austriaci ?
gli
cannoneggiamento
è
con-
tinuato così, intenso, serrato, accanito. Si trat-
tava di distruggere delle fortificazioni costruite in
un anno di lavoro, di spianare la strada al-
l’assalto
attraverso mille ostacoli.
Di tanto in tanto, qua e
là,
una calma
brevi istanti, per lasciar schiarire e
osservare
l’uragano
di
gli
effetti
del
tiro.
il
di
bersaglio
Subito
dopo
fuoco riprendeva.
Delle granate incendiarie fiammeggiavano nei
Kube sollevando persistenti e enormi spire di fumo nero. Cercavamo di snidare boschi del
138
l’assalto prodigioso
nemiche bruciando i loro rifugi. Si tirava anche sul San Gabriele, covo di cannoni, sul Monte Santo, il cui convento, sopra la vetta, mezzo demolito, appariva e spariva nelle le artiglierie
cirrosità
degli
scoppi.
Per non scoprire le loro batterie, gli austriaci
hanno cessato quasi interamente
dere. Riserbavano tutti
i
di
rispon-
loro mezzi per la di-
momento .dell’ assalto, secondo la buona
fesa al
Non potendo controbatterci, aspettavano che la nostra fanteria si mostrasse, per fer-
tattica.
marla con repentine concentrazioni di fuoco, mentre la loro fanteria sarebbe emersa dalle caverne per guarnire le posizioni abbandonate nel bombardamento. Soltanto, il nemico inon credeva forse ad un assalto imminente. Alle tre e stri
tiri
mente
sul
San Michele
delle esplosioni
un quarto i nosono improvvisa-
si
Le nubi sono sorte al di là delle creste.
allungati.
Battevano
i
rovesci.
Nella Sella di San Martino, verso il bosco Cappuccio, declivio
che non esiste più che di nome, nel brullo era un palpito di vampe, che
indicava l’entrata in azione di piccole artiglierie.
Cominciava la battaglia degli uomini, l’urto
delle masse.
Osservando l’azione dalle alture che fronGorizia, non si potevano vedere gli uomini sul San Michele, lungo i costoni riarsi, teggiano
l’assalto peodigioso
tremuli nella canicola.
139
Ma si seguiva l’assalto
come se si vedessero. Col cuore in tumulto, si intuiva, si
indovinava lo sbalzo dei nostri ver-
«Sono
so le vette sconvolte.
Avanzano!»
Avanzano
fuori!
!
— si sentiva esclamare negli os-
servatori lontani dei
domandi
iln
altri
settori,
da voci gonfie Idi emozione, di entusiasmo, di speranza. Era il cannoneggiamento austriaco che delincava l’avanzata dei nostri. Si è svegliato 'all’improvviso il fuoco dell’artiglieria
nemica, serrato, intenso, rabbioso, e gli
shrapnell s arrivavano a stormi, formavano ulna grandine, parevano gettati a manciate. «Si fer-
mano! No, no, vanno su Vanno su ». La grandine cadeva sempre [più corta. Dalla parte di !
!
Peteano, sul fianco del monte, tutto solcato da trincee
a zig-zag,
l’assalto
progrediva lateral-
mente, verso Boschini.
Ma non si può sapere niente, è troppo presto,
il
menta
San Michele sembra avvolto da una tordi sabbia, da un simun tuonante. Non altri, settori chiama-
trascorre molto tempo, ed
no la nostra attenzione.
La battaglia non si segue sta,
più, è troppo va-
impetuosa. L’assalto balza da tutti
i
punti
in bufere di fuoco. Si assiste storditi, affascinati,
oppressi dall’ansia dell’attesa, esaltati ad ogni progresso, angosciati ad ogni sosta, senza capire più, presi, trascinati, travolti dall’impeto dell’a-
zione lontana. L’anima Inostra è una foglia por-
uo
l’assalto pbodigioso
tata
turbine
dal
battaglia,
della
altezze vertiginose, ributtata
per
sollevata
ad
terra, ripresa
Non si ragiona, ognuno grida quello
dal volo.
che pensa,' inascoltato.
Come descrivere ? È
quattro
alle
pomeridiane
precise
che
le
Le notizie che
fanterie sono entrate in azione.
dalla mattina erano cominciate ad arrivare dai
comandi dei reggimenti erano magnifiche: fuoco è efficacissimo!
«Il
— telefonavano concor-
— Varchi ampi e numerosi si aprono nei La truppa freme di entusiasmo !... Lo slancio dei soldati sarà violentissimo!». — Lo è stato. di.
reticolati!...
Sul Sabotino l’assalto è arrivato alte trincee
nemiche prima che in quel settore l’ artiglieria austriaca si orizzontasse, capisse. La contemporaneità
straordinaria,
meravigliosa dell’azione,
richiamando per tutto la difesa, ha impedito che la concentrazione del fuoco avversario si portasse utilmente su tutti i punti minacciati.
Quando sul si
il
bombardamento austriaco infuriava si passava sul Calvario, quando
Podgora,
accaniva su Oslavia,
si
passava verso Peu-
ma. L’attacco del San Michele
facilitava
l’a-
vanzata in pianura.
Nessun
assalto è stato più vigoroso,
curo, più ardente.
Si
è
visto
più
si-
sul Sabotilo, lo
spaventoso Sabotino, la montagna della morte.
L ASSALTO PRODIGIOSO
il
velocemente che
i
segnale
bianco,
quale precede l’assalto per indicare
all’arti-
così
sassi il
141
formicolio grigio degli uomini correre fra
glieria
i
limiti
lando come
il
dell’occupazione,
passava oscil-
un foglio di carta portato da una
raffica.
L’ondata umana ha percorso tutta la schiena del monte e si è precipitata giù per i rovesci, verso risoinzo, ha raggiunto i ruderi della chiesuola di San "Valentino, sullo sperone che scende
al
fiume, e ;non
teva fermarla.
si
è fermata. Nulla po-
Enormi franate parevano per-
cuotere in pieno
il
suo brulichìo urlante, che
scompariva nel fumo per emergerne qualche mobile e nero nell’ombra. Poi tutto è sparito al di là, e il monte pauroso, dopo quindici mesi di lotte atroci, si è fatto ad un tratto silenzioso, deserto. È rimasto squarciato e inanimato come un grande cada!
istante dopo, più avanti,
vere lasciato indietro dalla battaglia.
Dove sono adesso i nostri ? Arrivano vaghe,
spezzate,
concitate,
notizie
incontrollabili
qui.
Sono suU’Isonzo. Sono a San Mauro. Difendono la passerella e il ponte perchè gli austriaci non li distruggano. Chiedono il fuoco di artiglieria su Salcano. Quale la verità precisa? Il vallone di Oslavia è sempre impenetrabile allo
sguardo.
Il
fumo non si dissipa sulle pic-
cole alture tormentate e nelle gole. L’assalto è
passato nello spessore delle caligini plùmbee.
149
l’assalto prodigioso
Si combatte
che
i:n
un crepuscolo. L’oscurità è tale
scorgono i lampi vividi degli scoppi. Si là dentro tempeste di ’shrapnells.
si
rovesciano
Ora è il tiro nemico che tambureggia, da San Gabriele e dal Kuk e dal Monte Santo. E da quell’ ombra lugubre, da quell’ uragano soffocante e tetro, arrivano notizie di esultanza, che
sembrano fatte di luce. L’altura di Peuma sembra presa. I nostri sono alle prime case del '
paese. ;
Nella pianura l’attacco ha avanzato da Lu-r
È disceso (dal Calvario. È forse al paese
cinico.
Podgora.
di
Ha
occupato
il
cavalcavia
della
ferrovia nel quale il nemico si era incavernato.
che i nostri siano ai ponti. Si dice anche che abbiano plesso il piede al di là. Il bombardamento nostro batte ora il sobborgo di Sant’Andrea. Demolisce, scaccia. Gorizia non Si dice
si
vede più. Un fumo di incendi si abbatte lunLa battaglia è alle sponde. Intanto
go il fiume.
si spargono notizie del San Michele. Tutte le cime si dicono prese. L’attacco scenderebbe dal-
l’altra parte.
Da
per tutto
sul
si
annunziano numerosi pri-
Un battaglione è stato catturato intero
gionieri.
Sabotino. Altri nuclei sono stati presi sul
Grafenberg, su Peuma. Ecco, arrivano dalle posizioni le
Sono
prime carovane, fra le baionette. slavi, idi ogni età. Vi sono dei anni ie degli uomini di
tutti
giovani di diciassette
IL
quarantacinque,
GUADO DELL’ ISONZO
143
ma tutti solidi. Hanno un’aria
sbalordita ma rassegnata. Gli anziani marciando fumano la pipa. «Dove siete stati presi?» — domanda loro un ufficiale. « Grafenberg » — rispondono. Erano in caverna, al sicuro, e sta!
vano per escire è prepararsi alla difesa delle trincee quando i nostri, arrivati «come fulmi-
— raccontano
i prigionieri — li hanno sorad arrendersi. È il tramonto. La battaglia non rallenta. Lo scroscio della fucileria è intenso sul Podgora e il boato delle artiglierie empie le valli. Ma la
ni »
presi e costretti
felicità
è in tutti gli occhi.
La parola «Vitto-
ria!» è su tutte le labbra. Nelle strade affollate,
truppe in marcia, sulla fiumana dei caschi di acciaio, si vedono i comandanti a cavallo che parlano lai soldati, che gettano loro le notizie a piano a mano che le afferrano per sulle
una parola gettata da motociclisti che passano,
E l'acclamazione si rinnova, densa, appassionata,
IL
ed echeggia nella serata divina.
GUADO DELL’ISONZO. Zona di guerra, 8 agosto, sera.
Le nostre avanguardie, varcato l’Isonzo fra il villaggio di Podgora e la strada di Lucinico, hanno portato la linea di battaglia nella città di
Gorizia.
IL
144
GUADO DELL’ ISONZO
La stazione meridionale della ferrovia semmomento bra occupata. Si combatte in questo di prime case, all’imboccatura del Corso e
alle
della città, che via Maiizano, le grandi arterie presentano come nei pressi della stazione si
viaioni bianchi fiancheggiati
da orti e da vil-
lette.
Per quale magia la grande notizia ha ragvilgiunto fulmineamente le borgate, le città, i laggi
lungo
le
frontiere
della vecchia
Italia ?
Ogni casa ha messo fuori la sua bandiera. Un’ora dopo che i primi drappelli nostri avefevano toccato l’altra sponda del fiume, un sopra ogni stoso sventolìo di tricolori palpitava Cervi da Udine, a Cormons da centro abitato,
gnano a Palmanova. sgre-
La testa di ponte austriaca di Gorizia, giorno tolata per tutto dai primi assalti del è
definitivamente caduta
La
resistenza
del
faggi
6,
a mezzogiorno.
nemico aggrappato
mente sulla cresta del Podgora,
solida-
sull’altura del
PodGrafenberg (che è una continuazione del e sui gora digradante nel vallone di Oslavia), rovesci di
Oslavia,
è stata
accanita,
ostinata,
Le ali erano cadute, e il centro tareggeva ancora, tenacemente; avviluppato, sostenuto per gliato fuori, senza speranza, ha disperata.
tre giorni
il
(nostro urto.
Abbiamo dato ieri una visione generale della
IL
145
GUADO DELL’ ISONZO
magnifica battaglia
al
suo inizio,
con
le
sue
suoi orgasmi, il suo tumulto, la sua esultanza. Dopo il bombardamento formidabile che in poche ore ha sconvolto i trinceramenti nemici, l’assalto generale ha sfondato
incertezze, i
di
primo impeto la formidabile linea di trince-
ramenti nemici alle due estremità della testa di ponte, sul Sabotino al nord e sul Calvario al
sud.
Come si sa il Calvario è il costone del
Podgora che scende sopra Lucimico. Oltrepassate in questi due punti le difese nemiche, nella stessa sera le nostre forze
hanno mano-
con uno Slancio indicibile, per aggirare le posizioni centrali che resistevano. Sono dal sud penetrate nel villaggio di Podgora, poi in quello di Grafenberg, mentre dal nord, le truppe che avevano espugnato il Sabotino, scese a San Mauro, operavano verso Salcano. Tutto il fiume alle spalle del nemico era dominato, e i passaggi, che sono sette fra ponti e passerelle, erano sotto il nostro fuoco. Gli austriaci che combattevano ancora non potevano più nè ricevere rinforzi nè ritrarsi. La battaglia non aveva soste. È continuata intensa nella ìnotte. Una notte fantastica. Cumuli di fumo luminoso e sanguigno, un bagliore di vampe, un fiammeggiare di incendi, indicavano Gorizia nella pianura tenebrosa. Erano i quartieri generali austriaci che bruvrato,
Bakzini. Dal Trentino al Carso.
10
146
GUADO DELL’ ISONZO
IL
davano, le sedi dei Comandi nemici da noi individuate ad una ad una. Il nostro lungo rispetto per la città irredenta ci
ha giovato con-
ferendo al nemico una insolente fiducia. L’ha
pagata tutta in un colpo. azzurra, mobile ed effìmera
La luce vivida,
come una sera di festa, popolava il cielo di me-
dei razzi illuminanti, lanciati a centinaia
in
teore e rivelava [neri profili di creste, declivi di alture pallidi
come sotto a raggi di luna. I
proiettori giravano intorno il loro immenso getto
diafano
che
posava
inquiete
splendore sui centri della
lotta,
tormentati, crepitanti di colpi.
macchie
brulli,
di
sassosi,
Le vampe delle
cannonate lampeggiavano alte, con balenìi violacei, irradiavano nel cielo il loro breve fulgore; e le esplosioni delle granate e degli shrapnells
scintillavano
per
tutto,
abbaglianti
;
essi
punteggiavano la notte di faville gigantesche, che per un attimo contornavano di chiarori violenti ampie nubi idi fumo. E da questo caos di ombra, di vapori, di brume, punteggiato di fuochi, solcato da folgorazioni, saliva il frastuono perpetuo della battaglia,
una successione
idi
boati,
di
scoppi,
di
rombi, così intensi da imprimere ai nostri sensi vibrazioni che Inon hanno fine. Noi ine portiamo [nel cervello l’eco perpetua, scrosci, di
una risonanza ossessionante che gna nel
silenzio del
lavoro, che
ci
accompa-
non ci lascia
IL
GUADO DELL’ ISONZO
147
nemmeno nel sonno breve e febbrile, e che rugge nel fondo del nostro essere eterno
della
All’alba to
fra
il
come il mugolìo
conchiglia.
il combattimento continuava violenPodgora e Oslavia. Il lettore voglia
sulla vetta
del Sabotino appena condomibuoni osservatori del giorno 6 sono già
seguirci
quistata, dalla quale tutta la battaglia si
na.
I
troppo lontani il giorno
7.
Il
prodigioso balzo
in avanti dell’esercito italiano contro i più formidabili bastioni che la natura e Farte mili-
tare abbiano mai opposto
ad un assalto ci permette di raggiungere luoghi che finora la morte interdiceva.
Tutto parla di (morte sul Sabotino, truce montagna divoratrice di uomini, strana, gonfia, re-
come un cumulo immane di macigni, arida sui declivi battuti dal cannoneggiamento
golare
di
di
un anno, sconvolta, biancastra, del colore un ossario mostruoso, come la montagna
della leggenda buddhista
narrata da Lafcadio Hearn, la vertiginosa montagna fatta di crani. Si percorre una strada che ha una storia feroce,
aperta a furia di
assalti,
lungo la quale
una vita. La lotta tenace sanguinosa ha inciso nella pietra profondamente le sue tappe. Si va su faticosamente per ogni passo è costato
e
per camminamenti per corridoi sinistri, angusti,
sentieri scavati nella boccia,
tortuosi e ripidi,
148
IL,
GUADO DELL’ ISONZO
opprimenti, senza
itine.
Di tanto in tanto un
rovesciamento di pietre, delle schegge, dei fusangue che si cili spezzati, degli spruzzi di vanno oscurando sui sassi, e sui bordi ajlti
qualche cadavere sporge
i
suoi piedi sulla te-
giberne, sta di chi passa. Si calpestano berretti, passa caschi sforacchiati, foderi tìi baionette, si
un dissemiinamento di cartucce. Bisogna fermarsi spesso per lasciar passare che possono camminare scendono da soli ai posti di medicazione, lentamen-
sopirà
dei feriti. Quelli
te,
il
volto affumicato dalle
senza
vampe, ma sereni,
un lamento, coin una contentezza grave
sguardo perchè « le cose vanno bene » «Abbiamo vinto!» il bisogno idi dirlo. «Questa volta li ab«Domani a Gorizia!» passando, e esclamano biamo buttati giù!» seguitano a scendere adagio adagio, portando
nello
Sentono
—
—
—
fieramente il peso della loro sofferenza, con le uniformi decorate di sangue.
tutti
I
portatori di barelle, sudati, ansimanti, eroi
dei quali nessuno parla, quasi tutti territoriali, pasilenziosi, pieni di cautela, pieni di pietà
terna semplice e umile, trasportano gravi. Il
i feriti
piu
movimento si ferma improvvisamente
in certi istanti:
un urlo lacera l’aria. Uin pro-
nemico arriva. Passa. È passato. Il movimento riprende. iettile
di stìrdpnells austriaci batte rovescio del Sabotino, verso Salcano. Gli ster-
Un tempestìo il
IL
149
GUADO DELL’ ISONZO
pi su quel declivio dirupato
hanno preso fuo-
fumo denso
turbina fin sulla
co e
il
sale
e
vetta.
Dopo due ore di dura ascesa si arriva alla monte e si è sulle trincee austriain mezzo ad una confusione sterminata
spalla del che, di
pietrame scavato di fresco, di reticolati die sparpagliati in arruffìi rugginosi. Oltre
velti
alla devastazione fatta dal
cannone, più di sei-
bombarde hanno portato
cento
trincee
'nelle
nemiche uno sconvolgimento da cataclisma. Pochi cadaveri giacciono qua e là negli atteggiamenti strani che dà la morte fulminea, atteggiamenti che dicono
il
gesto interrotto, pie-
ancora di un non so quale impeto. Sono pochi perchè qui la difesa è stata rapidamente sopraffatta. La baionetta ha subito
ni
rovesciato
i
pochi oppositori i cui corpi stanno La massa au-
abbattuti sui bordi delle trincee. striaca
era ancora nelle sue caverne.
Sulla Quota 609, la vetta massima,
un roc-
cione dirupato e grigio, salgono dei camminamenti austriaci, protetti da spesse muraglie
conducono a caverne-rifuche attraversano la cima
di
pietrame,
che
gio,
enormi
gallerie
da parte a parte. Mentre l’assalto passava, dietro alla grande ondata di uomini che ha coperto la montagna, dei pattuglioni
verso
le grotte
si
gettavano
buie intimando la resa: «Giù
le
IL
150
GUADO DELL’ ISONZO
armi! Uscite fuori!». Gli austriaci da dentro non vedevano che baionette sporgere sullo sfondo luminoso dell" ingresso. Si arrendevano.
Ma una caverna ha resistito. Alle intimazioni rispondevano fucilate. Era la caverna più grande, quella che serviva di residenza al comando austriaco del Sabotino e al nucleo più forte della difesa. I nemici rintanati aspettavano il contrattacco.
Non
ritenevano la partita,
e
la
perduta. Troppo avevano ripetuto, stampato, e creduto il Sabotino definitivamente inespugnabile. Non riuscivamo a persuadersi. posizione,
Si riserbavano
per la riscossa.
Tutto il giorno, tutta la notte, parte del giorno dopo sono rimasti lì. Arriviamo in tempo per assistere
alla
soluzione
del
bizzarro episodio.
Un capitano era stato incaricato dell’operaRimasta inutile ogni esortazione orale, ha cercato delle incitazioni più energiche. Urna mitragliatrice, piazzata alla bocca del covo, ha
zione.
martellato l’ombra. Nessun effetto.
La
caver-
na era tortuosa e il piombo non colpiva che la pietra. Si udiva all’interno un vocìo di moltitudine.
Non bastando il fuoco si è pensato al fumo, capitano ha chiesto di urgenza qualche il bidone di petrolio. Le fiamme divampano all’ingresso orientale del rifugio sotterraneo span-
e
dendo per la montagna
u!n
odore di lampada
IL
che
fila.
pre più
Il
GUADO DELL’lSONZO
fumo avanza
umano
dei
gas
151
all’interno.
È sem-
asfissianti.
Per qualche ora la guarnigione resiste all’attacco. Poi, improvvisamente, gli elmetti dei nostri soldati in agguato, che sporgevano immobili sul pietrame,
agitano. Delle voci gri-
si
dano qualche cosa, le baionette balenano. E ad un tratto il primo austriaco compare alla luce, con le mani levate, disarmato, un tipo atletico, biondo, che ha delle mostrine azzurre al collo dell’uniforme. dieci,
venti,
E dietro a lui un altro,
cinquanta, cento....
La tana vomita uomini
in
fila,
lentamente.
Pare che la loro processione scaturisca dalle per magia, come una sorgente umana. Questa volta la montagna partorisce austriaci. Sono centinaia e centinaia. A drappelli, in fila
rocce,
indiana, scendono fra
i macigni, scompaiono, e vedono riapparire giù in fondo, sui primi solcati da camminamenti. Altre carovane di prigionieri passano intanto laggiù, in corteggi che non hanno fine, che si sgranano lentamente. Migliaia di austriaci. Vengono dalla battaglia. Sono stati presi a San Mauro, ai piedi del Sabotino, sull’Isonzo. In certi momenti l’artiglieria nemica li scorge e manda qualche shrapnell di addio frater-
si
prati
no. Allora la fila indiana degli ometti acquista
una singolare
rapidità.
I
prigionieri
verso questa benedetta terra nemica.
corrono
152
GUADO DELL ISONZO
IL
La
battaglia
continua,
ed
sotto
tutta
è
il
nostro sguardo. Quella confusione di collinette che dà alla vallata di Oslavia un aspetto tempestoso,
appare
dall’alto
schiacciata,
livellata,
e si [distende ai nostri piedi, solcata da trincee e camminamenti, in ogni verso, tracciati in tutte le direzioni colme
segni di scritture sovrappo-
i
sopra una vecchia carta asciugante. È in profondi grovigli di trinceramenti, in questi complicati sistemi difensivi che il bom-
ste
questi
bardamento non può interamente distruggere, che l’avanzata nostra ha trovato la più dura resistenza.
:
Dal Sabotino si
seguiva ieri l’avanzata passo
passo, lenta, dura, Ima costante. Dense raffiche di shrapnell nostri staffilavano furiosamente le
posizioni nemiche,
da miriadi
di
e dalla terra crivellata
pallottole
dense di polverone che sero
sollevate
dal
salivano si
masse così
sarebbe detto fos-
passaggio
di
innumerevoli
automobili. Alle sette Oslavia,
perata.
Idi
ieri sera
Oslavia, la
tremenda
tomba Idi battaglioni, appariva già suIl
fuoco
si
spostava.
I
grossi
calibri
austriaci mettevano sui ruderi oscuri e informi del paese l’eruzione veemente dei loro colpi.
Ma altre cannonate vano
tutta la riva
austriache che
annebbia-
destra dell’Isonzo, bassa e
vellutata da prati, indicavano
nostro movimento avvolgente.
l’estensione
del
IL
Gorizia
velata,
153
GUADO DELL’ ISONZO
fumigante,
diafana
nel
tra-
monto, apriva le sue strade deserte nell’ombra azzurra della sera. La tempesta delle granate
riprendeva a
tratti
sul Podgora,
la cui cresta
era ancora austriaca, e sul San Michele lontano un ondeggiare incessante di nubi indicava
qualche tentativo nemico di contrattacco verso cime espugnate. All’ avvicinarsi della seconda notte la battaglia aveva una ripresa di violenza. Nel cielo crepuscolare gli aeroplani austriaci
le
roteavano cercando di scoprire
le
nostre arti-
vampe. Le retrovie erano ingombre di masse di prigionieri che marciavano ordinati e silenziosi nel buio, in immense colonne. Erano oscure
glierie dalle
carovane che riempivano del loro scalpiccio pesante, rombante, lugubre, la quiete solenne dei sentieri boscosi. Se non si porta un’unifor-
me da soldato italiano è pericoloso avvicinarli di
notte
in aperta campagna.
Gli
uomini
di
scorta non esitano ad afferrare l’intruso per un braccio e a scaraventarlo nel branco. Per loro chi non è un compagno non può essere che un prigioniero.
Questi
austriaci,
vari
di
età,
mescolati gio-
vani ed anziani,
hanno ancora l’apparenza di
gagliardi soldati.
Non si scoprono in loro i se-
gni di lunghe sofferenze.
Sono quasi tutti
slo-
croati, polacchi, dalmati. Vi sono pure molti provenienti da queste stesse terre sulle
veni,
154
è
GUADO DELL’ ISONZO
IL
quali
un
catturato
stato
Nella zona di Monfaloone
combatte.
si
abitante
di
Monfalcone.
Aveva in tasca la chiave di casa. Soltanto, non c’è
più la casa.
Stamani la battaglia si è andata avvicinando alla sua fase risolutiva. Il Podgora è stato attaccato anche dalla parte dell’Isonzo. Gli austriaci sulla Cresta si difendevano su due fronti. Dalle imboccature delle loro caverne, verso Gorizia, mitragliavano i nostri che salivano dal villaggio di Podgora. Stretti da ogni parte hanno prolungato ostinatamente la loro difesa inucieca,
tile,
La
disperata, valorosa.
salita
difficile,
dal
lato
dell’Isonzo
era
lenta
e
ma aiutava gli assalti dal lato occiden-
che dovevano valicare soltanto pochi metri. Dalla sera di domenica si vedeva il segnale bianco che indica all’artiglieria il limite tale,
dell’avanzata piantato |ad un ti ro di sasso dalla cresta
rossigna.
Ogni slancio
quei pochi passi.
conformazione la cresta,
no
si
frangeva in
Le trincee austriache, per la
stessa
del
monte,
non potevano essere
dall’artiglieria.
L’efficacia
poste
lungo
battute in pie-
della
difesa
non
il sistema dei ripermetteva ai nemici di essere rifugiati e in azione. Combattevano, per
era sensibilmente ridotta e
coveri
scavati
lassù
dir così, dalle tane.
Nulla può ridire
l’eroica,
meravigliosa osti-
IL
nazione
dei
GUADO DELL’ ISONZO
nostri
dalle raffiche delle mitragliatrici,
Si vedevano
no, e (via di nuovo. loci, si
poi
brulichìo
il
155
Fermati,
soldati.
si
ributtati
riordinava-
andar su ve-
dell’ assalto
si
rallentava,,
diradava, e l’ondata di uomini ricadeva. In-
tanto le nostre forze che
avevano aggirato il Podgora, da Lucinico a Grafenberg, erano battute dall’artiglieria. Di frante a loro, proprio riva dell’ Isonzo, dei lancia-bombe scaraventavano enormi proiettili che sviluppavano immense nubi di gas lagrimogeino. I nosull’ altra
stri
gli occhiali e la mabombardamento austriaco cima del Podgora a grandi
combattevano con
fumo
schera.
Il
sorgeva
oltre
del
la
nembi.
il
'
;
combattimento era sanguinoso. Ogni assalto lasciava un disseminamento di caduti, auIl
striaci e italiani, fra
bordo
delle
trincee.
i
reticolati sconvolti e sul
Si
sentiva
pierò
che la
resistenza perdeva
animo e
verso mezzogiorno,
un attacco più nutrito, più
violento,
forza.
Finalmente,,
furibondo, decisivo, ha portato
i
no-
panorama di Gorizia con lo sfondo delle verdi alture di San Marco, e lonstri sulla
cima.
Il
tano la diafana vallata del Vippacco, si è aperto
meravigliosamente
Lo
al loro
sguardo stupito.
li ha fatti urlare di anno erano rimasti aggrampati a pochi passi da questa visione, come sotto alla cornice di un muro, senza ve-
spettacolo inatteso
entusiasmo.
Per un
156
IL
GUADO DELL ISONZO
dere altro che terra rossa, fango viscido, alberi stroncati, macigni, buche, tombe. E ad un tratl’orrenda altura spariva, il muro crudele come un saluto, come un invito, il respiro ampio del luminoso pae-
to
crollava, e veniva a loro
saggio
goriziano.
piangevano di
soldati
I
licità
abbracciandosi.
verso
il
fe-
E si sono precipitati giù,
fiume.
Qui la costa ripida, non tormentata dal cannone, è rimasta boscosa. Fra
un ultimo
tava
sbarrava
il
tranello.
passo,
gli
Un
nascosto
arbusti aspet-
folto
dalle
reticolato
verdure.
I
primi plotoni vi sono caduti in pieno, e le mitragliatrici erano in agguato. La lotta ha ripreso,
a mezzo declivio. È stata breve. L’ase i nostri si sono subito gettati
salto è passato,
nei
camminamenti austriaci.
Poco dopo si prendevano le disposizioni per passaggio deirisonzo. I soldati fremevano di impazienza. Verso le due si sono veduti i
il
primi plotoni scendere fra i cespugli
fitti
della
riva destra ed entrare nell’ acqua.
Un momento dopo il fiume
scintillante
ri-
La magra ha permesso
di
passare l’Isonzo a guado. Con l’acqua fino
al
bolliva di spruzzi.
petto,
il
araba, i
vano
fucile sollevato nel gesto della fantasia
soldati
guazzavano
urlando,
sforzi inauditi per sorpassarsi,
e
face-
per arri-
vare primi a toccare l’altra riva. Il fumo li ha
IL
157
GUADO DELL’ ISONZO
avvolti. Gli austriaci tiravamo a shrapnells , fa-
cevano salve su salve. Raffiche di piombo fustigavano l’acqua che si è costellata di piccoli getti candidi. Qualche ferito era passato insostenuto da mano a mano. passaggio si è fatto vicino ai ponti. Le pri-
dietro, Il
me pattuglie arrivate alla riva, inerpicatesi alla scarpata,
aggrappandosi
alle
fronde di acàcia
che la ricoprono, portatesi al bordo della sponda hanno aperto il fuoco contro i bombardieri dai gas lagrimogeni, che si sono arresi. A poco a poco la linea si è andata estendendo lungo la banchina del fiume. Dei piccoli nuclei si
sono portati alla difesa dei ponti. Vi sono due ponti, Vicini.
Uno di ferro, che
nereggia massiccio fra le Verdure delle sponde, il ponte della strada rotabile di Lucinico. L’al-
che porta la ferrovia, alto e monumentale, che lancia verso Gorizia la fuga maestosa dei suoi archi, come un acquedotto. Si scorgono in questo ponte preparativi di mina, e jl primo arco è spezzato. Ma il danno così
tro in muratura,
lieve
può
attribuirsi
lanche
grossa granata caduta
Jl
a
qualche nostra
durante
i
tiri
di in-
terdizione.
Alle tre, la jlinea avanzata aveva oltrepassato
ed era alle prime case di Gorizia. Qualche pattuglia passava, per perlustrare gli ponte di ferro, in una grandine di fucilate. Gli austriaci si difendevano dagli ahi-
la stazione
accessi, sul
158
IL
GUADO DELL' ISONZO
sparavano dalle finestre, passavano da casa a casa. Molti si arrendevano. Per i profondi camminamenti di Lucinico sfilano i prigionieri, di cui solo le teste emergono sull’erba, fra i reticolati rotti. Anche qui tati,
il
campo di battaglia è un inferno; buche enor-
mi, rifugi saltati in aria lasciando uno spar-
pagliamento di contorte,
travi,
lanciabombe
fucili
spezzati,
baionette
e per tutto a mano, mine aeree
rovesciati,
schegge, fondelli, granate
non esplose. La strada carrozzabile è sparita. Appena fuori dai ruderi informi di Lucinico. rasa al sholo, verso le trincee, la bella strada
candida scompare in una coltre di erbe salite ad invaderla dai .prati. Da quindici mesi non Vi è passato più un essere vivente.
Era la stra-
da maledetta; diveniva iad un tratto una via che portava al di là della vita, che lasciava il mondo, una via feroce e misteriosa che varcava le soglie dell’ esistenza. Chi vi metteva il piede era morto. Oggi essa è tornata a rivivere. Ma gli austriaci la battono con grossi calibri, per richiuderla da lontano e nel velo del polverone e del fumo, sollevati dalle esplosioni poderose e trascinati dal vento, passano i prigionieri ed i feriti, come delle ombre.
A GORIZIA
159
A GORIZIA. Zona di guerra.
La
linea
Gorizia di
del
combattimento ha
sorpassato
un colpo. L’Isonzo è Marcato in forLa fronte si sposta d’ora
ze anche a Salcano. in ora,
.modifica,
si
avanza.
Ogni notizia parla
definirla.
Non di
è
possibile
luoghi nuovi.
Tutto è in movimento. Bisogna indovinare fasi della lotta dal
zione del tumulto, battaglie di
le
fumo dei colpi, dalla direcome nei vecchi tempi delle
manovra.
Dopo la lunga e spaventosa immobilità delle siamo entrati in una fase di irruzione vertiginosa. La nostra forza era come una petrincee,
sante
massa di .acqua ferma che premeva pos-
sentemente sugli argini, che li scalzava, li sgretolava, di
li
sfiancava lentamente in un’apparenza
fissità
insuperabile.
L’argine è rotto e la
fiumana precipita nella breccia aperta, dilaga, si spande verso altri ostacoli. Troverà argini più lontani, ma per il momento la cateratta sgorga e romba. Si
combatte con violenza
largare
il
ai fianchi, per alvarco della linea fortificata che ci
Un bombardamento intenso batte Monte Santo e il Monte Kuk, al nord, batte San Michele e il Vallone di Do-
tratteneva. il i
rovesci del
A GORIZIA
160
ber dò,
sud.
al
E nel centro rondata copre del
suo impeto la piana di Gorizia. l’avanzata tendono resistenza
alle
alture,
si
delinea.
austriaca
I margini deldove la nuova
Ma non cerchiamo di capire. È una giornata stordimento e di ebbrezza. Lasciamoci trascinare da questa immane ondata di esultanza di
che passa. Ci sentiamo travolti come da una bufera di entusiasmo. È la gioventù, è la gloria, è l’avvenire d’Italia che passano in un’irruzione prodigiosa, e ci sembra che nessuna giornata abbia avuto questo bagliore. La ritroveremo nella memoria come un ricordo fatto di luce,
come una grande fiamma accesa
nostro passato, nella nostra storia. Sorpassiamo le vecchie posizioni morti, fatalità
piene
nel
di
varchiamo la soglia spaventosa che la aveva imposto alla nostra vittoria. Sulle
trincee
di
Podgora,
silenziose,
dalle
quali
si
nuovo campo di azione, due il vanno lentamente lungo le creste, e guardano pensosi, seguiti da qualche aiutante.
domina
tutto
generali
Sono i soli esseri viventi sulle tragiche vette. Passano fra i rottami, fra i cadaveri, in uno sparpagliamento di armi spezzate, di granate a mano, di indumenti calpestati che hanno l’
aria
fili
morta anch’ essi, scavalcano grovigli di si fermano meditando come per
di ferro,
ricostruire nel gesto dei caduti gli episodi supremi della lotta, si additano delle cose vicine
A GORIZIA
161
nuovo campo di battaglia e poi tornano a contemplare l’antico, la loro attenzione va dal passato al o lontane, osservano di tanto in tanto
futuro,
studiano le
orme
il
della guerra e guar-
dano il cammino che alla guerra si apre. Le truppe che marciano ai piedi delle alture, dirette a Gorizia in lunghe file grigie e tortuose sul terreno spezzato da trincee e camminamenti, lungo la ferrovia dalle rotaie divede e Scontorte, non immaginano Che è il pensiero, è la volontà di quei due uomini il cui profilo si erge sulla vetta solitaria e insangui-
nata, che
li
muove. Sono il genio e la scienza Cadorna e Porro. Se i sol-
della guerra, lassù,
dati lo sapessero, l’ acclamazione sorgerebbe dalle
loro masse.
Le truppe sono penetrate a Gorizia nella pri-
ma ora del giorno.-
I
battaglioni che, conquista-
il Podgora, si sono gettati ieri nel fiume passandolo a guado, si sono trincerati alle prime case dei sobborghi Hanno sbarrato le stra-
to
,
de con barricate di sassi, di carri, di travi, di botti.
Soltanto qualche pattuglia
si
era portata
più avanti, negli orti e nei giardini. Per tutta
uno scoppiettìo di fucilate. Gli sparavano dalle finestre. Avevano
la notte è stato
austriaci
sfondato reti
i
recinti,
aperto dei varchi nelle pa-
degli edifici, eretto
parapetti ai crocicchi,
per opporsi all’avanzata con una guerriglia di Barzini. Dal Trentino al Carso.
11
A GORIZIA
162
strada.
Ma si trattava di poche forze di retro -
guardia.
cora
Il
al di
grosso dei nostri era trincerato anlà
dell
fiume,
sco che fronteggia
inel
folto e antico bo-
'villaggio idi
il
che sembra un parco,
Grafenberig e
e di fronte al
paese di
Podgora.
L’avanzata
avvenuta
è
all’alba.
Da
aldine
case le ultime pattuglie austriache hanno ten-
scaramucce hanno fatto echeggiare idi fucilate le vie deserte. Qualche morto, pochi feriti: l’ultimo prezzo della conquista. Un rombo cupo è venuto dal pdnte tato di difendersi. Brevi
di
ferro,
quello della strada di Lucinico, l’u-
Era la cavalleria che pasÈ continuata a passare per
nico rimasto intatto. sava,
al galoppo.
qualche
mentre
ora,
svegliava e batteva
il
l’artiglieria
austriaca
si
varco. Plotoni di carabi-
irrompevano per le vie e per le piazze, occupavano gli edifici pubblici, stabilivano il primo servizio di sicurezza. Intanto la fanteria avanzava, attraversava a guado l’Isonzo mentre i pontieri lavoravano febbrilmente nieri a cavallo
alla
costruzione
delle
passerelle.
Alle cinque
avanguardie aveva attraversato la città. I combattimenti riprendevano al di là. Gorizia pareva deserta. I grossi calibri austriaci cominciavano a percuoterla. Il ponte era bomdel
mattino,
l’
irradiazione
delle
bardato, e sotto al fuoco l’avanzata continuava.
E continua ancora.
Questa
è in
poche parole
A GORIZIA la
cronaca della presa.
163
Ed ora entriamo anche
noi nella città conquistata. Il lettore ci segua pazientemente nel tumulto delle nostre impresalle
sioni,
quali
non
è
possibile
dare un or-
dine.
La
strada che da Lucinico va al villaggio
di Podgora attraversa rattissima banchina ferroviaria in un lungo sottopassaggio, oscuro, barricato con travi. Era un rifugio austriaco, una
sede di comandi. Per qualche ora è un nostro quartiere generale e un posto di medicazione.
