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DAL TRENTINO AL CARSO

Page 1

14 t-7 /

luigi earzini LA GUERRA D’ITALIA

Dal Trentino al Carso (agosto-novembre 1916)

MILANO Fratelli Treves, Editori 1917 Terzo miglialo.


LA GUERRA D’ITALIA

DAL TRENTINO AL CARSO.


RACCOLTA COMPLETA DEGLI SCRITTI di

LUIGI BARZENT.

Sinora si sono pubblicati:

Scene della Grande Guerra (1914-1915). 2 voi. Legati in tela all’uso inglese

Al fronte (maggio-ottobre 1915)

.

.

L. 8 50

:

.

Legato in tela all’uso inglese

. :

.

.

.

L. 5 75

Sui monti, nel cieloe nel mare (gennaio-giugno 1916) Legato in tela all’uso inglese: L. 475

Dal Trentino al Carso (agosto-novembre 1916) Legato in tela all’uso inglese Il

:

L. 5

—

.

— — 4 — 4 — 7 5

Giappone in armi. Diario di un giornalista italiano al 4 campo giapponese. Voi. I .

Legato in tela all’uso inglese: L. 4 75

Dai campi di battaglia. Diario di un giornalista italiano al

4

campo giapponese. Voi. II Legato in tela all'uso inglese: L. 4 75

Altre opere di Luigi Barziki.

La battaglia di Mukden. In-8, con 52 incisioni, numerose cartine o una grande carta a colori. 4.° migliaio. L.

Nell’ Estremo Oriente. Con illustrazioni.

6

... 3 —

Dall’Impero del Mikado all'Impero dello Zar (Giappone-Corea-Siberia-Russia). fuori testo e

il

Con 11Ò disegni, 15 tavole 3

ritratto dell’autore

—


LUIGI BARZINI LA GUERRA D'ITALIA

Dal Trentino al Carso (agosto-novembre 1916)

MILANO Fratelli Treves, Editori 1917 Terzo migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA, I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi,

compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda. Copyright by Fratelli Treves, 1917.

qualunque esemplare di quest’opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori. Si riterrà contraffatto

Milano, Tip. Treves.


DAL TRENTINO AL CARSO

NOTTE VENEZIANA DI GUERRA. Venezia, 18 agosto 1916.

È l’ora in cui essi arrivano.

La luna e

il

è

già

suo chiarore

messo ai piedi

alta si

è

sull’Isola

di

Sant Elena

disteso sulle acque;

ha

Venezia la stes-

degli edifici di

sa opalescenza che è nel cielo. Venezia oscura si libra in una pallida e quieta serenità, naviga in un’atmosfera di sogno. essi

È

l’ora in cui

arrivano.

Hanno bisogno del lume di luna. Le spiagge in queste serate si disegnano nere sul mare imbevuto la rotta

di luce

ed è

facile,

volando, trovare

per piombare su Venezia. La ragione sulla Laguna, quasi quo-

delle loro incursioni

tidiane in questi giorni, è

il

plenilunio.

Quan-

do si presentano delle condizioni favorevoli per commettere degli atti abominevoli, bisognerebbe non essere austriaci per non commetterli. Babzini. Dal Trentino al Carso.

1


NOTTE VENEZIANA

2

M GUJEBBA

veneziane sono ora notti di bombardamento. Sulla tranquillità profonda luminosa, dolce, fatata di Venezia, sulla sua

Le più belle

notti

pace mistica, fulmineamente la guerra irrompe col suo tumulto feroce. Tutta la città la aspetta

adesso, muta,

Iersera non

sdegnosa.

fiera,

vennero, verranno questa sera. L’aria è limpida e calma: il tempo che ci vuole per dar batai monumenti. Nessuno dorme. Qualche passo

taglia

si

attarda

bianche e risonanti della Piazzetta e degli Schiavoni. Fuori dei caffè chiusi, piccole comitive seggono intorno ai tavoli, nel buio, e

sulle rive

bisbigliano.

no lente

Ombre

di

passeggiatori

si

muovo-

Un A quest’ora l’altra se-

negl’ intercolonni delle Procuratie.

orologio suona le undici.

ra erano già arrivati: è che la luna sorgeva più presto. Non possono tardare molto.

Due o tre gruppetti di persone immobili sulla Piazza

contemplano la Basilica barricata di

sacchi, pallida e come diafana nel chiarore lunare, solenne, prodigiosa, vivente, e sembrano inchiodati da quella visione. Forse si chie-

dono con un’angoscia inespressa se fra un’ora la Chiesa sarà così, intatta, e se

non c’è nelle

magnificenze che i loro occhi carezzano qualche cosa che sta per morire. San Marco si è preparata silenziosamente al pericolo. Sui suoi tetti di piombo, striato di


-

NOTTE VENEZIANA DI GUERRA

“

',

nero come marmo antico, nel vario e fantaentro stico paesaggio di cupole e di cuspidi, nicchie blindate vegliano le vedette del fuoco, guardie altre degli operai della Fabbriceria, e

sono disposte sulle balconate della sui culmini del Palazzo dei Dogi. pompieri aspettano 1 allarme sopra le loro

volontarie

facciata e

!

I

macchine galleggianti nel Rio.

Anche nell’ interno della Basilica la sorveglianza è in fazione. Un uomo vigila nel cuore e paudi quella massa di tenebre, immensa sospesi al rosa, solcata da tenui riflessi d’oro di archi invisibili, percorsa da barlumi nelle e lontani che sembrano apparire profondità smisurate di un cielo notturno. La arde luce flebile della lampada solitaria che Miracolo da sette secoli avanti alla Pietra del più limiti nell omsi sperde; la Chiesa non ha sontuosa bra; essa allarga all’infinito la vastità Ma quandelle sue sagome; abbraccia la notte. do la luna arriva a sfiorare le cupole, gli ocdi chi che coronano le loro basi si empiono

ciglio lievi

pallori diafanità e formano rotonde collane di

misteriosamente sospese nel buio. Sono le undici e (mezzo. Improvvisamente, le rare lampade della città si spengono. Spariscono le fioche luci azzurre e senza splendore che incastravano la loro fosforescenza qua e crolà nel labirinto fosco dei porticati e dei cocicchi, copie quelle lucciole immobili che


4

NOTTE VENEZIANA DI GTJERKA

stellano gl’intrecci dell’erba.

allarme.

di

nemico

Il

si

È il primo segnale

avvicina.

ode per tutto un rumore di battenti che

Si si

schiudono. Ogni casa spalanca la sua porta

e

offre

anditi.

è

abbuiati

alti,

i

senza

dall’interno degli edi-

un brusìo di gente che dai piani più minacciati, scende senza spavento e

fici

«

della sua corte e dei suoi per via allunga il passo e varca

l’ospitalità

Chi

prima soglia. Arriva

la

fretta.

Delle voci

chiamano:

avvertono,

Vegnì zo ! I xe qua!». «/ xe qua!»

bitudine e

Tutto

si

il

— niente altro. Vi

si

sente l’a-

I

vaporini

disprezzo.

quieta a poco a poco.

che facevano le ultime corse sul Canal Grande hanno spento i fanali e si serrano ai pontili,

con i quali si confondono, mandando un soffio lieve di vapore come un ansimare represso. Non un tuffo di remi nell’ombra dei canali. Nessun battello si muove. Le gondole abbandonate nereggiano in folla presso alla riva fra pali d’ormeggio. È dileguato ogni segno di vita umana. Venezia sembra vuota, sola, più grande, e ad un tratto si ha la percezione di i

una sua vita misteriosa e la

emozione che

ci

possente.

afferra,

confusa,

mibile, venga dal sentimento di

animata, immane,

soggiogatrice.

Pare che inespri-

una presenza


NOTTE VENEZIANA DI GUERRA

5

Un colpo di cannone squarcia il silenzio. È

il

secondo segnale.

Un ululato sovrumano erompe, il grido inatteso

una

di

sirena.

Altre sirene

ogni quartiere, rispondono.

È

uin

lontane,

da

coro di cla-

mori lamentosi, lugubri, violenti, disperati. Poi il silenzio si ricompone, profondo, assoluto. Gli ultimi minuti passano lenti, pesanti, sinistri, come quelle epoche incommensurabili che trascorrono nell’ incubo. Venezia! Venezia !

I

Eccoli!...

tuoi assassini arrivano!...

Scie sfavillanti di razzi azzurri zampillano e

s’inarcano nel cielo. Da ogni parte erompono candidi raggi di proiettori. Sprizzano scintillamenti lividi lungo le rive e scroscia vee-

mente un martellare serrato Scariche

di

fucileria

si

mitragliatrici.

di

succedono,

più

lon-

con quel loro rumore di cosa che si laceri. L’orizzonte si accende di un palpitare tumultuoso di vampe, e il severo profilo di Vetane,

nezia si disegna più tagliente e più nero contro balenìo; l’artiglieria ha aperto il fuoco.

il

Cupi e echeggianti i colpi di cannone si sgranano. dei

La notte è tutta solcata dai soffi canori

proiettili,

e,

alti

sulla

città,

shrapnell s

granate scoppiano ininterrottamente,

e

a stormi,

con immenso fragore, punteggiando il sereno di vividi bagliori che gettano sulle cupole e sui

campanili un tremolìo di

riflessi.


NOTTE VENEZIANA DI GUERRA

6

E tutto, razzi, proiettori, mitragliatrici, fucili, cannoni,

tutto

s’infiamma,

scoppietta,

pa, tuona nel medesimo istante.

divam-

Non vi è stata

una gradazione di violenza. La guerra è sopraggiunta in un secondo con una pienezza di furore.

Nubi di fumo si addensano, si allargano co-

me un nembo di temporale, si sfioccano lentamente, passano a tratti sulla luna, e allora la Laguna si abbuia. Nell’uragano dei colpi, di tanto in tanto dei boati più forti, cupi e poderosi, fanno sussultare la terra: bombe austriache

che scoppiano.

frastuono

Il

città,

si

penetra

la

fonde negli echi, corre

le

immane

allarga e

si

dei

colpi

come un urlo, e ogni cupola, ogni vòlta, vibrano e chiamano come dei gong moarcate, passa

struosi percossi senza tregua.

un

silenzio

improvviso.

I

Poi, ogni tanto,

difensori

ascoltano.

Ascoltano

il

volo del nemico. Di notte L’ae-

roplano non

è

che un rumore. Non è possibile

vederlo. Bisognerebbe poter illuminare il cielo non al di sotto ma al di sopra di lui. Qual-

per un attimo, esso disegna contro luna la sua forma rigida, leggera e minuscola da insetto; ma è raro. Si segue il suo volo nel buio con microfoni speciali, che indicano approssimativamente dove è il nemico. 0 meglio dove era; perchè il suono è lento.

che

volta,

alla

Non

si

può sparare

sull’ aeroplano

invisibile.


NOTTE VENEZIANA DI GUERRA

7

Ma si spezza la sua rotta, si creano barriere di

fuoco avanti a

lui,

gli

si

interdice

il

pas-

saggio sulle zone più gelose, lo si costringe a salire o a deviare, e il gettito delle sue bombe

perde la terribile efficacia dell’accuratezza. Gli aeroplani austriaci, noin potendo vedersi si tengono lontani sei o sette chilometri l’uno dall’altro. Arrivano uno alla volta. Per non incontrarsi, seguono una rotta giun-

fra loro,

gendo e un’altra partendo. Quando si gettano su Venezia dalla parte dell’Arsenale, riprendono il largo dalla parte della Giudecca. Nella quiete momentanea si diffonde il rombo

remoto di un motore, un frullìo musicale e profondo che non si sa da quale direzione discenda.

Ad un tratto, mentre si tende l’orecchio, ci si

accorge

che

il

silenzio

subitaneo

è

come

popolato da infiniti rumori sottili, fuggenti, imprecisi, vicini, da scoppiettii sommessi, da lievi

minuti e brevi, dal picchiet-

fruscii,

da

tare di

una grandine misteriosa tutto intorno.

sibili

Sono pallette di shrapnell, schegge di granata, spolette, fondelli, frammenti di acciaio e di piombo che ricadono a miriadi dal loro lungo viaggio nello spazio, vertiginosi e infuocati. Battono sulle pietre con un rumore molle, come

gocce di fango, e nell’acqua stridono spegnendosi,

mandano

fruscii

leggeri,

sussurrìi

stri-


NOTTE VENEZIANA DI GUERRA

8 scianti,

che

un rumore bizzarro che ha un non so quasi venisse da inviche esalassero un loro

di vivo, di [animale,

sibili

insetti

notturni

grido minuscolo sulla calma dei canali.

Dei razzi salgono. L’uragano

fuoco rico-

di

mincia. Le esplosioni delle bombe nemiche sono più frequenti, ma quasi tutte lontane. Le

precede

della caduta,

soffio

il

acuto, fendente,

succedono a serie, quattro o cinque di seguito. Eruzioni di faville, di fumo, di rottami, erompono dai punti di caduta. Il fumo Si

sinistro.

nero e pesante rimane basso, moltitudine dei

si

tetti,

corica sulla

si

spande sulla Laguna,

ottenebra tutto,

vela tutto,

pieno di un

acre,

odore di battaglia e di rovina. Qualche bomba cade nell’acqua, e lunghe ondate di tempesta, gonfie e silenziose, si precipitano sulle rive. I pontili oscillano con violenza,

i

vaporini rollano, risuonano cupi urti e la folla nera dei battelli tumidtuosamente sugli ormeggi, sba-

di scafi e di travi,

agita

si

geme, tutta burrascoso che passa.

scricchiola,

tacchia, sciabottìo

scossa

sullo

Un soffio scende più violento; par di sentirlo

filare

sulla

nostra

testa;

per cadere non lontano.... Il

suolo

centinaio l’abside. za.

bomba

la

Ecco

lo

sta

schianto.

ha tremato. Il fumo si innalza ad un di

metri

dalla

Basilica,

dietro

al-

Un vocìo arriva dal fondo della Piaz-

Si distinguono le

parole «San Marco! San


9

NOTTE VENEZIANA DI GUERRA

Marco!». Della gente ricoverata sotto alle Procuratie ha creduto la Chiesa colpita e manda

un urlo di furore

e

Sono

di dolore.

le

prime

voci umane che si riodono, ed è inconsciamente l’antico grido di guerra e di gloria che esse

lanciano rivivendo: «San Marco! San Marco !». La cattedrale è intatta. Il vocìo si sopisce. Il

cannoneggiamento ha ripreso per

la quinta

volta.

Inaspettatamente,

bufera chi.

pieno

nel

spande un suono

si

di

della

tuonante

campana, chia-

sorprendente. Dodici rintoc-

ro, lento, regolare,

È la campana della Meridiana che suona

mezzanotte.

Non

so

perchè questa misurazio-

ne inesorabile del tempo, jnel furore, nel fragore, nel pericolo, stupisca come qualche cosa di in-

Dà il senso di una impassibilità forsovrumana ed eterna. Il suono della

verosimile.

midabile,

campana sembra che domini la lotta come la voce di un giudice, serena, imparziale, fatale. Il

fuoco sosta ancora. Dodici aeroplani neIl silenzio si prolunga. Tra-

mici sono passati.

scorron lunghi minuti, un tempo indefinibile. Poi il coro delle sirene si rinnova. Mandano

ognuna quattro lunghi

gridi.

È

il

segno della

pace tornata.

Ricompaiono

le

lucciole

nell’ombra, che

si

anima

ridesta,

si

ripopola.

azzurre

di gente.

qua e

là

La città si

Un risuonare di passi e


NOTTE VENEZIANA DI GUEBKA

10

di voci arriva

la

da ogni parte, cresce, si gonfia,

affluisce

folla

al

centro,

nessuno vuol co-

senza aver saputo e senza aver visto. oscure, calme, ordinate, curiose,

ricarsi

Moltitudini

brulicano nei vicoletti e sui ponti. Si dirigono ai luoghi colpiti; è come un pellegrinaggio lento, grave, vasto. Le notizie passano, tutto è noto

ovunque.

subito,

Non vi sono state vittime. Nè morti, nè febombe austriache sono cadute quasi

riti:

le

tutte

in luoghi

aperti e

deserti.

Soltanto due

case sono state toccate, due vecchie case modeste che la guerra è andata a cercare nel fon-

do

pittoreschi

di

campielli,

pieni

ancora

di

un odore di picrato. Un po’ di tegole rotte, un po’ di calcinacci sono disseminati sul lastricato antico, intorno al pozzo. Nessuna granata in-

cendiaria ha

acceso su Venezia uno di quei che dopo certe incursioni ne-

tragici crepuscoli

miche hanno lungamente arrossato di

nile

In fuoco

riflessi

qualche si

il

Campa-

sanguigni. serata

di

questo

plenilunio

è sostituito agli esplosivi nel far

il

dan-

danni fortunatamente non gravi, ma che hanno ferito anche delle chiese di minor valore. Non è possibile che una bomba cada su ni:

Venezia, sia pure nell’angolo più recondito, senza toccare una bellezza. Così Santa Maria For-

mosa ha avuto il tetto bruciato. Oggi lavoravano

gli

operai allo sgombero delle sue navate


11

NOTTE VENEZIANA DI GUERRA

scoperchiate, invase dal sole, e dai cumuli di

macerie tiravano fuori brandelli di tela annerita, quello che resta delle pitture del Lazzarini

che ornavano il soffitto.

Un’altra

bomba

incendiaria è caduta

prio al centro della cupola di Castello, l’antica cattedrale.

pro-

San Pietro

di

Ha bruciato la lan-

terna. Si vedevano le fiamme in vetta alla mole rotonda come sopra a un’ara gigantesca e stra-

na.

Il

fuoco

è

stato

fermato subito, mentre

scendeva dietro ai rivoletti di piombo liquefatto della copertura e mordeva le armature scoperte.

Non ha fatto altra devastazione che uno

squarcio, ai cui bordi carbonizzati la croce di ferro abbattuta cia aperte.

si

afferra

con le grandi brac-

Una parete della sacristia di San

Francesco della Vigna è stata sfondata da una

bomba esplosiva il cui soffitto ha portato nel convento un disordine di saccheggio.

Ma se si tiene conto delle centinaia di bombe che sono state gettate dai barbari sulla zona di Venezia, si ha il concetto della forza di protezione che vigila sulla città.

Qualsiasi danno

a Venezia, anche il più lieve, ci appare enorme, ci indigna, ci

esaspera, troviamo mostruoso che

non possa essere impedito, sentiamo oltre al male la profanazione, che è irreparabile. Dobbiamo però al danno subito paragonare il danno evitato. Venezia esce intatta dalle piogge di


12

NOTTE VENEZIANA DI GUERRA

Pensiamo ai disastri immensi che avver-

fuoco.

rebbero se i

loro

i

piani,

precisione

i

vandali fossero liberi di eseguire se potessero lasciar cadere con loro

esplosivi,

non dovessero

se

piegarsi alle necessità imposte loro da

una di-

fesa militare, che è perfetta allo stato attuale della guerra aenea.

Non sempre dite

si possono constatare le perche il nemico subisce nelle sue incursioni

notturne; s’intravvedomo talvolta delle cose infiammate che precipitano nel mare e vi si per-

dono,

ma non è che dopo settimane che, indi-

rettamente, arrivano le notizie di aviatori morti e di

apparecchi distrutti. Nella notte del 13 ago-

sto

uno

così,

dei

vite

migliori

su Venezia.

fesa sono

piloti

austriaci

è

morto

Non tutti i risultati della di-

sempre noti e evidenti. Centinaia di

umane sono salvate dal segnale d’allarme,

che lascia alla popolazione il tempo di cercare rifugio; ma pochi immaginano quale meccani-

smo enorme e perfetto di vigilanze, di collegamenti telefonici e di osservatori, roti sul

telegrafici,

di

radiostazioni,

di centri di ascoltazione, si ar-

mare e sulle rive, per poter dire ai cit-

tadini di

Venezia, dieci,

venti

minuti prima:

In guardia Pochi sanno per quale prodigio di organizzazione il fuoco di artiglierie disseminate sulle !

lagune divampi, si sposti, taccia, riprenda, preciso,

con una istantaneità meravigliosa, come


13

NOTTE VENEZIANA DI GUEKRA

se si trattasse delle artiglierie di una sola

nave

dominate dal ponte di comando. Vi sono gabinetti silenziosi dai quali perennemente si seguono tutti i voli del nemico sulla zona di guerra, ogni aeroplano austriaco è vigilato da Venezia, anche se lontano; corrisponde ad una sua immagine minuscola che si sposopra una carta topografica, e

sta

al

momento

macchina della diprepara. Venezia non è paragonabile

in cui varca certe linee, la fesa

si

a nessun’ altra città dal punto

guerra aerea.

Il

di

vista

della

nemico vi arriva dall’acqua,

dal deserto, e bisogna che dal deserto sia se-

gnalato si

per

aver

tempo

di

dargli

caccia

se

può.

Di notte non si può ancora. Le speranze che avevano in Francia sulla difesa col volo si notturno soino fallite. I|n Inghilterra, la grandiosa organizzazidne

aviatoria

della

difesa

di

Londra poco può contro gli Zeppelin e i veinglesi debbono aspettare l’alba per levarsi ed inseguire, se non è troppo tardi. L’aeroplano nel buio è cieco e sordo. Non può dirigersi sul nemico che non vede e non sente. Se accende un proiettore diventa un bersaglio sicuro ed è perduto. Di notte non c’è che il ,

livoli

cannone, per ora.

Non basta. Non basta per Venezia che vorremmo garantita fino alle sue più umili pietre.


NOTTE VENEZIANA DI GUERRA

14

La

difesa

ma non è assoluta.

Chi

opera meritano tutta la

ri-

efficace

è

la dirige e chi la

conoscenza del paese, hanno salvato finora il più glorioso patrimonio dell’arte, ma di Venezia vorremmo salvar tutto. Vi è una sproporzione fra le necessità che la nostra ansia e la nostra passione ingrandiscono e le possibilità cui la

di

alle

scienza militare dispone.

comprendono certe incontentabilità vene-

Si

ziane, i

progetti fantastici che pullulano

sotto

Procuratie, le proposte di reti metalliche

tese sulla Basilica e il Palazzo dei Dogi; e coloro che deridevano come eccessivi i lavori di

protezione ai

monumenti pensati

e

diretti

da

da Corrado Ricci e dall’architetto Marangoni sono forse gli stessi che reclamano un’ombrella blindata alle glorie venete. Queste utopie, questi sogni di difesa chimerica,

Ugo

Ojetti,

hanno un lato patetico, sgorgano da una tortura innamorati, sono gli amanti di Venezia in angoscia che cercano nel favoloso quello che nella realtà non trovano. Essi possono aver fiducia, come l’ha il po-

di

polo,

negli

uomini che hanno e che sentono

fortemente la responsabilità della protezione di Venezia. Sono essi i primi che considerano le necessità della difesa nella loro pienezza.

Quan-

do tutte le risorse sembrano sfruttate, altre rioffrono allo studio costante. La perfezione di oggi non sarà la perfezione di domani. sorse

si


15

NOTTE VENEZIANA DI GUEK&A al

suo

scopo completo, appresta mezzi nuovi.... Ogni parola di più sarebbe imprudente.

Ma

La organizzazione non si ferma, tende

il

paese deve sapere, deve essere sicuro, che

che il lavoro, la scienza e il talento possono fare per salvaguardare Venezia, viene

tutto quello

fatto.


LA TITANICA LOTTA NEL TRENTINO.

Barzini. Val Trentino al Carso.

2


LA RICONQUISTA. Vicenza, 26 giugno 1916.

Sono cinquanta ore che le nostre truppe marciano e combattono senza sosta per vallette, nelle forre, fra boschi, sulle vette di quell’im-

menso

e fantastico

l’altipiano

dei

Sette

campo

di

battaglia

Comuni. Non

è

che è

possibile

avere ancora un’idea precisa dell’avanzata, che nelle regioni selvagge

non può essere seguita in cui

si

legrafici.

svolge da immediati collegamenti teDelle staffette portano continuamente

notizie dalle posizioni più lontane, ed ogni mes-

saggio è in ritardo con la realtà.

Da ieri la nostra fronte progredisce, si moriguadagnando impetuosamente di ora in terreno perduto in lunghe settimane di perseguitando, tormentando, incalzando il nemico in ritirata. Un terribile temporale imperversa sulla battaglia; lo scroscio del tuono si fonde al rombo dell’artiglieria, e diluvi di acqua e di grandine annebbiano tutto. Questa pioggia dirotta che allevia le sofferenze della sete è salutata con gioia dalle truppe alle quali l’acqua non arrivava che per un miracolo di organizzazione. difica

ora

lotta

il

sanguinosa,


LA EIOONQTJISTA

20

Molte sorgenti sulle quali

faceva assegna-

si

mento sono essiccate, ma la tempesta le riattiva. È stato uno dei problemi più gravi quello dell’acqua, al cui trasporto sono adibite immense

carovane di muli. Ma i soldati sembrano in-

sensibili alle sofferenze dell’ arsura e della stan-

chezza, tanto

il

loro entusiasmo è grande.

Fu verso l’una

della notte

sul

25 che alla

nostra ala destra si sentì affievolire la resistenza austriaca contro la nostra costante pressione. Si

comprese che avevamo

di contro

una posi-

zione di retroguardia e incominciò subito l’a-

vanzata nostra che ancora prosegue. La ritirata rapida del nemico è stata provocata dalla magnifica riuscita della nostra offensiva

alla

estrema destra, lungo l’altissimo

ciglione dell’altipiano strapiombante sulla valle

Con meravigliosa arditissima e abile mossa gli alpini iniziarono un movimento, occupando di sbalzo la Cima d’Isidoro che affacdel Brenta.

cia sulla

Valsugana dal margine del massiccio,

conquistandovi una batteria.

Tutta la nostra ala destra, appoggiata a questo fortissimo punto avanzato, sviluppò l’offen-

davano sobriamente notizia. Grandiosi concentramenti di aruomini davano alla nostra azione sistematica una forza irresistibile, benché si siva di cui gli ultimi bollettini

tiglieria e di

avessero di fronte posizioni formidabili,

acca-


LA EICONQUISTA

21

latamente difese da truppe sceltissime. I noprogressi erano lenti, faticosi, ma costri stanti.

combatteva in un terreno aspro, coperto solcato da labirinti di valloncelli e che si prestava agli agguati, pieno

Si

di boschi,

di burroni,

passaggi

di

obbligati,

di

costoni

aspettavano

austriaci

Tiratori

in

inaccessibili.

ogni

varco,

spesso appollaiati sugli alberi, come arabi sulle

palme, da dove prendevano di mira gli ufficiali. Le foreste scrosciavano di fucilate notte e gior-

Occorreva una piccola battaglia per ogni un assalto per ogni rilievo di tercombatteva dietro ai tronchi, dietro ai

no.

ondulazione, ra;

si

fra i rami delle piante. Mentre l’ala destra progrediva con una preil centro incalzava il nemico sulle posizioni del Monte Cengio, a sud-ovest sassi,

cisione formidabile,

di Asiago, ossia all’ala sinistra di quella

della fronte

Dopo

il

resistenza italiana che aveva inchiodato

mico nella conca

seguire

il

di Asiago chiudendogli

sbocco, gli austriaci

hanno tentato

e

disperati

in ogni

più

un piano

logico.

sordinati

parte

che ha per centro Asiago. periodo della magnifica e terribile

neogni

attacchi di-

direzione

Erano

senza

tentativi

per spezzare la muraglia della difesa in qual-

punto e scongiurare il pericolo che i novisibili agli aviatori nemifacevano prevedere.

siasi stri ci,

concentramenti,


LA RICONQUISTA

22

Quando

la nostra

austriaci

gli

attenderne

il

difensiva

si

non hanno commesso

è

delineata, l’errore

di

pieno

sviluppo.

Si

sono

dalle

branchie

di

una morsa.

stringere coinè

sentiti

Mentre a nord-est le nostre fanterie guada-! gnavanò terreno, una mostruosa batteria di cannoni di ogni calibro, piazzala allo sbocco della dell’ Astice, nella pianura, tempestava il Cengio, batteva il nord di Arsiero, girava so-

valle

pra un largo settore il suo fuoco spaventoso, agendo come una immane mitragliatrice. Per rendersi conto della preoccupazione austriaca, bisogna ricordare che su questo settore il nemico non aveva che una via di ritirata, quella che, incassata nell’angusta Val d’ Arscende ad Asiago; e le strade che servivano lungo la fronte non avevano

sa,

alla dislocazione

sfogo alle spalle, tutto doveva passare e ripas-

sare per Asiago.

Quando nella giornata del 24 la nostra avanha raggiunto la Cima di ManCam-

zata alla destra

driolo, al di là della strada della valle di

pomulo, che era runica via di distribuzione austriaca alla sua sinistra, il nemico ha visto le sue comunicazioni e ha iniziato nella notte stessa la ritirata. Nella mattina

minacciate del

25,'

Cengio,

verso le ore tre, ha ripiegato anche dal devastato dai nostri cannoni, coperto

letteralmente di cadaveri, dopo

un bombarda-


23

LA RICONQUISTA

mento durato senza interruzione tre giorni e notti

tre Il

le

Cengio è stata l’unica posizione dalla quaaustriaci hanno potuto avere da lontano

gli

pianure agognate. Risulta uf-

delle

la visione

ficialmente da interrogatori di prigionieri, che diraalle truppe austriache sul Cengio è stato del giorno di incoraggiamento

mato un ordine

che conteneva la più ignobile espressione di barbarie. «Il buon vino e le belle donine d’Italia ci aspettano», diceva questo ordine, degno degli

Unni.

Dunque il ripiegamento isi è iniziato alle ali, e

per proteggere l’afflusso su Asiago da cui

si

diparte l’unica via di ritirata,

resistito

la notte tatto

col

il

centro ha

strenuamente fino alla sera. Venuta è perd!u Lo improvvisamente il con-

s;i

nemico

di

fronte

ad Asiago.

hanno tentato di disimpegnarsi sollecitamente al centro, appena il compito della Gli austriaci

difensiva era esaurito. Ma il più grande impegno è messo dai nostri comandi a non conce-

e al primo barlume una cosa inaudita nella

dere respiro

all’ avversario,

dell’alba

è

si

vista

guerra di montagna. Degli squadroni di cavalsono slanciati a riprendere contatto col

leria si

nemico,

hanno attraversato

di Asiago, si

le

rovine

deserte

sono gettati su per i valloni verso

Rodighieri e Camporovere e hanno raggiunto la

retroguardia

austriaca,

impegnandola

e

trat-


24

COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA

tenendola, finché la nostra fanteria è sopraggiunta,

riprendendo razione, che a quest’ora

avanza

al

È

nord, verso monte Interrotto.

prevedere quale sarà la nuova linea di resistenza del nemico e quando sarà difficile

raggiunta.

La battaglia continua e

finora

una

parte notevole dei territori a oriente dell’Assa è ritornata nostra.

COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA. Vicenza, 26 giugno.

La battaglia degli Altipiani, sempre più accanita, si sposta con magnifica veemenza. Le linee

successive della resistenza nemica crol-

lano sotto l’impeto dei nostri assalti. Sul terreno riconquistato

abbiamo potuto raccogliere una

documentazione che rivela più esattamente quali il nemico avesse lanciato all’mVasione. I nostri calcoli erano al disotto del vero. Molforze

tissimi reggimenti austriaci avevano quattro bat-

taglioni di marcia perfettamente inquadrati, cioè

erano più che doppi. Risulta nel modo più evidente che fra l’Adige e il Brenta il nemico aveva gettato la formidabile massa di mezzo milione di uomini.


COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA

La

nostra

vittoria

appare ogni giorno

25

piti

grande nella luce dielle nuove conoscenze. Aver fermato questa immane valanga umana appoggiata da migliaia di cannoni, averla attaccata, averla respinta, e tutto questo in poco più di

un mesie è un fatto prodigioso che mescola alla nostra esultanza un senso di stupore profondo. Noi intuiamo dietro all’eroismo sublime delle truppe una organizzazione intensa, oscura, gigantesca, diretta da una visione precisa, sicura e immediata delle necessità e delle possibilità,

illuminata da una grande e limpida mente creasospinta da una volontà di acciaio e da una fiducia incrollabile, tenace, animatrice, postrice,

sente e logica. Il

momento consente di sollevare uln poco il

velo di mistero che

coprire l’opera del

ha dovuto necessariamente Comando Supremo, l’atti-

vità degli Stati maggiori,

il

fervore delle pre-

parazioni, la costruzione miracolosa di quella

immensa macchina della vittoria che il genio di Cadorna ha ideato pezzo per pezzo fulmineamente negli istanti più tragici della lotta ed ha saputo volere, con la cooperazione più ardente di ogni comando, di ogni organismo, trasmettendo fino alle trincee insanguinate la coscienza sicura del trionfo. Il

Paese non sa ancora che se il nemico a sboccare nella pianura veneta

fosse riuscito


26

COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA

sarebbe

stato

.

fresco,

disfatto

formatosi

indebolito

di

da sana

sensibilmente

il

un

nuovo,

esercito

pianta resto

senza

aver

fronte,

della

sorto come per incantesimo con tutte le sue artiglierie e tutti i suoi servizi, un quinto esercito più forte degli altri, ideato, organizzato e concentrato, completo e pronto

all’ azione,

in dieci

giorni.

Gli austriaci avevano cominciato a rafforzare la loro fronte del Trentino alla fine di

novembre. Alla metà di marzo iniziarono la preparazione definitiva della loro azione, che doveva sferrarsi alla metà di maggio. A parte quelle disposizioni nostre che erano destinate a

contenere

Toffensiva

sugli

Altipiani,

come

rhanno contenuta, in dieci giorni noi avevamo forgiato l’arma che

avrebbe dovuto colpire a

morte il nemico nel momento stesso in cui esso poteva credersi definitivamente vincitore. Cadorna aveva aggiunto questa corda al suo arco, per un ultimo colpo, ardito e irresistibile. L’offensiva austriaca nel Trentino non ha sorpreso. Era preveduta; ma lo era nelle proporzioni che sembravano logicamente definite dalla

natura del terreno, e sopra tutto dalla Il nostro Co-

situazione generale degli eserciti.

mando Supremo faceva al nemico l’onore di ritenerlo abile. Non si poteva immaginare che, oltre alle difficoltà e ai pericoli

che presentava

l’impiego di masse sterminate in

una

strozza-


27

COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA

lura di valli, su regioni impervie prive d’acqua e povere di strade, gli austriaci non conside-

rassero

il

rischio al quale

si

esponevano sguer-

nendo di uomini e di artiglierie la fronte oriendove la Russia accumulava da tempo nuove truppe e nuovi cannoni. L’orgoglio e il disprezzo del nemico hanno perduto gli austriaci. Essi non credevano di essere fermati sulla inospitale soglia italiana. Pensavano di sfondare tale,

d’un colpo tutte le difese e di passare subito; Altipiani erano nel loro intendimento un

gli

di

terreno

varco.

E supponevano

Russia

la

ancora prostrata dai colpi subiti lo scorso anno. Non hanno creduto alla realtà dei prepa-

Riposavano sulle informazioni tedavano la Russia come incapace

rativi russi.

desche che di

ripresa offensiva.

qualsiasi

Benché l’entità delazione austriaca fosse ritenuta

meno grave nelle previsioni del Coman-

do Supremo, fesa

delle

grandi disposizioni

erano già prese, che alla prova

dimostrate

efficaci.

Varie

divisioni

alcune decine delle migliori batterie portate

di-

di si

sono

fresche si

e

erano

a rinforzo della fronte minacciata,

il

cui arretramento era tuttavia considerato inevitabile.

Avevamo una fronte sulle

di

attacco, inerpicatasi

formidabili fortificazioni permanenti del

nemico, dominata quasi da ogni parte, che poteva forse trattenere

un po’ l’avversario e dis-


28

COME FU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA

ma non resistergli definitivamente. il nemico concentrato a Trento poteva poche ore sferrare l’attacco in qualsiasi di-

sanguarlo, Inoltre

in

rezione, indifferentemente su una o l’altra delle vallate

ture

al

che convergono a Trento come le venagambo di una foglia; noi invece do-

vevamo tenere le nostre concentrazioni di rinforzo lontane, pronte a risalire la valle minacciata,

ed era fatale che

si

verificasse

un enor-

me squilibrio di forze nel punto colpito. Fra nessuna comunicazione; imposquindi operare degli spostamenti laterali

e

valle sibile

valle,

di truppe.

La disposizione del terreno dava al

nemico

più grande vantaggio tattico

zio.

il

all’ini-

Ed un arretramento, che in pianura può

fermarsi e abbarbicarsi in qualsiasi punto, in

montagna è obbligato a grandi sbalzi, da cresta a cresta, da uno spartiacque all’altro. Ad ogni ripiegamento è una vallata che

si

deve abban-

donare. L’intensità infernale del

bombardamento au-

striaco, i cui pezzi da 305 a dieci a dieci tiravano a salve contro le nostre fanterie, quel ca-

taclisma spaventoso di fuoco e di acciaio che

demoliva,

sconvolgeva,

bloccava ogni cosa,

al

quale le nostre truppe sanino meravigliosamente resistere

sebbene

al

primo momento

la

fibra

dei più saldi veterani ine sia scossa, e la irruen-

za

delle

immense masse

di

fanteria

nemica


COME FU SVENTATA INOFFENSIVA NEMICA

29

che si precipitavano a torrenti, ubbriache di promesse, cieche di oidio e di disprezzo, persuase di non trovare resistenza, costringevano a cercare più lontano la linea di arginatura per avere il tempo di farla più solida e per non rischiare troppe truppe nella fornace nel periodo critico

della organizzazione definitiva della di-

Come Joffre di fronte alla marea dell’in-

fesa.

vasione tedesca fissò sulla lontana Marina la bar-’ riera di resistenza e la linea felice

partenza del

di

contrattacco che salvò la Francia, così

Cadorna, con un arretramento analogo sebbene infinitamente minore, quasi insignificante sulla carta geografica, e

meridionale

spartiacque

ha stabilito sull’orlo orientale

dell’Altipiano

del

Novegno

e

di

Asiago,

dorsale

sulla

sullo

fra

l’Adige e la Vallarsa, la linea definitiva di sbar-

ramento, appoggiata ad oriente

al

Lisser e ad

occidente al Pasubio e al Coni Zugna.

In un ordine del giorno, magnifico e terribile, il

Generalissimo disse alle truppe:

tevi

che qui

si

difende

il

fese fino alla di

alla

morte. Buole,

morte. »

Pasubio,

vanno di-

E le hanno difese fino

Inerpicati fra le del

«Ricorda-

suolo della Patria e

l’onore dell'Esercito. Queste posizioni

del

rocce del Passo

Novegno,

battute

un bombardamento che pareva volesse demolire le montagne, certi nostri reparti hanno perduto fino al sessanta per cento, e non si sono mossi. Quando la fanteria nemica si scada


COME PC sventata l’offensiva nemica

30

gliava credendo

era

falciata

che

si

di

dai

non trovare più nessuno,

colpi

buttavano giù

degli

eroici

superstiti,

contrattacco, la baio-

al

netta bassa.

La barriera non avrebbe ceduto; ma era anche l’ultima barriera, oltre la quale ila pianura si apriva. Il Comando Supremo si preparava ad ogni evenienza.

Il

21 maggio Cadorna dava

l’ordine di studiare la costituzione di

vo esercito. dici del

Il

mattino comandò l’esecuzione del pro-

Nella

getto.

un nuo-

giorno dopo, 22 maggio, alle un-

notte

stessa,

le

truppe erano in

marcia.

Erano in marcia su tutte le strade del Friuli e su tutte le strade del Veneto, venivano dai de-

venivano da concentramenti prossimi alla

positi,

fronte deU’Isonzo, venivano dai campi delle ri-

serve strategiche

a

disposizione del

Supremo, che erano in

Comando

attesa sulla destra del

Tagliamento. In poche ore gli uffici di mobilizzazione, di traspòrto e di intendenza dello Stato

Maggiore avevano concretato i loro piani, diramato gli ordini, iniziato l’esecuzione! L’immensa macchina si era mossa come al tocco di un bottone elettrico. Mentre gli uomini iniziavano la marcia,

affluivano migliaia di carri, di

oct-

mions di furgoni, di muli, da regioni lontane, formavano depositi di tappa a centinaia, e da tutte le ferrovie italiane si avvicinavano ,

si


COME EU SVENTATA L’OFFENSIVA NEMICA

31

guerra vagoni e locomotive per formare i treni che avrebbero raccolto le truppe in innumerevoli stazioni, lungo le vie seguite alla zona di

dalla marcia; e in queste stazioni, reparti del

genio arrivati di urgenza costruivano banchine di carico, impiantavano binari di sfogo. Sulle

maggiori arterie ingrossavano torrenti di batta-

che scendevano dalle varie

glioni,

dalla

prima notte

città

zoine,

e fin

e villaggi nella piana

furono destati dal rombo cadenzato dei passi. Le truppe che avevano goduto un riposo più breve nella riserva, furono le prime ad essere prese dai treni. Le altre seguirono. Il movimento ferroviario i

divenne intenso, poi vertiginoso;

convogli si succedevano spesso a pochi minuti

mentre

di distanza,

sarie dalla battaglia

le

dislocazioni rese neces-

ingombravano le linee del

Vicentino. Al trasporto di uomini il

si

aggiungeva

trasporto dei viveri, dei materiali, delle

mu-

pesanti,

delle

nizioni,

dei

batterie

campali,

feriti,

delle

batterie

delle

batterie

delle batterie someggiate.

da montagna, Durante quattro gior-

hanno superato di u:n terzo la potenzialità massima teorica. Non è prudente ancora dare delle cifre, ma si può dire che per l’offensiva nel Trentino le ferrovie hanno trasportato una quantità di soldati che supera di molto il mezzo milione, e più di ventimila uffini le ferrovie

ciali,

quasi centomila quadrupedi, oltre quin-

dicimila carri. Tutto questo senza interrompere


COME FU SVENTATA L OFFENSIVA NEMICA

32

completamente

il

servizio

normale del

traffico.

E fino alle stazioni bombardate dal nemico il movimento Il

dei

treni

militari

è

continuato.

due giugno il nuovo esercito era sul posto

pronto all’azione.

il

Comando

riserva

straordi-

Oltre a questo,

Supremo aveva ancora una

naria. Qualche ufficiale austriaco prigioniero ha dichiarato che la conoscenza di questo grandioso concentramento stupefacente e imprevedibile, trapelata dall’interrogatorio di alcuni pri-

gionieri

italiani,

Comando

ha profondamente turbato

austriaco

scoraggiandolo

il

dal

prose-

guimento di un’impresa che appariva

infalli-

bilmente destinata a finire in un

immenso di-

sastro.

due di giugno, proprio quando l’esercito magico compariva, si avevano i segni decisivi che l’offensiva austriaca era definitivamente fermata. È una grande data nella immensa battaglia. Quel giorno stesso, fulmineamente, Cadorna ordinava l’offensiva. Egli aveva sentito immediatamente la nuova situazione, e mentre con sicura parola annunziava all’Italia l’esaurimento dell’attacco nemico (nel bollettino comparso il giorno dopo) diramava le direttive dell’atIl

tacco italiano sull’Altipiano di Asiago.

Il

giorno

diramava quelle per l’attacco verso il Col Era l’azione a tenaglia che egli scatenava, quella superba manovra che doveva portare tre

Santo.


33

COME FU SVENTATA INOFFENSIVA NEMICA

grandi frutti. Il quinto esercito assumeva un nuovo compito; non potendo più, fortunatamente, sconfiggere il nemico i:n pianura, docosì

veva andare ad aiutare i difensori a sconfiggerlo sui monti. Così ha fatto. La barriera aveva retto. Aveva retto conpreponderanti, aveva retto per l’in-

tro forze

faticabile abilità dei capi,

per l’eroismo subli-

me dei combattenti. Non erano mancati periodi critici

e di ansia.

Quando il nemico martellava

con bombardamenti e assalti certe posizioni vitali come il Passo di Buole, la cui conquista avrebbe

fatto

crollare

tutte

le

di

difese

Val

d’Adige e aperto la via a Schio, come il Pasuil Novegno, capisaldi dell’estrema difesa,

bio e

quando il nemico tentava di scendere dal Cencio, e la popolazione di Vicenza vedeva dalle sue case scoppiare; le grosse granate nemiche sulla corona dei monti, era nei comandi un

ma che tendeva

sentimento scévro di sfiducia,

terribilmente ogni energia e ogni pensiero nel

raccoglimento di uno sforzo gigantesco e senza tregua.

Il

comando dell’armata

dei prodigi

nei

punti

di

difesa

compiva

per opporre sempre forze adeguate Delle brigate volavano tra-

assaliti.

sportate in

automobile da un punto

all’altro,

spesso per strade improvvisate. Centinaia e centinaia di

camions carichi

Barztnt. Dal Trentino al Carso.

di

truppe

si

sposta3


COME FC SVENTATA I/’OFFENSIVA NEMICA

34

vano ogni notte. Se si pensa che occorrono trecentosessanta camions per il trasporto di uiia brigata, si ha un’idea del tremendo e spettacoloso movimento che si addensava sulle vie tortuose delle montagne. Di un colpo solo una intera

Se

fu portata in automobile dalla

divisione

Carnia si

ferroviari,

una

regioni del Pasubio in

alle

sono potute avere

le

cifre

notte.

dei trasporti

nessuno potrà mai sapere forse esat-

tamente le entità dei trasporti automobilistici. L’automobile ha salvato delle posizioni. Si sono visti non soltanto degli uomini velocemente spostati dai camions dietro alla fronte di battaglia,

ma anche dei cannoni, delle bat-

non era raro incontrare qualche cuscini di pezzo da montagna issato sopra una automobile elegante e condotto al com-

terie intere, e

i

battimento come un generale.

è

Nella

fase

esitato

a indebolire

difensiva

della

battaglia

arditamente

le

non ali

si

per

Dalla Valle del Brenta e dove si reggeva solidatruppe erano portate sugli Altipiani a fronteggiare la spinta più poderosa del

rafforzare

il

dalla Valle

mente,

centro.

dell’Adige,

delle

nemico che s’incuneava puntando su Arsiero e su Asiago. Si otteneva con questi spostamenti rapidi una vera moltiplicazione delle forze, che richiedeva spaventosi lavori di organizzazione e attività che

sembrano sovrumane. Una

esal-

tazione magnifica era in tutti e le truppe ave-


COMli J?U

vano

il

SVENTATA INOFFENSIVA NEMICA

35

conforto continuo di uno stretto con-

tatto

con

tutti

i

i

Cadorna dava l’esempio, era

capi.

giorni

sulla

pochi passi da lui,

fronte,

spesso al fuoco.

A

una mattina, mentre stava

per uscire dal forte dell’Isser, quattro grosse granate sono scoppiate, e se egli non si fosse trattenuto qualche istante prima per dare delle istruzioni, si

sarebbe stato fatalmente colpito. Egli

trovava sempre ovunque vi fosse bisogno del

suo sguardo o della sua parola, quella parola precisa, piena di autorità e di persuasione, so-

che penetra, clic anche morire.

bria, tagliente, conquistatrice,

fa

trovare

facile

tutto,

Il due giugno dunque l’offensiva nemica era nettamente paralizzata e Cadorna ordinava l’inizio della nostra. Ma su montagne prive di

acqua e misere di comunicazioni non si può aumentare il numero dei combattenti di centinaia di migliaia di uomini

<e

(non

si

possono

portare masse di nuova artiglieria senza una grande preparazione logistica. La preparazione è durata precisamente dieci giorni.

Nulla più stupisce. In dieci giorni, soltanto per organizzare l’Isser,

i

trasporti

sul

massiccio del-

destinato a diventare lutto

una immensa

batteria onde aprire il varco al nostro movimento

aggirante sulla destra, si sono dovute costrui-

re cinque teleferiche. Le strade nuove avanzavano d’ ora in ora. Si creava un lago arti-


COME FU SVENTATA INOFFENSIVA NEMICA

36

ficiale,

arginando

gli

sbocchi di

una valle, per

attingervi l’acqua necessaria alle truppe, e oltre quattrocento camìons venivano attrezzati

per

trasporto dell’acqua ai limiti delle rotabili.

il

Non è possibile dare l’idea del lavoro immenso compiuto in quei dieci giorni. Tre giorni furono necessari poi per lo spostamento delle truppe, il piazzamento delle artiglierie, la formazione grandi depositi di munizioni.

dei

giorno sedici s’iniziava l’azione. Essa non poteva sferrarsi con immediata generale vioIl

lenza; era necessario che le nuove truppe rico-

noscessero il terreno. Incominciò subito una attività di ricognizioni, di tastamenti, di pressione,

con scontri parziali nei quali i nostri soldati dimostrarono una risolutezza e uno slancio incomparabili. Gli alpini all’estrema destra avan-

zavano sul ciglio dell’ Altipiano. Ili diciassette essi conquistavano le posizioni di Malga Fossetta e di Monte Magari, prendendovi cannoni, mitragliatrici e prigionieri. Il diciotto prende-

vano la Cima

Isidoro.

La nostra pressione cresceva su tutta la fronte,

Il

il

movimento si faceva intenso, implacabile.

nemico tentava di spezzarlo con attacchi spoil Monte Le-

radici al centro specialmente fra merlle e

il

Monte Maignaboschi. Ma le ali nostre

avanzavano, specialmente la destra, perchè noi

eravamo messi in condizioni di poter nutrire di forze questa tremenda tanaglia, per le comu-

ci


37

COME l'F SVENTATA L OFFENSIVA NEMICA

ideazioni create alle

spalle,

mentre

nemico

ili

non pò leva proporzionare la resistenza sul fianSiamo riusciti così a stringere il formidabile abbraccio, e il 24 la nostra estrema destra

co.

alla

s’insediava

testata

della

valle

Campo

di

Mulo.

Immediatamente il Comando Supremo ha ordinato l’attacco generale e violento per il 26. doveva attaccare la sini-

Alle due del mattino

stra in direzione di Col Santo. Alla sera

doveva

attaccare la destra in direzione della Cima Dodici.

Fu durante

la

preparazione

di

questa

azione generale che sentimmo, nella notte dal

24 al 25, scemare la resistenza avversaria. La ritirata austriaca era cominciata. Il resto è noto.

Questa volta il nemico ha dimostrato una predalla disfatta com;lo ha salvato Sembra che la decisione di ripiegare sia

videnza che pleta.

stata presa subito

dopo la conquista della Cima'

Sant’Isidoro. Il 19

il

Comando austriaco avreb-

be riconosciuto la disastrosa situazione del suo esercito,

e

il

ritiro

dei grossi calibri

austriaci

che avevano passato l’Assa sarebbe cominciato parzialmente nella notte dal 22 al 23. Ma non potè disimpegnare le sue fanterie che dal

25

ai nostri attacchi, ed esse si difendono da linee successive formidabili c ben pre-

sono sotto parate.

Non si sentiva poi tanto sicuro di pas-

sare, il

nemico, se ha impiegato così bene questo


NELLA REGIONE RICONQUISTATA

38

mese di occupazione a scavare trincee e a piantare reticolati per difendersi in caso di un ritorno troppo frettoloso.

Tutto il risultato che esso ha ottenuto è stato di

perdere nel Trentino oltre 160 000 dei suoi

migliori soldati. Queste perdite, aggiunte a quelle

di

avute in Volinia e in Bucovina, superano molto l’attuale riserva austriaca. L’esercito è dunque in perdita, intacca il suo

austriaco

capitale d’uomini,

non può più colmare i vuoti.

Ciò vuol dire che da questo

momento gli sarà

sempre più difficile assumere un’offensiva in grande stile. È costretto a difendersi, per ora. E fino a quando ?

NELLA REGIONE RICONQUISTATA. Vicenza, 3 lnglio. Il

Cengio,

valle

brullo

dell’Astico

i

e

maestoso,

suoi fianchi

avanza sulla

dirupati,

spor-

come una immensa

ge grigi bastioni di roccia

dopo avere

fortezza,

e

gli

investito

la

montagna dalla conca di Asiago, dopo lunghi e sanguinosissimi

erano

riusciti

sforzi

a

salire

austriaci,

i

quali,

da declivio a declivio fino alad annidarvisi, debbono aver

l’orlo dell’abisso e

sofferto

La

una specie

bella, la

vicentina

di

supplizio di Tantalo.

dolce, la incomparabile

apriva sotto a loro

lo

pianura

sterminato e


39

della regione riconquistata

suoi campi, delle meraviglioso tappeto folto dei frutteti. La terra agognata, sue vigne, dei suoi di vegetascreziata là, era promessa la terra

variegata

zioni

ubertose,

gaia,

ridente, sterminata

mata

all’orizzonte

distanze

quale

i

le loro

fi esca,

nebuloso delle

sul infinite, un oceano di verdura campanili dei paeselli lontani ergevano cuspidi snelle. Era sotto a loro questa

vallata di sogno, nella loro il

ricchezze,

di

come u:n mare e sfu-

nell’azzurro

il

cui possesso rappresentava la fine della guerra,

immaginazione

riposo, la dominazione,

potevano

templavano,

il

godimento; la conlembi a i

tormentarne

giù dei colpi di cannone, potevano farvi rotolar macigni, ma noin potevano scendervi. « Il

buon vino

e

le

belle

donne d Italia

ci

—

aveva detto loro il proclama di aspettano » un capo vandalico, e con gli occhi pieni di ogni cupidigia essi guardavano giù dalla soglia insuperabile, fermati all’ultimo gradino. A nes-

suna delle grandi unità austriache la ritirata deve essere sembrata così amara come a quella unica brigata di cacciatori che ha visto, così vicina e così lontana, la pianura dei desideri.

La zona montuosa ed aspra che circonda il Cengio

porta così

profonde,

così

eloquenti e

terribili tracce della battaglia recente,

trandovi, di

difesa

al

varcare

insanguinate

le

e

nostre

che inol-

vecchie

sconvolte,

si

è

linee

presi


NELLA REGIONE RICONQUISTATA

40

da un senso indicibile pore,

di

orgoglio.

sfacelo

lo

lasciato

rata, decisiva, di urlante. Il rivive, lità

Il

di

commozione,

di

stu-

disordine, la convulsione,

dalla lotta

accanita,

dispe-

ha in certi luoghi qualche cosa combattimento erompe, balza su,

spaventoso e magnifico, nella immobi-

solenne e funerea delle vette dilaniate; esso

come scolpito in loro; tutto quello che vi si vede ha un’impronta di violenza; non un albero e non un macigno sono rimasti fermi; un uragano favoloso li ha divelti, spezzati e scaè

gliati da ogni parte, e i cadaveri, con le bocche spalancate in un urlo che par di sentire ancora lontano, misterioso e spettrale, hanno gesticolazioni che dicono lo slancio, firn peto,

la mischia, pieni di un tragico e glaciale furore.

Pare che la terra così squarciata, devastata, sconvolta

timamente

si

al

sommossa per mescolarsi intumulto umano, che abbia com-

sia

battuto e sofferto anche lei; e avanti alle sue

piaghe immani noi sentiamo di amarla di un amore più appassionato e più struggente, que-

materna che ci ha difesi. Mai coinè *nui e come ora la Patria ci è apparsja vivente, animata e cara. La sua personalità prodigiosa erompe improvvisamente, immane, palpitante, soggiogatrice, appéna si scorgono le prime rovine all’imsta nostra sacra terra

bocco della valle dell’Astìco, dove ci

gli

austria-

cercavano di controbattere le nostre concen-


NELLA REGIONE RICONQUISTATA di

trazioni

macerie

artiglieria,

delle

da nn 305, e franato trate

fino

dai

scnole i

appena di

si

41

scorgono

le

Chiuppano, demolite

ruderi di casupole che hanno

su,lla

colpi

destinati

senso della vittoria

una

strada

si

di al

Caltramo, ponte.

sven-

Allora

il

amplifica, e dalla terra

so quale voce possente liberata che ci penetra e ci esalta. Guardiamo tutto con occhio di adorazione e di reverenza. sale

inoin

La gran marcia in avanti di truppe, di carriaggi e

tìi

cannoni, che ingombra le vie, assu-

me una festosità ineffabile. I soldati la sentono inconsciamente questa gioia della terra che li saluta, ed hanno adornato di fiori il loro elmo; popolazione che ritorna, seguendo lenti carri

la

carichi

di

masserizie,

esprime in

frasi

pitto-

resche la sua letizia; dai campi soleggiati, sui quali il lavoro riprende, arrivano canzoni lente

ed

antiche.

Intorno

al Cengio la battaglia ha avuto il maggiore furore. È lì che fino all’ultimo giorno

essa ha imperversato, anche dopo il primo sviluppo della nostra offensiva, ed è in questa zona centrale che la riconquista è anche più faticosa e più lenta. Il cannone non tuona lontano. I punti di massima pressione dell’avanzata austriaca, i settori sui quali il nemico tutto ha tentato per

sfondare la nostra barriera estrema, sono

tre.


NELLA REGIONE RICONQUISTATA

42

A sinistra, al di qua del Posina, padroni della scoscesa e dominante vetta del Pria Forà, gli austriaci hanno cercato di far impeto sul Novegno, oltre

il

quale nulla li avrebbe trattenuti

dal discendere nella valle del Leogra e sboccare da Schio. Tutte le nostre difese dell’Adige

Pasubio sarebbero state aggirate. Il Pria Forà ha la cima così tappezzata di cadaveri nemici, che degli ufficiali nostri saliti fino lassù

e del

per stabilirvi un osservatorio non hanno po-

Sono stati ricacciati

tuto resistervi.

dal

nemico

morto, soffocati dal fetore. A destra, siili’ Altipiano di Asiago, da Gallio gli

austriaci

nella

Val

hanno tentato

di

aprirsi

verso

la

bassa

Frenzela

il

varco

valle

del

Brenta, per prendere alle spalle le nostre forze della Valsugana e scendere verso Bassano. Con

un ardimento incosciente, fatto più di disprezzo per noi che per la morte, sono andati a gettarsi a masse nell’imbocco del vallone dirupato, in scrive,

una m inuscola conca che il nome de-

il

Buso, sotto

vrastanti che

li

al

fuoco delle creste so-

ha falciati.

Al centro, conquistato il Cengio con sacrifici enormi, appoggiandosi a questa poderosa posizione avanzata che si incastrava fra le nostre, hanno sferrato attacchi su attacchi contro al Lèmerle, al Magnaboschi, al Busibollo, prendendoci d’infilata con terribili concentrazioni di artiglieria

annidate nelle pendici settentrionali


NELLA REGIONE RICONQUISTATA

43

per impadronirsi del varco e delle belle strade della Valcanaglia e scendere al piano allo sbocco dell’ Astice, su Thiene. Quedel Cengio,

ultimo tentativo non è stato

sto

abbandonato

che alla vigilia della ritirata. L’offensiva nemica aveva rallentato per tutto il suo impeto, qui insisteva feroce. L’azione sul resto della

e

non aveva altro scopo negli ultimi giorche di stornare la nostra attenzione dal cendal vertice della invasione, dove gli au-

fronte ni, tro,

striaci

si

sentivano più vicini alla mèta.

Un bombardamento inaudito del Novegno, durato

due

giorni,

13 e

il

il

14 giugno, minac-

ciandoci apparentemente sul Posina, era invece

prodromo

una serie di disperati attacchi centrali la cui violenza andò aumentando fino al giorno 19, il giorno in cui il comando neil

di

mico decise l’abbandono definitivo dell’impresa.

Quando la manovra di Cadorna cominciò a premere minacciosamente i fianchi dell’avvercon un supremo sforzo sul Lèmerle, sul Magnaboschi, sul Pau. Pensava che spezzando il centro, il movimento sui fiansario, questi rispose

chi

sarebbe stato

paralizzato

e

sconvolto.

Al

centro la battaglia è giunta al parossismo, ha assunto le più terribili forme di implacabile

veemenza, proprio quando la nostra vittoria si delineava nell’aggiramento, e precisamente per-

chè la nostra vittoria

si

delineava.


NELLA REGIONE RICONQUISTATA

44

Le ultime speranze austriache erano questi colpi

in stri

il

riposte

17 giugno

IL

ariete.

di

alpini conquistavano

i

no-

monte Magari, e il

nemico assaliva il Lèmerle e il Boscon, arrivava alla vetta del Lèmerle, era respinto. Il 18 giugno la nostra destra avanzava fra la Valle Frenzela e la Marcesina, e il nemico assaliva replicatamente il Lèmerle e il Magnaboschi. Il

Cima

19 continuò la nostra avanzata, la .

Isi-

doro era presa all’estrema destra, e il nemico assaliva il Lèmerle, il Magnaboschi, il Boscon. Così tutti i giorni; e il 22 giugno continuavano

ancora

gli

al

assalti

Magnaboschi.

Il

25

gli

erano quasi per tutto in ritirata, e difendevano con accanimento, esaspe-

austriaci

qui

si

rati

dalla rinunzia.

Le nostre trincee avanzate erano dei nidi d’aquila

sui

costoni

meridionali

Cengio,

del

fra

sospese in certi punti sull’abisso. Sa-

le rocce,

lendo la strada che si inerpica con infinite giravolte dallo sbocco dell’ Astico sulla spalla del

Pau per infilare il fondo dell’angusta Valcanaglia, si vedano sui fianchi scoscesi della montagna quelle posizioni ardite, tutte buche, tutte tane, protette da muricciuoli di sassi che si profilano nel cielo, e i camminamenti, le gradinate, le scalette, le infinite vie di

solcano li

i

declivi

precipitosi,

tagliano per ogni verso.

formicola

di

uomini,

li

approccio

rigano di nero,

Il bosteo,

più in basso,

biancheggia

di

tende,


45

NELLA REGIONE RICONQUISTATA

echeggia di voci.

La brezza tepida porta ogni

tanto dalle vette deserte l’odore della morte*

La

in

dell’Astico,

valle

nosa, vaporosa, fugge e siero

nelle

basso,

verde,

lumi-

restringe verso Ar-

si

ombre azzurre

del

Cimone,

per-

dendosi in uin labirinto di montagne boscose e di gole

profonde, tutta costellata di paeselli

bianchi che

il

cannone austriaco ha battuto:

Meda, con delle case senza tetto, Velo d’Astioo, cui campanile è troncato, Arsiero lontano il che fumiga. Il Cimone erge le sue cime turrite alla confluenza del Posina e fronteggia lo sbocco dell’Astico,

come una sentinella torva e

Ed è ancora una sentinella nemica. È l’osservatorio avanzato degli austriaci, che

vigilante.

spinge

il

veglia

i

suo sguardo fino alla pianura e sor-

movimenti nella vallata. Non vi

nostri

sono molte forze sulla vetta,

ma è impossibile

attaccarla di fronte. Pochi tiratori nascosti fra i

macigni, nei greti, fra

i

crepacci delle som-

mità rocciose, bastano a dominare tutti gli approcci, lungo

i

quali la scalata

non può essere

che lenta, allo scoperto, fatta da pattuglie salenti in fila indiana.

esili

L’avanzata nostra, arri-

una prima pendice del Cimone, è passata oltre, sui fianchi, ha deviato da una parte e dall’altra della montagna inaccessibile, come il gorgo di un torrente diviso da uno scoglio. È risalita lungo i lati, per le strade vata al Caviojo, che è


NELLA REGIONE RICONQUISTATA

4(i

dell’Astice) e

per

strade del

le

Monte Seluggio:

dilaga per ogni accesso, si suddivide in ogni sentiero, si

inerpica da tutte le parti, sfonda i pic-

coli argini Ideila resistenza, passa oltre, tendendo

ad isolare il Cimone.

Si

combatte in decine di

punti contemporaneamente, ogni minuscolo reparto ha la sua azione, e la battaglia crepita

ad

intervalli

da

tutte

le

parti.