È una bottino,
galleria fantastica,
ampia, ingombra di piena di casse, di armi. Delle lampade
elettriche spente
pendono dalle travature,
e si
va nel buio, fiancheggiando strani edifici, casette di legno erette lì dentro come le stazioni sotterranee del Sempione. Passano dei feriti, si odono dei comandi, degli ufficiali si affollano intorno al generale che impartisce ordini, pres-
uno degb sbocchi, seduto ad una tavola Pare di essere in una miniera. Dei soldati gridano: Largo! Largo — e trascinano delle cose pesanti. Sono cannoni preso
coperta di carte.
!
si
al nemico.
Improvvisamente, il sole. Si sboc-
ca nel villaggio.
L’ultimo bombardamento nostro lo ha devaTutto è in rovina. Da ogni parte, cada-
stato.
veri
austriaci
cui sono caduti,
giacciono
nell’ atteggiamento’
io
con le loro granate a mano nel
A GORIZIA
164
La resistenza è stata violenta e dispe-
pugno.
Vi sono ancora dei nemici dispersi che arrendono. Nei rifugi del Bodgora, la cima ci sovrasta, in quei rifugi che aprono nella boscaglia stroncata la loro bocca
rata.
non
si
cui torva
nera di caverna, dei nuclei nemici sono rimasti intanati fino a poche ore fa. Il vicino ponte della ferrovia, crollato in parte, sospende sulle macerie, fra i piloni rimasti, la centina d'elle rotaie intatte, sospese. Arrivano granate nemiche, idi tanto in tanto, e le schegge crepitano sui muri come una grandine sibilante.
Degli avvisi in tedesco indicano
pas-
i
saggi alle posizioni, grandi cartelli neri e bianchi,
come
sinistri
le
iscrizioni funerarie
sulle
porte delle chiese nei giorni di esequie: «Nach Seguiamo il sentiero nel bosco che Gorizia»
—
.
risonzo,
costeggia
insieme
alle
truppe,
i
cui
elmetti sporcati di fango oscillano nella
marcia
tra le fronde simili a ciottoli in moto.
Genio
Il
ha creato una passerella attraverso il fiume. L’artiglieria nemica tempesta il greto. La fanteria passa a drappelli,
di corsa.
Un fragore 'scrosciante di grosse granate ci sorprende, e uno
chioda
a
metà
spettacolo
della
magnifico
passerella.
ci
in-
L’artiglieria
italiana varca l’Isonzo sotto un diluvio di can-
nonate.
Passa sul ponte di ferro.
vuol fermarla.
Il
nemico
Enormi esplosioni sollevano gi-
gantesche colonne d’acqua, eruzioni di pietre,
165
A GORIZIA la
par di sentire
trema,
terra
passare come
colpi
un
no
dei
Nuvole
greto, avvolgo-
il
Quando il fumo si dissipa, la ri-
ponte.
il
vampa
ardente.
soffio
dense e vorticose annebbiano
la
gida trina di acciaio del ponte
disegna nera
si
in una caligine grigia, e su di essa
si
rivedano
nostre batterie che passano impavide, tranquille, a piccolo trotto, sollevando la poivere
le
con
della strada,
i
postiglioni eretti sulle selle
e i serventi rigidi sui sedili dei cassoni e dei
Raffiche
pezzi.
di
shrapnell.?
del loro lamento.... Dio!
caduto! valca!
empiono
l’aria
un cavallo di testa è
La Ria dei cannoni si ferma, si accaÈ un istante. Le tirelle sono tagliate, il
cavallo morto nereggia per terra.
Il
passaggio
continua.
Risaliamo
il
dei cascinali,
strade:
greto,
ecco delle case rustiche,
dei frutteti, poi delle ville, delle
Gorizia. Tutto è chiuso, tutto è silen-
è abbandonato. Si direbbe che la vuota da anni. Per le vie alberate cresce l’erba lungo i lati, ai piedi dei muri. zioso,
tutto
città fosse
gran silenzio. Qualche tetto è sfondato, qualche edificio è bruciato, i muri sono butterati da schegge. In certi giardini le piante e i
U,n
hanno invaso ogni
fiori
lato
i
viali,
si
si
spazio,
hanno cancel-
affacciano da tutte le parti sul-
hanno occupato il posto che l’uomo riserbava fra loro, e un fiammeggiare di
la strada,
A GORIZIA
16 (J
oleandri
maschera
fioriti
delle
finestre
basse
che da lunghi mesi nessuno ha più aperto. Quasi tutte le case dalle quali è scomparsa ogni traccia di 'vita recente, portano dei nomi italiani alle targhette
dei campanelli.
che mettono alle loro porte Sono le case degli internati.
Le orti-
delle soglie verdi. Il
fumo di un in-
cendio vela uno sbocco. Delle pattuglie percorrono i marciapièdi, e il loro passo risuona quiete
nella
Una
addente e pesante.
finestra
,a
pian terreno
è
spalancala.
Guardiamo dentro, c’è forse qualcuno. Nel mezzo della camera sono distesi dei cadaveri di soldati austriaci.
sa
Una motocicletta militare pas-
come un dardo
in
un
crocicchio.
Nell’afa
ardente della giornata estiva scende dagli alberi
un canto vasto e monotono di cicale. «Fermata del tram» — dice un cartello che
polverosi
sporge, e ci
accorgiamo solo allora che delle
rotaie rugginose si distendono sotto alla polvere fine della strada. Gli edifici si
rano allineando
fanno ampi, moderni, e si serle loro finestre innumerevoli
sulle facciate bianche. città ci
Siamo nel centro
della
nuova, e qui la solitudine che l’Austria è più tragica, per tutto quello
abbandona
che parla della vita della folla, di movimento e di traffico. Vi è una non so quale costernazione nelle cose inanimate,
nei
palazzi
senza
sguardo, nei negozi sulle cui porte la polvere si
è posata a
strati.
A GORIZIA
167
Ad un tratto ci troviamo di fronte ad un caffè un elegante caffè pieno di ufficiali che da un cameriere in giacca
aperto,
dissetano, serviti
si
bianca. Al banco
il
padrone. Si bevono delle
limonate eccellenti per pochi soldi. Gli austriaci potevano mancare anche di sapone, ma ave-
vano limoni in abbondanza. Anche
nelle trin-
E sono limoni nostri, passati per la Sviz-
cee.
zera. Le casse portano impressa l’origine.
«Boni
— come dicono loro » La prima cosa che ha rivissuto a Gorizia è
taliani
stato
!
.
il
Si
caffè.
mattina,
appena
è si
aperto puntualmente alla è
estinta
la
fucileria
nei
Più avanti, nella città vecchia, olpiazza Grande, si sente una vita celata
sobborghi. tre la
i muri, una vita che aspetta nascosta, malsicura ancora. Qualche bimbo si mostra,
oltre
donne spiano da dietro le persiane, sen-
delle
tendo
un passo sulle pietre affocate della straÈ il popolo più povero, quello
da
silenziosa.
che
è
rimasto del popolo dopo gl’internamenti
Domani le porte si apriranno un po’ di folla per queste viuzze tor-
e le coscrizioni.
e vi sarà
tuose dell’antico quartiere veneziano, che
rampicano sulla collina del Sul Castello
gli
si
ar-
Castello.
austriaci tirano con
i
grossi
Immaginano che serva da osservatorio. Le granate sembra che soffino sulla nostra tecalibri.
sta,
tanto
il
loro urlo possente
si
spande con
168
A GORIZIA
veemenza. Andiamo senza mèta in questa lugubre solitudine piena di sole. La strada che porta al Castello diviene ad un tratto campefiancheggia
stre,
muri di
facciano le piante.
La
dai quali
orti,
fucileria
è
si
af-
vicina.
combatte lì sotto, al borgo San Rocco e al borgo San Pietro. Scaramucce di avanguardia Si
Non si vede (nessuno giù per i vigneti dove la battaglia
si
riaccende.
Degli
edifici
grandi e
bianchi come caserme, una chiesa nuova, delle strade vuote, e intorno dei prati, dei giardini, dei
filari
non
si
della
arco
d’alberi.
Qualche pallottola
arriva
sa da dove, presso l’entrata massiccia antica
fortezza
veneziana,
sotto
al
cui
una lapide Idi marmo, incisa in caratteri una corona di quercia,
dorati e circondata da
ricorda la morte avvenuta in quelle vicinanze, per una granata italiana durante la nostra offensiva di novembre, del comandante delle artiglierie, generale Kòrner. Non più soldati, [non più pattuglie, la solitudine lassù è assoluta, il borgo del Castello, oltre e
il
portale,
nostrane,
tutte
allinea le sue casette vecchie
a portici, in
un
silenzio
di
morte grave di spavento. Niente vive se non la battaglia invisibile e (misteriosa,
che sembra
là,
dietro
i
uno scoppiettìo
muri, qualche ronzìo
rombo della granata aucome un rumore di treno e che muore nello scoppio'
e di tanto in tanto
il
striaca che arriva, fragoroso e suonante
A GORIZIA
La terra sussulta.
formidabile. scio
lungo
che
si
169
Si
ode lo scro-
che crollano, di tetti qualche casa muore, e una
(macerie
di
sfasciano,
grandine fitta di schegge si sparpaglia sui muri e sulla strada con sibili taglienti sollevando
nembi
di (polvere.
Una porta si schiude, un bimbo di sette od otto anni, pallido da,
ma tranquillo, si sporge, guar-
rimane un po’ incerto, poi domanda: Sono
— Sì, figliuolo, sono — Con un gesto di rasse-
granate austriache queste ?
granate austriache.
gnazione si mette a sedere sulla soglia, fra rot-
tami di tegole che la cannonata ha lanciato.
vedono lontano- le posizioni espugnate, co-
Si
me il nemico le vedeva. Il loro profilo maledetto ci
è
così
familiare che le riconosciamo
senza esitazione. Attirano il nostro sguar-
tutte
contemplano con una specie di rancore feroce. Il cannone tuona Verso il Monte Santo, che ci domina, tutto grigio e sassoso come il Sabotino. Sul San Michele continua la lotta accanitamente. Ma i colpi austriaci tempestano do, le
ora
declivio
il
verso
Gabrije
e
verso
Gotici.
Avanziamo. Il bombardamento dei ponti di Gorizia non ha sosta. Vuol dire che prosegue intenso
il
passaggio
delle
nostre
sono già in azione.
costellano la
forze.
Quellie
che abbiamo visto attraversare I loro shrapnelh piana a levante di Sant’Andrea.
batterie nostre
l’Isonzo
A GORIZIA
170
Ridiscendiamo nella
città.
Passano ora dei
battaglioni, ordinati e fieri, nelle grandi vie al-
berate.
Sono moltitudini grigie che sfilano, irte
di fucili, filari,
fra le case taciturne. Nell’ ombra dei
squadroni di cavalleria si appiedano; i ca-
valli coperti di polvere, assetati, sfregiano
mor-
dendo le cortecce degli alberi, dei soldati sdraiati
dormono
fra le
zampe delle loro cavalcature.
vento caldo del meriggio fa sventolare Ile banderuole delle lance riunite in fasci, che
Il
dànno un’impressione inattesa
e
pittoresca di
antica guerra.
La cavalleria torna daH’insegui-
mento. È
che ha. ripreso contatto col ne-
lei
mico e riacceso il combattimento.
Ha fatto dei
prigionieri.
Precedute e seguite da carabinieri a cavallo, le carovane dei prigionieri attraversano Gorizia. Qualcuno è stato preso in città. Ecco un aitante ufficiale austriaco, con la sua ordinanza, che un soldatino fconduce, trovato or ora in una
casa.
Ce ne debbono essere ancora molti,
posti
a figurare
come
dei
dis-
buoni borghesi di
Dobbiamo diffidare tutti gli uomini atti alle armi che vedremo
Gorizia, ardenti di italianità. di
in giro.
Sui ciali,
muri biancheggiano dei manifesti uffisormontati dall’aquila bicipite. Alcuni pro-
clamano in quattro lingue l’infamia della nostra guerra. Altri stabiliscono delle regole per
A GORIZIA
avere la
171
carta del pane » o del sapone o della
«
La carne costava dodici corone al chilo,
.carne.
pane sessantasei centesimi, il lardo dodici Un avviso avverte che chi prestasse aiuto ai prigionieri di guerra nel compimento della fuga verrebbe « punito con la morte’ me-
il
corone.
Da poi
diante capestro». nel
aiutare
i
prigionieri
compimento della fuga è diventato uno
sport.
Dei colpi precipitosi di mitragliatrice risuo-
nano improvvisamente, vicini. Cos’è ? Dove sparano ? Sembrano venire
Vengono
dall’ alto,
dal
sereno.
Due aeroplani austriaci vol-
dall’alto.
teggiano sulla città,
bassissimi.
Si
vedono ad
occhio nudo le loro croci nere sotto le loro ali,
si
distinguono gli aviatori.
truppe ammassate in certe
vie.
Sparano
sulle
Non riescono
a colpire,
ma seguitano a lungo; girano, mi-
tragliano,
pare che in certi momenti
mino
quasi,
prora
la
contro
vento.
si
fer-
Poi
si
Un Caproni è comUn altro sopraggiunge. È
allontanano subitamente.
parso e
li
insegue.
la caccia: le mitragliatrici martellano nello spazio. Tutti gli
aeroplani
si
innalzano,
si
confon-
dono nella luce, svaniscono nell’azzurro. rombare vago di motori scende dal cielo. Il
sole
declina,
il
primo giorno
Un
italiano di
Gorizia è alla fine. Sulle retrovie, in un polve-
rone denso che
il
tramonto arrossa, tumultua
A GORIZIA
172
un immenso movimento
di veicoli, di uomini, L’avanzata della fronte propaga lon-
di cavalli.
tano
il
nerali, sito,
suo moto, trascina con sè quartieri gebasi
di rifornimento,
stazioni di
depo-
riserve, sposta tutto, attiva la circolazione
dei servizi; ed è tutta la vita dell’ esercito che
che scorre, che palpita nelle arterie
affluisce,
del paese.
Le file sterminate
soni, di
camians
hanno
interruzioni,
di carri,
di cas-
non non hanno lacune, scorrono serrate con un rumore profondo fatto di scalpitìi, di passi cadenzati, di rombi di motori, ,
di furgoni,, di automobili,
di fragori di ruote.
digiosa
E tutta questa attività pro-
ha qualche cosa
di
incorporeo nelle
come in una nebbia una folta caligine popolata di ombre agitate, nella quale tutto sembra sospeso, eva-
nebulosità del .polverone,
opaca, in
nescente, indefinito, irreale.
Per queste strade, che fino a ieri il fuoco nemico interdiceva, fiancheggiate da rovine, si
ha il senso definitivo dell’avanzata, dell’ irrompere violento di una grande forza. È la guerra che passa. Pare che tutto corra verso il cannone, che il tuonare della battaglia allontanandosi chiami a sè inesauribili energie, urgenti, e piene.
È necessario riattraversare
le
posizioni
ab-
bandonate per rientrare nel vortice di questa vita. Si ripassa fra i morti che impugnano ancora il loro fucile, rimasti soli a combattere una
173
SAN MICHELE ESPUGNATO
IL
loro battaglia silenziosa mellfombra della sera, distesi
mente
come in agguato. Scrosciano incessantediretti al ponte. Fra un’esploi colpi
sione e l’altra
spugliose
si
sente venir su dalle rive ce-
un vasto
e
tranquillo
rane.
gracidare
di
;
SAN MICHELE ESPUGNATO.
IL
11 agosto.
Mentre Gorizia era presa e le nostre truppe, dall’alba di mercoledì, avanzavano all’attacco delle alture ad oriente della città, il Carso
fin
resisteva.
Avevamo
valicato
di
balzo le
vette
San Michele, ma la truce montagna, che ai nostri occhi ha assunto qualche cosa di vivente, di feroce e idi bestiale, come un mostro' accovacciato bevitore di sangue, la montagna del
furente che porta le tracce di trentadue assalti, difendeva ancora tenacemente i suoi declivi. Ieri
ha ceduto.
Pareva che gli austriaci volessero fare della punta estrema dell’ altipiano carsico un perno della resistenza, che volessero tenere ad oltranza quel pitone irriducibile, farne un argine alla irruzione italiana. Il combattimento, che si
era andato estinguendo sui quindici chilodella fronte spezzata, imperversava nei
metri
giorni
scorsi sul
San Michele,
nella
Sella
di
174
IL
San Martino,
sul
La sua mole
rossastra e rocciosa,
SAN MICHELE ESPUGNATO
Monte Sei Busi, e intorno a Monfalcone. Il Carso era sempre pieno di nubi. spelate,
scorticate e
stellata
di
nubi
e
dalle vette
come sanguinanti, era co-
rombante
tacchi e contrattacchi
si
di esplosioni. At-
seguivano incessanti.
Pareva che lassù il nemico non si fosse accorto che l’Isonzo era varcato, che la pianura era invasa, che Gorizia era sorpassata dalla battaglia,
e
che
le
nostre forze gravavano ora
sul suo fianco destro.
Domenica, mentre e
il
espugnava
si
Sabotino
il
espugnammo d’impeto le quattro
Calvario,
San Michele, che sembrano quattro vertebre di una schiena. Un contrattacco ce ne vette
del
ritolse due. Tornammo all’assalto, riconquistammo le cime, ci consolidammo. Ma eravamo fer-
mati da immensi labirinti di fortificazioni. Lugli austriaci tentarono di ributtarci in-
nedì
dietro.
Non
riuscirono.
la spinta in avanti. Noin
nella mattina,
quando
Martedì rinnovammo riuscimmo. Mercoledì
la (nostra cavalleria ir-
radiava i suoi tentacoli galoppanti oltre il ponLucinioo, il nemico risalì al contrattac|co San Michele ooin forze fresche. Fu respinto. Alla sera riprendemmo noi l’azione con energia disperata. Volevamo passare, dovevamo paste di
del
sare.
I ! !
La lotta sul Carso pareva indecisa. Ma era troppo lunga, troppo continua, troppo tenace,
IL
SAN MICHELE ESPUGNATO
175
uno sforzo che doveva finire per fiaccare il più debole. Era come quelle collutrichiedeva
mettono
tazioni rabbiose pelle
quali gli
tutte le loro energie
tremano e fremono im-
mobili,
le
atleti
muscoli gonfi, i tendini tesi, senza che
i
nessuno dei due campioni pieghi, fino a che, subitamente, spesa l’ultima forza, uno dei due si
accascia di colpo. Ieri mattina
l’
austriaco è
caduto. Portati dalla nostra spinta, siamo discesi, sia-
mo precipitati in avanti. Dal San Michele su da Gotici nel Vallone. Alla destra,
Cotici,
al
piede delle alture, lungo l’Isonzo l’attacco pas-
sava fulmineamente da Peteano a Boschi ni, infiltrava nelle pinete
che impellicciano
girava ad oriente, seguiva
clivio,
passava Rubbia, arrivava
allo
il
il
si
de-
Vipipacco,
sbocco del Val-
San Martino piombava giù su Devetaki. Dal Monte Sei Busi arrivava lone.
-Dalla
Sella
di
come un torrente a Doberdò. Dalle posizioni di Selz balzava sul Monte Cosich. È stata un’avanzata fulminea di
secondo
lometri,
tre, i
di quattro, di
cinque chi-
punti.
Solo ad oriente di Monfalcone la linea austriaca è
ha resistito. L’onda
del
nostro assalto
passata e ripassata sulla fatale
Quota 121
senza potervisi fermare. Questa altura tondeg-
come una
sinistra,
duna
deserto tanto la battaglia l’ha denu-
del
regolare e
fulva
giante e
176
IL SAN MICHELE
data,
ESPUGNATO
spazzata dalle artiglierie di Duino
e
di
Medeazza, è stata il fulcro sul quale si è operata la conversione austriaca. Non resisterà a lungo ma è ancora un punto fisso, un perno della estrema sinistra del nemico.
È lì che gli austriaci fanno lo sforzo più, lungo e tenace. Perchè quelle posizioni si ergono a guardia della via di Trieste. Dobbiamo aspettarci una opposizione furibonda in quel varco verso la bella Città adriatica, che è ogni giorno più nostra. Tutte le risorse disponibili,
Testrema sua Ricchezza di uomini e di armi, l’Austria le spenderà per contenderci il passaggio verso Trieste.
È così ossessionata dalla pau-
ra di perderla, la città prigioniera, che presentendo una Inostra grande offensiva l’Austria
non ha esitato a concentrare nel settore di Monfalcone il nucleo principale delle sue forze. Aspettandosi un colpo decisivo ha portato tutta
sua preparazione sulla via di Trieste.
la
La nostra azione
dimostrativa nella zona di
Monfalcone, iniziata il giorno 4, l’ha confermata nel
suo sospetto.
Anche dopo
Ed
è
la presa del
caduta nel
tranello/
Sabotino e del Cal-
dopo che la testa di ponte di Gorizia si era sfasciata, 'nella sera di domenica delle truppe austriache (continuavano ad affluire contro vario,
Monfalcone. Questo spiega la solidità di quelnemica.
l’ala
Stamani, una gran quiete gravava su Mon-
IL
177
SAN MICHELE ESPUGNATO
Non una
falcone e sulle sue colline devastate. fucilata,
non un colpo
brava dormire
sotto
il
cannone. Tutto sem-
di
cielo nuvoloso.
La città
diroccata e le posizioni sconvolte parevano affrante, dopo i cruenti combattimenti di ieri. della Rocca, sbocconcellato dalle ergeva fra le boscaglie sfrondate a sorvegliare un paesaggio di silenzio. Il Cosich, appena conquistato, arrotondava sullo sfondo
torrione
Il
granate,
si
Doberdò la sua groppa irta di mozziconi d’albero, e pareva deserto. I nostri della conca di
si erano già insinuati nei camminamenti' austriaci entro la gola fra il Cosich e il Debeli,
soldati
ma nulla si scorgeva. L’attacco del Debeli poimminente: niente
teva
essere
nella
calma profonda e
grigia.
lo
annunziava Doberdò era
invece in tumulto. L’artiglieria
austriaca batteva rabbiosamente case bianche, sventrate e sen-
Doberdò,
le cui
za
sembravano fluttuare pallide in una
tetto,
apriva nubi di esplosioni. La linea della battaglia, indicata da-
caligine agitata. Tutto
il
vallone, che
brumoso e diafano, era
costellato
si
di
scoppi, saliva già le pendici a oriente del Vallone, incerte nella foschia di un’alba piovosa, e sulle quali un folto di vegetazioni metteva gli
come una coltre oscura, vaporosa, azzurrastra. Il combattimento pareva avesse sorpassato Oppacchiasella.
— Barztni. Dal Trentino al Carso.
:
12
178
IL
SAN MICHELE ESPUGNATO
Contorniamo il Carso. È il primo giorno oggi che un’automobile può percorrere i piedi delle funeree alture, (coperte da immensi rabeschi di trincee, senza sentirsi cercata dal cannone nemico. Seguiamo la strada di Sagrado, la strada delle rovine e dei cimiteri. Arriviamo sul
campo
della
^attaglia di
ieri,
a
Peteano e a
Da ogni parte caverne, trincee, cam-
Boschini.
minamenti, alberi stroncati, macigni franati dai declivi,
di
reticolati,
«cavalli
di
Frisia»,
buche
proiettili.
Rimbombano scoppi vicini, qualche proiettile passa alto con un fruscio rombante da aeroplano,
di
lento sulle
tanto in tanto
uno stormire
vio-
cime degli alberi. Siamo al limitare
della battaglia, sul Vippacco, tortuoso e limpido, che scorre senza rumore, fra candori di
ghiaie sulle quali un affollamento selvaggio di cespugli reclina le sue frondi.
Centurie di territoriali hanno lavorato tutta e lavorano ancora a riaprire il pas-
la notte
saggio, e demoliscono, colmano, trascinano via ostacoli di ogni sorta. Bisogna spesso aspet-
tare che la strada rinasca, pezzo per pezzo, per andare avanti, e la vita torna a invaderla a poco a poco. Un flusso di carriaggi, di sal-
merie, di cavalli la inonda, la riempie di fra-
stuono e di voci. Dei feriti leggeri passano in
fila sul
margine
IL
179
SAN MICHELE ESPUGNATO
erboso, col loro cartellino bianco sul petto, le
braccia e la testa fasciati. Dove si combatte ? È all’imboccatura deli Vallone.
Alla Quota 112!
Ma non si vede ancora, la boscaglia serra la strada. Ad un tratto la piana di Gorizia si spalanca.
La
città
appare rTida,
con
i
suoi
grandi caseggiati che sembrano sparpagliati in disordine, fra gli alberi, dominati dal Castello, quadrato, massiccio e candido sulla cima della sua verde collina. Alte colonne di fumo ir-
rompono sul caseggiato.
Gli
austriaci
bombar-
dano. Tirano ancora sui ponti e sul Castello. Si sfioccano grappoli di shrapnell sulle alture di
San Marco, a oriente
costellate di ville. te
San
di Gorizia, tutte
Più al nord, lontano, il Molnche è più
Gabriele,, regolare e boscoso,
grande del Sabotino, ha delle masse di fumo denso sul suo fianco oscuro. La fucileria scoppietta lungo il torrente Vertojbica che scorre ai piedi delle alture di San Marco e s’indovina per un infoltirsi di verdure alle sue rive. E un santuario, San Grado, che solleva in cima ad una collinetta isolata, non lontana dalla im-
boccatura
del
Vallone,
la
sua chiesa bianca
fiancheggiata da due campanili simmetrici come due corni, scompare di tanto in tanto in un vortice di fumo. Tutta la piana rimbomba.
La
nostra azione oltre Gorizia, cominciata mercoledì con scaramucce di avanguardie e attacchi di cavalleria, sta prendendo (ampiezza, densità,, vigore.
180
IL
SAN MICHELE ESPUGNATO
Non è possibile vederne i limiti. Sembra che nostre
le
punte,
formate forse da compagnie
abbiano sorpassato Merna, presso la confluenza del Vertojbica col Vippacco. Ma il cicliste,
fuoco, sopra tutto sulle alture di sul
San Marco e San Gabriele, montagna dall’aspetto formiindica che noi fronteggiamo una linea
dabile,
di resistenza organizzata.
probabilmente, non haimo poanche lì di quei loro terribili si-
Gli austriaci,
tuto costruire
stemi di fortificazioni a groviglio che costringo-
no
alla
guerra di assedio,
ma certo vi hanno
da tempo, e gli austriaci del resto sono rapidi preparatori di posizioni. Filo di fatto lavori,
ferro e mitragliatrici costituiscono la base della loro difesa. Trattengono e falciano. In terreno
non i
familiare,
difficile,
coperto di coltivazioni,
nostri soldati si trovano fermati da reticolati
profondi, sotto
un fuoco intenso del quale non
è sempre possibile riconoscere subito la proLe trincee nemiche sono mascherate da filari di vigna, dai recinti, dalle siepi. Bisogna identificarle urtandovi contro, e bisogna che l’artiglieria avanzi, che la lenta forza demolitrice abbia il tempo di arrivare, che tutta
venienza.
l’organizzazione dell’offensiva
si sposti. Per un tempo, sia pur breve, la lotta si immobilizzerà su questa linea, la cui vera forza di resistenza
deve ancora rivelarsi.
IL
181
SAN MICHELE ESPUGNATO
Il Vippacco taglia la battaglia in due. Due campi diversi, due aspetti diversi. Si potrebbero dire due battaglie: quella di Gorizia e quella
Una s’inarca oltre il bordo della pianura goriziana, da Salcano a Merda. L’altra
del Vallone.
s’ingolfa in
una valle angusta,
dalla
tortuosa,
quale risale per un caos di costoni e di groppe. Per contemplare il Vallone bisogna salire il
San Michele. Quale spettacolo lassù!
una ha nei nei suoi sconvolgimenti un tale
Vi è nelle tracce
Ideila
lotta finita ieri
così formidabile violenza, la terra stessa
suoi squarci e
di furore, Vi è tanta agitazione nella immobilità delle cose, che pare che tutto abbia combattuto. È stata una tempesta favolosa di
aspetto
macigni, di uomini, idi àlberi. Non vi è una pietra che sia rimasta al suo posto. La montagna ha sepolto quello che aveva sopra, e ha scagliato a blocchi intorno la roccia delle sue viscere.
Ogni campo
di battaglia
abbandonato
è
spa-
ventoso, perchè solo l’orrore vi resta. Vi resta quello che è morto, lacerato, spezzato, calpesta-
La guerra lascia sul campo il suo passivo.
to.
L’eroismo,
il
vigore, l’entusiasmo, la speranza,
la vita, si sono allontanati in tumulto. vi
sono loro, -il resto sfugge;
trano, travolgono. glia
Finché pene-
essi urlano,
Ma nessun campo di batta-
ha mai raggiunto la tremenda e angosciosa
grandiosità di quello del Carso.
182
IL
SAN MICHELE ESPUGNATO
camminamenti
I
e
le
trincee,
che coprono
per ogni verso
il mo;nte, complicati come le venature di una foglia, scavati nella pietra, fian-
cheggiati, da cumuli immani di sassi, blindati con travi di ferro e sacelli pieni di quella terra rossa che pare impastata di sangue, rafforzati da corazze di acciaio, difesi da selve di reticorugginosi, sono stati disfatti
lati
esplosivi.
La guerra
attuale
qua e là dagli
ha
fatto
nascere
esplosivi nuovi, nitrati e picrati di potenza favolosa. In certi punti le nostre bombarde han-
no cancellato ogni vestigia di trincea nemica. Le hanno ridotte in fiumane di schegge, in petraie vaste come letti di torrenti. Non vi è palmo di terra che le granate non abbiano scavato.
E in questa convulsione di rocce spezzate,
sono sparpagliati fucili rotti, strumenti da lavoro contorti, avanzi umani. Vi sono cadaveri di battaglie ormai lontane,
mummificati entro uniformi terrose, cadaveri Ecco dei soldati nostri caduti in fila
di ieri. ieri
mattina, all’ultimo assalto, falciati da una alcuni di loro tengono ancora
mitragliatrice: nella
mano cerea il fucile colla baionetta ina-
Sono morti nel momento della vittoria, a pochi metri dalla trincea nemica, e sembra che stata.
si
inerpichino ancora tanto il loro gesto eterno l’ impeto.
ridice
Migliaia di terra,
bombe
bombe a mano sono sparse per a pigna,
a palla,
a lente, cilin-
IL
183
SAN MICHELE ESPUGNATO
driche, proiettili strani, e tubi esplosivi, indu-
menti, oggetti irriconoscibili, elmi, maschere austriache,
che sporgono il
filtro
a forma di po-
mo da innaffiatoio, maschere italiane che fanno un muso da cane, mogeni,
occhiali contro
pompe per
i
i
gas lagri-
liquidi infiammabili,
maz-
ze ferrate, tubature per l’acqua, cavi telefonici,, pacchi di cartucce, tutto 'questo frammisto, dis-
seminato, aggrovigliato intorno ai morti.
Nelle doline, mitero,
si
il
cui centro è
sempre un
ci-
aprono i rifugi. Si scende in quelli lunghe scale. Sono caverne vaste
austriaci per e
profonde come catacombe, rivestite
di legno,
percorse da enormi tubi nei quali i ventilatori soffiavano l’aria pura. Vi sono caverne austria-
che piene di macchinari, caverne-officina, bon le loro fucine e i torni, caverne-magazzino piene di viveri.
In un rifugio sotterraneo del nemico stavano montando un magnifico motore Diesel ad olio pesante e delle dinamo. I grandi macchinari rilucono fantasticamente al breve chiarore dei nostri fiammiferi.
Nelle tenebre delle caVerne abbandonate avviene
spesso
di
tarsi
di
una
dei rumori misteriosi, uno scalpiccio soffice, l’agi-
udire
in fondo in fondo,
vita incomprensibile, e ci si fer-
presi da un’ansia vaga di su«Chi è?»: nessuno risponde. E lo
ma ascoltando, perstizione.
scalpiccio vellutato continua nel buio.
Un fiam-
184
IL
SAN MICHELE ESPUGNATO
mifero acceso in fretta fa scorgere a terra delle forme nere che guizzano, enormi topi da trincea.
Entrati nel dedalo immenso dei trinceramenti
perde la strada. Quando si vuol riuscire non orizzonta più facilmente. Si è prigionièri
si
ci si
quella favolosa devastazione
di
pare
allarghi,
si
la solitudine pesa.
macabra, che che non possa aver fine, e Di tanto in tanto delle gra-
nate nemiche arrivano rombando, dirette forse su San Martino e che cadono invece sul San Michele quasi per abitudine. Tira da così lontano il nemico ora!
Ad un
rialzo
del
riconosce la Sella, tino un
ie
terreno ci il
villaggio
si
di
ritrova.
Si
San Mar-
poco più oltre; un cumulo di sassi grigi
con dei piccoli mozziconi di muro anneriti dalfiamme. E più lontano, a levante, il profilò
le
del Monte Pecinka, al di là del Vallone, dove T attacco nostro adesso si sviluppa. Il Pecinka non conosce la guerra, e porta intatti
i
suoi
boschi
e i
suoi
prati,
l’abito
di
pace. Per combattere
i monti si spogliano coSperiamo bene che il Pecinka non ne abbia il tempo. Si vede verso la cima
me
gli
atleti.
un villaggio oscuro fra gli alberi: Lokvica. Un altro a mezza costa, più grande: Oppaochiasella.
Delle grosse granate vi scoppiano.
laggio s’incendia. Continua al sud il
Ili
vil-
bombarda-
IL
SAN MICHELE ESPUGNATO
185
mento di Doberdò. Sotto [Oppacchiasella si scorge la nostra fanteria.
Opera con un ordine stupendo. Manovra co-
me in piazza d’armi. Combattere sull’erba, fra le piante, in movimento,
deve sembrare un giuo-
co agli espugnatori del Carso.
I
plotoni si spo-
uno alla volta. Escono dall’ombra di una siepe, |di un muricciuolo, di un ciuffo d’alberi, sfilano per uno, attraversano una radura, un campicello, lino spiazzo erboso, spariscono. Non è il brulichìo dell’assalto. È una preparazione. Ad intervalli, una collana d’uomini passa nella luce. Per qualche minuto la montagna sembra deserta, poi gli ometti grigi riappaiono, mentre arriva un martellare sonoro stano di corsa,
mitragliatrici.
di
Dio vi protegga,
fratelli!
Lo spostamento della battaglia ha fatto avani quartieri generali. Presso un casci-
zare tutti
nale, avanti al quale
passiamo qualche ora do-
po, sulla via del ritorno, alcuni carabinieri in
sentinella e delle automobili in attesa indicano
presenza di un comando.
la
Lì presso, seduto sui gradini di una rustica scaletta di pietra, stanco e assorto', è un elegante
austriaco. È stato portato poco prima per essere interrogato. Lo hanno catturato da
ufficiale
qualche ora soltanto, insieme
ai
suoi
soldati.
fermiamo ad osservarlo. Vedendosi guardato, egli porta due dita al berretto, saluta, in italia-
Ci
no:
— Buon giorno! — e scatta in piedi.
186
IL
SAN MICHELE ESPUGNATO
È uno slavo, alto, pallido, bruno. Parla la nostra lingua, risponde pacatamente alle domanRacconta
de.
parte
così
impressioni
le
dell’ altra
:
«L’offensiva
italiana?
era
Sì,
aspettata!
Il
generale Boroevic aveva emanato un ordine del
giorno
ai
comandi avvertendo che gli italiani si
disponevano ad una grande offensiva sulla frondeirisonzo,
te
aggiungendo come
si
ritenesse
sicuro che le truppe, le quali avevano così va-
lorosamente difeso quelle posizioni per più di un anno, avrebbero resistito ad ogni tentativo del nemico.
L’ordine fu ricevuto proprio do-
menica a mattina.
Cominciava
il
bombarda-
mento. Terribile!
A Gorizia vi era molta con-
fusione.
ufficiali,
e
Staffette,
venivano.
generali,
Molto preoccupati.
dicevano: Gorizia è perduta!
con
le
Alle
andavano sei
tutti
Le comunicazioni
posizioni erano interrotte».
E dopo qualche istante, col gesto di chi non un problema:
trova la soluzione di «
Lo
straordinario
molto imprendibili
!
è »
che
le
posizioni
erano
“ TRINCEA
NELLA
187
DEL SOGNO
NELLA «TRINCEA DEL SOGNO». 13 agosto.
Questa notte, dalle nostre nuove posizioni di Monfalcone si udivano i picconi e i badili au-
mordere e smuovere
striaci
i
sassi della
Quo-
ta 77, al di là del vallone della Pietra Rossa.
Era una notte e
tepida,
di plenilunio, limpida,
solenne
silenzio
nel
battaglia risuonava
il
del
calma,
campo
rumore regolare
di
del la-
voro ne mi co, a qualche centinaia di metri dalle nostre vedette; il rumore di uno scavo. Dopo il
combattimento, pareva che solo degli affosrimasti
sulle
non avessero riposo.
Gli
satori
e
fossero
collinette
austriaci
si
contese, fortifi-
cavano.
Qui non ci siamo ancora liberati dalla lotta di trincea. In nessun punto, dal Sabotino al mare, il terreno ci è conteso con tanto feroce accanimento come in questo estremo settore. Una settimana di battaglie non ci ha porche
tato avanti
di
cinquecento passi ad oriente
Monfalcone, mentre la pianura di Gorizia era invasa e il Carso conquistato fin oltre Opdi
pacchiasella. gia
bassa e
non
vi
è
E più a destra, presso la spiagpaludosa,
stato
strada che
sulle
prime
colLinette,
alcuno spostamento. Lungo la
da Monfalcone conduce a Duino,
NELLA
188
TRINCEA DEL SOGNO
la strada di Trieste, le trincee
che
la tagliano
non sono ancora sorpassate. La nuova linea della
conquista italiana viene a saldarsi
alla
alla sponda del mare. Fin verso l’alba la luna ha inondato di chia-
vecchia,
rore le posizioni. Si distinguevano ad
una nella
una ad
pallida luce le alture sinistre sulle
cime squarciate l’assalto italiano è tante volte salito. Apparivano sbiadite, oblunghe e cui
azzurre come ondate. so
A sinistra il Cosich, pre-
mattina di giovedì. Più avanti il Deoscuro di boscaglie, preso la notte dopo
alla
beli,
dai
cavalleggeri
appiedati,
limite
attuale
del-
l’avanzata. Di fronte al Debeli, un’altra onda,
più
alta, regolare,
fosca di sterpi, la Quota 144,
che nasconde un tratto della strada fra Doberdò e Duino, e contro la quale l’attacco nostro ora tende.
La Quota
121, conquistata
da poche ore, da
cui questo paesaggio spettrale tutto
avanza
si
scopre,
suo fianco sassoso,
sconvolto dalle cannonate, sul vallone della Pietra Rossa, buio, il
screziato di acquitrini chiari e opalescenti nel
calmo riflesso lunare. Formavano come delle vaghe macchie di luce nel fondo, quelle acque immobili striate di giunchi, e, per un effetto di risonanze, che la notte sembrava raccogliere, il
rumore
lisse
da
dello scavo [nemico
loro.
pareva che sa-
NELLA
“ TRINCEA
189
DEL SOGNO
Alla destra, l’Adriatico apriva la sua distesa argentata, senza onde, ferma, metallica, e man-
dava fino
nostri
ai
il
massiccio a disegnare
specchio
torre
sullo
pochi
minuti,
nel
cielo
sprizzava ta. giti
alito
salato,
nero profilo della sua lucente del mare. Ogni il
un rimbombo,
pieno il
suo grande
Duino sporgeva sul suo sperone
tepido e lieve.
di
stelle,
bagliore di
e
poi sulla
un ululato Quota
Dei colpi di
fucile, di tanto in tanto,
all’ansia
qualche vedetta nemica.
di
144
uno scoppio di granasfug-
Verso la (metà della notte si sono uditi dei rombi di aeroplani invisibili, lontani, e il cielo all’orizzonte, stellato
di
direzione
in
uno
di
Grado,
sfavillamento
di
si
è
co-
esplosioni.