Ad uno svolto, la visione dell’ampia vallata sparisce,

la

strada s’insinua nella spaccatura

della Valcanaglia,

fra

il

Pau c il Cengio,

ser-

rata dai declivi ripidi folti di boschi, e improv-

visamente

si

è fra gli avanzi dei reticolati au-

striaci. Le tracce degli avversari si mescolano. Le ondate del combattimento sono passate e

ripassate lasciando la loro impronta.

Il

nemico è stato fermaLo a mille metri dallo

sbocco, a Campiello. a

La stazione della ferrovia

che va ad Asiago, è distrutta!. vicini, squarciati e diroccati, vomi-

cremagliera,

Crii

edifici

tano macerie e mobilia sulla strada. In alcune

casupole rimaste intatte, dei feriti gravi austriaci e italiani sono stati ricoverati insieme e sono morti uno vicino

all’altro.

La via è stata rotta

qua e là dalle granate e il terreno tutto intorno appare in certi punti arato dai proiettili, solcato, bucato, squarciato. Qualche colpo arriva ancora, più in alto, un ultimo saluto dei medi calibri che tirano dal di là delFAssa. Per oen-


47

NELLA REGIONE RICONQUISTATA

tinaia di metri le rotaie della ferrovia, divelte e

dalle cannonate,

contorte

sospese in

serpeggiano in aria,

un divincolamento

strano,

come

se

avessero tentato di fuggire.

Più tardi

si

arriva sull’altipiano e la strada

il tiro; le nuove posizioni nemiche sono di fronte. Esse sono sulle alture oltre l’Assa, sul Monte Erio e sulla Cima di Campolongo che domina il baratro dell’alta valle dell’Astico con le sue torri grigie. Ad ogni

è deserta. Si è sotto

pochi passi

nea di

gli austriaci

reticolati.

hanno lasciato una li-

Ogni loro passo in avanti è

rimasto segnato da sterminate barriere di

filo

di ferro e di «cavalli di Frisia».

Fra di di

le

ondulazioni erbose della vasta conca

Asiago, circondata da un oscuro anfiteatro montagne, numerosi villaggi agonizzano. Tre-

Fondi, Conca, non sono più che pittoresche apparenze. Ogni casa ha la sua ferita. Le strade sono ingombre di rottami. Intere pareti sono crollate come per un terremoto, dei sche,

tetti si

sono rovesciati, e masserizie e travi sono

ricadute

all’aperto

in confusione,

sparpagliate

dal ciclone ardente degli scoppi. Il

cannane nemico batte verso

il

Cengio, di

fruga, cerca, e, non trovando mordere i paeselli, dilaniandoli ancora. Cesuna è bombardata, Canove è bombardata, Roana è bombardata, Camporovere è bombardata e un fumo di incendi lo sovrasta. tanto

in tanto;

niente, torna a


NELLA REGIONE RICONQUISTATA

48

Ma sono pochi colpi, una gran nube ogni due o tre minuti fra le case bianche che conservano un’apparenza di grazia civettuola, una festosità da ville. Il nostro cannone è più attivo.

Il

marMonte Interrotto e il Monte Mosciagh,

fragore dei medi calibri italiani che

tellano il dietro

Asiago,

echeggia

fragorosamente

fra

i

sembra aumentare. I giganti dell’ artiglieria non potevano seguire rapidamente l’avanzata. Ora solmonti.

D’ora in ora

il

nostro fuoco

tanto cominciano a riprendere posto nella battaglia.

Salgono con lentezza pesante e solenne fronde e trasci-

alle loro posizioni, coronati di

da motori monumentali. La difesa austriache si delinea in questo bombardamento, tende ad impedire il passaggio dell’Assa. L’Assa scorre in un burrone così profondo, che la traversata ne è impossibile, salvo in un punto, cioè al gomito del torrente a ponente di Asiago, dove la gola si allarga, sboccando nella Conca. Quando il fumo denso delle granate che nati ca,

cadono su Canove si dissipa, al di là si profilano le rovine del grande ponte sull’Assa, saltato in aria, i cui altissimi piloni tronchi hanno l’apparenza bizzarra di grandi obelischi bianchi eretti sullo sfondo buio del vallone.

Di lì viene a tratti un crepitìo di scaramucdominato dal cupo battito di una mitragliatrice. Da questi indizi si comprende che gli au-

ce,


49

NELLA REGIONE RICONQUISTATA

dispongono a contrastare fieramente la formazione di una testa di ponte sulla destra dell’Assa. Ma la battaglia qui è ancora all’inizio; è incominciato appena il dialogo formidastriaci

bile

si

artiglierie,

delle

che

andrà crescendo e

sviluppandosi. L’interesse per questo principio di azione è sopraffatto

da quello risvegliato dalle impronte

dell’azione finita.

presente. bile,

che

Il

passato grida più forte del

La battaglia vera,

la

battaglia terri-

commuove, che

vi

esalta,

vi

che

vi

strappa dei gridi di ammirazione e di orrore, che vi inebria di entusiasmo e vi opprime di angoscia, è

una battaglia

dalla quale

non

sale

nessun rumore, è una mischia di morti. Dal Pao al Busibollo, al Magnaboschi, al Lèmerle, lungo la linea che violenti del

ha subito i colpi più le montagne por-

cuneo austriaco,

teranno eternamente incisi nelle rocce

i

segni

una delle più fiere lotte della nostra storia. La gloria italiana ha in queste vette sconvolte un monumento imperituro. Dove l’invasione è stata definitivamente fermata, pare che un cadi

taclisma abbia sovvertito tutto.

La

fronte s’era fatta sinuosa per seguire

il

per costoni e per valsprofondava nelle forre e nei burroni, entro l’ombra verde di boschi antichi e folti, si annidava nei cespugli sotto immense colonterreno, saliva, scendeva,

lette,

si

Barzini. Dal Trentino al Carso.

4


NELLA REGIONE RICONCJEISTATA

50

nate di pini, posizioni

in

si copriva di sassi e di tronchi, assurde ed essenziali, impossibili

ma indispensabili, colpita di fronte, di fianco, alle

da centinaia

spalle,

di

cannoni

di

ogni

calibro.

più esposti gli alberi

Nei punti rono al primo bombardamento, poi tarono,

della

foresta

si si

sfrondaschian-

non rimanevano che

dei

tronconi cincischiati; poi le esplosioni delle granate da 305 e da 280, che arrivavano a otto e

dieci

per

volta,

sradicarono

i

ceppi, frantu-

marono le rocce, sollevarono i macigni dal loro alveolo; ogni colpo si moltiplicava in eruzioni massacranti di pietre e di legno; poi si aprirono voragini, quello che era sulla terra fu sepolto, le ultime tracce del bosco sparirono per

lunghi to

tratti,

i

tronchi divelti scomparvero sot-

frane di sassi.

Non c’era più un filo d’erba,

non una fronda, niente

altro

che della sabbia

Il fumo acre non ci si vedeva a dieci passi,

rossastra e della roccia bianca.

colmava alle vampate gigantesche e incessanti succedeva un’ombra sinistra, passavano nembi soffocanti di polvere, il frastuono terrificante non aveva requie, e in questo inferno, degli uomini andavano carponi, trascinavano via i loro feriti, amle valli,

monticchiavano sassi, lavoravano, scavavano, ac-

cumulavano munizioni e granate a mano. Appena il cannone taceva, si precipitavano avanti, in mezzo ai cadaveri, col fucile spianato.


51

NELLA REGIONE RICONQUISTATA

Le prime pattuglie nemiche venivano su, sicure raffica di paldi non trovare più nessuno. Una lottole le rovesciava.

E il bombardamento rico-

minciava, più intenso. Non riuscendo a snidare

i difensori col cannone, il nemico portò avanti masse e masse, sempre rinnovate, di fanteria. Avanzavano a sbalzi, a ondate. Più se ne ammazzavano e più ve ne erano. Ogni notte nuove divisioni fre-

sche erano portate avanti e scagliate all’assalto, linee si asI nostri non avevano riposo. Le loro sottigliavano, e i superstiti non

davano indietro,

decisi a morire.

Ricambiandosi sempre, le schiere nemiche giunsero a pochi passi dalle trincee sconvolte, e fu una lotta a corpo a corpo, con granate a mano, con la baionetta. Per intere giornate

combatteva a dieci metri. Si arretrava talper non essere sopraffatti dalla marea, ma a palmo a palmo, senza altro appoggio possibile che qualche batteria da montagna sulla si

volta

quale

Il

l’artiglieria

nemica tempestava.

meno di duecento cannoni avevano concentrato il loro fuoco so-

giorno 16 noìn

austriaci

pra lo Zovetto, difeso da una brigata eroica. Lo Zovetto è un cucuzzolo che non ha più al-

cuna traccia di vegetazione, dilaniato da mostruosi crateri, ingiallito piccati

qua e là dal fumo dei

che ha lasciato come

delle

zolfature,


NELLA REGIONE RICONQUISTATA

52

morti dice Cadaveri austriaci

e lo scintillìo dei bossoli intorno ai

la tenacia

della resistenza.

a mucchi enormi, caduti in pose strane, stringono ancora nella destra annerita delle granate a mano. Si vedono gruppi di nostri morti che hanno tutti lo stesso gesto, caduti nella corsa 'verso il nemico, fulminati nell’ assalto, la

baionetta avanti. Si cammina fra granate a mano di ogni forma, italiane e austriache, fra di ogni genere sparpagliate dalla bufera

armi

fra casse di munizioni italiane

della- battaglia, e

austriache frammiste, fra indumenti dei due fra caschi e berretti.

eserciti,

È una mischia

immane che si perpetua nella immobilità della morte. I]

generale che comandava la posizione è tor-

nato oggi per la prima volta sul posto e si ag-

tomba di un ufFerito una volta al petto, non volle lasciare il suo posto. Ferito una

gira solo, silenzioso. Cerca la ficiale mitragliatore. egli

seconda volta al ventre rifiutò ancora di ritiurlò senza «Posso ancora sparare!» voltarsi. Una granata di grosso calibro lo colpì

—

rarsi:

in pieno lanciando in aria lui e l’arma.

mano

destra

manubrio

troncata

della

rimase

mitragliatrice

La sua

attanagliata nella

a]

posizione

di fuoco.

Una era in

volontà eroica, un’abnegazione sublime tutti,

e insieme

un misterioso

una certezza di vincere,

presentimento

del

trionfo

che


NELLA REGIONE RICONQUISTATA

53

un tenente colonnello non disse che due parole:. «La posizione....

li

inebriava.

Ferito a morte

la posizione!».

sul

dati

Mentre

lo

portavano via

rovescio della posizione

gli

i

sol-

presenta-

rono le armi, sotto al fuoco, e nella loro schiera

che salutava, la morte apriva dei vani. Durante uno dei piccoli ripiegamenti di poche decine di metri, una compagnia, alla estrema destra, pendè contatto. Difendeva la strada

Casera Magnaboschi, e sparì. Si credette fuori, circondata dal nemico, si fosse arresa. No. È stata ritrovata il giorno 26, quando siamo avanzati. Era rimasta al suo posto. Aveva difeso la sua posizione per due giorni e mezzo. Cioè finché un uomo era rimasto della

che,

tagliata

vivo.

Perchè la compagnia leggendaria

è stata

ritrovata morta.

All’ultima sera, nel

rifugio

un

superiore entrò

ufficiale

dove erano adunati

i

feriti

gravi,

gl’incurabili. Qualcuno era morto. Non un lamento lì dentro. Ma alla vista del visitatore, delle voci fioche chiesero: «Teniamo ancora ?... Resistiamo sempre ?» — « Abbiamo vinto, figliuoli » — E un mormorio di contentezza passò fra '

j

morenti.

Viene voglia di gettarsi in ginocchio e ciare

questa terra benedetta

e

di

ba-

questo sangue!


LA BATTAGLIA NELLA FORESTA

54

LA BATTAGLIA NELLA FORESTA. Vicenza, 9 luglio.

;

Per lunghi giorni la grossa artiglieria si è inerpicata pesantemente alle nuove posizioni, con grande frastuono di trattrici automobili, e il

dei cingoli incatenati

giro

lento

alle

ruote,

appoggiando a terra le larghe suole quadrate di legno e di ferro, aveva la fatica di un passo eguale,

greve,

perseverante,

profondo,

le

cui

orme sono rimaste impresse sul terreno molle di

sentieri Ulti mi

alpestri.

nell’avanzata,

lenti

come

dei

pachi-

cercandosi ognuno un buon posto nei punti di ammassamento, fra le gole, al coperto, i cannoni da demolizione si sono piazzati, dermi',

tutti vestiti

e

di fronde,

hanno aperto il

arrivavano,

mascherati da boscaglia, A mano a mano che

fuoco.

entravano in

azione,

per inqua-

provavano isolatamente la voce per il gran coro che si preparava. Poi tacevano aspettando i compagni. Si è sentito tuodrare

il

tiro;

nare prima un fuoco di sezioni, poi un fuoco di batterie, ed ora anche i ritardatari, dietro agli' altri, si sono appostati, e il coro è pieno-.

improvviso del 25 giugno, si misero in movimento, l’austriaco per ritirarsi, l’italiano per insegui-

Dopo

il

silenzio

nel quale gli eserciti


65

LA BATTAGLIA NELLA FORESTA

andata riprendendo gradatamente furore, a mano a mano che i cannoni dall’altra; ed ora, si fermavano da una parte e re

è

battaglia

la

da tre giorni, essa è violenta, piena, tumultuointensa, rombante, continua. Fino nella pianura l’aria è scossa dai boati, notte i vetri di Vicenza tremano all’eco alla e

sa,

di

questa

immane tempesta di fuoco. Tremano

come quando il fumo

delle granate austriache

bordo azzurro dell’Altipiano. Ma questa volta sono le nostre, cannonate che ruggono più forte nella quiete notturna, siamo

si

sul

sfioccava

noi che assaliamo, tificata

della

perversa

con

che investiamo la linea forLa battaglia im-

difesa nemica.

maggiore

accanimento

all’ ala

destra.

Continua la manovra iniziata da Cadorna il 16 giugno. L’azione italiana preme sui fianchi. La ritirata del nemico non ha imposto alcun mutamento generale dei piani. Essa ha prodotto soltanto uno spostamento. La lotta ha fatto un balzo in avanti, ma sul nuovo terreno,

essa

si

delinea nella

stessa

forma.

Gli

sono stati costretti ad arretrare la loro fronte minacciata ma hanno cercato di tenere solidamente le due estremità, ed è su quelle che il nostro attacco martella, ora alteraustriaci

nativamente, i

progressi

ora sul

italiani

in

medesimo tempo. Dopo Vallarsa,

verso

il

Col-


56

LÀ BATTAGLIA NELLA FORESTA

santo, stra,

appoggio della difesa nemica alla sinisi sferra adesso con rinnovata energia nostra alla destra, fra la Valle di

l’offensiva

Nos

e la Valle Galmarara, contro tutto il baluardo di monti che si schiera sull’ Altipiano

da nord a sud, a sbarrare gli approcprofonda spaccatura dell’Assa, della austriaci intendono fare il loro fosSi combatte nei boschi.

di Asiago,

della

ci

quale sato.

gli

La battaglia è invisibile. Le granate austriache cercano e

nostri

i

battono

pezzi,

bombardando

nubi,

di

i

villaggi

incendiano delle casette

liti,

e

eruzioni

demo-

già

delle ville sac-

che conservano morendo

cheggiate,

retro-

le

costellano la conca di Asiago di

vie,

il

loro a-

spetto gentile e lieto di edifici fatti per godere la vita,

un

chiare e

sorriso attonito e tragico di

verande

di

fiorite,

sacro dei

non cancella.

mura

qualche cosa

Ma più in là,

di

il

mas-

alle

falde

femminile, di familiare, di dolce, che

si nasconde nel folto penetra nella moltitudine egua-

monti, la battaglia

della le e

foresta,

solenne degli alberi secolari, sparisce sotto

la coltre verde

me, e non

impassibilità glia Il

dalle

e

ha

si

nuvolosa delle grandi chio-

che una maestosa Nessuna battaglia somi-

di fronte

silvana.

a questa.

combattimento è spezzato rocce;

esso

si

suddivide

dai

tronchi

e

in

miriadi

di

episodi; ogni plotone, ogni pattuglia, ogni uo-


LA BATTAGLIA NELLA EOEESTA talvolta,

ino

hanno

la

loro

57

minuscola battale sue manovre.

con le sue tattiche e combatte da albero ad albero, da masso a masso, da cespuglio a cespuglio, appiattati, annidati, arrampicati, lottando lungamente per la conquista di un pino o idi un sasso. È una immensa, sterminata, formidabile guerriglia, che. striscia, si agita, formicola, e che si indovina glia,

Si

La

foresta si direbbe deserta, fumigante come per degli inil piede dei tronchi freschi. La difesa austriaca di questo strano terreno è tenace ed abile, come sempre. allo

strepito.

scoppiettante

e

cendi che mordessero

Sarebbe una ingiustizia verso di noi e una menomazione del nostro valore, disprezzare il

nemico che vinciamo. Ci deve bastare odiarlo. Esso sa adattarsi alle varie forme di lotta con un grande spirito organizzativo e un’abbondanza straordinaria di mezzi che rivelano una preparazione antica e studiata, un ordine meticoloso, una grande cura dei particolari, una perfezione di macchina che compensa il sentimento dei combattenti. L’elemento umano 'nel-

una specie di mumoderquando sono adoperate nell’arma, e che fuori non sono che mate-

l’esercito austriaco non è chfe

nizione.

È come una

di

quelle polveri

ne

da cannone,

terribili

ria

inerte,

che brucia senza far male, L’organismo è tutto.

grigia,

a piccolo- fuoco.


LA BATTAGLIA NELLA FORESTA

58

Qualunque sia la sua razza, qualunque siano i aspirazioni,

suoi pensieri, le sue il

i

suoi ideali,

suo coraggio, sia tedesco o slavo, italiano o preso nei meccanismi del suo

tseco, l’austriaco,

ad essere un buon soldato, che gli sparano

esercito, è costretto

magari con

mitragliatrici

le

alle calcagna.

Quando nieri,

sorpresi la

si

vedono

e

catturati spesso

loro

dalla

causa austriaca

si

interrogano

dopo strenue

assoluta

i

prigio-

lotte,

indifferenza

e dal loro egoismo.

si

è

per

Sono al

primo momento pieni di idee false su di noi, temono la ferocia italiana della quale hanno sentito tanto parlare, e non di rado il loro eroismo non era che paura, paura di arrendersi. fa parte dell’organizzazione; si creano errori e spaventi di menzogna nell’acome si mettono dei reticotruppe delle nimo

Anche questo

lati.

Una

idee,

l’anima è presa e non

volta

sotto

il

reticolato c’è

delle

false

più niente.

Il

preoccupa della sconfitta del suo paese come idei prossimo eclissi solare. nelle foreste, preparate in dura è La lotta

prigioniero

si

pochi giorni alla resistenza, piene di sorprese inimmaginabili. Le raffiche delle pallottole arrivano da direzioni inaspettate. Scende dall’alto loro sibilo ronzante, che fa pensare alla vibrazione breve di immense corde musicali tese il

nello cati

spazio,

al

suono

dei

fili

telegrafici

toc-

da un sasso; i ramoscelli e le foglie stron-


59

LA BATTAGLIA NELLA FORESTA

/ lentamente da tutte le parti, e no'n scogliere si vede niente fra i tronchi e per le tappezzate di musco. Poi ci si accorge che il ne-

cati fioccano

mico è appollaiato sulle cime delle piante. Delle sono issate lassù e

mitragliatrici

dei

tiratori

sono appollaiati nel fogliame. Come per certe cacce alla posta, gli austriaci

scelti

e

hanno sistemato fra i rami alti delle posizioni di agguato. Vi hanno creato impalcature, piaine-rottoli mascherati di frasche, collegati da telee spesso, dove il bosco è più folto, delle tavole e delle corde tese ad appoggiamano fanno da ponte da albero ad albero, permettono dei rafforzamenti o dei ripiegamenti aerei. foni,

Bisogna combattere con gli stessi mezzi, e dei nostri soldati risuona nei burroni.

l’ascia

Si tagliano alberi, si costruiscono

scale

che fanno pensare

enormi e midi

preparazione

alla

di

un antico assalto alle mura merlate di qualche, castello, e su, verso le creste flagellate, nella

boscaglia tenebrosa e rombante, le schiere grigie trascinano scale e tavole. Sulle vette di abeti

e

di

pini secolari

i

soldati

si

arrampicano

a

creare le loro trincee pensili, e la battaglia stra-

vagante infuria da nido a nido. discesi frutti

con corde, giganti

colti

legati

dalla

alle

I

feriti

ascelle,

vengono

come dei

mitraglia.

In basso, le trincee nemiche, cumuli di sassi, di

musco

bili,

tanto

e

di

fronde, sono invisibili, introva-

hanno l’apparenza naturale

di sco-


60

LÀ BATTAGLIA SELLA FORESTA

assecondando gli aspetti del terreno. Esse sbarrano ogni varco, ogni passaggio, e fermano l’assalto finché le vampe non si sono viste, gliera.

e delle

manovre ardite, delle ascensioni lente e

caute sui fianchi non hanno condotto a sopraffare

i

difensori a colpi di granata a

Certe resistenze d’imboscata sono

mano. affidate

a

per lo più tirolesi, pagati con soprassoldi vistosi e compensati con premi spetiratori scelti,

ciali.

Sono

glioni, nei

dei

lasciati

nelle

anfrattuosita

punti dai

cpiali

qualche radura per-

ci-

mette di dominare gpLi approcci dei valloni. Han-

no cumuli

di

munizioni e

d’acqua, e rimangono

lì,

di viveri,

provviste

alla caccia,

dietro al

loro fucile di precisione a cavalletto, per giorni

Quando sono catturati, poiché finiscano quasi sempre per essere catturati — abbiamo dei soldati che sanno come andarli ad acciuffare, con una pazienza ed una sagacia da pelliinteri.

rosse di

—

si

mostrano gradevolmente sorpresi

vedere che nessuno taglia loro il naso. Han-

no l’aria di dire: Ah! Sie do pviesisi saputo prima Si sdno battuti come leoni per difendere ad oltranza un naso che nessun pericolo minac!

—

ciava.

Di tanto in tanto, poti, si è di fronte alla siepe rugginosa di un reticolato. Qualche volta sono dei reticolati

portatili,

che

la costanza di trascinare

gli

anche

austriaci

hanno

all’assalto.

So-


LA BATTAGLIA NELLA FORESTA

61

migliano un po’ a quelle reti sulle quali i terrazzieri gettano a palate la sabbia per stacciarla.

Sono dei grandi rettangoli

di

legno, nei quali

intreccia del filo di ferro spinato, che ven-

si

gono tenuti in piedi con dei puntelli. Rappresentano un reticolato da pattuglia, una prima difesa contro quella maledetta baionetta italiana che è sempre pronta a luccicare. Ma nella foresta, il reticolato più comune non ha ordine, non ha allineamento, si appoggia agli alberi, sorge improvviso come una immensa rete di ragno tesa fra tronco e tronco ad altezza d’uomo. Non si vede da lontano, l’ombra e

arbusti lo nascondono, e quando uno sbalzo avanti sembra possibile, i nostri esploratori debbono essere sguinzagliati alla ricerca delle barriere sottili, la cui presenza indica sempre qualche appollaiamento di mitragliatrici. Sono per tutto le mitragliatrici. La forza di gli

armamento

dell’esercito

tata col decrescere della

andato compensando

è

austriaco

si

è

aumen-

sua forza umana. Esso il

logorìo

fatale

delle

truppe con una quantità sempre maggiore di armi potenti e di munizioni. Gli uomini che si

diradano hanno a loro disposizione mezzi

automatici piu grandi di difesa e di offesa. nostri sti,

progressi in

I

armamento sono pure va-

ma è bene non perdere di vista nella no-

stra

preparazione incessante le proporzioni del-

la

preparazione

nemica.

Noi non

l’

abbiamo


62

LA BATTAGLIA NELLA FORESTA

superata sebbene ne trionfiamo per l’eroismo

magnifico delle nostre truppe. Approfondendo l’organizzazione

austriaca,

la

sua grandiosa e

formidabile possanza, precisa e meccanica, noi

vediamo ingigantire gloriosamente nel nostro concetto, più che il peso inesorabile della nostra macchina di guerra, il valore del soldato italiano e la genialità dei suoi capi, che portano ad una .perfezione trionfale lo sfruttamento

delle disponibilità.

La

difesa austriaca, che noi spezziamo len-

tamente

sue giunture come si spezza un per aprirvi dei varchi, è fatta con

alle

reticolato

quel lusso inaudito di mezzi che caratterizzò l’offensiva.

Il

trasporto

solo

del

filo

di

spinato, che a centinaia di tonnellate il

ferro

nemico

sperpera in zone aspre, montuose, poco accessibili, trasporto che viene eseguito sacrificando i

trasporti di cibo e di acqua per le

truppe,

dimostra come ogni preoccupazione umana passi

in seconda linea di fronte al freddo, infles-

feroce

calcolo

delle

possibilità

della

sibile

e

lotta.

Rivela anche la impossibilità di affidare

qualsiasi posizione alla difesa dei

soldati senza

il

pura e semplice

soccorso di barriere ina-

nimate.

Quando le

si

sue soste

papsa dove la battaglia ha fatto si

trovano

le

tracce

della

mac-

china austriaca. Sono cumuli di munizioni e depositi di granate a mano adunati in poche


La battaglia nella foresta

sono reticolati

ore, di

razzi

di

segnalatori,

63

ogni genere, sono casse

sono chilometri e chilo-

filo telefonico, un filo sottilissimo e come uno spago nel quale continua-

metri di

bianco

mente si inciampa. All’inizio della guerra ogni compagnia austriaca aveva il suo telefono, corredato da 62 chilometri di filo. Ora anche le pattuglie in avanscopèrta hanno il telefona Un soldato marcia col ricevitore e il microfono fissati al petto, diatezza

di

certi

la precisione dei le

il

rocchetto di filo sulle

come uno zaino. Questo spiega la imme-

spalle

movimenti

e

la prontezza e

concentramenti

di

fuoco del-

artiglierie.

Ma nulla resiste a lungo ai nostri colpi di maglio.

nere

Gli

austriaci

sono costretti a mante-

grosso delle loro forze sulla fronte itaper ritardare la nostra avanzata. Sem-

il

liana

che soltanto dai grandi nuclei della riserva alcune divisioni siano partite per la Bucovina,

iira

ma che le truppe di prima linea siano i|nterarnente

inchiodate dalla nostra offensiva vigo-

rosa.

Piccole carovane di prigionieri scendono

dai boschi fra le scorte, e

non si sono mai vi-

sti dei tipi più inselvaggiti, più abbrutiti, più sporchi di questi prigionieri che ci manda la

foresta.

Hanno nel

viso lo stupore delle bestie sni-

E sono infatti snidati come fiere. pure di cacciarli alla guisa di una

date nel buio. Si è tentato


64

li

A BATTAGLIA SULLE VETTE

selvaggina incendiando

il bosco. Ogni giorno qualche nuova vetta cade in nòstro possesso e notizie delle vittorie corrono festosamente nelle retrovie. Sarebbe però imprudente aspet-

le

tarci dei progressi veloci. Ci battiamo sulle posizioni più

del mondo.

difficili

segue è sempre

E il passo che

passo più duro.

il

LA BATTAGLIA SULLE VETTE. Vicenza, 14 luglio.

Nulla si muove sulle strade polverose che ve-

nano di bianco i freschi prati della conca conIl nemico le vede e le batte, esse, deserte, snodano verso i paeselli ab-

tornata di monti.

ed

bandonati' il loro sottile nastro senza vita, sbocconcellato dai colpi, che rasenta rovine di cascinali dalle quali si di stalla e Vi'

spande ancora un odore

di fieno.

sono paesaggi in cui questa solitudine

si-

nistra della battaglia sorprende sempre, e pesa,

e affanna, e angoscia, come il segno più evidente di’

una

truce desolazione delle cose. Pare che

sulla terra rigogliosa e

abbandonata gravi un

senso misterioso di accasciamento e di terrore.

Tutto

è

fermo,

raccolto,

aspettante,

spaurito,

oppresjso.

Solo

il

fumo

si

sposta,

si

agita,

corre,

torce


65

LA BATTAGLIA BULLE TETTE

qua e là le sue volute, balzando su improvvisamente dagli' scoppi in forme grigie, dense, enormi, che si divincolano, si attorcono e si dissipano, con qualche cosa di spettrale, trascinan-

campagna la loro grande ombra che Il fumo degli incendi turbina nei villaggi demoliti, ne empie le stradine morte, indo sulla

svanisce.

gombre

di'

macerie, e le sue spire diafane

i'nseguono in fondo ai crocicchi

degjli

si

angoli fra-

animate e fuggenti. Il fumo è la sola cosa che viva, di una vita favolosa ed effimera, e lo sguardo è continuamente chiamato dall’ apnati,

nembi che sorgono ge-

parizione successiva di

sticolanti dalla terra squarciata.

Delle rovine di Asiago e delle rovine di Gallio

hanno ricominciato a bruciare sotto le granate incendiarie. Le casette scoronate e bucate dei villaggi che biancheggiano aggruppate in mezzo alle praterie come greggi spauriti, esalano nubi grige che la brezza trasporta e, disperde nel sereno. Il rimbombo e l’eco delle cannonate scro-

sciano con lievi intervalli nella vallata risuonan-

fragore uniforme del-

te,

e scende dall’alto

le

granate maggiori che solcano lo spazio' col

loro

strepito

cupo

di

il

treni in

la battaglia è entrata in

fuga.

Da

ieri

una nuova fase di at-

tività.

Dopo un rallentamento durato tre giorni, causato dalle nebbie e

anche dai preparativi per

Baezini. Dal Trentino al Carso.

5


66

LA BATTAGLIA SULLE VETTE

un’azione più violenta, il bombardamento ha ri-

preso con

un

vigore

maggiore.

Dall’Adige

al

Brenta l’attacco italiano non ha avuto mai soma la sua intensità ha variato. A fasi di assestamento succedevano fasi di impeto, sempre più vigorose, a mano a maino che i mezzi sta,

accumulavano.

si

La nostra offensiva è paragonabile allo sforzo costante

del

lottatore

che ha avvinghiato

l’avversario e che, nella tensione continua dei suoi muscoli, ha ogni tanto uno scatto più vivo,

un sussulto più energico.

un colpo

forte,

di

spalla più

Dalla difesa

all’attacco a

accanita siamo passati poco a poco, giorno per giorno, ir-

ma gradatamente, e la nostra azione contro le forze enormi che ci erano op-

resistibilmente

poste ha avuto ed ha ne,

I

caratteri della pressio-

non quelli dell’urto. Anche perchè noi risa-

liamo. Il nemico, che ci sovrasta, trova ad ogni ripiegamento delle posizioni di maggiore resi-

stenza.

Esso,

battuto,

non precipita: ascende.

Assalendoci, calava su di noi;

assalito

si

in-

nalza. La fuga lo rafforza. La ritirata gli dà una

sempre più breve, sempre più facile, e delle difese sempre più solide. Ci battiamo in un immenso anfiteatro di montagne che dobbiamo scalare.

linea

I nostri soldati arrivano a scalare miracolosamente anche l’inaccessibile, come sulle di-


LA BATTAGLIA SULLE VETTE

67

sinistra, rupate pendici del Monte Corno, alla come fra le balze rocciose del Monte Chiesa* è difficile per alla destra; ma prendervi piede osfronteggiare contrattacchi che innumerevoli spesservatori sovrastanti guidano, e che hanno

che cade. Ah, so la violenza meccanica del peso verso delle cime! se non ci si battesse sempre gran parte della forza nemica contro di

Una

conformazione del noi è dovuta a questa fatale i suoi terreno, sulla quale l’Austria aveva fatto preparazione calcoli'. E fra le mille prove della meticolosa

della

guerra d’invasione

all’Italia,

basterebbe quella della usurpazione della Cima Undici e la Cima Dodici, di quei « quattro sascome si disse da noi bonariamente cedendo, si»

che sono le sommità dominanti del terreno, gli immani castelli di roccia che comandano tutta ogni nola regione, gli osservatori che scorgono salire per stra mossa. Salire, salire sempre, aspre balze tormentate e rotte, salire faticosaobbligati, angusti e mici-

mente per passaggi diali,

salire

combattendo, con il nemico sopra:

ecco la necessità inesorabile della nostra guerra. L’offensiva nostra è tenace, incessànte, risoluta,

ma l’avanzata non può essere che faticosa

e lenta.

La guerra è però su tutte le fronti, si

incatena, e dobbiamo

apprezzarla nei risultati armate rus-

generali. I progressi trionfali delle se

sono

un po’ vittoria nostra, come i successi un po’ vittoria russa. Nella

franco -inglesi sono


68

LA BATTAGLIA SULLE VETTE

collaborazione degli Alleati' spetta a noi in questo

momento

massimo

il

duro compito

delle 'forze

Ci riusciamo.

di

trattenere

i]

austriache contro di noi.

Contribuiamo così potentemente

a indebolire le difese dei Carpazi, come se i nostri

eserciti

(manovrassero in

Bucovina o in

Transilvania.

È sulla nostra destra che la battaglia si accanisce ora con maggiore violenza, contro quella catena

di’ montagne che salgono a scala dalla Conca di Asiago fra il vallone del Nos e quello

del Galmarara, montagne allineate a barriera, che formano un costoine unico dai fianchi boscosi,

il

profilo del

quale s’incurva a

cèntipna.

da vetta a vetta. Sull’Interrotto,

il

primo monte, la cui spalla

scivola giù verso le case di Asiago, le nubi folte delle nostre granate

hanno

nella luce del

me-

un colore rossiccio, ardente, affocato. Esannebbiano il vecchio fortilizio, trasformato da tanti anni in caserma, che scompare e riapriggio

se

pare, massiccio e basso come un gran dado oscuro posato sopra un ripiano del monte. Più Indietro, sul

Mosciagh selvoso, la seconda montagna che sembra guardare verso Asiago da sopra alla testa dell’Interrotto, le esplosioni sono soffocate dal bosco e mettono' una bruma fra

gli

alberi'.

È difficile battere con esattezza posizioni ce-


69

LÀ BATTAGLIA SULLE VETTE

Avanti ai loro trinceramenti denudato i tronchi in basgli austriaci hanno al suolo i rami più vicini tagliato hanno so,

late

da

foreste.

per aprirsi

un campo

sciate intatte le

chiome

di

ma hanno la-

tiro,

degli alberi; l’ombrosa

loro e li cela albe vòlta di fronde si chiude su tli osseresplorazioni aeree e alla vigilanza degli vatori.

Spesso

l’artiglieria

non ha

altra guida pattuglie.

che le perlustrazioni delle nostre dei trinceramenti, Si crede di avere sconvolto aver distrutto dei reticolati, e le fanterie, intatti. strisciando avanti, trovano gli ostacoli di

Si ricorre ai tubi alle

esplosivi,

alle

mine

aeree,

bombarde, alle tenaglie, e in molti punti la

nemico, nostra linea si porta così a contatto col coperti salendo fra gli' sterpi e fra gli scogli I soldati passano di musco, nella foresta oscura. i troncurvi e j-apidi da un riparo all’altro, fra pesanti pietre sulle spalle, chi', sorreggendo delle

creano dei piccoli ai fusti che da

e a 'furia di sassi e di zolle si ripari a semicerchio, appoggiati

una parte e

dall’altra

le

pallottole

feriscono,

graffiano, cincischiano.

In ogni riparo, due, tre soldati si rannicchiasparando fra gl’interstizi. Le successive li-

no,

mi-

nee di attacco rimangono segnate da queste nuscole e rudimentali ridotte, che portano impresso il segno dei corpi accoccolati sopra strati bossoli. Delle di fronde, in uno scintillamento di granate a

mano inesplose, dalle forme strane,


70

LA BATTAGLIA BULLE VETTE

alcune simili alle antiche mazze della guerra medioevale, munite di lunghi manichi di cartone indurito o di legno, o attaccate a bacchette

di

ferro,

nell’erba.

giacciono qua e

là,

mezzo

infisse

Di notte, le foreste sono tutte illumi-

nate dai razzi

come da un perenne e

festoso

fuoco di bengala. Gli'

austriaci aspettano l’assalto che

si

iner-

pica, protetti da trincee profonde, perfette, blindate,

ben nascoste, fornite

di

rifugi,

collegate

con camminamenti a zig-zag, difese da retico-, lati inverosimili, sti

dei quali

i

paletti

sono nasco-

con fogliami sapientemente disposti. Ben so-

vente tutto questo è un lavoro preparato da

masse di prigionieri russi, un’opera degli schiavi.

La mano russa si rivela dalla perfetta la-

vorazione del legname.

Nei blindamenti e nei rifugi sotterranei si ritrova infatti la costruzione dell’ idèa. Sono dei veri edifici di legno sepolti, con le pareti fatte di'

travi sapientemente incastrati l’uno nell’al-

tro.

Hanno la solidità e la comodità di lavori

permanenti'. Si direbbe che gli austriaci si di-

sponessero a dimorare degli anni in ogni posizione.

Anche

nell’offensiva

si

radicavano così

ad ogni sbalzo. Si seppellivano subito nelle più estreme linee di attacco. Non arrivavano in

un punto senza smuovere subito della terra e iniziare delle fortificazioni,


71

LA BATTAGLIA SULLE VETTE

Sul legno fresco delle costruzioni il nemico lasciato delle scritte, più o meno ingiu-

ha

per

riose

noi,

nelle

«porco»

quali la parola

ricorre con una frequenza impressionante. Quai nole differenza con le scritte che lasciano stri

soldati sulle posizioni dove la lotta è più

accanita! Sono quasi sempre piene di sentimento e di nobiltà, anonimi gridi di fierezza, ho visto scritto ai qui non si passa » « Di

—

lapis

sopra una pietra macchiata

e vicino

alle

parole

il

di

sangue,

puerile disegno di un

leone pa-

«qui» era scritto «cui», reva un gatto, ma vi' era tanta grandezza d’anima in quei segni ingenui, tanta solennità di pensiero, che, dopo un primo sorriso, veniva

leone. Il

voglia di

il

salutare la pietra che portava for-

testamento di un eroe. il Più aspro il combattimento è oltre il Mosciagh, contro la terza vetta, lo Zebio. L’importanza dello Zebio dipende forse dal fatto che questa cima comanda due valichi che uni-

se

scono la Valle di Nos alfa Valle Galmarara. La difesa austriaca fa dello Zebio un pernio. La lotta, che si' svolge nel più folto della foresta, non si' segue che per lo strepito e per le

notizie che il telefono trasmette. È una piccola battaglia a sè. La montagna

ne sembra scossa. Nel crepitìo scrosciante delle fucilate si riconoscono dai colpi i calibri


72

LA BATTAGLIA SULLE VETTE

delle cannonate, le esplosioni delle

bombe,

gli

scoppi delle mine aeree, le detonazioni delle granate a mano. Vi è un’ala destra, un centro, un’ala sinistra. A periodi di calma relativa

seguono momenti

destra avanza!...»

di esasperazione. «La «Le casere sono prese!...»

«Un contrattacco al centro!...» «Lotta di' granate a mano a sinistra!...» Nelle tende dei comandi, fra le boscaglie, queste voci passano. Entro le pieghe più profonde del terreno il

fumo cola e si' distende come una bruma, nella quale gli alberi finiscono per non mostrare che le cime, simili a isolotti verdi. Sullo Zebio si avanza a palmo a palmo, ma lunghe soste si avranno nella faticosa conquista. Più a nord si combatte al di sopra della zona boscosa, per rocce bianche tutte stratificate

a tavoloni,

nei

cui

crepacci s’inerpica

il rododendro e il pino nano. I monti hanno lassù fianchi precipitosi, pareti a picco, balze dirupate, vette nude e feroci. Vi sono passi

che non lasciano spazio a più di un uomo per volta, e verso i quali l’attacco si inerpica.

Gli

sull’orlo l’ abisso,

alpini investono

il

Monte Chiesa, e

estremo dell’Altipiano, al bordo delsono arrivati ad aggrapparsi al Pas-

so dell’Agnella.

Questo passo e un canalone

il

quale sovra-

sta il Civaron, che nella valle del Chiesa solleva la sua cima boscosa e aguzza. Nelle frane


LA BATTAGLIA SULLE VETTE

canalone

del

uin

sentiero

serpeggiamenti.

in mille

73

scosceso

è

tracciato

Passo dell’Agnella

Il

offre

un congiungimento fra le truppe che ope-

rano

sull’ Altipiano

Civaron.

e

quelle

che attaccano

il

Lo abbiamo strappato al nemico, ma

questo tiene ancora uno dei pilastri della spaccatura. Si cerca di scalzarlo via anche da lì, di

sradicarlo

completamente

dalle

vicinanze

del

passo. I gni',

grossi calibri scagliano tutto intorno macisassi,

schegge

di

roccia,

come il colpo

di

martello fa sprizzar via le faville dal ferro incandescente. Ogni assalto nostro trova le trincee nemiche piene di morti,

ma nuovi batta-

glioni austriaci arrivano al contrattacco.

battaglia di nuclei,

di

È una

gruppi, da crepaccio a

da ciglione a ciglione, sul labbro di conche che ricordano le doline carsiche, una crepaccio,

battaglia di cacciatori, e l’assalto in forze av-

viene spesso alla notte, di sorpresa. Su quelle

di insetti.

ha l’aria di una guerra Di tanto in tanto un formicolio mi-

nuscolo e

grigio.

scogliere aride la lotta

. .

Così la battaglia degli Altipiani prosegue.


BALUARDO RIPRESO

74

IL

IL

BALUARDO RIPRESO. Vicenza, 25 luglio sera.

La vetta Se non

del

si

Monte Cimane

fossero visti

i

è riconquistata.

nostri alpini salire,

inerpicarsi,

scalare e assaltare quell’impoman-

te castello

di

rocce a picco che costituisce la

sommità del monte, non si riuscirebbe a capire come si sia potuta espugnare una posizione isolata da pareti immani. La vista della montagna spaventa.

Da Arsi-ero essa appare come un tor-

rione massiccio, grigiastro, tormentato, maestoso,

erompente con truce possanza da precipi-

tosi declivi impellicciati di boscaglia.

L’attacco

doveva balzare sull’inaccessibile. Non v’era altra via. Bisognava andar su per una muraglia, in pieno giorno, di viva forza, sotto la gràndine delle granate a mano.

Questo

si

E anche dopo avere assirimane un non so quale dubbio un inganno di sensi,

è- fatto.

stito all’azione,

assurdo, l’impressione di di'

una gloriosa allucinazione, tanto la verità ap-

pare inverosimile. È stata una visione di guerra indimenticabile, uno di quegli spettacoli che rimangono vividi nella memoria per tutta la vita, e che ad ogni momento si ricompongono avanti allo sguardo assorto. L’occhio che ha fissato una

gran luce, abbacinato', continua a vederla quando


IL

è spenta, la

si

75

BALUARDO RIPRESO

porta con sè, se me è riempito;

così chi ha visto la battaglia del Cimone ha nelle pupille l’immagine persistente di una confu-

sione di rocce, di uomini e di fumo.

Il

Cimone è una montagna dalla parte nostra

ma non dalla parte del nemico. È simile a certe che presentano ai navigatori prodi vette precipitose e che non sono altro che bordo di vaste pianure. Il verde altipiano di Tonezza scende dalla cresta rocciosa dello Spitz Tonezza, forma una conca, risale e finisce bru-

rive dirupate, fili il

scamente ad un ciglione. La sommità di questo

arramsommità

ciglio è il (Cimone. Gli alpini che si sono

picati sulla

grande parete, giunti

alla

hanno visto avanti a loro un pianoro pittoresco, un dolce declivio di prati e di boschi, filari d’alberi, casette dai tetti rossi circondate da

Hanno

molti

aspetti

di una vallata chiusa, in fondo, al nord,

da altri

campi.

ritrovato

monti': lo Spitz Tonezza,

lassù

il

i

Campomolon, il Co-

ston d’Arsiero.

L’altipiano del Ci'mon,

di

Tonezza, che finisce

è sottile e lungo.

al

salto

È una lingua di

un’angusta penisola circondata dall’abisso, serrata fra due spaccature profondissime, la valle dell’Astico a oriente, la gola del Rio terra,

Freddo

a

occidente.

Immaginate uno strano

un lungo sperone La punta estrema, il

giardino pensile portato da di

roccia,

inaccessibile.


76

IL

BALUARDO -RIPRESO

Cimone, sovrasta la confluenza delle due valli laterali, le due spaccature dell’Astico e dell Rio Freddo. Il Cimone è come la prora di una inave.

Quando gli austriaci, stretti ai fianchi dalla manovra di Cadorna, si sono ritirati, hanno tenuto

il

Cimone, saliente formidabile, inattacmastio di fortezza avente il preci-

cabile, vero

pizio per fossato. Esso penetrava te sulla nostra linea, di noi,

profondamen-

era iin mezzo a noi, dietro

come una sentinella avanzata del nemico

postata nel vivo della nostra occupazione. Ve-

deva tutto quello che facevamo nella valle del Posi'na, in quella dell’Astico, in quella del

Rio Freddo, nel basso corso dell’Assa, stava eretto

e insolente nel nodo di tutte le vallate, domi-

nava Ì nostri fianchi e le nostre spalle, dirigeva il

tiro

delle

artiglierie

austriache sulle nostre

retrovie, paralizzava le operazioni sul Seluggio,

sul Majo, sulla

Punta Gorbih,

di cui

rovesci.

’

vedeva j ri j j

La nostra avanzata salì subito le prime penCimone e prese il Caviojo, che è una sfaldatura del Cimane, una vetta formata dalle dici del

franatane dello sperone. Si annidò sotto alla parete e dovette fermarsi. Continuò invece ai fianchi, si insinuò nelle

spaccature laterali, penetrò

come un’onda intorno ad uno l’Astico,

risalì

il

scoglio,

risalì

Rio Freddo, cercando di

iso-

lare il Cimone, di tagliarlo fuori. Ma si vide subito

che era ancora più

difficile

assalirlo

sui


IL

77

BALUAKDO BIPBESO

fianchi che attaccarlo di fronte. Perchè la parete di roccia è ininterrotta, e il tiro delle artiglierie

nemiche batteva

assai meglio

i

fianchi

che non la punta avanzata. Anzi la punta estrema, per la sua penetrazione nella nostra fronte, formava un angolo morto, era irraggiungi-i dal

bile

bombardamento nemico.

Sui fianchi non potevamo muoverci dal fondo dei burroni angusti senza trovarci allo scoperto sotto a tutte le batterie.

La nostra occupazione

in certi punti aveva, ed

ha ancora,

stico.

del fanta-

Non si può immaginare niente di più stra-

no, di più assurdo, di più favoloso della situa-

zione inel Vallone del Rio Freddo: noi siamo giù nella gola orrida e tenebrosa, e gli austriaci ci

occupano i ciglioni dalle due parti. Però le pareti' sulle quali sta il nemico sono così alte e così a picco che per spararci addosso gli austriaci dovrebbero abbassare perpendicolarmen-

canne dei fucili, far fuoco ai piedi stessi rocce, e non possono affacciarsi. I colpi rocce di destra vanno contro le rocce di sinistra. Il nemico spara alla cieca, e la spaccatura mostruosa risuona tutta di un miate le

delle

tirati dalle

golio

di

pallottole

che rimbalzano. Ma ruzzoa mano, quando di indovinare un movi-

lano giù macigni e granate gli

austriaci

credono

mento di truppe, e alla notte il rombo dei camions attira tempeste di bombe.


78

IL

baluardo ripreso

Era evidente che

mone doveva

l’attacco

risolutivo

frontalmente,

salire

sul

al

Ci-

grande

sperone dirupato della punta, difeso da reticolati intessuti sul ciglio della muraglia e da trincee

che bordavano

blindate

precipizio.

il

Un primo tentativo fu fatto il quattro di luglio. La scalata mancò.

Nella notte

si *era,no

ap-

poggiate delle lunghe scale a piuoli alla roccia

per raggiungere qualche primo pianerottolo cespuglioso da dove si sperava di poter continuare

per

l’ascensione

anfrattuosità

le

Non fu possibile. bili.

Si

degli

scogli.

arrivò a passi insupera-

Ma ventisei uomini, quasi tutti guide del

Corpo di Finanza, che avevano trovato un canalone accessibile dalla parte dell’Astico, giunsero in cima. Furono massacrati ad uno ad uno fra sghignazzamenti e schemi. Nessun quartiere

hanno dato

i

feroci

deirimperatore.

jàger

E

nessun quartiere è stato chiesto. I

ventisei italiani

andavano

su,

come se fos-

sero stati legioni, incontro alla morte. Dal Ca-

udivano gli austriaci gridare in italiano: «Perchè non venite qui sopra? Venite in Ah; Eccone uno Che ne facciamo ? tanti! Ah Buttiamolo giù! Eh, attenti in basso!...» Dalle viojo

si

!

!

trincee

nostre

Vigliacchi

!

i

soldati

Verremo,

urlavano:

verremo,

«Vigliacchi!

non

dubitate

!

Assassini!» Quelli che

non erano

potati salire fino alla


IL

BALUARDO RIPRESO

79

cima rimanevano attaccati come mosche alle rocce, e perchè essi si prostrassero, gli austriaci facevano cader giù dall’alto grosse pietre gri-

dando: «Ecco un sasso, uno, due, tre!». Nel movimento istintivo di guardare in su, i nostri si

scostavano dalla parete e in queiristante era-

no visti da tiratori scelti annidati fra i massi. Quando no|n potevano sparare su nessuno, 1 tiratori nemici bersagliavano

i

feriti.

Anche ieri,

durante il combattimento, dei feriti nostri sono stati presi di mira e massacrati sulle loro ba-i relle

nella

Dopo resa

sella

del

Cavi'ojo.

mancato

del

4

più intensa l’azione

sul

Seluggio,

l’attacco

luglio,

si

è

a oc-

cidente del Cimone, e alla confluenza dell’Assa, a oriente, per penetrare più addentro ai fian-

chi della posizione inaccessibile.

Si

è

riusciti

a passare l’Assa a Pedescala, cioè proprio dove l’Assa si getta nell’Astico, in un minuscolo delta

chiuso fra enormi rocce come un canon del Colorado. Gli austriaci erano alle spalle, sul Ci-

mone, di fronte, sulle pendici dell’Erio e del Campolongo, sul fianco, lungo il ciglio orientale

dell’altipiano

di

Tonezza. Tutte

erano distrutte dalle mine.

le

strade

La riva destra del-

che bisognava risalire, si presentava come un immenso spalto di roccia alto duecento

l’Assa,

metri sulla cui cornice

si

profilavano

le

trin-

cee austriache. Avanti alle trincee si snodavano sette linee di reticolati.

Non si poteva salire che


80

IL

BALUARDO RIPRESO

per fila indiana, allo scoperto, sotto fuochi che si

incrociavano da tutte

le parti.

I

nostri sono

saliti.

Sono saliti, e dagli osservatori si possono vedere i nostri reparti aggrampati sotto i reticonon si sa come, dominati dal ciglione insuperabile. Non si va più avanti per ora. Se

lati,

'

la caduta del

Cimone poteva dipendere da un

progresso della nostra linea sui fianchi, non era meno vero che per progredire sui fianchi era necessaria la conquista del Cimone.

Le po-

nemiche, tutte a gradini, sono incate-

sizioni

nate,

dipendono una dall’altra, si appoggiano da

tutti'

i lati.

Arrivati i

agli

estremi

fianchi del Cimone,

diretto siva,

del monte.

ostinata,

si

limiti

possibili

lungo

è ritornati all’attacco

Una grande

attività

offen-

alla

nostra

destra,

persistente,

sull’Altipiano di Asiago,

ha costretto il nemico

a plortare su quel lato minacciato tutta la sua attenzione. Abbiamo descritto gli attacchi furi-

bondi dei nostri allo Zebio, al Mosciagh, all’Interrotto, e su al nord verso il massiccio della

Cima Dodici. Grandi concentrazioni di artiglieria italiana hanno provocato concentrazioni di artiglieria austriaca. Lottavamo pure con accanimento alla sinistra, nella zona del Pasubio e lungo la Vallarsa, verso le pendici del Col Santo e verso il Passo della Borcola. La battaglia tuonava alle ali. Sembravamo rassegnati


IL

81

BAIUAKDO EIPEESO

Qui il nemico dei dirupi, ed è alle

alla situazione creatasi al centro. si

sentiva sicuro sull’alto

ali che esso

ha spostato una parte rilevante delle

sue batterie. Nello stesso giorno in cui doveva cominciare nostro fortunato attacco del Cimone, un homi bardamento intenso si è svegliato alla destra. Alle prime ore del 22 tutte le nostre batterie postate sull’ altipiano d’Asiago hanno aperto il fuoco. Veniva da lassù un rombo continuo e cupo. Dalla vetta del Cengio si vedevano nembi

il

fumo scendere sui fianchi azzurrastri Mosciagh, come se i boschi bruciassero. Il fumo calava a lunghe striature diafane nelle densi di del

valli.

A mezzogiorno, un gran silenzio. Gli au-

striaci

iniziato

che aspettavano raffiche

l’assalto

arresto

di

hanno

allora

per fermare nella

selva le fanterie che credevano in moto. A dieci,

per volta scoppiavano gli shrapnells cime degli alberi; il panorama era pundi bianco. Sull’Astico invece, sul Posina, sul Rio Freddo, una quiete profonda, una immobilità di morte sotto al sole cocente, una a venti sulle

teggiato

tranquillità

pesante,

assoluta,

sinistra.

A mano a mano che si avvicinava l’ora fissata per Fazione,

il

silenzio

pareva

farsi

più

grave, più truce, pieno di minaccia, come quelle

calme plumbee e soffocanti che precedono i Babzini. Dal Trentino al Carso.

0


82

Il

baluardo ripreso

grandi uragani e nelle quali tutto sembra fermarsi in una attesa di spavento.

Non un colpo di fucile arrivava dalle trinLe posizioni parevano deserte. Si udiva sadalle valli solitarie un lontano gracidare di cicale. Anche le centurie dei soldati lavora-

cee. lire

incaricate di falciare le messi e di racco-

tori,

gliere le biade

dove la popolazione è fuggita, le

belle centurie di territoriali grigi che coltivano di battaglia, avevano lasciato 1 opra. i campi

Solo nell’ombra dei boschi, al rovescio di certi monti, intorno ai cannoni nascosti entro il fogliame si muovevano alacremente gruppi di artiglieri intenti a trasportare granate. Diverse

centinaia di cannoni di ogni calibro, dai 305 mastodontici ai pezzi da montagna, si prepara-

vano.

Ve ne erano

in basso, in alto, verso le

cime, nelle gole, imbucati fra le rocce, annidati fra gli alberi, così invisibili da lontano che bi-

sognava arrivare a due passi da un pezzo per scorgerlo. Il

piano d’operazione aveva stabilito che alle

tre del pomeriggio tutte le batterie della zona aprissero il fuoco sul Cimone e sull estremità dell’altipiano di Tonezza. Decine di migliaia di proiettili

dovevano

tempestare

e

sconvolgere

quella vetta in dodici ore di fuoco. Neppure suH’Isonzo avevamo mai' preparato finora un bombardamento così intenso, con una Le posizioni

così vasta concentrazione di mezzi.


IL

83

BALUARDO RIPRESO

nemiche del Gimone stavano per essere martelprogramlate da tre lati. L’artiglieria aveva un ma sapientemente studiato, che regolava ogni di centinaia e le ora, per fase dell’ azione, ora cannoni erano poste sotto un comando unico, docili e pronte come gli strumenti di una ori chestra infernale. Ogni batteria aveva il suo compito, il suo obbiettivo, il suo piccolo spazio

ove picchiare. minuti di attesa erano grevi di an-

Gli ultimi

sia e di ebbrezza.

Una leggera foschia metteva

un velo lievissimo sulla posizione nemica, era una bruma diafana sorta dopo mezzogiorno, sue e pareva che il Cimone terribile, con le balze

vertiginose

e

cineree,

fosse

subitamente

impallidito.

Qualche secondo prima delle tre si è udito verso il Cengio. Un il primo colpo di cannone altro subito

ha echeggiato nella valle. La quiete

prodigiosa era rotta.

Cominciava una delle più grandi tempeste fuoco della nostra guerra.

di'

Il

bombardamento che ha preparato la conCimone è durato tredici ore e mezzo,

quista del

dalle ore quindici del giorno

22 alle quattro e

mezzo del giorno 23. In certi momenti

il

fuoco ha raggiunto

l’in-

Abbiamo restituito agli austriaci uno di quei cannoneggiamenti che essi hanno prodigato nell’offen-

tensità di mille colpi al minuto.


84

IL

BALUARDO RIPRESO

Vendicavamo il martirio del Novegno, del

siva.

Lèmerle, dello Zovetto, dove

le

nostre fanterie

erano rimaste ferme in veri cataclismi che mi-

navano

le

vette

e

divoravano battaglioni.

Ogni cannonata aveva nelle vallate il lungo uno scoppio di folgore, l’eco rimandato da balza a balza non aveva fine, un fragore mostruoso scuoteva l’aria violentemente e la terra tremava. Fino oltre lo scroscio assordante di

sbocco deH’Astico, fino quasi a Thiene, negli accampamenti lontani dall’azione, in tutti i pae-

che hanno cominciato da poco a rivivere dopo la minaccia nemica, nessuno ha dormito

selli’

nella notte del 22, percorsa dal pauroso tumulto

senza

requie,

piena

di

un boato immane

e

squassante che pareva prodotto da un crollo di’

montagna, da un urtarsi di vette, da una tempesta di rocce. Su tutte le alture dalle quali il Cimane poteva essere scorto si adunavano gruppi silenziosi di ufficiali. Assistevano ad un fantastico Il

e

tremendo spettacolo. monte era vividamente illumi-

profilo del

nato dalle vampe violastre degli scoppi che pal-

pitavano fra dense nubi dì fumo, e le monta-

gne intorno si accendevano del balenìo delle cannonate nei boschi. Di tanto in tanto un lampo bianco, accecante, infiammava per qualche secondo la vetta tempestata, uno sprazzo di luce più alto la impennacchiava. Era prodotto


IL

dall’ esplosione

di

BALUARDO RIPRESO

86

granate contenenti una mi-

luminosa, che servivano a verificare

scela

punto

caduta

di

tezza dei

tiri.

e

a controllare così

l’

il

esat-

Sulla bosfcaglia fitta che riveste

punta del Cimone verso occidente, cadevano incendiari che facevano sprizzare fiammate gigantesche e nembi enormi di fu-

la

proiettili

mo, simili a getti di eruzione, e nel riflesso sanguigno e violento si vedevano macigni lanciati in aria, così illuminati da sembrare incandescenti e alberi stroncati

che balzavano su e ri-

cadevano roteando con lentezza. Improvvisamente, per lunghi minuti, la montagna appariva tutta candida e accesa, strana, irreale, percossa dal raggio lunare dei proiet-

.

tori'

lei

che da tutte le parti concentravano su di loro sguardo fosforescente. Si rivelava con la sua forma di lunga terrazza

il

precisa,

masse di fumo che si svolgevano su di lei avevano come una densità di neve, formavano una convulsione soffice e bianca, una convulsione molle e opaca di’ cumuli squarciata da lampi. In certi momenti pareva che l’assalto fosse imminente. I proiettori si spegnevano e le arrocciosa circondata dal precipizio, e le

tiglierie

allungavano

il

tiro;

creavano

al

di là

una cortina di interdizione, spocome quando la fanteria sta per avanzare. Allora si' manifestava un risvedelle posizioni

stavano

glio

del

il

fuoco

nemico.

Esso usciva dalle sue tane,


IL

86

BALUARDO RIPRESO

dalle sue caverne,

dai suoi rifugi per rioccu-

pare le trincee, e lanciava a decine i suoi razzi illuminanti che solcavano il cielo per crearvi abbaglianti costellazioni mobili ed effimere, meteore oscillanti sotto alle quali tutte le vette intorno apparivano diafane e chiare. Ma dopo

una mezz’ora, tutto ad un tratto la bufera delle cannonate

si

riabbatteva sulle trincee.

Il

tiro

riavvicinava di colpo; si udivano i piccoli calibri fondere le loro voci come se fossero state delle enormi mitragliatrici a far fuoco, e si

nel nuovo fumo scintillavano gli shvapnells con una frequenza di faville sotto il martello.

Le truppe destinate all’attacco erano state dalla vicinanza delle rocce da scalare, per proteggerle dalla grandine di schegge che

ritirate

scendeva sibilando dall’alto. Frantumi di acciaio e di pietre ricadevano dal ciglione. Per distruggere 1 reticolati molti colpi dovevano battere

proprio sul margine della terrazza, alla sommità della parete, e ogni cannonata faceva crollare macigni nella gola del Caviojo. Si udiva

da lontano lo scroscio lungo delle frane. Pareva alle volte che non finisse mai la scivolata dei sassi, col Suo rumore cupo di ciottoli scaricati a valanga. Tutti

i

soldati

guardavano in

Commentavano con rie

fasi

del

su,

contenti.

voci di entusiasmo le va-

bombardamento. Presentivano

la


IL

87

baluardo ripreso

La voce dei propri cannoni ha la più grande virtù di persuasione. La truppa si precon una decisione irresistiall’assalto parava rebile. Ed era l’assalto di un muro. In questa gione le montagne somigliano tutte un po’ al

vittoria.

si presenfatte a trampolino tano a dolce declivio al nemico e oppongono inaccessibili. gradini a noi

Cimone; sono

Gli

;

rinnovavano

ufficiali

le

loro

istruzioni

plotoni di punta, e i soldati, nel lampeggiare

ai'

delle cannonate e nella luce dei proiettori, per-

correvano e ripercorrevano con lo sguardo la via vertiginosa tracciata all’attacco sui dirupi a picco.

Nella notte precedente erano state mesL’esperienza del giorno 4 aveva di-

se le scale.

mostrato che le scale di legno erano insufficienti, e si erano preparate lunghe scale di corda

con pinoli

rigidi.

Nella notte del 21 alcuni di

quei nostri alpini rampicatori che sanno arrivare ovunque vi sia uno spazio dove ficcare

punta delle dita, erano saliti scalzi ad attac-

la

carle.

Avevano portato con loro soltanto de

sottili.

fis-

avevano calato le cordicelle,

alle

sarvi le scale cui estremità

i

vano annodato così.

Gli

compagni rimasti in basso avele

austriaci

che lavoro facciarsi,

delle cor-

Arrivati a sporgenze adatte per

la

si

scale che erano state issate Isi

erano accorti che qualma non potevano af-

compiva,

conformazione

della

parete

non


88

IL

permetteva loro

BALUARDO RIPRESO di

Incominciarono

sporgersi.

però a lanciare granate a tmjado

.

I

L

proiettili ro-

anfrattuosità, giù. rimbalzando sulle la miccia accesa, e scoppiavano qua e là sui di-

tolavano rupi.

Il

lavoro continuò fra le detonazioni e il

fumo; le scale furono assicurate, e dei tiratori si appostarono per difenderle. Per queste scale l’assalto frontale doveva salire. Un battaglione alpino, composto in gran parte di

piemontesi, era destinato a questo attacco.

Era un vecchio, superbo battaglione, fatto d’uomini maturi,

di atleti baffuti, provati in

innu-

merevoli combattimenti, quasi tutti tornati al fuoco dopo essere stati feriti una, due, tre volte, gente che ha lasciato nevi',

un

po’ di

sangue sulle

sui ghiacci e sulle rocce di decine di vette.

dovevano attaccare la vetta, dei reparti più numerosi di fanteria dovevano attaccare i fianchi del Cimone, dalla parte dell’ Astice a oriente e dalla parte del Rio Freddo

Mentre

a

gli

alpini

occidente.

Dal Rio Freddo si può salire al Cimone per due sentieruoli tortuosi, scoscesi, che si tras-

formano in vere scalinate in certi punti, e sui quali non si passa che uno alla volta. DalFAstieo invece, con infinite giravolte, sale all’altipiano la strada carrozzabile che conduce a Tonezza, tutta a tourniquets; ma il nemico l’ha distrutta con le mine, e i serpeggiamenti bianchi della via appaiono tagliati dalle frane, inac-


IL

cessibili.

è

BALUARDO RIPRESO

89

Ad onta della strada, il lato dell’Astico

quindi più difficile a scalare di quello del Rio

Freddo. Alle due del mattino l’artiglieria che batteva la

punta estrema del Cimane ha di nuovo

al-

lungato il tiro. Questa volta lo spostamento del fuoco preannunziava

definitivamente l’attacco.

La pioggia delle schegge si è allontanata, e nelammassata la trupmezzo è cominciata la sca-

la selletta del Caviojo si è

pa. Alle quattro e lata della roccia.

La parete è alta in quel punto

trenta metri.

Incominciava

il primo schiarirsi dell’alba e plumbeo dei dirupi gli uomini erano quasi invisibili. Salivano uno dietro all’al-

sul grigiore

tro,

lentamente,

spalle,

col

senza zaino

granate a mano,

il

fucile

cartucoere colme,

veri',

le

tubo

esplosivo

gittato

dietro

alle

ma con un sacco pieno di tascapane ben fornito di vi-

infilato

nel

come nelle antiche guerre

e

un mozzicone sacco.

di

Assalivano

dei castelli,

quando

appoggiavano le scale alle torri. Si fermavano e si ammassavano nei pianerottoli erbosi, si'

e si

abbrancati agli sterpi, sospesi sul precipizio, avvicinavano per i crepacci al ciglione. La

composta di grandi strati, è simile ad una catasta di giganteschi libri pietrificati, e fra uno strato e l’altro vi' sono dei bordi, delle roccia è

cornici inclinate, solcate

da canaloni, rotte, ce-


90

IL

BALUARDO RIPRESO

spugliose, nelle quali

il

piede di un alpino sa

trovar presa.

Non si sa come, gli alpini comparivano ad ogni momento più im su, passavano da una cornice all’altra.

Sembravano dei grossi insetti so-

pra un sasso cinereo. Le scale erano servite a superare la prima balza perpendicolare. Da lì si inerpicavano per le sporgenze e nei crepacci. Nessuna voce. Salivano in profondo silenzio.

Ma il nemico li ha sentiti, o li ha indovinati, e

ha cominciato a

gettar giù granate.

Un fumo nero, filaccioso che rimaneva per lungo tempo come abbarbicato alle rocce, si sprigionava dagli scoppi, e al suo dissiparsi riappariva il formicaio grigio degli assalitori im-

che continuavano l’ascesa, così adagio che sembravano senza moto. Alle otto del mattino erano sotto la cresta. Nell’ombra diafana della montagna si' scorgevano appena, ma sopra le loro teste oscillavano, simili a banpassibili

diere,

delle

macchie chiare,

i

segnali per l’ar-

indicavano il limite dell’asopra una punta a destra si è profilato sul cielo un uomo in piedi, un ometto che pareva una statua minuscola sopra un immenso piedistallo. Egli ha fatto delle segna-

tiglieria,

alla quale

vanzata.

Poi',

lazioni

a

qualche

osservatorio,

ed

è

scom-

parso.

E allora, dalle trincee silenziose del Caviojo che parevano deserte, dalla valle di Arsiero,


IL

91

BALUARDO RIPRESO

da tutti i punti dove della gente guardava piena di ansia, un grido di entusiasmo si è levato:

Sono arrivati! Sono arrivati

!

— Sulla vetta del

Cimolne è cominciata a scoppiettare la fucileria. Subito

lo

scrosciare

esteso verso

del

combattimento

si

è

Rio Freddo.

il

erano arrivati ancora. Il ciglio della

No, non rocciosa

allo

parete

costituisce

la

vera

sperone del monte inon Sorpassato il ciglio ad un cucuzzolo ster-

vetta.

dell’abisso si è di fronte

poso e scosceso gna.

:

quello è la cima della monta-

La prima trincea austriaca era sul pendio formata da un muro di sassi

cucuzzolo,

del

coronato da sacchi' a terra, preceduta da due reticolati profondi. A chi guardava dal basso questo

muro appariva eretto

quasi sul

ciglio,

come la merlatura sopra una parete di castello, e la

sua linea seghettata dai sacchi si disegna-

va sul cielo. I nostri'

dovevano

avevano

il

precipizio

tenersi' rannicchiati

alle

spalle,

e

sopra un bordo

angusto e precipitoso, sovrastati dalle siepi di di ferro, dominati dalla trincea. Appena

filo si'

mostravano, scrosciava la fucileria. Una sotlinea di tiratori alpini appostata fra i ma-

tile

si'

rispondeva al fuoco nemico. Ogni tanto vedevano gli uomini balzare in piedi e fare

i

gesti

cigni

di

chi lancia sassate, nembi di fumo Si' combatteva con granate a

nero passavano.

mano.

Delle

esplosioni

più

forti

sollevavano


92

IL

BALUABDO RIPRESO

cumoli densi

e grandi: scoppi di tubi esplosivi

lanciati nei

reticolati.

bombardamento non aveva distrutto le di-

Il

fese. Gli alpini si

sono trovati davanti ad osta-

insormontabili. Dovevano lavorare a dieci metri dal nemico per aprirsi il varco. Si servivano delle granate per costringere gli aucoli

striaci a tenersi nascosti,

andavano

i

mentre

arditi volon-

per strappare «cavalli di Frisia» dal loro ancoraggio e svel-

tari'

lere

i

avanti,

scoperti,

reticolati.

Intanto dietro ai combattenti l’ assalto.

si

organizzava

Da pianerottolo a pianerottolo, da spor-

genza a sporgenza,

vedevano salire dei carichi faticosamente issati con delle corde: erano mitragliatrici. La truppa si riuniva a gremisi'

re le ultime cornici. di colpire

austriaci

i

nostri,

L’artiglieria,

che temeva

batteva lontano.

I

cannoni

sferravano raffiche un po' per

tutto,

sui fianchi del monte, sul Caviojo, su Arsiero,

e le grosse granate scoppiavano nel fondo della valle

provocando sulla strada che costeggia il

torrente un sinistro precipitare di macigni, uno

scorrere di frane scroscianti con un rumore cu-

po di cateratte. L’avanzata laterale delle fanterie era paralizprese d’infilata dalle posizioni

zata. SulPAstico,

erano state fermate a mezza coSul Rio Freddo avevano potuto raggiungere

del Castelletto, sta.

nelle

prime ore del giorno il margine detraiti-


IL

piano,

BALUARDO RIPRESO

93

ma lassù avevano trovato un folto bosco,

ogni sentiero, ogni passaggio, sbarrato da reticolati,

da trincee. Le nostre granate incennon erano riuscite ad appiccare il fuoco il nemico. Qualche al-

difeso

diarie

alla selva per snidarvi

bero bruciacchiato, un po’ di fumo e basta,. L’attacco languiva.

Non aveva più che un valore di

minaccia. Si era sperato che questa azione laterale potesse riuscire vetta,

ad isolare i difensori della

ma era aspettata, trovava il nemico muni-

e le difese celate dalla foresta inestricabile

to,

avevano mantenuto

tutto

il

loro valore.

Ogni speranza era dunque riposta nell’azione frontale, in quegli uomini che agivano sul di

up

abisso,

nell’assalto

bordo

sull’inaccessibile.

Le

ore passavano nella immobilità, e la vetta crepi-

tava di colpi. Le mitragliatrici erano arrivate e

martellavano irose, per tener fermi gli austriaci, per togliere loro ogni velleità di un contrattacco). Si stava intanto regolando il tiro delle artiglierie

per battere la trincea a pochi metri dai nostri.

Da lontano i colpi si venivano accostando adagio

adagio, e su per

i

sentieruoli dirupati del

Caviojo delle carovane affannate issavano lenta-

mente una batteria di bombarde da piazzarsi ai piedi della parete del

basso in

alto, al di

Cimone per lanciare dal

sopra degli alpini, masse di

esplosivo. Il bombardamento è ridivenuto intenso.

Tutte le valli hanno ripreso l’urlo della not-<

te.

Ad un tratto, silenzio.


94

Erano le tre

IL

BALUARDO RIPRESO

e

mezzo

del pomeriggio.

Nella

quiete subitanea è passato un lacerante scoppiettìo di fucilate. Poi un grido sovrumano, co-

me un ululato di tempesta è sceso dalla vetta, e

pareva che scendesse dal

cielo. L’assalto.

Si è visito un brulichìo confuso lassù, e il fuoco è cessato. La prima trincea era presa.

È stata presa in meno tempo di quello che ci vuole per dirlo. Gli alpini sono andati su in un

comparsi nettamente sul profilo montagna. E subito hanno cominciato a Con una calma superrafforzarsi. lavorare per ba, lentamente, muovendosi' con la pesantezza possente del montanaro, il fucile infilato alla balzo, e sono

della

spalla per avere le

mani libere, trasportavano

erigevano muri, creavano parapetti, in mezzo agli scoppi delle granate a mano, avvolti pietre,

ogni tanto dal fumo. eretti e

immobili, la

Si

vedevano

gli

ufficiali

mano tesa, dare degli or-

curvarsi al passaggio di una bomba sulla loro testa e risollevarsi senza nemmeno guardare dove la bomba era scoppiata. Il cielo si dini,

era annuvolato. Tutto si era fatto oscuro, grigio.

La montagna così fosca pareva più grande, più imponente e sinistra, aveva assunto una maestà terribile, e gli uomini non erano più che delle ombre nere che sembravano muoversi sul parapetto di

una

torre titanica.

Nel combattimento gli alpini avevano esaurito


Il

le

95

armi che la baionetta, ma erano tranquilli.

altre I

baluardo eiprEsò

munizioni. Per qualche ora non hanno avuto

un soffio di serenità

loro messaggi portavano

Nessuno

e di certezza ai comandi.

li

avrebbe

più scacciati da lì. Del resto, grandi quantità di munizioni, di materiale da fortificazione, e dei rinforzi salivano già verso di loro.

Caviojo brulicavano

I

boschi del

carovane.

di

La conquista della prima trincea ha permesso ai nostri di operare uno spostamento sul fianco, lungo

il

sui lati.

ciglione,

per attaccare la vetta anche

La vetta è unita all’ altipiano da un pic-

colo collo,

da una specie di istmo largo- appena

un centinaio

di

La

metri.

posizione degli au-

striaci diveniva critica se essi ,si ostinavano nella

Nella mattina i cannoni nemici avevano fatto un fuoco a shrapnellS proprio sull’istmo: difesa.

un avvertimento

era e

la

mitragliatrice

ai

difensori.

Il

cannone

servono spesso all’esercito

austriaco per dar forza agli ordini. Quei colpi

volevano dire che la ritirata si sarebbe dovuta effettuare sotto il fuoco delle proprie artiglierie.

Ma di

fronte

alla

decisione dei nostri

alpini

avvertimento non ha giovato a lungo. Presi fra le baionette italiane e gli shrapnellsi fraterni,

l’

gli austriaci, gli

dei Kaiserjàger,

shrapnells.

hanno optato per

Non si fidavano nemmeno della

resa, sentendo forse di meritare, per quello che

avevano fatto il giorno violenta dell’ alta rupe.

4,

una discesa piuttosto


COME ETT CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE

96

Quando dopo quaranta ore di veglia e di fatica, all’alba del 24, i nostri alpini hanno sferrato l’assalto alla cima, il nemico è fuggito. La vetta del Ci'mone definitivamente nostra, è scomparsa poco dopo nelle nubi. Le sue rocce tetre

immergono pel cielo e sembrano senza fine. Quando si pensa che sono state prese d’assalto, passa avanti agli occhi l’immagine di un

si

gran volo d’aquile.

COME FU CONQUISTATO IL

PASSO DI ROLLE. Zona di guerra, luglio.

La conquista del Passo di Rolle ha richiamato la nostra attenzione verso un settore della fronte del quale

ben poco si è parlato finora, ma che

in compenso, forse, farà ancora parlare di sè. Il Passo di Rolle ci apre una delle porte naturali

che difendono la via di Cavalese, cioè sul

fianco del nemico, e le operazioni che

si

svol-

gono in quelle meravigliose regioni, minacciando le comunicazioni austriache del Trentino, hanno assunto da pochi giorni una importanza insospettata, che potrà aumentare in un prossimo avvenire.

È in questa zona che la nostra invasione, a grandi balzi silenziosi, cpm rapide azioni, ha


r COME FU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE fatto

un più lungo cammino

oltre le

97

antiche

Ai primi giorni della guerra, salendo da sud a nord per la strada di Fonzaso, lungo pittoresca vallata del Cismon, occupammo la conca verdeggiante di Fiera di Primiero. Una frontiere.

la

seconda spinta in avanti ci condusse a Vaimesta. Poi un altro slancio ci portò a San Martino Castrozza,

di

sotto

i

torrioni

dolomitici

delle

Pale di San Martino. Oltre Fiera trovammo tutti 1

villaggi

deserti

mosi di villeggiatura, centri infestati

Erano luoghi

e bruciati.

nella

di ascensioni

stagione

fa-

spor-

da masse disciplinate di gitanti tedeschi che germanizzavano coscienziosamente quelle terre italiane con

tive,

estiva

modica spesa di sei fiorini a testa al giorno, esclusi; e degli enormi alberghi tedeschi, distrutti dal nemico in ritirata, ergevano per lutto la loro stupida mole da caserma teutonica.

la

vini

Gli austriaci sfuggendo la nostra avanzata si erano fermati al Passo di Rolle, a 34 chilome-

dal confine. Avevano solidamente fortificato monte Cavalazza, che domina la valle del Cismon da noi’ occupata, che la sorveglia, la scotri

il

pre tutta, la fronteggia e par che la chiuda, co-

me il Biaena sembra chiudere la valle dell’Adige,

il

Panarotta quella del Brenta e

Lana quella del Cordevole.

il

Col di

Gli austriaci

hanno

saputo bene scegliere per tutto le loro posizioni di

sbarramento. Barzini, Dal Trentino al Carso.

7


COME EU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE

98

Alla testata della Valle del

Cismon che

sale

da sud a nord, la strada si inerpica tortuosamente alle pendici del Cavalazza, alto 2326 metri',

e

volge a ponente, verso Cavalese, verso Bol-

zano, incastrandosi fra i declivi bruschi del Cae quelli del monte Castellazzo, alto

valazza

2333 metri, più

al

nord. L’angusto varco fra

queste due montagne costituisce il Passo di Rolla boscosa le, oltre il quale ascende e si allarga vallata del

Cavalazza e

Travinolo che il

la strada segue.

Castellazzo formano

Il

come i due

una porta. Castellazzo era già in nostre mani. Ma il ci impediva ogni tenta-

stipiti di Il

nemico sul Cavalazza tivo

di infiltrazione nella valle

del Travignolo

Eravamo riusciti, per i sentieri che girano intorno al Castellazzo, ad arrivare a Paneveggio, un mucchio di rovine anne-

villaggio ridotto in rite,

che si trova al di là del passo, ma era diftenervisi

ficile

e

impossibile

inoltrarsi.

Biso-

gnava espugnare il Cavalazza per essere padroni della soglia, conquistare una montagna fortificata.

Come tutte le

alte

montagne dolomitiche,

il

Cavalazza, al di sopra dei fianchi ammantati di folte pinete, eleva una vetta nuda dalli’ apparenza inaccessibile, un immane castello di roccia.

Sulle cime, le trincee nemiche, tutte a miicon reticolati a molteplici ranghi e

ricciuoli,


COME EU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE

99

Frisia», con innumerevoli posti di

«cavalli di

vedetta e annidamenti di tiratori a guardia dei

passaggi

pochi

praticabili.

arditissima e risoluta di

La sorpresa

scire.

che e

le

linee

e

Soltanto

un’azione

sorpresa poteva riu-

stata

facilitata

dal

fatto

avversarie non erano a contatto,

nemmeno vicine. Per oltre un anno,

italiani e austriaci si era-

no guardati da lontano, cannoneggiandosi, noi nella

valle,

loro sulla montagna, e soltanto le

esplorazioni delle pattuglie arrivavano a sfiorare le fronti come dei tentacoli.

Era una guer-

ra di piccole sorprese, di scontri minuscoli su

per i dirupi e nella selva, di imboscate, ed è qui che nei primi tempi i nostri esploratori pote-

rono catturare dei nemici che non erano austria-

che portavano delle uniformi familiari in guerra europea. Costoro figu-

e

ci

altre fronti della

ravano

di

essere

dei

volontari

stranieri.

Non essendovi contatto di posizioni, era presumibile che la vigilanza del nemico non fosse continuamente tesa. Si attese per agire una notte

di burrasca.

qualche tempo del

monte,

Delle truppe che erano già da

annidate nel

bosco

alle

falde

nebbia e sotto una Sorpassarono la zona bo-

salirono nella

pioggia scrosciante.

schiva, entrarono nel caos delle rocce, inerpi-

candosi per i canaloni, senza un sentiero, in reorride nelle quali le sentinelle avanzate avevano spesso veduto, durante la lunga tregua,

gioni


COME ED CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE

100

qualche camoscio profilarsi per brevi istanti, agile, sottile, timido, sopra sporgenze erbose. Ascendevano fra le nubi, i nostri soldati, con lo zaino in spalla, carichi di viveri, di munizioni e di esplosivi.

Dovettero percorrere così quasi tri

fra

i

dirupi,

riconoscevano

sei

chilome-

guidati dagli

esploratori che

macigno.

Arrivarono così

ogni

ad appiattarsi ad un centinaio di metri dal nemico, senza che nessun rumore, nessuna voce dessero l’allarme. Erano poco- sotto alle prime difese, a poche centinaia di metri dalla vetta. Intanto, dalla parte del

truppe

si

Cimon della Pala, altre

avvicinavano da oriente, nei boschi,

a destra; e a sinistra pure dei reparti avanzail Colbricon che è come una continuazione del Cavalazza. Dal Castellazzo al Colbricon era dunque un cerchio di forze che si

vano verso

andava stringendo su tre lati intorno al formidabile baluardo nemico.

Prima dell’alba le fanterie erano giunte ai posti

stabiliti.

Il

resto della notte è passato nel-

P immobilità e nel silenzio, sotto la pioggia gelata e nel vento che faceva correre la nebbia.

Ogni tanto qualche colpo di fucile echeggiava, il colpo regolamentare delle vedette austriache le quali debbono dimostrare così di non dormire,

un razzo illuminante, regolamentare anche accendeva ogni' cinque minuti la lattigitenosa densità delle brume. All’aurora, tutti e

quello,

i


COME EU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE

101

lefoni delle nostre batterie hanno trasmesso una

parola: «Paganini».

Era la parola d’ordine stabilita dal Comando. Naturalmente era sinonimo di «musica». L’esermandolinisti stava per offrire un con-

cito dei

certo pieno di

del diavolo »

« trilli

erano da tempo

artiglierie

.

I

aggiustati,

tiri

delle

il

pro-

gramma aveva avuto delle prove spicciole, ogni batteria conosceva

il

suo compito, la sua parte

nel concerto. Vi erano

i bassi da 280, gli acuti mezzi toni da 110. Il vento aveva dissipato la nebbia, e al motto « Paganini » fu un uragano di boati. Dopo pochi colpi di assaggio il tiro si concentrò con una esattezza spaven-

da

75,

i

che scomparvero

tosa sulle posizioni austriache

nel

fumo rossastro.

Una batteria era stata issata a forza di braccia

da lassù prendeva

fra dirupi fantastici, e

d’infilata

i

nem ici,

sconvolgeva

«cavalli

di

rifugi

svelleva

petti,

i

Frisia»,

i

para-

scavava,

demoliva, colmava. Il giorno intanto si era fatto chiaro,

fuoco,

Quando l’artiglieria, imun segnale, ha cessato il

limpidissimo.

provvisamente, nel

ad

silenzio

s’è

visto

il

luccichio

delle

baionette sulle rocce soleggiate. I

primi plotoni salirono all’assalto appena vi-

sibili

fra le anfrattuosità delle scogliere, poi

il

brulichìo azzurrastro, sparso e lento della massa si

agitò nella luce.

tano,

uno stridore

Un gridìo vago, confuso, londi

fucileria,

un crepitìo

re-


102

COME FU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE

gelare

di

mitragliatrici:

sbalzi, dei

sipavano,

l’assalto

avanzava

a

gruppi d’uomini si formavano, si disriformavano a ridosso delle spor-

si

genze, e ad ogni' sosta lo scrosciare del fuoco

diveniva più

alto.

Ad un tratto,

al

una zona battuta

di là di

dalla grandine delle pallottole, sulla selletta del dorso, presso la vetta, i nostri vedono avanzare

un soldato italiano, solo, che chiama i compagni: «Venite su, avanti, svelti, svelti!». Lo riconoscono era con loro, lo chiamano per nome. Come è arrivato solo lassù ?

Semplicissimo. Girando non visto intorno ad

un roecione è riuscito ad arrivare dal di dietro di un rifugio pieno di austriaci. all’ ingresso Questo eroe da romanzo, un certo D. M., si è presentato sulla soglia gridando: «Arrendetevi! e voltandosi inVi prometto salva la vita!»

—

ha urlato a delle truppe immaginarie: «Compagnie avanti! Non uccidete i prigionie-

dietro

ri!»

— Intanto gesticolava per farsi capire dai

compagni lantani.

Quando i primi plotoni sono arrivati fino a hanno visto nell’ombra del rifugio una folla

lui,

immobile con le braccia levate. Gli austriaci si erano arresi. Da ogni parte altri plotoni sopraggiungevano. volgere

L’artiglieria

era

ma non ad aprire

i

riuscita

a

scon-

reticolati.

I

soldati

hanno gettato spila siepe di ferro le loro coperte,


COME FU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE

103

lóro mantelli, le loro tende, e hanno creato dei ponti sui quali sono passati aiutandosi gli

i

uni con

gli altri.

La difesa disgregata cedeva a poco a poco da ogni parte, la fucileria s’infiacchiva. Da settentrione l’assalto era arrivato ad espugnare un cardine della resistenza, la quota 2207 che corona una speronata del monte, e avanzava verso Avanti a la vetta principale, verso lo «Spitz». tutti un

soldato si slanciava affannosamente. Era

un genovese. Aveva portato con sè e stringeva sul petto una bandiera italiana. Quando è giunto alla vetta egli è

corso alla stazione radiotele-

è aril nemico vi aveva eretto, e si rampicato sull’asta alla cui punta, poco dopo, la nostra bandiera sventolava. È scoppiato un urlo di entusiasmo. L’evviva

grafica che

si

allargava.

La bandiera era vista da lontano,

e dalle valli, dall’abisso,

dalla spianata di

San

Martino di Castrozza biancheggiante di rovine saliva un vocìo rauco. Il cannone tuonava con.

tro

il

Colbricon.

La resistenza ostinata si prolungava qua e là per opera di piccoli gruppi e di tiratori annidati, mentre già i primi nuclei di prigionieri scendevano fra le baionette. Un ufficiale mitragliere, sulla vetta,

blindato,

seguita

intanato in un appostamento fai* fuoco sui nostri spaz-

a

zando il terreno sopra un largo raggio. Impossibile

affrontare quel ventaglio di morte. Delle


COME FU CONQUISTATO IL PASSO DI BOLLE

104

rocce proteggono la mitragliatrice sui fianchi,

chiusa in un block-house. Ma un nostro sergente maggiore riesce ad arrampicarsi da die-

rimuove

tro sul tetto di larice del block-house, i

sacchi di terra, e con un pezzo di macigno co-

mincia a picchiare furiosamente.

La mitragliatrice si è zittita. Il sergente percuote sempre.

Il

lora dal disotto

«Boni

tetto scosso cigola.

Si

ode

al-

una voce cavernosa che grida:

taliani!». L’ufficiale è preso.

Tutte le altre mitragliatrici nemiche sono ridotte al silenzio.

I

rifugi sono invasi, splendidi

Un capitano atleAlpenjager non vuole arrendersi e

rifugi pieni di ogni comodità. tico

degli

avventa contro un nostro minuscolo sottotetente. I due si avvinghiano. Il nostro ufficiale si

vacilla,

un capitano sopr aggiunge, l’atleta è at-

terrato e chiede grazia.

Si

rialza,

si

spolvera,

e chiede il permesso, prima di esser portato via, di

cambiarsi

gli

abiti.

Accordato.

«Boni

talia-

ni ». E da lì a poco egli esce dal suo ricovero vestito in alta

uniforme, fumando.

Si formano quattro colonne di prigionieri, mentre i nostri, esultanti ma affamati, si mettono alla ricerca di vettovaglie. Ecco la mensa

degli ufficiali

salata

fresca

austriaci.

C’è sul tavolo dell’in-

sopra un candido tovagliolo.

Si

trovano i condimenti, e l’insalata, annaffiata da

buona birra Pilsen, è trovata squisita. Birra, vino, acqua minerale, latte condensato, carile,


COME FU CONQUISTATO IL PASSO DI ROLLE piselli, caffè, c’è

trova anche

il

ogni ben di Dio. In ultimo

105

si

cuoco.

cuoco della mensa austriaca, madido di spavento, esce ad un tratto da un buco insospettato, accolto da una risata omerica, e Il

E lo portano giù, veancora del suo grembiale, col classico ber-

arrende, balbettando.

si

stito

bianco, mentre stringe ancora sbadatamente nella mano destra un ciuffo di sedano. Il settore è in festa. Nulla può dire l’entusiasmo e l’ardimento dimostrato dalle truppe retto

in questa azione, e, se

sero

i

nostri bollettini citas-,

come quelli russi i nomi

degli eroi, molti

nomi sarebbero oggi resi popolari per la battaglia del riori

Passo

di Rolle.

Nomi di ufficiali supe-

che hanno saputo infondere nelle truppe

la loro volontà di vincere e che si sono slan-

nomi di comandanti compagnia sempre primi nella lotta, nomi hanno compiuto

ciati alla testa dell’assalto,

di

subalterni e di soldati che

di

prodigi «

di

eroismo.

Con soldati come voi tutto si può osare e tut — ha detto l’ordine del gior!

to si può ottenere »

no comunicato alle truppe, dopo aver ricordato che questa vittoria è il frutto di un anno di preparazione, e dopo avere espresso la più grande ammirazione per la scalata delle pareti impervie, per l’assalto impetuoso. Il Passo di Rolle in nostre mani ci offre nuovo possibilità. II 21 luglio è forse una delle


dopo l’assalto

106

grandi date della nostra guerra. Il bollettino odierno intanto annunzia che in Val Travignalo la

nostra avanzata continua.

DOPO L’ASSALTO. Dalla fronte, luglio. «il Gli ufficiali della brigata lo chiamavano quelnostro papà», ed i soldati lo amavano con

la dedizione veneratrice che essi

hanno sempre

capi che conducono alla vittoria. Era un generale dal volto fiero, burbero, oscuro, pieno

per

i

una luce di volontà, di energia, di decisione, con di

bontà negli occhi accigliati. Gli uomini erano da quell’ affetto chiuso che li se-

conquistati

guiva nell’ azione dal profondo del suo sguarappassiodo, come un testimonio silenzioso e senato, ed hanno fatto delle cose magnifiche,

gnando col loro sangue e con la loro carne le dure tappe delle avanzate vittoriose. Il generale è

morto.

Lo ha ucciso una granata lanciata alla cieca nel bosco, mentre la truppa che egli comandava,

una formidabile ridotta aumandava giù per i viottoli oscuri lunghe

espugnata

striaca,

carovane

di

prigionieri.

Piccoli drappelli della brigata scendono ora nella

vailetta dalle

posizioni.

Portano

le

ban-


107

DOPO L ASSALTO

diere dei loro reggimenti: vengono a dire addio '

alla salma del generale che sparisce. Sbucano dai bordi della foresta nell’angusto lembo di prateria che la strada attraversa, in fondo alla gola. Arrivando nel sole, scintillano improvvisamente le loro baionette inastate, forbite di fresco, che finiscono per formare una

siepe di bagliori lungo la via polverosa.

In rango

i

soldati

Non hanno

avuto

mici

loro

alle

aspettano l’ultima rivista. il

più recenti

strappi

gli

tempo

di

rammendare

dai reticolati

ne-

sono venuti giù

co-

fatti

uniformi;

ha lasciati, un po’ sdrume il combattimento citi, sporchi perchè non c’è acqua, con delle macchie indelebili di terra umida ai ginocchi e ai gomiti, ma impettiti, rigidi, marziali. Sono li

in assetto di battaglia; le giberne piene pesano sulla loro larga cintura grigia e tendono le brc-. Ielle.

Una volta schierati questi uomini non parlano,

non sussurrano, non

si

muovono; una

gravità solenne è sui loro visi barbuti, arruffati,

irrozziti

sui quali

il

ammaccati schegge,

dalle

intemperie e dalle fatiche,

largo bordo dei morioni di acciaio, dalle

pallette

di

shrapnell e dalle

mette la sua ombra. altri tempi sotto quell’el-

Hanno un’ aria di mo antico, e non è

possibile

immaginare che

cosa fosse, quale fisionomia avesse ognuno di loro neirepoca di pace. La guerra li ha mar-


dopo l’assalto

108

ha riplasmati; pare che siano stati sempre dei combattenti; hanno una indicibile espressione guerriera, dura come una corazIellati,

li

Qualche piccola fasciatura biancheggia nei le mani leggermente fe-

za.

ranghi; alcuni hanno rite:

i

reticolati

austriaci

non hanno

soltanto delle uniformi. Avanti alla un ufficiale magro, pensoso, dalla tagliente e risoluta,

lacerato

truppa sta fisionomia

che porta anche lui Telmo

da soldato: è un maggiore divenuto comandante della valorosa brigata sul campo, il successore

temporaneo del morto. Un camion viene su oscillando e rombando.

È

il

carro funebre.

Si

ferma;

sei

ufficiali

ne tolgono

avvolto nel tricolore e coperto da

corona

fatta

dai soldati

il

feretro,

una grande

con fronde di

pino

strappate alla selva contesa. Lo depongono su delle pietre. Le bandiere dei reggimenti, tutte scolorate dalle piogge, si inchinano, ondeggiando alla brezza profumata di resina. La truppa ,

presenta le armi.

Un grande silenzio. Non si ode che il rimbombo delle cannonate, fragorosa e lunga delle esplosioni, e, di in tanto, l’affannoso c inverosimile lamento dei grossi proiettili che passano nel ciclo

l’eco

tanto

sereno 'Tutto

intorno

precipitano

,le

balze

scoscese

dei monti coperte di antichi boschi, attraverso


dopo l’assalto

quali

i

pini,

di

folti

è

109

passata,

di

irti

abeti

e

come una smisurata e tenebrosa

Qualche vetta rocciosa emerge dalle

pelliccia. foreste,

battaglia

la

nuda, grigia, dominante, severa.

Fra le piante più

basse, all’orlo della selva,

nell’ombroso e gigantesco colonnato de’ tronchi s’intr avvedono

accampamenti: una

degli

resca confusione

tende,

di

pitto-

baracchette co-

di

perte di corteccia d’albero, di botti disposte in fila fra

l’acqua

depositi delmacigni e travi — per — e che fanno pensare a preparativi i

di straordinarie

rette con le

riposo,

di

vendemmie, una

car-

folla di

stanghe in aria, in un atteggiamento le ruote

posate sul muscoloso ser-

un

peggiare delle radici,

agitarsi

cavalli e

di

muli allineati alla catena tra fusto e fusto, a cumuli di

di

su lettiere di frasche, in mezzo foraggi e

Più i:n

ammonticchiamenti alto,

un piede immane, sterrati corre volte,

come

da uno

circondate

tronchi

abbattuti.

così

angusta

negli

e

da

calpestata

spiazzi

scoperti

e

solco sinuoso di trincee scon-

il

lasciato valle

di casse.

in qualche punto, la foresta ap-

pare diradata, schiantata,

sparpagliamento

L’ondata della battaglia ha

segno dei

il il

di

cielo

è

suoi

vortici.

incorniciato

Sulla

dal fra-

stagliamento delle cime e dei costoni, sui quali la

moltitudine

delle

conifere irrompe in

riadi di guglie sottili ed erette, cio,

mi-

piene di slan-

che dànno a questi monti dei

profili

im-


DOPO L ASSALTO

110

ponenti e strani da cattedrali

favolose,

immense

e fosche.

accampamenti

Dagli soldati

è

silvani

una massa

di

velluto verde del prato aggruppata qua e là, taci-

discesa sul

inondato di

sole, e

turna e reverente, assiste

al

funerale eroico.

Non è possibile ridire la grandiosità che

as-

addio cerimonia (semplice di questo della montagna, nella selvaggia e truce maestà le esequie per come tuona cannone mentre il

sume

di

la

un re.

Una batteria non lontana da una boscaglia L’affollamento apre il fuoco. Nessuno si volge. Ascolta ora una delle truppe è fermo e muto. luminosa. Un quiete nella spande si voce che del generale tutti D, ufficiale evoca sulla salma morti della brigata. Egli fa

i

nomi

degli

ufficiali

caduti,

e pare

che li chiami, ad uno ad uno, in un chiamata e paslenne. Ed essi sorgono alla appello so-

schierati. Ad sano alla memoria degli uomini di quei fieri ogni nome, echeggia nel cuore nota che risponsoldati una voce inaudibile e

de:

Presente!

Mrzli, Sono voci lontane, che vengono dal che venche vengono dall’ Altipiano di Folgaria, Monte dal vengono che gono dal Monte Baldo, più vipiù nette queste, più vibranti,

Zebio: cine alla vita, voci di e

di

ieri.

E ricordi di assalti

mischie arrivano portando ogni risposta


dopo l’assalto

in

una

le

rocce,

folata

di

battaglia:

111

combattimenti fra

combattimenti sulle nevi, .combatti-

menti nei boschi. I soldati, all’ appellò dei morti, rivivono la loro epopea di tappa in tappa. L’ultima lotta, dalla quale queste truppe sono appena discese, è stata appunto al Monte Zebio, a nord del Mosciagh, fra la valle di Nos e la valle Galmarara. Durante il funerale, la posizione del Zebio è indicata da rimbombi profondi che si succedono a intervalli regolari. Il cannone batte vetta, che abbiamo preso, perduto, ripreso,

la

ri perduto.

È una delle vette nude che si sollevano al di sopra della zona dei boschi, senza arrivare ancora a quella della sterilità. Salendo da Asiago, è la terza montagna della catena che noi

una catena che dal Monte InterrotConca di Asiago, fino alla Cima Do-

assaliamo, to,

sulla

sul ciglione dell’Altipiano precipitante nel-

dici,

la valle del 'Brenta, allinea delle vette

con una

regolarità singolare, quasi equidistanti,

ma una

più alta dell’altra di due o trecento metri. Le ultime sorpassano ni,

balzano

su

le

altitudini delle vegetazio-

tima,

turrita,

dirupata e grigia, raccoglie an-

cora un candore di nevi canaloni.

tutte maCima Dodici, l’ul-

sassose,

scheletrite,

cigni e pareti a picco, e la

nell’ombra dei suoi


DOPO L ASSALTO

112

Dopo avere

incalzato

il

nemico da valle a

valle,

battendosi sempre, la brigata che ha per-

duto

ieri

suo comandante, provata duramen-

il

incurante delle perdite, ha iniziato rat-

te ima

tacco dello Zebio. Essa saliva ed assaliva, entro la foresta, snidando il nemico da posizioni

sempre dominanti, ricacciandolo in su da trincea a trincea, finché lo ha respinto fuori dalle ultime boscaglie, sul cucuzzolo erboso. Gli austriaci

si

sono rifugiati nell’ultimo

mento,

il

più

alla

forte,

sommità

trincera-

monte

del

preparata a difesa, casamattata, cinta di reprofondi, munita di mitragliatrici.

ticolati

tentato

L’assalto,

trincee

e

{ritentato,

arrivava

alle

ma non poteva aggrapparvisi. La cima

prativa, liscia, era come

spazzato

dal

uno spalto di fortezza, fuoco radente. Erano duecento

metri di ripida rere

scoperto,

si

sgranava e

tacco

mino battuto nostri

si

indomiti.

dalle

senza un si

e

riparo,

l’

at-

sfiniva

nel duro

cam-

di

piombo.

Ma i

raffiche

accanivano L’ultimo

percor-

che bisognava

salita

allo

alla

assalto

conquista, è

ostinati,

avvenuto

l’altro

durante la ripresa violenta dell’offensiva. Gl’italiani erano trincerati fra gli ultimi e

ieri,

magri alberi della foresta. Alle sette del mattino sono balzati fuori ed hanno ricominciato l’ascesa. Il declivio era soleggiato. Essi salivano

per plotoni affiancati.

Gli

austriaci

vano indietreggiato nei rifugi sotto

che avecanno-

alle


DOPO

113

l’ assalto

nate della preparazione, rioccupate

le

loro trin-

hanno aperto il fuoco. I plotoni grigi sali-

cee,

vano sempre, urlando. Le mitragliatrici nemiche martellanti aprivano sul pendio di morte.

loro ventagli

i

E i plotoni, benché diradati, salivano,

Sono arrivati a gettarsi sotto ai reticolati, divelti qua e là dalle granate, e si sono ammassati lì, dove un lieve salto del terreno formava un angolo morto.

salivano, salivano.

Ma nessuno poteva sollevare la testa. Il tiro delle

mitragliatrici

rasentava

coricati.

Come -fare

assalitori

elmetti

gli

l’ultimo

degli

balzo ?

Come superare quei trenta passi sotto la falce dei colpi a bruciapelo ?

Un ordine era arrivato

— Ed era-

dal basso: Tenetevi fermi e pronti!

no pronti stretto

nel

i

aspettanti,

nostri,

tesi

e

pugno.

Gli

austriaci

col fucile

dovevano ve-

der fremere sull’erba le punte balenanti delle baionette.

Le ore passavano. Un’ora, due, tre.... Ad un delle detonazioni vicine hanno urlato

tratto,

nella boscaglia e è

un urlo lacerante di granale

passato sulle teste dei nostri

montagna erano

stati

portati

.

Dei pezzi da

su

alla

prima

linea e battevano in pieno le trincee austriache. nostri

I

non hanno indugiato. Dopo

la pri-

ma salva sono scattati in piedi e si sono gettati

nel

fumo e nel polverone degli scoppi, ur-

lando con frenesia. Cosa importava loro il Barzixi. Dal Trentino al Carso.

ri8


DOPO L ASSALTO

114

schio di qualche granata nostra? Era il momento. Cannonate e baionettate sono

buon arri-

vate sul nemico quasi insieme.

Da tutte le parti gli austriaci sopraffatti hanno gettato le armi e sollevato le mani gridando queirodioso «Boni taliani!» che è il! grido del

grazia di .tutti i nostri nemici, dai beduini Senusso, ai beduini di Francesco Giusep-

pe,

il

di

segno del riconoscimento mondiale di una

mitezza sulla quale si fa assegnamento in guerra.

E pare che ci gridino in faccia: Imbecilli!

A centinaia i prigionieri furono avviati alla Non avevamo mai catturato dei nemici

valle.

così lerci, stracciati, affamati. Alcuni barcolla-

vano per la debolezza. Hanno dichiarato che da trentadue ore non {mangiavano. Avevano preso un caffè la mattina avanti e poi più niente. Baciavano il pane che i nostri soldati porgevano loro, e benedicevano la cattura. «Perchè

—

è stato chiesto non 'vi siete arresi prima ?» «Perchè — hanno risposto — avevamo paura delle pistole dei nostri ufficiali, che tirano giusto, e credevamo che voi ci massa-

loro.

—

craste »

Tirano giusto resa,

infatti,

scondigli, soldati.

Ma

gli

Dovevamo

nel

ufficiali

austriaci.

Dopo la

alcuni di loro, imbucati nei na-

seguitavano

a

pistolettare

stanarli

come

i

nostri

bestie feroci.

pomeriggio la posizione, cannoneg-


dopo l’assalto

da

giata

tutte

le

115

fu investila da

parti,

tacco sul fianco sinistro

che

la

prendeva d’in-

dovemmo ridiscendere al bordo del Fu durante il bombardamento che il

bosco.

generale venne colpito. Intorno a lui

Ecco là,

vicino al feretro, l’aiutante di

fu-

cam-

commosso, l’occhio febbricitante, la

po, pallido,

avviluppata di bende,

fasciati.

tutti

dalla stessa granata.

feriti

testa

at-

e

filata,

rono

un

il

collo e la spalla

Non ha voluto restare all’ospedale. Sor-

da un soldato, continua a seguire il suo generale. Un cappellano militare, barbuto e cereo, ferito anche lui, col braccio al collo, la retto

tunica da ufficiale gettata di traverso sulle spalfa

le, «

il

saluto militare,

si

avanza e parla:

amavate

il

vostro capo, caduto

Soldati,

voi

nome di questo amore egli qui vi al comanda di ubbidire al suo successore come fuoco. In

obbedivate

a

lui,

ricordandovi

— e a queste —

parole la sua voce si è gonfiata di emozione

ricordandovi che in questa obbedienza riposa-

no Il

destini

i

della

Patria!».

prete soldato porta di nuovo la

la visiera

e

si

mano, al-

ritrae.

cannoneggiamento si fa più intenso. Una nuova batteria entra in azione e il fumo dei Il

suoi

colpi,

sorge

fra

azzurro gli

e

lieve

come una nebbia,

alberi.

Lontano, in basso, una processione di barelle attraversa

la

strada.


DOPO l’ ASSALTO

116

La

folla

rimane immobile. Una

dei soldati

quiete profonda, strana, triste, colma la valle. Un nitrito di cavallo arriva dal fondo della gola,

umano es-

piena d’ombra, e nel silenzio

passa chiaro e gaio come uno squillo di tromba. Sciami fitti di insetti minuscoli volano so

al

sole turbinosi e vibranti.

Con voce ferma, d’ armata

legge

comandante

il

ora alla

del

corpo

truppa F ordine

del

giorno di elogio alla brigata e la motivazione con la quale viene conferita la medaglia d’argento al valore al generale caduto. Poi egli toglie

dall’ astuccio

di

marocchino

scintillante, si volge, si

cora

il

la

medaglia

china sulla bara e de-

morto.

Sul feretro, in mezzo al bianco diera, spicca

il

ban-

della

distintivo degli eroi.

Allora avviene qualche cosa di straordinario, di grande. I soldati, rigidi nel saluto, piangono.

Dai loro occhi bagnati, delle lacrime, grosamare e preziose da uomo, scendono sui volti fieri, scorrono lentamente lungo le gote bronzate dai venti, imperlano le barbe ispi-

se lacrime

de e polverose. Delle spalle hanno un sussulto di singhiozzi repressi. Lo sforzo per contenersi torce le bocche, aggrotta gli occhi e dà alle facce una espressione che pare quasi leggero

1

.

teroee.

I

comandante del corpo di armata vede questo maschio dolore che si repriVoltandosi,

il


117

LA FINE DI CESARE BATTISTI

me. Fermo, guarda un istante e, levata una mano, con voce dolce e grave dice: «Piangete pure, soldati! Gli occhi che hanno guardato in faccia il nemico possano pian-

Le loro lacrime non sono segno di deUna nuova forza è in voi. Vincerete! Vincerete e vendicherete i vostri compagni cagere.

bolezza.

duti e

il

vostro generale!».

L’allineamento degli elmi ha delle oscillazioni lievi, involontariamente le teste si muovono come per un assentimento muto, per un

consenso solenne e silenzioso. È un fremito che approva, che dice: Sì, sì, vendicheremo!... E senza requie, tutto intorno, il cannone rugge.

LA FINE DI CESARE BATTISTI. Vicenza, luglio.

Non vi è più nuziosi giunti ai gli eroici

rapporti micomandi e le deposizioni de-

alcun dubbio.

superstiti del battaglione degli Alpini

Vicenza sono concordi: duto

ferito

raccolto

I

sul

dagli

Monte

austriaci

Cesare Battisti Conno, e

ferito

ca-

è

è

stato

impiccato.

Lo hanno impiccato morente. L’infamia

del

nemico sorpassa ogni immaginazione. Ecco perchè si è avuta tanta fretta. Fra la cattura, la condanna e l’esecuzione non sono trascorse qua-


LA FINE DI CES AFE BATTISTI

118

ranta ore. Mentre la vittima era trasportata a Trento, il boia Lang, chiamato telegraficamente, viaggiava da Vienna con i suoi manigoldi.

Non vi era tempo da perdere. Sì, avevano paura,

i

gallonati,

carnefici

che

gisse al capestro imperiale.

il

Martire

sfug-

La forca austriaca

stava per essere privata della sua preda. Nessuna intercessione, nessuna grazia erano da attendersi,

sare

ma qualcuno lavorava a salvare Cedal

Battisti

patibolo:

la

Morte.

La Morte misericordiosa isopr aggiungeva. È stata una corsa fra lei e l’ignominia austriaca. L’ignominia ha vinto.

Una volta, nei tempi più barbari, la malattia del

condannato faceva soprassedere all’esecuSi vedeva nel male l’intervento di una

zione.

volontà più alta di quella degli uomini, il segno di una sentenza imperscrutabile, la prova di una pietà divina che stendeva la sua mano sulla vittima.

Ma l’odio austriaco non voleva

defraudato dalla gioia di strozzare un moribondo, e dalla illusione di strozzare con lui essere

tutti

gl’ideali,

tusiasmi di

tutte le aspirazioni,

tutti

gli

en-

una razza.

Brevemente, questi sono i fatti che hanno preceduto la cattura di Cesare Battisti. Nella notte dal 9 al 1-0 il battaglione Vicenza, del quale egli all’attacco

del

comandava una compagnia, salì Monte Corno. Salì da ponente


LA TTHE DI 6SESAEE BATTISTI

e

l’azione

iniziò

verso l’una del

notte era serena, senza luna

119

mattino.

La

ma stellata, e nel

chiarore sidereo la montagna gigantesca levava nitidamente i suoi profili imponenti. Il pratico del terreno, conoscitore inna-

Battisti,

morato

di ogni sentiero del

suo Trentino, ave-

va avuto rincarino di servire da guida con la sua compagnia (conosciuta alla fronte sotto a]

nome

di

«Compagnia

Battisti»)

ad un batta-

glione di fanteria che doveva attaccare alla sinistra. Il

massiccio del Monte Corno è come un al-

dirupato intorno, alle cui due estre-

lo terrazzo,

mità erompono le rocce delle due vette: quelMonte Corno, a destra degli assali-

la del vero

turrita,

tori,

a picco, formidabile,

tutta pareti

una vetta che dall’altitudine pren-

e a sinistra

nome topografico di «Quota 1801». Queste punte sono come due immani pilastri sopra un lungo piedistallo. Fra F uno e l’ altro de il

ondula in piccoli prati a declivio,

il

terreno

di

quei prati d’alta

dai quali castri

i

come

montagna

macigni e

le

fitti

e scivolosi

rupi emergono bian-

denti dalle gengive. Più in basso,

ai

bordi del terrazzo verso ponente, nereggia,

in

mezzo a convulsioni

paglia

di

di

pietrame, una ster-

pini inani.

occupavano fortemente le due punte, comunicando dall’una all’altra attraverGli

so

i

austriaci

praticelli del

pianoro elevato. La vetta del


LA FINE DI CESARE BATTISTI

120

Corno, quella di destra, non è accessibile che da lì. Sugli altri lati è tagliata a precipizio. battaglione

Il

presa

al

alpino doveva arrivare

di

pianoro, isolare e sopraffare

i

sor-

difen-

sori del Corno,

poi volgere l’attacco a sinistra

per cooperare

alla

Quota 1801,

la

conquista

dell’altra

cui attacco saliva

al

glione di fanteria

il

vetta,

batta-

preceduto su per un cana-

lone dalla compagnia Battisti.

La sorpresa è mancata. È mancata forse un po’ tisti

per il generoso ardore della compagnia Batche ha lanciato troppo presto il grido delPoco dopo delFuna infatti ha echeg-

l’assalto.

giato

voia!

improvvisamente nel canalone l’urlo: SaMa le truppe erano ancora lontane dalla

mèta, lontano poco

meno di un’ora di ascesa.

Alla voce possente tutte le piccole colonne che si

inerpicavano hanno risposto con entusiasmo

affrettando esasperatamente la scalata. Il

grido di «Savoia!», secondo

i

piani stabi-

aveva anche un valore di segnale all’artiUdendolo, le batterie dovevano aprire un fuoco intenso e breve sulle posizioni nemiche per stordire la difesa e preparare l’assalto. Così è avvenuto, ma l’effetto morale del bombardamento si è dissipato prima che l’assalto

liti,

glieria.

giungesse. Gli austriaci, riavutisi dal primo sba-

lordimento, hanno avuto il tempo di fare avanzare tutte le loro riserve preparandosi all’urto.

Quando

gli

alpini

sono arrivati neH’inselIa-


LA FINE DI CESARE BATTISTI

121

tura fra le due punte, sui prati della terrazza, il

fuoco delle mitragliatrici e dei fucili radeva

il

terreno scoperto.

razzi illuminanti del ne-

I

mico solcavano il cielo senza interruzione e ci si vedeva come in pieno giorno. Ad onta delle perdite, che da u;n momento all’altro si facevano più gravi, i nostri, con calma magnifica,

hanno continuato imperterriti a svolgere la loro azione.

Una compagnia, seguendo le istruzioni ricevute, si gettava a destra,

alla scalata del

Cor-

La guarnigione

austriaca di quella vetta,

vistasi tagliata fuori,

dopo una breve e furiosa

no.

resistenza, si arrendeva. Intanto un’altra

com-

pagnia convergeva a sinistra attaccando da quel

Quota 1801. A questa compagnia si univano poco dopo i conquistatori del Corno, che avevano lasciato un plotone a guardia dei lato

la

prigionieri.

Sul

declivio

piombo.

Gli

scoperto

assalitori

passavano uragani di avanzavano lentamente

strisciando sull’erba, e ad ogni minuto le loro schiere si facevano più sottili. Il prato si costellava di caduti.

no.

Andavano

Ma i nostri non si fermava-

avanti, (avanti....

Quando giunun

sero ai reticolati austriaci, erano ridotti ad

pugno d’uomini. E rono salita

i

resti

della

all’attacco

lì,

sotto

compagnia del

i

reticolati,

trova-

Battisti

che era

Però,

traspor-

(canalone.


LA FINE DI CESARE BATTISTI

122

tata dal suo impeto,

essa

battaglione di fanteria di guida.

Il

sperduto per

battaglione i

al

si

era distaccata dal

quale doveva servire si era

non era giunto:

fianchi dirupati e sterposi della

montagna avanzi Tutto il peso detrazione gravava sugli dispedel battaglione Vicenza, attaccati unghieai reticolati austriaci. Con le

eroici

ratamente

scai nostri erano riusciti a testa, e varsi qualche riparo per affondare la

e con le baionette

aspettavano.

Qui il capitano R...., la cui compagnia aveva espugnato un’ ora prima la vetta del Corno,

un ufficiale alla luce dei razzi scorse vicino a sè ferito.

Lo riconobbe; era il trentino Filzi, che

doveva cadere anche lui nelle mani del nemico. Lo chiamò ma pon ne ebbe risposta. Il frastuono delle mitragliatrici, le cui

vampe pare-

sulle teste dei nostri,

non permet-

vano quasi

Poco dopo

capitano R....

si teva di udirsi. testa, una sentì quasi stordire da un colpo alla forato aveva gli mano scheggia di granata a trincee il nemico la sommità dell’elmetto. Dalle il

a gas asfissiante. Privi di maschere, gli alpini affondavano

lanciava granate

il

Per fortuna fa brezza gialle fresca dell’alba dissipava subito le nubi aurora gli e velenose. Al primo chiarore dell’ hanaustriaci sono usciti al contrattacco. Non

volto nella terra molle.

no potuto varcare

i

passaggi fra i reticolati, lei

-


LA PINE DI CESABE BATTISTI

123

mati dalla nostra fucileria. Ma gli alpini, troppo inferiori di (numero per tentare l’assalto,

hanno dovuto scivolare indietro, lungo il pensotto le raffiche del fuoco, temanche da colpi di shrapnells. Han-

dio micidiale, pestati ora

no ripiegato così verso la sella, fino alla base del Corno. Durante questo ripiegamento il capitano R....

si

è trovato vicino

l’occhio

silenzioso,

ardente,

Cesare

seguito

Battisti,

dai

pochi

sua compagnia. I superstiti si sono trincerati con delle pietre, dalle quali le pallottole facevano spruzzare nuvolette di polvere e di schegge. La grandine dei colpi era tale che gl’interstizi erano continuamente attraversati dal piombo e ad ogni soldati

rimasti

istante

un

della

tiratore

pitano aveva

il

rovesciava

si

ferito.

mantello lacerato dai

e l’elmo sforacchiato.

zo austriaco da

Il

ca-

proiettili

Erano le cinque. Un pez-

110 profittava della limpidità

soleggiata del mattino per tentare di colpire in

pieno la trincea.

I

due

ufficiali

si

sono con-

sultati.

È

stato

lenne,

in

un consiglio mezzo

al

guerra breve e sosangue che scorreva suldi

'

l’erba.

— Che cosa facciamjo — ha chiesto [

?

pitano,

m'a

aveva negli occhi

la

no,

il

ca-

risposta.

— Resistere! — ha detto Battisti. — Certo, resistere! — ha ripetuto

il

capita-

un giovane che poteva essere suo figlio.

—


LA PINE DI CESARE BATTISTI

124

Hai un pezzo di carta e una matita ? Cerchiamo di informare il Comando. Scrivi: «Siamo trincerati nella selletta, non abbiamo più che una quarantina di uomini validi, possiamo reancora un’ora». Sono le ultime parole, che Battisti ha scritto, con la sua calligrafia ferma e chiara. Un soldato si è allontanato per portare il messaggio. Non ha fatto dieci passi che è caduto fulminato. Nessuna speranza di comunicazione col mondo. Quel pugno di eroi era isolato fra le masse sistere

nemiche e l’abisso. ai nostri la vetta

gava

tiro,

il

avvicinava

Un 305 batteva ora dietro E il 110 allun-

del Corno.

studiosamente. Ogni suo colpo

un

si

po’ più.

Per mantenere una certa intensità al tiro della difesa, tutti i feriti che potevano ancora muovere le braccia combattevano fra i sani. Fra gli altri un caporale con una gamba spezzata, dissanguato, pallido e silenzioso, sparava lentamente. Chi non poteva maneggiare più il fucile,

raccoglieva le cartucce dei morti

porgeva

ai

e

le

tiratori.

S lilla cima della montagna, nella mattina limil glorioso e truce episodio

pidissima e fresca,

volgeva alla sua fine.

Il

numero

dei difensori

validi diminuiva. Verso le sei non v’ erano più che una dozzina di uomini illesi. Poi il 110 è arrivato a colpire giusto. Una granata ha pre-


LA PINE DI CESARE BATTISTI

125

so in pieno la trincea e le sue schegge ferito

no

Tutti,

tutti.

ferito

R....

meno il

Battisti.

leggermente alla

Il

hanno capita-

aveva

testa,

il

volto inondato di sangue. Il fuoco della difesa

era quasi cessato.

Nessuno si era accorto che gli scosti fra il

a sinistra, coperto di boscaglie. Si

sono sentite le voci. Dei

feriti

rimasti avanti

parlavano con qualcuno Non spapiù dicevano siamo tutti feriti! capitano ha sollevato sul parapetto il suo

alla trincea

rate Il

:

—

—

viso insanguinato e ci

na-

austriaci,

pini nani, si erano avanzati lungo

i

ciglione,

ha visto i berretti

austria-

nella verdura a pochi passi.

— Battisti! — ha esclamato —

Vieni,

.

se-

guimi o siamo presf!

E si è slanciato verso il bordo del pianoro', a levante, dalla parte opposta a quella da cui

veniva

il

nemico.

cipizio si è stretto gettato

giù,

Nel volo, fra le lati

a

Giunto sul ciglio il

del

mantello sul petto e

occhi chiusi,

sicuro

di

presi

è

morire.

gli ha avvolto la faccia sue pieghe. È stato salvato dai reticoil

mantello

austriaci,

costruiti

alla

base

delle

pareti

di roccia.

Mezzo

tramortito,

ferito,

stracciato,

con

le

carni dilaniate, incapace ancora a muoversi, ha udito un ruzzolare di sassi e il rumore di u|n

corpo che rotolava giù. Senza volgersi ha gridato:


LA FINE DI CESARE BATTISTI

126

— Sei tu, Battisti? Bravo, hai fatto bene. — No, sono io, signor capitano! Era la sua ordinanza fedele, che, ferita ad una gamba, lo aveva seguito nel baratro. — E Battisti ? — gli ha chiesto ansiosamente l’ufficiale.

—

tenente Battisti è ferito. L’ho visto che per seguirla, e tut-

Il

è alzato e si è slanciato

si

ad un tratto

to

si

è

abbattuto

mandando un

lamento. Il

ha visto accasciarsi fra i morti,

soldato lo

gemendo. Ed e l’ultima visione che ha avuto 1

di lui

un occhio italiano. Vi è

i carnefici. fi resto lo raccontano loro, Frugando della verità nella loro versione.

sangue,

come

sciacalli,

combattimento grande Patriota

no

affrettati

micilio, il

era

cessato,

ferito.

hanno

trovato

il il

E pieni di gioia si so-

a chiamare dal suo naturale dodella Corte imperiale e regia,

la sede

boia Lang. Svelti,

nel

dopo molte ore che

svelti,

che la forca ha fame!


LA CONQUISTA DI GORIZIA.


L’ASSALTO PRODIGIOSO. Zona di guerra, agosto.

dunque ? Siamo passati ? Abbiamo spezzato nella prima linea la formidabile barÈ vero

riera

che

ci

tratteneva

avanti

alla

soglia

di

Gorizia ? Stiamo disfacendo quella terribile te-

ponte austriaca deUTsonzo che era uno campi trincerati più forti dell’Europa ? È il tramonto, un tramonto luminoso, infuo-

sta di

dei

cato, ardente, e

il

frastuono

immenso della fu-

ribonda battaglia

si

di là delle vette.

Noi lo ascoltiamo palpitando,

allontana;

viene

ora'

inebriati e trasognati; lo seguiamo, questo

dal

rom-

bo furente e continuo, con gioia e con angoscia, quasi nel timore vago di doverlo riudire più vicino.

Non vi è felicità che non dia un

l’ansia

di

po’

perderla.

Troppo abbiamo sperato e sofferto di fronte a questi monti spaventosi, imbevuti di sangue,

perchè

successo

il

tanto

atteso

non assuma

qualche cosa di irreale, di troppo grande e di troppo bello per essere vero. La ragione non conforta,

i

pensieri

si

accavalcano spezzati

Barzini. Dal Trentino al Carso.

9

e


130

l’assalto PRODIGIOSO

come in un

senza logica

Tutte

delirio.

le

vi-

sioni e tutte le emozioni di questa giornata di

fiamma si confondono in una impressione tumultuosa.

Le notizie mancano ancora, le che fissano e limitano

gli

notizie esatte

avvenimenti.

Non

sappiamo bene, non sappiamo tutto, ma sentiamo una non so quale vampa di esultanza nell’aria polverosa del campo di battaglia. Tutti

ridono, gli occhi pieni di febbre, delle voci che

passano non si sa come, (nate non si sa dove, da qualche staffetta che fila ve-

gridate forse loce

in

una

quartieri

scia

di

polvere,

generali e lungo le

spargono

si

retrovie;

inei

vanno

in un baleno, da uomo ad uomo, da reggimento

a reggimento.

Salgono dalle vallate già piene d’ombra gridii di

acclamazioni

marcia, lungo

le

confuse.

Sono

le

truppe in

strade fiancheggiate da gran-

perchè il nemico non le spii, le truppe di rincalzo che (vanno a gettarsi nella lotta, di stole

trafelate e liete, e

misterioso

soffio

che respirano anche loro il entusiasmo del combatti-

di

mento, l’alito della vittoria.

Non è possibile narrare con ordine ancora. L’azione

è

stata

fulminea,

vasta,

multiforme,

ed ha lasciato in chi vi ha assistito un barbaglio di impressioni, una ridda di immagini vertiginose e gigantesche, qualche cosa di un im-


l’assalto prodigioso

131

menso uragano di fuoco e di fumo nello splendore accecante della più bella giornata di ago-

Vi era una terribile

sto.

battaglia che gio Il

festosità

impennacchiava

tutto

in

questa

il

paesag-

delTIsonzo di nembi luminosi.

rapido spostamento di forze che ci ha per-

messo, a così breve distanza dalle grandi battaglie

del Trentino,

una

così violenta e deci-

siva ripresa dell’offensiva sull’Isonzo, costituisce

quello che in termini militari

si

dice

«

manovra

per linee interne». Essa è fondata sul vantag-

minore distanza da percorrere da un punto all’altro della fronte quando si può seguire la corda, mentre il nemico deve seguire l’arco, della grande linea del conflitto. La sua riuscita dipende dalla prontezza del movimento. La nostra manovra è stata compita in ulna settimana. È un prodigio, se si pensa al lungo tempo che è stato necessario alla preparaziogio della

ne di tutte le grandi offensive della guerra europea. L’altro ieri, venerdì, sferravamo il

primo col-

po. Ma era una finta. Le nostre artiglierie, a mano a mano che arrivavano a piazzarsi, fa-

cevano per tutto tiri di assestamento, lasciando il

nemico indeciso sul punto di attacco, attiran-

do ora qua; e ora là la sua attenzione con quel

bombardamento lento di assaggio. Alla mattina del 4

il

nostro fuoco

si

è fatto vivace, serrato,

risoluto, alla estrema destra, nella zona di

Mon-


l’assalto prodigioso

132

falcone, dal

Monte Sei Busi a Duino. Tutto il

giorno è durato il cannoneggiamento. Alla sera svilupparono un vigoroso as-

le nostre fanterie

salto ad oriente di Monfalcone, conquistando d’impeto le alture tanto contese che ci separano dal valloncello della Pietra Rossa. Presero sulle vette espugnate 147 prigionieri, re-

sisterono al lancio di

respinsero

i

bombe a gas

primi contrattacchi.

asfissiante,

Ma alla notte

il nemico lanciò delle masse fresche, superiori di numero, e i nostri ripiegarono nelle trincee

di partenza. L’azione dimostrativa era riuscita.

Tanto più riuscita in quanto che essa aveva l’apparenza di un insuccesso. La potenza della controffensiva austriaca dimostrava che rilevanti forze nemiche erano state attirate in quel settore.

Per tutta la giornata di ieri il bombardamento ha continuato a battere la zona di MonStamani, improvvisamente, l’uragano

nostro

falcone.

delle artiglierie italiane è scoppiato su tutta la

fronte sei

goriziana,

e tre

quarti

dal

Sabotino

hanno tuonato

al i

mare. Alle primi colpi.

Alle otto, centinaia di batterie di ogni calibro

erano in azione. Tutta la campagna si è rivelata piena di cannoni sagacemente nascosti. Ovunque si guardasse

si

vedeva uno sprizzare di vampe nel

verde, fra le vigne incolte della pianura, nelle


133

l’assalto ebodigioso

boscaglie dei poggi, sui rovesci alberati, nelle gole ombrose. Per alcune ore questo violento

cannoneggiamento ha martellato degli obbiettivi

misteriosi.