Qualche incursione aerea degli austriaci. Il luccichio degli shrapnells è durato quasi un’ora, poi
si
è estinto.
Nella nostra prima linea, sulla Quota 121 e Quota 85, un brusìo lieve, un lento muo-
sulla
un sussurro cauto. Apprestavamo anche noi parapetti e difese. Trasformavamo in trincee i camminamenti versi di ombre,
al rovescio dell’altura conquistata. Nei profondi passaggi scavati entro la roccia, bersaglieri e fantaccini, di reggimenti che hanno
nemici
bagnato del loro sangue ogni pietra di queste colline feroci, riempivano con le mani sacchi a terra, e se
li
passavano l’un l’altro. I sacchi, accumula-
bitorzoluti di schegge e di detriti, si
190
TRINCEA DEL SOGNO
NELLA
vano a strati regolari, rapidamente, dal lato del nemico, formando baluardi bucati da feritoie. Gli uomini che non erano di turno per il lavoro dormivano (nel fondo della fossa, urtati dal va. e vieni delle squadre. Arrivavano dalle trincee di approccio, che erano state trincee di combattimento fino a ieri, file di soldati curvi
ansimanti, portanti sulle
e
spalle casse di
Bombe
e
cartucce
erano distribuite tacitamente lungo
le
posizio-
munizioni e mitragliatrici.
Senza rumore,
ni.
pattuglie
delle
valcavano
i
scarpe avvolte di stracci,
le
partivano in ricognizione, sca-
parapetti e sparivano nella notte
chiara, a ulììciali.
passi di cacciatore, precedute dagli Tutta la zona, fino oltre gli acquitrini,
fino
nemico, era esplorata, e dopo lunghe
al
ore le pattuglie rientravano facendo
il
segnale
riconoscimento.
di
Quando il giorno è sorto, questa mattina, si vista la nuova posizione austriaca, la Quo-
è
ta
77,
percorsa da
trincee
di
costruite
sassi
nella notte, tutta fasciata dalle linee grigie delle difese improvvisate,
«cavalli
fra
di
Frisia».
intrico
di
altro
— dicevano
i
nemico;
lo
ro
!
»
del
vano, stanchi
e
i
un
cespugli
e
«Eh!
nostri osservando
guardavano,
lo
fulvo
ci
vuol
il
lavo-
studia-
ma contenti, pensando all’assalto
prossimo.
Vivevano in vicinanza dei cadaveri,
la
col-
“ TRINCEA
NELLA
stri
191
DEL SOGNO
ancora piena di morti, e i soldati no-
lina era
avevano dimenticato
gli
orrori passati, gli
lunghe
e
atroci
sofferenze, tutti accesi di entusiasmo, di
un en-
assalti
sanguinosi e
vani,
le
tusiasmo grave, senza parole, composto, fatto di fierezza e
un entu-
di risoluzione, terribile,
siasmo che è tutto pegli occhi, che è in una indicibile
espressione di
forza,
volontà,
di
di
certezza.
Hanno
familiarità con la morte,
la
sentono
non ha
nel
pensiero più importanza del cadere
ad-
sempre loro
vicina,
e
cadere
colpiti
dormentati. Per compire i prodigi di valore dei nostri soldati in questa guerra di assalti, per
tornare e ritornare all’attacco di posizioni massacratrici,
bisogna arrivare a saper combattere
con la certezza di jmorire. Sporchi, bronzati, con
le
barbe lunghe, tem-
prati dalle intemperie, fortificati dalle fatiche, insei vaggiti. modesti, terribilmente calmi, pronti
a tutto senza esitazione e senza eccitazione,
i
hanno qualche cosa di possente e di antico; emana da loro il senso di una cosa formidabile e semplice come la violenza di un elemento. Non è possibile descriverli, è soldati d’Italia
necessario vederli per comprenderli.
La lunga
ha trasformati, ha fatto risalire dal fondo della loro anima virtù guerriere che dormivano da secoli, la vecchia combattività
lotta feroce
della razza.
li
192
NELLA
Non
chiamati
TRINCEA DEL SOGNO
riconoscono'
si
alle
re senza fine,
più in loro
cittadini
i
armi, sembrano reduci da guerda guerre di generazioni; e sotto
loro elmi
della
di acciaio pare di riconoscere i barbuti che sfilano sulle attorte sculture Colonna Trajana, i piccoli e bruni soldati
latini
il
dalla
pelle
ai
volti
cui eroismo Sstupiva
Quando
barbaro
il
atletico
bianca. sole
cannoni austriaci cominciano a battere la Quota 121. I nostri cannoni battono la Quota 144. Il laghetto di
Doberdò
il
è nostro
Vallone, che sella
verso
si il
si
leva,
i
da
ieri,
e
l’occupazione del
è spinta al sud di Oppacehiamisero villaggio di Nova Vas,
minaccia da settentrione la Quota 144. Da 11 al mare la lotta, che i nostri aspettano, si riaccenderà forse fra poche ore. Intanto, nella trincea nuova che corona la Quota 121 finalmente nostra,
i
soldati
camminamento,
dispongono ad ogni imbocco di i
cartelli
imposto alla località:
Per riconoscersi e
dei
nel
trinceramenti,
indicatori
col
nome
«Trincea del Sogno». labirinto
su tutte
le
dei
passaggi
posizioni,
ad
ogni strada sotterranea, ad ogni
cammino protetto, ad ogni bastione, si è dato un nome. Sono spesso nomi eloquenti che descrivono i luoghi o che ne fanno la storia. Per arrivare alla Quota 121 si passa per la «Trincea dei Morti». Poi vi è la «Trincea della Speranza». L’ul-
“ TRINCEA
NELLA
193
DEL SOGNO
tima è la «Trincea del Sogno». Pareva fino a ieri un sogno arrivare lassù e rimanervi. Quella collina da sola ha consumato più ener-
umane di una battaglia antica. Pareva fa-
gie
accessibile,
cile,
bosità sassosa, fatto
sacchi,
di
Frisia».
di
faceva
poco fortificata. Era una gibcon un trinceramento austriaco verso la cima, e dei «cavalli
L’ammassamento per
fianchi,
ai
l’assalto
dietro la protezione di
si
mu-
a secco. Dopo bombardamenti intensi che sparpagliavano i «cavalli di Frisia», che sconvolgevano la vetta, che demolivano la trincea, e che pareva non dovessero lasciare nienricciuoli
te
di
vivo lassù, l’assalto si sferrava, avanzava arrivava alla posizione austriaca.
urlando,
Improvvisamente
la
trincea sconvolta si po-
polava di nemici, emersi non si sa come, le mitragliatrici ed i fucili falciavano gli assalitori. I
nostri,
sati
fermati, alla
sotto
dovevano rimanere ammasNessuno poteva soc-
trincea.
correrli, la loro estrema vicinanza col nemico paralizzava il fuoco. E gli austriaci, con inso-
lenza odiosa, profittavano della tragica tregua per mostrarsi sui parapetti, fumando e facendo
Non avevano rispetto per per l’eroismo e per la morte.
segni di dileggio. sacrificio,
A
nulla
cannoni, care la
giovava
aumentare
prolungare la
il
numero
preparazione,
il
dei
modifi-
manovra della fanteria. I risultati era-
no sempre quelli: l’assalto era fermato, Barzini. Dal Trentino al Carso.
i
rin13
194
NELLA “'TRINCEA DEL SOGNO
venivano inchiodati da insuperabili tiri interdizione e le poche truppe che arriva-
calzi di
vano
alla mèta sparivano, massacrate o prinon è così difficile andare all’ascome tornare dalfassalto. I nostri soldati, con coraggio sovrumano, hanno salito la fatale collina innumerevoli volte, con una ostinazione
gioniere. Ora, salto
fre volte l’hanno attaccata in queultimi giorni. Respinti, ricominciavano. Col-
disperata, sti
mati
i loro vuoti, erano pronti a slanciarsi di nuovo, con un cuore di acciaio. Preso avant’eri il Debeli, la Quota 121 era
minacciata sul fianco. notizie
di
sentito
che suonava
soldati, inebriati dalle
I
San Michele, hanno nuova ora anche per loro. Un sicuro, intuito militare, un istinto di guerra, sono ormai in ogni più modesto fantaccino. Nessuno più del soldato sa valutare una situazione tattica, con un giudizio intuitiGorizia
e
del
la
vo, confuso,
ma sicuro. E ieri mattina, mentre
l’artiglieria
preparava l’ultimo
ficiali
assalto,
uf-
gli
riuscivano con stento a reggere la truppa
che voleva precipitarsi. Era invasa da un presentimento di vittoria. Se si sollevassero gli ultimi cadaveri della 121, quelli caduti nell’attacco definitivo, e si disponessero in piedi, .nella rigidità collina
del
loro gesto
statue
supremo
dell’assalto.
La
essi
bella
sembrerebbero (morte
li
ha
le
ful-
minati nella pienezza di un entusiastico slan-
NELLA
“ TRINCEA
BEL SOGNO
195
Tanti non sembrano neppure morti, e
ciò.
le
squadre silenziose dei raccoglitori debbono dischiudere a forza le dita fredde dei caduti, attanagliate sulle
canne
e
sui calci
dei fucili.
Presa l’altura si è visto che era un nido di agguati. Gli appostamenti di mitragliatrici contro i quali l’assalto si dirigeva veemente, ave-
vano delle mitragliatrici
false.
Mentre
i
nostri
vi balzavano addosso, le mitragliatrici vere,
scherate, aprivano
il
ma-
fuoco d’infilata da punti
imprecisabili, e da dietro
il
Cosich l’artiglieria
Le caverne di rifugio sulla avevano sbocchi laterali, orientati in mo-
batteva di fianco. vetta
do che i nostri cannoni non potessero danneggiarli, e, correndo lungo la trincea, intorno al cucuzzolo, gli austriaci, lasciati
travano in azione in
di
i
ricoveri,
en-
un minuto.
Ai piedi della collina, sul rovescio, un dedalo camminamenti conduceva alle grandi caver-
ne delle riserve, capaci di battaglioni. Profon-
formano una città sotterranea nella sperde. Tutte le pareti ne sono rivestite di legno; dai soffitti pendono innumerevoli lampade elettriche, che si allineano nei corridoi come i lampioni delle strade. Vi sono tubi di ventilazione e tubi di acqua potabile. de,
vaste,
quale ci
si
Depositi,
magazzini,
la
truppa,
alloggi
polveriere,
per
gli
per aprono
dormitori
ufficiali,
si
successivamente a destra e a sinistra del cuni-
196
NELLA
TRINCEA DEL SOGNO
colo centrale, e tutto (questo ricorda l’interno di
una nave. Pare di essere a bordo di uno strano ed enorme bastimento sotterrato. Vi si sono rinvenute delle armi curiose e delle armi infami. Siamo venuti in possesso, fra
innumerevoli placchine di guerra, di inapparecchi cleptoscopici da appli-
teressanti
carsi
al fucile
testa.
Il
fucile
per sparare senza sporgere solo
si
affaccia,
e
il
la
tiratore
mira dal basso, al coperto. Sparse un po’ per tutto erano le mazze ferrate e chiodate destinate al massacro dei feriti. Allo stesso scopo sono
stati
distribuiti
ai
soldati
austriaci
certi
orrendi
pugnali neri, fatti rozzamente di lamiera rafforzata e affilata, dei quali ne abbiamo rinvenuto delle migliaia. Ci siamo impossessati
pure
di coltellacci pesantissimi, specie di dapiù larghe della mano, che ricordano il machete dei selvaggi dell’ America Centrale.
ghe,
I nostri soldati ridono dello strumento cleptoscopico, perchè dicono che bisogna avere una gran paura per adoperarlo. Lo trovano umi-
liante. li
Ma gli strumenti barbari se li passano,
guardano,
li
studiano in silenzio, senza in-
dignazione, gravi e freddi. Li guardano con la
condanna. E questa calma avanti all’ignominia deli nemico ha
severità
loro
del
qualche cosa
giudice che
di
più terribile della collera.
SUI COLLI DI SAN
SUI COLLI DI
197
MAKCO
SAN MARCO. 14 agosto.
Sulle colline
ad oriente di Gorizia
la lotta,
cominciata con lievi tastamenti, ha acquistato a mano a vigore e pienezza sempre maggiori, che i nostri mezzi di attacco sono en-
mano
e di in azione, ed ha periodi di furore dicono la impeto, alternati a rallentamenti che
trati
preparazione.
La nostra azione si può paragonare allo sforun uomo che vuole sfondare una porta la palsbarrata: dapprima la scuote, la studia, sferra un colpo di spalla; la porta scricpoi pa, apre; l’uomo chiola, cede un poco, ma non si uno slancio più sosta un istante per prendere
zo di
porta si precipita con più forza; la sconnette al nuovo urto, qualche chiavistello
grande e si
salta,
delle tavole si schiodano;
ancora un colischeg-
po d’ariete e la barriera forse volerà in una spinta più ge. E l’uomo si appresta a dare possente.
Oggi è una giornata di attacco. La battaglia infuria, ed è su tutta la fronte dell’Isonzo che
si
combatte,
a giudicare dallo
sfioccainento delle esplosioni di cui
si
impen-
nacchia la linea di combattimento, dal Carso al
Monte Kuk.
198
SUI COLLI DI SAN
Gorizia è sotto
sano sulla
MARCO
una vòlta di traiettorie. Pas-
città raffiche di colpi.
Dal suo cielo
scende un perpetuo rombo. Sembra addormentata, Gorizia, tutta ferita, nel
ardente
sole e nella polvere, affranta, luminosa e triste. Le sue strade (ampie e deserte sono immerse in una foschia soffocante; i grandi ippocastani che la fiancheggiano, impolverati, bianchi, aprono una strana chioma incipriata
lungo
Le facciate delle case disabitate, al’ bordo ingombri di rottami. Qualche granata austriaca arriva fragorosamente sui quartieri occidentali e sul Castello,
dei marciapiedi
solleva fra i tetti cumuli di fumo rossastro; ed eruzioni di schegge e di detriti ricadono, crepi-
tando nella solitudine. Tuoni, schianti, boati, rimbombi, scrosci, scoppiettìi,
tutto
battaglia
il
grande coro tumultuante della
echeggia sulla città magnifica e de-
solata.
f
1
1
1
I
Le alture combattute spingono fin quasi ai sobborghi orientali i loro declivi, dei quali là collinetta del Castello non è che una specie di avanguardia. Dalle prime ore del mattino il bombardamento nuosa
torricella
vette,
tempesta
la
linea si-
coperte di boschi ri-
spuntano i tetti rossi pretenziosa di qualche villa.
sui
quali
e
la
sobborghi di Castagnavizza, di San Rocco di San Pietro portano l’abitato di Gorizia
I
e
italiano
delle molli
gogliosi
SUI COLLI DI SAN
MARCO
199
fino ai piedi delle alture, e biancheggiano sullo
sfondo verde, lungo
le
strade che valicano
i
strade che non si vedono da lontano tanto sono sepolte nell’ombra dei faggi, dei castani e delle querele, come viali di parchi. Ma esse
colli,
sono indicate dalle insellature, fra le vette chio-
mate d’alberi. Le alture si prestano alla difesa di questi varchi. Il
nostro attacco è salito a mezza costa e proLa lotta è aspra e tenace.
gredisce lentamente.
costoni,
che hanno un’apparenza fronte, levano un vero che serpeggiano paralle-
alle strade.
Formano un sistema com-
Le
colline
così
regolare viste
lamente
assalite,
di
labirinto
di
plicato di avvallamenti, di burroncelli, di forre, di
pieghe.
Una volta arrivati alle prime som-
non si presenta allo sguardo un declivio ma una confusione di onde, un tumulto di gibbosità, una distesa di increspature, coperta da una coltre di foreste, e che si allar-
mità,
di discesa,
ga per quattro o cinque chilometri declinando a oriente nella piana di Aisovizza. Si
La
combatte nel bosco. linea
austriaca,
preparata da tempo,
si
Non si scorge, non offre alle artiglierie dei bersagli evidenti. La fanteria ha
cela fra gli alberi.
dovuto per vari giorni urtarla in ogni punto con attacchi di ricognizione per individuarla. Oggi soltanto i cannoni, che la cercavano, che
200
Stri
COLLI DI SAN MARCO
avvicinavano gradatamente a lei i loro tiri di assestamento, la battono con efficacia. Non sarebbe una linea formidabile in altro
Qui è piena di sorprese, tutta nascosta, tutta in agguato. È formata da trinceramenti scoperti, dopipi e forse triplici in certe zone di speciale importanza tattica, preceduti terreno.
da reticolati profondi sei, otto, dieci metri. Molti reticolati
sono attaccati agli alberi ed è difficile
svellerli.
Il
terreno
spezzato,
irto
di
ostacoli
naturali, tagliato
da valloni, disorientante, renmanovra. Ma non sembra che il nemico intenda fissare qui la sua estrema difesa. Probabilmente vuole de
difficile
la
soltanto trattenerci, più a lungo che può, per avere il tempo di preparare più indietro una barriera che esso spera definitiva, e alla quale
lavorano sotto
al
bastone moltitudini
di
pri-
gionieri russi.
Queste trincee di San Marco furono costruite con blindamenti. Erano all’origine protette con travi e sacchi a terra. ora, in fretta e furia, rabili
agli
scoppi
Sono state scoperchiate
per renderle meno vulne-
delle
nostre
terribili
bom-
barde. le
I blindamenti non servono più, contro valanghe di esplosivi; sono spazzati via, au-
mentano l’effetto dei nostri colpi facendo d’ogni trave e di ogni pietra
un proiettile mostruoso,
e le loro macerie bloccano le trincee, chiudono i passaggi, amputano interi sistemi difensivi.
sdì colli di san
201
marco
L’artiglieria italiana e le
bombarde da trin-
varchi nei reticea hanno aperto stamani dei elementi della prima colati e devastato alcuni San Marco. A di collina linea nemica sulla
mezzogiorno
la
fanteria si è slanciata.
Lo scroscio lacerante, cupo, intenso della
fu-
profondi delle cileria, punteggiato dagli scoppi contemporaneagranate a mano, è cominciato
mente su L’assalto
tutta la fronte. è
salito
fra
gli
alberi,
accolto
da
Alcuni tratti raffiche di mitragliatrici invisibili. sono stati espugnati dei trinceramenti austriaci al
primo balzo, al sud dell’altura di San
altri e al nord. Poi, successivamente,
duti.
Marco,
sono ca-
A poco a poco, per infiltramento, tutta la
quel settore, di attacco è avanzata in Tivoli, espugnate fra le alture a settentrione di a Vogersko, ieri, e la strada che porta
fronte
l’altro
di
ad un punto dirupato della collina Caver, San Marco, presso la vetta, detto le l’unico punto nudo dell’altura. piombo. di bufere da attraversato Il bosco è lunghe soste, nostri salgono lentamente, con
fino
I
di piecreandosi ad ogni passo barricamenti tronchi, che le pallottole sforacchiano tra fra i
quasi scheggiano. Da una parte si vanno che seminsediando sulla vetta del San Marco,
e
bra aggirata. tanto in tanto annunIl gridìo che si leva di zia
un balzo in avanti.
202
SUI COLLI DI SAN
Carovane
MARCO
prigionieri scendono per
di
i
sen-
tieri e s’incolonnano sulla strada polverosa di borgo San Pietro.
Non sono più i soldati che difendevano Gorizia.
Le grandi unità austriache della testa di
ponte
dell’ Isonzo, completamente disfatte, in parte cadute nelle nostre mani, disorganizzate e demoralizzate, sono scomparse dal teatro del-
la lotta.
dal
Nuove divisioni sono state condotte qui
Trentino.
I
prigionieri catturati
oggi
sul
San Marco,
arrivati ieri a Schònpass, hanno marciato tutta la notte per giungere poco pri-
ma dell’alba sulle posizioni. Il loro battaglione è
rimasto distrutto.
I gruppi di prigionieri, con i loro ufficiali, vengono adunati Inel cortile di un cinemato-
grafo di Gorizia, e
mezzo demolito
rinterrogatorio viene
fatto
dal cannone,
nella
sala
degli
uno sparpagliamento di poltrone polverose. Sopra una parete si agitano le drammatiche figure dei manifesti. Ad uno ad uno i prigionieri passano, pallidi e storditi, come davanti ad un tribunale. Intorno ad un tavolo spettacoli, fra
sgangherato, degli ufficiali italiani ascoltano con aria assorta la voce timida e velata del soldato
nemico che risponde all’interprete Dai cristalli .
sfondati della porta vetrata, (sulla quale è scrit«Primi posti», arriva il gemito lieve e in-
to:
fantile di
un ferito. Esplosioni violente e vicine
SUI COLLI DI SAN
203
MABCO
intonaco cadofanno tremare i muri, detriti di delle granate auno dal soffitto: sono i colpi striache che scoppiano sulla città. nemico bombarda anche i ponti, incessanIl
temente.
E bombarda Vertojba, al limite della
allinea i pianura di Gorizia, un villaggio che lungo il tortetti rustici fra le vegetazioni suoi
rente Vertojbizza.
Il
tetti
pallido,
sul Carso
Un
villaggio brucia ora.
in fiam-
gran fumo di incendi si leva dai me e si adagia sui campi. Più lontano,
al
sud,
dal profilo di bastione im-
mane, le nubi delle granate si allontanano
sem-
oriente, e. indicano pre più dal Vallone, verso santuario di San
che si avanza laggiù, oltre il Vippacco tutta la Grado, e che al di là del linea
di
battaglia vittoriosamente
si
sposta.
La fronte del Vertojbizza invece resiste. va a BiLaggiù, sulla strada che da Merna un episodio singolare si è svolto. Per soun gruppo di mitragliatrici nemiche, una nostra appostate ai fianchi della strada,
glia,
praffare
automobile
blindata
si
è
portata
avanti
alla
linea della fanteria.
e bizzarra Lenta, cauta, pesante, la piccola tonda, si è inolfortezza di acciaio dalla torre fino a feritoie, sue le tutte da
trata,
sparando
austriache. otto o dieci passi dalle trincee
Im-
corazzata
provvisamente si è vista la macchina oscuro, ciravvolta da densi nembi di fumo attaccata condata da baienti e ida vampe. Era
204
sdì colli di san
marco
con granate a mano. È ricomparsa indietro, poco dopo. Arretrava adagio, sparando sempre, ma appariva oscillante. È rientrata nelle linee con una gomma rotta, niente altro. Un’altra
automobile blindata sta avanzando
momento da San Pietro. La battaglia sembra si stia riaccendendo ver-
in questo
so la sera.
La brezza calda rica di fragore
di
levante che
sembra il suo soffio.
arriva ca-
V
La Battaglia di Settemore. L’ATTACCO. Zona di guerra, 14 settembre.
La offensiva italiana ha ripreso. Era aspettala.
Il
nemico la presentiva,
vi
si
preparava,
lavorava giorno e notte a fortificarsi sempre nuovi ostapiù, a incavernarsi, ad accumulare
per spezzare l’impeto dei nostri assalti. di GoL’attacco vittorioso della testa di ponte
coli
'
aveva avuto il vantaggio di una sorpresa vedeche non poteva ripetersi. Gli austriaci vano nella logica della situazione il nostro proproargini degli creare di Cercavano gramma. porzionati alla marea. Erano in guardia, erano rizia
pronti.
Non si videro mai delle posizioni ap-
prestate così rapidamente alla difesa, trasformarsi così, giorno per giorno, ora per ora, in
formidabili barriere.
Quelle opere di consolidamento e di protesulle zione che erano costate un anno di lavoro prime pendici del Carso, stavano sorgendo eguali sulle nuove linee con magica rapidità.
Dopo un mese, la fronte creata dalla battaglia
208
li’
alberi,
ATTACCO
non si riconosceva
Gorizia
di
sparita l’erba,
più.
Spariti gli
sparite le case, e sulla
spaventosa fatta dal soffio ardente delguerra si allungava l’immane intreccio dei
sterilità
la
camminamenti profondi, delle trincee scavate nella roccia, dei reticolati folti, con i suoi «grovigli »,
sue ridotte, i suoi
le
che apre
intreccio
il
fortini,
lo
stesso
nero labirinto dei suoi
scavi sulle linee sorpassate.
Anche le nostre truppe avevano lavorato alacremente, piene dell’esperienza del passato. Attaccandosi al nuovo terreno vi si erano sprofondate subito; lo avevano tagliato, solcato, forato
per
ogni
di
avevano
verso;
rovescio di altura fugi,
fatto
di
ogni
un fantastico alveare di riun solido baluardo. Con
ogni costone
una sorpresa
indicibile si
assisteva
alla
tras-
formazione dei luoghi. La guerra imprimeva con rapidità vertiginosa una fisionomia nuova paesaggio, quella fisionomia truce, uniforme,
al
che dice la lunga glia vi si accanisse
assunto un
Pareva che la battada epoche. Tutto vi aveva
lòtta.
aspetto inatteso
e
tragico.
Colline
verdi, boschi, villaggi, vette sterpose e pittoresche, valloncelli prativi, erano diventati una
cosa sola,
quella cosa strana,
volta, grandiosa,
ma 11
«
desolata,
scon-
monotona, sinistra, che si chia-
posizione »
nemico aspettava
la ripresa dell’offensiva,
209
l’ attacco
negli
e
ultimi giorni
di paralizzarci
tentava
di
con degli attacchi
prevenirci
e
Sentiva
suoi.
colpo che si preparava, e diveniva irvicino requieto. Aveva ricevuto ampi rinforzi, e ne profittava per cercare qualche punto debole il
difesa della nostra fronte, per obbligarci ad una che imbarazzasse i nostri piani. Non ha trovato
giunture nella corazza. Ogni attacco era respinora lunto al suo inizio. Ora avanti a Gorizia,
go
Vertoibizza, ora sul Carso, di notte, dopo di artiglieria, gli austriaci
il
una preparazione
gettavano all’assalto Moro fanti, con quella tatin pastica che aveva avuto qualche successo sono sato nel vallone di Oslavia. Due notti or sferrarono
un colpo
più
forte
zona
nella
di
Oppacchiasella. L’attacco raggiunse un elemencredette venuto to di trincea nostra; il nemico il
momento
delle
di
allargare
l’azione
truppe per sviluppare
il
e
ammassò
successo
all’al-
ba; ma l’alba portò un (contrattacco che sorprese le
truppe
ammassate
le
operazioni, in fondo, che tare.
al
il
le
annientò.
Piccole
non potevano rallen-
corso degli eventi. Noi eravamo pronti
nuovo slancio.
Eravamo pronti da vari giorni. Per usare la un ufficiale di stato maggiore, non mancava che di «toccare il botto-
frase caratteristica di
ne» si si
perchè l’immane macchina dell’offensiva Ed è probabile che per toccarlo aspettassero circostanze relative ad altre
muovesse.
Babzini. Dal Trentino al Carso.
li
210
li
guerre.
La
ATTACCO
«fronte unica»
un
è
ideale
rag-
giunto.
Era sembrato un miracolo
la
manovra per
linee interne, eseguita in otto giorni,
dal Trentino le nostre
gliò
ma se si conoscessero
i
che sca-
masse su Gorizia;
particolari della pre-
parazione per l’offensiva che si è iniziata, si troverebbe che essa è non meno mirabile. Noi attacchiamo posizioni ben munite, sopra un terreno assai più aspro e più del
diffìcile di
quello
primo altipiano carsico, che ci ha fermati e difese da un nemico prevenuto,
per un anno,
esperto in tutte le arti della lotta di resistenLa preparazione, regolare, intensa, palpi-
za.
tava su tutte le vie della guerra. Affluivano artiglierie colossali in quantità insospettate.
Passavano
di
notte,
sotto
le
piog-
ge scroscianti di questo autunno brumoso, cannoni grandi come tronchi d’albero, e andavano alle loro piazzole già fatte, disseminate in ogni angolo utile. Trovavano tutto pronto, nuove stra-
de di accesso aperte per loro, piattaforme costruite alla loro misura, baluardi, casematte, osservatori, linee telefoniche, e si insediavano. Tutti i sentieri del Carso erano diventati delle grandi arterie automobilistiche, create sotto al fuoco,
compiute
in
pochi
giorni,
come
per
pensa
alla
magia.
Quando
si
parla di offensiva
si
li’
211
ATTACCO
battaglia,
ma l’offensiva comincia con una im-
mensa
oscura operosità
e
di
artieri.
Si
può
dire che la nostra offensiva attuale sull’Isonzo
cominciò nei più angosciosi momenti della guerra nel Trentino. Cominciò col lavoro di trentamila operai. Gli eserciti su questa fronte si erano ridotti per fornire la nuova armata di
manovra destinata a battere il nemico se fosse sboccato su Vicenza, il momento sembrava disperdere ogni speranza di attacco nostro sul-
Plsonzo e
generale Cadorna fu interpellato
il
sulla opportunità di soprassedere ai lavori destinati all’offensiva.
sima alacrità verrà!»
« Si
continuino con la mas-
— egli rispose —
il
momento
Ed è venuto.
Alle sei e
mezzo di questa mattina è cominche
ciata sulla fronte del basso Isonzo l’azione
continua la battaglia di Gorizia. Veramente non
può parlare più di «fronte del basso Isonzo»; risonzo qui è ormai lasciato definitivamente indietro, e sempre più lontano. L’erba già inverdisce le sue trincee abbandonate e corona i ruderi dei suoi villaggi, che hanno preso aspetti si
rovine antiche.
di
Quanto si estende l’offensiva ? Non
si
sa
fi-
nora che quello che si è riusciti a vedere. Ba-
per intuire la magnifica lena dell’azione, per sentirne tutta la potenza, metodica e for-
sta
tunata.
Sembra che sul Carso si
avventi
tacco più intenso e più impetuoso.
l’at-
212
L ATTACCO
Dal Carso discendo ora stordito, commosso, incapace di dare subito un ordine alle mie impressioni, con l’anima piena di tumulto, e porto negli occhi battaglia rimastavi
una visione straordinaria di come un bagliore; un turfumo dal quale
binìo perenne di uomini e di
non so più distaccare il pensiero e che seguo palpitando.
Dal Crai Hrib, la vetta rocciosa che torreggia ad oriente di Doberdò, si dominava la linea di attacco sull’altro versante del Vallone. Al sud la famosa Quota 144, isolata, rigata dai trinceramenti nemici, col mare per sfondo e il castello di Duino, massiccio e pallido, nella lontananza. Di fronte, vicine, le due Quote 208, due alture gemelle, singolari, sterpose, sassose, selvagge, separate da un’insenatura, trasformate in due possenti ridotte austriache. Più oltre un edifici, un gregge di case fra Nova Vas, occupata ancora dagli
biancheggiare di la boscaglia:
E vicino, a sinistra, in un folto d’alberi, Oppacchiasella, occupata da noi. A nord, il Nad Logem, gonfio, oscuro, che ricorda il austriaci.
monte San Michele. Lontano, grandi ondate di monti, le gradinate del Carso che
si
sollevano
fino al ciglione dominante l'a valle del Vippacco.
Su tutto questo un cielo oscuro, minaccioso, un’atmosfera velata, un’ombra livida, un’ombra crepuscolare, sinistra, angosciosa.
213
l’ attacco
Centinaia e centinaia di cannoni erano annidati per tutto, 'vicini, lontani, fra i rovi, fra rivelava. Pasle rocce; un pullulare di Ivampe li
savano soffi infiammati, urli veementi che sbalordivano, rombi pesanti che facevano pensare Nei a locomotive invisibili, e la terra tremava. periodi del fuoco più intenso, gli scoppi, i boati, scrosci si seguivano fusi in un solo infer-
gli
nale frastuono.
sul
Una cateratta di colpi. Era im-
petto
sentiva
senza urlare,
e
si
come un contracdolpo
di
esplosioni.
parlarsi
possibile
parossismo del furore.
L’artiglieria arrivava al
E sulle posizioni salivano alti i getti di fumo e di
detriti.
ria,
spesso,
roteando.
Balzavano vertiginosamente nell’adelle cose informi che ricadevano
«Un uomo! un uomo è saltato!»
—
udiva allora gridare da qualche osservatore al telescopio. Eruzioni di schegge, sparpaglian-
si
dosi,
punteggiavano il cielo. Masse di terra sol-
levate a grandi altezze riscendevano fonte con
aspetto
di
pioggia,
e
il
fumo
si
trascinava a
nembi immani giù per i declivi. Le bombarde lanciavano pennacchi smisurati e nerastri. Per lunghi minuti tutto
si
velava, spariva, la tem-
pesta di fuoco accumulava le tenebre. Le posizioni non erano più che un’agitazione ster-
minata di nubi fosche piene di balenìi. Le granate incendiarie spandevano nei vapori lunghi riflessi
di fantastica fucina.
214
l’ attacco
bombardamento aveva
delle calme. Era per dar modo alle pattuglie di avanzare ad esaminare i varchi aperti dal fuoco. Si sapeva che Il
pattuglie sarebbero uscite
le
undici
mezzo e
e
dalle
dalle undici
tredici
alle
alle
tredici
e
mezzo: tutto era stabilito per programma. In quei momenti, il panorama si nettava; riapparivano
trincee,
le
reticolati
i
nostra fanteria che
e
si
vedeva
la
ammassava per l’assalto.
si
L’ora dell’assalto: le quindici. Ad ogni tregua del cannone, le posizioni
si rivedevano più nude, più sterrate, di un colore
Nova Vas mutava profilo.
di roccia spaccata. Si
cercava
e
non
chiesa gli
qualche suo edificio visto
trovava più.
si
era
austriaci,
fuori
allarmati
dalle caverne.
dalla
La l’oro
quiete,
ogni parte, batteva
il
uscivano
artiglieria
minava con orgasmo granate sci,
prima,
La facciata della sua un sipario. Intanto
caduta come
Vallone,
disse-
shrapnells da
e
batteva
rove-
i
tirava su Doberdò, su San Martino, su Mon-
cercava
falcoue, riserve.
scherno
i
nostri cannoni
e
le
nostre
Gli artiglieri italiani gettavano voci di '
ad ogni proiettile nemico che scop-
piava vicino. Alla seconda ripresa del cielo si è fatto più fosco e
bombardamento il un temporale si è
scatenato. Diluviava e pareva già notte. Gli os-
servatori
non vedevano niente,
caos
grigiori.
di
si
Tutto era buio,
tirava in
un
velato,
il
e
215
L* ATTACCO
Nad Logem sorgeva dietro al fumo di O.ppàcchiasella come una gran nube nera. L’Adriatico dal sereno era ancora stranamente dominato un sottile luccicore e distendeva all’ orizzonte metallico,
Si
come una immensa spada.
avvicinava l’ora
dell’ assalto.
Improvvisa-
mente, qualche raggio di sole è filtrato. si
è schiarito
qua e là.
Il
Il
cielo
bombardamento ar-
rivava ad una intensità definitiva. Nell’aria era
un clamore
tutto
sulle nostre teste.
rologio.
Le
di
proiettili
che passavano
Ogni ufficiale consultava l’omedi calibri fuoco. I cannoni da campa-
quindici. I grossi e i
hanno sospeso il gna e da montagna hanno allungato il tiro, facendolo più rapido. Sgranavano giù i colpi a centinaia, sparavano come mitragliatrici. Nelle nostre trincee si vedevano molti soldati,
appena
arrivati per
l’ammassamento, de-
porre tranquillamente Io zaino. I parapetti apparivano tutti grigi d’uomini immobili, indiffuoco.
Un grande ordine, una gran
ferenti
al
calma
lassù.
cisione
dell’assalto
Si
sentiva la risolutezza,
imminente,
iin
la
de-
quella sere-
nità magnifica.
Ad un tratto sono partiti. È nella selletta fra la Quota 208 nord e la Quota 208 sud che si è visto l’assalto saettare. Invece di attaccare frontalmente le ridotte delle cime, la fanteria si gettava fra l’una e l’altra
216
li’
per penetrarle
e
ATTACCO
aggirarle.
Saliva
un prato in mo-
declivio verso la trincea nemica. In quel
mento
tutta la
Salivano portato da
posizione è avvampata di sole.
i nostri come un nuvolo di foglie una bufera. I dischi bianchi di se-
gnale si agitavano in testa a quel turbine d’uomini. I medi calibri di Duino tiravano d’infilata
sull’assalto.
Nembi
di
fumo passavano
sulla visione eroica e l’avvolgevano in un pallore di irrealtà. Vi era in certi istanti qualche
cosa dell’apparizione, del sogno, in quell’ascesa esultante e sanguinante. I nostri cuori palpi-
tavano e
il
cannocchiale oscillava nelle nostre
mani frementi. L’assalto ha sorpassato la trincea nemica, è scomparso per un istante al di là, poi è riapparso a sinistra. Compiva la manovra di aggiramento. Avanzava veloce sopra un rovescio. L’assalto si vedeva di profilo ora, lungo un costone. Tutta quella moltitudine di uomini inclinati in avanti nell’impeto della corsa, sembrava veramente piegata da una raffica che la trascinasse. Pareva che seguisse il soffio di una tem-
pesta
come un campo
di
spiche.
L’immagine
dell’uragano
si connetteva indissolubilmente a quella violenza, piena di qualche cosa di travol-
gente e di irresistibile che arrivava fino a noi.
Un istante dopo l’assalto era in cima. E allora si è vista un’altra folla sorgere dalla trincea della cresta. Gli austriaci.
217
l’ attacco
Correvano anche loro in uno svolazzamento di
cappotti
Si
fulvi.
precipitavano
stri.
Poi
Sfilavano curvi, uno
dietro
una fila che coronava tutta l’altura.
in
l’altro,
il
loro
apparentemente verso
movimento
si
i
no-
è fatto confuso,
la loro fila si è spezzata, vi è stata un’agitazione
inestricabile,
ne ?
È
folle
e veloce groviglio d’uo-
la
!
Passano scroscia, si
un
mischia? È la resa? Che avvieChe avviene ? Quale spasimo non sapere
mini....
il
sfiocca.
di gente
venti,
trenta
secondi.
La
fucileria
fumo delle granate erompe a nubi,
Ed ecco apparire una oscura massa
che precipita giù per la stessa strada
che aveva fatto l’assalto. Perdio, che avviene?...