Pochi colpi cadevamo visibilmente sulle posizioni nemiche. Il compito dell’ artiglieria pareva incomprensibile. Si sarebbe detto che essa sparasse a caso. Le sue granate esplodevano lontano, oltre

le

sollevavano linee

remote colonne di fumo si accanivano su

della fanteria,

qualche vertice.

Faceva un

tiro

che non era nè

di

Era un

tiro

zione nè di interdizione.

demolidi

de-

composizione. Batteva le sedi dei comandi nemici, batteva gli osservatori, sconvolgeva così centri delle comunicazioni telefoniche, cercava i nervi della difesa, attaccava l’avversario agli occhi e al cervello, indeboliva la sua ori

ganizzazione in quello che essa ha di più dee più vitale. Sconcertava e paralizzava

licato il

nemico prima ancora

di

colpirlo nella sua

Le risposte erano rare, innon sapevano dove dirigersi. Alle dieci

forza combattiva. certe,

questo strano e spaventoso preludio è cessato. Il

e

fuoco ha mutato direzione. Le posizioni austriache, rimaste in ombra, un po’ velate nella prima mattina, comincia-

vano allora ad essere lambite dal sole. era sereno, l’aria limpidissima.

disegnavano

nettamente sui

Le

declivi

II cielo

trincee

si

scorticati.


134

l’assalto prodigioso

che hanno

il

colore violento di

di pietra, tutti solcati

immense cave

da camminamenti, rigati

dalle fasce nebulose e scure dei reticolati.

Ad

un tratto, tutto questo è sembrato sommuoversi, ribollire, agitarsi in una convulsione di nubi del colore della terra e dense da parere immani e subitanee escrescenze del suolo.

Migliaia di

granate, miriadi di esplosioni, davano alle posizioni

nemiche un non so quale profilo mobile

e fluido, inverosimile e tremendo.

Sorgevano uno vicino all’altro i cumuli di fumo e di polvere, gonfi, lenti, opachi, svolgendo pesanti rotondità in Vortici

pigri,

e

si

al-

largavano, si spandevano, coprivano tutto, apri-

vano alta nel cielo la l’oro solida mole, invadevano il sereno come se venissero da un temporale fantastico che balzasse su dalla terra, e sempre più grandi e più lievi si abbandonavano al vento. La loro ombra lunga passava sulla campagna, ondulando. Erano nubi bianche, nubi gialle, nubi grigie, nubi fulve, a seconda dell’esplosivo e del ca-

libro,

un montonamento di vapori grevi.

Certi

proiettili

potenti gettavano in aria colonne di

terriccio

altissime,

con un

da fontana, come le esplosioni delle mine nel mare, e la massa dei detriti ricadeva lenta a pioggia. Le grosse bombe da trincea lanciavano fasci di razzi neri, aprivano giganteschi fiori di fumo effetto


135

l’assalto prodigioso

plumbeo,

loro scoppio sprizzava in capric-

il

ciose capigliature. Sulla moltitudine dellte nubi,

salivano

alcune

altissime,

sottili,

avevano qualche cosa

sticolanti,

spettrale, di

di

turale,

diafane, di

ge-

sopranna-

animato.

Per lunghi minuti le alture bombardate sparivano completamente sotto la coltre delle nupoi riapparivano adagio adagio, a squar-

vole, ci,

nell’ombra, oscure, caliginose, tetre, irrico-

cataclisma

noscibili.

Il

d’occhio

lungo

le

si

rive

estendeva a perdita

Per tutto

dell’Isonzo.

altrove una calma ridente, la sonnolenza dolce della campagna estiva. La terra, abbandonata in prossimità della fronte,

non

si

è

inselvaggita, e

mài più verde, più folta di vegetapiù bella. È una vita silenziosa e primitiva, di

stata

è.

scapigliate e impenetrabili,

zioni

piena

di

quiete pittoresca, e in essa la linea arida della

fronte di battaglia

si

disegna precisa, evidente,

per la sua nudità pietrosa: sterminata fascia di sterilità

Il

rovi. i

e

morte.

di

Sabotino non ha più sterpi, non ha più

Al

colli

di

assaltano

che ammantano San Floriano e di Prifabrisu, e che

di là delle boscaglie

le

rovine

dei

villaggi,

ili

Sabotino

profila la sua

groppa lunga, regolare, strana,

tutta grigia, di

un colore nuovo, come scappel-

lata.

Le

parallele,

trincee

tagliano

italiane il

e quelle

inorile

dall’alto

austriache in

basso.


l’assalto peodisioso

136

come due spaccature tortuose. so Salcano,

il

Sull’Isonzo, ver-

Sabotino scende a sperone, for-

ma come la scarpata di uno smisurato bastione. La bufera delle granate annebbia tutto, ma quando, per brevi istanti, il fumo si dissipa, la austriaca appare sempre più sgretoslabbrata, circondata da una convulsione biancastra di macigni. IPare che si vada can-

trincea lata,

cellando.

1

: j

Nella gola di Oslavia non

fumo vi si adagia e vi resta.

si

vede niente;

il

Podgora è in eruzione, e il tosso sanguigno della sua terra argillosa colora anche le sue nubi, incarna i nembi di polvere Sollevati dagli scoppi. Il San Michele, lontano, fumiga tutto, appare costellato di nuvole, che si formano, spariscono, si Il

riformano, e i suoi quattro cucuzzoli sono sovrastati

da un pullulare di

getti,

di

sprazzi,

sono coperti di caligine oscura, vorticosa,

si-

nistra.

Più calma sembra la piana fra le ultime pendici del

dietro

il

il San Michele. Quando da Naso di Lucinico non scendono nembi

Calvario e

di

fumo

si

vedono

leggiati,

e

idi

polvere a tenebrare la vallata,

gli

edifici

intatti,

di

Gorizia,

digradare verso

il

bianchi,

so-

sobborgo di

Sant’Andrea, e nella mattina limpida sembra-

no enormi, monumentali, come fossero tutti dei grandi palazzi, una in

una

'folla

solenne di abitazioni

solitudine sinistra.

Sant’Andrea e Sa-


l’ assalto

137

prodigioso

avanguardie

più modesti, più dispersi,

vogna,

immergono nella verdura dei

di Gorizia,

teti incolti il

frut-

gregge sparpagliato delle loro case

rustiche.

Il

frastuono

sordante; di

i

è

alto,

colpi

si

venti

cannonate

al

continuo,

terribile,

sgranano con

un rullo di tamburo. Sono

la

as-

frequenza

alle volte

dieci,

secondo, lontane e vicine,

che si fondono in un solo tremendo boato senza fine; e le miriadi di proiettili che squarciano l’aria urli,

spandono un coro profondo di

scrosci,

possenti. di quello

di rombi,

di

soffi

e

pieno

di

affannosi e

Abbiamo da questo spettacolo un’idea che furono i terrifici bombardamenti austriaca nel Trentino. Abbiamo

dell’offensiva

un’idea dell’inferno in cui la nostra resistenza si

è affermata.

Resisteranno

Per ore ed ore

il

austriaci ?

gli

cannoneggiamento

è

con-

tinuato così, intenso, serrato, accanito. Si trat-

tava di distruggere delle fortificazioni costruite in

un anno di lavoro, di spianare la strada al-

l’assalto

attraverso mille ostacoli.

Di tanto in tanto, qua e

là,

una calma

brevi istanti, per lasciar schiarire e

osservare

l’uragano

di

gli

effetti

del

tiro.

il

di

bersaglio

Subito

dopo

fuoco riprendeva.

Delle granate incendiarie fiammeggiavano nei

Kube sollevando persistenti e enormi spire di fumo nero. Cercavamo di snidare boschi del


138

l’assalto prodigioso

nemiche bruciando i loro rifugi. Si tirava anche sul San Gabriele, covo di cannoni, sul Monte Santo, il cui convento, sopra la vetta, mezzo demolito, appariva e spariva nelle le artiglierie

cirrosità

degli

scoppi.

Per non scoprire le loro batterie, gli austriaci

hanno cessato quasi interamente

dere. Riserbavano tutti

i

di

rispon-

loro mezzi per la di-

momento .dell’ assalto, secondo la buona

fesa al

Non potendo controbatterci, aspettavano che la nostra fanteria si mostrasse, per fer-

tattica.

marla con repentine concentrazioni di fuoco, mentre la loro fanteria sarebbe emersa dalle caverne per guarnire le posizioni abbandonate nel bombardamento. Soltanto, il nemico inon credeva forse ad un assalto imminente. Alle tre e stri

tiri

mente

sul

San Michele

delle esplosioni

un quarto i nosono improvvisa-

si

Le nubi sono sorte al di là delle creste.

allungati.

Battevano

i

rovesci.

Nella Sella di San Martino, verso il bosco Cappuccio, declivio

che non esiste più che di nome, nel brullo era un palpito di vampe, che

indicava l’entrata in azione di piccole artiglierie.

Cominciava la battaglia degli uomini, l’urto

delle masse.

Osservando l’azione dalle alture che fronGorizia, non si potevano vedere gli uomini sul San Michele, lungo i costoni riarsi, teggiano


l’assalto peodigioso

tremuli nella canicola.

139

Ma si seguiva l’assalto

come se si vedessero. Col cuore in tumulto, si intuiva, si

indovinava lo sbalzo dei nostri ver-

«Sono

so le vette sconvolte.

Avanzano!»

Avanzano

fuori!

!

— si sentiva esclamare negli os-

servatori lontani dei

domandi

iln

altri

settori,

da voci gonfie Idi emozione, di entusiasmo, di speranza. Era il cannoneggiamento austriaco che delincava l’avanzata dei nostri. Si è svegliato 'all’improvviso il fuoco dell’artiglieria

nemica, serrato, intenso, rabbioso, e gli

shrapnell s arrivavano a stormi, formavano ulna grandine, parevano gettati a manciate. «Si fer-

mano! No, no, vanno su Vanno su ». La grandine cadeva sempre [più corta. Dalla parte di !

!

Peteano, sul fianco del monte, tutto solcato da trincee

a zig-zag,

l’assalto

progrediva lateral-

mente, verso Boschini.

Ma non si può sapere niente, è troppo presto,

il

menta

San Michele sembra avvolto da una tordi sabbia, da un simun tuonante. Non altri, settori chiama-

trascorre molto tempo, ed

no la nostra attenzione.

La battaglia non si segue sta,

più, è troppo va-

impetuosa. L’assalto balza da tutti

i

punti

in bufere di fuoco. Si assiste storditi, affascinati,

oppressi dall’ansia dell’attesa, esaltati ad ogni progresso, angosciati ad ogni sosta, senza capire più, presi, trascinati, travolti dall’impeto dell’a-

zione lontana. L’anima Inostra è una foglia por-


uo

l’assalto pbodigioso

tata

turbine

dal

battaglia,

della

altezze vertiginose, ributtata

per

sollevata

ad

terra, ripresa

Non si ragiona, ognuno grida quello

dal volo.

che pensa,' inascoltato.

Come descrivere ? È

quattro

alle

pomeridiane

precise

che

le

Le notizie che

fanterie sono entrate in azione.

dalla mattina erano cominciate ad arrivare dai

comandi dei reggimenti erano magnifiche: fuoco è efficacissimo!

«Il

— telefonavano concor-

— Varchi ampi e numerosi si aprono nei La truppa freme di entusiasmo !... Lo slancio dei soldati sarà violentissimo!». — Lo è stato. di.

reticolati!...

Sul Sabotino l’assalto è arrivato alte trincee

nemiche prima che in quel settore l’ artiglieria austriaca si orizzontasse, capisse. La contemporaneità

straordinaria,

meravigliosa dell’azione,

richiamando per tutto la difesa, ha impedito che la concentrazione del fuoco avversario si portasse utilmente su tutti i punti minacciati.

Quando sul si

il

bombardamento austriaco infuriava si passava sul Calvario, quando

Podgora,

accaniva su Oslavia,

si

passava verso Peu-

ma. L’attacco del San Michele

facilitava

l’a-

vanzata in pianura.

Nessun

assalto è stato più vigoroso,

curo, più ardente.

Si

è

visto

più

si-

sul Sabotilo, lo

spaventoso Sabotino, la montagna della morte.


L ASSALTO PRODIGIOSO

il

velocemente che

i

segnale

bianco,

quale precede l’assalto per indicare

all’arti-

così

sassi il

141

formicolio grigio degli uomini correre fra

glieria

i

limiti

lando come

il

dell’occupazione,

passava oscil-

un foglio di carta portato da una

raffica.

L’ondata umana ha percorso tutta la schiena del monte e si è precipitata giù per i rovesci, verso risoinzo, ha raggiunto i ruderi della chiesuola di San "Valentino, sullo sperone che scende

al

fiume, e ;non

teva fermarla.

si

è fermata. Nulla po-

Enormi franate parevano per-

cuotere in pieno

il

suo brulichìo urlante, che

scompariva nel fumo per emergerne qualche mobile e nero nell’ombra. Poi tutto è sparito al di là, e il monte pauroso, dopo quindici mesi di lotte atroci, si è fatto ad un tratto silenzioso, deserto. È rimasto squarciato e inanimato come un grande cada!

istante dopo, più avanti,

vere lasciato indietro dalla battaglia.

Dove sono adesso i nostri ? Arrivano vaghe,

spezzate,

concitate,

notizie

incontrollabili

qui.

Sono suU’Isonzo. Sono a San Mauro. Difendono la passerella e il ponte perchè gli austriaci non li distruggano. Chiedono il fuoco di artiglieria su Salcano. Quale la verità precisa? Il vallone di Oslavia è sempre impenetrabile allo

sguardo.

Il

fumo non si dissipa sulle pic-

cole alture tormentate e nelle gole. L’assalto è

passato nello spessore delle caligini plùmbee.


149

l’assalto prodigioso

Si combatte

che

i:n

un crepuscolo. L’oscurità è tale

scorgono i lampi vividi degli scoppi. Si là dentro tempeste di ’shrapnells.

si

rovesciano

Ora è il tiro nemico che tambureggia, da San Gabriele e dal Kuk e dal Monte Santo. E da quell’ ombra lugubre, da quell’ uragano soffocante e tetro, arrivano notizie di esultanza, che

sembrano fatte di luce. L’altura di Peuma sembra presa. I nostri sono alle prime case del '

paese. ;

Nella pianura l’attacco ha avanzato da Lu-r

È disceso (dal Calvario. È forse al paese

cinico.

Podgora.

di

Ha

occupato

il

cavalcavia

della

ferrovia nel quale il nemico si era incavernato.

che i nostri siano ai ponti. Si dice anche che abbiano plesso il piede al di là. Il bombardamento nostro batte ora il sobborgo di Sant’Andrea. Demolisce, scaccia. Gorizia non Si dice

si

vede più. Un fumo di incendi si abbatte lunLa battaglia è alle sponde. Intanto

go il fiume.

si spargono notizie del San Michele. Tutte le cime si dicono prese. L’attacco scenderebbe dal-

l’altra parte.

Da

per tutto

sul

si

annunziano numerosi pri-

Un battaglione è stato catturato intero

gionieri.

Sabotino. Altri nuclei sono stati presi sul

Grafenberg, su Peuma. Ecco, arrivano dalle posizioni le

Sono

prime carovane, fra le baionette. slavi, idi ogni età. Vi sono dei anni ie degli uomini di

tutti

giovani di diciassette


IL

quarantacinque,

GUADO DELL’ ISONZO

143

ma tutti solidi. Hanno un’aria

sbalordita ma rassegnata. Gli anziani marciando fumano la pipa. «Dove siete stati presi?» — domanda loro un ufficiale. « Grafenberg » — rispondono. Erano in caverna, al sicuro, e sta!

vano per escire è prepararsi alla difesa delle trincee quando i nostri, arrivati «come fulmi-

— raccontano

i prigionieri — li hanno sorad arrendersi. È il tramonto. La battaglia non rallenta. Lo scroscio della fucileria è intenso sul Podgora e il boato delle artiglierie empie le valli. Ma la

ni »

presi e costretti

felicità

è in tutti gli occhi.

La parola «Vitto-

ria!» è su tutte le labbra. Nelle strade affollate,

truppe in marcia, sulla fiumana dei caschi di acciaio, si vedono i comandanti a cavallo che parlano lai soldati, che gettano loro le notizie a piano a mano che le afferrano per sulle

una parola gettata da motociclisti che passano,

E l'acclamazione si rinnova, densa, appassionata,

IL

ed echeggia nella serata divina.

GUADO DELL’ISONZO. Zona di guerra, 8 agosto, sera.

Le nostre avanguardie, varcato l’Isonzo fra il villaggio di Podgora e la strada di Lucinico, hanno portato la linea di battaglia nella città di

Gorizia.


IL

144

GUADO DELL’ ISONZO

La stazione meridionale della ferrovia semmomento bra occupata. Si combatte in questo di prime case, all’imboccatura del Corso e

alle

della città, che via Maiizano, le grandi arterie presentano come nei pressi della stazione si

viaioni bianchi fiancheggiati

da orti e da vil-

lette.

Per quale magia la grande notizia ha ragvilgiunto fulmineamente le borgate, le città, i laggi

lungo

le

frontiere

della vecchia

Italia ?

Ogni casa ha messo fuori la sua bandiera. Un’ora dopo che i primi drappelli nostri avefevano toccato l’altra sponda del fiume, un sopra ogni stoso sventolìo di tricolori palpitava Cervi da Udine, a Cormons da centro abitato,

gnano a Palmanova. sgre-

La testa di ponte austriaca di Gorizia, giorno tolata per tutto dai primi assalti del è

definitivamente caduta

La

resistenza

del

faggi

6,

a mezzogiorno.

nemico aggrappato

mente sulla cresta del Podgora,

solida-

sull’altura del

PodGrafenberg (che è una continuazione del e sui gora digradante nel vallone di Oslavia), rovesci di

Oslavia,

è stata

accanita,

ostinata,

Le ali erano cadute, e il centro tareggeva ancora, tenacemente; avviluppato, sostenuto per gliato fuori, senza speranza, ha disperata.

tre giorni

il

(nostro urto.

Abbiamo dato ieri una visione generale della


IL

145

GUADO DELL’ ISONZO

magnifica battaglia

al

suo inizio,

con

le

sue

suoi orgasmi, il suo tumulto, la sua esultanza. Dopo il bombardamento formidabile che in poche ore ha sconvolto i trinceramenti nemici, l’assalto generale ha sfondato

incertezze, i

di

primo impeto la formidabile linea di trince-

ramenti nemici alle due estremità della testa di ponte, sul Sabotino al nord e sul Calvario al

sud.

Come si sa il Calvario è il costone del

Podgora che scende sopra Lucimico. Oltrepassate in questi due punti le difese nemiche, nella stessa sera le nostre forze

hanno mano-

con uno Slancio indicibile, per aggirare le posizioni centrali che resistevano. Sono dal sud penetrate nel villaggio di Podgora, poi in quello di Grafenberg, mentre dal nord, le truppe che avevano espugnato il Sabotino, scese a San Mauro, operavano verso Salcano. Tutto il fiume alle spalle del nemico era dominato, e i passaggi, che sono sette fra ponti e passerelle, erano sotto il nostro fuoco. Gli austriaci che combattevano ancora non potevano più nè ricevere rinforzi nè ritrarsi. La battaglia non aveva soste. È continuata intensa nella ìnotte. Una notte fantastica. Cumuli di fumo luminoso e sanguigno, un bagliore di vampe, un fiammeggiare di incendi, indicavano Gorizia nella pianura tenebrosa. Erano i quartieri generali austriaci che bruvrato,

Bakzini. Dal Trentino al Carso.

10


146

GUADO DELL’ ISONZO

IL

davano, le sedi dei Comandi nemici da noi individuate ad una ad una. Il nostro lungo rispetto per la città irredenta ci

ha giovato con-

ferendo al nemico una insolente fiducia. L’ha

pagata tutta in un colpo. azzurra, mobile ed effìmera

La luce vivida,

come una sera di festa, popolava il cielo di me-

dei razzi illuminanti, lanciati a centinaia

in

teore e rivelava [neri profili di creste, declivi di alture pallidi

come sotto a raggi di luna. I

proiettori giravano intorno il loro immenso getto

diafano

che

posava

inquiete

splendore sui centri della

lotta,

tormentati, crepitanti di colpi.

macchie

brulli,

di

sassosi,

Le vampe delle

cannonate lampeggiavano alte, con balenìi violacei, irradiavano nel cielo il loro breve fulgore; e le esplosioni delle granate e degli shrapnells

scintillavano

per

tutto,

abbaglianti

;

essi

punteggiavano la notte di faville gigantesche, che per un attimo contornavano di chiarori violenti ampie nubi idi fumo. E da questo caos di ombra, di vapori, di brume, punteggiato di fuochi, solcato da folgorazioni, saliva il frastuono perpetuo della battaglia,

una successione

idi

boati,

di

scoppi,

di

rombi, così intensi da imprimere ai nostri sensi vibrazioni che Inon hanno fine. Noi ine portiamo [nel cervello l’eco perpetua, scrosci, di

una risonanza ossessionante che gna nel

silenzio del

lavoro, che

ci

accompa-

non ci lascia


IL

GUADO DELL’ ISONZO

147

nemmeno nel sonno breve e febbrile, e che rugge nel fondo del nostro essere eterno

della

All’alba to

fra

il

come il mugolìo

conchiglia.

il combattimento continuava violenPodgora e Oslavia. Il lettore voglia

sulla vetta

del Sabotino appena condomibuoni osservatori del giorno 6 sono già

seguirci

quistata, dalla quale tutta la battaglia si

na.

I

troppo lontani il giorno

7.

Il

prodigioso balzo

in avanti dell’esercito italiano contro i più formidabili bastioni che la natura e Farte mili-

tare abbiano mai opposto

ad un assalto ci permette di raggiungere luoghi che finora la morte interdiceva.

Tutto parla di (morte sul Sabotino, truce montagna divoratrice di uomini, strana, gonfia, re-

come un cumulo immane di macigni, arida sui declivi battuti dal cannoneggiamento

golare

di

di

un anno, sconvolta, biancastra, del colore un ossario mostruoso, come la montagna

della leggenda buddhista

narrata da Lafcadio Hearn, la vertiginosa montagna fatta di crani. Si percorre una strada che ha una storia feroce,

aperta a furia di

assalti,

lungo la quale

una vita. La lotta tenace sanguinosa ha inciso nella pietra profondamente le sue tappe. Si va su faticosamente per ogni passo è costato

e

per camminamenti per corridoi sinistri, angusti,

sentieri scavati nella boccia,

tortuosi e ripidi,


148

IL,

GUADO DELL’ ISONZO

opprimenti, senza

itine.

Di tanto in tanto un

rovesciamento di pietre, delle schegge, dei fusangue che si cili spezzati, degli spruzzi di vanno oscurando sui sassi, e sui bordi ajlti

qualche cadavere sporge

i

suoi piedi sulla te-

giberne, sta di chi passa. Si calpestano berretti, passa caschi sforacchiati, foderi tìi baionette, si

un dissemiinamento di cartucce. Bisogna fermarsi spesso per lasciar passare che possono camminare scendono da soli ai posti di medicazione, lentamen-

sopirà

dei feriti. Quelli

te,

il

volto affumicato dalle

senza

vampe, ma sereni,

un lamento, coin una contentezza grave

sguardo perchè « le cose vanno bene » «Abbiamo vinto!» il bisogno idi dirlo. «Questa volta li ab«Domani a Gorizia!» passando, e esclamano biamo buttati giù!» seguitano a scendere adagio adagio, portando

nello

Sentono

—

—

—

fieramente il peso della loro sofferenza, con le uniformi decorate di sangue.

tutti

I

portatori di barelle, sudati, ansimanti, eroi

dei quali nessuno parla, quasi tutti territoriali, pasilenziosi, pieni di cautela, pieni di pietà

terna semplice e umile, trasportano gravi. Il

i feriti

piu

movimento si ferma improvvisamente

in certi istanti:

un urlo lacera l’aria. Uin pro-

nemico arriva. Passa. È passato. Il movimento riprende. iettile

di stìrdpnells austriaci batte rovescio del Sabotino, verso Salcano. Gli ster-

Un tempestìo il


IL

149

GUADO DELL’ ISONZO

pi su quel declivio dirupato

hanno preso fuo-

fumo denso

turbina fin sulla

co e

il

sale

e

vetta.

Dopo due ore di dura ascesa si arriva alla monte e si è sulle trincee austriain mezzo ad una confusione sterminata

spalla del che, di

pietrame scavato di fresco, di reticolati die sparpagliati in arruffìi rugginosi. Oltre

velti

alla devastazione fatta dal

cannone, più di sei-

bombarde hanno portato

cento

trincee

'nelle

nemiche uno sconvolgimento da cataclisma. Pochi cadaveri giacciono qua e là negli atteggiamenti strani che dà la morte fulminea, atteggiamenti che dicono

il

gesto interrotto, pie-

ancora di un non so quale impeto. Sono pochi perchè qui la difesa è stata rapidamente sopraffatta. La baionetta ha subito

ni

rovesciato

i

pochi oppositori i cui corpi stanno La massa au-

abbattuti sui bordi delle trincee. striaca

era ancora nelle sue caverne.

Sulla Quota 609, la vetta massima,

un roc-

cione dirupato e grigio, salgono dei camminamenti austriaci, protetti da spesse muraglie

conducono a caverne-rifuche attraversano la cima

di

pietrame,

che

gio,

enormi

gallerie

da parte a parte. Mentre l’assalto passava, dietro alla grande ondata di uomini che ha coperto la montagna, dei pattuglioni

verso

le grotte

si

gettavano

buie intimando la resa: «Giù

le


IL

150

GUADO DELL’ ISONZO

armi! Uscite fuori!». Gli austriaci da dentro non vedevano che baionette sporgere sullo sfondo luminoso dell" ingresso. Si arrendevano.

Ma una caverna ha resistito. Alle intimazioni rispondevano fucilate. Era la caverna più grande, quella che serviva di residenza al comando austriaco del Sabotino e al nucleo più forte della difesa. I nemici rintanati aspettavano il contrattacco.

Non

ritenevano la partita,

e

la

perduta. Troppo avevano ripetuto, stampato, e creduto il Sabotino definitivamente inespugnabile. Non riuscivamo a persuadersi. posizione,

Si riserbavano

per la riscossa.

Tutto il giorno, tutta la notte, parte del giorno dopo sono rimasti lì. Arriviamo in tempo per assistere

alla

soluzione

del

bizzarro episodio.

Un capitano era stato incaricato dell’operaRimasta inutile ogni esortazione orale, ha cercato delle incitazioni più energiche. Urna mitragliatrice, piazzata alla bocca del covo, ha

zione.

martellato l’ombra. Nessun effetto.

La

caver-

na era tortuosa e il piombo non colpiva che la pietra. Si udiva all’interno un vocìo di moltitudine.

Non bastando il fuoco si è pensato al fumo, capitano ha chiesto di urgenza qualche il bidone di petrolio. Le fiamme divampano all’ingresso orientale del rifugio sotterraneo span-

e

dendo per la montagna

u!n

odore di lampada


IL

che

fila.

pre più

Il

GUADO DELL’lSONZO

fumo avanza

umano

dei

gas

151

all’interno.

È sem-

asfissianti.

Per qualche ora la guarnigione resiste all’attacco. Poi, improvvisamente, gli elmetti dei nostri soldati in agguato, che sporgevano immobili sul pietrame,

agitano. Delle voci gri-

si

dano qualche cosa, le baionette balenano. E ad un tratto il primo austriaco compare alla luce, con le mani levate, disarmato, un tipo atletico, biondo, che ha delle mostrine azzurre al collo dell’uniforme. dieci,

venti,

E dietro a lui un altro,

cinquanta, cento....

La tana vomita uomini

in

fila,

lentamente.

Pare che la loro processione scaturisca dalle per magia, come una sorgente umana. Questa volta la montagna partorisce austriaci. Sono centinaia e centinaia. A drappelli, in fila

rocce,

indiana, scendono fra

i macigni, scompaiono, e vedono riapparire giù in fondo, sui primi solcati da camminamenti. Altre carovane di prigionieri passano intanto laggiù, in corteggi che non hanno fine, che si sgranano lentamente. Migliaia di austriaci. Vengono dalla battaglia. Sono stati presi a San Mauro, ai piedi del Sabotino, sull’Isonzo. In certi momenti l’artiglieria nemica li scorge e manda qualche shrapnell di addio frater-

si

prati

no. Allora la fila indiana degli ometti acquista

una singolare

rapidità.

I

prigionieri

verso questa benedetta terra nemica.

corrono


152

GUADO DELL ISONZO

IL

La

battaglia

continua,

ed

sotto

tutta

è

il

nostro sguardo. Quella confusione di collinette che dà alla vallata di Oslavia un aspetto tempestoso,

appare

dall’alto

schiacciata,

livellata,

e si [distende ai nostri piedi, solcata da trincee e camminamenti, in ogni verso, tracciati in tutte le direzioni colme

segni di scritture sovrappo-

i

sopra una vecchia carta asciugante. È in profondi grovigli di trinceramenti, in questi complicati sistemi difensivi che il bom-

ste

questi

bardamento non può interamente distruggere, che l’avanzata nostra ha trovato la più dura resistenza.

:

Dal Sabotino si

seguiva ieri l’avanzata passo

passo, lenta, dura, Ima costante. Dense raffiche di shrapnell nostri staffilavano furiosamente le

posizioni nemiche,

da miriadi

di

e dalla terra crivellata

pallottole

dense di polverone che sero

sollevate

dal

salivano si

masse così

sarebbe detto fos-

passaggio

di

innumerevoli

automobili. Alle sette Oslavia,

perata.

Idi

ieri sera

Oslavia, la

tremenda

tomba Idi battaglioni, appariva già suIl

fuoco

si

spostava.

I

grossi

calibri

austriaci mettevano sui ruderi oscuri e informi del paese l’eruzione veemente dei loro colpi.

Ma altre cannonate vano

tutta la riva

austriache che

annebbia-

destra dell’Isonzo, bassa e

vellutata da prati, indicavano

nostro movimento avvolgente.

l’estensione

del


IL

Gorizia

velata,

153

GUADO DELL’ ISONZO

fumigante,

diafana

nel

tra-

monto, apriva le sue strade deserte nell’ombra azzurra della sera. La tempesta delle granate

riprendeva a

tratti

sul Podgora,

la cui cresta

era ancora austriaca, e sul San Michele lontano un ondeggiare incessante di nubi indicava

qualche tentativo nemico di contrattacco verso cime espugnate. All’ avvicinarsi della seconda notte la battaglia aveva una ripresa di violenza. Nel cielo crepuscolare gli aeroplani austriaci

le

roteavano cercando di scoprire

le

nostre arti-

vampe. Le retrovie erano ingombre di masse di prigionieri che marciavano ordinati e silenziosi nel buio, in immense colonne. Erano oscure

glierie dalle

carovane che riempivano del loro scalpiccio pesante, rombante, lugubre, la quiete solenne dei sentieri boscosi. Se non si porta un’unifor-

me da soldato italiano è pericoloso avvicinarli di

notte

in aperta campagna.

Gli

uomini

di

scorta non esitano ad afferrare l’intruso per un braccio e a scaraventarlo nel branco. Per loro chi non è un compagno non può essere che un prigioniero.

Questi

austriaci,

vari

di

età,

mescolati gio-

vani ed anziani,

hanno ancora l’apparenza di

gagliardi soldati.

Non si scoprono in loro i se-

gni di lunghe sofferenze.

Sono quasi tutti

slo-

croati, polacchi, dalmati. Vi sono pure molti provenienti da queste stesse terre sulle

veni,


154

è

GUADO DELL’ ISONZO

IL

quali

un

catturato

stato

Nella zona di Monfaloone

combatte.

si

abitante

di

Monfalcone.

Aveva in tasca la chiave di casa. Soltanto, non c’è

più la casa.

Stamani la battaglia si è andata avvicinando alla sua fase risolutiva. Il Podgora è stato attaccato anche dalla parte dell’Isonzo. Gli austriaci sulla Cresta si difendevano su due fronti. Dalle imboccature delle loro caverne, verso Gorizia, mitragliavano i nostri che salivano dal villaggio di Podgora. Stretti da ogni parte hanno prolungato ostinatamente la loro difesa inucieca,

tile,

La

disperata, valorosa.

salita

difficile,

dal

lato

dell’Isonzo

era

lenta

e

ma aiutava gli assalti dal lato occiden-

che dovevano valicare soltanto pochi metri. Dalla sera di domenica si vedeva il segnale bianco che indica all’artiglieria il limite tale,

dell’avanzata piantato |ad un ti ro di sasso dalla cresta

rossigna.

Ogni slancio

quei pochi passi.

conformazione la cresta,

no

si

frangeva in

Le trincee austriache, per la

stessa

del

monte,

non potevano essere

dall’artiglieria.

L’efficacia

poste

lungo

battute in pie-

della

difesa

non

il sistema dei ripermetteva ai nemici di essere rifugiati e in azione. Combattevano, per

era sensibilmente ridotta e

coveri

scavati

lassù

dir così, dalle tane.

Nulla può ridire

l’eroica,

meravigliosa osti-


IL

nazione

dei

GUADO DELL’ ISONZO

nostri

dalle raffiche delle mitragliatrici,

Si vedevano

no, e (via di nuovo. loci, si

poi

brulichìo

il

155

Fermati,

soldati.

si

ributtati

riordinava-

andar su ve-

dell’ assalto

si

rallentava,,

diradava, e l’ondata di uomini ricadeva. In-

tanto le nostre forze che

avevano aggirato il Podgora, da Lucinico a Grafenberg, erano battute dall’artiglieria. Di frante a loro, proprio riva dell’ Isonzo, dei lancia-bombe scaraventavano enormi proiettili che sviluppavano immense nubi di gas lagrimogeino. I nosull’ altra

stri

gli occhiali e la mabombardamento austriaco cima del Podgora a grandi

combattevano con

fumo

schera.

Il

sorgeva

oltre

del

la

nembi.

il

'

;

combattimento era sanguinoso. Ogni assalto lasciava un disseminamento di caduti, auIl

striaci e italiani, fra

bordo

delle

trincee.

i

reticolati sconvolti e sul

Si

sentiva

pierò

che la

resistenza perdeva

animo e

verso mezzogiorno,

un attacco più nutrito, più

violento,

forza.

Finalmente,,

furibondo, decisivo, ha portato

i

no-

panorama di Gorizia con lo sfondo delle verdi alture di San Marco, e lonstri sulla

cima.

Il

tano la diafana vallata del Vippacco, si è aperto

meravigliosamente

Lo

al loro

sguardo stupito.

li ha fatti urlare di anno erano rimasti aggrampati a pochi passi da questa visione, come sotto alla cornice di un muro, senza ve-

spettacolo inatteso

entusiasmo.

Per un


156

IL

GUADO DELL ISONZO

dere altro che terra rossa, fango viscido, alberi stroncati, macigni, buche, tombe. E ad un tratl’orrenda altura spariva, il muro crudele come un saluto, come un invito, il respiro ampio del luminoso pae-

to

crollava, e veniva a loro

saggio

goriziano.

piangevano di

soldati

I

licità

abbracciandosi.

verso

il

fe-

E si sono precipitati giù,

fiume.

Qui la costa ripida, non tormentata dal cannone, è rimasta boscosa. Fra

un ultimo

tava

sbarrava

il

tranello.

passo,

gli

Un

nascosto

arbusti aspet-

folto

dalle

reticolato

verdure.

I

primi plotoni vi sono caduti in pieno, e le mitragliatrici erano in agguato. La lotta ha ripreso,

a mezzo declivio. È stata breve. L’ase i nostri si sono subito gettati

salto è passato,

nei

camminamenti austriaci.

Poco dopo si prendevano le disposizioni per passaggio deirisonzo. I soldati fremevano di impazienza. Verso le due si sono veduti i

il

primi plotoni scendere fra i cespugli

fitti

della

riva destra ed entrare nell’ acqua.

Un momento dopo il fiume

scintillante

ri-

La magra ha permesso

di

passare l’Isonzo a guado. Con l’acqua fino

al

bolliva di spruzzi.

petto,

il

araba, i

vano

fucile sollevato nel gesto della fantasia

soldati

guazzavano

urlando,

sforzi inauditi per sorpassarsi,

e

face-

per arri-

vare primi a toccare l’altra riva. Il fumo li ha


IL

157

GUADO DELL’ ISONZO

avvolti. Gli austriaci tiravamo a shrapnells , fa-

cevano salve su salve. Raffiche di piombo fustigavano l’acqua che si è costellata di piccoli getti candidi. Qualche ferito era passato insostenuto da mano a mano. passaggio si è fatto vicino ai ponti. Le pri-

dietro, Il

me pattuglie arrivate alla riva, inerpicatesi alla scarpata,

aggrappandosi

alle

fronde di acàcia

che la ricoprono, portatesi al bordo della sponda hanno aperto il fuoco contro i bombardieri dai gas lagrimogeni, che si sono arresi. A poco a poco la linea si è andata estendendo lungo la banchina del fiume. Dei piccoli nuclei si

sono portati alla difesa dei ponti. Vi sono due ponti, Vicini.

Uno di ferro, che

nereggia massiccio fra le Verdure delle sponde, il ponte della strada rotabile di Lucinico. L’al-

che porta la ferrovia, alto e monumentale, che lancia verso Gorizia la fuga maestosa dei suoi archi, come un acquedotto. Si scorgono in questo ponte preparativi di mina, e jl primo arco è spezzato. Ma il danno così

tro in muratura,

lieve

può

attribuirsi

lanche

grossa granata caduta

Jl

a

qualche nostra

durante

i

tiri

di in-

terdizione.

Alle tre, la jlinea avanzata aveva oltrepassato

ed era alle prime case di Gorizia. Qualche pattuglia passava, per perlustrare gli ponte di ferro, in una grandine di fucilate. Gli austriaci si difendevano dagli ahi-

la stazione

accessi, sul


158

IL

GUADO DELL' ISONZO

sparavano dalle finestre, passavano da casa a casa. Molti si arrendevano. Per i profondi camminamenti di Lucinico sfilano i prigionieri, di cui solo le teste emergono sull’erba, fra i reticolati rotti. Anche qui tati,

il

campo di battaglia è un inferno; buche enor-

mi, rifugi saltati in aria lasciando uno spar-

pagliamento di contorte,

travi,

lanciabombe

fucili

spezzati,

baionette

e per tutto a mano, mine aeree

rovesciati,

schegge, fondelli, granate

non esplose. La strada carrozzabile è sparita. Appena fuori dai ruderi informi di Lucinico. rasa al sholo, verso le trincee, la bella strada

candida scompare in una coltre di erbe salite ad invaderla dai .prati. Da quindici mesi non Vi è passato più un essere vivente.

Era la stra-

da maledetta; diveniva iad un tratto una via che portava al di là della vita, che lasciava il mondo, una via feroce e misteriosa che varcava le soglie dell’ esistenza. Chi vi metteva il piede era morto. Oggi essa è tornata a rivivere. Ma gli austriaci la battono con grossi calibri, per richiuderla da lontano e nel velo del polverone e del fumo, sollevati dalle esplosioni poderose e trascinati dal vento, passano i prigionieri ed i feriti, come delle ombre.


A GORIZIA

159

A GORIZIA. Zona di guerra.

La

linea

Gorizia di

del

combattimento ha

sorpassato

un colpo. L’Isonzo è Marcato in forLa fronte si sposta d’ora

ze anche a Salcano. in ora,

.modifica,

si

avanza.

Ogni notizia parla

definirla.

Non di

è

possibile

luoghi nuovi.

Tutto è in movimento. Bisogna indovinare fasi della lotta dal

zione del tumulto, battaglie di

le

fumo dei colpi, dalla direcome nei vecchi tempi delle

manovra.

Dopo la lunga e spaventosa immobilità delle siamo entrati in una fase di irruzione vertiginosa. La nostra forza era come una petrincee,

sante

massa di .acqua ferma che premeva pos-

sentemente sugli argini, che li scalzava, li sgretolava, di

li

sfiancava lentamente in un’apparenza

fissità

insuperabile.

L’argine è rotto e la

fiumana precipita nella breccia aperta, dilaga, si spande verso altri ostacoli. Troverà argini più lontani, ma per il momento la cateratta sgorga e romba. Si

combatte con violenza

largare

il

ai fianchi, per alvarco della linea fortificata che ci

Un bombardamento intenso batte Monte Santo e il Monte Kuk, al nord, batte San Michele e il Vallone di Do-

tratteneva. il i

rovesci del


A GORIZIA

160

ber dò,

sud.

al

E nel centro rondata copre del

suo impeto la piana di Gorizia. l’avanzata tendono resistenza

alle

alture,

si

delinea.

austriaca

I margini deldove la nuova

Ma non cerchiamo di capire. È una giornata stordimento e di ebbrezza. Lasciamoci trascinare da questa immane ondata di esultanza di

che passa. Ci sentiamo travolti come da una bufera di entusiasmo. È la gioventù, è la gloria, è l’avvenire d’Italia che passano in un’irruzione prodigiosa, e ci sembra che nessuna giornata abbia avuto questo bagliore. La ritroveremo nella memoria come un ricordo fatto di luce,

come una grande fiamma accesa

nostro passato, nella nostra storia. Sorpassiamo le vecchie posizioni morti, fatalità

piene

nel

di

varchiamo la soglia spaventosa che la aveva imposto alla nostra vittoria. Sulle

trincee

di

Podgora,

silenziose,

dalle

quali

si

nuovo campo di azione, due il vanno lentamente lungo le creste, e guardano pensosi, seguiti da qualche aiutante.

domina

tutto

generali

Sono i soli esseri viventi sulle tragiche vette. Passano fra i rottami, fra i cadaveri, in uno sparpagliamento di armi spezzate, di granate a mano, di indumenti calpestati che hanno l’

aria

fili

morta anch’ essi, scavalcano grovigli di si fermano meditando come per

di ferro,

ricostruire nel gesto dei caduti gli episodi supremi della lotta, si additano delle cose vicine


A GORIZIA

161

nuovo campo di battaglia e poi tornano a contemplare l’antico, la loro attenzione va dal passato al o lontane, osservano di tanto in tanto

futuro,

studiano le

orme

il

della guerra e guar-

dano il cammino che alla guerra si apre. Le truppe che marciano ai piedi delle alture, dirette a Gorizia in lunghe file grigie e tortuose sul terreno spezzato da trincee e camminamenti, lungo la ferrovia dalle rotaie divede e Scontorte, non immaginano Che è il pensiero, è la volontà di quei due uomini il cui profilo si erge sulla vetta solitaria e insangui-

nata, che

li

muove. Sono il genio e la scienza Cadorna e Porro. Se i sol-

della guerra, lassù,

dati lo sapessero, l’ acclamazione sorgerebbe dalle

loro masse.

Le truppe sono penetrate a Gorizia nella pri-

ma ora del giorno.-

I

battaglioni che, conquista-

il Podgora, si sono gettati ieri nel fiume passandolo a guado, si sono trincerati alle prime case dei sobborghi Hanno sbarrato le stra-

to

,

de con barricate di sassi, di carri, di travi, di botti.

Soltanto qualche pattuglia

si

era portata

più avanti, negli orti e nei giardini. Per tutta

uno scoppiettìo di fucilate. Gli sparavano dalle finestre. Avevano

la notte è stato

austriaci

sfondato reti

i

recinti,

aperto dei varchi nelle pa-

degli edifici, eretto

parapetti ai crocicchi,

per opporsi all’avanzata con una guerriglia di Barzini. Dal Trentino al Carso.

11


A GORIZIA

162

strada.

Ma si trattava di poche forze di retro -

guardia.

cora

Il

al di

grosso dei nostri era trincerato anlà

dell

fiume,

sco che fronteggia

inel

folto e antico bo-

'villaggio idi

il

che sembra un parco,

Grafenberig e

e di fronte al

paese di

Podgora.

L’avanzata

avvenuta

è

all’alba.

Da

aldine

case le ultime pattuglie austriache hanno ten-

scaramucce hanno fatto echeggiare idi fucilate le vie deserte. Qualche morto, pochi feriti: l’ultimo prezzo della conquista. Un rombo cupo è venuto dal pdnte tato di difendersi. Brevi

di

ferro,

quello della strada di Lucinico, l’u-

Era la cavalleria che pasÈ continuata a passare per

nico rimasto intatto. sava,

al galoppo.

qualche

mentre

ora,

svegliava e batteva

il

l’artiglieria

austriaca

si

varco. Plotoni di carabi-

irrompevano per le vie e per le piazze, occupavano gli edifici pubblici, stabilivano il primo servizio di sicurezza. Intanto la fanteria avanzava, attraversava a guado l’Isonzo mentre i pontieri lavoravano febbrilmente nieri a cavallo

alla

costruzione

delle

passerelle.

Alle cinque

avanguardie aveva attraversato la città. I combattimenti riprendevano al di là. Gorizia pareva deserta. I grossi calibri austriaci cominciavano a percuoterla. Il ponte era bomdel

mattino,

l’

irradiazione

delle

bardato, e sotto al fuoco l’avanzata continuava.

E continua ancora.

Questa

è in

poche parole


A GORIZIA la

cronaca della presa.

163

Ed ora entriamo anche

noi nella città conquistata. Il lettore ci segua pazientemente nel tumulto delle nostre impresalle

sioni,

quali

non

è

possibile

dare un or-

dine.

La

strada che da Lucinico va al villaggio

di Podgora attraversa rattissima banchina ferroviaria in un lungo sottopassaggio, oscuro, barricato con travi. Era un rifugio austriaco, una

sede di comandi. Per qualche ora è un nostro quartiere generale e un posto di medicazione.

È una bottino,

galleria fantastica,

ampia, ingombra di piena di casse, di armi. Delle lampade

elettriche spente

pendono dalle travature,

e si

va nel buio, fiancheggiando strani edifici, casette di legno erette lì dentro come le stazioni sotterranee del Sempione. Passano dei feriti, si odono dei comandi, degli ufficiali si affollano intorno al generale che impartisce ordini, pres-

uno degb sbocchi, seduto ad una tavola Pare di essere in una miniera. Dei soldati gridano: Largo! Largo — e trascinano delle cose pesanti. Sono cannoni preso

coperta di carte.

!

si

al nemico.

Improvvisamente, il sole. Si sboc-

ca nel villaggio.

L’ultimo bombardamento nostro lo ha devaTutto è in rovina. Da ogni parte, cada-

stato.

veri

austriaci

cui sono caduti,

giacciono

nell’ atteggiamento’

io

con le loro granate a mano nel


A GORIZIA

164

La resistenza è stata violenta e dispe-

pugno.

Vi sono ancora dei nemici dispersi che arrendono. Nei rifugi del Bodgora, la cima ci sovrasta, in quei rifugi che aprono nella boscaglia stroncata la loro bocca

rata.

non

si

cui torva

nera di caverna, dei nuclei nemici sono rimasti intanati fino a poche ore fa. Il vicino ponte della ferrovia, crollato in parte, sospende sulle macerie, fra i piloni rimasti, la centina d'elle rotaie intatte, sospese. Arrivano granate nemiche, idi tanto in tanto, e le schegge crepitano sui muri come una grandine sibilante.

Degli avvisi in tedesco indicano

pas-

i

saggi alle posizioni, grandi cartelli neri e bianchi,

come

sinistri

le

iscrizioni funerarie

sulle

porte delle chiese nei giorni di esequie: «Nach Seguiamo il sentiero nel bosco che Gorizia»

—

.

risonzo,

costeggia

insieme

alle

truppe,

i

cui

elmetti sporcati di fango oscillano nella

marcia

tra le fronde simili a ciottoli in moto.

Genio

Il

ha creato una passerella attraverso il fiume. L’artiglieria nemica tempesta il greto. La fanteria passa a drappelli,

di corsa.

Un fragore 'scrosciante di grosse granate ci sorprende, e uno

chioda

a

metà

spettacolo

della

magnifico

passerella.

ci

in-

L’artiglieria

italiana varca l’Isonzo sotto un diluvio di can-

nonate.

Passa sul ponte di ferro.

vuol fermarla.

Il

nemico

Enormi esplosioni sollevano gi-

gantesche colonne d’acqua, eruzioni di pietre,


165

A GORIZIA la

par di sentire

trema,

terra

passare come

colpi

un

no

dei

Nuvole

greto, avvolgo-

il

Quando il fumo si dissipa, la ri-

ponte.

il

vampa

ardente.

soffio

dense e vorticose annebbiano

la

gida trina di acciaio del ponte

disegna nera

si

in una caligine grigia, e su di essa

si

rivedano

nostre batterie che passano impavide, tranquille, a piccolo trotto, sollevando la poivere

le

con

della strada,

i

postiglioni eretti sulle selle

e i serventi rigidi sui sedili dei cassoni e dei

Raffiche

pezzi.

di

shrapnell.?

del loro lamento.... Dio!

caduto! valca!

empiono

l’aria

un cavallo di testa è

La Ria dei cannoni si ferma, si accaÈ un istante. Le tirelle sono tagliate, il

cavallo morto nereggia per terra.

Il

passaggio

continua.

Risaliamo

il

dei cascinali,

strade:

greto,

ecco delle case rustiche,

dei frutteti, poi delle ville, delle

Gorizia. Tutto è chiuso, tutto è silen-

è abbandonato. Si direbbe che la vuota da anni. Per le vie alberate cresce l’erba lungo i lati, ai piedi dei muri. zioso,

tutto

città fosse

gran silenzio. Qualche tetto è sfondato, qualche edificio è bruciato, i muri sono butterati da schegge. In certi giardini le piante e i

U,n

hanno invaso ogni

fiori

lato

i

viali,

si

si

spazio,

hanno cancel-

affacciano da tutte le parti sul-

hanno occupato il posto che l’uomo riserbava fra loro, e un fiammeggiare di

la strada,


A GORIZIA

16 (J

oleandri

maschera

fioriti

delle

finestre

basse

che da lunghi mesi nessuno ha più aperto. Quasi tutte le case dalle quali è scomparsa ogni traccia di 'vita recente, portano dei nomi italiani alle targhette

dei campanelli.

che mettono alle loro porte Sono le case degli internati.

Le orti-

delle soglie verdi. Il

fumo di un in-

cendio vela uno sbocco. Delle pattuglie percorrono i marciapièdi, e il loro passo risuona quiete

nella

Una

addente e pesante.

finestra

,a

pian terreno

è

spalancala.

Guardiamo dentro, c’è forse qualcuno. Nel mezzo della camera sono distesi dei cadaveri di soldati austriaci.

sa

Una motocicletta militare pas-

come un dardo

in

un

crocicchio.

Nell’afa

ardente della giornata estiva scende dagli alberi

un canto vasto e monotono di cicale. «Fermata del tram» — dice un cartello che

polverosi

sporge, e ci

accorgiamo solo allora che delle

rotaie rugginose si distendono sotto alla polvere fine della strada. Gli edifici si

rano allineando

fanno ampi, moderni, e si serle loro finestre innumerevoli

sulle facciate bianche. città ci

Siamo nel centro

della

nuova, e qui la solitudine che l’Austria è più tragica, per tutto quello

abbandona

che parla della vita della folla, di movimento e di traffico. Vi è una non so quale costernazione nelle cose inanimate,

nei

palazzi

senza

sguardo, nei negozi sulle cui porte la polvere si

è posata a

strati.


A GORIZIA

167

Ad un tratto ci troviamo di fronte ad un caffè un elegante caffè pieno di ufficiali che da un cameriere in giacca

aperto,

dissetano, serviti

si

bianca. Al banco

il

padrone. Si bevono delle

limonate eccellenti per pochi soldi. Gli austriaci potevano mancare anche di sapone, ma ave-

vano limoni in abbondanza. Anche

nelle trin-

E sono limoni nostri, passati per la Sviz-

cee.

zera. Le casse portano impressa l’origine.

«Boni

— come dicono loro » La prima cosa che ha rivissuto a Gorizia è

taliani

stato

!

.

il

Si

caffè.

mattina,

appena

è si

aperto puntualmente alla è

estinta

la

fucileria

nei

Più avanti, nella città vecchia, olpiazza Grande, si sente una vita celata

sobborghi. tre la

i muri, una vita che aspetta nascosta, malsicura ancora. Qualche bimbo si mostra,

oltre

donne spiano da dietro le persiane, sen-

delle

tendo

un passo sulle pietre affocate della straÈ il popolo più povero, quello

da

silenziosa.

che

è

rimasto del popolo dopo gl’internamenti

Domani le porte si apriranno un po’ di folla per queste viuzze tor-

e le coscrizioni.

e vi sarà

tuose dell’antico quartiere veneziano, che

rampicano sulla collina del Sul Castello

gli

si

ar-

Castello.

austriaci tirano con

i

grossi

Immaginano che serva da osservatorio. Le granate sembra che soffino sulla nostra tecalibri.

sta,

tanto

il

loro urlo possente

si

spande con


168

A GORIZIA

veemenza. Andiamo senza mèta in questa lugubre solitudine piena di sole. La strada che porta al Castello diviene ad un tratto campefiancheggia

stre,

muri di

facciano le piante.

La

dai quali

orti,

fucileria

è

si

af-

vicina.

combatte lì sotto, al borgo San Rocco e al borgo San Pietro. Scaramucce di avanguardia Si

Non si vede (nessuno giù per i vigneti dove la battaglia

si

riaccende.

Degli

edifici

grandi e

bianchi come caserme, una chiesa nuova, delle strade vuote, e intorno dei prati, dei giardini, dei

filari

non

si

della

arco

d’alberi.

Qualche pallottola

arriva

sa da dove, presso l’entrata massiccia antica

fortezza

veneziana,

sotto

al

cui

una lapide Idi marmo, incisa in caratteri una corona di quercia,

dorati e circondata da

ricorda la morte avvenuta in quelle vicinanze, per una granata italiana durante la nostra offensiva di novembre, del comandante delle artiglierie, generale Kòrner. Non più soldati, [non più pattuglie, la solitudine lassù è assoluta, il borgo del Castello, oltre e

il

portale,

nostrane,

tutte

allinea le sue casette vecchie

a portici, in

un

silenzio

di

morte grave di spavento. Niente vive se non la battaglia invisibile e (misteriosa,

che sembra

là,

dietro

i

uno scoppiettìo

muri, qualche ronzìo

rombo della granata aucome un rumore di treno e che muore nello scoppio'

e di tanto in tanto

il

striaca che arriva, fragoroso e suonante


A GORIZIA

La terra sussulta.

formidabile. scio

lungo

che

si

169

Si

ode lo scro-

che crollano, di tetti qualche casa muore, e una

(macerie

di

sfasciano,

grandine fitta di schegge si sparpaglia sui muri e sulla strada con sibili taglienti sollevando

nembi

di (polvere.

Una porta si schiude, un bimbo di sette od otto anni, pallido da,

ma tranquillo, si sporge, guar-

rimane un po’ incerto, poi domanda: Sono

— Sì, figliuolo, sono — Con un gesto di rasse-

granate austriache queste ?

granate austriache.

gnazione si mette a sedere sulla soglia, fra rot-

tami di tegole che la cannonata ha lanciato.

vedono lontano- le posizioni espugnate, co-

Si

me il nemico le vedeva. Il loro profilo maledetto ci

è

così

familiare che le riconosciamo

senza esitazione. Attirano il nostro sguar-

tutte

contemplano con una specie di rancore feroce. Il cannone tuona Verso il Monte Santo, che ci domina, tutto grigio e sassoso come il Sabotino. Sul San Michele continua la lotta accanitamente. Ma i colpi austriaci tempestano do, le

ora

declivio

il

verso

Gabrije

e

verso

Gotici.

Avanziamo. Il bombardamento dei ponti di Gorizia non ha sosta. Vuol dire che prosegue intenso

il

passaggio

delle

nostre

sono già in azione.

costellano la

forze.

Quellie

che abbiamo visto attraversare I loro shrapnelh piana a levante di Sant’Andrea.

batterie nostre

l’Isonzo


A GORIZIA

170

Ridiscendiamo nella

città.

Passano ora dei

battaglioni, ordinati e fieri, nelle grandi vie al-

berate.

Sono moltitudini grigie che sfilano, irte

di fucili, filari,

fra le case taciturne. Nell’ ombra dei

squadroni di cavalleria si appiedano; i ca-

valli coperti di polvere, assetati, sfregiano

mor-

dendo le cortecce degli alberi, dei soldati sdraiati

dormono

fra le

zampe delle loro cavalcature.

vento caldo del meriggio fa sventolare Ile banderuole delle lance riunite in fasci, che

Il

dànno un’impressione inattesa

e

pittoresca di

antica guerra.

La cavalleria torna daH’insegui-

mento. È

che ha. ripreso contatto col ne-

lei

mico e riacceso il combattimento.

Ha fatto dei

prigionieri.

Precedute e seguite da carabinieri a cavallo, le carovane dei prigionieri attraversano Gorizia. Qualcuno è stato preso in città. Ecco un aitante ufficiale austriaco, con la sua ordinanza, che un soldatino fconduce, trovato or ora in una

casa.

Ce ne debbono essere ancora molti,

posti

a figurare

come

dei

dis-

buoni borghesi di

Dobbiamo diffidare tutti gli uomini atti alle armi che vedremo

Gorizia, ardenti di italianità. di

in giro.

Sui ciali,

muri biancheggiano dei manifesti uffisormontati dall’aquila bicipite. Alcuni pro-

clamano in quattro lingue l’infamia della nostra guerra. Altri stabiliscono delle regole per


A GORIZIA

avere la

171

carta del pane » o del sapone o della

«

La carne costava dodici corone al chilo,

.carne.

pane sessantasei centesimi, il lardo dodici Un avviso avverte che chi prestasse aiuto ai prigionieri di guerra nel compimento della fuga verrebbe « punito con la morte’ me-

il

corone.

Da poi

diante capestro». nel

aiutare

i

prigionieri

compimento della fuga è diventato uno

sport.

Dei colpi precipitosi di mitragliatrice risuo-

nano improvvisamente, vicini. Cos’è ? Dove sparano ? Sembrano venire

Vengono

dall’ alto,

dal

sereno.

Due aeroplani austriaci vol-

dall’alto.

teggiano sulla città,

bassissimi.

Si

vedono ad

occhio nudo le loro croci nere sotto le loro ali,

si

distinguono gli aviatori.

truppe ammassate in certe

vie.

Sparano

sulle

Non riescono

a colpire,

ma seguitano a lungo; girano, mi-

tragliano,

pare che in certi momenti

mino

quasi,

prora

la

contro

vento.

si

fer-

Poi

si

Un Caproni è comUn altro sopraggiunge. È

allontanano subitamente.

parso e

li

insegue.

la caccia: le mitragliatrici martellano nello spazio. Tutti gli

aeroplani

si

innalzano,

si

confon-

dono nella luce, svaniscono nell’azzurro. rombare vago di motori scende dal cielo. Il

sole

declina,

il

primo giorno

Un

italiano di

Gorizia è alla fine. Sulle retrovie, in un polve-

rone denso che

il

tramonto arrossa, tumultua


A GORIZIA

172

un immenso movimento

di veicoli, di uomini, L’avanzata della fronte propaga lon-

di cavalli.

tano

il

nerali, sito,

suo moto, trascina con sè quartieri gebasi

di rifornimento,

stazioni di

depo-

riserve, sposta tutto, attiva la circolazione

dei servizi; ed è tutta la vita dell’ esercito che

che scorre, che palpita nelle arterie

affluisce,

del paese.

Le file sterminate

soni, di

camians

hanno

interruzioni,

di carri,

di cas-

non non hanno lacune, scorrono serrate con un rumore profondo fatto di scalpitìi, di passi cadenzati, di rombi di motori, ,

di furgoni,, di automobili,

di fragori di ruote.

digiosa

E tutta questa attività pro-

ha qualche cosa

di

incorporeo nelle

come in una nebbia una folta caligine popolata di ombre agitate, nella quale tutto sembra sospeso, eva-

nebulosità del .polverone,

opaca, in

nescente, indefinito, irreale.

Per queste strade, che fino a ieri il fuoco nemico interdiceva, fiancheggiate da rovine, si

ha il senso definitivo dell’avanzata, dell’ irrompere violento di una grande forza. È la guerra che passa. Pare che tutto corra verso il cannone, che il tuonare della battaglia allontanandosi chiami a sè inesauribili energie, urgenti, e piene.

È necessario riattraversare

le

posizioni

ab-

bandonate per rientrare nel vortice di questa vita. Si ripassa fra i morti che impugnano ancora il loro fucile, rimasti soli a combattere una


173

SAN MICHELE ESPUGNATO

IL

loro battaglia silenziosa mellfombra della sera, distesi

mente

come in agguato. Scrosciano incessantediretti al ponte. Fra un’esploi colpi

sione e l’altra

spugliose

si

sente venir su dalle rive ce-

un vasto

e

tranquillo

rane.

gracidare

di

;

SAN MICHELE ESPUGNATO.

IL

11 agosto.

Mentre Gorizia era presa e le nostre truppe, dall’alba di mercoledì, avanzavano all’attacco delle alture ad oriente della città, il Carso

fin

resisteva.

Avevamo

valicato

di

balzo le

vette

San Michele, ma la truce montagna, che ai nostri occhi ha assunto qualche cosa di vivente, di feroce e idi bestiale, come un mostro' accovacciato bevitore di sangue, la montagna del

furente che porta le tracce di trentadue assalti, difendeva ancora tenacemente i suoi declivi. Ieri

ha ceduto.

Pareva che gli austriaci volessero fare della punta estrema dell’ altipiano carsico un perno della resistenza, che volessero tenere ad oltranza quel pitone irriducibile, farne un argine alla irruzione italiana. Il combattimento, che si

era andato estinguendo sui quindici chilodella fronte spezzata, imperversava nei

metri

giorni

scorsi sul

San Michele,

nella

Sella

di


174

IL

San Martino,

sul

La sua mole

rossastra e rocciosa,

SAN MICHELE ESPUGNATO

Monte Sei Busi, e intorno a Monfalcone. Il Carso era sempre pieno di nubi. spelate,

scorticate e

stellata

di

nubi

e

dalle vette

come sanguinanti, era co-

rombante

tacchi e contrattacchi

si

di esplosioni. At-

seguivano incessanti.

Pareva che lassù il nemico non si fosse accorto che l’Isonzo era varcato, che la pianura era invasa, che Gorizia era sorpassata dalla battaglia,

e

che

le

nostre forze gravavano ora

sul suo fianco destro.

Domenica, mentre e

il

espugnava

si

Sabotino

il

espugnammo d’impeto le quattro

Calvario,

San Michele, che sembrano quattro vertebre di una schiena. Un contrattacco ce ne vette

del

ritolse due. Tornammo all’assalto, riconquistammo le cime, ci consolidammo. Ma eravamo fer-

mati da immensi labirinti di fortificazioni. Lugli austriaci tentarono di ributtarci in-

nedì

dietro.

Non

riuscirono.

la spinta in avanti. Noin

nella mattina,

quando

Martedì rinnovammo riuscimmo. Mercoledì

la (nostra cavalleria ir-

radiava i suoi tentacoli galoppanti oltre il ponLucinioo, il nemico risalì al contrattac|co San Michele ooin forze fresche. Fu respinto. Alla sera riprendemmo noi l’azione con energia disperata. Volevamo passare, dovevamo paste di

del

sare.

I ! !