Cerchiamo di distinguere, oppressi.... «Prigiourlano delle voci nieri! Sono prigionieri!» commosse e esultanti. Si riconoscono bene, soScendono ver«palamidone». no loro, hanno il so i nostri rincalzi. Sono inseguiti da shrap-
—
nell austriaci. Hanno tutti le braccia levate. Una tempesta di mani. Alcuni sventolano i faz-
che roteano in aria come farfalle bianprigionieri scivolano, cadono, saltano, I scavalcano muricciuoli a passi stravaganti, per sottrarsi presto al fuoco. Il prato sul quale è
zoletti,
che.
passato l’assalto brulica tutto di loro. Si ammassano in Un angolo morto, e più calmi infi-
lano
i
camminamenti, circondati da un Sono molte
chio di baionette inclinate.
luccicenti-
218
l’ attacco
naia, tutti
i
difensori dell’altura con
i
loro uf-
ficiali.
Che succede intanto altrove ? È difficile a sapersi in questo momento. Si combatte per tutto il Vallone. E siccome altre dense carodi prigionieri scendono nella gola, già piena dell’ombra della sera, da varie strade, è presumibile che le scene da noi viste si siano
oltre
vane
ripetute in vari punti della fronte di battaglia.
Nelle retrovie vi è un’aria di festa. Le truppe accorrono liete dagli accampamenti per vedere i prigionieri che passano. I soldati di scorta,
infangati,
cevono
Bravi
!
gli
graffiati,
applausi
sudati dei
e
raggianti,
compagni.
ri-
«Bravi!
»
Anche i prigionieri sono contenti. Stanchi ma contenti. Alcuni barcollano, pallidi, con l’espressione stupefatta dell’uomo ebbro o affranto di fatica: sono gli adolescenti. Ma sono pochi. In generale i prigionieri hanno un solido aspetto. Quando passano salutano tutti, rispettosi, sospendendo la lenta masticazione del pane di ognuno è stato ampiamente fornito. Un
cui
capitano dall’apparenza tedesca, azzimato, grassoccio
e
gioviale,
chi sa perchè, e
mi fa un saluto deferente, mi si dice «amico». Un mo-
mento, signor capitano!...
219
SEGUENDO LA BATTAGLIA
SEGUENDO LA BATTAGLIA. 16 settembre.
Boschi giovani e folti di pini si alternano a biancheggianti distese di roccia nuda, crepacciata,
trita
come
ghiaia,
irta
di
infinite
formate dalle erosioni, fra le quali bisogna saper posare il! piemaestoso del. ciglione Il de come fra lame. punte minuscole e
taglienti,
che sovrasta il Viplpacco serpeggiante limpido, e lo fiancheggia, quella grande barriera che mette al limite meridionale della pianura di Gorizia una specie di gigantesca e cupa muraglia, è tutta così, bosco e sasCarso e
1
so,
nudità
aspre e
moltitudini
di
alberi
dai
contorni precisi, alle quali si danno nomi suggeriti dal loro contorno. Come vi è stato un bosco Cappuccio e un bosco Lancia, ora v’è
un bosco a Cuore che la guerra traversa. È
nel
oltre
al
bosco che
si
Nad Logem,
combatte lassù, adesso, sulle
pendici del Velila
Hribach. Si arriva nel pieno della battaglia senza veder piu niente. Non vi sono sentieri. Dei fili di ferro tesi fra tronco e tronco fanno da guida. In certi punti la direzione da seguire è segnata a terra da uno spolverìo can-
220
SEGUENDO LA BATTAGLIA
dido di calce: è per la notte. Quando il filo non si scorge più, si segue il chiarore di quella traccia,
come nella favola di Petit Poucet.
movimento delle
Il
retrovie va nel labirinto
inestricabile,
dietro a quel filo d’Arianna. Gidiscende; fra gli alberi, bruciacchiati
ra, scala,
qua e là dalle vampe,
stroncati dalle schegge,
passano rapidi e curvi e dell’acqua,
i
portatori
i
portatori di
feriti,
i
del
rancio
portatori di
ordini.
Appaiono fra i rami, scompaiono, riap-
paiono,
e
si
un
ad ogni momento
abbassano: arriva urlìo
un
spazio,
si
fermano,
un colpo. Uno
schianto,
tutti
misterioso e veemente oscillare
di
attraverso
piante scapigliate.
lo
Gli
uomini riprendono il cammino. La foresta è bombardata. Il fumo delle esplosioni vicine, grigio e denso,
lute fra gia,
si
i
allarga le sue vorami, vi ristagna come della bamba-
spande
lento,
e a
tratti
si
cammina in
una nebbia acre. Frulla di tanto in tanto una spoletta, un grido strano e vivente, e con un rumore di sassate arrivano frammenti di roccia,
a
fitti
stormi,
tuttjo
intorno, tempestando.
Le sassaiuole crepitano a lungo dopo ogni colpo, e delle fronde cadono roteando. Sibili brevi di pallottole bisbigliano in alto. L’ombra del
bosco a tratti
si addensa e si arrossa per fugnembi color di ruggine che sfiorano le aguzze cime dei pini. La fucileria scoppietta nelle vicinanze e non si ha un’idea della linea
gevoli
221
SEGUENDO LA BATTAGLIA
del
A venti passi lo sguardo si perde.
fuoco.
Non è possibile rendersi conto di niente. Qualche cosa di tenebroso opprime: la sensazione solitudine asdi essere chiusi. Negli istanti di soluta,
sguardo
lo
si
attacca
al
filo
di
ferro
come ad un amico. Sembra che sia il bosco che combatta. Gli uomini non si vedono e tutbosco che ta questa ostilità sembra sua. È il là, scaglia le sue pietre e i suoi fusti qua e in
un furore favoloso e cieco.
albero si agita stranamente per un atfotimo sparpagliando gli aghi verdi del suo inclina gliame, poi adagio adagio, mollemente, s dice spezzato. « Non è niente, non è niente!»
Un
una voce che conforta qualcuno, e dal folto porta sulle del bosco emerge un ferito che ne spalle un altro più grave. Tutta l’abnegazione, l’umanità, l’eroismo dei nostri soldati seminano riuniti in questo gruppo pietoso e magnifico.
È uno
di
quegli
episodi
indimenticabili
che assumono nella memoria proporzioni gigantesche e solenni. «Aspetta, ti aiuto!» esclama un portatore di acqua che passa. «No. » vai pure, che hanno sete! Non è niente sponde la voce ansante del ferito carico !
compagno sparisce
inerte.
nella
E il gruppo si
foresta
tragica
ri-
del
allontana e
lasciando
delle
agdi sangue sullo spolverìo della calce, giungendo alla traccia bianca la guida di una
stille
222
SEGUENDO LA BATTAGLIA
traccia Vermiglia
sul
sentiero
della
battaglia.
Qua e là dei fucili spezzati, dei berretti giacciono presso a tritumi di roccia percossa. Fin dal primo assalto la fronte avanzò alla sinistra detrazione, affermandosi su posizioni che il bollettino ha indicato: da San Grado di Merna, giù sul Vippacco, fin verso Lokvica,
sull’altipiano carnico. Le difese nemiche erano imponenti. Tre ranghi di trincee solidissime, con reticolati alti due metri, formavano la pri-
ma barriera. Spesso
trinceramento austriaco
il
è triplice.
Ha una linea di avamposti e due di resistenza. Il nostro
bombardamento aveva aperto lar-
ghi varchi nei reticolati, sconvolto
decimato rate di
i
difensori.
sbalzo.
i
parapetti,
Le tre linee furono supe-
Dietro ad esse
succedevano
si
altre sei linee di trincee in costruzione. Si sor-
passarono tutte, e dalla battaglia venivano giù carovane di prigionieri esterrefatti. Ora l’attacco sale verso altre difese. Si
è
fatto
metodico,
scala
sistematicamente
declivi nel bosco. Gli alberi sono serviti al ne-
mico come tronco ciaio,
si
paletti
da
reticolato.
Fra tronco e
tendono per ogni verso
i
fili
di
ac-
formando come una enorme e grigia rete
di ragno. I nostri si
rannicchiano dietro a minuscoli baluardi di sassi. Ogni tanto saltano su. LTn gridìo,
un inferno di
fucilate,
meccanico di mitragliatrici, scoppi
uno strepito di
bombe a
223
SEGUENDO LA BATTAGLIA
mano:
è
una breve
irruzione,
un
passo
in
due parti folgora. E non si vede niente. Qualche uomo che scitiratore apqualche gli alberi, curvo fra vola avanti.
L’artiglieria dalle
postato
dietro
al
suo murieciuolo, e più su,
appena intra wisto in una radura, un pezzo di parapetto fatto di sacchi, infangato, rossastro,
con la gran tela di ragno davanti. La battaglia è sepolta nella verdura. Le trincee sorpassate sono ancora ingombre di cadaveri nemici. Si sente un odore di resina, di polvere e di morto. Gli uomini che tornano indietro per i servizi e
che vanno si scambiano frasi laconiche:
quelli
Come va lassù ?» — Bene. — Resistenza — «Mitragliatrici.» — «Passa in fretta alla dolina!» — «Grazie!».... Arriva da lontano »
? »
«
«
«
fragore profondo del
bombardamento sul
il
resto
della frante.
Riuscendo dal bosco feroce, dal Nad Logem, improvvisamente si spalanca allo sguardo il panorama della pianura di Gorizia, luminoso, diafano, con un’ampiezza marina, così vasto che la guerra vi si perde. Appare quieto, deserto, pieno di immobilità. L’Isonzo azzurro
sembra una qua,
il
striscia sottile
di
sereno.
Sull’ac-
ponte di ferro, schiantato dalle canno-
nate, si è tutto coricato di fianco.
Qualche vil-
diruto fuma. I grossi calibri austriaci battono le rovine di Poc, di Rupa, di Rubbia.
laggio
224
SEGUENDO LA. BATTAGLIA
Delle granate cadono
Vippacco sollevando
nell
gigantesche colonne di acqua e di fango, e il fiu-
me intorbidato ribolle fra le rive folte di salici. Battono anche il Nad Logem, grossi calii
bri, e
e
il
Vallone. Al rombo lungo, pesante, cupo
affannoso delle granate che lacerano
l’aria,
segue un boato spaventoso che ricorda lo scoppio delle maggiori
mine nelle cave di granito.
La terra sobbalza, e per decine di secondi dura lo scrosciare
formidabile dei macigni che rica-
dono, una cateratta di rocce.
Quando tutto sem-
bra finito, arriva la grandine delle schegge, dei detriti, delle pietre
un volo più
più piccole che hanno fatto
vasto.
le arterie di transito
nemica cerca
L’artiglieria
e i nostri cannoni, che ri-
spondono dieci colpi per uno. Il Vallone è pieno di rimbombi e di boati; echeggia tutto in un tuono perenne; è una spaccatura urlante. Ogni cannonata vi sveglia una tempesta. Miriadi di proiettili
lo
attraversano.
Percorrendolo biso-
gna rinunziare a comprendere quali sono i colpi che partono e quelli che arrivano. È tutto
un fragore senza
sosta.
selvaggi sono costellati di
I
suoi
declivi
vampe e di nubi.
I
cannoni scagliano al di sopra della sua ombra masse sibilanti di acciaio. Talvolta biso-
gna rimuovere dai
sentieri delle pietre cadute per poter passare. Fra cannoni nostri e cannoni austriaci è una moltitudine di pezzi che non si era mai vista.
225
SEGUENDO LA BATTAGLIA
La
battaglia
al
ha
terzo giorno
la
violenza
del primo. Se ne scorge la linea a tratti, in di-
rezione di Lolcvica e più giù, verso Oppacchiasella,
dove
poco
le
scuglio
il
di
Doberdò.
cespugli secchi, muricciuoli, terra rossa
di
un
terreno è scoperto e ricorda
aspre ondulazioni
praticelli,
di
e
Sassi,
un mi-
roccia bianca.
Si
vedono i nostri dietro ai parapetti improvvisati, già ben lontani in alcuni punti dalle linee di partenza, e si vedono le pattuglie che si spostano, rapide, in piccoli sparpagliamenti grigi.
Spariscono come inghiottiti dalla terra, non distinguono più
gli
uomini immobili dai
si
sassi,
poi uno, due, cinque, dieci sol dati sorgono, avan-
zano, spariscono ancora. tellano.
passano. foschia,
Sono I
stati
visti.
Le mitragliatrici marDelle nubi di fumo
soldati risorgono,
vanno ancora
disseminati nella
avanti.
Più lontano, sulle rovine di Oppacchiasella,
sembra si sia fatta la quiete. Le eruzioni di fumo e di macerie salgono ora impetuose al di Nella distanza si vede un palpitare di fiam-
là.
me fra boscaglie annebbiate: Vill'anova che brucia.
Che c’è laggiù ? È
difficile
determinare la
di combattimento. Essa non è mai rimasta immobile. Dove non è definitivamente avanzata, ha avuto delle oscillazioni. Il nemico lia alcune posizioni fortissime, dominate facilmente dalle sue artiglierie, e alle quali si aggrampa con disperazione. Non risparmia sa-
fronte
Barzini. Dal Trentino al Carso.
15
SEGUENDO DA BATTAGLIA
226 di
critici
uomini. Sloggiato, concentra
il
fuoco
d’infilata e lancia contrattacchi. Ricacciato, ri-
torna. Perchè
i
suoi soldati
non
si
arrendano,
ha preso disposizioni feroci. Un ufficiale austriaco prigioniero ha mostrato un ordine che minaccia
di
impiccagione
tria ogni ufficiale
che
si
al
suo ritorno in pa-
lasci catturare illeso.
Per questo, un altro ufficiale fatto prigioniero, ha estratto improvvisamente la pistola facendo fuoco all’impazzata, finché un colpo di baionetta i’ha inchiodato.
Ogni notte gli austriaci sferrano contrattacchi sulle quote perdute. Arrivano quatti quatti fin presso ai nostri «cavalli di Frisia», e subitamente urlano gettando bombe: «Hurrà! burRisponde il nostro grido di: « Savoia » rài ».
—
—e
i
!
nemici lasciano spesso ammucchiamenti Nessuna battaglia forse fu più va-
di cadaveri.
ria di questa,
petuosa in in
altri,
per
il
carattere della lotta, im-
alcuni settori,
lenta
e
sistematica
a seconda del terreno, a seconda delle
difese. Delle posizioni sono state prese subito, d’assalto; in altre l’avanzata ha impiegato due,
tre
giorni
per arrivare,
tenace,
costante.
In
punti le trincee nemiche erano vicine, balzo era possibile. In altre le due linee
alcuni il
erano separate da larghi valloni. È bisognato scendere, risalire su terreni scoperti, arrivare alla cresta a poco a poco. Delle seconde linee
LA NUOVA LINEA SI HAFFOEZA di
difesa ancora intatte
dietro alle prime.
si
227
scoprivano talvolta
Era necessario riprendere il
lavoro di demolizione.
Una quantità di mitra-
smascherava ad un tratto dove pareva che tutto fosse sconvolto. Ma dove sono più lenti, i progressi sono più. importanti. Sogliatrici si
no i pilastri che resistono maggiormente iin un che crolla: è la caduta dei punti di che rende la rovina definitiva. Dal santuario di San Grado, che non si ri-
edificio
appoggio,
conosce più, sventrato, sforacchiato, senza fac-
senza quei suoi due campanili gemelli che lo facevano scorgere da tutta la pianura
ciata.
friulana, gialliti
di
con
dalle
i muri del convento sfondati, invampe, circondato da trincee piene
morti, fino al settore di Monfalcone che
sfalda,
si
bombardamenti, la battaContinua per vette e per valloni,
sotto a nuovi
glia continua.
nei boschi e sulle irocoe, e arriva al mare, sulla sponda, dove si combatte fra le paludi, di fronte all’Adriatico,
calmo, luminoso e deserto.
LA NUOVA LINEA
SI
RAFFORZA. 18 settembre.
Su tutta la nuova linea delle posizioni si lavora. Da una par Le e dall’altra è un tramestìo di picconi che beccano la roccia. Si ode fra lo scoppiettare rado delle fucilate questo sordo
LA NUOVA LINEA SI RAFFORZA
228
raspamento di attrezzi, un rumore assiduo e minuto di scavo. Il combattimento è in un periodo di
sosta.
contrattacchi
Il
si
co
posizioni
sulle
è
contrattacchi
attacchi
furore degli
e
dei
è lentamente placato; Fazione andata localizzando a poco a po-
si
generale
più
attacchi
importanti,
hanno concentrato
la
lenza su certe vette che appaiono
loro
e
vio-
come i car-
dini della linea agitata della battaglia,
ed ora
consolidano le conquiste. Ogni lotta ha le sue fasi di immobilità. Gli eserciti sono come gli atleti, che alternano lo
si
sforzo
vigoroso
e
impetuoso
a
raccoglimenti
un parossismo di collutmantengono allacciati nell’ atteggiamento raggiunto, attenti al minimo moto del-
guardinghi, che dopo tazione
si
l’avversario, ogni
prio
quando uno
muscolo degli
teso.
atle.ti
Spesso è pro-
sembra già con
le spalle a terra, che Favvinghiamento prende fermezze statuarie; perchè la resistenza si fa
più disperata e l’attacco più pensato, calcolato, misurato, vigile. Poi, improvvisamente, un nuovo scatto veemente, e la lotta attiva si riaccende nell’attimo prescelto.
Oggi
si
lavora.
I
boschi del Velila Hribach
Nad Logem risuonano -di colpi d’ascia.
e
del
Si
abbattono alberi, e nell’ombra degli incerti
sentieri si vedono tronchi scortecciati che avanzano oscillando fra un grigiore di soldati, co-
LA NUOVA LINEA SI RAFFORZA
229
me pagliuzze portate da un formicaio. Servono a creare rafforzamenti, blindamenti, coperture.
Una operosità da cantiere brulica suite posiSi direbbe che si stiano tracciando' le fondamenta per una città. Le trincee primitive
zioni.
delineatesi nel combattimento, quei muricciuoli
improvvisati, quei monticoli di pietra che ogni soldato erigeva febbrilmente avanti a sè, quelle
buche che conservavano impressa nella
piccole
fanghiglia rossa la traccia d’un ciato,
tutte
scintillante
circondate di
bossoli
da
uomo accovac-
un pagliettamento
sparati,
trasformano
si
lentamente in fossati profondi, in corridoi senza fine scavati nella roccia, serpeggianti a zigdifesi
zag',
da parapetti di macigni coronati da
sacchi. Yien fatto di pensare a quelle
immani
suoi
campali che Cesare descrive nei Commentari, a quei baluardi sterminati
che
le
fortificazioni
legioni
di
Roma
facevano sorgere in
poche ore di fronte al nemico, al limite delle loro grandi strade di conquista divenute le eterne arterie del mondo.
Un vuoti.
grande struscìo metallico di badili sui a grandi palate si riempiono i sacchi Arrivano impacchettati, i sacchi, grandi
balle
di
sassi:
tela:
in
un
istante
colmati, legati, e passano da
sono
distribuiti,
una mano
perenne catena, pesanti
tra,
in
tori
scaricano in fretta gomitoli di
all’al-
e
bitorzoluti, fino ai parapetti in costruzione. File di portafilo di
ferro
LA NUOVA LINEA BI RAFFORZA
230
spinalo e ripartono correndo.
mano!
su,
forza!»
— squadre
«Qua, date una di soldati an-
santi portano «cavalli di Frisia», vigli di ferro, e ste,
vigilano
le
enormi gro-
domandano aiuto. Fuori, nascosentinelle avanzate. Lungo le
nuove trincee, immobili, estranei al lavoro, 1 occhio alle feritoie, attenti, stanno gli uomini incaricati della
prima difesa. Hanno disposto in-
loro
pacchi di cartucce e granate a si scuotono, imbrac-
torno
a
mano. Di tanto in tanto ciano
il
con gesto pronto, mirano, spa-
fucile
rano. Delle pallottole nemiche arrivano a raf-
scoochiano sui sacelli o passano alte con un sibilare di frustata. Nessuno, ci bada. Ma ogni soldato lavora presso al suo posto di combattimento, pronto a correre alle armi. I fucili fiche,
si
allineano appoggiati al parapetto, con le gie le baionette appese alle canne. Gli uf-
berne
ficiali
vanno
e
urgenza. Tutti,
vengono sorvegliando, facendo ufficiali
e soldati,
sono sporchi uniformi
di fanghiglia fino all’elmetto; le loro
hanno preso il colore rossastro del terreno. Sembrano fatti della stessa sostanza della montagna.
Da lontano questi uomini si direbbero
dei detriti del suolo
che
si
muovono.
In certe posizioni la fronte si fortifica sulle rovine dei trinceramenti nemici espugnati. Qui uno sconil formicolìo dell lavoro s’imbuca in volgimento spaventoso, fra sgretolamenti da frana, entro
una confusione di pietrame, cosparsa
LA NUOVA LINEA di. armi
SI
spezzate, di morti.
RAFFORZA
231
La bufera del fuoco
ha demolito, sparpagliato, mescolato tutto, ha spazzato parapetti, colmato camminamenti, disseminato
scudature, paletti,
travi,
mitragliatrici.
I
fili
di ferro,
nostri trascinano- i rottami più
Al di là nuove trincee s’innalza un oscuro intrico
vari e ne fanno delle strane barriere. delle
informi irriconoscibili, lamiere lacerate
di cose e
accartocciate che avevano forse sostenuto dei
blindamenti,
assi
metalliche contorte, resti
di
Il primo ostacolo che si oppone al nemico è il gigantesco rimasuglio dei suoi ma-
reticolati.
teriali di difesa.
Il
bombardamento non ha sosta. In certi mo-
menti rallenta, sembra stanco, pare che stia per quietarsi, poi tutto ad un un tratto riprende violento,
come se preparasse un attacco. Muta
obbiettivi, folgora vie,
si
da ogni parte, batte le retro-
concentra in
strada che
z’ora prima,
tiri
di
demolizione. Sulla
era percorsa quasi al sicuro mez-
si
si
appesantisce subitamente un’at-
di morte. E sembra diversa. I luoghi assumono un’altra fisionomia, sotto la percossa cannone. Prendono una espressione inat-
mosfera del
tesa,
solenne,
truce e ostile.
Quando
il
grido
dei soldati nei rifugi avverte: «Attenti, la stra-
—
si guarda avanti con una da è bombardata! » diffidenza oscura verso le cose mutate. Tutto sembra pieno di un’attesa feroce.
LA NUOVA LINEA SI KAPFOEZA
232
Non si ode una voce. I gridi dei conducenti si estinguono. Ogni uomo inoltra grave, silen,
con una decisione di lotta sul viso. Il continua ininterrotto, ma i carri e i cassoni galoppano, le salmerie trottano, le automobili passano veloci rombando fra nembi di polvere, le squadre di sei-vizio vanno in fila
zioso,
traffico
lungo i margini, ordinate, curve e rapide come nella battaglia.
Il
genza sinistra lo po’ inseguito.
traffico continua, affretta.
ma una ur-
Ognuno si
Bisogna passare
e
si
sente
un
passa,
ma
chi sta per entrare nella strada bombardata
si
ferma sempre un momento,
si
si
prepara
e
slancia. ;
La strada si apre davanti a lui annebbiata, funerea, misteriosa. ri.
A istanti è piena di frago-
Scroscianti raffiche di schegge l’attraversa-
no, delle pietre rotolano giù dal declivio, qual-
che murello frana. Poi una quiete profonda, lugubre, inverosimile. Delle nubi di fumo si dissipano lontano. Si rivedono le rovine bianche del villaggio, laggiù, allo sbocco, che erano scomparse. U:n altro colpo arriva. Niente: è sul greto. Attenti, c’è una Fumiga ancora. Due passi lontano un mulo abbattuto agita gli zoccoli. Un camion ci-
scoppiato indietro, buca.
sterna è rovesciato sul
bordo,
con due ruote
e l’acqua sgorga dal suo corpo mascome fosse il suo sangue. Nessun ferito ?
sollevate, siccio
No,
ecco
i
conducenti che ritornano
a
piedi,
LA NUOVA LINEA SI RAFFORZA
quatti
quatti.
Siamo
alla
voltata.
238 Si
riodono
finalmente delle voci, dei gridi di mulattieri;
un piccolo affollamento di gente che si dispone a passare. Rinascono i clamori della vi -
c’è
'a. La strada bombardata è finita. È ridiventata una strada qualunque, bonaria ed amica.
Gli
questi
adoperano
austriaci tiri
i
grossi
calibri
per
di interdizione, lenti e intermittenti.
Di tanto in tanto, tutte le loro artiglierie allar-
mai/
si
concentrano sopra un punto o sopra posizioni, [attirate da improvvisi
delle
l’altro
fuochi di fucileria.
La giornata si è fatta oscu-
ra,
minacciosa, la sera si avvicina, e nell’ombra
le
vedette sparano ad ogni
colpi spesso
rumore
sospetto.
moltiplicano, le trincee da
si
parte e dall’altra
si
popolano
di tiratori.
I
una
Uno
strepito di battaglia si desta, e allora l’artiglie-
nemica entra in azione, per qualche minuto, con una prontezza singolare. Essa è organizzata in modo da concentrare i suoi tiri ad una parola convenzionale lanciata dal telefono. ria
Il
comando le arriva direttamente dagli osser-
vatori. Sopra un settore minacciato, convergono in pochi istanti tutte le batterie che hanno
la possibilità di
arrivarvi.
resistenza
austriaca.
della
Soltanto
pra vaste nuto in
gli
attacchi
fronti,
Questo
è
il
segreto
simultanei e decisi so-
richiamando nello stesso mi-
dieci, in venti
trazione della difesa
punti diversi, la concen-
— cioè disperdendola —
234
LA NUOVA LINEA SI RAFFOKZA
riescono ad aver ragione della formidabile organizzazione delle artiglierie nemiche, per la
quale la loro efficenza
si
moltiplica.
Gli
altri
ostacoli non sono insuperabili se i comandi sanno nutrire a tempo gli assalti con ondate
successive, se rincalzi voluminosi spingono subito irruzioni di truppe fresche oltre le posizioni
conquistate, portando la fronte di batsempre più in là, in zone che l’artiglieria nemica non ha misurato e che deve cercare. Il nostro primo assalto è (sempre arrivato. Nultaglia
la lo ferma.
Nè la fucileria, nè le mitragliatrici
numerose che gli
austriaci, col sistema
nico,
al
sottraggono
germabombardamento, incaver-
nandole.
Ma una offensiva su vasta scala non può mantenere a lungo u|na contemporaneità di azione; essa finisce per avere concentramenti successivi di sforzo.
Quando la minaccia non pre-
me più su tutta la linea, la organizzazione del fuoco nemico trova delle opportunità, converge tutta sulla posizione là cui riconquista è più urgente, e la batte preparando Gli
assalti
si
i
contrattacchi.
rinnovano, la lotta si accanisce, deve affermarsi fra diffi-
e l’avanzata italiana
coltà che al
primo momento sembravano
sor-
passate.
L’ultimo ta
144.
sforzo nemico è stato sulla QuoÈ una grande collina isolata, regolare,
LA NUOVA LINEA SI KAM’ORZA
235
di là del Deboli. Sta allo sbocco meridionale
al
Vallone come una sentinella.
del tutti
i
nostri
movimenti nella
gola,
Sorvegliava e intorno
melmoso di Doberdò. Intorno a questa altura è un circolo di strade. Tutte le strade della regione vanno a passare ai piedi della Quota 144. Dalla sua cima si dominano le retrovie nemiche della zona di Monfalcone, al
laghetto
la via il
Duino, la via di Brestovica, e verso
di
nord, la via che sale a Nova Vas, sulle vitali
arterie
di
guerra. Si prevedeva
una disperata
difesa della collina sassosa e sterposa, solcata
da trinceramenti profondi, e non potevamo prenderla di sbalzo. Le nostre linee erano sul Debeli. Bisognava scendere nella valle e risalire i fianchi della Quota 144. Quattrocento metri di percorso. Non si superano di slancio.
La conquista è stata lenta, metodica. Quattro
Due
al
verso
i
colonne
sono avanzate all’attacco. due ai fianchi Nel pomeriggio del 14 erano
centro, verso la vetta, costoni.
già sulle pendici dell’altura, su certi prati variegati di cespugli e costellati di rocce
bianche
granulamento dei soldati attaccali al terreno sembrava perfettamente immobile. I segnali che indicano i limiti dell’avanzata erano fermi. E pure, guardando bene, si vedeva ogni tanto uno strisciare confuso di a fior di terra.
uomini,
un
Il
inerpicarsi
lentissimo
di
plotoni.
Da ora in ara si era sorpresi di ritrovare i se-
236
gnali
LA NUOVA LINEA SI RAFFORZA
un poco più
moliva
le trincee,
su. L’artiglieria intanto desconvolgeva la vetta, la bru-
ciacchiava, la trasformava.
Ma non erano le trincee austriache che si opponevano all’avanzata. Erano i fuochi d’infilata,
la fucileria sui fianchi,
il
tiro delle
ar-
Duino, di San Giovanni. Le colonne erano ostacolate. Il centro, un poco
tiglierie di
laterali
più protetto,
progrediva.
La
linea
di
attacco
prendeva la forma di cuneo. Il cuneo d’uomini, ora già fuori dei praticelli e aggrampati alle rocce, si allungava, si allungava insensibilmente.
Alla
sera
qualche metro dai
era. sotto
alla
cresta,
a
resti dei reticolati.
Alla notte, in un dilùvio di pioggia, l’assalto è balzato avanti, ha superato la trincea. Ve
n era un altra più in là, che non s’era vista, con la sua barriera di pesanti « cavalli
intatta,
di
Frisia».
Una quantità di mitragliatrici ne-
miche ha aperto
il
fuoco.
È seguito un primo
contrattacco con
granate a mano. I nostri si sono abbarbicati alla prima trincea, e hanno resistito. Il giorno 15 è continuata la lotta. La linea
di attacco sui fianchi ondulava, subiva dei contraccolpi impressi dal movimento della
battaglia sul
massiccio carsico. Nel settore di Monfalcone si accendeva pure il combattimento con nuova violenza, appunto per aiutare l’azione sulla Quota 144.
La battaglia si estendeva
fino alla riva del mare.
237
LA NUOVA LINEA SI RAFFORZA
Gli
hanno rinnovato
austriaci
tentativi
per rovesciare l’attacco.
no mantenuto
il
hanno ripreso
l’azione.
notte
alla
nostri
I
terreno, tenaci.
Il
i
han-
giorno 16
Per la seconda volta, sono stati fermati dalpreparò un terzo assalto. Aperti varchi più ampi nei reticolati, per mezzo di tubi esplosivi, nel pomeriggio la massa si arrivati all’altra trincea, le
mitragliatrici.
è
gettata avanti, impetuosa, irresistibile, a va-
Si
langa, con un clamore immenso, preceduta da una grandine di bombe. La 'vetta è stata defi-
nitivamente raggiunta.
Ed così
è
stata
tenuta sotto a
tiri
che più volte
incrociati
i
di
artiglierie
nostri
soldati
hanno creduto fossero cannoni italiani che facessero fuoco per errore. Tempestando il rovescio gli austriaci speravano forse di isolare conquistatori.
Il
tacchi con forze pre.
i
nemico ha lanciato contrassempre maggiori, respinti sem-
Le sue perdite sono enormi. Tutta la vetta un disseminamento di cadaveri.
coperta di
è
L’ultimo contrattacco è avvenuto questa notte,
sotto
una pioggia gelida, in un incerto chia-
rore di luna velata. Di esso parla
il
bollettino
annunziando così, indirettamente, che siamo anche sulla Quota 144. Essa costituiva una delle posizioni più diffìcili ad essere espugnate. Il suo possesso ha un valore che l’avveodierno,
nire rivelerà.
238
IL
IL
GENERALE TEMPO
GENERALE TEMPO. 21 settembre.
— dicono
«È un tempo austriaco!»
i
sol-
La battaglia cominciò in un temporale. ! oi, come il furore degli assalti scemava per fondersi in una continuità di combattimentio, dati.
la irruenza delle
nire
intemperie si calmava per fi-
nella eguaglianza
del
maltempo
stabile.
Nmi si tratta più di giornate cattive ma di cattiva stagione.
gia
si
è
Siamo al brutto normale. La piog-
fatta
costante,
sottile,
gelata,
eguale.
I fiumi sono gonfi, i torrenti straripano, delle piane sono inondate, per tutto si affonda nella
melma. Un cielo basso, plumbeo, immobile ed eguale come un cielo da neve, grava sui campi di battaglia. Le montagne immergono la vetta nelle nubi, le lontananze svaniscono in una foschia tenebrosa, tutto appare scolorato e spento
nel velo dell’acqua che cade, nella fitta delle gocce, obliqua e tremula.
trama Le boscaglie del
Carso hanno da lontano l’apparenza di grandi nuvole nere adagiate sopra una desolazione di pietrame e di fango, fosca, incerta e vaporosa.
panorama ha per sfondo dell’ombra; non si monte Sto! sulle cui brune pendici il campanile di Temnica metteva una lineetta sottile e bianca, e non si vedono più i Il
distingue più il
239
GENERALE TEMPO
IL
pronta declivi del Fajti Hrib, un intreccio strano della seconda linea nemica,
lavori sui
di linee chiare di
sce di reticolati.
già
scavo alternate a cineree striterreno delle avanzate fu-
Il
ture, la strada dell’avvenire, svanisce in
crepuscolare.
lore ci
E
le
stanno di fronte, che scoperto,
allo
un pal-
immediate che mostrano qua e là
difese si
appaiono confuse e complicate
come uno schieramento di macerie. L’acqua stormisce monotona nei boschi e sulle sterpale, spande il suo mormorio strisciante sulle rocce, ruscella nei camminamenti, inonda qualche trincea, in fondo alla quale sono disposte ad intervalli delle grosse pietre per po-
sare glia
il passo. L’acqua che scorre e che gorgoempie tutto della sua 'voce liquida, e pare
non ci sia che lei di mobile e di vivo sulle posizioni,
sassi
quegli
fra
sterminati
ammonticchiati.
allineamenti
di
Da distante si ha l’im-
pressione che la battaglia non metta in rango che delle pietre, in formazioni sempre varie, sempre nuove. Giorno per giorno si vedono dei
muricciuoli avanzare, delle schiere di blocchi prolungarsi,
moltiplicarsi,
come
ise
insensibil-
mente manovrassero in una loro fantastica e (solenne guerra di macigni. Gli
uomini in trincea si sono rannicchiati, si
sono imbucati, si sono creati minuscoli ricoveri contro teste
le
la
pioggia.
Hanno sospeso
più svariate
tettoie.
sulle 'loro
Alcuni hanno di-
240
IL
sposto
GENERALE TEMPO
loro telo da tenda a baldacchino,
un lembo tenuto da sassi sul parapetto, il resto sorretto da bastoni. Altri hanno adoperato dei il
materiali austriaci, assi, tavole, pezzi di lamiera curvi e corrugati che formano delle piccole
La pioggia tamburelli sui ripari come su delle ombrelle aperte. Sotto, nell’ombra, acvòlte.
coccolati, dormono profondamente quelli che so-
no stali di guardia la notte. Gli altri guardano dalle feritoie; o scrivono, la carta sulle ginocchia, con lunghe pause meditative durante le quali la punta del lapis gira e rigira fra le labbra dello scrittore come per cercarvi le parole; o fumano, seduti sopra un sacco a terra, contemplando ad ogni boccata la sigaretta che se ne va,, e che è forse l’ulthna. Di tanto in tanto uno scoppiettìo improvviso di fucilate. Tutti si levano. Che è ? È uscita una pattuglia. Ognuno torna alla sua occupazione. Le fucilate continuano per qualche l em po. È l’unico indice dei movimenti degli «ar'
diti»
che sono fuori. Quando una pattuglia
è
neppure le vedette la scorgono dopo j primi passi. Sparisce; sembra assorbita dalla paurosa zona di terra che separa gli avversari, da quella zona morta, tagliata fuori del mondo, che miriadi d’occhi spiano 'con difuscita
suoi
fidenza, spiati di
come
se
si
sentissero alla loro
volta
da quel vuoto, guardati da qualche cosa
invisibile
e
aspettante.
I
soldati
ci
hanno
IL
confidenza. i
parapetti
GENERALE TEMPO
Quando il momento e le vanno incontro
241
viene saltano
cannone non ha mai smesso di tuonare. tiri un po’ per tutto. Batte ora
Il
Continua i suoi le retrovie,
ora le trincee, si esaspera se scorge
un movimento, interdice, demolisce. Ha lunghe ore di stanchezza, poi riprende violento, sposta
i
suoi centri
di
Sembra
furore.
alle
volte
che rombi a battaglia, serra i suoi colpi, infuria:
osservatori
gli
soltanto
possono dire
la
ragione
di questi accanimenti subitanei, che non sempre corrispondono a riprese della lotta.
La battaglia si è placata. Dopo avere oscillato qua e là per tre giorni, la nuova fronte italiana si
è
fissata sul
ha preso la
terreno conquistato del Carso,
solidità
definitiva.
sua linea sulla carta
linea descrittiva di
Perchè
è
e
Si
può tracciare
considerarla come la
una fase conclusa.
descrittiva
la
linea
della
nostra
Essa dice la storia della lotta. La fronte di una battaglia è come una corda che avanza tesa, -e che non si contorce, non serpeggia, non si agita che sugli ostacoli. Ogni spezzatura della linea indica un punto di maggiori fronte.
contrasti, ogni ondulazione parla di alternative.
Dove il combattimento ha avuto le più esasperate vicende, è rimasto qualche cosa di più agitato e vigoroso nel disegno della linea raggiunta.
Ecco
al
nord della fronte carsica,
Barzini. Dal Trentino al Carso.
alla
sini16
242
IL
GENERALE TEMPO
stra della battaglia, l’arco di un’avanzata
pétuosa, di
piena, profonda, eguale.
È
im-
il
profilo
uno slancio compatto, unico. Alla
sinistra
ha avuto la più bella continuità movimento e di espansione. Non si è fermato nelle posizioni espugnate, oltre le pendici orientali del Nad Logem: è andato avanti, ondata dopo ondata, nutrito di forze fresche, teninfatti l’assalto
di
dendosi
verso più vasti obbiettivi, attraverso boschi e spianate, fino ai limiti delle possibilità di
momento. In due ore aveva percorso più due chilometri. Le ferrovie erano ingombre
di
prigionieri,
del
le forze
della difesa erano
di-
Le formidabili fortificazioni campali di San Grado, all’estrema ala operante, sorpassate, aggirate, cadevano il giorno dopo per manovra. strutte.
Fermatosi, questo braccio sinistro dell’ offensiva, se
anche ha modificato lievemente la sua posi-
zione per sul
una sistemazione di sosta, imprime una linea di conquista piena di
terreno
fermezza.
"
L’arco rientra lievemente verso il centro, rimasto più indietro per l’avanzata più faticosa e più lenta.
Al centro passa la grande arteria mediana dell’altipiano, la strada di Costarne Era più facile àgli austriaci difendersi in una zona servita da buone comunicazioni, subito accessibile alle riserve; forse anche si vica.
aspettavano al centro il colpo di ariete. Contasulle grandi difficoltà na-
vano probabilmente
243
GENERALE TEMPO
IL
che avrebbero chiuso
turali
il
passo
ai
nostri
e, non potendo rafforzare hanno portato subito sul cen-
sui fianchi montuosi,
l’argine per tutto,
primi aiuti alla resistenza. Lokvica avevano creato uno di quei loro sistemi difensivi che sfruttano mepianeggiante
tro
Fra Villanova
i
e
ravigliosamente
le
caratteristiche
deli
terreno.