La lotta sul Carso pareva indecisa. Ma era troppo lunga, troppo continua, troppo tenace,


IL

SAN MICHELE ESPUGNATO

175

uno sforzo che doveva finire per fiaccare il più debole. Era come quelle collutrichiedeva

mettono

tazioni rabbiose pelle

quali gli

tutte le loro energie

tremano e fremono im-

mobili,

le

atleti

muscoli gonfi, i tendini tesi, senza che

i

nessuno dei due campioni pieghi, fino a che, subitamente, spesa l’ultima forza, uno dei due si

accascia di colpo. Ieri mattina

l’

austriaco è

caduto. Portati dalla nostra spinta, siamo discesi, sia-

mo precipitati in avanti. Dal San Michele su da Gotici nel Vallone. Alla destra,

Cotici,

al

piede delle alture, lungo l’Isonzo l’attacco pas-

sava fulmineamente da Peteano a Boschi ni, infiltrava nelle pinete

che impellicciano

girava ad oriente, seguiva

clivio,

passava Rubbia, arrivava

allo

il

il

si

de-

Vipipacco,

sbocco del Val-

San Martino piombava giù su Devetaki. Dal Monte Sei Busi arrivava lone.

-Dalla

Sella

di

come un torrente a Doberdò. Dalle posizioni di Selz balzava sul Monte Cosich. È stata un’avanzata fulminea di

secondo

lometri,

tre, i

di quattro, di

cinque chi-

punti.

Solo ad oriente di Monfalcone la linea austriaca è

ha resistito. L’onda

del

nostro assalto

passata e ripassata sulla fatale

Quota 121

senza potervisi fermare. Questa altura tondeg-

come una

sinistra,

duna

deserto tanto la battaglia l’ha denu-

del

regolare e

fulva

giante e


176

IL SAN MICHELE

data,

ESPUGNATO

spazzata dalle artiglierie di Duino

e

di

Medeazza, è stata il fulcro sul quale si è operata la conversione austriaca. Non resisterà a lungo ma è ancora un punto fisso, un perno della estrema sinistra del nemico.

È lì che gli austriaci fanno lo sforzo più, lungo e tenace. Perchè quelle posizioni si ergono a guardia della via di Trieste. Dobbiamo aspettarci una opposizione furibonda in quel varco verso la bella Città adriatica, che è ogni giorno più nostra. Tutte le risorse disponibili,

Testrema sua Ricchezza di uomini e di armi, l’Austria le spenderà per contenderci il passaggio verso Trieste.

È così ossessionata dalla pau-

ra di perderla, la città prigioniera, che presentendo una Inostra grande offensiva l’Austria

non ha esitato a concentrare nel settore di Monfalcone il nucleo principale delle sue forze. Aspettandosi un colpo decisivo ha portato tutta

sua preparazione sulla via di Trieste.

la

La nostra azione

dimostrativa nella zona di

Monfalcone, iniziata il giorno 4, l’ha confermata nel

suo sospetto.

Anche dopo

Ed

è

la presa del

caduta nel

tranello/

Sabotino e del Cal-

dopo che la testa di ponte di Gorizia si era sfasciata, 'nella sera di domenica delle truppe austriache (continuavano ad affluire contro vario,

Monfalcone. Questo spiega la solidità di quelnemica.

l’ala

Stamani, una gran quiete gravava su Mon-


IL

177

SAN MICHELE ESPUGNATO

Non una

falcone e sulle sue colline devastate. fucilata,

non un colpo

brava dormire

sotto

il

cannone. Tutto sem-

di

cielo nuvoloso.

La città

diroccata e le posizioni sconvolte parevano affrante, dopo i cruenti combattimenti di ieri. della Rocca, sbocconcellato dalle ergeva fra le boscaglie sfrondate a sorvegliare un paesaggio di silenzio. Il Cosich, appena conquistato, arrotondava sullo sfondo

torrione

Il

granate,

si

Doberdò la sua groppa irta di mozziconi d’albero, e pareva deserto. I nostri della conca di

si erano già insinuati nei camminamenti' austriaci entro la gola fra il Cosich e il Debeli,

soldati

ma nulla si scorgeva. L’attacco del Debeli poimminente: niente

teva

essere

nella

calma profonda e

grigia.

lo

annunziava Doberdò era

invece in tumulto. L’artiglieria

austriaca batteva rabbiosamente case bianche, sventrate e sen-

Doberdò,

le cui

za

sembravano fluttuare pallide in una

tetto,

apriva nubi di esplosioni. La linea della battaglia, indicata da-

caligine agitata. Tutto

il

vallone, che

brumoso e diafano, era

costellato

si

di

scoppi, saliva già le pendici a oriente del Vallone, incerte nella foschia di un’alba piovosa, e sulle quali un folto di vegetazioni metteva gli

come una coltre oscura, vaporosa, azzurrastra. Il combattimento pareva avesse sorpassato Oppacchiasella.

— Barztni. Dal Trentino al Carso.

:

12


178

IL

SAN MICHELE ESPUGNATO

Contorniamo il Carso. È il primo giorno oggi che un’automobile può percorrere i piedi delle funeree alture, (coperte da immensi rabeschi di trincee, senza sentirsi cercata dal cannone nemico. Seguiamo la strada di Sagrado, la strada delle rovine e dei cimiteri. Arriviamo sul

campo

della

^attaglia di

ieri,

a

Peteano e a

Da ogni parte caverne, trincee, cam-

Boschini.

minamenti, alberi stroncati, macigni franati dai declivi,

di

reticolati,

«cavalli

di

Frisia»,

buche

proiettili.

Rimbombano scoppi vicini, qualche proiettile passa alto con un fruscio rombante da aeroplano,

di

lento sulle

tanto in tanto

uno stormire

vio-

cime degli alberi. Siamo al limitare

della battaglia, sul Vippacco, tortuoso e limpido, che scorre senza rumore, fra candori di

ghiaie sulle quali un affollamento selvaggio di cespugli reclina le sue frondi.

Centurie di territoriali hanno lavorato tutta e lavorano ancora a riaprire il pas-

la notte

saggio, e demoliscono, colmano, trascinano via ostacoli di ogni sorta. Bisogna spesso aspet-

tare che la strada rinasca, pezzo per pezzo, per andare avanti, e la vita torna a invaderla a poco a poco. Un flusso di carriaggi, di sal-

merie, di cavalli la inonda, la riempie di fra-

stuono e di voci. Dei feriti leggeri passano in

fila sul

margine


IL

179

SAN MICHELE ESPUGNATO

erboso, col loro cartellino bianco sul petto, le

braccia e la testa fasciati. Dove si combatte ? È all’imboccatura deli Vallone.

Alla Quota 112!

Ma non si vede ancora, la boscaglia serra la strada. Ad un tratto la piana di Gorizia si spalanca.

La

città

appare rTida,

con

i

suoi

grandi caseggiati che sembrano sparpagliati in disordine, fra gli alberi, dominati dal Castello, quadrato, massiccio e candido sulla cima della sua verde collina. Alte colonne di fumo ir-

rompono sul caseggiato.

Gli

austriaci

bombar-

dano. Tirano ancora sui ponti e sul Castello. Si sfioccano grappoli di shrapnell sulle alture di

San Marco, a oriente

costellate di ville. te

San

di Gorizia, tutte

Più al nord, lontano, il Molnche è più

Gabriele,, regolare e boscoso,

grande del Sabotino, ha delle masse di fumo denso sul suo fianco oscuro. La fucileria scoppietta lungo il torrente Vertojbica che scorre ai piedi delle alture di San Marco e s’indovina per un infoltirsi di verdure alle sue rive. E un santuario, San Grado, che solleva in cima ad una collinetta isolata, non lontana dalla im-

boccatura

del

Vallone,

la

sua chiesa bianca

fiancheggiata da due campanili simmetrici come due corni, scompare di tanto in tanto in un vortice di fumo. Tutta la piana rimbomba.

La

nostra azione oltre Gorizia, cominciata mercoledì con scaramucce di avanguardie e attacchi di cavalleria, sta prendendo (ampiezza, densità,, vigore.


180

IL

SAN MICHELE ESPUGNATO

Non è possibile vederne i limiti. Sembra che nostre

le

punte,

formate forse da compagnie

abbiano sorpassato Merna, presso la confluenza del Vertojbica col Vippacco. Ma il cicliste,

fuoco, sopra tutto sulle alture di sul

San Marco e San Gabriele, montagna dall’aspetto formiindica che noi fronteggiamo una linea

dabile,

di resistenza organizzata.

probabilmente, non haimo poanche lì di quei loro terribili si-

Gli austriaci,

tuto costruire

stemi di fortificazioni a groviglio che costringo-

no

alla

guerra di assedio,

ma certo vi hanno

da tempo, e gli austriaci del resto sono rapidi preparatori di posizioni. Filo di fatto lavori,

ferro e mitragliatrici costituiscono la base della loro difesa. Trattengono e falciano. In terreno

non i

familiare,

difficile,

coperto di coltivazioni,

nostri soldati si trovano fermati da reticolati

profondi, sotto

un fuoco intenso del quale non

è sempre possibile riconoscere subito la proLe trincee nemiche sono mascherate da filari di vigna, dai recinti, dalle siepi. Bisogna identificarle urtandovi contro, e bisogna che l’artiglieria avanzi, che la lenta forza demolitrice abbia il tempo di arrivare, che tutta

venienza.

l’organizzazione dell’offensiva

si sposti. Per un tempo, sia pur breve, la lotta si immobilizzerà su questa linea, la cui vera forza di resistenza

deve ancora rivelarsi.


IL

181

SAN MICHELE ESPUGNATO

Il Vippacco taglia la battaglia in due. Due campi diversi, due aspetti diversi. Si potrebbero dire due battaglie: quella di Gorizia e quella

Una s’inarca oltre il bordo della pianura goriziana, da Salcano a Merda. L’altra

del Vallone.

s’ingolfa in

una valle angusta,

dalla

tortuosa,

quale risale per un caos di costoni e di groppe. Per contemplare il Vallone bisogna salire il

San Michele. Quale spettacolo lassù!

una ha nei nei suoi sconvolgimenti un tale

Vi è nelle tracce

Ideila

lotta finita ieri

così formidabile violenza, la terra stessa

suoi squarci e

di furore, Vi è tanta agitazione nella immobilità delle cose, che pare che tutto abbia combattuto. È stata una tempesta favolosa di

aspetto

macigni, di uomini, idi àlberi. Non vi è una pietra che sia rimasta al suo posto. La montagna ha sepolto quello che aveva sopra, e ha scagliato a blocchi intorno la roccia delle sue viscere.

Ogni campo

di battaglia

abbandonato

è

spa-

ventoso, perchè solo l’orrore vi resta. Vi resta quello che è morto, lacerato, spezzato, calpesta-

La guerra lascia sul campo il suo passivo.

to.

L’eroismo,

il

vigore, l’entusiasmo, la speranza,

la vita, si sono allontanati in tumulto. vi

sono loro, -il resto sfugge;

trano, travolgono. glia

Finché pene-

essi urlano,

Ma nessun campo di batta-

ha mai raggiunto la tremenda e angosciosa

grandiosità di quello del Carso.


182

IL

SAN MICHELE ESPUGNATO

camminamenti

I

e

le

trincee,

che coprono

per ogni verso

il mo;nte, complicati come le venature di una foglia, scavati nella pietra, fian-

cheggiati, da cumuli immani di sassi, blindati con travi di ferro e sacelli pieni di quella terra rossa che pare impastata di sangue, rafforzati da corazze di acciaio, difesi da selve di reticorugginosi, sono stati disfatti

lati

esplosivi.

La guerra

attuale

qua e là dagli

ha

fatto

nascere

esplosivi nuovi, nitrati e picrati di potenza favolosa. In certi punti le nostre bombarde han-

no cancellato ogni vestigia di trincea nemica. Le hanno ridotte in fiumane di schegge, in petraie vaste come letti di torrenti. Non vi è palmo di terra che le granate non abbiano scavato.

E in questa convulsione di rocce spezzate,

sono sparpagliati fucili rotti, strumenti da lavoro contorti, avanzi umani. Vi sono cadaveri di battaglie ormai lontane,

mummificati entro uniformi terrose, cadaveri Ecco dei soldati nostri caduti in fila

di ieri. ieri

mattina, all’ultimo assalto, falciati da una alcuni di loro tengono ancora

mitragliatrice: nella

mano cerea il fucile colla baionetta ina-

Sono morti nel momento della vittoria, a pochi metri dalla trincea nemica, e sembra che stata.

si

inerpichino ancora tanto il loro gesto eterno l’ impeto.

ridice

Migliaia di terra,

bombe

bombe a mano sono sparse per a pigna,

a palla,

a lente, cilin-


IL

183

SAN MICHELE ESPUGNATO

driche, proiettili strani, e tubi esplosivi, indu-

menti, oggetti irriconoscibili, elmi, maschere austriache,

che sporgono il

filtro

a forma di po-

mo da innaffiatoio, maschere italiane che fanno un muso da cane, mogeni,

occhiali contro

pompe per

i

i

gas lagri-

liquidi infiammabili,

maz-

ze ferrate, tubature per l’acqua, cavi telefonici,, pacchi di cartucce, tutto 'questo frammisto, dis-

seminato, aggrovigliato intorno ai morti.

Nelle doline, mitero,

si

il

cui centro è

sempre un

ci-

aprono i rifugi. Si scende in quelli lunghe scale. Sono caverne vaste

austriaci per e

profonde come catacombe, rivestite

di legno,

percorse da enormi tubi nei quali i ventilatori soffiavano l’aria pura. Vi sono caverne austria-

che piene di macchinari, caverne-officina, bon le loro fucine e i torni, caverne-magazzino piene di viveri.

In un rifugio sotterraneo del nemico stavano montando un magnifico motore Diesel ad olio pesante e delle dinamo. I grandi macchinari rilucono fantasticamente al breve chiarore dei nostri fiammiferi.

Nelle tenebre delle caVerne abbandonate avviene

spesso

di

tarsi

di

una

dei rumori misteriosi, uno scalpiccio soffice, l’agi-

udire

in fondo in fondo,

vita incomprensibile, e ci si fer-

presi da un’ansia vaga di su«Chi è?»: nessuno risponde. E lo

ma ascoltando, perstizione.

scalpiccio vellutato continua nel buio.

Un fiam-


184

IL

SAN MICHELE ESPUGNATO

mifero acceso in fretta fa scorgere a terra delle forme nere che guizzano, enormi topi da trincea.

Entrati nel dedalo immenso dei trinceramenti

perde la strada. Quando si vuol riuscire non orizzonta più facilmente. Si è prigionièri

si

ci si

quella favolosa devastazione

di

pare

allarghi,

si

la solitudine pesa.

macabra, che che non possa aver fine, e Di tanto in tanto delle gra-

nate nemiche arrivano rombando, dirette forse su San Martino e che cadono invece sul San Michele quasi per abitudine. Tira da così lontano il nemico ora!

Ad un

rialzo

del

riconosce la Sella, tino un

ie

terreno ci il

villaggio

si

di

ritrova.

Si

San Mar-

poco più oltre; un cumulo di sassi grigi

con dei piccoli mozziconi di muro anneriti dalfiamme. E più lontano, a levante, il profilò

le

del Monte Pecinka, al di là del Vallone, dove T attacco nostro adesso si sviluppa. Il Pecinka non conosce la guerra, e porta intatti

i

suoi

boschi

e i

suoi

prati,

l’abito

di

pace. Per combattere

i monti si spogliano coSperiamo bene che il Pecinka non ne abbia il tempo. Si vede verso la cima

me

gli

atleti.

un villaggio oscuro fra gli alberi: Lokvica. Un altro a mezza costa, più grande: Oppaochiasella.

Delle grosse granate vi scoppiano.

laggio s’incendia. Continua al sud il

Ili

vil-

bombarda-


IL

SAN MICHELE ESPUGNATO

185

mento di Doberdò. Sotto [Oppacchiasella si scorge la nostra fanteria.

Opera con un ordine stupendo. Manovra co-

me in piazza d’armi. Combattere sull’erba, fra le piante, in movimento,

deve sembrare un giuo-

co agli espugnatori del Carso.

I

plotoni si spo-

uno alla volta. Escono dall’ombra di una siepe, |di un muricciuolo, di un ciuffo d’alberi, sfilano per uno, attraversano una radura, un campicello, lino spiazzo erboso, spariscono. Non è il brulichìo dell’assalto. È una preparazione. Ad intervalli, una collana d’uomini passa nella luce. Per qualche minuto la montagna sembra deserta, poi gli ometti grigi riappaiono, mentre arriva un martellare sonoro stano di corsa,

mitragliatrici.

di

Dio vi protegga,

fratelli!

Lo spostamento della battaglia ha fatto avani quartieri generali. Presso un casci-

zare tutti

nale, avanti al quale

passiamo qualche ora do-

po, sulla via del ritorno, alcuni carabinieri in

sentinella e delle automobili in attesa indicano

presenza di un comando.

la

Lì presso, seduto sui gradini di una rustica scaletta di pietra, stanco e assorto', è un elegante

austriaco. È stato portato poco prima per essere interrogato. Lo hanno catturato da

ufficiale

qualche ora soltanto, insieme

ai

suoi

soldati.

fermiamo ad osservarlo. Vedendosi guardato, egli porta due dita al berretto, saluta, in italia-

Ci

no:

— Buon giorno! — e scatta in piedi.


186

IL

SAN MICHELE ESPUGNATO

È uno slavo, alto, pallido, bruno. Parla la nostra lingua, risponde pacatamente alle domanRacconta

de.

parte

così

impressioni

le

dell’ altra

:

«L’offensiva

italiana?

era

Sì,

aspettata!

Il

generale Boroevic aveva emanato un ordine del

giorno

ai

comandi avvertendo che gli italiani si

disponevano ad una grande offensiva sulla frondeirisonzo,

te

aggiungendo come

si

ritenesse

sicuro che le truppe, le quali avevano così va-

lorosamente difeso quelle posizioni per più di un anno, avrebbero resistito ad ogni tentativo del nemico.

L’ordine fu ricevuto proprio do-

menica a mattina.

Cominciava

il

bombarda-

mento. Terribile!

A Gorizia vi era molta con-

fusione.

ufficiali,

e

Staffette,

venivano.

generali,

Molto preoccupati.

dicevano: Gorizia è perduta!

con

le

Alle

andavano sei

tutti

Le comunicazioni

posizioni erano interrotte».

E dopo qualche istante, col gesto di chi non un problema:

trova la soluzione di «

Lo

straordinario

molto imprendibili

!

è »

che

le

posizioni

erano


“ TRINCEA

NELLA

187

DEL SOGNO

NELLA «TRINCEA DEL SOGNO». 13 agosto.

Questa notte, dalle nostre nuove posizioni di Monfalcone si udivano i picconi e i badili au-

mordere e smuovere

striaci

i

sassi della

Quo-

ta 77, al di là del vallone della Pietra Rossa.

Era una notte e

tepida,

di plenilunio, limpida,

solenne

silenzio

nel

battaglia risuonava

il

del

calma,

campo

rumore regolare

di

del la-

voro ne mi co, a qualche centinaia di metri dalle nostre vedette; il rumore di uno scavo. Dopo il

combattimento, pareva che solo degli affosrimasti

sulle

non avessero riposo.

Gli

satori

e

fossero

collinette

austriaci

si

contese, fortifi-

cavano.

Qui non ci siamo ancora liberati dalla lotta di trincea. In nessun punto, dal Sabotino al mare, il terreno ci è conteso con tanto feroce accanimento come in questo estremo settore. Una settimana di battaglie non ci ha porche

tato avanti

di

cinquecento passi ad oriente

Monfalcone, mentre la pianura di Gorizia era invasa e il Carso conquistato fin oltre Opdi

pacchiasella. gia

bassa e

non

vi

è

E più a destra, presso la spiagpaludosa,

stato

strada che

sulle

prime

colLinette,

alcuno spostamento. Lungo la

da Monfalcone conduce a Duino,


NELLA

188

TRINCEA DEL SOGNO

la strada di Trieste, le trincee

che

la tagliano

non sono ancora sorpassate. La nuova linea della

conquista italiana viene a saldarsi

alla

alla sponda del mare. Fin verso l’alba la luna ha inondato di chia-

vecchia,

rore le posizioni. Si distinguevano ad

una nella

una ad

pallida luce le alture sinistre sulle

cime squarciate l’assalto italiano è tante volte salito. Apparivano sbiadite, oblunghe e cui

azzurre come ondate. so

A sinistra il Cosich, pre-

mattina di giovedì. Più avanti il Deoscuro di boscaglie, preso la notte dopo

alla

beli,

dai

cavalleggeri

appiedati,

limite

attuale

del-

l’avanzata. Di fronte al Debeli, un’altra onda,

più

alta, regolare,

fosca di sterpi, la Quota 144,

che nasconde un tratto della strada fra Doberdò e Duino, e contro la quale l’attacco nostro ora tende.

La Quota

121, conquistata

da poche ore, da

cui questo paesaggio spettrale tutto

avanza

si

scopre,

suo fianco sassoso,

sconvolto dalle cannonate, sul vallone della Pietra Rossa, buio, il

screziato di acquitrini chiari e opalescenti nel

calmo riflesso lunare. Formavano come delle vaghe macchie di luce nel fondo, quelle acque immobili striate di giunchi, e, per un effetto di risonanze, che la notte sembrava raccogliere, il

rumore

lisse

da

dello scavo [nemico

loro.

pareva che sa-


NELLA

“ TRINCEA

189

DEL SOGNO

Alla destra, l’Adriatico apriva la sua distesa argentata, senza onde, ferma, metallica, e man-

dava fino

nostri

ai

il

massiccio a disegnare

specchio

torre

sullo

pochi

minuti,

nel

cielo

sprizzava ta. giti

alito

salato,

nero profilo della sua lucente del mare. Ogni il

un rimbombo,

pieno il

suo grande

Duino sporgeva sul suo sperone

tepido e lieve.

di

stelle,

bagliore di

e

poi sulla

un ululato Quota

Dei colpi di

fucile, di tanto in tanto,

all’ansia

qualche vedetta nemica.

di

144

uno scoppio di granasfug-

Verso la (metà della notte si sono uditi dei rombi di aeroplani invisibili, lontani, e il cielo all’orizzonte, stellato

di

direzione

in

uno

di

Grado,

sfavillamento

di

si

è

co-

esplosioni.

Qualche incursione aerea degli austriaci. Il luccichio degli shrapnells è durato quasi un’ora, poi

si

è estinto.

Nella nostra prima linea, sulla Quota 121 e Quota 85, un brusìo lieve, un lento muo-

sulla

un sussurro cauto. Apprestavamo anche noi parapetti e difese. Trasformavamo in trincee i camminamenti versi di ombre,

al rovescio dell’altura conquistata. Nei profondi passaggi scavati entro la roccia, bersaglieri e fantaccini, di reggimenti che hanno

nemici

bagnato del loro sangue ogni pietra di queste colline feroci, riempivano con le mani sacchi a terra, e se

li

passavano l’un l’altro. I sacchi, accumula-

bitorzoluti di schegge e di detriti, si


190

TRINCEA DEL SOGNO

NELLA

vano a strati regolari, rapidamente, dal lato del nemico, formando baluardi bucati da feritoie. Gli uomini che non erano di turno per il lavoro dormivano (nel fondo della fossa, urtati dal va. e vieni delle squadre. Arrivavano dalle trincee di approccio, che erano state trincee di combattimento fino a ieri, file di soldati curvi

ansimanti, portanti sulle

e

spalle casse di

Bombe

e

cartucce

erano distribuite tacitamente lungo

le

posizio-

munizioni e mitragliatrici.

Senza rumore,

ni.

pattuglie

delle

valcavano

i

scarpe avvolte di stracci,

le

partivano in ricognizione, sca-

parapetti e sparivano nella notte

chiara, a ulììciali.

passi di cacciatore, precedute dagli Tutta la zona, fino oltre gli acquitrini,

fino

nemico, era esplorata, e dopo lunghe

al

ore le pattuglie rientravano facendo

il

segnale

riconoscimento.

di

Quando il giorno è sorto, questa mattina, si vista la nuova posizione austriaca, la Quo-

è

ta

77,

percorsa da

trincee

di

costruite

sassi

nella notte, tutta fasciata dalle linee grigie delle difese improvvisate,

«cavalli

fra

di

Frisia».

intrico

di

altro

— dicevano

i

nemico;

lo

ro

!

»

del

vano, stanchi

e

i

un

cespugli

e

«Eh!

nostri osservando

guardavano,

lo

fulvo

ci

vuol

il

lavo-

studia-

ma contenti, pensando all’assalto

prossimo.

Vivevano in vicinanza dei cadaveri,

la

col-


“ TRINCEA

NELLA

stri

191

DEL SOGNO

ancora piena di morti, e i soldati no-

lina era

avevano dimenticato

gli

orrori passati, gli

lunghe

e

atroci

sofferenze, tutti accesi di entusiasmo, di

un en-

assalti

sanguinosi e

vani,

le

tusiasmo grave, senza parole, composto, fatto di fierezza e

un entu-

di risoluzione, terribile,

siasmo che è tutto pegli occhi, che è in una indicibile

espressione di

forza,

volontà,

di

di

certezza.

Hanno

familiarità con la morte,

la

sentono

non ha

nel

pensiero più importanza del cadere

ad-

sempre loro

vicina,

e

cadere

colpiti

dormentati. Per compire i prodigi di valore dei nostri soldati in questa guerra di assalti, per

tornare e ritornare all’attacco di posizioni massacratrici,

bisogna arrivare a saper combattere

con la certezza di jmorire. Sporchi, bronzati, con

le

barbe lunghe, tem-

prati dalle intemperie, fortificati dalle fatiche, insei vaggiti. modesti, terribilmente calmi, pronti

a tutto senza esitazione e senza eccitazione,

i

hanno qualche cosa di possente e di antico; emana da loro il senso di una cosa formidabile e semplice come la violenza di un elemento. Non è possibile descriverli, è soldati d’Italia

necessario vederli per comprenderli.

La lunga

ha trasformati, ha fatto risalire dal fondo della loro anima virtù guerriere che dormivano da secoli, la vecchia combattività

lotta feroce

della razza.

li


192

NELLA

Non

chiamati

TRINCEA DEL SOGNO

riconoscono'

si

alle

re senza fine,

più in loro

cittadini

i

armi, sembrano reduci da guerda guerre di generazioni; e sotto

loro elmi

della

di acciaio pare di riconoscere i barbuti che sfilano sulle attorte sculture Colonna Trajana, i piccoli e bruni soldati

latini

il

dalla

pelle

ai

volti

cui eroismo Sstupiva

Quando

barbaro

il

atletico

bianca. sole

cannoni austriaci cominciano a battere la Quota 121. I nostri cannoni battono la Quota 144. Il laghetto di

Doberdò

il

è nostro

Vallone, che sella

verso

si il

si

leva,

i

da

ieri,

e

l’occupazione del

è spinta al sud di Oppacehiamisero villaggio di Nova Vas,

minaccia da settentrione la Quota 144. Da 11 al mare la lotta, che i nostri aspettano, si riaccenderà forse fra poche ore. Intanto, nella trincea nuova che corona la Quota 121 finalmente nostra,

i

soldati

camminamento,

dispongono ad ogni imbocco di i

cartelli

imposto alla località:

Per riconoscersi e

dei

nel

trinceramenti,

indicatori

col

nome

«Trincea del Sogno». labirinto

su tutte

le

dei

passaggi

posizioni,

ad

ogni strada sotterranea, ad ogni

cammino protetto, ad ogni bastione, si è dato un nome. Sono spesso nomi eloquenti che descrivono i luoghi o che ne fanno la storia. Per arrivare alla Quota 121 si passa per la «Trincea dei Morti». Poi vi è la «Trincea della Speranza». L’ul-


“ TRINCEA

NELLA

193

DEL SOGNO

tima è la «Trincea del Sogno». Pareva fino a ieri un sogno arrivare lassù e rimanervi. Quella collina da sola ha consumato più ener-

umane di una battaglia antica. Pareva fa-

gie

accessibile,

cile,

bosità sassosa, fatto

sacchi,

di

Frisia».

di

faceva

poco fortificata. Era una gibcon un trinceramento austriaco verso la cima, e dei «cavalli

L’ammassamento per

fianchi,

ai

l’assalto

dietro la protezione di

si

mu-

a secco. Dopo bombardamenti intensi che sparpagliavano i «cavalli di Frisia», che sconvolgevano la vetta, che demolivano la trincea, e che pareva non dovessero lasciare nienricciuoli

te

di

vivo lassù, l’assalto si sferrava, avanzava arrivava alla posizione austriaca.

urlando,

Improvvisamente

la

trincea sconvolta si po-

polava di nemici, emersi non si sa come, le mitragliatrici ed i fucili falciavano gli assalitori. I

nostri,

sati

fermati, alla

sotto

dovevano rimanere ammasNessuno poteva soc-

trincea.

correrli, la loro estrema vicinanza col nemico paralizzava il fuoco. E gli austriaci, con inso-

lenza odiosa, profittavano della tragica tregua per mostrarsi sui parapetti, fumando e facendo

Non avevano rispetto per per l’eroismo e per la morte.

segni di dileggio. sacrificio,

A

nulla

cannoni, care la

giovava

aumentare

prolungare la

il

numero

preparazione,

il

dei

modifi-

manovra della fanteria. I risultati era-

no sempre quelli: l’assalto era fermato, Barzini. Dal Trentino al Carso.

i

rin13


194

NELLA “'TRINCEA DEL SOGNO

venivano inchiodati da insuperabili tiri interdizione e le poche truppe che arriva-

calzi di

vano

alla mèta sparivano, massacrate o prinon è così difficile andare all’ascome tornare dalfassalto. I nostri soldati, con coraggio sovrumano, hanno salito la fatale collina innumerevoli volte, con una ostinazione

gioniere. Ora, salto

fre volte l’hanno attaccata in queultimi giorni. Respinti, ricominciavano. Col-

disperata, sti

mati

i loro vuoti, erano pronti a slanciarsi di nuovo, con un cuore di acciaio. Preso avant’eri il Debeli, la Quota 121 era

minacciata sul fianco. notizie

di

sentito

che suonava

soldati, inebriati dalle

I

San Michele, hanno nuova ora anche per loro. Un sicuro, intuito militare, un istinto di guerra, sono ormai in ogni più modesto fantaccino. Nessuno più del soldato sa valutare una situazione tattica, con un giudizio intuitiGorizia

e

del

la

vo, confuso,

ma sicuro. E ieri mattina, mentre

l’artiglieria

preparava l’ultimo

ficiali

assalto,

uf-

gli

riuscivano con stento a reggere la truppa

che voleva precipitarsi. Era invasa da un presentimento di vittoria. Se si sollevassero gli ultimi cadaveri della 121, quelli caduti nell’attacco definitivo, e si disponessero in piedi, .nella rigidità collina

del

loro gesto

statue

supremo

dell’assalto.

La

essi

bella

sembrerebbero (morte

li

ha

le

ful-

minati nella pienezza di un entusiastico slan-


NELLA

“ TRINCEA

BEL SOGNO

195

Tanti non sembrano neppure morti, e

ciò.

le

squadre silenziose dei raccoglitori debbono dischiudere a forza le dita fredde dei caduti, attanagliate sulle

canne

e

sui calci

dei fucili.

Presa l’altura si è visto che era un nido di agguati. Gli appostamenti di mitragliatrici contro i quali l’assalto si dirigeva veemente, ave-

vano delle mitragliatrici

false.

Mentre

i

nostri

vi balzavano addosso, le mitragliatrici vere,

scherate, aprivano

il

ma-

fuoco d’infilata da punti

imprecisabili, e da dietro

il

Cosich l’artiglieria

Le caverne di rifugio sulla avevano sbocchi laterali, orientati in mo-

batteva di fianco. vetta

do che i nostri cannoni non potessero danneggiarli, e, correndo lungo la trincea, intorno al cucuzzolo, gli austriaci, lasciati

travano in azione in

di

i

ricoveri,

en-

un minuto.

Ai piedi della collina, sul rovescio, un dedalo camminamenti conduceva alle grandi caver-

ne delle riserve, capaci di battaglioni. Profon-

formano una città sotterranea nella sperde. Tutte le pareti ne sono rivestite di legno; dai soffitti pendono innumerevoli lampade elettriche, che si allineano nei corridoi come i lampioni delle strade. Vi sono tubi di ventilazione e tubi di acqua potabile. de,

vaste,

quale ci

si

Depositi,

magazzini,

la

truppa,

alloggi

polveriere,

per

gli

per aprono

dormitori

ufficiali,

si

successivamente a destra e a sinistra del cuni-


196

NELLA

TRINCEA DEL SOGNO

colo centrale, e tutto (questo ricorda l’interno di

una nave. Pare di essere a bordo di uno strano ed enorme bastimento sotterrato. Vi si sono rinvenute delle armi curiose e delle armi infami. Siamo venuti in possesso, fra

innumerevoli placchine di guerra, di inapparecchi cleptoscopici da appli-

teressanti

carsi

al fucile

testa.

Il

fucile

per sparare senza sporgere solo

si

affaccia,

e

il

la

tiratore

mira dal basso, al coperto. Sparse un po’ per tutto erano le mazze ferrate e chiodate destinate al massacro dei feriti. Allo stesso scopo sono

stati

distribuiti

ai

soldati

austriaci

certi

orrendi

pugnali neri, fatti rozzamente di lamiera rafforzata e affilata, dei quali ne abbiamo rinvenuto delle migliaia. Ci siamo impossessati

pure

di coltellacci pesantissimi, specie di dapiù larghe della mano, che ricordano il machete dei selvaggi dell’ America Centrale.

ghe,

I nostri soldati ridono dello strumento cleptoscopico, perchè dicono che bisogna avere una gran paura per adoperarlo. Lo trovano umi-

liante. li

Ma gli strumenti barbari se li passano,

guardano,

li

studiano in silenzio, senza in-

dignazione, gravi e freddi. Li guardano con la

condanna. E questa calma avanti all’ignominia deli nemico ha

severità

loro

del

qualche cosa

giudice che

di

più terribile della collera.


SUI COLLI DI SAN

SUI COLLI DI

197

MAKCO

SAN MARCO. 14 agosto.

Sulle colline

ad oriente di Gorizia

la lotta,

cominciata con lievi tastamenti, ha acquistato a mano a vigore e pienezza sempre maggiori, che i nostri mezzi di attacco sono en-

mano

e di in azione, ed ha periodi di furore dicono la impeto, alternati a rallentamenti che

trati

preparazione.

La nostra azione si può paragonare allo sforun uomo che vuole sfondare una porta la palsbarrata: dapprima la scuote, la studia, sferra un colpo di spalla; la porta scricpoi pa, apre; l’uomo chiola, cede un poco, ma non si uno slancio più sosta un istante per prendere

zo di

porta si precipita con più forza; la sconnette al nuovo urto, qualche chiavistello

grande e si

salta,

delle tavole si schiodano;

ancora un colischeg-

po d’ariete e la barriera forse volerà in una spinta più ge. E l’uomo si appresta a dare possente.

Oggi è una giornata di attacco. La battaglia infuria, ed è su tutta la fronte dell’Isonzo che

si

combatte,

a giudicare dallo

sfioccainento delle esplosioni di cui

si

impen-

nacchia la linea di combattimento, dal Carso al

Monte Kuk.


198

SUI COLLI DI SAN

Gorizia è sotto

sano sulla

MARCO

una vòlta di traiettorie. Pas-

città raffiche di colpi.

Dal suo cielo

scende un perpetuo rombo. Sembra addormentata, Gorizia, tutta ferita, nel

ardente

sole e nella polvere, affranta, luminosa e triste. Le sue strade (ampie e deserte sono immerse in una foschia soffocante; i grandi ippocastani che la fiancheggiano, impolverati, bianchi, aprono una strana chioma incipriata

lungo

Le facciate delle case disabitate, al’ bordo ingombri di rottami. Qualche granata austriaca arriva fragorosamente sui quartieri occidentali e sul Castello,

dei marciapiedi

solleva fra i tetti cumuli di fumo rossastro; ed eruzioni di schegge e di detriti ricadono, crepi-

tando nella solitudine. Tuoni, schianti, boati, rimbombi, scrosci, scoppiettìi,

tutto

battaglia

il

grande coro tumultuante della

echeggia sulla città magnifica e de-

solata.

f

1

1

1

I

Le alture combattute spingono fin quasi ai sobborghi orientali i loro declivi, dei quali là collinetta del Castello non è che una specie di avanguardia. Dalle prime ore del mattino il bombardamento nuosa

torricella

vette,

tempesta

la

linea si-

coperte di boschi ri-

spuntano i tetti rossi pretenziosa di qualche villa.

sui

quali

e

la

sobborghi di Castagnavizza, di San Rocco di San Pietro portano l’abitato di Gorizia

I

e

italiano

delle molli

gogliosi


SUI COLLI DI SAN

MARCO

199

fino ai piedi delle alture, e biancheggiano sullo

sfondo verde, lungo

le

strade che valicano

i

strade che non si vedono da lontano tanto sono sepolte nell’ombra dei faggi, dei castani e delle querele, come viali di parchi. Ma esse

colli,

sono indicate dalle insellature, fra le vette chio-

mate d’alberi. Le alture si prestano alla difesa di questi varchi. Il

nostro attacco è salito a mezza costa e proLa lotta è aspra e tenace.

gredisce lentamente.

costoni,

che hanno un’apparenza fronte, levano un vero che serpeggiano paralle-

alle strade.

Formano un sistema com-

Le

colline

così

regolare viste

lamente

assalite,

di

labirinto

di

plicato di avvallamenti, di burroncelli, di forre, di

pieghe.

Una volta arrivati alle prime som-

non si presenta allo sguardo un declivio ma una confusione di onde, un tumulto di gibbosità, una distesa di increspature, coperta da una coltre di foreste, e che si allar-

mità,

di discesa,

ga per quattro o cinque chilometri declinando a oriente nella piana di Aisovizza. Si

La

combatte nel bosco. linea

austriaca,

preparata da tempo,

si

Non si scorge, non offre alle artiglierie dei bersagli evidenti. La fanteria ha

cela fra gli alberi.

dovuto per vari giorni urtarla in ogni punto con attacchi di ricognizione per individuarla. Oggi soltanto i cannoni, che la cercavano, che


200

Stri

COLLI DI SAN MARCO

avvicinavano gradatamente a lei i loro tiri di assestamento, la battono con efficacia. Non sarebbe una linea formidabile in altro

Qui è piena di sorprese, tutta nascosta, tutta in agguato. È formata da trinceramenti scoperti, dopipi e forse triplici in certe zone di speciale importanza tattica, preceduti terreno.

da reticolati profondi sei, otto, dieci metri. Molti reticolati

sono attaccati agli alberi ed è difficile

svellerli.

Il

terreno

spezzato,

irto

di

ostacoli

naturali, tagliato

da valloni, disorientante, renmanovra. Ma non sembra che il nemico intenda fissare qui la sua estrema difesa. Probabilmente vuole de

difficile

la

soltanto trattenerci, più a lungo che può, per avere il tempo di preparare più indietro una barriera che esso spera definitiva, e alla quale

lavorano sotto

al

bastone moltitudini

di

pri-

gionieri russi.

Queste trincee di San Marco furono costruite con blindamenti. Erano all’origine protette con travi e sacchi a terra. ora, in fretta e furia, rabili

agli

scoppi

Sono state scoperchiate

per renderle meno vulne-

delle

nostre

terribili

bom-

barde. le

I blindamenti non servono più, contro valanghe di esplosivi; sono spazzati via, au-

mentano l’effetto dei nostri colpi facendo d’ogni trave e di ogni pietra

un proiettile mostruoso,

e le loro macerie bloccano le trincee, chiudono i passaggi, amputano interi sistemi difensivi.


sdì colli di san

201

marco

L’artiglieria italiana e le

bombarde da trin-

varchi nei reticea hanno aperto stamani dei elementi della prima colati e devastato alcuni San Marco. A di collina linea nemica sulla

mezzogiorno

la

fanteria si è slanciata.

Lo scroscio lacerante, cupo, intenso della

fu-

profondi delle cileria, punteggiato dagli scoppi contemporaneagranate a mano, è cominciato

mente su L’assalto

tutta la fronte. è

salito

fra

gli

alberi,

accolto

da

Alcuni tratti raffiche di mitragliatrici invisibili. sono stati espugnati dei trinceramenti austriaci al

primo balzo, al sud dell’altura di San

altri e al nord. Poi, successivamente,

duti.

Marco,

sono ca-

A poco a poco, per infiltramento, tutta la

quel settore, di attacco è avanzata in Tivoli, espugnate fra le alture a settentrione di a Vogersko, ieri, e la strada che porta

fronte

l’altro

di

ad un punto dirupato della collina Caver, San Marco, presso la vetta, detto le l’unico punto nudo dell’altura. piombo. di bufere da attraversato Il bosco è lunghe soste, nostri salgono lentamente, con

fino

I

di piecreandosi ad ogni passo barricamenti tronchi, che le pallottole sforacchiano tra fra i

quasi scheggiano. Da una parte si vanno che seminsediando sulla vetta del San Marco,

e

bra aggirata. tanto in tanto annunIl gridìo che si leva di zia

un balzo in avanti.


202

SUI COLLI DI SAN

Carovane

MARCO

prigionieri scendono per

di

i

sen-

tieri e s’incolonnano sulla strada polverosa di borgo San Pietro.

Non sono più i soldati che difendevano Gorizia.

Le grandi unità austriache della testa di

ponte

dell’ Isonzo, completamente disfatte, in parte cadute nelle nostre mani, disorganizzate e demoralizzate, sono scomparse dal teatro del-

la lotta.

dal

Nuove divisioni sono state condotte qui

Trentino.

I

prigionieri catturati

oggi

sul

San Marco,

arrivati ieri a Schònpass, hanno marciato tutta la notte per giungere poco pri-

ma dell’alba sulle posizioni. Il loro battaglione è

rimasto distrutto.

I gruppi di prigionieri, con i loro ufficiali, vengono adunati Inel cortile di un cinemato-

grafo di Gorizia, e

mezzo demolito

rinterrogatorio viene

fatto

dal cannone,

nella

sala

degli

uno sparpagliamento di poltrone polverose. Sopra una parete si agitano le drammatiche figure dei manifesti. Ad uno ad uno i prigionieri passano, pallidi e storditi, come davanti ad un tribunale. Intorno ad un tavolo spettacoli, fra

sgangherato, degli ufficiali italiani ascoltano con aria assorta la voce timida e velata del soldato

nemico che risponde all’interprete Dai cristalli .

sfondati della porta vetrata, (sulla quale è scrit«Primi posti», arriva il gemito lieve e in-

to:

fantile di

un ferito. Esplosioni violente e vicine


SUI COLLI DI SAN

203

MABCO

intonaco cadofanno tremare i muri, detriti di delle granate auno dal soffitto: sono i colpi striache che scoppiano sulla città. nemico bombarda anche i ponti, incessanIl

temente.

E bombarda Vertojba, al limite della

allinea i pianura di Gorizia, un villaggio che lungo il tortetti rustici fra le vegetazioni suoi

rente Vertojbizza.

Il

tetti

pallido,

sul Carso

Un

villaggio brucia ora.

in fiam-

gran fumo di incendi si leva dai me e si adagia sui campi. Più lontano,

al

sud,

dal profilo di bastione im-

mane, le nubi delle granate si allontanano

sem-

oriente, e. indicano pre più dal Vallone, verso santuario di San

che si avanza laggiù, oltre il Vippacco tutta la Grado, e che al di là del linea

di

battaglia vittoriosamente

si

sposta.

La fronte del Vertojbizza invece resiste. va a BiLaggiù, sulla strada che da Merna un episodio singolare si è svolto. Per soun gruppo di mitragliatrici nemiche, una nostra appostate ai fianchi della strada,

glia,

praffare

automobile

blindata

si

è

portata

avanti

alla

linea della fanteria.

e bizzarra Lenta, cauta, pesante, la piccola tonda, si è inolfortezza di acciaio dalla torre fino a feritoie, sue le tutte da

trata,

sparando

austriache. otto o dieci passi dalle trincee

Im-

corazzata

provvisamente si è vista la macchina oscuro, ciravvolta da densi nembi di fumo attaccata condata da baienti e ida vampe. Era


204

sdì colli di san

marco

con granate a mano. È ricomparsa indietro, poco dopo. Arretrava adagio, sparando sempre, ma appariva oscillante. È rientrata nelle linee con una gomma rotta, niente altro. Un’altra

automobile blindata sta avanzando

momento da San Pietro. La battaglia sembra si stia riaccendendo ver-

in questo

so la sera.

La brezza calda rica di fragore

di

levante che

sembra il suo soffio.

arriva ca-


V

La Battaglia di Settemore. L’ATTACCO. Zona di guerra, 14 settembre.

La offensiva italiana ha ripreso. Era aspettala.

Il

nemico la presentiva,

vi

si

preparava,

lavorava giorno e notte a fortificarsi sempre nuovi ostapiù, a incavernarsi, ad accumulare

per spezzare l’impeto dei nostri assalti. di GoL’attacco vittorioso della testa di ponte

coli

'

aveva avuto il vantaggio di una sorpresa vedeche non poteva ripetersi. Gli austriaci vano nella logica della situazione il nostro proproargini degli creare di Cercavano gramma. porzionati alla marea. Erano in guardia, erano rizia

pronti.

Non si videro mai delle posizioni ap-

prestate così rapidamente alla difesa, trasformarsi così, giorno per giorno, ora per ora, in

formidabili barriere.

Quelle opere di consolidamento e di protesulle zione che erano costate un anno di lavoro prime pendici del Carso, stavano sorgendo eguali sulle nuove linee con magica rapidità.

Dopo un mese, la fronte creata dalla battaglia


208

li’

alberi,

ATTACCO

non si riconosceva

Gorizia

di

sparita l’erba,

più.

Spariti gli

sparite le case, e sulla

spaventosa fatta dal soffio ardente delguerra si allungava l’immane intreccio dei

sterilità

la

camminamenti profondi, delle trincee scavate nella roccia, dei reticolati folti, con i suoi «grovigli »,

sue ridotte, i suoi

le

che apre

intreccio

il

fortini,

lo

stesso

nero labirinto dei suoi

scavi sulle linee sorpassate.

Anche le nostre truppe avevano lavorato alacremente, piene dell’esperienza del passato. Attaccandosi al nuovo terreno vi si erano sprofondate subito; lo avevano tagliato, solcato, forato

per

ogni

di

avevano

verso;

rovescio di altura fugi,

fatto

di

ogni

un fantastico alveare di riun solido baluardo. Con

ogni costone

una sorpresa

indicibile si

assisteva

alla

tras-

formazione dei luoghi. La guerra imprimeva con rapidità vertiginosa una fisionomia nuova paesaggio, quella fisionomia truce, uniforme,

al

che dice la lunga glia vi si accanisse

assunto un

Pareva che la battada epoche. Tutto vi aveva

lòtta.

aspetto inatteso

e

tragico.

Colline

verdi, boschi, villaggi, vette sterpose e pittoresche, valloncelli prativi, erano diventati una

cosa sola,

quella cosa strana,

volta, grandiosa,

ma 11

«

desolata,

scon-

monotona, sinistra, che si chia-

posizione »

nemico aspettava

la ripresa dell’offensiva,


209

l’ attacco

negli

e

ultimi giorni

di paralizzarci

tentava

di

con degli attacchi

prevenirci

e

Sentiva

suoi.

colpo che si preparava, e diveniva irvicino requieto. Aveva ricevuto ampi rinforzi, e ne profittava per cercare qualche punto debole il

difesa della nostra fronte, per obbligarci ad una che imbarazzasse i nostri piani. Non ha trovato

giunture nella corazza. Ogni attacco era respinora lunto al suo inizio. Ora avanti a Gorizia,

go

Vertoibizza, ora sul Carso, di notte, dopo di artiglieria, gli austriaci

il

una preparazione

gettavano all’assalto Moro fanti, con quella tatin pastica che aveva avuto qualche successo sono sato nel vallone di Oslavia. Due notti or sferrarono

un colpo

più

forte

zona

nella

di

Oppacchiasella. L’attacco raggiunse un elemencredette venuto to di trincea nostra; il nemico il

momento

delle

di

allargare

l’azione

truppe per sviluppare

il

e

ammassò

successo

all’al-

ba; ma l’alba portò un (contrattacco che sorprese le

truppe

ammassate

le

operazioni, in fondo, che tare.

al

il

le

annientò.

Piccole

non potevano rallen-

corso degli eventi. Noi eravamo pronti

nuovo slancio.

Eravamo pronti da vari giorni. Per usare la un ufficiale di stato maggiore, non mancava che di «toccare il botto-

frase caratteristica di

ne» si si

perchè l’immane macchina dell’offensiva Ed è probabile che per toccarlo aspettassero circostanze relative ad altre

muovesse.

Babzini. Dal Trentino al Carso.

li


210

li

guerre.

La

ATTACCO

«fronte unica»

un

è

ideale

rag-

giunto.

Era sembrato un miracolo

la

manovra per

linee interne, eseguita in otto giorni,

dal Trentino le nostre

gliò

ma se si conoscessero

i

che sca-

masse su Gorizia;

particolari della pre-

parazione per l’offensiva che si è iniziata, si troverebbe che essa è non meno mirabile. Noi attacchiamo posizioni ben munite, sopra un terreno assai più aspro e più del

diffìcile di

quello

primo altipiano carsico, che ci ha fermati e difese da un nemico prevenuto,

per un anno,

esperto in tutte le arti della lotta di resistenLa preparazione, regolare, intensa, palpi-

za.

tava su tutte le vie della guerra. Affluivano artiglierie colossali in quantità insospettate.

Passavano

di

notte,

sotto

le

piog-

ge scroscianti di questo autunno brumoso, cannoni grandi come tronchi d’albero, e andavano alle loro piazzole già fatte, disseminate in ogni angolo utile. Trovavano tutto pronto, nuove stra-

de di accesso aperte per loro, piattaforme costruite alla loro misura, baluardi, casematte, osservatori, linee telefoniche, e si insediavano. Tutti i sentieri del Carso erano diventati delle grandi arterie automobilistiche, create sotto al fuoco,

compiute

in

pochi

giorni,

come

per

pensa

alla

magia.

Quando

si

parla di offensiva

si


li’

211

ATTACCO

battaglia,

ma l’offensiva comincia con una im-

mensa

oscura operosità

e

di

artieri.

Si

può

dire che la nostra offensiva attuale sull’Isonzo

cominciò nei più angosciosi momenti della guerra nel Trentino. Cominciò col lavoro di trentamila operai. Gli eserciti su questa fronte si erano ridotti per fornire la nuova armata di

manovra destinata a battere il nemico se fosse sboccato su Vicenza, il momento sembrava disperdere ogni speranza di attacco nostro sul-

Plsonzo e

generale Cadorna fu interpellato

il

sulla opportunità di soprassedere ai lavori destinati all’offensiva.

sima alacrità verrà!»

« Si

continuino con la mas-

— egli rispose —

il

momento

Ed è venuto.

Alle sei e

mezzo di questa mattina è cominche

ciata sulla fronte del basso Isonzo l’azione

continua la battaglia di Gorizia. Veramente non

può parlare più di «fronte del basso Isonzo»; risonzo qui è ormai lasciato definitivamente indietro, e sempre più lontano. L’erba già inverdisce le sue trincee abbandonate e corona i ruderi dei suoi villaggi, che hanno preso aspetti si

rovine antiche.

di

Quanto si estende l’offensiva ? Non

si

sa

fi-

nora che quello che si è riusciti a vedere. Ba-

per intuire la magnifica lena dell’azione, per sentirne tutta la potenza, metodica e for-

sta

tunata.

Sembra che sul Carso si

avventi

tacco più intenso e più impetuoso.

l’at-


212

L ATTACCO

Dal Carso discendo ora stordito, commosso, incapace di dare subito un ordine alle mie impressioni, con l’anima piena di tumulto, e porto negli occhi battaglia rimastavi

una visione straordinaria di come un bagliore; un turfumo dal quale

binìo perenne di uomini e di

non so più distaccare il pensiero e che seguo palpitando.

Dal Crai Hrib, la vetta rocciosa che torreggia ad oriente di Doberdò, si dominava la linea di attacco sull’altro versante del Vallone. Al sud la famosa Quota 144, isolata, rigata dai trinceramenti nemici, col mare per sfondo e il castello di Duino, massiccio e pallido, nella lontananza. Di fronte, vicine, le due Quote 208, due alture gemelle, singolari, sterpose, sassose, selvagge, separate da un’insenatura, trasformate in due possenti ridotte austriache. Più oltre un edifici, un gregge di case fra Nova Vas, occupata ancora dagli

biancheggiare di la boscaglia:

E vicino, a sinistra, in un folto d’alberi, Oppacchiasella, occupata da noi. A nord, il Nad Logem, gonfio, oscuro, che ricorda il austriaci.

monte San Michele. Lontano, grandi ondate di monti, le gradinate del Carso che

si

sollevano

fino al ciglione dominante l'a valle del Vippacco.

Su tutto questo un cielo oscuro, minaccioso, un’atmosfera velata, un’ombra livida, un’ombra crepuscolare, sinistra, angosciosa.


213

l’ attacco

Centinaia e centinaia di cannoni erano annidati per tutto, 'vicini, lontani, fra i rovi, fra rivelava. Pasle rocce; un pullulare di Ivampe li

savano soffi infiammati, urli veementi che sbalordivano, rombi pesanti che facevano pensare Nei a locomotive invisibili, e la terra tremava. periodi del fuoco più intenso, gli scoppi, i boati, scrosci si seguivano fusi in un solo infer-

gli

nale frastuono.

sul

Una cateratta di colpi. Era im-

petto

sentiva

senza urlare,

e

si

come un contracdolpo

di

esplosioni.

parlarsi

possibile

parossismo del furore.

L’artiglieria arrivava al

E sulle posizioni salivano alti i getti di fumo e di

detriti.

ria,

spesso,

roteando.

Balzavano vertiginosamente nell’adelle cose informi che ricadevano

«Un uomo! un uomo è saltato!»

—

udiva allora gridare da qualche osservatore al telescopio. Eruzioni di schegge, sparpaglian-

si

dosi,

punteggiavano il cielo. Masse di terra sol-

levate a grandi altezze riscendevano fonte con

aspetto

di

pioggia,

e

il

fumo

si

trascinava a

nembi immani giù per i declivi. Le bombarde lanciavano pennacchi smisurati e nerastri. Per lunghi minuti tutto

si

velava, spariva, la tem-

pesta di fuoco accumulava le tenebre. Le posizioni non erano più che un’agitazione ster-

minata di nubi fosche piene di balenìi. Le granate incendiarie spandevano nei vapori lunghi riflessi

di fantastica fucina.


214

l’ attacco

bombardamento aveva

delle calme. Era per dar modo alle pattuglie di avanzare ad esaminare i varchi aperti dal fuoco. Si sapeva che Il

pattuglie sarebbero uscite

le

undici

mezzo e

e

dalle

dalle undici

tredici

alle

alle

tredici

e

mezzo: tutto era stabilito per programma. In quei momenti, il panorama si nettava; riapparivano

trincee,

le

reticolati

i

nostra fanteria che

e

si

vedeva

la

ammassava per l’assalto.

si

L’ora dell’assalto: le quindici. Ad ogni tregua del cannone, le posizioni

si rivedevano più nude, più sterrate, di un colore

Nova Vas mutava profilo.

di roccia spaccata. Si

cercava

e

non

chiesa gli

qualche suo edificio visto

trovava più.

si

era

austriaci,

fuori

allarmati

dalle caverne.

dalla

La l’oro

quiete,

ogni parte, batteva

il

uscivano

artiglieria

minava con orgasmo granate sci,

prima,

La facciata della sua un sipario. Intanto

caduta come

Vallone,

disse-

shrapnells da

e

batteva

rove-

i

tirava su Doberdò, su San Martino, su Mon-

cercava

falcoue, riserve.

scherno

i

nostri cannoni

e

le

nostre

Gli artiglieri italiani gettavano voci di '

ad ogni proiettile nemico che scop-

piava vicino. Alla seconda ripresa del cielo si è fatto più fosco e

bombardamento il un temporale si è

scatenato. Diluviava e pareva già notte. Gli os-

servatori

non vedevano niente,

caos

grigiori.

di

si

Tutto era buio,

tirava in

un

velato,

il

e


215

L* ATTACCO

Nad Logem sorgeva dietro al fumo di O.ppàcchiasella come una gran nube nera. L’Adriatico dal sereno era ancora stranamente dominato un sottile luccicore e distendeva all’ orizzonte metallico,

Si

come una immensa spada.

avvicinava l’ora

dell’ assalto.

Improvvisa-

mente, qualche raggio di sole è filtrato. si

è schiarito

qua e là.

Il

Il

cielo

bombardamento ar-

rivava ad una intensità definitiva. Nell’aria era

un clamore

tutto

sulle nostre teste.

rologio.

Le

di

proiettili

che passavano

Ogni ufficiale consultava l’omedi calibri fuoco. I cannoni da campa-

quindici. I grossi e i

hanno sospeso il gna e da montagna hanno allungato il tiro, facendolo più rapido. Sgranavano giù i colpi a centinaia, sparavano come mitragliatrici. Nelle nostre trincee si vedevano molti soldati,

appena

arrivati per

l’ammassamento, de-

porre tranquillamente Io zaino. I parapetti apparivano tutti grigi d’uomini immobili, indiffuoco.

Un grande ordine, una gran

ferenti

al

calma

lassù.

cisione

dell’assalto

Si

sentiva la risolutezza,

imminente,

iin

la

de-

quella sere-

nità magnifica.

Ad un tratto sono partiti. È nella selletta fra la Quota 208 nord e la Quota 208 sud che si è visto l’assalto saettare. Invece di attaccare frontalmente le ridotte delle cime, la fanteria si gettava fra l’una e l’altra


216

li’

per penetrarle

e

ATTACCO

aggirarle.

Saliva

un prato in mo-

declivio verso la trincea nemica. In quel

mento

tutta la

Salivano portato da

posizione è avvampata di sole.

i nostri come un nuvolo di foglie una bufera. I dischi bianchi di se-

gnale si agitavano in testa a quel turbine d’uomini. I medi calibri di Duino tiravano d’infilata

sull’assalto.

Nembi

di

fumo passavano

sulla visione eroica e l’avvolgevano in un pallore di irrealtà. Vi era in certi istanti qualche

cosa dell’apparizione, del sogno, in quell’ascesa esultante e sanguinante. I nostri cuori palpi-

tavano e

il

cannocchiale oscillava nelle nostre

mani frementi. L’assalto ha sorpassato la trincea nemica, è scomparso per un istante al di là, poi è riapparso a sinistra. Compiva la manovra di aggiramento. Avanzava veloce sopra un rovescio. L’assalto si vedeva di profilo ora, lungo un costone. Tutta quella moltitudine di uomini inclinati in avanti nell’impeto della corsa, sembrava veramente piegata da una raffica che la trascinasse. Pareva che seguisse il soffio di una tem-

pesta

come un campo

di

spiche.

L’immagine

dell’uragano

si connetteva indissolubilmente a quella violenza, piena di qualche cosa di travol-

gente e di irresistibile che arrivava fino a noi.

Un istante dopo l’assalto era in cima. E allora si è vista un’altra folla sorgere dalla trincea della cresta. Gli austriaci.


217

l’ attacco

Correvano anche loro in uno svolazzamento di

cappotti

Si

fulvi.

precipitavano

stri.

Poi

Sfilavano curvi, uno

dietro

una fila che coronava tutta l’altura.

in

l’altro,

il

loro

apparentemente verso

movimento

si

i

no-

è fatto confuso,

la loro fila si è spezzata, vi è stata un’agitazione

inestricabile,

ne ?

È

folle

e veloce groviglio d’uo-

la

!

Passano scroscia, si

un

mischia? È la resa? Che avvieChe avviene ? Quale spasimo non sapere

mini....

il

sfiocca.

di gente

venti,

trenta

secondi.

La

fucileria

fumo delle granate erompe a nubi,

Ed ecco apparire una oscura massa

che precipita giù per la stessa strada

che aveva fatto l’assalto. Perdio, che avviene?...

Cerchiamo di distinguere, oppressi.... «Prigiourlano delle voci nieri! Sono prigionieri!» commosse e esultanti. Si riconoscono bene, soScendono ver«palamidone». no loro, hanno il so i nostri rincalzi. Sono inseguiti da shrap-

—

nell austriaci. Hanno tutti le braccia levate. Una tempesta di mani. Alcuni sventolano i faz-

che roteano in aria come farfalle bianprigionieri scivolano, cadono, saltano, I scavalcano muricciuoli a passi stravaganti, per sottrarsi presto al fuoco. Il prato sul quale è

zoletti,

che.

passato l’assalto brulica tutto di loro. Si ammassano in Un angolo morto, e più calmi infi-

lano

i

camminamenti, circondati da un Sono molte

chio di baionette inclinate.

luccicenti-


218

l’ attacco

naia, tutti

i

difensori dell’altura con

i

loro uf-

ficiali.

Che succede intanto altrove ? È difficile a sapersi in questo momento. Si combatte per tutto il Vallone. E siccome altre dense carodi prigionieri scendono nella gola, già piena dell’ombra della sera, da varie strade, è presumibile che le scene da noi viste si siano

oltre

vane

ripetute in vari punti della fronte di battaglia.

Nelle retrovie vi è un’aria di festa. Le truppe accorrono liete dagli accampamenti per vedere i prigionieri che passano. I soldati di scorta,

infangati,

cevono

Bravi

!

gli

graffiati,

applausi

sudati dei

e

raggianti,

compagni.

ri-

«Bravi!

»

Anche i prigionieri sono contenti. Stanchi ma contenti. Alcuni barcollano, pallidi, con l’espressione stupefatta dell’uomo ebbro o affranto di fatica: sono gli adolescenti. Ma sono pochi. In generale i prigionieri hanno un solido aspetto. Quando passano salutano tutti, rispettosi, sospendendo la lenta masticazione del pane di ognuno è stato ampiamente fornito. Un

cui

capitano dall’apparenza tedesca, azzimato, grassoccio

e

gioviale,

chi sa perchè, e

mi fa un saluto deferente, mi si dice «amico». Un mo-

mento, signor capitano!...


219

SEGUENDO LA BATTAGLIA

SEGUENDO LA BATTAGLIA. 16 settembre.

Boschi giovani e folti di pini si alternano a biancheggianti distese di roccia nuda, crepacciata,

trita

come

ghiaia,

irta

di

infinite

formate dalle erosioni, fra le quali bisogna saper posare il! piemaestoso del. ciglione Il de come fra lame. punte minuscole e

taglienti,

che sovrasta il Viplpacco serpeggiante limpido, e lo fiancheggia, quella grande barriera che mette al limite meridionale della pianura di Gorizia una specie di gigantesca e cupa muraglia, è tutta così, bosco e sasCarso e

1

so,

nudità

aspre e

moltitudini

di

alberi

dai

contorni precisi, alle quali si danno nomi suggeriti dal loro contorno. Come vi è stato un bosco Cappuccio e un bosco Lancia, ora v’è

un bosco a Cuore che la guerra traversa. È

nel

oltre

al

bosco che

si

Nad Logem,

combatte lassù, adesso, sulle

pendici del Velila

Hribach. Si arriva nel pieno della battaglia senza veder piu niente. Non vi sono sentieri. Dei fili di ferro tesi fra tronco e tronco fanno da guida. In certi punti la direzione da seguire è segnata a terra da uno spolverìo can-


220

SEGUENDO LA BATTAGLIA

dido di calce: è per la notte. Quando il filo non si scorge più, si segue il chiarore di quella traccia,

come nella favola di Petit Poucet.

movimento delle

Il

retrovie va nel labirinto

inestricabile,

dietro a quel filo d’Arianna. Gidiscende; fra gli alberi, bruciacchiati

ra, scala,

qua e là dalle vampe,

stroncati dalle schegge,

passano rapidi e curvi e dell’acqua,

i

portatori

i

portatori di

feriti,

i

del

rancio

portatori di

ordini.