Qui l’attacco non ha sfondato: ha respinto. Ha respinto il nemicò a passo a passo, fra contrattacchi incessanti, e la fronte raggiunta traccia una linea tremula, quasi agitata, piena di una vibrazione di sforzo, rasenta le macerie di
Lokvica,
fino
scende
da dolina a murice iuolo
alla strada di Costanievica.
Da qui rien-
tra con impeto.
Ha un serpeggiamento violento, come il grauna scossa di terremoto. Balza a sud-
fico di ovest,
passa al di qua di Villanova, tocca in un
punto la linea di partenza, e subito cambia nettamente direzione, si slancia a sud-ovest, abbraccia la Quota 208 sud, rientra
un poco,
si
avventa sulla 144, e spegne le sue ondulazioni veementi nella immobilità della fronte ad oriente di Monfalcone. Questa linea agitata, tutta sobbalzi,
che sembra scagliarsi su punti importanti che vi si attacca col vertice pene-
di conquista,
trante
di
arditi
Va
salienti,
ha un’eloquenza
in-
viene tempestosa, racconta vicissitudini di attacchi e contrattacchi, come quei dicibile.
e
segni sinuosi che le tempeste
imprimono sulle
244
IL
spiagge
GENERALE TEMPO
mare ^accontano
del
il
passare e
il
ripassare dell’onda. Sulla fronte del massiccio carsico,
il
terre-
no si eleva anche a destra culminandosi con due vette gemelle e vicine: la Quota 208 nord, sopra Villanova, la Quota 208 sud, i cui fianchi precipitano a sperone verso i terreni più bassi del
sulle cui
settore
di
una
ondulazioni corrono le trincee Moinfalcone.
Fra
le
due
vette
Fu su questa sella che vedemmo salire trionfalmente il primo assalto, gemelle,
selletta.
un turbine d’uomini,
alle
tre
pomeridiane del
giorno 14.
I prigionieri calavano giù a manIn sei minuti la posizione fortissima era espugnata. La vasta cattura indicava lo sfon-
drie.
damento della linea di resistenza. Di tutte le posizioni austriache nessuna aveva il valore di quelle due alture dominanti. La Quota 208 sud, che sovrasta il Vallone, che si erge sulla zona delle retrovie nemiche, che sta lì
in un angolo come uin mastio di fortezza, che
torreggia sulla Quota 144, che scopre ogni strada verso J ami ano, verso Scio, verso Brestovica,
San Giovanni e Duino, aveva specialmente una importanza capitale per la difesa.
verso
Evitato lo sfasciamento della fronte al centro, ma non l’ arretramento, il nemico ha diretto
immediatamente i suoi la
riconquista
delle
sforzi
alture.
sulla
destra,
Nella notte,
al-
sotto
IL
245
GENERALE TEMrO
un diluvio di pioggia, dopo una furibonda concentrazione di artiglierie, sferrò il contrattacco con grandi forze sulle trincee espugnate dai nostri che vi si stavano fortificando.
e
quelle
giorni
tre
in
riprese.
posizioni
Tre volte
furono perdute
lotta accanita, varia, tenace,
La
si
andò localizzando sulla Quota 208 sud, la più importante. Nella mattina del 16 la facevamo definitivamente nostra. Il lento attacco sistematico della Quota 144, più al sud, era influenzato dalle alternative di questi combattimenti. Stabilitici sulla 208 sud, la vetta delil giorno stesso potemmo occupare
Su tutte e due le alture i contrattacchi hanno continuato ad abbattersi, ma la reazione nemica si è andata affievolendo. Due grandi la 144.
cardini della difesa sono così nelle nostre mani. La battaglia vittoriosa, nel suo complesso,
ha presentato finora attacco
fase:
to della frónte
nostra
sinistra.
fasi
tre
generale,
distinte.
Prima
sfondamento immedia-
nemica alle ali, avanzata della Seconda fase: resistenza del
nemico su linee arretrate
alla nostra
e al centro (resistenza caratterizzata
sinistra
da nume-
rosi contrattacchi dimostrativi) e controffensiva vigorosa contro la nostra destra, terza fase:
alternative di lotta alla nostra destra, conquista Ora è la
definitiva degli obbiettivi contrastati. stasi. I
Il
russi
tempo si
cattivo
vantano
di
concorre
avere il
«
ad imporla. Generale In-
246
IL
GENERALE TEMPO
verno», eterno difensore delle foro terre. Noi dobbiamo accorgerci che la guerra moderna deve piegarsi ai comandi di un generale Tempo.
Il
genio' dei
più grandi capi può creare
i
ma per l’esecuzione dipende dai capricci della meteorologia. Con
piani d’azione più perfetti, si
grandi calibri sensibili alle varie densità del-
i
l’aria,
con
metro
la
del
ziali.
la
necessità di misurare al crono-
durata di certi
terreno
e
assalti,
dell atmosfera
le condizioni diventano essen-
Un po’ di fa;ngo può raddoppiare o tri-
plicare il tempo necessario ad un’avanzata e renderla impossibile. Il vento stesso può affie-
o impedire un’offensiva. Se è contrario bombarde a casa. Esse ritornano come un boomerang. Partono, fanno un giro e vengono a scoppiare imperterrite verso la linea volire
riporta le
di
partenza.
visto più di
I tedeschi, peggio ancora, hanno una volta i loro gas velenosi tor-
nare indietro spinti da un soffio incostante. Le ingerenze del generale Tempo diventano sempre più numerose e complicate. Egli entrerà certamente nelle decisioni future. Intanto piove.
IL
247
COLPO DI SPALLA
La Battaglia di Ottobre. COLPO DI SPALLA.
IL
Zona di guerra, 11 ottobre.
Quale è la nostra nuova fronte sul Carso ? Da poche ore essa non è più quella che conoscevamo, quella che avevamo visto comporsi
dopo lo sbalzo del 14 settembre. Nessuno potrebbe delineare ancora con certezagiza la linea raggiunta oggi. Essa è mobile, il bordo di tata, è il limite di una tempesta,
e consolidarsi
furore. Si indovina più che si conosca. I grandi comandi stessi (non ricevono, da minuto a minuto, che notizie episodiche per le
un
quali
si
fissano
appena qua e
là
delle
posi-
d’una linea in fori capisaldi mazione, che può essere non definitiva. E ad ognuna di queste notizie si ha 1 impressione vaghi di intravvedere piccoli lembi di solidità, d’una bufera, e isolati, nella fluidità tumultuosa
zioni occupate,
come
quegli indefiniti profili di paesaggio che
appaiono
attraverso
gli
squarci
di.
un tem-
porale.
La nostra l’
offensiva
sul
Carso'
somiglia
al-
avanzare lento di quelle grandi colate di lava
248
IL COLPO DI SPALLA
che rovesciano a tratti la loro pesante massa ardente, percorrono una breve zona e poi si freddano, si rapprendono, divengono pietra, assumono la fermezza di una muraglia, trasformano il loro bordo in una roccia fumigante, piena di incandescenza invisibile, gonfia di fuoco che affluisce da lontano e che improvvisa-
mente erompe di nuovo, sconvolge la muraglia, rabbatte e prosegue; la colata fiammeggiante si rimette in pioto. Oggi la colata cammina.
È giorno
di
battaglia.
Da due mesi
i
periodi di preparazione e
i
periodi di attacco si seguono con una regolarità formidabile. Ogni battaglia per la conquista di
una nuova linea è più vasta, più intensa, più violenta della precedente. L’offensiva potè sorprendere il nemico alFinizio, nelle gloriose giornate di agosto, perte,
ma ora il giuoco è a carte sco-
ed
è soltanto con una calcolata e irresuperiorità di sforzo che la conquista procede, a palmo a palmo. Sotto certi rapporti sistibile
nostra azione somiglia nel suo svolgimento a quella franco -inglese sulla Somme, per quel-
la
lo
che ha
di
sistematico, di aperto, di preve-
Ed anche per i metodi
dibile,
di
che
nemico ci oppone.
il
ineluttabile.
Come i tedeschi, gli austriaci, non potendo Più erigere quelle possenti barriere che stimavano inespugnabili, sentendo che nulla resiste
IL
più
al
tacchi,
tono
249
COLPO DI SPALLA
regolare colpo di maglio dei nostri atmoltiplicano gli ostacoli. Non si sen-
più
capaci
di
fermarci
indefinitamente,
come sul San Michele, e creano' infiniti argini incrollasuccessivi, compensano la robustezza bile della fronte
con la quantità delle linee di
resistenza.
Quando incominciò l’offensiva fran-
co-inglese,
si
parlava di prima, di seconda e
quali padi terza linea tedesche, sorpassate le dovesse determinarsi la guerra di movi-
reva
mento. Le
tre
linee sono sorpassate,
sono sorte
al
di là,
trincee
si
come
affollassero
se degli
a rallentare
ma alti e di
eserciti
la
marcia
da noi, fra le grandi da anni linee fortificate del nemico, preparate si formano intermedie e minori altre sul Carso, fatale della Vittoria. Così
per ridurre successivamente lo slancio della
no-
stra avanzata.
Dopo il nostro
attacco del
14 settembre, la a Castagnavizza.
austriaca era poco Saliva dalla valle del Vippacco, presso a
seconda linea
Ranziano, passava per una delle Dosso Faiti, sul ciglione del Carper Castagnavizza scendeva al sud ad attaccarsi alle colline del Querceto (Hermada),
all’altezza di
alte vette del so.
e
sopra a Duino. Poi, qualche giorno dopo, i noapparire brevi tratti stri esploratori aerei videro qua e là, di trincea, dei piccoli solchi oscuri, Nad Bresul Veliki Hribach, sul Pecinka, sul
gom. Rapidamente
i
solchi
si
prolungarono,
si
250
IL
COLPO DI SPALLA
congiunsero, in alcuni punti si raddoppiarono. Alla fine di settembre tutta una nuova seconda linea e
si
era formata, con
i
suoi
camminamenti
suoi reticolati.
i
Avremmo
voluto
attaccare
subito,
tutto
era
pronto, ma il cattivo tempo ci teneva immobili. La stagione ha protetto il nemico. Ha interrotto la nostra
azione di settembre ed ha ritardato
la battaglia di ottobre, quella d’oggi.
Il
sereno
arrivava, le artiglierie iniziavano in un’atmosfera limpida e luminosa ili loro tremendo la-
voro e
il
di
demolizione, la fanteria
si
ammassava,
giorno fissato per l’assalto sorgeva in un’al-
ba tenebrosa ricominciare.
piovosa. Bisognava attendere e Il Carso- è stato scosso a vari
e
periodi,
così, da bombardamenti spaventosi, preludi terribili di battaglia interrotti dalle intemperie. Ma nessuno ha raggiunto la violenza infernale dell’ultimo, di quello definitivo, che si è scatenato ieri ed oggi, e che continua.
Da Gorizia al mare è tutto un tuono-, tutto uno schianto, un fragore atroce -che sbalordisce,
rola
che annichilisce. Per scambiarsi una paè necessario spesso aspettare un attimo
di affievolimento del lo di cannonate,
rombo immane. È un ruluno scrosciare infinito di boati,
scoppi, di rimbombi, di ululati,, di clamori possenti e soprannaturali, e si è squassati dadi
gli
spostamenti dell’aria lacerata dai colpi vi-
IL COLPO DI
251
SPALLA
passare delle ondate veementi, dei fantastici soffi d’uragano, in successione perci ni.
Si sentono
petua.
La .terra sobbalza, le pareti di legnò dei
baraccamenti sussultano, risuonanti come pelli di grancassa. Tutto quello- che avevamo visto e udito finora è superato. Il Vallone, angusto profondo fra i selvaggi declivi, fonde il tumulto delle artiglierie annidate e dei proiettili che passano in un’eco immensa, in una sola voce profonda, lacerante, prodigiosa, ohe fa pensare ad una voce della terra stessa, ad un cupo
e
e
favoloso
grido della
Nell’attacco del
6
montagna
agosto,
che
furente. ci
diede Go-
buona prova una prepararizia, aveva zione violenta e breve. Otto ore di fuoco. Conveniva far presto, non dare tempo al nemico fatto
sorpreso
di
di
riaversi,
correre
rafforzarsi con riserve fresche.
prevede
tutto,
mico sa non può più essere còlto tutto,
si
ai
ripari,
di
Ma ora il netiene
pronto,
alla sprovvista,
e
il
sulle sue posizioni deve prolungarsi fino a raggiungere risultati materiali completi. Non c’è più niente di inatteso: è la
bombardamento
forza sola che vince. L’assalto oggi 'si è sferrato dopo trentadue ore di fuoco di artiglieria. grossi e i medi calibri, Hanno cominciato mattina. Una foschia leggera velava le poi
ieri
sizioni. tiro
di
vedevano male, ma il inquadramento dei giorni scorsi aveva Gli
osservatori
già portato le batterie ad una relativa esattezza
252
IL COLPO LI SPALLA
di, puntamento. I
cannoni tempestavano la pri-
ma e la seconda linea del! nemico, concentravano
fuoco sui capisaldi della difesa, sconvolgendoli. Avanti a Locvizza, avanti a Villanova, sulla Quota 208 nord, e in il
qualche altro punto della loro fronte, gli austriaci, lavorando assiduamente, avevano eretto dei fortini, delle
ridotte,
di
quei loro sistemi complicati di
trincee e di
camminamenti destinati a resistere a qualsiasi urto di assalto, veri nidi di mitragliatrici ai quali si imperniava la linea di resistenza. Era su questi nodi di difesa che le enormi granate cadevano in più grande quana stormi, impennacchiandoli di nembi agitati e immani. tità,
Il nemico rispondeva di quando in quando con violente raffiche di cannonate, cercava le
batterie nostre, tirava ad in terroni pere le nostre retrovie nei passaggi più vulnerabili, batteva dei rovesci nei quali immaginava le fanterie in attesa.
Degli aeroplani austriaci
si le-
vavano arditamente, esploravano, tentavano abbattere i nostri palloni -drago, facevano
di
segna-
con razzi fumiganti. Di tanto in tanto un martellamento di mitragliatrice scendeva dal
lazioni
e nell’azzurro si scorgeva un diafano e lontano aleggiare di aeroplani in lotta. cielo,
Scesa sospeso
la il
notte, le grosse artiglierie hanno fuoco e le piccole sono entrate in
IL COLPO DI
253
SPALLA
per impedire i lavori sulle trincee deIn ore molite e interrompere le comunicazioni. tiro per prestabilite le batterie allungavano il
azione
in lipermettere alle nostre pattuglie di uscire rioccupato in cognizione. Gli austriaci avevano tratti molti forza le linee bombardate, che in completamente distrutte. I nostri
apparivano esploratori
vedevano lontano sotto il pleniluuno ad uno i varchi già
nio e scoprivano ad
serpeggiare nella aperti nei reticolati. Si udiva vallate erano notte il crepitìo della fucileria. Le
colme di bruma che saliva lentamente. Stamani tutti i cannoni, grandi e piccoli, fuoco. Il cielo era copeito di che si squartenui nubi, cumuli di nebbione
hanno aperto il
azzurciavano qua e là mostrando profondità ad intervalli. Le re. Un pallido sole filtrava sparivano, palposizioni nemiche apparivano e nel lide e imprecise, nella foschia e
fumo. Non ed
un soffio di vento dissipava i nembi pesanti esplosione. Menacri che erompevano ad ogni grigiore sinitre il sereno si faceva in alto, un stro,
un’ombra crepuscolare si addensava sulla
battaglia.
pauroso fragore di centinaia e centinaia minuto riempiva un paesaggio scoSi vedevano le lorato, livido, strano, lugubre. Il
di colpi al
grosse
bombarde nere balzare su
incessantemente,
e
tracciare
traiettoria nella caligine.
la
dai declivi,
loro
bizzarra
Salivano veementi, e
254
IL COLPO DI SPALLA
al
sommo della parabola pareva si
un
istante,
oscillanti,
fermassero
come incerte,, poi
preci-
pitavano e uno schianto come di folgore annunziava il loro giungere al suolo.
Non era più possibile in quell’atmosfera di catastrofe distinguere sempre i colpi di partenza da quelli di arrivo. Certi spari di obice pesante avevano da vicino la violenza di scoppi di granata. Da ogni parte si intravvedevano vampate, fra le rocce e nelle boscaglie, e fulvi
annebbiamenti di fumo sorgevano a celare lo sfondo di una strada o lo sbocco di una gola.
De artiglierie nemiche mutavano
continuamente
obbiettivo, avevano lunghi silenzi poi tempestavano una zona. Quindici, venti granate di grosso calibro si seguivano
nella
zione col loro
stessa
dire-
rumore da convoglio, lanciate a
caso contro un presunto appostamento di batterie italiane od un supposto rifugio di truppe, e il luogo battuto spariva in una tenebrosa e tempestosa coltre di vapori. Si sentiva Tincer-
tezza e l’affanno del nemico in queste sue disperate e cieche percosse.
\erso le dieci e mezzo i 305 austriaci hanno bombardato così il Vallone ai
Dogern,
piedi del
Nad
aprendo enormi crateri nel terriccio rossastro vicino alla strada o svellendo macigni dai fianchi rocciosi del Brestovic, ammantali in parte da giovani boschi, E sulla strada.
IL COLPO DI
dopo
la
zolle,
è
grandine
fitta
255
SPALLA
schegge e
delle
delle
caduto lieve un nembo di foglioline e Cumuli di fronde strappati alla
di ramoscelli.
montagna e trascinati in a 1 Lo nei vortici d’aria e di fumo, sono ridiscesi come una nevicata. L’ automobile
che portava
qualche corrispon-
dente all’imbocco di un sentiero Idei Nad Logem, di verè passato su questo singolare tappeto dura.
Era l’ora fissata per le ricognizioni. Le battiro, il bombardanostre allungavano
terie
il!
mento
calmava un poco,
si
le pattuglie
esti-
vano. Sono arrivate alte trincee Inemiche senza
troppa i
lotta.
Hanno trovato i
reticolati divelti,
parapetti abbattuti. In qualche punto le patsono penetrate nelle posizioini austriache,
tuglie
piene di cadaveri e di feriti. Dei plotoni nemici si sono lasciati prendere prigionieri. Evidente-
mente
grosso delle forze
il
ritratto
per balzare avanti
suprema
austriache al
momento
si
era della
difesa.
Conoscendo i nostri preparativi, il nemico aveva fatto i suoi. Sapevamo che esso da qualche settimana riceveva enormi quantità di munuzioni, di mitragliatrici, di materiale di ogni Il movimento di treni sulle ferrovie del-
genere.
l’Altipiano, da Nabresina a Dornberg, era inten-
sissimo. dirigibili
late
Per questo i nostri Caproni e i nostri andavano cosi spesso a gettare tonnel-
di esplosivi sulle stazioni di
smistamento.
256
IL
COLPO DI SPALLA
Tutte le strade austriache erano ingombre di convogli.
I nostri aviatori avevano contato fino a duecento camiqns automobili in una sola Una grande quantità di trasporti affluiva anche dal nord, da Tolmino e da Plezzo. Le
fila.
truppe si erano pure aumentate di qualche divisione. della Transilvania, debitamente inquadrata con fedeli elementi magiari e tedeschi. Il nostro bombardamento aveva distrutto in
grande parte la
entità
che
al
le
della
opere della prima linea, ma non si sarebbe rivelata
difesa
momento dell’assalto.
L’assalto
è
avvenuto
alle
14,50.
È
scattato
minuto su tutta la fronte di attacco, dal sud di Gorizia al mare. Da un piccolo osservatorio sul Nad Logem, l’osservatorio del comandante di una delle mostre più ardite briallo stesso
gate,
si
è potuto scorgere lo
prima fase
dell’assalto dal
svolgimento della
Vippacco al Velila
Hribach. Si dominava la pianura di Gorizia, offuscata di caligine e di fumo. Ai piedi del monte, giù in fondo, i ruderi di San Grado sulla piccola
altura bucherellata dalle cannonate, e più lontano Raccogliamo e iMerna, greggi di case scoronate e sventrate, circondati di prati,
aggirati
dal fantastico serpeggiaménto del fiu-
me.
Nad Logem,
Il
lontano il Volkovnjak t
issi
Velila Hribach,
il
si
e
più
ergono coperti di
fol-
me boscaglie fino alle vette. Solo la punta
257
IL COLPO DI SPALLA
suo fianco merideclina scoperto e rossastro verso il
appare nuda, e
del Veliki
dionale
Pecinka.
Le
il
posizioni
nostre
di
in
partenza,
gran parte nel bosco, erano indicate alle artiglierie da segnali al di sopra degli alberi. Come ha capito il nemico che l’assalto era
imminente ? Nell’ultimo minuto
di
attesa tutta
sua artiglieria è entrata in azione. La pianura si è velata. Colonne immani di fumo color di ruggine passavano su San Grado. Si so-
la
no
visti
i
segnali
agitarsi,
avanzare,
«Vanno avanti! Vanno avanti !»
—
si
sparire.
sente gri-
dare dall’osservatorio nel frastuono spaventoso.
£
l’assalto.
Non si ode l’urlo degli uomini nell’immenso tumulto dei colpi. Ai piedi del Veliki, sul tratto scoperto, si vede il brulichìo della massa che si avventa. Poi tutto
si
oscura, tutto svanisce.
Il
suolo sussulta di esplosioni vicine. Un picchiettio di schegge da tutte le parti. Il casco di un ufficiale
osservatore, colpito,
manda un suono
metallico; l’ufficiale trasmette indicazioni ad una ;
batteria da montagna ed è così preso dal fervore del suo compito che non si accorge di niente.
volto
Il
generale vicino a lui tende
il
suo
magro ed energico con una attenzione
spasmodica e mormora qualche cosa a sè stesso, gli occhi socchiusi, fermo come una statua.
Barzini. Dal Trentino al Carso.
17
258
IL COLPO DI SPALLA
bosco
Il
rimbomba
di
esplosioni,
sono forse
tubi
ché spezzano
bero.
Non si vede niente. Niente altro che fu-
reticolati
mo. Dei rami volteggiano fosche eruzioni.
Sempre più
aria lanciati
al-
da
che il nemico batte nel
intensa scroscia la fucile-
e le mitragliatrici
ria,
in
ecl
Ma si capisce, si intuisce che
la fanteria è passata e
vuoto.
fra albero
dore
lacerante
e
acuti
solcano
l’aria,
mandano come uno stri-
profondo. gli
Miriadi
alberi
di
sibili
stormi-
vicini
rumore del legno spezzato è continuo, e qua e là il rumore delle pallottole sulle pietre fa pensare ad uno schioccare di fruste. Della gente a gruppi corre in una radura. scono,
il
Sono prigionieri che trottano in fila. Arrivano. Li precede un soldatino nostro, tutto sudato, con la maschera contro i gas attaccata al petcarico di tascapani, di sacchi,, di roba che
to,
gli
a
saltella sul
«Bisogna che nerale, rifugi v’è il
dorso, viveri, cartucce, granate
mano. Egli ha l’aria sbalordita e contenta. e
lascia
dove sono
una
striscia
io
sappia!»
—
esclama il geper avviarsi ai Nel camminamento sangue. Di tratto in tratto
l’osservatorio i
di
telefoni.
generale è costretto a fermarsi, curvo
:
passa
una raffica di acciaio e di pietra. Ai rifugi trova le prime notizie e manda i primi ordini. Poi si volge rasserenato e sorride. Le posizioni nemiche sono espugnate.
259
l’avanzata
informazioni affluiscono. Villanova è presa. Avanziamo oltre le Quote 208.
Da
altri
settori
le
Contrattacchi nemici al centro sono respinti. Il successo si delinea su tutta la fronte....
La battaglia continua.
L'AVANZATA. 12 ottobre.
La
battaglia
languiva stamani.
terzo giorno di lotta. le
Eravamo
al
Da quaranta ore continue
truppe combattevano.
Il
sonno
fulminava
qua e là i soldati come una morte senza ferite. Nelle trincee espugnate, dietro ad un tragico disordine Frisia»
di
sacelli
sventrati,
di
«cavalli
di
sconnessi e di cadaveri nemici disse-
minati si vedevano degli uomini accasciarsi per dormire. Alle riprese più intense del fuoco, essi
si
levavano flemmatici, con aria attonita,
imbracciavano automaticamente il fucile e sparavano sonnecchiando. L’artiglieria aveva lunghi silenzi. Di tanto in tanto un colpo, per
mantenere
l’interdizione,
vie. Gli obbiettivi
ne plumbeo.
un colpo sulle retro-
erano offuscati da un nebbio-
La mattinata autunnale, umida e
pareva minacciasse la pioggia. Le nuove posizioni nemiche erano ovunque piene di una
grigia,
lugubre quiete. Anche glia,
alle
spalle della batta-
per le vie nuove e antiche, un gran silen-
260
l’avanzata
u n gran ristagno, un senso di torpore. Tutto
zio,
(
pareva annunziare la sosta, una di quelle pauche possono prolungarsi per lunghe setti-
se
mane e che caratterizzano la fine di una fase dell’offensiva.
Sembrava giunto il giorno in cui
non rimane che fare il bilancio dei risultati Quando ad un tratto la battaglia ha
ottenuti.
ripreso.
t
,
:
|
Ha ripreso al centro, in direzione di Loc vizza,
poi
si
è estesa ai fianchi.
Si
è
andata
ri-
svegliando a nord e a sud, sotto al Velila Hrie al di là di Oppacchiasella, giù per i valloni boscosi che declinano scoscesi verso
bach
San Grado
e
oltre
Nova
Villa.
L’azione pro-
grediva tumultuosa lungo la fronte come rinfiammarsi di una striscia di polvere. Nelle prime ore del pomeriggio la battaglia ridivampava anche ai limiti della pianura di Gorizia. Dal ciglione del Nad Logem si scorgeva una
tempesta di esplosioni lungo là linea del Vertoibizza. L’artiglieria austriaca era presa da quel
parossismo che indica attacco.
la
preparazione di un
Un sole smorto inondava la piana, e
campi variopinti dall’autunno balenavano di colpi e si velavano qua e là di fumo. I grossi i
calibri nemici battevano le borgate di Sant’An-
drea, di Savogna, di San Pietro', tempestavano Mero a, Rupa, Pec, Vertoiba. Sorgevano impetuose, sul biancheggiare trito delle case dirute, le
immense nubi sinistre delle granate, e Gori-
261
l’avanzata
pittoresca, spai iva zia stessa, lontana, pallida e spandespesso dietro a cortine di fumo che si
adagiava nella calma. Qualche grosso cadeva in pieno nel Vippacco, avanti fiume pennacchi a Merna, e scaturivano dal che ìisuperbi di acqua, candidi, giganteschi,
va e
si
proiettile
cadevano lentamente con una leggerezza di piogalla mattina, era Il Vallone, così silenzioso gia.
tutto
percorso dallo scrosciare assordante de-
echi.
gli
La battaglia ha ripreso perchè in una piccola di brigata, che tendeva ostinatamente imad avanzare ancora un poco, si è sentito provvisamente che la resistenza nemica si affiefacevano voliva. Il fuoco delle pattuglie, che si nemico da sotto, sguinzagliate per vigilare il nostre che vicino, quelle instancabili pattuglie
azione
permettono studia
si
netico. Si
nei
Il
i
brevi riposi della massa, menti e
un nuovo movimento, è divenuto frenemico accennava a cedere terreno.
scorgevano dei plotoni austriaci scivolar via camminamenti. Avanti! Ancora uno sforzo !
che tornavano indietro dai posti avanzati, lanciavano il grido appena erano a portata di voce dalle trincee. Arrivavano ansimanti, affrante e raggianti. E la stanchezza
Le
staffette
mortale
si
Nessuna
è dissipata di colpo, in tutti.
raffica
ridestare le truppe
di
granate
avrebbe
come quella
notizia.
potuto
Sono
262
l’avanzata
balzate su, apprestandosi, pronte e ardenti come al primo minuto della lotta. Erano truppe
che
la battaglia aveva duramente provato. Stavano per essere sostituite da unità fresche. Non
aspettavano piu che
1 ora fissata per scendere accampamenti. Ed hanno chieancora un po’, il tempo di finire quello che avevano cominciato. Il loro generale ha comunicato ai comandi superiori il desiderio
alla quiete degli
sto di restare,
della brigata.
La risposta è stata un encomio
e la concessione di
non abbandonare la battaL'azione, rapidamente concertata, ha divampato in quel settore, mentre le brigate viglia.
cine, avvertite,
secondavano la ripresa con non minore entusiasmo. L’ordine di avanzata veniva lanciato intanto a tutti i comandi. Le nostre piccole artiglierie che da due giorni, in parte, si erano già spostate in 1
hanno aperto il fuoco secondando Le batterie pesanti hanno ricomin-
avanti,
attacco.
ciato
a
tuonare.
Alle
quattro
la battaglia s’era riaccesa
del pomeriggio con vigore su tutta
la fronte.
Mentre scrivo si avanza. Le pallottole austriache arrivano al Vallone e scoppiettano sulla strada: I grossi e i medi calibri nemici bombardano a zone, cercano di creare barriere di fuoco,
tirano sui rovesci, battono le nostre
nicazioni, laglie.
comu-
mettono per tutto le loro nere nuvonoi avanziamo, La nuova fronte,
Ma
263
l’avanzata
combattimenti accaniti, che dopo due giorni di incessanti, pareva giunfra assalti e contrassalti un temporaneo equilibrio, ta alla immobilità di di lava che semecco che si sposta. La colata riprende il cammino piu in-
brava rappresa, Questo ulcandescente e più fluida di prima. subitanea che timo sforzo, questa pressione ora della 'nell meravigliosamente si determina nemico in ritirata sopra il stanchezza,
trova
notevoli settori della fronte.
modificazione di fronte, della combattuta, tenacemente protetta,
È più che altro una lenta,
È diffipossiamo immaginarci i limiti. determinare quale è la nostra ma si indomutevole, tutta movimento: nemico risarà. Probabilmente il
quale
cile in quest’ora
linea
vina quale
intermedie, già appiega sulle forti posizioni formidabili trinceprestate a difesa fra i suoi quelli che ramenti di Castagnavizza e
attuale
siva
gli
possenti organizzazioni Villa e della
Loffeii-
ha strappato. Sloggiato dalle di
resistenza di
Nova
Quota 208 nord, veri sistemi di
dai capisaldi ai quali fortilizi campali, respinto la sua sinistra sul si
aggrappava solidamente
centro con dell’altipiano, sopraffatto al alle quali l’espugnazione di complicate ridotte strade e dei varchi delle difesa la annodava si Locvizza, costretto a cercare
ciglio
f
ra
Nova Villa e
nostro at-
solidi
tacco,
appoggi sotto la pressione del conversione che esso accenna ad una
264
l’avanzata
avrebbe per perno il massiccio del Velila Hri-
bach. Ma in questo momento tutto
è congettura.
Le nostre truppe
sono ancora ai primi sbalzi in avanti. Sbalzi di quattrocento, di cinquecento metri, frà mille ostacoli, fra muricciuoli, foibe, boschetti, rovine.
Avanzano con ardore, manovrando veloci
per
plotoni. in
Il toro movimento si segue a tratti una caligine di fumo. Si imtrawedono
là piccole file
qua e di ometti curvi, che vanno per
uno, rapidi,
il fucile a «bilanc’arm », e si adudi qualche scogliera o al bordo d’una dolina formandovi granulamenti grigi e immobili di soldati accovacciati. Poi i granulamenti si scompongono ad un tratto,
nano a ridosso
si
al-
largano, e la piccola massa si precipita avanti, a sciame, sempre più lontano, in crepitìo di fucilate.
menti
e
un subitaneo Sul margine di cammina-
sulla .cresta
di
muricciuoli
passano
lente processioni di elmetti e di baionette. In molti punti, soltanto le nuvole di qualche
shrapnell nemico indicano i limiti dell’avanzata. Sono poche nuvolette che si formano a gruppi,
ogni tanto;
si
direbbe che
i
piccoli calibri au-
striaci si siano già allontanati, fuori dell’azione. È l’indice di un ripiegamento sistematico.
Man-
cano poche ore alla notte. Il sole
declina, rosso,
senza splendore ed enorme in un torbidore
brume,
di
265
l’avanzata
Per avere un’idea dello svolgimento di questa grandiosa battaglia, che proprio quando pareva che cessasse porta i maggiori guadagni, bisogna raffigurarsi
chi.
Il
profilo generale del ter-
centro è dominato dai due ciglioni la-
Questa conformazione
terali.
determinato
della
fronte
piani della difesa austriaca.
i
massime cure al
il
depresso nel centro, sollevato sui fian-
reno,
del
nemico sono
state
ha Le
dedicate
rafforzamento delle due estremità della
li-
nea, perchè ogni nostra avanzata al centro do-
veva
essere
alture testate l’intera line di
subordinata
all’occupazione
delle
Soltanto il possesso delle due montuose avrebbe dato il possesso del-
laterali.
linea delle posizioni. Le rocciose colNova Villa e i fianchi del Veliki erano
due pilastri della resistenza. Gli austriaci vi avevano prodigato lavori di rafforzamento, trincee, camminamenti, cunicoli, caverne. Ed è su questi punti che il bombardamento nostro ha con maggiore insistenza imperversato. Ma il tremendo fuoco delle batterie italiane non poteva avere un eguale resultato su tutti
i
i
settori.
In un terreno così vario, strano, tutto
avvallamenti,
buche, roccioni, celato in parte
da folti boschi, la più violenta preparazione di artiglieria era destinata ad avere un effetto completo soltanto sulle zone visibili, scoperte all’osservazione, dove il tiro poteva essere' direttamente guidato. Le trincee austriache, tor-
l’avanzata
266 tuose,
serpeggianti in ogni verso, scavate pro-
fondamente nella roccia, mantengano spesso una gran parte del loro valore anche quando i parapetti sono demoliti, quando tutto alla superficie del
suolo è abbattuto, sconvolto, disperso.
Solo la piccola percentuale di colpi che cadono
dentro
al
solco è quella che veramente distrug-
il bombardamento che ha non ha egualmente annientate alla sinistra, dove boscaglie fittissime salgono dal Vippacco fino
ge e massacra. Così
schiacciato le opere di difesa alla destra, le
vette
alle
lassero
i
e
nascondono. Quello che ce-
tutto
boschi soltanto l’assalto ha saputo.
Alla nostra sinistra la lotta è stata accanita, disperata, aspetti
e lenta. Ha avuto degli Una lotta al coltello, nell’om-
selvaggia
antichi.
bra della foresta. tronco e tronco,
Oltre
v’ erano
ai
reticolati
delle
reti
disposte in ogni verso. In queste
gnatele di acciaio,
i
tesi
fra
metalliche
immense ra-
nostri plotoni esploratori
andavano avanti, passo passo, tagliando i fili, aprendo un varco dopo l’altro. Erano plotoni corazzati,
col
casco pesante fatto a
gorgiera, le spalliere, coperti di
cuffia,
la
armatura co-
me guerrieri medioevali, muniti di scudo. Erano fantastici pionieri della battaglia. A loro i
si
arresero i difensori austriaci dei posti avan-
zati. ro,
Dovevano far paura quegli uomini di fer-
invulnerabili ai colpi, imperterriti nelle r'af-
267
L AVANZATA
fiche di piombo, pronti a voltare lo scudo nella
direzione del fuoco
1
.
Ma le truppe avanzate del nemico erano postordite
che,
dal
bombardamento. Dai
rifugi,
grosso.
Al di
dalle caverne è balzato fuori di ostacoli
là
il
che bisognava demolire, compa-
rivano talvolta disciplinati allineamenti di kaiserjager che aprivano il fuoco eretti, come nelle vecchie guerre. Più spesso le raffiche della fucileria e delle mitragliatrici partivano dall’invisibile,
pareva che sprizzassero dai sassi, dadai cespugli giù per burronceìli sco-
gli alberi,
fra
scesi,
intrighi
di
fili
di
ferro e di rovi.
Bisognava per passare rimontare alla testata dei greti, manovrare, infiltrarsi in angusti varchi, mentre il nemico tentava (contromanovre e
aggiramenti. Erano infinite minuscole batta-
glie di plotoni, assalti di jdrappelli, urti di pi,
di
gridi di «Savoia!», gridi tìi
granate a mano,
grup-
«urrah !», colpi
colpi di baionetta.
Un po’ per tutto la lotta ha avuto di questi accanimenti. Sorpassata in molti punti, al primo balzo, la linea avanzata delle trincee nemiche,
il
combattimento si
è spezzato in episodi
senza fine. Perchè le trincee avevano salienti, rientranze, erano in qualche posto doppie, triple, e
con i camminamenti formavano labirinti
di solchi, pieni di nemici, vivi e morti.
Le trup-
pe che inoltravano, prese di fianco da fuochi d’infilata, dovevano retrocedere, mutar fronte,
268
l’avanzata
assalire difese laterali, trincerarsi, chiedere rinforzi che salivano lentamente sotto a nutriti
interdizione. Le ondate della 'nostra avan-
tiri di
zata avevano flussi e riflussi, trovavano il nemico annidato in posizioni inattese;. Bisognava scovarlo, aggirarlo, costringerlo alla rejsa a picunità. Nessuna battaglia è stata più va-
cole
più violenta, più agitata. Alle volte la via pareva definitivamente aperta verso certi ob-
ria,
verso Locvizza, verso il Pecinka, in direzione di Lucatic o di Jamiano', ed ecco a biettivi,
destra o
a sinistra
uno scatenamento di mida montagna nasco-
tragliatrici o di artiglierie/ ste fra
lei
rocce e nelle buche.
La conquista completa delle posizioni austriache è stata lunga e dura. Quando è cominciata a completarsi, il nemico ha lanciato le sue riserve in un’infinità di contrattacchi, piccoli e grandi, per tutto, preparati da bombardamenti
In certi punti
intensi.
serrate
i
si slanciavano a masse nemici, a plotoni affiancati, col siste-
ma tedesco. Falciati, respinti, tornavano in nuove formazioni.
I
più violenti e i più vasti con-
trattacchi tentarono la sera stessa del 10 la riconquista di Nova Villa e della Quota 208 sud. Tutta la notte, alla luce del plenilunio, gli austriaci
hanno cercato di riprendere piede sulle
posizioni
più importanti.
La
giornata di
ieri
è stata caratterizzata dalla incessante e furiosa
269
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
azione nemica. Rilevanti forze fresche austriache erano giunte nella giornata, portate da immense carovane di camions. Questa notte gli attacchi il
fuoco
austriaci
sono
manteneva
si
meno
stati
solidi.
Oggi è
attivissimo.
Ma il
ripiegamento.
Arrivano
i
primi
feriti
leggeri nel Vallone.
Hanno l’aria soddisfatta e stanca. Portano notizie.
«Siamo alle prime case di Locvizza!»