Appaiono fra i rami, scompaiono, riap-

paiono,

e

si

un

ad ogni momento

abbassano: arriva urlìo

un

spazio,

si

fermano,

un colpo. Uno

schianto,

tutti

misterioso e veemente oscillare

di

attraverso

piante scapigliate.

lo

Gli

uomini riprendono il cammino. La foresta è bombardata. Il fumo delle esplosioni vicine, grigio e denso,

lute fra gia,

si

i

allarga le sue vorami, vi ristagna come della bamba-

spande

lento,

e a

tratti

si

cammina in

una nebbia acre. Frulla di tanto in tanto una spoletta, un grido strano e vivente, e con un rumore di sassate arrivano frammenti di roccia,

a

fitti

stormi,

tuttjo

intorno, tempestando.

Le sassaiuole crepitano a lungo dopo ogni colpo, e delle fronde cadono roteando. Sibili brevi di pallottole bisbigliano in alto. L’ombra del

bosco a tratti

si addensa e si arrossa per fugnembi color di ruggine che sfiorano le aguzze cime dei pini. La fucileria scoppietta nelle vicinanze e non si ha un’idea della linea

gevoli


221

SEGUENDO LA BATTAGLIA

del

A venti passi lo sguardo si perde.

fuoco.

Non è possibile rendersi conto di niente. Qualche cosa di tenebroso opprime: la sensazione solitudine asdi essere chiusi. Negli istanti di soluta,

sguardo

lo

si

attacca

al

filo

di

ferro

come ad un amico. Sembra che sia il bosco che combatta. Gli uomini non si vedono e tutbosco che ta questa ostilità sembra sua. È il là, scaglia le sue pietre e i suoi fusti qua e in

un furore favoloso e cieco.

albero si agita stranamente per un atfotimo sparpagliando gli aghi verdi del suo inclina gliame, poi adagio adagio, mollemente, s dice spezzato. « Non è niente, non è niente!»

Un

una voce che conforta qualcuno, e dal folto porta sulle del bosco emerge un ferito che ne spalle un altro più grave. Tutta l’abnegazione, l’umanità, l’eroismo dei nostri soldati seminano riuniti in questo gruppo pietoso e magnifico.

È uno

di

quegli

episodi

indimenticabili

che assumono nella memoria proporzioni gigantesche e solenni. «Aspetta, ti aiuto!» esclama un portatore di acqua che passa. «No. » vai pure, che hanno sete! Non è niente sponde la voce ansante del ferito carico !

compagno sparisce

inerte.

nella

E il gruppo si

foresta

tragica

ri-

del

allontana e

lasciando

delle

agdi sangue sullo spolverìo della calce, giungendo alla traccia bianca la guida di una

stille


222

SEGUENDO LA BATTAGLIA

traccia Vermiglia

sul

sentiero

della

battaglia.

Qua e là dei fucili spezzati, dei berretti giacciono presso a tritumi di roccia percossa. Fin dal primo assalto la fronte avanzò alla sinistra detrazione, affermandosi su posizioni che il bollettino ha indicato: da San Grado di Merna, giù sul Vippacco, fin verso Lokvica,

sull’altipiano carnico. Le difese nemiche erano imponenti. Tre ranghi di trincee solidissime, con reticolati alti due metri, formavano la pri-

ma barriera. Spesso

trinceramento austriaco

il

è triplice.

Ha una linea di avamposti e due di resistenza. Il nostro

bombardamento aveva aperto lar-

ghi varchi nei reticolati, sconvolto

decimato rate di

i

difensori.

sbalzo.

i

parapetti,

Le tre linee furono supe-

Dietro ad esse

succedevano

si

altre sei linee di trincee in costruzione. Si sor-

passarono tutte, e dalla battaglia venivano giù carovane di prigionieri esterrefatti. Ora l’attacco sale verso altre difese. Si

è

fatto

metodico,

scala

sistematicamente

declivi nel bosco. Gli alberi sono serviti al ne-

mico come tronco ciaio,

si

paletti

da

reticolato.

Fra tronco e

tendono per ogni verso

i

fili

di

ac-

formando come una enorme e grigia rete

di ragno. I nostri si

rannicchiano dietro a minuscoli baluardi di sassi. Ogni tanto saltano su. LTn gridìo,

un inferno di

fucilate,

meccanico di mitragliatrici, scoppi

uno strepito di

bombe a


223

SEGUENDO LA BATTAGLIA

mano:

è

una breve

irruzione,

un

passo

in

due parti folgora. E non si vede niente. Qualche uomo che scitiratore apqualche gli alberi, curvo fra vola avanti.

L’artiglieria dalle

postato

dietro

al

suo murieciuolo, e più su,

appena intra wisto in una radura, un pezzo di parapetto fatto di sacchi, infangato, rossastro,

con la gran tela di ragno davanti. La battaglia è sepolta nella verdura. Le trincee sorpassate sono ancora ingombre di cadaveri nemici. Si sente un odore di resina, di polvere e di morto. Gli uomini che tornano indietro per i servizi e

che vanno si scambiano frasi laconiche:

quelli

Come va lassù ?» — Bene. — Resistenza — «Mitragliatrici.» — «Passa in fretta alla dolina!» — «Grazie!».... Arriva da lontano »

? »

«

«

«

fragore profondo del

bombardamento sul

il

resto

della frante.

Riuscendo dal bosco feroce, dal Nad Logem, improvvisamente si spalanca allo sguardo il panorama della pianura di Gorizia, luminoso, diafano, con un’ampiezza marina, così vasto che la guerra vi si perde. Appare quieto, deserto, pieno di immobilità. L’Isonzo azzurro

sembra una qua,

il

striscia sottile

di

sereno.

Sull’ac-

ponte di ferro, schiantato dalle canno-

nate, si è tutto coricato di fianco.

Qualche vil-

diruto fuma. I grossi calibri austriaci battono le rovine di Poc, di Rupa, di Rubbia.

laggio


224

SEGUENDO LA. BATTAGLIA

Delle granate cadono

Vippacco sollevando

nell

gigantesche colonne di acqua e di fango, e il fiu-

me intorbidato ribolle fra le rive folte di salici. Battono anche il Nad Logem, grossi calii

bri, e

e

il

Vallone. Al rombo lungo, pesante, cupo

affannoso delle granate che lacerano

l’aria,

segue un boato spaventoso che ricorda lo scoppio delle maggiori

mine nelle cave di granito.

La terra sobbalza, e per decine di secondi dura lo scrosciare

formidabile dei macigni che rica-

dono, una cateratta di rocce.

Quando tutto sem-

bra finito, arriva la grandine delle schegge, dei detriti, delle pietre

un volo più

più piccole che hanno fatto

vasto.

le arterie di transito

nemica cerca

L’artiglieria

e i nostri cannoni, che ri-

spondono dieci colpi per uno. Il Vallone è pieno di rimbombi e di boati; echeggia tutto in un tuono perenne; è una spaccatura urlante. Ogni cannonata vi sveglia una tempesta. Miriadi di proiettili

lo

attraversano.

Percorrendolo biso-

gna rinunziare a comprendere quali sono i colpi che partono e quelli che arrivano. È tutto

un fragore senza

sosta.

selvaggi sono costellati di

I

suoi

declivi

vampe e di nubi.

I

cannoni scagliano al di sopra della sua ombra masse sibilanti di acciaio. Talvolta biso-

gna rimuovere dai

sentieri delle pietre cadute per poter passare. Fra cannoni nostri e cannoni austriaci è una moltitudine di pezzi che non si era mai vista.


225

SEGUENDO LA BATTAGLIA

La

battaglia

al

ha

terzo giorno

la

violenza

del primo. Se ne scorge la linea a tratti, in di-

rezione di Lolcvica e più giù, verso Oppacchiasella,

dove

poco

le

scuglio

il

di

Doberdò.

cespugli secchi, muricciuoli, terra rossa

di

un

terreno è scoperto e ricorda

aspre ondulazioni

praticelli,

di

e

Sassi,

un mi-

roccia bianca.

Si

vedono i nostri dietro ai parapetti improvvisati, già ben lontani in alcuni punti dalle linee di partenza, e si vedono le pattuglie che si spostano, rapide, in piccoli sparpagliamenti grigi.

Spariscono come inghiottiti dalla terra, non distinguono più

gli

uomini immobili dai

si

sassi,

poi uno, due, cinque, dieci sol dati sorgono, avan-

zano, spariscono ancora. tellano.

passano. foschia,

Sono I

stati

visti.

Le mitragliatrici marDelle nubi di fumo

soldati risorgono,

vanno ancora

disseminati nella

avanti.

Più lontano, sulle rovine di Oppacchiasella,

sembra si sia fatta la quiete. Le eruzioni di fumo e di macerie salgono ora impetuose al di Nella distanza si vede un palpitare di fiam-

là.

me fra boscaglie annebbiate: Vill'anova che brucia.

Che c’è laggiù ? È

difficile

determinare la

di combattimento. Essa non è mai rimasta immobile. Dove non è definitivamente avanzata, ha avuto delle oscillazioni. Il nemico lia alcune posizioni fortissime, dominate facilmente dalle sue artiglierie, e alle quali si aggrampa con disperazione. Non risparmia sa-

fronte

Barzini. Dal Trentino al Carso.

15


SEGUENDO DA BATTAGLIA

226 di

critici

uomini. Sloggiato, concentra

il

fuoco

d’infilata e lancia contrattacchi. Ricacciato, ri-

torna. Perchè

i

suoi soldati

non

si

arrendano,

ha preso disposizioni feroci. Un ufficiale austriaco prigioniero ha mostrato un ordine che minaccia

di

impiccagione

tria ogni ufficiale

che

si

al

suo ritorno in pa-

lasci catturare illeso.

Per questo, un altro ufficiale fatto prigioniero, ha estratto improvvisamente la pistola facendo fuoco all’impazzata, finché un colpo di baionetta i’ha inchiodato.

Ogni notte gli austriaci sferrano contrattacchi sulle quote perdute. Arrivano quatti quatti fin presso ai nostri «cavalli di Frisia», e subitamente urlano gettando bombe: «Hurrà! burRisponde il nostro grido di: « Savoia » rài ».

—

—e

i

!

nemici lasciano spesso ammucchiamenti Nessuna battaglia forse fu più va-

di cadaveri.

ria di questa,

petuosa in in

altri,

per

il

carattere della lotta, im-

alcuni settori,

lenta

e

sistematica

a seconda del terreno, a seconda delle

difese. Delle posizioni sono state prese subito, d’assalto; in altre l’avanzata ha impiegato due,

tre

giorni

per arrivare,

tenace,

costante.

In

punti le trincee nemiche erano vicine, balzo era possibile. In altre le due linee

alcuni il

erano separate da larghi valloni. È bisognato scendere, risalire su terreni scoperti, arrivare alla cresta a poco a poco. Delle seconde linee


LA NUOVA LINEA SI HAFFOEZA di

difesa ancora intatte

dietro alle prime.

si

227

scoprivano talvolta

Era necessario riprendere il

lavoro di demolizione.

Una quantità di mitra-

smascherava ad un tratto dove pareva che tutto fosse sconvolto. Ma dove sono più lenti, i progressi sono più. importanti. Sogliatrici si

no i pilastri che resistono maggiormente iin un che crolla: è la caduta dei punti di che rende la rovina definitiva. Dal santuario di San Grado, che non si ri-

edificio

appoggio,

conosce più, sventrato, sforacchiato, senza fac-

senza quei suoi due campanili gemelli che lo facevano scorgere da tutta la pianura

ciata.

friulana, gialliti

di

con

dalle

i muri del convento sfondati, invampe, circondato da trincee piene

morti, fino al settore di Monfalcone che

sfalda,

si

bombardamenti, la battaContinua per vette e per valloni,

sotto a nuovi

glia continua.

nei boschi e sulle irocoe, e arriva al mare, sulla sponda, dove si combatte fra le paludi, di fronte all’Adriatico,

calmo, luminoso e deserto.

LA NUOVA LINEA

SI

RAFFORZA. 18 settembre.

Su tutta la nuova linea delle posizioni si lavora. Da una par Le e dall’altra è un tramestìo di picconi che beccano la roccia. Si ode fra lo scoppiettare rado delle fucilate questo sordo


LA NUOVA LINEA SI RAFFORZA

228

raspamento di attrezzi, un rumore assiduo e minuto di scavo. Il combattimento è in un periodo di

sosta.

contrattacchi

Il

si

co

posizioni

sulle

è

contrattacchi

attacchi

furore degli

e

dei

è lentamente placato; Fazione andata localizzando a poco a po-

si

generale

più

attacchi

importanti,

hanno concentrato

la

lenza su certe vette che appaiono

loro

e

vio-

come i car-

dini della linea agitata della battaglia,

ed ora

consolidano le conquiste. Ogni lotta ha le sue fasi di immobilità. Gli eserciti sono come gli atleti, che alternano lo

si

sforzo

vigoroso

e

impetuoso

a

raccoglimenti

un parossismo di collutmantengono allacciati nell’ atteggiamento raggiunto, attenti al minimo moto del-

guardinghi, che dopo tazione

si

l’avversario, ogni

prio

quando uno

muscolo degli

teso.

atle.ti

Spesso è pro-

sembra già con

le spalle a terra, che Favvinghiamento prende fermezze statuarie; perchè la resistenza si fa

più disperata e l’attacco più pensato, calcolato, misurato, vigile. Poi, improvvisamente, un nuovo scatto veemente, e la lotta attiva si riaccende nell’attimo prescelto.

Oggi

si

lavora.

I

boschi del Velila Hribach

Nad Logem risuonano -di colpi d’ascia.

e

del

Si

abbattono alberi, e nell’ombra degli incerti

sentieri si vedono tronchi scortecciati che avanzano oscillando fra un grigiore di soldati, co-


LA NUOVA LINEA SI RAFFORZA

229

me pagliuzze portate da un formicaio. Servono a creare rafforzamenti, blindamenti, coperture.

Una operosità da cantiere brulica suite posiSi direbbe che si stiano tracciando' le fondamenta per una città. Le trincee primitive

zioni.

delineatesi nel combattimento, quei muricciuoli

improvvisati, quei monticoli di pietra che ogni soldato erigeva febbrilmente avanti a sè, quelle

buche che conservavano impressa nella

piccole

fanghiglia rossa la traccia d’un ciato,

tutte

scintillante

circondate di

bossoli

da

uomo accovac-

un pagliettamento

sparati,

trasformano

si

lentamente in fossati profondi, in corridoi senza fine scavati nella roccia, serpeggianti a zigdifesi

zag',

da parapetti di macigni coronati da

sacchi. Yien fatto di pensare a quelle

immani

suoi

campali che Cesare descrive nei Commentari, a quei baluardi sterminati

che

le

fortificazioni

legioni

di

Roma

facevano sorgere in

poche ore di fronte al nemico, al limite delle loro grandi strade di conquista divenute le eterne arterie del mondo.

Un vuoti.

grande struscìo metallico di badili sui a grandi palate si riempiono i sacchi Arrivano impacchettati, i sacchi, grandi

balle

di

sassi:

tela:

in

un

istante

colmati, legati, e passano da

sono

distribuiti,

una mano

perenne catena, pesanti

tra,

in

tori

scaricano in fretta gomitoli di

all’al-

e

bitorzoluti, fino ai parapetti in costruzione. File di portafilo di

ferro


LA NUOVA LINEA BI RAFFORZA

230

spinalo e ripartono correndo.

mano!

su,

forza!»

— squadre

«Qua, date una di soldati an-

santi portano «cavalli di Frisia», vigli di ferro, e ste,

vigilano

le

enormi gro-

domandano aiuto. Fuori, nascosentinelle avanzate. Lungo le

nuove trincee, immobili, estranei al lavoro, 1 occhio alle feritoie, attenti, stanno gli uomini incaricati della

prima difesa. Hanno disposto in-

loro

pacchi di cartucce e granate a si scuotono, imbrac-

torno

a

mano. Di tanto in tanto ciano

il

con gesto pronto, mirano, spa-

fucile

rano. Delle pallottole nemiche arrivano a raf-

scoochiano sui sacelli o passano alte con un sibilare di frustata. Nessuno, ci bada. Ma ogni soldato lavora presso al suo posto di combattimento, pronto a correre alle armi. I fucili fiche,

si

allineano appoggiati al parapetto, con le gie le baionette appese alle canne. Gli uf-

berne

ficiali

vanno

e

urgenza. Tutti,

vengono sorvegliando, facendo ufficiali

e soldati,

sono sporchi uniformi

di fanghiglia fino all’elmetto; le loro

hanno preso il colore rossastro del terreno. Sembrano fatti della stessa sostanza della montagna.

Da lontano questi uomini si direbbero

dei detriti del suolo

che

si

muovono.

In certe posizioni la fronte si fortifica sulle rovine dei trinceramenti nemici espugnati. Qui uno sconil formicolìo dell lavoro s’imbuca in volgimento spaventoso, fra sgretolamenti da frana, entro

una confusione di pietrame, cosparsa


LA NUOVA LINEA di. armi

SI

spezzate, di morti.

RAFFORZA

231

La bufera del fuoco

ha demolito, sparpagliato, mescolato tutto, ha spazzato parapetti, colmato camminamenti, disseminato

scudature, paletti,

travi,

mitragliatrici.

I

fili

di ferro,

nostri trascinano- i rottami più

Al di là nuove trincee s’innalza un oscuro intrico

vari e ne fanno delle strane barriere. delle

informi irriconoscibili, lamiere lacerate

di cose e

accartocciate che avevano forse sostenuto dei

blindamenti,

assi

metalliche contorte, resti

di

Il primo ostacolo che si oppone al nemico è il gigantesco rimasuglio dei suoi ma-

reticolati.

teriali di difesa.

Il

bombardamento non ha sosta. In certi mo-

menti rallenta, sembra stanco, pare che stia per quietarsi, poi tutto ad un un tratto riprende violento,

come se preparasse un attacco. Muta

obbiettivi, folgora vie,

si

da ogni parte, batte le retro-

concentra in

strada che

z’ora prima,

tiri

di

demolizione. Sulla

era percorsa quasi al sicuro mez-

si

si

appesantisce subitamente un’at-

di morte. E sembra diversa. I luoghi assumono un’altra fisionomia, sotto la percossa cannone. Prendono una espressione inat-

mosfera del

tesa,

solenne,

truce e ostile.

Quando

il

grido

dei soldati nei rifugi avverte: «Attenti, la stra-

—

si guarda avanti con una da è bombardata! » diffidenza oscura verso le cose mutate. Tutto sembra pieno di un’attesa feroce.


LA NUOVA LINEA SI KAPFOEZA

232

Non si ode una voce. I gridi dei conducenti si estinguono. Ogni uomo inoltra grave, silen,

con una decisione di lotta sul viso. Il continua ininterrotto, ma i carri e i cassoni galoppano, le salmerie trottano, le automobili passano veloci rombando fra nembi di polvere, le squadre di sei-vizio vanno in fila

zioso,

traffico

lungo i margini, ordinate, curve e rapide come nella battaglia.

Il

genza sinistra lo po’ inseguito.

traffico continua, affretta.

ma una ur-

Ognuno si

Bisogna passare

e

si

sente

un

passa,

ma

chi sta per entrare nella strada bombardata

si

ferma sempre un momento,

si

si

prepara

e

slancia. ;

La strada si apre davanti a lui annebbiata, funerea, misteriosa. ri.

A istanti è piena di frago-

Scroscianti raffiche di schegge l’attraversa-

no, delle pietre rotolano giù dal declivio, qual-

che murello frana. Poi una quiete profonda, lugubre, inverosimile. Delle nubi di fumo si dissipano lontano. Si rivedono le rovine bianche del villaggio, laggiù, allo sbocco, che erano scomparse. U:n altro colpo arriva. Niente: è sul greto. Attenti, c’è una Fumiga ancora. Due passi lontano un mulo abbattuto agita gli zoccoli. Un camion ci-

scoppiato indietro, buca.

sterna è rovesciato sul

bordo,

con due ruote

e l’acqua sgorga dal suo corpo mascome fosse il suo sangue. Nessun ferito ?

sollevate, siccio

No,

ecco

i

conducenti che ritornano

a

piedi,


LA NUOVA LINEA SI RAFFORZA

quatti

quatti.

Siamo

alla

voltata.

238 Si

riodono

finalmente delle voci, dei gridi di mulattieri;

un piccolo affollamento di gente che si dispone a passare. Rinascono i clamori della vi -

c’è

'a. La strada bombardata è finita. È ridiventata una strada qualunque, bonaria ed amica.

Gli

questi

adoperano

austriaci tiri

i

grossi

calibri

per

di interdizione, lenti e intermittenti.

Di tanto in tanto, tutte le loro artiglierie allar-

mai/

si

concentrano sopra un punto o sopra posizioni, [attirate da improvvisi

delle

l’altro

fuochi di fucileria.

La giornata si è fatta oscu-

ra,

minacciosa, la sera si avvicina, e nell’ombra

le

vedette sparano ad ogni

colpi spesso

rumore

sospetto.

moltiplicano, le trincee da

si

parte e dall’altra

si

popolano

di tiratori.

I

una

Uno

strepito di battaglia si desta, e allora l’artiglie-

nemica entra in azione, per qualche minuto, con una prontezza singolare. Essa è organizzata in modo da concentrare i suoi tiri ad una parola convenzionale lanciata dal telefono. ria

Il

comando le arriva direttamente dagli osser-

vatori. Sopra un settore minacciato, convergono in pochi istanti tutte le batterie che hanno

la possibilità di

arrivarvi.

resistenza

austriaca.

della

Soltanto

pra vaste nuto in

gli

attacchi

fronti,

Questo

è

il

segreto

simultanei e decisi so-

richiamando nello stesso mi-

dieci, in venti

trazione della difesa

punti diversi, la concen-

— cioè disperdendola —


234

LA NUOVA LINEA SI RAFFOKZA

riescono ad aver ragione della formidabile organizzazione delle artiglierie nemiche, per la

quale la loro efficenza

si

moltiplica.

Gli

altri

ostacoli non sono insuperabili se i comandi sanno nutrire a tempo gli assalti con ondate

successive, se rincalzi voluminosi spingono subito irruzioni di truppe fresche oltre le posizioni

conquistate, portando la fronte di batsempre più in là, in zone che l’artiglieria nemica non ha misurato e che deve cercare. Il nostro primo assalto è (sempre arrivato. Nultaglia

la lo ferma.

Nè la fucileria, nè le mitragliatrici

numerose che gli

austriaci, col sistema

nico,

al

sottraggono

germabombardamento, incaver-

nandole.

Ma una offensiva su vasta scala non può mantenere a lungo u|na contemporaneità di azione; essa finisce per avere concentramenti successivi di sforzo.

Quando la minaccia non pre-

me più su tutta la linea, la organizzazione del fuoco nemico trova delle opportunità, converge tutta sulla posizione là cui riconquista è più urgente, e la batte preparando Gli

assalti

si

i

contrattacchi.

rinnovano, la lotta si accanisce, deve affermarsi fra diffi-

e l’avanzata italiana

coltà che al

primo momento sembravano

sor-

passate.

L’ultimo ta

144.

sforzo nemico è stato sulla QuoÈ una grande collina isolata, regolare,


LA NUOVA LINEA SI KAM’ORZA

235

di là del Deboli. Sta allo sbocco meridionale

al

Vallone come una sentinella.

del tutti

i

nostri

movimenti nella

gola,

Sorvegliava e intorno

melmoso di Doberdò. Intorno a questa altura è un circolo di strade. Tutte le strade della regione vanno a passare ai piedi della Quota 144. Dalla sua cima si dominano le retrovie nemiche della zona di Monfalcone, al

laghetto

la via il

Duino, la via di Brestovica, e verso

di

nord, la via che sale a Nova Vas, sulle vitali

arterie

di

guerra. Si prevedeva

una disperata

difesa della collina sassosa e sterposa, solcata

da trinceramenti profondi, e non potevamo prenderla di sbalzo. Le nostre linee erano sul Debeli. Bisognava scendere nella valle e risalire i fianchi della Quota 144. Quattrocento metri di percorso. Non si superano di slancio.

La conquista è stata lenta, metodica. Quattro

Due

al

verso

i

colonne

sono avanzate all’attacco. due ai fianchi Nel pomeriggio del 14 erano

centro, verso la vetta, costoni.

già sulle pendici dell’altura, su certi prati variegati di cespugli e costellati di rocce

bianche

granulamento dei soldati attaccali al terreno sembrava perfettamente immobile. I segnali che indicano i limiti dell’avanzata erano fermi. E pure, guardando bene, si vedeva ogni tanto uno strisciare confuso di a fior di terra.

uomini,

un

Il

inerpicarsi

lentissimo

di

plotoni.

Da ora in ara si era sorpresi di ritrovare i se-


236

gnali

LA NUOVA LINEA SI RAFFORZA

un poco più

moliva

le trincee,

su. L’artiglieria intanto desconvolgeva la vetta, la bru-

ciacchiava, la trasformava.

Ma non erano le trincee austriache che si opponevano all’avanzata. Erano i fuochi d’infilata,

la fucileria sui fianchi,

il

tiro delle

ar-

Duino, di San Giovanni. Le colonne erano ostacolate. Il centro, un poco

tiglierie di

laterali

più protetto,

progrediva.

La

linea

di

attacco

prendeva la forma di cuneo. Il cuneo d’uomini, ora già fuori dei praticelli e aggrampati alle rocce, si allungava, si allungava insensibilmente.

Alla

sera

qualche metro dai

era. sotto

alla

cresta,

a

resti dei reticolati.

Alla notte, in un dilùvio di pioggia, l’assalto è balzato avanti, ha superato la trincea. Ve

n era un altra più in là, che non s’era vista, con la sua barriera di pesanti « cavalli

intatta,

di

Frisia».

Una quantità di mitragliatrici ne-

miche ha aperto

il

fuoco.

È seguito un primo

contrattacco con

granate a mano. I nostri si sono abbarbicati alla prima trincea, e hanno resistito. Il giorno 15 è continuata la lotta. La linea

di attacco sui fianchi ondulava, subiva dei contraccolpi impressi dal movimento della

battaglia sul

massiccio carsico. Nel settore di Monfalcone si accendeva pure il combattimento con nuova violenza, appunto per aiutare l’azione sulla Quota 144.

La battaglia si estendeva

fino alla riva del mare.


237

LA NUOVA LINEA SI RAFFORZA

Gli

hanno rinnovato

austriaci

tentativi

per rovesciare l’attacco.

no mantenuto

il

hanno ripreso

l’azione.

notte

alla

nostri

I

terreno, tenaci.

Il

i

han-

giorno 16

Per la seconda volta, sono stati fermati dalpreparò un terzo assalto. Aperti varchi più ampi nei reticolati, per mezzo di tubi esplosivi, nel pomeriggio la massa si arrivati all’altra trincea, le

mitragliatrici.

è

gettata avanti, impetuosa, irresistibile, a va-

Si

langa, con un clamore immenso, preceduta da una grandine di bombe. La 'vetta è stata defi-

nitivamente raggiunta.

Ed così

è

stata

tenuta sotto a

tiri

che più volte

incrociati

i

di

artiglierie

nostri

soldati

hanno creduto fossero cannoni italiani che facessero fuoco per errore. Tempestando il rovescio gli austriaci speravano forse di isolare conquistatori.

Il

tacchi con forze pre.

i

nemico ha lanciato contrassempre maggiori, respinti sem-

Le sue perdite sono enormi. Tutta la vetta un disseminamento di cadaveri.

coperta di

è

L’ultimo contrattacco è avvenuto questa notte,

sotto

una pioggia gelida, in un incerto chia-

rore di luna velata. Di esso parla

il

bollettino

annunziando così, indirettamente, che siamo anche sulla Quota 144. Essa costituiva una delle posizioni più diffìcili ad essere espugnate. Il suo possesso ha un valore che l’avveodierno,

nire rivelerà.


238

IL

IL

GENERALE TEMPO

GENERALE TEMPO. 21 settembre.

— dicono

«È un tempo austriaco!»

i

sol-

La battaglia cominciò in un temporale. ! oi, come il furore degli assalti scemava per fondersi in una continuità di combattimentio, dati.

la irruenza delle

nire

intemperie si calmava per fi-

nella eguaglianza

del

maltempo

stabile.

Nmi si tratta più di giornate cattive ma di cattiva stagione.

gia

si

è

Siamo al brutto normale. La piog-

fatta

costante,

sottile,

gelata,

eguale.

I fiumi sono gonfi, i torrenti straripano, delle piane sono inondate, per tutto si affonda nella

melma. Un cielo basso, plumbeo, immobile ed eguale come un cielo da neve, grava sui campi di battaglia. Le montagne immergono la vetta nelle nubi, le lontananze svaniscono in una foschia tenebrosa, tutto appare scolorato e spento

nel velo dell’acqua che cade, nella fitta delle gocce, obliqua e tremula.

trama Le boscaglie del

Carso hanno da lontano l’apparenza di grandi nuvole nere adagiate sopra una desolazione di pietrame e di fango, fosca, incerta e vaporosa.

panorama ha per sfondo dell’ombra; non si monte Sto! sulle cui brune pendici il campanile di Temnica metteva una lineetta sottile e bianca, e non si vedono più i Il

distingue più il


239

GENERALE TEMPO

IL

pronta declivi del Fajti Hrib, un intreccio strano della seconda linea nemica,

lavori sui

di linee chiare di

sce di reticolati.

già

scavo alternate a cineree striterreno delle avanzate fu-

Il

ture, la strada dell’avvenire, svanisce in

crepuscolare.

lore ci

E

le

stanno di fronte, che scoperto,

allo

un pal-

immediate che mostrano qua e là

difese si

appaiono confuse e complicate

come uno schieramento di macerie. L’acqua stormisce monotona nei boschi e sulle sterpale, spande il suo mormorio strisciante sulle rocce, ruscella nei camminamenti, inonda qualche trincea, in fondo alla quale sono disposte ad intervalli delle grosse pietre per po-

sare glia

il passo. L’acqua che scorre e che gorgoempie tutto della sua 'voce liquida, e pare

non ci sia che lei di mobile e di vivo sulle posizioni,

sassi

quegli

fra

sterminati

ammonticchiati.

allineamenti

di

Da distante si ha l’im-

pressione che la battaglia non metta in rango che delle pietre, in formazioni sempre varie, sempre nuove. Giorno per giorno si vedono dei

muricciuoli avanzare, delle schiere di blocchi prolungarsi,

moltiplicarsi,

come

ise

insensibil-

mente manovrassero in una loro fantastica e (solenne guerra di macigni. Gli

uomini in trincea si sono rannicchiati, si

sono imbucati, si sono creati minuscoli ricoveri contro teste

le

la

pioggia.

Hanno sospeso

più svariate

tettoie.

sulle 'loro

Alcuni hanno di-


240

IL

sposto

GENERALE TEMPO

loro telo da tenda a baldacchino,

un lembo tenuto da sassi sul parapetto, il resto sorretto da bastoni. Altri hanno adoperato dei il

materiali austriaci, assi, tavole, pezzi di lamiera curvi e corrugati che formano delle piccole

La pioggia tamburelli sui ripari come su delle ombrelle aperte. Sotto, nell’ombra, acvòlte.

coccolati, dormono profondamente quelli che so-

no stali di guardia la notte. Gli altri guardano dalle feritoie; o scrivono, la carta sulle ginocchia, con lunghe pause meditative durante le quali la punta del lapis gira e rigira fra le labbra dello scrittore come per cercarvi le parole; o fumano, seduti sopra un sacco a terra, contemplando ad ogni boccata la sigaretta che se ne va,, e che è forse l’ulthna. Di tanto in tanto uno scoppiettìo improvviso di fucilate. Tutti si levano. Che è ? È uscita una pattuglia. Ognuno torna alla sua occupazione. Le fucilate continuano per qualche l em po. È l’unico indice dei movimenti degli «ar'

diti»

che sono fuori. Quando una pattuglia

è

neppure le vedette la scorgono dopo j primi passi. Sparisce; sembra assorbita dalla paurosa zona di terra che separa gli avversari, da quella zona morta, tagliata fuori del mondo, che miriadi d’occhi spiano 'con difuscita

suoi

fidenza, spiati di

come

se

si

sentissero alla loro

volta

da quel vuoto, guardati da qualche cosa

invisibile

e

aspettante.

I

soldati

ci

hanno


IL

confidenza. i

parapetti

GENERALE TEMPO

Quando il momento e le vanno incontro

241

viene saltano

cannone non ha mai smesso di tuonare. tiri un po’ per tutto. Batte ora

Il

Continua i suoi le retrovie,

ora le trincee, si esaspera se scorge

un movimento, interdice, demolisce. Ha lunghe ore di stanchezza, poi riprende violento, sposta

i

suoi centri

di

Sembra

furore.

alle

volte

che rombi a battaglia, serra i suoi colpi, infuria:

osservatori

gli

soltanto

possono dire

la

ragione

di questi accanimenti subitanei, che non sempre corrispondono a riprese della lotta.

La battaglia si è placata. Dopo avere oscillato qua e là per tre giorni, la nuova fronte italiana si

è

fissata sul

ha preso la

terreno conquistato del Carso,

solidità

definitiva.

sua linea sulla carta

linea descrittiva di

Perchè

è

e

Si

può tracciare

considerarla come la

una fase conclusa.

descrittiva

la

linea

della

nostra

Essa dice la storia della lotta. La fronte di una battaglia è come una corda che avanza tesa, -e che non si contorce, non serpeggia, non si agita che sugli ostacoli. Ogni spezzatura della linea indica un punto di maggiori fronte.

contrasti, ogni ondulazione parla di alternative.

Dove il combattimento ha avuto le più esasperate vicende, è rimasto qualche cosa di più agitato e vigoroso nel disegno della linea raggiunta.

Ecco

al

nord della fronte carsica,

Barzini. Dal Trentino al Carso.

alla

sini16


242

IL

GENERALE TEMPO

stra della battaglia, l’arco di un’avanzata

pétuosa, di

piena, profonda, eguale.

È

im-

il

profilo

uno slancio compatto, unico. Alla

sinistra

ha avuto la più bella continuità movimento e di espansione. Non si è fermato nelle posizioni espugnate, oltre le pendici orientali del Nad Logem: è andato avanti, ondata dopo ondata, nutrito di forze fresche, teninfatti l’assalto

di

dendosi

verso più vasti obbiettivi, attraverso boschi e spianate, fino ai limiti delle possibilità di

momento. In due ore aveva percorso più due chilometri. Le ferrovie erano ingombre

di

prigionieri,

del

le forze

della difesa erano

di-

Le formidabili fortificazioni campali di San Grado, all’estrema ala operante, sorpassate, aggirate, cadevano il giorno dopo per manovra. strutte.

Fermatosi, questo braccio sinistro dell’ offensiva, se

anche ha modificato lievemente la sua posi-

zione per sul

una sistemazione di sosta, imprime una linea di conquista piena di

terreno

fermezza.

"

L’arco rientra lievemente verso il centro, rimasto più indietro per l’avanzata più faticosa e più lenta.

Al centro passa la grande arteria mediana dell’altipiano, la strada di Costarne Era più facile àgli austriaci difendersi in una zona servita da buone comunicazioni, subito accessibile alle riserve; forse anche si vica.

aspettavano al centro il colpo di ariete. Contasulle grandi difficoltà na-

vano probabilmente


243

GENERALE TEMPO

IL

che avrebbero chiuso

turali

il

passo

ai

nostri

e, non potendo rafforzare hanno portato subito sul cen-

sui fianchi montuosi,

l’argine per tutto,

primi aiuti alla resistenza. Lokvica avevano creato uno di quei loro sistemi difensivi che sfruttano mepianeggiante

tro

Fra Villanova

i

e

ravigliosamente

le

caratteristiche

deli

terreno.

Qui l’attacco non ha sfondato: ha respinto. Ha respinto il nemicò a passo a passo, fra contrattacchi incessanti, e la fronte raggiunta traccia una linea tremula, quasi agitata, piena di una vibrazione di sforzo, rasenta le macerie di

Lokvica,

fino

scende

da dolina a murice iuolo

alla strada di Costanievica.

Da qui rien-

tra con impeto.

Ha un serpeggiamento violento, come il grauna scossa di terremoto. Balza a sud-

fico di ovest,

passa al di qua di Villanova, tocca in un

punto la linea di partenza, e subito cambia nettamente direzione, si slancia a sud-ovest, abbraccia la Quota 208 sud, rientra

un poco,

si

avventa sulla 144, e spegne le sue ondulazioni veementi nella immobilità della fronte ad oriente di Monfalcone. Questa linea agitata, tutta sobbalzi,

che sembra scagliarsi su punti importanti che vi si attacca col vertice pene-

di conquista,

trante

di

arditi

Va

salienti,

ha un’eloquenza

in-

viene tempestosa, racconta vicissitudini di attacchi e contrattacchi, come quei dicibile.

e

segni sinuosi che le tempeste

imprimono sulle


244

IL

spiagge

GENERALE TEMPO

mare ^accontano

del

il

passare e

il

ripassare dell’onda. Sulla fronte del massiccio carsico,

il

terre-

no si eleva anche a destra culminandosi con due vette gemelle e vicine: la Quota 208 nord, sopra Villanova, la Quota 208 sud, i cui fianchi precipitano a sperone verso i terreni più bassi del

sulle cui

settore

di

una

ondulazioni corrono le trincee Moinfalcone.

Fra

le

due

vette

Fu su questa sella che vedemmo salire trionfalmente il primo assalto, gemelle,

selletta.

un turbine d’uomini,

alle

tre

pomeridiane del

giorno 14.

I prigionieri calavano giù a manIn sei minuti la posizione fortissima era espugnata. La vasta cattura indicava lo sfon-

drie.

damento della linea di resistenza. Di tutte le posizioni austriache nessuna aveva il valore di quelle due alture dominanti. La Quota 208 sud, che sovrasta il Vallone, che si erge sulla zona delle retrovie nemiche, che sta lì

in un angolo come uin mastio di fortezza, che

torreggia sulla Quota 144, che scopre ogni strada verso J ami ano, verso Scio, verso Brestovica,

San Giovanni e Duino, aveva specialmente una importanza capitale per la difesa.

verso

Evitato lo sfasciamento della fronte al centro, ma non l’ arretramento, il nemico ha diretto

immediatamente i suoi la

riconquista

delle

sforzi

alture.

sulla

destra,

Nella notte,

al-

sotto


IL

245

GENERALE TEMrO

un diluvio di pioggia, dopo una furibonda concentrazione di artiglierie, sferrò il contrattacco con grandi forze sulle trincee espugnate dai nostri che vi si stavano fortificando.

e

quelle

giorni

tre

in

riprese.

posizioni

Tre volte

furono perdute

lotta accanita, varia, tenace,

La

si

andò localizzando sulla Quota 208 sud, la più importante. Nella mattina del 16 la facevamo definitivamente nostra. Il lento attacco sistematico della Quota 144, più al sud, era influenzato dalle alternative di questi combattimenti. Stabilitici sulla 208 sud, la vetta delil giorno stesso potemmo occupare

Su tutte e due le alture i contrattacchi hanno continuato ad abbattersi, ma la reazione nemica si è andata affievolendo. Due grandi la 144.

cardini della difesa sono così nelle nostre mani. La battaglia vittoriosa, nel suo complesso,

ha presentato finora attacco

fase:

to della frónte

nostra

sinistra.

fasi

tre

generale,

distinte.

Prima

sfondamento immedia-

nemica alle ali, avanzata della Seconda fase: resistenza del

nemico su linee arretrate

alla nostra

e al centro (resistenza caratterizzata

sinistra

da nume-

rosi contrattacchi dimostrativi) e controffensiva vigorosa contro la nostra destra, terza fase:

alternative di lotta alla nostra destra, conquista Ora è la

definitiva degli obbiettivi contrastati. stasi. I

Il

russi

tempo si

cattivo

vantano

di

concorre

avere il

«

ad imporla. Generale In-


246

IL

GENERALE TEMPO

verno», eterno difensore delle foro terre. Noi dobbiamo accorgerci che la guerra moderna deve piegarsi ai comandi di un generale Tempo.

Il

genio' dei

più grandi capi può creare

i

ma per l’esecuzione dipende dai capricci della meteorologia. Con

piani d’azione più perfetti, si

grandi calibri sensibili alle varie densità del-

i

l’aria,

con

metro

la

del

ziali.

la

necessità di misurare al crono-

durata di certi

terreno

e

assalti,

dell atmosfera

le condizioni diventano essen-

Un po’ di fa;ngo può raddoppiare o tri-

plicare il tempo necessario ad un’avanzata e renderla impossibile. Il vento stesso può affie-

o impedire un’offensiva. Se è contrario bombarde a casa. Esse ritornano come un boomerang. Partono, fanno un giro e vengono a scoppiare imperterrite verso la linea volire

riporta le

di

partenza.

visto più di

I tedeschi, peggio ancora, hanno una volta i loro gas velenosi tor-

nare indietro spinti da un soffio incostante. Le ingerenze del generale Tempo diventano sempre più numerose e complicate. Egli entrerà certamente nelle decisioni future. Intanto piove.


IL

247

COLPO DI SPALLA

La Battaglia di Ottobre. COLPO DI SPALLA.

IL

Zona di guerra, 11 ottobre.

Quale è la nostra nuova fronte sul Carso ? Da poche ore essa non è più quella che conoscevamo, quella che avevamo visto comporsi

dopo lo sbalzo del 14 settembre. Nessuno potrebbe delineare ancora con certezagiza la linea raggiunta oggi. Essa è mobile, il bordo di tata, è il limite di una tempesta,

e consolidarsi

furore. Si indovina più che si conosca. I grandi comandi stessi (non ricevono, da minuto a minuto, che notizie episodiche per le

un

quali

si

fissano

appena qua e

là

delle

posi-

d’una linea in fori capisaldi mazione, che può essere non definitiva. E ad ognuna di queste notizie si ha 1 impressione vaghi di intravvedere piccoli lembi di solidità, d’una bufera, e isolati, nella fluidità tumultuosa

zioni occupate,

come

quegli indefiniti profili di paesaggio che

appaiono

attraverso

gli

squarci

di.

un tem-

porale.

La nostra l’

offensiva

sul

Carso'

somiglia

al-

avanzare lento di quelle grandi colate di lava


248

IL COLPO DI SPALLA

che rovesciano a tratti la loro pesante massa ardente, percorrono una breve zona e poi si freddano, si rapprendono, divengono pietra, assumono la fermezza di una muraglia, trasformano il loro bordo in una roccia fumigante, piena di incandescenza invisibile, gonfia di fuoco che affluisce da lontano e che improvvisa-

mente erompe di nuovo, sconvolge la muraglia, rabbatte e prosegue; la colata fiammeggiante si rimette in pioto. Oggi la colata cammina.

È giorno

di

battaglia.

Da due mesi

i

periodi di preparazione e

i

periodi di attacco si seguono con una regolarità formidabile. Ogni battaglia per la conquista di

una nuova linea è più vasta, più intensa, più violenta della precedente. L’offensiva potè sorprendere il nemico alFinizio, nelle gloriose giornate di agosto, perte,

ma ora il giuoco è a carte sco-

ed

è soltanto con una calcolata e irresuperiorità di sforzo che la conquista procede, a palmo a palmo. Sotto certi rapporti sistibile

nostra azione somiglia nel suo svolgimento a quella franco -inglese sulla Somme, per quel-

la

lo

che ha

di

sistematico, di aperto, di preve-

Ed anche per i metodi

dibile,

di

che

nemico ci oppone.

il

ineluttabile.

Come i tedeschi, gli austriaci, non potendo Più erigere quelle possenti barriere che stimavano inespugnabili, sentendo che nulla resiste


IL

più

al

tacchi,

tono

249

COLPO DI SPALLA

regolare colpo di maglio dei nostri atmoltiplicano gli ostacoli. Non si sen-

più

capaci

di

fermarci

indefinitamente,

come sul San Michele, e creano' infiniti argini incrollasuccessivi, compensano la robustezza bile della fronte

con la quantità delle linee di

resistenza.

Quando incominciò l’offensiva fran-

co-inglese,

si

parlava di prima, di seconda e

quali padi terza linea tedesche, sorpassate le dovesse determinarsi la guerra di movi-

reva

mento. Le

tre

linee sono sorpassate,

sono sorte

al

di là,

trincee

si

come

affollassero

se degli

a rallentare

ma alti e di

eserciti

la

marcia

da noi, fra le grandi da anni linee fortificate del nemico, preparate si formano intermedie e minori altre sul Carso, fatale della Vittoria. Così

per ridurre successivamente lo slancio della

no-

stra avanzata.

Dopo il nostro

attacco del

14 settembre, la a Castagnavizza.

austriaca era poco Saliva dalla valle del Vippacco, presso a

seconda linea

Ranziano, passava per una delle Dosso Faiti, sul ciglione del Carper Castagnavizza scendeva al sud ad attaccarsi alle colline del Querceto (Hermada),

all’altezza di

alte vette del so.

e

sopra a Duino. Poi, qualche giorno dopo, i noapparire brevi tratti stri esploratori aerei videro qua e là, di trincea, dei piccoli solchi oscuri, Nad Bresul Veliki Hribach, sul Pecinka, sul

gom. Rapidamente

i

solchi

si

prolungarono,

si


250

IL

COLPO DI SPALLA

congiunsero, in alcuni punti si raddoppiarono. Alla fine di settembre tutta una nuova seconda linea e

si

era formata, con

i

suoi

camminamenti

suoi reticolati.

i

Avremmo

voluto

attaccare

subito,

tutto

era

pronto, ma il cattivo tempo ci teneva immobili. La stagione ha protetto il nemico. Ha interrotto la nostra

azione di settembre ed ha ritardato

la battaglia di ottobre, quella d’oggi.

Il

sereno

arrivava, le artiglierie iniziavano in un’atmosfera limpida e luminosa ili loro tremendo la-

voro e

il

di

demolizione, la fanteria

si

ammassava,

giorno fissato per l’assalto sorgeva in un’al-

ba tenebrosa ricominciare.

piovosa. Bisognava attendere e Il Carso- è stato scosso a vari

e

periodi,

così, da bombardamenti spaventosi, preludi terribili di battaglia interrotti dalle intemperie. Ma nessuno ha raggiunto la violenza infernale dell’ultimo, di quello definitivo, che si è scatenato ieri ed oggi, e che continua.

Da Gorizia al mare è tutto un tuono-, tutto uno schianto, un fragore atroce -che sbalordisce,

rola

che annichilisce. Per scambiarsi una paè necessario spesso aspettare un attimo

di affievolimento del lo di cannonate,

rombo immane. È un ruluno scrosciare infinito di boati,

scoppi, di rimbombi, di ululati,, di clamori possenti e soprannaturali, e si è squassati dadi

gli

spostamenti dell’aria lacerata dai colpi vi-


IL COLPO DI

251

SPALLA

passare delle ondate veementi, dei fantastici soffi d’uragano, in successione perci ni.

Si sentono

petua.

La .terra sobbalza, le pareti di legnò dei

baraccamenti sussultano, risuonanti come pelli di grancassa. Tutto quello- che avevamo visto e udito finora è superato. Il Vallone, angusto profondo fra i selvaggi declivi, fonde il tumulto delle artiglierie annidate e dei proiettili che passano in un’eco immensa, in una sola voce profonda, lacerante, prodigiosa, ohe fa pensare ad una voce della terra stessa, ad un cupo

e

e

favoloso

grido della

Nell’attacco del

6

montagna

agosto,

che

furente. ci

diede Go-

buona prova una prepararizia, aveva zione violenta e breve. Otto ore di fuoco. Conveniva far presto, non dare tempo al nemico fatto

sorpreso

di

di

riaversi,

correre

rafforzarsi con riserve fresche.

prevede

tutto,

mico sa non può più essere còlto tutto,

si

ai

ripari,

di

Ma ora il netiene

pronto,

alla sprovvista,

e

il

sulle sue posizioni deve prolungarsi fino a raggiungere risultati materiali completi. Non c’è più niente di inatteso: è la

bombardamento

forza sola che vince. L’assalto oggi 'si è sferrato dopo trentadue ore di fuoco di artiglieria. grossi e i medi calibri, Hanno cominciato mattina. Una foschia leggera velava le poi

ieri

sizioni. tiro

di

vedevano male, ma il inquadramento dei giorni scorsi aveva Gli

osservatori

già portato le batterie ad una relativa esattezza


252

IL COLPO LI SPALLA

di, puntamento. I

cannoni tempestavano la pri-

ma e la seconda linea del! nemico, concentravano

fuoco sui capisaldi della difesa, sconvolgendoli. Avanti a Locvizza, avanti a Villanova, sulla Quota 208 nord, e in il

qualche altro punto della loro fronte, gli austriaci, lavorando assiduamente, avevano eretto dei fortini, delle

ridotte,

di

quei loro sistemi complicati di

trincee e di

camminamenti destinati a resistere a qualsiasi urto di assalto, veri nidi di mitragliatrici ai quali si imperniava la linea di resistenza. Era su questi nodi di difesa che le enormi granate cadevano in più grande quana stormi, impennacchiandoli di nembi agitati e immani. tità,

Il nemico rispondeva di quando in quando con violente raffiche di cannonate, cercava le

batterie nostre, tirava ad in terroni pere le nostre retrovie nei passaggi più vulnerabili, batteva dei rovesci nei quali immaginava le fanterie in attesa.

Degli aeroplani austriaci

si le-

vavano arditamente, esploravano, tentavano abbattere i nostri palloni -drago, facevano

di

segna-

con razzi fumiganti. Di tanto in tanto un martellamento di mitragliatrice scendeva dal

lazioni

e nell’azzurro si scorgeva un diafano e lontano aleggiare di aeroplani in lotta. cielo,

Scesa sospeso

la il

notte, le grosse artiglierie hanno fuoco e le piccole sono entrate in


IL COLPO DI

253

SPALLA

per impedire i lavori sulle trincee deIn ore molite e interrompere le comunicazioni. tiro per prestabilite le batterie allungavano il

azione

in lipermettere alle nostre pattuglie di uscire rioccupato in cognizione. Gli austriaci avevano tratti molti forza le linee bombardate, che in completamente distrutte. I nostri

apparivano esploratori

vedevano lontano sotto il pleniluuno ad uno i varchi già

nio e scoprivano ad

serpeggiare nella aperti nei reticolati. Si udiva vallate erano notte il crepitìo della fucileria. Le

colme di bruma che saliva lentamente. Stamani tutti i cannoni, grandi e piccoli, fuoco. Il cielo era copeito di che si squartenui nubi, cumuli di nebbione

hanno aperto il

azzurciavano qua e là mostrando profondità ad intervalli. Le re. Un pallido sole filtrava sparivano, palposizioni nemiche apparivano e nel lide e imprecise, nella foschia e

fumo. Non ed

un soffio di vento dissipava i nembi pesanti esplosione. Menacri che erompevano ad ogni grigiore sinitre il sereno si faceva in alto, un stro,

un’ombra crepuscolare si addensava sulla

battaglia.

pauroso fragore di centinaia e centinaia minuto riempiva un paesaggio scoSi vedevano le lorato, livido, strano, lugubre. Il

di colpi al

grosse

bombarde nere balzare su

incessantemente,

e

tracciare

traiettoria nella caligine.

la

dai declivi,

loro

bizzarra

Salivano veementi, e


254

IL COLPO DI SPALLA

al

sommo della parabola pareva si

un

istante,

oscillanti,

fermassero

come incerte,, poi

preci-

pitavano e uno schianto come di folgore annunziava il loro giungere al suolo.

Non era più possibile in quell’atmosfera di catastrofe distinguere sempre i colpi di partenza da quelli di arrivo. Certi spari di obice pesante avevano da vicino la violenza di scoppi di granata. Da ogni parte si intravvedevano vampate, fra le rocce e nelle boscaglie, e fulvi

annebbiamenti di fumo sorgevano a celare lo sfondo di una strada o lo sbocco di una gola.

De artiglierie nemiche mutavano

continuamente

obbiettivo, avevano lunghi silenzi poi tempestavano una zona. Quindici, venti granate di grosso calibro si seguivano

nella

zione col loro

stessa

dire-

rumore da convoglio, lanciate a

caso contro un presunto appostamento di batterie italiane od un supposto rifugio di truppe, e il luogo battuto spariva in una tenebrosa e tempestosa coltre di vapori. Si sentiva Tincer-

tezza e l’affanno del nemico in queste sue disperate e cieche percosse.

\erso le dieci e mezzo i 305 austriaci hanno bombardato così il Vallone ai

Dogern,

piedi del

Nad

aprendo enormi crateri nel terriccio rossastro vicino alla strada o svellendo macigni dai fianchi rocciosi del Brestovic, ammantali in parte da giovani boschi, E sulla strada.


IL COLPO DI

dopo

la

zolle,

è

grandine

fitta

255

SPALLA

schegge e

delle

delle

caduto lieve un nembo di foglioline e Cumuli di fronde strappati alla

di ramoscelli.

montagna e trascinati in a 1 Lo nei vortici d’aria e di fumo, sono ridiscesi come una nevicata. L’ automobile

che portava

qualche corrispon-

dente all’imbocco di un sentiero Idei Nad Logem, di verè passato su questo singolare tappeto dura.

Era l’ora fissata per le ricognizioni. Le battiro, il bombardanostre allungavano

terie

il!

mento

calmava un poco,

si

le pattuglie

esti-

vano. Sono arrivate alte trincee Inemiche senza

troppa i

lotta.

Hanno trovato i

reticolati divelti,

parapetti abbattuti. In qualche punto le patsono penetrate nelle posizioini austriache,

tuglie

piene di cadaveri e di feriti. Dei plotoni nemici si sono lasciati prendere prigionieri. Evidente-

mente

grosso delle forze

il

ritratto

per balzare avanti

suprema

austriache al

momento

si

era della

difesa.

Conoscendo i nostri preparativi, il nemico aveva fatto i suoi. Sapevamo che esso da qualche settimana riceveva enormi quantità di munuzioni, di mitragliatrici, di materiale di ogni Il movimento di treni sulle ferrovie del-

genere.

l’Altipiano, da Nabresina a Dornberg, era inten-

sissimo. dirigibili

late

Per questo i nostri Caproni e i nostri andavano cosi spesso a gettare tonnel-

di esplosivi sulle stazioni di

smistamento.


256

IL

COLPO DI SPALLA

Tutte le strade austriache erano ingombre di convogli.

I nostri aviatori avevano contato fino a duecento camiqns automobili in una sola Una grande quantità di trasporti affluiva anche dal nord, da Tolmino e da Plezzo. Le

fila.

truppe si erano pure aumentate di qualche divisione. della Transilvania, debitamente inquadrata con fedeli elementi magiari e tedeschi. Il nostro bombardamento aveva distrutto in

grande parte la

entità

che

al

le

della

opere della prima linea, ma non si sarebbe rivelata

difesa

momento dell’assalto.

L’assalto

è

avvenuto

alle

14,50.

È

scattato

minuto su tutta la fronte di attacco, dal sud di Gorizia al mare. Da un piccolo osservatorio sul Nad Logem, l’osservatorio del comandante di una delle mostre più ardite briallo stesso

gate,

si

è potuto scorgere lo

prima fase

dell’assalto dal

svolgimento della

Vippacco al Velila

Hribach. Si dominava la pianura di Gorizia, offuscata di caligine e di fumo. Ai piedi del monte, giù in fondo, i ruderi di San Grado sulla piccola

altura bucherellata dalle cannonate, e più lontano Raccogliamo e iMerna, greggi di case scoronate e sventrate, circondati di prati,

aggirati

dal fantastico serpeggiaménto del fiu-

me.

Nad Logem,

Il

lontano il Volkovnjak t

issi

Velila Hribach,

il

si

e

più

ergono coperti di

fol-

me boscaglie fino alle vette. Solo la punta


257

IL COLPO DI SPALLA

suo fianco merideclina scoperto e rossastro verso il

appare nuda, e

del Veliki

dionale

Pecinka.

Le

il

posizioni

nostre

di

in

partenza,

gran parte nel bosco, erano indicate alle artiglierie da segnali al di sopra degli alberi. Come ha capito il nemico che l’assalto era

imminente ? Nell’ultimo minuto

di

attesa tutta

sua artiglieria è entrata in azione. La pianura si è velata. Colonne immani di fumo color di ruggine passavano su San Grado. Si so-

la

no

visti

i

segnali

agitarsi,

avanzare,

«Vanno avanti! Vanno avanti !»

—

si

sparire.

sente gri-

dare dall’osservatorio nel frastuono spaventoso.

£

l’assalto.

Non si ode l’urlo degli uomini nell’immenso tumulto dei colpi. Ai piedi del Veliki, sul tratto scoperto, si vede il brulichìo della massa che si avventa. Poi tutto

si

oscura, tutto svanisce.

Il

suolo sussulta di esplosioni vicine. Un picchiettio di schegge da tutte le parti. Il casco di un ufficiale

osservatore, colpito,

manda un suono

metallico; l’ufficiale trasmette indicazioni ad una ;

batteria da montagna ed è così preso dal fervore del suo compito che non si accorge di niente.

volto

Il

generale vicino a lui tende

il

suo

magro ed energico con una attenzione

spasmodica e mormora qualche cosa a sè stesso, gli occhi socchiusi, fermo come una statua.

Barzini. Dal Trentino al Carso.

17


258

IL COLPO DI SPALLA

bosco

Il

rimbomba

di

esplosioni,

sono forse

tubi

ché spezzano

bero.

Non si vede niente. Niente altro che fu-

reticolati

mo. Dei rami volteggiano fosche eruzioni.

Sempre più

aria lanciati

al-

da

che il nemico batte nel

intensa scroscia la fucile-

e le mitragliatrici

ria,

in

ecl

Ma si capisce, si intuisce che

la fanteria è passata e

vuoto.

fra albero

dore

lacerante

e

acuti

solcano

l’aria,

mandano come uno stri-

profondo. gli

Miriadi

alberi

di

sibili

stormi-

vicini

rumore del legno spezzato è continuo, e qua e là il rumore delle pallottole sulle pietre fa pensare ad uno schioccare di fruste. Della gente a gruppi corre in una radura. scono,

il

Sono prigionieri che trottano in fila. Arrivano. Li precede un soldatino nostro, tutto sudato, con la maschera contro i gas attaccata al petcarico di tascapani, di sacchi,, di roba che

to,

gli

a

saltella sul

«Bisogna che nerale, rifugi v’è il

dorso, viveri, cartucce, granate

mano. Egli ha l’aria sbalordita e contenta. e

lascia

dove sono

una

striscia

io

sappia!»

—

esclama il geper avviarsi ai Nel camminamento sangue. Di tratto in tratto

l’osservatorio i

di

telefoni.

generale è costretto a fermarsi, curvo

:

passa

una raffica di acciaio e di pietra. Ai rifugi trova le prime notizie e manda i primi ordini. Poi si volge rasserenato e sorride. Le posizioni nemiche sono espugnate.


259

l’avanzata

informazioni affluiscono. Villanova è presa. Avanziamo oltre le Quote 208.

Da

altri

settori

le

Contrattacchi nemici al centro sono respinti. Il successo si delinea su tutta la fronte....

La battaglia continua.

L'AVANZATA. 12 ottobre.

La

battaglia

languiva stamani.

terzo giorno di lotta. le

Eravamo

al

Da quaranta ore continue

truppe combattevano.

Il

sonno

fulminava

qua e là i soldati come una morte senza ferite. Nelle trincee espugnate, dietro ad un tragico disordine Frisia»

di

sacelli

sventrati,

di

«cavalli

di

sconnessi e di cadaveri nemici disse-

minati si vedevano degli uomini accasciarsi per dormire. Alle riprese più intense del fuoco, essi

si

levavano flemmatici, con aria attonita,

imbracciavano automaticamente il fucile e sparavano sonnecchiando. L’artiglieria aveva lunghi silenzi. Di tanto in tanto un colpo, per

mantenere

l’interdizione,

vie. Gli obbiettivi

ne plumbeo.

un colpo sulle retro-

erano offuscati da un nebbio-

La mattinata autunnale, umida e

pareva minacciasse la pioggia. Le nuove posizioni nemiche erano ovunque piene di una

grigia,

lugubre quiete. Anche glia,

alle

spalle della batta-

per le vie nuove e antiche, un gran silen-


260

l’avanzata

u n gran ristagno, un senso di torpore. Tutto

zio,

(

pareva annunziare la sosta, una di quelle pauche possono prolungarsi per lunghe setti-

se

mane e che caratterizzano la fine di una fase dell’offensiva.

Sembrava giunto il giorno in cui

non rimane che fare il bilancio dei risultati Quando ad un tratto la battaglia ha

ottenuti.

ripreso.

t

,

:

|

Ha ripreso al centro, in direzione di Loc vizza,

poi

si

è estesa ai fianchi.

Si

è

andata

ri-

svegliando a nord e a sud, sotto al Velila Hrie al di là di Oppacchiasella, giù per i valloni boscosi che declinano scoscesi verso

bach

San Grado

e

oltre

Nova

Villa.

L’azione pro-

grediva tumultuosa lungo la fronte come rinfiammarsi di una striscia di polvere. Nelle prime ore del pomeriggio la battaglia ridivampava anche ai limiti della pianura di Gorizia. Dal ciglione del Nad Logem si scorgeva una

tempesta di esplosioni lungo là linea del Vertoibizza. L’artiglieria austriaca era presa da quel

parossismo che indica attacco.

la

preparazione di un

Un sole smorto inondava la piana, e

campi variopinti dall’autunno balenavano di colpi e si velavano qua e là di fumo. I grossi i

calibri nemici battevano le borgate di Sant’An-

drea, di Savogna, di San Pietro', tempestavano Mero a, Rupa, Pec, Vertoiba. Sorgevano impetuose, sul biancheggiare trito delle case dirute, le

immense nubi sinistre delle granate, e Gori-


261

l’avanzata

pittoresca, spai iva zia stessa, lontana, pallida e spandespesso dietro a cortine di fumo che si

adagiava nella calma. Qualche grosso cadeva in pieno nel Vippacco, avanti fiume pennacchi a Merna, e scaturivano dal che ìisuperbi di acqua, candidi, giganteschi,

va e

si

proiettile

cadevano lentamente con una leggerezza di piogalla mattina, era Il Vallone, così silenzioso gia.

tutto

percorso dallo scrosciare assordante de-

echi.

gli

La battaglia ha ripreso perchè in una piccola di brigata, che tendeva ostinatamente imad avanzare ancora un poco, si è sentito provvisamente che la resistenza nemica si affiefacevano voliva. Il fuoco delle pattuglie, che si nemico da sotto, sguinzagliate per vigilare il nostre che vicino, quelle instancabili pattuglie

azione

permettono studia

si

netico. Si

nei

Il

i

brevi riposi della massa, menti e

un nuovo movimento, è divenuto frenemico accennava a cedere terreno.

scorgevano dei plotoni austriaci scivolar via camminamenti. Avanti! Ancora uno sforzo !

che tornavano indietro dai posti avanzati, lanciavano il grido appena erano a portata di voce dalle trincee. Arrivavano ansimanti, affrante e raggianti. E la stanchezza

Le

staffette

mortale

si

Nessuna

è dissipata di colpo, in tutti.

raffica

ridestare le truppe

di

granate

avrebbe

come quella

notizia.

potuto

Sono


262

l’avanzata

balzate su, apprestandosi, pronte e ardenti come al primo minuto della lotta. Erano truppe

che

la battaglia aveva duramente provato. Stavano per essere sostituite da unità fresche. Non

aspettavano piu che

1 ora fissata per scendere accampamenti. Ed hanno chieancora un po’, il tempo di finire quello che avevano cominciato. Il loro generale ha comunicato ai comandi superiori il desiderio

alla quiete degli

sto di restare,

della brigata.