—
grida uno. Egli vuol dire che siamo ai primi ruderi. Non vi sono più case a Locvizza, come a
Nova Villa. Vi sono dei pezzetti di muro, un
tritume di calcinacci. La notte scende brumosa
e
fresca.
Una col-
fumo empie le valliate, e in questa fosca caligine è tutto un balenìo di colpi, un palpi-
tre di
tare di
vampe. Razzi rossi e razzi bianchi sol-
cano il cielo tenebrato. Un’enorme granata austriaca cade nel Vallone vicino ad un cimitero schierate a
di soldati,
e tutte le croci in fila,
ranghi,
inclinano con lo stesso moto.
si
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA. 16 ottobre.
Ad uno svolto,
ecco fra
gli
alberi sfrondati
un biancheggiare di rovine. Sono angoli di muraglie intonacate, lembi di pareti, ruderi infor-
mi rimasti
eretti
fra cumuli di macerie:
Op-
270
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
La
pacchiaseli. slabbrata,
strada che
ingombra qua
vi
e là
sparpagliate dalle esplosioni,
sale,
bucata,
di grosse
pietre
è fatta deserta.
si
Una corvée che avanzava lentamente portando fasci di razzi illuminanti e sacelli di cartucce, è sparita.
Ad un certo punto i soldati infilano
camminamenti che
misteriosi;
perdono;
si
si
deviano per solchi sprofondano e svaniscono.
La strada, sempre più tormentata, ingombra di rami d’albero e di rottami, cancellata quasi dal rovinìo dei muricciuoli, si vuota di ogni vita.
Da vista.
questo
le
punto, nulla più
si
Entrando nel terreno della
trandosi
sul
campo
di
battaglia,
muove
alla
lotta,
inol-
avvicinando
masse combattenti, si entra in ulna spaventosa
solitudine. Tutto quello che si vede è morto. Morte le strade, morte le case, morte le piante, morta la terra stessa, tutta ferita, dilaniata,
come se una vanga gigantesca fosse penetrata in ogni palmo di suolo. sconvolta
e
Ovunque è un grigiore di pietre spaccate un oscuro sovvolgimento di zolle fresche. E
e immane devastazione, è la seppellisce. La morte sola rimane Sembra che nessuno possa più resistere in questo paese d’incubo. Si ha l’impres-
nella
vita
fantastica
che
si
all’aperto.
sione di luoghi maledetti. Par di respirare nettari a un orrore soprannaturale. Passa a tratti un angoscioso e greve alitare di tomba. Ad un certo punto
i
camminamenti non
si
intravve-
271
dove è passata la battaglia e
non
strada
ha il
dono
indovinano più, e chi va sulla senso subitaneo di un isolamento
si
disperato, risolamento di
La
del
visione
un naufrago.
terreno
della
battaglia,
nei
comincia al di là di Oppacpiccolo cimichiasella. Si gira un angolo del per del paese. Il bombardamento austriaco, suoi
particolari,
tero
raggiungere le vie che scendono al \ altane, invecchia fierisce anche sulle tombe, e qualche fuori del croce è stata lanciata dagli scoppi apersacro, oltre al muro scoronato e recinto to
breccia.
in
Si
attraversa l’abitato.
Le case
di sono crollate sulla strada; si passa su frane che doverottami. Una piazzetta da villaggio, i suoi, grandi alcon pittoresca stata essere va intorno al pozzo, ha aspetti di rovina che
beri
mutano stranamente, perchè le granate nemiora che sembra che la cerchino; in qualunque uno vi passi vede qualche cosa che più tardi scritta, un baluna porta, una più: vedrà non concino
al
quale
Nel
agonizzanti. finisce
di
si
arrampicano dei convolvoli deserto, Oppacchi asella fragorosamente fra im-
tetro
dissolversi
mense nubi di fumo e di calcinaccio. Si
che,
è
guidati
da iscrizioni militari austria-
da tabelle indicatrici che dicono direzioni
e distanze:
«
Kostanjevica,
km.
5,1». Più oltre
e, ergono delle curiose, piccole torrette nei dal sono prese d’acqua, fontane militari erette
si
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
272
nemico e 'mascherate con legname e bitume per celarle
all’osservazione;
tutto
il
Carso, è per-
un gigantesco sistema: di condutture d’acqua impiantato dagli austriaci per la guer-
corso da
Ma noi avanzando ritroviamo l’antica sic-
ra.
dobbiamo portare
cità,
come
ghirbe
da
tutte
le
ai
nelle guerre parti,
sulle
soldati l’acqua nelle deli
deserto,
fontane
mentre
inaridite,
si
«Wasser, Wasser, Wasser....»
legge la parola:
— «Acqua, acqua, acqua...... Le
posizioni da cui è partito l’assalto sono
uno sparun disordine di
vicine. Muricciuoli, e fosse, e buche,
pagliamento
di sacchi a terra,
abbandonate,
di roba che lascia la battaglia. Dalla truppa che si slancia cadono sacchetti, elmetti, coperte, pac-
cose
quella
dispersione
bombe a mano, guaine di baioda tenda, come se la massa uomini in corsa veemente sotto al fuoco
chi di cartucce,
nette, gamelle, teli
di
fosse rimescolata e squassata dalla furia di
un
da una forza che lacera e che strappa. Sfuggono oggetti da chi incespica, da chi cade, da chi si urta. I soldati debbono salire, scenciclone,
dere, scavalcare, saltare, balzare su mille osta-
attraverso
coli,
murelli, filo
il
cespugli,
terreno spezzato, fra rocce, alberi
abbattuti,
intrecci
di ferro, crateri di esplosioni, e le
dell’assalto,
sulla
come
le
ondate di una tempesta
spiaggia battuta,
informi avanzi.
di
ondate
abbandonano !
infiniti
e
278
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
una bufera,
si
ha
il Si ha l’impressione senso di un cataclisma. Nella immobilità e neld’impeto, la solitudine tutto ha un’espressione
di
tumulto, è pieno di indicibile viosi guardi, sassi, zolle, indumenti, armi spezzate, rami di piante,, succhi a terra, cadaveri, tutto nella sua fissità ri-
descrive
il
Qualunque cosa
lenza.
vela la cosa scagliata.
Le tane da cui la truppa è sbucata per
as-
allineano su certi rovesci, a ranghi serrati e sovrapposti, anguste, nere,, dai bordi crollanti, simili ad una strana nidificazione di salire,
si
bestie scavatrici.
Le più forti posizioni conqui-
ergono a destra
state
il
loro profilo truce, se-
costone scosceso delle alture di Nova dei Villa, una specie di terrazza rocciosa che boschi coprivano. Non si poteva avanzare fron-
guono
il
talmente
da Oppacchiasella senza essere
praffatti
dal fuoco di questo massiccio formi-
so-
dabile,
che sovrastava il nostro fianco. Al cen-
tro
austriaci
gli
non opponevano
difese
irri-
ducibili.
Per dare un’idea esatta di questa fronte bisogna ricercare delle analogie nel passato. Il Veliki Hriback, alla nostra sinistra, corrisponde un po’ a quello che era il San Michele sulle prime pendici del Carso. Il massiccio di
Nova Villa ha avuto la funzione che aveva il Baezini. Dal Trentino al Carso.
18
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
274
Monte
Ma, mentre
Sei Busi.
le vette
del vec-
chio Carso erano isolate e formavano una barriera unica, la cui perdita ha costretto il ne-
mico ad indietreggiare fin oltre al Vallone per
una lineja di resistenza, le vette lanuova fronte hanno una continuità sono seguite da altre vette, sempre più alte. Il nemico non ha bisogno di fare un grande balzo indietro quando è sloggiato da una altura. Si attacca alla successiva, che è invariabilmente vicina e più forte. Può resistere a palmo a palmo. Battuto, ricacciato, si sposta parzialmente su posizioni sempre doritrovare
terali della
di catena,
minanti.
Osservando
il
campo di battaglia dalle trin-
cee a oriente di
Oppacclhiasella,
si
manifesta
tutta la fisionomia singolare di questa azione.
terreno sale ad anfiteatro; sale con violenza a sinistra, con meno rudezza a destra e di
Il
fronte.
Ci
grigiastra,
battiamo in una conca selvaggia, tutta
bozze,
tutta
gradini, con
dei
bordi cupi di foreste, vigilata e dominata dalle alture come il cavo d’un’onda è dominata dalle creste spumose. La lotta più violenta, più aspra,
più dura, è sui bordi. Essa è riuscita a cacciare nemico a destra dalla terrazza di Nova Villa
il
il Nad Bregom. È qui che l’assalto ha lasciato le tracce profonde che incontra chi sale da Oppacchiasella.
fino oltre
I
nostri soldati
vedevano le posizioni austria-
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
275
che del costone come chi dal fossato d’una for-
Uno sperone roccioso che
tezza vede gli spalti.
sporge verso Oppacchiasella, solcato da un labirinto di coli,
trincee,
di
camminamenti,
di cuni-
nascosto dalla boscaglia, costituiva uno dei
capisaldi della resistenza.
I
nostri lo
chiama-
vano
«il Forte». Tutti i suoi fianchi dirupati erano coperti di reticolati. L’assalto è riuscito
a sorpassare di colpo «il Forte»,
bombardato
e sconvolto; la difesa è stata travolta, dall’attac-
primo balzo. Cinque contrattacchi hanno
co, al
tentato di riprendervi piede.
Ora quello spero-
ne sembra una gigantesca cava di pietrame.
È una immobile tempesta di macigni divelti.
Non un albero, non più un filo d’erba. Dei cusono
nicoli
crollati,
trincee
delle
si
sono col-
mate, enormi crateri di esplosioni aprono per tuLto
la
scudi di fogli
che
cavità
acciaio,
carta,
di le
loro
affumicata.
strappati
ai
Centinaia
vampe hanno
tinto di giallo.
passo, proiettili inesplosi,
di
come
parapetti
sono disseminati fra le
pietre,
Ad
ogni
bombe a mano, fucili
spezzati. Il vento agita lembi di stoffa sui cadaveri nemici, che giacciono a gruppi, qua e là, levando terree mani, e viene fatto di volgersi con una vaga ansia ad ogni fremito. Laggiù,
quel sottufficiale ungherese, dai baffi di stoppa, i denti in un ghigno macabro, non mosso forse ? Per lunghi secondi lo sguar-
che mostra si
è
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
276
do non osa distrarsi; si rimane fermi a sorvegliare un morto. Passano roinzii musicali, qualche cosa scrocchia sui sassi e sul ferrame dei «
che vibra sonoro: pallottole vede nessuno.
cavalli di Frisia»,
sperdute.
La
E non
strada per
divorata
cancellata,
antichi
si
Ndva Villa, in qualche punto dalla guerra,
camminamenti
austriaci,
da baraccamenti,
parapetti
e
chiasella
attraverso
posizioni espugnate.
il
tragico
da da da Oppac-
tagliata
interrotta
sale
disordine
delle
Ovunque, intorno, a per-
pare che la terra si sia mossa, che abbia avuto una sua burrasca, che si sia agitala e sconnessa in onde favolose. Un mese è una fa, questa spianata nuda, sulla quale non dita di vista,
pietra
che non sia precipitata da lontano,
ci
appariva ancora ammantata di boscaglie, quando la guardavamo dal Orni Hrib. Nova Villa si
affacciava sulle
chiome degli alberi. Le case
si
sovrastavano,
come per guardare
curiosa-
sopra dell’altra, e la chiesa, campanile bianco, le dominava tutte. Il campanile era un osservatorio austriaco, e le trincee nemiche cingevano il paese, tutto scavato da rifugi. Il cannone sfron-
mente l’una
al
fiancheggiata
dò,
stroncò,
Gli
abbattè, demolì,
bruciò.
sparivano, giorno per giorno, cobosco fuggisse. Le opere austriache
rivelavano
gliata.
dal
alberi
me se il si
di
Nova
a poco sull’altura spobombardata, diminuiva, si
a poco Villa,
277
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
Adesso non c’è più niente. Lembi di muro, qualche solitaria parete di casupola fra ammonticchiamenti di macerie nerudero rastre, dei passaggi austriaci scavati fra sfaldava, crollava.
vaga un odore d’incendio
Nell’ aria
rudero.
e
putridume. Non un soldato fra le rovine. Nessuno, nessuno! Il traffico delle trincee si e
di
interra in solchi introvabili. dalle
artiglierie
La zoina è battuta
nemiche.
Da nessun campo
di
battaglia
emana tanto
pace questa regione era desolata e selvaggia. Aveva qualche cosa di lu-
Anche
orrore.
gubre
nella
e di feroce.
Appariva strana, misteriosa,,
subdola e formidabile. Nella guerra ha porAI futato una malvagità sua, una ostilità sua. rore della battaglia umana si aggiungono gli agguati della terra sinistra, le truci insidie deltenebrosi la montagna nemica. Essa è piena di misteri.
Bisogna andare a frugare in fondo a
certe sue foibe per intravvederne arriva alla soglia del favoloso.
i
segreti.
Si
In molti settori della fronte carsica è avveun bombardamento intensissimo
nuto questo:
ha sconvolto profondamente la zona fortificata, ogni metro quadrato ha ricevuto il suo colpo, la fanteria si è slanciata all’assalto,
i
difensori
superstiti si sono arresi, la resistenza era an-
avanzava, ed ecco sorgere su masse nemiche dalla distruzione, dal rovinìo, dal caos.
nientata;
si
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
278
Dove nulla era rimasto eretto, nulla era rimasto intatto, nulla era rimasto vivo, come per un incantesimo si rivelavano battaglioni freschi, ar-
mati di innumerevoli mitragliatrici. Pareva L’esercito fantasma. Dei (contrattacchi impetuosi scaturivano da uno sgretolìo di rocce infrante,
tremende fatte dal cannone. E pure le nostre pattuglie esploratrici erano passate di lì e non avevano trovato u;n essere vivente. Alle volte anche il grosso era passato, aveva portato lontano la sua linea di attacco, quando una forza nemica compariva alle sue spalle o al suo fianco. Vi era del soprannaturale. Quale mago interveniva contro di noi ? dalle solitudini
Il
Carso. Tutti
foibe.
curi
i camminamenti austriaci corrono alle Qualunque passaggio si segua, si è sigiungere ad una di queste singolari
di
cavità rotonde che a centinaia butterano il Carso, simili ai
crateri di
un paesaggio lunare. Gli
austriaci sanno che ogni foiba corrisponde ad
una caverna. La infiltrazione,
e
l’
cavità
indica
infiltrazione
un centro
di
scava antri nel
Sono poche le doline che il piccone e la perforatrice del nemico non abbia saggiato. Si vedono strani pozzi iniziati nel fondo sottosuolo.
d’ogni
conca.
Non sempre
la
grotta sotterra-
nea è (ampia; spesso ha sviluppi fantastici, spaimmani gallerie, comunica con
lanca dedali di
caverne vicine, permette di aprire due o tre
279
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
ricovero'
ingressi,
offre
Quando
l’assalto
dalle viscere
arriva,
della terra.
a
interi i
battaglioni.
battaglioni
escono
Sono intanati abba-
stanza indietro dalla linea delle trincee per avere il tempo di emergere. Formano la vera massa di resistenza.
parato
Il
margine della dolina è preDei «cavalli di Frisia»
parapetto.
a
sono gettati fuori, le mitragliatrici si appostano,, ogni dolina diventa una ridotta. Sorge così dal niente un sistema di fortificazioni inattese, inesplicabili,
stono
che disorientano l’attacco, che resitutto pareva caduto.
quando
primo momento, nulla si ve-
Dall’esterno, al de.
La foiba è piena di ammassi di pietre e di
sacchi a terra, i ci;
sacelli giallastri degli austria-
l’inferno delle esplosioni
là dentro,
è
arrivato anche
ha sterrato, scheggiato, bucato; delle
casse sfasciate, delle armi, dei cenci, indicano che la dolina era un centro di riunione, ma pare tutto
Nei strada,
lì.
pressi si
di
arriva
Villa, deviando dalla bordo franato di doline
Nova al
abbandonate, intorno alle quali la battaglia ha orme sanguinose. Scendendo in esse
lasciato si
passa di sorpresa in sorpresa, si vive una A ridosso di romanzo d’ avventure.
pagina
una parete meno esposta ai colpi, si scorge, mezzo nascosta da barricamenti, una specie di
di
bocca di pozzo. E sormontata ancora dalle tra-
I
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
280
vi di sostegno tirar su
che reggevano la carrucola per
materiale scavato.
il
Una solida scala
sprofonda nell’ombra, fra pareti di roccia. Essa conduce in una cavità buia, umida, tepida, che odora di sudiciume umano, di di legno
si
folla e di miseria.
Pare
di sentire
il
soffio
di
una moltitudine silenziosa. Si posano i piedi sopra un terreno molliccio. Lo sguardo stenta a penetrare le
tenebre.
Una quantità di cose
sono intorno, al suolo o addossate Bisogna accendere le lampade. La cavità si allarga, si amplia, devia a sini-
indefinibili alle
pareti.
sembra senza fine. Le cose indefinibili sono dei laneiabombe, dei serbatoi di gas asfisstra,
siante,
fatti
come le bombole dell’idrogeno dei
parchi aerostatici, casse di cartucce, casse di granate a mano, casse di razzi illuminanti, picconi, ;
!'
badili.
Il
piede incespica in ammassi di
indumenti austriaci, cappotti, coperte, cenci. La caverna diventa sempre più grande, e a destra e a sinistra sono costruite delle lettiere per la truppa, a doppio ripiano*,
come le cuccette de-
emigranti a bordo dei transatlantici, rudi ingabbiature di legno. Si va avanti, si va avanti,
gli
in un ingombro di casse. Dei fucili sono abban-
donati
sui
mente, e
si
tavolacci.
prolunga.
La grotta scende lieveAd un punto la vòlta si
ed è tutta una abbassa, frangia cristallina di sottili stallatiti, un meraviglioso ricamo, leggero e penduto. E seguibianca,
scintillante,,
281
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
tano
i
ranghi delle cuccette sotto
ali
bizzarro
velario di pietra.
Improvvisamente la caverna si restringe e Ma a destra si apre un passaggio, un
finisce.
corridoio dalle pareti lucide che sbocca in un altra galleria tortuosa, lunghissima. Arriva soffocato e lontano il lungo muggito delle granate,
ma il loro scoppio rimbomba cupo e sonoro. monte percosso brontola in echi sotterranei. Fra un colpo e l’altro, nel silenzio profondo,
Il
assoluto,
gocce.
di del
terribile,
ode un regolare cadere
pozzo, la scala.
il
tastico viaggio.
sorpresi
si
Ad uno svolto si rivede il chiarore
giorno:
di
È
finito
il
fan-
Si risale alla superficie, e si è
non riconoscere più
i
luoghi.
È
un’altra uscita.
Centinaia di austriaci hanno vissuto la dentro, con quella certezza della incolumità che riposa la truppa.
Per
tutto,
il
Carso ha preparato
di
queste
tenebrose caserme per i nostri nemici. Visitata una grotta, si spiegano i pozzi di ricerca che
hanno lasciato qua e là. La guerra assume quassù degli aspetti inverosimili e tenebrosi. Le tattiche bizzarre ed efficaci della
gli austriaci
difesa
non possono 'non influenzare le tattiche
dell’attacco.
Bisogna pensare a qpelio che av-
viene sulla terra e a quello che avviene sotto
immani e profondi conservano
la terra.
Antri
le forze
nemiche,
ma tali rifugi da guerre tro-
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
282 g] oclitiche
creare
hanno debolezze insanabili. Possono
delle
buone riserve
se
prigionieri,
di
l’azione li studia, li prevede, li domina a tempo.
Ma essi portano elementi da leggenda, stravaganze favolose, nella lotta. Il Carso ha caverne così vaste, che dei reggimenti potrebbero manovrarvi. Se ne conoscono alcune, delle quali la vòlta, lontana,
come un cielo nuvoloso
non è visibile se non Quante se ne ignorano?
trificato,
razzi.
al
pie-
balenìo
di
Risalendo dal silenzio dei rifugi di Nova Vilal primo momento il frastuono delle granate ha una violenza lacerante. Il 'nemico cannonegla,
gia assiduamente
barda
La
i
ruderi.
il
deserto e la rovina.
Bom-
Oppacchiasella è in eruzione. Ad ogni minuto bisogna
strada è battuta.
rannicchiarsi sotto al miagolio formidabile delle schegge, che pare non finiscano mai di ca-
Rimane a lungo nell’aria un frullìo sonoro di pesanti spolette. E non c’è nessuno. un’ossessione, un incubo, pare di essere a
dere.
È
distanze insuperabili dal mondo. Tutto è to.
Anche
la strada è morta.
Il
mor-
ricordo delle
caverne visitate ha un non so che di angoscioso e di funebre come il ricordo di tornile smisurate. Si
indovinano cadaveri nemici su ogni ri-
piego del terreno. Si cerca un uomo, una forma vivente, con
una specie di ossessione. Ecco degli
Oh, delle voci! Finalmente
!
el-
DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA
283
muovono in basso, fra le pietre, a livello del suolo. Dei soldati in un camminamento. Portano un ferito. «Dove sono le trin» La vita circola in fencee ?» « Qua sotto metti che
si
—
!
diture profonde e tortuose. Si rientra nell’umanità.
Si arriva alle
estreme linee, dove la fuci-
leria scoppietta, rasserenati. «
Come va, figliuoli ? Che fa
vedette
il!
nemico ? » Le
volgono. «Lavora!» — — «Guardate laggiù dalla feri-
interpellate
rispondono.
si
toia ».
Laggiù,
verso
la
strada
di
suolo sconnesso e tormentato
Hudi Log, si
sul
vedono venir
su palate di terra. Niente altro. Castagnavizza vicina
è
tutta
sfondata
dalle
canaionate e
la
sua chiesa, che non ha più facciata, spalanca fra gli alberi
una nera cavità.
La Battaglia di Novembre. IL
BOMBARDAMENTO. Zona di guerra, 31 ottobre.
La immane coltre di fumo dei grandi bombardamenti, spessa
e grigia,
sull’ Altipiano
Carsico.
stesa
si
è di
nuovo
di-
Da vari giorni i bollettini ufficiali andavano segnalando 1’ « attività delle artiglierie » su questa fronte. Le batterie entravano in azione a
poco
poco, studiavano
a
i
loro
tiri,
li
correggevano,
vano,
li
provavano,
vano
di
ogni schiarita del tempo per
terribili
esperienze;
li
una pioggia
fra
calcolaprofittale
loro
e l’altra
suo bersaglio, il piccolo settore di fortificazione nemica assegnato ogni cannane cercava
al
il
suo fuoco, e si esercitava all’esattezza. L’ « atdei giorni scorsi non era che raccor-
tività »
strumenti.
darsi
degli
reno
smagliante,
è
Oggi,
ad un se-
sotto
ricominciata
l’
esecuzione,
piena, spaventosa, infernale. Più che nel passato colpi,
le
case di Trieste debbono sussultare
perchè l’uragano delle
esplosioni
si
ai è
avvicinato a loro di tutta l’ampia zona guada-
gnata nell’ultimo sbalzo.
Non
più
Nova
Villa
IL
è battuta,
285
BOMBARDAMENTO
ma Hudilog, ma Lucatic; CastagnaComen stessa è raggiunta
vizza è sotto al fuoco;
da grosse granate. Lentamente l’ardente colata
cammina. Negli ultimi
della conquista italiana
due mesi ha divorato oltre territorio in linea
sette chilometri di
dal Sei Busi al
retta,
Bregom.
Nad
;
bombardamento, cominciato stamane con di grossi calibri, si va serrando
Il
un preludio
nelle ore più luminose,
paurosa che dà
sità è
arriva a quella intendel cataclisma, ed
l’idea
immaginare come tutta questa promontagna sia
difficile
digiosa violenza che sconvolge la
disciplinata sioni
di
dal
cifre,
corrisponda a precicolpo per colpo un pro-
calcolo, attui
gramma matematico, sia la soluzione esatta di problemi numerici studiati minuziosamente nel silenzio degli uffici. Questa guerra ha fatto tramontare i tempi in cui si bombardava semplicemente,
nemico
portando tanti cannoni
di
fronte
al
e facendoli sparare.
L’artiglieria deve coprire letteralmente di colpi
delle
lunghe zone
accessibili all’assalto.
fortificate,
per renderle
Non un metro di terreno necessario perciò de-
deve rimanere intatto. È finire, sopra ogni piccola porzione della linea nemica, l’ampiezza della superficie il cui scon-
volgimento
è
indispensabile ai fini dell’azione. il numero dei colpi
Bisogna quindi calcolare
286
IL
BOMBARDAMENTO
necessari alla distruzione di quel settore; sta1
quante bocche da fuoco occorrono per raggiungere il resultato voluto; studiare gli appostamenti dai quali le batterie, data la varia conformazione del suolo e l’ orientamento del settore, possono ottenere i migliori effetti; ricercare su questi elementi le percentuali probabili di colpi utili, tenendo conto delbilire quali e
diverse possibilità di osservazione e di con-
le
trollo;
stabilire
la
intensità
e
la
durata
del
fuoco.
problemi che s’influenzano l’uno con l’altro, che si innestano, che formano delle imponenti equazioni, mutano da settore a settore, da trincea a trincea, mutano a seconda dei progetti di attacco. Gli aggruppamenti dei vari calibri sono, per così dire, dosati: le Tutti questi
concentrazioni del tiro di dieci, di venti batterie
sopra un punto
solo,
hanno proporzioni
precisate scientificamente. Cannoni giganteschi, solitari e lontani, l'anciabombe accovacciati si
sulle
posizioni
stesse,
pezzi
quada campagna
annidati chi sa dove, lavorano metodicamente
contro lo stesso muro, contro la stessa ridotta,
con una formidabile e ponderata armonia; i primi sfasciano, i secondi disperdono macerie e reticolati,
i
terzi
cercano gli uomini.
Dalle direzioni più inattese in angoli strani, per
i
tiri
i
tiri
d’infilata,
convergono
come se i
IL
287
BOMBARDAMENTO
nemici che sono di fronte a loro per colpire quelli che sono verso i fianchi, e le traiettorie si intrecciano secondo cannoni
linee
disdegnassero
misteriose,
i
studiosamente definite,
trac-
su certe carte in complicati e bizzarri disegni geometrici. Oltre al fuoco di demolizione, anche i tiri di interdizione e i tiri di ciate
giù
controbatteria richiedono preparazioni enormi
organizzazioni complesse
meticolose,
e
basate
L’immenso furore del bombardamento ha una insospettata e perfetta regolarità sul
di
calcolo.
meccanismo.
Quando
l’ora
dell’artiglieria
scocca,
si
sca-
tena un caos di fuoco; per tutto è una appa-
renza di convulsione e di disordine sterminati; è
una bufera che si sferra, e la mente fatica a
concepire l’opera colossale di previsione esatta
per la quale terra
le esplosioni
che sommuovono
la
eseguono vere e precise manovre. Esse
sono l’avanguardia dell’assalto.
La riuscita del-
dipende non tanto dall’intensità del quanto da un’accuratezza di cifre, cer-
l’azione
fuoco,
cate con lungo studio.
La proporzione calcolata fra i colpi utili i
colpi dispersi
circostanze inattese. di pioggia e
zione.
Il
fu breve,
e
può variare profondamente per
Un po’ di nebbia, un po’
nuove incognite entrano nell’equa-
nostro sbalzo di settembre sul Carso solo
qualche ora
il
perchè un temporale velò per campo di battaglia. E pure il
288
IL.
BOMBARDAMENTO
bombardamento superava
in
della testa di ponte di Gorizia.
violenza
quello
Pareva dovesse
demolir tutto, e demolì una parte soltanto delle difese nemiche. Per la diminuita visibilità, degli obbiettivi il fuoco si sparpagliò un po’ più del previsto. Bastò questo perchè l’efficienza della
non
difesa
Osservando
le
fosse
ovunque spezzata.
vampe dei pezzi nascosti fra
le rocce, nei greti, dietro a certi declivi, mi-
riadi di bagliori e di diafani getti di fumo, sem-
brerebbe che l’unica preoccupazione nello sta-
appostamenti sia quella di celare i nemico. E invece no. Il cannone si annida in un punto che è determinato solo dalla logica del tiro. La mascheratura è secon-
bilire
gli
cannoni
al
daria. Vi sono posizioni, rispetto
al
bersaglio,
al massimo rendisempre di demolire delle difese lineari, e bisogna cercare da dove un pezzo può colpire più spesso in pieno il set-
dalle quali
mento.
il
fuoco arriva
Si tratta quasi
tore assegnatogli, anche se tira troppo lungo o
troppo corto. La disposizione delle batterie ha una corrispondenza lontana e strana col serpeggiare delle trincee nemiche.
Abbiamo
descritto
tante volte
lo
spettacolo
grandioso di un bombardamento, il tumulto assordante, l’ondeggiare delle masse di fumo, l’eruzione delle schegge e dei rottami, il fiammeggiare le
delle
esplosioni,
descrivere
l’
ma è assai più diffici-
organismo del bombardamento,
IL
quale
BOMBARDAMENTO
289
immensa mole di studio e di lavoro esso
rappresenti, quali rigide leggi conducano la di-
Per ogni nuovo attacco la prepara-
struzione.
zione deve ricominciare su nuovi calcoli; tutto
Ecco perchè non si dà un «colpo di spalla». L’attacco è di quesiti innumerevoli. Quando
sposta; tutto cambia.
si
ogni giorno la resultante
tutto è pronto, bisogna spesso aspettare che sia
pronto
il
tempo, che l’aria abbia determinate
trasparenze.
Oggi
il
Da mesi non ave-
cielo è magnifico.
vamo avuto un così fulgido giorno di sole.
Si
vedono lontano le punte nevose delle Alpi Giulie,
leggere e diafane
strane.
come nuvolette candide e
azzurra
L’Istria,
pallida, si distende
e
nel mare, che par fatto di luce, e dilegua in
evanescenze di bruma. Solo oscuro,
coperto di
torvo,
ombre enormi. rovine
il Carso è velato, nembi, percorso da
fumo denso lo copre. Le Oppacchiasella si intrawedono in
di
Il
una bruma fulva. Più lontano, dei ruderi apipaiono e scompaiono, come sospesi fra plumbee caligini:
Hudilog.
Castagnavizza traspare
di tanto in tanto, irriconoscibile, nebulosa, fan-
tasma
di
un paese morto. Le vette del Velilo
e del Fajti
sono scomparse.
Chi ha visto il vento sollevare a turbini le sabbie del deserto, ritrova la stessa visione oggi sul Carso e [nella pianura di Gorizia. Giganteg-
giano sul
campo
di
battaglia
Barzini. Dal Trentino al Carso.
i
nembi opachi 19
290 di
IL
bombardamento
un immobile simun. Nubi e nubi si sprigio-
nano torcendosi, grevi, folte, con volute che richiamano l’immagine della lana. Dalla pianura friulana, da trenta, da quaranta chilometri lontano, si vede il cielo torbido ad oriente, una grande macchia bassa e sfumata ai bordi del sereno. Una tempesta schiaccia l’orizzonte.
Il
cielo
solcato in
è
tutti
dal
sensi
i
volo
ode il canto delle loro eliche e [non si vedono gli apparecchi perdegli
Spesso
aeroplani.
duti nel sereno. to . squadriglie
stellato.
si
Passano a un certo momen-
di Caproni. L’azzurro ne è co-
Sembrano sciami
di
farfalle
giganti.
Volteggiano intorno a loro e al di sopra di lodegli aeroplani da caccia, dei punti che
ro
scintillano.
Il
rombo
eguale,
dei motori,
pro-
che si può udirlo nel fragore del bombardamento. Le squafondo,
musicale,
così
intenso
vanno a gettare tonnellate
driglie sulle veloci,
è
stazioini
solenni,
ferroviarie
del
di esplosivi
Passano
Carso.
svaniscono ad oriente, oltre
le
brume delle cannonate. Improvvisamente, nella mattinata,
si
è udito
nel cielo anche uno scoppiettìo di mitragliatrici.
Un combattimento si svolgeva a tremila metri al di sopra del mondo. Un nostro aeroplano di
osservazione era
Cercava
di sfuggire
assalito
da
abbassandosi.
tre
Albatros.
I
nemici lo
H,
BOMBARDAMENTO
291
insegni vano. Più veloci di lui e meglio armati, lo
sorpassavano
e gli
giravano intorno, mitra-
gliandolo. Pareva perduto.
Ad un tratto gli Al-
batros hanno abbandonato l’inseguimento e, fatta
una rapida ed elegante virata, si sono messi
a fuggire. Allora due minuscole cose veementi sono apparse; pareva che fossero scaturite per
magia dalla profondità del cielo: due cacciatori italiani. Lo scoppiettìo delle mitragliatrici ha ripreso,
ma erano le nostre. Si è 'visto un Alba-
tros oscillare.
Poi ha ripreso
il
volo regolare.
Ha fatto un giro. Ha oscillato di nuovo, e subitamente è piombato. Cadeva a spirale. Tentava di cpiando in quando di riafferrarsi. Sussultava, risollevava la prora, ricadeva.
parso nei boschi del
È scom-
Nad Logem.
È andato ad abbattersi vicino ad un cannone un medio calibro preso durante la prima avanzata, quasi per cercare un amico presso il quale morire. Nel momento in cui austriaco,
l’aeroplano nemico, ferito a morte, stava a poche centinaia di metri dal suolo, l’artiglieria da campagna austriaca ha tirato su di lui, a shrapnell con tiri veloci. Il bombardamento non ha rallentamenti, continua serrato, intenso. Continuerà per tutta la ,
giornata. Continuerà per tutta la notte. Conti-
nuerà domani fino ad un’ora che nessuno conosce. Nelle nostre trincee forse le fanterie co-
minciano a schierarsi a battaglia....
LA CONQUISTA
292
LA CONQUISTA. Zona di guerra, l.° novembre.
Le fanterie italiane si sono lanciate all’assalsu tutta la linea,
to,
alle
11, ,10
precise
del
mattino.
L’ora è stata fissata all’alba e diramata ai comandi. Ma fin da ieri la decisione era presa anticipare razione risolutiva. Bisognava anticiparla, non soltanto per tendi sorprendere il nemico assalendolo in un’ora insolita, ma anche per avere un tempo più largo allo sviluppo della prima fase dell’attacco, la più importante, quella che delinea di
tare
il
risultato.
Le giornate si raccorciano, la sera
porta una sosta inevitabile e la notte è favorevole al nemico.
Ma non è uin problema lieve
anticipare l’istante fatale dell’assalto, che deve essere preceduto da di artiglieria,
lunga
una calcolata preparazione e intensa, la cui
durata è
inalterabile, e che la notte ordinariamente so-
spende.
Non meno di otto o nove ore conse-
cutive di
bombardamento sono necessarie per
aprire definitivamente la strada alla fanteria. Il
sereno di ieri, così limpido, ci ha aiutati. Ha
permesso di aggiustare i tiri delle artiglierie con tanta precisione, da poter continuare il bombardamento nella notte, con tutti i calibri,
293
LA CONQUISTA
servendosi dei dati che l’osservazione aveva stabilito durante il giorno. Così la fanteria è potuta uscire dalle trincee quattro ore prima.
Gli
austriaci
aspettavano l’assalto
ieri.
Alle
mezzo del pomeriggio le nostre pattuglie uscirono per la prima esplorazione: dovevano verificare i risultati del bombardamento su certi tratti delle difese nemiche. Le batterie nostre
tre e
allungarono i tiri. I nemici credettero che fosse momento dell’attacco e misero in azione tut-
il
to
l’organismo della difesa: fuochi di interdi-
zione, fuochi di controbatteria, fucilate, raffiche di
mitragliatrici.
come
Le pattuglie furono ricevute Mai l’esplorazione
fossero degli eserciti.
aveva incontrato una resistenza più pronta, più vasta e più violenta. Il lavoro dei nostri drappelli
fu
lungo e penoso. Per un momento la
reazione nemica all’avanzata di pochi uomini parve assumere i caratteri di un vero contrattacco, tanto l’
appariva sproporzionata. Rivelava
allarme, l’ansia, la concitazione, ma diceva an-
che la preparazione e la decisione della difesa. Le forze austriache, infatti, sono andate con-
tinuamente aumentando sulla fronte carsica. Dal Vippacco al mare il nemico ha schierato
non meno di otto divisioni. Ne ha inviate dalla Transilvania, ne ha inviate dalla Galizia, ne ha inviate dal Trentino, dove le nevi cominciano
qua e là ad imporre la grande tregua deirin-
294
LA CONQUISTA
verno. Vi sono nuovi reggimenti magiari, e reg-
gimenti rumeni e reggimenti ruteni e reggimenti bosniaci dal
fez
color fango.
Fra
prigionieri,
morti
e feriti, il logoramento di uomini nelle ultime battaglie del Carso è stato così grande per l’Austria, che tutti i superstiti delle lotte
passate costituirebbero appena la quinta parte delle forze attuali, e sarebbero relegati alla ri-
serva.
Certo è che lo schieramento di prima
linea è tutto di truppe giunte in queste setti-
mane e sottratte ad altre fronti. Ogni giorno, durante le piccole azioni di sistemamento, cadevano nelle mostre mani prigionieri appartenenti a
nuove unità. La poten-
zialità delle reti ferroviarie austriache e la loro organizzazione permette all’Austria degli spo-
stamenti assai rapidi di forze. Alcune brigate sono arrivate dai Carpazi alle stazioni terminali
Carso in quaranta ore; altre in tre giorni
del
hanno compiuto la traversata dalla Volinia alla fronte
italiana.
La insolita energia manife-
stata dal nemico nell’allarme, sotto
il
bombar-
damento, durante
la prima esplorazione delle nostre pattuglie, dava la misura delle difficoltà
che
la
to,
nostra azione doveva vincere.
terreno della battaglia, tante volte descrit-
Il
è
tratti
ormai così conosciuto che bastano pochi perchè il lettore possa immaginare con
esattezza
lo
sviluppo degli
eventi
.
Egli
vede
295
LA CONQUISTA
pensiero
col la
questa mostra
fronte
che taglia
concava distesa dell’Altipiano Carsico, bas-
sa al centro, alta ai bordi, una specie di ampia vallata formatasi sul massiccio del monte, irregolare, rocciosa, tutta butterata di doline, pie-
na di gradini, di rialzi, di gibbosità sassose, di forre, coperta qua e là da boscaglie. Gli austriaci hanno sempre concentrato tenacemente i
loro sforzi alla difesa delle due estremità del-
la linea.
Noln
hanno risparmiato sacrifici per
mantenersi padroni degli
alti
bordi dominanti.