La risposta è stata un encomio

e la concessione di

non abbandonare la battaL'azione, rapidamente concertata, ha divampato in quel settore, mentre le brigate viglia.

cine, avvertite,

secondavano la ripresa con non minore entusiasmo. L’ordine di avanzata veniva lanciato intanto a tutti i comandi. Le nostre piccole artiglierie che da due giorni, in parte, si erano già spostate in 1

hanno aperto il fuoco secondando Le batterie pesanti hanno ricomin-

avanti,

attacco.

ciato

a

tuonare.

Alle

quattro

la battaglia s’era riaccesa

del pomeriggio con vigore su tutta

la fronte.

Mentre scrivo si avanza. Le pallottole austriache arrivano al Vallone e scoppiettano sulla strada: I grossi e i medi calibri nemici bombardano a zone, cercano di creare barriere di fuoco,

tirano sui rovesci, battono le nostre

nicazioni, laglie.

comu-

mettono per tutto le loro nere nuvonoi avanziamo, La nuova fronte,

Ma


263

l’avanzata

combattimenti accaniti, che dopo due giorni di incessanti, pareva giunfra assalti e contrassalti un temporaneo equilibrio, ta alla immobilità di di lava che semecco che si sposta. La colata riprende il cammino piu in-

brava rappresa, Questo ulcandescente e più fluida di prima. subitanea che timo sforzo, questa pressione ora della 'nell meravigliosamente si determina nemico in ritirata sopra il stanchezza,

trova

notevoli settori della fronte.

modificazione di fronte, della combattuta, tenacemente protetta,

È più che altro una lenta,

È diffipossiamo immaginarci i limiti. determinare quale è la nostra ma si indomutevole, tutta movimento: nemico risarà. Probabilmente il

quale

cile in quest’ora

linea

vina quale

intermedie, già appiega sulle forti posizioni formidabili trinceprestate a difesa fra i suoi quelli che ramenti di Castagnavizza e

attuale

siva

gli

possenti organizzazioni Villa e della

Loffeii-

ha strappato. Sloggiato dalle di

resistenza di

Nova

Quota 208 nord, veri sistemi di

dai capisaldi ai quali fortilizi campali, respinto la sua sinistra sul si

aggrappava solidamente

centro con dell’altipiano, sopraffatto al alle quali l’espugnazione di complicate ridotte strade e dei varchi delle difesa la annodava si Locvizza, costretto a cercare

ciglio

f

ra

Nova Villa e

nostro at-

solidi

tacco,

appoggi sotto la pressione del conversione che esso accenna ad una


264

l’avanzata

avrebbe per perno il massiccio del Velila Hri-

bach. Ma in questo momento tutto

è congettura.

Le nostre truppe

sono ancora ai primi sbalzi in avanti. Sbalzi di quattrocento, di cinquecento metri, frà mille ostacoli, fra muricciuoli, foibe, boschetti, rovine.

Avanzano con ardore, manovrando veloci

per

plotoni. in

Il toro movimento si segue a tratti una caligine di fumo. Si imtrawedono

là piccole file

qua e di ometti curvi, che vanno per

uno, rapidi,

il fucile a «bilanc’arm », e si adudi qualche scogliera o al bordo d’una dolina formandovi granulamenti grigi e immobili di soldati accovacciati. Poi i granulamenti si scompongono ad un tratto,

nano a ridosso

si

al-

largano, e la piccola massa si precipita avanti, a sciame, sempre più lontano, in crepitìo di fucilate.

menti

e

un subitaneo Sul margine di cammina-

sulla .cresta

di

muricciuoli

passano

lente processioni di elmetti e di baionette. In molti punti, soltanto le nuvole di qualche

shrapnell nemico indicano i limiti dell’avanzata. Sono poche nuvolette che si formano a gruppi,

ogni tanto;

si

direbbe che

i

piccoli calibri au-

striaci si siano già allontanati, fuori dell’azione. È l’indice di un ripiegamento sistematico.

Man-

cano poche ore alla notte. Il sole

declina, rosso,

senza splendore ed enorme in un torbidore

brume,

di


265

l’avanzata

Per avere un’idea dello svolgimento di questa grandiosa battaglia, che proprio quando pareva che cessasse porta i maggiori guadagni, bisogna raffigurarsi

chi.

Il

profilo generale del ter-

centro è dominato dai due ciglioni la-

Questa conformazione

terali.

determinato

della

fronte

piani della difesa austriaca.

i

massime cure al

il

depresso nel centro, sollevato sui fian-

reno,

del

nemico sono

state

ha Le

dedicate

rafforzamento delle due estremità della

li-

nea, perchè ogni nostra avanzata al centro do-

veva

essere

alture testate l’intera line di

subordinata

all’occupazione

delle

Soltanto il possesso delle due montuose avrebbe dato il possesso del-

laterali.

linea delle posizioni. Le rocciose colNova Villa e i fianchi del Veliki erano

due pilastri della resistenza. Gli austriaci vi avevano prodigato lavori di rafforzamento, trincee, camminamenti, cunicoli, caverne. Ed è su questi punti che il bombardamento nostro ha con maggiore insistenza imperversato. Ma il tremendo fuoco delle batterie italiane non poteva avere un eguale resultato su tutti

i

i

settori.

In un terreno così vario, strano, tutto

avvallamenti,

buche, roccioni, celato in parte

da folti boschi, la più violenta preparazione di artiglieria era destinata ad avere un effetto completo soltanto sulle zone visibili, scoperte all’osservazione, dove il tiro poteva essere' direttamente guidato. Le trincee austriache, tor-


l’avanzata

266 tuose,

serpeggianti in ogni verso, scavate pro-

fondamente nella roccia, mantengano spesso una gran parte del loro valore anche quando i parapetti sono demoliti, quando tutto alla superficie del

suolo è abbattuto, sconvolto, disperso.

Solo la piccola percentuale di colpi che cadono

dentro

al

solco è quella che veramente distrug-

il bombardamento che ha non ha egualmente annientate alla sinistra, dove boscaglie fittissime salgono dal Vippacco fino

ge e massacra. Così

schiacciato le opere di difesa alla destra, le

vette

alle

lassero

i

e

nascondono. Quello che ce-

tutto

boschi soltanto l’assalto ha saputo.

Alla nostra sinistra la lotta è stata accanita, disperata, aspetti

e lenta. Ha avuto degli Una lotta al coltello, nell’om-

selvaggia

antichi.

bra della foresta. tronco e tronco,

Oltre

v’ erano

ai

reticolati

delle

reti

disposte in ogni verso. In queste

gnatele di acciaio,

i

tesi

fra

metalliche

immense ra-

nostri plotoni esploratori

andavano avanti, passo passo, tagliando i fili, aprendo un varco dopo l’altro. Erano plotoni corazzati,

col

casco pesante fatto a

gorgiera, le spalliere, coperti di

cuffia,

la

armatura co-

me guerrieri medioevali, muniti di scudo. Erano fantastici pionieri della battaglia. A loro i

si

arresero i difensori austriaci dei posti avan-

zati. ro,

Dovevano far paura quegli uomini di fer-

invulnerabili ai colpi, imperterriti nelle r'af-


267

L AVANZATA

fiche di piombo, pronti a voltare lo scudo nella

direzione del fuoco

1

.

Ma le truppe avanzate del nemico erano postordite

che,

dal

bombardamento. Dai

rifugi,

grosso.

Al di

dalle caverne è balzato fuori di ostacoli

là

il

che bisognava demolire, compa-

rivano talvolta disciplinati allineamenti di kaiserjager che aprivano il fuoco eretti, come nelle vecchie guerre. Più spesso le raffiche della fucileria e delle mitragliatrici partivano dall’invisibile,

pareva che sprizzassero dai sassi, dadai cespugli giù per burronceìli sco-

gli alberi,

fra

scesi,

intrighi

di

fili

di

ferro e di rovi.

Bisognava per passare rimontare alla testata dei greti, manovrare, infiltrarsi in angusti varchi, mentre il nemico tentava (contromanovre e

aggiramenti. Erano infinite minuscole batta-

glie di plotoni, assalti di jdrappelli, urti di pi,

di

gridi di «Savoia!», gridi tìi

granate a mano,

grup-

«urrah !», colpi

colpi di baionetta.

Un po’ per tutto la lotta ha avuto di questi accanimenti. Sorpassata in molti punti, al primo balzo, la linea avanzata delle trincee nemiche,

il

combattimento si

è spezzato in episodi

senza fine. Perchè le trincee avevano salienti, rientranze, erano in qualche posto doppie, triple, e

con i camminamenti formavano labirinti

di solchi, pieni di nemici, vivi e morti.

Le trup-

pe che inoltravano, prese di fianco da fuochi d’infilata, dovevano retrocedere, mutar fronte,


268

l’avanzata

assalire difese laterali, trincerarsi, chiedere rinforzi che salivano lentamente sotto a nutriti

interdizione. Le ondate della 'nostra avan-

tiri di

zata avevano flussi e riflussi, trovavano il nemico annidato in posizioni inattese;. Bisognava scovarlo, aggirarlo, costringerlo alla rejsa a picunità. Nessuna battaglia è stata più va-

cole

più violenta, più agitata. Alle volte la via pareva definitivamente aperta verso certi ob-

ria,

verso Locvizza, verso il Pecinka, in direzione di Lucatic o di Jamiano', ed ecco a biettivi,

destra o

a sinistra

uno scatenamento di mida montagna nasco-

tragliatrici o di artiglierie/ ste fra

lei

rocce e nelle buche.

La conquista completa delle posizioni austriache è stata lunga e dura. Quando è cominciata a completarsi, il nemico ha lanciato le sue riserve in un’infinità di contrattacchi, piccoli e grandi, per tutto, preparati da bombardamenti

In certi punti

intensi.

serrate

i

si slanciavano a masse nemici, a plotoni affiancati, col siste-

ma tedesco. Falciati, respinti, tornavano in nuove formazioni.

I

più violenti e i più vasti con-

trattacchi tentarono la sera stessa del 10 la riconquista di Nova Villa e della Quota 208 sud. Tutta la notte, alla luce del plenilunio, gli austriaci

hanno cercato di riprendere piede sulle

posizioni

più importanti.

La

giornata di

ieri

è stata caratterizzata dalla incessante e furiosa


269

DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

azione nemica. Rilevanti forze fresche austriache erano giunte nella giornata, portate da immense carovane di camions. Questa notte gli attacchi il

fuoco

austriaci

sono

manteneva

si

meno

stati

solidi.

Oggi è

attivissimo.

Ma il

ripiegamento.

Arrivano

i

primi

feriti

leggeri nel Vallone.

Hanno l’aria soddisfatta e stanca. Portano notizie.

«Siamo alle prime case di Locvizza!»

—

grida uno. Egli vuol dire che siamo ai primi ruderi. Non vi sono più case a Locvizza, come a

Nova Villa. Vi sono dei pezzetti di muro, un

tritume di calcinacci. La notte scende brumosa

e

fresca.

Una col-

fumo empie le valliate, e in questa fosca caligine è tutto un balenìo di colpi, un palpi-

tre di

tare di

vampe. Razzi rossi e razzi bianchi sol-

cano il cielo tenebrato. Un’enorme granata austriaca cade nel Vallone vicino ad un cimitero schierate a

di soldati,

e tutte le croci in fila,

ranghi,

inclinano con lo stesso moto.

si

DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA. 16 ottobre.

Ad uno svolto,

ecco fra

gli

alberi sfrondati

un biancheggiare di rovine. Sono angoli di muraglie intonacate, lembi di pareti, ruderi infor-

mi rimasti

eretti

fra cumuli di macerie:

Op-


270

DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

La

pacchiaseli. slabbrata,

strada che

ingombra qua

vi

e là

sparpagliate dalle esplosioni,

sale,

bucata,

di grosse

pietre

è fatta deserta.

si

Una corvée che avanzava lentamente portando fasci di razzi illuminanti e sacelli di cartucce, è sparita.

Ad un certo punto i soldati infilano

camminamenti che

misteriosi;

perdono;

si

si

deviano per solchi sprofondano e svaniscono.

La strada, sempre più tormentata, ingombra di rami d’albero e di rottami, cancellata quasi dal rovinìo dei muricciuoli, si vuota di ogni vita.

Da vista.

questo

le

punto, nulla più

si

Entrando nel terreno della

trandosi

sul

campo

di

battaglia,

muove

alla

lotta,

inol-

avvicinando

masse combattenti, si entra in ulna spaventosa

solitudine. Tutto quello che si vede è morto. Morte le strade, morte le case, morte le piante, morta la terra stessa, tutta ferita, dilaniata,

come se una vanga gigantesca fosse penetrata in ogni palmo di suolo. sconvolta

e

Ovunque è un grigiore di pietre spaccate un oscuro sovvolgimento di zolle fresche. E

e immane devastazione, è la seppellisce. La morte sola rimane Sembra che nessuno possa più resistere in questo paese d’incubo. Si ha l’impres-

nella

vita

fantastica

che

si

all’aperto.

sione di luoghi maledetti. Par di respirare nettari a un orrore soprannaturale. Passa a tratti un angoscioso e greve alitare di tomba. Ad un certo punto

i

camminamenti non

si

intravve-


271

dove è passata la battaglia e

non

strada

ha il

dono

indovinano più, e chi va sulla senso subitaneo di un isolamento

si

disperato, risolamento di

La

del

visione

un naufrago.

terreno

della

battaglia,

nei

comincia al di là di Oppacpiccolo cimichiasella. Si gira un angolo del per del paese. Il bombardamento austriaco, suoi

particolari,

tero

raggiungere le vie che scendono al \ altane, invecchia fierisce anche sulle tombe, e qualche fuori del croce è stata lanciata dagli scoppi apersacro, oltre al muro scoronato e recinto to

breccia.

in

Si

attraversa l’abitato.

Le case

di sono crollate sulla strada; si passa su frane che doverottami. Una piazzetta da villaggio, i suoi, grandi alcon pittoresca stata essere va intorno al pozzo, ha aspetti di rovina che

beri

mutano stranamente, perchè le granate nemiora che sembra che la cerchino; in qualunque uno vi passi vede qualche cosa che più tardi scritta, un baluna porta, una più: vedrà non concino

al

quale

Nel

agonizzanti. finisce

di

si

arrampicano dei convolvoli deserto, Oppacchi asella fragorosamente fra im-

tetro

dissolversi

mense nubi di fumo e di calcinaccio. Si

che,

è

guidati

da iscrizioni militari austria-

da tabelle indicatrici che dicono direzioni

e distanze:

«

Kostanjevica,

km.

5,1». Più oltre

e, ergono delle curiose, piccole torrette nei dal sono prese d’acqua, fontane militari erette

si


DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

272

nemico e 'mascherate con legname e bitume per celarle

all’osservazione;

tutto

il

Carso, è per-

un gigantesco sistema: di condutture d’acqua impiantato dagli austriaci per la guer-

corso da

Ma noi avanzando ritroviamo l’antica sic-

ra.

dobbiamo portare

cità,

come

ghirbe

da

tutte

le

ai

nelle guerre parti,

sulle

soldati l’acqua nelle deli

deserto,

fontane

mentre

inaridite,

si

«Wasser, Wasser, Wasser....»

legge la parola:

— «Acqua, acqua, acqua...... Le

posizioni da cui è partito l’assalto sono

uno sparun disordine di

vicine. Muricciuoli, e fosse, e buche,

pagliamento

di sacchi a terra,

abbandonate,

di roba che lascia la battaglia. Dalla truppa che si slancia cadono sacchetti, elmetti, coperte, pac-

cose

quella

dispersione

bombe a mano, guaine di baioda tenda, come se la massa uomini in corsa veemente sotto al fuoco

chi di cartucce,

nette, gamelle, teli

di

fosse rimescolata e squassata dalla furia di

un

da una forza che lacera e che strappa. Sfuggono oggetti da chi incespica, da chi cade, da chi si urta. I soldati debbono salire, scenciclone,

dere, scavalcare, saltare, balzare su mille osta-

attraverso

coli,

murelli, filo

il

cespugli,

terreno spezzato, fra rocce, alberi

abbattuti,

intrecci

di ferro, crateri di esplosioni, e le

dell’assalto,

sulla

come

le

ondate di una tempesta

spiaggia battuta,

informi avanzi.

di

ondate

abbandonano !

infiniti

e


278

DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

una bufera,

si

ha

il Si ha l’impressione senso di un cataclisma. Nella immobilità e neld’impeto, la solitudine tutto ha un’espressione

di

tumulto, è pieno di indicibile viosi guardi, sassi, zolle, indumenti, armi spezzate, rami di piante,, succhi a terra, cadaveri, tutto nella sua fissità ri-

descrive

il

Qualunque cosa

lenza.

vela la cosa scagliata.

Le tane da cui la truppa è sbucata per

as-

allineano su certi rovesci, a ranghi serrati e sovrapposti, anguste, nere,, dai bordi crollanti, simili ad una strana nidificazione di salire,

si

bestie scavatrici.

Le più forti posizioni conqui-

ergono a destra

state

il

loro profilo truce, se-

costone scosceso delle alture di Nova dei Villa, una specie di terrazza rocciosa che boschi coprivano. Non si poteva avanzare fron-

guono

il

talmente

da Oppacchiasella senza essere

praffatti

dal fuoco di questo massiccio formi-

so-

dabile,

che sovrastava il nostro fianco. Al cen-

tro

austriaci

gli

non opponevano

difese

irri-

ducibili.

Per dare un’idea esatta di questa fronte bisogna ricercare delle analogie nel passato. Il Veliki Hriback, alla nostra sinistra, corrisponde un po’ a quello che era il San Michele sulle prime pendici del Carso. Il massiccio di

Nova Villa ha avuto la funzione che aveva il Baezini. Dal Trentino al Carso.

18


DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

274

Monte

Ma, mentre

Sei Busi.

le vette

del vec-

chio Carso erano isolate e formavano una barriera unica, la cui perdita ha costretto il ne-

mico ad indietreggiare fin oltre al Vallone per

una lineja di resistenza, le vette lanuova fronte hanno una continuità sono seguite da altre vette, sempre più alte. Il nemico non ha bisogno di fare un grande balzo indietro quando è sloggiato da una altura. Si attacca alla successiva, che è invariabilmente vicina e più forte. Può resistere a palmo a palmo. Battuto, ricacciato, si sposta parzialmente su posizioni sempre doritrovare

terali della

di catena,

minanti.

Osservando

il

campo di battaglia dalle trin-

cee a oriente di

Oppacclhiasella,

si

manifesta

tutta la fisionomia singolare di questa azione.

terreno sale ad anfiteatro; sale con violenza a sinistra, con meno rudezza a destra e di

Il

fronte.

Ci

grigiastra,

battiamo in una conca selvaggia, tutta

bozze,

tutta

gradini, con

dei

bordi cupi di foreste, vigilata e dominata dalle alture come il cavo d’un’onda è dominata dalle creste spumose. La lotta più violenta, più aspra,

più dura, è sui bordi. Essa è riuscita a cacciare nemico a destra dalla terrazza di Nova Villa

il

il Nad Bregom. È qui che l’assalto ha lasciato le tracce profonde che incontra chi sale da Oppacchiasella.

fino oltre

I

nostri soldati

vedevano le posizioni austria-


DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

275

che del costone come chi dal fossato d’una for-

Uno sperone roccioso che

tezza vede gli spalti.

sporge verso Oppacchiasella, solcato da un labirinto di coli,

trincee,

di

camminamenti,

di cuni-

nascosto dalla boscaglia, costituiva uno dei

capisaldi della resistenza.

I

nostri lo

chiama-

vano

«il Forte». Tutti i suoi fianchi dirupati erano coperti di reticolati. L’assalto è riuscito

a sorpassare di colpo «il Forte»,

bombardato

e sconvolto; la difesa è stata travolta, dall’attac-

primo balzo. Cinque contrattacchi hanno

co, al

tentato di riprendervi piede.

Ora quello spero-

ne sembra una gigantesca cava di pietrame.

È una immobile tempesta di macigni divelti.

Non un albero, non più un filo d’erba. Dei cusono

nicoli

crollati,

trincee

delle

si

sono col-

mate, enormi crateri di esplosioni aprono per tuLto

la

scudi di fogli

che

cavità

acciaio,

carta,

di le

loro

affumicata.

strappati

ai

Centinaia

vampe hanno

tinto di giallo.

passo, proiettili inesplosi,

di

come

parapetti

sono disseminati fra le

pietre,

Ad

ogni

bombe a mano, fucili

spezzati. Il vento agita lembi di stoffa sui cadaveri nemici, che giacciono a gruppi, qua e là, levando terree mani, e viene fatto di volgersi con una vaga ansia ad ogni fremito. Laggiù,

quel sottufficiale ungherese, dai baffi di stoppa, i denti in un ghigno macabro, non mosso forse ? Per lunghi secondi lo sguar-

che mostra si

è


DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

276

do non osa distrarsi; si rimane fermi a sorvegliare un morto. Passano roinzii musicali, qualche cosa scrocchia sui sassi e sul ferrame dei «

che vibra sonoro: pallottole vede nessuno.

cavalli di Frisia»,

sperdute.

La

E non

strada per

divorata

cancellata,

antichi

si

Ndva Villa, in qualche punto dalla guerra,

camminamenti

austriaci,

da baraccamenti,

parapetti

e

chiasella

attraverso

posizioni espugnate.

il

tragico

da da da Oppac-

tagliata

interrotta

sale

disordine

delle

Ovunque, intorno, a per-

pare che la terra si sia mossa, che abbia avuto una sua burrasca, che si sia agitala e sconnessa in onde favolose. Un mese è una fa, questa spianata nuda, sulla quale non dita di vista,

pietra

che non sia precipitata da lontano,

ci

appariva ancora ammantata di boscaglie, quando la guardavamo dal Orni Hrib. Nova Villa si

affacciava sulle

chiome degli alberi. Le case

si

sovrastavano,

come per guardare

curiosa-

sopra dell’altra, e la chiesa, campanile bianco, le dominava tutte. Il campanile era un osservatorio austriaco, e le trincee nemiche cingevano il paese, tutto scavato da rifugi. Il cannone sfron-

mente l’una

al

fiancheggiata

dò,

stroncò,

Gli

abbattè, demolì,

bruciò.

sparivano, giorno per giorno, cobosco fuggisse. Le opere austriache

rivelavano

gliata.

dal

alberi

me se il si

di

Nova

a poco sull’altura spobombardata, diminuiva, si

a poco Villa,


277

DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

Adesso non c’è più niente. Lembi di muro, qualche solitaria parete di casupola fra ammonticchiamenti di macerie nerudero rastre, dei passaggi austriaci scavati fra sfaldava, crollava.

vaga un odore d’incendio

Nell’ aria

rudero.

e

putridume. Non un soldato fra le rovine. Nessuno, nessuno! Il traffico delle trincee si e

di

interra in solchi introvabili. dalle

artiglierie

La zoina è battuta

nemiche.

Da nessun campo

di

battaglia

emana tanto

pace questa regione era desolata e selvaggia. Aveva qualche cosa di lu-

Anche

orrore.

gubre

nella

e di feroce.

Appariva strana, misteriosa,,

subdola e formidabile. Nella guerra ha porAI futato una malvagità sua, una ostilità sua. rore della battaglia umana si aggiungono gli agguati della terra sinistra, le truci insidie deltenebrosi la montagna nemica. Essa è piena di misteri.

Bisogna andare a frugare in fondo a

certe sue foibe per intravvederne arriva alla soglia del favoloso.

i

segreti.

Si

In molti settori della fronte carsica è avveun bombardamento intensissimo

nuto questo:

ha sconvolto profondamente la zona fortificata, ogni metro quadrato ha ricevuto il suo colpo, la fanteria si è slanciata all’assalto,

i

difensori

superstiti si sono arresi, la resistenza era an-

avanzava, ed ecco sorgere su masse nemiche dalla distruzione, dal rovinìo, dal caos.

nientata;

si


DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

278

Dove nulla era rimasto eretto, nulla era rimasto intatto, nulla era rimasto vivo, come per un incantesimo si rivelavano battaglioni freschi, ar-

mati di innumerevoli mitragliatrici. Pareva L’esercito fantasma. Dei (contrattacchi impetuosi scaturivano da uno sgretolìo di rocce infrante,

tremende fatte dal cannone. E pure le nostre pattuglie esploratrici erano passate di lì e non avevano trovato u;n essere vivente. Alle volte anche il grosso era passato, aveva portato lontano la sua linea di attacco, quando una forza nemica compariva alle sue spalle o al suo fianco. Vi era del soprannaturale. Quale mago interveniva contro di noi ? dalle solitudini

Il

Carso. Tutti

foibe.

curi

i camminamenti austriaci corrono alle Qualunque passaggio si segua, si è sigiungere ad una di queste singolari

di

cavità rotonde che a centinaia butterano il Carso, simili ai

crateri di

un paesaggio lunare. Gli

austriaci sanno che ogni foiba corrisponde ad

una caverna. La infiltrazione,

e

l’

cavità

indica

infiltrazione

un centro

di

scava antri nel

Sono poche le doline che il piccone e la perforatrice del nemico non abbia saggiato. Si vedono strani pozzi iniziati nel fondo sottosuolo.

d’ogni

conca.

Non sempre

la

grotta sotterra-

nea è (ampia; spesso ha sviluppi fantastici, spaimmani gallerie, comunica con

lanca dedali di

caverne vicine, permette di aprire due o tre


279

DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

ricovero'

ingressi,

offre

Quando

l’assalto

dalle viscere

arriva,

della terra.

a

interi i

battaglioni.

battaglioni

escono

Sono intanati abba-

stanza indietro dalla linea delle trincee per avere il tempo di emergere. Formano la vera massa di resistenza.

parato

Il

margine della dolina è preDei «cavalli di Frisia»

parapetto.

a

sono gettati fuori, le mitragliatrici si appostano,, ogni dolina diventa una ridotta. Sorge così dal niente un sistema di fortificazioni inattese, inesplicabili,

stono

che disorientano l’attacco, che resitutto pareva caduto.

quando

primo momento, nulla si ve-

Dall’esterno, al de.

La foiba è piena di ammassi di pietre e di

sacchi a terra, i ci;

sacelli giallastri degli austria-

l’inferno delle esplosioni

là dentro,

è

arrivato anche

ha sterrato, scheggiato, bucato; delle

casse sfasciate, delle armi, dei cenci, indicano che la dolina era un centro di riunione, ma pare tutto

Nei strada,

lì.

pressi si

di

arriva

Villa, deviando dalla bordo franato di doline

Nova al

abbandonate, intorno alle quali la battaglia ha orme sanguinose. Scendendo in esse

lasciato si

passa di sorpresa in sorpresa, si vive una A ridosso di romanzo d’ avventure.

pagina

una parete meno esposta ai colpi, si scorge, mezzo nascosta da barricamenti, una specie di

di

bocca di pozzo. E sormontata ancora dalle tra-


I

DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

280

vi di sostegno tirar su

che reggevano la carrucola per

materiale scavato.

il

Una solida scala

sprofonda nell’ombra, fra pareti di roccia. Essa conduce in una cavità buia, umida, tepida, che odora di sudiciume umano, di di legno

si

folla e di miseria.

Pare

di sentire

il

soffio

di

una moltitudine silenziosa. Si posano i piedi sopra un terreno molliccio. Lo sguardo stenta a penetrare le

tenebre.

Una quantità di cose

sono intorno, al suolo o addossate Bisogna accendere le lampade. La cavità si allarga, si amplia, devia a sini-

indefinibili alle

pareti.

sembra senza fine. Le cose indefinibili sono dei laneiabombe, dei serbatoi di gas asfisstra,

siante,

fatti

come le bombole dell’idrogeno dei

parchi aerostatici, casse di cartucce, casse di granate a mano, casse di razzi illuminanti, picconi, ;

!'

badili.

Il

piede incespica in ammassi di

indumenti austriaci, cappotti, coperte, cenci. La caverna diventa sempre più grande, e a destra e a sinistra sono costruite delle lettiere per la truppa, a doppio ripiano*,

come le cuccette de-

emigranti a bordo dei transatlantici, rudi ingabbiature di legno. Si va avanti, si va avanti,

gli

in un ingombro di casse. Dei fucili sono abban-

donati

sui

mente, e

si

tavolacci.

prolunga.

La grotta scende lieveAd un punto la vòlta si

ed è tutta una abbassa, frangia cristallina di sottili stallatiti, un meraviglioso ricamo, leggero e penduto. E seguibianca,

scintillante,,


281

DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

tano

i

ranghi delle cuccette sotto

ali

bizzarro

velario di pietra.

Improvvisamente la caverna si restringe e Ma a destra si apre un passaggio, un

finisce.

corridoio dalle pareti lucide che sbocca in un altra galleria tortuosa, lunghissima. Arriva soffocato e lontano il lungo muggito delle granate,

ma il loro scoppio rimbomba cupo e sonoro. monte percosso brontola in echi sotterranei. Fra un colpo e l’altro, nel silenzio profondo,

Il

assoluto,

gocce.

di del

terribile,

ode un regolare cadere

pozzo, la scala.

il

tastico viaggio.

sorpresi

si

Ad uno svolto si rivede il chiarore

giorno:

di

È

finito

il

fan-

Si risale alla superficie, e si è

non riconoscere più

i

luoghi.

È

un’altra uscita.

Centinaia di austriaci hanno vissuto la dentro, con quella certezza della incolumità che riposa la truppa.

Per

tutto,

il

Carso ha preparato

di

queste

tenebrose caserme per i nostri nemici. Visitata una grotta, si spiegano i pozzi di ricerca che

hanno lasciato qua e là. La guerra assume quassù degli aspetti inverosimili e tenebrosi. Le tattiche bizzarre ed efficaci della

gli austriaci

difesa

non possono 'non influenzare le tattiche

dell’attacco.

Bisogna pensare a qpelio che av-

viene sulla terra e a quello che avviene sotto

immani e profondi conservano

la terra.

Antri

le forze

nemiche,

ma tali rifugi da guerre tro-


DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

282 g] oclitiche

creare

hanno debolezze insanabili. Possono

delle

buone riserve

se

prigionieri,

di

l’azione li studia, li prevede, li domina a tempo.

Ma essi portano elementi da leggenda, stravaganze favolose, nella lotta. Il Carso ha caverne così vaste, che dei reggimenti potrebbero manovrarvi. Se ne conoscono alcune, delle quali la vòlta, lontana,

come un cielo nuvoloso

non è visibile se non Quante se ne ignorano?

trificato,

razzi.

al

pie-

balenìo

di

Risalendo dal silenzio dei rifugi di Nova Vilal primo momento il frastuono delle granate ha una violenza lacerante. Il 'nemico cannonegla,

gia assiduamente

barda

La

i

ruderi.

il

deserto e la rovina.

Bom-

Oppacchiasella è in eruzione. Ad ogni minuto bisogna

strada è battuta.

rannicchiarsi sotto al miagolio formidabile delle schegge, che pare non finiscano mai di ca-

Rimane a lungo nell’aria un frullìo sonoro di pesanti spolette. E non c’è nessuno. un’ossessione, un incubo, pare di essere a

dere.

È

distanze insuperabili dal mondo. Tutto è to.

Anche

la strada è morta.

Il

mor-

ricordo delle

caverne visitate ha un non so che di angoscioso e di funebre come il ricordo di tornile smisurate. Si

indovinano cadaveri nemici su ogni ri-

piego del terreno. Si cerca un uomo, una forma vivente, con

una specie di ossessione. Ecco degli

Oh, delle voci! Finalmente

!

el-


DOVE È PASSATA LA BATTAGLIA

283

muovono in basso, fra le pietre, a livello del suolo. Dei soldati in un camminamento. Portano un ferito. «Dove sono le trin» La vita circola in fencee ?» « Qua sotto metti che

si

—

!

diture profonde e tortuose. Si rientra nell’umanità.

Si arriva alle

estreme linee, dove la fuci-

leria scoppietta, rasserenati. «

Come va, figliuoli ? Che fa

vedette

il!

nemico ? » Le

volgono. «Lavora!» — — «Guardate laggiù dalla feri-

interpellate

rispondono.

si

toia ».

Laggiù,

verso

la

strada

di

suolo sconnesso e tormentato

Hudi Log, si

sul

vedono venir

su palate di terra. Niente altro. Castagnavizza vicina

è

tutta

sfondata

dalle

canaionate e

la

sua chiesa, che non ha più facciata, spalanca fra gli alberi

una nera cavità.


La Battaglia di Novembre. IL

BOMBARDAMENTO. Zona di guerra, 31 ottobre.

La immane coltre di fumo dei grandi bombardamenti, spessa

e grigia,

sull’ Altipiano

Carsico.

stesa

si

è di

nuovo

di-

Da vari giorni i bollettini ufficiali andavano segnalando 1’ « attività delle artiglierie » su questa fronte. Le batterie entravano in azione a

poco

poco, studiavano

a

i

loro

tiri,

li

correggevano,

vano,

li

provavano,

vano

di

ogni schiarita del tempo per

terribili

esperienze;

li

una pioggia

fra

calcolaprofittale

loro

e l’altra

suo bersaglio, il piccolo settore di fortificazione nemica assegnato ogni cannane cercava

al

il

suo fuoco, e si esercitava all’esattezza. L’ « atdei giorni scorsi non era che raccor-

tività »

strumenti.

darsi

degli

reno

smagliante,

è

Oggi,

ad un se-

sotto

ricominciata

l’

esecuzione,

piena, spaventosa, infernale. Più che nel passato colpi,

le

case di Trieste debbono sussultare

perchè l’uragano delle

esplosioni

si

ai è

avvicinato a loro di tutta l’ampia zona guada-

gnata nell’ultimo sbalzo.

Non

più

Nova

Villa


IL

è battuta,

285

BOMBARDAMENTO

ma Hudilog, ma Lucatic; CastagnaComen stessa è raggiunta

vizza è sotto al fuoco;

da grosse granate. Lentamente l’ardente colata

cammina. Negli ultimi

della conquista italiana

due mesi ha divorato oltre territorio in linea

sette chilometri di

dal Sei Busi al

retta,

Bregom.

Nad

;

bombardamento, cominciato stamane con di grossi calibri, si va serrando

Il

un preludio

nelle ore più luminose,

paurosa che dà

sità è

arriva a quella intendel cataclisma, ed

l’idea

immaginare come tutta questa promontagna sia

difficile

digiosa violenza che sconvolge la

disciplinata sioni

di

dal

cifre,

corrisponda a precicolpo per colpo un pro-

calcolo, attui

gramma matematico, sia la soluzione esatta di problemi numerici studiati minuziosamente nel silenzio degli uffici. Questa guerra ha fatto tramontare i tempi in cui si bombardava semplicemente,

nemico

portando tanti cannoni

di

fronte

al

e facendoli sparare.

L’artiglieria deve coprire letteralmente di colpi

delle

lunghe zone

accessibili all’assalto.

fortificate,

per renderle

Non un metro di terreno necessario perciò de-

deve rimanere intatto. È finire, sopra ogni piccola porzione della linea nemica, l’ampiezza della superficie il cui scon-

volgimento

è

indispensabile ai fini dell’azione. il numero dei colpi

Bisogna quindi calcolare


286

IL

BOMBARDAMENTO

necessari alla distruzione di quel settore; sta1

quante bocche da fuoco occorrono per raggiungere il resultato voluto; studiare gli appostamenti dai quali le batterie, data la varia conformazione del suolo e l’ orientamento del settore, possono ottenere i migliori effetti; ricercare su questi elementi le percentuali probabili di colpi utili, tenendo conto delbilire quali e

diverse possibilità di osservazione e di con-

le

trollo;

stabilire

la

intensità

e

la

durata

del

fuoco.

problemi che s’influenzano l’uno con l’altro, che si innestano, che formano delle imponenti equazioni, mutano da settore a settore, da trincea a trincea, mutano a seconda dei progetti di attacco. Gli aggruppamenti dei vari calibri sono, per così dire, dosati: le Tutti questi

concentrazioni del tiro di dieci, di venti batterie

sopra un punto

solo,

hanno proporzioni

precisate scientificamente. Cannoni giganteschi, solitari e lontani, l'anciabombe accovacciati si

sulle

posizioni

stesse,

pezzi

quada campagna

annidati chi sa dove, lavorano metodicamente

contro lo stesso muro, contro la stessa ridotta,

con una formidabile e ponderata armonia; i primi sfasciano, i secondi disperdono macerie e reticolati,

i

terzi

cercano gli uomini.

Dalle direzioni più inattese in angoli strani, per

i

tiri

i

tiri

d’infilata,

convergono

come se i


IL

287

BOMBARDAMENTO

nemici che sono di fronte a loro per colpire quelli che sono verso i fianchi, e le traiettorie si intrecciano secondo cannoni

linee

disdegnassero

misteriose,

i

studiosamente definite,

trac-

su certe carte in complicati e bizzarri disegni geometrici. Oltre al fuoco di demolizione, anche i tiri di interdizione e i tiri di ciate

giù

controbatteria richiedono preparazioni enormi

organizzazioni complesse

meticolose,

e

basate

L’immenso furore del bombardamento ha una insospettata e perfetta regolarità sul

di

calcolo.

meccanismo.

Quando

l’ora

dell’artiglieria

scocca,

si

sca-

tena un caos di fuoco; per tutto è una appa-

renza di convulsione e di disordine sterminati; è

una bufera che si sferra, e la mente fatica a

concepire l’opera colossale di previsione esatta

per la quale terra

le esplosioni

che sommuovono

la

eseguono vere e precise manovre. Esse

sono l’avanguardia dell’assalto.

La riuscita del-

dipende non tanto dall’intensità del quanto da un’accuratezza di cifre, cer-

l’azione

fuoco,

cate con lungo studio.

La proporzione calcolata fra i colpi utili i

colpi dispersi

circostanze inattese. di pioggia e

zione.

Il

fu breve,

e

può variare profondamente per

Un po’ di nebbia, un po’

nuove incognite entrano nell’equa-

nostro sbalzo di settembre sul Carso solo

qualche ora

il

perchè un temporale velò per campo di battaglia. E pure il


288

IL.

BOMBARDAMENTO

bombardamento superava

in

della testa di ponte di Gorizia.

violenza

quello

Pareva dovesse

demolir tutto, e demolì una parte soltanto delle difese nemiche. Per la diminuita visibilità, degli obbiettivi il fuoco si sparpagliò un po’ più del previsto. Bastò questo perchè l’efficienza della

non

difesa

Osservando

le

fosse

ovunque spezzata.

vampe dei pezzi nascosti fra

le rocce, nei greti, dietro a certi declivi, mi-

riadi di bagliori e di diafani getti di fumo, sem-

brerebbe che l’unica preoccupazione nello sta-

appostamenti sia quella di celare i nemico. E invece no. Il cannone si annida in un punto che è determinato solo dalla logica del tiro. La mascheratura è secon-

bilire

gli

cannoni

al

daria. Vi sono posizioni, rispetto

al

bersaglio,

al massimo rendisempre di demolire delle difese lineari, e bisogna cercare da dove un pezzo può colpire più spesso in pieno il set-

dalle quali

mento.

il

fuoco arriva

Si tratta quasi

tore assegnatogli, anche se tira troppo lungo o

troppo corto. La disposizione delle batterie ha una corrispondenza lontana e strana col serpeggiare delle trincee nemiche.

Abbiamo

descritto

tante volte

lo

spettacolo

grandioso di un bombardamento, il tumulto assordante, l’ondeggiare delle masse di fumo, l’eruzione delle schegge e dei rottami, il fiammeggiare le

delle

esplosioni,

descrivere

l’

ma è assai più diffici-

organismo del bombardamento,


IL

quale

BOMBARDAMENTO

289

immensa mole di studio e di lavoro esso

rappresenti, quali rigide leggi conducano la di-

Per ogni nuovo attacco la prepara-

struzione.

zione deve ricominciare su nuovi calcoli; tutto

Ecco perchè non si dà un «colpo di spalla». L’attacco è di quesiti innumerevoli. Quando

sposta; tutto cambia.

si

ogni giorno la resultante

tutto è pronto, bisogna spesso aspettare che sia

pronto

il

tempo, che l’aria abbia determinate

trasparenze.

Oggi

il

Da mesi non ave-

cielo è magnifico.

vamo avuto un così fulgido giorno di sole.

Si

vedono lontano le punte nevose delle Alpi Giulie,

leggere e diafane

strane.

come nuvolette candide e

azzurra

L’Istria,

pallida, si distende

e

nel mare, che par fatto di luce, e dilegua in

evanescenze di bruma. Solo oscuro,

coperto di

torvo,

ombre enormi. rovine

il Carso è velato, nembi, percorso da

fumo denso lo copre. Le Oppacchiasella si intrawedono in

di

Il

una bruma fulva. Più lontano, dei ruderi apipaiono e scompaiono, come sospesi fra plumbee caligini:

Hudilog.

Castagnavizza traspare

di tanto in tanto, irriconoscibile, nebulosa, fan-

tasma

di

un paese morto. Le vette del Velilo

e del Fajti

sono scomparse.

Chi ha visto il vento sollevare a turbini le sabbie del deserto, ritrova la stessa visione oggi sul Carso e [nella pianura di Gorizia. Giganteg-

giano sul

campo

di

battaglia

Barzini. Dal Trentino al Carso.

i

nembi opachi 19


290 di

IL

bombardamento

un immobile simun. Nubi e nubi si sprigio-

nano torcendosi, grevi, folte, con volute che richiamano l’immagine della lana. Dalla pianura friulana, da trenta, da quaranta chilometri lontano, si vede il cielo torbido ad oriente, una grande macchia bassa e sfumata ai bordi del sereno. Una tempesta schiaccia l’orizzonte.

Il

cielo

solcato in

è

tutti

dal

sensi

i

volo

ode il canto delle loro eliche e [non si vedono gli apparecchi perdegli

Spesso

aeroplani.

duti nel sereno. to . squadriglie

stellato.

si

Passano a un certo momen-

di Caproni. L’azzurro ne è co-

Sembrano sciami

di

farfalle

giganti.

Volteggiano intorno a loro e al di sopra di lodegli aeroplani da caccia, dei punti che

ro

scintillano.

Il

rombo

eguale,

dei motori,

pro-

che si può udirlo nel fragore del bombardamento. Le squafondo,

musicale,

così

intenso

vanno a gettare tonnellate

driglie sulle veloci,

è

stazioini

solenni,

ferroviarie

del

di esplosivi

Passano

Carso.

svaniscono ad oriente, oltre

le

brume delle cannonate. Improvvisamente, nella mattinata,

si

è udito

nel cielo anche uno scoppiettìo di mitragliatrici.

Un combattimento si svolgeva a tremila metri al di sopra del mondo. Un nostro aeroplano di

osservazione era

Cercava

di sfuggire

assalito

da

abbassandosi.

tre

Albatros.

I

nemici lo


H,

BOMBARDAMENTO

291

insegni vano. Più veloci di lui e meglio armati, lo

sorpassavano

e gli

giravano intorno, mitra-

gliandolo. Pareva perduto.

Ad un tratto gli Al-

batros hanno abbandonato l’inseguimento e, fatta

una rapida ed elegante virata, si sono messi

a fuggire. Allora due minuscole cose veementi sono apparse; pareva che fossero scaturite per

magia dalla profondità del cielo: due cacciatori italiani. Lo scoppiettìo delle mitragliatrici ha ripreso,

ma erano le nostre. Si è 'visto un Alba-

tros oscillare.

Poi ha ripreso

il

volo regolare.

Ha fatto un giro. Ha oscillato di nuovo, e subitamente è piombato. Cadeva a spirale. Tentava di cpiando in quando di riafferrarsi. Sussultava, risollevava la prora, ricadeva.

parso nei boschi del

È scom-

Nad Logem.

È andato ad abbattersi vicino ad un cannone un medio calibro preso durante la prima avanzata, quasi per cercare un amico presso il quale morire. Nel momento in cui austriaco,

l’aeroplano nemico, ferito a morte, stava a poche centinaia di metri dal suolo, l’artiglieria da campagna austriaca ha tirato su di lui, a shrapnell con tiri veloci. Il bombardamento non ha rallentamenti, continua serrato, intenso. Continuerà per tutta la ,

giornata. Continuerà per tutta la notte. Conti-

nuerà domani fino ad un’ora che nessuno conosce. Nelle nostre trincee forse le fanterie co-

minciano a schierarsi a battaglia....


LA CONQUISTA

292

LA CONQUISTA. Zona di guerra, l.° novembre.

Le fanterie italiane si sono lanciate all’assalsu tutta la linea,

to,

alle

11, ,10

precise

del

mattino.

L’ora è stata fissata all’alba e diramata ai comandi. Ma fin da ieri la decisione era presa anticipare razione risolutiva. Bisognava anticiparla, non soltanto per tendi sorprendere il nemico assalendolo in un’ora insolita, ma anche per avere un tempo più largo allo sviluppo della prima fase dell’attacco, la più importante, quella che delinea di

tare

il

risultato.

Le giornate si raccorciano, la sera

porta una sosta inevitabile e la notte è favorevole al nemico.

Ma non è uin problema lieve

anticipare l’istante fatale dell’assalto, che deve essere preceduto da di artiglieria,

lunga

una calcolata preparazione e intensa, la cui

durata è

inalterabile, e che la notte ordinariamente so-

spende.

Non meno di otto o nove ore conse-

cutive di

bombardamento sono necessarie per

aprire definitivamente la strada alla fanteria. Il

sereno di ieri, così limpido, ci ha aiutati. Ha

permesso di aggiustare i tiri delle artiglierie con tanta precisione, da poter continuare il bombardamento nella notte, con tutti i calibri,


293

LA CONQUISTA

servendosi dei dati che l’osservazione aveva stabilito durante il giorno. Così la fanteria è potuta uscire dalle trincee quattro ore prima.

Gli

austriaci

aspettavano l’assalto

ieri.

Alle

mezzo del pomeriggio le nostre pattuglie uscirono per la prima esplorazione: dovevano verificare i risultati del bombardamento su certi tratti delle difese nemiche. Le batterie nostre

tre e

allungarono i tiri. I nemici credettero che fosse momento dell’attacco e misero in azione tut-

il

to

l’organismo della difesa: fuochi di interdi-

zione, fuochi di controbatteria, fucilate, raffiche di

mitragliatrici.

come

Le pattuglie furono ricevute Mai l’esplorazione

fossero degli eserciti.

aveva incontrato una resistenza più pronta, più vasta e più violenta. Il lavoro dei nostri drappelli

fu

lungo e penoso. Per un momento la

reazione nemica all’avanzata di pochi uomini parve assumere i caratteri di un vero contrattacco, tanto l’

appariva sproporzionata. Rivelava

allarme, l’ansia, la concitazione, ma diceva an-

che la preparazione e la decisione della difesa. Le forze austriache, infatti, sono andate con-

tinuamente aumentando sulla fronte carsica. Dal Vippacco al mare il nemico ha schierato

non meno di otto divisioni. Ne ha inviate dalla Transilvania, ne ha inviate dalla Galizia, ne ha inviate dal Trentino, dove le nevi cominciano

qua e là ad imporre la grande tregua deirin-


294

LA CONQUISTA

verno. Vi sono nuovi reggimenti magiari, e reg-

gimenti rumeni e reggimenti ruteni e reggimenti bosniaci dal

fez

color fango.

Fra

prigionieri,

morti

e feriti, il logoramento di uomini nelle ultime battaglie del Carso è stato così grande per l’Austria, che tutti i superstiti delle lotte

passate costituirebbero appena la quinta parte delle forze attuali, e sarebbero relegati alla ri-

serva.

Certo è che lo schieramento di prima

linea è tutto di truppe giunte in queste setti-

mane e sottratte ad altre fronti. Ogni giorno, durante le piccole azioni di sistemamento, cadevano nelle mostre mani prigionieri appartenenti a

nuove unità. La poten-

zialità delle reti ferroviarie austriache e la loro organizzazione permette all’Austria degli spo-

stamenti assai rapidi di forze. Alcune brigate sono arrivate dai Carpazi alle stazioni terminali

Carso in quaranta ore; altre in tre giorni

del

hanno compiuto la traversata dalla Volinia alla fronte

italiana.

La insolita energia manife-

stata dal nemico nell’allarme, sotto

il

bombar-

damento, durante

la prima esplorazione delle nostre pattuglie, dava la misura delle difficoltà

che

la

to,

nostra azione doveva vincere.

terreno della battaglia, tante volte descrit-

Il

è

tratti

ormai così conosciuto che bastano pochi perchè il lettore possa immaginare con

esattezza

lo

sviluppo degli

eventi

.

Egli

vede


295

LA CONQUISTA

pensiero

col la

questa mostra

fronte

che taglia

concava distesa dell’Altipiano Carsico, bas-

sa al centro, alta ai bordi, una specie di ampia vallata formatasi sul massiccio del monte, irregolare, rocciosa, tutta butterata di doline, pie-

na di gradini, di rialzi, di gibbosità sassose, di forre, coperta qua e là da boscaglie. Gli austriaci hanno sempre concentrato tenacemente i

loro sforzi alla difesa delle due estremità del-

la linea.

Noln

hanno risparmiato sacrifici per

mantenersi padroni degli

alti

bordi dominanti.

La presa di San Grado di Merna,

sul Vip-

pacco, e la presa della Quota 144, al sud, versettore di Monfalcone, la conquista di il queste due alture che fiancheggiano simmetricamente la fronte carsica, non è riuscita a

so

spezzare definitivamente i nòdi laterali ed estre-

mi ai quali si attacca la linea di resistenza nemica sull’ altipiano. Le nostre successive spalhanno dato larghe estensioni di territo-

late ci

rio fra questi punti fissi. Il limite delle nostre

avanzate traccia degli archi irregolari, sempre più profondi, sopra una corda unica. Sui declivi settentrionali del Veliki Hribach e sui declivi

meridionali della Quota 208 sud, il nemico disperate. Le lotte più ac-

ha fatto resistenze

canite, le oscillazioni più profonde, si te

ai

fianchi.

sono avu-

Non potendo arginare per tutto

l’impeto del nostro attacco simultaneo e generale, gli austriaci hanno adottato il sistema di


296

LA CONQUISTA

convergere subito tutta la possanza della difesa

sopra una delle due ali, quella che ritengono più minacciata o più debole, e di tentare poi terreno perduto altrove con insistenti e formidabili con tr attacchi Nell offensiva di settembre fu sul’ massiccio la riconquista del

di Nova Villa che concentrarono immediatamente tutti i mezzi della resistenza. Nova Villa

fu presa, perduta, ripresa, riperduta.

La bat-

taglia passava e ripassava furibonda sulle te

208,

finché riuscimmo

Quo-

ad laggrapparci ad

una vetta, la 208 sud; ima il massiccio, enorme groviglio di trincee, rimase al nemico. Nell’offensiva di ottobre, invece, al momento dell’assalto,

tutte le batterie austriache tempestarono a sinistra, verso il Veliti Hribach. Fu un in-

ferno.

L assalto sparì nel fumo. Dietro la pri-

ma ondata d’attacco il terreno pareva bollire sotto

fuoco di interdizione. I plotoni che giunsero alla vetta del Veliti vi piantarono i al

segnali per le artiglierie, che sono rimasti lasisolati in una sanguinosa isolitudine. Ma

sù,

intanto alla destra

espugnavamo Nova Villa e avanzavamo verso Lucatic e su Hudilbg. In ogni offensiva possiamo quasi prevedere la resistenza massima ad un fianco e la controffensiva al fianco opposto. Le

linee

dei

l’iniportanza

trinceramenti nemici rivelano

che

gli

austriaci

annettono

alila


297

LA CONQUISTA

Al centro ,la barriera è semplice: una profonda trincea, che in molti punti non ha nessuna opera avanzata. Ma dove i declivi lotta sulle ali.

risalgono, a destra e a sinistra,

i

solchi

si

an-

nodano in complicate ridotte, girano, si intrecsi diramano. Non è più un trinceramen-

ciano, to,

sono due, sono

tre,,

serpeggianti

sul

ter-

reno come bizzarre venature, come le barbe di

una

Alcune trincee sono ‘nuove, ogni giorno se ne è scoperta qualcuna che non esiradice.

Dove era un semplice camsi sviluppava un sistema di forun labirinto di fenditure.

steva alla vigilia.

minamento, tificazione,

La linea oggi

delle

difese

che abbiamo attaccato

dal valloncello di

sale

San Grado, pro-

tegge gli approcci del Velila, difende Locvizza, taglia la strada di Castagnavizza,

passa a po-

nente di Hudilog e di Lucatic, poi bruscamente fa gomito,

si

riavvicina, volge a occidente e si

attacca al declivio scosceso della 208 sud.

seconda

e

una

terza linea

si

allacciano

Una alle

Vippacco e si oongiungono presso la vetta del Velila; da qui dei trinceramenti formidabili scendono alla difesa del Pecinka e vanno ad annodarsi alla linea indicata prima, fra Locvizza e Hudilog. Nelle vicinanze di Lucatic il serpeggiamento delle trincee si sdoppia ancora. Una seconda linea costeggia il bordo del ciglione e va sopra Jamiano. Ogni altura che le difese toccano è trasformata in fortino. rive del


298 Il

LA CONQUISTA

bombardamento ha cominciato con l’aprire

dei varchi all’assalto in certi punti determinati.

Anche un attacco frontale ha le sue manovre. Sopra un terreno così aspro e così vario lo sforzo

sperderebbe se fosse distribuito egual-

si

mente su tutta la linea; bisogna guidare L’irruzione irresistibile delle masse sopra speciali settori, e,

secondo meditati piani

di

movimento,

valicate le difese, eseguire conversioni pre-

raggiungere

stabilite,

le

posizioni più forti del

nemico da direzioni per lui inaspettate. Si prendono dei rovesci, si avvolgono delle ridotte, piomba sui centri di comunicazione. Quando si assiste ad un assalto ben disposto, si vedono i nuclei urlanti delle fanterie volgere si

la loro

corsa Veloce a destra o a sinistra in

subitanei

mutamenti

di

fronte,

slanciarsi

in

evoluzioni strane

il cui senso sfugge. È la manovra per investire un cocuzzolo, per prendere

una dolina, per accerchiare un groviglio. L’avanzata ha dei mulinelli, dei gorghi, dei risucchi da ondata, ha qualche cosa di fluido nell’atmosfera fumosa, è uno scorrere vivente, un turbinare grigio. Passano e ripassano degli affollamenti luccicanti,

I

do

confusi

in

spariscono,

uin si

pagliettìo

di

lame

rivedono, girano.

varchi principali erano già aperti ieri quanle

pattuglie sono uscite.

distruzione

si

è

Da quei punti la

andata allargando. Alla sera


299

LA CONQUISTA

nemica era demolita. Le bombarde nostre tacevano a destra ma imper-

tutta la .prima linea

versavano a

sinistra,

al Veliki e

contro

al

Pe-

cinka. Questa notte il bombardamento si è conEra uno spetta-

centrato sulla seconda linea. colo

di

maestoso prrore.

divampare vivido

Il

e incessante delle esplosioni non illuminava che

delle nubi. di

battaglia

pesta

La terra era scomparsa. Il campo appariva come un cielo di tem-

solcato

fulmini.

dai

Era un paesaggio

di vapori, tutto acceso, balenante, infiammato,

tuonante, favoloso.

Questa mattina

l’artiglieria

è tornata a bat-

Le bombarde si sono messe

tere la prima linea.

in azione su tutta la fronte.

Noin

si

scorgeva

più niente ad un chilometro di distanza. Non un alito di vento disperdeva il fumo. Il Carso era tutto una nube agitata, multicolore. Le trup-

pe che si andavano concentrando per l’assalto marciavano nella caligine, in .penembre crepuscolari. Il sole appariva pallido come nei tra-

monti invernali. Improvvisamente celerato

portato

il

il

ralizzarle,

fuoco.

i

I

tiro sulle

piccoli

calibri

hanno ac-

cannoni maggiori hanno nemiche per pa-

batterie

per impedire

le loro

concentrazioni

sulle nostre truppe al momento dell’ avanzata, o per diminuirne la efficacia. L’istante fissato sì

avvicinava. Ancora dieci minuti. Ancora cin-

que.

Negli osservatori dei comandi

si

è

fatto


300

LA CONQUISTA

un silenzio profondo. Gli stati maggiori attendevano in una immobilità di pietra. È l’ora. Subito

si

centravano

è

compreso che gli

austriaci con-

questa volta lo sforzo

immediato

della resistenza alla nostra destra. Nell’attimo stesso in cui le nostre truppe saltavano fuori

dalle loro trincee, si è levato da quella parte 10 strepito della fucileria e delle mitragliatrici. 11

fragore della battaglia cresceva laggiù. Ver-

so Hudilog, verso Lucatic, l’avanzata avveniva sotto raffiche

di

piombo, tempestata dalle ar-

tiglierie

dell’ Hermada,

stro

di

tiro

meno

controbatteria.

I

no-

sensibili

al

tentacoli

dell’as-

arrivavano qua e là alle trincee nemiche, acciuffavano centinaia di prigionieri, si ritraesalto

vano sotto i contrattacchi, si slanciavano di nuovo a far preda. Il nemico ha forse supposto che noi volessimo profittare del grande saliente di Hudilog per incunearci maggiormente, ha creduto che il nostro massimo sforzo fosse a destra, dove i grandi vantaggi ottenuti nell’ultima offensiva potevano allettarci ad un tentativo di sfondamento in grande stile. Si è ingannato.

La nostra vera manovra era a sinistra. Il piano italiano tendeva alla conquista del Veliki Hribach. Volevamo il possesso di questo secondo San Michele, fesa si appoggia.

al

quale la linea della di-

E l’abbiamo. La paurosa mon-

tagna, coperta in parte da foltissimi boschi dei


301

LA CONQUISTA

quali ogni albero serviva da palo di reticolato, è stata espugnata, è stata sorpassata, e i nostri avamposti fronteggiano i selvosi ed oscuri declivi

del

Dosso

Fajti,

che

parevano

così

lontani.

Il

Velila è stato preso con avvolgenti dei quali

vimenti di

uno di quei moabbiamo cercato

dare un’idea. L’assalto ha sfondato le linee

nemiche nella zona di Locvizza, ha aggirato posizioni del Peeinka dal sud, ne ha cir-

le

condati i difensori che ha mandato giù a grandi mandrie, poi è salito dal Peeinka al Veliki, del quale è un contrafforte. [Mentre una pressione frontale tratteneva le forze austriache sulnostri battaglioni, coin velocità fani

la vetta, tastica,

inerpicandosi

in

uin’ascesa

esultante,

piombavano sul fianco e alle spalle del nemiprime ore del pomeriggio, tutte le formidabili posizioni della destra nemica erano co. Nelle

crollate.

La vittoria era prevista, ma nessuno

sperava così rapida. La resistenza si è letteralmente sfasciata. I prigionieri non sanno ancora rendersi conto del come noi siamo arrivati lassù. Credevala

no di difendere validamente le trincee, quando hanno udito l’urlo immenso dell’assalto dietro di loro: Savoia! Erano circondati. L’assalto ha dilagato come l’acqua da una chiusa. È stata una manovra grandiosa eseguita con una rego-


302

LA CONQUISTA

da piazza d’armi. Ogni unità ha svolto il suo programma, con fulminea arditezza. La sorpresa del nemico è stata tanto grande che ne è seguita la disorganizzazione. Per alcune ore esso non ha potuto reagire. Impegnato a fondo sulla sinistra non ha trovato un rimedio alla imprevedibile catastrofe della destra. I co|ntrattacchi sono arrivati tardi, ed erano snodati; violenti ma senza seguire un piano chiaro di azione. Si capiva che delle truppe, larità

raccolte in fretta, erano gettate avanti a caso.

Forse non

Anche

si

tratta ancora che di ricognizioni.

nemica ha

taciuto dopo da quel lato della fronera un silenzio lugubre, strano. II nemico non è riuscito ad appurare la nostra nuova fronte, oppure ha ritirato le sue batterie minacciate. L’assalto è già arrivato su dei cannoni di medio calibro. Sei pezzi da 105 sono stati presi in una dolina ampia e profonda oltre al l’

artiglieria

la conquista. Alla sera

te

Pecinka. Certe trincee conquistate erano piene di fee di

riti si

e

di

morti nemici. Sembrano frane di sasLe perdite austriache debbono

corpi.

essere enormi. Pochi sono

i

superstiti della li-

nea avanzata, composta in alcuni punti di una catena di buchi da tiratore. I camminamenti sono crollati, le ridotte hanno l’aspetto di ca-

La devastazione fatta dal nostro fuoco è indescrivibile. Le colonne di rincalzo ve di pietra.


303

LA MANOVRA VITTORIOSA

marciano con entusiasmo sulla terra conquistata,

La

in un paesaggio di orrore. nostra avanzata sulle vette ha percorso

due chilometri. La nostra estrema sinistra gravita ora al nord di Castagnavizza. La lotta continua alla destra. È scesa la sera. Cenoltre

tinaia di razzi salgono laggiù fra le nubi di fumo. L’oscurità è piena di balenìi. Nel Vallone buio echeggiano confusi gridi di esultanza. Si

respira

come una vampa

di

vittoria.

LA MANOVRA VITTORIOSA Zona di guerra, 4 novembre.

È il terzo giorno di lotta. La grande battaglia non ha soste. Quando il combattimento sembra languire in un punto, ridivampa in un alSi succedono ammassamenti di truppe, tro. schieramenti, avanzate, manovre,, assalti, con

una continuità stupenda. L’entusiasmo dà nostri

magnifici

soldati

delle

energie

ai

sovru-

mane. Se invece che sopra una selvaggia terra di si combattesse $u territori fertili di luoghi abitati, avremmo una im-

desolazione cosparsi

pressione più precisa della conquista per i no-

mi conosciuti dei villaggi, dei borghi, dei paesi, successivamente occupati. Una enumerazione di


304

LA MANO VE A VITTORIOSA

anonime « quote » non parla all’immaginazione, non mette alla battaglia un titolo storico. La vittoria di Gorizia assunse un valore gigantesco perchè ci dava una grande città. Ma militarmente questa terza battaglia dell’Altipiano di

Comen, la quale ci dà soltanto delle vette brulle,

delle tetre foreste,

delle spianate sassose è

una delle azioni più bele e più grandiose della guerra.

La lotta continua. La linea avanzata nostra

— dalla strada mediana, che va da Oppacchiasella

a

Castagnavizza,

jall’alto

costone

setten-

trionale

del Carso, cioè nel settore in cui il nostro assalto ha sfondato la fronte nemica ha preso successivamente forme tortuose e stra-

—

ne. L’attacco ,ha puntato verso le cime da monte

a monte, da collina a collina; ha strappato uno dopo l’altro al nemico i punti più forti; ed erano come dei possenti tentacoli che si spin-

gevano avanti,

sottili

e impetuosi, si

aggrappa-

vano, formavano vigorosi salienti ai quali si ap-

poggiava l’avanzata.

A poco a poco, fra loro

progredivano le masse di collegamento, e la linea si ricomponeva tesa da un nuovo caposaldo all’altro.

L’armonia degli sforzi, il concatenamento delmanovre, la prontezza nel profittare di ogni successo per arrivare ad un successo maggiore, le

formano

la

caratteristica

più bella di questa


305

LA MANOVRA VITTORIOSA

movimento,

battaglia, tutta di

evoluzioni,

di

fatta

aggiramenti, di sorprese, nella quale

re-

i

parti nemici sono stati tagliati fuori, spezzati e

presi come da un lavorìo di immense tenaglie. È impossibile seguirla e descriverla nei suoi

Ma per dare un’idea della situa-

particolari.

zione in questo

momento bisogna ritornare un

po’ all’inizio,

due mirabili

ai

che hanno

fatti

decomposizione di un’ala nemica: la presa del Veliki Hribach e del suo

determinato

la

contrafforte,

il

Pecinka.

Gli austriaci si erano resi conto to

dellimminenza

dell’attacco,

non soltan-

ma anche

dei

come l’attacco si sarebbe manifestato. Il tempo ci

aveva

traditi.

Più

volte,

negli

ultimi

dieci

avevano cominciato inquadramento, sempre interrotti

giorni, le nostre artiglierie i

loro

tiri

di

dalla pioggia. Questi

minati

settori,

tiri,

concentrati in deter-

avevano rivelato

al

nemico

punti di massima pressione, e la pioggia

aveva dato

il

i

gli

tempo di provvedere alla difesa.

Di fronte, a quei punti aveva predisposto le truppe più solide, mentre le sue artiglierie di medio e di grosso calibro tempestavano quelle nostre

trincee dalle

quali esso

si

aspettava

il

Per giorni e giorni le truppe nostre alle quali erano affidati i compiti più importanti, sono state sottoposte a quel terribile «fuoco di abbrutimento» che infligge per-

colpo d’ariete.

dite talvolta gravi e accascia e paralizza. Barzini. Dal Trentino al Carso.

Non 20


306 si

LA MANOVRA VITTORIOSA

aspettavano i nemici, dopo questi bombarda-

menti,

di

denti,

veementi.

vederle balzar

fuori

impavide,

ar-

Dopo cinque minuti dall’inizio dell’assalto, alle undici e un quarto precise, era già segnalata la conquista della prima linea austriaca al nord

La linea era spezzata in due punti.

di Loquizza.

uno sparpagliamento frenetico di battaglioni pernici in cerca uno scampo, che non trovavano più. Erano Si è visto sul sasseto cinereo

di

presi in mezzo. Ovunque corressero si trovavano di fronte a plotoni Italiani che abbassavano le baionette urlando: Giù le armi! Arrendetevi!

vano

Le prime carovane di prigionieri scendefolte per i camminamenti, correndo. Un

maggiore dei kaiserjàger presso alle rovine del miserabile villaggio di Loquizza, consegnandosi ad un capitano dei bersaglieri, gli atletico

,

ha steso la mano ripetendo con aria stupefatta: Bravi! Bravi

!

— L’assalto proseguiva verso

i

suoi grandi obiettivi.

Penetrata la prima e la seconda linea nemica nella sella fra il Pecinka e il Veliki, un reggimento di fanteria mutava bruscamente direzione,

si

avventava a

sinistra,

saliva verso

la vetta del Veliki Hribach, più alta di quasi

duecento arido,

tazioni

metri.

Saliva

roccioso, nudo; sul

il

di

corsa

sul

declivio

monte non ha vege-

fianco meridionale.

L’assalto

av-


307

LA MANOVRA VITTORIOSA

volgeva dal sud tutta la difesa del monte. Si

vedeva da tutte

le parti.

minuti,

eroica

l’ascesa

Per lunghi, tremendi di

quella

moltitudine

che pareva trasportata da una forza sovruma-

ha formato lo spettacolo centrale della batUn ondeggiare di fumose caligini la ve-

na,

taglia.

lava, poi

ricompariva più precisa, più in alto.

A mezzogiorno la cima del Veliki era presa. In cinquanta minuti la immane fortezza era caduta. Intanto le truppe che avevano fatta irruzione a Loquizza avevano già conquistato con analoga manovra il Pecinka, che ha tutta l’apparenza di uno di quei cumuli di ghiaia che si allineano ai fianchi delle strade maestre,

un cumulo gigante, largo

ma

trecento metri, fatto

macigni.

di

ponga mente

Si

azioni si

e

teneva

alla

all’influenza il

contemporaneità delle

dell’ulna

Veliki senza

il

sull’altra.

Pecinka,

Non

non si te-

neva il Pecinka senza il Veliki. Bisognava avere tutti e due i capisaldi, e nello stesso momento.

così,

I

due

assalti

si

sono appoggiati, per dir

fra loro.

Dal Pecinka l’assalto, senza fermarsi, ha proseguito immediatamente verso la vetta successiva, lievemente più alta, la Quota 308, difesa da appostamenti di nuclei dispersi, fuggitivi che cercavano di far argine profittando dei vantaggi del terreno. I nostri avanzavano di corsa, con gli ufficiali alla testa. Avvenivano episodi di


LA MANOVRA VITTORIOSA

308

epica grandezza.

Il

grido

di

«Viva

l’Italia!»

echeggiava incessante fra le balze orride. Un reggimento, correndo, ha sorpassato ad un certo punto il suo colonnello, il quale più tardi

doveva rimanere ferito, ed i nostri soldati che passavano vicino si fermavano u:n istante

gli

a baciarlo.

E pioi, via, avanti!

Così pure l’attacco, più lento perchè imbarazzato

da boscaglia e ostacolato da piccole avanzava dal Velila Hribach lungo

resistenze, il

costone. Alla notte raggiungeva la vetta suc-

cessiva, più alta, selvosa,, senza

nome: la Quo-

ta 376, oltre ad

un chilometro dal Velila. La

penetrazione, in

tal

modo!, è avvenuta profon-

damente lungo due direttive parallele: ha insinuato nel territorio nemico due grandi cunei. disorganizzazione momentanea del nemico

La

si è

rivelata nel silenzio profondo delle sue ar-

nella mancanza — per molte ore al— di ogni reazione organizzata. Degli prigionieri, di artiglieria austriaci loro pezzi — obici di medio presi insieme loro sbacalibro — narrano con ingenuità

tiglierie,

meno

fatti

ufficiali

ai

il

lordimento. La loro batteria era ancora in azione quando il suo osservatorio ha cessato su-

bitamente di comunicare i dati di tiro: dal fon-

do del suo ricovero, in una ampia foiba oltre il Pecinka,

il

comandante austriaco si è attaccato

ad un telefono chiamando il comando supenon avendo risposta, è corso ad un altro

riore;


309

LA MANOVKA VI'JTOBIOSA

telefono:

silenzio.

Non sapeva come spiegarsi cpiando

linee,

nna interruzione generale delle istante dopo ha udito il gridìo dei nostri. Un la foiba era invasa. sui ser-

L’avanzata italiana arrivava in pieno previsto Gli austriaci avevano

vizi di retrovia.

qualche tratto (della prima linea, tempo, fermamente di poter creare nuo\i

la perdita di

ma si sentivano sicuri di fermarci in

credevano volte eravamo arriargini immediati. Per due sul

vati già

Veliki,

nelle

passate offensive, e vetta.

sulla non avevamo potuto mantenerci dell’organiOra l’assalto era entrato nel vivo ima on smo nemico, ne troncava i (nervi. La pi dì munizioni, data sorprendeva coruées cariche piombava su delle salmerie. carovana di Verso la Quota 308 una lunga portava caffè, acqua, rancio e cartuc-

muli che è trovata davanti ce ai combattenti austriaci, si dei conducenti, ad una pattuglia italiana. Uno nostro un triestino, arrendendosi, ha detto al ufficiale: l’Italia! »

da

gli

«Sior tenente, conosso la strada per

—

«

altri!»

Bene, allora va in Italia e guiIgli

ha risposto

l’ufficiale,

e

lo

con

ha lasciato andare. La carovana austriaca, caffè, la sua acqua, il le some intatte, col suo ha proseguito suo rancio e le sue cartucce, e non tranquillamente il cammino, senza scorta, è stata lieve la

sorpresa dei nostri

nel!

Vallo-


310

LA MANOVBA VITTOBIOSA

ne quando hanno visto scendere fra loro, dalla sii ada di Loquizza, la lunga teoria di conducenti e di muli, ordinata e tranquilla.

La controffensiva nemica |non ha cominciato a,

manifestarsi con risolutezza che nella notte. terribile, intenso fuoco di grossi e medi

Un

calibri si è

improvvisamente concentrato sulla Quota 308, e più indietro sul Pecinkà, e sugli a Loquizza ,e al Pecinka. Tiri di in-

accessi

terdizione,

tiri

di

demolizione,

tiri

di

sbarra-

Non meno di trenta o quaranta batteconvergevano il loro furore su quel settore. piano austriaco tendeva allo schiacciamento

mento. rie Il

dell’avanzata centrale, alla riconquista del Pecinka, la quale avrebbe scoperto il nostro fian-

co sul Velilo e provocato l’arretramento generale. Bisognava resistere ad ogni costo o i vantaggi ottenuti nella prima giornata erano compromessi.

L’avanzata nostra sul ciglione estremo dell’altipiano aveva camminato sulle cime, ma non era penetrata nelle falde boscose del monte

che

digradano precipitose A ippacco.

a

settentrione

verso

il

Aveva il nemico sul fianco sinistro,

un nemico vicinissimo le cui forze e le cui disposizioni erano misteriose, celate dal folto intreccio di selve impenetrabili. La vetta del Vol-

konjak, alla nostra sinistra, appariva possentemente difesa; la linea austriaca si attaccava ancora ostinatamente presso San Grado di Mer-


311

LA MANOVRA VITTORIOSA

Pecinka avrebbe esposto anche il fianco destro di quel cuneo italiano, che avrebbe dovuto fatalmente ritrarsi. Bisognava resistere ad ogni costo. Si è resistito.

:na.

La

perdita del

La fase critica è durata dodici ore. Dodici ore d’inferno. Il bombardamento' spaventoso è cominciato improvvisamente alle due e mezzo della notte. I comandi del settore si sono portati audacemente sulla primissima linea per dare alla

truppa l’esempio dell’eroismo. Colonnelli e soldati erano insieme, fraternamente, dietro ai fragili ripari, e con loro il generale brigadiere. Tutto crollava,

si

sfaceva,

i

muretti saltavano

un perpetuo e urlante frombolìo un franare scrosciante di roccioini frantumati, un ardore di vampa, un accaval-

in

era

aria,

di schegge,

nubi nere, opache,

larsi di

acri, fra esplosioni

immani e continue. «Fermi, figliuoli, fermi qui, siamo con voi!»

— dicevano

i

colonnelli e

il

generale, scivolando dietro agli uomini accovacciati.

F,

vittoria bilità,

stavano fermi i

nostri nel flagello.

La

non era più nella lotta, era nell’immonell’inerzia

terribile,

nel

saper morire

senza un gesto.

Nessuno potrà descrivere quella notte atroce Quota 308, altura orrenda, tramezzata da gallerie tortuose, da cunicoli sinistri scavati dal nemico, nei quali venivano rifugiati i feriti. sulla


312

LA MANOVRA, VITTORIOSA

Incontrandosi nei loro giri di ispezione gli ufficiali si stringevano la mano senza una parola. Una scheggia lia spezzato un braccio ad un colonnelli, lo stesso che i soldati baciavano

andando

all’assalto.

Egli

si

reggeva

il

braccio

rotto con la

mano sana e continuava ad esor-

tare

Un’altra scheggia ha ferito

i

suoi.

nerale alla testa. Caduto stordito, egli

si

il

ge-

è ri-

sollevato subitoc «Fermi, figliuoli!»

Non è che verso mezzogiorno che il bombardamento ha rallentato. Gli austriaci credevano d’aver spianato la strada all’attacco. Dalla Quota 278, più avanti, una gibbosità che si

profila nella direzione di Castagnavizza, mas-

di fanteria nemica hanno cominciato ad avanzare mentre i cannoni austriaci allungavano il tiro. Il Pecinka spariva nel fumo. Il

se

momento era atteso. La nostra artiglieria è entrata

in

azione.

L’attacco austriaco fermato, si riformava. Le colonne

spezzato,

sconvolto,

d’assalto

nemiche hanno più volte tentato sempre disperse. Alle quattro

avventarsi,

di la

poderosa controffensiva in direzione del Pecinka era finita. Qualche ora dopo', su quello stesso settore riprendeva l’avanzata dei nostri. Si

riprendeva lo sviluppo dell’azione del pri-

mo giorno. Mentre si resisteva sulla 308, i conquistatori del Veliki si spingevano avanti, attaccavano la Quota 393, la prendevano, sor-


313

LA MANOVRA VITTORIOSA

passavano

gli

squallidi

casolari

di

Fajti,

at-

taccavano la cima del Fàjti 'Hrib, la prendevano. Salivano così, a gradino a gradino, quella immane scalinata di vette che borda il Carso. '

del Fajti Hrib, minacciando la destra delle forze che ci contrattaccavano, può

La conquista

aver contribuito a fare abbandonare al nemico ogni tentativo di riconquista. Alla sera, le

truppe che avevano ^esistito così tenacemente alla controffensiva, alla loro volta tornavano ad assalire e prendevano la Quota 278, dalla quale Fazione delle fanterie nemiche .era partila. Queste due avanzate parallele, sul Fajti e sulla Quota 278, erano come due nuovi possenti colpi di

maglio dati

ai

due cunei

di

pe-

netrazione.

Nella notte

le

nostre pattuglie in esplorazio-

ne arrivavano alle prime case di Castagnavizza, oltre il nodo terminale della ferrovia, nel dedalo di strade che si allacciano intorno al paese e che si dipartono in ogni direzione. Le vuote. Nessun Pareva che Ca-

pattuglie

hanno trovato, le case

rumore,

nessun movimento.

stagnavizza fosse abbandonata. Ma delle ricognizioni in forze spintesi avanti questa mat-

pare abbiano riconosciuto lo stato di effìcenza di una nuova linea, la cui preparazione ci era nota da mesi.

tina

Su questo tratto della fronte, dal Fajti Hrib alla

strada di Oppacchiasella,

l’azione nostra


314

LA MANOVRA VITTORIOSA

oggi è continuata metodicamente.

I

serpeggia-

menti profondi della linea avanzata! si corregsi va tracciando una sistemazione, le cen-

gono, tine col

fra le

punte

progresso di

Gli austriaci

di

penetrazione

cpiei settori

si

tendono

rimasti arretrati.

affannano a spiare i nostri mo-

si

vimenti sulle strade scoperte e tirano all’uomo.

Bombardano qua

e

là,

Da

a raffiche serrate.

tutte le parti scrosciano esplosioni e balzano colonne di fumo. Loquizza è battuta da grossi calibri, così

campi

pure Oppacchiasella.

Gli sconvolti

della lotta sono di tanto in tanto tem-

pestati di granate.

La giornata è coperta,

scialba, tetra, e

dal-

le nuvole basse scendano aeroplani nemici che volano a poche centinaia di metri dal suolò,

roteano, osservano, cercano, filano lungo le stra-

de e

camminamenti, e passano

i

mitragliando. Di tanto in tanto

da un

sibilìo

si

e

ripassano

è circondati

che scendono dal

pallottole

Certe trincee sono piene di soldati stan-

cielo.

chi che terra,

glia

di

dormono profondamente,

avvolti

allo

nelle coperte;

guarda,

strepito,

pena riaddormenta vale la

di

accoccolati a

qualcuno

si

sve-

ma trova che non

muoversi per così poco e

si

sotto la mitraglia. E nulla appare più strano, nell’ urlìo delle granate che passano nel fragore di qualche scoppio Vicino

e

il

battere

intermittente

aerea, dell’udire

il

della

mitragliatrice

calmo respiro del sonno, il


315

LA MANOVRA VITTORIOSA

russare che si leva dal fondo delle trincee, l’ampio susurro del riposo

umano.

furore della battaglia

Il

sembra scendere

al

La nostra avanzata sulle vette, profonda

nord.

oltre quattro chilometri, dal Veliki

Dosso

Fajti,

Hribach al

non fiancheggiata a sinistra lun-

che precipitano verso il Vippacco, coperti di foreste, solcati da burroni, e tenuti saldamente dal nemico, aveva prodotto

go

i

declivi

selvaggi

una situazione singolarissima e non scevra di pericoli. Era indispensabile volgere la nostra attività

al

possesso delle balze, liberare

il

no-

stro fianco sinistro.

Ogni tentativo di avanzata

frontale era fallito.

Il

lettore

conosce già

aspetti feroci della lotta nella selva bile.

gli

impenetra-

Non si possono determinare le posizioni

del nemico, invisibili. Spesso l’artiglieria, svel-

lendo ed abbattendo ostacoli

gli

alberi,

invece di disperderli.

accumula degli I

reticolati

tesi

fra tronco e tronco resistono alle granate. Quan-

do

si

arriva alle trincee

nemiche si trova che

precipitosi, che il precida fossato. L’impeto dell’assalto è da mille tranelli, da infinite barriere imprevedibili. È la guerra senza orizzonte, senza visione, la guerra cieca. Non si sa mai su che cosa si possa urtare a dieci passi

costeggiano burroni pizio serve

subito

spezzato

di distanza.

Gli austriaci erano così riusciti a

mantenere


LA MANOVRA VITTORIOSA

316

la loro linea nelle falde boscose della montagna

San Grado: ossia, noi padroni del Dosso avevamo una formidabile organizzazione nemica quasi alle nostre spalle, quattro chilo-

fino a

Fajti

metri dietro di noi. Certo il terreno, così difficile attacchi, lo era anche per i loro; non poteva permettere jnè .concentramenti rilevanti nè movimenti rapidi. Ma il pe-

per

i

nostri

la foresta

ricolo,

minimo all’inizio, poteva divenir grave Urgeva liberarsi subito.

in seguito.

L’azione è cominciata di

ieri, nel bosco al sud San Grado. Una colonna operava dalla valle,

un’altra risaliva

il

declivio parallelamente alle

austriache, per ridiscendere avvolgendopo avere attraversato la testata di un burrone profondo. È stata una lotta feroce, al coltello. La colonna che aggirava dall’alto è riuscita a prendere alle spalle la prima trincea,

trincee dole,

ma ve n’era una seconda, e il nostro attacco' è venuto a trovarsi fra le due, in un incrocio di fuochi di mitragliatrici e di fucileria. Dopo un combattimento tenace, furibondo, micidiale, la prima trincea austriaca è stata espugnata.

Ma il terreno guadagnato era breve. Bisognava ricominciare la stessa manovra per la seconda, e poi forse

per una terza trincea.

Oggi un’azione assai più vasta si è compiuta.

È

stata iniziala dalle vette,

Fajti. *

I

nostri battaglioni

si

fra

il;

Velila e

il

sono scagliati sul

Volkovnjak, che hanno preso per manovra, ag-


317

LA MANOVRA VITTORIOSA

facendone prigioniera la forte guarnigione, con la quale era il comanPoi, dalla cima del Voi brigata. dante di una

girandolo

kovnjak,

oriente,

a

le nostre,

colonne sono scese giù, nei

boschi, in direzione di Bìglia, sul Vippacco.

Profittando di numerosi ponti militari,

il

ne-

mico si è affrettato a concentrare forze al di qua del fiume, di fronte a Biglia. Non ha fatto che creare una piccola testa di ponte sopra due alture adiacenti la riva, per impedirci di passare il Vippacco e tagliar fuori tutte le forze austriache rimaste quasi bloccate a Raccogliano, allo sbocco della valle. Intanto ha cercato di far salire un contrattacco nelle vicinanze del

Dosso Fajti per isolare la colonna nostra operante in basso. Il contrattacco è stato sbaragliato subito. E una catena di rastrellamento passa attraverso

il

bosco catturando a poco a poco

i

nuclei nemici che la nostra manovra ha chiuso dentro. A ponente di Biglia la fronte italiana

appoggia ora

si

al

fiume. L’avanzata stupenda sul! Carso ha adesso ras-

della nostra sinistra

sodato

il

suo fianco.

Anche questa sera, dopo il tramonto, le strasono ingombrate di lunghe carovane di prigionieri, chiusi fra scorte di cavalleria. Pas-

de

si

sano in silenzio. Si ode soltanto uno scalpiccio vasto, senza ritmo, che non ha più nulla di militare: vi si sente la truppa che è ridiventata folla.


318

LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

LA GLORIA DELL’ALA DESTRA. Dalla fronte, 5 novembre.

Da ieri la battaglia è

entrala nella fase di

assestamento. Ai grandi obbiettivi di conquista succedono i piccoli obbiettivi di sistemazione. Fra i capisaldi espugnati la linea nuova si va

formando si

e consolidando. Il limite raggiunto modifica in rapporto alle necessità delle azio-

ni future: la fronte di arrivo sta già

divenendo

una fronte di partenza.

Dopo la presa del Vallone, pur progredendo ad ogni

attacco,

non avevamo

fatto

mai tanto

ottanta giorni siamo

penetrati

cammino in un solo sbalzo. Negli ultimi di

oltre dieci chilometri nel

Carso e catturato

questo solo settore quasi venticinque mila prigionieri. In questa battaglia soltanto la no-

in

stra des'tra è rimasta quasi immobile, con la sua estremità sempre attaccata alle aspre pendici meridionali della

Quota 208 sud.

L rimasta immobile perchè la nostra mano>vra tendeva, col massimo della violenza, al possesso del Veliki Hribach e del Dosso Fajti. Volevamo strappare al nemico quella maestosa

successione di vette, a cagione del dominio che essa esercita non soltanto sull’Altip'iano ma an-


319

LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

che al nord, sulla valle del Vippacco e sulle alture di Gorizia. È rimasta immobile la nostra

anche perchè gli austriaci, sicuri di aver

destra,

reso le vette imprendibili, confidando sopra tuL-

enormi difficoltà del terreno da quella hanno concentrato tutto lo sforzo della

to sulle

parte,

dalla parte opposta. I nostri progressi erano stati sempre lievi verso il Veliki, mentre l'ultimo «colpo di spalla» ci aveva portati su difesa

Boscomalo, qualche piccolo nucleo nostro aveva persino raggiunto Jamiano, e, persuaso che noi volessimo spingere la nostra offensiva sulla

grande via diretta di Trieste, il nemico è corso a sbarrarci

il

passo.

L’ala manovrante ha avuto gli onori della battaglia.

La vittoria italiana si è affermata nella

sua azione; essa si delineava in una successione magnifica di assalti fortunati, nella invasione di sempre nuovi lembi di terra nemica. La nostra

Ma

attenzione

sarebbe

convergeva sulla conquista. non riconoscere che la

ingiusto

gloria di queste giornate è di tutti, dell’ala mar-

ciante e dell’ala rimasta ferma sotto ai più terurti della concentrazione nemica, delle truppe che hanno avanzato e delle truppe che hanno resistito. La destra dell’esercito del. Carribili

1

so

ha parte

nel trionfo quanto la sinistra.

La

sua tenacia e il suo eroismo hanno contribuito all’impetuoso sviluppo degli attacchi sbaragliatoci,

come nell’offensiva di ottobre gli accaniti


320

LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

tentativi

della

sinistra

per

impossessarsi

del

Veliki e del Pecinlca contribuirono all’avanzata di questa stessa ala che ora la battaglia

ha in-

vece inchiodato. Il

combattimento non è mai così terribile co-

me quando è fermo. La immobilità nella lotta è l’indice dello sforzo

massimo. L’azione della

nostra destra, dalla strada di Castagnavizza alla

Quota 208,

di

accanimento, ha avuto grandezze inenarra-

è

arrivata ad inaudite intensità

© di abnegazione, senza il' conforto del successo immediato e tangibile. Ma bili

di valore

arrivavano laggiù come degli echi della vittoria, conquiste passando fra le truppe che sentivano profondamente la necessità del sacrificio per la fortuna delle armi italiane. Gli austriaci sono certamente ossessionati dal-

le notizie delle

paura di un’avanzata nostra sulla strada di Per spiegare la resistenza disperata Quota 208, prima che noi la conquistassimo in una precedente offensiva, un ufficiale nemico prigioniero ha detto laconicamente: «Punto trigonometrico!» La la

Trieste.

fatta dagli austriaci sulla

strada di Trieste nasce, per così dire, fra la

Quota 208 e la Quota 144. Le due alture sono come due pilastri di una soglia. Non lasciarci sboccare da quella gola, tenerci attaccati

mico

ai pi-

ecco la idea informatrice del piano ne-

lastri;

Ma anche se gli aunon avessero voluto accumulare le mas-

in questa battaglia.

striaci


321

LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

sime energie della resistenza in questo settore, il compito della nostra destra sarebbe stato singolarmente difficile. Essa aveva avanti a sè due fortissime linee di difesa, la prima serpeggiante da Boscomalo alla Quota 208, la seconda risalente dalle alture

Jamiapo a innestarsi alla piima presso Lu-

di

dove un groviglio di trincee la annodava ad un’aspra altura, la Quota 238. Queste linee divergenti coprivano una così larga zona, die per spianare la strada agli assalti sarebbe stato necessario un concentramento esorbitante di catic,

Il bombardamento sulla denon raggiunse quindi su tutta la linea una

fuoco d’artiglieria. stra

eguale intensità di schiacciamento. L’efficenza e la prontezza della difesa

si

ri-

velarono subito. Le mitragliatrici e i fucili austriaci scrosciarono immediatamente.

Il

terreno

le nostre trincee e la prima linea nemica venne attraversato sotto raffiche di piombo. Tuttavia a mezzogiorno, cinquanta minuti dopo l’inizió dell’ assalto^, i trinceramenti nemici era-

fra

no espugnati e sorpassati in più punti, e varie centinaia di prigionieri erano catturati.

nea nemica era rotta

al

La li-

sud della strada fra

Oppacchiasella e Castagnavizza; le prime case di Boscomalo erano raggiunte,- affrontando nidi di mitragliatrici incavernate; dei nuclei arriva-

vano a Lucatic; qualche plotone della prima ondata saliva la famosa Quota 238 in una temBarzini. Dal Trentino al Carso.

21


LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

322

pesta di stirdpnells

co

si

all’estrema destra il nemi-

ritirava in disordine e dalla

Quota 238 i

nostri avanzavano verso le alture di Jamiano.

Verso

le

tre,

il

nemico sferrava uno

dei

più

poderosi contrattacchi.

Salivano da Jamiano e venivano da Selo, per

una rete sterminata di camminamenti, nuclei e nuclei di austriaci sotto la protezione di un bombardamento di ogni calibro. I nostri dovettero ripiegare all’urto,

ratamente

il

terreno,

ma difendendo dispe-

passo passo.

Dopo due

ore l’intensità dell’attacco diminuiva. Si avvicinava la sera; alle cinque la formidabile reazione nemica si spegneva. Noi

cora padroni

di

rimanevamo an-

qualche tratto delle trincee

conquistate sui declivi della 208.

Lo svolgimento

della battaglia alla destra e

la logica della situazione attuale

non appaiono

chiaramente se non si tiene conto di quella strana montagna, alta quasi come il Veliki Iiribach, che sorge isolata presso Duino come una grande sentinella del litorale: l’Hermada. Fosca, imponente, oblunga, regolare, essa non è più che una immane fortezza che gravita sulla nostra destra. Essa può essere considerata come il forte avanzato del campo trincerato di Trieste. Artiglierie innumerevoli vi hanno trovato rifugio. noni.

L’Hermada è un

alveare di can-

Da lassù delle batterie incavernate fanno

fuoco a tiro diretto sui fianchi della 208 e del-


LA GLORIA DELL’ALA DESTRA la

323

144 e sul costone meridionale del Carso.

La vetta è un osservatorio che domina tutta la regione,

poiché da tutta la regione è

un potente raggio

visto,

fimo

alle

e

il

suo

rive

del-

da lassù

proiettore lancia

bianco ogni noLte

impernia l’azione delCoperta di fumo e di

l’Isonzo. All’llermada si

la

sinistra

austriaca.

vampe

nelle ore

intorno

a sé u:n raggio di difficile

di

l’Hennada traccia

furore,

approccio,

come una zona di interdizione, taglia un limite sul quale le battaglie perdono movimento per prendere quasi una fissità da assedio. La nostra destra sembra disegnare quasi questo limite. Alla sera del primo giorno della

crea

battaglia essa

appariva già paralizzata dall’e-

norme concentrazione della difesa austriaca. Ma assolveva il suo compito dimostrativo. Essa do-

veva precisamente

attirare

Anche senza speranze che riprendesse

gli

di

lo

sforzo

nemico.

avanzata bisognava

attacchi.

Un nuovo assalto

su tutta la sua fronte fu deciso per l’indomani

abbuia

e

sistere,

minacciare, premere

settore

formidabile.

dieci

del pomeriggio. il

Bisognava innemico in quel

L’ artiglieria

della

destra

ricominciò il bombardamento delle seconde linee austriache, che la preparazione precedente aveva meno danneggiato.

Fra la Quota 208

e Lucatic, la

cea nemica avanzava a saliente e era organizzato a ridotta.

prima trinil

saliente

Non si volle aspet-


LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

324

tare l’ora dell’ assalto per espugnare quel punto Si operò

forte.

una sorpresa, nella notte stes-

Strisciando adagio adagio, uno alla volta

sa.

soldati

una compagnia andarono

di

samente ad adunarsi

i

silenzio-

punta estrema del

aspettarono la prima alba, l’ora in

saliente e

cui la vigilanza te

alla

si

intorpidisce.

Appena l’orien-

cominciò a sbiancarsi, piombarono dentro

come indemoniati, sori,

si

prigionieri

fecero

i

difen-

asserragliarono'.

Intanto veniva dal nord il rombo di un bom-

bardamento serrato: era fensiva

austriaca in

l’inizio della controf-

direzione del

Pecinka.

Sappiamo con quale esasperata violenza il nemico ha tentato di riprendere terreno al centro per far crollare la delicata catena delle nostre

conquiste,

non rafforzata ancora dal

la-

voro. Cominciava la fase più critica della battaglia.

La

ripresa

dell’azione

offensiva

della

destra diveniva più che mai necessaria per tentar di alleviare l’enorme pressione che subiva-

mo al centro. Il nemico ha previsto il nuovo ha visto delinearsi nella preparazio-

assalto, lo

ne e ha voluto prevenirlo, renderlo impossibile, schiacciarlo e

mezzo

sotto

la

prima del suo sviluppo. Alle dieci nostra estrema

un fuoco inaudito

di

destra era grossi

calibri

presa dal-

l’IIermada.

Granate da 305, da 280, da 210, scoppiavano con spaventosa continuità sulla Quota 208, che


LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

325

una immensa cortina 'di fumo nero. Da laggiù il telefono chiedeva un soccorso; tiri

svanì in

di controbatteria; utili

piuttosto che stre Il

«ma se le artiglierie sono più

— diceva la Voce lontana interrotta — non importa, sopporteremo tutto

altrove

dai boati

compromettere un’azione;

truppe sanno' quale è

il

le

no-

loro compita....»

bombardamento andava facendosi sempre

più violento', sconvolgeva tutto, e l’ora fissata per l’assalto si avvicinava. All’una e dieci l’uragano di fuoco era al colmo. L’attacco non

sembrava più possibile, l’azione diversiva della destra doveva fatalmente mancare. Come potevano gli uomini abbandonare i ripari e slanciarsi in queir-inferno ?

scia

indicibile,

di

Fu un istante di ango-

tragica sospensione.

Al co-

mando dell’ala destra si aspettava in un cupo silenzio. Ad un tratto un ufficiale al telefono ha mandato un grido: «Escono!». L’inverosimile no!...

si

Sono usciti !»

la bufera di

acciaio.

avverava:

—

I

«Escono,

esco-

nostri assalivano nel-

L’azione invisibile laggiù

fumo e fra le vampe è subitamente apparcome un evento sovrumano, ha assunto una proporzione titanica, pareva che

nel

sa alle menti

delle forze soprannaturali e gigantesche si agi-

tassero fra quelle nubi.

surato il

si

Qualche cosa

di

smi-

levava infatti in quell’ora decisiva:

coraggio del soldato italiano.

Uscirono i nostri nell’atmosfera

di

massacro,


LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

326 si

buttarono avanti alla baionetta, rioccuparomo

trincee nemiche, sostennero i contrattacchi. Nel frattempo la pressione nemica contro al Pecinka scemava, la conquista nostra arrivava al Fajti, e dal Pecinka stesso l’avanzata italiana stava per riprendere con slancio nuovo. le

Ma

la

centro,

controffensiva

austriaca,

infuriava nuovamente

rintuzzata

al

nostra

de-

alla

Fino alla sera il combattimento ha continuato verso la 208. Alla fine] nuovi tratti delle stra.

avversarie so|no rimasti nelle nostre

posizioni

mani, a ponente di Lucatic.

Una fortissima trincea austriaca in quel settore è stata tenuta tutta la notte nuclei,

appena una compagnia,

i

«cavalli di Frisia»,

da due piccoli decisi

alle

due estremità

cileria lacerava l’ombra intorno a loro. li

della

Ogni momento la fu-

trincea, e tenevano duro.

co di interdizione

a resi-

erano asserragliati fra

stere fino alla morte. Si

isolava.

Un fuo-

La loro sorte era

con ansia dai Comandi. «Hanno richiedeva d’ ora in ora il telefono « No, reggano sempre » rispondevano dalle prime linee. E' nel lampeggìo degli slìvaprielts seguita

piegato ? »

!

.

,

verso quei prodi strisciavano plotoni di rincal-

uomo per uomo, carichi di sacchi. L’occu-

zo,

pazione si

si

allargava,

si

completava lentamente,,

rafforzava. Alla mattina del 3, la trincea, so-

lido

punto di appoggio, era saldamente unita al

nostro sistema.


327

LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

Mentre do,

alla destra si

combatteva in tali mo-

a piè fermo, per dir così,

si

verificava

ali

centro ulna situazione bizzarra. L’avanzata della sinistra aveva trascinato in avanti tutta la

li-

nea nostra al (nord della strada di O.ppacchiasella. Al sud della strada invece, la resistenza di Boscomalo teneva la nostra fronte immobile. Una compagnia destinata al collegamento lungo la strada aveva seguito il movimento. Fra 1

ferme e quelle della siniminacciava di formare una Stava per aprirsi un varco. La linea poteva spezzarsi. Verso mezzanotte, sopra un chilometro e mezzo non si

le forze

della destra

stra in

marcia

soluzione

di

si

continuità.

stendeva che una magra e irregolare catena di vedette,

ma un’ora dopo un battaglione fresco

cominciava a rinsaldare l’apertura. La battaglia di movimento aveva stranamente troncato in due lo schieramento delle masse combattenti; bisognava portare nuova forza al centro per chiudere solidamente il varquasi

co

e,

se fosse possibile, profittare dell’ apertura

formatavi per insinuarvi una pressione. Si presentava un lungo tratto di frante nuovo, addizionale; nella stessa notte delle artiglierie no-

spostavano per dominarlo. Il giorno 3 si preparava questa azione di collegamento, che doveva essere favorita da un altro attacco di-

stre si

mostrativo della destra estrema, l’ala del sacrificio.


LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

328

L’attacco è cominciato alle quattro della sera.

L’Hermada si è destata furibonda e allar-

mata. La Quota 208 è stata di nuovo obbiettivo^

un bombardamento dei grossi calibri. La feroce montagna austriaca, nelle brume del! credi

puscolo, appariva tutta costellata di vampe. Razzi rossi e razzi verdi, scintillanti multicolori di stelle filanti nelle caligini della battaglia,

guidavano nostri

maschera

sul

le esplosioni

delle artiglierie nemiche. I combattevano nel fumo con la

tiro

il

soldati

viso.

Avevano riconosciuto

fra

fragorose il tonfo cupo di qualche

granata a gas asfissiante. Le reazioni nemiche più 'violente si sono quasi

sempre abbattute sulla Quota 208. Ogni fase battaglia ha avido per contraccolpo il Pur di non

della

martirio di quell’altura desolata. permetterci di avanzare da

lì,

gli

austriaci si

sono rassegnati a vederci avanzare da per tutto altrove.

Da dietro a Lucatic e da Jamiano, si

sono riviste avanzare contro la 208 le masse di attacco.

Fino alla notte il combattimento ha im-

perversato così all’estrema destra, e nello stes,-

tempo le truppe destinate al collegamentio centrale operavano in relativa tranquillità. Ma operavano su terreno ignoto, in una notte buia e nuvolosa. Hanno dovuto sospendere ad una certa ora ogni manovra ed attendere il giorno. so

Al mattino il nemico, allarmato da quella concentrazione,

ha cercato di ostacolarne con ogni


LA GLORIA DELL’ALA DESTRA

329

mezzo razione. Ed ha ripreso il bombardamen208 con i grossi calibri. collegamento centrale si è robustamente

to della Il

consolidato al sud della strada di Oppacchia-

dopo un’avanzata assai tenta e combat-

sella

tuta, durata tutta la giornata di ieri. L’esplorazione aerea, audacemente condotta, ha certamen-

giovato al nemico in questa azione. Qualche aeroplano austriaco ha potuto volare senza con-

te

sulle nostre linee a poche centinaia di metri dal suolo e riconoscere i mostri schieramenti Bisognerebbe poter rendere il cielo' iinfretrasti

.

quentabile al nemico in certe giornate.

La costituzione

di

una

forte linea nel

vano

formatosi fr;a le vicinanze di Boscomajlo e quelle

di

Castagnavizza, è stata l’ultima

della battaglia.

Ed è l’ala

manovra destra, l’ala immo-

bile, che ha portato fino all’ ultimo il peso di un sacrificio necessario, la passività della vit-

toria.

Questa notte un altro attacco di

lei.

Gli

austriaci

hanno

è

piombato su

sferra lo

un

assalto

sorpresa per riprendere la trincea di Lucatic. Contavano sedia mortale stanchezza del quarto giorno di combattimento per arrivare sui di

nostri addormentati. Quatti quatti gli assalitori

sono avvicinati ai parapetti e aH’improvviso hanno cominciato un lancio di bombe a mano. Ha risposto un urlo selvaggio. Erano capitati addosso ad un reparto di sardi, che sono saltati si

4

<


LA GLORIA DELL’AIA DESTRA

330

fuori

alla baionetta,

subito, esasperati, infero-

veementi. Vi era un barlume di luna coperche permetteva di vederci, vagamente. Una parte degli austriaci è fuggita. Quelli che han-

citi,

ta

no accettato la lotta sono morti, tutti, in un corpo a corpo breve e impetuoso. Tutti meno uno.

Un austriaco non è fuggito e non si è difeso; si

è

afferrato per la vita nella colluttazione, abbandonato come un fantoccio. Il soldato

nostro che lo aveva assalito, sorpreso da questa

inerzia,

lo

ha rovesciato

a terra e lo

guardato. Era un ufficiale ubriaco.

ha


EPISODI DELLA GUERRA NELL’ARIA.


UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE. Dalla fronte, 8 novembre.

Dopo del

il

tramonto, quando l’estremo riflesso

crepuscolo

dal

svaniva (sopraffatto

chia-

rore tenue della luna appena sorta e la notte si

allargava profonda, calma, piena di un dia-

fano pallore di lievi

brume

soffuse,

scintillare nel cielo vividi bagliori.

si

videro

Su tutto il

da Mon fa Icone a San Giorgio di Nogaro, balenavano strani bolidi; era uno sprizlitorale,

zare incessante di faville intorno a raggi candidi

di

proiettori, eretti

come colonne di luce

subitamente comparse, sottili e sterminate. Sulla terra

palpitavano

cendevano a

tratti

vampe rossastre che acampie nubi di fumo peda laggiù incessanti

santi e basse. Arrivavano boati.

quali

Pareva che i fuochi della battaglia, i infiammavano ancora le flagellate penQuota 208, avessero dilagato lontano

dici della

sulla pianura e nell’aria.

Un rombo possente,

eguale, sonoro’, scendeva dallo spazio.

Le scin-

erano scoppi di shrapnells le vampe erano colpi di cannoni ed esplosioni di bombe au-

tille

striache,

,

il

rombo emanava da un vasto tur-


UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE

334

binìo di eliche: mici, nascosta

una squadra di idrovolanti necome sempre nelle tenebre, ve-

niva a vendicarsi della sconfitta sui paesi iner-

mi

e sugli ospedali, sulle

donne, sui bambini,

Era la prima incursione di questi giorni, nella prima sera della battaglia, martedì. Da un remoto campo di aviazione, appartenente ad una di quelle nostre infaticabili e valorose squadriglie che compiono 1’ immenso e sui

feriti.

oscuro lavoro di esplorazione, che sono sempre in volo sul nemico, osservando, bombardando, combattendo, e che raramente ritornano

senza

le

ali

aviatori,

tenente osservatore e jun sergente petto fregiato di

ragazzi dal lore,

un reun sotto-

bucate dalle schegge, da

moto campo, dicevamo, due

pilota,

due

medaglie al va-

guardavano all’orizzonte lo sfavillare degli

shrapnell. E un progetto temerario, già ventilato al campo, maturò nella loro mente: quello di prendere il volo nel buio, mescolarsi alla squadra nemica, seguire la sua rotta di ritorno, arrivare alla sua base e bombardarla. Pochi minuti dopo un aeroplano italiano si avventava nella notte. Erano le sei e mezzo di sera. L’apparecchio filava

verso

il

mare guidato

dallo scintillare

dei colpi.

Sulla distesa oscura della piana ri-

conosceva

i

lumi. Per

non

lazioni

paesi da leggeri punteggiamenti di suscitare l’allarme delle popo-

che udivano

il

rombo passare su

di


335

DNA METEORA TRICOLORE SD TRIESTE loro,

l’aeroplano

si

faceva riconoscere con se-

gnali di luce.

Andava come una lucciola immane irradiando dal ventre chiarori intermittenti. nello spazio’, sulla

E saliva

zona battuta dell’incursione

nemica, cercato di quando in quando da proietdiceva tori irrequieti. «Siamo dei vostri!»

—

per qualche istante la luce di segnale, e i prodeviavano il loro raggio. Ma qualcuno non capiva. Si ostinava a volerli) vedere questo aeroplano notturno che navigava

iettori rassicurati

al

margine di un bombardamento aereo. Presi non vedevano più

nel suo chiarore, gli aviatori

niente, niente altro che una grande stella abba-

cinante sotto a loro, e dovevano manovrare per allontanarsi. Il

e

là,

fuoco dei cannoni antiaerei continuava qua

ma

i

nemici erano invisibili e inaudibili L’aeroplano aleggiava ora sulle

agli

aviatori.

foci

dell’Isonzo.

Ha visto nella distanza tene-

brosa dei fasci luminosi che solcavano il cielo.

Ha capito che erano segnali nemici di richiamo. Indicavano agli idroplani austriaci la rotta del ritorno. Dalla vetta deU’Hermada saliva un raggio possente, inclinato e fermo.

faro di

San Rocco,

La lanterna del

oltre Trieste, era accesa, e

metteva sul mare uno splendore intermittente, quella familiare chiamata dei porti che guida-

va ogni notte, in altri tempi, le navigazioni pacifiche.


UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE

336

Qualche minuto dopo

il

ha

velivolo italiano

visto sparire sotto di sè la lunga e strana peni-

Sdobba e isi è provato sul Golfo

sola della Punta di

Ponzano.

La luna ancora bassa stendeva una immensa

striscia

fremente

all’orizzonte

di riflessi,

un

tremulo pagliettìo di argento, che faceva apparire più oscura l’ampia distesa delle acque vicine. I nostri aviatori volavano sopra infinito e

un mare calmo e ;nero, sopra un mare di velsul quale la terra si disegnava chiara e

luto,

precisa.

Il

grigiore cupo,

confuso, macchiato,

Velato delle alture carsiche finiva sulla spiaggia in una striscia sottile e biancastra che limitava il

profondo

e

L’aeroplano

fluido tenebrore delle onde si

abbassava.

pilota per discendere

Il

doveva diminuire

il

è una pericolosa manovra sul mare quando non si vola in aliscafo. Perchè il motore può non riprendere docilmente il suo impeto a tempo e condurre l’ap-

regime del motore, ed

parecchio al naufragio. Si abbassavano gli aviatori

per esplorare l’acqua.

La battaglia del Carso continuava. Era vicidue giovani vedevano gli scoppi delle granate sulla « 208» e sulla « 144 » alla destra della

na.

I

nostra fronte,

e

vedevano

noni deH’Hermada.

Ili

v am pie dei can-

le

balenìo

minava le ali dell’aeroplano. non permetteva di udire le

Il

dei

colpi illu-

rombo dell’elica

esplosioni,

ma la


337

UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE

tempesta di fuoco era seguita anche senza guardarla per quell accendersi delle grandi ali bianche nel buio. 1

’

Il il

mare era deserto. Il Ivollo si è diretto verso

faro.

All’altezza di Nabresina dei lampi vicini hanno disegnato più vividamente di luce le mem«Che c’è?» brature della macchina.

—

«Niente, ci batterie

hanno

austriache

po’ a caso,

verso

il

—

sentito e tirano!»

sparavano rumore.

— Delle

un

dalla costa,

avvicinava. Al di là della città è apparso a poco a poco un gran chiarore sofTrieste

si

sul quale si profilava nera la punta di Santa Caterina. Era come se un’altra luna sorUn crepuscolo strano empiva la baia di Muggia. Laggiù una concentrazione di proiettori illuminava l’acqua, sfiorava il mare, confuso,

gesse.

vergeva verso un punto ancora indefinibile

i

suoi raggi.

L’aeroplano avanzava, guardava, cercava di capire.

A dalla

poco a poco Trieste notte,

si

delineava,

si

rivelava,

illuminata

esciVa

come

in

tempo di pace. Sembrava una nebulosa posata sullo sfondo indefinito di lontane montagne vaporose e oscure. Soltanto verso

il

mare, una

grande zona d’ombra. Nel porto, sulle banchine, lungo la ferrovia marittima, intorno ai docks t sui moli, non una luce, hon un segno di vita. Barzini. Lai Trentino al Carso.

22


UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE

338

Ma l’abitato vegliava con tutte pre più

vicini,

Ite

sue lam-

semvedevano spostarsi con solenne

pade. Volando al largo

i

nostri aviatori,

dolcezza allineamenti di fanali, riconoscevano

maggiori dallo schierarsi successivo lumi lungo i marciapiedi. La pianta di Trie-

certe vie di

disegnava nel buio come fatta di

stelle.

Per pochi istanti una grande arteria si

è pre-

ste

si

sentata in prospettiva, via Carducci. Poi nella lenta evoluzione delle strade essa

ha girato,

e

la via Stadion e la via Acquedotto si sono aperte

in

successione

come

i

raggi di

una

ruota.

L’aeroplano era quasi a milite metri di altezza.

A volo librato, per far meno rumore, è sceso puntando sul faro di San Rocco che seguitava a chiamare verso il largo. Improvvisamente il faro si è spento. Quasi nello stesso momento si sono estinti uno dopo l’altro i proiettori che rasentavano l’acqua. Il volo italiano era stato udito.

Quel gran crepuscolo bianco è svanito

di

colpo. Tutte le rive sono piombate nell’ombra.

L’allarme era dato. Gli

aviatori nostri intuivano di essere sulla

base degli idrovolanti (nemici,

ma nell’oscurità

improvvisa non si intrawedeva che uin quieto e sinuoso sviluppo di coste intorno ad una baia: la Baia di Muggia. Ad un tratto qualche cosa è apparso.

— «Là, là

!.. .

Vira!

Vira!»

— ha urlato


339

UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE

concitatamente

li’

osservatore

nell’ orecchio

del

pilota.

Sull’altra

sponda,

di

fronte

faro,

al

lungo

una banchina di ormeggio, (nelle tenebre si stendeva una lunga collana di piccole luci. L’occhio di un aviatore non poteva sbagliarsi: erano lampade di atterramento, la catena di punti lucenti che orienta i volatori notturni' al momento

di

scendere.

Sull’acqua avanti ai segnali si muovevano si gridavelocissimi dei lumi. «Sono loro!» vano l’un l’altro i due italiani presi dalla feb-

—

bre dell’azione.

— «Sono loro che rincasano!»

AH’angolo estremo' della banchina scintillava

una luce più viva. Là dietro dovevano esservi enormi edifici portuali, magazzini, uffici. Erano niente. lì gli scali del Lloyd. Ma don si Vedeva Il

brillare dei lumicini rendeva più fitte le tene-

bre intorno.

L’aeroplano ha fatto un giro e si

è slanciato

verso la fila delle lampade di atterramento'. Per essere più sicuro della manovra ha ri-

messo il motore in pieno funzionamento. L’apparecchio si era abbassato a poche centinaia di

metri: ora risaliva lievemente portato dalLe luci non si potevano più vedere

l’impeto.

dal di sopra del bordo della fusoliera.

Il

pilota

guardava attraverso la grande lastra di criche forma il fondo trasparente della fusoliera, presso ai pedali di manovra. L’osser-

le

stallo


UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE

340

vatore,

guardar

aggrappato giù,

tutto

montanti,

ai

fuori

ideila

si

sporgeva a

carlinga.

Appena il rombo del motore è arrivato alla lumi si è spenta. Anche i lumi vaganti sono scomparsi. Per qualche secondo ancora ha brillato solataria la luce alterra, la fila dei

l’

estremo della banchina. Poi più niente. Ma i nostri avevano impressa nella mente la

disposizione dei segnali. Li avevano fissati con

occhi avidi.

La memoria in Certi momenti af-

ferra e scolpisce. Gli aviatori vedevano

ili

di-

segno dei lumi pel buio. Erano del resto già arrivati a poidata di lancio sulla stazione dei pirati.

1 !

«Attento! Attento!» — urlava l’osservatore. — «A sinistra! Ancora un poco... — e con!»

mano

vulsamente batteva

co;n la

sinistra

curvo sulle

del

pilota

cora un poco.

.

.

!

sulla spalla

leve.

— «An-

»

«A destra adesso! Via... !» Dando un improvviso colpo idi virata a destra,

per mantenersi sul

bersaglio

invisibile,

il pilota ha manovrato gli che fanno cadere gli esplosivi. Cinque proiettili sono piombati, uno dopo l’altro: due grandi e tre piccoli. Il pilota ha visto

neiratlimo decisivo,

scatti

staccarsi le

bombe dalla fusoliera. La luna le

ha illuminate per un istante nella loro caduta. Erano delle ombre bianche e veementi, svanite istantaneamente nell’abisso

di

tenebre.


UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE

341

Un secondo dopo le vampe delle esplosioni hanno lanciato si

è

bagliori sulla riva.

L’oscurità

squarciata, e allora, nel balenìo sono ap-

parsi confusamente

i

grandi edifici del porto:

una visione di tetti, di corti, striscie bianche, un chiarore di muri e di pietre. Poi l’ombra

si

è richiusa.

Ma subito dopo

apparso un chiarore di fiamme. U:n incendio cominciava a divampare, sempre più intenso, sempre più vasto. Sorgeva un turbinìo di fumo è

pieno di

riflessi

sanguigni.

L’aeroplano filava ora sulla città. Non era a più di trecento metri dalle case. Subitamente, anche

i

lumi

Trieste

di

si

sono

spenti. L’allarme si propagava.

Non si distin-

guevano più

le

Quattro- raggi

di proiettori

sono sprizzati come geysers di lu-

vie e le piazze.

ce dalla parte gita della città, frugando

il

cielo

Cercavano lontano

con oscillazioni frenetiche.

l’audace intruso, lo Icredevano a duemila metri.

Ed era lì. il

Un senso di esultanza inebbriavai nostri dopo successo. Una orgogliosa volontà di sfida li

esaltava. « Domani è San Giusto pilota.

dei

!

»

— ha urlato

il

— «E allora illuminiamo! — «Vogliono »

vedere dove siamo ? Eccoci

commutatori.

!

»

— Sono scattati

L’aeroplano per alcuni se-

condi ha mandato dei

riflessi.

Ha acceso tutte le sue lampade, anche quelle rosse e quelle verdi.

Deve essere apparso sulla


UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE

342

come una prodigiosa meteora un segno divino di vittoria. Una esplosione ha lampeggiato: l’artiglieria Irredenta

Città

tricolore,

antiaerea apriva

il

fuoco. L’aeroplano, sorpas-

centro della città, ha virato verso il largo. Un giro a sinistra lo ha riportato a riveaere l’ incendio. Le fiamme crescevano e il fusato

il

mo scendeva sull’acqua. Continuava il cannoneggiamento. riuscivano di tanto jn tanto

roplano che

si

,a

I

proiettori

ritrovare l’ae-

allontanava. Pep quattro volte

sono trovati immersi nei fasci canincrociavano sul volo, così violenti che l’apparecchio illuminato aveva splendori di incandescenza. Per quattro volte sono sfugnostri

si

didi

che

si

giti,

deviando con impetuose manovre. Gli scop-

i

pi delle granate intorno si allontanavano e si

facevano

meno frequenti. Poco dopo l’aeropla-

no rientrava nella notte calma. La luna era salita. AI ritorno

sembrava più perla.

lo stesso.

il mare non Era di un grigiore di

Ed era la riva questa volta che appariva

nera. Essa avanzava fosche e taglienti solidità ;

sul diafano pallore delle acque. L’aeroplano vo-

lava gioiosamente con

tutti

i

suoi lumi accesi.

Era in festa. «Domani è San Giusto!» Alle otto scendeva al suo campo. Osservatore e pilota hanno javuto la medaglia

d’ argento

valore.

al

Giacomo Macchi

e

il

Sono

il

sottotenente

sergente Giuseppe Buffa.


l’ eccidio

343

degli inermi

L’ECCIDIO DEGLI. INERMI. Padova, 15 novembre.

La

strage

di

inermi

fatta dalla

ferocia

au-

appare sempre più grande. L’orrendo

striaca

sotterraneo della Rotonda, dove è scoppiata una bomba lanciata da un aviatore nemico la sera non ,ha ancora reso tutti i suoi morti. del 12,

Mentre la città in lutto tributava ieri solenni onoranze funebri alle vittime della barbarie nele altre vittime [venivano rinvenute fra faviscide e tenebrose rovine della casamatta sorgetale. diecine di cadaveri irriconoscibili

mica.

vano dalla tomba immane, un ammasso di umaannità distrutta. E ,si scava ancora, si cerca cora,

il

splorati. finita

calcola

cento

badile affiora altri morti in angoli ineSi lavora (da quattro giorni e non è

esumazione. Fino ad ora si massacro abbia falciato quasi calcola, non si conta: perchè

la terribile

che

il

vite.

Si

non sono

dei corpi

che

i

soldati pietosamente

estraggono.

Un

conforto,

avanti

allo

spettacolo

del

gi-

gantesco assassinio di innocenti, viene dal pen-

che non v’è sopraggiunta fulminea per

siero è

stata sofferenza.

annunziata,

non ha dato

il

tutti.

tempo

La morte Non si è di

capirla,


344

l’ eccidio

temerla,

di

di

degli inermi

Nessuna angoscia,

presentirla.

nessun terrore, nessuna agonia: in quell’antro si credeva sicura ed è sta-

spaventoso la gente ta annientata è

con

la rapidità della folgore.

Si

rinvenuta la spoletta della bomba; era un proiettile di forse cento chili. L’esplo-

grande

ha funzionato co-

sione nel cunicolo affollato

me lo scoppio della carica in una camera di mina. Era una mina barricata da ulna moltitudine umana. Il

funebre sotterraneo conduceva

uno

alle

case-

spalto

tutto

matte

d’un

erboso,

rimasto in mezzo alla città dilagante, un giardino pensile cinto da vecchie

antico

bastione,

simile ad

muraglie

di

fortezza.

Al terrapieno

si

appog-

giava una di quelle costruzioni parassitane che

nascono

sulle

un’osteria;

il

fortificazioni

abbandonate.

Era

sotterraneo

del

bastione

s’era

trasformato in cantina. Quel resto di era divenuto con gli anni

fortilizio

un luogo di ritrovo

domenicale. Negli ultimi tempi, quando veniva segnalata un’incursione di aeroplani nemici, la

popolazione del sobborgo vicino, tutto vecchi portici e piccole case, correva alla strana osteria,

le

ne penetrava le cantine e si spandeva per

tenebrose casematte, vociando, ridendo, alla

luce oscillante di miriadi di moocoletti. Si sentiva

tranquilla.

Nessuna bomba avrebbe mai

potuto attraversare gli spalti e le vòlte dell’an-


l’ eccidio

degli inermi

345

Padova non esisteva un angolo meglio protetto dai bombardamenti. Si sa come la catastrofe atroce si è svolta. Le casematte — le «cà mate», come le chiama il popolo erano allagate dalla piena. Le prime persone accorse al rifugio si sono fermate al bordo dell’acqua melmosa, in fondo al cubastione. In tutta

Lieo

—

nicolo di accesso.

Nuova folla sopraggiungeva,

ignara, s’ingolfava nell’ampia sala terrena della

taverna, andava a pigiarsi nel corridoio sotter-

In breve vi fu una ressa enorme, tu-

raneo.

multuante,

e

fuori

porta,

della

rigurgitava della calca.

strada,

sulla

ritardatari gridavano

I

per farsi largo, non volevano restare all’aperto,

contendevano il passo. Era la corsa alla

si

morte.

• !

j

; ,

Sulle vòlte delle casematte vi sono sei metri

ma sul cunicolo di accesso non

di terrapieno,

v’era che

un piccolo strato di terriccio. Là so-

pra

è

Iia

passato

è

caduto il

austriaco, in pieno.

proiettile

il

ha sfondato

terriccio,

scoppiato in mezzo alla calca.

struoso

dell’esplosione,

Il

la

vòlta,

sotììo

mo-

venuto dal sotterraneo

come da una gola di cannone, ha fatto crollare l’osteria. Coloro che hanno varcato quella soglia

sono morti

tutti.

E si è fatto subitamente

intorno al vecchio bastione e nel quartiere vicino

un

silenzio

terribile:

un

silenzio

oppri-

mente, angoscioso, spaventoso, che dura ancora. Si

lavora,

si

scava,

si

puntella,

ma non si

,


degli inebmi

l’ eccidio

346

e pomparla. Gli ordini sono susurrati. Soldati macerie, in pieri si affannano taciturni fra le

una cavità insanguinata,

e

raccolgono cose da

rinunziato a ricocui torcono lo sguardo. Si è morti. Si cerca di riconoscere gli og-

noscere

i

un orologio, un anello, il brandello di un

getti:

indumento. Le povere donine entrate là dentro con i bimbi in braccio avevano quasi tutte portalo con se

più care, gioielli,

esili sti

sè, il

avvolte in

un fazzoletto, le co-

povero tesoro della loro casa,

piccoli gruzzoli di monete, e que-

maciuloggetti 'vengono alla luce, spezzati,

ma eloquenti. Di tanto in tanto un lavo-

lati,

fra i rottami si solleva pallido, accenna visto e si passa a qualche cosa che lui solo ha agli occhi con un gesto di oppres-

ratore

una mano

sione. «Coraggio!»

—

gli

sussurra un ufficiale.

fa cauto intorno al punto indicato, oscuro diviene lento, attento, leggero, pieno di un

Il

lavoro

rispetto.

tà

Ma non si finirà dunque mai di son-

mistero di quella atroce sepoltura? E la citsilenzio è così profondo che pare che di ogni nelle vicinanze non viva la sua vita

dare il

si

il

giorno.

Lo scricchiolìo sinistro di qualche tra

ve che cede sotto

le

dell edificio,

macerie

il

rumore di una pietra che cade dai muri penSi sencolanti, hanno una risuonanza enorme. te

il

peso immobile e gelido di

dicibile.

Meglio

il

cadaveri esprimono

campo di la lotta;

un orrore in-

battaglia!

I

suoi

ma questi avanzi


l’ eccidio

umani nell centro

347

degli inermi

di ulna città pacifica, questa

sostanza spaventosa che era una folla di donne e

di

bambini, sono

i

segni atroci della bontà

assassinata, della innocenza immolata, della de-

bolezza massacrata, sono

sovrumano.

di

un delitto

> :

Avete visto la

madri

resti

i

lista

e dei figli; ogni

aveva portato le

sue

dei

!

|

i

primi nomi ? Delle

donna del rione vicino creature

là

dentro,

le

per salvarle quando nemico volare sulle l’ avvoltoio

aveva strappate dal

aveva

letto

sentito Si sono trovati dei cadaverini quasi infra braccia tronctje, protetti ancora nella morte dalle mani materne. Delle famiglie inte-

case. tatti

che avevano il padre lontano, alla guerra, sono scomparse. Nel quartiere colpito, per la re,

strada quieta dove nessuno parla, sotto i piccoli portici silenziosi nei quali si respira 1 angoscia, si schiudono case senza voce, case vuote

che aspettano.

Una madre è morta con i suoi

Una giovane sposa e la sua bambina sono morte, e ieri è arrivato il marito dalla fronte. La guerra aveva salvato lui, nelle trincee, e aveva abbattuto i suoi cari presso al otto figliuoli.

focolare.

Inebetito dal dolore,

si

lasciava con-

durre via docilmente da un amico, soldato anche lui, via dalla casa deserta, e ripeteva fra Non è vero!...» Quanti sè: «Non è vero

drammi

oscuri

e tremendi!


l’ eccidio

348

degli inebmi

sterminio esecrando, un solo istinto insorge, un solo pensiero si formula netto, una sola parola viene alle labbra: Vendetta!

Davanti

allo

L’immensa folla, solenne, devota e taciturna accompagnava ieri i primi cadaveri al cimitero, non aveva altro nel cuore: Vendetsguardo di una moltitudine ha lo ta! Mai

che

espresso insieme tanta pietà e tanto odio. Nelil popolo di Padova, adunato intorno ai suoi morti, metteva paura. un addio pieno ricevevano Le salme dilaniate

la sua quiete spaventosa

di

una commozione formidabile. Il silenzio era che dalle vie gremite non

così vasto e terribile,

rumore

saliva altro

se

non il rombo cupo

dei

le bare e lo scalpiccio eguale dei soldati armati che facevano scorta. Quaranta o cinquantamila persone si accalcavano lungo il percorso, e miriadi d’occhi se-

camions che portavano

guivano

il

dolo-

convoglio con un’espressione

Non una voce. Gridavano per la

rante e fiera.

folla le scritte attaccate sulle porte chiuse: «Vi-

va

l’Italia!»

Da per tutto si leggevano queste

parole. Sembravano una risposta al gestd d’intimidazione del nemico. Volevano atterrire

tre

Padova, lia!

gli austriaci,

Cadevano

sui

massacrando? Viva l’Ita-

feretri,

mollemente,

i

fiori

Dei petali, volteggiando come una nevicata, si posavano sui berretti dei soldati che fiancheggiavano i carri, i soldati del-

gettati dai balconi.

la

guardia d’onore. Erano funerali di guerra,


l’ eccidio

Le vittime

onoranze militari.

Il

sato per la Patria, e

vato

degli inermi

bomba

della

austriaca

349

avevano

loro sangue è stato veril

loro sacrificio

ha solle-

con l’orrore una ferrea e compatta voUna più

lontà di moltitudini fatta di furore.

grande forza di vittoria insorge per loro. Sta bene il funerale degli eroi per gl’inlnocenti massacrati.

Sotto alle pieghe dei drappi funebri si disegnava qualche feretro piccolo piccolo, la bara di qualche bimbo. La folla immensa e senza voce guardava commossa a capo scoperto.

PINE.


INDICE.

Pag.

Notte veneziana di guerra

La

La riconquista

19

Come fu sventata F offensiva nemica ... Nella regione riconquistata

La battaglia nella foresta La battaglia sulle vette. Il

1

titanica lotta nel Trentino.

24

...... 38 54 64

.

74

baluardo ripreso

Come fu conquistato il Passo di Rolle

.

.

96

Dopo. F assalto

106

La fine di Cesare Battisti

117

La conquista di Gorizia. L’assalto prodigioso

129

guado dell’ Isonzo

143

Il

A Gorizia Il

San Michele espugnato

159 173

Nella “ Trincea del Sogno „

187

Sui colli di San Marco

197


INDICE

352

Sul Carso. La Battaglia di Settembre. Pag. 207

L’ attacco

Seguendo la battaglia

La nuova Il

linea si rafforza.

.

•

•

Tempo

generale

.

.

219

.

.

227

.

.

238

.

247

La Battaglia di Ottobre. Il

colpo di spalla

.

-

.

259

.

269

L’ avanzata

Dove è passata la battaglia

.

.

•

La Battaglia di Novembre. Il

284

bombardamento

La conquista La manovra vittoriosa La gloria dell’ala destra

292 303

....

318

Episodi della guerra nell’ aria. Una meteora tricolore su Trieste L’eccidio degli inermi

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‘

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