La presa di San Grado di Merna,
sul Vip-
pacco, e la presa della Quota 144, al sud, versettore di Monfalcone, la conquista di il queste due alture che fiancheggiano simmetricamente la fronte carsica, non è riuscita a
so
spezzare definitivamente i nòdi laterali ed estre-
mi ai quali si attacca la linea di resistenza nemica sull’ altipiano. Le nostre successive spalhanno dato larghe estensioni di territo-
late ci
rio fra questi punti fissi. Il limite delle nostre
avanzate traccia degli archi irregolari, sempre più profondi, sopra una corda unica. Sui declivi settentrionali del Veliki Hribach e sui declivi
meridionali della Quota 208 sud, il nemico disperate. Le lotte più ac-
ha fatto resistenze
canite, le oscillazioni più profonde, si te
ai
fianchi.
sono avu-
Non potendo arginare per tutto
l’impeto del nostro attacco simultaneo e generale, gli austriaci hanno adottato il sistema di
296
LA CONQUISTA
convergere subito tutta la possanza della difesa
sopra una delle due ali, quella che ritengono più minacciata o più debole, e di tentare poi terreno perduto altrove con insistenti e formidabili con tr attacchi Nell offensiva di settembre fu sul’ massiccio la riconquista del
di Nova Villa che concentrarono immediatamente tutti i mezzi della resistenza. Nova Villa
fu presa, perduta, ripresa, riperduta.
La bat-
taglia passava e ripassava furibonda sulle te
208,
finché riuscimmo
Quo-
ad laggrapparci ad
una vetta, la 208 sud; ima il massiccio, enorme groviglio di trincee, rimase al nemico. Nell’offensiva di ottobre, invece, al momento dell’assalto,
tutte le batterie austriache tempestarono a sinistra, verso il Veliti Hribach. Fu un in-
ferno.
L assalto sparì nel fumo. Dietro la pri-
ma ondata d’attacco il terreno pareva bollire sotto
fuoco di interdizione. I plotoni che giunsero alla vetta del Veliti vi piantarono i al
segnali per le artiglierie, che sono rimasti lasisolati in una sanguinosa isolitudine. Ma
sù,
intanto alla destra
espugnavamo Nova Villa e avanzavamo verso Lucatic e su Hudilbg. In ogni offensiva possiamo quasi prevedere la resistenza massima ad un fianco e la controffensiva al fianco opposto. Le
linee
dei
l’iniportanza
trinceramenti nemici rivelano
che
gli
austriaci
annettono
alila
297
LA CONQUISTA
Al centro ,la barriera è semplice: una profonda trincea, che in molti punti non ha nessuna opera avanzata. Ma dove i declivi lotta sulle ali.
risalgono, a destra e a sinistra,
i
solchi
si
an-
nodano in complicate ridotte, girano, si intrecsi diramano. Non è più un trinceramen-
ciano, to,
sono due, sono
tre,,
serpeggianti
sul
ter-
reno come bizzarre venature, come le barbe di
una
Alcune trincee sono ‘nuove, ogni giorno se ne è scoperta qualcuna che non esiradice.
Dove era un semplice camsi sviluppava un sistema di forun labirinto di fenditure.
steva alla vigilia.
minamento, tificazione,
La linea oggi
delle
difese
che abbiamo attaccato
dal valloncello di
sale
San Grado, pro-
tegge gli approcci del Velila, difende Locvizza, taglia la strada di Castagnavizza,
passa a po-
nente di Hudilog e di Lucatic, poi bruscamente fa gomito,
si
riavvicina, volge a occidente e si
attacca al declivio scosceso della 208 sud.
seconda
e
una
terza linea
si
allacciano
Una alle
Vippacco e si oongiungono presso la vetta del Velila; da qui dei trinceramenti formidabili scendono alla difesa del Pecinka e vanno ad annodarsi alla linea indicata prima, fra Locvizza e Hudilog. Nelle vicinanze di Lucatic il serpeggiamento delle trincee si sdoppia ancora. Una seconda linea costeggia il bordo del ciglione e va sopra Jamiano. Ogni altura che le difese toccano è trasformata in fortino. rive del
298 Il
LA CONQUISTA
bombardamento ha cominciato con l’aprire
dei varchi all’assalto in certi punti determinati.
Anche un attacco frontale ha le sue manovre. Sopra un terreno così aspro e così vario lo sforzo
sperderebbe se fosse distribuito egual-
si
mente su tutta la linea; bisogna guidare L’irruzione irresistibile delle masse sopra speciali settori, e,
secondo meditati piani
di
movimento,
valicate le difese, eseguire conversioni pre-
raggiungere
stabilite,
le
posizioni più forti del
nemico da direzioni per lui inaspettate. Si prendono dei rovesci, si avvolgono delle ridotte, piomba sui centri di comunicazione. Quando si assiste ad un assalto ben disposto, si vedono i nuclei urlanti delle fanterie volgere si
la loro
corsa Veloce a destra o a sinistra in
subitanei
mutamenti
di
fronte,
slanciarsi
in
evoluzioni strane
il cui senso sfugge. È la manovra per investire un cocuzzolo, per prendere
una dolina, per accerchiare un groviglio. L’avanzata ha dei mulinelli, dei gorghi, dei risucchi da ondata, ha qualche cosa di fluido nell’atmosfera fumosa, è uno scorrere vivente, un turbinare grigio. Passano e ripassano degli affollamenti luccicanti,
I
do
confusi
in
spariscono,
uin si
pagliettìo
di
lame
rivedono, girano.
varchi principali erano già aperti ieri quanle
pattuglie sono uscite.
distruzione
si
è
Da quei punti la
andata allargando. Alla sera
299
LA CONQUISTA
nemica era demolita. Le bombarde nostre tacevano a destra ma imper-
tutta la .prima linea
versavano a
sinistra,
al Veliki e
contro
al
Pe-
cinka. Questa notte il bombardamento si è conEra uno spetta-
centrato sulla seconda linea. colo
di
maestoso prrore.
divampare vivido
Il
e incessante delle esplosioni non illuminava che
delle nubi. di
battaglia
pesta
La terra era scomparsa. Il campo appariva come un cielo di tem-
solcato
fulmini.
dai
Era un paesaggio
di vapori, tutto acceso, balenante, infiammato,
tuonante, favoloso.
Questa mattina
l’artiglieria
è tornata a bat-
Le bombarde si sono messe
tere la prima linea.
in azione su tutta la fronte.
Noin
si
scorgeva
più niente ad un chilometro di distanza. Non un alito di vento disperdeva il fumo. Il Carso era tutto una nube agitata, multicolore. Le trup-
pe che si andavano concentrando per l’assalto marciavano nella caligine, in .penembre crepuscolari. Il sole appariva pallido come nei tra-
monti invernali. Improvvisamente celerato
portato
il
il
ralizzarle,
fuoco.
i
I
tiro sulle
piccoli
calibri
hanno ac-
cannoni maggiori hanno nemiche per pa-
batterie
per impedire
le loro
concentrazioni
sulle nostre truppe al momento dell’ avanzata, o per diminuirne la efficacia. L’istante fissato sì
avvicinava. Ancora dieci minuti. Ancora cin-
que.
Negli osservatori dei comandi
si
è
fatto
300
LA CONQUISTA
un silenzio profondo. Gli stati maggiori attendevano in una immobilità di pietra. È l’ora. Subito
si
centravano
è
compreso che gli
austriaci con-
questa volta lo sforzo
immediato
della resistenza alla nostra destra. Nell’attimo stesso in cui le nostre truppe saltavano fuori
dalle loro trincee, si è levato da quella parte 10 strepito della fucileria e delle mitragliatrici. 11
fragore della battaglia cresceva laggiù. Ver-
so Hudilog, verso Lucatic, l’avanzata avveniva sotto raffiche
di
piombo, tempestata dalle ar-
tiglierie
dell’ Hermada,
stro
di
tiro
meno
controbatteria.
I
no-
sensibili
al
tentacoli
dell’as-
arrivavano qua e là alle trincee nemiche, acciuffavano centinaia di prigionieri, si ritraesalto
vano sotto i contrattacchi, si slanciavano di nuovo a far preda. Il nemico ha forse supposto che noi volessimo profittare del grande saliente di Hudilog per incunearci maggiormente, ha creduto che il nostro massimo sforzo fosse a destra, dove i grandi vantaggi ottenuti nell’ultima offensiva potevano allettarci ad un tentativo di sfondamento in grande stile. Si è ingannato.
La nostra vera manovra era a sinistra. Il piano italiano tendeva alla conquista del Veliki Hribach. Volevamo il possesso di questo secondo San Michele, fesa si appoggia.
al
quale la linea della di-
E l’abbiamo. La paurosa mon-
tagna, coperta in parte da foltissimi boschi dei
301
LA CONQUISTA
quali ogni albero serviva da palo di reticolato, è stata espugnata, è stata sorpassata, e i nostri avamposti fronteggiano i selvosi ed oscuri declivi
del
Dosso
Fajti,
che
parevano
così
lontani.
Il
Velila è stato preso con avvolgenti dei quali
vimenti di
uno di quei moabbiamo cercato
dare un’idea. L’assalto ha sfondato le linee
nemiche nella zona di Locvizza, ha aggirato posizioni del Peeinka dal sud, ne ha cir-
le
condati i difensori che ha mandato giù a grandi mandrie, poi è salito dal Peeinka al Veliki, del quale è un contrafforte. [Mentre una pressione frontale tratteneva le forze austriache sulnostri battaglioni, coin velocità fani
la vetta, tastica,
inerpicandosi
in
uin’ascesa
esultante,
piombavano sul fianco e alle spalle del nemiprime ore del pomeriggio, tutte le formidabili posizioni della destra nemica erano co. Nelle
crollate.
La vittoria era prevista, ma nessuno
sperava così rapida. La resistenza si è letteralmente sfasciata. I prigionieri non sanno ancora rendersi conto del come noi siamo arrivati lassù. Credevala
no di difendere validamente le trincee, quando hanno udito l’urlo immenso dell’assalto dietro di loro: Savoia! Erano circondati. L’assalto ha dilagato come l’acqua da una chiusa. È stata una manovra grandiosa eseguita con una rego-
302
LA CONQUISTA
da piazza d’armi. Ogni unità ha svolto il suo programma, con fulminea arditezza. La sorpresa del nemico è stata tanto grande che ne è seguita la disorganizzazione. Per alcune ore esso non ha potuto reagire. Impegnato a fondo sulla sinistra non ha trovato un rimedio alla imprevedibile catastrofe della destra. I co|ntrattacchi sono arrivati tardi, ed erano snodati; violenti ma senza seguire un piano chiaro di azione. Si capiva che delle truppe, larità
raccolte in fretta, erano gettate avanti a caso.
Forse non
Anche
si
tratta ancora che di ricognizioni.
nemica ha
taciuto dopo da quel lato della fronera un silenzio lugubre, strano. II nemico non è riuscito ad appurare la nostra nuova fronte, oppure ha ritirato le sue batterie minacciate. L’assalto è già arrivato su dei cannoni di medio calibro. Sei pezzi da 105 sono stati presi in una dolina ampia e profonda oltre al l’
artiglieria
la conquista. Alla sera
te
Pecinka. Certe trincee conquistate erano piene di fee di
riti si
e
di
morti nemici. Sembrano frane di sasLe perdite austriache debbono
corpi.
essere enormi. Pochi sono
i
superstiti della li-
nea avanzata, composta in alcuni punti di una catena di buchi da tiratore. I camminamenti sono crollati, le ridotte hanno l’aspetto di ca-
La devastazione fatta dal nostro fuoco è indescrivibile. Le colonne di rincalzo ve di pietra.
303
LA MANOVRA VITTORIOSA
marciano con entusiasmo sulla terra conquistata,
La
in un paesaggio di orrore. nostra avanzata sulle vette ha percorso
due chilometri. La nostra estrema sinistra gravita ora al nord di Castagnavizza. La lotta continua alla destra. È scesa la sera. Cenoltre
tinaia di razzi salgono laggiù fra le nubi di fumo. L’oscurità è piena di balenìi. Nel Vallone buio echeggiano confusi gridi di esultanza. Si
respira
come una vampa
di
vittoria.
LA MANOVRA VITTORIOSA Zona di guerra, 4 novembre.
È il terzo giorno di lotta. La grande battaglia non ha soste. Quando il combattimento sembra languire in un punto, ridivampa in un alSi succedono ammassamenti di truppe, tro. schieramenti, avanzate, manovre,, assalti, con
una continuità stupenda. L’entusiasmo dà nostri
magnifici
soldati
delle
energie
ai
sovru-
mane. Se invece che sopra una selvaggia terra di si combattesse $u territori fertili di luoghi abitati, avremmo una im-
desolazione cosparsi
pressione più precisa della conquista per i no-
mi conosciuti dei villaggi, dei borghi, dei paesi, successivamente occupati. Una enumerazione di
304
LA MANO VE A VITTORIOSA
anonime « quote » non parla all’immaginazione, non mette alla battaglia un titolo storico. La vittoria di Gorizia assunse un valore gigantesco perchè ci dava una grande città. Ma militarmente questa terza battaglia dell’Altipiano di
Comen, la quale ci dà soltanto delle vette brulle,
delle tetre foreste,
delle spianate sassose è
una delle azioni più bele e più grandiose della guerra.
La lotta continua. La linea avanzata nostra
— dalla strada mediana, che va da Oppacchiasella
a
Castagnavizza,
jall’alto
costone
setten-
trionale
del Carso, cioè nel settore in cui il nostro assalto ha sfondato la fronte nemica ha preso successivamente forme tortuose e stra-
—
ne. L’attacco ,ha puntato verso le cime da monte
a monte, da collina a collina; ha strappato uno dopo l’altro al nemico i punti più forti; ed erano come dei possenti tentacoli che si spin-
gevano avanti,
sottili
e impetuosi, si
aggrappa-
vano, formavano vigorosi salienti ai quali si ap-
poggiava l’avanzata.
A poco a poco, fra loro
progredivano le masse di collegamento, e la linea si ricomponeva tesa da un nuovo caposaldo all’altro.
L’armonia degli sforzi, il concatenamento delmanovre, la prontezza nel profittare di ogni successo per arrivare ad un successo maggiore, le
formano
la
caratteristica
più bella di questa
305
LA MANOVRA VITTORIOSA
movimento,
battaglia, tutta di
evoluzioni,
di
fatta
aggiramenti, di sorprese, nella quale
re-
i
parti nemici sono stati tagliati fuori, spezzati e
presi come da un lavorìo di immense tenaglie. È impossibile seguirla e descriverla nei suoi
Ma per dare un’idea della situa-
particolari.
zione in questo
momento bisogna ritornare un
po’ all’inizio,
due mirabili
ai
che hanno
fatti
decomposizione di un’ala nemica: la presa del Veliki Hribach e del suo
determinato
la
contrafforte,
il
Pecinka.
Gli austriaci si erano resi conto to
dellimminenza
dell’attacco,
non soltan-
ma anche
dei
come l’attacco si sarebbe manifestato. Il tempo ci
aveva
traditi.
Più
volte,
negli
ultimi
dieci
avevano cominciato inquadramento, sempre interrotti
giorni, le nostre artiglierie i
loro
tiri
di
dalla pioggia. Questi
minati
settori,
tiri,
concentrati in deter-
avevano rivelato
al
nemico
punti di massima pressione, e la pioggia
aveva dato
il
i
gli
tempo di provvedere alla difesa.
Di fronte, a quei punti aveva predisposto le truppe più solide, mentre le sue artiglierie di medio e di grosso calibro tempestavano quelle nostre
trincee dalle
quali esso
si
aspettava
il
Per giorni e giorni le truppe nostre alle quali erano affidati i compiti più importanti, sono state sottoposte a quel terribile «fuoco di abbrutimento» che infligge per-
colpo d’ariete.
dite talvolta gravi e accascia e paralizza. Barzini. Dal Trentino al Carso.
Non 20
306 si
LA MANOVRA VITTORIOSA
aspettavano i nemici, dopo questi bombarda-
menti,
di
denti,
veementi.
vederle balzar
fuori
impavide,
ar-
Dopo cinque minuti dall’inizio dell’assalto, alle undici e un quarto precise, era già segnalata la conquista della prima linea austriaca al nord
La linea era spezzata in due punti.
di Loquizza.
uno sparpagliamento frenetico di battaglioni pernici in cerca uno scampo, che non trovavano più. Erano Si è visto sul sasseto cinereo
di
presi in mezzo. Ovunque corressero si trovavano di fronte a plotoni Italiani che abbassavano le baionette urlando: Giù le armi! Arrendetevi!
vano
Le prime carovane di prigionieri scendefolte per i camminamenti, correndo. Un
maggiore dei kaiserjàger presso alle rovine del miserabile villaggio di Loquizza, consegnandosi ad un capitano dei bersaglieri, gli atletico
,
ha steso la mano ripetendo con aria stupefatta: Bravi! Bravi
!
— L’assalto proseguiva verso
i
suoi grandi obiettivi.
Penetrata la prima e la seconda linea nemica nella sella fra il Pecinka e il Veliki, un reggimento di fanteria mutava bruscamente direzione,
si
avventava a
sinistra,
saliva verso
la vetta del Veliki Hribach, più alta di quasi
duecento arido,
tazioni
metri.
Saliva
roccioso, nudo; sul
il
di
corsa
sul
declivio
monte non ha vege-
fianco meridionale.
L’assalto
av-
307
LA MANOVRA VITTORIOSA
volgeva dal sud tutta la difesa del monte. Si
vedeva da tutte
le parti.
minuti,
eroica
l’ascesa
Per lunghi, tremendi di
quella
moltitudine
che pareva trasportata da una forza sovruma-
ha formato lo spettacolo centrale della batUn ondeggiare di fumose caligini la ve-
na,
taglia.
lava, poi
ricompariva più precisa, più in alto.
A mezzogiorno la cima del Veliki era presa. In cinquanta minuti la immane fortezza era caduta. Intanto le truppe che avevano fatta irruzione a Loquizza avevano già conquistato con analoga manovra il Pecinka, che ha tutta l’apparenza di uno di quei cumuli di ghiaia che si allineano ai fianchi delle strade maestre,
un cumulo gigante, largo
ma
trecento metri, fatto
macigni.
di
ponga mente
Si
azioni si
e
teneva
alla
all’influenza il
contemporaneità delle
dell’ulna
Veliki senza
il
sull’altra.
Pecinka,
Non
non si te-
neva il Pecinka senza il Veliki. Bisognava avere tutti e due i capisaldi, e nello stesso momento.
così,
I
due
assalti
si
sono appoggiati, per dir
fra loro.
Dal Pecinka l’assalto, senza fermarsi, ha proseguito immediatamente verso la vetta successiva, lievemente più alta, la Quota 308, difesa da appostamenti di nuclei dispersi, fuggitivi che cercavano di far argine profittando dei vantaggi del terreno. I nostri avanzavano di corsa, con gli ufficiali alla testa. Avvenivano episodi di
LA MANOVRA VITTORIOSA
308
epica grandezza.
Il
grido
di
«Viva
l’Italia!»
echeggiava incessante fra le balze orride. Un reggimento, correndo, ha sorpassato ad un certo punto il suo colonnello, il quale più tardi
doveva rimanere ferito, ed i nostri soldati che passavano vicino si fermavano u:n istante
gli
a baciarlo.
E pioi, via, avanti!
Così pure l’attacco, più lento perchè imbarazzato
da boscaglia e ostacolato da piccole avanzava dal Velila Hribach lungo
resistenze, il
costone. Alla notte raggiungeva la vetta suc-
cessiva, più alta, selvosa,, senza
nome: la Quo-
ta 376, oltre ad
un chilometro dal Velila. La
penetrazione, in
tal
modo!, è avvenuta profon-
damente lungo due direttive parallele: ha insinuato nel territorio nemico due grandi cunei. disorganizzazione momentanea del nemico
La
si è
rivelata nel silenzio profondo delle sue ar-
nella mancanza — per molte ore al— di ogni reazione organizzata. Degli prigionieri, di artiglieria austriaci loro pezzi — obici di medio presi insieme loro sbacalibro — narrano con ingenuità
tiglierie,
meno
fatti
ufficiali
ai
il
lordimento. La loro batteria era ancora in azione quando il suo osservatorio ha cessato su-
bitamente di comunicare i dati di tiro: dal fon-
do del suo ricovero, in una ampia foiba oltre il Pecinka,
il
comandante austriaco si è attaccato
ad un telefono chiamando il comando supenon avendo risposta, è corso ad un altro
riore;
309
LA MANOVKA VI'JTOBIOSA
telefono:
silenzio.
Non sapeva come spiegarsi cpiando
linee,
nna interruzione generale delle istante dopo ha udito il gridìo dei nostri. Un la foiba era invasa. sui ser-
L’avanzata italiana arrivava in pieno previsto Gli austriaci avevano
vizi di retrovia.
qualche tratto (della prima linea, tempo, fermamente di poter creare nuo\i
la perdita di
ma si sentivano sicuri di fermarci in
credevano volte eravamo arriargini immediati. Per due sul
vati già
Veliki,
nelle
passate offensive, e vetta.
sulla non avevamo potuto mantenerci dell’organiOra l’assalto era entrato nel vivo ima on smo nemico, ne troncava i (nervi. La pi dì munizioni, data sorprendeva coruées cariche piombava su delle salmerie. carovana di Verso la Quota 308 una lunga portava caffè, acqua, rancio e cartuc-
muli che è trovata davanti ce ai combattenti austriaci, si dei conducenti, ad una pattuglia italiana. Uno nostro un triestino, arrendendosi, ha detto al ufficiale: l’Italia! »
da
gli
«Sior tenente, conosso la strada per
—
«
altri!»
Bene, allora va in Italia e guiIgli
ha risposto
l’ufficiale,
e
lo
con
ha lasciato andare. La carovana austriaca, caffè, la sua acqua, il le some intatte, col suo ha proseguito suo rancio e le sue cartucce, e non tranquillamente il cammino, senza scorta, è stata lieve la
sorpresa dei nostri
nel!
Vallo-
310
LA MANOVBA VITTOBIOSA
ne quando hanno visto scendere fra loro, dalla sii ada di Loquizza, la lunga teoria di conducenti e di muli, ordinata e tranquilla.
La controffensiva nemica |non ha cominciato a,
manifestarsi con risolutezza che nella notte. terribile, intenso fuoco di grossi e medi
Un
calibri si è
improvvisamente concentrato sulla Quota 308, e più indietro sul Pecinkà, e sugli a Loquizza ,e al Pecinka. Tiri di in-
accessi
terdizione,
tiri
di
demolizione,
tiri
di
sbarra-
Non meno di trenta o quaranta batteconvergevano il loro furore su quel settore. piano austriaco tendeva allo schiacciamento
mento. rie Il
dell’avanzata centrale, alla riconquista del Pecinka, la quale avrebbe scoperto il nostro fian-
co sul Velilo e provocato l’arretramento generale. Bisognava resistere ad ogni costo o i vantaggi ottenuti nella prima giornata erano compromessi.
L’avanzata nostra sul ciglione estremo dell’altipiano aveva camminato sulle cime, ma non era penetrata nelle falde boscose del monte
che
digradano precipitose A ippacco.
a
settentrione
verso
il
Aveva il nemico sul fianco sinistro,
un nemico vicinissimo le cui forze e le cui disposizioni erano misteriose, celate dal folto intreccio di selve impenetrabili. La vetta del Vol-
konjak, alla nostra sinistra, appariva possentemente difesa; la linea austriaca si attaccava ancora ostinatamente presso San Grado di Mer-
311
LA MANOVRA VITTORIOSA
Pecinka avrebbe esposto anche il fianco destro di quel cuneo italiano, che avrebbe dovuto fatalmente ritrarsi. Bisognava resistere ad ogni costo. Si è resistito.
:na.
La
perdita del
La fase critica è durata dodici ore. Dodici ore d’inferno. Il bombardamento' spaventoso è cominciato improvvisamente alle due e mezzo della notte. I comandi del settore si sono portati audacemente sulla primissima linea per dare alla
truppa l’esempio dell’eroismo. Colonnelli e soldati erano insieme, fraternamente, dietro ai fragili ripari, e con loro il generale brigadiere. Tutto crollava,
si
sfaceva,
i
muretti saltavano
un perpetuo e urlante frombolìo un franare scrosciante di roccioini frantumati, un ardore di vampa, un accaval-
in
era
aria,
di schegge,
nubi nere, opache,
larsi di
acri, fra esplosioni
immani e continue. «Fermi, figliuoli, fermi qui, siamo con voi!»
— dicevano
i
colonnelli e
il
generale, scivolando dietro agli uomini accovacciati.
F,
vittoria bilità,
stavano fermi i
nostri nel flagello.
La
non era più nella lotta, era nell’immonell’inerzia
terribile,
nel
saper morire
senza un gesto.
Nessuno potrà descrivere quella notte atroce Quota 308, altura orrenda, tramezzata da gallerie tortuose, da cunicoli sinistri scavati dal nemico, nei quali venivano rifugiati i feriti. sulla
312
LA MANOVRA, VITTORIOSA
Incontrandosi nei loro giri di ispezione gli ufficiali si stringevano la mano senza una parola. Una scheggia lia spezzato un braccio ad un colonnelli, lo stesso che i soldati baciavano
andando
all’assalto.
Egli
si
reggeva
il
braccio
rotto con la
mano sana e continuava ad esor-
tare
Un’altra scheggia ha ferito
i
suoi.
nerale alla testa. Caduto stordito, egli
si
il
ge-
è ri-
sollevato subitoc «Fermi, figliuoli!»
Non è che verso mezzogiorno che il bombardamento ha rallentato. Gli austriaci credevano d’aver spianato la strada all’attacco. Dalla Quota 278, più avanti, una gibbosità che si
profila nella direzione di Castagnavizza, mas-
di fanteria nemica hanno cominciato ad avanzare mentre i cannoni austriaci allungavano il tiro. Il Pecinka spariva nel fumo. Il
se
momento era atteso. La nostra artiglieria è entrata
in
azione.
L’attacco austriaco fermato, si riformava. Le colonne
spezzato,
sconvolto,
d’assalto
nemiche hanno più volte tentato sempre disperse. Alle quattro
avventarsi,
di la
poderosa controffensiva in direzione del Pecinka era finita. Qualche ora dopo', su quello stesso settore riprendeva l’avanzata dei nostri. Si
riprendeva lo sviluppo dell’azione del pri-
mo giorno. Mentre si resisteva sulla 308, i conquistatori del Veliki si spingevano avanti, attaccavano la Quota 393, la prendevano, sor-
313
LA MANOVRA VITTORIOSA
passavano
gli
squallidi
casolari
di
Fajti,
at-
taccavano la cima del Fàjti 'Hrib, la prendevano. Salivano così, a gradino a gradino, quella immane scalinata di vette che borda il Carso. '
del Fajti Hrib, minacciando la destra delle forze che ci contrattaccavano, può
La conquista
aver contribuito a fare abbandonare al nemico ogni tentativo di riconquista. Alla sera, le
truppe che avevano ^esistito così tenacemente alla controffensiva, alla loro volta tornavano ad assalire e prendevano la Quota 278, dalla quale Fazione delle fanterie nemiche .era partila. Queste due avanzate parallele, sul Fajti e sulla Quota 278, erano come due nuovi possenti colpi di
maglio dati
ai
due cunei
di
pe-
netrazione.
Nella notte
le
nostre pattuglie in esplorazio-
ne arrivavano alle prime case di Castagnavizza, oltre il nodo terminale della ferrovia, nel dedalo di strade che si allacciano intorno al paese e che si dipartono in ogni direzione. Le vuote. Nessun Pareva che Ca-
pattuglie
hanno trovato, le case
rumore,
nessun movimento.
stagnavizza fosse abbandonata. Ma delle ricognizioni in forze spintesi avanti questa mat-
pare abbiano riconosciuto lo stato di effìcenza di una nuova linea, la cui preparazione ci era nota da mesi.
tina
Su questo tratto della fronte, dal Fajti Hrib alla
strada di Oppacchiasella,
l’azione nostra
314
LA MANOVRA VITTORIOSA
oggi è continuata metodicamente.
I
serpeggia-
menti profondi della linea avanzata! si corregsi va tracciando una sistemazione, le cen-
gono, tine col
fra le
punte
progresso di
Gli austriaci
di
penetrazione
cpiei settori
si
tendono
rimasti arretrati.
affannano a spiare i nostri mo-
si
vimenti sulle strade scoperte e tirano all’uomo.
Bombardano qua
e
là,
Da
a raffiche serrate.
tutte le parti scrosciano esplosioni e balzano colonne di fumo. Loquizza è battuta da grossi calibri, così
campi
pure Oppacchiasella.
Gli sconvolti
della lotta sono di tanto in tanto tem-
pestati di granate.
La giornata è coperta,
scialba, tetra, e
dal-
le nuvole basse scendano aeroplani nemici che volano a poche centinaia di metri dal suolò,
roteano, osservano, cercano, filano lungo le stra-
de e
camminamenti, e passano
i
mitragliando. Di tanto in tanto
da un
sibilìo
si
e
ripassano
è circondati
che scendono dal
pallottole
Certe trincee sono piene di soldati stan-
cielo.
chi che terra,
glia
di
dormono profondamente,
avvolti
allo
nelle coperte;
guarda,
strepito,
pena riaddormenta vale la
di
accoccolati a
qualcuno
si
sve-
ma trova che non
muoversi per così poco e
si
sotto la mitraglia. E nulla appare più strano, nell’ urlìo delle granate che passano nel fragore di qualche scoppio Vicino
e
il
battere
intermittente
aerea, dell’udire
il
della
mitragliatrice
calmo respiro del sonno, il
315
LA MANOVRA VITTORIOSA
russare che si leva dal fondo delle trincee, l’ampio susurro del riposo
umano.
furore della battaglia
Il
sembra scendere
al
La nostra avanzata sulle vette, profonda
nord.
oltre quattro chilometri, dal Veliki
Dosso
Fajti,
Hribach al
non fiancheggiata a sinistra lun-
che precipitano verso il Vippacco, coperti di foreste, solcati da burroni, e tenuti saldamente dal nemico, aveva prodotto
go
i
declivi
selvaggi
una situazione singolarissima e non scevra di pericoli. Era indispensabile volgere la nostra attività
al
possesso delle balze, liberare
il
no-
stro fianco sinistro.
Ogni tentativo di avanzata
frontale era fallito.
Il
lettore
conosce già
aspetti feroci della lotta nella selva bile.
gli
impenetra-
Non si possono determinare le posizioni
del nemico, invisibili. Spesso l’artiglieria, svel-
lendo ed abbattendo ostacoli
gli
alberi,
invece di disperderli.
accumula degli I
reticolati
tesi
fra tronco e tronco resistono alle granate. Quan-
do
si
arriva alle trincee
nemiche si trova che
precipitosi, che il precida fossato. L’impeto dell’assalto è da mille tranelli, da infinite barriere imprevedibili. È la guerra senza orizzonte, senza visione, la guerra cieca. Non si sa mai su che cosa si possa urtare a dieci passi
costeggiano burroni pizio serve
subito
spezzato
di distanza.
Gli austriaci erano così riusciti a
mantenere
LA MANOVRA VITTORIOSA
316
la loro linea nelle falde boscose della montagna
San Grado: ossia, noi padroni del Dosso avevamo una formidabile organizzazione nemica quasi alle nostre spalle, quattro chilo-
fino a
Fajti
metri dietro di noi. Certo il terreno, così difficile attacchi, lo era anche per i loro; non poteva permettere jnè .concentramenti rilevanti nè movimenti rapidi. Ma il pe-
per
i
nostri
la foresta
ricolo,
minimo all’inizio, poteva divenir grave Urgeva liberarsi subito.
in seguito.
L’azione è cominciata di
ieri, nel bosco al sud San Grado. Una colonna operava dalla valle,
un’altra risaliva
il
declivio parallelamente alle
austriache, per ridiscendere avvolgendopo avere attraversato la testata di un burrone profondo. È stata una lotta feroce, al coltello. La colonna che aggirava dall’alto è riuscita a prendere alle spalle la prima trincea,
trincee dole,
ma ve n’era una seconda, e il nostro attacco' è venuto a trovarsi fra le due, in un incrocio di fuochi di mitragliatrici e di fucileria. Dopo un combattimento tenace, furibondo, micidiale, la prima trincea austriaca è stata espugnata.
Ma il terreno guadagnato era breve. Bisognava ricominciare la stessa manovra per la seconda, e poi forse
per una terza trincea.
Oggi un’azione assai più vasta si è compiuta.
È
stata iniziala dalle vette,
Fajti. *
I
nostri battaglioni
si
fra
il;
Velila e
il
sono scagliati sul
Volkovnjak, che hanno preso per manovra, ag-
317
LA MANOVRA VITTORIOSA
facendone prigioniera la forte guarnigione, con la quale era il comanPoi, dalla cima del Voi brigata. dante di una
girandolo
kovnjak,
oriente,
a
le nostre,
colonne sono scese giù, nei
boschi, in direzione di Bìglia, sul Vippacco.
Profittando di numerosi ponti militari,
il
ne-
mico si è affrettato a concentrare forze al di qua del fiume, di fronte a Biglia. Non ha fatto che creare una piccola testa di ponte sopra due alture adiacenti la riva, per impedirci di passare il Vippacco e tagliar fuori tutte le forze austriache rimaste quasi bloccate a Raccogliano, allo sbocco della valle. Intanto ha cercato di far salire un contrattacco nelle vicinanze del
Dosso Fajti per isolare la colonna nostra operante in basso. Il contrattacco è stato sbaragliato subito. E una catena di rastrellamento passa attraverso
il
bosco catturando a poco a poco
i
nuclei nemici che la nostra manovra ha chiuso dentro. A ponente di Biglia la fronte italiana
appoggia ora
si
al
fiume. L’avanzata stupenda sul! Carso ha adesso ras-
della nostra sinistra
sodato
il
suo fianco.
Anche questa sera, dopo il tramonto, le strasono ingombrate di lunghe carovane di prigionieri, chiusi fra scorte di cavalleria. Pas-
de
si
sano in silenzio. Si ode soltanto uno scalpiccio vasto, senza ritmo, che non ha più nulla di militare: vi si sente la truppa che è ridiventata folla.
318
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA. Dalla fronte, 5 novembre.
Da ieri la battaglia è
entrala nella fase di
assestamento. Ai grandi obbiettivi di conquista succedono i piccoli obbiettivi di sistemazione. Fra i capisaldi espugnati la linea nuova si va
formando si
e consolidando. Il limite raggiunto modifica in rapporto alle necessità delle azio-
ni future: la fronte di arrivo sta già
divenendo
una fronte di partenza.
Dopo la presa del Vallone, pur progredendo ad ogni
attacco,
non avevamo
fatto
mai tanto
ottanta giorni siamo
penetrati
cammino in un solo sbalzo. Negli ultimi di
oltre dieci chilometri nel
Carso e catturato
questo solo settore quasi venticinque mila prigionieri. In questa battaglia soltanto la no-
in
stra des'tra è rimasta quasi immobile, con la sua estremità sempre attaccata alle aspre pendici meridionali della
Quota 208 sud.
L rimasta immobile perchè la nostra mano>vra tendeva, col massimo della violenza, al possesso del Veliki Hribach e del Dosso Fajti. Volevamo strappare al nemico quella maestosa
successione di vette, a cagione del dominio che essa esercita non soltanto sull’Altip'iano ma an-
319
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
che al nord, sulla valle del Vippacco e sulle alture di Gorizia. È rimasta immobile la nostra
anche perchè gli austriaci, sicuri di aver
destra,
reso le vette imprendibili, confidando sopra tuL-
enormi difficoltà del terreno da quella hanno concentrato tutto lo sforzo della
to sulle
parte,
dalla parte opposta. I nostri progressi erano stati sempre lievi verso il Veliki, mentre l'ultimo «colpo di spalla» ci aveva portati su difesa
Boscomalo, qualche piccolo nucleo nostro aveva persino raggiunto Jamiano, e, persuaso che noi volessimo spingere la nostra offensiva sulla
grande via diretta di Trieste, il nemico è corso a sbarrarci
il
passo.
L’ala manovrante ha avuto gli onori della battaglia.
La vittoria italiana si è affermata nella
sua azione; essa si delineava in una successione magnifica di assalti fortunati, nella invasione di sempre nuovi lembi di terra nemica. La nostra
Ma
attenzione
sarebbe
convergeva sulla conquista. non riconoscere che la
ingiusto
gloria di queste giornate è di tutti, dell’ala mar-
ciante e dell’ala rimasta ferma sotto ai più terurti della concentrazione nemica, delle truppe che hanno avanzato e delle truppe che hanno resistito. La destra dell’esercito del. Carribili
1
so
ha parte
nel trionfo quanto la sinistra.
La
sua tenacia e il suo eroismo hanno contribuito all’impetuoso sviluppo degli attacchi sbaragliatoci,
come nell’offensiva di ottobre gli accaniti
320
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
tentativi
della
sinistra
per
impossessarsi
del
Veliki e del Pecinlca contribuirono all’avanzata di questa stessa ala che ora la battaglia
ha in-
vece inchiodato. Il
combattimento non è mai così terribile co-
me quando è fermo. La immobilità nella lotta è l’indice dello sforzo
massimo. L’azione della
nostra destra, dalla strada di Castagnavizza alla
Quota 208,
di
accanimento, ha avuto grandezze inenarra-
è
arrivata ad inaudite intensità
© di abnegazione, senza il' conforto del successo immediato e tangibile. Ma bili
di valore
arrivavano laggiù come degli echi della vittoria, conquiste passando fra le truppe che sentivano profondamente la necessità del sacrificio per la fortuna delle armi italiane. Gli austriaci sono certamente ossessionati dal-
le notizie delle
paura di un’avanzata nostra sulla strada di Per spiegare la resistenza disperata Quota 208, prima che noi la conquistassimo in una precedente offensiva, un ufficiale nemico prigioniero ha detto laconicamente: «Punto trigonometrico!» La la
Trieste.
fatta dagli austriaci sulla
strada di Trieste nasce, per così dire, fra la
Quota 208 e la Quota 144. Le due alture sono come due pilastri di una soglia. Non lasciarci sboccare da quella gola, tenerci attaccati
mico
ai pi-
ecco la idea informatrice del piano ne-
lastri;
Ma anche se gli aunon avessero voluto accumulare le mas-
in questa battaglia.
striaci
321
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
sime energie della resistenza in questo settore, il compito della nostra destra sarebbe stato singolarmente difficile. Essa aveva avanti a sè due fortissime linee di difesa, la prima serpeggiante da Boscomalo alla Quota 208, la seconda risalente dalle alture
Jamiapo a innestarsi alla piima presso Lu-
di
dove un groviglio di trincee la annodava ad un’aspra altura, la Quota 238. Queste linee divergenti coprivano una così larga zona, die per spianare la strada agli assalti sarebbe stato necessario un concentramento esorbitante di catic,
Il bombardamento sulla denon raggiunse quindi su tutta la linea una
fuoco d’artiglieria. stra
eguale intensità di schiacciamento. L’efficenza e la prontezza della difesa
si
ri-
velarono subito. Le mitragliatrici e i fucili austriaci scrosciarono immediatamente.
Il
terreno
le nostre trincee e la prima linea nemica venne attraversato sotto raffiche di piombo. Tuttavia a mezzogiorno, cinquanta minuti dopo l’inizió dell’ assalto^, i trinceramenti nemici era-
fra
no espugnati e sorpassati in più punti, e varie centinaia di prigionieri erano catturati.
nea nemica era rotta
al
La li-
sud della strada fra
Oppacchiasella e Castagnavizza; le prime case di Boscomalo erano raggiunte,- affrontando nidi di mitragliatrici incavernate; dei nuclei arriva-
vano a Lucatic; qualche plotone della prima ondata saliva la famosa Quota 238 in una temBarzini. Dal Trentino al Carso.
21
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
322
pesta di stirdpnells
co
si
all’estrema destra il nemi-
ritirava in disordine e dalla
Quota 238 i
nostri avanzavano verso le alture di Jamiano.
Verso
le
tre,
il
nemico sferrava uno
dei
più
poderosi contrattacchi.
Salivano da Jamiano e venivano da Selo, per
una rete sterminata di camminamenti, nuclei e nuclei di austriaci sotto la protezione di un bombardamento di ogni calibro. I nostri dovettero ripiegare all’urto,
ratamente
il
terreno,
ma difendendo dispe-
passo passo.
Dopo due
ore l’intensità dell’attacco diminuiva. Si avvicinava la sera; alle cinque la formidabile reazione nemica si spegneva. Noi
cora padroni
di
rimanevamo an-
qualche tratto delle trincee
conquistate sui declivi della 208.
Lo svolgimento
della battaglia alla destra e
la logica della situazione attuale
non appaiono
chiaramente se non si tiene conto di quella strana montagna, alta quasi come il Veliki Iiribach, che sorge isolata presso Duino come una grande sentinella del litorale: l’Hermada. Fosca, imponente, oblunga, regolare, essa non è più che una immane fortezza che gravita sulla nostra destra. Essa può essere considerata come il forte avanzato del campo trincerato di Trieste. Artiglierie innumerevoli vi hanno trovato rifugio. noni.
L’Hermada è un
alveare di can-
Da lassù delle batterie incavernate fanno
fuoco a tiro diretto sui fianchi della 208 e del-
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA la
323
144 e sul costone meridionale del Carso.
La vetta è un osservatorio che domina tutta la regione,
poiché da tutta la regione è
un potente raggio
visto,
fimo
alle
e
il
suo
rive
del-
da lassù
proiettore lancia
bianco ogni noLte
impernia l’azione delCoperta di fumo e di
l’Isonzo. All’llermada si
la
sinistra
austriaca.
vampe
nelle ore
intorno
a sé u:n raggio di difficile
di
l’Hennada traccia
furore,
approccio,
come una zona di interdizione, taglia un limite sul quale le battaglie perdono movimento per prendere quasi una fissità da assedio. La nostra destra sembra disegnare quasi questo limite. Alla sera del primo giorno della
crea
battaglia essa
appariva già paralizzata dall’e-
norme concentrazione della difesa austriaca. Ma assolveva il suo compito dimostrativo. Essa do-
veva precisamente
attirare
Anche senza speranze che riprendesse
gli
di
lo
sforzo
nemico.
avanzata bisognava
attacchi.
Un nuovo assalto
su tutta la sua fronte fu deciso per l’indomani
abbuia
e
sistere,
minacciare, premere
settore
formidabile.
dieci
del pomeriggio. il
Bisognava innemico in quel
L’ artiglieria
della
destra
ricominciò il bombardamento delle seconde linee austriache, che la preparazione precedente aveva meno danneggiato.
Fra la Quota 208
e Lucatic, la
cea nemica avanzava a saliente e era organizzato a ridotta.
prima trinil
saliente
Non si volle aspet-
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
324
tare l’ora dell’ assalto per espugnare quel punto Si operò
forte.
una sorpresa, nella notte stes-
Strisciando adagio adagio, uno alla volta
sa.
soldati
una compagnia andarono
di
samente ad adunarsi
i
silenzio-
punta estrema del
aspettarono la prima alba, l’ora in
saliente e
cui la vigilanza te
alla
si
intorpidisce.
Appena l’orien-
cominciò a sbiancarsi, piombarono dentro
come indemoniati, sori,
si
prigionieri
fecero
i
difen-
asserragliarono'.
Intanto veniva dal nord il rombo di un bom-
bardamento serrato: era fensiva
austriaca in
l’inizio della controf-
direzione del
Pecinka.
Sappiamo con quale esasperata violenza il nemico ha tentato di riprendere terreno al centro per far crollare la delicata catena delle nostre
conquiste,
non rafforzata ancora dal
la-
voro. Cominciava la fase più critica della battaglia.
La
ripresa
dell’azione
offensiva
della
destra diveniva più che mai necessaria per tentar di alleviare l’enorme pressione che subiva-
mo al centro. Il nemico ha previsto il nuovo ha visto delinearsi nella preparazio-
assalto, lo
ne e ha voluto prevenirlo, renderlo impossibile, schiacciarlo e
mezzo
sotto
la
prima del suo sviluppo. Alle dieci nostra estrema
un fuoco inaudito
di
destra era grossi
calibri
presa dal-
l’IIermada.
Granate da 305, da 280, da 210, scoppiavano con spaventosa continuità sulla Quota 208, che
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
325
una immensa cortina 'di fumo nero. Da laggiù il telefono chiedeva un soccorso; tiri
svanì in
di controbatteria; utili
piuttosto che stre Il
«ma se le artiglierie sono più
— diceva la Voce lontana interrotta — non importa, sopporteremo tutto
altrove
dai boati
compromettere un’azione;
truppe sanno' quale è
il
le
no-
loro compita....»
bombardamento andava facendosi sempre
più violento', sconvolgeva tutto, e l’ora fissata per l’assalto si avvicinava. All’una e dieci l’uragano di fuoco era al colmo. L’attacco non
sembrava più possibile, l’azione diversiva della destra doveva fatalmente mancare. Come potevano gli uomini abbandonare i ripari e slanciarsi in queir-inferno ?
scia
indicibile,
di
Fu un istante di ango-
tragica sospensione.
Al co-
mando dell’ala destra si aspettava in un cupo silenzio. Ad un tratto un ufficiale al telefono ha mandato un grido: «Escono!». L’inverosimile no!...
si
Sono usciti !»
la bufera di
acciaio.
avverava:
—
I
«Escono,
esco-
nostri assalivano nel-
L’azione invisibile laggiù
fumo e fra le vampe è subitamente apparcome un evento sovrumano, ha assunto una proporzione titanica, pareva che
nel
sa alle menti
delle forze soprannaturali e gigantesche si agi-
tassero fra quelle nubi.
surato il
si
Qualche cosa
di
smi-
levava infatti in quell’ora decisiva:
coraggio del soldato italiano.
Uscirono i nostri nell’atmosfera
di
massacro,
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
326 si
buttarono avanti alla baionetta, rioccuparomo
trincee nemiche, sostennero i contrattacchi. Nel frattempo la pressione nemica contro al Pecinka scemava, la conquista nostra arrivava al Fajti, e dal Pecinka stesso l’avanzata italiana stava per riprendere con slancio nuovo. le
Ma
la
centro,
controffensiva
austriaca,
infuriava nuovamente
rintuzzata
al
nostra
de-
alla
Fino alla sera il combattimento ha continuato verso la 208. Alla fine] nuovi tratti delle stra.
avversarie so|no rimasti nelle nostre
posizioni
mani, a ponente di Lucatic.
Una fortissima trincea austriaca in quel settore è stata tenuta tutta la notte nuclei,
appena una compagnia,
i
«cavalli di Frisia»,
da due piccoli decisi
alle
due estremità
cileria lacerava l’ombra intorno a loro. li
della
Ogni momento la fu-
trincea, e tenevano duro.
co di interdizione
a resi-
erano asserragliati fra
stere fino alla morte. Si
isolava.
Un fuo-
La loro sorte era
con ansia dai Comandi. «Hanno richiedeva d’ ora in ora il telefono « No, reggano sempre » rispondevano dalle prime linee. E' nel lampeggìo degli slìvaprielts seguita
piegato ? »
!
.
,
verso quei prodi strisciavano plotoni di rincal-
uomo per uomo, carichi di sacchi. L’occu-
zo,
pazione si
si
allargava,
si
completava lentamente,,
rafforzava. Alla mattina del 3, la trincea, so-
lido
punto di appoggio, era saldamente unita al
nostro sistema.
327
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
Mentre do,
alla destra si
combatteva in tali mo-
a piè fermo, per dir così,
si
verificava
ali
centro ulna situazione bizzarra. L’avanzata della sinistra aveva trascinato in avanti tutta la
li-
nea nostra al (nord della strada di O.ppacchiasella. Al sud della strada invece, la resistenza di Boscomalo teneva la nostra fronte immobile. Una compagnia destinata al collegamento lungo la strada aveva seguito il movimento. Fra 1
ferme e quelle della siniminacciava di formare una Stava per aprirsi un varco. La linea poteva spezzarsi. Verso mezzanotte, sopra un chilometro e mezzo non si
le forze
della destra
stra in
marcia
soluzione
di
si
continuità.
stendeva che una magra e irregolare catena di vedette,
ma un’ora dopo un battaglione fresco
cominciava a rinsaldare l’apertura. La battaglia di movimento aveva stranamente troncato in due lo schieramento delle masse combattenti; bisognava portare nuova forza al centro per chiudere solidamente il varquasi
co
e,
se fosse possibile, profittare dell’ apertura
formatavi per insinuarvi una pressione. Si presentava un lungo tratto di frante nuovo, addizionale; nella stessa notte delle artiglierie no-
spostavano per dominarlo. Il giorno 3 si preparava questa azione di collegamento, che doveva essere favorita da un altro attacco di-
stre si
mostrativo della destra estrema, l’ala del sacrificio.
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
328
L’attacco è cominciato alle quattro della sera.
L’Hermada si è destata furibonda e allar-
mata. La Quota 208 è stata di nuovo obbiettivo^
un bombardamento dei grossi calibri. La feroce montagna austriaca, nelle brume del! credi
puscolo, appariva tutta costellata di vampe. Razzi rossi e razzi verdi, scintillanti multicolori di stelle filanti nelle caligini della battaglia,
guidavano nostri
maschera
sul
le esplosioni
delle artiglierie nemiche. I combattevano nel fumo con la
tiro
il
soldati
viso.
Avevano riconosciuto
fra
fragorose il tonfo cupo di qualche
granata a gas asfissiante. Le reazioni nemiche più 'violente si sono quasi
sempre abbattute sulla Quota 208. Ogni fase battaglia ha avido per contraccolpo il Pur di non
della
martirio di quell’altura desolata. permetterci di avanzare da
lì,
gli
austriaci si
sono rassegnati a vederci avanzare da per tutto altrove.
Da dietro a Lucatic e da Jamiano, si
sono riviste avanzare contro la 208 le masse di attacco.
Fino alla notte il combattimento ha im-
perversato così all’estrema destra, e nello stes,-
tempo le truppe destinate al collegamentio centrale operavano in relativa tranquillità. Ma operavano su terreno ignoto, in una notte buia e nuvolosa. Hanno dovuto sospendere ad una certa ora ogni manovra ed attendere il giorno. so
Al mattino il nemico, allarmato da quella concentrazione,
ha cercato di ostacolarne con ogni
LA GLORIA DELL’ALA DESTRA
329
mezzo razione. Ed ha ripreso il bombardamen208 con i grossi calibri. collegamento centrale si è robustamente
to della Il
consolidato al sud della strada di Oppacchia-
dopo un’avanzata assai tenta e combat-
sella
tuta, durata tutta la giornata di ieri. L’esplorazione aerea, audacemente condotta, ha certamen-
giovato al nemico in questa azione. Qualche aeroplano austriaco ha potuto volare senza con-
te
sulle nostre linee a poche centinaia di metri dal suolo e riconoscere i mostri schieramenti Bisognerebbe poter rendere il cielo' iinfretrasti
.
quentabile al nemico in certe giornate.
La costituzione
di
una
forte linea nel
vano
formatosi fr;a le vicinanze di Boscomajlo e quelle
di
Castagnavizza, è stata l’ultima
della battaglia.
Ed è l’ala
manovra destra, l’ala immo-
bile, che ha portato fino all’ ultimo il peso di un sacrificio necessario, la passività della vit-
toria.
Questa notte un altro attacco di
lei.
Gli
austriaci
hanno
è
piombato su
sferra lo
un
assalto
sorpresa per riprendere la trincea di Lucatic. Contavano sedia mortale stanchezza del quarto giorno di combattimento per arrivare sui di
nostri addormentati. Quatti quatti gli assalitori
sono avvicinati ai parapetti e aH’improvviso hanno cominciato un lancio di bombe a mano. Ha risposto un urlo selvaggio. Erano capitati addosso ad un reparto di sardi, che sono saltati si
4
<
LA GLORIA DELL’AIA DESTRA
330
fuori
alla baionetta,
subito, esasperati, infero-
veementi. Vi era un barlume di luna coperche permetteva di vederci, vagamente. Una parte degli austriaci è fuggita. Quelli che han-
citi,
ta
no accettato la lotta sono morti, tutti, in un corpo a corpo breve e impetuoso. Tutti meno uno.
Un austriaco non è fuggito e non si è difeso; si
è
afferrato per la vita nella colluttazione, abbandonato come un fantoccio. Il soldato
nostro che lo aveva assalito, sorpreso da questa
inerzia,
lo
ha rovesciato
a terra e lo
guardato. Era un ufficiale ubriaco.
ha
EPISODI DELLA GUERRA NELL’ARIA.
UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE. Dalla fronte, 8 novembre.
Dopo del
il
tramonto, quando l’estremo riflesso
crepuscolo
dal
svaniva (sopraffatto
chia-
rore tenue della luna appena sorta e la notte si
allargava profonda, calma, piena di un dia-
fano pallore di lievi
brume
soffuse,
scintillare nel cielo vividi bagliori.
si
videro
Su tutto il
da Mon fa Icone a San Giorgio di Nogaro, balenavano strani bolidi; era uno sprizlitorale,
zare incessante di faville intorno a raggi candidi
di
proiettori, eretti
come colonne di luce
subitamente comparse, sottili e sterminate. Sulla terra
palpitavano
cendevano a
tratti
vampe rossastre che acampie nubi di fumo peda laggiù incessanti
santi e basse. Arrivavano boati.
quali
Pareva che i fuochi della battaglia, i infiammavano ancora le flagellate penQuota 208, avessero dilagato lontano
dici della
sulla pianura e nell’aria.
Un rombo possente,
eguale, sonoro’, scendeva dallo spazio.
Le scin-
erano scoppi di shrapnells le vampe erano colpi di cannoni ed esplosioni di bombe au-
tille
striache,
,
il
rombo emanava da un vasto tur-
UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE
334
binìo di eliche: mici, nascosta
una squadra di idrovolanti necome sempre nelle tenebre, ve-
niva a vendicarsi della sconfitta sui paesi iner-
mi
e sugli ospedali, sulle
donne, sui bambini,
Era la prima incursione di questi giorni, nella prima sera della battaglia, martedì. Da un remoto campo di aviazione, appartenente ad una di quelle nostre infaticabili e valorose squadriglie che compiono 1’ immenso e sui
feriti.
oscuro lavoro di esplorazione, che sono sempre in volo sul nemico, osservando, bombardando, combattendo, e che raramente ritornano
senza
le
ali
aviatori,
tenente osservatore e jun sergente petto fregiato di
ragazzi dal lore,
un reun sotto-
bucate dalle schegge, da
moto campo, dicevamo, due
pilota,
due
medaglie al va-
guardavano all’orizzonte lo sfavillare degli
shrapnell. E un progetto temerario, già ventilato al campo, maturò nella loro mente: quello di prendere il volo nel buio, mescolarsi alla squadra nemica, seguire la sua rotta di ritorno, arrivare alla sua base e bombardarla. Pochi minuti dopo un aeroplano italiano si avventava nella notte. Erano le sei e mezzo di sera. L’apparecchio filava
verso
il
mare guidato
dallo scintillare
dei colpi.
Sulla distesa oscura della piana ri-
conosceva
i
lumi. Per
non
lazioni
paesi da leggeri punteggiamenti di suscitare l’allarme delle popo-
che udivano
il
rombo passare su
di
335
DNA METEORA TRICOLORE SD TRIESTE loro,
l’aeroplano
si
faceva riconoscere con se-
gnali di luce.
Andava come una lucciola immane irradiando dal ventre chiarori intermittenti. nello spazio’, sulla
E saliva
zona battuta dell’incursione
nemica, cercato di quando in quando da proietdiceva tori irrequieti. «Siamo dei vostri!»
—
per qualche istante la luce di segnale, e i prodeviavano il loro raggio. Ma qualcuno non capiva. Si ostinava a volerli) vedere questo aeroplano notturno che navigava
iettori rassicurati
al
margine di un bombardamento aereo. Presi non vedevano più
nel suo chiarore, gli aviatori
niente, niente altro che una grande stella abba-
cinante sotto a loro, e dovevano manovrare per allontanarsi. Il
e
là,
fuoco dei cannoni antiaerei continuava qua
ma
i
nemici erano invisibili e inaudibili L’aeroplano aleggiava ora sulle
agli
aviatori.
foci
dell’Isonzo.
Ha visto nella distanza tene-
brosa dei fasci luminosi che solcavano il cielo.
Ha capito che erano segnali nemici di richiamo. Indicavano agli idroplani austriaci la rotta del ritorno. Dalla vetta deU’Hermada saliva un raggio possente, inclinato e fermo.
faro di
San Rocco,
La lanterna del
oltre Trieste, era accesa, e
metteva sul mare uno splendore intermittente, quella familiare chiamata dei porti che guida-
va ogni notte, in altri tempi, le navigazioni pacifiche.
UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE
336
Qualche minuto dopo
il
ha
velivolo italiano
visto sparire sotto di sè la lunga e strana peni-
Sdobba e isi è provato sul Golfo
sola della Punta di
Ponzano.
La luna ancora bassa stendeva una immensa
striscia
fremente
all’orizzonte
di riflessi,
un
tremulo pagliettìo di argento, che faceva apparire più oscura l’ampia distesa delle acque vicine. I nostri aviatori volavano sopra infinito e
un mare calmo e ;nero, sopra un mare di velsul quale la terra si disegnava chiara e
luto,
precisa.
Il
grigiore cupo,
confuso, macchiato,
Velato delle alture carsiche finiva sulla spiaggia in una striscia sottile e biancastra che limitava il
profondo
e
L’aeroplano
fluido tenebrore delle onde si
abbassava.
pilota per discendere
Il
doveva diminuire
il
è una pericolosa manovra sul mare quando non si vola in aliscafo. Perchè il motore può non riprendere docilmente il suo impeto a tempo e condurre l’ap-
regime del motore, ed
parecchio al naufragio. Si abbassavano gli aviatori
per esplorare l’acqua.
La battaglia del Carso continuava. Era vicidue giovani vedevano gli scoppi delle granate sulla « 208» e sulla « 144 » alla destra della
na.
I
nostra fronte,
e
vedevano
noni deH’Hermada.
Ili
v am pie dei can-
le
balenìo
minava le ali dell’aeroplano. non permetteva di udire le
Il
dei
colpi illu-
rombo dell’elica
esplosioni,
ma la
337
UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE
tempesta di fuoco era seguita anche senza guardarla per quell accendersi delle grandi ali bianche nel buio. 1
’
Il il
mare era deserto. Il Ivollo si è diretto verso
faro.
All’altezza di Nabresina dei lampi vicini hanno disegnato più vividamente di luce le mem«Che c’è?» brature della macchina.
—
«Niente, ci batterie
hanno
austriache
po’ a caso,
verso
il
—
sentito e tirano!»
sparavano rumore.
— Delle
un
dalla costa,
avvicinava. Al di là della città è apparso a poco a poco un gran chiarore sofTrieste
si
sul quale si profilava nera la punta di Santa Caterina. Era come se un’altra luna sorUn crepuscolo strano empiva la baia di Muggia. Laggiù una concentrazione di proiettori illuminava l’acqua, sfiorava il mare, confuso,
gesse.
vergeva verso un punto ancora indefinibile
i
suoi raggi.
L’aeroplano avanzava, guardava, cercava di capire.
A dalla
poco a poco Trieste notte,
si
delineava,
si
rivelava,
illuminata
esciVa
come
in
tempo di pace. Sembrava una nebulosa posata sullo sfondo indefinito di lontane montagne vaporose e oscure. Soltanto verso
il
mare, una
grande zona d’ombra. Nel porto, sulle banchine, lungo la ferrovia marittima, intorno ai docks t sui moli, non una luce, hon un segno di vita. Barzini. Lai Trentino al Carso.
22
UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE
338
Ma l’abitato vegliava con tutte pre più
vicini,
Ite
sue lam-
semvedevano spostarsi con solenne
pade. Volando al largo
i
nostri aviatori,
dolcezza allineamenti di fanali, riconoscevano
maggiori dallo schierarsi successivo lumi lungo i marciapiedi. La pianta di Trie-
certe vie di
disegnava nel buio come fatta di
stelle.
Per pochi istanti una grande arteria si
è pre-
ste
si
sentata in prospettiva, via Carducci. Poi nella lenta evoluzione delle strade essa
ha girato,
e
la via Stadion e la via Acquedotto si sono aperte
in
successione
come
i
raggi di
una
ruota.
L’aeroplano era quasi a milite metri di altezza.
A volo librato, per far meno rumore, è sceso puntando sul faro di San Rocco che seguitava a chiamare verso il largo. Improvvisamente il faro si è spento. Quasi nello stesso momento si sono estinti uno dopo l’altro i proiettori che rasentavano l’acqua. Il volo italiano era stato udito.
Quel gran crepuscolo bianco è svanito
di
colpo. Tutte le rive sono piombate nell’ombra.
L’allarme era dato. Gli
aviatori nostri intuivano di essere sulla
base degli idrovolanti (nemici,
ma nell’oscurità
improvvisa non si intrawedeva che uin quieto e sinuoso sviluppo di coste intorno ad una baia: la Baia di Muggia. Ad un tratto qualche cosa è apparso.
— «Là, là
!.. .
Vira!
Vira!»
— ha urlato
339
UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE
concitatamente
li’
osservatore
nell’ orecchio
del
pilota.
Sull’altra
sponda,
di
fronte
faro,
al
lungo
una banchina di ormeggio, (nelle tenebre si stendeva una lunga collana di piccole luci. L’occhio di un aviatore non poteva sbagliarsi: erano lampade di atterramento, la catena di punti lucenti che orienta i volatori notturni' al momento
di
scendere.
Sull’acqua avanti ai segnali si muovevano si gridavelocissimi dei lumi. «Sono loro!» vano l’un l’altro i due italiani presi dalla feb-
—
bre dell’azione.
— «Sono loro che rincasano!»
AH’angolo estremo' della banchina scintillava
una luce più viva. Là dietro dovevano esservi enormi edifici portuali, magazzini, uffici. Erano niente. lì gli scali del Lloyd. Ma don si Vedeva Il
brillare dei lumicini rendeva più fitte le tene-
bre intorno.
L’aeroplano ha fatto un giro e si
è slanciato
verso la fila delle lampade di atterramento'. Per essere più sicuro della manovra ha ri-
messo il motore in pieno funzionamento. L’apparecchio si era abbassato a poche centinaia di
metri: ora risaliva lievemente portato dalLe luci non si potevano più vedere
l’impeto.
dal di sopra del bordo della fusoliera.
Il
pilota
guardava attraverso la grande lastra di criche forma il fondo trasparente della fusoliera, presso ai pedali di manovra. L’osser-
le
stallo
UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE
340
vatore,
guardar
aggrappato giù,
tutto
montanti,
ai
fuori
ideila
si
sporgeva a
carlinga.
Appena il rombo del motore è arrivato alla lumi si è spenta. Anche i lumi vaganti sono scomparsi. Per qualche secondo ancora ha brillato solataria la luce alterra, la fila dei
l’
estremo della banchina. Poi più niente. Ma i nostri avevano impressa nella mente la
disposizione dei segnali. Li avevano fissati con
occhi avidi.
La memoria in Certi momenti af-
ferra e scolpisce. Gli aviatori vedevano
ili
di-
segno dei lumi pel buio. Erano del resto già arrivati a poidata di lancio sulla stazione dei pirati.
1 !
«Attento! Attento!» — urlava l’osservatore. — «A sinistra! Ancora un poco... — e con!»
mano
vulsamente batteva
co;n la
sinistra
curvo sulle
del
pilota
cora un poco.
.
.
!
sulla spalla
leve.
— «An-
»
«A destra adesso! Via... !» Dando un improvviso colpo idi virata a destra,
per mantenersi sul
bersaglio
invisibile,
il pilota ha manovrato gli che fanno cadere gli esplosivi. Cinque proiettili sono piombati, uno dopo l’altro: due grandi e tre piccoli. Il pilota ha visto
neiratlimo decisivo,
scatti
staccarsi le
bombe dalla fusoliera. La luna le
ha illuminate per un istante nella loro caduta. Erano delle ombre bianche e veementi, svanite istantaneamente nell’abisso
di
tenebre.
UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE
341
Un secondo dopo le vampe delle esplosioni hanno lanciato si
è
bagliori sulla riva.
L’oscurità
squarciata, e allora, nel balenìo sono ap-
parsi confusamente
i
grandi edifici del porto:
una visione di tetti, di corti, striscie bianche, un chiarore di muri e di pietre. Poi l’ombra
si
è richiusa.
Ma subito dopo
apparso un chiarore di fiamme. U:n incendio cominciava a divampare, sempre più intenso, sempre più vasto. Sorgeva un turbinìo di fumo è
pieno di
riflessi
sanguigni.
L’aeroplano filava ora sulla città. Non era a più di trecento metri dalle case. Subitamente, anche
i
lumi
Trieste
di
si
sono
spenti. L’allarme si propagava.
Non si distin-
guevano più
le
Quattro- raggi
di proiettori
sono sprizzati come geysers di lu-
vie e le piazze.
ce dalla parte gita della città, frugando
il
cielo
Cercavano lontano
con oscillazioni frenetiche.
l’audace intruso, lo Icredevano a duemila metri.
Ed era lì. il
Un senso di esultanza inebbriavai nostri dopo successo. Una orgogliosa volontà di sfida li
esaltava. « Domani è San Giusto pilota.
dei
!
»
— ha urlato
il
— «E allora illuminiamo! — «Vogliono »
vedere dove siamo ? Eccoci
commutatori.
!
»
— Sono scattati
L’aeroplano per alcuni se-
condi ha mandato dei
riflessi.
Ha acceso tutte le sue lampade, anche quelle rosse e quelle verdi.
Deve essere apparso sulla
UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE
342
come una prodigiosa meteora un segno divino di vittoria. Una esplosione ha lampeggiato: l’artiglieria Irredenta
Città
tricolore,
antiaerea apriva
il
fuoco. L’aeroplano, sorpas-
centro della città, ha virato verso il largo. Un giro a sinistra lo ha riportato a riveaere l’ incendio. Le fiamme crescevano e il fusato
il
mo scendeva sull’acqua. Continuava il cannoneggiamento. riuscivano di tanto jn tanto
roplano che
si
,a
I
proiettori
ritrovare l’ae-
allontanava. Pep quattro volte
sono trovati immersi nei fasci canincrociavano sul volo, così violenti che l’apparecchio illuminato aveva splendori di incandescenza. Per quattro volte sono sfugnostri
si
didi
che
si
giti,
deviando con impetuose manovre. Gli scop-
i
pi delle granate intorno si allontanavano e si
facevano
meno frequenti. Poco dopo l’aeropla-
no rientrava nella notte calma. La luna era salita. AI ritorno
sembrava più perla.
lo stesso.
il mare non Era di un grigiore di
Ed era la riva questa volta che appariva
nera. Essa avanzava fosche e taglienti solidità ;
sul diafano pallore delle acque. L’aeroplano vo-
lava gioiosamente con
tutti
i
suoi lumi accesi.
Era in festa. «Domani è San Giusto!» Alle otto scendeva al suo campo. Osservatore e pilota hanno javuto la medaglia
d’ argento
valore.
al
Giacomo Macchi
e
il
Sono
il
sottotenente
sergente Giuseppe Buffa.
l’ eccidio
343
degli inermi
L’ECCIDIO DEGLI. INERMI. Padova, 15 novembre.
La
strage
di
inermi
fatta dalla
ferocia
au-
appare sempre più grande. L’orrendo
striaca
sotterraneo della Rotonda, dove è scoppiata una bomba lanciata da un aviatore nemico la sera non ,ha ancora reso tutti i suoi morti. del 12,
Mentre la città in lutto tributava ieri solenni onoranze funebri alle vittime della barbarie nele altre vittime [venivano rinvenute fra faviscide e tenebrose rovine della casamatta sorgetale. diecine di cadaveri irriconoscibili
mica.
vano dalla tomba immane, un ammasso di umaannità distrutta. E ,si scava ancora, si cerca cora,
il
splorati. finita
calcola
cento
badile affiora altri morti in angoli ineSi lavora (da quattro giorni e non è
esumazione. Fino ad ora si massacro abbia falciato quasi calcola, non si conta: perchè
la terribile
che
il
vite.
Si
non sono
dei corpi
che
i
soldati pietosamente
estraggono.
Un
conforto,
avanti
allo
spettacolo
del
gi-
gantesco assassinio di innocenti, viene dal pen-
che non v’è sopraggiunta fulminea per
siero è
stata sofferenza.
annunziata,
non ha dato
il
tutti.
tempo
La morte Non si è di
capirla,
344
l’ eccidio
temerla,
di
di
degli inermi
Nessuna angoscia,
presentirla.
nessun terrore, nessuna agonia: in quell’antro si credeva sicura ed è sta-
spaventoso la gente ta annientata è
con
la rapidità della folgore.
Si
rinvenuta la spoletta della bomba; era un proiettile di forse cento chili. L’esplo-
grande
ha funzionato co-
sione nel cunicolo affollato
me lo scoppio della carica in una camera di mina. Era una mina barricata da ulna moltitudine umana. Il
funebre sotterraneo conduceva
uno
alle
case-
spalto
tutto
matte
d’un
erboso,
rimasto in mezzo alla città dilagante, un giardino pensile cinto da vecchie
antico
bastione,
simile ad
muraglie
di
fortezza.
Al terrapieno
si
appog-
giava una di quelle costruzioni parassitane che
nascono
sulle
un’osteria;
il
fortificazioni
abbandonate.
Era
sotterraneo
del
bastione
s’era
trasformato in cantina. Quel resto di era divenuto con gli anni
fortilizio
un luogo di ritrovo
domenicale. Negli ultimi tempi, quando veniva segnalata un’incursione di aeroplani nemici, la
popolazione del sobborgo vicino, tutto vecchi portici e piccole case, correva alla strana osteria,
le
ne penetrava le cantine e si spandeva per
tenebrose casematte, vociando, ridendo, alla
luce oscillante di miriadi di moocoletti. Si sentiva
tranquilla.
Nessuna bomba avrebbe mai
potuto attraversare gli spalti e le vòlte dell’an-
l’ eccidio
degli inermi
345
Padova non esisteva un angolo meglio protetto dai bombardamenti. Si sa come la catastrofe atroce si è svolta. Le casematte — le «cà mate», come le chiama il popolo erano allagate dalla piena. Le prime persone accorse al rifugio si sono fermate al bordo dell’acqua melmosa, in fondo al cubastione. In tutta
Lieo
—
nicolo di accesso.
Nuova folla sopraggiungeva,
ignara, s’ingolfava nell’ampia sala terrena della
taverna, andava a pigiarsi nel corridoio sotter-
In breve vi fu una ressa enorme, tu-
raneo.
multuante,
e
fuori
porta,
della
rigurgitava della calca.
strada,
sulla
ritardatari gridavano
I
per farsi largo, non volevano restare all’aperto,
contendevano il passo. Era la corsa alla
si
morte.
• !
j
; ,
Sulle vòlte delle casematte vi sono sei metri
ma sul cunicolo di accesso non
di terrapieno,
v’era che
un piccolo strato di terriccio. Là so-
pra
è
Iia
passato
è
caduto il
austriaco, in pieno.
proiettile
il
ha sfondato
terriccio,
scoppiato in mezzo alla calca.
struoso
dell’esplosione,
Il
la
vòlta,
sotììo
mo-
venuto dal sotterraneo
come da una gola di cannone, ha fatto crollare l’osteria. Coloro che hanno varcato quella soglia
sono morti
tutti.
E si è fatto subitamente
intorno al vecchio bastione e nel quartiere vicino
un
silenzio
terribile:
un
silenzio
oppri-
mente, angoscioso, spaventoso, che dura ancora. Si
lavora,
si
scava,
si
puntella,
ma non si
,
degli inebmi
l’ eccidio
346
e pomparla. Gli ordini sono susurrati. Soldati macerie, in pieri si affannano taciturni fra le
una cavità insanguinata,
e
raccolgono cose da
rinunziato a ricocui torcono lo sguardo. Si è morti. Si cerca di riconoscere gli og-
noscere
i
un orologio, un anello, il brandello di un
getti:
indumento. Le povere donine entrate là dentro con i bimbi in braccio avevano quasi tutte portalo con se
più care, gioielli,
esili sti
sè, il
avvolte in
un fazzoletto, le co-
povero tesoro della loro casa,
piccoli gruzzoli di monete, e que-
maciuloggetti 'vengono alla luce, spezzati,
ma eloquenti. Di tanto in tanto un lavo-
lati,
fra i rottami si solleva pallido, accenna visto e si passa a qualche cosa che lui solo ha agli occhi con un gesto di oppres-
ratore
una mano
sione. «Coraggio!»
—
gli
sussurra un ufficiale.
fa cauto intorno al punto indicato, oscuro diviene lento, attento, leggero, pieno di un
Il
lavoro
rispetto.
tà
Ma non si finirà dunque mai di son-
mistero di quella atroce sepoltura? E la citsilenzio è così profondo che pare che di ogni nelle vicinanze non viva la sua vita
dare il
si
il
giorno.
Lo scricchiolìo sinistro di qualche tra
ve che cede sotto
le
dell edificio,
macerie
il
rumore di una pietra che cade dai muri penSi sencolanti, hanno una risuonanza enorme. te
il
peso immobile e gelido di
dicibile.
Meglio
il
cadaveri esprimono
campo di la lotta;
un orrore in-
battaglia!
I
suoi
ma questi avanzi
l’ eccidio
umani nell centro
347
degli inermi
di ulna città pacifica, questa
sostanza spaventosa che era una folla di donne e
di
bambini, sono
i
segni atroci della bontà
assassinata, della innocenza immolata, della de-
bolezza massacrata, sono
sovrumano.
di
un delitto
> :
Avete visto la
madri
resti
i
lista
e dei figli; ogni
aveva portato le
sue
dei
!
|
i
primi nomi ? Delle
donna del rione vicino creature
là
dentro,
le
per salvarle quando nemico volare sulle l’ avvoltoio
aveva strappate dal
aveva
letto
sentito Si sono trovati dei cadaverini quasi infra braccia tronctje, protetti ancora nella morte dalle mani materne. Delle famiglie inte-
case. tatti
che avevano il padre lontano, alla guerra, sono scomparse. Nel quartiere colpito, per la re,
strada quieta dove nessuno parla, sotto i piccoli portici silenziosi nei quali si respira 1 angoscia, si schiudono case senza voce, case vuote
che aspettano.
Una madre è morta con i suoi
Una giovane sposa e la sua bambina sono morte, e ieri è arrivato il marito dalla fronte. La guerra aveva salvato lui, nelle trincee, e aveva abbattuto i suoi cari presso al otto figliuoli.
focolare.
Inebetito dal dolore,
si
lasciava con-
durre via docilmente da un amico, soldato anche lui, via dalla casa deserta, e ripeteva fra Non è vero!...» Quanti sè: «Non è vero
drammi
oscuri
e tremendi!
l’ eccidio
348
degli inebmi
sterminio esecrando, un solo istinto insorge, un solo pensiero si formula netto, una sola parola viene alle labbra: Vendetta!
Davanti
allo
L’immensa folla, solenne, devota e taciturna accompagnava ieri i primi cadaveri al cimitero, non aveva altro nel cuore: Vendetsguardo di una moltitudine ha lo ta! Mai
che
espresso insieme tanta pietà e tanto odio. Nelil popolo di Padova, adunato intorno ai suoi morti, metteva paura. un addio pieno ricevevano Le salme dilaniate
la sua quiete spaventosa
di
una commozione formidabile. Il silenzio era che dalle vie gremite non
così vasto e terribile,
rumore
saliva altro
se
non il rombo cupo
dei
le bare e lo scalpiccio eguale dei soldati armati che facevano scorta. Quaranta o cinquantamila persone si accalcavano lungo il percorso, e miriadi d’occhi se-
camions che portavano
guivano
il
dolo-
convoglio con un’espressione
Non una voce. Gridavano per la
rante e fiera.
folla le scritte attaccate sulle porte chiuse: «Vi-
va
l’Italia!»
Da per tutto si leggevano queste
parole. Sembravano una risposta al gestd d’intimidazione del nemico. Volevano atterrire
tre
Padova, lia!
gli austriaci,
Cadevano
sui
massacrando? Viva l’Ita-
feretri,
mollemente,
i
fiori
Dei petali, volteggiando come una nevicata, si posavano sui berretti dei soldati che fiancheggiavano i carri, i soldati del-
gettati dai balconi.
la
guardia d’onore. Erano funerali di guerra,
l’ eccidio
Le vittime
onoranze militari.
Il
sato per la Patria, e
vato
degli inermi
bomba
della
austriaca
349
avevano
loro sangue è stato veril
loro sacrificio
ha solle-
con l’orrore una ferrea e compatta voUna più
lontà di moltitudini fatta di furore.
grande forza di vittoria insorge per loro. Sta bene il funerale degli eroi per gl’inlnocenti massacrati.
Sotto alle pieghe dei drappi funebri si disegnava qualche feretro piccolo piccolo, la bara di qualche bimbo. La folla immensa e senza voce guardava commossa a capo scoperto.
PINE.
INDICE.
Pag.
Notte veneziana di guerra
La
La riconquista
19
Come fu sventata F offensiva nemica ... Nella regione riconquistata
La battaglia nella foresta La battaglia sulle vette. Il
1
titanica lotta nel Trentino.
24
...... 38 54 64
.
74
baluardo ripreso
Come fu conquistato il Passo di Rolle
.
.
96
Dopo. F assalto
106
La fine di Cesare Battisti
117
La conquista di Gorizia. L’assalto prodigioso
129
guado dell’ Isonzo
143
Il
A Gorizia Il
San Michele espugnato
159 173
Nella “ Trincea del Sogno „
187
Sui colli di San Marco
197
INDICE
352
Sul Carso. La Battaglia di Settembre. Pag. 207
L’ attacco
Seguendo la battaglia
La nuova Il
linea si rafforza.
.
•
•
Tempo
generale
.
.
219
.
.
227
.
.
238
.
247
La Battaglia di Ottobre. Il
colpo di spalla
.
-
.
259
.
269
L’ avanzata
Dove è passata la battaglia
.
.
•
La Battaglia di Novembre. Il
284
bombardamento
La conquista La manovra vittoriosa La gloria dell’ala destra
292 303
....
318
Episodi della guerra nell’ aria. Una meteora tricolore su Trieste L’eccidio degli inermi
n
•
‘
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